ELLEN PREIS, LA CAMPIONESSA ETERNA DA CHARLOTTENBURG AL TETTO DEL MONDO

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Ellen Preis – da wien.gv.at

articolo di Gabriele Fredianelli

In una delle sue foto più famose, lei è quella di sinistra, sul gradino più basso del podio. Tutte e tre le giovani donne guardano verso l’esterno dell’inquadratura, sul lato mancino del lettore. In mezzo c’è l’ungherese Ilona Elek, con un grande serto di quercia in braccio e la medaglia d’oro al collo. A destra c’è la controversa Helen Mayer, in completo bianco: ebrea tedesca, residente da anni negli Stati Uniti, col braccio destro teso nel saluto nazista. A sinistra c’è invece lei, Ellen Preis, tedesca di nascita, austriaca di nazionalità, la gonna bianca, l’immancabile caschetto di capelli neri, l’aquila degli Asburgo cucita sulla giacca scura.

Berlino, 1936, le Olimpiadi di Hitler, di Speer e di Jesse Owens, dell’occhio profondo di Leni Riefenstahl. Quelle tre donne sul podio sono le dominatrici dell’unica arma allora consentita alle donne (e soltanto dal 1924, a Parigi): il fioretto individuale. Ad Amsterdam nel ’28 ha vinto la Mayer, a Los Angeles nel ’32 la Preis. Adesso tocca alla Elek. E le gerarchie parleranno chiaro anche dopo la guerra, un decennio e più oltre. Nel ’48 a Londra sarà ancora prima la Elek, terza la Preis, nel ’52 seconda la Elek dietro l’azzurra Camber, mentre la Mayer morirà poco più che quarantenne nel ’53.

Paradossale un fatto, a pensarci bene, in quell’immagine di Berlino’36. Ellen Muller-Preis, che gareggia sotto le insegne austriache, è in realtà l’unica berlinese in piedi su quel podio. La Mayer, che tra l’altro da tempo vive negli Stati Uniti, è nata in Assia, a Offenbach am Main, 500 chilometri più a ovest.

Ellen, figlia di un austriaco originario della Stiria e di una donna renana, è invece nata nel 1912 a Charlottenburg, quartiere della capitale tedesca ricco di arte e cultura. Alla scherma si è avvicinata tardi, soltanto nel 1930 – ormai diciottenne e dopo aver esordito nell’atletica – al momento del trasferimento a Vienna dalla zia Wilhelmine Werdink, maestra d’armi. Eppure sei mesi dopo è già campionessa austriaca, un anno dopo terza ai campionati europei di Vienna e nel 1932 campionessa olimpica negli Stati Uniti: sotto le insegne austriache perché, nonostante la doppia nazionalità, la Germania le ha rifiutato la domanda di partecipazione. Vincendo a Los Angeles raccoglierà quella che, a tutt’oggi, rimane l’unica medaglia d’oro austriaca nella scherma. In una competizione ancora molto ristretta (17 partecipanti da undici nazioni, tra cui non c’è l’Italia), allo spareggio ha la meglio sulla dublinese Judy Guinness, e finisce anche davanti all’ungherese Erna Bogen-Bogáti, moglie dell'”Attila della sciabola” Aladár Gerevich. La Mayer, che combatte sotto le insegne tedesche, arriva soltanto quinta, perdendo 5-4 proprio dalla Preis.

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Il podio di Berlino 1936 – da nyugat.hu

Nel 1936, a Berlino, la partecipazione è più numerosa: 41 atlete (perfino brasiliane e canadesi, ma nessuna italiana ancora). Tre le austriache: oltre alla Preiss ci sono la Grasser e la Filz. Tra le tedesche, la Mayer, la Oelkers e la Hass. Al termine di due giornate intense, la Preis stavolta finisce al terzo posto, pagando le sconfitte con la Elek, poi campionessa, e con la Hass, poi quarta. La Mayer sarà seconda, ma di nuovo viene sconfitta dalla quasi connazionale Preis.

La Preis, che intanto tra individuale e a squadre mette insieme tre argenti e due bronzi ai campionati europei (che allora equivalgono ai mondiali, introdotti solo dal ’37, quando a Parigi lei vince un nuovo bronzo), trova poi la guerra a fermarla sul più bello, come capita a tutta la sua generazione. Ma nel 1948, a Londra, a 36 anni, sarà di nuovo in pedana, con colleghe vecchie e nuove. E sarà la vecchia generazione a tenere duro: prima la Elek, 41 anni; seconda la danese Lachmann, 32, terza la Preis, mentre le tre italiane finalmente iscritte (Valleda Cesari, Irene Camber e Elena Libera) arrivano ben oltre il podio. Ma Ellen continuerà a lungo a tirare e a vincere: tre volte campionessa del mondo individuale in quattro anni (Lisbona ’47, Cairo ’49, Montecarlo ’50), conquisterà l’ultimo bronzo mondiale a squadre nel 1957, a 45 anni. Un anno, prima a Melbourne, a 24 anni dalla prima partecipazione, gareggia nella sua ultima Olimpiade (nel ’52 si era fermata in semifinale) e chiude con un comunque straordinario settimo posto. Non parliamo poi dei confini nazionali, dentro i quali è per ben 19 volte campionessa d’Austria. Dopo l’addio alla scherma, insegna all’Accademia di musica e delle arti dello spettacolo di Vienna ed è maestra d’armi nella stessa scuola. È morta a Vienna nel novembre del 2007.

MONTREAL 1976, L’INCREDIBILE MANO DI POKER DEI CUGINI MONTANO

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Mario Aldo Montano – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Quattro cugini sul podio di un’Olimpiade, nello stesso sport, non si erano mai visti e chissà se mai si rivedranno. Livornesi, nati in una manciata di anni, dal 1948 al 1953, due perfino nello stesso giorno, quasi fossero gemelli, il 1° maggio del ’48. Ma quella dei Montano – sei componenti sul podio olimpico lungo tre generazioni – non è una famiglia come le altre, non lo è mai stata. A cominciare da un albero genealogico da perderci la testa, fin dai nomi (tanti Aldo, tanti Mario, spesso doppi nell’abbinamento).

Prima venne Aldo, il patriarca, classe 1910. Sciabolatore, allievo di Nedo Nadi al mitico Circolo Fides Livorno, argento a Berlino nel 1936 e a Londra nel 1948, prima e dopo la guerra. Cinque ori mondiali, campione del mondo individuale, ancora prima e dopo la forzata pausa bellica, a un decennio di distanza.

Poi venne la seconda generazione. Mario Aldo, detto Mauzzino, il figlio di Aldo, sciabolatore anche lui, allievo di Athos Perone, a medaglia in tre Olimpiadi di fila: oro a Monaco 1972, argento a Montréal  1976 e Mosca 1980, sempre a squadre, nonché due volte campione del mondo individuale.

Quindi Mario Tullio, detto Mariolone, il cugino di Aldo Mario. Sciabolatore pure lui, e di lui compagno di squadra a Monaco 1972 e Montréal 1976. Nato perfino lo stesso giorno, quel 1° maggio del 1948.

Poi Tommaso, il più giovane, classe 1953, fratello di Mario Tullio, anche lui sciabolatore, anche lui nella squadra di Montréal 1976.

Infine Carlo, fratello di Tommaso e Mario Tullio, classe 1952, l’unico fiorettista di famiglia, pure lui a medaglia nel 1976, nella squadra di fioretto.

A Monaco 1972 era già successo qualcosa di simile. I due Montano più anziani della nidiata di cugini erano andati insieme a medaglia d’oro: in compagnia dell’altro livornese Rolando Rigoli, al romano Michele Maffei e al torinese-fiorentino Cesare Salvadori. Perfino davanti a due potenze come l’Unione Sovietica di Sidyak e Nazlymov (rispettivamente oro e bronzo nell’individuale) e l’Unghieria di Marot (argento).

Ma a Montréal, nel 1976, ecco che succede qualcosa di incredibile. Quattro argenti per quattro Montano. Carlo è argento nel fioretto a squadre, dietro la Germania Ovest, accanto a Fabio Dal Zotto già vincitore dell’oro individuale (unico oro italiano nella scherma in quei Giochi).

La sciabola è dominata dai russi: tutti e tre i gradini del podio nell’individuale (Krovopuskov, Nazlymov, Sidyak) e oro a squadre. È il loro momento di massimo fulgore: quattro ori a squadre in cinque edizioni dei giochi tra 1964 a 1980 (tranne l’argento di Monaco) e tre individuali di fila tra 1972 e 1980, con due argenti e due bronzi a completare la sfilza. Dietro gli inarrivabili i sovietici, però, c’è l’Italia dei tre Montano più Maffei e Angelo Arcidiacono. Gli azzurri battono la Francia nei quarti e l’Ungheria in semifinale, per cedere poi 9-4 a Krovopuskov e compagni. Una maledizione, o quasi, quella contro gli atleti dell’Urss: con Montano e Maffei arrivati al quinto e sesto posto nell’individuale, appunto dietro i tre russi e il rumeno Pop.

Poi verrà la terza e – almeno per ora – ultima generazione dei Montano. Quella di Aldo jr, figlio di Mauzzino. Campione olimpico nella sciabola nel 2004 ad Atene, 84 anni dopo Nedo Nadi, il maestro del nonno a lui omonimo, tanto per chiudere uno dei tanti cerchi di famiglia. Poi altre tre medaglie ai Giochi (un argento e due bronzi a squadre) e un titolo mondiale a Catania nel 2011. Ma, nel gioco dei destini, uno dei suoi maestri più importanti a Livorno è stato Viktor Sidyak, quattro volte campione olimpico e sette volte mondiale e uno dei più fieri avversari in pedana di suo nonno e dei suoi zii, Montréal compresa.

EDOARDO MANGIAROTTI, NELLA SCHERMA COME LUI NESSUNO MAI

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Edoardo Mangiarotti – da sportfair.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Se si toglie il marziano statunitense Phelps (28 medaglie) e i due sovietici della ginnastica Larisa Latynina e Nikolaj Andrianov (15 a testa), subito dopo c’è lui tra i plurimedagliati della storia centenaria dei Giochi. Edoardo Mangiarotti: 13 tra ori, argenti e bronzi, in cinque edizioni e saltandone per la guerra le due potenzialmente più prolifiche a 21 e 25 anni. Un dominatore della scena internazionale della scherma, tra spada e fioretto, da Berlino 1936 a Roma 1960. Nessuno ha vinto quanto lui, nella scherma, e in fatto di ori soltanto un altro schermidore ha fatto meglio: lo sciabolatore ungherese Aladar Gerevich, 7 contro 6. E, quanto a titoli mondiali, il suo palmares parla di altre 26 medaglie, di cui 13 d’oro. E poi Universiadi, Giochi del Mediterraneo, sette titoli italiani.

Ma quella di Edoardo Mangiarotti è la storia di una famiglia intera: lui, i fratelli Dario e Mario, perfino la madre Rosetta e soprattutto il papà Giuseppe, uno dei padri fondatori della scherma italiana moderna. E poi ancora le altre donne: Eugenia Gavezzeni, moglie di Mario e campionessa italiana di fioretto a squadre; Camilla Castiglioni, moglie di Edoardo, schermitrice e presidente del circolo della Spada che porta il nome di famiglia; Carola, fiorettista, figlia di Edoardo, due volte presente alle Olimpiadi di Montreal 1976 e Mosca 1980.

Cominciamo da lui, dal padre fondatore, Giuseppe. Figlio di un ricco avvocato pavese e della famosa soprano austriaca Adelina Stehle, atleta a tutto tondo (dalla ginnastica al canottaggio al sollevamento pesi), venditore delle prime automobili a Milano a inizio Novecento, dopo i vent’anni incrocia per caso la spada. Comincia a tirare sul serio nel 1906, sotto la guida prima del siciliano Lancia di Brolo e poi del lombardo Colombetti. Un paio di anni dopo è già alle Olimpiadi di Londra del 1908, dove fa una buona figura pur non passando il primo turno. Dopo aver insegnato scherma anche a Budapest, lascia il palcoscenico agonistico ai figli, rimanendo pure uno dei maestri più reputati in Europa, attivo nel suo circolo e nell’altra prestigiosa sala meneghina del Giardino.

Ed è proprio al Giardino che i fratelli Mangiarotti muovono i primi passi. Edoardo, nato nel 1919, a diciassette anni è già oro olimpico a Berlino, come titolare nella squadra di spada che arriva davanti a Svezia e Francia. Insieme a lui, gli altri milanesi Cornaggia-Medici, Riccardi e Brusati, il piemontese Pezzana e il veneto d’adozione Ragno. Destro naturale, Edoardo viene abituato dal padre a tirare con la mano mancina, così come viene spinto a curare la forma fisica confrontandosi con altre discipline, compreso il pugilato.

Se la guerra gli porta via gli anni sportivamente migliori, quando lo sport ricomincia Edoardo è ancora ai vertici. Tenere il conto di tutti i successi internazionali è impossibile, dal Cairo a Filadelfia, da Stoccolma a Lisbona. Ai Giochi di Londra 1948 arriva l’argento nella spada a squadre dietro la Francia e il bronzo individuale nella prova vinta dal connazionale Cantone. Ma sarà Helsinki 1952 il punto più alto della sua carriera. Partecipa a quattro gare, tra fioretto e spada: conquista due ori nella spada e due argenti nel fioretto. Nella spada individuale è l’apoteosi della famiglia Mangiarotti: primo Edoardo, secondo il fratello Dario, poi insieme vincitori nella competizione a squadre sulla Svezia e la Svizzera. Nel fioretto è invece secondo dietro al francese D’Oriola, sua eterna bestia nera, e a squadre ancora dietro la Francia.

A Melbourne, quattro anni dopo, è doppio oro a squadre nel fioretto e nella spada rispettivamente su Ungheria e Francia e bronzo nella spada individuale, dietro gli altri due italiani Pavesi e Delfino. Chiude a Roma, nel 1960, con altre due medaglie: l’oro nella spada a squadre e l’argento, dietro l’Unione Sovietica, nel fioretto a squadre.

Con quell’edizione dei Giochi, e col suo ritiro, finisce anche l’epoca d’oro della spada italiana: tra 1932 e 1960, gli atleti azzurri avevano vinto sei titoli individuali consecutivi (Cornaggia-Medici, Riccardi, Cantone, Mangiarotti, Pavesi e Delfino) e quattro su sei a squadre (più due argenti). Da allora è arrivato soltanto un altro alloro individuale con Tagliariol nel 2008, quasi mezzo secolo dopo, e due a squadre nel 1996 e 2000. La sua rivalità con Nedo Nadi, pur a distanza di una generazione abbondante sotto il profilo cronologico rispetto al livornese, da sempre divide gli appassionati come divise fieramente le rispettive famiglie: Nadi vinse ai Giochi soltanto ori (sei, di cui cinque in una sola edizione) partecipando a sole due Olimpiadi; Mangiarotti 13 medaglie, ma un solo oro individuale e in cinque edizioni. Assurdo però stilare classifiche tra due fuoriclasse irripetibili, ognuno a suo modo, e mai incrociatisi sulla pedana.

Anche Edoardo, come Nadi, è stato giornalista sportivo di primo piano per tre decenni, scrivendo (spesso anche delle sue imprese, un attimo dopo la fine delle gare) per la Gazzetta della Sport diretta da Gianni Brera. Ha ricevuto tutte le onorificenze possibili in Italia e all’estero, ha scritto manuali di scherma (“La vera scherma” con Aldo Cerchiari, in cui compare il citatissimo decalogo dello schermidore) ed è stato per due volte portabandiera olimpico nel 1956 e 1960, unico italiano a fare doppietta ai Giochi estivi insieme al marciatore Frigerio, oltre che dirigente della Federazione italiana e di quella internazionale. È morto nel 2012 nella sua Milano a 93 anni. Due anni prima, a 95 anni, se n’era andato anche il fratello Dario.

RENZO NOSTINI, ATLETA E DIRIGENTE CHE HA SEGNATO UN’EPOCA TRA PEDANE E PISCINE

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Renzo Nostini – da club-scherma-roma.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Difficile, se non impossibile, scegliere l’inquadratura giusta per raccontare un personaggio come lui. Difficile, forse, perfino decidere un’unica disciplina all’ombra della quale raccontarlo. Renzo Nostini ha segnato la storia dello sport italiano per tutti gli abbondanti 90 anni della sua vita. Schermitore in prevalenza, ma non solo. Pure nuotatore, pallanotista, rugbista, pentathleta. Sempre ad altissimi livelli. Eppoi per oltre trent’anni sulla sua testa è stata poggiata la corona di re indiscusso della Federazione Italiana Scherma, oltre a quella di presidente di numerose società sportive.

Nato a Roma dall’economista Domenico nella primavera del 1914, all’alba della Grande Guerra, si avvicina alla scherma col maestro Luigi Fabrizi, insieme al fratello maggiore Giuliano, mancino, di due anni più grande di lui e destinato pure lui a belle soddisfazioni in pedana (un argento olimpico, sei ori tra europei e mondiali a squadre, due titoli italiani assoluti: tutto nel fioretto).

Ma Renzo intanto si dedica anche al nuoto come atleta della Polisportiva Lazio sotto la gestione di Olindo Bitetti, altro grande nume dello sport romano (pallanotista, calciatore, giornalista, dirigente di altissimo livello). E come nuotatore è tre volte campione italiano nella staffetta all’inizio degli anni ’30. Alla Lazio è anche punto di forza nella squadra di pallanuoto, mentre poi giocherà in Serie A pure con il Rugby Roma. Appassionato di così tante discipline, è inevitabile che Nostini presto viri anche verso il pentathlon. Le Olimpiadi di Berlino 1936 sembrano il suo trampolino di lancio ma, già qualificato per la manifestazione, alla fine rimane a casa perché la Federazione decide di portare in Germania solo atleti militari. Rimarrà quella una delle grandi delusioni della sua vita: anche perché vincerà il tedesco Gotthardt Handrick che, a detta di Nostini, aveva prestazioni inferiori alle sue. Le altre due delusioni massime per lui saranno l’oro mai conquistato alle Olimpiadi e la mancata presidenza del Coni.

Passata Berlino, comunque, per l’atleta romano, che in sala dà vita a epiche sfide con il concittadino Giulio Gaudini di un decennio più grande di lui e tre volte campione olimpico, le soddisfazioni saranno ugualmente tantissime. La famiglia, lo studio e la professione – sposato con la nuotatrice Joan Zaccardi, ingegnere, imprenditore edile – non lo distolgono dallo sport. Prima della seconda guerra mondiale vince le sue prime due medaglie ai mondiali a squadre di fioretto a Parigi nel ’37 e a Piestany nel ’38, insieme al fratello Giulio e ad altri campioni come Marzi, Bocchino, Guaragna, Di Rosa e Faldini: in pratica l’élite del fioretto della sua epoca. Dopo la guerra, invece, ci saranno le sue prime Olimpiadi, vissute a 34 e 38 anni. Gli mancherà solo l’acuto sul gradino più alto. Saranno alla fine quattro argenti, sempre a squadre: due nel fioretto e due nella sciabola. Nel ’48 a Londra gli azzurri si arrendono nel fioretto alla Francia di D’Oriola (oltre ai due Nostini, ci sono Mangiarotti, Di Rosa, Pellini e Ragno) e nella sciabola all’Ungheria di Gerevich (con lui ci sono Pinton, Darè, Turcato, Racca e Montano). Identico il finale quattro anni dopo ad Helsinki: doppio argento dietro Francia e Ungheria, pure a ranghi un po’ diversi, e soltanto per le sconfitte 6-8 e 7-8 nei gironi finali, non senza polemiche aspre proprio su un’ultima stoccata non assegnata a Nostini.

Se quei quattro argenti rimarranno un cruccio, a livello mondiale arriverà una pioggia di titoli, fino al 1955 (quando chiude ad alti livelli proprio nella sua Roma, ad oltre quarant’anni): nel complesso, 7 ori, 7 argenti e un bronzo. Il più importante sarà quello del 1950 a Montecarlo davanti al francese Buhan, il secondo riconoscimento individuale dopo l’argento dell’anno prima al Cairo dietro D’Oriola.

Laureato in ingegneria, nel dopoguerra aveva fondato anche una società di costruzioni che realizza impianti di rilievo, come la piscina delle Rose all’Eur o la piscina dell’Acquacetosa. Lasciata la pedana, Nostini comincerà poi una carriera dirigenziale con pochi pari. Già nel comitato di reggenza della FIS tra il 1944 e il 1946 e poi di nuovo nel ’59-’60 con Mangiarotti e Darè, nel 1961 diventa presidente della FIS e lo rimarrà fino al 1993, segnando profondamente un trentennio non sempre facile per le lame azzurre (non ci fu nemmeno un oro ai Giochi del ’64 e del ’68) . Nello stesso 1961 a Roma Nostini era stato artefice della nascita del Club Scherma Roma, per la fusione della Sala Pessina di via Condotti con la sezione Scherma della SS Lazio. Nel mentre è pure presidente del Lazio nuoto, del Lazio Rugby, oltre che vicepresidente della Federazione Rugby e presidente (ma solo onorario) del Coni, oltre che membro d’Onore della Federazione Internazionale di Scherma (FIE). Alla sua morte, nel 2005, aveva ricevuto le più importanti onorificenze sportive: medaglia d’oro al valore atletico, stella d’oro al merito sportivo, collare d’argento dell’ordine olimpico e collare d’oro al merito sportivo. Al suo nome è intitolata oggi la più grande competizione schermistica per le categorie under 14 in Italia.

PHILIPPE RIBOUD, LE SEI MEDAGLIE OLIMPICHE DEL GIGANTE MANCINO

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Riboud in finale a Seul 1988 contro Schmitt – gettyimages.it

articolo di Gabriele Fredianelli

A volte bastano anche solo i numeri per segnare il profilo di un campione. Nelle cifre di Philippe Riboud c’è qualcosa di non facilmente replicabile, come una passione assoluta per la simmetria. Sei medaglie olimpiche in totale: due in ogni diversa olimpiade (1980, 1984, 1988). Due ori, due argenti, due bronzi. Tre nelle prove a squadre, tre in quelle individuali.

Questa è la storia del gigantesco mancino nato a Lione nel 1957, dominatore nella spada per tutti gli anni ’80 e capace, insieme a un gruppo di validissimi compagni come Philippe Boisse, di riportare la Francia ai vertici mondiali dell’arma a sezione triangolare. Tanto che, da quel 1980 a Mosca, i transalpini non sono più scesi dal podio olimpico a squadre, Rio 2016 compreso: unica eccezione il 1992 in cui però Eric Srecki conquistò comunque l’oro nell’individuale, col compagno Henry di bronzo.

Tra gli spadisti francesi, Riboud è probabilmente l’unico che possa rivaleggiare coi mostri sacri della storia: Buchard, Massard, Ducret, Gaudin (questi ultimi due però più fiorettisti, sebbene “bi-arma“) mancando soltanto l’assolo individuale ai Giochi, sebbene per due volte campione del mondo.

Philippe, ben oltre il metro e novanta, non troppo dinamico in pedana ma ovviamente micidiale nell’allungo anche grazie all’impugnatura “alla francese” della sua spada, comincia a tirare prima di saper leggere e scrivere e lo fa al club “Masque de fer” di Lione con il maestro Barbas. Il talento si vede subito e gli vale l’ingresso nella squadra nazionale appena diciottenne. Già nel 1976, a Montreal, esordisce ai Giochi, per fare esperienza. L’ascesa è però potente. Nel 1978 è secondo ai Mondiali, alle spalle del campione olimpico in carica, il tedesco Alexander Pusch.

L’anno dopo, a Melbourne, Riboud è già campione del mondo individuale, davanti all’ungherese Kolczonaj. Mosca 1980, a 23 anni, è l’apoteosi: terzo nell’individuale, dietro lo stesso Kolczonaj e dietro il campione svedese Johan Georg Harmenberg. Ma primo con la squadra francese, davanti a Polonia e Unione Sovietica: con lui Boisse, Hubert Gardas, Patrick Picot e Michel Salesse. I Mondiali di Roma due anni dopo confermano le gerarchie: Francia ancora prima davanti alla Svizzera, Riboud d’argento dietro il magiaro Jeno Pap.

Viene poi Los Angeles 1984. Terza Olimpiade per il francese. Due nuove medaglie. Nell’individuale è bronzo, nella gara vinta dal connazionale Boisse sullo svedese Vaggo. Boisse lo batte 12-11 in semifinale, poi Riboud supera l’italiano Stefano Bellone per il terzo posto. Nella gara a squadre è argento, dietro la Germania del solito Pusch e dopo aver battuto l’Italia in semifinale. Stavolta in squadra, oltre a Boisse, ci sono Jean-Michel Henry, Olivier Lenglet e ancora Salesse. I mondiali di Barcellona, un anno dopo, raccontano la stessa storia: primo Boisse, Riboud terzo, in mezzo il cecoslovacco Jurka, ma Francia fuori dal podio. A Sofia, l’anno seguente, tornerà campione del mondo: davanti al rumeno Bodoczy e al connazionale Langlet. A Losanna, nel 1987 sarà bronzo mondiale a squadre dietro Unione Sovietica e Germania Ovest.

1988, ultima olimpiade. La più ricca, anche se mancherà pure stavolta il titolo individuale. Lui è il portabandiera alla cerimonia inaugurale: il terzo schermitore francese nella storia dopo D’Oriola a Roma e Magnan a Monaco (poi toccherà a Lamour a Barcellona e a Laura Flessel a Londra).

Argento nell’individuale dietro il tedesco occidentale Arnd Schmitt, di quasi dieci anni più giovane di lui. Ancora una volta, una sola stoccata è fatale: finisce 10-9 l’assalto per la storia. La rivincita è nella gara a squadre: Francia prima, Germania seconda.

L’ultima medaglia sarà nel 1990, nella sua Lione. Argento a squadre, dietro l’Italia stavolta, quella di Mazzoni (argento individuale), Cuomo, Pantano, Randazzo e Resegotti.

Ai Giochi, solo due schermidori francesi hanno vinto più medaglie di lui: Cattiau e Ducret (otto a testa); e come lui solo Gaudin, D’Oriola e Buchard. Bastano questi nomi a capire che Riboud è nell’empireo transalpino di tutti i tempi.

Cinque volte campione di Francia tra il 1975 e il 1982, decorato con Legion d’Onore, dopo il ritiro è stato vicepresidente della Federazione francese e viticoltore: attualmente si occupa di finanza e immobili. Suo fratello Stephane è tecnico della nazionale femminile di spada.

GIULIO GAUDINI, IL GIGANTE BUONO CHE FECE IL PORTABANDIERA

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Giulio Gaudini – da it.wikipedia.org

articolo di Gabriele Fredianelli

Nelle foto di squadra, lui è sempre il gigante che stacca in altezza i compagni almeno di una testa. Un Primo Carnera della scherma, con cui divise la celebrità nel mondo sportivo degli anni Trenta. Giulio Gaudini però ai guantoni preferì sempre fioretto e sciabola.

Orgogliosamente romano “de Roma“, il futuro campione olimpico – e inevitabilmente granatiere di Sardegna sotto le armi, dati i due metri abbondanti – nasce nel 1904 dal vicedirettore dei giardini di Villa Borghese e comincia a tirare di scherma alla storica società Club Sportivo Audace di via Frangipane, due passi dal Colosseo, sotto la guida di Salvatore Angelillo. Sono gli inizi degli anni ’20 e già nel 1924 Giulio si guadagna, appena ventenne, la convocazione per le Olimpiadi di Parigi. La squadra italiana di fioretto chiuderà la sua avventura amaramente nel girone finale vinto dai padroni di casa: le proteste nei confronti della giuria costeranno prima la squalifica e poi il ritiro, così come la decisione di non partecipare all’individuale. Ma la carriera del romano è solo all’inizio: parteciperà a quattro Olimpiadi, alla faccia di chi, per via di quel fisico dinoccolato, non lo vede portato con una lama in mano. Lui ha invece intelligenza schermistica, senso di tempo e misura, capacità di scegliere l’attimo giusto. Bi-arma come i più forti della sua generazione, buono di carattere, a tratti indolente, ma elegante nei colpi e un combattente soprattutto nelle gare a squadre. E, nei momenti di tensione, non risparmia la sua romanità. Nel 1931 agli Europei di Vienna urla alla giuria: “Annate tutti a morì ammazzati“, per fortuna senza che nessuno riesca a tradurre esattamente la frase.

Nel 1926 vince intanto l’allora prestigioso Torneo Littorio a Cremona e da qui non si ferma più. Nel 1927 a Vichy, un campionato europeo che allora vale un mondiale, arriva al settimo posto. Ma è alle Olimpiadi di Amsterdam nel 1928 che Gaudini esplode definitivamente. Oro nel fioretto a squadre, in una formazione che vede altri straordinari atleti come il fiorentino Ugo Pignotti, i livornesi Giorgio Chiavacci e Oreste Puliti, il milanese Giocacchino Guaragna e l’altro romano Giorgio Pessina. La vittoria arriva davanti a un altro squadrone: la Francia di Cattiau e Gaudin che cade proprio sotto i colpi del quasi omonimo Gaudini (con un personale pazzesco: 30-2 complessivo). Nell’individuale arriva invece un prestigioso bronzo, anche se non senza qualche disappunto, visto che nel girone finale solo la differenza stoccate tiene il romano dietro il solito francese Gaudin e il tedesco Casmir.

Nel 1930 agli Europei di Liegi è doppio oro, individuale (su un podio tutto italiano con Guaragna e Marzi) e a squadre (davanti alla Francia). A questo aggiunge l’argento nella sciabola a squadre, dietro l’Ungheria. È il suo momento. Nella stagione successiva, a Vienna, è oro nel fioretto a squadre (davanti all’Ungheria stavolta) e argento nella sciabola a squadre (dietro i magiari, guidati da Gerevich).

1932, Los Angeles, ancora Olimpiadi. Quattro medaglie complessive, ma l’oro individuale gli sfugge ancora. È terzo nel fioretto individuale vinto dal connazionale Gustavo Marzi e argento a squadre, dietro la Francia per una manciata di stoccate nello scontro diretto (finito 8-8). Nella sciabola è sfortunato: arriva secondo dietro l’unghrese Piller, pure battuto nello scontro diretto nel girone finale, e argento anche a squadre, ancora dietro l’Ungheria.

Nel 1933 a Budapest è ancora una pioggia di medaglie: argento nel fioretto individuale (dietro Guaragna), bronzo nella sciabola individuale (dietro Gabos e Marzi) e argento in quella a squadre (dietro la solita Ungheria. A Varsavia, nel 1934, ottiene di nuovo il titolo europeo con la squadra di fioretto (sulla Francia) e il secondo posto nella sciabola sia individuale sia a squadre (sempre dietro gli ungheresi in entrambi i casi). L’anno seguente, a Losanna, è primo nel fioretto a squadre (davanti ai soliti francesi), secondo nella sciabola a squadre (Ungheria, sempre avanti) e quarto in quella individuale.

Intanto, anziano e malato il suo maestro Angelillo, è l’amico Giorgio Pessina a seguirlo in sala, dove tira con gli altri romani come i fratelli Nostini, Perno e Faldini. Ormai carico di medaglie, a Berlino troverà la consacrazione definitiva. Protagonista come portabandiera azzurro nella cerimonia di apertura, sarà oro nel fioretto individuale e a squadre. Nell’individuale arriva davanti al francese Gardère e al fiorentino Bocchino. Nella competizione a squadre viene superata la stessa Francia e ridicolizzata la Germania di casa, terza classificata battuta 16-0 nello scontro diretto, anche se Gaudini non appare molto in forma.

Nel 1938, ai primi Mondiali della storia, è di nuovo oro due volte, con le squadre di fioretto (ancora seconda la Francia) e sciabola (sempre sui transalpini).

Dopo Mangiarotti, è lo schermidore italiano ad aver vinto il maggior numero di medaglie olimpiche: tra il 1928 e il 1936 ne ha conquistate nove (come Valentina Vezzali): tre d’oro, quattro d’argento e due di bronzo. Nella classifica generale è al terzo posto dopo Mangiarotti appunto e il magiaro Gerevich.

Quando ormai vuole dedicarsi alla carriera magistrale e aprire una sala tutta sua, un tumore ai polmoni lo porta via a nemmeno 44 anni, nel gennaio del 1948. Una strada nel quartiere Flaminio della sua Roma oggi ne ricorda il nome.

QUEL GIORNO DI SETTEMBRE 1988 A SEUL: CERIONI E’ D’ORO

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Stefano Cerioni impegnato alle Olimpiadi di Seul 1988 – da cerchidigloria.it

articolo di Gabriele Fredianelli

La tensione è grande, quel giorno di settembre a Seul. Il tabellone segna 9-7 per l’italiano, alla sinistra delle telecamere, già in vantaggio per 9-4 pochi minuti prima. Poi due attacchi simultanei, che lasciano il punteggio immutato. Al nuovo “allez” del presidente di giuria, Stefano Cerioni lascia avanzare l’avversario, fa un paio di passi indietro, sceglie perfettamente il tempo, cava e parte improvvisamente in flèche. Il tedesco dell’est Udo Wagner è colpito in pieno petto. Cerioni salta fuori dalla pedana, urla, mulinella le braccia col fioretto ancora attaccato al passante.

L’atleta marchigiano, ma nato a Madrid, ha 24 anni ed ha appena vinto il titolo olimpico individuale. A Los Angeles quattro anni prima, lui appena ventenne, era stato bronzo individuale e oro a squadre.

Quello del 21 settembre 1988, è anche l’unico oro italiano nella scherma nella spedizione coreana, cui si aggiungono poi l’argento del fioretto femminile a squadre (con i prodromi del Dream Team azzurro) e il doppio bronzo nella sciabola, col siciliano Giovanni Scalzo e la squadra. È un’edizione dominata dalla Germania Ovest: sette medaglie su otto prove totali, tra cui tre ori e tre argenti.

Nella finale del fioretto individuale sono di fronte due giganti, a cominciare dall’aspetto fisico: un metro e novanta Cerioni, qualche centimetro in meno il tedesco di Sassonia Wagner. Tutti e due nel pieno della forza agonistica: 24 anni l’italiano, 25 l’avversario, tra l’altro unico tedesco di oltre cortina a vincere, nella storia, una medaglia alle Olimpiadi nella scherma. E pare quasi paradossale, considerando che a Seul per esempio, la Germania Est si imporrà come seconda potenza sportiva dopo l’Unione Sovietica, perfino davanti agli Stati Uniti, con 102 medaglie totali.

Eppure l’avventura di Cerioni a Seul non parte per nulla bene, così come in generale per i fiorettisti azzurri. Uno dei grandi favoriti, Andrea Borella, esce quasi subito, al secondo turno. Agli ottavi di finale (nei “sedici” come si dice in gergo) approdano invece il campione olimpico in carica Mario Numa e Stefano Cerioni: i due protagonisti della pirotecnica semifinale olimpica tutta azzurra di Los Angeles 1984.

Reduce dalla vittoria della Coppa del Mondo, Cerioni però incappa poi nella sconfitta contro il padrone di casa Kim Seung Pyo e, per approdare ai quarti di finale, è costretto a infilarsi in una serie di spareggi. Ne esce vittorioso, dopo quattro assalti tiratissimi, l’ultimo contro il tedesco Enkelmann rimontando addirittura cinque stoccate di svantaggio.

Ai quarti di finale ci sono quattro tedeschi (due dell’Est e due dell’Ovest), due italiani, un ungherese e il mitico sovietico Romankov, alla caccia di quell’oro individuale che premi una carriera maestosa (dieci titoli mondiali) ma poi avara ai giochi olimpici (argento a Montreal, bronzo a Mosca, boicottaggio a Los Angeles). A Cerioni tocca il campione del mondo Gey: va avanti 8-4, si fa rimontare sull’8-8 mai poi piazza il 10-8 che lo porta in zona medaglie. Lì non arriva però Numa: contro Romankov, il veneziano va sotto 3-8, rimonta fino al 9-8, ma poi si fa incredibilmente battere.

E proprio Romankov capita a Cerioni in semifinale. Il marchigiano però tira con sicurezza davanti a un atleta molto più esperto di lui: finisce 10-5 per l’azzurro, senza particolari scossoni.

Adesso la finalissima è contro il tedesco Wagner. L’azzurro resta sempre avanti, ma l’avversario non molla mai. 2-0, 2-2. Poi 6-2, 6-4. Poi 9-4, 9-7. Chissà cosa passa per la testa di Cerioni che, a Los Angeles contro Numa, in semifinale era stato in vantaggio 6-1 e 8-4 per poi cedere al connazionale non senza polemiche accese. Quattro anni nel mezzo: stavolta Cerioni mantiene la concentrazione, piazza quella stoccata e scrive il suo nome nella storia per quello che sarà l’unico suo oro individuale. Il tedesco Wagner si rifarà, a Germania unificata, a Barcellona 1992, conquistando l’alloro a squadre battendo Cuba in finale.

IRENE CAMBER, LA CHIMICA CHE PER PRIMA SCOPRI’ L’ORO FEMMINILE

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Irene Camber – da junglekey.it

artcolo di Gabriele Fredianelli

Si chiama Irene la capostipite della meravigliosa famiglia rosa della scherma che conduce fino a Elisa Di Francisca, passando per Valentina Vezzali e Giovanna Trillini e prima ancora Antonella Ragno.

Fu sua, della dottoressa Camber da Trieste, la prima medaglia italiana al femminile nella storia dei Giochi, in quella miniera inesauribile che è sempre stata la scherma per i colori azzurri. Fu la sua anche la seconda medaglia d’oro femminile italiana, dopo quella di Ondina Valla a Berlino.

Era il 1952, Olimpiadi di Helsinki, le seconde del dopoguerra. In quell’epoca alle schermitrici è concesso solo di battersi nel fioretto individuale (nel 1960, a Roma, arriverà anche la prova a squadre nella stessa arma: l’ultima barriera, la sciabola femminile a squadre, verrà superata soltanto a Pechino 2008).

Fino a quel 1952 il fioretto ha parlato solo lingue del nord o dell’est, su tutti i gradini del podio, dall’esordio a Parigi 1924 in poi: campionesse olimpiche sono state una danese (la Osiier), una tedesca (la mitica e controversa Helene Mayer), un’austriaca (la Preis) e quindi la magiara Elek, capace di vincere a distanza di dodici anni, prima e dopo la guerra. E poi di rincalzo sempre altre danesi, inglesi, ungheresi. Irene riuscirà ad imporsi scalzando proprio un mostro sacro come Ilona Elek.

Irene Camber – capelli scuri e occhi chiarissimi – viene da buona famiglia triestina. Il padre, Giulio Camber Barni, è un avvocato dai molti interessi letterari: decorato nella Grande Guerra, scrive poesie di guerra che gli valgono la definizione di ultimo poeta del Risorgimento e l’ammirazione (e la prefazione per i volumi Mondadori) di Umberto Saba, prima di morire nel 1941 sul fronte albanese.

Quando il padre muore, Irene tira già di scherma e dimostra subito talento. È nata nel 1926 ma nel 1942 è già in finale dei campionati italiani e oro nella gara a squadre sotto le insegne della Ginnastica Triestina. Intanto non tralascia gli studi: già diplomata in pianoforte, mette in stand-by la scherma e si laurea in chimica industriale, cominciando a insegnare matematica e chimica.

Quando arriva a Helsinki, nel 1952, è un’assoluta outsider o almeno così viene considerata. Non ha precedenti titoli europei o mondiali. È una delle migliori italiane, ma le azzurre all’estero non ottengono i risultati, anche perché ai Giochi hanno cominciato a partecipare solo dall’edizione di Londra nel 1948, non andando comunque oltre il settimo posto di Valleda Cesari. L’Italia, da sempre dominatrice nella scherma maschile, punta poco o nulla su quella femminile. Irene ha partecipato a quelle Olimpiadi del 1948 ma senza troppo successo.

In Finlandia Irene parte bene nel primo turno e nel secondo girone cede solo alla Elek che ha vent’anni più di lei. Nel girone di semifinale la Camber rischia l’eliminazione, afferrando comunque il quarto posto che vale la qualificazione, mentre la Elek vola ancora imbattuta. Eppure nella notte di quel 27 luglio succede l’imponderabile nel girone finale. La Camber perde due assalti e vede la medaglia allontanarsi. Ma poi anche la Elek si blocca e subisce la prima sconfitta dall’americana Mitchell (che ha battuto anche Irene) e poi perde proprio dalla Camber. Servirà il barrage finale, lo spareggio tra l’italiana e l’ungherese, per assegnare l’oro. L’assalto è a quattro stoccate: la Elek si porta sul 2-0 e poi sul 3-2. Irene pareggia e prende ad attaccare. Le luci del campo da tennis al coperto su cui si tira le danno fastidio. Le tornano in mente le parole del padre: “Nessuno può aiutarti a vincere, se non tu stessa“. Irene attacca ancora e capisce che la Elek non è al massimo della concentrazione: al terzo tentativo, piazza il 4-3 che vale l’oro e l’inizio dell’amicizia proprio con la Elek che, senza nemmeno aspettare il verdetto della giuria, si toglie la maschera e le stringe la mano. Finisce così: prima Camber, seconda Elek (che nonostante i 45 anni tirerà ancora per un quadriennio, aggiungendo altre medaglie mondiali al suo palmarès), terza la danese Lachmann, già argento a Londra 1948.

Quando arriva a Trieste con la medaglia al collo, Irene viene portata su un’auto scoperta in Corso Italia, mentre la segue un corteo di 300 lambrette. La città, ancora sotto il controllo dei militari americani (lo sarà fino al 1954), è ammantata di bandiere tricolori.

La sua carriera sarà ancora lunga. Nel 1953 a Bruxelles diventa campionessa del mondo davanti alla francese Garilhe, vincendo anche il bronzo a squadre (l’oro va all’Ungheria di Ilona Elek).

Ma la scherma non è mai una priorità assoluta. Nel 1956 una gravidanza le fa saltare Melbourne dove sarebbe la campionessa in carica. Nel 1957 è comunque oro mondiale a squadre a Parigi. In totale ai Mondiali mette insieme due ori, un argento e cinque bronzi, in meno di un decennio.

Si ritira nel 1964, dopo aver vinto il bronzo a squadre a Roma 1960 ed essere arrivata quarta a Tokyo, diventando poi commissario tecnico del fioretto femminile fino a Monaco 1972, quando vince la sua erede più prossima, Antonella Ragno, con cui aveva già diviso il bronzo di Roma. È stata inoltre due volte campionessa italiana nell’individuale e cinque volte a squadre.

ANTONELLA RAGNO, UN ORO NEL NOME DEL PADRE

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Antonella Ragno – da corriere.it

articolo di Gabriele Fredianelli

La scherma scorreva da sempre nel sangue di famiglia. E le combinazioni del destino vollero che fosse sempre la Germania a festeggiare i loro successi. Saverio Ragno, fiorettista e soprattutto spadista, era nato a Trani, in Puglia, nel 1902 ed era già stato argento alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932, nonché in totale cinque volte campione italiano e per l’ultima volta campione mondiale a squadre a quasi cinquant’anni. A Berlino 1936 aveva conquistato l’oro nella spada a squadre, in una formazione dai nomi storici come quelli di Mangiarotti, Cornaggia-Medici, Pezzana, Riccardi e Brusati, e l’argento non senza rimpianti nell’individuale in una gara che confermò la meraviglia di quelle lame azzurre: primo il milanese Riccardi, secondo lui e terzo l’altro meneghino e “viveur” Cornacchia-Medici.

A lui, Saverio, in una carriera fantastica, era mancato solo l’oro individuale olimpico. Quello che sognò per sua figlia, “Lollo“, come la chiamava lui che l’aveva messa in guardia in pedana per la prima volta a quindici anni.

La figlia di Saverio, Antonella, nata a Venezia nel 1940 e fiorettista anche perché allora per le donne esisteva solo quella specialità, toccò il suo apice alla sua quarta olimpiade, a Monaco 1972: quando l’età, la maternità e la decisione di interrompere la carriera parevano aver anticipatamente chiuso il discorso sull’alloro olimpico. Invece.

Già brillante fin dalle categorie giovanili, Antonella a vent’anni è bronzo nel fioretto a squadre nei Giochi di Roma, occasione nella quale conosce anche colui che diventerà suo marito diversi anni dopo, il pallanuotista fiorentino Gianni Lonzi, oro in quella edizione delle Olimpiadi.

Negli anni successivi Antonella è tre volte bronzo mondiale a squadre, da Buenos Aires a Parigi, fino all’argento individuale di Montreal nel 1967, mentre ai Giochi di Tokyo 1964 conquista il bronzo sempre nell’individuale. Città del Messico 1968 potrebbe essere l’olimpiade della consacrazione: invece arriverà una precoce eliminazione, e nessuna medaglia.

È il periodo cruciale della sua carriera. In Italia non ha quasi mai rivali, come confermano i nove titoli nazionali assoluti. Ma nel frattempo ha patito il lutto per la morte del padre-allenatore, si è fermata per la nascita del figlio Lorenzo, e pare vicina a smettere definitivamente con la scherma. Ha vinto tanto, tranne quell’oro olimpico individuale che in famiglia continua a mancare.

Nel 1970 però, dopo essersi trasferita nel frattempo a Firenze, si allena al Circolo Scherma Raggetti e, sotto le cure del maestro Ugo Pignotti, campione olimpico nel 1928 e già compagno di nazionale del padre, riprende ad allenarsi seriamente, conquistando nel 1972 la prima edizione della Coppa del Mondo.

Nello stesso 1972, parte per l’olimpiade di Monaco senza pressioni particolari, anche se nel cuore ha il sogno di centrare quell’oro individuale che il padre così tanto desiderava. L’avvio di gara non pare esaltante, con una qualificazione risicata ai turni successivi. Si trasformerà invece nel suo capolavoro, cui purtroppo non può assistere papà Saverio, morto tre anni prima. Sarà una barrage finale dalle tantissime emozioni. E Antonella dovrà ringraziare la professionalità della francese Depetris-Demaille che, pure ormai fuori dai giochi per il podio, batterà la russa Gorochova (tre ori, un argento e un bronzo olimpici in carriera), costringendola al terzo posto e dando il via ai festeggiamenti italiani. Per Antonella, è un oro che vale anche per il padre Saverio e che le permette di chiudere una straordinaria carriera nel suo punto più alto.

Nella storia azzurra, è il secondo oro femminile nel fioretto, vent’anni dopo quello della triestina Irene Camber, allieva anche lei del fiorentino, ma romano d’adozione, Ugo Pignotti, e un ventennio prima dell’inizio del dominio assoluto italiano cominciato a Barcellona 1992 dalla Trillini, passato per la cannibale Vezzali e quindi proseguito dalla Di Francisca, per cinque ori tricolori in sette edizioni dei Giochi (più quattro a squadre in cinque prove).

IL “GIURAMENTO OLIMPICO” DI VALENTINA VEZZALI

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Valentina Vezzali – da oasport.it

articolo di Giovanni Manenti

No, non ci siamo sbagliati, il titolo non si riferisce al “giuramento” pronunciato da un atleta della nazione organizzatrice dei Giochi Olimpici durante la Cerimonia di Apertura – onore che, per il nostro paese è toccato solo al discobolo Adolfo Consolini in occasione delle Olimpiadi di Roma 1960 – ma ad un’altra sorta di impegno morale e personale che la fiorettista Valentina Vezzali ebbe a fare con se stessa, dopo essere stata sconfitta dalla rumena Laura Badea nella finale della gara individuale ad Atlanta 1996.

E’ quello, tra metà e fine anni ’90, un periodo in cui tra le protagoniste del “Dream Team azzurro“, capitanate da Giovanna TrIllini, oro sia nella prova individuale che a squadre a Barcellona 1992, e le fiorettiste rumene inizia una forte rivalità senza esclusione di colpi, “pardon, stoccate” che fa la storia della specialità.

Jesina al pari della Trillini, di cui è di quattro anni più giovane, ed entrambe indirizzate alla scherma da parte del maestro Ezio Triccoli, la Vezzali si affaccia alla ribalta internazionale ai Mondiali di Essen 1993, dove conquista la sua prima medaglia, finendo terza nella prova a squadre, migliorandosi l’anno successivo ai Mondiali di Atene 1994 dove inizia la rivalità con le fiorettiste rumene, venendo sconfitta in finale sia nella gara individuale dalla Reka Szabo che nella prova a squadre, unitamente alle storiche compagne Bortolozzi, Bianchedi e Trillini.

E l’anno seguente, all’edizione de L’Aja dei Mondiali 1995, la sfida si ripete, toccando stavolta alla rumena Laura Badea vincere l’oro nella gara individuale, mettendo in fila le azzurre Trillini, argento, Vezzali e Bianchedi, bronzo quali sconfitte in semifinale, mentre il “Dream Teamsi prende la rivincita nella prova a squadre, sconfiggendo finalmente le forti rumene.

Logico, pertanto, che vi sia molta attesa per la “resa dei conti” in sede olimpica ad Atlanta 1996, dove le azzurre giungono da campionesse in carica in entrambe le prove, e le tre iscritte alla gara individuale (Vezzali, Trillini e Bianchedi) non hanno alcuna difficoltà a superare i turni iniziali e qualificarsi per gli ottavi, dove, a sorpresa, è esclusa la rumena Szabo, fattasi sorprendere per 15-12 dalla francese Adeline Wuilleme.

Negli ottavi, mentre Trillini supera 15-11 la rumena Scarlat e la Vezzali deve sudare per avere ragione 15-13 della russa Velichko, una brutta tegola si abbatte sulla squadra azzurra, sotto forma di un infortunio occorso a Diana Bianchedi che la elimina sia dalla prova individuale che dalla successiva a squadre.

Nei quarti, Trillini supera in scioltezza (15-7) la cinese Aihua Xiao, così come Vezzali non ha soverchie difficoltà a regolare 15-10 l’americana Ann Marsh, e le rispettive semifinali vedono di fronte Trillini e Badea da un lato e Vezzali contro la francese Laurence Modaine-Cessac dall’altro.

Valentina non soffre più di tanto per aver facilmente ragione 15-7 della sua avversaria, spostandosi nel box azzurro per vedere chi sarà la sua avversaria all’atto conclusivo, in quella che, a detta dei critici, è la vera finale anticipata, ponendo di fronte la campionessa olimpica (Trillini) e mondiale (Badea) in carica.

L’assalto tra le due fiorettiste ha qualcosa di epico, con Giovanna che si porta in vantaggio 6-0 e 13-8 per poi subire la rimonta della rumena che piazza sei stoccate consecutive per il 14-13 in suo favore, pareggiato da Trillini all’ultimo istante per un tempo supplementare dove chi sferra la prima stoccata va in finale.

E, dopo 14 secondi, l’affondo giusto arride alla Badea, per quella che Giovanna descriverà poi come “la più grande delusione della mia vita sportiva“, pur avendo cuore e carattere per superare 15-9 la francese Modaine-Cessac ed aggiungere un bronzo alla personale collezione di medaglie.

Toccherebbe a Valentina cercare di “vendicare” l’amica, ma in finale, forse tradita dall’emozione per questa sua prima esperienza, non tira al meglio e la Badea si aggiudica piuttosto facilmente l’assalto con un 15-10 che le consente di unire l’oro olimpico a quello mondiale, mentre la Vezzali, la quale avrebbe voluto dedicare quest’oro individuale al proprio maestro Triccoli, scomparso proprio a pochi mesi dall’inizio dei Giochi, giura a se stessa: “Mai più una sconfitta così, mai più!

Ed anche se Valentina e le altre azzurre si prendono la rivincita nella prova a squadre, sconfiggendo seccamente le rumene in finale con un eloquente 45-33 conclusivo che la dice lunga sulla superiorità dell’Italia, per lei l’obiettivo è molto più a lunga gittata, vale a dire prendersi quell’oro individuale e, soprattutto, riscattare una prova così deludente che non fa parte del suo repertorio.

Nessuno può discutere le qualità tecniche della Vezzali, ma se in carriera è riuscita – tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei – a mettersi al collo 27 (di cui 14 d’oro) medaglie a titolo individuale e a conquistare per 11 volte su 15 edizioni la Coppa del Mondo di fioretto, ciò lo si deve anche alla sua enorme combattività, alla voglia di lottare sempre e di non mollare mai, anche quando l’esito dell’assalto sembra risultarle avverso, circostanza che costituisce anche una forma di sudditanza psicologica da parte delle avversarie nei suoi confronti.

Ma ancora – a parte i titoli a squadre – a fine 1996 a Valentina manca un oro individuale sia ai Mondiali che alle Olimpiadi e, considerando che per prendersi la rivincita sulla Badea e le altre rumene in chiave olimpica deve aspettare quattro anni, è bene incominciare a fare le prove generali nelle tre rassegne mondiali previste nel quadriennio post olimpico.

Però nella prima occasione, ai Mondiali di Cape Town 1997, in Sudafrica, è ancora la più esperta Trillini a prevalere, con la Vezzali neppure sul podio, mentre il “Dream Team“, composto dalle due jesine e dalla Bianchedi ripresasi dall’infortunio di Atlanta, sconfigge ancora in finale il trio rumeno formato dalle solite Badea, Szabo e Scarlat nella prova a squadre.

Ancora e solo un titolo a squadre per Valentina, nonostante sia la migliore del lotto, essendosi aggiudicata le sue due prime Coppe del Mondo di specialità nel 1996 e 1997, ed il tabù non viene infranto neppure l’anno seguente a La Chaux-de-Fonds 1998, in Svizzera, nel quale le due amiche/rivali vengono entrambe sconfitte in semifinale, con l’oro che va alla tedesca Sabine Bau, mentre identico copione si ripete nella prova a squadre, con le azzurre che superano nuovamente le rumene in finale.

A Valentina non resta che una ultima occasione, se vuole presentarsi in sede olimpica a Sydney in veste di campionessa mondiale, e stavolta non se la lascia sfuggire, trionfando alla manifestazione di Seul 1999 in Corea dove sconfigge in finale la campionessa uscente, la tedesca Sabine Bau, la quale si prende la rivincita andando all’oro nella prova a squadre, in una delle rarissime circostanze in cui le azzurre non salgono neppure sul podio.

Con questa necessaria, fondamentale, iniezione di autostima, la Vezzali è pronta per l’appuntamento che attende da quattro anni e per il quale ha lavorato sodo in tutto questo periodo, presentandosi “tirata a lucido” e nel pieno della maturità fisico/atletica dall’alto dei suoi 26 anni e dell’esperienza internazionale sin qui maturata, che la fa essere la numero 1 del ranking e quindi del tabellone, mentre le teste di serie n. 2 e 3, la tedesca Bau e la Trillini, dovranno giocoforza eliminarsi tra loro, qualora giungano in semifinale.

E non è la sola ad essere nella giusta condizione, visto che – dopo essersi liberata con irrisoria facilità sia della coreana Seo Mi-Jeong (11-3) che della polacca Gruchala (15-9) – ai quarti di finale le fanno compagnia anche Trillini (15-2 e 15-4 a Smith e Zimmermann) e Bianchedi, livello viceversa non raggiunto dalla Bau, sconfitta a sorpresa agli ottavi per 15-11 dalla connazionale Rita Konig.

Sono però ancora in gara le due temibili rumene Szabo e Badea che, nell’assalto che dà l’accesso alla zona medaglie sono opposte proprio a due delle tre azzurre, con la Szabo che incrocia il fioretto con la Vezzali e la Badea a vedersela con la Bianchedi, mentre dalla parte bassa del tabellone, la Trillini affronta la cinese Xiao Aihua e la Konig l’ungherese Aida Mohamed.

Sull’onda del successo sulla connazionale Bau, la Konig non ha difficoltà a sbarazzarsi della magiara per 15-8, così come la Bianchedi deve arrendersi alla schiacciante superiorità della Badea che si impone per 15-4, mentre Vezzali e Trillini devono fare ricorso a tutta la loro esperienza e saldezza di nervi per venire a capo di due assalti giocati sul filo dei secondi e dell’ultima stoccata, entrambi vinti con l’arma della difesa, dato che il punteggio finale arride alle due marchigiane con l’identico “score” di 9-8, con Valentina che piazza la stoccata vincente dopo 41″ del tempo supplementare avendo chiuso i 3′ minuti regolamentari sull’otto pari.

Solo chi riesce ad avere una tale freddezza può sperare di trionfare in una specialità così spietata come la scherma, ed il successo così ottenuto ha la facoltà di sciogliere il braccio della Vezzali che in semifinale può finalmente regolare i conti con la Badea che l’aveva umiliata ad Atlanta, restituendole con gli interessi il 15-10 di quattro anni prima per un 15-8 che non ammette repliche, non potendo però affrontare in finale la “sorella maggiore” Trillini, nuova vittima mietuta dalla sorprendente tedesca Konig, che si afferma, ed anche nettamente, per 15-10 sulla trentenne jesina.

Trattandosi di un panorama olimpico, al pari di quello mondiale, non si può certo pensare che vi partecipino schermitrici di secondo rango, ma in una competizione che si svolge in una sola giornata, dalle eliminatorie del mattino sino alla finale del tardo pomeriggio, la componente emotiva è una di quelle che può fare la differenza e, nonostante vi sia una evidente differenza dal punto di vista tecnico tra Valentina e la sua avversaria, quest’ultima ha accumulato dentro di sé una tale carica in virtù dell’aver eliminato le teste di serie n. 2 e 3 del tabellone che la rende quanto mai pericolosa.

La Vezzali è ben consapevole di ciò, e, mentre anche la Trillini si vendica della Badea che l’aveva sconfitta in semifinale a Barcellona superandola 15-9 nella finale per il bronzo, non ripete l’errore di sottovalutare la propria avversaria, restando concentratissima per tutti e tre i rituali minuti dell’assalto, che conclude da par suo con uno “score” di 15-9 che la consacra per la prima volta campionessa olimpica ed il suo urlo di gioia all’ultima stoccata la dice lunga su quanta rabbia avesse accumulato in questi quattro anni di attesa.

La prova a squadre, cui la Romania non partecipa non avendo una terza fiorettista a disposizione, non è altro che una “passerella” per le azzurre che si confermano per la terza volta consecutiva campionesse olimpiche, superando 45-39 l’Ucraina ai quarti, 45-38 gli Stati Uniti in semifinale e 45-36 la Polonia in finale.

Il “giuramento di Barcellona” è stato rispettato, e la promessa di poter dedicare un oro olimpico al proprio maestro Triccoli mantenuta, e con l’inizio del nuovo Millennio il fioretto femminile avrà per oltre un decennio una sola ed incontrastata dominatrice, Valentina Vezzali da Jesi, of course…