BOBBY RIGGS, “IL MAIALE SCIOVINISTA” CHE VINSE WIMBLEDON NEL 1939

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Bobby Riggs – da biografieonline.it

articolo di Nicola Pucci

Maiale sciovinista” (“the chauvinist pig” in inglese). Soprannome quanto meno originale, per un vecchio vincitore del torneo di Wimbledon, ma è pur vero che queste due etichette niente hanno a che vedere con quella che è stata la sua carriera tennistica, in buona parte dimenticata al giorno d’oggi.

Bobby Riggs, in effetti, è ricordato quasi esclusivamente per esser l’uomo che partecipò alla “battaglia dei sessi“, sfidando nel 1973 prima Margaret Court, poi Billie-Jean King. Per l’occasione Riggs fu chiamato “Macho” dalla stampa, e seppur avesse ormai più di 55 anni, si riteneva capace di battere le migliori giocatrici del circuito, portatore neanche troppo sano di propositi stravaganti e provocatori sulla superiorità degli uomini sulle donne. Fu lui stesso a coniare quel “maiale sciovinista” ed ebbe l’ardire di ritenersi il primo tra questi.

Ma Riggs, nato il 25 febbraio 1918 a Los Angeles, è stato un fior di tennista, in gioventù, prendendo le prime lezioni a 12 anni ed assurgendo agli onori della cronaca già 16enne, nel 1934, quando si toglie lo sfizio di battere Frank Shields, non certo uno qualunque bensì il finalista degli US Open 1930 e di Wimbledon 1931. Nel 1937 è già il quarto giocatore americano e proprio agli US Open, accreditato della terza testa di serie, si spinge fino alle semifinali, portandosi avanti due set contro il barone Gottfried Von Cramm, campione tra i più affermati dell’epoca, prima di arrendersi alla furiosa rimonta del tedesco. Un anno ancora, e siamo nel 1938, Riggs è protagonista della finale di Coppa Davis con l’Australia, quando, ben spalleggiato da Don Budge, porta in dote una vittoria fondamentale con Adrian Quist che vale l’insalatiera d’argento per gli Stati Uniti.

Il 1939 è l’anno d’oro della carriera di Riggs. Budge, numero 1 del mondo, passa professionista liberando il campo, e Riggs pennella un percorso quasi perfetto nei tre Slam a cui prende parte. Al Roland-Garros, tanto per cominciare, si arrampica in finale arrendendosi solo all’altro americano Donald McNeill che lo batte in tre set, 7-5 6-0 6-3. A Wimbledon, continuando, conquista il titolo in singolare lasciando un set agli ottavi a Ronnie Shayes, demolendo l’indiano Ghaus Mohammed ai quarti e lo yugoslavo Franjo Puncec in semifinale, venendo a capo di Elwood Cooke, testa di serie numero 1, all’atto decisivo, in cinque set serrati, 2-6 8-6 3-6 6-3 6-2, aggiungendo pure le vittorie in doppio, con Cooke, e in doppio misto, associato ad Alice Marble. Agli US Open, per concludere, ormai confortato dello status di nuovo numero 1 del mondo, si fa trascinare al quarto set dal filippino Felicisimo Ampon al primo turno e da Joseph Hunt in semifinale, dominando poi gli altri rivali che provano a sbarrargli il passo, tra questi anche lo sfidante in finale, Welby Van Horn, che se ne esce sconfitto con l’inequivocabile 6-4 6-2 6-4. L’inciampo in finale di Coppa Davis contro la solita Australia, battuto stavolta da Quist che si prende la rivincita dell’anno prima vincendo in cinque set il match del 2-2, a cui fa seguito la vittoria risolutiva di John Bromwich contro Frank Parker, solo in parte getta un’ombra su una stagione con i fiocchi.

Piccolo di statura ma agilissimo e dotato di un tocco di palla raffinato, Riggs non sempre sul campo pare ossessionato dall’importanza dell’evento, in questo assolutamente fedele a quelli che sono i principi del dilettantismo in un momento in cui molti tennisti virano verso il professionismo. Nondimeno, per motivarsi, in alcune circostanze scommette su se stesso nel corso delle partite e si racconta che puntando sulla sua tripletta a Wimbledon nel 1939 abbia accumulato una discreta fortuna! Ed il pubblico londinese sembra averlo visto decisamente di buon umore in quelle calde settimane di luglio.

Un altro paio di anni da amatore, con due finali ancora agli US Open, nel 1940 quando cede in cinque set a McNeill e l’anno dopo quando coglie un secondo successo a spese di Frank Kovacs, e poi Riggs, pure lui, cede alle sirene del professionismo che lo accolgono a braccia aperte a partire del 1942. Qui ritrova l’amico/rivale Budge, con cui compete in tre finali agli US Pro Tennis Championships, 1946, 1947, 1949, vincendo e al contempo venendo proclamato campione del mondo, dovendo poi soccombere all’incedere del tempo e all’avanzata di nuove reclute, quali Jack Kramer e Pancho Gonzales, che agli inizi degli anni Cinquanta occupano la scena. Riggs appende la racchetta al chiodo dedicandosi alla promozione e all’organizzazione di eventi pro, in questo ben presto scavalcato ancora da Kramer, quando il fuoriclasse di Las Vegas decide di organizzare il tennis professionista in prima persona. E di Riggs, di lì in avanti, si perdono le tracce.

Fino a quando, oltre vent’anni dopo, nel 1973 Bobby opta per un rientro sorprendente e spettacolare. I movimenti femministi sono in piena lotta per l’emancipazione del gentil sesso, aborto e parità dei diritti sono l’oggetto del contendere, e Riggs, a cui non manca certo il senso del gesto ad effetto e armato di una dose massiccia di provocazione, in presenza della stampa lancia la sua sfida alla campionessa del tennis in gonnella, l’australiana Margaret Court che porta in dote ben 24 titoli dello Slam in singolare, record a tutt’oggi imbattuto. Riggs, astutamente per far cassetta e comunque dare visibilità al tennis, gioca il ruolo del “macho” antipatico, deliberatamente a sminuire la donna, e il 13 maggio, nel “giorno della mamma“, a Ramona in California, surclassa l’impreparata Court, attaccata a suon di pallonetti e smorzate ed infine costretta ad arrendersi in due rapidi set, 6-2 6-1.

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La King e Riggs – da youtube.com

Riggs non si ferma qui. “Voglio incontrare Billie-Jean King, voglio battere la paladina del movimento di emancipazione femminile” dichiara una volta uscito dal campo. E la King, prima scelta di Riggs ma che in precedenza si era rifiutata di affrontare il “maiale sciovinista“, stavolta accetta, consapevole che la sfida possa avare un’enorme cassa di risonanza, non solo a livello nazionale. In effetto la King sta conducendo al punto più alto la battaglia per la parità dei sessi nel tennis, avendo già operato in funzione dei primi tornei femminili professionistici e puntando all’equivalenza dei premi in denaro. In più, è la prima sportiva di alto livello internazionale ad aver pubblicamente ammesso la propria omosessualità. Insomma, ce n’è abbastanza perchè il match Riggs-King non sia solo “la battaglia dei sessi“, ma un vero e proprio evento di grande impatto mediatico.

Billie-Jean King ha 29 anni ed è nel pieno della sua carriera, Riggs ha 55 anni ma, forte delle vittoria con la Court, vuol concedere il bis. E come ogni spettacolo di matrice americana, il successo dell’evento è assicurato, ancor più se Rosie Casal, compagna di doppio della King, risponde da par suo affermando che Riggs “è un vecchio che cammina come un’anatra, senza vedere e sentire, ed è pure idiota!“. Il 20 settembre 1973 lo Houston Astrodome è occupato da 30.472 appassionati che, assieme agli oltre 50 milioni di telespettatori, altro non attendono che vedere un uomo e una donna che se le danno, tennisticamente parlando, di santa ragione. Riggs si presenta all’incontro in un caddy spinto da una donna, la King, per non esser da meno, è seduta su una portantina che ovviamente pesa sulle spalle di alcuni uomini. 100.000 dollari sono messi in palio per il vincitore, o la vincitrice, del match ed in definitiva, senza troppa storia, la King si impone in tre comodi set, 6-4 6-3 6-3.

Per essere un maiale sciovinista, ha fatto decisamente molto per la nostra causa” dichiara Rosie Casal a giochi fatti, aggiungendo che “dovremo sempre essergli riconoscenti, ha dato un grande contributo al movimento femminista“. Sì, forse, probabilmente, ma non dimentichiamo che Bobby Riggs è pur sempre un campione di Wimbledon. Mica un tennista e uno sbruffone qualunque.

Ah, dimenticavo… dopo quel match Riggs e la King sono rimasti buonissimi amici per tutta la vita. Semplice coincidenza od è stata tutta una memorabile messa in scena?

 

 

 

 

 

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CORNELIA HANISCH, I QUATTRO ORI MONDIALI DELLA FIORETTISTA CHE QUASI SCELSE IL TENNIS

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Cornelia Hanisch alle Olimpiadi 1984 – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Dopo di lei sarebbero venute Anja Fichtel e Sabine Bau. Prima di lei c’erano state la “miticaHelene Mayer e Adelheid “Heidi” Schmid. Cornelia Hanisch, classe 1952 di Francoforte sul Meno, ha rappresentato una tappa fondamentale del fioretto femminile tedesco (occidentale), dai tempi di Hitler a quelli della Germania unificata.

Le è mancato, rispetto ai nomi fatti prima (Bau esclusa) solo il “graffio” dell’oro olimpico individuale per renderla indimenticabile, pur sfiorandolo a Los Angeles 1984 dove, ultratrentenne, si accontentò dell’argento dietro la cinese Luan (e davanti alla nostra Dorina Vaccaroni) prendendosi però l’oro a squadre.

Ma in quel 1984 la sua bacheca era già ricca di allori e riconoscimenti internazionali: due ori mondiali individuali (ne sarebbe seguito in terzo nell’85 e un quarto a squadre), oltre a tre argenti e tre bronzi.

Il caschetto nero, gli occhi scuri, la figura minuta e l’aria da maschiaccio ingentilita dal radioso sorriso, Cornelia comincia a giocare a calcio per le strade del suo quartiere, prima che la madre la indirizzi alla scherma e che lei scopra di avere un grande talento, tanto da diventare nazionale ad appena 16 anni.

Ma la sua storia non è così lineare. La scherma la stanca presto, adesso la attira il tennis. Anche lì non se la cava male: è la numero due d’Assia. Cornelia è vicina a prendere un’altra direzione. Alla fine però il suo maestro, Horst-Christian Tell, la riconduce alla ragione e nel 1976 Cornelia è campione nazionale di fioretto. Lo sarà altre quattro volte in carriera.

Non è più giovanissima, ma sul palcoscenico internazionale si fa subito rispettare. Nel 1977 è argento a squadre ai mondiali di Buenos Aires dietro l’Unione Sovietica, insieme a Karin Rutz, Brigitte Oertel e Ute Kircheiss-Wessel (che sarà a lungo sua compagna di squadra).

Ad Amburgo nel ’78 è invece bronzo individuale dietro la russa Sidorova e la ceca Raczova, ovvero è semplicemente la prima fiorettista del blocco occidentale.

Passo dopo passo, nel 1979 arriva l’oro individuale e il bronzo a squadre, a Melbourne. Quello individuale proprio davanti alla Sidorova, in una bella rivincita a un anno di distanza. Quello a squadre dietro Unione Sovietica e Ungheria. È il periodo in cui la Germania Ovest è evidentemente l’unica potenza femminile che cerca di tenere a bada il potere dell’Est nella scherma.

Nel 1981 a Clermont-Ferrand, altra doppietta di medaglie: ancora l’oro individuale, stavolta davanti alla cinese Jujie e all’azzurra Vaccaroni. Ancora una volta unico oro quello non “orientale” su otto prove. E Cornelia ci aggiunge argento a squadre dietro l’Unione Sovietica.

Poi ancora un bronzo a squadre a Roma nel 1982 dietro l’Italia della Vaccaroni e della Zalaffi e dietro l’Ungheria. E l’argento a Vienna nel 1983 ancora dietro l’Italia di Vaccaroni (e Cicconetti, Sparaciari e Mochi).

Ma è il finale di carriera ad essere strepitoso. Nel 1984 l’oro e l’argento alle Olimpiadi statunitensi. Nel 1985 il doppio oro ai mondiali di Barcellona davanti dall’Ungheria con la squadra e vincente nel derby di finale con Sabine Bischoff, la compagna di squadra anche a Los Angeles, nell’individuale. Ha 33 anni. Nel 1986 chiude con la scherma una volta per tutte.

IL “TERRIBILE” HYPPOLITE AUCOUTURIER, CHE BATTE’ TUTTI SUL TRAGUARDO DI ROUBAIX

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Hyppolite Aucouturier – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Ciclismo dei pionieri, con la “p” maiuscola, quello che andiamo a riesumare oggi. Sì, perchè quando si narrano le gesta di Hyppolite Aucouturier, che si meritò l’etichetta di “terribile“, avremo a che fare con strade sterrate, chilometraggi fuori ordinanza e sfide combattute col coltello tra i denti. Quanto basta, ed avanza pure, per scrivere la leggenda del pedale.

Il nostro eroe nasce a La Celle, nel dipartimento dell’Allier della regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, il 17 ottobre 1876, non troppo lontano da quel Puy de Dome che a sua volta segnerà la storia del Tour de France, e il mestiere di ciclista, ad onor del vero, è ben lungi dall’esser tra i suoi obiettivi quando, ragazzo, esercita già la professione di commerciante in vini, prima, e di ispettore di ricevitori telegrafici utilizzati nelle filiali bancarie per seguire le classifiche del mercato azionario, poi. Ma nel 1900, all’alba del nuovo secolo, scopre che con la bicicletta si può non solo divertirsi e tenersi in forma, ma pure guadagnare somme importanti di denaro, ed è la svolta.

In effetti Hyppolite, con quei baffoni che tanto sembrano la riproposizione dei primi manubri di bicicletta, e con quello strabismo di Venere che con gli occhi riflette un’anima da guerriero, una corporatura massiccia e due gambe che sembrano prosciutti, comincia a farsi notare correndo da individuale, terminando quinto alla Bordeaux-Parigi vinta da quel Josef Fischer che qualche anno prima, 1896, fu il primo trionfatore nel Velodromo di Roubaix. Già, Roubaix, cittadina del Nord della Francia, la “Manchester francese” per il suo sviluppo nel tessile, pure architettonicamente di bell’aspetto tanto da venir insignita del riconoscimento di “Città dell’arte e della storia“, ma che tutti, proprio tutti, associano esclusivamente alla corsa ciclistica più prestigiosa, “L’inferno del Nord“.

E proprio lungo le strade lastricate di pavè che portano a Roubaix il nostro Aucouturier ha modo di confermare la sua forza nello stesso 1900, ottavo ad oltre quattro ore dal vincitore Emile Bouhours, ma la percezione che prima o poi quel traguardo finale sarà suo. Intanto, con quel ghigno che incute timore e rafforza la nomea di “terribile“, una determinazione tanto feroce da farlo andare ben oltre gli sforzi richiesti dalle corse e la potenza leonina scaricata sui pedali, l’anno dopo è secondo alla Bordeaux-Parigi alle spalle di Lucien Lesna, incassando un bell’assegno di 1000 franchi, per poi imporsi, il 9 giugno, nella prima edizione della Bruxelles-Roubaix e cogliere un terzo posto nella massacrante Parigi-Brest-Parigi, non prima però aver lottato fino all’ultima stilla di sudore con Maurice Garin, lo “spazzacamino“, lo stesso Lesna e Fischer. Insomma, i mammasantissima di quelle gare al Nord che richiedono forza, resistenza e una dose massiccia di coraggio. Tutti attributi che ad Aucouturier non mancano di certo.

Nel 1902 una febbre tifoide lo tiene lontano dalle gare ad inizio stagione, per poi andare a far cassetta nelle prove su pista, nondimeno trovando modo di classificarsi tra i migliori alla Luchon-Tolosa-Luchon, terzo, e alla Parigi-Rennes, ancora terzo, in entrambi i casi a distanza da Louis Trousselier che si impone da dominatore. Ma il bello deve ancora venire, ed è quanto Aucouturier ha riservato per il 1903, l’anno della consacrazione.

E quando si parla di consacrazione, ad inizio secolo, altro non può che trattarsi della Parigi-Roubaix, così come del Tour de France che sta per avviare la sua meravigliosa avventura. Nella classica delle pietre, il 12 aprile 1903, Aucouturier non è reclamizzato tra i favoriti, soprattutto da quel Geo Lefevre che cura la sezione ciclismo del quotidiano “L’Auto“, ma in corsa Hyppolite macina chilometri con rabbia tanto da dichiarare che “una cosa mi ha fatto particolarmente arrabbiare durante la gara e nei momenti di difficoltà, pensandoci tanto da esaltarmi: le tue previsioni, Mr. Lefevre“. Entra nel Velodromo con Claude Chapperon, pronto a cambiare bicicletta come è previsto dai regolamenti dell’epoca per compiere i tre giri di pista, ma l’avversario, per errore, prende il mezzo di Trousselier che sopraggiunge poco dopo e Aucouturier, mentre i due si contendono la bicicletta, da buon terzo gode, per infine imporsi con un vantaggio di due secondi. Qualche giorno dopo, il 10 maggio, trionfa anche alla Bordeaux-Parigi dopo i piazzamenti degli anni precedenti, rimontando quindici minuti a Leon Georget che chiude alle sue spalle, ed è quel giorno, trionfale, che il “terribile” diventa di fatto un campione tra i più acclamati dal pubblico francese.

Il 1 luglio Hyppolite si presenta, ora sì, tra i favoriti della prima edizione del Tour de France, organizzata proprio da “L’Auto“, montando la sua fiammante bicicletta Crescent, firmata dalla ditta americana ABC. Ma la prima tappa, lungo i 467 chilometri che vanno da Montegeron a Lione, costa cara ad Aucouturier, che prima ha un problema alla sella rimanendo attardato di un’ ora da Garin, poi viene colto da dolori allo stomaco. Lefevre lo incita a non arrendersi, Hyppolite lotta come un leone ma infine, all’altezza di Lapalisse, è costretto all’abbandono, di fatto così rinunciando fin dal primo giorno al sogno di far sua la Grande Boucle.

Il regolamento, nondimeno, consente a chi è stato costretto a ritirarsi nel corso di una tappa a poter partecipare alle frazioni seguenti, senza però poter competere per la classifica generale, ed Aucouturier, rimessosi in sesto, trova modo, il secondo giorno, di passare in testa alla prima asperità della storia del Tour de France, i 1.161 metri del Col de la Republique, inscenando poi la fuga decisiva nei tornanti in discesa per andare a trionfare allo sprint davanti a Georget a Saint-Antoine, nei pressi di Marsiglia. Vince anche a Tolosa, quando il direttore di corsa Henri Desgrange modifica il regolamento costringendo i corridori fuori classifica a partire scaglionati in un secondo gruppo, il che provoca la rabbia di Hyppolite che raggiunge i migliori, li stacca e si impone con 32 minuti di vantaggio. Ma la malasorte si accanisce ancora con Aucouturier, che nella tappa successiva, tra Tolosa e Bordeaux, in cerca del tris consecutivo, sbatte contro un cane che attraversa la strada al suo passaggio, cade facendosi male ad una gamba ed è infine costretto a lasciare definitivamente la carovana del Tour.

Il riscatto non si lascia attendere. Nel 1904 Aucouturier, assoldato dalla Peugeot, torna sulle strade della Parigi-Roubaix, e come l’anno prima ci torna da dominatore, assieme a Cesar Garin, fratello di Maurice che vinse la prima edizione del Tour de France. I due si lasciano alle spalle Lucien Pothier, distanziato di quasi tre minuti, ma nel Velodromo la ruota di Hyppolite è più veloce e vale il bis nella classica del pavè, come prima di lui erano riusciti a fare lo stesso Maurice Garin e Lesna.

Aucouturier sarà ancora protagonista a Roubaix, con il quarto posto nel 1905 e il sesto nel 1906, a cui andrà aggiunta nel 1905 una seconda vittoria alla Bordeaux-Parigi, ma è al Tour che adesso il “terribile” vuol cercare l’affermazione. E il 1904 potrebbe essere l’anno giusto, con quattro vittorie parziali a Marsiglia, Tolosa, Nantes e Ville d’Avray, infine classificandosi al quarto posto, preceduto dall’immancabile Maurice Garin, primo, Lucien Pothier, secondo, e Cesar Garin, terzo, ma i quattro ciclisti vengono declassati per una serie di infrazioni e per qualche aiuto di troppo da parte del pubblico, il che regala la vittoria al quinto classificato, Henri Cornet.

Nel 1905 Aucouturier sale finalmente sul podio del Tour, secondo alle spalle di Louis Trousselier che lo batte 35 punti a 61, vincendo ancora a Besançon, Tolone e La Rochelle, ma se per alcuni può sembrare l’antipasto di una futura vittoria, altro non è invece che l’inizio del viale del tramonto. Nei due anni successivi, infatti, il “terribile”, ormai alle soglie dei 30 anni, non è più così performante, cambia casacca passando alla Alcyon-Dunlop ma le due anonime partecipazioni al Tour de France, nel 1906 e nel 1908, concluse con due mesti ritiri, convincono Aucouturier che è giunto il momento di dire basta.

Quel ghigno guerrigliero e quel baffo provocatore che tanto avevano intimorito gli avversari lasciano il gruppo… e non sarà più lo stesso ciclismo dei pionieri di prima.

 

PERU’-AUSTRIA 4-2, LA PARTITA CHE I SUDAMERICANI NON DOVEVANO VINCERE A BERLINO 1936

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Un’uscita del portiere peruviano Vadivieso – da theguardian.com

articolo tratto da Rovesciata Volante a cura di Davide Rota

In un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano indica la gara Perù-Austria (4-2) delle Olimpiadi di Berlino 1936, come la più emozionante di tutti i tempi. L’illustre letterato sudamericano aggiunge anche alcuni particolari, dicendo che, essendo la (debole) Germania già eliminata, il regime nazista puntava tutto sull’Austria. Inoltre, alla gara, giocata a Monaco di Baviera, sarebbe stato presente sugli spalti Adolf Hitler in persona, che avrebbe ordinato la ripetizione dell’incontro.

Il Fuhrer, secondo quanto Galeano ha raccontato più volte parlando di quel match, non avrebbe digerito che a far fuori i suoi “ariani” fosse stato un quintetto d’attacco tutto di colore. Per quanto Galeano sia un ottimo scrittore e un valido appassionato di football, la sua versione dei fatti presenta molte inesattezze, come hanno fatto rilevare alcuni storici dello stesso calcio peruviano.

Intanto la gara si giocò l’8 agosto 1936 a Berlino, non all’Olympiastadion, ma nel più piccolo stadio dell’Hertha. Nessuna cronaca riporta la presenza di Hitler sugli spalti ed è difficile pensare che… nessuno l’avesse notato o che non si potesse scrivere, visto il forte senso di propaganda di quel periodo. Inoltre, nel Perù giocavano solo tre giocatori neri e appena uno in attacco.

Detto ciò, in pochi (o forse nessuno) sono ancora riusciti a dare una spiegazione al clamoroso annullamento della partita: il Perù stava perdendo addirittura 0-2 nel primo tempo, pareggiò nei 90′ e vinse ai supplementari, trascinato anche dalle prodezze di Teodoro “Lolo” Fernandez. La motivazione ufficiale dell’annullamento della partita (valida per i quarti) dice che fu a causa delle frequenti invasioni di campo della panchina e dei sostenitori sudamericani, alcuni dei quali colpirono ripetutamente i giocatori austriaci. Purtroppo è difficile trovare cronache dettagliate dell’incontro, soprattutto prive di censura.

Pare che il giorno dopo la decisione di ripetere la gara, la delegazione peruviana fu invitata nella sede del Comitato Olimpico per una difesa, ma non si presentò, c’è chi dice per protesta, chi perché arrivò in ritardo, a causa di una manifestazione nazista. Intanto, a Lima, veniva presa d’assalto l’ambasciata tedesca e bruciate le bandiere di Germania e Norvegia (l’arbitro della sfida era norvegese).

I peruviani si ritirarono (o furono estromessi) dal torneo: furono ricondotti in Italia, da dove partirono via nave per il viaggio di ritorno. L’Austria perse invece la finalissima per mano dell’Italia di Vittorio Pozzo, che per l’occasione aveva allestito un’agguerrita (e competitiva) formazione di giovani studenti, una sorta di Under 23 ante-litteram che conquistò il primo e finora unico oro olimpico della storia calcistica azzurra.

Berlino (Hertha-Platz) 8 agosto 1936:
Perù-Austria 4-2 dts
Reti: Werginz 22′, Steinmetz 36′ (A), Alcalde 75′, Villanueva 81′ 119, T.Fernandez 116′ (P).
Perù: Valdivieso – A.Fernandes, V.Lavalle – Tovar, S.Castillo, Jordan – T.Alcalde, Magallanes, T.Fernandez, Villanueva, Morales.
Austria: E.Kainberger – Kargl, Kunz – Krenn, Wallmuller, Hofmeister – Werginz, Laudon, Steinmetz, Kitzmuller, Fuchsberger.
Arbitro: T.Kristiansen (Norvegia).
Note: spettatori 5mila.

RENATA TOMANOVA, CAMPIONESSA DIMENTICATA DEL TENNIS CECOSLOVACCO

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Renata Tomanova – da the-tennis-freaks.com

articolo di Nicola Pucci

Martina Navratilova, e non c’è proprio bisogno di aggiungere altro; Hana Mandlikova, ed anche qui in quanto a talento e gesto estetico siamo messi mica male; Helena Sukova, che nel suo piccolo è pur sempre riuscita a guadagnare quattro finali nei tornei dello Slam; Jana Novotna, poveretta, che pianse e vinse a Wimbledon, deliziando col suo gioco di volo prima di lasciarci troppo presto. Insomma, il tennis femminile nell’ex-Cecoslovacchia ha un buon numero di giocatrici da annoverare tra le campionesse di grido. Ma… ma ci dimentichiamo sempre di Renata Tomanova, classe 1954, ovvero due anni più anziana di Martina, che seppe farsi rispettare ancor prima, ed oggi provvediamo a riparare il torto, rendendole giustizia come si deve e come indubbiamente merita.

Il tennis, dunque, in Cecoslovacchia, che si gioca, bene seppur poco, nei circoli di Praga e che ha conosciuto notorietà tra i maschietti con Jaroslav Drobny che negli anni Cinquanta dominò la scena. Vera Sukova, mamma di Helena, fu prima donna, di nome e di fatto, finalista a Wimbledon nel 1962 battuta dall’americana Karen Hantze Susman, 6-4 6-2, e proprio la Navratilova nel 1975 si arrampicò in finale agli Australian Open, fermata da Evonne Goolagong, e al Roland-Garros, dove a sbarrarle la strada fu l’amica/rivale Chris Evert con la quale e contro la quale, di lì a qualche anno, avrebbe aperto un’epoca leggendaria del tennis in gonnella. Sembrerebbero, però, due exploit isolati. Avranno, invece, largo seguito.

Nel frattempo la Tomanova, appunto, che all’efficace gioco di volo unisce adattabilità ad ogni superficie e pure una buona presenza fisica, trionfa nella prova juniores a Parigi nel 1972 battendo la yugoslava Mima Jausovec 6-2 6-3, introducendo il tennis delle “grandi” con prospettive interessanti. Ad onor del vero fatica qualche anno a trovare la sua dimensione, pagando inevitabilmente lo scotto del debutto, per lei che viene d’oltre cortina, ma nel 1975, dopo aver fatto suo il torneo di Amburgo superando in finale la giapponese Kazuko Sawamatsu a chiusura di una maratona senza precedenti, 7-6 5-7 10-8, accoppiata alla Navratilova regala al suo paese la prima Federation Cup della sua storia battendo all’atto finale ad Aix en Provence l’Australia, 3-0. Renata porta in dote il primo punto battendo Helen Gourlay, 6-4 6-2, Martina fa altrettanto con la Goolagong, 6-3 6-4, e il suggello in doppio contro Fromholtz e Gourlay stessa, 6-3 6-1, fa delle due ragazze ceche due autentiche stelle al rientro a Praga.

Occorrerebbe, a questo punto, un primo successo in una prova dello Slam, ed in effetti nel 1976 la Tomanova approccia l’obiettivo con rinnavata ambizione. E’ altresì bene annotare che il tennis femminile sta vivendo un periodo di transizione, con il passaggio dall’era segnata da Margaret Court e Billie Jean King a quella che avrà in Evert e Navratilova due degnissime eredi, nondimeno il testimone è passato alla Goolagong che agli Open d’Australia, ad inizio 1976, è pronta a rigettare la sfida lanciata dalle nuove reclute. E la Tomanova è tra queste.

Sui campi in erba di Kooyong, a Sydney, la cecoslovacca ha modo di esprimere appieno il suo tennis potente e redditizio. Accreditata della testa di serie numero 5, surclassa Carol Zeeman all’esordio, 6-0 6-2, regola Julie Hanrahan al secondo turno, 6-3 6-3, rimonta la tedesca Helga Masthoff, terza favorite tra le iscritte, ai quarti, 4-6 7-5 6-1, per poi avere facilmente la meglio della sorprendente svedese Elisabeth Ekblom in semifinale, 6-3 6-2, per infine presentarsi all’atto decisivo. Dove, come da pronostico, incoccia nella campionessa di casa, nonchè detentrice degli ultimi due titoli, Evonne Goolagong, che la spazza via in due set, 6-2 6-2, e rimanda ancora il primo hurrà nei tornei Major per la Cecoslovacchia.

Qualche mese dopo la Tomanova rinnova l’appuntamento con una finale Slam sui campi in terra battuta del Roland-Garros, curiosamente ricalcando il cammino dell’amica Navratilova l’anno prima. Il percorso stavolta è ancor più complicato, se è vero che la cecoslovacca non ha il conforto dello status di testa di serie, ed inserita com’è nella parte alta di un tabellone che ha nella britannica Sue Barker la prima favorita, elimina strada facendo Betsy Nagelsen, 6-1 6-2, la sudafricana Ilana Kloss, 7-5 6-1, Kathy May, 6-2 6-2, ai quarti ancora la Masthoff, testa di serie numero 2, 6-2 6-4, per poi avere la meglio anche della rumena Florenta Mihai, che si arrende in due set tirati, 7-5 7-6. Finale, dunque, ancora con la numero 1 del seeding, appunto la Barker, ed in effetti l’andamento del match lascia spazio a qualche recriminazione, se è vero che dopo aver perso netto il primo parziale, 6-2, la Tomanova recita alla grande il copione studiato a tavolino non facendo veder palla all’avversaria nel secondo set, 6-0, per poi sciogliersi sul più bello, 6-2 al set decisivo che premia la britannica e getta la ceca nella più cupa desolazione.

Vabbè, dai, sarà per la prossima volta, sembra promettere Ranata. Ma quell’occasione non capiterà mai più, almeno in singolare. Perchè la ragazza che vide i natali a Jindrichuv Hradec, in Boemia, non troverà più l’ispirazione dei bei tempi, limitandosi ad altri tre titoli di seconda fascia (Baastad, Barcellona e Kitzbuhel), una finale agli Internazionali di Roma nel 1977 battuta da Janet Newberry, una semifinale Slam agli Australian Open del 1979 quando sarà fermata da Kathy Jordan e due vittorie parzialmente consolatorie in doppio agli Australian Open del 1978 (in coppia con la Nagelsen) e in doppio misto al Roland-Garros, sempre nel 1978 (associata al connazionale Pavel Slozil).

Certo, quel quartetto composto da Navratilova, Mandlikova, Sukova e Novotna era tutt’altra cosa… ma due finali Slam ed una Federation Cup valgono pur sempre l’ammissione al riservatissimo club privè dei campioni. Seppur dimenticati.

FERMO CAMELLINI, IL PRIMO STRANIERO CHE TRIONFO’ ALLA FRECCIA VALLONE

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Fermo Camellini alla Milano-Sanremo 1948 – da gazzetta.it

articolo di Nicola Pucci

Curiosa la storia esistenziale e sportiva di Fermo Camellini. Che nasce italiano, si sposta ancora adolescente in Francia, si guadagna l’etichetta di primo straniero a trionfare alla Freccia Vallone, infine acquisisce nazionalità transalpina quando ormai è pronto ad appendere la bicicletta al chiodo.

Conviene dunque partire dall’inizio, quando Camellini viene alla luce il 7 dicembre 1914 a Scandiano, in provincia di Reggio Emilia. L’esistenza, tra le nebbie della Val Padana, è ostica, e nel primo dopoguerra Fermo emigra in Francia, a Beaulieu-sur-Mer, ridente cittadella adagiata sulle acque turchese della Costa Azzurra tra Montecarlo e Nizza, assieme ai cinque fratelli, tra cui Guerino, di quattro anni più giovane di lui, che sarà a sua volta professionista dal 1947 al 1950. La famiglia Camellini non ha problemi ad integrarsi in quanto a Beaulieu abitano già alcuni familiari trasferiti parecchio tempo addietro, nondimeno si fa la fame, la vita continua ad esser difficile e Fermo è costretto a lavorare, esercitando la professione di idraulico-garzone. Il suo datore di lavoro lo manda in giro a fare commissioni e il ragazzo ha modo di spostarsi in bicicletta. Piano piano comincia a correre; si sveglia la mattina presto per allenarsi, due o tre volte la settimana quando c’è bel tempo, spingendosi fino a Cannes. Un giorno il padre, esasperato, gli getta la bicicletta, comprata con i primi risparmi, in mare, ma Fermo ne prende una in prestito, vince una corsa locale che si svolge al Victoria-Park di Nizza e come primo premio si merita una bicicletta tutta sua. Al papà, resistente, stavolta, tocca arrendersi, il figlio sarà corridore ciclista.

Il dado è infatti tratto. Tesserato per l’ASM, l’Association Sportive Monegasque, Camellini si mette in luce nel 1936 con alcuni piazzamenti di prestigio tra gli amatori, come il secondo posto alla Journée cycliste de Bollène, e l’anno dopo diventa professionista con la Urago, trionfando subito nella corsa in salita Nice-La Turbie e al Gran Premio Guillaumont. Vince anche nei due anni successivi, gareggiando principalmente in corse della zona, ad esempio il Circuito delle Alpi nel 1938, e il Gran Prix Cote d’Azur e il Circuito del Mont Ventoux nel 1939 che ne evidenziano le doti di corridore possente, seppur piccolino di statura, ed anche abile in salita, ma sull’Europa soffiano venti di guerra e il secondo conflitto bellico ne rallenta, inevitabilmente, l’attività agonistica. Seppur siano gli anni della maturità fisica ed atletica, e una vittoria al Giro di Catalogna nel 1942 e il quinto posto alla Parigi-Tours del 1944 lo confermano, così come due 15esimi posti alla Parigi-Roubaix (gara che lo vedrà allinearsi al via per ben quattordici volte), il bello, fortunatamente, deve ancora venire. Ed è quel che Camellini ha in serbo per il secondo dopoguerra.

Nel 1946 si torna a competere a pieno regime e Fermo, che comunque è riuscito a correre nella Francia occupata, assoldato dalla Ray-Dunlop si mette subito in cassaforte un successo di spessore, la Parigi-Nizza, giungendo quinto nella seconda tappa di Roanne che gli consente di balzare al comando, vincendo infine con 1’43” su De Muer e 2’53” su Bonduel. Qualche settimana dopo partecipa per la prima volta al Giro d’Italia, e a termine della tappa Prato-Bologna vinta da Coppi veste la maglia rosa, che porta onorevolmente per altri tre giorni, prima di cederla a Vito Ortelli e ritirarsi in seguito alle conseguenze di una caduta che gli costa un doloroso infortunio alla spalla destra.

L’anno migliore di Camellini, che in Francia ormai hanno adottato come uno di loro ed è costantemente agli onori della cronaca, è il 1947 quando riesce a far sue due tappe al Tour de France, dopo aver vinto una frazione della prima edizione del Criterium du Dauphiné Liberé, prelibato antipasto della Grande Boucle, chiudendo la corsa al terzo posto in classifica generale alle spalle del polacco Klabinski e di Gino Sciardis. Nella corsa “giallatrionfa il 3 luglio nella tappa Grenoble-Briançon, di 185 km, transitando primo sui mitici colli della Croix de Fer, del Télégraphe e del Galibier ed arrivando al traguardo dopo una fuga solitaria con oltre otto minuti su Pierre Brambilla e Apo Lazarides, e tre giorni dopo concede il bis nella Digne-Nizza, di 255 km, con 2′ su Aldo Ronconi e lo stesso Lazarides, trovandosi a sera al secondo posto in classifica generale a 2’11” da René Vietto, ma con quasi 23′ di vantaggio su Jean Robic, che poi risulterà il vincitore finale. Potrebbe essere l’occasione della vita per Camellini, ma sfortunatamente l’italo-francese è intruppato nella squadra “Stranieri di Francia” ed al cospetto delle squadre nazionali più attrezzate deve fare i conti in formazione con olandesi, belgi e polacchi, non potendo dunque contare su una grande collaborazione. Per vincere il Tour ci vorrebbe una squadra forte e lui non può averla; perchè per i francesi è pur sempre italiano e per gli italiani è ormai francese. Chiude comunque settimo, a 24’08” da “testa di vetro” Robic, e l’anno dopo si confermerà tra i migliori piazzandosi ottavo, a 51’36” da Gino Bartali.

Manca a Camellini la vittoria che lo elevi al rango di campione, semprechè due successi di tappa al Tour non siano già sufficienti, ed allora basta attendere il 1948 quando Fermo, dopo esser salito sul podio alla Milano-Sanremo giungendo in coppia con Rossello a cinque minuti da un imbattibile Fausto Coppi che bissa alla “classicissima” la vittoria del 1946, sale al Nord per la doverosa consacrazione. E sceglie una corsa che ben si adatta alle sue caratteristiche di ciclista poderoso ma svelto sugli strappi, la Freccia Vallone, che tra Charleroi e Liegi mai ha visto trionfare, da quando si disputò una prima volta nel 1936, un corridore che non avesse passaporto belga. Il 21 aprile, lungo 234 chilometri incarogniti da vento persistente e côtes spaccagambe, Camellini domina la scena, fuggendo a quaranta chilometri dal traguardo in compagnia dei belgi Schotte e Beeckman e del francese Lauk, imprendibile per una concorrenza che annovera molti ciclisti di fama (non Coppi e Bartali però), tra cui anche fuoriclasse del calibro di Fiorenzo Magni e Sylvere Maes. La disfida tra i quattro uomini in avanscoperta si decide sulla Côte de Forges quando Schotte, beniamino del pubblico di casa e che ha patteggiato con i connazionali per far fuori i rivali stranieri, scatta con decisione. Fermo non molla, anzi, prende la ruota del campione fiammingo che tre giorni prima ha trionfato sulle strade del Giro delle Fiandre e che a fine stagione sarà pure campione del mondo, lo salta e prende il largo. A Liegi, sotto l’acqua che nel frattempo ha cominciato a scendere copiosa, Camellini trionfa davanti a tanti di quegli italiani che, come lui, non furono profeti in patria ma che la vita e le circostanze costrinsero a cercar fortuna altrove.

Già, proprio questa è la storia di Fermo Camellini, l’italiano che sconfisse i belgi a casa loro e che qualche mese dopo, ironia della sorte, francese lo diventò davvero. Con tanto di medaglia al valore “de 1ère classe de l’Education Phisyque et des Sports“. Correva l’anno 1951, e cotanta onorificenza gli fu concessa dal Principe Ranieri II di Monaco… hai detto poco!

 

LUIGI MINCHILLO, L’IMBATTIBILE SUPERWELTER A CUI MANCO’ IL TITOLO MONDIALE

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Una fase del match tra Hearns e Minchillo – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

A Luigi Minchillo quel che era successo alle Olimpiadi di Montreal del 1976 non era proprio andato a genio. Una Commissione tecnica decisamente non all’altezza aveva selezionato per l’evento a cinque cerchi sette atleti, di questi solo sei avevano fatto parte della spedizione ai Giochi, stante il forfeit all’ultimo momento del peso medio Matteo Salvemini, e Minchillo, foggiano di San Paolo Civitate, classe 1955, era della partita.

Luigi aveva già avuto modo di illustrare al mondo le sue doti di guerriero indomabile, competendo da junior tra i welter ed avendo modo di incrociare i guantoni con un certo Ray “Sugar” Leonard, di un anno più giovane di lui, che nell’ambito di un match Italia-Usa del 1973 a Roccamonfina lo aveva mandato al tappeto alla prima ripresa. Sarebbe stato l’unico, alla fine dei salmi, a riuscirci. Ma la scorza è di quelle dure, il ragazzo pugliese ha coraggio da vendere, così come un pugno che sa far male, e nel 1975 mette in bacheca il titolo italiano dei dilettanti così come la vittoria ai Giochi del Mediterraneo, in un caso tra i welter, nell’altro tra i pesi medi. E poi, la gioia dell’esperienza olimpica.

Ma a Montreal Minchillo, che avrebbe le carte in regola per combattere nella categoria dei superwelter, viene “declassato” ai welter e lì, dove avrebbe dovuto magari competere il  riminese Pierangelo Pira, pur denunciando una forma accettabile, si vede costretto a cedere al terzo turno per verdetto unanime al tedesco Reinhard Skricek, che ne infrange i sogni di andare a medaglia. Ed è ovvio, che una volta passato professionista nel 1977, Luigi abbia una gran voglia di riscattare quella cocente delusione.

In effetti la carriera di Minchillo, da questo momento in poi, vira per il senso sperato, assoldato per la scuderia milanese Totip che ha in Umberto Branchini un mentore impareggiabile. Il 24 aprile 1979 conquista a Pesaro il titolo italiano dei superwelter battendo Clemente Gessi, già costretto ad arrendersi al primo round alla furia del pugile foggiano, per poi difendere la cintura a quattro riprese con Paolo Zanusso, con quell’Alvaro Scarpelli che nel 1978 era stato l’unico a poter vantare di averlo battuto in Italia, e per due volte con Vincenzo Ungaro.

La vetrina continentale, a questo punto, l’attende e il 1 luglio 1981, sul ring di Formia, tocca al francese Luis Acaries, che qualche mese prima ha strappato la corona europea dei superwelter allo jugoslavo Marijan Benes battendolo ai punti, assaggiare la pesantezza della boxe di Minchillo che infine, con verdetto unanime, fa suo il combattimento e il titolo dopo dodici riprese condotte con audacia e senso tattico. L’Europa accoglie Luigi tra i grandi, e che Minchillo sia il superwelter più forte in circolazione se ne ha conferma nelle difese vittoriose con l’altro transalpino Claude Martin, messo k.o. dopo soli quindici secondi a Rennes il 28 novembre 1981, il 30 marzo 1982 alla Wembley Arena quando ha la meglio di un soffio del britannico di colore Maurice Hope, che qualche dispiacere lo aveva dato prima a Vito Antuofermo e poi a Rocky Mattioli, mandando tre volte al tappeto il tedesco Jean-Andrè Emmerich il 22 agosto sempre del 1982 a Praia a Mare, infine venendo a capo proprio di Benes il 28 ottobre, a San Severo, sconfitto in un match tra i più duri e dispendiosi della sua carriera, nonostante uno dei tre giudici avesse decretato il pari.

Quel che manca, a questo punto, alla consacrazione perpetua di Minchillo, imbattibile in Europa, è il titolo mondiale, in un’epoca in cui la categoria dei superwelter abbonda di campioni del calibro di Wilfred Benitez, Roberto Duran, che Luigi ha già affrontato nel settembre del 1981 al Caesar’s Palace di Las Vegas, uscendone sconfitto solo ai punti, e Thomas Hearns. Ed è proprio “il cobra” Hearns l’avversario che Luigi si trova a dover sfidare l’11 febbraio 1984 alla Joe Louis Arena di Detroit, in un combattimento valido per la WBC e che il pugliese affronta senza troppi timori reverenziali. Anzi, è proprio Minchillo a ferire per primo, al secondo round, un rivale che a sua volta non si fa pregare per menare, affondando nella difesa del pugile italiano che al settimo round sanguina dall’arcata sopraccigliare. A Luigi manca il pugno del k.o., nell’occasione che vale una vita agonistica, e sarà questo il rimpianto più acuto della sua carriera, dovendo infine cedere per verdetto unanime quando i tre giudici lo bocciano, nettamente, in un match che se lo vede penalizzato nel risultato, ne amplifica il valore di guerriero indomabile. Il titolo mondiale, a scanso di equivoci, premia comunque il pugile migliore.

Già, quella cintura iridata che sfuma ancora, per sempre, la sera del 1 dicembre 1984, quando al Palasport di Milano Minchillo si arrende per k.o.t. alla tredicesima ripresa al giamaicano Mike McCallum, un altro mammasantissima della categoria, che qualche mese prima era diventato il primo pugile dell’isola caraibica a fregiarsi del titolo mondiale lasciato vacante da Duran, battendo l’irlandese Sean Mannion.

Con la sconfitta con McCallum cala il sipario sul sogno mondiale di Minchillo, che rimane fermo per un anno, torna a combattere, si concede un’ultima chance europea contro il francese Renè Jacquot che sul ring di Rimini, il 29 gennaio 1988, lo sconfigge inesorabilmente per k.o.t. alla quarta ripresa. Ed allora è tempo di chiudere, con l’autorevolezza di chi conobbe l’onta del tappetto solo una volta, si fregiò del titolo europeo, ebbe l’ardire di provare a salire sul tetto del mondo ma fu respinto. Storia e vita di pugili. E di uomini coraggiosi.

 

OLIMPIADI ST.MORITZ 1948, LA PRIMA VOLTA D’ORO DELLA FRANCIA CON HENRI OREILLER

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Henri Oreiller alle Olimpiadi di St.Moritz del 1948 – da valsport.org

articolo di Nicola Pucci

Non solo promotrice dei Giochi Olimpici dell’era moderna grazie all’intuito geniale del barone Pierre de Coubertin, pure organizzatrice della prima edizione delle Olimpiadi invernali, nel 1924 a Chamonix, nondimeno la Francia deve attendere a lungo prima di  mettersi al collo la prima medaglia d’oro. Addirittura il 1948, anche se ad onor del vero lo sci alpino è stato introdotto come disciplina olimpica solo nell’edizione di Garmisch del 1936 ed Emile Allais fu allora terzo in combinata, unica prova che assegnava medaglie.

L’artefice di questa prima volta per i transalpini risponde al nome di Henri Oreiller, ed è un nome che appartiene al ristretto novero dei campionissimi, ed oggi ci preme non solo ricordare quell’evento storico, ma pure ripercorrere le gesta di uno sciatore il cui blasone ancora oggi è ammantato del vello della leggenda.

Oreiller nasce a Parigi, il 5 dicembre 1925, e già questo dato è di per sè fuori dall’ordinario. Ma come vedremo tra poco, c’è ben poco di ordinario nella vita e nei tratti esistenziali del giovane Henri. I genitori Leon e Marguerite hanno invero origini alpine, l’uno valdostano l’altra della Val d’Isere, ed è proprio in Val d’Isere che il piccolo campioncino in erba ha modo di scoprire gli attrezzi, calzarli ed affinare il suo talento precoce. All’età di sei anni si stabilisce dalla zia Armante, sorella della mamma che qui ha residenza e gestisce il caffè Favre, e la neve per lui diventa compagna quotidiana. O quasi. Audace e spericolato con gli sci, si allena da solo, nel culto di James Couttet, campione del mondo di discesa a Engelberg nel 1938, riuscendo tuttavia a diventare campione di Savoia e di Francia. Il che pare esser buon viatico per una carriera di successi.

Ma la Francia, così come l’Europa tutta, è scossa dai fremiti della Seconda Guerra Mondiale, che impone l’alt alle competizioni, ed ogni ambizione per Oreiller, nel frattempo membro della Resistenza Francese intruppato nella Section Eclairuers Skieurs, è rimandata alla conclusione del conflitto. Quando, ovviamente, i riferimenti sono poco attendibili, riducendo gli scontri diretti ai campionati nazionali, di cui Oreiller è vincitore in slalom speciale nel 1947, e al prestigioso concorso dell’Arlberg-Kandahar, che nello stesso anno 1947 torna a disputarsi a Murren, in Svizzera, e lo registra secondo in slalom alle spalle del connazionale Claude Penz.

Oreiller si presenta, dunque, all’appuntamento olimpico di St.Moritz nelle vesti di favorito, in virtù proprio dei risultati ottenuti, e non vi è dubbio che gli appassionati si attendano da lui anche qualche funambolismo dei suoi, se è vero che si è guadagnato l’etichetta di fou descendant” e “l’acrobat” per le prodezze su uno sci solo lungo il tracciato di Val d’Isere. Verranno delusi, stavolta, perchè quel che preme a Henri è mettersi al collo qualche metallo pregiato.

In Svizzera si gareggia dal 30 gennaio all’8 febbraio, c’è desiderio di dimenticare gli orrori vissuti e lo sci, questa volta, è veicolo promozionale di eccellenza. Si comincia con la discesa libera, il 2 febbraio, che ha come palcoscenico i 3371 metri della pista disegnata lungo il Piz Nair. Ben 111 concorrenti sono allineati al cancelletto di partenza, tra questi lo svizzero Karl Molitor che conta ben sei vittorie nel concorso del Lauberhorn e vorrebbe proprio trionfare anche nella prima discesa della storia olimpica, e i quattro azzurri Zeno Colo (che cadrà pesantemente), Roberto Lacedelli (che non concluderà a sua volta la prova), Silvio Alverà e Carlo Gartner che termineranno appaiati in sesta posizione. In effetti Molitor fa segnare il miglior tempo, 3’00″3, guidando con efficacia gli sci tra i trabocchetti del pendio, ma tira un po’ troppo spesso il freno a mano e quando tocca a Oreiller, sempre lanciato e mai in trattenuta, il cronometro non ammette repliche. Il francese fissa il tempo a 2’55″0 e quando poco dopo l’austriaco Franz Gabl gli rimane alle spalle per il margine di 4″1, il più ampio mai registrato in sede olimpica, facendo scalare Molitor in terza posizione, è il momento per Oreiller di festeggiare il trionfo.

Ma è solo l’inizio, perchè il parigino trapiantato a Val d’Isere, non ancora 23enne, ha in serbo altri due colpi a sensazione. Intanto in combinata, dove può sfruttare l’ampio vantaggio conseguito in discesa, permettendosi il lusso di chiudere in slalom in quinta posizione, distante proprio da quel Couttet che è il suo idolo da sempre, solo 13esimo in discesa ed infine in grado comunque di salire sul terzo gradino del podio. Molitor prova a rifarsi sotto, sesto in slalom, ma con il punteggio complessivo di 6.44 punti è secondo a Oreiller, che con 3.84 punti è nettamente davanti a tutti, in una prova di slalom che vede l’austriaco Edi Mall e l’azzurro Vittorio Chierroni chiudere alle spalle di Couttet, e Alverà, 11esimo dopo il sesto posto in discesa, occupare la quinta posizione finale. E per Oreiller sono due ori in due gare.

Il programma olimpico dello sci alpino si chiude il 5 febbraio con lo slalom speciale, ed è lotta a quattro per le medaglie dopo una prima manche che vede al comando Alverà con il tempo di 1’07″4, un decimo meglio di Couttet e tre dello svizzero Edy Reinalter. Oreiller è in quarta posizione, distanziato a sua volta di soli sei decimi, mentre gli altri concorrenti sono oltre i tre secondi di ritardo, fuori dai giochi, così come sono esclusi dalla battaglia il talentuosissimo austriaco Christian Pravda, che va per le terre, e il norvegese Stein Eriksen, troppo lontano in classifica per cullare ambizioni di medaglia. Nella seconda manche Alverà è al comando ma fa registrare qualche incertezza di troppo, tanto da venir scavalcato da Oreiller che con il tempo complessivo di 2’12″8 fissa il miglior tempo. Non sarà però lui a cogliere l’oro, e sarebbe stato il terzo in tre gare, perchè il suo eroe, Couttet, fa meglio ancora, di 2″, non riuscendo comunque a regalare alla Francia il successo. Già, perchè Reinalter, in posizione accovacciata che suscita l’ammirazione dei presenti, è veloce quel tanto che basta per abbassare ulteriormente il tempo, 2’10″3, issandosi così sul gradino più alto del podio. Ad Alverà resta l’amaro in bocca del quarto posto.

Henri Oreiller può invece accontentarsi: due ori e un bronzo in tre gare, è lui la stella acclamata delle Olimpiadi di St.Moritz del 1948. Dico bene?

 

PETER REVSON E IL SOGNO IRIDATO INTERROTTO DALLA MORTE

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Peter Revson – da fi.wikia.com

articolo di Simone Castelnovo tratto da Cavalieri del rischio 

Affascinante, educato e dotato di grande intelligenza, nonchè erede designato della famiglia prioritaria del gruppo Revlon (leader mondiale nella cosmesi), Peter Jeffrey Revson non esitò un attimo a rinunciare a tutto pur di soddisfare il proprio sogno di correre in auto: americano di New York, debuttò a 16 anni con una Morgan mettendosi subito in luce nelle numerose gare della Costa Est. Usando parte del suo capitale personale (12000 dollari) si trasferì in Europa e partecipò al campionato di formula Junior con una Holbay motorizzata prima Cooper e poi Cosworth, in quel periodo tra l’altro risiedeva a Londra in un piccolo appartamento in condivisione con due altri grandissimi talenti della sua generazione, ovvero Chris Amon e Mike Hailwood.

Il debutto in Formula 1 avvenne nel 1964 alla guida della Lotus ma i risultati non arrivarono, contemporaneamente corse e vinse in Formula 3 a Montecarlo ma, una volta tornato in Patria, gli venne intimato un alt dal padre che lo portò a scegliere tra la gestione dell’attività di famiglia o continuare a correre rinunciando del tutto alla cospicua eredità. Per questo la sua carriera si interruppe e ripartì poi da zero.

Ancora lontano dalla Formula 1, ritornò al volante vincendo a Sebring e Spa nelle gare di durata con una Ford Gt40 e iniziò a brillare in Can-Am, anche se la morte del fratello, avvenuta durante una gara di Formula 3 in Danimarca, lo spinse a pensare definitivamente al ritiro, ma la passione vinse ancora una volta. Nel corso degli anni trovò in Steve McQueen un compagno d’eccezione con cui condivise diverse gare in Porsche; le prestazioni di Revson nel frattempo di facevano sempre più consistenti, nella 500 Miglia di Indianapolis del 1969 fu protagonista di un capolavoro arrivando quinto assoluto con una vecchia Brabham, due anni più tardi sempre a Indianapolis centrò pole position e secondo posto davanti alla famiglia, ricomparsa ai box dopo tre anni di silenzio.

Finalmente rientrò in Formula 1 disputando con la Tyrrell il gran premio degli Stati Uniti, poi firmò un biennale con la McLaren, scuderia con cui la sua stella brillò definitivamente: nel 1972 fu terzo a Kyalami, Brands Hatch e Zeltweg e secondo a Mosport, in Canada, dietro a Jackie Stewart e dopo aver firmato la pole-position, chiudendo il campionato al quinto posto, posizione confermata l’anno seguente quando, oltre a due podi a Kyalami e Monza, vinse due gran premi a Silverstone battendo Peterson e proprio a Mosport davanti a Fittipaldi; contemporaneamente ricucì del tutto i rapporti con la famiglia, nonostante lo sponsor che campeggiava sulla sua McLaren, ovvero la Yardley, principale concorrente della Revlon!

All’apice della carriera fece una scelta controcorrente, scegliendo l’emergente Shadow nonostante il crescente interesse di alcuni team di punti, tra cui la Ferrari; la Dn3 nera di Revson era in costante crescita e il futuro appariva roseo, ma a Kyalami un dado in titanio della sospensione anteriore sinistra cedette alla curva Barbecue e l’impatto fu fatale. Revson morì a 34 anni, riposa accanto al fratello Douglas all’interno del Ferncliff Cemetary nello stato di New York.

SWEN NATER, LA PRIMA STELLA EUROPEA NEL PIANETA NBA

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Swen Nater – da apiedecancha.es

articolo di Nicola Pucci

In tempo di globalizzazione selvaggia – nell’evoluzione geopolitica così come nell’attività sportiva – forse ci dimentichiamo che non troppo tempo fa il campionato NBA era un pianeta pressochè inesplorato ed inavvicinabile per i giocatori europei. E se Drazen Petrovic e Vlade Divac hanno segnato la strada nel 1989, l’uno a Portland e l’altro a Los Angeles, versante Lakers, è necessario ricordare che un altro ragazzo del continente li anticipò nel 1973, guadagnandosi una scelta del Draft da parte dei Milwaukee Bucks con il numero 16 prima di esser “scambiato” con i Virginia Squires, all’epoca militanti nell’ABA, lega alternativa all’NBA.

Vi chiederete chi sia stato questo pioniere in un’epoca in cui ancora del professionismo americano non si aveva traccia, stante lo status amatoriale dei Giochi Olimpici così come dei Mondiali, unica occasione di confronto tra il basket statunitense e la pallacanestro del resto del mondo? Stiamo parlando di Swen Nater, cestista olandese nato a Den Helder il 14 giugno 1950, e che assurgerà al rango di primo giocatore europeo della storia del basket professionistico americano.

In effetti sono circostanze non proprio invidiabili a far sì che il giovane Nater scopra l’America. Figlio di genitori divorziati, viene allevato insieme alla sorella minore in un orfanotrofio prima di poter volare, all’età di nove anni, di la dall’Oceano per ricongiungersi alla madre Marlene, nel frattempo convolata a nozze con un altro uomo. Grande e grosso com’è, 211 centimetri per 110 chili, Nater non può che dirottarsi verso la pallacanestro, anche perchè negli Usa è quasi inevitabile sposare il culto della palla a spicchi, apprendendo i rudimenti del gioco in un piccolo liceo della California, Stato in cui Swen si è stabilito. I due anni successivi, dal 1968 al 1970, allo Junior College di Cypress, svezzano il ragazzo, che viene notato dal leggendario John Wooden, coach di UCLA, prestigiosa università californiana, che lo precetta, permettendogli di allenarsi a contatto con giocatori del calibro di Bill Walton. Non gioca il torneo NCAA, relegato com’è al ruolo di sostituto del pivot bianco più forte della storia del basket americano, non solo universitario, ma vede la sua squadra conquistare due titoli e il suo apporto è fondamentale nel preparare i compagni, apprendendo altresì i trucchi del mestiere. Tanto da guadagnarsi una chance al Draft del 1973, nondimeno accompagnato dall’etichetta di “pivot fantasma“.

L’11 ottobre 1973 Nater esordisce dunque con Virginia nel campionato professionistico ABA, mettendo a referto 18 punti nella sfida persa 133-96 contro i Carolina Cougars, ma il tempo e le doti giocano a suo favore. Liberato, se è permesso dirlo, della presenza ingombrante di Bill Walton, Nater, che non ha mai calcato un parquet europeo, ha modo di evidenziare le sue capacità sotto i tabelloni, diventando ben presto uno dei migliori nel ruolo di pivot. Gioca 17 partite con Virginia, per poi passare ai San Antonio Spurs e chiudere l’anno con 14.1 punti e 12.6 rimbalzi di media a partita, per poi la stagione dopo vincere la speciale graduatoria riservata ai migliori rimbalzisti con 16.4 palloni catturati a sera. Gioca anche con i New York Nets, assieme ad un certo Julius Erwing, torna ai Virginia Squires e quando nel 1976 l’ABA fallisce, è pronto al salto nel pianeta NBA con la maglia dei Milwaukee Bucks, ex-squadra di Kareem Abdul-Jabbar che nel frattempo, 1975, è passato ai Lakers.

A Milwaukee Nater conferma quanto di buono ha già fatto vedere in ABA, ovvero presenza sotto i tabelloni e buona mano che gli permette di chiudere l’anno con 13.0 punti e 12.0 rimbalzi di media, con la memorabile prestazione del 19 dicembre quando contro Atlanta mette a referto 30 punti e 33 rimbalzi! Rimane nel Wisconsin solo una stagione, ed è un peccato, perchè nel 1977, proprio mentre passa ai Buffalo Braves orfani di un altro grande, Bob McAdoo, a Milwaukee arriva un altro emigrato europeo, il rumeno Ernest Grunfeld con cui Nater avrebbe potuto comporre la prima coppia europea del basket NBA. Passeranno dieci anni e saranno i tedeschi Detlef Schrempf e Uwe Blab a firmare questo record, vestendo insieme la casacca dei Dallas Mavericks.

Poco male, Nater ormai è un fattore dominate, con un’altra stagione in doppia doppia per punti e rimbalzi, 15.5 e 13.2, per poi accasarsi per cinque anni ai San Diego Clippers, diventando di fatto una delle stelle della franchigia. Nel corso della stagione 1979/1980, pur ritrovando Bill Walton, al rientro da un primo infortunio che lo ha tenuto lontano dal parquet per un anno, come compagno di squadra, è il miglior rimbalzista della lega con 15.0 palloni tirati giù a partita, diventando l’unico giocatore della storia a riuscire nell’impresa di dominare la speciale classifica sia in ABA che in NBA, e l’anno dopo con 15.6 punti a partita produce la miglior stagione offensiva della sua carriera.

Il giocattolo, come spesso accade, si rompe in virtù di un grave infortunio che a dicembre 1981 costringe Nater a rimaner fermo un anno, per poi, una volta tornato attivo, vedersi ancora una volta la strada chiusa da Bill Walton, a sua volta in ripresa dopo due altre stagioni di inattività. Swen chiude la sua carriera NBA con un passaggio fugace ai Los Angeles Lakers dello “showtime” di Magic Johnson, Jabbar e Worthy, battuti in finale dai Boston Celtics di Larry Bird, e si concede un’ultima esperienza cestistica, con l’Australian Udine ed ovviamente in doppia doppia, 17.1 punti e 13.6 rimbalzi a partita che non serviranno ad evitare la retrocessione in serie A2, in quell’Europa da cui era partito e che mai aveva avuto il piacere di vederlo esibire. Già, perchè il destino volle che Swen Nater, olandese, fosse il primo continentale a far divertire gli americani.