GURAM KOSTAVA, LO SPADISTA SOVIETICO ABBONATO AL BRONZO OLIMPICO

roma 1960
Una fase della gare di scherma a Roma 1960 – da roma1960.it

articolo di Nicola Pucci

Se alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 l’Unione Sovietica appare per la prima volta nell’arengo a cinque cerchi, deve attendere altri quattro anni per cogliere infine a Melbourne 1956 una medaglia nella scherma, quando Lev Kuznecov sale sul terzo gradino del podio nella gara individuale di sciabola, sconfitto solo dall’ungherese Rudolf Karpati e dal polacco Jerzy Pawlowski, bissando poi il risultato anche nella prova a squadre, alle spalle delle stesse Ungheria e Polonia. E se a Roma, nel 1960, il fioretto regala tre ori a Viktor Zdanovic e alle due formazioni maschile e femminile, oltre ai due argenti di Yury Sisikin e Valentina Rastvorova, ecco che anche nella disciplina della spada la bandiera falce-e-martello sventola per la prima volta sul podio, con Bruno Habarovs terzo nella gara individuale e la formazione sovietica, composta anche da Arnold Cernusevic, Valentin Cernikov e Aleksandr Pavlovsky, a fare altrettanto cogliendo il bronzo.

Accanto a quel quartetto di spadisti di livello, esordisce ai Giochi di Roma Guram Kostava, il protagonista della nostra storia odierna, che se viene eliminato in semifinale nella gara individuale terminando al quinto posto in un girone che promuove alla fase finale i primi quattro atleti, ovvero l’ungherese Sakovics, il francese Dreyfus e gli italiani Giuseppe Delfino (che sarà poi medaglia d’oro) e Giovanni Battista Breda, che lo batte al barrage di qualificazione, si riscatta appunto nella gara a squadre quando, con i compagni, dopo aver eliminato Svizzera (9-1) e Libano (8-8) nel girone a tre di primo turno ed aver sconfitto nel tabellone ad eliminazione diretta prima il Giappone (9-0), poi la Germania (9-2), si arrende all’Italia, trascinata da Giuseppe Delfino e Alberto Pellegrino, in semifinale (9-6), riuscendo poi nella finale di consolazione per il bronzo ad avere la meglio dell’Ungheria (9-5), fornendo un contributo fondamentale con quattro successi parziali.

Kostava è georgiano di Tbilisi, dove vide la luce il 18 giugno 1937, ed è già abile spadaccino fin da ragazzo tanto da guadagnarsi un posto in Nazionale, prendendo parte una prima volta ai Mondiali di Budapest del 1959 dove è secondo nella prova a squadre alle spalle dei padroni di casa. E se il terzo posto alle Olimpiadi, dunque, non è un risultato davvero sorprendente, Guram fa meglio ancora all’edizione iridata di Torino del 1961 quando, stavolta, l’Unione Sovietica è più forte di Francia e Svezia che occupano i due gradini più bassi del podio, conquistando quell’oro a cui verrà dato un seguito nel 1967, a Montreal.

Kostava mostra, dunque, di eccellere quando si trova a condividere con i compagni la responsabilità del risultato finale, ma se il titolo nazionale nello stesso 1961 ne certifica la bravura in un panorama interno decisamente elevato, ecco che il georgiano ambisce pure a mostrarsi competitivo quando chiamato a salire da solo in pedana, ed è quel che succede nel triennio 1963/1965 quando Guram colleziona un tris di medaglie di bronzo che lo eleggono spadista tra i più forti della storia del suo paese.

Si comincia con i Mondiali di Danzica, in Polonia, del 1963, dove ad imporsi, a sorpresa, è il 18enne l’austriaco Roland Losert, all’unica grande recita della sua carriera, che supera proprio Kostava, terzo dietro anche al francese Yves Dreyfus, risultato che il georgiano bissa due anni dopo alla rassegna iridata di Parigi dove, stavolta, a precederlo sono l’ungherese Zoltan Nemere e il britannico William Hoskyns, già iridato nel 1958 a Filadelfia nel giorno dell’ultima grande esibizione di Edoardo Mangiarotti. Me sono le Olimpiadi il palcoscenico più ambito di ogni schermidore, ed è a Tokyo 1964 che Guram suggella il miglior periodo della sua carriera da spadista individuale.

Al Waseda Memorial Hall della capitale nipponica, il 18 e 19 ottobre, Kostava, che ha già al collo un bronzo olimpico conquistato, appunto, nella gara a squadre quattro anni prima, che non riuscirà a confermare nei due giorni successivi arrendendosi all’Ungheria ai quarti di finale, è competitivo ed in forma come ha modo di dimostrare nella prima fase a giorni, cogliendo cinque vittorie che, a fronte di due sconfitte con l’inglese Peter Jacobs ed il polacco Henryk Nielaba, gli permettono di accedere alla seconda fase. Giuseppe Delfino difende il titolo di Roma 1960 ed è ovviamente uno dei rivali più accreditati, anche per perpetrare il dominio dell’Italia nella spada che dura, ininterrotto, addirittura dal 1932, al pari dello stesso Losert, appunto campione del mondo in carica, dell’inglese Allan Jay e dell’altro sovietico Habarovs, che ai Giochi capitolini furono rispettivamente secondo e terzo, nel mentre puntano alla medaglia anche Dreyfus, l’azzurro Alberto Pellegrino e il terzo sovietico del lotto, l’ucraino Hryhorij Kriss, giovanotto 24enne di belle speranze, soldato di professione.

I gironi di secondo turno sono fatali a Dreyfus, Jay e Habarovs, e se lo stesso Kriss, come Gianluigi Saccaro e il francese Jacques Guittet, già campione del mondo nel 1961, avanzano a loro volta la propria candidatura al titolo, Kostava, a dispetto delle sconfitte con Losert e Claude Bourquard, assomma tre vittorie che lo qualificano al terzo turno, dove, con la formula ad eliminazione diretta, le cose iniziano a farsi maledettamente serie.

E qui il georgiano non trema, anzi, dopo aver facilmente disposto dello svizzero Steininger (10-5), si prende la rivincita con Losert, battuto dopo una sfida esaltante (10-9), per poi superare senza patemi lo svedese Lindwall (10-3), ottenendo il successo che gli garantisce l’accesso alla fase finale a quattro che assegna le medaglie.

Nel frattempo Delfino ha dovuto cedere lo scettro, battuto dall’ungherese Nemere, a sua volta sconfitto da Kriss che assieme ad Hoskyns e al coriaceo Saccaro va a comporre il quartetto di campioni che si giocano il titolo olimpico. Ed è qui che Kostava, dopo aver battuto nettamente il connazionale Kriss (5-2), vede infrangersi il suo sogno a cinque cerchi perdendo gli assalti con Hoskyns (3-5) e Saccaro (4-5), relegato così alla sfida che vale il terzo posto. Nel mentre Kriss tiene alta la bandiera falce-e-martello battendo l’inglese ed assicurandosi, seppur giovanissimo, la medaglia d’oro, Kostava si riscatta e, prese le misure allo spadista milanese, non si lascia sfuggire l’occasione e con un 5-0 che non ammette repliche batte Saccaro nell’assalto di spareggio che vale il gradino più basso del podio. Confermando, caso mai ce ne fosse bisogno, che l’abbonamento al bronzo è pur sempre un risultato da non buttar via.

ANTONIO CONTE, LO SCIABOLATORE MAESTRO CHE APRI’ L’ERA OLIMPICA DELLA SCHERMA ITALIANA

antonio-conte-scherma10
Una rara foto d’epoca di Antonio Conte – da affaritaliani.it

articolo di Massimo Bencivenga

Antonio Conte nacque a Minturno nel 1867 ed anche lui, all’interno di un carattere tutto sommato irrequieto, s’applicò ferocemente sulla tecnica, arrivando a innovare l’impugnatura della spada, ma fu nella sciabola per maestri che s’affermò a Parigi 1900.

Occorre qualche precisazione. A Parigi 1900 in discipline come la scherma erano previste due tipologie di gare: quella per schermidori dilettanti e quella per i maestri d’armi.

Grande schermidore, Antonio Conte con molta probabilità era anche un ottimo coach, visto e considerato che, poco prima della sua vittoria nella sciabola per maestri, che aprì la grande tradizione azzurra nella scherma alle Olimpiadi, si affermò, nella sciabola individuale, il francese Georges de la Falaise. Georges de la Falaise era allenato da Antonio Conte.

Nella finale, Antonio Conte, all’epoca poco meno che 33enne, si trovò di fronte un altro italiano: Italo Santelli, spezzino di trentaquattro anni, che da quattro anni viveva e lavorava in Ungheria, dando lezioni di scherma alla nobiltà mitteleuropea. Fondò e diresse una famosa scuola di scherma. Ma per quale nazione gareggiava Santelli? Il CIO assegna la medaglia di Italo Santelli all’Italia, paese di nascita dello schermidore, che all’epoca era sì in Ungheria, ma era cittadino di quel Paese. Parimenti, il Coni lo tratta da italiano, ma c’è un grande ma…

Alle Olimpiadi del 1924, sempre a Parigi, accade che Italo Santelli, allenatore della nazionale magiara, tradusse un battibecco tra schermidori italiani ed ungheresi alla giuria. Per effetto di questa traduzione, il CIO squalificò l’italiano Oreste Puliti. La cosa non fu ben vista e diede il via ad un paio di duelli d’onore, con il figlio di Santelli, Giorgio, che quasi accecò il vicedirettore de La Gazzetta dello Sport. La spiata non venne comunque accolta bene, anzi, si parlò di tradimento alla patria (eravamo nel regime, ricordate?) e, a mo’ di vendetta e col pretesto che trattavasi di una gara tra “pro“, il Coni cancellò l’argento di Santelli dai bilanci olimpici italiani. In tal modo, negò indirettamente anche l’oro di Antonio Conte. Poi le cose furono riappianate.

Anche perché, pro o dilettanti, i primi vincitori delle gare olimpiche, sia ad Atene sia a Parigi, non ricevevano quasi mai una medaglia a simbolizzare la loro vittoria o il loro piazzamento sul podio, ma ben più spesso venivano premiati con coppe e trofei di vario tipo. A volte anche vini e omaggi floreali.

Last but not least, a Parigi 1900 ci sarebbe un’altra vittoria azzurra. La vittoria del toscano Ernesto Mario Brusoni nella gara di ciclismo su pista a punti. Perché ci sarebbe? Perchè il CIO non riconosce come ufficiale questa vittoria, in quanto sport dimostrativo ante litteram. Da qui la querelle, visto che, diversamente dal CIO, il Coni riconosce e contabilizza la vittoria.

A proposito di sport dimostrativi, lancio un suggerimento agli scrittori di sport di questo sito, ricordando loro un argento italiano olimpico non contato a Seoul 1988: quello nel taekwondo. Ricordate?

ALAAELDIN ABOUELKASSEM, A LONDRA 2012 LA PRIMA MEDAGLIA AFRICANA DELLA SCHERMA

alaaeldin_abouelkassem_egitto_scherma_getty_1
La gioia di Alaaeldin Abouelkassem – da sport.sky.it

articolo di Gabriele Fredianelli

 Il 31 luglio 2012 è una data storica per lo sport africano. Quel giorno infatti, dopo 116 anni dal via ai Giochi, a Londra arriva la prima medaglia olimpica nella scherma per un paese del Continente Nero. A vincerla, nel fioretto maschile, è un giovane egiziano, il 22enne Alaaeldin El Sayed Abouelkassem, che si arrende solo per 15-13 in finale contro il cinese Lei Sheng, per un podio che lascia fuori tutta l’Europa (e non succedeva dal 1904): primo un cinese, secondo un egiziano, terzo il coreano Choi che con un 15-14 toglie al nostro Andrea Baldini anche la possibilità dell’ultima medaglia disponibile.

Nato a Sétif, in Algeria, patria della madre, Alaaeldin vive però e si allena ad Alessandria d’Egitto a quei tempi (oggi invece si è spostato in Francia). Gigante di quasi 1.90, mancino, studente di ingegneria informatica, Abouelkassem è reduce dalla doppietta d’oro (individuale e a squadre) ai Giochi Panarabi di Doha un anno prima ed già stato il primo africano campione del mondo Giovani nel 2010 e tre volte campione africano individuale (e quattro a squadre). Per lui però quella di Londra è davvero una grandissima impresa, a poche stoccate dall’oro.

Anche perché per strada lascia vittime illustri. Tra cui il nostro Andrea Cassarà, campione del mondo in carica, fatto fuori nei quarti di finale. Prima ancora aveva eliminato lo statunitense Miles Chamley-Watson (che sarà campione del mondo 2013) e il tedesco Peter Joppich (trentenne, già tre volte iridato individualmente). In semifinale toccherà poi al coreano Choi.

Alaaeldin colpirà l’immaginario anche per le preghiera ad Allah in pedana tra un assalto e l’altro e per la dedica della medaglia al padre da poco scomparso. In una finale infinita (durata oltre mezz’ora, anche per le cure ad un infortunio al braccio in avvio per l’egiziano), Alaaeldin resta in gara anche quando è sotto nel punteggio, portandosi addirittura poi avanti fino al 13-11 a due stoccate da un clamoroso oro. Prima di cedere nel finale e arrendersi per 15-13.

Per l’Africa comunque quello è un giorno storico, anche se proprio per l’Egitto non erano mancati giorni di gloria nella scherma tra gli anni ’40 e ’50 con diverse medaglie mondiali, tra sciabola, fioretto e spada, grazie a squadre sempre competitive. Oltre a un favoloso quarto posto ad Helsinki 1952 nel fioretto a squadre alle spalle dell’aristocrazia mondiale (Francia, Italia, Ungheria). Grazie anche all’apporto della scuola italiana e del lavoro del maestro livornese Livio Di Rosa (maestro anche del re Faruk).

Quattro anni dopo, a Rio de Janeiro 2016, Alaaeldin invece finirà fuori negli ottavi di finale, eliminato proprio dal futuro campione olimpico Daniele Garozzo per 15-13.

La seconda medaglia africana nella scherma arriverà però proprio a Rio. E sarà la prima al femminile: il bronzo della tunisina Inès Boubakri. Ma questa è un’altra storia.

THOMAS BACH, DALL’ORO OLIMPICO NEL FIORETTO AL TRONO DI NUMERO UNO DELLO SPORT MONDIALE

bach scherma
Thomas Bach impegnato con il fioretto – da dw.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Sono giorni difficili per il tedesco Thomas Bach, il presidente del CIO alle prese con la decisione del futuro, sempre più a rischio, dei Giochi Olimpici 2020. Di sicuro, è la gara più complicata della carriera dell’ex schermidore di Würzburg in carica dal 2013.

Tra i nove presidenti del massimo organismo sportivo mondiale in oltre 120 anni di storia, Bach è l’unico ad avere conquistato medaglie olimpiche sul campo (in questo caso in pedana). Tra i suoi predecessori, Avery Brundage e Jacques Rogge avevano partecipato a un paio di edizioni dei Giochi, il primo nel decathlon (e nel pentathlon e nel lancio del disco), il secondo nella vela, ma senza andare a podio. L’ex fiorettista vanta invece un oro a squadre a Montreal nel 1976.

Classe 1953, Bach si allena a Tauberbischofsheim e si fa notare per la prima volta ai Mondiali di Goteborg nel ’73, conquistando un argento a squadre dietro l’Unione Sovietica insieme ai compagni dell’Ovest Behr, Hein, Reichert e Jager: una formazione che resterà più o meno invariata anche nel quadriennio successivo.

In Canada, nell’unica sua partecipazione ai Giochi, viene il secondo acuto, il più importante della sua carriera. Un oro davanti all’Italia, in una squadra più o meno confermata rispetto a tre anni prima, con l’aggiunta di Sens-Gorius. E proprio Bach nella sfida finale contro gli azzurri, che pure avevano battuto i tedeschi dell’Ovest nel girone eliminatorio, conquista tre vittorie fondamentali (su quattro assalti personali), compresa quella di misura su Dal Zotto, fresco campione olimpico nella gara individuale.

L’anno seguente, per Bach, adesso anche campione tedesco di fioretto (titolo bissato nel ’78), stesso copione ai Mondiali di Buenos Aires: oro davanti agli azzurri. Nel ’79 a Melbourne sarà invece soltanto bronzo per la squadra tedesca, dietro l’Unione Sovietica e l’Italia. E quello sarà il suo ultimo risultato di spicco a livello internazionale.

Dopo l’addio all’agonismo, Bach – laurea in giurisprudenza e una serie di importanti incarichi in multinazionali, come Adidas e Siemensprosegue poi il suo viaggio nella politica sportiva cominciato già in gioventù come componente della commissione atleti della Federscherma tedesca, passando presto al CIO, con incarichi di sempre maggiore responsabilità.

Vicepresidente sotto Samaranch e Rogge, presidente del Comitato olimpico tedesco, nel settembre 2013 ancora a Buenos Aires diventa il numero uno dello sport mondiale. Non senza polemiche in alcune circostanze per presunti conflitti di interessi e per l’amicizia personale con Putin in occasione dell’affaire “doping di Stato” in Russia. Ed ora, la bomba Covid19… davvero una gran brutta gatta da pelare.

ALDO NADI, UNA VITA TRA PEDANE, VITTORIE E LUCI DEL BEL MONDO

tumblr_mxhsbrQAba1rcoy9ro1_500
Aldo Nadi in duello – da lacompagniadellaspada.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Non avesse finito, suo malgrado, per diventare semplicemente “il fratello minore di…“, Aldo Nadi sarebbe probabilmente annoverato tra i grandi protagonisti della storia dello sport italiano della prima metà del Novecento. Aldo Nadi fu uno capace di vincere a 21 anni tre ori e un argento in un’unica edizione dei Giochi, ad Anversa 1920, in tre armi diverse. Peccato per lui che il fratello Nedo, di cinque anni maggiore, ne vinse cinque d’oro in quella stessa Olimpiade e quindi il paragone lo condizionò per sempre.

Poche altre famiglie hanno saputo segnare così tanto la storia di uno sport, quanto i livornesi Nadi: il padre Beppe, pompiere e fondatore del mitico Circolo Fides (uno dei club più titolati al mondo: oltre 60 medaglie olimpiche, oltre 100 mondiali), e i due figli così diversi l’uno dall’altro.

La leggenda vuole che Beppe avesse detto un giorno: “Nedo vincerà tutto quello che si potrà vincere nella scherma. Quando si stancherà, Aldo lo sostituirà“.

Di sicuro Aldo ne avrebbe avuto tutte le caratteristiche, tranne una. La dedizione monastica che Nedo dimostrò sempre alla scherma e che ad Aldo invece difettò. Forse troppo bello, troppo elegante, troppo bravo. Almeno potenzialmente.

In quel 1920 straordinario fece parte di tutte e tre le formazioni italiane che vinsero le competizioni a squadre. Ci aggiunse appunto quell’argento nella sciabola alle spalle del fratello e davanti all’olandese De Jong.

Ma quando Nedo se ne andò in Argentina, subito dopo i Giochi, Aldo sarebbe potuto diventare il dominatore della scena europea. Ma si giocò tutto nella notte del 30 gennaio 1922 al Cirque de Paris. Davanti a quasi diecimila persone sfidò il campionissimo francese Lucien Gaudin per una borsa pazzesca. Perse la sfida (anche per via di una giuria… pilotata, in casa dell’avversario), perse lo status di dilettante (cosa che gli impedì di tornare ai Giochi per il resto della carriera) ma si mise in tasca tanti soldi. Che puntualmente dilapidò al casinò sulla strada di casa verso Livorno, tanto da non aver più nemmeno i soldi per il biglietto del treno.

Era così Aldo, al di là del bene e del male. Attratto dalla bella vita, dal sorriso delle donne, dalle luci del palcoscenico. Il contrario, o quasi, di Nedo.

E a un certo punto Aldo decise di puntare a Hollywood, in quegli anni affascinata dalle produzioni di cappa e spada e in cerca di scenografi per le scene di duello. Negli anni ’30 lascia l’Italia, arriva a New York e presto apre una sala di scherma all’interno dell’istituto di bellezza di Elizabeth Arden, la regina dei cosmetici, altro personaggio incredibile, sposata prima a un banchiere americano poi a un principe russo, abituata a girare in Ferrari fino in tarda età.

Aldo ha per allievi attori famosi e altri in cerca di gloria. Non si contano le donne bellissime, né i dollari guadagnati, spesi, dissipati. Ma senza mai dimenticare la scherma e la sua magia.

Con Nedo il rapporto fu sempre contraddittorio. Affetto, rivalità, gelosia, orgoglio familiare. Ma dopo la morte del fratello, lui ne divenne il depositario e difensore della memoria e della carriera (specie nei confronti di Edoardo Mangiarotti e dell’eterna impossibile domanda: chi fu il più grande di tutti i tempi?). Scrisse anche un trattato, cosa che Nedo non aveva avuto mai il tempo o la volontà di fare, rigorosamente in inglese: “On fencing“.

Senza figli, rimase negli Stati Uniti fino agli anni ’60. Morì, a Los Angeles, nel 1965, e le sue ceneri furono sparse nell’Oceano. Livorno era comunque lì, su una delle sponde.

 

A LOS ANGELES 1932 BRILLA D’ORO LA SPADA DI GIANCARLO CORNAGGIA-MEDICI

Olympics 1932 ME Giancarlo Cornaggia-Medici
Giancarlo Cornaggia-Medici – da junglekey.it

articolo di Nicola Pucci

Alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 la gara di spada individuale è decisamente la competizione di scherma più incerta dell’intera edizione a cinque cerchi. Ed incorona un italiano, Giancarlo Cornaggia-Medici, che ha tutto, ma proprio tutto, per far parlare di sé. Ma andiamo per ordine.

I francesi sono i grandi favoriti, potendo contare su Philippe Cattiau e Georges Buchard, che oltre ad avere un palmares olimpico già ben fornito, hanno vinto gli ultimi quattro titoli mondiali (Cattiau a Napoli nel 1930 battendo Franco Riccardi e a Liegi nel 1931 superando Alfredo Pezzana, Buchard a Vichy nel 1927 davanti al connazionale Fernand Jourdant e a Vienna nel 1931 contro l’altro transalpino Bernard Schmetz), conquistati in quelli che all’epoca si chiamavano Campionati Internazionali. L’Italia ha fatto sua la medaglia d’argento a squadre, terminando alle spalle, ovviamente, della Francia, e affida le sue chances a Saverio Ragno, Carlo Agostoni e a Giancarlo Cornaggia-Medici, che ha sangue blu nelle vene, vantando il titolo di marchese, quasi 28enne che in carriera finora ha primeggiato solo nelle competizioni a squadre, come appunto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 quando salì sul gradino più alto del podio insieme allo stesso Agostoni, Giulio Basletta, Marcello Bertinotti, Renzo Minoli e Franco Riccardi, e alla kermesse internazionale di Vienna dodici mesi prima dei Giochi californiani. Ma a Los Angeles ha pronto il colpo a sensazione anche per la prova individuale.

Il sistema di punteggio, per la gara di spada, è anomalo, assegnando in una gara che si vince alla terza stoccata due punti per la vittoria, uno per il pareggio e zero per la sconfitta. Il primo turno evidenzia il predominio degli azzurri, con Ragno e Agostoni che vincono tutti gli assalti concedendo agli avversari rispettivamente solo dieci e sei stoccate.

Cornaggia-Medici, impeccabile ed elegantissimo come sempre in pedana, assomma quattro vittorie, due sconfitte con il belga Janlet e il francese Cattiau e un pareggio con lo svedese Lindstrom. Accede nondimeno alle semifinali, così come tutti gli altri pretendenti al titolo, mentre viene eliminato l’altro svedese Bo Lindman, campione olimpico del pentathlon moderno.

Ragno, Buchard, che difende la medaglia d’argento conquistata quattro anni prima quando solo il connazionale Lucien Gaudin fece meglio di lui,  l’altro francese Schmetz e Cornaggia-Medici sono in migliori in semifinale e così, per la finale, si attende un duello tra italiani e francesi, che in effetti occuperanno infine le prime sei posizioni della classifica.

L’equilibrio è sovrano tra gli spadisti che puntano alle medaglie, Cornaggia-Medici e Buchard vincono entrambi otto assalti ma a decidere sono i due pareggi che Cornaggia-Medici, che ha uno stile tanto particolare ed inimitabile quanto redditizio, con quel gioco di polso a far vibrare la sua spada quando l’avversario concede l’opportunità della stoccata, raccoglie contro Carlo Agostoni e l’argentino Salcedo, a fronte di una sola sconfitta con Lindstrom, che valgono due punti di vantaggio al milanese nei confronti di Buchard, a sua volta sconfitto tre volte da Cornaggia-Medici, in un duello all’ultima stoccata, Agostoni e Schmetz.

Cornaggia-Medici vince così il titolo olimpico e il trionfo azzurro è completato dal terzo posto di Carlo Agostoni, che sopravanza di un punto Saverio Ragno che si deve accontentare di un beffardo quarto posto. Gli altri due francesi Schmetz e Cattiau chiudono quinto e sesto, mentre settimo termina l’americano George Calnan, bronzo quattro anni prima ad Amsterdam e di nuovo terzo a Los Angeles nelle due prove a squadre di spada e fioretto, che poco meno di un anno dopo, il 4 aprile 1933, sarà una delle 73 vittime nel disastro del dirigibile USS Akron.

E così Giancarlo Cornaggia-Medici, l’uomo-squadra per eccellenza, infine trova conforto alle sue ambizioni individuali, garantendosi il posto lassù dove siedono solo gli dei di Olimpia. Quanto basta per comunicare al padre, il senatore Carlo Ottavio Cornaggia Medici Castiglioni che ha sposato la duchessa Anna Gallarati Scotti, con un telegramma inviato in Italia che fotografa alle perfezione il personaggio, tanto schivo e distaccato quanto amante delle dolci notti milanesi: “Ho vinto. Giancarlo.”

 

ANDREA CASSARA’, IL GIGANTE DEL FIORETTO ITALIANO

andrea-cassara-2
Andrea cassarà – da theowlpost.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Il gigante bresciano di Corte Franca vive da quasi vent’anni ai vertici del fioretto mondiale. Andrea Cassarà, classe 1984, in una scherma dai ritmi sempre più serrati, è dal 2002 che rimane nell’élite degli schermidori internazionali, indurante al passare delle generazioni. Un metro e 94 d’altezza, due ori olimpici (a squadre), un titolo mondiale e 4 europei individuali e una marea di altre medaglie a squadre (fino al 2019): uno che ha unito l’epoca dei Sanzo e dei Guyart a quella degli Imboden, dei Foconi e dei Massialas, da quella europocentrica a quella adesso ben più parcellizzata in giro per il mondo.

Già campione del mondo cadetti a 17 anni, ecco che per Andrea il primo acuto tra i grandi è quello del 2002, con il doppio oro europeo a Mosca, individuale (battendo il tedesco Simon Senft in finale) e a squadre, davanti alla Francia. E due anni dopo, ad Atene, arriva anche la consacrazione olimpica, con l’oro a squadre (con Sanzo e Vanni) e il bronzo individuale, battuto di una stoccata dal futuro campione Guyart in semifinale (15-14).

Ai Giochi ci riproverà poi a Pechino nel 2008 e a Londra nel 2012, finendo fuori sempre ai quarti prima dal cinese Zhu Jun e quindi dal primo egiziano medagliato nella scherma, Alaaeldin Abouelkassem. Quindi nel 2016 finirà fuori agli ottavi contro l’inglese Kruse.

Ma nel 2012 ha però intanto conquistato il secondo oro a squadre, stavolta insieme a Baldini, Avola e Aspromonte. E se l’oro olimpico individuale è forse il grande rammarico di tutta la carriera, a Catania 2011 c’è stato però il titolo mondiale, conquistato sui compagni azzurri Aspromonte e Avola.

Il resto del curriculum è davvero impressionante, soprattutto come colonna di una squadra di fioretto che lo ha visto come punto fermo nel passaggio delle epoche: in totale, senza contare ori e argenti, 7 titoli mondiali a squadre (e uno individuale), 6 titoli europei (oltre ai 4 individuali, in un periodo di 13 anni tra il primo e l’ultimo, conquistato a Montreux nel 2015 contro Daniele Garozzo, 15-11 in finale), 4 titoli italiani assoluti individuali, 7 a squadre, oltre a 5 Coppe del Mondo (con record di vittorie nelle singole prove, ben 27).

VLADIMIR SMIRNOV, IL CAMPIONE CHE SOLO IL FATO RIUSCI’ A SCONFIGGERE

1524211772117479769
Vladimir Smirnov – da:pikabu.ru

Articolo di Giovanni Manenti

Il Fato, ovvero colui che gli antichi classici ritenevano il depositario dei segreti dell’esistenza terrena dei comuni, mortali, esseri umani, può portarti ai vertici della Gloria ed altrettanto toglierti tutto in un attimo, nel modo più tragico ed inaspettato che si possa mai prevedere …

Ed è così che si è accanito sul protagonista della nostra Storia odierna, uno dei più talentuosi schermidori che tale Sport abbia mai conosciuto e che, proprio nel momento di maggior successo, vede la sua giovane vita stroncata da un incidente che lo porterà ad essere vittima innocente di una precaria sicurezza in pedana e che, grazie al suo involontario sacrificio, sarà di aiuto per le successive generazioni …

Costui è Vladimir Smirnov, che vede la luce il 20 maggio 1954 a Rubizhne, città ucraina all’epoca di poco più di 50mila abitanti e facente ovviamente parte dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, e da adolescente si cimenta, come tutti i suoi coetanei, nei più comuni giochi di squadra, ovvero il Calcio, il Basket e l’Hockey su ghiaccio, sino a che Yevgeny Syromyatnikov, un allenatore di scherma, lo invita in palestra per farlo in fretta innamorare di quella disciplina che agli occhi del ragazzo appare così romantica ed affascinante.

A fare il resto vi pensa Viktor Bykov, uno dei più conosciuti tecnici di Kiev, il Capoluogo ucraino, il quale nota nella struttura fisica di Vladimir (m.1,85 per 78kg.) quelle potenzialità che, se unite ad un affinamento della tecnica in pedana, possono essere in grado di farlo primeggiare a livello internazionale nell’arma da lui preferita, ovvero il Fioretto, pur non disdegnando di cimentarsi anche nella Spada.

Ed ecco quindi il tecnico stilare un apposito programma di crescita graduale per il suo allievo, senza forzare i tempi, un percorso che trova il gradimento di “Volodya” (come è comunemente chiamato …) al punto da seguirlo con la massima scrupolosità, non senza essere lui, per primo, a proporre al Maestro delle innovazioni tecniche …

Ed i progressi sono costanti, ma non ancora sufficienti affinché Smirnov possa essere selezionato tra i quattro fiorettisti sovietici che partecipano alle Olimpiadi di Montreal ’76, dove l’uomo di punta è Alexander Romankov, il quale aveva vinto il titolo iridato – individuale ed a squadre – ai Mondiali di Grenoble ’74 e l’argento a squadre, l’anno seguente a Budapest …

Gli altri due chiamati a disputare la prova individuale sono Vasyl Stankovich e Vladimir Denisov, con il favorito Romankov – colui che in carriera vincerà 10 titoli iridati, equamente divisi tra individuali ed a squadre, ma non avrà mai la gioia dell’Oro olimpico individuale, salendo sul gradino più alto del podio solo oramai 35enne, ai Giochi di Seul ’88, nella prova a squadre – a concludere la poule finale a sei a pari merito (quattro vittorie ed una sconfitta) con l’azzurro Fabio Dal Zotto, rendendosi necessario un assalto di spareggio che vede il 19enne veneto replicare il 5-1 inferto nel precedente confronto diretto.

Per Smirnov, oramai 23enne, inizia a farsi strada l’ingresso nell’elite del fioretto sovietico, cosa che si verifica dopo l’esito dei Campionati nazionali del 1977 che lo vedono trionfare (per un successo che ripeterà due anni dopo, nel 1979) e quindi essere selezionato per la Rassegna Iridata di Buenos Aires …

Nella Capitale sudamericana, Romankov si laurea per la seconda volta Campione mondiale nella prova individuale, mentre nella gara a squadre l’Unione Sovietica non va oltre il bronzo, con a confermarsi l’esito della sfida olimpica dell’anno precedente a Montreal, ovvero con la Germania Ovest a prevalere sull’Italia.

E’, quella tedesca, una formazione di cui fa parte il gigante (m.1,94 per 87kg.) del Baden-Wurttemberg Matthias Behr, nato ad inizio aprile 1955 e che il Fato ha destinato ad incrociare la strada del nostro Volodya, pur se nella Finale olimpica – vinta dalla Germania Ovest per 9-6 sugli azzurri – aveva portato un solo punto alla causa con il successo per 5-3 su Giovanni Battista Coletti, venendo sconfitto sia da Dal Zotto che da Simoncelli e Carlo Montano.

Al suo primo bronzo iridato a squadre, Smirnov ne fa seguire un secondo l’anno seguente ad Amburgo, allorché ad imporsi è la Polonia in Finale sulla Francia, formazione transalpina in cui milita Didier Flament, vincitore della gara individuale superando Romankov, mentre nel 1979 a Melbourne giunge l’occasione per Romankov di aggiungere al proprio Palmarès un terzo titolo iridato a livello individuale ed un secondo a squadre, al quale contribuisce anche Smirnov, superando in Finale l’Italia di un Dal Zotto bronzo nella gara individuale.

La non facile selezione per i tre fiorettisti chiamati a difendere i colori dell’Urss alle quanto mai attese Olimpiadi di Mosca – sia pur mutilate dall’assurdo boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter che porta molti Paesi sotto l’influenza americana a rinunciare ai Giochi, tra cui la Germania Occidentale – premia infine Romankov, Smirnov e Sabirzhan Ruziyev, i quali raggiungono la poule finale a sei, favoriti dall’assenza anche degli azzurri, con esclusione di Federico Cervi, per la salomonica decisione del Governo italiano di non far partecipare ai Giochi gli atleti che gareggiavano per le Forze Armate …

Con gli altri tre finalisti costituirti dal rumeno Petru Kuki, il polacco Lech Koziejowski e dal francese Pascal Jolyot, solo quest’ultimo si rivela all’altezza dei trio di casa, con la Classifica che vede Kuki perdere tutti e cinque gli assalti, Koziejowski fare altrettanto con gli altri quattro e Ruziyev con i tre occupanti il podio …

Restano quindi Romankov, Smirnov e Jolyot a contendersi le medaglie e, per un gioco che spesso accade in queste circostanze, il francese supera 5-4 Smirnov per poi essere a propria volta sconfitto con identico scarto da Romankov al quale manca solo il successo sul connazionale per poter assaporare la “Gloria Olimpica” davanti al proprio pubblico.

C’è solo il piccolo particolare che il 26enne ucraino non è molto d’accordo ed, affermandosi per 5-2, si pone al livello degli altri due con 4 vittorie ed una sconfitta, rendendo necessario uno spareggio a tre per l’assegnazione delle medaglie …

Ed, incredibile a dirsi, l’esito si ripete anche se in termini inversi, nel senso che stavolta è Romankov ad imporsi (5-4) su Smirnov per poi andare clamorosamente in bambola (0-5) contro Jolyot, il quale spreca a propria volta l’occasione della vita subendo analogo tracollo nell’assalto con Smirnov, che a questo punto si vede assegnare la Medaglia d’Oro per il computo delle stoccate (9-5), con il francese argento (5-5) e Romankov (5-9) desolatamente sul gradino più basso del podio.

Una conclusione a dir poco romanzesca che ha una sua appendice nella Finale della Prova a squadre per la quale si qualificano, oseremmo dire in modo pressoché scontato, Francia ed Unione Sovietica solo per vedere – dopo che sia Smirnov che Romankov vincono, rispettivamente 5-3 e 5-4, i loro assalti contro Jolyot – ancora una volta Romakov colpito dalla “Maledizione olimpica” con i transalpini a conquistare l’Oro, a parità di assalti vinti (8 per parte, 3 da Romankov e Smirnov e due da Ruziyev per i sovietici) per un maggior numero (68 a 60) di stoccate inferte, un esito su cui pesa la disastrosa prestazione dell’armeno Ashot Karagyan, il quale subisce solo sconfitte con un differenziale di 9-20 quanto a stoccate.

Tutto sembrare girare per il meglio per Vladoya, non solo a livello sportivo ma anche affettivo, grazie all’unione con la moglie Emma, conosciuta quando avevano entrambi 16 anni, sposatisi quattro anni dopo e che gli aveva dato due figli, Dima ed Olga, rispettivamente di 4 e 3 anni al momento del trionfo olimpico …

Smirnov è oramai pronto a contendere a Romankov lo scettro di miglior fiorettista sovietico, una investitura ribadita dall’esito dei Campionati Mondiali 1981 che si svolgono a Clermont Ferrand, dove si aggiudica il titolo iridato sia nella gara individuale che in quella a squadre, dove assieme a Romankov, Ruziyev ed Jury Lykov, precede l’Italia dei nuovi astri Mauro Numa ed Andrea Borella e la Germania in cui ancora fa la sua figura Behr.

Quasi troppo bello per essere vero, allorché Smirnov si reca coi propri compagni di squadra a Roma per l’edizione 1982 della Rassegna Iridata, non sapendo di andare incontro al proprio, tragico destino che si compie in un pomeriggio del 19 luglio …

Avversario in pedana è il più volte ricordato Matthias Behr, l’assalto è di quelli incerti ed equilibrati e, sul punteggio di 4-3 per il tedesco in una fase di parata e risposta, la lama del fioretto del tedesco si spezza per andare a forare la maglia della maschera protettiva e quindi completare il proprio tragitto tra l’occhio destro ed il sopracciglio, conficcandosi nel cervello del povero Smirnov …

Invece delle consuete grida di gioia che riecheggiano in un Palazzetto in occasione di una stoccata vincente, i presenti all’incontro conservano nella mente l’urlo di dolore dello sfortunato 28enne ucraino, il quale in pratica muore sul colpo, anche se viene tenuto in vita artificialmente per 8 giorni prima che i macchinari venissero staccati, con in più l’adorata moglie Emma a non riuscire a vederlo a causa delle pastoie burocratiche per ottenere il visto per l’espatrio.

La salma di Smirnov viene rimpatriata con un volo privato verso Kiev, ma intanto “lo Show must go on” e, in un’atmosfera irreale, tocca a Romankov onorarne la memoria dedicando all’amico così tragicamente scomparso il doppio titolo iridato (individuale ed a squadre) conquistato nella Capitale romana …

Una tragedia per una vita spezzata a soli 28 anni, ma anche un dramma per l’incolpevole responsabile Matthias Behr, il quale viene convinto dal proprio allenatore a continuare a gareggiare, cosa che fa sino alle Olimpiadi di Seul 1988, potendo nel frattempo andare a medaglia nella prova a squadre delle quattro successive edizioni dei Campionati Mondiali – Oro a Vienna 1983, argento a Barcellona ’85 e Sofia ’86 ed ancora Oro a Losanna ’87, dove è altresì argento nella gara individuale – oltre a salire altre tre volte sul podio olimpico, argento individuale ed a squadre ai Giochi di Los Angeles ’84 (sempre battuto da Mauro Numa e dal quartetto azzurro) ed Oro a squadre quattro anni dopo ai Giochi di Seul ’88.

Peraltro, non era il primo caso di una tragedia, allora solo sfiorata, avvenuta due anni prima ai Giochi di Mosca, con protagonista il connazionale Vladimir Lapitsky che nella gara di semifinale a squadre contro la Polonia vide il suo corpetto trafitto dalla lama di un avversario all’altezza del cuore, ma per sua fortuna la traiettoria era stata deviata da una costola …

Occorreva il morto, pertanto, affinché la Federazione Internazionale si decidesse a varare rigide norme sia per la tenuta di gara che per gli attrezzi degli schermidori, con queste ultime prodotte in acciaio infrangibile, mentre il corpetto è ora realizzato in un tessuto antiproiettile e le maschere in acciaio impermeabile …

Questo è ciò che il Fato aveva riservato a Vladimir Smirnov, elevato al ruolo di Campione, Vittima e Martire della Scherma, mentre la moglie Emma, ancorché risposatasi a quattro anni di distanza dalla scomparsa di Vladoya, ripensando a quel fatidico pomeriggio di luglio 1982 non riesce tuttora a trattenere le lacrime, sottolineando come: “quella tragedia ha rovinato la mia vita, ero molto felice con Vladimir e tutta la nostra esistenza avrebbe potuto essere molto diversa …

E non ci sentiamo certo di darle torto …

ALBERTSON VAN ZO POST, L’UFFICIALE DI CAVALLERIA CHE VINSE L’UNICO ORO OLIMPICO DI SCHERMA COL BASTONE

78507397_495929184340679_2062334688701186048_n
Van Zo Post seduto – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Nessuno fin qui lo ha eguagliato, né altri potrà farlo in futuro. Per un semplice motivo: quella medaglia d’oro olimpica ha solo il suo nome nell’albo d’oro. Olimpiadi di Saint Louis, Missouri, estate 1904. Come si sa, ci furono tante novità (anche troppe, molte di queste bislacche) in quell’edizione dei Giochi. E nella scherma si gareggiò, per la prima e ultima volta, anche per il titolo della scherma col bastone. A vincere fu un ufficiale di cavalleria statunitense. Statunitense almeno a guardare la carta d’identità. Ma la storia non è così semplice. Ma andiamo con ordine.

Albertson Van Zo Post ha 38 anni. Le foto del tempo lo mostrano con delle lunghe basette e un’aria spavalda alla generale Custer. Nato a Cincinnati nel 1866, ma originario di New York (e con chiare ascendenze europee): il padre è Henry V. Post, che aveva combattuto per l’esercito dell’Unione durante la guerra civile ed era stato ferito gravemente nella fondamentale battaglia di Antietam. In realtà Albertson vive però a L’Avana, che in quegli anni è in pratica un protettorato degli Stati Uniti, dopo la recente indipendenza dalla Spagna. E questo porterà a una grande confusione. Perché anche oggi, sul sito del Comitato olimpico, le sue medaglie sono abbinate a Cuba, anche perché le gare a squadre permisero in quel caso abbinamenti misti tra il paese caraibico e gli Stati Uniti. Tra l’altro gli Stati Uniti vinceranno il primo oro olimpico nella scherma solo nel 2004, nella sciabola femminile con Mariel Zagunis.

In quelle Olimpiadi del 1904 Albertson partecipa a tutte quante le prove di scherma in programma, che comunque nel complesso registrano pochissimi partecipanti, quasi sempre inferiori alle dieci unità. Nella spada individuale, per lui è terzo posto e quindi bronzo dietro il mitico cubano Ramon Fonst e dietro l’anziano connazionale Charles Tatham, cinquantenne newyorkese. Nel fioretto individuale, il trittico del podio è lo stesso: ma Albertson occupa il secondo posto. Nel fioretto a squadre è invece oro, ma appunto nella formazione con i cubani Fonst e Diaz e davanti ai connazionali statunitensi. Nella sciabola individuale è bronzo, dietro il cubano Diaz e lo statunitense William Grebe. Ma la novità eccezionale è la prova di scherma col bastone, una disciplina che tra fine Ottocento e inizio Novecento grande successo sta riscuotendo soprattutto tra Italia, Francia e Inghilterra (nella versione “baritsu”, con l’aggiunta dell’uso di mani e piedi, lo aveva reso celebre Conan Doyle facendolo praticare a Sherlock Holmes). Sviluppata in ambito militare, la scherma col bastone nasceva come preparazione alla sciabola ma in realtà presto ebbe dignità propria e conobbe anche un fiorire di trattati teorici. In quella specialità Van Zo Post precede a Saint Louis due altri atleti a stelle e strisce: William O’Connor e William Grebe.

È il suo secondo oro, l’unico individuale. Con ben cinque medaglie complessive in quei Giochi, in quattro armi diverse, Albertson raggiunge così l’apice della sua carriera. Si riaffaccia in pedana a Stoccolma nel 1912, in tutte le armi (e nella spada a squadra stavolta è pienamente riconosciuto nella nazionale statunitense). Ma non va mai oltre il secondo turno. Nella sciabola viene battuto nel girone di qualificazione anche dal giovanissimo livornese Nedo Nadi, alla sua prima apparizione ai Giochi. Si rifà comunque abbondantemente nel panorama americano, dove è campione nazionale in tutte le discipline tra il 1895 e il 1912. Di professione ingegnere civile, in realtà poi si dedicherà alla letteratura, scrivendo due romanzi: “Retz” e “Diana Ardway”.

ROGER DUCRET, IL FIORETTISTA, SPADISTA E SCIABOLATORE FRANCESE PIU’ MEDAGLIATO AI GIOCHI

71667117_603201350212346_5434940951678156800_n
Roger Ducret – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Il campione olimpico francese più medagliato di sempre aveva più l’aria da accademico, da ispettore di polizia o da raffinato scrittore di gialli che non da sportivo di primissimo piano.

Roger Ducret, coi suoi imponenti baffi, la linea dei capelli sempre più alta sulla fronte e le movenze eleganti e impeccabili, tra 1920 e 1928 conquistò ben 8 medaglie olimpiche (tra cui tre ori), tirando ad altissimo livello in tutte e tre le armi: fioretto, spada e sciabola. Non a caso intitolò poi la sua fortunata biografia, pubblicata nel 1949, “D’estoc et de taille“, che suona più o meno come “Di punta e di taglio“.

Nel 1924, a Parigi, realizzò anche un altro record per il suo Paese: cinque medaglie in un colpo solo (tre argenti e due ori, sempre nelle tre armi, tra individuale e a squadre). Ai suoi livelli, per quantità, tra gli schermidori connazionali c‘è stato solo Philippe Cattiau. I Gaudin e i d’Oriola hanno vinto un oro più di lui ma non sono arrivati alla sua flessibilità in ogni specialità della scherma. E restando al mondo della scherma solo Nedo Nadi, come lui, ne aveva conquistate cinque (lui però tutte d’oro) in una edizione sola dei Giochi (ad Anversa 1920).

Parigino, nato nel 1888, allievo di Léon Bouché e Léon Dodivers, già nel 1914 era stato campione di Francia nel fioretto, ma i primi importanti risultati a livello internazionale arrivarono anche per Roger ad Anversa, nel 1920, nei primi Giochi del dopoguerra. Fu bronzo nel fioretto individuale proprio dietro il campione livornese e il connazionale Cattiau (ma solo per maggior numero di stoccate subite). Ma fu anche una grande beffa. Perché il francese aveva battuto Nadi ed era a un passo dall’oro. Gli mancava solo l’ultimo assalto contro il palermitano Pietro Speciale, ultraquarantenne che fin lì aveva perso tutti gli assalti della poule finale. E accadde l’imprevedibile che consegnò l’oro a Nadi. E a squadre era stato invece d’argento in uno scontro tra corazzate contro la nazionale azzurra. Da una parte i fratelli Nadi, Puliti, Terlizzi, Baldi, Olivier, Costantino, Speciale. Con lui invece Cattiau, Gaudin, Labatut, Trobert, Perrot, Amson e Bony de Castellane. L’assalto decisivo fu comunque molto equilibrato: 9-7 per l’Italia.

Ma quello era solo l’inizio per Ducret. Perché nel pieno della maturità, a 36 anni compiuti, arrivarono i Giochi di casa, a Parigi, nel 1924. E lui ne fu uno dei grandi protagonisti. Fece qualcosa che pochi hanno fatto nella storia della scherma olimpica. Andò a medaglia nell’individuale in tutte e tre le armi, come solo Nadi quattro anni prima (e nessuno dopo di loro). Nel fioretto fece doppietta. Oro nell’individuale davanti a Cattiau e al belga Van Damme e oro a squadre davanti a Belgio e Ungheria.

Nella spada arrivò invece alle spalle del belga Delporte ma a squadre aveva già vinto l’oro proprio davanti al Belgio. E ci aggiunse un argento pure nella sciabola individuale, arma nella quale era stato allievo del friulano Luigi Barbasetti, arrendendosi solo alla poule di spareggio all’ungherese Sandor Posta e precedendo l’altro magiaro Janos Garay, nella gara in cui per protesta contro l’arbitraggio gli italiani si ritirarono dalla finale.

Ad Amsterdam nel 1928, ormai decisamente attempato, si accontentò di un 9° posto nel fioretto (gara vinta da Gaudin) ma si rifece comunque con l’argento a squadre dietro l’Italia. Quando si ritirò, scrisse per le Figaro e l’Intransigeant, ruolo perfetto per la sua aria da intellettuale.