BRUCE BAUMGARTNER, IL SUPERMASSIMO D’ORO DELLA LOTTA MONDIALE

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Bruce Baumgartner alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 – da dailydsports.com

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un atleta che forse più di ogni altro rimanda all’idea del lottatore olimpico, così come tramandato dall’antica Grecia, quello è senza dubbio Bruce Baumgartner.

Stiamo in effetti parlando di un autentico fuoriclasse della disciplina, capace di dominare in patria così come a spasso per il pianeta gareggiando nella categoria dei “giganti“, ovvero quella dei supermassimi riservata ad atleti il cui peso sia compreso tra 100 e 130 kg., che lo vide debuttare ai massimi livelli con il bronzo conquistato ai Mondiali di Kiev del 1983, preceduto dal sovietico Salman Khasimikov e dal polacco Adam Sandurski.

Avvantaggiato dal boicottaggio proprio del blocco sovietico, Baumgartner, cresciuto agonisticamente alla Manchester Regional High School, prende parte alla sua prima Olimpiade nel 1984 a Los Angeles dopo aver dovuto, gioco forza, rinunciare alla kermesse di Mosca 1980, ed è già medaglia d’oro, dominando una competizione che lo vede schienare il rumeno Andrei e il turco Taskin per poi battere in finale ai punti, 10-2, il canadese Robert Molle, salendo così sul gradino più alto del podio nell’edizione casalinga dei Giochi.

La sfida a cinque cerchi si rinnova quattro anni dopo a Seul 1988, ma stavolta l’americano trova a sbarrargli la strada verso la doppietta olimpica il sovietico David Gobedjichvili, che lo batte all’atto decisivo 3-1 prendendosi la rivincita della sconfitta subita ai Mondiali di Budapest del 1986.

Nato ad Haledon, nel New Jersey, il 2 novembre 1960, Baumgartner, quando si presenta alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, ha nel suo palmares già sei medaglie mondiali (saranno nove a fine carriera, di cui ben tre d’oro), anche se nelle ultime due edizioni iridate a cui ha partecipato, nel 1990 a Tokyo e nel 1991 a Varna, ha dovuto cedere il passo ancora una volta al rivale sovietico nel primo caso ed è giunto solo settimo nel secondo caso. Ma a Barcellona è l’ora di consumare la sua vendetta con il grande rivale con cui si spartisce la scena (e i titoli) da anni.

Baumgartner è inserito nello stesso gruppo di Gobedjichvili, con cui si incrocia per la diciassettesima volta in carriera (10-6 gli scontri diretti a favore dell’americano) dopo aver battuto il bulguro Barbutov e l’ungherese Gombos, e stavolta vince grazie ad una presa decisiva a pochi secondi dal termine, incasellando la vittoria per 3-0. I successi poi con il cinese Chung Huang e il tedesco Schroder, che fu bronzo a Seul ed è campione del mondo in carica, gli valgono il primo posto nella classifica del girone e quindi l’accesso alla finale per il primo posto, dove trova come avversario il canadese Jeffrey Thue.

Il confronto non ha storia, troppo netta la superiorità del campione americano che si impone con il punteggio di 8-0 che lo riporta sul trono d’Olimpia a distanza di otto anni e lo elegge tra i più grandi lottatori di ogni epoca.

Non è finita qui perché Baumgartner, seppur 36enne ma fresco di altri due titoli iridati conquistati nel 1993 a Toronto con l’ucraino Valiyev e nel 1995 ad Atlanta con il tedesco Thiele, completa il suo percorso ai Giochi proprio nell’appuntamento di Atlanta 1996, dove è portabandiera per gli Stati Uniti. Il tris d’oro pare un sogno realizzabile ma infine Bruce coglie solo il bronzo, sua quarta medaglia olimpica in altrettante partecipazioni, pagando dazio ad uno sconfitta al secondo turno con il russo Andrey Shumilin che lo relega alla sfida per la medaglia di bronzo in cui l’americano, proprio con Shumilin, si impone per decisione della giuria dopo il risultato di parità, 1-1, a termine del tempo supplementare.

Bruce Baumgartner chiude qui, ricco di onori, trofei e medaglie, e dal tappeto entra di diritto nella leggenda dei giganti della lotta.

IL LAVAPIATTI E L’IMPRESARIO DI POMPE FUNEBRI CHE FECERO PIANGERE I MAESTRI INGLESI

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Il gol di Gaetjens – da calciomemory.com

articolo di Massimo Bencivenga

La storia di oggi è un omaggio ai Davide che sconfiggono i Golia, alle imprese dei piccoli contro i grandi. E’ un omaggio al ritorno in serie A della Spal. Ed è pensando ai ferraresi che m’è venuto in mente di raccontare quel che accadde al Mondiale del 1950, il Mondiale del Maracanazo.

Il Mondiale del 1950 fu il primo del dopoguerra, e come ben sapete si giocò in Brasile. La Germania Ovest non fu ammessa a partecipare per essere stata responsabile della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia, fresca della tragedia di Superga, fu invitata, anche perché portava la Coppa in qualità di squadra detentrice. E per la prima volta decisero di cimentarsi nella tenzone iridata anche i maestri inglesi.

La sorte li volle pescati nel girone insieme agli Usa. Gli inglesi erano una buona squadra, imperniata su Wright e Ramsey dietro e a centrocampo, con gente come Finney e Mortensen (sì, proprio quello che ha il copyright sul “gol alla Mortensen”) in avanti. E poi avevano lui: Stanley Matthews. C’era un Matthews nella sfida Inghilterra-Italia 3-2 del 1934, quando Meazza segnò una doppietta; e c’era un Matthews in Italia-Inghilterra 0-4 del 1949. Ed era lo stesso Matthews. Lo stesso Matthews che nel 1956, a 41 anni, vinse il primo Pallone d’Oro, un riconoscimento più alla carriera che effettivo per un’ala destra che ha attraversato i decenni con la solita finta. Quella alla quale abboccavano tutti.

La prima partita, gli inglesi la vinsero per 2-0 sul Cile. La seconda, con gli Usa, che nel frattempo ne presero tre dalla Spagna, sembrava una formalità. Gli statunitensi si comportavano come un’allegra brigata in libera uscita. Il capitano era McIlvenny, in difesa c’era uno rude che si chiamava Charlie Colombo, in porta Frank Borghi, impresario di pompe funebri e in avanti Joe Gaetjens. Figlio di un tedesco e una haitiana, Gaetjens emigrò dai Caraibi negli States per studiare, ma finì a fare il lavapiatti perché non fu ammesso a scuola. Lavorava e giocava a calcio. Centravanti. Bravo di testa. Gli statunitensi non avevano neanche una divisa, giocavano con una maglia che somigliava a quella del River Plate, forse perché l’eco della Maquina era giunta anche in Nordamerica.

Matthews si tirò fuori dalla contesa, dicendo, sdegnato, che non si sarebbe mai abbassato a giocare con sudditi o ex sudditi. L’arbitro della partita fu un italiano, che si prese un doppio taccuino, convinto che la partita sarebbe finita in goleada per i figlia d’Albione.

Il giorno dopo, il Daily Express uscì con: Inghilterra 10 – Stati Uniti 1. Si trattò di un Epic Fail di dimensioni siderali. Perché gli Usa vinsero per 1-0. Con gol di testa, alquanto strambo in realtà, proprio del lavapiatti Gaetjens nel primo tempo. Nella ripresa, i maestri inglesi provarono a pareggiare, ma non vi riuscirono, anche grazie agli interventi del becchino Borghi.

Nella storia degli Usa c’è perlomeno un altro becchino famoso. E non sto parlando del wrestler Undertaker. No, il becchino che dico io si chiamava Almon Strowger. Almon Strowger era un impresario funebre del Missouri vissuto sul finire del 1800. E con ciò? I primi telefoni funzionavano attraverso un “centralino”, con delle persone che mettevano, manualmente, in comunicazione chiamante e ricevente. Bene, successe che venne presa come impiegata l’amante del suo concorrente, che passava ogni richiesta di funerale all’amato. Almon Strowger si trovò a un bivio: o s’inventava qualcosa o sarebbe andato fallito. S’inventò qualcosa: il primo commutatore automatico per la telefonia della storia.

Ma torniamo a noi. Joe Gaetjens morì nel 1964, probabilmente ucciso dagli squadroni della morte haitiani: i tristemente famosi Tonton Macoutes, ma sarà per sempre ricordato come l’uomo che fece piangere gli amanti del calcio dell’Inghilterra. Inghilterra che anche circa 100 anni prima, nel 1851, era ben convinta di portare a casa la Coppa della Cento Ghinee. Coppa delle Cento Ghinee che andò invece allo shooner statunitense America.

Era l’alba della Coppa America di vela. Ma questa è un’altra soria.

ROLAND-GARROS 1997, LO SGAMBETTO ALLA REGINA DI IVA MAJOLI

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Iva Majoli bacia la Coppa dei Moschettieri – da tenniscircus.com

articolo di Nicola Pucci

Era tutto pronto, quel 7 giugno 1997, sul Court Central del Roland-Garros. Gli occhi di 13.000 appassionati attendevano solo l’ultima recita per celebrare il giorno della regina, in procinto di cingersi della corona di Francia.

Lei, Martina Hingis, baciata da un talento raro, fenomeno di precocità tennistica, già numero 1 del mondo da qualche settimana, aveva programmato perfettamente il copione. Ad eccezione del lieto fine e dei titoli di coda. Già, perchè quelli non l’avrebbe confortata, bensì ne avrebbe beneficiato una signorina croata, tale Iva Majoli, che stava per rovinare la festa.

E’ un’edizione del Roland-Garros, quella del 1997, a cui la Hingis si presenta in qualità di prima giocatrice al mondo (la più giovane di sempre, il 31 marzo 1997, con i suoi 16 anni e 182 giorni), nonchè di grande favorita del torneo, reduce da ben 30 vittorie consecutive e sei eventi vinti di fila. Insomma, pare proprio imbattibile. E’ altresì vero che l’elvetica ha dovuto rinunciare agli eventi su terra battuta in preparazione di Parigi complice una banale caduta da cavallo, ma il margine rispetto alle rivali è talmente ampio e rassicurante che, seppur privata del necessario allenamento su “rosso“, gli addetti ai lavori non nutrono grossi dubbi sulle sue chances di bissare il trionfo Slam di gennaio in Australia ed infine cogliere il primo successo alla Porte d’Auteuil.

Steffi Graf è la numero 2 del tabellone, campionessa in carica seppur in declino, mentre Monica Seles, terza pretendente al titolo, ha l’animo ancora squarciato ben più della ferita inferta dal colpo di pugnale del folle Gunther Parche ad Amburgo qualche anno prima. Le due regine detronizzate sono le principali antagoniste della Hingis, pronostico dalla quale non è comunque esclusa Arantxa Sanchez, appunto finalista nel 1996 battuta 10-8 al terzo dalla tedesca, e già due volte vincitrice al Roland-Garros, da bambina nel 1989 e da donna in divenire nel 1994. Le altre, siano esse la giunonica Davenport, la talentuosa Novotna, l’iberica Martinez che ha in palmares un bel poker consecutivo agli Internazionali d’Italia, e la cucciola di casa Pierce, sembrano destinate ad un ruolo di comprimarie.

In effetti il percorso della Hingis, da subito, palesa qualche inattesa incertezza. Dopo il rapido 6-0 6-2 al debutto contro la slovacca Nagyova, è la minuscola marchigiana Gloria Pizzichini a… pizzicare l’orgoglio della numero 1 del mondo, strappandole il primo set, 6-3, prima di cedere alla distanza, 6-4 6-1.

Risolta altrettanto facilmente la pratica con la pin-up Anna Kournikova, bellina ma che non vince neanche per disperazione, rimandata con un eloquente 6-1 6-3, fa sensazione agli ottavi di finale il 6-3 0-6 6-0 con l’austriaca Barbara Paulus. Quel secondo set ceduto senza lottare evidenzia che nel gioco, così come nella testa e nelle gambe di Martina, c’è qualche crepa preoccupante. E se il 6-2 6-2 ai quarti con la Sanchez rassicura e il 6-7 7-5 6-4 in semifinale con la Seles affatica, nondimeno la Hingis in finale c’è e c’è con la dichiarata intenzione di far suo il titolo.

Dall’altra parte del net c’è l’ospite inattesa. Iva Majoli. E qui si apre un altro capitolo interessante. La croata di Zagabria, classe 1977, ha vinto un paio di tornei in stagione, ad Hannover a febbraio su superficie sintetica e ad Amburgo in maggio su terra battuta. E’ in crescita, ha fatto il pieno di fiducia ed è accreditata della testa di serie numero 9. Non coltiva, ad onor del vero, grandi ambizioni, ma se deve piazzare il colpaccio è questo il momento e il luogo adatto per provare a far saltare il banco.

Una dopo l’altra la Majoli fa fuori la ceca Kleinova, 7-5 6-4, la francese Fusai, 6-2 6-3, e l’americana Grossman, 6-1 4-6 6-1, per poi demolire di rincorsa la Davenport, 5-7 6-4 6-2, guadagnandosi un posto ai quarti di finale. Quando poi, dopo aver bissato con la rumena Dragomir, 6-3 5-7 6-2, il successo proprio della finale di Amburgo, trova la strada liberata dall’ingombrante presenza della Graf, eliminata a sorpresa dalla piccola sudafricana Amanda Coetzer, l’accesso alla finale non è più un miraggio ma un obiettivo che arriva a concretizzarsi in virtù del successo di misura con la stessa Coetzer, 6-3 4-6 7-5, a chiusura di una sfida che per entrambe rappresentava l’occasione della vita.

Il totem Hingis è lì, ad attendere Iva al d-day, ma la regina è inaspettamente abulica, incapace di mostrare il talento di cui Madre Natura l’ha dotata, stranamente in balia dell’avversaria, lei sì invece assolutamente all’apice della forma tennistica. Ne vien fuori un match quasi a senso unico, con la Majoli a fare il bello e il cattivo tempo e la Hingis costretta ad arrendersi con un referto che non ammette repliche, 6-4 6-2.

Iva Majoli trionfa con la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere e il Court Central l’acclama campionessa introducendola tra le grandi del tennis: oggi, se quel colpo fu l’unico di una carriera poi spentasi troppo velocemente, rimane una ferita mai rimarginata nel curriculum della svizzera. Che tornerà dominatrice ma a cui mancherà, sempre, la corona di regina di Francia.

A BARCELLONA 1992 IL CAPOLAVORO D’ORO DEL SETTEBELLO DI RUDIC

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La finale Italia-Spagna – da youtube.com

articolo di Nicola Pucci

Le Piscine Bernat Picornell, all’interno del Parco Olimpico di Montjuïc, accolgono dal 1 al 9 agosto le gare del torneo di pallanuoto alle Olimpiadi di Barcellona del 1992. E celebrano il trionfo dell’Italia, che conquista l’alloro olimpico per la terza volta della sua storia dopo i successi di Londra 1948 e di Roma 1960 e il bronzo di Helsinki 1952 e l’argento di Montreal 1976.

In realtà sulla rassegna a cinque cerchi grava l’assenza della Jugoslavia campione olimpico, mondiale ed europeo in carica, sanzionata dall’ONU per la guerra civile che sta dilaniando il paese, e sostituita dalla Cecoslovacchia. Francesco Attolico, Alessandro Bovo, Alessandro Campagna, Paolo Caldarella, Massimiliano Ferretti, Giuseppe Porzio, Marco D’Altrui, Mario Fiorillo, Ferdinando Gandolfi, Amedeo Pomilio, Francesco Porzio, Carlo Silipo e Gianni Averaimo sono i dodici atleti selezionati dal c.t Ratko Rudic, in carica dal 1991, e che sta per avviare l’era d’oro della pallanuoto azzurra, reduce dal sesto posto ai Mondiali di Perth e il quarto agli Europei di Atene dell’anno preolimpico.

In assenza della Jugoslavia sono proprio i padroni di casa della Spagna, medagliati d’argento alle due suddette rassegne del 1991, a vestire i panni della favorita, trascinata dal talento e dalle reti di Manuel Estiarte, che in Italia ben conoscono per le militanze a Pescara e Savona. La CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) è l’altra pretendente alla medaglia d’oro, così come l’Ungheria, che ha gran tradizione, e gli Stati Uniti, che quattro anni prima a Seul chiusero in seconda posizione alle spalle della Jugoslavia.

Se proprio CSI e Stati Uniti sono inserite nel girone A e dominano la concorrenza vincendo tutte le partite, con gli ex-sovietici che si impongono 8-5 nello scontro diretto chiudendo al primo posto, l’Italia deve invece vedersela con Spagna e Ungheria, che nel gruppo B sono le principali pretendenti all’accesso alle semifinali, con Cuba, Olanda e Grecia che completano il quadro delle formazioni in lizza. Ma il “settebello” di Rudic è in forma, e dopo aver impattato all’esordio con l’Ungheria, 7-7, batte una dopo l’altra Olanda (6-4) e Cuba (11-8), pareggia anche con la Spagna, 9-9, e con il successo sulla Grecia per 8-6 si garantisce un posto tra le prime quattro, in seconda posizione dietro la Spagna e approfittando di un’Ungheria deludente che perde con gli iberici, 8-5, per poi non andare oltre il pareggio, addirittura 13-13, con l’Olanda.

Le semifinali incrociate si giocano l’8 agosto e per l’Italia l’avversario è la CSI, sfida equilibrata ed accesa che vede gli azzurri infine prevalere 9-8 grazie a tre reti di Campagna, conquistando la finale con la Spagna che non lascia spazio agli Stati Uniti, eliminati con il punteggio di 6-4.

Il giorno dopo, 9 agosto, la finale è tra le più appassionanti della storia della pallanuoto olimpica. L’Italia si porta avanti 4-2 dopo i primi due quarti, ma la Spagna torna sotto con Estiarte che segna tre reti (vincerà la classifica marcatori con 22 reti, in coppia con il magiaro Benedek, così come aveva fatto nel 1980, nel 1984 e nel 1988), altre tre marcature portano la firma di Garcia. Ferretti è in gran spolvero con un poker, le quattro frazioni regolamentari si chiudono sul 7-7 grazie a qualche decisione dubbia degli arbitri ed una rete di Oca a 37″ dalla fine. Sono necessari i tempi supplementari, addirittura sei, e la gara, da combattuta, assume i contorni del confronto epico. Due tempi di 3 minuti l’uno, tanto per cominciare, con il primo che si chiude a reti bianche e il secondo con un rigore di Estiarte per l’8-7 con 42″ ancora da giocare, e il provvidenziale gol di Ferretti a 20″ dalla fine. Altri due supplementari, senza reti, e così si va al quinto e sesto tempo aggiuntivo. Si decide tutto a 32″ dal termine quando Nando Gandolfi infila il portiere iberico Rollan per il gol del 9-8 e l’Italia, capace di resistere all’ultimo disaperato tentativo della Spagna di tornare in parità che si spenge su una traversa di Oca, sale infine sul tetto dell’Olimpiade.

Lo chiamaronoil settebello d’oro“… e ne ebbero ben donde.

“SIR” JACK BRABHAM, L’UNICO CAMPIONE DEL MONDO CON VETTURA DI PROPRIETA’

 

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Sir Jack Brabham – da huffingtonpost.co.uk

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Figlio di londinesi trasferiti in Australia, Jack Brabham nacque nel 1926 nella periferia di Sydney e si interessò ben presto alla meccanica e alle auto, lavorando prima come meccanico e avviandosi poi ad una carriera aeronautica, prima di tornare a dedicarsi alla riparazione di autovetture, attività che gli permise di conoscere un professionista il quale gli commissionò la preparazione di una vettura midget; successivamente Brabham lo sostituì in alcune gare e alla terza partecipazione vinse, riuscendo poi a conquistare il campionato, prima di spostarsi e vincere nelle gare di salita e in altre categorie.

Il giovane Jack acquistò una Cooper e grazie al padre ottenne una sponsorizzazione che gli consentì di continuare a correre e vincere in Australia, arrivando fino in Europa, dove una collaborazione con la stessa Cooper lo portò al debutto in Formula 1 nel 1955, limitato inizialmente al solo Gp di Inghilterra, nel quale corse in due edizioni senza giungere al traguardo; contemporaneamente si fece notare in Formula 2 e nelle gare per vetture sport, mostrando un talento polivalente e innato che finì per attirare l’attenzione di diversi team di Formula 1.

Nel 1957 Black Jack venne ingaggiato dalla Cooper e a Montecarlo vide sfumare un possibile podio, quando un guasto lo costrinse a spingere la vettura fino al traguardo: fu classificato sesto, risultato allora non valevole per punti iridati, che arrivarono finalmente l’anno seguente con un quarto posto, ottenuto proprio a nel Gp di Monaco; l’australiano continuava contemporaneamente a correre in altre categorie, arrivando al successo nella 1000 Km del Nurburgring e completando l’opera con la vittoria del campionato di Formula 2.

Nonostante le promettenti gare dei primi anni, Brabham non aveva ancora ottenuto particolari successi in Formula 1 e non era considerato tra i favoriti per la conquista del titolo mondiale 1959, ma nella prima fase del campionato stupì tutti con due successi, proprio a Montecarlo e sul circuito britannico di Aintree, un secondo e un terzo posto, risultati che gli consentirono di amministrare il vantaggio e arrivare al primo titolo nonostante una seconda parte di campionato meno brillante. Il 1960 iniziò in sordina, con un ritiro in Argentina a la squalifica di Montecarlo, ma dopo la 500 Miglia Brabham calò una serie di cinque vittorie consecutive finendo per sbaragliare la concorrenza e giungere al secondo titolo consecutivo.

Dopo una stagione 1961 tra le più deludenti della carriera, con soli quattro punti conquistati, sempre alla guida della Cooper, fondò una propria scuderia, appunto la Brabham Racing Organisation, con la quale nei primi anni iniziò progressivamente a cogliere i primi risultati, pur senza mai salire sul podio o lottare per posizioni di rilievo, cedendo il passo a Dan Gurney, in alcune occasioni più veloce dello stesso Brabham, concentrato sulla guida quanto nella gestione del team, attivo non solo nella massima categoria; nel 1966 l’australiano vinse consecutivamente a Reims, Brands Hatch, Zandvoort e Nurburgring, ipotecando il mondiale nonostante due ritiri nella parte finale del campionato, concluso con un secondo posto a Città del Messico e la conquista del terzo titolo, primo e unico caso di pilota campione del mondo alla guida di una propria vettura.

Anche l’anno successivo, 1967, fu un trionfo per la Brabham, ma “Black Jackfu beffato dallo scudiero Denny Hulme, che con un andamento più regolare conquistò il titolo per pochi punti, scatenando l’ira del “Patron” che lo allontanò dal team. Brabham negli anni successivi imboccò un periodo di crisi, con due soli punti conquistati nel 1968, una lieve ripresa nel 1969 e il ritorno ad alti livelli nel 1970, con l’ultima vittoria in Sudafrica a Kyalami e alcuni piazzamenti di rilievo, validi per il quinto posto finale. Al termine della stagione Brabham lasciò la Formula 1 cedendo al socio Ron Tauranac la guida del team, che conquistò i titoli del 1981 e del 1983 con la gestione di Bernie Ecclestone e Nelson Piquet al volante, prima della parabola discendente, che portò alla definitiva scomparsa della Brabham dalla Formula 1 alla fine del 1992.

BOBBY PEARCE E LA DOPPIETTA OLIMPICA D’ORO DA SINGOLO

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Bobby Pearce – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Curiosa la storia di Henry “Bobby” Pearce. Tanto che i tratti essenziali della sua carriera sono maledettamente simili a quelli del collega di remo di cui ha rilevato il testimone, John Brendan Kelly, il papà di Grace, che prima di lui fu rifiutato alla competizione più prestigiosa per poi prendersi una sonora rivincita meritandosi la gloria olimpica.

In realtà Pearce è australiano, esattamente di Double Bay, un sobborgo di Sydney dove la famiglia, da almeno tre generazioni, si distingue particolarmente nel mettere in acqua e guidare con perizia un’imbarcazione a remi. Il bisnonno di Bobby, emigrato dall’Inghilterra a metà secolo Ottocento, avvia questa tradizione sportiva, trasmettendola poi al nonno di Bobby, Harry Pearce sr. che diventa campione australiano di canottaggio, e al padre, Harry Pearce jr. che nel 1911 e nel 1913 chiude due volte secondo ai Campionati del Mondo alle spalle del neozelandese Richard Arnst e del britannico Ernest Barry.

E visto che buon sangue non mente, il nostro Henry, classe 1905, evidenzia precocemente eccellenti doti, tanto da venir iscritto e giungere secondo a soli sei anni ad una competizione con canottieri più grandi di lui. Lascia dunque ben presto la scuola per lavorare come carpentiere e poi insieme al padre nella fabbrica di pesce, entra nell’Esercito del suo paese, svolge con successo anche attività pugilistica e nel 1926 è pronto a gareggiare ai massimi livelli difendendo i colori del Sydney Rowing Club. Forte anche di un corpo da fustacchione, 188 cm per 92 kg…. una sorta di granatiere prestato al canottaggio!

Pearce gareggia da singolo, perchè è nell’esercizio in solitario che può esprimere al massimo quel senso di rivalsa a cui una vita di fatiche quotidiane lo ha relegato. Tanto da vedersi preclusa la chance di partecipare alla gara più prestigiosa, la Diamond Sculls alla Henley Royal Regatta, perchè “operai, artigiani o lavoratori di braccio” non sono ben accetti a quel consesso di campioni. Già, esattamente quel che venne negato a Kelly.

Nel frattempo Bobby fa incetta di titoli australiani, e per il 1928 è selezionato dall’Australia per gareggiare alle Olimpiadi di Amsterdam, unico canottiere ma già noto al punto da aver l’onore di far da portabandiera per il suo paese nel corso delle cerimonia di apertura dei Giochi. 15 concorrenti sono allineati al via della gara di singolo, nel bacino di Sloten, e Pearce è già il migliore al primo turno quando con il tempo di 7’55″8 batte il tedesco Flinsch. Il responso del cronometro premia Pearce anche con il danese Schwartz, 7’28″0, ma è nella sfida dei quarti di finale con il francese Victor Saurin che l’australiano dà prova non solo di superiorità disarmante, 7’42″8, ma anche di rispetto per la vita animale quando si ferma per far passare una fila di anatre per poi riprendere a vogare e tagliare il traguardo con un buon margine di vantggio sul transalpino. David Collet, britannico, nulla può in semifinale ed allora, all’atto decisivo per l’assegnazione del titolo olimpico, Pearce si trova a battagliare con il veterano Ken Myers, americano che già nel 1920 aveva colto l’argento nel quattro con e che nel 1932 sarà infine trionfatore nel due di coppia. Non c’è praticamente partita, Bobby fa corsa di testa e con il tempo di 7’11″0, dieci meno del rivale, sale sul gradino più alto del podio.

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Pearce con la sua imbarcazione – da en.wikipedia.org

Garantita la gloria sportiva, Bobby vorrebbe assicurarsi un buon futuro lavorativo. Ma se la Grande Depressione del 1929 spazza via le illusioni, sue e quelle di qualche centinaia di milioni di altri poveri cristi travolti dal crollo di Wall Street, obbligandolo alla disoccupazione, nel 1930 la dea bendata giunge in suo aiuto. Impegnato ai Giochi del Commonwealth ad Hamilton, in Canada, non importa che Pearce vinca come da pronostico la competizione battendo quel Jack Beresford che non solo ha già trionfato in carriera quattro volte alla Henley Royal Regatta e ai Giochi di Parigi del 1924 ma è stato il fiero avversario di Brendan Kelly, già proprio lui, bensì che un certo Lord Dewar, magnate del whisky, gli offra un impiego come venditore. E sa lo cosa lo aliena dalla povertà di quegli anni, nondimeno gli consente di acquisire lo status necessario per accedere alla Diamond Sculls.

Cosa che puntualmente avviene nel 1931 quando, ormai cittadino canadese, affiliato al Leander Boat Club di Hamilton, può finalmente gareggiare e vincere, assurgendo a pieno titolo al rango di canottiere più forte del mondo. E se caso mai ci fosse bisogno di rafforzare il proprio balsone, così come di incrementare il palmares, ecco che nel 1932 si rinnova l’appuntamento con le Olimpiadi di Los Angeles.

In verità ai Giochi californiani la concorrenza non è particolarmente agguerrita, tanto meno folta con soli 5 canottieri, anche se questi rispondono al nome dei due americani William Miller, argento ad Amsterdam nel quattro di coppia, e Joseph Wright jr., vincitore della Diamond Sculls nel 1928, del britannico Dick Southwood, che a Berlino nel 1936 vincerà l’oro nel due di coppia con lo stesso Beresford, e dell’uruguaiano Guillermo Douglas.

Ed è proprio Miller a render dura la vita a Pearce, che abbisogna di tutta la sua classe e del suo temperamento da indomabile per aggiudicarsi prima la sfida di semfinale, 7’27″0 contro 7’29″0, poi imporsi all’atto conclusivo in 7’44″4, a tagliare il traguardo otto decimi prima dell’irriducibile avversario. Il terzo classificato, Douglas, rema a distanza siderale, 29 secondo, ma regala all’Uruguay la prima medaglia olimpica che non sia il gioco del calcio. E questo ne farà un eroe in patria.

Pearce bissa l’oro olimpico per un’impresa che verrà prima eguagliata, poi migliorata dal sovietico Vyacheslav Ivanov che farà tripletta tra il 1956 e il 1964. Ma Bobby non se ne farà un cruccio, lui come Kelly fu rifiutato dagli spocchiosi inglesi e poi consumò la sua vendetta. Perchè è così che fanno i campioni.

LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E QUEL RECORD TROPPO LONGEVO DELLA KRATOCHVILOVA

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Jarmila Kratochvilova – da atleticalive.it

articolo di Massimo Bencivenga

Innegabilmente, il 1989 sarà uno di quegli anni che le future generazioni dovranno imparare a memoria, come si conviene a un anno spartiacque nel fiume della storia; i prossimi studenti dovranno imparare a conoscerlo e a venerarlo come abbiamo fatto e facciamo con il 1492 o il 1848.

C’è stato un mondo prima del 1989 e uno, radicalmente diverso, dopo. Per Francis Fukuyama esso è l’anno della “Fine della storia”, mentre per Eric Hobsbawm esso fu la spinta finale al Secolo Breve.

Ho vissuto quegli anni nella fase in cui non si è più bambini, ma nemmeno adolescenti, e men che meno adulti. Anni di formazione, però, i miei anni di studio pazzo e disperatissimo nel settore dello sport, afosi pomeriggi passati su Telemontecarlo a vedere meeting su meeting, a memorizzare in maniera inaudita storie e dati, ché ai tempi mica c’era Internet o Sky che potevi rivedere le cose con calma.

Ricordo tante cose in maniera vivida e netta di quegli anni. Come la storia dei record di Città del Messico. Se ne fecero di record in quella edizione dei Giochi del 1968; il record di Lee Evans sui 400 m durò 20 anni, ma, poi, dinanzi ai miei occhi increduli, Butch Reynolds polverizzò il record ai tempi più longevo, portando a 43,29 il nuovo limite sul giro della morte. Era il 17 Agosto del 1988.

Non era nell’aria quel limite, niente affatto, ma Reynolds ebbe la fortuna di avere nelle corsie vicine uno come Egbunike che fece i primi 200 come se non ci fosse un domani. Scoppiò in curva, Egbunike, finì sesto se non erro, ma Reynolds si trovò a correre come mai per stargli dietro. Alla fine fu record.

Sì, quello di Evans sarà pure caduto, ma quello di Beamon non cadrà mai!”, questo e altro dicevano i giornalisti nel 1988. Il salto a 8,90 m nel lungo di Beamon è stata l’ossessione di migliaia di saltatori. Anche il divino Carl Lewis era ossessionato da quella misura. Si racconta che dopo aver visto il balzo in tv, il bimbo Carl andò in giardino, misurò la distanza e giurò a se stesso che sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe saltato oltre quella misura monstre.

Andò così? Lewis saltò oltre l’8,90 a Tokyo nel 1991, ma… successe altro, magari un giorno lo racconterò.

Ritorniamo ai record, essi hanno delle storie affascinanti, che si sottraggono ai nostri calcoli e alle nostre elucubrazioni. Il 19,72 stampato dal nostro Mennea, sempre a Città del Messico ma nel 1979, non era accreditato come uno di quelli destinati a durare. Tempo qualche anno e sarà aggiornato, si diceva.

E invece quel record sui 200 durò ben 17 anni, rimane ancora come limite europeo (e di anni adesso ne son trascorsi 35) e Pietro Mennea resiste ancora nell’empireo dei 10 uomini più veloci di sempre sui 200.

Quali sono i record attuali più longevi nell’atletica leggera? Voilà.

Jarmila Kratochvílová (800m) 1983
Marita Koch (400m) 1985
Natalia Lisovskaja (lancio del peso) 1987
Stefka Kostadinova (salto in alto) 1987
Galina Čistjakova (salto in lungo) 1988
Gabriele Reinsch (lancio del disco) 1988
Florence Griffith-Joyner (100m) 1988
Jackie Joyner-Kersee (eptathlon) 1988
Florence Griffith-Joyner (200m) 1988
URSS (4×400 donne) 1988

Tutte donne, sì anche Gabriele Reinsch è un’ex atleta. E tutti record risalenti a prima del Muro. A prima vista sembrerebbe che le atlete degli anni ’80 avessero una marcia in più. Ma fu vera gloria? La Guerra Fredda, amici, si combatteva anche nello sport, a colpi di medaglia, per fas et nefas.

Anche con l’uso del doping. Doping di Stato nel caso dei paesi d’Oltrecortina.

Otto record sui dieci più datati appartengono ad atlete dell’Est, e per la verità anche in merito alle due statunitensi, cognate peraltro se ben ricordo, i sospetti di doping ci sono ed eccome, in particolare per Florence.

Sgraziata a vedersi, Jarmila Kratochvilova era uno di quei donnoni nate per fare sport. Al record del mondo degli 800 m in 1’53″28, realizzato a Monaco il 26 luglio 1983, possiamo associare che la stessa è attuale detentrice del secondo tempo di sempre sui 400 m a dimostrare una accoppiata inedita, dal momento che è più naturale fare 200 e 400 m e non ciò che faceva Jarmila.

Ma lei non era una normale.

La sua corsa sugli 800 non prevedeva alcuna tattica: partiva lancia in resta e arrivava prima, che si arrangiassero le altre. Ogni tanto salta fuori qualcosa, nel 2006 si cominciò a millantare di possibili documenti compromettenti, nei quali si ventilava la possibilità che i medici della federazione cecoslovacca, si presunse in pieno accordo con tecnici e atleti (ma chi aveva il coraggio in quegli anni di sfidare lo Stato?), somministrassero alle star nazionali di molte discipline dosi di nandrolone, norandrosterone e stanozolol.

Jarmila Kratochvilova si è sempre difesa, sostenendo di non aver mai fatto ricorso al doping, ma di essersi sempre e solo allenata. In maniera feroce e massacrante.

Come ben ricorda e sottolinea il dottor Vittori, tecnico anche di Mennea, che la vedeva allenarsi nel centro tecnico di Formia: «Ricordo la povertà del suo metodo di allenamento, si allenava da sola, sempre da sola, e per cinque giorni alla settimana, per due sedute al giorno, eseguiva fino a 40 ripetute alternando 60/80/100 metri, in tempi relativamente bassi per una capace di correre i 400 in 47″99 (8″ sui 60, 10″5 sugli 80 e 13″2 sui 100, tempi di uno che corre in 53″). Uno sfinimento il solo vederla. Poi il sabato, 8 ripetute sui 300 a 38″. Fuori da qualunque logica. Mi chiedevo come potesse resistere». Il dottore prosegue affermando che: «Era un armadio, aveva dei muscoli da pesista eppure in tanti anni non l’ho mai vista fare un solo esercizio di potenziamento».

E sempre a Vittori dobbiamo questo ricordo: «Posso soltanto dirvi, a proposito dei suoi muscoli, che quando la incontrai nel ’93 a Helsinki mi prese un colpo. Non la riconobbi. Passai davanti al lettino per i massaggi e vidi una tizia macilenta, con l’aria stanca, gli occhi bassi. Era lei. Aveva smesso da parecchio tempo ed era, letteralmente, un ectoplasma: aveva perso tutto. Ho pensato anche che fosse malata».

Riesce difficile, anche a vedere ciò che è emerso nell’ex DDR, non pensare che Oltrecortina non ci fosse un largo ricorso al doping di Stato. Riesce difficile non pensare tutto ciò dopo aver accertato che tra il ’74 e l’89 circa 100000 atleti furono aiutati con pesanti cure ormonali, con le pillole blu di Oral Turinabol, con 193 vittime del doping riconosciute e accertate dallo Stato.

Riesce difficile non pensar male a vedere la longevità di quei record e di come le prestazioni attuali siano ancora abbastanza distanti da quei limiti.

Ecco, io non ero a conoscenza di tutto questo nel 1988, quando a 12 anni ammiravo e tifavo per due donne dell’ex DDR: la nuotatrice Kristin Otto, sei ori a Seuol 1988, e Heike Drechsler, la Lewis in gonnella perché come il campionissimo Usa si disimpegnava, e alla grandissima, nei 100 m, nei 200 m, nel lungo e nella staffetta veloce.

Ecco, quei ricordi del bambino sono ancora vividi dentro di me, non sporcati dalla disillusione dell’adulto.

GLI STATI UNITI E QUELL’ORO OLIMPICO DEL RUGBY PRIMA DELL’ABOLIZIONE

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Il rugby alle Olimpiadi del 1924 – da en.espn.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Rispetto all’edizione di quattro anni prima ad Anversa, quando parteciparono solo Stati Uniti e Francia, il torneo di rugby alle Olimpiadi di Parigi del 1924 vede la presenza di una terza formazione, la Romania, che in realtà non ha particolari ambizioni e sul campo si rivela tutt’altro che competitiva, reduce oltretutto da un interminabile viaggio in treno in terza classe per poter essere presente all’evento a cinque cerchi.

Si giocano pertanto tre partite, dal 4 al 18 maggio, anticipo dei Giochi che avranno sviluppo nel mese di luglio, e lo Stadio di Colombes tiene a battesimo l’esordio della squadra transalpina, che proprio contro i rumeni si impone facilmente, 61-3, mettendo a referto ben tredici mete, di cui quattro di Adolphe Jaureguy, stella della squadra, e otto trasformazioni di Louis Beguet, che per l’occasione registra un record di punti che con la nazionale francese verrà battuto solo dal leggendario Guy Camberabero nel 1967.

Tocca poi agli americani sbarazzarsi agevolmente della Romania, 37-0 con quattro mete di Hyland, tre di Patrick e cinque trasformazioni di Doe, che aggiunge pure un calcio piazzato.

Così la finale, appunto il 18 maggio, vede ancora opposte Francia e Stati Uniti, che ovviamente si giocarono l’oro quattro anni prima, quando furono gli americani ad imporsi per 8-0. La Francia ha i favori del pronostico, sia perchè può giocare davanti al pubblico amico sia perchè è reduce da un Torneo delle Cinque Nazioni in cui ha battuto lo Scozia per poi perdere di misura gli altri tre incontri con Irlanda, Inghilterra e Galles. Jaureguy è la colonna di una squadra che ha in Marcel Lubin-Lebrere un altro giocatore di grande valore seppur costretto a competere con un occhio solo, perso in trincea durante la Prima Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti hanno una formazione che si compone quasi interamenti di rugbusti della Stanford University e proprio di questo loro amalgama gli americani si fanno forti.

Lo Stadio di Colombes accoglie più di 20.000 spettatori per un evento che si trasforma in una sorta di battaglia, sul campo e sugli spalti. Gli americani vengono sonoramente fischiati dopo che Jaureguy è stato abbattuto da un tackle durissimo ed è costretto ad uscire in barella con il volto sanguinante. Gli animi si accendono e nel secondo tempo dalle tribune i supporters francesi lanciano bottiglie e pietre in campo, scatenando una rissa furiosa.

La gara si conclude con la vittoria americana, 17-3, e l’invasione di campo finale costringe le forze dell’ordine ad intervenire a protezione degli americani, che vincono di nuovo la medaglia d’oro ma sono sommersi dai fischi all’atto della cerimonia di premiazione.

Dopo l’edizione parigina il rugby viene escluso dalle discipline olimpiche: tornerà solo nel 2016 a Rio, con il torneo di rugby a sette. Ma questo è già un altro… Millennio!

ATLETICO MADRID-CAGLIARI 1970, SENZA RIVA SVANISCE IL SOGNO EUROPEO DEI SARDI

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I due capitani Calleja e Cera – da wikipedia.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Senza la sua stella Riva, indisponibile, il Cagliari crolla 3-0 nel ritorno degli ottavi della Coppa Campioni 1970-71 e saluta la competizione. Dopo la vittoria per 2-1 nella gara di andata, la squadra allenata da Manlio Scopigno si arrende seccamente ai campioni di Spagna dell’Atletico Madrid. L’assenza di Riva è stata senz’altro pesante, ma non basta per spiegare una prestazione davvero incolore degli italiani contro un Atletico che non è sembrata squadra impossibile da superare. Sarebbero probabilmente bastati un pizzico di convinzione e mordente in più al Cagliari per giocarsi le chances di qualificazione fino in fondo.

Atletico Madrid: Rodri – Melo, Jayo, Santamaria, Calleja – Ufarte, Adelardo, Irureta, Fernandez – Aragones – Garate. All: Domingo.
Cagliari: Albertosi – Martiradonna (st 23′ Nastasio), Mancin, Cera, Niccolai, Tomasini – Greatti (st 1′ Poli), Domenghini, Nenè, Brugnera – Gori. All: Scopigno.

Arbitro: Ronald Jones (Inghilterra)

Primo tempo
5′ cross di Fernandez dalla trequarti sinistra, Albertosi smanaccia in corner.
8′ altro traversone di Fernandez, Albertosi allontana di pugno e poi si oppone al missile da fuori di Calleja. Cagliari un po’ troppo chiuso in questo avvio.
15′ scambio Ufarte-Melo a destra, cross di quest’ultimo sempre per Ufarte che nel frattempo si è inserito in area e colpisce al volo: palla a lato di poco.
19′ Nenè per Domenghini, tiro in corsa, palla fuori sul primo palo.
29′ cross di Abelardo dalla trequarti destra, colpo di testa di Irureta sul secondo palo, la palla esce di poco. Il copione è sempre lo stesso: l’Atletico Madrid fa la partita, Cagliari in difesa.
33′ GOL ATLETICO MADRID: Lunga azione nell’area del Cagliari, cross di Calleja da sinistra, un difensore italiano libera di testa, palla ad Aragones, che controlla e fredda Albertosi sul primo palo con un tocco d’esterno destro.
39′ Cera per Nenè, tentativo da lontano, palla fuori di un metro. Timida reazione del Cagliari, l’Atletico Madrid controlla.

Secondo tempo
26′ GOL ATLETICO MADRID: Abelardo lancia sulla destra Ugarte, che entra in area e viene steso platealmente da Tomasini: il giocatore italiano, già ammonito per un fallo su Melo qualche minuto prima, viene espulso. Dal dischetto batte Aragones, che infila il “sette” dove Albertosi non può arrivare.
38′ primo vero tentativo del Cagliari nella ripresa: cross da sinistra di un giocatore italiano, palla respinta, Domenghini calcia al volo dal limite, palla alta di pochissimo.
40′ Garate per Fernadenz a sinistra, cross insidiosissimo, Albertosi devia con una mano; contro-cross di Ugarte, Garate non riesce a indirizzare verso la porta. La partita si è accesa un po’ nel finale dopo una lunghissima fase di stallo.
42′ Fernandez pesca Garate in area con un tocco filtrante, l’attaccante spagnolo è solo davanti ad Albertosi, ma manda clamorosamente a lato. Il Cagliari ha oramai staccato la spina.
45′ GOL ATLETICO MADRID: Contropiede vincente degli spagnoli. Da Irureta a Garate, che entra in area e serve in mezzo Aragones, il quale non ha difficoltà a realizzare: per lui si tratta di una splendida tripletta. Inutili proteste dei giocatori del Cagliari per un precedente fallo non fischiato su Domenghini. I tifosi spagnoli invadono il campo per festeggiare, pensando che la partita sia finita: l’arbitro impiega qualche minuto prima di far riprendere il gioco.

LE PAGELLE DELL’ATLETICO MADRID
IL MIGLIORE ARAGONES 7,5: realizza la tripletta decisiva che spinge l’Atletico Madrid ai quarti. Apre le danze con il gol più bello, un colpo d’esterno che beffa Albertosi sul primo palo; raddoppia su rigore e chiude i giochi con un comodo tapin. La sua grande notte.
Fernandez 7: una spina nel fianco della difesa cagliaritana. Dai suoi piedi nascono diverse giocate pericolose. Continuo e pungente per tutto l’incontro.
Adelardo 7: altro giocatore chiave. Avvia l’azione del primo gol, mette lo zampino nel secondo, abbina fosforo e temperamento.
Garate 6,5: un gol divorato, tanto movimento e l’assist per il 3-0 di Aragones. Guizzante.

LE PAGELLE DEL CAGLIARI
IL MIGLIORE CERA 6: difficile, davvero, trovare un migliore tra i sardi. La prestazione della squadra di Scopigno è stata davvero deludente. Premiamo lui perché è uno degli ultimi a mollare e perché sbaglia pochi palloni, cercando di svolgere al meglio la fase di contenimento e quella di impostazione della manovra.
Domenghini 5,5: viaggia a corrente alternata. E’ suo il tiro più pericoloso (probabilmente l’unico realmente degno di menzione) del Cagliari in tutto il match. Però è troppo innamorato del pallone e molte volte finisce per perderlo.
Nenè 5,5: è il migliore dei sardi nel primo tempo, ma nella ripresa si spegne gradatamente.
Brugnera 5: dovrebbe essere il sostituto di Riva in appoggio alla punta Gori (anche per lui voto 5), non si vede mai.

ALBERTO MANCINI, LA METEORA CHE ILLUMINO’ IL CIELO DI ROMA

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Alberto Mancini – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

In principio fu Enrique Morea, che in un lontano 1954 lasciò strada a Budge Patty; poi venne il tempo del  “poetaGuillermo Vilas, battuto da Panatta nel 1976 e da Gerulaitis nel 1979 prima di trionfare nel 1980 con l’imberbe Noah; toccò dopo di lui al “gemello” – o quasi – Josè Luis Clerc, che l’anno dopo ebbe la meglio in finale del bel paraguaiano Victor Pecci; e poi ancora Martin Jaite e Guillermo Perez Roldan, incapaci di infrangere il dominio su terra dei dioscuri Wilander e Lendl nel biennio 1987/1988.

Insomma, il vessillo bianco-celeste dell’Argentina fa bella mostra di sè più volte all’atto decisivo degli Internazionali d’Italia di tennis, nel meraviglioso teatro del Foro Italico in Roma. Ma l’anno del Signore 1989 racconta di un campione sudamericano ancora, Albero Mancini, capace di sconvolgere le gerarchie e guadagnarsi il titolo di re della capitale.

Ad onor del vero l’edizione numero 46 di una meravigliosa storia agonistica che vide la luce nel 1930 con la vittoria del grande Bill Tilden – seppur a Milano -, ha ben altri pretendenti quando il 15 maggio i campioni della racchetta debuttano con il primo turno. Ci sarebbe Mats Wilander – il condizionale in questo caso è d’obbligo – che è numero uno del tabellone ma da quando ha raggiunto l’anno precedente la prima posizione del ranking mondiale dopo il trionfale US Open ha come persa l’ispirazione; sicuramente al titolo ambisce il “kid di Las VegasAndrè Agassi, nuova recluta nel panorama internazionale che pare destinato ad un avvenire clamorosamente ricco di soddisfazioni; c’è quel Kent Carlsson che su terra battuta ha pedigree importante con le vittorie nel 1988 a Barcellona, Kitzbuhel ed Amburgo; “gattoneMecir vorrebbe far meglio della finale raggiunta nel 1985 quando fu sconfitto da Noah; Krickstein ed Emilio Sanchez sono quanto di meglio, o quasi, il tennis sul rosso ha da offrire; lo stesso Perez Roldan ha una finale da difendere e magari coltiva qualche l’ambizione stavolta di portarsi a casa la coppa. E poi… e poi, escludendo il “vecchio” Connors che è testa di serie numero 5 ma realisticamente non sembra aver troppe chances di essere infine il migliore, c’è Alberto Mancini, che compirà 20 anni nel corso del torneo e già a Montecarlo ha sbancato la roulette monegasca battendo prima un arrendevole Wilander in semifinale, poi a sorpresa Becker in finale.

Si comincia, dunque, e l’esordio è già fatale a due pezzi da novanta, Carlsson che paga dazio a quei problemi al ginocchio sinistro che nel 1990 lo costringeranno ad un prematuro ritiro dall’attività a soli 22 anni, eliminato dall’olandese Mark Koevermans, 6-3 6-4, e Mecir che inciampa nel dritto paralizzante della wild-card azzurra Omar Camporese, che si impone 6-2 7-5. In realtà questi due primi risultati ad effetto sono solo l’inizio di un’edizione a sorpresa del torneo, che boccia al secondo turno Krickstein, 6-4 7-5 con il pallettaro iberico Arrese, e agli ottavi Wilander, 6-3 6-4 con Berger, Connors che raccoglie solo due giochi con il giovane e promettente Sergi Bruguera e Sanchez che neppure scende in campo con Mancini, costretto al forfait da un infortunio.

Mancini, appunto. Che sull’onda lunga dell’entusiasmo prodotto dal trionfo inatteso a Montecarlo batte facile Clavet all’esordio, fa altrettanto con l’americano Duncan al secondo turno e avanza ai quarti risparmiando energie preziose. Che su terra battuta fanno sempre comodo. Ad altezza quarti di finale il tabellone regala in pasto all’argentino il miglior talento in divenire del tennis italiano, Camporese appunto, che dopo Mecir ha sconfitto un altro giovanotto di belle speranze, tale Goran Ivanisevic, e il tenace peruviano Yzaga, con Berger ed Arrese ad incrociarsi tra loro per un posto in semifinale senza esser compresi tra le teste di serie, mentre nella parte bassa Koevermans, che ha spento l’ardore di Diego Nargiso agli ottavi, affronta Bruguera in un altro confronto senza il conforto dello status di testa di serie e Agassi,  che non ha lasciato set per strada al connazionale Witsken, all’altro predestinato Pete Sampras e al messicano Lavalle, trova sulla sua strada Perez Roldan nell’unica sfida tra due accreditati della vigilia al trono di Roma.

E se Arrese fa un sol boccone di Berger, 6-1 6-1, Bruguera fa altrettanto con Koevermans, 6-2 6-4 e Agassi con il 6-3 6-1 a Perez Roldan legittima il suo nuovo stato di fuoriclasse della racchetta, Mancini e Camporese danno vita al miglior match della settimana. Dritto contro dritto, il miglior colpo del repertorio di due rivali che non si riparmiano in una battaglia all’ultima stilla di energiac con l’argentino ad imporsi di misura nel primo set, 7-5, il bolognese a far suo il tie-break del secondo parziale, 7-6, infine Mancini a far valere una maggior freschezza atletica con il 6-3 definitivo che lo spedisce direttamente in semifinale.

Che poi diventa finale, perchè Arrese con il suo tennis di resistenza e corsa non può certo opporsi alla giovanile esuberanza e alla potenza del bell’Alberto, assurto nel frattempo a beniamino del pubblico, soprattutto di parte femminile, che si impone in due rapidi set, 6-2 6-4, così come Agassi prosegue la sua corsa senza incertezze battendo l’altro ispanico, Bruguera, con score simile, 6-3 6-4, volando in finale per un ultimo atto che si annuncia appassionante.

E così sia. Il 21 maggio il Campo Centrale del Foro Italico è teatro di una delle finali più appassionanti che si possano ricordare. E sì che di belle partite il pubblico romano se ne intende. Da una parte il tennis potente dell’argentino che, si mormora, sia amante della bella vita della Capitale, dall’altra il gioco anticipato del capelluto americano dall’abbigliamento sgargiante. Due baldi giovani in piena ascesa e lo spettacolo è per palati fini. Mancini fa suo il primo set, 6-3, strappando all’avversario il primo parziale del torneo, ma la reazione del “kid” non si lascia attendere, tanto da produrre il 6-4 6-2 che ribalta il risultato. Agassi sembra padrone del match, il quarto set è nondimeno entusiasmante, con Mancini che lascia un game solitamente capitale, il settimo, per maltrattamento della racchetta ma quando ha un piede e mezzo nel baratro, risorge da 3-5, annulla un match-point sul 4-5, si arrampica al tie-break, se lo mette in saccoccia con un netto 7-2 e trascina la sfida, epica, al set decisivo. Qui Andrè crolla, denunciando limiti di tenuta alla distanza, e Alberto certifica un temperamento da gladiatore e con un clamoroso 6-1 a referto si cinge la testa della corona di re di Roma. Meritata.