L’ORO SUPERGIGANTE DI DANIELA CECCARELLI AI GIOCHI DI SALT LAKE CITY 2002

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Daniela Ceccarelli sul podio – da it.eurosport.com

articolo di Nicola Pucci

Che l’Italia sia paese di santi, poeti e navigatori è cosa nota. Ma visto che la natura è stata benevola nel fornire lo Stivale, oltrechè di mare e sole, anche di montagne e neve, ecco che qualche buon sciatore, così come qualche valida sciatrice, siamo riusciti a partorirli. Ad esempio Daniela Ceccarelli, curiosamente nata in una zona, Frascati, dove più dei monti per gli sport invernali, il profilo altimetrico si evidenzia per colline fertili per la produzione di vino. Tant’è, la laziale, che poi ha la sua evoluzione sportiva al Club Selvino di Bergamo, è protagonista di una vicenda olimpica di grido, ed a lei dedichiamo spiccioli di racconto.

Classe 1975, la Ceccarelli affina eccellenti doti nelle discipline veloci grazie all’esperto contributo del maestro Tony Morandi, già mentore di quella Paoletta Magoni che colse l’oro in slalom nella nebbia dei Giochi di Sarajevo del 1984, e dopo aver chiuso al secondo posto nella classifica generale di Coppa Europa nel 1997 alle spalle dell’asburgica Marianna Salchinger, entra a far parte della squadra nazionale A, affacciandosi al palcoscenico prestigioso della Coppa del Mondo. Daniela si disimpegna egregiamente in discesa libera, dove può far valere sensibilità di piede alle alte velocità, e in supergigante, palesando abilità nel disegnare le curve a 100 all’ora.

Ad onor del vero le prime stagioni regalano ben poche soddisfazioni alla ragazza laziale, che solo nel dicembre 2000, con il sesto posto nel supergigante di Lake Louise, trova posto tra le migliori dieci. Esattamente un anno dopo, il 22 dicembre 2001, sale invece sul secondo gradino del podio, sempre in supergigante, a St.Moritz, battuta di 75 centesimi dalla connazionale Karen Putzer, ed è l’inizio della fase più gloriosa del suo personalissimo curriculum, confermato dal terzo posto a gennaio nella discesa di Cortina alle spalle delle due regine della specialità, Renate Goetschl e Isolde Kostner. Che di lì a qualche settimana si presentano nelle vesti di favorite delle prove olimpiche di Salt Lake City 2002, programmate sulle piste  di Snowbasin.

Daniela ovviamente è allineata al via anche in discesa, dove non va oltre un modesto 20esimo posto, distante 2″47 dalla sorprendente francese Carole Montillet che soffia la medaglia d’oro alla Kostner, per poi figurare al 15esimo posto nella combinata che certifica il talento universale della croata Janica Kostelic. Ma il 17 febbraio la Ceccarelli ha segnato sull’agenda data e luogo appropriato per meritarsi l’apoteosi, ed è lì che andiamo a rivivere emozioni indimenticabili. Tinte d’azzurro.

La stagione in corso ha mandato in scena già quattro gare di supergigante, con la Germania a farla da padrona (Hilde Gerg vincitrice a Val d’Isere e Cortina e Petra Haltmayr a sorprendere tutte a Lake Louise) e l’Italia a tenerle degnamente testa (appunto la Putzer prima in Svizzera). Il ventagio delle pretendenti alle medaglie è ovviamente ampio, anche perché le regine Goetschl e Kostner sono ancora a bocca asciutta e pretendono di riscattarsi nel giorno più importante, che ha il conforto di un sole abbacinante ad illuminare la scena. Quasi a presagio di quel che sta per accadere.

Ed accade che Karen Putzer, con la sua sciata composta, stilisticamente perfetta ed esente da pecche, seppur con una piccola sbavatura nella parte alta del tracciato, scenda a valle guidando magistralmente gli sci con il suo bel pettorale numero 2, fermando i cronometri sul tempo di 1’13″86, due secondi meglio della Haltmayer che ha aperto le danze sul manto nevoso. Che è già un bel limite da abbattere. Le due austriache Dorfmeister e Meissnitzer, che quattro anni prima a Nagano salirono sui due gradini più bassi del podio alle spalle di Picabo Street, sono dietro di una spanna e chiuderanno poi in quarta e sesta posizione, e già a Karen cominciano a brillare gli occhi. Anche perché le stesse Goetschl e Montillet, annunciate tra le più pericolose, terminano a distanza di sicurezza. Ma è destino che la giornata, da solare, diventi radiosa, per i colori azzurri in generale e per Daniela Ceccarelli in particolare, pettorale numero 9, che a differenza della collega di bandiera neanche commette la benchè minima imperfezione, passandole davanti per l’inezia di 27 centesimi, provvisoriamente delineando una classifica con l’Italia ad occupare i primi due posti.

Certo, sarebbe meraviglioso se la Kostner completasse la sinfonia tricolore, ma la campionesse di Ortisei non trova mai il feeling con il tracciato, comunque troppo angolato per i suoi gusti, chiudendo solo 13esima con un ritardo di 1″40. Ma è comunque una giornata storica per l’Italia, seppur Janica Kostelic, all’apice della carriera e protagonista assoluta della rassegna olimpica con ben tre ori in slalom, gigante e combinata, per poco non ricaccia l’ulro in gola alla Ceccarelli, sciando come solo lei sa fare e terminando seconda per il battito di ciglio di 5 centesimi.

Ma il 17 febbraio 2002, dalle parti di Sal Lake City, con l’oro olimpico in palio e la chance di albergare, per sempre nell’alveo dei campionissimi, era il giorno di Daniela Ceccarelli. Che da quel dì non si è ripetuta… ma a noi va bene pure così, siete d’accordo?

 

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LEW HOAD E IL GRANDE SLAM SOLO SFIORATO NEL 1956

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Lew Hoad vincitore a Wimbledon nel 1956 – da 10sballs.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nel gennaio 1956 la stagione del tennis debutta in Australia, sono già cinque anni che i campioni stelle-e-strisce fanno razzia di tornei del Grande Slam, con Tony Trabert, Vic Seixas e e Dick Savitt a fare la voce del padrone e i soli Frank Sedgman e Ken Rosewall a tener alto l’onore della bandiera australiana. Nondimeno, se proprio Rosewall ha colto tre successi nelle sue prime cinque finali in un evento Major (Australian Open nel 1953 e nel 1955 e Roland-Garros nel 1953), il nuovo talento Lew Hoad, appena 21enne, deve ancora brindare al primo trionfo, avendo perso nel 1955 in Australia con Rosewall in tre set, 7-9 4-6 4-6.

Classificato numero 3 del mondo, capace di dare il meglio così come di clamorosi capitomboli, Hoad, nato a Glebe il 23 novembre 1934, ha espresso sprazzi di grandissimo tennis, seppur senza soluzione di continuità, soprattutto in Coppa Davis, dove ha colto due vittorie in tre anni rendendosi protagonista nel 1953, 19enne, di un memorabile incontro con Trabert, risolto a suo favore 13-11 6-3 2-6 3-6 7-5. Risultato, poi, bissato nel 1955, seppur stavolta in quattro set.

Altrettanto abile in doppio, associato allo stesso Rosewall o a Rex Hartwig, Hoad delizia il pubblico con il suo tennis efficace e possente, spesso irresistibile, proiettato al serve-and-volley e con colpi da fondocampo altrettanto incisivi, ma se c’è un aspetto del suo temperamento che lo penalizza, è il mostrarsi talvolta annoiato da quel che accade in campo ed una certa mancanza di entusiasmo. E questo, almeno fino al 1956, gli ha negato la possibilità di imporsi in un torneo dello Slam. Ma il 1956 è alle porte e il gioco di Hoad, così come la sua carriera, stanno per conoscere una svolta e giungere alla definitiva consacrazione.

Sposatosi con la sua Jennifer, che sta per renderlo padre, Hoad approccia l’anno con l’insolita serenità prodotta dal matrimonio, e in Australia è pronto a demolire la concorrenza. Passato professionista Trabert, che nel 1955 ha colto tre successi nei Major, Lew è testa di serie numero 1, e si trova a dover fronteggiare, esattamente come l’anno precedente, Rosewall, secondo favorito del torneo, con i modesti americani Herbie Flam e Gilbert Shea accreditati della terza e quarta testa di serie, in assenza anche di Seixas e Savitt che ormai hanno oltrepassato la trentina. Il ventaglio dei pretendenti al successo finale, od almeno ad un ruolo di ousiders, si completa degli altri australiani Cooper, Fraser, Rose, Anderson e Marks, a cui si aggiunge un 17enne mancino di sicuro avvenire, tale Rod Laver, che se ne esce al primo turno battuto da Brian Bowman in cinque set ma evidenzia doti che un domani non troppo lontano ne faranno un dominatore. Così come, a dominare, stavolta è proprio Hoad, che liquida Sheil e Gilmour in tre rapidi set, è costretto al quinto set da Rose per imporsi infine 9-7, spazza via Fraser in semifinale con un 6-3 6-2 6-0 che non ammette repliche e si prende la rivincita su Rosewall, 6-4 3-6 6-4 7-5, mettendo così in saccoccia il primo titolo dello Slam.

Il grande tennis si sposta in Europa per l’appuntamento con il Roland-Garros, e Hoad, in assenza di Rosewall che misteriosamente decide di “passare” l’evento parigino, deve comunque rivaleggiare con un plotone di rivali già più competitivi, in primis gli americani Budge Patty e Arthur Larsen, in secundis lo svedese Sven Davidson e l’azzurro Giuseppe Merlo. Ma se i due statunitensi non vanno oltre gli ottavi di finale, eliminati a sorpresa dal belga Jacky Brichant e dal francese Paul Remy, proprio Davidson giunge all’atto conclusivo, avendo la meglio dell’altro australiano Cooper in semifinale. Hoad, dal canto suo, sciorina il meglio del suo repertorio di giocatore d’attacco battendo in tre set all’esordio l’ungherese Gulyas che sarà finalista con Tony Roche 10 anni dopo, nel 1966, soffrendo con il francese di origine algerina Robert Abdesselam che lo costringe al quinto set, lasciando un altro parziale al britannico Roger Becker, e spengendo il sogno italiano prima di un giovane Pietrangeli, 6-1 6-3 6-0 ai quarti, poi del più maturo Merlo, 6-4 7-5 6-4, arrampicandosi come da pronostico in finale. Dove Davidson si batte con coraggio ma è costretto ad arrendersi alla superiorità del braccio d’acciaio del fuoriclasse australiano, che si impone 6-4 8-6 6-3 bissando il titolo Slam già fatto suo in Australia.

E a Wimbledon Hoad si presenta con il chiaro intento di calare il tris. Sull’erba londinese Rosewall è di ritorno ed ovviamente si merita lo status di sfidante, con Davidson, Patty e il “vecchio” Jaroslav Drobny, ormai 35enne, a giocare il ruolo di terzo incomodo. Stavolta, ad onor del vero, le indicazioni del seeding vengono rispettate, e Hoad e Rosewall si presentano puntuali alla sfida di finale, Lew dopo aver battuto Fontana, Fancutt, Fleitz e O’Brien in tre set ed essersi distratto ai quarti con Anderson e in semifinale con Richardson che gli strappano un parziale, e Ken che ha via libera dopo i quattro set all’esordio con il britannico Barrett, venendo poi a capo della strenua resistenza di Seixas in semifinale, battuto solo 7-5 al quinto rimontando da 2 set a 1 sotto. Il Centre Court più famoso del mondo è teatro di una sfida appassionante, con Hoad che domina il primo set, 6-2, Rosewall che si riscatta nel secondo, 6-4, sale 5-3 al terzo per poi cedere 7-5, ed arrendersi allo sprint e al servizio paralizzante del rivale (da cui lo dividono solo 21 giorni) 6-4 al quarto e definitivo set. Per Lew è il terzo Slam di fila e l’illusione di riuscire quel poker di Major solo sfiorato da Jack Crawford nel 1933 e da Don Budge nel 1938 sembra proprio a portata di racchetta.

Ma… ma a Forest Hills, con le sirene del professionismo che bussano insistentemente alla porta dei due “gemelli” australiani, Hoad e Rosewall si danno appuntamento per l’ultima grande sfida incrociata, e quel che sarà l’evento tennistico più atteso della stagione avrà esito a sorpresa. Ovviamente i due australiani capeggiano un tabellone che, accanto agli altri oceanici Fraser e Cooper, propone il lotto americano composto da Richardson, Seixas e Savitt, con lo svedese Ulf Schmidt accreditato della testa di serie numero 7. Nessuno di loro, tuttavia, ha le carte in regola per infastidire i due favoriti, che così come in Australia e a Londra sbaragliano la concorrenza, con Hoad che strada facendo lascia un set a Leslie Dodson e batte uno dopo l’altro il giovane Emerson ai quarti, 8-6 6-3 7-5, e Fraser in semifinale, 15-13 6-2 6-4, e con Rosewall, motivatissimo, che si concede una distrazione agli ottavi con Stewart, suda le proverbiali sette camicie ai quarti con Savitt facendosi rimontare due set per poi imporsi 6-1 al quinto, ed in semifinale offende l’onore americano oltraggiando Seixas con un netto 10-8 6-0 6-3. I due amici/nemici sono nuovamente in finale, ma stavolta, in una giornata resa difficile dal forte vento, Hoad, ad un passo dal Grande Slam, si inceppa, dopo aver dominato a furia di serve-and-volley il primo set, 6-4. Rosewall, grazie all’intelligenza tennistica e ad un gioco di gambe senza pari, impenetrabile da fondocampo, prende le misure al rivale e con il passare dei minuti si impadronisce delle redini del match. Hoad, visibilmente innervosito, prova a giocare di forza ma va fuori giri, incapace di far breccia nella resistenza di Rosewall che con un inequivocabile 6-2 6-3 6-3 alza la coppa destinata al vincitore e spenge il sogno di Lew di completare il poker.

Vincerà ancora Hoad, pur cominciando a risentire di quei dolori alla schiena che lo limiteranno al servizio disarmandolo di un’arma troppo preziosa del suo gioco. Farà suo Wimbledon demolendo Ahley Cooper in finale l’anno dopo, 6-2 6-1 6-1, prima di passare al professionismo a far cassetta. Consolazione neppure troppo magra per un Grande Slam solo sfiorato. Mannaggia…

COPPA KORAC 1995, CON L’ALBA BERLINO L’UNICO TRIONFO EUROPEO DEL BASKET TEDESCO

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L’Alba Berlino festeggia la vittoria in Coppa Korac – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Parlate di calcio, con i tedeschi, seppur quest’anno sia loro andata buca in Russia. Magari tornate ai tempi d’oro di Becker e Steffi Graf, quando il vertice del tennis apparteneva ai teutonici. Potreste anche trattare di motori, Vettel e Mercedes, e trovereste terreno fertile. Ma il basket non è proprio la loro riserva di caccia sportiva preferita.

Nondimeno negli anni Novanta la pallacanestro di là dal Reno conosce un inatteso momento di gloria, con il clamoroso successo agli Europei disputati in casa nel 1993, quando Christian Welp trascina il quintetto guidato da Svetislav Pesic al trionfale 71-70 in finale con la Russia. E due anni dopo, nelle competizioni per club che fino a quel dì hanno sempre bocciato le ben scarse illusioni germaniche, è l’ora di sfatare un tabù. E l’impresa, in Coppa Korac, riesce all’Alba Berlino, sulla cui panchina, casualmente, subito dopo il trionfo continentale nelle kermesse per nazionali, siede proprio Pesic.

Ad onor del vero la squadra berlinese ha storia brevissima, essendo nata solo nel 1991 sulle ceneri del BG Charlottenburg di cui l’Alba ha rilevato i diritti. Ed i primi tre anni sono già promettenti, con la finale in Bundesliga nel 1992 persa 3-0 con il Bayer Leverkusen che poi, con lo stesso risultato, boccia le ambizioni dei ragazzi di Pesic due anni dopo in semifinale. Nel frattempo l’Alba Berlino, nel quadro di una crescita costante, approccia l’Europa, anche se in Coppa Korac sbatte il muso contro gli spagnoli del Elosua Leon nel 1993, per poi fermarsi dodici mesi dopo nella fase a gironi. Ma la stagione 1994/1995 è alle porte e i tedeschi sono pronti al grande salto.

In effetti l’Alba, se da un lato conferma ormai il suo status di sfidante del Bayer Leverkusen in campionato, rinnovando l’appuntamento con la finale così come, ahimé per lei, anche con la sconfitta, altro 3-0 all’atto decisivo, in Europa il cammino è entusiasmante ben oltre le più rosee aspettative e produce un risultato a sensazione. In assenza del Paok Salonicco, vincitore dell’edizione 1994, e che per l’anno in corso è impegnato in Coppa dei Campioni, l’entry list è aperta da un poker di squadre tricolori che puntano a far bottino pieno, ovvero l’Illycaffè Trieste, finalista appunto con gli ellenici seppur con l’ausilio del marchio Stefanel che stavolta è associato a Milano, la Filodoro Bologna che si appresta a vivere il decennio d’oro della sua storia cestistica, e la Birex Verona di Franco Marcelletti. Estudiantes Madrid, Manresa, Caceres e Caja San Fernando Siviglia battono bandiera iberica, l’Aris Salonicco difende le chances della Grecia al pari di Panionios Atene e Peristeri e Dinamo Mosca, Ulker e Pau Orthez hanno blasone ed organico sufficientemente attrezzati per coltivare legittime ambizioni di vittoria finale.

Dopo un turno preliminare che ha operato la prima scrematura delle 95 squadre iscritte al torneo, i primi due turni non riservano sorprese clamorose, con la sola eliminazione dell’Aris Salonicco che cede di misura nella sfida più interessante con la Dinamo Mosca, recuperando solo tre dei cinque punti di passivo accumulati nel match d’andata (99-94 con 38 punti di Tony Ehite e 86-89). Italiane e spagnole avanzano in blocco alla fase a gironi, che impegna sedici squadre, ed accanto alle favorite della vigilia, ecco anche l’Alba Berlino, che dopo aver eliminato gli ungheresi del Zalaegerszegi vincendo facilmente le due sfide in calendario (Alibegovic miglior marcatore con 20 e 16 punti rispettivamente), riserva stessa sorte ai francesi del Digione (Alibegovic 20 punti all’andata e Rodl 29 al ritorno).

L’Alba Berlino si affida alla regia sapiente di Sasa Obradovic, con l’ex-Fortitudo Teoman Alibegovic a bucare le retine supportato da Rodl e Freyer e con Gunther Behnke a raccattare i palloni rifiutati dal canestro. Il cocktail risulta vincente, con il contributo prezioso del nigeriano naturalizzato tedesco Okulaja e dell’altro teutonico con sangue turco nelle vene Ozturk, e con Machowski, Braun, Baeck e Falk a completare la rotazione a disposizione di coach Pesic. Che ci mette del suo, ma proprio tanto del suo, per amalgamare alla perfezione un gruppo di talento ma con poca esperienza internazionale, anche se gli stessi Rodl, Ozturk, Behnke e Baeck facevano parte della Germania campione d’Europa, inserito nel gruppo che comprende Pau Orthez, Estudiantes Madrid e Birex Verona.

L’iniziale, fragorosa sconfitta interna con i francesi, 82-101 con 30 punti di Winslow a vanificare i 25 punti di Alibegovic, sembra non lasciare troppe speranze all’Alba Berlino di proseguire il suo percorso europeo, a cui fa seguito, dopo il successo con Verona 76-66 firmato ancora da 29 punti di Alibegovic, un’altra sconfitta che parrebbe letale, seppur questa di misura, con l’Estudiantes, 65-63 grazie a 24 punti di Michael Smith. Ed invece le tre partite di ritorno rivoluzionano la classifica, con il Pau Orthez che si assicura il primo posto vincendo cinque delle sei partite ma perdendo in casa, 78-80 grazie a 32 punti di Alibegovic e al contributo di Rodl e Baeck con 18 e 17 punti, quella che risulta decisiva per il passaggio del turno della squadra di Pesic, che con il successo il Francia ed un clamoroso 107-80 all’ultimo turno con l’Estudiantes con Baeck top-scorer con 23 punti, in contemporanea alla sconfitta di Verona a Pau (con i giocatori tedeschi, in mancanza di internet, nel cerchio di metacampo ad attendere notizie confortanti via telefono), a sua volta vola ai quarti di finale.

A questo stadio della competizione giungono anche Trieste, che esce per mano del Caceres che rimonta in Spagna, 118-96 con 29 punti di Paraiso, il passivo accusato in Italia, 82-93, Milano che con Pessina, Bodiroga e De Pol sugli scudi liquida facilmente il Panionios, e appunto il Pau Orthez che grazie a 21 punti di Conrad McRae e 18 punti di Didier Gadou ribalta in casa, 88-73, la sconfitta esterna con l’Ulker, 65-72. Dal canto suo l’Alba Berlino, opposta alla Filodoro Bologna, vince di misura al Palazzetto di Charlottenburg gremito nei suoi 3.000 posti per questa prima volta ai quarti di finale, 77-73 con 18 punti di Rodl, reggendo poi l’urto in trasferta ala Paladozza, 80-80 con Djodjevic a 29 punti ben contrastato da Alibegovic con 19 punti, e conquistndo una storica promozione alle semifinali. Dove ad attendere i tedeschi ci sono gli spagnoli del Caceres, con Milano che invece affronta i francesi del Pau Orthez, infine battuti nelle due partite, con Bodiroga assoluto dominatore davanti al pubblico amico del Forum di Assago con 34 punti a confezionare il 90-85 che dischiude al quintetto di Boscia Tanjevic le porte della finale.

Dove, a sorpresa perché è una prima volta per il basket tedesco, c’è proprio l’Alba Berlino, che in casa pennella la gara perfetta imponendosi con un netto 93-70 che porta la firma di Rodl e Alibegovic, entrambi a quota 24 punti, e Obradovic, che ai 23 punti aggiunge anche 11 rimbalzi e 5 assist. Con un margine di vantaggio così ampio alla squadra di Pesic non rimane che contenere al ritorno il prevedibile ma inoffensivo tentativo di rimonta del Caceres, costretto infine a cedere anche davanti al pubblico amico alle prodezze in attacco di Alibegovic, ancora una volta incontenibile e miglior marcatore della serata con 26 punti.

L’appuntamento con la storia per l’Alba è fissato per il 15 marzo, quando i 9.000 appassionati fasciati di giallo-azzurro della Deutschlandhalle di Berlino attendono i loro eroi all’ultima recita. A questa sfida i tedeschi giungono dopo aver imposto lo stop alla Stefanel Milano nel match di andata al Forum di Assago, 87-87, trascinati dalla furia agonistica di uno stratosferico Obradovic che mette a referto 34 punti, consentendo alla sua squadra di ricucire lo strappo che a metà secondo tempo aveva permesso a Bodiroga e Gentile, autori rispettivamente di 17 e 16 punti, di allungare sul +10, 55-45. In Germania la musica è ben diversa, il trionfo europeo del 1993 è troppo vicino per non aver rinforzato nell’animo dei berlinesi il desiderio del bis, e l’Alba non tradisce. Milano ha Fucka, in non buone condizioni fisiche, relegato in panchina e verrà impiegato infine per 22 minuti (e 6 punti), nondimeno la squadra di Tanjevic vende cara la pelle grazie alla classe di Nando Gentile che spara con precisione da tre punti e al contributo di Sconochini, che costruiscono un vantaggio di cinque punti, 45-40, per il 48-47 all’intervallo che la dice lunga sull’equilibrio del match. E sulla serata di grazia di Alibegovic, già a quota 24 punti a metà gara. Nel secondo tempo la Stefanel tenta un nuovo allungo sul 54-49 ma un parziale di 12-2, complice l’uscita per raggiunto limite di falli di Pessina, spezza la partita in due a favore dell’Alba Berlino. De Pol è un gigante con 16 punti e 10 rimbalzi ma può solo limitare i danni di Milano, che pur rimanendo in partita fino al suono della sirena, cede progressivamente campo ad Alibegovic, che chiude con 34 punti e 11 rimbalzi, e a Rodl, a sua volta autore di 16 punti.

Finisce 85-79 per l’Alba Berlino, ed ora sì, a pieno titolo e a squarciagola, può urlare all’Europa che in Germania, oltre al calcio, si gioca bene anche a pallacanestro.

IL DRAMMATICO ORO NON BOICOTTATO NELLA PALLAMANO DELLA GERMANIA EST ALLE OLIMPIADI DI MOSCA 1980

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Una fase della finale – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

A dispetto del folle boicottaggio imposto dagli Stati Uniti per le Olimpiadi di Mosca del 1980, appoggiato da ben altri 65 paesi, il torneo di pallamano è probabilmente l’evento che meno di ogni altro paga dazio all’assenza delle nazioni gravitanti nell’orbita della superpotenza stelle-e-strisce. Certo, manca la Germania Ovest che due anni prima, a far data 1978, ha vinto l’edizione dei Mondiali andati in scena a Brondby in Danimarca battendo in finale l’Unione Sovietica, 20-19, ma tutte le maggiori potenze della disciplina sono formazioni dell’Est Europa, e come tali sono presenti all’appuntamento moscovita.

La pallamano, al di là dell’edizione del 1936 espressamente voluta da Hitler e che vide imporsi la stessa Germania davanti ad Austria e Svizzera in un lotto di sole sei partecipanti, torna a venir disputata dai Giochi di Monaco del 1972 e nelle due edizioni precedenti alle Olimpiadi del 1980 vede salire sui tre gradini del podio esclusivamente paesi dell’Est Europa, con la Yugoslavia a trionfare in Germania e la stessa Unione Sovietica a mettersi la medaglia d’oro al collo quattro anni dopo, a Montreal 1976. Ergo, a Mosca quel che sarà il risultato finale avrà sicuramente valenza assoluta.

In effetti alla rassegna a cinque cerchi partecipano cinque delle prime sei nazionali classificate ai Mondiali, appunto ad eccezione dei tedeschi occidentali, con Algeria e Kuwait che rimpiazzano le boicottanti Tunisia e Giappone, Romania (sul podio sia a Monaco 1972 che a Montreal 1976), Ungheria e Spagna a rappresentare la settima, nona e decima forza mondiale, e Svizzera e Cuba a completare l’insieme di dodici squadre partecipanti, inserite in due raggruppamenti a sei squadre che definiranno a seconda del piazzamento le partite di finale.

I padroni di casa dell’Unione Sovietica, come è logico che sia, capeggiano i pronostici della vigilia, in virtù anche del titolo conquistato quattro anni prima in Canada, ed in effetti sembra difficile poter mancare il bis davanti al pubblico amico. Le antagoniste più accreditate rispondono al nome di Germania Est, terza ai Mondiali, Romania, che punta a salire nuovamente sul podio olimpico, Yugoslavia, in cerca dell’ispirazione che garantì il successo a Monaco 1972, Danimarca, unica formazione competitiva non dell’Est Europa, e Polonia, terza a Montreal 1976 e guidata dal superbomber Jerzy Klempel che ai Mondiali ha trionfato tra i marcatori con ben 47 reti in sole 6 partite.

Ed in effetti lo sviluppo del torneo non lascia spazio a sovvertimenti clamorosi. Nel gruppo A prevale infine la Germania Est, che dopo aver battuto in rimonta all’esordio la Spagna, 21-17 con 6 reti di Frank-Michael Wahl, pareggia la sfida capitale con l’Ungheria, 14-14 con altre 6 reti di Wahl, approfittando poi del pareggio tra magiari e polacchi, 20-20, e battendo a sua volta di misura la Polonia, 22-21, per chiudere in testa il girone con 4 vittorie ed un pareggio, il che vale l’accesso alla finalissima, con Ungheria relegata alla sfida di consolazione per la medaglia di bronzo.

Nel gruppo B l’Unione Sovietica, dopo aver vinto facilmente all’esordio con la Svizzera, 22-15, ed aver poi demolito il malcapitato Kuwait, 38-11, così come l’Algeria, 33-10, cade inaspettatamente con la Romania di uno scatenato Vasile Stinga, 19-22 dopo aver chiuso nettamente in vantaggio il primo tempo 15-9, rendendo così necessaria una vittoria con almeno quattro reti di scarto, per il conteggio della differenza-reti negli scontri diretti, all’ultimo turno nel match senza ritorno con la Yugoslavia, a punteggio pieno dopo le prime quattro partite e a sua volta vincitrice della Romania con scarto ridotto, 23-21. E la sfida tra le due trionfatrici alle Olimpiadi del 1972 e del 1976 non tradisce le attese, con l’Unione Sovietica che ringrazia il portiere Mykola Tomin che sventa ben cinque rigori, vincendo 22-17 con 5 reti di Anatoly Fedyukin, top-scorer della sua squadra a rendere inutili le 6 reti dello slavo Pavao Jurina, che perde anche la possibilità di giocare per la medaglia di bronzo, relegata com’è alla finale per il quinto e sesto posto con la Spagna.

Urss-Germania Est, dunque, vale la medaglia d’oro, e il 30 luglio, alle ore 18.30, la Sokolniki Arena di Mosca è gremita in ogni ordine di posto, con l’illusione neppure troppo peregrina di veder trionfare i beniamini di casa. Nondimeno i tedeschi, guidati in panchina dal leggendario Paul Tiedemann, che nel 1963 fu campione del mondo, con la coppia composta da Kruger e Wahl a colpire con freddezza in attacco, ed uno stratosferico Wieland Schmidt tra i pali, vendono cara la pelle, rispondendo colpo su colpo alle azioni offensive disegnate da Vladimir Belov e Alexander Anpilogov (dieci reti in due). L’equilibrio regna sovrano, come certificato dal 10-10 all’intervallo e dal 20-20 con cui i sessanta minuti regolamentari vanno in archivio, con i sovietici a recuperare lo svantaggio con lo stesso Anpilogov su rigore con soli 22″ ancora da giocare. La sfida, drammatica nel suo svolgimento, necessita dunque della coda dei tempi supplementari, e qui la Germania Est completa il suo capolavoro, rispondendo al vantaggio di Anpilogov, 20-21, che si vede anche ribattere da Schmidt un tiro di rigore che poteva risultare decisivo, allungando sul 23-21 con Wahl e Kruger quando l’Unione Sovietica pareva padrona del campo e grazie anche ad Hans-Georg Beyer, autore del gol dell’apoteosi, fratello di quell’Udo Beyer che nel 1976 fu a sua volta campione olimpico di lancio del peso, resistendo infine all’ultimo disperato tentativo dei sovietici di rimettere in piedi la partita, ancora con Anpilogov ed ancora di rigore, per vedere all’ultimo secondo infrangersi sul palo il tiro di Karshakevich, che strozza in gola ad un paese intero il suo sogno d’oro.

Finisce 23-22, e per la Germania Est, travolta negli anni Settanta e Ottanta dalla sporcizia del doping di stato, è tempo di brindare al primo (ed anche unico) successo nella pallamano. Non boicottato, pur in assenza dei cugini occidentali. E per di più in casa della grande Madre Russia… reato di lesa maestà!

GYORGY PILLER-JEKELFALSSY, IL DOPPIO CAMPIONE OLIMPICO CHE NEDO NADI SCELSE PER IL SUO ADDIO

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Gyorgy Piller-Jekelfalssy contro il connazionale Sandor Gombos – da youtube.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Scelse lui, Nedo Nadi, per dire addio. L’ultimo assalto del campionissimo livornese, 4 febbraio 1931, Teatro Lirico di Milano. Sfida alla sciabola. All’altro capo della pedana, c’è il campione europeo in carica, l’ungherese György Piller-Jekelfalssy.

Alla fine vinse Nedo, 16-12. Ma quell’incontro portò benissimo anche al suo baffuto avversario. Il magiaro, poco più di un anno dopo, alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 avrebbe conquistato quei due ori olimpici che coronarono una carriera di altissimo livello.

Nell’individuale il successo arrivò battendo il romano Giulio Gaudini (che pure lo sconfisse nella poule finale, unico stop insieme a 8 vittorie sugli altri 9 assalti) e precedendo il connazionale Endre Kabos. A squadre invece la medaglia d’oro arrivò con un “dream team” che è forse stato il più completo per i magiari: insieme a lui Attila Petschauer, Aladár Gerevich (al primo oro della sua incredibile carriera), Gyula Glykais, Ernő Nagy, Endre Kabos. Davanti a Italia (battuta 9-2 nella poule finale) e Polonia (9-1).

György è nel pieno della sua maturità, a Los Angeles: è nato nel 1899 a Eger, nel nord dell’Ungheria, città che fu antica corte umanistica e venne assediata dai turchi a metà Cinquecento (resistette eroicamente, poi cedette cinquant’anni dopo).

Era un militare, diplomato alla celebre Accademia di Ludovica. Fu ufficiale, e al tempo stesso allievo del mitico László Borsodi, uno dei maestri della sciabola magiara insieme al ligure Italo Santelli.

Insuperabile nella sciabola, da buon ungherese, György fu però anche un ottimo fiorettista. Campione del mondo di sciabola dal 1930, due volte consecutive nell’individuale a Liegi e Vienna e quattro volte a squadre (fino al 1934), e fu anche sei volte campione nazionale di fioretto.

Nella fucina della sua nazionale fu il successore di Sándor Pósta e Ödön von Tersztyánszky come campione olimpico, e il predecessore dei più giovani Kabos, Gerevich, Pál Kovács, Rudolf Kárpáti e Tibor Pézsa, per una “dittatura” che durò ininterrottamente da Parigi 1924 a Tokio 1964.

Dopo la fine della carriera agonistica entrò in servizio presso la Guardia Reale Ungherese, prima di venir preso prigioniero dai sovietici durante la guerra.

Alla fine della seconda guerra mondiale, diventò maestro del Vasas Budapest e allenatore della nazionale magiara fino a Melbourne 1956. Anno cruciale in Ungheria, quello della rivoluzione antisovietica del mese di ottobre. Tra novembre e dicembre erano in programma i Giochi in Australia. György ne approfittò per non tornare più in patria. Si trasferì direttamente negli stati Uniti e diventò più semplicemente George Piller, insegnando scherma in California, a Berkeley, così come ormai da anni viveva negli Stati Uniti il figlio di Italo Santelli, Giorgio, allenatore della nazionale Usa per oltre un ventennio. Ma a György, diventato George, le cose non andarono così bene. Nel settembre 1960 morì infatti a San Francisco.

BERNT JOHANSSON, L’OLIMPIONICO SVEDESE CHE SALI’ SUL PODIO AL GIRO D’ITALIA

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Bernt Johansson vince le Olimpiadi di Montreal 1976 – da teamrynkebyhelsingborg.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

Non sono in definitiva moltissimi gli atleti scandinavi che si sono distinti in materia ciclistica. A quelle latitudine, tra freddo e neve, è obbligatorio praticare con assiduità gli sport invernali, sci alpino e fondo, hockey su ghiaccio così come salto dal trampolino… ma se si tratta di mettersi in sella e magari esercitare la professione ad altissimi livelli, beh, la storia è un tantino più complessa.

Nondimeno campioni “vichinghi” ve ne sono stati, a cominciare da quel Harry Stenqvist, svedese, che trionfò nella prova individuale su strada ai Giochi di Anversa del 1920, per proseguire con Henry Hansen, danese, che otto anni dopo, ad Amsterdam 1928, fece altrettanto. Anche Knut Knudsen, norvegese, seppe cogliere l’oro a cinque cerchi nella cronometro individuale a Monaco 1972. Ma per trovare un corridore capace di primeggiare nelle grandi corse a tappe, bisogna attendere il 1971 quando Gosta Pettersson, altro svedese che a Messico 1968 era già salito sul podio olimpico assieme ai fratelli Sture, Tomas ed Erik ed aveva chiuso il Tour del France 1970 in terza posizione, sbanca sulle strade del Giro d’Italia, diventando il primo scandinavo a trionfare in una competizione a cinque stelle di prestigio. A questi campioni, pionieri o di più recente genesi, si aggiunge un altro svedese, Bernt Johansson, che se non eguagliò Gosta nel vincere la Corsa Rosa, figurò comunque tra i migliori tre, facendo meglio dell’illustre connazionale in sede olimpica, a sua volta mettendosi al collo la medaglia d’oro più blasonata, ovvero quella della prova individuale su strada. E questo è un exploit che pochi possono vantare .

Johansson pennella un percorso agonistico da vedette assoluta fra i “puri“, vincendo titoli nazionali, di Scandinavia e classiche internazionali con il piglio e la stoffa del corridore superiore. Nel 1974, a Montreal, in quella che diventerà la sua città preferita, conquista coi compagni Nilsson, Fagerlund, Filipsson il titolo mondiale nella cronosquadre battendo Urss e Germania Est e poi, singolarmente, la medaglia d’oro alle Olimpiadi nel 1976, proprio a Montreal, anticipando di 31″ l’azzurro Giuseppe Martinelli (colui che da direttore sportivo legherà la sua carriera al compianto ed indimenticabile Pantani e successivamente a Simoni e Cunego), nonché il polacco Nowicki e il belga, tanto talentuoso quanto svogliato, Alfons De Wolf.

Passato professionista nel 1977, in Italia, il paese dove consumerà praticamente tutta la sua breve carriera nell’elite del ciclismo, vestendo i colori della Fiorella-Mocassini, lo svedese è atteso all’esplosione, con l’illusione che possa diventare un grande interprete del pedale, come gli addetti ai lavori avevano previsto sul suo conto. Ma Johansson solo a sprazzi sarà capace di ripetere quelle giornate di abbacinante classe vissute fra i dilettanti. Belle vittorie, certo, anche una discreta regolarità nel novero dei migliori in corsa, ma niente da paragonare a quel passato che via via si allontanava.

Fra i suoi successi vanno segnalati il Giro del Levante, proprio all’esordio, nel 1977, quindi, sempre in quella prima stagione, il Trofeo Baracchi in coppia con Carmelo Barone, non prima però di aver terminato al 20esimo posto la prima esperienza al Giro d’Italia. L’anno dopo Johansson fa suo il Giro dell’Emilia e la Cronostaffetta con Giovanni Battaglin, cogliendo la doppietta al Gran Premio Industria e Commercio di Prato nel 1978 e 1979, con la ciliegina sulla torta del Giro del Lazio nel 1980. Nel 1978, dopo essersi classificato nono al Giro d’Italia, Johansson ha modo di confermare le sue doti di corridore abile su tutti i terreni sfiorando l’impresa al Giro di Lombardia, dove viene anticipato dal solo Francesco Moser.

L’annata 1979 è senza dubbio la migliore per Johansson: proprio sulle strade del Giro d’Italia vince le tappe di Voghera e Boscochiesanuova (con una stupenda azione di forza su Moser e Knudsen) e chiude la Corsa Rosa sul terzo gradino del podio, alle spalle dei due contendenti Saronni e Moser. Nello stesso anno si classifica terzo alla Freccia Vallone, piegato, non senza problemi, da Hinault e dallo stesso Saronni.

Johansson ha indubbie doti di cronoman, se è vero che nel biennio 1978-1979, partecipa ad ambedue le edizioni del GP Terme di Castrocaro contro il tempo e le vince entrambe. Nella prima occasione, battaglia a lungo con Carmelo Barone e nella seconda, niente popò di meno che con lo specialista olandese Roy Schuiten. E’ altrettanto abile nel costruire i suoi successi con condotte regolari senza pagare alla distanza lo sforzo richiesto dalla lunghezza e dalle difficoltà del percorso, trovandosi a suo agio in montagna così come sui tracciati vallonati. La flessione di rendimento, però, già avvertita nella stagione 1980, si amplifica nel 1981 e Bernt, classe 1953, di Goteborg, senza pensarci troppo, abbandona il ciclismo pedalato proprio alla fine di quell’anno, a soli 28 anni.

Arrivato alimentando curiosità, Bernt se ne esce di scena in silenzio, ma non si può dire abbia deluso, per la semplice ragione che nel ciclismo si chiede, troppo spesso e magari anche sbagliando, di rivedere e riprendere nella verità del professionismo gli echi del dilettantismo. Johansson, nell’elite ciclistica, avrebbe potuto fare di più, ma il raccolto non è per niente da disprezzare, anzi. Ed ancora oggi si attende un altro “vichingo” che come lui sappia fare altrettanto, vincere un’Olimpiade e salire sul podio al Giro d’Italia. Vi pare impresa da poco? 

THOMAS JOHANSSON, L’OSPITE A SORPRESA AGLI AUSTRALIAN OPEN 2002

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Johansson con il trofeo destinato al vincitore – da tennisworldusa.org

articolo di Nicola Pucci

Intendiamoci, Thomas Johansson non è stata una meteora del tennis. Questo proprio no. Ma quando vinse gli Australian Open nel 2002, il risultato fece sensazione e innalzò lo svedese laddove, ovvero tra gli scandinavi capaci di vincere una prova dello Slam, solo Borg, Wilander ed Edberg erano riusciti prima di lui. Non certo degli sconosciuti.

Classe 1975, di Linkoping, Johansson si affaccia al grande tennis non ancora 18enne, nel 1993, sull’onda lunga di una finale all’Orange Bowl due anni prima, quando è battuto nel torneo riservato agli under 16 da uno spagnolo, tale Gonzalo Corrales, che poi si perderà per strada. Da buon svedese che si rispetti, tranne qualche rara eccezione, pratica con devozione il gioco asfissiante da fondocampo, con dritto che incide e rovescio inderogabilmente a due mani. E se bisogna attendere il 1996 per vederlo infine comparire tra i migliori cento giocatori del mondo, l’anno dopo conquista i primi titoli in carriera, Copenaghen e San Pietroburgo a marzo su tappeti indoor, per poi nel 1998 guadagnare i quarti di finale agli Us Open, primo grosso exploit in un torneo dello Slam, battendo Krajicek e Kafelnikov prima di arrendersi a Mark Philippoussis che lo stoppa 10-8 al tie-break del quinto set di una sfida memorabile, il che gli vale la 21esima posizione del ranking.

La crescita di Johansson è costante, e se il risultato newyorchese viene bissato due anni dopo, stavolta senza scalpi importanti e perdendo in quattro set da Todd Martin, nel frattempo Thomas coglie il primo trionfo di pregio in carriera vincendo il Master 1000 di Montreal battendo in finale Kafelnikov e salendo al numero 16, sua miglior classifica provvisoria. In verità il 2000 è una stagione più di bassi che di alti per Johansson, che scende in graduatoria prima di tornare a sorridere a fine stagione con la vittoria nel torneo di casa, a Stoccolma, un’altra volta superando Kafelnikov.

Inizia qui la parte più produttiva della carriera dello svedese, che se curiosamente non si affermerà mai sulla terra battuta, rivela nondimeno di essere tennista che si adatta bene alle superfici veloci, vincendo nel 2001 i tornei su erba di Halle e Nottingham che giustificheranno, nel 2005, il raggiungimento della semifinale a Wimbledon quando a fermarlo sarà Andy Roddick. Ma c’è ben altro, prima di quella data, ed è l’edizione 2002 degli Australian Open, che Johansson approccia da numero 18 del mondo dopo esser salito, nel giugno 2001, al numero 14.

Sono gli anni in cui il tennis vive il passaggio, epocale, dall’era segnata da Sampras ed Agassi a quella che di lì a poco vedrà apparire sulla scena Federer e Nadal. E in assenza di un dominatore della scena, c’è spazio per tutti. O quasi. Lo stesso Agassi ha vinto le due precedenti edizioni ma, con una conferenza stampa convocata d’urgenza, dichiara forfait a tabellone compilato per il riacutizzarsi di un dolore al polso, facendo la fortuna di Irakli Labadze che prende il suo posto nella parte alta del tabellone, quella che ha in Hewitt, ultimo vincitore degli Us Open e numero 1 del mondo, il primo favorito di un seeding che assegna a Kuerten e Kafelnikov le teste di serie 2 e 4 e il ruolo di sfidanti. Johansson, accreditato della testa di serie numero 16, alloggia nella parte bassa del tabellone e praticamente nessuno lo inserisce nel novero dei possibili vincitori del torneo.

In effetti lo sviluppo dell’edizione 2002 degli Australian Open è sorprendente. Fin da subito, con la clamorosa eliminazione al debutto proprio di Hewitt, estromesso in quattro set dal modesto regolarista spagnolo Alberto Martin, liberando un corridoio fino ai quarti di finale in cui, a turno, si inseriscono Marcelo Rios, a sua volta killer di Martin, un giovane Federer che batte Tommy Haas, il sudafricano Ferreira che prevale su Albert Costa al termine di una maratona risolta 9-7 al quinto, e quel Marat Safin che replica con Pete Sampras la vittoria già conquistata due anni prima in finale agli Us Open.

Sotto, le cose vanno ancora peggio. O meglio, almeno per Johansson, che vede uscire di scena uno dopo l’altro Kuerten, pure lui al debutto con il francese Boutter e complice un dolore all’anca che lo tormenta da tempo, Kafelnikov, al secondo turno con il carneade americano Kim uscito dalle qualificazioni, Grosjean ed Ivanisevic, a loro volta sconfitti da Clavet e Golmard. In corsa, tra i top-ten, rimane solo Tim Henman, che non va però oltre gli ottavi di finale, tolto di mezzo da uno svedese, Bjorkmann, che pratica assiduamente il serve-and-volley, e così all’appuntamento con i quarti di finale si presentano il ceco Novak, numero 26 del tabellone, lo stesso Bjorkmann e l’austriaco Koubek che non hanno il conforto dello status di teste di serie, e Johansson, che zitto zitto ha lasciato per strada un set allo spagnolo Diaz, al marocchino El Aynaoui e al rumeno Voinea, battendo invece 6-4 6-1 6-4 l’austriaco Hipfl. Certo, non proprio dei campionissimi, ma vista la falcidia di favoriti, esserci è giù un successo e tra i migliori otto del torneo Thomas c’è, a questo punto con l’intenzione di andare fino in fondo.

E allo svedese il colpaccio riesce, perché se in quattro set prevale sul connazionale Bjorkmann contrapponendo la solidità da dietro all’efficacia sotto rete del rivale, in semifinale necessita di tutta la sua preparazione atletica e delle sue riserve di carburante per rimontare da 2 set a 1 sotto con Novak, vincendo 6-3 6-4 gli ultimi due parziali ed andando a prendersi la prima finale (sarà anche l’unica) Slam della sua carriera. Dove ad attenderlo c’è Marat Safin, che se con Ferreira approfitta di un infortunio che toglie di mezzo il sudafricano dopo soli sette giochi, a sua volta, grazie anche ad un’interruzione dovuta alla pioggia, rimonta con Haas nel match più appassionante del torneo, presentandosi nelle vesti di favorito all’atto decisivo. Nel giorno, oltretutto, del suo 22esimo compleanno.

In effetti il russo, accompagnato al solito dal seguito di belle figliole (le proverbiali “safinette“) in tribuna, parte lancia in resta facendo suo il primo set 6-3. Johansson sa bene di avere a disposizione la sola arma della costanza e del rendimento in ribattuta, ed è proprio quel che fa dal secondo set in poi, sbagliando poco o niente, variando quando è possibile il gioco, facendo uso velenoso di top spin e slice, azzeccando un rovescio dopo l’altro ed attendendo il calo di tensione di Safin. Che, irretito dalla ragnatela di colpi di sbarramento dello svedese, si innervosisce, sbaglia tutto quel che c’è da sbagliare e cede secondo e terzo set  con un duplice 6-4. Si decide tutto al quarto set, quando i due campioni rimangono incollati nel punteggio fino alla risoluzione al tie-break dove, a non tremare, è il braccio di Johansson che con lo score di 7-4 fa suo gioco, set ed incontro.

Finisce con lo svedese trionfante, e nell’era degli ospiti a sorpresa nelle prove dello Slam, Thomas Johansson è il tennista che salì in Paradiso nella calura ammorbante di Flinders Park. Eravamo a Melbourne e correva l’anno 2002. Altri tempi, verrebbe da dire…

 

ALEX ZANARDI, FORMULA 1 E IL DRAMMA DELL’INCIDENTE DI UN’ICONA DELLO SPORT

BMW Final Valencia 23-26/11/06
Alex Zanardi – da formulaoneitalia.altervista.org

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Se il più abile sceneggiatore di Hollywood avesse pensato e ripensato ad una possibile trama per un film sulla vita di un’atleta, non sarebbe mai riuscito a scrivere una storia tanto “vera“, ironica, drammatica, coraggiosa ed emozionante quanto la vita di Alex Zanardi, riassunta perfettamente nel libro “Però, Zanardi da Castel Maggiore“.

Bolognese classe 1966, iniziò a correre sul kart spinto dalla propria passione e sostenuto dal padre, non dotato di particolari possibilità economiche ma sempre vicino al figlio come meccanico, autista e tuttofare, motivato ad accompagnarlo in giro per l’Italia, dove il giovane mostrò presto il proprio talento, tanto da conquistare gare e titoli, fino all’opportunità di fare il salto di qualità e iniziare a correre in monoposto.

In Formula 3, dopo alcune difficoltà, nel 1990 ottenne la prima vittoria e lottò per il titolo, conquistando anche la pole position a Montecarlo e aggiudicandosi la coppa Europa, disputata in prova unica a Le Mans, prima di passare in Formula 3000, dove sorprese gli addetti ai lavori, partendo per ben otto volte dalla prima fila, vincendo due gare e sfiorando il titolo, perso principalmente a causa di alcuni problemi di affidabilità.

Al termine della stagione, con la Jordan nel caos per l’arresto di Gachot e l’immediato passaggio del sostituto Schumacher alla Benetton, Zanardi ebbe l’occasione di debuttare in Formula 1 proprio con il team irlandese, arrivando due volte nono (al debutto in Spagna e nell’ultimo gran premio della stagione in Australia), ritirandosi a Suzuka mentre si trovava in ottava posizione e con la seria possibilità di arrivare a punti.

Nel 1992 Eddie Jordan non riuscì a confermarlo essendo in cerca di piloti con maggiori sponsorizzazioni per far fronte ad un momento economicamente molto difficile, situazione analoga a quella della Tyrrel, che gli preferì De Cesaris, così Zanardi si accordò con la Benetton per un ruolo da collaudatore, interrotto momentaneamente per guidare la Minardi in tre occasioni in sostituzione dell’infortunato Fittipaldi, soluzione che non si rivelò particolarmente felice per il bolognese, due volte non qualificato e una volta ritirato nel corso del primo giro, penalizzato dalla scarsa confidenza con il mezzo e l’assenza totale di test prima del debutto.

Nel 1993 Zanardi sfruttò al meglio la possibilità di un test con la Lotus, girando con tempi velocissimi e ottenendo il sedile per le due stagioni successive: andò a punti in Brasile nonostante un infortunio alla mano, giungendo sesto, mentre a Imola e Barcellona si ritirò mentre era in zona punti, poi fu penalizzato dalla scarsa affidabilità della vettura, fino al grave incidente avvenuto durante le prove a Spa, che lo costrinse a saltare i gran premi successivi e fornì alla Lotus un pretesto per appiedarlo, mantenendolo nel team come collaudatore e sostituendolo con Pedro Lamy, dotato di risorse economiche più convincenti per le disastrate casse del team. Tuttavia l’anno seguente il portoghese subì a sua volta un terribile incidente durante dei test a Silverstone, pertanto Zanardi si ritrovò titolare, seppur alla guida di un mezzo non aggiornato e poco affidabile, impossibile da portare a punti, fino al termine di una tribolata stagione che sancì il ritiro definitivo della Lotus dalla Formula 1, con conseguente inattività momentanea per il bolognese.

Dopo un anno di inattività si convinse, grazie al parere di Rick Gorne della Reynard, di tentare l’avventura americana con Chip Ganassi, ambientandosi ben presto, con una pole alla seconda gara, tre vittorie e lo storico sorpasso a Herta nel cavatappi di Laguna Seca, guadagnando sul campo il premio di “Rookie of the year“.

I due anni successivi, 1997 e 1998, furono un trionfo: Zanardi vinse due titoli, grazie a dodici successi e numerosi piazzamenti, diventando un autentico mito oltreoceano, grazie ad una guida tanto aggressiva quando meticolosa e pulita, davvero inarrivabile per la concorrenza, costretta ad assistere impotente a grandi rimonte, sorpassi coraggiosi e corse gestite tatticamente con estrema intelligenza, grazie anche allo splendido rapporto costruito dal bolognese con il compagno di squadra Vasser e il resto del team.

Dopo la nascita del primogenito, Zanardi tornò in Europa, sedendosi alla guida della Williams, sperando di traghettare il team in un momento di transizione verso le novità portate dall’imminente arrivo del motore Bmw. Purtroppo non sarà così, e il pilota si trovò in disaccordo con il team e a confronto con un ingegnere di pista inesperto, con la scarsa affidabilità del mezzo a peggiorare ulteriormente una stagione che si rivelò disastrosa, tanto da convincere le parti ad un divorzio prematuro a fine stagione.

Demotivato dall’esperienza in Formula 1, restò fermo una stagione, rientrando in Champ Car con il suo ingegnere negli anni di maggior successo, ora proprietario di un team: dopo le difficoltà iniziali la squadra era in crescita ma durante la gara al Lausitzring Zanardi si intraversò e venne colpito dalla vettura di Tagliani, che spezzò in due la sua vettura: trasportato all’ospedale in condizioni disperate, perse gli arti inferiori ma ebbe salva la vita, ripresentandosi a fine anno alle premiazioni di Autosprint alzandosi dalla sedia a rotelle, suscitando grande commozione tra i presenti.

Due anni dopo tornò al Lausitzring compiendo con una vettura appositamente modificata i tredici giri che mancavano al termine della gara in cui subì l’incidente, girando tra l’altro con tempi che gli avrebbero garantito la quinta posizione; successivamente vinse una gara del Wtcc, il campionato italiano superturismo e poi altre gare in Wtcc, testando anche una Bmw Sauber di Formula 1.

Nel 2014 si è dedicato alla Blancpain sprint series con una Bmw Z4, mentre per il 2015 ha puntato il suo obiettivo sulla 24 ore di Spa, chiudendo al 25esimo posto, trovando pure il tempo di intraprendere la carriera di conduttore televisivo e di atleta in diversi competizioni dedicate ai diversamente abili, cogliendo ori e soddisfazioni ai Mondiali e alle Olimpiadi, dove ha vinto a Rio de Janeiro 2016 le prove individuali e a squadre di ciclismo nella categoria H5, dimostrando di possedere un talento straordinario, unito a grandi motivazioni e ad un atteggiamento positivo che lo rendono motivo d’orgoglio ed icona dello sport.

A LONDRA 2012 L’ITALIA DELL’ARCO SALE SUL TETTO DEL MONDO

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L’Italia in trionfo – foto Reuters da corriere.it

articolo di Giovanni Manenti

Già con il bronzo di Atlanta 1996 e l’argento di Sydney 2000 nella prova a squadre, l’Italia aveva dimostrato di essere competitiva nel tiro con l’arco – terreno di conquista dei sudcoreani, capaci di fare “cappotto” in campo femminile, e di ottenere tre medaglie d’oro consecutive a squadre in quello maschile – ma è con l’oro di Marco Galiazzo nella gara individuale ad Atene 2004 che gli azzurri entrano a pieno diritto nel ristretto novero delle Nazioni leader della disciplina.

Quattro anni dopo, a Pechino 2008, il terzetto azzurro formato dallo stesso Galiazzo, oltre ad Ilario Di Buò e Mauro Nespoli, si ferma molto presto nella gara individuale, con quest’ultimo eliminato al primo turno e gli altri due al secondo, ma si riscatta nella prova a squadre dove, da n.6 del ranking, elimina ai quarti la Malaysia (n.3) per 218-213 ed in semifinale l’Ucraina (n.2) per 223-221, arrendendosi solo ai campioni in carica della Corea del Sud al termine di un’epica sfida, conclusasi 227-225 per gli asiatici.

Al “Lord’s Cricket Ground” di Londra 2012 la storia si ripete, anche a causa di una giornata negativa degli azzurri (nella cui formazione Michele Frangilli ha ritrovato il posto in squadra in luogo di Di Buò) nel turno di qualificazione che, oltre a vedere i tre coreani ai primi tre posti, con Im Dong-Yun a realizzare il record mondiale con 699 punti su 700 (!!!), colloca Nespoli in 11.ma posizione e Galiazzo e Frangilli a pari merito in 36.ma.

Questo handicap nella composizione degli accoppiamenti non è però sufficiente a giustificare la “débâcle” del trio italiano, con tutti i suoi rappresentanti eliminati al primo turno, con massima delusione per Nespoli, sconfitto dal rappresentante di Taipei Cheng Yu-Cheng, mentre la vittoria arride al sudcoreano Oh Jin-Hyek che sconfigge in finale il giapponese Furukawa.

Difficile, a questo punto, pensare ad una riscossa degli azzurri nella prova a squadre, nel cui turno di qualificazione confermano una non brillante condizione chiudendo al sesto posto con 1.998 punti, ben staccati non solo dalla “solita” Corea del Sud – la quale stabilisce il record mondiale con 2.087 punti – ma anche da chi immediatamente li precede, vale a dire il Giappone, con 2.009.

L’unico vantaggio di questa situazione è che, nella composizione del tabellone, l’Italia dovrà vedersela con la 2.a e la 3.a del ranking – Francia e Cina rispettivamente – evitando così i sudcoreani, e gli azzurri si ricompattano avendo nettamente la meglio (216-206) al primo turno contro Taipei, e superando ai quarti di finale la Cina per 220-216, mentre la Francia è eliminata dal Messico, nostro avversario in semifinale, diversamente dalla parte alta del tabellone che pone di fronte, come da pronostico, la Corea del Sud agli Stati Uniti.

Gli azzurri, rinfrancati dalla vittoria sulla Cina, riescono ad avere la meglio sul Messico per 217-215, con la clamorosa sorpresa dell’eliminazione dei sudcoreani da parte degli Stati Uniti che sfornano una prestazione eccellente, aggiudicandosi la gara per 224-219, circostanza che li rende favoriti per l’oro.

Ma Michele Frangilli, Marco Galiazzo e Bruno Nespoli non sono dello stesso avviso, e quando alle 17,30 del 28 luglio 2012 si presentano davanti ai bersagli per la finale, le loro braccia non tremano, riuscendo a conquistare l’oro per un sol punto di distacco (219-218) grazie ad una freccia da 10 di Frangilli all’ultimo tiro e ad interrompere un dominio sudcoreano che durava da tre edizioni dei Giochi.

Per Frangilli, 36enne, si tratta della degna conclusione di una carriera che lo ha visto partecipare a quattro Olimpiadi, potendo finalmente assaporare la gioia dell’oro dopo il bronzo di Atlanta 1996 e l’argento di Sydney 2000, da aggiungere al titolo di campione mondiale individuale conquistato a New York 2003, mentre Marco Galiazzo ottiene il suo secondo “Trionfo a Cinque Cerchi dopo l’oro individuale di Atene 2004.

Insomma, l’Italia sarà patria di santi, poeti e navigatori, ma può vantare pure qualche arciere di spicco, no?

LUIGI MARCHISIO, IL GIOVANE CAMPIONE CHE VINSE IL GIRO D’ITALIA 1930 IN ASSENZA DI BINDA

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Marchisio e Giacobbo al Giro d’Italia 1930 – da bikeraceinfo.com

articolo di Nicola Pucci

Parrebbe quasi riduttivo catalogare Luigi Marchisio tra i vincitori fortunati del Giro d’Italia, ma in parte ciò corrisponde a verità. Perché forse quell’edizione storica del 1930 della Corsa Rosa avrebbe quasi certamente ancor più impreziosito lo straordinario palmares di un fuoriclasse più grande di lui, il “campionissimoAlfredo Binda, che al sudore preferì soldi facili e se ne rimase fuori dai giochi.

Nondimeno, va dato merito a Marchisio di esser stato corridore di spessore in un periodo d’attività denso di figure di primissimo piano. Tecnicamente Luigi, nato a Castelnuovo Don Bosco il 26 aprile 1909, era un ciclista dal talento indiscutibile, abile su ogni terreno e dotato di una pedalata tanto bella e redditizia a dispetto dei mezzi, degli allenamenti e delle strada degli anni in cui ebbe la ventura di esercitare il mestiere di atleta. Certo, poteva e doveva partorire un segmento vittorioso più lungo, ma la storia del ciclismo, anzi dell’intero sport, è piena di questi casi, e se Marchisio, al di là dell’exploit del 1930, ha raccolto poi poco in relazione alle sue possibilità, beh… non importa, il suo posto nella storia del ciclismo è garantito.

La passione per il ciclismo entra molto presto nella mente del giovanissimo Luigi, il quale, come avvicina l’agonismo, brucia subito le tappe. Campione italiano nella categoria “liberi” nel 1926, poi campione italiano degli “indipendenti” nel 1928, quando giunge 2° nel Giro del Sestriere, dietro al dilettante Ambrogio Beretta, battuto invece nel Piccolo Giro di Lombardia, abbraccia il professionismo appena 20enne, nel 1929. Ad onor del vero quella prima stagione è frenata dalla leva militare che Marchisio spende nel corpo degli alpini, ma nonostante i pochi allenamenti l’astigiano si presenta alla partenza di qualche appuntamento importante, riuscendo a piazzarsi quarto al Giro di Romagna vinto proprio da Binda e decimo al Campionato Italiano, pure questo finito nella sterminata collezione del fuoriclasse di Cittiglio. 

L’anno dopo, nel 1930, a soli ventuno anni, Marchisio è autore di quella che poi si rivelerà la sua stagione migliore. Dopo aver chiuso al sesto posto la Milano-Sanremo, partecipa per la prima volta al Giro d’Italia, passato alla storia per la decisione degli organizzatori di pagare il primo premio di ben 22.5000 lire ad Alfredo Binda, affinché non prenda il via con gli altri 115 concorrenti, rendendo incerta la lotta per la vittoria finale altrimenti destinata ad essere scontata visto il dominio nelle tre edizioni precedenti, e, di conseguenza, appassionare il pubblico. Il giovane piemontese, che corre per la Legnano dello stesso Binda, parte subito fortissimo vincendo le tappe di Messina (3a frazione) in solitario con 9″ su Guerra, pur procurandosi una ferita agli occhi per una scheggia vulcanica dell’Etna che lo costringerà a correre per qualche giorno con una benda, e Catanzaro (4a) precedendo Di Paco di 27″, conquistando il primo posto in classifica con oltre quattro minuti di vantaggio. Margine che il piemontese, regolando con parsimonia le proprie forze e pur dovendo fronteggiare il contrattacco di Luigi Giacobbo verso Salerno, sarà abilissimo a conservare fino alla conclusiva tappa di Milano, dove il Giro si conclude l’8 giugno, diventando a 21 anni 1 mese e 13 giorni il più giovane vincitore della Corsa Rosa, record che verrà battuto nel 1940 da Fausto Coppi. Sul secondo gradino del podio, a soli 52″, si classifica un grintosissimo Luigi Giacobbe, che difende i colori della Maino, e 3°, ad 1’49”, Allegro Grandi, in sella ad una bicicletta Bianchi.

Il sud porta evidentemente bene a Marchisio: lì aveva posto le basi per trionfare al Giro d’Italia e lì, nello stesso anno, vince anche il Giro di Reggio Calabria davanti al corregionale Marci Giuntelli. Poi, vicino casa, fa sua anche la Coppa Val Maira. 

Dopo un’annata così trionfale sembra spalancarsi davanti a Marchisio un avvenire radioso, ma non sarà così. Certo, Luigi riesce saltuariamente a confermare le belle premesse, mostrandosi tagliato soprattutto per le corse a tappe. Nel 1931, infatti, rischia di concedere il bis al Giro d’Italia, trovandosi dopo nove tappe in testa alla classifica generale con 28″ di vantaggio sullo stesso Giacobbo. Stavolta Binda c’è ed è pronto a vincere per la quinta volta ma una caduta lo taglia fuori, così come una serie incredibile di forature nella frazione che si conclude a Cuneo e prevede la scalata di Bocchetta, Colle del Giovo e Colle di Cadibona, costano a Marchisio la perdita della maglia rosa (è la prima edizione in cui il leader in classifica indossa l’indumento) e la possibilità di rivincere il Giro. Marchisio cede il primo posto allo stesso Giacobbo, a sua volta scalzato da Francesco Camusso, chiudendo comunque sul podio, 3°, con un ritardo di 6’15”.

Dopo un eccellente quarto posto al Giro di Lombardia, seppur distanziato di ben 18 minuti dal solitario Binda che trionfa per la quarta volta nella “classica delle foglie morte“, nel 1932 Marchisio passa dalla Legnano alla Bianchi e vince la classifica finale, nonché la 4° tappa della prestigiosa Barcellona-Madrid. Con la vittoria nella Coppa Arpinati, s’avvia però verso la china discendente della carriera, e da quel momento Luigi non sarà più capace di mettere la sua ruota davanti a quella degli avversari. Le sue ultime tre stagioni da professionista sono prive di acuti ed insignificanti, perlomeno per uno che aveva infiammato appassionati ed addetti ai lavori. Nel 1936, non ancora 27enne e con un’unica partecipazione al Tour de France, nel 1932, chiuso in un anonimo 26esimo posto seppur con qualche piazzamento tra i primi dieci, ad esempio a Nizza dove è terzo nel giorno della vittoria di Camusso (che sarà invece terzo in classifica alle spalle di Leducq e Stoepel), abbandona l’attività agonistica. Il suo nome, da quel giorno, si colloca accanto a quello dei grandissimi, ma se qualche dubbio resta, beh… gli assenti hanno sempre torto, vero Binda?