FEYENOORD-CELTIC 1970, LA PRIMA VOLTA DELL’OLANDA SUL TETTO D’EUROPA

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Il Feyenoord in trionfo – da twitter.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata Volante

Un club olandese per la prima volta sul trono d’Europa: è il Feyenoord a centrare il prestigioso traguardo nella finale del 1970, disputata allo Stadio di San Siro a Milano, grazie al 2-1 sul Celtic Glasgow nei tempi supplementari. Vittoria nel complesso meritata degli olandesi, anche se il match è stato per larghi tratti equilibrato. Sul piano tecnico, non è stata una grandissima finale, però si è trattato di una partita intensa, emozionante e vibrante. Una delle chiavi del match è stata la miglior qualità del centrocampo del Feyenoord, davvero ben assortito, con tre interpreti – i nazionali olandesi Jansen e Van Hanegem e l’austriaco Hasil – davvero di ottimo livello.

Feyenoord: Graafland – Romeijn, Laseroms (1ts 12′ Haak), Israel, Van Duivenbode – Jansen, Hasil, Van Hanegem – Wery, Kindvall, Moulijn. All: Happel.
Celtic: Williams – Hay, Brogan, Mc Neill, Gemmell – Johnstone, Murdoch, Auld (st 32′ Connelly), Lennox – Hughes, Wallace. All: Stein.

Arbitro: Concetto Lo Bello (Italia)

Primo tempo
5′ tiro-cross insidioso di Hay da destra, Graafland abbranca in presa.
9′ triangolo largo Kindvall-Wery-Kindvall, che prende la mira dal lato destro dell’area e calcia sul primo palo, Williams si tuffa e devia in angolo.
16′ Wallace mette dentro correggendo una palla vagante, ma è in fuorigioco e l’arbitro annulla.
28′ tiro a effetto dal limite di Van Hanegem, Williams blocca in presa plastica.
29′ GOL CELTIC Punizione dal limite per gli scozzesi, dopo un fallo su Wallace. Murdoch tocca leggermente indietro per Gemmell, rasoiata a filo d’erba e pallone che piega le mani a Graafland infilandosi in rete.
31′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi nella trequarti offensiva, sul lato destro. Batte Wery, che crossa in mezzo, una serie di colpi di testa favorisce Israel che da solo, sempre di testa, batte Williams con una palombella arcuata.
36′ cross pericoloso di Gemmell a spiovere da sinistra, né Wallace né Graafland riescono a intervenire, il palla sfila a lato di pochissimo. Partita finora estremamente equilibrata.
38′ sponda aerea di Moulijn per Kindvall, tiro di prima intenzione, pallone fuori di un metro.
40′ spunto di Johnstone a destra, cross sul primo palo, Graafland anticipa Hughes, pronto per il tapin, in modo provvidenziale.

Secondo tempo
2′ Feyenoord vicinissimo al 2-1: Hasil, liberato al tiro da un compagno, colpisce il palo dal limite.
4′ Gemmell per Auld a sinistra, tiro-cross pericoloso, Graafland costretto ad alzare in corner.
19′ splendida azione corale del Feyenoord, forse la più bella del match: palla tutta rasoterra da Romijn a Van Hanegem, quindi a sinistra per Van Duivenbode, diagonale a pelo d’erba del terzino sinistro fuori di un niente. Gli olandesi appaiono più incisivi in questo secondo tempo, Celtic un po’ spento.
26′ Fallo su Wallace nella trequarti offensiva del Celtic. Batte la punizione Auld, che fa partire una traiettoria stranissima a campanile, Graafland si rifugia in angolo.
38′ grande opportunità per Wery, che lanciato in verticale da Jansen, manda a lato in diagonale. Finale di partita di nuovo abbastanza in equilibrio.

Primo tempo supplementare
1′ clamoroso errore in disimpegno di Van Duivenbode, Hughes intercetta e si invola verso la porta, ma si fa murare il diagonale da Graafland, che poi recupera il pallone sulla linea.
8′ rimessa laterale di Kindvall per Hasil, da questi a Van Duivenbode, che supera un avversario e quasi al limite scocca un destro a uscire che sfiora il palo lontano.
11′ cross da sinistra di un giocatore del Celtic, sponda aerea di Hughes per Wallace, colpo di testa neutralizzato da Graafland.

Secondo tempo supplementare
2′ Feyenoord ancora vicinissimo al gol: Hasil lancia Kindvall, che entra in area, supera un avversario e calcia di punta, Williams riesce a respingere di piede e a opporsi poi in modo magistrale al successivo tentativo di Wery.
8′ possesso palla prolungato del Feyenoord, che sembra avere molte più energie in questo finale. Jansen pesca Kindvall in area, diagonale a bruciapelo, palla sul fondo.
11′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi a metàcampo: Van Hanegem lancia il pallone in area, Mc Neill scivola all’indietro e tocca il pallone con le mani, ma Kindvall alle sue spalle riesce a controllarlo e a fulminare Williams in uscita con un tocco a mezza altezza.
13′ Kindvall difende palla egregiamente e serve nello spazio Hasil, che arriva in corsa da dietro e calcia di prima intenzione sull’uscita di Williams: traversa piena. Il Feyenoord legittima il vantaggio.

LE PAGELLE DEL FEYENOORD
IL MIGLIORE KINDVALL 7: difficile, in una squadra molto collettiva come il Feyenoord, individuare un giocatore che si stacchi nettamente sugli altri. Premiamo lui per il gol decisivo, che regala agli olandesi un traguardo storico, e per la grande mole di lavoro in prima linea, dove si trova spesso da solo a lottare contro gli arcigni difensori scozzesi.
Hasil 7: centrocampista tecnico e raffinato. Colpisce due legni e dirige il traffico in mezzo al campo, vincendo il duello con i dirimpettai avversari.
Van Hanegem 6,5: si sacrifica molto in fase di copertura, ma quando può si fa notare anche nella metàcampo avversaria. Dal suo piede nasce il gol decisivo di Kindvall. Cuore e guida di questa squadra.
Jansen 6,5: si completa a meraviglia con Hasil e Van Hanegem. Corre per due, recupera palloni ed è anche bravo a impostare. Non c’è dubbio che il reparto migliore di questo Feyenoord sia il terzetto di centrocampo.
Israel 6,5: leader difensivo, non si risparmia mai e timbra di testa il gol che vale il pareggio.

LE PAGELLE DEL CELTIC
IL MIGLIORE JOHNSTONE 6,5: cresce con il passare dei minuti e dai suoi piedi nascono sempre spunti interessanti. Molto difficile portargli via palla, non è solo un giocatore abile nel dribbling, ma anche intelligente e disciplinato tatticamente.
Williams 6,5: alcuni buoni interventi, soprattutto nel secondo tempo supplementare quando ipnotizza Kindvall e Wery.
Gemmell 6,5: per un’ora gioca ad alti livelli, poi cala. Firma un gol sfruttando il solito tiro mortifero da fuori e fa piovere un paio di insidiosissimi palloni in mezzo all’area.
Auld 5,5: primo tempo piuttosto in ombra, poi migliora, ma non lascia segni tangibili: nel cuore del centrocampo dominano gli avversari. Esce per infortunio.
Mc Neill 5: non una prestazione negativa, però rovina tutto con l’errore che spiana a Kindvall la strada per il 2-1.

ANDRE’ DARRIGADE, IL VELOCISTA CHE FECE PIANGERE COPPI

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Andrè Darrigade – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Se i nostri cugini transalpini pensano a quel che ha vinto in carriera Andrè Darrigade e si rapportano allo stato attuale del loro ciclismo, beh, credo proprio che venga loro qualche fastidio pruriginoso. Già, perchè stiamo parlando di un tale capace di sfrecciare ben 142 volte davanti a tutti, il che, ve l’assicuro, per quei tempi era impresa non da poco.

Non a caso ho usato il termine sfrecciare, perché se Darrigade, “Dedè” per gli amici, era corridore completo e passista di buone qualità tanto da chiudere per tre volte il Tour de France in 16esima posizione, fu soprattutto grazie all’impareggiabile spunto veloce che ottenne i suoi principali successi. In un periodo in cui tra gli sprinter d’eccezione figuravano campioni del calibro di Van Looy, Van Steenbergen e Poblet, coi quali diede vita a sfide leggendarie.

Darrigade nasce a Narrosse, nelle Lande, il 24 aprile 1929, cominciando ben presto a primeggiare nelle gare su pista. Assurge agli onori della cronaca nel 1949, appena 20enne, quando al Velodrome d’Hiver di Parigi vince la prestigiosa Grande Final de la Medaille, battendo in volata quell’Antonio Maspes che poi della velocità sarà in seguito l’indiscusso dominatore per almeno un decennio. Ma se “Dedè” ha la dinamite nei polpacci per imporsi di forza, è pure dotato di determinazione rara, il che lo porterà ad ottenere risultati forse superiori alle aspettative, e di un sorriso e di una simpatia che conquista, il che gli garantirà sempre e comunque il sostegno dei connazionali, spesso invece inclini a dividersi nell’apprezzamento verso campioni come Bobet e Anquetil.

Ed è appunto sulle strade di Francia che Darrigade costruisce il suo palmares. Comincia con l’indossare la casacca di campione nazionale nel 1955, quando a Chateaulin batte proprio Bobet e Louis Caput, lo stesso anno in cui il fratello minore Roger vince tra gli juniores. Partecipa poi a quattordici edizioni del Tour de France, e alla Grande Boucle non solo ottiene 22 vittorie (più un successo nella cronometro a squadre nel 1957) vestendo la maglia gialla per 19 giorni, ma colleziona anche una serie di record che tutt’oggi resistono: per cinque volte si impone nella prima tappa ed è l’unico ciclista della storia ad aver vinto una tappa per almeno dieci edizioni consecutive. Se a questo aggiungiamo le due vittorie nella classifica a punti, 1959 e 1961, è quasi d’obbligo dover eleggere il Tour de France come suo principale territorio di caccia.

In verità la corsa gialla lascia anche tracce di disappunto nell’animo del gentile Andrè, quando nella frazione Luchon-Tolosa dell’edizione del 1956 fora e perde l’occasione della vita, lui pure gregario di lusso di Jacques Anquetil, di giocarsi le sue chances per la vittoria finale, e di disperazione, quando nel 1958 nel corso della volata conclusiva al Parco dei Principi urta violentemente la testa contro un giardiniere sportosi imprudentemente per vedere l’arrivo dei corridori, provocandone involontariamente la morte dopo 12 giorni di agonia.

La vita va avanti, e se Darrigade in Italia si fa vedere sulle strade del Giro nel 1959 (42esimo) e nel 1960 (64esimo) vincendo un’unica volta a Verona, lo fa fasciato della maglia arcobaleno conquistata qualche mese prima sul circuito di Zandvoort, in Olanda. E’ questa la vittoria più bella della carriera di “Dedè“, non solo per il valore tecnico della prova, ma anche perchè giunta al termine di una fuga-fiume, nata a 222 chilometri dalla meta e conseguita in una volata finale, particolarmente serrata, su Michele Gismondi, Noel Fore e Tom Simpson.

Ecco, proprio al Mondiale Darrigade firma un altro record destinato a resistere, ovvere chiudere quattro volte consecutivamente sul podio. Perchè il primo posto del 1959 segue le due medaglie di bronzo di Waregem 1957, dietro Van Steenbergen e Bobet, stavolta più veloci di lui, e di Reims 1958, quando Baldini vince in solitario ed ancora Bobet è secondo, ed anticipa la piazza d’onore del 1960, battuto in volata da Van Looy.

C’è di tutto, ovviamente, nel palmares di Darrigade. Che si fa rispettare anche nell’esercizio della cronometro, soprattutto in coppia, figurando nell’albo d’oro del Trofeo Baracchi nel 1956 assieme allo svizzero Rolf Graf, così come nel vecchio amore per la pista, imponendosi con l’amico/capitano Jacques Anquetil (e Ferdinando Terruzzi) alla Sei Giorni di Parigi nel 1957 e 1958, anni in cui è pure il migliore nella Roue d’Or, gara contro la lancette in cui fa coppia proprio con il fuoriclasse di Mont Saint-Aignan.

L’hanno chiamato anche “il levriero delle Lande” per il suo incedere fiero e la sua velocità d’azione. Ne volete una prova? Guardate l’arrivo al Velodromo Vigorelli del Giro di Lombardia del 1956, quando si presentò al traguardo in compagnia del “vecchioFausto Coppi con il quale diede vita ad una memorabile volata, anticipando di un soffio il “Campionissimo“. Che una volta sceso di bicicletta scoppiò in un pianto dirotto per la bruciante sconfitta… e statene certi, in carriera non sono molti quelli che possono vantarsi di aver dato un dispiacere a Coppi.

Questo era Andrè Darrigade, il velocista gentile che colse l’iride. Un grande. Ad averne uno così oggi in Francia…

 

MARIELLE GOITSCHEL, LA SORELLA D’ORO DELLO SCI DI FRANCIA

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Marielle Goitschel in azione – da theredlist.com

articolo di Nicola Pucci

Così come accadde con i fratelli Mahre, Phil e Steve, forti al punto da tracciare un solco profondo nello sci a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, anche al femminile c’è una coppia che un decennio prima ha firmato pagine di storia agonistica alpina. Le sorelle Goitschel, Christine e Marielle (in quel caso ci sarebbe anche Patricia, terza della nidiata, ma senza pedigree sciistico), che incisero tra le nevi il loro nome e da quei giorni gloriosi danno lustro alla Francia.

Ma ai fini della narrazione odierna su queste pagine è d’obbligo fare una scelta, e seppur dolorosa per l’elevata statura anche dell’esclusa, questa non può che riguardare Marielle. Che nasce un anno dopo Christine, il 28 settembre 1945, e tra le valli della… Val d’Isere, lei figlia di un albergatore che in gioventù fu giocatore dell’Olympique Marsiglia, affina un talento prezioso fin dalla tenerissima età. Viene infatti aggregata poco più che 14enne alla nazionale transalpina, e gli esordi, ai Mondiali casalinghi di Chamonix del 1962, sono già promettenti e fanno da preludio ad una carriera di pregio. In un’edizione, infatti, che illumina la classe dell’aquilotto Karl Schranz e il talento effimero di Marianne Jahn, ecco che Marielle regala subito un saggio di precocità, neppure 17enne già capace di cogliere l’oro in combinata battendo proprio l’asburgica, vincitrice davanti alla transalpina della gara di slalom, quarta anche in gigante a soli 0″16 dal bronzo strappato dall’americana Joan Hannah.

Il dado è tratta. Marielle inizia la sua scalata ai vertici agonistici e in questo fa da traino a Christine, che seppur sia più “adulta“, paga leggero dazio alla sua minor intraprendenza. In effetti le due ragazze, legatissime, si distinguono per diversità caratteriale, esplosiva, chiacchierona e trascinante Marielle, tranquilla, introversa e riflessiva Christine. Che ai Giochi di Innsbruck del 1964, in qualità di campionessa nazionale delle tre discipline, assurge agli onori della cronaca, battendo la sorella tra le porte strette dello slalom, per poi lasciare strada a Marielle in gigante, anche decima in discesa libera ed ancora una volta, esattamente come a Chamonix, più forte di tutte in combinata, stavolta per mera contabilità valida solo come titolo iridato.

I trionfi olimpici delle sorelle Goitschel infiammano la Francia, al punto che il generale De Gaulle, a cui non sfugge di certo la notorietà delle due sciatrici, le premia con un telegramma “sappiate, Mesdemoiselles, che siamo tutti fieri della vostra vittoria. Una sorta di medaglia al merito supplementare.

Il bello, per Marielle soprattutto, deve ancora venire, ed ha pure stavolta i colori dell’arcobaleno quando nel 1966, sulle Ande, ai tremila metri di Portillo, la transalpina è l’indiscussa regina della rassegna. Il 5 agosto è seconda in slalom alle spalle della connazionale Annie Famose, che la batte per 0″47, e tre giorni dopo, l’8 agosto, bissa il risultato in discesa libera, alle spalle dell’austriaca Erika Schinegger, sbaragliando a sua volta la concorrenza della stessa Famose e della tedesca Burgl Farbinger staccate quasi di un secondo. L’11 agosto tocca al gigante e il trionfo di Marielle, sulla pista “Garganta” è completo, con l’asburgica Heidi Zimmermann e l’altra francese Florence Steurer tenute a debita distanza. Inevitabile, giunge anche il successo in combinata, tris dopo Chamonix ed Innsbruck a certifcare che la più giovane della Goitschel è la sciatrice più completa in circolazione. Con una coda, 30 anni dopo, che le regalerà un oro in più… ma ne parleremo in seguito.

In attesa dell’evento a cinque cerchi previsto per il 1968 sulle nevi di Chamrousse, località sciistica alle porte di Grenoble, dal talento intuitivo di Serge Lang, inviato del quotidiano sportivo L’Equipe, partorisce l’idea di una competizione a tappe, la Coppa del Mondo, che nel 1966 ha i suoi natali con la prima edizione. Marielle è indubbiamente competitiva ai massimi livelli, ma se riesce ad imporsi nel biennio pre-olimpico in sei gare – curiosamente, mai in Francia – distribuite tra quattro slalom e due discese, nondimeno manca di impreziosire con la sfera di cristallo un palmares già di tutto rispetto, chiudendo seconda nel 1967 alle spalle della canadese Nancy Greene e quarta l’anno successivo, dietro anche ad altre due francesi ancora, Isabelle Mir e Florence Steurer.

Poco importa, mette in saccoccia comunque tre coppette di specialità (due in slalom e una in discesa libera) e quattro trofei del circuito Kandahr (tre in combinata e uno in slalom, al Sestriere nel 1967), ed è già tempo di tener fede al suo ruolo di grande vedette invernali ai Giochi del 1968.

In verità la vetrina è occupata, in toto, dall’altro grande di Francia di quegli anni, Jean-Claude Killy, che fa tripletta come mai nessuno prima e dopo di lui, ma Marielle, privata della presenza della sorella costretta al ritiro anticipato dall’agonismo per un infortunio, ha tanto spessore agonistico e impeto giovanile da ritagliarsi a sua volta uno spazio importante, debuttando con l’ottavo posto in discesa libera, proseguendo con la medaglia d’oro, finalmente, in slalom davanti proprio alla Greene di 0″29 e ad Annie Famose che l’aveva battuta a Portillo, per concludere con il settimo posto in gigante, che gli vale “solo“, si fa per dire, il secondo gradino del podio nella combinata che, lo sappiamo, ha solo valenza mondiale.

La gloria perpetua è ormai certa, e dopo un ultimo successo in Coppa del Mondo a Rossland in Canada il 28 marzo, carica di medaglie, trofei e coppe, Marielle, non ancora 23enne, dice basta, seguendo le orme di Killy stesso che si è dato al professionismo. La leggenda dello sci le apre le porte, e nel 1996, a distanza di 30 anni dai tempi dei Mondiali di Portillo, le viene infine assegnata la medaglia d’oro della discesa libera. Già, perchè la Schinegger era nel frattempo risultata essere pseudoermafrodita, aveva in sè cromosomi maschili e la squalifica per quella prova si era resa inevitabile.

Marielle Goitschel incassa il meritato successo di un tempo che fu e ora, sì, può definitivamente alloggiare tra le più grandi di sempre.

CONNORS-VILAS 1981, LA FINALE MAI DISPUTATA A MONTECARLO

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Vilas e Connors – da plazbovo.free.fr

articolo di Nicola Pucci

Quel che sto per raccontarvi oggi, cari appassionati di tennis, ha del mai visto dalle parti del Principato di Monaco. Che se in quel salotto baciato dal sole e nobilitato da qualche testa coronata ha regalato nelle settantaquattro edizioni precedenti pagine agonistiche di pregio, tra cui le vittorie tricolori di Giovanni Balbi di Robecco, Giovanni Palmieri e ben tre volte Nicola Pietrangeli, nel 1981 altresì conosce l’inedito di una finale mai portata a termine.

Dal 13 al 19 aprile i campioni della racchetta, come avviene ormai dal 1897 e con la sola eccezione dei due conflitti mondiali 1915/1918 e 1940/1945, si danno appuntamento al Monte Carlo Country Club di Roquebrune-Cap Martin, per quella che altro non è che l’ouverture della stagione su terra battuta. Il tabellone si compone di 32 giocatori, tra questi il re del rosso, Bjorn Borg, che detiene il titolo in virtù delle due precedenti vittorie, 1979 contro Vitas Gerulaitis e 1980 battendo Guillermo Vilas. Proprio l’argentino, che da queste parti ha colto il successo nel 1976 con Fibak e infrangerà qualche mese dopo il cuore della bella Carolina, appare il pretendente più autorevole al ruolo di sfidante dell’orso scandinavo, in un torneo che allinea al via anche Jimmy Connors, alla ricerca di una consacrazione su terra battuta che manca al suo sterminato palmares, l’altro sudamericano di grido, Josè Luis Clerc, il beniamino di casa Yannick Noah e due esperti antagonisti di questa superficie che vengono d’oltre cortina, l’ungherese Balazs Taroczy e il cecoslovacco Tomas Smid. Adriano Panatta, Corrado Barazzutti e Gianni Ocleppo difendono i colori dell’Italia in un teatro che spesso ha sortito buoni risultati per il tennis di casa nostra. Sarà così anche stavolta.

Il torneo in effetti comincia con il botto. Al primo turno, a sorpresa ma neppure troppo vista la contrapposizione di stile che abitualmente patisce e il precedente “difficile” della finale del Roland-Garros del 1979, Borg incoccia nel tennis d’attacco del paraguaiano Victor Pecci, che si impone in tre set, addirittura con un clamoroso 6-0 d’entrata, estromettendo così il campione in carica e liberando la parte alta del tabellone. Nella quale, con classe ed altrettanta capacità nel gioco di volo, si inserisce proprio l’Adriano nazionale, che dopo il semplice 6-3 6-2 all’esordio contro il modesto Fernando Luna, batte lo stesso Pecci agli ottavi, sempre 6-3 6-2, per poi estromettere ai quarti un pallettaro d’eccezione come Josè Higueras, 6-1 1-6 6-4, arrampicandosi così alle semifinali. Dove ad attenderlo c’è Vilas, che intravede la possibilità di successo finale una volta fuori da giochi Borg, eliminando uno dopo l’altro Ilie Nastase, umiliato con un doppio 6-0, Ocleppo, che regge dignitosamente un set, 6-4 6-1, e Smid, che si arrende solo al tie-break decisivo.

Nel frattempo Connors conferma di esser giunto all’appuntamento monegasco con buona attitudine alla terra battuta, superando al debutto Corrado Barazzutti, 6-4 7-5, per poi spengere le velleità francesi di Pascal Portes e Noah, entrambi eliminati in due rapidi set. In semifinale Jimbo incrocia Taroczy, che approfitta di un percorso agevole che lo vede sbarazzarsi di tennisti di seconda fascia, quali sono lo svedese Kjell Johansson, il transalpino Christophe Roger Vasselin e l’argentino Ricardo Cano, lasciando per strada la miseria di undici giochi in tre partite.

E qui fa la sua comparsa la pioggia. Che se non impedisce a Vilas di aver vita facile con Panatta sommergendo il malcapitato romano a suon di passanti e pallonetti per il 6-2 6-2 che lo vede accedere, come da pronostico alla finale, Connors, dopo un primo set senza sussulti, 6-1, si vede costretto a proseguire il giorno successivo, domenica mattina, completando in oltre un’ora di gioco il faticoso 7-6 che lo spedisce diritto allo scontro decisivo con il “poeta“.

Il 19 aprile 1981 però il tempo è incerto, sul Principato. Al punto da costringere gli organizzatori del torneo a slittare la finale al giorno di Pasquetta, lunedì 20. Vilas contro Connors è un bel vedere, due mancini l’uno al cospetto dell’altro, piè veloce e maestro della rotazione l’argentino, lottatore indomito e prototipo dell’attaccante da fondocampo l’americano, in vantaggio 4-3 negli scontri diretti. E sotto i nuvoloni minacciosi è partita aperta, con il punteggio che tiene i due sfidanti incollati l’uno all’altro fino al 5-5 del primo set e, curiosamente, 55 minuti di splendida battaglia, quando, proprio quei nuvoloni minacciosi, riversano sul Country Club una dose massiccia di acqua che obbliga all’interruzione. E stavolta senza più l’opportunità di proseguire. Perché Connors deve volare oltre Oceano per i tornei nord-americani, lui che non ha mai vinto su terra battuta in Europa e sperava per l’occasione di rompere il sortilegio, e Vilas è costretto a sua volta a rimandare all’anno successivo, 1982, il tris nel Principato.

Già, perchè quella finale, che gli organizzatori avrebbero voluto portare a termine il 7 giugno, il giorno dopo l’epilogo del Roland-Garros, non avrà un seguito e l’albo d’oro del torneo di Montecarlo, da quel dì, ha un tassello vuoto… a dispetto dei desideri del Principe.

QUANDO I GIUDICI NON DIEDERO LA CORONA A THOMAS HEARNS

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Hearns attacca Leonard nel match del 1989 – da board.dailyfix.net

articolo di Massimo Bencivenga

A livello di boxe, per tutto il 1989 promoter, critici e appassionati erano presi da due cose: trovare dei rivali all’altezza per Mike Tyson e Julio Cesar Chavez; e vedere i return-mach di Leonard. Sfumato quello con Hagler, le organizzazioni si misero in moto per far combattere Sugar contro “Manos de piedras“, Roberto Duran.

L’uomo di Memphis, Thomas “Hitman” Hearns è stato uno dei giganti dei ruggenti anni ’80 nelle categorie da welter a supermedi. Era più spettacolare di Hagler, meno devastante ma più tecnico di Duran, più rapido di Leonard. Tutta gente con la quale ha incrociato i guantoni. Perdendo quasi sempre. Già, perché questo fenomeno di tecnica, potenza e velocità aveva il tallone d’achille in una mascella troppo debole. O perlomeno troppo debole per resistere agli assalti di gente come Leonard o Hagler.

Al primo incontro con Ray Leonard, nel 1981, Hearns arrivò da campione dei welter, era in vantaggio, ma nelle ultime riprese la figura elegante e dinoccolata di Hearns finì nel mirino delle combinazioni rapide di Leonard che riuscì a stenderlo un paio di volte in malo modo e poi a costringere l’arbitro a fermare l’incontro.

Hearns si riprese alla grande però. Salì di categoria, riuscì a essere il primo a mandare ko Duran e ad avere l’onore e l’onere di misurarsi con il “Meraviglioso“, ossia Marvin “Marvelous” Hagler. L’incontro fu preparato come si deve, gli fu dato un titolo, quasi una primizia per i tempi: The War.

Beh, chi si aspettava una battaglia fu deluso, giacché fu un massacro. Hagler, semplicemente, scherzò con Hearns mandandolo per le terre alla terza ripresa. Fu invero un ko abbastanza comico da vedere, con Hearns che sembrò una marionetta alla quale improvvisamente qualcuno avesse tagliato i fili.

Eppure Hearns era un fenomeno. Davvero. E ritiratosi Hagler, con Leonard indeciso su cosa fare, divenne il dominus riuscendo ad essere il primo a diventare re di quattro diverse categorie di peso.

Record che detenne per poco, visto che Leonard, battendo LaLonde, riuscì ad arrivare a cinque. Il match con LaLonde fu disputato con un peso in grado di far valere il match tanto per i mediomassimo quanto i supermedi, categoria che s’era appena affacciata. Se ne facevano di cose in quegli anni.

E fu proprio sul limite di peso dei supermedi che si organizzò, per il 12 giugno del 1989, al Caesars Palace di Las Vegas, il match tra Leonard campione e Hearns deciso a lavare via l’onta. Dopo due round abbastanza equilibrati, al terzo Hearns piegò le ginocchia a Leonard. Sugar schiumò rabbia e nei due round successivi fece capire non solo di essere in forma, ma di poter far male alla mascellina di Thomas. Alcuni dei round centrali furono bellissimi e di difficile assegnazione, perlomeno in maniera univoca. Hearns teneva l’iniziativa, ma Leonard nello smarcarsi e colpire, gioco nel quale era maestro, spesso riusciva a essere ancora più incisivo di Hitman.

Il dolce arrivò in coda. Nell’undicesima ripresa, Leonard prese l’iniziativa perché sapeva di essere indietro ma, dopo un buon inizio, subì una combinazione micidiale di Hearns e finì di nuovo giù. Si riprese in maniera entusiasmante, facendo barcollare Hearns ma rischiando anche lui di andare di nuovo giù. Round fantastico. Per vincere, Leonard avrebbe dovuto buttar giù Thomas, che per evitare ciò che successe nel 1981 scelse di attaccare; una mossa che rischiò di costargli cara, visto che Leonard riuscì a centrarlo diverse volte, a destabilizzarlo, costringendolo alle corde e a legare per portare a casa il successo.

Già, perché io quell’incontro lo vidi, e per me “Hitman” aveva vinto. Ma Thomas Hearns non vinse. Pari. Questo fu il verdetto. In seguito anche Leonard, uno tutt’altro che modesto e imparziale, si ritrovò ad ammettere di essere stato premiato oltremodo dai giudici.

Spero di aver fatto balenare un po’ la magia di quegli anni, perché io ho visto anche Floyd Mayweather-Pacquaio, ma lì lo spettacolo non sono riuscito a scorgerlo.

ISOLDE KOSTNER E L’IRIDE DOPPIO IN SUPERGIGANTE

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Il podio dei Mondiali 1997 – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Giovane, ambiziosa, determinata, soprattutto velocissima di piedi. E’ il ritratto del “puffo” di Ortisei, al secolo Isolde Kostner, che nel biennio 1996/1997 realizza un exploit che mai nessuna sciatrice italiana, prima e dopo di lei, è riuscita ad emulare: vincere due medaglie d’oro mondiali consecutive, per di più nella stessa specialità. Nel caso specifico, supergigante.

Isolde, affettuosamente “Isi” per gli amici, è apparsa nel panorama del Circo Bianco con tutta la sua giovanile esuberanza nel 1994 quando, neppure 19enne, conquista la prima di ben quindici vittorie in Coppa del Mondo a Garmisch, nel giorno, 29 gennaio, della tragedia che costa la vita ad Ulrike Maier, per salire poi sul gradino più basso del podio in discesa e supergigante alle Olimpiadi di Lillehammer di lì a qualche settimana. La ragazza ha talento da vendere, così come un sorriso che illumina la scena di una trascinante simpatia, e quel che l’attende ai Mondiali di Sierra Nevada, programmati per il 1995 ma poi, caso inedito nella storia dello sci alpino, slittati all’anno successivo per mancanza di materia prima, ovvero la neve, è una sorta di appuntamento con la gloria sciistica.

La tedesca Katja Seizinger, detentrice del titolo nonché leader della classifica generale di Coppa del Mondo, è la favorita d’obbligo, forte anche del successo nella classifica di specialità negli ultimi tre anni e dei trionfi in stagione nelle ultime gare prima della rassegna iridata, proprio a Garmisch davanti alla connazionale Ertl e due volte in Val d’Isere precedento l’austriaca Goetschl e la stessa Kostner. La bolzanina è giunta anche terza a Vail, vincendo in discesa sull’amata pista delle “Tofane” di Cortina, ed è attesa alla recita mondiale al pari dell’altra asburgica Meissnitzer, vincitrice in supergigante a Val d’Isere e Veysonnaz, dell’americana Picabo Street, adattissima al tracciato filante disegnato sui Pirenei, della norvegese Marken che si sta affacciando tra le migliori, di Hilde Gerg che qui vinse nel 1994 davanti alla Kostner e della svizzera Heidi Zurbriggen, sorella di Pirmin, alla ricerca della vittoria che la faccia uscire dall’ombra del grande fratello. Ed è proprio l’elvetica, pettorale numero 13, perfetta lungo i 2263 metri della pista “Granados“, a far segnare il miglior tempo, 1’21″66, dopo che la Seizinger è uscita e il plotone austriaco ha chiuse nelle retrovie, con Anita Wachter, la migliore del Wunderteam, solo 16esima. La Kostner scende per quattordicesima e la giornata, abbacinata da uno splendido sole di primavera, diventa radiosa. Isolde scivola a valle senza la benchè minima esitazione, pennella le curve con destrezza, assorbe con sicurezza le ondulazioni del terreno e all’intermedio, 47″40, è già in vantaggio di 0″24. Rischia di impennare in presentat-arm al salto proprio dopo il rilevamento cronometrico – si sa, questo esercizio non è il pezzo forte del suo repertorio -, ma una volta riguadagnato l’assetto sul manto nevoso non deve far altro che guidare rapidamente gli attrezzi fin sul traguardo. Che la premia con un tempo memorabile, 1’21″00, a sbriciolare il sogno di gloria di Heidi che qualche minuto prima aveva iniziato a prendere forma. Non è finita qui, sia chiaro, perchè in rapida successione, pettorale numero 15, tocca a Picabo Street, solitamente un drago su queste pendenze, e l’americanina, un’altra che in quanto a sorriso sa farsi rispettare, all’intermedio è dietro di soli 0″03. Cuore e batticuore per Isolde,  ma nella parte finale “acqua scintillante” allunga qualche linea di troppo e all’arrivo è solo terza in 1’21″71, lasciando la medaglia d’oro ben salda al collo dell’altoatesina. Il trionfo azzurro si completa con il beffardo quarto posto di Barbara Merlin, che per l’inezia 0″09 è dietro a Picabo, ma quel che conta è che l’Inno di Mameli si diffonde tra le valli piranaiche.

Dodici mesi dopo è già tempo di rivincita, e per Isolde Kostner c’è l’opportunità di difendere in casa il titolo conquistato, al Sestriere, la collina cara agli Agnelli. La campionessa azzurra ha in saccoccia il successo di Cortina, ultimo appuntamento in supergigante prima dei Mondiali, a legittimare le speranze di conferma e a farne tra le pretendenti più accreditate. Tra queste, al solito, ci sono le tedesche Seizinger e Gerg e le immancabili austriache Dorfmeister, Meissnitzer e Goetschl, mentre nuove avversarie si profilano all’orizzonte, in primis la svedese Pernilla Wiberg che sta dominando in Coppa del Mondo – a fine anno porterà a casa la sfera di critstallo – e si è imposta a Lake Louise e Bad Kleinkirchheim, in secundis le due russe Zelenskaja e Gladishiva, in terzis la francese Montillet. E’ proprio Hilde Gerg ad issarsi al comando quando, col pettorale numero 4, abbassa di 0″36 il tempo della connazionale Gutenshon, segnando in 1’23″64 il parziale di riferimento. La doppietta tedesca diventa tris la concorrente successiva, Katja Seizinger, che è nettamente avanti all’intermedio, 1’02″84 contro 1’03″09, per poi sbavare leggermente nel finale guadagnando comunque la prima posizione provvisoria, 1’23″58. L’errore, nondimeno, le costerà la vittoria. Già, perchè mentre la Germania pregusta un clamoroso trionfo, è la volta della Kostner lanciarsi dal cancelletto. “Isi” fatica nelle curve centrali della “Kandahar Banchetta“, tanto da accusare un disavanzo di 0″40 all’intermedio, fuori anche dal podio virtuale. Ma il suo incedere nei metri conclusivi è convincente, pennella l’ultima virata che la catapulta a velocità supersonica sullo schuss finale e quando il cronometro si ferma ad 1’23″50, otto centesimi meglio della Seizinger, l’idea che possa bastare per il bis iridato si insinua prepotentemente in lei. E così sia. La Montillet è solo quarta, così come la Wiberg e la austriache, anche stavolta, falliscono la prova sbiadendo al cospetto di Isolde.

Che è nuovamente campionessa del mondo e coglie quell’oro che, da quel giorno, attende l’erede bianco-rosso-verde. Per la doppietta, poi, mi sa che mi verranno i capelli bianchi…

 

 

CARMINE PREZIOSI, L’IMMIGRATO CHE SORPRESE TUTTI ALLA LIEGI-BASTOGNE-LIEGI 1965

 

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Carmine Preziosi – da gazzetta.it

articolo tratto da GPM ciclismo

In un momento come questo dove il tema dell’immigrazione è sempre più attuale, molte sono le storie drammatiche di uomini, donne e bambini costretti a fuggire dalla guerra, dalla fame, dalla povertà. Troppe volte ci siamo trovati, purtroppo, nel dovere morale di commentare l’ennesima tragedia dell’immigrazione, della condizione dell’uomo vittima e schiavo di un qualcosa più grande di lui.

Quella che raccontiamo oggi è, appunto, una storia di immigrazione, una storia fatta di fatica, disagio e di polvere, che tanto abbonda nelle miniere del Belgio. Una polvere che ad inizio Novecento era diventata persino un’ambizione, una via di fuga dalla povertà e da ogni difficoltà.

Questa è la storia che descrive la condizione di migliaia e migliaia di italiani emigrati nelle Ardenne per sfuggire ad una povertà estrema che toglieva persino la voglia di sognare.

La Liegi-Bastogne-Liegi è oggi per tutti la “corsa degli italiani“, la corsa dove in alcuni frangenti i corridori azzurri sembrano correre in casa. È forse anche per questo che la Doyenne è stata conquistata per ben dodici volte dai nostri connazionali. Un binomio quasi magico, quello tra la Liegi e l’Italia, iniziato nel lontano 1965, quando un giovane corridore azzurro trionfò nella Decana di tutte le corse. Il suo nome era Carmine Preziosi, uno dei tanti italiani in terra belga.

La storia di Preziosi, infatti, è una delle tante di numerosissimi connazionali fuggiti dal nostro Paese in cerca di fortuna, nella terra promessa del ciclismo. La famiglia Preziosi emigrò da Sant’Angelo all’Esca, in Campania, a Parceness, un piccolo paesino sperduto nelle colline delle Ardenne. Il padre di Carmine aveva trovato un’occupazione nella miniera di Charleroi. Dopo anni di stenti, finalmente era arrivata l’opportunità di dare un futuro concreto alla propria famiglia. Anche il giovane Carmine non era da meno e trascorse la sua adolescenza in terra vallone cimentandosi in diversi e umili lavori, da autista a vetraio fino a quello di cameriere.

Dall’Italia Carmine aveva portato con sé una grandissima passione per il ciclismo. Iniziò a correre giovanissimo per passare professionista nel 1963, a soli vent’anni.

Nella sua carriera una giornata in particolare rimane impressa nella mente. E’ la Liegi-Bastogne-Liegi del 1965, arrivo previsto al Velodromo di Roucourt. Nell’anello belga si invola solitario Vittorio Adorni. Il campione italiano ha una manciata di metri di vantaggio su un gruppetto di corridori che comprende, tra gli altri, anche il campione del mondo olandese Jan Janssen. La maglia iridata, presa dalla foga di rimontare Adorni, innesca una bruttissima caduta che coinvolge altri sette corridori facenti parte del gruppetto inseguitore. Dalla carambola si avvantaggia proprio Preziosi che, come un treno, si stava riportando su Adorni. A quel punto però succede quello che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il giovane italiano raggiunge il corridore della Salvarani (guidata da Luciano Pezzi), gli si affianca e con la mano sinistra si appoggia letteralmente su di lui. Adorni, sbilanciato, rallenta inesorabilmente la sua corsa rischiando inoltre di finire per terra favorendo il rivale. Preziosi dunque ha la strada spianata per il suo trionfo alla Decana. Adorni è costretto ad un secondo posto che sa molto di beffa. La giuria chiude un occhio (forse anche due) sostenendo che Preziosi è stato costretto a quel gesto per evitare di cadere. Adorni non riuscì mai ad accettare quel verdetto. Fatto sta che quella è stata la prima vittoria italiana alla Liegi, l’inizio di una storia unica.

La storia di Preziosi è una storia umile, che nasce da molto lontano, da una speranza di un futuro migliore.

La vittoria di Preziosi è la vittoria di ogni italiano che tra la polvere, il sudore e la fatica è riuscito a realizzare il suo sogno, è il riscatto di un popolo relegato all’emarginazione sociale.

Una favola da raccontare a chi fa finta di non ricordare; la storia dei minatori italiani fatta proprio di fatica, polvere e tragedie, si arricchisce dell’orgoglio, l’orgoglio di un giovane immigrato che trionfa nella Madre di tutte le classiche. Perché nessuna corsa più della Liegi-Bastogne-Liegi è un simbolo di memoria, di integrazione, di orgoglio, appunto.

La vittoria di Carmine Preziosi è avvenuta tra mille polemiche; la sostanza che ne viene fuori però è quella che basta per dare inizio a una storia magica come quella che si è instaurata negli anni tra la Decana e il Bel Paese. E, con buona pace di Vittorio Adorni, forse è giusto così.

CHUCK VINCI, L’ULTIMO SOLLEVATORE CHE PORTO’ L’ORO IN AMERICA

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Chuck Vinci sul gradino più alto del podio a Melbourne 1956 – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

E’ quanto mai sorprendente sfogliare l’enciclopedia olimpica. Può capitare di scoprire, ad esempio, che gli Stati Uniti, che capeggiano il medagliere con una collezione di trionfi che scavalca la barriera delle mille medaglie d’oro, siano altresì fermi all’edizione di Roma del 1960 nel veder sventolare la bandiera stelle-e-strisce sul pennone più alto del sollevamento pesi.

Già, ad eccezione di Tara Nott che esattamente 40 anni dopo vinse nella categoria riservata alle donne sotto i 48 kg., nessun forzuto è più riuscito da quel dì ad eguagliare quel che fu capace di fare Charles “Chuck” Vinci nella Grande Olimpiade capitolina. Eppure gli americani, sul primo gradino del podio con Oscar Osthoff ai Giochi “casalinghi” di Saint Louis nel 1904 e con Tony Terlazzo nei pesi piuma a Berlino nel 1936, hanno poi conosciuto l’era aurea del bilanciere, con 4 vittorie in 6 categorie a Londra 1948, 4 su 7 sia ad Helsinki 1952 che a Melbourne 1956, e quindi la desolazione olimpica del dopo ha quasi del clamoroso.

Ma torniamo a Chuck, che viene alla luce a Cleveland, nell’Ohio, il 28 febbraio 1933. Il ragazzo viene cresciuto in un ambiente permeato di sacro, se è vero che sarà devoto al punto da sostenere, una volta raggiunta gloria sportiva, che si devono alla volontà di Dio i suoi successi nel sollevare pesi. Vinci, che cresce poco in altezza tanto da non superare il 1m50, si avvicina alla pratica sportiva a 12 anni, sulle orme del fratello maggiore Billy, riuscendo ben presto a primeggiare nei concorsi locali. E dopo aver vinto una prima volta i campionati americani nel 1954 – si confermerà tale altre sei volte, nel biennio 1955/1956 e poi nel quadriennio dal 1958 al 1961 – debutta in una grande competizione internazionale ai Pan American Games del 1955, a Città del Messico, quando, gareggiando nei pesi gallo, sotto i 56 kg., è già il migliore battendo il panamense Angel Famiglietti.

Il ghiaccio è rotto e per Chuck, che si allena sotto lo sguardo vigile di John Schubert, un ex-marine, si dischiudono le porte di una carriera che lo vedrà non solo collezionare un bottino massiccio di medaglie, pur anche ben 12 record del mondo. Questo gagarino alto un soldo di cacio, con una tempra di lottatore indomabile, e con l’aiuto del Padreterno, che Vinci non dimentica di onorare unendosi alla YMCA (Young Men’s Christian Association) che gli fornisce parte del supporto necessario per poter gareggiare in patria e fuori, diventa un sollevatore di fama internazionale e con i Mondiali di Monaco, ad ottobre 1955, inizia a battagliare con i campioni che in Europa e nel mondo hanno maggior blasone.

Tra questi c’è il leggendario Vladimir Stogov, russo di tre anni più anziano, che proprio alla kermesse iridata batte Chuck, relegando l’americano alla piazza d’onore e mettendosi in saccoccia il primo di una serie di ben cinque ori consecutivi. Ma se Vinci conoscerà l’onta della sconfitta anche nel 1958 a Stoccolma, per poi chiudere non meglio che quarto l’edizione mondiale del 1961 di Vienna preceduto anche dall’ungherese Imre Foldi e dal giapponese Yoshinobu Miyake, è consapevole nondimeno che uno sport come il sollevamento pesi regala l’immortalità solo con il successo a cinque cerchi, ed è proprio con quell’obiettivo che l’americano si prepara a dar battaglia alle Olimpiadi di Melbourne del 1956.

Vinci si presenta in Australia motivato come non mai, totalmente dedito all’attività sportiva. E con il miraggio della medaglia d’oro. Che poi tanto miraggio non è, visti i precedenti. Si allena, prega nei ritagli di tempo, e la sera va a letto presto, prototipo del campione perfetto. Ma corre il rischio di non potere competere nella categoria a lui congeniale, quella appunto dei pesi gallo, eccedendo di poco il limite dei 56 kg. Poco prima di scendere in pedana, dunque, si fa tagliare i capelli e con la “zavorra” in meno può infine affrontare gli altri pretendenti al titolo olimpico. In primis, ovviamente, Stogov, che detiene il record del mondo con complessivi 335 kg., e con il quale Vinci, fin da subito, dà vita ad una sfida appassionante. Si comincia con la distensione lenta, e per i due rivali è già record olimpico, 105 kg., si prosegue con lo strappo, record del mondo per entrambi, ancora 105 kg. Ma è con l’ultima serie di alzate, lo slancio, che Chuck mette il sigillo sulla vittoria, 132,5 kg. contro i 127,5 kg. del russo, per un nuovo record del mondo di 342,5 kg. che vale all’americano la medaglia d’oro.

La gloria perpetua è garantita, e nel quadriennio post-olimpico Vinci, se non riesce a mettere in cassaforte il titolo mondiale venendo, come detto, battuto da Stogov che a Stoccolma, nel settembre 1958, si prende la rivincita con un franco successo, 342,5 kg. contro 327,5 kg., conquista invece l’anno dopo il secondo trionfo ai Pan American Games, stavolta a Chicago ma sempre superando Famiglietti.

Il successo in patria è il preludio all’impresa realizzata alle Olimpiadi di Roma del 1960, dove Vinci si presenta da detentore del titolo e che sono private di Stogov, nuovamente in possesso del primato del mondo con 345 kg., pure campione d’Europa, ma costretto a rinunciare alla rassegna capitolina per colpa di un infortunio. In assenza del sovietico, tocca a Miyake vestire i panni dello sfidante, ed è un avversario da prendere con le molle se è vero che in un prossimo futuro il nipponico sarà proprio il successori di Vinci sul gradino più alto del podio, a Tokyo 1964 così come a Città del Messico nel 1968. Nel frattempo, però, Chuck tiene fede al suo ruolo di favorito, già il migliore nella distensione lenta, 105 kg., stesso punteggio di quattro anni prima, con Imre Foldi e il portoricano Fernando Baez che alzano non più di 100 kg. Con l’alzata di strappo Vinci segna un nuovo record mondiale, 107,5 kg., tenendo a distanza proprio Miyake che con 105 kg. scavalca Foldi, per poi chiudere con uno slancio da 132,5 kg. a cui il rappresentante del paese del Sol Levante risponde con il record olimpico di 135 kg., non sufficiente però a scalzare l’americano dalla prima posizione. Vinci chiude con un totale di 345 kg., ad eguagliare il primato del mondo del grande assente e rivale Stogov, confermandosi così campione olimpico con un margine di 7,5 kg. su Miyake.

La meravigliosa storia agonistica di Vinci si chiude qui, così come, senza ovviamente esserne al corrente, gli Stati Uniti salgono per l’ultima volta sul gradino più alto del podio del sollevamento pesi al maschile. Chuck, dopo esser rimasto fuori dal gioco delle medaglie ai Mondiali di Vienna del 1961 proprio per merito di Miyake, si eclissa per un triennio, prima di tentare la strada delle partecipazione olimpica a Tokyo 1964. Ma uno strappo ai legamenti contratto all’inizio dell’anno mentre si sta allenando nel garage di casa lo costringe all’abbandono del sogno della tripletta ai Giochi e al ritiro dell’attività.

Charles “Chuck” Vinci, alto quanto un soldo di cacio ma forzuto come un ciclope, mette a terra il bilanciere ed entra nell’enciclopedia della pesisitica. E’ lui l’ultimo americano, in attesa di un erede d’oro.

CARLOS REUTEMANN, IL “GAUCHO TRISTE” DELLA FORMULA 1

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Carlos Reutemann – da revistaconefecto.com

articolo tratto da Cavalieri del rischio

El Gaucho triste“, come venne soprannominato per le attitudini caratteriali, Carlos Reutemann iniziò a correre in patria nel turismo, sport prototipi e in Formula 2, cogliendo risultati tali da indurre l’automobile club a sponsorizzarlo per una stagione in Formula 1 alla guida della Brabham.

Debuttò nel 1972 nel gran premio di casa e a sorpresa ottenne la pole position, mentre in gara dovette accontentarsi del settimo posto; dopo un ritiro a Kyalami saltò un paio di gran premi, rientrando poi in pianta stabile fino al termine della stagione, cogliendo un ottimo quarto posto a Montreal e mostrando buone qualità, tanto da guadagnarsi sul campo la riconferma nel team, diventandone il pilota più rappresentativo nella stagione successiva, che l’argentino iniziò con numerosi ritiri, riscattandosi nella seconda parte di campionato con due podi in Francia e a Watkins Glen e numerosi piazzamenti risalendo fino al settimo posto in classifica generale.

Arrivò anche la gioia della prima vittoria, a Kyalami nel 1974, davanti a Beltoise e Mike Hailwood, anche se questo fu l’unico risultato utile nelle prime nove gare. Ancora una volta il finale di stagione riservò invece piacevoli sorprese, arrivarono infatti altre due vittorie, in Austria e proprio Watkins Glen, oltre ad un terzo e un sesto posto, che portarono Reutemann al sesto posto a fine stagione, con il doppio dei punti dell’anno precedente.

Nel 1975 la Brabham si mostrò ancora più competitiva e l’argentino, ormai abituato a combattere tra i primi, si piazzò con regolarità a punti, cogliendo una vittoria al Nurburgring e altri cinque podi, chiudendo il campionato alle spalle dell’imprendibile Lauda e di Emerson Fittipaldi; quello che sembrava essere un percorso di crescita costante subì un brusco stop, la Brabham infatti nel 1976 non confermò il proprio potenziale e Reutemann dovette accontentarsi di lottare in posizioni di rincalzo, spesso senza nemmeno vedere la bandiera a scacchi, fino al definitivo addio, sancito dal passaggio alla Ferrari nel gran premio d’Italia, in previsione di sostituire Lauda, che sorprendentemente si presentò e corse a 40 giorni dal terribile incidente del Nurburgring, piazzandosi tra l’altro davanti sia a Regazzoni che a Reutemann, che a Monza fu soltanto nono ma venne confermato per il 1977 e, in seguito ai diverbi nati a Maranello dopo il ritiro volontario di Lauda al Fuji, con la concreta possibilità di occupare un ruolo da prima guida.

Terzo in Argentina e primo in Brasile, Reutemann sembrò essere in grado di cogliere l’occasione, ma Lauda a Kyalami tornò al successo e poi iniziò a macinare risultati vincendo il titolo prima di lasciare polemicamente la rossa con due gare d’anticipo e lasciando solo le briciole al compagno di squadra, che tentò di riscattarsi l’anno seguente con quattro successi (Brasile, Long Beach, Inghilterra e Watkins Glen) e il terzo posto in classifica, facendo del proprio meglio pur non potendo nulla contro le due Lotus di Andretti e Peterson, dominatrici assolute della scena.

Consumato il divorzio dalla Ferrari, Reutemann optò proprio per la Lotus, ma ancora una volta non fu fortunato, il team non era quello dell’anno precedente e la vettura 79 era ormai obsoleta, mentre la Lotus 80 non si dimostrò all’altezza, quindi dopo un buon inizio di stagione dove sembrava poter inserirsi nella lotta al titolo, nella seconda parte subì un crollo e non raggiunse mai la zona punti, lasciando la squadra a fine stagione, deluso dai risultati e con la volontà di lottare per il titolo alla guida dell’ambiziosa Williams, sostituendo Regazzoni (come alcuni anni prima in Ferrari).

Nel team di Sir Frank le gerarchie erano però stabilite e il leader indiscusso era ormai Alan Jones, che vinse il titolo nel 1980, mentre Reutemann si piazzò ancora una volta terzo togliendosi la soddisfazione di vincere il gran premio di Monaco affrontando poi un finale in crescendo, preludio di una “rivoluzione” interna al team: l’anno seguente l’argentino in Brasile superò Jones e ignorò i successivi ordini di scuderia, da quel momento i due piloti divennero separati in casa. Nei primi 5 gran premi Reutemann vinse ancora a Zolder, in Belgio, e fu costantemente a podio, portandosi largamente in vantaggio nella classifica piloti e nonostante un paio di “zero“, dopo il gran premio di Inghilterra si trovò in testa con 43 punti, contro i 26 di Piquet e i 24 di Jones, ma nella seconda parte, senza aiuto del team, osteggiato dal compagno di squadra e ancora una volta vittima della propria fragilità, subì un pesante crollo, pertanto si arrivò al decisivo appuntamento di Las Vegas con questa situazione: Carlos Reutemann 49, Nelson Piquet 48, Jacques Laffite 43.

La corsa vide la vittoria di Jones mentre Reutemann, una volta ottenuta la pole, fu protagonista di una partenza disastrosa e scivolò progressivamente indietro, chiudendo all’ottavo posto, a Piquet bastò così un quinto posto per vincere incredibilmente il titolo; il “Gaucho triste“, ormai demotivato, dopo aver disputato i primi due Gran Premi del 1982, anche a causa della guerra delle Falkland e dei conseguenti problemi di un argentino indesiderato in Inghilterra, decise di ritirarsi dalla Formula 1, per dedicarsi con successo all’attività di imprenditore e politico.

Nel 1995, in occasione del gran premio di Argentina, la Ferrari gli regalò un giro di pista con la vecchia monoposto, scatenando l’entusiasmo del pubblico.

IL TRIONFO DELLA LETTONIA AI PRIMI EUROPEI DI BASKET DEL 1935

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La Lettonia campione d’Europa – da wikivisually.com

articolo di Nicola Pucci

Ancora vergine di grandi competizioni internazionali, a differenze di altri sport di squadra che già da tempo impegnano l’una contro l’altra le Nazionali più forti del pianeta, infine la FIBA, (originariamente, quando venne fondata il 16 giugno 1932, Fédération Internationale de Basketball Amateur) ha partita vinta, per bocca del suo Presidente Leon Buffard, e vede il sorgere, nel 1935, quindi un anno prima dell’esordio della pallacanestro alle Olimpiadi di Berlino, del primo Campionato Europeo per Nazioni.

L’onore di ospitare la nascente competizione continentale spetta alla Svizzera, paese che sembra esente dai pruriti aggressivi in un’Europa sul punto di esplodere e che in quel di Ginevra accoglie proprio la sede della Federazione Internazionale. Si gareggia dal 2 al 7 maggio e sono dieci le squadre ammesse a partecipare: ovviamente la Svizzera che fa gli onori di casa, Belgio, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Lettonia, Romania, Spagna, Ungheria. C’è pure l’Italia, guidata in panchina da quell’Attilio De Filippi che con la Ginnastica Triestina vincerà ben cinque scudetti negli anni Trenta, alternandosi al comando del campionato italiano a Ginnastica Roma e Olimpia Milano.

Gino Basso il napoletano in rappresentanza del Sud, Bruno Caracoi, il bomber riconosciuto Livio Franceschini, Emilio Giassetti, Giancarlo Marinelli prima star acclamata della Virtus Bologna, Sergio Paganella, Egidio Premiani ed Ezio Varisco che morirà combattendo in Libia, sono gli otto componenti dell’Italia che il sorteggio accoppia alla Bulgaria per uno dei cinque match di turno preliminare.

Si comincia, dunque, il 2 maggio al Pavillon des Sports du Bout-du-Monde di Ginevra, e se la Spagna, costretta ad un match di spareggio con il Portogallo per accedere alla fase finale, giocato a Madrid e vinto per 33-12, si sbarazza del Belgio 25-17 grazie a 8 punti (!!!) di Pedro Alonso, e la Cecoslovacchia sorprende la Francia imponendosi di misura, 23-21, proprio la Svizzera padrona di casa si sbarazza agevolmente della Romania, 42-9. Nel frattempo la Lettonia, che a differenza delle grandi squadre occidentali ha un appeal mediatico men che discreto ed è allenata da Valdemārs Baumanis, evidenzia tuttavia un’invidiabile forza collettiva, demolendo a sua volta l’Ungheria, 46-12, trascinata da Janis Lidmanis, straordinario talento baltico che, oltre a saperci fare con la palla a spicchi, è pure calciatore di livello con il JKS Riga e la Nazionale del suo paese, con la quale collezionerà ben 55 presenze e 2 reti.

E l’Italia? L’Italia, appunto, debutta vittoriosamente con la Bulgaria 42-23, con Franceschini sugli scudi con ben 32 punti, ma per l’anomala formula del torneo che promuove direttamente alle semifinali tre squadre, ovvero Spagna, Lettonia e Cecoslovacchia, obbligando Svizzera e Italia ad un ulteriore duello per definire la quarta semifinalista, incoccia nella maggior presenza fisica dei rossocrociati che dopo il 15-15 all’intervallo piazzano un parziale di 12-2 nel secondo tempo chiudendo sul 27-17 che apre loro le porte delle semifinali e manda gli azzurri a gareggiare nel torneo di consolazione. Appunto, consolazione, che vedrà l’Italia infine settima, dopo aver perso con la Francia, 29-27, e battuto nuovamente la Bulgaria, 35-22, laureando Franceschini miglior marcatore della manifestazione, con 68 punti totali e 17 di media a partita. Che, per i parametri dell’epoca, se non sono un primato da guinness poco ci manca.

Il 6 maggio si giocano le due semifinali e la Lettonia, confermando quando di buono messo in mostra al turno precedente, ha la meglio anche dei padroni di casa, 28-19, trascinata stavolta dall’altro campione uscito dal cilindro di coach Baumanis, ovvero il pivot Rudolfs Jurcins, che con le sue lunghe leve destabilizza la difesa elvetica garantendo ai baltici di strappare il biglietto per la finalissima.

Dove, il 7 maggio, alle ore 22.30, la Lettonia trova la Spagna, che ha eliminato alla distanza la Cecoslovacchia, 21-17. Il match che vale il primo titolo europeo della storia è combattuto ed appassionante, con Jurcins che ancora una volta domina sotto i tabelloni realizzando 11 punti e consentendo l’allungo della Lituania che chiude il primo tempo in vantaggio di otto punti, 16-8. Nella seconda metà di gioco la squadra di mister Mariano Manent, di origine argentine, prova a ricucire lo strappo, con Rafael Martin, infine premiato come miglior giocatore del torneo, top-scorer con 6 punti all’attivo. La Lettonia è nondimeno superiore a rimbalzo, mantiene un margine di sicurezza  e con il punteggio a referto di 24-18 sale sul tetto d’Europa. Prima e ad oggi unica volta della sua storia.

Una storia cestistica che due anni dopo vedrà la Lettonia ospitare la seconda edizione, terminando non meglio che sesta in una manifestazione appannaggio dell’Unione Sovietica vincitrice in finale con l’Italia, e salire sul secondo gradino del podio nel 1939 alle spalle dei “cugini” della Lituania. Poi la follia della Seconda Guerra Mondiale spezzerà per sempre il sogno sportivo di quella nidiata di ottimi giocatori, così come l’occupazione sovietica al termine del conflitto marcherà tragicamente la vita di alcuni di loro: Jurcins, ad esempio, arrestato, deportato in un gulag ed infine morto prematuramente a 39 anni a Molotov Oblast; lo stesso Lidmanis, con la moglie Anne, fu costretto a lasciare il paese per trovare poi riparo in Australia; infine l’artefice di quel successo, coach Baumanis, per sottrarsi alla deportazione peregrinò per l’Europa prima di stabilirsi negli Stati Uniti.

Quel che resta è il libro dei record, e quel nome della Lettonia che prima di tutte colse l’oro europeo: il tributo del film “Dream Team 1935“, uscito nelle sale nel 2012, rende immortali quei ragazzi che a basket giocavano bene. Proprio bene. E noi facciamo altrettanto… Eduards Andersons, Aleksejs Anufrijevs, Mārtiņš Grundmanis, Herberts Gubiņš, Rūdolfs Jurciņš, Jānis Lidmanis, Džems Raudziņš, Visvaldis Melderis, coach Valdemārs Baumanis.