IL RUGBY NELL’EMISFERO AUSTRALE E LA PRIMA SFIDA AUSTRALIA-NUOVA ZELANDA

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La selezione neozelandese del primo test-match contro l’Australia nel 1903 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Ideato e sviluppatosi in Gran Bretagna, il rugby non tarda a fare proseliti anche nell’emisfero australe a seguito delle mire espansionistiche dell’impero britannico nel corso del XIX secolo, avendo come prima tappa l’Australia che già dal 1770 vede buona parte del proprio territorio colonizzata da parte dell’allora tenente di marina James Cook, prova ne sia che sin dal 1803 si inizia a praticare uno sport tipicamente inglese, vale a dire il cricket.

Ed anche se la nascita vera e propria del rugby in Australia come inteso in Europa può essere fatta risalire più o meno al 1870, essa collima temporalmente con analoga istituzione in Nuova Zelanda, ancorché fra i due paesi vi siano delle sostanziali differenze.

Innanzitutto, pur se entrambi non soffrono, come nel Vecchio Continente, della concorrenza del football, in Australia già dal 1859 si pratica un altro tipo di disciplina, ovvero il football australiano che è una specie di commistione tra calcio e rugby e che, peraltro, ne rappresenta tuttora lo sport nazionale, ancorché principalmente praticato in Oceania, non disponendo di un proprio campionato mondiale.

Viceversa in Nuova Zelanda, nazione ufficialmente sorta nel 1840 grazie al “Trattato di Waitangi, in virtù  del quale esce dal far parte del Nuovo Galles del Sud, non vi sono confronti con altre discipline, ragion per cui il rugby ne diviene immediatamente la prima attività sportiva e, oltretutto, introdotta in un arco temporale rispetto alla costituzione ufficiale del paese che non ha eguali a nessun altra latitudine del pianeta.

Risale allo stesso anno 1870 la fondazione dei Wallaroo, il primo club australiano al di fuori dell’ambiente universitario, per poi allargarsi dal Nuovo Galles del Sud al Queensland, dove già nel 1867 era nato il Brisbane RFC, prima che nel 1874 si costituisca la Southern Rugby Union alla quale si iscrivono le quasi 100 società che gravitano intorno al capoluogo Sydney, dandosi un proprio regolamento e ponendo le basi per il coinvolgimento del confinante Queensland al rugby tradizionale.

Come sempre accade in questi casi, i fatti contano più delle parole ed allorché nel Nuovo Galles del Sud ipotizzano una prima sfida tra rappresentative dei due stati confinanti, ecco che a nord la si vorrebbe disputare secondo le “Australian Rules” (ovvero il football australiano), ma poiché i loro praticanti non hanno la possibilità economica di pagarsi la trasferta, ecco che da Brisbane viene inviata a Sydney una formazione di rugbisti, che affronta il 12 agosto 1882 la selezione della provincia meridionale, che si impone nettamente per 28-4 davanti a 4000 spettatori, una sconfitta che fa sì che, l’anno seguente, anche nel Queensland venga costituita la Northern Rugby Union.

Problematiche di convivenza tra sport che, appunto, non si pongono in Nuova Zelanda, dove prende piede solo ed esclusivamente il rugby, la cui conoscenza è importata da Charles Monro, il quale la apprende durante il suo periodo di studi al “Christ’s College” di Finchley, nei pressi di Londra, tant’è che già nel maggio 1870 si gioca a Nelson, città natale di Monro, un primo incontro tra due rappresentative universitarie.

Trascorrono solo sei anni ed i club di Auckland, Canterbury ed Otago decidono all’unanimità di adottare le regole del rugby europeo e nel 1879 si costituisce la Canterbury Rugby Union, cui seguono a stretto contatto di tempo analoghe iniziative a Wellington ed Otago, facendo sì che la disciplina si diffonda a macchia d’olio, tant’è che nel 1880 le società che praticano il rugby sono 78 ed a fine del successivo decennio raggiungono la cifra di addirittura 700, un qualcosa di sbalorditivo laddove si pensi che, all’epoca, la Nuova Zelanda conta appena mezzo milione di abitanti.

Questa veloce espansione fa sì che stuzzichi il desiderio da parte degli australiani di confrontarsi con chi, sino a circa 40 anni prima, non era altro che una loro provincia, ed ecco che, già nel settembre 1882, una selezione del Nuovo Galles del Sud composta da 16 giocatori della “Sydney University” si reca in Nuova Zelanda guidata da Ted Raper per quella che forse è la prima tournée della storia e dove, partendo da Auckland, disputano sette incontri aggiudicandosene quattro.

Il “gap” nella pratica del gioco tra i due paesi confinanti – ancorché bene o male divisi da più di 2000 chilometri che separano Sydney da Auckland – non tarda ad azzerarsi, dato che due anni dopo una selezione neozelandese (in pratica una sorta di Nazionale, i cui risultati vengono successivamente inseriti nella storia statistica degli All Blacks) rende visita agli australiani, attraverso un tour di otto gare tutte vittoriose, con la straordinaria quota di 167 punti segnati contro appena 17 subiti.

L’eccellente organizzazione dei club nell’emisfero australe e la pressoché nulla concorrenza con il football – che mai attecchirà veramente a queste latitudini – possono anche far credere che, pur non essendovi formalmente nato, il rugby abbia assunto una sua dimensione internazionale proprio in Oceania, anche se oltremanica una questione del genere non sarà mai accettata.

Ad ogni buon conto, l’eco della crescita del rugby tra Sydney ed Auckland non tarda a giungere alle orecchie dei sudditi di Sua Maestà a Londra ed ecco quindi che, nel 1888, una comitiva di 22 giocatori inglesi intraprende il lungo viaggio via nave per confrontarsi con i rugbisti dell’emisfero sud per una tournée che, viaggio di andata e ritorno compreso, dura ben 10 mesi, ma che ha un esito trionfale per gli inventori del gioco, dato che disputano 35 incontri, riportando 27 successi, 6 pareggi e due sole sconfitte.

Il rientro in Inghilterra avviene nell’agosto 1888 e grande è la sorpresa allorché si rendono conto che nell’isola è già sbarcata una selezione neozelandese, la cui idea di un tour in Gran Bretagna è nata a Joe Warbrick, possente giocatore Maori che aveva partecipato alla trasferta vincente nel Nuovo Galles del Sud del 1884 e che ottiene il fondamentale appoggio di Thomas Eyton, un inglese da tempo residente in Nuova Zelanda.

Il sogno diventa realtà allorché Eyton riesce a racimolare da un suo breve ritorno nella terra natia le risorse per le spese del viaggio, mentre Warbrick è ancora più eccitato dall’idea dopo aver affrontato la stessa selezione inglese ad Auckland, desideroso di una rivincita, nonché di formare una rappresentativa di soli giocatori Maori, anche se poi giunge a più miti consigli limitando a soli 22 il numero dei nativi sui 26 che prendono parte alla trasferta, tra cui i suoi quattro fratelli, ovvero l’estremo William, il mediano Frederick e gli avanti Alfred ed Arthur, quest’ultimo un autentico colosso dalla muscolatura impressionante.

I quattro bianchi reclutati per la tournée sono Elliot, Keog, Madigan e Williams, il che non consente a Warbrick di presentare la formazione con l’appellativo di “New Zealand Maori” come avrebbe voluto, dovendosi accontentare del nome di New Zealand Natives Team per il più lungo tour mai registratosi nella storia di qualsiasi sport,

Essi restano difatti lontano dalle loro famiglie per ben 14 mesi, durante i quali disputano qualcosa come 107 incontri, di cui 74 in Gran Bretagna e segnano una pietra miliare, ancorché senza i crismi dell’ufficialità, nella storia del rugby neozelandese.

Innanzitutto sono i primi ad indossare la classica divisa “tutta nera” (All Black) con tanto di felce argentea sul petto e sono altresì loro ad eseguire la celebre Haka – tradizionale danza di guerra Maori – nel prepartita, oltre a proporre uno dei definiti “Iron Man” (“Uomo di ferro“) nella figura di Davy Gage, capace di scendere in campo in 68 dei 74 match giocati in Gran Bretagna, ad un ritmo, solo per fare un esempio, di 13 partite disputate in 26 giorni, dal 3 al 28 novembre 1888, a spasso tra i terreni di gioco di Scozia ed Inghilterra.

Considerato come nel Regno Unito già da tempo si scontrino le rispettive Nazionali, allorché i neozelandesi affrontano Galles ed Inghilterra subiscono altrettante sconfitte per 0-5 e 0-7, riuscendo peraltro a prevalere per 13-4 sull’Irlanda a Dublino l’1 dicembre 1888, ma in ogni caso il bilancio è complessivamente a loro favorevole, visto che delle 74 gare disputate sul suolo britannico se ne aggiudicano 49 contro 20 sconfitte e 5 pareggi, bilancio per nulla affatto trascurabile considerato altresì che il metro arbitrale non è certo stato favorevole agli ospiti.

Non ci siamo dimenticati dell’Australia, la quale è la prima tra i due paesi australi a disputare dei veri e propri test-match come Nazionale, e ciò accade nel corso di una tournée che, tra giugno ed agosto 1899, svolge in Oceania una selezione della Gran Bretagna (poi riconosciuta a tutti gli effetti nelle statistiche dei British Lions), con il primo incontro ad andare in scena il 24 giugno al “Sydney Cricket Ground” del capoluogo del Nuovo Galles del Sud alla presenza di ben 28mila spettatori, a testimonianza di quanto il rugby abbia oramai fatto presa nel gradimento del pubblico.

L’esordio è confortante, con i Wallabies ad imporsi per 13-3 realizzando tre mete contro una sola dei britannici, i quali – presa confidenza con la nuova realtà – replicano d’autorità affermandosi nelle restanti tre sfide, come confermano l’11-0 del 22 luglio 1899 all'”Exhibition Ground” di Brisbane, per poi far ritorno il 5 agosto a Sydney per il match più equilibrato, concluso sull’11-10 per i “Lions“, con Lonnie Spragg a mettere a segno (due mete trasformate) tutti e 10 i punti dei padroni di casa.

Il tour si conclude una settimana dopo, sempre a Sydney, con stavolta una convincente affermazione per 13-0 dei britannici, con protagonista assoluto il mediano d’apertura Charlie Adamson, il quale mette a referto 10 punti, frutto di una meta, una trasformazione ed un calcio piazzato.

All’alba del nuovo secolo, tutto è oramai pronto affinché le due “eterne rivali” Australia e Nuova Zelanda – con la prima a festeggiare ad inizio gennaio 1901 l’indipendenza dal Regno Unito, evento che per la seconda avrà luogo a fine settembre 1907 – diano l’avvio alla loro ultracentenaria sfida affrontandosi per la prima volta.

A giocare in trasferta sono gli All Blacks, i quali si recano al consueto impianto del “Sydney Cricket Ground” per scendere in campo il 15 agosto 1903 davanti a 30mila spettatori che non vogliono perdersi il primo incontro ufficiale tra le due formazioni.

Considerando le difficoltà di viaggio dell’epoca, è logico presupporre una larghissima maggioranza di tifosi dei Wallabies, i quali peraltro se ne tornano a casa quanto mai delusi, visto che solo un calcio di punizione in mezzo ai pali da parte del capitano Stan Wickham consente loro di restare in partita (3-7) sino all’intervallo, prima che un’ondata nera li travolga nella ripresa – tre mete di Opai Asher, Robert Wylie McGregor e Bubs Tyler, unite all’infallibilità al piede dell’estremo Billy Wallace – sino all’imbarazzante passivo di 22-3 che certifica la prima delle 115 vittorie (contro sole 44 sconfitte) sui fieri rivali.

Per un tragico segno del destino, questo successo rappresenta anche l’ultima soddisfazione della breve vita di Joe Warbrick, il quale scompare a distanza di due settimane, il 30 agosto 1903 all’età di soli 41 anni, vittima assieme ad altre tre persone di un’eruzione improvvisa del geyser Waymangu presso l’area geotermica di Rotorua dove svolgeva l’attività di guida turistica dopo l’avvenuto ritiro dal rugby agonistico.

Ma di lui – e della sua New Zealand Natives Team, artefice della massacrante tournée del 1888-’89 – non si dimentica il mondo della palla ovale, introducendolo nel 2008, assieme ai componenti della rappresentativa, nella World Rugby Hall of Fame, degno riconoscimento ad uno dei pionieri di uno sport che, nel suo paese, è qualcosa di più di una religione.

LA NASCITA DELLA RUGBY UNION E LA PRIMA SFIDA TRA SCOZIA E INGHILTERRA

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La Scozia vincitrice della sfida con l’Inghilterra del 27 marzo 1871 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Leggenda vuole che nella seconda metà dell’anno 1823, mentre giocava a football nel Bigside, il grande campo erboso di una scuola di Rugby, cittadina inglese posta nella Contea di Warwick, a 150 chilometri da Londra, un ragazzo 16enne di nome William Webb Ellis compisse un’azione che avrebbe stravolto le regole del gioco, all’epoca peraltro piuttosto approssimative e non troppo concordanti.

Accadde, difatti, che Ellis – contravvenendo alle norme che impedivano di gestire la palla in avanti con le mani – la afferrasse al volo per poi involarsi verso la linea di meta avversaria, circostanza che dette origine alla caratteristica distintiva del gioco del rugby.

Vera o meno che sia questa versione – peraltro supportata da tale Matthew Bloxham, che era stato allievo nella stessa scuola, in uno suo articolo del 1880 pubblicato su Rugby Meteor–, valga per tutti il vecchio proverbio in voga negli Stati Uniti “mai rovinare una bella storia con la verità…” e, in ogni caso, Ellis non aveva certo inventato il rugby, bensì dato modo di modificarne le regole introducendo una variante, peraltro dimostratasi fondamentale nell’economia del gioco.

Devono peraltro trascorrere altri 40 anni prima che il football – sempre più diffusosi nel corso dell’età vittoriana sia nei Ccllege che con la costituzione di vere e proprie società, per la maggior parte formate da ex studenti universitari – possa darsi una propria organizzazione, attraverso la costituzione, il 26 ottobre 1863, della “Football Association, quella che ancora oggi è la Federazione di calcio inglese.

Solo che, al suo interno, vi sono non poche divergenze su come praticare il football, con la principale divisione tra i cosiddetti aderenti al “dribbling game” e coloro che parteggiano per l'”handling game” (“gioco con le mani“), con in più il fatto che nelle regole del rugby è prevista la possibilità di colpire l’avversario con un calcio agli stinchi, così come sgambettarlo mentre corre con la palla.

Norme che non soddisfano i “calcisti, e l’unione tra le due fazioni dura meno di un mese, allorché il 24 novembre dello stesso anno si tiene una riunione in cui vengono approvate le regole studiate dall’Università di Cambridge, in cui il cosiddetto “hacking” (ovvero colpire gli stichi) è abolito, suscitando l’ira del rappresentante di Blackheath, tale Campbell, il quale replica sdegnato “l’hacking è il vero football, se lo si sopprime, tutto il coraggio e lo spirito propri del gioco andranno a scomparire!.

Il passo successivo è la definitiva scissione delle due correnti, avvenuta quindici giorni dopo, l’8 dicembre 1863, data a far tempo dalla quale un’unica disciplina sino ad allora praticata si divide in due sport distinti come li intendiamo ai giorni nostri, ovvero il football – che nel Regno Unito assume anche la dizione di Soccerquale contrazione del termine “Association” –, che diviene il calcio da giocarsi con i piedi, la testa e la palla rotonda, ed il rugby, in cui è invece consentito l’uso delle mani, e praticato con la palla ovale.

Ma, mentre il calcio prosegue per la propria strada, dando vita già nel 1871 alla “Football Association Cup, il torneo più antico del pianeta, così come nel 1870 ha luogo la prima sfida tra le Nazionali di Scozia ed Inghilterra – ancorché senza i crismi dell’ufficialità, attribuiti solo alla successiva partita giocata il 30 novembre 1872 a Glasgow e conclusasi sullo 0-0 –, il mondo del rugby è ancora dilaniato dalla polemica circa l’uso o meno dei “colpi proibiti, tant’è che nel 1867 il Richmond, club londinese tra i primi ad essere fondato, informa le altre società che non intende affrontare squadre che praticano il famigerato “hacking“.

La situazione diviene sempre più insostenibile, una campagna mediatica viene condotta dal prestigioso quotidiano londineseThe Times“, dalle cui colonne si stigmatizza l’uso, definito barbaro, dei calci e degli sgambetti, fonte di gravi incidenti ai giocatori, producendo fratture e slogature a gambe, ginocchia, spalle e caviglie.

Non c’è altra soluzione che riunire tutte le società interessate per trovare un accordo e definire norme uniformi, e la tanto auspicata data è quella del 26 gennaio 1871 presso il “Pall Mall Restaurant” in Charing Cross a Londra, in cui viene ufficialmente costituita laRugby Union, il cui primo Presidente è Algerron Rutter di Richmond, al quale viene demandato il compito di stilare un regolamento di gioco unico.

Rutter nomina un comitato composto da tre ex allievi della scuola di Rugby (la città, ndr), grazie al quale vengono elencate 59 norme che, il successivo 24 giugno 1871, sono approvate all’unanimità e che, con buona pace degli estimatori, aboliscono definitivamente calci e sgambetti, mentre la più significativa originalità del gioco resta “l’invenzione di William Webb Ellis“, ovvero la possibilità per ogni singolo giocatore di prendere la palla in mano e correre con essa verso la meta avversaria, con il numero dei giocatori che viene inizialmente fissato in 20 per squadra, per poi essere ridotto agli attuali 15 a far tempo dal 1875, anche se la “Rugby Union” ufficializzerà tale decisione solo nel 1877.

Adeguatosi al football essendosi dato una propria struttura organizzativa e regole chiare, al rugby manca ora solo l’imprimatur di una sfida tra rappresentative nazionali che, per ovvi motivi di diffusione, non può che giocarsi tra le formazioni di Scozia ed Inghilterra.

Teatro della gara è il “Raeburn Place” di Edimburgo, terreno di gioco degli “Edinburgh Academicals” dove alle ore 15:00 del 27 marzo 1871 si contrappongono due squadre composte da 20 giocatori ciascuna per dare luogo allo storico incontro che sancisce la nascita del rugby a livello internazionale.

La selezione inglese debutta con la tradizionale maglia bianca con la rosa di Lancaster sul petto, tuttora in uso, al pari degli scozzesi che indossano la caratteristica maglia blue-marine con il cardo come loro simbolo, e i due capitani sono rispettivamente Frederic Stokes di Blackheath per l’Inghilterra e Francis Moncrief per la Scozia, mentre a dirigere l’incontro è chiamato Hely Hutchinson Almond, Preside del “Loretto College“.

Il prezzo per assistere alla gara è di uno scellino e l’evento richiama oltre 4000 spettatori, non male per un debutto di questo livello, mentre la sfida si disputa in due tempi da 50’ l’uno ed a risolverla a favore dei padroni di casa è una meta di Angus Buchanan trasformata da William Cross, così che il risultato finale è fissato sull’1-0 per gli scozzesi.

La cosa non debba sorprendere, poiché non sono ancora in vigore i punteggi a noi noti – peraltro anch’essi modificati con il tempo, con la meta a valere dapprima 3 punti, poi aumentati a 4 sino ai 5 attuali –, e, all’epoca, perché un “goal” fosse considerato valido, occorreva che la meta venisse trasformata.

Difatti, entrambe le formazioni vanno a loro volta ancora in meta, ma senza la dovuta trasformazione e, peraltro, l’aspetto ancora pionieristico del gioco non consente l’applicazione di regole uniformi, come nel caso della seconda meta scozzese, in cui John Arthur colpisce l’ovale con un pugno per scavalcare la linea difensiva inglese e quindi schiacciarlo oltre la linea di meta, un’azione considerata valida nelle “Highlands” ma non nel sud dell’isola, anche se poi, a mettere tutti d’accordo, è appunto la mancata trasformazione.

Gli inglesi, ovviamente, non la prendono benissimo, adducendo come giustificazione alla sconfitta le misure di un terreno di gioco abbastanza stretto, misurando solo 55yds di larghezza, nonché la stanchezza per il lungo viaggio da Londra ad Edimburgo effettuato in treno ed in terza classe, ovviamente a loro spese.

Non manca il tempo per un’immediata rivincita, che si disputa il 5 febbraio 1872 al “Kennington Oval” di Londra, in cui gli inglesi si impongono grazie alla loro maggiore velocità sfruttando un campo di maggiori dimensioni, mettendo a segno tre mete (anche se una sola trasformata) ed un drop contro un solo drop degli avversari per il punteggio conclusivo di 2-1 a favore dell’Inghilterra, a dimostrazione di come, all’epoca, fosse più importante calciare l’ovale in mezzo ai pali che non schiacciare lo stesso oltre la linea di meta, quando poi la ripartizione dei punteggi tra meta, trasformazione, drop e calcio di punizione verrà introdotta solo nel 1890.

Seconda sfida che si disputa a pochi giorni dalla scomparsa, avvenuta il 24 gennaio 1872, all’età di 65 anni, proprio di Willliam Webb Ellis, in cui onore dopo oltre un secolo verrà intitolato il trofeo messo in palio per la vincitrice della Coppa del Mondo di rugby, la cui prima edizione ha luogo in Australia e Nuova Zelanda nel 1987.

Il modo migliore per “non rovinare una bella storia con la verità….

 

IL TRIONFALE E CONTESTATO TOUR DEI BRITISH LIONS IN SUDAFRICA NEL 1974

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Una fase del match Sudafrica-Lions dell’8 giugno 1974 – da flickr.com

articolo di Giovanni Manenti

Se, per ogni atleta praticante uno sport di squadra, uno degli obiettivi della propria attività è riuscire ad essere convocato per rappresentare il proprio paese con la Nazionale in una grande manifestazione internazionale, per quel che riguarda il rugby nel Regno Unito vi è un altro, tradizionale traguardo di non minore prestigio.

Molto legato alle tradizioni, il rugby ha difatti istituito una selezione dei migliori giocatori facenti parti delle quattro federazioni – Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda – delle isole britanniche, la cui prima uscita risale addirittura al 1888 (!!!), con lo scopo principale di effettuare tour nell’emisfero australe – visto che la prima edizione della Coppa del Mondo avrà luogo giusto un secolo dopo – per affrontare sia formazioni delle province di Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica e, dal 1910, anche Argentina, che le rispettive Nazionali di questi paesi, con questi ultimi incontri a valere a tutti gli effetti come test-match.

La selezione assume la denominazione di British & Irish Lions“, e riuscire a farne parte, per non parlare di esserne il capitano, è divenuto con il tempo motivo di orgoglio di ogni praticante lo sport della palla ovale nel Regno Unito, pur se gli esiti delle trasferte sono spesso risultati inferiori alle attese.

In particolare, per questioni meramente logistiche, sino al 1966 il tour in Oceania comprendeva sfide con le Nazionali e selezioni provinciali sia di Australia che di Nuova Zelanda, mentre questa suddivisione non vi era allorché la trasferta si svolgeva in Sudafrica, luogo storicamente ostico ai Lions, visto che le uniche affermazioni risalgono alla notte dei tempi, ovvero al 1891 (3 successi su altrettanti incontri, 4-0, 3-0 e 4-0) ed al 1896, in cui la selezione britannica riporta altre tre vittorie (8-0, 17-8 e 9-3) a fronte di un’unica sconfitta per 0-5.

Nelle successive sette occasioni in cui i Lions si recano nella punta meridionale del “continente nero“, solo nel 1955 riescono a bilanciare due sconfitte (9-25 ed 8-22) con altrettanti successi, ancorché con scarti (23-22 e 9-6) ben più ridotti, in un tour in cui vengono anche battuti tre volte da selezioni provinciali.

Ben peggiore l’esito del tour del 1962 – un pari per 3-3 e tre sconfitte (0-3, 3-8 e 14-34) oltre a tre pareggi e due rovesci con le formazioni provinciali – e del successivo nel 1968, anch’esso caratterizzato da un solo pari per 6-6 a fronte di tre sconfitte (20-25, 6-11 e 6-19), pur se stavolta le sfide con le selezioni provinciali evidenziano tutte affermazioni ad eccezione di una sola vittoria del Transvaal per 14-6.

Occorre ora aprire una parentesi su cui torneremo nel corso del nostro racconto, ovvero la particolare situazione politica sudafricana stante il regime di apartheid – ovvero di segregazione razziale – nei confronti della popolazione nera che porta all’esclusione del paese dalle Olimpiadi, ancorché nel momento della disputa del tour 1968 (da fine maggio a fine agosto) vi fossero ancora margini di trattativa in vista dei Giochi che si sarebbero svolti a Città del Messico nel successivo mese di ottobre.

Per ciò che riguarda, viceversa, i Lions, essi rialzano la testa in occasione del tour 1971 in Nuova Zelanda, dove con una formazione ben collaudata ottengono due vittorie (9-3 e 13-3) a fronte di un pari per 14-14 ed una sola, pur pesante (12-22) sconfitta.

E’, quella, una selezione che vede nei mediani gallesi di mischia Gareth Edwards e di apertura Barry John, nonché nei connazionali JPR Williams e Mervyn Davies – rispettivamente estremo e terza linea centro – i propri punti di forza, unitamente al seconda linea irlandese Willie-John McBride ed al capitano John Dawes, anch’egli gallese.

La presenza tra i titolari di pochi giocatori inglesi deriva dal periodo di crisi del XV della Rosa, che è a digiuno di vittorie nel Torneo delle Cinque Nazioni dal 1963 – non considerando l’affermazione a pari merito del 1972, allorché tutte le partecipanti finiscono con due vittorie e due sconfitte a testa – per una striscia negativa destinata ad interrompersi solo nel 1980, ed è così che anche se tra i 30 convocati per il successivo tour del 1974 vi sono 8 giocatori inglesi, solo due di loro fanno parte dei titolari nei test match.

Vi è però un piccolo problema, ovvero che il tour del 1974 si dovrebbe disputare proprio in Sudafrica, paese oramai bandito ad ogni livello dalla comunità internazionale, dato che nel novembre 1973 l’ONU si è espresso con una propria risoluzione dichiarando il regime di apartheid come un “crimine contro l’umanità“, per poi invitare le federazioni sportive di ogni nazione a non svolgere alcuna attività con formazioni sudafricane.

Da un punto di vista politico, il governo britannico prende le dovute distanze asserendo di non dare la propria adesione alla trasferta dei Lions e, fuori dall’albergo che ospita i giocatori poco prima della loro partenza, si raduna una folla di dimostranti che manifesta il dissenso per la decisione di prendere parte alla trasferta.

E, nel mentre il clamore dei dimostranti penetra nelle sale dell’hotel, tocca al designato 34enne capitano McBride – primatista di selezioni con i Lions con 17 presenze in cinque tour dal 1962 al ’74 – tenere un sermone agli altri convocati per informare loro del delicato compito che li attende, riportandosi alle sue precedenti esperienze in Nuova Zelanda e Sudafrica.

Il leggendario seconda linea irlandese mette in guardia i propri compagni circa le intimidazioni ed il gioco sporco che si troveranno ad affrontare, unitamente ad una diversa interpretazione delle regole del gioco e ad arbitri propensi a favorire le formazioni di casa, per poi concludere con “la lotta sarà dura, e chiunque di voi non si sente di affrontare una sfida fisica e mentale di tale intensità, può benissimo rinunciare alla trasferta e non lo biasimerò per questo!.

Il silenzio che cala nella sala non appena McBride termina di parlare viene interrotto dal tallonatore gallese Bobby Windsor, il quale se ne esce con un “ho l’impressione che mi divertirò moltissimo!“, miglior carica non potendo esserci per affrontare la tournée.

Il programma prevede che il primo test match con gli “Springbocks” abbia luogo l’8 giugno 1974 a Città del Capo, dopo che i Lions hanno già disputato sette incontri con le selezioni provinciali, il cui compito – quasi come i picadores nella corrida – è quello di intimidire ed acciaccare i giocatori dei Lions prima della sfida con la nazionale, ma stavolta McBride, forte delle passate esperienze del 1962 e ’68, incita i compagni a rispondere colpo su colpo, così che alla “resa dei conti” contro i padroni di casa, i britannici giungono con un biglietto da visita costituito da altrettante, nonché larghe (compreso un 97-0 a spese del Distretto Sud Occidentale) vittorie.

Fanno ancora parte della selezione i pilastri gallesi JPR Williams, Mervyn Davies e Gareth Edwards, mentre a mediano di apertura Barry John è sostituito dal connazionale Phil Bennett e fa il proprio debutto l’ala John Williams, il quale aveva esordito con i Dragoni a fine marzo 1973 contro la Francia al “Parc des Princes” di Parigi.

Come è logico attendersi, la sfida è estremamente fisica e gli opposti schieramenti non riescono a trovare lo spazio per andare in meta, così che a decidere il risultato è la precisione al piede dei britannici che – dopo essere andati al riposo sul punteggio di 3-3 in virtù di un piazzato di Bennett a compensare un drop di Dawye Snyman per i padroni di casa – dilagano nella ripresa grazie ancora a Bennett che centra i pali in altre due occasioni, per poi toccare ad Edwards restituire il drop ai sudafricani per il definitivo 12-3 che suggella la prima vittoria dei Lions in territorio sudafricano che mancava da quasi 20 anni, ovvero dal 3 settembre 1955.

Rinfrancati dal successo, i Lions guidati in panchina dal coach irlandese Syd Millar continuano a fare strage di avversari, tra cui un netto 42-6 contro la Rhodesia in cui è protagonista l’estremo scozzese Andy Irvine, il quale mette a segno la metà dei punti realizzati, a quattro giorni dalla rivincita con gli Springbocks fissata per il 22 giugno 1974 a Pretoria alla presenza di oltre 63mila spettatori.

Con la medesima formazione del primo incontro, stavolta i Lions non hanno difficoltà a sfondare il muro difensivo avversario, andando due volte in meta con John Williams nella prima frazione di gioco, conclusa sul 10-3 a proprio favore, per poi dilagare nella ripresa dopo che un piazzato di Gerald Bosch aveva ridato speranza ai padroni di casa, violando in altre tre occasioni la linea di meta sudafricana con Bennett, Gordon Brown e Dick Milliken per il 28-9 conclusivo che rappresenta il più largo margine a favore dei Lions, eguagliato solo nel luglio 2009, allorché la meta ha assunto il valore di 5 punti rispetto ai 4 dell’epoca.

Difficile pensare ad un Sudafrica che si lasci così facilmente surclassare senza colpo ferire (è proprio il caso di dire) e, difatti, dopo che i britannici hanno messo sotto altre cinque rappresentanti provinciali – ed il conto sta assumendo la dimensione “mostruosa” di 17 vittorie consecutive – ecco che il 13 luglio 1974 va in scena a Port Elizabeth, davanti a 55mila spettatori, quella che passa alla storia come la “battaglia del Boet Erasmus Stadium“. 

Dopo l’umiliazione di Pretoria, il XV sudafricano è rivoluzionato mantenendo solo cinque giocatori nella formazione iniziale, ma con un bizzarro avvicendamento di Gerrie Sonnekus da ala a mediano di mischia, una scelta che si rivela disastrosa, mentre Millar opera una sola variante, ovvero l’inserimento di Irvine in luogo dell’ala Billy Steele.

Punti sull’orgoglio, gli Springbocks disputano una prima mezzora di altissima pressione – tanto che, anni dopo, il centro Milliken ammetterà di “non aver mai sperimentato prima di allora una tale intensità su di un campo di rugby” – al punto che la montagna partorisce il topolino di un solo piazzato messo a segno da Snyman, mentre proprio nel recupero del primo tempo il seconda linea Gordon Brown fa suo l’ovale da una rimessa laterale per schiacciare lo stesso in meta per il 7-3 con cui le due squadre vanno al riposo.

Visto che lo sforzo prodotto non ha partorito i risultati sperati, i sudafricani la mettono sul fisico ed i colpi proibiti non mancano, ma i Lions riescono a mantenere la lucidità e la compattezza difensiva per poi mettere a segno le stoccate vincenti grazie alla velocità di John Williams che va per due volte in meta, dapprima sfruttando un “gioco a due” con il quasi omonimo John Peter Rhys, e quindi auto lanciandosi con un calcetto a seguire, così da mettere il sigillo ad un successo simile a quello di Pretoria, visto il punteggio conclusivo di 26-9.

Tale vittoria sancisce per i Lions il ritorno alla vittoria nella serie che mancava dal lontano 1896, e mentre il capitano McBride è issato sulle spalle dai compagni Windsor e Brown, il presidente della federazione sudafricana Danie Craven sportivamente si congratula con gli avversari, riconoscendo la legittimità del loro trionfo.

Edwards & Co. potrebbero considerarsi soddisfatti del loro percorso, ma l’obiettivo di concludere il tour imbattuti li alletta non poco, restando ancora da disputare quattro incontri, tra cui l’ultimo test match in programma a Johannesburg il 27 luglio 1974, ed al quale si presentano con un cammino illibato costituito da 21 vittorie in altrettante gare disputate.

E quanto ci tenga Millar ad uno straordinario en plein è dimostrato dal XV che scende in campo all'”Ellis Park” di fronte a ben 75mila spettatori, visto che l’unica variante rispetto al match precedente è costituita dall’inserimento di Christopher Ralston in luogo dell’acciaccato Brown. E la gara sembra mettersi bene, visto che due mete di Irvine e Roger Uttley (di cui una sola trasformata da Bennett) mandano i Lions al riposo in vantaggio per 10-6, frutto di due piazzati in mezzo ai pali di Snyman.

La ripresa vede gli Springbocks raggiungere il pareggio grazie ad una meta di Peter Cronje ed una punizione di Snyman, bilanciata da un piazzato di Irvine per il 13-13 con cui si conclude l’incontro, non senza il “giallo” del fischio finale da parte del direttore di gara sudafricano Max Baise in anticipo di 4’ proprio mentre i Lions si trovano a due metri dalla linea di meta.

Ed alla richiesta di spiegazioni da parte dei giocatori britannici in merito a tale decisione, l’arbitro candidamente risponde “guardate, ragazzi, che io qui ci devo vivere“, il che è tutto dire.

Il tour 1974 dei Lions passa alla storia come quello degli “Invincibili e, del resto, come dar loro torto, mentre per tornare alla diatriba circa l’opportunità o meno di giocare, occorre ricordare che due anni dopo, in occasione delle Olimpiadi di Montreal 1976, gli atleti dei paesi africani, la maggior parte dei quali già presenti nella metropoli canadese, decidono di boicottare i Giochi e tornare a casa stante il rifiuto del CIO di espellere dalla rassegna la delegazione neozelandese, visto che in contemporanea gli All Blacks stanno disputando una tournée in Sudafrica.

E chissà se la colpa non sia derivata proprio dalla decisione dei Lions di non disdire il tour del 1974, anche se non è mai semplice stabilire queste linee di demarcazione tra politica e sport.

Una cosa è certa, avessero rinunciato alla trasferta, non sarebbe mai nato il “Mito degli Invincibili“.

 

IL PRIMO TRIONFO DELLA FRANCIA AL “CINQUE NAZIONI” DI RUGBY NEL 1959

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Berrnard Mommejat portato in trionfo dopo il successo sul Galles – da gettyimages.ie

articolo di Giovanni Manenti

Non è mai troppo conveniente andare a pascolare nei prati altrui, pur se si è invitati a farlo, un’allegoria che rispecchia il comportamento della Nazionale francese di rugby dal momento in cui, e siamo nel lontano 1910, le quattro formazioni britanniche consentono ai transalpini di partecipare al più antico e prestigioso torneo del mondo, vale a dire l'”Home Nations“, la cui prima edizione risale addirittura al 1883 e che, da quella data, assume la denominazione di “Five Nations (“Cinque Nazioni“), rimasta tale fino alla chiusura dello scorso secolo, per poi essere ulteriormente allargato con l’inserimento anche dell’Italia.

La premessa serve per spiegare come la Francia, paese di grande tradizione rugbistica – prova ne sia che, pur non essendo ancora riuscita a conquistare la Coppa del Mondo, ha comunque raggiunto in tre occasioni la finale per l’aggiudicazione del trofeo –, abbia dovuto attendere non pochi anni prima di far suo il torneo, ancorché abbia saltato le edizioni dal 1932 al 1939 per poi riprendere la partecipazione, dopo l’interruzione per gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, a far tempo dal 1947.

Difatti, a confronto con le formazioni d’Oltremanica, l’Equipe de France incontra notevoli difficoltà, tant’è che nelle prime sei edizioni colleziona appena due vittorie, concludendo all’ultimo posto in ben 10 occasioni sulle sue prime 17 partecipazioni dal 1910 al 1931 – con l’interruzione dal 1915 al 1919 per la Prima Guerra Mondiale –, circostanza che induce la federazione francese a declinare l’invito sino alla ripresa delle attività al termine del secondo dopoguerra.

Ed è una Francia ben diversa quella che attraversa il Canale della Manica, non più disposta a far la figura della squadra materasso per ricevere il poco dignitoso Wooden Spoon (“Cucchiaio di legno“) che spetta alla nazione ultima classificata, tant’è che, dopo il secondo posto nell’edizione 1948, sfiora il successo tre anni dopo, collezionando tre vittorie e soccombendo di misura (8-9) al “Lansdowne Road” di Dublino il 27 gennaio 1951, match che, di fatto, consegna il titolo agli irlandesi.

Non confermatasi a tali livelli nelle due successive edizioni – una sola vittoria sia nel 1952 che nel ’53 –, la Francia assapora per la prima volta la vittoria nel 1954, ancorché in coabitazione con Galles ed Inghilterra con tre vittorie ed una sconfitta a testa – avendo perso dai gallesi e sconfitto gli inglesi, a loro volta vittoriosi sui “Dragoni” – ma classificandosi terza per differenza punti, per poi, l’anno seguente, giungere a pari merito con il Galles, gettando al vento la possibilità di un clamoroso “Grande Slam (ovvero aggiudicarsi tutti e quattro gli incontri) a causa della sconfitta subita dagli stessi “Dragoni” per 11-16 davanti al proprio pubblico, il 26 marzo 1955 allo “Stade de Colombes“.

Grandi amanti delle statistiche, gli inglesi sono soliti distinguere le vittorie assolute da quelle a pari merito, così che, nelle 68 occasioni in cui la Nazionale francese ha preso parte al “Cinque Nazioni“, la stessa – oltre a vedersi assegnare 17 volte il famigerato “cucchiaio di legno” – ha riportato 20 successi, 8 dei quali però condivisi con altre formazioni.

Pertanto, per vedere la Francia sollevare il trofeo in beata solitudine, occorre attendere l’edizione 1959, dopo che, due anni prima, era ricaduta nell’antico vizio di terminare il torneo con sole sconfitte, mentre l’anno seguente, dopo due battute d’arresto iniziali – 9-11 a Murrayfield contro la Scozia e, soprattutto, un imbarazzante 0-14 casalingo di fronte all’Inghilterra –, il resto del cammino induce all’ottimismo.

Difatti, nella settimana in cui riposa, la Francia ospita il 9 marzo 1958 a Colombes l’Australia, rifilando ai Wallabies un confortante 19-0, violandone in tre occasioni la linea di meta con Michel Crauste, Aldo Quaglio e Henri Rancoule, per poi riscattarsi nel “Cinque Nazioni” andando a vincere 16-6 a Cardiff cui segue il successo per 11-6 a Colombes sull’Irlanda.

Ma è la parte finale della stagione la più positiva in quanto, superata 11-3 l’Italia ad inizio aprile a Napoli, la Francia si trasferisce in estate in Sudafrica per due “test match” da cui escono imbattuti, concludendo sul 3-3 il primo incontro a Città del Capo per poi infliggere agli Springbocks la prima sconfitta negli scontri diretti, affermandosi per 9-5 il 16 agosto 1958 a Johannesburg grazie alla precisione al piede dell’estremo Pierre Lacaze, il quale centra i pali su punizione e con un drop, imitato in quest’ultimo fondamentale da Roger Martine.

Un’ossatura, quella capace di imporsi in Sudafrica, confermata per 11 quindicesimi in occasione dell’esordio nel “Cinque Nazioni” 1959, la cui prima gara si disputa il 10 gennaio a Colombes, con i transalpini a confermare la saldezza del proprio reparto difensivo, vista l’affermazione per 9-0 sulla Scozia grazie ad una meta di Francois Moncla e a due drop di Lacaze, una giocata molto più ricercata all’epoca in quanto del valore di tre punti così come la meta, poi successivamente elevato per quest’ultima a 4 punti prima di passare ai 5 attuali.

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Una fase del match Francia-Scozia del 10 gennaio ’59 – da gettyimages.ie

Con un calendario al tempo alquanto approssimativo, la Francia deve attendere sino al 28 febbraio prima di scendere nuovamente in campo, venendo nel frattempo favorita dall’esito delle sfide tra le avversarie, che si tolgono punti a vicenda in quanto il Galles supera 5-0 l’Inghilterra per poi andare a perdere 5-6 in Scozia, mentre il “XV della Rosa” si riscatta sconfiggendo 3-0 l’Irlanda a Dublino.

Con una classifica che, pertanto, vede al comando Inghilterra, Galles, Scozia e Francia con 2 punti e l’Irlanda a quota 0, ancorché queste ultime abbiamo disputato un solo incontro rispetto ai due delle altre avversarie, ecco che la data di fine febbraio assume una notevole rilevanza essendo in programma i match tra Scozia ed Irlanda a Murrayfield e tra Inghilterra e Francia a Twickenham.

E così, mentre gli “Highlanders” si autoeliminano dalla corsa per l’aggiudicazione del trofeo facendosi sorprendere 3-8 a domicilio dall’Irlanda, la sfida storica tra “Leoni” e “Galletti” si mantiene su di un piano di perfetto equilibrio, con entrambe le formazioni a mantenere inviolata la propria linea di meta, così che il risultato di 3-3 viene deciso da due calci di punizione, rispettivamente trasformati dall’estremo inglese Jim Hetherington e dal mediano di apertura francese Antoine Labazuy.

Avendo però il Galles riposato, occorre attendere l’esito del suo confronto con l’Irlanda, che va in scena il 14 marzo 1959 a Cardiff, con i padroni di casa a rimontare nella ripresa lo svantaggio di 0-6 maturato al termine dei primi 40’ – grazie ad una meta dell’ala Tony O’Reilly e ad un piazzato calciato tra i pali da Dave Hewitt –, andando due volte in meta con Cliff Ashton e Malcolm Price e la trasformazione dell’estremo Terry Davies a fare la differenza per l’8-6 conclusivo.

Con i gallesi provvisoriamente in testa alla classifica con 4 punti, seguiti da Inghilterra e Francia con 3, una settimana dopo Inghilterra e Scozia si affrontano a Twickenham per completare il loro calendario con in palio la “Calcutta Cup” (trofeo che spetta alla vincitrice dello scontro diretto tra le due Nazionali), ma il risultato finale di 3-3 (generato ancora da due piazzati) fa sì che, oltre alla mancata assegnazione della coppa, entrambe le formazioni perdano ogni possibilità di affermazione nel torneo.

Con due soli incontri, difatti, ancora da disputare – Francia-Galles il 4 aprile 1959 a Colombes ed Irlanda-Francia il successivo 18 aprile –, la classifica recita Inghilterra p.4 (4), Galles p.4 (3); Francia p.3 (2), Scozia p.3 (4) ed Irlanda p.2 (3), da cui si intuisce come la vera sfida per l’assegnazione del Championship Trophy sia quella di Parigi, essendo per le altre tre già matematicamente preclusa questa possibilità.

E quando le due formazioni scendono in campo a Colombes di fronte a 45mila sostenitori, i conti sono presto fatti, in caso di vittoria di una o dell’altra squadra la stessa si assicurerebbe il torneo, in caso di parità tutto sarebbe rimandato all’esito della gara di Dublino a due settimane di distanza.

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Una fase della sfida contro il Galles del 4 aprile 1959 – da gettyimages.ie

Scottata dall’esperienza di quattro anni prima, allorché si era vista sfuggire la possibilità di far suo il torneo proprio per una sconfitta a domicilio contro il Galles, la Francia mette pressione ai rivali sin dal calcio d’inizio, con a salire sugli scudi il pilone Moncla che, dopo la meta realizzata contro la Scozia, viola per ben due volte la linea fatidica, con Labazuy ad incaricarsi di una sola trasformazione, comunque sufficiente a mandare le squadre negli spogliatoi sul punteggio di 8-3, con i punti gallesi realizzati da Davies con un piazzato in mezzo ai pali.

Decisa come non mai a non farsi sfuggire l’occasione, la Francia fa muro nella ripresa, non concedendo spazi agli avversari ed il calcio di punizione con cui ancora Labazuy manda l’ovale in mezzo ai pali per l’11-3 definitivo rappresenta il punto esclamativo su di un trionfo atteso ben 49 anni, e l’invasione di campo che ne segue è la logica conseguenza.

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La festa a fine gara per la vittoria della Francia nel torneo – da gettyimages.ie

Oramai con il trofeo nelle proprie mani e non potendo ambire al “Grande Slam” stante il pareggio di Londra, una Francia demotivata si arrende per 5-9 nell’ultimo match a Dublino, ma quel che più conta è l’inversione di tendenza, che porta i transalpini a vivere il loro primo periodo di gloria, in quanto l’affermazione non resta fine a se stessa, venendo seguita da altre tre vittorie consecutive, nel 1960 a pari merito con l’Inghilterra, mentre nel 1961 e ’62 senza alcuna condivisione, pur se per il primo “Grande Slam” si dovrà attendere l’edizione 1968.

Onore ai cugini transalpini, dunque, con una piccola nota a margine, ovvero che se a loro per ottenere il primo successo – e parliamo di quello del 1954, sia pur in coabitazione – sono state necessarie 25 partecipazioni al torneo, una piccola speranza per gli Azzurri ancora esiste, visto che sono sinora 20 le occasioni in cui ha preso parte al “Sei Nazioni“.

 

TOCCA ALL’ITALIA L’INGRATO COMPITO DI INAUGURARE I MONDIALI DI RUGBY

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Una fase del match inaugurale tra Itali e Nuova Zelanda – da:sky.it

Articolo di Giovanni Manenti

Per ogni atleta di qualsivoglia Disciplina, la massima aspirazione nel corso della propria carriera è quella di vincere un Oro olimpico o conquistare un titolo iridato, anche se, per quel che concerne gli Sport di squadra, il discorso è leggermente diverso, pur tralasciando quelli che possono essere i successi a livello di Club, concentrandoci sulle sole Manifestazioni riservate alle rispettive Nazionali …

Se, ad esempio, per il Basket, così come per il Volley, la Pallanuoto e la Pallamano i due allori hanno eguale valenza – con le Olimpiadi a vantare maggior prestigio, rispetto alle Rassegne Iridate, viceversa di più alto livello tecnico per il maggior numero di partecipanti – per ciò che riguarda il Calcio il Torneo olimpico rappresenta poco più di un “surrogato” rispetto ai Campionati Mondiali, vista la possibilità di schierare ai Giochi solo tre “fuori quota” in una rosa composta per il resto da giocatori Under 23 …

Ancor più particolare la situazione del Rugby che, per motivi legati al necessario recupero degli atleti dopo ogni incontro, non può permettersi un Torneo ristretto nell’ambito temporale di sole due settimane come quello olimpico e, peraltro, si è dovuto attendere sino addirittura al 1987 affinché anche lo Sport della palla ovale potesse mettere in palio la sua Coppa del Mondo, la “Webb Ellis Cup, in onore di William Webb Ellis, a cui è universalmente riconosciuto il merito di aver ideato il Rugby.

Un ritardo dovuto alla arcinota intransigenza dei britannici a modificare lo ”status quo” di qualsiasi Disciplina, ancorati come sono alle tradizioni – anche le più antiche – e ci è voluto del bello e del buono prima che la “International Rugby Board” (IRB) cedesse alle pressioni di Australia e Nuova Zelanda, con il decisivo supporto della Francia (notoriamente più aperta alle innovazioni …) così che infine potesse avere luogo la Rassegna Iridata che i due Paesi oceanici si incaricano di organizzare congiuntamente …

Figurarsi se le Nazionali del Regno Unito – ancorché presenti a differenza di quanto era avvenuto nel Calcio, dove avevano disertato le prime tre edizioni (1930, ’34 e ’38) della Coppa Rimet – non guardano con malcelato scetticismo a questa nuova Manifestazione, tant’è che, sino all’ultimo, Scozia ed Irlanda sono indecise nel partecipare, e sono in molti a ritenere che difficilmente possa avere un seguito, trattandosi di uno sport con tradizioni radicate nel tempo e che si estrinsecano nella disputa del “Cinque Nazioni” in Europa, nella “Bledisloe Cup” in Oceania e nei vari “test match” tra rappresentative eterogenee come i Barbarians od i British Lions, mentre il “Tri Nations”, tra le formazioni dell’emisfero australe (Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda …) è ancora lungi da venire, prendendo il via solo nel 1996 …

Ad ogni buon conto, per il citato evento, per il quale, stante il ristretto tempo a disposizione per l’organizzazione, non è possibile istituire gare di qualificazione e, pertanto, per raggiungere il numero delle 16 partecipanti, si procede per inviti, oltre alle riferite formazioni del “Cinque Nazioni” e di Australia e Nuova Zelanda, cui si aggiungono Italia e Romania per l’Europa, Canada e Stati Uniti per il Nord America, Argentina per il Sudamerica, Giappone per l’Asia, Tonga e Fiji per l’Oceania e lo Zimbabwe a rappresentare l’Africa, stante l’ostracismo ancora pendente sul Sudafrica per la politica di Apartheid in vigore nel Paese, circostanza, quest’ultima che spiega il motivo per cui il “Tri Nations” si inaugura solo nel 1996, dopo che, l’anno prima, gli Springbocks si erano aggiudicati la terza edizione della Coppa del Mondo, da loro stessa organizzata su precisa volontà del neo Presidente Nelson Mandela.

Con la suddivisione delle partecipanti in quattro Gironi di altrettante squadre, la formula del Torneo è quanto mai lineare, ovvero con le prime due classificate qualificate ai Quarti di finale, con successivi abbinamenti incrociati “prime contro seconde” per poi procedere con semifinali e Finale …

Pertanto, il Gruppo A è composto da Australia, Inghilterra, Giappone e Stati Uniti, il Gruppo B da Galles, Irlanda, Canada e Tonga, il Gruppo C da Nuova Zelanda, Argentina, Italia e Fiji, mentre il Gruppo D comprende Francia, Scozia, Romania e Zimbabwe.

Tutto sommato, il XV azzurro non può lamentarsi, visto che delle “sette sorelle” (Australia, Nuova Zelanda, Francia, Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles) stante la ricordata assenza del Sudafrica, giocoforza due di esse andavano in tre Gironi ed una sola in un quarto Gruppo, che si rivela, difatti, il più equilibrato, vista la presenza di Italia ed Argentina che, in seguito, saranno proprio le Nazioni rispettivamente chiamate all’allargamento del “Cinque” in “Sei Nazioni” a far tempo dal 2000 e del “Tri Nations” nell’attuale “The Rugby Championship” a partire dall’edizione 2012 …

Questo, chiamiamolo così “vantaggio”, è compensato per la Nazionale affidata da tre anni al Commissario Tecnico ed ex azzurro Marco Bollesan dal fatto di dover inaugurare la Manifestazione, scendendo in campo il 22 maggio 1987 allo “Eden Park” di Auckland per affrontare i padroni di casa degli All Blacks, compito quanto mai ingrato poiché una delle riserve avanzate circa l’inutilità di una tale Rassegna a così largo raggio deriva dal previsto eccessivo divario tra le partecipanti, così che l’Italia si trova nella poco simpatica posizione di dover dimostrare che hanno torto …

Dalla data di esordio di Bollesan alla guida degli Azzurri – sconfitta per 13-15 a Mosca contro l’Unione Sovietica in Coppa Europa – l’Italia ha disputato 9 incontri, con un record di 5 vittorie e 4 sconfitte, tutte relative ad incontri di Coppa Europa ad eccezione del “test match” dell’1 giugno 1986 a Brisbane contro l’Australia, concluso con una sconfitta per 18-39 maturata principalmente nel primo tempo, concluso sul 21-6 in favore dei Wallabies.

Per la trasferta in Oceania, Bollesan si affida all’esperienza, sia anagrafica con 6 giocatori “over 30” che di incontri internazionali, visto che ben 8 hanno già collezionato 30 o più presenze, con il massimo di 59 dell’estremo Serafino Ghizzoni, seguito dall’ala Massimo Mascioletti con 46, mentre la “mascotte” è l’altra ala Marcello Cuttitta che difende i colori neroverdi de L’Aquila, il quale non è ancora 21enne, ma destinato a stabilire il record di mete realizzate per l’Italia con 25, primato ad oggi ineguagliato.

Di contro, il Coach neozelandese Brian Lochore opera una scelta diametralmente opposta, laddove si consideri che il giocatore con più presenze è il 27enne seconda linea Gary Whetton sceso in campo 22 volte con la maglia degli All Blacks, nel mentre vi sono ben 20 selezionati (di cui 5 esordienti …) che non raggiungono le 10 presenze, con i gradi di Capitano assegnati al 26enne David Kirk, che ha appena toccato la decima apparizione …

Per i padroni di casa, l’esordio nella Rassegna Iridata rappresenta altresì la prima uscita stagionale, dopo un 1986 caratterizzato da tre vittorie ed altrettante sconfitte, avendo superato la Francia 18-9 a fine giugno a Christchurch, per poi aver concluso con una vittoria a testa il Tour transalpino di fine autunno (affermazione per 19-7 a Tolosa l’8 novembre e rovescio per 3-16 una settimana dopo a Nantes …

Gli altri tre incontri non sono altro che la tradizionale sfida con l’Australia nell’ambito della “Bledisloe Cup” dove, alla sconfitta per 12-13 dell’8 agosto a Wellington, fa riscontro il riscatto con identico punteggio 14 giorni dopo a Dunedin, così che l’assegnazione del Trofeo viene decisa dal terzo confronto andato in scena il 6 settembre ad Auckland, coi Wallabies ad imporsi con un netto 22-9.

Non proprio il modo migliore per preparare l’appuntamento iridato, tant’è che della formazione sceso in campo nell’ultimo match contro l’Australia ne vengono confermati solo 7, con l’importante inserimento di Grant Fox quale mediano di apertura e di Sean Fitzpatrick in veste di tallonatore – nonché l’esordio assoluto John Gallagher come estremo e di Richard Loe nel ruolo di prima linea – così che, alle 15:00 ora locale del 22 maggio 1987 i due XV scendono in campo agli ordini del Direttore di gara australiano Bob Fordham e davanti a 20mila spettatori, non proprio un gran bel vedere, dato che 24 anni dopo, in occasione della Finale dei Mondiali 2001 tra Nuova Zelanda e Francia, l’impianto di “Eden Park” sfrutta la massima capienza di oltre 61mila presenti …

Ma, si sa, lo scotto dell’esordio – specie in una Manifestazione non proprio “desiderata”, per usare un eufemismo – porta sempre qualcosa da pagare ed è compito di Kirk & Co. convincere coloro che hanno scelto di assistere all’incontro di non aver speso male il loro tempo e, difatti, dopo una “meta tecnica” assegnata dall’arbitro ai padroni di casa tocca al terza linea Michael Jones l’onore di essere il primo giocatore nella Storia della Coppa del Mondo a depositare l’ovale oltre la linea di meta, imitato poco dopo dal Capitano Kirk, nel mentre i primi punti azzurri nella Rassegna Iridata giungono dal piede di Oscar Collodo, il cui tentativo di drop va a segno in mezzo ai pali, con le due squadre ad andare al riposo sul punteggio di 17-3 per gli “All Blacks” …

Una tenuta tutto sommato accettabile, ma nella ripresa la difesa azzurra crolla di fronte alla forza d’urto degli avanti neozelandesi, i quali realizzano ben sei mete a cui l’Italia risponde con un semplice calcio piazzato di Collodo, cercando di limitare i danni quando accade un evento che sarà l’emblema dell’intera rassegna iridata …

Succede, difatti, che al 70’ l’ala John Kirwan, ricevuta la palla nei propri “ventidue metri” da parte del debuttante estremo John Gallagher, non trovi di meglio che farsi tutto il campo di corsa, saltando come birilli le varie maglie azzurre che gli si pongono davanti per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta per un’azione che stupisce oltre l’inverosimile sia gli spettatori presenti che coloro che vi assistono in Tv e che, in brevissimo tempo fa il giro del Mondo, un evento paragonabile al celebre goal di Maradona ai Mondiali ’86 contro l’Inghilterra od ad un “coast to coast” di un LeBron James in una Finale NBA …

Al di là del punteggio conclusivo – 70-6 per la Nuova Zelanda, 12 volte in meta grazie alle doppie realizzazioni di Kirwan, Kirk e Craig Green ed agli acuti di Jones, Taylor, McDowell, Stanley ed Alan Whetton, oltre alla citata meta tecnica – e che potrebbe rappresentare una conferma per i detrattori circa l’inutilità di una tale Manifestazione così allargata stante l’enorme divario tra le “grandi” e le altre, l’azione di Kirwan rappresenta il “miglior spot possibile” per lo Sport della palla ovale che, da lì in avanti, vedrà sempre più crescere l’appeal della Coppa del Mondo sino a divenire uno degli appuntamenti quadriennali più attesi del Pianeta, seconda solo ai Mondiali di Calcio …

E l’Italia – che pur conclude onorevolmente la sua prima partecipazione, con una seconda sconfitta per 16-25 contro l’Argentina per poi superare 18-15 le Fiji che, a loro volta, avevano battuto i sudamericani, così da concludere tutte e tre a quota 2 in Classifica, venendo eliminata per il minor numero di mete realizzata – potrà sempre vantare il fatto di avere avuto il privilegio di inaugurare la Manifestazione, anche se forse si attendeva un passivo meno pesante …

 

AUSTRALIA-NUOVA ZELANDA 2000, IL MATCH DEL SECOLO DEL RUGBY MONDIALE

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Lomu resiste a Larkham per andare a segnare la meta decisiva – da:canberratimes.com.au

Articolo di Giovanni Manenti

Termine piuttosto abusato, quello di “Match del Secolo” – che, negli Sport Individuali, è universalmente attribuito all’incontro tra Muhammad Alì e Joe Frazier svoltosi l’8 marzo 1971 sul ring del “Madison Square Garden” di New York e valido per il titolo mondiale dei Pesi Massimi – e preso a prestito anche per gli Sport di Squadra e, come nel caso sopra indicato ha bisogno di tre caratteristiche fondamentali …

Prima di tutto l’importanza della gara, secondariamente la rivalità tra le due formazioni ed infine l’andamento dell’incontro, tutte componenti che hanno contribuire a definire “Partita del Secolo” la sfida tra Italia e Germania Ovest valida come semifinale ai Mondiali di Calcio del Messico nel 1970, anche se a noi italiani piace di più ricordare Italia-Brasile di Spagna 1982 …

Italia altrettanto protagonista sia nella Pallanuoto – la Finale Jugoslavia-Italia 12-11 dopo quattro tempi supplementari alla Rassegna Iridata di Madrid ’86, al pari della vittoria azzurra per 9-8 contro i padroni di casa alle Olimpiadi di Barcellona ’92 dopo tre supplementari – che nel Volley, con l’amara sconfitta per 2-3 al tiebreak nella Finale contro l’Olanda ai Giochi di Atlanta ’96, mentre per quel che riguarda il Basket, il pensiero non può che andare alle infinite polemiche che accompagnarono la Finale Unione Sovietica-Stati Uniti alle Olimpiadi di Monaco 1972.

Azzurri che, viceversa, non possono certo sperare di essere una delle due contendenti allorché detta definizione viene assegnata ad un incontro di Rugby, per il quale le ricordate tre componenti non mancano certo di essere presenti …

La gara in questione, difatti, si svolge il 15 luglio 2000 allo “Stadium Australia” di Sydney quale prima giornata del “Tri Nations – il Torneo dell’emisfero australe che si contrappone al “Sei Nazioni” europeo ed è disputato tra Australia, Sudafrica ed Nuova Zelanda, poi allargato anche all’Argentina a far tempo dal 2012, così da assumere l’attuale denominazione di “The Rugby Championship” – e pone di fronte i padroni di casa, reduci dall’essersi laureati per la seconda volta Campioni del Mondo ad inizio novembre ’99 superando 35-12 la Francia nella Finale svoltasi al “Millennium Stadium” di Cardiff, ai rivali storici degli All Blacks, usciti quanto mai delusi dalla Rassegna iridata, clamorosamente sconfitti in semifinale dal XV transalpino …

La sfida tra Australia e Nuova Zelanda è altresì valida per l’assegnazione della “Bledisloe Cup”, Trofeo in onore di Lord Bledisloe, quarto Governatore del Paese dei Kiwi, che lo donò per metterlo in palio tra le due formazioni e la cui prima edizione si disputò nel lontano 1932 e che, all’epoca della gara che stiamo per ricordare, era detenuto da due stagioni dai Wallabies.

In più, i neozelandesi erano reduci da quattro sconfitte nelle ultime cinque uscite contro gli acerrimi rivali, i quali, al contrario, stanno proseguendo in una striscia di 10 vittorie consecutive, tre delle quali nel corso della corrente stagione, 53-6 e 32-25 sull’Argentina ed un convincente 44-23 contro il Sudafrica …

Per ultimo, particolare da non sottovalutare, è l’anno in cui Sydney è chiamata ad ospitare i “Giochi di Fine Millennio” ed è anche questa la ragione per cui lo “Stadium Australia” – teatro delle cerimonie di apertura e chiusura, oltre che delle gare di Atletica Leggera e della Finale del Torneo di Calcio – vede la presenza record di ben 109.874 spettatori per assistere all’incontro.

Come vedete, gli ingredienti ci sono proprio tutti – per ciò che riguarda l’andamento dell’incontro non anticipiamo nulla, lo scoprirete solo leggendo – allorché le due formazioni scendono in campo alle 20:00 ora locale agli ordini del Direttore di gara sudafricano André Watson, con gli All Blacks ad aver dato il benservito al tecnico John Hart dopo il negativo esito dei Mondiali ’99, rilevato alla guida da Wayne Smith, ex giocatore con 17 presenze in Nazionale.

Al contrario, i Wallabies confermano nella carica il vittorioso Coach Rod Macqueen, mentre per quel che concerne gli schieramenti, i padroni di casa confermano 9 dei 15 scesi in campo a Cardiff, con i capisaldi costituiti dal Capitano John Eales, nonché dai mediani di mischia George Gregan e di apertura Stephen Larkham.

Stesse varianti per Smith, che si affida ancora alla potenza di Jonah Lomu ed alla velocità di Tana Umaga in attacco, confermando altresì Andrew Mehrtens nel ruolo di mediano di apertura, nel mentre a mediano di mischia schiera Justin Marshall quale rimpiazzo di Kelleher.

Ancora non lo sanno, ma gli oltre 100mila spettatori che gremiscono le tribune non rimpiangeranno di certo il prezzo del biglietto, anche se l’inizio, per i tifosi di casa, è quanto mai scioccante, visto che non sono ancora trascorsi 1’30” che Umaga intercetta un ovale a centro campo per involarsi tutto solo e depositare lo stesso oltre la linea di meta per la facile trasformazione di Mehrtens …

Può succedere, ovviamente, ma quando poco dopo il terzo giro di lancetta il possente Lomu viene lanciato lungo l’out sinistro per attirare su di sé gli avversari e servire il più comodo dei palloni al giovane Alatini che lo segue a rimorchio per il 14-0 è logico che un po’ di timore inizi a serpeggiare tra i supporters dei Wallabies …

Un timore che si trasforma in panico allorché è lo stesso Alatini a procurarsi un varco nell’attonita difesa australiana giusto per cedere l’ovale all’estremo Christian Cullen il quale ha un’autostrada davanti a sé per andare a depositare in mezzo ai pali, per la più facile delle trasformazioni che porta il punteggio sul 21-0 quando sono trascorsi appena 5’ di gioco (!!).

La velocità e l’aggressività degli All Blacks – frutto della filosofia del nuovo Coach Smith, che nei suoi primi test match d’esordio stagionale aveva visto i suoi ragazzi travolgere Tonga (102-0 …!!) e per due volte (69-20 e 48-14) la Scozia – hanno disorientato il XV Campione del Mondo che non è ancora entrato in partita, e ritrovarsi un handicap di tali proporzioni appare come una sorta di macigno duro da spostare …

In questi casi – oltre che non abbattersi e cercare di riordinare le idee – è notoriamente necessario riuscire ad accorciare il prima possibile le distanze, così da capire che anche gli avversari sono vulnerabili, e ciò avviene in men che non si dica, grazie ad un intuizione di Gregan per Larkham, con quest’ultimo ad operare una finta che gli consente di guadagnare metri verso la linea di meta avversaria e quindi cedere l’ovale all’accorrente Mortlock che lo va a depositare in mezzo ai pali, così da ridurre lo svantaggio a 7-24, dato che, nel frattempo, Mehrtens aveva anche messo a segno un piazzato.

Il pubblico, incredulo, dà un’occhiata ai propri orologi od al tabellone dello stadio, che certificano il fatto che siano trascorsi appena 9’ dal fischio d’inizio e già si sono registrate ben quattro mete, ma soprattutto, da parte australiana, ci si augura che stia iniziando la rimonta …

Incitati dai propri tifosi, i giocatori di casa riprendono coraggio e trascorrono altri 9’ prima che una percussione del n.8 Jim Williams venga bloccata proprio sulla linea di meta, con la palla catturata da Gregan che l’affida in un attimo a Mortlock il quale va a schiacciare in meta all’angolo destro, anche se ciò comporta la mancata trasformazione.

Svantaggio dimezzato, dunque (12-24) e, soprattutto, inerzia della partita completamente invertita, come se i giocatori in campo si fossero scambiate le maglie dopo i tremendi 5’ iniziali dei “Tutti neri”, che ora sembrano loro incapaci di reggere all’onda d’urto australiana che si concretizza al 27’ con l’estremo Latham a trovare un varco centrale nella difesa neozelandese, e la relativa trasformazione di Mortlock riduce il distacco a soli 5 punti …

Ma l’ordalia non è ancora finita, e tocca stavolta all’ala Joe Roff andare a fare razzia nella sempre più stranita difesa degli All Backs, schiacciando in meta l’ovale del 24-24 quando è da poco scoccata la mezzora di gioco, tra il delirio dei presenti, che hanno assistito a ben 7 mete in 30’, roba da non credere.

E’ come se, in una gara di calcio, gli ospiti si fossero trovati in vantaggio per 3-0 dopo 5’ e poi raggiunti prima dell’intervallo, ragion per cui, anche tra i contendenti, è giunto il momento per rallentare il ritmo ed attendere il riposo soprattutto al fine di riordinare le idee e consentire ai due tecnici di capire qualche cosa in un match che sta sfuggendo di mano, anche perché per molti giocatori neozelandesi presenti nell’occasione, si sta materializzando di nuovo lo spettro della semifinale di Twickenham dell’anno precedente, allorché in vantaggio per 24-10 al 6’ della ripresa, furono rimontati dalla Francia uscendo sconfitti 31-43 …

Fantasma chi fa capolino al rientro in campo, visto che i Wallabies beneficiano di un calcio di punizione da posizione centrale che Mortlock non ha difficoltà a trasformare per il primo vantaggio (27-24) australiano dell’incontro, grazie ad un parziale di 27-0 che ha dell’incredibile per come si era messa la gara e che avrebbe ucciso un toro, ma non l’orgoglio neozelandese …

Con l’incontro ora a svolgersi su di un piano di maggiore equilibrio, la risposta All Black non tarda a materializzarsi, sotto forma di una splendida azione personale del mediano di mischia Marshall il quale, con una serie di finte, disorienta gli avversari per andare a realizzare la quarta meta neozelandese che, trasformata da Mehrtens, riporta avanti i suoi di quattro lunghezze prima che lo stesso mediano di apertura, centrando i pali con un piazzato da poco oltre la linea di metà campo, consenta alla formazione di Smith di allungare ancora sino al 34-27 a proprio favore.

A riportare i padroni di casa a distanza di una meta per vincere ci pensa Mortlock con il suo secondo piazzato vincente, ma il tempo scorre implacabile e, con meno di 7’ ancora da giocare il punteggio è sempre favorevole (34-30) agli ospiti che devono cercare di arginare i disperati attacchi australiani …

Presa stabilmente posizione all’interno dell’area dei 22 metri neozelandesi, i Wallabies riescono a sfondare lungo l’out destro, con il subentrato Jeremy Paul a schiacciare in meta alla bandierina, per il secondo vantaggio australiano (35-34) dell’intero incontro, con meno di 5’ ancora da giocare, con il subentrato Troy Jaques – alla sua seconda (ed ultima …) apparizione in Nazionale – a fallire la successiva trasformazione.

Partita chiusa, vi chiederete, anche se in un match così rocambolesco è lecito attendersi di tutto e poi gli All Blacks possono sempre contare su quella forza della natura rappresentata da Jonah Lomu e su chi, quindi, se non a lui, affidare le ultime speranze per sperare di ribaltare le sorti di un incontro che sembrava due volte vinto e che ora ti ritrovi a vedertelo sfuggire dalle mani …

Ed ecco allora che, con il cronometro a segnare 79’30” (ovvero mezzo minuto al termine …), gli All Blacks vincono una mischia lungo l’out destro, spostando la palla in orizzontale verso il lato opposto,  con Randell a mettere in moto Lomu che resiste ad una carica e si invola indisturbato per depositare l’ovale in meta a 23” dalla fine …

Il tempo di permettere a Mehrtens di tentare la trasformazione (fallita …) e quindi di recuperare palla alla ripresa del gioco per scaraventarla in touche per consentire all’arbitro sudafricano di emettere il triplice fischio finale che certifica la vittoria per 39-35 degli All Blacks al termine di una delle più incredibili partite di Rugby a cui sia mai stato concesso di assistere …

Ah, dimenticavo, che dite, il terzo “ingrediente” per definirlo il “Match del Secolo” sembra che non sia mancato, caso mai, per referenze, chiedere ad uno di quei 100mila presenti sugli spalti …

 

BERGAMASCO REGALA ALL’ITALIA IL PRIMO SUCCESSO SULLA FRANCIA NEL “SEI NAZIONI” DI RUGBY

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Gli Azzurri festeggiano lo storico successo – da:sport.sky.it 

Articolo di Giovanni Manenti

Il Torneo di Rugby del “Cinque Nazioni” è la più antica Manifestazione per Squadre nazionali, risalendo la prima edizione addirittura al 1883, ancorché inizialmente riservato alle sole quattro Rappresentative britanniche per poi, a far tempo dal 1910, allargato anche alla Francia sino alla fine del XX Secolo, eccezion fatta per il periodo dal 1932 al 1946, con le edizioni dal 1940 al ’46 non disputate a causa degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale …

All’interno di tale Torneo, oltre al Trofeo a beneficio della formazione vincitrice, vi sono anche altri riconoscimenti, vale a dire il “Grande Slam” per chi si aggiudica tutti e quattro gli incontri, al pari della “Triple Crown”, riservata a quella delle quattro squadre britanniche che sconfigge le altre tre, mentre a chi si aggiudica la sola sfida tra Inghilterra e Scozia spetta la “Calcutta Cup” …

Questo il quadro tradizionale, ma con l’andare avanti degli anni, il Torneo si arricchisce di ulteriori Trofei al proprio interno, ed ecco quindi che dal 1989 prendono vita anche il “Millennium Trophy”, da disputarsi tra i XV di Inghilterra ed Irlanda, ed il “Centenary Quaich”, viceversa appannaggio della vincitrice della sfida tra Scozia ed Irlanda, già di per sé un bel Montepremi, peraltro destinato ad incrementarsi ancora.

Con l’inizio del Nuovo Millennio, come noto, è stata consentita la partecipazione al Torneo  anche all’Italia, così che lo stesso ha variato la sua denominazione nell’attuale “Sei Nazioni, pur se gli Azzurri hanno dovuto pagare lo scotto del gap che ancora li separa dalle “Cinque Grandi” del Rugby Continentale, pur togliendosi alcune soddisfazioni, come all’esordio assoluto, allorché sconfiggono 34-20 la Scozia al “Flaminio” di Roma dinanzi a 24mila spettatori grazie all’abilità al piede di Diego Dominguez.

La Scozia resta, assieme al Galles, la formazione contro cui l’Italia si trova a miglior agio nelle sue prime partecipazioni al Torneo, superando 30-22 i “Dragoni” il 15 febbraio 2003 a Roma, per poi replicare l’anno seguente il successo sulla Scozia e quindi, dopo un pareggio per 18-18 al “Millennium Stadium” di Cardiff a fine febbraio 2006 (prima gara da imbattuta in trasferta …) vedere istituito un nuovo Trofeo che la riguarda …

Poiché, come sopra enunciato, le squadre del Continente (Francia ed Italia …) possono aspirare solo al Trofeo assoluto – ed, eventualmente, impreziosito dal “Grande Slam” – ecco che anche per i due Paesi Latini viene istituito il “Giuseppe Garibaldi Trophy” in memoria dell’Eroe dei due Mondi che, come noto, ebbe i natali a Nizza, all’epoca facente parte del Regno di Sardegna e successivamente annessa alla Francia.

Ciò anche al fine di fornire un’ulteriore motivazione agli Azzurri, che nello prime sette edizioni del Torneo avevano ricevuto in cinque occasioni il poco onorevole “Wooden Spoon” (il “Cucchiaio di Legno” …) destinato a chi concludeva lo stesso all’ultimo posto – nel 2001, ’02 e ’05 collezionando solo sconfitte – circostanza che sembra dare i suoi frutti, visto che nel 2007 l’Italia conquista la sua prima vittoria esterna espugnando con un netto 37-17 il “Murrayfield” di Edimburgo, violando per ben cinque volte la linea di meta scozzese, per poi affermarsi 23-20 sul Galles a Roma, così da concludere il Torneo al quarto posto.

Le speranze di un consolidamento del nostro Rugby in sede continentale vengono però affossate nel successivo triennio, durante il quale gli Azzurri portano a casa due soli successi e sempre contro la Scozia – 23-20 il 15 marzo 2008 e 16-12 il 27 febbraio 2010 – oramai divenuta la loro vittima preferita.

Inutile sottolineare che, per logica differenza, il neo istituito “Giuseppe Garibaldi Trophy” è conseguentemente conquistato dalla Francia – 39-3 nel 2007 e 50-8 nel 2009 a Roma, 25-13 nel 2008 e 46-20 nel 2010 allo “Stade de France – con pertanto pochi dubbi, in fase di pronostico, su come sarebbe andata a finire la sfida in programma il 12 marzo 2011 allo “Stadio Flaminio” di Roma, data anche la veste di detentori del Trofeo da parte dei transalpini, con tanto di “Grande Slam” …

Il 2011 è altresì l’anno in cui sono in programma ad inizio settembre i Mondiali in Nuova Zelanda, ed il “Sei Nazioni” è pertanto quanto mai utile per i Commissari Tecnici al fine di valutare le condizioni dei giocatori in vista della Rassegna Iridata e, nelle prime tre giornate la Francia si impone a domicilio per 34-21 sulla Scozia, per poi faticare per avere ragione 25-22 dell’Irlanda a Dublino prima di cedere 17-9 all’Inghilterra a Twickenham, così da lasciare via libera al “XV della Rosa” per la conquista del Torneo …

Gli Azzurri, viceversa, sono ancora a quota zero ma, a parte il netto rovescio per 13-59 a Twickenham – con gli inglesi ad andare per ben 8 volte in meta – non hanno sfigurato nelle sconfitte casalinghe contro l’Irlanda (11-13 per un drop di O’Gara a 2’ dal termine) ed il Galles, impostosi per 24-16 …

Sino a tale data, l’Italia in una sola occasione si era imposta sui “cugini d’oltralpe”, vale a dire il 22 marzo 1997 a Grenoble nella Finale del Campionato Europeo D1, imponendosi per 40-32 su di una Francia di prima scelta, con 8 giocatori reduci dal successo nel “Cinque Nazioni”, ma da allora il “tabù francese” era continuato a dimostrarsi tale, a maggior ragione nelle precedenti 11 sfide nell’ambito del “Sei Nazioni”, tutte concluse con altrettante sconfitte …

Rispetto alla sconfitta di quattordici giorni prima contro il Galles, il Commissario Tecnico sudafricano Nick Mallett opera cinque varianti nel XV iniziale, tra cui il mediano di apertura Kristopher Burton, rimpiazzato dall’italo-argentino Luciano Orquera, mentre Andrea Masi va ad occupare il ruolo di estremo per far posto al 20enne Tommaso Benvenuti all’ala, ferme restando le colonne costituite dal pilone Martin Castrogiovanni, il terzo linea centro (nonché Capitano …) Sergio Parisse, il mediano di mischia Fabio Semenzato e l’ala Mirco Bergamasco, quest’ultimo altresì deputato ai calci piazzati.

Agli ordini del Direttore di gara neozelandese Bryce Lawrence e davanti a 34mila spettatori, la gara ha inizio alle ore 14:30 ed a sbloccare il risultato pensa Bergamasco centrando i pali dopo appena 2’ di gioco per il 3-0, vantaggio quanto mai effimero, poiché al 15’ due errori azzurri, dapprima con una palla persa in attacco da Garcia e quindi con un calcio a seguire di Masi che non trova la touche, consentono all’ala transalpina Vincent Clerc di superare di slancio canale e depositare oltre la linea di meta per il sorpasso sul 5-3 con Parra che fallisce la trasformazione …

Si riscatta, il mediano di mischia francese con un piazzato al 19’ per l’8-3, ma la mischia italiana tiene bene e 4’ dopo Bergamasco “restituisce il favore” mettendo a segno un calcio di punizione, cosa che non riesce a Parra che al 31’ è anche sfortunato cogliendo il palo, così che le due squadre vanno al riposo sul punteggio di 8-6 per “Les Bleus” …

Match equilibrato e tutto ancora da giocare, ma l’avvio della ripresa fa sembrare l’esatto contrario poiché, dopo un piazzato in mezzo ai pali di Parra al 5’, è lo stesso mediano di mischia francese ad andare a schiacciare in meta per poi incaricarsi della relativa trasformazione per il 18-6 a meno di mezz’ora dal termine che appare come una sentenza per gli azzurri, tanto più che Bergamasco fallisce due calci di punizione consecutivi che avrebbero potuto riaprire la sfida …

Sono in molti a ritenere che i cambi di formazione di Mallett siano stati operati sopratutto in funzione dell’ultima gara del Torneo – la sfida ad Edimburgo contro una Scozia anch’essa a zero punti, decisiva per evitare l’odioso “Cucchiaio di Legno” – ma ecco che, all’improvviso, un lampo riaccende la contesa, sotto forma di una pregevole azione alla mano da parte degli Azzurri, con l’ovale a passare da Semenzato a Benvenuti e quindi a Masi che sfonda sino ad andare in meta, con Bergamasco a trasformare per il 13-18 a 20’ dal termine …

E quando, 4’ dopo, ancora Bergamasco torna a prendere confidenza nel centrare i pali riducendo lo scarto a due soli punti (16-18), il pubblico presente sulle tribune del “Flaminio” inizia ad “avvertire” odore di impresa, incitando come non mai i giocatori azzurri che non lesinano energie, avendo costretto al cambio anche un lottatore del calibro di Sebastien Chabal, che proprio a Roma conclude la sua esperienza con la Nazionale, di cui ha indossato la maglia in 62 occasioni.

La Francia non riesce a trovare spazi in avanti, il mediano d’apertura François Trinh-Duc tenta la sorte con un drop, ma non centra i pali ed a cavallo della mezzora ci è un “botta e risposta” tra Parra e Bergamasco, che con due rispettivi calci piazzati a segno, spostano il punteggio sul 21-19, ma non variano lo scarto …

Il pacchetto difensivo transalpino fa fatica a reggere l’onda d’urto azzurra, ed a 5’ dal termine è costretto a concedere un calcio di punizione per fuorigioco vicino all’out sinistro dell’attacco azzurro, con il tentativo affidato a Bergamasco per il suo settimo piazzato di giornata (4 su 6 sinora oltre alla trasformazione della meta di Masi …), un ovale che pesa un quintale …

La 28enne ala veneta, in forza proprio in Francia, al Racing Metro, sistema con cura la palla sulla piazzola, inspira profondamente per poi mandare la stessa in mezzo ai pali per il 22-21 che rappresenta il secondo vantaggio azzurro dell’incontro dopo il 3-0 iniziale, ma vi sono ancora 5’ da giocare che nel Rugby sono un’eternità …

La Francia le prova tutte, ma non riesce a sfondare, a cavallo dell’80’ l’arbitro concede tre mischie consecutive e sull’ultima, con i transalpini a cercare lo spazio per il drop, gli azzurri rubano palla per il tripudio in campo e sugli spalti.

L’euforia ai microfoni di Sky della formidabile coppia formata da Antonio Raimondi e Vittorio Munari è qualcosa di indescrivibile, ma essendo loro di parte, lasciamo il commento conclusivo all’ex fuoriclasse inglese Jeremy Guscott, che presente al “Flaminio” per la BBC così sintetizza l’impresa azzurra: “Ho pensato che l’Italia avrebbe vinto anche dopo i due errori al tiro di Bergamasco nella ripresa, perché ha attaccato molto bene la profondità costringendo sempre la Francia sulla difensiva, è stato davvero fantastico …!!” …

E, se lo dice lui …

INGHILTERRA-SUDAFRICA, UNA RIVALITA’ BEN OLTRE LA LINEA DI META

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Una fase della Finale Inghilterra-Sudafrica ai Mondiali ’07 – da:britannica.com

Articolo di Giovanni Manenti

Talora, le vicende sportive portano a sfidarsi, su di un terreno di gioco, Nazionali di Paesi la cui Storia si è intrecciata in vicende politiche e belliche che ne hanno caratterizzato il rispettivo cammino …

Uno di questi casi è costituito dalla rivalità tra Sudafrica ed Inghilterra, con il primo ad essere stato vittima dell’epoca coloniale e dell’imperialismo britannico che, attratto dagli importanti giacimenti di oro e diamanti, dette vita a quasi un secolo di lotte prima che nel 1910 il territorio posto all’estremo Sud del Continente Nero venisse annesso al “Commonwealth britannico” sotto la denominazione di Unione Sudafricana.

Proprio a tale periodo risale la prima partita di Rugby tra le due Nazionali, disputatasi l’8 dicembre 1906 a Londra, nell’impianto del Crystal Palace gremito da ben 40mila (!!) spettatori, e conclusasi con un salomonico pareggio per 3-3, con la prima, storica meta realizzata per gli Springbocks da tale Billy Millar, poi imitato nella ripresa dall’ala inglese Freddie Brooks.

I contrasti interni al Paese tra la comunità boera di origine olandese e gli occupanti britannici – nel mentre a rango di emarginate sono le etnie nere – non favoriscono certo, oltre che per l’ovvia distanza tra i due Paesi, i rapporti sportivi, tant’è che sino alla fine del secondo conflitto mondiale i due XV si sfidano solo altre due volte, ed in entrambi i casi sono i sudafricani ad avere la meglio, allorché espugnano il tempio di Twickenham sia il 4 gennaio 1913 imponendosi per 9-3 che il 2 gennaio 1932 con un 7-0 costituito, con la meta ad aver assunto il valore di 4 punti, da una conclusione oltre le linee di Ferdie Bergh e da un drop dell’estremo Gerry Brand.

A conclusione degli eventi bellici, con le elezioni del 1948 sale al potere il Partito Nazionale di rappresentanza boera, con conseguente proclamazione della Repubblica del Sudafrica, ma la sua politica di segregazione razziale (nota con il triste appellativo di apartheid …), fa sì che la Nazione – dopo che nel consueto match di inizio anno gli Springbocks avevano confermato la loro superiorità con altre due vittorie a Twickenham per 8-3 il 5 gennaio 1932 e per 5-0 il 7 gennaio 1961 – venga espulsa dal Commonwealth, con le possibilità di incontri tra le due formazioni vieppiù a diradarsi a dispetto del miglioramento delle comunicazioni intercontinentali …

Ed è così che, sino alla liberazione del leader dell’ANC (“African National Congress”) Nelson Mandela, avvenuta l’11 febbraio 1990, le due Nazionali hanno modo di affrontarsi non più che in quattro occasioni nell’arco di 30 anni, con l’Inghilterra a cogliere la prima vittoria il 20 dicembre 1969 quando sono ben 62mila gli spettatori che assistono alla rimonta del XV della Rosa che, sotto 3-8 all’intervallo, si aggiudica infine l’incontro per 11-8, per poi replicare tale successo anche in territorio avverso, ovvero il 3 giugno 1972 allo “Ellis Park” di Johannesburg con un convincente 18-9 grazie alla giornata di grazie al piede dell’estremo Sam Doble, il quale centra in quattro occasioni i pali su calci piazzati e trasforma l’unica meta di giornata, realizzata dall’ala Alan Morley.

Con il successivo decennio caratterizzato dal solo Tour inglese in Sudafrica a giugno 1984 e concluso con due cocenti sconfitte – 15-33 il 2 giugno a Port Elizabeth e 9-35 una settimana dopo a Johannesburg, con gli Springbocks a violare in ben 6 occasioni la linea di meta avversaria – le relazioni tornano ad essere normali a seguito dell’abolizione del regime di apartheid nel Paese e l’elezione di Nelson Mandela a Presidente della Repubblica al termine di elezioni democratiche svoltesi il 27 aprile 1994, così che la Nazionale può essere riammessa a tutte le grandi Manifestazioni internazionali a cominciare proprio dall’organizzazione della terza edizione dei Campionati Mondiali di Rugby dal 25 maggio al 24 giugno 1995 …

E se, sino ad inizio anni ’90, il bilancio delle sole 9 sfide tra le due formazioni aveva visto il Sudafrica imporsi in 6 occasioni a fronte di due successi inglesi, oltre al già citato pareggio nella gara inaugurale, le ulteriori 33 volte che i due XV si sono affrontate confermano questo livello di superiorità, anche se più ridotto, visto che il margine a favore degli Springbocks è di 19 vittorie rispetto a 13 sconfitte, con un solo altro pareggio.

Ma visto che i due Paesi fanno parte di due emisferi opposti, 29 di questi incontri non sono stati altro che “Test match” (termine che in gergo rugbistico sta a significare gare ufficiali ma senza titoli in palio …), mentre con l’introduzione della ricordata Coppa del Mondo – che il Sudafrica si aggiudica nel 1995 e nel 2007, mentre l’Inghilterra è la sola formazione europea ad aver sollevato la William Webb Ellis Cup nel 2003 – le due formazioni hanno avuto modo di affrontarsi a tale livello in quattro occasioni, con la quinta ad andare in scena domani pomeriggio 2 novembre 2019 alle ore 18,00 locali (le 10 del mattino in Italia), con gli Springbocks a cercare di eguagliare i tre titoli sinora conquistati dalla Nuova Zelanda e l’Inghilterra a sperare di ripetere l’impresa del 22 novembre 2003, allorché un drop di Jonny Wilkinson a conclusione dei supplementari consente di superare 20-17 a Sydney i padroni di casa australiani …

Ammesso, come ricordato, per la prima volta alla Coppa del Mondo nel 1995, il Sudafrica sfrutta al meglio l’occasione per dare al Mondo un’immagine diversa di sé, ivi compresa la presenza di Chester Williams, unico giocatore di colore sceso in campo nella vittoriosa Finale per 15-12 sulla Nuova Zelanda.

Ed è così che, da Campioni in carica, gli Springbocks si presentano quattro anni dopo in Europa per difendere il titolo, superando agevolmente il Girone eliminatorio per poi affrontare, nei Quarti, l’Inghilterra il 24 ottobre 1999 allo “Stade de France” di Parigi Saint-Denis nella prima sfida a livello iridato …

Incontro che vede il XV del nuovo Commissario Tecnico Clive Woodward tenere bene il campo nel corso della prima frazione di gioco, costringendo i sudafricani a concedere piazzati che vedono il piede educato del mediamo di apertura Paul Grayson centrare i pali per un vantaggio di 12-6 a metà primo tempo che però si dimostra l’unico dell’incontro, in quanto già prima dell’intervallo una meta del Capitano Joost van der Westhuizen trasformata dal mediano di apertura Jannie de Beer manda le squadre al riposo con gli Springbocks avanti per 16-12 …

Ad inizio ripresa, il “botta e risposta” tra Grayson e de Beer fa sì che il punteggio resti in bilico sino al 25-21 prima che due drop del mediano sudafricano scavino quel solco che, tra ulteriori piazzati in mezzo ai pali e la meta dell’ala Pieter Rossouw nei minuti di recupero, fissino il risultato su di un pesante 44-21 che determina l’uscita dell’Inghilterra dal Torneo, pur se anche gli Springbocks si fanno sorprendere (21-27) dall’Australia in semifinale, per poi concludere al terzo posto superando 22-18 la Nuova Zelanda.

Per l’Inghilterra, la rivincita non tarda a presentarsi, allorché nella successiva edizione che si svolge in Australia dal 10 ottobre al 22 novembre 2003 le due formazioni sono inserite nello stesso Girone eliminatorio, ed 18 ottobre sono chiamate ad affrontarsi al “Subiaco Oval” di Perth di fronte a quasi 39mila spettatori …

E’, quella, la miglior Inghilterra vista ai Mondiali, potendo soprattutto contare su di un Jonny Wilkinson al top della condizione – non a caso “Top Scorer” del Torneo con 113 punti – la cui infallibile precisione fa sì che, dopo un primo tempo chiuso sul 6-6 grazie a due piazzati (Wilkinson ed il suo omologo Louis Koen per il Sudafrica …) a testa, nella ripresa i drop del mediano di apertura inglese ed una meta di Will Greenwood costringano gli Springbocks alla resa con un 25-8 conclusivo che spiana ai sudditi di Sua Maestà la strada verso la conquista del titolo.

Un sorteggio capriccioso fa sì che anche quattro anni dopo, nell’edizione della Rassegna Iridata organizzata dalla Francia dal 7 settembre al 20 ottobre 2007, le due Nazionali siano inserite nello stesso raggruppamento, così come che il confronto diretto abbia nuovamente come scenario lo “Stade de France”, con peraltro un esito quanto mai umiliante per i Campioni in carica, che se ne escono con le ossa rotte, come testimonia il di poco imbarazzante 36-0 loro rifilato dagli Springbocks, capaci di andare tre volte in meta e perfettamente assistiti dalla precisione al piede dell’estremo Percy Montgomery, esente da errori sia nelle relative trasformazioni che sui quattro piazzati avuti a disposizione …

Ma, mentre il Sudafrica prosegue il proprio cammino verso la Finale senza ostacoli (37-20 alle Fiji nei Quarti e 37-13 all’Argentina in semifinale …), ecco che l’Inghilterra miracolosamente si ritrova, grazie soprattutto al recupero di Wilkinson assente contro gli Springbocks, così da eliminare 12-10 l’Australia nel Quarti e 14-9 la Francia in semifinale, circostanza che fa sì che le due formazioni si ritrovano a disputarsi il titolo il 20 ottobre 2007 davanti ad oltre 80mila spettatori, con ad ospitare l’evento ancora lo “Stade de France” di Parigi Saint-Denis …

Non siamo a conoscenza quanto valga l’aspetto scaramantico per i giocatori britannici, ma certo tornare nuovamente a scendere in campo sul terreno di gioco che li ha visti per due volte duramente sconfitti non deve essere stato il massimo dal punto di vista psicologico, anche se, come spesso accade in Finale, gli spazi per gli opposti attacchi sono alquanto ridotti ed a far la differenza sono i rispettivi pacchetti di mischia e, conseguentemente, la precisioni dei deputati alla trasformazione dei calci piazzati …

E se, quattro anni prima in Australia, era stato Wilkinson il principale protagonista del successo inglese, tocca stavolta a Montgomery assumere un tale ruolo, risultando con 105 punti il “Top Scorer” del Torneo – così come l’ala sudafricana Bryan Habana colui che realizza il maggior numero di mete con 8 – e confermandosi anche all’atto conclusivo, con quattro piazzati a centrare i pali su altrettanti tentativi (ed un quinto messo a segno da François Steyn …), rispetto alle sole due occasioni avute a disposizione da Wilkinson che, pur non fallendole entrambe, può solo limitare il passivo dei suoi ad un più onorevole 6-15, con la curiosità per gli Springbocks di essersi aggiudicati due Finali mondiali senza aver realizzato alcuna meta.

Quella dello “Stade de France” rappresenta l’ultima occasione in cui le due formazioni si sono incontrate nella Rassegna Iridata, visto che nel 2011 in Nuova Zelanda entrambe vengono eliminate ai Quarti, mentre l’edizione 2015 rappresenta la maggior umiliazione per l’Inghilterra nella Manifestazione, unica volta in cui non riesce a superare il Girone eliminatorio (ancorché, per onestà, comprendente Australia e Galles …), oltretutto in qualità di Paese organizzatore, con il Sudafrica viceversa a conquistare il terzo posto dopo la sconfitta per 18-20 contro gli All Blacks in semifinale.

E domani, con ad ospitare l’evento conclusivo essere lo “International Stadium” di Yokohama – impianto che nel 2002 vide disputare la Finale dei Campionati Mondiali di Calcio tra Brasile e Germania – l’Inghilterra, sinora imbattuta nel Torneo e che, nella fase ad eliminazione diretta, ha superato le altre due compagini dell’emisfero australe, ovvero l’Australia (40-16) nei Quarti e la Nuova Zelanda (19-7) in semifinale, avrà l’occasione per dimostrare come, salvo che allo “Stade de France”, gli Springbocks possano essere alla loro portata nella Rassegna Iridata …

A questo punto, non resta che attendere le ore 10:00 di domattina e gustarci l’attesa Finale …

FRANCIA-INGHILTERRA ED UNA RIVALITA’ INFINITA ANCHE OLTRE I CONFINI EUROPEI

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Una fase della semifinale Francia-Inghilterra ai Mondiali 2003 – da:theguardian.com

Articolo di Giovanni Manenti

Fortunatamente, non siamo più in epoca medievale, in cui Francia ed Inghilterra dettero vita alla “Guerra dei Cent’Anni” (in realtà durata ben 116, dal 1337 al 1453, ma è indubbio che tra le due Nazioni sia sempre in vigore una malcelata rivalità che, spostandosi in ambito sportivo, trova la sua massima espressione nel Calcio e nel Rugby .

E se, per quel che concerne il Football, i transalpini sono riusciti negli ultimi 30 anni a superare i cosiddetti “Maestri” d’Oltremanica, potendo vantare due titoli iridati ed altrettanti continentali a fronte della sola affermazione inglese nell’edizione dei Mondiali ’66 disputati a casa propria, allorché si tratti della palla ovale, il bilancio pende, pur se non di molto, a favore del “XV della Rosa” ….

Se, difatti, l’Inghilterra ha un netto vantaggio (28 vittorie a 17) nell’ambito del prestigioso Torneo del “Cinque Nazioni – poi allargato anche all’Italia dall’inizio del nuovo secolo – occorre precisare come la Francia abbia partecipato ad un numero minore di edizioni (assente dal 1883 al 1909 e dal 1932 al 1939), così che la percentuale di vittorie dei britannici è pari al 22,95% rispetto al 19,32% dei “Galletti”.

Ma, da 30 anni a questa parte, la sfida tra le due migliori formazioni del Vecchio Continente si è spostata su di un altro livello, ovvero nell’ambito della Coppa del Mondo che ha visto la prima edizione svolgersi nel 1987 in Oceania, Manifestazione in cui si sono sinora affrontate in 5 occasioni sulle otto possibili …

E, del resto, che Francia ed Inghilterra siano le due rappresentative europee di maggior lignaggio lo dimostra il fatto che, a differenza di Galles, Scozia ed Irlanda, sono le uniche ad aver raggiunto, per tre volte a testa, la Finale di tale competizione, con la sola, non trascurabile differenza, che i sudditi della Regina sono riusciti ad alzare il Trofeo nel 2003 (unica formazione del Vecchio Continente ad aver sinora compiuto una tale impresa …) a fronte di due sconfitte nel 1991 e 2007, mentre i transalpini hanno solo sfiorato il titolo, cedendo in Finale alla Nuova Zelanda nell’edizione inaugurale e nel 2011 ed all’Australia nel 1999.

Di contro, la Francia può vantare il fatto di essere l’unica formazione europea ad avere sempre raggiunto almeno i Quarti di finale in ogni edizione sin qui disputata, avendo al suo attivo anche un terzo posto nel 1995, proprio a spese dell’Inghilterra, mentre quest’ultima ha fallito clamorosamente un tale traguardo oltretutto in veste di Paese organizzatore nel 2015, pagando a carissimo prezzo la sconfitta (25-28) subita contro il Galles nel Girone eliminatorio che comprendeva anche l’Australia …

Peraltro, le riferite cinque sfide andate in scena durante la Rassegna Iridata, hanno sempre avuto la caratteristica del “win or die” (“vincere o morire”, per usare un termine caro agli anglosassoni …), ovvero svoltesi nell’ambito della Fase ad eliminazione diretta, dato che mai, sino all’edizione attualmente in corso in Giappone, le due formazioni erano state inserite in uno stesso raggruppamento …

Ma, a fare giustizia del sorteggio – che prevedeva anche la presenza dell’Argentina, terza nel 2007 e quarta nel 2011 – così da formare il classico “Girone di Ferro”, vi ha pensato il tifone che ha determinato la cancellazione del Match in programma quest’oggi alle ore 17:15 locali, assegnando ad entrambe le squadre due punti a testa, così da mantenere l’Inghilterra vincitrice del Girone, con la Francia seconda, ma che avrebbe invertito i ruoli in caso di vittoria.

Tale decisione comporta altresì che, inserite in due diverse parti del Tabellone ad eliminazione diretta, le due “rivali storiche” potranno incontrarsi solo ed esclusivamente in una eventuale Finale, difficile che ciò possa avverarsi, ma che quantomeno renderebbe giustizia alla mancata disputa del riferito incontro …

Fatta una tale premessa, andiamo a ripercorrere quelle che sono state le ricordate sfide in sede mondiale tra i due XV, saltata nell’edizione inaugurale, in cui, come riferito, la Francia raggiunge l’atto conclusivo dopo una stupenda vittoria in semifinale per 30-24 sull’Australia, mentre l’Inghilterra esce ai Quarti, eliminata ancora (16-3) per mano del Galles.

Trasferitisi quattro anni dopo in Europa, per un Torneo organizzato da tutti e cinque i Paesi partecipanti al “Cinque Nazioni”, l’Inghilterra giunge seconda nel proprio Girone, alle spalle dei Campioni uscenti della Nuova Zelanda (da cui è sconfitta 12-18 nel confronto diretto …), mentre la Francia va sul velluto nel suo raggruppamento, così che il primo appuntamento in sede iridata ha luogo il 19 ottobre 1991 al “Parc des Princes” di Parigi, davanti ad oltre 45mila spettatori che non attendono altro che vedere i loro beniamini proseguire nella competizione …

Che vi siano dei “conti da regolare” tra i rispettivi schieramenti lo si intuisce sin dalle prime schermaglie e, dopo un vivace testa a testa tra Skinner e Champ, è quest’ultimo, assieme all’estremo Serge Blanco, ad assestare un paio di diretti in faccia all’ala inglese Heslop, che il direttore di gara neozelandese David Bishop punisce con un semplice calcio di punizione, che l’estremo Jon Webb si incarica di piazzare in mezzo ai pali, per poi ripetersi 3’ dopo per un placcaggio irregolare del n.8 transalpino Cecillon, così che l’Inghilterra si trova sul 6-0 dopo appena 10’ di gioco …

Vantaggio degli ospiti a cui, nel primo tempo, la Francia oppone solo due piazzati a segno da parte del mediano di apertura Thierry Lacroix, dopo che l’Inghilterra era però riuscire a violare la linea difensiva avversaria grazie a Rory Underwood, bravo a finalizzare una devastante percussione di Jerry Guscott per una meta che, sia pur non trasformata, manda le squadre al riposo sul punteggio di 10-6 per gli inglesi, dato che, all’epoca, la meta vale ancora 4 punti invece dei 5 odierni …

Meta che i padroni di casa restituiscono dopo poco più di 10’ dall’inizio della ripresa, per merito del mediano di mischia Fabien Galthie che recupera una palla vagante nell’area di meta per offrire all’ala Jean-Baptiste Lafond un assist semplicemente da depositare nell’angolo sinistro dell’attacco francese per i punti del pari sul 10-10 visto che, anche in questo caso, la trasformazione non va a buon fine …

Con una sfida su di un piano di perfetto equilibrio, lo stesso si sblocca a soli 5’ dal termine, dopo che sia Webb che Rob Andrew non avevano centrato i pali su due calci di punizione, allorché stavolta il piede di Webb non trema nel trasformare un piazzato da poco oltre la metà campo, per poi toccare al Capitano Will Carling mettere il punto sulla contesa trascinando l’ovale oltre la linea di meta a tempo scaduto, per la successiva trasformazione di Webb per il 19-10 conclusivo che schiude all’Inghilterra le porte delle semifinali.

Dopo aver avuto la meglio per 9-6 in un match più combattuto che bello contro la Scozia, gli inglesi si arrendono nella Finale di Twickenham, sconfitti 6-12 dall’Australia di Michael Lynagh e David Campese, per poi darsi appuntamento per la rivincita coi transalpini quattro anni dopo in Sudafrica, con la Nazionale ospitante alla sua prima partecipazione ai Mondiali dopo l’avvenuta cessazione del regime di apartheid a lungo vigente nel Paese …

Nell’emisfero australe, Francia ed Inghilterra si confermano le migliori formazioni del Vecchio Continente raggiungendo entrambe le semifinali, per poi non riuscire a progredire ed evitare quella che per tutti era la “Finale annunciata”, ovvero la sfida tra gli Springbocks padroni di casa ed i favoriti All Blacks, trascinati dalla stella Jonah Lomu, un gigante di m.1,96 per 120kg., della cui potenza fa le spese la difesa inglese, travolta da quattro sue mete per un umiliante 45-29 conclusivo, “addolcito” solo nella ripresa, visto che al rientro delle squadre negli spogliatoi per l’intervallo la Nuova Zelanda era avanti per 25-3 …

Sicuramente molto più onorevole la sconfitta per 15-19 della Francia opposta ai padroni di casa su di un terreno a limiti della praticabilità per un abbondante temporale, e con il dubbio di una meta negata ai transalpini proprio in finale di gara, una superiorità che “Les Bleus” ribadiscono nella Finale per il terzo posto, dove l’equilibrio regnato fino all’ora di gioco viene rotto da una meta di Olivier Roumat e quindi, proprio in chiusura, toccare all’ala Emile Ntamack arrotondare, con una seconda meta, il punteggio sul 19-9 conclusivo, che restituisce pari pari la sconfitta di Parigi del 1991.

Confronto che viene a mancare quattro anni dopo in Europa, per “colpa” dell’Inghilterra che, ancora una volta inserita nel Girone eliminatorio con la Nuova Zelanda, ne viene sconfitta 16-30, così da ritrovarsi opposta ai Campioni in carica del Sudafrica ai Quarti, rimediando una ancor più pesante debacle (21-44), mentre la Francia compie l’impresa di essere la prima Nazione del Vecchio Continente a sconfiggere gli All Blacks ai Mondiali, superandoli per 43-31 con una clamorosa rimonta dopo essere stati sotto per 10-24 al 6’ della ripresa …

Particolare curioso, i transalpini raggiungono per la seconda volta la Finale (peraltro venendo nettamente sconfitti 12-35 dall’Australia …) nelle due edizioni in cui non hanno incrociato i tradizionali rivali, evento che, viceversa, avrà modo di ripetersi nei successivi tre Tornei del nuovo Millennio.

Ed è indiscutibile che la sfida più importante in assoluto tra quelle sinora andate in scena nel corso della Rassegna Iridata sia quella disputata il 16 novembre 2003 al “Telstra Stadium” di Sydney davanti ad oltre 82mila spettatori, in quanto chiamata a decidere a quale, delle due compagini del Vecchio Continente, sarebbe toccato sfidare per l’assegnazione del titolo, sei giorni dopo, i padroni di casa dell’Australia che, 24 ore prima, si erano aggiudicati per 22-10 il “Derby dell’Oceania” contro gli All Blacks …

E’ un periodo di gran splendore dei rispettivi schieramenti, avendo la Francia completato il “Grande Slam” nell’aggiudicarsi il “Sei Nazioni” 2002, imitata dall’Inghilterra nell’edizione successiva, ed altresì giunte a questo punto del Torneo da imbattute e con grande dimostrazione di superiorità, acclarata da parte del “XV della Rosa” con il largo successo per 25-6 sul Sudafrica nel Girone eliminatorio, nel mentre i transalpini sommergono l’Irlanda nei Quarti andando quattro volte in meta per un eloquente 43-21, frutto del parziale di 27-0 con cui le due squadre erano andate al riposo.

L’Inghilterra, viceversa, aveva sfatato, non senza qualche apprensione di troppo, il “tabù Galles” potendo fare affidamento sul piede magico del proprio mediano di apertura Jonny Wilkinson, che centrando i pali con 6 calci piazzati ed un drop, oltre che a trasformare la fondamentale meta di William Greenwood ad inizio ripresa, ribalta l’iniziale vantaggio dei “Dragoni” – andati al riposo sul 10-3 a proprio favore frutto di due mete di Steve Jones e Charvis – per il 28-17 definitivo …

Ed anche nello scontro diretto, a fare la differenza è la precisione al piede di Wilkinson, che oltre a trasformare 5 calci di punizione, sfrutta al massimo la propria abilità di finalizzare le azioni offensive dei suoi che, incapaci di sfondare il muro difensivo francese, affidano al suo sinistro chirurgico l’esecuzione di ben 3 drop vincenti (suo massimo in carriera per singolo incontro …) che rendono vana l’unica meta dell’incontro realizzata da Serge Betsen in apertura di gara e trasformata dal mediano d’apertura Frederic Michalak per l’effimero vantaggio di 7-3, poi trasformatosi nel successo britannico per 24-7.

Un Wilkinson che poi, in Finale contro l’Australia, sarà autore, all’ultimo minuto dei tempi supplementari, dello “storico” drop (l’ottavo del Torneo …) che certifica il trionfo inglese per 20-17, primo e sinora unico successo di una formazione del Vecchio Continente, nel mentre la sfida tra le deluse Francia e Nuova Zelanda valevole per il terzo posto arride a quest’ultima per un 40-13 caratterizzato da ben 6 mete.

Detentrice del Trofeo e chiamata ad onorare la sua posizione di Campione in carica, l’Inghilterra non appare nelle migliori condizioni nel Girone eliminatorio dei Mondiali 2007, dove subisce un umiliante 0-36 da parte del Sudafrica, mentre ancor peggio è la situazione della Francia, organizzatrice del Torneo e che viene viceversa sorpresa nel match inaugurale dalla crescita esponenziale del Rugby argentino – che porta la rappresentativa sudamericana ad essere ammessa nel 2012 a partecipare al “Tri Nations” con le altre formazioni dell’emisfero australe per dar vita al ”Rugby Championship” – con i “Pumas” ad imporsi per 17-12 grazie alla precisione di Felipe Contepomi, capace di trasformare quattro dei sei calci piazzati a sua disposizione …

Un inizio così titubante sembra il preludio a che le due migliori formazioni europee debbano svolgere il ruolo di “vittime sacrificali” nei Quarti di finale, rispettivamente opposte ad Australia per il “remake” della Finale 2003 ed alla Nuova Zelanda, viceversa fornendo due clamorose sorprese …

L’auspicata rivincita da parte dei Wallabies di Gregan e Mortlock, difatti, non si concretizza, pur se l’ala Tuqiri replica la meta che aveva aperto l’atto conclusivo a Sydney quattro anni prima, ma Wilkinson non ha ancora perso la buona abitudine di centrare i pali e le sue quattro trasformazioni sui sette tentativi avuti a disposizione sono sufficienti a capovolgere il pronostico per una quanto mai sudata vittoria inglese per 12-10, favorita, al contrario, da un solo piazzato tra i pali messo da Mortlock sulle quattro opportunità a proprio favore …

Ma ancor più sorprendente è l’impresa dei padroni di casa, che il 6 ottobre 2007 al “Millennium Stadium” di Cardiff si dimostrano nuovamente la “bestia nera” (è proprio il caso di dire …) degli All Blacks – grandi favoriti del Torneo e che nel Girone eliminatorio avevano realizzato 77 punti di media contro appena 9 subiti – ed anche stavolta ribaltando uno svantaggio di 3-13 all’intervallo per poi trovarsi ancora sotto 13-18 per la meta di So’oialo al 63’ su cui pesa come un macigno la mancata trasformazione di Luke McAlister, data l’avvenuta sostituzione di Dan Carter per infortunio …

Di tale errore approfitta il XV di Bernard Laporte – in carica dal 1999 ed alla sua ultima esperienza alla guida dei “Bleus” – per realizzare, 6’ dopo, la meta del pareggio con Jauzion, ben lanciato da una percussione di Michalak, pur con il sospetto di un “passaggio in avanti” in avvio di azione, con il piede di Elissalde a non tremare per i due punti aggiuntivi che fissano il risultato finale sul 20-18 che certifica altresì l’unica eliminazione al Quarti dei neozelandesi nella Storia della Manifestazione …

Con inoltre la novità di vedere una sola delle “Big Three” dell’emisfero australe in semifinale – evento verificatosi solo in detta edizione – le rinfrancate Francia ed Inghilterra si danno appuntamento, il 13 ottobre 2007, per l’attesa rivincita, da parte transalpina, della semifinale di quattro anni prima a Sydney, potendo stavolta contare sul vantaggio del fattore campo, svolgendosi l’incontro allo “Stade de France” di Parigi Saint-Denis (che nove anni prima aveva incoronato la Francia Campione del Mondo di Calcio …), di fronte ad oltre 80mila spettatori …

Sfida che non si mette bene per i padroni di casa, con l’ala inglese Josh Lewsey a sfruttare, dopo meno di 2’, un errato recupero dell’ovale da parte dell’estremo francese Damien Traille per schiacciare in meta all’altezza della bandierina, per un vantaggio poi neutralizzato da due piazzati in mezzo ai pali del mediano di apertura Lionel Beauxis che consentono ai transalpini di andare al riposo sul 6-5 a proprio favore.

Ma le speranze di vendicare la sconfitta di Sydney, incrementate dal terzo centro (su altrettanti tentativi …) di Beauxis in avvio di ripresa, vengono mortificate dalla presenza di Wilkinson che, dopo aver a propria volta riportato avanti i suoi 11-9 con due calci di punizione, il secondo dei quali a 5’ dal termine, cava dal cilindro la “specialità della casa”, ovvero il micidiale drop che, 3’ dopo, pone fine alla contesa per il 14-9 conclusivo.

E se, per la seconda volta consecutiva, l’aver battuto la Francia significa accesso alla Finale – nel mentre i transalpini replicano il quarto posto australiano venendo nuovamente sconfitti dall’Argentina per 34-10 nel match per il bronzo – stavolta per l’Inghilterra l’esito è diverso poiché, chiamati ad affrontare ancora il Sudafrica, riescono solo a rendere più incerta la sfida, decisa solo dai calci piazzati dove il protagonista è l’estremo degli Springbocks Percy Montgomery, il quale centra i pali in tutte e quattro le occasioni a sua disposizione, cui ne aggiunge una quinta François Steyn, mentre Wilkinson può opporre le sole sue due trasformazioni per il 15-6 che incorona per la seconda volta il Sudafrica sul tetto del Mondo.

Eccoci, dunque, all’ultimo atto del nostro racconto, trasferendoci in Nuova Zelanda per l’edizione 2011 che, nelle speranze degli organizzatori, dovrà vedere gli All Blacks tornare ad alzare la “William Webb Ellis Cup” a distanza di 24 anni dal primo, e sinora unico, successo …

E, tanto per scaricare la tensione, i padroni di casa sono inseriti nello stesso Girone eliminatorio della Francia, il cui tabù viene scacciato con ben 5 mete per un 37-17 che non depone certo a favore della buona condizione dei “Bleus, i quali rischiano una clamorosa eliminazione con la sconfitta per 14-19 subita contro Tonga al turno successivo dovendo solo ringraziare il Canada che aveva superato gli isolani 25-20, così qualificandosi per i Quarti solo in virtù dei punti di bonus …

Più autorevole il percorso dell’Inghilterra che, inserita in un raggruppamento con Argentina e Scozia, supera entrambe per 13-9 e 16-12, così da concludere il Girone al primo posto ed essere abbinata nei Quarti alla Francia, proprio come avvenuto nella prima occasione, a Parigi nel 1999 …

Scesi in campo con i favori del pronostico – dato anche il successo per 17-9 fatto registrare a fine febbraio nel “Sei Nazioni” – l’Inghilterra subisce al contrario l’aggressività e la velocità transalpina, tanto da essere talmente tramortita da andare al riposo senza aver segnato neppure un punto, a dispetto dei due piazzati in mezzo ai pali del mediano di mischia Dimitri Yachvili e delle due mete messe a segno dall’ala Vincent Clerc e dall’estremo Maxime Médard, dovendo ringraziare la mancata trasformazione delle stesse affinché il punteggio all’intervallo sia fermo ad un comunque quanto mai scoraggiante 0-16 …

Il tentativo di rimonta inglese si arena sulla meta dell’estremo ben Foden al 15’ della ripresa, ancorché trasformata da Wilkinson, visto che un drop del subentrato François Trinh-Duc ad 8’ dal termine spenge le residue velleità britanniche, e la meta in chiusura dell’ala Mark Cueto serve solo a ridurre il passivo ad un 19-12 che manda, contro ogni pronostico, la Francia in semifinale.

Che la buona sorte veda ora di buon occhio i transalpini lo conferma l’esito della semifinale contro il Galles, con questi ultimi a restare con un uomo in meno per l’espulsione del Capitano Sam Warburton dopo appena 18’ coi “Dragoni” in vantaggio per 3-0, così consentendo alla precisione del mediano di apertura Morgan Parra di costruire un vantaggio di 9-3, difeso con le unghie e coi denti per il 9-8 conclusivo dopo che una meta di Mike Phillips al 58’ aveva ridotto al minimo lo scarto …

Quasi un segno del destino, la Nuova Zelanda – facile vincitrice per 33-10 sull’Argentina ai Quarti e convincente nel 20-6 rifilato all’Australia in semifinale – si trova ancora a disputare la Finale proprio contro quella Francia con cui era scesa in campo per il titolo nell’edizione inaugurale, il 20 giugno 1987 ad Auckland, imponendosi con un largo 29-9 …

Lo scenario è il medesimo, ovvero lo “Eden Park” della Metropoli neozelandese, diversa l’affluenza di pubblico, con oltre 60mila spettatori ad assistere all’evento rispetto ai pochi più di 48mila di 24 anni prima, ma soprattutto diversi sono gli All Blacks, che, costretti a schierare come mediano di apertura – a causa degli infortuni del titolare Dan Carter e del suo sostituto Colin Slade – la terza scelta Aaron Cruden, perdono anch’egli dopo poco più di mezz’ora, rimpiazzato da Stephen Donald …

In una tale situazione di emergenza, la sola meta messa a segno da Tony Woodcock al 15’ per il 5-0 con cui le due squadre vanno al riposo non può certo essere un margine di sicurezza, pur se proprio Donald, in avvio di ripresa centra i pali con un piazzato per l’8-0 immediatamente annullato da una meta del Capitano francese Thierry Dusautoir (nominato “Man of the Match”) che, trasformata da Trinh-Duc, riduce il distacco ad un solo, misero punto che gli All Blacks difendono con tutte le loro forze sino al fischio finale, mentre i piazzati ed il drop tentati dal 25enne rimpiazzo di Parra, anch’egli costretto ad uscire dopo soli 23’ di gioco, vanno a vuoto, vedendo così svanire la più ghiotta occasione per i transalpini di laurearsi Campioni nella Storia della Manifestazione.

La “sfida nella sfida” tra Inghilterra e Francia, viceversa, vede al momento i britannici in vantaggio per 3 vittorie a due, essendosi affermati nelle due semifinali del 2003 e 2007 e nel Quarto di finale del 1991, nel mentre a favore dei rivali sono andate la Finale per il terzo posto in Sudafrica nel 1995 e l’ultimo incontro ai Quarti del Torneo 2011 …

Quest’oggi avremmo dovuto assistere al sesto confronto, ma forse è giusto così, Inghilterra-Francia non è degna di essere disputata in un Girone eliminatorio, incontro che avrebbe solo definito il primo posto nel raggruppamento, meritando un palcoscenico ben più nobile ed accattivante ….

Non crediamo che ciò possa avvenire nella corrente edizione, visto che si può verificare solo in Finale, ma dato che quattro anni fa, e proprio sul suolo inglese, per la prima volta il quadro di semifinaliste ha rispecchiato “The Rugby Championship”, con ad essersi qualificate le quattro partecipanti a tale Torneo, con netta vittoria (34-17) della Nuova Zelanda sull’Australia, hai visto mai …

MARTIN JOHNSON, IL CAPITANO CORAGGIOSO DEL XV DELLA ROSA

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Martin Johnson con la Coppa del Mondo 2003 – da:telegraph.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Nato in Inghilterra, dove nel 1871 assume i crismi dell’ufficialità grazie alla costituzione della “Rugby Football Union”, lo Sport della Palla Ovale viene poi esportato nei Paesi dell’ex Impero Britannico, in particolare Australia, Nuova Zelanda, Isole Fiji e Sudafrica, con il non trascurabile problema che, in breve, gli “Allievi superano i Maestri”, ovvero le Nazionali dell’emisfero australe si affermano come le più forti del Pianeta in tale disciplina …

Prova ne sia che, nelle 8 edizioni della Coppa del Mondo sin qui disputate – dal debutto in Oceania nel 1987 sino al 2015 nel Regno Unito – ben 7 volte a trionfare è stata una formazione australe, con la Nuova Zelanda a capeggiare tale graduatoria con 3 successi (1987, 2011 e ’15), seguita con due vittorie a testa da Australia (1991 e ’99) e Sudafrica (1995 e 2007) …

Potete pertanto immaginare sia quale importanza abbia rivestito per l’Inghilterra essere l’unica squadra del Vecchio Continente ad aggiudicarsi sinora il titolo iridato – oltretutto superando nella Finale del 2003 proprio i padroni di casa dell’Australia per 20-17 – che, soprattutto, l’orgoglio del Capitano del XV della Rosa a ricevere e sollevare al cielo la prestigiosa William Webb Ellis Cup, dal nome di colui che leggenda vuole abbia inventato il Rugby.

E, se tale onore doveva logicamente toccare a qualcuno, riteniamo che il destino non potesse scegliere soggetto più degno di Martin Johnson, colui che del ruolo di Capitano ha fatto la propria ragione di vita, sia a livello di Club che non solo di Nazionale, essendo stato difatti il primo giocatore a ricevere tale incarico nel guidare in ben due occasioni i “British Lions” nelle Tournée del 1997 in Australia e del 2001 in Sudafrica.

Johnson nasce il 9 marzo 1970 a Solihull, nella Contea di Warwick, secondo di tre fratelli di cui anche il più giovane, William, avrà modo di seguirne le orme pur non venendo mai convocato in Nazionale, per poi trasferirsi con la famiglia a Market Harborough, nella Contea di Leicester, all’età di 7 anni, dove inizia a prendere confidenza con la palla ovale, praticando però il Football americano piuttosto che il Rugby …

Caso vuole che a far propendere definitivamente Johnson verso lo Sport europeo sia un ex giocatore dei celebri All Blacks, Colin Meads, il quale, intuendone le potenzialità, lo invita ad un provino per i King Country – il Club per cui Meads aveva svolto l’intera sua carriera – al termine del quale il futuro Capitano inglese viene ingaggiato per disputarvi per un biennio la stagione australe dopo aver giocato nel Vecchio Continente coi Leicester Tigers …

Come in uno “Sliding Doors”, Johnson potrebbe essere divenuto lui stesso un perno della Nazionale neozelandese, visto che si innamora e si sposa in detto Paese, vestendo anche in un’occasione la maglia degli All Blacks Under 21, ma per fortuna del XV della Regina è proprio il desiderio della sua giovane consorte di stabilirsi nel Regno Unito che lo fa rientrare definitivamente in Inghilterra nel 1990 …

Presa definitiva confidenza coi suoi compagni di squadra a Leicester, a far tempo dal novembre 1991 Johnson forma assieme a Matt Poole una formidabile coppia di seconde linee da cui è molto problematico passare, cogliendo il suo primo successo di rilievo conquistando la Pilkington Cup ’93 grazie alla vittoria per 23-16 nella Finale disputata l’1 maggio a Twickenham contro gli Harlequins, alla quale contribuisce realizzando una meta, non proprio la specialità della casa.

Per Johnson – che aveva esordito in Nazionale il 16 gennaio di detto anno sostituendo Wade Dooley che si era infortunato durante il riscaldamento per il match d’esordio nel “Torneo del Cinque Nazioni” contro la Francia e vinto di misura (16-15) – il successo nella Coppa Anglo-gallese gli schiude le porte per la sua prima convocazione con i “British Lions” per la Tournée in Nuova Zelanda di fine giugno, in cui disputa due delle tre gare in programma, contribuendo al successo per 20-7 sugli All Blacks del 26 giugno per poi rimediare una severa sconfitta per 13-30 una settimana dopo …

Ma Johnson sta iniziando a farsi un nome nel panorama del Rugby britannico e, dopo essersi preso la rivincita sui neozelandesi superandoli 15-9 a Twickenham a fine novembre, il successivo biennio rappresenta quello della sua definitiva consacrazione sia a livello di Club che di Nazionale …

Dopo aver, difatti, concluso a pari punti con il Galles (tre vittorie ed una sconfitta a testa) il “Cinque Nazioni” ’94, classificandosi secondo solo per una peggior differenza punti, Johnson conduce Leicester al successo nella Premiership ’95 con un record di 15 vittorie, un pari e due sole sconfitte, precedendo (31 punti a 27) i Campioni in carica di Bath, mentre a livello di Nazionale non salta un solo incontro dei 12 disputati nel corso del 1995.

Stagione che vede l’Inghilterra completare il “Grande Slam” nel “Cinque Nazioni” con largo margine (98 punti realizzati ed appena 39 subiti …), per poi accedere alle semifinali della Coppa del Mondo disputata in Sudafrica prendendosi la rivincita sui Campioni in carica australiani – sconfitti 25-22 ai Quarti dopo che quattro anni prima, nella Finale di Twickenham, si erano imposti per 12-6 – salvo soccombere di fronte all’inarrestabile forza fisica di Jonah Lomu, che con le sue quattro mete trascina gli All Blacks al successo per 45-29.

Inghilterra che si ripete nel “Cinque Nazioni” dell’anno seguente pur non completando il “Grande Slam” complice la sconfitta per 12-15 al “Parc des Princes” contro la Francia, mentre Johnson mette a segno la prima delle sue due uniche mete con la maglia della rosa nel test match del 23 novembre ’96 contro l’Italia, sconfitta per 54-21 a Twickenham.

Il 1997 è un anno importante per Johnson poiché, a dispetto del secondo posto nel “Cinque Nazioni” che si aggiudica la Francia a punteggio pieno, riceve l’onore di guidare, da Capitano, la selezione dei “British Lions” nella Tournée in Sudafrica contro i Campioni del Mondo, conclusa in modo trionfale grazie ai successi per 25-16 a Città del Capo e per 18-15 a Durban, contro la sola sconfitta (16-35) nel terzo match disputatosi a Johannesburg.

Replicata al “Cinque Nazioni” ’98 la veste di migliore delle formazioni del Regno Unito con la Nazionale – ma ancora una volta dovendosi arrendere (17-24) allo “Stade de France” ai transalpini che così completano il loro secondo “Grande Slam” consecutivo – Johnson, oramai sempre più indiscusso leader ad ogni livello, sia Leicester che Inghilterra così come i Lions, si avvia a consacrarsi nell’arco del suo “Quinquennio magico”, che lo vede primeggiare in ogni angolo del pianeta …

Dapprima, con l’unico Club di cui indossa la maglia in carriera e dopo essersi aggiudicato una seconda Pilkington Cup nel ’97 superando 9-3 nella Finale del 10 maggio a Twickenham, mette in fila una serie di quattro titoli consecutivi (1999-2002) della Premiership, eguagliando analoga impresa compiuta da Bath tra il 1991 ed il ’94, per poi, complice uno scandalo ai danni di Lawrence Dallaglio, ricevere il più grande onore per un giocatore, ovvero la fascia di Capitano della propria Nazionale, con cui debutta in tale veste il 26 giugno 1999, nel test match di Sydney contro l’Australia, sia pur concluso con una sconfitta per 15-22, dopo che il “Cinque Nazioni” era sfuggito all’ultima giornata per una sconfitta di misura (31-32) patita a Wembley contro il Galles.

Ancorché ricomposta la vicenda Dallaglio – poi scopertasi una montatura dei tristemente famosi Tabloid inglesi – il compito di guidare l’Inghilterra alla Coppa del Mondo ’99 spetta a Johnson, al quale non verrà più tolta la fascia sino a fine della sua esperienza in Nazionale (costituita da 39 occasioni, tuttora terzo Capitano di ogni epoca alle spalle di William Carling con 59 e Chris Robshow con 43 …), anche se tale Manifestazione vede ancora il XV della Rosa cedere di fronte alla sua “bestia nera” (in tutti i sensi …) Nuova Zelanda, con il secondo posto nel Girone eliminatorio che determina la sfida nei Quarti al Sudafrica, uscendone con le ossa rotte, visto la pesante (21-44) sconfitta subita.

Una delusione iridata ben presto superata con l’ingresso nel nuovo Millennio sia a livello di Nazionale – l’Inghilterra, difatti, che da novembre ’97 è passata sotto la guida di Clive Woodward, si aggiudica le edizioni 2000 (dove fallisce il “Grande Slam” a causa della sconfitta in Scozia all’ultimo turno …) e 2001 del rinominato “Sei Nazioni per l’allargamento anche all’Italia del Torneo – che personale, con la seconda selezione quale Capitano dei “British Lions” per il Tour in Australia, dove peraltro, dopo il successo per 29-13 nel match di apertura, la compagine britannica subisce due successive sconfitte (14-35 e 23-29) …

Ma, soprattutto, Johnson comanda da par suo i Tigers – oltre alla ricordata serie di successi in Premiership – sino a salire al vertice del Rugby europeo, aggiudicandosi due “Heineken Cup” consecutive – così chiamata dal nome dello Sponsor, ma in realtà trattasi della “European Rugby Champions Cup”, l’equivalente della Champions League del Calcio – impresa eguagliata da un Club inglese solo nel biennio 2016-’17 dai Saracens.

La prima Finale si svolge il 19 maggio 2001 allo “Stade de France” di Parigi, avversari i padroni di casa dello Stade Français che si affidano esclusivamente al piede educatissimo dell’italoargentino Diego Domiguez, che con 5 piazzati in mezzo ai pali manda i suoi al riposo in vantaggio 15-9, per poi essere ancora lui, con altre 4 punizioni a segno, ad annullare le due mete inglesi per portare il punteggio sul 27 pari a tre minuti dal termine dell’incontro …

Allorché Dominguez completa la sua giornata di gloria con un drop per il 30-27 a favore dei transalpini, la replica del XV di Leicester porta Leon Lloyd (già autore di una meta ad inizio ripresa …) a perforare ancora la linea di difesa francese, per poi toccare a Stimpson mettere il punto esclamativo con la trasformazione che fissa nel 34-30 per i Tigers il risultato finale.

L’anno seguente, dopo un faticoso successo per 13-12 sui gallesi del Llanelli in semifinale, è il “Millennium Park” di Cardiff ad ospitare, il 25 maggio 2002, la Finale tutta britannica tra il Leicester e gli irlandesi del Munster, con entrambe le squadre capitanate dai rispettivi n.4, Johnson e Mick Galwey …

Meno emozionante della precedente stagione, anche stavolta però i Tigers faticano a carburare, e due piazzati del mediano di apertura Ronan O’Gara danno al Munster un iniziale vantaggio di 6-0, ridotto ad una sola lunghezza in forza della meta di Geordan Murphy (ironia della sorte, l’unico irlandese con la maglia di Leicester …) poco prima della mezzora di gioco …

Ed anche se, in avvio di ripresa, un’altra punizione tra i pali di O’Gara consente al Munster di allungare sino a 9-5 in proprio favore, essa rappresenta per loro il classico “canto del cigno”, visto che una seconda meta, realizzata da Austin Healey e stavolta trasformata da Stimpson, dà ai Tigers il vantaggio decisivo, poi consolidato da un piazzato dello stesso estremo per il 15-9 definitivo.

I più attenti lettori si saranno accorti che in entrambe le riferite Finali, i Tigers non hanno concesso alcuna meta ai loro rivali, a dimostrazione di come il lavoro delle seconde linee, coordinate dall’oramai 32enne Johnson, sia tale da lasciare ben pochi spazi alle iniziative avversarie …

Circostanza che non passa inosservata al Commissario tecnico Woodward, che, difatti, convoca per la Coppa del Mondo 2003 in Australia tutti e quattro i componenti la seconda e terza linea dei Tigers – ovvero Johnson, Ben Kay, Neil Back e Lewis Moody – oltre a Martin Corry quale riserva del terza linea centro (n.8) Dallaglio …

Ad un Johnson che ha già nel proprio Palmarès 5 titoli di Premiership, due Pilkington Cup ed altrettante Heineken Cup a livello di Club, nonché quattro edizioni del “Cinque/Sei Nazioni”, un eventuale trionfo con la Nazionale rappresenterebbe il modo migliore per concludere una a dir poco straordinaria carriera, nonché per sfatare il tabù che sinora vede le formazioni del Vecchio Continente incapaci di affermarsi rispetto alle corrispettive compagini australi …

E “L’Anno di Gloria” dell’Inghilterra si apre con il ritorno al “Grande Slam” nel “Sei Nazioni” (quinto successo personale per il Capitano …), con una dimostrazione di superiorità indiscutibile (173 punti realizzati contro appena 46 subiti …) che rappresenta una sorta di ideale “Prova Generale” in vista della Rassegna iridata, in programma dal 10 ottobre al 22 novembre 2003.

Superato senza eccessivi ostacoli il Girone eliminatorio – subendo due sole mete in quattro incontri e rifilando un significativo 25-6 al Sudafrica – l’Inghilterra deve affidarsi al magico piede di Jonny Wilkinson (Top Scorer del Torneo con 113 punti …!!) per aver ragione 28-17 di un brillante Galles nei Quarti, capace di violare per ben tre volte la linea di meta della formazione di Woodward, per poi regolare 24-7 in semifinale i “rivali storici” della Francia e quindi presentarsi, il 22 novembre 2003, all’appuntamento con la Storia a Sydney per affrontare i padroni di casa dell’Australia …

In ogni Sport di squadra che si rispetti, è risaputo che ben difficilmente la squadra organizzatrice di un Torneo Mondiale esce sconfitta qualora raggiunga la Finale, circostanza che sembra confermarsi non appena l’ala Tuqiri porta in vantaggio i Wallabies andando in meta dopo appena 6’ di gioco …

Ma è in casi come questo che la presenza di un “vero Capitano” può fare la differenza, in quanto Johnson – la cui sola presenza in campo fa sì che i compagni diano sempre il 110 per cento visto che è lui il primo a dare l’esempio – predica la calma, senza farsi prendere dalla bramosia di voler subito rimediare, costruendo la gara passo dopo passo, come una sorta di puzzle …

E così, dopo che Wilkinson ha centrato tre volte i pali su punizione, in chiusura di tempo Robinson “rende il favore” ai padroni di casa con una meta nell’angolo per il 14-5 con cui le due squadre vanno al riposo …

Difficile pensare ad un’Australia arrendevole e, difatti, nella ripresa, Johnson, Dallaglio & Co. faticano non poco ad arginare le folate offensive australiane, rimanendo costretti a concedere dei piazzati che l’altrettanto preciso Elton Flatley converte, compreso l’ultimo proprio allo scadere per il tripudio della parte australiana dei quasi 83mila spettatori presenti allo “Stadium Australia”, per il 14-14 che manda le squadre ai supplementari …

Partita per “uomini veri”, con Woodward ad inserire nei supplementari anche Moody per completare il quartetto dei Tigers a metà campo e, con gli attacchi di ambo le formazioni bloccati dalla fatica e dalla forza dei pacchetti avversari, a risolvere la questione, dopo un piazzato a segno per parte di Flatley e Wilkinson, è proprio quest’ultimo con un drop passato alla Storia e realizzato in chiusura del secondo tempo supplementare.

E così, a salire le scale della tribuna d’onore per ricevere la William Webb Ellis Cup, dopo due australiani, un neozelandese ed un sudafricano nelle precedenti edizioni, tocca stavolta a Martin Johnson, che con il successo di Sydney dice basta con la Nazionale, di cui ha indossato la maglia in 84 occasioni (all’epoca terzo nella “Graduatoria All Time”, preceduto solo da Jason Leonard e Rory Underwood …), con un record di 67 vittorie, 2 due pareggi e 15 sconfitte, ancor migliore se limitato alle sole gare del “Cinque/Sei Nazioni”, dove in 37 incontri ottiene 31 successi e solo 6 sconfitte …

Anche a livello di Club lo “score” non è niente male, visto che delle 139 gare di Premiership disputate coi Leicester Tigers, Johnson ne ha vinte 100, pareggiare 9 e perse 30, con la sola, piccola amarezza di non aver potuto dire addio al Rugby giocato come avrebbe voluto, ossia al pari di quanto avvenuto in Nazionale, visto che l’ultimo incontro giocato è la Finale della Premiership – che dal 2003 ha introdotto i Playoff – andata in scena il 14 maggio 2005 a Twickenham tra Leicester ed i London Wasps, che si affermano per 39-14, grazie ad una giornata di grazia dell’stremo neozelandese Mark Van Gisbergen, autore di ben 26 punti (una meta, tre trasformazioni e cinque piazzati …) …

Vabbè, buon vecchio Martin, è mancata la “ciliegina”, ma non si può certo dire che la torta della tua carriera non sia stata grande e, soprattutto, dolcissima …!!