KNUT KNUDSEN, IL CRONOMAN CHE PERSE UN GIRO CADENDO IN DISCESA

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Knut Knudsen durante il Giro d’Italia 1979 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Certo che se Knut Knudsen ripensa a quel Giro d’Italia del 1979, che avrebbe potuto far suo ma che per colpa di una caduta giù per la Forcella del Monte Rest fu costretto a lasciare al rampante Giuseppe Saronni, non può certo fare a mano di covare qualche rimpianto.

Alto, poderoso, tenace, abile su tutti i tracciati ma con formidabili doti sul passo, ed una naturale predisposizione verso le corse a cronometro, nonché le brevi competizioni a tappe, Knudsen nasce a due passi dai fiordi, a Levanger in Norvegia, il 12 ottobre 1950. Un “vichingo dai modi gentili, fin da un’adolescenza in cui, pur di correre in bicicletta, si sottopone a non pochi sacrifici logistici, ma che prima o poi troveranno conforto in una pur eccellente carriera e nell’apprezzamento sincero degli appassionati.

Arrivato fra i dilettanti già con ottime credenziali, Knudsen comincia a dettare legge non solo fra i connazionali (vince ripetutamente i titoli nazionali su strada, su pista e a cronometro), ma anche nelle gare internazionali, fuori dai confini patrii e in giro per l’Europa. Nel 1972, su strada, vince proprio il Giro di Norvegia e i campionati di Scandinavia ma è su pista che ottiene le soddisfazioni principali. Ad esempio alle Olimpiadi di Monaco, che lo vedono mettersi al collo la medaglia d’oro nell’inseguimento individuale, grazie alla gentile concessione dei “cugini danesi” che gli prestano le ruote per la finale, dopo aver partecipato all’edizione messicana quattro anni prima (finì 11esimo) dominando, come fosse di un’altra categoria, avversari come lo svizzero Kurmann e il tedesco Lutz. L’anno successivo, 1973, a San Sebastian, nella medesima specialità, si veste anche della maglia arcobaleno di campione mondiale, ancora una volta surclassando gli avversari.

Passato professionista nel 1974 in Italia, nelle file della Jollyceramica capitanata da Giovanni Battaglin, Knudsen è atteso a recitare un ruolo da primattore nelle gare su pista e contro il tempo. Ma se il livello è sempre d’eccellenza, mancano gli acuti. E’ infatti finalista ai mondiali di inseguimento nel 1975 a Rocourt, ma l’olandese Schuiten è più veloce di lui, e nel 1977 a San Cristobal, quando viene superato da Gregor Braun, finendo invece sul terzo gradino del podio nel 1976 a Monteroni di Lecce, dietro a Francesco Moser e, ancora, Roy Schuiten. Ma se nei velodromi il norvegese non ottiene per quel che sono le sue attitudini e per quel che sono le sue ambizioni, ha altresì modo di rifarsi su strada, riuscendo ad impreziosire il suo palmares con vittorie importanti e una serie ragguardevole di piazzamenti di pregio, partendo, sempre o quasi, è bene dirlo, dal ruolo di gregario, certo di lusso, ma pur sempre luogotenente.

Nel 1975 vince a Fiorano la prima tappa del Giro battendo allo sprint Van Linden, Poppe, Sercu e Gavazzi (hai detto poco!), vestendo per due giorni la maglia rosa prima di cederla nell’ascesa a Prati di Tivo a Battaglin. L’anno successivo vince una tappa al Giro di Romandia e la cronostaffetta, disputata a Martinsicuro negli Abruzzi, per tornare poi protagonista sulle strade della Corsa rosa nel 1977, trionfando nella frazione a cronometro di Pisa, dove infligge significativi distacchi a Moser e a Michel Pollentier che poi quel Giro se lo metterà in tasca. Nel 1978 Knudsen passa alla Bianchi e il sodalizio si rivela subito vincente con il trionfo al Giro di Sardegna (era già giunto 3° nel 1975), al Trofeo Laigueglia, al Giro della Provincia di Reggio Calabria e al Trofeo Baracchi in coppia con Schuiten.

Il norvegese è ormai ospite fisso nelle posizioni che contano delle classifiche, addivenuto com’è a piena maturazione atletica e tecnica, e la stagione 1979, seppur segnata dalla sfortuna, conferma appieno i suoi progressi. Dopo aver chiuso la Milano-Sanremo in terza posizione, lanciandosi in volata per venir anticipato da due draghi dello sprint come De Vlaeminck e Saronni, vince infine la Tirreno-Adriatico (era già giunto 2° nel 1974 e  nel 1975 battuto da De Vlaeminck e nel 1978 alle spalle di Saronni) imponendosi nella cronometro finale di San Benedetto del Tronto il che gli consente di scavalcare Giovanni Battaglin e Giuseppe Saronni, per poi bissare al Giro del Trentino, dimostrando un chiaro miglioramento sulle lunghe salite ed approfittando, lui che viene dai paesi nordici, della avverse condizioni climatiche per battere Moser e De Vlaeminck. Il che ne fa un pretendente all’imminente Giro d’Italia che nel 1979 scatta da Firenze e a cui Knudsen si presenta puree con una coppia di successi al Giro di Romandia.

Moser e Saronni, enfant du pays, fanno meglio di lui nel prologo d’apertura nel capoluogo toscano, ma il nordico è in forma smagliante, e dopo il secondo posto di Perugia (battuto da Beccia), nella cronometro di Napoli, a 24 secondi da Moser che nelle prime tappe pare invincibile, e nella cronoscalata di San Marino, 32 secondi dietro a Saronni, regala una prestazione memorabile nella tappa contro il tempo da Lerici a Portovenere, battendo di 16 secondi lo stesso Saronni e di 40 secondi il promettente Visentini, balzando al secondo posto della classifica generale. Ma nella sfida a due per la vittoria finale con Saronni (18 secondi dividono i due contendenti e con ancora da correre la crono finale di Milano), Knudsen è costretto al ritiro per il capitombolo verso Pieve di Cadore, a soli tre giorni dall’epilogo, e il suo sogno rosa evapora.

Il treno da cogliere al volo è ormai passato, e nel 1980, dopo un 15esimo posto al Giro d’Italia che Knut aveva affrontato con ben altre ambizioni, trionfa di nuovo nella cronostaffetta, stavolta a Montecatini Terme, vincendo poi, a Bruxelles, il Gran Premio Eddy Merckx. Nel 1981 Knudsen torna prepotentemente protagonista al Giro d’Italia vincendo il prologo di Trieste (sui “nemici” della pista Moser e Braun) e le altre cronometro di Montecatini e Verona, rimanendo però ai margini della classifica che conta, solo 22esimo a 31’46” da Giovanni Battaglin  Trionfanella Ruota d’Oro e, di nuovo, nel Gran Premio Eddy Merckx. Dopo una stagione così ricca di soddisfazioni, e seppur ancora nel pieno delle sue forze, a fine anno decide nondimeno di appendere la bicicletta al chiodo. Da più parti si cerca di convincerlo a continuare l’attività, ma la decisione di Knudsen è irevocabile. In fondo, l’insistenza era legittima: al mondo nessuno lo valeva nel ruolo di luogotenente o di vero e proprio gregario, non solo per qualità, ma pure per la grande onestà che l’ha sempre contraddistinto.

Così, a trentun anni, quando ancora sarebbe in grado di scrivere pagine importanti di ciclismo, Knut Knudsen, l’uomo che veniva dai fiordi e dalla simpatia che conquista, mette la parola fine alla sua onorevole carriera.

LE REGATE D’ORO DI EKATERINA KARSTEN

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Ekaterina Karsten – da orrlabda.hu

articolo di Nicola Pucci

Credo sia giunto il momento di lasciar spazio anche a qualche donzella, quando si parla di canottaggio. Perchè se è vero che la disciplina ha debuttato in sede olimpica solo a Montreal, nel 1976, è altrettanto vero che il tempo è già sufficiente abbastanza per innalzare al rango di leggenda alcune campionesse. Ed Ekaterina Karsten è una di queste.

Già medaglia di bronzo nel quattro di coppia ai Giochi di Barcellona del 1992, la ragazza bielorussa, classe 1972, nata a Minsk e che proprio in Catalogna gareggia per la bandiera della CSI (la Comunità di Stati Indipendenti, nata sulle ceneri della defunta Unione Sovietica), diventa nel corso degli anni la più formidabile interprete della prova di singolo del canottaggio femminile.

Il suo palmares, in effetti, conosce già la gloria a cinque cerchi ad Atlanta, nel 1996, quando si trova a dover fronteggiare il tentativo della rumena Elisabeta Lipa di difendere il titolo conquistato quattro anni prima e quello della belga Annelies Braedael e della canadese Silken Laumann di salire nuovamente sui due gradini più bassi del podio. Le due ultime iridate della specialità, la danese Trine Hansen e la svedese Maria Brandin, sono altre due autorevoli candidate alle medaglie ed in batteria, firmando i due migliori tempi, confermano le loro credenziali. La Karsten blocca il cronometro a 8’03″73 in una serie che boccia la Lipa e obbliga la Braedael ai ripescaggi, per poi piazzarsi seconda in semifinale alle spalle della Laumann, garantendosi nondimeno la qualificazione alla finale con il quinto tempo tra le sei ammesse. Non sembra dunque esser lei la favorita nella corsa all’oro, ma la bielorussa ha riservato per l’atto decisivo le energie migliori e disegna un capolavoro. Nelle acque del Lago Lanier la Karsten prende il comando della gara fin dai primi metri, tenendo a distanza la Laumann, che corre con una gamba lesionata da un terribile incidente che prima dei Giochi di Barcellona ne ha fortemente messo in dubbio il preseguimento della carriera, e chiude trionfante con tre secondi di vantaggio, margine che le vale la medaglia d’oro.

Lanciata ormai nel firmamento internazionale del canottaggio, la Karsten, che ha poco più di 24 anni, comincia una raccolta di successi che la vedono vestirsi della maglia arcobaleno di campionessa del mondo nel 1997 al Lago di Aiguebelette e nel 1999 a St.Catharines in Canada, due affermazioni che ne fanno la logica favorita anche alle Olimpiadi di Sydney del 2000. Dove si presenta con la dichiarata intenzione di concedere il bis.

In Australia la Karsten si trova a dover competere con la tedesca Katrin Rutschow, due volte medaglia d’argento iridata nel 1998 e nel 1999, e con la bulgara Rumyana Neykova, che ai Mondiali del 1999 è salita sul terzo gradino del podio. La campionessa del mondo del 1998 a Colonia, la russa Irina Fedotova, ha invece optato a Sydney per il quattro di coppia (vincerà il bronzo), mentre dal pronostico non è esclusa la Brandin che seppur ormai 37enne ha all’attivo il Mondiale vinto a Tampere nel 1995, due terzi posti alle rassegne iridate del 1997 e del 1998, oltre ad esser stata quinta a Barcellona e quarta ad Atlanta. Inoltre, può vantare le vittorie alla prestigiosa Henley Royal Regatta dal 1993 al 1998, ad eccezione dell’edizione del 1994.

In effetti la prova non riserva sorprese, con la neozelandese Sonia Waddell che si impone nella prima batteria mentre Neykova, Karsten e Rutschow vincono le altre tre serie, con la tedesca che fa segnare il miglior tempo, 7’32″80, mentre la Brandin è costretta ai ripescaggi per accedere alle semifinali che la elimineranno definitivamente. La Neykova vince facilmente la prima semifinale con il tempo di 7’28″34, precedendo l’australiana Douglas e la Waddell, che si qualificano a loro volta per la finale, mentre la Rutschow batte la Karsten nella seconda semifinale, 7’37″77 contro 7’40″36, con il terzo posto, ultimo utile per accedere alla finale, appannaggio della russa Yulia Alexandrova.

Ma la bielorussa, al solito e con impeccabile senso tattico, ha riservato il meglio per l’atto decisivo, e quella che va in scena il 23 settembre è una finale tra le più entusiasmanti della storia del canottaggio olimpico. Le tre campionesse infatti battagliano tra loro sul filo dei centesimi, spalla a spalla, ed infine è solo il fotofinish a decretare la vittoria della Karsten con il tempo di 7’28″14, un solo centesimo meglio della Neykova (pari a 40 centimetri!) che si deve accontentare di un amaro secondo posto, mentre la Rutschow è a sua volta medaglia di bronzo con un ritardo di ottantacinque centesimi. La Karsten si conferma campionessa olimpica… ma stavolta che fatica!

E va a realizzare una doppietta ad oggi ancora ineguagliata, provando poi in altre tre occasioni a migliorare il suo bottino olimpico. Ma ad Atene, nel 2004, la Rutschow avrà la sua rivincita imponendosi nettamente nel duello a due e quattro anni dopo ancora, a Pechino 2008, la Karsten dovrà accontentarsi della medaglia di bronzo, battuta stavolta in un arrivo serrato dalla stessa Neykova e dall’americana emergente Michelle Guerette.

Le fatiche olimpiche della bielorussa non sono però ancora finite, perchè Ekaterina si ripresenta anche a Londra nel 2012, ormai 40enne, forte dell’argento iridato conquistato a Bled l’anno prima, seconda solo alla ceca Miroslava Knapkova per la sua quindicesima (!!!) medaglia ai Mondiali, distribuite tra il 1997 e il 2013, terminando però la sua avventura ai Giochi con un onorevole seppur insoddisfacente quinto posto nella gara vinta dalla stessa Knapkova.

Ma può bastare così, cinque podi consecutivi alle Olimpiadi fanno di Ekaterina Karsten la canottiera più blasonata della storia. Avete qualcosa da obiettare in proposito?

ROLF EDLING, IL COLOSSO MANCINO CHE VIENE DAL FREDDO

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Rolf Edling – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Rolf Erik Sören Edling è il colosso mancino che viene dal freddo. Quasi due metri d’altezza, quasi un quintale di peso, è svedese anche se nato in India, a Bombay, dove il padre lavora per una compagnia elettrica. Classe 1943, comincia a tirare di scherma a Sigtuna, periferia di Stoccolma e finirà la carriera con un oro alle Olimpiadi nel ’76, cinque titoli mondiali tra individuale e a squadre, un argento e quattro bronzi sempre nella rassegna iridata.

Per lui una maturazione lenta ma inarrestabile, come si conviene a uno spadista di buon talento, in un’arma che in Svezia ha comunque buona tradizione anche, se prima di lui, è ferma al bronzo olimpico di Nils Hellsten a Parigi 1924 e ai due argenti a squadre di Berlino ’36 e Helsinki ’52 (sempre dietro l’Italia, curiosamente).

Il primo risultato importante fuori dai confini per Edling, dall’immancabile pizzetto, è quello del 1969 a L’Avana, ai Mondiali. Lui è già 26enne: la medaglia è il bronzo nella spada a squadre dietro Urss e Ungheria. Stesso risultato a Vienna nel 1971, quando ci aggiunge anche il bronzo individuale, dietro al russo Kryss, già campione olimpico a Tokyo, e dietro al torinese Granieri.

Il primo oro sarà davanti al pubblico di casa a Goteborg, nel 1973, quando ha già trent’anni ed è completo dominio svedese: primo lui, secondo Hans Jacobson, terzo il nostro Pezza. A Grenoble è forse il suo punto più alto: 1974, doppietta iridata a squadre (sulla Germania Ovest) e individuale (sul francese Brodin). Nel 1975 continua la serie aurea ai Mondiali: titolo a squadre, ancora davanti alla Germania Occidentale. E poi ecco l’appuntamento con il destino, in Canada: Montréal 1976, di nuovo davanti alla Germania guidata dal fresco e giovane campione olimpico Alexander Pusch in rampa di lancio. E proprio qualche giorno prima, nella equilibratissima poule finale della prova individuale, Edling aveva battuto proprio Pusch, pur dovendosi alla fine accontentare del sesto posto conclusivo. Stavolta invece è medaglia d’oro olimpica, la prima nella storia della scherma svedese. Insieme a lui Carl von Essen, Hans Jacobson e i più giovani Leif Högström e Göran Flodström. 8-5 il finale sui tedeschi. Da allora a oggi, la Svezia tornerà soltanto una volta sul gradino più alto del podio ai Giochi: sempre nella spada, nel 1980 a Mosca, con Johan Georg Harmenberg.

Gli ultimi squilli di Edling saranno quelli del 1977-78. Un oro a squadre e un argento individuale (dietro il connazionale Harmenberg ) ai Mondiali di Buenos Aires e il bronzo a squadre ad Amburgo.

Tra i riconoscimenti fuori dalla pedana, Edling viene premiato nel 1973 con la medaglia d’oro del “Svenska Dagbladet”, il premio che il quotidiano svedese assegna dal 1925 al migliore sportivo dell’anno: è il secondo (e ultimo schermidore fino ad oggi), 38 anni dopo Hans Drakenberg, argento a squadre a Berlino e campione del mondo nel ’35. Si tratta di un premio prestigioso che nel suo palmarès è ovviamente dominato da tennis, sci e atletica leggera e che l’anno dopo, nel 74, vedrà la vittoria di Björn Borg, appena diventato il più giovane vincitore del Roland Garros, e nel 75 di un’altra leggenda come lo sciatore Jan Ingemar Stenmark (entrambi, Borg e Stenmark, faranno doppietta insieme nel ’78).

WIMBLEDON 1973, STORIA DI UN TORNEO BOICOTTATO DAI MIGLIORI

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Metreveli e Kodes – da wbur.org

articolo di Nicola Pucci

Soffia un vento strano, a pochi giorni dall’apertura dei Doherty Gates a Wimbledon nel 1973. E non annuncia niente di buono.

Infine firmata la pace tra Lamar Hunt, fondatore/presidente del circuito WCT, e la Federazione internazionale, ad onor del vero il tennis dei professionisti sembra aver ritrovato serenità ed equilibrio, ed anche la vecchia, cara Coppa Davis diventa open.

Con l’autorizzazione a partecipare garantita ai professionisti, la massima competizione riservata alla nazionali riprende vigore, dopo una fase di appannamento che i soli Smith e Nastase, tra i grandi, sono riusciti ad onorare negli ultimi quattro anni. E’ pur vero che la ventata innovativa non pare riguardare l’Australia, che in attesa del ritorno dei mammasantissima Laver e Newcombe, affatto disposti a lasciar l’America, dove svolgono con profitto l’attività tennistica, per competere nei primi turni della zona asiatica, obbliga il capitano Neale Fraser a convocare due veteranissimi come Ken Rosewall, 39 anni, e Mal Anderson, 38 anni. Il “vecchio” Ken ritrova la competizione a 20 anni di distanza dalla sua prima vittoria (3-2 agli Stati Uniti nel 1953), mentre il compagno torna a difendere i colori del suo paese 15 anni dopo l’ultima sua apparizione (finale del 1958, sempre con gli Stati Uniti, ma stavolta con sconfitta per 3-2), ma l’entusiasmo è quello dei ben tempi andati e gli oceanici, con l’apporto anche di Geoff Masters e Colin Dibley, agguantano la finale interzona contro l’India.

Se per l’Australia, dunque, non sembrano esserci problemi, non altrimenti succede ovunque. Dato che questa nuova opportunità di poter selezionare un qualsiasi giocatore pone un emblema di non facile risoluzione: i professionisti, siano essi indipendenti o sotto contratto con qualche circuito, sono liberi di garantire la loro disponibilità a seconda dell’interesse personale oppure devono sottomettersi all’autorità delle loro Federazioni? L’Australia ha deliberato, Laver e Newcombe possono declinare la selezione conservando nondimeno la possibilità di giocare la fase finale della competizione. Ma in Yugoslavia, ad esempio, le cose vanno diversamente e gli accadimenti che sto per raccontarvi segneranno indelebilmente l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon.

18-20 maggio: la Yugoslavia incontra la Nuova Zelanda a Zagabria, in un match valido per la zona B europea, perdendo 3-2. Niki Pilic, il numero 1 balcanico, non partecipa all’incontro, impegnato nel torneo WCT di Las Vegas.

20 maggio: la Federazione yugoslava afferma che Pilic aveva accettato la selezione per poi rendersi indisponibile al momento dell’incontro. Sospende il giocatore per nove mesi e chiede alla Federazione internazionale di fare altrettanto.

21 maggio: la Federazione internazionale avverte la Federazione francese che Pilic non prenderà parte al torneo del Roland-Garros che prende il via proprio in quel giorno. L’ATP (Associazione Tennistica Professionisti) chiede le prove del fatto che Pilic avesse accettato la selezione, lasciando intendere che nel caso non venissero prodotte, alcuni dei suoi membri diserterebbero per solidarietà a Pilic il torneo parigino.

22 maggio: la Federazione francese è colta dal panico. Se gli 82 giocatori che aderiscono all’ATP boicottano il Roland-Garros, sarebbe un fiasco finanziario clamoroso, essendo i francesi molto meno fedeli al tennis di quanto non lo siano gli appassionati londinesi che seguono Wimbledon. La Federazione internazionale consiglia Pilic di fare appello avverso la squalifica in modo da prendere tempo e poter giocare a Parigi, al pari dei colleghi dell’ATP. Il comitato d’urgenza della Federazione internazionale decide di riunirsi il 1 giugno, in presenza dell’ATP, della Federazione yugoslava e dello stesso Pilic.

1 giugno: la Federazione internazionale, sentite le parti, conferma la squalifica di un mese per Pilic. La decisione verrà resa pubblica subito dopo la finale dello Slam parigino, nel frattempo Pilic può giocare al Roland-Garros, disputando il miglior torneo della carriera. Il 3 giugno, dopo aver battuto Paolo Bertolucci ai quarti e Adriano Panatta in semifinale, e senza esser testa di serie, guadagna la finale per poi cedere il passo a Ilie Nastase, nettamente, 6-3 6-3 6-0.

4 giugno: iniziano gli Internazionali d’Italia a Roma, minacciati dalla decisione presa dalla Federazione internazionale. Per salvare il torneo Giorgio Neri, presidente della Federazione italiana, decide di ammettere in tabellone Pilic.

24 giugno: Pilic non può iscriversi ai tornei che precedono Wimbledon. E a Londra non può essere ammesso a partecipare. L’ATP ritiene inammissibile la cosa e decreta la sua solidarietà al giocatore, affermando altresì che non è stata presentata nessuna prova che Pilic avesse accettato la convocazione per la sfida di Coppa Davis. All’ultima ora Allan Heyman, presidente della Federazione internazionale, Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon, e Cliff Drysdale, rappresentante dell’ATP, cercano l’accordo ma non arrivano a compromesso e l’ATP, riunita nella notte, delibera 7 voti favorevoli a 1 e 2 astenuti per il boicottaggio del torneo che si apre l’indomani, 25 giugno.

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Ian Kodes – da gettyimages.com

Ad osservare da vicino gli eventi, c’è da non crederci. Sembra di esser tornati indietro nel tempo, alle stesse motivazioni e con gli stessi attori che partorirono poi nel 1968 la svolta verso l’era Open del tennis. Nessuno, in buona sostanza, è veramente al corrente di quel che sia accaduto tra Pilic e la sua Federazione prima della sfida di Coppa Davis con la Nuova Zelanda. Fatto è che Pilic, partecipando al circuito WCT, trae profitto ben più che rispondendo ad una chiamata della sua nazionale, come non avviene da cinque anni. Che ci sia stato un malinteso tra Federazione e giocatore? Probabile, come altrettanto probabile è che Pilic avesse tutto l’interesse di decidere indipendentemente di giocare il torneo di Las Vegas. Resta altresì incomprensibile come Herman Davis, presidente del torneo di Wimbledon che tanto si era adoperato perchè l’era Open del tennis chiudesse l’annosa questione legata al professionismo, abbia in questo caso tenuto un atteggiamento neutrale, non rinunciando ad ignorare la sospensione di Pilic così come aveva fatto il collega del torneo di Roma.

E così 79 degli 82 giocatori iscritti all’ATP disertano l’edizione 1973 del torneo di Wimbledon. Solo tre di loro rifiutano di aderire al boicottaggio: Ilie Nastase, numero 1 del mondo, che ha timore di venir radiato dalla sua Federazione; Roger Taylor, giocatore di casa, che sente di dover rispettare il pubblico londinese garantendo la sua presenza, e il modesto Ray Keldie, giocatore australiano di terza fascia. Tutti i giocatori dell’est Europa, in qualità di dilettanti, sono a loro volta presenti all’evento. Ma è inevitabile che si pensi anche al dopo. Che succederà in seno all’ATP nel caso in cui Nastase o Taylor dovessero vincere il torneo approfittando dell’assenza degli altri big?

Fortuna vuole che il campione rumeno, che è ovviamente prima testa di serie, si faccia eliminare agli ottavi dall’americano Sandy Mayer, per vincere invece la prova di doppio associato a Jimmy Connors. Taylor, dal canto suo, numero 3 del tabellone, procede spedito fino alla semifinale, battendo ai quarti di finale un 17enne scandinavo che sta facendo strage di cuori e cambierà il tennis, tale Bjorn Borg, che cede 7-5 al quinto set, perdendo a sua volta, e con lo stesso punteggio, con il cecoslovacco Jan Kodes, testa di serie numero 2 e vincitore al Roland-Garros nel 1970 e nel 1971. Il britannico si risparmia così qualche conto in sospeso con i colleghi dell’ATP, nondimeno assurgendo al rango di eroe dei sudditi di Sua Maestà che lo eleggono a loro beniamino sostenendolo con passione quasi esagerata.

Costretti all’ultimo minuto a ridisegnare il tabellone, i dirigenti di Wimbledon fanno appello alle vecchie glorie e ai giovani rampanti per non accusare troppo il colpo. In assenza di Stan Smith, campione uscente, Pietrangeli, Sedgman e Fraser sono ancora della partita, pur pagando dazio all’età che avanza ed uscendo in blocco al primo turno; Borg, vincitore l’anno prima del torneo juniores, è il sesto favorito mentre Jimmy Connors è accreditato della quinta testa di serie. Sono loro le nuove vedette di Wimbledon. Se lo svedese scatena orde di ragazzine che invadono il campo in cerca di un autografo infrangendo un protocollo rigidissimo e che si perde nel tempo, l’americano affascina per un tennis d’attacco che pare destinato a portarlo in breve tempo molto in alto.

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Borg a Wimbledon 1973 – da pinterest.com

Il boicottaggio, ad onor del vero, non ha effetto sul successo di pubblico del torneo che chiude con l’ennesimo record di presenze sugli spalti. Wimbledon, forte di una tradizione centenaria, è una festa del tennis, da sempre, e i londinesi non cambiano le loro abitudini: se non ci sono i campionissimi, fa lo stesso. Gli stessi giornalisti non hanno di che lamentarsi, per gli exploit di Borg e il millantato fidanzamento tra Jimmy Connors e Chris Evert, e le conferenze stampa quasi sempre fanno il pieno. Se i vecchi campioni con la loro assenza hanno spianato la strada agli emergenti, è bene dirlo che non l’hanno resa loro troppo difficile.

Sono infine due giocatori che vengono dall’est Europa a presentarsi all’appuntamento con la finale, l’8 luglio sul Centre Court più famoso al mondo. Il cecoslovacco Jan Kodes, numero 2, e il sovietivo Alex Metreveli, numero 4, non sono affiliati all’ATP e quindi le loro prestazioni sono liberate da quegli scrupoli che invece hanno ingolfato l’anima di Ilie Nastase, sulla carta il grande favorito del torneo. Kodes, che ha già due tornei dello Slam in curriculum, lascia un set al giapponese Hirai al primo turno e all’indiano Mukerjea agli ottavi, per poi dover sudare le proverbiali sette camicie contro l’altro indiano Amritraj ai quarti e appunto Taylor in semifinale, entrambi superati 7-5 al set decisivo; Metreveli, dal canto suo, liquida senza troppi patemi Matthews, Giltinan, Cooper e Feaver, tutti in tre set, per poi spengere ai quarti l’ardore agonistico di Connors e approfittare in semifinale di un Sandy Mayer forse appagato dall’impresa con Nastase. All’atto decisivo Kodes si impone in tre set, 6-1 9-8 6-3, senza troppa enfasi, abbozzando un sorriso stretto ed alzando la coppa senza eccessiva convinzione. Certo, era necessario un vincitore che desse lustro all’albo d’oro, e il 27enne praghese è perfetto, tanto da confermare il trionfo due mesi dopo sull’erba di Forest Hills, finalista battuto da Newcombe in cinque set agli US Open.

E così, se il boicottaggio non ha prodotto sconquassi nel pubblico, ha altresì reso l’ATP un interlocutore credibile e rispettato, tanto da prendere definitivamente il posto di promotori privati come Lamar Hunt e diventare il punto di riferimento per i giocatori, protetti nei loro interessi nei rapporti con la Federazione internazionale e i tornei del Grande Slam. Certo è che Kodes… prende, ringrazia e porta a casa!

 

LA POOL COMENSE E QUEL SOGNO REALIZZATO CHIAMATO COPPA DEI CAMPIONI

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La Pool Comense 1994 – da museodelbasket-milano.it

articolo di Nicola Pucci

Gli anni Novanta della pallacanestro femminile italiana sono segnati dal dominio di una squadra che ha scritto pagine memorabili non solo sul territorio nazionale, ma anche in campo europeo.

Il basket a Como ha radici antiche, se è vero che l’Associazione Sportiva Dilettantistica Ginnastica Comense, nata nel 1872, ha cominciato ad esercitarsi con la palla a spicchi a far data dal 1919 con i maschietti, per poi dare spazio dal 1945 anche alle ragazze. Che in riva al Lario, allenate da Enrico Garbosi, giocano proprio bene e conquistano ben presto quattro scudetti consecutivi tra il 1950 e il 1953. Ma il successo ha vita breve, Garbosi si alterna alla guida della Reyer Venezia maschile e con il suo allontanamento Como chiude i battenti. Per riaprirli negli anni Sessanta, proiettandosi poi negli anni Settanta del centenario della fondazione della società, ed attaccare le prime posizioni del basket nostrano negli anni Ottanta quando la pallacanestro si stacca dalla ginnastica e vive di luce propria.

Fino, appunto, al 1989 quando un gruppo di sponsor unisce le forze per dar vita a quella realtà che prende il nome di Pool Comense, destinata a segnare un’epoca. Perso clamorosamente lo scudetto 1990 dopo aver condotto per 2-0 la finale con Cesena, Como instaura una dittatura vera e propria che porta in dote alla squadra nerostellata addirittura nove successi consecutivi in campionato (il totale ad oggi ammonta a 15) e cinque vittorie in Coppa Italia. Insomma, in Italia non ce n’è proprio per nessuna ed è quindi ora di provare a far saltare il banco anche in Europa.

L’approccio ad onor del vero non è dei più confortanti, con la delusione del 1991 quando in Coppa Ronchetti Como perde all’atto decisivo con la Gemeaz Milano, castigata dai 33 punti di Cinzia Zanotti, e la cocente eliminazione in semifinale di Coppa del Campioni dell’anno successivo, per mano della Dinamo Kiev che poi perderà in finale con Godella. E proprio con le spagnole la Pool Comense dà vita nel triennio successivo, 1993-1995, una serie di tre epici scontri finali che delibereranno la squadra più forte d’Europa.

Tocca a questo punto fare un salto indietro di qualche stagione e ricordare che nel 1989, proprio in occasione della cavalcata che in campionato ha partorito la prima di una serie infinita di finali, seppur perduta, la squadra ha messo in organico giocatrici di livello assoluto, Mara Fullin, Silvia Todeschini e Renata Salvestrini su tutte che vanno a tener compagnia alla storica capitana Viviana Ballabio e a comporre l’ossatura di una formazione pronta a primeggiare in Italia e in Europa. L’anno dopo arriva da Ancona il centro Stefania Passaro e quando Aldo Corno prende il timone della squadra nel 1991 c’è solo da passare alla cassa a raccogliere i frutti, copiosi, di una programmazione senza punti deboli. Anche perché nel 1992 arriva dal Godella una certa Razija Mujanovic, pivot jugoslavo di 201 centimetri, che prende il posto di Valerie Still passata alle nemiche storiche di Cesena, e a questo punto il mosaico è completato.

La stagione 1992/1993 vede in effetti la Pool Comense mettersi in tasca il il terzo titolo italiano consecutivo, 3-0 a Cesena, a cui si aggiunge il trionfo in Coppa Italia contro Pescara. Ma è la Coppa dei Campioni l’obiettivo primario della squadra lariana, anche per infine rompere il sortilegio europeo e vendicare le due amarezze con Milano e Kiev. Il cammino della Pool Comense è convincente, con il debutto con le israeliane dell’Elitzur Holon, la passeggiata con le rumene dell’Universitatea Dacia Cluj e le otto vittorie nelle dieci partite del girone finale che vede le lombarde competere con le spagnole del Godella, detentrici del titolo, le francesi del Challes, le slovacche del Ruzomberok, la Dinamo Kiev e le ungheresi del PVSK, che garantiscono l’accesso alla Final Four di Lliria. E se la semifinale con il Ruzomberok conferma il potenziale delle nersotellate che si impongono con un netto 85-72 grazie a 27 punti dell’americana Bridgette Gordon, la finalissima con il Godella ha contorni drammatici, con la sfida che si risolve con un parziale di 11-3 per le spagnole al tempo supplementare per il 66-58 a referto che boccia le ambizioni delle comasche a dispetto dell’eccellente prova di Fullin e Mujanovic, entrambe autrici di 18 punti.

La sete di rivincita della Pool Comense non abbisogna di molto tempo per trovar soddisfazione, passano dodici mesi e a fronte dell’ennesimo successo in campionato, sempre con Cesena e sempre per 3-0, le nerostellate stavolta conquistano il tetto d’Europa. Usk Praga cede il passo all’esordio, nettamente, e per le ragazze di Corno il cammino nel girone finale è una sinfonia di 13 vittorie e una sola sconfitta, proprio contro Godella, per l’ammissione con le spagnole, le polacche del Poznan e le tedesche del Wuppertal alla Final Four che va in scena proprio a Poznan. E qui, davanti ad un pubblico appassionato e in un pallazzetto colmo di entusiasmo, la Pool Comense infrange i sogni della squadra polacca, 77-62 con Mujanovic che ne mette 19, ben spalleggiata da Gordon, 16 punti, e Fullin, 15 punti, il che apre le porte alla sfida finale con Godella, a sua volta vincitrice del Wuppertal 75-62 con la coppia Zasulskaya/Mc Clain che realizza ben 51 punti. L’atto conclusivo non ha storia. In un Pianella di Cucciago che rigurgita tifo, Como comanda già nel primo tempo chiuso sul +14, trascinata in attacco dall’immarcabile Mujanovic che firma la doppia doppia con 21 punti e 12 rimbalzi, per poi contenere nella ripresa il tentativo di rimonta della campionesse in carica che hanno in Zasulskaya e Mc Clain due eccellenti bocche da fuoco e in Pilar Valero, 20 punti, una guida precisa in regia e implacabile in atacco. Accanto a Gordon, 18 punti, e Fullin, 17 punti, Todeschini e Ballabio portano un contributo sostanziale di tecnica ed esperienza, a cui si aggiungono Passaro, Arcangeli e Stazzonelli che si fanno trovare pronto al momento opportuno ed infine, col punteggio di 79-68, è giunta l’ora per Como di alzare la Coppa dei Campioni.

Ormai regina d’Europa, la Pool Comense è piazza prelibata per chiunque voglia giocare grande basket, e la “zarinaCatarina Pollini, giocatrice tra le più forti di sempre del basket italiano, nella stagione 1994/1995 giunge ad integrare un gruppo consolidato che gioca a memoria, al pari di Elena Paparazzo. E’ l’anno dell’en-plein, con Schio battuta in campionato e in finale di Coppa Italia, e l’Europa non si sottrae neppure stavolta all’abbraccio trionfante del quintetto comasco. Wuppertal, Lubiana, Galatasaray, Dinamo Kiev e Usk Praga si trovano a sbattere il muso contro l’imbattibilità di Como, che fa dieci su dieci, per poi prevalere nei due incontri di quarti di finale con Ruzomberok, 80-76 e 81-70, qualificandosi alla Final Four che ha come teatro il Pianella di Cantù. E se la semifinale con le francesi del Valenciennes si risolve in volata, 70-66, con le solite Fullin e Mujanovic miglior marcatrici con 16 e 15 punti e con la prova di autorità di Todeschini che segna 14 punti vanificando i 25 punti della lituana Streimikyte, in finale è sfida numero tre con Godella, per definire chi delle due sia la squadra più forte del continente. Le due rivali si affrontano punto-a-punto, con Como che comanda all’intervallo, 35-32, per poi allungare nella ripresa fino al 64-57 definitivo a referto che porta la firma di una stratosferica Mujanovic, 23 punti e 7 rimbalzi, con la “zarina” che se non segna molto, solo 5 punti, si fa sentire sotto canestro mettendo anche il suo nome nell’albo d’oro della Coppa Campioni.

Negli anni a seguire Como dominerà ancora in Italia, con altri quattro titoli, ma la corsa al trono d’Europa conoscerà qualche brusca fermata di troppo. Come nel 1996, quando Wuppertal si imporrà nettamente 76-62 nella finale di Sofia grazie a 27 punti di Sandra Brondello, o come nel 1999, quando sarà Ruzomberok ad esultare a Brno, 63-48 contro una Pool Comense rinnovata e che avrà nella francese Isabelle Fijalkowski, 16 punti, la stella di prima grandezza.

Ma non importa, il basket femminile italiano ha dimora tra le sue preferita a Como ed ancor oggi, quando si parla d’Europa e di quel manipolo di campionesse, la nostalgia è proprio canaglia. Già, perchè da quel magico 1995 l’Italia è ancora in attesa di alzare la Coppa… ne ha da passar di acqua sotto i ponti!

IL GOLDEN GOL DI ORLANDINI CHE REGALO’ L’EUROPEO UNDER 21 NEL 1994 ALL’ITALIA

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L’Under 21 vince il titolo europeo 1994 – da figc.it

articolo di Massimo Bencivenga

C’erano i mostri in terra di Francia nel 1994, solo che ancora non lo sapevamo.

L’Italia di Maldini padre, fresca campionessa Under 21, andò a giocarsi la Final Four in terra di Francia insieme ai padroni di casa, alla Spagna e al Portogallo. L’Italia non era malaccio in senso assoluto, ma arrivò a quella fase finale non da favorita. Per tutti la finale annunciata era Francia-Portogallo. I lusitani si sbarazzarono della Spagna.

L’Italia si trovò contro il dinamismo di Makelele, la ieratica classe di Dugarry, il piede del trottolino Pedros. In realtà, in quella partita nessuno riuscì ad apprezzare le movenze di un ragazzo di origine berbera, con gli occhi di ghiaccio e il piede magnetico; il calciatore che il mondo avrebbe conosciuto come Zizou.

Già, c’era anche Zidane contro la Francia operaia di Maldini, quella dei Colonnese e dei Delli Carri in difesa, assieme a Cannavaro e a un Panucci relagato a battitore libero. Marcolin, Scarchilli, Carbone e Beretta a centrocampo, Vieri e Muzzi in attacco.

La partita fu una battaglia, che divenne guerra di trincea dopo l’espulsione di Delli Carri. Con un Muzzi immenso a fare l’esterno di centrocampo e l’attaccante di supporto a Vieri. Va detto che questo atteggiamento epico non fece che esaltare le virtù difensive di Cannavaro e le chiusure eleganti di Panucci, roba che fece pensare a Scirea e Baresi.

Sia come sia, anche con un pizzico di fortuna, e con mischie risolte alla grande da Toldo, che si produsse anche in buone parate, si arrivò ai rigori. Makelele si fece parere il rigore da Toldo, mentre Panucci, Vieri, Beretta, Marcolin e il piccolo Benny Carbone furono implacabili. Montpellier si colorò d’azzurro. Ah, quella Francia l’allenava il sedicente astrologo Domenech; chissà se ha mai previsto che avrebbe perso, contro l’Italia e sempre ai rigori, anche un Mondiale.

Il 20 aprile si giocò la finale sempre a Monpellier. Maldini si affidò agli stessi undici con solo qualche aggiustamento: Cherubini al posto di Delli Carri e Inzaghi al posto di Vieri. Il Portogallo era una generazione di campioni, senza se e senza ma. In quella compagine giocavano elementi che erano stati campioni europei under 16 nel 1989 e gente che aveva vinto il mondiale under 20 nel 1991. Vincevano a mano a mano che crescevano.

Il craque, diciamo così, era uno che non tanti ricordano, ma che da promessa giovanile sembrava essere destinato a lasciare un segno. Così non è stato. Lui, il craque, si chiamava Joao Viera Pinto, e per la verità è uno dei pochi a potersi fregiare per due volte del titolo di Campione del Mondo Under 20, avendo vinto anche nel 1989, mentre Figo, appena un anno più giovane, vinceva l’Europeo Under 16.

Già, perché se Viera Pinto giocò una partita normale contro gli azzurrini, due lusitani rendevano scintillanti giocate semplici; il pallone cercava contento quei piedi, convinto che sarebbe stato accarezzato e indirizzato meglio. Il pallone sembrava amare i piedi di Luis Figo e di uno dei più grandi passatori di tutti i tempi: Rui Costa.

C’erano i mostri, dicevo. Noi ne avevamo uno, ma non l’avevamo neanche convocato. E allora ci toccò la solita partita da battaglia e trincea, con Muzzi questa volta a fare, più di Carbone, il centrocampista.

Il gioco lusitano era avvolgente, languido come una samba, tranquillo come un boa che sa che, prima o poi, riuscirà a stringere le spire sulla preda. Lo stellone d’Italia fece la sua comparsa quando Cannavaro rischiò un autogol comico, con palla sul palo a Toldo battuto. Si arrivò ai supplementari.

Maldini, a sei minuti dalla fine dei regolamentari, grosso modo il tempo concesso a Rivera a Mexico 1970 contro il Brasile, sostituì Inzaghi non già con Vieri, bensì con Pierluigi Orlandini, un tornante, all’epoca si diceva ancora così, dell’Atalanta. L’idea era quella di spostare al centro dell’attacco uno stremato ed epico Roberto Muzzi (forse il migliore azzurro della fase finale) e mettere forze fresche sulla fascia.

Il fattaccio avvenne al minuto 97. I luistani persero palla e Orlandini la recuperò nella terra di nessuno tra centrocampo e difesa avversaria. Prese palla, sul centro destra italiano e si guardò intorno. Non trovando soluzioni vicine avanzò trotterellando palla al piede. Non trovando ancora soluzioni, caricò il sinistro per battere a rete da lontano. La parabola terminò in rete e avvenne la cosa strana. Non ci si rese subito conto che la partita era terminata. Già, perché da poco tempo era entrato in uso la regola del Golden Gol. Una regola che avremmo sperimentato sulla nostra pelle contro la Francia nel 2000.

Orlandini trovò il tiro della vita quel giorno, ma era un buon giocatore che avrebbe meritato miglior fortuna.

A questo punto vi starete chiedendo chi era il mostro lasciato a casa. Inizio con il dire che quando dico mostro intendo l’accezione latina del termine, che sta per prodigio, meraviglia, portento. Ecco, il mostro che Maldini provò ma che non si portò alla fase finale in Francia si chiamava Alessandro Del Piero.

PARK SI-HUN, L’ORO PIU’ SCANDALOSO DELLA STORIA

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Park Si-Hun al momento della proclamazione a vincitore della finale – da wonderslist.com

articolo di Giovanni Manenti

Chi è appassionato di pugilato sa bene che si tratta di una disciplina in cui ci possiamo trovare di fronte talora a verdetti discussi e discutibili, ma quanto avviene alla “Chamshil Students’ Gymnasium Arena” di Seul in occasione delle Olimpiadi del 1988, e segnatamente nella categoria dei pesi medi junior per favorire il pugile di casa Park Si-Hun, è qualcosa che va al di là dell’inverosimile.

Debita premessa: ai Giochi di Los Angeles del 1984, era stata la delegazione sudcoreana a lamentarsi di alcune decisioni avverso i propri pugili ed in favore dei rivali americani (in particolare nel match tra Jerry Page e Kim Dong-Kil valevole per i quarti di finale della categoria dei pesi welters junior) ed un certo “desiderio di vendetta” era nell’aria, ma andiamo con ordine.

Il primo a fare le spese dell’oro assegnato a prescindere al pugile coreano è l’azzurro Vincenzo Nardiello che, dopo essersi sbarazzato del samoano Likou Aliu e del rappresentante di Bermuda Quinn Paynter (entrambi sconfitti per k.o.), incrocia i guantoni con Park Si-Hun nel match dei quarti di finale che determina l’accesso alla zona medaglie.

Nardiello domina le prime due riprese, subendo in parte il ritorno del coreano nella terza, ma senza sembrare in grado di rovesciare il verdetto che, viceversa, premia Park Si-Hun per 3-2, scatenando le ire del pugile italiano e del capo delegazione Mario Pescante che senza mezzi termini proclama un “siete dei ladri“, anche nell’intento di calmare un Nardiello visibilmente fuori di sé.

Il reclamo del clan italiano viene respinto e Park Si-Hun, dopo aver superato con verdetto unanime (5-0) il canadese Raymond Downey, si appresta ad affrontare in finale il più forte rappresentante degli Stati Uniti, Roy Jones Jr., il quale è giunto all’atto conclusivo con una vittoria per k.o. al primo round contro Makalamba, pugile del Malawi, e tre successi ai punti con verdetto unanime (5-0) contro il cecoslovacco Franek, il sovietico Zaytsev e l’inglese Woodhall in semifinale.

L’andamento del match è a senso unico, con Jones che dispone a suo piacimento del coreano – tanto che un conteggio (non ufficiale) dei colpi andati a segno recita 86 a 32 per l’americano – ma anche in questo caso, tra la sorpresa generale, ivi compresa quella dell’arbitro dell’incontro (che non ha diritto di voto), il quale stenta a credere di dover alzare il braccio del coreano, la vittoria viene assegnata a Park Si-Hun da tre giudici su cinque, con il marocchino Hiouad Larbi che, successivamente, ammetterà di aver dato la vittoria al coreano solo per impedire che venisse sconfitto per 5-0, tanta era stata la superiorità di Jones. Anche in questo caso, il reclamo avanzato dalla Federazione Usa verrà respinto, anche quando, a distanza di anni, verrà alla luce che due giudici erano stati corrotti.

Per dovere di cronaca, occorre rilevare come lo stesso Park Si-Hun si sia personalmente scusato con Jones – al quale, come “contentino“, viene assegnato il “Val Barker Trophy“, riservato al miglior pugile dell’intera rassegna olimpica – riconoscendone in maniera palese la superiorità sia sul ring al momento del verdetto che successivamente sul podio.

Jones avrà modo di rifarsi con una splendida carriera tra i professionisti che lo porterà a conquistare varie corone mondiali in diverse categorie, dai pesi medi ai supermedi e dai mediomassimi (leggendaria la sfida del 2008 con Joe Calzaghe al Madison Square Garden di New York) ai massimi, tanto da essere considerato uno dei migliori pugili “Pound for Pound” di ogni epoca. Ma quel verdetto di Seul 1988 è uno macchia nera, involontaria, nella sua carriera, ed un’offesa allo spirito decoubertiano delle Olimpiadi. Mai più, per favore.

FRANCIA-BRASILE 1986, TRA ZICO E PLATINI IL RIGORE DECISIVO E’ DI FERNANDEZ

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La gioia di Platini dopo il gol dell’1-1 – da storiedicalcio.altervista.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Un match bellissimo, tra i più spettacolari mai visti ai Mondiali. Francia-Brasile del 1986 è un concentrato infinito di emozioni, azioni mozzafiato e colpi di scena continui. Vincono i francesi ai rigori, anche se probabilmente meritavano di più i brasiliani, capaci di produrre un numero superiore di occasioni da rete e colpire ben due pali, traditi dal loro simbolo Zico che spreca un penalty a metà ripresa e infine sfortunati nei tiri dal dischetto, nonostante l’errore dell’altro campionissimo, Platini, e con il gol di Bellone irregolare (la palla entra in rete dopo aver sbattuto sul palo e sulla testa del portiere Carlos).

Francia: Bats – Amoros, Bossis, Battiston, Tusseau – Giresse (st 39′ Ferreri), Fernandez, Tigana – Platini – Rocheteau (pts 11′ Bellone), Stopyra.
Brasile: Carlos – Josimar, Julio Cesar, Edinho, Branco – Alemao, Elzo, Socrates – Junior (pts 1′ Silas) – Muller (st 27′ Zico), Careca.

Primo tempo
1′ scambio rapido Platini-Giresse-Platini, la difesa brasiliana ferma l’azione, arriva in corsa da dietro Amoros, conclusione rasoterra violentissima fuori di poco.
8′ fallo di Socrates su Tigana sulla trequarti. Punizione per la Francia, altro missile improvviso di Amoros, Carlos blocca in due tempi. Inizio subito a ritmi elevati.
15′ occasione pazzesca per il Brasile. Da Muller, la palla arriva a Careca, che libera Socrates solo davanti a Bats, tiro a mezza altezza, il portiere francese respinge d’istinto, Socrates recupera ancora il pallone e rimette in mezzo per Careca, anticipato da Bats in corner.
17′ Socrates per Careca al limite, conclusione un po’ strozzata, Bats blocca.
18′ GOL BRASILE Sontuoso scambio, tutto di prima, tra Muller e Junior, da questi assist a Careca, che appena dentro l’area fa partire un tracciante violentissimo, la palla si infila sotto la traversa. Azione favolosa dei brasiliani, gol stupendo.
20′ Platini innesca Giresse a destra, conclusione alta di un metro sulla traversa.
25′ Giresse apre a destra per Amoros, cross basso in area, Rocheteau viene anticipato da un intervento un po’ goffo di Carlos, un difensore brasiliano libera in angolo.
31′ scambio di prima Tigana-Platini-Giresse, palla in area per Rocheteau, anticipato all’ultimo da Josimar. Calcio champagne dei francesi, che ora provano a spingere con maggiore intensità.
35′ Brasile vicinissimo al 2-0 in contropiede. Lungo lancio di Socrates per Careca, che brucia sullo scatto Bossis, arriva sul fondo, cross basso sul secondo palo, Muller arriva in corsa e colpisce in pieno il palo esterno.
41′ GOL FRANCIA Triangolo Giresse-Amoros-Giresse, palla a Rocheteau a destra, cross deviato, Stopyra manca la deviazione al centro dell’area piccola, sbuca a sinistra Platini che realizza.

Secondo tempo
3′ da Alemao a Elzo, quindi a Junior, che avanza e dalla trequarti lascia partire una cannonata a mezza altezza, Bats respinge.
6′ fallo di Bossis su Careca al limite, sul lato sinistro. Punizione di Socrates direttamente in porta, Bats mette in angolo con i pugni.
7′ retropassaggio avventato di Branco, ne approfitta Stopyra, che entra in area e lascia a Rocheteau, conclusione in girata fuori sul primo palo. La partita è sempre molto bella e non accenna a calare di intensità.
10′ Junior stende da dietro Stopyra sulla trequarti. Platini batte per Bossis, cross in area, colpo di testa di Stopyra sul fondo.
16′ break di Muller, che sorprende la difesa francese, cross sul secondo palo, Bossis anticipa Careca all’ultimo, subendo poi fallo dall’attaccante brasiliano.
20′ Tigana triangola con Rocheteau, si inserisce palla al piede nella difesa brasiliana a velocità doppia e si presenta solo davanti a Carlos; il portiere brasiliano riesce a opporsi al tiro di Tigana con il corpo.
21′ partita stupenda, adesso è il Brasile a rendersi pericoloso. Palla morbida di Alemao al limite per Socrates, che stoppa e tocca indietro a Junior, controllo in corsa e gran sventola di destro, Bats respinge da campione.
26′ splendido cross, con il contagiri, di Josimar da destra, imperioso stacco di Careca, traversa piena. Il Brasile ai punti meriterebbe qualcosa in più.
29′ Branco sale a centrocampo e appoggia a Zico, appena entrato. Zico restituisce il pallone a Branco, nel frattempo inseritosi in area, con un assist immaginifico; Branco scarta Bats, che lo atterra. Rigore ineccepibile. Sul dischetto si presenta lo stesso Zico, che però calcia troppo centralmente e Bats devia.
32′ Giresse a destra allunga a Bossis, che supera un avversario, avanza indisturbato e quasi al limite lascia partire un destro fortissimo a mezza altezza, Carlos devia in tuffo in calcio d’angolo.
34′ la Francia recupera palla, Platini tocca al suo fianco per Amoros, che calcia di prima intenzione, la palla sfiora il palo alla sinistra di Carlos. Match di una bellezza unica.
37′ spettacolare triangolo Careca-Zico-Careca, che entra in area, ma calcia troppo debolmente e Bats respinge.
39′ ancora Josimar scatenato sulla fascia destra, cross a centro area perfetto per Zico, che schiaccia di testa, Bats vola e salva la propria porta.
41′ Platini allunga a sinistra per Rocheteau, palla sul lato sinistro dell’area a Bossis, che rimette in mezzo, Carlos esce male, la porta è vuota ma Rocheteau manca l’aggancio ed Elzo libera.
45′ ancora uno splendido suggerimento al limite per Junior, che arriva in corsa e spara alle stelle.

Primo tempo supplementare
5′ percussione centrale di Rocheteau, che calcia a botta sicura, tiro respinto in spaccata da Julio Cesar, recupera Stopyraa destra, altro tentativo murato in corner da Edinho.
10′ tentativo da fuori di Elzo, palla alta di un metro.
13′ Careca appoggia a Silas, conclusione da lontano, pallone sul fondo.
14′ filtrante di Zico per Silas, anticipato da Bats in uscita, recupera ancora Silas, palla indietro ad Alemao, tiro-cross alto.
15′ Josimar per Silas, cross in area, colpo di testa di Socrates, Bats neutralizza. Il Brasile è tornato a spingere con insistenza.

Secondo tempo supplementare
8′ corner da sinistra di Giress, messo fuori dalla difesa brasiliana. Recupera Tigana, che allarga a destra per Platini, cross vellutato in area, Giresse manca l’aggancio, sbuca in area alle sue spalle Stopyra, che tenta una deviazione volante, Carlos riesce a salvare.
10′ Zico apre a destra per Alemao, che avanza e quasi dal limite scocca un destro violento, Bats devia in corner.
11′ lancio con il contagiri di Platini per Stopyra, che elude la trappola del fuorigioco e si invola verso la porta, supera Carlos al limite, il portiere brasiliano sbilancia però Stopyra, che perde l’equilibrio e viene rimontato da Edinho. Proteste vibranti dei francesi, capitanati da Platini, con l’arbitro, che però lascia correre. Il fallo su Stopyra era comunque evidente.
12′ spunto di Careca a destra, cross sul secondo palo, un giocatore brasiliano manca di un soffio la deviazione vincente. La partita si accende nuovamente in questo finale.

Rigori
Socrates (B): parato da Bats con un volo sulla destra. 0-0 BRASILE
Stopyra (F): gol, palla sotto la traversa. 1-0 FRANCIA
Alemao (B): gol, palla nell’angolino sinistro. 1-1 BRASILE
Amoros (F): gol, palla nell’angolino sinistro. 2-1 FRANCIA
Zico (B): gol, palla a sinistra, Bats spiazzato. 2-2 BRASILE
Bellone (F): gol. La palla colpisce il palo alla sinistra di Carlos, sbatte sulla testa del portiere brasiliano e finisce in rete. Il rigore è da annullare, ma viene convalidato. 3-2 FRANCIA
Branco (B): gol, tiro centrale, Bats spiazzato. 3-3 BRASILE
Platini (F): tiro altissimo. 3-3 FRANCIA
Julio Cesar (B): palo, sulla destra di Bats. 3-3 BRASILE
Fernandez (F): gol, palla nell’angolino destro. 4-3 FRANCIA

LE PAGELLE DELLA FRANCIA
IL MIGLIORE BATS 8: ci saranno stati portieri più forti e famosi, ma pochissimi, nella storia dei Mondiali, hanno giocato una partita come la sua. Commette un solo errore, quando atterra Branco e causa il rigore, ma per il resto è insuperabile. I brasiliani ci provano in tutti i modi, ma lui riesce sempre a fiaccare ogni tentativo con parate di tutti i tipi, da vicino e da lontano. E, tanto per gradire, neutralizza anche un rigore a Socrates nella lotteria finale.
Amoros 7: partita di grande spessore e personalità sulla corsia di destra. Attento in fase difensiva, temibile quando avanza e nei tiri dalla distanza. Mette anche lo zampino nell’azione del gol francese. Certamente il più positivo della difesa.
Platini 7: ha il merito di realizzare il gol dell’1-1. Spreca pochissimi palloni e certi lanci sono uno spettacolo, in particolare quello che manda in porta Stopyra nei supplementari. Dà comunque sempre l’idea di fare il minimo indispensabile e risparmiarsi, una sensazione personalissima che ho già avuto modo di evidenziare in altre partite dei Mondiali. Sbaglia il suo rigore, fatto insolito per uno preciso come lui, che però non risulta decisivo.
Rocheteau 7: una spina nel fianco della difesa brasiliana. Non segna, ma corre per tre e impegna a fondo i suoi avversari. Di pregevole fattura il cross che porta al gol di Platini. Zanzara.
Bossis 5,5: il meno brillante della sua squadra, anche se cresce con il passare dei minuti e si rende utile in attacco. In difesa però soffre tremendamente il dinamismo e la fisicità di Careca.

LE PAGELLE DEL BRASILE
IL MIGLIORE CARECA 7,5: fisico, tecnica e istinto del predatore. Quando viene servito a dovere, non tradisce. Cala un po’ nella seconda parte di gara, ma lascia un segno netto sulla partita, non soltanto per un gol stupendo, ma anche per la traversa e la forza d’urto con cui mette a ferro e fuoco la difesa francese. E’ certamente il migliore del Brasile in questo Mondiale, con 5 gol realizzati.
Julio Cesar 7: mezzo voto in meno per il rigore fallito, che si rivela decisivo. Ma in difesa è un muro, impeccabile in marcatura e abile a giocare spesso d’anticipo. Colosso.
Josimar 7: sulla sua fascia di appartenenza non ce n’è per nessuno. Chiude bene i varchi dietro e spinge che è una meraviglia, dimostrando piedi raffinati, evento non sempre scontato in un difensore.
Alemao 7: un trattore, che corre ovunque e cresce strada facendo. Ha grande dinamismo e splendido senso tattico e sa inserirsi con pericolosità in avanti.
Zico 6: da un lato, ci sono alcuni passaggi in verticale che sono pura poesia calcistica; dall’altro, c’è quel maledetto rigore al 29′ del secondo tempo, calciato molto male (non da lui) e sbagliato, che avrebbe potuto portare il Brasile in semifinale. Incompiuto.
Socrates 5,5: con la palla tra i piedi, sa il fatto suo e nessuno può obiettare sulle sue squisite doti tecniche. Però sembra giocare troppo da fermo, un peccato che appare evidente in un match che va a ritmi sostenuti. Chiude una partita in chiaroscuro, sbagliando il primo rigore della serie conclusiva.

ZENO COLO’, IL CAMPIONE DELL’ABETONE CHE AMAVA LA VELOCITA’

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Zeno Colò in azione alle Olimpiadi di Oslo del 1952 – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Che Zeno Colò ci sapesse fare ed avesse particolare attitudine alla velocità fu chiaro nel 1947 quando sul Piccolo Cervino, con un paio di sci di legno ai piedi e senza la protezione del casco, battè il record del mondo del chilometro lanciato toccando i 159,292 km orari, scalzando quel Leo Gasperl che era in possesso del primato da oltre un decennio e nel confronto rimase dietro per l’inezia di tre centesimi.

Era nato all’Abetone, sull’Appennino toscano, Zeno Colò, ed in carriera avrebbe potuto incassare una messe di successi ancor più congrua al suo sterminato talento se la Seconda Guerra Mondiale, maledetta, non ne avesse interrotto il cammino. Perchè Zeno, che vide la luce il 30 giugno 1920 e che già a 15 anni veniva aggregato alle squadre nazionali, di classe pura ne aveva da vendere e oltre a saper scendere a valle con l’innovativa posizione “a uovo alto” che poi sarebbe stata affinata qualche anno dopo, e con pari successo, da Jean Vuarnet, era bravo anche tra i pali stretti dello slalom e le porte larghe del gigante. Tanto da far incetta di titoli italiani, ben 19 (5 in discesa, 7 in speciale, 2 in gigante, 5 in combinata).

Ma la discesa era il suo pane e le grandi vetrine internazionali il suo palcoscenico preferito, e potè debuttare in sede olimpica nel 1948, ai Giochi di St.Moritz. Ad onor del vero l’abetonese non ebbe gran fortuna in quella rassegna, eliminato in discesa da una caduta e solo 14esimo nello slalom vinto dall’elvetico Edy Reinalter, con Silvio Alverà, quarto, di un soffio ai piedi del podio dopo la prima posizione della prima manche.

Ma Zeno avrebbe avuto modo di riscattarsi, come vedremo tra poco, innanzitutto vincendo la prestigiosa discesa del Lauberhorn, a Wengen, nello stesso anno 1948 (sarebbe arrivato secondo nelle due stagioni successive), poi quella dell’Arlberg-Kandahar, nel 1949 a St.Anton e nel 1951 al Sestriere, tris dopo il successo del 1947 a Murren.

Nel 1950 il programma iridato obbliga gli sciatori alla trasferta ad Aspen, in Colorado, e per Zeno è infine giunto il momento di raccogliere qualcosa di importante. L’Italia al maschile è ferma ai due argenti in discesa di Giacinto Sertorelli a Innsbruck nel 1936 e a Chamonix nel 1937, oltre al successo della bolzanina Paula Wiesinger ai Mondiali di Cortina del 1932, ma il 14 febbraio, sulla pista “Silver Queen“, Colò fa suo il gigante, introdotto per la prima volta proprio in questa occasione, battendo lo svizzero Grosjean e il francese James Couttet, rivale con cui l’abetonese rinnova il duello quattro giorni dopo in discesa, non prima però di aver colto l’argento in slalom alle spalle dell’altro svizzero Schneider che lo anticipa di soli tre decimi, 2’06″4 contro 2’06″7. Lungo i trabochetti imposti dalla “Ruthie’s Run“, distribuiti su 3.400 metri di fatica, Colò e Couttet librano una sfida all’ultima scivolata ed infine è l’azzurro a tagliare il traguardo con il tempo migliore, 2’34″4 contro 2’35″7, garantendosi non solo il secondo oro della rassegna, ma pure segnando in perpetuo il suo nome nell’enciclopedia dello sci alpino.

Manca a questo proposito un ultimo tassello, e non può che essere la gloria olimpica da agguantare ai Giochi che vanno in scena ad Oslo nel 1952. Si comincia il 15 febbraio, ma sulla “Norefjell” che celebra la classe dell’idolo di casa Stein Eriksen si infrange il sogno di Zeno di bissare la vittoria in gigante, solo quarto in una gara che lo vede terminare dietro anche gli asburgici Pravda e Spiess che lo privano della medaglia. Ventiquattro ore dopo, sabato, Colò è atteso al riscatto nella prova prediletta, la discesa libera. Tira vento, la pista è ghiacciata per quel sottile strato di neve caduta in nottata, il freddo è polare e il tracciato che si snoda nel bosco prima di piombare nel tratto finale infarcito di trabocchetti mette a dura prova le forze e la tecnica dei concorrenti. Zeno ha minuziosamente analizzato il manto su cui dovrà esibirsi, e quando si lancia dal cancelletto con il suo pettorale numero 5 ha tutta l’energia per compiere l’impresa. Ed in effetti quando il cronometro fissa il tempo in 2’30″8, seppur con qualche rischio imposto dalla durezza del profilo della pista, si ha la percezione che sarà difficile far meglio di Colò. Il wunderteam austriaco ha tre frecce acuminate in Schneider, Pravda e Schopf, ma se quest’ultimo non porta a termine la gara, gli altri due “aquilotti” si vedono costretti a masticare amaro, rispettivamente secondo e terzo ad oltre un secondo di distacco, con lo svizzero Fredy Rubi che per un solo decimo rimane giù dal podio.

E’ l’apoteosi per Colò, che magarri vorrebbe pure mettersi al collo la medaglia anche nello slalom ma ancora una volta è beffato da tre campioni più abili, stavolta, di lui, Schneider stesso e i due norvegesi Eriksen e Berge, quest’ultimo terzo per un solo decimo davanti all’italiano. Poco importa, Colò può dire di aver realizzato il suo sogno di vittoria ed aver pure portato lustro alle sue montagne toscane, lui figlio di un boscaiolo così attaccato alla terra d’origine, e che di colpo diventa una star di riconosciuta grandezza.

Già, al punto da “macchiarsi” del reato di professionismo, prestando il suo nome, ormai famoso, ad una marca di scarponi e venire squalificato dall’implacabile, e pure agli occhi di oggi anacronistica, legge che impone lo status di dilettante a chi vuol praticare sport olimpico. Zeno chiude la carriera seppur all’apice, omaggiato dall’onore di essere tedoforo ai Giochi di casa, a Cortina 1956, prima di trasmettere la sua abilità a chi avesse voglia di apprendere e disegnare quei tracciati che proprio all’Abetone sono a lui intitolati.

E se un tumore ai polmoni se lo porterà via il 12 maggio 1993, proprio una sigaretta, come fosse l’ultimo desiderio per lui fumatore incallito, gli diede la carica vincente per quell’oro olimpico che rimane ad oggi l’unico in discesa libera per lo sci alpino tricolore. Quando si dice che il fumo fa male… non è sempre vero!

 

JEAN ALESI, IL FRANCO-SICILIANO ABBONATO AL PODIO

JEAN
Jean Alesi – da passionea300allora.it

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Figlio di siciliani immigrati in Francia, Alesi si fece conoscere nelle formule minori, arrivando nel 1989, anno in cui partecipò pure alla 24 ore di Le Mans, al titolo internazionale di Formula 3000, guadagnandosi nel corso della stagione la chiamata di Ken Tyrrel, scopritore di talenti in cerca del sostituto di Michele Alboreto, appiedato dopo alcune gare a causa di problemi legati alle sponsorizzazioni.

Con la scuderia del boscaiolo il francese mise subito in pista il proprio talento: al debutto in Francia, sul circuito Paul Ricard, partì in ottava fila e concluse al quarto posto, ad un soffio dal terzo gradino del podio su cui salì Riccardo Patrese, arrivando a punti in altre due occasioni, a Monza e in Spagna, riuscendo a chiudere il campionato al nono posto con 8 punti, piazzamento confermato nell’annata successiva (in quel caso i punti furono 13) grazie a due stupendi secondi posti, conquistati l’uno a Phoenix, dopo uno storico duello con sua maestà Ayrton Senna, e l’altro sul difficile tracciato di Montecarlo, sempre alle spalle del fuoriclasse brasiliano.

Frank Williams, attirato dalle prestazioni del giovane francese, gli fece firmare un contratto ma in un secondo momento Jean cedette alle lusinghe della Ferrari che fu costretta a pagare una penale di quattro milioni per affiancarlo ad Alain Prost; Alesi ha sempre dichiarato e dimostrato un grande amore per Maranello, senza mai pentirsi di aver optato per una scuderia destinata ad anni di digiuno, nel momento in cui la Williams dominava la scena.

La prima stagione in Ferrari, 1991, fu caratterizzata da alti e bassi, con alcuni piazzamenti a podio (a Montecarlo dove poteva esprimere appieno le sue capacità di guida, ad Hockenheim e all’Estoril, sempre in terza posizione) e ben otto ritiri, fino al finale di stagione in cui Alain Prost venne cacciato per dissidi con la squadra, lasciando al collega e connazionale il ruolo di prima guida. Purtroppo però la vettura per il 1992, l‘F92 A prima, l’F92 AT poi, si dimostrò ben presto una delusione, obbligando il francese a dover sommare un ritiro dopo l’altro, con alcuni sporadici piazzamenti e due altri terzi posti, a Barcellona e Montreal, in un campionato concluso al settimo posto con 18 punti.

Nel 1993 la musica non cambiò, tanto da indurre il pilota a meditare un cambio di scuderia, con successivo ripensamento: i tempi invernali furono pessimi, mentre il campionato venne condizionato pesantemente dalla scarsa affidabilità della sua F93 A, con ritiri a ripetizione, con l’eccezione dei podi ottenuti sempre a Montecarlo, terzo, e a Monza, dove chiuse al secondo posto dietro a Damon Hill, oltre a far registrare due quarti posti all’Estoril (dove fu in testa per i primi diciannove giri) e ad Adelaide.

Nel 1994 la Ferrari scese in pista con una vettura più competitiva ed affidabile, la 412 T1, permettendo al pilota francese di piazzarsi a punti regolarmente nelle prima parte della stagione, nonostante uno stop dovuto ai postumi di un incidente avvenuto durante i test al Mugello. Vi fu poi un brusco calo di affidabilità che causò una serie di ritiri, tra cui il più “doloroso” avvenne a Monza mentre Alesi era in testa dopo aver ottenuto la prima pole position in carriera, interrotto solo con il terzo posto in Giappone, seguito da un nuovo piazzamento in Australia, che portarono il francese al quinto posto finale in classifica con 24 punti.

Il 1995 fu l’ultimo anno in Ferrari, quello decisamente migliore, e Alesi arrivò finalmente ad ottenere la prima vittoria, a Montreal, proprio nel giorno del suo 31esimo compleanno, superando le due Jordan di Barrichello e Irvine. Secondo in Argentina, ad Imola, a Silverstone e al Gran premio d’Europa, a Monza ancora una volta Jean fu costretto all’abbandono, avvenuto a sette giri dal termine mentre era in testa; in ogni caso fu la stagione della sua consacrazione ad alti livelli, chiusa al quinto posto con ben 42 punti in classifica. Nonostante ciò si consumò il divorzio con la Ferrari in quanto Alesi, oltre ad alcuni diverbi con Todt, non accettò il probabile ruolo di seconda guida dovuto all’arrivo di Michael Schumacher.

Il francese si accasò così alla Benetton, scuderia campione in carica ma fortemente ridimensionata proprio dal passaggio di Schumacher e di altre personalità di spicco in Ferrari, dove corse due anni (sempre in coppia con Berger) confermando le proprie doti e la guida aggressiva, pur senza riuscire a vincere gran premi, chiudendo entrambi i campionati al quarto posto, frutto di numerosi piazzamenti e una pole position (a Monza), in un contesto sempre piuttosto teso a causa di rapporti altalenanti con Flavio Briatore.

Dopo molti anni da eterna promessa, tante belle gare ma pochi successi, Alesi non ebbe più l’occasione di guidare per scuderie di primo piano, trascorrendo due stagioni in Sauber (un terzo posto a Spa nel 1998 come miglior risultato), prima di passare alla Prost e chiudere in Jordan con alcuni piazzamenti a punti, ritirandosi dalla Formula 1 alla fine del 2001 in assenza di possibilità di correre per team competitivi, potendo vantare un palmares con una vittoria e ben 32 podi complessivi.

Chiusa l’esperienza nella massima serie, Alesi si dedicò al Dtm, mentre nel 2012 corse la 500 Miglia di Indianapolis, pur senza tagliare il traguardo.