IGNAZIO FABRA, IL LOTTATORE SORDOMUTO CHE SALI’ SUL PODIO OLIMPICO

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Ignazio Fabra – da accademiascuderipalermo.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

La lotta ha sempre riservato soddisfazioni all’Italia in sede olimpica. Senza dover scomodare Frank Chamizo, cubano naturalizzato azzurro che fu medaglia di bronzo nei pesi leggeri all’ultima edizione dei Giochi di Rio de Janeiro nel 2016, possiamo menzionare Claudio Pollio, oro a Mosca nel 1980 sempre nella lotta libera, e le altre sei vittorie nella lotta greco-romana, ancor più favorevole ai nostri colori: dal pioniere Enrico Porro, che si impose nei pesi leggeri a Londra nel 1908, al milanese Giovanni Gozzi, sul gradino più alto del podio nei pesi piuma a Los Angeles nel 1932, dal piccolo colosso Pietro Lombardi, trionfatore nei pesi mosca a Londra nel 1948, alla doppietta nei pesi mosca leggeri di “Pollicino” Vincenzo Maenza, 1984 a Los Angeles e 1988 a Seul, per finire con il più contemporaneo Andrea Minguzzi, il migliore a Pechino nel 2008 nei pesi medi. Se a queste sette perle aggiungiamo quattro argenti e dieci bronzi, è certificato che la specialità che rimanda al mito di Milone è tra le più gettonate in casa Italia quando si parla di Olimpiadi. Ed un contributo sostanziale a questa messe di ottimi risultati è stato garantito anche da Ignazio Fabra.

Che nasce il 25 aprile 1930 a Palermo, sordomuto, per meritarsi in carriera il prestigioso riconoscimento di due medaglie d’argento olimpiche nella lotta greco-romana: ad Helsinki 1952 ed a Melbourne 1956, in entrambi i casi della categoria pesi mosca.

Avviato all’attività di lottatore dallo zio, Nino Calvaruso, che conduce il ragazzo, uno dei nove fratelli e sorelle di una famiglia numerosa, presso l’Accademia Pandolfini affidandolo alle cure del Maestro, quel Vincenzo Scuderi che in seguito avrebbe fondato la Polisportiva che è intitolata al suo nome, Fabra si disimpegna egregiamente alternando la greco-romana allo stile libero e diviene subito un protagonista della disciplina. Nonostante l’handicap che lo limita fin dal giorno in cui vide la luce, vince il suo primo titolo assoluto non ancora ventenne nel 1950 a Pavia, replicando poi l’anno dopo a Cagliari e affermandosi, nello stesso anno 1951, ai Giochi del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Ma quel che stuzzica l’appetito sportivo del lottatore siciliano è ovviamente l’appuntamento olimpico di Helsinki 1952. La sua categoria è quella dei mosca, in cui l’Italia può vantare il campione in carica Pietro Lombardi. Il direttore tecnico della Nazionale, Luigi Cardinale, punta però sull’ambizione a cinque cerchi del campioncino più giovane, dirottando Lombardi fra i pesi gallo (terminerà ottavo), e verrà ripagato con una meritatissima e prestigiosa presenza sul podio.

Fabra debutta vincendo con il francese Faure, per poi schienare l’egiziano Famzy e battere nell’ordine il rumeno Pirvulescu e lo svedese Johansson. Al turno finale Fabra sconfigge nettamente il finlandese Honkala, prima di venire a sua volta superato dal sovietico Boris Gurevich in una finale drammatica in cui l’azzurro male interpreta un segnale dei suoi tecnici Cardinale e Quaglia, va all’attacco e provoca la reazione dell’avversario che lo pone in ponte guadagnando in questo modo quel punto che gli regala la vittoria.

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Fabra sul secondo gradino del podio alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 – da verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Fabra è però oramai ai vertici del mondo. Continua ad essere protagonista in patria (a fine carriera vanterà 10 titoli tricolori, di cui 7 in greco-romana e 3 in libera gareggiando inizialmente per i Vigili del Fuoco Caramanna di Palermo ed a fine carriera per l’Italsider, la casa di tanti lottatori) ed all’estero. Nel 1955, ai Campionati Mondiali di Karlsruhe in Germania, batte sei avversari di fila di cui 5 per atterramento e compie un’impresa mai ripetuta dal suoi pur bravi successori in azzurro, quella di conquistare il titolo iridato contro il sovietico Nail Garayev.

A questo punto è giunta l’ora di rinnovare la sfida olimpica, e l’anno dopo, 1956, a Melbourne, Fabra è il grande favorito nella corsa al titolo. Supera i turni eliminatori che lo vedono opposto al turco Egribas, all’americano Wilson, all’ungherese Baranya ed ancora Pirvulescu. Ma il girone finale gli è fatale, complice anche una distorsione al ginocchio, giungendo secondo alle spalle del sovietico Nikolay Solovyov che lo schiena, dopo aver superato ancora Egribas, con lo stesso risultato di 2-1 con cui si era imposto al primo turno.

Fabra sarà in gara anche a Roma nel 1960, chiudendo in quinta posizione nella gara infine vinta da quel Dumitru Pirvulescu tante volte suo indomabile rivale, per poi conquistare altre due medaglie d’argento iridate, a Toledo negli Stati Uniti nel 1962 battuto dal sovietico Sergey Rybalko e ad Helsingborg in Svezia nel 1963 sconfitto stavolta dallo yugoslavo Borivoje Vukov, per chiudere poi alle Olimpiadi di Tokyo del 1964 ai piedi del podio, quarto alle spalle dell’immancabile Pirvulescu che gli soffia la medaglia di bronzo.

Sul piano tecnico fu un geniale innovatore, esprimendosi sempre con gesti di inimitabile spettacolarità e stilisticamente assolutamente all’avanguardia; dal punto di vista tattico il suo unico credo era l’attacco continuo e senza calcoli, sempre battagliero sia che fosse in vantaggio che in svantaggio: gli è mancato solo l’alloro ai Giochi, ma due argenti lo elevano al rango di campione.

OLANDA-ITALIA 1978 E QUEI DUE TIRI DA LONTANO CHE SORPRESERO ZOFF

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Una fase di gioco – da pinterest.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Olanda-Italia è una partita decisiva per accedere alla finalissima dei Mondiali in Argentina del 1978. Entrambe hanno battuto l’Austria e pareggiato con la Germania Ovest, dunque arrivano al match a quota tre punti. Agli “orange” basta il pari per qualificarsi, in virtù di una miglior differenza reti; l’Italia deve vincere. Nel primo tempo, gli azzurri segnano grazie ad un’autorete di Brands che nel tentativo di anticipare Bettega infila nella propria porta, e dominano la gara, non lasciando agli avversari neppure lo straccio di un tiro in porta. La partita sembra dunque nelle mani dell’Italia, ma nel secondo tempo incredibilmente le parti si capovolgono: l’Olanda pareggia subito con lo stesso Brands con un tiro da fuori area e poi controlla il gioco, l’Italia è incapace di rendersi pericolosa e la squadra di Happel procede spedita verso la finale, trovando anche la rete del 2-1 definitivo con un’altra conclusione da lontano di Haan che beffa Zoff, apparso incerrto.

Olanda: Schrijvers (pt 21′ Jongbloed) – Jansen, Krol, Brandts, Poortvliet – Haan, Neeskens, W. de Kerckhof – Rep (st 20′ van Kraay), R. de Kerckhof, Rensenbrink.
Italia: Zoff – Scirea – Cuccureddu, Gentile, Cabrini – Benetti (st 32′ Graziani), Zaccarelli, Tardelli – Causio (st 1′ C. Sala), Bettega – Rossi.

Primo tempo
5′ corner per l’Italia da destra, dopo un cross di Tardelli deviato. Palla in mezzo all’area, Rossi anticipa il suo marcatore e colpisce di testa, ma il pallone termina alto.
8′ Bettega a centrocampo lascia a Causio, lancio d’esterno, a sinistra, per lo scatto di Cabrini, che entra in area e calcia di prima intenzione, pallone alto. L’Italia è partita in modo più aggressivo.
10′ Neeskens perde un sanguinoso pallone nella propria trequarti, ne approfitta Causio che si invola verso la porta, prova a servire Rossi, ma Schrijvers esce e anticipa l’attaccante italiano.
11′ cross di Brandts dalla trequarti sinistra, Rensenbrink di testa, in tuffo, sfiora l’incrocio dei pali.
18′ splendida azione palla a terra dell’Italia, che sta giocando molto meglio. Bettega al limite pesca di prima Tardelli a sinistra, cross basso sul secondo palo che inganna tutta la difesa olandese, Causio manca di un niente il tapin vincente.
20′ GOL ITALIA Fallo di Brandts su Bettega sul fronte sinistro dell’attacco italiano. Punizione, la palla giunge ancora a Bettega che scambia con Benetti. Neeskens, per anticipare Rossi, svirgola all’indietro, si inserisce Bettega che è oramai solo davanti a Schrijvers, Brandts interviene in scivolata e infila clamorosamente la propria porta. Vantaggio meritato per l’Italia. Schrijvers nell’azione si fa male, esce in barella ed entra Jongbloed.
22′ fallo di Brandts su Rossi a metàcampo. Punizione, Tardelli tocca per Causio, lungo lancio in area, Krol respinge di testa a campanile, Rossi lo brucia e tocca sul secondo palo, grande riflesso di Jongbloed che riesce a deviare il pallone in corner.
23′ calcio d’angolo a destra per l’Italia. Causio scodella in mezzo all’area, la difesa olandese allontana, palla a Benetti, che si coordina e lascia partire una staffilata, Jongbloed abbranca in presa.
33′ prima, potenziale, occasione da gol per l’Olanda. Cuccureddu perde palla a destra, ne approfitta Neeskens, che suggerisce centralmente per Rep, palla immediata in area a Rensenbrink, che tira e colpisce il palo. L’arbitro però aveva fischiato un fuorigioco.
46′ punizione per l’Italia, Causio serve Cabrini, cross sul secondo palo, sponda aerea di Bettega per Rossi, colpo di testa e parata a una mano di Jongbloed. Anche in questo caso, però, l’azione era stata fermata per fuorigioco. Si chiude un primo tempo che ha visto l’Italia dominare in lungo e in largo. L’Olanda si è segnalata solo per un gioco molto duro.

Secondo tempo
3′ fallo del neo-entrato Claudio Sala su Haan a centrocampo. Punizione di Krol, lungo pallone in area, stacco imperioso di Neeskens, Zoff è costretto ad alzare in corner. L’Olanda ha cominciato il secondo tempo in modo più deciso.

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Il gol dell’1-1 di Brands – da gettyimages.com

5′ GOL OLANDA rimessa laterale a sinistra per l’Olanda, Poortvliet serve Krol, palla in area, la difesa italiana respinge, dopo una fase un po’ confusa Brandts scaglia un destro di inaudita potenza che si infila all’incrocio. Zoff sembra comunque un po’ sorpreso.
12′ fallo di Jansen su Rossi sulla trequarti. Cabrini batte per un compagno sul lato sinistro, cross, sponda di Bettega e tapin vincente di Rossi. Ma l’azione era ferma per fuorigioco.
25′ W. de Kerckhof riceve palla a sinistra, direttamente da una rimessa di Jongbloed, supera due italiani e dal limite prova a sorprendere Zoff sul primo palo, il portiere italiano è attento e neutralizza.
31′ GOL OLANDA Fallo di Benetti su W. de Kerckhof a centrocampo. Punizione di Krol, che tocca ad Haan, proiettile dalla trequarti, la palla sbatte sul palo e finisce in rete sorprendendo Zoff.
34′ Neeskens per Haan, da questi a sinistra per Rensenbrink, che ha spazio, si accentra, ma il suo tiro termina largo di un metro. L’Olanda ora ha preso fiducia.
36′ spunto di Neeskens, che entra in area sul lato destro, palla indietro a un compagno, tiro un po’ fiacco, Zoff para.
38′ Neeskens ruba ancora il tempo a Gentile, va via di forza, cross basso, Zoff anticipa tutti. Altro pericolo nato dai piedi sapienti di Neeskens.
39′ rimaessa laterale per l’Olanda a destra, cross in mezzo all’area, Scirea si addormenta, Rensenbrink lo anticipa e colpisce di testa in tuffo, Zoff abbranca in presa. L’Olanda vince e va in finale. L’Italia chiude in completa confusione un match che nel primo tempo sembrava poter far comodamente suo.

LE PAGELLE DELL’OLANDA
IL MIGLIORE NEESKENS 7: dopo un primo tempo difficile, in cui commette qualche errore di troppo (da uno di questi nasce anche il gol del vantaggio italiano), nella ripresa è l’assoluto trascinatore dell’Olanda. Quando lui sale di colpi, tutta la manovra ne trae beneficio. Ha piedi buoni, grande intelligenza tattica e un invidiabile senso del gioco e del collettivo. Dopo il maestro Cruijff, si conferma il più dotato della generazione d’oro olandese.
Haan 7: a centrocampo fa il suo senza mai risparmiarsi. Corona una prestazione tutta grinta e solidità con un gol meraviglioso, da lontanissimo, che sorprende Zoff e permette ai suoi di staccare definitivamente il pass per la finalissima.
Krol 6,5: nel primo tempo Paolo Rossi lo fa diventare matto. Nella ripresa, quando il baricentro dell’Italia si abbassa, lui può uscire palla al piede e dare manforte alle azioni d’attacco. Dalla sua rimessa laterale nasce l’1-1, dalla sua punizione battuta corta ad Haan il 2-1.
Rensenbrink 6: sfiora due gol di testa, nel primo tempo la mira è imprecisa, nella ripresa è bravo Zoff. Gioca molto al servizio della squadra, arretrando e preferendo usare la sciabola del fioretto.
Rep 5,5: un po’ fuori dal gioco, non trova mai il tempo e lo spazio per fare male. Sostituito a metà ripresa.

LE PAGELLE DELL’ITALIA
IL MIGLIORE ROSSI 6,5: regge praticamente da solo il peso dell’attacco italiano. Nel primo tempo è un assoluto rebus per Krol e compagni, sguscia via da tutte le parti, e crea non pochi pericoli. Nella ripresa è lasciato da solo a lottare contro la difesa schierata, ma non si tira mai indietro.
Causio 6,5: sostituzione inspiegabile, a meno che non si sia trattato di problemi fisici. Per un tempo, fa ammattire la difesa olandese, con lanci, aperture e assist al bacio. Poi entra Claudio Sala al suo posto e l’Italia smarrisce tutto lo spirito d’iniziativa della prima frazione. Solo un caso?
Bettega 6: propizia la rete del vantaggio e lotta su tutti i palloni come un leone. Anche lui nel primo tempo è assolutamente dominante, poi cala come il resto dei compagni.
Scirea 6: commette una sola leggerezza, nel finale quando si fa bruciare da Rensenbrink a risultato oramai acquisito. Per il resto, organizza con sagacia e qualità il reparto, tentando a volte anche di salire senza palla per dare una mano nella costruzione del gioco.
Zoff 5,5: sulle conclusioni ravvicinate è sempre attentissimo. Da lontano si lascia però sorprendere dai tiri di Brandts e Haan. Sul primo, soprattutto, sembra sulla traiettoria, ma il pallone va più veloce e lo passa, senza lasciargli scampo.
Gentile 5,5: solido e preciso con la difesa schierata. Ma quando viene puntato nell’uno contro uno, in particolar modo da Neeskens, va sempre in difficoltà.
Tardelli 5,5: dopo un primo tempo su ottimi livelli, nella ripresa va in totale sofferenza al pari degli altri due compagni di reparto (Benetti e Zaccarelli), non riuscendo più a garantire supporto nelle due fasi di gioco.

AARON KRICKSTEIN, IL TENNISTA PRECOCE CRESCIUTO CON BOLLETTIERI

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Aaron Krickstein – da dailyherald.com

articolo di Nicola Pucci

Nell’agosto del 1983 Aaron Krickstein ha da pochi giorni compiuto 16 anni. Nato ad Ann Arbor il 2 agosto 1967, nel Michigan, da famiglia ebrea, è un predestinato al successo, se è vero che fin dall’adolescenza ha collezionato una serie senza precedenti di vittorie. Ad esempio, difendendo i colori della University Liggett School ha messo in fila ben 56 partite senza sconfitta; nel 1982 è stato campione americano under 16, per poi mettersi in bacheca anche il titolo nazionale tra gli under 18 l’anno successivo. Insomma, Nick Bollettieri, che a Bradenton, in Florida, ha messo in piedi l’accademia che avvia e forgia al tennis corri-e-tira i campioni del domani, lo prende sotto la sua ala protettrice e lo presenta al mondo dei grandi nell’edizione 1983 degli US Open, nel catino di Flushing Meadows.

E qui nasce la nomea di Krickstein nuovo prodigio del tennis stelle-e-strisce, in antitesi a Jimmy Arias, altro prodotto dell’accademia di Bollettieri, di tre anni più anziano e già affermato con il successo a Roma in primavera e una striscia importante di risultati nell’estate americana che precede lo Slam newyorchese. Aaron entra in tabellone beneficiando di un invito degli organizzatori, in virtù proprio del successo ai campionati nazionali, e non tradisce le attese. Mobilissimo da fondo, tatticamente intelligente e in possesso di un dritto esplosivo, Krickstein debutta nel tennis che conta battendo al primo turno un giovanotto scandinavo che farà strada, ma proprio tanta, un certo Edberg, che cede il passo 7-6 al quinto set in una sfida drammatica, per poi demolire il carneade Scott Lipton in tre rapidi set ed incrociare Vitas Gerulaitis, uno che a New York ha fatto finale nel 1979. L’incontro è appassionante, e già come con “Stefanello“, Krickstein evidenzia quello che sarà il suo marchio di fabbrica lungo tutto l’arco della carriera, ovvero la capacità di dare il meglio quando le sfide si allungano, tanto da chiudere l’attività agonistica con un clamoroso record di 27-8 negli incontri decisi al quinto set. Fatto è che con Gerulaitis Aaron va sotto 3-6 3-6, rimonta 6-4 6-3 per poi recuperare da 2-4 al quinto per imporsi infine 6-4, successo che lo proietta agli ottavi. Qui la corsa si ferma contro Yannick Noah, troppo più forte ed esperto, che si impone 6-3 7-6 6-3, ma Krickstein ha mostrato doti non comuni e il tennis di pressione da fondocampo, imposto a giovani bellimbusti in età precoce, diventa un fattore dominante del tennis americano.

In effetti il ragazzo del Michigan entra nel grande giro dalla porta principale, protagonista nel primo Slam disputato e cogliendo già un paio di primati che ancor oggi resistono all’incalzare del tempo: a Tel Aviv, ad ottobre, diventa il più giovane vincitore di un torneo del circuito maggiore, battendo all’atto conclusivo il tedesco Christoph Zipf, 7-6 6-3, per poi l’anno successivo infiltrare la top-ten della classifica mondiale in nona posizione il 13 agosto 1984, a 17 anni e 11 giorni. Ce n’è abbastanza, dunque, per legittimare le speranze che gli americani ripongono in Krickstein, per il dopo-Connors e il dopo-McEnroe, ma le cose, come vedremo, non andranno proprio così.

In effetti Aaron è un eccellente giocatore di pressione, dotato appunto di un colpo di sbarramento sicuramente penetrante e affidabile come il dritto, rovescio bimane e un servizio appena sufficiente, ma per guadagnare le prime posizioni del ranking ci vuole qualcosa di più. Soprattutto, bisogna confidare nell’appoggio della dea bendata. Cosa, ahimè, che manca a Krickstein, visto che gli infortuni limitano il potenziale del giovanotto che troppo spesso è costretto in infermeria, piede, polso o ginocchia che siano. Ciò non gli impedisce, ovviamente, di diventare lottatore indomabile che proprio nei tornei dello Slam riesce a dare il meglio, soprattutto agli amati US Open dove è nei quarti nel 1988, battendo ancora Edberg in cinque set prima di arrendersi a Darren Cahill, e in semifinale nel 1989, sconfitto da Becker, che lo ferma ai quarti anche nel 1990. Proprio ad inizio stagione, il 26 febbraio, raggiunge il suo best ranking in carriera, numero 6, e può infine vantare in bacheca nove tornei all’attivo, che lo innalzano al rango di giocatore di buon livello.

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Krickstein e Connors agli US Open 1991 – da spaziotennis.com

Krickstein resta nel circuito fino al 1996, quando una sequenza di 12 sconfitte consecutive lo convincono che l’usura ormai ha piegato, per sempre, il suo corpo e ridotto all’impotenza il suo gioco fatto di corse e recuperi. Rimangono allora negli occhi di tutti la finale a Montecarlo nel 1992, quando Aaron, su una superficie a lui sicuramente congeniale ma mai praticata con assiduità, prediligendo il cemento, batte lo stesso Becker, Chesnokov e Prpic prima di arrendersi a Muster, 6-3 6-1 6-3; la semifinale agli Australian Open del 1995, con l’ennesimo successo al quinto set con Edberg agli ottavi e la sconfitta per ritiro con Agassi; comunque due presenze agli ottavi di finale a Wimbledon, nel 1989 e nel 1995; soprattutto, Krickstein, con la complicità determinante di Jimmy Connors, suo buon amico in passato e da quel giorno non più gradito, regala all’enciclopedia del tennis la memorabile sfida degli US Open del 1991: da un lato, appunto, il 24enne Aaron, dall’altra il 39enne Jimbo, che infiamma il pubblico, lo trascina dalla sua parte in preda al furore agonistico, infine si impone, in un’altalena di punteggio, 7-6 al quinto set negando a Krickstein il quarto di finale con l’olandese Haarhuis.

Quel match è l’emblema di quel che è mancato a Krickstein per fare il balzo definitivo da bimbo-precoce a campione: quando i grandi acceleravano, lui rimaneva sui blocchi. E così, il pupillo di Bollettieri, si è dovuto accontentare di essere il primo dei secondi.

HEINI HEMMI E IL GIGANTE D’ORO A SORPRESA AD INNSBRUCK 1976

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Heini Hemmi in azione – da cardcow.com

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi ingannare dal prima, con qualche buon risultato al debutto in Coppa del Mondo nel gennaio 1970 (quinto in slalom a Wengen e quarto in gigante a Kranjska Gora) e la lunga eclisse prima del podio a Mount Garibaldi nel marzo 1975 nel gigante vinto da Ingemar Stenmark, o da quel che ottenne poi, ad esempio le quattro vittorie tutte inderogabilmente tra le porte larghe della disciplina più tecnica dello sci (Mont Sainte Anne, Val d’Isere, Ebnat-Kappel e sulla Kuonisbergli di Adelboden) con il corollario nel 1977 della coppetta di specialità: Heini Hemmi sarà sempre e solo l’elvetico che alle Olimpiadi di Innsbruck del 1976 azzeccò il colpo della vita privando l’Italia di una vittoria che pareva sicura e infliggendo alla “Valanga Azzurra” una dolorosissima sconfitta.

Innsbruck, dunque, lunedì 9 e martedì 10 febbraio. Già, perchè sono i tempi in cui il gigante si disputa in due giorni. La pista “Hoadl-Mittelstation” di Axamer Lizum, teatro dell’evento a cinque cerchi, è tosta, insidiosa, piena di trabocchetti e cambi di pendenza che rendono difficile trovare il ritmo. Nondimeno, per la prima discesa tracciata dall’austriaco Ernst Hinterseer, padre di Hans che è l’alfiere di casa più acclamato, i favoriti rispondono al nome di Gustavo Thoeni e Ingemar Stenmark, dioscuri non solo della specialità ma dell’intero panorama sciistico internazionale, che in stagione hanno dominato le gare di Val d’Isere, Adelboden e Zwiesel, con gli altri due azzurri Piero Gros, tre volte a podio, e Franco Bieler, vincitore a Morzine, e lo svizzero Engelhard Pargätzi, primo a Madonna di Campiglio e terzo sulle nevi di casa di Adelboden, pure loro in corsa per una medaglia. Completano il lotto dei pretendenti ad un posto sul podio l’altro svizzero Ernst Good, che con Pargätzi completò la doppietta rossocrociata sulla 3-Tre, e lo stesso Hans Hinterseer, con Fausto Radici che è il quarto uomo a difendere il tricolore, con Klammer che gareggia con il pettorale numero 13 puntando alla combinata e con l’esordio in una grande rassegna di un giovanotto non ancora 19enne, americano, che in futuro farà parlar di sè, Phil Mahre, e che pur essendo qui più per imparare che per impartire lezioni, chiuderà in una onorevolissima quinta posizione. Di Heini Hemmi, ad onor del vero, nessuno pare preoccuparsi troppo.

Ma torniamo ai nostri campioni, che danno vita ad una sfida sorprendente nel gioco che vale la gloria olimpica. Good è il primo a scendere, e sul tappeto ghiacciato sfrutta l’occasione lasciando correre gli sci per fermare il cronometro sul tempo di 1’44″60. Bieler, subito dopo, ne testa la prova, e il ritardo accusato al traguardo, 1″49, certifica la buona prova dell’elvetico che seppur senza fiato all’arrivo è sicuramente in corsa per un piazzamento di prestigio. E’ la volta di Thoeni, e il campione di Trafoi non tradisce le attese. Scia pulito, lavora di spigolo, è dietro di quasi un secondo all’intermedio ma nella seconda parte di manche innesta il turbo e col tempo di 1’44″19 balza al comando. Si attende la discesa del rivale più temibile, ovviamente Stenmark, nel frattempo nel disinteresse generale o quasi piomba al traguardo proprio Heini Hemmi, che si piazza alle spalle del compagno di squadra Good con un ritardo di 1″22 che sembra escluderlo dai giochi per la vittoria finale. Appunto, sembra, ma la seconda manche riserverà una clamorosa sorpresa, anche perchè al round finale “Ingogiunge con un passivo pesante e assolutamente imprevedibile alla vigilia, ben 2″32 da Gustavo, complice una prova in cui lo svedese si limita a scendere a valle senza prendere il benchè minimo rischio sul fondo traditore. Meglio di lui fa Mahre, ad 1″32 da Thoeni, e Gros, che dal connazionale al comando è invece attardato di 1″50. Insomma, c’è da esser fiduciosi per la prestazione di Thoeni e Mario Cotelli, mentore della “Valanga Azzurra“, gongola sotto i baffi, anche perchè il nemico giurato è lontano e non sembra in grado di ribaltare il risultato.

Ed invece… ed invece 24 ore dopo, succede il finimondo. Il ghiaccio vivo del tracciato incute rispetto, ma ancor più del manto a preoccupare è il profilo disegnato dall’allenatore degli svizzeri, Peter Franzen, che ha disseminato lungo i 1.200 metri di pista ben 73 porte, assolutamente ravvicinate tra loro. Il che va tutto a discapito di un ritmo armonico, tanto caro a Thoeni e agli altri gigantisti più tecnici, favorendo altresì i due elvetici che stazionano alle spalle di Gustavo, Good ed Hemmi, oltre a Pargätzi che è provvisoriamente sesto, che hanno l’occasione per cogliere qualcosa di prezioso. Proprio Pargätzi, autore di una buona discesa, fa segnare il miglior tempo, 3’28″76, preannunciando quel che sarà la riscossa rossocrociata di una stupefacente seconda manche. Che, invece, dice male agli italiani, con Gros che, in vantaggio all’intermedio, deraglia e dice addio ai sogni di gloria (si rifarà qualche giorno dopo cogliendo l’oro in slalom). Il bello, però, deve ancora venire, e se a Stenmark riesce quel che non gli era riuscito nella prima manche, ovvero sciare come sa, guadagnando la prima posizione provvisoria con il tempo di 3’27″41, il barbuto Heini Hemmi, scricciolo di 163 centimetri per 60 chilogrammi, danza con destrezza ed efficacia tra le porte che più che un gigante sembrano uno slalom speciale ed al traguardo ha l’onore di star davanti di 44 centesimi a Ingemar.

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Il podio olimpico – da rtr.ch

Gustavo Thoeni e Ernst Good sono i due ultimi baluardi che possono negare ad Hemmi la gioia inattesa della medaglia d’oro. L’uno, l’azzurro, consapevole di una superiorità tante volte attestata, l’altro, il collega di bandiera, che ha pure lui davanti alle punte degli sci l’occasione della carriera. Succede allora quel che non ti aspetti, ovvero un Gustavo impacciato, che non riesce a sintonizzarsi con il tracciato stretto, reso infido dal ghiaccio e dalle angolature forse eccessive, che subisce piuttosto che aggredire i pali e che infine, quasi senza rendersene conto, accusa un ritardo abissale, 70 centesimi, che lo fanno scivolare in terza posizione alle spalle dello stesso Hemmi e di Stenmark. Medaglia di bronzo che poi, di lì a qualche minuto, per l’azzurro diventa un amaro quarto posto quando Good, simile nella sciata ad Hemmi, resta alle spalle del compagno per 20 centesimi, nondimeno completando una clamorosa doppietta in casa Svizzera.

Immaginabile la gioia di Heini Hemmi, il piccoletto sbucato dal nulla, che bissando in bella copia quel che seppe fare quattro anni prima a Sapporo lo spagnolo Ochoa in slalom, beffa re Gustavo e si guadagna un posto nell’Olimpo. Neanche fosse facile…

BENNY LEONARD E QUELLA MORTE INSOLITA SUL RING

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Benny Leonard – da thefightcity.com

articolo di Nicola Pucci

18 aprile 1947, St.Nicholas Arena di New York. Benny Leonard, tutto di bianco vestito come si conviene a chi dirige un incontro di pugilato, sta arbitrando la sfida tra il messicano Mario Ramon e il nero Bobby Williams, due pesi welter che sembrano posseduti dal demonio. E’ la carriera a cui ha deciso di dedicarsi una volta appesi i guantoni al chiodo, perchè l’amore per la boxe è tale che non può proprio rinunciare al profumo del ring. Ma nel corso del terzo round, inatteso come solo i colpi di un destino ingrato sanno esserlo, un arresto cardiaco lo manda al tappeto. E questa volta senza alcun conteggio, privato della possibilità di potersi rimettere in piedi. Per sempre.

Chiariamo le cose. Questo è solo il triste e precoce epilogo di una storia, di vita e di sport, assolutamente eccezionale. Perchè stiamo parlando di un pugile che se non è stato il peso leggero più forte di sempre, poco ci manca, ed è proprio a lui che si deve il conio di quella mirabile definizione della boxe che risponde al nome di “noble art“.

Benny Leonard, registrato all’anagrafe come Benjamin Leiner, di famiglia ebraica, nasce a New York il 17 aprile 1896, e pochissimi seppero come lui rendere la boxe un’arte nobile. Signore del ring, dotato di quella classe che distingue il campione dal buon pugile, era l’eleganza fatta persona, sempre impeccabile stilisticamente, mai un capello fuori posto, capace di passare con estrema naturalezza dal ghetto dell’East Side dove era nato allo schermo. Oltre che eccellente boxeur, fu infatti anche attore in “Pugni volanti“, pellicola in cui ebbe l’onore di avere fra i suoi ammiratori nientepopodimeno che il grandissimo Charlie Chaplin.

Leonard passa professionista nel 1911, e subito mostra di avere qualcosa in più degli altri: ad esempio un diretto sinistro che resta ineguagliato, tanto è preciso e perfetto nell’esecuzione, così come una tecnica sopraffina basata su spostamenti veloci sulle gambe, ed un’intelligenza pugilistica rara. Fino al 1925, anno in cui abbandonerà l’attività, fu conosciuto come “il grande maestro“, etichettato pure come “il mago del ghetto“.

Il 18 maggio 1917, al Manhattan Casino di New York, mette k.o. al nono round il detentore del titolo dei pesi leggeri, Freddie Welsh, che lo aveva battuto l’anno prima a Washington per “newspaper decision“, e diventa campione del mondo della categoria per la prima volta. Difende la cintura a più riprese, con Johnny Kilbane (k.o. al terzo round), con Charley White (k.o. all’ottava ripresa), con Joe Welling (atterrato al 14esimo round) e con Ritchie Mitchell (k.o. alla sesta ripresa), prima di trovare in Rocky Kansas un valido antagonista, che prima viene sconfitto solo ai punti il 10 febbraio 1922 al Madison Square Garden, poi va giù all’ottavo round nel match-replay del 4 luglio 1922, disputato alla Floyd Fitzsimmons’ Arena di Michigan City. Ma se c’è un avversario che gli rende dura la vita, a Leonard, quello è senza dubbio il roccioso Lew Tendler, mancino uscito dalla scuola di Filadelfia, che non si fa piegare il 24 luglio 1923 allo Yankee Stadium, cedendo solo ai punti.

I suoi due procuratori, Billy Gibson e Jack Kearns, gli offrono in pasto tutta una serie di sfidanti destinati al mondo dei sogni, e così talvolta Leonard sconfina nella categoria dei pesi welter, costringendo al pareggio, il 23 settembre 1918 a Newark, l’inglese Ted “Kid” Lewis, cedendo poi il passo a Jack Britton il 26 giugno 1922 al Velodrome del Bronx. Quest’ultimo è un combattimento controverso, con Leonard, in svantaggio, che nel 12esimo e 13esimo round mette in seria difficoltà il campione del mondo, costringendolo infine al tappeto con un colpo che gli costa, però, la squalifica e l’inevitbile sconfitta.

Quando Leonard si ritira, nel 1925, è praticamente imbattibile e imbattuto. La nostalgia però lo vince, e nel 1931 decide di tornare sul ring. Certamente è un errore, perchè anche gli eroi e i miti dello sport non possono lottare contro il tempo e così, il 7 ottobre 1932, perde nettamente con il futuro campione del mondo dei pesi welter, il canadese Jimmy McLarnin, troppo più in forma e decisamente meglio allenato, che in quel magnifico scenario che è il Madison Square Garden di New York lo manda al tappeto al sesto round, firmando, definitivamente, la resa di Leonard alle leggi del tempo.

Già, la nostalgia della boxe, decisamente canaglia. Che porta Leonard a vestire i panni, insoliti, dell’arbitro, fino a quel 18 aprile 1947, il giorno dopo il suo 51esimo compleanno, quando il cuore lo tradisce. E non poteva essere altrimenti, tra i cordoni di un ring, che gli hanno concesso fama e gloria ed ora lo innalzano al rango di campione tra i più grandi di sempre.

1994, LA ROSA COLTA DA EVGENIJ BERZIN IN VETTA AL GIRO D’ITALIA

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Berzin e Indurain al Giro d’Italia 1994 – da anniversary.campagnolo.com

articolo di Emiliano Morozzi

Molti lettori leggendo del Giro d’Italia 1994 ripenseranno alle mirabolanti imprese in salita di Marco Pantani, alla tappa del Mortirolo, forse la più spettacolare degli ultimi trent’anni, ma dopo tre settimane di emozioni, la gloria del vincitore non toccò al ciclista di Cesenatico ma ad un altro giovane venuto dall’Est, meno pirotecnico in corsa ma dotato di un talento naturale: il russo Evgenij Berzin.

Campione del mondo d’inseguimento nella categoria dilettanti, il giovane atleta arrivato in Italia pochi anni prima si presenta alla partenza del Giro 1994 al fianco di campioni come Argentin e Ugrumov nella fortissima Gewiss e con due corse importanti in bacheca: il Giro dell’Appennino e soprattutto la Liegi-Bastogne-Liegi. Ai nastri di partenza ci sono i migliori corridori del momento: il campione in carica Indurain, che punta alla terza doppietta Giro-Tour, e i suoi eterni rivali Bugno e Chiappucci, che vogliono provare per l’ennesima volta a impensierire il navarro.

Il pronostico pende come non mai dalla parte di Indurain: i suoi antagonisti l’anno precedente sono apparsi piuttosto appannati sulle strade del Giro e del Tour, e il percorso sembra fatto apposta per esaltare le doti dello spagnolo: una lunga cronometro per mettere terreno fra sè e gli avversari, prima di quattro tappe di montagna molto dure ma sulle quali Indurain può difendere il vantaggio accumulato nella sfida contro il tempo.

Si parte da Bologna e subito arriva la prima sorpresa: dopo una prima semitappa per velocisti, nel breve cronoprologo a spuntarla è il francese De Las Cuevas, che precede di due secondi il russo Berzin e di cinque Indurain. Il primo momento chiave del Giro 1994 è alla quarta tappa con l’arrivo in salita a Campitello Matese: ci si attende un arrivo di un gruppo ristretto, ma il russo Berzin anticipa tutti e con uno scatto imperioso fa il vuoto. Indurain non reagisce e si limita a controllare gli avversari di sempre, gli altri vanno su con il proprio passo e il russo non solo vince la tappa, ma conquista pure la rosa mettendo quasi un minuto tra sè e i suoi avversari.

Il russo mantiene la maglia con l’aiuto della squadra e di un percorso che non facilita le imboscate, e all’ottava tappa, la cronometro di Follonica, lascia ancora una volta tutti a bocca aperta: in 44 chilometri di percorso, rifila distacchi molto pesanti agli avversari: 1’16” a De Las Cuevas, 1’41” a un discreto Bugno e addirittura 2’34” allo specialista Indurain.

Berzin con due colpi di mano passa dal ruolo di comprimario a quello di protagonista del Giro d’Italia, bastonando sul suo terreno nientemeno che sua maestà Indurain, padrone assoluto dei precedenti due Giri d’Italia e tre Tour de France. Le montagne aspettano con trepidazione l’arrivo della carovana, ma il primo tappone alpino è una delusione: Bugno rimane sempre a ruota, Chiappucci non ha più la gamba dei giorni migliori, Indurain è forte anche in salita ma non accenna uno scatto. Stalle, Furcia, Erbe, Eores passano senza emozioni, e solo all’ultimo chilometro del Passo del Giovo uno sconosciuto scalatore romagnolo, distante in classifica più di sei minuti, accende la miccia: tutti pensano che il suo sia uno scattino per prendere punti del Gpm, ed invece l’attacco continua anche in discesa e lo porta al suo primo successo al Giro d’Italia, la prima vittoria di Marco Pantani.

Sulle pagine della Gazzetta dello Sport il corridore di Cesenatico si lamenta che gli altri portino Berzin in carrozza a Milano e in vista di un altro terribile tappone, medita dove attaccare per far saltare il banco. La miccia stavolta viene accesa sul terribile Mortirolo, la salita più dura di quel Giro, e lo scatto arriva già dalle prime rampe. Nessuno lo segue, tranne Berzin, ma la maglia rosa, dopo qualche pedalata con Pantani, si pianta di brutto. Indurain va su del suo passo e recupera piano piano lo svantaggio riprendendo in discesa lo scalatore romagnolo, Berzin invece fiaccato dallo sforzo patisce terribilmente le rampe del Mortirolo e in cima accusa un ritardo di 1’31”, staccato anche da Indurain. Sul Santa Cristina arrivano altri scossoni: Indurain va in crisi e viene staccato da Pantani, Berzin cerca di contenere il distacco dall’indiavolato romagnolo e conserva la maglia rosa per poco più di un minuto.

Mentre i tifosi italiani osannano Pantani, il Giro d’Italia è sempre più nelle mani di Berzin: c’è la cronoscalata del Passo del Bocco, ma i primi quindici chilometri sono di pianura e in quel tratto di strada Berzin costruisce il suo successo, vincendo la tappa e rifilando altri venti secondo a Indurain e un minuto e mezzo a Pantani. Terreno per attaccare ci sarebbe e Pantani medita di far saltare il banco nel primo tappone alpino: il romagnolo parte in solitaria sul Colle dell’Agnello e si fa da solo anche l’Izoard, ma Berzin mette alla frusta la squadra e recupera il terreno perduto sulle più dolci pendenze del Lautaret, arrivando insieme ai suoi avversari in cima all’arrivo di Les Deux Alpes. C’è ancora un’altra tappa di montagna, ma le energie di tutti sono ormai al lumicino e i migliori arrivano tutti insieme. Per la prima volta il Giro d’Italia parla russo, per la prima, ultima e unica volta, Berzin conquista una grande corsa a tappe.

LUCIDIO SENTIMENTI IV, IL PORTIERE CHE SAPEVA SEGNARE

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Una parata di Sentimenti IV – da unaquestionedicentimetri.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Quest’anno avrebbe compiuto 97 anni, Lucidio Sentimenti IV, detto “Cochi”, che nacque a Bomporto, nel modenese, il 1 luglio del 1920. Quarto di cinque fratelli, tutti calciatori.

Si racconta che la sua storia sia cominciata con una lettera, scritta di suo pugno: “Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a quindici lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere”.

Tozzo, ma agile e dalle doti atletiche di rilievo, non aveva il fisico perfetto per fare il portiere, ma del portiere aveva l’occhio, riusciva a leggere con anticipo i movimenti degli avversari e possedeva un colpo di reni davvero eccezionale. Allo stesso tempo era dotato di un piede eccelso. Ed un tiro niente male.

Aveva il fisico per fare qualunque ruolo, e così fu ingaggiato dal Modena, a soli 16 anni, in un ruolo da definire, qualche volta portiere, altre volte attaccante. Ala destra. Ed impressionò. Si guadagna la serie A al primo tentativo ma l’anno dopo non riesce tuttavia ad evitare la retrocessione dei “canarini”, pur disputando un’ottima stagione.

Fu così notato dalla Juventus, che era in cerca di un buon portiere. Era l’estate del 1942. Sentimenti IV passò ai bianconeri. Lucidio, che della Juventus era tifoso, ci avrebbe ritrovato suo fratello Vittorio, Sentimenti III.

L’inizio non fu proprio dei migliori, ma riuscì ad affermarsi diventando il portiere titolare dei bianconeri per 4 stagioni.

Passerà alla Lazio, dove, il 21 febbraio 1954, si toglierà lo sfizio di parare un rigore niente meno che a Boniperti, suo ex compagno di squadra, e chiuderà la sua carriera da calciatore professionista tra le file del Vicenza nel 1956-57, ad eccezione di una breve parentesi col Talmone Torino nel 1959.

Il mito di questo portiere si è tramandato negli anni, tra record personali, curiosità ed aneddoti.

Primo portiere rigorista d’Italia, è tutt’ora l’estremo difensore che ha realizzato più gol nel campionato di serie A, ben 5. Detiene il curioso record di essere stato l’unico calciatore ad aver disputato partite ufficiali di Serie A sia come portiere che come giocatore di movimento, come ala destra.

Di Sentimenti IV sono note le “uscite di piede”, per le quali diventò celebre: era solito tuffarsi con i piedi uniti, anziché con le braccia e con la faccia sia per evitare incidenti ma soprattutto per arrivare prima sul pallone. Un intervento al limite del lecito, ma calcolato al millesimo. Questa tecnica rimase il suo marchio di fabbrica per tutta la sua carriera, e nessun portiere è stato in grado di ripeterla nel tempo.

Non a caso di lui Gianni Brera scrisse: «Freddissimo determinista, dotato di una astuzia luciferina».

Il 17 maggio 1942, in occasione della sfida Napoli-Modena, Lucidio incrociò il fratello Arnaldo, Sentimenti II, portiere dei partenopei, che aveva collezionato ben 9 rigori parati consecutivamente. Lucidio realizzò il rigore per gli emiliani interrompendo la striscia positiva del fratello che, sentendosi offeso, lo rincorse per tutto il campo tra l’ilarità dei presenti. A causa di questo episodio i due fratelli non si parlarono per due anni. Tant’è che anni dopo Lucidio in un’intervista ricorderà quell’episodio del rigore come uno dei più tristi della sua carriera.

Sentimenti IV fu anche portiere della Nazionale di calcio italiana. Con alterne fortune. Esordì l’11 novembre 1945 contro la Svizzera, subendo quattro gol. Altri tre ne subì il 9 novembre 1947, al Prater Stadium di Vienna, complici vento e nebbia. Ma fu anche l’unico giocatore titolare non del Grande Torino a disputare la partita contro l’Ungheria, l’11 maggio dello stesso anno. Partecipò anche alla spedizione brasiliana dei Mondiali del 1950, giocando da titolare l’incontro con la Svezia. Deterrà il record di giocatore più anziano ad aver indossato la maglia della Nazionale in un mondiale fino al 2014, anno della sua morte.

La sua eccessiva sicurezza sui tiri da lontano spesso lo portava a prendere dei gol balordi da fuori area. Ai tempi in cui militava con la Lazio, i tifosi lo accusarono di essere miope, tanto da spingere la società a fargli sostenere una visita oculistica.

Chiusa la carriera da giocatore, iniziò quella da allenatore. Del settore giovanile. Cominciando al Cenisia, squadra dilettantistica del torinese con cui aveva appeso definitivamente le scarpe al chiodo nel 1960, per poi passare ad allenare le giovanili della Juventus per quasi 30 anni, fino al sopraggiungere dell’età per la pensione. Continuò a dedicarsi ai ragazzi a livello locale, diventando responsabile del settore giovanile della Sisport, la società sportiva gestita dalla Fiat.

In una intervista rilasciata a Maurizio Ternavasio, nell’agosto del 1988, alla domanda sulla sua carriera da allenatore risponderà: «La tappa è stata unica, ma molto felice: una volta conseguito, infatti, il patentino di allenatore di prima categoria, entrai nel settore giovanile della Juventus, dove lavorai quasi trent’anni, con lunghe parentesi come allenatore dei portieri della prima squadra e come allenatore in seconda quando titolari della panchina erano Rabitti prima e Vycpálek poi. E giuro di non aver mai provato alcun rimpianto per non aver arricchito la mia esperienza altrove».

L’Avvocato Agnelli ebbe per lui parole di elogio, dirà in un’intervista che Sentimenti IV è stato il più grande portiere che lui abbia visto giocare alla Juventus.

E la Juventus riuscì a celebrarlo degnamente prima della sua morte. L’8 settembre 2011 fu il più anziano calciatore vivente a cui la Juventus assegnò una stella celebrativa nella Walk of Fame dello Juventus Stadium; il suo ingresso in campo, a 91 anni compiuti, fu salutato da un’ovazione dei 41 000 spettatori presenti.

Lo speaker dello Stadium lo annunciò così: “Testimone della nostra storia, un nome che tutti quanti abbiamo sentito: è bello che questo campo nasca con il suo sorriso a centrocampo. Una leggenda juventina e una leggenda del calcio in tutto il mondo“.

Ma nonostante la sua lunga carriera, costellata di record ed aneddoti degni dei grandi campioni, Lucidio non riuscì ad ottenere nessun trofeo, segno che talvolta il destino gioca dei brutti scherzi proprio nei momenti più importanti.

Chiudiamo con un aneddoto da lui stesso raccontato in un’intervista: “Primissimi anni cinquanta, incontro Lazio-Milan, terminato 1-1. Passò in vantaggio il Milan grazie ad un autogoal di mio fratello nonché compagno di squadra Sentimenti III, quindi su rigore pareggiò Sentimenti V (anch’egli giocava al mio fianco) e a pochi minuti dalla fine il sottoscritto parò un rigore dei rossoneri. E il giorno dopo quasi tutti i giornali portavano un titolo del tipo: Lazio-Milan, tutto fatto in famiglia”.

LUDOVICO SCARFIOTTI, L’ULTIMO ITALIANO IN TRIONFO A MONZA

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Ludovico Scarfiotti a Monza nel 1966 – da formulapassion.it

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Pilota italiano originario di Torino, figlio di uno dei fondatori della Fiat e proprietario di una fabbrica di cemento, il giovane Ludovico Scarfiotti si appassionò fin dai subito ai motori, arrivando al debutto assoluto con una Fiat 1100 elaborata con cui vinse la 1000 miglia di categoria nel 1954, ma fu con la Osca 1100 che colse un’incredibile serie di vittorie: la Bologna-San Luca, la Aosta-Gran San Bernardo e la coppa Cimino, diventando inoltre campione italiano per due anni consecutivi nel turismo.

Nel 1959, con la Osca 1500 svettò nelle corse in salita, prestazioni che gli valsero l’abitacolo di una Ferrari per la 1000 km di Buenos Aires e del Nurburgring, mentre l’anno successivo con la Ferrari della scuderia Sant’Ambrogio ebbe la meglio sulle Porsche e vinse il titolo europeo delle corse in salita, per poi giungere a definitiva consacrazione il 25 marzo del 1963 con il trionfo alla 12 ore di Sebring in coppia con John Surtees.

Forte di un talento innato e dell’appoggio del cugino Gianni Agnelli debuttò in Formula 1 al gran premio d’Olanda del 1963 alla guida della Ferrari, orfana di Mairesse: in prova si classificò undicesimo a quattro secondi dal poleman Jim Clark, mentre in gara fu sesto al traguardo, conquistando subito il primo punto in carriera. Ma un incidente in prova nella successiva gara in Francia, a Reims, lo obbligò a qualche mese di riposo e tornò l’anno seguente, quando vinse la mille Km del Nurburgring e arrivò secondo al Mosport e terzo a Reims, facendo seguire nel 1965 un’altra serie strepitosa di vittorie in salita e nel Gt.

L’impegno in Formula 1 fu tuttavia sempre sporadico, disputò infatti, sempre con la Ferrari, il gran premio d’Italia del 1964 (fu nono al traguardo), mentre due anni più tardi, dopo un ritiro in Germania, si presentò al gran premio di Monza, 4 settembre 1966: con la sua Ferrari, davanti a 100 mila persone si guadagnò la prima fila accanto al compagno di scuderia Parkes, vincendo poi la gara al termine di una memorabile battaglia con Bandini e Parkes. A quel punto Scarfiotti era convinto di avere un posto garantito, ma Enzo Ferrari non lo confermò, pertanto continuò a correre a gettone con la Eagle disputando alcune gare anche con la Cooper, ottenendo un sesto posto in Olanda come migliore risultato.

Grand Prix of Italy
Un primo piano di Scarfiotti – da pinterest.com

Nel 1968 iniziò a correre con regolarità nel mondiale di Formula 1 alla guida della Cooper e contemporaneamente accettò un ingaggio per le gare di durata e salita con la Porsche poi, l’8 giugno 1968, in una gara nei pressi di Rossfeld, in Germania, uscì di strada venendo sbalzato a metri di distanza. Le cause non furono mai chiarite anche se è ipotizzabile la rottura del piantone dello sterzo costruito per motivi di peso in duralluminio; purtroppo Scarfiotti non sopravvisse all’impatto, venne sepolto al Cimitero monumentale di Torino e rimane a tutt’oggi l’ultimo pilota italiano ad aver vinto il Gran Premio d’Italia. E questo grazie allo stesso Enzo Ferrari che in quel magico giorno di Monza 1966, desiderando un successo tricolore, volle che il compagno di scuderia Parkes non lo ostacolasse. La parola del “Drake“, d’altra parte, valeva più del Vangelo.

per questo articolo grazie a Simone per la collaborazione

COPPA DELLE COPPE 1989, REAL MADRID-CASERTA E QUEL MATCH INDIMENTICABILE

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Petrovic e Oscar – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Quella che sto per raccontarvi è una storia di basket tra le più appassionanti che si ricordino. Ebbe come teatro lo Stadio della Pace e dell’Amicizia del Pireo di Atene, andò in scena il 14 marzo 1989, valeva per la Coppa delle Coppe e regalò l’immortalità cestistica, caso mai ancora non l’avessero guadagnata, a due mostri sacri della palla a spicchi, Drazen Petrovic ed Oscar Schmidt, fuoriclasse delle due squadre contendenti, Real Madrid e Juvecaserta.

Premessa. Caserta è ormai da qualche anno una delle realtà più importanti della pallacanestro tricolore. L’arrivo in panchina di Franco Marcelletti, che ha preso il posto di Bogdan Tanjevic, e l’innesto in squadra del fuoriclasse brasiliano, Oscar appunto, accanto alla crescita di giovani prodotti del vivaio come Nando Gentile e Vincenzo Esposito, ha garantito il salto di qualità ad una formazione approdata alla massima serie nel 1983, proprio sotto la guida del tecnico jugoslavo. Caserta ha giocato, e perso, la finale scudetto del 1986 con Milano, replicata l’anno dopo, e ha giocato, ed ancora perso, la finale di Coppa Korac, sempre nel magico anno 1986, contro Roma. Staziona ormai nei quartieri alti della classifica del campionato italiano e nel 1988, battendo Varese 113-100 in una sfida serrata, decisa al supplementare con 31 punti di Oscar e 29 di Gentile, ha infine colto il primo trionfo della sua storia, la Coppa Italia. E il PalaMaggiò, casa dei bianconeri, è pronta ad infiammarsi di nuovo per la stagione a venire, 1988/1989, anno in cui i campani intendono recitare da protagonisti.

Ad onor del vero in campionato le cose non vanno come vorrebbero, con il sesto posto in stagione regolare e l’eliminazione all’ultimo respiro, 94-93 alla bella, ai quarti play-off con la Virtus Bologna, e la sconfitta in finale di Coppa Italia contro lo stesso avversario, e con risultato maledettamente simile, 96-93, il 6 aprile, dopo un tempo supplementare. Ma nel frattempo c’è da onorare anche la presenza europea in Coppa delle Coppe, e lì, la squadra di Marcelletti, denuncia una sicurezza confortante.

Si comincia con la doppia vittoria contro i bulgari del CSKA Sofia al primo impegno, 84-74 e 103-80, per poi vedersi catapultare nel girone A a quattro con Real Madrid, Hapoel Galil e Cholet che promuove le prime due squadre alle semifinali incrociate con le promosse del girone B. Caserta perde le due sfide con gli spagnoli, nettamente in trasferta (109-92) e di un soffio al PalaMaggiò (95-94), vince le due gare con gli israeliani ed infine, all’ultima partita, si assicura il passaggio del turno battendo Cholet 80-70, rimediando alla sconfitta subita all’andata in Francia, 85-76.

E qui, al penultimo atto, Caserta si trova opposta a quel meraviglioso baluardo che risponde al nome di Arvydas Sabonis, “lo zar“. Si gioca andata e ritorno e in Lituania, che all’epoca ancora è Urss, i bianconeri rischiano il tracollo, andando sotto di -24 prima di operare la rimonta che consente loro di chiudere la sfida con un passivo recuperabile in casa, 86-80. Cosa che puntualmente accade nella bolgia del PalaMaggiò, pieno all’inverosimile e rigurgitante quella passione come solo il Sud Italia sa sprigionare, grazie soprattutto alla maiuscola prova del bulgaro Georgi Glouchkov che si prende il lusso di annullare, sotto i tabelloni, lo strapotere di Sabonis. Finisce 98-84 e per Caserta la finale è una splendida realtà.

14 marzo 1989, dunque. Atene. E qui si scrive una pagina epica di storia cestistica. Caserta trova sulla sua strada il Real Madrid di Drazen Petrovic, “il Mozart dei canestri“, che in semifinale ha sconfitto il suo passato, ovvero il Cibona Zagabria, con una doppia vittoria, 92-91 e 119-97. E se lo jugoslavo, indiscutibilmente il giocatore più forte d’Europa che di lì a qualche mese andrà a far conoscere il suo smisurato talento di là dall’Atlantico nel pianeta NBA, pennella un match memorbile, altrettanto fa il suo dirimpettaio in maglia bianconera, il “carioca” Oscar Schmidt, librando un duello all’ultimo canestro destinato all’immortalità. Ci sono 12.000 spettatori assiepati in tribuna, ad Atene, e la “torcida” casertana vale l’impeto dei realisti, che inseguono il secondo titolo in Coppa delle Coppe dopo quello vinto nel 1984 contro Milano, 82-81 nella finale di Ostenda.

Il Real Madrid è una potenza cestistica, vincitore della Coppa Korac l’anno precedente proprio contro il Cibona di Petrovic, e si garantisce qualche aiutino di troppo da parte dell’ineffabile Zdravko Kurilic, supportato dal più imparziale Kostas Rigas, comandando le operazioni, con Petrovic che segna da qualsiasi angolo del campo ed in qualsiasi condizione di tiro. Al termine saranno ben 62 punti (12/14 da due, 8/16 da tre e 14/15 ai liberi), record assoluto per una finale europea, ma Caserta ha grinta da vendere ed è in partita con Oscar che a sua volta mette a referto 44 punti. Madrid allunga sul 26-17 dopo soli sei minuti di gioco, trascinata anche dalle prestazioni impeccabili di Biriukov e Rogers (rispettivamente 20 e 14 punti) e in virtù di un’efficace fluidità di gioco, ma Caserta non si arrende, Glouchkov sotto canestro limita Fernando Martin segnando 13 punti e strappando 11 rimbalzi e Gentile a sua volta colpisce con precisione chirurgica (alla fine saranno 34 punti per lui), spalleggiato da Dell’Agnello che firma la doppia doppia con 18 punti e 12 rimbalzi. Al 13esimo minuto i bianconeri mettono la testa avanti, 34-33, ma Petrovic è immarcabile e all’intervallo il punteggio, altissimo, è fissato sul 60-57 per il Real Madrid.

La sfida tra Petrovic e Oscar si incendia ancor più nel secondo tempo, se lo slavo colpisce in entrata, il brasiliano risponde mitragliando dalla lunga distanza. Il Real Madrid fa corsa di testa, con il contributo sostanziale di Fernando Romay, abilissimo nel gioco sporco, portandosi avanti sul 85-73 al 28esimo minuto, massimo vantaggio, ma Marcelletti ordina una zona 3-2 aggressiva e la mossa sortisce gli effetti sperati. L’attacco spagnolo si inceppa, Caserta si riporta sul 91-89 e i cinque minuti finali sono pirotecnici. Petrovic, Oscar e Gentile segnano a ripetizione, e con 18 secondi ancora da giocare, sul punteggio di 102-99 per il Real Madrid, il brasiliano infila da otto metri in faccia a Cargol la bomba che firma il pareggio. Il tempo supplementare si profila all’orizzonte ma proprio Petrovic, stratosferico fino a quel momento, perde un pallone capitale: Gentile ha tra le mani il tiro della vittoria ma sbaglia, complice anche un probabile fallo di Biriukov non sanzionato dagli arbitri, ed allora una gara fin lì palpitante, emozionante come poche altre ed assolutamente indimenticabile, si decide nei cinque minuti aggiuntivi.

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La festa del Real Madrid – da apuestasbaloncesto.com.es

Qui Petrovic torna a recitare da Mozart del basket segnando 11 punti, Oscar esce per raggiunto limite di falli, così come Gentile, Esposito e Glouchkov, e infine il Real Madrid, con il punteggio di 117-113, si porta a casa la Coppa delle Coppe, spengendo il sogno di una Caserta che non può certo consolarsi con l’onore della armi. A chiusura di un confronto che vide due campioni fronteggiarsi a suon di canestri, e che ancor oggi chi vi ha assistito non può fare a meno di soffrir di nostalgia.

 

MARIA DEL PILAR ROLDAN, PRIMA DONNA MESSICANA A SALIRE SUL PODIO OLIMPICO

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Maria del Pilar Roldan – da es.historia.com

articolo di Gabriele Fredianelli

La prima donna non europea a salire sul podio olimpico della scherma ha i capelli folti e neri e un sorriso largo e dolce: è María del Pilar Roldán Tapia, argento messicano nel fioretto individuale alle Olimpiadi casalinghe di Città del Messico del 1968. Non solo. María diviene in quell’occasione anche la prima donna messicana ad arrivare a conquistare una medaglia ai Giochi.

Per il Messico – che nelle due edizioni precedenti aveva messo insieme la miseria di due bronzi – quella del ’68 è ovviamente l’Olimpiade più generosa della sua storia: nove medaglie totali, di cui tre d’oro (sulle 13 complessive fino al giorno d’oggi). Di quelle nove, quattro arrivano dal pugilato, da sempre la disciplina tradizionalmente più forte. Due dal nuoto. Due sole dalle donne, le prime messicane da copertina: María Teresa Ramirez negli 800 stile libero e, qualche giorno prima, appunto María del Pilar (inciso “rosa”: la velocista messicana Enriquete Basilio Sotelo in quei Giochi del ’68 viene scelta come ultima tedofora, è la prima volta nella storia che tocca a una donna).

Il rapporto tra Centro e Sudamerica e scherma è sempre stato complesso, in ambito olimpico. Due eccezioni d’oro, in oltre un secolo: il cubano Ramon Fonst ad inizio Novecento (quattro ori tra Parigi e Saint Louis, 1900 e 1904), il venezuelano Ruben Limardo a Londra 2012. Unici bagliori centro-sudamericani nel mondo della scherma che peraltro, ai Panamericani, ha sempre visto la maggioranza dei titoli andarsene via sull’asse tradizionale Cuba-Usa.

Per il resto la scherma del Sudamerica non ha mai retto il passo di quella europea, almeno nei risultati, nonostante molti maestri europei ed italiani in particolare abbiano spesso oltrepassato l’oceano (su tutti Nedo Nadi negli anni 20 a Buenos Aires). Questo per far capire quanto quella della Roldán fu una grandissima impresa.

María del Pilar Roldán resterà nella storia, è sicuro: ad oggi, quasi cinquant’anni dopo, soltanto altre quattro donne extraeuropee sono salite sul podio nel fioretto individuale. La cinese (poi naturalizzata canadese) Luan, oro a Los Angeles, la connazionale Wang a Barcellona (sconfitta in finale dalla nostra Trillini), la coreana Nam a Pechino (battuta in finale dalla Vezzali), ultima la tunisina Boubakri a Rio (fuori in semifinale contro la Di Francisca).

Nata nella capitale nel 1939, per María lo sport era nel sangue di famiglia. Il padre Ángel Roldán, detto El Güero, ovvero il Biondo, era un buon tennista, che aveva preso parte dalla Coppa Davis nel 1934. La madre María Tapia con la racchetta in mano aveva vinto tre medaglie ai Giochi Centramericani del ’35, oro nel singolo e nel misto e argento nel doppio.

E María inizia proprio come tennista a sei anni. Ma poco dopo la vocazione cambia. A tredici anni legge “i Tre Moschettieri” e ne rimane incantata: lascia la racchetta e impugna il fioretto, contagiando anche il padre che si reinventerà schermidore nella seconda parte di carriera. Uno dei primi maestri di María sarà l’italiano Eduardo Alaimo, già nazionale azzurro ai primi del Novecento e due volte campione italiano assoluto nel fioretto (1910 e 1911).

Ad appena quindici anni María è già campionessa nazionale. Il 1955 è una data particolare: Giochi Panamericani a Città del Messico. Madre, padre e giovanissima figlia partecipano tutti e tre come atleti: la prima come tennista, gli altri due come schermidori, María chiuderà col quarto posto finale.

Per María il primo alloro importante sarà a Chicago nel 1959, oro ai Panamericani, davanti alla ben più esperta statunitense Mitchell che ha già oltre quarant’anni e tirerà con successo fino ai cinquanta. Ai Panamericani arriverà il bis a Winnipeg nel ’67, stavolta davanti alla statunitense King. L’ultimo bronzo sarà addirittura del 1987, a 48 anni, a squadre dietro Stati Uniti e Cuba. Nel mezzo, a Melbourne è la seconda schermitrice messicana ad arrivare alle Olimpiadi, 24 anni dopo Eugenia Escudero a Los Angeles 32. Arriva a un passo dalla poule finale. Nel 1959 vince due medaglie ai Giochi Centroamericani, bronzo individuale e argento nella squadra con la sorella Lourdes. Ai Giochi di Roma nel 1960 è la seconda donna messicana a fare da portabandiera dopo la Escudero e centra un buon settimo posto.

Nel 1964 la grande delusione, per la scelta del presidente del Comitato Olimpico messicano, Jesús Clark Flores, di non portare a Tokio nessun schermidore.

Nel 1968 ecco invece l’apice della carriera, proprio davanti alla sua gente nella sala d’arme Fernando Montes de Oca di Città del Messico. Alla fine è argento dietro la giovane sovietica Novikova-Belova (che avrebbe fatto doppietta con la prova a squadre) e davanti all’ungherese Ildikó Rejtő-Ujlaki-Sági, già doppio oro nel fioretto a Tokio 1964. A quello si aggiunge un settimo posto di squadra, ancora insieme alla sorellina Lourdes di quattro anni più giovane e a Rosa Del Moral.