GREGOR HRADETZKY, DALL’ORGANO ALLA CANOA D’ORO A BERLINO 1936

gregor2.jpg
Gregor Hradetzky a Berlino 1936 – da gettyimages.it

Le Olimpiadi di Berlino del 1936 segnano l’esordio ai Giochi delle gare di canoa-kayak. Nel bacino di Grunau si disputano, tra il 7 e l’8 agosto, nove prove: tre di canoa, quattro di kayak e due di kayak smontabili. Il protagonista della kermesse a cinque cerchi è Gregor Hradetzky, austriaco 27enne nato a Krems an der Donau, che si mette al collo due medaglie d’oro individuali.

Curiosa la storia di Hradetzky, figlio di un costruttore di organi, che impara a pagaiare lungo le acque del Danubio e che d’inverno, bravo con gli sci ai piedi, si garantisce la possibilità di partecipare ai Giochi di Garmisch nella combinata nordica. Un infortunio alla mano lo esclude però dalla kermesse a cinque cerchi, ed allora è bene dirottare ambizioni ed energie alle Olimpiadi berlinesi.

La prima gara a cui Hradetzky si presenta al via sono i 10.000 metri kayak smontabili (F1, gara che per la prima ed unica volta viene disputata alle Olimpiadi), di cui lo stesso atleta ha vinto il titolo europeo nel 1933 e nel 1934. I suoi rivali più pericolosi sono il francese Henri Eberhardt, secondo proprio alla manifestazione continentale, mentre il campione nazionale tedesco, Xaver Hormann, veste i panni del terzo incomodo. In effetti i tre atleti si contendono le medaglie dominando la prova fin da subito, con gli altri dieci concorrenti a distanza di sicurezza. Dopo che Hormann ha comandato la gara all’inizio, Hradetzky e Eberhardt lo rilevano in testa alla corsa, alternandosi in prima posizione, fin quando all’ultimo chilometro Hradetzky allunga e vince con un margine di tre secondi sul francese, con Hormann che sale sul terzo gradino del podio.

Il giorno dopo tocca al K1 1.000 metri, prova che prevede due batterie che qualificano i primi quattro alla finale. Il favorito è il tedesco Helmut Cammerer, campione d’Europa, mentre sono assenti l’altro tedesco Ewald Tilker e lo svedese Nils Wallin che proprio agli Europei si sono messi in luce. Curiosamente Hradetzky e Cammerer competono nella stessa batteria, la seconda, dopo che l’olandese Jaap Kraaier ha vinto la prima con il tempo di 4’36″5, chiudendo in prima e seconda posizione con un cronometro che li conferma decisamente superiori alla concorrenza, 4’25″9 l’austriaco e 4’27″2 il tedesco. In finale è testa-a-testa tra i due campioni, con Cammerer che guida la corsa nelle fasi iniziali e Hradetzky che si fa strada a 200 metri dal traguardo scavalcando il rivale alla sua sinistra ed andando a concludere con il tempo di 4’22″9 per il secondo trionfo d’oro, tre secondi meglio di Cammerer che è medaglia d’argento. L’olandese Kraaier è terzo, davanti all’americano Riedel.

A Gregor Hradetzky potrebbe già esser sufficiente quanto fatto in Germania per garantirsi l’immortalità sportiva, unico austriaco della storia, assieme a Julius Lenhart che ci riuscì nei concorsi di ginnastica addirittura a St.Louis nel 1904, ad aver vinto due medaglie d’oro nella stessa edizione dei Giochi. Due anni dopo coglie un bronzo, sempre nel K1 1.000 metri, alla prima rassegna iridata di Vaxholm, in Svezia, battuto stavolta da Cammerer, che trova però il beniamino di casa Karl Widmark a negargli la gioia del successo. Poi la guerra impone l’alt e per questo ragazzone con la passione per il kayak, che saltava con gli sci e si dilettava con il fondo, è già l’ora di tornare all’organo.

Annunci

LA CORSA VERSO LA LIBERTA’ DI JOSIA THUGWANE, PRIMO ORO NERO DEL SUDAFRICA

THUGWANEù.jpg
Josia Thugwane all’arrivo della maratona di Atlanta 1996 – da krqe.com

articolo di Giovanni Manenti

Non si può utopisticamente credere che una sola legge, per quanto attesa da decenni, possa come un colpo di spugna cancellare in un attimo le nefandezze di decenni di segregazione razziale che hanno coinvolto le varie etnie nere del Sudafrica, a partire dall’immediato secondo dopoguerra.

L’apartheid” – poiché è di quello che, ovviamente, stiamo parlando – viene istituito dal governo sudafricano nel 1948, sicuramente influenzato anche dalle ideologie naziste nonostante il crollo del “Terzo Reich“, e vede i suoi più accaniti sostenitori nei primi ministri Afrikaner succedutisi negli anni, da Daniel François Malan a Johannes Strijdom ed Hendrik Verwoerd, quest’ultimo assassinato nel 1966.

Nonostante le Nazioni Unite avessero catalogato l’apartheid tra i crimini contro l’umanità sin dal 1976 ed imposto al paese sudafricano restrizioni di carattere economico, lo stesso prosegue sino al 1990, quando, sulla base anche delle pressioni della Comunità Internazionale, l’allora presidente Frederik De Klerk concede la grazia al leader dell’ANC (“African National Congress“) Nelson Mandela dopo 27 anni di prigionia, primo passo per la successiva promulgazione della legge che nel 1994 sancisce la fine della segregazione razziale.

Anche lo sport mondiale, al pari di altri settori, bandisce il Sudafrica dalle competizioni internazionali, escludendolo dai Giochi olimpici a partire dall’edizione di Tokyo 1964 sino a decretarne la riammissione a Barcellona 1992, con una ulteriore, forte, dimostrazione avverso la politica segregazionista messa in atto dagli altri paesi africani che si ritirano dalle Olimpiadi di Montreal 1976 per protesta contro la presenza della rappresentativa della Nuova Zelanda, la cui nazionale di rugby aveva disputato alcune gare contro il Sudafrica.

Ed è proprio dallo sport che viene il primo grande segnale di distensione nei confronti del “nuovo corso” del paese, con l’assegnazione al Sudafrica dell’edizione 1995 della Coppa del Mondo di rugby dopo l’avvenuta elezione di Nelson Mandela (“Nobel per la Pace” 1993 assieme a De Kerk) a presidente della Repubblica, torneo che i sudafricani si aggiudicano potendo contare nelle loro fila sull’apporto del nero Chester Williams, primo atleta di colore a far parte della nazionale dalla fine dell’apartheid.

Ma per i neri del Sudafrica il percorso di integrazione non è certo dei più semplici, viste le ancora molteplici differenze nel ricoprire ruoli di prestigio nelle strutture pubbliche e l’arretratezza che oltre 40 anni di regime segregazionista hanno imposto loro, ed ancora una volta è lo sport che può dare una, seppur piccola, mano in questo processo di crescita e quale miglior occasione può presentarsi, se non quella dei “Giochi del Centenario” che si svolgono nel 1996 ad Atlanta, capoluogo della Georgia, uno degli stati del sud che più combatté contro la politica antischiavista del presidente Lincoln.

Ed ecco che, nel nostro racconto, emerge la figura del protagonista, vale a dire Josia Thugwane, primo rappresentante di etnia nera a vincere una medaglia d’oro per il suo paese nell’epoca del “post apartheid“, il quale trionfa nella più classica delle specialità olimpiche, vale a dire la maratona.

La storia del giovane Josia è comune a molti altri suoi coetanei. Nato nell’aprile 1971, membro della tribù dei Ndebele, viene abbandonato in tenera età dai suoi genitori e già a nove anni è costretto a lavorare, quale guardiano di bestiame, circostanza che non gli impedisce comunque di dedicarsi al calcio, passione che sviluppa sino ai 17 anni, quando realizza che correndo si possono guadagnare dei soldi, ottenendo il suo primo successo in una gara di mezza maratona che gli frutta ben 50 rand, pari a 14 dollari!

Comunque, la corsa riesce a cambiargli la vita, visto che attira le attenzioni del proprietario di una vicina miniera di carbone che lo assume anche per poter rivaleggiare contro altri minatori, assicurandogli un lavoro come assistente in cucina che gli consente di costruirsi una baracca per sua moglie ed i figli alla periferia est di Johannesburg.

Lavoro e corsa, cucina ed allenamenti sono il “mantra quotidiano” di Thugwane, che viene scelto una prima volta nel 1994 per rappresentare il suo paese all’estero, giungendo quattordicesimo in una gara a Seul in Corea e, l’anno seguente, non termina la maratona di New York, ma ottiene il suo primo successo di rilievo in campo internazionale, affermandosi nella gara sui 42 chilometri di Honolulu.

Nel frattempo, le buone prestazioni atletiche gli consentono anche di migliorare il suo “status” lavorativo e quindi economico, ottenendo un posto come bidello in un ostello per lavoratori, cosa che gli permette anche di aprire un piccolo bar accanto alla propria abitazione in cui far lavorare i propri familiari.

Le selezioni per le Olimpiadi di Atlanta si avvicinano e, nonostante i suoi buoni risultati, Thugwane non è ancora inserito tra i partecipanti alla maratona dei Giochi, per la quale, dopo i già prescelti Lawrence Peu e Gert Thys, resta ancora un posto libero a disposizione, che la Federazione intende riservare a colui che si aggiudica il titolo ai campionati sudafricani. E’ un’occasione unica per il venticinquenne Josia che difatti non se la lascia sfuggire, vincendo la gara nell’ottimo crono di 2h11’46” e potendosi così preparare in tutta tranquillità per la rassegna olimpica.

Oddio, tranquillità è una parola grossa per che vive ancora nelle “baraccopoli” in Sudafrica, suscitando anche una certa invidia per la sua appena migliorata condizione sociale, tant’è che, ad appena due settimane dalla sua vittoria ai campionati nazionali, mentre sta guidando il suo “pickup” per andare ad acquistare qualche mucca, Thugwane si ferma per far salire un autostoppista suo amico. Imprudenza che rischia di pagare a carissimo prezzo, poiché due banditi saltano sull’automezzo minacciandolo con una pistola. La prontezza di riflessi dell’atleta gli consente di fuggire, non prima di essere colpito di striscio al mento da un proiettile, che gli lascia una cicatrice sul volto, e di subire altresì un colpo alla schiena a soli cinque mesi dall’inizio dei Giochi.

Scampato il pericolo, Thugwane si aggrega al gruppo degli atleti sudafricani per uno stage in altura ad Albuquerque, nel New Mexico, pur con nella mente la preoccupazione per la propria famiglia ed eventuali attacchi che potrebbe subire durante la sua assenza, ma ciò è anche l’occasione per confrontarsi in allenamento con altri e più famosi “runners“, realizzando per la prima volta l’importanza che per ognuno di loro rappresenta l’appuntamento olimpico, quello che – parole sue – “è paragonabile al Mondiale di calcio per un calciatore!“.

Nelle previsioni degli esperti, ancorché come sempre la maratona sia uno di quegli eventi che più di ogni altro sfugge a qualsiasi pronostico, essendo il proprio svolgimento condizionato da molte variabili, Thugwane, che prima dei Giochi ha al suo attivo solo il ricordato primo posto ad Honolulu nel 1995 e che vanta solo il 41.mo tempo nel ranking mondiale all’epoca con il citato 2h11’46” che gli è avvalso la selezione olimpica, non rientra certo nella ristretta cerchia dei favoriti.

Lista dei pretendenti all’oro che comprende a maggior titolo il messicano Silva – già sesto a Barcellona 1992 e nono ai Mondiali 1993, nonché vincitore delle edizioni 1994 e 1995 della maratona di New York –, l’australiano Steve Moneghetti, oro ai “Commonwealth Games” 1994 e sempre piazzato nelle grandi manifestazioni internazionali, il britannico di origini indiane Richard Nerurkar, primo nella Coppa del Mondo 1993 e quarto agli Europei 1994, e soprattutto lo spagnolo Martin Fiz, campione europeo e mondiale in carica per le vittorie ottenute ad Helsinki 1994 e Göteborg 1995, senza ovviamente trascurare la pattuglia keniana, tra cui il più accreditato è Erick Wainaina che ha al suo attivo la vittoria nelle maratone di Hokkaido e Tokyo, ancorché appena 18.mo ai Mondiali di Göteborg 1995.

Tra tanta sfortuna che ha sin qui condizionato la vita di Thugwane, un aiuto gli giunge dalle condizioni climatiche con cui il 4 agosto 1996 la gara prende il via, che indubbiamente lo favoriscono, data anche la sua ridotta corporatura di m.1,58 di altezza per appena 47 chili, considerata l’elevata temperatura presente ad Atlanta che induce gli organizzatori ad anticipare la partenza alle ore 7.05 del mattino.

Dei 124 partecipanti alla prova, ne restano subito a competere per le prime piazze una sessantina, con i sudafricani a scandire il ritmo di gara senza eccessivi “scossoni” sino al 25.mo chilometro, quando la competizione si anima con il progressivo incremento dell’andatura riducendo il gruppo di testa dapprima a 48 atleti e poi a 21 intorno al trentesimo chilometro per una prima incisiva azione da parte del brasiliano Luis dos Santos, cui replica Thugwane con un deciso allungo un chilometro dopo, venendo seguito solo dal sudcoreano Lee Bong-ju, con i due che guadagnano una cinquantina di metri sul resto dei concorrenti.

Al 35.mo chilometro il “gapviene colmato dal keniano Wainaina, ed i tre procedono uniti verso il traguardo, nonostante i ripetuti allunghi di Thugwane, ai quali sia l’asiatico che l’uomo degli altipiani prontamente replicano, salvo “abdicaresull’ultimo tentativo che il sudafricano compie ad un chilometro dall’arrivo, con i tre componenti il podio che entrano quasi contemporaneamente nello Stadio Olimpico.

Il boato del pubblico è assordante, oltre due ore di fatica non contano niente, contano solo i 100 e poco più metri di rettilineo ed i successivi 400 del giro di pista per quella che sarebbe una medaglia storica per la propria gente, il primo atleta di colore a vincere un oro olimpico per il Sudafrica, e ci possiamo immaginare come nella mente di Josia passino in quei fatidici ultimi metri le scene di un’infanzia tribolata, delle angherie subite nei duri anni dell’apartheid, dei sacrifici compiuti per emergere e, se doveva servire a dare una carica in più per aggiudicarsi una “volata storica” che mai prima di ora si era registrata in un finale di maratona, ecco che tutto ciò spinge Thugwane a tagliare in 2h12’36” il traguardo con appena 3″ di vantaggio su Lee Bong-ju ed 8″ su Wainaina, per quello che è tuttora il più ridotto margine della storia dei Giochi a cinque cerchi, mentre devono accontentarsi delle piazze di rincalzo Fiz, Nerurkar, Silva, Moneghetti e l’altro messicano Paredes, che giungono nell’ordine dal quarto all’ottavo posto, completando anch’essi la prova entro le 2h e 15 minuti.

Solo che Josia si è preparato per correre, ma non per gestire il successo in un’epoca di ampia copertura televisiva e di contratti di sponsorizzazione per gli atleti, così che non riesce a capitarsi di cosa debba fare dopo aver vinto la maratona ad una Olimpiade, tanto che ritiene di dover abbandonare lo stadio solo per essere bloccato dai funzionari che lo avvisano che deve prepararsi per la premiazione.

Benedetta ignoranza, o forse ingenuità e candore, quella purezza di spirito che lo fa restare impalato sul prato quando lo speaker dello stadio pronuncia il suo nome quale “Winner of the Gold Medal” e deve essere ancora un funzionario ad invitarlo a salire sul gradino più alto del podio per la consegna della medaglia e l’esecuzione dell’inno nazionale sudafricano.

Thugwane celebra la sua vittoria acquistando un lettore CD e trenta dischi, ma si deve presto accorgere come, nella sua veste di primo nero a conquistare un oro olimpico per il suo paese, i cosiddetti “giorni dell’innocenza” siano finiti,  assalito al ritorno in patria da giornalisti, sponsor, procuratori, politici, mendicanti e financo criminali.

Ma, per uno che si è “conquistato la vita a morsi“, che problemi volete che siano?

DELGADO E LA VUELTA 1985 STRAPPATA A MILLAR

delgado.jpg
Pedro Delgado all’attacco – da pedrodelgado.com

Il ciclismo, da sempre, è storia di imboscate e tradimenti, beffe e ribaltoni di fronte. Come quel che accadde alla Vuelta del 1985, quando un giovanotto che veniva dal Regno Unito, lo scozzese Robert Millar, credeva ormai di aver battuto l’eroe di Spagna, Pedro Delgado, facendosi invece soffiare da sotto il naso un successo ormai quasi messo in cassaforte.

L’edizione numero 40 del Giro di Spagna ha in calendario un prologo e diciotto tappe, da disputarsi a cavallo tra il 23 aprile e il 12 maggio, per complessivi 3.474 chilometri di sudore. Il francese Eric Caritoux, sorprendente trionfatore l’anno prima, capeggia la lista degli allineati al via, tra questi l’irlandese Kelly, compagno di squadra di Caritoux alla Skil, gli olandesi Winnen e Rooks che si dividono i gradi di capitano in seno alla corazzata Panasonic, appunto Millar che veste la casacca della Peugeot, il teutonico Dietzen che corre per la Teka e Gianbattista Baronchelli che difende le chance dell’Italia e della Supermercati Brianzoli. Gli iberici, al solito, investono grosso sulla corsa di casa e affidano velleità di vittoria non solo a Delgado, quarto l’anno prima e che fa coppia col giovane e promettentissimo Pello Ruiz Cabestany in casa Orbea-Gin MG, ma anche al “vecchioVicente Belda, che fu terzo nel 1981, Faustino Ruperez, vincitore nel 1980, e Alvaro Pino compagni di squadra alla Zor, e Pedro Munoz, delfino di Battaglin proprio nell’edizione del 1981. Su tutti loro incombe, pericolosa ma forse non così tanto da poter ambire al podio finale, la minaccia dei colombiani Herrera, Parra e Francisco “Pacho” Rodriguez, che adorano le asperità spagnole e troveranno terreno adattissimo alle loro ambizioni.

Si comincia da Vallodolid con un prologo di 5,6 chilometri che assegna all’olandese Bert Oosterbosch, specialista dello sforzo breve, la prima maglia “amarillo. Ad onor del vero le prime tappe regalano gioie, tante, agli stranieri che si impongono in sequenza con il belga Planckaert a Zamora, l’irlandese Kelly ad Orense nel giorno in cui un campioncino in divenire, il poco più che 20enne Miguel Indurain, si veste delle insegne del primato, momento che per lui diverrà consuetudine non molti anni dopo, Baronchelli che anticipa Giovanni Mantovani a Santiago di Compostela ed ancora Planckaert a Lugo. Gli spagnoli mancano dalle prime posizioni ai traguardi di giornata ma si sa, se non ci sono colli da scalare, per loro son vacche magre.

Difatti, al settimo giorno, dopo il trionfo di Echave ad Oviedo, i Laghi di Covadonga chiamano i pretendenti alla vittoria finale al primo test probante, e Delgado, dopo aver atteso che si spengesse l’ardore di Millar ed Herrera che avevano provato a forzare i tempi, stacca tutti e vince in solitario con 12 secondi sullo stesso Millar, 16 su Pino e 20 su Parra e Cabestany, detronizzando Indurain e a sera trovandosi leader della corsa, scortato dal compagno Cabestany a 7 secondi di distanza.

Ma è solo l’inizio dei fuochi d’artificio destinati ad infiammare la corsa fino al traguardo finale di Salamanca. Il giorno dopo lungo le rampe del Collado de la Hoz, del Collado de Ozalba, della Collada de Carmona, del Puerto de Palombera e all’arrivo ad Alto Campoo è proprio Cabestany ad approfittare del cedimento del capitano, staccato di quasi quattro minuti, chiudendo il terzetto in fuga alle spalle del colombiano Agudelo e di Millar per vestire a sua volta la maglia di capoclassifica con soli 6 secondi d vantaggio su Millar che diventa, di fatto, il pretendente più accreditato alla vittoria finale. Tanto più che nei giorni successivi, a Tremp dove Kelly batte di una spanna Baronchelli, il britannico scalza Cabestany, Delgado, in evidente difficoltà, perde ancora tempo prezioso e il colombiano Rodriguez, quando la corsa abborda i Pirenei, si impone nell’arco di sole 24 ore ad Andorra e nella cronoscalata di Pal.

Situazione dunque delinata, con Millar che comanda la corsa, Rodriguez che insegue a 13 secondi e Cabestany che occupa il provvisorio terzo gradino del podio con un margine di disavanzo di 1 minuti 55 secondi. Parra e Delgado accusano un ritardo maggiore e sono in quarta e quinta posizione, quando il calendario propone la cronometro di Alcalà de Henares, 43 chilometri contro le lancette che consentono a Cabestany, il più veloce del lotto, di accorciare ad 1 minuto 15 secondi le distanze da Millar, che si difende con i denti concedendo solo 3 secondi a Rodiriguez e conservando la maglia amarillo per 10 secondi. Delgado perde ancora due minuti e con un distacco di oltre 6 minuti nessuno, ma proprio nessuno, lo accredita più di una sola possibilità non solo di vittoria finale, ma anche di salire sul podio.

Invece… invece ecco la tappa numero 17, penultima delle serie, che se a qualcuno, Millar, porta decisamente male, ad un altro, proprio Delgado, dice invece bene. Succede che in una giornata da girone dantesco per le avverse condizioni climatiche Recio, spagnolo di secondo piano della Kelme, attacca portandosi dietro Delgado, mentre Millar fora e quando torna in gruppo nessuno lo mette al corrente del tentativo di “Perico“. E così, mentre gli iberici fanno quadrato neppure azzardandosi di inseguire i due fuggitivi, e mentre lo stesso Rodriguez rinuncia a velleità personali per non compromettere le chances del campione spagnolo all’attacco, Millar, non certo ben assistito dal direttore sportivo Roland Berland, naufraga, il distacco con i due fuggitivi cresce ad ogni tornante del colle El Loen e all’arrivo al Palazuelos de Eresma, alle porte di Segovia, dove Recio brucia Delgado per la vittoria parziale, i quasi sette minuti di margine certificano che l’imboscata è riuscita e la rivoluzione in testa alla classifica è cosa fatta.

Delgado è la nuova maglia amarillo della Vuelta, quella definitva, e il sogno di Millar di conquistare il trono di Spagna sfuma per la miseria di 36 secondi, con Rodriguez sul terzo gradino del podio a 46 secondi. La stampa britannica parlerà di “The stolen Vuelta” (la “Vuelta rubata“), per il tacito accordo tra le squadre spagnole di non favorire Millar nella caccia a Delgado. “E’ scandaloso, eravamo veramente da soli contro un intero gruppo. Era essenziale che uno spagnolo vincesse” griderà al mondo un basito Roland Berland. Lo stesso Delgado dichiarerà “ringrazio tutti gli spagnoli. Un ringraziamento speciale a Javier Minguez (direttore sportivo della squadra ZOR), che ha fatto perdere a Rodriguez un posto molto interessante in classifica generale per favorire la vittoria di uno spagnolo. La mia vittoria...”

Già, proprio così, l’albo d’oro della Vuelta per il 1985 celebra la vittoria di Delgado… a Millar, che nel frattempo si è fatto donna, non resta che la rabbia per quel che poteva essere e non è stato. Storie di ciclismo ordinario.

 

ESTUDIANTES-MILAN 1969, LA CACCIA ALL’UOMO DELLA “BOMBONERA”

milan-estudiantes-combin-naso.jpg
Nestor Combin con il naso rotto – da storiedicalcio.aletrvista.org

articolo di Giovanni Manenti

Il ritorno di Nereo Rocco sulla panchina del Milan nell’estate del 1967, dopo che il precedente tecnico Arturo Silvestri aveva concluso la stagione con la conquista della Coppa Italia a spese del Padova, superato in finale all’Olimpico per 1-0 grazie ad una rete di Amarildo, consente ai rossoneri di completare un biennio da favola in cui mettono in fila, in rapida successione, lo scudetto 1968, la Coppa delle Coppe nel medesimo anno superando in finale i tedeschi dell’Amburgo con protagonista lo svedese Hamrin, prelevato dalla Fiorentina in cambio di Amarildo, e la Coppa dei Campioni 1969, travolgendo in finale per 4-1 l’Ajax di un giovane Cruijff, con Pierino Prati autore di una tripletta.

Per completare il “grande Slam” al club di via Turati manca solo l’ultima perla, vale a dire la conquista della Coppa Intercontinentale, trofeo che, istituito nel 1960 su iniziativa dell’UEFA e del CONMEBOL (Confederazione Sudamericana del Calcio), mette di fronte i vincitori della Coppa dei Campioni e della Copa Libertadores per quanto riguarda il Sudamerica.

Le prime nove edizioni hanno visto la supremazia delle formazioni d’oltre oceano con sei successi contro i soli tre delle europee, dei quali due appannaggio dell’Internazionale, vincitrice nel 1964 e nel 1965 entrambe le volte ai danni degli argentini dell’Independiente, mentre il Milan, prima squadra italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1963, ha della competizione un ricordo ben più amaro.

Opposta, difatti, al grande Santos dell’immenso Pelè, da due anni campione sudamericano e che nella precedente edizione aveva dato un’autentica lezione di calcio al Benfica di Eusebio & Co. surclassandolo allo “Estadio da Luz” di Lisbona con un 5-2 (tripletta di “O’Rey“) dopo il 3-2 dell’andata al Maracanà, la formazione rossonera aveva dovuto provare sulla propria pelle cosa volesse dire recarsi a giocare nell’infuocata bolgia di uno stadio sudamericano, con direttori di gara compiacenti che consentono ogni tipo di rudezze.

Convinti di aver quasi il trofeo in pugno dopo il 4-2 del match di andata a San Siro – presentato dalla stampa come il confronto tra Pelè ed Amarildo, appena acquistato dal Milan e che ai Mondiali del 1962 in Cile aveva proprio rilevato la “perla nera” infortunata, ed in cui i due fuoriclasse realizzano una doppietta a testa, impreziosita per il Milan dalle reti di Trapattoni e Mora – ed, ancor più dopo il 2-0 in proprio favore (reti di Altafini e Mora) con cui si conclude il primo tempo al ritorno in un Maracanà gremito da 150.000 spettatori, i rossoneri subiscono nella ripresa il ritorno dei brasiliani che realizzano quattro reti nello spazio di 20′ rimandando la decisione allo spareggio in programma appena due giorni dopo nel medesimo stadio.

I giocatori – ed Altafini in particolare – implorano il presidente Felice Riva di chiedere la sostituzione dell’arbitro, l’argentino Juan Brozzi, con un altro direttore di gara, sia pur brasiliano, ma le loro istanze non vengono ascoltate ed il Milan, che già deve fare a meno di Ghezzi, David e Rivera, usciti malconci dalla gara di due giorni prima, devono subire le angherie di una sconfitta per un rigore che definire generoso è un eufemismo, realizzato da Dalmo al 35′ con l’aggiunta dell’espulsione di Cesare Maldini.

In questo ulteriore tentativo di aggiudicarsi il trofeo, un piccolo vantaggio per i rossoneri deriva dal cambio del regolamento che, fedele a quanto vigente in Sudamerica per la Copa Libertadores, non teneva conto – nel doppio confronto – della differenza reti, per cui anche in caso, ad esempio, di due vittorie per 1-0 di una e di 4-0 dell’altra, doveva comunque ricorrersi al match di spareggio, assurdità alla quale riesce ad opporsi la UEFA per una maggiore tutela dei propri club, per cui proprio dall’edizione 1969 viene applicato il metro delle reti di scarto.

Una decisione che si rivela quanto mai propizia per il Milan – ricordiamo, al proposito che anche l’Inter, nel 1964, dovette disputare un terzo incontro contro l’Independiente per aggiudicarsi il trofeo, nonostante che al ritorno a San Siro avesse ribaltato con un 2-0 lo 0-1 subito all’andata in Sudamerica – sulla base di quanto poi le vicende del confronto vanno a proporre.

Avversario dei rossoneri è l’Estudiantes di Rio de La Plata, per la seconda volta consecutiva vincitore della Copa Libertadores avendo sconfitto in finale gli uruguaiani del Nacional di Montevideo affermandosi per 1-0 (rete di Eduardo Flores) allo “Estadio del Centenario” e ribadendo la propria superiorità al ritorno in patria, facendo suo l’incontro per 2-0 grazie ai centri ancora di Flores e del centravanti Conigliaro.

Gli argentini sono altresì detentori del trofeo, avendo superato l’anno prima il Manchester United (1-0 in Sudamerica, rete del solito Conigliaro, ed 1-1 ad “Old Trafford“, con Morgan che solo all’89’ riesce a pareggiare la rete in apertura di Veron), e sono una squadra molto unita e compatta pur non avendo tra le proprie fila campioni di valore assoluto, ad eccezione del difensore centrale e capitano Malbernat, ma contando a centrocampo sulle prestazioni dell’interno Carlos Bilardo, futuro CT della nazionale campione del mondo a Messico 1986, ed in attacco sull’ala sinistra Juan Ramon Veron, padre di Juan Sebastian, futuro protagonista per molte stagioni della nostra Serie A con le maglie di Sampdoria, Parma, Lazio ed Inter.

Ciò nonostante, la gara di andata, disputata a San Siro l’8 ottobre 1969 davanti ad oltre 60.000 spettatori, si risolve in una netta vittoria dei rossoneri che sbloccano il risultato dopo appena 8′ di gioco con Sormani che raccoglie di testa un preciso cross dalla sinistra di Prati, raddoppiano in chiusura di primo tempo con Combin, abile a sfruttare un passaggio filtrante in area, scartare il portiere Poletti e depositare la palla nella rete sguarnita, e mettono il sigillo per il 3-0 finale al 71′ con un gran diagonale dal limite di Sormani, servito da Rivera, che manda la palla all’incrocio dei pali.

Forti del triplo vantaggio conseguito, i rossoneri si recano due settimane dopo a Buenos Aires per la gara di ritorno, rendendosi subito conto al loro arrivo del clima particolarmente ostile che li circonda, non fosse altro per il fatto di aver subito le reti della sconfitta all’andata da un brasiliano (Sormani) e da un franco-argentino come Combin, la qual cosa verrà al medesimo fatta pesare non poco.

Non sono anni facili, quelli, per il paese sudamericano che, dopo la deposizione di Juan Domingo Peron, è caratterizzato da un forte conflitto sociale tra la Alleanza Anticomunista Argentina (la cosiddetta “Tripla A“) e la frangia oltranzista dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo che sfocia in tensioni che portano ad omicidi ed azioni di guerriglia urbana.

Al fine di creare un’atmosfera quanto meno sopportabile, il Milan – al pari di quanto fecero sette anni prima gli azzurri in occasione del match contro il Cile ai Mondiali del 1962 – fa scendere in campo a “La Bombonera” (stadio in cui gioca il Boca Juniors, ma prescelto sia per una maggiore capienza che per le sue caratteristiche che portano il pubblico a ridosso del terreno di gioco) i propri giocatori portando una grande bandiera biancoceleste, iniziativa che non dà granché frutti, tal che la stretta di mano tra i due capitani Rivera e Malbernat rappresenta l’unico atto pacifico della gara.

Ed è lo stesso Rivera, che dopo l’incontro a San Siro aveva definito gli argentini una squadra compatta, ma senza fuoriclasse e dal gioco prevedibile, ancorché un attimino cattivella (appellativo su quale il futuro “Pallone d’Oro” avrà modo di ricredersi novanta minuti dopo), a portare in vantaggio i rossoneri alla mezz’ora di gioco, scattando in contropiede sul filo del fuorigioco e riuscendo a depositare la palla in rete dopo aver evitato un proditorio intervento del portiere argentino Poletti.

Proprio Poletti, quando generalmente i portieri sono più avulsi dalle fasi calde del gioco, è il più esagitato dei suoi compagni, iniziando a spintonare e minacciare i rossoneri che stanno festeggiando la rete realizzata, per poi andare ad infamare il segnalinee, reo di non aver ravvisato la posizione di offside del capitano milanista, atteggiamento che viene recepito dagli altri componenti la formazione dell’Estudiantes come il segnale per dar vita ad una vera e propria caccia all’uomo.

Il primo a farne le spese è Prati, già oggetto delle attenzioni dei difensori avversari in diverse occasioni che, rimasto a terra in area di rigore successivamente ad un’azione di calcio d’angolo, viene colpito vigliaccamente con un calcio alla schiena da Poletti a palla lontana senza che nessuno della terna arbitrale se ne accorga, ma costringendo l’undici rossonero a lasciare il campo, sostituito da Rognoni.

L’arrembaggio dei biancorossi dà il suo risultato nel finale di tempo, quando prima una conclusione dal limite di Bilardo mal respinta da Malatrasi viene corretta di testa in goal da Conigliaro e poi, un minuto dopo, è Aguirre Suarez ad approfittare di una corta respinta della difesa su corner per infilare di destro dal limite la palla del 2-1, risultato con cui si conclude la prima frazione di gioco.

Avendo recuperato una delle tre reti di scarto dell’andata, le possibilità per l’Estudiantes di ribaltare il risultato sono ancora intatte, e grande deve essere stato il lavoro psicologico compiuto da Rocco nell’intervallo per non far perdere la calma e la concentrazione ai suoi ragazzi che rientrano in campo determinati a non farsi sopraffare, ed in questo hanno la fortuna, rispetto all’esperienza negativa di sei anni prima, di poter contare sulla direzione di gara del cileno Massaro che non si fa intimidire dalle condizioni ambientali.

E come viene meno la condizione atletica, con il Milan che fa buona guardia in difesa e non disdegna pericolose puntate in avanti, ecco che gli argentini perdono definitivamente la testa, accanendosi contro il “traditore” Combin, al quale Aguirre Suarez spacca il setto nasale con una gomitata che determina l’immediata espulsione del terzino argentino, ma che altresì costringe il Milan in 10 uomini, avendo già provveduto alla seconda sostituzione con l’inserimento di “Gino” Maldera in luogo di Malatrasi.

Siamo a metà ripresa, le idee dei padroni di casa si fanno sempre più annebbiate, Rivera fugge in contropiede verso la porta difesa da Poletti, il quale stavolta lo anticipa uscendo dall’area con un “tackle” ai limiti del regolamento, sul quale rincara la dose Manera che scalcia il numero 10 rossonero ancora a terra, prendendo anch’egli la via degli spogliatoi.

Mancano solo otto minuti al termine, oramai non vi è più tempo per rimontare ed al fischio finale i rossoneri non possono neppure gioire per la conquista della loro prima Coppa Intercontinentale, scappando di corsa verso gli spogliatoi, onde evitare ritorsioni in campo – dove, nel frattempo, Poletti completa la sua “serata di ordinaria follia” colpendo con un pugno Lodetti – con l’unico desiderio di far quanto prima possibile ritorno a casa.

Ma le sorprese non sono finite, poiché nello spogliatoio milanista, dove più che a festeggiare si sta facendo il conto dei feriti e contusi, si presentano dei gendarmi al fine di arrestare il malcapitato (e dal volto tumefatto) Combin, colpevole, a loro dire, del reato di “renitenza alla leva” in quanto, nato in Argentina, non vi aveva prestato il servizio militare.

Un’accusa assurda, data la cittadinanza francese dell’attaccante rossonero, ma comunque ci vogliono i buoni uffici dell’ambasciatore italiano Fabrizio Fabbricotti e l’attivismo del vice presidente rossonero, nonché avvocato, Franco Sordillo, affinché la questione si componga con il rilascio dopo dodici ore di Combin, che così può raggiungere i propri compagni che erano stati scortati all’aeroporto di Buenos Aires e che si erano rifiutati di ripartire per l’Italia senza di lui.

La figuraccia compiuta dall’Argentina in una manifestazione di interesse mondiale fa sì che debba intervenire direttamente il presidente Juan Carlos Ongania Carballo, il quale ordina l’arresto (anche se fu un atto più simbolico che concreto) di Poletti, Aguirre Suarez e Manera per il comportamento tenuto sul terreno di gioco e si scusa a nome della nazione verso il Milan ed il governo italiano per l’incresciosa esibizione dei propri connazionali.

Quanto successo quel 22 ottobre 1969 ha forti ripercussioni nell’organizzazione delle future sfide intercontinentali, visto che nel decennio successivo per due volte la stessa non è stata disputata ed in altre cinque circostanze partecipa per l’Europa la squadra finalista per rinuncia della vincitrice della Coppa Campioni, non volendo le stesse esporre i propri campioni a simili possibili scenari, con ciò determinando, a partire dal 1980, l’assegnazione del trofeo con partita unica da disputarsi in campo neutro a Tokyo grazie alla sponsorizzazione della marca di auto Toyota.

A fine del racconto, ci resta un solo dubbio in mente: e se il regolamento della Coppa non fosse stato variato e, con una vittoria a testa, Milan ed Estudiantes avessero dovuto giocare il match di spareggio, come sarebbe andata a finire?

Mah, non ci pensiamo e teniamoci ben stretto il trofeo, mai come in questa occasione veramente “conquistato sul campo!“.

PREDRAG DANILOVIC, L’ARTIFICIERE DEL PARTIZAN CAMPIONE D’EUROPA

DANILOVIC.jpg
Danilovic in trionfo – da twitter.com

Se pensiamo a quel popò di autentici fuoriclasse che la pallacanestro jugoslava ha saputo produrre negli ultimi trent’anni, beh, ecco, un posto speciale spetta senza dubbio a Predrag Danilovic.

Nato a Sarajevo il 26 febbraio 1970, “Sasha” nell’estate del 1987, poco più che 17enne, è costretto a volare di là dall’Atlantico, destinazione il liceo di Cookeville, nel Tennessee, per una squalifica che gli vieta di giocare in patria. L’esperienza dura sette mesi, quanto basta per illustrare il suo talento nel metter palla a canestro così come, versatile com’è, nel disimpegnarsi con la pallanuoto. Torna a casa e qui la squadra-faro di quegli anni, il Partizan Belgrado, lo recluta nei suoi ranghi, spiccando il volo verso una carriera memorabile.

La stagione 1991/1992 è per Danilovic quella della consacrazione a livello internazionale, seppur ancora in giovane età. Il Partizan, guidato in panchina da Zeljko Obradovic, partecipa all’Eurolega, pardon Coppa dei Campioni, battendo bandiera di quella Jugoslavia ormai in via di dissoluzione, e in compagnia dell’altro grande “Sasha“, ovvero Aleksandar Djordjevic, costruisce un capolavoro cestistico.

Si comincia con il secondo turno preliminare, o sedicesimi di finale, fate voi, e per il Partizan l’avversario è morbido, gli ungheresi del Szolnok Olaj, sconfitti all’andata 92-65 grazie ai 25 punti di Danilovic, frutto di un 10/12 al tiro e 4/4 ai liberi. L’89-72 del match di ritorno certifica la qualificazione degli slavi alla fase a 16 squadre, otto per ciascuno dei due gruppi, che vedono le “V nere” della Virtus Bologna, Barcellona, Maccabi Tel Aviv, Cibona, Caserta, Antibes, Kalev e i campioni in carica di Spalato nel primo girone, con il Partizan associato invece a Badalona, Milano, Estudiantes Madrid, Aris Salonicco, Bayer Leverkusen, Den Helder e Racing Mechelen nel secondo concentramento.

E’ ovviamente una stagione particolare, per le squadre dell’ex-Jugoslavia ormai assorbita dalla guerra civile. La FIBA ha infatti deciso, per ragioni di sicurezza, di far giocare all’estero le partite casalinghe di Partizan, Cibona e Spalato. Danilovic& Co., quindi, si trasferiscono in Spagna, a Fuenlabrada, dove concederanno a domicilio, ironia della sorte, una sola vittoria a chi verrà a far loro visita.

A questo stadio della competizione Danilovic, che ha soli 21 anni, demolisce gli avversari che provano di volta in volta a fermarlo, con una percentuale al tiro a dir poco fantastica e sette partite con almeno 20 punti, e non solo quelli, all’attivo.

22 punti (9/15 al tiro e 2/2 ai liberi), 4 rimbalzi, 5 assist e 4 recuperi con il Den Helder, vittoria 81-75;

20 punti (10/17 al tiro), 3 rimbalzi e 2 recuperi con l’Aris Salonicco, vittoria 83-75;

24 punti (10/12 al tiro e 3/3 ai liberi), 8 rimbalzi, 6 assist e 7 recuperi di nuovo contro il Den Helder, vittoria 111-77;

21 punti (7/10 al tiro di cui 2/4 da tre punti e 5/6 ai liberi), 5 rimbalzi e 2 assit con Milano, vittoria 94-89;

20 punti (6/13 al tiro di cui 2/4 da tre punti e 6/6 ai liberi), 6 rimbalzi e 2 assist con Badalona, vittoria 76-75;

20 punti (4/10 al tiro e 11/12 ai liberi), 2 rimbalzi, 3 assist e 4 recuperi con il Bayern Leverkusen, vittoria 93-69;

infine 29 punti (11/13 al tiro di cui 3/3 da tre punti e 4/4 ai liberi), 6 rimbalzi, 5 assist e 3 recuperi con l’Aris Salonicco, vittoria 99-65.

Con 9 vittorie e 5 sconfitte il Partizan si qualifica per i quarti di finale che si giocheranno al meglio delle tre partite. L’avversario è la Virtus Bologna, che ha chiuso in testa il girone A con 10 vittorie e 4 sconfitte, e Danilovic, dopo aver saltato il match d’andata che i compagni fanno loro, 78-65, è della partita in Italia ma 19 punti e 6 rimbalzi non sono sufficienti a scongiurare la sconfitta, di misura, 60-61, che rimanda la decisione allo spareggio. E qui “Sasha“, proprio contro la squadra che qualche mese dopo lo metterà sotto contratto e alla quale regalerà quattro scudetti ed una Coppa dei Campioni – a me piace ancora chiamarla così -, mette a segno 23 punti (9/13 al tiro di cui 3/3 da tre punti e 2/6 ai liberi) e 7 rimbalzi firmando il 69-65 finale, elettrizzante, che vale l’accesso alla Final Four, programmata alla Abdi İpekçi Arena di Istanbul, in Turchia.

Qui il Partizan ritrova Milano, già due volte battuta nella fase a gironi, col marchio Philips e che si avvale del gigantesco Darryl Dawkins, della doti di cannoniere di Antonello Riva e dell’energia di Riccardo Pittis. Il 14 aprile i belgradesi rinnovano l’appuntamento con la vittoria, 82-75, trascinati da un Danilovic in grande spolvero, che con 22 punti (6/12 al tiro di cui 2/5 da tre punti e 8/11 ai liberi), 10 rimbalzi, 3 assist e 2 palloni intercettati firma la doppia-doppia che promuove il Partizan all’atto decisivo, contro gli spagnoli della Juventut di Badalona, che hanno in quintetto giocatori del calibro di Corny Thompson, ex-Varese, Jordi Villacampa, Harold Pressley e i fratelli Jofresa, Rafael e Tomas.

La finale, il 16 aprile 1992, entra di diritto tra le più appassionanti del decennio, risolvendosi in volata, 71-70, ed il Partizan che sale sul tetto d’Europa grazie ad un tiro da 3 punti letale di Sasha Djordevic, l’altro asso nella manica di coach Obradovic. Già, perché è ovviamente Danilovic a firmare il successo con la classe e l’istinto da artificiere che lo contraddistingue, mettendo a referto 25 punti, con 9/16 al tiro di cui 2/4 da tre punti e 5/6 ai liberi, a cui aggiunge 5 rimbalzi. Come è logico che sia, Danilovic è l’ago della bilancia della partita e si guadagna, a torneo concluso, la proclamazione a MVP delle Final Four grazie ai 23,5 punti di media e i 7,5 rimbalzi nelle due sfide decisive con Milano e Badalona. Chiude l’edizione di Eurolega, pardon di Coppa dei Campioni, numero 35 della serie, con 19 presenze e 19,4 punti a partita, frutto di una percentuale del 55,5% da due punti, del 47% da tre punti e del 74,7% dalla lunetta, a cui vanno a sommarsi 4,5 rimbalzi, 1,6 assist e 2,2 palle recuperate.

Per carità, numeri eccellenti seppur niente al di fuori dal normale, ma le stimmate del fuoriclasse esplodono ai massimi livelli e per il 1992, appena 22enne, per Predrag Danilovic è già l’ora di completare un formidabile tris di successi con il Partizan: Campionato, Coppa di Jugoslavia e Coppa dei Campioni, dopo aver già vinto la Coppa Korac nel 1989 (in un doppio confronto con Cantù), proprio con la maglietta del club belgradese.

Sasha” tornerà a sollevare il trofeo continentale più ambito, nel 1998, con i colori della Virtus Bologna… ma questa è già storia di basket italiano. Quel che conta, oggi, è che nell’ex-Jugoslavia nacque un campione prodigioso, e quel 16 aprile 1992 fu eletto re d’Europa

IL PRIMO MONDIALE DEI 12 UOMINI D’ORO DEL VOLLEY

italia volley.jpg
L’Italia del volley ai Mondiali del 1990 – da losportsecondogrimaus.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Sport prettamente praticato nell’Europa dell’est, la pallavolo ha visto sino a metà degli anni ’80 il dominio pressoché incontrastato dell’Unione Sovietica, capace di imporsi in ben sei delle dieci edizioni dei campionati mondiali (con le altre quattro appannaggio della Cecoslovacchia, due volte, Germania Est e Polonia), nel mentre alle Olimpiadi, in cui il volley è stato ammesso a partire dai Giochi di Tokyo 1964, l’Urss ha conquistato tre ori, con l’aggiunta del bronzo a Monaco 1972 in cui a trionfare è il Giappone e l’argento a Montreal 1976 al termine di una combattutissima finale persa 2-3 con la Polonia, che già l’aveva sconfitta due anni prima ai Mondiali.

Come del resto per la maggior parte delle discipline sportive, anche per la pallavolo l’allargamento della base dei praticanti, fa sì che venga meno una indiscussa egemonia, prova ne sia il quadriennio d’oro del volley Usa – capace di vincere l’oro alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 e Seul 1988, con in mezzo la vittoria ai Mondiali di Parigi 1986 – cui fa riscontro l’emergere oltre oceano di nazioni quali Cuba e Brasile, mentre il “Vecchio Continente” vede nella sua parte occidentale la crescita esponenziale di Olanda ed Italia.

Per quanto attiene al nostro paese, l’inserimento della pallavolo nelle scuole che la fa apprezzare alle nuove generazioni, e gli investimenti da parte di società imprenditoriali che fanno giungere in Italia campioni stranieri di livello assoluto, consentono una rapida crescita del movimento a livello di club, come sta a testimoniare il fatto che per venti anni – dal 1984 al 2003 – la finale della Coppa dei Campioni ha sempre visto presente almeno una formazione italiana, se non addirittura due nel triennio 1993-1995.

Una tale crescita non può non coinvolgere anche la Nazionale, la quale è alla ricerca di una adeguata guida tecnica allo spirare del decennio di Carmelo Pittera, il quale all’argento dei Mondiali di Roma 1978 ha aggiunto il bronzo olimpico di Los Angeles 1984 (in assenza delle rappresentanti dell’Europa dell’est per il noto boicottaggio del blocco sovietico), ma che non è andato oltre l’11.mo posto ai Mondiali 1986 ed il nono alle Olimpiadi di Seul 1988.

E la scelta ricade sull’allenatore argentino Julio Velasco, reduce da quattro scudetti consecutivi vinti a Modena (cui hanno fatto seguito tre sconfitte in finale di Coppa Campioni contro il fortissimo CSKA Mosca), il quale esordisce nel migliore dei modi, conquistando a Stoccolma 1989 il primo titolo europeo del team azzurro, incappando in un solo passaggio a vuoto nell’ultima ed altresì ininfluente gara del girone di qualificazione (sconfitta 2-3 dalla Francia) e poi, dopo aver superato nettamente per 3-0 l’Olanda in semifinale, sconfiggendo in finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13 e 15-7) i padroni di casa svedesi che avevano sorprendentemente eliminato l’Urss che così scendeva dal trono europeo dopo ben otto successi consecutivi!

Velasco, come già aveva fatto Carmelo Pittera in occasione dei Mondiali di Roma 1978, si affida al nucleo della sua Panini Modena composto da Lorenzo “Lolo” Bernardi, Luca “Bazooka” Cantagalli ed Andrea Lucchetta, lasciando però fuori il palleggiatore Fabio Vullo per far posto a “Paolino” Tofoli del Petrarca Padova ed impostando un sestetto base composto dal citato Tofoli in regia, Andrea Zorzi opposto, Andrea Gardini e Lucchetta centrali, con Cantagalli e Bernardi schiacciatori ricevitori.

Ma la chiave del successo azzurro va ricercata nella forza del collettivo, con Marco Bracci pronto a rilevare alla bisogna “Lolo” Bernardi, ed i sempre utili Andrea Anastasi, “Fefè” De Giorgi e Roberto Masciarelli a dare respiro ai compagni in seconda linea, per la formazione di un gruppo che si accinge a raccogliere la sua prima importante sfida attraverso la disputa dei Mondiali 1990 in un Brasile anch’esso in attesa della definitiva consacrazione, dopo l’argento conquistato sia ai Mondiali 1982 in Argentina che alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, in entrambi i casi sconfitto per 0-3 in finale, da Urss ed Usa rispettivamente.

E’ una formula bizzarra, quella della rassegna iridata, che vede le 16 partecipanti suddivise in quattro gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime di ogni raggruppamento che si qualificano direttamente ai quarti di finale, mentre le seconde le terze si affrontano in sfide incrociate (seconde contro terze) per stabilire le altre quattro formazioni da abbinare per i quarti ad eliminazione diretta.

L’Italia è inserita nel gruppo D, insieme alla “cenerentola Camerun, alla sempre ostica Bulgaria e a Cuba, che ha affrontato in tre giorni consecutivi a settembre in Italia per altrettanti incontri, di cui i primi due appannaggio della squadra caraibica per 3-2 e 3-1, ed il terzo vinto dagli azzurri per 3-1 al “Palaeur” di Roma.

Come previsto, il primo incontro contro gli africani si risolve in poco più di un allenamento, come certificano i parziali di 15-4, 15-3, 15-10 a favore degli azzurri – pur se Velasco stupisce escludendo dal sestetto titolare il palleggiatore Tofoli (sostituito da De Giorgi) ed inserendo il ventenne Giani in luogo di Andrea Zorzi, con l’intento di far recuperare ai due la migliore condizione – che si confermano superando per 3-1 la Bulgaria, che dal canto suo aveva impegnato sino al quinto set Cuba, con parziali di 15-9, 15-5, 12-15, 15-12 che ribadiscono la superiorità dell’Italia.

Il primo punto di svolta del torneo è costituito dal match contro Cuba, decisivo per il primo posto nel girone e conseguente ammissione diretta ai quarti di finale e lo stesso si risolve in modo negativo, con una netta e sorprendente sconfitta degli azzurri per 0-3 in cui solo nel primo set, perso 13-15, riescono a lottare punto a punto con gli avversari, mentre non vi è storia negli altri due parziali, facilmente conquistati dai caraibici con il punteggio di 15-9 e 15-8.

Chi si fosse immaginato un Velasco fuori di sé per la deludente prestazione dei propri giocatori, viene viceversa spiazzato dalle dichiarazioni del tecnico che, anzi, ammette come i suoi abbiano giocato male, ma se ne esce con la “convinzione che proprio da questa partita mi sono reso conto di come si possa vincere il torneo!“.

Un’affermazione un tantino azzardata, ma l’allenatore argentino sa il fatto suo, e sposta subito l’obiettivo sul prossimo incontro contro la Cecoslovacchia, giunta terza nel gruppo A vinto dal Brasile, che gli azzurri superano facilmente per 3-0 nell’ultimo incontro disputato a Brasilia, soffrendo solo nel secondo set, vinto ai vantaggi per 16-14 rispetto al 15-6 e 15-5 del primo e terzo parziale, acquisendo così il diritto a sfidare nei quarti di finale l’Argentina, proprio l’avversario che Velasco avrebbe voluto evitare, in quanto “la mia patria è come la mamma, l’Italia per me è la moglie!“, se ne esce quasi sconsolato.

E così, mentre negli altri abbinamenti il Brasile e l’Urss superano entrambe per 3-0 Francia e Bulgaria rispettivamente, e la spavalderia di Cuba inizia a vacillare dovendo ricorrere al tie break del quinto set per avere ragione di un’Olanda di cui sentiremo parlare a lungo in seguito, l’incontro tra gli azzurri e gli “albiceleste” mantiene fede alle premesse di lotta su ogni pallone, con la differenza a favore dell’Italia derivante dalla lucida regia di un Tofoli ispirato che ha la meglio rispetto al dirimpettaio Kantor nella gestione dei momenti chiave del match, il cui esito finale di 3-0 per gli azzurri non rispecchia l’equilibrio visto in campo, come dimostrano i relativi parziali di 17-15, 15-11 e 15-12.

Raggiunto l’obiettivo prefissato alla partenza di giungere tra le prime quattro, tocca ora verificare con mano la crescita, fisica ma soprattutto mentale, e la maturità di un gruppo che Velasco considera pronto per scalare la vetta del mondo e migliore occasione per testare questa sua convinzione non può esservi che affrontare al “Maracanazinho i padroni di casa del Brasile con il supporto di una “torcida” composta da 25.000 unità e capace di scatenare un tifo assordante.

Il 27 ottobre 1990 bisogna avere nervi saldi e muscoli tesi per resistere all’impatto che i “verdeoro” imprimono alla gara, giocando sul fattore ambientale per schiantare, grazie alle bordate sotto rete dei giovani Negrao e Tande, un intimorito sestetto azzurro che cede il primo set con un imbarazzante punteggio di 6-15, cui però l’Italia, chiamata a raccolta dal capitano Andrea Lucchetta e superato l’iniziale sbandamento, replica da par suo trovando le giuste contromisure a muro, migliorando la ricezione e ribaltando così le sorti dell’incontro facendo suoi il secondo e terzo parziale con i più che eloquenti punteggi di 15-9 e 15-8, con ciò ammutolendo l’attonita tifoseria locale.

Un comprensibile calo di tensione nel quarto set, unito ad un moto di orgoglio dei padroni di casa, fa sì che l’accesso alla finale si decida nel quinto e decisivo set, in vista del quale Velasco – sul punteggio di 5-12 che vedeva il quarto parziale, poi vinto dal sestetto di Bebeto per 15-8, oramai compromesso – richiama in panchina Bernardi, Gardini e Cantagalli per farli rifiatare in vista dello sforzo conclusivo.

La mossa si rivela azzeccata, rigenerati i tre azzurri, sapientemente orchestrati da Tofoli in regia, consentono all’Italia di portarsi in vantaggio per 9-5 solo per vedersi recuperare da un muro di Pampa e due schiacciate di Tande che rimettono in gioco i brasiliani e ridanno fiato alla tifoseria “carioca“, per la prosecuzione del tie break punto a punto sino al 14-13 Italia, sfruttato dagli azzurri al primo match point grazie ad una schiacciata proprio da parte di colui, vale a dire Andrea Lucchetta, che più di ogni altro aveva creduto nelle possibilità di successo.

Neppure il tempo di gioire per la medaglia assicurata, che a distanza di sole 24 ore gli azzurri devono tornare sul parquet del “Maracanazinho” per affrontare Cuba che ha sconfitto 3-1 l’Unione Sovietica, e ciò per Velasco non è un male, in quanto, a parte la scontata stanchezza fisica derivante dall’aver affrontato sei gare in nove giorni, resta viva la tensione nervosa necessaria per riscattare la pesante sconfitta patita nel girone eliminatorio e sperando altresì che possa giocare a favore degli azzurri quell’atteggiamento di supponente superiorità tenuto da Despaigne & Co. dopo la ricordata vittoria.

Come in occasione della semifinale, gli azzurri faticano ad entrare nel match, soverchiati dagli attacchi dei cubani e da una sorprendente imprecisione in ricezione da parte di Cantagalli, richiamato in panchina da Velasco in luogo di Marco Bracci a set oramai compromesso, concluso con il punteggio di 15-12 per Cuba.

La possibilità di riflettere e riordinare le idee è fondamentale per Cantagalli che, rientrato in campo nel secondo set, non sbaglia più una ricezione – non per niente a fine torneo verrà premiato quale “miglior ricevitore” – consentendo a Tofoli di alimentare l’attacco azzurro dove spadroneggia un monumentale Andrea “Zorro” Zorzi, autore di qualcosa come 45 attacchi vincenti, oltre a tre muri e due aces su battuta, ed all’Italia di dominare il secondo e terzo parziale, chiusi sul 15-11 e 15-6 rispettivamente.

La musica non cambia nel quarto set, con l’Italia che vola via sul 10-5 e commette l’imperdonabile errore di considerare chiusa la partita, alleggerendo la concentrazione e consentendo ai cubani di rientrare nel match, sorretti anche dal tifo del pubblico locale che parteggia per loro, sino addirittura a portarsi a condurre per 14-13 (per un parziale di 9-3, incredibile!), con Velasco che non sa più a che santo votarsi per richiamare i suoi.

Fortunatamente l’Italia ha un sussulto portandosi sul 15-14 in proprio favore e giocandosi ben otto match ball tutti puntualmente annullati da un superbo Despaigne su cui il palleggiatore cubano Diago affida tutti gli attacchi dei suoi, finché, alla nona occasione, il muro azzurro sporca la conclusione dell’asso caraibico, consentendo a Lucchetta (che riceverà il premio quale MVP dell’intero torneo) di servire Tofoli per l’alzata decisiva in favore di Bernardi il quale, da esterno di banda sinistra, riesce a piazzare la palla nell’angolo opposto per il punto del 16-14 che consegna all’Italia il primo titolo mondiale della sua storia.

L’immagine di Gardini e Bernardi che salgono sul seggiolone dell’arbitro per gridare al mondo intero la loro gioia, nonché la voce rotta dall’emozione del telecronista Rai Jacopo Volpi sono ricordi indelebili in coloro che hanno assistito all’incontro, che sancisce l’inizio di un dominio del volley azzurro che si protrarrà per un intero decennio, con l’unica pecca della mancata conquista dell’oro olimpico, sfuggito d’un soffio ai “Giochi del Centenario” di Atlanta 1996.

Ed ebbe così inizio, in un torrido Palazzetto di Rio de Janeiro, “l’era di Velasco e dei suoi 12 uomini d’oro“…

ANTONELLA RAGNO, UN ORO NEL NOME DEL PADRE

ANTONELLA.jpg
Antonella Ragno – da corriere.it

articolo di Gabriele Fredianelli

La scherma scorreva da sempre nel sangue di famiglia. E le combinazioni del destino vollero che fosse sempre la Germania a festeggiare i loro successi. Saverio Ragno, fiorettista e soprattutto spadista, era nato a Trani, in Puglia, nel 1902 ed era già stato argento alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, nonché in totale cinque volte campione italiano e per l’ultima volta campione mondiale a squadre a quasi cinquant’anni. A Berlino 1936 aveva conquistato l’oro nella spada a squadre, in una formazione dai nomi storici come quelli di Mangiarotti, Cornaggia-Medici, Pezzana, Riccardi e Brusati, e l’argento non senza rimpianti nell’individuale in una gara che confermò la meraviglia di quelle lame azzurre: primo il milanese Riccardi, secondo lui e terzo l’altro meneghino e “viveur” Cornacchia-Medici.

A lui, Saverio, in una carriera fantastica, era mancato solo l’oro individuale olimpico. Quello che sognò per sua figlia, “Lollo“, come la chiamava lui che l’aveva messa in guardia in pedana per la prima volta a quindici anni.

La figlia di Saverio, Antonella, nata a Venezia nel 1940 e fiorettista anche perché allora per le donne esisteva solo quella specialità, toccò il suo apice alla sua quarta olimpiade, a Monaco 1972: quando l’età, la maternità e la decisione di interrompere la carriera parevano aver anticipatamente chiuso il discorso sull’alloro olimpico. Invece.

Già brillante fin dalle categorie giovanili, Antonella a vent’anni è bronzo nel fioretto a squadre nei Giochi di Roma, occasione nella quale conosce anche colui che diventerà suo marito diversi anni dopo, il pallanuotista fiorentino Gianni Lonzi, oro in quella edizione delle Olimpiadi.

Negli anni successivi Antonella è tre volte bronzo mondiale a squadre, da Buenos Aires a Parigi, fino all’argento individuale di Montreal nel 1967, mentre ai Giochi di Tokyo 1964 conquista il bronzo sempre nell’individuale. Città del Messico 1968 potrebbe essere l’olimpiade della consacrazione: invece arriverà una precoce eliminazione, e nessuna medaglia.

È il periodo cruciale della sua carriera. In Italia non ha quasi mai rivali, come confermano i nove titoli nazionali assoluti. Ma nel frattempo ha patito il lutto per la morte del padre-allenatore, si è fermata per la nascita del figlio Lorenzo, e pare vicina a smettere definitivamente con la scherma. Ha vinto tanto, tranne quell’oro olimpico individuale che in famiglia continua a mancare.

Nel 1970 però, dopo essersi trasferita nel frattempo a Firenze, si allena al Circolo Scherma Raggetti e, sotto le cure del maestro Ugo Pignotti, campione olimpico nel 1928 e già compagno di nazionale del padre, riprende ad allenarsi seriamente, conquistando nel 1972 la prima edizione della Coppa del Mondo.

Nello stesso 1972, parte per l’olimpiade di Monaco senza pressioni particolari, anche se nel cuore ha il sogno di centrare quell’oro individuale che il padre così tanto desiderava. L’avvio di gara non pare esaltante, con una qualificazione risicata ai turni successivi. Si trasformerà invece nel suo capolavoro, cui purtroppo non può assistere papà Saverio, morto tre anni prima. Sarà una barrage finale dalle tantissime emozioni. E Antonella dovrà ringraziare la professionalità della francese Depetris-Demaille che, pure ormai fuori dai giochi per il podio, batterà la russa Gorochova (tre ori, un argento e un bronzo olimpici in carriera), costringendola al terzo posto e dando il via ai festeggiamenti italiani. Per Antonella, è un oro che vale anche per il padre Saverio e che le permette di chiudere una straordinaria carriera nel suo punto più alto.

Nella storia azzurra, è il secondo oro femminile nel fioretto, vent’anni dopo quello della triestina Irene Camber, allieva anche lei del fiorentino, ma romano d’adozione, Ugo Pignotti, e un ventennio prima dell’inizio del dominio assoluto italiano cominciato a Barcellona 1992 dalla Trillini, passato per la cannibale Vezzali e quindi proseguito dalla Di Francisca, per cinque ori tricolori in sette edizioni dei Giochi (più quattro a squadre in cinque prove).

LA GINNASTICA D’ORO DI FRANCO MENICHELLI A TOKYO 1964

franco-menichelli-tokyo-1964.jpg
Franco Menichelli – da cerchidigloria.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando in famiglia vi sono due fratelli maschi a tre anni di differenza l’uno dall’altro, avviene spesso che gli stessi facciano scelte di vita diverse in campo studentesco e lavorativo, più difficilmente ciò accade nell’ambito sportivo, in quanto il minore è generalmente attratto dagli eventuali successi che il fratello ottiene e ne vuole ricalcare le orme.

E’ ciò che, per un certo periodo, accade anche nella famiglia romana dei Menichelli in cui il maggiore, Giampaolo, nato nel giugno 1938, entra a far parte del settore giovanile della Roma, club con il quale poi debutta in Serie A a vent’anni nel 1958, mentre Franco, di tre anni più giovane essendo venuto alla luce nell’agosto 1941, non disdegnando a propria volta il calcio, si iscrive anche alla neonata società “Ginnastica Romana“, nell’attesa di fare successivamente una scelta definitiva.

La differenza fondamentale tra gli sport individuali e quelli di squadra è che fra i primi possono nascere rivalità che difficilmente si riscontrano nei secondi, in quanto per questi ultimi ciò deriva più a livello campanilistico e tra tifoserie che non tra i singoli protagonisti, ed è proprio una accesa rivalità quella che fa scegliere al più giovane Franco la strada della ginnastica.

Infatti, e la cosa può sembrare curiosa, ma chiunque abbia praticato che so, il tennis, può ben capire, a Franco “dava sui nervi” il fatto che un tale Angelo Guidarelli, della società “Borgo Prati“, lo superasse regolarmente nelle gare regionali, con ciò spingendolo ad allenarsi con impegno per migliorarsi e, finalmente, batterlo.

E, quando la cosa si verifica – siamo intorno al 1956, all’età di 15 anni – Franco ha già acquisito una tale dimestichezza con la disciplina che lo porta ad emergere in breve tempo a livello nazionale, lasciando la “sfera rotonda” al fratello, che comunque tiene anch’esso alto il buon nome della famiglia.

La sua crescita non passa inosservata al grande ginnasta Romeo Neri – vincitore di tre medaglie d’oro ai Giochi di Los Angeles del 1932 ed ultimo atleta azzurro a salire sul podio olimpico – il quale lo aggrega alla squadra nazionale che partecipa alla rassegna di Roma 1960, proprio nella città natale dei fratelli Menichelli.

I team ginnici che l’Italia schiera nelle edizioni degli anni ’60 dei giochi a cinque cerchi sono indubbiamente i più forti del dopoguerra, ed una prima dimostrazione la abbiamo proprio alle Olimpiadi di Roma, quando l’Italia – a 28 anni di distanza dalle imprese di Romeo Neri – conquista la medaglia di bronzo nella prova a squadre grazie alle prestazioni di Menichelli, dei fratelli Giovanni e Pasquale Carminucci e di Angelo Vicardi, concludendo con 559,05 punti dietro ai mostri sacri dell’epoca, Giappone ed Unione Sovietica, rispettivamente oro ed argento a quota 575,20 e 572,70 punti.

Sono anni in cui è quasi impossibile sfuggire alla dittatura nippo/sovietica che, nel concorso generale individuale, occupa le prime sette posizioni, per cui per Menichelli non è da disprezzare, alla sua prima partecipazione olimpica, il decimo posto ottenuto, con tanto di qualificazione per la finale alla specialità del corpo libero, mentre fallisce per soli 0,05 centesimi di punto l’ammissione agli anelli.

Nella finale di specialità, cui è ammesso con un punteggio dopo gli “obbligatori” di 9,50 pari al giapponese Aihara ed al sovietico Titov, Menichelli non fornisce una delle sue migliori prestazioni ai “liberi“, premiata dai giudici con 9,55 che gli vale comunque il bronzo, dietro ad Aihara e Titov, un bottino comunque da non disprezzare per un esordiente, mentre Giovanni Carminucci porta all’Italia l’argento alle parallele, con l’oro sfumato per soli 0,025 millesimi rispetto al fenomenale sovietico Boris Shaklin.

La strada è tracciata, e Menichelli dà un’ulteriore prova della sua crescita a livello individuale agli Europei di Lussemburgo 1961, dove ottiene al corpo libero il suo primo oro in una grande manifestazione internazionale, cui unisce l’argento al volteggio ed il bronzo alle parallele, per poi poter sfidare i migliori al mondo alla rassegna iridata di Praga 1962, mentre, per una curiosa coincidenza che avrà modo di ripetersi in futuro, ad ottobre 1961 anche il fratello Giampaolo balza agli onori della cronaca, con la vittoria della Coppa delle Fiere con la sua Roma.

E così, mentre nel maggio 1962 il fratello maggiore debutta in maglia azzurra venendo aggregato alla spedizione per i Mondiali di calcio in Cile, ad inizio luglio del medesimo anno Franco esordisce alla rassegna iridata di ginnastica, in cui l’Italia si classifica quinta nella prova a squadre, mentre Menichelli è undicesimo nel concorso generale individuale, ottenendo ancora l’ammissione alla finale di specialità nel corpo libero, unico componente della spedizione azzurra a riuscirvi.

Stavolta la corsa all’oro lo vede protagonista, soccombendo – con il punteggio complessivo di 19,450 – per soli 0,05 centesimi di punto rispetto alla coppia giapponese formata da Aihara ed Endo, primi a pari merito con 19,500 e si intuisce che, per Menichelli, un tale traguardo non è poi così lontano.

Certo che, dopo essersi confermato campione europeo al corpo libero a Belgrado 1963 (con l’aggiunta del bronzo alle parallele), la prospettiva di dover sfidare i campioni giapponesi proprio a casa loro, alle Olimpiadi di Tokyo 1964, non è affatto rassicurante, in una disciplina dove i giudici hanno solitamente un occhio di riguardo verso gli atleti di casa, ma tant’é…

Menichelli, consapevole delle difficoltà che una tale situazione comporta, affina ancor di più la sua tecnica, specie al corpo libero, inserendovi passaggi innovativi in contrasto con quella che, all’epoca, era considerata una ginnastica più tradizionale, ma che ritiene necessari per poter sperare di superare le insidie portate dalla bravura dei Giapponesi e dalle valutazioni dei giudici.

Preoccupazioni, queste ultime, che puntualmente si manifestano negli esercizi “obbligatori” che determinano la classifica a squadre e nel concorso generale individuale, nonché danno l’accesso alle singole finali di specialità, con la formazione azzurra che retrocede di una posizione rispetto a quattro anni prima a Roma, classificandosi quarta alle spalle anche della Germania, mentre il Giappone si conferma campione olimpico davanti ai soliti sovietici.

Se la squadra è retrocessa di una posizione, ben diverso è il comportamento del suo portacolori Menichelli, che sfiora una clamorosa medaglia nel concorso generale individuale, dove finisce quinto con 115,15 punti alle spalle dell’inarrivabile Yukio Endo, oro con 115,95, ed ad un terzetto formato dai russi Shaklin e Lisitsky e dal nipponico Tsurumi, argento a pari merito con 115,40, soli 0,25 centesimi di punto meglio del’’azzurro che, dal canto suo, ottiene l’ammissione in tre delle singole finali di specialità, vale a dire corpo libero, anelli e parallele, anche se in queste ultime vorrebbe cedere il posto a Giovanni Carminucci, campione europeo in carica e primo degli esclusi, non venendo accontentato.

Al corpo libero, Menichelli si presenta con il secondo punteggio di 9,650 – alla pari con il sovietico Lisitsky – dopo gli esercizi obbligatori, dietro al fuoriclasse Endo con 9,700 e la sorte gli viene incontro in quanto sorteggiato ad esibirsi per ultimo, con i giudici che, pertanto, non possono più modificare i punteggi assegnati agli altri concorrenti.

E, dopo che Endo e Lisitsky hanno ottenuto i rispettivi punteggi di 9,650 e 9,700 che li pongono a pari merito in testa alla graduatoria per un totale di 19,350, a Menichelli serve un 9,750 per aggiudicarsi l’oro e l’azzurro compie il capolavoro della sua carriera, grazie a delle combinazioni non più singole ma multiple che agganciano una difficoltà all’altra, impressionando talmente la giuria che lo premia con un 9,80 che certifica il ritorno di un italiano su gradino più alto del podio plimpico a 32 anni di distanza.

Menichelli potrebbe fare il bis agli anelli, dove si presenta con il secondo miglior punteggio d’entrata con 9,725 alla pari con il giapponese Hayata e dietro al solito Endo con 9,750, ma quest’ultimo commette un errore che lo fa scivolare in sesta ed ultima posizione, mentre il 9,700 ottenuto da Menichelli è sufficiente solo per l’argento, dato che i giudici premiano con 9,750 l’esibizione di Hayata che, fra l’altro, mai più otterrà in carriera un simile risultato.

Infine, la decisione della Federazione di far gareggiare Menichelli anche alle parallele si rivela azzeccata in quanto, ammesso con il sesto miglior punteggio, si migliora al punto di conquistare il bronzo dietro ad Endo e Tsurumi, così completando un tris di medaglie storico.

Oramai nella piena maturità, Menichelli dà spettacolo agli Europei di Anversa 1965 conquistando l’oro nel concorso generale individuale, al corpo libero, agli anelli ed alla sbarra, nonché l’argento alle parallele – impresa mai compiuta da un ginnasta azzurro – mentre una rete del fratello, nel frattempo trasferitosi alla Juventus, consegna ai bianconeri la vittoria della Coppa Italia 1965 a spese dell’Inter.

Ai Mondiali di Dortmund 1966 Menichelli si conferma quinto nel concorso generale individuale, come pure ottiene la medesima ammissione alle singole finali di specialità delle Olimpiadi di Tokyo di due anni prima, ma stavolta deve fronteggiare l’onda nuovad dei ginnasti sovietici – capeggiati da Mikhail Voronin – e giapponesi, in cui emerge Akinori Nakayama, circostanza che lo relega ai margini del podio alle parallele, quarto alle spalle del grande jugoslavo Miroslav Cerar e che lo porta a doversi accontentare del bronzo sia agli anelli – per soli 0,025 millesimi di punto rispetto a Nakayama in una gara dominata da Voronin – che al “suo amatocorpo libero, dove è Nakayama a prevalere davanti al “maestro” Yukio Endo.

Gli Europei di Tampere 1967 – mentre il fratello Giampaolo ha conquistato il suo unico scudetto con la maglia della Juventus – servono a Menichelli in preparazione dell’appuntamento olimpico di Città del Messico, incrementando comunque il proprio palmarès di altri due argenti (corpo libero e parallele) ed altrettanti bronzi (concorso generale individuale e sbarra), non potendo sapere che proprio in Messico dovrà porre fine ad una eccezionale carriera-

Avviene difatti, che durante l’esercizio al corpo libero – proprio la specialità che grandi soddisfazioni gli ha dato è quella che alla fine lo tradisce – nelle qualificazioni della prova a squadre, si rompe il tendine d’Achille nella fase conclusiva, ottenendo un significativo punteggio di 9,30 nonostante non abbia completato l’esibizione, con ciò dovendo abbandonare di fatto l’attività agonistica.

Due fratelli che hanno tenuto alto l’onore della loro famiglia e dato lustro al paese, specie per quanto attiene a Franco, per gli allori che hanno arricchito il medagliere azzurro nelle varie manifestazioni a cui ha partecipato, eppure, ad un mio personale sondaggio tra amici sportivi dai 60 anni in su, se chiedi chi sia Menichelli, circa l’80% di loro fa riferimento al calciatore alfiere di Roma e Juventus.

Domando a voi, dove sta l’errore?

A BARCELLONA 1992 L’OCCASIONE D’ORO DI LINFORD CHRISTIE

christie.jpg
La vittoria di Linford Christie a Barcellona 1992 – da rediff.com

La gara dei 100 metri maschili alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, prova-regina dei Giochi, è in programma il 31 luglio e il 1 agosto allo Stadio Olimpico della città catalana.

Carl Lewis, detentore di un titolo conquistato a “tavolino” quattro anni prima a Seul a seguito della squalifica per doping del canadese Ben Johnson, nonché campione del mondo a Tokyo 1991 a tempo di record del mondo, 9″86, non si è qualificato ai Trials americani di selezione, vittima di un’infezione virale, solo sesto in una gara che boccia anche Michael Marsh, che detiene la miglior prestazione stagionale con 9″93, a sua volta quarto alle spalle di Leroy Burrell, Dennis Mitchell e Mark Whiterspoon, che compongono il terzetto statunitense che proverà a cogliere la medaglia d’oro olimpica.

Ma la gara di Barcellona è l’occasione da non perdere per il britannico Linford Christie, sempre ad un passo dalla grande affermazione, che infine vede la possibilità di approfittare dell’assenza del “figlio del vento” ed è un pretendente autorevole alla vittoria.

Dal pronostico non è escluso il namibiano Frankie Fredericks, figlio di minatori, così come l’altro canadese Bruny Surin (seppur specialista della breve distanza indoor dei 60 metri), Ben Johnson c’è ma dopo la squalifica è tornato al ruolo che gli compete, quello del comprimario, i due nigeriani Ezinwa e Adeniken e il “vecchio” giamaicano Stewart sognano almeno un posto in finale, mentre si affaccia al palcoscenico internazionale l’atleta di Trinidad&Tobago, Ato Boldon, destinato ad una brillante carriera ma che qui non va oltre il primo turno.

Proprio Burrell e Mitchell, nelle prime due batterie, realizzano il miglior tempo, 10″21, con il duello tra Christie e lo stesso Burrell che si accende ad altezza quarti di finale quando, correndo assieme nella quarta ed ultima serie, il britannico anticipa lo statunitense, 10″07 contro 10″08. Nel frattempo Whiterspoon, Fredericks e Mitchell vincono a loro volta, e ragionevolmente sembrano essere gli unici a potersi inserire nella lotta per le medaglie.

In semifinale tocca a Burrell, stavolta, correre più veloce di Christie, 9″97 contro 10″00, con Fredericks e Mitchell che “volano” la distanza in 10″17 e 10″10 guadagnandosi la finale, al pari di Surin (10″21), Ezinwa (10″23), Adeniken (10″28) e Stewart (10″33), mentre Whiterspoon viene eliminato.

La finale, come era nelle previsioni, è eccitante. Burrell è accreditato di una falsa partenza e la cosa non solo lo innervosisce, ma lo penalizza pure con un secondo avvio al rallentatore. Surin scatta come una molla, tiene la testa per i primi 40 metri ma Christie, con l’uso molto ampio e anche scomposto delle braccia a bilanciare la falcata potente seppur non agilissima, rinviene veloce, lo supera e vince con il tempo di 9″96, atleta più anziano della storia, con i suoi 32 anni e 4 mesi, a conquistare la medaglia d’oro olimpica nei 100 metri. Fredericks, che ha tenuto validamente testa al britannico, è secondo in 10″02, prima medaglia a cinque cerchi per la Namibia, con Mitchell medaglia di bronzo in 10″04 e un deluso Burrell solo quinto, alle spalle anche di Surin. Stewart è settimo ed è il primo uomo a competere in tre finali olimpiche consecutive.

Christie è campione olimpico: adesso, sì, l’ombra di Lewis si è infine dissolta.

JOSEF HOLECEK, LA CANOA D’ORO CHE VENNE DALL’EST

hole
Josef Holecek – da oh.idnes.cz

Se parliamo di canoa e ci spostiamo oltre cortina, non possiamo esimerci dal ricordare un nome che si ammanta di gloria olimpica, quello di Josef Holecek.

Sono gli anni del secondo anteguerra, ed in Boemia Centrale, esattamente a Ricany, il 25 gennaio 1921 nasce un ragazzo che si farà strada a forza di pagaiate. Il giovane Josef, buon studente che conosce le lingue straniere (tanto da parlare correttamente inglese, francese, tedesco e russo) e mostra eccellente predisposizione per le materie economiche, pratica nuoto e sci, per poi avvicinarsi casualmente alla canoa, perché non lontano da casa sua, a Louny, dove si è trasferito con la famiglia, scorrono le acque dell’Ohře, placide e che invogliano a percorrerne qualche chilometro con qualsivoglia imbarcazione. E’ abitudine, in Cecoslovacchia e non solo, adoperarsi con le proprie mani per costruirsi il mezzo e Holecek non si sottrae di certo, così come privo di allenatore scopre e sviluppa l’arte del canoista autodidatta.

Il turbine distruttivo della Seconda Guerra Mondiale impone l’alt alla vita di ogni giorno, figurarsi se non anche ad ogni attività sportiva, e così Josef, che ha cominciato ad illustrare buone doti vincendo la gara dei “10 chilometri di primavera” nel 1939, a cui fa seguito nel 1941 il successo ai campionati del Protettorato di Boemia e Moravia nei 1.000 metri del C1, è costretto a rimandare velleità di affermazione a tempi migliori. Il che, a bocce ferme, significa dopo il 1946, quando le competizioni sportive riprendono e il corso della vita prova a recuperare il tempo perduto.

Fortuna vuole che Holecek sia ancora relativamente giovane, e la nazionale cecoslovacca lo accoglie nelle sue file in prospettiva Olimpiadi di Londra del 1948. E qui ha inizio il quadriennio d’oro di Holecek, che assurge al rango di fuoriclasse e diventa il traino di un movimento che nel corso dei decenni, in Cecoslovacchia, darà buoni frutti.

A Londra il 12 agosto 1948, al bacino del Royal Regatta, sei canoisti si danno appuntamento per quello che è il primo confronto internazionale dai tempi della prima edizione dei Mondiali, anno 1938 a Vaxholm, in Svezia, che proprio nei 1.000 metri del C1 videro il terzo posto di Bohumil Sladek, ed ancora prima, dai Giochi berlinesi del 1936, con l’argento del leggendario Bohuslav Karlik. Holecek ha già buona fama anche al di fuori dei patri confini ed è candidato autorevole ad una medaglia, così come il canadese Douglas Bennett, più volte campione nazionale, e l’americano William Havens, che aveva sfiorato la qualificazione proprio per le Olimpiadi del 1936. Completano il lotto dei partecipanti un francese, Robert Boutigny, lo svedese Ingemar Andersson e il britannico Harold Maidment.

E qui, nel giorno più importante di una carriera che sembrava paralizzata dai cannoni, Holecek mostra al mondo come si pagaia con un’imbarcazione fatta a mano. Il ragazzo, che si è affinato al circolo dello Sport Club di Praga occupato poi dai tedeschi invasori, domina lungo le acque di Henley-on-Thames, trionfando con un margine di vantaggio di 11 secondi su Bennett e 14 su Boutigny.

Il dado è tratto e Josef, al rientro in patria, è accolto da eroe, status che conferma ai Mondiali di Copenaghen dell’anno dopo quando rinnova la sfida con lo stesso Boutigny, con l’aggiunta dello svedese Bengt Backlund, terzo incomodo nel duello franco-cecoslovacco. Se Holecek, infatti, si conferma intrattabile nel C1 1.000 metri, il transalpino prende la sua rivincita nella distanza lunga dei 10 chilometri, con lo scandinavo che in entrambi i casi staziona sul terzo gradino del podio.

Manca l’ultimo tassello per rendere leggendaria una carriera che già così basta e avanza per esser considerata tra le più grandi di sempre della prova di sprint della canoa. Helsinki 1952, l’Olimpiade del rilancio dopo l’oscura edizione londinese, e le correzioni in corsa all’imbarcazione con cui tentare il bis olimpico perché solo all’ultimo momento, curiosamente, Holecek viene a conoscenza che si gareggia al bacino del Taivallahti, in mare aperto.

Fa lo stesso. La concorrenza si compone di altri nove canoisti, tra loro Frank Havens, fratello del William che fu avversario a Londra di Josef, fresco vincitore della gara dei 10.000 metri ed un pischello ungherese, Janos Parti, non ancora ventenne, che addiverrà a sua volta qualche anno dopo a gloria olimpica. Ma in Finlandia la vetrina è tutta per Holecek, che in batteria precede il beniamino del pubblico locale, Olavi Ojanperä, per poi pagaiare davanti a tutti, e con margine rassicurante, all’atto decisivo, chiudendo con un vantaggio di 7 secondi su Parti e 12 sullo stesso atleta finnico.

Con lo sport e la canoa può bastare così; colmo di fama, gloria e anche con qualche spicciolo in tasca Holecek si ritira e dedica al commercio con l’estero quel che nel frattempo ha appreso all’Università di Praga. Rimane il punto di riferimento della canoa del suo paese, e solo a distanza di sessanta anni, nel 2012 proprio a Londra e ancora quattro anni dopo a Rio, un altro campione, Sebastian Brendel, ne eguaglierà la doppietta olimpica nel C1 1.000 metri. Certo che se non ci fosse stata la guerra di mezzo