IL VOLO VERSO L’ORO DEL DISCO DI VIRGILIJUS ALEKNA ALLE OLIMPIADI DI SYDNEY 2000

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Virgilijus Alekna a Sydney 2000 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Il lituano Virgilijus Alekna ha qualche rivincita da prendersi, quando si presenta all’appuntamento con le Olimpiadi di Sydney del 2000 nella gara del lancio del disco. Classe 1972, quinto ad Atlanta nel 1996, Alekna, un colosso di 200 centimetri per poco meno di 130 chilogrammi di forza erculea che si sposa perfettamente con una tecnica di prim’ordine, ha colto l’argento ai Mondiali di Atene del 1997 (battuto da Riedel ma davanti a Schult), accontentandosi del bronzo agli Europei di Budapest del 1998 (dietro agli stessi Riedel e Schult), per poi dover digerire un amaro quarto posto alla rassegna iridata di Siviglia 1999, privato del podio sempre dai due immancabili “gemelli” tedeschi, a loro volta beffati dall’inatteso americano Anthony Washington.

Alekna si presenta nondimeno ai Giochi forte della miglior prestazione stagionale, nonché seconda di ogni tempo, m.73,88, realizzata qualche settimana prima davanti al pubblico amico di Kaunas, ad avvicinare il record del mondo detenuto, ovviamente, da Schult con m.74,08, e gli addetti ai lavori lo considerano il favorito della prova olimpica, pronostico che si trova a spartire comunque con i due teutonici che come sempre danno il meglio nelle grandi manifestazioni.

Il turno di qualificazione del 24 settembre, nel magnifico e suggestivo scenario dello Stadio Olimpico della città australiana, fissa a m.64,00 la misura per accedere direttamente alla finale del giorno dopo, ed è proprio Lars Riedel, campione olimpico uscente nonché ben quattro volte consecutive campione del mondo, a realizzare il miglior lancio, m.68,15. Il sudafricano Frantz Kruger è secondo con m.67,54 ed avanza la sua candidatura al podio, con Alekna che si “accontenta” di m.67,10 mentre Schult, che ha 40 anni ed è alla quarta Olimpiade dopo l’oro di Seul 1988 e l’argento di Barcellona 1992, è ripescato con m.63,76, ottava misura tra i dodici ammessi all’atto decisivo, da cui è escluso il “grande vecchio” del disco lituano, Romas Ubertas, pure lui 40enne e campione olimpico a Barcellona 1992, nonchè l’azzurro Diego Fortuna, solo quattordicesimo in qualificazione. I due bielorussi Dubrovshchik e Kaptyukh, che ad Atlanta occuparono i due gradini più bassi del podio, sono pure loro della partita e non sono certo esclusi dalla lotta per le medaglie.

La finale si apre con Kruger che con m.67,89 è il migliore nella prima serie di lanci, avvicinato da Alekna che al secondo tentativo atterra a m.67,54. La sfida è avvincente e proprio al terzo lancio i candidati alla medaglia d’oro si scatenano, con Alekna che balza al comando con m.68,73 davanti a Riedel, che si ferma a m.68,50, e lo stesso Kruger che sale a m. 68,19, con Kaptyukh in quarta posizione a m.67,59. Curiosamente nessuno riesce più a far meglio, ad eccezione proprio di Alekna che al quinto lancio consolida la sua prima piazza con m.69,30, cogliendo infine quel successo olimpico che mancava al suo palmares e che doppierà quattro anni dopo ad Atene 2004, trionfo che andrà ad aggiungersi ai successi ai Mondiali 2003 e 2005 e agli Europei 2006. Riedel è secondo, Kruger conquista la medaglia di bronzo e Schult chiude in sesta posizione: l’era dei lanciatori tedesca è finita, si apre invece quella di Alekna.

E durerà a lungo, se è vero che il lituano, appunto quattro anni dopo ad Atene, rinnoverà il suo personale appuntamento con la medaglia d’oro olimpica, battendo stavolta l’ungherese Zoltan Kovago e l’estone Aleksander Tammert, a coronamento di un quadriennio da autentico dominatore della specialità in cui il possente discobolo che veniva dell’est vincerà, come detto, due titoli mondiali, a Parigi e ad Helsinki, ed un titolo europeo, ancora in Scandinavia, a Goteborg. E poi… e poi, dismessi i panni del campione, per Alekna anche un po’ di politica, per non farsi mancare proprio niente, al soldo del Movimento Liberale lituano, per il quale si guadagnerà un posto nel Parlamento del suo paese. Così, tanto per confermare che vincenti si nasce…

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I TRE MESI DA RECORD DI EDDY MERCKX NEL 1974

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Merckx sul Tourmalet al Tour de France 1974 inseguito da Poulidor – da velopeloton.com

articolo di Nicola Pucci

Nel ciclismo robotizzato di oggi, pieno zeppo di campioni, o presunti tali, che centellinano con attenzione gli impegni stagionali puntando il mirino su uno, al massimo due grandi obiettivi, vien quasi da sorridere nel ricordare quelle che furono le imprese su due ruote dei fuoriclasse di un passato non troppo recente, capaci di esprimersi ai massimi livelli per un lasso di tempo ben più consistente. Se poi quel corridore risponde al nome del fenomenale Eddy Merckx, ecco che quel che il fiammingo riuscì a compiere tra il 16 maggio e il 25 agosto 1974 ha del sensazionale. Che poi tanto sensazionale non è, se è vero che si sta pur sempre parlando di “cannibalismo” in bicicletta.

Nel 1974 il campionissimo di Meensel ha 29 anni, e se può già vantare un palmares come nessuno prima di lui e nessuno dopo, con 2 maglie di campione del mondo, 4 Giri d’Italia, 4 Tour de France, 1 Vuelta, 5 Milano-Sanremo, 1 Giro delle Fiandre, 3 Parigi-Roubaix, 4 Liegi-Bastogne-Liegi e 2 Giri di Lombardia, è altresì nel pieno della maturità atletica e tecnica, ed è pronto ad approfittarne. Per incrementare, ancora, ancora ed ancora, il suo bottino di vittorie di pregio.

Merckx difende per la quarta stagione consecutiva i colori della Molteni, e se a primavera, dopo il successo al Trofeo Laigueglia e in tre tappa alla Parigi-Nizza poi chiusa in terza posizione alle spalle della coppa Gan-Mercier composta da Joop Zoetemelk, che lo batte nelle due cronoscalate del Mont Faron e del Col d’Eze, e Alain Santy, è rimasto all’asciutto, per la prima volta in carriera, nelle grandi classiche non andando oltre il secondo posto alla Liegi, superato allo sprint da Roger De Vlaeminck, attende con trepidazione, ed immutata fiducia, di presentarsi al via dei grandi giri per confermarsi il numero 1 del mondo del pedale. E prendersi la rivincita su chi ha azzardato previsioni di declino imminente.

In effetti, dal 16 maggio all’8 giugno, il belga è il grande favorito sulle strade del Giro d’Italia che lo hanno visto vincitore già quattro volte, di cui le due ultime, 1972 e 1973, consecutive. E per completare un tris in successione riuscito solo ad Alfredo Binda tra il 1927 e il 1929, Merckx si trova a dover battagliare con un giovanotto di meravigliose speranze, Gianbattista Baronchelli, neoprofessionista in maglia Scic, che in un’edizione della Corsa Rosa infarcita di montagne lo mette in seria difficoltà. In verità è lo spagnolo José Manuel Fuente a comandare la classifica generale per 12 tappe dopo la vittoria a Sorrento, con Merckx che rimane in corsa grazie al successo nella cronometro di Forte dei Marmi per poi impadronirsi della maglia rosa proprio a Sanremo quando lo spagnolo, che poi vestirà la maglia verde, introdotta quell’anno, di miglior scalatore, ha una crisi di fame, perde dieci minuti ed esce dai giochi. Per Eddy sembra fatta, ma Baronchelli e Gimondi sono in agguato, e a Monte Generoso, così come nella tappa con arrivo alle Tre Cime di Lavaredo, entrambe vinte dallo stesso Fuente, il “cannibale“, che si impone anche a Bassano del Grappa, va a sua volta in crisi dovendo subire l’attacco dei due diretti avversari che riducono il margine di disavanzo rispettivamente a 12″ e 33″, salvando l’ultima maglia rosa con il margine di distacco più esiguo della storia del Giro.

La rivincita è attesa sulle strade del Tour de France ma prima, senza fare troppi calcoli e puntando, sempre, al massimo risultato, Merckx si presenta ai nastri di partenza anche del Giro di Svizzera, dal 13 al 21 giugno. Strano ma vero, è l’unica grande corsa del panorama ciclistico internazionale, insieme alla Parigi-Tours, che il fiammingo non ha mai vinto, ma Eddy ha gran voglia di rompere il sortilegio, e domina la competizione fin dal prologo del primo giorno, a Gippingen, quando lascia lo svedese Gosta Pettersson a 9″. Veste la maglia oro e non la lascia più, concedendo a Franco Bitossi ed Enrico Paolini di far razzia di successi parziali, ben quattro a testa, vincendo il toscano sui traguardi di Lenzerheide, Tgantieni, Losanna e Olten, facendo altrettanto il pesarese, giungendo a braccia alzate a Diessenhofen, Bellinzona, Grenchen e Fislisbach. Nel frattempo Merckx vince a sua volta ad Eschenbach e la cronometro conclusiva di Olten ed in classifica generale, infine, è il migliore con 58″ su Pettersson, sempre in scia ma mai in grado di anticipare il campionissimo belga.

E con il conforto delle due vittorie in Italia e Svizzera, Merckx è pronto all’appuntamento con il Tour de France, dal 27 giugno al 21 luglio, reduce da un intervento chirurgico al sopra-sella ma con la dichiarata intenzione di far cinquina dopo il poker consecutivo tra il 1969 e il 1972 e la volontaria assenza del 1973 che ha concesso a Luis Ocaña di farne le veci in qualità di dominatore. Complici le assenze proprio di Ocaña e Joop Zoetemelk (entrambi incidentati prima della grande corsa a tappe), di Bernard Thevenet e di Felice Gimondi, il belga trova strada spianata. Dopo aver conquistato la maglia gialla nel prologo di Brest, la cede al suo gregario Joseph Bruyere, la riprende a Caen nel giorno della vittoria di Patrick Sercu e la perde nuovamente 24 ore dopo a Dieppe, per poi reindossarla dopo aver vinto lo sprint di gruppo a Chalons-sur-Marne, nella settima tappa. Da lì in poi nessuno è più in grado di togliergli il primato, aggiudicandosi, sulle Alpi, due frazioni, a Gaillard ed Aix-les-Bains, senza però staccare né l’ormai trentottenne Poulidor né lo spagnolo Gonzalo Aja. Merckx viene poi battuto da Vicente Lopez Carril nel tappone che prevede le scalate di Telegraphe e Galibier che costano a Poulidor quasi sei minuti di ritardo. Sui Pirenei Merckx vince ancora, nella tappa di La Seu d’Urgell, battendo allo sprint tutti i migliori; durante le due giornate seguenti perde però quasi tre minuti dallo scatenato Poulidor, capace di staccarlo sia sull’erta di Pla d’Adet che sul Tourmalet. Le tappe finali sono però un monologo del campione belga, vincitore di tre delle ultime cinque frazioni, compresa quella conclusiva al Velodromo di Vincennes. Pur non dominando, insomma, Merckx mette in saccoccia, come nel 1970, otto frazioni, per ventidue giorni veste la maglia gialla, lascia ad oltre otto minuti il secondo e il terzo classificato, appunto “Poupou” Poulidor e Lopez Carril, divisi da soli cinque secondi, e può infine festeggiare il quinto successo in cinque partecipazioni alla Grande Boucle, eguagliando Jacques Anquetil.

Sfatate le Cassandre che profetizzano sia impossibile vincere, uno dopo l’altro, Giro d’Italia, Giro di Svizzera e Tour de France vista la concentrazione dello sforzo in poco più di un mese, Merckx, che dissipa così i dubbi sull’ipotetica fase discendente della carriera dopo una primavera all’asciutto, si appresta a piazzare la zampata del poker. Che altro non è che la riconquista di quella maglia arcobaleno già sua a Heerlen nel 1967 e a Mendrisio nel 1971, per un tris mondiale che lo eleverebbe al rango di supercampionissimo, caso mai non lo sia già, laddove già siedono Binda e Van Steenbergen, gli unici ad aver vinto per tre volte il Campionato del Mondo.

E così a Montreal, il 25 agosto, nella prima edizione extraeuropea della corsa iridata, Eddy raccoglie il guanto di sfida lanciato dalla nazionale francese che manda all’attacco Bernard Thevenet, bravo ad involarsi al tredicesimo dei ventuno giri del percorso, guadagnare quasi tre minuti sul gruppo guidato dallo scatenato belga, infine vedersi costretto a cedere il passo all’azione di forza del “cannibale” che lo riassorbe e lo stacca sulle rampe del Mount Royal. Per Merckx si profila una vittoria in pompa magna, e questo a dispetto del coraggio del solito Poulidor, che rileva il testimone dal compagno di bandiera nel tentativo di arginare lo strapotere del fuoriclasse fiammingo. Che al termine di una sfida che vede infine classificati solo 18 dei 70 corridori alla partenza, si presenta alla volata risolutiva con troppe più carte da giocare rispetto al francese, in primis una punta di velocità nettamente superiore che gli permette di tagliare il traguardo a braccia alzate con un margine di 2″. Poulidor, guarda che strano!, è ancora una volta secondo e sale sul podio assieme all’altro transalpino Mariano Martinez, abile nel rigettare il tentativo di Giacinto Santambrogio di tornare sotto per giocarsi quella vittoria che l’anno prima aveva arriso a Felice Gimondi, stavolta limitato da una caduta di qualche settimana prima alla Coppa Bernocchi e costretto ad alzare bandiera bianca al penultimo giro.

Uno, due, tre e quattro, Eddy Merckx firma in tre mesi un poker da record e se qualche anno dopo, a far data 1987, anche Stephen Roche riuscirà nell’impresa di vincere in successione Giro, Tour e Mondiale, beh… il “cannibale” è sempre il cannibale e, statene certi, non c’è proprio paragone.

PAOLO THAON DI REVEL, DALLA MEDAGLIA D’ORO NELLA SPADA AL MINISTERO DELLE FINANZE

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Paolo Thaon di Ravel in visita alla Fiera di Milano nel 1935 – da lombardiabeniculturali.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Le origini della famiglia Thaon di Revel si perdono nella notte dei tempi, fra Francia, Inghilterra, Scozia e Italia, e dal XVI secolo orbitano nel Piemonte tra vicerè di Sardegna, ammiragli, capitani di eserciti, ministri, senatori, uomini d’arme e di stato.

Paolo Ignazio Maria Thaon di Revel e di Sant’Andrea – questo il lunghissimo nome completo – è figlio di Vittorio, conte, ministro plenipotenziario di re Umberto I e console. La madre è scozzese, Elfrida Maria Luisa Atkinson. Lo zio, Paolo anche lui, anzi Paolo Camillo, sarà un celebre ammiraglio, ministro della Marina.

È nato a Tolone nel 1888, il più giovane Paolo. Ha studiato economia, è amico di Luigi Einaudi, quello che sarà il secondo presidente della Repubblica Italiana. Ai tempi della Grande Guerra è un convinto interventista, è ufficiale di artiglieria e dal fronte torna con una croce al merito. Ha tanti interessi, tra questi c’è la scherma, che è già nel dna della famiglia.

D’altra parte, quando nel 1879 viene fondato a Torino il prestigioso Club Scherma – ad opera di un gruppo di gentiluomini sabaudi del tempo e compresa la partecipazione dei Principi di Casa Reale, sotto la presidenza del generale Colli di Felizzano – la sede si stabilisce nel Palazzo Thaon di Revel, nell’allora via dell’Ospedale al numero 24.

E due anni dopo la guerra, nel 1920, Paolo – che sarà due volte campione nazionale di spada da terreno, specialità che sta ancora tra il concetto di antico duello e la scherma sportiva – si presenta alle Olimpiadi di Anversa. Quelle del talento smisurato di Nedo Nadi e dei suoi cinque ori. La gara individuale di spada non lo vede superare la poule di qualificazione, in un gruppo dove non mancano schermidori importanti come il francese Ducret (tre ori olimpici), il lusitano-fiorentino João Sassetti, il belga Osiier, e l’altro belga dal sangue blu, il conte Félix Albert Goblet d’Alviella.

A squadre invece è una storia più ben più interessante, per Thaon di Revel. Sono tempi in cui le squadre nazionali arrivano, come in quel caso, fino a dieci elementi. Ci sono i fratelli Nadi (pur contro il parere del padre Beppe che da sempre aborre la spada) e sono i più giovani del gruppo, c’è l’ultraquarantenne Abelardo Olivier, ci sono gli altri livornesi Dino Urbani e Andrea Marrazzi, il siciliano Tommaso Costantino, il napoletano Tullio Bozza amato da Sibilla Aleramo, l’altro piemontese del Club Scherma Torino Giovanni Canova, il lombardo Antonio Allocchio.

È il 20 di agosto. Il primo girone vede l’Italia alle spalle del Belgio, campione in carica, guidato da Paul Anspach. Gli azzurri rischiano addirittura l’eliminazione, anche perché tirano quelle che sono considerate le “seconde linee”. Ma nella poule finale, con l’ingresso dei Nadi e dello stesso Thaon di Revel, non ci sono avversari che tengano. 5 vittorie su 5: su Belgio, Portogallo, Stati Uniti, Francia e Svizzera. È quello il primo oro olimpico della spada italiana, in una disciplina fino ad allora quasi sempre francofona.

Lasciata da parte la scherma, per Paolo si (ri)apre poi la strada della carriera politica ed economica. Un po’ dopo l’Olimpiade, Thaon di Revel diviene podestà di Torino, quindi è presidente dell’Aero Club ed entra nel Gran Consiglio del Fascismo. Dal 1935 fino a guerra inoltrata è Ministro delle Finanze, occupandosi in prima persona della politica autarchica voluta da Mussolini. Lo sport rimane sempre nelle sue corde. E nel dopoguerra così è presidente del comitato organizzatore dei Giochi invernali a Cortina d’Ampezzo nel 1956 ed ha un ruolo fondamentale anche per i Giochi di Roma nel 1960. Muore nel suo Piemonte, a Ternavasso di Poirino, nel 1973, a 85 anni.

IL BACK-TO-BACK DI CURTIS STRANGE ALL’US OPEN 1988/1989

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Curtis Strange con il trofeo dell’US Open – da golfweek.com

articolo di Nicola Pucci

Che Curtis Strange abbia un feeling del tutto particolare con gli Us Open è chiaro a tutti fin da quando questo ragazzo nato a Norfolk, in Virginia, il 30 gennaio 1955, e che in carriera può vantare un record destinato a non venir più battuto, cioè quello di esser diventato il primo golfista a mettersi in tasca almeno un milione di dollari in premi in una sola stagione del Pga Tour, a far data 1988, giunge terzo nel 1984, battuto solo da Fuzzy Zoeller e Greg Norman che spareggiano tra loro per la vittoria finale.

Il 1988, appunto, è l’anno che segna l’intromissione di Strange tra gli immortali dello sport. In effetti l’americano, che assieme al fratello gemello Allan inizia a giocare all’età di 7 anni, avviato alla pratica del golf dal padre che gestisce il country club locale, è ormai da quasi un decennio uno dei giocatori più costanti sul Pga Tour, se è vero che il 21 ottobre 1979, al Pensacola Open, battendo di un colpo Billy Kratzert, conquista la prima di una serie di 17 vittorie. Che, come vedremo poi, nel suo caso non è davvero un numero fortunato. O forse anche sì.

E se la distribuzione dei successi porta in dote a Strange due vittorie nel 1980, una nel 1983 ed un’altra ancora nel 1984, ecco che le tre perle del 1985 (Honda Classic, Las Vegas Invitational e Canadian Open dove si toglie il lusso di battere di due colpi Jack Nicklaus e Greg Norman) gli valgono il primo posto nella “money list“, exploit ripetuto due anni dopo, 1987, quando, dopo aver bissato nel 1986 all’Houston Open la vittoria del 1980, si impone in altri tre tornei.

Insomma, Curtis Strange è stabilmente tra i migliori, ma manca della ciliegina sulla torta, ovvero la conquista di un torneo Major. A cui Strange si è affacciato addirittura 20enne, quando nel 1975 mancò il taglio al Masters, per poi, appunto, cominciare ad infilare risultati di un certo pregio proprio all’Us Open, quarto anche nel 1987 dopo il terzo gradino del podio del 1984, meritarsi lo status di runner-up al Masters del 1985 quando si arrende solo a Bernhard Langer dopo aver condotto a lungo all’ultimo giro, addirittura di 4 colpi dopo 8 buche, non prima aver colto un promettente quinto posto al Pga Championship del 1980. Solo l’Open Championship sembra non essere gradito a Strange, che lassù in Gran Bretagna non avrà mai l’onore di figurare tra i migliori 10, ma poco importa, dal 16 al 20 giugno 1988 al Country Club di Brookline, in Massachusetts, si disputa l’edizione numero 88 dell’US Open e Curtis sta per piazzare il colpo della vita.

Scott Simpson è il campione in carica per la vittoria ottenuta dodici mesi prima battendo Tom Watson e Severiano Ballesteros, ed è ben deciso a realizzare quel back-to-back riuscito, nel secondo dopoguerra, solo a Ben Hogan nel 1951. In effetti il detentore del titolo, dopo che il primo giro ha illuso Bob Gilder, Sandy Lyle e Mike Nicolette di poter dire la loro in ottica successo finale, lancia il suo attacco al primato nelle seconde 18 buche del “Composite Course“, un par 71, segnando uno score di 66 colpi e balzando al comando con 1 colpo di vantaggio su Larry Mize e 2 colpi sullo stesso Gilder e Strange che attende di piazzare l’allungo vincente. Come puntualmente avviene con un terzo giro in 69 colpi che gli consente di rilevare il testimone da Simpson, che scivola in seconda posizione appaiato a Nik Faldo e ad uno stoico Gilder, attardati di 1 solo colpo.

Il bello, ovviamente deve ancora venire, ed è un testa a testa entusiasmante tra il golf redditizio e senza sbalzi d’umore di Strange e la classe di Faldo, con i due campioni che fanno gara pressochè parallela ricacciando indietro Simpson e D.A.Weibring che provano ad intromettersi nella sfida a due. Un birdie alla buca 10 vale il primato in solitudine a Strange fino al riaggancio alla buca 15, ma nelle due buche successive prima Faldo segna un bogey al par 3 della 16, poi Strange fa altrettanto al par 4 della 17 infilando solo il terzo putt, salvando poi il par alla 18 con una fantastica uscita dal bunker che rimanda la sfida al play-off risolutivo del lunedì. Dove Curtis fa gara di testa fin dall’inizio, tenendo Faldo ad un colpo di distanza dalla buca 5 alla buca 10 prima che Nick ceda definitivamente il passo con 5 bogey nelle ultime 8 buche che gli valgono uno score di 75 colpi. Strange marca 71 colpi ed infine la prima vittoria in un Major rende giustizia al suo talento di golfista costantemente tra i migliori.

Dodici mesi dopo, all’Oak Hill Country Club di Rochester, alle porte di New York, Curtis Strange mette in palio il titolo, consapevole che realizzare quel back-to-back che riuscì, appunto, ad Hogan nel 1951 è difficile a farsi ma non proprio impossibile. Detto, fatto. La pioggia che cade copiosa poco prima dell’inizio del torneo favorisce score bassi, almeno per i primi due giri sull'”East Course“, come certificato anche dalle quattro holes-in-one alla buca 6 messe a segno da Jerry Pate, Nick Price, Doug Weaver e Mark Wiebe. Strange parte in sordina, 71 colpi al primo giro, ma uno score record di 64 colpi nelle seconde 18 buche già consentono a Curtis di balzare al comando, 1 colpo meglio di Tom Kite e 2 colpi di vantaggio su Scott Simpson, sempre pericoloso, e Jay Don Blake.

Kite e Strange si scambiano di posizione, con il campione in carica che scivola al terzo posto dopo un terzo giro, ritardato dalla pioggia, in 73 colpi, a 3 colpi dal nuovo leader, con Simpson provvisoriamente secondo ad 1 colpo dalla vetta della classifica. Ma, al solito, l’ultimo giro rimescola le carte in gioco, e se Kite sembra ben avviato potendo contare di un vantaggio di 4 colpi alla buca 4, subito dopo incappa in un triplo bogey che ricompatta il gruppo dei pretendenti alla vittoria. Del quale non fa più parte Simpson, messo fuori gioco da uno score di 75 colpi, ma in cui entrano di forza Chip Beck, Ian Woosnam e Mark McCumber. E mentre Kite retrocede infine in nona posizione, segnando altri due bogey e due doppi bogey chiudendo addirittura in 78 colpi, Strange, che è tanto costante da segnare ben 15 par consecutivi, balza al comando alla buca 8, porta il suo vantaggio sui più immediati inseguitori a 2 colpi con un birdie alla buca 16, chiude infine con un bogey indolore all’ultima buca, infilando al terzo putt ma quanto basta per tenere a distanza di 1 colpo la triade di rivali e mettere in cassaforte il secondo successo consecutivo all’US Open, ironia della sorte vittoria numero 17, ed ultima, in carriera sul Pga Tour.

Porterà pure sventura, il 17, ma se quel numero si associa ad un torneo Major, ha ben altro sapore. Tanto più che da quel giorno Curtis Strange affianca il leggendario Ben Hogan quale secondo golfista capace di realizzare il back-to-back. Ce ne sarebbe un terzo, si chiama Brooks Koepka e magari tra qualche giorno farà addirittura tris. To be continued…

LA PRIMA VITTORIA DI LAUDA DOPO IL RITORNO AL GRAN PREMIO DEGLI STATI UNITI-OVEST DEL 1982

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Lauda in prima fila accanto a De Cesaris – da f1sport.com

articolo di Nicola Pucci

Quando nel settembre 1981 Niki Lauda annuncia al mondo della Formula 1 la sua intenzione di tornare a correre dopo essersi concesso tre anni sabbatici, non molti pensano che, una volta accasatosi con la McLaren, possa tornare presto competitivo e vincente come lo era stato ai tempi della Ferrari. Anzi, dopo essersi dedicato allo sviluppo della sua compagnia aerea, la Lauda Air, c’è chi ne critica la scelta di mettere nuovamente a rischio quella pellaccia da duro che non molti anni prima, a far data 1976, per poco non lasciava per sempre sul tracciato maledetto del Nurburgring.

Sia mai, Lauda è uno che sa quel che fa e se al debutto della sua seconda carriera al primo Gran Premio del 1982, in Sudafrica, l’austriaco si rende subito protagonista inscenando prima, con altri piloti, la contestazione in merito ad alcune clausole del nuovo regolamento sulla concessione della Superlicenza FIA necessaria per correre in Formula 1, giungendo poi quarto al traguardo con la sua La McLaren MP4/1B, prima vettura dotata di telaio in fibra di carbonio, progettata da quel genio che risponde al nome di John Barnard, ecco che dopo un quinto posto in qualifica ed una mesto ritiro al successivo Gran Premio del Brasile, complice un incidente che lo vede coinvolto con Arnoux e Reutemann al 22esimo giro, è già tempo di tornare alla vittoria.

La terza prova del Mondiale di Formula 1 1982 è programmata sul circuito di Long Beach, dove il 4 aprile si corre il Gran Premio degli Stati Uniti d’America-Ovest, per l’occasione allungato di qualche centinaia di metri con l’introduzione di una chicane lungo il rettilineo di partenza della Shoreline Drive. Alla gara non prende parte proprio Carlos Reutemann, che si è ritirato dalle competizioni lasciando vacante il suo posto alla Williams, poi occupato da Mario Andretti, campione del mondo nel 1978, che torna così a sua volta in Formula 1 alternando il suo impegno con la Formula Indy, mentre, con ancora ancora in corso il reclamo di Ferrari e Renault per la squalifica della Brabham di Piquet e della Williams di Rosberg che al Gran Premio del Brasile hanno corso alleggerite sotto il peso minimo consentito, la stessa Ferrari e la Ligier presentano vetture irregolari, la prima dotata di alettone posteriore composto da due profili sovrapposti sfalsati, la seconda con una nuova monoposto, la JS19, di soli 560 chili, ovvero 25 chili meno del consentito. E questo per sensibilizzare il mondo della Formula 1 verso una maggior attenzione nell’applicazione del regolamento.

A dispetto delle polemiche in corso, il venerdì le vetture sono pronte alla prima sessione di prove, per la quale non si qualifica il solo Derek Warwick con la sua Toleman. Rosberg è il più veloce in 1’28″576 ma alle sue spalle si piazza un altrettanto competitivo Niki Lauda, spinto dal suo propulsore Cosworth DFV ad 8 cilindri, attardato di due decimi. Piquet, Prost e Villeneuve, con questi ultimi due su vetture dotate di motore turbo, completano i primi cinque posti, per poi confermarsi i più veloci anche nelle prove del sabato che valgono la griglia di partenza, con l’intromissione delle due Alfa Romeo, splendidamente progettate dal “duca“, al secolo l’ingegner Gerard Ducarouge, di Andrea De Cesaris, che con il tempo di 1’27″316 conquista nei minuti finali una fantastica pole-position davanti a Lauda stesso che pareva inavvicinabile, e Bruno Giacomelli, quinto dietro anche alle due Renault di Arnoux e Prost ma davanti a Piquet e Villeneuve, con Rosberg, retrocesso in ottava posizione, la seconda Ferrari di Didier Pironi e l’inattesa Osella di Jean-Pierre Jarier a chiudere la top-ten.

Niki Lauda, forse indispettito dall’essersi visto scavalcare proprio in chiusura di sessione, non manca simpaticamente di complimentarsi con il pilota romano, invitandolo nondimeno a partir bene il giorno dopo perché poi, prima di metà corsa, lo avrebbe senz’altro superato relegandolo a posizioni di immediato rincalzo. Ed in effetti, in gara, De Cesaris esegue perfettamente quanto proposto da Lauda, scattando veloce dalla sua prima, ed unica in carriera, pole-position. Arnoux è altrettanto svelto ed abile da sorpassare Lauda, con Giacomelli che si accoda in quarta posizione.

L’incedere iniziale dell’Alfa Romeo di De Cesaris, livrea bianco-rossa simile a quella della McLaren, è tanto convincente che al box della scuderia milanese si coltiva l’illusione di acchiappare quella vittoria che lo stesso Giacomelli, pure lui negli Stati Uniti ma al Gran Premio d’America-Est a Watkins Glen, si vide sfuggire due anni prima dopo 31 giri condotti col piglio del dominatore. Ma è lo stesso Giacomelli, al sesto giro, a sbagliare per primo, frenando in ritardo all’atto di superare Lauda tamponando Arnoux e vedendosi, al pari del francese, costretto al ritiro.

Nel frattempo, stabilizzate le due prime posizioni con De Cesaris saldamente al comando e Lauda alle sue spalle, ecco che John Watson, con l’altra McLaren, in rimonta dall’11esima poszione in griglia, guadagna il terzo posto scavalcando a sua volta Villeneuve al nono giro, con Prost, vincitore delle prime due prove de calendario, costretto all’abbandono la tornata successiva, complice un testacoda della sua Renault.

Con Arnoux e Prost fuori dai giochi, così come Giacomelli, e con le Ferrari di Villeneuve e Pironi non in grado di competere ai massimi livelli, la sfida per la vittoria si risolve in un duello tra l’Alfa Romeo di De Cesaris e le due McLaren di Lauda e Watson, seppur l’inglese retrocederà poi in sesta posizione, attardato di un giro, denunciando problemi alle gomme.

Cosa che non accade a Lauda che, dopo aver segnato al 12esimo giro il miglio tempo in 1’30″831, tre tornate dopo, alla chicane, approfitta di un errore di traiettoria di De Cesaris che sta tentando di doppiare la March del brasiliano Ral Boesel, per passarlo all’interno e balzare a sua volta al comando.

Già vincitore in carriera di 17 gare, nonché due volte campione del mondo con la Ferrari nel 1975 e nel 1977, Niki Lauda torna ad assaporare l’ebbrezza del primo posto, e non è certo soddisfazione effimera se è vero che l’austriaco, ottimamente supportato dalla vettura, prende il largo, approfittando non solo delle difficoltà del compagno di scuderia Watson, ma anche della sventura che si abbate su De Cesaris, splendido protagonista con la sua seconda posizione provvisoria fino al 33esimo giro quando l’alfista va a sbattere contro un muretto a causa della rottura di un tubo dell’olio del motore che si riversa sull’asfalto imbrattando le gomme posteriori e facendo slittare la monoposto del romano.

Liberato dell’avversario più irriducibile, Lauda fa gara di testa, contenendo i rischi e tenendo a distanza chi alle sue spalle esce vincitore da una serie di sorpassi, carambole ed incidenti che infine premiano la Williams di Keke Rosberg, che sotto la bandiera a scacchi accusa un ritardo di 14″660. Sul terzo gradino del podio sale Riccardo Patrese, alla guida della Brabham, protagonista di una gran rimonta dal 18esimo posto in griglia di partenza, che precede altri due piloti italiani, Michele Alboreto su Tyrrell ed Elio De Angelis su Lotus, con Watson infine sesto.

Niki Lauda torna alla vittoria, che mancava dal Gran Premio d’Italia a Monza del 1978, quello del tragico incidente che costò la vita a Ronnie Peterson, e se il successo parrebbe solo la ciliegina sulla torta di una carriera già monumentale, sarà invece il preludio di quel che accadrà due anni dopo, quando il grande asburgico sarà nuovamente campione del mondo. Capito che sorta di fuoriclasse era Niki?

LA VITTORIA RIVOLUZIONARIA DI ARANTXA SANCHEZ A PARIGI NEL 1989

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Arantxa Sanchez con la Coppa dei Moschettieri – da edition.cnn.com

articolo di Nicola Pucci

Non lasciatevi ingannare da quel che da sempre vanno raccontando i libri di storia: la vera rivoluzione, a Parigi, non ebbe come teatro i bastioni in marmo della Bastiglia, il 14 luglio 1789, bensì un campo in terra battuta dalle parti della Porte d’Auteuil, esattamente duecento anni dopo, nel giugno del 1989. Eh sì, perché in quella memorabile edizione del Roland-Garros, due pischelli di appena 17 anni abbatterono i sovrani che parevano inattaccabili, segnando una pagina destinata ad entrare, con forza e di diritto, nella leggenda del tennis.

Michael Chang, americanino di Taiwan alto poco più di un soldo di cacio ma veloce come un gatto, mangiò banane, servì dal basso e fu colto da crampi ma riuscì agli ottavi di finale ad uccellare Ivan Lendl, numero 1 del mondo a cui non bastarono neppure due set di vantaggio per portare a casa la vittoria da tutti pronosticata. Non certo appagato, l’imberbe con gli occhi a mandorla proseguì la sua corsa, fino ad alzare la Coppa dei Moschettieri a spese di un esterrefatto Stefan Edberg che ormai sognava di far suo quel titolo parigino sempre inseguito ma mai afferrato.

Questo accadeva l’11 giugno 1989, ma ventiquattro ore prima sullo stesso campo, le Court Central, oggi Philippe Chatrier, del Roland-Garros anche la regina, Steffi Graf, dopo il re, ci lasciava le penne. E a farla fuori, stavolta in finale, era un’altra ragazzina indomabile, Arantxa Sanchez, spirito battagliero e gambotte elettriche, barcellonese e sorella dei già noti e più grandicelli di lei Emilio e Javier.

Ma prima di raccontare nel dettaglio l’epica sfida che risolse il torneo femminile agli Internazionali di Francia, è necessario tornare indietro di qualche settimana quando, proprio a Barcellona, la Sanchez, che nel luglio 1988 ha sconfitto Raffaella Reggi in finale a Bruxelles cogliendo, poco più che 16enne, la prima vittoria in carriera, comincia a far parlare di sè con argomenti convincenti, sconfiggendo in finale la canadese Helen Kelesi, numero 16 del mondo e prima testa di serie del torneo, per poi raggiungere l’atto conclusivo a Roma dove la ferma solo Gabriela Sabatini, 6-2 5-7 6-4, giunta al secondo successo nella capitale.

Insomma, Arantxa è sì giovanissima, ma non proprio una novellina del tennis, se è vero che al Roland-Garros, dal 29 maggio all’11 giugno, si presenta da numero 10 del mondo ed è accreditata della testa di serie numero 7. Ma, al di là dei numeri che certificano la crescita costante e repentina della ragazza di Barcellona, nessuno, ma proprio nessuno, quando si tratta di eleggere le tenniste favorite alla vittoria finale, annovera tra queste la Sanchez. Anche perché il titolo sembra non poter sfuggire alla regina incontrastata da almeno due anni del tennis in gonnella, Steffi Graf, che se nel 1988 ha realizzato il Grande Slam, aggiungendo alle quattro vittorie nei Major anche l’oro olimpico, nell’anno in corso non sembra certo intenzionata a cedere lo scettro, avendo collezionato in Australia, a gennaio, il quinto successo consecutivo in un torneo dello Slam.

Ed in effetti a Parigi la Graf conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, di essere di gran lunga la giocatrice più forte del lotto, lasciando solo 13 giochi alle prime cinque avversarie incontrate sul suo cammino, ovvero l’americana Camille Benjamin, 6-1 6-1, l’argentina Bettina Fulco, 6-0 6-1, l’olandese Nicole Jagerman, 6-1 6-2, l’azzurra Silvia La Fratta, 6-2 6-1, e la spagnola Conchita Martinez, 6-0 6-4.

Nel frattempo la stessa Gabriela Sabatini, fresca di successo a Roma e numero 2 del tabellone, nonché unica, autorevole alternativa alla Graf, inciampa agli ottavi nel gioco di gambe e nell’acume tattico di Mary-Joe Fernandez che la estromette in due set, 6-4 6-4, ed allora, ci si chiede, chi può, se non battere, almeno provare ad impensierire l’incontrastata e quasi imbattibile regina del tennis?

Ebbene, la prima a provarci è un’altra ragazzina terribile, che quando c’è da lottare come una leonessa non è davvero seconda a nessuna, a dispetto dell’età. E’ una certa Monica Seles, jugoslava di Novi Sad poco più che 15enne, che seppur non sia compresa tra le teste di serie, si arrampica addirittura in semifinale a furia di colpi mancini e mulinando dritto e rovescio a due mani, dove prova a scardinare la sicurezza granitica della Graf. E per poco non ci riesce, se è vero che la teutonica deve far ricorso a classe ed esperienza per infine avere la meglio in tre set, 6-3 3-6 6-3, agguantando con qualche patema di troppo la terza finale consecutiva che, come in effetti tutti pensano, dovrebbe garantirgli la terza vittoria consecutiva dopo quelle del 1987, in tre set contro Martina Navratilova, e quella record del 1988, 6-0 6-0 a Natasha Zvereva, che da quel giorno non si è mai più ripresa, in soli 34 minuti di esecuzione.

E se l’eliminazione della Sabatini ha sguarnito la parte bassa del tabellone, ecco che in quella metà inferiore si intrufola l’altra minorenne che non la manda certo a dire, appunto Arantxa Sanchez, che dopo due turni iniziali in discesa con la cecoslovacca Regina Rajchrtova, 6-2 6-1, e con la francese Isabelle Demongeot, 6-4 6-4, lascia un set alla qualificata battente bandiera falce e martello Natalia Medvedeva, 6-0 3-6 6-2, per poi tornare a farla da padrona, facilmente, contro l’ancor più piccola sudafricana Amanda Coetzer, 6-3 6-2, demolire il gioco d’attacco di Jana Novotna, 6-2 6-2, e dimostrarsi più regolare e determinata della Fernandez in semifinale, altro duplice 6-2, meritandosi l’appuntamento in finale contro la Graf.

Pronostico chiuso, e potrebbe essere altrimenti?, quel pomeriggio del 10 giugno 1989. Troppo più forte, potente, atletica ed esperta la valchiria, che se ha un punto debole, è quello di patire la tensione quando le cose, inaspettatamente, si fanno difficili. Situazione a cui non è abituata e che, inverosimilmente, si verifica quando la Sanchez, che corre, sbuffa e rimanda tutto quel che le arriva a portata di racchetta, incamera a sorpresa il primo set dopo un tie-break palpitante, 8-6, aprendo una crepa preoccupante nell’animo sensibile della regina. Che deve ricorrere a tutta la sua classe per far suo il secondo set, 6-3, ed allungare sul 5-3 al terzo set che parrebbe risolutivo. Steffi, infatti, serve per il match e la Coppa ma la Sanchez, lungi dal darsi per vinta, ci crede ancora, corre sempre come un’ossessa, alza pallonetti diabolici che mandano in confusione l’avversaria, azzarda più di una sortita a rete mostrandosi non certo priva di tocco, riaggancia sul 5-5 ed infine piazza l’allungo decisivo. E quando l’ultimo, incerto e tremebondo rovescio della Graf muore in rete e la Sanchez, ebbra di felicità, rotola a terra, l’insurrezione parigina, nata con il regicidio di Chang con Lendl, celebra anche la destituzione della regina. Correva l’anno 1989, Roland-Garros… altro che Bastiglia!!!

LO SLALOM D’ORO DI BENNI RAICH ALLE OLIMPIADI DI TORINO 2006 CHE ATTENDEVANO ROCCA

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Benni Raich in azione nello slalom olimpico – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Il 25 febbraio 2006 è la data segnata di rosso dal popolo dello sci d’Italia. Quella sera, in effetti, un paese intero, od almeno quello che si interessa di sport invernali, attende trepidante quella medaglia d’oro dello slalom che molti, se non tutti, già vedono al collo di Giorgio Rocca.

Già, perché in una stagione che calendarizza l’edizione numero venti delle Olimpiadi della neve, Rocca ha mostrato di essere una spanna sopra la concorrenza, dominando le prime cinque gare disputate sulle piste di Beaver Creek, Madonna di Campiglio, Kranjska Gora, Adelboden e Wengen, infilando un filotto consecutivo di vittorie che tra i pali stretti solo fuoriclasse del calibro di Stenmark, Tomba e Girardelli sono stati in grado di emulare prima di lui. Certo, le altre due prove di Kitzbuhel e Schladming, in cui il ragazzo nato a Coira, nel Cantone dei Grigioni, è deragliato, hanno aperto qualche crepa nell’animo sensibile di Giorgio, ma quando l’appuntamento con la gloria olimpica batte l’ora, ecco che Rocca veste inevitabilmente i panni del grande favorito. Anche perché c’è da riscattare l’amarezza della prematura uscita nella prima manche di quattro anni prima, a Salt Lake City, anche se in verità i due bronzi iridati del 2003 a St.Moritz, battuto da Ivica Kostelic e Silvan Zurbriggen, e del 2005 a Bormio, alle spalle di Benjamin Raich e Rainer Schoenfelder, con l’aggiunta di una terza medaglia, sempre di bronzo, in combinata, hanno già in parte mitigato la delusione.

Raich, appunto, il “Benni” dello sci mondiale, è uno degli avversari di Rocca di maggior caratura, più volte vincitore in slalom nel corso di una carriera già monumentale che sfoggia due bronzi olimpici nel 2002, proprio in slalom e combinata, ed una collezione invidiabile di medaglie ai Mondiali. Certo, mancherebbe un oro olimpico che renderebbe piena giustizia al talento sconfinato dell’austriaco che si affacciò al pianeta del Circo Bianco proprio il giorno in cui un altro campionissimo, Alberto Tomba, dismetteva i panni del fenomeno metropolitano prestato all’alta montagna, e Benni non fa mistero che proprio a Torino potrebbe essere l’occasione giusta per garantirsi l’immortalità sportiva.

Come puntualmente avviene in virtù delle due trionfali manches di slalom gigante del 20 febbraio, quando l’asburgico beffa di soli 0″07 il francese Joel Chenal, lasciando Herminator Maier, riemerso dal gravissimo incidente del 2001 che per poco non gli costa la vita, con la soddisfazione di un eroico ritorno sul terzo gradino del podio olimpico. E visto che l’appetito vien mangiando, Raich per l’ultima gara della kermesse a cinque cerchi ha in canna il colpo destinato ad innalzarlo al rango di fuoriclasse. Come, invece, non riesce a Giorgio Rocca, per la disdetta degli appassionati verde-bianco-rosso che la sera del 25 febbraio 2006 sono assiepati lungo le pendici del Sestriere.

Sono le 15 quando Rocca, pure baciato dalla buona sorte che gli regala il pettorale numero 1 permettendogli di scivolare a valle su un manto nevoso immacolato, esce dal cancelletto con tutta la pressione di un giovanotto di meravigliose speranze, poco più che 30enne e nel pieno della maturità atletica e tecnica, a cui non si chiede che di vincere. E che quell’onere pesi come un macigno sulle spalle dell’azzurro è tanto palese che si ha la sensazione che qualcosa freni, in parte, quella serpentina che, solitamente efficace ed esente da pecche, non lascia chances agli avversari. Certo, il 20″09 fissato al primo intermedio lascerà Raich a 0″12 e sarà motivo di grande rimpianto, ma la sensazione è di un Rocca non intrattenibile come sempre, e… e dopo 35″ di fatica, all’atto di fermare i cronometri al secondo rilevamento intermedio, all’entrata sull’ultimo muro con una curva verso destra Rocca aumenta la pressione sullo sci sinistro per cercare di guadagnare prima possibile la massima pendenza. Ma la lamina dello sci rimane impigliata nella neve e l’attrezzo, arcuandosi, sbilancia Rocca che va in rotazione di busto, sovrappone gli sci, ne perde il controllo ed esce di pista. Così termina l’illusione, sua e di milioni di italiani, di mettersi al collo il metallo più pregiato.

Neppure un giro d’orologio e la gara, per l’Italia intera, è già finita. Ma non per gli altri draghi dei pali stretti, che ancora devono dire la loro. Tra questi, Kalle Palander, pettorale numero 3, che a Schladming ha vinto l’ultima prova prima delle Olimpiadi, e che con il tempo di 53″38 sembra ben avviato a tentare di dare un seguito a quell’oro iridato conquistato, a sorpresa, ai Mondiali di Vail del 1999; l’austriaco Rainer Schoenfelder, pettorale numero 4, una sorta di eterno piazzato del Nuovo Millennio, che rimane in corsa per un piazzamento sul podio pur accusando 0″65 di ritardo; lo svedese André Myhrer, pettorale numero 5, che con 53″95 è di poco avanti allo sciatore del Wunderteam; proprio Raich, pettorale numero 6, che scia pulito e senza sbavature, e che con il tempo di 53″37 balza al comando per l’inezia di un solo centesimo; l’americano Ted Ligety, pettorale numero 7, già vincitore dell’oro della combinata, che con l’uscita di Rocca è forse il più forte del lotto ma usa troppo, inforca e dice addio all’illusione della doppietta; il giapponese Kentaro Minagawa, pettorale numero 11, mai sul podio in Coppa del Mondo, ma che con il tempo di 53″44 è provvisoriamente terzo e sogna di piazzare il colpaccio della vita; l’altro asburgico Reinfried Herbst, pettorale numero 14, che nel seguito dell’attività agonistica vincerà ben nove gare ma al Sestriere è ancora all’asciutto e che con il quarto tempo, 53″55, è in piena battaglia per vincere proprio in sede olimpica il primo slalom in carriera; come il canadese Thomas Grandi, pettorale numero 15, che chiude le discese del primo gruppo di merito piazzandosi quinto in 53″64.

Insomma, fuori Rocca, e fuori anche gli altri azzurri Thaler e Moelgg, con Schmid nelle retrovie, non resta che tifare straniero, ed in verità la seconda manche, così come già la prima discesa, non manca proprio di regalare emozioni. Tanto per cominciare  Ivica Kostelic, troppo in ritardo nella prima discesa, che piazza un tempone, 50″02, balza al comando e finirà sesto, a tre decimi dalla medaglia di bronzo; poi Schoenfelder, senza più niente da perdere, pure lui in grande rimonta, che con il tempo globale di 1’44″15 rigetta i tentativi di Myhrer e Grandi di far meglio di lui, per andare infine a cogliere la medaglia di bronzo.

La sfida per la vittoria è riservata a Herbst, che anticipa il connazionale 1’43″97 salendo sul secondo gradino del podio, a Minagawa, che paga dazio all’emozione di strappare un risultato a sensazione eguagliando Myhrer per un quarto posto amarissimo quanto amari sono i tre centesimi che lo separano dalla medaglia di bronzo, a Palander che non porta a termine la prova e vede sfumare quel metallo che ormai sentiva suo. Infine è la volta di Benni Raich, che non tradisce emozione alcuna, scia perfetto, in controllo seppur velocissimo, fissando ancora una volta il miglior tempo di manche, 49″77, un centesimo meglio dello svizzero Marc Berthod, solo 14esimo in classifica, ed impadronendosi della seconda medaglia d’oro con un complessivo 1’43″14, ben 0″83 davanti ad Herbst.

E così, se in Casa Austria si festeggia la doppietta al maschile gigante/slalom, l’Italia si inchina e si lecca le ferite. Perché se di medaglie neanche a parlarne, quell’oro di Giorgio Rocca che pareva probabile ma infine sfuma per una banale scivolata, brucia, ma brucia proprio tanto.

ARIE DEN HARTOG, IL PASSISTA VELOCE CHE SPEZZO’ IL SORTILEGIO OLANDESE A SANREMO

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Arie Den Hartog in maglia Bic – da 1limburg.nl

articolo di Nicola Pucci

La bicicletta, in Olanda, è una sorta di migliore amica dell’uomo, se è vero che da quelle parti c’è un culto del tutto particolare del mezzo a due ruote. Ed il ciclismo in quanto disciplina sportiva trova tra quella lande piatte, spettinate dal vento e raramente incarognite da tratti in salita, una delle sue culle materne più care. Eppure… eppure tra tante vittorie ed un numero congruo di campionissimi, c’è qualche corsa che raramente ha visto i “tulipani” protagonisti, prima tra tutte la Milano-Sanremo che se ha celebrato ben 20 successi dei cugini belgi, altresì ha dovuto attendere addirittura il 1965 per iscrivere all’albo d’oro della “Classicissima di Primavera” il primo atleta battente bandiera arancio-bianco-bu, per poi salutare solo Jan Raas nel 1979 ed Hennie Kuiper nel 1985 capaci di bissare l’impresa.

Arie Den Hartog, perché è lui il ciclista deputato a spezzare il sortilegio che impediva agli olandesi di imporsi in Riviera, nasce il 23 aprile 1941 a Zuidland, e se è stato professionista per un breve lasso di tempo, dal 1964 al 1970, nondimeno ha incamerato 29 successi di discreto lignaggio. Già da dilettante ha modo di evidenziare interessanti qualità di passista-veloce, garantendosi un ruolino di marcia di tutto rispetto, all’insegna di una crescita costante che lo vede piazzarsi sul terzo gradino del podio Mondiali di Salò del 1962, dietro Bongioni e Ritter, ed essere per oltre un biennio un punto fermo della Nazionale olandese, con la quale gareggia in tutta Europa.

Ragazzo dotato di classe ma taciturno e poco propenso all’intrattenimento, è spesso presente alle corse italiane, e quando nel 1964 decide di compiere il grande salto al professionismo, a farlo debuttare non è una squadra del suo paese, bensì la fortissima francese Saint Raphael-Geminiani che, attorno alle ammiraglie de “Le grand Fusil” che ebbe salva la vita dalla malaria che invece condannò Coppi ad una morte precoce, annovera niente popodimeno che un fuoriclasse del calibro di Jacques Anquetil.

Il giovane Den Hartog, la cui smorfia sotto sforzo, i capelli color stoppa e il naso all’insù lo rendono facilmente individuabile in seno al plotone, si mostra subito un atleta di sicuro affidamento. Non un campione di prima grandezza, è vero, ma uno di quelli in grado di lasciare un traccia di un certo spessore. Ed infatti, al primo anno tra i grandi vince tredici corse, fra le quali il Giro del Lussemburgo con annesse due tappe, il Gran Premio del Belgio, il Tour de l’Herault, e una classica del panorama transalpino come la Parigi-Camembert battendo corridori accreditati come Rudi Altig e Jan Janssen.

La primavera del 1965 porta in dote ad Arie De Hartog, che corre ora con il marchio Ford France, il traguardo più prestigioso della sua non lunghissima carriera, la Milano-Sanremo. Con una condotta che sublima forza e furbizia l’olandese si lascia alle spalle due campioni del ciclismo di casa nostra, Vittorio Adorni e Franco Balmamion, che si involano con lui pagando poi dazio in volata. Nel corso della stagione Den Hartog fa suo anche il Circuit d’Auvergne e l’allora prestigiosa Beaulac-Bernos, una gara con un albo d’oro da leccarsi i baffi. Nell’occasione, supera l’ex-iridato del 1963 a Ronse Benoni Beheyt e colui che poi diverrà “Monsieur Tour de France“, ovvero Jean Marie Leblanc.

Il Giro di Catalogna dove, alla tappa di La Massana, aggiunge la classifica generale finale davanti al proprio capitano Jacques Anquetil staccato di 1’23”, è il successo di maggior prestigio nel 1966, anno in cui l’olandese vince fra le altre gare,anche il Gran Premio Gerard Saint e la tappa di Wellin del Giro del Belgio, finito nel palmares proprio di Adorni.

Den Hartog è veloce ed abile anche nelle corse contro il tempo, prototipo dunque del perfetto corridore da classiche. E dopo la Milano-Sanremo, l’Amstel Gold Race del 1967 è la ciliegina sulla torta di una stagione per altri versi non troppo brillante. Nella corsa olandese più importante, alla seconda edizione di una storia nata l’anno prima con il trionfo del francese Jan Stablinski, Den Hartog, in maglia Bic, si impone in volata superando i connazionali Cees Lute e Harrie Steevens, ma i risultati modesti nei mesi successivi sono forse il segno che il viale del tramonto è già avviato?

La risposta viene nella stagione subito seguente, e non è certo positiva. Den Hartog si impone solo al Circuito di Genk, in Belgio e, nonostante nel 1969, chiuso il rapporto con Geminiani, venga assoldato dalla Caballero, una squadra olandese, la china discendente non si arresta. Nel palmares del “tulipano” finisce solo il Criterium Ulestraten e seppur ad inizio 1970 mostri qualche segnale di risveglio ottenendo qualche piazzamento promettente e conquistando pure la di miglior scalatore al Giro di Svizzera, non cambia quella che è una decisione maturata da tempo. A soli 29 anni, Arie Den Hartog, che oggi vive a Nieuwstadt, nel Limburgo, gestendo, guarda caso, un negozio di biciclette, dice basta con l’agonismo, portando in dote l’exploit di aver sventolato, primo tra tutti, la bandiera d’Olanda nel cielo di Sanremo. Vi pare impresa di poco conto?

BILL IVY, L’IRIDATO A CUI UN GRIPPAGGIO COSTO’ LA VITA

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Bill Ivy – da forix.autosport.com

articolo di Nicola Pucci

A far la conta dei centauri che hanno accolto il rischio quale componente essenziale dell’attività agonistica e in virtù di ciò ci hanno lasciato la buccia nel corso degli anni Sessanta, ci vorrebbe il pallottoliere. Tante, troppe le giovani vite spezzate nel rincorrere l’affermazione, a due così come a quattro ruote, e quella di Bill Ivy, campioncino inglese di bellissime speranze, è una di queste.

Occorre partire dalla fine, ahimè, ovvero da quel maledetto sabato 12 luglio 1969 quando Ivy, impegnato nelle prove del Gran Premio della Germania Est sul circuito del Sachsenring, guida la sua Java Typ 673 350 4 cilindri due tempi tanto velocemente da cercare di fissare un cronometro che gli consenta di tenere il ritmo della MV Augusta di Giacomo Agostini, dominatore della stagione. In verità la moto ha già palesato più volte noie meccaniche, ma stavolta il grippaggio all’atto di abbordare una curva a 140 km/h provoca l’incidente che sbalza Bill di sella privandolo del casco e proiettandolo contro un muretto di cemento non protetto da balle di fieno. L’impatto è tale che lo sventurato motociclista perde conoscenza, morendo di lì a qualche ora all’ospedale di Hohenstein.

La morte precoce, e naturalmente tragica, priva il mondo del motociclismo di un pilota audace e sbarazzino, nato 27 anni prima a Maidstone e che in gioventù si era distinto anche con i guantoni da pugile, vincendo a livello studentesco e meritandosi l’appellativo di “little Bill” per la taglia minuta. Il padre gli regala, al compimento dei 14 anni, una Francis-Barnett ed è la scintilla che incendia il suo animo di ragazzo preposto alla velocità, sviluppando da quel giorno un amore senza pari per il mezzo a due ruote. Non tarda a partecipare alle prime gare, e se il contratto di assunzione con la Associated Motor Cycles gli garantisce il posto alla catena di montaggio e poi quello di meccanico, solo nel 1959 ottiene l’abilitazione a gareggiare con una Itom 50 sul circuito di Brands Hatch, dove con un terzo posto legittima la scelta del titolare dell’officina, Don Chisolm, di farlo correre.

Il dado è tratto, e se la sua guida è irruente, così come il carattere, nondimeno in pista Ivy ci sa fare, vincendo l’anno dopo sullo stesso tracciato con una Matchless 500 e debuttando nel campionato inglese in classe 250. Gli exploit in gara vanno di pari passo, ad onor del vero, con qualche doloroso infortunio, ma nel 1962 l’inglese è pronto ad affacciarsi al grande palcoscenico del Motomondiale, partecipando al Tourist Trophy con una Honda 50, per poi collezionare 12 mesi dopo un onorevole settimo posto che migliora il 25esimo del debutto.

Qualche anno ancora nelle cilindrate minori, poi nel 1965 Ivy si merita l’ingaggio da parte della Yamaha, non prima aver vinto due titoli inglesi in classe 125 e in classe 500. La casa giapponese lo affianca a Phil Read, campione del mondo in carica proprio in classe 125, e se al primo anno sale una prima volta sul podio in Giappone in classe 250, alle spalle di Mike Hailwood e Isamu kasuya, entrambi in sella ad Honda, nel 1966, assoldato in pianta stabile come pilota ufficiale, è competitivo ai massimi livelli, disputando un’eccellente stagione in classe 125 terminando secondo in classifica alle spalle dello svizzero Luigi Taveri con il corollario della prime vittorie iridate, ben quattro.

Come è conseutudine dell’epoca, Ivy gareggia in più cilindrate, cogliendo un terzo posto in Germania in classe 250 e chiudendo secondo in Giappone in classe 350, battuto di un soffio dal collega di scuderia, appunto Phil Read, ma gli ottimi risultati sono solo l’antipasto di quel che Ivy è capace di fare l’anno dopo, 1967, e quello dopo ancora, 1968, quando assomma 10 vittorie in classe 125 con annesso titolo e secondo posto in classifica (alle spalle ovviamente di Read) e 7 in classe 250 con due piazze sul podio finale, terzo e secondo. In questo caso nel 1968 cede a Read in quanto i due, compagni di squadra, hanno vinto lo stesso numero di Gran Premi ed hanno lo stesso numero di secondi posti; dato che il regolamento esclude però la possibilità di assegnazione del titolo in ex aequo, viene aggiunto un comma retroattivo che introduce l’ulteriore discriminante del minore tempo complessivo nei Gran Premi validi per il punteggio. Il titolo viene così assegnato a Read, la cui somma dei tempi risulta inferiore di circa due minuti.

Ci sarebbe tutto il tempo per prendersi la rivincita, tanto più che per il 1969 Ivy, oltre a declinare anche verso l’automobilismo impegnandosi con profitto in Formula 2, accetta l’offerta della cecoslovacca Java per gareggiare in classe 350 con una 4 cilindri. Ma c’è da ostacolare l’immenso Agostini, che con la sua 3 cilindri domina la concorrenza dall’alto di una classe superiore, e quando, dopo due secondi posti ad Hockenheim ed Assen, il calendario programma la prova del Sachsenring, il 12 luglio, ecco che Ivy va incontro al suo destino. E, purtroppo, è un destino mortale.

 

FLASH ELORDE, IL BAMBINO POVERO CHE DOMINO’ NEI SUPERPIUMA

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Flash Elorde – contro Sandy Saddler

articolo di Nicola Pucci

Quando il 16 giugno 1951 Gabriel “Flash” Elorde debutta tra i professionisti mandando al tappeto al quarto round Kid Gonzaga, probabilmente mai avrebbe immaginato non solo di diventare un campione di valore assoluto, ma pure di venir annoverato tra i pugili più forti di sempre del suo paese.

Già perché questo ragazzo filippino nato a Bogo, nell’isoletta di Cebu, il 25 marzo 1935, è certamente da considerarsi tra i grandi boxer dell’isola del Pacifico, lassù dove meritano di stare fuoriclasse del calibro di Manny Pacquiao e Francisco Guilledo, in arte Pancho Villa. E questo in virtù di una carriera memorabile, già dai primordi marcata dai tratti del successo.

In effetti la boxe diventa fin da subito l’occasione del riscatto per il piccolo Gabriel, ultimo di una nidiata di ben 15 fratelli e che cresce nella miseria più nera. In casa Elorde non si vede l’ombra di un quattrino, e se giungere a fine giornata è già un’impresa, inevitabilmente, dopo soli 3 anni di scuola elementare, il bimbo è costretto a lavorare, come portatore di palle da bowling prima, come falegname poi. Fortuna vuole che l’amicizia con un ex-professionista di pugilato, Lucio Laborte, che gli mette tra le mani i primi guantoni e lo svezza tecnicamente, forgiandone il temperamento focoso seppur introverso e le innate doti naturali, segni la sua vita. Indirizzandola per il verso giusto.

Elorde impara ben presto a dar di pugni, e pure bene, evidenziando, in 166 centimetri di altezza, una velocità fuori dal comune nel portare i colpi, che appunto gli vale l’appellativo di “flash“, con quel suo mancino che quando va a segno fa male, eccome se fa male, e muovendosi tra le corde con la grazia e lo stile di un ballerino, tanto da diventare fonte di emulazione per un certo Cassius Clay. E se 16enne è già professionista, ecco che il filippino incamera una serie di successi convincenti, vincendo nel 1952 il titolo nazionale dei pesi gallo battendo Tanny Campo ai punti per poi conquistare anche la corona asiatica contro il giapponese Hiroshi Horiguchi.

Nel corso dei primi anni Cinquanta Elorde è un pugile di livello che trova vetrina essenzialmente nelle Filippine e in Giappone, combattendo nella categoria dei piuma, che lo vede perdere con Larry Bataan la sfida per il titolo asiatica, così come in quella dei pesi leggeri, che gli regala un titolo nazionale contro Tommy Romulo. Ma per acquisire visibilità globale necessita di una sfida “americana“, come puntualmente avviene il 20 luglio 1955 quando Elorde incrocia i guantoni con quel Sandy Saddler che da anni spopola nella categoria dei pesi piuma. Il filippino vince per decisione unanime, ma l’anno dopo, il 18 gennaio 1956 con la cintura mondiale in palio, al Cow Palace di Daly City Flash si arrende nella rivincita per k.o.t alla tredicesima ripresa, vittima del pugilato sporco dell’americano che ricorre a qualche scorrettezza di troppo per avere la meglio del più giovane avversario.

La sconfitta non scalfisce l’illusione di Elorde di diventare a sua volta, un giorno, campione del mondo. Come puntualmente avviene il 16 marzo 1960 quando Flash, che nel frattempo ha ripetutamente conquistato il titolo asiatico dei pesi leggeri spazzando via la resistenza di chiunque provasse a fermarlo, combatte contro Harold Gomes per la cintura iridata dei superpiuma. La sfida va in scena all’Araneta Coliseum di Quezon City, e davanti ad almeno 30.000 connazionali Elorde mette definitivamente in ginocchio il campione del mondo alla settima ripresa, riportando nelle Filippine un titolo mondiale che mancava da 21 anni, da quando Ceferino Garcia aveva sconfitto Fred Apostoli per la cintura iridata di pesi medi.

Il sogno di salire sul tetto del mondo, per Elorde, si avvera infine, ma è solo l’inizio di una dittatura nella categoria dei superpiuma, quella sotto le 126 libbre (57,152 kg.), che Flash domina nei sette anni successivi, battendo uno dopo l’altro lo stesso Gomes, che stavolta regge solo un round, Joey Lopes, sconfitto per decisione unanime, l’italiano Sergio Caprari, costretto a gettare la spugna pure lui alla prima ripresa, Auburn Copeland e Johnny Bizzarro entrambi sconfitti ai punti, Love Allotey, che incappa in una squalifica all’11esima ripresa, due volte il giapponese Teruo Kosaka, messo al tappeto in due combattimenti governati con classe ed audacia, infine il coreano Kang-II Suh e l’argentino Vicente Derado, pure loro costretti ad accusare un verdetto penalizzante ai punti.

Corre l’anno 1967 e per sette anni, record di durata ineguagliato, Flash Elorde è il peso superpiuma più forte del pianeta, almeno fino al giorno in cui il giapponese Yoshiaki Numata, a Tokyo il 15 giugno 1967, ne interrompe il regno. E se il pugile filippino, che a due riprese tentò la sorte iridata nei pesi leggeri sfidando il portoricano Carlos Ortiz, venendo in entrambe le occasioni sconfitto al 14esimo round dopo combattimenti serrati, e che trovò nel pugilato l’occasione per riscattare un’adolescenza da bambino poverissimo, è un’eroe dello sport filippino, c’è davvero un perché.