DIEGO DOMINGUEZ, IL CECCHINO DEL RUGBY AZZURRO

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Diego Dominguez – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Inutile nasconderlo, la bellezza ed il fascino del rugby – capace di entusiasmare anche coloro che non sono addentro alle segrete cose di detta disciplina – è costituita dalla coralità del gioco, con quelle travolgenti azioni alla mano in cui l’ovale viene spostato alla massima velocità da una sponda all’altra del campo fino a che non venga trovato lo spiraglio giusto per superare la difesa avversaria e depositare la palla oltre la linea di meta, tant’è che la Federazione Internazionale ebbe – giustamente, a suo tempo – incrementato la validità di detta realizzazione, assegnandole 5 punti rispetto ai 4 precedenti.

Non sempre, però, ciò si rende possibile, in specie in gare equilibrate e decisive per l’assegnazione di un titolo, con i rispettivi pacchetti di mischia ben decisi a fronteggiarsi ed a non lasciare spazi agli avanti avversari, ed ecco che allora assume un ruolo spesso determinante la figura di un particolare “specialista” di cui ogni XV dispone, vale a dire il “calciatore”, colui che si incarica di trasformare le mete realizzate, indirizzare in mezzo ai pali le punizioni accordate dal direttore di gara, per non parlare del drop, il calcio di rimbalzo talmente importante da aver deciso ben due Finali mondiali, entrambe risolte ai tempi supplementari, e passate alla storia.

Chi non ricorda, difatti, il drop con cui, al 13’ dei tempi supplementari, il sudafricano Joel Stransky sentenzia i favoriti All Blacks mandando in delirio gli spettatori dell’Ellis Park di Johannesburg per consegnare, nel 1995, al proprio Paese una Coppa che valeva molto più di un semplice titolo mondiale, od ancora, il calcio stupendamente preparato e magistralmente realizzato dal mediano d’apertura inglese Jonny Wilkinson al 100’ di una stupenda Finale 2003 per sancire l’unica, sinora, vittoria di una squadra europea in Coppa del Mondo, tale da ammutolire il pubblico che assiepava le tribune dello ”Australia Stadium” di Sydney, nella speranza di vedere i Wallabies alzare per la terza volta al cielo la “William Webb Ellis Cup”.

E se, avere a disposizione un tale specialista risulta fondamentale per squadre di primissimo livello del Rugby mondiale, potrete ben capire quale sia l’importanza di un siffatto giocatore per formazioni di livello inferiore, le quali devono cercare di sfruttare ogni più piccola occasione per capitalizzare al massimo le minori opportunità che, fatalmente, hanno a disposizione quando devono affrontare i “Top XV” del Ranking mondiale.

Una di queste Nazioni a poter godere di un tale privilegio – per un periodo di ben 12 anni – è proprio l’Italia, e di questo deve ringraziare le origini, da parte di madre, che consentono all’argentino di nascita Diego Dominguez di optare per la divisa azzurra, pur dopo aver indossato, in due gare del Campionato sudamericano, la maglia biancoceleste dei Pumas.

Dominguez nasce a Cordoba, nella provincia omonima, il 25 aprile ’66 ed inizia a praticare lo “sport della palla ovale” nel Club “La Tablada”, mettendosi in luce tanto da essere convocato per le gare contro Cile e Paraguay del 10 e 12 ottobre ’89 valide per il Campionato Sudamericano, vinte entrambe sin troppo agevolmente dalla Nazionale argentina con gli inequivocabili punteggi di 36-9 e 75-7, ed in cui il “piede educato” di Dominguez si mette in evidenza siglando rispettivamente 16 (2 trasformazioni e 4 punizioni) ed 11 punti (4 trasformazioni ed una punizione).

L’opportunità per il XV azzurro di poter contare su tale fuoriclasse giunge con l’arrivo in Italia del mediano di apertura, tesserato nel ’90 dalla “Mediolanum Amatori” (poi rinominata “Milan Rugby” con l’ingresso nella “Polisportiva Milan” voluta da Silvio Berlusconi …), e dalla scoperta che la madre era nativa proprio del capoluogo lombardo, circostanza che consente a Dominguez di avere diritto alla cittadinanza italiana ed, una volta ottenutala, di poter scegliere la nostra Nazionale per la quale giocare.

L’apporto dell’italoargentino alle sorti del rugby meneghino è devastante, basti solo pensare che nelle sette stagioni trascorsi in Italia, l’Amatori – che dal 1988 al ’93 può contare anche sull’apporto dell’asso australiano David Campese – giunge in sei occasioni alla Finale Scudetto, vincendone quattro, sempre contro il Benetton Treviso, di cui le prime due (nel ’91 e ’93) con relativa facilità (37-18, con 26 punti di Dominguez, e 41-15, in cui i punti realizzati sono 20), mentre nelle ultime sfide, contro una formazione trevigiana che può contare su di un altrettanto straordinario fuoriclasse quale l’australiano Michael Lynagh, si assiste ad una vera e propria lotta all’ultimo calcio che li vede entrambi protagonisti.

A dimostrazione di quanto precisato in premessa, il match andato in scena l’8 aprile ’95 al “Plebiscito” di Padova, vede le due formazioni incapaci di andare in meta e, pertanto, il punteggio finale di 27-15 a favore dei milanesi è determinato proprio nella precisione dei calci, con Lynagh a realizzare tutti i punti dei suoi, convertendo in mezzo ai pali cinque calci piazzati, cui Dominguez risponde da par suo trasformando ben otto punizioni, cui si aggiunge un drop di Bonomi.

La sfida, manco a dirlo, si ripete esattamente un anno dopo, mutando solo lo scenario, che stavolta è il “Mario Battaglini” di Rovigo, e dimostra ancor di più l’importanza di Dominguez nell’economia della squadra, dato che i 6 punti di differenza tra le due squadre costituiti dal risultato finale di 23-17 derivano – dopo una meta a testa e quattro calci piazzati realizzati sia da Domiguez che da Lynagh – proprio da due drop che l’italoargentino mette a segno ad inizio ripresa, dando il via alla clamorosa rimonta di Milano, che aveva chiuso il primo tempo in svantaggio per 17-3.

Sin troppo ovvio che una siffatta potenzialità – Dominguez conclude la sua esperienza in Italia con 2.966 punti a suo favore, terzo di ogni epoca dietro ad Andrea Scanavacca con 3.368 e Stefano Bettarello con 3.206, ma con 17 e 18 stagioni, rispettivamente, disputate – rappresenti una sorta di benedizione per il Commissario Tecnico della Nazionale Bertrand Fourcade, il quale lo fa esordire il 2 marzo ’91 allo Stadio Flaminio di Roma, nel ruolo di tre quarti centro contro la Francia B (match perso dagli azzurri per 15-9), per poi inserirlo nella lista dei convocati per i Mondiali ’91 in Gran Bretagna dove l’Italia, inserita in un “Girone di ferro” assieme ai padroni di casa, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, può solo portare a casa la vittoria contro questi ultimi, non sfigurando comunque né contro gli inglesi (sconfitta per 6-36) che, soprattutto, contro i Campioni in carica degli All Blacks, da cui è superata per 31-21.

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Una trasformazione di Dominguez – da onrugby.it

Ed è anche grazie all’abilità – oltre che nei calci, anche nella visione di gioco, dato il suo ruolo di mediano di apertura – di Dominguez, che nel frattempo si è accasato oltralpe al celebre club francese dello Stade Français di Parigi, con cui conquista altri quattro titoli nazionali, che l’Italia cresce nella considerazione internazionale, tanto da ricevere l’onore di essere ammessa, con l’avvento del nuovo secolo, al prestigioso e più antico Torneo del mondo, vale a dire il “Cinque Nazioni”, ed a cui partecipa per la prima volta nel 2000.

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Dominguez in azione con lo Stade Français – da reuters.com

Ed un evento di tale spessore – “storico”, verrebbe da dire, se di tale termine non si abusasse sin troppo – deve essere festeggiato nel migliore dei modi, ed opportunità migliore non può esservi del match d’esordio, in programma il 5 febbraio 2000 in uno Stadio Flaminio gremito in tutti e 24mila posti a sua disposizione, contro la Scozia capitanata da John Leslie e reduce dall’onorevole (18-30) eliminazione contro la Nuova Zelanda nei quarti di finale della Coppa del Mondo ’99, edizione che, al contrario, risulta la peggiore disputata dall’Italia, che se ne torna a casa con tre pesanti sconfitte, tra cui un umiliante 101-3 subito dagli All Blacks.

Occorre quindi una prova d’orgoglio per gli azzurri – che, per l’occasione, vedono per la prima volta sedersi in panchina il nuovo tecnico, il neozelandese Brad Johnstone – e chi, se non il loro indiscusso leader, può trascinarli al successo con una prestazione “monstre” in cui, oltre alla conversione dell’unica meta italiana realizzata da De Carli, trasforma 6 calzi di punizione e mette a segno ben 3 drop, per un totale di 29 dei 34 punti realizzati dall’Italia contro i 20 dei rappresentanti delle “Highlands”, e che rappresentano il suo massimo in carriera per singolo incontro in maglia azzurra, soltanto eguagliato il 10 novembre 2001 nel “test match” contro le Isole Fiji, ma a fronte di un successo ben più eclatante, per 66-10.

Purtroppo, per il Rugby azzurro, le successive prove non confermano le buone indicazioni fornite al debutto, con una sola altra vittoria nelle successive tre edizioni del neonominato “Sei Nazioni”, ottenuta il 15 febbraio 2003 nel consueto scenario dello Stadio Flaminio di fronte al Galles ed in cui, come al solito, la differenza nel 30-22 conclusivo a favore dell’Italia – con tre mete realizzate per parte – la fa il piede radiotelecomandato di Dominguez, il quale, oltre all’avvenuta conversione delle mete, trasforma una punizione e mette a segno gli ultimi suoi due drop sul suolo italiano, prima di salutare il pubblico che lo ha tanto amato scendendo in campo, la settimana successiva, per la sua 74esima ed ultima presenza in azzurro contro l’Irlanda e persa nettamente per 37-13.

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Festeggiamenti per la vittoria 30-22 sul Galles – da gazzetta.it

Per capire sino in fondo l’impatto che Dominguez ha avuto sul Rugby, non solo italiano, bensì internazionale, basti pensare che è stato il primo giocatore in assoluto a superare la barriera dei 1.000 punti segnati in “test match”, concludendo la carriera – comprese le due gare disputate con la maglia dei “Pumas” argentini – a quota 1.010, circostanza che, peraltro, lo fa essere a tutt’oggi al quinto posto della Classifica assoluta “All Time”, preceduto da “Mostri sacri” quali il neozelandese Daniel Carter (primo con 1.598 punti), il già citato inglese Jonny Wilkinson (secondo a quota 1.179), l’irlandese Roman O’Gara (terzo con 1.083 punti) ed il gallese Neil Jenkins, che lo precede di soli 39 punti, a quota 1.049.

Che dite, penso che siate tutti d’accordo sul fatto che sarà anche entusiasmante il gioco alla mano, ma se non si ha un sapiente “calciatore”, difficilmente si vincono trofei

GLI STATI UNITI E QUELL’ORO OLIMPICO DEL RUGBY PRIMA DELL’ABOLIZIONE

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Il rugby alle Olimpiadi del 1924 – da en.espn.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Rispetto all’edizione di quattro anni prima ad Anversa, quando parteciparono solo Stati Uniti e Francia, il torneo di rugby alle Olimpiadi di Parigi del 1924 vede la presenza di una terza formazione, la Romania, che in realtà non ha particolari ambizioni e sul campo si rivela tutt’altro che competitiva, reduce oltretutto da un interminabile viaggio in treno in terza classe per poter essere presente all’evento a cinque cerchi.

Si giocano pertanto tre partite, dal 4 al 18 maggio, anticipo dei Giochi che avranno sviluppo nel mese di luglio, e lo Stadio di Colombes tiene a battesimo l’esordio della squadra transalpina, che proprio contro i rumeni si impone facilmente, 61-3, mettendo a referto ben tredici mete, di cui quattro di Adolphe Jaureguy, stella della squadra, e otto trasformazioni di Louis Beguet, che per l’occasione registra un record di punti che con la nazionale francese verrà battuto solo dal leggendario Guy Camberabero nel 1967.

Tocca poi agli americani sbarazzarsi agevolmente della Romania, 37-0 con quattro mete di Hyland, tre di Patrick e cinque trasformazioni di Doe, che aggiunge pure un calcio piazzato.

Così la finale, appunto il 18 maggio, vede ancora opposte Francia e Stati Uniti, che ovviamente si giocarono l’oro quattro anni prima, quando furono gli americani ad imporsi per 8-0. La Francia ha i favori del pronostico, sia perchè può giocare davanti al pubblico amico sia perchè è reduce da un Torneo delle Cinque Nazioni in cui ha battuto lo Scozia per poi perdere di misura gli altri tre incontri con Irlanda, Inghilterra e Galles. Jaureguy è la colonna di una squadra che ha in Marcel Lubin-Lebrere un altro giocatore di grande valore seppur costretto a competere con un occhio solo, perso in trincea durante la Prima Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti hanno una formazione che si compone quasi interamenti di rugbusti della Stanford University e proprio di questo loro amalgama gli americani si fanno forti.

Lo Stadio di Colombes accoglie più di 20.000 spettatori per un evento che si trasforma in una sorta di battaglia, sul campo e sugli spalti. Gli americani vengono sonoramente fischiati dopo che Jaureguy è stato abbattuto da un tackle durissimo ed è costretto ad uscire in barella con il volto sanguinante. Gli animi si accendono e nel secondo tempo dalle tribune i supporters francesi lanciano bottiglie e pietre in campo, scatenando una rissa furiosa.

La gara si conclude con la vittoria americana, 17-3, e l’invasione di campo finale costringe le forze dell’ordine ad intervenire a protezione degli americani, che vincono di nuovo la medaglia d’oro ma sono sommersi dai fischi all’atto della cerimonia di premiazione.

Dopo l’edizione parigina il rugby viene escluso dalle discipline olimpiche: tornerà solo nel 2016 a Rio, con il torneo di rugby a sette. Ma questo è già un altro… Millennio!

JOHN KIRWAN E QUELLA META, “SPOT” PER IL RUGBY

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John Kirwan – da onrugby.it

Articolo di Giovanni Manenti

Ultimo sport di squadra ad avere una propria rassegna iridata, la prima edizione della Coppa del Mondo di rugby organizzata congiuntamente da Australia e Nuova Zelanda prende il via a maggio 1987 tra non poco scetticismo, tant’è che, sino all’ultimo, Scozia ed Irlanda sono indecise nel partecipare, e sono in molti a ritenere che difficilmente possa avere un seguito, trattandosi di uno sport con tradizioni radicate nel tempo e che si estrinsecano nella disputa del “Cinque Nazioni” in Europa, nella “Bledisloe Cup” in Oceania e nei vari “test match” tra rappresentative eterogenee come i Barbarians od i British Lions.

Ad ogni buon conto, per il citato evento, per il quale, stante il ristretto tempo a disposizione per l’organizzazione, non è stato possibile istituire gare di qualificazione e, pertanto, si è proceduto per inviti, con le riferite formazioni del “Cinque Nazioni, Australia e Nuova Zelanda, oltre ad Italia e Romania per l’Europa, Canada e Stati Uniti per il Nord America, Argentina per il Sudamerica, Giappone per l’Asia, Tonga e Fiji per l’Oceania e lo Zimbabwe a rappresentare l’Africa, stante l’ostracismo ancora pendente sul Sudafrica per la politica di apartheid in vigore nel Paese.

Un’altra delle contestazioni circa l’inutilità di una manifestazione a così largo raggio derivava dal previsto eccessivo divario tra le partecipanti, sì da rendere pressoché inutili le fasi eliminatorie e, da questo punto, la gara inaugurale, disputatasi il 22 maggio 1987 all’Eden Park di Auckland tra la Nuova Zelanda e l’Italia, sembra dar ragione ai citati detrattori.

Con le due squadre andate al riposo sul punteggio di 17-3 per gli “All Blacks“, nella ripresa la difesa azzurra crolla di fronte alla forza d’urto degli avanti neozelandesi, i quali realizzano ben sei mete a cui l’Italia risponde con un semplice calcio piazzato di Collodo, cercando di limitare i danni quando accade un evento che sarà l’emblema dell’intera rassegna iridata.

Succede, difatti, che al 70′, ricevuta la palla nei propri “ventidue metri” da parte del debuttante estremo John Gallagher, il n. 14 neozelandese non trovi di meglio che farsi tutto il campo di corsa, saltando come birilli le varie maglie azzurre che gli si ponevano davanti per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta per un’azione che stupisce oltre l’inverosimile sia gli spettatori presenti che coloro che vi assistono in Tv e che, in brevissimo tempo, fa il giro del mondo, un evento paragonabile al celebre goal di Maradona ai Mondiali 1986 contro l’Inghilterra o ad un “coast to coast di un LeBron James in una finale NBA.

L’autore di tale impresa altri non è che il 22enne tre quarti ala John Kirwan, che proprio ad Auckland è nato a dicembre del 1964 ed altresì nell’Auckland gioca, e che quel giorno disputa la sua 14esima gara con gli “All Blacks, con cui ha debuttato il 16 giugno 1984 nel test match contro la Francia e vinto di misura per 10-9.

Kirwan diviene il protagonista della prima edizione della Coppa del Mondo, contribuendo in maniera determinante al successo della Nuova Zelanda, con altre due mete realizzate nella vittoriosa semifinale contro il Galles e mettendo il sigillo nella finale contro la Francia – che, superando in semifinale l’Australia, aveva impedito l’atteso scontro tra “All Blacks e “Wallabies” per il titolo – per consentire al proprio capitano e mediano di mischia David Kirk di sollevare al cielo la Webb Ellis Cup e a lui stesso di laurearsi miglior marcatore del torneo con 6 mete all’attivo.

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Kirwan in azione nella finale di Coppa del Mondo 1987 contro la Francia – da teara.govt.nz

In 10 anni di carriera con la maglia dei “tuttineri“, Kirwan colleziona 63 presenze – di cui 62 partendo nel XV titolare – realizzando 35 mete che, alla data della sua ultima apparizione, il 6 agosto 1994 in un match contro il Sudafrica conclusosi sul 18 pari, rappresentavano un record a livello di Nazionale, ed è altresì titolare nella successiva edizione di Coppa del Mondo 1991 disputatasi in Gran Bretagna, dove subisce la sua unica sconfitta nella manifestazione, un 6-16 in semifinale da parte dell’Australia del suo grande rivale David Campese.

Ed è proprio la rivalità tra questi due grandi protagonisti delle rispettive Nazionali – occupando la medesima posizione in campo – a polarizzare per un decennio l’attenzione dei media specializzati in quei spesso inutili sondaggi su chi fosse il migliore tra i due, anche se Kirwan è stato spesse penalizzato da frequenti infortuni muscolari che ne hanno limitato le apparizioni, ma una cosa è certa, e cioè che al massimo della forma era immarcabile, per la velocità e l’intuizione che aveva nell’incunearsi nelle difese avversarie per concludere l’azione corale di cui gli “All Blacks” sono sempre stati maestri, come dimostrano le 10 mete messe a segno in 5 test match (due contro il Galles e tre contro l’Australia) nell’anno successivo alla conquista del titolo iridato.

Oltretutto, non contenti di sfidarsi nell’emisfero australe, entrambi – sia Campese con il Petrarca Padova che Kirwan con il Benetton Treviso – hanno avuto modo di cimentarsi anche nel campionato italiano, che il neozelandese ha conquistato nel 1989 (quando Campese era già tornato in patria), risultando ancora una volta decisivo nella finale per l’assegnazione dello scudetto disputata il 27 maggio 1989 allo Stadio Dall’Ara di Bologna contro il Rovigo, allorquando, con il risultato ancora in bilico sul 12-9 per i trevigiani, è lui stesso a schiacciare in meta allo scadere degli 80 minuti regolamentari per i punti della sicurezza.

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Kirwan festeggia lo scudetto 1989 con il Benetton Treviso – da it.wikipedia.org

Ciò nondimeno, se le disquisizioni su chi sia stato il migliore dei due come giocatore troveranno sempre ognuna delle due parti convinta di aver ragione, nessun dubbio può sussistere su chi abbia fatto meglio nelle vesti di allenatore, con Kirwan a guidare la nazionale italiana dopo aver fatto da assistente al suo connazionale Brad Johnstone, rilevandone il ruolo dopo il disastroso “Sei Nazioni” del 2002 concluso con il terzo “cucchiaio di legno” consecutivo.

L’esordio al “Sei Nazioni” 2003 con la vittoria per 30-22 sul Galles – solo secondo successo azzurro dopo quello sulla Scozia nella prima edizione del torneo esteso a sei squadre nel 2000 – ed un’onorevole sconfitta per 25-33 a Dublino contro l’Irlanda, fanno da buon viatico in vista della Coppa del Mondo del successivo ottobre in Australia, dove l’Italia è inserita nel gruppo D assieme allo stesso Galles, alla Nuova Zelanda, Canada e Tonga.

E qui, in un certo senso, il cerchio si chiude, in quanto il match d’esordio vede gli azzurri opposti proprio a quegli “All Blacks contro cui disputarono la prima gara nella storia della manifestazione e, ancor più curiosamente, il risultato è pressoché identico, con i “maestri a trionfare per 70-7 (rispetto al 70-6 di 16 anni prima), con la differenza che stavolta Kirwan è dalla parte degli sconfitti, che però reagiscono superando Tonga 36-12 ed il Canada 19-14, costruendosi così l’occasione – sinora mai verificatasi – di qualificarsi per i quarti di finale in caso di vittoria contro il Galles nell’ultimo turno.

Gara che, viceversa, ha un esito opposto a quella del 15 febbraio al “Flaminio” di Roma, con i “Dragoni stavolta ad imporsi per 27-15 per una classifica finale di 2 vittorie ed altrettante sconfitte che l’Italia replicherà anche nelle successive edizioni del 2007, 2011 e 2015.

Kirwan, lasciato l’incarico di CT degli azzurri, conduce con minor successo alle fasi finali del Mondiale la nazionale giapponese nel 2007 e 2011, ottenendo in entrambe le occasioni solo un pareggio, e sempre contro il Canada, per poi essere attirato dalla piattaforma di Sky Italia, per la quale ha commentato l’edizione della Coppa del Mondo 2015, vinta dalla sua Nuova Zelanda.

Ora, è fin troppo evidente che la Coppa del Mondo sarebbe comunque andata avanti, visti gli interessi del magnate Rupert Murdoch al riguardo e la globalizzazione che ogni tipo di disciplina ha assunto negli anni a venire, ma, per i più romantici, può sempre far piacere pensare che quella “lunghissima ultima meta” messa a segno da Kirwan nella gara inaugurale abbia rappresentato qualcosa di più di un semplice “spot sia per il rugby in sé stesso che per la manifestazione nel suo insieme.

QUEL “GRANDE SLAM” SCOZZESE DAL VALORE NON SOLO SPORTIVO

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La gioia scozzese – da gettyimages.com

Articolo di Giovanni Manenti

Non vi è disciplina sportiva che non racchiuda nella sua storia una o più date epocali, per ogni singola nazione od atleta che ne sia stato il protagonista, ma crediamo di non far torto a nessuno se eleggiamo come simbolo la ricorrenza del 17 marzo 1990 per tutti i tifosi di rugby scozzesi, in quanto coincidente con l’ultimo “Grande Slam” conquistato da parte del XV delle “Highlands” nel più antico e prestigioso torneo rugbistico, vale a dire il “5 Nazioni”.

Occorre, a tal fine, ricordare come la Scozia fosse un po’ – assieme all’Irlanda – la “sorella debole” della competizione, rispetto alle più quotate Inghilterra, Galles e Francia, avendo pertanto in un certo senso beneficiato dell’allargamento della manifestazione anche all’Italia dall’inizio del nuovo millennio, visto che su 17 tornei disputati dagli azzurri, in ben 11 occasioni agli stessi è toccato il poco simpatico “cucchiaio di legno” che spetta a coloro che chiudono la classifica, di cui proprio gli scozzesi detengono il primato con 36, precedendo l’Irlanda con 34, statistiche ovviamente relative a tutte le 116 edizioni del torneo, la cui prima risale addirittura al 1883.

Divagazioni italiche a parte, ancor più difficile, per scozzesi e irlandesi, è aggiudicarsi, nella parte alta della classifica, il cosiddetto “Grande Slam”, che consiste nel vincere tutte le gare in programma – quattro sino al 1999 ed, ovviamente, cinque a far tempo dal 2000 con l’inserimento dell’Italia – prova ne sia che tale impresa è riuscita solo tre volte alla Scozia ed appena in due occasioni all’Irlanda.

Vi è peraltro da dire che gli anni ’80 avevano rappresentato uno dei periodi migliori per i “Thistles”, che nel 1984 erano riusciti ad ottenere il secondo “Grande Slam” della loro storia (il primo risaliva addirittura al 1925), dividendo poi con la Francia il successo nel torneo del 1986 e facendo propria in tre occasioni – 1983 (22-12), 1984 (18-6) e 1986 (33-6) – la “Calcutta Cup” che spetta a chi vince il “derby” con gli odiati rivali dell’Inghilterra.

Ed anche nella prima edizione della Coppa del Mondo, disputatasi in Australia e Nuova Zelanda tra il maggio ed il giugno 1987, il XV di Scozia aveva fornito una prestazione più che dignitosa, giungendo a pari merito con la Francia nel girone eliminatorio, ma classificandosi come seconda in virtù del maggior numero di mete (3 a 2) messe a segno dai transalpini nel confronto diretto concluso sul 20 pari, circostanza che costrinse gli scozzesi a scontrarsi nei quarti coi favoriti “All Blacks”, dai quali vennero nettamente sconfitti.

L’edizione del Torneo delle Cinque Nazioni del 1990 è pertanto anche l’occasione per testare la condizione degli atleti in vista della seconda edizione della Coppa del Mondo, in programma l’anno seguente proprio sul suolo britannico, e dei ventidue che avevano composto la selezione per la manifestazione in terra australe, ne restano solo 10, tre dei quali – Greig Oliver, Derek Turnbull e Douglas Wylie – non scendono mai in campo.

Vi sono però i due Hastings, Scott e Gavin, a dare sostegno alla squadra, il primo in qualità di centro e l’altro di estremo, potendo quest’ultimo contare su di una straordinaria abilità nel calciare l’ovale, tant’è che i suoi 667 punti collezionati con la maglia della nazionale (di cui 17 mete, 86 trasformazioni e ben 140 punizioni) rappresentavano un record all’epoca del suo ritiro nel 1995, poi superato in tempi più recenti dal solo Chris Paterson, giunto a quota 809 punti.

La giornata inaugurale dell’edizione 1990, in programma il 20 gennaio, vede gli scozzesi riposare e verificare, sin dai primi due match, come le due avversarie più temibili siano la Francia, detentrice del trofeo e per cinque volte vincitrice negli ultimi nove anni, e l’Inghilterra, desiderosa di invertire la rotta di un decennio che la vede a digiuno di successi dopo il “Grande Slam” ottenuto nel 1980, le quali superano senza eccessive difficoltà rispettivamente il Galles ad “Arms Park” per 29-19, realizzando ben cinque mete, e l’Irlanda a “Twickenham“, sommersa sotto un umiliante 23-0.

L’esordio della Scozia avviene il 3 febbraio a Dublino contro l’Irlanda desiderosa di riscattare la pessima prova fornita due settimane prima in terra inglese e, in una giornata stranamente di pessima mira ai piazzati da parte di Hastings, tant’è che viene poi rimpiazzato da Chalmers in tale fondamentale, è necessaria una ripresa tutto cuore per ribaltare il punteggio che aveva visto gli irlandesi andare al riposo sul 7-0 a loro favore, per un successo per 13-10 che porta la firma di Derek White, autore di due mete.

Nel mentre l’Inghilterra “strapazza” anche la Francia, violando il “Parc des Princes” di Parigi con un pesante 27-6 a cui mettono la firma Carling, Guscott e Rory Underwood, autori di una meta ciascuno, in casa scozzese ci si interroga su come migliorare rispetto alla scialba prestazione fornita al “Lansdowne Road” di Dublino, in vista del prossimo match casalingo proprio contro i transalpini.

La risposta viene fornita il 17 febbraio dinanzi ai 58.000 spettatori che gremiscono le tribune del “Murrayfield” di Edimburgo, con la Francia incapace di mettere a segno un solo punto e travolta con un eloquente 21-0, in virtù delle mete di Finlay Calder e Iwan Tukalo, entrambe trasformate da Chalmers, il quale realizza anche due piazzati, cui ne unisce un terzo Gavin Hastings, anche se sull’esito del match pesa, per obiettività, l’espulsione comminata al francese Alain Carminati.

Ma se la Scozia “suona le sue campane”, da “Twickenham” giungono assordanti squilli di tromba, con il XV inglese – finalmente in grado di allestire una formazione competitiva – a travolgere tutto ciò che passa sulla sua strada, in questo caso impersonificato dai malcapitati gallesi, cui è concessa una sola meta di Phil Davies, trasformata da Thorburn a fronte dell’uragano bianco scatenato da Carling & Co. e materializzatosi con quattro mete messe a segno dallo stesso xapitano, Richard Hill ed il “solito” Rory Underwood (due), per il 37-6 conclusivo che la dice lunga sulla supremazia inglese, ed il cui esito convince il tecnico gallese John Ryan a rassegnare le dimissioni.

Con l’Inghilterra a punteggio pieno a quota 6 punti, con uno “score” di 83-13 nei tre incontri disputati (e di 11-2 quanto a mete realizzate), alla Scozia è necessaria una vittoria il 3 marzo allo “Arms Park” di Cardiff per mantenere intatte le speranze di giocarsi il tutto per tutto all’ultima giornata nello scontro diretto in programma ad Edimburgo.

Non è mai facile affrontare squadre che abbiano cambiato allenatore – a John Ryan è subentrato Ron Waldron, tecnico del Neath che aveva portato alla conquista di tre titoli gallesi negli ultimi quattro anni – e, come d’uso in situazioni del genere, la sua prima mossa è quella di trasferire nel XV di partenza ben sette dei suoi ragazzi.

Ben decisa a far valere la propria superiorità, la Scozia sembra controllare la gara, portandosi in vantaggio all’intervallo per 10-3 grazie ad una meta di Cronin ed a due piazzati di Chalmers, cui i padroni di casa oppongono una sola punizione in mezzo ai pali dell’estremo Thorburn, ma nella ripresa l’orgoglio gallese nel non voler concludere la manifestazione con il “whitewash” (termine tipicamente inglese che si riferisce alla squadra che incassa solo sconfitte nel torneo) – l’ultimo dei quali risaliva per i “Dragoni” al 1937 – fa sì che l’ala Arthur Jones riesca a depositare l’ovale oltre la linea di meta per la conseguente trasformazione di Thorburn, così riducendo lo svantaggio ad un solo punto (9-10), prima che tocchi ancora a Chalmers centrare i pali per il 13-9 definitivo che rimanda l’esito del torneo all’ultimo, decisivo match, del 17 marzo.

Certo, sulla carta il confronto appare impari, poiché al sopra indicato bilancio inglese, gli scozzesi possono opporre solo i pari punti in classifica, dato che lo “score” complessivo nelle tre gare disputate è di 47-19 ed il differenziale delle mete si attesta a 5 realizzate contro appena due subite, dato quest’ultimo che mette però in risalto quale potrà essere la chiave di lettura del match, venendo a confronto l’onda d’urto dell’attacco inglese rispetto alla forza della difesa scozzese.

C’è, però, un altro particolare extra sportivo da non trascurare, il che, alla vigilia del decisivo incontro, non fa altro che risvegliare – qualora ce ne fosse bisogno in una gara contro gli inglesi – l’orgoglio dei “Braveheart scozzesi, vale a dire la reintroduzione di una tassa, la cosiddetta “Community Charge” (in disuso dal Medio Evo!!!), da parte del governo presieduto da Margareth Thatcher e che va a colpire proprio gli appartenenti alla comunità scozzese, circostanza che determina un clima incandescente in un “Murrayfield” che fatica a contenere i quasi 60.000 spettatori presenti.

Per le regole che determinano lo svolgimento del torneo, quella delle due squadre che uscirà vincitrice dal confronto avrà la possibilità di fregiarsi di ben quattro titoli in un colpo solo, vale a dire, oltre alla vittoria nel “Five Nations”, il “Grande Slam”, la “Triple Crown” (spettante a chi sconfigge le altre tre squadre britanniche) e la già ricordata “Calcutta Cup”, in palio tra le sole Scozia ed Inghilterra.

E, nel primo pomeriggio di quello “storico” 17 marzo, ben decisa a far valere la propria indiscussa superiorità tecnica, l’Inghilterra si lancia subito all’attacco, riuscendo a perforare la difesa avversaria grazie ad una percussione di Carling che allarga sulla sinistra a Guscott, il quale finta il passaggio all’estrema Rory Underwood, con ciò aprendosi il varco per poter schiacciare in meta.

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Una fase del match tra Scozia e Inghilterra – da bbc.co.uk

La mancata trasformazione dà coraggio agli scozzesi, i quali non perdono la testa, riorganizzando la difesa il pacchetto di mischia, per poi sfruttare il “piede caldo” di Chalmers che, grazie a tre calci di punizioni, permette ai padroni di casa di chiudere il primo tempo in vantaggio sul 9-4.

Non è però un vantaggio rassicurante rispetto alla potenza degli avversari ed occorre pertanto piazzare il colpo del k.o. che si materializza sotto forma della 21enne ala Tony Stanger, il quale mette a segno la più importante delle 24 mete realizzate in carriera con la maglia della nazionale, andando a raccogliere e schiacciare oltre la linea una precisa intuizione di Gavin Hastings con un calcio a seguire lungo la linea laterale.

Ed anche se Chalmers stavolta fallisce la trasformazione, gli scozzesi mantengono il controllo della gara, consentendo agli inglesi, schiumanti rabbia nel vedere i propri attacchi puntualmente respinti dal muro umano costruito dai loro avversari, solo di ridurre lo svantaggio sul 7-13 in virtù di una punizione calciata in mezzo ai pali dall’estremo Simon Hodgkinson .

E quando, su di una rimessa laterale in zona di attacco per l’Inghilterra con la palla tra le braccia del subentrato Mark Bailey a pochi metri dalla linea di meta, lo stesso viene letteralmente scaraventato in touche dalla difesa scozzese per consentire al direttore di gara di decretare la fine del match, centinaia di tifosi scozzesi si riversano sul mai così verde prato del “Murrayfield” per un trionfo inatteso e perciò ancor più inebriante, visto che poi la Scozia, nei successivi 27 anni vincerà un solo altro torneo, nel 1999 (l’ultimo prima dell’allargamento a sei squadre con l’ammissione dell’Italia), mentre l’Inghilterra potrà confermare di aver messo le basi per futuri successi, come sancito dal successo nelle edizioni del 1991 e 1992 – in entrambi i casi con annesso “Grande Slam” – nonché dal secondo posto nella Coppa del Mondo 1991, sconfitta in finale dall’Australia di David Campese.

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I festeggiamenti dopo la vittoria – da gettyimages.com

Ma intanto, in quell’indimenticabile pomeriggio del 17 marzo 1990, mentre i giocatori inglesi guadagnano mestamente gli spogliatoi, sul campo di “Murrayfield” riecheggiano alte le note di “Flowers of Scotland, a mo’ di legittimo orgoglio per la vittoria sugli odiati rivali…

DAVID CAMPESE, L’ANARCHICO DEL RUGBY

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David Campese in azione contro l’Irlanda – da en.espn.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari sport di squadra, ve ne è uno solo che rifugge dal celebrare il singolo rispetto alla forza del collettivo, e questo è il rugby, disciplina dove non sentirete mai parlare del “Brasile di Pelé”, così come dell'”Argentina di Maradona” o dei “Chicago Bulls di Michael Jordan“.

Ciò dipende dal fatto che il rugby è “uno sport senza stelle, caso mai fatto di costellazioni” e per un giocatore essere conosciuto a titolo individuale è un segno di fallimento, l’esatto contrario di quello che il rugby rappresenta, dove non devi cercare di emergere, poiché il gruppo ne è la forza e devi godere del privilegio di farne parte.

Detto dogma vale per quasi tutti i componenti del XV di una squadra, eccezion fatta per coloro – le ali in particolare – cui è demandato il compito di finalizzare l’azione corale e portare l’ovale oltre la fatidica linea di meta, e per questo sono i più conosciuti a livello mediatico per le interviste rilasciate a fine gara, anche se le loro dichiarazioni spesso non dicono nulla sull’andamento della stessa, poiché loro partecipano solo alla parte finale del gioco, è il loro compito, e devono farlo bene.

Ed il più grande di questi finalizzatori è stato l’australiano David Campese, definito “il Pelè del rugby“, anche se tale nomea, come detto, mortifica in parte il senso del gioco, in quanto il football vive per creare “nuovi Pelè“, al contrario della palla ovale dove gli altri componenti della formazione sono convinti che ammettere il talento e la superiorità di un Campese stia a significare di non aver capito l’essenza stessa della disciplina.

E, peraltro, è proprio difficile non accorgersi in campo di Campese, nato a Queanbeyan, cittadina situata nel Nuovo Galles, ad ottobre 1962 da genitori italiani di origini venete emigrati in Australia, in quanto è lui stesso, con il suo stile di gioco a farsi notare, per l’imprevedibilità delle sue giocate che disorientano le difese avversarie sino a portarlo a segnare mete spettacolari, così come a fornire assist decisivi al “compagno a rimorchio“, una volta che vede chiusa la via verso la linea fatale.

Quasi scontato il fatto che un giocatore così estroverso in attacco non abbia una altrettanto valida mentalità difensiva, ed i suoi detrattori non perdono occasione per rinfacciargli la distrazione commessa contro i “British Lions” il 15 luglio 1989 a Sydney che costa ai “Wallabies” la sconfitta per 18-19 ed il conseguente successo nella serie per la selezione britannica.

Poca cosa, comunque, rispetto a quanto di buono fatto da Campese in fase offensiva per la sua nazionale, con cui debutta, non ancora ventenne, il 14 agosto 1982 a Christchurch contro gli “storici” rivali della Nuova Zelanda, mettendo a segno la sua prima meta nella gara vinta dagli “All Blacks” per 23-16, e venendo selezionato per la prima edizione della Coppa del Mondo, congiuntamente organizzata dai due paesi oceanici nel maggio/giugno 1987.

Campese, nel frattempo, è stato oggetto di un vero e proprio colpo di mercato da parte di Vittorio Munari, all’epoca allenatore del Petrarca Padova, che, approfittando del calendario inverso tra gli emisferi australe e boreale, riesce ad ingaggiarlo contando anche sul fatto della vicinanza alla sua famiglia di origine, i cui parenti non mancano di assiepare le tribune del vecchio “Stadio Appiani”, con il loro congiunto che li ripaga contribuendo alla vittoria di tre scudetti consecutivi, dal 1985 al 1987, a dimostrazione dell’amore che lega Campese al rugby, che pratica ininterrottamente per tutti e dodici i mesi dell’anno.

L’esordio nella Coppa del Mondo del 1987 avviene il 23 maggio 1987 al “Concord Oval” di Sydney contro l’Inghilterra e Campese lo bagna con una meta nel 19-6 con cui i “Wallabies” si affermano, per poi spazzare via gli Stati Uniti ed il Giappone con due inequivocabili score di 47-12 e 42-23 rispettivamente, prima di sbarazzarsi per 33-15 anche dell’Irlanda nei quarti di finale ed andare ad affrontare la Francia in semifinale.

Con tutto l’emisfero australe ad attendersi la finale già scritta tra Nuova Zelanda (cui in semifinale tocca il Galles) ed Australia, una meta di Serge Blanco allo scadere dissolve le speranze degli australiani, rimandando l’appuntamento con la storia di quattro anni, quando ad organizzare l’evento saranno Gran Bretagna e Francia.

Giova ora ricordare come una prerogativa del XV australiano sia proprio quella di dare il meglio di sé in occasione dei grandi appuntamenti, piuttosto che nei vari “test match“, prova ne sia che contro i rivali storici degli “All Blacks”, i “Wallabies” vantano una percentuale di vittorie inferiore al 28% tra “Bledisloe Cup” e “Tri Nations” (ora divenuto “The Rugby Championship” con l’ammissione dell’Argentina), così come verso il Sudafrica, nei cui confronti la percentuale di successi è di poco superiore al 40%.

Statistiche che variano drasticamente in occasione della Coppa del Mondo, manifestazione in cui l’Australia riesce sempre a tirar fuori il meglio di sé e Campese, giunto all’apice della condizione fisico-atletica (è alto 180cm. per 89kg.) alla soglia dei trent’anni, ne dà una dimostrazione palese al pubblico britannico e francese nella seconda edizione andata in scena ad ottobre 1991.

Inclusa nel terzo girone, l’Australia non ha difficoltà a superare Argentina (32-19, due mete di Campese) e Galles (umiliante 38-3 con Campese ancora a segno ), trovando, al contrario, una fiera resistenza nel derby australe contro le Samoa Occidentali, piegate per 9-3 solo grazie alla precisione nei calci da fermo di Lynagh.

E così, mentre l’ardore dei samoani si infrange nei quarti contro la Scozia, venendo sconfitti per 28-6, l’Inghilterra ammutolisce il “Parc des Princes” di Parigi superando 19-10 i padroni di casa, ed i campioni uscenti neozelandesi non hanno alcuna difficoltà a travolgere 29-13 i canadesi, al celebre “Lansdowne Road” di Dublino, storica tana degli irlandesi, va in scena il quarto più equilibrato tra i padroni di casa ed il XV capitanato da Nick Farr-Jones.

Dopo una prima frazione di gioco conclusa in parità sul 6-6, con Campese ad aprire lo score dopo 16′ depositando l’ovale in mezzo ai pali per una facile trasformazione di Lynagh (all’epoca la meta valeva ancora 4 punti rispetto ai 5 odierni), vantaggio neutralizzato da due piazzati del mediano di apertura irlandese Ralph Keyes, la gara si infiamma nella ripresa per quella i media definiscono “una splendida esibizione di rugby alla mano“.

L’Australia è padrona del campo, ma i calci di Keyes le impediscono di allungare in maniera definitiva, e comunque quando Campese – dopo che due piazzati di Lynagh e Keyes avevano portato il punteggio su 9 pari – realizza la sua seconda meta sfruttando un calcio a seguire di Little portando i suoi avanti 15-9 (grazie alla consueta trasformazione di Lynagh), il match sembra incanalato verso l’attesa semifinale contro gli All Blacks.

Mai sottovalutare, però, l’orgoglio degli indomiti irlandesi che, dopo aver accorciato le distanze con il “solito” piazzato di Keyes, si gettano disperatamente all’attacco, cogliendo il frutto del loro lavoro a 6′ dal termine quando un calcio in avanti di Staples trova Jack Clarke a contendere l’ovale a Campese, il quale, una volta di più, dimostra le sue scarse attitudini difensive perdendo il confronto con l’ala irlandese che può così lanciare Gordon Hamilton per la meta del sorpasso (16-15) tra il tripudio dei quasi 55.000 spettatori che gremiscono il loro “tempio del rugby”, pronti a rinchiudersi subito dopo in un religioso silenzio per consentire a Keyes di mettere a segno i punti della conversione per un inaspettato 18-15 a pochi minuti dalla conclusione del match.

Campese si trova nella scomoda posizione di dover rimediare al proprio erroreun po’ come accadde a Gianni Rivera nella famosa Italia-Germania dei Mondiali 1970 in Messico – ed, al pari del “Golden Boy”, l’ala italo-australiana regala una indimenticabile magia che ammutolisce il pubblico che già pregustava l’impresa.

Dapprima, conquista una mischia entro l’area dei 22 metri a 2′ dal termine, e poi, ricevuta la palla lungo l’out destro, si lancia verso la linea di meta braccato da tre difensori irlandesi che lo placcano, solo per consentirgli un inatteso tocco in direzione di Lynagh che, seguita l’azione, può depositare l’ovale all’altezza della bandierina per il definitivo 19-18 che dischiude ai Wallabies la strada verso la semifinale …

Una settimana esatta dopo, il 27 ottobre, è ancora il “Lansdowne Road” di Dublino ad accogliere l’attesa semifinale tra Australia ed i campioni in carica della Nuova Zelanda, i cui due match nella “Bledisloe Cup” disputatisi ad agosto si erano conclusi con una vittoria per parte, coi Wallabies a prevalere 21-12 a Sydney e gli All Blacks a rendere la pariglia affermandosi 6-3 ad Auckland.

Ma stavolta, la gara è a senso unico, con l’Australia a disputare una fantastica prima frazione di gioco, ed a cui dà il là proprio Campese dopo appena 7′, ricevendo l’ovale da Lynagh dopo una rimessa laterale ed inventandosi una diagonale da poco oltre la linea dei 22 metri sino alla bandierina all’angolo sinistro del fronte di attacco australiano, iniziativa che disorienta i difensori neozelandesi che si accorgono del pericolo quando oramai Campese è lanciato oltre la linea di meta.

E, dopo, che Lynagh aveva aggiunto tre punti allo score con un piazzato, ecco che arriva il capolavoro di Campese poco oltre la mezz’ora, allorquando, raccolto un calcio a scavalcare di Lynagh, si lancia verso la linea di meta lungo l’out destro per servire un assist “no look (alla “Magic” Johnson per intendersi) al compagno Mike Horan che arriva a rimorchio alla sua destra e può depositare indisturbato l’ovale in mezzo ai pali, dato che i difensori neozelandesi ertano tutti impegnati a tentare di bloccare lo scatenato n. 11 australiano.

Con il punteggio di 13-0 all’intervallo, il match non ha più storia, concludendosi sul 16-6 per i Wallabies, ed anche se in finale la difesa inglese fa buona guardia impedendo a Campese di andare in meta, l’ala aussie ha ancora modo di esibirsi in una giocata decisiva ai fini del risultato, dopo che la gara si era sbloccata a cavallo della mezz’ora di gioco, grazie ad un piazzato di Lynagh ed ad una realizzazione del pilone Tony Daly che deposita di forza l’ovale in meta successivamente ad una rimessa a pochi metri dalla fatidica linea, per il 9-0 con cui le due squadre vanno al riposo.

Nella ripresa, infatti, Campese, dimostrando insolite doti di sacrificio anche in fase difensiva a difesa dell’importantissimo vantaggio, si dedica al controllo della formidabile ala inglese Rory Underwood, e si rende protagonista dell’azione che in pratica decide le sorti dell’incontro, intercettando un passaggio di Winterbottom verso Underwood che avrebbe potuto riaprire la gara, suggellando così il successo finale dell’Australia per 12-6, con Lynagh a concludere il torneo con 66 punti all’attivo e Campese, autore di 6 mete, eletto miglior giocatore della manifestazione.

E’ questo il punto più alto della carriera di Campese, nel frattempo preda in Italia dell’ambizioso “Amatori Milano” targato Berlusconi, con cui disputa cinque stagioni dal 1988 al 1993, incrementando il proprio palmarès con altri due scudetti, nel 1991 e nel 1993, per poi concludere la sua esperienza in nazionale partecipando al suo terzo Mondiale in Sudafrica nel 1995 ed ottenendo l’onore di raggiungere la sua centesima presenza con la maglia dei Wallabies proprio nella sua Padova, il 23 ottobre 1996, nella gara in cui l’Australia sconfigge 40-18 gli azzurri ed al cui termine riceve una doverosa e meritata “standing ovation” da parte del pubblico presente.

Ecco, questo è stato Campese, il giocatore che più di ogni altro ha contribuito a far assumere al rugby, con le sue giocate (ed anche alcuni atteggiamenti spocchiosi ed irriverenti) e la sua imprevedibilità in campo, connotati universali, tanto da detenere tuttora – e con largo margine – il primato delle mete realizzate coi Wallabies, pari a ben 64 nei 101 incontri disputati.

Lo si può amare od odiare, ma non lo si può certamente ignorare, anche se ciò è contro lo spirito del rugby, ma ogni tanto un’eccezione può essere concessa, no?

FRANCIA-NUOVA ZELANDA 43-31, LA PRIMA SCONFITTA EUROPEA DEGLI ALL BLACKS IN COPPA DEL MONDO

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Una fase del match – da telegraph.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

La terza edizione della Coppa del Mondo di rugby svoltasi in Sudafrica nel 1995 e vinta dagli “Springbocks” padroni di casa, ha lasciato due cose indelebili dietro di sé: la prima, la più importante, costituita dall’essere stato oramai acclarato il successo di detta manifestazione, il cui appeal a livello mediatico la fa essere il terzo avvenimento sportivo più seguito dopo le Olimpiadi ed i Mondiali di calcio, e la seconda, più personale, la voglia di riscatto da parte degli “All Blacks” che, a torto o a ragione, si sono sentiti derubati di una vittoria che ritenevano fosse da parte loro meritata.

Sul primo punto, la risonanza mediatica del rugby ed il ritorno del Sudafrica nell’alveo dello sport mondiale dopo il bando dovuto alla politica di apartheid, inducono il “Tycoon” televisivo Rupert Murdoch a promuovere, proprio l’anno seguente ai Mondiali sudafricani, la nascita del “Tri Nations, un torneo riservato alle tre grandi dell’emisfero australe, vale a dire Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica, da contrapporre allo storico “Cinque Nazioni che dalla fine della seconda guerra mondiale tiene banco in Europa, e che vede sfidarsi Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda e Francia.

Proprio la creazione del “Tri Nationsconsente alla Nuova Zelanda di ribadire la propria superiorità sulle rivali, conquistando (nel 1996, 1997 e 1999) tre delle prime quattro edizioni del torneo, con la possibilità di prendersi l’immediata rivincita della sconfitta patita in finale ai Mondiali 1995, superando il Sudafrica a casa loro per 29-18 il 10 agosto 1996 e 35-32 il 19 luglio 1997, nonché nell’anno del Mondiale 1999, quando si affermano per 34-18 il 7 agosto 1999.

Con queste credenziali, la Nuova Zelanda sbarca in Europa per la quarta edizione della Coppa del Mondo ben decisa a riprendersi quello che considera suo quasi per diritto divino, vale a dire il titolo di campione del mondo, in una manifestazione organizzata dai paesi del Regno Unito, Irlanda e Francia, la cui finale è prevista al 6 novembre 1999 al “Millennium Stadium” di Cardiff.

Con l’incremento da 16 a 20 delle nazioni partecipanti, la formula del torneo è un po’ bizzarra, suddividendo le squadre in cinque gironi da quattro di cui solo le prime accedono direttamente a quarti di finale, mentre le cinque seconde più la migliore terza si scontrano in un incontro di spareggio che determina le ulteriori tre formazioni che vanno a comporre il tabellone ad eliminazione diretta.

Rispetto a quattro anni prima, gli “Springbockshanno perso il loro capitano François Pienaar ed il match winner della finale Joel Stransky, la cui abilità di calcio viene ora rilevata da Jannie de Beer, mentre la leadership della squadra passa sulle spalle di Joost van der Westhuizen.

Anche la Nuova Zelanda non può più contare sullo storico capitano Sean Fitzpatrick – ritiratosi nel 1997 con 92 “caps” al suo attivo – rimpiazzato nel ruolo da Taine Randell, ma può sempre contare sulla forza in attacco del devastante Jonah Lomu e si affida sempre al piede del mediano d’apertura Andrew Mehrtens per punizioni e trasformazioni.

I cinque gironi eliminatori promuovono direttamente ai quarti di finale Australia, Nuova Zelanda (che infligge un umiliante 101-3 all’Italia con 14 mete realizzate, e sconfigge 30-16 l’Inghilterra), Sudafrica e Francia a punteggio pieno, ed il Galles solo per miglior differenza punti rispetto a Samoa ed Argentina, le quali vanno agli spareggi assieme ad Inghilterra, Irlanda, Scozia ed Isole Fiji.

Dagli spareggi emergono l’Inghilterra (45-24 alle Fiji), Scozia (35-20 alle Samoa) e la sorprendente Argentina che regola 28-24 l’Irlanda, evitando così che i quarti oppongano le formazioni del Cinque Nazioni a quelle del Tri Nations.

La bella avventura dei “Pumas – la cui crescita a livello internazionale verrà poi premiata con l’ammissione, a partire dal 2012, al “Rugby Championship” che sostituisce il “Tri Nations” con l’allargamento a quattro delle formazioni partecipanti – giunge peraltro al capolinea nell’incontro dei quarti contro la Francia, sommersi da cinque mete (due Garbajosa e Bernat-Salles, una Ntmack) tutte trasformate dal piede educato di Lamaison, il quale mette a segno anche tre piazzati per il 47-26 che spegne le speranze argentine, così come abbandonano la competizione tutte e tre le rappresentanti del Regno Unito, che non hanno scampo contro le formazioni dell’emisfero australe, con l’Australia che dispone 24-9 del Galles (due mete di Gregan ed una di Tune, tutte trasformate da Burke), il Sudafrica che affonda senza pietà l’Inghilterra grazie al piede magico di de Beer che mette a segno qualcosa come cinque drop (record per la manifestazione) oltre a realizzare altrettante punizioni ed a trasformare le due mete di van der Westhuizen e Rossouw per il 44-21 finale, e la Nuova Zelanda che ha la meglio sulla Scozia con un 30-18 che non rispecchia l’andamento della gara, in quanto le due mete scozzesi giungono nell’ultimo quarto di gioco con gli “All Blacks” avanti 30-6.

Con la Francia unica formazione rimasta a difendere l’onore del Vecchio Continente contro lo strapotere australe, la prima semifinale, andata in scena il 30 ottobre a Twickenham, vede l’Australia prevalere sul Sudafrica per 27-21 ai tempi supplementari in una gara decisa solo dai calci di Burke per i “Wallabies” e di de Beer per gli “Springbocks“, con quest’ultimo a mettere tra i pali al 79′ ed all’85’ le due punizioni che sanciscono il 21-21 che porta le squadre al prolungamento della contesa, dove sono ancora un piazzato di Burke ed un fantastico drop da quasi metà campo di Larkham a sancire l’accesso alla finale degli australiani.

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La gioia francese a fine gara – da lemonde.fr

Il giorno successivo, scendono in campo sempre a Twickenham Francia e Nuova Zelanda per stabilire chi dovrà affrontare i “Wallabies” nella finale del 6 novembre, ed il pronostico, nonostante le buone prove sinora fornite dai francesi, pende dalla parte degli “All Blacks” non fosse altro per il fatto che nelle prime tre edizioni della Coppa del Mondo sono stati sconfitti solo due volte, dall’Australia in semifinale nel 1991 e dal Sudafrica in finale nel 1995 e, pertanto, sono tuttora imbattuti contro formazioni europee.

E, in effetti, la gara mantiene fede – quantomeno nel primo tempo – alle previsioni della vigilia, con Lamaison a portare avanti la Francia a metà della prima frazione di gioco trasformando una meta da lui stesso realizzata per il 10-6 che annulla i due piazzati di Mehrtens, solo per vedersi immediatamente superata da un’altra replica al piede di Mehrtens e da una meta di Lomu, con successiva palla in mezzo ai pali su punizione ancora di Mehrtens per il 17-10  Nuova Zelanda con cui le due squadre vanno al riposo.

E, se c’è qualcuno che ancora nutre dei dubbi sul fatto che il destino dei transalpini sia segnato, questi sembrano definitivamente svanire quando, al 4′ della ripresa, Wilson riceve da Lomu l’ovale per riconsegnarlo nelle possenti mani del tre quarti ala di Auckland il quale, come suo solito, salta gli avversari come birilli e va di prepotenza a depositarlo oltre la linea di meta per una facile trasformazione di Mehrtens che dà alla Nuova Zelanda la possibilità di incrementare il vantaggio sul 24-10 in proprio favore.

In una tale situazione, per poter modificare l’inerzia della gara, che sembra pendere a favore del XV Neozelandese, occorre che si verifichi – ed in fretta, altresì – un evento che inverta tale tendenza, e questo si materializza grazie al piede fatato di Christophe Lamaison, il quale, nello spazio di appena 3′, centra per due volte i pali con altrettanti drop che riportano la Francia in partita, sul 16-24.

Gli “All Blacks” si disorientano e “Les Coqs” prendono coraggio, costringendo gli avversari a due irregolarità che costano loro altrettanti calci di punizione che Lamaison, manco a dirlo, si incarica di trasformare così che, dal 24-10 del 46′ minuto, si passa in men che non si dica al 24-22 del 55′!

Appena il tempo di rimettere l’ovale al centro per la ripresa del gioco da parte neozelandese che anche la buona sorte dimostra di aver preso le difese dei transalpini, quando un’apertura laterale del mediano di mischia Fabien Galthié che intendeva trovare la “touche” vede l’ovale rimbalzare all’indietro per favorire l’intraprendenza e la velocità del più basso della contesa, l’ala Christophe Dominici, il quale si lancia sulla palla per farla sua e correre in campo aperto oltre la linea di meta per, con la trasformazione di Lamaison, i punti del sorpasso, 29-24 con un parziale di 19-0 in poco più di 10 minuti.

Gli “All Blacks” sono frastornati, tempo ce ne sarebbe per riprendere il comando della gara, ma la fretta è cattiva consigliera, specie quando si hanno davanti quindici “galletti” assatanati che si rendono conto di avere per le mani l’occasione dalla vita ed ecco che allora, nonostante il coach John Hart cerchi di porre rimedio con il contemporaneo ingresso di Daryl Gibson e Kees Meeuws al posto di Alama Ieremia e Craig Dowd, sono ancora i transalpini a dilatare il vantaggio con un’altra meta del centro Richard Dourthe esattamente allo scoccare dell’ora di gioco, abile a sfruttare un calcio in avanti di Lamaison oltre la linea di meta dopo che il pacchetto di mischia francese aveva fatto il lavoro sporco, per il 36-24.

Da sotto di 14 punti ad essere avanti di 12 ce n’è a sufficienza per poter controllare l’orgogliosa ma poco lucida reazione neozelandese, e quando poi, al 74′, un ultimo disperato assalto dei “tutti neri” viene respinto dalla difesa transalpina con un calcio in avanti in campo aperto dal “Man of the Match” Christophe Lamaison che vede lanciarsi verso i pali avversari Olivier Magne, il quale prolunga la traiettoria dell’ovale consentendo a Philippe Bernat-Salles di mettere il punto esclamativo su di una delle più grandi sorprese nella storia della Coppa del Mondo di rugby, suona quasi come una ironica beffa la meta realizzata allo scadere da Wilson e trasformata da Mehrtens per il definitivo 43-31 in favore della Francia e che sancisce la prima sconfitta degli “All Blacks” nella manifestazione per mano di una formazione del Vecchio Continente.

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L’Australia in trionfo – da rugbyrama.fr

La batosta pesa non poco sui delusi neozelandesi, battuti nuovamente – stavolta per 22-18 – dal Sudafrica nella rivincita della finale mondiale di quattro anni prima a Johannesburg, anche se valevole solo per il terzo posto, mentre anche ai francesi l’euforia per l’inatteso successo gioca un brutto scherzo, poiché si arrendono, ed anche nettamente come lo score finale di 35-12 testimonia, di fronte all’Australia, il cui capitano John Eales diventa così il secondo “Wallabie” a sollevare al cielo la prestigiosa “Webb Ellis Cup” dopo Nick Farr-Jones nel 1991, ancora sul suolo britannico.

Quarti di finale: Australia-Galles 24-9, Sudafrica-Inghilterra 44-21, Francia-Argentina 47-26, Nuova Zelanda-Scozia 30-18

Semifinali: Australia-Sudafrica 27-21, Francia-Nuova Zelanda 43-31

Finale 3-4 posto: Sudafrica-Nuova Zelanda 22-18

Finale 1-2 posto: Australia-Francia 35-12

IL SUDAFRICA E LA COPPA DEL MONDO NEL NOME DI NELSON MANDELA

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Nelson Mandela consegna la Coppa a Pienaar – da oasport.it

articolo di Giovanni Manenti

Il rugby, nato in Inghilterra nel XIX secolo, è stato l’ultimo degli sport di squadra ad avere un proprio campionato del mondo, quando si pensi che i primi Mondiali di calcio si sono svolti nel 1930 in Uruguay, cui nell’immediato secondo dopoguerra si sono aggiunte anche le rassegne iridate di volley (1949) e basket (1950), mentre per la pallanuoto, essi sono coincisi con la creazione dei Mondiali di nuoto nel 1973, ma detta disciplina era peraltro già presente in sede olimpica addirittura sin dall’edizione di Parigi 1900!

Le ragioni di questo ritardo possono essere ricercate sia nell’oggettiva difficoltà di allestire una manifestazione dai tempi indubbiamente più lunghi rispetto alle altre succitate poiché i tempi di recupero di un incontro di rugby non possono certo essere paragonati a quelli degli altri sport di squadra, e poi non va dimenticata la proverbiale riluttanza dei paesi britannici ad esportare quello che per loro è un qualcosa di elitario, basti pensare che il massimo torneo a livello di nazionali dell’emisfero nord era il “Cinque Nazioni” che sino al 1909 era denominato “Home Nations” essendo riservato solo ad Inghilterra, Galles, Scozia ed Irlanda, con la successiva ammissione della Francia – per poi tornare patrimonio esclusivo britannico per otto anni, dal 1932 al 1939 – e quindi divenire l’attuale “Sei Nazioni” dal 2000 con l’inserimento anche dell’Italia.

E poi, c’era la questione Sudafrica, paese bandito da tutte le federazioni internazionali per la sua politica di segregazione razziale denominata “Apartheid“, che consentiva alla nazionale sudafricana – i famosi “Springbocks” – di affrontare solo selezioni, tra cui spiccavano in particolare i “British Lions“, che si recavano periodicamente in tournée nell’emisfero australe, con l’ultima visita in Sudafrica nel 1980, prima che si svolgessero i primi campionati del mondo, organizzati da Nuova Zelanda ed Australia nel 1987.

Nata sotto il più scontato scetticismo, la rassegna iridata ebbe viceversa un ottimo riscontro sia tecnico che mediatico, con oltre 48.000 spettatori ad assistere alla finale del 20 giugno 1987 all’Eden Park di Auckland che vede gli All Blacks della Nuova Zelanda aggiudicarsi il torneo sconfiggendo per 29-9 il quindici francese, con il capitano David Kirk ad essere il primo a sollevare al cielo la “William Webb Ellis Cup“, così denominata in onore dello studente inglese cui romanticamente si attribuisce la paternità della disciplina.

Come sempre, i britannici non comprano nulla a scatola chiusa e così, resisi conto della bontà dell’iniziativa, si candidano per l’organizzazione della seconda edizione, che va in scena sui campi che ospitano il Cinque Nazioni, vale a dire i quattro paesi d’Oltremanica più la Francia, con l’Inghilterra che giunge sino alla finale dopo aver superato Francia nei quarti e Scozia in semifinale, solo per essere sconfitta 12-6 dall’Australia di David Campese davanti ad oltre 56.000 spettatori a Twickenham, e tocca stavolta al capitano “aussie” Nick Farr-Jones sollevare la coppa. Ma c’era ancora il problema sudafricano

Sudafrica che, però, aveva già cambiato rotta in ordine alle problematiche razziali, a partire dalla liberazione, avvenuta l’11 febbraio 1990, di Nelson Mandela, leader dell’ANC (African National Congress), con conseguente avvio del difficile percorso di integrazione che, a livello sportivo, comporta la revoca del bando imposto dal CIO alle federazioni sudafricane, con conseguente ammissione del paese alle Olimpiadi di Barcellona 1992, cui fece seguito l’assegnazione dell’organizzazione della Coppa del Mondo di rugby 1995, mentre a livello politico, si verifica la consegna nel 1993 del “Premio Nobel per la Pace” a Mandela, nel frattempo divenuto Presidente della Repubblica nel luglio 1991, ed al suo predecessore, Frederick Willem de Klerk.

Il paese che Mandela eredita non è certo facile da governare, con numerose problematiche legate all’integrazione dopo anni di angherie e barbarie praticate dagli “afrikaner” (come vengono chiamati i bianchi) a danno della popolazione nera, ed anche nell’allestimento dei Mondiali questo tipo di tensioni emergono, dato che per la maggioranza di colore proprio gli “Springbocks” rappresentano l’orgoglio bianco, tanto che i neri preferiscono il football alla palla ovale, dato anche che ad essi non è consentito far parte della nazionale di rugby, almeno fino a che non viene selezionato Chester Williams.

Tre quarti-ala piuttosto tozzo di corporatura (174cm. per 88kg.), Williams rappresenta il primo giocatore di colore a far parte degli “Springbocks” nell’era professionistica e la sua presenza nel quindici selezionato per la Coppa del Mondo, assume un importante connotato quale figura simbolo del nuovo paese multirazziale, con anche il presidente Mandela che intuisce l’importanza che un evento di così grande rilevanza a livello mondiale può rappresentare nel percorso di integrazione che si è accinto ad intraprendere.

Il torneo prende avvio il 25 maggio 1995 con la partita inaugurale tra Sudafrica ed Australia al Newlands di Città del Capo di fronte a 51.000 spettatori, match del gruppo A di importanza capitale per i sudafricani che, in caso di vittoria, si aggiudicherebbero con ogni probabilità il girone (le altre due componenti, Canada e Romania, non incutono timore), evitando nei successivi abbinamenti Inghilterra e Nuova Zelanda, due delle maggiori favorite per la conquista del titolo.

E così avviene, con il piede di Joel Stransky a replicare tre volte ai piazzati di Lynagh e, quando l’Australia si porta in vantaggio 13-9 con una meta dello stesso Lynagh dal medesimo trasformata, ci pensa Hendricks con una meta in chiusura di tempo a mandare gli Springbocks all’intervallo in vantaggio 14-13, vantaggio che poi Stransky si incarica di allungare in avvio di ripresa con un drop, un piazzato e poi mettere il sigillo alla vittoria sudafricana con una meta, realizzata e trasformata per il 27-18 finale.

Come previsto, il Sudafrica conclude al primo posto il girone davanti all’Australia, così come l’Inghilterra si impone nel gruppo B, con le Western Samoa seconde e l’Italia ad un onorevole terzo posto, frutto della vittoria per 31-25 sull’Argentina, con tanto di dignitosa sconfitta (27-20) con inglesi, e la Nuova Zelanda nel gruppo C, mettendo in mostra l’astro nascente Jonah Lomu, un’autentica forza della natura di m.1,96 per 119kg., ed un’elevata precisione al tiro da parte del mediano di apertura Andrew Mehrtens.

L’ultimo gruppo, il D, vede primeggiare la Francia davanti alla Scozia, superata di misura (22-19) nell’ultimo incontro valido per la supremazia nel girone, grazie ad una meta allo scadere realizzata da Emile Ntamack e trasformata dal mediano d’apertura Thierry Lacroix, un esito che suona come una beffa per i “Bravehearts“, che devono ora vedersela con gli All Blacks nei quarti di finale, con gli altri accoppiamenti che prevedono Sudafrica-Western Samoa, Inghilterra-Australia e Francia-Irlanda, con quest’ultima che aveva, a propria volta, eliminato il Galles con un 24-23 che però non rende giustizia alla supremazia “irish“, dato che la squadra del Trifoglio conduceva 21-9 a 10′ dal termine.

Come prevedibile, nei primi due quarti di finale in scena il 10 giugno, i padroni di casa non hanno alcun problema a sbarazzarsi dei samoani, sotto 23-0 all’intervallo e 35-0 a 10′ dal termine, prima di un comprensibile rilassamento degli “Springbocks” – tra i quali fa il suo rientro in squadra dopo un leggero infortunio proprio Chester Williams, mattatore della gara con ben quattro mete realizzate – per il punteggio finale di 42-14 che li proietta in semifinale, dove li attende la Francia che solo nel finale riesce a prevalere sull’Irlanda in virtù delle mete realizzate da Philippe Saint-André al 78′ (trasformazione di Lacroix) e da Ntamack all’8o’ per il 36-12 conclusivo.

Nella parte bassa del tabellone, tocca ai malcapitati scozzesi cercare di reggere l’onda d’urto degli All Blacks (che nell’ultimo match del girone avevano asfaltato il Giappone 145-17 (!!!) con ben 21 mete realizzate), venendo sommersi sotto sei mete per un 48-30 conclusivo che non rende merito all’ancor più netta superiorità dei neozelandesi, andati al riposo già sul 24-9 a loro favore, mentre il quarto più incerto mette di fronte le due finaliste della passata edizione, vale a dire Inghilterra ed Australia.

Parte forte il “XV della Rosa“, portandosi sul 13-3 grazie ad una straordinaria azione di Tony Underwood che percorre in solitario oltre metà campo sull’out destro per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta, vantaggio ridotto da un piazzato di Lynagh in chiusura di tempo e poi annullato ad inizio ripresa quando, su di un lancio lungo dello stesso Lynagh, è Damian Smith a sorprendere l’incerta difesa inglese, andando a raccogliere la palla al volo per la meta poi trasformata da Lynagh per il 13 pari.

Da lì in avanti, tocca ai due mediani di apertura Rob Andrews e Lynagh dare sfoggio della loro abilità sui calci piazzati per allungare il punteggio sino al 22-22 quando, all’ultima azione della gara, Andrews riceve l’ovale da una mischia e, da oltre 30 metri, centra i pali per il definitivo 25-22 che vendica la sconfitta di quattro anni prima a Twickenham e schiude agli inglesi le porte della semifinale.

Con tutto un paese impazzito per le imprese degli “Springbocks“, l’attesa per la semifinale del 17 giugno al Kings Park di Durban è altissima, ma un avversario impensabile rischia di compromettere il cammino dei sudafricani, vale a dire il maltempo che, sotto forma di un acquazzone, rischia di non far disputare l’incontro, il cui inizio viene rimandato tre volte, per poi cominciare con 1h30′ di ritardo.

La circostanza non è indifferente, poiché in caso di mancata disputa della gara, a qualificarsi per la finale sarebbero stati “Les Coqs“, dato che i sudafricani avevano avuto due espulsi nella gara contro le Western Samoa – un regolamento sportivamente assurdo, ma così era – ed, in effetti, le condizioni del terreno tutto consentono tranne che disputarsi un match di Coppa del Mondo, incontro che i sudafricani fanno loro per 19-15 grazie ad una sola meta del terza linea Ruben Kruger realizzata al 26′ ed alla consueta precisione nei calci di Joel Stransky cui i transalpini riescono ad opporre solo l’altrettanto letale al tiro Lacroix ed un tentativo di Benazzi di andare in meta in chiusura di gara, placcato da Small nei pressi della linea.

Ma un’altra nube nera si addensa sopra la testa degli “Springbocks“, i quali ne prendono coscienza guardando in Tv il giorno dopo l’altra semifinale tra Nuova Zelanda ed Inghilterra, ed ha dei connotati ben precisi che prendono il nome del già ricordato ventenne Jonah Lomu che da solo distrugge la difesa anglosassone con ben quattro mete realizzate per un 45-29 che lascia agli inglesi l’onore delle armi esclusivamente per le mete messe a segno da Carling e Rory Underwood nei minuti finali a rendere meno umiliante il passivo …

Manca oramai solo l’ultimo tassello per il completamento di un sogno che pareva inimmaginabile alla vigilia, e Mandela, da buon politico, sfrutta l’occasione da un punto di vista mediatico, presentandosi davanti ai 62.000 che gremiscono l’Ellis Park Stadium di Johannesburg il 24 giugno 1995, indossando la maglia n. 6 del capitano degli “Springbocks“, François Pienaar, a simboleggiare la ritrovata (od almeno sperata) riappacificazione tra i sudafricani di colore e gli odiati afrikaner bianchi.

La gara, come spesso accade nelle finali, non è particolarmente entusiasmante, con i sudafricani che si preoccupano di limitare – come poi in effetti vi riescono – le scorribande di Jonah Lomu presidiando le linee laterali e costringendolo a dirigersi nelle corsie centrali dove la sua esplosività è chiaramente maggiormente controllabile, e tocca ai due mediani di apertura – Stransky per gli “Springbocks” e Mehrtens per gli “All Blacks” – incaricarsi di muovere il punteggio, che a fine primo tempo vede il Sudafrica avanti 9-6 in virtù di un drop di Stransky poco dopo la mezz’ora di gioco.

Drop che Mehrtens restituisce al quarto d’ora della ripresa per il 9 pari e, con la gara che si sta avviando verso i supplementari – per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo – è lo stesso n.10 neozelandese a ricevere un’invitante palla successivamente ad una rimessa laterale per poter chiudere i conti da poco oltre la linea dei 22 metri, una zona da cui difficilmente sbaglia, ma per una volta la mira del cecchino è errata e l’ovale esce di poco a lato dei pali.

Si va così ai supplementari e Mehrtens si fa perdonare trasformando dopo 2′ una punizione da appena oltre metà campo per l’ultimo vantaggio All Blacks, pareggiato in chiusura di primo tempo extra da un analogo piazzato di Stransky e la decisione avviene a 7′ dalla conclusione della gara quando lo stesso Stransky riceve la palla dal mediano di mischia Joost van der Westhuizen per calciare in mezzo ai pali tra il tripudio della folla (bianca e nera) e dello stesso Mandela in tribuna per i punti del definitivo 25-22 che consegna al Sudafrica la sua prima Coppa del Mondo alla sua prima apparizione, e “Madiba” (il nomignolo con cui Mandela è chiamato tra la sua gente) può consegnare, ancora con la maglia n.6 di Pienaar addosso, al vero capitano sudafricano la gloriosa “William Webb Ellis Cup“!

Lo stesso Pienaar ebbe poi a ricordare tale momento come il più emozionante della sua vita ed a sottolineare come molte persone sottovalutino l’effetto aggregante che lo sport può avere a livello politico sociale, tutte situazioni affrontate e ben descritte nel film “Invictus, sapientemente diretto da Clint Eastwood ed uscito a fine anno 2009, e che ebbe due “Nomination” agli Oscar per quello straordinario personaggio che risponde al nome di Morgan Freeman quale “Miglior Attore Protagonista” per l’interpretazione di Nelson Mandela, e a Matt Damon come “Miglior Attore non Protagonista” per la parte svolta quale François Pienaar.

A completamento del racconto, per dovere di cronaca, non va sottaciuta una sospetta intossicazione che colpì i giocatori neozelandesi a due giorni dalla disputa della finale, con ciò debilitandone in parte il rendimento, e su cui si è molto romanzato a fine torneo, ma è altrettanto sicuro che se il drop di Mehrtens avesse centrato i pali, intossicazione o meno, la Coppa avrebbe preso la strada Maora.

E’ evidente che, in quel giugno 1995, il destino aveva scelto diversamente

GEORGE NEPIA, UN MAORI TRA GLI “INVINCIBILI”

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George Nepia in azione – da plus.google.com

A raccontare dei campioni che con la palla ovale hanno vestito la maglia “tutta nera” della Nuova Zelanda, si rischia di far notte fonda, per quanti ce ne sono. Facciamo allora un bel salto indietro, di quasi 100 anni, e andiamo a trovare uno di loro, che diede spettacolo ma pagò dazio al fatto di non essere di sangue puro.

Già, proprio George Nepia, che ebbe modo di realizzare un’impresa statistica senza precedenti, e mai più ripetuta, nel biennio 1924-1925 che vide gli All Blacks dar lezione di rugby in giro per la Gran Bretagna, la Francia e il Canada con un team che tutti conoscono e che a distanza di tempo viene ancora chiamato gli “Invincibili“.

La Nuova Zelanda giocò una serie di 32 partite, tra cui 4 test match contro Irlanda (6-0 a Dublino), Galles (19-0 a Swansea), Inghilterra (17-11 nel “tempio” di Twickenham) e Francia (30-6 a Tolosa) e mai conobbe l’onta della sconfitta. Nepia, giovanotto di bellissime speranze, aveva solo 19 anni ma di quel manipolo di campionissimi era l’estremo, ed ebbe l’onore di esser presente in ognuna di queste 32 memorabili sfide. Ciò gli valse gloria perpetua, ed ancora oggi quando i racconti rimandano agli “Invicibili“, è suo il volto che più di ogni altro viene alla mente, seppur quella squadra vantasse altrettanti leggendari fuoriclasse, del nome di Bert Cooke, Mark Nicholls e i fratelli Cyril e Maurice Brownlie, oltre a capitan Cliff Porter che, ahimé per lui, fu costretto però a saltare ben 15 partite per un infortunio.

Fatto curioso, negli anni successivi Nepia, mani forti, calcio preciso e impeccabile senso della posizone, oltre ad una massiccia dose di personalità tanto che in quel prestigioso “tour” ebbe un altro onore ancora, cioè quello di guidare la “haka”, venne raramente selezionato con la Nuova Zelanda. Ad esempio, avrebbe dovuto prender parte nel 1928 ad una tourneé in Sudafrica, ma per la sua discendenza maori, lui come un altro buon giocatore, il mediano di mischia Jimmy Mill, fu escluso dalla squadra per via dei pregiudizi razziali imperanti nel paese africano.

Nepia, infatti, viene alla luce il 25 aprile 1905 a Wairoa, cittadina del litorale orientale dell’Isola del Nord che trova posizione entro i confini della regione di Hawke’s Bay, e frequentando da ragazzo il Maori Agricultural College, uno scuola di mormoni, viene avviato alla pratica del rugby da un anziano insegnante americano, prima di venir notato dal coach della squadra locale, Norman McKenzie, che nel 1922 lo inserisce in formazione.

Dopo aver esordito come terza linea centro, nel 1924 viene dirottato nel ruolo di estremo su suggerimento di Luxford Peeti, padre dell’amico Lui Paewai, altro prodigio in divenire. E da quel momento l’ascesa di Nepia è tanto veloce e costante da diventare un asso della Hawke’s Bay, per poi venir subito aggregato agli All Blacks, in preparazione al tour che diverrà dei fenomenali “Invincibili“.

Il talento è naturale, a cui Nepia associa un fisico robusto per una stazza di 1.75 m in 82 kg di corporatura assolutamente poco comune per i parametri dell’epoca, il che significa che non è molto più piccolo dei poderosi compagni che giocano in avanti. Calcia con potenza e difende con ferocia, è un maestro del tackle e non sa cosa sia la paura, pensate un po’ voi, nel recuperare la palla sugli accorrenti avversari. Ma c’è anche un settore del gioco che non lo vede primeggiare, perché nessuno è perfetto, e questo è il calcio tra i pali, se è vero che nelle 32 partite del tour del 1924-1925 mette a segno 31 trasformazioni e 4 punizioni per un totale di 77 punti ma il compito spetta, più che a lui, a Mark Nicholls. Nei 9 test match disputati in carriera segnerà solo 5 punti, frutto di una trasformazione e di una punizione contro l’Australia a Sydney nel 1929.

Lo stupore con cui vengono accolte le prestazioni di Nepia nel tour in Gran Bretagna degli “Invincibili” è espresso in un eloquente omaggio di un famoso giornalista britannico, che ebbe a dire che “non è in questione se Nepia sia l’estremo più forte del mondo. Si tratta di stabilire chi sia in grado di allacciargli i lacci dei suoi stivali di Cotone di Oxford“.

Con gli All Blacks il curriculum di Nepia conosce fasi alterne, tra sporadiche apparizioni e tourneé invece che lo vedono assoluto protagonista, come contro i British Lions nel 1930, ultima sua convocazione con la Nuova Zelanda. Motivo? Ovviamente le quesioni legate all’esser Maori in Sudafrica nel 1928, appunto, così come il tempo da dover dedicare all’agricoltura nella East Coast, oppure ancora un equivoco sulla sua disponibiltà per il tour in Gran Bretagna del 1926-1927, in ultima istanza l’infortunio alla schiena che nel 1929 lo costringe ad abbandonare il terreno nel primo match del tour in Australia.

Nel 1935, ormai veterano, viene richiamato in preparazione per la tourneé contro i British Lions. Ma durante la grande depressione dei primi anni Trenta, Nepia ha giocato poco a rugby e, arrugginito com’è dalla poca attività,  mostra chiari segnali  di decadenza. Niente da fare, non sarà della partita. Nondimeno, nel 1935 è capitano del team Maori della Nuova Zelanda in un tour in Australia.

Colpito da gravi difficoltà finanziarie durante la grande depressione, Nepia decide  di garantire il futuro della sua famiglia accettando l’offerta di giocare nel campionato della Gran Bretagna, prima nella Streatham and Mitcham League, che però in quanto amatoriale lo esclude, poi ad Halifax. Torna così in Nuova Zelanda nel 1937 e quell’anno si impegna in campionato per Manukau, disputando con la Nuova Zelanda Maori il vittorioso match con l’Australia, 16-15.

Quel che succede poi nulla aggiunge e nulla toglie alla grandezza del campione che fu. La Seconda Guerra Mondiale blocca il rugby, reintegrando Nepia solo nel 1947 per un paio di partite per la rappresentativa della East Coast, infine nel 1950, ormai 45enne, per un sorta di esibizione con l’Olympians Club, per poi proseguire l’attività sui terreni di rugby come arbitro.

Nonostante le assenze Nepia chiude con 129 partite all’attivo, di cui 46 con gli All Blacks, 23 con i Maori e 43 a livello provinciale con Hawke’s Bay e East Coast. Pare che fosse bravo anche con il canto, tanto che la sua “Sotto la luna Maori” è stata prodotta dall’etichetta Decca Records… quel che è certo è che George Nepia con la palla ovale tra le mani era un fuoriclasse. E con gli All Blacks ha scritto una pagina di rugby destinata all’immortalità: si chiamavano “Invincibili“.

 

 

 

TOLOSA E LA PRIMA HEINEKEN CUP DEL 1996

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La finale Tolosa-Cardiff – da lequipe.fr

Desideroso di dar vita ad una manifestazione che sia nuova e apporti una ventata di freschezza ad un ambiente radicato nelle sue ultradecennali tradizioni, il Comitato del Torneo delle Cinque Nazioni si riunisce nel 1995 per creare una competizione che metta a confronto i migliori club europei. Nasce così, per la stagione 1995-1996, l’Heineken Cup, ovvero la Coppa dei Campioni del rugby.

Dodici club sono iscritti alla prima edizione, in rappresentanza di Francia, Galles, Irlanda, Italia e Romania, mentre sono assenti le formazioni di Inghilterra e Scozia, in quanto le rispettive Federazioni non hanno autorizzato a partecipare le loro squadre migliori. Bordeaux, Castres e Tolosa per la Francia, Cardiff, Pontypridd e Swansea per il Galles, Leinster, Munster e Ulster per l’Irlanda, Milano e Treviso per l’Italia e Costanza per la Romania: sono queste le elette a competere per la prima Heineken Cup, che si apre il 31 ottobre 1995.

Le contendenti sono divise in quattro gruppi di tre squadre ciascuno, si affrontano tra di loro con un match in casa ed uno in trasferta e le quattro compagini che chiuderanno in testa i rispettivi raggruppamenti accederanno alle semifinali incrociate.

Il sistema di punteggio prevede due punti per la vittoria, un punto per il pareggio e zero punti per la sconfitta, con la differenza-punti che varrà nel caso in cui due o più squadre concludano il girone appaiate in classifica.

Il gruppo A comprende: Benetton Treviso, Farul Costanza e Tolosa; il gruppo B mette l’una di fronte all’altra Bordeaux, Cardiff e Ulster; nel gruppo C si incrociano i destini di Leinster, Milano e Pontypridd; infine il gruppo D assembla Castres, Munster e Swansea.

Tolosa s’impone senza troppi patemi d’animo nel gruppo A, battendo Costanza 54-10 nel primo match della storia della Coppa e poi Treviso 18-9 grazie al calcio vellutato di Christophe Deylaud che mette a referto cinque piazzati e un drop, a fronte del bottino trevigiano prodotto a sua volta dalle trasformazioni di Michael Lynagh. Inutile risulta, pertanto, il trionfale 86-8 con cui la Benetton aveva bagnato il suo esordio contro i malcapitati rumeni. Cardiff si qualifica a sua volta nel gruppo B ma con l’ausilio di una sola vittoria, dopo l’iniziale pareggio con Bordeaux, 14-14, che rende necessario il ricorso al goal-average per definire chi delle due abbia diritto alla qualificazione alle semifinali: i gallesi hanno prevalso con Ulster 46-6, mentre Bordeaux non è andato oltre un successo per 29-16 e sono pertanto i gallesi a proseguire la loro strada nel torneo.

Nel gruppo C Leinster chiude al primo posto dopo due vittorie di misura con Milano, che ai avvale dell’operato di Diego Dominguez, 24-21 con quattro punizioni di McGowan, e Pontypridd, 23-22 e sempre con McGowan sugli scudi. Infine il gruppo D è indubbiamente il più incerto, con le tre squadre che vincono un match a testa ritrovandosi con 2 punti in classifica. Se Munster batte Swansea all’esordio, 17-13, Castres fa altrettanto con gli irlandesi, 19-12 trascinata da Laurent Labit, mentre all’ultimo turno quattro trasformazioni di Williams consentono a Swansea di infrangere il sogno dei francesi, 22-10, di proseguire la loro marcia. Il goal-average, infatti, assegna la qualificazione a Swansea con un margine di 11 punti.

Il 30 dicembre 1995 sono in calendario le due semifinali, con Tolosa che riceve a domicilio Swansea sbarazzandosene facilmente 30-3, ancora una volta grazie alle prodezze di Deylaud, mentre Cardiff sbanca Dublino battendo Munster 23-14 grazie a due mete di Hall e capitan Taylor e alle trasformazioni di Adrian Davies (che chiuderà la competizione come top-scorer con 58 punti).

Per conoscere il nome della prima vincitrice della Heineken Cup dobbiamo quindi attendere l’esito della finale che oppone Tolosa a Cardiff. Il 7 gennaio 1996 i britannici hanno il vantaggio di giocare davanti al pubblico amico la sfida decisiva per il titolo, al leggendario Arms Park che così tante volte in passato è stato teatro delle magie dei rossi del Galles. Ma non sono loro i favoriti, Tolosa è la squadra che più di ogni altra ha impressionato lungo tutto l’arco della manifestazione ed è ben decisa a far saltare il banco.

Cardiff: Arthur Lewis, Jonathan Humphreys, Lyndon Mustoe, John Wakeford, Derwin Jones, Emyr Lewis, Hemi Taylor (cap), Martyn Williams, Andrew Moore, Adrian Davies, Jonathan Hill (Mike Rayer 98′), Mike Hall, Mark Ring ( Jonathan Davies 40′), Steve Ford ( Jonathan Hill 98′), Mike Rayer.

Tolosa: Christian Califano, Patrick Soula, Claude Portolan, Hugues Miorin, Franck Belot, Didier Lacroix (Richard Castel 58′), Sylvain Dispagne, Hervé Manent, Jerome Cazalbou, Christophe Deylaud, David Berty (Ugo Mola 69′), Thomas Castaignede (Eric Artiguste 93′), Philippe Carbonneau, Emile Ntamack (cap), Stephane Ougier.

Si gioca davanti a poco meno di 22.000 spettatori, e Tolosa parte a mille prendendo rapidamente un buon vantaggio grazie alle mete di Castaignede (5′) e Cazalbou (10′). 12-0 per i transalpini, con Deylaud che trasforma solo una delle due opportunità.

Ma Adrian Davies ha il piede caldo e firma con i suoi calci la riscossa gallese, ricucendo lo strappo punto dopo punto. A chiusura di un match tanto serrato quanto appassionante e ben giocato dai protagonisti in campo, le due avversarie sono in equilibrio sul 15-12 dopo ottanta minuti di gioco, con Tolosa avanti di tre punti proprio all’ultimo giro di orologio. E’ Davies, autore di tutti i punti per la sua squadra, a garantire i supplementari, mentre Tolosa aveva allungato nuovamente grazie ad un drop di Castaignede al 65′.

E’ proprio nel corso del tempo aggiuntivo che Tolosa prende definitivamente il sopravvento, grazie ad altri due piazzati di Deylaud (82′ e 115′). Trascinato da Califano, Lacroix e capitan Ntamack, tra i migliori in senso assoluto, che suggellano il 21-18 a referto, il XV francese sale sul tetto d’Europa e conquista la prima Heineken Cup della storia.

NUOVA ZELANDA-INGHILTERRA 1995, IL MATCH EPICO DI JONAH LOMU

 

JONAH LOMU
Una meta di Jonah Lomu – da telegraph.co.uk

C’è un velo di malinconia, nel tornare a quel match che Jonah Lomu marcò con i tratti del fenomeno. E’ il 18 giugno 1995, siamo a Città del Capo, in Sudafrica, per la terza edizione della Coppa del Mondo, e il Newlands Stadium è teatro della sfida di semifinale tra Nuova Zelanda e Inghilterra. Sta per accadere qualcosa di prodigioso, una prestazione tanto memorabile da rimanere impressa nella memoria di chi segue la palla ovale e i suoi campioni. E Lomu, ora che non è più tra noi, è nondimeno da annoverarsi tra i più grandi di sempre.

130 secondi di gioco, e Lomu, l’arma devastatoria della squadra di coach Laurie Mains, già riduce all’impotenza i sudditi di Sua Maestà britannica, affondando come lama nel burro nella zona destra dello schieramento avversario. E’ solo l’inizio di un pomeriggio da cani per l’Inghilterra e per il povero Tony Underwood, spazzati via come pivelli da quest’armadio di 196 centimetri per 119 chili, appena ventenne, veloce come un giaguaro, agile come una pantera, potente come una tigre.

Proprio il più giovane dei fratelli Underwood, Tony, ha l’ingrato compito di provare ad arginare lo strapotere del figlio di un predicatore laico di Tonga. Non solo lui, ad onor del vero, è destinato a trascorrere ottanta minuti infernali, gli stessi Will Carling, Mike Catt, Tim Rodber, Dewi Morris e Dean Richards subiranno la legge dell'”uomo con gli stivali“, che abbatte come una furia scatenata tutto quel che si frappone tra lui e la linea di meta, refrattario ad ogni tentativo di placcaggio.

Lomu ha già dato segnali di strapotere fisico nei match precedenti. Ad esempio con l’Irlanda, travolta all’esordio 43-19 con due mete di Jonah, così come la Scozia, avversaria ai quarti di finale e superata 48-30, con la terza meta nel torneo del campione in maglia nera. L’Inghilterra approccia la semifinale con all’attivo tre successi nel girone con Argentina, Italia e Samoa, non del tutto convincenti ad onor del vero, ma la vittoria con l’Australia ai quarti, 25-22, la dice lunga sulla competitività degli inglesi e sulla loro ambizione di guadagnare l’accesso alla finalissima. Lomu, appunto, permettendo.

Dopo l’aberrante approccio al match, l’Inghilterra, tramortita, concede ancora una meta a Kronfeld, addirittura un clamoroso drop di Zinzan Brooke da quasi metacampo e al minuto 20 il tabellone dice: Nuova Zelanda 18 – Inghilterra 0, anche perché nel frattempo il piede delicato di Andrew Mehrtens ha colpito con precisione chirurgica.

Proprio Mehrtens è l’eccellente mediano di apertura del gioco degli All Blacks, che oltre a Lomu hanno in Josh Kronfeld un terza linea di levatura mondiale e in Glen Osborne all’ala un altro pericoloso incursore. La Nuova Zelanda regala spettacolo mentre agli inglesi, inebetiti da cotanta superiorità, non riesce neanche la più elementare sortita in avanti.

Ma è il momento che Lomu salga ancora alla ribalta, e al minuto 23 galoppa di nuovo veloce, sicuro e impettito in seno ad una difesa inglese che nulla può, scartando Andrew per depositare comodamente oltre la linea e in mezzo ai pali la palla del 23-0. Agli inglesi può bastare così, tanto che all’intervallo i tre punti di un calcio piazzato dello stesso Andrew suonano quasi beffardi, 25-3 e un responso inequivocabile che non ammette replica alcuna.

Graeme Bachop e Walter Little sono gli altri due cardini su cui la Nuova Zelanda imposta la sua disarmante superiorità, neanche il tempo di rientrare in campo che si ricomincia esattamente da dove si era lasciato: calcio in avanti di Mehrtens, apertura veloce di Kronfeld e Lomu, che arriva in corsa, abbatte Carling e schiaccia in meta dopo soli 60 secondi dalla ripresa del gioco. Prendendo in prestito una vecchia frase ad effetto del mai dimenticato Nando Martellini… “e sono tre!“.

Quando al minuto 11 Bachop, a chiusura di una splendida azione alla mano, a sua volta deposita in meta fissando il punteggio sul 35-3, la sfida va in archivio e non rimane il tempo che per l’accademia e la ricerca disperata dell’Inghilterra di provare a limitare il passivo.

Gli All Blacks rivolgono la mente a quel che sarà sei giorni dopo, ovvero la finalissima con i padroni di casa del Sudafrica (la Nuova Zelanda verrà sconfitta 15-12 in un match senza mete) che nell’altra semifinale sono venuti a capo della strenua resistenza francese, 19-15 ed una sola meta di Kruger. L’Inghilterra ha via libera per mettere a segno quattro mete, due con Rory Underwood e due con capitan Carling che ne ha abbastanza di venir travolto da Lomu. Ma Jonah vuol imprimere il suo marchio definitivo al match, e al minuto 70 mette in moto le lunghe leve, salta gli avversari come birilli, copre sessanta metri di campo con palla in mano e con apparente semplicità appoggia l’ovale oltre la linea di meta. Game over.

Finisce 45-29, perché il rilassamento degli All Blacks nel finale è totale e consente a giocatori del calibro di Dewi Morris e Rory Underwood di mostrarsi per quel che sono, ovvero degli eccellenti giocatori… ma quel che conta è che una stella di nome Jonah Lomu è apparsa nel cielo del rugby. Abbagliante come una folgore.

Il tabellino del match:

NUOVA ZELANDA: Osborne; Wilson, Bunce, Little, Lomu; Mehrtens, Bachop; Dowd, Fitzpatrick (cap), Brown, Jones, R.Brooke, Brewer, Kronfeld, Z.Brooke.
Sostituzioni: Larsen per Z.Brooke al 64′.

Mete: Lomu (4), Kronfeld, Bachop.
Trasformazioni: Mehrtens (3).
Calci piazzati: Mehrtens.
Drop: Z.Brooke, Mehrtens.

INGHILTERRA: Catt; T.Underwood, Carling (cap), Guscott, R.Underwood; Andrew, Morris; Leonard, Moore, Ubogu, Johnson, Bayfield, Rodber, Clarke, Richards.

Mete: R.Underwood (2), Carling (2).
Trasformazioni: Andrew (3).
Calci piazzati: Andrew.