MARVYN DAVIES, IL N.8 DEL RUGBY PER ECCELLENZA

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Marvyn Davies in azione con l’ovale – da telegraph.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

In ogni Sport di squadra che si rispetti, vi sono dei “ruoli chiave”, ed in questo senso il Rugby non è certo da meno al confronto delle altre discipline, ed uno di questi, fondamentale, è quello della “Terza linea centro”, la cui importanza è ribadita dal fatto che, nella terminologia inglese, esso è semplicemente definito “Number Eight” (“Numero Otto”) dalla maglia che indossa, a conferma della specificità del ruolo.

Il “Number Eight”, difatti, è colui che deve avere la forza fisica di un giocatore di mischia e le capacità tecniche di un trequarti, e ricopre un ruolo determinante in occasione delle mischie in quanto si posiziona nella parte terminale della stessa, controllandone i movimenti e servendo il pallone al mediano di mischia, consentendo altresì che l’ovale pervenga ai trequarti e, pertanto, sia il mediano d’apertura che il primo centro vengono inseriti nell’azione offensiva proprio grazie a lui, al quale è lasciata anche la decisione di raccogliere la palla e portare l’attacco come un trequarti, con la possibilità, pertanto, di creare un’azione di gioco.

Fatta questa necessaria premessa per far comprendere ai meno “addetti ai lavori” l’importanza del ruolo, andiamo a conoscere colui che di tale posizione in mezzo al campo ha fatto una ragione di vita, vale a dire il gallese Mervyn Davies, nato a Swansea il 9 dicembre 1946 ed unanimemente ricordato come il più forte numero 8 dei “Dragoni” di ogni epoca, nonché uno dei migliori rugbisti di tutti i tempi.

Per Mervyn – come peraltro ogni ragazzo gallese che si rispetti, visto che il rugby da quelle parti è lo sport nazionale – la strada verso il mondo della palla ovale è anche più logica, avendo pure il padre praticato tale disciplina, guarda caso come N.8, se non fosse che, nel novembre 1968 lo troviamo ad insegnare in una scuola elementare a Guildford, nel Surrey, mentre il fine settimana gioca a rugby nella squadra riserve dei London Welsh.

Fortuna vuole che la prima squadra fosse alquanto debole nel reparto di mischia e Glanmor Richards, Capitano della seconda formazione, raccomanda Davies per quel ruolo, peraltro con le parole “io ho un tipo capace di vincere quasi tutte le mischie, anche se in effetti non sa fare molto altro …” che non rappresentano certo un gran biglietto da visita, pur venendo smentite dai fatti, visto che appena tre mesi dopo, l’1 febbraio ’69, Davies fa il suo esordio in Nazionale con la maglia n.8 che lo accompagna per tutto il resto della carriera, nel match inaugurale del “Cinque Nazioni”, che il Galles fa suo con un netto 17-3 esterno a Murrayfield, contro la Scozia, nel mentre ottiene il trasferimento a Battersea, a sud di Londra, per proseguire l’attività di insegnante.

E’ questa la prima delle 38 presenze consecutive di Davies con i Dragoni che, proprio in detto periodo – grazie alla presenza in squadra di campioni quali Barry John, Phil Bennett, Gerald Davies, Gareth Edwards e JPR Williams – terrorizzano le difese avversarie del prestigioso torneo, tanto che nelle 7 edizioni disputate dal nostro uomo, se ne aggiudicano quattro (con due grandi slam e tre “triple crown”), dividendone un quinto con la Francia nel ’70, mentre nel ’73 tutte e cinque le partecipanti giungono a pari merito, con due vittorie e due sconfitte a testa.

Un ruolino impressionante che vede Davies protagonista sin dalla citata sua prima apparizione, edizione che il Galles fa sua dominando il resto dei XV britannici, in quanto al ricordato successo in Scozia seguono le altrettanto nette vittorie casalinghe nei confronti dell’Irlanda (24-11, l’8 marzo ’69) e dell’Inghilterra (30-9, il 12 aprile), con ciò consentendo la conquista della “Triple Crown” (trofeo che viene assegnato alla squadra che sconfigge le altre tre compagini del Regno Unito), fallendo il grande slam solo a causa del pareggio per 8-8 a Colombes contro la Francia.

Un successo che il Galles replica l’anno seguente, pur dovendo dividerlo con la Francia per effetto di un “passaggio a vuoto” con la sconfitta per 0-14 subita a Dublino contro l’Irlanda, riscattata grazie alla vittoria a Cardiff per 11-6 proprio contro i transalpini, nel mentre in occasione del match di Twickenham vinto per 17-13 sull’Inghilterra, Davies mette a segno la prima delle sole due mete realizzate con la maglia della Nazionale.

Il dominio gallese sul resto delle avversarie viene ribadito l’anno successivo, con il primo grande slam dell’era Davies, frutto di due convincenti successi casalinghi contro Inghilterra (22-6) ed Irlanda (23-9) e di altrettante vittorie esterne, peraltro soffertissime, contro Scozia (19-18) e Francia (9-5) in cui l’importanza e la relativa tenuta del pacchetto di mischia assume un ruolo fondamentale.

Il livello delle prestazioni di Davies nel ruolo di terza linea centro fanno sì che lo stesso venga convocato tra i “British and Irish Lions”, selezione dei migliori giocatori del Regno Unito, per il consueto tour che, per il 1971, vede i Lions impegnati in Nuova Zelanda, allenati da Carwyn James, tecnico dei Dragoni, per quattro test match contro i formidabili All Blacks, tutti disputati da Davies come titolare e conclusi con uno score di due vittorie (9-3 e 13-3) ed un pari per 14-14 a fronte dell’unica sconfitta per 12-22 subita.

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Il classico “look” di Davies, fascia bianca e baffi lunghi – da gettyimages.it

Detta trasferta nell’emisfero australe – che Davies affronta assieme ai compagni di Nazionale Gareth Edwards, Gerald Davies, Bryy John e JPR Williams – rappresenta la definitiva consacrazione per “Mister Number Eight”, peraltro ben distinguibile in campo per effetto sia della striscia bianca che gli fascia la testa che del paio di lunghi baffi alla messicana, fatti crescere, come da lui stesso ammesso, per assumere un aspetto più aggressivo sul terreno di gioco.

Con una struttura fisica (m.1,91 per 108kg.) più asciutta rispetto alla corporatura dei suoi pari ruolo, Davies, soprannominato “Merv the swerve (“Marvin lo scarto”) secondo i canoni dei più classici giochi di parole anglosassoni, in cui scarto non si riferisce all’essere un mediocre, bensì alla sua abilità nel deviare in corsa per disorientare gli avversari, viene considerato come il più duro e resistente N.8 mai prodotto dalle isole britanniche, forte nelle mischie, ma altrettanto devastante nella distribuzione del gioco.

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Davies in azione nel tour dei Lions in Sudafrica nel ’74 – da photoshelter.com

Rientrato in Galles nel ’72 per accasarsi allo Swansea, la squadra della sua città natale, Davies abbandona il lavoro da insegnante per divenire Direttore delle vendite alla “WA Blyth” di Swansea, un’azienda che si occupa della produzione di tute da lavoro per le industrie minerarie ed acciaierie della regione, venendo selezionato per la seconda volta con i Lions per il tour del ’74 in Sudafrica, dove anche stavolta non salta nessuno dei quattro test match disputati, che si concludono in modo trionfale con ben tre vittorie (12-3, 28-9 e 26-9) ed un pari per 13-13 nella gara conclusiva, tournée in cui Davies è seguito dai compagni di Nazionale Gareth Edwards, Phil Bennett e JPR Williams.

A simboleggiare l’importanza ed il carisma oramai assunto da Davies all’interno del XV gallese giunge, nel 1975, la nomina a Capitano in luogo di Gareth Edwards – un riconoscimento che nei paesi anglosassoni ha un valore molto più elevato rispetto alle nostre latitudini – circostanza che lo responsabilizza ancor più nel dare il massimo per i successi della sua Nazionale e che porta a termine nel migliore del modi, a partire dall’esordio nella nuova veste, con una convincente vittoria per 25-10 contro la Francia nell’incontro inaugurale del “Cinque Nazioni” svoltosi il 18 gennaio ’75 al Parc des Princes di Parigi, Torneo che il Galles fa suo a dispetto della sconfitta per 10-12 patita contro la Scozia ad Edimburgo, grazie alle nette affermazioni sull’Inghilterra (20-4) e sull’Irlanda (32-4), nonché, giova ricordarlo, per il contemporaneo successo del “XV della Rosa” sugli scozzesi per 7-6 nell’ultimo incontro della manifestazione.

Quell’Inghilterra contro cui Davies aveva realizzato il 16 marzo ’74 anche la sua seconda ed ultima meta coi Dragoni – peraltro inutile ad evitare la sconfitta per 12-16 nell’ultimo match di quell’edizione del “Cinque Nazioni” – e che inaugura la stagione ’76 di tale competizione, che il Galles domina conquistando il secondo grande slam personale (nonché la ovvia “Triple Crown”) per Davies, con punteggi che non ammettono repliche, visto che oltre alla vittoria esterna per 21-9 a Twickenham, si susseguono il 28-6 alla Scozia ed il 34-9 all’Irlanda, prima di concludere il torneo con il decisivo trionfo per 19-13 sulla Francia, giunta seconda con tre vittorie e tale sola sconfitta, match che rappresenta anche l’ultima delle 38 presenze di Davies con la sua Nazionale.

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Davies in azione contro la Francia, suo ultimo match in Nazionale – da telegraph.co.uk

A 29 anni da poco compiuti, difatti, Davies è costretto ad abbandonare l’attività in quanto, nel corso della semifinale della Coppa del Galles disputata a Cardiff tra lo Swansea ed il Pontypool, collassa al suolo colpito da una emorragia cerebrale, dalla quale riesce a recuperare solo grazie al pronto intervento dello staff medico presente all’incontro, tanto che lo stesso giocatore ha in seguito a commentare che “se ciò mi fosse accaduto in qualsiasi altro luogo, sarei sicuramente morto …!!”.

Anche perché difficilmente avrebbe avuto la fortuna, viceversa verificatasi nella circostanza, che all’incontro stesse assistendo uno dei più famosi neurochirurghi gallesi, il quale, resosi immediatamente conto della gravità della situazione, accelera il ricovero di Davies in ospedale per il relativo intervento chirurgico, dal quale l’oramai ex rugbista, dopo mesi di degenza, non si prende totalmente, soffrendo di una zoppia e di una limitazione della vista per il resto della propria vita.

Passare in un minuto dall’affrontare la Nuova Zelanda a non essere in grado di battere mio figlio di un anno al gioco della pulce, è stata una battaglia difficile da affrontare”, è questo l’amaro commento espresso da Davies in un documentario andato in onda sulla BBC nel 2006 sulla storia della sua vita che, dopo la forzata cessazione dell’attività agonistica prosegue con il ricordato lavoro di Direttore delle vendite alla “WA Blyth”, nonché in veste di allenatore di rugby e di commentatore sportivo, avendo altresì modo di raccontare le proprie esperienze di sport e di vita con la pubblicazione di due libri, “Mervyn Davies, N.8” ed “In strength and shadow” (“Nella forza e nell’ombra”), pubblicazioni di buon riscontro di vendite per un giocatore che è stato il settimo gallese – dopo Gareth Edwards, Barry John, Cliff Morgan, JPR Williams, Gerald Davies e Carwyn James – ad essere introdotto, nel 2001, nella “International Rugby Hall of Fame”.

Grande combattente, Davies – dopo il divorzio dalla moglie Shirley, dalla quale aveva avuto due figli – deve arrendersi all’unico avversario che non è in grado di placcare, vale a dire un tumore ai polmoni, a lui, accanito fumatore, diagnosticato nel novembre 2011 e che lo porta alla conclusione dell’esistenza terrena il successivo 15 marzo ’12 a 65 anni di età, lasciando in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vederlo giocare l’immagine del “perfetto rugbista”, capace di esaltare come pochi altri quelle che sono le caratteristiche fondamentali di questo splendido sport.

 

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IL GRANDE SLAM DELL’IRLANDA NEL “CINQUE NAZIONI” DEL 1948

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L’Irlanda del Grande Slam 1948 – da irishrugby.ie

Articolo di Giovanni Manenti

Che il Rugby, al di là di quanto possa sembrare ad una prima, superficiale osservazione da parte di coloro che non sono addentro a tale disciplina, sia uno sport che affratella ed unisce in nome di valori di lealtà e correttezza è risaputo, ed una prova tangibile è altresì data dal fatto che solo la palla ovale riesce ad unire in una sola rappresentativa i giocatori della Repubblica d’Irlanda e dell’Irlanda del Nord, che, proprio in base a detta circostanza, non viene identificata dalla bandiera nazionale irlandese, bensì da un vessillo apposito, che consiste in un trifoglio (lo “shamrock”) a simboleggiare in modo generico l’Irlanda intesa geograficamente come un’isola.

Questa unità di intenti, non è sufficiente però ad evitare che il XV del trifoglio sia (o, per meglio dire, fosse …) considerato un po’ il “parente povero” all’interno del rugby britannico e del susseguente inserimento della Francia nel “Torneo delle Cinque Nazioni” – oggi divenuto “Sei Nazioni” con l’allargamento della manifestazione anche all’Italia – a causa di due periodi neri di lunga durata senza aggiudicarsi il trofeo, vale a dire dal successo del 1951 (sfiorando il “grande slam”, con tre vittorie ed un pari) sino alla vittoria del 1973 (peraltro con tutte e cinque le squadre a pari merito, con due vittorie ed altrettante sconfitte a testa), ed il secondo costituito dall’assenza di successi dal 1985 (anche in questo caso slam sfiorato, con tre vittorie ed un pari contro la Francia) sino al 2009, quando all’Irlanda stavolta riesce l’impresa di far sue tutte e cinque, dato l’inserimento dell’Italia, le sfide disputate.

Due cicli di astinenza durati oltre 20 anni farebbero presagire per l’isola del trifoglio una situazione di completa sudditanza rispetto alle altre potenze continentali, ed invece anche l’Irlanda ha vissuto il suo “momento di gloria” coincidente con la ripresa dell’attività sportiva al termine del secondo conflitto mondiale, in parte forse favorita da un minor impatto dell’evento bellico rispetto alle altre Nazioni partecipanti, ma che comunque le consente di aggiudicarsi ben tre edizioni del torneo tra il 1948 ed il 1951.

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L’Irlanda vincitrice del “Cinque Nazioni” nel 1949 – da gettyimages.it

E, proprio il 1948 rappresenta per l’Irlanda la stagione della svolta in quanto, con l’Europa ancora impegnata a leccarsi le ferite del conflitto in una faticosa opera di ricostruzione, non solo si aggiudica il torneo, ma conquista anche il suo primo (e, per molto tempo, unico …) grande slam, un’impresa che sarà eguagliata dai vari O’Driscoll ed O’Gara – non a caso i giocatori con più presenze nel XV irlandese, con 133 e 128 “caps” rispettivamente – solo nel 2009, e cioè a qualcosa come 61 anni di distanza (!!) …

Rapportandoci alle già sottolineate difficoltà dell’epoca quanto a trasporti, il “Cinque Nazioni” rappresenta pressoché l’unica occasione di confronto, prova ne sia che la stessa Francia, oltre agli incontri del torneo, disputa un solo altro “test match” a Parigi contro l’Australia, con la formazione australe a sfidare anche l’Inghilterra a Twickenham nel classico tour europeo.

E che, il 1948 sia un anno beneaugurante per i colori irlandesi lo si intuisce sin dal Capodanno, in quanto proprio dopo aver trascorso la notte di San Silvestro le formazioni di Francia ed Irlanda si sfidano allo stadio di Colombes a Parigi di fronte a 25mila spettatori per il match che inaugura il torneo.

Non sappiamo quanto abbia brindato la sera prima, ma di sicuro lo avrà fatto a fine gara, il 23enne James Stephen McCarthy, unico debuttante del XV irlandese, il quale si incarica di aprire le marcature con una meta trasformata dall’ala Barney Mullan, alla sua quinta presenza in Nazionale dopo aver disputato l’intero torneo del 1947, che si incarica poi di essere lui stesso a trasportare l’ovale oltre la linea di meta per la conseguente trasformazione che fissa il punteggio sul 10-0 all’intervallo, in quanto all’epoca la meta vale solo 3 punti.

La reazione francese nella ripresa porta solo ad accorciare le distanze con due mete di capitan Basquet e dell’avanti Robert Soro, ma è sufficiente una fuga di Paddy Reid, che nella circostanza mette a segno i suoi soli tre punti con la maglia della Nazionale, per chiudere il conto sul definitivo 13-6 con cui l’Irlanda espugna Parigi e manda un chiaro segnale alle altre avversarie per la conquista del trofeo.

Così come era toccato agli irlandesi inaugurare il torneo, gli stessi, viceversa, beneficiano di un mese e mezzo di tempo per tornare in campo a sfidare l’Inghilterra il 14 febbraio ’48 a Twickenham per una classifica che, essendosi disputati nel frattempo altri tre incontri, vede il Galles a quota 3 (2 partite giocate), Irlanda (1) e Scozia (2) con 2 punti, Inghilterra 1 (1) e Francia ancora a 0 con due sconfitte.

Per il XV della rosa, reduce da un sofferto pareggio casalingo per 3-3 contro il Galles, si tratta di un incontro chiave da vincere ad ogni costo per avere speranze di conquistare il trofeo, visto che dovrà poi rendere visita a Scozia e Francia per le due ultime sfide della manifestazione, ma ciò nonostante gli irlandesi schierano tre debuttanti – il mediano di mischia Hugh de Lacy, l’estremo John Mattsson ed il terza linea centro Des O’Brien – con l’inserimento altresì di John Daly e Jimmy Nelson rispetto alla formazione che aveva espugnato il campo di Colombes.

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Jackie Kyle in azione nel match contro l’Inghilterra – da epicirelandchq.com

Come era logico attendersi, la gara è tesa, dura e combattuta sin all’ultimo pallone giocabile e, dopo un primo tempo concluso sul 5-5 (meta trasformata dell’ala Dickie Guest per gli inglesi, alla quale replica il mediano d’apertura Jackie Kyle, futuro “Hall Famer”, per i propri colori), la sfida si risolve nella ripresa allorquando l’Irlanda riesce a depositare altre due volte l’ovale in meta con Bill McKay e William McKee, i cui punti, ancorché Mullan dimostri di non avere il piede caldo fallendo entrambe le trasformazioni, rendono vana la seconda meta personale di Guest, ancorché anch’essa trasformata dall’estremo Dick Uren, per il definitivo 11-10 con cui si conclude l’incontro e che sancisce la seconda vittoria esterna per gli irlandesi, che si portano al comando della classifica provvisoria con 4 punti e, soprattutto, il vantaggio di giocare nell’isola i due restanti incontri.

Un ulteriore slancio verso la conquista del grande slam viene al XV del trifoglio dalla notizia che, contemporaneamente al loro successo in terra inglese, il Galles viene sconfitto a domicilio per 11-3 dalla Francia, il che sta a significare che, in caso di successo 14 giorni dopo a Dublino contro la Scozia, il trofeo tornerebbe a far bella figura di sé nella bacheca irlandese, un’occasione da non farsi assolutamente sfuggire.

E, come lo sanno i giocatori che scendono in campo – con il rientro di Dudley Higgins nel ruolo di estremo e la sola variante del debutto del 25enne Michael O’Flanagan per quella che sarà la sua unica presenza in Nazionale, rispetto alla formazione che due settimane prima aveva sconfitto l’Inghilterra – così sono altrettanto pronti a festeggiare gli spettatori che gremiscono il Lansdowne Road di Dublino per un match nel quale la Scozia oppone una fiera resistenza e, pur non riuscendo mai a superare l’arcigna difesa irlandese, cede solo di fronte a due mete messe a segno ancora dai talentuosi Kyle e Mullan per il 6-0 che certifica la conquista del trofeo da parte dell’Irlanda.

Ma i britannici, si sa, non sono certo parchi in fatto di trofei, ed il “Torneo del Cinque Nazioni” non sfugge a tale regola, mettendo in palio, oltre al trofeo vero e proprio anche la “Triple Crown”, che spetta alla squadra britannica che sconfigge le altre tre (Francia esclusa, pertanto), nonché la “Calcutta Cup” a beneficio della compagine che si aggiudica la sfida tra Scozia ed Inghilterra.

Pertanto, con già in tasca la vittoria nella manifestazione, ecco che la sfida del 13 marzo ’48 a Belfast contro il Galles assume una duplice rilevanza, vale a dire di consentire all’Irlanda di far suo il primo “grande slam” della storia, nonché di aggiudicarsi la “tripla corona”, evento mai verificatosi nel corso del XX secolo.

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La meta di Daly contro il Galles – da listowelconnection.blogspot.it

Circostanze non da poco per motivare i fieri atleti irlandesi, i quali scendono in campo ben decisi a far loro l’incontro con gli altrettanto rocciosi gallesi, i quali danno non poco  filo da torcere ai loro avversari, chiudendo la prima frazione di gioco sulla parità in forza di una meta per parte (Daly per i padroni di casa, sua unica realizzata in Nazionale, e Bleddyn Williams per i “Dragoni”, lui viceversa abituato a tali giocate, potendone contare 7 a fine carriera), prima che toccasse a Mullan depositare l’ovale oltre la linea di meta per il 6-3 definitivo in quella che è anche la sua ultima partita in maglia biancoverde con un ragguardevole score di 6 mete e 36 punti realizzati nelle 8 gare disputate, tutte relative ai “Tornei del Cinque Nazioni” 1947 e ’48.

Come detto, tale impresa non resta isolata, in quanto l’Irlanda si aggiudica il torneo anche nel 1949 (con tre vittorie ed una sconfitta 9-16 di fronte alla Francia, circostanza questa che, se avete seguito bene l’articolo, consente comunque agli irlandesi di aggiudicarsi la seconda “Triple Crown” consecutiva) e nel 1951 quando, ironia della sorte, sono proprio i gallesi ad impedire il ripetersi del grande slam, imponendo il pareggio per 3-3 nell’ultimo match disputato a Cardiff il 10 marzo ’51 dopo che l’Irlanda aveva fatto suoi i tre precedenti incontri.

Magari, se i “Dragoni” avessero immaginato che per un altro slam i poveri irlandesi avrebbero dovuto aspettare oltre 60 anni, forse si sarebbero impietositi, già forse…

SERGE BLANCO E QUELLA “SPORCA ULTIMA META” DEL 1987

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Serge Blanco in azione nel match contro l’Australia – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando la Federazione Internazionale di Rugby decide – tra molti scetticismi, poi dileguatisi stante il successo della Manifestazione – di dotare anche il proprio Sport della massima rassegna a livello mondiale, assegnando ad Australia e Nuova Zelanda l’organizzazione congiunta della prima edizione, da svolgersi dal 22 maggio al 20 giugno 1987, per quasi tutti gli addetti ai lavori la logica conclusione della stessa, stante il perdurare dell’assenza del Sudafrica per i noti problemi dell’Apartheid, doveva essere la Finale tra le due Nazioni dell’emisfero australe.

E, del resto, come dar loro torto, visto che, oltre al vantaggio del fattore campo, i rispettivi XV potevano vantare nei loro organici Campioni di valore assoluto come David Campese, Michael Lyangh, Matthew Burke e Nick Farr-Jones tra i “Wallabies”, cui, da parte “All Blacks” si risponde con Sean Fitzpatrick, David Kirk, Grant Fox e John Kirwan, tutte stelle di prima grandezza da opporre alla sfida che viene loro lanciata dal Continente europeo, in specie dai Paesi che, all’epoca, si contendevano a cadenza annuale il titolo del “Cinque Nazioni”.

Uno sguardo però, non dato di sfuggita o con colpevole supponenza, avrebbe messo in guardia le due “Superpotenze del Rugby Mondiale”, in quanto delle prime sette edizioni del “Cinque Nazioni” disputatesi negli anni ’80, ben quattro (1981, ’83, ’86 ed ’87) erano state appannaggio della Francia e, proprio nell’anno del Mondiale, i “Galletti” completano il loro quarto “Grande Slam” nella Storia del Torneo, aggiudicandosi tutti e quattro gli incontri che li vedono opposti alle formazioni del Regno Unito.

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Fase del match Irlanda-Francia che consegna il Grande Slam ai francesi – da gettyimages.it

E’ una squadra, quella transalpina, che fonda il proprio gioco sulla velocità, e gli schemi negli attacchi alla mano prevedono frequenti cambi di lato che spiazzano le difese avversarie, così consentendo ad una varietà di effettivi di poter depositare l’ovale oltre la linea di meta, specialità in cui comunque eccelle l’estremo Serge Blanco – nato a Caracas da padre venezuelano e madre francese di origini basche – il quale si presenta in Oceania già con 17 mete realizzate con la maglia della Nazionale.

L’andamento del Torneo – la cui gara inaugurale, disputata il 22 maggio ’87 all’Eden Park di Auckland, vede la Nuova Zelanda surclassare per 70-6 la malcapitata Italia – si svolge comunque nel rispetto delle previsioni, con l’Australia a primeggiare nel Gruppo A, il più impegnativo, considerata la presenza dell’Inghilterra, sconfitta 19-6 grazie ad una meta di Campese ed alla precisione al piede di Lynagh, la Nuova Zelanda ad asfaltare chiunque le si pari di fronte (190 punti con 30 mete realizzate in tre incontri …!!) nel Gruppo C e la Francia a confermare il suo ottimo stato di forma e la brillantezza del proprio gioco, mettendo a segno 25 mete nelle tre gare disputate, pur dovendo subire la precisione di Hastings nel match contro la Scozia, concluso sul 20-20, con i transalpini primi nel Girone D solo per una miglior differenza punti.

Scozzesi che nulla possono nei Quarti di Finale contro gli “All Blacks”, che concedono loro solo una punizione di Hastings nell’eloquente 30-3 conclusivo, mentre il Galles, vincitore del Gruppo B a spese dell’Irlanda, certifica la crisi del Rugby inglese, andando tre volte in meta con Roberts, Jones e Devereux nel 16-3 che vale la sfida alla Nuova Zelanda in Semifinale, mentre l’altro match mette di fronte Australia e Francia che, dal canto loro, non hanno alcuna difficoltà a superare – con quattro mete realizzate a testa – rispettivamente l’Irlanda (33-15) e le isole Fiji (31-16) per poi darsi appuntamento il 13 giugno 1987 al “Concord Oval” di Sydney per l’accesso alla prima Finale di un Campionato Mondiale, per contendersi la prestigiosa “William Webb Ellis Cup”, dal nome dello studente che, secondo la leggenda, è stato l’inventore di questa affascinante disciplina.

Davanti al proprio pubblico, e con i favori del pronostico dalla loro parte, i “Wallabies” si affidano in avvio alla precisione del piede di Lynagh che inizialmente non li tradisce, portando il XV australiano in vantaggio per 9-0 alla mezz’ora avendo aperto le marcature con un drop al 4’ cui fanno seguito due calci piazzati finiti in mezzo ai pali, ma proprio in conclusione della prima frazione di gioco, Lorieux recupera palla su di una rimessa laterale a pochi metri dalla linea di meta, andando a schiacciare proprio alla bandierina, per una posizione da cui la trasformazione appare quasi impossibile, ma il piede caldo di giornata di Camberabero manda le squadre al riposo sul punteggio di 9-6 che lascia aperta la porta ad ogni possibile scenario nella ripresa.

Ripresa che viene ricordata come una delle più emozionanti frazioni nella Storia dei Mondiali, che si apre con una ficcante iniziativa di Philippe Sella, il quale prende d’infilata una mal disposta difesa australiana (confermando la scarsa attitudine a difendere da parte di Campese …) tagliando da destra verso l’interno per andare a depositare l’ovale in mezzo ai pali e consentire a Camberabero una facile trasformazione per il primo vantaggio (12-9) transalpino dell’incontro, peraltro di breve durata, poiché appena 4’ dopo tocca a Lynagh incunearsi nella retroguardia francese con una percussione che vede il tre quarti ala aprire il gioco sulla destra per Peter Grigg, il quale premia con un tocco al volo l’inserimento di Campese che va a farsi perdonare la precedente incertezza nel riportare avanti i suoi 15-12, grazie alla conseguente trasformazione di Lynagh.

Vantaggio anch’esso di breve durata, visto che la velocità e conseguente freschezza atletica dei transalpini aprono voragini nella difesa australiana, ed al 54’ è Blanco, dopo aver disorientato un paio di avversari con le sue finte sulla tre quarti avversaria, ad aprire il gioco per l’inserimento lungo l’out sinistro dell’ala Lagisquet, il quale, superata di slancio la prima opposizione, ha davanti a sé un’autostrada che gli consente di andare con tutta tranquillità oltre la linea di meta e capovolgere ancora l’esito dell’incontro, che vede ora la Francia avanti 18-15, data la pressoché scontata trasformazione da parte di Camberabero.

Vantaggio che si dilata sino al 21-15 per una successiva punizione indirizzata in mezzo ai pali dal trequarti ala francese (che concluderà l’incontro con 14 punti realizzati), mentre sul lato opposto un’insolita imprecisione al piede di Lynagh pone l’Australia, a metà ripresa, in una difficile situazione, dalla quale ne esce grazie ad una meta del subentrato David Codey, il quale raccoglie l’ovale da un raggruppamento spontaneo a pochi metri dalla linea di meta per i punti che, con la trasformazione di Lynagh, fissano il punteggio sul 21 pari a poco più di un quarto d’ora dal termine.

Emozioni a non finire che trovano la loro consacrazione nei minuti finali, allorquando un calcio di punizione realizzato da Lynagh dà all’Australia il terzo vantaggio dell’incontro e fa sperare i quasi 18mila spettatori presenti che l’incubo stia per svanire, sogno immediatamente distrutto da un piazzato altrettanto preciso di Camberabero per il pareggio a quota 24 con l’incontro che vede aprirsi davanti a lui lo spettro dei tempi supplementari.

Un risultato che potrebbe andar bene ai transalpini, ma come quando un pugile si accorge delle difficoltà del suo avversario mettendolo alle corde, così i francesi si rendono conto del disorientamento che vige nelle file dei “Wallabies”, i quali con ogni probabilità non si aspettavano una tale resistenza, e non si lasciano sfuggire l’occasione per approfittarne con un ultimo attacco che vede protagonista in negativo ancora Lynagh – partita da dimenticare, la sua – il quale non riesce a controllare una palla vagante dopo una percussione di Lagisquet, consentendo di far pervenire l’ovale a Blanco per far sì che quest’ultimo, con le ultime stille di energia rimaste in corpo, si  lanci verso la bandierina a schiacciare in meta per il definitivo vantaggio dei “Galletti”, arrotondato, manco a dirlo, dalla consueta trasformazione di Camberabero che fissa il punteggio finale sul 30-24 che vale l’accesso alla finale.

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La meta decisiva messa a segno da Blanco – da abc.net.au

Il giorno dopo, gli “All Blacks” dispongono a proprio piacimento (49-6, con ben 8 mete realizzate …!!) del Galles e, quindi, messi anche sul “chi va là” dall’esito dell’altra semifinale, non commettono l’errore di sottovalutare il XV di Francia, che oppone una certa resistenza solo nel primo tempo, concluso sul 9-0 per i padroni di casa, per poi cedere di schianto nella seconda parte dell’incontro, con ogni probabilità risentendo anche della fatica della semifinale, che vede la Nuova Zelanda imporsi per 29-9 e consente così a David Kirk di essere il primo Capitano della Storia della Manifestazione a sollevare al cielo la splendida “William Webb Ellis Cup”.

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David Kirk solleva la Coppa del Mondo ’87 – da gettyimages.co.nz

Per Blanco, resta l’orgoglio di aver concluso nel migliore dei modi una Stagione indimenticabile, con il già ricordato Grande Slam nel Torneo del “Cinque Nazioni”, per quello che verrà ricordato come il punto più alto di una Carriera che si conclude quattro anni dopo, con la sconfitta nei Quarti di finale della seconda edizione della Coppa del Mondo, 10-19 contro l’Inghilterra il 19 ottobre ’91 al “Parc des Princes” di Parigi, che rappresenta la sua 93esima presenza con la maglia dei Bleus, onorata con 233 punti e 38 mete che lo rendono, a tutt’oggi, il leader della speciale Classifica, solo avvicinato da Vincent Clerc, giunto a quota 34, ma ritiratosi nel 2013.

E per tutti gli amanti di questo fantastico sport, resta invece ben fissata negli occhi e nella mente “Quella sporca ultima meta”, come recita il titolo del celebre film di Robert Aldrich, uscito nel 1974 ed interpretato da Burt Reynolds, sporca però solo per i sostenitori dei “Wallabies” – i quali, dal canto loro, avranno modo di rifarsi quattro anni dopo, con la conquista della Coppa – mentre da parte transalpina rimane per sempre a testimonianza di un’impresa servita anche per far capire al Mondo della Palla Ovale che i Paesi del Vecchio Continente non hanno alcun timore riverenziale verso le pur fortissime compagini dell’emisfero australe.

LA RISCOSSA “ALL BLACKS” DEL 1996, FRUTTO DI UN ORGOGLIO FERITO

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Il mediano di mischia Andrew Mehrtens in azione – da gettyimages.ca

articolo di Giovanni Manenti

C’è poco da dire, niente è più pericoloso dell’orgoglio ferito di una squadra che ritiene di aver subito una pesante ingiustizia, e se poi questa squadra pratica uno Sport come il Rugby, ed i suoi componenti altri non sono che i famosi “All Blacks” neozelandesi, beh, allora doverseli ritrovare di fronte con tale spirito in corpo può essere davvero rischioso.

La sconfitta per 15-12 contro il Sudafrica nella Finale della terza edizione della Coppa del Mondo ’95, grazie ad un drop di Joel Stransky a 7’ dal termine dei tempi supplementari è ancora una ferita troppo fresca per i neozelandesi, i grandi favoriti del Torneo, i quali ritengono – più o meno a ragione – di essere stati volutamente danneggiati dai padroni di casa attraverso una intossicazione alimentare a due giorni dalla sfida conclusiva, subendo poi, oltre al danno, anche la beffa di ascoltare le dichiarazioni dei Dirigenti sudafricani alla cena post-match in merito al fatto che, non avendo il paese di Nelson Mandela partecipato alle prime due Rassegne iridate stante il veto per le note vicende razziali, essi dovevano considerarsi i veri ed unici Campioni del Mondo.

Ce n’è più che a sufficienza affinché i “tuttineri” – la cui delegazione, per protesta, abbandona la sala dopo aver sentito le suindicate parole – meditino una “feroce rivincita”, da consumarsi il più presto possibile, ed ecco che in loro soccorso giunge la decisione assunta dall’International Rugby Board di aprire la disciplina al professionismo e, dato ormai il reinserimento a pieno titolo del Sudafrica nello sport mondiale, nonché sulla spinta delle Tv che, dopo un iniziale scetticismo, stanno toccando con mano l’elevata audience dei confronti tra le più forti compagini del pianeta, vara il “Tri Nations”, vale a dire un torneo con gare di andata e ritorno tra le tre superpotenze dell’emisfero australe, Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, la cui prima edizione si disputa proprio l’anno seguente, vale a dire nel 1996.

Per gli “All Blacks” si tratta di un’occasione da non farsi assolutamente sfuggire, ed alla quale abbinano, visto che il programma prevede l’ultima loro gara da disputarsi il 10 agosto ’96 proprio in Sudafrica, il prolungamento della permanenza nel Paese sino a fine agosto, inserendo nel calendario altri tre “test match” da disputarsi a cadenza settimanale, il 17, 24 e 31 successivi.

Per chi non è addentro al mondo della palla ovale, è giusto precisare che “test match” sta al Rugby come “incontro ufficiale” al calcio e che, prima dell’introduzione di Coppa del Mondo e “Tri Nations” (poi divenuto “The Rugby Championship” con l’allargamento, a far tempo dal 2012, anche all’Argentina), i confronti tra le tre grandi avvenivano in occasione di quelle che venivano definite “test series”, di cui l’ultima in ordine di tempo tra “All Blacks” e “Springbocks”, andata in scena 20 anni prima, nell’estate ’76, ebbe la triste conseguenza del boicottaggio, da parte degli altri Paesi africani, dei Giochi Olimpici di Montreal ’76, per le amare questioni relative alla politica di apartheid del Governo sudafricano.

The All Blacks face the Springboks in 1976
Fase di un test match del 1976 – da colorsport.co.uk

Oltretutto, macchia indelebile nella gloriosa Storia della formazione neozelandese, vi è il fatto che mai sino ad allora gli “All Blacks” si siano aggiudicati una serie in Sudafrica, le più recenti delle quali parlano di una vittoria, un pari e due sconfitte nel ’60, una vittoria e tre sconfitte nel ’70, stesso esito con cui si era concluso il già ricordato “tour” del 1976, il che costituisce la classica “ragione di più” per prepararsi come meglio non si potrebbe all’appuntamento.

La prima gara dell’edizione inaugurale del “Tri Nations” si svolge il 6 luglio ’96 all’Athletic Park di Wellington, ed a fare le spese della voglia di riscatto neozelandese sono i malcapitati “Wallabies” australiani, sommersi da sei mete realizzate da altrettanti giocatori diversi, cui si somma la precisione al calcio del mediano di apertura Mehrtens per un 43-6 che non ammette repliche, mentre la sfida con gli “Springbocks”, andata in scena il 20 luglio al Lancaster park di Christchurch dopo che gli stessi erano stati sconfitti per 21-16 la settimana prima dall’Australia, ricalca l’andamento della Finale mondiale dell’anno precedente, con la difesa sudafricana ancora in grado di bloccare le iniziative di Jonah Lomu & Co. senza conceder loro alcuna meta, ma stavolta con un Mehrtens molto più preciso al piede, i cui calci piazzati danno agli “All Blacks” una sofferta vittoria per 15-11.

E quando poi la Nuova Zelanda espugna, sette giorni dopo, il Lang Park di Brisbane per 32-25 (ancora con Mehrtens protagonista, capace di mettere a segni 6 calci piazzati, oltre alla trasformazione delle mete realizzate da Bunce e John Marshall), aggiudicandosi così anche la “Bledisloe Cup” nei confronti dell’Australia, l’ultimo confronto con il Sudafrica, in programma il 10 agosto ’96, non avrebbe più alcun valore per la vittoria del “Tri Nations”, pur se gli “Springbocks” si sono presi la rivincita sui “Wallabies” superandoli per 25-19, ma assume un’importanza capitale per le ragioni suesposte.

Ed anche se non si tratta di tornare sul “luogo del delitto”, in quanto rispetto alla Finale mondiale, il terreno è quello del “Newlands Stadium” di Città del Capo in luogo dell’Ellis Park di Johannesburg, ben 51mila spettatori sono desiderosi di assistere all’evento che vede ancora presenti i due rispettivi Capitani, François Pienaar (che aveva sollevato al cielo la Webb Ellis Cup, ricevuta dalle mani di Nelson Mandela) e Sean Fitzpatrick, nonché i due mediani di apertura che con i loro calci, andati a segno o meno, avevano deciso la sfida, vale a dire Joel Stransky da una parte ed Andrew Mehrtens dall’altra.

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Fase di un match del Tri Nations del 10 agosto 1996 – da gettyimages.co.nz

E sono ancora loro i protagonisti anche di questo incontro, che il Sudafrica conduce all’intervallo per 15-6 in virtù delle mete di du Randt e Mulder, di cui una sola trasformata da Stralsky e di un calcio piazzato dello stesso mediano d’apertura, cui la Nuova Zelanda oppone solo due punizioni in mezzo ai pali di Mehrtens, per poi subire nella ripresa il ritorno degli “All Blacks”, la cui ondata nera si abbatte sulla difesa dei padroni di casa, realizzando due mete con Dowd ed Osborne (sostituto di Jonah Lomu) che Mehrtens si incarica di trasformare, aggiungendo altri tre piazzati per il risultato finale di 29-18 nei confronti di un Sudafrica che nel secondo tempo è stato capace di realizzare solo una punizione con Stransky.

Vincere il “Tri Nations” a punteggio pieno è già, di per sé, una chiara dimostrazione di superiorità da parte degli “All Blacks” che cancella l’onta della sconfitta mondiale, ma, se ben ricordate, c’è ancora quella macchia da eliminare nel loro palmarès, e derivante dal fatto di non essersi mai aggiudicata una “Test series” disputata nel Paese sudafricano, e, sull’onda del netto successo appena conseguito, i neozelandesi si rendono conto che è giunto il momento di eliminare anche quest’ultima piccola pecca.

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Il capitano Fitzpatrick con i trofei vinti – da odt.co.nz

Trasferitisi a Durban, il 17 agosto va in scena il primo dei tre “test match” davanti ancora ad oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune del King’s Park e che assistono ad un’autentica prova di forza degli avanti neozelandesi, i quali rompono la barriera difensiva sudafricana andando per tre volte in meta con Zinzan Brooke, Cullen e Wilson contro il solo ovale depositato oltre la linea di meta da van Schalkwyk per i padroni di casa, la cui precisione al piede i Stransky riesce solo, nel finale, a rendere meno amara la sconfitta, certificata con il 23-19 con cui si conclude l’incontro.

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Il mediano di mischia sudafricano in azione nel primo test match – da gettyimages.it

A questo punto, il successivo match, in programma il 24 agosto al “Loftus Versfield” di Pretoria, assume un’importanza decisiva, poiché, in caso di vittoria neozelandese, le sorti delle “test series” sarebbero già segnate, ragion per cui viene reinserito nel XV iniziale, da parte dei padroni di casa, il mediano di mischia Joost van der Westhuizen, mentre, da parte “All Blacks”, viene confermato Osborne in luogo di Lomu e la rinuncia a Mehrtens, sostituito da Simon Culhane.

Ci si potrebbe aspettare che il Sudafrica adotti la tattica che già ha dato i suoi frutti in altre occasioni, e cioè di limitare il più possibile la forza d’urto neozelandese, ed invece l’incontro vede le due squadre giocare a viso aperto, il che lo rende ovviamente molto più spettacolare e ricco di realizzazioni, con ben tre mete per parte – Kruger, Strydom e van der Westhuizen per i padroni di casa, Zinzan Brooke e due volte l’ala Jeff Wilson, uno che ha il dente avvelenato per essere stato “ingabbiato”, l’anno prima all’Ellis Park di Johannesburg, dai difensori “Springbocks” – e la differenza dettata da una sola trasformazione di Stransky rispetto al “tre su tre” di Culhane, oltre ad un drop di Zinzan (nome completo, Murray Zinzan Valentine …) Brooke che sanciscono il definitivo 33-26 che consente agli “All Blacks” di sfatare, alla buon’ora, la “Maledizione della Terra dei Diamanti”.

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Zinzan Brooke festeggia dopo il drop messo a segno – da gettyimages.ae

Parziale consolazione, per un Sudafrica che, dalla Finale mondiale del 24 giugno ’95, ha poi conosciuto solo sconfitte nei successivi quattro confronti contro gli “All Blacks”, giunge dalla vittoria nel conclusivo “test match” di fine agosto, il cui protagonista è van der Westhuizen, autore di due mete (saranno 38 alla data dei ritiro nel 2003, record all’epoca …) ed alla quale contribuisce il piede insolitamente freddo di Mehrtens, rientrato in squadra per l’occasione, per un 32-22 che salva l’onore degli “Springbocks”, ma nulla toglie all’impresa dei Neozelandesi.

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La gioia degli All Blacks, dirigenti compresi, alla conquista delle “Test series” – da gettyimages.ae

C’è da pensare che – quantunque una vittoria in un Mondiale non abbia paragoni – le 9 vittorie sui 10 “test match” disputati dalla Nuova Zelanda nel ’96, abbiano quanto meno riscritto quella che, all’epoca, era la più corretta gerarchia delle forze in campo e che l’orgoglio ferito di cui avevamo parlato all’inizio abbia contribuito non poco a ristabilirla.

LA “VITA SPERICOLATA” DI MARC CECILLON, IL RUGBISTA OMICIDA

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Marc Cecillon al Bourgoin-Jallieu – da:onrugby.it

articolo di Giovanni Manenti

Purtroppo, nonostante coloro che praticano una disciplina sportiva debbano più di altri rispettare regole di lealtà e correttezza nei confronti dei propri avversari, alcuni di essi si sono resi protagonisti di eventi delittuosi a carico delle loro compagne, tra cui i più tristemente famosi sono quelli che hanno coinvolto il pugile argentino Carlos Monzon, reo di aver strangolato la moglie Alicia Muniz, il giocatore di football americano O.J. Simpson, coinvolto nell’omicidio della ex moglie Nicole Brown, ed, in tempi più recenti, l’atleta paralimpico sudafricano Oscar Pistorius, condannato a 6 anni per aver sparato alla fidanzata trentenne Reeva Steenkamp.

Anche l’Europa ha vissuto un caso analogo, ed il protagonista altri non è che il rugbista francese Marc Cicellon, il quale si rende colpevole dell’omicidio, avvenuto il 7 agosto 2004, della propria moglie Chantal a colpi d’arma da fuoco, dando vita ad uno degli eventi mediatici più importanti nella recente storia di cronaca nera transalpina.

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Marc Cecillon e Chantal il giorno delle nozze – da skyrock.com

Già, perché Cecillon, nato a fine luglio 1959 a Bourgoin-Jallieu, nel dipartimento d’Isère, è un giocatore di rugby di fama internazionale, sport che oltralpe continua ad avere una popolarità superiore al calcio, che ha smesso da appena un anno l’attività agonistica, prevalentemente svolta con il Club della sua città natale.

Dopo aver lavorato da ragazzo come pasticciere – circostanza che deve aver contribuito alla sua notevole stazza di m.1,92 per 115 chili – Cecillon si forma nelle giovanili del Saint-Savin per poi essere tesserato per il Bourgoin-Jallieu nel 1976, a 17 anni, ricoprendo il ruolo di seconda linea, ma potendo essere impiegato anche come terza linea centro o terza linea ala.

Nei 23 anni in cui Cecillon indossa la maglia celeste granata, ne è un punto di forza, tanto da essere selezionato anche per il XV di Francia, con cui debutta il 20 febbraio ’88 nella vittoria al Parco dei Principi per 25-6 contro l’Irlanda nell’ambito del Torneo del “Cinque Nazioni” che i transalpini si aggiudicano a pari merito con il Galles, prima delle sue 46 apparizioni con la divisa dei “Bleus (di cui 43 da titolare e 5 con la fascia da Capitano), durante le quali realizza 9 mete, un traguardo non da poco per una seconda/terza linea.

Con “L’Equipe de France”, Cecillon si aggiudica altri due Tornei del “Cinque Nazioni”, nel 1989 e nel ’93, disputando in quest’ultimo caso tutte e cinque le gare in programma, per essere altresì selezionato per la Coppa del Mondo ’91 in Gran Bretagna e per la successiva in Sudafrica, conclusa al terzo posto ed in cui il forte difensore scende in campo, nella semifinale persa 15-19 contro i padroni di casa, per l’ultima volta con indosso la maglia della sua Nazionale.

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Marc Cecillon in azione con “Les Bleus” – da sudouest.fr

Le ultime stagioni al Bourgoin-Jallieu sono quelle in cui il Club raggiunge i vertici del rugby transalpino, curiosamente sempre negli anni dispari, e, dopo essere stato eliminato nella semifinale del Campionato francese ’95 per 10-16 dai futuri Campioni del Tolosa, ecco che, due anni dopo, si qualifica per la Finale della prima edizione della “Challenge Cup” (la seconda competizione europea dopo la “Heineken Cup”), una manifestazione che vede giungere in semifinale ben quattro formazioni transalpine, e che il Bourgoin-Jallieu si aggiudica superando nell’atto conclusivo per 18-9 l’Olympique Castres.

Quello continentale resta l’unico importante trofeo in casa celeste granata, dato che, lo stesso anno, esito diverso anno le Finali di Coppa di Francia ed, unica volta nella storia a raggiungere tale traguardo, del Campionato, in cui il successo arride ancora una volta – e per il quarto anno consecutivo – al Tolosa per 12-6 nella sfida disputatasi il 31 maggio ’97 al Parco dei Principi.

Non avranno miglior fortuna, Cecillon ed i suoi compagni, due anni dopo, quando giunti nuovamente in Finale nella “Challenge Cup” – manco a dirlo, ancora terreno di caccia esclusivo transalpino – devono arrendersi per 35-16 di fronte al Montferrand, ed analogo esito ha l’atto conclusivo della “Coupe de France”, che li vede sconfitti per 27-19 dallo “Stade Français Parisil 5 giugno ’99 a Saint-Etienne per quella che è l’ultima gara disputata dalla granitica terza linea con la maglia della squadra della sua città.

Raggiunta la soglia dei 40 anni, Cecillon accetta l’offerta del Club dilettantistico del Beaurepaire, dove svolge attività di allenatore-giocatore, occupandosi principalmente di allevare giovani promesse, ma, nel frattempo, iniziano a manifestarsi sempre più frequenti i suoi problemi di dipendenza dall’alcool, con il quale aveva cominciato a prendere dimestichezza per celebrare i suoi successi, tant’è che fra i suoi stessi compagni di squadra circolava il detto che “facesse molto più del terzo tempo …” (locuzione con cui nel Rugby si indica il cameratismo tra i rappresentanti di entrambe le squadre a fine partita …) e non di rado toccava al padre andare a cercarlo nei Locali della regione anche a notte fonda.

E ciò, nonostante che nel ’98, ad un anno dal suo ritiro dal Rugby professionistico, il giornalista Guy Leduc gli dedichi un libro dal titolo che, a posteriori, sembra quasi grottesco, “Marc Cecillon, l’uomo tranquillo del Rugby francese”, di sicuro un giocatore di spessore, visto che l’autorevole quotidiano inglese Times lo include tra i 10 rugbisti francesi di maggior impatto.

E che il carattere di Cecillon fosse quello – verrebbe da dire, in italiano – di un “bonaccione” è confermato anche dalle dichiarazioni del celebre compagno di Nazionale Serge Blanco, il quale descrive il possente Marc come “un atleta potente di una generosità immensa sul terreno di gioco; in tutta la sua carriera non ha mai ricevuto una sola ammonizione, non ha mai giocato “sporco”, al contrario di molti altri nel suo ruolo”.

Cosa può quindi portare un “gigante buono” a compiere il tragico gesto messo in atto la sera del 7 agosto 2004, quando uccide con cinque colpi d’arma da fuoco la moglie Chantal, con cui è unito in matrimonio da ben 24 anni, durante una serata a Saint-Savin alla presenza di una sessantina di persone ??

Il fatto è che, come spesso accade, ai problemi di alcool si aggiunge la depressione e l’uso di farmaci non contribuisce a migliorare la situazione, rendendo Cecillon un uomo diverso da quello che Chantal aveva amato e sposato dandogli due figli, ragion per cui aveva manifestato l’intenzione di chiedere il divorzio, non sopportandone più la dipendenza dall’alcool, la violenza e le scene di gelosia, quantunque lui stesso non fosse un “Campione di fedeltà”, come avremo modo di toccare con mano più avanti.

Cecillon si presenta alla festa palesemente alterato, chiede alla moglie di tornare a casa con lui, ed, al suo rifiuto, colpisce una sua amica che si era messa in mezzo per difendere la donna e, cacciato dagli ospiti, vi fa ritorno con in mano una pistola – dal che il Giudice vi ravvisa la premeditazione – uccidendo la sfortunata compagna, ed all’arrivo delle forze dell’ordine, risulta avere un tasso alcoolico nel sangue pari a 2,65 grammi.

La notizia sconvolge l’opinione pubblica francese e calamita l’attenzione per il processo che si svolge davanti alla Corte d’Assise il 6 novembre 2006 e, nonostante che i difensori dell’ex campione cerchino di porre l’accento sulle difficoltà di riconversione ad una vita normale dopo la cessazione dell’attività agonistica, sul fatto di essere stato lasciato solo con sé stesso e sulle due difficoltà nell’esprimere i propri sentimenti, Cecillon viene condannato a 20 anni di carcere, malgrado la stessa accusa ne avesse richiesti solo 15.

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Le figlie di Cecillon, Célin e Angelique, durante il processo – da lemonde.fr

Detta sentenza viene parzialmente modificata in appello, non venendo riconosciuta la premeditazione, con ciò riducendo la pena a 14 anni di reclusione, una condanna ritenuta dalle stesse figlie e dalla suocera di Cecillon come “appagante per le due famiglie, permettendo loro di mantenere la relativa coesione”.

Non solo in Italia, comunque, le condanne sono scritte sulla carta, visto che il 7 luglio 2011 Cecillon esce di prigione beneficiando della libertà condizionata per buona condotta dopo aver trascorso scontato solo 7 anni della pena prevista, dedicandosi alla pittura in un paese nei Pirenei Orientali, dove vive assieme ad una nuova compagna.

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Alexandre Dumoulin, dichiaratosi figlio naturale di Cecillon – da espn.co.uk

Ma l’ex terza linea non ha ancora smesso di salire agli onori della cronaca, dapprima citando in giudizio a gennaio 2014 le due figlie, accusate di aver mal gestito – durante il periodo trascorso in carcere – l’eredità della madre, una lite che si conclude con un accordo amichevole nel successivo mese di aprile, con un Notaio incaricato di procedere alla ripartizione dell’asse ereditario tra il padre e le proprie figlie, e quindi con una inaspettata sorpresa, quando il centro della Nazionale francese Alexandre Dumoulin – nato, non a caso, il 24 agosto 1989 a Bourgoin-Jallieu – dichiara pubblicamente nel gennaio 2015 di essere figlio naturale di Cecillon, frutto di una delle tante relazioni extra coniugali dell’allora idolo della sua città natale, pur se i due non hanno mai voluto incontrarsi.

E chissà se a Vasco Rossi piace, questo “francesone”, dalla vita indubbiamente “spericolata”…

DIEGO DOMINGUEZ, IL CECCHINO DEL RUGBY AZZURRO

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Diego Dominguez – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Inutile nasconderlo, la bellezza ed il fascino del rugby – capace di entusiasmare anche coloro che non sono addentro alle segrete cose di detta disciplina – è costituita dalla coralità del gioco, con quelle travolgenti azioni alla mano in cui l’ovale viene spostato alla massima velocità da una sponda all’altra del campo fino a che non venga trovato lo spiraglio giusto per superare la difesa avversaria e depositare la palla oltre la linea di meta, tant’è che la Federazione Internazionale ebbe – giustamente, a suo tempo – incrementato la validità di detta realizzazione, assegnandole 5 punti rispetto ai 4 precedenti.

Non sempre, però, ciò si rende possibile, in specie in gare equilibrate e decisive per l’assegnazione di un titolo, con i rispettivi pacchetti di mischia ben decisi a fronteggiarsi ed a non lasciare spazi agli avanti avversari, ed ecco che allora assume un ruolo spesso determinante la figura di un particolare “specialista” di cui ogni XV dispone, vale a dire il “calciatore”, colui che si incarica di trasformare le mete realizzate, indirizzare in mezzo ai pali le punizioni accordate dal direttore di gara, per non parlare del drop, il calcio di rimbalzo talmente importante da aver deciso ben due Finali mondiali, entrambe risolte ai tempi supplementari, e passate alla storia.

Chi non ricorda, difatti, il drop con cui, al 13’ dei tempi supplementari, il sudafricano Joel Stransky sentenzia i favoriti All Blacks mandando in delirio gli spettatori dell’Ellis Park di Johannesburg per consegnare, nel 1995, al proprio Paese una Coppa che valeva molto più di un semplice titolo mondiale, od ancora, il calcio stupendamente preparato e magistralmente realizzato dal mediano d’apertura inglese Jonny Wilkinson al 100’ di una stupenda Finale 2003 per sancire l’unica, sinora, vittoria di una squadra europea in Coppa del Mondo, tale da ammutolire il pubblico che assiepava le tribune dello ”Australia Stadium” di Sydney, nella speranza di vedere i Wallabies alzare per la terza volta al cielo la “William Webb Ellis Cup”.

E se, avere a disposizione un tale specialista risulta fondamentale per squadre di primissimo livello del Rugby mondiale, potrete ben capire quale sia l’importanza di un siffatto giocatore per formazioni di livello inferiore, le quali devono cercare di sfruttare ogni più piccola occasione per capitalizzare al massimo le minori opportunità che, fatalmente, hanno a disposizione quando devono affrontare i “Top XV” del Ranking mondiale.

Una di queste Nazioni a poter godere di un tale privilegio – per un periodo di ben 12 anni – è proprio l’Italia, e di questo deve ringraziare le origini, da parte di madre, che consentono all’argentino di nascita Diego Dominguez di optare per la divisa azzurra, pur dopo aver indossato, in due gare del Campionato sudamericano, la maglia biancoceleste dei Pumas.

Dominguez nasce a Cordoba, nella provincia omonima, il 25 aprile ’66 ed inizia a praticare lo “sport della palla ovale” nel Club “La Tablada”, mettendosi in luce tanto da essere convocato per le gare contro Cile e Paraguay del 10 e 12 ottobre ’89 valide per il Campionato Sudamericano, vinte entrambe sin troppo agevolmente dalla Nazionale argentina con gli inequivocabili punteggi di 36-9 e 75-7, ed in cui il “piede educato” di Dominguez si mette in evidenza siglando rispettivamente 16 (2 trasformazioni e 4 punizioni) ed 11 punti (4 trasformazioni ed una punizione).

L’opportunità per il XV azzurro di poter contare su tale fuoriclasse giunge con l’arrivo in Italia del mediano di apertura, tesserato nel ’90 dalla “Mediolanum Amatori” (poi rinominata “Milan Rugby” con l’ingresso nella “Polisportiva Milan” voluta da Silvio Berlusconi …), e dalla scoperta che la madre era nativa proprio del capoluogo lombardo, circostanza che consente a Dominguez di avere diritto alla cittadinanza italiana ed, una volta ottenutala, di poter scegliere la nostra Nazionale per la quale giocare.

L’apporto dell’italoargentino alle sorti del rugby meneghino è devastante, basti solo pensare che nelle sette stagioni trascorsi in Italia, l’Amatori – che dal 1988 al ’93 può contare anche sull’apporto dell’asso australiano David Campese – giunge in sei occasioni alla Finale Scudetto, vincendone quattro, sempre contro il Benetton Treviso, di cui le prime due (nel ’91 e ’93) con relativa facilità (37-18, con 26 punti di Dominguez, e 41-15, in cui i punti realizzati sono 20), mentre nelle ultime sfide, contro una formazione trevigiana che può contare su di un altrettanto straordinario fuoriclasse quale l’australiano Michael Lynagh, si assiste ad una vera e propria lotta all’ultimo calcio che li vede entrambi protagonisti.

A dimostrazione di quanto precisato in premessa, il match andato in scena l’8 aprile ’95 al “Plebiscito” di Padova, vede le due formazioni incapaci di andare in meta e, pertanto, il punteggio finale di 27-15 a favore dei milanesi è determinato proprio nella precisione dei calci, con Lynagh a realizzare tutti i punti dei suoi, convertendo in mezzo ai pali cinque calci piazzati, cui Dominguez risponde da par suo trasformando ben otto punizioni, cui si aggiunge un drop di Bonomi.

La sfida, manco a dirlo, si ripete esattamente un anno dopo, mutando solo lo scenario, che stavolta è il “Mario Battaglini” di Rovigo, e dimostra ancor di più l’importanza di Dominguez nell’economia della squadra, dato che i 6 punti di differenza tra le due squadre costituiti dal risultato finale di 23-17 derivano – dopo una meta a testa e quattro calci piazzati realizzati sia da Domiguez che da Lynagh – proprio da due drop che l’italoargentino mette a segno ad inizio ripresa, dando il via alla clamorosa rimonta di Milano, che aveva chiuso il primo tempo in svantaggio per 17-3.

Sin troppo ovvio che una siffatta potenzialità – Dominguez conclude la sua esperienza in Italia con 2.966 punti a suo favore, terzo di ogni epoca dietro ad Andrea Scanavacca con 3.368 e Stefano Bettarello con 3.206, ma con 17 e 18 stagioni, rispettivamente, disputate – rappresenti una sorta di benedizione per il Commissario Tecnico della Nazionale Bertrand Fourcade, il quale lo fa esordire il 2 marzo ’91 allo Stadio Flaminio di Roma, nel ruolo di tre quarti centro contro la Francia B (match perso dagli azzurri per 15-9), per poi inserirlo nella lista dei convocati per i Mondiali ’91 in Gran Bretagna dove l’Italia, inserita in un “Girone di ferro” assieme ai padroni di casa, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, può solo portare a casa la vittoria contro questi ultimi, non sfigurando comunque né contro gli inglesi (sconfitta per 6-36) che, soprattutto, contro i Campioni in carica degli All Blacks, da cui è superata per 31-21.

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Una trasformazione di Dominguez – da onrugby.it

Ed è anche grazie all’abilità – oltre che nei calci, anche nella visione di gioco, dato il suo ruolo di mediano di apertura – di Dominguez, che nel frattempo si è accasato oltralpe al celebre club francese dello Stade Français di Parigi, con cui conquista altri quattro titoli nazionali, che l’Italia cresce nella considerazione internazionale, tanto da ricevere l’onore di essere ammessa, con l’avvento del nuovo secolo, al prestigioso e più antico Torneo del mondo, vale a dire il “Cinque Nazioni”, ed a cui partecipa per la prima volta nel 2000.

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Dominguez in azione con lo Stade Français – da reuters.com

Ed un evento di tale spessore – “storico”, verrebbe da dire, se di tale termine non si abusasse sin troppo – deve essere festeggiato nel migliore dei modi, ed opportunità migliore non può esservi del match d’esordio, in programma il 5 febbraio 2000 in uno Stadio Flaminio gremito in tutti e 24mila posti a sua disposizione, contro la Scozia capitanata da John Leslie e reduce dall’onorevole (18-30) eliminazione contro la Nuova Zelanda nei quarti di finale della Coppa del Mondo ’99, edizione che, al contrario, risulta la peggiore disputata dall’Italia, che se ne torna a casa con tre pesanti sconfitte, tra cui un umiliante 101-3 subito dagli All Blacks.

Occorre quindi una prova d’orgoglio per gli azzurri – che, per l’occasione, vedono per la prima volta sedersi in panchina il nuovo tecnico, il neozelandese Brad Johnstone – e chi, se non il loro indiscusso leader, può trascinarli al successo con una prestazione “monstre” in cui, oltre alla conversione dell’unica meta italiana realizzata da De Carli, trasforma 6 calzi di punizione e mette a segno ben 3 drop, per un totale di 29 dei 34 punti realizzati dall’Italia contro i 20 dei rappresentanti delle “Highlands”, e che rappresentano il suo massimo in carriera per singolo incontro in maglia azzurra, soltanto eguagliato il 10 novembre 2001 nel “test match” contro le Isole Fiji, ma a fronte di un successo ben più eclatante, per 66-10.

Purtroppo, per il Rugby azzurro, le successive prove non confermano le buone indicazioni fornite al debutto, con una sola altra vittoria nelle successive tre edizioni del neonominato “Sei Nazioni”, ottenuta il 15 febbraio 2003 nel consueto scenario dello Stadio Flaminio di fronte al Galles ed in cui, come al solito, la differenza nel 30-22 conclusivo a favore dell’Italia – con tre mete realizzate per parte – la fa il piede radiotelecomandato di Dominguez, il quale, oltre all’avvenuta conversione delle mete, trasforma una punizione e mette a segno gli ultimi suoi due drop sul suolo italiano, prima di salutare il pubblico che lo ha tanto amato scendendo in campo, la settimana successiva, per la sua 74esima ed ultima presenza in azzurro contro l’Irlanda e persa nettamente per 37-13.

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Festeggiamenti per la vittoria 30-22 sul Galles – da gazzetta.it

Per capire sino in fondo l’impatto che Dominguez ha avuto sul Rugby, non solo italiano, bensì internazionale, basti pensare che è stato il primo giocatore in assoluto a superare la barriera dei 1.000 punti segnati in “test match”, concludendo la carriera – comprese le due gare disputate con la maglia dei “Pumas” argentini – a quota 1.010, circostanza che, peraltro, lo fa essere a tutt’oggi al quinto posto della Classifica assoluta “All Time”, preceduto da “Mostri sacri” quali il neozelandese Daniel Carter (primo con 1.598 punti), il già citato inglese Jonny Wilkinson (secondo a quota 1.179), l’irlandese Roman O’Gara (terzo con 1.083 punti) ed il gallese Neil Jenkins, che lo precede di soli 39 punti, a quota 1.049.

Che dite, penso che siate tutti d’accordo sul fatto che sarà anche entusiasmante il gioco alla mano, ma se non si ha un sapiente “calciatore”, difficilmente si vincono trofei

GLI STATI UNITI E QUELL’ORO OLIMPICO DEL RUGBY PRIMA DELL’ABOLIZIONE

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Il rugby alle Olimpiadi del 1924 – da en.espn.co.uk

articolo di Nicola Pucci

Rispetto all’edizione di quattro anni prima ad Anversa, quando parteciparono solo Stati Uniti e Francia, il torneo di rugby alle Olimpiadi di Parigi del 1924 vede la presenza di una terza formazione, la Romania, che in realtà non ha particolari ambizioni e sul campo si rivela tutt’altro che competitiva, reduce oltretutto da un interminabile viaggio in treno in terza classe per poter essere presente all’evento a cinque cerchi.

Si giocano pertanto tre partite, dal 4 al 18 maggio, anticipo dei Giochi che avranno sviluppo nel mese di luglio, e lo Stadio di Colombes tiene a battesimo l’esordio della squadra transalpina, che proprio contro i rumeni si impone facilmente, 61-3, mettendo a referto ben tredici mete, di cui quattro di Adolphe Jaureguy, stella della squadra, e otto trasformazioni di Louis Beguet, che per l’occasione registra un record di punti che con la nazionale francese verrà battuto solo dal leggendario Guy Camberabero nel 1967.

Tocca poi agli americani sbarazzarsi agevolmente della Romania, 37-0 con quattro mete di Hyland, tre di Patrick e cinque trasformazioni di Doe, che aggiunge pure un calcio piazzato.

Così la finale, appunto il 18 maggio, vede ancora opposte Francia e Stati Uniti, che ovviamente si giocarono l’oro quattro anni prima, quando furono gli americani ad imporsi per 8-0. La Francia ha i favori del pronostico, sia perchè può giocare davanti al pubblico amico sia perchè è reduce da un Torneo delle Cinque Nazioni in cui ha battuto lo Scozia per poi perdere di misura gli altri tre incontri con Irlanda, Inghilterra e Galles. Jaureguy è la colonna di una squadra che ha in Marcel Lubin-Lebrere un altro giocatore di grande valore seppur costretto a competere con un occhio solo, perso in trincea durante la Prima Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti hanno una formazione che si compone quasi interamenti di rugbusti della Stanford University e proprio di questo loro amalgama gli americani si fanno forti.

Lo Stadio di Colombes accoglie più di 20.000 spettatori per un evento che si trasforma in una sorta di battaglia, sul campo e sugli spalti. Gli americani vengono sonoramente fischiati dopo che Jaureguy è stato abbattuto da un tackle durissimo ed è costretto ad uscire in barella con il volto sanguinante. Gli animi si accendono e nel secondo tempo dalle tribune i supporters francesi lanciano bottiglie e pietre in campo, scatenando una rissa furiosa.

La gara si conclude con la vittoria americana, 17-3, e l’invasione di campo finale costringe le forze dell’ordine ad intervenire a protezione degli americani, che vincono di nuovo la medaglia d’oro ma sono sommersi dai fischi all’atto della cerimonia di premiazione.

Dopo l’edizione parigina il rugby viene escluso dalle discipline olimpiche: tornerà solo nel 2016 a Rio, con il torneo di rugby a sette. Ma questo è già un altro… Millennio!

JOHN KIRWAN E QUELLA META, “SPOT” PER IL RUGBY

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John Kirwan – da onrugby.it

Articolo di Giovanni Manenti

Ultimo sport di squadra ad avere una propria rassegna iridata, la prima edizione della Coppa del Mondo di rugby organizzata congiuntamente da Australia e Nuova Zelanda prende il via a maggio 1987 tra non poco scetticismo, tant’è che, sino all’ultimo, Scozia ed Irlanda sono indecise nel partecipare, e sono in molti a ritenere che difficilmente possa avere un seguito, trattandosi di uno sport con tradizioni radicate nel tempo e che si estrinsecano nella disputa del “Cinque Nazioni” in Europa, nella “Bledisloe Cup” in Oceania e nei vari “test match” tra rappresentative eterogenee come i Barbarians od i British Lions.

Ad ogni buon conto, per il citato evento, per il quale, stante il ristretto tempo a disposizione per l’organizzazione, non è stato possibile istituire gare di qualificazione e, pertanto, si è proceduto per inviti, con le riferite formazioni del “Cinque Nazioni, Australia e Nuova Zelanda, oltre ad Italia e Romania per l’Europa, Canada e Stati Uniti per il Nord America, Argentina per il Sudamerica, Giappone per l’Asia, Tonga e Fiji per l’Oceania e lo Zimbabwe a rappresentare l’Africa, stante l’ostracismo ancora pendente sul Sudafrica per la politica di apartheid in vigore nel Paese.

Un’altra delle contestazioni circa l’inutilità di una manifestazione a così largo raggio derivava dal previsto eccessivo divario tra le partecipanti, sì da rendere pressoché inutili le fasi eliminatorie e, da questo punto, la gara inaugurale, disputatasi il 22 maggio 1987 all’Eden Park di Auckland tra la Nuova Zelanda e l’Italia, sembra dar ragione ai citati detrattori.

Con le due squadre andate al riposo sul punteggio di 17-3 per gli “All Blacks“, nella ripresa la difesa azzurra crolla di fronte alla forza d’urto degli avanti neozelandesi, i quali realizzano ben sei mete a cui l’Italia risponde con un semplice calcio piazzato di Collodo, cercando di limitare i danni quando accade un evento che sarà l’emblema dell’intera rassegna iridata.

Succede, difatti, che al 70′, ricevuta la palla nei propri “ventidue metri” da parte del debuttante estremo John Gallagher, il n. 14 neozelandese non trovi di meglio che farsi tutto il campo di corsa, saltando come birilli le varie maglie azzurre che gli si ponevano davanti per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta per un’azione che stupisce oltre l’inverosimile sia gli spettatori presenti che coloro che vi assistono in Tv e che, in brevissimo tempo, fa il giro del mondo, un evento paragonabile al celebre goal di Maradona ai Mondiali 1986 contro l’Inghilterra o ad un “coast to coast di un LeBron James in una finale NBA.

L’autore di tale impresa altri non è che il 22enne tre quarti ala John Kirwan, che proprio ad Auckland è nato a dicembre del 1964 ed altresì nell’Auckland gioca, e che quel giorno disputa la sua 14esima gara con gli “All Blacks, con cui ha debuttato il 16 giugno 1984 nel test match contro la Francia e vinto di misura per 10-9.

Kirwan diviene il protagonista della prima edizione della Coppa del Mondo, contribuendo in maniera determinante al successo della Nuova Zelanda, con altre due mete realizzate nella vittoriosa semifinale contro il Galles e mettendo il sigillo nella finale contro la Francia – che, superando in semifinale l’Australia, aveva impedito l’atteso scontro tra “All Blacks e “Wallabies” per il titolo – per consentire al proprio capitano e mediano di mischia David Kirk di sollevare al cielo la Webb Ellis Cup e a lui stesso di laurearsi miglior marcatore del torneo con 6 mete all’attivo.

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Kirwan in azione nella finale di Coppa del Mondo 1987 contro la Francia – da teara.govt.nz

In 10 anni di carriera con la maglia dei “tuttineri“, Kirwan colleziona 63 presenze – di cui 62 partendo nel XV titolare – realizzando 35 mete che, alla data della sua ultima apparizione, il 6 agosto 1994 in un match contro il Sudafrica conclusosi sul 18 pari, rappresentavano un record a livello di Nazionale, ed è altresì titolare nella successiva edizione di Coppa del Mondo 1991 disputatasi in Gran Bretagna, dove subisce la sua unica sconfitta nella manifestazione, un 6-16 in semifinale da parte dell’Australia del suo grande rivale David Campese.

Ed è proprio la rivalità tra questi due grandi protagonisti delle rispettive Nazionali – occupando la medesima posizione in campo – a polarizzare per un decennio l’attenzione dei media specializzati in quei spesso inutili sondaggi su chi fosse il migliore tra i due, anche se Kirwan è stato spesse penalizzato da frequenti infortuni muscolari che ne hanno limitato le apparizioni, ma una cosa è certa, e cioè che al massimo della forma era immarcabile, per la velocità e l’intuizione che aveva nell’incunearsi nelle difese avversarie per concludere l’azione corale di cui gli “All Blacks” sono sempre stati maestri, come dimostrano le 10 mete messe a segno in 5 test match (due contro il Galles e tre contro l’Australia) nell’anno successivo alla conquista del titolo iridato.

Oltretutto, non contenti di sfidarsi nell’emisfero australe, entrambi – sia Campese con il Petrarca Padova che Kirwan con il Benetton Treviso – hanno avuto modo di cimentarsi anche nel campionato italiano, che il neozelandese ha conquistato nel 1989 (quando Campese era già tornato in patria), risultando ancora una volta decisivo nella finale per l’assegnazione dello scudetto disputata il 27 maggio 1989 allo Stadio Dall’Ara di Bologna contro il Rovigo, allorquando, con il risultato ancora in bilico sul 12-9 per i trevigiani, è lui stesso a schiacciare in meta allo scadere degli 80 minuti regolamentari per i punti della sicurezza.

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Kirwan festeggia lo scudetto 1989 con il Benetton Treviso – da it.wikipedia.org

Ciò nondimeno, se le disquisizioni su chi sia stato il migliore dei due come giocatore troveranno sempre ognuna delle due parti convinta di aver ragione, nessun dubbio può sussistere su chi abbia fatto meglio nelle vesti di allenatore, con Kirwan a guidare la nazionale italiana dopo aver fatto da assistente al suo connazionale Brad Johnstone, rilevandone il ruolo dopo il disastroso “Sei Nazioni” del 2002 concluso con il terzo “cucchiaio di legno” consecutivo.

L’esordio al “Sei Nazioni” 2003 con la vittoria per 30-22 sul Galles – solo secondo successo azzurro dopo quello sulla Scozia nella prima edizione del torneo esteso a sei squadre nel 2000 – ed un’onorevole sconfitta per 25-33 a Dublino contro l’Irlanda, fanno da buon viatico in vista della Coppa del Mondo del successivo ottobre in Australia, dove l’Italia è inserita nel gruppo D assieme allo stesso Galles, alla Nuova Zelanda, Canada e Tonga.

E qui, in un certo senso, il cerchio si chiude, in quanto il match d’esordio vede gli azzurri opposti proprio a quegli “All Blacks contro cui disputarono la prima gara nella storia della manifestazione e, ancor più curiosamente, il risultato è pressoché identico, con i “maestri a trionfare per 70-7 (rispetto al 70-6 di 16 anni prima), con la differenza che stavolta Kirwan è dalla parte degli sconfitti, che però reagiscono superando Tonga 36-12 ed il Canada 19-14, costruendosi così l’occasione – sinora mai verificatasi – di qualificarsi per i quarti di finale in caso di vittoria contro il Galles nell’ultimo turno.

Gara che, viceversa, ha un esito opposto a quella del 15 febbraio al “Flaminio” di Roma, con i “Dragoni stavolta ad imporsi per 27-15 per una classifica finale di 2 vittorie ed altrettante sconfitte che l’Italia replicherà anche nelle successive edizioni del 2007, 2011 e 2015.

Kirwan, lasciato l’incarico di CT degli azzurri, conduce con minor successo alle fasi finali del Mondiale la nazionale giapponese nel 2007 e 2011, ottenendo in entrambe le occasioni solo un pareggio, e sempre contro il Canada, per poi essere attirato dalla piattaforma di Sky Italia, per la quale ha commentato l’edizione della Coppa del Mondo 2015, vinta dalla sua Nuova Zelanda.

Ora, è fin troppo evidente che la Coppa del Mondo sarebbe comunque andata avanti, visti gli interessi del magnate Rupert Murdoch al riguardo e la globalizzazione che ogni tipo di disciplina ha assunto negli anni a venire, ma, per i più romantici, può sempre far piacere pensare che quella “lunghissima ultima meta” messa a segno da Kirwan nella gara inaugurale abbia rappresentato qualcosa di più di un semplice “spot sia per il rugby in sé stesso che per la manifestazione nel suo insieme.

QUEL “GRANDE SLAM” SCOZZESE DAL VALORE NON SOLO SPORTIVO

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La gioia scozzese – da gettyimages.com

Articolo di Giovanni Manenti

Non vi è disciplina sportiva che non racchiuda nella sua storia una o più date epocali, per ogni singola nazione od atleta che ne sia stato il protagonista, ma crediamo di non far torto a nessuno se eleggiamo come simbolo la ricorrenza del 17 marzo 1990 per tutti i tifosi di rugby scozzesi, in quanto coincidente con l’ultimo “Grande Slam” conquistato da parte del XV delle “Highlands” nel più antico e prestigioso torneo rugbistico, vale a dire il “5 Nazioni”.

Occorre, a tal fine, ricordare come la Scozia fosse un po’ – assieme all’Irlanda – la “sorella debole” della competizione, rispetto alle più quotate Inghilterra, Galles e Francia, avendo pertanto in un certo senso beneficiato dell’allargamento della manifestazione anche all’Italia dall’inizio del nuovo millennio, visto che su 17 tornei disputati dagli azzurri, in ben 11 occasioni agli stessi è toccato il poco simpatico “cucchiaio di legno” che spetta a coloro che chiudono la classifica, di cui proprio gli scozzesi detengono il primato con 36, precedendo l’Irlanda con 34, statistiche ovviamente relative a tutte le 116 edizioni del torneo, la cui prima risale addirittura al 1883.

Divagazioni italiche a parte, ancor più difficile, per scozzesi e irlandesi, è aggiudicarsi, nella parte alta della classifica, il cosiddetto “Grande Slam”, che consiste nel vincere tutte le gare in programma – quattro sino al 1999 ed, ovviamente, cinque a far tempo dal 2000 con l’inserimento dell’Italia – prova ne sia che tale impresa è riuscita solo tre volte alla Scozia ed appena in due occasioni all’Irlanda.

Vi è peraltro da dire che gli anni ’80 avevano rappresentato uno dei periodi migliori per i “Thistles”, che nel 1984 erano riusciti ad ottenere il secondo “Grande Slam” della loro storia (il primo risaliva addirittura al 1925), dividendo poi con la Francia il successo nel torneo del 1986 e facendo propria in tre occasioni – 1983 (22-12), 1984 (18-6) e 1986 (33-6) – la “Calcutta Cup” che spetta a chi vince il “derby” con gli odiati rivali dell’Inghilterra.

Ed anche nella prima edizione della Coppa del Mondo, disputatasi in Australia e Nuova Zelanda tra il maggio ed il giugno 1987, il XV di Scozia aveva fornito una prestazione più che dignitosa, giungendo a pari merito con la Francia nel girone eliminatorio, ma classificandosi come seconda in virtù del maggior numero di mete (3 a 2) messe a segno dai transalpini nel confronto diretto concluso sul 20 pari, circostanza che costrinse gli scozzesi a scontrarsi nei quarti coi favoriti “All Blacks”, dai quali vennero nettamente sconfitti.

L’edizione del Torneo delle Cinque Nazioni del 1990 è pertanto anche l’occasione per testare la condizione degli atleti in vista della seconda edizione della Coppa del Mondo, in programma l’anno seguente proprio sul suolo britannico, e dei ventidue che avevano composto la selezione per la manifestazione in terra australe, ne restano solo 10, tre dei quali – Greig Oliver, Derek Turnbull e Douglas Wylie – non scendono mai in campo.

Vi sono però i due Hastings, Scott e Gavin, a dare sostegno alla squadra, il primo in qualità di centro e l’altro di estremo, potendo quest’ultimo contare su di una straordinaria abilità nel calciare l’ovale, tant’è che i suoi 667 punti collezionati con la maglia della nazionale (di cui 17 mete, 86 trasformazioni e ben 140 punizioni) rappresentavano un record all’epoca del suo ritiro nel 1995, poi superato in tempi più recenti dal solo Chris Paterson, giunto a quota 809 punti.

La giornata inaugurale dell’edizione 1990, in programma il 20 gennaio, vede gli scozzesi riposare e verificare, sin dai primi due match, come le due avversarie più temibili siano la Francia, detentrice del trofeo e per cinque volte vincitrice negli ultimi nove anni, e l’Inghilterra, desiderosa di invertire la rotta di un decennio che la vede a digiuno di successi dopo il “Grande Slam” ottenuto nel 1980, le quali superano senza eccessive difficoltà rispettivamente il Galles ad “Arms Park” per 29-19, realizzando ben cinque mete, e l’Irlanda a “Twickenham“, sommersa sotto un umiliante 23-0.

L’esordio della Scozia avviene il 3 febbraio a Dublino contro l’Irlanda desiderosa di riscattare la pessima prova fornita due settimane prima in terra inglese e, in una giornata stranamente di pessima mira ai piazzati da parte di Hastings, tant’è che viene poi rimpiazzato da Chalmers in tale fondamentale, è necessaria una ripresa tutto cuore per ribaltare il punteggio che aveva visto gli irlandesi andare al riposo sul 7-0 a loro favore, per un successo per 13-10 che porta la firma di Derek White, autore di due mete.

Nel mentre l’Inghilterra “strapazza” anche la Francia, violando il “Parc des Princes” di Parigi con un pesante 27-6 a cui mettono la firma Carling, Guscott e Rory Underwood, autori di una meta ciascuno, in casa scozzese ci si interroga su come migliorare rispetto alla scialba prestazione fornita al “Lansdowne Road” di Dublino, in vista del prossimo match casalingo proprio contro i transalpini.

La risposta viene fornita il 17 febbraio dinanzi ai 58.000 spettatori che gremiscono le tribune del “Murrayfield” di Edimburgo, con la Francia incapace di mettere a segno un solo punto e travolta con un eloquente 21-0, in virtù delle mete di Finlay Calder e Iwan Tukalo, entrambe trasformate da Chalmers, il quale realizza anche due piazzati, cui ne unisce un terzo Gavin Hastings, anche se sull’esito del match pesa, per obiettività, l’espulsione comminata al francese Alain Carminati.

Ma se la Scozia “suona le sue campane”, da “Twickenham” giungono assordanti squilli di tromba, con il XV inglese – finalmente in grado di allestire una formazione competitiva – a travolgere tutto ciò che passa sulla sua strada, in questo caso impersonificato dai malcapitati gallesi, cui è concessa una sola meta di Phil Davies, trasformata da Thorburn a fronte dell’uragano bianco scatenato da Carling & Co. e materializzatosi con quattro mete messe a segno dallo stesso xapitano, Richard Hill ed il “solito” Rory Underwood (due), per il 37-6 conclusivo che la dice lunga sulla supremazia inglese, ed il cui esito convince il tecnico gallese John Ryan a rassegnare le dimissioni.

Con l’Inghilterra a punteggio pieno a quota 6 punti, con uno “score” di 83-13 nei tre incontri disputati (e di 11-2 quanto a mete realizzate), alla Scozia è necessaria una vittoria il 3 marzo allo “Arms Park” di Cardiff per mantenere intatte le speranze di giocarsi il tutto per tutto all’ultima giornata nello scontro diretto in programma ad Edimburgo.

Non è mai facile affrontare squadre che abbiano cambiato allenatore – a John Ryan è subentrato Ron Waldron, tecnico del Neath che aveva portato alla conquista di tre titoli gallesi negli ultimi quattro anni – e, come d’uso in situazioni del genere, la sua prima mossa è quella di trasferire nel XV di partenza ben sette dei suoi ragazzi.

Ben decisa a far valere la propria superiorità, la Scozia sembra controllare la gara, portandosi in vantaggio all’intervallo per 10-3 grazie ad una meta di Cronin ed a due piazzati di Chalmers, cui i padroni di casa oppongono una sola punizione in mezzo ai pali dell’estremo Thorburn, ma nella ripresa l’orgoglio gallese nel non voler concludere la manifestazione con il “whitewash” (termine tipicamente inglese che si riferisce alla squadra che incassa solo sconfitte nel torneo) – l’ultimo dei quali risaliva per i “Dragoni” al 1937 – fa sì che l’ala Arthur Jones riesca a depositare l’ovale oltre la linea di meta per la conseguente trasformazione di Thorburn, così riducendo lo svantaggio ad un solo punto (9-10), prima che tocchi ancora a Chalmers centrare i pali per il 13-9 definitivo che rimanda l’esito del torneo all’ultimo, decisivo match, del 17 marzo.

Certo, sulla carta il confronto appare impari, poiché al sopra indicato bilancio inglese, gli scozzesi possono opporre solo i pari punti in classifica, dato che lo “score” complessivo nelle tre gare disputate è di 47-19 ed il differenziale delle mete si attesta a 5 realizzate contro appena due subite, dato quest’ultimo che mette però in risalto quale potrà essere la chiave di lettura del match, venendo a confronto l’onda d’urto dell’attacco inglese rispetto alla forza della difesa scozzese.

C’è, però, un altro particolare extra sportivo da non trascurare, il che, alla vigilia del decisivo incontro, non fa altro che risvegliare – qualora ce ne fosse bisogno in una gara contro gli inglesi – l’orgoglio dei “Braveheart scozzesi, vale a dire la reintroduzione di una tassa, la cosiddetta “Community Charge” (in disuso dal Medio Evo!!!), da parte del governo presieduto da Margareth Thatcher e che va a colpire proprio gli appartenenti alla comunità scozzese, circostanza che determina un clima incandescente in un “Murrayfield” che fatica a contenere i quasi 60.000 spettatori presenti.

Per le regole che determinano lo svolgimento del torneo, quella delle due squadre che uscirà vincitrice dal confronto avrà la possibilità di fregiarsi di ben quattro titoli in un colpo solo, vale a dire, oltre alla vittoria nel “Five Nations”, il “Grande Slam”, la “Triple Crown” (spettante a chi sconfigge le altre tre squadre britanniche) e la già ricordata “Calcutta Cup”, in palio tra le sole Scozia ed Inghilterra.

E, nel primo pomeriggio di quello “storico” 17 marzo, ben decisa a far valere la propria indiscussa superiorità tecnica, l’Inghilterra si lancia subito all’attacco, riuscendo a perforare la difesa avversaria grazie ad una percussione di Carling che allarga sulla sinistra a Guscott, il quale finta il passaggio all’estrema Rory Underwood, con ciò aprendosi il varco per poter schiacciare in meta.

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Una fase del match tra Scozia e Inghilterra – da bbc.co.uk

La mancata trasformazione dà coraggio agli scozzesi, i quali non perdono la testa, riorganizzando la difesa il pacchetto di mischia, per poi sfruttare il “piede caldo” di Chalmers che, grazie a tre calci di punizioni, permette ai padroni di casa di chiudere il primo tempo in vantaggio sul 9-4.

Non è però un vantaggio rassicurante rispetto alla potenza degli avversari ed occorre pertanto piazzare il colpo del k.o. che si materializza sotto forma della 21enne ala Tony Stanger, il quale mette a segno la più importante delle 24 mete realizzate in carriera con la maglia della nazionale, andando a raccogliere e schiacciare oltre la linea una precisa intuizione di Gavin Hastings con un calcio a seguire lungo la linea laterale.

Ed anche se Chalmers stavolta fallisce la trasformazione, gli scozzesi mantengono il controllo della gara, consentendo agli inglesi, schiumanti rabbia nel vedere i propri attacchi puntualmente respinti dal muro umano costruito dai loro avversari, solo di ridurre lo svantaggio sul 7-13 in virtù di una punizione calciata in mezzo ai pali dall’estremo Simon Hodgkinson .

E quando, su di una rimessa laterale in zona di attacco per l’Inghilterra con la palla tra le braccia del subentrato Mark Bailey a pochi metri dalla linea di meta, lo stesso viene letteralmente scaraventato in touche dalla difesa scozzese per consentire al direttore di gara di decretare la fine del match, centinaia di tifosi scozzesi si riversano sul mai così verde prato del “Murrayfield” per un trionfo inatteso e perciò ancor più inebriante, visto che poi la Scozia, nei successivi 27 anni vincerà un solo altro torneo, nel 1999 (l’ultimo prima dell’allargamento a sei squadre con l’ammissione dell’Italia), mentre l’Inghilterra potrà confermare di aver messo le basi per futuri successi, come sancito dal successo nelle edizioni del 1991 e 1992 – in entrambi i casi con annesso “Grande Slam” – nonché dal secondo posto nella Coppa del Mondo 1991, sconfitta in finale dall’Australia di David Campese.

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I festeggiamenti dopo la vittoria – da gettyimages.com

Ma intanto, in quell’indimenticabile pomeriggio del 17 marzo 1990, mentre i giocatori inglesi guadagnano mestamente gli spogliatoi, sul campo di “Murrayfield” riecheggiano alte le note di “Flowers of Scotland, a mo’ di legittimo orgoglio per la vittoria sugli odiati rivali…

DAVID CAMPESE, L’ANARCHICO DEL RUGBY

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David Campese in azione contro l’Irlanda – da en.espn.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Tra i vari sport di squadra, ve ne è uno solo che rifugge dal celebrare il singolo rispetto alla forza del collettivo, e questo è il rugby, disciplina dove non sentirete mai parlare del “Brasile di Pelé”, così come dell'”Argentina di Maradona” o dei “Chicago Bulls di Michael Jordan“.

Ciò dipende dal fatto che il rugby è “uno sport senza stelle, caso mai fatto di costellazioni” e per un giocatore essere conosciuto a titolo individuale è un segno di fallimento, l’esatto contrario di quello che il rugby rappresenta, dove non devi cercare di emergere, poiché il gruppo ne è la forza e devi godere del privilegio di farne parte.

Detto dogma vale per quasi tutti i componenti del XV di una squadra, eccezion fatta per coloro – le ali in particolare – cui è demandato il compito di finalizzare l’azione corale e portare l’ovale oltre la fatidica linea di meta, e per questo sono i più conosciuti a livello mediatico per le interviste rilasciate a fine gara, anche se le loro dichiarazioni spesso non dicono nulla sull’andamento della stessa, poiché loro partecipano solo alla parte finale del gioco, è il loro compito, e devono farlo bene.

Ed il più grande di questi finalizzatori è stato l’australiano David Campese, definito “il Pelè del rugby“, anche se tale nomea, come detto, mortifica in parte il senso del gioco, in quanto il football vive per creare “nuovi Pelè“, al contrario della palla ovale dove gli altri componenti della formazione sono convinti che ammettere il talento e la superiorità di un Campese stia a significare di non aver capito l’essenza stessa della disciplina.

E, peraltro, è proprio difficile non accorgersi in campo di Campese, nato a Queanbeyan, cittadina situata nel Nuovo Galles, ad ottobre 1962 da genitori italiani di origini venete emigrati in Australia, in quanto è lui stesso, con il suo stile di gioco a farsi notare, per l’imprevedibilità delle sue giocate che disorientano le difese avversarie sino a portarlo a segnare mete spettacolari, così come a fornire assist decisivi al “compagno a rimorchio“, una volta che vede chiusa la via verso la linea fatale.

Quasi scontato il fatto che un giocatore così estroverso in attacco non abbia una altrettanto valida mentalità difensiva, ed i suoi detrattori non perdono occasione per rinfacciargli la distrazione commessa contro i “British Lions” il 15 luglio 1989 a Sydney che costa ai “Wallabies” la sconfitta per 18-19 ed il conseguente successo nella serie per la selezione britannica.

Poca cosa, comunque, rispetto a quanto di buono fatto da Campese in fase offensiva per la sua nazionale, con cui debutta, non ancora ventenne, il 14 agosto 1982 a Christchurch contro gli “storici” rivali della Nuova Zelanda, mettendo a segno la sua prima meta nella gara vinta dagli “All Blacks” per 23-16, e venendo selezionato per la prima edizione della Coppa del Mondo, congiuntamente organizzata dai due paesi oceanici nel maggio/giugno 1987.

Campese, nel frattempo, è stato oggetto di un vero e proprio colpo di mercato da parte di Vittorio Munari, all’epoca allenatore del Petrarca Padova, che, approfittando del calendario inverso tra gli emisferi australe e boreale, riesce ad ingaggiarlo contando anche sul fatto della vicinanza alla sua famiglia di origine, i cui parenti non mancano di assiepare le tribune del vecchio “Stadio Appiani”, con il loro congiunto che li ripaga contribuendo alla vittoria di tre scudetti consecutivi, dal 1985 al 1987, a dimostrazione dell’amore che lega Campese al rugby, che pratica ininterrottamente per tutti e dodici i mesi dell’anno.

L’esordio nella Coppa del Mondo del 1987 avviene il 23 maggio 1987 al “Concord Oval” di Sydney contro l’Inghilterra e Campese lo bagna con una meta nel 19-6 con cui i “Wallabies” si affermano, per poi spazzare via gli Stati Uniti ed il Giappone con due inequivocabili score di 47-12 e 42-23 rispettivamente, prima di sbarazzarsi per 33-15 anche dell’Irlanda nei quarti di finale ed andare ad affrontare la Francia in semifinale.

Con tutto l’emisfero australe ad attendersi la finale già scritta tra Nuova Zelanda (cui in semifinale tocca il Galles) ed Australia, una meta di Serge Blanco allo scadere dissolve le speranze degli australiani, rimandando l’appuntamento con la storia di quattro anni, quando ad organizzare l’evento saranno Gran Bretagna e Francia.

Giova ora ricordare come una prerogativa del XV australiano sia proprio quella di dare il meglio di sé in occasione dei grandi appuntamenti, piuttosto che nei vari “test match“, prova ne sia che contro i rivali storici degli “All Blacks”, i “Wallabies” vantano una percentuale di vittorie inferiore al 28% tra “Bledisloe Cup” e “Tri Nations” (ora divenuto “The Rugby Championship” con l’ammissione dell’Argentina), così come verso il Sudafrica, nei cui confronti la percentuale di successi è di poco superiore al 40%.

Statistiche che variano drasticamente in occasione della Coppa del Mondo, manifestazione in cui l’Australia riesce sempre a tirar fuori il meglio di sé e Campese, giunto all’apice della condizione fisico-atletica (è alto 180cm. per 89kg.) alla soglia dei trent’anni, ne dà una dimostrazione palese al pubblico britannico e francese nella seconda edizione andata in scena ad ottobre 1991.

Inclusa nel terzo girone, l’Australia non ha difficoltà a superare Argentina (32-19, due mete di Campese) e Galles (umiliante 38-3 con Campese ancora a segno ), trovando, al contrario, una fiera resistenza nel derby australe contro le Samoa Occidentali, piegate per 9-3 solo grazie alla precisione nei calci da fermo di Lynagh.

E così, mentre l’ardore dei samoani si infrange nei quarti contro la Scozia, venendo sconfitti per 28-6, l’Inghilterra ammutolisce il “Parc des Princes” di Parigi superando 19-10 i padroni di casa, ed i campioni uscenti neozelandesi non hanno alcuna difficoltà a travolgere 29-13 i canadesi, al celebre “Lansdowne Road” di Dublino, storica tana degli irlandesi, va in scena il quarto più equilibrato tra i padroni di casa ed il XV capitanato da Nick Farr-Jones.

Dopo una prima frazione di gioco conclusa in parità sul 6-6, con Campese ad aprire lo score dopo 16′ depositando l’ovale in mezzo ai pali per una facile trasformazione di Lynagh (all’epoca la meta valeva ancora 4 punti rispetto ai 5 odierni), vantaggio neutralizzato da due piazzati del mediano di apertura irlandese Ralph Keyes, la gara si infiamma nella ripresa per quella i media definiscono “una splendida esibizione di rugby alla mano“.

L’Australia è padrona del campo, ma i calci di Keyes le impediscono di allungare in maniera definitiva, e comunque quando Campese – dopo che due piazzati di Lynagh e Keyes avevano portato il punteggio su 9 pari – realizza la sua seconda meta sfruttando un calcio a seguire di Little portando i suoi avanti 15-9 (grazie alla consueta trasformazione di Lynagh), il match sembra incanalato verso l’attesa semifinale contro gli All Blacks.

Mai sottovalutare, però, l’orgoglio degli indomiti irlandesi che, dopo aver accorciato le distanze con il “solito” piazzato di Keyes, si gettano disperatamente all’attacco, cogliendo il frutto del loro lavoro a 6′ dal termine quando un calcio in avanti di Staples trova Jack Clarke a contendere l’ovale a Campese, il quale, una volta di più, dimostra le sue scarse attitudini difensive perdendo il confronto con l’ala irlandese che può così lanciare Gordon Hamilton per la meta del sorpasso (16-15) tra il tripudio dei quasi 55.000 spettatori che gremiscono il loro “tempio del rugby”, pronti a rinchiudersi subito dopo in un religioso silenzio per consentire a Keyes di mettere a segno i punti della conversione per un inaspettato 18-15 a pochi minuti dalla conclusione del match.

Campese si trova nella scomoda posizione di dover rimediare al proprio erroreun po’ come accadde a Gianni Rivera nella famosa Italia-Germania dei Mondiali 1970 in Messico – ed, al pari del “Golden Boy”, l’ala italo-australiana regala una indimenticabile magia che ammutolisce il pubblico che già pregustava l’impresa.

Dapprima, conquista una mischia entro l’area dei 22 metri a 2′ dal termine, e poi, ricevuta la palla lungo l’out destro, si lancia verso la linea di meta braccato da tre difensori irlandesi che lo placcano, solo per consentirgli un inatteso tocco in direzione di Lynagh che, seguita l’azione, può depositare l’ovale all’altezza della bandierina per il definitivo 19-18 che dischiude ai Wallabies la strada verso la semifinale …

Una settimana esatta dopo, il 27 ottobre, è ancora il “Lansdowne Road” di Dublino ad accogliere l’attesa semifinale tra Australia ed i campioni in carica della Nuova Zelanda, i cui due match nella “Bledisloe Cup” disputatisi ad agosto si erano conclusi con una vittoria per parte, coi Wallabies a prevalere 21-12 a Sydney e gli All Blacks a rendere la pariglia affermandosi 6-3 ad Auckland.

Ma stavolta, la gara è a senso unico, con l’Australia a disputare una fantastica prima frazione di gioco, ed a cui dà il là proprio Campese dopo appena 7′, ricevendo l’ovale da Lynagh dopo una rimessa laterale ed inventandosi una diagonale da poco oltre la linea dei 22 metri sino alla bandierina all’angolo sinistro del fronte di attacco australiano, iniziativa che disorienta i difensori neozelandesi che si accorgono del pericolo quando oramai Campese è lanciato oltre la linea di meta.

E, dopo, che Lynagh aveva aggiunto tre punti allo score con un piazzato, ecco che arriva il capolavoro di Campese poco oltre la mezz’ora, allorquando, raccolto un calcio a scavalcare di Lynagh, si lancia verso la linea di meta lungo l’out destro per servire un assist “no look (alla “Magic” Johnson per intendersi) al compagno Mike Horan che arriva a rimorchio alla sua destra e può depositare indisturbato l’ovale in mezzo ai pali, dato che i difensori neozelandesi ertano tutti impegnati a tentare di bloccare lo scatenato n. 11 australiano.

Con il punteggio di 13-0 all’intervallo, il match non ha più storia, concludendosi sul 16-6 per i Wallabies, ed anche se in finale la difesa inglese fa buona guardia impedendo a Campese di andare in meta, l’ala aussie ha ancora modo di esibirsi in una giocata decisiva ai fini del risultato, dopo che la gara si era sbloccata a cavallo della mezz’ora di gioco, grazie ad un piazzato di Lynagh ed ad una realizzazione del pilone Tony Daly che deposita di forza l’ovale in meta successivamente ad una rimessa a pochi metri dalla fatidica linea, per il 9-0 con cui le due squadre vanno al riposo.

Nella ripresa, infatti, Campese, dimostrando insolite doti di sacrificio anche in fase difensiva a difesa dell’importantissimo vantaggio, si dedica al controllo della formidabile ala inglese Rory Underwood, e si rende protagonista dell’azione che in pratica decide le sorti dell’incontro, intercettando un passaggio di Winterbottom verso Underwood che avrebbe potuto riaprire la gara, suggellando così il successo finale dell’Australia per 12-6, con Lynagh a concludere il torneo con 66 punti all’attivo e Campese, autore di 6 mete, eletto miglior giocatore della manifestazione.

E’ questo il punto più alto della carriera di Campese, nel frattempo preda in Italia dell’ambizioso “Amatori Milano” targato Berlusconi, con cui disputa cinque stagioni dal 1988 al 1993, incrementando il proprio palmarès con altri due scudetti, nel 1991 e nel 1993, per poi concludere la sua esperienza in nazionale partecipando al suo terzo Mondiale in Sudafrica nel 1995 ed ottenendo l’onore di raggiungere la sua centesima presenza con la maglia dei Wallabies proprio nella sua Padova, il 23 ottobre 1996, nella gara in cui l’Australia sconfigge 40-18 gli azzurri ed al cui termine riceve una doverosa e meritata “standing ovation” da parte del pubblico presente.

Ecco, questo è stato Campese, il giocatore che più di ogni altro ha contribuito a far assumere al rugby, con le sue giocate (ed anche alcuni atteggiamenti spocchiosi ed irriverenti) e la sua imprevedibilità in campo, connotati universali, tanto da detenere tuttora – e con largo margine – il primato delle mete realizzate coi Wallabies, pari a ben 64 nei 101 incontri disputati.

Lo si può amare od odiare, ma non lo si può certamente ignorare, anche se ciò è contro lo spirito del rugby, ma ogni tanto un’eccezione può essere concessa, no?