GYORGY PILLER-JEKELFALSSY, IL DOPPIO CAMPIONE OLIMPICO CHE NEDO NADI SCELSE PER IL SUO ADDIO

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Gyorgy Piller-Jekelfalssy contro il connazionale Sandor Gombos – da youtube.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Scelse lui, Nedo Nadi, per dire addio. L’ultimo assalto del campionissimo livornese, 4 febbraio 1931, Teatro Lirico di Milano. Sfida alla sciabola. All’altro capo della pedana, c’è il campione europeo in carica, l’ungherese György Piller-Jekelfalssy.

Alla fine vinse Nedo, 16-12. Ma quell’incontro portò benissimo anche al suo baffuto avversario. Il magiaro, poco più di un anno dopo, alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 avrebbe conquistato quei due ori olimpici che coronarono una carriera di altissimo livello.

Nell’individuale il successo arrivò battendo il romano Giulio Gaudini (che pure lo sconfisse nella poule finale, unico stop insieme a 8 vittorie sugli altri 9 assalti) e precedendo il connazionale Endre Kabos. A squadre invece la medaglia d’oro arrivò con un “dream team” che è forse stato il più completo per i magiari: insieme a lui Attila Petschauer, Aladár Gerevich (al primo oro della sua incredibile carriera), Gyula Glykais, Ernő Nagy, Endre Kabos. Davanti a Italia (battuta 9-2 nella poule finale) e Polonia (9-1).

György è nel pieno della sua maturità, a Los Angeles: è nato nel 1899 a Eger, nel nord dell’Ungheria, città che fu antica corte umanistica e venne assediata dai turchi a metà Cinquecento (resistette eroicamente, poi cedette cinquant’anni dopo).

Era un militare, diplomato alla celebre Accademia di Ludovica. Fu ufficiale, e al tempo stesso allievo del mitico László Borsodi, uno dei maestri della sciabola magiara insieme al ligure Italo Santelli.

Insuperabile nella sciabola, da buon ungherese, György fu però anche un ottimo fiorettista. Campione del mondo di sciabola dal 1930, due volte consecutive nell’individuale a Liegi e Vienna e quattro volte a squadre (fino al 1934), e fu anche sei volte campione nazionale di fioretto.

Nella fucina della sua nazionale fu il successore di Sándor Pósta e Ödön von Tersztyánszky come campione olimpico, e il predecessore dei più giovani Kabos, Gerevich, Pál Kovács, Rudolf Kárpáti e Tibor Pézsa, per una “dittatura” che durò ininterrottamente da Parigi 1924 a Tokio 1964.

Dopo la fine della carriera agonistica entrò in servizio presso la Guardia Reale Ungherese, prima di venir preso prigioniero dai sovietici durante la guerra.

Alla fine della seconda guerra mondiale, diventò maestro del Vasas Budapest e allenatore della nazionale magiara fino a Melbourne 1956. Anno cruciale in Ungheria, quello della rivoluzione antisovietica del mese di ottobre. Tra novembre e dicembre erano in programma i Giochi in Australia. György ne approfittò per non tornare più in patria. Si trasferì direttamente negli stati Uniti e diventò più semplicemente George Piller, insegnando scherma in California, a Berkeley, così come ormai da anni viveva negli Stati Uniti il figlio di Italo Santelli, Giorgio, allenatore della nazionale Usa per oltre un ventennio. Ma a György, diventato George, le cose non andarono così bene. Nel settembre 1960 morì infatti a San Francisco.

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MARCO MARIN, STORIA DI UN DOPPIO APPUNTAMENTO MANCATO CON L’ORO

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Marco Marin a Barcellona 1992 – da chinadaily.com.cn

articolo di Gabriele Fredianelli

Quella medaglia mancava all’Italia da 64 anni, dall’epopea di Nedo Nadi ad Anversa 1920. Non arrivò neppure quell’estate del 1984 a Los Angeles, ma lo sciabolatore padovano Marco Marin ci andò davvero a un soffio, più di quanto prima di lui non avessero fatto nel corso dei decenni Giulio Gaudini (nel ’32), Gustavo Marzi (nel ’36) e Vincenzo Pinton (nel ’48), sempre battuti da avversari ungheresi (nell’ordine: Piller, Kabos, Gerevich). Sarebbero dovuti passare altri vent’anni perché fosse un altro livornese, dopo Nadi, a mettersi al collo l’oro della sciabola individuale: Aldo Montano, ad Atene 2004.

Ci andò davvero vicino, Marin. Approfittando anche del boicottaggio dei paesi dell’est che in terra americana tolse di mezzo gli avversari più insidiosi. E non a caso fu quella la prima medaglia nella specialità tornata in Occidente proprio dal 1920, dopo nove vittorie ungheresi (di fila), tre sovietiche e una polacca.

Ha solo 21 anni appena compiuti, l’allievo di Guido Comini quando a Los Angeles arriva al secondo posto, dietro il più esperto francese Jean-François Lamour, futuro ministro dello sport transalpino. Ma è un assalto memorabile e infinito quello di finale, ancorché sfortunato per i colori azzurri. Il padovano va sotto 1-4 e poi 6-9. Ma rimonta sempre. Alla fine cede 11-12, aggiungendoci pure qualche polemica sull’assegnazione dell’ultima botta decisiva per il risultato.

Si rifarà qualche giorno dopo conquistando l’oro a squadre proprio davanti alla Francia di Lamour, insieme al compagno di sala Gianfranco Dalla Barba, ai siciliani Giovanni Scalzo e Angelo Arcidiacono e al napoletano Ferdinando Meglio, sotto la guida del maestro italo-polacco Ryszard Zub che a Padova ha insegnato anche al Petrarca Scherma e che aveva rivoluzionato la sciabola italiana fin dal suo arrivo nel ’68. Girone vinto facile su Cina, Gran Bretagna e Romania, 9-3 alla Germania in semifinale e poi sfida ai francesi guidati dal parigino Lamour. È vittoria azzurra 9-3 stavolta e il terzo oro italiano a quei Giochi nella scherma dopo quelli di Mauro Numa e dei fiorettisti.

Nato nel 1963, Marin in vent’anni di carriera non si è fatto mancare nessuna soddisfazione, a parte quell’oro olimpico individuale che sempre gli è sfuggito. Ha vinto quattro medaglie olimpiche e quattro mondiali (tutte a squadre, compreso l’oro 1995, ultimo squillo della carriera, con una generazione nuova di sciabolatori: Tarantino, Caserta, Terenzi). Titoli italiani (due: 1983 e 1985), una coppa del mondo (1993), un campionato del mondo Universitario (1983, Edmonton).

A Seul nel 1988 fu poi bronzo a squadre, più o meno con gli stessi compagni di quattro anni prima: nell’individuale salì ancora Lamour sul gradino più alto, mentre lui chiudeva al 14° posto, terzo italiano dopo Scalzo (bronzo) e Della Barba.

Ma nel 1992 a Barcellona, fu l’ora della rivincita di Marin sul francese Lamour, alla ricerca del terzo oro consecutivo. In semifinale i due si incrociano di nuovo. E stavolta è l’azzurro ad avere la meglio 6-4, 5-3.

La rivincita ha però un retrogusto amaro, perché Marin poi si arrende in finale all’ungherese Bence Szabo con un doppio 1-5. È di nuovo argento per il padovano, all’ultima presenza ai Giochi.

A carriere finite, Marin e Lamour hanno però condiviso l’indirizzo del loro futuro. Tutti e due si sono dedicati alla politica: il francese è stato parlamentare e addirittura ministro dello Sport nell’Ump di Chirac; Marco Marin deputato e senatore per Forza Italia.

MARCEL FISCHER, LA SPADA D’ORO DI ATENE 2004 PER LA PRIMA VOLTA DELLA SVIZZERA

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Marcel Fischer portato in trionfo – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

E’ il 17 luglio del 2004, nella patria dei Giochi. Ad Atene, 108 anni dopo la prima edizione, la Svizzera conquista la prima medaglia d’oro della sua storia nella scherma. Ad oggi sono otto le medaglie svizzere alle Olimpiadi, tutte nella spada: una sola del metallo più pregiato.

A vincere quel primo – e finora unico – oro è un 26enne di Bienne, dal fisico imponente da vero spadista, Marcel Fischer, che di quella giornata in terra greca farà il punto più alto di una carriera sportiva di buon livello, ma senza altri veri picchi.

Marcel si allena a Basilea, nel circolo più famoso della nazione, il Fechtgesellschaft Basel.
Classe 1978, già a Sidney 2000 va vicino all’impresa, sfiorando le orme di Oswald Zappelli, lo spadista suo connazionale che tra ’48 e ’52 conquistò un argento e un bronzo individuale e un bronzo a squadre ai tempi di Edoardo Mangiarotti (e di Luigi Cantone, oro davanti allo svizzero a Londra). In quel 2000 Fischer esce per un soffio in semifinale, battuto 15-13 dal più esperto francese Hugues Obry e perde poi anche la finalina 15-14 dal coreano del sud Lee Sang-gi, nella prova vinta dal moscovita Pavel Kolobkov. Sono dei Giochi in cui la Svizzera va forte nella spada, tanto che le donne conquistano due argenti, individuale e a squadre, trascinate da Gianna Hablützel-Bürki (che arriva addirittura davanti alla Flessel).

Marcel fa pensare a una promettente carriera, dopo Sidney, confermata dal secondo posto in Coppa del Mondo nel 2003. Alla vigilia dei Giochi del 2004 Fischer vince un oro a squadre agli Europei di Copenaghen, insieme a Benjamin Steffen, Fabian Kauter e all’esperto Dominik Saladin, davanti a Polonia e Svezia.

Un paio di settimane dopo è ad Atene. Fischer è nella parte alta del tabellone e non fallisce un colpo. Elimina subito l’egiziano Nabil, quindi fa fuori anche l’esperto ungherese Iván Kovács. Soffre uno po’ nei quarti contro il venezuelano Silvio Fernández, battuto 15-13. In semifinale, come quattro anni prima, gli tocca un francese, il figlio d’arte Érik Boisse che ha battuto di misura nel derby Fabrice Jeannet. Ma stavolta vince lui, Fischer: 15-9.

E’ a medaglia, e pare già tanto. La finale è contro il cinese Wang Lei, che a sua volta ha eliminato il campione olimpico in carica Kolobkov (poi bronzo). Finisce 15-9 per Marcel, che è così il primo svizzero a vincere un oro ai Giochi nella scherma. Tra l’altro sarà quello l’unico successo del 2004 per gli elvetici, in una edizione olimpica particolarmente povera di soddisfazioni.

Sembra l’inizio di una carriera di primo livello per Marcel. Invece non è così. Sarà quello l’apice. Continua ancora per qualche anno con qualche piazzamento in Coppa del Mondo (va forte solitamente nella prova di “casa” a Berna) e un sesto posto ai mondiali di Lipsia nel 2005. Poi a trent’anni si ritira nel 2008, dopo aver fallito la qualificazione a Pechino 2008, dove non difenderà così il proprio scettro che andrà all’azzurro Matteo Tagliariol. Lui intanto si dedica alla professione medica.

ELLEN E IVAN OSIIER, UNA COPPIA DANESE NELLA STORIA DELLA SCHERMA

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Ellen Osiier – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Ellen Osiier ha la gonna nera, la giubba bianca e i capelli biondi. Da nubile si chiama Thomsen e viene dallo Jutland settentrionale. Ha già 34 anni quando a Parigi nel 1924 è la prima donna a vincere una medaglia d’oro olimpica nella scherma.

La vince nel fioretto che per la prima volta, quell’anno, è nel programma dei Giochi, aperto anche alle donne. L’alto tasso di nordiche la dice lunga su come l’emancipazione sportiva dovrà scendere verso il Mediterraneo un po’ per volta. 25 donne da 9 paesi: Danimarca, Gran Bretagna, Svizzera, Svezia, Francia, Stati Uniti, Paesi Bassi, Polonia e Ungheria. Le italiane non ci saranno fino al secondo dopoguerra.

Nella poule finale sono ben tre le danesi su sei partecipanti. Oltre ad Ellen, c’è la più giovane Grete Heckscher e la più esperta Yutta Barding. Al termine delle tre giornate di gare Ellen chiuderà con 16 vittorie su 16 incontri, davanti alla britannica Gladys Davies e alla connazionale Heckscher. Dietro ci saranno l’altra britannica Freeman (che sarà argento quattro anni dopo ad Amsterdam), l’altra danese Barding, e l’ungherese Tary. Di nessuna di loro, tranne la Freeman appunto, resterà poi grande traccia nell’epoca che nascerà: quella del trittico delle meraviglie delle Mayer, delle Preis e delle Elek, da lì alla seconda guerra mondiale e anche oltre.

Ellen ha però questa primogenitura, per quella che resterà l’unica medaglia d’oro della scherma danese ai Giochi fino ai giorni nostri.

La Danimarca a oggi ha vinto solo quattro medaglie olimpiche nella scherma: la precedente era del 1912, le due seguenti saranno di un’altra donna, Karen Lachmann. A vincere la prima, nel 1912, era stato Ivan Osiier, proprio il marito di Ellen. Che infatti è conosciuta come Ellen Osiier.

Ivan Joseph Martin Osiier nella spada a Stoccolma arriva dietro Paul Anspach (futuro presidente della Federazione Internazionale di Scherma), in una edizione in cui mancano i francesi (e gli italiani) e nella quale i cugini belgi mettono quattro uomini ai primi otto posti, tre nei primi quattro. Osiier a Stoccolma gioca un brutto scherzo al padrone di casa Einar Sörensen che arriva quinto, ma piazzerà comunque poi al quarto posto la Svezia nella gara a squadre.

Sciabolatore, spadista e fiorettista, Ivan è stato un uomo dai tanti record: ha partecipato a sette edizioni dei Giochi, dal 1908 al 1948, saltando solo Berlino 1936 per protesta in quanto ebreo, scendendo in pedana dai 20 ai 60 anni, con una longevità che lascia stupiti. Nella classifica di partecipazioni olimpiche è nella top ten: al primo posto c’è il cavaliere canadese Ian Millar (10 edizioni, l’ultima nel 2012 a 65 anni) e davanti a Osiier ci sono anche tre italiani tutti a quota 8, i fratelli e cavalieri Piero e Raimondo D’Inzeo e la canoista Josefa Idem (che due Olimpiadi le ha fatte sotto le insegne tedesche).

In tutto questo, Osiier ha fatto parte di ogni squadra schermistica danese, conquistando anche due quarti posti, sempre nel fioretto a squadre, ad Anversa (dietro Italia, Francia e Stati Uniti) e a Los Angeles (dietro le stesse tre squadre). In patria è stato un dominatore assoluto: dieci volte campione nazionale di spada, altrettante di sciabola, e cinque di sciabola, 13 volte campione dei Giochi Scandinavi.

Eppure Ivan aveva cominciato nel canottaggio prima di passare al mondo delle lame. Poi, a carriera ultimata, per tanti anni sarà il presidente della Federazione danese di scherma.

A mettere in pedana lui, e poi Ellen e successivamente anche Karen Lachmann, è un francese: Leonce Emilien Mahaut. Mahaut è un sergente dei dragoni francesi che, dopo l’addestramento alla celebre scuola militare e sportiva di Joinville-le-Pont, emigra prima in Romania e poi a Copenaghen dove apre una sala d’arme. Mahaut ebbe tre mogli, tutte schermidrici di ottimo livello. L’ultima fu Kate Yvonne Holgersen, due volte campionessa del mondo a squadre negli anni ’40.

 

MONDIALI DI SOFIA 1986, L’APPUNTAMENTO DI ANDREA BORELLA CON LA STORIA DEL FIORETTO

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Andrea Borella sul gradino più alto del podio

articolo di Gabriele Fredianelli

Il gigante veneziano Andrea Borella è stato un enfant prodige della scherma. E non poteva essere diversamente, per chi aveva la scherma a scorrere nel sangue di famiglia e in più una parentela cuginale con l’olimpionico del ’76 Fabio Dal Zotto.

Fiorettista classe 1961, uno dei tanti allievi eccellentissimi della fucina mestrina di Livio Di Rosa e futuro tiratore delle Fiamme Oro, a sedici anni Andrea è già ai vertici dei palcoscenici mondiali, cominciando a Buenos Aires nel 1977 con un argento a squadre (proprio a fianco del cugino più anziano: per modo di dire, visto che questi ha appena vent’anni) e un sesto posto individuale. Mica male per un tiratore talentuoso e promettente ma poco più che un pischello.

Quasi un decennio dopo ha 25 anni ai Campionati del Mondo di Sofia del 1986, il gigante Andrea. Quando arriva in Bulgaria ha alle spalle tanti buoni risultati a squadre, qualche ottimo risultato nell’individuale ma gli manca il vero e definitivo lampo individuale in una gara secca almeno in campo iridato.

A livello individuale ha vinto due volte la Coppa del Mondo, nell’81 e nell’84, in un quinquennio in cui, specie dopo la morte del sovietico Smirnov a Roma, il fioretto maschile parla (quasi) solo veneziano. E ci ha aggiunto un paio di titoli europei a Foggia nell’81 e a Lisbona nell’83.

Ai Giochi di Los Angeles del 1984, intanto, ha conquistato il quinto posto individuale nella gara vinta dal concittadino Numa, vincendo poi l’oro a squadre (con l’altro veneziano Cipressa, il marchigiano Cerioni e il livornese Scuri).

A squadre invece ha poi messo insieme qualcosa come tre argenti, un bronzo e l’oro dell’anno prima a Barcellona (col bresciano Cervi al posto di Scuri).

Ma se ogni campione ha un appuntamento col destino, per Andrea Borella quell’appuntamento è in Bulgaria, in piena estate. Sarà una doppietta leggendaria per lui.

Nel fioretto individuale l’oro arriva battendo nettamente in finale il cubano Tulio Diaz per 10-5, mentre Numa sarà sul terzo gradino del podio. A squadre invece il successo sarà più combattuto e conquistato insieme ai compagni-rivali di sempre – Numa, Cipressa, Scuri e Cervi – sulla Germania dell’esperto Matthias Behr e sulla Germania Est del giovane Udo Wagner. Altri personaggi con cui le battaglie sono e saranno frequenti.

Dopo quella doppietta, cui aggiunge nel biennio successivo un titolo italiano individuale e due a squadre, la Coppa del Mondo ’87 e il titolo europeo a squadre, per Andrea Borella le Olimpiadi di Seul potrebbero essere la consacrazione definitiva. È lui il favorito numero uno in Oriente. Invece nell’individuale esce al secondo turno e pure a squadre non va molto meglio. Così come fuori dal podio resterà anche a Barcellona 92.

Il suo albo d’oro personale diventa comunque ogni stagione più ricco: altra Coppa del Mondo nel 1989, argento mondiale individuale a Lione nel ’90 dietro il francese Omnès e oro a squadre. L’ultimo trionfo mondiale sarà ad Atene 1994 insieme a Cerioni, Arpino e Puccini: incrocio tra vecchie e nuove generazioni, e tra scuole diverse.

Ma il sangue della famiglia resterà ad altissima concentrazione di scherma, in casa Borella, con arricchimenti genetici: la moglie è la collega Francesca Bortolozzi, due volte campionessa olimpica, le figlie Laura e Claudia continuano oggi la tradizione familiare.

 

LUIGI CANTONE, DA RISERVA A CAMPIONE OLIMPICO A LONDRA 1948

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Cantone con la squadra di spada – da rio2016.coni.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Fu l’unica Olimpiade tra il 1936 e il 1960 – quella di Londra 1948 – in cui il re della spada Edoardo Mangiarotti se ne tornò a casa senza nemmeno una medaglia d’oro, ma “solo” con un argento e un bronzo. Già, perché nell’arma dalla lama di sezione triangolare quelli furono i Giochi dell’altro lombardo (ma schermisticamente piemontese) Luigi Cantone.

Nato a Robbio Lomellina, in provincia di Pavia, nel 1917, Luigi detto Gino emerge alla Pro Vercelli con maestri celeberrimi e mitici come Francesco Visconti e l’ex olimpionico (e pure ex calciatore con le “bianche casacche“) Marcello Bertinetti.

Diplomato in ragioneria, poi laureato in economia e commercio a Torino, lavora nell’azienda di famiglia che si occupa di macchine agricole. Mancino naturale, Gino si distingue già prima della seconda guerra mondiale vincendo, tra gli altri, un argento alle Universiadi di Vienna del 1939. Ma ovviamente è nel dopoguerra che si conferma tra i migliori spadisti italiani, pur senza mai vincere un titolo italiano individuale assoluto, in un albo d’oro che in quegli anni vede alternarsi i fratelli Mangiarotti (a parte l’eccezione di Antonio Spallino).

Quella di Londra per lui è la prima partecipazione olimpica, dopo il bronzo mondiale a squadre conquistato l’anno prima a Lisbona, dietro Francia e Svezia.

Nella capitale inglese, al Palace of Engineering di Wembley, si comincia dalla gara a squadre. La nazionale azzurra schiera oltre a Cantone, i due Mangiarotti, l’altro milanese Carlo Agostoni, il veneto Marco Antonio Mandruzzato e il piemontese Fiorenzo Marini. L’Italia arriva abbastanza agevolmente alla finale a quattro con Francia, Danimarca e Svezia. La Danimarca è battuta largamente, la Svezia un po’ meno, ma la Francia appare davvero troppo forte. Alla fine sarà argento dopo aver ceduto ai transalpini 11-5, peraltro nell’unico match saltato da Cantone.

Ma qui comincia la favola bella del mancino della Lomellina.

Un paio di giorni dopo in realtà Luigi non dovrebbe nemmeno partecipare alla gara individuale, cui sono iscritti Edoardo e Dario Mangiarotti e il veterano Agostoni (già oro a squadre ad Amsterdam 1928). Ma il più anziano dei fratelli Mangiarotti, Dario, è indisposto e così tocca a Luigi.

Cantone passa i primi due turni a gironi e, come gli altri due azzurri, arriva alla poule finale a dieci. Oltre ai connazionali, fanno paura soprattutto i due francesi Guérin e Lapage, freschi dell’oro a squadre, e lo svizzero Zappelli.

Gli italiani, come da regolamento, si sfidano subito tra di loro e Cantone perde sia da Mangiarotti (1-3) sia da Agostoni (2-3). Gino sembra destinato a un ruolo di comparsa, invece le due sconfitte lo sciolgono e resteranno le uniche due nella finale: le altre saranno 7 vittorie di fila, comprese quelle sui due francesi.

Alla fine Cantone è così medaglia d’oro: alle sue spalle lo svizzero Oswald Zappelli che batte Mangiarotti allo spareggio. Agostoni chiude invece settimo. Siamo nel pieno del trentennio magico della spada maschile azzurra, vincente ai Giochi ininterrottamente dal 1932 al 1960 (nell’ordine: Cornaggia-Medici, Riccardi, Cantone, Mangiarotti, Pavesi, Delfino, più quattro ori su sei a squadre). Curiosamente, nessun oro prima e soltanto uno dopo, addirittura a Pechino 2008 con Matteo Tagliariol. Sarà quella, tra l’altro, l’unica medaglia d’oro della spedizione azzurra della scherma a quei Giochi inglesi.

Cantone conferma poi le proprie qualità con l’oro mondiale a squadre al Cairo l’anno dopo con una formazione più o meno simile (via Agostoni e Marini, dentro Spallino e Battaglia) davanti alla Svezia.

Ormai ultratrentenne, sarà di fatto quello il suo saluto alla scherma. Nel 1950 Luigi parte per il Mato Grosso per motivi di lavoro e resterà in Brasile un decennio, prima di tornare in Italia stabilendosi nel novarese. E’ morto nel 1997.

RUDOLF KARPATI, IL MUSICOLOGO CHE INTERPRETO’ LA SCIABOLA CON IL SUO SENSO DEL TEMPO

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Rudolf Karpati sul podio di Roma ’60 – da commons.wikimedia.com

articolo di Gabriele Fredianelli

E pensare che la sciabola, agli ungheresi, furono gli italiani a insegnarla. Anzi, un italiano in particolare: Italo Santelli, all’inizio del Novecento. Era ligure, partì dalla Toscana e a Budapest diventò un’istituzione dopo aver formato una scuola dalle basi solidissime.

E gli ungheresi della sciabola sarebbero così diventati i dominatori. Fino a essere i terzi assoluti nel medagliere olimpico della scherma, dopo Italia e Francia. 37 ori, 87 medaglie totali. Quasi tutte nell’arma che colpisce (anche) di taglio.

Per dirne una: nove edizioni consecutive dei Giochi vinte nella sciabola maschile individuale, un dominio ininterrotto da Parigi 1924 a Tokio 1964 e recentemente rinverdito nelle ultime due edizioni olimpiche da Aron Szilágyi, oro a Londra 2012 e a Rio 2016. Nella sciabola a squadre, il dominio durò “meno”: dal 1928 al 1956. Fanno comunque quasi trent’anni. E senza considerare il medagliere dei campionati del mondo.
I successi magiari furono indifferenti ai cambi di regime: dall’Impero austro-ungarico alla monarchia, fino alla Repubblica Popolare e ai carriarmati sovietici a Budapest nel 1956.

E tra i plurimedagliati sono tanti gli ungheresi su cui spicca ovviamente la “trinità” Gerevich (7 ori)-Kovács (6)-Kárpáti (6). Ma anche la fiorettista Ildikó Rejtő-Ujlaki-Sági (7 medaglie complessive).

Nato a Budapest nel 1920, Rudolf Kárpáti ha saputo unire straordinaria tecnica, maturità tattica e un senso del tempo che gli derivava anche dalla professione musicologo. Passato attraverso club celebri come il Vasas e la Honved, dovette aspettare la fine della seconda guerra mondiale per emergere, sprecando così quasi un decennio di carriera.

La prima Olimpiade buona per lui fu quella del 1948 a Londra, alla soglia dei trent’anni: oro nella sciabola a squadre davanti all’Italia di Darè, Montano senior e Nostini e insieme proprio ai più anziani Gerevich e Kovács (rispettivamente oro e bronzo nell’individuale). Quattro anni dopo a Helsinki finisce più o meno nello stesso modo: oro a squadre, davanti all’Italia, Kovács e Gherevich oro e argento nell’individuale, mentre Rudolf non partecipa ancora all’individuale.

A Melbourne nel 1956, proprio subito dopo i “fatti d’Ungheria”, andrà diversamente. Kárpáti nel frattempo ha vinto quattro ori mondiali (tre a squadre e uno individuale davanti a Kovács oltre a un argento e un bronzo, sempre coi due compagni a spartirsi il bottino).

Ecco che le gerarchie interne sono cambiate. E arriveranno due splendide doppiette per Rudolf. In Australia appunto: oro a squadre davanti alla Polonia, e oro individuale davanti al polacco Pawlowski e al sovietico Kuznetsov.

E a Roma 1960 (e in mezzo altri tre ori mondiali per lui): a squadre davanti alla Polonia (e all’Italia) e nell’individuale davanti al giovane connazionale Horváth (17 anni in meno di Rudolf) e davanti al messinese Calarese.

L’ultimo acuto sarà per lui il bronzo a squadre a Torino nel 1961, quando ormai ha ben più di quarant’anni e ormai Polonia a Unione Sovietica sono in fase di sorpasso sui magiari.

Dopo il ritiro, Kárpáti sarà arbitro e membro della Federazione Internazionale, oltre a ricevere le più alte onorificenze ungheresi.

Morto nel febbraio del 1999, riposa nel celebre cimitero di Farkasréti, insieme a tante celebrità nazionali come il pianista Béla Bartók.

Pur non avendo mai di fatto militato nell’esercito, se ne andò con il grado di generale. Misteri dei paesi dell’Est in quegli anni…

 

CORNELIA HANISCH, I QUATTRO ORI MONDIALI DELLA FIORETTISTA CHE QUASI SCELSE IL TENNIS

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Cornelia Hanisch alle Olimpiadi 1984 – da gettyimages.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Dopo di lei sarebbero venute Anja Fichtel e Sabine Bau. Prima di lei c’erano state la “miticaHelene Mayer e Adelheid “Heidi” Schmid. Cornelia Hanisch, classe 1952 di Francoforte sul Meno, ha rappresentato una tappa fondamentale del fioretto femminile tedesco (occidentale), dai tempi di Hitler a quelli della Germania unificata.

Le è mancato, rispetto ai nomi fatti prima (Bau esclusa) solo il “graffio” dell’oro olimpico individuale per renderla indimenticabile, pur sfiorandolo a Los Angeles 1984 dove, ultratrentenne, si accontentò dell’argento dietro la cinese Luan (e davanti alla nostra Dorina Vaccaroni) prendendosi però l’oro a squadre.

Ma in quel 1984 la sua bacheca era già ricca di allori e riconoscimenti internazionali: due ori mondiali individuali (ne sarebbe seguito in terzo nell’85 e un quarto a squadre), oltre a tre argenti e tre bronzi.

Il caschetto nero, gli occhi scuri, la figura minuta e l’aria da maschiaccio ingentilita dal radioso sorriso, Cornelia comincia a giocare a calcio per le strade del suo quartiere, prima che la madre la indirizzi alla scherma e che lei scopra di avere un grande talento, tanto da diventare nazionale ad appena 16 anni.

Ma la sua storia non è così lineare. La scherma la stanca presto, adesso la attira il tennis. Anche lì non se la cava male: è la numero due d’Assia. Cornelia è vicina a prendere un’altra direzione. Alla fine però il suo maestro, Horst-Christian Tell, la riconduce alla ragione e nel 1976 Cornelia è campione nazionale di fioretto. Lo sarà altre quattro volte in carriera.

Non è più giovanissima, ma sul palcoscenico internazionale si fa subito rispettare. Nel 1977 è argento a squadre ai mondiali di Buenos Aires dietro l’Unione Sovietica, insieme a Karin Rutz, Brigitte Oertel e Ute Kircheiss-Wessel (che sarà a lungo sua compagna di squadra).

Ad Amburgo nel ’78 è invece bronzo individuale dietro la russa Sidorova e la ceca Raczova, ovvero è semplicemente la prima fiorettista del blocco occidentale.

Passo dopo passo, nel 1979 arriva l’oro individuale e il bronzo a squadre, a Melbourne. Quello individuale proprio davanti alla Sidorova, in una bella rivincita a un anno di distanza. Quello a squadre dietro Unione Sovietica e Ungheria. È il periodo in cui la Germania Ovest è evidentemente l’unica potenza femminile che cerca di tenere a bada il potere dell’Est nella scherma.

Nel 1981 a Clermont-Ferrand, altra doppietta di medaglie: ancora l’oro individuale, stavolta davanti alla cinese Jujie e all’azzurra Vaccaroni. Ancora una volta unico oro quello non “orientale” su otto prove. E Cornelia ci aggiunge argento a squadre dietro l’Unione Sovietica.

Poi ancora un bronzo a squadre a Roma nel 1982 dietro l’Italia della Vaccaroni e della Zalaffi e dietro l’Ungheria. E l’argento a Vienna nel 1983 ancora dietro l’Italia di Vaccaroni (e Cicconetti, Sparaciari e Mochi).

Ma è il finale di carriera ad essere strepitoso. Nel 1984 l’oro e l’argento alle Olimpiadi statunitensi. Nel 1985 il doppio oro ai mondiali di Barcellona davanti dall’Ungheria con la squadra e vincente nel derby di finale con Sabine Bischoff, la compagna di squadra anche a Los Angeles, nell’individuale. Ha 33 anni. Nel 1986 chiude con la scherma una volta per tutte.

GIUSEPPE DELFINO E L’ORO DI ROMA 1960 A UN PASSO DAI QUARANT’ANNI

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Una fase delle gare olimpiche di Roma 1960 – da circolodelfino.it

articolo di Gabriele Fredianelli

Ha quasi quarant’anni, lo spadista torinese Giuseppe Delfino, quando Roma ospita i Giochi Olimpici nel 1960.

Lui ha già tra i trofei tre medaglie olimpiche, vinte tra Helsinki e Melbourne: due ori a squadre e un argento individuale in Australia, alle spalle di Carlo Pavesi in un podio tutto azzurro completato da Edoardo Mangiarotti. A quelli ha aggiunto addirittura sei titoli mondiali a squadre, a cominciare dal 1950.

Nato nel 1921 nel capoluogo piemontese, la guerra ruba a “Pippo” gli anni migliori. Lui ha cominciato ad allenarsi nella palestra del Dopolavoro Fiat quasi per caso ma trova il tempo e il modo di rifarsi. Anche perché la spada è arma per cervelli maturi, per nervi saldi, saldissimi. Come i suoi.

A Roma sente però che è l’ultima occasione possibile per il titolo individuale. A Melbourne ci è andato vicino così, battuto solo in un incredibile infinito spareggio coi due compagni di squadra.

È dal 1932 che l’Italia non manca mai il gradino più alto del podio: nell’ordine, Cornaggia-Medici, Riccardi, Cantone, Mangiarotti, Pavesi (più tre argenti e tre bronzi: dominio assoluto).

Ha una strategia precisa, Delfino. Lascia il tempo scorrere. Lascia che l’avversario si spazientisca. E poi lo tocca, spesso di rimessa. A Roma è tra i favoriti, nonostante l’età. Insieme al sovietico Habarovs, campione del mondo in carica, e allo scozzese Jay, campione del mondo di fioretto e vicecampione di spada, rispettivamente venti e dieci anni meno di lui.

Parte bene nel girone iniziale, con cinque vittorie su cinque. Supera agevolmente anche la seconda tornata, perdendo solo un assalto contro il tedesco Fanger. Supera i quarti a punteggio pieno. Entra nelle semifinali con gli altri azzurri milanesi Alberto Pellegrino e Giovanni Battista Breda.

Pellegrino va fuori. Alla finale a otto accedono gli altri due italiani, non senza brividi anche per Delfino. Poi ci sono due francesi, Dreyfus e Mouyal, l’ungherese Sakovics, il belga Achten, e i favoriti Jay e Habarovs.

Non è una gara, è una maratona. Saranno necessari quasi trenta assalti a testa, alla fine, per aggiudicarsi l’oro.

Delfino vince facile un paio di incontri, tra cui quello con Habarovs. Gli altri vanno sempre oltre il limite di tempo: due vinti 6-5 e 7-6 e due sconfitte di misura. Decisiva è la sfida con il mancino Jay, cui basterebbe quella vittoria per aggiudicarsi l’oro. Delfino vince 6-5, Jay perde anche l’ultima sfida del girone ed è costretto allo spareggio.

Prima della sfida decisiva Delfino prende fiato dieci minuti, accende una sigaretta, beve un sorso di whisky. Così dice la leggenda.

Vince 5-2, davanti alla moglie del presidente Gronchi seduta in prima fila. Per una volta non attende l’avversario in maniera strenua ma lo attacca senza concedergli respiro e conquista finalmente quell’oro così a lungo inseguito. Ci aggiungerà quello a squadre: davanti alla Gran Bretagna di Jay e all’Urss di Habarovs (in realtà lettone). Insieme a lui, Edoardo Mangiarotti, Carlo Pavesi, Alberto Pellegrino, Fiorenzo Marini e Gianluigi Saccaro.

Un’altra leggenda dice che, dopo aver conquistato anche l’oro a squadre, il mattino dopo sia già in ufficio alla Michelin, rinunciando ai festeggiamenti. Ha finito i giorni di permesso.

A Tokio 1964 però sarà ancora in pista, eccome. Portabandiera azzurro alla cerimonia d’apertura (quarto e ultimo schermidore uomo, dopo Nedo Nadi, Giulio Gaudini e Edoardo Mangiarotti. Dopo di lui solo Giovanna Trillini e Valentina Vezzali), conquisterà un altro argento a squadre, alle spalle dell’Ungheria. Ha quasi 43 anni quando succede.

Morto nel 1999, a lui è intitolato il circolo di scherma di Ivrea.

ALEKSANDR ROMANKOV, IL FIORETTISTA CHE VENNE E VINSE DALL’ORIENTE ESTREMO

ALEKS
Aleksandr Romankov – da pinterest.com

articolo di Gabriele Fredianelli

Korsakov è una città dell’estremo oriente russo, sull’isola di Sachalin, in pieno Pacifico. Trentamila abitanti o giù di lì, fino al 1945 si chiama Otomari ed è sotto il governo giapponese. Nel ’46 prende il nome di un vecchio generale zarista e torna all’Unione Sovietica, per quanto le due cose possano parere in disaccordo tra loro.

È qui che nel novembre del 1953 nasce Aleksandr Anatoleevič Romankov. Ci resterà poco. Presto prende la via della Bielorussia e, ancora bambino, si ritrova a Minsk, in tutt’altro contesto: diecimila chilometri più a ovest, quasi due milioni di abitanti. Comincia a tirare di scherma. Non ha però il coraggio di confessare di essere mancino, perché a scuola già lo hanno rimproverato per aver provato a scrivere con la mano sinistra. Impugna il fioretto con la destra e farà così ancora per qualche anno.

C’è una foto in bianco e nero che ritrae Aleksandr in un collegio militare, ancora non adolescente: una decina di bambini in guardia, i pantaloni neri ampi, toraci magri e nudi. Accanto al biondo Aleksandr c’è un ragazzo dai capelli neri. È Nikolay Alechin, sciabolatore che diventerà campione del mondo a squadre a Melbourne nel 1979. Sono compagni di scuola e di allenamenti.

Il suo maestro è, e sarà sempre, Ernst Assyevsky, alla scuola di scherma della Dynamo Minsk. Promettente ma minuto nel fisico, gli esordi sulla scena estera non sono particolarmente brillanti per Aleksandr. A 17 anni, in Coppa del Mondo di categoria, arriva al dodicesimo posto. L’anno dopo è sesto. La nazionale maggiore sovietica è fortissima e lui fatica a mettersi il luce. Il campionato nazionale è spesso più duro di quello internazionale.

Ma lui non si scoraggia: lavora, affina una tecnica impeccabile, punta sulla rapidità e velocità. Nel 1974 esordisce finalmente nella nazionale assoluta. E che esordio: vince la coppa del Mondo e il doppio oro, individuale (davanti a Carlo Montano) e a squadre (sulla Polonia), ai mondiali di Grenoble. È solo l’inizio di una carriera incredibile che arriva all’inizio degli anni ’90. Impossibile enumerare tutti i suoi successi: dieci volte campione del mondo (cinque volte individuale, cinque a squadre), tanto da essere secondo solo a Valentina Vezzali (sei ori individuali) in questa classifica schermistica di tutti i tempi, e diventare un vero dominatore del fioretto per oltre un decennio, specie all’inizio degli anni ’80.

Solo il rapporto con le Olimpiadi non è dei migliori. A Montreal, nel ’76, è lo spareggio a costringerlo all’argento contro il nostro giovane Fabio Dal Zotto. A Mosca, quattro anni dopo, davanti al proprio pubblico, è Aleksandr il favorito numero uno. Il vero unico possibile rivale sembra l’altro sovietico Vladimir Smirnov. È di nuovo finale a sei. È di nuovo parità e di nuovo spareggio, stavolta a tre con Smirnov e il francese Pascal Jolyot. Romankov vince su Smirnov 5-4, Smirnov batte il francese 5-0. L’oro pare a portata di mano, ma poi Romankov ha un vero blocco, perde a 0 contro il francese, e alla fine deve rassegnarsi al bronzo. Altra beffa nella gara a squadre, chiusa con la sconfitta contro la Francia di Jolyot in finale per colpa della differenza stoccate a parità di vittorie.

Sul palcoscenico mondiale, è sempre un dominatore, come conferma il doppio oro di Roma ’82, quello della tragedia di Smirnov, morto in pedana trafitto accidentalmente dal tedesco Behr.

Nel 1984 la rincorsa olimpica si infrange stavolta sul boicottaggio sovietico ai Giochi americani. L’inizio della fine sembra il campionato del mondo a Sofia nell’86. Dopo undici edizioni consecutive tra olimpiadi e mondiali in cui era andato sempre invariabilmente a medaglia, stavolta arriva per lui il 18° posto nell’individuale e il 6° a squadre. Idem a Losanna l’anno dopo: addirittura 33°. I giorni belli paiono ormai alle spalle, per lui sempre elegante in pedana, ma ormai calvo sopra gli immancabili baffi.

L’oro olimpico pare debba rimanere il grande rimpianto di una carriera comunque straordinaria. Invece. L’ultimo treno passa da Seul 1988. Neppure troppo lontano dalla natale Korsakov, tre ore d’aereo più a nord. Romankov lavora per quell’appuntamento come mai prima. Nella prova individuale supera quasi a punteggio pieno i gironi di qualificazione. Nelle dirette, passa i primi due turni ma poi gli è fatale di nuovo un italiano, stavolta Mauro Numa. Riparte dai ripescaggi, supera Numa ma poi cede di nuovo in semifinale davanti a un altro azzurro, Stefano Cerioni. Sarà bronzo dopo aver battuto il tedesco Schreck 10-8 al termine di una entusiasmante rimonta.

L’oro arriverà comunque nella gara a squadre, con le vittorie su Ungheria in semifinale e Germania Ovest in finale. Finalmente. Insieme a lui ci sono Ilgar Mamedov, Vladimer Aptsiauri, Anvra Ibragimov, Boris Koretsky, buoni fiorettisti guidati da un fuoriclasse come lui. Il suo palmarès olimpico parla alla fine di un oro, due argenti, due bronzi.

Al suo ricco curriculum farà in tempo ad aggiungere il mondiale a squadre di Denver nell’89, prima di ritirarsi alla vigilia dei Giochi di Barcellona del 1992.

Finita la carriera agonistica, è stato commissario tecnico delle nazionali australiana e coreana, prima di tornare con lo stesso ruolo in Bielorussia, abbinandoci anche il ruolo di presidente della Federazione.