LA RINASCITA AD INIZIO ANNI ’80 DEL RUGBY IRLANDESE

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Il mediano irlandese Ollie Campbell nel “Cinque Nazioni” 1982 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Rugby, in Irlanda, è qualcosa che va al di sopra anche di ogni Religione, prova ne sia che è l’unico Sport in cui le due realtà politiche dell’Ulster e dell’Eire si fondono dando luogo ad un’unica Nazionale, una sorta di “miracolo” generato dalla pratica sportiva, ma che forse ne costituisce anche il relativo limite …

Ciò in quanto, specie al Nord dove l’isola è martoriata da un conflitto senza fine tra cattolici e protestanti, non sono in pochi a disinteressarsi di tale disciplina proprio perché non condividono questa “unità”, circostanza che determina una non elevata base di selezione allorché devono essere scelti coloro sui spetta l’onore di tenere alto il prestigio del “Trifoglio” a livello internazionale, sia questo il “Torneo delle Cinque Nazioni” (poi divenuto “Sei Nazioni” con l’ingresso dell’Italia dall’inizio del nuovo Secolo …), al pari delle Rassegne iridate.

E’ evidente come anche l’Irlanda sia stata in grado d sfornare, in quasi 150 anni di Storia, fior di Campioni, ma ciò che abbiamo appena descritto sta a significare che è intorno a loro che si sono potute formare delle formazioni vincenti e non, come spesso, al contrario, succede, ad essere la squadra a costruire dei fuoriclasse …

Detto assunto è confermato dalle tre epoche di spicco del Rugby irlandese nel dopoguerra, caratterizzata la prima – di cui abbiamo già trattato – dalla presenza del mediano di apertura Jack Kyle, protagonista nei successi di fine anni ‘40/inizio anni ’50, con tanto di tre vittorie nel “Cinque Nazioni” (tra cui il “Grande Slam” conseguito nel 1948 …) e la seconda di metà anni ’70, dal contributo della seconda linea Willie McBride, grazie al quale l’Irlanda si impone nell’edizione 1974.

Resta però, quest’ultimo, un episodio isolato, laddove si consideri che nelle successive 7 edizioni del Torneo l’Irlanda raggranella la miseria di 8 vittorie sui 28 incontri disputati – magra consolazione, a pari merito con la Scozia – con in più l’umiliazione di vedersi assegnato in due occasioni, nel 1977 e 1981, il ben poco ambito “Wooden Spoon” (“Cucchiaio di legno”) che spetta alla formazione che risulta sconfitta in tutte e quattro le sfide della manifestazione …

Invero, a dispetto di quest’ultimo deludente esito – ancorché inficiato da due sconfitte di misura, 8-9 contro il Galles e 9-10 contro la Scozia – gli anni a cavallo del nuovo decennio avevano dimostrato una certa ripresa nel corso delle Tournée nell’emisfero australe, con i successi per 27-12 e 9-3 sull’Australia nel giugno 1979 e le due onorevoli sconfitte per 15-23 e 10-12 tra fine maggio ed inizio giugno ’81 in Sudafrica contro i temibili “Springbocks”.

E proprio da quelle due sconfitte – in cui la parte del protagonista la recita il fuoriclasse sudafricano Naas Botha (per sei stagioni anche il Italia a Rovigo …), il quale mette a segno 11 dei 23 punti degli “Springbocks” nel primo incontro e l’intero “score” del secondo, compresi tre drop decisivi – vengono gettate le basi per il terzo, brillante periodo del Rugby irlandese, caratterizzato soprattutto dalla definitiva scelta tra due pretendenti per uno stesso, fondamentale ruolo …

Per chi abbia un minimo di dimestichezza con lo Sport della palla ovale, ben sa come il fulcro del gioco sia, assieme al mediano di mischia, il mediano di apertura (n.10), il quale ha il compito di avviare l’azione offensiva, nonché, molto spesso, di essere deputato all’esecuzione dei calci piazzati (punizioni o trasformazioni che siano …) quand’anche non si incarichi di calciare la palla in mezzo ai pali in fase attiva.

Orbene, una prima chance in quest’ottica viene concessa al non ancora 22enne Ollie Campbell, il 17 gennaio 1976 nel match disputato al “Lansdowne” Road di Dublino contro l’Australia, esordio quanto mai sfortunato in quanto commette tre errori su altrettanti piazzati che condannano l’Irlanda alla sconfitta per 10-20 ed il giovane mediano ad oltre tre anni di anonimato, almeno per ciò che concerne la Nazionale …

Di questo, momentaneo, accantonamento, beneficia il rivale, nonché coetaneo di Campbell, tal Tony Ward, che disputa da titolare le due edizioni 1978 e ’79 del “Cinque Nazioni, concluse rispettivamente al quarto (una vittoria e tre sconfitte) e terzo posto (una vittoria, due pareggi ed una sola sconfitta), prima che al “rosso” Campbell venga data una seconda opportunità nel già ricordato Tour in Australia …

E, come la gara d’esordio contro i “Wallabies” si era trasformata in un incubo per il giovane Campbell, il ritrovarsi a migliaia di chilometri sui rispettivi campi di Brisbane e Sydney ha l’effetto di un elisir miracoloso per il, peraltro, maturato mediano d’apertura, il quale mette a segno ben 19 punti (4 piazzati, 2 trasformazioni ed un drop) nel successo per 27-12 del 3 giugno 1979, per poi essere l’unico irlandese a finire a referto con 2 drop ed una punizione che certificano il bis per 9-3 del 16 giugno seguente.

Prestazioni che inducono il Commissario Tecnico Tom Kiernan ad assegnare a Campbell il ruolo di mediano d’apertura nell’edizione 1980 del “Cinque Nazioni”, che l’Irlanda conclude al secondo posto con due nette vittorie su Scozia (22-15) e Galles (21-7), sfiorando un clamoroso successo al “Parc des Princes” di Parigi, beffata per 18-19 e subendo una sola sconfitta senza recriminazione alcuna (9-24) a Twickenham contro l’Inghilterra – dominatrice del Torneo in cui realizza il “Grande Slam” – con in più, per Campbell, il prestigio di risultare miglior realizzatore della manifestazione con 40 punti messi a segno.

Peraltro, nell’isola si formano due distinti schieramenti, l’uno a favore di Campbell e l’altro di Ward in quanto, se entrambi sono molto abili ed efficaci sia nel gioco al piede che nell’esecuzione dei calci piazzati – Ward al riguardo ha dalla sua anche trascorsi calcistici con la formazione del Limerick con cui è addirittura sceso in campo il alcune gare di Coppa Uefa – quest’ultimo è da taluni preferito in quanto più fantasioso nel gioco alla mano e maggiormente disponibile alla manovra offensiva.

La soluzione escogitata da Kiernan nel “Cinque Nazioni” 1981 – quello ricordato, concluso con sole sconfitte – è di quelle che scontenta tutti, ovvero, dopo la sconfitta inaugurale per 13-19 a Dublino contro la Francia, con Campbell quale mediano d’apertura, nei successivi tre incontri assegna nuovamente tale ruolo a Ward ma senza escludere Campbell dalla formazione, semplicemente spostandolo come centro interno …

Le successive tre sconfitte – ancorché, ricordiamo, caratterizzate da una buona dose di cattiva sorte (8-9 contro il Galles, 6-10 contro l’Inghilterra e 9-10 contro la Scozia …) – sanciscono il definitivo abbandono dell’esperimento e, di fatto, l’addio alla Nazionale da parte di Ward, con Campbell a ritornare padrone a pieno titolo del suo ruolo prediletto, oltretutto dopo la “riprova” ottenuta nella Tournée sudafricana.

Con il proprio leader rinfrancato dalla fiducia accordatagli da Kiernan e con la squadra ad aver altresì acquisito consapevolezza nei propri mezzi, ecco che l’edizione 1982 del “Cinque Nazioni” consente all’Irlanda di riconquistare il Trofeo dopo un’attesa di sette lunghi anni …

Al successo finale si aggiunge la “Triple Crown” (Coppa che viene assegnata alla formazione britannica che sconfigge le altre tre …), grazie alle vittorie in serie contro il Galles a Dublino (20-12 con tre mete, di cui solo una trasformata da Campbell che centra anche i pali con due piazzati …), il decisivo trionfo per 16-15 a Twickenham contro l’Inghilterra e l’impresa di Campbell che, nella sfida vinta per 21-12 con la Scozia a Dublino, mette a segno tutti i punti della propria squadra centrando ben 6 volti i pali su punizione con l’aggiunta di un drop, per quello che resta il suo record di punti (21) a livello di Nazionale.

Nuovamente miglior realizzatore del Torneo con 46 punti, Campbell cerca di portare l’Irlanda a rinverdire il trionfo di 34 anni prima centrando il “Grande Slam, ma nell’ultima sfida a Parigi contro la Francia, i suoi 9 punti sono ben poca cosa contro gli attacchi di Serge Blanco & Co., che si impongono per 22-9 …

Sconfitta che l’Irlanda riscatta l’anno seguente allorché, dopo il successo all’esordio per 15-13 al “Murrayfield” di Edimburgo con la Scozia, il 19 febbraio 1983 sono in 50mila a darsi appuntamento al “Lansdowne Road” di Dublino per la sfida contro i “Galletti” che si risolve in un duello personale tra Campbell e Blanco, visto che il 22-16 conclusivo per il XV del Trifoglio porta in dote, da una parte, i 14 punti (4 punizioni ed una trasformazione …) del mediano irlandese e, dall’altra, il più variegato bottino di 12 punti dell’estremo transalpino, frutto di una meta, una trasformazione e due calci piazzati.

Un’Irlanda lanciata verso il bis – dato anche il pari per 13-13 tra Galles ed Inghilterra – subisce un’inattesa battuta d’arresto due settimane dopo a Cardiff, sconfitta 9-23 dal gallesi, così che, alla vigilia dell’ultimo turno, con la Scozia ad aver già ultimato il proprio programma, la Classifica vede proprio quest’ultimi al comando con 5 punti, seguiti da Francia ed Irlanda a quota 4, Scozia 2 ed Inghilterra 1, con il calendario a prevedere lo scontro diretto tra Francia e Galles al “Parc des Princes” e la formazione passata sotto la guida di Willie McBride ad ospitare a Dublino un’Inghilterra che spera, con un successo, di evitare l’ultimo posto …

Speranza, quest’ultima, quanto mai vana, visto che un Campbell in gran spolvero come non mai, tanto da realizzare anche l’unica meta della sua carriera in Nazionale, eguaglia il proprio record di 21 punti in un test-match, abbinandovi una trasformazione e 5 calci piazzati per il definitivo 25-15 che, grazie al successo francese per 16-9 sul Galles a Parigi, fa sì che siano queste due formazioni a dividersi il Trofeo.

Quanto, in questi due trionfi consecutivi, sia stato importante il piede educato di Campbell – che, per la cronaca, si laurea per la terza volta “Top Scorer” con 52 punti all’attivo – lo dimostra il disastroso esito dell’anno seguente allorché, senza il suo mediano ad ispirare il gioco, l’Irlanda torna a vedersi assegnare il poco gradito “Cucchiaio di legno” e stavolta senza alcuna scusante viste le pesanti sconfitte (la più onorevole 9-12 contro l’Inghilterra …) subite, per le quali non è stato neppure sufficiente “rispolverare” Ward per le sfide con Inghilterra e Scozia …

Sembra oramai che l’Irlanda debba ripiombare nel suo “ciclico” periodo di anonimato, quando, inaspettatamente, una formazione completamente rinnovata, a cominciare dal Tecnico Mike Doyle, e trascinata da Michael Kiernan, nipote dell’ex Commissario Tecnico, autore di 42 punti sufficienti a garantirgli il titolo di miglior realizzatore del Torneo, arriva non solo a vincere lo stesso, ma addirittura a sfiorare il “Grande Slam, facendo meglio del XV del 1982 …

Anche stavolta, difatti, non sfugge all’Irlanda la “Triple Crown” – frutto dei successi esterni per 18-15 in Scozia e 21-9 in Galles, nonché della sofferta vittoria per 13-10 a Dublino contro l’Inghilterra, dove risulta decisivo un drop di Kiernan – ed ad impedire la riferita impresa è il pari per 15-15 imposto al “Lansdowne Road” dalla Francia al secondo turno, risultato per il quale i padroni di casa devono ringraziare la precisione al piede di Kiernan che mette a segno tutti i punti dei suoi rispetto alle due mete transalpine.

Un esito, quello del 1985, che in larga parte rispecchia quello di 11 anni prima, in quanto come dopo il Trofeo vinto nel 1974 per l’Irlanda si apre un periodo buio, con l’aggravante che sino alla conclusione del secolo le uniche soddisfazioni giungono dai due “Millennium Trophy” (spettante a chi si aggiudica la sfida tra Irlanda ed Inghilterra …) consecutivi conquistati nel 1993 e ’94 …

Solo a partire dal nuovo Millennio l’Irlanda riesce a risollevarsi dall’aurea di mediocrità che la circonda e, dopo aver fatto sue ben tre “Triple Crown” in quattro edizioni del Torneo dal 2004 al 2007 – sempre appannaggio, per quanto ovvio, della Francia – cancella finalmente un tabù durato 60 anni esatti, grazie al “Grande Slam” con cui si impone nell’edizione 2009.

Ma un singolo episodio, per quanto trionfale, non può da solo servire a cancellare quanto di buono è stato fatto ad inizio anni ’80 per risollevare l’orgoglio del Rugby irlandese, unica disciplina che accomuna una Nazione eternamente divisa …

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NEIL JENKINS, IL MEDIANO GALLESE PRIMO A SUPERARE QUOTA 1000 PUNTI

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Un calcio di Neil Jenkins con il Galles – da:twitter.com

Articolo di Giovanni Manenti

Una delle differenze tra gli Sport individuali e quelli di squadra – al di là della conquista di medaglie o titoli iridati e continentali, in ogni caso comune – è che i primi tendono a migliorare record costituiti da riscontri cronometrici (Nuoto) e/o da misure (Atletica Leggera), mentre nei secondi vi sono varie Classifiche che riflettono la “quantità” delle rispettive prestazioni, siano esse goal segnati, al pari di canestri realizzati come pure di battute valide o fuori campo nelle varie discipline …

Uno di quegli Sport dove il computo dei punti realizzati è il più variegato possibile è il Rugby, poiché alla relativa formazione concorrono quattro diverse possibilità, vale a dire la meta (5 punti), la trasformazione della stessa (2 punti), mentre centrare i pali con un calcio di punizione od un drop assegna 3 punti.

Certo, nel corso della Storia della palla ovale, non sempre a tali singole situazioni di gioco è stato attribuito identico punteggio – basti pensare che sino al 1947 un drop valeva (4 e 3, rispettivamente) più di una meta, per poi invertire la situazione nel 1971, mentre i 5 punti assegnati alla meta risalgono al 1992 – il che determina il fatto che i leader della speciale “Graduatoria All Time” a livello di Nazionali facciano tutti parte dell’epoca recente …

In tale ottica, difatti, a fine del secolo scorso, tale Classifica era guidata dall’australiano Michael Lynagh (911 punti tra il 1984 ed il ’95), seguito dallo scozzese Gavin Hastings con 733 (1986-’95) e dall’argentino Hugo Porta, fermatosi a quota 656 nei 19 anni di attività internazionale, dal 1971 sino al ’90.

Ed è ovvio che l’essersi “abbastanza” avvicinato alla soglia dei 1000 punti da parte del mediano di apertura australiano, ha fatto sì che, con l’inizio del nuovo millennio si sia scatenata la sfida a chi riuscisse per primo a superare tale barriera, con altrettanto favoriti in tale rincorsa i mediani di apertura e/o gli estremi, solitamente deputati alle trasformazioni di mete così come incaricati di battere i calci piazzati.

Ecco quindi che avrete già intuito come il protagonista della nostra Storia odierna non possa che essere proprio colui che, per primo, ha raggiunto un tale traguardo e, contrariamente a quanto sareste magari pronti a scommettere, non si tratta di “Mister DropJonny Wilkinson – il quale detiene il record assoluto n detta specialità, avendo centrato i pali in ben 36 occasioni, tra cui lo “storico” che dette all’ultimo istante la vittoria al XV della Rosa ai Mondiali 2003 – bensì un altro mediano di apertura britannico, sicuramente meno famoso, ma non per questo meno valoroso, vale a dire il gallese Neil Jenkins

Nato l’8 luglio 1971 a Church Village, paese di poco più di 5mila anime vicino a Pontypridd, Jenkins disputa la sua carriera a livello di Club pressoché interamente con la squadra di detta ultima città, dove milita dal 1990 – dopo l’esordio non ancora 19enne il 14 aprile 1970 – sino al ’99 per poi farvi ritorno, dopo un triennio al Cardiff, nella stagione 2002-’03 prima di concludere la propria attività con un’ultima stagione nelle file dei Celtic Warriors …

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Nedil Jenkins con la maglia del Pontypridd – da:walesonline.co.uk 

Nonostante con Pontypridd Jenkins non sia in grado di togliersi eccessive soddisfazioni – il suo Palmarès parla solo di una Coppa del Galles (“The Welsh Rugby Union Challenge Cup”) conquistata nel 1996, cui segue la conquista del titolo della Premier Division gallese l’anno successivo – Jenkins non tarda a mettersi in evidenza tanto da debuttare con la propria Nazionale il 18 gennaio ’91 a Cardiff, nella sconfitta per 6-25 del Galles contro l’Inghilterra nell’ambito del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni, non senza bagnare l’esordio con i suoi primi 3 punti, frutto della trasformazione di un calcio piazzato.

Edizione che il Galles conclude all’ultimo posto, frutto di un solo punto conquistato nel pari 21-21 contro l’Irlanda – nel corso del quale Jenkins realizza la prima delle sue 11 mete così come il primo dei 10 drop a livello internazionale – circostanza che lo porta ad essere aspramente criticato dai media i quali, pur riconoscendogli un’indubbia capacità al piede, non lo ritengono in possesso di quella visione di gioco necessaria per essere degno di indossare quella “Maglia n.10” che, in passato era stata di Leggende del XV gallese” quali Barry John, Phil Bennett e Cliff Morgan …

Ma le critiche non fanno altro che motivare Jenkins, il quale si impegna al massimo per adattare il suo stile di gioco a quelli che sono i dettami del Rugby di fine secolo, sviluppando e migliorando le sue capacità di placcaggio, passaggio e corsa – fondamentali a cui dettero un importante contributo i consigli del tecnico neozelandese Graham Henry, per un quadriennio alla guida del Galles – così da divenire nel tempo un eccellente distributore di gioco, specie sfruttando la sua abilità nel servire passaggi filtranti al piede per i propri avanti, senza perdere la naturale abilità nel calciare l’ovale in mezzo ai pali …

A rivalutare le quotazioni di Jenkins contribuisce altresì il disastroso cammino del Galles alla seconda edizione della Coppa del Mondo ’91, per la quale, stante la giovane età, non è selezionato, ed in cui la formazione allenata da Alan Davies non riesce a superare il primo turno, a causa di un’imbarazzante sconfitta 13-16 contro le Samoa Occidentali, così che mantiene il proprio ruolo di mediano d’apertura anche per il “Cinque Nazioni” dell’anno seguente.

Con il Galles a migliorare il proprio cammino – 2 vittorie a fronte di altrettante sconfitte, pur se una è un preoccupante 24-0 patito contro l’Inghilterra – Jenkins mette a segno 29 (9 piazzati ed una trasformazioni) dei 40 punti complessivamente realizzati dalla propria formazione, salvo ritornare ad occupare l’ultimo posto del Torneo l’anno successivo con una sola vittoria, ancorché di prestigio, ovvero il 10-9 di Cardiff contro l’Inghilterra, grazie all’introduzione dei 5 punti per la meta, unica dell’incontro, messa a segno da Ieuan Evans, che Jenkins si incarica di trasformare, oltre ad aver centrato i pali su punizione.

Il prosieguo di stagione serve al 22enne Neil per acquistare esperienza internazionale nei “test match” disputati contro Zimbabwe, Giappone e, soprattutto, Canada, contro il quale, a dispetto della sconfitta di misura (24-26) patita il 10 novembre ’93 a Cardiff, realizza tutti i punti della propria squadra, centrando per ben 8 volte i pali così da stabilire un record con la propria Nazionale, dopo aver, coi 17 punti messi a segno contro lo Zimbabwe, superato il record di 80 detenuto dal 1986 da Paul Thorburn per un Under 23 …

Queste prestazioni rappresentano un’importante iniezione di fiducia in vista del successivo “Torneo delle Cinque Nazioni”, Manifestazione in cui Galles è a digiuno di successi dal 1988 e che, al contrario, lo vede tornare ad imporsi nel 1994, grazie al fondamentale contributo di Jenkins, in particolare modo nella determinante vittoria per 17-15 sull’Irlanda al “Lansdowne Road” di Dublino, in cui l’intero bottino porta la sua firma, frutto di quattro piazzati in mezzo ai pali ed una meta realizzata sfruttando un intelligente passaggio del compagno di reparto Rupert Moon, mediano di mischia, così da aggiungere un altro record alla propria lista, vale a dire aver superato la quota di 166 punti nei primi 19 incontri con la propria Nazionale, detenuto da Phil Bennett, uno di quelli, ricordate, di cui secondo i critici Jenkins non era degno di indossarne la maglia …

Atteso ad una conferma l’anno seguente, il Galles sperimenta sulla sua pelle quanto sia facile passare, nello Sport, “dagli altari alla polvere”, guadagnandosi il sempre poco gradito “wooden spoon” (“Cucchiao di legno”) spettante alla formazione che conclude il “Cinque Nazioni” con sole sconfitte, per poi replicare la delusione della precedente edizione, venendo eliminato nella Fase a gironi della Coppa del Mondo ’95 svoltasi in Sudafrica, in cui risulta stavolta decisiva la sconfitta di misura (23-24) patita contro l’Irlanda all’ultimo turno …

L’unica, parziale consolazione per Jenkins viene dall’aver superato, a fine stagione, “quota 400” punti realizzati, in che sta a significare una media di oltre 80 punti nel suo primo quinquennio in cui ha indossato la maglia della Nazionale, una statistica che non può comunque soddisfare colui che pratica uno Sport dove, più di ogni altro, è il “gioco di squadra” a risultare determinante per l’esito di ogni singola sfida …

Ma, come successo in negativo per il 1995, ecco che il biennio successivo ribalta la situazione, con i citati successi (Coppa del Galles nel ’96 e vittoria nel Campionato gallese nel ’97) a livello di Club, pur se alcuni infortuni impediscono a Jenkins di prendere parte al “Cinque Nazioni” ’96 salvo che in una sola gara, non a caso l’unica vittoria (16-15) conseguita sulla Francia, dove mette a segno 11 punti, frutto di tre piazzati e della trasformazione della meta realizzata da Robert Howley.

L’oramai 26enne mediano di apertura – nel pieno della maturità fisica e tecnica – ottiene la definitiva consacrazione allorché, dopo aver fornito una devastante prestazione il 18 gennaio ‘97 al Murrayfield di Edimburgo nel successo per 34-19 sulla Scozia nella giornata inaugurale del “Cinque Nazioni”, trasformando tutte e quattro le mete (di cui una sua) gallesi, cui unisce due punizioni tra i pali per un totale di 19 punti, viene convocato nelle selezione dei “British and Irish Lions” per il tour di fine giugno in Sudafrica contro i Campioni del Mondo in carica …

Trasferta che si apre con la vittoria dei Lions – una sorta di “Nazionale britannica” – per 25-16 il 21 giugno a Città del Capo, con Jenkins a centrare 5 volte i pali su altrettanti piazzati, successo replicato una settimana dopo a Durban con un più sofferto 18-15 in cui è ancora l’asso gallese (schierato nell’occasione nel ruolo di estremo) a risultare determinante con analogo score al piede, che rende vane le tre mete messe a segno dagli “Springbocks”, visto anche il drop realizzato dal nazionale inglese Jerry Guscott …

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Guscott, Johnson e Jenkins dopo il 18-15 dei Lions al Sudafrica – da:gettyimages.it

E, mentre il Sudafrica salva l’onore affermandosi 35-16 nel terzo ed ultimo test-match disputatosi il 5 giugno ’97 a Johannesburg, gli ulteriori 11 punti (tre piazzati e la trasformazione della meta realizzata da Matt Dawson) realizzati da Jenkins fanno sì che il suo totale di 41 migliori il precedente record di segnature per i Lions detenuto con 38 punti dallo scozzese Gavin Hastings …

Salito agli onori della ribalta per le sue eccellenti prestazioni con i Lions, Jenkins viene riportato alla dura realtà dall’esito del “Cinque Nazioni” ’98, non tanto per il piazzamento finale del Galles (terzo con due vittorie ed altrettante sconfitte …), ma per le imbarazzanti esibizioni contro le due “grandi” Inghilterra e Francia, concluse con due pesanti rovesci di 26-60 nel tempio di Twickenham e, soprattutto, l’umiliante 51-0 rifilatogli dai “Bleus” sul terreno di Wembley, a causa dei lavori di costruzione del “Millennium Park” di Cardiff.

Per sua buona sorte, a Jenkins viene risparmiato il tour estivo in Sudafrica, dove i “Red Dragons” vengono distrutti 96-13 dagli Springbocks, classica “goccia che fa traboccare il vaso” per il cambio alla guida tecnica, per la quale viene scelto il già citato allenatore neozelandese Graham Henry.

La nuova mano dà immediatamente i suoi frutti, visto che, allorché a metà novembre il Sudafrica rende visita al Galles a Wembley, i padroni di casa conducono 20-17 (meta di Gareth Thomas e 5 piazzati di Jenkins) sino a 2’ dal termine, prima di subire il ritorno dei Campioni mondiali che si impongono 28-20, e quindi concludere l’anno con un convincente successo per 43-30 contro l’Argentina, ennesima volta in cui il 27enne mediano si conferma infallibile al piede, trasformando tutte e 4 le mete realizzate dai suoi compagni, cui unisce 5 calci di punizione in mezzo ai pali, circostanza che lo porta ad archiviare una “stagione in chiaroscuro” avendo comunque largamente superato “quota 600” quanto a punti realizzati in test-match …

Il 1999 è un anno importante per il Rugby gallese, in quanto il Capoluogo Cardiff ospita la quarta edizione della Coppa del Mondo, in previsione della quale è stato costruito il già riferito “Millennium Stadium”, capace di ospitare quasi 75mila spettatori, con il “Torneo delle Cinque Nazioni” utile per saggiare le condizioni delle aspiranti al titolo del Vecchio Continente.

Ed, in tale ottica, il cammino dei “Red Dragons” è quantomeno singolare, poiché ripetono, a parti invertite, l’esito della precedente stagione, nel senso che vengono sconfitti sia dalla Scozia (20-33) che dall’Irlanda (23-29) – gare in cui Jenkins non fallisce alcuna delle trasformazioni delle quattro mete complessivamente realizzate – per poi prendersi, al contrario, la rivincita delle pesanti sconfitte di 12 mesi prima contro Francia ed Infghilterra, andando addirittura ad espugnare il “Parc des Princes” di Parigi per 34-33 con 19 punti al piede del mediano di apertura e dopo aver chiuso in vantaggio 28-18 il primo tempo, per poi prendersi la più dolce delle rivincite all’ultimo turno, e proprio sul terreno di Wembley, contro un XV della Rosa a punteggio pieno e che, in caso di vittoria, avrebbe realizzato il Grande Slam.

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Jenkins a segno nel 32-31 sull’Inghilterra dell’11.4.1999 – da:dai-sport.com

Andati al riposo in svantaggio per 18-25, i ragazzi di Henry ricuciono il distacco nel corso della ripresa – in un match in cui i due n.10 Jenkins e Wilkinson si sfidano in una gara di precisione al tiro – per poi compiere il sorpasso per il definitivo 32-31 nei minuti finali grazie ad una meta dell’estremo Shane Howarth, la cui trasformazione non incute timore alcuno a Jenkins per i 2 punti del sorpasso, laureandosi altresì “top scorer” del Torneo con 64 punti messi a referto …

Detta vittoria rappresenta il lancio per un eccellente prosieguo di stagione, dopo che già il 20 marzo, in un test-match disputatosi a Treviso contro l’Italia e comodamente vinto 60-21, Jenkins aveva stabilito il proprio record di punti in una singola gara con 30 (una meta, 5 trasformazioni ed altrettante punizioni), costituito da due successi in Argentina ad inizio giugno (18 punti in ciascuno dei due incontri) e, sopratutto, con l’inaugurazione del “Millennium Stadium” a Cardiff, dove il Galles ottiene il 26 giugno la sua prima vittoria contro il Sudafrica 29-19 (12 anni dopo dall’ultimo successo su una formazione dell’emisfero australe …!!) e nel corso della quale realizza 19 punti e fornisce a Gareth Thomas il passaggio vincente per proiettarsi in meta …

Altre due gare di preparazione all’appuntamento iridato vedono i “Red Dragons” superare, sempre al nuovo impianto, sia il Canada (33-19) che la Francia (34-23), con Jenkins a sfiorare il proprio record, mettendo a referto 28 e 29 punti rispettivamente (con il primato di 9 piazzati in mezzo ai pali nell’incontro contro i “Galletti” …), il che consente al mediano di apertura di presentarsi all’appuntamento iridato in cui il Galles disputa le gare del suo Girone eliminatorio a Cardiff – dove, nel frattempo, Jenkins si è trasferito – avendo già largamente superato quota 800 punti in carriera e, finalmente, dopo due tentativi andati a vuote nelle precedenti edizioni, riesce a qualificarsi per i Quarti di finale …

Come se recitasse un copione già scritto, Jenkins (che al primo incontro del Girone eliminatorio ha già 879 punti al suo attivo …), realizza 13 e 19 punti nei due vittoriosi match contro Argentina (23-18) e Giappone (64-15), giusti giusti per eguagliare il primato assoluto di 911 detenuto da Lynagh e citato in premessa, così che la gara di chiusura contro le Samoa giunge a puntino per divenire, al momento, il miglior marcatore di ogni epoca …

Impresa facilmente portata a termine dopo appena 12′ di gioco, allorché trasforma una meta tecnica, per poi concludere la sfida con 16 punti all’attivo, non sufficienti però ad impedire il successo per 38-31 da parte degli isolani, pur garantendo comunque al Galles il primo posto nel Girone …

Lo scoglio dei Quarti si dimostra in ogni caso troppo duro per un Galles opposto ad un’Australia che sta percorrendo il cammino che la porta a conquistare, nuovamente in terra britannica, il suo secondo titolo iridato, così che i “Wallabies” si impongono con relativa facilità per 24-9, con i punti dei padroni di casa a portare l’esclusiva firma di Jenkins, che manda tre volte l’ovale in mezzo ai pali su calci piazzati.

L’ingresso nel nuovo millennio è foriero di buone notizie per l’oramai quasi 29enne Neil, innanzitutto perché vince il suo secondo titolo gallese con la sua nuova squadra, il Cardiff, quindi l’allargamento del Torneo Continentale con l’ammissione anche dell’Italia vede il Galles ritornare ai “santi vecchi”, ovvero avere la meglio su azzurri, irlandesi e scozzesi per poi rimediare cocenti tracolli contro Francia (3-36 a Cardiff) ed Inghilterra, che si vendica dello sgarbo subito l’anno prima con un eloquente 46-12 che non ammette repliche.

Molti si chiedono come farebbe la formazione gallese a restare a galla se non potesse contare sulla precisione dalla piazzola del suo mediano di apertura, un’abilità di cui si accorgono anche a livello della Real Casa, venendo premiato a fine ottobre 2000 con il titolo di “Member of the Most Excellent Order of the British Empire” (MBE) per i meriti in ambito sportivo, in una cerimonia svoltasi a Buckingham Palace al termine della quale Jenkins si fa trasportare in elicottero a Cardiff per disputare un’importante gara di “Heinken Cup” contro i Saracens, mettendo a segno tutti i punti nel successo per 24-14 della sua squadra.

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Jenkins in azione nella gara Cardiff-Saracens del 27.10.2000 – da:gettyimages.it

Oramai per Jenkins resta un solo traguardo da raggiungere, vale a dire quello di essere il primo giocatore al Mondo a superare la barriera dei 1000 punti in test-match e l’occasione gli si presenta, ironia della sorte, il 3 febbraio 2001 nella prima giornata del “Sei Nazioni“, proprio contro l’Inghilterra, ovvero la formazione contro cui aveva debuttato 10 anni prima …

Sceso in campo avendo già totalizzato 996 punti e consapevole dell’occasione di poter centrare un tale obiettivo proprio davanti ai suoi tifosi, Jenkins si porta a quota 999 centrando i pali su punizione per poi essere preda dell’emozione allorché dapprima fallisce la trasformazione di una meta realizzata dal mediano di mischia Robert Howley, per poi non riuscire a piazzare l’ovale in mezzo ai pali con una punizione da distanza ragguardevole e quindi è anche sfortunato vedendo un altro suo calcio respinto dal palo.

Con l’esito dell’incontro oramai saldamente in mano inglese (29-8 all’intervallo, 44-15 sarà il risultato finale …), l’interesse degli oltre 73mila spettatori che gremiscono il “Millennium Stadium” è tutto rivolto nel tentativo d Jenkins, che finalmente può concretizzarsi grazie ad una seconda meta gallese del n.8 Scott Quinnell che, depositando la palla vicino ai pali avversari, consente a Jenkins la più facile delle trasformazioni per portarsi a quota 1.001 punti raggiunti nel 2001, quasi un segno del destino …

Quanto avesse tenuto a questo record, sarà lo stesso Jenkins ad ammetterlo a carriera conclusa, allorché commenta: “Il mio primato non potrà mai essere superato, nel senso che in futuro ci sarà chi magari raggiungerà quota 2.000 punti – lo stesso Jonny Wilkinson è in grado di farlo – ma nessun altro potrà vantare il fatto di essere stato il primo giocatore al mondo a superare quota 1.000 …!!

Jenkins è oramai giunto al capolinea della propria carriera, conclusa a livello di Club nel 2004 potendo vantare “numeri impressionanti” quali 4.139 punti all’attivo in sole 308 gare disputate (per una media di oltre 13 punti a partita …!!), mentre a livello internazionale vive il suo passo d’addio l’1 novembre 2002 a Wrexham nel comodo 40-3 a spese della Romania, al quale (come al solito, verrebbe da dire …) contribuisce con la metà dei punti segnati dalla propria squadra, frutto di 4 trasformazioni ed altrettanti calzi piazzati, così da portare il proprio totale a quota 1.090, di cui 1.049 con la maglia dei “Red Dragons” e 41 con i Lions …

A proposito, avendo rilevato una “sottile ironia” circa la previsione sul suo rivale Wilkinson di poter raggiungere il doppio dei suoi punti, quest’ultimo riesce comunque a scalzarlo dalla prima posizione toccando quota 1.246 alla data del suo ritiro, solo per vedersi a propria volta dal più micidiale calciatore che l’ultracentenaria Storia del Rugby ricordi, ovverossia il mediano d’apertura neozelandese Dan Carter, che a fine 2015 ha sfiorato il tetto dei 1.600 punti, fermandosi a quota 1.598 così da relegare Jenkins, al momento, al terzo posto della “Graduatoria All Time” …

Ma tanto, il primato di essere stato il primo a varcare la soglia dei 1000 punti nessuno potrà mai toglierglielo …!!

L’ESAME DI MATURITA’ DELL’ARGENTINA AI MONDIALI DI RUGBY 1999

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I giocatori argentini salutano il pubblico dopo la sconfitta col Galles del ’99 – da:gettyimages.ae

Articolo di Giovanni Manenti

In ogni tipo di Sport, sia esso individuale che, forse a maggior ragione, di squadra, l’ambizione di chi vi partecipa è quella di poter accedere alle massime competizioni, di norma riservate a chi vanta una maggiore tradizione nelle singole discipline …

La cosa crea ancor più desiderio allorché, in altri Sport di squadra dette Nazioni eccellono e, senza tanti giri di parole, questo è il caso di due Paesi leader nel Calcio, quali Italia ed Argentina – 11 Finali e 6 titoli mondiali complessivamente – capaci di farsi rispettare anche quando trattasi di Basket o Volley, ma che vanno un tantino in difficoltà non appena la palla da sferica diviene ovale, ovverossia nella pratica del Rugby.

Sia chiaro, non si tratta di formazioni cenerentole, tutt’altro, ma sino alla fine dello scorso Secolo è sempre mancato loro di fare quell’ultimo salto di qualità che potesse permettere di accedere all’eccellenza che, in relazione ai rispettivi emisferi, stava a significare entrare a far parte dello storico “Torneo 5 Nazioni” per gli azzurri e potersi confrontare con Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda per i “Pumas”.

Le stesse sono sempre state invitate a competere nella Coppa del Mondo, la cui edizione inaugurale si svolge nel 1987, ma alla stregua di commensali ad un banchetto d’onore, non vi era possibilità di finire le portate, costrette ad abbandonare il desco al massimo dopo il primo, quand’anche addirittura non all’antipasto …

Curiosamente, proprio nella citata prima edizione in cui veniva messo in palio lo splendido Trofeo costituito dalla “William Webb Ellis Cup”, con 16 squadre a prendervi parte, Italia ed Argentina sono inserite nello stesso Gruppo, assieme alle Isole Fiji ed ai padroni di casa della Nuova Zelanda, ed il loro primo confronto diretto in tale Manifestazione è appannaggio proprio del XV sudamericano, che si impone per 25-16 in un match dove, con due mete per parte, a fare la differenza è la precisone al piede del leggendario mediano di apertura Hugo Porta, primo giocatore argentino ad essere inserito, nel 1997, nella “International Rugby Hall of Fame”.

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Hugo Porta, leggenda del Rugby argentino – da:world.rugby

Ma a qualificarsi per i Quarti sono, oltre agli All Blacks, i figiani, e per l’Argentina va ancor peggio quattro anni dopo, allorché ai Mondiali ’91, racimola solo sconfitte in un Girone peraltro quanto mai ostico, posta di fronte ad Australia, Galles e Samoa Occidentali, con queste ultime a compiere l’impresa di superare per 16-13 i più quotati gallesi, estromettendoli dal Torneo …

Per i “Pumas”, il problema principale è costituito dalla mancanza di avversari nel Continente di appartenenza, prova ne sia che si erano presentati alla Rassegna iridata dopo aver letteralmente “passeggiato” nel Campionato sudamericano, come dimostra l’esito delle sfide contro Cile (41-6), Uruguay (32-9), Paraguay (37-10) e Brasile, quest’ultimo addirittura sommerso da ben 17 mete (!!) per un 84-6 conclusivo che poteva essere ancor più pesante considerato che all’epoca una meta valeva ancora 4 punti.

Si rende pertanto necessario intensificare i confronti con le Nazioni più evolute, e già l’anno seguente, nel corso del Tour autunnale in Europa, l’Argentina ha modo di misurarsi con due formazioni “di seconda fascia”, quali Spagna e Romania, espugnando sia il “Campo Universitario” di Madrid (43-34 con 5 mete realizzate) che lo “Stadio della Dinamo” di Bucarest (21-18 andando 3 volte in meta), per poi compiere l’impresa di sconfiggere, il 14 novembre ’92 allo “Stade Marcel Saupin” di Nantes, la Francia per 24-20, ribaltando nella ripresa un risultato che al riposo la vedeva sotto per 12-15 ed in cui, stavolta, la differenza la fanno i piazzati dell’estremo Santiago Meson.

Parte del merito sta nell’aver temporaneamente affiancato al Tecnico Luis Gradin il neozelandese John Hart, benefici che si riscontrano anche nel ’93 allorché l’Argentina, dopo un positivo Tour in Giappone a maggio concluso con due vittorie, si conferma quale Campione Sudamericano, Torneo valevole anche come qualificazione per i Mondiali di Sudafrica ’95, con l’unica difficoltà incontrata contro l’Uruguay, superato in rimonta per 19-10 (3-10 all’intervallo …) ancora grazie al piede educato di Meson, autore di 14 punti, compresa la trasformazione dell’unica meta messa a segno da Pedro Sporleder.

Successo al quale fanno seguito due onorevoli sconfitte nel Tour di fine autunno del Sudafrica in Sudamerica, specie nel primo incontro, in cui gli “Springbocks” rischiano una clamorosa rimonta dopo il 29-10 con cui chiudono il primo tempo, con ancora Meson protagonista con 21 punti (una meta, 2 trasformazioni e 4 piazzati) per il 29-26 conclusivo, una discreta dose di autostima, in vista dei prossimi appuntamenti, rafforzata dal doppio successo (28-22 esterno e 16-11 a Buenos Aires) contro gli Stati Uniti a maggio/giugno ’94, incontri validi come ultima fase di qualificazione ai Mondiali, così come dall’aver superato per due volte (16-15 e 19-17) la Scozia in occasione del loro Tour sudamericano di inizio giugno ’94.

Certo, i due pesanti rovesci (22-42 e 26-46) nel Tour autunnale in Sudafrica contro il Paese organizzatore della Coppa del Mondo dell’anno successivo stanno a testimoniare che il cammino è ancora lungo, però con le migliori compagini europee il gap sembra essersi ridotto, anche se manca ancora la certificazione data da una vittoria in tale Manifestazione …

Presentatasi, pertanto, in Sudafrica con legittime ambizioni di riuscire a superare il primo turno, essendo oltretutto inserita in un Girone non impossibile, che, oltre alla favorita Inghilterra, comprende anche due “vecchie conoscenze” quali Italia e Samoa Occidentali, l’Argentina si vede al contrario sbattuta in faccia una quanto mai amara realtà.

E dire che l’esordio è tutt’altro che negativo, opposti al “XV della Rosa” gli argentini mettono in mostra un buon gioco alla mano che si traduce in due mete di Arbizu e Noriega, e solo la precisione di Rob Andrew (6 calci di punizione e 2 drop in mezzo ai pali) consente agli inglesi di far loro il match per 24-18, ma alla seconda uscita la decisiva sfida con le Samoa Occidentali vede i sudamericani vanificare un vantaggio di 16-10 all’intervallo per poi essere sconfitti 26-32 ed anche l’incontro – valido solo per evitare l’ultimo posto del Girone, essendo entrambe a quota zero – con l’Italia serve agli Azzurri per vendicare la sconfitta di Christchurch del 1987, imponendosi per 31-25 grazie ad una superba prova di Diego Dominguez, autore di 21 punti, frutto di una meta, 2 trasformazioni e 4 calci di punizione.

Nove partite di Coppa del Mondo con una sola vittoria ed 8 sconfitte non depongono certo a favore della crescita del movimento rugbistico argentino, che deve cercare soluzioni alternative, visto che anche il 1996 è caratterizzato esclusivamente da vittorie nel “Campionato Panamericano” – 29-26 agli Usa, 54-20 all’Uruguay e 41-21 al Canada – ed in un “test match” contro i “cugini” uruguaiani, mentre al cospetto di Francia, in due occasioni così come contro il Sudafrica, i “Pumas” rimediano pesanti rovesci, con una fiammella di speranza costituita dall’onorevole sconfitta per 18-20 subita il 14 dicembre ’96 a Twickenham contro l’Inghilterra, in cui si mette in evidenza il mediano di apertura Gonzalo Quesada – alla sua quarta presenza da titolare e degno erede di Hugo Porta – il quale realizza tutti i punti sudamericani piazzando per 6 volte l’ovale in mezzo ai pali su punizione.

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Gonzalo Quesada, mediano d’apertura argentino – da:deportivaactual.wixsite.com

Speranza che si rafforza allorché – rendendo visita nel Tour di fine maggio/inizio giugno ’97 – l’Inghilterra subisce il 7 giugno la sua seconda sconfitta della storia sul suolo sudamericano con un altresì significativo 33-13 avendo altresì la propria linea di meta violata in 4 occasioni, stagione che – oltre alla scontata conferma nel Campionato Sudamericano con vittorie a dir poco imbarazzanti per le avversarie – si conclude in gloria con il successo per 18-16 di inizio novembre contro l’Australia a Buenos Aires.

Oramai sembra imboccata la strada giusta, anche se il 1998 è un anno di contraddizioni, in quanto, se da un lato i “Campionati Panamericani” – valevoli come qualificazioni per i Mondiali ’99 – al pari del Campionato Sudamericano non costituiscono ostacoli di sorta con 6 vittorie sugli altrettanti match disputati, il finale di stagione, con un Tour autunnale in giro per l’Europa, vede i “Pumas” rimediare altrettante sconfitte contro Italia (19-23), Francia (14-34) e Galles, battuti per 30-43.

Non certo il modo più incoraggiante per aspirare ad un’inversione di tendenza in vista della quarta edizione della Coppa del Mondo che ha luogo nel Vecchio Continente dall’1 ottobre al 6 novembre ’99, con una formula bizzarra determinata dall’allargamento da 16 a 20 delle partecipanti.

Suddivise, difatti, in 5 Gironi da quattro squadre ciascuno, le prime classificate accedono direttamente ai Quarti di Finale, mentre le seconde più la miglior terza disputano una sorta di playoff che qualificano altre tre formazioni per comporre le otto che danno vita alla Fase ad eliminazione diretta, e l’Argentina è inserita nel Gruppo D assieme a Galles, Giappone e, tanto per cambiare, Samoa Occidentali.

Competizione che per l’Argentina si apre come quattro anni prima in Sudafrica, ovvero con un’onorevole sconfitta contro i favoriti gallesi (un 18-23 con tutti i punti dovuti dalla precisione dei calci di Quesada …), ma stavolta la prosecuzione è ben diversa, perché il secondo incontro vede i “Pumas” sfatare il tabù costituito dalle Samoa Occidentali, travolte 32-16 in virtù di una meta realizzata da Alejandro Allub, cui seguono un drop e ben 8 piazzati tra i pali di un quanto mai inspirato Quesada.

In casa albiceleste si ritiene che il più sia fatto, non considerando – come in effetti avviene – il Giappone un ostacolo insormontabile, ma il successo per 33-12 sugli asiatici è vanificato dalla sorprendente vittoria degli oceanici sul Galles per 38-31, così che tutte e tre le squadre si ritrovano a parità di punti in Classifica, ed avendo riferimento alle mete realizzate, il primo posto spetta ai padroni di casa, ed il secondo alle Samoa Occidentali, ma il fatto di aver vinto due incontri fa sì che l’Argentina risulti comunque la miglior terza, così da accedere ai playoff per i Quarti di Finale.

Senza avere ancora – in quattro edizioni della Rassegna iridata – sconfitto nessuna delle formazioni del “Cinque Nazioni”, così come le “Big Three” dell’emisfero australe, che dal 1996 danno anche loro vita ad un Torneo similare, denominato “Tri Nations”, l’Argentina è chiamata all’impresa il 20 ottobre ’99 allo “Stade Felix Bollaert” di Lens, opposta all’Irlanda, classificatasi seconda nel Gruppo E, alle spalle dell’Australia.

Quella che rappresenta una “data storica” per il Rugby del Paese sudamericano si risolve in una sfida al piede tra i due mediani d’apertura Quesada da una parte e David Humphreys dall’altra, con il “XV del Trifoglio” a sembrare di aver messo una serie ipoteca sul passaggio del turno allorché, dopo essere andato al riposo sul 15-9 a proprio favore, allunga sino a 21-9 grazie ad un piazzato ed ad un drop del riferito mediano di apertura.

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L’esultanza argentina al termine del match con l’Irlanda – da:rugbyworld.com

E quando, a tre quarti dell’incontro, un altro calcio in mezzo ai pali di Humphries fissa il punteggio sul 24-15, rintuzzando un primo tentativo di rimonta argentina, in pochi sono in grado di scommettere su di un esito diverso della contesa, ancorché Quesada la pensi diversamente, con un piazzato che riduce le distanze ad una meta trasformata, cosa che puntualmente avviene allorché, ad 8’ dal termine, tocca a Diego Albanese violare la difesa irlandese per la meta che, trasformata da Quesada, ribalta il punteggio per il primo vantaggio sul 25-24 per i “Pumas” nel corso dell’incontro, poi arrotondato, in chiusura, sul 28-24 grazie ad un altro piazzato di Quesada …

Sfatato l’incantesimo, ed approdati così per la prima volta ai Quarti di Finale della più importante Manifestazione a livello internazionale, gli argentini rendono la vita dura anche ai favoriti francesi, nel match che va in scena il 24 ottobre ’99 al “Lansdowne Road” di Dublino, andando al riposo sul 20-27, prima che nella ripresa lo spumeggiante gioco d’attacco transalpino rompa gli argini sino al 47-26 conclusivo che pone fine ai sogni di gloria sudamericani.

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Una fase del Quarto di Finale contro la Francia – da:gettyimages.it

Ma “il ghiaccio è rotto”, e dall’edizione della Coppa del Mondo ’99 il panorama rugbistico prende coscienza che un’altra pericolosa concorrente si è fatta largo, non “abbandonando più il banchetto a metà portate”, ed a trarne beneficio sono gli stessi giocatori, per i quali la vetrina iridata consente loro di strappare lucrosi contratti nei vari Club europei, primo fra tutti il più volte ricordato Gonzalo Quesada – altresì “top scorer” del Torneo con 102 punti realizzati – che si accasa in Francia per vestire, negli anni a seguire, i colori di Narbonne, Beziers, Stade Français, Pau e Toulon, ma anche Allub è tesserato dal Perpignan, così come Diego Albanese, dopo una stagione al Grenoble, varca la Manica per trasferirsi dapprima al Gloucester e quindi al Leeds.

Con la fine del XX Secolo si chiude così un’epoca che potremmo definire di “apprendistato” per il Rugby argentino e se ne apre una nuova che trova il suo apice nello “storicoterzo posto conquistato ai Mondiali di Francia 2007, per poi ricevere l’ambito onore, a far tempo dal 2012, di sfidare Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda nel Torneo australe che, con l’ingresso dei “Pumas”, cambia denominazione da “Tri Nations” a “Rugby Championship”, Manifestazione nella quale, nell’edizione della scorsa stagione, i sudamericani si sono presi il lusso di sconfiggere 32-19 il Sudafrica a Mendoza ed addirittura di cogliere un successo per 23-19 in casa dei “Wallabies” …

Per la prima volta, quest’anno, la nona edizione della Coppa del Mondo avrà luogo al di fuori dei confini australi e del Vecchio Continente, essendo ospitata dal Giappone dal 20 settembre al 2 novembre prossimi, e l’Argentina è inserita nel terzo Girone assieme a Francia, Inghilterra, Tonga e Stati Uniti.

State pur certi che i Commissari Tecnici inglesi e transalpini non dormono sonni tranquilli …

 

GEORGE GREGAN, L’UOMO DEI RECORD DEL RUGBY AUSTRALIANO

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George Gregan – da:georgegregan.com

Articolo di Giovanni Manenti

Fedeli alla trama del film cult “Sliding Doors”, non potremo mai sapere quale potrebbe essere stata la sua carriera sportiva qualora i genitori non avessero deciso di trasferirsi in Australia allorquando non aveva ancora compiuto due anni di età …

Già, perché George Gregan, uno dei più talentuosi mediani di mischia nella Storia del Rugby mondiale, nasce a Lusaka, Capitale dello Zambia, il 19 aprile 1973 da padre australiano e madre dello Zimbabwe, curiosamente nello stesso Ospedale dove, due anni dopo, vede la luce Corné Krige che avrebbe indossato la fascia di Capitano del Sudafrica all’epoca in cui Gregan ricopre identico incarico per i Wallabies.

Con ogni probabilità si sarebbe dedicato al Calcio, lo Sport nazionale zambiano – ne sanno qualcosa anche gli Azzurri, umiliati per 0-4 alle Olimpiadi di Seul ’88 – mentre nel Paese dei Canguri piace molto di più avere a che fare con una palla ovale anziché sferica, ed il gioco è fatto.

Cresciuto nella Capitale Canberra, Gregan è anche un promettente studente, frequenta il “St Edmund’s College” e consegue la Laurea in Educazione Fisica all’Università di Canberra, nel mentre inizia a farsi strada nel mondo del Rugby, tanto da essere selezionato per le rappresentative australiane Under 19 ed Under 21, prima di fare il suo esordio nella Nazionale maggiore, il 18 giugno ’94 a Brisbane contro l’Italia, che impegna i padroni di casa ben oltre le aspettative, risultando sconfitta per il ridotto margine di 23-20, per poi replicare ad una settimana di distanza per un più netto 20-7.

Ad inizio agosto, Gregan segna i suoi primi punti per i Wallabies andando in meta nel facile successo per 73-3 sulle Isole Samoa, per poi concludere il suo primo anno tra i grandi con la ben più importante vittoria contro la Nuova Zelanda, valida per la “Bledisloe Cup”, superata 17-6 il 17 agosto ’94 a Sydney, data importante per il 21enne George, in quanto un suo miracoloso placcaggio sull’ala All Black Jeff Wilson lanciata in meta assicura il successo ai propri colori e ne rafforza la credibilità all’interno della squadra.

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Il celebre placcaggio di Gregan su Jeff Wilson – da:timclayton.photoshelter.com

Ne è convinto anche il Commissario Tecnico Bob Dwyer, che difatti non manca di inserire Gregan tra i selezionati per la terza edizione della Coppa del Mondo ’95 che si svolge in Sudafrica, manifestazione in cui si alterna con Peter Slattery nel ruolo di mediano di mischia e che vede peraltro l’Australia, detentrice del titolo, eliminata nei Quarti di Finale, sconfitta 25-22 dall’Inghilterra.

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Gregan in azione contro l’Inghilterra alla Coppa del Mondo ’95 – da:gettyimages.ae

Altra stagione della svolta è il 1996, più che altro a livello generale, in quanto il Rugby volge al Professionismo con la costituzione di due importanti manifestazioni, di cui la prima, a livello di Club, chiamata “Super 12” (in quanto vi prendono parte 12 formazioni) e riservata a formazioni di Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, successivamente modificata in “Super Rugby” stante il progressivo allargamento sno alle attuali 18 squadre, con l’inserimento altresì di una rappresentante argentina ed una giapponese.

Alla stessa stregua, nel medesimo anno prende anche il via il “Tri Nations”, versione australe del “Cinque Nazioni” europeo, a cui partecipano le Nazionali di Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, salvo tramutarsi, a far tempo dal 2012, nel “Rugby Championship” per l’inserimento anche dell’Argentina, cosi come il Torneo del Vecchio Continente aveva visto l’allargamento all’Italia a partire dall’edizione 2000.

Per Gregan, questo comporta la sottoscrizione di un contratto – assieme al compagno di Nazionale Stephen Larkham – con i Canberra Brumbies, con cui resta per 11 stagioni sino al 2007, anno che lo vede altresì chiudere la propria esperienza con i Wallabies, andando per la prima volta a sfiorare la conquista del titolo nel 1997, allorché i suoi Brumbies vengono sconfitti 23-7 dagli Auckland Blues, trascinati dal mediano di apertura Carlos Spencer, nella Finale disputata in Nuova Zelanda il 31 maggio ’97.

Meno soddisfacente è, al contrario, il biennio in maglia gialloverde, con l’Australia a chiudere all’ultimo posto (in entrambi i casi con una vittoria e tre sconfitte) i Tornei 1996 e ’97 del “Tri Nations”, subendo un pesante 6-43 a Wellington contro gli All Blacks il 6 luglio ’96 (ancorché Gregan sia rimasto confinato in panchina per l’intero match) ed un ancor più umiliante 22-61 contro gli Springbocks il 23 agosto ’97 a Pretoria, con Gregan stavolta nel suo ruolo di mediano di mischia, con l’amico Larkham a fungere da estremo.

Risultati che, come logica conseguenza, costano il posto al Tecnico Greg Smith, sostituito da Rod MacQueen, musica per le orecchie di Gregan, visto che il 48enne originario di Sydney altri non è che il suo allenatore ai Brumbies, un binomio che non tarda a dare i suoi frutti.

Ed anche se, a livello di Club, inizia nel “Super 12” l’egemonia dei fortissimi Crusaders neozelandesi – che si aggiudicano tre edizioni consecutive dal 1998 al 2000, vincendo quest’ultima edizione affermandosi 20-19 sul terreno del “Bruce Stadium” di Canberra contro proprio i Brumbies, che nelle loro file hanno un altro punto di forza della Nazionale, nell’ala/interno Stirling Mortlock – con i Wallabies le cose migliorano, come testimonia il successo nella “Bledisloe Cup” ’98, avendo la meglio sulla Nuova Zelanda in tutti e tre i confronti disputati, anche se il successo nel “Tri Nations” ’98 arride al Sudafrica …

All Blacks che si riscattano nell’edizione ’99, così da presentarsi – come sempre, del resto – in veste di favoriti alla Coppa del Mondo che si svolge nel Vecchio Continente, tra Regno Unito e Francia, manifestazione per la quale il Commissario Tecnico MacQueen convoca ben 10 giocatori dei Brumbies, con l’eccezione di Mortlock, ancora in attesa di fare il suo esordio in Nazionale.

Tenuto a riposo nella terza gara del Girone eliminatorio contro gli Usa (portata facilmente a casa per 55-19) dopo il determinante successo contro l’Irlanda per 23-3 che garantiva l’accesso diretto ai Quarti, Gregan è decisivo con due mete – la prima delle uniche due occasioni in cui realizza un tale risultato in Nazionale – nella vittoria per 24-9 al “Millennium Stadium” di Cardiff contro i padroni di casa gallesi, che schiude all’Australia le porte delle semifinali, avversari i Campioni in carica degli Springbocks.

Match equilibrato e spigoloso, dove l’importanza delle mischie è capitale, visto che nessuna delle due squadre riesce ad oltrepassare la linea di meta, ed a risultare decisiva – dopo che al termine dei tempi regolamentari il punteggio è fermo sul 18 pari, con i Wallabies raggiunti da due piazzati del mediano di apertura Jannie de Beer negli ultimi minuti di gioco – è la precisione al piede dell’estremo Matt Burke ed un drop di Larkham in mezzo ai pali a fare la differenza per il 27-21 che manda l’Australia per la seconda volta in Finale dopo il trionfo del ’91.

Preparati ad affrontare gli All Blacks per la più classica delle sfide dell’emisfero australe, Lomu & Co. subiscono viceversa, il giorno dopo, la loro prima sconfitta in Coppa del Mondo contro una squadra europea, sprecando un vantaggio di 24-10 maturato ad inizio ripresa per essere travolti 43-31 da uno scatenato XV di Francia che entra con una facilità irrisoria nella disorientata difesa neozelandese.

Francesi che non si ripetono il 6 novembre ’99, giorno della Finale al “Millennium Stadium” di Cardiff, allorché i 72.500 spettatori assistono ad un dominio australiano grazie alla “magica coppia” di mediani formata dai compagni di Club Gregan e Larkham che consente al XV di MacQueen, andato al riposo sul 12-6 costituito solo da calci piazzati, di respingere il tentativo di rimonta transalpino affidato al piede di Christophe Lamaison, violando per due volte la meta avversaria con l’ala Ben Tune ed il subentrato Owen Finegan per il 35-12 conclusivo che certifica il bis mondiale australiano, concedendo il Tecnico altresì a Gregan la “standing ovation” da parte del pubblico, sostituendolo ad 1’ dal termine.

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Se questo è indiscutibilmente l’apice della carriera del talentuoso mediano di mischia, altre soddisfazioni non mancano certo nel successivo quinquennio, a cominciare dai successi nelle edizioni 2000 e 2001 del “Tri Nations”, stagione quest’ultima che vede Gregan affermarsi finalmente, dopo due Finali perse, anche nel “Super 12”, alzando da Capitano il trofeo dopo la netta vittoria per 36-6 a spese dei Coastal Sharks sudafricani.

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Gregan

Torneo che vede i Brunbies tornare nuovamente a disputare la Finale per il titolo anche l’anno seguente, trovando stavolta la strada sbarrata dai già citati Crusaders che si impongono 31-13 nella sfida andata in scena a Christchurch, mentre a livello di Nazionale si era registrato nel 2001 il cambio della guardia in panchina, con MacQueen sostituito da Eddie Jones, anch’egli proveniente dall’esperienza coi Brumbies che aveva condotto al ricordato titolo nel “Super 12”.

Per il nuovo Commissario Tecnico vi è una grande responsabilità, ovvero tornare a sollevare la “William Webb Ellis Cup” a quattro anni di distanza dal trionfo di Cardiff nella quinta edizione della Coppa del Mondo ’03 che si disputa proprio in Australia, pressione non indifferente, ma alla quale si appresta a partecipare potendo contare sullo “zoccolo duro” dei suoi ragazzi dei Brumbies, con l’oramai collaudata coppia Gregan/Larkham ad orchestrare il gioco nella zona nevralgica del campo.

Sicuramente l’intesa tra i due mediani cementata in centinaia di partite disputate tra Club e Nazionale aiuta non poco i Wallabies, che, inseriti nel Gruppo A assieme ad Irlanda, Argentina, Romania e Namibia, vengono a capo di un ostico match contro il XV del trifoglio che vale il primo posto nel Girone solo per 17-16, ringraziando anche una prodezza di Gregan che mette a segno un drop, non certo la specialità della casa, visto che trattasi del suo terzo, nonché ultimo, realizzato in Nazionale.

Superato lo spavento, gli accoppiamenti dei Quarti prevedono un turno sostanzialmente non impossibile contro la Scozia, difatti annientata per 33-16, nel cui tabellino figurano anche Gregan e Mortlock con una meta a testa, mentre ben più atteso ed impegnativo è il confronto con gli “odiati rivali” degli All Blacks, dai quali avevano ricevuto una dura lezione (21-50) a fine luglio a Sydney nel corso del “Tri Nations”, che i neozelandesi si erano aggiudicati a punteggio pieno.

L’impianto è lo stesso, lo “Stadium Australia” di Sydney, così come sono ancora 82mila gli spettatori che ne gremiscono le tribune, solo che l’esito è totalmente diverso, con la difesa gialloverde a concedere una sola meta agli avversari, nel mentre il pacchetto di mischia dei Wallabies regge l’urto All Black e l’interno Elton Flatley si dimostra impeccabile sui piazzati, centrando ben 5 volte i pali, oltre a trasformare la meta di Mortlock per il 22-10 che certifica la terza Finale in 5 edizioni della manifestazione per gli australiani.

Per Gregan, oramai superate le 30 primavere ed altresì promosso Capitano dopo l’addio di John Eales, sollevare al cielo la Coppa significherebbe il coronamento di una già di per sé straordinaria carriera, ed è per questo che possiamo perdonargli una leggera “caduta di stile” allorché, a conclusione della semifinale, si rivolge agli sconfitti neozelandesi con il poco sportivo: “Four more years, boys, four more years …”, intendendo che avrebbero dovuto attendere altri quattro anni prima di tentare ancora una volta la scalata al titolo.

Titolo che, però, sfugge anche a Gregan, il quale vede il suo sogno svanire al 100’ minuto della Finale contro l’Inghilterra protrattasi sino ai tempi supplementari, per il quanto mai celebre drop del mediano di apertura Jonny Wilkinson per il 20-17 che sancisce il trionfo del “XV della Rosa, a tutt’oggi l’unico successo di una Nazione Europea nella competizione …

Per Gregan, che comincia a fare i conti con la carta d’identità, iniziano a far notizia più i record individuali che non le vittorie, pur se i suoi Brumbies fanno loro l’edizione ’04 del “Super 12”, avendo la meglio il 22 maggio al “Canberra Stadium” sui fortissimi Crusaders neozelandesi, in cui militano i due fenomeni Richie McCaw e Dan Carter, sconfitti 47-38 in una delle più appassionanti sfide della storia della manifestazione, per quello che resta l’ultimo successo del Club, che in seguito torna a disputare l’atto conclusivo solo nel 2013, venendo sconfitto 22-27 dai Chiefs neozelandesi.

Difatti, il 31 luglio 2004 a Perth, nel match valido per il “Tri Nations” contro il Sudafrica e vinto per 30-26, Gregan taglia il traguardo delle 100 presenze coi Wallabies, primo giocatore a riuscire in una tale impresa dai 101 “caps” raggiunti di David Campese a dicembre ’96, per poi vivere un periodo non felice sia a livello sportivo che familiare …

Sul secondo versante, infatti, ad ottobre dello stesso anno Gregan annuncia pubblicamente che suo figlio di 4 anni è affetto da epilessia, lanciando una campagna di sensibilizzazione nel suo Paese contro tale malattia caratterizzata dallo slogan “Get on the Team” (“Entra nella Squadra”), mentre dal punto di vista professionale è costretto a saltare buona parte del “Super 12” ’05 a seguito della frattura di una gamba in uno scontro di gioco contro i Waratahs in Canberra, facendo il suo rientro nel match vinto per 69-21 contro l’Italia il 25 giugno ’05.

Ed anche se il 2005 è un “annus horribilis” per il XV australiano – che porta come conseguenza il siluramento di Eddie Jones quale Commissario Tecnico – con sole 5 vittorie a fronte di 8 sconfitte, tra cui tutte e 4 le gare del “Tri Nations”, proprio nell’ultimo turno di tale Torneo, il 3 settembre ’05 ad Auckland, nella sconfitta per 24-34 contro la Nuova Zelanda, Gregan eguaglia il record assoluto di presenze in Nazionale detenuto dall’inglese Jason Leonard con 114, venendo omaggiato dai partecipanti alla sfida facendo sì che entrasse per primo e da solo in campo rispetto agli altri giocatori.

Un primato poi superato due mesi dopo nell’incontro disputato a Marsiglia contro la Francia e che, nelle sue ultime due stagioni con la maglia dei Wallabies, Gregan incrementa sino a quota 139 presenze, nel mentre dapprima eguaglia e poi supera il numero di volte (55) detenuto da John Eales quale capitano del XV australiano, arrivando sino a quota 59 così da raggiungere in vetta alla speciale classifica a livello internazionale l’inglese Will Curling, anche se detto record viene successivamente migliorato dal sudafricano John Smit nel 2009, a causa anche del fatto che a Gregan viene preferito Mortlock quale Capitano in occasione della Coppa del Mondo ‘07.

Per quanto concerne, viceversa, il primato delle citate 139 presenze complessive, lo stesso resiste tuttora a livello nazionale, mentre il solo ad averlo migliorato nel resto del pianeta è la leggenda neozelandese Richie McCaw, giunto sino a quota 148 al momento del suo ritiro dopo la vittoria nella Coppa del Mondo 2015.

Un Mc Caw anch’egli in grado di disputare, al pari di Gregan, quattro edizioni dei Mondiali, con quella svoltasi in Francia nel 2007 a rappresentare l’epilogo della sua carriera, sconfitto 10-12 nei Quarti da un Inghilterra andata a segno esclusivamente con quattro piazzati di Wilkinson, stesso percorso raggiunto dalla Nuova Zelanda, sconfitta 18-20 dalla Francia per l’unica volta, nella Storia della Manifestazione, che gli All Blacks non raggiungono le Semifinali …

L’addio alla Nazionale era stato preceduto, pochi mesi prima, da quello al Club, con cui Gregan, così come l’inseparabile compagno Larkham, si congeda scendendo per l’ultima volta in campo davanti ai suoi tifosi il 28 aprile 2007 – 10 giorni dopo il compimento dei 34 anni – nel successo per 15-6 sui Crusaders, al termine del quale vengono entrambi festeggiati con l’annuncio che una tribuna del “Canberra Stadium” avrebbe preso il loro nome.

Ma il saluto al proprio Paese non coincide con l’addio all’attività agonistica da parte di Gregan che, assieme al sudafricano Victor Matfield ed ai neozelandesi Andrew Mehrtens ed Anton Oliver, si accasa al Toulon, in Francia, contribuendo alla promozione del Club nella Prima Divisione transalpina, denominata “Top 14, per poi trasferirsi addirittura in Giappone, nelle file del Suntory Sungoliath, prima di ritirarsi definitivamente nel 2011, a 38 anni di età.

Questo, in sintesi, ciò che George Gregan ha rappresentato per il Rugby australiano e non solo, magari amato od odiato per la sua spavalderia, ma si è certamente ritagliato durante la sua carriera un ruolo di primo piano tra i più grandi di ogni epoca.

Celebre per la sua visione di gioco e la velocità con cui riusciva a distribuire l’ovale, Gregan – a dispetto di un fisico non eccezionale (m.1,73 per 76kg.) – non si è mai tirato indietro quando c’era da lottare per portare a casa la vittoria, venendo per questo rispettato per la leadership ed il carisma che era in grado di trasmettere ai compagni, nonché per l’elevata determinazione a conquistare il successo.

Tutto questo, ovviamente, grazie alla scelta dei genitori di far ritorno in Australia …

 

I FRATELLI CAMBERABERO, GLORIA DEL RUGBY FRANCESE DI FINE ANNI ’60

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I fratelli Guy e Lilian Camberabero – da:rugbtmeet.com

Articolo di Giovanni Manenti

Una delle particolarità del Rugby rispetto al Calcio, dove in questi ultimi anni si assiste ad una commistione e sovrapposizione nei ruoli dei giocatori schierati in campo, è che lo Sport della palla ovale mantiene ben chiare le caratteristiche dei propri elementi e, fra queste, due sono tra le più importanti nell’economia del gioco.

Mi riferisco ai due mediani, quello di mischia (n.9) e l’altro di apertura (n.10), il cui apporto (e soprattutto l’intesa …) è fondamentale per il successo della propria squadra, un po’ come accadeva, a livello calcistico, negli anni ’60 e ’70, con la “coppia di interni“, fra le più famose delle quali si possono citare Mazzola e Suarez all’Inter, così come Lodetti e Rivera al Milan, al pari di Bulgarelli ed Haller al Bologna od anche Merlo e De Sisti alla Fiorentina e così via …

Figuriamoci se poi questa importante liaison avviene addirittura tra due fratelli – e quasi gemelli, come andremo tra poco a verificare – quali vantaggi ne può trarre la formazione che è in grado di schierarle, ed in questo a beneficiarne è “L’equipe de France”, che grazie a loro riesce a conquistare il suo primo “Grande Slam” nella storia del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni”.

Per chi non lo avesse ancora capito, stiamo parlando dei fratelli Guy e Lilian Camberabero, nati entrambi a Saubiom nella Nuova Aquitania a distanza quasi cronometrica di un anno l’uno dall’altro, visto che Guy, il maggiore, vede la luce il 17 maggio 1936 e Lilian il 15 luglio dell’anno successivo.

In Francia, nel corso degli anni ’50 – a dispetto dell’ottimo terzo posto dei “Bleus” ai Mondiali di Calcio di Svezia ’58 – il Rugby è lo Sport principale a livello di squadra, ed è pertanto normale che i due fratelli si dedichino a questa disciplina, in cui sopperiscono alle loro non eccelse dimensioni fisiche (m.1,69 Guy e m.1,63 Lilian) con una grande agilità e velocità, nonché, per quanto riguarda il maggiore dei due, con una sensibilità di calcio fuori dal comune.

Si fa presto a sentir parlar di loro, che muovono i primi passi nelle file della “Union Sportive Tyrosse” – dove a 18 anni Guy fa già parte della prima squadra, mentre il fratello minore milita ancora nella formazione giovanile – tanto che la svolta giunge nel corso del 1955, allorché l’intera famiglia si trasferisce a La Voulte-sur-Rhone per dare un cambio radicale alla propria vita …

Ad insistere per far sì che i Camberabero entrassero a far parte del XV de “La Voulte Sportif” è tale De Vecchi, il quale, per favorirne l’inserimento, convince il Presidente Jean Palix, altresì Direttore Generale della locale succursale della famosa industria chimico-farmaceutica della Rhone-Poulenc, ad assumerli in qualità di operai, così come al padre viene riservato un posto da Capo reparto.

Mai connubio ha avuto modo di rivelarsi così favorevole, visto che con l’inserimento de “Les Lutins de La Voulte” (“Gli Elfi de La Voulte”, così chiamati per la loro bassa statura …) il Club ottiene al primo impatto la promozione nella Massima Divisione rugbistica francese, categoria che mantiene ininterrottamente sino al 1978, rivestendo altresì ruoli di primo piano, come nel 1959, allorché, superata in grande stile la Fase a Gironi, giunge sino alla semifinale con la propria linea di meta inviolata – 6-0 al Cognac nei 16esimi, 3-0 sia al Perpignan negli ottavi che al Mazamet nei quarti – prima di cedere 9-16 di fronte allo Stade Montois, nelle cui file milita, curiosamente, un’altra celebre coppia del Rugby francese, vale a dire quella formata dai fratelli André e Guy Boniface.

Di questo affiatato duo (con Lilian a ricoprire il ruolo di mediano di mischia e Guy quello di apertura …) intende, per quanto ovvio, giovarsene anche la Nazionale, ed il Commissario Tecnico Jean Prat li convoca per la prima volta per il Tour estivo ’61 nell’emisfero australe, dove peraltro l’unico ad avere l’opportunità di debuttare è il più anziano Guy, schierato come mediano d’apertura nella sconfitta per 32-3 contro la Nuova Zelanda del 19 agosto.

L’esordio non propriamente felice, fa sì che Guy torni ad indossare la divisa della propria Nazionale solo a distanza di un anno, ancora un match amichevole disputato a Bucarest contro la Romania l’11 novembre ’62 e concluso con una nuova sconfitta (0-3), prima che sia lo stesso terreno di gioco a celebrare, il 29 novembre ’64, la doppia apparizione dei fratelli Camberabero, per quello che è il debutto del più giovane Lilian, che coincide altresì sia con il successo transalpino per 9-6 che con i primi punti messi a segno per il proprio Paese da Guy, autore di una meta (all’epoca valeva 3 punti …) e di un drop, la “specialità della casa” …

Si potrebbe pensare che questo sia l’inizio di una brillante collaborazione tra i due congiunti a livello di Nazionale ed invece, a dispetto dei buoni risultati ottenuti con il Club – raggiunta una seconda semifinale nel 1965, dopo aver superato, nell’ordine, Aviron bayonnais (25-6), Stade Rochelais (6-0) e Béziers (12-0), prima di cedere 14-21 ai futuri Campioni dell’Agen – ad essere convocato per le gare del “Cinque Nazioni” del 1965 e ’66 è il solo Lilian, disputando due incontri a stagione, per un record di due vittorie, un pari ed una sconfitta, senza però mai iscrivere il proprio nome tra i marcatori.

Una tendenza che compie una definitiva inversione nel corso del “Biennio di Gloriadel Rugby francese 1967-’68, e non è un caso che ad esserne protagonisti siano “i Cambé”, come sono soprannominati nell’ambiente, nonostante abbiano oramai raggiunto la soglia dei 30 anni, ma non per questo aver perso le proprie doti di agilità e precisione .

Il motivo di questa attesa deriva dalla sempre molto critica stampa transalpina, che imputa a Guy (quale mediano di apertura, il vero regista della formazione …) di non praticare il “bel gioco” tanto caro al di là delle Alpi, in quanto alle aperture alla mano preferisce, avvalendosi del suo piede particolarmente educato, il calcio a seguire per gli inserimenti delle ali, ma si sa, ciò che conta in ogni tipo di sport sono i risultati, e la Francia, dopo la vittoria nel 1962, non è più riuscita a ripetersi nelle successive quattro edizioni del prestigioso Torneo continentale.

Occorre però una prova tangibile che convinca definitivamente il Tecnico Prat della bontà della scelta, e questa giunge, puntualmente, in quella che può tranquillamente definirsi come “la gara della svolta” nella carriera internazionale dei fratelli, che si svolge l’11 febbraio ’67 a Colombes, avversaria l’Australia, dopo che “les Bleus” avevano esordito, un mese prima, al “Cinque Nazioni” venendo sconfitti 8-9 a domicilio dalla Scozia.

Gloria dello Sport della palla ovale con 6 titoli nazionali, due Coppe di Francia e due successi nel “Cinque Nazioni” da giocatore, Prat non è ancora riuscito a conquistare alcun trofeo da allenatore, tant’è che la convocazione dei Camberabero per la sfida contro i “Wallabies” rappresenta una sorta di “ultima chance” per cambiare rotta, non potendo peraltro forse lui stesso immaginare come sarebbe stato ricambiato.

Quel pomeriggio, difatti, la Francia rimonta il passivo di 5-8 con cui le due squadre erano andate al riposo, capovolgendo l’esito dell’incontro sino al 20-14 conclusivo a proprio favore, ma, cosa mai più ripetuta, tutti i punti portano la firma dei Cambé, con Lilian a realizzare l’unica meta transalpina e Guy, oltre alla relativa trasformazione, a mettere a segno al 15 punti frutto di quattro piazzati ed un drop per un totale di 17 che, all’epoca, rappresenta un record a livello di Nazionale …

Un’impresa che non lascia più alcun dubbio su a quali mani (e piedi …) affidare le sorti del XV di Francia, ottenendo oltretutto un’immediata conferma a due settimane di distanza, allorché la formazione di Prat si impone per 16-12 sull’Inghilterra a Twickenham – dove non vinceva da 12 anni, vale a dire dal 16-9 del 26 febbraio ‘55 – con ancora la precisione al tiro di Guy a fare la differenza, convertendo le due mete realizzate da Claude Durthe e Bernard Duprat, cui unisce un drop ed una punizione in mezzo ai pali.

Allenatosi per le due ultime, decisive sfide del “Cinque Nazioni” contribuendo con 27 punti (9 trasformazioni, 2 piazzati ed un drop …) alla demolizione per 60-13 dell’Italia a Tolone il 26 marzo ’67, una settimana dopo, l’1 aprile a Colombes, Guy Camberabero firma un’impresa “storica” nel successo per 20-14 sul Galles, in quanto, dopo aver trasformato una delle due mete realizzate da Benoit Dauga e Durthe, realizzato un calcio di punizione e centrato per due volte i pali su calcio di rimbalzo (uno dei quali su assist di Lilian …), si prende la soddisfazione nei minuti conclusivi di varcare egli stesso la linea di meta, così da completare quello che gli inglesi definiscono “Full House”, ovvero essere iscritto nel tabellino dei marcatori in tutte e quattro le possibili casistiche.

Manca un ultimo passo per portare a casa il Trofeo, e lo scenario si sposta al leggendario “Lansdowne Road” di Dublino, dove il 15 aprile ’67 sono in 50mila a darsi convegno per assistere alle magie del piede di Guy, il quale, dopo essersi incaricato di trasformare l’unica meta realizzata da Jean-Michel Cabanier, manda per due volte in mezzo ai pali altrettanti drop per l’11-6 definitivo che certifica il ritorno transalpino ai vertici del Rugby europeo e, per Prat, il coronamento di una fantastica carriera, potendo così lasciare, da vincitore, l’incarico di Commissario Tecnico al suo sostituto, Fernand Cazenave.

Anno 1967 che si conclude in gloria per Guy Camberabero, il quale, dopo essersi fatto apprezzare anche nel Tour estivo in Sudafrica – in particolare nel successo per 19-14 del 29 luglio contro gli “Springbocks”, in cui converte le mete realizzate da Cabanier e da Jean Trillo per poi mettere a segno i due drop decisivi – viene premiato con il prestigioso “Oscar du Midi Olympique”, quale miglior giocatore francese della stagione.

Solo un folle avrebbe potuto privarsi dei servigi dei due fratelli, e siccome Cazenave tutto è tranne che un pazzo, avvia la propria esperienza alla guida del XV francese facendo affidamento sulla splendida coppia nel match di apertura dell’edizione ’68 del “Cinque Nazioni”, che i Campioni in carica si aggiudicano per 8-6 contro la Scozia violando il terreno di gioco di “Murrayfield” ad Edimburgo, ma avendo notato un certo affaticamento, li risparmia entrambi per la seconda gara in programma a fine gennaio a Colombes contro l’Irlanda – sostituendoli con la coppia formata da Jean-Henri Mir e Jean Gachassin del Lourdes, per la gioia dei loro detrattori – che i transalpini si aggiudicano per 16-6 con il 24enne Pierre Villepreux a fare le veci di Guy in fase di trasformazione.

Posto di fronte al dilemma su chi puntare per le decisive sfide del Torneo, Cazenave sceglie la strada dell’esperienza e, recuperata la miglior forma fisica, i Canberabero sono ora pronti ad affrontare assieme le loro due ultime gare con la Nazionale, a cui forniscono un contributo fondamentale, a partire dalla sfida interna contro l’Inghilterra del 24 febbraio ’68, dove nel 14-9 conclusivo Guy mette la propria firma nel trasformare l’unica meta dell’incontro realizzata da Jean Gachassin e nel centrare i pali con un piazzato, mentre Lilian si prende, per una volta, lo sfizio di emulare il fratello maggiore nel mettere a segno un drop pure lui …

Con il Trofeo già in proprie mani prima dell’ultima giornata, grazie ai 6 punti ottenuti rispetto ai 5 dell’Irlanda che però ha già completato il programma, mentre Galles ed Inghilterra seguono a quota 3 e 2 punti, rispettivamente, l’incontro del 23 marzo al “National Stadium” di Cardiff assume una particolare rilevanza in quanto, qualora vittoriosi,les Bleus” realizzerebbero il primo “Grande Slam” nel Torneo della loro storia.

Quale modo migliore per porre fine alla loro esperienza con la Nazionale, per i due fratelli, che difatti onorano l’impegno nell’unico modo in cui sono capaci, ovverossia entrando entrambi nel tabellino in termini assolutamente decisivi, visto che all’intervallo le due squadre vanno al riposo con i padroni di casa in vantaggio per 9-3, prima che una meta di Lilian trasformata da Guy e quindi un piazzato e l’ultimo dei suoi 11 drop (ad una sola lunghezza dal record, all’epoca, detenuto dall’estremo Pierre Albaladejo, ma in 30 incontri rispetto ai 14 disputati da Camberabero …) da parte del fratello maggiore ne rovesciassero l’esito per il 14-9 conclusivo ed un “Grande Slam” che la Francia sarà in grado di replicare solo 9 anni dopo, nel 1977 …

110 punti – frutto di 2 mete, 19 trasformazioni, 11 calci di punizioni ed altrettanti drop – nelle 14 gare giocate con la maglia della Nazionale sono il contributo dato ai propri colori da Guy Camberabero, al quale il fratello Lilian ha risposto con più miseri 9 punti (2 mete ed un drop) nelle 13 occasioni in cui è sceso in campo, ma con l’invidiabile record di esserne uscito sconfitto una volta sola – e pure di stretta misura, 8-9 a Cardiff contro il Galles il 26 marzo ’66 – a dimostrazione di quanto positivo sia stato il loro impatto nella storia del Rugby transalpino e che, se a livello internazionale vede conclusa la propria esperienza, riserva ancora una piacevolissima sorpresa con il Club che li ha portati alla ribalta.

Non più, difatti, assillati dagli impegni con il XV di Francia, i Cambé possono ora dedicarsi con maggiore impegno alle sorte del Campionato, in cui, dopo aver superato il primo turno della Fase ad eliminazione diretta sia nel 1968 (sconfitti 9-47 agli Ottavi dai futuri Campioni del Lourdes) che nel ’69, dove ad interromperne i sogni di gloria, sempre agli ottavi, era stato il Montferrand (5-17), superano per la sesta volta consecutiva la Fase eliminatoria a Gironi.

Opposta nei 16esimi all’Aviron bayonnais, La Voulte Sportif ha la meglio per 9-3, per poi non avere pietà negli ottavi del Graulhet (travolto 24-3) e quindi, dopo aver superato 18-8 il Brive ai quarti, prendersi la rivincita sull’Agen che l’aveva eliminata nel ’65 all’identico stadio della Competizione,  imponendosi per 9-3 ed accedere così alla prima, nonché unica, Finale per il titolo della propria storia.

Avversaria della sfida, allo stadio di Tolosa, in quel memorabile 17 maggio 1970, è la formazione del Montferrand e, per entrambe, si tratterebbe del primo titolo, ragion per cui l’importanza della posta in palio ha il predominio sul bel gioco, tanto che l’incontro si rivela avaro di emozioni ed a risolverlo in favore della compagine dei fratelli Camberabero è una meta messa a segno da Renaud Vialar, per una volta tanto non trasformata da Guy, per il 3-0 che sancisce il trionfo de La Voulte.

Non avendo oramai più nulla da chiedere alla loro attività agonistica, Lilian si ritira nel 1971 e Guy poco più tardi, restando comunque entrambi nel Mondo del Rugby svolgendo attività di allenatore, mentre il destino riserva loro percorso diversi al di fuori del panorama della palla ovale.

Entrambi sposati, dai rispettivi matrimoni, difatti, mentre Lilian – scomparso a fine 2015 all’età di 78 anni, vittima di un male incurabile al fegato – ha avuto due femmine, Guy ha generato due maschi, Didier e Gilles, a cui ha così potuto trasmettere la propria passione per il Rugby, militando ambedue ne La Voulte e con il maggiore dei quali, Didier (nato il 9 gennaio 1961), a proseguire nella tradizione familiare, indossando a propria volta in 36 occasioni i colori della Nazionale transalpina, dal 1982 al ’93.

Degno figlio di cotanto padre, Didier viene selezionato per le prime due edizioni della Coppa del Mondo 1987 e ’91, disputando la Finale persa 9-29 contro la Nuova Zelanda il 20 giugno 1987 ad Auckland, ed in detto periodo mette a segno ben 354 punti – tuttora sesto miglior marcatore di ogni epoca de “les Bleus” – frutto, oltre che di 12 mete, di 48 trasformazioni, 59 calci piazzati ed 11 drop, curiosamente, questi ultimi, esattamente pari a quelli realizzati dal genitore e che li pongono, a pari merito, al terzo posto nella “Graduatoria All Time” di detta, specifica specialità.

Come dire, “buon sangue (o meglio, buon piede …) non mente …!!

 

IL BRESCIA RUGBY E QUEI RAGAZZI CHE CONQUISTARONO LO STORICO SCUDETTO NEL 1975

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Il Brescia Rugby Campione d’Italia 1975 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Nei primi anni ’70, in Italia, se dici Rugby pensi a Padova ed al suo Petrarca, che si aggiudica cinque Scudetti consecutivi dal 1970 al ’74 – tra l’altro i primi della sua storia, avendo sino ad allora dovuto subire la supremazia delle Fiamme Oro, altra Società patavina – e come sempre accade in questi casi, ci si interroga, ad inizio della stagione 1974-’75, su chi possa essere in grado di spezzare questa egemonia.

Le maggiori credenziali vanno ai neroverdi de L’Aquila, che ne avevano contrastato il successo giungendo secondi ad un sol punto di distacco nel ’74, risultando decisivi i confronti diretti, conclusi sul 6-6 in terra abruzzese ed a favore del Petrarca per 6-4 al ritorno, così come al Rugby Roma (da non confondersi con il CUS Roma), nel quale militano giocatori di spicco quali l’estremo Rocco Caligiuri e l’inglese Dick Greenwood, giunto nella Capitale proprio nell’estate ’73 e messosi immediatamente in evidenza con le sue 17 mete che lo vedono primeggiare nell’apposita Classifica.

Pochi avrebbero scommesso sul Rugby Brescia, anche se, da neopromosso, aveva concluso la stagione precedente ad un più che dignitoso quinto posto, mentre maggiore curiosità si riversa sul CUS Genova, la formazione del leggendario terza linea centro Marco Bollesan, che per tre anni di seguito, dal 1971 al ’73, era giunto secondo, sfiorando l’impresa nel ’73, superato dal Petrarca di un solo punto, in virtù del sorpasso avvenuto alla penultima giornata con il successo dei veneti per 18-8 nello scontro diretto.

Ma l’estate ’74 porta in serbo un trasferimento che sposta gli equilibri, ovverossia quello del già citato Bollesan dal CUS Genova proprio a Brescia, l’elemento in grado di fare da collante tra i reparti e già da un decennio colonna anche della Nazionale italiana.

Operaio all’Italsider di Genova, Bollesan ha al suo attivo già uno Scudetto, conquistato nel 1966 con la Partenope Napoli – che così bissava il titolo dell’anno precedente – allorché per andarvi a giocare venne trasferito nello stabilimento di Bagnoli, per poi fare ritorno nella sua città d’adozione, lui nato a Chioggia, per far vivere al Club ligure il suo triennio d’oro.

Abbiamo dato spettacolo”, ricorda Bollesan del suo secondo periodo a Genova, “praticavamo quello che oggi si definirebbe “Rugby champagne”, il che ci permetteva di andare regolarmente in meta, più di ogni altra squadra, ma il nostro punto debole erano i calci piazzati, non avendo nelle nostre file un calciatore degno di tal nome, così che gli Scudetti li vinceva il Petrarca …!!”.

Lacuna, quest’ultima, che non si presenta a Brescia dove, a fine estate ’72, giunge il gallese David Cornwall, classe 1947, convinto a trasferirsi in Italia dal connazionale David Williams, approdando a Bologna ed è in occasione di un match di Serie B tra i felsinei ed il Brescia, vinto dai primi 9-7 grazie a tre suoi calci piazzati in mezzo ai pali, che il General Manager lombardo Lorenzo Bonomi lo contatta per poi riuscire a strappare il suo consenso a trasferirsi a Brescia, dando sin dal primo momento dimostrazione della sua abilità al piede, dato che conclude il Campionato ’74 con il maggior numero di punti realizzati, pari a 188, laddove nelle stagioni precedenti si faceva fatica a superare “quota 100” …

Bollesan non approda da solo comunque a Brescia, portandosi dietro il compagno di squadra Paolo Paoletti, 22enne tallonatore di Frasciati, mentre da San Donà a rinforzare il XV lombardo arriva il seconda linea Adriano Fedrigo, che già conta 19 presenze in azzurro.

Innesti importanti, dunque, in una formazione che l’anno precedente ha posto le basi per disputare una stagione al vertice, ben guidata dall’allenatore/giocatore Giuseppe Vigasio e tra cui spicca pure un “figlio d’arte”, ovverossia Luciano “Cochi” Modonesi, il cui padre Alberto faceva parte della prima formazione dell’Italia scesa in campo il 20 maggio 1929 a Barcellona contro la Spagna, venendo sconfitta 0-9, il quale non voleva che il figlio si dedicasse anch’egli allo Sport della palla ovale, mentre, al contrario, supera largamente le imprese paterne, vestendo in ben 17 occasioni i colori azzurri.

L’inizio del Torneo è positivo per i lombardi, con 5 convincenti vittorie in altrettante gare di Campionato, ivi compreso un netto 26-3 alle Fiamme Oro Padova per poi dover ospitare, a sette giorni di distanza, i cinque volte Campioni d’Italia del Petrarca, venendo sconfitti a domicilio per 3-16, cui seguono un pari per 6-6 a Treviso ed una seconda sconfitta per 9-13 a L’Aquila alla penultima di andata, girone concluso comunque in testa alla Classifica con 17 punti, grazie ai preziosi successi interni contro Rovigo (11-3) e Rugby Roma (24-6), mentre il Petrarca, al comando sino alla nona giornata con un solo passo falso nel sempre ostico derby con le Fiamme Oro, perso 3-12, si ritrova staccato di un punto a causa delle sconfitte di misura patite nei due ultimi turni per 8-10 e 3-4 contro Rovigo e L’Aquila rispettivamente, con quest’ultima ad aver raccolto 15 punti al giro di boa.

Campionato quanto mai incerto, dunque, in cui a fare la differenza sono i confronti diretti, con il primo, fondamentale test ad andare in scena alla sesta di ritorno a Padova dopo che la settimana prima i “cugini” delle Fiamme Oro avevano fatto un grosso favore ai Campioni in carica infliggendo al Brescia per 9-7 la sua terza ed ultima sconfitta stagionale, consentendo al Petrarca di affiancarla in vetta alla Classifica a quota 24, al pari de L’Aquila che nel ritorno ha lasciato un solo punto nel pari per 12-12 contro il Rovigo.

Mai si sarebbe potuto ipotizzare che, a metà del girone di ritorno, tre squadre si dividessero la testa della Classifica a parità di punti, e con ancora i tre scontri diretti da disputare, ed il pareggio imposto da Bollesan & Co. per 12-12 sul campo dei pluricampioni d’Italia, al di là dell’aver consentito a L’Aquila, facilmente vittoriosa per 20-3 nel Capoluogo ligure su un derelitto CUS Genova – il quale terminerà il torneo con tutte sconfitte ed un mortificante -1 in graduatoria quale punto di penalizzazione per aver rinunciato alla troppo onerosa trasferta di Catania contro l’Amatori – di aver preso un minimo vantaggio, è visto in chiave positiva, dovendo ospitare i neroverdi alla penultima giornata.

L’importante è non commettere passi falsi nelle successive tre giornate – che segnano, al contrario, l’abdicazione del Petrarca, fermato sul 10-10 dal Rugby Roma e sconfitto 4-13 sul sempre ostico terreno di Treviso – cosa che i lombardi portano a termine con il convincente successo interno per 22-13 sui trevigiani e la sofferta vittoria (6-4) a Rovigo nella settimana antecedente il “match che vale una stagione” …

Anche L’Aquila, difatti, ha proseguito nella sua marcia, dimostrando altresì un’ottima condizione di forma nella gara che precede lo scontro diretto sommergendo di mete per un punteggio finale di 49-6 un Frascati che aveva costretto al pari i bresciani alla terza di ritorno, e, pertanto, la sfida si presenta quanto mai incerta.

Un’incertezza che regna sovrana per tutti gli 80’ di gioco, ma quando l’arbitro decreta la fine dell’incontro il tabellone recita 8-7 per i lombardi che così riconquistano la vetta della Classifica alla vigilia dell’ultima giornata, ma è ancora presto per cantar vittoria, dato che il calendario propone come impegno conclusivo l’insidiosa trasferta nella capitale contro il Rugby Roma, terzo con 29 punti rispetto ai 33 del Brescia ed ai 32 dell’Aquila (a propria volta impegnata al “Fattori” contro gli oramai ex Campioni del Petrarca), per nulla intenzionato a fare favori a chicchessia.

L’appuntamento con la storia è fissato per domenica 20 aprile 1975, teatro lo “Stadio Flaminio” di Roma dove si sono trasferiti in massa tutti gli appassionati di rugby della “Leonessa d’Italia” per vivere un sogno che si sta trasformando in realtà, ed allorché alle 16:30, a conclusione dell’incontro iniziato alle ore 15:00, la missione è compiuta grazie al 19-12 con cui si conclude la gara, pianti, abbracci ed urla di gioia si sprecano sulle tribune, con anche il pubblico di casa a rendere omaggio all’impresa compiuta dal XV lombardo, mentre in campo Vigasio e Cornwell – che si è confermato leader della Classifica marcatori con 151 punti – vengono portati in trionfo dai compagni di squadra.

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Il trionfo del Brescia Rugby sulla stampa locale – da:bresciaoggi.it

Se la gioia in tribuna è più che legittima, immaginate quella di quegli “omoni che hanno compiuto l’impresa”, che non è mai consigliabile avere nel proprio locale per festeggiare uno Scudetto in parte inatteso, e ne sa qualcosa il proprietario del Ristorante “Da Banana”, che dopo il passaggio di quell’orda festante che aveva celebrato la storica conquista la sera stessa a Brescia, rimase chiuso per una settimana …

Se primeggiare non è mai facile, ripetersi lo è generalmente ancor di più, e la stagione seguente “la sfida a tre” tra i neo Campioni d’Italia, il Petrarca e L’Aquila si arricchisce di un ulteriore protagonista, ovverossia il Rovigo, a digiuno di titoli dal 1964 dopo aver messo in fila un poker di successi tra il 1951 ed il ’54 ed un tris tra il 1962 ed il ’64, appunto.

Anche in questo caso – come accaduto con il trasferimento di Bollesan dal CUS Genova a Brescia – vi è una discriminante a fare la differenza, ovverossia il ritorno in Italia, dopo 20 anni di assenza del “guru” del Rugby francese, al secolo Julien Saby, colui che, senza tema di smentita, può essere a giusta ragione considerato uno dei personaggi più influenti nello sviluppo della disciplina nel nostro Paese, avendo a tre riprese guidato anche gli Azzurri, nonché allenato gli Amatori Milano, Campioni d’Italia nel lontano 1936.

Quest’ultimo dato fa ritenere che il tecnico transalpino non sia propriamente un ragazzino allorché valica nuovamente le Alpi, e difatti ha già raggiunto i 72 anni allorquando nell’estate ’74 accetta l’incarico di riportare il Rovigo ai fasti del decennio precedente, opera per completare la quale giunge al “Battagliniil seconda linea sudafricano Dirk Naudè, che si affianca al veterano Isidoro Quaglio, nel mentre il compito di finalizzare l’azione offensiva dei rodigini spetta al trequarti ala Elio De Anna, 27 presenze in azzurro con 32 punti per lui.

Non che Brescia non le provi tutte per confermare il fresco titolo a lungo agognato, visto che a due giornate dal termine è appaiato in testa alla Classifica al XV veneto con 34 punti, frutto di 16 vittorie, 2 pareggi ed altrettante sconfitte, mentre Rovigo, pur battuto solo a Roma per 25-17 alla quarta giornata, si è fatto fermare per 4 volte sul pari, con ancora però lo scontro diretto in programma proprio in casa dei nei scudettati all’ultima giornata.

Sfida che è preceduta da un emozionante turno precedente, che vede protagoniste le due formazioni patavine, con il Petrarca, oramai fuori dai giochi per il titolo, a fare lo sgambetto agli “storici” rivali, imponendosi al “Battaglini” per 10-9, inciampo di cui i lombardi non sanno a loro volta approfittare cadendo malamente a Padova per 9-31 contro le Fiamme Oro.

Un brutto “campanello d’allarme”, che non fa presagire nulla di buono in vista della partita cruciale della settimana successiva, presentimenti che si trasformano in realtà allorché, guidato da un De Anna che conclude la stagione come miglior marcatore di mete con 19 all’attivo, Rovigo espugna il terreno bresciano per 12-6 così impedendo al XV lombardo di ripercorrere, a distanza di 10 anni esatti, l’identico percorso della Partenope Napoli, che conquistò i suoi due unici Scudetti nel biennio 1965-’66.

Ma anche se non confortata dall’auspicato bis, resta pur sempre nella storia, non solo del Rugby, ma di tutto lo Sport bresciano il titolo del 1975, che rappresenta altresì la prima volta che un titolo di Campione d’Italia approda nella città lombarda, per averne un secondo occorrerà attendere 28 anni, allorché nel 2003 un tale onore tocca alla formazione di Pallanuoto …

Come possibile, quindi, che “i XV che fecero l’impresa” non siano ricordati ad imperitura memoria come coloro che hanno dato lustro sul piano sportivo ad una delle più celebri e storiche città della Lombardia …

 

LAWRENCE DALLAGLIO, IL COLOSSO DI ORIGINI ITALIANE CHE FECE GRANDE L’INGHILTERRA DEL RUGBY

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Lawrence Dallaglio – da:standard.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Come in un qualsiasi Sport di squadra, anche nel Rugby vi sono ruoli più appariscenti, che entusiasmano gli spettatori, quali i due mediani di mischia e di apertura, con quest’ultimo, di solito, deputato a calciare tra i pali trasformazioni e punizioni, quand’anche non drop spesso decisivi – chi non ricorda le parabole vincenti di Joel Stransky nella Finale dei Mondiali ’95 e di Jonny Wilkinson in quella del 2003 che dettero la vittoria a Sudafrica ed Inghilterra nei rispettivi Tornei – per non parlare delle ali, chiamate con la loro velocità di base a concludere, il più delle volte, le azioni alla mano.

Non si può però prescindere da un “ruolo chiave”, ovverossia colui designato a fare il “lavoro sporco” in mezzo al terreno di gioco, il “Terza linea centro”, che nel gergo anglosassone viene più semplicemente definito “Number Eight” (”Numero otto”) dal numero di maglia che indossa e che, come facilmente intuibile, essendo il Rugby disciplina che si gioca in 15 giocatori per squadra, esso individua l’esatta metà degli stessi, come una specie di spartiacque fra difesa ed attacco.

Il “numero 8”, pertanto, deve avere caratteristiche di forza fisica pari ad un giocatore di mischia, abbinate però alle qualità tecniche di un trequarti data la sua doppia veste di dover essere il primo ostacolo alle offensive avversarie ed, altresì, pronto a rilanciare la manovra per la propria squadra.

Capirete pertanto, come per ricoprire un tale ruolo siano innanzitutto necessarie qualità fisiche non indifferenti, dovendo cercare di dominare la scena in mezzo al campo, che uniscano forza ed agilità tali da rappresentare una sorta di frangiflutti dalla cui prestazione può dipendere l’esito di un incontro.

Non voglio dire che certi doti si possano riconoscere alla nascita, ma allorché i coniugi Vincenzo (un italiano emigrato in Gran Bretagna) ed Eileen (anglo-irlandese), misero al mondo il 10 agosto 1972 a Londra il loro secondogenito, averlo chiamato Lorenzo Bruno Nero, poi “inglesizzato” in Lawrence, un qualche segno deve averlo pur dato …

Personaggio carismatico e la cui vita, sia sportiva che al di fuori del Rugby sembra un romanzo, il giovane Lawrence riceve una perfetta educazione, frequentando dapprima la “King’s House School” e quindi lo “Ampleforth College”, uno dei più famosi Istituti cattolici del Regno Unito, periodo durante il quale è al centro di un curioso evento per uno che nella pratica agonistica sarà sempre al centro di epiche sfide a colpi di muscoli.

Accade, difatti, che a 13 anni, Lawrence incida, assieme ad altri 20 compagni di scuola del coro della “King’s House”, le voci di sottofondo del celebre brano “We don’t need another Hero” cantato da Tina Turner ed utilizzato quale colonna sonora del film “Mad Max – Oltre la sfera del tuono” (1985), circostanza rimasta del tutto sconosciuta sino a quando, a venti anni di distanza, il Sindacato dei Musicisti Britannici non verifica come ai ragazzi del coro non fossero mai stati riconosciuti i diritti su tale prestazione, mettendosi alla ricerca dei componenti e svelando così la presenza tra di loro dell’oramai affermato rugbista, nonché Campione del Mondo, Dallaglio, il quale peraltro dona la quota di sua spettanza ad un Fondo di assistenza creato in memoria del suo insegnante di canto.

Nel frattempo, la “voce bianca” era alquanto cresciuta, sino a raggiungere i 191cm. di altezza ed i 112kg. di peso, misure ottimali per il ruolo che lo avrebbe reso celebre nel mondo del Rugby, al quale si avvicina a livello professionistico nel 1990, firmando per i London Wasps dopo essere stato colpito da un tragico lutto l’anno precedente, vale a dire la perdita dell’adorata sorella maggiore Francesca, perita a 19 anni il 10 agosto ’89 (dieci giorni dopo il 17esimo Compleanno di Lawrence …) nel ribaltamento di un battello fluviale sul Tamigi che provoca la morte di 51 persone.

A causa delle sue triple origini, Dallaglio avrebbe potuto essere selezionato per le Nazionali di Italia, Inghilterra ed Irlanda e, difatti, già nell’anno del suo esordio con i Wasps, ci sono dei sondaggi da parte della Federazione del trifoglio per verificarne la disponibilità a giocare con loro, invito che il 18enne Lawrence cortesemente declina.

Mai scelta si dimostra più lungimirante, poiché, nel frattempo, Dallaglio inizia a scalare le gerarchie all’interno del suo Club – al quale rimarrà fedele per l’intera sua carriera – tanto da ricevere i gradi Capitano nel ’95 ad avvenuto trasferimento di Rob Andrew al Newcastle, anno che si conclude con l’esordio in Nazionale, dapprima come riserva, subentrando nella ripresa del test match disputato il 18 novembre a Twickenham contro i Campioni del Mondo del Sudafrica, e quindi un mese dopo, il 16 dicembre, sullo stesso terreno, bagna la sua prima gara da titolare andando in meta nel successo per 27-9 sulle Isole Samoa.

Quanto la presenza di Dallaglio inizi a divenire fondamentale per i propri compagni di squadra, se ne ha una chiara dimostrazione dall’esito della Premiership ’97 che i London Wasps si aggiudicano a dispetto del fatto che altri quattro giocatori di livello avessero seguito Andrew al Newcastle, dominando la stagione – che all’epoca prevedeva l’assegnazione del titolo al termine del Girone all’italiana, senza disputa di playoff – in cui collezionano 18 vittorie, un pari e solo tre sconfitte, con la perla del successo per 40-36 sul campo dei Campioni in carica del Bath, vincitori di ben 5 titoli nelle precedenti 6 stagioni.

Successo al quale i London Wasps abbinano due vittorie consecutive nella “Anglo-Welsh Cup – Torneo che vede impegnate le 12 partecipanti alla Premiership inglese e quattro formazioni gallesi – nel 1999, superando 29-19 in Finale il Newcastle di Jonny Wilkinson, e l’anno seguente avendo la meglio per 31-12 su Northampton, trionfi che rappresentano per Dallaglio una sorta di “ritorno alla vita” dopo uno scandalo che lo aveva pesantemente coinvolto.

Oramai divenuto punto fisso del XV inglese, con il Commissario Tecnico Clive Woodward ad assegnargli la fascia di Capitano già nel ’97 a soli 25anni dopo aver vinto il “Torneo delle 5 Nazioni” nel ‘96, il 24 maggio ’99 il più celebre settimanale scandalistico britannico, ovverossia “The News of the World”, spiattella in prima pagina a caratteri cubitali la notizia che Dallaglio avrebbe fatto uso di droghe pesanti (eroina e cocaina …), anche se la circostanza viene riferita come relativa a fatti avvenuti 8 o 9 anni prima, con in più il particolare che il Capitano della Nazionale si sarebbe vantato di aver assunto tali sostanze durante una festa in Sudafrica nel ’97 al seguito dei “British Lions”.

Il giocatore si difende negando decisamente di aver mai fatto uso di simili sostanze, asserendo che le dichiarazioni a lui attribuite gli erano state estorte con un trucco durante un party in cui aveva solo ecceduto in alcolici, ma nulla più di questo.

Considerata l’integerrima condotta sempre tenuta da Dallaglio e ben sapendo quale fosse, al contrario, lo stile della rivista, sempre a caccia di “Scoop” memorabili, alla fine il giocatore viene assolto dalle accuse, pur venendo multato di 15mila sterline dalla “Rugby Football Union” per il discredito creato a tale disciplina, ma senza impedirgli di essere selezionato per i Mondiali che si sarebbero svolti ad inizio ottobre del medesimo anno proprio nel Regno Unito, e che vedono l’Inghilterra eliminata nei Quarti di finale dai campioni in carica del Sudafrica, che si impongono con un netto 44-21.

Non il modo migliore per finire il secolo, per il 28enne di origini italiane, visto che le accuse rivoltegli avevano comunque messo in discussione la sua immagine nei confronti dei tifosi, ma alle quali reagisce nel migliore dei modi e quello che più conosce, ovverossia raddoppiando le energie sul terreno di gioco, sia a livello di Club che con la Nazionale per riscattarsi agli occhi di chiunque voglia mettere in dubbio la sua dirittura morale …

Ed ecco allora giungere altre due vittorie consecutive nel Torneo europeo che, con l’aggiunta dell’Italia a far tempo dall’edizione 2000, diventa il “Sei Nazioni”, che l’Inghilterra si aggiudica nel 2000 (con Dallaglio ad andare in meta nella decisiva sfida vinta 46-12 contro il Galles …) e 2001, in cui va due volte in meta nel 43-3 rifilato alla Scozia, per poi vivere il suo “Anno di Gloria” nel 2003.

Divenuto fulcro intoccabile della mediana inglese con il suo “numero 8” ben stampato sulla maglia ed a fianco i fedeli Richard Hill e Neil Back, tanto che la stampa inglese definisce il trio come la “Santa Trinità, Dallaglio fornisce il suo consueto, nonché determinante contributo alla vittoria nel “6 Nazioni”, concluso con il “grande slam”, ovverossia l’aver vinto tutti e cinque i match disputati, con la “ciliegina sulla torta” di una delle cinque mete realizzate dal XV della rosa nell’ultima, decisiva sfida, vinta 42-6 al “Lansdowne Road” di Dublino, di fronte all’Irlanda, il 30 marzo ’03.

Ma non c’è tempo per festeggiare, poiché incombono le decisive sfide per la Premiership che, dopo un quadriennio di vittorie consecutive dei “Leicester Tigers”, vede i Campioni in carica tagliati fuori dalla lotta per il titolo, avendo la stagione regolare visto prevalere Gloucester, con largo margine sui London Wasps e Northampton.

Con i Playoff introdotti proprio dalla stagione 2002-’03, le due seconde si affrontano tra d loro sul campo dei Wasps, meglio classificati, i quali si impongono per 19-10 il 17 maggio ’03 per poi sfidare, due settimane dopo, il Gloucester nella Finale per il titolo a Twickenham, di fronte a 42mila spettatori.

Il brutto (od il bello, dipende dai punti di vista …) dei Playoff è che annullano quanto successo durante la stagione – anche se i due confronti diretti avevano visto una vittoria per parte, sui rispettivi terreni amici, per 23-16 a favore dei Wasps cui aveva replicato il 24-17 di Gloucester al ritorno – e, quel pomeriggio di fine maggio a Londra, non vi è assolutamente partita, con Dallaglio a sollevare la Coppa dopo aver travolto per 39-3 i malcapitati avversari.

Sperare di concludere l’anno con il successo ai Mondiali che si svolgono da metà ottobre in Australia può sembrare un sogno di difficile realizzazione, ma poiché non bisogna mai porre limiti alla divina provvidenza, ecco che un’ulteriore iniezione di fiducia giunge dalla franca vittoria per 25-6 nel Girone eliminatorio a spese del Sudafrica che aveva estromesso l’Inghilterra dai giochi quattro anni prima …

Passo dopo passo, cadono anche il Galles (28-17) nei Quarti e la Francia (24-7) in semifinale, a conferma che il trionfo nel “6 Nazioni” di febbraio/marzo non era certo casuale, ma ora resta l’ostacolo più duro, ovverossia il dover affrontare in Finale i padroni di casa dell’Australia sul loro campo, il “Telstra Stadium” di Sydney, di fronte a quasi 83mila spettatori.

Impresa che sembra ancor più difficile dopo la meta siglata da Tuqiri dopo appena 6’ di gioco per i Wallabies, ma l’Inghilterra non demorde, ricuce lo strappo grazie ai piazzati di Wilkinson per poi piazzare un colpo che può sembrare decisivo in chiusura di primo tempo allorché è proprio Dallaglio, imperioso nel conquistare un ovale a metà campo, avanzare sino all’area dei 22 metri per poi aprire lateralmente a Wilkinson che in un attimo fa volare in meta l’ala Jason Robinson per il 14-5 con cui le due squadre vanno al riposo.

La storia ci ricorda di come l’Australia riesca ad acciuffare il pari proprio allo scadere e tocchi poi al piede fatato di Wilkinson realizzare al 100’ di gioco il drop che sancisce il successo inglese, con Dallaglio ad uscire stremato dai numerosi scontri a metà campo e con, forse, un pizzico di amarezza nel vedere Martin Johnson alzare al cielo di Sydney la Webb Ellis Cup, gesto che sarebbe toccato a lui senza quel “maledetto” incidente di percorso …

Poco male, comunque, poiché raggiunta la vetta del Rugby mondiale vi sono ancora impegni di Club da onorare, ed il ritiro di Johnson dopo il titolo iridato consente a Dallaglio di riconquistare la fascia di Capitano della Nazionale, anche se lui stesso vi rinuncia un anno dopo, poiché le lotte che ha dovuto sostenere con tanti colpi (dati e ricevuti …) iniziano a lasciare il segno anche in un fisco possente come quello dell’italoinglese, che comunque conferma il titolo della Premiership anche nel 2004 (vittoria in Finale 10-6 sul Bath) e 2005, dove a cadere, nella Finale disputata 14 maggio ’95 a Twickenham davanti ad oltre 60mila spettatori, sono proprio i Leicester Tigers capitanati da Martin Johnson, che cedono nettamente per 39-14.

Una tale, brillante carriera, non può però prescindere da un successo europeo anche a livello di Club, ovverossia nella prestigiosa “European Rugby Champions Cup”, comunemente definita “Heinken Cup” dal nome della birra che la sponsorizza, torneo che Bath (1998), Northampton (2000) e Leicester Tigers (2001 e ’02) hanno già messo in bacheca tra le formazioni inglesi, così che l’edizione 2003-’04 sembra quella giusta per i Wasps, potendo contare sul loro capitano al top della condizione psicofisica, reduce dai trionfi della stagione precedente.

Detto fatto, vinto il Girone eliminatorio – la formula è molto simile a quella della “Champions League” calcistica – con una sola sconfitta contro i gallesi del Celtic Warriors, i London Wasps dominano sul terreno amico i “cugini” di Gloucester, sconfitti 34-3 nei Quarti di Finale, per poi compiere l’impresa di espugnare il “Lansdowne Road” di Dublino per avere la meglio 37-32 sul fortissimo Munster e quindi acquisire il diritto ad affrontare, il 23 maggio ’04 a Twickenham, i francesi del Tolosa, detentori della Coppa.

Confermando la propria caratteristica di riuscire a dare il meglio di sé negli appuntamenti più importanti, Dallaglio trascina i suoi compagni, davanti ad oltre 70mila spettatori, alla vittoria per 27-20 sulla compagine transalpina della stella Frédéric Michalak, sfida risolta da una meta del mediano di mischia gallese Rob Howley trasformata da Mark van Gisbergen ad 1’ dal termine dopo che appena 2’ prima Elissalde aveva riportato le sorti dell’incontro in parità, sul 20-20.

Alle prese con ripetuti infortuni alla caviglia ed al ginocchio, anche un lottatore indomito – un “Braveheart”, per dirla alla scozzese – come Dallaglio è costretto a passare la mano con la Nazionale, pur disputando, da subentrato, tre incontri del “6 Nazioni” ’06, per poi compiere un incredibile “come back” dopo un’operazione alla caviglia nell’edizione ’07 della “Heineken Cup”, rientrando giusto in tempo per scendere in campo nella Finale che va in scena il 20 maggio in un “derby tutto inglese” contro i Leicester Tigers che attira sulle tribune di Twickenham oltre 80mila spettatori.

Ed ancora una volta, galvanizzati dalla presenza del loro Capitano, i Wasps si esibiscono in una superba prestazione, concedendo ai Tigers – largamente favoriti alla vigilia ed alla ricerca di uno straordinario “treble” dopo essersi già aggiudicati Premiership e la “Anglo Welsh Cup” – appena tre calzi piazzati, per un netto successo testimoniato dal 25-9 (con mete di Eoin Roddam e Raphael Ibanez) con cui si conclude l’incontro, il che porta il valoroso Dallaglio a rendere il doveroso omaggio ai suoi avversari per la stagione disputata, ma anche a sottolineare come: “i media ci davano soccombenti nel pacchetto di mischia, sulle rimesse laterali, in difesa e nei tre di centrocampo, ma non hanno tenuto conto del fatto che noi credevamo nella vittoria, è questo ti porta già ad avere la metà delle chance di successo, quando affronti il Leicester e la dimostrazione l’abbiamo data nel secondo tempo difendendo bene senza concedere alcuna meta ai nostri avversari, la chiave per aggiudicarsi il trofeo …”.

Parole da grande Capitano, indubbiamente, al quale la Federazione chiede un ultimo sforzo per partecipare ai Mondiali ’07 in Francia dove l’Inghilterra deve difendere il titolo conquistato quattro anni prima, un richiamo al quale è impossibile resistere, ancorché utilizzato part-time e che vede il XV della rosa giungere contro ogni pronostico ancora una volta in Finale contro il Sudafrica allo “Stade de France” a Paris Saint-Denis, in cui Dallaglio viene mandato in campo a 12’ dal termine sul punteggio di 15-6 per gli Springbocks, non sappiamo se più per tentare una, peraltro difficile, rimonta, o per un doveroso omaggio ad un leone di tante battaglie, che con quella gara conclude un’esperienza costituita da 85 presenze e, curiosamente, altrettanti punti, frutto di 17 mete.

A chi avrà avuto la compiacenza di giungere sino a questo punto del nostro racconto può essere lecito domandarsi se un personaggio di tale spessore voglia dare l’addio alla propria carriera, a dispetto dei 35 anni e delle battaglie sostenute in 17 anni di attività agonistica ai massimi livelli, con una sconfitta e la risposta è sin troppo logica, con l’appuntamento fissato al 31 maggio 2008, scenario quello oramai consueto, vale a dire il “tempio del Rugby inglese” di Twickenham, dove quasi 82mila spettatori non si sono voluti perdere la gara d’addio del loro “Capitano”, ma altresì quella che si presenta come un’attesa rivincita della Finale di “Heineken Cup” dell’anno precedente, e cioè il rinnovo della sfida tra Wasps e Tigers, con stavolta in palio il titolo della Premiership.

Fedele alla sua caratteristica di vincere la quasi totalità delle Finali disputate – in pratica è risultato sconfitto solo contro il Bath nel ’95 ed i Saracens ’98 nella “Anglo-Welsh Cup”, quando peraltro non ricopriva ancora il ruolo di “numero 8” – anche stavolta Dallaglio non tradisce questa sua caratteristica, ed allorché l’allenatore scozzese Ian McGeechan lo richiama in panchina, sul punteggio di 23-16 per i suoi, in quanto stremato per aver speso anche l’ultima stilla di energia, tutto il pubblico presente gli dedica una “standing ovation” condivisa anche dai tifosi del Leicester, per poi toccare all’estremo van Gisbergen centrare i pali su punizione per il 26-16 conclusivo che assegna ai London Wasps il sesto titolo della loro storia, cinque dei quali hanno visto Dallaglio nel ruolo di protagonista …

Credo che non si possano avere dubbi sul fatto che quella piccola “macchia” sul suo curriculum sia stata ampiamente riscattata, o sbaglio …??

 

LA RISCOSSA DEL SUDAFRICA E LA SORPRESA ARGENTINA AI MONDIALI DI RUGBY 2007

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Il trionfo degli “Springbocks” ai Mondiali di Francia ’07 – da:ecr.co.za

Articolo di Giovanni Manenti

Il ritorno in Europa della Coppa del Mondo di Rugby dopo lo “storico” successo colto dall’Inghilterra in Australia nel 2003 grazie al drop di Jonny Wilkinson nei supplementari contro i padroni di casa suggerisce alla vigilia molte curiosità in fase di pronostico.

La prima, ovvia e più scontata, è verificare se l’impresa del “XV della Rosa” sia destinata a restare un fatto episodico oppure rappresenti l’inizio di uno stravolgimento dei ruoli nell’elite del rugby mondiale tra i due emisferi boreale ed australe e l’altra se un’altra storica vittoria, vale a dire quella del Sudafrica nel 1995 – ottenuta altresì, oltre che sul suolo amico, in particolari condizioni ambientali per la nota questione apartheid e l’avvenuta liberazione e conseguente nomina a Presidente del leader nero Nelson Mandela – debba anch’essa essere considerata come un evento isolato.

Tanto più che i Campioni in carica, nel successivo quadriennio, hanno tutt’altro che brillato nel “Torneo delle 6 Nazioni”, per tre volte (2004, ’06 e ’07) appannaggio della Francia, nel mentre nel 2005 tocca al Galles di Stephen Jones centrare il “grande slam”, ragion per cui sono “Les Bleus”, che oltretutto beneficiano dell’organizzazione della Rassegna iridata, a farsi preferire come portacolori del Rugby del Vecchio Continente.

Il Sudafrica, dal canto suo, non ha mantenuto il livello di rendimento che aveva caratterizzato il successo ottenuto allo “Ellis Park” di Johannesburg il 24 giugno ’95 – anche in quel caso, a decidere le sorti della Finale è un drop nei supplementari, messo a segno dal mediano di apertura Joel Stransky – visto il terzo posto ottenuto nel ’99 e la prematura eliminazione nell’edizione ‘03, dovendo scontare la sete di rivincita degli “All Blacks”, che si impongono per 29-9 ai Quarti di Finale.

Una parabola discendente, quella degli “Springbocks”, che appare ulteriormente avvalorata dall’esito delle ultime due edizioni del “Tri Nations” (l’equivalente del “Sei Nazioni” per l’emisfero australe …) che li ha visti concludere all’ultimo posto a fronte di altrettante vittorie neozelandesi, dovendo patire anche pesanti passivi – un umiliante 0-49 a Brisbane contro l’Australia a metà luglio ’06 ed una sconfitta interna per 26-45 di fronte agli “All Blacks” a fine agosto seguente – nel mentre l’ultimo confronto con la Nuova Zelanda prima del Mondiale ha visto il Sudafrica soccombere 33-6 a Christchurch a metà luglio ’07.

Con Francia e Nuova Zelanda designate, pertanto, quali favorite da parte dei rispettivi emisferi, la kermesse iridata prende il via il 7 settembre 2007 allo “Stade de France” di Paris Saint-Denis con quasi 80mila spettatori ad assistere al debutto dei padroni di casa opposti all’Argentina.

Curioso destino, quello dei “Pumas”, che per la terza volta consecutiva – dopo aver già affrontato (e perso …) il Galles (18-23 nel ’99) e l’Australia (8-24 nel ’03) – inaugurano il Torneo sfidando la formazione del Paese organizzatore, ma la regola del “non c’è due senza tre” questa volta non funziona, determinando la prima grande sorpresa della manifestazione …

In una gara che trova la sua definizione già nel primo tempo – concluso sul 17-9 per i sudamericani grazie ad una meta dell’estremo Corleto ed a quattro punizioni in mezzo ai pali di Felipe Contepomi – gli attacchi francesi si infrangono sulla solida barriera difensiva argentina, mettendo a segno 12 punti frutto solo della precisione al piede del mediano d’apertura David Skrela, il cui piazzato realizzato a metà ripresa rappresenta il minor punteggio verificatosi in una singola frazione di gioco nella Storia della Coppa del Mondo.

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La meta di Corleto in Francia-Argentina – da:gettyimages.ca

L’Argentina capitalizza il vantaggio ottenuto superando 30-15 anche l’Irlanda (Georgia e Namibia fanno poco più che da sparring partner …) così da concludere al comando il Gruppo D davanti alla Francia, anch’essa vincitrice con facilità (25-3) sul “XV del Trifoglio”, entrambe qualificate ai Quarti di Finale.

Il sorteggio aveva viceversa abbinato le due “grandi malate” Sudafrica ed Inghilterra nello stesso Girone eliminatorio, assieme a Stati Uniti e Samoa, nonché alla “mina vagante” costituita da Tonga, Paese molto spesso saccheggiato dai più potenti neozelandesi che vi fanno a fare spesa, con la possibilità, pertanto, di verificare nel confronto diretto il rispettivo stato di salute.

Ed il responso è impietoso per i Campioni in carica, travolti sotto un imbarazzante 0-36 il 14 settembre allo “Stade de France”, in cui l’estremo Percy Montgomery si dimostra infallibile dalla piazzola, trasformando le tre mete realizzate e centrando i pali in quattro occasioni su altrettanti tentativi a fronte calci di punizione, mentre l’Inghilterra deve registrare la sua prima partita in Coppa del Mondo senza mettere a segno neppure un punto ed, alla sesta edizione della stessa, andare ad aggiungersi alla poco onorevole lista cui si erano già iscritte Canada, Spagna, Namibia e Romania in precedenza.

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Jon-Paul Pietersen in azione contro l’Inghilterra – da:gettyimages.fr

Con in più la minaccia di Tonga che incombe per quella che sarebbe un’ingloriosa uscita al primo turno – formazione isolana che già mette in difficoltà il Sudafrica in un match equilibrato ed in discussione sino alla fine, che gli “Springbocks” fanno loro per 30-25 – così che l’appuntamento del 28 settembre al “Parc des Princes” viene visto con comprensibile apprensione da parte dei tifosi britannici, anche se poi il rientro in cabina di regia di Wilkinson (assente contro il Sudafrica) lo rende meno complicato del previsto, per un 36-20 che vale l’accesso ai Quarti di Finale.

Molto più lineare l’andamento del Gruppo B, con i vice Campioni mondiali dell’Australia ad asfaltare chiunque si presenti loro davanti, ma un altro schiaffo all’orgoglio del Vecchio Continente viene dall’impresa delle Isole Fiji che, dopo aver inaspettatamente sofferto (35-31) contro il Giappone, mettono a segno il “colpo da 90” avendo la meglio per 38-34 sui favoriti gallesi nell’ultima gara del Girone svoltasi il 29 settembre e che sicuramente non avrà annoiato gli oltre 37mila spettatori accorsi allo “Stade de la Beaujoire” di Nantes e ripagati da ben 9 mete, con il mediano d’apertura Nicky Little a risultare decisivo per i suoi con 3 trasformazioni su 4 tentativi ed un 4 su 5 su punizione.

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I giocatori fijiani festeggiano il successo sul Galles – da:espn.co.uk

Chi, infine, si conferma in smaglianti condizioni di forma è la Nuova Zelanda che, al pari dei “cugini” australiani, travolge ogni ostacolo (compresa l’Italia, sconfitta 76-14) e manda a far compagnia all’Inghilterra come formazione a zero punti anche quella Scozia (40-0 con 6 mete realizzate) che poi salva l’onore del regno Unito, dopo le eliminazioni di Galles ed Irlanda, superando a fatica per 18-16 l’Italia di Alessandro Troncon e dei fratelli Mirco e Mauro Bergamasco, che così fallisce la più ghiotta occasione di accedere ai Quarti di finale nella Storia del Torneo, colpita dall’infallibilità dell’ala Chris Paterson che recapita l’ovale in mezzo ai pali in tutti e sei i suoi tentativi dalla piazzola, al contrario di Bortolussi che, con analogo numero di calci a disposizione, ne fallisce la metà.

Prima fase che si conclude, dunque, con un autentico “bagno di sangue” per le formazioni del Vecchio Continente, con solo Francia, Inghilterra e Scozia a rappresentarle e la poco piacevole constatazione che gli abbinamenti pongono loro di fronte Nuova Zelanda, Australia ed Argentina rispettivamente, mentre l’ultimo Quarto oppone il Sudafrica alle Isole Fiji.

E se i Mondiali di Calcio hanno, nella loro Storia, registrato vere e proprie “resurrezioni” nella fase ad eliminazione diretta – proprio l’Italia ne è uno dei più classici esempi, per quel che avvenne in Spagna nel 1982 – una situazione altrettanto analoga, così come inattesa alla vigilia, si verifica sui terreni di gioco di Marsiglia e Cardiff nel turno pomeridiano e serale del 6 ottobre ’07, giorno passato a futura memoria come quello della “disfatta oceanica”.

Con britannici e francesi a scambiarsi le sedi degli incontri, i primi a scendere in campo alle ore 15:00 allo “Stade Velodrome” di Marsiglia sono Australia ed Inghilterra per una riedizione dell’ultima Finale iridata ed il fantasma di Wilkinson – autore del già citato drop decisivo nei supplementari – si materializza una volta di più, con il mediano di apertura a centrare per quattro volte i pali, così da ribaltare nel secondo tempo il punteggio che al riposo vedeva i “Wallabies” avanti 10-6, grazie ad una meta trasformata di Tuqiri (autore della meta australiana anche nella Finale di Sydney) ed ad un piazzato di Mortlock, per il 12-10 conclusivo che testimonia la ritrovata solidità del XV inglese.

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Jonny Wilkinson trasforma uno dei suoi quattro piazzati – da:gettyimages.co.uk

In serata, alle ore 21:00, tocca a Francia e Nuova Zelanda affrontarsi al “Millennium Stadium” di Cardiff, anche in questo caso sfida già andata in scena quattro anni prima, valevole quale Finale per il terzo posto ed agevolmente vinta (40-13) dagli “All Blacks”, i quali hanno però un conto ben più importante da saldare con i “Galletti” e relativo alla sconfitta subita in Semifinale a Twickenham nell’edizione ’99, con un’incredibile rimonta transalpina nel secondo tempo dopo che alla ripresa del gioco dopo l’intervallo Lomu & Co. si erano portati sul 24-10 a loro favore.

Con un’insolita tenuta grigia con bordi neri rispetto alla classica divisa “tutta nera”, la Nuova Zelanda sembra in grado di assumere il controllo della gara allorché, dopo una facile punizione tra i pali di Carter, è McAllister a finalizzare al meglio una ficcante azione alla mano su apertura di Carter e scambio con Collins per depositare l’ovale oltre la linea di meta e consentire a Carter la comoda trasformazione per il 10-0 che poi diviene 13-3 all’intervallo per un altro piazzato dello stesso mediano di apertura cui, da parte transalpina replica il pari ruolo Lionel Beauxis proprio in chiusura di tempo.

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La “sfida” di inizio partita …. – da:blackheathrugby.co.uk

L’aver comunque sbloccato il risultato galvanizza “les Bleus” che, alla ripresa del gioco, dopo aver ridotto le distanze grazie ad una punizione in mezzo ai pali dello stesso Beauxis, riescono a riequilibrare le sorti dell’incontro sfruttando al meglio la superiorità numerica data da un’espulsione temporanea nelle file avversarie grazie ad una meta di Dusautoir che finalizza una splendida azione alla mano, per la successiva trasformazione ancora di Beauxis.

Sprecato un vantaggio di 13-0 e costretti a ricominciare tutto daccapo, gli “All Blacks” hanno comunque la forza di portarsi avanti con una percussione del terza linea centro Rodney So’oialo che perfora la linea difensiva francese per il nuovo vantaggio di 18-13 al 63’ non incrementato per la mancata trasformazione di McAllister, un errore che si rivela fatale poiché, allorché sei minuti dopo tocca all’interno transalpino Jauzion violare la linea di meta avversaria sfruttando una penetrazione del subentrato Michalak (su azione peraltro viziata da un dubbio “in avanti” in partenza …), il mediano di mischia Elissalde non fallisce la trasformazione per dare ai suoi quel ristretto margine che difendono nei 10’ che mancano al termine dell’incontro e, per la seconda volta nella Storia della manifestazione, si portano a casa lo scalpo dei più celebri rivali.

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… e l’esultanza francese a fine gara – da:telegraph.co.uk

Una giornata così sconvolgente non trova replica all’indomani, dove i restanti incontri dei Quarti confermano la prevista superiorità del Sudafrica sulle Isole Fiji, sconfitte con un netto 37-20, così come agevole è il successo dell’Argentina sulla Scozia in cui non deve trarre in inganno il 19-13 conclusivo, visto che i sudamericani, trascinati dal piede sensibilissimo di Felipe Contepomi si erano portati sul 19-6 e solo una meta di Cusiter nel finale ha reso il passivo più onorevole.

Uscite di scena due delle pretendenti al titolo, il Torneo va per la quarta volta in cinque edizioni – unica eccezione Sudafrica-Nuova Zelanda del ’95 – verso una Finale tra rappresentanti dei due distinti emisferi, visto che le Semifinali propongono il “classico” Francia-Inghilterra da una parte ed un insolito, almeno a questo livello della manifestazione, Sudafrica-Argentina dall’altro, con i “Pumas” a rappresentare la lieta sorpresa della competizione, per la prima volta semifinalisti dopo i Quarti raggiunti nel ‘99.

Tocca allo “Stade de France” a Saint-Denis ospitare la prima delle due semifinali, il 13 ottobre, una sorta di Finale europea tra Inghilterra e Francia che va in scena alle ore 21:00 per favorire il “tutto esaurito” degli 80mila spettatori che può contenere l’impianto, sfida che si apre sotto cattivi auspici per i padroni di casa, visto che dopo appena 2’ l’ala inglese Lewsey approfitta di un errore dell’estremo transalpino Traille, il quale calcola male il rimbalzo dell’ovale facendoselo soffiare per una meta nell’angolo che, quantomeno, non aggiunge i due punti aggiuntivi della trasformazione.

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La meta iniziale di Josh Lewsey – da:zimbio.com

Abituati, peraltro, a partire ad handicap, “les Coqs” non si scompongono, recuperando con due punizioni in mezzo ai pali del solito Beauxis per il 6-5 che li vede con un minimo margine di vantaggio all’intervallo, incrementato con un ulteriore piazzato del mediano di apertura in avvio di ripresa per un 9-5 che non è ancora sinonimo di sicurezza.

Specialmente quando, dalla parte opposta, vi è colui che ha nel piede il “killer instinct”, ovverossia “l’eroe di Sydney” Jonny Wilkinson che, anche se non in una della sue migliori serate quanto a precisione, riporta immediatamente in partita i suoi con un piazzato in mezzo ai pali per l’8-9 e poi, quando si entra negli ultimi 5’, con un’altra punizione fa sì che l’Inghilterra torni avanti nel punteggio prima di assestare il colpo del definitivo ko centrando i pali al suo quarto tentativo di drop quando mancano appena 2’ al termine dell’incontro ed il 14-9 conclusivo certifica la seconda Finale consecutiva da parte inglese nella manifestazione.

Ben diverso è l’andamento della seconda semifinale che ha luogo l’indomani, con il Sudafrica sempre in controllo della gara come testimoniano sia il 24-6 con cui le due squadre vanno al riposo che le quattro mete realizzate – due delle quali dalla 24enne talentuosa ala Bryan Habana, giunto a quota 30 in Nazionale – cui abbina il consueto, impeccabile contributo al piede Montgomery che chiude con il 100% di realizzazioni, con tre piazzati tra i pali a far compagnia alle trasformazioni delle mete dei compagni.

South Africa v Argentina - IRB RWC 2007 Semi Final
Habana in meta contro l’Argentina – da:worsa.wordpress.com

E così, le due “convalescenti”, trovano nel corso del Torneo la giusta medicina per una completa guarigione in vista della Finale in programma sul medesimo palcoscenico dello “Stade de France”, non prima, però, che una Francia delusa e con molte riserve in campo concluda nel peggiore dei modi il suo cammino così come lo aveva iniziato, ovverossia con una sconfitta di fronte ai “Pumas” argentini che – indubbiamente molto più motivati per il raggiungimento di un traguardo che per loro è storico – infliggono ai transalpini una pesante lezione come appare chiaro dal 34-10 conclusivo, avendo violato in ben cinque occasioni la linea di meta avversaria, due delle quali da parte del “Man of the Match” Felipe Contepomi che, a detti 10 punti, aggiunge 3 trasformazioni ed un piazzato per raggiungere quota 19 di bottino personale complessivo di 19 punti.

Dedicato il meritato tributo alla sorpresa Argentina, è sempre difficile interpretare una Finale che vede sfidarsi due formazioni che si sono già affrontate nella fase eliminatoria (e soprattutto con un esito così sconvolgente come il 36-0 inflitto dagli “Springbocks” ai campioni in carica …), ragion per cui è lecito attendersi una gara più bloccata dove le rispettive difese cercheranno di arginare qualsiasi attacco avversario, ragion per cui – come peraltro avviene anche ai Mondiali di Calcio – che ne risente è lo spettacolo.

Meno azioni alla mano, ma pacchetti di mischia sugli scudi, il 20 ottobre 2007 allorché alle ore 21:00 l’apprezzato Direttore di gara irlandese Alain Rolland dà il fischio d’inizio alla sfida davanti ai consueti 80mila presenti sulle tribune dello “Stade de France ed a fare la differenza è la forza dei rispettivi avanti nel costringere gli avversari a concedere calci piazzati, una sorta di sentenza allorché negli opposti schieramenti sono presenti due calciatori del calibro di Wilkinson e Montgomery.

E difatti, dopo che nel primo quarto d’ora Wilkinson ha replicato a due punizioni in mezzo ai pali dell’estremo sudafricano, un terzo ovale a centrare i pali spedito da Montgomery a fine della prima frazione di gioco crea quel piccolo break (9-3) all’intervallo su cui gli “Springbocks” costruiscono la vittoria nella ripresa, quando ancora il “top scorer” del Torneo (saranno 105 i suoi punti complessivi …) sterilizza il tentativo di rimonta inglese portato da un altro piazzato del suo mediano di apertura, prima che tocchi a François Steyn mettere il sigillo all’incontro con la quinta punizione tra i pali poco dopo l’ora di gioco per il definitivo 15-6 che i sudafricani difendono senza eccessive preoccupazioni sino al fischio finale, ed un disperato tentativo di drop da parte di Wilkinson al 71’ stavolta fallisce il bersaglio.

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Gli Springbocks festeggiano il trionfo – da:enca.com

Sale così in tribuna il Capitano Jon Smit per ripetere il gesto compiuto da François Pienaar 12 anni prima a Johannesburg nell’alzare al cielo la prestigiosa “William Webb Ellis Cup, al termine di un percorso che, sa da una parte favorito dagli accoppiamenti del tabellone che avevano visto confluire nella parte alta Inghilterra, Francia, Australia e Nuova Zelanda, dall’altra è stato costellato di tutte vittorie limpide e senza discussione.

A proposito, chi erano le favorite della vigilia …?? Ah, la bellezza dello Sport, quando sovverte i pronostici all’apparenza più scontati …

 

PIERRE VILLEPREUX, IL PROFETA DEL RUGBY TOTALE

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Pierre Villepreux in azione in un Francia-Inghilterra – da:lequipe.fr

Articolo di Giovanni Manenti

Ad uno Sport ci si avvicina inizialmente quasi sempre per divertimento, cui subentra la passione per poter emergere, unita al senso di professionalità che ti fa divenire un Campione, ma se a tutte queste motivazioni si unisce il fatto di volerne comprendere e magari trasferire agli altri ogni più piccolo segreto e/o dettaglio, ecco che allora, per chi si cala in questa dimensione, una disciplina diventa una sorta di ragione di vita …

Questo è ciò che è capitato al protagonista del nostro racconto odierno, vale a dire il francese Pierre Villepreux, autentica icona del Rugby transalpino e non solo, uno che con il suo modo di pensare ha rivoluzionato il gioco della palla ovale, alla stessa stregua di ciò che è riconosciuto all’Olanda del “calcio totale” degli anni ’70, oppure a quanto di innovativo è stato capace di introdurre il tecnico argentino Julio Velasco nel Mondo del Volley.

Villepreux nasce il 5 luglio 1943, nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale, ad Arnac-Pompadour, piccolo comune francese di poco più di mille anime, situato nel Dipartimento della Corrèze, nella Regione della Bassa Aquitania, figlio a propria volta di un ex rugbista, sport che inizia a praticare anch’egli ai tempi del Liceo, anche perché in paese non vi era granché di alternativa, per poi entrare nelle Giovanili del Brive, il principale Club del Dipartimento, avendo modo di esordire in prima squadra nel 1963 come mediano d’apertura.

Ruolo che ben presto modifica, su richiesta del Presidente della Società transalpina, trasformandosi in estremo, posizione che consente a Villepreux di affinare e di mettere a disposizione dei propri compagni quello che diviene il suo “marchio di fabbrica”, vale a dire un’eccellente sensibilità e profondità al piede, determinante sia nel calciare punizioni o conversioni di mete, così come per l’immediata trasformazione di azioni di difensive ad offensive con sapienti rilanci in touche.

Ed è grazie al suo contributo che, nel 1965 il Brive giunge per la prima volta nella sua Storia alla Finale del Campionato francese solo per essere sconfitto 8-15 nella sfida andata in scena il 23 maggio allo “Stade de Gerland” di Lione dall’Agen, formazione dominante agli inizi degli anni ’60, con tre titoli conseguiti nel 1962, ’65 e 66.

Gli anni al Brive sono anche quelli in cui Villepreux inizia a studiare rugby non solo in veste di giocatore, ma anche come cultore di tale disciplina, prova ne sia che nello stesso anno della Finale di Lione si laurea divenendo Professore associato di educazione fisica discutendo una tesi, manco a dirlo, sul movimento del giocatore nello Sport della palla ovale, un volume di 300 pagine completo di statistiche complesse e fasi di gioco che, dalla sua posizione in campo di estremo, può più facilmente di altri osservare e trarre le proprie deduzioni per le eventuali modifiche e/o miglioramenti.

Essendo il Rugby ancora una disciplina a livello amatoriale, la cattedra di insegnante lo porta a trasferirsi a Tolosa, accasandosi allo Stade Toulousin, uno dei più prestigiosi Club d’Oltralpe, capace di conquistare ben 19 titoli nella sua ultracentenaria storia, ma che vive un periodo di parziale anonimato di quasi 40 anni tra la settima (1947) e l’ottava (1985) vittoria in Campionato, in cui l’unico lampo avviene durante la permanenza di Villepreux, giungendo alla Finale nel 1969.

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Pierre Villepreux nel 1967 – da:gettyimages.it

Torneo in cui “Pierrot” (come è soprannominato) rivive il suo precedente passato, in quanto i rossoneri eliminano agli Ottavi di finale proprio quell’Agen che gli aveva negato la gioia del titolo quattro anni prima, oltretutto andando a violare il loro terreno grazie ad un convincente successo esterno per 22-16 per poi non avere pietà nel superare in semifinale i suoi vecchi compagni del Brive, solo per vedersi ancora una volta sfuggire il trofeo nella Finale del 18 maggio – disputata ancora a Lione – dove ad imporsi è il Bègles (al suo primo titolo …) per 11-9, con Villepreux a contribuire con 6 punti, figli di due piazzati al centro dei pali.

Nel frattempo, di lui si è accorto anche il selezionatore Jean Prat – una leggenda della palla ovale transalpina nell’immediato Secondo Dopoguerra, non a caso soprannominato “Monsieur Rugby”, la cui filosofia è racchiusa nel suo motto “Il Rugby è uno Sport, al di là del risultato, è altresì un modo di essere e comportarsi”, personaggio ideale per la filosofia di vita di “Pierrot” – che lo fa esordire in Nazionale il 26 marzo ’67 a Tolone in un test match contro l’Italia di Bollesan e Troncon, travolta 60-13, una punizione che fa sì che gli spocchiosi francesi non invitino più gli azzurri nel loro Paese per ben 30 anni.

Venti giorni più tardi, il 15 aprile ’67 a Dublino, Villepreux debutta nel “5 Nazioni” nell’ultimo, decisivo match per la conquista del Trofeo, che la Francia si aggiudica per 11-6 tornando a festeggiare la vittoria nel Torneo a cinque anni di distanza dall’ultimo successo, per poi mettere a segno i suoi primi punti per i “Bleus” nella tournée estiva in Sudafrica, grazie ad un calcio di punizione che evita ai tricolori un imbarazzante “zero” nel match perso per 3-16 contro gli “Springbocks”.

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Villepreux in azione contro l’Irlanda a Dublino – da:allezbriverugby.com

L’abilità al piede dell’estremo – non ancora pedina fissa del XV francese – si dimostra vieppiù nell’ultima gara dell’anno, allorché centra per tre volte i pali nella sfida persa 15-21 contro la Nuova Zelanda a Colombes, ma l’anno seguente, in cui la Francia – che ha visto l’avvicendarsi in panchina di Fernand Cazenave a rilevare Prat – si aggiudica per la quinta volta il “5 Nazioni” portando a termine il suo primo “Grande Slam” (ossia aggiudicarsi tutte e quattro le gare del Toerneo), Villepreux viene schierato solo nel match casalingo contro l’Irlanda, fornendo peraltro il proprio contributo al successo dei “Galletti” per 16-6 attraverso un piazzato tra i pali e la trasformazione delle mete realizzate dai compagni Campaes e Dauga.

Anche se andare a depositare l’ovale oltre la fatidica linea non è certo la “specialità della casa”, Villepreux prova una tale positiva sensazione il 5 maggio ’68 in un’amichevole a Praga contro la Cecoslovacchia, chiaramente annientata con un 19-6 costituito da ben 5 mete, di cui due trasformate dal piede educato dell’estremo, che poi sfrutta la tournée estiva nell’emisfero australe per convincere definitivamente il Commissario Tecnico delle proprie qualità.

Nell’arco di tre settimane, difatti, la Francia si misura in tre occasioni – a Christchurch, Wellington ed Auckland – con i leggendari “All Blacks” ed, al di là di altrettante, onorevoli sconfitte (9-12, 3-9 e 12-19), Villepreux si rende protagonista di un eclatante episodio che fa in breve tempo il giro del mondo, vale a dire essere riuscito a centrare i pali sfruttando un calcio di punizione battuto da una distanza di oltre 65 metri, impresa mai riuscita prima di allora in un incontro di Rugby, tanto che il 25enne della Bassa Aquitania riceve anche un’interessante offerta economica per andare a giocare addirittura a Football (quello americano, ovviamente …) negli Stati Uniti, gentilmente declinata.

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Villepreux passa l’ovale a Campaes in Francia-Irlanda ’68 – da:gettyimages.ca

Oramai definitivamente punto di forza della “Equipe de France”, Villepreux non salta neppure un incontro nelle due successive stagioni, peraltro con esiti diametralmente opposti, dato che i tricolori concludono mestamente all’ultimo posto il Torneo ’69, salvati dal “whitewash” (traducibile con “andare in bianco”) di tutte sconfitte grazie al pareggio per 8-8 all’ultimo turno contro il Galles, mentre l’anno seguente si impongono – a pari merito con il Galles, da cui subiscono l’unica sconfitta per 6-11, pur vantando una miglior differenza punti (+27 rispetto ai +4 dei “Dragoni …) – grazie allo straripante successo per 35-13 all’ultima giornata sull’Inghilterra, per il quale è determinante il contributo di Villepreux, autore di 14 punti, tra cui l’unico drop in carriera con la maglia della Nazionale.

L’esperienza di Villepreux con i “Bleus” si conclude nel 1972, dopo essere sceso in campo in 7 delle 9 gare disputate dal XV di Francia nel ’71 ed in altrettante nelle 8 della sua stagione d’addio, periodo in cui – a parte due Tornei del “Cinque Nazioni” non all’altezza della tradizione della formazione tricolore – si rende protagonista nei due test match di fine anno ’71, allorché realizza 4 piazzati e trasforma l’unica meta di Boffelli nel successo per 18-9 sull’Australia il 27 novembre a Colombes e quindi, due settimane dopo, si ripete a Beziers contro la Romania, travolta 31-12, incontro in cui i 15 punti (3 piazzati ed altrettante trasformazioni …) messi a segno rappresentano il suo massimo in carriera per singola gara con la Nazionale.

Dato l’addio come si conviene, con una vittoria 16-15 il 25 giugno ’72 a Brisbane contro i “Wallabies” – per un totale di 34 presenze con 166 punti all’attivo, costituiti da 2 mete, un drop, 33 piazzati e 29 trasformazioni – Villepreux abbandona l’attività agonistica nel 1975 per concludere il primo capitolo della sua vita rugbistica ed aprirne il secondo, non meno importante, in qualità di tecnico.

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Villepreux nel 1972 – da:sporting-heroes.net

In questa nuova funzione, Villepreux ha modo di tradurre sul campo quello che è il suo “credo”, una filosofia di gioco accumulata durante gli anni di esperienza da giocatore e che lo porta a ritenere come lo Sport della palla ovale abbia bisogno di una rivoluzione intesa come filosofia di quella che lui definisce una “visione di gioco totale” – curiosamente sviluppata proprio mentre nel Mondo pallonaro europeo spopola il nuovo concetto del “Calcio totale” predicato dall’Ajax e dall’Olanda di Rinus Michels e che ha nella stella Johan Cruijff il suo “Profeta” – in cui proprio il ruolo da lui per anni ricoperto, vale a dire dell’estremo, deve essere il primo a proporsi in fase offensiva per alimentare un’azione il più possibile alla mano nella quale tutti i giocatori sul terreno di gioco dovrebbero lavorare come terze linee, in modo da incrementare la velocità della manovra.

Villepreux è, pertanto, fautore di un Rugby più spettacolare a prescindere dal risultato, privilegiando le doti tecniche a quelle della sola potenza fisica, facendo sì che ogni singolo giocatore sia in grado di sapersi posizionare in campo attraverso una lettura del gioco superiore a quella tradizionale, ciò che l’ex estremo definisce, con termine appropriato, “dimensione cognitiva”.

Ogni innovatore è peraltro destinato ben presto a scomparire nell’oblio se alle teorie non si abbinano risultati pratici e la prima esperienza su cui applicare la sua filosofia di gioco Villepreux la vive non in Patria, bensì valicando le Alpi in quanto chiamato dalla Federazione Italiana al capezzale di una Nazionale che, nel 1977, era stata in grado di sconfiggere solo formazioni di terza fascia quali Polonia e Cecoslovacchia e subendo, al contrario, un umiliante “cappotto” per 69-0 (!!) dalla Romania a Bucarest, con la nostra linea di meta violata ben 12 volte, ragion per cui non si bada a spese, offrendo al fautore del “Rugby totale” un ingaggio di 30milioni di lire annue, il che non manca di far discutere.

Chiaro che anche il 35enne francese non ha la cosiddetta “bacchetta magica”, ma vedere l’Italia, alla sua prima in panchina a Rovigo contro l’Argentina, sconfiggere 19-6 (con una meta a testa di Rino Francescato e Ghizzoni) i “Pumas” del leggendario mediano di apertura Hugo Porta – uno che in Patria è considerato “il Maradona del Rugby” – è una bella iniezione di fiducia ed autostima per l’intero clan azzurro che, sotto la guida di Villepreux, inizia quel lento processo di crescita che lo porterà, con l’inizio del nuovo millennio, all’onore di essere inserito nella maggiore competizione continentale per formazioni nazionali, da allora divenuta il “6 Nazioni”.

Nel triennio in cui guida gli Azzurri, Villepreux colleziona 10 vittorie, un pareggio e 13 sconfitte nelle 24 gare disputate, oltre ad un’onorevolissima battuta d’arresto per 12-18 a Rovigo contro gli “All Blacks” in un match per il quale la Federazione neozelandese, di passaggio in Italia, non ne riconosce i crismi dell’ufficialità, per poi fare ritorno in Patria per allenare la sua vecchia squadra del Tolosa, unitamente a riprendere il lavoro come insegnante di educazione fisica al Liceo, dando vita ad un progetto integrato di Sport e studio da cui negli anni a seguire escono giocatori di livello nazionale ed internazionale.

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Una fase del match Italia-All Blacks del novembre ’79 – da:wikipedia.org

L’esperienza maturata in Italia ha consentito a Villepreux di tastare la bontà delle sue idee ed, applicate anche nel ben più qualificato Campionato francese, gli permettono di ottenere quei risultati che gli erano stati negati da giocatore, con la conquista di ben tre titoli – nel 1985 (36-22 in Finale al Tolone), ’86 (16-6 a scapito dell’Agen) e nel 1989, superando per 18-12 ancora il Tolone – per poi lasciare il Club nel ’90 ed attraversare nuovamente le Alpi per approdare alla guida del Benetton Treviso.

I trevigiani sono reduci dalla sconfitta nella Finale Playoff contro i rivali storici del Rovigo, cosa che si era già verificata nel 1988, mentre tra le due sconfitte era toccato al Benetton far suo il titolo nell’anno ’89 imponendosi 20-9 a Bologna, ed alla prima stagione sulla panchina veneta, Villepreux tocca con mano quello che sta per divenire un tabù per i propri giocatori, nuovamente sconfitti in Finale al “Tardini” di Parma, questa volta con un netto 37-18 da parte dell’Amatori Milano, forte dell’apporto della stella australiana David Campese e del fenomenale mediano d’apertura Diego Dominguez.

Consapevole come fosse importante lavorare sulle menti dei propri giocatori, alla ripresa della preparazione nell’agosto ’91, Villepreux, con tutti i tesserati al completo negli spogliatoi (prima e seconda squadra, nonché l’Under 21) pronuncia poche ma ficcanti parole: “Io non ho molto da insegnarvi, come si fa ad arrivare secondi lo sapete già da soli, devo solo colmare la differenza per riuscire ad arrivare primi …!!”.

Ed il “miracolo” si concretizza al termine della successiva stagione, che vede il Benetton Treviso – solo quinto al termine della stagione regolare – scatenarsi nei Playoff, superando senza ostacoli dapprima il Petrarca Padova (55-3 e 30-9 tra andata e ritorno), vendicarsi in semifinale di Milano, anch’essa due volte sconfitta )18-15 e 27-9), per poi dover affrontare in Finale gli eterni rivali rodigini.

La sfida del 6 giugno ’92 allo Stadio “Plebiscito” di Padova vede Treviso – che in estate si era aggiudicata le prestazioni del fuoriclasse australiano Michael Lynagh – imporsi per 27-18 dopo essersi trovato in vantaggio 20-9 ed aver rischiato una clamorosa rimonta per la precisione al piede del sudafricano Naas Botha, ma soprattutto vede realizzata per Villepreux la sua filosofia con la meta di Lynagh ad inizio ripresa, giunta a conclusione di una travolgente azione corale alla mano, stupendo esempio di “Rugby totale”.

A questo punto è sin troppo logico che per Villepreux non possano che schiudersi le porte della Nazionale, chiamato a svolgere il ruolo di assistente di Jean-Claude Skrela – nominato Commissario Tecnico a conclusione dei Mondiali di Sudafrica ’95, conclusi dai transalpini in un’onorevole terza posizione – anche se è il 52enne “Pierrot” a suggerire gli schemi ed ad individuare i punti deboli degli avversari.

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Villepreux festeggia la storica vittoria sugli All Blacks – da:gettyimages.it

La consacrazione della filosofia di Villepreux giunge nella Rassegna iridata 1999, allorché nella Semifinale disputatasi a Twickenham contro la favorita Nuova Zelanda, la Francia infligge agli “All Blacks” la loro prima sconfitta al Mondiale contro una formazione europea, nonostante la presenza nelle loro file del “gigante” Jonah Lomu e l’aver altresì concluso il primo tempo in vantaggio per 17-10 ed essersi trovati sul 24-10 ad inizio ripresa, per poi essere tramortiti da tre mete in 18’, tutte realizzate dai trequarti/ala Dominici, Dourthe e Bernat-Salles, in piena sintonia con il “credo” di un “Pierrot che, a gara conclusa, spiega, con la consueta disarmante semplicità, come il successo sia stato costruito “grazie ad una grandissima difesa, chiusi i loro varchi ed aperta la loro retroguardia, è stato facile infilarli ….!!” …

Con la conclusione della Coppa del Mondo – che vede la Francia incapace di completare l’opera dopo lo sforzo patito contro i neozelandesi, sconfitta 35-12 in Finale dall’Australia – Villepreux abbandona anche l’esperienza di tecnico, ricoprendo in seguito incarichi a livelli dirigenziali in Federazione ed occupandosi di divulgare il suo “verbo” per quello che è stato, un po’ tra il serio ed il faceto, ribattezzato come “il Vangelo secondo Pierrot” …

E, del resto, come poteva essere altrimenti, per uno universalmente riconosciuto quale “Profeta del Rugby” …

 

IL TRIONFO NEL “TRI NATIONS” 2003 CHE AVEVA ILLUSO GLI ALL BLACKS

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Il Capitano All Black Reuben Thorne solleva la Bledisloe Cup 2003 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Dopo il successo nell’edizione inaugurale della Coppa del Mondo nel 1987 – peraltro organizzata nel proprio Paese in partecipazione con l’Australia – la Nuova Zelanda non è più riuscita ad alzare al cielo la prestigiosa “William Webb Ellis Cup”, rimediando tre cocenti delusioni nelle successive partecipazioni.

E ciò, nonostante la presenza tra le sue file di uno dei più devastanti giocatori della Storia della palla ovale quale Jonah Lomu, venendo sconfitta da un drop di Joel Stransky nei supplementari della Finale ’95 contro il Sudafrica, per poi subire la prima sconfitta nella manifestazione ad opera di una formazione europea nella semifinale ’99 a Twickenham contro la Francia.

Il fatto che l’edizione 2003 della Coppa del Mondo torni ad essere organizzata nell’emisfero australe, con il relativo compito affidato agli storici rivali australiani, è motivo per far credere agli All Blacks del nuovo tecnico John Mitchell – in carica dall’ottobre 2011 – che possa essere giunta l’ora di sfatare questa striscia negativa che ha visto trionfare, al loro posto, per due volte i Wallabies ed una, già citata, gli Springbocks.

Con la rassegna iridata in calendario dal 10 ottobre al 22 novembre ’03, ecco che l’ottava edizione del “Tri Nations” – Torneo istituito nel 1996 tra Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda e, dal 2012, allargato all’Argentina assumendo la denominazione di “Rugby Championship” – appare la migliore occasione per testare i progressi di una Nazionale che già si era aggiudicata il Trofeo l’anno precedente, subendo una sola sconfitta di misura (14-16) contro l’Australia.

E’ una formazione, quella a disposizione di Mitchell, che può contare sulla forza di Richie McCaw – futuro Capitano e primatista in fatto di presenze con gli All Blacks, avendone indossato i colori in ben 148 occasioni – da lui fatto esordire a novembre ’01 contro l’Irlanda, sulla velocità ed abilità offensiva delle due ali Doug Howlett e Joe Rokocoko – ad oggi ancora al primo e secondo posto quanto a mete realizzate, con 49 e 46 rispettivamente – e che ha ritrovato, dopo un quadriennio di pressoché nullo impiego, una figura dominante come Carlos Spencer nel ruolo di mediano di apertura.

Il tutto senza dimenticare che sta muovendo i suoi primi passi con la maglia degli All Blacks il 21enne Dan Carter – il cui esordio data 21 giugno ’03 ad Hamilton nel test match contro il Galles, travolto 55-3 ed in cui realizza i primi 20 dei 1.598 punti che ne fanno il miglior marcatore della storia del XV neozelandese – il quale opera inizialmente come centro interno per poi affermarsi a propria volta come mediano d’apertura.

Con queste premesse, gli All Blacks debuttano nel “Tri Nations” 2003 facendo visita il 19 luglio al “Loftus Versfeld Stadium” di Pretoria al Sudafrica che, una settimana prima, aveva sconfitto a Città del capo per 26-22 i Campioni del Mondo dell’Australia, un test pertanto quanto mai probante per valutare la crescita della formazione neozelandese che nella stagione aveva sinora subito una sola sconfitta di misura, 13-15 contro l’Inghilterra il 14 giugno a Wellington.

Difficile prevedere per i 50mila spettatori presenti quello che poi si verifica negli 80’ di gioco, dato altresì che i padroni di casa si presentano alla sfida avendo sinora collezionato solo vittorie nei quattro match stagionali sinora disputati, ed in più si portano in vantaggio con un piazzato del mediano di apertura Louis Koen, il quale realizza successivamente un drop per riportare avanti 6-5 gli Springbocks dopo che il suo omologo Spencer aveva violato la linea di meta avversaria, per quella che sarà l’ultima volta che la gara vede il Sudafrica avere la meglio nel punteggio.

Difetti, dopo che con una punizione in mezzo ai pali Spencer aveva riportato avanti gli All Blacks, tocca alle due ali neozelandesi ergersi a protagoniste, dapprima con Howlett che si inserisce alle spalle di Mauger che ha appena superato la linea difensiva degli Springbocks per ricevere ed andare a depositare l’ovale in mezzo ai pali, per poi toccare a Rokocoko fare altrettanto, approfittando di uno svarione difensivo dell’estremo sudafricano Russsell, con Spencer ad incaricarsi delle due facili trasformazioni che fissano sul 22-9 il punteggio con cui le due squadre vanno al riposo.

L’intervallo non è sufficiente ai padroni di casa per riordinare le idee e, dopo che Spencer ha dilatato il divario con altri due piazzati ad inizio ripresa, la difesa sudafricana cede di schianto concedendo altre 4 mete ai propri avversari (ancora Rokocoko ed Howlett a segno, imitati dai compagni Mauger e Meeuws), per un umiliante 52-16 conclusivo che rappresenta, assieme alle 7 mete realizzate, un record nelle sfide tra le due compagini.

Trascorre una settimana ed ecco che gli All Blacks si recano a Sydney, dove al “Telstra Stadium” si danno appuntamento oltre 82mila spettatori per assistere ad una delle più classiche sfide nella storia del Rugby mondiale, anch’essi non immaginando che sarà, al pari dei supporters sudafricani sette giorni prima, un pomeriggio da incubo.

Protagonista assoluto del match è il 20enne Rokocoko, il quale realizza tre mete per portare a 10 il suo totale nelle appena cinque presenze in maglia All Blacks dopo aver esordito il 14 giugno contro l’Inghilterra, ben assistito dal piede educato di Spencer, nonostante ad aprire le marcature fossero stati i padroni di casa con una meta di Matt Burke, per poi la gara restare su di un piano di parità sino all’8-8 (un piazzato dello stesso Burke per i Wallabies, imitato da Spencer oltre alla prima meta di Rokocoko per gli ospiti), prima che toccasse ad Howlett finalizzare al meglio una percussione di Mauger per la conseguente trasformazione di Spencer e quindi ancora al n.11 di origini figiane farsi gioco di Lote Tuqiri per la sua seconda meta personale e mandare le due squadre al riposo con un confortante vantaggio di 23-11 per i neozelandesi.

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Joe Rokocoko realizza una selle sue tre mete contro l’Australia – da:gettyimages.au

Oramai padroni del campo, gli All Blacks raggiungono “quota 50” violando altre quattro volte la linea di meta avversaria nella ripresa, demolizione alla quale, oltre al terzo exploit di Rokocoko ed agli affondi di Umaga e Mauger, contribuisce anche Carter, subentrato a Spencer afflitto da un leggero risentimento muscolare, così da porre fine alla contesa sull’umiliante, per i padroni di casa, punteggio conclusivo di 50-21.

La devastante dimostrazione di superiorità verso le due rivali dell’emisfero australe, oltretutto annichilite sul proprio territorio, fa sì che, da una parte, aumenti ancor più la convinzione di poter tornare ai vertici mondiali in vista della prossima Rassegna iridata, e, dall’altra, si ricerchino le giuste contromisure da porre in atto per cercare di arginare “l’onda nera” che ha devastato le rispettive difese.

E, con oramai il Trofeo saldamente nelle mani neozelandesi, le gare di ritorno vengono usate a tale dichiarato fine, dopo che già l’Australia, il 2 agosto a Brisbane, aveva riscattato la sconfitta nella gara inaugurale contro il Sudafrica rifilando agli Springbocks un significativo 29-9 (senza subire meta alcuna) a testimonianza della volontà dei Wallabies di non farsi sfuggire l’opportunità di confermarsi Campioni del Mondo in casa propria …

Sono in 30mila a riempire le tribune del “Carisbrook” di Dunedin il 9 agosto, pregustando un’altra serie di mete da parte neozelandese, cosa che appare possibile non appena ancora una volta tocca a Rokocoko – all’epoca solo il sesto All Black a realizzare mete in cinque incontri consecutivi – aprire le marcature sfruttando un calcio a seguire di Mauger, con Spencer a provvedere alla relativa trasformazione.

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Immagine del match Nuova Zelanda-Sudafrica del 9 agosto ’03 – da:gettyimages.ca

Ma, inaspettatamente, questa è l’unica meta neozelandese di tutta la gara, con gli Springbocks addirittura a violare anch’essi la linea di meta avversaria grazie al pilone Richard Bands, per poi porre un argine insormontabile agli attacchi dei padroni di casa, ovviamente concedendo qualcosa di troppo in termine di calci piazzati, il che rappresenta una sorta di condanna quando gli avversari possono contare sulla precisione al piede dell’apertura Spencer, le cui quattro punizioni in mezzo ai pali fanno alla fine la differenza per il 19-11 conclusivo che certifica la matematica conquista del “Tri Nations” da parte All Blacks, i quali centrano così il primo dei due obiettivi stagionali.

Non vi sono dubbi anche circa la conquista della “Bledisloe Cup” (Trofeo in palio tra Australia e Nuova Zelanda), vista la netta vittoria con cui si è conclusa la gara di andata, ma anche in questo caso la sfida del 16 agosto ad Auckland diviene un ideale banco di prova in vista della Rassegna iridata.

Un’Australia che schiera il XV titolare, si affida al piede dell’interno Elton Flatley per restare a contatto dei padroni di casa, portandosi due volte in vantaggio, dapprima in apertura di gara e quindi centrando i pali con due calci di punizione dopo che una ficcante azione alla mano che vede coinvolti l’estremo Muiliaina, l’onnipresente Mauger e l’altro maori Mealamu aveva consentito ad Howlett di mettere a segno la 22esima meta in maglia All Black, trasformata da Spencer.

Carlos Spencer of the All Blacks in action
Spencer in azione contro Australia il 16 agosto ’03 – da:gettyimages.it

Bottino personale al quale se ne aggiunge una 23esima allorché dopo la conquista dell’ovale da parte del n.8 Jerry Collins, un calcio a seguire di Spencer manda Howlett a sprintare con Flatley verso la linea di meta, avendo facilmente la meglio, anche se il mediano di apertura fallisce la conversione centrando il palo, ma riscattandosi poco dopo centrando i pali su punizione per il 15-9 con cui le due squadre vanno al riposo.

Nella ripresa, il tentativo di rimonta australiano – dopo che altri due piazzati di Spencer, cui aveva risposto sull’altra sponda Flatley, avevano dilatato il punteggio sul 21-12 per i padroni di casa – si concretizza in una meta del terza linea George Smith, tale da rendere palpitanti gli ultimi minuti dove a giganteggiare è il capitano degli All Blacks Reuben Thorne, che con due eccellenti chiusure vanifica ogni speranza australiana e consente alla Nuova Zelanda di portare a termine l’incontro sul 21-17 a proprio favore e concludere a punteggio pieno il Torneo per la gioia dei 45mila spettatori presenti sugli spalti.

18 punti conquistati, 17 mete realizzate, uno scarto di 142-65 quanto a differenza punti testimoniano l’indiscusso dominio neozelandese nel Torneo e non possono che relegarli al ruolo di favoriti in previsione della Rassegna iridata che si apre da lì a due mesi e che li vede confermare questa veste di “schiacciasassi” sia nella Fase a Gironi del Mondiale che nel Quarto di Finale contro l’ostico Sudafrica.

Impressionante, invero, il cammino degli All Blacks nel Gruppo D, vinto ovviamente a punteggio pieno, soprattutto per il numero delle mete realizzate – 11 contro l’Italia, 10 contro il Canada, addirittura 13 al malcapitato Tonga ed anche i gallesi ne subiscono 8 – così come il Sudafrica viene annientato con un pesante 29-9 costituito per gli Springbocks da solo tre piazzati di Hougaard.

Un percorso che trova la sua conclusione in semifinale, allorché opposta ai padroni di casa australiani, la Nuova Zelanda vede interrompersi la sua striscia di 11 vittorie consecutive, soccombendo per 10-22 per poi consolarsi sia con il terzo posto a spese della Francia che con la sconfitta degli “odiati” rivali in Finale contro l’Inghilterra per la prima, e sinora unica, volta che la Webb Ellis Cup viene conquistata da una formazione del Vecchio Continente.

Certo però, che la schiacciante dimostrazione di superiorità dimostrata al “Tri Nations” aveva illuso e non poco i tifosi, facendo crescere a dismisura le relative aspettative ed a farne le spese, come in ogni angolo del Pianeta, è il tecnico John Mitchell, sollevato dall’incarico a beneficio di Graham Henry, al quale il flop ai Mondiali di Francia ’07 (eliminato nei Quarti dai padroni di casa …) viene perdonato consentendogli di riportare la Nuova Zelanda ai vertici del Rugby mondiale con il successo quattro anni dopo ….

Ma questa, come suole dirsi, è un’altra storia …