DINO ZOFF, OVVERO QUANDO I FATTI CONTAN BEN PIU’ DELLE PAROLE

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Zoff mondiale in Spagna – da maridacaterini.it

Articolo di Giovanni Manenti

Lo “Stivale”, come arcinoto, è formato da una popolazione eterogenea, basti pensare che l’unità d’Italia risale a poco più di 150 anni fa ed ha congiunto abitanti che avevano vissuto sotto l’impero austroungarico con altri al servizio del potere temporale dei Papi ed altri ancora sudditi dei Borboni, il che, al di là dell’appartenenza geografica ed al sentirsi un unico Paese, aveva anche determinato un differente modo di approcciarsi alla vita quotidiana.

Tale premessa è utile per capire quanto caparbia, dura, anche testarda quando serve sia la cosiddetta “razza friulana”, molti fatti e poche chiacchIere, lavoratrice e che non cerca scuse ai propri eventuali errori, per rimediare ai quali conosce una sola strada, vale a dire rimboccarsi le maniche e raddoppiare l’impegno, consapevole che i sacrifici verranno ricompensati.

In ambito sportivo, nonché calcistico in particolare, il simbolo di questa etnia vede la luce il 28 febbraio 1942 a Mariano del Friuli, paese di poco più di mille anime in provincia di Gorizia, molto più vicino al confine con la Slovenia – all’epoca facente parte della ex Jugoslavia del Maresciallo Tito – che non al Capoluogo veneto, tanto per fare un esempio, e, per chi non avesse ancora compreso di chi stiamo parlando, trattasi di Dino Zoff, colui che, con un sottile gioco di parole, verrà ribattezzato come “il Dinosauro” del calcio italiano per la sua straordinaria longevità.

Come tutti i ragazzi di un’epoca che sta cercando di scrollarsi dalle spalle gli orrori della Seconda Guerra Mondiale – ed oltretutto, in una zona di confine dove tali echi non si sono ancora del tutto sopiti – anche Zoff inizia a praticare lo sport più amato dagli italiani nella Marianese, squadra della sua città natale, per poi passare all’Udinese, sogno di ogni giovane calciatore delle sue zone in quanto, in detto periodo, i bianconeri friulani si stanno facendo onore tra le grandi della Serie A.

Gioca in porta, Zoff, un ruolo ritagliato apposta per un personaggio dal carattere schivo, così da non doversi trovare a discussioni, quand’anche a risse in mezzo al campo per qualche entrata non proprio da gentleman, ed in più quale “estremo difensore” – così chiamato proprio perché dietro a lui c’è solo la linea di porta – può rivestire quella qualità che in molti cercano di evitare, vale a dire essere il primo responsabile delle sorti della propria squadra.

Pensateci bene, lavoro, impegno, sacrificio e responsabilità, è questo il cocktail che caratterizzerà tutta la vita, calcistica e non, di Dino Zoff detto il “Dinosauro”, passato alla storia per la sua longevità che lo porta a frantumare record di ogni tipo.

E sì che gli esordi non sono proprio rose e fiori, con Zoff fatto esordire 19enne nella Massima Serie dal tecnico Bonizzoni il 24 settembre ’61 nel match al Comunale di Firenze contro i viola, che si impongono con un secco 5-2 grazie alle doppiette di Hamrin e Milani, per poi, a Campionato oramai compromesso, tornare tra i pali nelle ultime tre giornate in cui si prende il lusso di espugnare i terreni del Palermo (3-1) e della Juventus (3-2) per poi chiudere la sua prima esperienza in A con un pari interno contro il Bologna.

Con l’Udinese retrocessa tra i Cadetti, l’anno seguente per Zoff è l’occasione per essere lanciato quale titolare fisso di una formazione che ha però perso la propria identità, tanto che nel ’64 scivolerà ulteriormente ne purgatorio della Serie C, da cui occorreranno 14 anni per risalire, ma nel frattempo il 21enne portiere ha già fatto le valigie, chiamato a difendere i pali del Mantova da Bonizzoni, colui che lo aveva fatto esordire in Serie A e che aveva rilevato Edmondo Fabbri, passato alla guida della Nazionale, sulla panchina dei virgiliani.

In una stagione come quella in cui viviamo, dove tutti sono pronti a bruciare i tempi, Zoff resta fedele alla “politica dei piccoli passi”, e poco male se nel ’65 il Mantova retrocede, un altro anno tra i Cadetti può essere utile a fare esperienza, visto che poi si mette in evidenza non saltando neppure una gara nel cammino che vede i biancorossi risalire immediatamente nella Massima Divisione ed a lui spettare la palma del portiere meno battuto, con 26 reti subite, di cui appena 7 nelle ultime 17 giornate, decisive per la promozione.

E quando l’oramai 25enne Zoff si conferma l’anno successivo, con sole 23 reti al passivo sui 34 incontri della Serie A, è oramai chiaro a tutti come i tempi siano maturi per il definitivo salto di qualità, con la sua ultima gara a difesa della porta virgiliana a consegnare, ironia della sorte, lo Scudetto ’67 proprio alla Juventus, trattandosi della tristemente famosa (per i tifosi nerazzurri …) sconfitta per 0-1 dell’Inter sul campo del Mantova.

Non sono però i bianconeri ad assicurarsene i servigi (almeno non al momento …), in quanto il percorso di crescita prevede un’altra stazione, vale a dire il Napoli del Comandante Achille Lauro, che lo acquista all’ultimo tuffo del calciomercato ’67 per una somma di 120milioni di vecchie lire oltre al cartellino di colui cui prende il posto, vale a dire Claudio Bandoni, da tre stagioni inamovibile titolare dell’undici partenopeo.

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Dino Zoff con la divisa del Napoli – da pinterest.com

Sono anni in cui il Napoli comincia a far sognare i propri tifosi, pur se la prima stagione di Zoff all’ombra del Vesuvio coincide con l’abbandono di Sivori, ma con il friulano tra i pali gli azzurri riescono a conquistare quello che, all’epoca, rappresenta il loro miglior piazzamento di sempre, vale a dire un secondo posto in campionato, pur se a debita distanza (9 punti) dal Milan Campione d’Italia.

Ma il colore delle maglie dei suoi compagni richiama un altro azzurro, quello della Nazionale ed, in un clima di “geopolitica” tanto caro in quel periodo, Zoff viene preferito a Lido Vieri per sostituire il titolare Albertosi – infortunatosi nel match di andata a Sofia del 6 aprile ’68, venendo rilevato proprio dall’estremo difensore granata – e fare così il suo debutto nella delicata sfida contro la Bulgaria che si disputa proprio al San Paolo di Napoli, in cui l’Italia è chiamata a ribaltare il 2-3 subito in trasferta.

Gli azzurri si impongono per 2-0 così da ottenere il pass per la Fase finale che si disputa in Italia e per la semifinale contro l’Urss da giocarsi ancora al San Paolo, Valcareggi non se la sente di rinunciare, un po’ per scelta ed un po’ per scaramanzia, a Zoff, schierandolo nuovamente tra i pali per una gara “bloccata” che non vede il risultato schiodarsi dallo 0-0 di partenza e solo con l’aiuto di San Gennaro il lancio della monetina negli spogliatoi alla presenza dei due Capitani decreta il successo azzurro.

Si va a Roma per la Finale contro una delle migliori Jugoslavia di tutti i tempi e l’Italia soffre maledettamente, andando sotto per una rete del fuoriclasse Dzajic in chiusura di primo tempo e restando in partita solo grazie agli straordinari cui è costretto Zoff, che nega a più riprese il raddoppio agli avversari, prima che una punizione di Domenghini squarci la barriera avversaria per il punto dell’1-1 che concede agli azzurri una seconda chance nella ripetizione della partita, occasione che non si lasciano sfuggire per laurearsi per la prima (e sinora unica …) volta Campioni d’Europa.

Gran parte del merito di quel successo va a Zoff, che in quattro incontri subisce una sola rete, ma il nostro, schivo come sempre, fugge dai riflettori ammettendo di “aver semplicemente fatto il mio dovere”, così come accetta di tornare a ricoprire il ruolo di “vice” rispetto ad Albertosi, che gli viene preferito ai Mondiali di Messico ’70 che vedono l’Italia sconfitta in Finale dal Brasile, per poi prenderne definitivamente il posto ad avvenuta eliminazione dalle Fasi finali degli Europei ’72 e mantenerlo per oltre un decennio.

Nel frattempo, però, qualcosa era cambiato nella carriera di Zoff che, oramai 30enne, viene considerato l’ultimo tassello per completare il puzzle bianconero della “Rivoluzione bonipertiana” di inizio anni ’70, ed ecco quindi che, nell’estate ’72, nonostante la Juventus si sia appena aggiudicata il suo 14.mo Scudetto, avviene lo scambio tra i due estremi difensori, con Carmignani a prendere la strada del Sud ed il friulano ad approdare all’ombra della mole per dar vita ad decennio di successi senza eguali.

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Zoff corre verso gli spogliatoi dopo la conquista dello scudetto ’75 – da wikipedia.org

Decennio più uno in cui Zoff non lascia spazio ai suoi “secondi”, visto che disputa tutte e 30 le giornate al tempo in calendario nella nostra Serie A per 11 stagioni consecutive, durante le quali subisce appena 226 reti, con le perle delle Stagioni ’75 (19 reti al passivo), ’78 (-17), ’81 ed ’82, chiuse rispettivamente con appena 15 e 14 reti subite, alla soglia dei 40 anni, come dire che, fedele alle tradizioni della sua terra, Zoff è come il buon vino, che più invecchia e più migliora.

Undici anni che vedono la Juventus conquistare ben 6 titoli di Campione d’Italia, mentre in Nazionale Zoff si rende protagonista di una striscia di imbattibilità che ancora reggi allo scorrere del tempo, mantenendo inviolata la propria porta per ben 12 gare consecutive, dalla rete subita dallo jugoslavo Vukotic al 73’ dell’amichevole vinta per 3-1 dagli azzurri il 20 settembre ’72 a Torino, sino all’incredibile goal realizzato dall’haitiano Sanon ad inizio ripresa del match d apertura ai Mondiali di Germania ’74, disputato il 15 giugno ’74 allo “Olympiastadion” di Monaco di Baviera, per un totale di qualcosa come 1.142 minuti.

Ma, per una Juventus che domina in patria, vi è un cruccio in casa bianconera che neppure Zoff riesce, almeno inizialmente a sanare, vale a dire la “maledizione” delle Coppe Europee, che già alla prima stagione lo vede doversi arrendere al beffardo colpo di testa dell’olandese Johnny Rep che consegna all’Ajax la sua terza Coppa dei Campioni nella Finale di Belgrado del 30 maggio ’73, prima volta in cui la Juventus si presenta all’appuntamento conclusivo della manifestazione.

Per dar maggiore solidità al reparto difensivo, Boniperti mette a segno nell’estate ’74 il colpo che avrà una forte incidenza sia nelle sorti sportive del Club che nella vita privata di Zoff, vale a dire l’acquisto dall’Atalanta di Gaetani Scirea, il “libero gentiluomo” con cui Dino costituisce un sodalizio che va ben al di fuori del mero aspetto agonistico.

Così simili, così uguali, entrambi portati a far parlare i fatti anziché le parole, Dino e Gaetano dirigono da par loro una difesa che diviene impenetrabile, con l’ultimo ritocco costituito dall’avvicendamento alla guida tecnica che porta sulla panchina bianconera un giovanissimo (appena 37enne all’epoca …) Giovanni Trapattoni a far tempo dall’estate ‘76.

Nasce così la formazione forse più amata da ogni tifoso bianconero che si rispetti, la “Juventus made in Italy” che, senza il ricorso ad alcun giocatore di oltre frontiera riesce nella straordinaria impresa di contendere ad un eccellente Torino dall’attacco atomico, guidato dall’amico fraterno del “Gioan”, Gigi Radice, uno Scudetto vinto a quota siderale, con 51 punti conquistati sui 60 disponibili, lasciando i granata ad una sola lunghezza di distacco ed, in più, portando per la prima volta un Trofeo internazionale nella bacheca della Società di Piazza Crimea.

Tale trionfo continentale – unico nella Storia del nostro Calcio vinto da una formazione senza l’ausilio di giocatori stranieri – si materializza nella conquista della Coppa Uefa ‘77, nel cui cammino la Juventus elimina ai primi due turni i due Manchester, prima City e poi United, per poi affrontare nella doppia Finale gli ostici baschi dell’Athletic Bilbao, gara nella quale, sfida nella sfida, si fronteggiano due leggende tra i pali, il “nostro” appunto e José Angel Iribar, definito il “sosia di Zoff sia per l’incredibile somiglianza fisica che per le qualità tecniche, oltre al particolare di essere nato esattamente un anno ed un giorno dopo Dino, l’1 marzo 1943, precisamente.

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L’incredibile somiglianza tra Zoff ed Iribar – da wikipedia.org

Con una sola rete (di Tardelli al 15’) realizzata nella gara di andata da difendere nell’infuocata arena dello “Estadio San Mamès” di Bilbao, servono i nervi saldi ed il sangue freddo di Zoff e Scirea per impedire che la gara si trasformi in corrida, specie quando a 12’ dal termine la rete di Carlos ribalta l’iniziale vantaggio bianconero di Bettega, immediatamente annullato da Churruca, ma al fischio finale la Coppa può prendere la strada di Torino grazie al valore doppio del goal segnato in trasferta.

Quando mai un Commissario Tecnico della Nazionale ha avuto la fortuna di ritrovarsi nelle mani una squadra di Club composta da soli italiani ed altresì vincente, ed ecco quindi il “Vecio” Bearzot trapiantare pressoché integralmente gli undici bianconeri in azzurro (uniche eccezioni Brio, Furino e Boninsegna, quest’ultimo per evidenti limiti di età …) per l’avventura del Mondiale di Argentina ’78.

Una rassegna in cui l’Italia sfoggia senza alcun dubbio il miglior calcio del torneo, superando lo shock della rete subita dopo meno di 1’ nel match d’esordio con la Francia per ribaltare le sorti dell’incontro, per poi proseguire sul velluto con un sin troppo stretto 3-1 sull’Ungheria e l’impresa di espugnare il “Monumental” di Buenos Ayres annichilendo i padroni di casa, grazie ad una splendida combinazione Rossi-Bettega che porta “Penna bianca” a siglare l’unica rete che decide la sfida.

Gli azzurri iniziano a perdere un po’ di lucidità nel secondo girone che qualifica le due finaliste, ma ancora la difesa appare insuperabile e, dopo uno sfortunato 0-0 contro la Germania Ovest ed una vittoria di misura per 1-0 (ancora Rossi, al quarto centro personale …) sull’Austria, l’ultima gara contro l’Olanda consente ancora di sperare nell’accesso alla Finalissima, essendo però necessario sconfiggere gli Orange.

Con una formazione per nove undicesimi bianconera, in quanto anche Cuccureddu era subentrato all’infortunato Bellugi, le due squadre vanno al riposo con gli azzurri in vantaggio per 1-0, ma poi nella ripresa accade il patatrac con il “Dino Nazionale” a salire sul banco degli imputati.

Già, perché l’Olanda si assicura vittoria e passaggio del turno grazie a due missili scagliati dal terzino Brandts e dal mediano Haan su cui la stampa – sempre pronta a cercare, come da italico pensiero, un capro espiatorio su cui far gravare le responsabilità della sconfitta – non impiega più di tanto a crucifiggere Zoff, di cui all’improvviso si scoprono i dati anagrafici (36 anni suonati, al tempo …) ed addirittura paventate insufficienze visive.

Onestà intellettuale consente di precisare che il bolide scagliato dal limite dell’area da Brandts era imparabile anche per “Superman”, mentre la conclusione di Haan, da quasi 40 metri vede Zoff in effetti responsabile, soprattutto per non averne ben calcolata la beffarda traiettoria ad uscire, ma ciò nondimeno va altresì considerato come nella ripresa gli azzurri fossero letteralmente scomparsi dal campo, ma tanto si sa, nel “Bel Paese” la caccia alle streghe è uno Sport nazionale.

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La Juventus nel 1978.79 – da beyondthelastman.com

A rincarare la dose, giungono altre due conclusioni affidate agli educatissimi piedi di Nelinho e Dirceu che ribaltano anche l’esito della “finalina” per il terzo posto, ragion per cui Zoff viene dato per finito, quantomeno a livello internazionale, ma non sono dello stesso avviso né Trapattoni, il quale non concede il benché minimo avvicendamento a difesa della porta bianconera, né tantomeno Bearzot, che punta su di lui anche in vista degli Europei ’80, per i quali l’Italia non disputa le qualificazioni in quanto Paese ospitante, rassegna che viene pesantemente condizionata dal primo, celebre “Scandalo Scommesse” che priva gli azzurri di due pedine importanti quali gli attaccanti Paolo Rossi e Giordano e conclusa al quarto posto dopo essere giunti alle spalle del Belgio nel girone eliminatorio (in cui Zoff mantiene la porta inviolata …) ed aver perso ai calci di rigore la sfida per il terzo posto contro la Cecoslovacchia.

Per Bearzot si profila un’altra sfida, vale a dire quella di condurre l’Italia ai Mondiali di Spagna ’82 ed, in tutta onestà, non crediamo che il “Vecio” non abbia preso in considerazione la possibilità di sostituire il suo fedele conterraneo (il Commissario Tecnico era nato ad Aiello del Friuli, a pochi chilometri di distanza dal luogo natio di Zoff …) che in terra iberica avrebbe già superato i 40 anni, ma un po’ per una concorrenza interna non di altissimo livello – i possibili rimpiazzi erano Ivano Bordon, Paolo Conti e Giuliano Terraneo, oltre ad un giovane Giovanni Galli – ed in più per il fatto che, nei Campionati 1981 ed ’82 come già ricordato, la “premiata Ditta” Zoff e Scirea concedono appena 15 e 14 reti, ed ecco che la scelta è presto fatta.

Con Zoff a disputare tutte ed otto le gare del Girone di qualificazione, ancora una volta è il “blocco juventino” a costituire, specie in difesa con il solo contributo del milanista Collovati, lo “zoccolo duro” di una selezione che deve affrontare gli strali di una stampa che vomita contro ogni peggiore inventiva legalmente consentita tanto da indurre il tecnico a dichiarare il silenzio nei confronti dei giornalisti, delegando il solo Capitano a parlare coi cronisti e, conoscendone la relativa loquacità, sai che goduria.

La storia di quel “Mundial” è ben nota a tutti, non occorre stare a ripercorrerla, ma Zoff aveva un “debito di riconoscenza” verso i tifosi italiani e quel debito lo salda in un attimo, un momento che trasforma in trionfo quella che poteva essere un’atroce beffa.

Succede, difatti, che nella decisiva sfida contro il Brasile (cui basta un pareggio…) per l’accesso alle semifinali, l’Italia stia compiendo un autentico capolavoro tecnico-tattico trovandosi in vantaggio per 3-2, allorché le viene annullata nei minuti finali una rete di Antognoni per fuorigioco apparso ai più inesistente e, sul capovolgimento di fronte, il piede vellutato dell’estrema sudamericana Eder pennelli un preciso cross a metà area su cui, si catapulta con la forza della disperazione il difensore centrale Oscar per schiacciare di testa in rete.

E’ in quell’attimo che si materializza la figura del 40enne portiere nella sua splendida divisa grigia, il quale, tuffandosi sulla sua sinistra abbranca il pallone proprio a stretto contatto con la linea di porta, per poi portarselo al petto come un bambino con il suo orsetto di peluche, consapevole di aver compiuto l’intervento risolutivo e che ora “i conti sono saldati”.

Un solo, piccolo, peccato di presunzione ci sentiamo di addebitare a Zoff, vale a dire che forse, dopo aver alzato al cielo di Madrid la Coppa del Mondo ricevuta da Re Juan Carlos sotto gli occhi del Presidente Sandro Pertini, sarebbe stato il momento di dire addio, di chiudere da trionfatore una carriera eccezionale che già lo aveva anche visto raggiungere, primo calciatore italiano di ogni epoca, le 100 presenze in maglia azzurra, nonché di essere l’unico, nella Storia della nostra Nazionale, ad aver conquistato sia il titolo europeo che mondiale.

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I capitani Zoff e Rummenigge prima della finale mondiale ’82 – da forza27.com

Vogliamo, però, metterci nei suoi panni, quella Juventus che si accingeva a dare ancora una volta l’assalto alla Coppa dei Campioni era in pratica costituita dall’ossatura della Nazionale Campione del Mondo con l’aggiunta di due fuoriclasse del calibro di Michel Platini e Zibì Boniek, voi che avreste fatto …??

E, difatti, non ci mancò poi molto affinché Zoff potesse mettere la più classica ed auspicata delle “ciliegine sulla torta”, arrivando a disputare, a 10 anni esatti dalla sfida di Belgrado contro l’Ajax, una seconda Finale, con stavolta come sede Atene ed avversario l’Amburgo di Kaltz, Hrubesch e Magath, con quest’ultimo a siglare in apertura, dopo appena 9’ di gioco (così come ne erano bastati 5’ a Rep per mettere a segno il goal vittoria per l’Ajax …) l’unica rete dell’incontro con una beffarda conclusione a spiovere su cui ancora qualcuno insiste a dare la responsabilità a Super Dino.

Per gli storici, alla fine di ogni amena disquisizione prosaica, nella carriera di ogni sportivo contano i numeri, e le statistiche di Zoff parlano di qualcosa come 842 partite complessivamente disputate a livello di Club, con 694 reti al passivo, di 570 presenze nel Massimo Campionato che lo pongono al sesto posto della “Graduatoria All Time – in ordine alla quale è penalizzato dal fatto che, all’epoca, la Serie A era a 16 squadre con 30 giornate rispetto alle 38 attuali – con 430 reti subite (media di 0,75 a partita che si riduce a 0,71 se si considerano solo le stagioni al Napoli ed alla Juventus), cui vanno aggiunte le 112 occasioni in cui ha difeso la porta dell’Italia, tuttora sesto nella Classifica di ogni epoca, con 84 reti al passivo per una identica media/gara di 0,75 come dire che tra Club e maglia azzurra, il rendimento è stato costante.

Questo, in estrema sintesi, è stato Dino Zoff, la “Leggenda del Calcio azzurro”, uno che, fedele al motto della sua terra, ha sempre anteposto i fatti alle parole, il lavoro ed il sacrificio ai riflettori e che al Calcio ha dato tutto sé stesso ed a cui il Calcio, nel periodo post agonistico, non ha riservato ugual trattamento, forse perché lui, per primo, non si ritrovava più in un ambiente così diverso da quello che aveva conosciuto ed apprezzato.

Grazie di tutto, “Dinosauro”…

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L’INVINCIBILE ARMATA DEL VOLLEY FEMMINILE CUBANO DEGLI ANNI ’90

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Il sestetto cubano ai Giochi di Sydney 2000 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di Volley legato all’isola di Cuba, il primo pensiero, giocoforza, va all’indiscusso leader Joel Despaigne, per oltre un decennio protagonista con la sua Nazionale nelle vesti d devastante schiacciatore, tanto da essere nominato “Miglior giocatore dell’anno” nel 1990, al termine dei Campionati Mondiali svoltisi in Brasile e vinti, per la prima volta nella sua Storia, dall’Italia di Velasco, superando 3-1 in Finale proprio il sestetto capitanato da “El Diablo”.

Già, perché quella formazione – pur infarcita di indiscutibili talenti quali l’alzatore Raul Diago ed i due possenti Hernandez, Osvaldo ed Ihosvany – ha avuto “un piccolo difetto”, vale a dire il non aver mai conquistato un oro olimpico od un titolo mondiale, mentre già nel 1978, anno in cui il sestetto caraibico vede svanire i propri sogni iridati al Mondiale in Italia, sempre per mano degli azzurri che hanno la meglio in semifinale per 3-1, nell’allora Unione Sovietica si sta consumando un evento a dir poco storico.

Sono difatti le ragazze cubane a salire inaspettatamente sul gradino più alto del podio in occasione dell’ottava edizione dei Campionati Mondiali, dopo che le precedenti sette avevano visto il successo arridere per quattro volte all’Urss e per tre al Giappone, peraltro con un trionfo che non ammette repliche di sorta, visto che – sotto la guida del “Maestro” Eugenio George Lafita, uno che sarà alla guida della Nazionale femminile per ben 28 anni – si aggiudicano tutte e 10 le partite disputate, con eloquenti parziali in semifinale contro le padroni di casa (3-1, 12-15, 16-14, 15-10, 15-12) ed un ancor più netti in Finale contro le detentrici del titolo giapponesi, schiantate replicando il 3-0 del girone di semifinale come dimostrano i tre set, chiusi sul 15-6, 15-9, 15-10.

Una Nazionale cubana che però non riesce a confermarsi nel successivo decennio – complice anche la mancata partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e di Seul ’88 – periodo in cui appare nel panorama del volley femminile un’altra grande realtà quale la Cina, trascinata dalla fuoriclasse Lang Ping, che si aggiudica la medaglia d’oro ai Giochi californiani ed il bronzo in Corea, il tutto corredato dai titoli mondiali alle rassegne iridate in Perù nel 1982 ed in Cecoslovacchia nel 1986, in quest’ultimo caso superando 3-1 in Finale proprio le ragazze di Lafita, alla loro seconda medaglia iridata della storia.

E, mentre quattro anni dopo a Pechino si chiude il decennio degli anni ’80 con le cinesi ad abdicare davanti al proprio pubblico cedendo 1-3 in Finale contro l’Urss, con Cuba quarta nettamente sconfitta 0-3 dalle sovietiche in semifinale e superata 3-1 dagli Usa nel match per il bronzo, nell’isola caraibica sta prendendo confidenza con i parquet colei che risulterà decisiva per le sorti del sestetto di Lafita nella decade successiva.

Nata a L’Avana il 12 febbraio 1975, Regla Torres inizia a praticare la pallavolo su indicazione della madre all’età di 8 anni e già a 14 entra a far parte della selezione cubana, potendo fare affidamento su di una morfologia (m.1,93 per 75kg.) perfetta per il ruolo di centrale che va ad occupare.

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Una giovane Torres – da:gettyimages.co.uk

La svolta nella sua carriera, nonché l’inizio di quella che sarà definita la “Invincibile armata” nell’arco dell’intero decennio, avviene in occasione della Coppa del Mondo ’91 che si svolge a novembre in Giappone, torneo la cui vittoria dà diritto alla partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona ’92 e che Cuba si aggiudica – con la 16enne Torres ad inaugurare la sua bacheca di trofei – per un miglior quoziente set rispetto alle storiche avversarie di Cina ed Unione Sovietica, classificatesi nell’ordine a parità di punti.

Lafita si rende conto di avere tra le mani un potenziale che sarebbe imperdonabile sprecare, potendo contare sulla potenza di Magaly Carvajal – schiacciatrice da m.1,90 per 77kg., alla cui mano vengono affidati i punti decisivi – e sulla straordinaria elevazione di Mireya Luis che, a dispetto del suo m.1,75 di altezza riesce a colpire la palla sino ad oltre m.3,30, ragazze di 24 e 25 anni rispettivamente, ideali per far da chioccia alla Torres.

In un torneo olimpico altamente elitario, con appena 8 squadre partecipanti che rappresentano il meglio del Volley mondiale al femminile, eccezion fatta per la Spagna iscritta quale Paese organizzatore dei Giochi, le Olimpiadi di Barcellona ’92 rappresentano la ghiotta occasione per Cuba di dimostrare la propria superiorità dopo la rinuncia alle due precedenti edizioni.

Inserita nel Gruppo B assieme a Cina, Brasile ed Olanda, Cuba scopre le sue carte sin dal primo incontro contro le cinesi, superate 3-1 in rimonta (13-15, 15-11, 15-9, 15-11), per poi disporre con identico punteggio delle sudamericane, mentre il successo per 3-0 sulle olandesi garantisce al sestetto di Lafita il primo posto nel Girone e l’automatica qualificazione per le semifinali, al pari della Comunità Stati Indipendenti – denominazione sotto la quale si presentano le Repubbliche dell’ex Unione Sovietica – nel mentre le altre due semifinaliste scaturiscono dalle sfide incrociate tra Stati Uniti-Olanda e Giappone-Brasile.

Con americane e brasiliane ad avere la meglio con il medesimo punteggio di 3-1, alle ragazze di Lafita tocca superare lo scoglio costituito dagli Usa in una gara che mette in mostra la forza di carattere delle ragazze caraibiche, per due volte sotto nel punteggio, nel riportare le sorti dell’incontro in parità (8-15, 15-9, 6-15, 15-5) e quindi piazzare lo spunto decisivo nel quinto set allorché, in svantaggio 8-9, mettono a segno cinque punti consecutivi per il 15-11 conclusivo che vuol dire Finale contro la CSI e, mal che vada, la prima medaglia olimpica del volley femminile cubano, avendo già migliorato il bronzo in campo maschile conquistato a Montreal ’76.

L’8 agosto ’92 è una data storica per la pallavolo cubana, in quanto al “Palau San Jordi” di Barcellona le ragazze cubane riescono, al termine di quattro intensissimi set, come dimostrano i parziali di 16-14, 12-15, 15-12, 15-13 a loro favore, a piegare la resistenza delle ex sovietiche guidate in panchina dal guru Nikolai Karpol – “l’Orso urlante” della pallavolo mondiale e già oro a Mosca ’80 ed a Seul ’88 – dimostrando una maggiore lucidità nelle fasi conclusive dei set, in cui si affidano alla mano esperta della già ricordata Carvajal, non a caso soprannominata “lo sguardo della morte”, per il suo “killer instinct” nei momenti clou delle partite.

Il trionfo del gruppo guidato da Lafita si basa su di un sestetto collaudato che, oltre alle già citate Luis, Cravajal e Torres, può contare sulla presenza di Regla Bell, Marlenys Costa e Lilia Izquierdo, tutte tra l’altro sufficientemente giovani per poter aprire un ciclo vincente, come poi, in effetti, avviene.

Perché se vincere è difficile, ripetersi talora è un’impresa ancor più ardua, allorché assumi il ruolo di favorita d’obbligo in ogni manifestazione, una pressione mentale e fisica che sembra non scalfire minimamente la corazzata caraibica, che continua a fare incetta di trofei, in ordine ai quali ci limitiamo a descrivere le sole due principali manifestazioni, vale a dire Olimpiadi e Mondiali, tralasciando Coppe e tornei vari.

Non è mai facile dover far visita al Brasile ed affrontare la temutissima “torcida carioca” al Maracanazinho di Rio de Janeiro, ed occasione migliore per confermarsi ai vertici mondiali non può esservi della rassegna iridata organizzata nel Paese sudamericano da metà a fine ottobre ’94, kermesse che da un punto di vista strettamente tecnico e qualitativo si può tranquillamente considerare superiore alle Olimpiadi in quanto allargata a 16 squadre.

Archiviata con tre comodi 3-0 a spese di Olanda, Azerbaijan e Perù la fase a gironi, il consolidato sestetto cubano non fa sconti neppure nei confronti ad eliminazione diretta, che lo vedono regolare, ancora per 3-0 sia la Germania nei Quarti che la Corea del Sud (a sorpresa vincitrice sulla Cina per 3-1) in Semifinale, per poi accingersi a superare “la prova del fuococontro le brasiliane padroni di casa in un ambiente al massimo dell’eccitazione, dopo che le stesse erano venute a capo di un complicatissimo match contro la Russia, risolto per 3-2 in loro favore.

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Bell e Torres a muro nella finale contro il Brasile – da italy2014.fivb.org

Ma non ci può essere tifo che tenga contro “la macchina perfetta” di Lafita, con il medesimo sestetto oro a Barcellona che umilia le avversarie con un 3-0 i cui parziali (15-2, 15-10, 15-5) non lasciano spazio a recriminazioni di sorta, per un trionfo che non ha eguali e che può, al limite, essere solo eguagliato, dato che Carvajal & Co. si aggiudicano il titolo senza aver perso neppure un set e con Regla Torres eletta MVP della manifestazione.

Lo “zoccolo duro” formato da Costa, Luis, Izquierdo, Carvajal, Bell ed una sempre più straripante Torres, si presenta ai Giochi di Atlanta ’96, con il fermo intento di confermare l’oro olimpico di quattro anni prima a Barcellona, in un torneo finalmente allargato a 12 squadre suddivise in due Gironi da sei che qualifica le prime quattro alla fase ad eliminazione diretta con abbinamenti incrociati (prime contro quarte e seconde contro terze).

Inserita nel secondo gruppo assieme a Brasile e Russia – non a caso l’argento ed il bronzo iridato – Cuba sembra aver smarrito lo smalto vincente che l’aveva caratterizzata, subendo due severe sconfitte sia contro le sudamericane (0-3, 11-15, 10-15, 4-15) che contro le russe (1-3, 15-10, 6-15, 7-15, 8-15), il che la porta a concludere al terzo posto per un Quarto di finale tutt’altro che semplice contro le padrone di casa degli Stati Uniti, giunte seconde alla spalle della Cina nell’altro raggruppamento.

Ma, fedeli al motto che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”, le martellatrici cubane riprendono il discorso solo momentaneamente interrotto, rifilando un imbarazzante 15-1 alle americane nel primo set, per poi chiudere la pratica sul 3-0 lasciandole a 10 ed a 12 nei due restanti parziali, così da entrare in zona medaglia, unitamente a Russia, Brasile e Cina, tutte a confermare l’esito dei gironi eliminatori.

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Le cubane festeggiano durante il match contro gli Usa – da gettyimages.it

La semifinale rappresenta “la resa dei conti” contro le brasiliane guidate da Bernardinho, uno dei coach più vincenti nella storia del volley mondiale, il quale passa con estrema disinvoltura dall’allenare i maschi e le femmine e che concluderà con la fine secolo l’esperienza quale tecnico delle ragazze per tornare nel settore maschile, dopo l’affronto di due anni prima al Mondiale di casa loro e l’occasione di restituire la sonora sconfitta patita nel girone eliminatorio.

In una sfida da sconsigliare ai deboli di cuore, Torres e le altre devono fare ricorso a tutta la loro volontà e forza d’animo per non cedere di fronte alle scatenate brasiliane, le quali scappano via con un eloquente 15-5 nel primo set e, dopo aver perso il secondo ad 8, si impongono anche nel terzo per 15-10, con il trono cubano a vacillare pericolosamente.

Ma, come ricordato, la forza delle ragazze caraibiche sta nello sfruttare a proprio vantaggio i momenti chiave degli incontri ed, assistite dalla ritrovata vena della Carvajal e della Luis (14 e 13 attacchi vincenti per loro …), riescono a spuntarla per 15-13 nel quarto parziale per poi avere la meglio 15-12 al quinto e poter andare a difendere il titolo contro il ritrovato sestetto cinese, a propria volta vincitore per 3-1 sulla Russia.

La Finale contro la Cina può rappresentare un’occasione unica per la loro coach, Lang Ping, di poter essere la prima a vincere una medaglia d’oro ai Giochi sia come giocatrice che in veste di tecnico, e la cosa sembra potersi materializzare dopo il 16-14 in suo favore del primo set, immediatamente pareggiato con il 15-12 del secondo parziale a favore delle cubane ed il match che si decide al terzo, in cui emerge la Bell (autrice di 20 muri e 15 attacchi vincenti …) per il 17-16 che incanala l’inerzia della sfida verso la conferma dell’oro per Cuba che, sullo slancio, non ha difficoltà a far suo il quarto e decisivo set per 15-6.

Un successo di cui l’artefice principe, il tecnico Eugenio George Lafita non può godere a lungo, venendo esonerato appena tre settimane dopo il bis olimpico, per essersi permesso di muovere critiche circa l’inadeguatezza delle strutture di allenamento nell’isola castrista, con il suo posto rilevato dal vice, Antonio Perdomo.

Un avvicendamento che avrebbe potuto portare conseguenze negative sulle ragazze oramai affezionate al loro “mentore”, evento che viceversa non si verifica nonostante l’abbandono dell’attività da parte della Carvajal, ma la fucina di talenti è ben lungi dall’esaurirsi sull’isola caraibica, ed ecco spuntare una degna sostituta in Taismany Aguero, che nel corso del successivo millennio farà le fortune anche della Nazionale azzurra.

Potendo ancora contare su Bell, Luis, Costa, Izquierdo ed una Torres nel pieno della sua maturità fisico agonistica, Cuba si presenta in Giappone per confermare il titolo iridato ai Campionati Mondiali in programma dal 3 al 12 novembre ’98, con una formula infinita che prevede ben due gironi eliminatori prima di giungere alle semifinali.

Per le ragazze caraibiche poco male poiché, se si esclude una disattenzione nel primo set nel match contro le bulgare, poi travolte per 3-1 (13-15, 15-6, 15-8, 15-8), la “regola del 3-0” asfalta in rapida successione Stati Uniti (45-25), Italia (45-27), Corea del Sud (45-15 ..!!), Cina (45-25) e Croazia (46-31) per poi presentarsi alle sfide per le medaglie a cui accedono, ripetendo le stesse semifinali di due anni prima ad Atlanta, Brasile, Cina e Russia.

Semifinali che si risolvono con identico esito, ma stavolta con parziali più netti a favore di Cuba (3-1, 15-10, 4-15, 15-11, 15-10) e Cina (3-0, 15-4, 15-4, 15-9), le quali rimandano i sogni iridati rispettivamente di sudamericane e russe per sfidarsi nella rivincita della Finale olimpica.

La facilità con cui le cinesi hanno disposto a loro piacimento delle russe consente di ipotizzare una sfida all’ultimo punto, ma così non è in quanto le cubane, trascinate da una Torres in gran spolvero e che, per la seconda volta consecutiva si laurea MVP della manifestazione, travolgono le avversarie sin dall’avvio, con un eloquente 15-4, cui fanno seguito i più combattuti parziali del secondo e terzo set, conclusi sul 16-14 e 15-12 per il secondo titolo mondiale consecutivo, terzo in totale, e con la possibilità di realizzare un en plein – tra Olimpiadi e Mondiali – mai ottenuto da nessuno, vale a dire inanellare cinque successi consecutivi, in occasione dei Giochi di fine millennio a Sydney 2000.

Sono in quattro – Marlenis Costa, Mireya Luis, Regla Bell e Regla Torres – che possono centrare questa incredibile “cinquina”, mentre Lilia Izquierdo può anch’essa mettersi al collo il terzo oro olimpico, non avendo però partecipato alle due vittoriose rassegne iridate, e per riuscire nella titanica impresa, occorre superare il girone eliminatorio, concluso al secondo posto dietro alla Russia, complice una sconfitta per 2-3 (13-15 al tie break del quinto set), il che determina l’abbinamento con la Croazia, terza nel Gruppo A, nei Quarti ad eliminazione diretta.

Esplicata quella che si rivela poco più di una formalità (3-0, 25-18, 25-23, 25-21 data l’introduzione del “rally point system” quale forma di attribuzione del punteggio), ancora una volta alle cubane tocca misurarsi con le brasiliane in Semifinale, mentre l’altra sfida oppone le russe – che hanno superato le vicecampionesse olimpiche e mondiali cinesi con un 3-0 che non rende giustizia all’equilibrio della gara, come dimostrano i parziali di 27-25, 25-23 e 27-25 – alle americane.

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Torres a muro – da volleywood.net

Con l’ultima possibilità per Bernardinho di conquistare un oro olimpico al femminile – ci riuscirà più avanti con gli uomini – il match è di una intensità pazzesca, con le brasiliane a conquistare il primo parziale 29-27, per poi arrendersi nel secondo 19-25 e tornare avanti con il 25-21 del resto, prima che il quarto set, vinto da Cuba 25-19, rimandi la decisione circa l’accesso alla Finale per l’oro al tie break, dove, ancora una volta, l’istinto omicida di Torres & Co. ha la meglio per 15-9 per un punteggio complessivo di 113-104 che vede la Ruiz mettere a segno 18 attacchi vincenti, seguita a quota 14 della Aguero e dalla Torres, quest’ultima capace di realizzare anche 7 punti a muro.

Per chiudere il cerchio resta ora la sfida alla Russia, ancora guidata dallo stesso Nikolai Karpol contro cui tutto era iniziato otto anni prima a Barcellona, con le ragazze dell’Europa orientale venute anch’esse a capo di una estenuante maratona contro gli Stati Uniti, parimenti conclusa al tie break e l’impressione che si ha tra gli addetti ai lavori è che sarà la tenuta fisica a fare la differenza il 30 settembre 2000, allo “Entertainment Center” di Sydney.

 

Opinione confortata dall’equilibrio che regna sovrano nei primi due set, della durata di 23’ e 30’ ciascuno, che però consentono alla Russia di portarsi sul 2-0 (27-25 e 34-32 i relativi parziali), ma come un’araba fenice che risorge sempre dalle proprie ceneri, anche stavolta lo smisurato orgoglio delle cubane fa sì che non si diano per vinte e, fatto loro il terzo set per 25-19, approfittano del crollo fisico e mentale delle loro avversarie per aggiudicarsi in carrozza sia il quarto set per 25-18 che il tie break, che non ha storia, chiuso sul 15-7 per completare il “Decennio d’Oro” del volley cubano al femminile.

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Attacco della Torres in finale contro la Russia – da gettyimages.it

Nessuna altra formazione nel panorama della pallavolo mondiale – sia in campo maschile che in quello femminile – è stata in grado di mettere a segno cinque trionfi in fila tra Olimpiadi e Mondiali, ragion per cui, oltre ad aver dominato il ricordato decennio, credo non vi sia da stupirsi se la Federazione Internazionale di Volley ha decretato, nel 2001, Regla Torres quale “Miglior Giocatrice femminile del Secolo, superando in tale classifica la più volte citata cinese Lang Ping, riconoscimento che, in campo maschile, si sono divisi l’azzurro Lorenzo Bernardi e l’americano Karch Kiraly.

Ed è pertanto doveroso far chiudere alla “Regina del Volley mondiale” questa retrospettiva di un decennio di successi con le sue parole a commento del terzo trionfo olimpico consecutivo: “Tutte le vittorie sono importanti, ma se devo sceglierne una allora dico l’oro di Sydney in quanto giunto al termine di un torneo di altissimo livello con tutte le partecipanti in splendida forma, mentre io ero reduce da due anni di infortuni e non ero affatto sicura di potermi esprimere al meglio, così che vincere l’oro per la terza volta è stato qualcosa di veramente speciale, un momento che resterà per sempre impresso nella mia memoria …!!”.

E, consentici, cara Regla, anche nella memoria di coloro che hanno avuto la fortuna di vederti giocare.

 

IL DECENNIO VINCENTE A WIMBLEDON DEI FRATELLI REGINALD E LAURENCE DOHERTY

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I fratelli Doherty – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Parlare dei fratelli Reginald e Laurence Doherty, a cui è concesso l’onore di dare il nome ai cancelli d’ingresso al tempio di Wimbledon, rimanda all’epoca pionieristica del tennis.

Proprio Reginald, di tre anni più anziano, classe 1872 contro classe 1875, comincia presto ad esercitarsi con la racchetta, vincendo già 14enne all’open championship di Llandudno, per poi iscriversi all’Università di Cambridge per i cui colori conquista il titolo di Scozia e della contea di Essex. Nel 1894 debutta a Wimbledon, non ancora 20enne, venendo estromesso al primo turno dal connazionale Clement Cazalet (ad onor del vero, c’è un solo straniero iscritto al torneo, l’americano Talmage) che lo batte in quattro set. Sono gli anni in cui il torneo conosce una fase transitoria, travolto dai debiti e senza l’appeal di due campioni come altri due fratelli, William ed Ernst Renshaw, che tra il 1881 e il 1890 hanno monopolizzato la scena vincendo otto titoli e giocando altre due finali.

Per rilanciare l’All England Lawn Tennis Club e ad attirare nuovi membri, nel 1889 viene reintrodotto il croquet, inizialmente elemento fondatore nel 1868, abbandonato poi nel 1882 per l’esplosione del tennis come sport d’elite. La mossa non pare sortire gli effetti sperati, senonché altri due fratelli, appunto i Doherty, arrivano in soccorso del torneo che ormai sanguina vistosamente. E così, se nel 1895, anno in cui Reginald passa un turno battendo Harold Nisbet (e stavolta neppure l’ombra di un tennista che venga dall’estero) per poi incappare in una cocente sconfitta ai quarti di finale con Herbert Baddeley, 6-4 6-2 6-4, saranno poco più di un centinaio gli appassionati presenti alla finale risolta in cinque set dall’altro Baddeley, Wilfred, contro l’inglese nato a Melbourne Wilberforce Eaves, nel 1906, quando il decennio vincente dei fratelli Doherty si chiuderà con l’ultima trionfale esibizione di Laurence, 30.000 supporters applaudiranno all’evento!

In effetti l’impatto sul tennis dei fratelli Doherty è tale da segnare un’epoca. Si può affermare, senza rischio di venir smentiti e di incorrere in errore, che si debba a loro la nascita del tennis moderno; invincibili o quasi per 10 anni, Reginald e Laurence sono i primi tennisti ad avere un riconoscimento ben oltre i patrii confini. Tanto che nel 1903, dopo il primo successo in Coppa Davis battendo gli Stati Uniti a Boston per 4-1, i due inglesi mettono a frutto la loro notorietà internazionale per scrivere uno dei primi libri di tecnica del tennis.

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Reginald Doherty – da en.wikipedia.org

Ma torniamo al campo ed al tennis giocato, con Reginald che dopo i primi approcci (nel 1895 gioca in doppio con Laurence, al debutto, perdendo subito in cinque set con la coppia Bailey/Simond) e l’eliminazione d’entrata nel 1896 ad opera del futuro vincitore del torneo, Harold Mahoney (in doppio, accoppiato ad Harold Nisbet, si arrende al Challange Round ai fratelli Baddeley in cinque set), vince infine nel 1897 prendendosi la rivincita con Mahoney, 6-4 6-4 6-3, che per le regole dell’epoca attende al Challange Round il tennista capace di emergere dal tabellone ad eliminazione diretta. E’ l’inizio di un dominio che “Reggie“, come viene simpaticamente chiamato, protrae per altri tre anni, quando batte proprio “Laurie“, nomignolo affibbiato al fratello minore, nel 1898, 6-3 6-3 2-6 5-7 6-1, Arthur Gore nel 1899 completando una fantastica rimonta, 1-6 4-6 6-3 6-3 6-3, e Sidney Smith nel 1900, 6-8 6-3 6-1 6-2. Un quadriennio che il maggiore di fratelli Doherty segna con l’impronta del fuoriclasse, assolutamente imbattibile per gli avversari in singolare, così come in doppio dove proprio con Laurence infila un altro poker consecutivo di vittorie, per le prime quattro di una serie ininterrotta di dieci finali a Londra (undici considerando quella persa con Nisbet nel 1896) confortate da otto successi.

Problemi respiratori costringono nondimeno Reginald a ritirarsi dall’attività di singolarista all’indomani della sconfitta al Challange Round del 1901, quando stavolta Gore ha la meglio in quattro set, per dirottare le sue energie nella prova di doppio, seppur riuscendo nel 1902 a raggiungere la finale agli US Open dove trova a sbarrargli la strada quel William Larned che con sette vittorie detiene il record di vittorie nello Slam newyorchese, al pari di Richard Sears e Bill Tilden.

Reginald vince la Coppa Davis dal 1903 al 1906 e continua a gareggiare in coppia con il fratello fino al ritiro di quest’ultimo avvenuto nel 1906, trovando modo di vincere anche due edizioni del doppio agli Us Open, nel 1902 e nel 1903, diventando assieme a Laurence il primo tennista straniero ad imporsi negli Stati Uniti. Non manca, nel suo palmares di straordinario giocatore d’attacco, dotato di un servizio tanto potente ed incisivo che per lui viene coniato il termine “cannon ball“, forse più forte del fratello stesso, più controllato ma probabilmente più completo, anche la gloria olimpica. Se nel 1900, a Parigi, è bronzo in singolare, rifiutandosi di incontrare il fratello in semifinale lasciandogli via libera verso la vittoria in finale con Mahony, e medaglia d’oro sia in doppio, ovviamente con Laurence (6-1 6-1 6-0 alla coppia franco/americana composta da Max Decugis e Basil Spalding de Garmendia), che in doppio misto, quando con Charlotte Cooper batte Mahoney ed Helene Prevost, 6-2 6-4, ai Giochi casalinghi di Londra del 1908, ormai quasi 36enne, vince il doppio outdoor con George Hylliard, superando in finale gli altri britannici Parke/Ritchie al termine di una sfida serrata, 9-7 7-5 9-7.

La bella avventura agonistica di Reginald termina qui, così come il suo ciclo esistenziale, prematuramente, si chiude due anni dopo, nel 1910, quando un infarto se lo porta via, mettendo fine ad una lunga malattia.

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Laurence Doherty – da en.wikipedia.org

Rimane Laurence, se pur con lui il destino non sarà troppo benevolo portandolo alla morte nel 1919, a soli 44 anni, per una batteriemia. Ma il suo nome fa bella mostra di sé nell’albo d’oro del singolare di Wimbledon, quando, dopo appunto il successo di Gore nel 1901, succede al fratello maggiore ed infila cinque successi consecutivi, facendo meglio dello stesso Reginald. Nel 1902 batte proprio Gore in quattro set, l’anno dopo demolisce Frank Riseley 7-5 6-3 6-0, che si arrende pure nel 1904, 6-1 7-5 8-6, nel 1905 si impone in tre set all’australiano Norman Brookes (primo giocatore straniero a guadagnare la finale ai Championships) ed infine nel 1906 completa la cinquina ancora con Riseley, che stavolta vince un set ma cede al quarto parziale.

In effetti per Laurence Doherty, nel triennio che va dal 1903 al 1905, si può proprio parlare di un anticipo di Grande Slam, se è vero che vince singolare e doppio (ovviamente con Reginald) a Wimbledon, mette in bacheca tre edizioni della Coppa Davis vincendo singolari e doppio, e conquista pure il titolo in singolare agli Us Open nel 1903, battendo Larned 6-0 6-3 10-8, a cui aggiunge il successo il doppio nello stesso 1903 (dopo aver vinto già l’anno prima), lasciando per strada solo una sconfitta per forfait in singolare, nel 1904 in finale con Holcombe Ward (nel 1902 aveva invece lasciato via libera al fratello in semifinale).

La carriera di Laurence si chiude nel 1906, vantando anche il doppio oro alle Olimpiadi di Parigi del 1900 quando batte nella finale di singolare Mahony 6-2 6-2 6-3: dopo il quinto titolo di Wimbledon ed una quarta Coppa Davis, dovendo altresì digerire l’amaro della sconfitta in doppio sui prati londinesi contro la coppia Smith/Riesey che bissa in cinque set il successo già ottenuto nel 1902, allora 11-9, stavolta 6-3 al parziale decisivo, il più giovane degli imbattibili fratelli tennisti appende la racchetta al fatidico chiodo.

Insomma, da quel primo successo di “Reggie” nel 1897 a quest’ultimo trionfo di “Laurie” nel 1906, la famiglia Doherty, grazie a due fratelli, ha lasciato la sua impronta sulla storia del tennis. Una volta usciti di scena, i sudditi di Sua Maestà britannica, ad eccezione del doppio exploit di Arthur Gore nel 1908 e nel 1909, dovranno attendere Fred Perry a metà anni Trenta per tornare ad alzare la coppa più ambita. Ed è proprio tutta un’altra storia… perché poi verrà Murray, ma ci vorrà tanto, ma tanto altro tempo ancora. Zitti, non ditelo agli inglesi…

 

PETE DESJARDINS E LA DOPPIETTA D’ORO ALLE OLIMPIADI DI AMSTERDAM 1928

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Pete Desjardins – da britannica.com

articolo di Nicola Pucci

Le gare maschili di tuffi alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 hanno un solo dominatore, l’americano Pete Desjardins.

Poco più che 21enne, nato in Canada, Desjardins, che si trafserisce a 10 anni a Miami Beach e qui comincia a tuffarsi, ha già partecipato ai Giochi di Parigi del 1924, conquistando la medaglia d’argento nella gara dal trampolino (sarà invece sesto nella piattaforma alta), battuto dal connazionale Albert White al termine di una sfida serrata che ha visto infine i giudici assegnargli la loro preferenza per una manciata di punti, 699,4 contro 693,2. Ma in terra d’Olanda Desjardins vuol fare meglio e punta quindi decisamente al trionfo olimpico. 

E in effetti, nella prova di trampolino che va in scena dal 6 all’8 agosto nell’Olympic Sports Park Swim Stadium di Amsterdam, il portacolori statunitense, detto “statua di bronzo” per la piccola taglia (è alto solo 1,60 metri), sbaraglia il campo fin dalle qualificazioni, segnando un punteggio di 182,10 punti, davanti al connazionale Michael Galitzen, 178,94 punti, e al terzo americano in lizza, Harold Smith, che nel terzo gruppo totalizza 169,70 punti. Alla finale accedono anche l’egiziano Farid Simaika, che studia all’Università di UCLA, così come i tre tedeschi Riebschlager, Mund e Plumanns, mentre tra gli esclusi si segnala l’italiano Luciano Cozzi. In finale Desjardins conferma la sua superiorità, convincendo tutti e cinque i giudici che lo piazzano al primo posto con un punteggio complessivo di 185,04 punti, mentre è serrata la battaglia per le altre due posizioni sul podio, con Galitzen che chiude secondo con 174,06 punti e l’egiziano Simaika che con 172,46 punti acchiappa la medaglia di bronzo ed impedisce agli americani di realizzare la tripletta.

Tre giorni dopo, 11 agosto, la prova dalla piattaforma ha esito invece incerto e il responso finale è controverso. Stavolta Desjardins ha vita difficile proprio con l’egiziano Simaika, che infine conquista un punteggio più alto, ovvero 99,58 punti contro 98,74 punti, ma per l’assegnazione delle medaglie il primo elemento di valutazione sono i punti ordinali e in questa speciale classifica Desjardins, in testa nelle valutazioni di quattro giudici su cinque, vince con 6 punti contro 9. E’ così nuovamente campione olimpico, proprio mentre stava per essere intonato l’inno egiziano e la bandiera era già stata issata, realizzando una doppietta come già aveva fatto Albert White quattro anni prima e come sarà capace di fare Greg Louganis nel 1984. Terzo è invece Galitzen, che sale ancora una volta sul podio, ma fallisce l’assalto al metallo più pregiato. Avrà modo di riscattarsi quattro anni dopo a Los Angeles con l’oro nel trampolino e l’argento nella piattaforma

Per Simaika la sorte in questo caso è beffarda, ma se avrà comunque buon successo olimpico, andrà invece incontro ad una morte precoce: una volta naturalizzato americano, in seno all’US Air Force prenderà parte ad un’azione aerea in Indonesia dove verrà abbattuto e, forse, ma queste sono solo voci mai confermate, verrà decapitato. 

Ben diverso, fortunatamente, il futuro di Desjardins, che si esibisce, retribuito, con “Tarzan” Weissmuller e Martha Norelius (regina dei 400 metri stile libero e della staffetta 4×100 sia a Parigi che ad Amsterdam), acquisendo lo status di professionista. Il che lo esclude, per sempre, dalla tenzone olimpica. Ma che importa? La gloria ormai è già assicurata.

OMOBONO TENNI E QUEL TRIONFO AL TOURIST TROPHY DEL 1937

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La Moto Guzzi numero 29 di Omobono Tenni – da corsedimoto.com

articolo di Nicola Pucci

Questa è la storia dei pionieri del motociclismo, che si affrontavano con spirito ardito e senza esclusione di colpi lungo i tracciali stradali di mezza Europa; questa è la storia della corsa che più di ogni altra alberga nei sogni dei centauri più audaci; questa è la storia di uno di loro, Omobono Tenni, che con la Moto Guzzi venne, vide e vinse il Tourist Trophy in un 16 giugno 1937 che è destinato ad entrare di forza nella leggenda dello sport a due ruote italiano.

La casa di Mandello proprio nell’Isola di Mann ha issato per la prima volta il tricolore bianco-rosso-verde due anni prima, quando la bicilindrica da mezzo litro guidata dall’irlandese Stanley Woods ha colto il successo sfrecciando davanti a tutti sotto la bandiera a scacchi, sia in 250 che in 500, battendo un rivale accanito come Jimmie Guthrie. Ma nel 1937 la storia ha da scriversi e per farlo tocca ad un ragazzo di Tirano, trasferitosi a Treviso con la famiglia in giovane età, nato come apprendista garzone in un negozio di moto, poi imprenditore di se stesso, infine campione italiano in classe 500 nel 1934 e nel 1935.

Omobono è un ometto ad onor del vero dalle sembianze anonime, eppure quando monta in sella al bolide delle “aquile d’acciaio” diventa un protagonista che avvince. Tanto furente e determinato che gli inglesi, a cui non manca certo il senso dell’umorismo così come una buona dose di fair-play, gli appiccicheranno addosso l’etichetta di “the black devil“, il diavolo nero, come in carriera verrà conosciuto ovunque avrà modo di esibirsi, valoroso nella sua tuta nera.

Tenni, che di nome in realtà fa Tommaso, proprio nel 1935 già aveva recitato alla grande al Tourist Trophy impegnando Woods in una sfida serrata prima che la nebbia lo inghiottisse provocandone la caduta senza conseguenze che lo aveva tolto di mezzo. Ma il 16 giugno è l’ora della rivincita, e Omobono corre da indiavolato, tenendo fede al suo soprannome. Assieme a Woods, che come lui è in sella alla Guzzi 250, Tenni si trova a dover fronteggiare una folta schiera di avversari di rango, tra questi i tedeschi Wunsche e Kluge e l’inglese Thomas, che montano la teutonica DKW. E la battaglia si accende fin dal primo giro.

Tenni cade subito a chiusura della prima tornata, lasciando presagire che non sarà giornata fortunata. Ma il diavolo nero non è diavolo a caso, rimonta prontamente in sella ed avvia una rimonta che ha del sensazionale. Kluge, Thomas e Ginger Wood, che guida una Excelsior, nel frattempo si alternano al comando con una vantaggio corposo, qualcosa come più di 50″, su Tenni, costretto a ripartire dalla quinta posizione. Il lombardo non si arrende, no di certo, filando a tutto gas, facendo rizzare i capelli in testa agli spettatori per l’accanimento e la foga con cui infila i rari rettifili del tracciato, affrontando le curve prendendosi rischi inauditi, scavalcando gli avversari davanti a lui e facendo segnare, al quarto giro, il nuovo record del Mountain Circuit, 29’08” alla folle media di 125,052 km/h. Recuperando posizioni su posizioni, Tenni infine balza nuovamente al comando, con la sua Moto Guzzi numero 29, ma deve fronteggiare un altro problema proprio al settimo ed ultimo giro, quando è costretto a fermarsi per cambiare una candela. Ma è solo un inciampo di percorso, una volta tornato alla guida Tenni sbaraglia il campo ed infine, dopo 425 chilometri appassionanti e 3h32m6sec di corsa folle, Omobono taglia il traguardo trionfante diventando il primo motociclista non britannico a conquistare il Tourist Trophy. Alle sue spalle chiude Ginger Wood staccato di oltre mezzo minuto, mentre sul terzo gradino del podio sale Ernie Thomas, pilota della DKW, che accusa un ritardo di 4m30sec.

Il “Mercurio alato“, che viene consegnato al vincitore, termina infine in mani italiane, e pure la stampa inglese ha parole di profonda ammirazione per il ragazzo trevigiano, che “da informazioni giunte da ogni punto del percorso risultava che Tenni corresse con tale pazza irruenza da lasciare dubbiosi sulla possibilità che potesse finire la corsa intero“. Questo il resoconto di uno strabiliato cronista della prestigiosa rivista “Motor Cycle”.

Quel 16 giugno 1937 nasce a pieno titolo la leggenda di Omobono Tenni, il motociclista di colpo più forte d’Europa (ed infatti, nello stesso anno, vincendo il Gran Premio di Svizzera diventa pure campione continentale in classe 250), adorato dalle folle e osannato dalla stampa. Nondimeno, non sono tutte rose e fiori. Anche qualche dolorosa caduta impreziosisce, ad onor del vero, la fama di Tenni, come ad esempio quando, allenandosi sul circuito del Lario, uscendo da una curva va a sbattere contro un carretto fratturandosi una gamba. I sanitari dell’ospedale di Como decidono di amputare l’arto per evitare la cancrena ma Tenni, ancor lucido e sveglio nonostante il dolore, si oppone, salvando la gamba e tornando a correre e vincere. Oppure come quella volta in cui, allenandosi in vista della della Milano-Napoli, trova a sbarrargli la strada un autocarro rimettendoci due dita del piede destro. Omobono, prima di venir portato in ospedale, vuole recuperare le dita staccate, consegnandole all’altro pilota Aldo Pigorini, che come lui è in allenamento, perchè le porti alla Guzzi.

Fino all’ultima caduta, il 1 luglio 1948, dalla quale, purtroppo, Omobono Tenni non si rialzerà più. Siamo in Svizzera, a Bremgarten, proprio lì dove undici anni prima aveva conquistato l’alloro europeo (bissato poi in classe 500 nel 1947), e nel corso delle prove la fortuna, che più di una volta lo aveva assistito nelle sue pericolose escursioni in moto, stavolta lo abbandona. In effetti quel giorno Tenni aveva denunciato, di buona mattina, di non sentirsi bene, ma, dopo essersi fermato ai box al termine del primo giro, aveva deciso di ripartire. Il suo incedere era deciso ed arrembante, come sempre, ma alla curva Eymatt, dove qualche ora dopo avrebbe perso la vita l’asso del volante Achille Varzi, per l’eccessiva inclinazione, il poggiapiedi aveva urtato l’asfalto disarcionandolo mortalmente. “Morirò a rate“, era solito dire Tenni per i tanti incidenti che avevano segnato la sua carriera. Non fu buon profeta di se stesso, ahimè, quel 1 luglio 1948.

La corsa senza controllo del “diavolo nero”, che gli inglesi pure avevano eletto come “la più bella immagine di un corridore motociclista“, finisce contro un muretto in pietra. Ed il nome di Omobono Tenni, già destinato alla leggenda, ormai privo di vita, nondimeno entra di diritto tra quello degli immortali.

 

ROGER RIVIERE, IL CAMPIONE ANNUNCIATO CHE CADDE E NON SI RIALZO’ PIU’

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Roger Riviere – da fr.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

A 23 anni vantava già tre titoli mondiali dell’inseguimento e due record dell’ora, avrebbe potuto vincere il Tour de France e poteva diventare il ciclista più forte in circolazione. Invece… invece una drammatica caduta sparigliò le carte e mandò tutto all’aria. Prendendosi poi la vita di Roger Riviere.

Conviene partir da lontano, per conoscere a fondo la storia esistenziale e sportiva di questo ragazzo nato a St.Etienne il 23 febbraio 1936. Che è città industriale tra le più operose di Francia, ed è proprio in fabbrica, in qualità di montatore, che il giovane Riviere comincia a guadagnarsi il pane poco più che 16enne, assunto da quel Bernard Montcoudiol che non solo è il proprietario dell’azienda ma è pure il presidente del St.Etienne Cycle. Al tempo stesso, infatti, il giovanotto va in bici, che ha scoperto a nove anni grazie alla sorella maggiore Marcelle, e denuncia un colpo di pedale ed un’eleganza tanto smisurate che un giorno non lontanissimo molti addetti ai lavori lo considereranno uno dei più grandi talenti mai apparsi nel panorama del ciclismo internazionale. Nel 1956 si licenzia decidendo di consacrarsi interamente al ciclismo; vince il Giro d’Europa, seconda edizione di una corsa che tocca Jugoslavia, Italia, Austria, Germania, Francia e Belgio e destinata a scomparire ben presto, e due tappe alla Route de France, che lo vede leader prima di una rocambolesca caduta all’ultimo giorno verso Pau che lo relega in quarta posizione, e nel gennaio dell’anno dopo passa professionista, reclutato in seno alla squadra St.Raphael-Geminiani, attratta dalle sue clamorose doti contro il tempo.

In effetti Riviere è una vera forza della natura nelle prove a cronometro e su pista, e nel primo anno da professionista, 1957, ottiene subito un certificato di laurea vincendo il titolo nazionale dell’inseguimento battendo un certo Jacques Anquetil, che ha due anni più di lui ed è già il nuovo re del ciclismo francese. La rivalità tra i due galletti nel pollaio nasce quel giorno, perché il maestro non può certo digerire di venir sconfitto dall’allievo, la stampa ci ricama sopra e Riviere, che ha temperamento estroverso nonché sia sempre pronto al sorriso, nel dualismo ci sguazza che è una meraviglia. Tanto più se nell’agosto dello stesso anno indossa la prima maglia iridata dell’inseguimento, battendo allo Stade Velodrome di Rocourt, alle porte di Liegi, Albert Bouvet e quel Guido Messina che l’anno prima, a Copenaghen, quel titolo lo aveva fatto suo strappandolo proprio ad Anquetil. Ed in una sorta di confronto a distanza a cronometro, Riviere è già 2-0 sull’illustre avversario. Che poi il 18 settembre, al Vigorelli di Milano, diventa 3-0 perché Roger con 46,923 chilometri coperti diventa il nuovo detentore del record dell’ora, come già Anquetil con 46,159 chilometri era stato capace di fare l’anno prima, sempre a Milano e sempre al Vigorelli.

L’anno dopo, 1958, Riviere si migliora ancora, primo uomo in grado di abbattere il muro dei 47 chilometri l’ora, esattamente 47,347 nonostante una foratura l’abbia penalizzato di un giro, meritandosi l’ammirazione sincera di un altro fenomeno del pedale, Fausto Coppi, pure lui a suo tempo detentore del primato (in un ormai lontano 1942), che lo stesso Roger ha come modello da seguire e a cui per l’occasione risponde, amichevolmente ma anche un po’ sfrontato “dai! avevo annunciato l’exploit, più di 47 chilometri!“.

Già, quel vezzo di annunciare i suoi successi. Che non fa proprio difetto a Riviere, sempre in nome di quell’esuberanza un po’ ostentata che fanno di Roger anche un uomo grintoso e chic, meno educato di Louison Bobet, meno discreto dello stesso Jacques Anquetil, meno astuto di Raphael Geminiani. Nondimeno Riviere piace a tutti, grandi e piccini, campioni e gregari, per questo suo modo di essere sempre autentico, senza copertura, una stella di prima grandezza felicemente sposato, che ama le macchine di lusso e il cibo ricercato. E che per il 1959, dopo aver ovviamente annunciato ai quattro venti il suo secondo titolo iridato nell’inseguimento, che altrettanto ovviamente fa suo al Parco dei Principi di Parigi superando i due azzurri Leandro Faggin e Franco Gandini, mette come obiettivo il primeggiare nelle grandi classiche e al Tour de France.

In quest’ottica si allinea al via, dal 24 aprile al 10 maggio, alla Vuelta, seppur limitato da un problema al ginocchio, non prima però di aver trionfato nella Course de côte du Mont Faron, una cronometro in montagna in cui dà la paga a due dei migliori scalatori di sempre, Federico Bahamontes e Charly Gaul. In Spagna vince due tappe, contro il tempo a Vitoria e in linea a Bilbao, oltre a mettere in cassaforte anche le due cronometro a squadre, per concludere poi la sua prima grande corsa a tappe in sesta posizione, distante 17’30” dal vincitore, Antonio Suarez, pagando una penale altissima a due forature nel corso dell’undicesima tappa che gli costano più di dieci minuti.

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Riviere con la maglia della Francia – da lncpro.fr

E’ così giunta l’ora di schierarsi al via del Tour de France, in seno ad una squadra francese che il selezionatore Marcel Bidot ha costruito mettendo assieme Bobet, Anquetil, Geminiani, Darrigade, Stablinski, Graczyk, Privat e Mastrotto. Oltre a Riviere, ovviamente. Un’autentica corazzata! Ma va a finir male, perché Anquetil e Riviere si temono al punto da favorire, con il loro attendismo ed in buona sostanza anche la loro rivalità, la vittoria di Bahamontes, così come la sconfitta di Henry Anglade, l’altro transalpino che corre con la squadra del Centre-Midi. L’iberico domina la cronoscalata del Puy de Dome e nella tappa di Grenoble bastona i due galletti per vestire la maglia gialla. Definitiva. Anquetil schiuma rabbia per il terzo posto finale che non può certo soddisfare il suo orgoglio di campionissimo, mentre Riviere, quarto e giù dal podio per soli 12″, trova magra consolazione nell’aver battuto il rivale sia nella cronometro di Nantes che in quella di Digione. Come dire, “l’anno prossimo il migliore sarò io…“.

Cronaca di una vittoria annunciata al Tour de France 1960? Così come di un quarto titolo mondiale dell’inseguimento, dopo il tris colto all’Olympic Stadium di Amsterdam, ancora davanti ad Albert Bouvet (che lo aveva battuto ai campionati francesi del 1958) e il belga Jean Brankart? No, perché stavolta l’esuberanza di Riviere va a sbattere contro il destino maledetto. Si parte da Lilla, il 26 giugno, e Roger divide i gradi di capitano proprio con Henry Anglade, liberato invece dell’ingombro di Anquetil, che “passa” dopo aver vinto il Giro d’Italia per la prima volta. L’inizio è promettente, con il prevedibile successo nella cronometro di Bruxelles che gli consente di relegare Gastone Nencini, nuova maglia gialla e tra i principali favoriti della corsa, a 30″. Il 1 luglio, tra Saint-Malo e Lorient, Riviere scatena la bagarre, nonostante sia maglia gialla il compagno di squadra Anglade, che griderà al tradimento, a cui rispondono solo Nencini stesso, Adriaenssens che a sera veste le insegne del primato e Junkermann, tagliando il traguardo a braccia alzate dopo aver condotto una fuga tra le più sensazionali della storia del Tour, 112 chilometri a 44 di media oraria! Il gruppo naviga ad oltre 14 minuti di ritardo e con gran parte della corsa ancora da disputare, Riviere può ragionevolmente pensare di risolvere la vicenda a suo favore sfruttando magari gli arrivi in salita o la lunga cronometro di 83 chilometri tra Pontarlier e Besançon il terzultimo giorno.

Ma non andrà così. Purtroppo. Il 5 luglio Riviere vince nuovamente a Pau, nel giorno in cui Nencini indossa la maglia gialla, ma 24 ore dopo, verso Luchon, si vede costretto a cedere il passo all’italiano, che guadagna un minuto e la mattina del 10 luglio, quando il programma prevede la tappa tra Millau e Avignone, il distacco tra i due più autorevoli pretendenti alla vittoria finale è di soli 98 secondi. Il tempo è buono, anzi fa addirittura un caldo infernale, e l’altimetria prevede la scalata di due colli non certo destinati, almeno nelle previsioni, a scrivere la storia del Tour de France, il Perjuret e il Meyrues. Ma, dopo che Graczyk ha scollinato in testa ai 1.031 metri del Col du Perjuret, Rostollan, Nencini e Riviere abbordano con veemenza la discesa. Troppa veemenza, almeno per Roger, che dopo che i due corridori davanti sono riusciti a prendere qualche metro di vantaggio tagliando le curve e prendendo rischi oltre le regole del buon senso, preso dal manico all’atto di impostare una curva tira i freni. La bicicletta, che aveva assecondato le prodezze del campione francese, stavolta sbatte contro un muretto e opera da catapulta lanciando Riviere nel vuoto sottostante. Ed è la fine.

Sveglio e cosciente ma con le gambe che non rispondono alle sollecitazioni nervose, Riviere termina qui la sua carriera di giovane campione destinato a diventare un fuoriclasse. L’invalidità permanente prodotta dalla frattura della nona vertebra dorsale e della prima vertebra lombare è senza ritorno, e per Roger è solo l’inizio di un calvario esistenziale che troverà termine solo con la morte, prematura, il 1 aprile 1976.

Aveva solo 40 anni, Roger Riviere. Come il suo idolo, Fausto Coppi, e come per lui anche per Riviere la storia del ciclismo ha pronta ora l’enciclopedia degli déi del pedale.

TRIONFO E DRAMMA ALLA MARATONA OLIMPICA DI STOCCOLMA 1912

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McArthur in trionfo dopo la vittoria olimpica – da:gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Non si era ancora spenta l’eco delle polemiche in merito all’angosciante conclusione della Maratona olimpica ai Giochi di Londra 1908, con l’italiano Dorando Pietri giunto al traguardo in stato di semi incoscienza e privato della vittoria per l’aiuto fornitogli da alcuni giudici per completare il percorso, che le stesse si ripresentano in tutta la loro drammaticità quattro anni dopo, in occasione della prova ai Giochi di Stoccolma 1912.

La tragedia che si consuma non riguarda però, stavolta, il vincitore, il sudafricano d’origine irlandese Kenneth McArthur, protagonista in positivo della nostra storia odierna, bensì il portoghese Francisco Lazaro, che dal Paese scandinavo non rivedrà più la sua Patria.

McArthur, nato a Dervock, in Irlanda, il 10 febbraio 1880, figlio di agricoltori, lavora in gioventù come postino, spesso correndo per circa 15 chilometri al giorno per consegnare la corrispondenza, prima di emigrare in Sudafrica ad inizio del nuovo secolo dove si arruola volontario nel Corpo di Polizia e partecipa alla Guerra angloboera, alla cui conclusione resta comunque nelle forze dell’ordine.

A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, nelle ronde di perlustrazione McArthur preferisce compiere il proprio servizio a piedi piuttosto che a cavallo, per poi iniziare a prendere confidenza con le lunghe distanze, partecipando alla sua prima “quasi” Maratona (in quanto disputatasi su di una distanza ridotta di 40km.) nel 1908, aggiudicandosi la prova con il tempo di 2.20’30”.

Nel biennio successivo, McArthur disputa altre cinque maratone, vincendole tutte con una superiorità impressionante, alla quale non unisce uno “stile di atleta” irreprensibile, come in occasione della Maratona di Durban del 1910, allorché, giunto al traguardo con un vantaggio oscillante tra i 15 ed i 20 minuti sul suo più diretto avversario, lo si vede abbandonare lo Stadio fumando una pipa con tabacco sudafricano.

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Gitsham, argento ’12 – da:wikipedia.org

Sicuramente da poter essere considerato uno dei papabili per la medaglia d’oro, McArthur è peraltro sconosciuto ai più, in quanto le sue vittorie sono state conseguite sul territorio sudafricano – ed all’epoca non è che le notizie venissero riportate in tempo reale come accade oggigiorno – e, nel viaggio in Scandinavia, è accompagnato dal connazionale Christian Gitsham, un 24enne nativo della provincia del Natal.

Con, nell’era pionieristica dei Giochi olimpici, nessun limite posto alla partecipazione degli atleti per singola Nazione, nutritissima è la rappresentanza svedese, pur se non comprende Thure Johansson, detentore della miglior prestazione mondiale con il tempo di 2.40’35” realizzata il 31 agosto 1909, ma è opinione comune che i fondisti scandinavi possano avanzare più che legittime pretese circa la conquista di un posto sul podio.

A disturbare i loro piani, si verifica però un agente esterno che influisce in maniera determinante sull’esito della prova, in programma il 14 luglio 1912, vale a dire la temperatura, insolita a queste latitudini, che tocca addirittura i 32 gradi, quando poco prima delle 14:00 viene data la partenza ai 68 atleti iscritti in rappresentanza di 19 Paesi, anche se in realtà sia il Sudafrica che la Finlandia vedono i propri maratoneti correre sotto le rispettive bandiere britannica e russa.

Il percorso, che risulta addirittura inferiore di due chilometri rispetto alla “distanza classica”, misurando 40.200 metri, si snoda dallo Stadio Olimpico alla cittadina di Sollentuna e ritorno, con la quasi totalità degli iscritti vestita di bianco, ivi compresa una bandana in testa onde evitare rischi di insolazione e, in alcuni casi, addirittura con i guanti per scongiurare le scottature, tra i quali la più nutrita rappresentanza è quella americana con ben 12 suoi rappresentanti, che dimostreranno altresì una migliore tenuta di gara, portando ben dieci di loro al traguardo, tra cui Joe Forshaw, medaglia di bronzo quattro anni prima a Londra.

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La partenza della Maratona di Stoccolma ’12 – da:wikipedia.org

Dopo l’allungo iniziale dello svedese Ahlgren, prende il comando della gara il finlandese Tatu Kolehmainen – fratello maggiore di Hannes, il grande protagonista dei Giochi 1912 con tre medaglie d’oro nelle prove di resistenza, 5.000 metri, 10.000 metri e cross country – con anche il giovanissimo italiano Carlo Speroni, di Busto Arsizio, che ha compiuto 17 anni il giorno prima, a mettersi in luce, protagonista di una gara coraggiosa.

Al check-point guida la corsa l’altro sudafricano, Christian Gitsham, seguito da Kolehmainen, McArthur, Speroni, i due svedesi Jacobsson ed Ahlgren, nonché il britannico Lord, già tra i migliori a Londra nel 1908, dove si era classificato quindicesimo.

Da metà gara in avanti, la prova si trasforma in una “corsa ad eliminazione”, tant’è che solo la metà dei partenti riuscirà a completare il percorso, ed uno dei primi a gettare la spugna è proprio il maggiore dei Kolehmainen, così come aveva fatto una settimana prima nella Finale dei 10mila metri vinta dal fratello Hannes, mentre dalle retrovie rinvengono l’americano Gaston Strobino, di chiare origini italiane, in quanto il padre è biellese, così come il canadese Duffy, ed al comando si forma una coppia composta dai due sudafricani Gitsham e Mc Arthur, tra i pochissimi a non indossare una divisa bianca.

La sfida tra i due connazionali si decide negli ultimi chilometri, in una discesa in prossimità dello Stadio Olimpico, quando Gitsham si ferma a bere e Mc Arthur prende il largo, andando a vincere con il tempo di 2.36’54″8, con Gitsham che chiude secondo a poco meno di un minuto, mentre Strobino completa il podio giungendo al traguardo con i piedi sanguinanti, unici tre fondisti a completare la gara sotto le 2.40’, con le posizioni di rincalzo appannaggio dell’altro americano Sockalexis, del canadese James Duffy – uno dei migliori maratoneti dell’epoca e che perderà la vita il 23 aprile 1915 in Belgio durante la Prima Guerra Mondiale – e dello svedese Jacobsson, il cui sesto posto e primo degli europei salva l’onore della pattuglia scandinava, ed il nostro, generosissimo Speroni ad abbandonare la contesa al 35.mo chilometro.

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Il trionfale arrivo di McArthur – da:wikimedia.org

McArthur, la cui carriera si conclude l’anno successivo complice sia l’età, oramai 33enne, che un infortuno ad un piede che ne accelera l’abbandono dell’attività agonistica, detiene un singolare record che, a distanza di oltre un secolo, non è ancora stato superato, vale a dire quello di essere l’atleta più alto – misurando 188cm. – ad essersi aggiudicato l’oro in una Maratona olimpica, specialità che vede per lo più primeggiare fondisti difficilmente oltre m.1,70 di altezza, con i soli Emil Zatopek (m.1,82) e l’azzurro Gelindo Bordin (m.1,80) ad avvicinarsi a tale livello.

Questa di Stoccolma non sarebbe stata altro che la descrizione di un’altra stupenda pagina che lo Sport, e l’Atletica in particolare, regala ai propri appassionati, se non si fosse consumato, all’insaputa dei più, un dramma che coinvolge il portoghese Francisco Lazaro.

Appena 21enne, operaio presso una fabbrica di automobili a Lisbona, Lazaro si presenta a Stoccolma forte di tre titoli nazionali consecutivi nella Maratona, il che lo rende non proprio uno sprovveduto sulla distanza e, difatti, naviga nelle posizioni di rincalzo allorché, al 30esimo chilometro, crolla al suolo vittima di una insolazione.

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Francisco Lazaro – da:alchetron.com

Prontamente portato in ospedale, lo sfortunato portoghese viene trattato con iniezioni di acqua salata, riprende conoscenza ma nella notte cade in delirio e spira la mattina seguente, divenendo così il primo caso di morte alle Olimpiadi, evento che, fortunatamente, si ripeterà in una sola altra occasione, ai Giochi di Roma ‘60, con il ciclista danese Knud Jensen nel corso della prova della 100 km. a squadre.

Successivi accertamenti hanno consentito di appurare come Lazaro si fosse spalmato il corpo con del grasso al fine di prevenire le scottature, ma tale atteggiamento ebbe il tragico effetto di ridurne la sudorazione così da elevare la temperatura corporea sino al collasso fatale, mentre leggenda vuole che, prima della partenza, Lazaro avesse esclamato: “Ou ganho, ou morro …!!” (“O vinco, oppure muoio …!!“)

L’inesperienza, il dilettantismo e l’approssimazione dell’era pionieristica dello sport avevano fatto la loro prima vittima.

GABRIEL BATISTUTA, IL RE LEONE CHE FECE INNAMORARE FIRENZE E REGALO’ LO SCUDETTO A ROMA

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Gabriel Batistuta con la maglia dell’Argentina – da sttemit.com

articolo tratto da Una questione di centimetri a cura di Ciro Ruotolo

Il leone è uno degli animali più affascinanti del pianeta. Il più grande predatore in terra africana, con un peso che, per gli esemplari maschi, può raggiungere i 250 kg. Segno distintivo, sempre per gli esemplari maschili, è la folta criniera che, se non caratterizza, molto probabilmente, le abitudini dell’animale rispetto alla femmina della sua specie, svolge una funzione protettiva durante gli scontri con gli altri maschi o gli altri animali. Nonostante la statura, il leone è un predatore incredibilmente agile e veloce, estremamente rapido.

Mentre scrivo, un esemplare in particolare occupa i miei pensieri. Un esemplare che della sua elegante forza e della sua incredibile esplosività ha fatto caratteristiche devastanti per tutti gli altri… abitanti della foresta. Il suo nome è Gabriel Omar Batistuta. Il Re Leone.

Come il suo alter ego, Gabriel, in campo, era considerato un vero e proprio leader, e non solo per le sue immense doti tecniche e atletiche. La sua tenacia, il suo carisma e la grande intelligenza tattica lo rendevano un giocatore completo, capace d’incutere terrore, in qualsiasi difesa, fin dal fischio d’inizio. Tutti conosciamo la sua storia calcistica. Tutti conosciamo, grosso modo, le sue prodezze.

Quelle prepotenti magie che hanno stregato, soprattutto, i tifosi del centro Italia. I fortunati tifosi di Fiorentina e Roma. In maglia Viola tante sono state le soddisfazioni raccolte da Batistuta e tanto, i sostenitori gigliati, devono al Re che li fece esultare ed emozionare anche in Champions. Ma tra tutte le grandi imprese compiute dall’argentino, di certo, quella che resterà nel cuore e nella mente di tutti i tifosi toscani, e di tutti gli amanti dello sport più seguito al mondo, sarà la scelta di disputare il Campionato di Serie B con la Fiorentina, dopo la retrocessione della stagione 1992-1993, invece di andare via, come fecero in tanti.

Batistuta, dopo nove anni, lascerà Firenze tra le lacrime, detenendo il record di reti realizzate in Serie A con i colori Viola stampati sulla pelle. Con la maglia giallorossa, invece, arrivò la più grande gioia italiana per il campione sudamericano: la vittoria dello Scudetto alla fine dell’annata 2000-2001. All’Inter, oramai sul viale del tramonto, regalò solo 12 partite e 2 reti nel 2003.

A 36 anni, Gabriel lascerà il calcio giocato, totalizzando 551 presenze e 300 goal tra i professionisti d’Italia, Argentina e Qatar, di cui 242 proprio durante l’esperienza vissuta nel Bel Paese. Ora, nell’anno del suo quarantanovesimo compleanno, voglio prendermi qualche minuto per raccontarvi, a modo mio, la tragica storia legata ai suoi spaventosi problemi di salute.

Lontano dai riflettori, nel tranquillo dramma della sua vita privata, Gabriel negli ultimi anni della sua carriera aveva cominciato a soffrire, in silenzio.

Il regale animale a cui è da sempre accostato, si sa, non ha una grande resistenza agli sforzi prolungati, a causa della conformazione del suo cuore, che a stento arriva a rappresentare lo 0,57% della massa corporea totale.

Il problema che ha perseguitato, e ancora tormenta, anche se in maniera meno incisiva, il campione argentino non riguarda il muscolo cardiaco, ma le articolazioni degli arti inferiori, caviglie e ginocchia che, nel tempo, partita dopo partita, allenamento dopo allenamento, sono arrivate al punto di non avere più tendini e cartilagine.

C’è chi, dopo la prima fuga di notizie, ha pensato subito alla SLA e alle probabilità che il giocatore avrebbe di contrarre la malattia per via delle tante infiltrazioni, e non solo, a cui, anche per sua volontà, nell’arco della sua carriera, si è sottoposto. Sì, per sua volontà.

Perché Gabriel era uno di quelli che la panchina non voleva vederla neanche durante le gite al parco e che la tribuna la lasciava volentieri ai magistrati, funzionari e militari dell’antica Roma.

Un turno di riposo per Batigol era qualcosa di simile a una tragedia da evitare, a tutti i costi. E quindi per recuperare, o meglio, smaltire, velocemente, infortuni, più o meno lievi, tollerabili, ha preferito sottoporre il suo corpo a discutibili cure che, nel tempo, l’ hanno, letteralmente, consumato.

Il suo amore sfrenato per la caccia gli è costato caro e il conto, alla fine del banchetto a cui hanno partecipato migliaia di tifosi, dove la portata principale sono state le sue 300 reti, l’ha pagato da solo.

Le voci riguardanti la tanto temuta SLA, messe in circolazione, molto probabilmente, da imbrattacarte che scrivono storie con penne d’avvoltoio e sangue di iena, sono state, all’epoca, prontamente smentite dall’Argentina.

Ma il risultato non cambia: il nostro Re Leone ha trascorso svariati anni tra le sofferenze più atroci. Non riusciva neanche più a camminare, non riusciva ad alzarsi dal letto dov’era costretto, e in un momento di estrema angoscia psico-fisica, straziante, pensando a Pistorius, Gabriel propose al medico che lo seguiva di amputargli entrambe le gambe.

Questa era, per lui, in quell’attimo di cosciente e ordinaria follia, l’unica soluzione possibile. Il dottore non volle accontentare la lecita richiesta del campione argentino, e cominciò, insistentemente, a cercare un modo per migliorare la situazione.

Senza tendini e cartilagine, il suo peso poggiava tutto sulle ossa. Assurdo. Dopo la penosa richiesta rifiutata, Batistuta decise di tornare a combattere. Infilando degli scarpini immaginari, giocò la sua partita più difficile. E come spesso è accaduto durante la sua carriera, in campo Gabriel fece la differenza.

Con una forza d’animo inimmaginabile e un numero indefinito di operazioni, oggi, Batigol è tornato a camminare e… a segnare!

Ha ricominciato a praticare sport, scegliendo una sfera molto più piccola e tutta bianca, da insaccare non in una rete, ma in una buca: il golf!

Batistuta resterà nel cuore di tutti gli amanti del calcio per il gran giocatore che è stato, un attaccante unico nel suo genere, dotato di un tiro devastante, un’elegante e felina tecnica individuale e una personalità ammaliante, come poche ne esistono al mondo. E resterà nella memoria di tutti per la sua straordinaria umiltà, la sua incredibile tenacia, la sua impeccabile serietà, la sua discreta e preziosa riservatezza e l’incredibile forza d’animo.

YURI KOROLEV, IL RE SENZA CORONA (OLIMPICA)

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Yuri Korolev ai Mondiali ’87 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nessun dubbio che per atleti di discipline che trovano la loro consacrazione nel quadriennale appuntamento olimpico, una carriera senza un oro ai Giochi od, ancor peggio, una medaglia, possa rappresentare una macchia non trascurabile nel valutare la loro grandezza.

E’ peraltro vero che, svolgendosi tale manifestazione ogni quattro anni, possono esservi impedimenti di varia natura che ne impediscano la partecipazione, ma ciò nulla può togliere al valore tecnico e sportivo dimostrato durante la relativa attività agonistica.

Del resto, analogo paragone lo si può fare con il Calcio dove un “fenomeno” come Alfredo Di Stefano, non solo non si è mai laureato Campione del Mondo, ma non ha neanche mai giocato una singola partita in una Fase finale dei Mondiali e, ciò nonostante, è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi calciatori di ogni epoca.

In uno Sport che proprio nella Gloria olimpica trova la propria sublimazione come la ginnastica, analoga sorte del calciatore argentino è toccata ad Yuri Korolev, atleta russo nato a Vladimir il 25 agosto 1962, la cui brillantissima carriera lo ha visto protagonista negli anni dispari, con una serie di incredibili circostanze che ne hanno impedito la partecipazione alle rassegne a cinque cerchi.

Una delle grandi speranze sovietiche nella ginnastica a livello juniores, Korolev non viene selezionato, data l’ancor giovane età, per le Olimpiadi di Mosca ’80 che rappresentano il “passo d’addio” davanti al proprio pubblico delle stelle Nikolai Andrianov, Aleksandr Tkachyov ed Alexander Dityatin, con il primo a porre fine alla propria carriera, cosa che gli altri due faranno l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali, parimenti ospitati dalla Capitale sovietica.

In un decennio, quello degli anni ’80, in cui il colosso sovietico domina la scena in campo maschile raccogliendo l’eredità giapponese che analoga supremazia aveva dimostrato nella precedente decade, il ricambio generazionale non crea alcun problema alla federazione, come dimostra il fatto che, alla ricordata rassegna iridata, di più alto contenuto tecnico in quanto non inquinata – rispetto ai Giochi moscoviti – dal boicottaggio dei Paesi occidentali, i ginnasti di casa fanno man bassa di medaglie.

Ed è proprio al non ancora 19enne Korolev che i suoi più anziani compagni di squadra consegnano il testimone per la leadership all’interno del team sovietico, dal medesimo raccolto con l’affermazione – oltre che nel Concorso Generale a squadre, in cui l’Urss piega a fatica per soli 0,100 millesimi di punto (588,950 a 588,850) la resistenza dei rappresentanti giapponesi – nel Concorso Generale Individuale, che lo vede mettersi l’oro al collo respingendo per il minimo scarto consentito di 0,025 millesimi di punto (118,375 a 118,350) l’assalto del compagno di squadra Bogdan Makuts, autore di un impeccabile esercizio alla sbarra, premiato con il 10 da parte dei giudici, che gli aveva consentito d recuperare rispetto al 9,900 ottenuto da Korolev.

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Korolev ’81 – da tomtheobald.photoshelter.com

Korolev completa la sua esibizione davanti al pubblico moscovita aggiungendo un terzo titolo nell’esercizio al corpo libero, pur dividendo il gradino più alto del podio con il cinese Li Yuejiu, entrambi accreditati del punteggio complessivo di 19,775 nonché il bronzo al cavallo con maniglie al termine di una serie di eccellenti esibizioni che vedono la giuria premiare con il 10 i primi quattro classificati, con la differenza tra l’oro – appannaggio del cinese Li Xiaoping e del tedesco orientale Michael Nikolay – ed il bronzo spartito tra Korolev e l’ungherese Gyorgy Guczoghy costituita dagli 0,025 millesimi di punto accumulati negli esercizi preliminari.

Con Dityatin ad abbandonare le scene dopo aver conquistato tre ori olimpici e sette titoli iridati e Tkachyov a fare altrettanto con due ori ai Giochi e tre titoli mondiali al proprio conto, la responsabilità di leader della formazione sovietica è ora tutta sulle spalle del 20enne Korolev, il quale non ha fatto altro che confermare alla rassegna moscovita i progressi messi in evidenza già nel corso dell’anno in occasione dei Campionati Europei di Roma ’81, da lui conclusi con i titoli al corpo libero ed agli anelli, ed il secondo posto al volteggio ed al cavallo con maniglie, oltre che nel Concorso generale individuale.

Progressi che vengono ribaditi anche la stagione seguente, in occasione della prova di Coppa del Mondo di Zagabria ’82, a dispetto del bronzo nel Concorso Generale individuale alle spalle del formidabile duo cinese composto da Li Ning e Ton Fei, in quanto Korolev sale sul podio in cinque delle sei singole specialità, con l’oro alle parallele, tre argenti ed un bronzo, a dimostrazione della completezza del suo bagaglio tecnico.

Avvicinandosi l’appuntamento olimpico di Los Angeles ’84, Korolev incappa in un “passaggio a vuoto” in occasione dei Campionati Mondiali di Budapest ’83, ai quali giunge dopo aver conquistato due ori (corpo libero e parallele), altrettanti argenti (concorso generale individuale e cavallo con maniglie) ed il bronzo al volteggio agli Europei di Varna ’83.

In una rassegna che vede l’Unione Sovietica cedere il titolo nel Concorso Generale a squadre, ancorché per soli 0,100 millesimi di punto (591,450 a 591,350), alla ritrovata formazione cinese, la responsabilità cade proprio sulle spalle di Korolev, a causa della sua disastrosa esibizione alla sbarra (penalizzata dai giudici con un 8,850 che a questi livelli vale come un 4 nei tuffi, per capirsi …), circostanza che lo esclude dal Concorso Generale individuale, ottenendo la qualificazione, limitata a due ginnasti per Nazione, a sole tre singole specialità, non andando oltre il quarto posto al corpo libero, a soli 0,050 millesimi di punto (19,800 a 19,750) dal bronzo del cinese Li Ning, per poi chiudere in quinta posizione al cavallo con maniglie ed in sesta alle parallele.

Poco male, comunque, per il team sovietico, in quanto la rassegna iridata consente di ammirare il talento dell’appena 16enne Dmitry Bilozerchev, protagonista assoluto di tale edizione dei Mondiali con quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale, anelli, sbarra e cavallo con maniglie), oltre all’argento a squadre ed al corpo libero.

Una compagine, quella sovietica dove, come avrete senz’altro capito, non ci si può certo “cullare sugli allori”, in quanto vi è subito pronto un compagno a scalzarti dalle gerarchie, ragion per cui l’attenzione e la concentrazione devono sempre essere ai massimi livelli se si vuol essere sicuri di un posto in squadra.

Selezione che, in ogni caso, non sarebbe certo sfuggita alle due punte di diamante dello squadrone sovietico in vista dei Giochi di Los Angeles ’84 se solo il proprio Governo non avere inteso rendere la pariglia agli Stati Uniti con il contro boicottaggio rispetto a quanto da loro posto in atto quattro anni prima, e così a Korolev tocca assistere via etere alle evoluzioni di Li Ning che in tale rassegna conquista tre medaglie d’oro, due d’argento ed una di bronzo, pur se il concorso generale è appannaggio del giapponese Koji Gushiken.

Ed a Korolev, colpito da lutto familiare per la perdita del padre, viene risparmiata la partecipazione al “surrogato” costituito dai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi ad Olomouc, in Cecoslovacchia, tra i Paesi del blocco sovietico, utili solo a Bilozerchev per tenersi in forma, con cinque ori ed un bronzo al proprio conto.

L’opportunità di dimostrare a Li Ning & Co. la scarsa valenza delle loro medaglie olimpiche giunge l’anno seguente con i Campionati mondiali in programma a Montreal, nei quali la stella attesa è proprio il non ancora 20enne compagno di squadra di Korolev, soprattutto sulla scia del “quasi cappotto” fatto registrare agli Europei di Oslo ’85, dove conquista sei ori, fallendo il gradino più alto del podio solo al volteggio, se non fosse che lo stesso incappa un incidente d’auto che rischia di compromettergli la carriera.

Con il proprio leader fuori dai giochi, la rinnovata compagine sovietica – in cui primeggiano anche il 20enne Vladimir Artemov ed il 19enne Valentin Mogilny – si affida a Korolev per ribadire la propria superiorità a livello planetario e, stavolta, lo stesso non delude le aspettative, contribuendo a riportare l’Urss sul gradino più alto del podio nel Concorso Generale a squadre, vinto con ampio margine (585,650 a 582,360) sulla Cina, per poi fornire una dimostrazione del proprio valore nel Concorso individuale.

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Korolev ai Mondiali ’85 – da pinterest.com

Qualificatosi per gli esercizi liberi con il terzo punteggio di 58,750 alle spalle del connazionale Artemov e del tedesco est Sylvio Kroll (entrambi a quota 58,900), Korolev ribalta la situazione con tre 9,900 due 9,850 ed un 9,700 al cavallo con maniglie che gli consentono di concludere la prova con 117,850 punti complessivi, così da staccare di 0,300 millesimi Artemov, argento, e di 0,550 Kroll, bronzo, ed aggiudicarsi il suo secondo titolo mondiale nel Concorso Generale a quattro anni di distanza dal trionfo di Mosca ’81.

A queste due medaglie d’oro, Korolev ne aggiunge altre due al volteggio ed agli anelli – in questo caso dividendo il primo posto con Li Ning con 19,750 punti a testa – completando il suo personalissimo show con l’argento al corpo libero, cedendo di misura per il più ristretto dei margini (19,750 a 19,725) al cinese Tong Fei.

Con Bilozerchev ancora ai box per recuperare dal grave incidente, è ancora Korolev a rivaleggiare con Li Ning alla Coppa del Mondo a Pechino ’86, dividendo a pari merito il titolo nel Concorso generale individuale, per poi primeggiare nel computo delle medaglie nelle singole specialità, con tre ori e due argenti rispetto ai due ori ed un bronzo del cinese e quindi, in occasione della prima edizione dei “Goodwill Games”, svoltasi a Mosca con l’intenzione di agevolare il clima di distensione tra le due super potenze dopo i ricordati boicottaggi olimpici, ribadire la propria superiorità con il successo nel Concorso Generale individuale con largo margine sul connazionale Artemov, nonché con altre tre medaglie d’oro ai singoli attrezzi.

Per Korolev, oramai 25enne, si profila una ultima possibilità per ottenere la “Gloria olimpica”, vale a dire la partecipazione ai Giochi di Seul ’88, in preparazione dei quali si presenta alla sua quarta rassegna iridata di Rotterdam ’87, a cui partecipa anche il redivivo Bilozerchev, il quale ha sorprendentemente recuperato dall’incidente che stava per costargli addirittura l’amputazione della gamba sinistra.

Con anche Valeri Liukin a comporre un “poker d’assi” che non ha eguali a livello mondiale, la formazione sovietica non ha alcuna difficoltà ad imporsi nel Concorso Generale individuale con un vantaggio abissale (589,750 a 583,350) sulla Cina di un irriconoscibile Li Ning e, per comprenderne le qualità, il punteggio complessivo di Korolev – pari a 117,950 – lo escluderebbe dal Concorso individuale in quanto solo quarto tra i suoi compagni, visto che il regolamento consente l’accesso a soli tre ginnasti per Nazione.

Per sua buona sorte, Liukin – che agli Europei di Mosca dello stesso anno lo aveva preceduto nella medesima prova – è costretto a dare forfait per un infortunio al ginocchio, e così Korolev può recuperare una posizione, andando addirittura ad insidiare l’oro di Bilozerchev grazie ad una strepitosa esibizione al volteggio premiata con il 10 da parte dei giudici, sfuggendogli il suo terzo titolo nel concorso individuale per l’inezia di 0,025 millesimi (118.375 a 118,350) in un podio interamente sovietico con il bronzo di Artemov a quota 118,125.

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Korolev ai Mondiali ’87 – da gettyimages.ae

L’indiscussa supremazia dei rappresentanti dell’ex Urss è poi confermata ai singoli attrezzi, con Bilozerchev ad affermarsi alla sbarra ed al cavallo con maniglie (sia pur a pari merito con l’ungherese Zsolt Borkai), Artemov alle Parallele e Korolev agli anelli, dove ha la meglio (19.875 a 19,825) sulla coppia formata dallo stesso Bilozerchev e da Li Ning, all’ultimo acuto della sua carriera.

Per Korolev, nato nel 1962, i Giochi coreani di Seul ’88 rappresentano l’ultima chiamata per mettersi al collo un oro olimpico, dando quanto meno per scontato il successo nel concorso a squadre, cosa che difatti accade con largissimo margine (593,350 a 588,450) sulla Germania Est, solo che su quel podio, a ricevere la medaglia, ci sono i suoi compagni di allenamento e non lui, il cui sogno a cinque cerchi viene stroncato dal più frequente degli infortuni per un ginnasta, vale a dire la rottura del tendine di Achille, che pone di fatto fine alla sua, comunque, straordinaria carriera.

E così, mentre i suoi compagni fanno incetta di ori, con stavolta toccare ad Artemov ritagliarsi la copertina con il successo nel Concorso Generale individuale – in un podio completato da Liukin, argento, e da Bilozerchev, bronzo – alle parallele ed alla sbarra, il nome di Korolev rischia di scomparire nell’oblio in quanto solo la “Gloria olimpica”, con tutti i fari e gli occhi del mondo proiettati su di essa, pone un atleta alla ribalta assoluta.

Cosa importa, dunque, che Korolev abbia vinto in carriera un totale di 34 medaglie tra Campionati mondiali, europei e Coppa del Mondo, un bottino che lo pone nettamente in vetta alla graduatoria tra coloro che non hanno mai conquistato una medaglia olimpica – dietro di lui i connazionali Bogdan Makuts e Valentin Mogilny con 18 e 17 allori rispettivamente – e che il suo ricordato palmarès, Olimpiadi comprese, gli consenta di essere in ogni caso il terzo ginnasta più medagliato di ogni epoca in campo maschile, a pari merito con il connazionale Dityatin e preceduto solo da Vitali Scherbo con 51 allori e da Andrianov con 48.

Da un punto di vista squisitamente tecnico, un titolo mondiale ha la medesima valenza di un oro olimpico, e solo la diversa risonanza e copertura mediatica privilegiano il secondo, e, pertanto, Korolev può a giusta ragione essere considerato tra i “più grandi di tutti i tempi” nel panorama ginnico universale e, se qualcuno di voi non ne aveva mai sentito parlare, ci siamo noi di “SportHistoria” a rinfrescare la memoria…

 

GHEORGHE MURESAN, IL GIGANTE RUMENO CHE REALIZZO’ IL SUO SOGNO IN NBA

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Muresan alle prese con Rodman – da theclassical.org

articolo di Nicola Pucci

Gli osservatori che pensavano che Gheorghe Muresan, gigantesco pivottone rumeno di 231 centimetri, non avesse nè il talento nè la tempra per diventare un buon giocatore in NBA, ebbero modo di ricredersi nel corso della stagione 1995/1996 che il ragazzo nato a Tritenii de Jos il 15 febbraio 1971 segnò con la sua impronta di cestista formato XXL.

Soprannominao “Ghidza” (contrazione di Gheorghe e Godzilla), Muresan, che ha scoperto la pallacanestro a 14 anni grazie al suo dentista che a tempo perso arbitra partite, comincia a far parlare di se ai Mondiali juniores del 1991 ad Edmondton in Canada, quando a furia di punti e rimbalzi, 24.1 e 11.4, trascina la Romania al quinto posto finale, risultando il migliore del torneo nel suo ruolo. Ovviamente Gheorghe fa valere in pieno la sua stazza ingombrante per dominare nell’area piccola, ristretto spazio di gioco che non certo a caso è stato eletto suo habitat naturale. Fin da ragazzo, quando già 15enne misura 2m07, proprio lì viene dirottato, cominciando presto a catturare palloni e mettere a segno canestri nel campionato rumeno, vestendo la maglia dell’Universitatea Cluj.

Ed è con la maglia di club che una sera di ottobre del 1991, nel corso di un match con il Pau Orthez, mette a segno ben 39 punti, rischiando quasi da solo di estromettere dalla Coppa Europa (ex Coppa dele Coppe) i francesi. I dirigenti della squadra transalpina, nella figura di Pierre Seillant, rimangono tanto impressionati dal gigantesco giocatore rumeno che lo assoldano per l’anno dopo, 1991/1992, quando Muresan trasferisce bagagli e sudore in Europa occidentale per andare a dare un saggio delle sue comunque indiscusse qualità di buon giocatore di basket. Chiude la stagione con media realizzativa interessante, 18.3 punti a partita, a cui aggiunge 10.3 rimbalzi e 2.8 stoppate, statistiche queste che gli garantiscono una certa notorietà.

E gli scouts NBA gli mettono gli occhi addosso, ritenendo che un omone con quel fisico possa essere un fattore anche nella Lega professionistica più importante del pianeta. Nel 1993 viene scelto dai Washington Bullets al Draft col numero 30, e se inizialmente la franchigia della capitale pare orientata a far maturare il rumeno in qualche squadra di livello in Europa, tipo Barcellona o Panathinaikos che gli fanno la corte, è lo stesso Muresan a decidere invece di compiere il grande salto ed andare a mettersi alla prova di là dall’Atlantico. Sceglie il numero 77 in onore alla sua taglia (7 piedi e 7 pollici, ovvero 2m31) ed abborda la stagione da rookie con la ferma intenzione di continuare a progredire. Il 17 novembre 1993 scende per la prima volta sul parquet, nella vittoria 117-104 contro i Milwaukee Bucks, un minuto di permanenza e tre punti, ma il sogno americano, per “Ghidza“, è diventato realtà.

In effetti la stagione da novizio è inevitabilmente timida, con 5.6 punti e 3.6 rimbalzi di media in appena 12 minuti di gioco, ma già l’anno successivo Muresan raddoppia il minutaggio, 23.6 minuti, così come le sue cifre in punti, 10.0, e rimbalzi, 6.7, con un massimo stagionale di 30 punti il 9 aprile 1995 nella sconfitta 98-110 contro Boston, frutto di un eccellente 13/15 nel tiro da due, a certificare che il ragazzo è in crescita (cestistica, si intende) costante.

E la consacrazione a stella non è lontana dall’arrivare, anzi. La stagione 1995/1996 è infatti quella del definitivo salto di qualità; prima dell’inizio del campionato, previsto per il 3 novembre, Muresan torna a giocare qualche partita al Pau Orthez, tanto per mantenere la forma. E la scelta si rivela azzeccata. Una volta che il campionato NBA si mette in marcia, Muresan conquista in pianta stabile il ruolo di pivot titolare, a fianco di un giovanissimo Rasheed Wallace, incrementando ancor più le sue statistiche, fino a 30 minuti in campo, 14.5 punti, 9.6 rimbalzi e 2.3 stoppate, tanto da meritarsi a fine anno la palma di Most Improved Player, ovvero giocatore più migliorato della stagione. E’ il primo cestista europeo ad imporsi in questa speciale classifica, e per “Ghidza” è un vero e proprio pelibiscito, se è vero che votano a suo favore 50 dei 110 giornalisti accreditati, che lo preferiscono nettamente a Georges McCloud, ala dei Dallas Mavericks. Ma il rumeno non si accontenta di primeggiare solo in tale graduatoria, l’appetito vien mangiando, e a conclusione di un’annata che per lui, ahimè come vedremo tra poco, non  avrà un seguito, risulta anche il giocatore con la miglior percentuale nel tiro da due, con un conclusivo 58,4% che la dice lunga sul grado di difficoltà che i rivali incontrano nel poterne contrastare le lunghissime leve. Che, è bene dirlo, di questi tempi rispondono al nome di Dennis Rodman, David Robinson, Shaquille O’Neal e Hakeem Olajuwon, con cui Muresan compete ad armi pari (o quasi), contibuendo pure a fare di Washington una franchigia capace di passare da un misero record di 21-62 ad un più che lusinghiero 39-43. Seppur senza la consolazione della qualificazione ai play-off, ma segnando il career-high in rimablzi (21 contro Miami il 17 gennaio 1996) e punti (31 contro Charlotte l’8 novembre 1995).

Per un anno ancora, 1996/1997, Muresan recita da protagonista in NBA, seppur il minutaggio e la media punti, così come quella ai rimbalzi, diminuisca perchè il rumeno entra nella rotazione che comprende anche due campioni di gran classe quali Juwan Howard e Chris Webber. Nondimeno, Gheorghe viene confortato da un nuovo successo nella graduatoria della percentuale di tiro, addirittura 60,4%, ed infine dalla qualifcazione ai play-off con conseguente elimanazione al primo turno per mano degli imbattibili Chicago Bulls di Jordan&C (seppur a chiusura di tre sfide equilibrate). Dopodichè, il giocattolo si rompe. E non è proprio un modo di dire.

L’anno dopo, infatti, Muresan è costretto a saltare l’intera stagione per un problema alla caviglia destra, così come nel 1998/1999 gioca con i nuovi compagni dei New Jersey Nets solo uno scampolo dell’ultima gara di stagione regolare per i gravi problemi alla schiena, tanto da doversi sottoporre ad un intervento chirurgico, prodotti dall’eccessiva sollecitazione dei suoi nervi contratti. Può ad onor del vero tornare a giocare, anche se solo 31 partite, ma ormai con i due anni persi se n’è andata anche la piena efficienza fisica e sotto le tabelle, “Ghidza” Muresan, non è proprio più quello dei tempi che furono.

Finisce qui la carriera americana di un gigante rumeno, alto, grande e grosso, che vide realizzarsi un sogno. Si chiamava NBA, miei cari lettori… e non era certo uno scherzo.