JENNY THOMPSON, LA COLLEZIONISTA DI ORI SENZA QUELLO INDIVIDUALE OLIMPICO

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La nuotatrice americana Jenny Thompson – da:sfgate.com

Articolo di Giovanni Manenti

Dara Torres, Natalie Coughlin e Jenny Thompson sono tre nuotatrici americane che dividono l’invidiabile record di essere le tre atlete ad aver conquistato il maggior numero di medaglie olimpiche (12) in tale Disciplina, sia pur con alcune piccole differenze …

La Coughlin, difatti, è l’unica delle tre – strano ma vero – ad essersi aggiudicata una gara individuale, vale a dire i m.100 dorso in cui si impone sia ai Giochi di Atene ’04 che di Pechino ’08, mentre la Torres ha dalla sua l’orgoglio di aver coperto il più lungo lasso di tempo dal suo debutto nell’edizione di Los Angeles ’84 (all’epoca 17enne) sino al suo ritiro, avvenuto a Pechino ’08 allorché alla veneranda età di oltre 41 anni (!!) riesce nell’impresa di conquistare l’argento sui m.50sl, ad un solo 0”01 centesimo dall’oro.

Jennifer Elisabeth “Jenny” Thompson, viceversa, di cui ci occupiamo quest’oggi, è la nuotatrice ad aver vinto il maggior numero di medaglie d’oro, ben 8 in quattro edizioni dei Giochi (nonché seconda alla sola sovietica Larisa Latynina in assoluto come medagliata femminile ai Giochi …) , ma incredibilmente senza mai essere riuscita a salire sul gradino più alto del podio nelle sue due specialità preferite, ovverossia lo stile libero e la farfalla, fornendo peraltro un determinante contributo ai successi delle varie staffette Usa.

Jenny Thompson nasce il 26 febbraio 1973 a Danvers, nel Massachusetts, ma, dopo essersi dedicata al Nuoto sin dall’età di 7 anni, sviluppa le sue qualità in piscina con il trasferimento a Dover appena 13enne, sotto la guida di Mike Parratto, per poi mettersi in luce l’anno seguente allorché, selezionata per i Giochi Panamericani di Indianapolis ’87, se ne torna a casa con gli Ori sui m.50 e staffetta 4x100sl, cui unisce il bronzo sui m.100sl.

Ancorché abbia solo 15 anni, la Thompson tenta per la prima volta la carta olimpica, presentandosi ai Trials che si svolgono ad Austin ad agosto ’88, fallendo la qualificazione sui m.50sl giungendo terza in 25”80, prima di iniziare la sua incredibile collezione di medaglie ai “Campionati Pan Pacifici”, aggiudicandosi, nella terza edizione di Tokyo ’89, sia i m.50sl precedendo (25”85 a 25”95) la cinese Wenyi Yang che la staffetta 4x100sl, cui unisce l’argento sui m.100sl, dove a precederla, stavolta, (55”68 a 55”84) è l’altra cinese Yong Zhuang.

Per la ragazza del Massachusetts, una sorta di “promozione sul campo” (o meglio, in piscina …) che la stessa dimostra di meritare ampiamente allorché, selezionata per i Mondiali di Perth ’91, sfiora il podio nella Finale dei m.50sl (quarta in 25”87) per poi contribuire al successo della staffetta 4x100sl nuotando un’ultima frazione in 55”29, miglior tempo tra tutte le finaliste, prima di confermare i successi della precedente edizione ai Campionati Pan Pacifici” di Edmonton ’91, aggiudicandosi i m.50sl con il ridotto margine di 0”09 centesimi (25”77 a 25”86) sulla connazionale Angel Martino e fornendo il consueto contributo al successo della staffetta 4x100sl.

Nel frattempo, però, la ragazzina è cresciuta, e con la maggiore età avviene anche il passaggio sulla costa occidentale degli States, iscrivendosi alla “Stanford University”, in California, dove a prendersi cura di lei è il nuovo coach Richard Quick, creando un binomio talmente vincente che, soprattutto grazie alle sue prestazioni – la Thompson si aggiudica difatti ben 19 titoli NCAA tra gare individuali e staffette – vedono l’ateneo californiano conquistare nei suoi quattro anni di permanenza il titolo di miglior Team universitario, particolarmente ambito a dette latitudini per la nota rivalità tra i College …

Ma oltre a fare le fortune della propria Università, l’oramai 19enne Thompson è chiamata ad onorare i colori del suo Paese, presentandosi da favorita sulle brevi distanze a stile libero alle Olimpiadi di Barcellona ’92, dopo che, ai Trials di Indianapolis svoltisi ad inizio marzo – con qualche critica per un eccessivo anticipo rispetto ai Giochi, in programma nella seconda metà di luglio – realizza il record Usa sui m.50sl in 25”20 ed, addirittura, nuota la batteria dei m.100sl in 54”48, tempo che migliora il primato mondiale di 54”73 stabilito dalla tedesca orientale Kristin Otto ai Mondiali di Madrid ’86, per poi aggiudicarsi la Finale in 54”63, risultato anch’esso al di sotto del precedente record.

Dopo aver per la prima volta tentato la qualificazione anche nello stile a farfalla, fallendo la stessa giungendo terza sulla distanza dei 100 metri, la Thompson si affaccia comunque alla sua prima esperienza olimpica con valide chance di medaglia, iniziando a scontrarsi con un nemico subdolo quale il “sospetto di doping” delle sue avversarie che, se negli anni ’70 ed ’80 aveva riguardato le “Walchirie” dell’ex Ddr, ora si era spostato sulle nuotatrici cinesi …

Questo dubbio emerge al termine della sua prima fatica alle “Piscines Bernat Picornell” del Capoluogo catalano che va in scena il 26 luglio ’92, dopo che, al mattino, realizza il miglior tempo nelle batterie dei m.100sl imponendosi nella sesta ed ultima serie in 54”69 che rappresenta altresì il relativo record olimpico, per poi presentarsi alla Finale del pomeriggio sui blocchi di partenza con i favori del pronostico in quarta corsia, con a fianco sulla sua sinistra la tedesca Franziska Van Almsick ed a destra la francese Catherine Plewinski.

Ad emergere, viceversa, è la 20enne cinese Yong Zhuang – già argento sulla distanza quattro anni prima a Seul ’88 – che prende la testa della gara sin dalle prime bracciate per non mollarla più ed andare a concludere togliendo in 54”64 il fresco primato olimpico all’americana che, dal canto suo, nuota al di sotto dei propri standard, aggiudicandosi l’argento sulla Van Almsick con il tempo di 54”84 rispetto al 54”94 della tedesca.

Indubbiamente la Thompson deve recitare il “mea culpa” per la sua controprestazione pomeridiana, ma è altrettanto vero che ad eliminare i sospetti sulla vincitrice – suffragati da una muscolatura possente, una voce profonda ed un acne anomalo, tutti sintomi di uso di steroidi – non contribuisce certo il fatto che la stessa non venga sottoposta al controllo antidoping, visto che all’epoca la FINA eseguiva tali test solo su due delle prime quattro arrivate scelte a sorte, nel caso toccando proprio alle due americane, essendosi Nicole Haislett classificatasi quarta.

La beffa oltre al danno, verrebbe da dire, per una rabbia che la Thompson ha comunque modo di sfogare due giorni dopo nella Finale della staffetta 4x100sl, dopo aver rischiato di vedersi togliere il record mondiale dalla citata Zhuang che nuota la prima frazione in 54”51 (a soli 0”03 centesimi dal primato …) e lanciare così il quartetto asiatico verso una possibile medaglia d’oro con un vantaggio di quasi 1” sulle americane che, nelle frazioni interne, riducono lo stesso sino all’ultimo cambio che vede la Thompson partire con 0”14 centesimi di ritardo sulla Jingyi Le – sesta nella gara individuale – per poi rimontarla grazie a due vasche coperte in un fantastico 54”01 per un altrettanto notevole record mondiale di 3’39”46 del quartetto Usa, con anche le cinesi ad andare sotto al precedente limite di 3’40”57 risalente al 1986 e stabilito dalla Germania Est.

Quella di dare il meglio di sé nelle frazioni di staffetta è una caratteristica che accompagna la Thompson per tutta la sua carriera e non si smentisce neppure il 30 luglio ’92, in occasione della Finale della 4x100mista, allorché le sue due vasche a stile libero a chiudere la gara – ancorché stavolta non siano necessari gli “straordinari” stante il vantaggio accumulato dalle compagne – nuotate in 54”47 per un tempo totale di 4’02″54 contribuiscono comunque a cancellare dall’Albo dei primati il 4’03”69 delle tedesche orientali datato 24 agosto 1984.

Pazienza se poi, all’ultimo giorno di gare, la 19enne Jenny non va oltre il quinto posto in 25”37 nella Finale dei m.50sl, visto che la considera una sorta di “battaglia persa” in considerazione delle citate perplessità sulle prestazioni delle cinesi – che difatti si aggiudicano sia l’oro con la Wenyi Yang (con tanto di record mondiale in 24”79) che l’argento con la più volte ricordata Zhuang – in attesa di cogliere maggiori allori negli anni a seguire.

E la stagione 1993 rappresenta per la Thompson quella della definitiva consacrazione, laddove si consideri che ai Campionati Pan Pacifici” ’93 che si svolgono nella prima metà di agosto a Kobe, in Giappone, la stessa realizza un en plein degno della Kristin Otto di coreana memoria, ovverossia aggiudicandosi ben 6 medaglie d’Oro, facendo sue – oltre alle scontate tre staffette, cimentandosi pure nella 4x200sl – anche le prove individuali sia sui m.50 (25”60 a 25”78 sulla connazionale Martino) e m.100sl (55”25 a 55”80 sull’australiana Susie O’Neill) che sui m.100 farfalla, dove ha la meglio (59”33 a 59”86) ancora sulla coetanea australiana, tutte imprese che le consentono di essere eletta a fine stagione come “American Female Swimmer of the Year” (“Nuotatrice americana dell’anno”).

Sembrerebbe un ottimo viatico in vista della Rassegna iridata di Roma ’94, in cui la Thompson è iscritta alle gare individuali dei 100 metri sia a stile libero che a farfalla, avendo fallito la qualificazione sui m.50sl dove a rappresentare gli Usa sono Amy Van Dyken e la già citata Martino, la quale però passa alla storia come “I Mondiali della vergogna” per le prestazioni delle cinesi che fanno loro ben 12 prove sulle 16 in programma, facendo esplodere un vero e proprio caso a livello internazionale a cui pone rimedio la stessa Federazione asiatica, che espelle dal proprio Paese i tecnici dell’ex Ddr che vi avevano fatto rifugio dopo il crollo del Muro di Berlino e la conseguente riunificazione della Germania.

In tale contesto – che vede le ragazze Usa vincere un solo Oro con la fuoriclasse Janet Evans sui m.800sl – ed in cui a fare da mattatrice è la già ricordata JingYi Le con 4 medaglie d’oro ed altrettanti primati mondiali, la Thompson, al pari delle sue connazionali “raccoglie le briciole” degli argenti con le staffette 4x100sl e 4x100mista, in cui le cinesi, oltre ad imporsi, strappano alle americane i relativi primati assoluti stabiliti in terra catalana, scendendo sino a 3’37”91 e 4’01”67 rispettivamente, oltre a salire sul gradino più basso del podio con il quartetto della 4x200sl, superato anche dalle tedesche.

A livello individuale, la Thompson raggiunge entrambe le Finali delle prove a cui è iscritta, solo per fallire il podio sui m.100sl, quarta in 55”16 nella gara vinta dalla JingYi le con il nuovo primato mondiale di 54”01 e concludere non meglio che sesta in 1’00”84 sui m.100 farfalla, che vedono anch’essi una doppietta cinese, con Limin Liu e Yun Qu Oro ed argento con 58”98 e 59”69 rispettivamente.

Fermi restando i dubbi sulle prestazioni delle nuotatrici asiatiche, occorre peraltro correttamente rilevare come i rilievi cronometrici dell’americana risultino eccessivamente superiori rispetto alle sue potenzialità, ed a dimostrazione di ciò valgano le sue prestazioni ai Campionati Pan Pacifici” di Atlanta ’95, banco di prova in vista dei Giochi che la Capitale della Georgia è chiamata ad organizzare l’anno seguente, dove la Thompson si impone solo sui m.100sl, avendo la meglio (55”31 a 56”13) sulla Van Dyken, con quest’ultima a superarla sulla più corta distanza dei m.50sl togliendole anche (25”03 a 35”36) il record Usa, così come tocca alla O’Neill precederla (59”58 a 59”83) nella Finale dei m.100 farfalla, anche se poi il bottino complessivo assomma a 6 medaglie come nella precedente edizione di Kobe ’93 grazie ai successi con le staffette 4×100 e 4x200sl, mentre il quartetto della 4x100mista – in cui la Thompson è schierata nella frazione a farfalla – si fa sorprendere dalle australiane …

Un “campanello d’allarme” che trova rispondenza nello “Annus horribilis” per la Thompson, allorché fallisce la qualificazione per le prove individuali ai Giochi di Atlanta ’96, classificandosi terza ai Trials sia nei m.50 che 100sl, in entrambi i casi alle spalle del duo Van Dyken/Martino – con la prima che alle Olimpiadi riuscirà a precedere, per soli 0”03 centesimi (24”87 a 24”90) la primatista mondiale JingYi Le nella Finale dei m.50sl – con le stesse a staccare il pass olimpico anche sui m.100 farfalla, dove la Thompson conclude addirittura quarta, preceduta pure da Misty Hyman.

Deve essere stata un’enorme sofferenza per la oramai 23enne del Massachusetts assistere ai successi della Van Dyken – che oltre ai citati m.50sl beffa per un solo 0”01 centesimo (59”13 a 59”14) la cinese Limin Liu sui m.100 farfalla – pur fornendo il consueto, fondamentale contributo, nella vittoria della staffetta 4x100sl, dove nuota un’ultima frazione in un eccellente 54”11 che stronca ogni velleità di rimonta del quartetto cinese, così come viene chiamata a chiudere la staffetta 4x200sl, anch’essa all’Oro nel record olimpico di 7’59”87 in quanto in programma per la prima volta, per poi ricevere un terzo Oro di minor valore, visto che fa parte solo del quartetto della 4x100mista che disputa la batteria, in cui nuota la frazione a farfalla.

Un’amarezza dalla quale la Thompson si riscatta in un modo che potrebbe sembrare semplice, ovverossia intensificando i propri impegni così da dedicarsi anche alle prove in vasca corta (25m.) che, pur non vedendo sui blocchi di partenza tutti i migliori specialisti, rafforzano l’autostima, visto che, dall’edizione di Goteborg ’97 sino a quella di Indianapolis ’04 delle Rassegne iridate, raccoglie ben 18 medaglie, di cui 11 d’Oro (e stavolta 8 sono in gare individuali …) e stabilisce 9 primati mondiali …

Manifestazioni che si svolgono in primavera e preparano quindi alla stagione estiva dei grandi appuntamenti, ed all’edizione ’97 dei “Campionati Pan Pacifici” che si svolgono a Fukuoka, in Giappone, l’oramai consolidato raccolto di 6 medaglie viene replicato dalla Thompson, che sfiora il clamoroso en plein di quattro anni prima a Kobe, allorché si aggiudica 5 medaglie d’Oro ed una d’argento, frutto, oltre che delle oramai canoniche affermazioni nelle tre staffette, del successo sui m.100 farfalla (59”00 a 59”35) sulla giapponese Ayari Aoyama, così come sui m.100sl dove precede per soli 0”04 centesimi (54”82 a 54”86) nella consueta sfida la cinese JingYi Le che poi le impedisce di fare cappotto prendendosi la rivincita (25”24 a 25”42) sulla più corta distanza dei 50 metri a stile libero.

Vittorie senza alcun dubbio importanti – giova ricordare come, con la scomparsa dell’Ex Germania Est, i “Campionati Pan Pacifici” vedano la partecipazione delle quattro “Super Potenze” (Usa, Australia, Cina e Giappone) del Nuoto Mondiale – ma che non racchiudono certo il fascino ed il prestigio di un titolo iridato od olimpico, cosa alla quale la Thompson pone rimedio, al contrario di due stagioni prima, con il suo “Anno di Gloria” che corrisponde al 1998, che si apre con i Mondiali di Perth che, come 7 anni orsono, si disputano a gennaio a causa della loro collocazione nell’emisfero australe.

Sulla scia delle ottime prestazioni della stagione precedente, la Thompson è iscritta sui m.50 e 100sl assieme alla Van Dyken e sui m.100 farfalla unitamente a Misty Hyman, e la prima prova che la vede protagonista sono i m.100sl, in cui dimostra sin dalle batterie una più che soddisfacente condizione, facendo registrare nella sessione mattutina il miglior tempo di 55”12, mentre la Van Dyken rischia una clamorosa eliminazione, qualificandosi per la Finale con l’ottava miglior prestazione.

Con la JingYi Le oramai ai margini – nuota solo in staffetta – il successo stavolta non può sfuggire all’americana, che difatti si impone, unica a scendere sotti i 55” netti, in 54”95 lasciandosi alle spalle la slovacca Martina Moravcova e la cinese Ying Shan, che concludono divise da un solo 0”01 centesimo (55”09 a 55”10), nel mentre la Van Dyken resta ai margini del podio per soli 0”05 centesimi.

Vittoria chiama vittoria, e così il 14 gennaio ’98 il quartetto americano della 4x100sl torna sul trono iridato rifilando 1” netto (3’42”11 a 3’43”11) alle rivali tedesche, dovendo soprattutto ringraziare la Thompson che, con un’ultima frazione da 54”11 respinge il tentativo di rimonta portato da Katrin Meissner, per poi presentarsi il giorno appresso sui blocchi di partenza dei m.100 farfalla.

A dimostrazione di quanto detto poc’anzi circa la valenza tecnica dei “Campionati Pan Pacifici”, le prime cinque classificate della Finale appartengono a tale zona del pianeta, così come l’ordine di arrivo è identico, con la 25enne americana a doversi impegnare per segnare il record dei Campionati in 58”46 per avere ragione della già ricordata giapponese Aoyama, che conclude in 58”79 davanti all’australiana Petria Thomas (58”97) per un arrivo che lascia ai margini del podio l’altra americana Hyman e la seconda australiana O’Neill.

Con già tre Ori al collo, la Thompson ne aggiunge un quarto con la staffetta 4x100mista, in cui la supremazia del quartetto Usa è talmente evidente che ciascuna delle componenti – nella rispettiva frazione a stile diverso – realizza un tempo inferiore a quello delle padroni di casa australiane, tra cui la ragazza del Massachusetts che, schierata nella frazione a farfalla, completa la stessa in 57”89 rispetto al 58”68 della Thomas.

Con la possibilità di replicare anche in sede iridata il bottino di 6 medaglie già conseguito in tre edizioni consecutive dei “Campionati Pan Pacifici”, la Thompson viene chiamata a dare una mano anche al quartetto della 4x200sl, dove le favorite sono le tedesche che, difatti, si presentano all’ultimo cambio in 6’01”86 con un cospicuo vantaggio di 1”17 sulle americane, allorché si lanciano in acqua Thompson e Kerstin Kielgass, con la prima a dare il massimo nelle prime tre vasche, che le consentono di recuperare 0”59 centesimi, prima di cedere di schianto negli ultimi 50 metri mantenendo solo la seconda posizione.

All’ultima giornata, come di prassi, è prevista la sfida di velocità pura sui m.50sl, e stavolta è la Campionessa olimpica Van Dyken a rendere “pan per focaccia” alla connazionale, invertendo l’ordine della doppia distanza prendendosi lei il gradino più alto del podio con il tempo di 25”15, precedendo la tedesca Sandra Volker e la cinese Ying Shan, separate (25”32 a 25”36) da soli 0”04 centesimi, con la Thompson, per una volta, a secco di medaglie, quarta in 25”59.

Piccola delusione che non scalfisce il suo meritato titolo a fine stagione, oltre che di “American Female Swimmer of the Year”, anche di “World Female Swimmer of the Year” (“Nuotatrice Mondiale dell’Anno”), assegnato dalla prestigiosa rivista Usa “Swimming World”, ed in quale succede alla costaricana Claudia Poll.

La “resurrezione sportiva” di Jennifer Thompson si completa l’anno seguente, allorché, in occasione deiCampionati Pan Pacifici” ’99 che, come quattro anni prima con Atlanta, hanno luogo nella città che ospita a distanza di 12 mesi le Olimpiadi, vale a dire Sydney, compie due imprese eccezionali.

Prima di tutto, per la quarta edizione consecutiva della Manifestazione, va a medaglia in tutte e sei le gare a cui partecipa, ma in questo caso eguagliando l’en plein di Kobe ’93 salendo in ogni occasione sul gradino più alto del podio – avendo nettamente la meglio sull’australiana Sarah Ryan sia sui m.50 (25”51 a 25”93) che sui m.100sl (54”89 a 55”58) – ma con l’aggiunta, oltre alle consuete affermazioni nelle tre staffette, di migliorare un primato “storico” che appartiene alla connazionale Mary T. Meagher e che risale ben al 16 agosto 1981 e sono quindi passati esattamente 18 anni e 7 giorni allorquando la 26enne del Massachusetts si impone nella Finale dei m.100 farfalla facendo fermare i cronometri sul tempo di 57”88, appena 0”05 centesimi in meno del precedente limite.

Tali risultati sono ampiamente sufficienti affinché, a fine stagione, la Thompson venga eletta per la terza volta “American Female Swimmer of the Year”, ma non per confermarsi nel ruolo di migliore nuotatrice al mondo, riconoscimento assegnato alla sudafricana Penny Heyns, che nella stessa Rassegna si era aggiudicata l’Oro sia sui 100 che sui 200 metri rana, in quest’ultimo caso stabilendo anch’essa il record mondiale.

Poco male, visto che l’obiettivo dichiarato della Thompson è quello di sfatare il tabù del mancato oro olimpico individuale in vista dei citati Giochi di fine millennio in programma a Sydney dal 16 al 23 settembre 2000, in merito ai quali si conferma in buone condizioni imponendosi ai Trials di Indianapolis di metà agosto sia sui m.100sl con il record nazionale di 54”07 precedendo la 33enne Dara Torres, con identico arrivo nella Finale dei m.100 farfalla, dove però il suo 57”78 – che migliora di 0”10 centesimi il suo “Personal Best” che valeva il primato mondiale – non è né record Usa in quanto in batteria la riferita Torres era scesa sino a 57”58, né tantomeno primato assoluto, poiché nel corso della stagione era prepotentemente emersa la 27enne Inge de Bruijn abbassando per due volte il limite, dapprima a 56”69 il 27 maggio a Sheffield e quindi a 56”64 il 22 luglio negli Stati Uniti.

Come se una sorta di “maledizione olimpica” gravi sulla testa della Thompson, anche in questo caso non pochi dubbi aleggiano sulle performances della bionda olandese, dato che la stessa era stata praticamente nell’ombra sino ad un anno prima e questa esplosione tutta d’un colpo a 26 anni non può non lasciare spazio a qualche perplessità …

Com’è o come non è, si tratta comunque di un’avversaria contro cui fare i conti allorché, il 16 settembre 2000, si inaugura il programma del Nuoto al “Sydney International Aquatic Centre”, con in programma batterie e semifinali dei m.100 farfalla e batterie e Finale della staffetta 4x100sl.

Nella prima prova, nella quinta serie delle batterie l’americana migliora con 57”66 il record olimpico che risaliva ai Giochi di Barcellona ’92, solo per vederlo limare di 0”06 centesimi dalla de Bruijn nella settima serie, che poi scende a 57”14 aggiudicandosi la seconda semifinale.

Il tempo di riordinare le idee e di nuovo in acqua per la Finale della staffetta 4x100sl dove il duello con l’olandese si rinnova nell’ultima frazione, ma per l’americana è sin troppo facile amministrare l’enorme vantaggio costruito dalle proprie compagne, così che i miseri 0”21 centesimi recuperati dalla de Bruijn non scalfiscono minimamente l’Oro ed il record mondiale di 3’36”61 realizzato, mentre il quartetto olandese va comunque al primato europeo sia pur a debita distanza, con 3’39”83.

Ben altre preoccupazioni fornisce la Finale dei m.100 farfalla in programma il giorno dopo, dove una Thompson che nuota circa 1” sopra il proprio personale con 58”73 non solo non può impensierire la de Bruijn, che toglie altri 0”03 centesimi al proprio limite assoluto andando a toccare in 56”61, ma neppure sfiorare il podio, il cui gradino più basso, alle spalle della slovacca Moravcova, se lo aggiudica la “veterana” Torres.

Una brutta sberla, per smaltire la quale la Thompson fa affidamento alle sue doti di combattente agonista, su cui conta anche la Federazione Usa rischiandola in ultima frazione della Staffetta 4x200sl che deve cercare di opporsi alle favorite padroni di casa e, difatti, allorché riceve il cambio, le australiane sono in vantaggio di 0”25 centesimi (5’58”20 a 5’58”45).

Un distacco che l’americana annulla già alla prima virata per poi incrementarlo ulteriormente, pur senza mai riuscire a staccare completamente la Thomas, cogliendo un quanto mai prezioso successo facendo segnare il parziale di 1’59”35 e portando il quartetto Usa al record olimpico di 7’57”80, con un margine di 0”72 centesimi sulle australiane che realizzano il primato nazionale.

Lo stesso giorno della Finale della staffetta 4x200sl si sono altresì svolte batterie e semifinali dei m.100sl ed anche in questo caso la de Bruijn – che a maggio a Sheffield aveva tolto alla Jingyi Le il primato divenendo la prima donna al mondo ad infrangere la barriera dei 54” netti con 53”80 – si dimostra di una spanna superiore alle altre, dato che stampa un 53”77 nella seconda semifinale proprio in faccia alla Thompson, che nella sua scia nuota in un comunque più che dignitoso 54”40.

Ripetersi dal punto di vista cronometrico è difficile per tutte, anche per una “donna bionica” come l’olandese, ma il suo 53”83 nella Finale del 21 settembre 2000 è ampiamente sufficiente per tenere a bada le altre concorrenti, tra cui spunta, un po’ a sorpresa, la svedese Therese Alshammar che, con il record nazionale di 54”33, soffia l’argento alla coppia Usa Thompson e Torres che toccano all’unisono in 54”63 così da dividersi il gradino più basso del podio.

Oramai fattasene una ragione di non riuscire a vincere una Finale olimpica in gare individuali – per la cronaca la de Bruijn fa tris vincendo anche i m.50sl in 24”32 (dopo aver siglato il mondiale in semifinale con 24”13) davanti ad Alshammar e Torres – alla Thompson resta come ultima chance quella di portare a casa quantomeno il tris di medaglie d’oro in staffetta, venendo inserita nella frazione a farfalla della 4x100mista, riservando il finale a stile libero alla Torres, il cui atto conclusivo è previsto per il 23 settembre con tanto di attesa sfida con il quartetto australiano.

Ma anche stavolta le padrone di casa non riescono a dare l’auspicata gioia al proprio pubblico, giacché ogni frazionista americana fa registrare un tempo inferiore alla propria avversaria – la Thompson nuota in 57”25 rispetto al 57”39 della Thomas – così che, mentre le australiane concludono nel primato nazionale di 4’01”59, il Team Usa è il primo nella storia ad infrangere la barriera dei 4’ netto, concludendo le proprie fatiche in 3’58”30.

Oramai sazia di 14 anni di allenamenti massacranti, la Thompson abbandona le piscine per quello che, data l’età, si ritiene un ritiro definitivo ma, dopo essersi trasferita nel 2001 a New York per iniziare gli Studi di Medicina presso la “Columbia University”, il richiamo delle competizioni è troppo forte per lei, tornando a nuotare alla “sua Manifestazione”, ovvero i Campionati Pan Pacifici” di Yokohama ’02, ora rimodulati a cadenza quadriennale per non interferire sulle Rassegne iridate, dove si dimostra ancora talmente competitiva da conquistare altre 5 medaglie – bronzo sui m.100sl e sui m.100 farfalla, gare entrambe vinte dalla connazionale Natalie Coughlin, ed argento con le staffette 4x100sl e 4x100mista – con in più la “chicca” del suo 25esimo Oro (!!) e 12esimo individuale, affermandosi nella Finale dei m.50sl con il suo “Personal Best” di 25”13.

A nessuna come alla Thompson può calzare a pennello il vecchio adagio “l’appetito vien mangiando” ed ecco allora che, riscontratasi ancora competitiva, perché non provare un ultimo biennio a cavallo dei 30 anni, provando a qualificarsi per i suo quarti Mondiali ed altrettante Olimpiadi …??

Impresa perfettamente riuscita per quanto attiene alla Rassegna iridata di Barcellona ’03, dove compete nelle sue consuete 6 prove, con la differenza di rinunciare alla oramai troppo faticosa 4x200sl per dedicarsi, oltre alle staffette 4x100sl e mista, alle brevi distanze dei 50 e 100 metri sia a stile libero che a farfalla, in quest’ultima specialità introdotti dall’edizione di Fukuoka ’01.

Scelta quanto mai indovinata, in quanto consente alla trentenne americana di andare a medaglia sui m.100sl (bronzo in 54”65), sfiorando il podio sui m.50sl, dove giunge quarta in 25”10 migliorando il proprio personale, a soli 0”02 centesimi dal bronzo e 0”03 centesimi dall’argento, con il titolo appannaggio della de Bruijn, che precede la Thompson (25”84 a 26”00, Record Usa) anche sulla medesima distanza a farfalla, per poi riprendersi il titolo conquistato a Perth ’98 affermandosi sui m.100 farfalla con il record dei Campionati di 57”96 …

Considerato che, infine, va ancora a medaglia con le due staffette – Oro nella 4x100sl ed argento nella 4x100mista – spostare l’asticella per il definitivo abbandono dell’attività agonistica ai Giochi di Atene ’04 diviene quasi un dovere morale che la Thompson assolve riuscendo a strappare il pass olimpico sui m.50sl, dove si impone migliorandosi ancora a 25”02, e sui m.100 farfalla, fallendo viceversa l’obiettivo sui m.100sl, in cui giunge non meglio che quinta.

Ben consapevole che quella di Atene difficilmente può essere qualcosa di più di una passerella d’addio, la Thompson comunque non si risparmia, facendo segnare nella Finale dei m.50sl il più che eccellente tempo di 25”11, pur se sufficiente appena a garantirle il settimo posto, così come dà battaglia anche sui m.100 farfalla, che la vedono concludere quinta in 58”72, per poi – da buon Capitano della spedizione dall’alto delle sue 31 primavere – cercare di dare il massimo contributo possibile in staffetta.

Ed anche se è proprio lei, con un’ultima frazione lanciata nuotata in 53”77 a farsi rimontare dall’australiana Jodie Henry nella Finale della 4x100sl, non la si può granché biasimare, visto che il quartetto Usa conclude secondo con il record nazionale di 3’36”39, mentre le australiane vanno al primato mondiale in 3’35”94, così come in occasione della staffetta 4x100mista dove, nuotando la propria frazione a farfalla in 58”81 di un quartetto che giunge secondo, conquista quella che, il 21 agosto 2004, è l’ultima medaglia della sua incredibile carriera.

Incredibile perché, considerando anche i Mondiali in vasca corta, la Thompson durante i suoi 17 anni ad alto livello ha riempito la propria casa di qualcosa come 81 (!!) medaglie, di cui ben 53 Ori, 20 argenti e solo 8 bronzi …!!

Che dite, glielo “perdoniamo” il vuoto nella casella Ori olimpici a livello individuale …??

 

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OSCAR EGG, IL CICLISTA ECLETTICO CHE VINSE AL TOUR E BATTE’ IL RECORD DELL’ORA

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Oscar Egg – da classicrendezvous.com

articolo di Nicola Pucci

Quell’esercizio ciclistico del tutto particolare che è il tentativo di realizzare il record dell’ora rimanda ai tempi in cui fuoriclasse del calibro di Olmo, Coppi, Anquetil, Baldini e Riviere, in successione temporale, facevano l’uno meglio dell’altro sull’ormai dismessa pista del Vigorelli di Milano; oppure quando prima Eddy Merckx, poi Francesco Moser mettevano a frutto i privilegi garantiti da altura e sviluppo tecnologico per migliorare ancora una prestazione che oggi registra i nomi di due britannici, Chris Boardmann, 56.375 chilometri nel 1996 a Manchester, e Bradley Wiggins, 54.526 nel 2005 a Londra, quali atleti più veloci al mondo sui 60 minuti. E’ altresì doveroso ricordare che la specialità ebbe un precursore, eccellente, ai primordi dello sport del pedale, tale Oscar Egg che è il protagonista della storia di oggi.

Egg nasce a Schlatt, in Svizzera, il 2 marzo 1890, e quando il nuovo secolo è alle porte è già ragazzino in grado di disimpegnarsi sul mezzo a due ruote. Nel 1911 diventa professionista come individuale, per poi vestire nel corso di una carriera protrattasi fino al 1926 le casacche di Griffon, Peugeot e Bianchi, ed è tanto abile e potente nel pedalare che si rivela corridore estremamente eclettico, disimpegnandosi con risultati egregi sia in pista che su strada, spaziando dalle Sei Giorni alle prove contro il tempo, dalle grandi classiche in linea alle corse a tappe.

Il 1911, dunque, è l’anno del debutto nel ciclismo che conta, per Egg, e se è già capace di risultare il migliore tra gli indipendenti in tre tappe del Tour de France, comincia la sua battaglia a distanza con il francese Marcel Berthet per il record dell’ora, superando il rivale una prima volta il 22 agosto 1912, 42,122 km (poi aggiornato in 42,360), una seconda volta il 21 agosto 1913, 43,525 km, e una terza volta, definitiva, il 18 settembre 1914, 44,247 km, quest’ultima impresa dopo aver migliorato, 24 ore prima, anche il record mondiale del chilometro con partenza lanciata, portato a 1’10″2. Lo svizzero sceglie la pista in calcestruzzo del Velodrome Buffalo di Parigi per le sue imprese contro il tempo, fissando un chilometraggio destinato a durare fino al 1933 quando sarà l’olandese Jan Van Hout a far meglio coprendo in 60 minuti di fatica la distanza di 44,588 km.

Proprio su quest’impresa dell’olandese veglia l’occhio attento, e pure polemico, di Egg, che per non essere superato dall’olandese fa rimisurare la pista di Roermonds in maniera irregolare tanto che il record dell’olandese non viene inizialmente omologato. Quando si accerta la verità, il primato di Van Hout non viene comunque inserito poiché, nel frattempo, Maurice Richard ha già portato il limite a 44,777 km! Stessa cosa era successa nel 1913 quando, per non farsi detronizzare dal tedesco Rihcard Weise che aveva coperto la distanza di 42,276 km., Egg fece rimisurare la pista sulla quale lui stesso aveva stabilito il primato, proprio quella del Velodrome Buffalo, che risultò essere più lung di quella di Berlino su cui si era espresso il germanico, tanto da coprire appunto la distanza ritoccata di 42,360 km. E la cosa gli consentì di restare recordman dell’ora.

Nel frattempo, e siamo nel 1912, anno in cui Egg si accasa alla Griffon per poi passare alla Peugeot, lo svizzero si rivela corridore capace di competere con i migliori in classiche di gran lignaggio come la Parigi-Bruxelles, terzo alle spalle di Octave Lapize e Louis Luguet, e la Parigi-Tours, settimo in una corsa che lo vede trionfare due anni dopo, 1914, non prima aver colto un brillante quarto posto alla Parigi-Roubaix ed essersi allineato al via del Tour de France, concludendo al tredicesimo posto ed aggiudicandosi le due tappe-maratona Brest-La Rochelle di 470 km 470 e La Rochelle-Bayonne di 379 km. Se a questo popò di risultati su strada, a cui aggiungere le vittoria nel campionato nazionale, si sommano il titolo svizzero della velocità battendo il fortissimo Ernst Kaufmann, un vero e proprio drago della specialità, ed un terzo posto alla Sei Giorni di Parigi, altra disciplina che lo vedrà conquistare ben più di un successo in carriera, ecco che la versatilità di Oscar Egg quale corridore capace di disimpegnarsi bene, e pure di vincere, un po’ ovunque, è definitivamente certificata.

Per completare il quadro è giusto, infatti, ricordare che Egg, oltre a vincere un Gran Premio di Pasqua di velocità davanti al danese Thorvald Ellegaard, altro campionissimo delle volate, fu imbattibile nelle prove d’inseguimento perdendo una sola volta da Reg McNamara che sulla pista di Newark, nel New Jersey, lo raggiunse al termine di uno scontro memorabile. Brillò pure nel mezzofondo: dopo essere stato respinto come partecipante alla Bordeaux-Parigi del 1924, sfidò Leon Georget dietro motori nel Bol d’Or a Montrouge e lo vinse stabilendo il nuovo record con km 936,922 nelle 24 ore. A proposito di record, li ha ottenuti in tutte le distanze: 500 metri, chilometro, 5, 10, 30, 50, 100 chilometri e, appunto, l’ora.

E per non farsi mancare niente, ma proprio niente, Egg ebbe modo di farsi apprezzare anche in Italia quando nel 1917 vinse la Milano-Torino anticipando Leopoldo Torricelli e Luigi Lucotti, per poi allinearsi al via del Giro nel 1919 prendendosi il lusso di vincere la terza tappa, Trieste-Ferrara di 282 km, battendo in una volata ristretta a tre i due campionissimi dell’epoca, Costante Girardengo e Tano Belloni, che infine si contederanno la vittoria conclusiva.

Insomma, Oscar Egg è sì il prototipo del recordman dell’ora… ma sarebbe riduttivo considerarlo solo un corridore da lancette del cronometro, dico bene?

 

 

 

L’ERA DEL “SUPER DEPOR”, ORGOGLIO DI SPAGNA E VANTO DELLA GALIZIA

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Il Deportivo La Coruna, Campione della Liga 2000 – da:thesefootballtimes.co

Articolo di Giovanni Manenti

A Coruna – nome espresso ufficialmente ed esclusivamente in gallego, come previsto dalla Legge di normalizzazione linguistica del 1983 – è una ridente città di poco meno di 250mila abitanti Capoluogo dell’omonima Provincia della Galizia, posta sulla costa atlantica.

Dal punto di vista sportivo, la stessa è conosciuta pressoché unicamente per la propria squadra di Calcio, il Deportivo La Coruna, del quale peraltro non è che si abbiano grandi notizie al di là dei confini iberici sino a fine anni ’80, allorché il “Brutto Anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno che incute timore non solo alle “Grandi di Spagna”, ma addirittura alle più forti compagini europee.

Vi era stato, invero, un altro “periodo d’oro” nella storia della formazione galiziana – che, alla nascita della Liga a Girone unico nel 1929 si era iscritta in Segunda Division per poi ottenere la Promozione al termine del Torneo 1941 e vivere tale decennio in chiaroscuro con un paio di retrocessioni ed altrettante immediate risalite ai vertici, con a farsi apprezzare l’estremo difensore Juan Acuna – e che coincide con gli anni ’50, in cui il Deportivo staziona stabilmente in Primera Division e rischia di diventare Campione spagnolo.

Tale circostanza si verifica nel Campionato 1949-’50, dopo che il Deportivo aveva riacquistato lo status di prima divisione l’anno precedente, allorché in uno dei Tornei più equilibrati della Storia della Liga, a 3 giornate dal termine la Classifica vede 6 squadre – Celta ed Atletico Madrid con 28 punti, Real Madrid e Deportivo a quota 27 ed infine Valencia ed Athletic Bilbao che ne vantano 26 – racchiuse nello spazio di soli due punti, per poi lo sprint finale premiare l’Atletico Madrid, che si impone con il ridotto margine di una lunghezza (33 a 32) proprio sul La Coruna, complice il crollo del Celta Vigo, che esce sconfitto nelle ultime quattro giornate.

Ma si tratta della classica “eccezione che conferma la regola”, poiché successivamente i migliori piazzamenti del decennio non vanno oltre due settimi posti e la nota più rilevante per la Società galiziana resta quella di aver fatto esordire nella “Temporada” 1953-’54 un 18enne locale di cui si sentirà molto parlare in seguito, tal Luisito Suarez che è tuttora l’unico giocatore spagnolo ad essere stato premiato con il “Ballon d’Or” nel 1960, quando era già da tempo emigrato al Barcellona.

C’è comunque di peggio, poiché, dopo “l’andamento yo-yo” degli anni ’60, con quattro Promozioni ed altrettante retrocessioni, i due decenni successivi rappresentano il punto più basso nella Storia del Club, con l’ultima apparizione nella Liga risalente al 1973 per poi subire l’umiliazione di due retrocessioni in Tercera Divsion al termine della stagione successiva e nella ristrutturata “Segunda B” nel 1980, tornando, finalmente “a riveder le stelle” solo con l’inizio degli anni ’90, allorché, dopo il quarto posto del ’90, il Deportivo si piazza secondo al termine del Torneo ’91 alle spalle dell’Albacete e può, a distanza di 18 anni, tornare a calcare i terreni di gioco della Primera Division.

Come sempre accade in questi frangenti, le stagioni negative dal punto di vista sportivo sono accompagnate anche da difficoltà finanziarie non indifferenti, non a caso in tale lasso di tempo il La Coruna cambia ben 7 volte Presidente, così come gli avvicendamenti in panchina sono praticamente all’ordine del giorno, ed a far tornare il sereno in casa galiziana avvengono due fatti nell’arco di tre settimane che i tifosi dei “Turcos” ritengono alla base delle successive fortune del Club.

Dapprima, il 22 maggio 1988, ultima giornata del Torneo di Segunda Division, un Deportivo La Coruna virtualmente retrocesso, si salva miracolosamente grazie al successo interno per 1-0 sul Racing Santander (tal Vicente Celeiro l’eroe del momento …) ed alla contemporanea sconfitta per 0-2 del Bilbao Athletic (la squadra B dell’Athletic Bilbao …) a Jerez de la Frontera, sul campo dello Xerez.

Quindi, il 13 giugno seguente, ad assumere le redini del Deportivo è Augusto Cesar Lendorio, che di trova ad ereditare una pesantissima situazione debitoria stimata in 600milioni di pesetas, per ovviare alla quale mette in atto un’opera di razionalizzazione dei costi ed una gestione del mercato orientata su giocatori locali oltre alla ricerca di stranieri a basso prezzo ma di sicura affidabilità provenienti in particolare dall’Est Europa che, con il crollo dell’impero sovietico, non pone più limiti alla loro trasferibilità.

Uno di questi è il centrale difensivo jugoslavo Miroslav Dukic, prelevato dal Rad Belgrado nell’estate ’90 e che per 7 stagioni rappresenta il fulcro attorno al quale ruota il reparto arretrato della formazione alla cui guida viene confermato Arsenio Iglesias, che già ne aveva indossato la maglia da calciatore, per poi essere rilevato da Marco Antonio Boromat ad inizio della nuova esperienza nella Liga, salvo essere richiamato in fretta e furia ad aprile ’92 onde evitare che la stessa durasse il lampo di una sola stagione.

Reduce, difatti, da una pesante sconfitta per 0-3 ad Albacete il 12 aprile, il La Coruna è appena sopra la zona retrocessione, quart’ultimo con un solo punto di margine sul Real Valladolid ad 8 turni dalla fine del Torneo, ed il ritorno in panchina di Iglesias scongiura questa evenienza, certificata dal successo esterno per 1-0 (rete del bulgaro Kiriakov al 18’) sul campo dell’Osasuna all’ultima giornata …

Scampato il pericolo, ed altresì confortato dal buon cammino in Copa del Rey – eliminato in semifinale (0-2 ed 1-1) dall’Atletico Madrid – della propria squadra, Lendorio opera con oculatezza nel mercato estivo, puntellando la difesa con due giocatori esperti quali Luis Lopez Rekarte, che non trova spazio al Barcellona, e Nando Martinez, prelevato dal Valencia, per poi dare fiducia a centrocampo al miglior prodotto della “cantera” galiziana, ovverossia Francisco Javier “Fran” Gonzalez Perez e quindi mettere a segno due “colpi da 90” che cambiano radicalmente il volto della formazione.

Sorprendendo non solo i media spagnoli, ma anche quelli internazionali, Lendorio riesce nell’estate ’92 ad accaparrarsi le prestazioni di due fuoriclasse brasiliani che, due anni dopo, faranno parte dell’undici titolare Campione del Mondo ad Usa ’94 e, se nel caso del centrocampista Mauro Silva la cosa può essere sufficientemente comprensibile, vista la provenienza dal Bragantino, a stupire è l’acquisto dell’attaccante Bebeto (al secolo José Roberto da Gama de Oliveira …), proveniente dal Vasco da Gama dopo aver fatto in Patria le fortune del Flamengo.

Mentre Mauro Silva lega la seconda parte della carriera al Club galiziano, vestendone i colori per ben 13 stagioni – tanto da risultare, con 369 presenze, al secondo posto della “Graduatoria All Time” dietro al solo Fran che ne mette insieme ben 435 – la permanenza di Bebeto sulle rive dell’Atlantico è limitata a sole quattro stagioni, più che sufficienti peraltro a conquistare un posto privilegiato nel cuore dei tifosi.

Affiancato in attacco a Claudio Barragan, il 28enne brasiliano si trova a proprio agio contro le difese della Liga, mettendo a segno nella stagione dell’esordio 29 reti che gli valgono il titolo di “Pichichi (il Trofeo assegnato in Spagna al Capocannoniere …), ma ciò che più conta è che, a fine Girone di andata, il Deportivo si trova in testa alla Classifica appaiato al Barcellona con 30 punti a testa, dopo che i catalani avevano dovuto subire “la legge del Riazor”, uscendone sconfitti per 0-1 (rete di Bebeto al 65’) a metà ottobre ’92, identica sorte che, due settimane prima, era toccata al Real Madrid, rimontato da 2-0 a 2-3 in virtù di una doppietta dello scatenato attaccante sudamericano, cui segue un’autorete di Ricardo Rocha a 10’ dal termine …

Un Deportivo che poi paga dazio al ritorno (sconfitto 1-2 a Madrid e 0-3 a Barcellona, così come con identico punteggio cade a Valencia), anche se a far male è soprattutto lo scivolone interno contro il Logrones a 6 giornate dal termine che toglie ogni speranza di titolo, concludendo comunque il Torneo al terzo posto (secondo miglior risultato di sempre dopo la citata piazza d’onore del 1950) e, soprattutto, dando un chiaro messaggio circa la propria volontà di sedersi al banchetto delle grandi.

E’ un periodo, quello che va dagli inizi del 1980 sino a tutti gli anni ’90, in cui – dopo la “rivoluzione basca” che ha portato dapprima la Real Sociedad di San Sebastian (vincitrice nel 1981 ed ’82) e quindi l’Athletic Bilbao, autore di identica impresa nel successivo biennio a conquistare il titolo – a dominare sono Barcellona e Real Madrid, con quest’ultimo ad aver inanellato una serie di cinque trionfi consecutivi dal 1986 al ’90, cui fanno seguito tre successi azulgrana sotto la guida di Johan Cruijff dopo che nel 1985 Terry Venables aveva interrotto un digiuno che nel Capoluogo catalano durava da 11 anni, al tempo in cui Cruijff vi giocava.

Quasi impossibile pensare pertanto di poter scalfire una tale egemonia, ma dato che “tentar non nuoce”, perché non provarci, avendo altresì ritoccato la rosa con gli innesti in difesa del 30enne Voro, proveniente dal Valencia ed in attacco del 24enne Javier Manjarin, prelevato dallo Sporting Gijon, anche se il colpo migliore è rappresentato dall’aver strappato all’Atletico Madrid il centrocampista brasiliano naturalizzato spagnolo Donato Gama da Silva …

Quest’ultimo, a dispetto dei 31 anni suonati, veste i colori biancoblù per 10 stagioni sino a fine carriera, formando per le prime otto una cerniera a centrocampo con Mauro Silva che rappresenta una sorta di barriera invalicabile per gli avversari, ed anche l’inizio della stagione 1993-’94 conferma quanto sia difficile, anche per le formazioni più blasonate, far punti al “Riazor”, con il Real addirittura umiliato a metà settembre ’93 con un 4-0 che porta le firme di Claudio (doppietta), Manjarin e Fran nonostante l’assenza di Bebeto, il quale, dal canto suo, mette la firma sul successo di misura per 1-0 sul Barcellona il mese dopo, replicando l’impresa dell’anno prima.

Chiuso il Girone di andata in testa con tre punti (29 a 26) di vantaggio sui Campioni del Barcellona, il Deportivo subisce la “vendetta” di “blancos” (0-2) ed azulgrana (0-3) al ritorno, ma riesce comunque a dare continuità al proprio percorso, così che a metà aprile, a sole quattro giornate dal termine, si ritrova con lo stesso margine (51 a 48) su di un Barcellona che – a dispetto dell’apporto di Romario, acquistato dal PSV Eindhoven e Capocannoniere del Torneo con 30 reti in 33 gare disputate – ha già incassato ben 7 sconfitte.

Con un calendario non impossibile, che presenta negli ultimi turni le trasferte sui campi di Lleida e Logronés ed i turni casalinghi contro Rayo Vallecano ed un Valencia senza alcuna pretesa di Classifica, il più sembra fatto, ed invece ecco venire fuori il classico “braccino corto” che si traduce in due pareggi a reti bianche contro il già retrocesso Lleida ed il Rayo Vallecano che ridanno fiducia ad un Barcellona che, al contrario, non ha difficoltà a demolire, con altrettanti 4-0, il Celta e lo Sportin Gijon, portandosi ad un sol punto (53 a 52) a 180’ dal termine.

Oltretutto, alla penultima giornata, gli azulgrana sono attesi dal “Clasico” al “Santiago Bernabeu”, ma una rete di Amor a meno di un quarto d’ora dal termine consente loro di mantenere inalterato il distacco da un La Coruna che ritrova la vittoria imponendosi 2-0 a Logronés, rimandando ogni decisione all’ultimo turno …

Finale di Campionato che non sarà tanto facilmente dimenticato da tutti coloro che, il 14 maggio ’94, sono presenti sulle tribune del “Riazor” pronti a festeggiare un primo, “storico” trionfo nella Liga, mentre il Barcellona, dal canto suo, pur atteso a distanza di quattro giorni dalla Finale di Champions League contro il Milan – e che perderà nettamente per 0-4 con un Cruijff, dapprima spavaldo e quindi impietrito di fronte alla lezione impartitagli dai rossoneri – fa appieno il suo dovere sommergendo di reti (5-2) il Siviglia al “Camp Nou”, pur essendo andato al riposo sotto per 1-2.

Liga, pertanto, che si decide via radio, dato che in Galizia il risultato all’intervallo è ancora fermo sullo 0-0 di partenza, ed allorché Romario segna al 70’ la rete del 3-2 per i catalani, si intuisce che solo una vittoria potrà dare l’agognato titolo al Deportivo, poiché, a parità di punti, sarebbe il Club di Cruijff a festeggiare per il quarto anno consecutivo, in virtù del vantaggio (0-1 e 3-0) acquisito negli scontri diretti.

E, quando oramai le speranze sembrano ridotte al lumicino, non riuscendo a superare la difesa valenciana, ecco che, a tempo oramai scaduto, avviene l’episodio che da solo determina l’esito di un’intera stagione, vale a dire la concessione di padroni di casa di un calcio di rigore …

Nessuno però vuole assumersi una tale responsabilità – men che meno Bebeto, grandissimo giocatore ma dal carattere fragile, non per niente soprannominato “lacrima” in patria – così che sul dischetto si porta Dukic per incaricarsi della trasformazione, ma fallisce per la disperazione dei presenti e l’urlo di gioia che echeggia al “Camp Nou” con 80mila spettatori incollati alle radioline ed ad invocare tutti i numi celesti di loro conoscenza.

Una “mazzata” da abbattere un toro, ma dalla quale il Deportivo si riprende disputando un’altra ottima stagione l’anno seguente, conclusa ancora al secondo posto, ma stavolta senza mai assaporare la possibilità di fare proprio il titolo, concludendo a 4 punti da un Real tornato sul trono di Spagna, nonostante l’innesto in attacco di Julio Salinas per il suo unico Torneo in Galizia, un’annata impreziosita però dal primo Trofeo nella Storia del Club, vale a dire la Copa del Rey conquistata, ironia della sorte, superando 2-1 (reti di Manjarin ed Alfredo) nella Finale disputata il 27 giugno ’95 al “Santiago Bernabeu” proprio quel Valencia contro cui si erano infranti i sogni di gloria 12 mesi prima.

Chi più di ogni altro merita questo trionfo è proprio il Tecnico Arsenio Iglesias, al suo passo d’addio, a 65 anni compiuti, sulla panchina galiziana, avendo messo le basi per la costruzione di quel “Super Depor” di cui raccoglie l’eredità un altro allenatore non facile da dimenticare da queste parti, vale a dire Javier Irureta, che assume l’incarico a luglio ’98 – dopo la parentesi di John Toshack che porta in dote la Super Coppa di Spagna ’95 (3-0 e 2-1 al Real Madrid) ed un terzo posto nella Liga ’97, ancorché sostituito in corso d’opera dal brasiliano Carlos Alberto Silva, nonché l’aver raggiunto le Semifinali di Coppa delle Coppe ’96, eliminato con un doppio 0-1 dai francesi del Paris Saint Germain – per mantenerlo per 7 stagioni consecutive.

Irureta assume la guida del Club dopo che nelle tre precedenti edizioni la Liga ha avuto altrettanti padroni diversi, pur non uscendo dal raggio Madrid/Barcellona, con l’Atletico Madrid a “disturbare” nel ’96, per poi toccare nuovamente a Real e Barcellona far loro il titolo nel successivo biennio, con gli azulgrana, al cui timone è ora l’olandese Louis van Gaal, infarciti di suoi connazionali quali Reiziger, i gemelli Frank e Ronald de Boer, Cocu, Zenden e Kluivert.

Ma anche il Deportivo è assai cambiato, divenendo oramai anch’esso una “multinazionale” e con i soli già citati Donato, Mauro Silva e Fran reduci dal primo “periodo d’oro” del Club, mentre Bebeto ha salutato da par suo il quadriennio iberico andando 25 volte a segno nel ’96, per un totale di 86 reti che lo pongono al terzo posto tra i Cannonieri di ogni epoca del Club, che sarebbe stato il primo all’epoca, prima che emergessero i due attaccanti che fanno le fortune di Irureta.

Il primo è l’olandese Roy Makaay, prelevato nell’estate ’99 dal Tenerife – dopo che la prima stagione con il nuovo tecnico in panchina si era chiusa con un sesto posto nella Liga ed un’eliminazione in semifinale di Copa del Rey per mano dell’Atletico Madrid (sconfitta interna per 0-1 dopo lo 0-0 al “Vicente Calderon”) – il quale va a completare un attacco formato anche dal portoghese Pauleta, prelevato l’anno precedente dal Salamanca e destinato ad esplodere in Francia, e dall’argentino José “Turu” Flores, anch’esso da una stagione al Club, proveniente dal Las Palmas.

Con lo “zoccolo duro” costituito dalla cerniera di centrocampo formata dal trio Donato, Fran e Maura Silva, con in più l’inserimento di Victor Sanchez, acuistato dal Racing Santander, e con l’aggiunta del fantasista brasiliano Djalminha da un biennio in forza alla Società, il Deportivo affronta la stagione di fine secolo facendo dell’equilibrio la propria carta vincente, concludendo il Girone di andata in testa con tre punti di vantaggio (37 a 34) sul sorprendente Real Zaragoza e quattro sui Campioni in carica del Barcellona.

Con anche la Liga ad essersi adeguata – a far tempo dalla stagione 1995-’96 – alla norma che prevede 3 punti per la vittoria, la “Temporada” di fine millennio passa alla Storia per quella ad essere vinta con il punteggio più basso, tutto vantaggio per il La Coruna – dato che quando Real e Barça “ingranano la quarta” è difficile star loro dietro – mentre stavolta, nonostante soffra ancora del complesso del “braccino corto” (prova ne siano le 7 sconfitte nel ritorno rispetto alle 4 dell’andata), la formazione di Irureta diciamo che, prendendo a prestito una definizione cara al giro di pista in Atletica Leggera, “rallenta meno” delle sue avversarie, soprattutto riducendo al minimo (appena 6) i pareggi, che con le regole in vigore rappresentano una mezza sconfitta.

La decisione avviene tra la 30esima e la 32esima giornata, dopo che la sconfitta per 1-2 del 18 marzo 2000 al “Camp Nou” aveva consentito alla formazione di van Gaal di ridurre il distacco (50 a 52) a soli due punti, ma tre convincenti successi in fila (3-1 all’Oviedo e 4-1 all’Atletico Madrid al “Riazor” 3-1 esterno contro il Siviglia, con Makaay a mettere a segno 6 delle 10 reti realizzate), fanno sì che il vantaggio in vetta alla Classifica si dilati a 5 punti (61 a 56) e, nonostante il consueto calo nel finale di stagione (sconfitte esterne contro il Rayo Vallecano ed il Celta Vigo) faccia riavvicinare pericolosamente il Barcellona, l’harakiri interno degli azulgrana contro lo stesso Vallecano – uno 0-2 “figlio” dell’essere giunto a cavallo tra le semifinali di Champions League contro il Valencia – alla terz’ultima giornata consente al La Coruna di poter finalmente festeggiare il titolo il 19 maggio 2000 davanti ai propri tifosi, con il successo per 2-0 sull’Espanyol maturato già nel primo tempo grazie ai centri di Donato e Makaay, il quale conclude la sua prima stagione con i nuovi colori con 22 centri all’attivo.

Finalmente liberatosi da un tabù non indifferente, la formazione di Irureta nel successivo quadriennio si conferma ai vertici del Calcio spagnolo e, pur non lottando per il titolo stante i distacchi di fine Campionato, sale sul podio classificandosi seconda sia nel 2001 e ’02, così come terza nel 2003 e ’04, piazzamenti a cui contribuiscono in modo determinante gli attaccanti Diego Tristan e l’uruguaiano Walter Pandiani, acquistati nell’estate 2000 dal Mallorca e dal Penarol Montevideo, rispettivamente, nonché il centrocampista offensivo Juan Carlos Valeron, destinato anch’esso a divenire un idolo della tifoseria galiziana …

Le 42 reti del trio nel 2001 (19 Tristan, 16 Makaay e 7 Pandiani) e le 38 del 2002 (21 Tristan, 12 Makaay e 5 Pandiani) sono la più eloquente risposta a cosa rappresenti il Deportivo nel panorama iberico ad inizio di nuovo secolo, con i 21 centri di Diego Tristan ad assicurargli il titolo di “Pichichi”, bissato l’anno seguente dai 29 centri di Makaay che valgono all’olandese altresì la “Scarpa d’Oro” quale miglior Cannoniere europeo, oltre ad un sontuoso trasferimento al Bayern Monaco ed essere divenuto il “top scorer” nella Storia del Club con 96 reti complessivamente realizzate, seguito da Diego Tristan  a quota 87 a precedere Bebeto di una sola lunghezza …

Un La Coruna a cui però – oltre a completare il Palmarès dei successi in Patria con una seconda Copa del Rey conquistata nel marzo ’02 superando in Finale il Real Madrid per 2-1 (di Sergio e Diego Tristan le reti …) – per ottenere l’appellativo di “Super Depor” che lo caratterizza ad inizio secolo occorre la patente europea, e non sono in poche le squadre che devono fare i conti con “l’armata galiziana” nel corso delle sue cinque partecipazioni consecutive alla Champions League.

All’esordio nella più importante manifestazione per Club nel settembre 2000 – inserita in un Gruppo di ferro assieme ad Amburgo, Juventus e Panathinaikos – a sorpresa il La Coruna lo conclude al primo posto ed imbattuto, imponendo due pareggi (0-0 ed 1-1) alla Juventus e superando al “Riazor” sia tedeschi che greci, per poi fare altrettanto nel secondo turno, allorché due successi in rimonta sul Paris Saint Germain (3-1 al “Parc des Princes” e, soprattutto, un incredibile 4-3 tra le mura amiche dopo essere stato sotto per 0-3 al 10’ della ripresa) ne sanciscono l’accesso alla Fase ad eliminazione diretta dove capitola di fronte agli inglesi del Leeds, non riuscendo al ritorno l’impresa di ribaltare lo 0-3 di “Elland Road”, fermandosi la rimonta al punto del 2-0 siglato da Diego Tristan a poco più di un quarto d’ora dal termine.

L’anno seguente la storia si ripete, con ancora il Deportivo a concludere al primo posto il primo Girone eliminatorio davanti ad un Manchester United che ne subisce anch’esso la “dura legge”, venendo sconfitto sia in Galizia (un 2-1 maturato negli ultimi 5’ con i centri di Pandiani e Naybet a ribaltare l’iniziale vantaggio di Paul Scholes per i “Red Devils”) che ad “Old Trafford”, dove è una doppietta di Diego Tristan a decidere le sorti del match, concluso sul 3-2 a proprio favore.

La seconda Fase a Gironi sembrerebbe un ostacolo quasi insormontabile per l’undici di Irureta, ineriti in un Gruppo che comprende anche Arsenal, Juventus e Bayer Leverkusen, ma stavolta a piangere sono bianconeri e londinesi, costrette entrambe a cedere le armi al “Riazor” con l’identico punteggio di 0-2 (Makaay e Tristan i giustizieri dei “Gunners”, ancora Tristan e Djalminha quelli della formazione di Lippi), garantendosi così l’accesso ai Quarti di Finale dove la sorte l’oppone nuovamente al Manchester United che, imparata la lezione, stavolta non si fa sorprendere, mettendo al sicuro la qualificazione con il 2-0 in terra iberica all’andata, replicato con il 3-2 del ritorno.

Tutte le citate “vittime eccellenti” contribuiscono a creare “il mito del Super Depor”, tant’è che ora, in occasione dei sorteggi Uefa, anche le più blasonate formazioni del Vecchio Continente guardano con un certo timore all’esito dell’urna, e l’anno seguente a pagare pesante dazio è un’altra “big” quale il Bayern Monaco, sconfitto per 2-3 nella gara d’esordio della manifestazione allo “Olympiastadion” il 18 settembre ’02 da una tripletta di Makaay, a segno anche nel 2-1 del ritorno, così da convincere i Dirigenti bavaresi che sia meglio averlo dalla propria parte la successiva stagione …

Girone eliminatorio che il La Coruna supera assieme al Milan – dal quale subisce la più pesante sconfitta interna in campo europeo, uno 0-4 frutto di una tripletta di Inzaghi in parte attutito dal successo per 2-1 a San Siro all’ultimo turno con i rossoneri (poi vincitori del Trofeo …) già matematicamente qualificati – per poi essere eliminati nel turno successivo solo per una rete subita al 90’ da Tudor nella sconfitta per 2-3 a Torino contro la Juventus, dopo che al “Riazor” i bianconeri erano riusciti ad uscire imbattuti recuperando un passivo di 0-2 maturato dopo soli 10’ grazie alla “premiata ditta” Tristan/Makaay, prendendosi comunque la soddisfazione di superare per 2-0 all’ultimo turno ancora il Manchester United, pur presentatosi imbottito di riserve, a qualificazione già acquisita.

Il mancato accesso alla Fase ad eliminazione diretta è compensato l’anno seguente da quella che resta negli annali del Club come “l’impresa storica” a livello europeo, resa ancor più clamorosa dalla perdita di Makaay, rimpiazzato dal ritorno di Pandiani dopo una stagione al Mallorca.

Un Deportivo che – inserito in un Gruppo molto più abbordabile, composto anche da Monaco, PSV Eindhoven ed AEK Atene – va incontro ad una “sbornia colossale” nel Principato, subendo un tracollo per 3-8 di dimensioni astronomiche, ma che riesce comunque a passare il turno grazie al contributo del terreno amico, dove incamera solo vittorie, così da avere la meglio sul PSV per il computo degli scontri diretti (2-0 e 2-3) a parità di punteggio.

Considerato di un livello inferiore rispetto a quello delle precedenti edizioni, il La Coruna è abbinato, negli Ottavi di Finale, ai vice Campioni d’Europa della Juventus, e quella difesa apparsa così fragile nel Girone eliminatorio, appare d’improvviso granitica di fronte alla coppia bianconera formata da Trezeguet e Del Piero, capitalizzando al massimo l’1-0 dell’andata (Luque al 37’), cogliendo analogo risultato al “Delle Alpi”, allorché a decidere la contesa è un centro di Pandiani dopo appena 12’ di gioco.

Eliminati i vice Campioni d’Europa, sotto ora con i detentori del Trofeo, ovvero il Milan di Carlo Ancellotti che, forte dell’acquisto estivo del fuoriclasse brasiliano Kakà a supportare due frombolieri del calibro di Inzaghi e Shevchenko, si sta avviando a riportare in via Turati lo Scudetto che manca da 5 stagioni.

Per gli iberici, il risultato dell’andata a Sam Siro – un 1-4 maturato già al 7’ della ripresa dopo l’iniziale vantaggio di Pandiani e con i rossoneri a fallire altre occasioni per arrotondare ulteriormente il punteggio – sembra suonare già come una sentenza, e crediamo che neanche il più acceso dei 27mila tifosi che il 7 aprile ’04 si danno appuntamento sulle tribune del “Riazor” potesse pensare ad una clamorosa “remuntada

Ed invece, complice una difesa del Milan a tratti imbarazzante ed incredibilmente deficitaria proprio nei suoi punti di forza (il portiere Dida ed i centrali Nesta e Maldini) sin dai primi minuti, il vantaggio di Pandiani dopo soli 5’ di gioco è la molla che fa scattare l’orgoglio e la combattività dei ragazzi di Irureta, che incrementano il vantaggio già prima del riposo grazie ai centri di Valeron e Luque, per poi toccare a Fran, a meno di un quarto d’ora dal termine, mettere il sigillo ad una serata di gloria che vale il passaggio alle semifinali e “vendica” lo 0-4 subito dai rossoneri l’anno precedente.

Pazienza se poi, il sogno di una Finale europea svanisce per colpa del Porto di José Mpurinho che, dopo aver chiuso l’andata sullo 0-0 allo “Estadio do Dragao”, fa sua la gara di ritorno grazie ad un rigore di Derlei al ritorno, l’immagine del “Super Depor”, di fronte al quale molte grandi d’Europa sono state costrette ad inchinarsi, ne esce quanto mai rafforzata.

E’ questo l’ultimo vero acuto di una squadra che per 15 anni ha scritto una pagina di storia del Futbol iberico, e dopo l’uscita al primo turno l’anno seguente – addirittura senza aver segnato una sola rete nelle sei gare del Girone eliminatorio – e l’addio di Irureta il Deportivo torna progressivamente nell’anonimato, conoscendo nuovamente l’onta della retrocessione nel corso del corrente decennio, nel 2011 e nel ’13, compensate da immediate risalite sino alla terza al termine dello scorso Campionato, da cui sta ancora provando a riprendersi, attualmente al terzo posto ad un solo punto di distacco dal Malaga, secondo, ed a tre dall’Osasuna, capo classifica.

Ma, per chi ha vissuto quell’epoca d’oro, questi sono solo dettagli, il “Super Depor” resta un ricordo incancellabile, onore e vanto di un’intera Regione …

 

ROCKY MATTIOLI, L’EMIGRATO CHE DIVENTO’ CAMPIONE DEL MONDO

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Rocky Mattioli – da assoterzotempo.altervista.org

articolo di Nicola Pucci

Già quel soprannome, Rocky, è il segnale che nella vita e nel percorso agonistico di Rocco Mattioli c’è qualcosa di particolare.

In effetti questo ragazzo tarchiato, gladiatorio ed indomito nell’affrontare le difficoltà dell’esistenza, e che un giorno sarà campione del mondo dei superwelter, nasce il 20 luglio 1953 nel comune abruzzese di Ripa Teatina, che altri non è che il luogo da cui un bel giorno partirono, alcuni decenni prima, proprio i genitori di quel Rocky Marciano annoverabile tra i più grandi pesi massimi della storia del pugilato.

Già, perché con Mattioli di pugilato stiamo parlando, e se, inconsapevolmente sia chiaro, la strada è già tracciata fin dal giorno del primo vagito, altresì “Rocco e i suoi fratelliemigrano a loro volta, seppur in direzione Australia, a Melbourne, quando il bimbo ha soli 6 anni, a raggiungere papà Concezio che li ha preceduti di due anni e a cui si deve la paternità del nome Rocco, in onore appunto dell’immenso Marciano che nei giorni in cui mamma Graziella lo sta dando alla luce torna, guarda tu che coincidenza, al paese da cui erano partiti i genitori.

Laggiù, lontanissimo da quell’Italia che gli ha dato i natali, Rocky (da ora lo chiamerò solo ed esclusivamente così) si forgia sull’asfalto duro ed impietoso della metropoli australe, vivendo tutte le contraddizioni e le avversità del suo status di emigrante. A scuola, infatti, fatica ad apprendere la lingua, i compagni lo fanno oggetto di ripetuti scherzi e Rocky, magro come un’acciuga ed indifeso come un pulcino, opta per la palestra, imparando a dar di pugni e rinforzando sensibilmente il corpo nel pieno del suo sviluppo adolescenziale.

Pur perdendo qualche incontro all’inizio dell’attività, Mattioli cresce in fretta, dotato com’è di un’aggressività fuori dal comune e di una furia demolitrice che ben presto gli consente di avere il sopravvento degli avversari, guadagnandosi il passaggio al professionismo appena 17enne. Diventa campione australiano dei pesi welter mandando al tappeto Jeff White il 17 maggio 1973, per poi difendere la cintura contro Pongi Lie battuto ai punti qualche mese dopo, per poi cedere solo al samoano Ali Afakasi che il 14 febbraio 1975 lo costringe alla resa, complice una ferita.

E’ tempo, ora, di tornare in Italia, ed è qui, a casa sua prima, nel Vecchio Continente poi, che la boxe pesante e d’attacco di Mattioli, che altresì pecca in difesa a dispetto delle cure di Umberto Branchini che lo aveva fatto seguire dal figlio Giovanni nel suo viaggio in Australia e lo prende sotto la sua ala protettrice e di Ottavio Tazzi che lo allena, è pronta a regalare all’abruzzese una discreta fetta di notorietà. Seppur, schivo com’è, Mattioli non sarà mai un personaggio da copertina e questo, in parte, gli alienerà il sostegno del pubblico, oscillante tra farne un eroe oppure relegarlo troppo dietro ai grandi pugili italiani.

Mattioli, nondimeno, procede spedito per la sua strada, e se al debutto mette k.o. alla quarta ripresa Chris Fernandez, ed ha l’onore di incrociare i guantoni con Bruno Arcari, che è stato il re della categoria dei superleggeri qualche anno prima, costringendo il grande genovese al pareggio nella sfida al Palasport di Milano il 3 aprile 1976 gremito in ogni ordine di posto, inciampa in qualche infortunio di troppo che ne rallentano l’ascesa ai massimi livelli, fratturandosi due volte la mascella, nel 1972 ed ancora nel 1976, il che lo obbliga a due lunghi periodi di inattività, incrinandosi una costola, e nel 1979 rompendosi un braccio.

Ma le vittorie arrivano in serie a confortare la classe di Mattioli, ed infine ecco giungere l’occasione attesa da una vita quando, il 6 agosto 1977, Rocky vola a Berlino per combattere contro il beniamino locale Eckhard Dagge, campione del mondo in carica della categoria dei superwelter. In verità il pugile italiano è accreditato di ben poche chances. I tedeschi, soprattutto le ragazze, adorano questo pugile corpulento dai capelli ossigenati e dalle fattezze più da mediomassimo che da superwelter, strafottente e spaccone in conferenza stampa, e il suo manager Willy Zeller, notissimo venditore di pellicce, è tanto potente da poter garantire al suo protetto arbitri e giudici compiacenti. Ergo, quella sera di agosto alla Sporthalle berlinese, al cospetto di uno sparuto numero di giornalisti giunti dall’Italia ma con il sostegno dei connazionali residenti nella capitale, Mattioli sa di avere una sola possibilità di vittoria, ovvero quella di mandar giù il rivale. E sul ring disegna un capolavoro. Dopo una prima ripresa di studio, Rocky prende il sopravvento con la sua boxe aggressiva, e al quinto round sferra un uno-due sinistro-destro al volto che abbatte Dagge. E se il germanico, contato lentamente, può solo rimettersi in piedi con sguardo spento ed equilibrio incerto, Mattioli sale, sul tetto del mondo, cingendo la corona di campione dei superwelter.

L’apice è raggiunto, e a Mattioli, che non ama certo i pettegolezzi e rifugge le luci della ribalta, per celebrare il trionfo basta la compagnia di colei che qualche tempo dopo diventerà sua moglie, Silvia Moroni. C’è da preparare la difesa del titolo, che puntualmente Rocky conserva proprio a Melbourne, lì dove tutto era iniziato, battendo l’11 marzo 1978 Elisha Obed, pugile delle Bahamas che già aveva perso con Dagge, per k.o. alla settima ripresa, per confermarsi ancora due mesi dopo, stavolta allo Stadio Adriatico di Pescara, contro lo spagnolo José Duran, che qui chiude la carriera, messo al tappeto alla quinta ripresa.

A questo punto a Mattioli non rimane che accogliere il guanto di sfida lanciato dal britannico Maurice Hope, che Rocky affronta il 4 marzo 1979 al Teatro Ariston di Sanremo, reduce da un infortunio alla mascella rimediato nell’incontro con Freddie Boynton nel settembre precedente. Il campione del mondo pare aver recuperato la piena efficienza, ma al primo round va giù, sorpreso da un sinistro al mento, e nella caduta si rompe il braccio destro. Stoicamente Mattioli, a cui non manca certo una dose massiccia di coraggio, si rialza, prosegue l’incontro usando esclusivamente il sinistro, costringe Hope sulla difensiva ma infine all’ottava ripresa, vinto dal dolore e nell’impossibilità di proseguire il combattimento, è costretto ad alzare bandiera bianca, cedendo, seppur con l’onore delle armi, il titolo mondiale.

Mattioli, che nel frattempo si  sarà sottoposto ad un delicato intervento chirurgico al braccio e sarà padre di Massimiliano, l’anno dopo, il 12 luglio 1980, proverà a riprendersela, quella cintura iridata dei superwelter, andando a sfidare l’inglese a casa sua, al Conference Centre di Wembley, ma la fortuna, così come la forma, non saranno dalla sua parte, e quando, all’undicesima ripresa, un altro k.o.tecnico ne decreterà l’insuccesso, sarà l’ultima volta con un titolo mondiale in palio.

Ormai solo l’ombra del campione che fu, Mattioli sale qualche altra volta ancora sul ring, ma l’ora di dire basta è sopraggiunta. Rocky, è proprio il caso di dirlo, appende i guantoni al chiodo, ma se l’illustrissimo Marciano è stato immenso, questo ragazzo abruzzese, che ne condivise le origini e come lui emigrò lontano in cerca di un’affermazione, ne è stato un degnissimo erede.

IL DECENNIO AI VERTICI MONDIALI DEL VOLLEY FEMMINILE PERUVIANO

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Le ragazze peruviane sul podio dei Giochi di Seul ’88 – da:as.com

Articolo di Giovanni Manenti

A livello di Sport mondiale, se pensi ad un Paese di poco più di 33milioni di abitanti come il Perù, l’immediata associazione è con il Calcio, disciplina maggiormente praticata e che ha visto la Nazionale partecipare a 5 edizioni dei Campionati Mondiali, con il suo periodo di maggior splendore durante gli anni ’70.

Per il resto, poco altro, se non il tennista Alex Olmedo, che nel suo anno di grazia 1959 raggiunge tre Finali del “Grande Slam”, affermandosi agli Australian Open ed a Wimbledon e venendo sconfitto da Neale Fraser agli US Open, per non parlare del medagliere olimpico.

Difatti, pur avendo gli atleti peruviani partecipato ad ogni edizione dei Giochi a far tempo da Berlino ’36 – con l’unica eccezione di quelli svoltisi ad Helsinki nel 1952 – il bottino raccolto è ben che mediocre, risolvendosi in soli quattro allori, di cui un unico oro risalente a Londra ’49 allorché ad imporsi è tale Edwin Vasquez nel tiro con la pistola da 50 metri …

Curiosamente, anche delle altre tre medaglie (tutte d’argento) conseguite da Los Angeles ’84 a Barcellona ’92, due provengono dal tiro, con Francisco Boza a contendere al nostro Luciano Giovannetti l’oro al Piattello Fossa ai Giochi californiani e Juan Giha a veder sfumare il gradino più alto del podio nel Piattello Skeet alla Rassegna catalana, ragion per cui l’unica altra disciplina a fregiarsi di un alloro olimpico è quella che conquista la seconda piazza ai Giochi di Seul ’88.

Non si tratta, però, di un’impresa isolata e fine a se stessa, in quanto corona un decennio, quello degli anni ’80, in cui la Nazionale peruviana di Volley femminile si è sempre ben distinta a livello internazionale, raggiungendo le semifinali – e salendo tre volte sul podio – tra i Mondiali ’82, dallo stesso Paese andino organizzati, e la citata edizione coreana delle Olimpiadi, dando dimostrazione di una solidità e compattezza di squadra non indifferente.

Peraltro con già una buona tradizione alle spalle – in occasione della sua prima partecipazione olimpica, a Città del Messico ’68, dove il Volley fa parte del programma per la seconda edizione dei Giochi, dopo esservi stato introdotto quattro anni prima a Tokyo ’64, le ragazze sudamericane colgono un significativo quarto posto alle spalle di Nazioni leader quali Urss, Giappone e Polonia – ribadita con la settima posizione di Montreal ’76 e la sesta di Mosca ’80, il Perù compie il cosiddetto “salto di qualità” in occasione della citata Rassegna iridata dallo stesso organizzata dal 12 al 25 settembre 1982.

Con le prime 7 edizioni dei Mondiali – inaugurati a livello femminile nel 1952 – ad aver visto imporsi solo Urss e Giappone (in 4 e 3 occasioni, rispettivamente …), già quattro anni prima, nel Torneo svoltosi in Unione Sovietica, vi era stata la riscossa del Volley centro/sudamericano, con il sestetto cubano del tecnico Eugenio George Lafita ad interrompere l’egemonia russo/nipponica superando dapprima le padrone di casa in semifinale (3-1, con parziali di 12-15, 16-14, 15-10, 15-12) e quindi travolgere le giapponesi nell’atto conclusivo con un 3-0 il cui andamento dei set (15-6, 15-9, 15-10) è di quelli da non lasciare spazio a recriminazioni di sorta.

Kermesse in cui il Perù aveva concluso in un’anonima decima posizione, per poi cedere due anni dopo 1-3 alle Campionesse mondiali cubani nella Finale per il quinto posto ai Giochi di Mosca ’80, dove le ragazze sovietiche avevano riscattato la delusione iridata conquistando il terzo oro olimpico della loro storia – dopo quelli di Città del Messico ’68 e Monaco ’72 ed essere state sconfitte in Finale dal Giappone a Tokyo ’64 e Montreal ’76 – superando 3-1 in Finale il sestetto della Germania Est.

Rassegna a cinque cerchi chiaramente condizionata dall’assenza delle giapponesi per l’adesione del proprio Paese al boicottaggio dichiarato dal Presidente Usa Jimmy Carter, circostanza che non tocca i Mondiali ’82 dove è presente il meglio del meglio del panorama del Volley internazionale, eccezion fatta per Germania Est e Cecoslovacchia che rinunciano alla trasferta sudamericana.

Con le 24 formazioni partecipanti suddivise in 6 Gironi da 4 squadre ciascuno, le padroni di casa non hanno certo difficoltà a sbarazzarsi (con altrettanti mortificanti 3-0, tra cui un triplo 15-0 alle malcapitate africane) di Canada, Indonesia e Nigeria cui un sorteggio benevolo le aveva abbinate nel Gruppo 1, per poi ben figurare nel secondo turno, dove giungono a pari punti (con 4 vittorie ed una sconfitta ciascuno) con Giappone e Corea del Sud nel Gruppo A, avendo la meglio su queste ultime solo grazie ad un miglior quoziente punti (1,577 ad 1,312), mentre le nipponiche si assicurano il primo posto per una miglior differenza set.

Piccolo dettaglio che fa la differenza, così come nell’altro Girone, dove a concludere a pari punti (sempre con 4 vittorie ed una sconfitta) sono stavolta Usa, Cina e Cuba – mentre le sovietiche crollano, sconfitte senza pietà per 0-3 da tutte e tre le riferite formazioni – con le Campionesse iridate in carica ad essere escluse dalle semifinali per una peggiore differenza set, così che le sfide per il podio vedono opposte Cina e Giappone da una parte e Perù e Stati Uniti dall’altra, una sorta di “doppio derby”, uno asiatico e l’altro nord/sudamericano.

Ed, ad avere la meglio, con altrettanti inequivocabili 3-0 (più netto quello sulle nipponiche con 45-21 il computo totale, con il confronto contro le statunitensi leggermente più equilibrato, come testimoniano i relativi parziali di 15-12, 15-12, 15-10) sono Cina e Perù che si affrontano per il titolo il 25 settembre ’82 al “Coliseo Amauta” della Capitale Lima.

Per la prima volta a trovarsi a disputare l’atto conclusivo di una grande manifestazione internazionale, le ragazze peruviane vengono travolte, nonostante l’appoggio del pubblico amico, da una Cina trascinata dalla fuoriclasse Lan Ping e che si impone con eloquenti parziali di 15-1 (!), 15-5, 15-11 per il 3-0 conclusivo che le incorona sul trono iridato per il primo, importante titolo della loro Storia.

Un successo al quale il sestetto cinese abbina anche l’Oro olimpico due anni dopo ai Giochi di Los Angeles ’84, in un Torneo peraltro condizionato dall’assenza – a causa del contro boicottaggio imposto da Mosca ai Paesi ricadenti nell’orbita sovietica – di Urss, Cuba e Germania Est, ed al quale il Perù si qualifica quale vincente del Campionato sudamericano 1983.

Con sole 8 formazioni iscritte, il sestetto peruviano – con un’età media alquanto bassa, visto che la più esperta nonché anziana (si far per dire …) è Maria Cecilia del Risco che, a dispetto dei suoi 24 anni, ha già partecipato ai Giochi di Mosca ’80 e di Montreal ’76 allorché aveva appena 16anni, stessa età delle più giovani della compagnia, ovvero Miriam Gallardo e Gabriela Perez del Solar – è inserito nel Gruppo B assieme a Canada, Giappone e Corea del Sud e, dopo il facile successo sulle nordamericane e l’altrettanto netta sconfitta sulle asiatiche, il passaggio alle semifinali si decide nella sfida contro le coreane, emozionante ed incerta quanto mai, visto che le sudamericane sprecano un vantaggio di 2 set a 0 (15-8 e 15-6 i parziali) facendosi raggiungere sul 2-2 (15-7 e 15-6 le repliche asiatiche) per poi ritrovare la giusta concentrazione ed imporsi 15-13 nell’ultimo, decisivo set.

Con Stati Uniti e Cina ad essersi qualificate nell’altro Girone, le semifinali incrociate – che replicano esattamente quelle di due anni prima nella Rassegna iridata – ne certificano la relativa superiorità, in quanto, se il “derby asiatico” vede ancora vincitrici le cinesi (curiosamente ripetendo il punteggio totale di 45-21 con cui si era conclusa la sfida ai Mondiali), l’esito dell’altro confronto è diametralmente opposto, con le americane a sfruttare stavolta il vantaggio del fattore campo, imponendosi con un 3-0 che solo nel primo set (concluso sul 16-14) vede un certo equilibrio, per poi mettere a segno un 15-9 ed un 15-10 nei due successivi parziali.

Perù che fallisce anche il gradino più basso del podio, sconfitto nella Finale per il bronzo 1-3 dal Giappone, mentre per il sestetto asiatico Mondiale od Olimpiade – in cui, ricordiamo, la Cina è al suo esordio, dopo decenni di isolamento – non fa gran differenza, venendo anche gli Usa demoliti con un 3-0 (16-14, 15-3, 15-9) in cui le padrone di casa oppongono resistenza solo nel set inaugurale.

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Una fase di Perù-Giappone a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

Si potrebbe obiettare – con una qual certa dose di ragione – come tali risultati siano stati ottenuti sfruttando, in un caso, il fattore campo e, nell’altro, approfittando dell’assenza dei Paesi del blocco sovietico, osservazione che però viene meno nelle due successive grandi Manifestazioni, vale a dire la Rassegna iridata che si svolge in Cecoslovacchia dal 2 al 13 settembre ’86 ed i “Giochi della riappacificazione” di Seul ’88, ai quali è assente la sola Cuba tra le Nazioni di maggior prestigio.

Va, al contrario, sottolineato come il giovane gruppo che aveva partecipato alle Olimpiadi californiane si sia consolidato e creata una formazione coesa, al punto che ben 9 delle componenti la rosa del 1984 vengono confermate a quattro anni di distanza, dopo che le peruviane avevano acquisito un’ulteriore positiva esperienza a livello internazionale nel corso dei citati Mondiali ’86, in cui sono inserite nel tutt’altro che semplice Gruppo C, assieme a Cuba e Brasile, oltre alla Germania Ovest, classica “ultima ruota del carro”.

Con le cubane ad aver riacquisito la forma e la determinazione che le aveva issate sul tetto del Mondo nel ’78, e che si impongono sul Perù per 3-2 nel match di apertura, diviene determinante la sfida all’ultimo turno contro il Brasile, superato per 3-1, in quanto detti risultati sono considerati validi per il secondo Girone a sei con Bulgaria, Cecoslovacchia e Corea del Sud, prime tre classificate del Gruppo A.

La disparità di valori tra i due Gironi eliminatori emerge in tutta la sua interezza allorché la sola Bulgaria riesce ad imporsi per 3-2 sul Brasile, mentre tutte le altre sfide sono appannaggio delle formazioni provenienti dal Gruppo C, ragion per cui Cuba mantiene il primo posto per effetto del successo nello scontro diretto ed il sestetto peruviano accede comunque anch’esso alle semifinali incrociate, avversaria la Cina Campionessa iridata ed olimpica in carica, che ha sinora compiuto “percorso netto” nel suo cammino, concedendo altresì un solo set (alla Germania Est, giunta alle sue spalle …) nei 6 incontri sinora disputati …

Tradizione che non si smentisce neppure in semifinale, che vede le asiatiche imporsi con un netto 3-0, così come Cuba fa sua l’altra sfida con la Germania Est per 3-1, punteggio con cui si concludano anche le due Finali, con il Perù a confermarsi sul podio per la seconda edizione consecutiva della rassegna iridata dopo l’argento di quattro anni prima, mentre la Cina corona il suo periodo di massimo splendore infilando il tris di trionfi tra Mondiali ed Olimpiadi.

All’approssimarsi dei Giochi di Seul ’88 sono in molti a domandarsi cosa stia succedendo al movimento pallavolistico sovietico, il quale manca da una Finale iridata dall’edizione di Messico ’74 – Torneo peraltro che non prevedeva sfide dirette, bensì un Girone finale all’italiana dove comunque ad affermarsi sono le giapponesi con tutte vittorie, così che il successo sull’Urss per 3-0 all’ultima giornata rappresenta, di fatto, una Finale essendovi le due squadre giunte a pari merito – nonché fuori dal podio nelle due ultime rassegne dopo il bronzo del 1978, suscitando un discreto interesse al riguardo, visto che comunque nella Capitale coreana, al di là della limitazione delle iscritte a sole 8 squadre, vi è il Gotha del Volley mondiale, con la sola già citata assenza di Cuba, rimpiazzata dal Brasile.

Ciò sta a significare che – dato l’elevato tasso tecnico in lizza – ogni gara deve essere vissuta come una sorta di spareggio e la composizione dei due Gironi eliminatori che qualificano direttamente alle semifinali incrociate le prime due classificate rappresenta una sorta di “deja vu” per le peruviane, visto che vengono abbinate ancora a Cina e Stati Uniti, ovvero le formazioni contro cui si erano infranti i loro sogni di gloria nelle precedenti manifestazioni, assieme al Brasile …

Un “Girone della morte” dal quale le peruviane – con tre giocatrici, Cecilia Tait, Gina Torrealva e Natalia Malaga, alla loro terza Olimpiade consecutiva – ne escono dando una prova di forza caratteriale non indifferente, visto che, dopo il facile successo per 3-0 sul Brasile, vengono a capo solo al quinto set di una durissima sfida con le Campionesse olimpiche in carica cinesi (13-15, 15-13, 7-15, 15-12, 16-14), per poi rischiare di mandare tutto in fumo ritrovandosi, nel terzo incontro con gli Usa, sotto 0-2 (12-15 e 9-15) prima di invertire completamente l’inerzia della gara e dominare i restanti parziali 15-4, 15-5, 15-9 per un primo posto nel Girone che sta a significare abbinamento in Semifinale contro il Giappone, secondo nell’altro raggruppamento alle spalle della ritrovata Unione Sovietica.

La gara del 27 settembre ’88 rappresenta una svolta “storica” per il Volley peruviano, poiché in caso di vittoria le ragazze sarebbero certe di una medaglia (oro od argento che sia …), evento che, come ampiamente evidenziato in premessa, da quelle parti è un qualcosa di più unico che raro a livello olimpico, e così aggrediscono le rivali asiatiche con una determinazione che le fa volare sul 2-0 in un amen (15-9, 15-6 i parziali), solo per subire la rimonte della mai dome giapponesi che, riordinate le idee, si riportano in partita aggiudicandosi terzo e quarto set 15-6 e 15-10.

Con l’obiettivo di una medaglia a rischio di svanire, la maggior fame delle peruviane rispetto alle avversarie – che, da quando la Pallavolo ha fatto il suo ingresso ai Giochi sono sempre salite sul podio salvo che a Mosca ’80 in quanto assenti – fa la differenza, ed in una partita in cui emerge la 24enne Denisse Fajardo, autrice di ben 13 punti vincenti rispetto alla consueta dote di Perez del Solar e Tait (10 ed 8 rispettivamente), il 15-12 con cui si conclude il quinto e decisivo set certifica quanto meno argento sicuro.

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Una fase della Finale Urss-Perù a Seul ’88 – da:as.com

Si potrebbe pensare che il risultato raggiunto possa aver “scaricato” la tensione in casa peruviana, ma così non è, e le prime ad accorgersene sono proprio le sovietiche – che, dal canto loro, non hanno avuto problemi a schiantare una Cina che, senza la sua leader Lan Ping vale molto meno delle precedenti – allorché, nella Finale del 29 settembre si ritrovano sotto 0-2 (10-15, 12-15), prima di sfruttare la loro superiore potenza fisica e riequilibrare le sorti del match facendo propri il terzo e quarto parziale (15-13, 15-7) e rimandare la decisione su chi fregiarsi dell’oro olimpico al quinto e decisivo set.

Sono passati esattamente 40 anni dall’unica medaglia di metallo pregiato conquistata dal Perù ai Giochi – la già citata vittoria di Vasquez nel tiro con la pistola da 50 metri a Londra ’48 – e questo ricordo deve indubbiamente essere servito da sprone per le ragazze andine (Tait e Perez del Solar su tutte, con 17 e 16 punti vincenti rispettivamente …) al fine di lottare su ogni singola palla per coronare un sogno che le avrebbe consegnate alla Gloria eterna, ma alla fine a spuntarla sono le sovietiche, trascinate da una mostruosa Irina Smirnova che mette a terra 24 punti vincenti, per il 17-15 che conclude il quinto parziale.

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Le lacrime delle ragazze peruviane dopo la sconfitta – da:as.com

Come spesso accade in questi frangenti, alle sconfitte restano i cosiddetti “premi di consolazione” ed, oltre alla medaglia d’argento, infatti Cecilia Tait viene premiata come MVP del Torneo e Gabriela Perez del Solar – una “stanga” di m.1,94 per 72kg. (!!) e che a fine Giochi si trasferisce in Italia per fare le fortune dapprima di Ravenna e quindi di Matera, Modena e Bergamo – per la miglior ricezione, ma siamo sicuramente certi che avrebbero lasciato volentieri detti riconoscimenti alle avversarie in cambio della loro medaglia d’oro …

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L’accoglienza trionfale al ritorno in Perù – da:as.com

Peraltro, la Nazionale di Volley viene accolta al ritorno in Patria in modo trionfale, come se avesse realmente vinto l’oro, ma d’altronde, come ricordato all’inizio, si trattava pur sempre della terza medaglia olimpica nella Storia dei Giochi per il Paese andino, anche se il rammarico per un’occasione sfumata difficilmente ripetibile e sfumata per un soffio sarà difficile da cancellare dalla mente di coloro che tentarono l’impresa …

Ad un passo dal cielo”, verrebbe da dire, non è così, forse …??

 

GEORGE GREGAN, L’UOMO DEI RECORD DEL RUGBY AUSTRALIANO

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George Gregan – da:georgegregan.com

Articolo di Giovanni Manenti

Fedeli alla trama del film cult “Sliding Doors”, non potremo mai sapere quale potrebbe essere stata la sua carriera sportiva qualora i genitori non avessero deciso di trasferirsi in Australia allorquando non aveva ancora compiuto due anni di età …

Già, perché George Gregan, uno dei più talentuosi mediani di mischia nella Storia del Rugby mondiale, nasce a Lusaka, Capitale dello Zambia, il 19 aprile 1973 da padre australiano e madre dello Zimbabwe, curiosamente nello stesso Ospedale dove, due anni dopo, vede la luce Corné Krige che avrebbe indossato la fascia di Capitano del Sudafrica all’epoca in cui Gregan ricopre identico incarico per i Wallabies.

Con ogni probabilità si sarebbe dedicato al Calcio, lo Sport nazionale zambiano – ne sanno qualcosa anche gli Azzurri, umiliati per 0-4 alle Olimpiadi di Seul ’88 – mentre nel Paese dei Canguri piace molto di più avere a che fare con una palla ovale anziché sferica, ed il gioco è fatto.

Cresciuto nella Capitale Canberra, Gregan è anche un promettente studente, frequenta il “St Edmund’s College” e consegue la Laurea in Educazione Fisica all’Università di Canberra, nel mentre inizia a farsi strada nel mondo del Rugby, tanto da essere selezionato per le rappresentative australiane Under 19 ed Under 21, prima di fare il suo esordio nella Nazionale maggiore, il 18 giugno ’94 a Brisbane contro l’Italia, che impegna i padroni di casa ben oltre le aspettative, risultando sconfitta per il ridotto margine di 23-20, per poi replicare ad una settimana di distanza per un più netto 20-7.

Ad inizio agosto, Gregan segna i suoi primi punti per i Wallabies andando in meta nel facile successo per 73-3 sulle Isole Samoa, per poi concludere il suo primo anno tra i grandi con la ben più importante vittoria contro la Nuova Zelanda, valida per la “Bledisloe Cup”, superata 17-6 il 17 agosto ’94 a Sydney, data importante per il 21enne George, in quanto un suo miracoloso placcaggio sull’ala All Black Jeff Wilson lanciata in meta assicura il successo ai propri colori e ne rafforza la credibilità all’interno della squadra.

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Il celebre placcaggio di Gregan su Jeff Wilson – da:timclayton.photoshelter.com

Ne è convinto anche il Commissario Tecnico Bob Dwyer, che difatti non manca di inserire Gregan tra i selezionati per la terza edizione della Coppa del Mondo ’95 che si svolge in Sudafrica, manifestazione in cui si alterna con Peter Slattery nel ruolo di mediano di mischia e che vede peraltro l’Australia, detentrice del titolo, eliminata nei Quarti di Finale, sconfitta 25-22 dall’Inghilterra.

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Gregan in azione contro l’Inghilterra alla Coppa del Mondo ’95 – da:gettyimages.ae

Altra stagione della svolta è il 1996, più che altro a livello generale, in quanto il Rugby volge al Professionismo con la costituzione di due importanti manifestazioni, di cui la prima, a livello di Club, chiamata “Super 12” (in quanto vi prendono parte 12 formazioni) e riservata a formazioni di Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, successivamente modificata in “Super Rugby” stante il progressivo allargamento sno alle attuali 18 squadre, con l’inserimento altresì di una rappresentante argentina ed una giapponese.

Alla stessa stregua, nel medesimo anno prende anche il via il “Tri Nations”, versione australe del “Cinque Nazioni” europeo, a cui partecipano le Nazionali di Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, salvo tramutarsi, a far tempo dal 2012, nel “Rugby Championship” per l’inserimento anche dell’Argentina, cosi come il Torneo del Vecchio Continente aveva visto l’allargamento all’Italia a partire dall’edizione 2000.

Per Gregan, questo comporta la sottoscrizione di un contratto – assieme al compagno di Nazionale Stephen Larkham – con i Canberra Brumbies, con cui resta per 11 stagioni sino al 2007, anno che lo vede altresì chiudere la propria esperienza con i Wallabies, andando per la prima volta a sfiorare la conquista del titolo nel 1997, allorché i suoi Brumbies vengono sconfitti 23-7 dagli Auckland Blues, trascinati dal mediano di apertura Carlos Spencer, nella Finale disputata in Nuova Zelanda il 31 maggio ’97.

Meno soddisfacente è, al contrario, il biennio in maglia gialloverde, con l’Australia a chiudere all’ultimo posto (in entrambi i casi con una vittoria e tre sconfitte) i Tornei 1996 e ’97 del “Tri Nations”, subendo un pesante 6-43 a Wellington contro gli All Blacks il 6 luglio ’96 (ancorché Gregan sia rimasto confinato in panchina per l’intero match) ed un ancor più umiliante 22-61 contro gli Springbocks il 23 agosto ’97 a Pretoria, con Gregan stavolta nel suo ruolo di mediano di mischia, con l’amico Larkham a fungere da estremo.

Risultati che, come logica conseguenza, costano il posto al Tecnico Greg Smith, sostituito da Rod MacQueen, musica per le orecchie di Gregan, visto che il 48enne originario di Sydney altri non è che il suo allenatore ai Brumbies, un binomio che non tarda a dare i suoi frutti.

Ed anche se, a livello di Club, inizia nel “Super 12” l’egemonia dei fortissimi Crusaders neozelandesi – che si aggiudicano tre edizioni consecutive dal 1998 al 2000, vincendo quest’ultima edizione affermandosi 20-19 sul terreno del “Bruce Stadium” di Canberra contro proprio i Brumbies, che nelle loro file hanno un altro punto di forza della Nazionale, nell’ala/interno Stirling Mortlock – con i Wallabies le cose migliorano, come testimonia il successo nella “Bledisloe Cup” ’98, avendo la meglio sulla Nuova Zelanda in tutti e tre i confronti disputati, anche se il successo nel “Tri Nations” ’98 arride al Sudafrica …

All Blacks che si riscattano nell’edizione ’99, così da presentarsi – come sempre, del resto – in veste di favoriti alla Coppa del Mondo che si svolge nel Vecchio Continente, tra Regno Unito e Francia, manifestazione per la quale il Commissario Tecnico MacQueen convoca ben 10 giocatori dei Brumbies, con l’eccezione di Mortlock, ancora in attesa di fare il suo esordio in Nazionale.

Tenuto a riposo nella terza gara del Girone eliminatorio contro gli Usa (portata facilmente a casa per 55-19) dopo il determinante successo contro l’Irlanda per 23-3 che garantiva l’accesso diretto ai Quarti, Gregan è decisivo con due mete – la prima delle uniche due occasioni in cui realizza un tale risultato in Nazionale – nella vittoria per 24-9 al “Millennium Stadium” di Cardiff contro i padroni di casa gallesi, che schiude all’Australia le porte delle semifinali, avversari i Campioni in carica degli Springbocks.

Match equilibrato e spigoloso, dove l’importanza delle mischie è capitale, visto che nessuna delle due squadre riesce ad oltrepassare la linea di meta, ed a risultare decisiva – dopo che al termine dei tempi regolamentari il punteggio è fermo sul 18 pari, con i Wallabies raggiunti da due piazzati del mediano di apertura Jannie de Beer negli ultimi minuti di gioco – è la precisione al piede dell’estremo Matt Burke ed un drop di Larkham in mezzo ai pali a fare la differenza per il 27-21 che manda l’Australia per la seconda volta in Finale dopo il trionfo del ’91.

Preparati ad affrontare gli All Blacks per la più classica delle sfide dell’emisfero australe, Lomu & Co. subiscono viceversa, il giorno dopo, la loro prima sconfitta in Coppa del Mondo contro una squadra europea, sprecando un vantaggio di 24-10 maturato ad inizio ripresa per essere travolti 43-31 da uno scatenato XV di Francia che entra con una facilità irrisoria nella disorientata difesa neozelandese.

Francesi che non si ripetono il 6 novembre ’99, giorno della Finale al “Millennium Stadium” di Cardiff, allorché i 72.500 spettatori assistono ad un dominio australiano grazie alla “magica coppia” di mediani formata dai compagni di Club Gregan e Larkham che consente al XV di MacQueen, andato al riposo sul 12-6 costituito solo da calci piazzati, di respingere il tentativo di rimonta transalpino affidato al piede di Christophe Lamaison, violando per due volte la meta avversaria con l’ala Ben Tune ed il subentrato Owen Finegan per il 35-12 conclusivo che certifica il bis mondiale australiano, concedendo il Tecnico altresì a Gregan la “standing ovation” da parte del pubblico, sostituendolo ad 1’ dal termine.

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Se questo è indiscutibilmente l’apice della carriera del talentuoso mediano di mischia, altre soddisfazioni non mancano certo nel successivo quinquennio, a cominciare dai successi nelle edizioni 2000 e 2001 del “Tri Nations”, stagione quest’ultima che vede Gregan affermarsi finalmente, dopo due Finali perse, anche nel “Super 12”, alzando da Capitano il trofeo dopo la netta vittoria per 36-6 a spese dei Coastal Sharks sudafricani.

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Gregan

Torneo che vede i Brunbies tornare nuovamente a disputare la Finale per il titolo anche l’anno seguente, trovando stavolta la strada sbarrata dai già citati Crusaders che si impongono 31-13 nella sfida andata in scena a Christchurch, mentre a livello di Nazionale si era registrato nel 2001 il cambio della guardia in panchina, con MacQueen sostituito da Eddie Jones, anch’egli proveniente dall’esperienza coi Brumbies che aveva condotto al ricordato titolo nel “Super 12”.

Per il nuovo Commissario Tecnico vi è una grande responsabilità, ovvero tornare a sollevare la “William Webb Ellis Cup” a quattro anni di distanza dal trionfo di Cardiff nella quinta edizione della Coppa del Mondo ’03 che si disputa proprio in Australia, pressione non indifferente, ma alla quale si appresta a partecipare potendo contare sullo “zoccolo duro” dei suoi ragazzi dei Brumbies, con l’oramai collaudata coppia Gregan/Larkham ad orchestrare il gioco nella zona nevralgica del campo.

Sicuramente l’intesa tra i due mediani cementata in centinaia di partite disputate tra Club e Nazionale aiuta non poco i Wallabies, che, inseriti nel Gruppo A assieme ad Irlanda, Argentina, Romania e Namibia, vengono a capo di un ostico match contro il XV del trifoglio che vale il primo posto nel Girone solo per 17-16, ringraziando anche una prodezza di Gregan che mette a segno un drop, non certo la specialità della casa, visto che trattasi del suo terzo, nonché ultimo, realizzato in Nazionale.

Superato lo spavento, gli accoppiamenti dei Quarti prevedono un turno sostanzialmente non impossibile contro la Scozia, difatti annientata per 33-16, nel cui tabellino figurano anche Gregan e Mortlock con una meta a testa, mentre ben più atteso ed impegnativo è il confronto con gli “odiati rivali” degli All Blacks, dai quali avevano ricevuto una dura lezione (21-50) a fine luglio a Sydney nel corso del “Tri Nations”, che i neozelandesi si erano aggiudicati a punteggio pieno.

L’impianto è lo stesso, lo “Stadium Australia” di Sydney, così come sono ancora 82mila gli spettatori che ne gremiscono le tribune, solo che l’esito è totalmente diverso, con la difesa gialloverde a concedere una sola meta agli avversari, nel mentre il pacchetto di mischia dei Wallabies regge l’urto All Black e l’interno Elton Flatley si dimostra impeccabile sui piazzati, centrando ben 5 volte i pali, oltre a trasformare la meta di Mortlock per il 22-10 che certifica la terza Finale in 5 edizioni della manifestazione per gli australiani.

Per Gregan, oramai superate le 30 primavere ed altresì promosso Capitano dopo l’addio di John Eales, sollevare al cielo la Coppa significherebbe il coronamento di una già di per sé straordinaria carriera, ed è per questo che possiamo perdonargli una leggera “caduta di stile” allorché, a conclusione della semifinale, si rivolge agli sconfitti neozelandesi con il poco sportivo: “Four more years, boys, four more years …”, intendendo che avrebbero dovuto attendere altri quattro anni prima di tentare ancora una volta la scalata al titolo.

Titolo che, però, sfugge anche a Gregan, il quale vede il suo sogno svanire al 100’ minuto della Finale contro l’Inghilterra protrattasi sino ai tempi supplementari, per il quanto mai celebre drop del mediano di apertura Jonny Wilkinson per il 20-17 che sancisce il trionfo del “XV della Rosa, a tutt’oggi l’unico successo di una Nazione Europea nella competizione …

Per Gregan, che comincia a fare i conti con la carta d’identità, iniziano a far notizia più i record individuali che non le vittorie, pur se i suoi Brumbies fanno loro l’edizione ’04 del “Super 12”, avendo la meglio il 22 maggio al “Canberra Stadium” sui fortissimi Crusaders neozelandesi, in cui militano i due fenomeni Richie McCaw e Dan Carter, sconfitti 47-38 in una delle più appassionanti sfide della storia della manifestazione, per quello che resta l’ultimo successo del Club, che in seguito torna a disputare l’atto conclusivo solo nel 2013, venendo sconfitto 22-27 dai Chiefs neozelandesi.

Difatti, il 31 luglio 2004 a Perth, nel match valido per il “Tri Nations” contro il Sudafrica e vinto per 30-26, Gregan taglia il traguardo delle 100 presenze coi Wallabies, primo giocatore a riuscire in una tale impresa dai 101 “caps” raggiunti di David Campese a dicembre ’96, per poi vivere un periodo non felice sia a livello sportivo che familiare …

Sul secondo versante, infatti, ad ottobre dello stesso anno Gregan annuncia pubblicamente che suo figlio di 4 anni è affetto da epilessia, lanciando una campagna di sensibilizzazione nel suo Paese contro tale malattia caratterizzata dallo slogan “Get on the Team” (“Entra nella Squadra”), mentre dal punto di vista professionale è costretto a saltare buona parte del “Super 12” ’05 a seguito della frattura di una gamba in uno scontro di gioco contro i Waratahs in Canberra, facendo il suo rientro nel match vinto per 69-21 contro l’Italia il 25 giugno ’05.

Ed anche se il 2005 è un “annus horribilis” per il XV australiano – che porta come conseguenza il siluramento di Eddie Jones quale Commissario Tecnico – con sole 5 vittorie a fronte di 8 sconfitte, tra cui tutte e 4 le gare del “Tri Nations”, proprio nell’ultimo turno di tale Torneo, il 3 settembre ’05 ad Auckland, nella sconfitta per 24-34 contro la Nuova Zelanda, Gregan eguaglia il record assoluto di presenze in Nazionale detenuto dall’inglese Jason Leonard con 114, venendo omaggiato dai partecipanti alla sfida facendo sì che entrasse per primo e da solo in campo rispetto agli altri giocatori.

Un primato poi superato due mesi dopo nell’incontro disputato a Marsiglia contro la Francia e che, nelle sue ultime due stagioni con la maglia dei Wallabies, Gregan incrementa sino a quota 139 presenze, nel mentre dapprima eguaglia e poi supera il numero di volte (55) detenuto da John Eales quale capitano del XV australiano, arrivando sino a quota 59 così da raggiungere in vetta alla speciale classifica a livello internazionale l’inglese Will Curling, anche se detto record viene successivamente migliorato dal sudafricano John Smit nel 2009, a causa anche del fatto che a Gregan viene preferito Mortlock quale Capitano in occasione della Coppa del Mondo ‘07.

Per quanto concerne, viceversa, il primato delle citate 139 presenze complessive, lo stesso resiste tuttora a livello nazionale, mentre il solo ad averlo migliorato nel resto del pianeta è la leggenda neozelandese Richie McCaw, giunto sino a quota 148 al momento del suo ritiro dopo la vittoria nella Coppa del Mondo 2015.

Un Mc Caw anch’egli in grado di disputare, al pari di Gregan, quattro edizioni dei Mondiali, con quella svoltasi in Francia nel 2007 a rappresentare l’epilogo della sua carriera, sconfitto 10-12 nei Quarti da un Inghilterra andata a segno esclusivamente con quattro piazzati di Wilkinson, stesso percorso raggiunto dalla Nuova Zelanda, sconfitta 18-20 dalla Francia per l’unica volta, nella Storia della Manifestazione, che gli All Blacks non raggiungono le Semifinali …

L’addio alla Nazionale era stato preceduto, pochi mesi prima, da quello al Club, con cui Gregan, così come l’inseparabile compagno Larkham, si congeda scendendo per l’ultima volta in campo davanti ai suoi tifosi il 28 aprile 2007 – 10 giorni dopo il compimento dei 34 anni – nel successo per 15-6 sui Crusaders, al termine del quale vengono entrambi festeggiati con l’annuncio che una tribuna del “Canberra Stadium” avrebbe preso il loro nome.

Ma il saluto al proprio Paese non coincide con l’addio all’attività agonistica da parte di Gregan che, assieme al sudafricano Victor Matfield ed ai neozelandesi Andrew Mehrtens ed Anton Oliver, si accasa al Toulon, in Francia, contribuendo alla promozione del Club nella Prima Divisione transalpina, denominata “Top 14, per poi trasferirsi addirittura in Giappone, nelle file del Suntory Sungoliath, prima di ritirarsi definitivamente nel 2011, a 38 anni di età.

Questo, in sintesi, ciò che George Gregan ha rappresentato per il Rugby australiano e non solo, magari amato od odiato per la sua spavalderia, ma si è certamente ritagliato durante la sua carriera un ruolo di primo piano tra i più grandi di ogni epoca.

Celebre per la sua visione di gioco e la velocità con cui riusciva a distribuire l’ovale, Gregan – a dispetto di un fisico non eccezionale (m.1,73 per 76kg.) – non si è mai tirato indietro quando c’era da lottare per portare a casa la vittoria, venendo per questo rispettato per la leadership ed il carisma che era in grado di trasmettere ai compagni, nonché per l’elevata determinazione a conquistare il successo.

Tutto questo, ovviamente, grazie alla scelta dei genitori di far ritorno in Australia …

 

JULIUS ERVING, IL “DOCTOR J” CHE HA ESALTATO PER 15 ANNI IL BASKET USA

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Julius Erving con la maglia dei 76ers – da:nba.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando nell’estate 1976 la seconda Lega Professionistica di Basket Usa, ovverossia la ABA (American Basketball Association) è costretta a chiudere i battenti dopo 9 anni di attività per gravi problemi finanziari, delle 7 franchigie che ne facevano parte – rispetto alle 10 delle edizioni precedenti, i Baltimore Claws non avevano iniziato la stagione, mentre i San Diego Sails e gli Utah Stars non la terminano – solo 4 confluiscono nella preesistente e più affermata NBA (National Basketball Association).

Tra queste, vi sono i New York Nets, che portano (o meglio avrebbero voluto portare …) in dote – dato che per sostenere i maggiori costi della nuova Lega sono costretti a cederlo – la “Stella dell’ABA”, ovverossia l’ala piccola Julius Erving, da tre anni votato come MVP (Most Valuable Player) della disciolta Federazione.

Un Erving che, per la verità, nella NBA aveva già “rischiato” di giocarvi già quattro anni prima, andando a completare un “trio da favola” a Milwaukee con Oscar Robertson e Kareem Abdul-Jabbar, ma di questo avremo tempo per tornarci su, occupandoci prima delle origini di questo “fenomeno” del parquet.

Julius Winfield Erving nasce il 22 febbraio 1950 ad East Meadow, sull’isola di Long Island, nello Stato di New York, per poi crescere nel quartiere Roosevelt e frequentare la “Roosevelt High School”, dove riceve il soprannome di “Doctor” che lo accompagna per tutta la carriera.

A dire il vero, tale “nickname” è poco più di un gioco tra Julius ed un suo fraterno amico, tale Leon Saunders, con cui frequenta il Liceo e che lui chiama “The Professor” ottenendo di rimando “The Doctor”, un modo di appellarsi reciprocamente che, in effetti, sarebbe dovuto restare circoscritto alla loro sfera intima, se non fosse che è lo stesso Erving a renderlo di dominio pubblico allorché inizia a far valere i numeri della sua classe cristallina, tant’è che il pubblico lo definisce “Black Moses” (“Il Mosè nero”) ed Houdini, al che ad un cronista che lo apostrofa con un: “non so più come definirti” dopo una partita, lui risponde candidamente: “se proprio volete darmi un soprannome, chiamatemi Dottore …

Nasce così il mito di “Doctor Julius”, poi trasformato nel più semplice “Doctor J” di cui sono piene le pagine del Romanzo del Basket Usa, da lui stesso alimentato nel biennio in cui frequenta la “University of Massachusetts”, realizzando medie di 26.3 punti e 20,2 rimbalzi a partita, uno dei soli sei giocatori di ogni epoca ad essere riuscito nell’impresa di superare “quota 20” in entrambe tali statistiche.

Ma, a 21 anni, Julius desidera bruciare le tappe ed, anziché proseguire negli studi – conseguirà la laurea in leadership creativa ed amministrazione solo nel 1986, solo per rispettare una promessa fatta alla madre – si affaccia al Basket professionistico, dovendo giocoforza scegliere una formazione della ABA in quanto le regole del tempo della NBA non consentivano di tesserare giovani che non avessero lasciato il liceo da almeno quattro anni …

Ed ecco, allora, Erving sottoscrivere un contratto quadriennale da 500mila dollari con i “Virginia Squares”, franchigia della città di Norfolk, in Virginia, con cui, nella sua stagione da “Rookie”, realizza medie da 27,3 punti, 15,7 rimbalzi e 4,0 assist a partita, con gli Squares a perdere la Finale di Conference 3-4 contro i New York Nets, con il “Dottore” ad elevare le sue percentuali alla stratosferica quota di 33,3 punti, 20,4 rimbalzi e 6,5 assist nel corso dei Playoffs.

Divenuto tesserabile per la NBA, nel Draft del 10 aprile ’72 Julius Erving viene scelto al primo giro come dodicesimo dai Milwaukee Bucks, edizione che vede fare il loro ingresso nella NBA anche a Bob McAdoo e Paul Westphal, solo che vi è un “piccolo” problema …

Difatti, prima di tale data, Erving si era già accordato con gli Atlanta Hawks, sottoscrivendo un contratto da un milione di dollari dopo essere entrato in contrasto con i Virginia Squares ai quali aveva chiesto la rinegoziazione dei suoi compensi, avendo scoperto che il suo agente dell’epoca, Steve Arnold, era in realtà un impiegato della Società e lo aveva convinto ad accettare condizioni inferiori.

Un bel “busillis”, con tre squadre (oltretutto di due Leghe diverse …) a pretendere i servigi del “Dottore”, e mentre la franchigia di Norfolk si rivolge al Tribunale per pretendere il rispetto del contratto, James Walter Kennedy, il “Commissioner” della NBA, dà ragione ai Bucks che hanno acquisito i diritti sul giocatore tramite il Draft, comminando una multa di 25mila dollari agli Hawks ogni qualvolta Erving – che si stava allenando con loro – fosse sceso in campo, anche solo per una gara amichevole.

L’ultima parola, però, spetta al Giudice Edward Neaher, il quale emette un verdetto con cui ingiunge ad Erving il divieto di giocare con qualsiasi squadra che non fossero i Virginia Squares ed ecco che, per il Dottore, il sogno di far parte della “Grande Famiglia” della NBA deve essere rimandato.

Si potrebbe pensare che una tale decisione abbia inciso sul rendimento di Erving nella successiva stagione, niente di più falso in quanto una cosa sono i diritti salariali ed un’altra la professionalità sui parquet, incrementando anzi a 31,9 la sua media punti a partita, per poi essere comunque la “chiave” che consente a Virginia di sopravvivere per altre tre stagioni nell’ABA a causa dei gravi problemi finanziari che la affliggono.

Ecco pertanto la franchigia scambiare Erving e Willie Sojourner con i New York Nets, ricevendo in contropartita George Carter, Kermit Washington e, soprattutto, 750mila dollari con cui sistemare le casse societarie, mentre i Nets completano il quintetto per poter aspirare al titolo al quale erano andati vicino nel 1972, perdendo 2-4 la Serie Finale contro gli Indiana Pacers.

Il triennio nella sua città natale è quello della definitiva consacrazione per Erving, il quale, oltre a ricevere per tre stagioni consecutive il titolo di MVP della Lega, trascina letteralmente i New York Nets a due titoli nel 1974 (4-1 agli Utah Stars) e ’76 (4-2 ai Denver Nuggets), circostanze in cui si vede assegnare anche la palma di MVP dei Playoffs – con una straordinaria media di 34,7 punti, 12,6 rimbalzi e 4,9 assist a partita nella Post Season ’76 – ma, sopra ogni cosa, si impone all’attenzione generale per il suo gioco altamente spettacolare, fatto in particolare di un’agilità e potenza atletica sinora sconosciute, e che trova la sua sublimazione nelle spettacolari schiacciate, per eseguire le quali salta ben oltre le braccia protese dei difensori, avvitandosi e restando a lungo sospeso in aria come mai si era visto prima.

Esecuzioni che mandano in delirio i fans e che fanno di Erving “l’oggetto del desiderio” di molte altre franchigie della NBA, specie dopo che emergono le difficoltà finanziarie dei Nets – che in vista della nuova avventura si erano aggiudicati anche le prestazione del futuro “Hall of Famer” Nate Archibald – allorché i “cugini” del New York Knicks chiedono loro un indennizzo di 4,8milioni di dollari per aver “invaso” il loro territorio, una somma elevata che andava a sommarsi alle maggiori tasse da pagare per partecipare alla nuova Lega Professionistica unificata.

Non sapendo più come riuscire a far quadrare i conti, Roy Boe, proprietario dei Nets, dapprima cerca di convincere Erving a rinunciare al promesso aumento di stipendio, ricevendo un netto rifiuto, e quindi offre il giocatore ai Knicks in cambio della rinuncia alla citata indennità, proposta che viene rigettata solo per passare agli annali come la “peggior decisione” nella storia della franchigia.

Con le spalle al muro, Boe è costretto ad accettare l’offerta dei Philadelphia 76ers che rilevano il contratto da 3milioni di dollari di Erving sborsandone un’ulteriore identica cifra per il giocatore, notizia che fa il giro del mondo e che, se serve a rivitalizzare il mondo un po’ in declino della NBA, di sicuro incide sul rendimento dei Nets, con lo stesso Boe, anni dopo, a rimpiangere l’accaduto: “L’accordo di fusione tra le due Leghe mi consentì di approdare alla NBA, ma mi costrinse a distruggere la squadra vendendo Erving per pagare il salatissimo conto …” …

Certamente, non hanno di che lamentarsi nella “Città dell’Amore fraterno” che, dopo essere stati eliminati l’anno precedente al primo turno dei Playoffs, si aggiudicano il titolo della Eastern Conference avendo la meglio 4-2 sugli Houston Rockets per poi cedere con lo stesso punteggio nella Finale assoluta contro Portland, in cui, ancorché i Sixers potessero contare sul vantaggio del fattore campo, risulta decisiva la sconfitta in gara-5 per 104-110 allo “Spectrum” nonostante i 37 punti di “Doctor J”, il quale è altresì l’ultimo ad alzare bandiera bianca nella decisiva gara-6 in Oregon, allorché iscrive ben 40 punti a referto, tirando con il 58,6% nella sconfitta per 107-109 che regala ai Blazers quello che è tuttora l’unico titolo della loro Storia.

Quella della mancata conquista del titolo NBA è una sorta di “maledizione” che continua a perseguitare Julius Erving – che sceglie il n.6 di maglia, qualcuno dice a ricordo dei “6 milioni di dollari” cui è complessivamente costato alla Dirigenza della Metropoli della Pennsylvania, altri perché simboleggia l’appellativo di “Sixers” del Team – anche negli anni a venire, con la stagione ’78, conclusa dai Philadelphia con il miglior record (55-27) di “regular season” ad Est, sconfitta 2-4 dai Washington Bullets (poi vincitrici del titolo) nella Finale di Conference, nonostante alla guida della squadra sia chiamato Billy Cunningham, già Campione NBA coi Sixers nel 1967.

Questo binomio Cunningham/Erving induce la proprietà a rinforzare progressivamente la squadra, che al Draft 1978 si aggiudica le prestazioni di Maurice Cheeks, talentuoso playmaker proveniente dalla West Texas University, e dell’ala forte Bobby Jones, scambiato coi Denver Nuggets per George McGinnis, ma purtroppo per loro il “Mondo della NBA” viene sconvolto da ciò che accade al Draft 1979, allorché irrompono contemporaneamente nel dorato panorama della Lega Professionistica due giocatori che ne scriveranno la storia nel successivo decennio, ovverossia Earvin “Magic” Johnson, proveniente da Michigan State, prima scelta dei Los Angeles Lakers, e Larry Bird, messo sotto contratto dai Boston Celtics.

Con la struttura della NBA che prevede due Campioni di Conference che poi si affrontano per la conquista dell’anello, ecco nascere una rivalità quanto mai accesa tra Boston e Philadelphia, le cui sfide per primeggiare sulla costa orientale appassionano quanto, se non più, la Finale per il titolo assoluto …

Di ciò si avvantaggiano indubbiamente i Lakers, basti pensare che – in virtù di una minor concorrenza ad Ovest, ferma restando la forza della formazione guidata da Pat Riley – nei 10 Tornei degli anni ’80 raggiungono in ben 8 occasioni la Finale per il titolo, potendo anche contare, nell’atto conclusivo, su di una maggiore freschezza fisica rispetto a chi, tra Boston e Philadelphia, abbia alfine avuto la meglio dopo “sfide all’ultimo sangue”.

Quale che sia il dominio di Celtics e Sixers nella Atlantic Division è certificato dalla prima stagione da “Rookie” di Larry Bird, con Boston a primeggiare nella “regular season” con un record di 61-21 appena superiore ai 59-23 di Philadelphia, che però si prende la rivincita nella Finale di Conference avendo la meglio per 4-1 nella Serie, in cui i due “big” trascinano le rispettive formazioni facendo registrare medie da 25,0 punti, 8,4 rimbalzi e 4,2 assist a partita il “Dottore, con “la grande speranza bianca” a replicare con 22,2 punti, 13,8 rimbalzi e 3,6 assist, a dimostrazione di quanto fondamentale fosse il contributo degli stessi alle fortune dei rispettivi Team.

La Finale per il titolo contro i Lakers – che godono del vantaggio del fattore campo per una sola vittoria in più (60-22) in “regular season” – illude Philadelphia di poter tornare sul trono a 13 anni di distanza dal trionfo del 1967 con Wilt Chamberlain, allorché espugnano in gara-2 il “Forum” di Inglewood per 107-104 nonostante i 38 punti ed i 14 rimbalzi di Jabbar, il quale si ripete “restituendo il favore” con 33 punti e 14 rimbalzi con cui in gara-3 i Lakers espugnano 111-101 il parquet di Philadelphia.

Sul punteggio di 3-2 per i Lakers nella Serie – strepitosa gara-5 vinta 108-103 al “Forum” con 40 punti e 15 rimbalzi di Jabbar, a cui Erving risponde con 36 punti, 9 rimbalzi e 6 assist – la decisione matura in gara-6 dove a salire in cattedra è il 21enne “Magic” Johnson, autore di una prestazione ai limiti dell’inverosimile, considerata altresì l’assenza di Jabbar per infortunio, con il 60,9% (14 su 23) al tiro ed il 100% dalla lunetta che valgono 42 punti, 15 rimbalzi e 7 assist, di fronte alla quale serve solo togliersi il cappello ed il 123-107 con cui si conclude la sfida rende perfettamente l’idea della differenza dei valori in campo, laddove si consideri che nelle 5 precedenti gare vi era stato un distacco medio tra le due squadre di appena 5,6 punti.

Sapere di doversi scontrare con una formazione che ha nel proprio roster altresì talenti – oltre ai citati Kareem e “Magic” – quali Norman Nixon, Michael Cooper e Jamaal Wilkes, non deve certo indurre all’ottimismo in fase di preparazione per ogni nuova stagione, ma in ogni caso è già più che sufficiente la rivalità coi Celtics a scaldare gli animi dei tifosi dello “Spectrum”, che vedono comunque la dirigenza mettere a segno un altro colpo importante, con la scelta di Andrew Toney nel Draft 1980, così da aggiungere una importante “bocca da fuoco” nel tiro dal perimetro, sollevando in parte Erving dall’assumersi quasi esclusivamente in prima persona un tale onere, così che ha la possibilità di contribuire maggiormente al gioco di squadra.

Nulla di nuovo sul fronte orientale” verrebbe da dire, parafrasando il titolo del celebre romanzo storico del 1929 scritto dal tedesco Erich Maria Remarque, con le due dominatrici ad Est a concludere a braccetto la stagione regolare 1981 con l’identico record di 60-22 – medie di 19,4 punti, 9,9 rimbalzi e 5,0 assist a partita per Bird, cui Erving risponde con 24,6 punti, 8,0 rimbalzi e 4,4 assist – per poi ritrovarsi per l’oramai classico appuntamento della Finale della Eastern Conference.

Serie non indicata ai deboli di cuore e che si conclude con una quanto mai amara delusione per il Dottore ed i suoi compagni, visto che, dopo aver ribaltato il vantaggio del fattore campo imponendosi 105-104 (33 punti di Bird e 20 di Archibald per i Celtics, 26 di Toney e 25 di Erving per i Sixers) al “Boston Garden” in gara-1 ed essersi portati sul 3-1 nella serie sfruttando le due partite allo “Spectrum”, cedono nelle tre sfide finali, tutte decise all’ultimo secondo (111-109, 100-98, 91-90 a favore di Boston), con in particolare la fondamentale gara-6, disputata sul parquet amico e che avrebbe potuto chiudere la serie, in cui Philadelphia spreca un vantaggio di 9 punti (51-42) maturato all’intervallo lungo.

Amarezza acuita dal fatto che i Celtics vincono il titolo avendo la meglio in Finale (4-2) sugli Houston Rockets che avevano a sorpresa eliminato i Campioni in carica dei Lakers al primo turno, a conferma di una grande “occasione” persa, e non può certo essere di grande consolazione per “Doctor J” il fatto di essere eletto MVP della “regular season, anche rispetto all’esito della stagione successiva …

Coi Sixers, difatti, ad aver concluso al secondo posto ad Est rispetto a Boston (58-24 e 63-19 i rispettivi record), la formazione di Cunningham – ancora con “Doctor J” leader quanto a punti con 24,4 di media a partita – dimostra segnali di crescita in Maurice Cheeks, oramai faro del gioco avendo incrementato ad 8,4 la media degli assist distribuiti ad ogni incontro, così come in Andrew Toney che ha messo a frutto il suo primo anno da matricola, capace pertanto di vedersela da pari a pari coi Celtics nella terza riedizione consecutiva dell’appuntamento divenuto oramai un classico, vale a dire la Finale della Eastern Conference.

Ed, ancora una volta, l’esito della sfida sembra suonare come una beffa per Erving ed i suoi, coi Sixers a ribaltare nuovamente il vantaggio del fattore campo imponendosi per 121-113 (Toney monumentale, 59,1% al tiro con 30 punti a referto …) in gara-2 al “Boston Garden”, per poi portarsi come l’anno prima sul 3-1 nella serie e quindi fallire il match point allo “Spectrum” in gara-6, sconfitti 75-88 in una partita a punteggio insolitamente basso e che i Celtics fanno loro nell’ultimo quarto, chiuso con un parziale di 27-11.

L’appuntamento per stabilire chi dovrà affrontare in Finale Los Angeles – che nel frattempo non ha certo faticato più di tanto per “spazzare via” sia Phoenix che San Antonio con l’identico punteggio di 4-0 – è fissato per il 23 maggio ’82 al “Boston Garden dove sulle tribune aleggiano tifosi che girano con indosso un lenzuolo a simboleggiare “i fantasmi” dell’anno precedente, pregustando analogo esito.

C’è qualcuno che, però, non è molto d’accordo al riguardo e che, soprattutto, ha da farsi perdonare la sciagurata prestazione (1 su 11 al tiro …) di due giorni prima a Philadelphia, e quel tale è Andrew Toney che stavolta mette a segno 34 punti (14 su 23 al tiro e 6 su 8 dalla lunetta), ben assistito dal consueto contributo di Erving (29 punti) e da un Cheeks che, oltre a distribuire 11 assist, va anch’egli 19 volte a referto per il 120-106 conclusivo, così che al “Boston Garden” al posto dei lenzuoli appaiono dei cartelli con su scritto “Beat L.A.” (“Battete Los Angeles”), tanto per chiarire il livello di rivalità tra Bird e “Magic”.

Ovvio che, con un ritmo di gare incalzante, giungere ad affrontare i Lakers con 15 partite disputate nell’arco di 32 giorni (dal 21 aprile al 23 maggio) rispetto alle sole 8 giocate da “Magic” & Co. non è propriamente il massimo, laddove si consideri come Los Angeles abbia ulteriormente potenziato la propria rosa con l’innesto di Bob McAdoo, e la differenza emerge subito in gara-1, allorché i Lakers ribaltano il fattore campo imponendosi 124-117 allo “Spectrum”, rimontando nella ripresa uno svantaggio di 11 punti (50-61) all’intervallo lungo grazie ad una eccellente distribuzione al tiro, laddove si consideri che tutti e 7 i giocatori schierati da Riley chiudono in doppia cifra, con la curiosità che a segnare il minor numero di punti è proprio Johnson, appena 10.

Portatasi sul 3-1 nella serie, Los Angeles consente a Philadelphia di prendersi la magra consolazione di infliggerle il peggior passivo delle Finali con il 135-102 di gara-5, con Erving a dominare sotto i tabelloni con 12 rimbalzi e contribuendo altresì con 23 punti, mentre Toney si incarica di mitragliare la retina avversaria con una percentuale del 72,2% (13 su 18 al tiro) che, unita al 5 su 6 ai liberi, assomma a 31 punti, prima che la successiva gara-6 al “Forum” metta la parola fine alla sfida, ancora grazie alla sapiente distribuzione di gioco da parte di Riley (6 uomini in doppia cifra da un massimo di 27 ad un minimo di 13) contro cui la “splendida coppia” formata da Erving e Toney da sola (59 punti in due, 30 e 29 rispettivamente) poco può, ed il 114-104 conclusivo incorona nuovamente Magic sul trono della NBA.

E’ oramai chiaro a Cunningham ed alla proprietà dei Sixers che, se si vuole centrare il titolo, occorre completare una squadra che per 4/5 è già eccellente nell’unico ruolo in cui soffre la superiorità altrui, ovvero quello di centro, dove i pur validi Caldwell Jones e Darryl Dawkins non sono in grado di reggere il confronto con Robert Parish e Kareem, ed ecco allora presentarsi l’occasione giusta con Moses Malone, in scadenza di contratto con gli Houston Rockets.

L’offerta di Philadelphia è di quelle cui è difficile poter rinunciare – il contratto siglato il 2 settembre ’82 prevede 13,2 milioni di dollari per 6 stagioni – ed il “bagno di sangue” è comunque redditizio, presentandosi ai nastri di partenza del Torneo 1982-’83 con quello che è da molti considerato il miglior roster nella Storia della franchigia, superiore anche alla rosa che vinse il titolo nel 1967.

Ed, in effetti, già dalla “regular season” si avverte allo “Spectrum” un’aria diversa dalle stagioni passate, con gli avversari spazzati via come foglie secche ed un record di 65-17 inferiore solo al 68-13 dell’anno di Chamberlain, anche se, memori delle delusioni delle precedenti edizioni, in casa Sixers si predica prudenza …

Una prudenza che non rientra nel Dna di Malone – che con medie di 24,5 punti, 15,3 rimbalzi e 2,0 stoppate a partita riceve il titolo di MVP della stagione regolare – il quale si sbilancia nel poi divenuto celebre “fo, fo, fo” (che sta per “four, four, four”, ovvero vincere le tre serie di Playoff in quattro partite ciascuna), pronostico centrato al 90% in quanto Philadelphia, dopo aver umiliato 4-0 proprio quei New York Knicks che avevano rinunciato a tesserare Erving, concede l’onore delle armi a Milwaukee in gara-4 della Finale dell’Eastern Conference – in una sorte di nemesi, anche in questo caso la squadra che aveva scelto Erving nel Draft 1972 – serie poi chiusa sul 4-1 con Malone miglior rimbalzista in tutti e cinque gli incontri.

C’era qualcosa da vendicare, in casa Sixers, allorché si apprestano a sfidare, per la terza volta in quattro anni, i Los Angeles Lakers per la conquista dell’anello, ma stavolta lo strapotere di Malone sotto i tabelloni è la chiave di volta della serie, chiusa come da pronostico (di Moses, ovviamente …) sul 4-0, con il centro della Virginia a risultare “Top Scorer” e miglior rimbalzista delle prime tre partite – 27 e 18, 24 e 12, 28 e 19 rispettivamente – lasciando a Jabbar l’onore di mettere a segno 28 punti nella conclusiva gara-4 che i Sixers vincono 115-108 al “Forum” di Inglewood il 31 maggio ’83, pur, dal canto suo, riuscendo a catturare “qualcosa” come ben 23 rimbalzi …!!

Inutile sottolineare come Malone abbini il titolo di MVP delle Finali a quello della “regular season, ma il più felice a Philadelphia, ed i suoi fans con lui, è Doctor Julius Erving, che a 33 anni già compiuti corona il sogno di una carriera che stava pensando non potesse mai più ormai concretizzarsi.

L’aver, giustamente, evidenziato l’apporto fondamentale di Malone per la conquista dell’anello, non deve far passare in secondo piano l’apporto dato anche da Erving al successo dei Sixers, con 21,4 punti, 6,8 rimbalzi e 3,7 assist in stagione regolare, cui fa registrare 18,4 punti, 7,6 rimbalzi e 3,4 assist nei Playoffs a conferma della sua caratura di giocatore totale.

Un po’ l’appagamento dopo il risultato raggiunto e molto i conti con la carta d’identità, fanno sì che le ultime stagioni di Erving siano leggermente al di sotto dei propri standard abituali, con Philadelphia eliminata al primo turno dei Playoffs ’84 nientemeno che dai New Jersey Nets con cui “Doctor J” aveva vinto due titoli NBA, per poi tornare l’anno seguente a disputare le Finali di Conference, avversari, manco a dirlo, i Boston Celtics …

Con i Sixers ad aver irrobustito il quintetto base con una giovane promessa di nome Charles Barkley scelto al primo turno del Draft 1984 – quello, per intendersi, in cui entrano a far parte della NBA anche Akeem Olajuwon e Michael Jordan – le premesse sono per una serie equilibrata tra due formazioni dotate di larga esperienza – Larry Bird, Danny Ainge, Dennis Johnson, Robert Parish e Kevin McHale da un lato, contrapposti al quintetto base Campione due anni prima, Maurice Cheeks, Andrew Toney, obby Jones, Julius Erving e Moses Malone dall’altro – ma l’esito è viceversa ben diverso, con Boston ad imporsi per 4-1 in virtù dell’attenta marcatura su Malone, limitato a soli 18,2 punti.

Dovranno trascorrere ben 16 anni prima che Philadelphia possa tornare a disputare una Finale di Conference – e vincerla, 4-3 su Milwaukee nel 2001 – solo per essere sconfitta nella sfida per il titolo, indovinate un po’, dai Los Angeles Lakers, mentre Erving si ritira al termine del 1987 dopo aver disputato un’ultima stagione a mo’ di tournée d’addio, presentato nei vari impianti prima di ogni gara e con il pubblico locale ad esaurire la capienza per rendergli onore …

Un Julius Erving del quale le aride cifre recitano, in 16 stagioni di carriera professionistica (tra le 5 nella ABA e le successive 11 nella NBA), di 30.026 punti (24,2 di media/gara), 10.525 rimbalzi (8,5) e 5.176 assist (4,2), ma che da sole non rendono l’idea di cosa sia stato il “Dottore” nel panorama del Basket mondiale, ovviamente inserito nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” a far tempo dal 1993.

Molto meglio quindi, lasciare la parola a Johnny Kerr, ex Centro di Philadelphia tra metà anni ’50 ed il corrispondente periodo del successivo decennio, il quale ne fa una descrizione che colpisce l’immaginario allorché afferma come: “nei suoi primi anni da professionista, Erving era come Thomas Edison, in grado di inventare qualcosa di nuovo ad ogni partita …!!”.

Ma, forse, il miglior tributo in merito a quanto abbia inciso la presenza di “Doctor J” sul futuro del Basket mondiale viene da colui che è universalmente ritenuto come il più devastante giocatore di ogni epoca, vale a dire Michel Jordan, non a caso soprannominato “Air” (“Aria”) per le sue capacità di restare in volo nell’eseguire schiacciate battendo anche da lontano – una caratteristica portata sul parquet proprio da Erving – il quale, nel confermare di essersi ispirato a lui, laconicamente ammette: “Senza Doctor J non sarebbe mai esistito MJ …!!”.

E, con questo, doveroso omaggio, pensiamo che possiamo davvero chiudere …

 

COPPA SAPORTA 2002, IL PRIMO TROFEO DELLA MENS SANA SIENA


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La Mens Sana Siena – da basketsiena.it

articolo di Nicola Pucci

Parlare di pallacanestro, a Siena, può avere un duplice effetto: da un lato rievoca storia ed imprese cestistiche di una società, la Mens Sana appunto, tra le più blasonate del panorama italiano, dall’altro riapre la ferita, mai del tutto rimarginata, della messa in liquidazione della società, sull’onda lunga del crack del Montedeipaschi, che porta poi, nel 2014, alla dichiarazione di fallimento della società.

Ma le vicende giudiziarie che vedono coinvolto, soprattutto, Ferdinando Minucci, prima dirigente, poi presidente della società, nulla tolgono ai successi ottenuti nel corso del primo decennio degli Anni Duemila quando, in virtù appunto della sponsorizzazione del Gruppo Montedeipaschi, la Mens Sana assurge al rango non solo di squadra di riferimento in Italia, ma pure di compagine in grado di competere anche in Europa ai massimi livelli.

Ed è proprio un trofeo continentale ad impreziosire, per primo, la bacheca della Mens Sana, che se nel corso degli anni Settanta si affaccia per la prima volta in serie A per poi tornare a farne parte in pianta stabile nella seconda metà degli Anni Novanta, proprio in Coppa Europa, fino al 1991 conosciuta come Coppa delle Coppe e che dal 1999 assumerà il nome di Coppa Saporta, nella stagione 1993/1994, debutta in campo internazionale, fermandosi agli ottavi di finale contro i turchi del Tofas Bursa.

La Mens Sana, col passare degli anni, acquisisce sempre maggior spessore, nazionale così come internazionale, giungendo ai quarti di finale di Coppa Korac nella stagione 1998/1999 quando un solo punto di differenza consente al Barcellona di avere la meglio nel doppio confronto con i toscani.

Il nuovo Millennio porta in dote la sponsorizzazione con il Gruppo Montedeipaschi, ed il salto di qualità, visto che i soldoni non mancano di certo, è ormai dietro l’angolo. A rinforzare una squadra già competitiva, giungono giocatori come lo sloveno Boris Gorenc e Roberto Chiacig, che nel 2001 sono protagonisti con i quarti di finale sia nei play-off scudetto (fuori con la Fortitudo Bologna), che in Coppa Italia (altra eliminazione per mano della squadra emiliana) e Supercoppa (quando a battere la squadra di Frates è la Virtus Roma).

Un altro anno ancora, ed ecco che con il cambio in panchina che vede Ergin Altman avvicendare Fabrizio Frates, la Mens Sana per la prima volta della sua storia cestistica iniziata nel 1934 si arrampica in finale. Che poi sono addirittura due, una sfortunata in Coppa Italia con la Virtus Bologna che si impone di misura, 79-77, una invece baciata dal successo, in Coppa Saporta, a conclusione di una cavalcata trionfale che qui andiamo a ripercorrere, tappa dopo tappa.

Preventivamente, occorre ricordare che l’albo d’oro di una competizione che ha cambiato nome tre volte e che proprio nel 2002 andrà definitivamente in cantina, così come la Coppa Korac, cedendo il posto alla Uleb Cup che le sostuirà entrambe diventando la seconda rassegna europea più importante dopo l’Eurolega, ha più volte sorriso alle squadre italiane, fin dall’anno del debutto, a far data 1967, quando ad imporsi fu l’Ignis Varese. Napoli vinse nel 1970, agli albori di un decennio segnato dalle quattro vittorie di Cantù e le tre di Milano, a cui aggiungere i successi ancora di Varese nel 1980 e di Pesaro nel 1983. L’exploit della Virtus Bologna nel 1990 e la doppietta della Benetton Treviso nel 1995 e nel 1999 sono solo gli ultimi sussulti di un basket italiano che sta per pagare dazio, a livello continentale, alla globalizzazione del mercato imposta dalla Legge Bosman, previo il colpo di coda, appunto, della Mens Sana che per la stagione in corso, 2001/2002, difende i colori italiani in virtù del sesto posto in campionato l’anno precedente, al pari della Pallalcesto Amatori Udine, a sua volta piazzatasi al settimo posto.

Ma se la formazione friulana, passata la fase a gironi che la vedeva impegnata con Pamesa Valencia, Strasburgo, Lugano, Turk Telekom e Portugal Telecom, si arrende agli ottavi di finale agli israeliano dell’Hapoel Gerusalemme dilapidando in casa, 78-87, quando guadagnato all’andata in trasferta, 74-71, i senesi disegnano un percorso decisamente più convincente.

L’organico, per la stagione in corso, si è rinforzato grazie agli arrivi del serbo Milenko Topic, del macedone Vrbica Stefanov a cui è assegnata la regia della squadra e del lituano Mindaugas Zukauskas, a cui si aggiungono anche l’altro macedone Petar Naumoski, il montenegrino Nikola Bulatovic e l’americano Brain Tolbert, e le ambizioni di ben figurare sono suffragate dal cammino nella prima fase che vede la Mens Sana chiudere il girone B con sette vittorie e tre sole sconfitte, rimanendo imbattuta nelle cinque sfide casalinghe al Palazzetto di Viale Sclavo contro Estudiantes (106-93 con 19 punti di Topic), Panionios (74-71 con 21 punti e 12 rimbalzi di Chiacig), Darussafaka (106-83 con 18 punti di Stefanov e del turco Aplay Oztas), Hapoel Gerusalemme (99-77 con 24 punti di Gorenc) e Le Mans (91-76 con 17 punti di Chiacig).

Assorbite le tre sconfitte esterne con Hapoel, Estudiantes e Panionios, la Mens Sana si presenta all’appuntamento con gli ottavi di finali dove il sorteggio oppone il quintetto di Altman ai francesi dello Strasburgo. E se in Alsazia il punteggio di parità, 78-78 con uno straordinario capitan Chiacig che firma 24 punti e cattura 14 rimbalzi, ben coadiuvato da Topic che a sua volta infila 20 punti, è il preludio al passaggio del turno, formalizzato con il 74-66 casalingo segnato dalla serata d’eccezione di Gorenc, top-scorer con 25 punti, e di Chiacig che strappa ben 19 palloni sotto le tabelle, ai quarti di finale c’è da soffrire con i russi dell’Unics Kazan. L’andata lascia aperta la questione qualificazione, 73-70 con rimonta nelll’ultimo quarto da -10 e con Chiacig ancora sugli scudi con 21 punti a contenere i 31 punti dell’estone Muursepp, che si risolve a Siena dove la Mens Sana fa valere l’apporto del pubblico amico per il definitivo 68-58 che se ha in Chiacig il solito trascinatore con 16 punti e 17 rimbalzi, spalanca altresì le porte delle semifinali.

Dove, ad onor del vero, il compito è molto meno impegnativa del previsto, con la Mens Sana che ritrova l’Hapoel Gerusalemme già incontrato nella fase a gironi, ipotecando il passaggio del turno con la netta affermazione all’andata a Siena, 98-69 dopo l’iniziale equilibrio spezzato da un parziale di 17-2, con Naumoski sugli scudi con 26 punti e Chiacig, caso mai ce ne fosse bisogno, che si conferma leader e dominatore con 22 punti e 15 rimbalzi. In Israele (si gioca a Tel Aviv per il diktat imposto dalla Fiba, preoccupata per l’inasprirsi del conflitto israelo-palestinese) il cammino è altrettanto agevole, 94-71 con 24 punti di Chiacig e 22 di Gorenc a certificare una supremazia mai in discussione, ed ecco che la Mens Sana accede all’atto decisivo della Coppa Saporta dove, il 30 aprile, l’attende il Pamesa Valencia, che in semifinale si è sbarazzato dei polacchi dell’Anwil Wloclawek, vincendo sia la sfida in casa (77-65 con 17 punti di Rodilla Gil) che quella in trasferta (58-53 con 18 punti dell’americano Derrick Alston).

Si gioca al Palais des Sports de Gerland di Lione, in Francia, e tra gli oltre 6.000 spettatori che gremiscono le tribune c’è una numerosissima rappresentanza di senesi che fiutano l’impresa storica. Gli spagnoli hanno già giocato tre anni prima una finale di Coppa Saporta contro la Benetton Treviso, perdendola di misura, 64-60, ed anche stavolta trovano una squadra italiana tra loro e il sogno di salire sul tetto d’Europa.

In effetti le due squadre appaiono contratte nei primi minuti di gioco, con Altman che schiera Stefanov in regia, Chiacig che spadroneggia sotto i tabelloni, Topic che gli dà una mano e Gorenc e Zukauskas che hanno il compito di mettere in retina il persistente possesso palla ideato dall’allenatore turco e impostato dal playmaker macedone. Naumoski, dal canto suo parte dalla panchina, e coach Luis Casimiro, che guida il Valencia, risponde con Paraiso in regia, Hopkins e Alston a catturare rimbalzi e Rodilla Gil e Luengo a mirare il canestro dalla distanza, mancando invece di Dante Calabria che a gennaio si è seriamente infortunato ad una caviglia. Proprio Rodilla Gil, che chiuderà con 18 punti, produce il primo allungo del Valencia, che al settimo minuto si porta sul 13-7. Nel secondo quarto di gioco Naumoski si incarica di suonare la riscossa, e con il supporto di Chiacig, che nessuno ma proprio nessuno può contenere sotto i tabelloni, Stefanov, che segna con regolarità, e Topic, che ai 14 punti finali aggiunge anche 6 rimbalzi, Siena recupera, aggancia, allunga e dilata il parziale, fino al 36-26.

Valencia fatica a contenere il gioco dal perimetro della Mens Sana, anche perché Alston è già gravato di tre falli dopo appena 10 minuti di gioco, e solo cinque punti consecutivi di Rodilla Gil consentono agli spagnoli di ridurre il margine all’intervallo, 36-31. Ma è un fuoco di paglia. Nel terzo quarto Siena bombarda con precisione chirurgica dall’arco dei 6,25 metri, con Stefanov e Naumoski che infine firmeranno rispettivamente 17 e 23 punti, e quando i toscani arrivano al massimo vantaggio sul 54-42 la coppa sembra prendere decisamente la via di Piazza del Campo.

Nervoso e senza punti di riferimento concreti in attacco, ad eccezione di uno stoico Hopkins che battaglia con Chiacig mettendo a referto 20 punti e 10 rimbalzi, il Valencia sbuffa e soffre, nondimeno riuscendo a tornare in partita in chiusura di terzo tempo, 59-53. Disavanzo che nell’ultimo periodo si riduce ancora, 61-58, prima che salgano in cattedra Naumoski che infila due triple consecutive fondamentali per un nuovo allungo e il cuore di Chiacig, che ai 9 punti aggiunge 11 rimbalzi e, soprattutto, una leadership da vero capitano. Per il Valencia è la resa, e quando, con il punteggio di 81-71, la Mens Sana Siena infine mette il sigillo alla Coppa Saporta con “Ghiaccio“, autore di torneo da favola con 16.2 punti e 10.7 rimbalzi di media a partita, che si merita pure l’MVP della finalissima, è l’ora di aprire la bacheca. E’ la prima coppa, e non sarà certo l’ultima, anzi…

“EL PARON” NEREO ROCCO, IL VOLTO UMANO DI UN CALCIO CHE FU

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Nereo Rocco allenatore – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Mi te digo cossa far, ma dopo in campo te ghe va ti …!!”, in questa frase si racchiude tutta l’essenza della concezione di Calcio di Nereo Rocco, “El Paron (“Il Padrone”, soprannome che ne accompagna la carriera di tecnico, pur con una buona dose di bonomia …) per eccellenza, guai a chiamarlo Mister per non sentirsi rinfacciare il più classico dei “Mister ti sarà ti, mona …”.

Colui che è stato un innovatore del Calcio del Bel Paese ha rischiato di poter essere l’erede del grande Hugo Meisl, il Tecnico che portò ai vertici del Calcio europeo il “Wunderteam” austriaco di Matthias Sindelar, in quanto di origini d’oltralpe, visto che il nonno paterno, un cambiavalute viennese di nome Ludwig Roch, fugge dalla Capitale per amore di una ballerina, oltretutto spagnola e ripara in Italia, dove nasce Giusto, il padre del futuro Paron.

Nereo che vede la luce il 20 maggio 1912 in una Trieste non ancora italiana, ma che lo diverrà alla fine della “Grande Guerra”, per poi essere costretto a cambiare cognome, dove un incerto impiegato dell’anagrafe equivoca ed, invece del previsto Rocchi, lo italianizza in Rocco.

Siamo nel 1925 ed il buon Nereo già si appassiona al football, pur se il padre, che aveva aperto una avviata attività di macelleria nel Capoluogo giuliano, sognava per il figlio un destino diverso, ma sotto le insistenze dell’amico Piero Pasinati (di due anni più anziano, nonché futura stella della Nazionale di Vittorio Pozzo …) entra a far parte delle Giovanili della Triestina per poi esordire in prima squadra, appena 17enne, il 6 ottobre 1929 nella sconfitta interna per 0-1 contro il Torino, prima giornata del Torneo inaugurale della nuova Serie A a girone unico.

E’ un tipo tosto, il calciatore Rocco, una mezz’ala ben piantata che non disdegna la conclusione a rete in quanto dotato di un tiro potente, come dimostrano le sue tre migliori stagioni con la compagine alabardata che lo vedono, a metà anni ’30, andare in doppia cifra, con il massimo raggiunto nel 1934, allorché realizza ben 16 reti, suo massimo in carriera per singolo Torneo.

Di lui si accorge anche Pozzo, che lo fa esordire in Nazionale il 25 marzo ’34 a Milano nel match contro la Grecia di qualificazione per i Mondiali, che l’Italia si aggiudica facilmente per 4-0, restando peraltro quella la sua unica apparizione in azzurro, venendo escluso dalla ristretta rosa dei 22 per la Rassegna iridata, voci non confermate sostengono per aver discusso con il Commissario Tecnico in merito all’impostazione tattica della squadra.

Non se ne fa un gran cruccio, il giovane Nereo, impegnato com’è a garantire la salvezza della sua Triestina, così come fornisce il suo decisivo apporto per le sorti del Napoli, dove si trasferisce per un biennio nell’estate ’37 e vede nascere il primo figlio, Bruno cui ne seguirà un secondo, Tito nato nel 1942.

Messa alle spalle la più che dignitosa carriera da giocatore – 287 presenze in A al proprio conto, impreziosite da 69 reti all’attivo – Rocco viene chiamato al capezzale di una Triestina che, con la ripresa a pieno regime dei Campionati nella stagione 1946-’47, si era classificata all’ultimo posto ma, a seguito delle vicende politiche che ne avevano caratterizzato il cammino e per i meriti sportivi acquisiti nel corso degli anni ’30, era stata oggetto di ripescaggio da parte della Federazione.

Unione Sportiva Triestina - 1930s - Nereo Rocco
Rocco calciatore alla Triestina – da:wikipedia.org

All’esordio in panchina, a soli 35 anni di età, oltretutto di una formazione di A che deve vedersela con il “Grande Torino” ed altre formazioni di spessore quali Juventus e Milan, Rocco compie il suo primo miracolo, conducendo gli alabardati ad un clamoroso secondo posto alla pari di bianconeri e rossoneri, dietro solo all’invincibile compagine di Capitan Valentino Mazzola.

Un risultato costruito tra le mura amiche, con il “Comunale” a restare imbattuto e dove non riescono a segnare nessuna delle tre citate, anzi con il solo Torino a portar via lo 0-0, mentre cadono sia Juventus (0-1) che Milan (0-2), e Rocco ad iniziare a farsi un nome nell’ambiente, ribadito da altre due buone stagioni concluse all’ottavo posto prima che, per circostanze mai del tutto chiarite, non venisse confermato al termine del Torneo ’50, sostituito dall’ungherese Bela Guttmann.

Rocco non è certo il tipo da starsene con le mani in mano, ed a fine ottobre ’50 accetta l’offerta del Treviso per allenare in B, riuscendo nell’intento di salvare la Categoria per poi condurre i biancocelesti a due onorevoli piazzamenti nelle due stagioni successive, circostanza che fa sì che la Dirigenza della Triestina riveda il proprio atteggiamento nei suoi confronti, richiamandolo alla guida nell’estate ’53.

Quello che si poteva prevedere come un “ritorno di fiamma”, si conclude viceversa nel peggiore dei modi, con Rocco esonerato il 21 febbraio ’54 con la Triestina al penultimo posto in Classifica e reduce da una pesante sconfitta interna per 0-6 contro il Milan e con una vittoria (2-1 alla Sampdoria del 6 dicembre ’53 …) che manca oramai da 9 turni.

Una decisione che avrebbe potuto far declinare in maniera definitiva la stella di Rocco come allenatore – il secondo posto del ’48 è già passato nel dimenticatoio – ma mai come in questa circostanza vale il detto di “chiusa una porta, si apre un portone”, con a giungere in suo soccorso “l’uomo della svolta”, vale a dire il Presidente del Padova Bruno Pollazzi che, a distanza di 15 giorni, gli offre la panchina biancoscudata in sostituzione dell’ex Campione del Mondo ’38 Pietro Rava.

E Rocco – che stava seriamente pensando di abbandonare il mestiere di allenatore per dedicarsi all’azienda di famiglia, la ricordata Macelleria – non se lo lascia dire due volte e, dopo essere riuscito a salvare la squadra, compie il “capolavoro” di condurla alla Promozione in A la stagione successiva per poi restarne alla guida nel “Periodo d’Oro” della Società biancoscudata …

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Rocco guida un allenamento al Padova – da:storiedicalcio.altervista.org

Ed è qui che in 6 Campionati di Massima Divisione nasce la “Leggenda del Paron”, con i suoi “manzi” a cedere l’intera posta in sole 14 occasioni sulle 102 gare casalinghe disputate, con fior di squadroni ad abbassare la cresta ogni qual volta devono recarsi a far visita allo storico “Stadio Appiani” risultando quanto mai improbo superare una difesa improntata sul portiere Pin ed i difensori Blason, Azzini e Scagnellato.

Proprio la figura di Ivano Blason, goriziano che Rocco aveva allenato alla Triestina dell’immediato secondo Dopoguerra e da lui fortemente voluto al ritorno del Padova in A a dispetto delle oramai raggiunte 32 primavere, rappresenta il perno della filosofia calcistica di Rocco, impostato come battitore libero, una sorta di frangiflutti su cui andavano a scontrarsi gli avanti avversari, con risultati a dir poco sorprendenti, laddove di consideri che, fatta salva la stagione ’57, conclusa all’undicesimo posto, nelle altre il Padova non scende mai sotto l’ottava posizione, con la “perla” del terzo posto raggiunto nel ’58, miglior piazzamento della formazione patavina nella sua ultracentenaria storia.

Una compagine di provincia in grado di sedersi al “Banchetto delle grandi” non è chiaramente ben vista dai “poteri forti” che, potendo altresì contare su di una stampa a loro favorevole, iniziano a tacciare il tecnico triestino di praticare l’odioso ed anti calcistico “catenaccio”, in un periodo in cui gli attacchi infarciti da fuoriclasse stranieri sfornano reti a raffica e non va loro tanto a genio il trovarsi imbrigliati al momento di scendere all’Appiani.

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Hamrin fra Azzini e Scagnellato – da:wikipedia.org

E’ anche il periodo, però, in cui per ovvia contrapposizione, la figura del “Paron” inizia a farsi strada sulle cronache dei quotidiani sportivi, coi cronisti mandati a scoprire “i segreti” di questo Padova e poter pertanto trascrivere le frasi, posi divenute celebri, pronunciate da Rocco nel suo amabilissimo dialetto triestino, delle quali ve ne è una “solo noi femo el cadenazo, i altri fa calcio prudente …!!” che racchiude l’essenza dei suoi trascorsi sulla panchina biancoscudata, al pari di quella rilasciata al termine di un’intervista alla vigilia di un Padova-Juventus, allorché il cronista, congedandosi, lo saluta con il più classico dei “Vinca il migliore …” solo per essere fulminato di rimando, “Ciò speremo de no …!!” …

Ovviamente, nella sua stagione d’oro, Rocco manda 20 volte a rete Kurt Hamrin ed 11 Brighenti, con quest’ultimo – nel mentre “uccellino” prende la strada di Firenze – a ripetersi nelle due stagioni successive con 18 e 21 reti (miglior marcatore italiano …) rispettivamente, ma l’etichetta di “catenacciaro” è dura da cancellare, pur essendovi il suo fido amico Gianni Brera a prenderne le difese avendo per primo intuito che il Paron aveva semplicemente ideato quel “calcio all’italiana” che farà le fortune dei Club milanesi nel decennio successivo.

I giornali possono scrivere cosa pare loro – fortunatamente non era l’epoca dei mille canali televisivi e relativi talk-show – ma chi si intende di calcio capisce che Rocco applica un modulo tattico che ben si addice alle qualità dei nostri giocatori, ed ecco allora farsi avanti dapprima la Juventus che incontra la resistenza del Presidente Pollazzi, il quale teme il linciaggio da parte dei tifosi qualora concedesse il Tecnico ai suoi padroni (gestisce difatti una Concessionaria FIAT), per poi essere il Milan a spuntarla allorché lo “zoccolo duro” della formazione patavina inizia a fare i conti con la carta d’identità.

E’ dura anche per il “finto burbero” Rocco dover lasciare una piazza a cui resterà per sempre affezionato ed a cui ha dedicato il periodo della maturità, tecnica ed umana, tant’è che al momento di salire sul treno ed accomiatarsi dai tifosi giunti a frotte per salutarlo, vorrebbe pronunciare le consuete parole, ma dopo l’incipit “Lascio a Padova otto anni della mia vita …”, non ce la fa a proseguire, sciogliendosi in un “scampo via per non pianser …” che dice tutto sul tipo di rapporto che ha legato “El Paron” alla città veneta …

Una cosa è però allenare una squadra di provincia ed un’altra sedersi sulla panchina di un Milan che è reduce da due stagioni in cui ha dovuto cedere lo Scudetto alla Juventus del trio Boniperti-Charles-Sivori, oltretutto avendo alle spalle una presenza quanto mai ingombrante come quella dello “Sceriffo” Giuseppe “Gipo” Viani, con il quale Rocco non riesce mai a legare, anche per un difetto atavico che al di fuori del Mondo del Calcio rappresenta un pregio, ovverossia la scarsa per non dire nulla diplomazia.

Quello che pensa, Rocco lo dice, non è capace di mentire, ed ad un Viani che – nella sua veste di Direttore Tecnico – predica un gioco spumeggiante, lui replica “Per mi, ‘l calcio xe questo e che non me conti bale …!!”, riuscendo peraltro a convincere Viani dell’inutilità alla causa dell’acquisto del formidabile “goal scorer” inglese Jimmy Greaves, prelevato per 80mila sterline dal Chelsea, rimandandolo in Patria a novembre ’61 pur avendo realizzato 9 reti in 10 presenze coi rossoneri.

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Jimmy Greaves e Nereo Rocco – da:calciofanpage.it

Il fatto è che, dando per scontata la presenza al centro dell’attacco di José Altafini, il Milan può contare su ali del calibro di Giancarlo Danova, Paolo Barison e Gino Pivatelli, ragion per cui un interno di spiccate caratteristiche offensive – ricordiamo che Greaves vanta tuttora il record di “Top Scorer” della Prima Divisione inglese con qualcosa come 357 reti – comporta un eccessivo e pericoloso sbilanciamento della formazione in avanti, vista anche la presenza in regia di Gianni Rivera.

Già, il “Gianni”, che Rocco aveva già avuto modo di conoscere allorché aveva collaborato con Viani nella conduzione della spedizione azzurra alle Olimpiadi di Roma ’60 (quando Rivera era appena 17enne), in cui erano presenti altri componenti del prolifico vivaio rossonero, quali Trebbi, Salvadore, Trapattoni e Pelagalli, ma di cui non era follemente “innamorato”, quantomeno agli inizi, salvo poi ricredersi negli anni a venire, instaurando con lui un rapporto quasi paterno.

Ma di Rivera avremo modo di riparlare in seguito, mentre non ha peli sulla lingua il “Paron” quando vede scendere dalla scaletta dell’aereo il sostituto di Greaves che Viani era andato a pescare in Brasile, etichettandolo immediatamente con un sarcastico “Gavemo comprà un impiegà del Catasto. Gipo nostro ga fato rimpatriar el nonno …!!”.

Ed invece, stavolta si sbaglia di grosso, il Gipo ha messo a segno il colpo che ribalta le sorti della stagione prelevando dal Boca Juniors il centrocampista Dino Sani che in effetti sembra molto più anziano dei suoi 29 anni per via della precoce calvizie, ma che si rivela ideale punto di raccordo nel guidare i rossoneri in mezzo al campo, sin dal suo immediato esordio a San Siro del 12 novembre ’61 in cui il Milan travolge per 5-1 (poker di Altafini ed acuto di Rivera …) i Campioni d’Italia della Juventus, dando così inizio alla cavalcata verso la conquista del titolo, incappando in una sola successiva sconfitta, lo 0-2 nel derby di ritorno (in cui proprio Sani si fa cacciare per un pugno al volto di Bicicli …) con l’Inter che conclude al secondo posto, a 5 punti di distacco dai “cugini”.

Parlare di Inter equivale a ricordare come, da due stagioni, sieda sulla panchina nerazzurra “Il Mago” Helenio Herrera, l’esatto contrario di Rocco da un punto di vista mediatico, per quella che diviene una rivalità peraltro molto più enfatizzata rispetto a come fosse in realtà dai giornali che, negli anni ’60 del “boom economico” e della cosiddetta “Milano da bere”, andavano a nozze ogni qualvolta si avvicinavano le sfide stracittadine.

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“Il Mago” Helenio Herrera e Nereo Rocco – da:mangialibri.com

Un Milan che, al pari del Padova, si regge su di una solida organizzazione difensiva, dove però esiste un dualismo di troppo, ovvero quello tra Salvadore e Cesare Maldini, che oggi avrebbero formato una straordinaria coppia centrale, ma che, all’epoca, ricoprivano uno il ruolo di marcatore e l’altro di libero.

Che Rocco avesse un occhio di riguardo per “Cesarone” era sin troppo logico, triestino come lui ed avendolo altresì fatto giocare da titolare nel suo ritorno alla guida degli alabardati nel ’53, ed a sistemare le cose ci pensa, alla sua maniera, lo “Sceriffo”, che cede in estate Salvadore alla Juventus in cambio della guizzante ala destra Bruno Mora, giustificando lo scambio con un serafico “Avevamo due paia di pantaloni (Salvadore e Maldini), ne abbiamo dato via una in cambio di una giacca (Mora) per avere un vestito completo …!!”.

Uscita non gradita da Salvadore, milanese purosangue cresciuto nelle Giovanili rossonere, ma ancora una volta la scelta di Viani si rivela vincente, pur se l’andamento del Campionato, con il Milan fuori dalla lotta Scudetto già a fine Girone di andata, acuisce i contrasti con il Tecnico, tanto che Rocco, in un momento di sconforto, si accorda con il Presidente del Torino Orfeo Pianelli per passare alla guida dei granata dalla successiva stagione.

E che, per Rocco, la parola data valga più di un contratto firmato se ne ha la conferma allorché – complice anche l’infausto passaggio di proprietà tra il “Presidentissimo” Andrea Rizzoli e lo “sciagurato” Felice Riva – non torna sulla sua decisione neppure dopo aver portato il Milan laddove nessuna altra squadra italiana era sinora riuscita, ovvero sul tetto d’Europa sconfiggendo 2-1 i detentori del Benfica nella Finale di Coppa dei Campioni che si disputa sul terreno londinese di Wembley il 22 maggio ’63, esattamente due giorni dopo il compimento dei suoi 51 anni.

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Rocco e Cesare Maldini festeggiano la Coppa Campioni ’63 – da:sport.sky.it

Il quadriennio alla guida dei granata non consente a Rocco di ripetersi ad alti livelli, visto il divario tecnico tra il Torino e le big dell’epoca, pur lanciando giovani importanti quali Fossati, il compianto Gigi Meroni e, soprattutto, Roberto Rosato che ritroverà al Milan dopo che quest’ultimo vi approda nell’estate ’66 in cambio, pensate un po’, di Maldini che conclude la carriera da calciatore proprio con il Tecnico che lo aveva lanciato, per poi divenirne immediatamente prezioso collaboratore.

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Rocco scherza in ritiro con i giocatori del Torino – da:ilfoglio.it

Un’accoppiata che il neo Presidente Franco Carraro – subentrato al padre Luigi, morto d’infarto ad inizio luglio ’67 – non si lascia sfuggire per rilanciare i rossoneri reduci da due stagioni altamente deludenti, e non può che renderlo felice il fatto di costruire una squadra vincente “a costo zero” venendo incontro ai desideri del Paron, visto che i rinforzi al Calciomercato sono rappresentati dal 32enne portiere Fabio Cudicini, reduce da un’anonima stagione a Brescia e da molti ritenuto come avviato sul viale del tramonto (ma triestino pure lui, il che chiaramente incide …), il quasi 30enne Saul Malatrasi, retrocesso in B con il Lecco ed il 33enne svedese Kut Hamrin, acquistato dalla Fiorentina in cambio di Amarildo per rimpiazzare l’ala destra Mora, non ripresosi appieno da una brutta frattura alla gamba.

In più, all’ala sinistra, viene promosso titolare il 21enne Pierino Prati, rientrato dal prestito al Savona tra i Cadetti dove si era messo in luce mettendo a segno 15 reti, e con questa squadra di elevata esperienza – ma potendo contare anche sulla maturità dei difensori Anquilletti, il già citato Rosato ed il tedesco Schnellinger, così come a centrocampo su di un trio di provata affidabilità costituito dai “tre Giovanni”, Trapattoni, Lodetti e Rivera, al pari del centravanti italo-brasiliano Sormani – Rocco, senza più avere il fiato di Gipo Viani sul collo, può costruire la “squadra dei sogni” che incanta nel successivo biennio.

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Rocco con un 20enne Pierino Prati – da:wikipedia.org

Con la riforma dei Campionati che ha ridotto a 16 il numero delle squadre di Serie A, quello del Milan nel Torneo ’68 è un cammino a dir poco trionfale, concluso con ben 9 punti (46 a 37) di vantaggio sul Napoli – maggior distacco nei Tornei a 16 squadre con l’assegnazione di 2 punti a vittoria – e Pierino Prati, assistito da un Rivera al top della carriera, Capocannoniere con 15 reti, a completamento di un attacco che va 53 volte a segno, grazie all’altrettanto prezioso contributo di Sormani e Rivera (11 centri a testa) e di un sempre valido Hamrin, che realizza 8 reti, dimostrandosi molto più utile alla causa rispetto all’irascibile, ancorché talentuoso, Amarildo.

Svedese che poi salda definitivamente il “debito di riconoscenza” contratto con Rocco nell’anno al Padova mettendo anche a segno la doppietta con cui il Milan si aggiudica la Finale di Coppa delle Coppe superando 2-0 a Rotterdam i tedeschi dell’Amburgo di Uwe Seeler, ideale antipasto per l’impresa dell’anno seguente.

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La prima rete di Hamrin in Finale all’Amburgo – da:wikimedia.org

Rocco aveva, difatti, lasciato nell’estate ’63 un Milan Campione d’Europa senza la possibilità di difendere il titolo la stagione successiva, ragion per cui si sente di affrontare l’edizione ’69 della Coppa dei Campioni un po’ da Campione in carica, e la strada per giungere alla Finale del 28 maggio a Madrid è lastricata di insidie, visto che ai rossoneri toccano in sorte, tra Quarti e Semifinale, le due vincenti delle precedenti edizioni, ovvero il Celtic Glasgow ed il Manchester United.

Sfide in cui emerge la forza della difesa, che dopo uno 0-0 in un San Siro innevato, riesce a reggere l’urto degli oltre 75mila tifosi scozzesi al Celtic Park capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Prati dopo 12’ di gioco, così come non si fa intimidire dall’ambiente ostile dell’Old Trafford di Manchester dove i rossoneri difendono con le unghie e con i denti il 2-0 maturato all’andata cedendo solo per una rete di Bobby Charlton a 20’ dal termine, con Cudicini a restare tra i pali nonostante fosse colpito al capo dai lanci dei tifosi avversari.

Scampati a queste autentiche battaglie, i rossoneri “cambiano pelle” – nelle due citate trasferte Rocco aveva rinunciato a schierare Trapattoni per giocarsi il “doppio stopper” affiancando Gino Maldera a Rosato – in Finale, visto che contro l’Ajax di un 22enne Johan Cruijff danno una vera e propria lezione di calcio, con un 4-1 che non ammette repliche ed in cui riluce Prati con una tripletta (ultimo giocatore a riuscirvi in una Finale di Coppa Campioni/Champions League) e si consacra la classe di Rivera, premiato a fine anno con il “Ballon d’Or” messo in palio dalla rivista francese “France Football”.

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La rete del 4-1 di Prati contro l’Ajax – da:storiedicalcio.altervista.org

Anno che non è ancora finito, poiché il successo in Coppa Campioni determina la sfida con i vincenti della Copa Libertadores sudamericana ed i rossoneri hanno modo di verificare a proprie spese come le battaglie nell’isola britannica fossero gite di piacere a confronto con quel che accade la sera del 22 ottobre ’69 allo “Estadio La Bombonera” di Buenos Aires contro 11 assatanati giocatori dell’Estudiantes che, sconfitti 0-3 all’andata a San Siro, commettono ogni tipo di nefandezze e brutalità sui malcapitati avversari, che riescono alla bell’è meglio a salvare la loro incolumità personale e vincere il Trofeo nonostante la sconfitta per 1-2 al termine di una “guerra” che coloro che vi hanno partecipato ricorderanno per tutta la vita.

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Rocco e Prati con la Coppa Campioni 1969 – da:lamescolanza.com

Raggiunto l’apice della Gloria, ed eguagliato il numero di Coppe Campioni vinte da Herrera, a Rocco resterebbe un altro ambito traguardo da tagliare, ovvero quello di condurre il Milan alla conquista della fatidica “Stella del decimo Scudetto” che già orna le maglie di Juventus ed Inter, ma per una serie di circostanze non propriamente fortunate – e qualche polemica di troppo tra lui e Rivera nei confronti della classe arbitrale – il traguardo sfuma per tre stagioni consecutive, con i rossoneri secondi sia nel ’71 – rimontati dall’Inter dopo aver sprecato un cospicuo vantaggio – che nel 1972 e ’73, beffati in volata dalla Juventus, con particolare ferita quella della “fatal Verona” del 20 maggio ’73, modo peggiore non poteva esservi per festeggiare i suoi 61 anni per un Rocco che se ne esce con un “me sa che sta stela porta sfiga …!!”.

Magra consolazione le due vittorie in Coppa Italia nel 1972 (2-0 al Napoli) e ’73, quando sconfigge ai rigori la Juventus Campione d’Italia, così come la seconda Coppa delle Coppe messa in bacheca il mercoledì antecedente l’ultima di Campionato a Verona superando 1-0 il Leeds a Salonicco difendendo ad oltranza il golletto messo a segno da Chiarugi dopo 7’, così che Rocco ripercorre la strada di Viani, assumendo l’incarico di Direttore Tecnico per lanciare i suoi “pupilli” Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni.

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Rocco e Trapattoni a testa bassa dopo il 3-5 di Verona – da:delinquentidelpallone.it 

Ma non è ancora tempo di abbandonare lo spogliatoio, nell’estate ’74 Rocco accetta l’offerta della Fiorentina in cui si sta imponendo il talento del 20enne Giancarlo Antognoni, ma i viola sono una formazione troppo giovane per il credo calcistico del Paron, che lascia la panchina dopo l’ultima di Campionato così che tocca al suo secondo Mario Mazzoni condurre la formazione gigliata al successo in Coppa Italia superando in Finale per 3-2 proprio il Milan, cosa che, forse, Rocco non avrebbe sopportato.

Rientrato in via Turati come Direttore Tecnico per tenere a battesimo l’esordio in panchina di Giovanni Trapattoni, Rocco è chiamato per un’ultima volta a dirigere la squadra dal campo per sostituire Pippo Marchioro nella sciagurata stagione ’77 che vede i rossoneri rischiare la retrocessione per poi concludere la stessa in gloria con la conquista della Coppa Italia nel modo migliore possibile, ovvero superando 2-0 in Finale l’Inter nel Derby disputato a San Siro, trofeo che rappresenta il decimo della Carriera di Rocco (2 Scudetti, 3 Coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni, altrettante Coppe delle Coppe ed una Intercontinentale), tutti vinti con il Milan, facendone tuttora il tecnico più vincente nella gloriosa Storia rossonera.

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I rossoneri festeggiano la Coppa Italia ’77 – da:wikipedia.org

Questa è la storia statistica di Rocco, ma l’allenatore triestino ha rappresentato molto di più delle aride, pur importanti cifre – tra cui quella delle 787 panchine in Serie A, un primato detenuto per quasi 30 anni, prima che venisse superato da Carletto Mazzone giunto a quota 792 – divenendo “personaggio” suo malgrado, lui che disdegnava i riflettori per rifugiarsi alla sera nelle interminabili serate (nottate) al Ristorante “L’Assassino” del toscano Ottavio Gori con gli inseparabili amici, tra cui non mancava quasi mai Gianni Brera, al pari di Niccolò Carosio, e giù cene, bevute, disquisizioni pallonare ed interminabili partite a carte …

Con il “buon vino” – mitiche le discussioni con Brera su chi se ne intendesse di più, loro che bevevano “per scientiam” e non perché avevano sete – a sciogliere la lingua, molto spesso Rocco si lasciava andare a confidenze che sarebbero dovute restare all’interno dello spogliatoio (“Me imbriago perché mi no go la squadra …”, una delle più classiche ), ma di cui nessuno dei presenti ha mai, per rispetto, fatto menzione nei propri resoconti, anche se il “buon retiro” per Nereo è il lunedì, allorché stacca la spina per andare a farsi consolare dall’inseparabile Siora Maria, la madre dei suoi figli di cui Bruno ha portato avanti la Macelleria di famiglia e l’altro, Tito, ha studiato farmacia, la moglie fedele, pacata ma energica che lo sa tenere a bada ed a cui lui è teneramente affezionato.

Forse non sarà stato un tattico sopraffino, Rocco, ma quanto ad “uomo di spogliatoio” non crediamo possa avere avuto eguali, riuscendo con le sue battute a sdrammatizzare la tensione dei momenti difficili e così, mentre Herrera caricava la squadra con le sue frasi motivazionali ad effetto, ecco il Paron che sul pullman che stava portando la squadra a Wembley per la Finale contro il Benfica, giunti in prossimità dello stadio, lui, seduto in prima fila, si alza in piedi e, rivolgendosi ai ragazzi, se ne esce con un “Chi no xe omo, resti sul pullman …!!” e si accascia sul sedile, risata generale e come è andata a finire già lo sapete …

E non può certo essere un caso, se dietro ai suoi insegnamenti, sono usciti fior di allenatori, oltre ai già ricordati Cesare Maldini e Trapattoni, anche Liedholm ha avuto da imparare (“Quel mona de Baron, con lui me toca sempre parlar italiano” …), così come Gigi Radice e Nevio Scala hanno appreso alla sua scuola, mentre invece rinuncia, fedele alla sua condotta, a collaborare con la Rai-Tv quando Tito Stagno gli offre un contratto come opinionista alla “Domenica Sportiva”, convinto (a giusta ragione …) che le sue battute avrebbero trovato il consenso degli spettatori, restando però spiazzato dalla risposta ”Go fato ‘l paiazzo per tanti anni in spogliatoio perché mi divertivo, nol poso farlo in television perché se diverta el Signor Stagno …!!”.

Una vita non propriamente vissuta secondo i canoni della scienza medica inizia a presentargli il conto nell’ultimo periodo, con Rocco costretto a lottare con acidi urici, trigliceridi e colesterolo che ne minano le difese immunitarie, ma da buon “testone” non vuole rinunciare a seguire la squadra rossonera nella trasferta di Manchester del 6 dicembre ’78 che vede il Milan opposto al City nel ritorno degli Ottavi di Coppa Uefa.

Il Milan ne esce male (sconfitto 0-3), ma Rocco ancor peggio, in quanto la fredda serata inglese gli fa contrarre una broncopolmonite che il suo fisico debilitato non riesce a sconfiggere, spengendosi la mattina del 20 febbraio ’79, a tre mesi esatti dal compimento dei 67 anni, per le complicazioni dovute all’emergere di una cirrosi epatica.

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Il libro “Nereo Rocco – la leggenda del Paron” di Gigi Garanzini – da:calciototale.eu

Quando si dice il destino. Una quercia d’uomo come il Paron tradito dal suo migliore amico, il vino, e dal suo marchio di fabbrica, la difesa”, così scrive Gigi Garanzini nel suo splendido libro “Nereo Rocco, la leggenda del Paron”, ed al quale i suoi ragazzi dedicano l’unico rammarico della sua vita, ovverossia la “Stella del decimo Scudetto”, che si aggiudicano matematicamente domenica 6 maggio ’79, due settimane prima della ricorrenza del compleanno del Paron, ed anche in questo caso, forse, vi è la mano del destino.

Mentre lui se ne era andato il 20 febbraio, data che, viceversa, coincide con la nascita di Jimmy Greaves, ma non crediamo che l’inglese abbia fatto caso alla coincidenza …

 

LEE TREVINO, IL MESSICANO NATO IN AMERICA SPECIALIZZATO IN DOPPIETTE

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Lee Trevino trionfante – da jitterbuggingforjesus.com

articolo di Nicola Pucci

Non inganni luogo di nascita, Dallas, e cittadinanza, ovviamente americana: Lee Trevino a tutti gli effetti può considerarsi quasi più messicano che statunitense, se è vero che si guadagnò, affettuosamente, i soprannomi di “The Merry Mex” e “Supermex“.

In effetti, in quel crogiolo di etnie antropologicamente differenti che è la società americana, Lee Trevino, ed il nome lo evidenzia chiaramente, emise sì il primo vagito, il 1 dicembre 1939, in Texas, ma se vide la luce lo dovette a papà Joseph, che ben presto pensò bene di abbandonare il tetto coniugale, e mamma Juanita, di chiare origini messicane, che lo allevò nella miseria assieme al nonno Joe, che di mestiere faceva il becchino.

La vita è particolarmente dura, nei sobborghi di Dallas, nel secondo dopoguerra, e il piccolo Lee è costretto dalle necessità a frequentare più spesso i campi di cotone che la scuola, così come i prati del Glen Lakes Country Club di golf, vicino casa, che lo attraggono ben più dei banchi di una classe. Ed è qui che uno zio lo avvia all’esercizio con bastone e palline, tanto che ben presto diventa caddy a tempo pieno, allenandosi nei ritagli di tempo nelle tre buche con poca erba ma tanta terra e battute dal vento che sono poste proprio dietro le baracche. Saranno proprio queste avverse condizioni di gioco che svilupperanno in Lee Trevino uno swing tra i meno ortodossi della storia del golf, ma tanto vincente da permettergli di iscrivere il suo nome all’albo d’oro di ben sei tornei Major.

Ma prima di conoscere la gloria del professionismo, Trevino si arruola, 17enne, nel corpo dei Marines, e vi rimane fino al 1960, quando si congeda con i gradi di caporale, non senza aver giocato a golf con gli ufficiali della Marina degli Stati Uniti. Gareggia in seguito alle competizioni in Asia delle Forze Armate, e se qui trova come rivale più agguerrito quell’Orville Moody, di sei anni più anziano, che assieme a lui infiltrerà il PGA Tour e nel 1969 vincerà una storica edizione degli US Open, ecco che è tempo di andare a confrontarsi con i migliori, riuscendo infine a qualificarsi per la prima volta per gli US Open del 1966.

Inizia praticamente qui la carriera di campione di Lee Trevino, che se farà appunto inorridire gli esteti del golf per quel modo del tutto particolare di colpire lo swing con la faccia del bastone chiusa quasi fosse una mazza da baseball, nondimeno sarà tra i più apprezzati dal pubblico per quell’altrettanto particolare vezzo, e di qui il soprannome di “The Merry Mex“, di parlare in continuazione, e far sorridere con le sue esilaranti battute, lungo i tanti chilometri di fairway macinati nel corso di una carriera quasi trentennale.

Ma torniamo a quell’edizione degli US Open 1966, quando Trevino, all’Olympic Club di San Francisco, passa il taglio per infine chiudere in 54esima posizione, per poi ottenere una già eccezionale quinta piazza l’anno successivo, quando completa il percorso in 283 colpi, otto in più dell’immenso Jack Nicklaus che vince il torneo precedendo di quatto colpi un’altra leggenda del golf, Arnold Palmer.

E’ solo l’antipasto di una carriera che sta per decollare, tanto da meritarsi a fine anno l’elezione a Rookie of the year e a garantirsi la partecipazione per l’edizione del 1968. Che se è un anno tanto rivoluzionario sotto l’aspetto prettamente culturale, lo è altrettanto nel percorso agonistico di Trevino, che fa saltare il banco. I campioni si sfidano all’Oak Hill Country Club di Pittsford, dalle parti di New York, e l’americano di origini messicane, lo si vede chiaramente dai tratti somatici, non è certo atteso tra i favoriti, anche perché per ora, in carriera, vanta solo tre successi minori, due al Texas State Open nel 1965 e nel 1966 ed uno al New Mexico Open, sempre nel 1966. Trevino chiude il primo giro in 69 colpi, due più del leader di giornata Bert Yancey, che guida la classifica anche dopo secondo e terzo giro, senza preoccuparsi troppo delle velleità di Nicklaus, campione in carica, che abborda l’ultimo giro con sei colpi di ritardo da Trevino e sette da Yancey. Ma un bogey alla buca 5 costa il comando a Yancey, Trevino non trema, anzi, infila due birdie consecutivi alla buca 11 e alla buca 12, allunga sul rivale che cede di schianto ed infine va a cogliere una vittoria a sensazione con un totale di 275 colpi che eguagliano il record stabilito dodici mesi prima proprio da Nicklaus, che nel frattempo rimonta quanto basta per cogliere il secondo posto in 279 colpi. Con l’aggiunta, per Trevino, di essere il primo golfista della storia a chiudere i quattro giri sotto il par.

Di colpo, Trevino diventa una celebrità, ma se il successo agli US Open sembra un exploit destinato a non avere un seguito perché la classe è certa così come la tecnica poco ortodossa, ecco che invece l’americano/messicano inizia la scalata ai vertici della gloria golfistica. Mettendosi in saccoccia qualcosa come ben 29 tornei del PGA Tour, tra i quali ben sei tornei dello Slam, frutto di tre fantastiche doppiette. Che curiosamente hanno una cadenza temporale del tutto singolare.

Se inizialmente, infatti, Trevino sembra avere un rapporto del tutto confidenziale con l’US Open vincendo nuovamente nel 1971, quando, al Merion Golf Club di Ardmore, in Pennsylvania, è protagonista di una sfida epica con il solito Nicklaus che si risolve in uno play-off di 18 buche al lunedì rimasto famoso per il divertente siparietto sul tee della buca 1 quando Trevino estrae dalla sacca un serpente di gomma lanciandolo al rivale e scatenando l’ilarità della folla, ecco che poi è la volta dell’Open Championship diventare il torneo Major preferito dal campione di Dallas.

Che sempre nell’estate del 1971, in una tre settimane da favola che a fine anno gli varranno l’elezione a Sportivo dell’Anno dalla prestigiosa rivista Sports Illustrated, dopo aver vinto in Canada, trionfa anche all’edizione numero 100 del torneo britannico, disputato al Royal Birkdale Golf Club di Southport, chiudendo in testa tutti e quattro i giri, il primo in 69 colpi alla pari con Vicente Fernandez, Tony Jacklin e Howie Johnson, il secondo in 70 colpi con il solo Jacklin, il terzo nuovamente in 69 colpi in perfetta solitudine, il quarto e decisivo in 70 colpi che valgono un totale di 278 colpi, uno in meno del sorprendente Lu Liang-Huan, golfista di Taiwan.

Proclamato re d’Inghilterra, Trevino rinnova la sfida l’anno dopo, 1972, quando trova nuovamente sulla sua strada, almeno per i primi tre giri al Muirfield Golf Links di Gullane, in Scozia, Jacklin che come esattamente l’anno prima, però, cede il passo definitivamente al giro risolutivo. A sfidare Trevino, che al terzo giro infila ben cinque birdie consecutivi dalla buca 14 alla buca 18, per la vittoria finale così, per la terza volta, è Nicklaus, che chiude in 66 colpi contro i 71 del rivale, che contiene la rimonta del grande Jack ed infine si conferma campione con 278 colpi, bissando nel Major britannico come, buon ultimo, era stato capace di fare Arnold Palmer nel 1962.

Trevino ormai è uno dei golfisti non solo di riferimento per gli anni Settanta, ma già uno dei più grandi di sempre, avendo collezionato ben quattro titoli dello Slam in quattro anni. Ma la serie è da completarsi, con un’altra doppietta, che come quelle all’US Open e all’Open Championship, ha pure questa i contorni dell’epica. Se la prima volta al PGA Championship, infatti, data 1974, quando Trevino, dopo un primo giro in 73 colpi, ovvero quattro sopra il par, recupera posizioni con un secondo giro in 66 colpi, per poi balzare in testa con un terzo giro in 68 colpi e completare l’opera in 69 colpi che gli consentono, con 276 colpi, di tenere a bada, per un solo colpo, l’immancabile Nicklaus, per il bis bisogna attendere ben 10 anni. E non certo solo per demerito proprio.

Nel 1974, infatti, nel corso del Western Open di Chicago, Trevino viene colpito da un fulmine che gli produce una lesione alla colonna vertebrale. Limitato da quel giorno da una schiena quasi mai in grado di sostenerlo, Trevino conosce alcuni anni di logico appannamento, per tornare competitivo ai massimi livelli una volta scavalcata la barriera dei 40 anni. E nel 1984, al PGA Championship, realizza l’ennesimo exploit della sua carriera, non solo prendendo il comando della competizione fin dal secondo giro in coabitazione con Gary Player e Lanny Wadkins, per poi allungare sui due avversari al giro conclusivo, ma pure facendo segnare lo score record di quattro giri sotto i 70 colpi, come mai nessuno prima di lui.

E’ il sesto ed ultimo Major della carriera di Lee Trevino, che se può vantare anche sei successi in Ryder Cup, deve altresì convivere con il rammarico di non aver mai saputo adattarsi alle condizioni di gioco dell’Augusta Masters. Lì, dove avrebbe amato tanto vincere, non andò mai oltre il decimo posto, ma fa lo stesso. Uno che, dopo che fu colpito dal fulmine, ebbe modo di rispondere ad un reporter che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se fosse tornato in campo e si fosse nuovamente scatenata la tempesta “avrei preso il mio ferro-1 ed avrei mirato il cielo, perché neppure Dio può colpire il ferro-1!“, vi pare che se ne sarebbe fatta una malattia? Come minimo ci sorride sopra