VITO TACCONE, IL CAMOSCIO D’ABRUZZO CHE VOLAVA IN SALITA

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Vito Taccone – da pinterest.com

articolo tratto da Allez – Operazione Ciclismo

Eroe. Un termine che emoziona e fa riflettere. Un termine che abbraccia la memoria, troppo spesso svanita ed offuscata dal passare inesorabile del tempo. La memoria è componente fondamentale del ciclismo, uno sport fatto, appunto, di eroi. Storie di uomini, di muratori e spazzacamini, di calzolai e panettieri, che hanno scritto pagine indelebili nel romanzo di questo sport.

Tra i mille volti del ciclismo eroico, di quello fatto da bici pesanti come macigni, di strade sterrate in cui la polvere era il pane quotidiano, ce n’è uno strettamente legato alla Marsica, il perfetto erede del popolo dei Marsi, famoso per la propria tenacia. Vito Taccone, da Avezzano, divenuto campione all’ombra del Monte Salviano.

La carriera di Taccone ha inizio nel 1961 per concludersi definitivamente nove anni più tardi. Un decennio segnato dal boom economico che stava rivoluzionando e rilanciando il Bel Paese dopo i postumi tremendi del conflitto mondiale. Dalle imprese memorabili dei miti Coppi e Bartali, il Giro d’Italia ha scoperto nuovi eroi come il lussemburghese Charly Gaul, l’Angelo della Montagna che emozionò il mondo sotto la neve del Bondone, Gastone Nencini, il Leone del Mugello che conquistò anche il Tour de France 1960, e il talento francese Jacques Anquetil, uno dei giganti nella storia della bicicletta.

Negli anni ‘60, all’alba dell’epopea di Eddy Merckx e della storica rivalità con Felice Gimondi, i simboli della Corsa Rosa erano Arnaldo Pambianco, Franco Balmamion, Vittorio Adorni, Gianni Motta e Italo Zilioli. Tra questi, fece capolino uno sconosciuto corridore marsicano che riuscì a farsi notare già dalla sua stagione d’esordio tra i professionisti. Era il Giro d’italia 1961, sul traguardo di Potenza il giovane Taccone, dopo aver fatto il vuoto in salita, battè allo sprint il tedesco Junkermann, conquistando il primo grande successo della sua carriera. Al termine della corsa, Vito fece sua anche la maglia verde di miglior scalatore. Un semplice bluff? Affatto. Perchè al termine della stagione, Taccone si impose anche al Giro di Lombardia, una delle cinque classiche monumento del ciclismo mondiale. Una corsa mica banale, con il terribile Muro di Sormano da scalare prima del mitico Ghisallo; il Lombardia, la classica per gli uomini della montagna, aveva partorito un altro ennesimo predestinato.

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Una vittoria di Taccone – da terremarsicane.it

Dopo una stagione in affanno, al Giro 1963 nasce definitivamente la leggenda del Camoscio d’Abruzzo. Cinque tappe vinte, di cui quattro consecutive. Un dominio che non si vedeva dai tempi del grande Alfredo Binda, che di successi consecutivi ne conquistò 8 nel 1929. Un’altra epoca, un altro ciclismo. Gesta eroiche tornate prepotentemente in voga con le imprese del corridore avezzanese, ormai per tutti il Camoscio d’Abruzzo, proprio come il simbolo delle montagne nostrane. Coraggio, spavalderia e quel pizzico di follia che hanno contraddistinto i campioni in bianco e nero, i pionieri del ciclismo. Era come se il tempo si fosse fermato a cinquanta anni prima, quando “si correva per rabbia o per amore”, per citare i celebri versi di De Gregori. Per rabbia, per amore e per fame correva Taccone: “Devo essere lupo perché ho fame, la mia famiglia ha sempre avuto fame. Ogni vittoria è una rapina”. Asti, Santuario di Oropa, Leukerbad e Saint-Vincent; quattro vittorie che valsero a Vito il biglietto d’ingresso nella storia del Giro d’Italia. Un poker da favola, più il trionfo nella penultima tappa di Moena, che non evitarono il sesto posto in classifica generale, a 11’50” dalla maglia rosa Franco Balmamion, che non ottenne nessun successo di tappa. La regolarità di Balmamion contro l’irriverenza di Taccone. Irriverenza che nel ciclismo è spesso nemica della vittoria ma che porta alla conquista di un traguardo ben più ambito: l’affetto della folla.

Il popolo del Giro amava quel modo di correre di Taccone, il coraggio nell’attaccare continuamente quando la strada saliva e gli avversari iniziavano ad arrancare. Il Camoscio era l’idolo della gente, di quel popolo cresciuto anch’esso nella povertà. Vito divenne l’alfiere di una Marsica, povera ed impoverita, che con il ciclismo ottenne il proprio riscatto. Il sogno di un garzone in bicicletta divenuto campione si tramutò nel sogno dell’intero popolo marsicano.

I Marsi, popolo che deve il proprio nome a Marte, dio della guerra, erano famosi per le grandi doti in battaglia. Indole battagliera che scorreva, inevitabilmente, anche nelle vene di Vito Taccone. Un carattere, spesso fuori dagli schemi, che avvicinava il Camoscio d’Abruzzo alla gente, proprio per quella sua normalità e genuinità, tipica di chi è cresciuto nella fame e nella voglia di rivalsa. Lontano dai campioni “ostriche e champagne”, Vito incarnava perfettamente l’animo marsicano e la rivincita sociale di un popolo sottomesso ed umiliato nella povertà dell’immediato dopoguerra. Poco avvezzo alla giacca ed alla cravatta, l’abito che più si prestava a Taccone era quello in verde, come la maglia di miglior scalatore che conquistò per ben due volte al Giro d’Italia, oltre a vestire le insegne del primato dopo la vittoria nella prima tappa di Diano Marina dell’edizione del 1966.

Il Giro d’Italia fa spesso tappa in Abruzzo nel ricordo dello scalatore marsicano, uno di quelli che ha impreziosito la Corsa Rosa, giunta quest’anno all’edizione numero 101. Una storia fatta di uomini ed eroi. Eroi del popolo che saranno ricordati al di là delle vittorie ottenute. Perché l’amore della gente può valere di più di una maglia rosa.

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BETSY CLIFFORD, LA BABY SCIATRICE CHE FU CAMPIONESSA DEL MONDO

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Betsy Clifford in gigante ai Mondiali del 1970 – da skimuseum.ca

articolo di Nicola Pucci

Quel che si può affermare, nel caso di Elizabeth “Betsy” Clifford, è che infiltrò il mondo dello sci alpino con la forza dirompente della sua freschezza adolescenziale, per poi eclissarsi altrettanto velocemente così come aveva raggiunto l’apice.

La Clifford nasce ad Ottawa, il 15 settembre 1953, ed è tanto abile fin da bambina nel condurre gli attrezzi che la nazionale canadese, non proprio ricca di campionesse in divenire – ci sono anche Judy Leinweber e Karen Dokka – seppur possa contare sul traino di una fuoriclasse come Nancy Greene che fa sue le prime due edizioni della Coppa del Mondo oltre a mettersi al collo l’oro in gigante e l’argento in combinata alle Olimpiadi di Grenoble, la inserisce nella squadra che proprio ad inizio 1968 conquista risultati importanti sulle piste europee. Betsy, in effetti, che ai Giochi, non ancora 15enne, diventa la più giovane sciatrice del suo paese a prender parte ad una rassegna olimpica ottenendo un 23esimo posto in discesa libera e non portando a termine le due gare di slalom e gigante, è subito nona ad Oslo proprio tra le porte larghe della disciplina più tecnica dello sci, per poi chiudere in ottava posizione lo slalom sulle nevi di casa a Rossland.

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La Clifford impegnata in slalom – da skimuseum.ca

La versalità della Clifford, così come il suo talento precocissimo, fa immaginare scenari rosei per un futuro che si annuncia radioso. E Betsy, nonostante la giovane età e sotto l’ala protettrice della Greene, di dieci anni più anziana, che, seppur ritirata a fine 1968, le fa da maestra e inevitabilmente l’alleggerisce del peso della responsabilità di ottenere subito risultati conformi alle aspettative, per la stagione 1968/1969 può puntualmente cominciare ad esser presenza costante nelle posizioni che contano delle classifiche. Quinta in discesa a Grindelwald, in Svizzera, ad un soffio dal terzo gradino del podio occupato dalla francese Isabelle Mir, ripete quel risultato nello slalom di Waterville Valley, per poi dare l’assalto al podio l’anno successivo.

La stagione 1969/1970, in effetti, è quella del definitivo salto di qualità per la Clifford, capace di ottenere due secondi posti in slalom a Grindelwald, quando è anticipata di soli 0″18 dalla francese Michella Jacot, e a Bad Gastein, quando deve inchinarsi nettamente all’altra transalpina Ingrid Lafforgue. Ed è proprio nelle serpentine tra le porte strette che la canadese esprime appieno la sua classe, arrembante ma anche estremamente redditizia, ottenendo in stagione ben quattro podi e sette piazzamenti tra le migliori dieci che le valgono a fine anno il quarto posto nella classifica di specialità. Nondimeno la Clifford sa destreggiarsi pure tra le maglie larghe del gigante, ed è proprio in questo esercizio che infine coglie la prima vittoria in carriera, il 14 febbraio 1970, sulle nevi della Valgardena.

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Il podio del gigante ai Mondiali del 1970 – da skimuseum.ca

Fortuna vuole che quella gara valga per la 21esima edizione dei Campionati Mondiali di sci alpino, e nel giorno di San Valentino, sulla pista “Ciampinoi“, con il tempo di 1’20″46, la Clifford, scesa col pettorale numero 2, riesce a tenersi dietro un trio di francesi d’assalto, Lafforgue, Macchi e Jacot, rispettivamente distanziate di 7, 14 e 16 centesimi. Per la ragazza di Ottawa, ottava anche nello slalom iridato, che oltre a saper sciare bene, illumina la scena con un sorriso che conquista, è l’apoteosi, e non ancora compiuti i 17 anni può guardare tutte dall’alto al basso, diventando la più giovane medagliata d’oro in una rassegna mondiale. Il che è una bella ipoteca per il futuro.

La stagione successiva, 1970/1971, per la Clifford è quella della conferma ai massimi livelli e i risultati non si fanno attendere. Soprattutto nell’amato slalom, che la vede imporsi al debutto a Val d’Isere il 16 dicembre, precedendo l’ennesima francese, Florence Steurer, e l’austriaca Wiltrud Drexel, e a Schruns il 21 gennaio, battendo ancora Lafforgue e Drexel. Con il secondo posto nell’ultima prova a Waterville Valley, a 0″61 dall’americana Cochran, Betsy si assicura anche il trofeo di specialità, in coabitazione con la Lafforgue, ma se l’eredità della Greene sembra garantita, è altresì vero che la Clifford, ignara del fatto, ha già imboccato la china discendente.

L’anno dopo, che calendarizza le Olimpiadi in quel di Sapporo, ha un sapore amaro per l’ancor giovanissima fuoriclasse, che in Coppa del Mondo raccoglie solo un quarto posto in gigante a Maribor come miglior risultato e si vede costretta a saltare i Giochi per un grave infortunio che la tiene fuori anche per tutta la stagione 1972/1973, interrompendone l’ascesa.

La Clifford fatica a recuperare la miglior condizione, penalizzata anche dall’affermarsi sulla scena di nuove reclute, vincendo comunque il circuito Can-Am (prima canadese a realizzare l’exploit), tornando a gareggiare per la stagione 1973/1974, e seppur l’ispirazione dei giorni vincenti ormai sembra appartenere al passato, sale ancora una volta sul podio, stavolta terza in discesa a Pfronten dietro al nuovo fenomeno Annemarie Moser-Proll e alla Drexel, per poi piazzare la zampata nell’occasione che conta.

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Un primo piano della Clifford – da skimuseum.ca

Sulle nevi svizzere di St.Moritz che ospitano i Mondiali, il 7 febbraio 1974, la Clifford è in lizza per un gran risultato in discesa libera. Scende a valle veloce nei tratti di piano, impeccabile nello schivare i trabocchetti imposti dal tracciato, abilissima nel disegnare le curve. Insomma, pare proprio la meravigliosa atleta che qualche anno prima aveva incantato il mondo dello sci, ed il cronometro la premia con un tempo di riferimento: 1’51″78. Certo, quel fenomeno che risponde al nome di Moser-Proll è davanti per 0″94, ma l’austriaca appartiene ad un altro pianeta, ed infine per la Clifford c’è in premio la medaglia d’argento. Corollario di una carriera da predestinata, che si trascina per un paio di anni ancora, con la stagione 1974/1975 che vede Betsy spesso piazzata tra le migliori, un ultimo podio con il terzo posto in combinata a Bad Gastein il 22 gennaio 1976 e, qualche settimana dopo, il commiato dall’attività a chiusura di un’Olimpiade, quella di Innsbruck, non certo in linea con le sue aspirazioni e il suo illustre passato (22esima in discesa libera, ancora 22esima nel gigante vintr dalla connazionale Kathy Kreiner, 18enne e nuovo che avanza in casa Canada, fuori in slalom dopo il 13esimo posto parziale della prima manche).

E così Betsy Cliffard, che appena bambina apparve nell’emisfero dello sci alpino, saluta quando ancora è adolescente. Quel che doveva vincere l’ha vinto, ed è già un gran traguardo. Ora la vita, fuori dalle piste, l’attende…

 

FLORY VAN DONCK E IL POKER DI SUCCESSI ALL’OPEN D’ITALIA

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Flory Van Donck – da golf.be

articolo di Nicola Pucci

Il nome potrà dirvi poco o niente, a meno che non siate un bel pezzo avanti con gli anni  e magari degl’inguaribili e pure aggiornatissimi appassionati di golf. Ma Flory Van Donck è pur sempre detentore di un primato che ad oggi pare difficile da eguagliare, ovvero vincitore di quattro edizioni dell’Open d’Italia, anche se, ad onor del vero, è questo un vanto che condivide con il francese Auguste Boyer… ma qui si parla già degli albori del torneo, a cavallo tra anni Venti e Trenta.

Belga di Tervuren classe 1912, Van Donck passa professionista all’eta di 19 anni, nel 1931, diventando di fatto uno dei giocatori dell’Europa continentale di maggior fama, in grado di competere con i golfisti britannici. Ha uno stile poco ortodosso, forse, ma efficace, e per due anni successivi, 1936 e 1937, vince il Dutch Open, battendo prima l’inglese Francis Francis ad Hilversum e poi proprio Boyer a Kennemer. Ma è in Italia, soprattutto, che il campione belga dà sfoggio della sua classe e nel 1938, al Circolo del Golf di Villa d’Este a Como, nell’ultima edizione prima dell’interruzione provocata dalla Seconda Guerra Mondiale, trionfa in 276 colpi davanti a Pulvio Travaini.

Van Donck fa in tempo a vincere per la prima volta il torneo di casa al Royal Golf Club of Belgium a Ravenstein battendo Max Faulkner, riscattando l’amaro secondo posto del 1935 quando fu Bill Branch a precederlo ai playoff nonostante un giro in 65 colpi (-8 sotto il PAR) che è un altro record che tuttora resiste, avviando una serie di cinque successi davanti al pubblico amico, per vedersi poi stoppare dall’orrore del conflitto bellico che lo tiene lontano dall’attività negli anni di massimo splendore. Nondimeno, alla ripresa, è pronto a riprendersi il posto tra i migliori e se vince ancora in Olanda e in Belgio, nel 1947 si presenta da detentore del titolo all’Open d’Italia, stavolta nel magnifico scenario del Circolo del Golf di Sanremo, confermandosi campione davanti a quell’Aldo Casera che l’anno dopo gli succede nell’albo d’oro. A Manchester conquista il primo successo nel Regno Unito, battendo l’americano Johnny Bulla, ed è l’antipasto di quelle che saranno le sue prestazioni al British Open.

Già, perchè se Van Donck rinnova il successo in Italia nel 1953 a Villa d’Este e nel 1955 a Venezia completando il poker “tricolore“, nello Slam più prestigioso è protagonista di due edizioni che lo vedono chiudere nella scomoda veste di runner-up, ovvero in seconda posizione, nel 1956 quando a batterlo è il leggendario Peter Thomson, 286 colpi a 289, al terzo successo consecutivo dei suoi cinque complessivi, e nel 1959 sul green di Muirfield quando a infrangere i suoi sogni di gloria è il sudafricano Gary Player, riducendo il margine a due soli colpi, 284 a 286.

Ma in Europa la classe golfistica di Van Donck, così come i suoi modi eleganti da vero gentiluomo, continuano a dispensare prodezze e il 1953 è per lui l’anno della consacrazione definitiva, imponendosi in sette tornei europei – altro record in curriculum, da condividere con l’australiano Norman Von Nida che vi riuscì nel 1947 -, il che gli vale l’assegnazione dell’Harry Vardon Trophy destinato al miglior giocatore del continente. Tra quelle perle, oltre a Belgio, Olanda, Italia, Germania e Svizzera, meritano di esser soprattutto ricordate le vittorie al Silver King Tournament di Rickmansworth e al Yorkshire Evening News Tournament, due successi di prestigio in quella terra d’Inghilterra che adotta definitivamente il belga tra i giocatori più stimati dall’esigente pubblico d’Oltremanica. Il che equivale ad una sorta di laurea del golf.

E se l’Italia lo elegge campione ad hoc del suo torneo di maggior caratura internazionale, altresì a casa nostra Van Donck ottiene l’ultima delle sue numerose vittorie, quando nel 1962, ormai 50enne, trionfa nella prima edizione della Lancia d’Oro al Golf Club di Biella. In effetti la carriera del belga è tra le più longeve, se è vero che nel 1979 partecipa per la diciottesima ed ultima volta alla World Cup, manifestazione a squadre che lo vede individualmente trionfatore nel 1960 a Portmarnock, nei sobborghi di Dublino, prendendosi il lusso in quell’occasione di battere un mito del golf come Arnold Palmer.

E se per quell’impresa Van Donck si guadagnò la palma di sportivo belga dell’anno, se universalmente viene riconosciuto come il golfista più forte d’ogni epoca del suo paese (forse assieme a Donald Swaelens), nondimeno Flory sarà sempre, per noi italiani, l’uomo la cui mazza seppe calare un poker d’oro. Ed un record è pur sempre un record.

 

TERRY MCGOVERN, IL PESO PIUMA CHE PICCHIAVA COME UN FALEGNAME

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Terry McGovern – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Terry il terribile“, al secolo Terry McGovern, di sangue irlandese, nato a Johnstown in Pennsylvania il 9 marzo 1880, fu il mammasantissima dei pesi piuma ad inizio Novecento.

Ereditato il trono dal leggendario George Dixon, campione del mondo ben diciassette volte dal 1891, che fu costretto a gettare la spugna all’ottavo round del match andato in scena il 9 gennaio 1900 al Broadway Athletic Club di New York, McGovern era casualmente capitato nel mondo della boxe passando attraverso il lavoro di falegname e grazie anche all’attività di giocatore di baseball. Morto il padre, in effetti, Terry fin da ragazzo aveva dovuto provvedere alle esigenze della famiglia, impugnando sega e martello, e nel tempo libero si dilettava nel colpire e lanciar palla in un diamante. Accadde un giorno che una partita finì in una colossale azzuffata e fu l’attimo in cui McGovern scoprì che con i pugni sapeva farsi rispettare. Accasatosi presso il Greenwood Athletic Club di Brooklyn, tra le corde di un ring potè sprigionare la rabbia prodotta da un destino non certo benevolo, e la sua vita conobbe qui una svolta, garantendogli la riscossa attesa.

Tenacissimo di temperamento e forgiato in un fisico da superuomo, seppur in soli 160 centimetri di altezza, “Terry il terribile“, come venne ben presto battezzato, esordì diciassettenne, perdendo per squalifica con Johnny Snee, ma ebbe modo di riscattarsi prontamente e la sua potenza era tale che gli organizzatori degli incontri si videro spesso costretti ad opporgli sfidanti ben più pesanti, che puntualmente venivano abbattuti. Stessa sorte capitò al britannico Pedlar Palmer, che il 12 settembre 1899, davanti ai 10.000 spettatori della Westchester A.C. di Tuckahoe, andò k.o. già alla prima ripresa, consentendo a McGovern di cogliere il titolo mondiale dei pesi gallo lasciato vacante da Jimmy Barry. Oltre a permettergli di incassare la ragguardevole somma, per l’epoca, di 7.500 dollari. La prima difesa contro Harry Forbes, uno che in seguito avrebbe vinto sei volte il titolo, il 22 dicembre dello stesso anno a Braodway (anche se c’è qualche dubbio che il match valesse per la cintura mondiale), fu altrettanto rapida, con la vittoria al secondo round complice un tremendo destro del campione al mento dello sfidante, il che convinse Terry di salire di categoria, iniziando proprio con Dixon il suo dominio tra i pesi piuma.

E qui McGovern potè mettere in mostra tutto quel che era il suo talento distruttivo. Battè campioni più grandi e grossi di lui e già affermati, come Frank Erne nel prestigioso scenario del Madison Square Garden di New York e Joe Gans, con cui condivise una notte in gattabuia per gli schiamazzi dell’incontro, titolari entrambi, e a più riprese, della cintura dei pesi leggeri, ma costretti a soccombere al pugilato senza freni di “Terry il terribile“, per poi mettere il palio il titolo dei pesi piuma contro Eddie Santry (Chicago, 1 febbraio 1900), Oscar Gardner (New York, 9 marzo 1900), Tommy White (Coney Island, 12 giugno 1900), Joe Bernstein (Louisville, 2 novembre 1900), ancora Oscar Gardner (San Francisco, 30 aprile 1901), e Aurelio Herrera (sempre San Francisco, 29 maggio 1901), tutti inesorabilmente destinati, chi prima, chi dopo, a conoscere l’onta dell’atterramento a tappeto.

Le belle pagine, nel pugilato e nella vita, così come hanno un inizio sono anche destinate ad avere una fine, inevitabilmente, e quella del libro agonistico di Terry McGovern si chiude il 28 novembre 1901, al Coliseum di Hartford. L’avversario è Young Corbett II, uno che in quanto a classe ne ha da vendere, ed il detentore del titolo ha modo di accorgersene fin dal gong iniziale, subendo l’impeto dello sfidante che alla seconda ripresa, dopo averlo già mandato al tappeto, lo atterra definitivamente. Il conteggio costa il titolo a McGovern e avvia l’eclisse sportiva, con la sconfitta anche nel match di rivincita di due anni dopo a San Francisco, ed un palmares che assomma infine 59 vittorie (di cui 44 per k.o.), 5 sconfitte e 3 pareggi.

Il resto, ovvero giù dal ring, racconta di un bel gruzzolo di denaro guadagnato così come puntualmente sperperato sui tavoli verdi del gioco d’azzardo, una discreta carriera da arbitro, il ricovero in una casa di cura per malattie mentali ed una morte prematura per polmonite fulminante, a soli 38 anni, il 22 febbraio 1918, che sconfisse quel corpo che pareva inattaccabile. Ma se Terry McGovern, detto “Terry il terribile“, è considerato il più grande peso piuma di sempre ci sarà una ragione, o no? E quella lo rende immortale.

 

ALEKSANDR ROMANKOV, IL FIORETTISTA CHE VENNE E VINSE DALL’ORIENTE ESTREMO

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Aleksandr Romankov – da pinterest.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Korsakov è una città dell’estremo oriente russo, sull’isola di Sachalin, in pieno Pacifico. Trentamila abitanti o giù di lì, fino al 1945 si chiama Otomari ed è sotto il governo giapponese. Nel ’46 prende il nome di un vecchio generale zarista e torna all’Unione Sovietica, per quanto le due cose possano parere in disaccordo tra loro.

È qui che nel novembre del 1953 nasce Aleksandr Anatoleevič Romankov. Ci resterà poco. Presto prende la via della Bielorussia e, ancora bambino, si ritrova a Minsk, in tutt’altro contesto: diecimila chilometri più a ovest, quasi due milioni di abitanti. Comincia a tirare di scherma. Non ha però il coraggio di confessare di essere mancino, perché a scuola già lo hanno rimproverato per aver provato a scrivere con la mano sinistra. Impugna il fioretto con la destra e farà così ancora per qualche anno.

C’è una foto in bianco e nero che ritrae Aleksandr in un collegio militare, ancora non adolescente: una decina di bambini in guardia, i pantaloni neri ampi, toraci magri e nudi. Accanto al biondo Aleksandr c’è un ragazzo dai capelli neri. È Nikolay Alechin, sciabolatore che diventerà campione del mondo a squadre a Melbourne nel 1979. Sono compagni di scuola e di allenamenti.

Il suo maestro è, e sarà sempre, Ernst Assyevsky, alla scuola di scherma della Dynamo Minsk. Promettente ma minuto nel fisico, gli esordi sulla scena estera non sono particolarmente brillanti per Aleksandr. A 17 anni, in Coppa del Mondo di categoria, arriva al dodicesimo posto. L’anno dopo è sesto. La nazionale maggiore sovietica è fortissima e lui fatica a mettersi il luce. Il campionato nazionale è spesso più duro di quello internazionale.

Ma lui non si scoraggia: lavora, affina una tecnica impeccabile, punta sulla rapidità e velocità. Nel 1974 esordisce finalmente nella nazionale assoluta. E che esordio: vince la coppa del Mondo e il doppio oro, individuale (davanti a Carlo Montano) e a squadre (sulla Polonia), ai mondiali di Grenoble. È solo l’inizio di una carriera incredibile che arriva all’inizio degli anni ’90. Impossibile enumerare tutti i suoi successi: dieci volte campione del mondo (cinque volte individuale, cinque a squadre), tanto da essere secondo solo a Valentina Vezzali (sei ori individuali) in questa classifica schermistica di tutti i tempi, e diventare un vero dominatore del fioretto per oltre un decennio, specie all’inizio degli anni ’80.

Solo il rapporto con le Olimpiadi non è dei migliori. A Montreal, nel ’76, è lo spareggio a costringerlo all’argento contro il nostro giovane Fabio Dal Zotto. A Mosca, quattro anni dopo, davanti al proprio pubblico, è Aleksandr il favorito numero uno. Il vero unico possibile rivale sembra l’altro sovietico Vladimir Smirnov. È di nuovo finale a sei. È di nuovo parità e di nuovo spareggio, stavolta a tre con Smirnov e il francese Pascal Jolyot. Romankov vince su Smirnov 5-4, Smirnov batte il francese 5-0. L’oro pare a portata di mano, ma poi Romankov ha un vero blocco, perde a 0 contro il francese, e alla fine deve rassegnarsi al bronzo. Altra beffa nella gara a squadre, chiusa con la sconfitta contro la Francia di Jolyot in finale per colpa della differenza stoccate a parità di vittorie.

Sul palcoscenico mondiale, è sempre un dominatore, come conferma il doppio oro di Roma ’82, quello della tragedia di Smirnov, morto in pedana trafitto accidentalmente dal tedesco Behr.

Nel 1984 la rincorsa olimpica si infrange stavolta sul boicottaggio sovietico ai Giochi americani. L’inizio della fine sembra il campionato del mondo a Sofia nell’86. Dopo undici edizioni consecutive tra olimpiadi e mondiali in cui era andato sempre invariabilmente a medaglia, stavolta arriva per lui il 18° posto nell’individuale e il 6° a squadre. Idem a Losanna l’anno dopo: addirittura 33°. I giorni belli paiono ormai alle spalle, per lui sempre elegante in pedana, ma ormai calvo sopra gli immancabili baffi.

L’oro olimpico pare debba rimanere il grande rimpianto di una carriera comunque straordinaria. Invece. L’ultimo treno passa da Seul 1988. Neppure troppo lontano dalla natale Korsakov, tre ore d’aereo più a nord. Romankov lavora per quell’appuntamento come mai prima. Nella prova individuale supera quasi a punteggio pieno i gironi di qualificazione. Nelle dirette, passa i primi due turni ma poi gli è fatale di nuovo un italiano, stavolta Mauro Numa. Riparte dai ripescaggi, supera Numa ma poi cede di nuovo in semifinale davanti a un altro azzurro, Stefano Cerioni. Sarà bronzo dopo aver battuto il tedesco Schreck 10-8 al termine di una entusiasmante rimonta.

L’oro arriverà comunque nella gara a squadre, con le vittorie su Ungheria in semifinale e Germania Ovest in finale. Finalmente. Insieme a lui ci sono Ilgar Mamedov, Vladimer Aptsiauri, Anvra Ibragimov, Boris Koretsky, buoni fiorettisti guidati da un fuoriclasse come lui. Il suo palmarès olimpico parla alla fine di un oro, due argenti, due bronzi.

Al suo ricco curriculum farà in tempo ad aggiungere il mondiale a squadre di Denver nell’89, prima di ritirarsi alla vigilia dei Giochi di Barcellona del 1992.

Finita la carriera agonistica, è stato commissario tecnico delle nazionali australiana e coreana, prima di tornare con lo stesso ruolo in Bielorussia, abbinandoci anche il ruolo di presidente della Federazione.

PETR KORDA E QUELL’AUSTRALIAN OPEN 1998 CHE ZITTI’ GLI SCETTICI

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Rios e Korda alla premiazione – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Che Petr Korda avesse nel braccio sinistro classe cristallina era noto a tutti, così come altrettanto a tutti era noto che la sua concentrazione non fosse così solida da assecondarne l’estro tennistico. Ma alla carriera dei campioni baciati dalla Dea bendata, seppur maledetti, quasi sempre viene concessa l’occasione di dimostrarsi tali in un’occasione speciale, e gli Australian Open del 1998 furono la chance attesa da una vita dal ragazzo di Praga.

Classe 1968, predestinato al successo, Korda dà saggi di tocco sopraffino e completezza tecnica fin dall’affaccio al panorama internazionale, raccogliendo solo nel 1991 sul cemento americano di New Haven e sul tappeto indoor di Berlino i primi due titoli in carriera. L’anno dopo è finalista al Roland-Garros, dove soccombe al furore agonistico e alla forza da battitore di baseball di Jim Courier che lo seppellisce sotto il fardello di un pesante 7-5 6-2 6-1, e la batosta è tale che pr qualche anno ancora Petr, pur comparendo a lungo tra i migliori dieci giocatori del mondo e trionfatore nel 1993 alla Grand Slam Cup battendo Sampras in semifinale 13-11 al quinto set e Stich in finale 11-9 sempre al quinto set e per complessive dieci ore di fatica, stenta a confermare quel risultato, comunque di prestigio.

A cavallo tra la fine del 1997 e l’inizio del 1998 Korda raggiunge altresì la piena maturità fisico/tecnica, certificata dal successo ad ottobre all’Eurocard Open di Stoccarda, evento Masters Series, in cui batte uno dopo l’altro Pioline, Rios, Rafter e in finale l’olandese Krajicek, 7-6 6-2 6-4, il che lo proietta all’ottava posizione del ranking. E ad inizio anno nuovo è pronto per i tornei nell’emisfero australe. Debutta, ad onor del vero, a Doha, vincendo il titolo in finale con il “mago” Fabrice Santoro, 6-0 6-3, per poi allinearsi al via del primo Grande Slam stagionale.

A Melbourne Sampras, Rafter, Chang e Bjorkmann capeggiano l’elenco delle sedici teste di serie, con Korda che è il sesto favorito del lotto, vista l’assenza di Kafelnikov, ed è alloggiato nella parte alta del tabellone che, oltre a “Pistol Pete” detentore del titolo, ha nel finalista dell’anno precedente, Carlos Moya, un altro pretendente autorevole ad un ruolo di primo piano. Le attese, però, vengono… disattese, e se Sampras incoccia ai quarti di finale nell’efficacia nei colpi di sbarramento dello slovacco Karol Kucera che lo estromette a sorpresa in quattro set, lo spagnolo non va oltre il secondo turno, fatto fuori da Richard Fromberg che è australiano, ha esperienza da vendere e nel torneo di casa sa farsi rispettare.

Korda, da par suo, debutta lasciando un set all’iberico Portas, scavalca senza patemi gli ostacoli rappresentati da Scott Draper e Vincent Spadea, batte agli ottavi un cliente pericoloso come Cedric Pioline che l’anno prima è pur sempre stato finalista a Wimbledon e ai quarti viene a capo della strenua resistenza di Bjorkmann, infine battuto in rimonta 3-6 5-7 6-3 6-4 6-2. E proprio il successo con lo scandinavo quarta testa di serie dimostra che Korda è in eccellente forma ed è ben deciso a salire su quel tram chiamato vittoria Slam, che per lui è già passato uno volta ma che non fu capace di acchiappare a Parigi. La semifinale con Kucera lo vede favorito e i quattro set risolutivi, 6-1 6-4 1-6 6-2, spediscono il ceco a giocarsi la finale.

La parte bassa del tabellone disattende a sua volta le indicazioni della classifica. Rafter, campione agli ultimi US Open e numero 3 del seeding, esce inopinatamente di scena al terzo turno, battuto da quel colpitore bimane, dritto o rovescio che sia, che risponde al nome di Alberto Berasategui, “vecchio” finalista al Roland-Garros nel 1994 ma non certo a suo agio sulle superfici veloci, che al match successivo riserva medesima sorte ad Agassi, a sua volta battuto in rimonta in cinque set. E quando i due francesi Raoux ed Escudè eliminano al secondo turno Chang e Kuerten e Rusedski e Ivanisevic incocciano nel gioco d’attacco di Woodbridge e Siemerink, ecco che si fa largo in questa falcidia di favoriti un altro che in quanto a talento certo ed altrettanto certa scarsa tenuta mentale ne ha in abbondanza, ovvero il cileno Marcelo Rios.  Il sudamericano, numero 9 del tabellone, batte in successione Stafford, Enqvist, Ilie e Roux, nessuno di loro accreditato dello status di teste di serie, per pi fermare ai quarti di finale la corsa di Berasategui, 6-7 6-4 6-4 6-0, e quella di Escudè in semifinale, 6-1 6-3 6-2, altri due che non hanno classifica compresa tra i primi sedici.

E così in finale si affrontano due giocatori in fotocopia, entrambi mancini, entrambi virtuosi della racchetta, entrambi privi della necessaria affidabilità ad alti livelli. Ma addì 1 febbraio 1998 Korda ha il suo personalissimo appuntamento con la storia, non può tradire chi crede ancora che il suo talento non sia illusione effimera – ad onor del vero è quel che si dice anche di Rios, ma non si vince in due, ovvio -, soprattutto ha dentro quel desiderio di vittoria che mai lo ha posseduto prima. E nel caldo infernale d’Australia, lui che dovrebbe sudare ben più del latinoamericano dai tratti andini, sotto gli occhi della piccola Jessica che applaude il papà in tribuna, cava fuori dal cilindro una prestazione che vale una carriera e con un triplice 6-2 mette infine in bacheca un trofeo che zittisce gli scettici. Il povero Rios è ancora lì che morde il freno… a lui quest’exploit non è mai riuscito.

 

IL DREAM TEAM 2 DI O’NEAL E L’IRIDE IN CANADA NEL 1994

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Il Dream Team 2 – da basketinside.com

articolo di Nicola Pucci

Due anni dopo l’esibizione senza precedenti e mai più replicata di un’impareggiabile parata di stelle ai Giochi di Barcellona del 1992, il mai troppo enfatizzato Dream Team tanto per capirsi, la squadra americana di pallacanestro si presenta all’appello dei Mondiali in Canada del 1994. Campioni leggendari come Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird, ovviamente, non ci sono più, quindi la nuova versione del Dream Team lascia spazio al nuovo che avanza, che risponde ai nomi di Shaquille O’Neal (22 anni), Alonzo Mourning (24 anni), Shawn Kemp e Larry Johnson (entrambi 25 anni). Accanto alle nuove reclute esercitano, sotto l’occhio attento di coach Don Nelson, campioni a loro volta affermati, quali Dominique Wilkins (34 anni) e Joe Dumars (31 anni), a completare un organico comunque di primissimo livello che comprende anche Reggie Miller, Dan Majerle, Mark Price, Kevin Johnson, Derrick Coleman e Steve Smith.

Si gioca dal 4 al 14 agosto allo Skydome e al Maple Leaf Garden di Toronto e al Coops Coliseum di Hamilton ed in lizza, per un evento che vale anche come torneo di qualificazione olimpica per Atlanta 1996, ci sono 16 Nazionali. Unica assenza di rilievo, l’Italia, mentre sono della partita Russia e Croazia, nate sulle ceneri delle ormai defunte Urss e Jugoslavia, dominatrici dell’edizione argentina del 1990 chiusa con il successo slavo per 92-75.

Il Dream Team 2, battezzato in ricordo dei predecessori “barcellonesi” e con la timida illusione di ripetere quell’exploit, nondimeno è largamente superiore alla concorrenza e già nella prima fase a gironi ha modo di sciorinare basket di eccellente qualità, andando oltre i 100 punti al debutto con la Spagna, 115-100 con 21 punti di Dumars e 20 di Miller, con la Cina, 132-77 con O’Neal top-scorer con 22 punti, e con il Brasile, 105-82 con l’immarcabile O’Neal ancora il migliore con 27 punti. Bis repetita al secondo turno, quando ad arrendersi alla superiorità della squadra di Nelson sono l’Australia, demolita 130-74 con 31 punti di Miller che piazza un 4/4 da due e 5/6 da tre oltre ad 8/8 ai liberi, Portorico, altrettanto impossibilitata a fare match pari 134-83 con O’Neal e Miller che segnano rispettivamente 29 e 28 punti, e la stessa Russia, che si arrende 111-94 e al 10/11 da due di O’Neal che segna ancora 21 punti.

Nel frattempo la kermesse iridata boccia l’ambiziosa Spagna del “vecchio” San Epifanio, del bomber Herreros e di Jordi Villacampa, relegata dalla sorprendente sconfitta di misura con la Cina, 78-76, al girone che assegna i posti dal nono al dodicesimo; la Croazia illustra lo sterminato talento di Dino Radja, che gioca a Boston, Toni Kukoc, scelto da Chicago proprio nell’anno del primo ritiro di Jordan, e Arijan Komazec, stella a Varese; l’Australia ha in Andrew Gaze il miglior tiratore scelto del torneo con 23.9 punti di media a partita; la Russia trascinata da Sergei Bazarevich e la Grecia che ha nei veterani Giannakis e Fassoulas i suoi leader vincono i propri gironi e si presentano all’appuntamento con la fase decisiva con l’ambizione neppure troppo taciuta di salire sul podio.

Al penultimo atto, a giocarsi il titolo mondiale, in effetti arrivano le quattro squadre più attrezzate. Ovviamente gli Stati Uniti, che non hanno trovato ostacoli lungo il loro cammino, la Croazia che ha vinto le sei gare disputate, la Russia che ha ceduto solo agli americani, e la stessa Grecia, che ha superato 74-71 il Canada nel match decisivo per la qualificazione grazie a 28 punti di Christodoulou. E sono proprio gli ellenici a provare a far saltare il banco, affrontando gli Stati Uniti il 13 agosto allo SkyDome di Toronto. Figurarsi. Il Dream Team 2 non conosce incertezza, pur stavolta non superando la soglia dei 100 punti segnati, vincendo facile 97-58 con 14 punti di Miller e 16 rimbalzi di O’Neal, mentre l’altra semifinale ripropone la sfida, seppur con denominazione diversa, della finale di quattro anni prima. Croazia e Russia si affrontano nel sostanziale equilibrio, con Bazarevich che conferma la sua classe segnando 16 punti, ben supportato da Babkov con 13 punti, che garantiscono il successo finale di misura, 66-64 nonostante i 22 punti di Komazec, i 16 di Radja e i 10 rimbalzi di Vrankovic, e chiavi d’accesso all’atto decisivo.

In finale, ad onor del vero, non c’è proprio partita. La superiorità americana è tanto evidente da risultare quasi imbarazzante per i malcapitati russi, costretti ad accusare già all’intervallo un passivo impossibile da contenere, 73-40. Wilkins è il miglior marcatore con 20 punti, O’Neal, eletto infine MVP della rassegna, Mourning e Kemp firmano a loro volta 18, 15 e 14 punti e ben otto giocatori del Dream Team 2 vanno in doppia cifra. Johnson e lo stesso O’Neal sotto le tabelle raccattano tutto quel che capita nei pressi dei loro tentacoli, 11 e 10 rimbalzi rispettivamente, e seppur nel secondo tempo il divario sia più contenuto, infine lo score a referto di 137-71 la dice lunga su quanto forte sia questa seconda versione del basket stelle-e-strisce. Non bastano le buone prove di Babkov (22 punti, con 8/13 al tiro complessivo), Mikhaylov (19 punti) e Bazarevich (17 punti) a salvare l’onore dei russi, ancora una volta secondi al mondo… lassù, sul trono, siede il Dream Team 2, forte, fortissimo e terribilmente simile alla squadra dei sogni che incantò Barcellona.

PORTAGALLO-BRASILE 1966, IL TRIONFO DI EUSEBIO E IL CROLLO DELLO ZOPPICANTE PELE’

PORTOGALLO - BRASILE 3-1, le carezze portoghesi a Pele'
Pelè a terra davanti a Eusebio – da storiedicalcio.altervista.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Il Brasile si arrende 3-1 a un ottimo Portogallo e saluta il Mondiale 1966 in Inghilterra. Partita a senso unico: i portoghesi, trascinati da un Eusebio in stato di grazia, gestiscono a piacimento, dominando il primo tempo sul piano territoriale e controllando nella ripresa i timidi e inconcludenti tentativi degli avversari. A pesare su un Brasile, che si conferma a fine ciclo, è soprattutto l’infortunio di Pelé, già in campo non al meglio per le botte ricevute nella sfida con la Bulgaria e poi costretto dal 30° in avanti a giocare zoppo e fasciato. Forse sarebbe cambiato poco, anche se il Re fosse stato sano, ma di certo quella è stata la mazzata definitiva sulle possibilità verdeoro di confermare il doppio titolo mondiale del 1958 e del 1962.

Portogallo: Pereira – Moras, Baptista, Vicente, Hilario – Graça, Coluna – Josè Augusto, Eusebio, Torres, Simoes. Allenatore: Gloria.
Brasile: Manga – Fidelis, Brito, Orlando, Rildo – Denilson, Lima – Jairzinho, Pelé, Silva, Paranà. Allenatore: Feola.

Arbitro: McCabe (Inghilterra)

Primo tempo
1′ Manga neutralizza a fatica una punizione di Eusebio calciata dal lato sinistro dell’attacco portoghese.
2′ triangolo Eusebio-Simoes-Eusebio, sempre sul versante mancino, Eusebio entra in area, diagonale sul secondo palo fuori di un soffio.
5′ altra punizione da sinistra di Eusebio, la palla sorvola la traversa.
9′ Pelé, già non al meglio della condizione fisica, viene steso al limite dell’area, resta a terra e si rende necessario l’intervento dei medici. Pelé si rialza ed è lui a battere il calcio di punizione, la palla sbatte sulla barriera e si impenna all’indietro, il portiere portoghese Pereira fa sua la sfera, ma viene toccato da un brasiliano: va a terra, fingendo di aver ricevuto un colpo al volto. Gioco piuttosto spezzettato, gara nervosa.
14′ cross rasoterra di Simoes da sinistra per Eusebio, tiro a mezza altezza, para Manga.
15′ GOL PORTOGALLO Simoes avanza sul lato mancino, arriva al limite, pesca Eusebio con un filtrante a sinistra, l’attaccante portoghese va sul fondo, crossa nell’area piccola, Manga respinge, ma Simoes di testa è il più lesto di tutti a raccogliere di testa e segnare.
17′ altro calcio piazzato di un Eusebio ispiratissimo, pallone alto non di molto.
18′ Graça tenta di sorprendere Manga da fuori, ma il portiere brasiliano è attento. Il Portogallo è padrone del campo.
26′ GOL PORTOGALLO punizione da destra di Coluna, che fa spiovere un bel pallone in area, sponda aerea di Torres per Eusebio che sottoporta, sempre di testa, anticipa Orlando e batte Manga.
28′ si vede, finalmente, il Brasile. Spunto di Paranà a sinistra, cross pericoloso respinto dalla difesa portoghese.
30′ ancora un fallo durissimo su Pelé al limite dell’area portoghese. O Rey rimane a terra per qualche minuto, poi si rialza zoppicando in modo evidente e viene portato fuori dal terreno di gioco con l’aiuto dei medici. Rientra con una fasciatura, ma continuerà a zoppicare, menomato: sarà così per tutta la partita.
36′ Jairzinho tenta un dribbling in area dal lato sinistro e cade. Timide proteste, ma il rigore pare proprio non esserci.
37′ lancio dalle retrovie, Jairzinho entra in area e impegna severamente Pereira con una conclusione potente. E’ finora la miglior occasione dei brasiliani.
42′ splendida azione personale di Eusebio, che parte sulla corsia mancina, semina un paio di avversari, si accentra, ma calcia alle stelle.
45′ punizione al limite di Silva, palla alta non di tanto.

Secondo tempo
5′ Simoes ruba palla a Fidelis, rientra, poi lascia a Eusebio che si incunea in area sul lato sinistro, bruciando in velocità ancora Fidelis, tiro da posizione defilata, Manga respinge e Fidelis si rifugia in calcio d’angolo.
8′ palla in area di Lima per Paranà che travolge Pereira: il portiere resta a terra, gioco interrotto.
19′ Eusebio supera in velocità un paio di avversari per vie centrali e tenta un tiro dalla distanza, pallone fuori.
20′ chance per Jairzinho che entra in area sul lato destra, ma spara altissimo.
24′ violente punizione di Eusebio dal fronte destro dell’attacco portoghese, Manga devia in corner.
28′ GOL BRASILE scambio tra Rildo e Paranà a sinistra, Rildo al limite controlla, diagonale forte rasoterra, palla nell’angolino imprendibile. Un gol casuale, comunque: il Brasile non è praticamente mai riuscito a impensierire davvero il Portogallo, che ha fin qui controllato agevolmente la partita.
29′ Josè Augusto prova a battere Manga da sinistra, conclusione alta.
40′ GOL PORTOGALLO duetto in velocità tra Eusebio e Josè Augusto, Eusebio dal lato destro dell’area calcia sul primo palo, Manga mette in angolo. Dal corner, cross in mezzo, un difensore brasiliano libera di testa non benissimo, la palla danza nell’area piccola, Eusebio arriva in corsa e di collo destro infila di potenza.
42′ Pelé travolge un difensore portoghese che rimane a terra. Battibecco tra giocatori brasiliani e portoghesi, interviene l’arbitro. E’ la resa del Brasile bi-campione mondiale.

LE PAGELLE DEL PORTOGALLO
IL MIGLIORE EUSEBIO 8: due gol, accelerazioni brucianti, potenza ed eleganza. Impossibile portargli via il pallone, quando parte in velocità semina il panico. Mette lo zampino in tutte le azioni più pericolose del Portogallo. Prestazione mostruosa.
Coluna 6,5: si vede più in fase difensiva che offensiva, dove ha il solo merito di calciare la punizione da cui nasce il gol del 2-0, però lotta con grinta su tutti i palloni, non lasciando un metro agli affondi brasiliani e guidando i compagni con buona personalità.
Simoes 6,5: apre le danze, è sempre una spina nel fianco della difesa brasiliana, manda più volte in crisi il povero Fidelis.

LE PAGELLE DEL BRASILE
IL MIGLIORE MANGA 6,5: evita un passivo più pesante con ottimi interventi, non facendo rimpiangere l’istituzione Gilmar.
Paranà 6: nel primo tempo è il migliore del Brasile, l’unico che cerca di portare pericoli alla porta di Pereira con iniziative e affondi soprattutto dal lato mancino.
Jairzinho 5,5: una conclusione pericolosa, un altro paio di chances sciupate, alterna buone cose a errori. Prova spesso a puntare l’uomo, ma dà l’idea di tenere troppo palla e mettersi poco al servizio del collettivo.
Pelé sv: il Re è nudo. Già fiaccato da problemi fisici, dalla mezz’ora in poi gioca zoppo e con una fasciatura a causa di un intervento tremendo di un avversario: l’assenza delle sostituzioni però lo costringe a rimanere in campo tutta la partita. Tocca pochi palloni e non ne spreca mezzo, però è al 30% e gioca solo da fermo.

PETRA KRONBERGER, IL POSTO IN BANCA INVECE DEL RECORD DELLA PROLL

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Petra Kronberger nello slalom olimpico di Albertville 1992 – da news.at

articolo di Nicola Pucci

Il dubbio rimarrà tale. Chissà, forse Petra Kronbrger, che attraversò il mondo dello sci alpino per breve tempo ma con impeto vincente e classe abbacinante, magari avrebbe potuto battere il record della Proll. Invece… invece scelse una vita parallela e Annemarie è ancora lassù, a capeggiare la classifica di chi più volte si è imposta nella classifica generale di Coppa del Mondo.

Petra nasce il 12 febbraio 1969 ai 565 metri di altitudine di Sankt Johann im Pongau, nel salisburghese. E con vette innevate ad un tiro di schioppo, inizia a praticare sport invernali in una scuola di Badgastein, spostandosi poi a Schladming, una delle sedi prestigiose in cui il Wunderteam austriaco forgia i suoi campioni. La ragazzina ci sa indubbimente fare, ma la tecnica è da affinare, così come il temperamento, schivo e che rifugge l’esibizionismo, è da plasmare. La Kronberger debutta in Coppa Europa, ma se la stagione 1985/1986 non le riserva grosse soddisfazioni, l’anno dopo è tra le migliori in discesa libera (quinta) e supergigante (settima).

In verità altre connazionali sembrano più preparate al successo di lei, ad esempio Manuela Ruf (che non avrà però carriera tra le grandi), ma se c’è una cosa che non manca proprio alla Nazionale austriaca di sci è il raffronto quotidiano, ed è quello che permette alle atlete di migliorarsi. E Petra, silenziosa ma attenta, apprende bene il mestiere e ai Mondiali juniores del 1987 a Salen, in Svezia, comincia a farsi notare con la medaglia d’argento in gigante alle spalle di una certa Deborah Compagnoni che l’anticipa di 0″73, ed il quinto posto nello slalom vinto dall’altra austriaca Ingrid Stoeckl.

Il dado è tratto e per la stagione 1987/1988 è tempo, per Petra, di debuttare in Coppa del Mondo. Ottiene il primo piazzamento in discesa libera, che poi è la sua disciplina prediletta, giungendo 15esima a Leukerbad l’11 dicembre 1987, per poi salire già sul podio a Zinal, il 14 gennaio 1988, terza alle spalle dell’elvetica Michela Figini, che della specialità è una delle più grandi di sempre: è tanto evidente che quel primo podio, tutti ne sono certi, non potrà che essere il trampolino di lancio di una carriera che si annuncia fulgida. E lo sarà, ben oltre le più rosee aspettative.

In quello stesso 1988, 19enne, Petra affronta il primo appuntamento olimpico in quella CalgAry illuminata dalle prodezze di Alberto Tomba e Katarina Witt, terminando sesta in discesa, undicesima in combinata e quattordicesima in gigante, pagando inevitabilmente lo scotto del debutto in una grande rassegna internazionale, ma la riscossa è dietro l’angolo e se la stagione successiva, 1988/1989 ,non riserva all’asburgica grandi soddisfazioni con un unico terzo gradino del podio nella combinata di Altenmarkt e un anonimo 24esimo posto finale in classifica, oltre ad esser settima in combinata, ottava in supergigante e dodicesima in discesa ai Mondiali di Vail, ecco che nel 1989/1990 Petra esplode ai massimi livelli.

La stagione si avvia con l’anteprima di agosto sulle nevi andine di Las Lenas, in Argentina, in cui Petra raccoglie un nono posto in discesa e un terzo in supergigante, battuta da Anita Wacheter e dalla francese Cathy Chedal, ma alla ripresa in Nordamerica domina nel breve volgere di 24 ore le due discese libere di Panorama, ottenendo i primi successi in carriera. Qui comincia una cavalcata trionfale che per un triennio non lascerà che le briciole alle avversarie. In quella stessa stagione la Kronberger vince anche in combinata, gigante e slalom, a certificare quella polivalenza che ne faranno una delle più grandi interpreti dello sci di ogni epoca, abilissima nel far scivolare gli attrezzi, chirurgica nel disegnare le curve, efficace nelle serpentine tra i pali stretti dello slalom: insomma, non ha punti deboli ed è il prototipo della sciatrice moderna, efficace e vincente in ogni disciplina, su ogni tipo di tracciatura e in ogni condizione di neve, ghiaccio o farina molle che sia. Mette in bacheca la prima sfera di cristallo, 341 punti contro i 300 della connazionale Wachter, riportando in Austria un torfeo che mancava dal 1979 quando, indovinate un po’?, a vincere fu la Proll, per la sesta e ultima volta, e la storia dello sport già l’accoglie a braccia aperte.

L’anno dopo il bis è ancor più convincente. Petra vince cinque delle prime undici gare stagionali, e sono cinque successi in altrettante discipline diverse, impresa mai riuscita a nessun’atleta nello spazio di una sola stagione: gigante e slalom in Val Zoldana al debutto, supergigante ad Altenmarkt, discesa a Morzine e combinata a Bad Kleinkirchheim, chiudendo infine con 312 punti ben davanti alla Ginther, che di punti ne colleziona 195. A corollario di tanta grazia, pure la coppetta di specialità in slalom, curiosamente l’unica in un triennio da favola.

Nell’anno in corso il calendario propone la kermesse iridata di Saalbach e per la Kronberger, dopo aver fallito a Calgary e Vail, è infine giunta l’ora di sfatare il tabù in un grande appuntamento. Il 26 gennaio 1991, lungo i trabocchetti della pista “Aster“, Petra ferma i cronometri in 1’29″12, 44 centesimi meglio della francese Bouvier e 51 della russa Gladishiva, per mettersi al collo la medaglia d’oro in discesa libera. Tre giorni dopo il sesto posto in supergigante non può soddisfare la sua ambizione, ma il sortilegio è infranto e la fuoriclasse austrica può archiviare la stagione decisamente col segno più.

Per il tris consecutivo in Coppa del Mondo basta attendere la stagione 1991/1992, quando Petra si limita all’essenziale, ovvero otto podi e due “sole” vittorie parziali, entrambe in discesa, a Serre Chevalier e, il 14 marzo 1992, in quella Panorama che apre e chiude la striscia di 16 successi in carriera, assommando infine, con il nuovo meccanismo di punteggio, 1262 punti contro i 1211 punti della transalpina Carole Merle. Ma le energie, nervose soprattutto, sono dirottate sull’appuntamento olimpico di Albertville, e nelle settimana che va dal 13 al 20 febbraio la Kronberger mette la ciliegina sulla torta.

Esordisce con la vittoria in combinata, davanti all’immancabile Wachter e alla francese Folrence Masnada, prosegue con l’amaro quinto posto in discesa libera, a 18 centesimi dal primo posto e A soli 9 centesimi dal terzo gradino del podio occupato dalla connazionale Veronika Wallinger, che perpetra una sorta di reato di lesa maestà, che fa il paio con l’ancor più beffardo quarto posto in supergigante, ad 1 centesimo da quella Katja Seizinger che sta per sostituirla nelle vesti di regina del Circo Bianco, nel giorno d’oro della Compagnoni, per infine chiudere in bellezza con una seconda medaglia d’oro in slalom, rimontando dalla terza posizione della prima manche.

Game, set and match. Proprio mentre la Proll, che abita dietro l’angolo di casa Kronberger, e che mai ha fatto mancare a Petra il suo appoggio e pure la sua sapienza sciistica, ma comincia a temere per il suo record di sei successi in Coppa del Mondo, ecco che il 28 dicembre 1992, nell’incertezza di una carriera forse già declinante con un solo terzo posto nello slalom di Stemaboat Springs nelle prime sette gare della stagione 1992/1993, e nella sicurezza che invece può garantire un impiego in banca, annuncia il suo ritiro dall’attività agonistica. Il peso della pressione, che in Austria è paralizzante, così come il desiderio di recuperare un’esistenza fatta di cose semplici, lontana dalle luci della ribalta, convincono la Kronberger a voltare pagina. E la Proll può tirare un sospirane di sollievo, a dispetto dell’amicizia… il primato è salvo!

QUANDO IL GIRO DI LOMBARDIA SI TINSE DI CELESTINO

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La vittoria di Mirko Celestino – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Mirko Celestino ricorderà a lungo quel Giro di Lombardia del 1999. In una carriera che ha visto il corridore ligure di Albenga, classe 1974, diventare, da under 23, campione europeo nel 1995 a Trutnov, in Repubblica Ceca, davanti a Romans Vainsteins e Giuliano Figueras, senza per altro poi confermare fino in fondo quelle che erano le attese sul suo conto per un percorso da professionista di livello, il 16 ottobre di quell’anno rimane il fiore all’occhiello.

Celestino ha debuttato tra i “grandi” del pedale nel 1996, in maglia Polti, agli ordini di quel Gianluigi Stanga che lo dirige da sempre, per attendere poi il 1998 per ottenere i primi successi, il Giro dell’Emila nella magnifica cornice della Madonna di San Luca ed il Regio Tour, con il corollario della seconda tappa in linea. Ma nientedipiù. L’anno in corso, 1999, è però di svolta nella carriera di Mirko, che mette in bacheca la Coppa Placci e si aggiudica con un colpo di mano nel finale la HEW Cyclassics di Amburgo, corsa valida per il circuito di Coppa del Mondo. Così come, ovviamente, lo è il Giro di Lombardia.

Lungo i 262 chilometri che vanno da Varese a Bergamo, con asperità che rendono la “classica delle foglie morte” una delle cinque corse monumento del ciclismo moderno, ovvero Ghisallo, Colle Aperto, Selvino, Forcella di Bura e Berbenno, prima dell’ascesa finale verso Bergamo Alta, va in scena l’ultima recita stagionale dei mammasantissima del pedale. C’è Oscar Freire, sorprendente campione del mondo qualche settimana prima a Verona; ci sono Andrei Tchmil e Michael Boogerd che si giocano il successo finale in Coppa del Mondo; c’è Oscar Camenzind che è l’ultimo vincitore in ordine di tempo; e ci sono talenti in divenire come Paolo Bettini e Danilo Di Luca, trionfatori del Tour de France come Jan Ullrich, volti nobili di casa nostra come Andrea Tafi, Francesco Casagrande, Gilberto Simoni e Gianni Faresin, campioni olimpici in carica come Pascal Richard, “vecchi” marpioni sempre col colpo in canna come Rolf Sorensen o in perenne ricerca del successo di una vita come Dmitri Konyshev. Insomma, una lista di pretendenti al successo da leccarsi i baffi… e poi c’è Celestino, che gioca il ruolo di outsider.

La sfida si infiamma da subito, perchè il percorso è esigente e perchè la giornata, fredda e nuvolosa, inevitabilmente provoca selezione. Proprio Richard ci prova ai piedi della salita della Madonna del Ghisallo, lassù dove Coppi e Bartali hanno scritto la leggenda del ciclismo, ma il suo tentativo è destinato a morire quasi sul nascere, perchè il traguardo è troppo lontano e perchè dietro fa buona guardia la Rabobank, che lavora compatta per capitan Boogerd. E’ la volta di Tafi e Nardello, che ci provano sul Colle Brianza, a loro volta risucchiati dal gruppo, con la maglia arcobaleno di Freire che sul Selvino si invola in compagnia di Sergio Barbero.

Lo spagnolo guadagna un vantaggio massimo di 1’45” ai meno settanta, ma in discesa Barbero cade e si ritira e Freire, senza troppe energie e desolatamente solo a competere contro il gruppo, viene riassorbito, appagato di aver messo il mostra la sua bella casacca di campione del mondo. Si entra nel vivo, ed è Celestino a dar fuoco alle polveri, attaccando sul Berbenno e rimanendo solo al comando. Il ligure, che da anni abita proprio a Bergamo dove ha imparato il mestiere ed è diventato grande, chiama allo scoperto i favoriti alla vittoria, costretti a dar fondo alle riserve per non rimanere fuori dai giochi.

Ecco allora che Richard, sempre attivissimo, Camenzind, che insegue il bis, e Di Luca ed Eddy Mazzoleni in rappresentanza della “new generation” del ciclismo italiano, l’uno classe 1976, l’altro 1973, escono dal gruppo, tengono Celestino nel mirino a 30″ per poi agganciarlo quando mancano 28 chilometri allo striscione d’arrivo. Dietro rinviene anche Konyshev, autore di una mirabile azione solitaria, e sei atleti, seppur non distanti dal plotone principale che comprende Tchmil (che si consolerà a sera con la vittoria della classifica generale di Coppa del Mondo), Boogerd, Ullrich (attardato da un guaio meccanico) e Bettini, vanno a giocarsi la vittoria finale.

Sulla salita che porta a Bergamo Alta, esattamente laddove aveva inferto il colpo vincente dodici mesi prima, Camenzind piazza l’allungo. Ma stavolta non è quello risolutore. Mazzoleni e Di Luca tengono botta agganciandosi all’elvetico, Richard cede, Konyshev e Celestino, boccheggianti, si accodano in un secondo momento e parrebbe senza troppa più benzina da spendere nell’ultima volata.

Ed invece… invece Celestino sa che la curva che immette nel rettilineo d’arrivo spesso premia chi l’abborda in testa, e temerario qual è, con una “piega” da centauro, anticipa i compagni e tiene la posizione fin sotto lo striscione. Primo, come ad Amburgo ed unico a riuscirvi nell’anno in due gare di Coppa del Mondo, e con Di Luca che è secondo (avrà modo di rifarsi nel 2001) e Mazzoleni terzo, è proprio il caso di dire che è… Celestino il cielo del Giro di Lombardia 1999!