GIOVANNI GOZZI, LA RIVINCITA D’ORO A LOS ANGELES 1932

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Giovanni Gozzi – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Già medaglia di bronzo quattro anni prima ad Amsterdam nel 1928 (ed eliminato al debutto a Parigi nel 1924), il milanese con radici mantovane Giovanni Gozzi si presenta alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 con l’intenzione di far meglio, impegnato nella categoria dei pesi piuma (-62 kg.) nella competizione di lotta greco-romana.

Il Grand Olympic Auditorium, che ha una capienza di oltre 15.000 spettatori ed accoglie pure le prove di sollevamento pesi e pugilato, è teatro delle sfide di lotta dal 4 al 7 agosto, e Gozzi, seppur limitato da una costola incrinata durante un allenamento nell’interminabile viaggio sulla Conte Biancamano, la nave che porta gli atleti dall’Italia a New York per poi proseguire in treno fino a Los Angeles, è tra i favoriti alla vittoria finale, al pari del tedesco Wolfgang Ehrl, solo ventenne ma già competitivo ai massimi livelli, e del finlandese Lauri Koskela.

Gozzi batte per schienata al primo turno proprio Koskela, in soli 58″, per poi approfittare del forfait del danese Schack al secondo turno. Il sistema di conteggio non è proprio ottimale, oseremmo dire addirittura cervellotico, se è vero che un atleta viene definitivamente eliminato al raggiungimento di cinque punti di penalità, pertanto chi ha già perso al debutto può comunque continuare la sua corsa nel torneo.

Succede così che Gozzi, dopo aver battuto anche il giapponese Kase per schienata al terzo turno, stavolta faticando per 16’20”, rimane in corsa alle semifinali proprio con il tedesco Ehrl, il finlandese Koskela e il cecoslovacco Maudr, che fu argento ad Amsterdam. Ehrl batte Gozzi ai punti ma è l’italiano a sommare meno penalità conquistando così la medaglia d’oro, con il tedesco che batte anche Koskela, ma riuscendoci solo ai punti aggiunge altre penalità a quelle già a suo carico, terminando così alle spalle dell’italiano, nonostante non abbia mai conosciuto l’onta della sconfitta in cinque combattimenti. Koskela batte a sua volta Maudr ai punti ma pure lui chiude con troppe penalità in più rispetto a Gozzi, ed è fuori dai giochi per la medaglia d’oro.

Gozzi è campione olimpico, con Ehrl che si mette al collo una beffarda medaglia d’argento rimanendo imbattuto e sconfiggendo all’ultimo atto Koskela ai punti, che sale sul terzo gradino del podio.

Gozzi, che ha quasi 30 anni, non parteciperà mai ai campionati del mondo di lotta, ma agli Europei collezionerà tre medaglie: argento nel 1925 a Milano battuto dall’ungherese Armand Magyar e oro nel 1927 a Budapest battendo in finale l’estone Eduard Putsep nella categoria dei pesi gallo (-58 kg.), bronzo nel 1934 a Roma nei pesi piuma alle spalle del leggendario finlandese Kustaa Pihlajamaki e dell’ungherese Ferenc Toth. Aggiungete otto titoli italiani, insomma, mica un lottatore qualsiasi

 

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DUILIO LOI E LA SFIDA MONDIALE CON CARLOS ORTIZ

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Duilio Loi contro Carlos Ortiz – da 2out.it

articolo di Nicola Pucci

Tralasciamo il primo titolo italiano dei pesi leggeri conquistato nel 1951 a Milano contro Pierluigi Uboldi; così come la sconfitta del 1952 e poi la vittoria del 1954 per la cintura europea contro il danese Jorgen Johansen, e le successive otto difese contro Bruno Visintin, Jacques Herbillon, Giancarlo Garbelli, Seraphin Ferrer, José Hernandez (due volte), Felix Chiocca e Mario Vecchiatto; saltiamo anche il passaggio alla categoria dei pesi welter, con i trionfi continentali del 1959 contro il toscano Emilio Marconi e quelli in successione contro lo stesso Visintin, il francese Maurice Auzel, Chris Christensen e Fortunato Manca. Insomma, andiamo direttamente al 1 settembre 1960, Stadio di San Siro di Milano, per l’atto più glorioso della carriera di Duilio Loi. Un idolo, ormai 31enne, a cui viene infine concessa la chance di poter combattere per il titolo mondiale, categoria pesi welter junior. Ad onor del vero qualche mese prima, al Cow Palace di Dale City, l’italiano ha già incrociato i guantoni con il portoricano Carlos Ortiz, con l’iride in palio, perdendo solo ai punti per un verdetto che i sostenitori italiani presenti contestano con il lancio di bottiglie sul ring… ma stavolta la rivincita si gioca in casa, e l’occasione è ghiotta.

Nato a Trieste il 19 aprile 1929 ma di origine sarde da parte di padre, Loi attraversa tutti gli anni Cinquanta della boxe italiana, e lo fa non solo con passo sicuro, vincendo titoli a iosa, ma pure accattivandosi il sostegno del pubblico. E’ boxeur indomito e indomabile, che getta il cuore oltre l’ostacolo in ogni occasione, dai riflessi felini e il pugno sinistro che senza aver potenza proverbiale lascia comunque il segno, tecnicamente eccelso seppur non sostenuto da un fisico dirompente. E quella sera del 1960, davanti ad una folla oceanica accorsa da ogni dove a sostenerlo nell’impari sfida, Loi disegna un capolavoro di tattica pugilistica. Ortiz lo sovrasta in centimetri, 170 contro 164, forte anche di un gap generazionale di sette anni, e fors’anche di un talento pugilistico superiore, ma Duilio, che si è preparato con cura certosina lontano da sguardi indiscreti, è all’altezza delle aspettative.

In effetti la sfida è meno violenta e accesa di quel che si possa prevedere. Ortiz, detentore del titolo, parte a spron battuto, anche perchè ha buona memoria e conosce perfettamente pregi e difetti dell’avversario. Le prime riprese sono difficili per Loi, che accusa le entrate del pugno destro del portoricano che sovente ne scardina la guardia. Duilio si oppone come può, raramente capace di portare i suoi colpi, e in tribuna ci si chiede se il match non possa risolversi in un’altra delusione mondiale per l’italiano.

Ma Loi è duro a morire. E per questo la gente lo ama. Se Ortiz è abilissimo nel fare breccia nelle sicurezze dei rivali, altrettanto Duilio riesce ad esprimersi al meglio quando la battaglia si fa pericolosa. Quando la fatica comincia a farsi sentire, per lui è invece il momento di accendersi… e le sorti dell’incontro si capovolgono. Dalla sesta ripresa Loi, a cui è stata offerta una borsa di 5 milioni di lire a fronte dei 25 milioni garantiti al campione del mondo, avvia la riscossa. Non più sola resistenza, ma il gancio sinistro comincia a colpire con puntualità, tanto che in un crescendo rossiniano, e nel tripudio di chi assiste all’evento, il margine, che sembrava irrecuperabile, si riduce. Fino all’epilogo, che ha del clamoroso per come si erano messe le cose, ma che alla luce di quel che accade rientra assolutamente nella logica del match: tre riprese consecutive, dall’11esima alla 13esima, appartengono all’enciclopedia della boxe italiana e la ribalta, per Loi, che è conosciuto come “l’uomo degli ultimi due round”, è conquistata. Così come la cintura di campione del mondo dei pesi welter junior, a dispetto del disperato, ultimo tentativo di Ortiz di ribaltare ancora a suo favore le sorti del match. Il verdetto dei giudici è senza appello: Avrutschenko assegna 74 punti a Loi contro 73, De Backer vede parità sostanziale a 72 punti, Esparraguerra premia Duilio 72 punti a 69.

Salito sul tetto del mondo, Loi metterà in palio il titolo con la terza sfida della serie con Ortiz, sempre a Milano e sempre a San Siro, il 10 maggio 1961, ed anche stavolta avrà la meglio, mettamente, pure obbligando il rivale a metter ginocchio a tappetto al sesto round. Un altro campione, poi, proverà a sbarrargli la strada, Eddie Perkins, e saranno ancora tre sfide da spellarsi le mani: un pareggio il 21 ottobre 1961 a Milano, la vittoria dell’americano il 14 settembre 1962 al Velodromo Vigorelli e nuovamente il successo per Loi, l’ultimo a chiusura della carriera, il 15 dicembre 1962, ancora a Milano, al Palazzetto dello Sport.

Può bastare a meritarsi un posto nella International Boxing Hall of Fame? Pare proprio di sì…

YORDANKA DONKOVA, LA BULGARA REGINA DEGLI OSTACOLI ALTI

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Yordanka Donkova – da gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Tra le più – se non “la più” – difficili specialità dell’Atletica Leggera, vi è sicuramente la gara sugli ostacoli alti (per una distanza di 110 metri per i maschi e di 100 metri per le femmine), in cui occorre abbinare velocità, ritmo e tecnica nel superare le barriere non potendosi concedere il più piccolo margine di errore, pena clamorose eliminazioni o mancati successi, uno per tutti vedasi il caso dell’americana Gail Devers, inciampata sull’ultimo ostacolo nella Finale ai Giochi di Barcellona ’92 quando sembrava avere oramai l’Oro in tasca.

Ragion per cui, è difficile trovare atleti di entrambi i sessi capaci di ad inanellare una serie consecutiva di prestazioni tali da farli sempre salire sul podio nelle grandi manifestazioni, ed una in grado di compiere questo tipo di impresa, in un arco temporale durato oltre un decennio, è l’ostacolista bulgara Yordanka Donkova, protagonista della specialità a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio della decade successiva.

Nata a Gorni Bogrov, un sobborgo della Capitale Sofia, il 28 settembre 1961, da piccola Yordanka subisce l’amputazione delle ultime falangi di tre dita della mano destra a causa di un incidente domestico, forse uno stimolo in più per affermarsi a livello sportivo in una prova in cui, fino ad allora, le sue connazionali non avevano certo brillato.

Presentatasi, a 19 anni non ancora compiuti, alle Olimpiadi di Mosca ’80, la Donkova acquisisce esperienza, fallendo l’accesso alla Finale con il sesto posto nella prima delle due Semifinali, conclusa con il tempo di 13”39, che poi mette a frutto due anni dopo, dapprima conquistando il Bronzo sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Milano ’82 e quindi migliorandosi sino a 12”54 per far suo l’Argento agli Europei di Atene ’82, vinti dalla polacca Lucyna Kalek, che in 12”45 eguaglia il Record dei Campionat.

Oramai la strada è segnata, ed anche se, dopo aver confermato il bronzo sui 60hs agli Europei Indoor di Goteborg ’84, la cui vittoria va ancora alla polacca Kalek, la Donkova non può partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles per il “contro boicottaggio” da parte dei Paesi del Blocco Sovietico, non passa molto perché di lei si parli a livello mondiale.

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Donkova in azione al Meeting di Berlino ’85 – da gettyimages.co.uk

Ciò avviene nel suo “Anno di Grazia” 1986, in cui – dopo aver concluso al secondo posto del Ranking Mondiale della rivista “Track & Field News” a fine anno 1982 ed ’84 – la 25enne bulgara compie un’impresa degna del miglior Jesse Owens di antica memoria.

Accade, difatti, che, dopo aver eguagliato il 13 agosto ’86 il record mondiale di 12”36 stabilito dalla polacca Grazyna Rabsztyn sei anni prima, la Donkova si presenti quattro giorni dopo al Meeting di Colonia, in preparazione degli imminenti Campionati Europei in programma a fine mese a Stoccarda, dovendosi cimentare, dato l’elevato numero delle partecipanti, in una batteria per accedere alla successiva Finale.

Orbene, senza batter ciglio la bulgara corre l’eliminatoria n 12”35 – così appropriandosi in toto del primato mondiale, migliorato di un solo 0”01 centesimo – per poi, ad un’ora di distanza, essere la prima donna al Mondo ad infrangere la barriera dei 12”30 facendo sua la gara in 12”29 (!!).

Inutile dire che, a distanza di poco più di 10 giorni, sulla pista di Stoccarda non possa essere che lei la favorita d’obbligo per l’Oro sui 100hs ai Campionati Europei, e la Donkova tiene fede alle attese imponendosi con largo margine, segnando il Record dei Campionati in 12”38 (con vento contrario di 0,7m/s), rispetto alla tedesca orientale Cornelia Oschkenacht ed alla connazionale Ginka Zagorcheva, che concludono la gara in 12”55 e 12”70 rispettivamente.

La Donkova conclude il suo “Mese di Sogno” presentandosi, una settimana dopo, il 7 settembre ’86, al Meeting di Lubiana, dove onora il fresco titolo europeo togliendo altri 0”03 centesimi al proprio limite mondiale, portato a 12”26 e concludendo, per quanto ovvio, la Stagione al primo posto del Ranking Mondiale, ma …

Come in tutte le belle storie, “c’è sempre un ma …”, e questa volta è rappresentato da un’inaspettata concorrenza interna da parte della ricordata connazionale Zagorcheva – che, peraltro, aveva concluso il 1985 ai vertici della specialità e che nella prima edizione di Campionati Mondiali di Helsinki ’83 aveva conquistato la Medaglia di Bronzo – la quale vive, a propria volta, il suo “Anno di Gloria”.

E sì che la Stagione si era in ogni caso aperta ancora nel “segno di Yordanka” che, al terzo tentativo, riesce a conquistare il Titolo Europeo Indoor sui 60hs nella Rassegna Continentale di Lievin ’87, imponendosi in 7”79 davanti alla tedesca est Gloria Siebert ed alla stessa Zagorcheva, da lei nuovamente preceduta 15 giorni dopo in occasione della Prima Edizione dei Campionati Mondiali Indoor, svoltasi ad Indianapolis ’87, anche se a mettere d’accordo le due amiche/rivali ed ad aggiudicarsi l’Oro è l’altra tedesca orientale, Cornelia Oschkenacht in 7”82, precedendo la Donkova di soli 0”03 centesimi, con la Zagorcheva ancora Bronzo, ma ben più staccata, in 7”99.

Di sicuro le prestazioni della Zagorcheva – oltretutto di tre anni più anziana, essendo dell’aprile ’58 – non facevano prevedere ciò che, viceversa, si verifica l’8 agosto ’87 allorquando, in un Meeting a Drama, in Grecia, migliora di un 0”01 centesimo il Primato Mondiale della connazionale, portandolo a 12”25 e ponendo una serie candidatura al gradino più alto del Podio in occasione dei Campionati Mondiali di Roma ’87 che si sarebbero svolti a distanza di un mese.

Non va però dimenticata anche la pericolosa concorrenza portata dalle due già citate tedesche orientali Oschkenacht e Siebert, le quali, ancorché con “personali” superiori a quelli delle due bulgare, hanno dalla loro un elevato grado di combattività, come dimostrano le due Semifinali, in cui si impongono davanti, rispettivamente, a Zagorcheva (12”65 a 12”75) ed a Donkova (12”68 a 12”76), tal che, sui blocchi di partenza della Finale in programma il 4 settembre ’87 sulla pista dello Stadio Olimpico, le quattro favorite sono schierate alternate, con Donkova in terza corsia, Siebert in quarta, Zagorcheva in quinta ed Oschkenacht in sesta, con le altre spettatrici non paganti, visto che poi la quinta (la francese Anne Piquereau) giungerà ad oltre 0”30 centesimi dalla peggiore del quartetto.

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Donkova in azione nella semifinale Mondiale di Roma ’87 – da gettyimages.co.uk

Allo sparo dello starter, Donkova cerca di sorprendere le avversarie in avvio, venendo peraltro raggiunta al secondo ostacolo dalla Zagorcheva, la quale non sbaglia alcun appoggio per andare a trionfare nel tempo di 12”34 che migliora di 0”01 centesimo quanto realizzato quattro anni prima dalla tedesca est Bettine Jahn nella prima edizione dei Mondiali ad Helsinki ’83, mentre la Donkova subisce la rimonta delle due tedesche orientali, restando ai margini del podio per una manciata di centesimi, visto che il fotofinish assegna l’Argento alla Siebert in 12”44 ed il Bronzo alla Oschkenacht in 12”46 rispetto al 12”49 della bulgara.

Una delusione invero cocente – laddove si consideri altresì che, per la quasi 30enne Zagorcheva, si tratta dell’unica vittoria in carriera in manifestazioni internazionali di livello assoluto – ed alla quale la Donkova ha una sola maniera per cercare di porvi rimedio, vale a dire centrare l’obiettivo della gloria olimpica l’anno seguente ai Giochi di Seul ’88.

E, visto che le due bulgare sembrano volersi dividere le Stagioni – le dispari alla Zagorchyeva, che chiude il 1987 ai vertici del ranking Mondiale come già avvenuto nel 1985, e le pari alla Donkova – le premesse per riuscire nell’impresa ci sono tutte, tanto più che, in vista delle Olimpiadi coreane, il 21 agosto ’88 Yordanka si riappropria del Record Mondiale correndo la distanza in 12”21 al meeting nazionale di Stara Zagora, con ciò ribadendo la propria candidatura all’Oro ai “Giochi della riappacificazione” dopo i due assurdi boicottaggi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84.

Con tutto il meglio dell’ostacolismo mondiale presente alla Rassegna a Cinque Cerchi, una prima, ulteriore iniezione di fiducia giunge alla Donkova dalla eliminazione al primo turno della rivale in patria, la quale, infortunata, non conclude la sua batteria, uscendo così di scena, mentre Yordanka fa registrare il miglior tempo nella prima giornata in 12”47, per poi affermarsi nella prima delle due Semifinali, alle ore 11:00 del mattino (ora locale) del 30 settembre ’88, superando in 12”58 la Siebert, mentre nella seconda è la Oschkenacht ad imporsi in 12”63 davanti alla collega occidentale Claudia Zaczkiewicz, serie che vede un’altra eliminazione eccellente nella sovietica Ludmila Narozhilenko – la quale avrà modo di rifarsi negli anni a seguire con i colori svedesi ed il cognome Engquist a seguito della separazione e del nuovo matrimonio contratto – che perde il ritmo sulla penultima barriera e cade malamente a terra, ricordate cosa si diceva in premessa …??

Con gli occhi puntati sulle corsie centrali, occupate da Siebert in quarta, Donkova in quinta ed Oschkenacht in sesta, in attesa della partenza prevista per le 13:10 ora locale, non vi sono soverchi dubbi sul fatto che l’oro al collo se lo possa mettere solo una di queste tre, tutto sta stabilire quale sia l’ordine di arrivo, anche se le sorprese, come appena visto, in una gara ad ostacoli sono sempre all’ordine del giorno.

Ma, stavolta, la concentrazione di Yordanka è massima, scattando subito in testa allo sparo dello starter e disputando una gara stilisticamente perfetta senza neppure sfiorare alcuna delle 10 barriere situate sula pista, circostanza che le consente di imporsi con largo margine nel nuovo Record Olimpico di 12”38 relegando a debita distanza Siebert (Argento in 12”61), mentre il gradino più basso del podio è appannaggio della tedesca occidentale Zaczkiewicz in 12”75, con la Oschkenacht, una volta realizzato di non poter competere per una medaglia, a rialzarsi concludendo all’ottavo ed ultimo posto.

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Il vittorioso arrivo della Donkova a Seul ’88 – da gettyimages.it

Messe a posto le cose, la Donkova onora l’Oro olimpico confermando il Titolo Europeo Indoor ai Campionati de L’Aja ’89 imponendosi in 7”87 sulla sovietica Narozhilenko, prima di dedicarsi ad attività personali ben più importanti, quali il matrimonio e la conseguente gravidanza, dando alla luce il 3 febbraio ’91 il figlio Zhivko (Atanasov), il quale svolge una discreta carriera da calciatore in qualità di difensore.

Saltate pertanto le stagioni 1990 e ’91, la Donkova, ancorché avendo superato la trentina, intende però onorare e difendere il titolo olimpico conquistato quattro anni prima a Seul, presentandosi ai Giochi di Barcellona ’92 dopo aver, a marzo del medesimo anno, dimostrato di poter essere sempre competitiva con il Bronzo sui 60hs conquistato ai Campionati Europei Indoor di Genova ’92, gara vinta dalla ancora Narozhilenko.

Bulgara che non intende cedere lo scettro senza lottare, come conferma con il secondo posto in Semifinale alle spalle dell’americana LaVonna Martin, gara alla quale non prende il via la Narozhilenko per il riacutizzarsi di un problema alla coscia, anche se è opinione diffusa che per la Finale, in programma due ore dopo, vi sia una sola, netta favorita, vale a dire l’altra americana Gail Devers, che si è già messa al collo la medaglia d’Oro sui 100 metri piani.

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Donkova alle Olimpiadi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Ed, in effetti, la cosa sembra potersi realizzare per 90 dei 100 metri previsti, con la Devers a prendere decisamente la testa sin dall’uscita dai blocchi, salvo inciampare, probabilmente per troppa sicurezza ed una piccola mancanza di concentrazione (ahi, ahi, “do you remember …?”) proprio sull’ultima barriera superando la linea del traguardo per inerzia, mentre la prima ad approfittare della circostanza è la carneade greca Voula Patoulidou, che, nel proprio personalissimo “Giorno dei Giorni”, si aggiudica un inaspettato Oro Olimpico in 12”64, con l’altra americana LaVonna Martin a precedere, per un solo 0”01 centesimo (12”69 a 12”70) la Donkova, la quale deve a propria volta “ringraziare” la Devers, senza la cui caduta non avrebbe potuto arricchire il suo medagliere.

Palmarès che si completa, due anni dopo, con il terzo Oro sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Parigi ’94, vinti fermando i cronometri sul 7”85, per poi dare l’addio all’attività agonistica con un ultimo Podio in occasione degli Europei di Helsinki ’94, beffata al fotofinish nella lotta per l’Argento dalla russa Yulya Graudyn, dato che il riscontro cronometrico assegna 12”93 ad entrambe, mentre a laurearsi Campionessa in 12”72 è la connazionale Svetla Pishtikova, che le rende 7 anni di età.

A 33 anni, dopo aver chiuso la Stagione al terzo posto del Ranking Mondiale, anche per la Donkova giunge il momento di dare l’addio alla pista, avendo comunque modo di dare alla luce, due anni appresso, una coppia di gemelle, Daniela e Denislava, per poi cadere nell’oblio degli addetti ai lavori, salvo tornare di prepotenza alla ribalta allorché, il 20 luglio 2016, al Meeting di Londra, l’americana Kendra Harrison le toglie un Record Mondiale che resisteva da ben 28 anni, migliorandolo di appena 0”01 centesimo con 12”20, così facendo tornare alla mente le imprese di una bulgara che raramente conosceva sconfitte.

 

LO SLALOM D’ORO DEL KAYAK DI FERRAZZI A BARCELLONA 1992

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Pierpaolo Ferrazzi – da valstagna.info

articolo di Nicola Pucci

Ancor prima di Rossi, Bonomi e Scarpa, oltreché di Josefa Idem, e riuscendo nell’impresa fallita in precedenza da Oreste Perri, un altro azzurro ha issato il tricolore sul pennone più alto ai Giochi. Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, infatti, è Pierpaolo Ferrazzi a conquistare nel k-1 slalom il primo oro della storia italiana nella canoa/kayak.

Ventisettenne di Bassano del Grappa, di professione guardia forestale, Ferrazzi, che ha appreso l’arte di pagaiare a serpentina nelle acque del Brenta, si presenta all’appuntamento a cinque cerchi non certo con i favori del pronostico, che vanno allo sloveno Marjan Strukelij che nel 1991, a Tacin, è arrivato secondo ai campionati del mondo, dopo che nel 1987 aveva colto la medaglia di bronzo, e al britannico Richard Fox, campione del mondo nel 1989 a Savage River ed altre tre volte iridato.

In effetti la competizione, che si era disputata in ambito olimpico solo nel 1972 con la vittoria di Sieghert Horn della DDR, ha un esito singolare, se è vero che il 2 agosto chi si impone nella prima discesa tra le 25 porte al Park Olimpic del Segre di La Seu d’Urgell, un bacino ai piedi dei Pirenei, poi retrocede inesorabilmente nella seconda prova. Curioso, ai fini della classifica conta solo la migliore delle due discese, ed allora il primo tentativo altro non è che prendere confidenza con le rapide e per Ferrazzi, abituato con il suo kayak a disimpegnarsi nella natura, non è un debutto proprio con i fiocchi.

Il tedesco Jochen Lettmann chiude in testa con 108.52 punti, precedendo il francese Laurent Brissaud e proprio Strukelij, mentre Ferrazzi è solo diciassettesimo, Fox ventiduesimo e l’altro francese Sylvain Curinier addirittura trentaquattresimo. Ma nella seconda prova, memorizzati i trabocchetti del percorso, realizzano tutti e tre un eccellente exploit, con Ferrazzi che non commette infrazioni rischiando solo all’ultima porta di ribaltarsi e precedendo con 106.89 punti proprio Curinier, di soli 17 centesimi (1’46″89 contro 1’47″06) più lento a tagliare il traguardo e pure lui senza penalità, e Lettmann che per un soffio conserva la terza posizione, lasciando Fox, a sua volta autore  di una strepitosa seconda manche, ai piedi del podio.

Ferrazzi, bonariamente soprannominato “patata“, è campione olimpico e otto anni dopo, a Sidney 2000, rinnoverà l’appuntamento con una medaglia giungendo terzo alle spalle del tedesco Schmidt e del britannico Ratcliffe, cogliendo in carriera anche due argenti mondiali a squadre, nel 2002 e nel 2005, fallendo invece i due appuntamenti ai Giochi di Atlanta del 1996 e di Atene 2004, terminando in queste due occasioni non meglio che 17esimo e 19esimo. Nel suo palmares anche due titoli europei, individuale e a squadre, nel 2000… ma quella prima volta a Barcellona nel 1992 non si scorda mai.

L’ETERNA SFIDA DI GARY HALL Jr, NEL NOME DEL PADRE

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Gary Hall Jr. – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Avere la sventura di portare lo stesso nome (con tanto di aggiunta del suffisso Jr.) di un padre ottimo nuotatore, ma passato alla Storia per aver sempre fallito il gradino più alto del Podio Olimpico, unita al fatto di competere con uno dei più grandi esponenti dello sprint a stile libero quale lo “Zar” russo Aleksandr Popov, rappresenta indubbiamente un macigno difficile da sopportare, ma anche uno stimolo in più per cercare quell’affermazione che darebbe lustro alla propria carriera.

E’ questo il destino dell’attività agonistica di Gary Hall Jr., nato a Cincinnati, nell’Ohio, il 26 settembre 1974 dall’omonimo padre, viceversa proveniente dalla North Carolina, il quale lo mette al Mondo dopo aver fallito l’appuntamento olimpico ai Giochi di Monaco ’72, dove si presentava come grande favorito nelle gare dei 200 e 400 misti – avendo stabilito, ai Trials di Chicago di inizio agosto, i rispettivi record mondiali in 2’09”30 e 4’30”81 – ed, al contrario, piazzatosi non meglio che quarto sui 200 e quinto sulla doppia distanza, mentre a beneficiare della Gloria Olimpica era lo specialista svedese Gunnar Larsson, vincitore di entrambe le prove.

A parziale consolazione di Hall padre, che già aveva conquistato l’Argento sui 400 misti ai Giochi di Città del Messico ’68 (dove aveva pure concluso ai margini del podio la gara dei 200 dorso), giunge un secondo Argento sui 200 farfalla, dominati a suon di primato mondiale dal connazionale Mark Spitz per una delle sue 7 medaglie d’Oro, fallendo poi il suo ultimo tentativo quattro anni dopo nell’edizione di Montreal ’76 della rassegna a cinque cerchi, classificandosi terzo sui 100 farfalla a completare un podio interamente a stelle strisce.

Un’eredità pesante, dunque, che Hall figlio raccoglie specializzandosi nella velocità a stile libero, il che gli consente, per quanto ovvio, di sfruttare una ulteriore doppia possibilità di far suo l’Oro – sia olimpico che mondiale – quale componente delle Staffette 4x100sl e 4×100 mista, ma è indubbio che il suo obiettivo sia quello di centrare la vittoria in una gara individuale.

Pur essendosi dedicato al nuoto solo a partire dagli anni del Liceo – ragion per cui, rispetto alla media degli altri specialisti, appare sulla scena internazionale relativamente tardi, intorno ai 20 anni – Gary Jr dimostra una forza di carattere ed un temperamento di prim’ordine, il che lo favorisce negli arrivi testa a testa come sono soliti verificarsi nelle gare sulle brevi distanze, ed ancor più qualora sia chiamato a dover rimontare uno svantaggio quando lanciato come ultimo frazionista in staffetta e, con queste credenziali, si presenta al suo primo grande appuntamento, in occasione dei Campionati Mondiali di Roma ’94.

E’, quella romana, un’edizione da dimenticare per il Team Usa, in cui tocca il punto più basso delle proprie partecipazioni olimpiche ed iridate, con una sola vittoria individuale sia in campo maschile (con Tom Dolan sui 400 misti) che nel settore femminile (con Janet Evans sugli 800sl), per cui non era certo facile per Hall pensare di potersi giocare il titolo alla pari con un Popov reduce al doppio Oro olimpico di Barcellona ’92 su entrambe le più brevi distanze a stile libero e che, il 18 giugno ’94, al Meeting di Montecarlo, aveva tolto a Matt Biondi il record mondiale sui 100sl, nuotando in 48”21.

Una sfida che, comunque, il 20enne dell’Ohio raccoglie senza alcun timore, riuscendo ad infastidire lo “Zar” russo, il quale deve impegnarsi per confermare la propria superiorità, facendo suo l’Oro sui 100sl in 49”12 rispetto ai 49”41 di Hall ed ai 49”52 del brasiliano Gustavo Borges, mentre sulla più breve distanza sono 0”23 centesimi a separare (22”17 a 22”40) Popov dall’americano.

Il duello a tre che ha entusiasmato il pubblico romano nella Finale dei 100sl si ripropone pari pari nella Staffetta 4x100sl, quando Hall, Popov e Borges si lanciano in acqua quali ultimi frazionisti, e qui l’orgoglio e la combattività dell’americano hanno la meglio, riuscendo a contenere il tentativo di rimonta del fuoriclasse di Ekaterinburg, a cui lascia solo 0”26 centesimi (48”22 a 48”48) non sufficienti ad impedire la vittoria del quartetto Usa, con il Brasile di Borges che conclude in terza posizione.

L’ultima gara a conclusione della rassegna iridata è costituita, come da programma, dalla Staffetta 4×100 mista, che vede la Russia schierare, nelle due ultime frazioni a farfalla e stile libero, i Campioni Mondiali Pankratov e Popov, e già il primo riduce il distacco che gli Stati Uniti avevano accumulato nelle prime due frazioni a dorso ed a rana, lanciando Popov all’inseguimento di Hall, in un avvincente tentativo di rimonta che vede quest’ultimo nuotare le due vasche in 47”68 a fronte del quale Gary Jr deve dar fondo a tutte le proprie energie per mantenere un minimo vantaggio (3’37”74 a 3’38”28) che consente agli Stati Uniti di portare a casa il solo, misero, quarto Oro della rassegna, ed a lui, di essere l’unico componente della spedizione americana a conquistare due Ori.

Come inizio, tutto sommato, non c’è da lamentarsi, con la sfida a ripresentarsi due anni dopo sul suolo americano, in occasione dei Giochi di Atlanta ’96, ai quali Hall si prepara prendendo confidenza con la Piscina Olimpica in concomitanza dei “Pan Pacific Games” ’95, in cui non ha difficoltà ad imporsi sia sui 50 (in 22”30) che sui 100sl (vinti in 49”47 davanti al connazionale Jon Olsen, 49”56), per poi aggiudicarsi altre due medaglie d’Oro con le staffette 4x100sl – migliorando, assieme a David Fox, Joe Hudepohl ed Olsen, il record mondiale in 3’15”11 – e 4×100 mista.

Qualificatosi per i Giochi ai Trials di Indianapolis disputatisi a marzo – primo sui 50sl in 22”27 e battuto da Olsen sulla doppia distanza (49”46 a 49”53 – Hall si presenta tirato a lucido e deciso a dar battaglia sin dalla prima gara in programma, i 100sl, le cui batterie, al mattino del 22 luglio ’96, confermano le gerarchie iridate, con Popov a far segnare il miglior tempo in 48”74, 0”16 centesimi meglio dell’americano, con Borges che chiude in 49”17.

Un tempo, quello di 48”74, che Popov ripete al centesimo anche nella Finale del pomeriggio, reso necessario per respingere il furioso attacco di Hall, che vira in testa ai 50 in 23”33 (0”10 centesimi sotto il passaggio mondiale del russo) per poi tener botta sino al tocco finale, cedendo per l’inezia di 0”07 centesimi, mentre anche Borges, terzo, si migliora in 49”02, lasciando fuori dal podio un “certo” Pieter van den Hoogenband, di cui sentiremo parlare in seguito.

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Hall, Popov e Borges sul podio dei 100sl ad Atlanta ’96 – da gettyimages.co.uk

Nemmeno il tempo di rifiatare che, all’indomani, è prevista la Staffetta 4x100sl, in cui la Russia schiera Popov in seconda frazione con l’intento di accumulare un vantaggio da difendere nella parte conclusiva della gara, una strategia che sembra pagare, dato che, all’ultimo cambio, Hall viene lanciato da Brad Schumacher in seconda posizione, ma il distacco è talmente esiguo (2’27”34 a 2’27”96) che in poche bracciate Gary Jr lo ha già colmato per poi portare al successo il quartetto Usa, timbrando altresì un’ultima frazione da urlo in 47”45 (Popov aveva nuotato la sua in 47”88, tanto per rendere l’idea …) e far sì che, finalmente, un Oro olimpico varchi la soglia di casa Hall.

Una sfida che – tra gara individuale e staffetta – si ripropone tra il 25 e 26 luglio, dapprima con la disputa dei 50sl che, ad onta della più breve distanza, Popov fa sua con un più ampio margine, ancorché si stia parlando di centesimi (22”13 a 22”26), rispetto alla prova sui 100, e quindi con la Staffetta 4×100 mista dove, stavolta, il russo non può esimersi dal confronto diretto, che offre ancora un autentico spettacolo, con Hall impegnato a mantenere il vantaggio accumulato dal quartetto Usa nelle prime due frazioni a dorso ed a rana e ridotto da Pankratov a farfalla, impresa che gli riesce addirittura incrementando il distacco, sino a toccare nel complessivo tempo di 3’34”84 che migliora di oltre 2” il record olimpico e mondiale stabilito dagli Stati Uniti quattro anni prima, alle Olimpiadi di Barcellona ’92.

E, se è vero che Hall e Popov concludono l’Olimpiade con 2 Ori e 2 Argenti a testa, è altrettanto ovvio che “pesano” di più le vittorie individuali del russo, nei cui confronti l’appuntamento è rimandato ai Giochi di fine secolo a Sydney 2000 dove, altri personaggi irrompono minacciosi sulla distanza dei 100sl, nelle figure del già ricordato fuoriclasse olandese van den Hoogenband e dell’australiano Michael Klim, il quale toglie addirittura a Popov il primato mondiale sulla distanza nuotando in 48”18 la prima frazione della staffetta 4x100sl che i padroni di casa si aggiudicano con l’altrettanto primato mondiale di 3’13”67, nonostante che anche il quartetto Usa, con Hall impegnato in ultima frazione in un’esaltante sfida con il Campione australiano Ian Thorpe, scenda con 3’13”86, ampiamente sotto il precedente limite.

E di quanto sia difficile, per Popov ed Hall, confermarsi al top della specialità, si ha la conferma nelle reintrodotte semifinali dei 100sl, in programma il 19 settembre 2000, allorquando nella prima il russo viene preceduto (48”80 a 48”84) da Klim, mentre nella seconda van den Hoogenband ne riscrive la Storia, quale primo uomo a scendere sotto la barriera dei 48” netti, andando a toccare in un fantastico 47”84, con Hall che chiude non meglio che quinto, qualificandosi per la Finale del giorno dopo con appena il sesto tempo.

Ma non è certo necessario ricordare come la combattività sia il punto di forza dell’americano, il quale si migliora sino a 48”73, giusto un 0”01 centesimo sufficiente a relegare ai margini del podio uno sconsolato Klim ed a soli 0”04 centesimi dall’Argento conquistato da Popov in 48”69, mentre van den Hoogenband, regale, non ha difficoltà ad imporsi in 48”30.

Sceso di una posizione in entrambe le gare (individuale e staffetta) rispetto ad Atlanta ’96, Hall ha la possibilità di riscattarsi il 22 settembre, giornata conclusiva del programma natatorio, in cui sono in programma le Finali dei 50sl e della staffetta 4×100 mista.

La più breve gara del panorama olimpico, si prospetta quanto mai avvincente, dato che Popov ha migliorato, il 16 giugno ai Trials russi, il record mondiale detenuto dall’americano Tom Jager portandolo a 21”64, ma da Indianapolis, in occasione dei Trials Usa, non da meno è stata la risposta di Hall e di Anthony Ervin, entrambi scesi sotto il precedente limite, con 21”76 e 21”80 rispettivamente, e poi c’è sempre van den Hoogenband alla ricerca di uno “storico tris”, avendo già conquistato l’Oro sia sui 100 che sui 200sl.

La prova che sta al nuoto come i 100 metri all’atletica leggera, vede già nelle Semifinali del 21 settembre staccarsi dal resto del lotto i quattro superfavoriti, tutti racchiusi nello spazio di 0”10 centesimi, dal 22”07 di Hall al 22”17 di Popov, e l’attesa per la Finale da nuotare tutta d’un fiato è palpabile sia a bordo piscina che sugli spalti.

Per una volta, la delusione viene proprio dallo “Zar” che manda in scena una controprestazione che lo relega addirittura al sesto posto in un per lui mediocre 22”24, mentre là davanti restano gli altri tre a duellare sul filo dei centesimi, tanto che neppure il cronometro è in grado di fare la distinzione, dato che sia Hall che Ervin vengono accreditati del medesimo tempo di 21”98 che vale l’Oro per entrambi, con l’olandese che vede svanire il “tris olimpico” per soli 0”05 centesimi, chiudendo in 22”03.

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L’arrivo a pari merito di Hall ed Ervin a Sydney 2000 – da gettyimages.it

Rinfrancato nel morale dalla sua prima medaglia d’Oro individuale vinta (ancorché a pari merito), Hall non ha alcuna difficoltà a mantenere il già ampio vantaggio che i suoi compagni Lenny Krayzelburg, Ed Moses ed Ian Crocker costruiscono nelle prime tre frazioni della staffetta 4×100 mista, avendo come solo avversario il cronometro, che sconfigge nuotando la propria frazione in 47”92 per un totale di 3’33”73 che migliora di oltre 1” il record stabilito dal quartetto Usa quattro anni prima ad Atlanta ’96, formazione di cui Hall è l’unico ad essere ancora presente.

Avvicinandosi alla soglia dei 30 anni – un’età che per un nuotatore è pari ai 40 per un calciatore – si ritiene difficile per Hall potersi qualificare per una terza Olimpiade, ma ai Trials olimpici di inizio luglio ’94 a Long Beach, stupisce ancora vincendo in 21”91 la gara sui 50sl e venendo superato per soli 0”10 centesimi (49”06 a 49”16) dal farfallista Ian Crocker nella lotta per il secondo posto sui 100sl, ultimo utile per ottenere il pass per la gara individuale.

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Gary Jr festeggia col padre Gary Sr la qualificazione ai Trials ’04 – da gettyimages.it

Forse sarebbe stato meglio si fosse qualificato Hall, visto che entrambi i rappresentanti Usa, Crocker appunto e Jason Lezak, non superano neppure il primo turno ad Atene, così come discutibile appare la decisione della Federazione di escludere il 30enne Gary Jr dal quartetto per la Finale della staffetta 4x100sl dopo aver nuotato l’ultima frazione in batteria, dove, anche in questo caso, gli Stati Uniti (e Michael Phelps in particolare, nel suo tentativo di superare il record delle 7 medaglie d’Oro stabilito da Spitz a Monaco ’72) devono alzare bandiera bianca, relegati sul gradino più basso del podio, mentre Roland Schoeman e Ryk Neethling trascinano il Sudafrica all’Oro e relativo record mondiale.

Non sappiamo quanto questa decisione abbia inciso nel motivare ancor più Hall nel dare il massimo di sé nell’unica gara individuale a cui è iscritto, ma certo, in una specialità dove le gerarchie si susseguono molto velocemente, un’altra iniezione di fiducia è costituita dalla mancata qualificazione – addirittura per le Semifinali – da parte sia di van den Hoogenband (che aveva confermato il titolo olimpico sui 100sl) che di Popov, che concludono le batterie rispettivamente con il 17esimo e 29esimo tempo.

Il pomeriggio del 19 agosto, le due semifinali vedono mettersi in evidenza Schoeman, unico a scendere sotto i 22” netti e grande favorito per la finale, visto l’argento sui 100sl e l’oro in staffetta, mentre Hall, come al solito diremmo, si qualifica con il quinto tempo di 22”18, peggio anche del connazionale Lezak, che conclude in 22”12.

Ma il giorno dopo, tutta la grinta del “fighter di razza” viene fuori nella sua ultima occasione di laurearsi Campione Olimpico e, con la sorpresa costituita dal croato Duje Draganja a contendergli la vittoria dalla laterale ottava corsia, stavolta anche il cronometro vede la differenza, sia pur di un solo, minimo 0”01 centesimo (21”93 a 21”94) che regala ad Hall il suo secondo Oro individuale della sua Carriera, con Shoeman relegato al Bronzo in 22”02.

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Hall sul podio dopo l’oro sui 50sl ad Atene ’04 – da gettyimages.it

A quasi 30 anni di età, Hall diviene il più “anziano” medagliato Usa nel Nuoto dai tempi dell’hawaiano Duke Paoa Kahanamoku ai Giochi d Parigi ’24 e, non ci crederete, ma prova a qualificarsi sui 50sl anche per i Giochi di Pechino ’08, fallendo l’impresa in quanto giunge quarto, ma coprendo comunque la distanza in 21”91, tempo inferiore rispetto a quanto fatto registrare nelle due vittorie olimpiche …

Ma, d’altronde, aveva iniziato tardi

 

BOB McADOO E LA SUA TRIPLA VITA DA CAMPIONE DI BASKET

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McAdoo marcato da Erving nella Finale NBA ’82 – da amicohoops.net

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari affermati Campioni della NBA che sono venuti a concludere una brillante Carriera in Italia – citiamo, ad esempio, Darryl Dawkins a Milano, George Gervin a Roma e Dominique Wilkins a Bologna – nessuno di loro ha lasciato un così tangibile ricordo sia dal punto di vista professionale che umano di quanto abbia fatto Robert Lee, ma per tutti, semplicemente, Bob” McAdoo nei suoi 6 anni trascorsi nel Bel Paese.

Nato a Greensboro, nel North Carolina, il 25 settembre 1951, leggenda vuole che a soli 3 anni il piccolo Bob fosse già capace di infilare la palla a spicchi dentro ad un canestro, abilità che ha poi mantenuto sino a quasi 40 anni, unitamente alla passione per il sassofono, strumento da lui suonato in un Gruppo di rhythm-and-blues ai tempi del Liceo.

Periodo in cui Bob non eccelle quanto a rendimento scolastico, circostanza che non gli consente, ultimati gli studi superiori, di superare l’esame di ammissione alla “North Carolina University” – uno dei College più titolati al Torneo di Basket NCAA, dato che li ha visti qualificarsi in 20 occasioni alle “Final Four” con 11 Finali e 6 Titoli al loro conto – dovendosi accontentare di ripiegare sulla più modesta “Vincennes Junior College” dello Stato di Indiana dove, per sua fortuna, migliora il proprio status accademico, con ciò consentendogli di accedere, nel 1971, a North Carolina.

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McAdoo a North Carolina – da gettyimages.it

Nell’unica stagione in cui indossa la maglietta dei “Tar Heels”, McAdoo mette infatti in mostra tutte le proprie qualità, con 19,5 punti e 10,1 rimbalzi di media che portano North Carolina ad un record di 29-5 ed a qualificarsi per le “Final Four” di Los Angeles, dove viene sconfitta in Semifinale 79-75 da Florida State, nonostante la superba prestazione del centro, autore di 24 punti e 15 rimbalzi, circostanza che gli consente di essere inserito nel quintetto ideale della stagione.

Quindici giorni dopo la fine del Torneo NCAA, il 10 aprile ’72, si svolge a New York l’atteso Draft da parte delle franchigie della NBA e McAdoo viene selezionato come seconda scelta assoluta da parte dei “Buffalo Braves”, dopo che Portland, avente il primo diritto, si orienta verso LaRue Martin proveniente da Loyola, una delle peggiori “prime scelte” della Storia del Basket Professionistico americano.

Buffalo, alla sua terza stagione nella NBA, spera, con l’innesto di McAdoo, di migliorare il proprio rendimento rispetto ai due campionati precedenti, entrambi conclusi con un modesto record di sole 22 vittorie a fronte di 60 sconfitte, ma Coach Jack Ramsey inizialmente ritiene il 21enne Bob troppo esile (misura m.2,06 per 95kg.) per il ruolo di centro, impiegandolo come ala bassa, salvo poi convincersi del contrario allorquando, in un match contro New York, il talentuoso Bill Bradley rifila 38 punti in faccia a McAdoo, non proprio un eccellente difensore.

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McAdoo a canestro coi Buffalo Braves – da hoopshabit.com

Accorgimento che, se tardivo per il primo anno da Professionista di McAdoo, paga i suoi frutti nelle tre successive Stagioni, nelle quali si aggiudica altrettanti titoli di “Miglior Realizzatore” con medie, rispettivamente, di 30,6 – 34,5 (suo massimo in carriera) e 31,1 punti a partita, che trascinano Buffalo ai primi Playoff della sua Storia, pur venendo sempre eliminati nella Semifinale di Conference, di cui va comunque ricordata la serie del 1975, persa 4-3 contro i Washington Bullets, nel corso della quale McAdoo fa registrare una sensazionale media di 37,4 punti e 13,4 rimbalzi a partita (!!), con l’apice in gara-4, dove realizza 50 punti e cattura 21 rimbalzi nel successo per 108-102 dei “Braves”.

Numeri e prestazioni che fanno scrivere a metà della Stagione 1975-’76 alla celebre rivista “Sport Illustrated” come McAdoo sia “il più rapido centro e la più sbalorditiva macchina da canestri che abbia mai giocato a Basket”, giudizio condiviso dall’ex Boston Celtics Bill Russell, all’epoca Coach a Seattle, che definisce il 25enne di North Carolina come “il più grande tiratore di tutti i tempi, sfatando la diceria che un centro non possa possedere anche un tiro micidiale”.

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McAdoo con uno dei trofei di “Miglior Realizzatore” vinti – da pinterest.com

Premesse che, però, non vengono mantenute negli anni a seguire, allorché, in parte anche a causa di vari infortuni che lo affliggono, McAdoo diventa “l’oggetto misterioso” della NBA, cambiando ripetutamente squadra, da New York ad inizio ’77 (in cui entra in rotta di collisione con l’altra Star dei Knicks, Spencer Haywood) a Boston nell’ultima parte della Stagione 1978-’79, per poi accasarsi a Detroit, dove salta quasi per intero il Torneo 1981-’82, concluso con i New Jersey Nets, tant’è che il suo approdo, l’estate seguente, ai Los Angeles Lakers passa quasi inosservato, ritenendo gli addetti ai lavori che, avendo già superato la soglia dei 30 anni, ben difficilmente sarebbe stato in grado di ritagliarsi uno spazio importante coi giallo-viola.

Lakers che, dopo essersi laureati Campioni nel 1980 (il primo anno da “Rookie” di Earvin “Magic” Johnson), erano incappati in una inopinata sconfitta al primo turno dei Playoff ’81 da parte degli Houston Rockets di Moses Malone (poi sconfitti in Finale dai Boston Celtics di Larry Bird) ed erano quindi desiderosi di riscatto e l’apporto di esperienza di McAdoo poteva rivelarsi utile, tanto più che il leggendario centro titolare, Kareem Abdul-Jabbar, aveva comunque quattro primavere in più.

Entrato in punta di piedi al “Forum” di Inglewood, McAdoo si trova in una posizione all’interno della franchigia a lui più congeniale, essendosi lamentato del fatto che, in ogni squadra dove era andato, i dirigenti ed i tifosi “si aspettavano che io da solo risolvessi ogni gara, così da creare una pressione insostenibile”.

 

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McAdoo al tiro in faccia a Larry Bird – da pinterest.com

Cosa che, ovviamente, non si registra in Calfornia, con il quintetto base composto da Nixon, “Magic”, Cooper, Wilkes e Jabbar, a cui McAdoo, nella sua prima stagione, dà un contributo costituito da 41 presenze in “Regular Season” sempre proveniente dalla panchina, facendo registrare una media di 9,6 punti e 3,9 rimbalzi a partita, decisamente migliorata nelle serie dei Playoff, in cui Los Angeles “spazza via” dapprima Phoenix e quindi San Antonio (entrambe per 4-0) per poi tornare a conquistare l’anello superando 4-2 in Finale i Philadelphia 76ers di “Doctor J” Julius Erving.

McAdoo, difatti, disputa tutte e 14 le gare della “Post Season”, elevando a 16,7 la media punti ed a 6,8 la quota di rimbalzi catturati per gara, risultando determinante nella decisiva gara-6 al “Forum” (Philadelphia poteva contare sul vantaggio del fattore campo, in caso di sconfitta, la settima e decisiva sfida si sarebbe disputata allo “Spectrum”) mettendo a segno 16 punti con 9 rimbalzi nei 33 minuti giocati, al pari di Michael Cooper, anch’egli partito dalla panchina, i subentri dei quali venivano richiesti dai supporters californiani al grido di “Doo, doo, doo”, quando volevano Bob, e di “Coo, coo, coo”, quando invece era considerata necessaria la presenza di Michael.

Riacquistata sicurezza nei propri mezzi e con la fiducia da parte del Coach Pat Riley e dei compagni nei suoi confronti, McAdoo fornisce un fattivo contributo anche alle successive tre stagioni disputate con la maglia dei Lakers, che vedono Los Angeles giungere in Finale nel 1983 (distrutti 4-0 dalla voglia di riscatto dei 76ers) e l’anno seguente, dove cedono solo in gara-7 nella tradizionale sfida degli anni ’80 contro gli arci rivali dei Boston Celtics, decisa dall’esito di gara-4 dove i Lakers, in vantaggio 2-1 nella serie, vengono sconfitti 129-125 al “Forum” al supplementare, per poi confermarsi nuovamente Campioni nel 1985, prendendosi la più gustosa delle rivincite, con il successo per 111-100 in gara-6 al “Boston Garden”.

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McAdoo e Byron Scott festeggiano il titolo ’85 – da gettyimages.it

Quattro Stagioni con altrettante Finali Playoff e due Titoli vinti, non sono niente male per un “vecchietto” come McAdoo, ma i Lakers intendono ringiovanire la propria panchina e, pertanto, non esercitano l’opzione contrattualmente prevista per prolungare di un ulteriore anno la sua permanenza in California, concedendogli la veste di “free agent” che lo porta ad accasarsi a Philadelphia solo a metà della successiva Stagione, conclusa dai “Sixers” con una rocambolesca sconfitta 113-112 in gara-7 delle Semifinali della Eastern Conference contro Milwaukee, nonostante la presenza in squadra di campioni quali Maurice Cheeks e Charles Barkley, oltre al già ricordato Julius Erving.

A 35 anni suonati, McAdoo deve decidere se accettare l’offerta economica dei 76ers per il prolungamento di contratto (che non ritiene in linea con le sue potenzialità) oppure optare per un’esperienza all’estero e, per fortuna dei tifosi di basket italiani, sceglie questa seconda soluzione, approdando all’Olimpia Milano alla corte di Dan Peterson, per formare un trio con pochi eguali composto anche da Mike D’Antoni e Dino Meneghin, cui si aggiungono Roberto Premier, l’altro americano Ken Barlow, Franco Boselli e Vittorio Gallinari.

L’impatto di McAdoo con il Basket europeo è devastante, visto che nella sua prima Stagione l’Olimpia, all’epoca sponsorizzata Tracer, fa incetta di trofei, aggiudicandosi il 25 marzo ’87, nella Finale di Bologna, la Coppa Italia superando in volata (95-93) la Scavolini Pesaro, per poi riportare, ad oltre 20 anni di distanza, la Coppa dei Campioni a Milano.

Una manifestazione, alla quale sembra che la Tracer debba dare l’addio già ai Quarti di finale quando, opposta ai greci dell’Aris di Salonicco, capitanati da quell’autentica “macchina da canestri” che risponde al nome di Nikos Galis, incappa in una serata da dimenticare in terra greca, venendo sommersa da un divario di ben 31 punti (98-67, con 44 realizzati da Galis), in cui l’unico a non perdere la testa è proprio McAdoo, che con i suoi 26 punti tiene a galla (si fa per dire …) la barca milanese, rivelatisi poi, al contrario, determinanti, allorquando, al ritorno, limitato Galis a soli 16 punti ed i greci a 49 in totale, Milano si impone per 83-49 garantendosi la prosecuzione nel Torneo, poi vinto con il successo per 71-69 sugli israeliani del Maccabi Tel Aviv nella Finale di Losanna del 2 aprile ’87.

Per completare il “tris”, manca il titolo italiano, con Milano che accede ai Playoff con il quarto posto nella “Regular Season”, ma la doppia vittoria in Semifinale contro Varese (95-75 a Masnago, 78-71 a Milano), garantisce il vantaggio del fattore campo nella Finale contro la Mobilgirgi Caserta, superata con un netto 3-0, frutto del successo esterno in gara-1 per 90-85 e delle successive vittorie al “Forum” per 99-90 ed 84-82.

Striscia di vittorie che non si ferma neppure l’anno seguente, quando la Tracer fa sua la Coppa Intercontinentale sconfiggendo 100-84 in Finale il Barcellona il 20 settembre ’87, per poi confermarsi Campione d’Europa con una rinnovata formula che, ricalcando lo stile NCAA, qualifica le migliori squadre alla “Final Four” disputatasi a Gand, in Belgio, dove i milanesi superano in semifinale ancora l’Aris di Galis per 87-82 per poi trovarsi nuovamente ad affrontare il Maccabi Tel Aviv nella Finale del 7 aprile ’88, risolta a favore di D’Antoni & Co. per 90-84 in una squadra, dove, oltre ai “soliti noti”, si stanno facendo largo i giovani Piero Montecchi e Riccardo Pittis.

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Meneghin, Peterson e McAdoo celebrano uno dei tanti successi di Milano – da lastampa.it

Fallito l’appuntamento con lo scudetto, perso in finale contro la Scavolini Pesaro, McAdoo completa la sua personale bacheca di Trofei aggiungendovi, l’anno seguente, un altro Titolo nazionale superando in una serrata, combattutissima e controversa serie l’Enichem Livorno per 3-2, durante la quale l’asso americano fornisce una delle sue migliori prestazioni in Italia – 20 punti ed 8 rimbalzi in gara-1, 20 e 7 in gara-2, 13 e 10 in gara-3 e 23 e 13 in gara-4, non sufficienti però ad impedire il successo per 83-77 da parte di Livorno – fatta salva un’insolita, opaca prestazione nella decisiva gara-5 sul parquet toscano e risolta per 86-85 a favore della ora Philips Milano con un canestro del livornese Andrea Forti sulla sirena, dapprima convalidato e poi annullato tra le proteste dei padroni di casa.

McAdoo conclude la sua esperienza milanese con una anonima stagione (più che sua, della squadra, dato il contributo di 27,5 punti ed 8 rimbalzi di media a partita) nel ’90, per poi disputare altri due anni a Forlì e collezionare appena due presenze a Fabriano prima di porre fine a 41 anni alla sua brillante carriera (che nei suoi 6 anni in Italia ha fatto comunque registrare medie di 26,6 punti ed 8,7 rimbalzi a partita, e scusate se è poco …), della cui esperienza in Italia resterà per sempre impressa l’immagine in tutti coloro che – dal vivo od in Televisione – ebbero modo di vedere una Stella della NBA tuffarsi senza paura sul parquet nella serie della Finale Playoff ’89 contro Livorno per recuperare una palla vagante, un atteggiamento che da solo è più che sufficiente ad inquadrare la grandezza dell’uomo, oltre che dell’atleta.

Introdotto nel 2000 nella celebre “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame”, molta soprese e proteste ha destato la decisione della Lega NBA di non inserire McAdoo nella “Lista dei 50 Migliori Giocatori del XX Secolo”, ma d’altronde, si sa, nessuno è perfetto (riferito alla Lega, ovviamente…).

 

MAY SUTTON, LA PRIMA STELLA DEL TENNIS AMERICANO

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May Sutton – da tennisforum.com

articolo di Nicola Pucci

Immaginiamo di esser trasferiti di là dall’Atlantico, ad inizio del Novecento, quando il tennis è sport d’elite ben più di oggi ed ha tratti autarchici. Ebbene, qui esercita e vince una ragazza, May Sutton, nata in Inghilterra, a Plymouth, il 25 settembre 1886, che a sei anni varca l’Oceano con la famiglia per diventare, col tempo, la prima stella acclamata del tennis statunitense.

Siamo in California, a Pasadena, dove il papà di May, Adolfo, capitano in pensione della Royal Navy, ha deciso di godersi il frutto di una vita di lavoro acquistando un ranch. Ed è proprio lui ad avviare allo sport con la racchetta le quattro figlie, May appunto che è la più giovane, Violet, Florence ed Ethel, utilizzando il campo in cemento fatto costruire accanto a casa. Le ragazze ci sanno fare, dominando i tornei californiani e collezionandone ben 18 titoli di stato, obbligando a dire che “per battere una Sutton ci vuole una Sutton“, ma fin da subito il talento di May, dotata di un rovescio magnificamente potente e pure eccellente giocatrice di basket, è tanto evidente che sarà lei a proseguire con una carriera internazionale di livello assoluto.

E i risultati la confortano. Fin da subito. Nel 1904, 18enne, partecipa per la prima volta agli US Open al Cricket Club di Filadelfia, sbaragliando la concorrenza. Nelle cinque partite disputate, lascia solo 10 giochi alle avversarie, demolendo in finale 6-1 6-2 quella Elisabeth Moore che ha già trionfato tre volte ed altre tre volte è stata finalista, vincendo anche la gara di doppio accoppiata a Miriam Hall.

Già in rampa di lancio, seppur giovanissima, la Sutton, che ormai ha nazionalità e passaporto statunitense, opta per andare a raccogliere la sfida delle giocatrici di casa nel tempio già consacrato alla leggenda di Wimbledon. Torna a casa, insomma, e sarà un rientro trionfale. Nel 1905, infatti, dopo aver fatto suo il torneo su erba di Manchester, May si presenta ai Championships quale unica iscritta non britannica, ed infila una dietro l’altra Meyer (6-0 6-0), Stawell-Browne (6-3 6-1), Longhurst (6-3 6-1), Thomson (8-6 6-1), Morton (6-4 6-0) e Wilson (6-3 8-6), accedendo così al Challange Round, ovvero la finale, contro Dorothea Douglass, campionessa in carica degli ultimi due anni, costretta ad arrendersi infine in due set, 6-3 6-4. Il pubblico londinese, ammaliato dal gioco dell’americana che si affida anche ad un dritto liftato che scombussola i piani all’avversaria gettandola fuori dal campo, è stupito per un abbigliamento assolutamente non conforme alla tradizione, con braccia scoperte e una gonna che lascia intravedere le caviglie. La Sutton coglie il primo successo straniero a Wilmbledon e di colpo, seppur già nota al grande pubblico, diventa una star di prima grandezza. Ne dovrà scorrere di acqua sotto i ponti prima che un’altra stella luminosa, Suzanne Lenglen, abbia l’ardire di osare altrettanto.

Con la Douglass, May dà vita ad un triennio di sfide che hanno nel Centre Court il teatro preferito. Nel 1906 i ruoli si invertono e stavolta è la ragazza inglese, di otto anni più anziana, a far percorso perfetto contro Thomson, Meyer, Longhurst, Tulloch e Sterry, per rinnovare poi l’appuntamento con la vittoria imponendosi al Challange Round, dove è la Sutton a vestire i panni della detentrice del titolo, con il punteggio serrato di 6-3 9-7.

Non c’è due senza tre e l’anno dopo, 1907, la Sutton deve nuovamente far fronte alla concorrenza per guadagnare la terza finale consecutiva per affrontare ancora quella che nel frattempo, causa matrimonio, è diventata la signora Lambert Chambers. Slocock (6-2 6-1), Lowther (duplice 6-4), Morton (6-0 6-2), Meyer (6-0 6-3), Bosworth (6-2 6-2) e Wilson (6-4 6-2) sono solo semplici formalità lungo la strada che porta alla terza, ed ultima, sfida della serie. Che poi si risolve in una facile vittoria di May che domina 6-1 6-4 salendo, per la seconda volta, sul trono d’Inghilterra.

A chiusura di un quadriennio di successi, la Sutton torna negli Stati Uniti, si sposa nel 1912 con Tom Bundy, a sua volta buon giocatore tanto da raggiungere la finale agli US Open nel 1910 (battuto da William Larned) e vincere tre edizioni consecutive del torneo di doppio accoppiato a Maurice McLoughlin, e lascia l’attività. Ma un campione non è campione a caso, e May ha modo di tornare a far parlare di sè. Riprende a giocare nel 1921, giungendo per due volte in semifinale agli US Open arrendendosi prima a Molla Mallory, poi a Helen Wills, meritandosi poi a 39 anni, nel 1925, una nuova opportunità in finale di doppio agli stessi US Open con Elizabeth Ryan e la convocazione alla prestigiosa Wightman Cup, per infine raggiungere un’ultima volta i quarti di finale a Wimbledon nel 1929, a 22 anni di distanza dal successo del 1907. Record per record, è pure la prima donna a venir ammessa alla Tennis Hall of Fame, nel 1956.

E visto che il saper giocare bene a tennis è un’arte conosciuta in casa Sutton/Bundy, ecco che nel 1938 la figlia Dorothy, con la quale ha giocato in doppio agli US Open nel 1928 e nel 1929 per un’inedita versione madre/figlia, trionfa agli Australian Open, unico caso della storia in cui genitore e figlio vincono una prova del Grande Slam in singolare. Buon sangue non mente proprio, vero?

 

 

 

SANTIAGO “GHITO” VERNAZZA, IL PRIMO IDOLO ROSANERO

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da figurinecalciatoripalermo.it

articolo di Giovanni Manenti

Gli anni ’50 non sono dei più facili per il Palermo Calcio, che oscilla tra le posizioni di bassa classifica in Serie A, dovendo altresì fare i conti con diverse retrocessioni, per poi, magari, risalire più o meno prontamente nella massima divisione, una specie di “pendolo” – ci sia concessa l’espressione – tra le due categorie, una condanna a cui non sfugge al termine della stagione 1954, conclusa al penultimo posto con 26 punti, a pari merito con Spal ed Udinese, rendendosi pertanto necessari gli spareggi per determinare chi, delle tre, andrà a fare compagnia al Legnano.

Spareggi che risultano fatali ai rosanero, sconfitti per 2-1 dalla Spal il 20 giugno ’54 all’Olimpico dopo il pari contro l’Udinese, per poi riassaporare i terreni della Massima Serie con la conquista della Promozione al termine del Campionato Cadetto ’56, concluso al secondo posto con 47 punti, alle spalle dell’Udinese, a quota 49, con la speranza di riuscire a mantenere la Categoria negli anni a seguire.

Speranza che fatica a materializzarsi, visto che a fine anno solare ’56, la squadra, affidata alla guida di Ettore Puricelli, si ritrova al penultimo posto in Classifica con 10 punti conquistati in 13 gare disputate, frutto di 3 vittorie, 4 pareggi e 6 sconfitte, e con appena 10 reti segnate, in un reparto a cui non fornisce l’apporto sperato l’argentino Walter Gomez, prelevato dal River Plate via Milan, e che, viceversa, in Sudamerica aveva spopolato nelle file dei “Milionarios”.

La dirigenza rosanero cerca di porre rimedio a questa carenza in attacco facendo giungere in Italia il compagno di reparto al River di Gomez, vale a dire l’argentino Santiago Vernazza, un’alta destra dal tiro potente che, ci si augura, possa restituire nuova linfa all’asfittico reparto avanzato.

Vernazza, nato a Buenos Aires il 23 settembre 1928, è uno dei più talentuosi giocatori dell’epoca in Patria, formatosi nelle Giovanili del Platense, con cui si mette in luce nelle stagioni 1949 e ’50, realizzando rispettivamente 20 e 18 reti, così da attirare le attenzioni del River Plate, che lo acquista per completare una linea di attacco che possa rinverdire i fasti della “Maquina” degli anni ’40, visto che sia Pedernera che Di Stefano si erano fatti attrarre dalle lusinghe colombiane, andando a vestire i colori del “Club Deportivo Los Millonarios” di Bogotà.

Compito che la guizzante ala destra svolge come meglio non potrebbe, lui il più giovane di una linea offensiva composta, oltre che dai quasi coetanei Juan José Pizzuti ed il già citato uruguaiano Gomez, dagli oramai “anzianiAngel Labruna e Felix Loustau, realizzando, nella stagione d’esordio, 21 reti che lo consacrano capocannoniere del torneo ’51, per poi fornire il proprio contributo di reti ed assist nella conquista dei campionati argentini nel 1952, ’53, ’55 e ’56, avendo altresì l’opportunità di giocare a fianco di Omar Sivori, futura stella della Juventus.

Guito” (diminutivo di Santiago, poi modificato in “Ghito” nella traduzione dallo spagnolo all’italiano dai tifoso rosanero) è descritto in Patria, con la consueta enfasi dei cronisti di scuola latino/sudamericana, come uno che “tenia un canòn en su botin derecho” (“che aveva un cannone nella scarpa destra“) per quanto impressionanti erano le sue reti dalla media distanza oppure le conclusioni ad incrociare una volta penetrato in area di rigore.

Un “biglietto da visita” niente male, dunque, e si può pertanto ben comprendere la  sorpresa e la delusione della dirigenza palermitana allorquando, al suo esordio alla “Favorita” il 13 gennaio 1957, in occasione della gara Palermo-Sampdoria, valida per la 15esima giornata del girone di andata, Vernazza viene fischiato dal pubblico, sicuramente scontento dell’andamento del torneo – i rosanero sono al penultimo posto in classifica con 11 punti – e che, con ogni probabilità, si attendeva un rinforzo di maggior spessore.

Giova ricordare come, a fine anni ’50, non è che vi fosse la possibilità di attingere a notizie riguardanti calciatori stranieri rispetto a quanto, viceversa, avviene al giorno d’oggi, figuriamoci se poi addirittura provenienti dal Sudamerica, ma comunque Vernazza impiega poco tempo a trasformare quei fischi in applausi e la diffidenza e lo scetticismo in un affetto molto prossimo all’amore da parte degli appassionati sostenitori rosanero.

E ciò, nonostante la pessima stagione del Palermo che, concluso il Girone di Andata al penultimo posto con 13 punti, uno in più del Torino ed al pari del Vicenza, ne racimola appena 9 nel Ritorno per concludere il Campionato staccatissimo dal resto delle avversarie, pur se l’apporto di Vernazza in fatto di reti è lusinghiero, essendo andato a segno 11 volte in 19 presenze, con i primi centri realizzati il 3 marzo ’57 nel pareggio esterno per 2-2 a Marassi contro il Genoa, caratterizzato da analoga doppietta, sul fronte rossoblù, di un altro platense, l’uruguaiano Julio Cesar Abbadie, impresa cui fanno seguito, una settimana dopo, la prima rete realizzata alla “Favorita” nel 3-1 rifilato dai rosanero all’Atalanta ed, a distanza di 16 giorni, la doppietta che stende il Bologna facendo sognare i tifosi in un miracolo che viceversa non si realizza, in virtù dei soli 2 punti raccolti – vittoria interna sulla Triestina per 2-1 con doppietta, manco a dirlo di Vernazza – nelle ultime 10 giornate.

Non vi è, in ogni caso modo migliore, per entrare nel cuore dei tifosi di ogni club che si rispetti, specie per uno straniero, che quello di accettare di seguire il destino della propria squadra anche in caso di retrocessione – non va dimenticato che stiamo parlando, come già ricordato, di un giocatore reduce da 4 titoli di Campione argentino con il River Plate – e l’attaccamento ai colori rosanero dimostrato da Vernazza nelle due successive Stagioni tra i Cadetti fa sì che il legame con la tifoseria diventi indissolubile.

Già, perché il ritorno in B – con la conferma, oltre che di Vernazza, anche di Gomez al centro dell’attacco, peraltro con pessimi riscontri, date le sole 4 reti messe a segno dall’uruguaiano – si dimostra più arduo del previsto e, a dispetto del cambio di ben tre allenatori (si inizia con Pietro Rava per poi richiamare Kossovel dopo 8 giornate e quindi concludere con Carlo Rigotti nel girone di ritorno), la classifica finale vede i rosanero concludere in una deludente sesta posizione, ad 8 lunghezze dal Bari, secondo in graduatoria e che si aggiudica lo spareggio per la A contro il Verona, penultimo nella massima divisione, e ciò a dispetto del buon apporto di reti di Vernazza, che va a segno in 12 occasioni, largamente il migliore dei suoi.

L’estate ’58 porta consiglio alla Dirigenza rosanero, che non perde tempo nel contattare una “Vecchia Gloria” della Favorita, vale a dire il boemo Cestmir Vycpalek che ne aveva indossato con profitto la maglia nelle quattro stagioni a cavallo dell’inizio anni ’50 tutte concluse con altrettante salvezze in Serie A, il quale ha appena dato l’addio al calcio giocato dopo 6 anni al servizio del Parma, offrendogli pertanto la panchina siciliana.

Il cammino non è peraltro facile, visto che al giro di boa di metà stagione il Palermo si trova quarto in Classifica a quota 22 punti, rispettivamente 5 e 4 in meno di Atalanta e Lecco che capeggiano la graduatoria, tenuto a galla dalle prodezze di Vernazza già ben 13 volte a segno, compresa una delle imprese che lo consacrano definitivamente nell’immaginario collettivo dei tifosi rosanero, allorquando, l’11 gennaio ’59, una sua tripletta negli ultimi 6’ di gioco ribalta lo 0-1 casalingo con il Como nel 3-1 conclusivo, con tutto lo Stadio in piedi ad osannarlo.

Con la squadra che progressivamente trova il proprio equilibrio nel corso del Torneo, le prodezze di Vernazza sono meno necessarie, pur se alla fine si laurea Capocannoniere con 19 reti – primo straniero a realizzare una tale impresa nel nostro Campionato cadetto – ed il Palermo può festeggiare il ritorno nella Massima Serie con una giornata di anticipo, concludendo la Stagione a quota 49 punti, due in meno dell’Atalanta, ma con 4 lunghezze di vantaggio sul Lecco.

Il confronto con l’Elite del Calcio Italiano resta peraltro arduo, pur se il Palermo si gioca sino all’ultimo le sue carte nella lotta salvezza – che vede aumentato a tre il numero delle retrocessioni – con alcune “perle” dell’argentino, quali la trasformazione in goal di un calcio di punizione da circa 40 metri (il famoso “cannone nella scarpa destra”, ricordate …?) nella doppietta rifilata all’Alessandria, sconfitta per 4-0 alla “Favorita”, il quale si conferma il “Top Scorer” con 9 reti, facendo anche un’altra singolare esperienza.

Difatti, dopo che proprio grazie a due sue prodezze nello spazio di 7 giorni (1-0 al Milan su rigore il 24 aprile ed analogo 1-0 contro l’Atalanta l’1 maggio ’59, gare entrambe disputate alla “Favorita”) il Palermo si trova in piena lotta salvezza a 5 turni dal termine, in virtù del terz’ultimo posto in Classifica a quota 22 punti assieme al Napoli, con una lunghezza di vantaggio sull’Alessandria, mentre il Genoa è oramai irrimediabilmente condannato, la successiva sconfitta esterna nel confronto diretto contro i “grigi” induce la Dirigenza palermitana a sollevare Vycpalek dall’incarico in vista della trasferta di San Siro contro l’Inter.

Ed, in attesa di affidare la panchina all’ex mediano rosanero Eliseo Lodi, ecco che la guida tecnica alla “Scala del Calcio” spetta proprio a Vernazza in veste di Allenatore/giocatore e diciamo che non se la cava poi male, tornandosene a casa con un rocambolesco 3-3 in cui mette la sua firma con la rete che dà il via alla rimonta del Palermo dopo il 3-1 con cui si era concluso il primo tempo, per quella che è la sua ultima rete con la maglia rosanero, visto che i tre, pur buoni, successivi risultati (vittoria 1-0 sul Vicenza, pareggio esterno 1-1 a Marassi contro il Genoa ed analogo pari interno con la Juventus) non evitano la retrocessione, per un solo punto (27 a 28) rispetto all’Udinese.

Superata largamente la trentina, stavolta Vernazza non rifiuta le lusinghe provenienti dal Milan, trasferendosi in rossonero per dare un più che lusinghiero contributo – con le sue 14 reti realizzate, secondo solo ad Altafini con 22 centri – al secondo posto di fine stagione, a soli 4 punti di distacco dalla Juventus Campione d’Italia, per poi concludere la carriera con due più anonime Stagioni al Lanerossi Vicenza e quindi tornarsene in Patria per far ciò che meglio gli riesce, vale a dire aprire una “Scuola Calcio” a Buenos Ayres per insegnare ai ragazzi la magica “Arte del Futebol”.

Ma c’è chi di lui non si è dimenticato, e sono i tifosi rosanero i quali, nei rituali riconoscimenti coincidenti con l’entrata nel nuovo millennio, chiamati ad eleggere il giocatore palermitano del XX Secolo, non hanno avuto dubbi nel far primeggiare “Ghito” nel Referendum appositamente creato, per poi tributargli un’autentica ovazione in occasione della premiazione avvenuta il 5 aprile 2009 prima della gara contro il Torino al “Renzo Barbera”, in cui gli viene consegnata una maglia con su scritto il suo nome, un evento che commuove Vernazza, ad 80 anni suonati, il quale ricambia un tale affetto con le parole: “Mi sento un siciliano nel Cuore e ciò che provo si consolida sempre più con il passare degli anni, ragion per cui ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di tornare a Palermo, quella che considero la mia città …!”.

Lasciateci dire che è praticamente impossibile non amare un personaggio così ed a noi, nel nostro piccolo, ci sembra doveroso omaggiarlo con questo modesto ricordo proprio oggi, che taglia il traguardo degli 89 anni

 

FRANZ KLAMMER, IL KAISER DELLO SCI AUSTRIACO

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Franz Klammer a Kitzbuhel – da telegraph.co.uk

articolo di Nicola Pucci

L’accezione del termine Kaiser si adatta perfettamente all’eroe dello sci che oggi è protagonista del nostro racconto. Franz Klammer, l’imperatore del discesismo, ha instaurato una dittatura che non ha riscontri nella disciplina per eccellenza degli sport invernali, quel catapultarsi a valle senza freni che in un paese come l’Austria vale quanto, se non più di una religione.

Lassù, tra le vette innevate della Carinzia, Franz vede la luce il 3 dicembre 1953 e quel giorno, ignari, i suoi genitori, che si occupano di agricoltura, neppure lontanamente hanno idea di quel che diventerà quel bimbo. Come per altri ragazzi della sua età, l’avvicinamento alla disciplina sportiva è dettato dalle circostanze, se è vero che per percorrere il tratto che lo separa da scuola il mezzo più pratico sono ovviamente gli sci. Perdipiù, dietro casa ha una collinetta invitante, e visto che lo ski lifts non c’è, sale arrampicandosi per poi gettarsi a perdifiato in interminabili sessioni di rischiosissime discese.

Il dado è tratto, e seppur Klammer si avvicini alle competizioni solo in età avanzata, intorno ai 14 anni, ecco che il talento naturale è subito evidente, soprattutto al selezionatore dei discesisti austriaci Charly Kahr, consentendogli di competere ad armi pari, e spesso battere, gli avversari che vengono dal Tirolese e dal Salisburghese, notoriamente le zone più fertili di giovani promesse dello sci.

Christian Pravda, Toni Sailer, Egon Zimmermann, Karl Schranz. Sono gli eroi dello sci austriaco, che in un passato recente o meno hanno colto allori olimpici (Sailer e Zimmermann) e mondiali (tutti e quattro) in discesa libera, e come tali sono fonte di ispirazione per Klammer quando, a fine stagione 1971/1972, debutta nel circuito di Coppa del Mondo. Curiosamente, però, Franz esordisce con un 25esimo posto in gigante in Val Gardena ed il successivo 22esimo posto in slalom a Madonna di Campiglio, specialità che approccia con moderato entusiasmo. E se tra le porte larghe sarà tanto abile da cogliere in carriera anche un podio a Mont St.Anne, i pali stretti non faranno proprio per lui, abbandonando la disciplina per concentrare talento ed energie sulla prova prediletta, ovviamente la discesa libera, proprio quando si chiude la parabola di Schranz. Perchè, è noto, se in Austria non sei un discesista, non puoi proprio considerarti uno sciatore con la S maiuscola.

L’anno dopo Franz è già pronto, appena 19enne, ad infiltrare i migliori, che rispondono soprattutto ai nomi degli elvetici Bernhard Russi e Roland Collombin. Sulla Saslong in Val Gardena ottiene il primo piazzamento di prestigio, quinto, bissato a Grindelwald, per poi salire sul secondo gradino del podio il 3 febbraio 1973, a St.Anton, quando proprio Russi è migliore di lui di 2″09. Per l’elvetico è l’ottavo successo in carriera, ma pure la consapevolezza che un nuovo campione si sta profilando all’orizzonte e sarà dura riuscire a conservare il primato.

Non bisogno attendere a lungo, in effetti, per registrare la prima vittoria in Coppa del Mondo: il 22 dicembre 1973, sulla Planai di Schladming, Klammer, ancora con il pettorale numero 16 che apre il secondo gruppo di merito, anticipa gli stessi Collombin e Russi sciando ad una velocità/media record di 111,251 km/h, destinata a resistere fino ai tempi di Armin Assinger nel 1993, e seppur a fine stagione si vedrà costretto a lasciare al più giovane dei rossocrociati lo scettro di miglior discesista del mondo chiudendo secondo nella classifica di specialità, 120 punti a 100, urla al mondo tutto il suo desiderio di aprire un’epoca. Che nel frattempo lo vede mettersi al collo l’oro in combinata e l’argento in discesa, alle spalle del connazionale David Zwilling, alla kermesse iridata di St.Moritz a febbraio 1974.

Quel che si apre l’anno dopo è un dominio senza precedenti. Certo, il drammatico capitombolo che costa carriera e paralisi al povero Collombin nelle prove della prima discesa di Coppa sul tracciato di Val d’Isere favorisce l’asburgico, ma Klammer conferma di meritare la palma di nuovo messia della discesa libera vincendo otto delle nove gare in programma. In uno scenario prestigioso come la mitica Lauberhorn di Wengen, l’11 gennaio 1975, lascia Herbert Plank, secondo classificato, a 3″54 di distacco, certificando di essere su di un altro pianeta rispetto alla concorrenza. A fine stagione si trova a competere con Thoeni, a cui ha negato una clamorosa vittoria sulla Streif di Kitzbuhel per l’inezia di un centesimo di secondo, e Stenmark per la conquista della sfera di cristallo, ma il parallelo decisivo di Val Gardena, così come la sua mancanza di risultati nelle due disciplice tecniche, bocciano le sue legittime ambizioni di grandezza, per un trofeo che avrebbe potuto far suo senza l’ulteriore coda finale se un attacco dello sci non si fosse aperto a Megeve costringendolo al ritiro, unica discesa non portata a termine vittoriosamente, quando sarebbe stato sufficiente un quarto posto!

Klammer ha modo di riscattarsi, con gli interessi, l’anno dopo. Innsbruck 1976 è sede olimpica, e per l’asburgico la responsabilità di dover vincere davanti ad una Nazione intera pesa come un macigno. Sulla Patscherkofel, il 5 febbraio, l’attesa dei 60.000 sostenitori presenti all’evento è tanta, Kaiser Franz ha il pettorale numero 15 e chiude le discese del primo gruppo di merito, rinunciando a calzare per un’occasione così importante i famosi Fischer C4 con il buco, optando per un vecchio, ma più affidabile paio di sci. Russi, intramontabile, campione olimpico in carica ma che non vince in Coppa del Mondo da tre anni, ha ritrovato lo smalto dei bei tempi e fa segnare il miglior cronometro, 1’46″06, 53 centesimi ad anticipare un altrettanto eccellente Plank. A metà gara Klammer è in ritardo di 20 centesimi, la pista è segnata, ma il tratto finale è magistrale, degno di quel fuoriclasse assoluto qual è ed al traguardo, in un tripudio di bandiere biancorosse, balza in testa, 1’45″73. La medaglia d’oro è sua e l’Austria, intera, si prostra ai piedi di Kaiser Franz.

Che nel corso dell’anno vince cinque delle otto gare in calendario, confermandosi, caso mai ce ne fosse bisogno, nettamente il più forte sui tracciati che segnano la storia dello sci alpino: Wengen e Kitzbuhel. Mettendo in bacheca anche la seconda coppetta di specialità, che poi diventano tre l’anno succesivo quando vince le prime cinque discese stagionali, che assommate alle quattro dell’anno precedente fanno un totale di nove vittorie consecutive, primato ad oggi imbattuto e che è destinato a rimanere inviolabile.

Tecnicamente senza pecche, velocissimo di piede, potente e con una carica agonistica di primo livello, Klammer è il prototipo del discesista perfetto, e le 19 vittorie in tre anni, con l’aggiunta del titolo olimpico, sono lì a dimostrarlo. Quel che manca, al Kaiser, è solo il successo iridato, ed è l’obiettivo della stagione che segue, 1977/1978, che propone ai funamboli della discesa la kermesse mondiale in quella Garmisch che spesso gli ha sorriso in carriera. Ma seppur l’annata regali al campionissimo la quarta coppetta di specialità consecutiva, altresì lo vede “solo” due volte sul gradino più alto del podio, a Val d’Isere nel primo appuntamento in calendario e a Laax nell’ultimo. Nel mezzo, nuovi rivali lo mettono in imbarazzo, tra tutti Plank e il connazionale Josef Walcher, che proprio ai Mondiali non solo lo batte nettamente, ma lo relega addirittura giù dal podio, in una per lui anonima e insoddisfacente quinta piazza.

Pare impossibile che possa accadere, visto che Franz non ha ancora 25 anni, ma la china discendente è già imboccata. Anche perchè il fratello minore Klaus si spezza la schiena in una gara FIS a Lienz rimanendo paralizzato, e la tragedia familiare incide profondamente nell’animo del fuoriclasse austriaco. Che sparisce dagli ordini di arrivo, è costretto a rinunciare a difendere l’alloro olimpico a Lake Placid nel 1980, chiude solo settimo ai Mondiali di Schladming nel 1982 per poi piazzare l’ultimo colpo di coda, inatteso ma così prestigioso da incendiare, a distanza di tempo ed ancora una volta, l’Austria intera.

Dopo aver rinnovato l’appuntamento con il successo a Val d’Isere il 6 dicembre 1981, a quasi quattro anni dall’ultimo trionfo, ed aver conquistato, il 20 dicembre 1982, la quarta vittoria sulla Saslong, tornando pure a primeggiare nella graduatoria di specialità per la quinta volta grazie ad una ritrovata costanza di rendimento, il 21 gennaio 1984 compie un capolavoro, per la 25esima ed ultima trionfale discesa libera. Il teatro scelto è quello preferito, e pure il più blasonato, la Streif di Kitzbhuel già inchinata ai suoi piedi tre volte. Klammer, pettorale numero 14, si lancia dal cancelletto come una furia, è impeccabile alla Mausefalle, disegna magnificamente le curve alla Steilhang, lascia correre gli sci nel lungo tratto di piano, abborda l’Hausbergkante con decisione e non trema sul velocissimo schuss che proietta al traguardo: è primo in 2’02″82, lasciando i conazionali Resch e Steiner ad oltre mezzo secondo.

Kaiser Franz vince ancora, a casa sua e davanti al pubblico che lo adora, lì sulla pista che sorride solo ai campionissimi. Sì, al di là dei numeri, Klammer è stato il discesista più grande di sempre.

ZIZINHO, IL MAESTRO BRASILIANO CHE VIDE SCHIAFFINO VINCERE LA COPPA DEL MONDO

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Zizinho con la maglia del San Paolo – da soy502.com

articolo di Massimo Bencivenga

C’è stato un trait d’union tra l’Onta del Maracanazo e il Pelè patrimonio nazionale del Brasile. Qualcuno che traghettò la gioia di un popolo dalle sforbiciate di Leonidas sino ai ghirigori di Neymar. L’elemento in comune si chiamava Tomás Soares da Silva, meglio noto come Zizinho, oppure come O Mestre Ziza.

E Maestro lo era sul serio, visto che Pelé lo prese a suo esempio e idolo; e per una volta devo dire che Pelé ha imbroccato il paragone, perché davvero Zizinho è stata la pietra angolare sulla quale è stata edificata la fantastica genia dei mulati, come si dice da quelle parti, capaci di unire estro e fantasia a una coordinazione neuromuscolare fuori dall’ordinario. Così era Pelè, così era Ronaldo, così Ronadinho. Così è Neymar. E così era Zizinho.

Spesso giocava con il numero 8 sulla camiseta, ma era un 10 a tutto tondo, come si usava all’epoca, ossia uno dei componenti della linea d’attacco, né più né meno di Labruna, il 10 della Maquina Platense; né più né meno di come sarebbe stato Ferenc Puskas, il colonnello dell’Aranycsapat, la Squadra d’Oro, l’Ungheria allenata da Sebes.

Nacque, forse, il 14 settembre 1921 a São Gonçalo, nel Grande Rio de Janeiro, ma i genitori si trasferono a Niteroi, dove iniziò a giocare; o forse dovrei dire officiare, visto che c’era qualcosa di sacro nel suo calcio. Sia come sia, il Flamengo iniziò a notare quel gracile attaccante del club Byron, e lo prese nel 1939.

Nel Flamengo, il giovane Zizinho, si trovò a osservare due autentici mostri sacri, noti anche in Italia. Il grande attaccante Leonidas e il terzino Domingos da Guaita. Il primo non giocò contro l’Italia la semifinale a Marsiglia dei Mondiali del 1938, perché leggermente infortunato non per leggerezza come vuole la vulgata; il secondo invece per effetto di una leggerezza perse il pallone che diede il là alla vittoria azzurra.

Si narra che in un allenamento, l’allenatore, davanti ai tifosi, mandò uno svogliato Leonidas a farsi la doccia sostituendolo con il giovanissimo Zizinho. Il ragazzo prese palla, scartò tre quattro persone e fece gol. E poi rifece tutto. Avversari saltati come birilli e nuova marcatura. Fortunati quei tifosi che assistettero in diretta all’esplosione di una Supernova. Dovevo farmi notare, pare abbia detto in seguito per giustificare un egoismo che non ebbe mai, essendo stato anche un eccezionale assistman.

Se tutto ciò può appartenere alla leggenda, per certo abbiamo le parole del giornalista e inviato della Gazzetta dello Sport Giordano Fatori, che dopo averlo visto giocare ai Mondiali del 1950 non trovò di meglio che scrivere: “il calcio di Zizinho mi ricorda Da Vinci a dipingere un lavoro raro“. Già, perché Zizinho entrò sin dal 1942 nell’orbita della Selecao, con prima marcatura all’Ecuador.

Tra il 1942 e il Maracanazo ci furono non poche soddisfazioni. Mentre l’Europa era messa a ferro e fuoco dalla Seconda Guerra Mondiale, in Sudamerica si giocò con regolarità, o meglio, con il concetto di regolarità che è ordinario a quelle latitudini. Non si giocarono i Mondiali in quegli anni, ma alcune edizioni della Copa America. E che edizioni!

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Zizinho in Nazionale – da efemeridesdoefemello.com

Formidabile quella del 1945, con due linee d’attacco leggendarie a darsi battaglia. Da un lato gli argentini Mario Boyé, Norberto Méndez, René Pontoni, Rinaldo Martino e Felix Loustau; Osmar Tesourinha, Thomaz Zizinho, Heleno de Freitas, Jair Pinto e Ademir de Menezes per il Brasile. Le due squadre fecero strage di reti, ma nello scontro diretto la spuntò l’Argentina per 3-1, con hat-trick ante litteram di Méndez. Nel 1947, la Seleccion perse per strada Pontoni, ma il sostituto si rivelò ben più che all’altezza. Anche perché si chiamava Alfredo Di Stefano. Nel 1949, complice l’assenza dell’Argentina, per via di una serrata dei calciatori nei confronti della Federazione, con Adolfo Pedernera tra i più facinorosi, il Brasile di Zizinho e Ademir, la Punta de Lanza, l’attaccante che fece cambiare modulo difensivo a tanti allenatori, maramaldeggiò vincendo in scioltezza la Copa America organizzata in casa. Un po‘ le prove per il Mondiale del 1950.

Ma prima del Maracanazo ci fu un altro trauma nella vita sportiva di Zizinho. Il Flamengo lo cedette prima dei Mondiali al Bangu Atlético Clube per 800 mila cruzeiros, una cifra record per il Brasile ai tempi. Ma soprattutto lo vendette senza consultare Zizinho, che si ritrovò ad abbandonare la squadra e la camiseta del cuore dopo tre titoli e qualcosa come 145 gol in 318 partite.

Nel Mondiale casalingo Zizinho giocò da par suo, dribblando e lanciando, irridendo l’avversario e segnando, assistendo nei gol il formidabile Ademir o il guizzante Friaca. Andò tutto bene, sino a quel giorno nefasto. Quando con tanta classe in campo, su un lato come sull‘altro, a vincere furono le parole di Obdulio Varela, quel Los de afuera son de palo consegnate alla leggenda, nonché le manoni dello stesso, quando nell’intervallo le mise addosso a Schiaffino inchiodandolo alle sue responsabilità. Ti chiamano El Dios, facci vincere, pare disse a Pepe. Che fece spallucce, perché lui era così.

Nonostante la sconfitta, Zizinho fu ritenuto il miglior calciatore della kermesse iridata. Ma qualcosa s’era ormai rotto. Non era solo il Maracanazo. Zizinho ebbe sempre a dire di non saper cosa lo addolorò di più in quel fatale 1950, se la sconfitta con l’Uruguay o la cessione del Flamengo.

Si vendicò a modo suo, quando nella prima partita contro il Flamengo guidò il Bangu in un roboante 6-0. Giocò bene anche lì, segnando altri 122 gol, riuscendo a diventare l’idolo di un giovanissimo Edson Arantes do Nascimiento, ma anche a fallire, per diatribe con la Federazione, la convocazioni ai Mondiali svizzeri del 1954, i primi visti in mondovisione, possiamo dire. Dove tutti avrebbero potuto ammirare la sua classe, e confrontarla con quella di Schiaffino e Puskas.

Nel 1957 passò al San Paolo, dove giocò cosi bene che Feola stava lì lì per convocarlo per i Mondiali svedesi del 1958, quelli dove esplose Pelè.

Il capitolo con la nazionale, inaugurato come detto nel 1942 si chiuse, e sempre contro l’Argentina, la nazionale che lo tenne a battesimo nel debutto, nel 1957, con 53 partite, 30 gol e la vittoria in Copa America del 1949, competizione nella quale è ancora il bomber all-time con 17 confirmed kill. Giocò ancora qualche anno, anche in Cile, ma poi smise. Provò a fare l’allenatore, ma il suo calcio non era qualcosa che si potesse insegnare.

O’Mestre Ziza morì l’8 febbraio 2002. Il suo calcio no, perché è passato per Pelè e Romario, Ronaldo e Ronaldihno e attualmente ha un pregevole alfiere in Neymar.