PAOLO THAON DI REVEL, DALLA MEDAGLIA D’ORO NELLA SPADA AL MINISTERO DELLE FINANZE

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Paolo Thaon di Ravel in visita alla Fiera di Milano nel 1935 – da lombardiabeniculturali.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Le origini della famiglia Thaon di Revel si perdono nella notte dei tempi, fra Francia, Inghilterra, Scozia e Italia, e dal XVI secolo orbitano nel Piemonte tra vicerè di Sardegna, ammiragli, capitani di eserciti, ministri, senatori, uomini d’arme e di stato.

Paolo Ignazio Maria Thaon di Revel e di Sant’Andrea – questo il lunghissimo nome completo – è figlio di Vittorio, conte, ministro plenipotenziario di re Umberto I e console. La madre è scozzese, Elfrida Maria Luisa Atkinson. Lo zio, Paolo anche lui, anzi Paolo Camillo, sarà un celebre ammiraglio, ministro della Marina.

È nato a Tolone nel 1888, il più giovane Paolo. Ha studiato economia, è amico di Luigi Einaudi, quello che sarà il secondo presidente della Repubblica Italiana. Ai tempi della Grande Guerra è un convinto interventista, è ufficiale di artiglieria e dal fronte torna con una croce al merito. Ha tanti interessi, tra questi c’è la scherma, che è già nel dna della famiglia.

D’altra parte, quando nel 1879 viene fondato a Torino il prestigioso Club Scherma – ad opera di un gruppo di gentiluomini sabaudi del tempo e compresa la partecipazione dei Principi di Casa Reale, sotto la presidenza del generale Colli di Felizzano – la sede si stabilisce nel Palazzo Thaon di Revel, nell’allora via dell’Ospedale al numero 24.

E due anni dopo la guerra, nel 1920, Paolo – che sarà due volte campione nazionale di spada da terreno, specialità che sta ancora tra il concetto di antico duello e la scherma sportiva – si presenta alle Olimpiadi di Anversa. Quelle del talento smisurato di Nedo Nadi e dei suoi cinque ori. La gara individuale di spada non lo vede superare la poule di qualificazione, in un gruppo dove non mancano schermidori importanti come il francese Ducret (tre ori olimpici), il lusitano-fiorentino João Sassetti, il belga Osiier, e l’altro belga dal sangue blu, il conte Félix Albert Goblet d’Alviella.

A squadre invece è una storia più ben più interessante, per Thaon di Revel. Sono tempi in cui le squadre nazionali arrivano, come in quel caso, fino a dieci elementi. Ci sono i fratelli Nadi (pur contro il parere del padre Beppe che da sempre aborre la spada) e sono i più giovani del gruppo, c’è l’ultraquarantenne Abelardo Olivier, ci sono gli altri livornesi Dino Urbani e Andrea Marrazzi, il siciliano Tommaso Costantino, il napoletano Tullio Bozza amato da Sibilla Aleramo, l’altro piemontese del Club Scherma Torino Giovanni Canova, il lombardo Antonio Allocchio.

È il 20 di agosto. Il primo girone vede l’Italia alle spalle del Belgio, campione in carica, guidato da Paul Anspach. Gli azzurri rischiano addirittura l’eliminazione, anche perché tirano quelle che sono considerate le “seconde linee”. Ma nella poule finale, con l’ingresso dei Nadi e dello stesso Thaon di Revel, non ci sono avversari che tengano. 5 vittorie su 5: su Belgio, Portogallo, Stati Uniti, Francia e Svizzera. È quello il primo oro olimpico della spada italiana, in una disciplina fino ad allora quasi sempre francofona.

Lasciata da parte la scherma, per Paolo si (ri)apre poi la strada della carriera politica ed economica. Un po’ dopo l’Olimpiade, Thaon di Revel diviene podestà di Torino, quindi è presidente dell’Aero Club ed entra nel Gran Consiglio del Fascismo. Dal 1935 fino a guerra inoltrata è Ministro delle Finanze, occupandosi in prima persona della politica autarchica voluta da Mussolini. Lo sport rimane sempre nelle sue corde. E nel dopoguerra così è presidente del comitato organizzatore dei Giochi invernali a Cortina d’Ampezzo nel 1956 ed ha un ruolo fondamentale anche per i Giochi di Roma nel 1960. Muore nel suo Piemonte, a Ternavasso di Poirino, nel 1973, a 85 anni.

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CINQUE GENTILUOMINI INGLESI IN CROCIERA VERSO L’ARGENTO NELLA SPADA ALLE OLIMPIADI INTERMEDIE DEL 1906

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I cinque spadisti inglesi – foto tratta dal libro “The cruise of the Branwen”

articolo di Gabriele Fredianelli

Prendete cinque gentiluomini inglesi di mezz’età, un po’ panciuti e coi baffi. Metteteli su una nave da crociera in mezzo al Mediterraneo. Tutto vi aspettereste, probabilmente, tranne che quel quintetto torni in patria con una medaglia d’argento olimpica.

Eppure in quella primavera del 1906 andò proprio così. Ad Atene quell’anno si svolsero le Olimpiadi “del decennale”, per celebrare i dieci anni dalla ripresa dei Giochi moderni, tra l’altro a poca distanza del mezzo flop di Saint Louis che aveva rischiato di compromettere il futuro della manifestazione. A dire il vero, nel conteggio ufficiale olimpico quelle medaglie non sono prese in considerazione, in quanto quella non fu mai considerata un’Olimpiade ufficiale.

Nel mese di aprile il Branwen, uno yacht a vapore di 41 piedi da poco varato ai cantieri di Southampton, fa rotta verso la Grecia. La nave è di proprietà del giovane Thomas Evelyn Scott-Ellis, 8° barone di Howard de Walden, e 4° barone di Seaford: è considerato lo scapolo più ricco d’Inghiterra e nel 1908 parteciperà all’unica gara di motonautica nella storia delle Olimpiadi.

Quella nave intanto ospita a bordo la squadra degli spadisti britannici. Una squadra decisamente dal sangue blu.

C’è William Henry Grenfell, 6° barone Desborough di Taplow: ha 51 anni, è un parlamentare e già vogatore per l’equipaggio di canoa di Oxford. Sarà il presidente del comitato organizzatore dei Giochi di Londra nel 1908 e capace di nuotare nelle rapide del Niagara, di scalare il Cervino e di remare lungo la Manica.

C’è sir Cosmo Edmund Duff-Gordon: ha 44 anni, è il 5° baronetto di Halkin, uno dei fondatori della London Fencing League, membro del Bath Club e del Royal Automobile Club, esperto di tecniche di autodifesa. Nel 1912 lui e sua moglie, la stilista Lucy “Lucilla” Christiana Sutherland, saranno tra i sopravvissuti del Titanic, non senza polemiche sulle modalità del loro salvataggio a bordo di una scialuppa.

C’è sir Charles Edmund Newton Robinson: ha 53 anni, è stato tra i fondatori di un club di scherma a Londra, nonché velista e appassionato d’arte e gemme preziose.

C’è Edgar Isaac Seligman: ha 41 anni, è nato a San Francisco da genitori tedeschi ed è ebreo. Ha partecipato alla guerra anglo-boera ed è un pittore di successo. È il miglior schermidore del gruppo: nella sua carriera sarà campione inglese di fioretto, spada e sciabola, vincerà altre due medaglie a squadre nelle Olimpiadi successive, partecipando fino a quelle di Parigi del 1924, a 57 anni, quando si ritirerà soltanto per un infortunio.

C’è anche sir Theodore Andrea Cook: è il più giovane della compagnia e il capitano della squadra, ha 39 anni ed è un giornalista e uno sportivo poliedrico. Sarà lui a raccontare di quella Olimpiade e di quella crociera, dedicandogli uno splendido libro dettagliato e illustrato, “The cruise of the Branwen“.

In quel viaggio, tra l’altro, nacque anche l’idea di organizzare a Londra i Giochi del 1908. Anche perché gli inglesi, quando si avvicinarono a Napoli, assistettero all’eruzione del Vesuvio più imponente del Ventesimo secolo: quella che riempì a lungo di fuliggine tutto il Mediterraneo, sbucando fino nei cieli di Parigi. E fu proprio quell’evento, che causò 300 morti in Campania, a far ritirare all’Italia la propria candidatura per l’Olimpiade di due anni dopo, favorendo gli interessi d’Oltremanica.

Dopo aver attraversato il canale di Corinto e aver visitato il Partenone, nel pieno del fascino ellenico e delle suggestioni classiche, la squadra scese in pedana tra la Scuola Centrale di Ginnastica, lo Zappeion e l’Athens Lawn Tennis Club. Nonostante l’età e qualche chilo di troppo, gli inglesi non se la cavarono per nulla male.

I maturi spadisti, davanti al loro re Edoardo VII e alla regina Alexandra (sorella del re di Grecia, Giorgio I, entrambi danesi), vinsero nel primo turno del tabellone sulla Germania, i cui atleti avevano capito male l’orario di inizio della competizione: i tedeschi finirono per addormentarsi e arrivarono tardi all’appuntamento, venendo poi sconfitti per 9-2.

Quindi gli inglesi fecero fuori i belgi in una sfida che durò due giorni e si concluse con un 14-9. A quel punto persero soltanto la finale, in una sfida arrivata agli spareggi, contro la Francia dell’ufficiale dei dragoni Georges de la Falaise e del barone Georges Dillon-Kavanagh, di origine irlandese e futuro pilota di Bugatti.

MICHELE MAFFEI E QUELL’ORO A VIENNA 1971 CHE FECE DECOLLARE LA SUA CARRIERA

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Michele Maffei – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Michele Maffei ha 25 anni quel giorno a Vienna del 1971 e l’aria di un Alain Delon dall’accento romano (ma nemmeno troppo).

Nel curriculum da adulto, fino ad allora, ha un argento nella sciabola a squadre ai Giochi Olimpici di Città del Messico di tre anni prima insieme a Calarese, Chicca, Rigoli e Salvadori dietro l’Unione Sovietica di Mark Rakita e Viktor Sidyak. Ma lo schermidore romano chissà se sospetta che il meglio deve ancora venire e che lui è atteso da una carriera più che decennale, tanto che entrerà poi nel ristretto numero di atleti italiani ad andare a podio in quattro edizioni consecutive dei Giochi (meglio di lui, nella scherma, solo Mangiarotti, Trillini e Vezzali).

Uno dei momenti di svolta della carriera di Maffei è proprio quel campionato del mondo in Austria, per lui che ha cominciato la scherma a 9 anni e a 16 è passato alla sciabola. Anche se ai Giochi messicani aveva fatto parte pure della squadra di fioretto, che aveva chiuso al 7° posto, fermata nei quarti di stretta misura dalla Romania (nonostante le 3 vittorie di Michele).

Per la sciabola sono lustri delicati, di passaggio dal dominio decennale ungherese a un presente che si è spostato decisamente più a est, con la forza del simbolo della falce e martello ricamata sulla bandiera dell’Urss.

Prima di allora, solo due italiani sono stati campioni del mondo nella sciabola: due volte Aldo Montano nel ’38 a Piestany e nel ’47 a Lisbona, una volta Gastone Darè al Cairo nel ’49. L’ultima volta è successo perciò 22 anni prima.

La poule finale di quel ’71 è ad altissimo coefficiente di difficoltà. E Maffei si trova subito davanti i due grandi favoriti della competizione. Il polacco Jerzy Pawlowski, già sette volte iridato (tre individuale, quattro a squadre) e campione olimpico in carica. E il sovietico Sidyak, tre volte campione del mondo (individuale due anni prima a L’Avana) e campione olimpico in carica a squadre. Eppure le due sfide vanno proprio al giovane romano, che ha la meglio anche sul francese Bonissent. L’unico passaggio a vuoto, a sorpresa, è contro il rumeno Irimiciuc. E mentre Pawlowski e Sidyak si danno guerra alle sue spalle (argento sarà il polacco, terzo il sovietico), Maffei si gioca l’oro nel match contro Tamás Kovács, il più abbordabile figlio del leggendario Pál sei volte campione olimpico. Maffei va avanti 4-2, ma viene raggiunto poi sul 4-4. Il finale è da brividi. L’ultima botta è però per l’azzurro che si impone nel match e conquista il titolo. A squadre sarà invece bronzo tricolore dietro Urss e Ungheria.

Prima che l’alloro individuale torni a lungo ad est tra anni Settanta e Ottanta, nel ’73 l’Italia farà il bis a Goteborg con Mario Aldo Montano (mentre il romano paga un infortunio alla caviglia).

Intanto Michele Maffei vede decollare la sua carriera: nel ’72 sarà oro a squadre ai Giochi di Monaco (anche se resterà la grande delusione per il podio mancato nell’individuale, per “colpa” del solito Sidyak) mentre ai Mondiali arriveranno altre 8 medaglie (5 bronzi e 3 argenti) fino a quella che chiuderà il ciclo ancora a Vienna nel 1983 a squadre, stavolta con la nuova generazione di Scalzo, Meglio, Dalla Barba e Marin.

JENO FUCHS, IL CAMPIONE GRACILE E INSIGNIFICANTE CHE APRI’ LA STRADA AL DOMINIO UNGHERESE NELLA SCIABOLA

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Jeno Fuchs, secondo da sinistra – da turul.info

articolo di Gabriele Fredianelli

Aveva tutto tranne che il physique du rôle del campione olimpico. Piccolo, gracile, apparentemente insignificante, calvo, con gli occhiali sottili appoggiati sul naso: avrebbe potuto essere il contabile di una ditta come il Bernardo Soares di Pessoa. Non fu però un contabile bensì un buon avvocato e nella seconda parte della vita si occupò di affari di Borsa.

Il magiaro Jenő Fuchs era un outsider che emerse nel mondo della scherma proprio in una gara tra professionisti forensi e conquistò ben quattro medaglie olimpiche in due edizioni dei Giochi Olimpici, tra Londra 1908 e Stoccolma 1912, quando sarebbe apparsa la prima scintilla del talento di Nedo Nadi.

Nato a Budapest nel 1882, figlio di un tipografo, furono di Fuchs le prime medaglie ungheresi nella sciabola, specialità importata dall’Italia e dal magistero di Italo Santelli, per un dominio olimpico che sarebbe stato ininterrotto fino al 1964 nell’individuale (tranne nel ’20 quando i magiari non parteciparono) e al 1960 a squadre (tranne due episodi: nel ’20 e nel ’24, quando furono secondi).

A Londra 1908 Jenő dominò la gara individuale che vide cinque ungheresi nei primi cinque posti: vinse di misura davanti al connazionale Béla Zulawszky che sarebbe morto a Saraievo all’inizio della guerra qualche anno dopo. Ovviamente l’Ungheria vinse anche l’oro a squadre – insieme a lui e al compagno c’erano Oszkár Gerde, Péter Tóth, Lajos Werkner e Dezső Földes – eliminando l’Italia in semifinale, anche se gli azzurri (Nowak, Olivier, Bertinetti e i futuri generali Pirzio Biroli e Ceccherini) sarebbero arrivati all’argento davanti alla Boemia perché allora il regolamento prevedeva che si sfidassero per il secondo posto le formazioni battute dai campioni nei vari turni.

Nel 1912 l’Ungheria fu ancora più travolgente nella sciabola. E mise 7 finalisti su 8 nell’individuale. L’unica eccezione fu il diciottenne Nedo Nadi, che rese la vita difficile a Fuchs, cedendo solo 2-3 nella poule finale e chiudendo al quinto posto. Fuchs ovviamente vinse la prova ancora una volta, davanti a Béla Békessy che, come Zulawszky, sarebbe morto in guerra quattro anni più tardi. A squadre l’Ungheria, con l’aggiunta rispetto a quattro anni prima di Ervin Mészáros, László Berti e Zoltán Schenker, fu oro davanti ad Austria, Paesi Bassi e Boemia, dopo aver battuto l’Italia nel girone di semifinale.

Dopo la Grande Guerra, ormai quasi quarantenne Fuchs si perse Anversa 1920, edizione dei Giochi a cui l’Ungheria non fu ammessa in quanto potenza sconfitta. Nel 1924 a Parigi si batté invece nelle qualificazioni ma poi, a fronte di un numero chiuso di partecipanti, lasciò il posto a connazionali più giovani: avrebbe vinto Sándor Pósta. Ma in quel ’24 l’Ungheria a squadre, nonostante Posta, von Tersztyánszky e Garay, saltò l’unico oro della sua serie che sarebbe durata ancora 40 anni, cedendo all’Italia di Oreste Puliti nel girone finale.

Ma non ci fu solo la scherma nella sua vita sportiva: Jenő fu anche un valente vogatore e un bobbista di buon livello.

La sua vita visse anche di paradossi. Ebreo di nascita, morto nel 1955, è stato inserito nella International Jewish Sports Hall of Fame. Eppure durante la seconda guerra mondiale aveva ricevuto la croce di ferro di seconda classe dell’esercito tedesco che aveva servito nelle fila della Seconda Armata ungherese.

GEORGE SANTELLI, L’ITALIANO CHE FORGIO’ GLI SCIABOLATORI USA PARTENDO DA BUDAPEST

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La squadra italiana di sciabola che vinse l’oro ad Anversa 1920 – da nedonadisalerno.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Erano liguri d’origine, i Santelli. E dalla Liguria (Carrodano, paesino arrampicato sopra La Spezia), e poi dalla Toscana dove si erano trasferiti, esportarono l’arte della scherma lontano dall’Italia a Oriente e a Occidente. Il patriarca Italo a trent’anni, nel 1896, andò a Budapest, col fratello Orazio e il cognato Egisto, e ci rimase fino alla morte nel 1945, insegnando la sciabola agli ungheresi fino a farne la prima nazione al mondo in quell’arma.

Il figlio primogenito Giorgio nacque proprio a Budapest nel 1897 e un giorno avrebbe preso la direzione opposta al padre, di là dall’Oceano.

Ma prima Giorgio, che aveva innata l’eleganza e gli stessi baffi del genitore, ebbe modo di crescere in mezzo ai migliori sciabolatori del primo ventennio del Novecento, nella Salle Santelli, e di far parte della spedizione italiana alle Olimpiadi di Anversa 1920, a cui non partecipò l’Ungheria. Nella gara individuale si fermò nella poule di semifinale, nella prova dominata dai Nadi davanti all’olandese Arie de Jong. In quella a squadre invece fu medaglia d’oro coi due fratelli livornesi, con gli altri labronici Baldi, Puliti e Urbani e il siciliano Gargano.

Ci fu tempo anche per i contenuti extrasportivi. Nel ’24, subito dopo le Olimpiadi di Parigi e una serie di litigi di pedana tra italiani, francesi e ungheresi, Giorgio prese il posto del padre sfidato a duello, ma ormai quasi sessantenne, dal giornalista della Gazzetta Adolfo Cotronei. La sfida si svolse ad Abbazia, in terra slava ma vicino al confine italiano: finì con 12 punti di sutura al volto per il letterato napoletano.

Nel 1926 intanto Giorgio affrontò il definitivo viaggio verso New York. Aveva più o meno l’età del padre quando questi era partito per l’Ungheria. Stavolta toccava a lui, come maestro del New York Athletic Club prima e del New York Fencing Club poi, per divenire infine istruttore in seconda della squadra di sciabola della Columbia University.

Cambiò continente, divenne George e presto cambiò anche moglie: divorziò dalla baronessa ungherese Gizella Buskas (che gli aveva dato la figlia Donatella Csekus) e sposò l’americana Louise St. Joseph (dalla quale ebbe John Christopher). Sarebbe seguita più avanti negli anni una terza donna, Elisabeth Dedousis, detta Betty, dalla quale ebbe la figlia Andrea detta Andy.

Intanto George era divento anche il responsabile tecnico della squadra di sciabola a stelle e strisce a cominciare dai Giochi di Amsterdam nel ’28. Ma fu nel ’32 nei Giochi di casa a Los Angeles che gli statunitensi dettero il meglio, quando la squadra arrivò al 4° posto, ai piedi del podio. Dietro le inarrivabili Ungheria e Italia e dietro la Polonia, ecco l’Ungheria superata dai polacchi solo per la differenza stoccate. Tra i migliori targati Usa c’erano Norman Cudworth Cohn-Armitage (9° nell’individuale) e il quarantenne Nickolas Muray, che in realtà era ungherese e si chiamava in origine Miklos Mandl: era arrivato in America prima di Santelli ed era uno dei fotografi di moda più famosi della sua epoca e lavorava per Vogue e Vanity Fair. E nell’individuale John Huffman si classificò 6° subito dietro tutta l’aristocrazia mondiale (Piller, Gaudini, Kabos, Casmir, Petschauer).

Giorgio, che aveva intanto acquisito la cittadinanza americana e aperto una propria sala nel Greenwich Village chiamata Salle Santelli come quella paterna in Europa, rimase in carica anche per Berlino 1936, quando la squadra si fermò in semifinale, a due passi dal podio pagando la sconfittta contro il padroni di casa. Un decennio dopo, passata la guerra, gli Stati Uniti si dimostrarono una delle forze più interessanti della sciabola. A Londra ’48 due ungheresi naturalizzati come George Worth (nato György Worth) e Tibor Andrew Nyilas si piazzarono rispettivamente 5° e 7° nell’individuale, mentre a squadre arrivò il primo podio. Ovvero il terzo posto dietro Ungheria e Italia (con la quale peraltro finì 8-8). Oltre a Cohn-Armitage, a Worth e a Nyilas, c’erano due americani di origine ispanica, Miguel de Capriles e Dean Cetrulo. E nel ’52, nell’ultima presenza di Santelli come c.t., arrivò un quarto posto dietro Ungheria, Italia e Francia con una formazione ringiovanita ripetto al passato.

Anche dal punto di vista magistrale Santelli lasciò una traccia importante, facendo crescere sulle sue orme l’ungherese Csaba Elthes che sarebbe stato a sua volta, dal 1964 al 1984, l’allenatore della squadra olimpica statunitense di sciabola.

In mezzo a gare, medaglie e Olimpiadi, Giorgio intanto aveva creato un’azienda di materiale schermistico, la United States Fencing Equipment Company, e aveva lavorato a Broadway per allestire combattimenti per spettacoli teatrali.

A 88 anni, nel 1985, morì a Teanek (New Jersey) continuando a insegnare scherma fino agli ultimi giorni.

PAUL ANSPACH, IL BELGA CAMPIONE OLIMPICO DIMISSIONATO DALLE SS

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Paul Anspach – da usfencingresults.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Per una manciata di mesi mancò di un soffio il traguardo dei cento anni di vita. Nessuno schermidore visse così a lungo, e così intensamente in ogni ruolo sportivo, fuori e dentro la pedana.

Paul Anspach veniva da una solida famiglia di giuristi e politici belgi e lui non uscì dal solco familiare. Nato nel 1882 a Burcht, nel versante fiammingo del paese, non lontano da Anversa, il giovane Paul fu avvocato e solido spadista capace di vincere il doppio oro individuale e a squadre ai Giochi di Stoccolma del 1912.

Quattro anni prima, a Londra 1908, era stato bronzo a squadre, dopo aver battuto in semifinale di misura l’Italia di Mangiarotti padre, di Bertinetti, Nowak e Olivier, e dopo aver perso in finale il derby coi cugini francesi (fu bronzo, perché allora il regolamento prevedeva uno spareggio tra tutte le squadre sconfitte dai vincitori e i belgi persero dai britannici per l’argento).

All’Östermalms Idrottsplats della capitale svedese, quattro anni dopo, in assenza di francesi e italiani, Paul fece valere ancora la forza della spada di scuola d’area francese, che avrebbe riempito l’albo d’oro della specialità fino al successo del nostro Cornaggia Medici del 1932. Nell’individuale conobbe una sola sconfitta nella poule finale contro il britannico Selingam e chiuse davanti al danese Osiier e ai connazionali de Beaulieu e Boin (pallanuotista, nuotatore oltre che spadista). Qualche giorno prima Anspach aveva vinto anche l’oro a squadre davanti a Regno Unito, Paesi Bassi e Svezia, insieme al cugino Henri, a Salmon, Ochs, Hennet e Willems.

Avrebbe poi vinto medaglie in altre due Olimpiadi, compresa quella di casa ad Anversa. Nel mezzo trovò il modo di andare volontario e tornare vivo e vegeto dalla Grande Guerra: questione non scontata perché Salmon e Willems non avrebbero conosciuto la pace successiva.

Ai Giochi del ’20, la squadra belga cedette in finale contro l’Italia dei fratelli Nadi, ma arrivò davanti alla Francia, dimostrando la forza della propria nazionale che però poi storicamente si sarebbe fermata agli anni ’20.

A Parigi, nel ’24, vinse il suo più giovane connazionale Charles Delporte, ma a squadre il Belgio fu secondo dietro alla Francia di Lucien Gaudin: insieme a Paul e al nuovo campione olimpico c’erano lo spadista-hockeista de Montigny, lo spadista-bobbista Léon Tom, Gevers e De Craecker. Aveva ormai 42 anni Paul, ma la scherma non sarebbe uscita dalla sua vita. Anzi.

Quando ancora si muoveva in pedana, era già diventato segretario della Federazione Internazionale ed aveva preso attivamente parte alla stesura del primo regolamento unico a livello continentale che superasse le scuole nazionali: un lavoraccio di non poco conto, in un ambiente litigioso e allora molto sciovinista come quello schermistico.

Nel 1933 Anspach diventò presidente delle FIE, il secondo belga dopo Albert Feyerik, succedendo allo svizzero Eugène Empeyta. Alla fine del suo quadriennio, fu rieletto a Berlino nel 1936. Ma lo scoppio della seconda guerra mondiale segnò profondamente la sua vita.

La Wehrmacht infatti lo arrestò per presunti crimini di guerra commessi nel periodo in cui era stato procuratore generale militare durante il breve conflitto con la Germania. In realtà la mossa era utile a Reinhard Heydrich, il n° 2 delle SS – subito dopo Himmler – per prendere possesso della Federazione internazionale.

Heydrich sarebbe diventato famoso col nome di “boia di Praga”, “l’uomo più pericoloso del Terzo Reich”, “la bestia bionda” o “L’uomo dal cuore di ferro” (l’omonimo film è uscito nelle sale in Italia proprio in questi giorni). Heydrich, oltre che un pezzo grosso del controspionaggio delle SS, era uno sciabolatore, nonché nuotatore, appassionato di atletica, violinista. Arrestato Anspach (poi liberato ma “dimessionato” dalla Fie), trasferita la sede (e l’archivio) della Federazione a Berlino, chissà che ne sarebbe stata della scherma mondiale se non fosse stato che nel 1941 la carriera di Heydrich prese un altro percorso. Diventò infatti governatore della Boemia e della Moravia e, nel maggio dell’anno dopo a Praga, saltò in aria con la sua Mercedes in un celebre attenato e morì in seguito per le ferite riportate.

Il trasferimento a Praga e l’inizio della campagna di Russia distolsero Heydrich dai propositi sportivi. E permisero così ad Anspach di tornare poi a capo della Federazione, dove rimase fin oltre i Giochi di Londra del 1948, segnando una delle presidenze più lunghe della storia della Fie.

Morto quasi centenario, nell’agosto del 1981, oggi il suo archivio privato è stato donato dalla famiglia allo Sportimonium de Hofstade-Zemst nei pressi di Bruxelles.

 

La storia di Paul Anspach e di tanti altri schermidori, dal Cinquecento ad oggi, sono raccontate da Gabriele Fredianelli nel libro “Storia e storie della scherma”, pubblicato recentemente dalla casa editrice Odoya”

ILONA ELEK, PRIMO FIORETTO D’ORO UNGHERESE ED ORGOGLIO EBREO

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La fiorettista Ilona Elek – da:olimpia2016.24.hu

Articolo di Giovanni Manenti

Lo Sport femminile ha storicamente visto un suo ingresso graduale in ambito olimpico, e questo vale anche per una disciplina come la Scherma, che sin dall’edizione inaugurale dei Giochi dell’era moderna ne ha fatto parte, ma che per le ragazze viene introdotta solo a far tempo da Parigi 1924 e con la sola prova individuale del Fioretto, basti pensare che per vedere inserita anche la gara a squadre occorre attendere addirittura l’edizione di Roma ’60, per non parlare delle altre due specialità della Spada e della Sciabola, che vanno ad integrare il programma olimpico a far tempo dai Giochi di Atlanta ’96 ed Atene ’04, rispettivamente …

Altrettanto si può dire per i Campionati Mondiali, la cui prima edizione in cui competono le ragazze del Fioretto si svolge a Napoli nel 1929, con il solo vantaggio di vedere abbinata la prova a squadre sin dal 1932, evento questo che si ripeterà sino al citato 1960 anche negli anni olimpici, con una singolare particolarità.

Vale a dire che, sino al 1936, detta rassegna era definita dalla FIE (“Federation Internationale d’Escrime”, essendo il francese la lingua ufficiale di detta disciplina) con il termine di Campionato Europeo, ma grazie ad un intervento della Federazione Italiana – in quanto il Duce Benito Mussolini offriva premi e riconoscimenti solo agli atleti di qualsiasi Sport che avessero ottenuto allori olimpici od iridati, ma non continentali – la FIE acconsentì a rinominare la manifestazione come Campionato Mondiale con effetto retroattivo, così che coloro che, sino ad allora, erano riconosciuti a livello continentale, divennero in un sol colpo Campioni iridati …

La prima a beneficiare di questo cambiamento è la protagonista della nostra Storia odierna, ovverossia l’ungherese Ilona Schacherer-Elek, nata a Budapest il 17 maggio 1907 e che, dopo la vittoria nella prova a squadre nell’edizione casalinga del 1933, mette a segno una fantastica accoppiata nei due anni successivi, facendo suo l’oro sia nella gara individuale che a squadre a Varsavia ’34 e Losanna ’35, divenendo automaticamente una delle favorite per la vittoria alle Olimpiadi di Berlino di inizio agosto ’36, dopo che alla Rassegna iridata di Sanremo, la formazione ungherese aveva dovuto cedere di fronte alla Germania in Finale.

Occorre però, a questo punto del racconto, fare un doveroso passo indietro per citare le due grandi rivali della 29enne ungherese allorché si presenta sulle pedane della “Haus des Deutschen Sports” di Berlino, e che avevano dato ampia dimostrazione delle loro capacità nelle precedenti edizioni della Rassegna a cinque cerchi.

Dopo che in occasione del debutto del Fioretto femminile alle Olimpiadi di Parigi ’24 la gara era stata assolutamente dominata dalla danese Ellen Osiier, la quale si aggiudica tutti e 16 gli assalti disputati, dal Girone eliminatorio sino alla Poule finale, per quella che resta l’unica medaglia d’oro olimpica per il suo Paese nella Scherma, le due successive edizioni di Amsterdam ’28 e Los Angeles ’32 confermano la necessità di chiamarsi Elena per primeggiare in detta specialità …

La prima a far valere le proprie qualità è la tedesca di origine ebrea Helene Mayer, talento naturale che a 14 anni non ancora compiuti si aggiudica il suo primo titolo tedesco nel 1924, per poi trionfare ai Giochi di Amsterdam con un’impeccabile Poule finale ad otto dove, a dispetto di non essere ancora 18enne (era nata ad Offenbach il 20 dicembre 1910) si impone in tutti e sette gli assalti mettendo a segno 35 stoccate subendone appena 9, con la sola ungherese Margit Dany a contenere la sconfitta sul 3-5.

Mayer che conferma la propria indiscussa superiorità aggiudicandosi i titoli continentali/iridati nelle edizioni di Napoli ’29 e Vienna ’31, dove sul gradino più basso del podio compare un’altra grande protagonista della specialità, ovverossia l’allora 19enne Ellen Preis, che gode di doppia nazionalità in quanto nata a Berlino il 6 maggio 1912 da madre tedesca e padre austriaco.

In vista dei Giochi di Los Angeles dell’anno seguente, la Preis chiede alla Federazione tedesca di poter far parte del loro Team, ricevendo un rifiuto avendo già delle fiorettiste di ottimo livello – la già citata Mayer in testa – ma mal gliene incolse, visto l’esito della gara olimpica.

Già l’esito della prova a squadre disputatasi a Copenaghen (data il mancato inserimento nel programma olimpico …) e vinto dalle padrone di casa, vede la formazione austriaca aggiudicarsi l’argento davanti alle tedesche, ma sulle pedane del “160th Regiment State Armory” della Metropoli californiana lo smacco è ancora maggiore, visto che, dopo che la Campionessa olimpica in carica aveva dimostrato di essere in ottime condizioni di forma imponendosi in tutte e sette le sfide le Girone di qualificazione, le sorti si rovesciano nella Poule Finale alla quale accedono ben 10 schermitrici.

In una sfida massacrante andata in scena il 4 agosto ‘32, che vede le finaliste affrontarsi l’un l’altra in 9 assalti, la Mayer perde la sua brillantezza aggiudicandosi solo cinque sfide contro quattro sconfitte (ancorché tre di esse all’ultima stoccata per 4-5, ivi compresa quella con la Preis …) che la relegano in quinta posizione, mentre, al contrario, l’austriaca dimostra il necessario sangue freddo imponendosi in tre occasioni per 5-4 per poi subire identica sconfitta all’ultimo assalto contro l’olandese Jo de Boer, concludendo con uno score di 8-1 che non è sufficiente per l’immediata conquista della medaglia d’oro, in quanto pareggiato dalla britannica Judy Guinness (rampolla della nota famiglia produttrice di birre), per cui si rende necessario un incontro di spareggio.

Spareggio che l’austriaca si aggiudica con l’identico punteggio di 5-3 con cui aveva sconfitto la rivale nella Poule finale, con tanti saluti alla Federazione tedesca che ne aveva osteggiato la presenza in squadra a favore della peraltro Campionessa olimpica in carica, Mayer …

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La Preis a Los Angeles ’32 – da:gettyimages.ca

Ed eccoci, a questo punto del racconto, ad inserire nella sfida tra queste due leggende del Fioretto la presenza, quale terzo incomodo, dell’ungherese Elek, di cui abbiamo già ricordato i successi a livello iridato, che peraltro avevano visto conquistare l’argento individuale, nella Rassegna di Varsavia ’34, alla sorella minore Margit, di tre anni più giovane, mentre l’anno seguente, a Losanna ’35, ad arrendersi era stata proprio la Preis, argento anche nella prova a squadre.

Vi è però un altro particolare, non meno importante anche se non di stretta attualità sportiva, che lega queste tre grandi Campionesse, ovverossia la loro fede religiosa, in quanto tutte ebree, come del resto lo era anche la ricordata danese Osiier, prima medaglia d’oro olimpica nella Scherma femminile.

Una condizione, questa, di cui la prima a fare le spese è proprio la Mayer, l’unica a risiedere in Germania, che si vede espulsa nel 1933 dalla sua Società – l’FC Hermannia, di Francoforte sul Meno – a seguito della salita al potere di Adolf Hitler e conseguente introduzione delle leggi razziali, il che la porta ad emigrare negli Stati Uniti, dove non ha alcuna difficoltà a vincere i titoli nazionali nel 1934 e ’35, considerata la scarsa propensione a tale disciplina oltre Oceano all’epoca.

In vista però dei Giochi di Berlino ’36, che rischiano seriamente di essere boicottati dagli Stati Uniti (cui si sarebbero potuti unire altri Paesi …) proprio a causa delle discriminazioni razziali esistenti sul suolo tedesco, con un gesto di facciata ed apparente liberalità, le autorità naziste offrono alla Mayer un posto in squadra, cosa che la 26enne dell’Assia accetta, circostanza che la fa divenire l’unica ebrea a rappresentare la Germania in tale edizione dei Giochi.

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La Elek a Berlino ’36 – da:gettyimages.co.uk

Con una temibile avversaria in più da affrontare – nelle riferite rassegne iridate era assente per i suindicati motivi – la 29enne ungherese vive un pericoloso “passaggio a vuoto” nel secondo turno, in un programma che definire massacrante è dir poco, visto che sono previsto ben quattro gironi all’italiana (il primo con 41 iscritte, da cui ne restano 24, ridotte a 12 e quindi ad 8 per la Poule Finale …), qualificandosi per il Girone di semifinale con 3 vittorie e 2 sconfitte, per poi ritrovare il ritmo giunto con 5 vittorie su altrettanti assalti, ivi compresi un 5-1 alla Mayer ed un 5-2 alla ricordata Guinness, quest’ultima esclusa dalla Poule Finale.

Girone al quale accedono, oltre che alle co-favorite Mayer e Preis, anche due scomode avversarie quali la belga Jenny Addams, alla sua terza partecipazione olimpica dopo il quarto posto a Los Angeles ’32 ed il bronzo dell’anno precedente ai Mondiali di Losanna, e l’appena 20enne danese Laren Lachmann, desiderosa di rinverdire i fasti della connazionale Osiier.

Ma, passata la paura derivante dal rischio di eliminazione al secondo turno, la Elek conferma di non temere rivali, ed il suo cammino verso la Gloria olimpica – dopo aver superato gli scogli più duri nei primi due assalti (5-4 alla Mayer e 5-3 alla Preis) – non conosce ostacoli, vincendo i primi sei incontri per poi cedere 3-5 alla tedesca Hass solo nell’ultima sfida, a medaglia d’oro già conquistata.

Con le piazze d’onore – a parità di score (5 vittorie e 2 sconfitte a testa …) tra Mayer, Preis ed Hass – ad essere stabilite per il numero di stoccate, l’argento ed il bronzo spettano alle due precedenti Campionesse olimpiche di Amsterdam ’28 e Los Angeles ’32, così che sul podio di Berlino salgono ben tre schermitrici di religione ebrea, non proprio il massimo per l’ideologia nazista …

Cerimonia di premiazione in cui la Mayer si presenta in uniforme con tanto di svastica e facendo il saluto nazista al suono degli inni, un comportamento che le attira feroci critiche dalla stampa mondiale, al pari del celebre scrittore Thomas Mann, e francamente di difficile interpretazione data la sua precedente emigrazione negli Stati Uniti.

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Preis, Elek e Mayer sul podio di Berlino ’36 – da:nyugat.hu

Un podio che si ricompone anche l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali di Parigi ’37, con stavolta la Mayer ad aver la meglio sulla Elek (mentre la Preis conferma il bronzo olimpico), che si consola con l’oro a squadre sulla Germania, prima che i venti di guerra inducano la Mayer a fare ritorno in America e le sue avversarie a temere per la propria incolumità stante la loro fede religiosa.

Mentre la Preis si salva per il fatto di avere solo il padre di religione ebraica, mentre la madre è tedesca, la Elek ha la fortuna che il suo Paese partecipa all’evento bellico a fianco della Germania nazista, ciò nondimeno per sei anni le viene vietato, proprio a causa della propria natura, di partecipare alle gare di scherma, così come a sua sorella minore, una situazione che avrebbe potuta indurla al ritiro, visto l’annullamento delle edizioni di Tokyo ’40 e Londra ’44 delle Olimpiadi, così come la sospensione delle Rassegne iridate dal 1939 al ’46, riaprendo i battenti a Lisbona nel 1947, allorché ha oramai varcato la soglia dei 40 anni.

Ma, come se il destino l’avesse voluta in qualche modo ricompensare, dopo che ai citati Mondiali di Lisbona ad affermarsi nella gara individuale è la Preis, mentre la Lachmann contribuisce al successo danese nella prova a squadre, ribadito l’anno seguente nell’edizione de L’Aja ’48, ecco che al “Wembley Palace Engineering” di Londra, in occasione della prima Olimpiade del dopoguerra, l’età diviene un optional per l’ormai 41enne ungherese.

Con ancora ad avere difficoltà al secondo turno, che si svolge il 31 luglio ’48 e superato con 3 vittorie e 2 sconfitte come 12 anni prima a Berlino ’36, la Elek replica l’identico percorso del suo primo oro olimpico con 5 successi su altrettanti assalti al ritorno in pedana il 2 agosto, così da accedere alla Poule Finale ad otto, in cui, incredibile a dirsi, ripete pari pari il cammino compiuto nella Capitale tedesca.

Anche stavolta, difatti, supera le maggiori difficoltà proposte dalle due sfide iniziali – 4-2 sia alla Lachnann che alla Preis – per poi non avere pietà neppure della sorella Margit (sconfitta 4-3 e sesta alla fine …), così come dell’americana Maria Cerra e dell’azzurra Velleda Cesari (4-2 ad entrambe), mentre all’atleta di casa Mary Glen-Haig tocca un umiliante cappotto (4-0), prima di rilassarsi nell’ultimo assalto, a titolo oramai confermato, cedendo di misura (3-4) all’austriaca Fritzi Wenisch-Filz.

E, come se non bastasse, anche stavolta per il completamento del podio deve farsi ricorso al conteggio delle stoccate, avendo Lachmann, Preis e Cerra concluso con l’identico score di 5 vittorie e 2 sconfitte, con l’argento a premiare la danese ed il bronzo l’austriaca, che così conferma anch’essa il piazzamento di Berlino.

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Lachmann, Elek e Preis sul podio di Londra ’48 – da:gettyimages.co.uk 

 

Prima fiorettista a confermare il titolo olimpico – ancorché a 12 anni di distanza, il che ci fa pensare a quali sfide la tragedia del secondo conflitto mondiale ci ha impedito di assistere – un’impresa che resta ineguagliata per tutto il XX Secolo, prima che sulla scena apparisse la nostra Valentina Vezzali, medaglia d’oro in tre edizioni consecutive dei Giochi, dal Sydney 2000 sino a Pechino ’08, la Elek pensa a tutto tranne che a ritirarsi, avendo come obiettivo un “tris olimpico” che la farebbe entrare nella leggenda

Ed il fatto che abbia superato i 40 anni, così come che la Preis vi si avvicini (a Londra ’48 ha già maturato le 36 primavere), ha poco valore allorché dalla propria parte si ha il talento, come dimostra il quadriennio post olimpico che vede l’austriaca conquistare il titolo iridato sulla Lachmann nell’edizione de Il Cairo ’49 così come l’anno seguente a Montecarlo, mentre nel 1951 a Stoccolma a salire sul gradino più alto del podio è la 44enne Elek, che ha la meglio sulla “eterna seconda” danese.

Un biglietto da visita più che rassicurante in vista dei Giochi di Helsinki ’52, dove la Elek si presenta avendo già superato le 45 primavere, ma d’altronde anche la Preis ha varcato la soglia dei 40 anni e la stessa Lachmann non è più una ragazzina, essendo 36enne, ed in più ha appena conquistato il titolo iridato a squadre ai Mondiali di Copenaghen.

Molto probabilmente, oltre alle indiscusse qualità tecniche, molto incide anche il carisma ed una qual certa sorta di “timore reverenziale” che le avversarie nutrono nei suoi confronti, fatto sta che la Elek si presenta al Girone di Semifinale del 27 luglio 1952 sulle pedane della “Westend Tennis Hall” della Capitale finlandese avendo vinto tutti e 9 gli assalti dei turni preliminari del giorno precedente, ivi compreso quello con l’azzurra Irene Camber, eliminata nel Girone di semifinale quattro anni prima a Londra.

Ventiseienne triestina che cede all’ungherese anche nella Poule di accesso alla Finale ad otto, raccogliendo solo quattro vittorie, nel mentre nell’altro raggruppamento la Lalchmann ribadisce la propria candidatura alla medaglia d’oro con 7 successi su altrettanti assalti, ed, al contrario, abdica la Preis, alla sua quarta Olimpiade, con sole 3 vittorie.

Una Elek con all’attivo 15 assalti vincenti consecutivi, sembra non conoscere ostacoli neppure nella Poule finale, dove allunga sino a 20 la sua striscia di successi – tra cui quello con la Lachmann – prima di vedere interrotta la stessa dall’americana Maxine Mitchell.

Nulla è ancora compromesso, poiché, con uno score di 5-1 a proprio favore, l’ultima sfida proprio con l’azzurra Camber, da lei già due volte sconfitta, le garantirebbe il suo terzo titolo consecutivo, subendo viceversa una seconda battuta d’arresto per 3-4 che porta l’ungherese a dover incrociare nuovamente le lame con la nostra rappresentante per lo spareggio per l’oro, nel mentre alle loro spalle sono addirittura in quattro a concludere alla pari con 4 vittorie e 3 sconfitte, con un interminabile ulteriore Girone a quattro che, alla fine premia, verrebbe da dire come al solito, la Lachmann, ancora a secco di un titolo olimpico o mondiale a livello individuale.

E’ chiaro che la pressione è ora tutta sulle spalle della Elek, mentre la Camber si rende conto di avere a disposizione un’occasione più unica che rara e, chiaramente, alla 23esima salita in pedana anche i 19 anni di differenza – la triestina è del febbraio 1926 – non possono non farsi sentire, ed allorché è lei a mettere a segno l’ultima e decisiva stoccata per il 4-3 conclusivo, da una parte si infrange un sogno che avrebbe suonato come un qualcosa di memorabile, e dall’altro l’azzurra diviene la prima schermitrice di religione non ebraica a salire sul più altro gradino del podio olimpico nella Scherma femminile.

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Elek, Camber e Lachmann sul podio di Helsinki ’52 – da:urheilumuseo.fi

Viene quasi da sorridere a pensare che, nonostante tutto, la magiara non abbia ancora intenzione di ritirarsi, contribuendo l’anno seguente, nella Rassegna di Bruxelles ’53, al titolo iridato nella prova a squadre, mentre la Camber si conferma con l’oro nella gara individuale – stagione che viene funestata dalla prematura scomparsa, a due mesi dal compimento dei 43 anni, della più volte citata Mayer, vittima di un tumore al seno – e confermato l’anno seguente in Lussemburgo, dove la Elek è ancora capace di conquistare l’argento nella gara individuale alle spalle della Lachmann che, finalmente, infrange tale tabù, nonché anche nell’edizione di Roma ’55, dove a 48 anni, sale ancora sul podio con il bronzo nella gara individuale.

L’ultimo acuto di una carriera senza eguali giunge con il bronzo nella prova a squadre ai Campionati Mondiali di Londra ’56, al termine dei quali saluta le pedane, non venendo selezionata per le Olimpiadi di fine novembre a Melbourne – dove, al contrario, è ancora presente la Preis a dispetto dei suoi 44 anni, riuscendo ad accedere alla Poule finale dove chiude in settima posizione – potendo vantare nel proprio Palmarès “qualcosa” come due medaglie d’oro ed una d’argento olimpiche a livello individuale e 3 titoli iridati, 2 argenti ed un bronzo individuali, oltre a ben 7 titoli iridati a squadre, con l’aggiunta di 3 argenti ed un bronzo

Ilona Elek scompare il 24 luglio 1988 nella sua Budapest, all’età di 81 anni, mentre più sfortunata di lei è la Lachmann, che muore a fine settembre 1962 a soli 46 anni, al contrario della Preis, che per lungo tempo detiene il primato delle sue cinque presenze olimpiche, la quale si spenge nel novembre 2007 a ben 95 anni di età, chiudendo il ciclo dei ricordi di un gruppo di fiorettiste senza eguali nell’epoca a cavallo delle due guerre.

Ed in più la Elek, al pari di Mayer e Preis, dovrebbe aver fatto riflettere “qualcuno” sulla tanto sbandierata “superiorità della razza ariana”, specie visto l’esito delle Olimpiadi di Berlino ’36 …

 

VIKTOR SIDYAK E QUELLE SFIDE INFINITE CON LA SCIABOLA AZZURRA

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Viktor Sidyak – da:kp.by

Articolo di Giovanni Manenti

Lo Sport, si sa, vive di sfide che ne rappresentano l’essenza per ogni appassionato di qualsiasi disciplina, raggiungendo il loro apice nei “corpo a corpo”, siano essi validi per dimostrare la superiorità fisica – come nel caso di Pugilato, Lotta od Arti marziali – oppure abilità e scaltrezza qualora si pensi alle varie specialità della Scherma, che fanno tornare alla mente i duelli del periodo cavalleresco.

Orbene, in questa ultima disciplina vi è una specialità, vale a dire la Sciabola che – dopo aver visto l’indiscusso dominio della scuola ungherese, capace di aggiudicarsi per sette edizioni consecutive delle Olimpiadi, da Amsterdam ’28 sino a Roma ’60, la medaglia d’oro nella prova a squadre, mentre un proprio schermidore sale sul gradino più alto del podio addirittura per nove volte, da Parigi ’24 sino a Tokyo ’64 – contrappone due Nazioni, ovverossia l’Unione Sovietica e l’Italia, sfidarsi per la medaglia d’oro nella prova a squadre nelle successive cinque edizioni dei Giochi, da Tokyo ’64 sino a Mosca ’80.

Ed, a partire dalle Olimpiadi messicane nel ’68, queste sfide hanno come protagonisti indiscussi – in quanto presenti in tutte e quattro le edizioni – l’azzurro Michele Maffei, da una parte, ed i sovietici Vladymir Nazlymov e Viktor Sidyak dall’altra, con quest’ultimo ad essere protagonista della nostra Storia odierna, anche per il suo successivo coinvolgimento nei più recenti successi della nostra scherma.

Nato il 24 novembre 1943 ad Anzero-Sudzensk, città situata nella Regione di Kemerovo, nella Siberia meridionale, per poi trascorrere gran parte della propria infanzia a Donetsk, in Ucraina ed iniziare a tirare di sciabola all’età di 15 anni, Sidyak si trasferisce nel centro di allenamento di Lviv, dove si mette in luce scalando rapidamente le gerarchie nell’ambito della Federazione sovietica, tanto da essere selezionato per la prova a squadre alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, in cui per la gara individuale sono iscritti i già 30enni Mark Rakita ed Umyar Mavlikhanov – altresì componenti della formazione Oro a squadre quattro anni prima a Tokyo ’64 – e la 23enne promessa Nazlymov, con il solo Rakita a salire sul podio conquistando l’argento nella prova che sancisce la fine dell’egemonia ungherese, con l’oro appannaggio del polacco Jerzy Pawlowski, il quale corona così, a 36 anni, una eccezionale carriera iniziata ai Giochi di Helsinki ’52 e che lo vedrà, oramai 40enne, partecipare a Monaco ’72 alla sua sesta olimpiade consecutiva.

Con Nazlymov e Mavlikanov ad aver concluso, rispettivamente in quarta ed ottava posizione, la prova individuale, l’apporto del 25enne Sidyak si rivela determinante nel tentativo di confermare l’oro a squadre di quattro anni prima a Tokyo ’64, mentre l’Italia, che era stata sconfitta 9-6 nella Finale per l’oro, mantiene Wladimiro Calarese, Pierluigi Chicca e Cesare Salvadori della formazione argento in Giappone, di cui entrano a far parte il 22enne romano Michele Maffei ed il 28enne livornese Rolando Rigoli, il migliore degli azzurri nella prova individuale, conclusa al quinto posto, rispetto al 13esimo di Calarese ed al 16esimo di Salvadori.

Rigoli che, nella gara a squadre, disputa il solo primo incontro contro l’Argentina, agevolmente vinto dall’Italia per 15-1, per poi essere sostituito da Maffei nella doppia sfida contro gli Stati Uniti (9-2 ed 8-6) che spalanca le porte delle semifinali per gli azzurri, opposti alla pur sempre temibilissima Ungheria, nel mentre all’Unione Sovietica – che si è sbarazzata con irrisoria facilità di Messico (15-1) e Gran Bretagna (doppio 9-1) – tocca in sorte la Francia.

Anche gli sciabolatori transalpini non creano eccessivo problemi allo squadrone sovietico, che si impone nettamente per 9-4, così come l’Italia replica contro l’Ungheria, sconfitta per 9-6, la vittoria di quattro anni prima a Tokyo nei Quarti di finale, così da prepararsi a contrastare, per la seconda volta consecutiva ai Giochi, la squadra dell’Est Europa nella corsa alla medaglia d’oro.

Atto conclusivo che, dopo che Sydiak e Vinokurov portano in dote due vittorie ed altrettante sconfitte a testa, così come Maffei e Salvadori per ciò che concerne gli azzurri, viene deciso dalla negativa prestazione di Chicca per l’Italia – che perde tutti e quattro gli assalti, mentre Calarese, al contrario, se ne aggiudica tre – e dalla splendida esibizione, da parte sovietica, della stella Nazlymov, il quale fa suoi tutti i duelli disputati, così da compensare la parziale defaillance (1 vittoria e 3 sconfitte) di Rakita per il 9-7 conclusivo che conferma l’Unione Sovietica regina della prova a squadre.

Una superiorità che gli sciabolatori sovietici confermano anche nel quadriennio post olimpico, allorché non fanno sconti nella prova a squadre ai Campionati Mondiali de L’Avana ’69, Ankara ’70 e Vienna ’71, Rassegne iridate in cui, nelle rispettive gare individuali, vi è però maggior ripartizioni di allori, visto che nella Capitale cubana ad imporsi è proprio Sidyak, con gli ungheresi Janos Kalmar e Péter Bakonyi alle piazze d’onore, mentre in Turchia il titolo va al 35enne ungherese Tibor Pézsa, con stavolta la coppia sovietica formata da Rakita e Nazlymov a completare il podio e nella Capitale austriaca, viceversa, un raggio di sole illumina la sciabola azzurra, con l’oro appannaggio di Michele Maffei, davanti all’eterno Pawlowski ed a Sydiak, edizione in cui l’Italia torna sul podio anche nella prova a squadre, conquistando il bronzo alle spalle di Urss ed Ungheria.

Rinfrancato dal successo iridato, Maffei si presenta all’appuntamento olimpico di Monaco di Baviera ’72 intenzionato a rendere dura la vita ai due fuoriclasse sovietici, iscritto alla gara individuale assieme ai livornesi Rigoli e Mario Aldo Montano, mentre la formazione perla prova a squadre è completata da Salvadori e dal cugino di Montano, Mario Tullio.

Nel frattempo, però, Sidyak, dopo il titolo mondiale conquistato a L’Avana, è stato aggregato alla prestigiosa Scuola di allenamento di Minsk (l’attuale Capitale della Bielorussia) per affinare la propria tecnica individuale, già frequentata dai celebri fiorettisti Aleksandr Romankov ed Elena Belova.

L’appuntamento è fissato per il 30 agosto, con gli schermidori a scendere in pedana per le poule di qualificazione da cui scaturiscono i 12 atleti che, il giorno dopo, vengono suddivisi nei due raggruppamenti per il successivo Girone finale a sei, un “tour de force” che comporta il sostenere qualcosa come ben 25 assalti (!!) per giocarsi le medaglie.

Con gli abbinamenti eseguiti in base al ranking mondiale, Sidyak giunge imbattuto alla terza poule, con un record di 50 stoccate inflitte ed appena 27 subite, per poi qualificarsi per il giorno seguente pur subendo una sconfitta per 3-5 da parte del polacco Jozsef Nowara, nel mentre Maffei, dopo essere stato sconfitto dall’eterno Pawlowski nel secondo turno, compie percorso netto nel terzo, al pari dell’ungherese Tamas Kovacs, mentre tale livello è fatale sia a Mario Aldo Montano che a Rigoli, con l’oramai 34enne Rakita ad essere stato eliminato addirittura all’esordio.

Con Nazlymov e Sidyak ancora in corsa per il podio – al pari della coppia ungherese formata da Peter Marot e dal già citato Kovacs – l’azzurro Maffei è inserito nel Girone con Nazlymov, Marot e Pawlowski, mentre l’altro Gruppo vede Sidyak e Kovacs alle prese con il temibile francese Regis Bonnissent, il tutto per sfide che vedono eccellere il solo Nazlymov, il quale si aggiudica tutti e 5 i propri incontri, mentre per Maffei, che soccombe 3-5 contro il sovietico e cede 4-5 anche rispetto al rumeno Iosif Budahazi, divengono fondamentali le vittorie contro Marot (5-2) e Pawlowski (5-3), così da qualificarsi per la Poule finale assieme al magiaro.

Ancora più incerto l’altro Girone, in cui Sidyak si sbarazza uno dietro l’altro di Kovacs (5-2), dell’americano Paul Apostol (5-3) e del tedesco occidentale Paul Wischeidt (5-2), per poi vedere le proprie certezze minate dalla sconfitta (4-5) contro Bonnissent, tale da determinare un ulteriore passo faldo (3-5) anche contro il bulgaro Boris Stavrev, assicurandosi comunque il passaggio del turno assieme a Kovacs e Bonissent, anch’essi con 3 vittorie e 2 sconfitte al proprio conto.

Stretto nella morsa tra le coppie sovietica e magiara, Maffei non si perde d’animo nel Girone finale, disputando assalti quasi tutti decisi all’ultima stoccata, visto che supera Kovacs 5-3 e per 5-4 cadono sotto i colpi della sua sciabola sia Bonnissent che Nazlymov, mentre con analogo punteggio viene sconfitto dall’altro ungherese Marot, risultando ahimè decisiva, per l’attribuzione delle medaglie, la sconfitta per 1-5 patita contro Sidyak, visto che per il solo computo delle stoccate (avendo totalizzato 3 vittorie e 2 sconfitte a testa), le piazze d’onore vanno a Marot (argento, 21-20) ed a Nazlymov (bronzo, 21-21), mentre l’azzurro chiude con uno “score” di 20-21,

Discorso a parte per l’oro, dato che Sidyak, dopo aver rischiato contro Marot (5-4), non concede sconti, oltre che al già ricordato Maffei, anche al francese (5-2) ed a Kovacs (5-3), per poi cedere nel solo ultimo assalto con il connazionale Nazlymov (3-5), per un probabile “gioco di squadra”, poiché in caso di successo lo avrebbe estromesso dal podio.

Non sappiamo quanto quest’ultima circostanza possa aver influito sulla voglia di riscatto del 26enne romano nella prova a squadre, che ha luogo il 3 settembre e per la quale le 13 Nazioni partecipanti vengono suddivise in tre Gironi da 3 squadre ciascuno ed un quarto composto da 4, con un gustoso antipasto costituito dall’inserimento di Italia ed Unione Sovietica nel medesimo Gruppo, assieme alla “vittima sacrificale” Gran Bretagna, superata agevolmente (13-3) dagli azzurri e con inaspettata fatica (10-6) dalla formazione sovietica, in cui fanno specie le due sconfitte rimediate dal fresco Campione olimpico Sidyak contro Richard Cohen (3-5) e Rodney Craig (2-5).

Scarsa concentrazione, può essere, fatto sta che nel confronto diretto, Sidyak disputa il solo assalto contro Rigoli (vinto 5-4), sfida che si conclude con il successo sovietico per 9-7, circostanza che determina per gli Azzurri l’abbinamento nei Quarti di Finale contro la temibilissima Polonia, mentre l’Urss deve vedersela con i padroni di casa della Germania Ovest e gli altri due accoppiamenti metto di fronte Ungheria-Cuba e Francia-Romania.

Tornati in pedana il 4 settembre per giocarsi le medaglie, Sidyak viene tenuto a riposo nella sfida contro i tedeschi, che l’Urss si aggiudica per 9-4 (3 successi a testa per Nazlymov e Vinokurov, due per Rakita ed uno per Bezhanov), stesso punteggio con il quale la Romania liquida la Francia, mentre ben più nette sono le vittorie di Ungheria ed Italia contro Cuba e Polonia, concluse entrambe sul 9-2, con i due punti polacchi a portare entrambi la firma di Pawlowski che, a 40 anni, conclude una fantastica carriera infliggendo altrettanti 5-4 a Maffei e Mario Aldo Montano.

Per centrare l’accesso alla Finale per la medaglia d’oro l’Italia deve superare la Romania di uno scatenato Dan Irimiciuc, il quale riscatta l’eliminazione al terzo turno patita nella gara individuale mettendo a segno quattro assalti vincenti (con Mario Aldo Montano addirittura umiliato con un 5-0 …!!), anche se poi proprio il più giovane dei cugini livornesi si riscatta portando il proprio contributo alla causa di 3 vittorie, contro le due a testa di Maffei, Rigoli e Mario Tullio Montano per il 9-7 conclusivo che certifica la qualificazione alla Finale per la terza sfida consecutiva contro i sovietici.

Già, perché l’eterno duello d’oltre cortina tra Urss ed Ungheria si risolve con l’identico punteggio di 9-7 grazie ad un Sidyak ritrovato che fa suoi 3 assalti al pari di Nazlymov, mentre Vinokurov contribuisce con 2 vittorie e Bezhanov con una, con quest’ultimo a dimostrarsi “l’anello debole” del quartetto sovietico in vista della sfida decisiva per l’aggiudicazione della medaglia d’oro …

Una Finale quanto mai incerta, sulla carta, e che viceversa si rivela più semplice di quanto potersi prevedere per gli Azzurri, grazie ad un Maffei che ha l’occasione di scaricare sul corpo dei suoi avversari tutta la rabbia accumulata per la mancata medaglia nella prova individuale, imponendosi in tutti e quattro gli assalti, al pari di un ritrovato Rigoli che fa altrettanto nei suoi soli tre incontri disputati, visto che gli ultimi due non vanno in scena, con l’Italia ad essersi portata sul 9-5 e, pertanto, non più raggiungibile.

Uno smacco per i sovietici, che si ripete anche l’anno seguente in occasione dei Mondiali di Goteborg ’73, dove Sidyak e Nazlymov devono accontentarsi delle piazze d’onore, argento e bronzo rispettivamente, alle spalle dell’azzurro Mario Aldo Montano, per poi cedere anche nella Finale della prova a squadra, appannaggio della rinnovata formazione ungherese, con l’Italia a conquistare il bronzo.

Un Montano che si ripete nell’edizione successiva della Rassegna iridata, confermando a Grenoble ’74 l’oro svedese, con ancora due sovietici (Viktor Krovopuskov ed il solito Sidyak) a fargli compagnia sul podio, mentre l’Urss ritrova comunque la medaglia d’oro nella prova a squadre, dove giunge in Finale per la nona volta consecutiva, per poi centrare la decima a Budapest ’75, avendo la meglio sui padroni di casa dopo essere tornata a trionfare anche nella gara individuale, grazie a Nazlymov che supera nell’assalto decisivo il polacco Jacek Bierkowski.

E, così come il titolo iridato di Maffei nel ’71 a Vienna era stato di buon auspicio in casa azzurra in vista delle Olimpiadi di Monaco ’72, altrettanto avviene per lo squadrone sovietico che domina l’edizione di Montreal ’76, anche se con un grosso spavento nella prova a squadre, come andiamo a vedere.

Che le scuole sovietica ed italiana abbiano ancora una marcia in più lo dimostra l’andamento della gara individuale, dove tutti e tre i rappresentanti dell’Urss (Nazlymov, Sidyak e Krovopuskov) si qualificano per il Girone Finale a sei, a cui partecipano anche i due ex Campioni iridati azzurri Maffei e Mario Aldo Montano, oltre al rumeno Ioan Pop, il quale ha un andamento assolutamente lineare, nel senso che “i tre Moschettieri” vincono ogni confronto con gli altri finalisti, ragion per cui l’assegnazione delle medaglie diviene una sorta di Torneo nazionale dove ad avere la meglio, nel più classico “tra i due litiganti il terzo gode”, è il più giovane Krovopuskov.

Quest’ultimo, difatti, sconfigge Nazlymov 5-3 e Sidyak 5-4, con il Campione uscente a doversi accontentare del bronzo, vista la successiva sconfitta (3-5) contro Nazlymov per un podio composto esclusivamente da bandiere con falce e martello – mentre Montano e Maffei concludono quinto e sesto, con lo scontro diretto appannaggio per 5-1 dello schermidore livornese – il che farebbe presagire una sorta di passeggiata nella prova a squadre, ed invece.

Invece accade che – con la medesima formula di quattro anni prima in Baviera – dopo un agevole superamento del primo turno (11-5 alla Bulgaria e 9-1 alla Francia) ed un altrettanto comodo 9-1 agli Stati Uniti nei Quarti di Finale, il quartetto sovietico, con Mikhail Burtsev a completare la formazione oltre ai tre medagliati della gara individuale, si trovi in estrema difficoltà nella semifinale contro la Romania, che a propria volta aveva avuto ragione per 9-4 della Polonia ai Quarti.

Sfida quanto mai incerta, con Irimiciuc a fare ancora la parte del leone con 3 successi ed una sconfitta di misura (4-5) contro il fresco Campione olimpico Krovopuskov, il quale salva la baracca portando a casa tutti e 4 i propri assalti, ben supportato da Sidyak con due, rispetto all’inattesa controprestazione di Nazlymov che si aggiudica solo l’incontro con Mustata, al pari di Burtsev che supera solo Pop, così che, con 8 vittorie a testa, l’accesso alla Finale per l’oro privilegia i sovietici per una sola (65-64 …!!) stoccata di differenza …

Un “mezzo passaggio a vuoto” che serve indubbiamente a ridare speranza nel clan azzurro che, viceversa, si sbarazza abbastanza agevolmente (9-5) dell’Ungheria, se non fosse che il Commissario Tecnico sovietico corre ai ripari, sostituendo il mediocre Burtsev – che paga l’inesperienza dovuta ai suoi appena 20 anni – con Vinokurov, il quale dà nuova linfa alla propria formazione, superando sia Arcidiacono (5-4) che il terzo dei Montano, Tommaso (5-1), cedendo solo per 4-5 contro il cugino Mario Aldo.

Anche Nazlymov si ritrova con i successi, entrambi per 5-2, nei confronti di Arcidiacono e Mario Aldo Montano, venendo sconfitto (3-5) solo da Maffei, così come analogo percorso compie Sidyak, battuto (4-5) da Mario Aldo, ma che prevale sia su Maffei (5-4) che su Tommaso Montano (5-3), anche se è ancora Krovopuskov a dimostrare la legittimità del suo oro individuale, non lasciando scampo ai due cugini livornesi (5-4 a Mario Aldo e 5-1 a Tommaso) ed ad Arcidiacono (5-3), perdendo solo (3-5) da Maffei, per un risultato finale di 9-4 che certifica oltre ogni dubbio la superiorità sovietica.

Facendo un po’ di conti, l’oramai quasi 33enne Sidyak può sinora vantare 5 medaglie (3 Ori, un argento ed un bronzo) olimpiche ed una quantità doppia (6 ori, due argenti ed altrettanti bronzi) a livello iridato, il che potrebbe anche far presupporre per lui un ritiro dalle scene, visto che i rincalzi, in casa sovietica non mancano di sicuro, ma per dare l’addio all’attività agonistica non potrebbe esserci palcoscenico migliore della Rassegna a cinque cerchi che, nel 1980, si svolge proprio a Mosca.

E così, dopo aver saltato le due edizioni dei Mondiali di Buenos Aires ’77 – con l’Urss a far suo l’oro a squadre, mentre Nazlymov cede in Finale all’ungherese Pat gerevich nella gara individualeed Amburgo ’78 – dove stavolta avviene l’inverso, con la sfida in famiglia tra Krovopuskov e Burtsev per l’oro individuale, vinta dal primo, con Maffei medaglia di bronzo, e l’Unione Sovietica sconfitta dall’Ungheria nella prova a squadre – ecco Sidyak tornare a far parte del Team che si presenta alla Rassegna iridata di Melbourne ’79, ancorché relegato nella sola prova a squadre, dato che il podio della gara individuale replica quello dei Giochi di Montreal, con tre sovietici ad occupare i relativi gradini, Nazlymov oro, Krovopuskov argento e Burtsev bronzo.

Stessa identica formazione che si presenta, l’anno seguente, sulle pedane del “Complesso sportivo dell’Esercito” di Mosca, dove solo ipotizzare una mancata vittoria sovietica in entrambe le prove significherebbe essere presi quasi per pazzi, tant’è che l’unica sorpresa è costituita dall’eliminazione di Nazlymov nei ripescaggi per l’accesso al Girone finale a sei, al quale viceversa accedono Burtsev ed il nostro Maffei, giunto alla sua quarta Olimpiade.

Poule decisiva che si apre con la sorpresa del successo di Burtsev – ben diverso e più maturo rispetto al giovane di Montreal – su Krovopuskov per 5-4, vanificato dalla sconfitta per 3-5 subita contro l’ungherese Imre Gedovari, a propria volta superato (4-5) da Krovopuskov, il quale, con altrettanti successi sugli altri finalisti, conclude a pari merito con il connazionale con 4 vittorie ed una sconfitta, confermando l’oro olimpico di quattro anni prima a Montreal solo per il conteggio delle stoccate (24-17 rispetto al 23-18 di Burtsev), mentre Gedovari deve accontentarsi del bronzo avendo perso un secondo incontro (4-5) contro il bulgaro Vasil Etropolski.

Eccoci dunque al passo d’addio del protagonista della nostra Storia, con la prova a squadre che si svolge nei giorni 28 e 29 luglio 1980 con una formula particolare data la presenza – a causa del noto boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter cui hanno aderito molti Paesi occidentali – di sole 8 squadre, che vedono, considerato l’elevato spessore delle stesse, i padroni di casa inseriti nel Gruppo A assieme a Romania e Cuba, Polonia, Germania Est e Bulgaria a comporre il Gruppo B ed Italia ed Ungheria ad affrontarsi solo per stabilire il diretto accesso alle semifinali.

Con azzurri e sovietici chiaramente ai vertici del ranking mondiali, le loro affermazioni (8-7 per l’Italia contro i magiari) determinano l’accesso diretto alle Semifinali del 29 luglio, per le quali si qualificano anche Polonia ed Ungheria, che hanno la meglio con l’identico punteggio di 9-7, di Romania e Germania Est, rispettivamente.

Il quasi 37enne Sidyak scende in pedana per la sfida contro gli eterni rivali ungheresi venendo sconfitto sia da Gedovari (3-5) che da Rudolf (2-5), il più anziano dei fratelli Nebald, riscattandosi contro Gyorgy con un 5-1 che contribuisce a far sì che l’incontro si concluda sull’8-6 in favore dell’Unione Sovietica dato l’incolmabile vantaggio in fatto di stoccate, con Krovopuskov, peraltro, a ribadire una volta di più la propria superiorità, portando in dote, oltre ad aver vinto ognuno dei suoi quattro assalti, anche un differenziale di 20-11 nel computo delle stoccate.

E così, per la quinta volta consecutiva, la Finale olimpica della prova di Sciabola a squadre vede di fronte Urss ed Italia, con gli azzurri a contare sui soli Maffei e Mario Aldo Montano della formazione medaglia d’oro a Monaco ’72, completata a Mosca dalla coppia napoletana formata dal 27enne Marco Romano e dal 21enne Ferdinando Meglio.

Probabilmente appagati dal netto successo per 10-5 sulla Polonia in Semifinale, gli azzurri oppongono stavolta una quanto mai flebile resistenza di fronte ai formidabili sciabolatori sovietici, con il solo, smisurato orgoglio di Maffei a far sì che sia l’ultimo ad arrendersi, infliggendo ai mostri sacri Nazlymov (5-4) e Krovopuskov (addirittura 5-2) quelle che risultano le uniche due vittorie dell’Italia per un verdetto impietoso di 9-2 a favore dei padroni di casa, a cui Sidyak contribuisce con tre successi su altrettanti assalti contro Meglio (5-3), così come contro Maffei e Mario Aldo Montano, entrambi sconfitti per 5-4.

Non ci poteva essere conclusione migliore di carriera per un artista della Sciabola quale è stato per oltre un decennio Viktor Sidyak, portato in trionfo dai compagni davanti al proprio pubblico, in una data che chiude anche l’attività dei suoi grandi rivali Maffei e Mario Aldo Montano, ma non il rapporto con quest’ultimo.

Accade, difatti, che la “Dinastia dei Montano” – che già consta di Aldo, Carlo (unico fiorettista di famiglia …), Mario Aldo, Mario Tullio e Tommaso – non si esaurisca con i Giochi di Mosca, avendo Mario Aldo un figlio, al quale impone lo stesso nome del nonno, ovverossia Aldo, che promette bene ed a chi credete che il padre lo affidi per migliorarne lo stile e contribuire alla sua crescita professionale se non al “nemico” Viktor Sidyak.

Complice il disgregamento dell’Impero sovietico – una cosa del genere sarebbe stata impossibile in precedenza – ecco che verso la fine degli anni ’90 ritroviamo Sidyak al “Circolo di Scherma FIDES” di Livorno a prendersi cura dell’ultimo rampollo di casa Montano, il quale debutta 24enne ai Campionati Mondiali di Lisbona ’02 per poi riuscire ad ottenere quell’oro olimpico nella Sciabola individuale, conquistato ai Giochi di Atene ’04, e sempre viceversa sfuggito ai propri congiunti …

Ennesima dimostrazione di quanto il “rispetto” sia alla base del sano agonismo e rivalità sportivi, e solo i grandi Campioni hanno anche questo nel loro DNA, cosa di cui non è mai stato sprovvisto Sidyak …

 

GYOZO KULCSAR, IL “PAGANINI” DELLA SPADA OLIMPICA

KRISSZ, Grigorij; Kulcsár Gyõzõ; SACCARO, Gianluigi
Gyozo Kulcsar sul podio di Città del Messico ’68 – da:brunomarzi.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nella ultracentenaria Storia delle Olimpiadi, l’Ungheria ha sinora colto 175 medaglie d’oro, che la pongono all’ottavo posto della Classifica assoluta, ma se andiamo ad analizzare tale dato, ci rendiamo conto che la “parte del leone” la fanno tre discipline, ovverossia la Scherma, il Nuoto e la Pallanuoto, sommando i cui ori si giunge a quasi il 42% del totale.

In particolare, per quanto riguarda la Scherma, la nazione magiara può vantare una straordinaria striscia di imbattibilità nella specialità della Sciabola, in cui, dopo la vittoria dell’Italia nella prova a squadre ai Giochi di Parigi ’24, resta imbattuta per sette edizioni consecutive, con i suoi portacolori a fare ancor meglio, visto che il gradino più alto del podio è appannaggio di uno spadista ungherese per 9 volte consecutive, con il leggendario Rudolf Karpati – quattro volte Oro a squadre dal 1948 al ’60 – ad imporsi a Melbourne ’56 ed a Roma ’60.

In un periodo in cui la Scherma non ha ancora raggiunto il livello di globalizzazione attuale, sono le “quattro sorelle” (Italia, Francia, Ungheria ed Unione Sovietica) a spartirsi il bottino di medaglie, con i cugini transalpini a farsi preferire nel Fioretto – l’oro a squadre è una questione italofrancese da Anversa ‘20 sino a Melbourne ’56 – così come nella Spada, dove il dominio si prolunga anche all’edizione di Roma ’60, per poi vedere emergere anche in questa specialità le lame magiare, guidate dal talento di Gyiozo Kulcsar.

Kulcsar nasce a Budapest il 18 ottobre 1940 ed ha la fortuna, durante l’infanzia, di potersi trasferire con la famiglia in Svezia e Germania onde sfuggire agli orrori della Seconda Guerra Mondiale per poi iniziare a cimentarsi in pedana dall’età di 15 anni, mettendosi in evidenza al punto da essere selezionato per le Olimpiadi di Tokyo ’64, in cui la prova individuale di Spada si svolge proprio nel giorno del suo 24esimo compleanno.

La scelta sui partecipanti alla gara individuale – dove l’Ungheria è alla disperata ricerca della sua prima medaglia olimpica – ricade sull’esperto Istvan Kausz e sul 22enne Zoltan Nemere, oltre che su Kulcsar e nel primo turno i tre magiari superano le rispettive “Poule ad 8”, pur se Nemere con uno score di 6-1, Kausz di 4-3 e Kulcsar di 5-2, venendo sconfitto per 5-3 dal tedesco Franz Rompza e per 5-2 dal nostro Giuseppe Delfino, già Oro a squadre ad Helsinki ’52, Melbourne ’56 e Roma ‘60, edizione quest’ultima a cui abbina anche l’Oro individuale, dopo essere stato argento quattro prima in Australia.

Al pomeriggio del 18 ottobre, si torna in pedana per il secondo turno, che risulta fatale a Kausz, mentre avanzano sia Nemere (4-2) che Kulcsar, il quale si aggiudica la “Poule A” con 5 vittorie – tra cui la rivincita (5-3) su Delfino – ed una sola sconfitta, 2-5 contro lo svedese Hans Kagfrwall.

Qualificato per la fase ad eliminazione diretta del giorno dopo, in cui non vi è possibilità di appello, Kulcsar cade abbastanza inaspettatamente contro un altro svedese, Orvar Lindwall, che lo estromette dalla competizione superandolo 10-6, e stessa sorte tocca a Nemere, che si arrende 7-10 al britannico Henry Hoskyns, così da confermare la “maledizione olimpica” della Spada per i colori magiari.

Ungheria che si vede costretta a cercare il riscatto nella Prova a squadre, dove 8 anni prima a Melbourne ’56 era riuscita a salire per l’unica volta sul podio, arrendendosi solo allo strapotere azzurro, sconfitta 3-9 nella Poule finale a quattro, dopo aver avuto ragione per 10-6 della Gran Bretagna e per 9-7 della Francia, mentre ai Giochi di Roma, quattro anni dopo, aveva patito la delusione della sconfitta di misura (7-8) in Semifinale contro la Gran Bretagna, perdendo poi l’assalto per il bronzo (5-9) contro l’Unione Sovietica.

Con una formazione che, oltre ai tre protagonisti della prova individuale, comprende anche gli esperti Arpad Barany e Tamas Gabor, di 33 e 32 anni rispettivamente, i primi due confronti contro Iran e Giappone non costituiscono problema alcuno, superati in scioltezza (14-1 ed 11-4), con Kulcsar a non conoscere sconfitta nei suoi 8 assalti disputati.

Costretta dalla posizione nel ranking a disputare un ulteriore incontro con l’Austria per accedere ai Quarti di finale, la formazione ungherese liquida la pratica con un comodo 8-1 in cui Kucsar peraltro fatica per far sue le sfide contro Roland Losert (5-3) e Rudolf Trost (5-4), ma l’obiettivo raggiunto comporta il doversi concentrare sulla sfida del giorno appresso contro i sovietici, che spesso in casa magiara va ben oltre il mero fatto sportivo …

E, per far pendere l’ago della bilancia in proprio favore, c’è bisogno di un Kulcsar al massimo della concentrazione, visto che il più giovane Nemere subisce l’emozione del momento vincendo uno solo dei suoi quattro assalti, scontando altresì un pesante 0-5 contro Grigory Kriss.

Kriss che porta il quarto successo in casa sovietica grazie al 5-2 con cui liquida Barany (il quale peraltro fornisce un contributo fondamentale con due vittorie al pari di Gabor), prima di incrociare le lame con un Kulcsar che ha ritrovato la migliore condizione e, dopo aver superato 5-3 Khabarov e 5-4 Kostava, infligge alla medaglia d’oro della prova individuale un severo 5-1 che chiude i conti sul punteggio di 8-4 per l’Ungheria, che torna così in Semifinale per la terza edizione consecutiva.

A cercare di sbarrare la strada verso la sfida per il tanto agognato Oro si frappone ora la Francia, mentre l’altra Semifinale vede i Campioni olimpici in carica azzurri affrontare la Svezia (liquidata con un tranquillo 8-2), ed un Kulcsar oramai padrone della pedana trova difficoltà solo contro Claude Bourquard, sconfitto 5-4, nel mentre sia Yves Dreyfus che Claude Brodin non lo sfiorano neppure, entrambe umiliati per 5-0.

Le tre vittorie di Kulcsar, unite alle due a testa di Nemere, Gabor e Kausz (preferito dal tecnico Bela Bay a Barany …) determinano il 9-3 conclusivo per portare la sfida ad un’Italia che da 12 anni non conosce sconfitta, con la speranza che Kausz e Gabor ritrovino lo smalto che aveva loro consentito di disputare la Finale individuale ai Mondiali di Buenos Aires ’62, con il titolo iridato appannaggio del primo.

Certo, a 30 anni abbondantemente superati non è che si possa essere al top della carriera, ma d’altronde in casa Italia è ancora lì a tirare Delfino, che di primavere ne conta ben 42 (!!) ed anche Giovan Battista Breda e Gianfranco Paolucci non è che siano alle prime armi con i loro 33 e 30 anni rispettivamente, così che il meno esperto tra gli azzurri è il 26enne Gianluigi Saccaro, quarto nella gara individuale.

E quanto conti la forza della gioventù in una prova così massacrante lo dimostra il fatto che, mentre Kausz riesce solo a strappare un pari (5-5) a Breda a fronte di due sconfitte contro Saccaro e Paolucci e Gabor porta alla causa la vittoria (5-4) contro Delfino – oltre ad un pari (5-5) con Saccaro dovendosi arrendere 2-5 a Breda – a fare la differenza sono il 22enne Nemere che infila tre successi contro Saccaro (5-2), Delfino (5-3) e Paolucci (5-1), per poi lasciare a Kulcsar il compito di chiudere definitivamente i conti …

Giunto alla sfida contro l’Italia con una striscia di 16 vittorie e nessuna sconfitta, il 24enne Gyozo completa il suo “percorso immacolato” non concedendo sconti né a Breda, Saccaro e Delfino (tutti battuti per 5-2) così come a Paolucci, l’ultmo ad arrendersi, sconfitto 5-4.

E se si tratta comunque di un Oro a squadre, difficilmente si vede un contributo così determinante di un singolo componente come nel caso di Kulcsar – 20 vittorie in altrettanti assalti, con un differenziale di 100-44 (!!) quanto a stoccate a segno e ricevute – a cui va anche tutta l’ammirazione di “uno che se ne intende” quale il nostro Delfino, che non ha difficoltà ad ammettere come gli ungheresi abbiano, nella circostanza, dimostrato “una tecnica sopraffina ed una tattica di approccio che ha variato il modo di duellare sinora visto in pedana”, aggiungendo però come “fosse strano che nessuno di loro sia mai riuscito ad emergere nella gara individuale in sede olimpica” …

Già, una tara – od un tabù, come meglio credete – che bisogna cercare di sfatare al più presto, ricordando che non solo alcun spadista ungherese non abbia ancora vinto un oro olimpico, ma che soprattutto non si sia ancora visto un solo magiaro salire sul podio nel corso della cerimonia di premiazione della gara di Spada.

E, con Kausz, Gabor e Barany a fare i conti con la carta d’identità, le speranze al riguardo, in vista del prossimo appuntamento a cinque cerchi di Città del Messico ’68 non possono che riporsi sui due protagonisti della Finale a squadre di Tokyo, ovverossia Kulcsar e Nemere, coi rispettivi 28 e 26 anni, pertanto nel pieno della maturità fisica ed agonistica, con quest’ultimo ad essersi aggiudicato il titolo iridato ai Campionati mondiali di Parigi ’65, prendendosi la rivincita sul britannico Hoskyns, che lo aveva eliminato ai Giochi di Tokyo.

Mentre l’Italia ha, per così dire, “riposto le spade” – bisognerà attendere 32 anni, ai Giochi di Atlanta ’96, per ritrovare gli azzurri sul gradino più alto del podio nella prova a squadre, mentre a livello individuale l’attesa sarà ben più lunga, datando Pechino ’08 con il successo di Matteo Tagliariol – ad uscire prepotentemente alla ribalta sono gli spadisti sovietici, che hanno visto Aleksey Nikanchikov laurearsi Campione mondiale sia a Mosca ’66 che a Montreal ’67, edizione quest’ultima in cui ha sconfitto in Finale la medaglia d’oro di Tokyo Kriss ed insieme hanno conquistato il titolo a squadre.

Con una formula rivoluzionata che prevede una “Poule finale a 6”, Kulcsar non ha difficoltà a superare i primi due raggruppamenti eliminatori – conclusi entrambi a punteggio pieno con 25 stoccate a favore e 12 subite in ognuno dei due – che fanno come “vittima illustre” il bicampione iridato Nikanchikov, nel mentre accedono al Girone finale gli altri due sovietici in lizza, il già ricordato Kriss e Viktor Modzolevsky, unitamente al nostro Saccaro, all’austriaco Herbert Polzhuber ed al francese Jean-Pierre Allemand.

Gli assalti per l’assegnazione delle medaglie sono in programma il 22 ottobre ’68, a quattro anni esatti di distanza dall’oro a squadre di Tokyo, nonché quattro giorni dopo il 28esimo compleanno di Kulcsar, il quale allunga, compresa la citata prova a squadre in Giappone, la propria striscia di assalti vincenti sino a quota 34, superando Saccaro, Modzolevsky, Polzhuber ed Allemand, prima di arrendersi solo all’ultima stoccata (4-5) al campione uscente Kriss, che però, a propria volta, viene sconfitto dall’azzurro, così che, a completamento del “Girone all’italiana” i tre spadisti si ritrovano con 4 vittorie ed una sconfitta a testa, avendo ognuno di loro avuto la meglio sul resto dei finalisti.

Nonostante il conto delle stoccate (24-14) sia favorevole all’ungherese rispetto al sovietico (25-19) ed all’azzurro (21-19), il regolamento prevede la disputa di uno spareggio a tre dove a Kulcsar potrebbe pesare la perduta imbattibilità, ma così non è, riscattando la sconfitta rifilando a Kriss un 5-3 cui segue il 5-2 con cui sconfigge Saccaro, potendo finalmente essere il primo spadista del suo Paese a salire sul gradino più alto del Podio olimpico nella prova individuale, con l’argento appannaggio di Kriss che conclude in parità (5-5) il suo assalto con l’azzurro, ma si fa preferire per il maggior numero di stoccate complessivamente portate.

Una superba prestazione – costituita da 16 vittorie ed una sola sconfitta su 17 assalti – che non può, con il solo Kulcsar, essere sufficiente a garantire la conferma dell’Oro olimpico a squadre, visto che gli altri due connazionali nella gara individuale si erano classificati non meglio che nono (il 25enne Csaba Fenyvesi, di cu sentiremo ancora parlare …) ed addirittura 17esimo l’atteso Nemere, e che alle porte si preannuncia la sfida con lo squadrone sovietico.

La formula della gara a squadre vede le 20 nazioni iscritte suddivise in 5 Gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime due ad accedere alla fase successiva, compito che l’Ungheria, abbinata ad Austria (8-3), Messico (11-4) ed Australia (14-2) non ha alcuna difficoltà ad eseguire – con Kulcsar tenuto a riposo nella sfida contro gli oceanici – per poi fare altrettanto nel turno successivo contro Polonia (9-5) e Germania Est (9-3) che determina l’accesso alla Finale per l’oro contro l’Unione Sovietica, la cui umiliante vittoria per 7-0 sugli azzurri fa sì che l’Italia venga esclusa dalle medaglie per la prima volta dal 1912 …

Finale che, peraltro, non si mette bene per gli ungheresi, visto che, dopo un’iniziale successo di Nemere su Kriss, lo stesso viene sconfitto da Vitebskiy, così come tocca a Fenyvesi e Pal Schmitt – con quest’ultimo a divenire in seguito il primo Campione olimpico ad essere eletto Presidente del proprio Paese, circostanza avvenuta nell’agosto 2010 – perdere i loro assalti e, con l’Urss avanti 3-1, la svolta della gara avviene al quinto assalto, che vede Kulcsar (che aveva chiuso in parità il duello con Smolyakov …) affrontare Kriss, contro il quale chiude definitivamente i conti dopo una vittoria a testa nella gara individuale, ridando slancio e morale ai propri compagni che dall’1-3 si portano sul 5-3 per poi concludere sul 7-4 definitivo.

I Giochi di Città del Messico rappresentano la definitiva consacrazione per Kulcsar, non solo dal punto di vista delle medaglie conquistate, ma soprattutto per la sua eleganza in pedana, del quale si dice che la spada rappresenti la parte estesa del braccio tanto è un tutt’uno, così come il sorriso sempre stampato sul volto diviene quell’alone di sicurezza che incute timore e rispetto ai suoi avversari.

E che la scherma sia un’arte per persone istruite che sappiano mantenere il dovuto sangue freddo nei momenti decisivi dei singoli assalti è confermato dal fatto che tutti i componenti della formazione ungherese sono laureati, con Kulcsar ad aver scelto la branca di Ingegneria, anche se poi, in effetti, non eserciterà granché preferendo dedicarsi all’insegnamento della disciplina a lui tanto cara, facendo anche per diverso tempo tappa in Italia, a Vercelli, da dove ha forgiato Campioni quali Maurizio Randazzo e Paolo Milanoli  …

Più importante, per lui, concentrarsi sugli impegni agonistici, con un altro appuntamento da non perdere quale le Olimpiadi di Monaco ’72, che tornano a disputarsi verso fine agosto, così da poter festeggiare con tranquillità il Compleanno a casa invece che in giro per il mondo a tirar stoccate, con il compito di difendere l’oro del Messico in una gara individuale dove gli fanno compagnia Fenyvesi e Schmitt.

Con l’allargamento della partecipazione ad un sempre maggior numero di schermidori, la gara individuale in Baviera assume contorni massacranti, ad iniziare da un primo turno in cui i 72 spadisti iscritti sono suddivisi in 12 Gruppi da 6 atleti che ne qualificano ben 4 alla fase successiva – Kulcsar chiude con un 4-1 così come Schmitt, mentre l’inizio di Fenyvesi è in sordina con 3 vittorie e 2 sconfitte – dove i 48 rimasti vengono nuovamente divisi in Gironi da 6 atleti da cui ne vengono promossi 3 – e qui tutti e tre gli ungheresi concludono con una sconfitta a testa – per far sì che i 24 ancora in gara si sfidino in altri cinque assalti che mietono come vittima Schmitt, mentre migliora la sua condizione Fenyvesi (4-1) e Kulcsar accede ai Gironi di Semifinale con un 3-2 nonostante sia l’unico a sconfiggere (5-4) lo “storico” avversario Kriss.

Con già 15 assalti alle spalle, il giorno seguente, 5 settembre ’72, vanno in scena gli assalti valevoli per le due “Poule a 6” di Semifinale che qualificano i primi tre per il Girone conclusivo che assegna le medaglie, e la notte porta consiglio al Campione olimpico in carica che ritrova il suo miglior slancio, necessario per mettere in riga, uno dopo l’altro, il francese Brodin ed il tedesco est Melzig (5-3 ad entrambi), lo svizzero Giger (5-2) ed i sovietico Paramonov (5-4), prima di concedersi un turno di riposo (0-5) contro lo svedese Rolf Edling, a qualificazione già assicurata.

Nell’altra Poule si verifica l’inatteso crollo di Kriss, desolatamente ultimo con una sola vittoria all’attivo, mentre Fenyvesi rischia anch’esso una clamorosa eliminazione dopo aver perso i primi due assalti contro il rumeno Anton Pongratz (2-5) ed il francese Jacques La Degaillerie (3-5), per poi far suoi i tre successivi, compreso l’ultimo (5-3) contro il più volte ricordato Kriss.

E’ opinione comune che Kulcsar, ancorché alle soglie dei 32anni, sia in grado di ripetere l’impresa di Città del Messico, ma la Poule finale segna il definitivo riscatto di Fenyvesi, anch’egli nativo della Capitale, ma di tre anni più giovane, il quale strappa a La Degaillerie il pari (5-5) per poi non conoscere avversari imponendosi nettamente sugli altri finalisti, con tre vittorie per 5-1 (compresa la rivincita su Pongratz) ed una per 5-2 su Kulcsar, il quale, dal canto suo, deve accontentarsi del bronzo, arrendendosi 3-5 anche a La Degaillerie, il quale spreca la chance di contestare l’oro a Fenyvesi facendosi battere 3-5 da Pongratz.

Con stavolta l’oro ed il bronzo della gara individuale tra i componenti della formazione che scende in pedana per la gara a squadre, si fa difficoltà a non ritenere l’Ungheria  favorita per confermare per la terza edizione consecutiva il titolo già conquistato a Tokyo ’64 e Messico ’68, anche se l’inizio è scioccante, con una sconfitta per 5-10 contro gli svedesi che si confermano l’autentica “bestia nera” per i magiari, compreso Kulcsar che rimedia tre sconfitte, compresa la replica dello 0-5 contro Edling della gara individuale.

Saggiamente, il tecnico tiene fuori Kulcsar nelle sfide contro Germania Ovest (10-4) e Danimarca (16-0), per poi averlo riposato il giorno seguente, 9 settembre ’92, in cui sono previsti Quarti, Semifinale e Finale, tornati a disputarsi con la formula dell’eliminazione diretta.

Nei Quarti, la sfida con i polacchi non ha storia, troppo netto è il divario in pedana, ed il 9-1 conclusivo serve a Kulcsar per “ritrovare il braccio”, con tre facili vittorie per 5-3, 5-0 e 5-2, necessarie in vista dell’eterna sfida contro i sovietici che stavolta si presenta in Semifinale.

Il contributo di Kulcsar è comunque positivo, con 2 vittorie (5-3 sia su Zazitski che su Valetov), un pareggio per 5-5 contro Paramonov ed una sconfitta per 3-5 nella “sfida infinita” contro Kriss, ma ad essere decisivo è Fenyvesi, con le sue “quattro vittorie quattro” – a conferma che l’Oro individuale non è stato casuale – per il successo 8-5 che schiude le porte per la terza Finale consecutiva, avversaria la sorprendente Svizzera che, con identico punteggio, ha eliminato la Francia.

Con i sovietici a sfogare la loro delusione sui transalpini (9-4) e far sì che Kriss concluda il suo bilancio olimpico con un Oro ed un Argento individuale ed un Argento ed un Bronzo a squadre, il pericolo di sottovalutare gli elvetici non coinvolge gli esperti magiari, e se Kulcsar contribuisce con l’identico percorso della Semifinale – vittorie per 5-3 su Kauter e Lotscher, pari (5-5) con Evéquoz e sconfitta per 4-5 contro Giger – Fenyvesi infligge due 5-2 ad Evéquoz e Lotscher per poi risultare inefficace la sconfitta (4-5) patita con Kauter, in quanto ci pensano Schmitt ed Erdos, anch’essi con due vittorie a testa, a garantire l’ampio margine per l’8-4 conclusivo con cui l’Ungheria resta ben salda sul primo gradino del podio olimpico per la terza edizione consecutiva.

Una formazione che si presenta al completo anche quattro anni dopo ai Giochi di Montreal ’76, visto che i ricambi non sono considerati all’altezza – come confermato dal fatto che Erdos e Fenyvesi vengono addirittura schierati anche nella gara di Fioretto a squadre – ma non si possono impunemente sfidare le leggi del tempo, e questa volta tocca alla Svezia di Edling fare la voce grossa, dapprima eliminando 9-4 nei Quarti l’Unione Sovietica e quindi fare altrettanto con l’Ungheria (8-6) in Semifinale per poi aver ragione nella sfida conclusiva per 8-5 della Germania Ovest, mentre a Kulcsar & Co. tocca subire la voglia di rivincita elvetica, con la Svizzera ad imporsi con un netto 9-3 che manda giù dal podio il Team magiaro.

Con l’edizione di Montreal ’76 cala il sipario sulla “Grande epoca della scherma ungherese“, che in Canada si porta a casa una sola medaglia in campo maschile, provate ad indovinare grazie a chi, ma Kucsar ovviamente, che sfiora, a quasi 36 anni di età, un clamoroso bis dell’oro di Messico ’68 in quanto nella “Poule Finale a 6” conclude a pari merito (3 vittorie e 2 sconfitte a testa) coi tedeschi occidentali Alexander Pusch ed Hans-Jurgen Hehn, dovendosi accontentare della medaglia di bronzo nel barrage a tre, subendo due sconfitte (3-5 da Pusch e 2-5 da Hehn) con il 21enne Pusch ad aggiudicarsi l’oro con il 5-4 sul connazionale, di 10 anni più anziano.

Per Kulcsar resta comunque l’orgoglio di essere sempre andato a medaglia nelle quattro edizioni dei Giochi a cui ha partecipato, con un bottino complessivo di quattro Ori e due Bronzi che ne fanno uno dei più medagliati nella gloriosa Storia delle Olimpiadi …

 

JERZY PAWLOWSKI, LO SCIABOLATORE OLIMPICO DA EROE NAZIONALE A SPIA DELLA CIA

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Jerzy Pawlowski – da sport.onet.pl

articolo di Gabriele Fredianelli

Fu Jerzy Władysław Pawłowski da Varsavia a interrompere una delle serie olimpiche più lunghe della storia. Prima di quel 1968 a Città del Messico, l’Ungheria vinceva ininterrottamente l’oro nella sciabola individuale dal 1924. Anzi, dal 1908 l’aveva perso una sola volta, quando nel 1920 se l’era portato via Nedo Nadi. E quel dominio magiaro, una volta interrotto, non si sarebbe più concretizzato almeno fino al 1992 con Bence Szabó.

Eppure Jerzy detto Pawel in Messico aveva già 36 anni ed era alla sua quinta Olimpiade personale (ci avrebbe poi aggiunto Monaco ’72), su tre armi (compreso fioretto individuale e spada a squadre).

Fu una finale molto equilibrata e tesa, dentro la Fernando Montes de Oca Fencing Hall, risolta solo 5-4 al barrage contro il sovietico Mark Rakita, mentre il campione in carica Tibor Pézsa chiuse al terzo posto e il livornese Rolando Rigoli fu l’unico occidentale della poule conclusiva, quinto assoluto.

Per lui, Pawłowski, che ai Giochi aveva messo insieme già tre argenti e un bronzo e che era già stato campione del mondo individuale tre volte (la prima nel 1957 a Parigi, più altre tre volte a squadre), quello fu la rivincita di Melbourne 1956, quando aveva lasciato l’oro all’altro magiaro Rudolf Kárpáti, così come gli altri argenti a squadre erano arrivati sempre alle spalle dell’Ungheria. Quella volta invece toccò al maggiore dell’esercito polacco, l’avvocato Pawłowski, non alto, non troppo dotato fisicamente ma capace di controllare il suo corpo con una coordinazione incredibile. Allenato dal maestro ungherese Janos Kevey, aveva una velocità della lama pazzesca, tanto che per il pubblico era impossibile seguirne le traiettorie.

Fu capace di chiudere la carriera con 18 medaglie mondiali, oltre alle cinque olimpiche, e con 14 titoli nazionali polacchi. Ovvero fu uno dei più grandi atleti mai prodotti dalla sua terra.

Eppure, colui che era quasi un eroe nazionale, che viveva nel centro di Varsavia tra mobili antichi e libri costosi, poliglotta al volante di una Mercedes 300, incallito giocatore di poker e amico del futuro premier Jaruzelski, nel 1975 si vide crollare il mondo addosso. Non erano ancora i tempi di Solidarność e dell’apertura all’Occidente.

Il 24 aprile di quel ’75 fu arrestato. La primavera seguente fu condannato da un tribunale militare a 25 anni di carcere, la sospensione dei diritti civili, la confisca di tutti i suoi beni, la cancellazione del suo nome dai libri sportivi polacchi. L’accusa era quella di spionaggio in favore della Cia e degli Stati Uniti. Aveva rischiato perfino la fucilazione che chiedeva a gran voce l’Unione Sovietica. Dieci anni più tardi, dopo una carcerazione vissuta in mezzo a delinquenti comuni e psicopatici, fu incluso in uno scambio di prigionieri al Glienicker Brücke, il famoso “ponte delle spie” tra Postdam e Berlino. Ma lui volle rimanere nel suo paese dopo la scarcerazione.

È morto nel 2005 dopo che in prigione era diventato pittore di acquerelli e guaritore.