LE FATICHE DI BRONZO DI GIORGIO VANZETTA ALLE OLIMPIADI DI ALBERTVILLE 1992

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Giorgio Vanzetta – da catalog.skicards.ru

articolo di Nicola Pucci

Nessuno, ma proprio nessuno, può dimenticare quell’epica edizione tricolore delle Olimpiadi di Albertville del 1992. Deborah Compagnoni che diventa fuoriclasse dominando in supergigante per poi lacerarsi un ginocchio strillando di dolore in mondovisione il giorno dopo, Alberto Tomba che tiene a bada Marc Girardelli e bissa il successo di Calgary in gigante, quello scricciolo di donna che é Stefania Belmondo che demolisce la concorrenza nella 30 km., Jo Polig che coglie al volo l’occasione della vita e a sorpresa si mette al collo la medaglia d’oro della combinata.

Sì, indubbiamente, questi campioni ci hanno fatto emozionare, in quel febbraio savoiardo, ma il vostro scriba, che ama le storie discrete e gli uomini di fatica più di tutti gli altri, elegge un suo personalissimo eroe per quei Giochi memorabili, Giorgio Vanzetta.

Già, proprio lui, l’uomo della Val di Fiemme, che nasce a Cavalese il 9 ottobre 1959 e che, davvero, non può che crescere a pane, sci di fondo e Marcialonga. E nel tempo, entrato nei quadri della Nazionale italiana nel 1978 non prima di esser diventato campione europeo juniores, si ritaglia una vetrina d’eccezione, accanto a compagni formidabili quanto lui.

In effetti Vanzetta si costruisce una buona reputazione per le gare di staffetta, debuttando alle Olimpiadi di Lake Placid del 1980 con un sesto posto nella 4×10 e un 34esimo nella 15 km, a Sarajevo nel 1984 figura 14esimo, 24esimo e 30esimo nella 15, 30 e 50 km ed è stavolta settimo nella prova di gruppo e ai Mondiali di Seefeld del 1985, assieme a Maurilio De Zolt, Marco Alberello e Giuseppe Ploner conquista una storica medaglia d’argento. A cui fa seguito, l’anno dopo, l’unico podio in carriera in Coppa del Mondo in una gara individuale, il terzo posto nella 15 km a tecnica classica di Lahti.

Gli anni passano e i chilometri si centuplicano nelle gambe di Giorgio, che non teme certo la fatica, così come si sommano i piazzamenti a ridosso dei migliori che certificano il valore internazionale del fondista della Val di Fiemme. Che alle Olimpiadi di Calgary del 1988 è decimo nella 15 km e quinto sia nella 30 km che in staffetta, nel mentre ai Mondiali, già quarto nella 15 km proprio di Seefeld anticipato di un soffio da De Zolt, chiude ai piedi del podio, e con l’amaro in bocca, sempre nella 15 km e in staffetta nel 1991, quando la rassegna iridata trova ospitalità sulle nevi amiche della Val di Fiemme.

Proprio nel 1991, infine, Vanzetta ha colto la prima vittoria in carriera in Coppa del Mondo (sarà anche l’unica) aggiudicandosi il 1 marzo la staffetta di Lahti associato a De Zolt, Silvio Fauner e Alfred Runggaldier, ma se lo sforzo di gruppo regala soddisfazione collettiva, vuoi mettere la gioia prodotta da un exploit in solitario? Ed allora Giorgio, che va ormai per i 33 anni, dà appuntamento per le Olimpiadi di Albertville 1992, sua quarta partecipazione a cinque cerchi. E sarà un successo che premierà anni di duro lavoro, passione ed immutato coraggio.

Il 13 febbraio 1992, a Les Saisies, Vanzetta entra in scena nella 10 km a tecnica classica, e se la distanza potrebbe non essergli troppo congeniale visto che l’azzurro predilige lo sforzo prolungato, ecco che il settimo posto finale, dopo esser transitato in terza posizione al secondo rilevamento intemedio a soli 11″4 dall’immenso Bjorn Daehlie che poi sarà solo quarto nella gara vinta dal connazionale Vegard Ulvang, certifica il suo eccellente stato di forma.

Due giorni dopo, il 15 febbraio, i protagonisti della 10 km si ritrovano per la 15 km ad inseguimento a tecnica libera, che si disputa per la prima volta in sede olimpica. Ed è qui che Vanzetta compie un capolavoro, perché se Ulvang, che parte con 19″ di vantaggio su Marco Albarello, 20″ sullo svedese Christer Majbaeck e 25″ sullo stesso Daehlie, parrebbe irraggiungibile, il trentino vede Bjorn volare la distanza e prendere il largo per andare a mettersi al collo la medaglia d’oro, ma a sua volta, rimontati e distanziati Majbaeck, Niklas Jonsson e Harri Kirvesniemi, e rintuzzando il ritorno dell’altro svedese Torgny Mogren, va a riprendere Ulvang e Albarello, terminando in scia allo scandinavo ma battendo il compagno sul traguardo per conquistare così la medaglia di bronzo.

Realizzato il sogno di una vita agonistica, a Vanzetta l’appetito vien mangiando, e se con Giuseppe Pulié, Marco Albarello e Silvio Fauner fa appieno il suo dovere salendo sul secondo gradino del podio nella 4×10, ecco che il 22 febbraio 1992, giorno di chiusura dei Giochi, assieme a Maurilio De Zolt si allinea alla partenza della 50 km, la gara che può regalare l’immortalità sportiva.

Ad onor del vero, ancora una volta, la tecnica libera è il piatto preferito di Daehlie, che sbaraglia la concorrenza dall’alto di una classe ineguagliabile completando la maratona in 2h03’41″5, ma alle sue spalle proprio i due fondisti italiani librano un duello meraviglioso che può valere la medaglia. Il “grillo“, dopo una partenza in sordina, come suo solito accelera il ritmo transitando sempre in seconda posizione, seppur a debita distanza dal campione norvegese, per infine cogliere l’argento come già era stato capace di fare a Calgary nel 1988, ma è Vanzetta a dare spettacolo, risultando quarto al secondo e terzo intermedio alle spalle del tedesco Johann Muhlegg, guadagnando la terza posizione al quarto intermedio con 6″ di vantaggio sul russo Aleksej Prokurorov, vedendosi nuovamente scavalcare da Muhlegg che al quinto intermedio ha un ultimo sussulto e gli rifila 3″, infine operando l’allungo decisivo negli ultimi quindici chilometri quando, a dispetto dell’età, sale in cattedra segnando un tempo di due minuti esatti più alto di quello di De Zolt ma sale ancora sul terzo gradino del podio, relegando Prokurorov a 24″ nel mentre Muhlegg crolla, scvalcato anche dal francese Hervé Balland e dal cecoslovacco Radim Nyc.

E così Giorgio Vanzetta, barbuto come un dio d’Olimpia, infine, trova soddisfazione al suo rango di gran fondista, e se oggi, a distanza di anni, si vuol celebrare un’impresa dei Giochi, seppur della neve, è suo il primo nome che rimanda alle gesta degli eroi.

 

L’IMPRESA D’ORO DI HAUNSTOFT E RASCH NEL C2 1000 METRI ALLE OLIMPIADI DI HELSINKI 1952

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Haunstoft e Rasch alle Olimpiadi di Helsinki 1952 – da folkebladetlemvig.dk

articolo di Nicola Pucci

Quel che c’è di bello, nelle sport in generale ed alle Olimpiadi nel caso specifico, è che può sempre capitare di veder passare il treno dei desideri. E se si è bravi a salirci in corsa, ecco che si possono aprire orizzonti tracciati d’oro.

E’ un po’ quel che accade a due canoisti danesi, Finn Haunstoft e Peder Rasch, che si presentano ai Giochi di Helsinki del 1952 non certo con i favori del pronostico, privi come sono, entrambi, di palmares in grandi rassegne internazionali, ma stanno per realizzare un exploit che per la Danimarca, da quando nel 1936 la canoa è entrata nel programma delle Olimpiadi, è riuscito solo a Karen Hoff, trionfatrice a Londra 1948 nel K1 500 metri.

Nato l’8 luglio 1928 ad Aarhus, Haunstoft entra in Marina a 17 anni ed è qui che inizia a remare, allenandosi al club della sua città, l’impronunciabile Skovhuskoloniens, per poi trasferirsi a Lyngby dove acquisisce quell’esperienza e quei risultati che gli garantiscono un posto nella Nazionale danese che andrà alle Olimpiadi in Finlandia. E qui si associa a Rasch, che è decisamente più giovane di lui essendo nato, a Copenaghen, il 31 maggio 1934 ma ha mostrato fin da giovanissimo talento da vendere, formando la coppia chiamata a gareggiare nella gara del C2 1000 metri.

I cecoslovacchi Felix/Kudrna, detentori del titolo e pure campioni del mondo a Copenaghen nel 1950, sono i favoriti della prova, che si è disputata una prima volta ai Giochi di Berlino del 1936 quando fu vinta dallo stesso Jan Brzak-Felix, un veterano che ha scavallato i 40 anni di età, in coppia all’epoca con Vladimir Syrovatka, e che vede stavolta scendere in acqua 11 equipaggi. Ma i due danesi sono inaspettatamente competitivi ai massimi livelli e già in batteria confermano che saranno duri da battere, imponendosi nella prima serie, disputata il 28 luglio nelle acque del bacino Taivallahti, con il tempo di 4’32″9, nuovo record olimpico, nettamente davanti proprio ai due campioni in carica. Nella seconda serie i francesi Dransart/Loreau, secondi alla rassegna iridata del 1950, sono i più veloci in 4’38″8, candidandosi a loro volta per un posto sul podio, come già Dransart, seppur in coppia con Georges Gandil, era stato capace di fare quattro anni prima a Londra, quando colse la medaglia di bronzo.

E sono proprio i transalpini a fare inizialmente gara di testa in finale, prima di commettere una serie inattesa di errori che li fanno retrocedere addirittura in quarta posizione, a tre decimi dalla medaglia di bronzo, colta dai tedeschi Drews/Soltau, mentre danesi e cecoslovacchi, secondo le previsioni, vanno a contendersi l’oro che premia infine Haunstoft/Rasch che tagliano il traguardo con il tempo di 4’38″3, con Felix/Kudrna che si accontentano dell’argento in 4’42″9.

E così, due danesi sorti quasi dal nulla, e che non daranno seguito a quell’exploit a cinque cerchi, colgono l’occasione della vita e salgono nell’Olimpo. Lassù, dove siedono solo gli dei dello sport.

BORG-MCENROE E QUELLA SFIDA A WIMBLEDON 1980 ENTRATA NELLA LEGGENDA

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Borg e McEnroe prima della finale 1981 – da federtennis.it

articolo di Nicola Pucci

Da quando il 4 febbraio 1980 il computer ha promosso John McEnroe, fresco vincitore del WCT di Richmond battendo in finale Roscoe Tanner, 6-1 6-2, al numero 2 del ranking mondiale alle spalle dell’inavvicinabile Bjorn Borg, che domina il tennis mondiale da quasi un anno, addetti ai lavori e semplici appassionati altro non attendono che i due campionissimi si sfidino sul Centre Court di Wimbledon, nient’altro che il campo più prestigioso al mondo.

In effetti l'”orso scandinavo” ha fatto dei prati londinesi una sorta di giardino privato, se è vero che è detentore degli ultimi quattro titoli, avendo sconfitto nell’ordine Ilie Nastase, due volte Jimmy Connors e buon ultimo, guarda che coincidenza, proprio Tanner, bombardiere di Chattanooga che nel 1979 ha forzato Borg al quinto set. E quando il 23 luglio si aprono i Doherty Gates di Wimbledon, Bjorn ha davvero tutta l’intenzione di proseguire la serie, seppur la pressione, più che mai, pesi come un macigno sulle sue spalle ed il riccioluto ed impertinente mancino newyorchese, figlio di un avvocato, baciato dal genio tennistico ma frustrato dalle ultime due esibizioni sui prati britannici dove, dopo la sorprendente semifinale del 1977 quando, da qualificato, si era fatto conoscere dal mondo del tennis, è stato sconfitto prima dal qualificato Erik Van Dillen al primo turno, 1978, e poi da Tim Gullikson agli ottavi di finale, 1979, abbia a sua volta una gran voglia di buttarlo giù dal trono d’Inghilterra. E l’attesa per una sfida già andata in scena a sette riprese, ovvero da quando, al torneo di Stoccolma, nel 1978, McEnroe, battendo Borg a casa sua, rese chiare le sue intenzioni di mirare molto in alto, non può davvero andar delusa.

Ma torniamo alla provvidenziale mano offerta del computer, che promuovendo a febbraio McEnroe numero due del mondo in sostituzione di Jimmy Connors, scivolato al terzo posto, e facendo leva anche sul mantenimento delle posizioni nelle settimane successive, impone agli organizzatori del torneo di Wimbledon, liberi comunque, per tradizione, di definire il quadro delle teste di serie a dispetto delle indicazioni del ranking, di assegnare e Borg e McEnroe il numero 1 e 2 del seeding, in modo che l’eventuale incrocio tra i due rivali sia possibile solo all’atto finale, programmato per il 5 luglio 1980. Ma prima di quella data, c’è da scendere in campo, affrontare avversari affatto disposti a farsi da parte senza vender cara la pelle e se possibile rispettare i pronostici della vigilia. E Borg e McEnroe, che non si affrontano dal Masters 1979 quando, a New York e dunque stavolta a casa dell’americano, Borg si è imposto al termine di un match serrato, 6-7 6-3 7-6, sanno che dovranno guadagnarsela, con la loro classe ma anche con sudore, quell’ultima sfida.

Connors, che non ne vorrà davvero sapere di non recitare da protagonista in un torneo che lo ha eletto vincitore nel 1974 ed altre tre volte lo ha visto arrendersi in finale, è il terzo favorito di un tabellone che ha negli altri americani Vitas Gerulaitis, lo stesso Roscoe Tanner, Gene Mayer e Peter Fleming, compagno di doppio di McEnroe, pericolosi outsiders, con il paraguaiano Victor Pecci, finalista al Roland-Garros nel 1979 dove impegnò Borg in quattro set, Pat Dupré, che ha negato l’anno prima una storica semifinale ad Adriano Panatta battendolo in cinque set, e il rampante Ivan Lendl a completare il quadro delle prime dieci teste di serie, con Harold Solomon e Yannick Noah, curiosamente inseriti nell’ottavo di finale rispettivamente di McEnroe e Borg, costretti a dare forfait a tabellone già compilato, sostituiti da Kevin Curren (che qualche anno dopo battezzerà “bum bum” Becker in finale) e Wayne Hampson.

I primi turni non riservano sorprese, con Borg a liquidare l’egiziano Ismail El Shafei (che nel 1974 lo aveva sconfitto in tre set), l’israeliano Shlomo Glickstein, l’australiano Rod Frawley (che gli strappa un set e lo obbliga al 7-5 al quarto set) e l’ungherese Balazs Taroczy, e McEnroe a debuttare con un facile 6-3 6-3 6-0 con Butch Walts, vedere le streghe con l’australiano Terry Rocavert (che va avanti due set a uno prima di arrendersi 6-3 al quinto) e non concedere chances all’olandese Tom Okker e allo stesso Kevin Curren. E se Connors, Tanner, Gene Mayer e Fleming sono a loro volta puntuali all’appuntamento dei quarti di finale, solo Gerulaitis, battuto 8-6 al quinto set dal polacco Wojciech Fibak agli ottavi di finali, e Pecci, mai troppo a suo agio su erba e messo k.o. dall’australiano Phil Dent, più adatto ai prati di lui, al terzo turno, non tengono fede al loro rango di teste di serie.

Negli incontri tra i migliori otto Borg e McEnroe superano in tre set Mayer e Fleming e Connors ha bisogno di cinque set per disinnescare infine le cannonate al servizio di Tanner, mentre un altro americano ancora, Brian Gottfried, che gioca un eccellente serve-and-volley e fu finalista al Roland-Garros nel 1977, pur non compreso tra le teste di serie batte a sua volta Fibak in tre set, 6-4 7-6 6-2, ed assieme ai due connazionali va a sfidare il campione in carica. Senza, peraltro, andare oltre la conquista di un set, il secondo, prima che Borg lo demolisca alla distanza con l’inequivocabile 6-2 4-6 6-2 6-0 che garantisce allo svedese la quinta finale consecutiva a Wimbledon.

Manca un tassello, perché le speranze degli organizzatori del torneo più prestigioso del mondo vengano soddisfatte, e deve uscire dal derby tra due tennisti che, pur battendo entrambi bandiera stelle-e-strisce, amici non lo sono proprio, anzi, se possibile verrebbero pure alle mani, McEnroe l’irriverente campione in divenire e Connors l’arrogante re detronizzato. E sul campo centrale, i due fieri avversari, non se la mandano certo a dire, con John che replica il successo di qualche mese prima, che, sempre in semifinale, gli aveva spalancato le porte di un primo successo agli US Open, rompendo il ghiaccio nei tornei dello Slam, imponendosi infine in quattro set, 6-3 3-6 6-3 6-4, raggiungendo Borg in finale.

Borg e McEnroe, dunque, sono esattamente lì dove tutti li volevano, a giocarsi il titolo di Wimbledon, e, puntuali come l’orologio londinese richiede, alle 14.00 mettono piede sull’erba ormai spelacchiata del Centre Court. L’uno, Bjorn, adorato dalle ragazzine, impassibile fuori ma un vulcano di emozioni dentro, l’altro, John, che deve ancora accattivarsi le simpatie dei britannici ed altro non attende che sprigionare l’ansia che lo attanaglia con i tocchi del suo magico braccio mancino.

E per un set almeno, il primo, non c’è davvero storia, con McEnroe padrone del serve-and-volley e Borg inerme a fondocampo, incapace di contenere le avanzate del rivale e altrettanto impossibilitato ad organizzare una qualsiasi riscossa. 6-1.

Ovviamente, non finisce qui. La vicenda agonistica è lunga, l’americano ha lottato duramente per sfiancare Connors in semifinale ed ha pure consumato energie preziose giocando in doppio con Fleming, ed è chiaro che se vuol pensare di averla vinta, deve farlo senza allungare troppo la partita.

Borg, archiviato il primo set, torna sotto, con quel gioco senza errori da fondocampo e l’utilizzo dell’approccio tagliato di rovescio per guadagnare la rete, e se il servizio slice, perfezionato negli anni, gli concede di tener testa al rivale, sempre arrembante in attacco, nel secondo set, ecco che lo svedese, dopo aver salvato quattro palle-break, al dodicesimo gioco sfrutta una delle due avute a sua disposizione ed incamera il parziale, 7-5.

La tensione, sul rettangolo di gioco, è evidente, così come il contrasto di stili, la difesa ad oltranza di Borg e l’attacco incessante di McEnroe, e quel che ne viene fuori, inevitabilmente, è qualcosa di eccitante. Al punto che Bjorn, nonostante l’americano si meriti più di lui gli “oohhh” di stupore del pubblico, fa suo anche il terzo set, 6-3. Per poi, con McEnroe sempre più in difficoltà sui propri turni di servizio, tanto da cedere la battuta sul 5-4 del quarto set e mandare Borg a servire per il suo quinto piatto di Wimbledon, trovarsi ad un passo dalla sospirata vittoria.

E qui… e qui si chiude il mero racconto, seppur appassionante, di una finale di un torneo dello Slam, e si apre un capitolo destinato alla leggenda. Perché Borg sale 40-15 ed ha due match-point a disposizione, ma McEnroe prima lo infila con un passante di rovescio lungolinea, poi si salva con una voleé  di diritto in acrobazia, infine azzecca altri due colpi da cineteca che valgono il controbreak per il 5-5. Che di lì a qualche minuto diventa 6-6, approdando i due campioni ad un tie-break che se può risultare decisivo per le sorti del match, di sicuro sta per proiettare i due tennisti, ancor più delle loro gesta, nella storia dello sport.

Ventitre minuti durata l’appendice nata da un’invenzione, geniale quant’anche provvidenziale, di Jimmy Van Alen, poeta, musicante ed onesto giocatore di tennis degli anni Venti, oltreché fondatore della International Hall of Fame, ed il susseguirsi di prodezze, così come di emozioni, non ha eguali nella storia del gioco della racchetta. Borg aggiunge altri cinque match-point ai due già avuti sul 5-4, McEnroe a sua volta si procura sette opportunità per allungare il match al quinto set, e se lo svedese, assolutamente non di ghiaccio all’atto di chiudere la sfida, spreca, l’americano ringrazia, e, complice una stop-volley di dritto di Borg che muore in rete, firma il 18-16 che prolunga la partita.

Trascorse oltre tre ore, c’è da giocare il risolutivo quinto set, e ad esser del tutto sinceri, se McEnroe già dava segnali di cedimento al quarto set, per lui l’impresa di vincere, allungandosi i tempi di gioco, appare ancor più di difficile realizzazione. Ma la classe è tanta e l’aver schivato di un soffio il precipizio moltiplica l’entusiasmo, e John resta aggrappato al match con la forza del suo servizio e la genialità del suo gioco di volo, mentre Borg, che quando c’è da correre e metterla sul piano atletico è semplicemente hors categorie, non arretra di un metro. Anzi, riemerso da 0-30 nel primo gioco, infila un game di servizio dopo l’altro senza concedere chances, con McEnroe, costretto, lui sì, a salvarsi da 0-40 sia al secondo che all’ottavo gioco. Fin quando, sul 7-6 per Borg, allo scoccare delle 3 ore e 53 minuti di gioco, lo svedese, con una risposta vincente che cade nei piedi di McEnroe e due passanti, l’uno di dritto ad infilare l’avversario e l’altro di rovescio a costringerlo all’errore alla voleé, si procura altri due match-point.

Stavolta basta il primo, la voleé di McEnroe non è definitiva ed il passante di rovescio di Borg, quasi chinato sull’erba per quanto rimbalza bassa la palla bianca dell’americano, lo infila senza pietà. Ora sì, ebbro di gioia, Bjorn può davvero inginocchiarsi sul manto verde. La sfida del secolo è sua e vale il quinto titolo di Wimbledon.

Volete la verità? Avrei venduto l’aniamo al Diavolo per poter dire “io c’ero“, sul Centre Court di Wimbledon, quel memorabile pomeriggio del 5 luglio 1980. Mai visto tanto di sublime… e John, birbante, si prenderà la rivincita l’anno dopo.

BOB TISDALL, UN IRLANDESE SUL TRONO D’OLIMPIA DEI 400 OSTACOLI

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Bob Tisdall in azione – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Una delle gare più interessanti del programma di atletica leggera alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 sono i 400 metri ostacoli.

Tra i candidati alle medaglie si annoverano il britannico David Burghley, che vinse quattro anni prima ad Amsterdam, l’americano Morgan Taylor, che proprio ad Amsterdam nel 1928 fu medaglia di bronzo, dopo aver colto l’oro a Parigi nel 1924, ed è primatista del mondo con il tempo di 52″0, Glenn Hardin che ha vinto i Trials, e l’altro statunitense Joe Heale, lo svedese Sten Pettersson che detiene il record europeo con 52″4, così come l’azzurro Luigi Facelli, che ha corso in 52″4 nel 1929 a Bologna ed è competitivo almeno per garantirsi un posto in finale.

Le quattro batterie allineano alla partenza 18 atleti, promuovendo tutti i principali favoriti, con Healey che fa segnare il miglior tempo, 54″2, con l’irlandese Robert “Bob” Tisdall, specialista dei 400 metri piani, che scende sotto i 55″0 e si presenta tra gli outsider più pericolosi.

E che Tisdall, nato il 16 maggio 1907 a Ceylon – oggi Sri Lanka – da una famiglia di proprietari terrieri e che in carriera fino all’appuntamento californiano ha corso solo sei volte i 400 ostacoli oltre ad eccellere anche nel salto in lungo e nel lancio del peso (ai Giochi di Los Angeles, tra le altre cose, terminerà ottavo nella gara di decathlon), possa dire la sua anche nella lotta per le medaglie se ne ha la prova nella seconda semifinale, dove anticipa lo svedese Areskoug e Facelli con il tempo di 52″8, primato olimpico che eguaglia quello realizzato nella prima semifinale da Hardin, bravo nel battere Taylor e Burghley, mentre vengono eliminati Pettersson e Healey, decisamente l’americano di minor caratura.

La finale è in programma lunedì 1 agosto al Memorial Coliseum, e Tisdall domina la corsa pur abbattendo l’ultimo ostacolo, cosicché il suo tempo di 51″8, che varrebbe il nuovo record del mondo, non viene omologato per i regolamenti dell’epoca che impongono di scavalcare ogni ostacolo senza buttarne giù alcuno. Hardin, che vincerà l’oro a Berlino nel 1936, è secondo in 51″9 e quindi è suo il nuovo limite mondiale, con Taylor che chiude in terza posizione, collezionando la terza medaglia olimpica consecutiva nei 400 metri ostacoli, impresa che riuscirà in seguito solo al grande Edwin Moses. Burghley non difende il titolo ed è solo quarto, con Facelli subito alle sue spalle in quinta posizione.

E così Bob Tisdall, costretto a lasciare momentaneamente il suo lavoro di accompagnatore, in giro per l’Europa, di un giovane Maharaja per poter gareggiare alle Olimpiadi, affatto accreditato alla vigilia dei Giochi, se perpetra la tradizione che vuole vincitore sugli ostacoli bassi un atleta di lingua inglese, come avverrà fino alla vittoria dell’ugandese Aki-Bua a Monaco nel 1972, regala anche al paese del quadrifoglio un oro in una specialità che non avrà seguito. Ed allora, onore e merito a lui di esserci riuscito. A sorpresa.

AD UTSUNOMIYA 1990 IL GIORNO DI GLORIA DI RUDY DHAENENS

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L’arrivo di Dhaenens – da facebook.com

articolo di Nicola Pucci

Chi pratica attività sportiva individuale, quantunque inserito in seno ad una formazione – di club o nazionale che sia -, ha prima o poi l’occasione che può cambiargli la vita. E a Rudy Dhaenens quel treno su cui viaggiano tutti i suoi desideri d’affermazione, passa un tardo pomeriggio del 2 settembre 1990, giorno che calendariazza la prova su strada dei Campionati del Mondo sul tracciato giapponese di Utsunomiya, capoluogo della prefettura di Tochigi. E questo ragazzo belga di 29 anni, quel treno, lo acchiappa, al volo, andandosi a prendere quella gloria imperitura a dispetto di un destino, bastardo, che di lì a qualche anno avrà la sua rivincita.

Dhaenens, in effetti, fino all’atto di allinearsi ai nastri di partenza della corsa che assegna una maglia arcobaleno da indossare per dodici mesi, non ha collezionato grandi exploit. Certo, da buon fiammingo che si rispetti, nato com’è a Deinze il 10 aprile 1961, ha più volte illustrato le sue doti di buon passista nelle classiche del pavè, giungendo quinto alla Gand-Vewelgem nel 1985, infilando un trittico di prestazioni d’eccellenza alla Parigi-Roubaix (quinto sempre nel 1985, secondo nel 1986 battuto in volata da Sean Kelly e terzo nel 1987 arrendendosi, sempre allo sprint, ad Eric Vanderaerden e Patrick Versluys) e figurando all’ottavo posto al Giro delle Fiandre 1988. Ma se si tratta di contare i successi di una carriera professionistica iniziata nel 1983 in seno alla Splendor per poi proseguire difendendo i colori della Hitachi e della Pdm… beh, bastano le dita di una mano, con la Druivenkoers nel 1985 battendo Dirk Demol e Marc Sergeant, due edizioni consecutive del Circuito Mandel-Lys-Escaut nel 1985 e nel 1986, una tappa del Giro del Lussemburgo, sempre nel 1986, e, a completamento di una stagione, proprio quella del 1986, che può ritenersi la sua migliore in otto anni di onorata militanza, l’11esima tappa del Tour de France, tra Poitiers e Bordeaux,, con un colpo di mano che gli consente di anticipare Mathieu Hermans e Laurent Biondi. Dopodichè, un numero congruo di piazzementi, tanta fatica al servizio di capitani più scaltri e vincenti di lui, e la stima, senza condizioni, di chi ha il compito di guidarlo dall’ammiraglia.

Che il 1990 possa rappresentare la chiave di volta di una carriera professionistica avviatasi alla piena maturità tecnica e agonistica se ne ha sentore a primavera quando Dhaenens non solo si impone in una tappa del Giro delle Asturie rinnovando l’appuntamento con la vittoria che mancava da ormai quattro anni, ma è protagonista tra i più costanti delle classiche-monumento, giungendo secondo al Giro delle Fiandre alle spalle di Moreno Argentin con il quale ha animato la fuga decisiva, nono alla Parigi-Roubaix e mostrandosi abile anche nelle corse delle Ardenne, come certificato dal quarto posto alla Liegi-Bastogne-Liegi. E al Tour de France è in forma al punto da ottenere un 43esimo posto finale che significherà poco come valore assoluto ma che per lui, solitamente destinato a pedalare nelle retrovie del gruppo, assieme ai velocisti e con l’occhio attento al “tempo massimo“, testimonia che l’anno è davvero quello più propizio. Ed Eddy Merckx, che ha il compito di selezionare la Nazionale belga, gli affida per i Mondiali il ruolo di luogotenente di una formazione che ha in Claude Criquielion, iridato a Barcellona nel 1984 e defraudato da un titolo che pareva poter far suo a Renaix nel 1988, il capitano designato.

Ad Utsunomiya due corridori si spartiscono i favori della vigilia, Greg Lemond che difende il titolo conquistato l’anno prima a Chambery ed è fresco di terzo trionfo al Tour de France, e Gianni Bugno, artefice di quel salto di qualità atteso da qualche stagione e che, infine, lo ha visto dominare Milano-Sanremo, Giro d’Italia, Wincanton Classic, classifica generale di Coppa del Mondo e conquistare la tappa dell’Alpe d’Huez alla Grande Boucle. Accanto ai due campioni più pronosticati, l’Italia del commissorio tecnico Alfredo Martini presenta validissime alternative in Maurizio Fondriest, che proprio a Renaix nel 1988 vinse quando Criqielion cadde, e Claudio Chiappucci, scopertosi campione battagliando con Lemond sulle strade di Francia, Sean Kelly si gioca una delle ultime carte in carriera di far sua una maglia che renderebbe pieno merito al suo rango di straordinario cacciatore di grandi corse in linea, Laurent Jalabert guida la Francia orfana di Laurent Fignon, un giovane Miguel Indurain affianca Pedro Delgado in Casa Spagna e Dmitry Konyshev, al pari di Tony Rominger e Rolf Sorensen, sono gli alfieri di Urss, Svizzera e Danimarca, chiamati a giocare il ruolo di outsiders.

145 corridori sono schierati alla partenza, e se sono da coprire 261 chilometri, ad onor del vero il percorso, vallonato, non presenta difficoltà altimetriche tali da produrre una selezione massiccia. La squadra azzurra, al solito, è quella da battere, il riferimento per le Nazionali avversarie e, vista l’abbondanza di punte a disposizione, viene attaccata fin dall’avvio. A Franco Ballerini, Francesco Cesarini e Bruno Cenghialta tocca il compito di infilarsi nelle fughe, ed una di questa, nella quale figurano rivali del calibro del francese Gilles Delion, del danese Kim Andersen, dello svizzero Thomas Wegmuller e dell’altro transalpino Martial Gayant, acquisisce un margine di vantaggio che desta qualche allarmismo, circa sei minuti.

Bugno, Fondriest e Chiappucci sono al coperto nella pancia del gruppo, ma quando il vantaggio del plotone in avanscoperta si fa importante, la Nazionale azzurra, pur con tre suoi gregari in avanti, è obbligata ad intervenire per ricucire lo strappo. Afa ed umidità prosciugano così le energie dei Ghirotto, Bombini, Volpi, Leali e Cassani, che pancia a terra menano come forsennati in testa al gruppo,  Bugno e Fondriest stessi talvolta sono davanti e Chiappucci, abituato com’era in un recente passato ad operare come uomo di fatica, non si fa pregare a tirare in testa.

E se Gayant e il norvegese Dag Otto Lauritzen sono tra i più attivi nel tenere viva la fuga, ecco che due belgi astuti e disposti a tutto pur di giocarsi le loro carte, proprio Rudy Dhaenens e Dirk De Wolf, che apparentemente lavorano per Criquielion, operano il forcing che provoca il cedimento di Ballerini. Rimasta sguarnita in avanti, l’Italia si trova nella necessità di chiudere un buco affatto facile da colmare, ed è qui, con quattro giri ancora da percorrere, che Gianni Bugno prende in mano le redini della corsa, provando a rinvenire sulla coppia belga che nel frattempo è rimasta sola in avanscoperta. Ma Lemond e Kelly non collaborano, Bugno si avvicina ma non riesce a rinvenire sui due fuggitivi ed allora Dhaenens, più fresco del compagno di bandiera, abborda in testa la volata a due che vale una maglia iridata e a braccia alzate taglia il traguardo. Primo e campione del mondo, a prendersi una gloria inseguita da sempre.

All’Italia rimane l’amaro della medaglia di bronzo di Bugno, che batte, facilmente, gli stessi Lemond e Kelly, e che serve solo a completare il podio. Così come, ahimé, quella gloria conquistata faticosamente, su pedali, sarà effimera per il povero Rudy Dhaenens, quando un incidente stradale, otto anni dopo, andando a commentare quel Giro delle Fiandre che aveva aperto la sua stagione più bella, lo strapperà alla vita.

ANDREJ MOISEEV, IL PENTATLETA CHE A PECHINO 2008 ENTRO’ NELLA LEGGENDA

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Andrej Moiseev sul podio di Pechino 2008 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Non faremmo torto a nessuno se consideriamo il russo Andrej Moiseev se non il più grande, almeno uno dei più forti interpreti del pentathlon moderno della storia, unico in questa disciplina, insieme allo svedese Lars Hall che ci riuscì nel 1952 ad Helsinki e nel 1956 a Melbourne, a conquistare per due volte la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella gara individuale.

Dopo il successo ai Giochi di Atene del 2004, infatti, Moiseev, che in Grecia ebbe la meglio del lituano Andrejus Zadneprovskis e del ceco Libor Capalini, si presenta alle Olimpiadi di Pechino del 2008 con la ferma convinzione di concedere il bis, forte anche del successo conseguito qualche mese prima nella prova a squadre dei Mondiali di Budapest (che segue quelli di Mosca 2004 e Varsavia 2005), dove la gara individuale è stata invece vinta dal connazionale Ilja Frolov, presente lui pure alla kermesse a cinque cerchi, così come il ceco David Svoboda e il bielorusso Ygor Lappo, argento e bronzo iridato. Ma il grande rivale di Moiseev, che nella prova singola vanta “solo” un bronzo proprio ai Mondiali di Varsavia del 2005 quando venne battuto dal cinese Qian Zhenhua e dall’altro russo Aleksej Turkin, è proprio Zadneprovskis, che finì alle sue spalle ad Atene ed è stato campione del mondo nel 2000 a Pesaro e nel 2004 a Mosca, a cui si aggiunge l’altro lituano Edvinas Krungolcas, a sua volta iridato in Guatemala nel 2006. Alla gara sono iscritti anche i due azzurri Nicola Benedetti e Andrea Valentini, bronzo a squadre a Mosca, che termineranno comunque la gara olimpica non meglio che 14esimo e 17esimo rispettivamente.

Il 21 e 22 agosto 2008 si gareggia ovviamente in cinque discipline, ovvero 20 colpi con la pistola ad aria ed una stoccata di scherma contro ogni altro partecipante alla competizione (Olympic Green Convention Centre), 200 metri stile libero di nuoto (Ying Tung Natatorium), una prova di salto ad ostacoli di equitazione e 3 km. di corsa (Olympic Sports Centre). Si comincia con il tiro, che vede primeggiare proprio Svoboda con 1228 punti, davanti al cinese Qian Zhenhua, campione del mondo a Varsavia nel 2005, che fa segnare 1204 punti, e ai 1192 punti dell’altro ceco Michalik, eterno piazzato nelle grandi rassegne internazionali se è vero che a fine carriera, tra Mondiali ed Europei, avrà collezionato ben 7 argenti e 10 bronzi ma nessuna vittoria di prestigio.

Moiseev è in quinta posizione ma già con la scherma, vincendo ben 26 dei 35 assalti, si rifà sotto, con Qian Zhenhua che prende il comando del concorso piazzando a sua volta 26 stoccate. Con il tempo di 2’02″55 nei 200 metri di nuoto, prova vinta dal velocissimo egiziano Amro el-Geziry in 1’55″86, il pentatleta russo, che vide la luce a Rostov sul Don il 3 giugno 1979, piazza l’allungo che lo porta in testa alla classifica scavalcando Qian Zhenhua e Svoboda, appaiati in seconda posizione con 3500 punti contro i 3524 di Moiseev. Ma sono le due ultime prove, disputate sotto una pioggia torrenziale, a definire il gioco per le medaglie, con Moiseev che approfitta della caduta di Svoboda nel saltare un ostacolo che non raccoglie punti e va fuori classifica, mentre il rivale cinese chiude alle sue spalle con i due lituani Zadneprovskis e Krungolcas in rimonta e pronti a dare l’assalto al podio.

L’ultima fatica è la corsa, ma se Moiseev termina non meglio che ventisettesimo con il tempo di 9’48″75, ben lontano dal coreano Nam Dong-Hong che è l’unico a scendere sotto la barriera dei nove minuti, i suoi diretti avversari per la vittoria non riescono a recuperare lo svantaggio in classifica, con Qian Zhenhua che addirittura termina penultimo scivolando al quarto posto in classifica, giù dal podio, per la grande delusione del pubblico locale. Moiseev vince con un totale di 5632 punti, precedendo Krungolcas e Zadneprovskis, separati da soli 24 punti, che regalano alla Lituania argento e bronzo.

Moiseev è medaglia d’oro così come quattro anni prima ad Atene ed entra di diritto nel novero dei pentatleti più forti di sempre. Perché se vincere ai Giochi è da campioni, confermarsi è da fenomeni, e vale un posto nella leggenda degli dei di Olimpia.

JIM REDMAN, IL RHODESIANO CHE FU SEI VOLTE CAMPIONE DEL MONDO

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Jim Redman in azione – da circuitospedaletti.org

articolo di Nicola Pucci

Ad esser del tutto sinceri, non è che fino al 1959 Jim Redman avesse poi ottenuto chissà quali risultati in sella ad una motocicletta. Certo, questo ragazzo nato a Londra l’8 settembre 1931 e che nel 1951 emigrò in Rhodesia diventandone poi cittadino, aveva acquisito una certa notorietà nelle gare disputate nei paesi del Commonwealth, diventando campione rhodesiano in classe 350, ma in Europa era pressoché uno sconosciuto. O quasi, fin quando, modificando il suo stile per adattarsi ai circuiti continentali, e dopo aver esordito nel Mondiale nel 1958 gareggiando con una Norton al Tourist Trophy, ottenendo un 24esimo posto in classe 350 ed un 19esimo posto nella cilindrata superiore, infine comincia a prender confidenza col mezzo meccanico, conquistando i primi punti iridati giungendo due volte sesto in Germania e Svezia in classe 350 e quinto ad Assen nella mezzo di litro, ad un giro dalla MV Augusta di John Surtees. Ed è la chiave di volta della sua carriera, anche perché la sorte viene in suo soccorso, e da quel momento in poi sarà solo un crescendo.

Nel 1960, infatti, Tom Phillis e Naomi Taniguchi, piloti ufficiale della Honda che nel corso dell’anno perde anche, tragicamente, Bob Brown, deceduto nelle prove del Gran Premio della Germania Ovest, si infortunano ad inizio stagione, e la casa giapponese assolda proprio Redman, che ha modo così di guidare un bolide su due ruote decisamente competitivo. Ed il rhodesiano, noto per girare in roulotte con moglie e due motociclette, non tarda ad illustrare il suo talento di centauro dalla guida semplice e pulita, che non ama prendere rischi ma che è estremamente redditizia, ottenendo due quarti posti in Olanda e a Monza in classe 125 e salendo sul podio sia nell’Ulster, terzo, che in Italia, preceduto dal solo Carlo Ubbiali, nella quarto di litro. Ed è il preludio di una storia agonistica, durata sei anni e sempre con la Honda, che sarà memorabile.

Nel 1961, infatti, Redman lotta per le prime piazze sia in classe 125, dove colleziona due secondi posti e quattro terzi posti e termina quarto in classifica finale con 28 punti, applaudendo proprio Phillis che fa suo il titolo, che in classe 250, dove ripete gli stessi piazzamenti a podio aggiungendo le prime vittorie in carriera, in Belgio e a Monza, chiudendo al terzo posto della generale con 36 punti, alle spalle di Mike Hailwood, pure lui in sella ad una Honda, e dello stesso Phillis. E l’anno dopo ancora Jim è pronto a far saltare il banco, aprendo un triennio in cui gareggia, e sale sul podio finale, in tre classi, 125, 250 e 350.

Nella cilindrata inferiore il rhodesiano infila ben cinque piazzamenti d’onore, vincendo in Finlandia davanti allo svizzero Luigi Taveri che a fine stagione gli soffia il titolo mondiale, 48 punti contro 38, nel mentre in classe 250 e 350 sbaraglia la concorrenza, vincendo sei gare e battendo il compagno di squadra Bob McIntyre, deceduto nel corso dell’anno così come Phillis, nella quarto di litro con la sua Honda sei cilindri RC166 a quattro tempi, e dominando l’inglese Tommy Robb nella cilindrata superiore, con il corollario di quattro vittorie ed un secondo posto nelle cinque prove disputate, interrompendo l’egemonia dell’industria italiana che in classe 350 durava dal 1953.

E per il 1963, non certo appagato, Redman concede il bis, vincendo quattro gran premi in classe 250 che lo vede campione del mondo con 44 punti ad anticipare Tarquinio Provini che con la sua Moto Morini assomma 42 punti, e prendendosi il lusso di fare altrettanto in classe 350 quando, con cinque successi parziali ed altri due piazzamenti a podio nelle sette gare disputate, tiene a debita distanza in classifica generale Hailwood, 32 punti contro 28. Jim, esattamente come l’anno precedente, è protagonista anche in classe 125, ma una vittoria in Argentina e tre piazze d’onore gli valgono solo, si fa per dire, il terzo posto finale.

E se l’ottava di litro lo vede ancora secondo nel 1964, quando vince ad Assen e a Solitude, battuto per l’ennesima volta in questa cilindrata da Taveri, Redman è altresì costretto a cedere a Phil Reed, che monta una Yamaha con motore a due tempi, il titolo della classe 250, 42 punti contro 46, conservando invece per la terza volta quello in classe 350 quando è imbattibile per tutti nelle 8 gare disputate. Così come “gentleman Jim“, che si è meritato il soprannome dai colleghi che ne apprezzavano non solo le doti tecniche ma anche la correttezza in pista, si rivela incontenibile il 27 giugno, quando sul tracciato che più di ogni altro assegna il diploma di “campione su motocicletta“, quello di Assen, realizza una storica tripletta vincente, exploit che solo Hailwood sarà in grado di eguagliare, nel 1967, facendo altrettanto, seppur in classe 250, 350 e 500, al Tourist Trophy e proprio ad Assen.

Fuoriclasse ormai tra i più celebrati della storia del motomondiale, Jim Redman suggella la sua carriera con un sesto ed ultimo titolo iridato, quarto consecutivo, nel 1965 in classe 350, precedendo un debuttante di sicuro avvenire, tale Giacomo Agostini, ed Hailwood, prima di un’ultima stagione mondiale in cui, dopo alcune fugaci apparizioni nei primi tre anni, il rhodesiano si prende l’enorme soddisfazione di gareggiare e vincere anche nella classe regina, lasciando Agostini a 26″ ad Hockenheim e a 2″ ad Assen, in un duello all’ultima staccata entrato nella leggenda del motociclismo, prima che una drammatica caduta sotto la pioggia nel corso del Gran Premio del Belgio lo costringano a ritirarsi dall’attività. Curioso a dirsi, nel capitombolo aveva riportato solo la frattura di un polso!

Pazienza, Jim Redman lascia con 6 titoli iridati e 45 vittorie parziali, e se quelli eran gli anni di immensi campioni, sicuramente un posto tra questi il rhodesiano se l’è proprio meritato.

 

 

OSCAR FURLONG, LA STELLA CHE REGALO’ ALL’ARGENTINA IL PRIMO TITOLO MONDIALE NEL 1950

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Oscar Furlong in azione – da basketcoach.net

articolo di Nicola Pucci

La storia dell’Argentina ai Mondiali di pallacanestro è segnata da due grandi momenti: la medaglia d’argento ad Indianapolis nel 2002, conquistata perdendo in finale con la Jugoslavia di Dejan Bodiroga, e la vittoria a domicilio nella prima edizione iridata, a far data 1950. E se Manuel Ginobili, non ancora fuoriclasse acclamato dei San Antonio Spurs, fu l’ago della bilancia con l'”albiceleste” del 2002, è altresì Oscar Furlong la prima stella capace non solo di trascinare l’Argentina al titolo mondiale ma pure di meritarsi la prima, storica elezione ad MVP nel 1950, nonché il titolo di capocannoniere della fase finale.

E’ dunque una stella mondiale che brilla in casa propria, quella di Oscar Furlong, discendente di una famiglia di immigrati irlandesi che a fine ‘800 accumula una discreta fortuna gestendo il settore dei trasporti tra il porto di Buenos Aires e l’entroterra del paese. Nato il 22 ottobre 1927 nel quartiere di Villa del Parque, Furlong, che cresce in altezza fino ad 1m90, respira sport proprio sotto casa se è vero che, nel fermento della capitale che in quei decenni vede nascere le prime società di rugby, fondate dai britannici, e di ginnastica e scherma, per impulso di francesi ed italiani, nel 1922 sorge il Club Gymnasia y Esgrima de Villa del Parque, che ha come primi soci Carlos e Luis Furlong, rispettivamente papà e zio di Oscar, con la sezione basket a venir istituita nel 1926.

Il giovane Oscar si affilia ovviamente al Club, dirottando inizialmente il suo interesse alla pratica del tennis, alternando poi l’impegno con la palla-a-spicchi fin quando, nel 1944, entra nei ranghi della prima squadra del Gymnasia y Esgrima de Villa del Parque.

Furlong è dotato di un grande dinamismo e di una tecnica che gli permette subito di eccellere rispetto ai compagni, al punto da diventare ben presto il leader della squadra. E in assenza ancora di un campionato nazionale, il torneo che mette l’una di fronte all’altra le formazioni della capitale è il più importante del paese e il Villa del Parque se lo aggiudica quattro volte consecutivamente tra il 1945 e il 1948.

La crescita individuale di Oscar quale cestista di levatura è esponenziale e nel 1947 si aprono per lui le porte della Nazionale argentina che nel 1948 partecipa alle Olimpiadi di Londra. Qui, inserito nel Gruppo C con gli Stati Uniti, Furlong ha già modo non solo di confrontarsi con gli americani ma pure di illustrare appieno tutto il suo talento.

L’Argentina batte l’Egitto (57-38) grazie a 21 punti di Furlong, che poi è determinante anche con la Svizzera (49-23) e nel primo tempo condotto con gli Stati Uniti  (33-26), prima del recupero e sorpasso finale stelle-e-strisce (59-57) a dispetto dei 18 punti di Oscar, miglior marcatore della serata, e i 17 di Manuel Guerrero. L’Argentina perde poi anche con la Cecoslovacchia (45-41) e termina infine 15esima, ma il ghiaccio è rotto e il futuro di Furlong si tinge di rosa, tanto da meritarsi un paio di proposte NBA, rispettivamente dai Minneapolis Lakers e dai Baltimore Bullets.

Il dilettantismo è, tuttavia, ancora ben radicato in Oscar, che declina le offerte e punta l’obiettivo sui Mondiali del 1950 da giocarsi davanti al pubblico amico. E se a Londra l’Argentina aveva mostrato ancora un volto inadeguato per un così grande evento, per la rassegna iridata casalinga il salto di qualità, tecnico così come nell’utilizzo delle moderne tecnologie, è evidente. E produce effetti addirittura superiori alle attese quando, con 12 formazioni che si presentano all’appuntamento con la prima edizione dei Mondiali dal 22 ottobre al 3 novembre, l’Argentina supera al debutto la Francia (56-40 con 14 punti di Leopoldo Contarbio), che ai Giochi ha conteso l’oro agli americani, accedendo così, con un solo match disputato e complice una formula “rivedibile“, al girone finale a 6 squadre.

Tra le pretendenti alla medaglia d’oro ci sono, ovviamente, gli Stati Uniti, che dopo le Olimpiadi vorrebbero confermarsi anche in sede iridata quali depositari della pallacanestro internazionale ma faticano ad imporsi al Cile (37-33 con Donald Slocum top-scorer con “soli” 8 punti), la stessa Francia che batte Ecuador e Perù ai ripescaggi, il Cile che fa altrettanto con Jugoslavia e Spagna (che ha in Alvaro Salvadores, 13.8 punti di media a partita, il miglior bomber della rassegna), e Brasile ed Egitto che nella gara d’esordio hanno la meglio di Perù (40-33) e Spagna (57-56).

E qui Argentina e Stati Uniti sorvolano la concorrenza, con la squadra di coach Jorge Canavesi, che accanto a Furlong, che gioca centro, presenta un altro campione del calibro di Ricardo “Pancho” Gonzalez, che supera il Brasile (40-35 con 15 punti di Furlong), il Cile (62-41 con 15 punti di Gonzalez), ancora, nettamente, la Francia (66-41 con 12 punti di Furlong e 10 di Hugo Del Vecchio) e l’Egitto (68-33 con altri 15 punti di Gonzalez), presentandosi da imbattuta alla sfida risolutiva con gli americani.

Nell’impianto di “Luna Park“, che accoglie 20.000 appassionati che rigurgitano fervore patriottico per l'”albiceleste“, il 3 novembre 1950 le due avversarie sono l’uno di fronte all’altra, con Furlong e Gonzalez alla testa di un manipolo di combattenti che hanno l’ardire di fronteggiare talenti ancora acerbi ma dall’avvenire assicurato quali John Stanich, J.L.Parks e Blake Williams (entrambi campioni NCAA con Oklahoma State), che coach Gordon Carpenter ha reclutato dai Denver Chevrolets, squadra di riferimento della Nazionale americana.

Ad onor del vero, non c’è proprio partita. L’Argentina domina già nel primo tempo, chiuso sul 34-24, e se gli Stati Uniti, con un sussulto effimero, tornano sotto sul 40-37, è proprio Furlong, che mette a referto 20 punti, ben coadiuvato da Del Vecchio a sua volta autore di 14 punti, a mettere la sua impronta da fuoriclasse sul definitivo 64-50 che decreta l’Argentina campione del mondo.

L'”albiceleste“, imbattuta in sei incontri, sale sul tetto del basket mondiale ed Oscar Furlong. che con 11.2 punti di media a partita è il miglior marcatore dei sudamericani, è la stella più abbacinante del torneo, meritandosi l’elezione ad MVP.

Peccato, poi, che con la caduta di Juan Domingo Peron, lui e i suoi compagni di quella memorabile avventura cestistica verranno banditi di professionismo dalla nuova dittatura militare, mettendo la parole fine ad un’era aurea del basket argentino che per riaverne un’altra ne dovrà passare di acqua sotto i ponti di Buenos Aires.

 

IL QUINQUENNIO SUL TETTO DEL MONDO DELLA “TIGRE SIBERIANA” ANATOLY KHRAPATY

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Anatoly Khrapaty – da iwf.net

articolo di Nicola Pucci

L’avventura agonistica di Anatoly Khrapaty è quanto di più curioso ed anomalo si possa immaginare. Per non parlare, ahimé, delle sue vicende esistenziali.

Questo sollevatore kazako, nato sotto la bandiera falce-e-martello dell’Unione Sovietica il 20 ottobre 1963 nel Distretto di Atbasar, nella remota Siberia, e che visse da bambino il dramma di una madre rimasta paralizzata e l’abbandono del tetto coniugale da parte del padre, all’età di 14 anni si avvicina al sollevamento pesi, una volta trasferitosi dal piccolo ed impronunciabile villaggio di Vladimiromikhaylovka al capoluogo, seppur ancora troppo piccolo e gracile per poter competere, 135 centimetri per 33 chilogrammi.

E’ l’occasione ideale per rinforzare quel corpo ancora troppo acerbo ed in via di sviluppo, e sotto l’occhio vigile del suo primo allenatore, Alexander Sidorov, Anatoly cresce e diventa robusto quanto basta, affiancando l’attività in palestra con gli studi in meccanica ed agricoltura e la frequentazione con la giovane Galina, che di lì a qualche anno diventerà sua compagna di vita.

Completato, o quasi, il processo di formazione fisica ed iniziato a primeggiare nelle categorie giovanili nazionali, per poi, nel 1983, diventare campione sovietico tra i pesi leggeri e vincere la medaglia d’oro agli Europei Juniores, nel 1984 Anatoly debutta in una grande competizione internazionale, partecipando agli Europei di Vitoria in Spagna che lo vedono gareggiare nella categoria riservata ai -82,5 kg., salendo sul terzo gradino del podio alle spalle del bulgaro Asen Zlatev e del connazionale Yurik Vardanyan, non prima di aver realizzato il miglior punteggio nello strappo per vedersi poi scavalcare con la prova di slancio dai due rivali.

E se l’anno dopo, nel mese di maggio, agli Europei di Katowice, in Polonia, segna un punteggio complessivo inferiore, 380 kg. contro 395 kg., il che gli vale nuovamente la medaglia di bronzo battuto, ancora, da Zlatev e dall’altro bulgaro Zdravko Stoichkov, ecco che nel breve volgere di pochi mesi Khrapaty acquisice quei chilogrammi in più di peso che ai Mondiali di Sodertalie, in Svezia, a fine agosto, gli consentono di gareggiare nella categoria superiore, quella riservata ai -90 kg.. Ed è la chiave di volta della sua carriera.

Alla rassegna iridata, infatti, il sovietico sbaraglia la concorrenza, alzando complessivamente 395 kg. che gli valgono, appaiato al connazionale Viktor Solodov, la prima di un’interminabile serie di medaglie d’oro, se è vero che per un quinquennio Khrapaty non scenderà mai dai primo gradino del podio.

Tra il 1985 ed il 1990 Anatoly impone il suo dominio sul continente vincendo per cinque volte gli Europei, battendo lo stesso Solodov a Karl-Marx-Stadt nel 1986 (410 kg. contro 395 kg.), figurando a Reims nel 1987 davanti al bulgaro Rumen Teodosiev (415 kg. contro 410 kg.), superando un altro bulgaro, Ivan Chakarov, a Cardiff nel 1988 (420 kg. contro 417,5 kg.), avendo la meglio del connazionale Sergey Syrtsov ad Atene nel 1989 (415 kg. contro 407,5 kg.) ed infine tenendo faticosamente a bada il polacco Slawomir Zawada ad Alborg nel 1990 (402,5 kg. contro 400 kg.).

E dopo il primo successo di Sodertaljie del 1985, ai Mondiali Khrapaty fa altrettanto, battendo chiunque provi a sbarrargli la strada a Sofia nel 1986 (secondo è ancora Solodov), ad Ostrava nel 1987 (superando Chakarov), ad Atene nel 1989 (Syrtsov gli termina alle spalle) e a Budapest nel 1990 (ancora davanti a Chakarov).

Ma tutto questo ben di Dio sarebbe niente se non si aggiungesse la vittoria che più di ogni altra è nei sogni di ogni sollevatore, ovvero quella olimpica, e per Khrapaty l’appuntamento è fissato per il 25 settembre 1988 sulla pedana dell’Olympic Weightlifting Gymnasium di Seul, dove i migliori sono pronti a sfidarsi con il bilanciere per garantirsi l’immortalità sportiva. Perché, quella, la regala solo la medaglia d’oro ai Giochi.

Ad onor del vero, Anatoly è l’indiscusso favorito della gara olimpica, mancando all’appello gli sfidanti più pericolosi, ovvero i due bulgari Chakarov e Teodosiev che agli Europei, qualche mese prima, hanno provato a contendergli la vittoria, così come il rumeno Nicu Vlad, detentore del titolo, è passato alla categoria superiore. Ed allora, a Seul, c‘è da battere la concorrenza del compagno di bandiera, Nail Mukhamedyarov, e dello stesso Zawada, già costretti ad assistere da lontano all’esibizione di Khrapaty che con un’alzata nello strappo di 187,5 kg., che è record olimpico, tiene il polacco, 180 kg., a debita distanza, per poi, con uno slancio di 225 kg., altra miglior prestazione ai Giochi, assicurarsi come previsto la medaglia d’oro con complessivi 412,5 kg. che, ovviamente, è record in sede cinque cerchi, con Mukhamedyarov che supera infine Zawada all’alzata di spareggio per assicurarsi l’argento con 400 kg. globali.

Assicurata la gloria perpetua, ed anche ricevuti in premio 12.000 rubli che garantiscono una certa tranquillità economica una volta rientrato da eroe in patria, Khrapaty porta avanti il suo piano di dominio quinquennale fino al 1990, quando poi, nel 1991, inizia a dover fare un altro genere di conti, quelli con la drammaticità della vita, che si presenta sotto forma di una distrofia alla gamba destra che si accorcia di 5 centimetri costringendo la “tigre siberiana“, come è stato soprannominato, ad abbandonare l’attività. Temporaneamente, perché il campionissimo è tale non solo nella pratica sportiva ma anche nel saper affrontare gli ostacoli frapposti dal destino, e grazie ad un duro allenamento Anatoly non solo torna a camminare, ma pure a gareggiare, collezionando, non più da sovietico ma come kazako, due bronzi mondiali a Melbourne 1993 e Guangzhou 1995, dove sale di categoria nei -99 kg. per terminare alle spalle del greco, un tempo georgiano, Akakios Kakiasvilis e di quel Syrtsov con quale aveva battagliato fieramente nel corso degli anni Ottanta e che come lui è salito di categoria.

Manca un ultimo tassello per poter archiviare come leggendaria la carriera di Anatoly Khrapaty, e sono le Olimpiadi di Atlanta del 1996 che chiamano la “tigre della Siberia” al confronto non solo con Kakiasvilis, che veste i panni del favorito alla medaglia d’oro in virtù anche del trionfo quattro anni prima a Barcellona, ma anche di sollevatori del calibro degli ucraini Denys Gotfrid e Stanislav Rybalchenko e dei due russi Vyacheslav Rubin e Dmitry Smirnov. E se il greco, come è logico attendersi, è il più forte del lotto andando a prendersi la vittoria, Khrapaty si conferma campione di levatura assoluta, tenendo a bada gli avversari e con 410 kg. complessivi a sua volta cingendosi il collo con la medaglia d’argento.

Perché non si è “tigre della Siberia” a caso… peccato, poi, che un tragico incidente in moto se lo sia portato via a soli 45 anni.

MICHAEL VON GRUENIGEN, L’ESTETA DELLO SLALOM GIGANTE

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Michael Von Gruenigen in azione alle Olimpiadi di Nagano 1998 – da rivistacorner.ch

articolo di Nicola Pucci

Alcuni sciatori hanno il dono, concesso da Madre Natura, di essere il prototipo perfetto, tecnicamente e stilisticamente, di una specifica disciplina. Pensiamo a Franz Klammer, il discesista per antonomasia, Stenmark e magari anche Hirscher tra i pali stretti, lo stesso “re Ingo” e Gustavo Thoeni tra le porte larghe del gigante. Ed è proprio in questa specialità, che più di ogni altra abbisogna della capacità di sposare perfettamente velocità e gesto tecnico, che il Circo Bianco ha applaudito le imprese atletiche e la raffinatezza stilistica di Michael Von Gruenigen, che se non è pari allo svedese e al valdostano per palmares assoluto, indubbiamente li vale in quanto ad estetica dello sforzo agonistico.

Svizzero di Saanen, piccolo comune del Canton Berna, dove vede la luce l’11 aprile 1969, Von Gruenigen da buon elvetico che si rispetti – perché da quelle parti lo sci è una sorta di religione -, nonostante la sua adolescenza venga segnata dalla perdita prematura dei genitori, la madre morta per un ictus ed il padre travolto da un trattore, calza fin dalla tenera età di tre anni un paio di attrezzi per scivolare a valle, palesando doti non comuni che convincono i quadri della Federazione ad inserirlo, non 18enne, nella squadra che gareggia ai Mondiali Juniores di Salen del 1987, in Svezia. Michael eccelle già in gigante, pur non disdegnando di disimpegnarsi con buoni risultati anche in slalom, ed alla kermesse iridata chiude secondo tra i pali larghi a 0″21 centesimo da Roger Pramotton, fratello minore di quel Richard che è protagonista tra i più brillanti proprio in gigante in Coppa del Mondo e che sarà pure lui poi dirottato nel principale circuito dello sci internazionale senza peraltro avere gran successo. 

Von Gruenigen ha un futuro che si prospetta roseo, e se la stagione successivo viene aggregato alla prima squadra, il 10 gennaio 1989, quando deve ancora compiere i 20 anni, debutta in Coppa del Mondo nel gigante di Kirchberg, per poi, col sesto posto di Park City del 23 novembre 1989, entrare per la prima volta tra i migliori dieci al traguardo.

Michael scia bene, se ne accorgono proprio tutti, e si fa apprezzare per la pulizia stilistica e l’efficacia tra le porte, ma l’inizio di carriera propone le inevitabili difficoltà che un giovane sciatore si trova a dover fronteggiare quando, a corto di esperienza, deve esibirsi su tracciati severi, come ad esempio la Gran Risa della Val Badia e la Kuonisbergli di Adelboden. Von Gruenigen, nondimeno, impara velocemente, e se nella stagione 1989/1990 è anche ottavo sulle nevi amiche di Veysonnaz, nei due anni successivi va a guadagnarsi il primo gruppo di merito, giungendo quinto proprio in Val Badia e quarto sulla Podkoren di Kranjska Gora, il 4 gennaio 1992, dove rimane alle spalle di Alberto Tomba a cui, negli anni a seguire, strapperà lo scettro di miglior gigantista del pianeta.

Von Gruenigen, lo avrete capito, gareggia solo nelle due discipline tecniche, e se lo slalom lo vedrà in carriera due volte sul podio, secondo a Wengen nel 1995 (dietro all’Albertone nazionale) e nel 1999 (battuto da Benjamin Raich), ecco che, dopo il settimo posto in gigante ai Mondiali di Saalbach del 1991 e pari risultato proprio in slalom alle Olimpiadi di Albertville del 1992, il 19 gennaio 1993, infine, il campioncino elvetico non solo sale per la prima volta sul podio in Coppa del Mondo, ma pure ottiene il primo successo, davanti al pubblico di casa di Veysonnaz, anticipando Tomba di 0″07 centesimi.

E’ il primo tassello di una carriera da immenso gigantista che conosce, in seguito, altri 22 successi, tanto da porlo al quarto posto assoluto alle spalle dell’irraggiungibile Stenmark (46 vittorie), di Marcel Hirscher (32 vittorie) e di Ted Ligety (24 vittorie), a cui aggiungere, ovviamente, ben 4 coppette di specialità (1996, 1997, 1999 e 2003, quando appenderà gli sci al chiodo). E se il palmares gli rende giustizia, l’elezione a prototipo del gigantista perfetto ancor più certifica una classe che ha pochi eguali nella storia delle specialità.

Messe da parte ambizioni di Coppa del Mondo dove, per ovvie ragioni, non può competere per la classifica generale disertando prove veloci e combinate (anche se nel 1996 è terzo sommando 880 punti e in altre cinque occasioni figura nella top-ten finale), Von Gruenigen punta il mirino sui grandi appuntamenti, perché è lì che si può guadagnare il posto riservato agli immortali dello sport. Dominando, curiosamente, ai Mondiali ma fallendo, tranne un’eccezione, alle Olimpiadi.

In sede iridata, dopo l’esperienza al debutto di Saalbach e la delusione di Morioka quando, nel 1993, non porta a termine la prova, nel 1996, nell’edizione slittata di un anno di Sierra Nevada, Michael, che in gigante è il grande favorito della prova, ammortizza il terzo posto colto alle spalle di Tomba e del connazionale Urs Kaelin mettendosi al collo anche il bronzo in slalom, quando solo “la Bomba” e Mario Reiter sono più abili di lui nella serpentina tra i pali. Ma è solo questione di tempo, dodici mesi dopo, al Sestriere, non ce n’è davvero per nessuno e Von Gruenigen, finalmente, va a prendersi il titolo mondiale, surclassando la concorrenza, con Lasse Kjus che chiude ad 1’12” e l’inatteso Andreas Schifferer ad 1’45”.

E se due anni dopo, Vail 1999, lo svizzero è solo settimo, il riscatto non si fa attendere e nella prima edizione del Nuovo Millennio, St.Anton 2001, Von Gruenigen conquista una seconda medaglia d’oro, battendo il “gemello” di Kjus, Kjetil Andre Aamodt, e il francese Frederic Covili, per poi, nuovamente, giungere settimo a St.Moritz 2003, sua ultima partecipazione mondiale.

Rimane, dunque, un solo cruccio nella carriera di Von Gruenigen. Lo avrete già capito, le Olimpiadi appunto, che se per le prime due partecipazioni, Albertville 1992 e Lillehammer 1994, l’elvetico non veste ancora i panni del numero 1 e si deve pertanto accontentare di piazzamenti ben poco in linea con la sua fama, l’occasione giusta per spezzare il sortilegio a cinque cerchi sarebbero i Giochi di Nagano del 1998. Ma con Tomba ormai all’ultima, sfortunata recita, Michael si trova a dover fare i conti con il nuovo che avanza, e costui altri non è che Hermann Maier, che vince in gigante relegando il fuoriclasse svizzero sul terzo gradino del podio, preceduto anche dall’altro mammasantissima dello sci austriaco, Stephan Eberharter, che in quella stagione detta legge assieme ad “Herminator”.

La medaglia di bronzo è solo il suggello ad una carriera da gigantista monumentale, e se gli allori e le vittorie impreziosiscono la bacheca di Michael Von Gruenigen, a noi comuni mortali, che lo abbiamo visto esibirsi tra le porte larghe, resta l’immagine della perfezione estetica. Troppo bello perché qualcuno possa sciare meglio.