MONZON-VALDEZ, LA SFIDA CHE VALEVA LA CORONA DI RE DEI MEDI

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Monzon contro Valdez – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

C’è talmente tanto nella vita di Carlos Monzon, dentro e fuori dal ring, che concentrarne il racconto tra le poche righe concesse é pressoché impossibile. Tra imprese pugilistiche, exploit sentimentali, disastri esistenziali ed una morte prematura, tocca spurgare e scegliere un momento, ed allora la macchina del tempo torna a quel 26 giugno 1976 e la sfida con il colombiano Rodrigo Valdez, valida per la riunificazione dei titoli WBA e WBC dei pesi medi.

Monzon, argentino classe 1942 nato a San Javier, cresciuto nei ghetti malfamati di Santa Fè e che ebbe adolescenza tanto difficile da prospettarsi, per lui, un futuro da criminale ben prima, fortunatamente, di trovar rifugio nella boxe, agli inizi di una carriera professionistica avviata atterrando Ramon Montenegro il 6 febbraio 1963, sostenuto da quell’Amilcar Brusa che sarà sempre al suo fianco, combatte esclusivamente in patria, e se denuncia fin da subito una classe purissima spalmata su un fisico quasi da mediomassimo, altresì vince spesso, bene, e capitonbola, raramente, infine meritandosi una prima occasione mondiale il 7 novembre 1970 quando a Roma mette fine al regno nei pesi medi di Nino Benvenuti.

Da quel momento Monzon diventa una star di prima grandezza, e se gli eccessi non mancheranno davvero nel corso di una parabola esistenziale che non può, proprio mai, essere ordinaria, ecco che il fuoriclasse argentino, che elegge l’Europa quale suo territorio di conquista, assomma una difesa dietro l’altra della cintura iridata. Saranno infatti ben 14 le sfide mondiali che vedranno Carlos confermarsi il peso medio più forte non solo del suo periodo, ma fors’anche di tutti i tempi, firmando un primato per la categoria che nessuno ad oggi è stato in grado di migliorare.

E se sotto i colpi della sua boxe potente e stilisticamente aggressiva cadono, uno dopo l’altro, campioni del calibro dello stesso Benvenuti, che nel match di rivincita dell’8 maggio 1971 a Montecarlo va giù alla terza ripresa, quell’Emile Griffith che del triestino fu grande avversario e cede il passo nei due incontri disputati con il sudamericano, Denny Moyer, il francese Jean-Claude Bouttier, l’amico di Alain Delon, che si arrende pure lui due volte, il fragile danese Tom Bogs, il ben più massiccio Bennie Briscoe, e il cubano José Napoles, ad inizio 1974 la WBC lo priva del titolo per non aver accettata la sfida del colombiano Rodrigo Valdez, che ha fatto fuori lo stesso Briscoe e si sarebbe guadagnata la chance di incrociare i guantoni con Monzon.

Carlos, obtorto collo, deve accontentarsi della cintura WBA, battendo uno dopo l’altro, senza troppe difficoltà, Tony Mundine, Tony Licata e Gratien Tonna, quando infine è poi l’ora di andare ad affrontare lo stesso Valdez ed informarlo, caso mai se ne senta il bisogno, che l’indiscusso re dei medi batte bandiera argentina.

26 giugno 1976, dunque. Allo Stade Louis II di Montecarlo, proprio lì dove Monzon mise fine alla carriera di Benvenuti, sono l’uno di fronte all’altro i due dioscuri dei pesi mesi. E se Carlos può far valere tecnica, esperienza e l’imbattibilità quando c’è da competere per la cintura iridata, lo sfidante, che poi proprio sfidante non è perché pure lui è accreditato di un titolo mondiale, si affida al coraggio e ad un bonus di rabbia prodotta dalla morte del fratello, ucciso in una rissa da bar in Colombia proprio la settimana prima l’incontro.

Ad onor del vero, il colombiano chiede che possa slittare la data del combattimento in modo da ricongiungersi ai familiari, ma il contratto firmato è vincolante al punto che la sera del 26 giugno Valdez è costretto a salire sul ring, non prima esser dovuto ricorrere a ben sei pesate per rientrare nel limite imposto dalla categoria dei medi. Dando vita ad una battaglia cruenta, dura, in cui i due pugili se le danno di santa ragione, seppur Monzon sia decisamente superiore. Valdez, fors’anche un po’ distratto dai tragici accadimenti dei giorni precedenti, e potrebbe essere altrimenti?, getta il cuore oltre l’ostacolo ma infine crolla al tappeto alla 14esima ripresa e seppur sia in grado di rimettersi in piedi, il verdetto dei giudici è senza appello. Il cartellino di Raymond Baldeyrou dice 146-144 per l’argentino, André Bernier segna 147-145 e il 148-144 di Pierre Talayrac certifica la vittoria, per decisione unanime, di Carlos Monzon, che si riprende lo scettro di re dei pesi mesi.

Monzon e Valdez incroceranno nuovamente i guantoni, il 30 luglio 1977, sempre a Montecarlo e sempre allo Stade Louis II, per volontà dello stesso colombiano, desideroso di riscattare la prima sconfitta, a suo modo di vedere condizionata dal lutto familiare. E se Rodrigo, proprio in avvio della seconda ripresa si prenderà il lusso di atterrare il campione argentino, nondimeno ancora una volta scenderà sconfitto dal ring, sempre per verdetto unanime dei giudici che sanciranno, definitivamente, il dominio di Carlos Monzon tra i pesi medi. Lui, era il numero 1.

 

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NEL CIELO DI AGRIGENTO SPLENDE L’ARCOBALENO DI LUC LEBLANC

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Luc Leblanc sul podio – da culturevelo.com

articolo di Emiliano Morozzi

Tre immagini raccontano, come diapositive, la parabola sportiva di un corridore come Luc Leblanc, scalatore dalla pedalata storta a causa di un terribile incidente stradale in gioventù.

La prima è del luglio 1994: dalla nebbia che avvolge l’inedita salita di Lourdes Hautacam, il corridore francese, in maglia Festina quell’anno, anticipa allo sprint nientemeno che il padrone del Tour de France Miguel Indurain, reggendone il terribile passo in salita. Alla fine di quella edizione della Grand Boucle, Leblanc chiuderà ai piedi del podio.

La seconda immagine invece è di quattro anni dopo: la nebbia avvolge ancora i corridori, siamo su una salita mitica del Tour, il Galibier, e Pantani è appena partito in quella che sarà un’impresa epica. Luc Leblanc ne segue le orme, Pantani si ferma per aspettarlo, ma anche pedalando con una gamba sola, il Pirata ha una velocità insostenibile per il francese, che rimbalza indietro e finirà soltanto 17esimo.

Leblanc che esce dalla nebbia e trionfa ad Hautacam, Leblanc che viene inghiottito dalla nebbia sul Galibier, tornando nell’oblio.

Nel mezzo, una terza immagine, questa volta sotto un sole feroce, il sole della gloria, colto nella città della Valle dei Templi. Torniamo infatti a quel 1994 che fu probabilmente l’anno migliore di Leblanc. Ad Agrigento si corre il Mondiale, é fine agosto, il clima è rovente e il percorso piuttosto duro, rischia di diventare una corsa ad eliminazione per via del gran caldo. Leblanc è uno dei favoriti alla vittoria finale, insieme al danese Sorensen, a Musseuw, a Riis, a Ugrumov. Tra i favoriti c’è anche l’americano Armstrong, campione in carica, che in corsa sarà comunque protagonista. Leblanc mantiene un basso profilo, giocando in casa gli italiani hanno il dovere di movimentare la corsa e essere presenti nei momenti salienti della sfida.

La nazionale azzurra però risente dell’assenza di Bugno e di malumori tra i corridori, con Bartoli e Pelliccioli scontenti di partire come riserve. La corsa, dopo la fuga del colombiano Montano, si movimenta dal quattordicesimo giro in poi, con un attacco condotto da Cassani, Virenque, Breukink e Sorensen, tutti nomi importanti, a cui si accoda lo svizzero Puttini. Nelle tornate successive le carte si rimescolano, all’ultimo giro si trovano in sette: l’Italia è rappresentata da Ghirotto e Chiappucci, la Francia risponde con Virenque e Leblanc, completano il gruppo Sorensen, Konyshev e il campione in carica Armstrong. Così si presentano ai piedi della salita che dalla Valle dei Templi conduce in città, una salita piuttosto dura, adatta agli scalatori. Chiappucci dovrebbe essere la punta, ma “El Diablo” ha qualche problema al cambio e teme di piantarsi nel momento meno adatto. Il peso dell’attacco ricade quindi su Ghirotto, meno esplosivo in salita ma molto brillante allo sprint. Sorensen anticipa tutti e scatta per primo, ma Ghirotto è bravissimo a muoversi per andare a riprenderlo. Sulle sue ruote si incolla però Leblanc, fino a quel momento rimasto in ombra, Ghirotto cerca di tenerlo buono per arrivare in cima allo strappo dove la strada spiana, ma il francese capisce che è il momento giusto per partire sul suo terreno, la salita, e ai -900 dal traguardo, lascia sul posto il nostro connazionale. Ghirotto prova a resistere, ma ha finito le energie, il francese invece sente profumo di maglia iridata e vola a cogliere la sua vittoria più prestigiosa. Una vittoria che ha i contorni dell’arcobaleno, nel cielo azzurro di Agrigento.

OPEN E PGA CHAMPIONSHIP, LA STAGIONE D’ORO 1994 DI NICK PRICE

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Nick Price all’Open Championship 1994 – da nbcsports.com

articolo di Nicola Pucci

Andando ad analizzare i risultati in carriera di Nick Price, salta subito all’occhio che stiamo pur sempre citando un golfista tra i più blasonati di sempre, se è vero che ai 3 titoli nei Major può aggiungere anche 15 vittorie nel Pga Tour ed altri 5 successi nell’European Tour.

In effetti stiamo parlando di un ragazzo, nato a Durban, in Sudafrica, il 28 gennaio 1957, ma in possesso della nazionalità dello Zimbabwe (ex-Rhodesia), che viene avviato alla pratica golfista all’età di otto anni dal fratello maggiore Timothy a cui fa da caddy e che fin da adolescente si illustra per le doti nel giocare con i bastoni e mettere palline in buca, capitanando la squadra della Prince Edward School di Harare, dove si è trasferito con i genitori, entrambi di origini britanniche, e debuttando nel Southern Africa Tour nel 1977. E se nel 1981 coglie in Italia, a Sanremo, una delle prime vittorie in carriera, dando seguito al trionfale Swiss Open che l’anno prima ha sancito il suo primo successo proprio nel circuito europeo, ecco che nel 1983 si toglie il lusso di sconfiggere un certo Jack Nicklaus alle World Series of Golf in Ohio, iscrivendo il suo nome tra i vincitori di una prova del Pga Tour.

E se curiosamente Price dovrà attendere addirittura altri otto anni prima di rinnovare l’appuntamento con la vittoria nel principale circuito golfistico, nondimeno il campione rhodesiano, che nel frattempo prenderà pure il passaporto britannico, si mette in luce nei tornei Major, giungendo secondo all’Open Championship del 1982, risultato che lo rivela agli occhi del mondo, chiudendo a pari merito con l’inglese Peter Oosterhuis e ad un solo colpo da quel Tom Watson che si impone per la quarta volta in carriera, non prima aver comandato la gara con tre colpi di vantaggio a sole sei buche dalla fine, realizzando un sensazionale terzo giro in 63 colpi all’Augusta Masters del 1986 chiuso poi in quinta posizione e nuovamente terminando secondo all’Open Championship, nel 1988, stavolta battuto da Severiano Ballesteros che fa meglio di lui di due colpi rimontando all’ultimo giro i due colpi che aveva di ritardo a chiusura del terzo giro.

Insomma, Price è indubbiamente un golfista di prima fascia, con quel suo gioco sempre all’attacco e mai conservativo, ma ha bisogno che il suo talento venga confortato da successi di pregio, ed è quel che infine accade negli anni Novanta quando il rhodesiano, raggiunta la maturità, si guadagna un posto al sole nel panorama del golf mondiale. Intanto, aggiungendo una bella serie di vittorie nel Pga Tour, poi salendo sul gradino più alto del podio al Pga Championship nel 1992 quando mette in bacheca il primo Major in carriera, segnando uno score conclusivo di 6 colpi sotto il par, 3 meglio del quartetto composto da John Cook, Nick Faldo, Gene Sauers e Jim Gallagher jr., proseguendo con la prima posizione del ranking mondiale raggiunta l’anno dopo e conservata per un totale di 43 settimane in carriera, a cui aggiungere l’onore di guidare per due anni consecutivi la speciale graduatoria del Pga Tour money. Ovvero, il giocatore che guadagna più spiccioli di chiunque altro.

Ma c’è una stagione, nell’avventura agonistica di Nick Price, che merita di venir ricordata per quel che il fuoriclasse di Durban riesce a fare su un campo da golf, ed è quella del 1994. Che se è annunciata dallo status di giocatore numero uno del mondo, altresì lo vede vincere in rapida successione tre tornei del Pga Tour, l’Honda Classic davanti a Craig Parry, il Southwestern Bell Colonial battendo al play-off Scott Simpson e il Motorola Western Open quando anticipa di 1 colpo Greg Kraft, per poi piazzare una doppietta da antologia nei tornei Major nel giro di un mese che non dimenticherà mai, dal 17 luglio al 14 agosto, quando il calendario programma Open Championship e Pga Championship.

Si comincia con il torneo britannico, che per il 1994 sceglie l’Ailsa Course del Turnberry Golf Resort, in Scozia. Price, lo abbiamo detto, porta in dote due secondi posti, non proprio recentissimi, e se l’anno precedente ha chiuso al sesto posto distanziato di 7 colpi da un Greg Norman infine liberato dall’ansia da prestazione, ecco che stavolta è ben deciso a prendersi quella benedetta Claret Jug che insegue da sempre. E che possa essere la volta buona se ne ha sentore dopo un secondo giro che in 65 colpi lo porta a ridosso dei primi, tra cui lo stesso Tom Watson che lo precede di 2 colpi, per poi, con un terzo giro in 67 colpi, farsi ancor più sotto dai due leaders che rispondono ai nomi di Brad Faxon, non un habituè a questi livelli nei Major, e Fuzzy Zoeller, 43enne che molti anni prima vinse il Masters, 1979, e l’US Open, 1984. Ma è nelle ultime 18 buche che Price piazza la zampata vincente, inseguendo gli avversari di turno, tra cui emerge lo svedese Jesper Parnevik che con tre birdie consecutivi dalla 11 alla 13 ed altri due alla 16 e alla 17 si porta in testa con 12 colpi sotto il par, venendo poi scavalcato da Price che mette a segno un eagle con un putt chilometrico alla buca 17, proprio mentre un bogey dello scandinavo alla 18, che sbaglia invece un putt da meno di due metri, di fatto gli consegna la vittoria su un piatto d’argento. Lo score finale di Nick, 268 colpi con giri sempre sotto i 70 colpi (69+66+67+66) la dice lunga sulla regolarità ad altissimi livelli del rhodesiano che infine si prende quel trofeo sognato da sempre.

Un mese dopo la sfida tra i migliori si rinnova al Pga Championship, torneo che Price indubbiamente ama per averlo vinto due anni prima, e che stavolta sceglie quale teatro il Southern Hills Country Club di Tulsa, in Oklahoma. Il rhodesiano, in effetti, sbaraglia il campo fin dal primo giro, chiuso in testa in 67 colpi al pari di Colin Montgomerie, l’eterno piazzato del golf, per poi firmare un secondo giro in 65 colpi che gli permette di rimanere solo al comando con ben 5 colpi di vantaggio su un terzetto composto da Ben Crenshaw, Jay Haas e Corey Pavin. Haas riduce lo svantaggio a 3 colpi con un terzo giro in 68 colpi contro i 70 colpi di Price, che alle ultime 18 buche non trema davvero, anzi, segna un altro score in 67 colpi ed infine con 11 colpi sotto il par bissa il successo del 1992 lasciando Pavin a 6 colpi, con un certo Phil Mickelson, mancino 24enne di enorme talento, che chiude in terza posizione cogliendo così il primo podio di una carriera che sarà monumentale.

Nick Price, 37enne, è all’apice della sua, di carriera, e se per il 1994, ancora, sarà numero 1 del mondo ed anche il più pagato di tutti, c’è davvero un perché: è o non è quella la sua stagione d’oro?

IL LEGAME SPECIALE TRA LO “ZIO” MAURICE TRINTIGNANT E IL GRAN PREMIO DI MONACO

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Trintignant al Gran Premio di Monaco del 1955 – da en.espn.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Sarebbe quasi scontato ricordare che Maurice Trintignant altri non è che lo zio di quel Jean-Louis Trintignant che appartiene alla grande scuola del cinema francese. E per questo legame di parentela, quando si parla di lui, è inevitabile aggiungere al racconto delle sue imprese su due ruote “sì, lo zio dell’attore…“.

In effetti l’accostamento non rende pienamente merito a questo ragazzo che ebbe i natali il 30 ottobre 1917 a Sainte-Cécile-les-Vignes, nel dipartimento del Vaucluse, e che coltivò da sempre l’amore per i motori e le automobili seguendo le orme del fratello Louis che corse per la Bugatti e trovò morte prematura nel 1933 al Gran Prix di Picardia a Peronne. Il lutto familiare non convinse il giovane Maurice a dirottare altrove le sue attenzioni, anzi, e così nel 1938, appena 21enne, fu già l’ora di debuttare al volante, proprio della Bugatti Type 51 che costò la vita al fratello, e che l’anno dopo condusse alla vittoria in Belgio al Gran Prix des Frontieres.

La Seconda Guerra Mondiale, per Trintignant così come per una moltitudine di giovani amanti dello sport, blocca le attività agonistiche, e solo quando il conflitto bellico chiude infine i battenti, Maurice può tornare a gareggiare in macchina. Ma la fortuna non sembra dalla sua parte quando, il 4 luglio 1948, il francese è vittima di un terribile incidente nel corso del Gran Premio di Svizzera, tanto da entrare in come e venir addirittura ritenuto clinicamente morto. Alcuni giornali ne annunciano il decesso ma Trintignant ha scorza dura e dopo due settimane di morte apparente, torna alla vita, potendo poi nuovamente pilotare una macchina da corsa. E nel 1950, quando si apre l’album del campionato del mondo di Formula 1, Maurice è presente al volante di una Simca-Gordini, debuttando, guarda caso, al Gran Premio di Monaco che si corre sul circuito cittadino di Montecarlo. E se l’esordio non è felice, con un 13esimo posto in griglia limitato da una vettura non proprio competitiva, la gara va pure peggio, con un incidente prodotto da un’improvvisa ondata che invade la pista e che lo costringe al ritiro nel corso del primo giro.

Monaco e Montecarlo, nondimeno, sono nel destino di Trintignant, e se nelle tre stagioni successivi, sempre impegnato con la Simca-Gordini, Maurice può solo remare nelle retrovie cogliendo comunque qualche piazzamento dignitoso come tre quinti posti a Rouen nel 1952 e a Spa e Monza nel 1953, ecco che la sua guida pulita e la sua capacità di assecondare nel migliore di modi la meccanica della vettura su cui siede gli garantisce l’apprezzamento e l’attenzione di Enzo Ferrari, che lo ingaggia per guidare la “Rossa” nel 1954.

Con la possibilità di gareggiare per la scuderia di Maranello, Trintignant, di colpo, assurge al rango di pilota di prima fascia, e già la prima stagione porta in dote i primi due piazzamenti sul podio, secondo il Belgio alle spalle di Fangio, e terzo al Nurburgring quando termina in scia allo stesso Fangio e all’altra Ferrari al cui volante si alternano José Froilan Gonzalez e Mike Hawthorn.

E se con l’argentino Trintignant vince la 24 Ore di Le Mans, facendo pure suo, sempre nel 1954, il Gran Premio di Buenos Aires che non vale per il campionato del mondo, ecco che l’anno successivo il francese, che si è meritato l’appellativo di “pilota gentiluomo“, dopo aver firmato un record senza precedenti classificandosi secondo e terzo al Gran Premio d’Argentina che apre la stagione grazie alla possibilità concessa ai piloti di alternarsi alla guida delle vetture iscritte alla gara, ha il suo personale appuntamento con la gloria. Ovviamente, sul circuito monegasco di Montecarlo.

Già, proprio lì dove tutto ebbe inizio, almeno per l’avventura in Formula 1, nel 1950, Trintignant stavolta fa saltare il banco, pur dovendo mettersi in moto da una complicata nona posizione in griglia di partenza, ben distante dalle Mercedes di Fangio e Moss, primo e terzo, e dalle Lancia di Ascari e Castellotti, secondo e quarto, rimanendo negli scarichi anche delle Maserati di Behra, Mieres e Musso, e dell’altra Lancia di Villoresi. Ma la gara, il 22 maggio 1955, ha tutt’altra storia, e lungo i 100 giri previsti ne accadono veramente di tutti i colori. Ad esempio, Fangio è costretto al ritiro quando è al comando per un problema alla trasmissione; Moss, che rileva il fuoriclasse argentino in testa, aumenta sensibilmente il vantaggio su Ascari che lo insegue ma pure lui, complice un guasto al motore, rimbalza indietro; lo stesso Ascari si invola e pare che la vittoria non debba sfuggirgli ma, all’80esimo giro, alla “chicane” del porto finisce in mare, lasciando via libera proprio a Trintignant, che fa della regolarità la sua arma vincente e con la Ferrari 625 rigetta il tentativo di rimonta della Lancia di Eugenio Castellotti, infine passando per primo sotto la bandiera a scacchi e cogliendo non solo la prima vittoria in Formula 1, ma pure regalando alla Francia la prima, storica vittoria in una prova del campionato del mondo.

All’apice della carriera, Trintignant continuerà a correre a lungo in Formula 1, pur senza più salire sul podio guidando una “Rossa“, ma prendendosi altresì una meravigliosa rivincita con la Cooper-Climax del Rob Walker Racing Team. Con la scuderia britannica, fondata da un discendente della fabbrica di whisky Johnny Walker, Maurice debutta a Montecarlo, il 18 maggio 1958, e sinceramente nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe pensato che il francese potesse bagnare il suo esordio con un risultato così sontuoso. Già, perché Trintignant con le curve del circuito monegasco ha un feeling del tutto particolare, e se in griglia è quinto con un distacco di 1″3 da Tony Brooks che guida una Vanwall, scuderia per la quale lo stesso Maurice ha corso nel 1956, in gara non ce n’è per nessuno e Trintignant, esattamente come accaduto tre anni prima, approfitta dei ritiri dello stesso Brooks e del connazionale Behra, che comanda per i primi 27 giri, così come quello di Hawthorn e Moss che si alternano in testa dopo l’abbandono del francese della BRM, per guadagnare la prima posizione al 48esimo giro, tenere a distanza di sicurezza le due Ferrari di Musso e Collins ed infine brindare al secondo successo in carriera.

Due vittorie su due, entrambe a Montecarlo… capito perché Maurice Trintignant, che non è “solo” lo zio di Jean-Louis, ha un legame particolare con il Gran Premio di Monaco? E questo è un exploit da campione, altroché.

GILLIAN MARY SHEEN, UNICA MEDAGLIA D’ORO INGLESE E MAESTRA D’ELEGANZA IN PEDANA

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Gillian Mary Sheen – da telegraph.co.uk

articolo di Gabriele Fredianelli

La sua immagine venne riprodotta anche sui francobolli da un centavo della Repubblica Dominicana. Fu una meritata soddisfazione per Gillian Mary Sheen, l’unica britannica – dei due sessi – ad aver mai vinto una medaglia d’ora olimpica nella scherma. Successe, decisamente a sorpresa, a Melbourne nel 1956.

Mary aveva 28 anni e fino ad allora, a livello internazionale, non era andata oltre un bronzo mondiale a squadre nel 1950. Meravigliosi misteri dello sport. Anche perché in quella edizione dei Giochi c’erano ancora in gara, seppur avanti negli anni, veri e propri miti del fioretto femminile come Ellen Preis e Karen Lachmann.

L’Inghilterra, che pure aveva importato maestri italiani a corte fin dai tempi di Shakespeare e aveva ospitato a fine Settecento la scuola del livornese Tremamondo Malevolti, non ha mai avuto grande tradizione schermistica nei palcoscenici internazionali. E in quel 1956 il suo medagliere olimpico era ancora fermo a cinque argenti in oltre mezzo secolo: i due nella spada a squadre maschile nel 1908 e nel 1912 e i tre di fila nel fioretto femminile con Gladys Davies nel 1924, Muriel Freeman nel 1928 e la dublinese Judy Guinnes nel 1932.

Gillian Sheen è originaria del sobborgo londinese di Willesden e raccoglie i primi successi ai tempi della scuola, alla North Foreland School nel Kent. Nata nel 1928, proprio nell’estate dell’argento della Freeman, Gillian nel 1949 è per la prima volta campionessa inglese nella categoria assoluti dopo esserlo stata tra gli juniores. Per cinque anni di fila sarà campionessa britannica, mentre intanto studia odontoiatria all’University College di Londra e nel 1951 conquista l’oro al Mondiale universitario. Nel 1950 a Montecarlo c’era stato intanto il bronzo a squadre ai Mondiali, dietro Francia e Danimarca, insieme alle più esperte colleghe Elizabeth Carnegy Arbuthnott, Caroline Drew, Mary Alison Glen-Haig e Margaret Somerville.

A Helsinki, nel 1952, esordisce finalmente ai Giochi, ma senza grande successo. Nella gara vinta da Irene Camber, Gillian finisce fuori al secondo turno, in un girone oggettivamente difficile con la futura campionessa triestina e la magiara Elek, destinata all’argento.

Nel 1956 però è tutta un’altra storia. Le cose vanno bene fin dalla prima poule, che chiude con 6 vittorie su 7 compreso il 4-1 sulla campionessa del mondo di due anni prima, la danese Lachmann. In semifinale invece c’è più sofferenza. Solo due vittorie. E serve il “barrage” per arrivare al girone finale. Ma quella vittoria arriva per 4-2 sulla campionessa mondiale in carica, la giovanissima ungherese Lídia Dömölky, moglie dello sciabolatore József Sákovics.

La finale a otto è difficilissima perché nel girone decisivo ci sono due delle più grandi protagoniste della storia del fioretto femminile: ancora Karen Lachmann, argento nel 1948 e bronzo nel 1952, ed Ellen Preis, oro nel 1932 e bronzo nel 1936 e 1948. Gillian parte male e perde il primo incontro con la diciottenne rumena Olga Orban. Ma il resto è una marcia inarrestabile, compresi i 4-3 su Lachmann e Preis e il 4-2 sulla nostra Bruna Colombetti. Alla fine però c’è un pari merito al primo posto ed è necessario lo spareggio, di nuovo con la rumena Orban. E stavolta è l’inglese ad avere la meglio per il 4-2 che vale quella storica medaglia d’oro, che ad oggi rimane l’unica di marca britannica nella scherma.

Dopo verranno i due argenti nella spada di Allan Jay nel 1960 e di Henry Hoskyns nel 1964 e l’argento a squadre nella spada sempre nel 1960. Ma mai più un oro. E anche per questo un risultato del genere vale anche il francobollo della Repubblica Dominicana nella serie dedicata alle Olimpiadi.

Ma Gillian rimase nella memoria anche per altro. Fu la sua splendida “mise” a restare impressa nell’immaginario inglese, con uno stile alla Audrey Hepburn: in pedana vestì un elegantissimo collo alto abbottonato e culotte in abbinamento. Ancora oggi quella tenuta è nelle classifiche all-time dell’eleganza sportiva d’Oltremanica.

Gillian Sheen intanto, dopo Melbourne, continua a collezionare titoli nazionali in patria (dieci in totale) e qualche buon risultato nel Commonwealth, ma più nulla sul palcoscenico internazionale. A Roma nel 1960 la britannica esce ai quarti di finale in quell’edizione vinta da “Heidi” Schmid, mentre l’ottima prestazione personale non basta ad evitare le precoce eliminazione della squadra nazionale, battuta da Ungheria e Romania.

Abbandonata la pedana, Gillian si trasferisce a New York con il marito e insieme aprono uno studio dentistico.

A LONDRA 2012 LA DEGNA CONCLUSIONE DEL DECENNIO D’ORO DI VERAS LARSEN

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Erik Veras Larsen a Londra 2012 – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel 2012 si presenta sulle acque del bacino idrico di “Dorney Lake” per la sua terza avventura olimpica, il 36enne norvegese Erik Veras Larsen ha già alle spalle un decennio di successi, periodo iniziato con l’oro nel K2-1000 ai Mondiali di Poznan 2001, cui l’anno seguente a Siviglia 2002 aggiunge l’argento nella medesima specialità e l’oro nel K1-1000, successo, quest’ultimo, replicato sia alla rassegna iridata di Zagabria 2005 che agli Europei 2004, 2005, 2007 e 2009 che, in una disciplina come la canoa, equivalgono a veri e propri Campionati Mondiali, visto che in tale manifestazione, dall’inizio del nuovo Millennio, solo il neozelandese Ben Fouhy è riuscito, nel 2003, a rompere l’egemonia del “Vecchio Continente“.

In sede olimpica, Larsen è chiamato a raccogliere la pesante eredità del connazionale Knut Hollmann, oro nel K1-1000 sia ad Atlanta 1996 che a Sydney 2000 (dove fa sua anche la gara del K1-500), dopo aver conquistato l’argento a Barcellona 1992, mentre a livello di Campionati Mondiali è salito consecutivamente sul podio in otto rassegne iridate, con tanto di 4 ori, due argenti ed altrettanti bronzi.

Compito, questo, che Larsen assolve con puntualità, aggiudicandosi la medaglia d’oro ad Atene 2004 (cui unisce il bronzo nel K2-1000 in coppia con Fjeldheim) e l’argento a Pechino 2008, battuto dal britannico Tim Brabants, già campione mondiale l’anno prima a Duisburg 2007.

Brabants che, dal canto suo, è presente anche ai Giochi di casa, unitamente ai maggiori pretendenti al podio costituiti dal tedesco Max Hoff, oro iridato 2009 e 2010, lo svedese Anders Gustafsson, argento ai Mondiali 2009 e 2011, ed il campione iridato in carica di Szeged 2011, il canadese Adam Van Koeverden, già bronzo a Dartmouth20’09.

Davvero un “cast” di eccezione, che si mette in mostra sin dalle batterie, le cui tre serie vengono vinte da Van Koeverden, Gustafsson e dal danese René Poulsen, che nella terza precede Hoff e Larsen, tanto da comporre, appena un’ora e mezza dopo, semifinali accesissime che promuovono alla finale dell’8 agosto tutti i favoriti, ma con Van Koeverden – vincitore della prima in 3’28″209 davanti a Larsen – ed Hoff – che si afferma nella seconda in 3’29″204 precedendo il bielorusso Aleh Yurenia (bronzo mondiale 2010) e Gustafsson – a farsi preferire nei relativi pronostici.

Ma si sa quanto l’esperienza conti in questo genere di manifestazioni ed il norvegese, di sei anni più anziano sia di Van Koeverden che di Hoff, entrambi nati nel 1982, fa valere questo punto a suo favore, concludendo una straordinaria carriera con il suo secondo oro olimpico al termine di una gara dallo stesso dominata e conclusa in 3’26″462, con quasi 1″ di vantaggio su Van Koeverden, che precede Hoff per l’argento, con il tedesco che si riscatterà l’anno dopo, vincendo il suo terzo oro iridato ai Mondiali di casa a Duisburg 2013.

Come si suol dire, per Erik Veras Larsen una chiusura in bellezza, vero?

A SYDNEY 2000 LA RUSSIA VINCE L’ORO DELLA PALLAMANO SUCCEDENDO AD URSS E CSI

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Una fase della finale tra Russia e Svezia – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Dopo che la pallamano era apparsa provvisoriamente quale disciplina olimpica ai Giochi di Berlino del 1936 per poi tornare, in via definitiva e sempre in Germania, nell’edizione a cinque cerchi di Monaco 1972, l’Unione Sovietica (1976 e 1988) al pari della Jugoslavia (1972 appunto e 1984) avevano confermato il dominio dei Paesi dell’Est, perpetrato poi, complice la dissoluzione delle due identità unificate, dalla Comunità degli Stati Indipendenti a Barcellona 1992 e dalla Croazia ad Atlanta 1996.

Russi e slavi, pertanto, sono praticamente pari, tre titoli a testa, e dunque la prima edizione delle Olimpiadi del Nuovo Millennio, a Sydney 2000, rappresenta, nel caso in cui non riescano ad inserirsi formazioni di nuova e più recente tradizione, quali saranno successivamente Francia e Danimarca, oppure la Svezia che è detentrice del titolo mondiale, una sorta di spareggio per stabilire quale delle due si meriti il titolo di scuola-guida della pallamano, almeno per quel che riguarda l’arengo olimpico.

In Australia il torneo di pallamano va in scena al Pavillon 2 de l’Exhibition Complex e al Dome, di Sydney, dal 16 settembre al 1 ottobre. Partecipano all’evento dodici squadre, ovvero le prime sette classificate dei Mondiali del 1999 disputato in Egitto (la Svezia campione, la Russia finalista, la Jugoslavia (che gareggia ancora) medaglia di bronzo, Spagna, Germania, Francia e lo stesso Egitto che occupano le posizioni dal quarto al settimo posto), più l’Australia organizzatrice dei Giochi, la Tunisia che ha vinto il torneo di qualificazione africano, Corea del Sud e Cuba che sono campioni asiatici e panamericani, infine la Slovenia, quinta agli Europei dopo un’accesa sfida con la Croazia, detentrice del titolo olimpico, che dopo il decimo posto ai Mondiali, cede di misura 25-24 ed è la prima esclusa dalla kermesse a cinque cerchi.

Le favorite alle medaglie non hanno eccessivi problemi a superare la prima fase, con la Russia che chiude al comando il girone A con quattro vittorie ed una sola sconfitta (23-25 con la Germania), davanti a Jugoslavia, la stessa Germania ed Egitto che accedono ai quarti, mentre i campioni del mondo della Svezia conquistano cinque vittorie nelle cinque partite del girone B, compresi i successi di misura con Francia, 24-23, e Spagna, 28-27, che a loro volta accedono al tabellone finale insieme alla Slovenia.

Ai quarti di finale la Russia domina la Slovenia, 33-22, così come la Jugoslavia, trascinata da quel Dragan Skrbic che verrà eletto miglior giocatore dell’anno 2000, ha la meglio della Francia, 26-21 dopo che i transalpini si erano resi protagonisti di un avvio promettente portandosi sul 5-2, con la Svezia che elimina l’Egitto, 27-23, e la Spagna che regola la Germania 27-26 grazie ad una rete decisiva, la nona personale nel match, di Rafael Guijosa. In semifinale, pertanto, si ritrovano esattamente le stesse quattro squadre che hanno occupato i quattro primi posti ai Mondiali dell’anno precedente.

Ancora una volta Russia e Svezia si rivelano le due formazioni più forti, vincendo rispettivamente con la Jugoslavia, 29-26 grazie a 9 reti di Eduard Kokcharov, e con la Spagna, 32-25 con 7 reti di Stefan Lovgren, trovandosi così avversarie anche per la vittoria olimpica.

Ma stavolta il risultato premia i russi, e per gli scandinavi, probabilmente una delle squadre più forti della storia della pallamano, la maledizione delle Olimpiadi continua, dopo la medaglia d’argento sia a Barcellona 1992 che ad Atlanta 1996. La Svezia, infatti, chiude in vantaggio il primo tempo, 14-13 grazie a Ljubomir Vranjes che infine con otto segnature sarà il miglior marcatore della serata, prende un doppio vantaggio ad inizio ripresa ma come d’incanto si inceppa, così come il suo bomber Stefan Lovgren, autore di sole tre reti su undici tentativi (chiuderà comunque come miglior marcatore del torneo con 51 reti). La Russia piazza un parziale clamoroso di 7-0, vola sul 21-16 e grazie anche alle parate di Andrei Lavrov, che dà gran conforto alle sette reti di Aleksandr Tuchkin, si impone infine con il punteggio di 28-26. Per l’estremo difensore è la terza medaglia d’oro, dopo quelle conquistate con l’Urss nel 1988 a Seul e con la CSI nel 1992 a Barcellona.

La Russia vince dunque le Olimpiadi vendicando la sconfitta del Mondiali, mentre sul terzo gradino del podio sale invece la Spagna che a sua volta ribalta il risultato della rassegna iridata battendo la Jugoslavia per 26-22, dopo aver chiuso in svantaggio il primo tempo per 12-9. E così, dopo Urss e Comunità degli Stati Indipendenti, la Russia allunga l’ombra della falce e martello, perpetrando la tradizione che la elegge nazione-guida della pallamano anche se… anche se la Croazia, quattro anni dopo, pareggerà il conto!

GOSTA PETTERSSON, UNO SVEDESE SUL TETTO DEL GIRO D’ITALIA 1971

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Gosta Pettersson in maglia rosa – da prendas.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Certo che un ciclista svedese capace non solo di andar forte in bicicletta, ma pure di vincere una corsa tra le più prestigiose al mondo e di farlo in piena era di “cannibalismo“, è proprio una gran bella storia da raccontare.

In effetti Gosta Pettersson ha nel dna il talento per pestare come un forsennato sui pedali, a dispetto di una provenienza che lascerebbe pensare, magari, ad un orientamento verso altre discipline che a quelle latitudini hanno maggior appeal. Ma Gosta, classe 1940, ha un sogno a due ruote da perseguire, ed insieme ai tre fratelli più piccoli di lui, Sture, Erik e Tomas, compone un quartetto che nel corso degli anni Sessanta non solo domina il panorama nazionale con titoli a cronometro in serie, ma pure eccelle in sede iridata, cogliendo tre successi consecutivi alle rassegne mondiali di Heerlen 1967, battendo Danimarca ed Italia, Imola 1968, davanti a Svizzera ed ancora Italia, e Zolder 1969, quando ad inchinarsi sono Danimarca e Svizzera.

Nel frattempo, a far data 1964, i “Faglum brotherssalgono anche sul  terzo gradino del podio olimpico ai Giochi di Tokyo, quando a superarli sono il quartetto olandese e quello azzurro che ha in Severino Andreoli, Luciano Dalla Bona, Pietro Guerra e Ferruccio Manza i suoi componenti, per poi rinnovare l’appuntamento a cinque cerchi quattro anni dopo, a Città del Messico, quando i Pettersson sono ancora secondi nell’esecizio della 100 chilometri a squadre, sempre alle spalle degli olandesi, e Gosta si toglie la soddisfazione di mettersi al collo anche la medaglia di bronzo nella gara individuale che celebra il trionfo di Pierfranco Vianelli davanti ad un altro scandinavo forte e scaltro, il danese Leif Mortensen.

I Pettersson in generale e Gosta nello specifico hanno altresì l’Italia nel destino, non solo sui tracciati pedalabili in ogni spicchio di globo terrestre, ma anche nello sviluppo di una carriera professionistica se è vero che nel 1969 un certo Alfredo Martini, al soldo della Ferretti, un’azienda toscana che produce cucine, con pochi denari ed occhio attento ai ciclisti dilettanti che vengono da paesi con poca tradizione, mette in piedi una formazione che fa perno proprio sui quattro fratelli svedesi.

Gosta ha quasi 29 anni ed al primo anno non solo conquista l’ennesimo titolo nazionale a cronometro a cui aggiungere quello in linea, ma pure si mette particolarmente in luce al Tour de l’Avenir, una sorta di Tour de France per chi ancora deve scegliere la strada del professionismo, vincendo il prologo d’apertura e chiudendo terzo in classifica generale alle spalle di Joop Zoetemelk, che sarà un crack tra i “grandi“, e dello spagnolo Luis Zubero.

Il più grande dei fratelli Pettersson, ovviamente, è fortissimo a cronometro, si difende in salita ed è praticamente fermo in volata, il che gli negherà a fine carriera un bottino congruo di successi, a conforto di un talento fuori discussione. E Martini, che in quanto a campioni ne sa una più del diavolo, nel 1970 lo lancia, lui e i fratelli, nel firmamento del ciclismo professionistico, puntando su Gosta per le principali corse a tappe.

Ed in effetti lo svedese, alle soglie dei 30 anni, ripaga la fiducia del tecnico fiorentino, vincendo al primo anno non solo Coppa Sabatini, davanti a Sercu, e Trofeo Baracchi, in coppia con il fratello Tomas, battendo Ritter e Mortensen, ma si prende il lusso di essere il più forte di tutti sulle strade del Giro di Romandia, vincendo la cronometro di Losanna e lasciando i due più diretti inseguitori, Davide Boiafava e lo stesso Zoetemelk, a distanza di sicurezza.

Con il successo in Svizzera Pettersson si garantisce i gradi di capitano della Ferretti sia al Giro d’Italia, chiuso in sesta posizione a 9’20” da Merckx, che al Tour de France, dove coglie un sorprendente terzo posto alle spalle dell’imbattibile Merckx, che lo sopravanza di 15’54”, e dell’immancabile Zoetemelk, che per l’occasione ottiene la prima di sei piazze d’onore alla Grande Boucle.

Gosta diventa di colpo un corridore da tenere d’occhio, e per il 1971, stagione annunciata da un terzo posto alla Milano-Sanremo, battuto solo da Merckx e Gimondi, e dal secondo posto alla Parigi-Nizza alle spalle, ovviamente, di Merckx che lo anticipa di 58″, lo svedese ha in serbo il colpaccio al Giro d’Italia.

L’edizione numero 54 della Corsa Rosa si disputa dal 20 maggio al 10 giugno e se l’assenza di Merckx veste Felice Gimondi e Gianni Motta, campioni della Salvarani, del ruolo di favoriti, Gosta se ne sta inizialmente alla finestra a vedere quel che accade. E di cose, in un Giro d’Italia assolutamente folle, ne succedono, tante, dopo una prima tappa a cronometro che per la prima ed unica volta della storia veste a sera con le insegne del primato tutti e dieci i corridori proprio della Salvarani.

Ma il destino, brutale, incombe sui due capitani della Salvarani, con Gimondi che va in crisi nella tappa di Potenza incendiata da Dancelli e vinta da Enrico Paolini, perdendo quasi nove minuti, e con Motta che viene trovato positivo ad un controllo doping meritandosi dieci minuti di penalizzazione ed uscendo, entrambi, di fatto, dai giochi per la vittoria finale.

Lo scenario si apre ad orizzonti inattesi, e chi ha voglia di approfittare della mancanza di campioni di riferimento, si faccia avanti. Ed allora ci prova lo stesso Paolini, che se in futuro mostrerà di avere una particolare propensione alla maglia tricolore, nel frattempo tiene, per tre giorni, quella rosa; Ugo Colombo, che spodesta il pesarese sul Gran Sasso d’Italia che mette le ali allo spagnolo Lopez Carrill e, momentanemante, ricaccia indietro le illusioni di Pettersson; Aldo Moser, che a San Vincenzo, nel giorno del parziale riscatto di Gimondi, torna a capeggiare la classifica come già fu capace di fare nell’ormai lontano 1958; Claudio Michelotto, trentino pure lui, che si impossessa della rosa a Casciana Terme e la tiene ben salda sulle sue spalle di corridore tenace per le successive nove tappe.

Nel mezzo c’è spazio per i cacciatori di traguardi parziali, siano essi José Manuel Fuente, magnifico scalatore che si impone a Pian del Falco di Sestola, Patrick Sercu e Marino Basso, tanto veloci di spartirsi due volate a testa dopo che il vicentino a Bari, al secondo giorno, aveva vinto la prima tappa in linea, Davide Boifava, abile a battere tutti nella cronometro di Semiga di Salò, e proprio Pierfranco Vianelli, che sul Grossglockner grida al mondo che il successo olimpico di Città del Messico non fu solo l’isolato sprazzo di un giorno di gloria.

Zitto zitto, senza eccessi ma neppure senza troppi inciampi, Pettersson si è rifatto sotto, recuperando a Michelotto 1’43” nella cronometro e 2’35” proprio sul Grossglockner, complice un minuto supplementare di penalizzazione inflitto al leader per spinte, risalendo in terza posizione con un ritardo di 2’02”, dietro anche ad Aldo Moser che resiste con un passivo di 1’22”. Ma l’8 giugno, nella Lienz-Falcade di 195 chilometri e con le ascese, impervie, del Passo Tre Croci, del Falzarego, della “Cima Coppi” posta sul Pordoi, e del Valles, la corsa giunge alla resa dei conti. Gimondi attacca sul Pordoi provocando il crollo di Michelotto che rimbalza ad oltre dieci minuti, e portandosi a ruota Van Springel, capitano della Molteni orfana di Merckx ed infine secondo in classifica generale con un ritardo di 2’04”, Galdos, in maglia Kas, quarto a 4’27” alle spalle anche di Colombo che salirà sul terzo gradino del podio attardato di 2’35”, e lo stesso Pettersson, che si impossessa della maglia rosa.

Il giorno dopo, verso Ponte di Legno, lo svedese concede qualche secondo ed è fatto oggetto dei fischi ingenerosi e dell’incivile lancio di uova marce che “sporcano” quella meravigliosa maglia rosa che sarà definitivamente sua, 24 ore dopo, nella conclusiva cronometro di Milano vinta da Ole Ritter.

E così, lo svedese che scelse la bicicletta quale mezzo per andare più veloce di tutti, corona il suo sogno, e se oggi, a distanza di decenni, il suo nome è anche l’unico di matrice scandinava ad aver domato il Giro d’Italia… beh, vi sembra impresa da poco?

SIR NORMAN BROOKES, IL PRIMO AUSTRALIANO CHE TRIONFO’ A WIMBLEDON

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Norman Brookes – da tennisconcepts.org

articolo di Nicola Pucci

Quando andiamo a sfogliare gli albi d’oro dei tornei dello Slam, inevitabilmente troviamo tracce profonde di tennis australiano, se è vero che gli “aussie” possono vantare non solo una tradizione secolare nello sport con la racchetta, ma pure un congruo numero di campioni tra i più grandi. Ma se l’Australia, accanto alle 28 vittorie in Coppa Davis, ha dominato gli anni Cinquanta e Sessanta concentrando in quel ventennio un bel manipolo di fuoriclasse, nondimeno ha celebrato solo nel 1907 il suo primo giocatore in grado di trionfare sui prati londinesi di Wimbledon. Quel tennista risponde al nome di Norman Brookes, e ragionevolmente può venir considerato la prima grande stella del tennis australiano.

Brookes nasce a Melbourne il 14 novembre 1877, curiosamente l’anno della prima edizione del torneo di Wimbledon, da una famiglia benestante che ha fatto fortuna con le miniere d’oro, e se si avvicina tardi al tennis, a 20 anni, in un paese ancora troppo ai margini di tutto e senza campi dove praticare se è vero che solo nel 1905 vedono la luce, in forma esclusivamente locale, quegli Australian Open che oggi sono uno dei quattro eventi tennistici più importanti dell’anno, altresì da autodidatta Norman, avviato al tennis da quel Wilberforce Eaves che per tre anni, dal 1895 al 1897, è semifinalista a Wimbledon, si costruisce un gioco di tutto rispetto. Seppur con molte lacune tecniche, giocando, ad esempio, in maniera ben poco ortodossa dritto e rovescio, colpendo la palla con la stessa faccia della racchetta.

Ma se Brookes è una sorta di “manovale” della racchetta, allo stesso tempo è anche un innovatore e finissimo stratega sul campo, adottando, prima tennista della storia a farlo, il serve-and-volley sia sulla prima che sulla seconda di servizio. E questo non per chiudere un punto già in parte costruito con una battuta efficace, bensì per mettere sotto pressione l’avversario di turno ed impedirgli di praticare il gioco a lui più congeniale. Il che porta risultati copiosi, fin da subito, perché Brookes è in grado di garantire alla palla tali traiettorie impreviste ed imprendibili che non solo ne fanno un giocatore difficile da contrastare ma pure gli guadagnano l’appellativo di “stregone“.

Brookes impara e sviluppa il suo gioco mancino sul terreno che la famiglia ha costruito nel parco della villa di Queens Road, e quando nel 1905, ormai 28enne, vola in Europa per tre mesi a raggiungere l’altro grande interprete del tennis che viene dall’altro capo del mondo, il neozelandese Tony Wilding, che ha sei anni meno di lui, è l’ora di mostrare agli inglesi, che lo hanno allevato e forgiato, ciò che è in grado di mettere in atto su un campo da tennis. E se con Wilding porta in finale di Coppa Davis l’Australasia, perdendo poi con un netto 5-0 al circolo del Queen’s di Londra contro gli Stati Uniti presi per mano da Beals Wright e William Larned, nondimeno alla prima partecipazione al torneo di Wimbledon raggiunge il Challenge Round battendo, uno dopo l’altro e sempre in tre rapidi set, Salmon, Caridia, Escombe, Hillyard, Riseley e il leggendario Arthur Gore, superando poi in finale Sydney Smith in cinque set prima di arrendersi, 8-6 6-2 6-4, a Laurence Doherty, giunto alla quarta vittoria consecutiva.

Il trionfo londinese è solo rimandato, se è vero che Brookes, dopo aver saltato il 1906, si ripresenta nel 1907, e stavolta non per ricoprire il ruolo di sparring-partner, bensì per prendersi la coppa quale miglior giocatore del mondo. Ed in effetti Norman, a Wimbledon, dimostra di essere il più forte di tutti, anche di quel Tony Wilding che uno strano scherzo del tabellone gli mette davanti al secondo turno. I due amici danno vita ad una sfida epica, risolta infine da Brookes con il punteggio di 4-6 6-2 6-3 2-6 6-3 che gli apre la strada verso la finale, raggiunta dopo aver liquidato anche Arthur Lowe in tre set, l’americano Karl Behr in altri cinque, dispendiosi set, gli altri due britannici Adams e Ritchie senza nessun patema, prima dell’atto decisivo risolto facilmente, 6-4 6-2 6-2, ancora contro Arthur Gore. Aggiungendo al titolo di singolare anche quello di doppio, in coppia proprio con Wilding, superando Behr e Wright quasi con lo stesso punteggio, 6-4 6-4 6-2.

Brookes, che non solo è il primo australiano di grido del tennis ma anche il primo tennista non britannico a vincere il torneo di Wimbledon, si guadagna la palma di giocatore più forte del pianeta, status che viene rafforzato dal successo nella finale di Coppa Davis contro la Gran Bretagna che, sempre a Wimbledon, vede Norman contribuire al 3-2 definitivo con due punti fondamentali in singolare, battendo ancora Gore, 7-5 6-1 7-5, e demolendo Herbert Roper Barrett nell’ultima sfida, 6-2 6-0 6-3.

Norman Brookes rinnoverà l’appuntamento con la vittoria a Wimbledon solo sette anni dopo, nel 1914, lasciando nel frattempo spazio agli stessi Gore e Wilding, che trionferanno a loro volta due e quatto volte, e trionfando agli Australian Open del 1911 contro Horace Rice, 6-1 6-2 6-3, dominando la concorrenza al punto da non lasciare nessun set agli avversari, fossero essi Davin, Ritchie, Clements, immancabilmente Gore e Beamish, lottando cinque set con il tedesco Otto Froitzheim in finale, 6-2 6-1 5-7 4-6 8-6, e confermando la sua superiorità su Wilding al Challenge Round, 6-4 6-4 7-5.

Un fuoriclasse, dunque, Norman Brookes, che continuerà a giocare ben oltre i 40 anni, vincendo gli US Open di doppio nel 1924 con quel Gerald Pattersson che nel 1919 lo aveva sconfitto nella finale di Wimbledon, strappandogli lo scettro di re d’Inghilterra, conservato per l’interruzione imposta dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Tanto di cappello.

DINO RADJA, II GIGANTE CROATO CHE EBBE SUCCESSO CON I BOSTON CELTICS

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Dino Radja con la maglia dei Boston Celtics – da clutchpoints.com

articolo di Nicola Pucci

Oggi che anche il pianeta d’oro dell’NBA porta evidenti segni europei nel nome di una globalizzazione senza freni, si dimentica che non molto tempo addietro per un giocatore del Vecchio Continente trovare spazio, ed ancor più avere successo, nella lega cestistica più famosa del mondo era impresa pressoché vietata. Con qualche eccezione.

A fine anni Ottanta, infatti, proprio due campioni di quell’allora fucina inesauribile di talenti che era la Jugoslavia, presero maglietta e scarpine ed azzardarono l’esperienza americana, l’uno, il “Mozart dei canetsriDrazen Petrovic, giocando a Portland e a New Jersey, l’altro, Vlade Divac, mettendo la sua stazza monumentale al servizio dei Los Angeles Lakers, Charlotte e Sacramento.

Erano gli anni in cui il basket balcanico, mettendo assieme serbi, croati, sloveni, montenegrini e macedoni, dominava in lungo e in largo le principali manifestazioni internazionali, Olimpiadi e Mondiali compresi, e le franchigie dell’NBA, non certo insensibili al talento anche di giocatori che non fossero di matrice autarchica, iniziavano a volgere lo sguardo verso l’Europa. E se Petrovic e Divac, a dispetto delle logiche difficoltà iniziali, aprirono la strada, a ruota seguirono altri campioni di indubbia classe provenienti proprio dall’ex-Jugoslavia, ormai avviata a quel processo di dissoluzione che non solo ne chiuse il ciclo sportivo, ma anche ne segnò il futuro geopolitico.

Dino Radja, centrone di 212 centimetri nato a Spalato il 24 aprile 1967, appartiene appunto a quella generazione di fenomeni che fece la fortuna del basket jugoslavo prima, croato poi, entrando appena 18enne nel rooster della Jugosplastika Spalato, formazione che domina al punto da conquistare due edizioni consecutive della Coppa dei Campioni, nel 1989 e nel 1990. Radja è giovane ma già tanto determinante da formare con Toni Kukoc, classe 1968, altro strepitoso talento che avrà fortuna in NBA addirittura con i Chicago Bulls di sua maestà Michael Jordan, una coppia devastante, e se Radja nel 1989 trascina la Jugoplastika, pur essendo la squadra più giovane tra le quattro qualificate alla Final Four di Monaco di Baviera, alla vittoria continentale contribuendo con 18 punti alla vittoria in semifinale con il Barcellona, 87-77, e con 24 punti al successo risolutivo in finale con il Maccabi Tel Aviv, 75-69, meritandosi la nomina a MVP delle finali, l’anno dopo egual sorte tocca proprio a Kukoc, per una seconda vittoria consecutiva nella principale rassegna europea colta a spese dello stesso Barcellona, 72-67.

Proprio le prodezze in Coppa dei Campioni nel 1989 valgono a Radja la chiamata, prestigiosissima, al Draft con il numero 40 dei Boston Celtics, che si stanno preparando a sostituire la generazione dei Bird, McHale e Parish che hanno fatto la fortuna della franchigia lungo tutti gli anni Ottanta. Dino opta per rimanere in Europa, e se nel 1990, oltre al bis in Coppa dei Campioni, mette in bacheca la Coppa di Jugoslavia ed un terzo titolo nazionale consecutivo, altresì viene attratto dall’allettante offerta del Gruppo Ferruzzi, che ha appena rilevato la Virtus Roma con l’ambizioso progetto di vincere, in Italia e in Europa.

Radja rimane tre anni nella capitale, confermandosi giocatore di valore assoluto e conquistando nel 1992 la Coppa Korac, segnando 51 punti complessivi nella doppia finale con la Scavolini Pesaro, che impone il pareggio a Roma, 94-94, per poi venir travolta davanti al pubblico amico, 99-86, con il gigante croato che oltre a farsi trovare pronto in attacco, cattura anche 11 rimbalzi di importanza fondamentale.

E se con la Jugoslavia, dopo il successo agli Europei casalinghi di Zagabria del 1989 battendo in finale la Grecia, 98-77, aggiunge nel 1991, 88-73 contro l’Italia proprio nella sfida decisiva di Roma, anche l’ultimo trionfo di una squadra esplosa nel 1987 con la vittoria ai Mondiali juniores di Bormio quando gli slavi sconfissero gli Stati Uniti guidati in panchina da Larry Brown e trascinati in campo da Gary Payton, 86-76, e tutto il mondo del basket si accorse di quanto fulgido talento ci fosse nella mani di fuoriclasse in divenire come, appunto, Radja, Kukoc e Divac, ecco che per Dino, già ricco di titoli, è tempo di puntare ancora più in alto.

La guerra ormai sta per spezzare per sempre il sogno unitario del maresciallo Tito, e così Radja, dopo aver partecipato alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 sotto la bandiera della Croazia che si arrende solo al Dream Team di Jordan, Bird e Magic Johnson, nel settembre 1993, ormai 26enne e nel pieno della maturità fisica e tecnica, decide di compiere il grande salto, andando infine ad illustrare la sua classe in casa dei Boston Celtics.

E proprio lì, nella città in cui l’NBA trova la sua culla più accogliente, il gigante croato ha modo di vincere la sua scommessa, meritandosi già per la prima stagione, 1993/1994, sotto l’occhio attento di Robert Parish che lo prende sotto la sua ala protettrice, l’elezione nel secondo quintetto dei rookie dell’anno, grazie a 15,1 punti e 7,2 rimbalzi di media a partite.

Certo, i numeri non dicono tutto sui miglioramenti di Radja, che ha fisico imponente e mani dolcissime dalla media distanza, ma nei due anni successivi trascorsi con i “verdi” vede le sue statistiche innalzarlo al rango di stella della squadra, tanto che nella stagione 1995/1996 arriverà addirittura a segnare 19,7 punti e catturare 9,8 rimbalzi a sera. Che per un giocatore europeo sono cifre che solo lo sfortunato Drazen Petrovic, nel frattempo deceduto in un incidente stradale il 7 giugno 1993, ha saputo iscrivere a referto.

In verità il 1996 è l’anno del canto del cigno per Dino Radja, che per la quarta stagione con la maglia dei Boston Celtics passa più tempo in infermeria che sul parquet e a fine stagione, sfumato lo scambio di mercato che avrebbe dovuto portare il croato a Filadelfia al posto di Clarence Weatherspoon, decide di chiudere la sua avventura in NBA e tornare, alle soglie dei 30 anni, a dar sfoggio di classe nella cara, vecchia Europa.

Vincerà ancora, Radja, e continuerà a deliziare il pubblico dei palazzetti di tutta Europa, ma se forse il meglio della sua carriera ormai appartiene al passato, può pure bastare: quel gigante che partì da Spalato ha vinto la sua scommessa e nel pianeta dei giganti, quello dell’NBA, pure lui si è dimostrato di esser tale. Appunto.