LA STORICA VITTORIA SULLA FRANCIA CHE SPIANO’ ALL’ITALIA L’AMMISSIONE AL “SEI NAZIONI”

 

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Una fase della gara Francia-Italia del 22 marzo 1997 a Grenoble – da:mondiali.it

Articolo di Giovanni Manenti

Sino a che l’Italia non è stata ammessa tra le grandi del Rugby europeo attraverso l’allargamento a sei partecipanti dell’originario “Cinque Nazioni”, Torneo riservato alle quattro formazioni britanniche ed alla Francia, il nostro XV ha vissuto in una sorta di “limbo”, sotto forma di “migliore delle altre”, ma non ancora all’altezza di far parte dell’elite continentale.

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I Capitani Prat e Rosi prima della Finale del ’54 – da:wikipedia.org

La discriminante, in tale situazione, è costituita dal “Campionato Europeo per Nazioni” – anche se allargato anche a Marocco e Tunisia – che, a far tempo dal 1965, dopo che nel 1952 2 1954 se ne erano disputate due edizioni che avevano sempre visto la Francia avere la meglio in Finale sull’Italia (17-8 il 17 maggio 1952 all’Arena di Milano e 39-12 il 24 aprile 1954 allo “Stadio Olimpico” a Roma …) ospitava le migliori formazioni del Continente, ad esclusione delle riferite “Big Five”, ivi compresa la Francia A, che, in realtà, a dispetto del nome, altri non era che la seconda squadra transalpina rispetto a quella impegnata nel Torneo del “Cinque Nazioni” …

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Un’altra immagine della gara dell’Olimpico del 24 aprile 1954 — da:wikipedia.org

In questa ottica, con una Manifestazione che prevedeva altresì retrocessioni e promozioni dalla Prima alla Seconda Divisione, l’Italia subisce l’onta del declassamento nel 1971 per poi tornare a farvi parte dall’edizione 1974-’75 conclusa al terzo posto alle spalle di Romania e Francia.

Da lì in avanti, gli Azzurri collezionano sempre dei buoni piazzamenti, a partire dal secondo posto dell’anno seguente, concluso con tutte vittorie a parte la “consueta” sconfitta per 11-23 rispetto alla Francia, così come analogo risultato ottengono sia nel 1982 che nel 1983, in quest’ultima occasione imponendo ai “cugini” il pari per 6-6 il 6 febbraio ’83 a Rovigo …

Con la creazione della Coppa del Mondo di Rugby, la cui prima edizione si disputa nell’emisfero australe tra maggio e giugno ’87, l’Italia ha finalmente l’occasione di misurarsi anche con le migliori formazioni britanniche che l’avevano sino ad allora snobbata, pur se in Nuova Zelanda detta opportunità sfuma in quanto gli Azzurri sono inseriti in un Gruppo composto, oltre che dai padroni di casa, dalle Isole Fiji e dall’Argentina, tornandosene a casa dopo aver superato i figiani per 18-15, ma pesando la sconfitta per 16-25 rispetto ai sudamericani.

Il buon comportamento alla Rassegna iridata, fa sì che all’Italia venga concesso l’onore di sfidare una formazione britannica, e questo esordio avviene l’ultimo giorno dell’anno 1988, allorché l’Italia si reca al “Lansdowne Road” di Dublino per affrontare l’Irlanda, da cui viene sconfitta per 35-16, realizzando un’unica meta con Massimo Brunello nel corso della ripresa …

Gli anni ’90 sono quelli della definitiva consacrazione del Rugby azzurro, che ai Mondiali ’91 può confrontarsi con l’Inghilterra, essendo inserito nello stesso Girone eliminatorio assieme a Nuova Zelanda e Stati Uniti, pur rimediando una netta sconfitta per 36-6, nel mentre più onorevole è la resa rispetto agli “All Blacks”, che si impongono per 31-21, con Marcello Cuttitta e Massimo Bonomi a violare in due occasioni la loro linea di meta.

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Una fase della sfida Inghilterra-Italia ai Mondiali ’91 – da:gettyimages.it

Nel frattempo, l’Italia è nettamente la “migliore del resto del Continente” nel Campionato europeo, visto che nell’edizione 1990-’92, strutturata con gare di andata e ritorno tra le cinque Nazioni partecipanti – Francia, Italia, Romania, Unione Sovietica e Spagna – il XV azzurro ottiene solo vittorie tranne che con la selezione transalpina, da cui viene sconfitta per 9-15 il 2 marzo ’91 a Roma e cede solo 18-21 il 16 febbraio ’92 a Tarbes, avendo peraltro di fronte la “France Espoirs”, dato che il giorno prima la Nazionale era impegnata nel “Cinque Nazioni” contro l’Inghilterra …

Analogo piazzamento gli azzurri ottengono nell’edizione 1992-’94 dove, dopo aver vinto a punteggio pieno il proprio Girone preliminare, sfiorano il successo nella Fase Finale in cui sconfiggono i “rivali storici” per 16-9 a Treviso, ma vedono vanificato tale successo dal pesante rovescio per 12-26 subito all’ultima giornata a Bucarest contro una Romania che, nel raggruppamento preliminare, era stata viceversa superata per 22-3 a Roma, così consegnando per l’ennesima volta il titolo alla Francia per una miglior differenza punti, vista la vittoria per 51-0 ottenuta sui balcanici in una sfida in cui, peraltro, avevano schierato la loro miglior formazione.

Chiaramente questa possibilità per i transalpini di poter scegliere a loro piacimento quale formazione mandare in campo in detta Manifestazione ne falsa la relativa regolarità e, difatti, a far tempo dall’inizio del nuovo millennio il Torneo assume una sua dimensione più condivisibile, con l’esclusione dallo stesso sia dell’Italia che della Francia, in quanto impegnate nel Torneo allargato del “Sei Nazioni”.

In detto periodo, peraltro, l’Italia si era comportata dignitosamente nella terza edizione dei Campionati Mondiali svoltisi in Sudafrica tra maggio e giugno ’95, venendo nuovamente inserita nel Girone eliminatorio assieme all’Inghilterra, contro cui si arrende con l’onore delle armi per 20-27, realizzando due mete con Massimo Cuttitta e Paolo Vaccari, prendendosi altresì la rivincita nei confronti dell’Argentina, superata 31-25 grazie ad una prestazione super dell’oriundo Diego Dominguez, argentino di origine, che segna una delle tre mete azzurre (le altre due sono di Mario Gerosa e Vaccari), cui aggiunge due trasformazioni e quattro calci piazzati in mezzo ai pali …

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La gara Inghilterra-Italia ai Mondiali ’95 – da:gettyimages.it

L’Italia comincia così ad essere sempre più apprezzata a livello internazionale, prova ne sia che – dopo che l’Argentina si è presa la rivincita nella “Coppa Latina” disputatasi ad ottobre ’95 superandoci per 26-6, Torneo in cui gli Azzurri tornano ad affrontare la selezione principale della Francia rimediando una sconfitta per 22-34 – anche Nuova Zelanda e Sudafrica inseriscono il Bel Paese nel loro Tour di fine anno in Europa, così come nel 1996 l’Italia disputa due “test match” contro il Galles – 26-31 a Cardiff il 16 gennaio, con un’orgogliosa ripresa dopo aver chiuso sullo 0-21 il primo tempo, e 22-31 a Roma il 5 ottobre – per poi ricevere l’onore di affrontare in due altri “test match” l’Inghilterra il 23 novembre nel “tempio” di Twickenham (pesante sconfitta per 21-54, anche in questo caso dopo essere andati al riposo sullo 0-28) e la Scozia il 14 dicembre a Murrayfield, stavolta sprecando una buona occasione dopo aver chiuso in vantaggio 12-8 il primo tempo solo per venire superati 22-29 nella ripresa.

I tempi iniziano ad essere maturi per l’inserimento dell’Italia tra le “Grandi d’Europa”, soprattutto dopo che, il 4 gennaio 1997, gli Azzurri compiono l’impresa di andare a vincere per 37-29 a Dublino contro l’Irlanda, di cui violano in quattro occasioni (Marcello Cuttitta, Domiguez e due volte Vaccari) la linea di meta, ma per assumere una decisione definitiva occorre attendere l’esito dell’edizione 1995-’97 del Campionato Europeo per Nazioni …

Con una formula ogni volta rivoluzionata, stavolta la stessa prevede la suddivisione dei 10 Paesi partecipanti in due Gironi da cinque squadre ciascuno, con il Gruppo A composto da Francia, Spagna, Russia, Marocco e Tunisia ed il Gruppo B da Italia, Romania, Portogallo, Polonia e Belgio, con gare di sola andata e disputa della Finale per il titolo fra le vincenti dei due raggruppamenti.

La differenza dei valori tra Francia ed Italia ed il resto delle iscritte è talmente netta che i “Galletti” si aggiudicano la sfida contro la Spagna, seconda classificata, per 81-9 (!!) nella gara disputata a Barcellona, schierando nelle altre occasioni la Rappresentativa militare, mentre anche gli Azzurri fanno scendere in campo la Rappresentativa universitaria, con la sola aggiunta del Capitano Massimo Giovanelli, contro il Belgio e la Formazione B contro la Polonia, dopo essersi aggiudicata la prima posizione grazie ai successi per 40-3 contro la Romania – incontro disputatosi il 21 ottobre ’95 a Buenos Aires nell’ambito della citata Coppa Latina – e per 64-3 a Lisbona contro il Portogallo.

Qualificatesi come da pronostico per l’atto conclusivo, Francia ed Italia si affrontano pertanto il 22 marzo 1997 allo “Stade Lesdiguières” di Grenoble, davanti a 15mila spettatori e con la direzione di gara affidata all’arbitro irlandese David McHugh …

Per il XV transalpino si tratta della prima uscita dopo aver portato a termine il “Grande Slam”, ovvero essersi aggiudicato tutti e quattro gli incontri, nel Torneo del “Cinque Nazioni”, concluso una settimana prima con il netto successo per 47-20 sulla Scozia, ma la crescita della Nazionale azzurra fa sì che venga schierata una formazione di primissima scelta, con ben 8 reduci dalla sfida contro gli uomini delle “Highlands” ed altri tre che ne avevano indossato la maglia in occasione dell’ultimo incontro ufficiale tra le due squadre, il già ricordato 34-22 dell’ottobre ’95 a Buenos Aires per la Coppa Latina.

Si tratta dunque di un “Test match” a tutti gli effetti, senza alcuna scusa in caso di sconfitta da parte transalpina, con la sola concessione costituita dall’affidarne la guida, rispetto al tecnico della prima squadra Jean-Claude Skrela, ad una vecchia conoscenza del Rugby nostrano, vale a dire quel Pierre Villepreux che già aveva allenato la nostra Nazionale dal 1978 al 1981, al pari del Benetton Treviso dal 1990 al ’92, nel mentre, per aggiungere un altro po’ di sale alla sfida, sulla panchina azzurra siede il francese Georges Coste, in carica da fine agosto 1993 …

Gara che si mette subito bene per gli azzurri, che si portano sul 7-0 dopo soli 5’ grazie ad una meta di Ivan Francescato trasformata da Dominguez, per poi subire il pari francese poco prima del quarto d’ora di gioco per una meta tecnica decretata dal Direttore di gara irlandese e trasformata dal mediano di apertura David Aucagne, per poi toccare ai due n.10 esibirsi con la loro precisione al piede con due calci piazzati a segno per entrambi, portando il punteggio sul 13-13 alla mezzora prima della svolta del match.

E’ difatti il 34’ allorché il centro Julian Gardner – oriundo australiano naturalizzato italiano per via della nonna originaria del Bel Paese – deposita l’ovale in meta per la conseguente trasformazione di Dominguez che manda le due squadre al riposo sul punteggio di 20-13 a favore degli Azzurri, la spinta necessaria per affrontare con il giusto temperamento la ripresa …

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Un’altra fase del match di Grenoble – da:mondiali.it

Con le rispettive linee offensive ad avere la meglio sugli opposti schieramenti difensivi, tocca all’interno centro transalpino Pierre Bondouy, alla sua seconda presenza con i “Bleus”, riportare in equilibrio le sorti dell’incontro con una meta realizzata al 52’ e trasformata da Aucagne, ma da quel momento, allorché si poteva prevedere ce la Francia prendesse il predominio delle azioni, sono viceversa gli Azzurri a suonare per 20’ una sinfonia dolcissima per i nostri colori, che si traduce in una meta di Gianbattista Croci trasformata da Dominguez, cui fanno seguito due calci piazzati in mezzo ai pali da parte dello stesso mediano di apertura e si conclude con una quarta meta messa a segno al 74’ da Vaccari e puntualmente trasformata da Dominguez che sancisce l’aver doppiato nel punteggio (40-20) una Francia quanto mai frastornata …

Le energie spese e l’orgoglio transalpino fanno sì che il XV di Villepreux riduca le distanze nel finale, dapprima con una meta di Sadourny e quindi con Bondouy a concedere il bis a tempo scaduto per quelle che risulteranno le sue due uniche mete realizzate in Nazionale, la cui trasformazione da parte di Aucagne certifica nel 40-32 per l’Italia il risultato finale, con grande gioia per il tecnico di Perpignan George Coste per aver inflitto ai propri connazionali la loro prima sconfitta a livello di “test match” e per di più sul terreno amico.

Francia che non tarda a riscattare la sconfitta patita, superando 30-19 il XV azzurro il 18 ottobre dello stesso anno ad Auch nell’ambito della Coppa Latina, ma oramai la nostra non è più una Nazionale da affrontare con le “seconde scelte” e, non a caso, l’anno seguente l’Italia viene ufficialmente ammessa a partecipare al più antico Torneo della palla ovale, che dall’edizione 2000 assume pertanto la denominazione di “Sei Nazioni, una decisione in buona parte figlia anche della “storica” vittoria conseguita a Grenoble quel 22 marzo 1997 …

Come dire che “piccoli rugbisti crescono …

 

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IAN KIRKPATRICK, IL “CACCIATORE DI METE” NEOZELANDESE

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Ian Kirkpatrick – da:world.rugby

Articolo di Giovanni Manenti

Il Rugby, Disciplina di origini britanniche, ha vissuto per moltissimi decenni una sorta di “altezzoso isolazionismo” rispetto agli altri Sport di squadra, come se il praticarlo fosse patrimonio esclusivo di una elite aristocratica …

Ecco quindi che il Torneo più antico è lo “Home Nations”, disputato dal 1883 al 1909 tra le quattro Nazionali del Regno Unito – Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda – successivamente allargato, a far tempo dal 1910, anche alla Francia, assumendo così la denominazione di “Five Nations” (“Cinque Nazioni”) – fatto salvo un breve periodo dal 1932 al 1939 in cui il XV transalpino non partecipa alla Manifestazione – per poi passare all’attuale formula del “Rugby Championship” (o “Sei Nazioni” per quel che ci riguarda), grazie all’inserimento anche dell’Italia con l’inizio del nuovo Secolo.

Sport, il Rugby, che i “padri” inglesi hanno successivamente esportato nel “Commonwealth britannico”, così da crescere e proliferare specie in Australia e Nuova Zelanda, ma le distanze geografiche e le difficoltà nei collegamenti intercontinentali hanno fatto sì che le due realtà avessero poche occasioni di confrontarsi, salvo che nei Tour che, peraltro, le Nazioni britanniche svolgevano principalmente con i “Lions” od i “Barbarians”, vale a dire formazioni miste composte da giocatori dei vari Paesi del Regno Unito …

Ciò sta a significare che, specie per i giocatori dell’emisfero australe, le possibilità di vedersi accreditate presenze nei “test match” – che poi sono quelle ufficiali per il computo statistico – fossero quanto mai limitate sino a fine anni ’70, non venendo conteggiate le gare disputate con le rappresentative regionali, viceversa alquanto di moda sino a tale periodo.

Tutto questo per chiarire come, negli Albi d’Oro, sia poco rappresentata la figura del protagonista della nostra Storia odierna, e viceversa uno dei grandi nel panorama del Rugby neozelandese, con il solo “torto” di essere nato nel 1946 ed avere, pertanto, indossato la gloriosa maglia degli All Blacks nel decennio intercorrente tra il 1967 ed il 1977 …

Nato, come detto, il 24 maggio 1946 a Gisborne, nell’omonima Prvincia, Ian Andrew Kirkpatrick viene ben presto definito come “nato per giocare a Rugby, vista la sua corporatura (m.1,90 per 102kg.) che lo porta a divenire uno dei più terrificanti avanti della sua epoca.

Non avendo l’agilità di un’ala, Kirkpatrick trova la sua collocazione in campo quale terza linea e, dopo essersi messo in luce nei Tornei scolastici, inizia la carriera ai massimi livelli con la formazione dei Poverty Bay, alla quale dedica l’intera sua attività agonistica fatto salvo un biennio (dal 1967 al ’69) con Canterbury …

Quando uno ha le qualità innate, non passa molto tempo affinché venga notato anche ai vertici federali, così che il Commissario Tecnico Fred Allen – unico ad avere un record “immacolato” con gli All Blacks, con 14 successi su altrettanti incontri disputati – convoca il 21enne Kikpatrick per il Tour in Gran Bretagna e Francia dell’autunno 1967 …

Per comprendere meglio quanto descritto in premessa, mentre la Nazionale A affronta il 4 e l’11 novembre 1967 Inghilterra e Galles rispettivamente – per quelli che sono, a tutti gli effetti, dei “Test match” ufficiali – la formazione B, di cui fa parte Kirkpatrick, affronta in tale periodo rappresentative regionali, e le sue buone prestazioni (impreziosite da 5 mete realizzate …) inducono Allen a schierarlo come terza linea il 25 novembre 1967 a Colombes contro la Francia in luogo del leggendario, ancorché prossimo al compimento dei 30 anni, Kel Tremain, senza doversi pentire della scelta, visto che Kirkpatrick mette a segno una delle quattro mete che consentono alla Nuova Zelanda di far suo l’incontro per 21-15.

La gara d’esordio rappresenta una sorta di “passaggio di consegne” tra i due, ed anche se Tremain torna in possesso del ruolo per l’ultimo incontro del Tour contro la Scozia, per poi concludere la propria esperienza con gli All Blacks l’anno seguente, è proprio il match che apre la stagione 1968 quello che certifica la consacrazione di Kirkpatrick nel XV neozelandese …

E’ infatti il 15 giugno 1968 allorché la Nuova Zelanda si reca a Sydney per affrontare l’Australia nella gara di andata della “Bledisloe Cup, Trofeo nato nel 1932 e che si è disputato senza una cadenza precisa sino al 1980, per poi essere assegnato ogni anno grazie anche all’introduzione, a far tempo dal 1996, del “Tri Nations”, Torneo simile al “Five Nations” a cui partecipano Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, successivamente allargato anche all’Argentina a far tempo dal 2011 …

Orbene, inizialmente schierato come riserva, Kirkpatrick beneficia della norma appena introdotta dalla Federazione Internazionale che prevede la sostituzione di giocatori infortunati, per prendere il posto del terza linea centro, nonché Capitano, Brian Lochore, facendo talmente bene da mettere a segno un “hat-trick” di mete nel largo successo All Blacks per 27-11 sui Wallabies.

L’infortunio patito da Lochore fa sì che Kirkpatrick ne ricopra il ruolo di n.8 nella sfida disputata la settimana successiva a Brisbane e che la Nuova Zelanda riesce a far suo per 19-18 anche per la regola vigente all’epoca di assegnare alla meta solo 3 punti, visto che le tre realizzate dagli All Blacks rispetto alla sola australiana, avrebbero quest’oggi dilatato il margine tra le due squadre …

Oramai divenuto un punto fermo nello schieramento neozelandese, Kirkpatrick inaugura una serie di 38 test match ufficiali consecutivi, conoscendo la prima sconfitta nel Tour estivo in Sudafrica nel 1970, allorché gli Springbocks infliggono agli All Blacks tre sconfitte nei quattro incontri disputati con l’unica vittoria ottenuta per 9-8 l’8 agosto, allorché Kirkpatrick va in meta.

Con i “Test Match” ridotti a poche unità a stagione – due soli contro il Galles nel 1969, i citati quattro contro il Sudafrica nel 1970 ed altrettanti l’anno seguente in occasione del Tour in Nuova Zelanda dei “British and Irish Lions”, le possibilità di incrementare le proprie presenze ufficiali sono minime rispetto agli standard odierni, ma di contro non va sottovalutata la “qualità” delle sfide, non incontrando “squadre materasso” come spesso accade in occasione dei Gironi eliminatori del Mondiali …

Manca solo un tassello, per certificare l’importanza e la valenza di Kirkpatrick nello schieramento neozelandese, vale a dire la sua nomina a Capitano che, peraltro, non tarda ad arrivare, guidando gli All Blacks per due anni consecutivi, nel 1972 e 1973.

Prima stagione che si apre con l’Australia a rendere visita alla Nuova Zelanda per l’edizione ’72 della “Bledisloe Cup, rimediando tre pesanti sconfitte – 29-6 il 19 agosto a Wellington, 30-17 il 2 settembre a Christchurch e 38-3 il 16 settembre ad Auckland – con Kirkpatrick a violare in due occasioni la linea di meta avversaria nel secondo incontro ed ancora nella terza sfida, per poi concludere imbattuto la stagione con altri due successi a dicembre contro Galles e Scozia nel Tour nel Vecchio Continente …

Tour europeo che si protrae anche ad inizio anno nuovo, con la vittoria per 9-0 a Twickenham, cui seguono il pari per 10-10 a Dublino e la sconfitta per 6-13 al “Parc des Princes” di Parigi contro la Francia, per quella che è la prima circostanza che vede Kirkpatrick uscire battuto dal campo in veste di Capitano, ruolo che ricopre per l’ultima volta il successivo 15 settembre ad Auckland, allorché l’Inghilterra riscatta il passo falso interno di inizio gennaio, imponendosi stavolta per 16-10.

Non crediamo che siano state queste due battute d’arresto a far ritenere il nuovo Commissario Tecnico John Stewart che il ruolo di Capitano non si addicesse all’oramai 28enne Kirkpatrick che forse, al contrario, non si sentiva a proprio agio in tale veste per la grande dignità sempre dimostrata sul terreno di gioco, anche se, in ogni caso, vi è stata una indubbia mancanza di rispetto nei suoi confronti non avendolo informato privatamente di tale decisione, viceversa comunicata assieme agli altri giocatori selezionati nella prima sessione di allenamenti per la nuova stagione …

Ma l’amore di Kirkpatrick per i propri colori è tale che non guarda certo a queste cose, ed anche se privato della leadership il suo impegno non viene certo meno, visto che, soprattutto, il nuovo anno si apre con la trasferta nella vicina Australia per affrontare i Wallabies assetati di vendetta per le umiliazioni subite due anni prima nelle sfide con in palio la “Bledisloe Cup” …

Ma ciò che gli australiani riescono a malapena a strappare è un pari per 16-16 nel secondo dei tre incontri disputati, poiché sia il primo (11-6) che il terzo (16-6) li vedono sconfitti, con Kirkpatrick ad andare in meta nei due successi, così da portare ad 8 il computo totale delle stesse realizzate contro i Wallabies, per un personale score di 7 vittorie ed un pareggio nei confronti giocati in carriera.

Chiusa la stagione con una vittoria per 15-6 a Dublino sull’Irlanda e scesi in campo una sola volta nel 1975 per asfaltare 24-0 la Scozia – unica squadra contro cui Kirkpatrick non è andato a segno – gli All Blacks aprono il 1976 superando 11-3 a Wellington l’Irlanda per poi andare a compiere in estate un quanto mai controverso Tour in Sudafrica, dato il regime razziale di apartheid vigente nel Paese …

Al di là dell’esito dello stesso – come 6 anni prima, una sola vittoria a fronte di 3 sconfitte – ciò crea un caso diplomatico, in quanto i Paesi africani chiedono al CIO (Comitato Olimpico Internazionale) di escludere la Nuova Zelanda dalle imminenti Olimpiadi di Montreal ed, al relativo rifiuto, per tutta risposta scelgono di boicottare i Giochi, tornandosene a casa dopo essere già atterrati in Canada.

Per Kirkpatrick, viceversa, si avvicina l’addio alla Nazionale, avvenuto dopo il Tour estivo australe dei “British and Irish Lions” nell’estate 1977, concluso con tre vittorie ed una sconfitta a favore degli All Blacks, mentre l’oramai 31enne terza linea realizza, nel successo per 19-7 del 30 luglio 1977 l’ultima delle sue 16 mete con la maglia neozelandese, per quello che, all’epoca, rappresenta un record superato solo sei anni dopo, nel 1983, da Stu Wilson Wilson, scendendo ancora in campo due settimane dopo per salutare il pubblico di Auckland nel sofferto 10-9 sulla selezione del Regno Unito.

Attenzione, però, che quel 13 agosto 1977 non è per Kirkpatrick il passo d’addio, almeno non nelle sue intenzioni, subendo il secondo, nonché immeritato, sgarbo alla propria fedeltà e signorilità allorché tocca a suo fratello Colin informarlo che non è stato convocato per il Tour autunnale in Francia …

Una mancanza di tatto inaudita verso un giocatore che per un decennio non ha saltato un singolo test match, sommando 39 presenze con 57 punti all’attivo derivanti esclusivamente da 16 mete realizzate (7 delle quali valenti 3 punti e le restanti 4 punti …) – le cui “vittime”, come ricordato, sono di levatura assoluta, in quanto oltre alle già citate 8 segnature contro l’Australia, se ne contano 2 contro Sudafrica ed i Lions ed una a testa verso Francia, Galles, Inghilterra ed Irlanda – nel mentre, se si considerano anche le gare “non ufficiali”, il computo totale sale a 113 partite disputate con 180 punti frutto di 50 mete realizzate, facendo di Kirkpatrick che, compresi gli incontri giocati a livello di Club, può vantare qualcosa come ben 115 mete messe a segno nelle 289 occasioni in cui è sceso in campo, uno dei più devastanti finalizzatori nella Storia del Rugby neozelandese.

Fortunatamente, a “far giustizia” di questi indegni comportamenti vi ha pensato la “International Rugby Hall of Fame”, che ha provveduto nel 2003 ad inserire Ian Kirkpatrick tra gli eletti di questa fantastica Disciplina, legittimo riconoscimento per uno che, tutto sommato, aveva ricevuto le stimmate del Campione sin dalla nascita …

Nato per giocare a Rugby …”, ricordate, no …??

 

PERCY MONTGOMERY, L’INFALLIBILE “SALVATORE DELLA PATRIA” SUDAFRICANA

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Percy Montgomery – da:ceeqa.com

Articolo di Giovanni Manenti

Assente alle prime due edizioni della Coppa del Mondo di Rugby a causa della politica di apartheid ancora esistente all’interno del proprio Paese, il Sudafrica si aggiudica la terza dallo stesso ospitata nel 1995, per poi dimostrarsi ancora ai vertici internazionali quattro anni dopo in Europa, allorché si arrende solo ai tempi supplementari nella semifinale contro l’Australia, dopo aver umiliato 44-21 l’Inghilterra nei Quarti, e quindi avere la meglio anche sulla Nuova Zelanda nella Finale per il terzo posto …

Componente di quella formazione è l’estremo Percival Colin “Percy” Montgomery, nato a metà marzo 1974 a Walvis Bay, un’enclave del Sudafrica trasferito alla Namibia nel 1994, proprio quando il biondo ragazzone (m.1,83 per 91kg.) si sta affacciando al Rugby professionistico dopo aver militato nella squadra del “South African College School” di Città del Capo.

Non ci mette molto, Montgomery, ad essere adocchiato dai Commissari Tecnici degli Springbocks, debuttando in Nazionale a fine giugno 1997 nelle due sfide contro i Lions, peraltro nel ruolo di esterno centro, ancorché vada in meta in entrambe le occasioni …

E’ solo dal novembre 1997 che il nuovo tecnico Nick Mallett decide di impiegarlo come estremo (o Full Back nell’accezione inglese …), posizione che Montgomery mantiene per il resto della carriera, fatte salve sporadiche eccezioni, andando peraltro a segno anche al debutto nel nuovo ruolo, realizzando una delle 5 mete sudafricane nel successo per 36-32 a Lione contro la Francia.

Mallett non ha alcun dubbio nello schierare il 24enne estremo quale titolare anche nel “Tri Nations” 1998, che il Sudafrica si aggiudica a punteggio pieno, con Montgomery protagonista con 19 punti nell’ultimo, decisivo incontro contro l’Australia disputato il 22 agosto a Johannesburg e vinto per 29-15, per poi, come ricordato, centrare il terzo posto l’anno seguente in occasione della Coppa del Mondo 1999, in cui, pur venendo schierato in 5 delle 6 gare disputate – gli viene risparmiato il solo comodo 47-3 inflitto alla Spagna nel Girone eliminatorio – mette a segno solo 6 punti nella Finalina contro l’Australia, frutto di due drop, in quanto il deputato alle trasformazioni ed ai calci piazzati è il mediano d’apertura Jannie de Beer …

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Montgomery nel match contro l’Inghilterra ai Mondiali ’99 – da:gettyimages.ae

Scelta, quest’ultima, che non può certo essere imputata a Mallett, dato che proprio in occasione del citato 44-21 a spese dell’Inghilterra, de Beer stabilisce un record tuttora ineguagliato nel corso di un Mondiale, vale a dire mettere a segno ben 5 drop, cui unisce peraltro altrettanti calci di punizioni tra i pali e la trasformazione delle due mete sudafricane, per un totale di ben 34 punti.

Ma, con il ritiro dalla scena internazionale del citato mediano di mischia, tale incarico passa progressivamente sulle spalle di Montgomery che, a fine novembre 2001, allorché il ruolo di tecnico di Mallett è stato rilevato da Harry Viljoen, ha già accumulato 50 presenze, pur se il nuovo allenatore lo impiega talora come mediano di mischia quandanche nel suo originario ruolo di centro …

E’ in questo frangente che l’oramai 27enne namibiano di nascita – dopo aver conquistato con il proprio Club del Western Province due edizioni consecutive (2000 e 2001) delle Currie Cup, avendo in entrambi i casi la meglio sugli Sharks – decide essere giunto il momento per vivere un’esperienza all’estero, accasandosi presso i gallesi del Newport, circostanza che, di contro, gli preclude la convocazione con gli Springbocks, visto che all’epoca vigeva la norma che escludeva dalla Nazionale coloro che giocassero all’estero.

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Montgomery in azione con la maglia del Newport – da:gettyimages.ie

Ciò nondimeno, vi è una controversia circa la sua mancata selezione per l’edizione 2003 della Coppa del Mondo svoltasi in Australia, visto che, pur essendo tesserato per Newport, Montgomery si rende altresì protagonista nell’aprile di detto anno di un grave episodio di aggressione ad un guardalinee nel corso di un’accesa sfida contro lo Swansea, a seguito del quale riceve una squalifica di due anni, sia pur con una condizionale di 18 mesi, ma i restanti 6 mesi effettivi gli precludono in ogni caso di partecipare alla ricordata Rassegna Iridata.

Mondiale, peraltro, in cui il Sudafrica non brilla e, dopo aver subito il riscatto inglese nel Girone eliminatorio (sconfitto 6-25), esce dalla competizione ai Quarti complice il pesante 29-9 inflittogli dalla Nuova Zelanda, ragion per cui, il nuovo tecnico Jake White, che assume la guida degli Springbocks nel giugno 2004 non si fa problemi di sorta nel richiamare Montgomery per l’edizione di detto anno del “Tri Nations, affidandogli una sorta di ruolo di “Salvatore della Patria”, avendo cura di reinserirlo come estremo estremo, al pari di incaricarlo di calciare i piazzati …

Ed ecco quindi che un Sudafrica che aveva chiuso all’ultimo posto le edizioni 2002 e 2003, con il ritorno del “biondo”, come d’incanto si trasforma, ed è proprio la precisione delle sue esecuzioni da fermo a fare la differenza, coi 15 e 13 punti messi rispettivamente a segno nelle decisive vittorie contro Nuova Zelanda (40-26) ed Australia, che cede per 23-19.

Top scorer con 52 punti messi a segno nell’edizione 2005 del “Tri Nations – vinto dalla Nuova Zelanda per soli due punti di bonus (15 a 13) sul Sudafrica – Montgomery continua ad andare regolarmente in “doppia cifra” durante le sue apparizioni con la maglia degli Springbocks, il che gli consente di superare “quota 600 punti” il 17 giugno 2006 nel test-match vinto 29-15 contro la Scozia a Port Elizabeth e la successiva “quota 700” a distanza di un anno, il 9 giugno 2007 a Johannesburg nel facile successo per 35-8 contro Samoa in preparazione dei Mondiali …

Rassegna iridata che ha luogo in Francia – a parte due sconfinamenti ad Edimburgo e Cardiff – dal 7 settembre al 20 ottobre 2007 ed alla quale Montgomery si presenta avendo realizzato il 15 agosto a Città del capo, in un test-match contro la Namibia (sommersa 105-13), 35 punti che rappresentano il suo massimo in carriera per singolo incontro, frutto di una meta, due piazzati e ben 12 trasformazioni sulle 15 mete realizzate dagli Springbocks.

Una formazione, quella sudafricana, che oltre alla forza ed esperienza del suo estremo, può anche contare sulla vivacità e velocità dell’allora appena 24enne ala Bryan Habana, un “mix” ben assortito come dimostra già la gara d’esordio contro Samoa, distrutta 59-7 con 4 mete di Habana e 2 di Montgomery, il quale si incarica di centrare i pali in 5 delle 8 trasformazioni e su tre piazzati rispetto ad altrettanti tentativi, per un bottino complessivo di 29 punti …

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Momtgomery contro Samoa ai Mondiali ’07 – da:gettyimages.it

Che gli Springbocks possano aspirare a tornare ai vertici del Rugby mondiale se ne ha una prima prova nel secondo turno, allorché i Campioni in carica inglesi vengono umiliati sotto un umiliante 36-0 nel quale il contributo di 18 punti di Montgomery – infallibile al piede con 3 trasformazioni e 4 calci piazzati senza errore alcuno – consente al medesimo di eguagliare il record di 89 presenze in Nazionale appartenente ad Joost van der Westhuizen e, soprattutto, di essere il primo giocatore del proprio Paese a superare la soglia degli 800 punti …

Dopo una sofferta vittoria (30-25) contro Tonga, che vede White mandare in campo Montgomery a 20’ dal termine onde evitare guai, ed un facile successo (64-15) sugli Stati Uniti, inizia la fase ad eliminazione diretta, in cui è vietato sbagliare, ed al Sudafrica toccano come avversari nei Quarti i sempre temibili figiani, che hanno eliminato a sorpresa il Galles superandolo 38-34 nel confronto diretto …

Sfida che gli Springbocks si aggiudicano 37-20 con relativa facilità, dall’alto delle 5 mete realizzate e del consueto contributo di Montgomery (3 trasformazioni ed un piazzato …), in un turno che vede le clamorose eliminazioni di Australia (10-12 contro l’Inghilterra) e Nuova Zelanda, ancora una volta sconfitta dalla sua “bestia nera” Francia (18-20), mentre avanza la sorpresa Argentina, che supera la Scozia per 19-13 …

E sono proprio i “Pumas” a cercare di impedire l’accesso alla Finale al Sudafrica, che non ha difficoltà ad imporsi per 37-13 andando 4 volte in meta (due con Habana, miglior realizzatore del Torneo con 8 mete …) e con la consueta precisione al piede di Montgomery, che le trasforma tutte e quattro, per poi fare altrettanto nei tre tentativi su punizione …

Tocca ad un’Inghilterra risorta dalle ceneri del ricordato “cappotto”, sperare di confermare il titolo di quattro anni prima nella Finale che va in scena il 20 ottobre 2007 davanti ad 80mila spettatori nell’impianto dello “Stade de France” di Paris Saint-Denis, per una sfida dove, con gli attacchi bloccati, a decidere le sorti della stessa sono i calciatori e, come da una parte Jonny Wilkinson centra i pali con i due piazzati che valgono gli unici 6 punti del XV della Rosa, dall’altra Montgomery si dimostra come sempre implacabile, visto che le quattro punizioni da lui calciate vanno tutte a bersaglio, cui si unisce uno dei due tentativi di François Steyn per il 15-6 conclusivo che riporta la “Webb Ellis Cup” in Sudafrica.

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Montgomery con la Coppa del Mondo 2007 – da:keo.co.za

Grazie ai 12 punti realizzati nell’atto conclusivo, Percy Montgomery fa sua anche la Classifica assoluta, con 105 punti al proprio attivo, precedendo l’argentino Felipe Contepomi con 91 ed il citato Wilkinson con 67, un dato di per sé poco significativo se non fosse accompagnato da statistiche a dir poco impressionanti, ovvero 22 trasformazioni su 30 tentativi (73,3%) ed addirittura 17 calci piazzati a centrare i pali nelle 18 occasioni in cui è stato chiamati in causa, per una sbalorditiva media del 94,4%.

Montgomery continua ad indossare la maglia degli Springbocks sino al 30 agosto 2008, oramai 34enne, concludendo la sua attività in Nazionale con un successo per 53-8 sull’Australia a cui contribuisce, da subentrato, con le ultime due delle sue 153 trasformazioni in carriera, cui vanno uniti 148 calci piazzati, 6 drop e 25 mete per un totale di 893 punti, record ancora ben lungi dall’essere eguagliato, con il solo Morne Steyn ad esservi, si fa per dire, avvicinato, raggiungendo quota 736 …

Diversamente, il primato di 102 presenze viene per primo superato dallo storico Capitano John Smit con 111 nel 2011 ed, ad oggi, Montgomery è pur sempre sesto nella “Graduatoria All Time” degli Springbocks, pesando su di lui quei tre anni di forzata assenza dalla Nazionale …

E, chissà, se con lui in campo, anche i Mondiali 2003 non avrebbero potuto prendere una piega diversa …

 

LA RINASCITA AD INIZIO ANNI ’80 DEL RUGBY IRLANDESE

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Il mediano irlandese Ollie Campbell nel “Cinque Nazioni” 1982 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Rugby, in Irlanda, è qualcosa che va al di sopra anche di ogni Religione, prova ne sia che è l’unico Sport in cui le due realtà politiche dell’Ulster e dell’Eire si fondono dando luogo ad un’unica Nazionale, una sorta di “miracolo” generato dalla pratica sportiva, ma che forse ne costituisce anche il relativo limite …

Ciò in quanto, specie al Nord dove l’isola è martoriata da un conflitto senza fine tra cattolici e protestanti, non sono in pochi a disinteressarsi di tale disciplina proprio perché non condividono questa “unità”, circostanza che determina una non elevata base di selezione allorché devono essere scelti coloro sui spetta l’onore di tenere alto il prestigio del “Trifoglio” a livello internazionale, sia questo il “Torneo delle Cinque Nazioni” (poi divenuto “Sei Nazioni” con l’ingresso dell’Italia dall’inizio del nuovo Secolo …), al pari delle Rassegne iridate.

E’ evidente come anche l’Irlanda sia stata in grado d sfornare, in quasi 150 anni di Storia, fior di Campioni, ma ciò che abbiamo appena descritto sta a significare che è intorno a loro che si sono potute formare delle formazioni vincenti e non, come spesso, al contrario, succede, ad essere la squadra a costruire dei fuoriclasse …

Detto assunto è confermato dalle tre epoche di spicco del Rugby irlandese nel dopoguerra, caratterizzata la prima – di cui abbiamo già trattato – dalla presenza del mediano di apertura Jack Kyle, protagonista nei successi di fine anni ‘40/inizio anni ’50, con tanto di tre vittorie nel “Cinque Nazioni” (tra cui il “Grande Slam” conseguito nel 1948 …) e la seconda di metà anni ’70, dal contributo della seconda linea Willie McBride, grazie al quale l’Irlanda si impone nell’edizione 1974.

Resta però, quest’ultimo, un episodio isolato, laddove si consideri che nelle successive 7 edizioni del Torneo l’Irlanda raggranella la miseria di 8 vittorie sui 28 incontri disputati – magra consolazione, a pari merito con la Scozia – con in più l’umiliazione di vedersi assegnato in due occasioni, nel 1977 e 1981, il ben poco ambito “Wooden Spoon” (“Cucchiaio di legno”) che spetta alla formazione che risulta sconfitta in tutte e quattro le sfide della manifestazione …

Invero, a dispetto di quest’ultimo deludente esito – ancorché inficiato da due sconfitte di misura, 8-9 contro il Galles e 9-10 contro la Scozia – gli anni a cavallo del nuovo decennio avevano dimostrato una certa ripresa nel corso delle Tournée nell’emisfero australe, con i successi per 27-12 e 9-3 sull’Australia nel giugno 1979 e le due onorevoli sconfitte per 15-23 e 10-12 tra fine maggio ed inizio giugno ’81 in Sudafrica contro i temibili “Springbocks”.

E proprio da quelle due sconfitte – in cui la parte del protagonista la recita il fuoriclasse sudafricano Naas Botha (per sei stagioni anche il Italia a Rovigo …), il quale mette a segno 11 dei 23 punti degli “Springbocks” nel primo incontro e l’intero “score” del secondo, compresi tre drop decisivi – vengono gettate le basi per il terzo, brillante periodo del Rugby irlandese, caratterizzato soprattutto dalla definitiva scelta tra due pretendenti per uno stesso, fondamentale ruolo …

Per chi abbia un minimo di dimestichezza con lo Sport della palla ovale, ben sa come il fulcro del gioco sia, assieme al mediano di mischia, il mediano di apertura (n.10), il quale ha il compito di avviare l’azione offensiva, nonché, molto spesso, di essere deputato all’esecuzione dei calci piazzati (punizioni o trasformazioni che siano …) quand’anche non si incarichi di calciare la palla in mezzo ai pali in fase attiva.

Orbene, una prima chance in quest’ottica viene concessa al non ancora 22enne Ollie Campbell, il 17 gennaio 1976 nel match disputato al “Lansdowne” Road di Dublino contro l’Australia, esordio quanto mai sfortunato in quanto commette tre errori su altrettanti piazzati che condannano l’Irlanda alla sconfitta per 10-20 ed il giovane mediano ad oltre tre anni di anonimato, almeno per ciò che concerne la Nazionale …

Di questo, momentaneo, accantonamento, beneficia il rivale, nonché coetaneo di Campbell, tal Tony Ward, che disputa da titolare le due edizioni 1978 e ’79 del “Cinque Nazioni, concluse rispettivamente al quarto (una vittoria e tre sconfitte) e terzo posto (una vittoria, due pareggi ed una sola sconfitta), prima che al “rosso” Campbell venga data una seconda opportunità nel già ricordato Tour in Australia …

E, come la gara d’esordio contro i “Wallabies” si era trasformata in un incubo per il giovane Campbell, il ritrovarsi a migliaia di chilometri sui rispettivi campi di Brisbane e Sydney ha l’effetto di un elisir miracoloso per il, peraltro, maturato mediano d’apertura, il quale mette a segno ben 19 punti (4 piazzati, 2 trasformazioni ed un drop) nel successo per 27-12 del 3 giugno 1979, per poi essere l’unico irlandese a finire a referto con 2 drop ed una punizione che certificano il bis per 9-3 del 16 giugno seguente.

Prestazioni che inducono il Commissario Tecnico Tom Kiernan ad assegnare a Campbell il ruolo di mediano d’apertura nell’edizione 1980 del “Cinque Nazioni”, che l’Irlanda conclude al secondo posto con due nette vittorie su Scozia (22-15) e Galles (21-7), sfiorando un clamoroso successo al “Parc des Princes” di Parigi, beffata per 18-19 e subendo una sola sconfitta senza recriminazione alcuna (9-24) a Twickenham contro l’Inghilterra – dominatrice del Torneo in cui realizza il “Grande Slam” – con in più, per Campbell, il prestigio di risultare miglior realizzatore della manifestazione con 40 punti messi a segno.

Peraltro, nell’isola si formano due distinti schieramenti, l’uno a favore di Campbell e l’altro di Ward in quanto, se entrambi sono molto abili ed efficaci sia nel gioco al piede che nell’esecuzione dei calci piazzati – Ward al riguardo ha dalla sua anche trascorsi calcistici con la formazione del Limerick con cui è addirittura sceso in campo il alcune gare di Coppa Uefa – quest’ultimo è da taluni preferito in quanto più fantasioso nel gioco alla mano e maggiormente disponibile alla manovra offensiva.

La soluzione escogitata da Kiernan nel “Cinque Nazioni” 1981 – quello ricordato, concluso con sole sconfitte – è di quelle che scontenta tutti, ovvero, dopo la sconfitta inaugurale per 13-19 a Dublino contro la Francia, con Campbell quale mediano d’apertura, nei successivi tre incontri assegna nuovamente tale ruolo a Ward ma senza escludere Campbell dalla formazione, semplicemente spostandolo come centro interno …

Le successive tre sconfitte – ancorché, ricordiamo, caratterizzate da una buona dose di cattiva sorte (8-9 contro il Galles, 6-10 contro l’Inghilterra e 9-10 contro la Scozia …) – sanciscono il definitivo abbandono dell’esperimento e, di fatto, l’addio alla Nazionale da parte di Ward, con Campbell a ritornare padrone a pieno titolo del suo ruolo prediletto, oltretutto dopo la “riprova” ottenuta nella Tournée sudafricana.

Con il proprio leader rinfrancato dalla fiducia accordatagli da Kiernan e con la squadra ad aver altresì acquisito consapevolezza nei propri mezzi, ecco che l’edizione 1982 del “Cinque Nazioni” consente all’Irlanda di riconquistare il Trofeo dopo un’attesa di sette lunghi anni …

Al successo finale si aggiunge la “Triple Crown” (Coppa che viene assegnata alla formazione britannica che sconfigge le altre tre …), grazie alle vittorie in serie contro il Galles a Dublino (20-12 con tre mete, di cui solo una trasformata da Campbell che centra anche i pali con due piazzati …), il decisivo trionfo per 16-15 a Twickenham contro l’Inghilterra e l’impresa di Campbell che, nella sfida vinta per 21-12 con la Scozia a Dublino, mette a segno tutti i punti della propria squadra centrando ben 6 volti i pali su punizione con l’aggiunta di un drop, per quello che resta il suo record di punti (21) a livello di Nazionale.

Nuovamente miglior realizzatore del Torneo con 46 punti, Campbell cerca di portare l’Irlanda a rinverdire il trionfo di 34 anni prima centrando il “Grande Slam, ma nell’ultima sfida a Parigi contro la Francia, i suoi 9 punti sono ben poca cosa contro gli attacchi di Serge Blanco & Co., che si impongono per 22-9 …

Sconfitta che l’Irlanda riscatta l’anno seguente allorché, dopo il successo all’esordio per 15-13 al “Murrayfield” di Edimburgo con la Scozia, il 19 febbraio 1983 sono in 50mila a darsi appuntamento al “Lansdowne Road” di Dublino per la sfida contro i “Galletti” che si risolve in un duello personale tra Campbell e Blanco, visto che il 22-16 conclusivo per il XV del Trifoglio porta in dote, da una parte, i 14 punti (4 punizioni ed una trasformazione …) del mediano irlandese e, dall’altra, il più variegato bottino di 12 punti dell’estremo transalpino, frutto di una meta, una trasformazione e due calci piazzati.

Un’Irlanda lanciata verso il bis – dato anche il pari per 13-13 tra Galles ed Inghilterra – subisce un’inattesa battuta d’arresto due settimane dopo a Cardiff, sconfitta 9-23 dal gallesi, così che, alla vigilia dell’ultimo turno, con la Scozia ad aver già ultimato il proprio programma, la Classifica vede proprio quest’ultimi al comando con 5 punti, seguiti da Francia ed Irlanda a quota 4, Scozia 2 ed Inghilterra 1, con il calendario a prevedere lo scontro diretto tra Francia e Galles al “Parc des Princes” e la formazione passata sotto la guida di Willie McBride ad ospitare a Dublino un’Inghilterra che spera, con un successo, di evitare l’ultimo posto …

Speranza, quest’ultima, quanto mai vana, visto che un Campbell in gran spolvero come non mai, tanto da realizzare anche l’unica meta della sua carriera in Nazionale, eguaglia il proprio record di 21 punti in un test-match, abbinandovi una trasformazione e 5 calci piazzati per il definitivo 25-15 che, grazie al successo francese per 16-9 sul Galles a Parigi, fa sì che siano queste due formazioni a dividersi il Trofeo.

Quanto, in questi due trionfi consecutivi, sia stato importante il piede educato di Campbell – che, per la cronaca, si laurea per la terza volta “Top Scorer” con 52 punti all’attivo – lo dimostra il disastroso esito dell’anno seguente allorché, senza il suo mediano ad ispirare il gioco, l’Irlanda torna a vedersi assegnare il poco gradito “Cucchiaio di legno” e stavolta senza alcuna scusante viste le pesanti sconfitte (la più onorevole 9-12 contro l’Inghilterra …) subite, per le quali non è stato neppure sufficiente “rispolverare” Ward per le sfide con Inghilterra e Scozia …

Sembra oramai che l’Irlanda debba ripiombare nel suo “ciclico” periodo di anonimato, quando, inaspettatamente, una formazione completamente rinnovata, a cominciare dal Tecnico Mike Doyle, e trascinata da Michael Kiernan, nipote dell’ex Commissario Tecnico, autore di 42 punti sufficienti a garantirgli il titolo di miglior realizzatore del Torneo, arriva non solo a vincere lo stesso, ma addirittura a sfiorare il “Grande Slam, facendo meglio del XV del 1982 …

Anche stavolta, difatti, non sfugge all’Irlanda la “Triple Crown” – frutto dei successi esterni per 18-15 in Scozia e 21-9 in Galles, nonché della sofferta vittoria per 13-10 a Dublino contro l’Inghilterra, dove risulta decisivo un drop di Kiernan – ed ad impedire la riferita impresa è il pari per 15-15 imposto al “Lansdowne Road” dalla Francia al secondo turno, risultato per il quale i padroni di casa devono ringraziare la precisione al piede di Kiernan che mette a segno tutti i punti dei suoi rispetto alle due mete transalpine.

Un esito, quello del 1985, che in larga parte rispecchia quello di 11 anni prima, in quanto come dopo il Trofeo vinto nel 1974 per l’Irlanda si apre un periodo buio, con l’aggravante che sino alla conclusione del secolo le uniche soddisfazioni giungono dai due “Millennium Trophy” (spettante a chi si aggiudica la sfida tra Irlanda ed Inghilterra …) consecutivi conquistati nel 1993 e ’94 …

Solo a partire dal nuovo Millennio l’Irlanda riesce a risollevarsi dall’aurea di mediocrità che la circonda e, dopo aver fatto sue ben tre “Triple Crown” in quattro edizioni del Torneo dal 2004 al 2007 – sempre appannaggio, per quanto ovvio, della Francia – cancella finalmente un tabù durato 60 anni esatti, grazie al “Grande Slam” con cui si impone nell’edizione 2009.

Ma un singolo episodio, per quanto trionfale, non può da solo servire a cancellare quanto di buono è stato fatto ad inizio anni ’80 per risollevare l’orgoglio del Rugby irlandese, unica disciplina che accomuna una Nazione eternamente divisa …

NEIL JENKINS, IL MEDIANO GALLESE PRIMO A SUPERARE QUOTA 1000 PUNTI

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Un calcio di Neil Jenkins con il Galles – da:twitter.com

Articolo di Giovanni Manenti

Una delle differenze tra gli Sport individuali e quelli di squadra – al di là della conquista di medaglie o titoli iridati e continentali, in ogni caso comune – è che i primi tendono a migliorare record costituiti da riscontri cronometrici (Nuoto) e/o da misure (Atletica Leggera), mentre nei secondi vi sono varie Classifiche che riflettono la “quantità” delle rispettive prestazioni, siano esse goal segnati, al pari di canestri realizzati come pure di battute valide o fuori campo nelle varie discipline …

Uno di quegli Sport dove il computo dei punti realizzati è il più variegato possibile è il Rugby, poiché alla relativa formazione concorrono quattro diverse possibilità, vale a dire la meta (5 punti), la trasformazione della stessa (2 punti), mentre centrare i pali con un calcio di punizione od un drop assegna 3 punti.

Certo, nel corso della Storia della palla ovale, non sempre a tali singole situazioni di gioco è stato attribuito identico punteggio – basti pensare che sino al 1947 un drop valeva (4 e 3, rispettivamente) più di una meta, per poi invertire la situazione nel 1971, mentre i 5 punti assegnati alla meta risalgono al 1992 – il che determina il fatto che i leader della speciale “Graduatoria All Time” a livello di Nazionali facciano tutti parte dell’epoca recente …

In tale ottica, difatti, a fine del secolo scorso, tale Classifica era guidata dall’australiano Michael Lynagh (911 punti tra il 1984 ed il ’95), seguito dallo scozzese Gavin Hastings con 733 (1986-’95) e dall’argentino Hugo Porta, fermatosi a quota 656 nei 19 anni di attività internazionale, dal 1971 sino al ’90.

Ed è ovvio che l’essersi “abbastanza” avvicinato alla soglia dei 1000 punti da parte del mediano di apertura australiano, ha fatto sì che, con l’inizio del nuovo millennio si sia scatenata la sfida a chi riuscisse per primo a superare tale barriera, con altrettanto favoriti in tale rincorsa i mediani di apertura e/o gli estremi, solitamente deputati alle trasformazioni di mete così come incaricati di battere i calci piazzati.

Ecco quindi che avrete già intuito come il protagonista della nostra Storia odierna non possa che essere proprio colui che, per primo, ha raggiunto un tale traguardo e, contrariamente a quanto sareste magari pronti a scommettere, non si tratta di “Mister DropJonny Wilkinson – il quale detiene il record assoluto n detta specialità, avendo centrato i pali in ben 36 occasioni, tra cui lo “storico” che dette all’ultimo istante la vittoria al XV della Rosa ai Mondiali 2003 – bensì un altro mediano di apertura britannico, sicuramente meno famoso, ma non per questo meno valoroso, vale a dire il gallese Neil Jenkins

Nato l’8 luglio 1971 a Church Village, paese di poco più di 5mila anime vicino a Pontypridd, Jenkins disputa la sua carriera a livello di Club pressoché interamente con la squadra di detta ultima città, dove milita dal 1990 – dopo l’esordio non ancora 19enne il 14 aprile 1970 – sino al ’99 per poi farvi ritorno, dopo un triennio al Cardiff, nella stagione 2002-’03 prima di concludere la propria attività con un’ultima stagione nelle file dei Celtic Warriors …

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Nedil Jenkins con la maglia del Pontypridd – da:walesonline.co.uk 

Nonostante con Pontypridd Jenkins non sia in grado di togliersi eccessive soddisfazioni – il suo Palmarès parla solo di una Coppa del Galles (“The Welsh Rugby Union Challenge Cup”) conquistata nel 1996, cui segue la conquista del titolo della Premier Division gallese l’anno successivo – Jenkins non tarda a mettersi in evidenza tanto da debuttare con la propria Nazionale il 18 gennaio ’91 a Cardiff, nella sconfitta per 6-25 del Galles contro l’Inghilterra nell’ambito del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni, non senza bagnare l’esordio con i suoi primi 3 punti, frutto della trasformazione di un calcio piazzato.

Edizione che il Galles conclude all’ultimo posto, frutto di un solo punto conquistato nel pari 21-21 contro l’Irlanda – nel corso del quale Jenkins realizza la prima delle sue 11 mete così come il primo dei 10 drop a livello internazionale – circostanza che lo porta ad essere aspramente criticato dai media i quali, pur riconoscendogli un’indubbia capacità al piede, non lo ritengono in possesso di quella visione di gioco necessaria per essere degno di indossare quella “Maglia n.10” che, in passato era stata di Leggende del XV gallese” quali Barry John, Phil Bennett e Cliff Morgan …

Ma le critiche non fanno altro che motivare Jenkins, il quale si impegna al massimo per adattare il suo stile di gioco a quelli che sono i dettami del Rugby di fine secolo, sviluppando e migliorando le sue capacità di placcaggio, passaggio e corsa – fondamentali a cui dettero un importante contributo i consigli del tecnico neozelandese Graham Henry, per un quadriennio alla guida del Galles – così da divenire nel tempo un eccellente distributore di gioco, specie sfruttando la sua abilità nel servire passaggi filtranti al piede per i propri avanti, senza perdere la naturale abilità nel calciare l’ovale in mezzo ai pali …

A rivalutare le quotazioni di Jenkins contribuisce altresì il disastroso cammino del Galles alla seconda edizione della Coppa del Mondo ’91, per la quale, stante la giovane età, non è selezionato, ed in cui la formazione allenata da Alan Davies non riesce a superare il primo turno, a causa di un’imbarazzante sconfitta 13-16 contro le Samoa Occidentali, così che mantiene il proprio ruolo di mediano d’apertura anche per il “Cinque Nazioni” dell’anno seguente.

Con il Galles a migliorare il proprio cammino – 2 vittorie a fronte di altrettante sconfitte, pur se una è un preoccupante 24-0 patito contro l’Inghilterra – Jenkins mette a segno 29 (9 piazzati ed una trasformazioni) dei 40 punti complessivamente realizzati dalla propria formazione, salvo ritornare ad occupare l’ultimo posto del Torneo l’anno successivo con una sola vittoria, ancorché di prestigio, ovvero il 10-9 di Cardiff contro l’Inghilterra, grazie all’introduzione dei 5 punti per la meta, unica dell’incontro, messa a segno da Ieuan Evans, che Jenkins si incarica di trasformare, oltre ad aver centrato i pali su punizione.

Il prosieguo di stagione serve al 22enne Neil per acquistare esperienza internazionale nei “test match” disputati contro Zimbabwe, Giappone e, soprattutto, Canada, contro il quale, a dispetto della sconfitta di misura (24-26) patita il 10 novembre ’93 a Cardiff, realizza tutti i punti della propria squadra, centrando per ben 8 volte i pali così da stabilire un record con la propria Nazionale, dopo aver, coi 17 punti messi a segno contro lo Zimbabwe, superato il record di 80 detenuto dal 1986 da Paul Thorburn per un Under 23 …

Queste prestazioni rappresentano un’importante iniezione di fiducia in vista del successivo “Torneo delle Cinque Nazioni”, Manifestazione in cui Galles è a digiuno di successi dal 1988 e che, al contrario, lo vede tornare ad imporsi nel 1994, grazie al fondamentale contributo di Jenkins, in particolare modo nella determinante vittoria per 17-15 sull’Irlanda al “Lansdowne Road” di Dublino, in cui l’intero bottino porta la sua firma, frutto di quattro piazzati in mezzo ai pali ed una meta realizzata sfruttando un intelligente passaggio del compagno di reparto Rupert Moon, mediano di mischia, così da aggiungere un altro record alla propria lista, vale a dire aver superato la quota di 166 punti nei primi 19 incontri con la propria Nazionale, detenuto da Phil Bennett, uno di quelli, ricordate, di cui secondo i critici Jenkins non era degno di indossarne la maglia …

Atteso ad una conferma l’anno seguente, il Galles sperimenta sulla sua pelle quanto sia facile passare, nello Sport, “dagli altari alla polvere”, guadagnandosi il sempre poco gradito “wooden spoon” (“Cucchiao di legno”) spettante alla formazione che conclude il “Cinque Nazioni” con sole sconfitte, per poi replicare la delusione della precedente edizione, venendo eliminato nella Fase a gironi della Coppa del Mondo ’95 svoltasi in Sudafrica, in cui risulta stavolta decisiva la sconfitta di misura (23-24) patita contro l’Irlanda all’ultimo turno …

L’unica, parziale consolazione per Jenkins viene dall’aver superato, a fine stagione, “quota 400” punti realizzati, in che sta a significare una media di oltre 80 punti nel suo primo quinquennio in cui ha indossato la maglia della Nazionale, una statistica che non può comunque soddisfare colui che pratica uno Sport dove, più di ogni altro, è il “gioco di squadra” a risultare determinante per l’esito di ogni singola sfida …

Ma, come successo in negativo per il 1995, ecco che il biennio successivo ribalta la situazione, con i citati successi (Coppa del Galles nel ’96 e vittoria nel Campionato gallese nel ’97) a livello di Club, pur se alcuni infortuni impediscono a Jenkins di prendere parte al “Cinque Nazioni” ’96 salvo che in una sola gara, non a caso l’unica vittoria (16-15) conseguita sulla Francia, dove mette a segno 11 punti, frutto di tre piazzati e della trasformazione della meta realizzata da Robert Howley.

L’oramai 26enne mediano di apertura – nel pieno della maturità fisica e tecnica – ottiene la definitiva consacrazione allorché, dopo aver fornito una devastante prestazione il 18 gennaio ‘97 al Murrayfield di Edimburgo nel successo per 34-19 sulla Scozia nella giornata inaugurale del “Cinque Nazioni”, trasformando tutte e quattro le mete (di cui una sua) gallesi, cui unisce due punizioni tra i pali per un totale di 19 punti, viene convocato nelle selezione dei “British and Irish Lions” per il tour di fine giugno in Sudafrica contro i Campioni del Mondo in carica …

Trasferta che si apre con la vittoria dei Lions – una sorta di “Nazionale britannica” – per 25-16 il 21 giugno a Città del Capo, con Jenkins a centrare 5 volte i pali su altrettanti piazzati, successo replicato una settimana dopo a Durban con un più sofferto 18-15 in cui è ancora l’asso gallese (schierato nell’occasione nel ruolo di estremo) a risultare determinante con analogo score al piede, che rende vane le tre mete messe a segno dagli “Springbocks”, visto anche il drop realizzato dal nazionale inglese Jerry Guscott …

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Guscott, Johnson e Jenkins dopo il 18-15 dei Lions al Sudafrica – da:gettyimages.it

E, mentre il Sudafrica salva l’onore affermandosi 35-16 nel terzo ed ultimo test-match disputatosi il 5 giugno ’97 a Johannesburg, gli ulteriori 11 punti (tre piazzati e la trasformazione della meta realizzata da Matt Dawson) realizzati da Jenkins fanno sì che il suo totale di 41 migliori il precedente record di segnature per i Lions detenuto con 38 punti dallo scozzese Gavin Hastings …

Salito agli onori della ribalta per le sue eccellenti prestazioni con i Lions, Jenkins viene riportato alla dura realtà dall’esito del “Cinque Nazioni” ’98, non tanto per il piazzamento finale del Galles (terzo con due vittorie ed altrettante sconfitte …), ma per le imbarazzanti esibizioni contro le due “grandi” Inghilterra e Francia, concluse con due pesanti rovesci di 26-60 nel tempio di Twickenham e, soprattutto, l’umiliante 51-0 rifilatogli dai “Bleus” sul terreno di Wembley, a causa dei lavori di costruzione del “Millennium Park” di Cardiff.

Per sua buona sorte, a Jenkins viene risparmiato il tour estivo in Sudafrica, dove i “Red Dragons” vengono distrutti 96-13 dagli Springbocks, classica “goccia che fa traboccare il vaso” per il cambio alla guida tecnica, per la quale viene scelto il già citato allenatore neozelandese Graham Henry.

La nuova mano dà immediatamente i suoi frutti, visto che, allorché a metà novembre il Sudafrica rende visita al Galles a Wembley, i padroni di casa conducono 20-17 (meta di Gareth Thomas e 5 piazzati di Jenkins) sino a 2’ dal termine, prima di subire il ritorno dei Campioni mondiali che si impongono 28-20, e quindi concludere l’anno con un convincente successo per 43-30 contro l’Argentina, ennesima volta in cui il 27enne mediano si conferma infallibile al piede, trasformando tutte e 4 le mete realizzate dai suoi compagni, cui unisce 5 calci di punizione in mezzo ai pali, circostanza che lo porta ad archiviare una “stagione in chiaroscuro” avendo comunque largamente superato “quota 600” quanto a punti realizzati in test-match …

Il 1999 è un anno importante per il Rugby gallese, in quanto il Capoluogo Cardiff ospita la quarta edizione della Coppa del Mondo, in previsione della quale è stato costruito il già riferito “Millennium Stadium”, capace di ospitare quasi 75mila spettatori, con il “Torneo delle Cinque Nazioni” utile per saggiare le condizioni delle aspiranti al titolo del Vecchio Continente.

Ed, in tale ottica, il cammino dei “Red Dragons” è quantomeno singolare, poiché ripetono, a parti invertite, l’esito della precedente stagione, nel senso che vengono sconfitti sia dalla Scozia (20-33) che dall’Irlanda (23-29) – gare in cui Jenkins non fallisce alcuna delle trasformazioni delle quattro mete complessivamente realizzate – per poi prendersi, al contrario, la rivincita delle pesanti sconfitte di 12 mesi prima contro Francia ed Infghilterra, andando addirittura ad espugnare il “Parc des Princes” di Parigi per 34-33 con 19 punti al piede del mediano di apertura e dopo aver chiuso in vantaggio 28-18 il primo tempo, per poi prendersi la più dolce delle rivincite all’ultimo turno, e proprio sul terreno di Wembley, contro un XV della Rosa a punteggio pieno e che, in caso di vittoria, avrebbe realizzato il Grande Slam.

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Jenkins a segno nel 32-31 sull’Inghilterra dell’11.4.1999 – da:dai-sport.com

Andati al riposo in svantaggio per 18-25, i ragazzi di Henry ricuciono il distacco nel corso della ripresa – in un match in cui i due n.10 Jenkins e Wilkinson si sfidano in una gara di precisione al tiro – per poi compiere il sorpasso per il definitivo 32-31 nei minuti finali grazie ad una meta dell’estremo Shane Howarth, la cui trasformazione non incute timore alcuno a Jenkins per i 2 punti del sorpasso, laureandosi altresì “top scorer” del Torneo con 64 punti messi a referto …

Detta vittoria rappresenta il lancio per un eccellente prosieguo di stagione, dopo che già il 20 marzo, in un test-match disputatosi a Treviso contro l’Italia e comodamente vinto 60-21, Jenkins aveva stabilito il proprio record di punti in una singola gara con 30 (una meta, 5 trasformazioni ed altrettante punizioni), costituito da due successi in Argentina ad inizio giugno (18 punti in ciascuno dei due incontri) e, sopratutto, con l’inaugurazione del “Millennium Stadium” a Cardiff, dove il Galles ottiene il 26 giugno la sua prima vittoria contro il Sudafrica 29-19 (12 anni dopo dall’ultimo successo su una formazione dell’emisfero australe …!!) e nel corso della quale realizza 19 punti e fornisce a Gareth Thomas il passaggio vincente per proiettarsi in meta …

Altre due gare di preparazione all’appuntamento iridato vedono i “Red Dragons” superare, sempre al nuovo impianto, sia il Canada (33-19) che la Francia (34-23), con Jenkins a sfiorare il proprio record, mettendo a referto 28 e 29 punti rispettivamente (con il primato di 9 piazzati in mezzo ai pali nell’incontro contro i “Galletti” …), il che consente al mediano di apertura di presentarsi all’appuntamento iridato in cui il Galles disputa le gare del suo Girone eliminatorio a Cardiff – dove, nel frattempo, Jenkins si è trasferito – avendo già largamente superato quota 800 punti in carriera e, finalmente, dopo due tentativi andati a vuote nelle precedenti edizioni, riesce a qualificarsi per i Quarti di finale …

Come se recitasse un copione già scritto, Jenkins (che al primo incontro del Girone eliminatorio ha già 879 punti al suo attivo …), realizza 13 e 19 punti nei due vittoriosi match contro Argentina (23-18) e Giappone (64-15), giusti giusti per eguagliare il primato assoluto di 911 detenuto da Lynagh e citato in premessa, così che la gara di chiusura contro le Samoa giunge a puntino per divenire, al momento, il miglior marcatore di ogni epoca …

Impresa facilmente portata a termine dopo appena 12′ di gioco, allorché trasforma una meta tecnica, per poi concludere la sfida con 16 punti all’attivo, non sufficienti però ad impedire il successo per 38-31 da parte degli isolani, pur garantendo comunque al Galles il primo posto nel Girone …

Lo scoglio dei Quarti si dimostra in ogni caso troppo duro per un Galles opposto ad un’Australia che sta percorrendo il cammino che la porta a conquistare, nuovamente in terra britannica, il suo secondo titolo iridato, così che i “Wallabies” si impongono con relativa facilità per 24-9, con i punti dei padroni di casa a portare l’esclusiva firma di Jenkins, che manda tre volte l’ovale in mezzo ai pali su calci piazzati.

L’ingresso nel nuovo millennio è foriero di buone notizie per l’oramai quasi 29enne Neil, innanzitutto perché vince il suo secondo titolo gallese con la sua nuova squadra, il Cardiff, quindi l’allargamento del Torneo Continentale con l’ammissione anche dell’Italia vede il Galles ritornare ai “santi vecchi”, ovvero avere la meglio su azzurri, irlandesi e scozzesi per poi rimediare cocenti tracolli contro Francia (3-36 a Cardiff) ed Inghilterra, che si vendica dello sgarbo subito l’anno prima con un eloquente 46-12 che non ammette repliche.

Molti si chiedono come farebbe la formazione gallese a restare a galla se non potesse contare sulla precisione dalla piazzola del suo mediano di apertura, un’abilità di cui si accorgono anche a livello della Real Casa, venendo premiato a fine ottobre 2000 con il titolo di “Member of the Most Excellent Order of the British Empire” (MBE) per i meriti in ambito sportivo, in una cerimonia svoltasi a Buckingham Palace al termine della quale Jenkins si fa trasportare in elicottero a Cardiff per disputare un’importante gara di “Heinken Cup” contro i Saracens, mettendo a segno tutti i punti nel successo per 24-14 della sua squadra.

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Jenkins in azione nella gara Cardiff-Saracens del 27.10.2000 – da:gettyimages.it

Oramai per Jenkins resta un solo traguardo da raggiungere, vale a dire quello di essere il primo giocatore al Mondo a superare la barriera dei 1000 punti in test-match e l’occasione gli si presenta, ironia della sorte, il 3 febbraio 2001 nella prima giornata del “Sei Nazioni“, proprio contro l’Inghilterra, ovvero la formazione contro cui aveva debuttato 10 anni prima …

Sceso in campo avendo già totalizzato 996 punti e consapevole dell’occasione di poter centrare un tale obiettivo proprio davanti ai suoi tifosi, Jenkins si porta a quota 999 centrando i pali su punizione per poi essere preda dell’emozione allorché dapprima fallisce la trasformazione di una meta realizzata dal mediano di mischia Robert Howley, per poi non riuscire a piazzare l’ovale in mezzo ai pali con una punizione da distanza ragguardevole e quindi è anche sfortunato vedendo un altro suo calcio respinto dal palo.

Con l’esito dell’incontro oramai saldamente in mano inglese (29-8 all’intervallo, 44-15 sarà il risultato finale …), l’interesse degli oltre 73mila spettatori che gremiscono il “Millennium Stadium” è tutto rivolto nel tentativo d Jenkins, che finalmente può concretizzarsi grazie ad una seconda meta gallese del n.8 Scott Quinnell che, depositando la palla vicino ai pali avversari, consente a Jenkins la più facile delle trasformazioni per portarsi a quota 1.001 punti raggiunti nel 2001, quasi un segno del destino …

Quanto avesse tenuto a questo record, sarà lo stesso Jenkins ad ammetterlo a carriera conclusa, allorché commenta: “Il mio primato non potrà mai essere superato, nel senso che in futuro ci sarà chi magari raggiungerà quota 2.000 punti – lo stesso Jonny Wilkinson è in grado di farlo – ma nessun altro potrà vantare il fatto di essere stato il primo giocatore al mondo a superare quota 1.000 …!!

Jenkins è oramai giunto al capolinea della propria carriera, conclusa a livello di Club nel 2004 potendo vantare “numeri impressionanti” quali 4.139 punti all’attivo in sole 308 gare disputate (per una media di oltre 13 punti a partita …!!), mentre a livello internazionale vive il suo passo d’addio l’1 novembre 2002 a Wrexham nel comodo 40-3 a spese della Romania, al quale (come al solito, verrebbe da dire …) contribuisce con la metà dei punti segnati dalla propria squadra, frutto di 4 trasformazioni ed altrettanti calzi piazzati, così da portare il proprio totale a quota 1.090, di cui 1.049 con la maglia dei “Red Dragons” e 41 con i Lions …

A proposito, avendo rilevato una “sottile ironia” circa la previsione sul suo rivale Wilkinson di poter raggiungere il doppio dei suoi punti, quest’ultimo riesce comunque a scalzarlo dalla prima posizione toccando quota 1.246 alla data del suo ritiro, solo per vedersi a propria volta dal più micidiale calciatore che l’ultracentenaria Storia del Rugby ricordi, ovverossia il mediano d’apertura neozelandese Dan Carter, che a fine 2015 ha sfiorato il tetto dei 1.600 punti, fermandosi a quota 1.598 così da relegare Jenkins, al momento, al terzo posto della “Graduatoria All Time” …

Ma tanto, il primato di essere stato il primo a varcare la soglia dei 1000 punti nessuno potrà mai toglierglielo …!!

L’ESAME DI MATURITA’ DELL’ARGENTINA AI MONDIALI DI RUGBY 1999

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I giocatori argentini salutano il pubblico dopo la sconfitta col Galles del ’99 – da:gettyimages.ae

Articolo di Giovanni Manenti

In ogni tipo di Sport, sia esso individuale che, forse a maggior ragione, di squadra, l’ambizione di chi vi partecipa è quella di poter accedere alle massime competizioni, di norma riservate a chi vanta una maggiore tradizione nelle singole discipline …

La cosa crea ancor più desiderio allorché, in altri Sport di squadra dette Nazioni eccellono e, senza tanti giri di parole, questo è il caso di due Paesi leader nel Calcio, quali Italia ed Argentina – 11 Finali e 6 titoli mondiali complessivamente – capaci di farsi rispettare anche quando trattasi di Basket o Volley, ma che vanno un tantino in difficoltà non appena la palla da sferica diviene ovale, ovverossia nella pratica del Rugby.

Sia chiaro, non si tratta di formazioni cenerentole, tutt’altro, ma sino alla fine dello scorso Secolo è sempre mancato loro di fare quell’ultimo salto di qualità che potesse permettere di accedere all’eccellenza che, in relazione ai rispettivi emisferi, stava a significare entrare a far parte dello storico “Torneo 5 Nazioni” per gli azzurri e potersi confrontare con Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda per i “Pumas”.

Le stesse sono sempre state invitate a competere nella Coppa del Mondo, la cui edizione inaugurale si svolge nel 1987, ma alla stregua di commensali ad un banchetto d’onore, non vi era possibilità di finire le portate, costrette ad abbandonare il desco al massimo dopo il primo, quand’anche addirittura non all’antipasto …

Curiosamente, proprio nella citata prima edizione in cui veniva messo in palio lo splendido Trofeo costituito dalla “William Webb Ellis Cup”, con 16 squadre a prendervi parte, Italia ed Argentina sono inserite nello stesso Gruppo, assieme alle Isole Fiji ed ai padroni di casa della Nuova Zelanda, ed il loro primo confronto diretto in tale Manifestazione è appannaggio proprio del XV sudamericano, che si impone per 25-16 in un match dove, con due mete per parte, a fare la differenza è la precisone al piede del leggendario mediano di apertura Hugo Porta, primo giocatore argentino ad essere inserito, nel 1997, nella “International Rugby Hall of Fame”.

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Hugo Porta, leggenda del Rugby argentino – da:world.rugby

Ma a qualificarsi per i Quarti sono, oltre agli All Blacks, i figiani, e per l’Argentina va ancor peggio quattro anni dopo, allorché ai Mondiali ’91, racimola solo sconfitte in un Girone peraltro quanto mai ostico, posta di fronte ad Australia, Galles e Samoa Occidentali, con queste ultime a compiere l’impresa di superare per 16-13 i più quotati gallesi, estromettendoli dal Torneo …

Per i “Pumas”, il problema principale è costituito dalla mancanza di avversari nel Continente di appartenenza, prova ne sia che si erano presentati alla Rassegna iridata dopo aver letteralmente “passeggiato” nel Campionato sudamericano, come dimostra l’esito delle sfide contro Cile (41-6), Uruguay (32-9), Paraguay (37-10) e Brasile, quest’ultimo addirittura sommerso da ben 17 mete (!!) per un 84-6 conclusivo che poteva essere ancor più pesante considerato che all’epoca una meta valeva ancora 4 punti.

Si rende pertanto necessario intensificare i confronti con le Nazioni più evolute, e già l’anno seguente, nel corso del Tour autunnale in Europa, l’Argentina ha modo di misurarsi con due formazioni “di seconda fascia”, quali Spagna e Romania, espugnando sia il “Campo Universitario” di Madrid (43-34 con 5 mete realizzate) che lo “Stadio della Dinamo” di Bucarest (21-18 andando 3 volte in meta), per poi compiere l’impresa di sconfiggere, il 14 novembre ’92 allo “Stade Marcel Saupin” di Nantes, la Francia per 24-20, ribaltando nella ripresa un risultato che al riposo la vedeva sotto per 12-15 ed in cui, stavolta, la differenza la fanno i piazzati dell’estremo Santiago Meson.

Parte del merito sta nell’aver temporaneamente affiancato al Tecnico Luis Gradin il neozelandese John Hart, benefici che si riscontrano anche nel ’93 allorché l’Argentina, dopo un positivo Tour in Giappone a maggio concluso con due vittorie, si conferma quale Campione Sudamericano, Torneo valevole anche come qualificazione per i Mondiali di Sudafrica ’95, con l’unica difficoltà incontrata contro l’Uruguay, superato in rimonta per 19-10 (3-10 all’intervallo …) ancora grazie al piede educato di Meson, autore di 14 punti, compresa la trasformazione dell’unica meta messa a segno da Pedro Sporleder.

Successo al quale fanno seguito due onorevoli sconfitte nel Tour di fine autunno del Sudafrica in Sudamerica, specie nel primo incontro, in cui gli “Springbocks” rischiano una clamorosa rimonta dopo il 29-10 con cui chiudono il primo tempo, con ancora Meson protagonista con 21 punti (una meta, 2 trasformazioni e 4 piazzati) per il 29-26 conclusivo, una discreta dose di autostima, in vista dei prossimi appuntamenti, rafforzata dal doppio successo (28-22 esterno e 16-11 a Buenos Aires) contro gli Stati Uniti a maggio/giugno ’94, incontri validi come ultima fase di qualificazione ai Mondiali, così come dall’aver superato per due volte (16-15 e 19-17) la Scozia in occasione del loro Tour sudamericano di inizio giugno ’94.

Certo, i due pesanti rovesci (22-42 e 26-46) nel Tour autunnale in Sudafrica contro il Paese organizzatore della Coppa del Mondo dell’anno successivo stanno a testimoniare che il cammino è ancora lungo, però con le migliori compagini europee il gap sembra essersi ridotto, anche se manca ancora la certificazione data da una vittoria in tale Manifestazione …

Presentatasi, pertanto, in Sudafrica con legittime ambizioni di riuscire a superare il primo turno, essendo oltretutto inserita in un Girone non impossibile, che, oltre alla favorita Inghilterra, comprende anche due “vecchie conoscenze” quali Italia e Samoa Occidentali, l’Argentina si vede al contrario sbattuta in faccia una quanto mai amara realtà.

E dire che l’esordio è tutt’altro che negativo, opposti al “XV della Rosa” gli argentini mettono in mostra un buon gioco alla mano che si traduce in due mete di Arbizu e Noriega, e solo la precisione di Rob Andrew (6 calci di punizione e 2 drop in mezzo ai pali) consente agli inglesi di far loro il match per 24-18, ma alla seconda uscita la decisiva sfida con le Samoa Occidentali vede i sudamericani vanificare un vantaggio di 16-10 all’intervallo per poi essere sconfitti 26-32 ed anche l’incontro – valido solo per evitare l’ultimo posto del Girone, essendo entrambe a quota zero – con l’Italia serve agli Azzurri per vendicare la sconfitta di Christchurch del 1987, imponendosi per 31-25 grazie ad una superba prova di Diego Dominguez, autore di 21 punti, frutto di una meta, 2 trasformazioni e 4 calci di punizione.

Nove partite di Coppa del Mondo con una sola vittoria ed 8 sconfitte non depongono certo a favore della crescita del movimento rugbistico argentino, che deve cercare soluzioni alternative, visto che anche il 1996 è caratterizzato esclusivamente da vittorie nel “Campionato Panamericano” – 29-26 agli Usa, 54-20 all’Uruguay e 41-21 al Canada – ed in un “test match” contro i “cugini” uruguaiani, mentre al cospetto di Francia, in due occasioni così come contro il Sudafrica, i “Pumas” rimediano pesanti rovesci, con una fiammella di speranza costituita dall’onorevole sconfitta per 18-20 subita il 14 dicembre ’96 a Twickenham contro l’Inghilterra, in cui si mette in evidenza il mediano di apertura Gonzalo Quesada – alla sua quarta presenza da titolare e degno erede di Hugo Porta – il quale realizza tutti i punti sudamericani piazzando per 6 volte l’ovale in mezzo ai pali su punizione.

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Gonzalo Quesada, mediano d’apertura argentino – da:deportivaactual.wixsite.com

Speranza che si rafforza allorché – rendendo visita nel Tour di fine maggio/inizio giugno ’97 – l’Inghilterra subisce il 7 giugno la sua seconda sconfitta della storia sul suolo sudamericano con un altresì significativo 33-13 avendo altresì la propria linea di meta violata in 4 occasioni, stagione che – oltre alla scontata conferma nel Campionato Sudamericano con vittorie a dir poco imbarazzanti per le avversarie – si conclude in gloria con il successo per 18-16 di inizio novembre contro l’Australia a Buenos Aires.

Oramai sembra imboccata la strada giusta, anche se il 1998 è un anno di contraddizioni, in quanto, se da un lato i “Campionati Panamericani” – valevoli come qualificazioni per i Mondiali ’99 – al pari del Campionato Sudamericano non costituiscono ostacoli di sorta con 6 vittorie sugli altrettanti match disputati, il finale di stagione, con un Tour autunnale in giro per l’Europa, vede i “Pumas” rimediare altrettante sconfitte contro Italia (19-23), Francia (14-34) e Galles, battuti per 30-43.

Non certo il modo più incoraggiante per aspirare ad un’inversione di tendenza in vista della quarta edizione della Coppa del Mondo che ha luogo nel Vecchio Continente dall’1 ottobre al 6 novembre ’99, con una formula bizzarra determinata dall’allargamento da 16 a 20 delle partecipanti.

Suddivise, difatti, in 5 Gironi da quattro squadre ciascuno, le prime classificate accedono direttamente ai Quarti di Finale, mentre le seconde più la miglior terza disputano una sorta di playoff che qualificano altre tre formazioni per comporre le otto che danno vita alla Fase ad eliminazione diretta, e l’Argentina è inserita nel Gruppo D assieme a Galles, Giappone e, tanto per cambiare, Samoa Occidentali.

Competizione che per l’Argentina si apre come quattro anni prima in Sudafrica, ovvero con un’onorevole sconfitta contro i favoriti gallesi (un 18-23 con tutti i punti dovuti dalla precisione dei calci di Quesada …), ma stavolta la prosecuzione è ben diversa, perché il secondo incontro vede i “Pumas” sfatare il tabù costituito dalle Samoa Occidentali, travolte 32-16 in virtù di una meta realizzata da Alejandro Allub, cui seguono un drop e ben 8 piazzati tra i pali di un quanto mai inspirato Quesada.

In casa albiceleste si ritiene che il più sia fatto, non considerando – come in effetti avviene – il Giappone un ostacolo insormontabile, ma il successo per 33-12 sugli asiatici è vanificato dalla sorprendente vittoria degli oceanici sul Galles per 38-31, così che tutte e tre le squadre si ritrovano a parità di punti in Classifica, ed avendo riferimento alle mete realizzate, il primo posto spetta ai padroni di casa, ed il secondo alle Samoa Occidentali, ma il fatto di aver vinto due incontri fa sì che l’Argentina risulti comunque la miglior terza, così da accedere ai playoff per i Quarti di Finale.

Senza avere ancora – in quattro edizioni della Rassegna iridata – sconfitto nessuna delle formazioni del “Cinque Nazioni”, così come le “Big Three” dell’emisfero australe, che dal 1996 danno anche loro vita ad un Torneo similare, denominato “Tri Nations”, l’Argentina è chiamata all’impresa il 20 ottobre ’99 allo “Stade Felix Bollaert” di Lens, opposta all’Irlanda, classificatasi seconda nel Gruppo E, alle spalle dell’Australia.

Quella che rappresenta una “data storica” per il Rugby del Paese sudamericano si risolve in una sfida al piede tra i due mediani d’apertura Quesada da una parte e David Humphreys dall’altra, con il “XV del Trifoglio” a sembrare di aver messo una serie ipoteca sul passaggio del turno allorché, dopo essere andato al riposo sul 15-9 a proprio favore, allunga sino a 21-9 grazie ad un piazzato ed ad un drop del riferito mediano di apertura.

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L’esultanza argentina al termine del match con l’Irlanda – da:rugbyworld.com

E quando, a tre quarti dell’incontro, un altro calcio in mezzo ai pali di Humphries fissa il punteggio sul 24-15, rintuzzando un primo tentativo di rimonta argentina, in pochi sono in grado di scommettere su di un esito diverso della contesa, ancorché Quesada la pensi diversamente, con un piazzato che riduce le distanze ad una meta trasformata, cosa che puntualmente avviene allorché, ad 8’ dal termine, tocca a Diego Albanese violare la difesa irlandese per la meta che, trasformata da Quesada, ribalta il punteggio per il primo vantaggio sul 25-24 per i “Pumas” nel corso dell’incontro, poi arrotondato, in chiusura, sul 28-24 grazie ad un altro piazzato di Quesada …

Sfatato l’incantesimo, ed approdati così per la prima volta ai Quarti di Finale della più importante Manifestazione a livello internazionale, gli argentini rendono la vita dura anche ai favoriti francesi, nel match che va in scena il 24 ottobre ’99 al “Lansdowne Road” di Dublino, andando al riposo sul 20-27, prima che nella ripresa lo spumeggiante gioco d’attacco transalpino rompa gli argini sino al 47-26 conclusivo che pone fine ai sogni di gloria sudamericani.

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Una fase del Quarto di Finale contro la Francia – da:gettyimages.it

Ma “il ghiaccio è rotto”, e dall’edizione della Coppa del Mondo ’99 il panorama rugbistico prende coscienza che un’altra pericolosa concorrente si è fatta largo, non “abbandonando più il banchetto a metà portate”, ed a trarne beneficio sono gli stessi giocatori, per i quali la vetrina iridata consente loro di strappare lucrosi contratti nei vari Club europei, primo fra tutti il più volte ricordato Gonzalo Quesada – altresì “top scorer” del Torneo con 102 punti realizzati – che si accasa in Francia per vestire, negli anni a seguire, i colori di Narbonne, Beziers, Stade Français, Pau e Toulon, ma anche Allub è tesserato dal Perpignan, così come Diego Albanese, dopo una stagione al Grenoble, varca la Manica per trasferirsi dapprima al Gloucester e quindi al Leeds.

Con la fine del XX Secolo si chiude così un’epoca che potremmo definire di “apprendistato” per il Rugby argentino e se ne apre una nuova che trova il suo apice nello “storicoterzo posto conquistato ai Mondiali di Francia 2007, per poi ricevere l’ambito onore, a far tempo dal 2012, di sfidare Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda nel Torneo australe che, con l’ingresso dei “Pumas”, cambia denominazione da “Tri Nations” a “Rugby Championship”, Manifestazione nella quale, nell’edizione della scorsa stagione, i sudamericani si sono presi il lusso di sconfiggere 32-19 il Sudafrica a Mendoza ed addirittura di cogliere un successo per 23-19 in casa dei “Wallabies” …

Per la prima volta, quest’anno, la nona edizione della Coppa del Mondo avrà luogo al di fuori dei confini australi e del Vecchio Continente, essendo ospitata dal Giappone dal 20 settembre al 2 novembre prossimi, e l’Argentina è inserita nel terzo Girone assieme a Francia, Inghilterra, Tonga e Stati Uniti.

State pur certi che i Commissari Tecnici inglesi e transalpini non dormono sonni tranquilli …

 

GEORGE GREGAN, L’UOMO DEI RECORD DEL RUGBY AUSTRALIANO

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George Gregan – da:georgegregan.com

Articolo di Giovanni Manenti

Fedeli alla trama del film cult “Sliding Doors”, non potremo mai sapere quale potrebbe essere stata la sua carriera sportiva qualora i genitori non avessero deciso di trasferirsi in Australia allorquando non aveva ancora compiuto due anni di età …

Già, perché George Gregan, uno dei più talentuosi mediani di mischia nella Storia del Rugby mondiale, nasce a Lusaka, Capitale dello Zambia, il 19 aprile 1973 da padre australiano e madre dello Zimbabwe, curiosamente nello stesso Ospedale dove, due anni dopo, vede la luce Corné Krige che avrebbe indossato la fascia di Capitano del Sudafrica all’epoca in cui Gregan ricopre identico incarico per i Wallabies.

Con ogni probabilità si sarebbe dedicato al Calcio, lo Sport nazionale zambiano – ne sanno qualcosa anche gli Azzurri, umiliati per 0-4 alle Olimpiadi di Seul ’88 – mentre nel Paese dei Canguri piace molto di più avere a che fare con una palla ovale anziché sferica, ed il gioco è fatto.

Cresciuto nella Capitale Canberra, Gregan è anche un promettente studente, frequenta il “St Edmund’s College” e consegue la Laurea in Educazione Fisica all’Università di Canberra, nel mentre inizia a farsi strada nel mondo del Rugby, tanto da essere selezionato per le rappresentative australiane Under 19 ed Under 21, prima di fare il suo esordio nella Nazionale maggiore, il 18 giugno ’94 a Brisbane contro l’Italia, che impegna i padroni di casa ben oltre le aspettative, risultando sconfitta per il ridotto margine di 23-20, per poi replicare ad una settimana di distanza per un più netto 20-7.

Ad inizio agosto, Gregan segna i suoi primi punti per i Wallabies andando in meta nel facile successo per 73-3 sulle Isole Samoa, per poi concludere il suo primo anno tra i grandi con la ben più importante vittoria contro la Nuova Zelanda, valida per la “Bledisloe Cup”, superata 17-6 il 17 agosto ’94 a Sydney, data importante per il 21enne George, in quanto un suo miracoloso placcaggio sull’ala All Black Jeff Wilson lanciata in meta assicura il successo ai propri colori e ne rafforza la credibilità all’interno della squadra.

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Il celebre placcaggio di Gregan su Jeff Wilson – da:timclayton.photoshelter.com

Ne è convinto anche il Commissario Tecnico Bob Dwyer, che difatti non manca di inserire Gregan tra i selezionati per la terza edizione della Coppa del Mondo ’95 che si svolge in Sudafrica, manifestazione in cui si alterna con Peter Slattery nel ruolo di mediano di mischia e che vede peraltro l’Australia, detentrice del titolo, eliminata nei Quarti di Finale, sconfitta 25-22 dall’Inghilterra.

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Gregan in azione contro l’Inghilterra alla Coppa del Mondo ’95 – da:gettyimages.ae

Altra stagione della svolta è il 1996, più che altro a livello generale, in quanto il Rugby volge al Professionismo con la costituzione di due importanti manifestazioni, di cui la prima, a livello di Club, chiamata “Super 12” (in quanto vi prendono parte 12 formazioni) e riservata a formazioni di Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, successivamente modificata in “Super Rugby” stante il progressivo allargamento sno alle attuali 18 squadre, con l’inserimento altresì di una rappresentante argentina ed una giapponese.

Alla stessa stregua, nel medesimo anno prende anche il via il “Tri Nations”, versione australe del “Cinque Nazioni” europeo, a cui partecipano le Nazionali di Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, salvo tramutarsi, a far tempo dal 2012, nel “Rugby Championship” per l’inserimento anche dell’Argentina, cosi come il Torneo del Vecchio Continente aveva visto l’allargamento all’Italia a partire dall’edizione 2000.

Per Gregan, questo comporta la sottoscrizione di un contratto – assieme al compagno di Nazionale Stephen Larkham – con i Canberra Brumbies, con cui resta per 11 stagioni sino al 2007, anno che lo vede altresì chiudere la propria esperienza con i Wallabies, andando per la prima volta a sfiorare la conquista del titolo nel 1997, allorché i suoi Brumbies vengono sconfitti 23-7 dagli Auckland Blues, trascinati dal mediano di apertura Carlos Spencer, nella Finale disputata in Nuova Zelanda il 31 maggio ’97.

Meno soddisfacente è, al contrario, il biennio in maglia gialloverde, con l’Australia a chiudere all’ultimo posto (in entrambi i casi con una vittoria e tre sconfitte) i Tornei 1996 e ’97 del “Tri Nations”, subendo un pesante 6-43 a Wellington contro gli All Blacks il 6 luglio ’96 (ancorché Gregan sia rimasto confinato in panchina per l’intero match) ed un ancor più umiliante 22-61 contro gli Springbocks il 23 agosto ’97 a Pretoria, con Gregan stavolta nel suo ruolo di mediano di mischia, con l’amico Larkham a fungere da estremo.

Risultati che, come logica conseguenza, costano il posto al Tecnico Greg Smith, sostituito da Rod MacQueen, musica per le orecchie di Gregan, visto che il 48enne originario di Sydney altri non è che il suo allenatore ai Brumbies, un binomio che non tarda a dare i suoi frutti.

Ed anche se, a livello di Club, inizia nel “Super 12” l’egemonia dei fortissimi Crusaders neozelandesi – che si aggiudicano tre edizioni consecutive dal 1998 al 2000, vincendo quest’ultima edizione affermandosi 20-19 sul terreno del “Bruce Stadium” di Canberra contro proprio i Brumbies, che nelle loro file hanno un altro punto di forza della Nazionale, nell’ala/interno Stirling Mortlock – con i Wallabies le cose migliorano, come testimonia il successo nella “Bledisloe Cup” ’98, avendo la meglio sulla Nuova Zelanda in tutti e tre i confronti disputati, anche se il successo nel “Tri Nations” ’98 arride al Sudafrica …

All Blacks che si riscattano nell’edizione ’99, così da presentarsi – come sempre, del resto – in veste di favoriti alla Coppa del Mondo che si svolge nel Vecchio Continente, tra Regno Unito e Francia, manifestazione per la quale il Commissario Tecnico MacQueen convoca ben 10 giocatori dei Brumbies, con l’eccezione di Mortlock, ancora in attesa di fare il suo esordio in Nazionale.

Tenuto a riposo nella terza gara del Girone eliminatorio contro gli Usa (portata facilmente a casa per 55-19) dopo il determinante successo contro l’Irlanda per 23-3 che garantiva l’accesso diretto ai Quarti, Gregan è decisivo con due mete – la prima delle uniche due occasioni in cui realizza un tale risultato in Nazionale – nella vittoria per 24-9 al “Millennium Stadium” di Cardiff contro i padroni di casa gallesi, che schiude all’Australia le porte delle semifinali, avversari i Campioni in carica degli Springbocks.

Match equilibrato e spigoloso, dove l’importanza delle mischie è capitale, visto che nessuna delle due squadre riesce ad oltrepassare la linea di meta, ed a risultare decisiva – dopo che al termine dei tempi regolamentari il punteggio è fermo sul 18 pari, con i Wallabies raggiunti da due piazzati del mediano di apertura Jannie de Beer negli ultimi minuti di gioco – è la precisione al piede dell’estremo Matt Burke ed un drop di Larkham in mezzo ai pali a fare la differenza per il 27-21 che manda l’Australia per la seconda volta in Finale dopo il trionfo del ’91.

Preparati ad affrontare gli All Blacks per la più classica delle sfide dell’emisfero australe, Lomu & Co. subiscono viceversa, il giorno dopo, la loro prima sconfitta in Coppa del Mondo contro una squadra europea, sprecando un vantaggio di 24-10 maturato ad inizio ripresa per essere travolti 43-31 da uno scatenato XV di Francia che entra con una facilità irrisoria nella disorientata difesa neozelandese.

Francesi che non si ripetono il 6 novembre ’99, giorno della Finale al “Millennium Stadium” di Cardiff, allorché i 72.500 spettatori assistono ad un dominio australiano grazie alla “magica coppia” di mediani formata dai compagni di Club Gregan e Larkham che consente al XV di MacQueen, andato al riposo sul 12-6 costituito solo da calci piazzati, di respingere il tentativo di rimonta transalpino affidato al piede di Christophe Lamaison, violando per due volte la meta avversaria con l’ala Ben Tune ed il subentrato Owen Finegan per il 35-12 conclusivo che certifica il bis mondiale australiano, concedendo il Tecnico altresì a Gregan la “standing ovation” da parte del pubblico, sostituendolo ad 1’ dal termine.

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Se questo è indiscutibilmente l’apice della carriera del talentuoso mediano di mischia, altre soddisfazioni non mancano certo nel successivo quinquennio, a cominciare dai successi nelle edizioni 2000 e 2001 del “Tri Nations”, stagione quest’ultima che vede Gregan affermarsi finalmente, dopo due Finali perse, anche nel “Super 12”, alzando da Capitano il trofeo dopo la netta vittoria per 36-6 a spese dei Coastal Sharks sudafricani.

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Gregan

Torneo che vede i Brunbies tornare nuovamente a disputare la Finale per il titolo anche l’anno seguente, trovando stavolta la strada sbarrata dai già citati Crusaders che si impongono 31-13 nella sfida andata in scena a Christchurch, mentre a livello di Nazionale si era registrato nel 2001 il cambio della guardia in panchina, con MacQueen sostituito da Eddie Jones, anch’egli proveniente dall’esperienza coi Brumbies che aveva condotto al ricordato titolo nel “Super 12”.

Per il nuovo Commissario Tecnico vi è una grande responsabilità, ovvero tornare a sollevare la “William Webb Ellis Cup” a quattro anni di distanza dal trionfo di Cardiff nella quinta edizione della Coppa del Mondo ’03 che si disputa proprio in Australia, pressione non indifferente, ma alla quale si appresta a partecipare potendo contare sullo “zoccolo duro” dei suoi ragazzi dei Brumbies, con l’oramai collaudata coppia Gregan/Larkham ad orchestrare il gioco nella zona nevralgica del campo.

Sicuramente l’intesa tra i due mediani cementata in centinaia di partite disputate tra Club e Nazionale aiuta non poco i Wallabies, che, inseriti nel Gruppo A assieme ad Irlanda, Argentina, Romania e Namibia, vengono a capo di un ostico match contro il XV del trifoglio che vale il primo posto nel Girone solo per 17-16, ringraziando anche una prodezza di Gregan che mette a segno un drop, non certo la specialità della casa, visto che trattasi del suo terzo, nonché ultimo, realizzato in Nazionale.

Superato lo spavento, gli accoppiamenti dei Quarti prevedono un turno sostanzialmente non impossibile contro la Scozia, difatti annientata per 33-16, nel cui tabellino figurano anche Gregan e Mortlock con una meta a testa, mentre ben più atteso ed impegnativo è il confronto con gli “odiati rivali” degli All Blacks, dai quali avevano ricevuto una dura lezione (21-50) a fine luglio a Sydney nel corso del “Tri Nations”, che i neozelandesi si erano aggiudicati a punteggio pieno.

L’impianto è lo stesso, lo “Stadium Australia” di Sydney, così come sono ancora 82mila gli spettatori che ne gremiscono le tribune, solo che l’esito è totalmente diverso, con la difesa gialloverde a concedere una sola meta agli avversari, nel mentre il pacchetto di mischia dei Wallabies regge l’urto All Black e l’interno Elton Flatley si dimostra impeccabile sui piazzati, centrando ben 5 volte i pali, oltre a trasformare la meta di Mortlock per il 22-10 che certifica la terza Finale in 5 edizioni della manifestazione per gli australiani.

Per Gregan, oramai superate le 30 primavere ed altresì promosso Capitano dopo l’addio di John Eales, sollevare al cielo la Coppa significherebbe il coronamento di una già di per sé straordinaria carriera, ed è per questo che possiamo perdonargli una leggera “caduta di stile” allorché, a conclusione della semifinale, si rivolge agli sconfitti neozelandesi con il poco sportivo: “Four more years, boys, four more years …”, intendendo che avrebbero dovuto attendere altri quattro anni prima di tentare ancora una volta la scalata al titolo.

Titolo che, però, sfugge anche a Gregan, il quale vede il suo sogno svanire al 100’ minuto della Finale contro l’Inghilterra protrattasi sino ai tempi supplementari, per il quanto mai celebre drop del mediano di apertura Jonny Wilkinson per il 20-17 che sancisce il trionfo del “XV della Rosa, a tutt’oggi l’unico successo di una Nazione Europea nella competizione …

Per Gregan, che comincia a fare i conti con la carta d’identità, iniziano a far notizia più i record individuali che non le vittorie, pur se i suoi Brumbies fanno loro l’edizione ’04 del “Super 12”, avendo la meglio il 22 maggio al “Canberra Stadium” sui fortissimi Crusaders neozelandesi, in cui militano i due fenomeni Richie McCaw e Dan Carter, sconfitti 47-38 in una delle più appassionanti sfide della storia della manifestazione, per quello che resta l’ultimo successo del Club, che in seguito torna a disputare l’atto conclusivo solo nel 2013, venendo sconfitto 22-27 dai Chiefs neozelandesi.

Difatti, il 31 luglio 2004 a Perth, nel match valido per il “Tri Nations” contro il Sudafrica e vinto per 30-26, Gregan taglia il traguardo delle 100 presenze coi Wallabies, primo giocatore a riuscire in una tale impresa dai 101 “caps” raggiunti di David Campese a dicembre ’96, per poi vivere un periodo non felice sia a livello sportivo che familiare …

Sul secondo versante, infatti, ad ottobre dello stesso anno Gregan annuncia pubblicamente che suo figlio di 4 anni è affetto da epilessia, lanciando una campagna di sensibilizzazione nel suo Paese contro tale malattia caratterizzata dallo slogan “Get on the Team” (“Entra nella Squadra”), mentre dal punto di vista professionale è costretto a saltare buona parte del “Super 12” ’05 a seguito della frattura di una gamba in uno scontro di gioco contro i Waratahs in Canberra, facendo il suo rientro nel match vinto per 69-21 contro l’Italia il 25 giugno ’05.

Ed anche se il 2005 è un “annus horribilis” per il XV australiano – che porta come conseguenza il siluramento di Eddie Jones quale Commissario Tecnico – con sole 5 vittorie a fronte di 8 sconfitte, tra cui tutte e 4 le gare del “Tri Nations”, proprio nell’ultimo turno di tale Torneo, il 3 settembre ’05 ad Auckland, nella sconfitta per 24-34 contro la Nuova Zelanda, Gregan eguaglia il record assoluto di presenze in Nazionale detenuto dall’inglese Jason Leonard con 114, venendo omaggiato dai partecipanti alla sfida facendo sì che entrasse per primo e da solo in campo rispetto agli altri giocatori.

Un primato poi superato due mesi dopo nell’incontro disputato a Marsiglia contro la Francia e che, nelle sue ultime due stagioni con la maglia dei Wallabies, Gregan incrementa sino a quota 139 presenze, nel mentre dapprima eguaglia e poi supera il numero di volte (55) detenuto da John Eales quale capitano del XV australiano, arrivando sino a quota 59 così da raggiungere in vetta alla speciale classifica a livello internazionale l’inglese Will Curling, anche se detto record viene successivamente migliorato dal sudafricano John Smit nel 2009, a causa anche del fatto che a Gregan viene preferito Mortlock quale Capitano in occasione della Coppa del Mondo ‘07.

Per quanto concerne, viceversa, il primato delle citate 139 presenze complessive, lo stesso resiste tuttora a livello nazionale, mentre il solo ad averlo migliorato nel resto del pianeta è la leggenda neozelandese Richie McCaw, giunto sino a quota 148 al momento del suo ritiro dopo la vittoria nella Coppa del Mondo 2015.

Un Mc Caw anch’egli in grado di disputare, al pari di Gregan, quattro edizioni dei Mondiali, con quella svoltasi in Francia nel 2007 a rappresentare l’epilogo della sua carriera, sconfitto 10-12 nei Quarti da un Inghilterra andata a segno esclusivamente con quattro piazzati di Wilkinson, stesso percorso raggiunto dalla Nuova Zelanda, sconfitta 18-20 dalla Francia per l’unica volta, nella Storia della Manifestazione, che gli All Blacks non raggiungono le Semifinali …

L’addio alla Nazionale era stato preceduto, pochi mesi prima, da quello al Club, con cui Gregan, così come l’inseparabile compagno Larkham, si congeda scendendo per l’ultima volta in campo davanti ai suoi tifosi il 28 aprile 2007 – 10 giorni dopo il compimento dei 34 anni – nel successo per 15-6 sui Crusaders, al termine del quale vengono entrambi festeggiati con l’annuncio che una tribuna del “Canberra Stadium” avrebbe preso il loro nome.

Ma il saluto al proprio Paese non coincide con l’addio all’attività agonistica da parte di Gregan che, assieme al sudafricano Victor Matfield ed ai neozelandesi Andrew Mehrtens ed Anton Oliver, si accasa al Toulon, in Francia, contribuendo alla promozione del Club nella Prima Divisione transalpina, denominata “Top 14, per poi trasferirsi addirittura in Giappone, nelle file del Suntory Sungoliath, prima di ritirarsi definitivamente nel 2011, a 38 anni di età.

Questo, in sintesi, ciò che George Gregan ha rappresentato per il Rugby australiano e non solo, magari amato od odiato per la sua spavalderia, ma si è certamente ritagliato durante la sua carriera un ruolo di primo piano tra i più grandi di ogni epoca.

Celebre per la sua visione di gioco e la velocità con cui riusciva a distribuire l’ovale, Gregan – a dispetto di un fisico non eccezionale (m.1,73 per 76kg.) – non si è mai tirato indietro quando c’era da lottare per portare a casa la vittoria, venendo per questo rispettato per la leadership ed il carisma che era in grado di trasmettere ai compagni, nonché per l’elevata determinazione a conquistare il successo.

Tutto questo, ovviamente, grazie alla scelta dei genitori di far ritorno in Australia …

 

I FRATELLI CAMBERABERO, GLORIA DEL RUGBY FRANCESE DI FINE ANNI ’60

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I fratelli Guy e Lilian Camberabero – da:rugbtmeet.com

Articolo di Giovanni Manenti

Una delle particolarità del Rugby rispetto al Calcio, dove in questi ultimi anni si assiste ad una commistione e sovrapposizione nei ruoli dei giocatori schierati in campo, è che lo Sport della palla ovale mantiene ben chiare le caratteristiche dei propri elementi e, fra queste, due sono tra le più importanti nell’economia del gioco.

Mi riferisco ai due mediani, quello di mischia (n.9) e l’altro di apertura (n.10), il cui apporto (e soprattutto l’intesa …) è fondamentale per il successo della propria squadra, un po’ come accadeva, a livello calcistico, negli anni ’60 e ’70, con la “coppia di interni“, fra le più famose delle quali si possono citare Mazzola e Suarez all’Inter, così come Lodetti e Rivera al Milan, al pari di Bulgarelli ed Haller al Bologna od anche Merlo e De Sisti alla Fiorentina e così via …

Figuriamoci se poi questa importante liaison avviene addirittura tra due fratelli – e quasi gemelli, come andremo tra poco a verificare – quali vantaggi ne può trarre la formazione che è in grado di schierarle, ed in questo a beneficiarne è “L’equipe de France”, che grazie a loro riesce a conquistare il suo primo “Grande Slam” nella storia del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni”.

Per chi non lo avesse ancora capito, stiamo parlando dei fratelli Guy e Lilian Camberabero, nati entrambi a Saubiom nella Nuova Aquitania a distanza quasi cronometrica di un anno l’uno dall’altro, visto che Guy, il maggiore, vede la luce il 17 maggio 1936 e Lilian il 15 luglio dell’anno successivo.

In Francia, nel corso degli anni ’50 – a dispetto dell’ottimo terzo posto dei “Bleus” ai Mondiali di Calcio di Svezia ’58 – il Rugby è lo Sport principale a livello di squadra, ed è pertanto normale che i due fratelli si dedichino a questa disciplina, in cui sopperiscono alle loro non eccelse dimensioni fisiche (m.1,69 Guy e m.1,63 Lilian) con una grande agilità e velocità, nonché, per quanto riguarda il maggiore dei due, con una sensibilità di calcio fuori dal comune.

Si fa presto a sentir parlar di loro, che muovono i primi passi nelle file della “Union Sportive Tyrosse” – dove a 18 anni Guy fa già parte della prima squadra, mentre il fratello minore milita ancora nella formazione giovanile – tanto che la svolta giunge nel corso del 1955, allorché l’intera famiglia si trasferisce a La Voulte-sur-Rhone per dare un cambio radicale alla propria vita …

Ad insistere per far sì che i Camberabero entrassero a far parte del XV de “La Voulte Sportif” è tale De Vecchi, il quale, per favorirne l’inserimento, convince il Presidente Jean Palix, altresì Direttore Generale della locale succursale della famosa industria chimico-farmaceutica della Rhone-Poulenc, ad assumerli in qualità di operai, così come al padre viene riservato un posto da Capo reparto.

Mai connubio ha avuto modo di rivelarsi così favorevole, visto che con l’inserimento de “Les Lutins de La Voulte” (“Gli Elfi de La Voulte”, così chiamati per la loro bassa statura …) il Club ottiene al primo impatto la promozione nella Massima Divisione rugbistica francese, categoria che mantiene ininterrottamente sino al 1978, rivestendo altresì ruoli di primo piano, come nel 1959, allorché, superata in grande stile la Fase a Gironi, giunge sino alla semifinale con la propria linea di meta inviolata – 6-0 al Cognac nei 16esimi, 3-0 sia al Perpignan negli ottavi che al Mazamet nei quarti – prima di cedere 9-16 di fronte allo Stade Montois, nelle cui file milita, curiosamente, un’altra celebre coppia del Rugby francese, vale a dire quella formata dai fratelli André e Guy Boniface.

Di questo affiatato duo (con Lilian a ricoprire il ruolo di mediano di mischia e Guy quello di apertura …) intende, per quanto ovvio, giovarsene anche la Nazionale, ed il Commissario Tecnico Jean Prat li convoca per la prima volta per il Tour estivo ’61 nell’emisfero australe, dove peraltro l’unico ad avere l’opportunità di debuttare è il più anziano Guy, schierato come mediano d’apertura nella sconfitta per 32-3 contro la Nuova Zelanda del 19 agosto.

L’esordio non propriamente felice, fa sì che Guy torni ad indossare la divisa della propria Nazionale solo a distanza di un anno, ancora un match amichevole disputato a Bucarest contro la Romania l’11 novembre ’62 e concluso con una nuova sconfitta (0-3), prima che sia lo stesso terreno di gioco a celebrare, il 29 novembre ’64, la doppia apparizione dei fratelli Camberabero, per quello che è il debutto del più giovane Lilian, che coincide altresì sia con il successo transalpino per 9-6 che con i primi punti messi a segno per il proprio Paese da Guy, autore di una meta (all’epoca valeva 3 punti …) e di un drop, la “specialità della casa” …

Si potrebbe pensare che questo sia l’inizio di una brillante collaborazione tra i due congiunti a livello di Nazionale ed invece, a dispetto dei buoni risultati ottenuti con il Club – raggiunta una seconda semifinale nel 1965, dopo aver superato, nell’ordine, Aviron bayonnais (25-6), Stade Rochelais (6-0) e Béziers (12-0), prima di cedere 14-21 ai futuri Campioni dell’Agen – ad essere convocato per le gare del “Cinque Nazioni” del 1965 e ’66 è il solo Lilian, disputando due incontri a stagione, per un record di due vittorie, un pari ed una sconfitta, senza però mai iscrivere il proprio nome tra i marcatori.

Una tendenza che compie una definitiva inversione nel corso del “Biennio di Gloriadel Rugby francese 1967-’68, e non è un caso che ad esserne protagonisti siano “i Cambé”, come sono soprannominati nell’ambiente, nonostante abbiano oramai raggiunto la soglia dei 30 anni, ma non per questo aver perso le proprie doti di agilità e precisione .

Il motivo di questa attesa deriva dalla sempre molto critica stampa transalpina, che imputa a Guy (quale mediano di apertura, il vero regista della formazione …) di non praticare il “bel gioco” tanto caro al di là delle Alpi, in quanto alle aperture alla mano preferisce, avvalendosi del suo piede particolarmente educato, il calcio a seguire per gli inserimenti delle ali, ma si sa, ciò che conta in ogni tipo di sport sono i risultati, e la Francia, dopo la vittoria nel 1962, non è più riuscita a ripetersi nelle successive quattro edizioni del prestigioso Torneo continentale.

Occorre però una prova tangibile che convinca definitivamente il Tecnico Prat della bontà della scelta, e questa giunge, puntualmente, in quella che può tranquillamente definirsi come “la gara della svolta” nella carriera internazionale dei fratelli, che si svolge l’11 febbraio ’67 a Colombes, avversaria l’Australia, dopo che “les Bleus” avevano esordito, un mese prima, al “Cinque Nazioni” venendo sconfitti 8-9 a domicilio dalla Scozia.

Gloria dello Sport della palla ovale con 6 titoli nazionali, due Coppe di Francia e due successi nel “Cinque Nazioni” da giocatore, Prat non è ancora riuscito a conquistare alcun trofeo da allenatore, tant’è che la convocazione dei Camberabero per la sfida contro i “Wallabies” rappresenta una sorta di “ultima chance” per cambiare rotta, non potendo peraltro forse lui stesso immaginare come sarebbe stato ricambiato.

Quel pomeriggio, difatti, la Francia rimonta il passivo di 5-8 con cui le due squadre erano andate al riposo, capovolgendo l’esito dell’incontro sino al 20-14 conclusivo a proprio favore, ma, cosa mai più ripetuta, tutti i punti portano la firma dei Cambé, con Lilian a realizzare l’unica meta transalpina e Guy, oltre alla relativa trasformazione, a mettere a segno al 15 punti frutto di quattro piazzati ed un drop per un totale di 17 che, all’epoca, rappresenta un record a livello di Nazionale …

Un’impresa che non lascia più alcun dubbio su a quali mani (e piedi …) affidare le sorti del XV di Francia, ottenendo oltretutto un’immediata conferma a due settimane di distanza, allorché la formazione di Prat si impone per 16-12 sull’Inghilterra a Twickenham – dove non vinceva da 12 anni, vale a dire dal 16-9 del 26 febbraio ‘55 – con ancora la precisione al tiro di Guy a fare la differenza, convertendo le due mete realizzate da Claude Durthe e Bernard Duprat, cui unisce un drop ed una punizione in mezzo ai pali.

Allenatosi per le due ultime, decisive sfide del “Cinque Nazioni” contribuendo con 27 punti (9 trasformazioni, 2 piazzati ed un drop …) alla demolizione per 60-13 dell’Italia a Tolone il 26 marzo ’67, una settimana dopo, l’1 aprile a Colombes, Guy Camberabero firma un’impresa “storica” nel successo per 20-14 sul Galles, in quanto, dopo aver trasformato una delle due mete realizzate da Benoit Dauga e Durthe, realizzato un calcio di punizione e centrato per due volte i pali su calcio di rimbalzo (uno dei quali su assist di Lilian …), si prende la soddisfazione nei minuti conclusivi di varcare egli stesso la linea di meta, così da completare quello che gli inglesi definiscono “Full House”, ovvero essere iscritto nel tabellino dei marcatori in tutte e quattro le possibili casistiche.

Manca un ultimo passo per portare a casa il Trofeo, e lo scenario si sposta al leggendario “Lansdowne Road” di Dublino, dove il 15 aprile ’67 sono in 50mila a darsi convegno per assistere alle magie del piede di Guy, il quale, dopo essersi incaricato di trasformare l’unica meta realizzata da Jean-Michel Cabanier, manda per due volte in mezzo ai pali altrettanti drop per l’11-6 definitivo che certifica il ritorno transalpino ai vertici del Rugby europeo e, per Prat, il coronamento di una fantastica carriera, potendo così lasciare, da vincitore, l’incarico di Commissario Tecnico al suo sostituto, Fernand Cazenave.

Anno 1967 che si conclude in gloria per Guy Camberabero, il quale, dopo essersi fatto apprezzare anche nel Tour estivo in Sudafrica – in particolare nel successo per 19-14 del 29 luglio contro gli “Springbocks”, in cui converte le mete realizzate da Cabanier e da Jean Trillo per poi mettere a segno i due drop decisivi – viene premiato con il prestigioso “Oscar du Midi Olympique”, quale miglior giocatore francese della stagione.

Solo un folle avrebbe potuto privarsi dei servigi dei due fratelli, e siccome Cazenave tutto è tranne che un pazzo, avvia la propria esperienza alla guida del XV francese facendo affidamento sulla splendida coppia nel match di apertura dell’edizione ’68 del “Cinque Nazioni”, che i Campioni in carica si aggiudicano per 8-6 contro la Scozia violando il terreno di gioco di “Murrayfield” ad Edimburgo, ma avendo notato un certo affaticamento, li risparmia entrambi per la seconda gara in programma a fine gennaio a Colombes contro l’Irlanda – sostituendoli con la coppia formata da Jean-Henri Mir e Jean Gachassin del Lourdes, per la gioia dei loro detrattori – che i transalpini si aggiudicano per 16-6 con il 24enne Pierre Villepreux a fare le veci di Guy in fase di trasformazione.

Posto di fronte al dilemma su chi puntare per le decisive sfide del Torneo, Cazenave sceglie la strada dell’esperienza e, recuperata la miglior forma fisica, i Canberabero sono ora pronti ad affrontare assieme le loro due ultime gare con la Nazionale, a cui forniscono un contributo fondamentale, a partire dalla sfida interna contro l’Inghilterra del 24 febbraio ’68, dove nel 14-9 conclusivo Guy mette la propria firma nel trasformare l’unica meta dell’incontro realizzata da Jean Gachassin e nel centrare i pali con un piazzato, mentre Lilian si prende, per una volta, lo sfizio di emulare il fratello maggiore nel mettere a segno un drop pure lui …

Con il Trofeo già in proprie mani prima dell’ultima giornata, grazie ai 6 punti ottenuti rispetto ai 5 dell’Irlanda che però ha già completato il programma, mentre Galles ed Inghilterra seguono a quota 3 e 2 punti, rispettivamente, l’incontro del 23 marzo al “National Stadium” di Cardiff assume una particolare rilevanza in quanto, qualora vittoriosi,les Bleus” realizzerebbero il primo “Grande Slam” nel Torneo della loro storia.

Quale modo migliore per porre fine alla loro esperienza con la Nazionale, per i due fratelli, che difatti onorano l’impegno nell’unico modo in cui sono capaci, ovverossia entrando entrambi nel tabellino in termini assolutamente decisivi, visto che all’intervallo le due squadre vanno al riposo con i padroni di casa in vantaggio per 9-3, prima che una meta di Lilian trasformata da Guy e quindi un piazzato e l’ultimo dei suoi 11 drop (ad una sola lunghezza dal record, all’epoca, detenuto dall’estremo Pierre Albaladejo, ma in 30 incontri rispetto ai 14 disputati da Camberabero …) da parte del fratello maggiore ne rovesciassero l’esito per il 14-9 conclusivo ed un “Grande Slam” che la Francia sarà in grado di replicare solo 9 anni dopo, nel 1977 …

110 punti – frutto di 2 mete, 19 trasformazioni, 11 calci di punizioni ed altrettanti drop – nelle 14 gare giocate con la maglia della Nazionale sono il contributo dato ai propri colori da Guy Camberabero, al quale il fratello Lilian ha risposto con più miseri 9 punti (2 mete ed un drop) nelle 13 occasioni in cui è sceso in campo, ma con l’invidiabile record di esserne uscito sconfitto una volta sola – e pure di stretta misura, 8-9 a Cardiff contro il Galles il 26 marzo ’66 – a dimostrazione di quanto positivo sia stato il loro impatto nella storia del Rugby transalpino e che, se a livello internazionale vede conclusa la propria esperienza, riserva ancora una piacevolissima sorpresa con il Club che li ha portati alla ribalta.

Non più, difatti, assillati dagli impegni con il XV di Francia, i Cambé possono ora dedicarsi con maggiore impegno alle sorte del Campionato, in cui, dopo aver superato il primo turno della Fase ad eliminazione diretta sia nel 1968 (sconfitti 9-47 agli Ottavi dai futuri Campioni del Lourdes) che nel ’69, dove ad interromperne i sogni di gloria, sempre agli ottavi, era stato il Montferrand (5-17), superano per la sesta volta consecutiva la Fase eliminatoria a Gironi.

Opposta nei 16esimi all’Aviron bayonnais, La Voulte Sportif ha la meglio per 9-3, per poi non avere pietà negli ottavi del Graulhet (travolto 24-3) e quindi, dopo aver superato 18-8 il Brive ai quarti, prendersi la rivincita sull’Agen che l’aveva eliminata nel ’65 all’identico stadio della Competizione,  imponendosi per 9-3 ed accedere così alla prima, nonché unica, Finale per il titolo della propria storia.

Avversaria della sfida, allo stadio di Tolosa, in quel memorabile 17 maggio 1970, è la formazione del Montferrand e, per entrambe, si tratterebbe del primo titolo, ragion per cui l’importanza della posta in palio ha il predominio sul bel gioco, tanto che l’incontro si rivela avaro di emozioni ed a risolverlo in favore della compagine dei fratelli Camberabero è una meta messa a segno da Renaud Vialar, per una volta tanto non trasformata da Guy, per il 3-0 che sancisce il trionfo de La Voulte.

Non avendo oramai più nulla da chiedere alla loro attività agonistica, Lilian si ritira nel 1971 e Guy poco più tardi, restando comunque entrambi nel Mondo del Rugby svolgendo attività di allenatore, mentre il destino riserva loro percorso diversi al di fuori del panorama della palla ovale.

Entrambi sposati, dai rispettivi matrimoni, difatti, mentre Lilian – scomparso a fine 2015 all’età di 78 anni, vittima di un male incurabile al fegato – ha avuto due femmine, Guy ha generato due maschi, Didier e Gilles, a cui ha così potuto trasmettere la propria passione per il Rugby, militando ambedue ne La Voulte e con il maggiore dei quali, Didier (nato il 9 gennaio 1961), a proseguire nella tradizione familiare, indossando a propria volta in 36 occasioni i colori della Nazionale transalpina, dal 1982 al ’93.

Degno figlio di cotanto padre, Didier viene selezionato per le prime due edizioni della Coppa del Mondo 1987 e ’91, disputando la Finale persa 9-29 contro la Nuova Zelanda il 20 giugno 1987 ad Auckland, ed in detto periodo mette a segno ben 354 punti – tuttora sesto miglior marcatore di ogni epoca de “les Bleus” – frutto, oltre che di 12 mete, di 48 trasformazioni, 59 calci piazzati ed 11 drop, curiosamente, questi ultimi, esattamente pari a quelli realizzati dal genitore e che li pongono, a pari merito, al terzo posto nella “Graduatoria All Time” di detta, specifica specialità.

Come dire, “buon sangue (o meglio, buon piede …) non mente …!!

 

IL BRESCIA RUGBY E QUEI RAGAZZI CHE CONQUISTARONO LO STORICO SCUDETTO NEL 1975

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Il Brescia Rugby Campione d’Italia 1975 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Nei primi anni ’70, in Italia, se dici Rugby pensi a Padova ed al suo Petrarca, che si aggiudica cinque Scudetti consecutivi dal 1970 al ’74 – tra l’altro i primi della sua storia, avendo sino ad allora dovuto subire la supremazia delle Fiamme Oro, altra Società patavina – e come sempre accade in questi casi, ci si interroga, ad inizio della stagione 1974-’75, su chi possa essere in grado di spezzare questa egemonia.

Le maggiori credenziali vanno ai neroverdi de L’Aquila, che ne avevano contrastato il successo giungendo secondi ad un sol punto di distacco nel ’74, risultando decisivi i confronti diretti, conclusi sul 6-6 in terra abruzzese ed a favore del Petrarca per 6-4 al ritorno, così come al Rugby Roma (da non confondersi con il CUS Roma), nel quale militano giocatori di spicco quali l’estremo Rocco Caligiuri e l’inglese Dick Greenwood, giunto nella Capitale proprio nell’estate ’73 e messosi immediatamente in evidenza con le sue 17 mete che lo vedono primeggiare nell’apposita Classifica.

Pochi avrebbero scommesso sul Rugby Brescia, anche se, da neopromosso, aveva concluso la stagione precedente ad un più che dignitoso quinto posto, mentre maggiore curiosità si riversa sul CUS Genova, la formazione del leggendario terza linea centro Marco Bollesan, che per tre anni di seguito, dal 1971 al ’73, era giunto secondo, sfiorando l’impresa nel ’73, superato dal Petrarca di un solo punto, in virtù del sorpasso avvenuto alla penultima giornata con il successo dei veneti per 18-8 nello scontro diretto.

Ma l’estate ’74 porta in serbo un trasferimento che sposta gli equilibri, ovverossia quello del già citato Bollesan dal CUS Genova proprio a Brescia, l’elemento in grado di fare da collante tra i reparti e già da un decennio colonna anche della Nazionale italiana.

Operaio all’Italsider di Genova, Bollesan ha al suo attivo già uno Scudetto, conquistato nel 1966 con la Partenope Napoli – che così bissava il titolo dell’anno precedente – allorché per andarvi a giocare venne trasferito nello stabilimento di Bagnoli, per poi fare ritorno nella sua città d’adozione, lui nato a Chioggia, per far vivere al Club ligure il suo triennio d’oro.

Abbiamo dato spettacolo”, ricorda Bollesan del suo secondo periodo a Genova, “praticavamo quello che oggi si definirebbe “Rugby champagne”, il che ci permetteva di andare regolarmente in meta, più di ogni altra squadra, ma il nostro punto debole erano i calci piazzati, non avendo nelle nostre file un calciatore degno di tal nome, così che gli Scudetti li vinceva il Petrarca …!!”.

Lacuna, quest’ultima, che non si presenta a Brescia dove, a fine estate ’72, giunge il gallese David Cornwall, classe 1947, convinto a trasferirsi in Italia dal connazionale David Williams, approdando a Bologna ed è in occasione di un match di Serie B tra i felsinei ed il Brescia, vinto dai primi 9-7 grazie a tre suoi calci piazzati in mezzo ai pali, che il General Manager lombardo Lorenzo Bonomi lo contatta per poi riuscire a strappare il suo consenso a trasferirsi a Brescia, dando sin dal primo momento dimostrazione della sua abilità al piede, dato che conclude il Campionato ’74 con il maggior numero di punti realizzati, pari a 188, laddove nelle stagioni precedenti si faceva fatica a superare “quota 100” …

Bollesan non approda da solo comunque a Brescia, portandosi dietro il compagno di squadra Paolo Paoletti, 22enne tallonatore di Frasciati, mentre da San Donà a rinforzare il XV lombardo arriva il seconda linea Adriano Fedrigo, che già conta 19 presenze in azzurro.

Innesti importanti, dunque, in una formazione che l’anno precedente ha posto le basi per disputare una stagione al vertice, ben guidata dall’allenatore/giocatore Giuseppe Vigasio e tra cui spicca pure un “figlio d’arte”, ovverossia Luciano “Cochi” Modonesi, il cui padre Alberto faceva parte della prima formazione dell’Italia scesa in campo il 20 maggio 1929 a Barcellona contro la Spagna, venendo sconfitta 0-9, il quale non voleva che il figlio si dedicasse anch’egli allo Sport della palla ovale, mentre, al contrario, supera largamente le imprese paterne, vestendo in ben 17 occasioni i colori azzurri.

L’inizio del Torneo è positivo per i lombardi, con 5 convincenti vittorie in altrettante gare di Campionato, ivi compreso un netto 26-3 alle Fiamme Oro Padova per poi dover ospitare, a sette giorni di distanza, i cinque volte Campioni d’Italia del Petrarca, venendo sconfitti a domicilio per 3-16, cui seguono un pari per 6-6 a Treviso ed una seconda sconfitta per 9-13 a L’Aquila alla penultima di andata, girone concluso comunque in testa alla Classifica con 17 punti, grazie ai preziosi successi interni contro Rovigo (11-3) e Rugby Roma (24-6), mentre il Petrarca, al comando sino alla nona giornata con un solo passo falso nel sempre ostico derby con le Fiamme Oro, perso 3-12, si ritrova staccato di un punto a causa delle sconfitte di misura patite nei due ultimi turni per 8-10 e 3-4 contro Rovigo e L’Aquila rispettivamente, con quest’ultima ad aver raccolto 15 punti al giro di boa.

Campionato quanto mai incerto, dunque, in cui a fare la differenza sono i confronti diretti, con il primo, fondamentale test ad andare in scena alla sesta di ritorno a Padova dopo che la settimana prima i “cugini” delle Fiamme Oro avevano fatto un grosso favore ai Campioni in carica infliggendo al Brescia per 9-7 la sua terza ed ultima sconfitta stagionale, consentendo al Petrarca di affiancarla in vetta alla Classifica a quota 24, al pari de L’Aquila che nel ritorno ha lasciato un solo punto nel pari per 12-12 contro il Rovigo.

Mai si sarebbe potuto ipotizzare che, a metà del girone di ritorno, tre squadre si dividessero la testa della Classifica a parità di punti, e con ancora i tre scontri diretti da disputare, ed il pareggio imposto da Bollesan & Co. per 12-12 sul campo dei pluricampioni d’Italia, al di là dell’aver consentito a L’Aquila, facilmente vittoriosa per 20-3 nel Capoluogo ligure su un derelitto CUS Genova – il quale terminerà il torneo con tutte sconfitte ed un mortificante -1 in graduatoria quale punto di penalizzazione per aver rinunciato alla troppo onerosa trasferta di Catania contro l’Amatori – di aver preso un minimo vantaggio, è visto in chiave positiva, dovendo ospitare i neroverdi alla penultima giornata.

L’importante è non commettere passi falsi nelle successive tre giornate – che segnano, al contrario, l’abdicazione del Petrarca, fermato sul 10-10 dal Rugby Roma e sconfitto 4-13 sul sempre ostico terreno di Treviso – cosa che i lombardi portano a termine con il convincente successo interno per 22-13 sui trevigiani e la sofferta vittoria (6-4) a Rovigo nella settimana antecedente il “match che vale una stagione” …

Anche L’Aquila, difatti, ha proseguito nella sua marcia, dimostrando altresì un’ottima condizione di forma nella gara che precede lo scontro diretto sommergendo di mete per un punteggio finale di 49-6 un Frascati che aveva costretto al pari i bresciani alla terza di ritorno, e, pertanto, la sfida si presenta quanto mai incerta.

Un’incertezza che regna sovrana per tutti gli 80’ di gioco, ma quando l’arbitro decreta la fine dell’incontro il tabellone recita 8-7 per i lombardi che così riconquistano la vetta della Classifica alla vigilia dell’ultima giornata, ma è ancora presto per cantar vittoria, dato che il calendario propone come impegno conclusivo l’insidiosa trasferta nella capitale contro il Rugby Roma, terzo con 29 punti rispetto ai 33 del Brescia ed ai 32 dell’Aquila (a propria volta impegnata al “Fattori” contro gli oramai ex Campioni del Petrarca), per nulla intenzionato a fare favori a chicchessia.

L’appuntamento con la storia è fissato per domenica 20 aprile 1975, teatro lo “Stadio Flaminio” di Roma dove si sono trasferiti in massa tutti gli appassionati di rugby della “Leonessa d’Italia” per vivere un sogno che si sta trasformando in realtà, ed allorché alle 16:30, a conclusione dell’incontro iniziato alle ore 15:00, la missione è compiuta grazie al 19-12 con cui si conclude la gara, pianti, abbracci ed urla di gioia si sprecano sulle tribune, con anche il pubblico di casa a rendere omaggio all’impresa compiuta dal XV lombardo, mentre in campo Vigasio e Cornwell – che si è confermato leader della Classifica marcatori con 151 punti – vengono portati in trionfo dai compagni di squadra.

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Il trionfo del Brescia Rugby sulla stampa locale – da:bresciaoggi.it

Se la gioia in tribuna è più che legittima, immaginate quella di quegli “omoni che hanno compiuto l’impresa”, che non è mai consigliabile avere nel proprio locale per festeggiare uno Scudetto in parte inatteso, e ne sa qualcosa il proprietario del Ristorante “Da Banana”, che dopo il passaggio di quell’orda festante che aveva celebrato la storica conquista la sera stessa a Brescia, rimase chiuso per una settimana …

Se primeggiare non è mai facile, ripetersi lo è generalmente ancor di più, e la stagione seguente “la sfida a tre” tra i neo Campioni d’Italia, il Petrarca e L’Aquila si arricchisce di un ulteriore protagonista, ovverossia il Rovigo, a digiuno di titoli dal 1964 dopo aver messo in fila un poker di successi tra il 1951 ed il ’54 ed un tris tra il 1962 ed il ’64, appunto.

Anche in questo caso – come accaduto con il trasferimento di Bollesan dal CUS Genova a Brescia – vi è una discriminante a fare la differenza, ovverossia il ritorno in Italia, dopo 20 anni di assenza del “guru” del Rugby francese, al secolo Julien Saby, colui che, senza tema di smentita, può essere a giusta ragione considerato uno dei personaggi più influenti nello sviluppo della disciplina nel nostro Paese, avendo a tre riprese guidato anche gli Azzurri, nonché allenato gli Amatori Milano, Campioni d’Italia nel lontano 1936.

Quest’ultimo dato fa ritenere che il tecnico transalpino non sia propriamente un ragazzino allorché valica nuovamente le Alpi, e difatti ha già raggiunto i 72 anni allorquando nell’estate ’74 accetta l’incarico di riportare il Rovigo ai fasti del decennio precedente, opera per completare la quale giunge al “Battagliniil seconda linea sudafricano Dirk Naudè, che si affianca al veterano Isidoro Quaglio, nel mentre il compito di finalizzare l’azione offensiva dei rodigini spetta al trequarti ala Elio De Anna, 27 presenze in azzurro con 32 punti per lui.

Non che Brescia non le provi tutte per confermare il fresco titolo a lungo agognato, visto che a due giornate dal termine è appaiato in testa alla Classifica al XV veneto con 34 punti, frutto di 16 vittorie, 2 pareggi ed altrettante sconfitte, mentre Rovigo, pur battuto solo a Roma per 25-17 alla quarta giornata, si è fatto fermare per 4 volte sul pari, con ancora però lo scontro diretto in programma proprio in casa dei nei scudettati all’ultima giornata.

Sfida che è preceduta da un emozionante turno precedente, che vede protagoniste le due formazioni patavine, con il Petrarca, oramai fuori dai giochi per il titolo, a fare lo sgambetto agli “storici” rivali, imponendosi al “Battaglini” per 10-9, inciampo di cui i lombardi non sanno a loro volta approfittare cadendo malamente a Padova per 9-31 contro le Fiamme Oro.

Un brutto “campanello d’allarme”, che non fa presagire nulla di buono in vista della partita cruciale della settimana successiva, presentimenti che si trasformano in realtà allorché, guidato da un De Anna che conclude la stagione come miglior marcatore di mete con 19 all’attivo, Rovigo espugna il terreno bresciano per 12-6 così impedendo al XV lombardo di ripercorrere, a distanza di 10 anni esatti, l’identico percorso della Partenope Napoli, che conquistò i suoi due unici Scudetti nel biennio 1965-’66.

Ma anche se non confortata dall’auspicato bis, resta pur sempre nella storia, non solo del Rugby, ma di tutto lo Sport bresciano il titolo del 1975, che rappresenta altresì la prima volta che un titolo di Campione d’Italia approda nella città lombarda, per averne un secondo occorrerà attendere 28 anni, allorché nel 2003 un tale onore tocca alla formazione di Pallanuoto …

Come possibile, quindi, che “i XV che fecero l’impresa” non siano ricordati ad imperitura memoria come coloro che hanno dato lustro sul piano sportivo ad una delle più celebri e storiche città della Lombardia …

 

LAWRENCE DALLAGLIO, IL COLOSSO DI ORIGINI ITALIANE CHE FECE GRANDE L’INGHILTERRA DEL RUGBY

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Lawrence Dallaglio – da:standard.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Come in un qualsiasi Sport di squadra, anche nel Rugby vi sono ruoli più appariscenti, che entusiasmano gli spettatori, quali i due mediani di mischia e di apertura, con quest’ultimo, di solito, deputato a calciare tra i pali trasformazioni e punizioni, quand’anche non drop spesso decisivi – chi non ricorda le parabole vincenti di Joel Stransky nella Finale dei Mondiali ’95 e di Jonny Wilkinson in quella del 2003 che dettero la vittoria a Sudafrica ed Inghilterra nei rispettivi Tornei – per non parlare delle ali, chiamate con la loro velocità di base a concludere, il più delle volte, le azioni alla mano.

Non si può però prescindere da un “ruolo chiave”, ovverossia colui designato a fare il “lavoro sporco” in mezzo al terreno di gioco, il “Terza linea centro”, che nel gergo anglosassone viene più semplicemente definito “Number Eight” (”Numero otto”) dal numero di maglia che indossa e che, come facilmente intuibile, essendo il Rugby disciplina che si gioca in 15 giocatori per squadra, esso individua l’esatta metà degli stessi, come una specie di spartiacque fra difesa ed attacco.

Il “numero 8”, pertanto, deve avere caratteristiche di forza fisica pari ad un giocatore di mischia, abbinate però alle qualità tecniche di un trequarti data la sua doppia veste di dover essere il primo ostacolo alle offensive avversarie ed, altresì, pronto a rilanciare la manovra per la propria squadra.

Capirete pertanto, come per ricoprire un tale ruolo siano innanzitutto necessarie qualità fisiche non indifferenti, dovendo cercare di dominare la scena in mezzo al campo, che uniscano forza ed agilità tali da rappresentare una sorta di frangiflutti dalla cui prestazione può dipendere l’esito di un incontro.

Non voglio dire che certi doti si possano riconoscere alla nascita, ma allorché i coniugi Vincenzo (un italiano emigrato in Gran Bretagna) ed Eileen (anglo-irlandese), misero al mondo il 10 agosto 1972 a Londra il loro secondogenito, averlo chiamato Lorenzo Bruno Nero, poi “inglesizzato” in Lawrence, un qualche segno deve averlo pur dato …

Personaggio carismatico e la cui vita, sia sportiva che al di fuori del Rugby sembra un romanzo, il giovane Lawrence riceve una perfetta educazione, frequentando dapprima la “King’s House School” e quindi lo “Ampleforth College”, uno dei più famosi Istituti cattolici del Regno Unito, periodo durante il quale è al centro di un curioso evento per uno che nella pratica agonistica sarà sempre al centro di epiche sfide a colpi di muscoli.

Accade, difatti, che a 13 anni, Lawrence incida, assieme ad altri 20 compagni di scuola del coro della “King’s House”, le voci di sottofondo del celebre brano “We don’t need another Hero” cantato da Tina Turner ed utilizzato quale colonna sonora del film “Mad Max – Oltre la sfera del tuono” (1985), circostanza rimasta del tutto sconosciuta sino a quando, a venti anni di distanza, il Sindacato dei Musicisti Britannici non verifica come ai ragazzi del coro non fossero mai stati riconosciuti i diritti su tale prestazione, mettendosi alla ricerca dei componenti e svelando così la presenza tra di loro dell’oramai affermato rugbista, nonché Campione del Mondo, Dallaglio, il quale peraltro dona la quota di sua spettanza ad un Fondo di assistenza creato in memoria del suo insegnante di canto.

Nel frattempo, la “voce bianca” era alquanto cresciuta, sino a raggiungere i 191cm. di altezza ed i 112kg. di peso, misure ottimali per il ruolo che lo avrebbe reso celebre nel mondo del Rugby, al quale si avvicina a livello professionistico nel 1990, firmando per i London Wasps dopo essere stato colpito da un tragico lutto l’anno precedente, vale a dire la perdita dell’adorata sorella maggiore Francesca, perita a 19 anni il 10 agosto ’89 (dieci giorni dopo il 17esimo Compleanno di Lawrence …) nel ribaltamento di un battello fluviale sul Tamigi che provoca la morte di 51 persone.

A causa delle sue triple origini, Dallaglio avrebbe potuto essere selezionato per le Nazionali di Italia, Inghilterra ed Irlanda e, difatti, già nell’anno del suo esordio con i Wasps, ci sono dei sondaggi da parte della Federazione del trifoglio per verificarne la disponibilità a giocare con loro, invito che il 18enne Lawrence cortesemente declina.

Mai scelta si dimostra più lungimirante, poiché, nel frattempo, Dallaglio inizia a scalare le gerarchie all’interno del suo Club – al quale rimarrà fedele per l’intera sua carriera – tanto da ricevere i gradi Capitano nel ’95 ad avvenuto trasferimento di Rob Andrew al Newcastle, anno che si conclude con l’esordio in Nazionale, dapprima come riserva, subentrando nella ripresa del test match disputato il 18 novembre a Twickenham contro i Campioni del Mondo del Sudafrica, e quindi un mese dopo, il 16 dicembre, sullo stesso terreno, bagna la sua prima gara da titolare andando in meta nel successo per 27-9 sulle Isole Samoa.

Quanto la presenza di Dallaglio inizi a divenire fondamentale per i propri compagni di squadra, se ne ha una chiara dimostrazione dall’esito della Premiership ’97 che i London Wasps si aggiudicano a dispetto del fatto che altri quattro giocatori di livello avessero seguito Andrew al Newcastle, dominando la stagione – che all’epoca prevedeva l’assegnazione del titolo al termine del Girone all’italiana, senza disputa di playoff – in cui collezionano 18 vittorie, un pari e solo tre sconfitte, con la perla del successo per 40-36 sul campo dei Campioni in carica del Bath, vincitori di ben 5 titoli nelle precedenti 6 stagioni.

Successo al quale i London Wasps abbinano due vittorie consecutive nella “Anglo-Welsh Cup – Torneo che vede impegnate le 12 partecipanti alla Premiership inglese e quattro formazioni gallesi – nel 1999, superando 29-19 in Finale il Newcastle di Jonny Wilkinson, e l’anno seguente avendo la meglio per 31-12 su Northampton, trionfi che rappresentano per Dallaglio una sorta di “ritorno alla vita” dopo uno scandalo che lo aveva pesantemente coinvolto.

Oramai divenuto punto fisso del XV inglese, con il Commissario Tecnico Clive Woodward ad assegnargli la fascia di Capitano già nel ’97 a soli 25anni dopo aver vinto il “Torneo delle 5 Nazioni” nel ‘96, il 24 maggio ’99 il più celebre settimanale scandalistico britannico, ovverossia “The News of the World”, spiattella in prima pagina a caratteri cubitali la notizia che Dallaglio avrebbe fatto uso di droghe pesanti (eroina e cocaina …), anche se la circostanza viene riferita come relativa a fatti avvenuti 8 o 9 anni prima, con in più il particolare che il Capitano della Nazionale si sarebbe vantato di aver assunto tali sostanze durante una festa in Sudafrica nel ’97 al seguito dei “British Lions”.

Il giocatore si difende negando decisamente di aver mai fatto uso di simili sostanze, asserendo che le dichiarazioni a lui attribuite gli erano state estorte con un trucco durante un party in cui aveva solo ecceduto in alcolici, ma nulla più di questo.

Considerata l’integerrima condotta sempre tenuta da Dallaglio e ben sapendo quale fosse, al contrario, lo stile della rivista, sempre a caccia di “Scoop” memorabili, alla fine il giocatore viene assolto dalle accuse, pur venendo multato di 15mila sterline dalla “Rugby Football Union” per il discredito creato a tale disciplina, ma senza impedirgli di essere selezionato per i Mondiali che si sarebbero svolti ad inizio ottobre del medesimo anno proprio nel Regno Unito, e che vedono l’Inghilterra eliminata nei Quarti di finale dai campioni in carica del Sudafrica, che si impongono con un netto 44-21.

Non il modo migliore per finire il secolo, per il 28enne di origini italiane, visto che le accuse rivoltegli avevano comunque messo in discussione la sua immagine nei confronti dei tifosi, ma alle quali reagisce nel migliore dei modi e quello che più conosce, ovverossia raddoppiando le energie sul terreno di gioco, sia a livello di Club che con la Nazionale per riscattarsi agli occhi di chiunque voglia mettere in dubbio la sua dirittura morale …

Ed ecco allora giungere altre due vittorie consecutive nel Torneo europeo che, con l’aggiunta dell’Italia a far tempo dall’edizione 2000, diventa il “Sei Nazioni”, che l’Inghilterra si aggiudica nel 2000 (con Dallaglio ad andare in meta nella decisiva sfida vinta 46-12 contro il Galles …) e 2001, in cui va due volte in meta nel 43-3 rifilato alla Scozia, per poi vivere il suo “Anno di Gloria” nel 2003.

Divenuto fulcro intoccabile della mediana inglese con il suo “numero 8” ben stampato sulla maglia ed a fianco i fedeli Richard Hill e Neil Back, tanto che la stampa inglese definisce il trio come la “Santa Trinità, Dallaglio fornisce il suo consueto, nonché determinante contributo alla vittoria nel “6 Nazioni”, concluso con il “grande slam”, ovverossia l’aver vinto tutti e cinque i match disputati, con la “ciliegina sulla torta” di una delle cinque mete realizzate dal XV della rosa nell’ultima, decisiva sfida, vinta 42-6 al “Lansdowne Road” di Dublino, di fronte all’Irlanda, il 30 marzo ’03.

Ma non c’è tempo per festeggiare, poiché incombono le decisive sfide per la Premiership che, dopo un quadriennio di vittorie consecutive dei “Leicester Tigers”, vede i Campioni in carica tagliati fuori dalla lotta per il titolo, avendo la stagione regolare visto prevalere Gloucester, con largo margine sui London Wasps e Northampton.

Con i Playoff introdotti proprio dalla stagione 2002-’03, le due seconde si affrontano tra d loro sul campo dei Wasps, meglio classificati, i quali si impongono per 19-10 il 17 maggio ’03 per poi sfidare, due settimane dopo, il Gloucester nella Finale per il titolo a Twickenham, di fronte a 42mila spettatori.

Il brutto (od il bello, dipende dai punti di vista …) dei Playoff è che annullano quanto successo durante la stagione – anche se i due confronti diretti avevano visto una vittoria per parte, sui rispettivi terreni amici, per 23-16 a favore dei Wasps cui aveva replicato il 24-17 di Gloucester al ritorno – e, quel pomeriggio di fine maggio a Londra, non vi è assolutamente partita, con Dallaglio a sollevare la Coppa dopo aver travolto per 39-3 i malcapitati avversari.

Sperare di concludere l’anno con il successo ai Mondiali che si svolgono da metà ottobre in Australia può sembrare un sogno di difficile realizzazione, ma poiché non bisogna mai porre limiti alla divina provvidenza, ecco che un’ulteriore iniezione di fiducia giunge dalla franca vittoria per 25-6 nel Girone eliminatorio a spese del Sudafrica che aveva estromesso l’Inghilterra dai giochi quattro anni prima …

Passo dopo passo, cadono anche il Galles (28-17) nei Quarti e la Francia (24-7) in semifinale, a conferma che il trionfo nel “6 Nazioni” di febbraio/marzo non era certo casuale, ma ora resta l’ostacolo più duro, ovverossia il dover affrontare in Finale i padroni di casa dell’Australia sul loro campo, il “Telstra Stadium” di Sydney, di fronte a quasi 83mila spettatori.

Impresa che sembra ancor più difficile dopo la meta siglata da Tuqiri dopo appena 6’ di gioco per i Wallabies, ma l’Inghilterra non demorde, ricuce lo strappo grazie ai piazzati di Wilkinson per poi piazzare un colpo che può sembrare decisivo in chiusura di primo tempo allorché è proprio Dallaglio, imperioso nel conquistare un ovale a metà campo, avanzare sino all’area dei 22 metri per poi aprire lateralmente a Wilkinson che in un attimo fa volare in meta l’ala Jason Robinson per il 14-5 con cui le due squadre vanno al riposo.

La storia ci ricorda di come l’Australia riesca ad acciuffare il pari proprio allo scadere e tocchi poi al piede fatato di Wilkinson realizzare al 100’ di gioco il drop che sancisce il successo inglese, con Dallaglio ad uscire stremato dai numerosi scontri a metà campo e con, forse, un pizzico di amarezza nel vedere Martin Johnson alzare al cielo di Sydney la Webb Ellis Cup, gesto che sarebbe toccato a lui senza quel “maledetto” incidente di percorso …

Poco male, comunque, poiché raggiunta la vetta del Rugby mondiale vi sono ancora impegni di Club da onorare, ed il ritiro di Johnson dopo il titolo iridato consente a Dallaglio di riconquistare la fascia di Capitano della Nazionale, anche se lui stesso vi rinuncia un anno dopo, poiché le lotte che ha dovuto sostenere con tanti colpi (dati e ricevuti …) iniziano a lasciare il segno anche in un fisco possente come quello dell’italoinglese, che comunque conferma il titolo della Premiership anche nel 2004 (vittoria in Finale 10-6 sul Bath) e 2005, dove a cadere, nella Finale disputata 14 maggio ’95 a Twickenham davanti ad oltre 60mila spettatori, sono proprio i Leicester Tigers capitanati da Martin Johnson, che cedono nettamente per 39-14.

Una tale, brillante carriera, non può però prescindere da un successo europeo anche a livello di Club, ovverossia nella prestigiosa “European Rugby Champions Cup”, comunemente definita “Heinken Cup” dal nome della birra che la sponsorizza, torneo che Bath (1998), Northampton (2000) e Leicester Tigers (2001 e ’02) hanno già messo in bacheca tra le formazioni inglesi, così che l’edizione 2003-’04 sembra quella giusta per i Wasps, potendo contare sul loro capitano al top della condizione psicofisica, reduce dai trionfi della stagione precedente.

Detto fatto, vinto il Girone eliminatorio – la formula è molto simile a quella della “Champions League” calcistica – con una sola sconfitta contro i gallesi del Celtic Warriors, i London Wasps dominano sul terreno amico i “cugini” di Gloucester, sconfitti 34-3 nei Quarti di Finale, per poi compiere l’impresa di espugnare il “Lansdowne Road” di Dublino per avere la meglio 37-32 sul fortissimo Munster e quindi acquisire il diritto ad affrontare, il 23 maggio ’04 a Twickenham, i francesi del Tolosa, detentori della Coppa.

Confermando la propria caratteristica di riuscire a dare il meglio di sé negli appuntamenti più importanti, Dallaglio trascina i suoi compagni, davanti ad oltre 70mila spettatori, alla vittoria per 27-20 sulla compagine transalpina della stella Frédéric Michalak, sfida risolta da una meta del mediano di mischia gallese Rob Howley trasformata da Mark van Gisbergen ad 1’ dal termine dopo che appena 2’ prima Elissalde aveva riportato le sorti dell’incontro in parità, sul 20-20.

Alle prese con ripetuti infortuni alla caviglia ed al ginocchio, anche un lottatore indomito – un “Braveheart”, per dirla alla scozzese – come Dallaglio è costretto a passare la mano con la Nazionale, pur disputando, da subentrato, tre incontri del “6 Nazioni” ’06, per poi compiere un incredibile “come back” dopo un’operazione alla caviglia nell’edizione ’07 della “Heineken Cup”, rientrando giusto in tempo per scendere in campo nella Finale che va in scena il 20 maggio in un “derby tutto inglese” contro i Leicester Tigers che attira sulle tribune di Twickenham oltre 80mila spettatori.

Ed ancora una volta, galvanizzati dalla presenza del loro Capitano, i Wasps si esibiscono in una superba prestazione, concedendo ai Tigers – largamente favoriti alla vigilia ed alla ricerca di uno straordinario “treble” dopo essersi già aggiudicati Premiership e la “Anglo Welsh Cup” – appena tre calzi piazzati, per un netto successo testimoniato dal 25-9 (con mete di Eoin Roddam e Raphael Ibanez) con cui si conclude l’incontro, il che porta il valoroso Dallaglio a rendere il doveroso omaggio ai suoi avversari per la stagione disputata, ma anche a sottolineare come: “i media ci davano soccombenti nel pacchetto di mischia, sulle rimesse laterali, in difesa e nei tre di centrocampo, ma non hanno tenuto conto del fatto che noi credevamo nella vittoria, è questo ti porta già ad avere la metà delle chance di successo, quando affronti il Leicester e la dimostrazione l’abbiamo data nel secondo tempo difendendo bene senza concedere alcuna meta ai nostri avversari, la chiave per aggiudicarsi il trofeo …”.

Parole da grande Capitano, indubbiamente, al quale la Federazione chiede un ultimo sforzo per partecipare ai Mondiali ’07 in Francia dove l’Inghilterra deve difendere il titolo conquistato quattro anni prima, un richiamo al quale è impossibile resistere, ancorché utilizzato part-time e che vede il XV della rosa giungere contro ogni pronostico ancora una volta in Finale contro il Sudafrica allo “Stade de France” a Paris Saint-Denis, in cui Dallaglio viene mandato in campo a 12’ dal termine sul punteggio di 15-6 per gli Springbocks, non sappiamo se più per tentare una, peraltro difficile, rimonta, o per un doveroso omaggio ad un leone di tante battaglie, che con quella gara conclude un’esperienza costituita da 85 presenze e, curiosamente, altrettanti punti, frutto di 17 mete.

A chi avrà avuto la compiacenza di giungere sino a questo punto del nostro racconto può essere lecito domandarsi se un personaggio di tale spessore voglia dare l’addio alla propria carriera, a dispetto dei 35 anni e delle battaglie sostenute in 17 anni di attività agonistica ai massimi livelli, con una sconfitta e la risposta è sin troppo logica, con l’appuntamento fissato al 31 maggio 2008, scenario quello oramai consueto, vale a dire il “tempio del Rugby inglese” di Twickenham, dove quasi 82mila spettatori non si sono voluti perdere la gara d’addio del loro “Capitano”, ma altresì quella che si presenta come un’attesa rivincita della Finale di “Heineken Cup” dell’anno precedente, e cioè il rinnovo della sfida tra Wasps e Tigers, con stavolta in palio il titolo della Premiership.

Fedele alla sua caratteristica di vincere la quasi totalità delle Finali disputate – in pratica è risultato sconfitto solo contro il Bath nel ’95 ed i Saracens ’98 nella “Anglo-Welsh Cup”, quando peraltro non ricopriva ancora il ruolo di “numero 8” – anche stavolta Dallaglio non tradisce questa sua caratteristica, ed allorché l’allenatore scozzese Ian McGeechan lo richiama in panchina, sul punteggio di 23-16 per i suoi, in quanto stremato per aver speso anche l’ultima stilla di energia, tutto il pubblico presente gli dedica una “standing ovation” condivisa anche dai tifosi del Leicester, per poi toccare all’estremo van Gisbergen centrare i pali su punizione per il 26-16 conclusivo che assegna ai London Wasps il sesto titolo della loro storia, cinque dei quali hanno visto Dallaglio nel ruolo di protagonista …

Credo che non si possano avere dubbi sul fatto che quella piccola “macchia” sul suo curriculum sia stata ampiamente riscattata, o sbaglio …??