CORNELIA HANISCH, I QUATTRO ORI MONDIALI DELLA FIORETTISTA CHE QUASI SCELSE IL TENNIS

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Cornelia Hanisch alle Olimpiadi 1984 – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Dopo di lei sarebbero venute Anja Fichtel e Sabine Bau. Prima di lei c’erano state la “miticaHelene Mayer e Adelheid “Heidi” Schmid. Cornelia Hanisch, classe 1952 di Francoforte sul Meno, ha rappresentato una tappa fondamentale del fioretto femminile tedesco (occidentale), dai tempi di Hitler a quelli della Germania unificata.

Le è mancato, rispetto ai nomi fatti prima (Bau esclusa) solo il “graffio” dell’oro olimpico individuale per renderla indimenticabile, pur sfiorandolo a Los Angeles 1984 dove, ultratrentenne, si accontentò dell’argento dietro la cinese Luan (e davanti alla nostra Dorina Vaccaroni) prendendosi però l’oro a squadre.

Ma in quel 1984 la sua bacheca era già ricca di allori e riconoscimenti internazionali: due ori mondiali individuali (ne sarebbe seguito in terzo nell’85 e un quarto a squadre), oltre a tre argenti e tre bronzi.

Il caschetto nero, gli occhi scuri, la figura minuta e l’aria da maschiaccio ingentilita dal radioso sorriso, Cornelia comincia a giocare a calcio per le strade del suo quartiere, prima che la madre la indirizzi alla scherma e che lei scopra di avere un grande talento, tanto da diventare nazionale ad appena 16 anni.

Ma la sua storia non è così lineare. La scherma la stanca presto, adesso la attira il tennis. Anche lì non se la cava male: è la numero due d’Assia. Cornelia è vicina a prendere un’altra direzione. Alla fine però il suo maestro, Horst-Christian Tell, la riconduce alla ragione e nel 1976 Cornelia è campione nazionale di fioretto. Lo sarà altre quattro volte in carriera.

Non è più giovanissima, ma sul palcoscenico internazionale si fa subito rispettare. Nel 1977 è argento a squadre ai mondiali di Buenos Aires dietro l’Unione Sovietica, insieme a Karin Rutz, Brigitte Oertel e Ute Kircheiss-Wessel (che sarà a lungo sua compagna di squadra).

Ad Amburgo nel ’78 è invece bronzo individuale dietro la russa Sidorova e la ceca Raczova, ovvero è semplicemente la prima fiorettista del blocco occidentale.

Passo dopo passo, nel 1979 arriva l’oro individuale e il bronzo a squadre, a Melbourne. Quello individuale proprio davanti alla Sidorova, in una bella rivincita a un anno di distanza. Quello a squadre dietro Unione Sovietica e Ungheria. È il periodo in cui la Germania Ovest è evidentemente l’unica potenza femminile che cerca di tenere a bada il potere dell’Est nella scherma.

Nel 1981 a Clermont-Ferrand, altra doppietta di medaglie: ancora l’oro individuale, stavolta davanti alla cinese Jujie e all’azzurra Vaccaroni. Ancora una volta unico oro quello non “orientale” su otto prove. E Cornelia ci aggiunge argento a squadre dietro l’Unione Sovietica.

Poi ancora un bronzo a squadre a Roma nel 1982 dietro l’Italia della Vaccaroni e della Zalaffi e dietro l’Ungheria. E l’argento a Vienna nel 1983 ancora dietro l’Italia di Vaccaroni (e Cicconetti, Sparaciari e Mochi).

Ma è il finale di carriera ad essere strepitoso. Nel 1984 l’oro e l’argento alle Olimpiadi statunitensi. Nel 1985 il doppio oro ai mondiali di Barcellona davanti dall’Ungheria con la squadra e vincente nel derby di finale con Sabine Bischoff, la compagna di squadra anche a Los Angeles, nell’individuale. Ha 33 anni. Nel 1986 chiude con la scherma una volta per tutte.

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GIUSEPPE DELFINO E L’ORO DI ROMA 1960 A UN PASSO DAI QUARANT’ANNI

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Una fase delle gare olimpiche di Roma 1960 – da circolodelfino.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Ha quasi quarant’anni, lo spadista torinese Giuseppe Delfino, quando Roma ospita i Giochi Olimpici nel 1960.

Lui ha già tra i trofei tre medaglie olimpiche, vinte tra Helsinki e Melbourne: due ori a squadre e un argento individuale in Australia, alle spalle di Carlo Pavesi in un podio tutto azzurro completato da Edoardo Mangiarotti. A quelli ha aggiunto addirittura sei titoli mondiali a squadre, a cominciare dal 1950.

Nato nel 1921 nel capoluogo piemontese, la guerra ruba a “Pippo” gli anni migliori. Lui ha cominciato ad allenarsi nella palestra del Dopolavoro Fiat quasi per caso ma trova il tempo e il modo di rifarsi. Anche perché la spada è arma per cervelli maturi, per nervi saldi, saldissimi. Come i suoi.

A Roma sente però che è l’ultima occasione possibile per il titolo individuale. A Melbourne ci è andato vicino così, battuto solo in un incredibile infinito spareggio coi due compagni di squadra.

È dal 1932 che l’Italia non manca mai il gradino più alto del podio: nell’ordine, Cornaggia-Medici, Riccardi, Cantone, Mangiarotti, Pavesi (più tre argenti e tre bronzi: dominio assoluto).

Ha una strategia precisa, Delfino. Lascia il tempo scorrere. Lascia che l’avversario si spazientisca. E poi lo tocca, spesso di rimessa. A Roma è tra i favoriti, nonostante l’età. Insieme al sovietico Habarovs, campione del mondo in carica, e allo scozzese Jay, campione del mondo di fioretto e vicecampione di spada, rispettivamente venti e dieci anni meno di lui.

Parte bene nel girone iniziale, con cinque vittorie su cinque. Supera agevolmente anche la seconda tornata, perdendo solo un assalto contro il tedesco Fanger. Supera i quarti a punteggio pieno. Entra nelle semifinali con gli altri azzurri milanesi Alberto Pellegrino e Giovanni Battista Breda.

Pellegrino va fuori. Alla finale a otto accedono gli altri due italiani, non senza brividi anche per Delfino. Poi ci sono due francesi, Dreyfus e Mouyal, l’ungherese Sakovics, il belga Achten, e i favoriti Jay e Habarovs.

Non è una gara, è una maratona. Saranno necessari quasi trenta assalti a testa, alla fine, per aggiudicarsi l’oro.

Delfino vince facile un paio di incontri, tra cui quello con Habarovs. Gli altri vanno sempre oltre il limite di tempo: due vinti 6-5 e 7-6 e due sconfitte di misura. Decisiva è la sfida con il mancino Jay, cui basterebbe quella vittoria per aggiudicarsi l’oro. Delfino vince 6-5, Jay perde anche l’ultima sfida del girone ed è costretto allo spareggio.

Prima della sfida decisiva Delfino prende fiato dieci minuti, accende una sigaretta, beve un sorso di whisky. Così dice la leggenda.

Vince 5-2, davanti alla moglie del presidente Gronchi seduta in prima fila. Per una volta non attende l’avversario in maniera strenua ma lo attacca senza concedergli respiro e conquista finalmente quell’oro così a lungo inseguito. Ci aggiungerà quello a squadre: davanti alla Gran Bretagna di Jay e all’Urss di Habarovs (in realtà lettone). Insieme a lui, Edoardo Mangiarotti, Carlo Pavesi, Alberto Pellegrino, Fiorenzo Marini e Gianluigi Saccaro.

Un’altra leggenda dice che, dopo aver conquistato anche l’oro a squadre, il mattino dopo sia già in ufficio alla Michelin, rinunciando ai festeggiamenti. Ha finito i giorni di permesso.

A Tokio 1964 però sarà ancora in pista, eccome. Portabandiera azzurro alla cerimonia d’apertura (quarto e ultimo schermidore uomo, dopo Nedo Nadi, Giulio Gaudini e Edoardo Mangiarotti. Dopo di lui solo Giovanna Trillini e Valentina Vezzali), conquisterà un altro argento a squadre, alle spalle dell’Ungheria. Ha quasi 43 anni quando succede.

Morto nel 1999, a lui è intitolato il circolo di scherma di Ivrea.

ALEKSANDR ROMANKOV, IL FIORETTISTA CHE VENNE E VINSE DALL’ORIENTE ESTREMO

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Aleksandr Romankov – da pinterest.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Korsakov è una città dell’estremo oriente russo, sull’isola di Sachalin, in pieno Pacifico. Trentamila abitanti o giù di lì, fino al 1945 si chiama Otomari ed è sotto il governo giapponese. Nel ’46 prende il nome di un vecchio generale zarista e torna all’Unione Sovietica, per quanto le due cose possano parere in disaccordo tra loro.

È qui che nel novembre del 1953 nasce Aleksandr Anatoleevič Romankov. Ci resterà poco. Presto prende la via della Bielorussia e, ancora bambino, si ritrova a Minsk, in tutt’altro contesto: diecimila chilometri più a ovest, quasi due milioni di abitanti. Comincia a tirare di scherma. Non ha però il coraggio di confessare di essere mancino, perché a scuola già lo hanno rimproverato per aver provato a scrivere con la mano sinistra. Impugna il fioretto con la destra e farà così ancora per qualche anno.

C’è una foto in bianco e nero che ritrae Aleksandr in un collegio militare, ancora non adolescente: una decina di bambini in guardia, i pantaloni neri ampi, toraci magri e nudi. Accanto al biondo Aleksandr c’è un ragazzo dai capelli neri. È Nikolay Alechin, sciabolatore che diventerà campione del mondo a squadre a Melbourne nel 1979. Sono compagni di scuola e di allenamenti.

Il suo maestro è, e sarà sempre, Ernst Assyevsky, alla scuola di scherma della Dynamo Minsk. Promettente ma minuto nel fisico, gli esordi sulla scena estera non sono particolarmente brillanti per Aleksandr. A 17 anni, in Coppa del Mondo di categoria, arriva al dodicesimo posto. L’anno dopo è sesto. La nazionale maggiore sovietica è fortissima e lui fatica a mettersi il luce. Il campionato nazionale è spesso più duro di quello internazionale.

Ma lui non si scoraggia: lavora, affina una tecnica impeccabile, punta sulla rapidità e velocità. Nel 1974 esordisce finalmente nella nazionale assoluta. E che esordio: vince la coppa del Mondo e il doppio oro, individuale (davanti a Carlo Montano) e a squadre (sulla Polonia), ai mondiali di Grenoble. È solo l’inizio di una carriera incredibile che arriva all’inizio degli anni ’90. Impossibile enumerare tutti i suoi successi: dieci volte campione del mondo (cinque volte individuale, cinque a squadre), tanto da essere secondo solo a Valentina Vezzali (sei ori individuali) in questa classifica schermistica di tutti i tempi, e diventare un vero dominatore del fioretto per oltre un decennio, specie all’inizio degli anni ’80.

Solo il rapporto con le Olimpiadi non è dei migliori. A Montreal, nel ’76, è lo spareggio a costringerlo all’argento contro il nostro giovane Fabio Dal Zotto. A Mosca, quattro anni dopo, davanti al proprio pubblico, è Aleksandr il favorito numero uno. Il vero unico possibile rivale sembra l’altro sovietico Vladimir Smirnov. È di nuovo finale a sei. È di nuovo parità e di nuovo spareggio, stavolta a tre con Smirnov e il francese Pascal Jolyot. Romankov vince su Smirnov 5-4, Smirnov batte il francese 5-0. L’oro pare a portata di mano, ma poi Romankov ha un vero blocco, perde a 0 contro il francese, e alla fine deve rassegnarsi al bronzo. Altra beffa nella gara a squadre, chiusa con la sconfitta contro la Francia di Jolyot in finale per colpa della differenza stoccate a parità di vittorie.

Sul palcoscenico mondiale, è sempre un dominatore, come conferma il doppio oro di Roma ’82, quello della tragedia di Smirnov, morto in pedana trafitto accidentalmente dal tedesco Behr.

Nel 1984 la rincorsa olimpica si infrange stavolta sul boicottaggio sovietico ai Giochi americani. L’inizio della fine sembra il campionato del mondo a Sofia nell’86. Dopo undici edizioni consecutive tra olimpiadi e mondiali in cui era andato sempre invariabilmente a medaglia, stavolta arriva per lui il 18° posto nell’individuale e il 6° a squadre. Idem a Losanna l’anno dopo: addirittura 33°. I giorni belli paiono ormai alle spalle, per lui sempre elegante in pedana, ma ormai calvo sopra gli immancabili baffi.

L’oro olimpico pare debba rimanere il grande rimpianto di una carriera comunque straordinaria. Invece. L’ultimo treno passa da Seul 1988. Neppure troppo lontano dalla natale Korsakov, tre ore d’aereo più a nord. Romankov lavora per quell’appuntamento come mai prima. Nella prova individuale supera quasi a punteggio pieno i gironi di qualificazione. Nelle dirette, passa i primi due turni ma poi gli è fatale di nuovo un italiano, stavolta Mauro Numa. Riparte dai ripescaggi, supera Numa ma poi cede di nuovo in semifinale davanti a un altro azzurro, Stefano Cerioni. Sarà bronzo dopo aver battuto il tedesco Schreck 10-8 al termine di una entusiasmante rimonta.

L’oro arriverà comunque nella gara a squadre, con le vittorie su Ungheria in semifinale e Germania Ovest in finale. Finalmente. Insieme a lui ci sono Ilgar Mamedov, Vladimer Aptsiauri, Anvra Ibragimov, Boris Koretsky, buoni fiorettisti guidati da un fuoriclasse come lui. Il suo palmarès olimpico parla alla fine di un oro, due argenti, due bronzi.

Al suo ricco curriculum farà in tempo ad aggiungere il mondiale a squadre di Denver nell’89, prima di ritirarsi alla vigilia dei Giochi di Barcellona del 1992.

Finita la carriera agonistica, è stato commissario tecnico delle nazionali australiana e coreana, prima di tornare con lo stesso ruolo in Bielorussia, abbinandoci anche il ruolo di presidente della Federazione.

FABIO DAL ZOTTO, LA METEORA CHE BRILLO’ QUELL’ESTATE DEL 1976 A MONTREAL

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Dal Zotto contro Stankovic alle Olimpiadi di Montreal 1976 – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Ha ballato un’Olimpiade sola, Fabio Dal Zotto, ma che Olimpiade. Estate 1976, Canada, Montreal. Fabio è allora poco più che un ragazzino veneziano. Promettente, ma ha appena compiuto diciannove anni nel giorno di inaugurazione dei Giochi canadesi. Classe 1957, altissimo, magrissimo.

La scherma è una questione di famiglia per parte di madre, Elsa Borella, buona fiorettista negli anni Quaranta. Il cugino più giovane, e futuro compagno di nazionale, Andrea (Borella appunto), diventerà campione olimpico a squadre a Los Angeles nel 1984, cinque ori mondiali (a squadre), due volte campione europeo individuale. Ma per adesso in famiglia c’è solo lui sotto i riflettori.

Quando arriva in Canada, quel ragazzino ha l’aria da spaccone. “Sono qui per vincere” dichiara. L’Italia non vince un oro nel fioretto individuale alle Olimpiadi da quarant’anni, dal gigante romano Gaudini a Berlino 1936. Nel mezzo hanno vinto francesi (tanto), sovietici (una volta), polacchi (un paio di volte), perfino rumeni (Ion Drîmbă nel ’68). Italiani al massimo sul podio. Compreso il bronzo nel ’52 del livornese Manlio Di Rosa, fratello di quel Livio che a Mestre del giovane Del Zotto è maestro (nonché forgiatore della grande scuola veneziana degli anni ’80-’90).

E’ già una sorpresa vederlo convocato ai Giochi, nonostante diversi titoli giovanili alle spalle e un recente bronzo ai mondiali Giovani.

Di sicuro, Fabio in pedana si fa riconoscere per una scherma non consueta e per un carattere irruento. Per capirsi. Lui dichiara: “Sono un po’ matto e mi piace poco allenarmi. La scherma è divertimento”. Un tecnico francese, dopo averlo visto all’opera, lo definisce “matto geniale”.

Eppure, nonostante le dichiarazioni forti, il girone iniziale è più ombre che luci per lui. Due vittorie e tre sconfitte. Ma è una prestazione in crescendo. Passa il secondo e il terzo turno, ancora a gironi, ed entra nel tabellone delle dirette. Fa fuori lo statunitense Donofrio e di misura il tedesco Hein (10-9), decisamente più esperti di lui. Arrivare da unico italiano alla finale “a sei” è già un enorme successo. Ma lui non si accontenta. I suoi avversari sono tutti piuttosto giovani, una nuova generazione alla ribalta. Ma tra quei giovani, lui è il più giovane di tutti. Supera l’australiano Benko, i sovietici Romankov e Stankovic e il francese Pietruszka. La sconfitta con l’altro transalpino Talvard lo costringe però al barrage per l’oro. L’ultimo ostacolo è di nuovo il mancino sovietico (dell’estremo Oriente, ma bielorusso di scuola) Alexander Romankov, uno che concluderà la carriera diversi anni dopo con dieci titoli mondiali e allora ha già vinto una Coppa del Mondo nonostante abbia solo 23 anni. Lo spareggio è senza storia anche stavolta: 5-1 per Del Zotto. Era lì per vincere e ha vinto.

Non finisce qui per Fabio. Nella prova a squadre, è uno dei trascinatori degli azzurri fin dai primi turni. Insieme a lui ci sono Carlo Montano, Stefano Simoncelli, Giambattista Coletti e Attilio Calatroni. Nel girone eliminatorio l’Italia supera il Giappone e la Germania Ovest. Nei quarti batte facile gli Stati Uniti. In semifinale Dal Zotto è fondamentale contro la strafavorita Francia, superata per differenza stoccate. In finale però, le due vittorie di Dal Zotto stavolta non bastano contro la Germania Ovest, che si impone per 9-6 ma consegna comunque agli azzurri, che non andavano a medaglia da Roma 1960, un buon argento per una squadra non proprio stellare.

La carriera di Dal Zotto promette bene dopo quell’oro olimpico a diciannove anni, ma in realtà non decollerà mai e Montreal resterà l’unica grande stagione della sua vita. A Mosca non partecipa ai Giochi dopo un litigio con un maestro, l’anno dopo, nel 1981, viene espulso dai mondiali per indisciplina. Al suo palmares aggiungerà, dopo il Canada, “solotre argenti mondiali a squadre tra ’77 e ’81, un oro e un argento ai Mondiali Militari, un oro agli Europei, un argento e un bronzo alle Universiadi.

MARIA DEL PILAR ROLDAN, PRIMA DONNA MESSICANA A SALIRE SUL PODIO OLIMPICO

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Maria del Pilar Roldan – da es.historia.com

articolo di Gabriele Fredianelli

La prima donna non europea a salire sul podio olimpico della scherma ha i capelli folti e neri e un sorriso largo e dolce: è María del Pilar Roldán Tapia, argento messicano nel fioretto individuale alle Olimpiadi casalinghe di Città del Messico del 1968. Non solo. María diviene in quell’occasione anche la prima donna messicana ad arrivare a conquistare una medaglia ai Giochi.

Per il Messico – che nelle due edizioni precedenti aveva messo insieme la miseria di due bronzi – quella del ’68 è ovviamente l’Olimpiade più generosa della sua storia: nove medaglie totali, di cui tre d’oro (sulle 13 complessive fino al giorno d’oggi). Di quelle nove, quattro arrivano dal pugilato, da sempre la disciplina tradizionalmente più forte. Due dal nuoto. Due sole dalle donne, le prime messicane da copertina: María Teresa Ramirez negli 800 stile libero e, qualche giorno prima, appunto María del Pilar (inciso “rosa”: la velocista messicana Enriquete Basilio Sotelo in quei Giochi del ’68 viene scelta come ultima tedofora, è la prima volta nella storia che tocca a una donna).

Il rapporto tra Centro e Sudamerica e scherma è sempre stato complesso, in ambito olimpico. Due eccezioni d’oro, in oltre un secolo: il cubano Ramon Fonst ad inizio Novecento (quattro ori tra Parigi e Saint Louis, 1900 e 1904), il venezuelano Ruben Limardo a Londra 2012. Unici bagliori centro-sudamericani nel mondo della scherma che peraltro, ai Panamericani, ha sempre visto la maggioranza dei titoli andarsene via sull’asse tradizionale Cuba-Usa.

Per il resto la scherma del Sudamerica non ha mai retto il passo di quella europea, almeno nei risultati, nonostante molti maestri europei ed italiani in particolare abbiano spesso oltrepassato l’oceano (su tutti Nedo Nadi negli anni 20 a Buenos Aires). Questo per far capire quanto quella della Roldán fu una grandissima impresa.

María del Pilar Roldán resterà nella storia, è sicuro: ad oggi, quasi cinquant’anni dopo, soltanto altre quattro donne extraeuropee sono salite sul podio nel fioretto individuale. La cinese (poi naturalizzata canadese) Luan, oro a Los Angeles, la connazionale Wang a Barcellona (sconfitta in finale dalla nostra Trillini), la coreana Nam a Pechino (battuta in finale dalla Vezzali), ultima la tunisina Boubakri a Rio (fuori in semifinale contro la Di Francisca).

Nata nella capitale nel 1939, per María lo sport era nel sangue di famiglia. Il padre Ángel Roldán, detto El Güero, ovvero il Biondo, era un buon tennista, che aveva preso parte dalla Coppa Davis nel 1934. La madre María Tapia con la racchetta in mano aveva vinto tre medaglie ai Giochi Centramericani del ’35, oro nel singolo e nel misto e argento nel doppio.

E María inizia proprio come tennista a sei anni. Ma poco dopo la vocazione cambia. A tredici anni legge “i Tre Moschettieri” e ne rimane incantata: lascia la racchetta e impugna il fioretto, contagiando anche il padre che si reinventerà schermidore nella seconda parte di carriera. Uno dei primi maestri di María sarà l’italiano Eduardo Alaimo, già nazionale azzurro ai primi del Novecento e due volte campione italiano assoluto nel fioretto (1910 e 1911).

Ad appena quindici anni María è già campionessa nazionale. Il 1955 è una data particolare: Giochi Panamericani a Città del Messico. Madre, padre e giovanissima figlia partecipano tutti e tre come atleti: la prima come tennista, gli altri due come schermidori, María chiuderà col quarto posto finale.

Per María il primo alloro importante sarà a Chicago nel 1959, oro ai Panamericani, davanti alla ben più esperta statunitense Mitchell che ha già oltre quarant’anni e tirerà con successo fino ai cinquanta. Ai Panamericani arriverà il bis a Winnipeg nel ’67, stavolta davanti alla statunitense King. L’ultimo bronzo sarà addirittura del 1987, a 48 anni, a squadre dietro Stati Uniti e Cuba. Nel mezzo, a Melbourne è la seconda schermitrice messicana ad arrivare alle Olimpiadi, 24 anni dopo Eugenia Escudero a Los Angeles 32. Arriva a un passo dalla poule finale. Nel 1959 vince due medaglie ai Giochi Centroamericani, bronzo individuale e argento nella squadra con la sorella Lourdes. Ai Giochi di Roma nel 1960 è la seconda donna messicana a fare da portabandiera dopo la Escudero e centra un buon settimo posto.

Nel 1964 la grande delusione, per la scelta del presidente del Comitato Olimpico messicano, Jesús Clark Flores, di non portare a Tokio nessun schermidore.

Nel 1968 ecco invece l’apice della carriera, proprio davanti alla sua gente nella sala d’arme Fernando Montes de Oca di Città del Messico. Alla fine è argento dietro la giovane sovietica Novikova-Belova (che avrebbe fatto doppietta con la prova a squadre) e davanti all’ungherese Ildikó Rejtő-Ujlaki-Sági, già doppio oro nel fioretto a Tokio 1964. A quello si aggiunge un settimo posto di squadra, ancora insieme alla sorellina Lourdes di quattro anni più giovane e a Rosa Del Moral.

MONDIALI 1991, LA SVOLTA D’ORO DI GIOVANNA TRILLINI

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Giovanna Trillini e le fiorettiste d’oro ai Mondiali del 1991 – da gazzetta.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Tutto partì da lì, o quasi. Da Budapest 1991. Lei – allora poco più che ventenne, nella capitale magiara – sarebbe poi diventata una delle regine della scherma di tutti i tempi.

Giovanna Trillini da Jesi, classe 1970, è già più di una promessa in quel mese di giugno, e al collo ha già qualche medaglia che poche altre sono capaci di mettere insieme in una carriera intera. L’argento mondiale individuale dell’anno prima a Lione nel fioretto, abbinato all’oro a squadre, per esempio. E, a squadre, c’erano già stati un bronzo a Sofia nel 1986 e un argento ad Atene nel 1989. A fine carriera saranno complessivamente 19 le medaglie mondiali, di cui 9 d’oro. E questo solo limitandoci al mondo dei grandi. Tra i giovani, Giovanna ha già vinto il campionato del mondo ad Atene nel 1989 e tre volte di fila il campionato italiano, oltre a un oro a squadre alle Universiadi con le compagne Bianchedi, Bortolozzi, Zalaffi e Traversa (il mese dopo Budapest, sarà doppietta per Giovanna a Sheffiled, nell’individuale e con la stessa squadra di due anni prima, uno dei primi dream team in rosa).

Poi, l’estate dopo, verranno Barcellona 1992, le copertine dei giornali, i primi due ori olimpici di una carriera straordinaria per un’atleta capace di mettere insieme, quasi alla pari, tecnica, atletismo e forza di volontà.

Quel 1991 è proprio il crocevia della sua carriera. Nulla sarà più come prima.

La talentuosa allieva di Ezio Triccoli a 15 anni è stata la più giovane campionessa italiana negli assoluti. Quello in terra magiara è il primo trionfo vero, tra le grandi di tutto il mondo. Nel 1990 a Lione Giovanna era finita alle spalle della tedesca Anja Fichtel, che due anni prima a Seul si era portata via i due ori nel fioretto femminile sotto le insegne della Germania Ovest, in un’edizione dei Giochi letteralmente dominata dalle teutoniche: prima la Fichtel, seconda la Bau, terza la Funkenhauser, ovviamente campionesse anche a squadre, davanti all’Italia in cui per motivi di età non c’era ancora la diciassettenne Giovanna (Vaccaroni, Zalaffi, Bortolozzi, Traversa, Gandolfi).

A Budapest però non è una passeggiata per la giovane Trillini. Anzi. Nel girone di qualificazione perde due assalti che gli complicano il passaggio nel tabellone dell’eliminazione diretta. L’abbinamento nel tabellone principale è inevitabilmente pessimo. Gli tocca subito la Fichtel nei trentaduesimi di finale. Ai tempi, il regolamento prevede che si vada al meglio dei tre set da cinque stoccate. La tedesca si impone 5-0 nel primo. L’eliminazione è a un passo. Ma Giovanna ha nella determinazione e nel carattere una delle sue armi in più. Vince il secondo set per 6-5 e poi rifila alla campionessa olimpica in carica un 5-0 in quello decisivo. Ma non è finita. Giovanna esce nel turno successivo contro la sovietica Olga Velichko, già campionessa mondiale due anni prima a Denver, e deve passare attraverso i ripescaggi per proseguire ancora. A quel punto però non manca più un colpo. 5-2, 5-3 alla nizzarda Anne Meygret nei quarti di finale, vittoria in rimonta sulla tedesca Sabine Bau in semifinale (2-5, 5-3, 5-3). La finale contro la rumena Claudia Grigorescu è senza storia, 5-2, 5-0. Le altre italiane arrivano ampiamente sotto il podio: Vaccaroni quinta, Bortolozzi diciassettesima, Zalaffi venticinquesima.

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Giovanna Trillini – da affaritaliani.it

È il primo oro individuale mondiale per la Trillini – grazie al quale arriva anche la Coppa del Mondo – di una lunga serie: ne arriveranno altri due nel ’95 e nel ’97, mentre l’ultimo bronzo sarà addirittura del 2007, a 17 anni di distanza dal primo argento di Lione. Giovanni a Budapest si mette sulla scia delle altre storiche fiorettiste azzurre: Irene Camber, Antonella Ragno, Dorina Vaccaroni.

A quel trionfo individuale, sempre a Budapest, si aggiunge anche l’oro a squadre insieme a Dorina Vaccaroni, Diana Bianchedi, Francesca Bortolozzi e Margherita Zalaffi, fioritura splendida di un’arma come il fioretto femminile che non smetterà più di produrre frutti pregiati fino al giorno d’oggi.

La vittoria a squadre arriva davanti all’Urss e alla Germania (ormai unificata), che arriverà dietro le azzurre anche l’anno dopo ai Giochi di Barcellona, quella che sancirà la salita di Giovanna all’Olimpo delle schermitrici di ogni tempo: portabandiera azzurra ad Atlanta ’96, quinta assoluta nella graduatoria dei tiratori plurimedagliati alle Olimpiadi, dopo gli altri italiani Mangiarotti, Vezzali, Gaudini e l’ungherese Gerevich.

ROLF EDLING, IL COLOSSO MANCINO CHE VIENE DAL FREDDO

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Rolf Edling – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Rolf Erik Sören Edling è il colosso mancino che viene dal freddo. Quasi due metri d’altezza, quasi un quintale di peso, è svedese anche se nato in India, a Bombay, dove il padre lavora per una compagnia elettrica. Classe 1943, comincia a tirare di scherma a Sigtuna, periferia di Stoccolma e finirà la carriera con un oro alle Olimpiadi nel ’76, cinque titoli mondiali tra individuale e a squadre, un argento e quattro bronzi sempre nella rassegna iridata.

Per lui una maturazione lenta ma inarrestabile, come si conviene a uno spadista di buon talento, in un’arma che in Svezia ha comunque buona tradizione anche, se prima di lui, è ferma al bronzo olimpico di Nils Hellsten a Parigi 1924 e ai due argenti a squadre di Berlino ’36 e Helsinki ’52 (sempre dietro l’Italia, curiosamente).

Il primo risultato importante fuori dai confini per Edling, dall’immancabile pizzetto, è quello del 1969 a L’Avana, ai Mondiali. Lui è già 26enne: la medaglia è il bronzo nella spada a squadre dietro Urss e Ungheria. Stesso risultato a Vienna nel 1971, quando ci aggiunge anche il bronzo individuale, dietro al russo Kryss, già campione olimpico a Tokyo, e dietro al torinese Granieri.

Il primo oro sarà davanti al pubblico di casa a Goteborg, nel 1973, quando ha già trent’anni ed è completo dominio svedese: primo lui, secondo Hans Jacobson, terzo il nostro Pezza. A Grenoble è forse il suo punto più alto: 1974, doppietta iridata a squadre (sulla Germania Ovest) e individuale (sul francese Brodin). Nel 1975 continua la serie aurea ai Mondiali: titolo a squadre, ancora davanti alla Germania Occidentale. E poi ecco l’appuntamento con il destino, in Canada: Montréal 1976, di nuovo davanti alla Germania guidata dal fresco e giovane campione olimpico Alexander Pusch in rampa di lancio. E proprio qualche giorno prima, nella equilibratissima poule finale della prova individuale, Edling aveva battuto proprio Pusch, pur dovendosi alla fine accontentare del sesto posto conclusivo. Stavolta invece è medaglia d’oro olimpica, la prima nella storia della scherma svedese. Insieme a lui Carl von Essen, Hans Jacobson e i più giovani Leif Högström e Göran Flodström. 8-5 il finale sui tedeschi. Da allora a oggi, la Svezia tornerà soltanto una volta sul gradino più alto del podio ai Giochi: sempre nella spada, nel 1980 a Mosca, con Johan Georg Harmenberg.

Gli ultimi squilli di Edling saranno quelli del 1977-78. Un oro a squadre e un argento individuale (dietro il connazionale Harmenberg ) ai Mondiali di Buenos Aires e il bronzo a squadre ad Amburgo.

Tra i riconoscimenti fuori dalla pedana, Edling viene premiato nel 1973 con la medaglia d’oro del “Svenska Dagbladet”, il premio che il quotidiano svedese assegna dal 1925 al migliore sportivo dell’anno: è il secondo (e ultimo schermidore fino ad oggi), 38 anni dopo Hans Drakenberg, argento a squadre a Berlino e campione del mondo nel ’35. Si tratta di un premio prestigioso che nel suo palmarès è ovviamente dominato da tennis, sci e atletica leggera e che l’anno dopo, nel 74, vedrà la vittoria di Björn Borg, appena diventato il più giovane vincitore del Roland Garros, e nel 75 di un’altra leggenda come lo sciatore Jan Ingemar Stenmark (entrambi, Borg e Stenmark, faranno doppietta insieme nel ’78).

LAURA FLESSEL, LA PRINCIPESSA MANCINA CHE ARRIVO’ DALLE ANTILLE

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Laura Flessel – da culturebene.com

articolo di Gabriele Fredianelli

La principessa mancina della spada, oggi fresca ministra dello sport della Repubblica Francese, è nata nel 1971 in Guadalupa, a Pointe-à-Pitre, pieno arcipelago delle Antille, città d’atleti, come i (quasi) coetanei e concittadini Lilian Thuram, bandiera della nazionale francese di calcio, e la ostacolista Patricia Girard.

Laura Flessel, cinque medaglie olimpiche e 13 mondiali, è stata la prima dominatrice di un’arma che, al femminile, ha conquistato la dignità mondiale soltanto nel 1989 e quella olimpica nel 1996, ad Atlanta. Dopo le azzurre Valentina Vezzali, Giovanna Trillini e la russa Novikova, è ancora oggi la schermitrice più medagliata alle Olimpiadi, probabilmente la miglior spadista di sempre.

Tra le grandi promesse della scherma caraibica, campionessa panamericana di fioretto e spada fin da ragazza, a diciotto anni Laura attraversa l’Atlantico e arriva a Parigi, per tirare sotto le insegne del Racing Club de France. Nel 1995 ottiene i primi successi “pesanti”: un bronzo individuale e un argento a squadre ai campionati del mondo dell’Aja, sotto la bandiera francese.

Nel 1996 per la prima volta la prova di spada delle Olimpiadi viene aperta alle donne. Ad Atlanta Laura è ovviamente tra le favorite, insieme alla connazionale e compagna di squadra Valérie Barlois. Nella prova a squadre, insieme anche alla più anziana Sophie Moressée-Pichot, arriva l’oro, davanti all’Italia di Chiesa, Uga e Zalaffi.

Nell’individuale, Laura supera in semifinale la vicecampionessa dal mondo, l’ungherese Szalay, e in finale trova proprio la Barlois, vincendo per 15-12 un assalto sempre dominato dalla mancina antillana. Atleticamente fortissima, abituata ad impugnare sempre la spada mancina con l’impugnatura “alla francese”, micidiale nei colpi al piede e negli allunghi, combattente nata eppure dotata di nervi saldissimi, è lei – figlia di una regione d’oltremare e con le lunghissime treccine afro – a far risuonare la Marsigliese e ad aggiudicarsi il primo oro della storia olimpica nella spada femminile.

Ma le sue “prime volte” non sono finite. Nel 1998, in Svizzera, a La Chaux-de-Fonds, diviene la prima schermitrice francese a vincere, oltre all’oro olimpico, anche il titolo mondiale: lo ottiene battendo in finale la tedesca Holzkamp, bissandolo poi con la competizione a squadre.

Confermata campionessa del mondo anche l’anno dopo a Seul, a Sidney 2000 vorrebbe ovviamente conservare pure il titolo olimpico. Si dovrà invece accontentare del bronzo, sconfitta in semifinale dall’ungherese Timea Nagy, poi medaglia d’oro. Neppure la competizione a squadre, vinta dalla Russia, va bene per lei e per le transalpine: alla fine è solo quinto posto.

Diventa madre della piccola Leilou l’anno successivo, ma torna subito sulle pedane con la stessa determinazione di sempre. Ai mondiali di Nimes, nel 2001, è argento, battuta solo in finale dalla tedesca Bokel, per poi passare anche attraverso la piccola burrasca del 2002 quando viene sospesa per tre mesi per l’uso di una sostanza proibita.

Ad Atene 2004 pare possa essere l’ultimo vero appuntamento coi Giochi: è bronzo a squadre, mentre nell’individuale a batterla in finale è ancora una volta l’ungherese Timea Nagy, che bissa il titolo di quattro anni prima e si conferma come la sua più grande rivale.

Le Olimpiadi saranno invece altre due e lei continua a tirare comunque fino ad oltre quarant’anni, raccogliendo ancora diverse medaglie: altri tre ori e un argento a squadre ai mondiali e due bronzi individuali nella stessa competizione. Nel 2007 a Gand è campionessa d’Europa battendo in finale la svedese Samuelsson: aggiungerà poi altri cinque bronzi tra squadre e individuale. Poi ci sono tre Coppe del Mondo e un argento ai Giochi del Mediterraneo 2005.

Alle Olimpiadi del 2008, a Pechino, va fuori prima del podio proprio contro una delle padrone di casa, la cinese Li, mentre la prova a squadre non è prevista. L’ultima Olimpiade è invece quella del 2012 a Londra: portabandiera francese alla sfilata inaugurale (prima schermitrice a farlo, ovviamente: terza donna dopo la nuotatrice Caron e la sprinter Pérec, altra sua conterranea della Guadalupa), esce però agli ottavi di finale battuta dalla romena Gherman, nella gara vinta poi dall’ucraina Shemyakina.

Sposata con il giornalista Denis Colovic, dopo il ritiro dalla pedana Laura si concentra sulla comunicazione, sulle campagne di sensibilizzazione sociale e sulla vita politica. Qualche giorno fa è diventata ministra dello Sport per il governo francese, sotto la presidenza di Emmanuel Macron, da lei sostenuto in campagna elettorale.

ELLEN PREIS, LA CAMPIONESSA ETERNA DA CHARLOTTENBURG AL TETTO DEL MONDO

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Ellen Preis – da wien.gv.at

articolo di Gabriele Fredianelli

In una delle sue foto più famose, lei è quella di sinistra, sul gradino più basso del podio. Tutte e tre le giovani donne guardano verso l’esterno dell’inquadratura, sul lato mancino del lettore. In mezzo c’è l’ungherese Ilona Elek, con un grande serto di quercia in braccio e la medaglia d’oro al collo. A destra c’è la controversa Helen Mayer, in completo bianco: ebrea tedesca, residente da anni negli Stati Uniti, col braccio destro teso nel saluto nazista. A sinistra c’è invece lei, Ellen Preis, tedesca di nascita, austriaca di nazionalità, la gonna bianca, l’immancabile caschetto di capelli neri, l’aquila degli Asburgo cucita sulla giacca scura.

Berlino, 1936, le Olimpiadi di Hitler, di Speer e di Jesse Owens, dell’occhio profondo di Leni Riefenstahl. Quelle tre donne sul podio sono le dominatrici dell’unica arma allora consentita alle donne (e soltanto dal 1924, a Parigi): il fioretto individuale. Ad Amsterdam nel ’28 ha vinto la Mayer, a Los Angeles nel ’32 la Preis. Adesso tocca alla Elek. E le gerarchie parleranno chiaro anche dopo la guerra, un decennio e più oltre. Nel ’48 a Londra sarà ancora prima la Elek, terza la Preis, nel ’52 seconda la Elek dietro l’azzurra Camber, mentre la Mayer morirà poco più che quarantenne nel ’53.

Paradossale un fatto, a pensarci bene, in quell’immagine di Berlino’36. Ellen Muller-Preis, che gareggia sotto le insegne austriache, è in realtà l’unica berlinese in piedi su quel podio. La Mayer, che tra l’altro da tempo vive negli Stati Uniti, è nata in Assia, a Offenbach am Main, 500 chilometri più a ovest.

Ellen, figlia di un austriaco originario della Stiria e di una donna renana, è invece nata nel 1912 a Charlottenburg, quartiere della capitale tedesca ricco di arte e cultura. Alla scherma si è avvicinata tardi, soltanto nel 1930 – ormai diciottenne e dopo aver esordito nell’atletica – al momento del trasferimento a Vienna dalla zia Wilhelmine Werdink, maestra d’armi. Eppure sei mesi dopo è già campionessa austriaca, un anno dopo terza ai campionati europei di Vienna e nel 1932 campionessa olimpica negli Stati Uniti: sotto le insegne austriache perché, nonostante la doppia nazionalità, la Germania le ha rifiutato la domanda di partecipazione. Vincendo a Los Angeles raccoglierà quella che, a tutt’oggi, rimane l’unica medaglia d’oro austriaca nella scherma. In una competizione ancora molto ristretta (17 partecipanti da undici nazioni, tra cui non c’è l’Italia), allo spareggio ha la meglio sulla dublinese Judy Guinness, e finisce anche davanti all’ungherese Erna Bogen-Bogáti, moglie dell'”Attila della sciabola” Aladár Gerevich. La Mayer, che combatte sotto le insegne tedesche, arriva soltanto quinta, perdendo 5-4 proprio dalla Preis.

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Il podio di Berlino 1936 – da nyugat.hu

Nel 1936, a Berlino, la partecipazione è più numerosa: 41 atlete (perfino brasiliane e canadesi, ma nessuna italiana ancora). Tre le austriache: oltre alla Preiss ci sono la Grasser e la Filz. Tra le tedesche, la Mayer, la Oelkers e la Hass. Al termine di due giornate intense, la Preis stavolta finisce al terzo posto, pagando le sconfitte con la Elek, poi campionessa, e con la Hass, poi quarta. La Mayer sarà seconda, ma di nuovo viene sconfitta dalla quasi connazionale Preis.

La Preis, che intanto tra individuale e a squadre mette insieme tre argenti e due bronzi ai campionati europei (che allora equivalgono ai mondiali, introdotti solo dal ’37, quando a Parigi lei vince un nuovo bronzo), trova poi la guerra a fermarla sul più bello, come capita a tutta la sua generazione. Ma nel 1948, a Londra, a 36 anni, sarà di nuovo in pedana, con colleghe vecchie e nuove. E sarà la vecchia generazione a tenere duro: prima la Elek, 41 anni; seconda la danese Lachmann, 32, terza la Preis, mentre le tre italiane finalmente iscritte (Valleda Cesari, Irene Camber e Elena Libera) arrivano ben oltre il podio. Ma Ellen continuerà a lungo a tirare e a vincere: tre volte campionessa del mondo individuale in quattro anni (Lisbona ’47, Cairo ’49, Montecarlo ’50), conquisterà l’ultimo bronzo mondiale a squadre nel 1957, a 45 anni. Un anno, prima a Melbourne, a 24 anni dalla prima partecipazione, gareggia nella sua ultima Olimpiade (nel ’52 si era fermata in semifinale) e chiude con un comunque straordinario settimo posto. Non parliamo poi dei confini nazionali, dentro i quali è per ben 19 volte campionessa d’Austria. Dopo l’addio alla scherma, insegna all’Accademia di musica e delle arti dello spettacolo di Vienna ed è maestra d’armi nella stessa scuola. È morta a Vienna nel novembre del 2007.

MONTREAL 1976, L’INCREDIBILE MANO DI POKER DEI CUGINI MONTANO

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Mario Aldo Montano – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Quattro cugini sul podio di un’Olimpiade, nello stesso sport, non si erano mai visti e chissà se mai si rivedranno. Livornesi, nati in una manciata di anni, dal 1948 al 1953, due perfino nello stesso giorno, quasi fossero gemelli, il 1° maggio del ’48. Ma quella dei Montano – sei componenti sul podio olimpico lungo tre generazioni – non è una famiglia come le altre, non lo è mai stata. A cominciare da un albero genealogico da perderci la testa, fin dai nomi (tanti Aldo, tanti Mario, spesso doppi nell’abbinamento).

Prima venne Aldo, il patriarca, classe 1910. Sciabolatore, allievo di Nedo Nadi al mitico Circolo Fides Livorno, argento a Berlino nel 1936 e a Londra nel 1948, prima e dopo la guerra. Cinque ori mondiali, campione del mondo individuale, ancora prima e dopo la forzata pausa bellica, a un decennio di distanza.

Poi venne la seconda generazione. Mario Aldo, detto Mauzzino, il figlio di Aldo, sciabolatore anche lui, allievo di Athos Perone, a medaglia in tre Olimpiadi di fila: oro a Monaco 1972, argento a Montréal  1976 e Mosca 1980, sempre a squadre, nonché due volte campione del mondo individuale.

Quindi Mario Tullio, detto Mariolone, il cugino di Aldo Mario. Sciabolatore pure lui, e di lui compagno di squadra a Monaco 1972 e Montréal 1976. Nato perfino lo stesso giorno, quel 1° maggio del 1948.

Poi Tommaso, il più giovane, classe 1953, fratello di Mario Tullio, anche lui sciabolatore, anche lui nella squadra di Montréal 1976.

Infine Carlo, fratello di Tommaso e Mario Tullio, classe 1952, l’unico fiorettista di famiglia, pure lui a medaglia nel 1976, nella squadra di fioretto.

A Monaco 1972 era già successo qualcosa di simile. I due Montano più anziani della nidiata di cugini erano andati insieme a medaglia d’oro: in compagnia dell’altro livornese Rolando Rigoli, al romano Michele Maffei e al torinese-fiorentino Cesare Salvadori. Perfino davanti a due potenze come l’Unione Sovietica di Sidyak e Nazlymov (rispettivamente oro e bronzo nell’individuale) e l’Unghieria di Marot (argento).

Ma a Montréal, nel 1976, ecco che succede qualcosa di incredibile. Quattro argenti per quattro Montano. Carlo è argento nel fioretto a squadre, dietro la Germania Ovest, accanto a Fabio Dal Zotto già vincitore dell’oro individuale (unico oro italiano nella scherma in quei Giochi).

La sciabola è dominata dai russi: tutti e tre i gradini del podio nell’individuale (Krovopuskov, Nazlymov, Sidyak) e oro a squadre. È il loro momento di massimo fulgore: quattro ori a squadre in cinque edizioni dei giochi tra 1964 a 1980 (tranne l’argento di Monaco) e tre individuali di fila tra 1972 e 1980, con due argenti e due bronzi a completare la sfilza. Dietro gli inarrivabili i sovietici, però, c’è l’Italia dei tre Montano più Maffei e Angelo Arcidiacono. Gli azzurri battono la Francia nei quarti e l’Ungheria in semifinale, per cedere poi 9-4 a Krovopuskov e compagni. Una maledizione, o quasi, quella contro gli atleti dell’Urss: con Montano e Maffei arrivati al quinto e sesto posto nell’individuale, appunto dietro i tre russi e il rumeno Pop.

Poi verrà la terza e – almeno per ora – ultima generazione dei Montano. Quella di Aldo jr, figlio di Mauzzino. Campione olimpico nella sciabola nel 2004 ad Atene, 84 anni dopo Nedo Nadi, il maestro del nonno a lui omonimo, tanto per chiudere uno dei tanti cerchi di famiglia. Poi altre tre medaglie ai Giochi (un argento e due bronzi a squadre) e un titolo mondiale a Catania nel 2011. Ma, nel gioco dei destini, uno dei suoi maestri più importanti a Livorno è stato Viktor Sidyak, quattro volte campione olimpico e sette volte mondiale e uno dei più fieri avversari in pedana di suo nonno e dei suoi zii, Montréal compresa.