TOM SIMPSON, STORIA DEL CAMPIONE CHE MORI’ SUL MONT VENTOUX

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Tom Simpson – da pages.rapha.cc

articolo a cura di GPM ciclismo

Può la carriera di un campione tra i più grandi del suo tempo essere offuscata dalla sua stessa tragica, terribile e stupida fine? Purtroppo sì, ed è il caso di Tom Simpson. E’ questa la realtà, infatti il nome di Tom Simpson è conosciuto da quasi tutti gli appassionati di ciclismo, ma buona parte di loro ricorderà solo la sua morte sul Mont Ventoux, tralasciando la sua straordinaria carriera fino a quel giorno. Ed è proprio questa che noi vogliamo riabilitare, parlando sì della sua angosciosa fine e cercando di capire in dettaglio cosa ha portato alla disgrazia, ma altrettanto rievocando le vittorie di questo straordinario campione.

Tom Simpson è stato il primo ciclista inglese a raggiungere livelli di prestigio elevati in un periodo in cui il movimento ciclistico britannico non era neanche lontanamente paragonabile a quello attuale. Nasce nel 1937 a Haswell, un paesino nel nord dell’Inghilterra, e trasferitosi qualche anno più tardi ad Harworth, nella contea di Nottingham, è lì che inizia ad appassionarsi al ciclismo grazie ad una bicicletta in condivisione con i fratelli ed i cugini. Inizia la sua carriera dilettantistica come ciclista su pista, vince la medaglia di bronzo nell’inseguimento a squadre alle Olimpiadi di Melbourne nel 1956 e la medaglia d’argento nell’inseguimento individuale ai giochi del Commonwealth del 1958.

Nel 1959 passa a gareggiare su strada come professionista, ma le cronache cominciano a parlare seriamente di lui solo dal 1961. Ci troviamo al Giro delle Fiandre, e Simpson da outsider è in fuga insieme ad un italiano, Nino De Filippis. Gli inseguitori sono solo qualche centinaio di metri più indietro e Tommy, insieme al suo compagno di fuga, lotta strenuamente contro il vento per non farsi rimontare. Il vento è talmente forte che ha staccato lo striscione d’arrivo, allora gli organizzatori hanno un’idea, lo mettono in una posizione più riparata a fianco alle tribune. Lo striscione adesso si trova 15/20 metri più in là rispetto alla sua posizione solita; quando i due ciclisti arrivano in prossimità del traguardo, De Filippis lancia la volata e sembra destinato a vincere, ma non vede l’arrivo dove se lo aspettava e si pianta proprio nel punto in cui era posizionato lo striscione poco prima, Simpson invece ha ancora qualche residuo di energia, riesce a prolungare la sua volata di qualche metro e vince. Un inglese che batte un italiano nella corsa più importante per i fiamminghi: roba mai vista, “sarà stata solo fortuna” pensano in molti; una settimana più tardi cade alla Parigi-Roubaix e arriva al traguardo con mezz’ora di ritardo, così che le previsioni degli scettici sembrano avverarsi. La caduta condizionerà tutta la sua stagione, provocandogli un dolore al ginocchio che non gli permetterà di pedalare bene.

Durante il successivo anno (1962), però, si presenta in ottima forma al Tour de France e riesce a diventare il primo inglese a vestire la maglia gialla, piazzandosi anche al sesto posto in classifica generale. Oramai è un corridore affermato e rispettato in gruppo, ma non riesce a levarsi di dosso tra i tifosi l’etichetta di “sopravvalutato“. La gente non si rassegna al fatto che un britannico possa primeggiare in bicicletta tenendo testa a Italiani, Francesi e Belgi, ma a questo scetticismo Simpson risponderà sempre, come suo costume, con il sorriso sulle labbra e con il suo atteggiamento guascone. Gli anni successivi sono un susseguirsi di vittorie e piazzamenti importanti, tra cui notabili sono tre perle: la vittoria alla Milano-Sanremo del 1964 con tanto di media record di 43,420 km/h, che gli vale il titolo di baronetto dell’impero britannico, ma ancora di più il campionato del mondo e il Giro di Lombardia del 1965, che gli daranno la consacrazione come stella del firmamento del ciclismo degli anni 60.

Nel 1966 entra a far parte della sua squadra, la Peugeot, un giovane talento belga che qualche anno prima, nel 1964, aveva vinto il mondiale tra i dilettanti. Simpson lo prende subito sotto la sua ala protettiva, diventano compagni di stanza e amici, Tommy non perde mai occasione per dargli qualche consiglio e istruirlo. Questo giovanotto di belle speranze si chiama Eddy Merckx e apprende subito molto bene i consigli datigli dal più esperto compagno inglese, tanto che il 19 marzo 1966, con Simpson assente per infortunio, Merckx vince la Milano-Sanremo mettendo a segno la prima di una lunghissima serie di vittorie nelle classiche di un giorno.

Il 1967 secondo Simpson sarà l’anno della svolta, vuole dimostrare a tutti di non essere solo un uomo da corse di un giorno, di non andare forte solo in giornate fortunate, vuole dimostrare di poter andare forte sempre, in ogni giornata e su ogni terreno. Così, decide di preparare il Tour de France, e lo fa nel migliore dei modi: vince la Parigi-Nizza, anche grazie all’aiuto di Merckx, e due tappe alla Vuelta Espana presentandosi al Tour come uno dei favoriti.

A volte però non tutto va come previsto. Il Tour non parte male, dopo la prima settimana è al sesto posto ma è il primo tra coloro che ambiscono alla vittoria finale. Sulle Alpi sfortunatamente va in crisi a causa del mal di stomaco, perde molto tempo e tutti gli altri favoriti lo superano. Ad un agonista come lui questo non può andare giù, per di più il suo manager ha appena chiuso la trattativa per farlo gareggiare l’anno successivo con la squadra italiana Ignis: per lui è la realizzazione di un sogno perché ama l’Italia ed ha sempre sognato di andarci a vivere, quindi vuole fare bella figura a tutti i costi e per farlo sa che deve riuscire a risalire la classifica.

Il suo compagno di stanza in quel Tour è Colin Lewis: i due solitamente corrono per due squadre diverse, ma quell’anno l’organizzazione della Grande Boucle ha deciso di far gareggiare per nazionale; Colin la sera del 12 luglio assiste ad una discussione di Simpson con il suo manager, che gli comunica che se non migliora la sua posizione in classifica ci saranno pesanti ripercussioni economiche; qualche ora dopo, sempre secondo il racconto di Lewis, arrivano presso la stanza due sconosciuti dai quali Simpson acquista per 800 sterline, un prezzo altissimo per l’epoca, tre tubetti di anfetamine.

Il giorno successivo è il 13 luglio, ed è prevista la tappa da Marsiglia a Carpentras. Alla partenza e per tutto il percorso c’è un caldo terribile, gli organizzatori sono costretti a distribuire delle foglie di verza da mettere sotto il cappellino per permettere ai ciclisti di rinfrescarsi. La corsa parte e Simpson non è in giornata, si vede da subito, rischia continuamente di staccarsi dal gruppo dei migliori. Ci si avvicina al “piatto forte” di quella tappa, il Mont Ventoux, e Tommy chiede ad un compagno di squadra di procurargli qualcosa da bere perché al tempo era proibito passare da bere e da mangiare ai ciclisti dalle ammiraglie. Egli si ferma ad un bar, ma non è stato l’unico ad avere quest’idea e lo trova quasi totalmente svuotato. L’unico liquido ingeribile rimasto tra gli scaffali è una bottiglia di cognac, con quel caldo è una pazzia bere alcol, ma lui la prende, raggiunge il suo capitano e gliela porge. Simpson, senza neanche guardare cos’è, preso dalla fatica e dalla concentrazione, prende la bottiglia e tracanna un sorso, solo uno, perché appena si accorge di quello che sta bevendo la butta subito via, la salita oramai è iniziata e la fatica comincia a farsi sentire e Simpson prende dalla tasca uno dei tubetti che aveva comprato la sera prima. Li aveva pagati cari, ma ancora non sapeva quanto: ingerisce una pasticca e riprende a salire. Lungo la salita Simpson comincia a zigzagare, il suo sguardo si fa sempre più vuoto, sembra uno zombie in bicicletta, chi lo ha visto in faccia in quei momenti lo descrive irriconoscibile. Smette di bere, provano a passargli una borraccia ma lui neanche se ne accorge, a pochi chilometri dalla vetta cade una prima volta dalla bici a chi lo soccorre urla: “On, on, on” “avanti, avanti, avanti“… Il meccanico della squadra che lo seguiva con la macchina allora lo rimette in sella, pedala ancora qualche metro, poi cadrà ancora una volta, l’ultima, quando l’arrivo è oramai a circa un chilometro, e non si rialzerà più.

Tom Simpson fu un grande ciclista senza dubbio per le doti donategli dalla natura, ma non di meno grazie alla tenacia ed alla straordinaria competitività che lo contraddistinguevano in gara ed in allenamento. In una delle sue interviste dichiarò: “Sarei pronto a tutto per vincere, anche all’ipnosi!“, questo però non significa che fosse così folle da scegliere di rimanere in sella in quelle condizioni fino a morire su quella pietraia maledetta che si chiama Mont Ventoux. Le anfetamine avevano inibito la sua percezione della fatica, portandolo ad usare ogni briciola di forza nel suo corpo, ma non fu l’unica causa della tragedia: il caldo, la fatica, la disidratazione e quel cognac bevuto prima di iniziare la salita divennero un mix letale al quale il cuore di Tom, seppure di un campione, non poté resistere.

Simpson è considerato la prima vittima del doping. Forse fu così, ma non ne siamo certi, perché il doping può uccidere in maniera molto più subdola e meno eclatante, senza che noi possiamo avere la possibilità di saperlo. Sicuramente è stata la morte più eclatante, associata a questo fenomeno, ed ha portato a mettere in primo piano questa piaga. Quel che è certo, è che una simile fine non rende onore al più grande campione che il ciclismo britannico ha avuto fino ad oggi e che avrebbe potuto continuare a vincere per molto altro tempo, se non fosse stato per quel mix di sfortuna ed incoscienza che lo ha portato nel baratro.

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