LA DOPPIETTA D’ORO DI DANIELE MASALA NEL PENTATHLON MODERNO A LOS ANGELES 1984

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Daniele Masala con le due medaglie d’oro di Los Angeles 1984 – da h24notizie.com

articolo di Nicola Pucci

Con il solo misero bronzo conquistato da Silvano Abba ai Giochi di Berlino del 1936, il pentathlon moderno – che, ricordiamo, è disciplina che vede gli atleti impegnati in cinque diverse specialità (equitazione, scherma, nuoto, tiro e corsa) – è lo sport che, almeno sino a Los Angeles ’84, ha meno contribuito ad arricchire il medagliere olimpico azzurro.

Tradizionalmente “terreno di conquista” di svedesi ed ungheresi, l‘assenza di questi ultimi e delle altre nazioni dell’Est Europa indubbiamente favorisce il successo italiano, che si afferma con Daniele Masala nella prova individuale, con Carlo Massullo (che poi sarà argento quattro anni più tardi a Seul 1988) che strappa a sua volta la medaglia di bronzo, e poi, unitamente al punteggio acquisito dal terzo componente, Pier Paolo Cristofori, giunto undicesimo, conquista anche l’oro nella prova a squadre.

La gara individuale è apertissima e combattuta sino all’ultimo metro dell’ultima prova, la corsa campestre, con Masala, 29enne romano già campione del mondo proprio a Roma nel 1982, quando sconfisse il sovietico Anatoly Starostin (assente a Los Angeles) ed il francese Joel Bouzou (che in California conclude non meglio che 17esimo), nonché bronzo nel 1979 a Budapest alle spalle dell’americano Robert Nieman e del polacco Janusz Gerard Pyciak-Peciak ed argento due anni dopo a Zielona Gora, in Polonia, battuto stavolta dal padrone di casa, che si presenta con un minimo margine di vantaggio (4334 punti contro 4308) nei confronti dello svedese Svante Rasmuson, accumulato grazie al percorso netto nell’equitazione nel deserto di Coto da Caza, al recupero nella scherma centrando 39 successi su 51 assalti, alla sua abilità nel nuoto (300 metri stile libero coperti in 3’15″937, ottavo tempo globale, raccogliendo 978 punti rispetto ai 912 dello scandinavo) compensando così la superiorità dell’avversario proprio nella scherma, arma che preclude a Massullo – che perde ben 264 punti dallo svedese – la possibilità di competere per l’oro, e facendo praticamente match pari al poligono con la pistola. In piscina Masala si esalta, memore anche di un passato da eccellente nuotatore se è vero che in gioventù è stato vice-campione italiano dei 400 misti, prima di dedicarsi al pentathlon moderno che lo vedrà conquistare ben 10 titoli italiani individuali tra il 1976 e il 1987 e 14 a squadre. 

Ma torniamo al Coto Equestrian Center di Los Angeles dove il 1 agosto 1984 il cross-country, ultima prova da disputarsi sulla distanza di 4 km., vede gli atleti partire scaglionati sulla base dei punteggi sino ad allora accumulati tradotti in secondi, ragion per cui chi taglierà per primo il traguardo risulterà anche il vincitore della competizione.

Masala, che già gareggiò ai Giochi di Montreal del 1976 cogliendo un amaro quarto posto superato per soli 33 punti dal cecoslovacco Jan Bartu, complice un infortunio alla caviglia scendendo dalla pedana della scherma, e a cui fu negata la partecipazione quattro anni dopo a Mosca in quanto atleta militare con le Fiamme Oro, è in testa con 4334 punti e parte per primo, con un vantaggio di quasi 9″ su Rasmuson e di poco più di 15″ sul francese Paul Four, mentre Massullo, più staccato in classifica, prende il via in quinta posizione, con 1’11” di ritardo rispetto al connazionale.

Se gli organizzatori avevano in mente di far vivere un’emozione unica ci sono riusciti in pieno, con lo svedese che raggiunge Masala a 100 metri dall’arrivo e sembra a questo punto facile vincitore, ma a soli 20 metri dal traguardo il giovane studente di medicina, esausto per la rimonta effettuata, scivola sul terreno morbido, consentendo a Masala di superarlo e tagliare il filo di lana a braccia alzate, battendo infine Rasmuson di 13 punti, 5469 contro 5456, con Massullo che, viceversa, compie un’impresa ottenendo il secondo crono assoluto sulla distanza e, recuperando ben due posizioni, riuscendo a sua volta a salire sul terzo gradino del podio.

Con un primo, un terzo ed un undicesimo piazzamento, la prova a squadre è facile preda dell’Italia, che con un totale di 16.060 punti precede gli Stati Uniti (Storm 5., Losey 13. e Glenesk 18.) che con 15.568 punti “beffano” la Svizzera (Jung 12., Steinmann 16. e Minder 19.) per l’inezia di appena tre punti nella corsa per l’argento.

E così Daniele Masala, a distanza di 48 anni, riporta l’Italia sul podio del pentathlon moderno alle Olimpiadi, e lo fa cingendosi il collo con due metalli abbaglianti d’oro. Scusate se è poco…

REAL MADRID-FIORENTINA 1957 ED IL SOGNO VIOLA SVANITO IN FINALE

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I giocatori del Real Madrid festeggiano la conquista della Coppa – da:calcionews24.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si organizza un torneo di una tale portata come la Coppa dei Campioni di calcio, la più prestigiosa manifestazione per club del Vecchio Continente, è sin troppo scontato che si debba pagare lo scotto della prima edizione, tant’è che ai nastri di partenza nel settembre 1955 si presentano solo 16 squadre in rappresentanza di altrettanti paesi e, nella metà dei casi, si iscrivono formazioni diverse dalle vincenti dei rispettivi campionati nazionali, cosa che viceversa avviene per Francia, Germania, Italia e Spagna.

Ma il buon esito della competizione, vinta dagli spagnoli del Real Madrid superando 4-3 i francesi dello Stade de Reims nella finale disputata il 13 giugno 1956 al “Parc des Princes” di Parigi, fa sì che già dalla successiva edizione le nazioni iscritte salgano a 21, con tutte formazioni campioni in patria, per 22 partecipanti, dato che la Spagna iscrive sia i baschi dell’Athletic Bilbao, vincitori della Liga, che il Real Madrid quale detentore del trofeo.

E che la formula sia stata di gradimento lo dimostra la presenza dei campioni d’Inghilterra del Manchester United, in quanto, come d’uso, Oltremanica si vuole “prima vedere e poi decidere” e l’Europa è quasi interamente rappresentata ai massimi livelli.

Sono pochi i paesi che non vi prendono parte, e – a parte le cenerentole Cipro, Malta, Finlandia, Norvegia e le due Irlanda – le uniche assenze veramente di rilievo sono costituite dalla Germania Est, la cui vincitrice dell’Oberliga si iscrive l’anno seguente, così come la Grecia due anni dopo, mentre per vedere una rappresentante dell’Unione Sovietica, occorre addirittura attendere l’edizione 1966-’67.

L’Italia, che aveva visto all’esordio il Milan onorare la competizione raggiungendo le semifinali – dove è eliminato dal Real Madrid, sconfitto 2-4 al “Santiago Bernabeu” dopo aver per due volte rimontato il vantaggio dei padroni di casa, per poi aggiudicarsi 2-1 il ritorno a San Siro –, è rappresentata dalla Fiorentina che il tecnico Fulvio Bernardini ha condotto ad una trionfale cavalcata nella Serie A 1955-’56, conclusa con un distacco record (53 a 41) di 12 punti sui campioni in carica del Milan e fallendo, con la sconfitta per 1-3 a Marassi contro il Genoa all’ultima giornata, un primato di imbattibilità che sarebbe stato straordinario.

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Una formazione viola nel 1956-’57 – da:wikipedia.org

Formazione, quella viola, che – a dispetto delle qualità tecniche dei due stranieri Julinho e Montuori in attacco – fa della difesa il suo punto di forza, come dimostrano le sole 20 reti subite nel corso del campionato, imperniata sul 22enne portiere Giuliano Sarti, che aveva rilevato Costagliola proprio nell’anno dello scudetto, la granitica coppia di terzini costituita da Magnini e da capitan Cervato, oltre alla mediana composta da Chiappella, Orzan e Segato.

Una compagine, pertanto, omogenea e ben equilibrata, che può altresì contare sul dinamismo dell’interno Gratton, la potenza del centravanti Virgili – detto “Pecos Bill” ed autore di 21 reti nell’anno dello scudetto –, mentre all’ala sinistra Bizzarri rileva Prini nel ruolo di titolare, invertendo quello che era stato l’andamento della precedente stagione.

Con la formula a prevedere eliminazione diretta con gare di andata e ritorno, si presenta però un problema che nell’edizione inaugurale era stato superato date le sole 16 formazioni iscritte e che, pertanto, iniziavano direttamente dagli ottavi di finale, mentre stavolta le 22 squadre necessitano di una prima riduzione, e la soluzione è la più elementare possibile.

Nove formazioni, difatti, vengono esentate dal primo turno per sorteggio, oltre al Real Madrid quale detentore del trofeo, e le restanti 12 vengono abbinate per costituire le ulteriori 6 qualificate che andranno ad aggiungersi alle “fortunate” per andare così a formare le partecipanti agli ottavi, e, in questo frangente, la Fiorentina è favorita dalla buona sorte, rientrando tra le escluse dalla prima fatica.

Nel primo turno così concepito, spicca il cappotto dei “Busby Babes” del Manchester United ad un Anderlecht ancora lontano dal raggiungere i fasti degli anni ’70, sconfitto 0-2 a domicilio ed addirittura travolto per 10-0 (poker di Viollet e tripletta di Tommy Taylor) ad “Old Trafford”, così come sorprende che i dilettanti lussemburghesi dello Spora costringano allo spareggio i campioni tedeschi del Borussia Dortmund, con tal Boreux autore di tutte e tre le reti nella sconfitta esterna per 3-4 in Renania, pareggiata con il 2-1 interno, per poi cedere 0-7 nella terza gara, disputata anch’essa a Dortmund, stranezze della Coppa.

La gara più equilibrata è il derby iberico che si disputa tra Athletic Bilbao e Porto, con la compagine basca ad imporsi per 2-1 in Portogallo, per poi trovarsi sotto con identico punteggio al ritorno a ‘La Catedral” di San Mames, prima che nell’ultimo quarto d’ora Arteche completi la sua personale tripletta per il 3-2 definitivo.

Definito così il quadro degli ottavi, alla Fiorentina toccano in sorte gli svedesi del Norrkoping – il club da cui il Milan aveva ingaggiato a fine anni ’40 Nils Liedholm e Gunnar Nordahl –, anch’essi esentati dal primo turno, e le due sfide hanno luogo nell’arco di una settimana, il 21 ed il 28 novembre 1956.

Occorre precisare che, all’epoca, il calendario non era uniforme come adesso, ed è compito delle due società trovare l’accordo per la disputa degli incontri – ovviamente in un arco temporale delimitato – così che, ad esempio, le prime tre qualificate ai quarti si conoscono il 14 novembre e l’ultima addirittura il 20 dicembre, ma questa per un motivo particolare che andremo tra breve a descrivere.

Ad ogni buon conto, i viola sono da una parte sfavoriti in quanto il campionato svedese, iniziato a fine luglio, ha già visto completato il girone di andata per la sosta invernale e pertanto il Norrkoping è più rodato, ma dall’altra, proprio per il periodo, non vi è la possibilità di disputare la gara in Scandinavia, così che il ritorno viene giocato a Roma all’allora “Stadio dei Centomila”, prima di essere ristrutturato per i Giochi del 1960 ed assumere l’attuale denominazione di “Olimpico”.

Per far capire quale fosse all’epoca l’appeal della nanifestazione, al “Comunale” del capoluogo toscano, per la gara di andata, assistono appena 6mila spettatori, con i viola, provi di Gratton e Virgili, a pagare lo scotto dell’esordio subendo dopo appena 8’ la rete di Bild per il vantaggio svedese, fortunatamente rimediata da Bizzarri già al quarto d’ora di gioco, senza però riuscire a far suo l’incontro, cosa che, al contrario, avviene ad una settimana di distanza, grazie al rientro di Virgili che sigla al 16’ l’unica rete che decide il passaggio del turno.

Nelle altre sfide, interessante l’accoppiamento – visto in chiave futura – tra i campioni inglesi e tedeschi, con il Manchester a prevalere di misura (3-2) ad “Old Trafford” dopo aver condotto per 3-0 dopo poco più di mezzora, per poi resistere 0-0 al ritorno e staccare il biglietto per i quarti, mentre i detentori del Real Madrid rischiano, e non poco, di fronte agli austriaci del Rapid Vienna.

Fatta valere, difatti, la “Legge del Bernabeu” – i madrileni subiranno la prima sconfitta casalinga solo nel febbraio 1962 ad opera della Juventus, battuti per 0-1 – con un 4-2 “sporcato” dalla rete di Giesser al 90’ che accende speranze di rimonta agli austriaci, al ritorno al “Prater Stadion” gli spagnoli si ritrovano sotto 0-3 all’intervallo frutto di una tripletta del futuro grande tecnico Ernst Happel, per poi affidarsi alla loro stella Alfredo Di Stefano, che al 60’ sigla la rete che manda la sfida allo spareggio. Inutile ricordare che, al tempo, non vigeva la norma che attribuisce valore doppio alle reti segnate in trasferta.

Spareggio che, guarda caso, si disputa il 12 dicembre 1956 a Madrid e che i padroni di casa fanno loro con un 2-0 maturato già nel primo tempo e davanti a ben 100mila spettatori, decisamente tutt’altra cosa rispetto alle nostre latitudini, mentre avanza anche l’altra formazione spagnola, protagonista, suo malgrado, di una pagina emblematica nella storia della manifestazione.

I baschi sono, infatti, sorteggiati contro la “Grande Honved” di Kocsis e Puskas, ma è dura per tutti farla franca al “San Mamés”, con il risultato finale a premiare per 3-2 l’Athletic Bilbao, un punteggio sicuramente ribaltabile al ritorno, se non fosse che l’Ungheria è devastata dalla violenta repressione delle forze militari sovietiche che hanno soffocato nel sangue la rivolta scoppiata a Budapest tra fine ottobre ed inizio novembre.

I giocatori si rifiutano di rientrare in patria, così che il ritorno si svolge in campo neutro a Bruxelles il 20 dicembre 1956 ed i campioni ungheresi, sfiniti dal peregrinare per mezza Europa disputando amichevoli qua e là per tenersi in forma e, soprattutto, con il pensiero rivolto ai propri familiari rimasti a Budapest, riescono a malapena a salvare l’onore rimontando nel finale una situazione che li vedeva sotto 1-3 per il 3-3 conclusivo che rappresenta l’ultima esibizione di una formazione stellare, con il suo leader Ferenc Puskas a tornare a giocare in Coppa dei Campioni solo il 13 novembre 1958 nelle file del Real Madrid contro i turchi del Besiktas.

Tra le iscritte, sovietiche e tedesche orientali a parte, vi sono tutte le altre rappresentanti dell’Europa dell’Est, che un sorteggio forse un po’ pilotato fa scontrare tra di loro, così che ai quarti accedono solo la Stella Rossa di Belgrado che ha eliminato (4-3 e 2-0) gli olandesi del Roda ed il CSKA Sofia, il quale ha la meglio sui rumeni della Dinamo Bucarest infliggendo loro un imbarazzante 8-1 all’andata, dove a far la parte del leone è Ivan Kolev con tre reti.

Rispetto a quanto accadrà anche nelle edizioni successive, la manifestazione non si ferma, visto che i quarti hanno luogo già a partire da gennaio 1957 e la prima sfida ad andare in scena è quella tra l’Athletic Bilbao ed il Manchester United, con i baschi a far valere il vantaggio del fattore campo con un 5-3 in parte rimediato dagli inglesi nella ripresa dopo il 3-0 all’intervallo, risultando determinante la rete di Whelan all’85’ sul punteggio di 5-2 in ottica qualificazione, visto che al ritorno ad “Old Trafford” la situazione viene ribaltata con un 3-0 a firma Viollet, Tommy Taylor e Berry a firmare il pass per le semifinali a 5’ dal termine.

Come vi sarete sicuramente resi conto, all’epoca – e per diversi anni a venire – vincere in trasferta era un’impresa titanica, con il fattore ambientale a prevalere largamente su quello tecnico, cosa che si verifica anche nella sfida tra Stella Rossa e CSKA, con gli jugoslavi a prendere un vantaggio di due reti (3-1, doppietta del cannoniere Bora Kostic, uno da 158 reti in 267 gare di campionato) all’andata per poi difenderlo con le unghie e con i denti a Sofia, limitando ad 1-2 la sconfitta.

L’unico che riesce a far bottino pieno è il Real Madrid che, scampato il pericolo di una clamorosa eliminazione, non ha pietà dei francesi del Nizza, che pagano pegno (3-0, Joseito e doppietta di Mateos) al “Bernabeu”, per poi cadere (2-3) anche in Costa Azzurra, sotto i colpi di Joseito e Di Stefano.

Non ci siamo, ovviamente, dimenticati della Fiorentina, la quale affronta nell’andata dei quarti gli svizzeri del Grasshoppers – che avevano eliminato i cechi dello Slovan Bratislava – mercoledì 6 febbraio 1957 al “Comunale”, reduce dal 2-1 inflitto alla domenica all’Udinese, in un campionato che vede i viola al secondo posto, a quattro lunghezze dal Milan.

Quel pomeriggio rappresenta il “Giorno di Gloria” per il 22enne Romano Taccola (solo 6 presenze e 2 reti in campionato per lui), il quale, chiamato a sostituire Virgili, si fa trovare pronto all’appello siglando una doppietta nello spazio di 120” tra il 10’ ed il 12’ minuto per mettere al sicuro un risultato già sbloccato da Segato al 3’, anche se poi la rete di Ballaman riaccende qualche speranza in casa zurighese in vista del ritorno.

Speranze annullate dalle prodezze di Julinho e Montuori che portano per due volte in vantaggio la formazione di Bernardini, e pazienza se poi il Grasshoppers raggiunge il pari per 2-2, l’importante è la qualificazione alle semifinali, eguagliando il percorso del Milan della precedente stagione.

Nell’urna, assieme alla Fiorentina, vi sono dunque Real Madrid, Manchester United e Stella Rossa, tutte compagini di primissimo piano, ma crediamo che nessuno si sia lamentato in Piazza della Signoria allorché ai viola toccano in sorte gli jugoslavi, come dire il male minore.

La gara di andata si disputa il 3 aprile 1957 al “Marakana” di Belgrado davanti a 40mila spettatori e Bernardini ha la possibilità di schierare la formazione titolare, con la sola eccezione di Prini a rilevare Bizzarri all’ala sinistra, e la retroguardia viola regge bene l’urto di un attacco in cui svettano le stelle di Kostic e Sekularac, per poi piazzare la zampata vincente ad appena 2’ dal termine dell’incontro, autore della rete, manco a dirlo, proprio Prini che trafigge una leggenda del calcio slavo quale Vladimir Beara.

Fiorentina che – oramai con poche speranze di conferma dello scudetto, trovandosi a 6 punti dal Milan ad altrettante giornate dal termine – difende l’esiguo margine di vantaggio al ritorno in Toscana, portando a termine l’incontro sullo 0-0 di partenza, stavolta aiutata dal proprio pubblico che si fa perdonare le assenze dei primi due incontri (con gli svizzeri si arriva a mala pena a 10mila spettatori), riempiendo gli spalti del “Comunale” con 70mila tifosi, all’epoca primato per una formazione italiana in una gara di Coppa.

Ed ad attenderla in finale non possono che essere le “merengues”, le quali vengono a capo solo nella ripresa della sfida con il Manchester United al “Santiago Bernabeu”, grazie alle reti di Rial e Di Stefano, nonché, soprattutto, al centro di Mateos messo a segno all’83’, ovvero appena 1’ dopo che Tommy Taylor aveva dimezzato le distanze.

Real che, peraltro, fornisce una schiacciante dimostrazione di superiorità al ritorno, allorché disputa una prima frazione sontuosa che lo porta ad andare al riposo sul 2-0 (parole e musica di Kopa e Rial), per poi, sul punteggio complessivo di 5-1 a proprio favore, concedere l’onore delle armi agli inglesi che, dopo la rete al 52’ di Tommy Taylor – vice capocannoniere del torneo con 8 reti alle spalle del compagno di squadra Dennis Viollet con 9 –, raggiungono il pari a 5’ dal termine grazie al 19enne Bobby Charlton, al suo primo centro nella manifestazione.

Prima squadra italiana a raggiungere la finale, la Fiorentina si affida alla sagacia tattica del suo tecnico Fulvio Bernardini per cercare di uscire indenne, la sera di giovedì 30 maggio 1957, dalla “tana del lupo”, ovvero l’impianto del “Santiago Bernabeu” riempito in tutti i 120mila posti disponibili ed alla presenza del Generalissimo Francisco Franco, il quale non vuole certo mancare all’auspicata vittoria che intende ovviamente sfruttare come propaganda per il suo regime.

A dare il via alla contesa, alle ore 20:00, è il fischietto olandese Leo Horn, ed i viola scendono in campo dovendo fare a meno di Chiappella, sostituito da Scaramucci, con Bernardini a preferire Bizzarri a Prini nel ruolo di ala sinistra, mentre il Real si affida soprattutto alla forza del proprio attacco che, al solo nominarlo – Kopa, Mateos, Di Stefano, Rial e Gento –, mette i brividi.

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Un’occasione fallita da Virgili – da:gazzetta.it

Ma la rocciosa difesa italiana, imperniata sul capitano Cervato, alla sua nona stagione in riva all’Arno, non è certo di quelle che si fanno intimorire e ribatte colpo su colpo agli attacchi avversari, mentre in avanti tocca a Julinho tenere in apprensione la difesa spagnola, tanto da essere più volte costretta a raddoppiare su di lui, così che al riposo il risultato è ancora bloccato sullo 0-0 di partenza.

Talora, il giocare davanti al proprio pubblico può risultare un fattore negativo per la troppa pressione, e a metà ripresa sugli spalti ci si rende conto che i viola sono tutt’altro che la “vittima sacrificale’ ritenuta alla vigilia, ad ulteriore conferma che sotto l’aspetto della disposizione tattica e della gestione della partita agli italiani è difficile insegnare qualcosa.

E’ necessario un episodio, come spesso accade nelle finali, per indirizzare la gara in favore di una delle due squadre, e questo si verifica allorchè, nel portarsi in avanti per cercare la rete del vantaggio, la difesa viola si fa trovare imperdonabilmente fuori posizione su di un lancio a favore di Mateos, il quale si avvia a lunghe falcate verso la porta di Sarti, prima che venga recuperato con un intervento in spaccata da parte di Magnini a chiudere la diagonale da destra.

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Il rigore trasformato da Di Stefano – da:it.uefa.com

Il fallo è evidente, come è evidente che esso sia stato commesso fuori area, ma il direttore di gara indica il dischetto del rigore e, con 120mila spettatori a tirare il fiato, Di Stefano non va tanto per il sottile, scegliendo la soluzione di forza che Sarti – peraltro uscito sino quasi al limite dell’area di porta – riesce solamente a sfiorare.

Siamo a poco più di 20’ dal termine, le speranze di rimonta sono alquanto minime, anche se i viola ci provano, ma a tagliare loro le gambe è un contropiede perfettamente orchestrato che porta il velocissimo Gento a tu per tu con Sarti, solo per superarlo con un delizioso pallonetto per il punto del 2-0 che chiude i conti e consente al capitano Munoz di ricevere, direttamente dalle mani di Franco, il prestigioso trofeo.

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Il raddoppio siglato da Gento – da:corriere.it  

Per la Fiorentina resta la consolazione di essere stata la prima formazione italiana a centrare la finale di Coppa dei Campioni, al pari dell’orgoglio di essersi giocata la sfida alla pari contro così celebrati campioni, riconosciuto anni dopo anche da Francisco Gento, allorquando ricorda “senza quel rigore, concesso per fallo avvenuto fuori area, per noi sarebbe stato molto difficile vincere la finale contro i viola”.

Già, peccato che certi riconoscimenti ed ammissioni giungano sempre a scoppio (molto) ritardato…

 

ANDREW HAMPSTEN, UN AMERICANO IN MAGLIA ROSA AL GIRO D’ITALIA 1988

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Andy Hampsten in maglia rosa al Giro d’Italia 1988 – da comolagobike.com

articolo di Nicola Pucci

Che Andrew Hampsten ci sapesse davvero fare, soprattutto in salita, era chiaro a tutti fin dagli albori della sua gloriosa carriera.

In effetti, questo ragazzo statunitense che ebbe i natali a Columbus, nello stato dell’Ohio, il 7 aprile 1962, e che debuttò tra i professionisti nel 1985 intruppato nella 7-Eleven, formazione americana fondata qualche anno prima da Jim Ochowicz, non tardò a farsi notare tra i “grandi“, già trovando posto nella squadra che al suo primo anno sul circuito internazionale prese parte al Giro d’Italia, vincendo la tappa con arrivo a Cogne e terminando al 20esimo posto in classifica generale.

E’ solo l’abbrivio, per il “camoscio” stelle-e-strisce, perfetto per le corse in salita con quel fisico snello ed agile, di un’avventura agonistica che qualche mese dopo, a far data 1986, lo vede lasciare gli Stati Uniti per approdare alla francese La Vie Claire, la squadra di patron Bernard Tapie che ha in Bernard Hinault, all’ultimo anno di attività, ed il ben più affermato connazionale Greg Lemond, campione del mondo nel 1983, i due “galli nel pollaio” che sulle strade del Tour de France si daranno battaglia senza esclusione di colpi.

Hampsten cresce, bene e velocemente, se è vero che sotto lo sguardo vigile ed esperto di Paul Kochli, uno dei direttori sportivi della squadra, ha l’occasione di vestire i gradi di capitano al Giro di Svizzera, dove vince la cronometro di apertura e tiene le insegne del primato fino alla conclusione della prova, lasciando lo scozzese Robert Millar a 51″ e lo stesso Lemond a 1’21”. E se il successo equivale ad una sorta di investitura per il futuro, il giovane Andrew viene precettato anche per il Tour de France, dove spalleggia Hinault e Lemond, che chiudono ai primi due posti della classifica generale, a sua volta terminando quarto e conquistando la prestigiosa maglia bianca di miglior giovane della Grande Boucle.

I risultati ottenuti convincono Hampsten che sia il caso di provare a correre per sè stesso e non per capitani più affermati di lui, e dopo un solo anno di coabitazione nel 1987 il giovanotto dell’Ohio lascia Lemond e La Vie Claire e torna a vestire la casacca della 7-Eleven, a cui rimarrà legato fino al termine della carriera nel 1996, adottando nel tempo i marchi di Motorola ed US Postal e concedendosi un anno altrove, il 1995, a far da spalla a Miguel Indurain alla Banesto.

E Hampsten, ritrovati gi “vecchi” compagni di fatiche, rinnova l’appuntamento con il successo sulle strade impervie del Giro di Svizzera, stavolta impadronendosi della maglia oro al penultimo giorno, a Laax, per infine avere la meglio in classifica generale per l’inezia di 1″ dell’olandese Peter Winnen e di 7″ del colombiano Fabio Parra, come lui particolarmente adatti allo sforzo in montagna.

Ormai assodato che Hampsten è il prototipo del corridore per le grandi corse a tappe, oltre al Giro della Svizzera l’americano strizza l’occhio, come è logico che sia, al Tour de France, tuttavia dovendo accusare la delusione nello stesso 1987 che lo vede non meglio che 16esimo quando, nelle attese della vigilia, puntava invece a conquistare l’ultima maglia gialla che invece finisce sulle solidissime spalle dell’irlandese Stephen Roche, autore nell’anno di un magistrale tris Giro/Tour/Mondiale.

Ed allora, dopo l’esordio promettente del 1985, Hampsten decide di tornare a gareggiare in Italia, e per l’edizione numero 71 della Corsa Rosa, che nel 1988 parte il 23 maggio da Urbino per concludersi il 12 giugno a Vittorio Veneto, ha in serbo il colpo a sensazione che lo proietterà di diritto nel novero dei grandi campioni del pedale. Complice, soprattutto, una tappa ed una montagna destinate ad entrare per sempre nella secolare leggenda del Giro d’Italia.

In assenza dello stesso Roche, vincitore dell’edizione del 1987, che ha problemi ad un ginocchio, e dell’altro irlandese Sean Kelly, fresco di successo alla Vuelta e che, in previsione di una partecipazione al Tour de France, “passa” l’impegno al Giro, i favori del pronostico sono orientati verso lo spagnolo Pedro Delgado, secondo all’ultima Grande Boucle, l’olandese Erik Breukink, terzo al Giro del 1987, ed il francese Jean-François Bernard, che per le qualità a cronometro e l’attitudine in salita viene designato come l’erede di Bernard Hinault. Ci sarebbe, ad onor del vero, anche Greg Lemond, ma il fuoriclasse americano sta faticosamente provando a risorgere dal drammatico incidente occorsogli durante una battuta di caccia nell’aprile dell’anno precedente, quando venne impallinato dal cognato: resisterà cinque tappe, in seno alla formazione olandese PDM, e poi saluterà il plotone.

Proprio il telentuosissimo transalpino, che capeggia la Toshiba, marchio associato alla squadra di Bernard Tapie, vince il prologo di Urbino e veste la prima maglia rosa, prima di vedersi spodestare da Massimo Podenzana, gregario in casa Atala che vince in solitario a Rodi Garganico vivendo, nei nove giorni successivi, la più bella favola della sua carriera di luogotenente.

A Campitello Matese i pretendenti alla vittoria finale si danno battaglia, e se Franco Chioccioli, che veste i colori della Del Tongo, è il migliore di tutti, alle sue spalle proprio Hampsten lascia intendere di voler dire la sua per l’ultima maglia rosa, andando ad infoltire un plotone di papabali che comprende anche i due svizzeri Urs Zimmermann e Tony Rominger e gli italiani Roberto Visentini, già trionfatore nel 1986, e Flavio Giupponi, compagno di squadra di Chioccioli alla Del Tongo.

Una manifestazione ambientalista obbliga patron Vincenzo Torriani a neutralizzare l’11esima tappa, 229 chilometri tra Parma e Colle Don Bosco, prima che lo stesso Hampsten piazzi la zampata vincente verso Selvino, dando spettacolo sulle asperità di Valpiana, Resegone e Berbenno che regalano la maglia rosa a Franco Chioccioli. E se a Chiesa Valmalenco Rominger, crollato in classifica, si prende la parziale soddisfazione della vittoria di tappa, a sera “Coppino” ha 33″ di vantaggio su Zimmermann, 55″ su Visentini, 1’10” su Giupponi, 1’18” su Hampsten, 1’26” su Bernard ed 1’45” su Breukink, quando per l’indomani il copione prevede, lungo i 120 chilometri che vanno da Chiesa Valmalenco a Bormio, le ascese di Aprica, Tonale e del Passo del Gavia, “tetto” del Giro con i suoi 2.621 metri di altitudine. E qui succede il finimondo.

Nella notte nevica, abbondantemente, ma se le strade che salgono al Gavia sono imbiancate, gli spazzaneve lavorano a ritmo forsennato e l’ANAS garantisce il via libera a dispetto del freddo e delle previsioni meteo che volgono al brutto. Quel che accade su quelle rampe arcigne che raggiungono anche il 15% di pendenza, il 5 giugno 1988, ha dell’inenarrabile. Anzi, è bene invece raccontarlo, perché sotto una tormenta di neve se ne va in fuga l’olandese Johan Van der Velde, che passa per primo in vetta al Gavia ma poi, abbrancato dalla nebbia, travolto dal gelo (vengono misurati -5 gradi) ed imbiancato dai fiocchi di neve, sparisce nel nulla. Quel che accade verso Bormio pochi lo sanno, i primi a giungere a valle dopo 24 chilometri di discesa all’inferno sono proprio Breukink e Hampsten, con il primo a tagliare il traguardo con 7″ di vantaggio ed il secondo a vestire la maglia rosa con 15″ di margine in classifica generale. Uno dopo l’altro si contano i corridori che arrivano alla spicciolata più simili a statue di ghiaccio che atleti in bicicletta, con Giupponi, Zimmermann e Chioccioli che rendono 5 minuti ai due fuggitivi, Delgado a 7 minuti e Bernard a 9 minuti.

Divisi da 15 secondi, Hampsten e Breukink sono ormai gli unici corridori in grado di vincere il Giro d’Italia, e se verso Merano, dopo che il maltempo ha obbligato Torriani a cancellare il passaggio sul Passo dello Stelvio, l’americano aggiunge altri 27″ al suo capitale in classifica, le tappe di Innsbruck e Borgo Valsugana, non certo prive di difficoltà, non alterano la situazione, e la cronoscalata di 18 chilometri del Valico del Vetriolo gira decisamente a favore dell’americano, meno specialista nelle corse contro il tempo del rivale ma più a suo agio in salita, che straccia tutti e a sera è primo con 1’51”.

Sembra fatta per Andrew, ma quel che non ti aspetti è l’imboscata preparata da Urs Zimmermann, alfiere della Carrera che ha perso per strada Visentini, che attacca con Stefano Giuliani nella tappa di Arta Terme ed è a lungo maglia rosa virtuale prima che la riscossa della Del Tongo di Giupponi e Chioccioli favorisca Hampsten, rimasto solo a difendere il primato, che conserva il primo posto con un margine di 1’49” sul corridore svizzero.

Scampato il pericolo, c’è tempo solo per l’ultimo sforzo contro le lancette, 43 chilometri finali a Vittorio Veneto che certificano la specializzazione del polacco Lech Piasecki e consentono a Breukink di strappa 23″ ad Hampsten che gli sono sufficienti a scavalcare Zimmermann in classifica ed occupare il secondo gradino del podio. Perché ormai è matematico, Andrew Hampsten è il primo americano della storia ad imporsi sulle strade del Giro d’Italia. E, ad oggi, è anche l’unico.

AGLI EUROPEI DI BUDAPEST 2001 LA JUGOSLAVIA TORNA AI VERTICI DELLA PALLANUOTO

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Aleksandar Sapic, simbolo della rinascita jugoslava – da gettyimages.dk

articolo di Giovanni Manenti

Raramente, negli sport di squadra, si è registrata la superiorità di un poker di nazioni talmente forte da lasciare appena le briciole alle restanti avversarie come nella pallanuoto maschile, con le “quattro sorelle” ad essere costituite da Italia, Ungheria, Unione Sovietica e Jugoslavia.

Basti solo pensare che, a livello olimpico, per ben 60 anni – dai Giochi di Los Angeles 1932 sino all’edizione di Barcellona 1992 compresa – nessun’altra formazione si è aggiudicata la medaglia d’oro e che altresì, in quattro occasioni consecutive (da Melbourne 1956 sino a Città del Messico 1968) le stesse hanno occupato i primi quattro posti della classifica finale.

Un dominio che si è successivamente esteso anche con l’introduzione dei Campionati Mondiali, visto che dalla prima edizione di Belgrado 1973 sino al 1991 si registrano due successi sovietici, altrettanti jugoslavi, mentre Italia ed Ungheria vantano una sola vittoria.

Tali affermazioni in sede olimpica ed iridata fanno sì che, giocoforza, i Campionati Europei assumano una paritetica valenza dal punto di vista strettamente tecnico e, dal 1950 sino all’edizione di Atene 1991, solo in due sporadici casi – a Spalato nel 1981 ed a Bonn nel 1989 – ad affermarsi sono i tedeschi occidentali.

Ma torniamo a quel 1991, anno in cui la Jugoslavia – dopo aver confermato a gennaio ai Mondiali di Perth il titolo iridato di Madrid 1986 – torna sul trono europeo nella capitale greca dopo tre secondi posti nelle precedenti edizioni, superando 11-10 la Spagna in finale e candidandosi per l’oro olimpico l’anno successivo alle Olimpiadi 1992 che si svolgono a Barcellona, dove è chiamata a difendere il titolo di Seul 1988.

Come avrete capito, si tratta della formazione che sta dominando la scena ad ogni latitudine a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del successivo decennio, ma qualcosa di extra-sportivo sta per interromperne la striscia vincente, e che ha a che vedere con il crollo del comunismo nell’Europa orientale e la conseguente disgregazione dell’impero sovietico.

E se, per quel che riguarda la pallanuoto, le ripercussioni sull’ex-Urss sono marginali, poiché al suo posto gareggia la Russia, con la sola, peraltro non trascurabile, differenza di veder ridotti i finanziamenti a favore dello sport che il vecchio regime garantiva, per ciò che concerne la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia il discorso è ben diverso.

Tralasciando – poiché non è certo nostro compito – il dramma della guerra civile tra serbi e bosniaci che genera oltre 250mila vittime, la creazione di repubbliche indipendenti quali Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia, fa sì che la ex-Repubblica Socialista si trasformi inizialmente in Repubblica Federale di Jugoslavia (di cui fanno parte le sole Serbia e Montenegro), per poi assumere la denominazione di Serbia e Montenegro sino a che quest’ultimo ottiene la propria indipendenza a far tempo da inizio giugno 2006.

E poiché la ex-Jugoslavia, dal punto di vista sportivo, attingeva da giocatori di estrazione serba, croata e montenegrina, ne scaturisce che, ai giorni nostri, da una sola rappresentativa ne siano sorte tre altamente competitive, come dimostra l’esito delle Olimpiadi di Londra 2012, che vedono il trionfo della Croazia (8-6 in finale sull’Italia), ma con Serbia e Montenegro a sfidarsi per la medaglia di bronzo.

Pertanto, se da un lato l’intervenuta disgregazione ha evitato di vedere la Jugoslavia dominare per chissà quanto tempo, dall’altro vi sono adesso ben tre formazioni a competere per il podio, così da ridurre le possibilità di medaglia per Italia, Russia ed Ungheria, oltre alla nuova realtà nata proprio durante la diaspora jugoslava, vale a dire la Spagna, argento a Barcellona ’92 ed oro ad Atlanta ’96, oltre ai titoli iridati conquistati nel 1998 e 2001.

Sicuramente, nel caos generato dalle lotte intestine che determinano l’esclusione della Jugoslavia (o, per meglio dire, di quel che ne resta) dalle Olimpiadi di Barcellona ’92, non è facile pensare a riorganizzare un’attività sportiva, tant’è che agli Europei di Sheffield ’93 si presenta la sola Croazia, la quale conclude al quinto posto in un’edizione che vede il ritorno al successo del “Settebello azzurro” a distanza di 46 anni dall’affermazione di Monaco nel 1947, Italia che si conferma l’anno seguente ai Mondiali di Roma ’94 (dove la Croazia è quarta) ed ancora alla rassegna continentale di Vienna ’95, in cui la Croazia conferma la quarta posizione.

Per riveder scendere in acqua una formazione che porti il nome di Repubblica Federale di Jugoslavia – ancorché, come ricordato, formata solo da Serbia e Montenegro – occorre attendere le Olimpiadi di Atlanta ’96, in cui ha modo di incontrare nei quarti proprio la Croazia in una di quelle sfide che diverranno negli anni a seguire delle vere e proprie “lotte senza quartiere“, con ad avere la meglio la seconda che, dopo essersi imposta per 8-6, supera per 7-6 anche l’Italia di Ratko Rudic in semifinale, salvo arrendersi alla furia di Manuel Estiarte che regala alla Spagna quello che è sinora l’unico oro olimpico del paese iberico.

In ogni caso, il rientro a livello internazionale è quanto mai uno stimolo positivo per gli slavi che ora affrontano con rinnovato entusiasmo e determinazione i successivi impegni, desiderosi di riprendere il posto che ritengono spettar loro di diritto, pur dovendo fare a meno dei giocatori croati, i quali si confermano a livello di club, come testimoniano i successi del Mladost Zagabria e dell’Jadran Spalato in Coppa dei Campioni, cui nell’edizione 1999 si unisce anche il Posk Spalato, che in finale supera per 8-7 proprio i serbi del Becej.

Risalita che prende corpo già ai Campionati Europei di Siviglia ’97, dove la Jugoslavia si vendica dei cugini croati, superandoli 8-7 in semifinale, salvo poi cedere 2-3 in una finale combattutissima contro l’Ungheria, e quindi recarsi a gennaio 1998 a Perth per partecipare alla rassegna iridata.

L’esser scesa nel ranking, fa sì che la Jugoslavia – che continuiamo a chiamare così per comodità, quantunque la corretta definizione sia Repubblica Federale di Jugoslavia come precisato all’inizio – venga inserita nel Gruppo B assieme ad Italia ed Ungheria (oltre al materasso Iran), ed a fare le spese della ritrovata competitività sono proprio gli azzurri, sconfitti per 11-10, circostanza che consente ai nostri avversari di progredire sino alle semifinali, dove si arrendono per 3-5, dopo aver condotto 3-2 all’intervallo, di fronte alla Spagna che fa il suo il titolo iridato superando in finale per 6-4 l’Ungheria, mentre la Jugoslavia occupa il gradino più basso del podio in virtù del 9-5 rifilato ai padroni di casa australiani, ovviamente favoriti in occasione della composizione dei relativi gironi.

In vista dell’appuntamento olimpico dei Giochi di fine Millennio di Sydney 2000, l’edizione di Firenze 1999 dei Campionati Europei è quanto mai utile per affinare l’intesa, ed ancora una volta l’ostacolo più arduo per la Jugoslavia è costituito dal derby serbo-croato che si svolge nei quarti, con questi ultimi a prevalere per 9-7 dopo ben due tempi supplementari, salvo poi arrendersi anch’essi 12-15 in finale all’Ungheria che conferma il titolo di Siviglia.

Ovviamente per emergere ai massimi livelli occorrono anche ottimi giocatori, e la “covata” degli anni ’70 è quanto mai florida sotto questo punto di vista, da Vladimir Vujasinovic (classe 1973), al pari di Petar Trbojevic, mentre Dejan Savic è del 1975, Danilo Ikodinovic del 1976 e Aleksandar Ciric del 1977.

Ma il “Pelè delle piscine” è il 22enne Aleksandar Sapic, nato l’1 giugno 1978 a Belgrado e che, appena 18enne, aveva debuttato ai Giochi di Atlanta ’96 nel successo per 11-8 sull’Olanda, ed il paragone con la “Perla Nera” del calcio non è irriverente, quanto meno sotto l’aspetto numerico, dato che Sapic, in 18 anni di carriera a livello di club, mette a segno qualcosa come 1.694 reti, risultando capocannoniere per 14 stagioni consecutive dei campionati di Jugoslavia (con Stella Rossa e Becej), Italia, dove milita nel Camogli e nella Rari Nantes Savona, ed infine in Russia nelle file dello Shturm.

Con una tale bocca da fuoco in attacco, il tecnico Nenad Manojlovic rispolvera per le Olimpiadi australiane – quasi a fare da trait d’union tra “il vecchio ed il nuovo” – il 36enne portiere Aleksandar Sostar, già componente della formazione oro ai Giochi di Seul ’88, così come ai Mondiali di Perth ed agli Europei di Atene del 1991, inserendo altresì tra i selezionati il 30enne Viktor Jelenic, anch’egli facente parte della squadra campione del mondo nel ’91.

Inserita nel Gruppo B assieme a Croazia ed Ungheria, la Jugoslavia conclude la poule al primo posto solo per una miglior differenza reti rispetto agli ex connazionali, visto che entrambe le squadre hanno la meglio contro l’Ungheria, salvo stavolta dividersi la posta in un 4-4 in cui Sapic mette a segno due reti.

La posizione di classifica consente alla formazione di Manojlovic un comodo quarto contro i padroni di casa australiani (7-3 con 3 reti di Sapic), nel mentre la Croazia esce di scena, sconfitta 8-9 dai campioni olimpici e mondiali in carica della Spagna, stessa sorte che tocca all’Italia contro l’Ungheria, mentre avanza anche la rinnovata Russia, che sinora aveva potuto contare solo sul bronzo iridato a Roma 1994.

Nei grandi tornei occorre farsi trovare nella forma giusta al momento giusto, ed è ciò che capita all’Ungheria che, a dispetto delle due sconfitte di misura subite nella prima fase, si impone in semifinale alla Jugoslavia per 8-7 in una sfida equilibratissima, con le due squadre in parità (5-5) sia all’intervallo che all’inizio dell’ultimo parziale sul punteggio di 7-7, grazie al fatto di essere riuscita a limitare Sapic, autore di una sola rete.

Esce di scena anche la Spagna, al termine di una sfida infinita contro la Russia, risolta a favore di quest’ultima per 8-7 con la rete decisiva messa a segno nel terzo tempo supplementare, una fatica che pesa sulle gambe e le braccia degli iberici, i quali cedono nettamente per 8-3 contro la Jugoslavia nella gara che vale il bronzo, nel mentre l’Ungheria travolge 13-6 una Russia probabilmente già appagata, così da poter tornare sul gradino più alto del podio olimpico a 24 anni di distanza dall’oro di Montreal ’76, mentre a Sapic spetta il titolo di capocannoniere con 18 reti.

Oramai, per la Jugoslavia le basi sono fissate per poter anch’essa tornare a festeggiare un titolo che oramai manca da un decennio, e l’anno seguente, 2001, offre due opportunità, costituite dai Campionati Europei che si svolgono dal 15 al 24 giugno a Budapest e dai successivi Mondiali, in programma dal 19 al 29 luglio a Fukuoka, in Giappone.

L’idea di poter trionfare all’interno della piscina “Alfred Hajos“, in casa dei campioni europei ed olimpici, può sembrare un sogno azzardato, ma le prove generali vengono effettuate nel girone eliminatorio che, non si capisce bene in base a quale criterio, inserisce nella stessa poule, oltre ad Olanda e Romania, Italia, Spagna, Ungheria e Jugoslavia (!!!) – ovvero le vincitrici delle ultime cinque edizioni dei Giochi olimpici e delle quattro rassegne iridate –, mentre dell’altra fanno parte Grecia, Russia, Croazia e Slovacchia, oltre a Francia e Germania, ma tant’è…

In ogni caso, il rodaggio è quanto mai utile per gli jugoslavi, che concludono il girone a punteggio pieno – 9-7 alla Spagna, 9-8 all’Italia ed 8-5 ai padroni di casa –, con l’Ungheria a terminare seconda, avendo sconfitto con un secco 10-5 gli azzurri, superati 8-7 anche dalla Spagna, così da concludere al quarto posto che significa, con gli abbinamenti incrociati, affrontare nei quarti la Grecia, a sorpresa vittoriosa nell’altro raggruppamento, davanti a Croazia, Russia e Slovacchia nell’ordine.

Se ricordate cosa era successo due anni prima all’Ungheria, stavolta a recitare la parte della rediviva è proprio la formazione azzurra, che, silurato Rudic dopo i deludenti Giochi di Sydney 2000, è affidata a Sandro Campagna, così da liquidare per 7-6 la Grecia e qualificarsi per la semifinale, improba sulla carta, contro i padroni di casa magiari, che hanno disposto per 10-9 della Russia nel remake della finale olimpica, mentre l’altra sfida mette di fronte la Jugoslavia – che soffre più del previsto per aver ragione 8-7 della Slovacchia – e, diremmo quasi ovviamente, la Croazia, a propria volta vincitrice per 7-6 sulla Spagna.

Quattro incontri tutti risolti con una sola rete di scarto, a dimostrazione sia dell’equilibrio che della potenzialità delle formazioni europee nella pallanuoto, e, del resto, come potrebbe essere diversamente, visto che sino al giorno d’oggi nessuna nazione di un altro continente ha mai conquistato un titolo olimpico od iridato, nel settore maschile ovviamente.

Il derby che va in scena il 22 giugno 2001 si conclude a favore della Jugoslavia per 8-6 per poi assistere all’impresa del “Settebello” che, contro ogni pronostico, ammutolisce gli spettatori sulle tribune rimontando nell’ultimo quarto uno svantaggio di 5-6 imponendosi per 8-7 che vale la finale per il titolo continentale.

Due giorni di attesa e quindi, dopo che l’Ungheria sfoga (12-9) sulla Croazia la delusione per la sconfitta, va in scena l’atto conclusivo che fa sperare in un ulteriore miracolo degli azzurri che si portano rapidamente sul 2-0 salvo poi cadere in un “blackout” di cui approfittano gli jugoslavi per piazzare un parziale di 6-0 che chiude i conti, con la sfida a trascinarsi sino all’8-5 conclusivo che incorona la Jugoslavia sul tetto d’Europa a 10 anni esatti dall’ultimo trionfo, con in più Vujasinovic ad essere premiato quale “Miglior Giocatore del Torneo“.

Quell’anno, il 1991 ricordate, la Jugoslavia si era anche laureata campionessa mondiale a gennaio, mentre stavolta il calendario inverte la cronologia dei due appuntamenti, con la rassegna iridata a disputarsi nella seconda metà di luglio in Giappone, e l’impresa per poco non si ripete, pur con Croazia ed Ungheria estromesse dalla zona medaglia, in quanto il titolo, dopo aver superato 9-8 la Russia in semifinale, sfugge di fronte ad una Spagna che, confermando il successo di tre anni prima a Perth grazie al successo per 4-2, conclude di fatto il proprio ciclo vincente ai massimi livelli.

Già, perché da ora in avanti, occorrerà fare i conti con Serbia, Croazia e Montenegro, una specie di “tre al prezzo di uno…“, quasi fosse uno slogan pubblicitario.

Ma, questa è un’altra, ancorché più recente, storia

 

NEL 1966 IL PRIMO MONDIALE IN CLASSE 500 DI GIACOMO AGOSTINI

agostini e hailwood
Agostini ed Hailwood nella sfida finale – da motogp.com

articolo di Nicola Pucci

Al di là dei primi due anni, 1963 e 1964, di apprendistato nel motomondiale corsi al soldo della Moto Morini in classe 250 e mandati agli archivi con due soli quarti posti in Germania e a Monza, è legando il suo nome a quello dell’MV Augusta che Giacomo Agostini assurge, infine, a quel rango di campione, che poi si trasformerà, previa una messe di successi senza eguali, in leggenda del motociclismo.

Corre l’anno 1965 e il centauro bresciano, non ancora 23enne, grazie all’intercessione del nove volte campione del mondo (sei in 125 e tre in 250) Carlo Ubbiali che lo segnala al conte Domenico Augusta, entra a far parte del team varesino, andando ad affiancare il qualità di seconda guida quel Mike Hailwood che altri non è che il detentore degli ultimi tre titoli iridati della classe regina. E tra i “due galli nel pollaio” nasce subito una sana rivalità sportiva, che se da un lato convincerà il britannico, di due anni più anziano di Agostini, a cambiar poi aria accettando le profumate offerte della Honda, dall’altro inserirà di forza il lombardo nell’alveo dei grandissimi dei motori. Semprechè qualcuno non lo consideri, e ne avrebbe ben donde, il più forte centauro della storia.

Il primo anno con l’MV Augusta, in effetti, regala a Giacomo una delusione ed una certezza. In classe 350, con la sua tre cilindri, Agostini si rivela più performante del compagno di scuderia, trovandosi a duellare con il rhodesiano Jim Redman, che monta Honda, per il titolo iridato, vincendo in Germania, in Finlandia e a Monza e presentandosi all’ultimo appuntamento stagionale, sul tracciato giapponese di Suzuka, con due punti di vantaggio sul rivale in classifica generale, 32 contro 30. In gara, tuttavia, Agostini è vittima dell’improvviso distacco dal condensatore di un filo elettrico mal saldato che lo costringe a fermarsi ai box al 14esimo giro, recuperando poi una volta tornato in pista con una furiosa quanto inutile rincorsa che lo relega in quinta posizione, il che gli costa la conquista del titolo mondiale a favore di Redman, secondo al traguardo alle spalle dello stesso Hailwood. Nella classe regina, di contro, Agostini rispetta fino in fondo i ruoli imposti all’MV Augusta, spalleggiando il grande Mike nella trionfale marcia verso il quarto titolo mondiale consecutivo, con l’inglese a cogliere otto vittorie nelle otto gare portate a termine e l’italiano a conquistare in Finlandia il primo successo in carriera nella mezzo di litro, aggiungendo poi ben sei piazze d’onore in scia al compagno di squadra.

Ma nel 1966 Hailwood prende cappello e se ne va alla Honda e i due ex-colleghi possono, infine, librare un duello stellare senza esclusione di colpi, con un epilogo tanto avvincente quando destinato ad entrare di diritto nella grande enciclopedia del motomondiale.

Agostini, come è d’abitudine per i campioni dell’epoca che non si risparmiano davvero, bissa l’impegno in classe 350, vincendo al Sachsenring, al Tourist Trophy (il che equivale ad una sorta di elezione a fuoriclasse) e a Monza, chiudendo nuovamente secondo in classifica generale, cedendo però il passo allo stesso Hailwood che domina la scena con sei vittorie parziali e 48 punti finali contro i 42 di Giacomo. I due campioni, con Hailwood che per non farsi mancare proprio niente aggiunge anche il titolo mondiale in classe 250 (con il corollario di 10 vittorie in 10 gare!), lottano alla pari in classe 500 e quel che ne viene fuori è una storia a puntate tra le più belle di sempre.

Il calendario 1966 del motomondiale prevede dodici appuntamenti, ma per la classe 500, che ne conteggia solo nove, si comincia solo il 22 maggio in Germania, sul nuovo tracciato, accorciato ma velocissimo, di Hockenheim. E se la debuttante Honda quattro cilindri, brutta a vedersi ma estremamente rapida e redditizia, fa sua la gara con Redman, che doppia tutti, Agostini, unico altro pilota a pieni giri, chiude distante, a 26″1, ma secondo in classifica e certo di potersi migliorare nel corso della stagione.

Un mese dopo, il 25 giugno, la mezzo litro torna a cimentarsi sul circuito che storicamente assegna il certificato di laurea a chi riesce a domarlo, quello ondulato e nervoso di Assen. E con la nuova MV 500 tre cilindri Agostini può competere ad armi pari col britannico – che stavolta ha al suo fianco anche Hailwood che segna il giro record ma cade -, sopravanzandolo per 18 delle 20 tornate previste prima che la quarta marcia nel finale inizi a fare i capricci e lo releghi ancora sul secondo gradino del podio, sotto la bandiera a scacchi con soli 2″2 di ritardo.

Quel che non aveva completato in Olanda, Agostini ci riesce invece il 3 luglio sul tracciato di Spa-Francorchamps. E’ l’ultima gara del giorno, e se il tempo ha risparmiato i piloti nelle prove precedenti, ecco che all’atto di mettersi in moto il cielo riversa sull’asfalto acqua a catinelle. E tra i tanti caduti, ahimé, al primo giro si conta anche Redman (sbattuto fuori pista dall’acquazzone assieme a Johnny Wales e a Derek Woodman), che si frattura un braccio e chiude praticamente qui la carriera, lasciando via libera ad Agostini che con una condotta di gara accorta, montando la vecchia MV 500 quattro cilindri, balza al comando e poi accusa il sorpasso di Hailwood quando smette di piovere, prima che la rottura del cambio costringa Mike al ritiro e liberi la strada verso la vittoria al bresciano.

Con 20 punti dopo tre gare, Redman fuori gioco ed Haiwood ancora a secco, Agostini diventa il logico favorito al titolo mondiale, rafforzando la sua posizione il 17 luglio al Sachsenring seppur Giacomo stesso, dopo che Hailwood ancora una volta è stato costretto ad alzare bandiera bianca per la rottura del motore al quinto giro, debba ritirarsi a due tornate dal termine quando è in testa con ampio margine cadendo in una curva affrontata con eccessiva imprudenza, cosa insolita per lui, e lasciando via libera al cecoslovacco František Šťastný, un vecchietto di quasi 39 anni in sella ad una Jawa, che coglie l’unica sua vittoria in carriera in classe 500.

Sette giorni dopo, il 24 luglio, il carrozzone del motomondiale si trasferisce in Cecoslovacchia, a Brno, ed è l’occasione propizia per Hailwood di iniziare a mettere in cascina, oltre ai ritiri, anche qualche vittoria di pregio, utile a legittimare il suo sogno di vincere un quinto titolo mondiale consecutivo. La Honda, per l’occasione, non lascia margine agli avversari, e per Mike è tempo di en-plein, se è vero che, oltre ai successi in classe 250 (che gli assicura matematicamente il titolo iridato) e in classe 350, domina in classe regina lasciando Agostini, che porta ancora i segni (sette punti al naso e quattro alla mano destra) della caduta del Sachsenring, ad oltre un minuti di distacco.

La pioggia torna ad infastidire i centauri in quel di Imatra, in Finlandia, il 7 agosto, ed è in condizioni di asfalto bagnato che vien fuori la classe sopraffina di Agostini, abile come nessun’altro non solo nella messa a punto del mezzo meccanico non lasciando niente al caso ed analizzando ogni minimo dettaglio, ma pure nella conduzione di guida quando gli agenti atmosferici ci mettono lo zampino. Ed il margine che il campione della MV Augusta rifila ad Haiwood al traguardo, 40″7, dice il vero su chi sia davvero, per l’occasione, il più forte di tutti.

Con tre sole gare ancora da disputare ed un vantaggio in classifica di venti punti, seppur possa contare “solo” su cinque risultati utili in virtù della regola degli scarti che non preoccupa, invece, il rivale, Agostini affronta con relativa tranquillità le due trasferte nel Regno Unito, chiudendo secondo sia al Gran Premio dell’Ulster, a Dundrod, il 20 agosto, che al Tourist Trophy, il 2 settembre, soccombendo al furore agonistico di Hailwood, il “pilota di ghiaccio“, che gli è una spanna superiore lasciandolo a distanza di sicurezza, rispettivamente 1’29″4 e 2’37″8, e riducendo il distacco in classifica generale, 34 punti contro 30, sempre per il gioco degli scarti.

Le sorti del campionato del mondo della classe 500, con Hailwood matematicamente sicuro anche del titolo in classe 350, si decidono all’ultima gara, l’11 settembre 1966 a Monza, e se Agostini, strano ma vero, necessita di una vittoria per mettere il titolo in cassaforte, ad Hailwood potrebbe bastare piazzarsi tra i primi tre all’arrivo, lasciandosi però l’italiano alle spalle, per operare il risolutivo sorpasso in classifica generale. E al cospetto di un pubblico appassionato, che attende solo di celebrare un mondiale tricolore in classe 500 a nove anni di distanza da quello conquistato da Libero Liberati nel 1957, le cose non sembrano mettersi bene per Agostini, che nei primi 3 dei 26 giri previsti vede Hailwood fuggire via veloce prima di andare a riprenderlo, insidiarlo da vicino, superarlo di slancio all’insidiosa “parabolica” e prendere la testa della gara. Definitivamente, perché Hailwood, sopraffatto dal desiderio di recupero, chiede troppo alla sua Honda che, seppur velocissima, ha palesato più volte problemi di tenuta alla distanza nel corso della stagione, provocandone la rottura del motore e l’inevitabile, mesto abbandono. Con qualche lacrima (lui parlerà di sudore) che scende a rigare il volto solitamente imperturbabile dell’ormai ex-detentore del titolo iridato della classe 500.

Giacomo Agostini, bresciano di Lovere, è per la prima volta campione del mondo, e se credete che questo sia solo l’inizio del sogno di grandezza di un giovanotto 24enne con la passione per le moto da corsa, avete visto davvero giusto. Guardate quel che succederà negli anni a venire…

LA BELLA FAVOLA DEL BERGAMO VOLLEY, IN TRE ANNI DALLA SERIE A2 AI VERTICI EUROPEI

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La Coppa Italia ’96, primo trofeo del Bergamo Volley – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Se c’è una regione italiana in cui la pallavolo è vista come una sorta di religione, questa non può essere che l’Emilia Romagna, visto che da quando sono stati inaugurati i campionati nazionali, ovvero dal 1946, le rappresentative di quella zona si sono aggiudicate 36 scudetti in campo maschile e 30 in quello femminile.

Un dominio che nel settore maschile è certificato dal fatto che sino al 1963 nessun’altra formazione al di fuori della regione aveva potuto fregiarsi del titolo di campione d’Italia, prima che fosse la squadra dei VV.FF.Ruini di Firenze ad interrompere questa egemonia, mentre in campo femminile la superiorità ha avuto bisogno di un certo periodo di rodaggio, prova ne sia che il primo successo è datato 1953 con l’Audax Modena, che dà il via a 7 anni di successi emiliani.

Come noto, la formazione simbolo della regione è stata l’Olimpia Ravenna che, nel periodo in cui gravita nell’orbita finanziaria del “Gruppo Ferruzzi, monopolizza per un decennio il campionato, aggiudicandosi 11 scudetti consecutivi dal 1981 al ’91, per poi disputare 9 finali di Coppa dei Campioni – ancorché con due sole vittorie – prima dell’inevitabile declino che coincide con l’ascesa di una realtà lontana migliaia di chilometri ed alla quale abbiamo già dato ampio spazio, ovvero Matera, capace di rilevare il ruolo dominante delle romagnole con quattro titoli consecutivi, cui unisce la conquista di due Coppe CEV, altrettante Coppe dei Campioni ed una Supercoppa Europea, prima di sciogliersi nel 2000.

Ma, mentre Matera vive il suo sogno, in Lombardia prende corpo una nuova realtà che riporta Bergamo ai vertici nazionali in quanto, ben pochi lo sanno, ma i primi due scudetti, nel 1946 e ’47, sono vinti proprio dall’Amatori Bergamo, società poi destinata rapidamente a scomparire e che, comunque, può vantare questo primato cittadino.

Il Bergamo Volley è fondato nel 1991 su iniziativa di Mauro Ferraris, ottenendo l’iscrizione al campionato di B1, dal quale, dopo una prima stagione di assestamento, viene promosso in Serie A2 nel 1993 e, l’anno seguente, compie il doppio salto di categoria dominando la stagione con 26 vittorie e sole 4 sconfitte, mentre la “Latte Rugiada Matera” si aggiudica il suo terzo scudetto consecutivo.

Per il debutto in Serie A1, confermato alla guida il tecnico della promozione Francesco Sbalcherio e grazie all’appoggio economico dello sponsor Foppa Pedretti, azienda leader nel settore arredamento, restano a disposizione le sole palleggiatrici Francesca Scollo e Federica Pasquini, oltre alla schiacciatrice canadese Guylaine Dumont ed alla centrale Antonella Bragaglia, mentre a rinforzare la rosa giungono la centrale Luisella Milani, proveniente da Bari, e due giocatrici esperte quali Elga Chiostrini, da quattro anni in forza a Ravenna e, soprattutto, la 27enne schiacciatrice italo-brasiliana Giseli Gavio, da tre anni campione d’Italia con Matera.

E, come accaduto all’esordio nel panorama pallavolistico italiano, il primo torneo è di assestamento, concluso in un’onorevole quinta posizione con un record di 13 vittorie e 9 sconfitte che determina l’abbinamento al primo turno dei playoff contro la sezione volley della “Canottieri Aniene” Roma, che si impone per 2-0 (3-0 e 3-2), ma intanto il ghiaccio è rotto.

Il salto di qualità avviene grazie alle operazioni di mercato estivo del 1995, allorché l’attacco è rinforzato da due bocche da fuoco di assoluto livello, vale a dire la cecoslovacca di nascita, ma italiana a tutti gli effetti, Darina Mifkova, da tre anni a Modena e reduce dall’aver perso le due ultime finali playoff contro Matera, mentre, proprio dalla compagine lucana, giunge la 26enne americana Keba Phipps che porta in dote 4 scudetti, 3 Coppe Italia ed una Coppa dei Campioni.

Ma, con l’avvicendamento in panchina a favore del tecnico bulgaro Atanas Malinov, inutile avere una potenza devastante in attacco senza chi può fornire le munizioni, ovvero una palleggiatrice in grado di dettare i tempi di gioco, e la scelta cade su di una giovane ma già affermata Maurizia Cacciatori, reduce da due stagioni ad Agrigento, dopo aver guidato Perugia – dove era approdata appena 17enne nel 1990 – a due finali playoff contro Ravenna e Matera, in entrambi i casi dopo aver concluso al primo posto la stagione regolare.

Indossata la sua tradizionale maglia nr.7, la Cacciatori – oltretutto figlia d’arte, in quanto il padre Franco è stato durante gli anni ’60 portiere di buon livello con Carrarese, Pisa e Perugia, a dimostrazione di una tradizione familiare a trattare la palla con le mani – dirige sapientemente un sestetto che domina la stagione assieme a Modena, con una sola vittoria (20 a 19) a dividerle al termine della stagione regolare.

I due passi falsi in campionato delle ragazze di Malinov giungono a Matera (2-3) ed a Reggio Emilia (0-3), ma nei confronti delle modenesi Bergamo mette a segno due significativi successi, per 3-1 tra le mura amiche ed addirittura con un terrificante 3-0, frutto di tre parziali conclusi sul 15-9, in terra emiliana.

Creare una sorta di pressione psicologica sulle avversarie è importante, specie quando si entra nei playoff scudetto, e, a rincarare la dose, giunge il primo trofeo (di una lunga serie…) della società bergamasca, vale a dire la Coppa Italia, vinta il 4 febbraio 1996 ancora su Modena e nuovamente per 3-0 anche se le emiliane offrono una maggior resistenza, come dimostrano i relativi parziali di 16-14, 15-11 e 15-10.

Che tra lombarde e modenesi ed il resto della Serie A1 vi sia un netto divario lo dimostra l’esito dei playoff, che le vede giungere entrambe imbattute – doppio 3-0 su Sumirago e 3-1, 3-0 su Altamura per la Foppa Pedretti e 3-0, 3-1 su Reggio Emilia e 3-2, 3-0 sulla Canottieri Aniene per la Anthesis – alla sfida per il titolo, con le bergamasche a poter contare sul vantaggio del fattore campo.

La sfida tra le due protagoniste della stagione si svolge ad altezza siderale, poiché a Gisela, Phipps e Mifkova il tecnico emiliano Giorgio Barbieri può opporre Elisa Togut, l’olandese Henriette Weersing e la stella peruviana Gabriela Perez Del Solar e, come è di norma in questi casi, Modena cerca di sorprendere le avversarie in gara-1 il 20 aprile 1996 per invertire il vantaggio del fattore campo.

Tutto sembrerebbe, viceversa, correre liscio per Cacciatori & Co. dopo il 15-3 del primo parziale, solo per vedersi rimontate dal 15-10 e 15-8 con cui Modena si aggiudica il secondo e terzo set, risultando così decisivo, ai fini del risultato, il quarto parziale combattuto punto a punto e concluso sul 15-13 che rimanda la decisione al quinto set che la Foppa Pedretti si aggiudica per 15-9.

Un “campanello d’allarme” che diventa un gong assordante due giorni dopo al “PalaPanini” modenese, dove le emiliane si impongono per 3-0 con un imbarazzante 15-1 nel primo set, rimettendo in parità la serie così da recarsi nuovamente a Bergamo il 25 aprile con rinnovata fiducia.

Ed è per la “Festa della Liberazione” che si decide virtualmente l’assegnazione del titolo, poiché in un “PalaNorda” al limite della capienza le modenesi si portano sul 2-0 (15-11, 16-14), prima che la reazione delle padrone di casa (15-7 il terzo parziale) sfoci in un quarto set quanto mai vibrante che le vede imporsi per 17-15 per poi chiudere il discorso con il 15-9 al quinto.

Un confronto il cui esito ha indubbie ripercussione sul morale dei due sestetti, come dimostra l’andamento, due giorni dopo, di gara-4, con le emiliane a lottare solo nel primo set (perso 14-16) per poi cedere di schianto (8-15 ed 11-15) nei due successivi parziali, che consegnano a Bergamo il primo dei suoi quattro titoli di campione d’Italia consecutivi.

Per Modena si conferma la quanto mai poco piacevole etichetta, in ambito sportivo, di “eterna seconda“, visto che è reduce dall’aver già perso 6 finali scudetto – 1986-’88 contro Ravenna, 1994 e ’95 contro Matera ed ora contro Bergamo –, una striscia negativa destinata ad allungarsi anche alla stagione successiva, nonostante l’arrivo in Emilia della 31enne celebre palleggiatrice russa Irina Kirillova da un palmarès impressionante, nonché della 17enne massese Francesca Piccinini, futura stella della Nazionale italiana e destinata a divenire punto di forza proprio della Foppa Pedretti a far tempo da inizio nuovo secolo.

Il motto “squadra che vince non si cambia” vale anche nel volley e, confermate le stelle della squadra, la rosa viene casomai rinforzata con l’acquisto della 18enne centrale Elisa Galastri e con un’iniezione di esperienza portata dalla 27enne pisana Sabrina Bertini, proveniente da Ravenna, la quale ha già all’attivo due affermazioni in Coppa dei Campioni, manifestazione a cui Bergamo si affaccia logicamente per la prima volta.

Impegnata su tre fronti – campionato, Coppa Italia e Coppa dei Campioni – la formazione del confermato Malinov inaugura la stagione nel migliore dei modi, ovvero aggiudicandosi la Supercoppa italiana nel confronto contro Modena che va in scena l’1 novembre 1996 al “PalaBigi” di Reggio Emilia, concluso 3-2 con parziali di 5-15, 15-10, 15-9, 8-15, 15-11 a proprio favore.

La più prestigiosa manifestazione continentale a livello di club è viceversa da inizio anni ’80 terreno di conquista da parte delle ex-sovietiche (ed ora russe) dell’Uralocka di Ekaterinburg, capaci di aggiudicarsi il trofeo in 8 occasioni ed in altre tre di essere sconfitte in finale, ultima delle quali l’anno precedente da Matera, anch’essa ai nastri di partenza quale campione in carica.

Dopo aver facilmente disposto delle serbe dello Jedinstvo Uzice (doppio 3-0) nel turno preliminare, Bergamo è inserita nel Gruppo A di due gironi ad 8 squadre, con incontri di sola andata che qualificano le prime due alle “Final Four” con abbinamenti incrociati, raggruppamento di cui fa parte anche la stessa formazione russa, desiderosa di tornare sul trono europeo dopo le affermazioni del 1994 e ’95.

Ed in un girone equilibratissimo, che vede l’Uralocka imporsi con 6 vittorie ed una sola sconfitta all’esordio, la seconda posizione vede giungere a pari merito (5-2) tre squadre – Bergamo, le ucraine dell’Iskra Luhans’k e le tedesche del Munster –, ed a spuntarla sono le ragazze di Malinov in virtù di una miglior differenza set (17-6) contro il 17-9 delle ucraine ed il 15-8 delle tedesche, mentre dall’altro girone si qualificano le francesi del Cannes e le detentrici di Matera, così evitando la sfida tutta italiana in semifinale.

La fase finale si svolge proprio a Bergamo ad inizio marzo 1997 e la prima semifinale vede il remake della finale dell’anno precedente tra Matera ed Uralocka, le quali danno vita ad una sfida quanto mai equilibrata ed avvincente, con le russe a prendersi la rivincita al termine di cinque (15-13, 6-15, 15-5, 9-15, 15-8) parziali, mentre l’impegno delle padroni di casa contro le transalpine si risolve (3-0, 15-3, 15-5, 15-7) in poco più di un proficuo allenamento.

Ben diverso, ovviamente, l’appuntamento del 9 marzo 1997 contro l’Uralocka, una data da imprimere a carattere cubitali nella storia del club, con ad essere decisivo il secondo parziale, dopo che le russe hanno fatto loro per 15-7 il primo set, e concluso sul 15-12 a favore di Bergamo.

Superata l’emozione dell’evento e con tutto il “PalaNorda” a tifare per loro, i restanti parziali non hanno storia, conclusi entrambi sul 15-9, così che, in soli tre anni, Bergamo è passata dal giocare in Serie A2 alla conquista del vertice europeo.

Potrebbe essere una vittoria appagante e che condiziona il resto della stagione, ma forse non avete mai visto gli “occhi della tigre” di Maurizia Cacciatori e l’abilità con cui arma le sue schiacciatrici. E poi vi è un confronto indiretto con la Kirillova a stimolarla…

Già, perché se Modena ha ritenuto opportuno di doversi affidare alle magie della fuoriclasse russa – chiariamo bene, oro alle Olimpiadi di Seul 1988, campionessa europea nel 1989 e ’91 e mondiale nel 1990 con l’Unione Sovietica, nonché vincitrice di 6 Coppe dei Campioni con l’Uralocka ed una con il Mladost Zagabria –, vuol dire che la 24enne di Carrara mette proprio paura, ed un’ulteriore conferma la si ha a due settimane di distanza dalla conquista del trofeo continentale, quando le due si trovano nuovamente a fronteggiarsi divise da una rete in occasione della finale di Coppa Italia che si disputa il 22 marzo 1997 al “PalaBotteghelle” di Reggio Calabria, ma per Modena si potrebbe giocare anche sulle Ande, l’esito è sempre quello, 3-0 (15-11, 15-10 e 15-9) per Bergamo e tutte a casa.

In una stagione che l’ha già vista mettere in bacheca Supercoppa italiana, Coppa dei Campioni e Coppa Italia, la Foppa Pedretti avrebbe l’occasione di completare il Grande Slam in caso confermasse lo scudetto conquistato l’anno precedente, anche se stavolta l’impegno europeo la pone alle spalle di Modena (19 vittorie a 20) al termine della stagione regolare.

Il tabellone dei playoff non presenta sorprese, con Modena ad eliminare (2-0, 3-0 e 3-2) Matera ai quarti e Bergamo a rifilare un doppio 3-0 a Perugia, per poi ottenere i medesimi risul,tati (2-0, 3-0 e 3-1) in semifinale, rispettivamente contro Reggio Calabria e Reggio Emilia e quindi apprestarsi a vivere la replica della finale 1996.

Le emiliane si portano sull’1-0 grazie al combattuto 3-2 di gara-1, ma l’illusione di poter festeggiare il primo titolo della loro storia – i precedenti nella città delle “Edizioni Panini” erano stati conquistati dall’Audax Modena (5) e dalla Fini Modena (4) – dura lo spazio di una settimana, poiché la “macchina da guerra” di Malinov non dà respiro alle avversarie e, dopo essersi imposta per 3-0 in gara-2, pone le basi per il bis dello scudetto andando ad espugnare per 3-2 il “PalaPanini”, prima di concludere la serie sul 3-1 con il 3-1 di gara-4, a coronamento di una stagione che potrà essere solo eguagliata, ma mai superata.

La Foppa Pedretti Bergamo non smette di mietere successi, soprattutto in campo europeo, dove raggiunge in ben 11 occasioni le “Final Four” di Coppa dei Campioni, poi rinominata Champions League dal 2000, con 7 affermazioni, un secondo e tre terzi posti, ma la base di tutto ciò nasce nel 1997, con un poker di vittorie che anche le campionesse che ne hanno indossato la maglia negli anni a seguire non sono riuscite ad emulare.

MIKE BATISTE, LA “BESTIA” CHE HA FATTO LA FORTUNA DEL PANATHINAIKOS

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Mike Batiste – da basketeurope.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1996 ci fu Dominique Wilkins, nel 2000 e 2002 Dejan Bodiroga, nel 2007, 2009 e 2011 Michael “Mike” Batiste. Perché è proprio lui, la “bestia” come venne soprannominato dai compagni di squadra del Panathinaikos, a rappresentare l’emblema straniero, pur in tempi di globalizzazione massiccia, delle tre imprese che videro i greci salire sul trono d’Europa.

In effetti quell’etichetta rende perfettamente l’idea dell’attitudine in campo e del tipo di gioco che Batiste è stato in grado di sciorinare, soprattutto, sui parquet del Vecchio Continente, vestendo i colori verdi del Panathinaikos e portando a spasso quel numero 8 che in Europa divenne per almeno un decennio una sorta di segno di riconoscimento.

Batiste nasce a Long Beach il 21 novembre 1977, e se con Arizona State University, a cui offre l’impegno di 76 partite con 15 punti e 7 rimbalzi di media, ha già modo di dimostrare quelle che sono le sue doti cestistiche, dominando tra gli stoppatori nel 1998 e venendo l’anno dopo inserito nel primo quintetto della Pacific Ten Conference, e l’NBA lo snobba perché forse carente di tecnica, il suo atletismo e la sua fisicità prorompente distribuita su 204 centimetri d’altezza per 110 chilogrammi di peso non sfuggono alle attenzioni del basket europeo, meritandosi un primo contratto con i belgi del Charleroi, con cui vince la Supercoppa nel 2001, approdando poi a Biella che gli garantisce, infine, complice una buona stagione da 445 punti in 36 partite, una chance in NBA con la maglia dei Memphis Grizzlies.

Ad onor del vero, quella 2002/2003 è un’annata americana che si risolve senza troppi clamori, con 16,6 minuti di presenza in campo e 6,4 punti di media a partita, ma la furia delle sue schiacciate, l’energia nello stoppare gli avversari, blocchi animaleschi e l’ardore con cui strappa rimbalzi aprono a Batiste, nuovamente, le porte dell’Europa. Ed è, stavolta, un ingresso in pompa magna, con la chiamata del Panathinaikos che dal 2003 al 2014, ad eccezione di una breve parentesi al Fenerbache, si avvale delle sue prestazioni, ancor più diventando con lui una delle formazioni di maggior pregio del Vecchio Continente.

Batiste è un personaggio che eccelle per animus pugnandi, forse anche troppo, come quella volta in cui, in un match di Eurolega contro l’Olimpia Lubiana, con un piede si abbatte sulla testa del povero Saso Ozbolt, che ne esce malconcio, così come per dedizione al lavoro, mai saltando un appuntamento con quella Summer League che solitamente vale l’accesso alla Lega professionistica più ambita del pianeta basket, ma se il sogno NBA tramonta, ormai definitivamente, ecco che l’Europa lo acclama tra i suoi protagonisti più efficaci. Ritagliandosi quella vetrina, ed anche guadagnandosi quegli onori, che da sempre andava cercando.

Già con Charleroi Batiste, infatti, ha modo di giocare in Eurolega, non mancando di fornire prestazioni di livello assoluto come quando, con 31 punti e 10 rimbalzi, surclassa al “Basketball Center Drazen Petrovic” il Cibona Zagabria in una fredda sera di novembre 2000, certificando di essere un pivot che, forse pur mancando di qualche centimetro, può giocarsela alla pari con i più forti, come le statistiche di fine stagione nella massima rassegna continentale, 16,1 punti e 9,2 rimbalzi di media a partita, sono lì a dimostrare. Ma è ad Atene, con i verdi del Panathinaikos, che il ragazzo di Long Beach assurge al rango di stella del basket europeo.

Lasciare Memphis, dove aveva nondimeno avuto modo di giocare assieme ad un fuoriclasse del calibro di Pau Gasol, per la Grecia, si rivela la scelta più azzeccata della carriera di Batiste, che proprio nel campionato ellenico mette in fila una serie di ben 8 titoli consecutivi tra il 2004 e il 2011 (eletto nel primo quintetto nel 2007, 2009, 2010, 2011 e 2012 e MVP del campionato e delle finali nel 2010), a cui aggiungerne un nono nel 2014 avendo perso in finale nel 2012 contro i rivali storici dell’Olympiakos ed avendo optato per la parentesi con Fenerbache di coach Simone Pianigiani nel 2013 – vincendo la Coppa di Turchia -, trovando quel Zeljko Obradovic che se gli preferisce, nell’anno del suo arrivo in Grecia, il “vecchio” Darryl Middleton per la rotazione straniera in Eurolega, ne diventa il più convinto assertore del suo gioco “bestiale“.

Il Panathinaikos, e con lui Batiste, domina dunque in patria, e non sarebbe così scontato visto il livello del basket greco che vanta altre squadre di sicuro blasone internazionale come, appunto, l’Olympiakos, l’Aek Atene e l’Aris Salonicco, collezionando nove titoli e sette coppe nazionali, ma è l’Europa la vetrina più ambita, ed è lì, seppur con gli inevitabili alti e bassi che un rapporto ultradecennale comporta, che Batiste va a garantirsi la sua personalissima gloria. Oltre all’affetto dei caldissimi supporters del “gate 13“, lo storico gruppo di tifosi che solitamente siede in curva alla O.A.K.A. Arena.

Dopo l’eliminazione per mano di Siena e Treviso nella fase a gironi del 2004, nel 2005 Batiste ha il posto in quintetto nella Final Four di Mosca, cedendo in semifinale al Maccabi Tel Aviv, 91-82, ma mettendo a referto 28 punti e 10 rimbalzi nel 94-91 della finale di consolazione con il Cska Mosca che vale il terzo posto finale, per poi, nel 2006, incappare in un’amara sconfitta casalinga con il Tau Vitoria ai quarti di finale che preclude la possibilità di accedere alla Final Four che per quell’anno si disputa a Praga.

Nel 2007, però, è tempo di rivincite, e il Panathinaikos, che sa di potersi giocare le sfide decisive di Eurolega davanti al pubblico amico della O.A.K.A. Arena, si fa trovare puntuale all’appuntamento, dal 4 al 6 maggio. In semifinale, tanto per cominciare, i greci si prendono la rivincita sul Tau Vitoria, 67-53, con Batiste che segna 15 punti e cattura 12 rimbalzi, per proseguire poi con il trionfo all’atto finale con il Cska Mosca, 93-91, con l’americano che, al di là dei 12 punti e 5 rimbalzi, firma la giocata decisiva quando, con la sua squadra avanti di 2 punti a 30″ dalla sirena, seppur dovendo districarsi dalla marcatura di tre avversari riesce a segnare il canestro che risulterà risolutivo.

E se nel 2008 Siena e Partizan, nella fase a giorni, negano al Panathinaikos la possibilità di giocarsi le sue carte per la riconferma del titolo di miglior squadra d’Europa, non c’è bisogno di attendere poi troppo tempo per prendersi, nuovamente, una gustosissima rivincita. Nel 2009, infatti, Batiste e i suoi compagni, liquidano il Montepaschi ai quarti di finale, 3-1, per presentarsi alla Final Four di Berlino, ed è qui che conta far valere muscoli ed ardore agonistico. Qualità che non fanno certo difetto al cestista americano, che ci mette del suo sia nel derby di semifinale con l’Olympiakos, 84-82 con 19 punti e 6 rimbalzi, che nella finale con il Cska Mosca, che come due anni prima ad Atene cede di due punti, 73-71, con Batiste a segnare 6 punti e tirar giù 4 rimbalzi, prendendosi anche il secondo titolo di campione d’Europa.

Che poi diventano tre nel 2011 quando il Panathinaikos, che l’anno prima è stato estromesso nella fase a gironi da Partizan e Barcellona, batte proprio i catalani ai quarti di finale, 3-1, e nella Final Four al Palau San Jordi di Barcellona, demolisce Siena in semifinale, 77-69 con Batiste che segna 16 punti e prende 7 rimbalzi, e tiene a bada il Maccabi Tel Aviv in finale, 78-70, con lo stesso Batiste che è il miglior marcatore della serata con 18 punti, a cui aggiungere 6 rimbalzi che gli valgono l’elezione nel primo quintetto di Eurolega.

Con un terzo titolo europeo in saccoccia, che ha per effetto l’addio di Obradovic, ed un terzo posto nell’Eurolega del 2012 quando a battere il Panathinaikos, stavolta, è il Cska Mosca poi vincitore del titolo, 66-64, per Batiste, comunque nominato nel secondo quintetto del torneo, definitivamente ormai, si aprono le porte dell’Olimpo, lassù dove siedono gli Dei. E anche se Mike ha i tratti della “bestia“… beh, che dire? Mi pare che in quell’alveo di immortali la sua figura muscolosa ci sta proprio bene.

STELLA WALSH, LA VELOCISTA REGINA DEGLI ANNI ’30 DALLA DOPPIA IDENTITA’

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Stanislawa Walasiewicz/Stella Walsh in allenamento – da google.it

articolo di Giovanni Manenti

L’atletica leggera femminile viene inserita nel programma olimpico per la prima volta in occasione dei Giochi di Amsterdam 1928 pur tra non poche polemiche, poiché all’epoca era ben vivo il dibattito se praticare questa disciplina fosse più o meno conveniente per esponenti del “gentil sesso“, tant’è che, delle cinque sole gare in programma – m.100, 800, staffetta 4×100, salto in alto e lancio del disco –, la prova di mezzofondo viene immediatamente cancellata perché troppo faticosa, per essere riproposta addirittura a Roma nel 1960.

Ciò nondimeno, sin dagli anni ’30 cominciano a fiorire le prime atlete di spicco, principalmente negli Stati Uniti ed in Germania, paese quest’ultimo dove l’esercizio fisico è uno dei punti base della propaganda nazista quale dimostrazione visiva della superiorità della razza ariana.

E ad emergere, in particolare, è la protagonista del nostro racconto odierno, da consumare sino al suo sconvolgente epilogo, e che ha come protagonista la figlia di una coppia di esuli polacchi, rifugiatasi Oltreoceano allorché la piccola ha appena due anni.

Nata, difatti, il 3 aprile 1911 a Wierzchownia (l’attuale Gorzno) in Pomerania, Stanislawa Walasiewicz cresce con la propria famiglia a Cleveland, nell’Ohio, dimostrando una precoce predisposizione per lo sport, eccellendo da ragazzina sia nel baseball – dove è inserita nella squadra maschile del liceo – che nel basket e nel softball (la versione femminile del baseball). E, soprattutto, è molto veloce…

Confinata come la totalità dei profughi dell’Europa orientale in un quartiere denominato “Slavic Village” (“villaggio slavo“) appena fuori la zona est di Cleveland, la famiglia Walasiewicz intende favorire l’inserimento nella nuova realtà sociale, così che “americanizza” il proprio cognome in Walsh e la figlia diviene Stella, così da poter più facilmente inseguire “il sogno americano“, come propone lo slogan diffuso in tutti gli Stati Uniti.

E la rinominata Stella il sogno lo insegue correndo sempre più forte, tanto che già a 16 anni è la più veloce dell’intero Ohio – lo stesso stato dove, a distanza di pochi anni, emergerà la figura del leggendario Jesse Owens – tanto che potrebbe gareggiare ai Trials olimpici per i Giochi di Amsterdam 1928, se non fosse che ciò le è impedito dal fatto di non essere ancora cittadina americana, uno status ottenibile solo al compimento dei 21 anni.

Niente di male, dopotutto ha l’età per attendere e, nel frattempo, Stella si mette in evidenza affermandosi ai Campionati AAU 1930 sulle 100yds (11”2) e 220yds (25”4) e nel salto in lungo con la misura di m.5,72, per poi essere la prima donna a scendere sotto gli 11” netti sulle 100yds il 30 maggio 1930, prima di replicare, l’anno seguente, il titolo sulle 220yds, corse in 26”4.

Tutto sembra procedere per il verso giusto in vista dell’appuntamento olimpico di Los Angeles 1932, al quale Stella vorrebbe partecipare difendendo i colori della sua nuova patria, ma un imprevisto la costringe ad una scelta di vita cui, forse, avrebbe desiderato rinunciare.

A causa, difatti, della “Grande Depressione” seguita al crollo di Wall Street del 1929, anche Stella perde il proprio impiego presso la Ferrovia Centrale di New York e le viene offerto un lavoro presso il Dipartimento di Educazione Fisica di Cleveland, ma accettarlo vorrebbe dire violare la rigida carta olimpica che, all’epoca, considerava passibili di squalifica gli atleti che traevano vantaggi economici nel praticare attività fisiche o ricreative!

Senza ulteriori aiuti dal suo paese adottivo, la Walsh prende a malincuore la decisione di accettare un’offerta di lavoro presso il Consolato polacco di New York, così da rinunciare, provvisoriamente, alla nazionalità americana e poter gareggiare ai Giochi sotto la bandiera della Polonia, riprendendo altresì il suo vecchio nome di Stanislawa Walasiewicz,

Dai Trials Usa è uscito il trio costituito da Ethel Harrington (12”3), Billie von Bremen ed Elizabeth Wilde (12”4 per entrambe), ma sin dalle batterie dell’1 agosto 1932 sulla pista del “Memorial Coliseum” a dettare legge è la Walasiewicz-Walsh, che eguaglia in 11”9 il record mondiale stabilito dall’olandese Tollien Schuurman appena due mesi prima ad Haarlem, la quale si aggiudica con 12”2 la propria batteria.

Schuurmann che, peraltro, era stata sconfitta sia sui 100 (12”5 a 12”6) che sui 200 (25”7 a 25”8) metri dalla Walasiewicz due anni prima a Praga nella terza edizione dei “Giochi Mondiali Femminili” – disputatisi dal 1922 al 1934 per sopperire al mancato inserimento dell’atletica nel programma olimpico –, rassegna in cui la polacca si era imposta anche sulla più corta distanza dei 60 metri.

La condizione di forma della Walasiewicz è invidiabile, non risparmiandosi neppure nelle semifinali che si disputano a poco più di un’ora di distanza, in cui replica lo stesso riscontro cronometrico così da indossare le vesti della logica favorita in occasione della finale prevista all’indomani, da cui è esclusa la co-primatista mondiale, non meglio che quarta nella prima semifinale vinta in 12″4 dalla canadese Hilda Strike.

E, a sorpresa, è proprio la nordamericana ad insidiare il successo della 21enne Stanislawa, non tanto per demerito di quest’ultima, bensì per meriti propri, visto che sul filo del traguardo le dividono non più di 40 centimetri e che il cronometraggio manuale attribuisce il tempo di 11”9 ad entrambe, così che alla Strike, oltre all’argento, resta la consolazione di divenire anch’essa detentrice del record assoluto.

Per sfortuna della polacca naturalizzata americana, il programma olimpico ridotto all’osso le impedisce di competere in gare quali i 200 metri che l’avrebbero vista sicuramente tra le protagoniste, così da iscriversi anche al lancio del disco, dove conclude sesta con la misura di m.33,60.

La sua scelta di rinunciare alla cittadinanza Usa non è ovviamente presa bene dalle autorità federali che, per tutta risposta, le negheranno tale diritto per ulteriori 15 anni, mentre in vista dell’appuntamento olimpico di Berlino 1936, emerge negli Stati Uniti un’altra velocista di talento, tale Helen Stephens, la quale si aggiudica i titoli AAU sui m.100 e 200 nel 1935 coi rispettivi tempi di 11”6 e 24”6 ed i Trials olimpici sui m.100 in 11”7.

I 7 anni di differenza a favore della 18enne del Missouri si fanno sentire sulla pista dell’Olympiastadion di Berlino, in cui già nelle batterie e semifinali del 3 agosto 1936 la Stephens fa registrare i migliori tempi di 11”4 ed 11”5, mentre la campionessa olimpica in carica stavolta è attenta a non sprecare energie, con due percorsi ultimati in 12”5 e 12”0 rispettivamente.

Ed alla Walasiewicz – che si era presentata in Germania con un miglior risultato stagionale di 11”6 fatto registrare il 10 giugno nella sua Cleveland – vi è poco da rimproverare, visto che nella finale del giorno successivo corre la distanza in 11”7, tempo eccellente ma sufficiente solo a garantirle l’argento alle spalle dell’americana, la quale replica l’11”5 della semifinale, un tempo che la polacca di nascita non ha mai fatto registrare.

La Stephens è alta, slanciata (m.1,82 per 70kg., misure inusuali al tempo per una ragazza) e bionda, il classico esempio di ragazza americana che addirittura stuzzica l’attenzione del Fuhrer in persona, il quale, rilevando in lei il prototipo della razza ariana, non esita a chiederle se fosse disponibile a trascorrere il fine settimana a Berchtesgaden, ricevendo peraltro un cortese rifiuto.

Ciò però non è sufficiente affinché sui quotidiani polacchi – che vedono nella Walasiewicz la loro stella – venga pubblicata l’infamante accusa che avanza dubbi sull’identità sessuale dell’americana, la quale ribatte ferocemente alle insinuazioni, sottoponendosi ad ogni tipo di accertamento che dimostra come la diceria fosse del tutto infondata.

La Walasiewicz, viceversa, torna in Europa per prendere parte ai Campionati Europei che si svolgono nel 1938 a Vienna e dove fa incetta di medaglie, affermandosi sui 100 e 200 metri in 11”9 e 23”8 rispettivamente – nelle cui finali giunge terza l’allora 20enne olandese Fanny Blankers-Koen, la “Mammina volante” protagonista alla ripresa dell’attività ai Giochi di Londra 1948 –, cui aggiunge l’argento nel salto in lungo.

Il periodo della Seconda Guerra Mondiale consente alla Walsh – anche se la cittadinanza americana le verrà riconosciuta solo nel 1947 – di arricchire il proprio palmarès di titoli AAU, aggiudicandosi i m.100 nel 1943 e ’44, i m.200 nel 1939, ’40 e per cinque anni consecutivi dal 1942 al ’46 ed il salto in lungo in ben 8 occasioni consecutive, dal 1939 al ’46, specialità quest’ultima in cui raggiunge per due volte la misura di m.6,09 quale miglior risultato in carriera, e che la vede completare, nel 1951 a 40 anni (!!!), la sua bacheca di titoli nazionali, che comprende anche due affermazioni nel lancio del disco e 5 nel pentathlon.

Acquisita la cittadinanza americana, Stella Walsh sposa il pugile Neil Olson, ancorché il matrimonio abbia breve durata, per poi dedicarsi a varie attività in favore di associazioni sportive polacche negli Stati Uniti, organizzando meeting ed aiutando giovani atleti, per poi favorire l’assegnazione di premi per personalità sportive polacche residenti negli Usa, tanto da meritare di essere introdotta nel 1974 nella National Polish-American Sports Hall of Fame.

Una vita tranquilla, che si sarebbe conclusa con una serena vecchiaia se non fosse accaduto un tragico evento che potrebbe consentire di riscrivere la storia di Stella sin dall’inizio, sulla base di ciò che avvenne quella fredda mattina del 4 dicembre 1980, a Cleveland.

Stella esce di buon’ora per recarsi a comprare dei nastri con cui fare delle coccarde da distribuire alla squadra femminile di basket in vista di un incontro con la “Kent University“, ma, appena uscita dal discount, viene fermata da due uomini armati con l’intenzione di rapinarla.

Istintivamente, Stella reagisce, al pari dei suoi aggressori che fanno fuoco e la colpiscono a morte, salvo poi darsi alla fuga, terrorizzati dall’accaduto, lasciando esanime a terra il corpo senza vita della più grande atleta che Cleveland avesse mai avuto, o che, quantomeno, così si riteneva fosse…

Come da prassi, in questi casi, sul cadavere della donna viene praticata l’autopsia, da cui emerge un dato sconvolgente, ovvero che il suo apparato genitale non era costituito da un utero, bensì da un’uretra malformata ed un pene non funzionante!

Si trattava di un uomo, quindi? La scienza medica definisce questa problematica con il termine di “mosaicismo” e, quando un neonato veniva alla luce affetto da una tale patologia, spettava ai genitori stabilirne il sesso, mentre ai giorni nostri vi sono tecniche di ricostruzione dei genitali e, una volta raggiunta la maggiore età, viene data al soggetto stesso la facoltà di decidere, all’opposto di quanto era avvenuto per Stella, i cui genitori scelsero di allevarla come una femmina e tale si era sentita per tutta la sua esistenza.

Ovviamente, la scoperta alimenta polemiche a dismisura, a cominciare da chi chiede che i suoi record e titoli vengano cancellati e le medaglie restituite, tra cui proprio la canadese Strike, ma tutto viene messo a tacere poiché i dati autoptici confermano che Stella Walsh non aveva mai fatto uso di sostanze dopanti e che aveva vissuto l’intera sua vita come donna e come atleta, così da evitare di infangarne la memoria.

Tutto sommato, una decisione giusta e condivisibile, anche se, a distanza di 44 anni, fanno ancor più sorridere le illazioni della stampa polacca sulla Stephens ai Giochi di Berlino 1936.

LE DUE VITTORIE NEL 1948 E 1949 DI FRANK PARKER, L’AMERICANO CHE NON PERSE MAI A PARIGI

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Parker e Drobny prima della finale del 1948 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Ci sono dei risultati che ad una prima analisi, non proprio attenta ai dettagli, parrebbero similari. Prendete, ad esempio, le due vittorie di Frank Parker agli US Open del 1944 e del 1945, e l’altrettanto consecutiva doppietta che il tennista americano realizzò in terra di Francia, al Roland-Garros, nel 1948 e nel 1949. Due Slam di là dall’Oceano, altri due nel Vecchio Continente, ed in effetti, calcolando i numeri, non sembrerebbero esserci differenze sostanziali: vittorie qui e là, pari e patta ed avanti così. Invece…

… invece la differenza c’è, non si vede al primo colpo d’occhio, ma vi assicuro che c’è. E se avrete la pazienza di leggere le poche righe che seguiranno, vi spiegherò anche il perchè. Seppur, come tutte le affermazioni che si basano su argomentazioni soggettive, qualcuno avrà senz’altro da obiettare qualcosa.

Frank Parker, dicevamo, nasce il 31 gennaio 1916, figlio di immigrati polacchi se è vero che all’anagrafe di Milwaukee, perché è lì che emette il primo vagito, è registrato come Franciszek Andrzej Pajkowski. Il nome, all’inizio, è tuttavia solo marginale, ricordando che il ragazzo colpisce le prime palline all’età di 10 anni presso il Milwaukee Town Club dove viene notato da quel Mercer Beasley, attratto dalla rapidità e dalla precisione di quel tennista in divenire, che lo accompagnerà non solo nei suoi primi, già promettenti passi, ma per tutto l’arco della carriera. Parker cresce, bene e velocemente, collezionando titoli giovanili importanti, come i Campionati Americani di categoria a 15 e 16 anni (1931 e 1932) e gli US Open su terra battuta a 17 anni (1933), trovandosi a competere con Gene Mako, suo coetaneo che come lui condivide origini dell’Est Europa, in questo caso Ungheria. E se nel 1932, poco più che 16enne, Parker debutta agli US Open cedendo al terzo turno, come anche l’anno successivo, ecco che i quarti di finale raggiunti nel 1934, quando a batterlo, in tre set, è il connazionale Sidney Wood, certificano che il ragazzo sta diventando grande. Armato di gambe velocissime e di un gioco da fondocampo assolutamente efficace, con un rovescio ad una mano considerato, all’epoca, tra i più belli della storia del tennis.

E se al torneo che regala l’immortalità sportiva, quarta prova Slam che trova ospitalità sui campi in erba del West Side Tennis Club di Forest Hills, Parker si migliora negli anni che seguono, incasellando due semifinali nel 1936 e nel 1937 (sconfitto in entrambe le occasioni in tre rapidi set da Don Budge), a cui aggiungere tre eliminazioni agli ottavi di finale, ecco che lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale penalizza il Major americano che, seppur continuando a disputarsi come invece, per causa di forza maggiore, non possono davvero fare Roland-Garros e Wimbledon, si vede negata la presenza dei giocatori europei più forti. E Parker, accanto a tre quarti di finale guadagnati nel 1940, 1941 e 1943, si arrampica in finale nel 1942, dove cede in cinque set, 8–6, 7–5, 3–6, 4–6, 6–2, a Ted Schroeder, per poi, appunto, cogliere due vittorie consecutive, nel 1944 contro Bill Talbert, 6-4 3-6 6-3 6-3, e nel 1945 contro lo stesso giocatore, stavolta sconfitto in tre set, 14-12 6-1 6-2.

Se andate, tuttavia, a scandagliare il tabellone di quelle due edizioni, noterete, come è inevitabile che sia, che il torneo ha avuto una connotazione fortemente autarchica, se è vero che nel 1944 le prime otto teste di serie battono bandiera stelle-e-strisce – con i due messicani Armando e Rolando Vega rispettivamente numero 9 e 10 -, ed ai quarti di finale si issano otto americani su otto, nel mentre nel 1945, se il seeding accredita della seconda testa di serie il cileno Andres Hammersley e tra i primi dieci ci sono anche i due argentini Heraldo Weiss ed Alejo Russell ed il messicano Francisco Guerrero-Arcocha, con il cecoslovacco Ladislav Hecht unico europeo presente al torneo per il semplice motivo che, con l’avvento del Nazismo, nel 1939 è fuggito dal paese natale per stabilirsi negli States impiegandosi in una ditta di munizioni, ai quarti di finale il solo Russell si intromette accanto ai sette americani che si giocano la vittoria, uscendo per mano di Talbert.

Insomma, sì, due vittorie in uno Slam valgono pur sempre l’ammissione all’esclusivo club dei campioni del tennis con la “C” maiuscola, ma occorre anche l’avvallo del confronto con i giocatori più forti, ed è esattamente quel che Parker va a cercarsi alla fine del conflitto bellico, partecipando per un biennio, 1948 e 1949, proprio al Roland-Garros e a Wimbledon.

Ma se in Inghilterra, dove si era già affacciato nel 1937 perdendo in semifinale in quattro set contro Don Budge, una sorta di bestia nera per lui, non va oltre gli ottavi di finale nel 1948 (battuto 10-8 al quinto set da quel Lennart Bergelin che guadagnerà notorietà allenando Bjorn Borg) e i quarti nel 1949 (eliminato, sempre al set decisivo, dal sudafricano Erig Sturgess), a Parigi Parker per due volte si presenta ai nastri di partenza, e per due volte fa saltare il banco. Seppur la terra battuta, almeno apparentemente, non sembri essere la sua superficie preferita, e a dispetto della concorrenza, qui sì qualificata e ben decisa a vender cara la pelle.

Nel 1948 Parker è accreditato dello status di favorito, numero 1 di un tabellone che ha i due finalisti dell’edizione precedente, l’ungherese József Asbóth e il sudafricano Sturgess, quali teste di serie numero 2 e 4, con l’australiano John Bromwich che si merita la veste di terzo pretendente al titolo. Marcel Bernard, tennista di casa che vinse l’edizione del 1946, la prima dopo la ripresa, è il numero 5, con il ceco Jaroslav Drobny, l’americano Budge Patty e l’azzurro Giovanni Cucelli, che deve difendere i quarti di finale, che completano la lista delle prime otto teste di serie. Ci sono, poi, l’altro australiano Frank Sedgmen, due jugoslavi, Dragutin Mitic e Josip Pallada, l’inglese Tony Mottram, addirittura un belga, Philippe Washer, lo stesso Bergelin, il secondo azzurro Marcello Del Bello e il polacco Władysław Skonecki, a certificare un campo di partecipanti di prim’ordine. Insomma, il meglio del tennis si è dato appuntamento dalle parti della Porte d’Auteuil.

Sei delle prime otto teste di serie sono fedeli al loro rango presentandosi puntuali all’appello dei quarti di finale, con Asbóth e Bromwich che lasciano via libera allo spagnolo Fernando Olozaga (nella cui parte di tabellone si introduce poi Del Bello) e allo svizzero Edgar Buchi (il cui posto è poi occupato da Bergelin) e con Parker che, dopo aver esordito con un periodico 6-1 con l’inglese Charles Edgar Hare e lasciato un set al francese Bernard Destremau, si impone 6-1 7-5 6-1 contro il ceco Ferdinand Vrba e con un 6-1 6-2 6-1 che non ammette repliche contro Cucelli, arrampicandosi in semifinale. Dove ad attenderlo c’è Sturgess, che eliminando in tre set Bernard acquieta gli entusiasmi dei parigini, con Patty e Drobny, a loro volta vincitori in tre set di Del Bello e Bergelin, che rispettano i pronostici della vigilia e si fanno trovare pronti alla penultima sfida. E se Parker si conferma in smaglianti condizioni di forma demolendo il sudafricano, 6-2 6-2 6-1, Jaroslav rinviene da un set sotto per infine imporsi 6-3 al quinto set, bissando la finale già raggiunta nel 1946 quando poi si arrese alla rimonta di Marcel Bernard. Come è costretto ad alzare bandiera bianca anche stavolta, al termine di quattro set tirati in cui Parker si fa trovare pronto nei momenti che contano, incamerando i primi due set, 6-4 7-5, concedendo all’avversario di rinvenire nel terzo, 5-7, per poi non tremare nel quarto, quando risolve in volata la sfida a suo favore risparmiandosi i rischi di un ipotetico quinto set, 8-6. E con il primo successo a Parigi, Parker può infine considerarsi, ora sì, uno dei tennisti più forti del mondo.

Come ha modo di confermare esattamente dodici mesi dopo, quando si ripresenta in Francia nelle vesti di prima testa di serie del tabellone e detentore in carica del titolo. Pancho Gonzales è il rivale più temibile, così come Cucelli e Sturgess sono accreditati della testa di serie numero 3 e 4, con il costante Bergelin, l’emergente Budge Patty, l’ex-campione Bernard e il talentuoso ma discontinuo Mitic a completare il lotto dei primo otto giocatori del seeding.

E mai edizione del torneo fu più fedele alle indicazioni del tabellone, con il solo Bergelin a mancare l’accesso ai quarti di finale, sconfitto agli ottavi dal francese nato in Algeria Robert Abdesselam, testa di serie numero 12 che lo elimina con un netto 6-4 6-0 6-3, con Parker che non palesa incertezze liquidando, sempre in tre set, i due francese Grandguillot, 6-3 6-1 6-2, e Berthet, 6-3 6-3 6-1, e il cileno Balbiers, 7-5 6-2 6-2, e Gonzales che cede un set a Torsten Johansson agli ottavi. Così come Parker non ha problemi nel risolvere rapidamente le sfide con Mitic, 6-0 6-2 6-4, e Sturgess, 6-2 6-1 6-4, presentandosi puntuale e senza macchie all’appuntamento con la finale, dove ad attenderlo c’è Patty che, dopo aver fermato Cucelli ai quarti nel match più intenso del torneo, come recita il punteggio di 7-5 10-12 6-3 8-6, risolve a suo favore il derby americano con Gonzales, che cede a sua volta in quattro set.

All’atto decisivo, dunque, due statunitensi solo l’uno contro l’altro, e se Parker, ormai 33enne, è il favorito d’obbligo, Patty, che rende al connazionale ben otto anni di esperienza, altresì giocando la prima finale Slam della sua carriera, è ben deciso a cogliere la prima grande occasione della sua vita vita tennistica. E per i primi due set, in effetti, il più giovane dei due finalisti vende cara la pelle, perdendo 6-3 il primo set ma infliggendo al numero 1 un 6-1 inequivocabile nel secondo parziale, il che lascerebbe presumere un match tirato fino alla fine. Così però non è, perchè Parker, che ha ceduto il primo (ed unico) set del torneo, inizia a macinare il suo gioco di pressione da fondocampo, velocissimo rimanda di là dal net le voleè con le quali Patty cerca di scardinarne la difesa, infine prevalendo 6-1 6-4 per andarsi a prendere il secondo titolo parigino.

E visto che a fine stagione Parker si fa tentare dalle sirene del professionismo, volete saperla tutta? E’ l’unico giocatore a non aver mai perso sulla terra rossa del Roland-Garros… altro che Borg e Nadal!

LA DOPPIETTA OLIMPICA IN DISCESA LIBERA DI KATJA SEIZINGER

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Katja Seizinger in azione a Nagano 1998 – da olympic.org

articolo di Nicola Pucci

Storicamente, con l’unica eccezione della canadese Kerrin Lee-Gartner che sorprese le favorite ad Albertville nel 1992, la discesa libera ai Giochi olimpici del Vecchio Millennio è di esclusivo appannaggio di Svizzera, Austria e Germania. E se elvetiche ed asburgiche, in virtù del loro affaccio pressoché totale sul massiccio alpino/dolomitico, hanno colto quattro successi a testa, le teutoniche, a loro volta posizionate a ridosso degli speroni rocciosi delle Alpi della Baviera, possono vantare le vittorie di Heidi Biebl, che aprì la strada a Squaw Valley nel 1960, di Rosi Mittermaier, che ad Innsbruck 1976 vinse l’oro anche in gigante, e di Marina Kiehl, che a Calgary 1988 beffò avversarie più accreditate di lei, fin quando, nell’ultimo decennio del secolo, appare sulla scena del liberismo mondiale, e non solo, Katja Seizinger.

In effetti questa ragazza nata il 10 maggio 1972 è una sciatrice atipica, se è vero che non è originaria di quella Germania meridionale che può praticare gli sport della neve, bensì ha visto i natali a Datteln, in quel bacino della Ruhr che ha tante, ma davvero tante risorse che le permettono di far da traino al paese, ma non certo in ambito sciistico, “piatta com’è come la mia mano“. Ed allora la giovane Katja apprende l’arte d far scivolare a valle gli attrezzi salendo, non troppo lontano da casa, ai 625 metri del Katzenbuckel, vecchio vulcano del gruppo montuoso dell’Odenwald che non sputa fuoco ormai da millenni. E la Seizinger è tanto brava da guadagnarsi, poco meno che 17enne, la convocazione per i Mondiali juniores di Alyeska del 1989, non prima di aver trionfato al prestigioso “Trofeo Topolino” (geniale kermesse giovanile ideata da Rolly Marchi) nel 1986, mettendosi al collo l’argento in supergigante, battuta dall’austriaca Sabine Ginther, e il bronzo in gigante, alle spalle delle gemelle americane Schmidinger, Kimberly e Krista, altresì terminando ottava in discesa libera.

La Seizinger ha classe da vendere nel disegnare le curve e piedi sensibilissimi, il che ne fanno non solo una sciatrice completa, ma anche il prototipo perfetto della campionessa del domani, tanto che la federazione tedesca già a dicembre del 1989 la fa esordire in Coppa del Mondo, dove coglie subito un 15esimo posto in combinata, a cui fa seguito, a marzo, nel supergigante di Meribel, il secondo posto alle spalle della sola Carole Merle, primo di una serie di ben 76 podi in carriera, col corollario di 36 vittorie (16 in discesa e altrettante in supergigante, 4 in gigante).

E se il suo nome è vergato sulle sfere di cristallo del 1996 e del 1998, aggiungendo quattro coppe di specialità in discesa e cinque in supergigante, Katja Seizinger a pieno titolo è da ritenersi la sciatrice di riferimento delle discipline veloci per gli Anni Novanta, palesando altresì il merito, che è solo delle fuoriclasse, di saper rendere al meglio nelle grandi rassegne internazionali, come la tedesca, dopo l’esordio in Alaska, ha modo di confermare ai Mondiali juniores del 1990 a Zinal, nel Canton Vallese, vincendo in supergigante e terminando seconda in discesa libera, gigante e combinata.

Nel frattempo la Seizinger cresce, tanto, in Coppa del Mondo, vincendo un prima volta il 7 dicembre 1991 a Santa Caterina Valfurva, in supergigante, e partecipando ai Mondiali di Saalbach in febbraio, prima sua esperienza in una kermesse tra le “grandi“, dove è competitiva con il quinto posto in discesa libera e in combinata ma non abbastanza da salire sul podio. Sarà, infatti, l’unica volta che Katja se ne tornerà a mani vuote da un grande appuntamento sciistico.

Se la Seizinger, infatti, si riscatta in sede iridata a Morioka 1993 (oro in supergigante, ma delusa dall’amaro quarto posto in discesa libera a soli 0″05 centesimi da Anja Haas), a Sierra Nevada 1996 (argento in discesa alle spalle di Picabo Street, quinta in gigante e fuori gioco in supergigante) e a Sestriere 1997 (ancora seconda in supergigante e combinata, sconfitta rispettivamente da Isolde Kostner e Renate Goetschl per l’inezia di 0″08 e 0″04 centesimi, chiudendo solo quinta in discesa e gigante), ecco che per meritarsi un posto tra le più grandi di sempre, caso mai non lo fosse già per quanto già vinto in Coppa del Mondo, sceglie le Olimpiadi, e poteva essere altrimenti?, quale vetrina per la gloria imperitura.

Katja debutta ad Albertville, nel 1992, e se Veronika Wallinger la butta giù dal podio in discesa libera per l’inezia di 0″03 centesimi, la medaglia di bronzo in supergigante dietro a Deborah Compagnoni e a Carole Merle è già un bel traguardo per una ragazza che non ha ancora 20 anni. Ed allora, basta attendere quattro anni, e a Lillehammer, nel 1994, in terra di Norvegia, la Seizinger fa meglio ancora e va a prendersi una gustosa rivincita.

La Seizinger si presenta all’appuntamento a cinque cerchi sull’onda longa di due coppe di discesa libera vinte nel 1992 e nel 1993, ed una di supergigante messa in bacheca nel 1993, nonché delle prime dieci vittorie parziali in Coppa del Mondo, terminando terza e secondo in una classifica generale vinta da Petra Kronberger prima, da Anita Wacher poi, ma è la stagione in corso che la deve eleggere, con forza, quale sciatrice più forte del lotto. Ad onor del vero il cammino non è così convincente come sarebbe stato lecito attendersi, con sole due vittorie all’attivo in discesa libera e supergigante il 14 e 15 gennaio sulla pista delle “Tofane” di Cortina che la relegano a distanza da Vreni Schneider che domina la classifica generale, ma le Olimpiadi sono alle porte e la Seizinger, terza anche nel gigante di Maribor, è pronta a giocarsi le sue chances in tre discipline, che poi diventano quattro con l’aggiunta della combinata.

Si comincia il 15 febbraio 1994 con la disputa del supergigante, ma a Kvitfjell, dove si gareggia quando inizialmente la gara era prevista ad Hafjell, considerato tracciato invece troppo piatto e facile, Katja, campionessa del mondo in carica ed indicata da tutti quale favorita della gara, viene tradita dal percorso, e forse anche dal desiderio di affermazione, e si trova con le chiappe sulla neve, lasciando via libera a Diann Roffe, partita con il pettorale numero 1, che a distanza di nove anni rinnova l’appuntamento con una grande vittoria, bissando il successo ottenuto in gigante ai Mondiali di Bormio del 1985.

Quattro giorni di attesa a rimuginare sull’errore commesso e cullando il sogno del riscatto, ed il 19 febbraio le velociste sono attese per la discesa libera, con Katja ancora nei panni della protagonista più attesa ed un manipolo di avversarie di cui tener conto. Tra queste, una giovanissima Isolde Kostner che qualche settimana prima ha colto a Garmisch la prima vittoria di una carriera che sarà luminosissima, la canadese Kate Pace, che ha vinto la discesa d’apertura di Tignes e proprio a Morioka 1993 si è presa il titolo mondiale, le due americane Hilary Lindh, argento alle Olimpiadi di Albertville, e Picabo Street, il nuovo che avanza, così come la francese Melanie Suchet, reduce dai primi piazzamenti a podio, non può essere esclusa dal pronostico, nel mentre Goetschl, Wallinger ed Haas, che in passato hanno già dato qualche dispiacere a Katja, difendono le chances del Wunderteam austriaco.

Un’altra tedesca, Miriam Vogt, è la prima a lanciarsi dal cancelletto in una giornata di splendido sole seppur di freddo glaciale (-14° all’arrivo), ma il suo tempo, 1’37″86 lungo i 2641 metri del tracciato, è puramente indicativo, subito migliorato dalla Pace, che infine sarà quinta, 1’37″17. Tocca alla Seizinger, pettorale numero 3, e la campionessa teutonica, stavolta, non commette imperfezioni, anzi, guida gli sci come nessun’altra è davvero in grado di fare, velocissima nei tratti di puro scorrimento, impeccabile nel disegnare le curve e stilisticamente perfetta nell’addomesticare le ondulazioni del terreno e i salti proposti, tanto da fermare i cronometri su un tempo, 1’35″93, che già pare difficilmente migliorabile. La Lindh è solo settima ad oltre un secondo e mezzo, Haas e Wallinger naufragano, terminando non meglio che 31esima e 14esima, ed allora, con la Suchet, che seppur priva di esperienza, termina ad una onorevolissima sesta posizione, sono Street, pettorale numero 8, Kostner, pettorale numero 12, e l’altra tedesca Martina Ertl, pettorale numero 16, le uniche in grado, se non proprio di far correre un brivido lungo la schiena, almeno di tener ancora desta l’attenzione della Seizinger che attende al traguardo cullando la sua prima posizione. E se l’americanina, il cui nome in lingua “shoshoni” significa “acqua scintillante“, è la più performante andando a chiudere con soli, si fa per dire, 0″66 centesimi di ritardo strappando la prima medaglia della sua ancor giovanissima carriera, ecco che la ragazza di Ortisei, abilissima di piede seppur non proprio perfetta in curva, a sua volta sale sul terzo gradino del podio, attardata di 0″92 centesimi, privando la Ertl di una medaglia che avrebbe completato il trionfo tedesco. Perché Katja Seizinger, assolutamente inarrivabile, è campionessa olimpica di discesa libera.

E se “l’appetito vien mangiando“, mai citazione è più calzante per chi è ingordo di successi come la Seizinger, che da fuoriclasse quale lei è registra il mirino e punta l’obiettivo sulla conferma a cinque cerchi. Passando, appunto, per un primo successo in classifica generale di Coppa del Mondo, una messe non indifferente di successi parziali, e i tre argenti iridati ad impreziosire una collezione che già la eleva al rango di campionessa tra le più grandi della storia dello sci alpino femminile.

Nel febbraio 1998 le Olimpiadi invernali tornano a disputarsi nel paese del Sol Levante, a Nagano, come già avvenne con Sapporo 1972, ed in effetti il Giappone evoca in Katja solo ricordi piacevoli, se è vero che ai Mondiali di Morioka del 1993 vinse l’unico suo oro iridato. E ai Giochi nipponici la campionessa tedesca, che ha soli 26 anni ma che un infortunio a fine anno le farà saltare la stagione successiva per poi indurla al ritiro che puntualmente verrà annunciato a fine 1999, realizza una performance assolutamente degna di nota.

La Seizinger, esattamente come quattro prima a Lillehammer, è iscritta a quattro prove, ovviamente discesa libera dove difende il titolo, supergigante, gigante e combinata che invece in Norvegia le riservarono tre uscite premature. A Nagano si comincia l’11 febbraio con il supergigante, e il sesto posto finale della tedesca, a 0″42 centesimi proprio da Picabo Street che fa suo l’oro, risulterà infine il peggior risultato dell’intera sua partecipazione ai Giochi, vincendo il 17 febbraio in combinata per un podio tutto germanico completato da Martina Ertl ed Hilde Gerg ed aggiungendo il 20 febbraio il bronzo in gigante, ad oltre 2″ dalla Compagnoni e ad un soffio dall’austriaca Alexandra Meissnitzer che per soli 0″22 centesimi le nega il secondo posto. Nel mezzo di tutto questo popò di roba, il 16 febbraio, alle ore 10.30 locali, due giorni dopo la data prevista complice lo slittamento, e da quelle parti succede spesso, causa maltempo, la Seizinger si presenta al cancelletto di partenza della sua prova prediletta, la discesa libera, ed ha tutta l’intenzione di diventare l’unica sciatrice, record da estendere anche agli uomini, capace di bissare la vittoria nella gara-regina della velocità.

Street e Lindh sono le vincitrici delle prove dei Mondiali di Sierra Nevada del 1996 e di Sestriere 1997, ma se la seconda ha dopodiché appeso gli sci al chiodo, Picabo, che a fine dicembre 1996 si è rotta il femore e strappata il legamento crociato anteriore recuperando poi solo in previsione dei Giochi di Nagano, è la sfidante più pericolosa, al pari di Renate Goetschl, vincitrice della coppa di specialità nel 1997, e della svedese Pernilla Wiberg, che ha fatto sua la sfera di cristallo nel 1997 ed ha più volte dimostrato di esser competitiva in tutte le specialità. Isolde Kostner, prima sulle “Tofane” di Cortina, punta ad una medaglia, nel mentre le due francesi Suchet e Masnada, a podio in stagione, sono a loro volta comprese nel lotto delle discesiste in grado di dire la loro nella lotta per le prime piazze, fatto salvo che la Seizinger ha vinto quattro delle sei gare finora disputate, giungendo seconda ad Altemarkt e sesta a Cortina, unica volta fuori dal podio. E a Nagano è lei la grande favorita.

Sulla “Olympic Course II” di Happo One, ad Hakuba, 39 sciatrici sono pronte alla sfida lungo i 2518 metri di un tracciato nervoso ma non particolarmente difficile, ed è la Meissnitzer a lanciarsi per prima, segnando il tempo di 1’29″84 che la relegherà all’ottavo posto. Meglio di lei, col pettorale numero 2, fa proprio la Masnada, 1’29″37, e se la francese non sembra destinata ad un risultato eclatante, ecco che Heidi Zurbriggen e la connazionale Suchet le terminano alle spalle, prima che tocchi alla Seizinger uscire dal cancelletto. Pettorale numero 5, Katja pennella le curve e scia veloce, esattamente come aveva programmato di fare, ed ancora una volta, tagliato il traguardo con il miglior tempo provvisorio, 1’28″89, si ha la sensazione che possa esser sufficiente per la vittoria finale. La Goetschel, infatti, deraglia ed è fuori dai giochi, la Street non ripete l’exploit del supergigante ed è solo sesta con un passivo di 0″65 centesimi, ed allora, quando anche la Kostner non porta a termine la prova, per la Seizinger l’ultimo pericolo viene della Wiberg, pettorale numero 15, che chiude il primo gruppo di merito. La svedese è convincente e fa correre un brivido lungo la schiena della tedesca, ma infine, per 0″28 centesimi, col tempo di 1’29″17 va a prendersi “solo“, si fa per dire, la medaglia d’argento.

E così Katja Seizinger, se già era fenomeno per tutto quel che aveva vinto in precedenza, di prepotenza va a prendersi il suo posto tra gli eletti di Olimpia. Perché vincere ai Giochi è da regina, confermarsi è degno di una Dea.