RAMON FONST, L’EROE DI CUBA CHE INCANTO’ PARIGI

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Ramon Fonst – da granma.cu

articolo a di Gabriele Fredianelli

Ramón Fonst Segundo aveva le pelle olivastra, i baffi sottili, un accenno di riccioli per quanto impomatati e lunghe braccia che furono la sua fortuna schermistica, insieme a una scelta di tempo che non perdonava nessuno. La sua punta arrivava a bersaglio sempre un attimo prima di quella avversaria: così il cubano di buona famiglia conquistò medaglie d’oro in serie, all’alba del Novecento, in tutte e tre le armi.

Nato a L’Avana nel 1883, Ramón fu il primo vero campione caraibico, capace di passare ugualmente per eroe ai tempi della prima indipedenza e in quelli dei barbudos Castro e Guevara. A metterlo in guardia per la prima volta, al Club Gimnástico di calle Prado, fu il padre Filiberto, ma fu il soggiorno parigino quando era poco più che ragazzo, a farne uno schermidore completo, nel fioretto e nella spada, grazie agli insegnamenti del maestro Albert Ayat e dell’italiano Antonio Conte.

Mancino e appena diciassettenne, Ramón nel 1900 vinse proprio a Parigi il suo primo oro olimpico, battendo nella spada altri 103 concorrenti di tutto il mondo e soprattutto nella poule finale l’idolo di casa Louis Perrée. Curiosamente i suoi due maestri europei furono entrambi oro nella stessa edizione dei giochi, nella categoria a loro riservata, uno nella spada e l’altro nella sciabola. Nella spada, si assegnò anche un titolo che raggruppava maestri e dilettanti: Ramón si arrese soltanto al suo mentore Ayat, raccogliendo comunque l’argento finale e imponendosi al pubblico delle Tuileries come il più promettente schermidore del nuovo secolo.

Indifferentemente schermidore, boxeur, ciclista e appassionato di tiro al volo secondo l’universalismo sportivo di inizio secolo, Fonst nel 1904 a Saint Louis raggiunse l’apoteosi, guadagnando tre ori, dopo essersi imposto al Campionato Internazionale dello stesso anno. Nella spada mantenne il titolo olimpico prevalendo sui padroni di casa Charles Tatham, allora cinquantenne, e Albertson Van Zo Post, unico campione olimpico di scherma col bastone. Nel fioretto, invece, si impose sempre sugli stessi due avversari ma in ordine inverso. Completò la sua impresa nel fioretto a squadre: in una squadra mista, allora permessa, insieme a Van Zo Post, americano di origine tedesca ma residente a Cuba, e all’amico e connazionale Diaz, battendo proprio gli statunitensi del solito Tatham.

La leggenda di Ramón si completò nel 1924 quando, più che quarantenne, si ripresentò alle nuove Olimpiadi di Parigi: chiuse al 15° posto nell’individuale di spada, portando la squadra a un passo dal podio e vincendo tutti i suoi assalti nell’incontro poi perso contro il Portogallo. Parallelamente cominciò la carriera dirigenziale, collaborando alla prima edizione dei Juegos Centroamericanos nel 1926 in Messico: in quell’occasione, sulla pedana, vinse le prove di tutte e tre le armi, fioretto, spada e sciabola. Nel 1930, negli stessi Giochi nella sua Cuba, vinse nel fioretto e nella sciabola, senza nemmeno subire una stoccata. E infine nel 1938, ormai più che cinquantenne, a Panama rivinse ancora l’oro nella spada a squadre e l’argento nel fioretto individuale.

Come dirigente, collaborò anche con il governo castrista, fino alla morte nel settembre del 1959, ormai acclamato eroe nazionale. Al suo nome è intitolato il più grande Palasport di L’Avana, così come un circolo schermistico torinese.

1976, L’ANNO DI GRAZIA DI PANATTA AL FORO ITALICO

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Adriano Panatta in trionfo – da gazzetta.it

Quel che sia esattamente passato nella testa, soprattutto nel cuore di Adriano Panatta quel 30 maggio 1976, non è dato sapere. Quel che è certo, però, è che il figlio prediletto di Roma, a cui la città eterna diede i natali e nutrì come una lupa, infine si cinse della corona di re del Foro Italico.

Panatta ha classe da vendere e stile come pochi altri tennisti al mondo, ed è pure maledettamente bello. Ergo, già da qualche anno delizia le platee e fa le fortune dei tabloid, esportando la sua perizia con la racchetta in giro per il mondo. E’ vero, staziona a ridosso della top-ten, ha già qualche trofeo prezioso e qualche scalpo importante da illustrare agli amici del circolo, ma manca, per la consacrazione a campione, della vittoria di prestigio. E gli Internazionali d’Italia, tra le sue genti, cascano a pennello.

Per onor di cronaca, sarà bene ricordare che il bel Adriano ha rapporto conflittuale col torneo che più ama. In sette partecipazioni precedenti non è mai andato oltre il terzo turno, eliminato a questo stadio della competizione nel 1973 dal francese Dominguez e nel 1975 dall’iberico Orantes. Ma per il 1976 Panatta ha tutto dalla sua parte, ispirazione tennistica, una buona dose di fortuna e gli déi del Foro.

Già, perché al primo turno vede le streghe con l’oscuro australiano Warwick, che si guadagna la bellezza di undici palle-match (di cui dieci sul proprio servizio!): Panatta stavolta non vuol saperne di uscire anzitempo dal torneo e deludere gli amici del circolo – quelli di prima – ed allora ci mette del suo, la dea bendata lo assiste e infine si salva, 8-6 al tie-break del terzo set.

A Roma sono due i principali favoriti della vigilia, Vilas l’argentino che piace alle ragazze e Ramirez il messicano che è campione in carica. Ci sono poi i gemelli americani, Solomon e Dibbs, gran pedalatori da fondocampo; c’è il pericoloso Kodes; il “vecchio” Newcombe è della partita; gli altri azzurri Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, compagni di Coppa Davis con cui Panatta condividerà di lì a qualche mese il trionfo nel Cile di Pinochet, hanno l’ambizione di ben figurare nell’appuntamento di casa.

Torniamo al presente. Scampato il pericolo, Adriano nostro elimina con qualche patema di troppo proprio Zugarelli (7-6 6-3), si sbarazza in scioltezza di Franulovic (6-4 6-1) e approfitta del ritiro di Solomon ai quarti di finale, con l’americano che serve per il match sul 2-6 7-6 5-4 ma abbandona per proteste per gli errori arbitrali e le reiterate intemperanze del pubblico su una palla contestata.

Nel frattempo Vilas tiene fede al ranking demolendo prima Gerulaitis, 6-1 6-1, spengendo poi le illusioni di Barazzutti ai quarti, 6-4 7-6, e va ad affrontare Dibbs in semifinale, mentre Newcombe si infila nella parte bassa del tabellone liberata dalla precoce sconfitta al primo turno di Ramirez, fatto fuori dal cecoslovacco Smid, 6-3 6-4.

Ad onor del vero le due semifinali, che si giocano 3 set su 5, non hanno storia. Netta la predominanza di Vilas con Dibbs, 6-1 6-3 6-2, altrettanto quella di Panatta con Newcombe, 6-2 6-4 6-4, e i due avversari si danno appuntamento sul Centrale del Foro Italico per domenica 30 maggio.

Su quel campo in terra battuta, che ha celebrato campioni tra i più grandi, buon ultimo azzurro nel 1961 proprio quel Nicola Pietrangeli che “battezzò” Panatta in un’epica sfida ai campionati italiani di Bologna del 1969, ecco infine Adriano, figlio di Ascenzio, già custode al TC Parioli poco lontano, che per almeno un set, il primo perso 6-2, paga lo scotto del debutto in una finale che conta.

Ma il talento è purissimo, ed allora davanti a tanti amici è il momento di sciorinare il bel repertorio di giocate d’attacco, a far breccia nella ragnatela di Vilas che difende, corre e ferisce col passante ma si arrende in quattro set, 2-6 7-6 6-2 7-6 in 3 ore 40 minuti e tre set-point che l’argentino non sfrutta per trascinare la sfida al parziale decisivo.

Panatta è re di Roma e di lì a qualche giorno bisserà a Parigi.

Correva l’anno 1976…Adriano, rimembri ancor? Immagino di sì… ed allora, buon anniversario campione!

1968, IL GRANDE SLAM DELLA FRANCIA DEL RUGBY

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Galles-Francia 1968 – da ekladata.com

Certo che il 1968 in Francia… rivoluzione culturale e primo Grande Slam nella storia del Torneo delle Cinque Nazioni per il XV di rugby.

Non fu il primo torneo che vide i trasalpini vincitori, ma fu l’anno, il 1968 appunto, in cui i francesi per la prima volta conquistarono il successo nelle quattro partite consecutive, il che valse ai giocatori l’appellativo “Chelemards“, ovvero la generazione dello Slam.

La Francia partecipa alla massima kermesse del rugby europeo da più di 50 anni ormai – esattamente dal 1910 quando venne ammessa nonostante l’opposizione della Scozia -, ha trionfato già sette volte ed è detentrice del trofeo per la vittoria dell’anno precedente, tre vittorie e una sconfitta all’esordio con la Scozia, 9-8 casalingo allo Stadio Colombes. Ma l’obiettivo segreto, il Grande Slam, le manca, e sarebbe la definitiva consacrazione agli occhi delle squadre britanniche.

E’ l’epoca in cui la meta vale tre punti, la trasformazione due e il calcio di penalità e il drop ugualmente tre punti. Nel comporre la classifica generale, la vittoria vale due punti, il pareggio uno, ovviamente la sconfitta lascia il carniere vuoto. Insomma, l’equilibrio è sostanziale e completare il filotto di vittorie non è certo impresa semplice.

Si comincia il 13 gennaio a Edimburgo, in Scozia, nel tempio di Murrayfield, e la Francia si impone di stretta misura, 8-6, grazie ad una meta di Bernard Duprat nei minuti finali, dopo che André Campeas stesso aveva messo l’ovale a terra oltre la linea e Guy Camberabero non aveva fallito la successiva trasformazione, e prima che un semplice calcio piazzato di Wilson in mezzo ai pali e che poteva dare il successo agli scozzesi venisse deviato dal vento. Sette giorni dopo a Twickenham Inghilterra e Galles pareggiano tra loro 11-11 e così la Francia, al termine della prima giornata, guida la classifica in beata solitudine.

Il 27 gennaio i transalpini fanno un sol boccone dell’Irlanda, 16-6, penalizzata dagli infortuni di Molloy (frattura del perone) e Kennedy (distorsione al ginocchio). Nonostante l’assenza di Jo Maso e con Fouroux il cui debutto è rimandato a data da destinarsi, Benoit Dauga e André Campaes segnano una meta a testa, Pierre Villepreux, che guiderà la nazionale italiana dal 1978 al 1981,  piazza tra i pali una punizione e manda a bersaglio due trasformazioni e Jean Gachassin, che insieme a Mir divide in due l’opinione pubblica con i fratelli Lilian e Guy Camberabero su chi sia più meritevole di ricoprire il ruolo di cerniera centrale, realizza un drop.

Nel frattempo il Galles batte la Scozia 5-0, l’Irlanda impone un altro pareggio, 9-9, all’Inghilterra per poi travolgere a sua volta la Scozia, 14-6, e la classifica assume un volto decisamente favorevole ai transalpini, che oltre ad essere i favoriti alla vittoria finale, rimangono in corsa per il Grande Slam. Ma il difficile deve ancora venire, bisogna sfidare Inghilterra e Galles, le altre due squadre che insieme ai francesi hanno dominato il torneo negli ultimi due decenni.

Il 24 febbraio la Francia ospita a Colombes proprio l’Inghilterra, riuscendo ad imporsi 14-9 in virtù di una meta di Guy Gachassin, due drop di Claude Lacaze e Lilian Camberabero, e cinque punti piazzati del fratello Guy. Negli altri incontri l’Irlanda prevale prima sulla Scozia 14-6, poi sul Galles 9-6, l’Inghilterra sbanca Edimburgo 8-6 e con un match ancora da giocare la Francia è già certa di aver vinto il torneo.

Rimane l’ultimo traguardo, il Grande Slam, e per ottenerlo bisogna andare a vincere a Cardiff contro il Galles, ad Arms Park, il 23 marzo 1968.

Occorre dire, per questo match che equivale ad un appuntamento con la storia per la Francia, che il comitato di selezione della squadra transalpina che ha in Christian Carrère il capitano, ha rivoluzionato fin dall’inizio del torneo il XV tricolore. Dietro, ad esempio, è un valzer di giocatori: Lacaze, Jo Maso e Campaes sono gli unici reduci del primo match con la Scozia. Davanti, va pure peggio, la prima linea composta da Gruarin, Cabanier e Abadie viene defenestrata, rimpiazzata da Noble, Yachvili e Lasserre; Plantefol e Greffe hanno preso il posto di Dauga e Rupert. E’ vero sì che dopo le prime due vittorie, i francesi hanno trovato modo di perdere in amichevole a Grenoble con gli Stati Uniti – sembrerebbe dopo una notte di bagordi nella fattoria di campagna del terza linea Walter Spanghero – costringendo il selezionatore a numerosi cambi e a richiamare i fratelli Camberabero al posto proprio di Gachassin e Mir. Ma i francesi hanno talento e cuore, e i risultati premiano il loro coraggio.

A Cardiff si gioca sotto la pioggia e su un terreno ridotto ad un pantano, ottanta minuti di lotta furibonda in cui proprio un maestoso Spanghero in avanti fa valere la sua potenza e la retroguardia riesce a limitare il fenomanale Gareth Edwards, così come l’altro spauracchio Barry John. La Francia infine trionfa 14-9 con una trasformazione, un calcio di punizione e un drop del piede caldo di Guy Camberabero, e due mete del fratello Lilian e di capitan Christian Carrère, che battono i “diavoli rossi” proprio con la loro arma preferita, la potenza del pacchetto avanzato.

Il XV di Francia completa così il primo Grande Slam della sua storia rugbistica e per l’occasione riceve infine il meritato riconosciemento delle quattro nazionali britanniche. Chapeau les Bleus.

“MUCH” MAIR, IL GIGANTE DELLA DISCESA LIBERA

Michael Mair
Michael Mair a Val d’Isere nel 1991 – da prints.colorsport.co.uk

Lo chiamavano “Much“, l’orco,  ma a me piace pensarlo nel panni del gigante. Buono, perché lo è stato davvero, e con la sua simpatia ha attraversato gli anni Ottanta del discesismo mondiale con le stimmate del campione.

Perché Michael Mair, nato a Brunico il 13 febbraio 1982, può senza dubbio venir considerato il miglior interprete tricolore della regina delle discipline alpine, ovvero la discesa libera, nel decennio di interregno tra l’era di Herbert Plank, velocista d’eccezione prima di lui, e quella di Kristian Ghedina, che ne ha raccolta l’eredità in Coppa del Mondo.

Mair si affaccia nel Circo Bianco nella stagione 1981/1982, non ancora ventenne, ma già promettente, se è vero che pur a digiuno di esperienza è già decimo a Crans Montana e quinto a Garmisch. Dall’alto dei suoi centonovantadue centimetri d’altezza e il quintale di peso, scivola veloce a valle pur denunciando buone qualità anche nel disegnare le curve, tanto che nella stagione d’esordio è quarto in combinata a Kitzbuhel, dopo aver ben impressionato sulla Streif, pista a cui dichiarerà sempre il suo amore, così come per la Saslong di Val Gardena. Si merita la selezione per i Mondiali di Schladming del 1982 e il decimo posto in discesa, a conti, fatti risulterà il miglior risultato in carriera nelle grandi kermesse internazionali. E se questo inizialmente è un vanto, una volta appesi gli scarponi al chiodo sarà il grande cruccio della parabola agonistica di Mair.

Non bisogna attendere molto per celebrare la prima vittoria in Coppa del Mondo. Il 22 dicembre 1982 si corre a Madonna di Campiglio la seconda prova di supergigante della storia e Much, a sorpresa, col tempo di 1’43″71 anticipa Hans Enn e Pirmin Zurbriggen… ed è già l’ora di brindare al successo.

Tuttavia Mair è il prototipo del discesista doc, e nel corso degli anni successivi è stabilmente nel primo gruppo di merito. E comincia a sommare un congruo bottino di piazzamenti sul podio. Ad Aspen, tanto per cominciare, il 6 marzo 1983, termina secondo alle spalle del candese Todd Brooker, battuto di trentasette centesimi; è terzo a Laax il 7 gennaio 1984 dietro ad Urs Raeber e Franz Klammer, ma le due stagioni non riservano all’altoatesino ulteriori soddisfazioni, non andando oltre un quindicesimo posto nella discesa olimpica di Sarajevo 1984 e la dodicesima piazza ai Mondiali di Bormio del 1985.

Ma la stoffa c’è, così come l’ispirazione, basta saper attendere e giungere a maturazione, cosa che avviene nel quadriennio 1985/1989 quando Mair non si limita a qualche sprazzo di classe, ma acquisisce costanza di rendimento ad altissimi livelli. Dopo le due prove d’apertura di Coppa del Mondo sulle nevi estive di Las Lenas in Argentina, il Circo Bianco ritrova le Alpi e a Val d’Isere, il 7 dicembre 1985, Mair batte nettamente Giradelli e Wirnsberger vincendo infine la prima gara di discesa libera in carriera.

Il ghiaccio è rotto, Much assomma altri undici podi in quattro anni, più un secondo posto e un terzo in combinata a Crans Montana e a Kitzbuhel, e chiude terzo nel 1986, quinto nel 1987, secondo nel 1988 alle spalle di Zurbriggen e settimo nel 1989 nella speciale classifica riservata ai discesisti. Va due volte sul podio a Kitzbhuel, a Val d’Isere è battuto di quattro centesimi da Daniel Mahrer, sulla Saslong è beffato da Boyd quando ormai pensava di avercela fatta e solo Girardelli lo priva, il 13 gennaio 1989, di un trionfo sulla pista che regala l’immortalità alpina, la Streif.

Il giorno di gloria per Mair, e per lo sci azzurro, è nondimeno il 23 gennaio 1988, quando sulla neve fresca di Leukerbad, subentrata a Wengen, per l’abbondante precipitazione prima del via, penalizza gli atleti del primo gruppo al punto da disegnare una classifica assolutamente imprevista: Much fa valere la stazza e vince la terza ed ultima gara in carriera anticipando Giorgio Piantanida, pettorale numero 25, di 34 centesmi e Werner Perathoner, pettorale numero 47, di 61 centesmi, per un terzetto tricolore sul podio ripetuto nella storia della discesa libera solo a Val d’Isere 2000, con Fattori davanti a Ghedina e Fischnaller.

La rottura del legamento crociato in prova proprio sulla Saslong nel dicembre 1989 interrompe la carriera di Mair, che tornerà ma non conoscerà più il successo agonistico di prima. Il sorriso, però, così come la simpatia dilagante, non hanno subito traumi e Much, gigante buono, saluta il Circo Bianco. Da campione.

CARLOS E SMITH, UN PUGNO NERO NEL CIELO DEL MESSICO

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Smith e Carlos sul podio – da fuoriposto.com

articolo di Giovanni Manenti

L’entrata dei Giochi Olimpici nell’era moderna attraverso la loro copertura mediatica a livello universale, ne fanno una “cassa di risonanza” pressoché unica durante i 15 giorni dedicati alle gare, con l’attenzione del mondo rivolta ai luoghi dove essi si svolgono.

Quale miglior occasione, dunque, per rivolgersi all’opinione pubblica mondiale – presente con i più importanti “media” (giornali, radio e televisioni di ogni parte del globo terrestre) – e renderla partecipe di particolari situazioni di disagio politico e sociale, pur se dette problematiche dovrebbero restar fuori dallo “spirito olimpico“, simbolo di unione e fratellanza tra i popoli.

Ma, già dall’edizione di Città del Messico 1968, si intuisce che non è possibile “estrapolare” singoli eventi sportivi da un contesto sociale in piena tensione e che, oltre a convivere nel clima da “Guerra Fredda” tra le due superpotenze Usa ed Urss, vede proprio nel 1968 il mondo doversi confrontare con la “Primavera di Praga“, la carestia e conseguente guerra civile in Biafra, il duro “Regime di Aparthaid” in Rhodesia e Sudafrica e la rivoluzione studentesca del “Maggio Francese“, movimento che si espande a macchia d’olio in tutti i paesi e che rischia di non far disputare le Olimpiadi quando, ad appena dieci giorni dal loro inizio, una pacifica manifestazione di protesta di studenti in “Piazza delle Tre Culture” contro le spese sostenute dal Governo per l’allestimento dei Giochi, venne sedata nel sangue.

Anche negli Stati Uniti le tensioni sociali sono all’ordine del giorno per le rivendicazioni contro le discriminazioni razziali da parte degli afro-americani e che, nel corso di questo tragico 1968, hanno portato all’assassinio ad aprile del “leader nero” Marthin Luther King e, due mesi dopo, del candidato alla Presidenza Usa Robert Kennedy.

Il “Black Power” (“Potere Nero“), slogan coniato dal citato reverendo King, che contesta l’utilizzo di atleti di colore solo in occasione di manifestazioni sportive per portare medaglie alla nazione, senza alcun rispetto per le problematiche sociali dei milioni di afro-americani presenti nel Paese, trova a Città del Messico la sua più alta forma di protesta per cui detti Giochi vengono universalmente ricordati, attraverso l’atteggiamento tenuto da due dei più celebri assi dello sprint a”stelle e strisce”, vale a dire Tommie Smith e John Carlos, entrambi studenti al medesimo San Josè State College ed altresì membri del Olympic Project for Human Rights (OPHR), un gruppo di atleti organizzati per protestare contro il trattamento dei neri negli Stati Uniti.

Dei due, curiosamente nati il 5 (Carlos) ed il 6 (Smith) giugno, anche se quest’ultimo di un anno più anziano, il più accreditato è Tommie “Jet” Smith, che si presenta ai Giochi da primatista mondiale sia sui 200 (crono di 20″ netti stabilito nel 1966) che sui 400 metri con il tempo di 44″5 ottenuto il 20 maggio 1967 in una delle sue rare esibizioni sulla distanza, battendo nella circostanza Lee Evans, che poi sarà protagonista da par suo proprio a Città del Messico.

Carlos, però, è avversario di tutto rispetto, avendo preceduto Smith agli Olympic Trials di Echo Summit quando il 12 settembre 1968 era stato il primo uomo a correre i 200 metri in meno di 20 secondi, chiudendo addirittura in 19″7 (19″92 automatico), solo per non vedersi riconosciuto il proprio record per utilizzo di scarpette non regolamentari.

L’appuntamento olimpico vede Smith abbassare per tre volte il record olimpico correndo in 20″3, 20″2 e 20″1 i tre turni eliminatori, pur se nella prima delle due semifinali lo stesso Carlos copre la distanza nel medesimo tempo dell’amico/rivale di 20″1 e, ad insidiare quello che si immagina essere il logico duello nella finale prevista alle 17,50 del 16 ottobre, si profila un bianco australiano di nome Peter Norman, che chiude a ridosso di Carlos in 20″2 la sua semifinale.

All’uscita dai blocchi Carlos, in quarta corsia, è il più veloce, compie una curva pressoché perfetta e si presenta all’ingresso in rettilineo con circa un metro e mezzo di vantaggio su Smith che, però, correndo a fianco del compagno in terza corsia, chiarisce subito il motivo del suo nomignolo di “Jet” impegnandosi in una accelerazione strepitosa che lo porta a superare Carlos con ancora 60 metri da percorrere, circostanza che lo porta, sullo slancio, ad alzare le braccia in segno di vittoria circa 10 metri dal filo di lana, in parte compromettendo un risultato cronometrico comunque di assoluto valore, pari a 19″83 che, oltre a migliorare il proprio record mondiale, fa di Smith il primo atleta a superare ufficialmente la barriera dei 20″ netti.

Fulminato” dallo sprint del compagno, Carlos commette il fatale errore di voltarsi a sinistra verso la corsia occupata da Smith senza rendersi conto di come alla sua destra stia rinvenendo Norman che lo precede di un niente, soffiandogli l’argento per appena 4/100 (20″06 a 20″10) con un primato australiano che resiste ancor oggi.

Ma se l’impresa sportiva ed il relativo primato mondiale di Smith – che resisterà per 11 anni per essere battuto, sulla medesima pista, dal nostro Pietro Mennea in occasione delle Universiadi del 1979 – sarebbero potuti essere archiviati tra i molteplici record “frantumati” grazie all’altura, il vento e le nuove piste e pedane in tartan in cui si svolgono le gare, ciò che consegna Tommie Smith ed il suo compagno John Carlos al ricordo imperituro nella storia dei Giochi, è il comportamento tenuto in occasione della cerimonia di premiazione.

I due atleti, come detto membri di un gruppo per la difesa dei diritti umani, prima della cerimonia informano Norman, il terzo a salire sul podio, delle loro intenzioni e più tardi Carlos ebbe a riferire di temere una reazione negativa da parte dell’australiano che, viceversa, si dimostra solidale con loro; anzi, dimostra il suo pieno appoggio all’iniziativa spillandosi sulla tuta il distintivo del “OPHR” ed essendo altresì lui a suggerire a Smith di cedere a Carlos uno dei suoi due guanti neri (avendoli lui lasciati al Villaggio Olimpico, motivo per cui Smith alza il pugno destro e Carlos il sinistro).

Saliti sul podio senza scarpe ed indossando calze nere a simboleggiare lo sfruttamento dei neri in America, i due americani ricevono con deferenza le medaglie che vengono loro poste al collo, ma, al momento dell’esecuzione dell’inno nazionale, si rivolgono a capo chino verso la bandiera “a stelle e strisce” alzando il pugno chiuso guantato in nero, simbolo del “Black Power“.

Il clamore del gesto ha un’eco mondiale, visto il contesto in cui viene compiuto, e come sempre accade in simili situazioni, vi è chi lo deplora e chi lo ammira, ma in un panorama olimpico che vuole ancora cercare di “isolarsi” dalle problematiche politiche e sociali esterne all’ambito sportivo, ad avere la meglio è il Presidente del CIO, Avery Brundage, che pretende ed ottiene l’immediato allontanamento dal Villaggio Olimpico dei due atleti americani, i quali vedono con il loro atteggiamento concludersi l’attività atletica ricevendo persino minacce di morte, poi man mano scemate con il passare del tempo.

Non meno difficile fu il prosieguo della carriera di Norman, “osteggiato” dai componenti la delegazione australiana in quanto “reo” di aver dato il proprio appoggio alla protesta e, pur continuando a correre sino al 1972, successivi problemi di salute, dovuti anche ad una forma di depressione, lo conducono anzitempo alla morte, il 3 ottobre 2006, all’età di 64 anni, vittima di un attacco di cuore.

A dimostrazione di come lo “spirito olimpico” dimostri tutta la sua forza anche nella riconoscenza, sia Smith che Carlos presenziano ai funerali, leggendo l’elogio funebre dello sfortunato avversario e contribuendo a portarne a spalla il feretro all’uscita dalla chiesa, nel mentre la Federazione Usa di atletica leggera proclama il 9 ottobre (giorno dei suoi funerali) il “Peter Norman Day” e solo sei anni dopo il Parlamento australiano approva una mozione con cui, nel riconoscerne il valore come atleta, ne elogia il coraggio e l’impegno avuto nell’appoggiare la protesta di Smith e Carlos, porgendogli scuse postume per il trattamento ricevuto al ritorno in patria dai Giochi di Città del Messico e per non avergli consentito di partecipare, ancorché ne avesse i requisiti, alle Olimpiadi di Monaco 1972.

Come suol dirsi, “meglio tardi che mai”…

EUROPEI 1980, GERMANIA ÜBER ALLES

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La Germania Ovest campione d’Europa nel 1980 – da it.wikipedia.org

Undici giorni a pane secco e acqua, con la ciliegina sulla torta proprio in chiusura. Slurp, ecco quel che è stato, deludente a dir poco, il campionato d’Europa del 1980, edizione numero VI, andato in scena in Italia. Ogni dì la speranza del domani, che il match successivo fosse migliore. Fatalmente. Macché, talvolta quel che il piatto offriva era pure peggio.

Che tristezza! Fortuna vuole che la rassegna italiana si sia giocata davanti a tribune desolatamente deserte, risparmiando al grande pubblico l’indecente ancorché inutile abbraccio della Squadra Azzurra al gol di Tardelli contro l’Inghilterra, unica rete dell’Italia in tre partite di girone, così come l’uscita trionfante dal terreno di gioco di Jozef Venglos, allenatore di quella Cecoslovacchia che aveva appena colto il terzo posto finale dopo l’interminabile sessione di tiri dal dischetto, chiusa 9-8 proprio contro i padroni di casa.

Altrettanto fortunatamente il delitto perfetto non si è completato, visto che la Germania Ovest, di gran lunga la squadra più forte del lotto delle otto partecipanti, ha per lo meno vinto il titolo europeo. Allo stesso tempo i teutonici hanno condannato le rivali, compreso il meritevole Belgio, a prender nota che per vincere era innanzitutto necessario giocare a calcio.

Fin dall’avvio, e contrariamente a quanto fatto dalle avversarie, la Germania ha preso i suoi rischi già nel primo match, proprio contro la Cecoslovacchia nella rivincita della finale di quattro anni prima risolta con il penalty-cucchiaio di Panenka, perché voleva vincere. Con tutte le sue forze. Le altre non volevano perdere, e questa è stata la differenza sostanziale tra chi ha primeggiato e chi si è destinato alla sconfitta.

In seguito, nella sfida di cartello contro un’Olanda lenta e in declino, i tedeschi hanno dato una chiara dimostrazione del loro talento, grazie alle devastanti penetrazioni di Kaltz, Stielike e Dietz, le corse eleganti di Schuster, le finezze tecniche di Hansi Muller, e tre superbe reti di Klaus Allofs. 3-0 dopo ottanta minuti, netto e senza appello, prima che un rigore di Rep generosamente accordato dal signor Wurtz riaprisse la contesa e concedesse agli Orange, per l’inviolabile regola del calcio seconda la quale “partita finita quando arbitro fischia“, di salvare l’onore, 3-2.

La finale regala in pasto alla Germania la squadra-sorpresa del torneo, il Belgio guidato dal “santone” Guy Thys. I tedeschi entrano in campo senza troppo preoccuparsi se gli avversari adotteranno la tattica del fuorigioco che così buoni risultati ha prodotto con Inghilterra e Spagna, altresì penalizzato l’Italia nel match decisivo per l’accesso all’ultimo atto. La squadra di Jupp Derwall varia continuamente il gioco, dominando a centrocampo oppure fraseggiando con efficacia, in uno-due così come sulle fasce laterali. La difesa belga, seppur solida e ben registrata, è messa ancora una volta alla prova.

Se con la Cecoslovacchia aveva risolto Rummenigge e con l’Olanda si era scatenato Allofs, stavolta è il turno del gigantesco Hrubesch vestire i panni del salvatore della patria. Al 10′ controlla di petto e spara il fendente che infila Pfaff per la rete dell’1-0; all’88’ sale in cielo per colpire di testa una palla spiovente dal corner ed indirizzare in porta per il 2-1 della vittoria.

Il Belgio, nel frattempo, ha pareggiato al 75′ con un rigore dubbio trasformato da Vandereycken, abile centrocampista a far coppia con il “vecchio” Van Moer, e ha mostrato nel finale di esser capace di inquietare i tedeschi. Per sua disgrazia, ha sbagliato tattica per tutto il tempo precedente: in finale il principio di “primo non prenderle” non paga mai, questo è poco ma sicuro. Peccato che il buon Thys non abbia colto l’occasione al volo.

Così la Germania Ovest, dopo aver attraversato il deserto e un passaggio difficoltoso nelle pampas argentine, ha avuto il merito di rifondare una squadra già competitiva e vincente. La vecchia guardia composta da Kaltz, Stielike e Dietz tiene le leve del comando, Rummenigge e Muller sono diventati adulti e i giovani Schuster, Forster e Allofs hanno apportato una dose massiccia di freschezza e talento.

La finale consolatoria per il terzo posto non entusiasma di certo, anzi. Italia e Cecoslovacchia in uno Stadio San Paolo mezzo vuoto si annullano nelle mediocrità, con i detentori del titolo in vantaggio con un siluro di Jurkemik, poi pareggiato da Graziani prima della decisione alla lotteria dagli undici metri, e che confermano, giocando a bassi ritmi, di essere la miglior espressione del calcio dell’Est. L’Italia, priva dell’inventiva di Antognoni infortunato, e nonostante gli innesti di Collovati e Oriali, non va oltre il quarto posto, pagando dazio all’assenza di Paolo Rossi fermato dallo scandalo del calcio-scommesse e vista la scarsa vena di Causio e Bettega, lontani dal rendimento di eccellenza dei Mondiali di Argentina del 1978. Enzo Bearzot stavolta non riesce a dare la scossa, ma si prenderà una clamorosa rivincita due anni dopo, nella calda estate spagnola del 1982.

In un campionato europeo tradito da alcune stelle di acclamata fama, tra tutti Kevin Keegan, altri giocatori sono infine giunti a celebrità. Ad esempio gli spagnoli Arconada e Zamora, compagni di squadra alla Real Sociedad che avrebbe sbancato la Liga nel 1981, l’uno che rinnova la grande tradizione dei portieri iberici, l’altro che rivela una eccellente visione di gioco; il belga Ceulemans, sogno proibito del Milan qualche anno dopo, dal fisico propompente così come prorompente è il suo incedere sul rettangolo di gioco; la chioma bionda di Schuster pronto a raccogliere l’eredità di Beckenbauer in maglia Germania Ovest e la falcata potente di Briegel, che a Verona ancora ricordano come l’eroe dello scudetto; la classe dell’inglese Wilkins, lui sì che al Milan arriverà a dar chiari segni di magnificienza in cabina di regia.

Bocciatura senza appello per Italia, Olanda ed Inghilterra, mentre la Grecia, all’esordio assoluto in una rassegna internazionale, strappa un sorriso e pure un pareggio di prestigio con la Germania, 0-0. In buona sostanza, Deutschland über alles, tutto il resto è noia.

BANCOROMA E LA NOTTE DEL TRIONFO IN COPPA DEI CAMPIONI

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Fulvio Polesello con la Coppa dei Campioni – da collactio.com

Valerio Bianchini e Larry Wright… basta la parola, e la rievocazione storica chiama in causa il Bancoroma della leggenda, che a dispetto delle attese vinse lo scudetto del 1983 e l’anno successivo ancor più a sorpresa salì sul tetto d’Europa.

Ho aperto questo revival nel segno di due “signori” che scrissero la pagina più bella del basket capitolino, al timone il “Vate“, in campo a pennellare pallacanestro il “folletto nero“, ma è necessario che i nomi di Stefano Sbarra, Enrico Gilardi, Renzo Tombolato, Fulvio Polesello, Marco Solfrini, Gianni Bertolotti, Paolo Selvaggi e Clarence Kea non facciano semplice contorno ma siano marcati col tratto indelebile dei protagonisti.

Succede che Valerio Bianchini, che se c’è un coach in Italia che merita l’introduzione nella Hall of Fame del basket quello è proprio lui, dopo aver raccolto titoli ed onori a Cantù, si trasferisce all’ombra del Colosseo ed apre l’era del Bancoroma ad altissimi livelli. Fortuna vuole che da Detroit arrivi un tipo che predica basket-meraviglia allo stato puro, tale Larry Wright dal palmares NBA di prestigio con anello al dito conquistato a Washington nel 1978 seppur in qualità di subentrante dalla panchina, ed il binomio è subito vincente, col supporto decisivo di un asse portante composto da giocatori come capitan Polesello, Gilardi, Sbarra e Castellano, nati, cresciuti e diventati campioni d’Italia nella loro città nella sfida di finale con Milano.

Con il tricolore cucito sul petto, Roma approccia da matricola la massima competizione continentale, quella Coppa dei Campioni che dopo la dittatura di Varese negli anni Settanta, è nelle due ultime stagioni finita in bacheca proprio al Pianella di Cantù. Bianchini fu l’artefice del successo brianzolo del 1982 e quindi… sa come si fa.

Venticinque squadre sono in lizza per succedere nell’albo d’oro a Cantù, che è della partita in qualità di campione in carica, l’Aris Salonicco ancora in divenire elimina nel turno preliminare i ciprioti dell’AEL Limassol in una sorta di derby del Mediterraneo e il 29 settembre, infine, è l’ora del debutto per Roma, in verità agevole contro i lussemburghesi del Dudelange, battuti 72-40 e 85-44. Ai quarti di finale l’avversario non ha certo maggior blasone, anzi, gli albanesi del Partizani Tirana si difendono con dignità davanti al pubblico amico, 78-69, per poi cedere nettamente il passo al Palazzetto dello Sport , 93-55.

Girone a sei dopodichè, dunque, che promuoverà due squadre alla finalissima di Ginevra. C’è ovviamente Cantù, che difende il titolo e mira il tris consecutivo riuscito solo a Riga alle fine degli anni Cinquanta; c’è il Barcellona che ha credenziali importanti e pare la candidata più autorevole; c’è il Maccabi Tel Aviv che a questi livelli concorre da anni; c’è il Bosna Sarajevo allenata da quel pragmatico pigmalione che è Svetislav Pesic, a rappresentare il talento sconfinato della pallacanestro balcanica; c’è infine il Limoges che si affaccia tra le migliori e vanta già un paio di successi consecutivi in Coppa Korac.

In verità il Bancoroma, dopo una prima vittoria di misura a Limoges, 76-74, grazie a 22 punti di Polesello, infila tre sconfitte in quattro partite e sembra tagliata fuori nella corsa alla finalissima. Figurarsi, coach Bianchini non ammette cedimenti nervosi e la squadra, che gira a dovere, disegna una serie vincente di cinque vittorie, battendo a domicilio il Barcellona con Sbarra a 16 punti, sbancando Cantù grazie a 27 punti di Wright e 22 di Solfrini, passando a Tel Aviv ancora con Wright sugli scudi, 28 punti, per garantirsi poi l’accesso alla finalissima grazie al successo casalingo all’ultimo turno con il Bosna, 66-55 dopo un primo tempo in equilibrio e Gilardi che veste i panni del primattore con 23 punti.

Insomma, Wright è mente e braccio armato, ma il gruppo italiano è solido e contribuisce in modo determinante per presentarsi all’appuntamento con la storia, 29 marzo 1984, ore 21, Patinoire des Vernets di Ginevra. L’avversario, rispettando i pronostici della vigilia, è il Barcellona di coach Antoni Serra, che insegue il primo trionfo in Europa, non solo in Coppa dei Campioni, e si affida a giocatori del calibro di Sibilio, Solozabal e San Epifanio, Mike Davis che proprio a Roma giocò tra il 1978 e il 1981, e Marcellous Starks, centro che già fu noto dalle parti della Fortitudo Bologna.

C’è timore in campo, ed è evidente fin dall’avvio, per un Bancoroma che paga lo scotto del debutto in una finale europea. San Epifanio ha la mano caldo e segna 11 dei primi 17 punti del Barcellona, che allunga sul 17-8 con i capitolini che hanno pessime percentuali dal campo e ben presto si trovano con Gilardi e Solfrini gravati dai falli. Wright inventa qualche canestro dei suoi, Sbarra esce dalla panchina e fa altrettanto, ma Davis domina Kea sotto canestro e i catalani, al minuto sedici, arrivano al massimo vantaggio, 35-22. Tombolato è un lottatore e con alcuni canestri riduce il passivo, la zona 1-3-1 imposta da Bianchini limita Sibilio che non trova mai il bersaglio e all’intervallo, 42-32, il Barcellona ha ben salde in mano le redini del match.

Nel secondo tempo il copione della sfida cambia decisamente trama. Davis ha quattro falli, Gilardi, non proprio in serata di grazia, al ventiseiesimo minuto raggiunge il limite ed è costretto ad uscire, ma se Wright – top-scorer con 27 punti per Roma – si scatena e segna a ripetizione, San Epifanio che aveva infilato la retina a raffica – alla fine saranno 31 punti per lui – è costretto in panchina per il quarto fallo e l’attacco del Barcellona, senza il suo faro offensivo, si inceppa. Roma opera il primo sorpasso al minuto trentuno, 57-56, Davis e Solozabal escono a loro volta dal parquet – per l’occasione edificato sul ghiaccio! – e il quintetto di Bianchini prende il largo, con Kea e Tombolato sugli scudi, 69-63. Ma Barcellona tarda a morire, anche Solfrini e Polesello pagano dazio ai falli rientrando anzitempo negli spogliatoi, e così il finale di gara si accende. Sbarra strappa un rimbalzo fondamentale e permette a Wright di segnare, il Barcellona torna sotto sul 75-73 ma Kea, che già sa che verrà “tagliato” ma da gran professionista quale lui è si batte come un leone, nell’ultimo minuto segna due punti, Sbarra cattura un altro rimbalzo, subisce fallo e con freddezza manda a bersaglio i due tiri liberi dell’apoteosi, 79-73.

Il Bancoroma sale sul tetto d’Europa, e per una sera, all’ombra del Colosseo, sventola la bandiera del basket.

BRAMBILLA, IL PILOTA CON L’AUSTRIA NEL CUORE

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Vittorio Brambilla al Gran Premio d’Austria del 1975 – da paddock.it

Vittorio Brambilla non ebbe il successo che si aspettava in Formula 1, pur tuttavia con qualche eccezione, che nella carriera di ogni buon pilota che si rispetti non manca mai.

Nato a Monza l’11 novembre 1937, Vittorio si avvicina al mondo motoristico su due ruote nel 1957 e l’anno successivo vince il titolo italiano nella classe 175cc. Passa poi al karting, non mancando di operare come meccanico del fratello Ernesto che corre in Formula 2 e a cui solo per un incidente in moto è nagata la possibilità di debuttare in Formula 1 al Gran Premio d’Italia del 1969. Proprio nel 1969 Brambilla ritrova il volante con la Formula 3 Birel della scuderia Picchio Rosso, imponendosi a Vallelunga e Monza. L’anno successivo la scuderia gli concede l’opportunità di correre in Formula 2 con la Brabham-Ford, che il lombardo ripaga con due piazze d’onore a Salisburgo e a Monaco.

Brambilla continua ad alternarsi tra Formula 2 e Formula 3, tanto che nel 1971 proprio in questa categoria vince le prove di Monza e Imola valide per il campionato italiano, che infine riesce a far suo nel 1972 grazie a quattro successi nel corso della stagione. Nel 1973 guida una March-Ford della scuderia Beta Racing e può mostrare tutto il suo talento trionfando sui tracciati di Salisburgo ed Albi, vittorie che coronano un’annata da primattore in Formula 2 e che gli aprono le porte dorate del mondo della Formula 1 dove può esordire grazie alla Beta che lo favorisce nell’ottenere un volante alla March.

Brambilla è guida ufficiale del team, rimpiazzando Howden Ganley in seno alla squadra e correndo a fianco di Hans Joachim Stuck. Si trova spesso nelle retrovie in qualificazione, nondimeno ha l’abilità per chiudere spesso nei primi dieci della classifica, ad esempio a Kyalami al debutto, in Belgio, Svezia e Olanda nelle gare durante la stagione, per riuscire poi a conquistare il primo punto iridato con il sesto posto sul circuito dell’Österreichring, subito alle spalle di Clay Regazzoni.

Il 1975 risulterà essere la sua miglior stagione, evidenziando progressi in qualificazione tanto da conquistare addirittura la pole-position in Svezia, anche se spesso questa performance verrà messa in discussione per le particolari condizioni in cui venne ottenuta. Brambilla comanda la gara per i primi 15 giri, prima di venir sorpassato da Reutmann ed esser poi costretto al ritiro.

Il giorno di gloria, però, è dietro l’angolo per il pilota monzese, e al Gran Premio d’Austria, corso sotto il diluvio, Brambilla guida magistralmente la monoposto, balza al comando, realizza il miglior tempo sul giro e al termine della ventinovesima tornata, quando la pioggia impone l’anticipata bandiera a scacchi, è davanti a tutti per la prima ed unica volta in carriera. Sul traguardo va in testacoda andando a sbattere contro le barriere protettive… ma una vittoria val bene un piccolo incidente! Brambilla accumula metà punti, esattamente come era successo in Spagna qualche mese prima, dove si era piazzato quinto ed era stato fermato dal drammatico incidente di Stommelen che aveva prodotto la morte di quattro spettatori.

Sfortunatamente, nel 1976 le prestazioni nel campionato del mondo di Formula 1 non sono all’altezza delle aspettative, con l’unica eccezione di un sesto posto in Olanda, anche se la sua March è competitiva con il secondo posto all’International Trophy ed il quarto nella Race of Champions, corse di Formula 1 non valide per la massima competizione iridata.

E’ però giunta l’ora di interrompere il sodalizio con la scuderia che Brambilla accusa di favorire palesemente Ronnie Peterson, e nel 1977 passa al servizio della Surtees; seppur la vettura non sia tra le più attrezzate, Vittorio disputa alcune buone corse, piazzandosi quarto in Belgio e quinto a Hockenheim.

La stagione lo vede protagonista, nel frattempo, con le vetture sportprototipi, guidando per la scuderia Autodelta e portando al successo la sua Alfa Romeo in ben quattro occasioni. Nel 1978 Vittorio ha a disposizione una nuova monoposto Surtees, seppur decisamente meno performante. Fallisce la qualificazione a tre riprese e sulla pista di casa, a Monza, è coinvolto nelle tragica carambola che costa la vita al vecchio compagno di squadra Ronnie Peterson, nel frattempo accasato in Lotus. Brambilla ne esce con un trauma cranico che lo rende indisponibile fino al termine della stagione.

Torna in gara esattamente un anno dopo, proprio a Monza, al volante dell’Alfa Romeo che lo ha messo sotto contratto per il 1979, chiudendo al dodicesimo posto; corre altre quattro gare tra l’anno in corso e il 1980, altrenandosi con il campionato sportprototipi con la Osella, affiancato da Lella Lombardi, unica donna della storia ad aver raccolto punti nel campionato del mondo di Formula 1.

Si ritira nel 1981, lasciando un mondo che lo aveva accolto con grandi speranze e in cui il monzese era riuscito a farsi apprezzare per simpatia e umanità.

Vittorio Brambilla è deceduto nella sua casa di Camparada di Lesmo il 26 maggio 2001, vittima di un attacco cardiaco: aveva 63 anni, ed ha vissuto con l’acceleratore sempre spinto a manetta. Non era il migliore, ma tra i secondi è stato senza dubbio un campione.

I CINQUE RECORD MONDIALI NEL SALTO TRIPLO A CITTA’DEL MESSICO 1968

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Viktor Saneyev a Città del Messico 1968 – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Vi sono specialità, nell’atletica leggera, che cadono in “letargo” per molto tempo quanto a prestazioni, per poi esplodere di colpo con risultati sensazionali, spesso “accompagnati” dall’abbattimento di un “muro” ritenuto insormontabile, si riferisca esso ad un limite cronometrico piuttosto che di misura.

Una di queste era, alla vigilia dei Giochi di Città del Messico 1968, il salto triplo, la cui “barriera” era costituita dal superamento del limite dei 17 metri, sino ad allora avvenuto per merito di un singolo atleta, vale a dire il polacco Jozef Szmidt che in un meeting ad Olsztyn il 5 agosto 1960, in preparazione alle Olimpiadi di Roma, era “atterrato” a m.17,03.

Tale impresa di Szmidt era tutt’altro che occasionale, visto che il polacco aveva poi vinto la medaglia d’oro sia a Roma che quattro anni dopo a Tokyo, con misure però di m.16,81 e m.16,89 comunque largamente sufficienti a rendere inoffensivo l’attacco portato dagli specialisti sovietici, ma che evidenziavano la difficoltà per gli atleti ad andare oltre il citato “muro dei 17 metri“.

Prova ne sia che a Città del Messico il limite di qualificazione per la finale era stato posto a m.16,10 che può far sorridere per quanto avvenne all’atto conclusivo, ma pienamente in linea con le prestazioni in essere all’epoca, laddove si consideri che con tale misura il bulgaro Stoikovski era giunto settimo ai Giochi di Tokyo.

Magari, il CIO e la IAAF avrebbero potuto tener conto del vantaggio che l’aria rarefatta e la ridotta influenza della gravità derivanti dai 2.248 metri di quota di Città del Messico indubbiamente davano agli atleti, ma comunque potete immaginare quale possa essere stata la sorpresa quando il 16 ottobre 1968, dopo un nullo al primo tentativo, l’italiano Giuseppe Gentile – che prima dei Giochi vantava un “personale” di m.16,74 – atterra con il suo “jump” dopo le fasi di “hop” e “step” a m. 17,10 migliorando di 7 centimetri il primato mondiale di Szmidt che resisteva da oltre otto anni.

L’eco dell’impresa giunge in Italia quando si è nel tardo pomeriggio, lasciando gli sportivi da una parte stupefatti e dall’altra speranzosi nella conquista dell’oro nella finale prevista per il giorno successivo, dato che nessun azzurro aveva sinora vinto una medaglia nella storia dei Giochi nelle prove di salto (alto, asta, lungo o triplo che fossero) e confortati dal fatto che il secondo nel turno di qualificazione, vale a dire il senegalese Mamadou Dia, non aveva realizzato che m.16,58 ad oltre mezzo metro di distanza dalla misura di Gentile, a dimostrazione che l’altitudine di Città del Messico poteva sì avere inciso sulla prestazione, ma non più di tanto, considerando altresì che la stessa era stata ottenuta con “vento nullo“.

Questa convinzione cresce ancor più non appena il telecronista Rai Paolo Rosi apre il collegamento dopo le 21 ora italiana – a gara già iniziata, essendo prevista per le ore 15 locali – annunciando che al primo salto Gentile si era migliorato portando il record a m.17,22 (ancora una volta con “vento nullo“) anche se quello è in pratica il suo unico salto poiché in fase di atterraggio l’azzurro avverte una fitta alla gamba che non gli permette di essere più validamente in gara.

Gentile non si duole più di tanto per il leggero infortunio, convinto oramai di avere in tasca la medaglia d’oro, ed invece le emozioni sono appena iniziate in quanto, dopo che il brasiliano Nelson Prudencio piazza al secondo salto un m.17,05 che ne fa intuire le intenzioni bellicose, ecco che il sovietico Viktor Saneyev, alla terza prova, atterra a m.17,23 appena un centimetro meglio della misura di Gentile, portandosi al comando e migliorando il fresco primato mondiale, essendo stato il “triplo salto” valutato con “vento al limite dei 2 m/s“.

Gentile prova a rientrare in gara, ma le sue menomate condizioni fisiche lo fanno incorrere in quattro nulli ed un modesto m.16,54 alla quinta prova, non restandogli che assistere passivamente alle “evoluzioni” dei suoi diretti avversari che si scambiano ripetutamente le posizioni al vertice a colpi di record del mondo.

Difatti, dopo che alla quinta prova il sovietico Nikolay Dudkin con m.17,09 aveva superato Prudencio quale terza miglior misura, il brasiliano si riscatta immediatamente non solo riprendendosi il bronzo, bensì andando addirittura in testa con un “triplo balzo” da m.17,27 (ancora una volta con “vento al limite“) spodestando Saneyev sempre fermo alla misura con cui aveva migliorato il record di Gentile.

I tecnici e i giornalisti al seguito non sanno più cosa pensare, se non rendersi conto di stare ad assistere alla più grande gara di salto triplo sinora mai disputata, e riteniamo che abbiano più volte riscritto il pezzo sulla gara convinti che la stessa fosse finita, mentre invece la sorpresa maggiore la riserva proprio l’ultimo tentativo quando, dopo che Prudencio ha piazzato un comunque superbo m.17,15, tutti guardano al “canguro di Sukhumi“, il georgiano Saneyev che ancora una volta stupisce il mondo con uno strabiliante balzo a m.17,39 (anch’esso, peraltro, con “vento al limite“) di ben 36 centimetri superiore al record del polacco Szmidt prima dei Giochi, lasciando comunque al nostro Gentile quantomeno la consolazione di salire sul podio per ricevere una medaglia di bronzo quanto mai amara.

Polacco che, comunque, è presente in gara per assistere alla ripetuta “demolizione” del suo primato non potendo far molto per difenderlo anche se, con un sussulto da quel campione che era, all’ultimo salto atterra a m.16,85 che rappresenta la miglior misura realizzata nelle tre finali olimpiche disputate, ma mentre le altre due, ancorché inferiori, gli avevano garantito l’oro, con questa si piazza non meglio che settimo in una  prova in cui i primi sette atleti hanno superato la “fatidica barriera” dei 17 metri, che da Città del Messico non rappresenterà più un tabù.

Nell’analizzare una simile serie di prestazioni, molti esperti hanno avanzato riserve sul corretto uso dell’anemometro dati i tanti, troppi salti valutati con vento di “due metri esatti a favore” che ne rappresenta il limite per la relativa omologazione (polemica che accompagnerà anche il “salto nel futuro” dell’americano Bob Beamon nel lungo del giorno dopo, prova di cui la presente gara rappresenta un degno “antipasto“) e, del resto, lo stesso Saneyev, alla domanda di un cronista su quale fosse stato il segreto della sua eccellente “performance“, con una laconica risposta replicò …”Wind ….”!!!

1988 E 1989, LA DOPPIETTA DI FIGNON ALLA MILANO-SANREMO

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Fignon vince la Milano-Sanremo del 1988 – da francetvsport.fr

Due Tour de France, un Giro d’Italia ma anche una fantastica doppietta alla Milano-Sanremo: signore e signori, piacere, ecco Laurent Fignon, e il suo palmares di campione.

Conosciuto per essere soprattutto corridore da Grandi Giri, al “professore” riuscì per due anni di seguito, 1988 e 1989, una prodezza che solo cinque altri ciclisti hanno realizzato nel dopoguerra, prima o dopo di lui: trionfare in due edizioni consecutive della “classicissima di primavera“. I nomi dei campioni che fecero doppietta leggendaria in Riviera sono quelli, pretisigosi, di Coppi (1948-1949), Petrucci (1952-1953), Merckx (1966-1967, 1971-1972 e 1975-1976), De Vlaeminck (1978-1979) e Zabel (1997-1998 e 2000-2001). La crema del ciclismo. La doppietta del parigino assume ancor più valore se si tiene conto che Fignon aveva fino ad allora preso il via nella prima grande classica della stagione solo due volte in precedenza, cogliendo un anonimo 118° posto nel 1983 e una 32esima posizione non molto più gloriosa nel 1986. Il doppio successo a Sanremo riconcilia Laurent Fignon con l’Italia, dopo lo smacco del Giro 1984, quando gli organizzatori avevano fatto di tutto per favorire il successo finale dell’idolo locale, Francesco Moser, fino ad allora sempre respinto dalla Corsa Rosa.

Laurent Fignon ha conosciuto due parabole agonistiche. La prima ha fatto nascere molte aspettative sul conto di questo eccellente corridore, seppur non particolarmente apprezzato dal pubblico dell’epoca. Nel 1983 e nel 1984 conquista con il piglio del dominatore e con sconcertante insolenza il Tour de France, e si ha la sensazione che possa essere solo l’inizio di una lunga dittatura. Invece, a disattendere tutto quanto, nelle tre stagioni successive Fignon mette in bacheca solo la Freccia Vallone nel 1986, tanto che la prima vittoria in Via Roma nel 1988 viene dai più considerata una grossa sorpresa.

Vestendo la casacca della Systeme U, Fignon conquista a quel momento la 51esima vittoria della carriera. In Riviera si attende l’irlandese Sean Kelly, reduce dal settimo successo consecutivo sulle strade della Parigi-Nizza, magari lo svizzero Erich Maechler, trionfatore nel 1987 o anche il belga Eric Vanderaerden, è invece proprio Fignon ad anticipare tutti attaccando nella discesa della Cipressa ad una ventina di chilometri dal traguardo. Il jolly tentato dal francese si rivela azzeccato se è vero che il gruppo dei favoriti non risucirà più a rinvenire sull’uomo al comando. Un solo contraccante ha la forza per agguantare Fignon: il giovane Maurizio Fondriest, in maglia Alfa Lum. Nel 1988, il trentino è la grande speranza del ciclismo tricolore, al secondo anno da professionista. Proprio nel proseguimento della stagione infatti esploderà al più alto livello, diventando addirittura campione del mondo a fine anno sul tracciato belga di Renaix. Ma quel 19 marzo 1988, Fignon è il più forte. Rientrato sul corridore transalpino, Fondriest si inchina allo sprint nonostante per un attimo avesse dato l’impressione di poter scavalcare il rivale. Era scritto che Laurent Fignon trionfasse in Italia quel giorno. Questo successo regala nuovo slancio alla carriera di Laurent Fignon che sempre più spesso dirotterà il suo talento sulle corse di un giorno. Soprattutto, mette fine ad un lungo periodo di dubbi del “professore“. Sei anni dopo Marc Gomez, che vinse nel 1982, Fignon diventa il decimo francese a conquistare il “mondiale di primavera“.

Nel 1989, pur campione uscente, Fignon non è tra i favoriti più accreditati della Milano-Sanremo. In effetti il parigino è uscito malconcio dalla Parigi-Nizza, costretto all’abbandono e in condizioni di forma non certo rassicuranti. Ma quasi a voler smentire i suoi detrattori, lui che da lì a qualche mese sarà consacrato sulle strade del Giro d’Italia, illumina la corsa con l’abbaglio della sua classe. Se l’anno prima aveva anticipato la scontro tra titani atteso sulla salita del Poggio, questa volta Fignon proprio su questa rampa mitica della Classicissima costruisce la sua vittoria numero due. L’olandese Frans Maassen della Superconfex è l’unico in grado di seguire il francese, ma pagherà lo sforzo nel finale di corsa. Contrariamente a quel che avvenne nel 1988, stavolta è in beata solitudine che Fignon alza le braccia in Via Roma a Sanremo, diventando di fatto uno degli eroi della più bella classica italiana. Lui, il corridore dei Grandi Giri, abituato al calcolo e allo sforzo misurato, realizza una memorabile doppietta, prova che le sue qualità non erano sparite nonostante gli infortuni e una traversata nel deserto durata tre anni.

Nondimeno, la stagione 1989 sarà tuttavia l’ultima ad alto livello per Fignon. Ma che livello! In maggio, appunto, si aggiudica il Giro d’Italia, poco prima di salire sul secondo gradino del podio alla Grande Boucle. Vincitore del Gran Premio delle Nazioni a cronometro a fine stagione, è sesto al campionato del mondo di Chambery e settimo alla Liegi-Bastogne-Liegi, a certifcare che la classe non è proprio acqua.

Questo fu Laurent Fignon, il “professore“, che negli anni di grazia 1988 e 1989 scavalcò le Alpi e conquistò Sanremo.