MICHAEL LYNAGH, IL MEDIANO INNAMORATO DELL’ITALIA E CAPACE DI SCONFIGGERE ANCHE IL MALE

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Michael Lynagh – da rugbymeet.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel fare un paragone di ruoli tra Rugby e Calcio, nello sport della palla ovale il “mediano d’apertura” (n.10) rappresenta ciò che nel Football è il regista, vale a dire colui che ispira ogni azione offensiva della propria squadra e che un tempo – allorché le squadre si schieravano con i classici numeri di maglia dall’1 all’11 – era anche lui solito indossare la divisa con sulle spalle il numero 10, una specie di investitura.

E, per un decennio, tra il 1984 ed il ’95, anno del suo ritiro a livello di Nazionale, pochi al Mondo hanno saputo interpretare tale ruolo meglio di Michael Lynagh, autentico trascinatore dei “Wallabies, di cui detiene tuttora il record di punti segnati e con i quali si è aggiudicato, da protagonista, la Coppa del Mondo 1991.

Nato a Brisbane, nel Queensland, il 25 ottobre 1963 da genitori di origini irlandesi e scozzesi, da giovane Michael frequenta il “St. Joseph College” della sua città, dove inizia a praticare sia cricket che rugby, per poi propendere definitivamente verso la palla ovale allorché viene convocato, a soli 19 anni, nella prima squadra della rappresentativa del Queensland.

Messosi immediatamente in evidenzia nell’iniziale ruolo di tre quarti centro, Lynagh non ci mette molto a convincere anche i selezionatori della Nazionale australiana circa la bontà delle proprie qualità, tanto da esordire coi “Wallabies” appena 20enne, il 9 giugno 1984 nel successo per 16-3 sulle Isole Fiji, mettendo a segno i suoi primi 9 punti, frutto di altrettanti calci piazzati in mezzo ai pali.

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Michael Lynagh con la maglia del Queensland – da gettyimages.it

La definitiva consacrazione giunge per Lynagh quale miglior corredo al suo 21esimo compleanno, venendo selezionato per il Tour europeo dell’Australia nel Regno Unito di inizio novembre ’84, allorché è sempre presente nel “Grande Slam” che vede i rappresentanti dell’emisfero australe mettere in fila, una dopo l’altra, l’Inghilterra (19-3, con 11 punti di Lynagh, frutto di una meta, un piazzato e due trasformazioni), l’Irlanda (16-9, in cui Lynagh mette a segno 6 punti, grazie ad un piazzato ed ad un drop), il Galles (28-9, con una meta del n.12 australiano) ed infine la Scozia, sommersa per 37-12 a Murrayfield, in cui Lynagh dimostra ancor di più la straordinaria sensibilità del suo calcio, con ben 5 punizioni e 3 trasformazioni a centrare i pali per i suoi 21 punti totali.

Non sembra, pertanto, una mossa azzardata quella compiuta dal coach Alan Jones di affidare proprio a lui, a seguito del ritiro di Mark Ella al rientro dalla trasferta britannica, il ruolo chiave di mediano d’apertura, a dispetto della giovane età, compito che Lynagh esegue senza sbavature, formando una cerniera a metà campo con il mediano di mischia Nick Farr-Jones, ideale per lanciare le ficcanti iniziative offensive dei vari Tim Horan, Jason Little e David Campese e che porteranno i “Wallabies” ad alzare al cielo di Twickenham la “William Webb Ellis Cup” nel ’91.

Ma prima di tale trionfo, Lynagh e l’Australia devono registrare l’amarezza patita nella prima edizione della Coppa del Mondo, congiuntamente organizzata assieme alla Nuova Zelanda tra maggio e giugno ’87, per quella che doveva essere una “Finale annunciata” tra le due super potenze dell’emisfero australe.

Ed invece, a rompere le classiche “uova nel paniere”, dopo aver superato imbattuti il Girone eliminatorio – con tanto di un significativo successo per 19-6 sull’Inghilterra nella gara d’esordio – ed aver altrettanto agevolmente travolto per 33-15 (con Lynagh a trasformare tutte e quattro le mete “Aussie”, oltre a realizzare tre piazzati per 17 punti totali) l’Irlanda ai Quarti, giunge la beffa nella Semifinale contro la Francia, decisa da una meta di Serge Blanco allo scadere, poi trasformata da Camberabero per il 30-24 a favore dei transalpini, nonostante Lynagh avesse fornito il suo consueto apporto al piede con ben 16 punti, frutto di tre piazzati, un drop e la trasformazione delle due mete realizzate da Codey e Campese.

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Lynagh contro la Francia nella semifinale ’87 – da gettyimages.it

Una delusione difficile da digerire, ma il bello dello Sport sta proprio nel fatto che fornisce quasi sempre una seconda chance e Lynagh, in particolare, mette a frutto il quadriennio post mondiale per acquisire quel giusto bagaglio di esperienza internazionale che lo porta, alla soglia dei 28 anni, ad essere pronto per guidare i propri compagni verso la conquista della Coppa del Mondo nel Regno Unito, proprio su quei terreni di gioco che gli avevano fatto conquistare, sette anni prima, la fiducia dei tecnici australiani, compreso quel Bob Dwyer che ha rilevato Jones alla guida della Nazionale a far tempo dal 1988.

Inserita nel terzo Girone con Argentina, Galles e Samoa Occidentali, l’Australia non ha difficoltà alcuna ad avere la meglio su “Pumas” e “Dragoni”, incontrando viceversa un ostacolo non indifferente contro la fisica difesa dei samoani, match del quale vengono a capo per 9-3 solo grazie alla consueta precisione di Lynagh che centra per tre volte i pali su altrettanti calci piazzati, così da consegnare ai “Wallabies” un insidioso Quarto di finale al “Lansdowne Road” di Dublino contro i padroni di casa irlandesi.

Dinnanzi ad oltre 50mila sostenitori, le due squadre vanno al riposo sul punteggio di parità (6-6), con Campese ad aver violato la linea di meta avversaria, con conseguente conversione di Lynagh a fronte di due piazzati del mediano d’apertura irlandese Ralph Keyes e, nel secondo tempo, una seconda meta dell’ala australiana, altresì trasformata, sembrava poter indirizzare il match dalla parte australe, se non che la giornata di grazia al piede di Keyes (autore anche di un drop ad inizio ripresa …) teneva in partita l’Irlanda per poi passare clamorosamente in vantaggio per la prima volta nel match grazie all’unica meta in carriera realizzata da Hamilton che, trasformata, ribalta il risultato sul 18-15 in favore del XV del trifoglio tra scene incredibili di delirio tra i propri supporters, con tanto di invasione pacifica del terreno di gioco da parte di alcuni di essi.

Oramai sull’orlo del baratro, l’Australia tenta una disperata rimonta, che la porta ad usufruire di un calcio piazzato a pochi istanti dal fischio finale e che, se messo a segno, avrebbe portato le due squadre ai supplementari, ma Lynagh opta per giocare alla mano, con l’ovale che passa velocemente dalle sue braccia a quelle di Little e quindi di Campese, seguito a rimorchio dallo stesso Lynagh che si incarica di schiacciare la palla in meta ad avvenuto placcaggio del compagno, per i punti del definitivo 19-18 che apre ai “Wallabies” la strada verso la Semifinale contro i rivali storici degli All Blacks.

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La decisiva meta di Lynagh contro l’Irlanda – da espn.co.uk

L’intuizione e la successiva giocata di Lynagh – per quella che, all’epoca, era la sua undicesima meta con la maglia della Nazionale – rappresentano quel “segnale” che spesso si verifica in ogni grande Manifestazione, vale a dire la scintilla che permette al XV dei “Canguri” di acquisire la necessaria autostima per convincersi che possono far propria la Coppa del Mondo, vieppiù confermata dall’inattesa facilità con cui dispongono dei Campioni in carica neozelandesi, cui concedono solo due piazzati, a fronte delle due mete realizzate da Campese ed Horan, nel 16-6 già messo in cassaforte con il 13-0 con cui le due squadre erano andate al riposo.

Ultimo scoglio, ancora una sfida contro i padroni di casa, stavolta rappresentati dall’Inghilterra, affrontata il 2 novembre 1991 a Twickenham davanti ad oltre 56mila spettatori, e nuovamente la compattezza del XV australiano si dimostra ostacolo insormontabile per gli attacchi inglesi, anch’essi al pari degli All Blacks limitati a soli due piazzati dell’estremo John Webb, per un successo anche stavolta costruito nella prima frazione di gioco, chiusa sul 9-0 grazie alla sola meta dell’incontro messa a segno dal pilone Tony Daly, mentre gli altri 8 punti (la relativa conversione e due punizioni in mezzo ai pali) nel 12-6 con cui si conclude la sfida portano la firma, come di consueto, di Michael Lynagh.

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Lynagh (primo a sin.) festeggia coi compagni il Mondiale ’91 – da gettyimages.de

Raggiunto l’apice della carriera per ogni sportivo, costituito dal successo in un Mondiale, Lynagh compie la “scelta di vita” che gliela cambierà, anche dal punto di vista affettivo, seguendo le orme del suo compagno di Nazionale David Campese per approdare in Italia, accasandosi al Benetton Treviso – mentre l’ala di origini venete gioca nell’Amatori Milano dopo aver militato per quattro stagioni nel Petrarca Padova – che porta all’immediata conquista del suo quinto titolo italiano.

Conclusa la stagione regolare in quinta posizione, i trevigiani innestano la marcia in più nei playoff, eliminando in due gare secche il Petrarca Padova nei Quarti di finale con risultati (55-3 e 30-9) che non ammettono repliche, per poi far fuori proprio i Campioni in carica di Milano delle stelle Campese e Diego Dominguez e che avevano chiuso al primo posto il Campionato, anch’essi doppiamente sconfitti, con il 18-15 all’Arena e l’ancor più netto 27-9 al “Monigo, così guadagnando il diritto a disputare la Finale in gara unica contro i rivali storici di Rovigo.

Con come scenario l’impianto “Plebiscito” di Padova, sono quasi 10mila spettatori a godersi il 6 maggio 1992 lo “one man show” di Lynagh, che fa sua la sfida nella sfida con il fuoriclasse sudafricano e pari ruolo Naas Botha, mettendo a referto ben 19 dei 27 punti (a 18) che consegnano lo Scudetto alla Benetton, frutto di due mete, una conversione e tre calci piazzati andati a segno, per poi essere meritatamente portato in trionfo dagli estasiati tifosi trevigiani.

La successiva stagione registra la rivincita dell’Amatori Milano che, oltre a dominare la “regular season” con 21 vittorie a fronte di una sola sconfitta, riscatta l’eliminazione subita in semifinale l’anno precedente travolgendo Treviso nella Finale Scudetto disputata ancora a Padova, ed in cui i 5 piazzati in mezzo ai pali di Lynagh rappresentano i soli 15 punti del XV veneto, rispetto alle 4 mete (di cui una di Campese …) dei milanesi, che possono altresì godere dell’altrettanto educato piede di Dominqguez, che ne converte tre e centra anch’egli per 5 volte in pali su punizione.

L’attività sul Vecchio Continente non distoglie Lynagh dai suoi “doveri” verso la Nazionale, di cui dal 1993 ne diviene altresì il Capitano, ed anche se le due successive stagioni vedono il Benetton eliminato in semifinale nel ’94 e raggiungere la sua terza Finale in quattro anni nel ’95, ancora contro Milano – nel frattempo entrato nell’ambito della “Polisportiva Mediolanum” voluta dal Presidente rossonero Silvio Berlusconi – solo per essere nuovamente sconfitto 15-27 nella “sfida al piede” tra l’australiano (5 piazzati a segno per lui) e l’italo argentino Dominguez, che ne realizza ben 8 oltre ad un drop di Bonomi, tocca al 32enne mediano d’apertura guidare la propria squadra alla terza edizione del Mondiale, organizzato dal Sudafrica per la prima volta ammesso alla competizione dopo la fine del regime di apartheid imposto dal proprio Governo.

Inserita nello stesso Gruppo dei padroni di casa, l’Australia cede 18-27 al debutto nonostante i 13 punti messi a segno da Lynagh, tra cui una meta, che perde il confronto con l’eroe della manifestazione per gli “Springbocks“, vale a dire il suo corrispettivo Joel Stransky, autore di 22 punti per i suoi, circostanza che la vede concludere il Girone al secondo posto, con conseguente abbinamento nei Quarti contro un’Inghilterra desiderosa di riscattare la sconfitta patita sul suolo amico quattro anni prima a Twickenham.

Inglesi che riescono nell’intento, al termine di un’avvincente sfida che li vede prevalere di misura per 25-22 grazie ad un drop di Rob Andrew in chiusura di gara e che rappresenta la 72esima ed ultima presenza di Lynagh con i “Wallabies”, ed i 17 punti messi a segno consentono allo stesso di superare “quota 900” in carriera per un totale di 911, rappresentato da 17 mete, 140 trasformazioni, 177 calci piazzati e 9 drop in mezzo ai pali, con un personale record di 51 vittorie, 20 sconfitte ed un pari nella sua esperienza internazionale.

Rob Andrew watches his game-winning drop-goal sail through the posts in the 1995 Rugby World Cup quarter-final against Australia.
Il decisivo drop di Andrew ai Mondiali ’95 – da mediastorehouse.com

Ma, se vi ricordate, avevo parlato di una scelta che avrebbe cambiato la vita di una delle “Leggende del Rugby” australiano con lo sbarco nel Bel Paese, e ciò è rappresentato dall’amore sbocciato con una ragazza di Treviso, Isabella, che diviene sua moglie e che lo segue anche in Inghilterra, allorché, conclusa nel ’96 l’esperienza in Veneto con la sua quarta Finale ancora contro Milano, venendo nuovamente sconfitto 17-23 per una miglior precisione al piede di Dominguez, il quale mette a segno i due drop ad inizio ripresa che risultano determinanti per la rimonta dei lombardi dopo che il Benetton aveva chiuso il primo tempo in vantaggio 17-3, Lynagh firma un contratto da professionista con il Club inglese dei Saracens di Watford, in cui milita il Capitano del Sudafrica Campione del Mondo, François Pienaar.

Dopo un anno di ambientamento, Lynagh conclude al meglio, nel 1998 a 35 anni, la sua splendida carriera fallendo di un soffio la conquista del titolo nella Premier League, sfuggito per un solo punto (37 a 38) rispetto ai Newcastle Falcons capitanati da Jonny Wilkinson, ma mandando in delirio i ben 20mila presenti al “Vicarage Road” il 12 aprile ’98 quando un suo drop nei minuti finali decide il successo per 12-10 dei Saracens nel confronto diretto.

Un mese dopo, però, Lynagh può legittimamente appendere le scarpette al chiodo con il trionfo nella Coppa Anglo-gallese (all’epoca battezzata “Tetley’s Bitter Cup”), trionfalmente vinta in virtù del netto successo per 47-18 sui Wasps, travolti da ben 7 mete, di cui la stella australiana si incarica di convertirne 5 per poi mettere la classica “ciliegina sulla torta” con un drop in mezzo ai pali.

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Pienaar e Lynagh con la “Tetley’s Bitter Cup” – da saracensprints.com

Conclusa l’esperienza in campo, Lynagh – nel frattempo insignito quale “Membro dell’Ordine dell’Australia” per meriti sportivi nel gennaio ’96 – non abbandona il mondo del rugby, divenendo commentatore sportivo per le reti britanniche Sky Sport ed ITV, così come per un breve periodo collabora con la Federazione Internazionale quale “Testimonial” per lo sviluppo e la divulgazione del Rugby.

Inserito nel 2001 nella “International Rugby Hall of Fame” assieme al compagno David Campese, Lynagh vive la propria vita tra Londra e Treviso, dove cura alcune attività imprenditoriali, con saltuari ritorni in Australia presso i suoi parenti, viaggi durante uno dei quali, nell’aprile 2012, accusa un malore sul volo da Londra a Brisbane, tanto da essere immediatamente ricoverato in Ospedale subito dopo l’atterraggio.

Le analisi a cui viene sottoposto rivelano essere stato colpito da un ictus cerebrale, da cui fortunatamente – anche grazie alla rapidità delle cure prestate – si riprende pressoché completamente, con l’unica conseguenza costituita dalla parziale perdita della vista dall’occhio sinistro, circostanza sulla quale lo stesso Lynagh ama scherzarci sopra adducendo come “il mio medico mi abbia dichiarato di non aver schivato un proiettile, bensì una palla di cannone …!”.

Ma cosa volete che sia, per uno che ha dominato su tutti i terreni di gioco del Pianeta in uno sport fisico, duro quanto si vuole, ma altresì leale e cavalleresco come quello della palla ovale!!!

 

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IL DOPPIO TRIONFO EUROPEO DEL LEICESTER RUGBY DI INIZIO MILLENNIO

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Il tecnico Richards ed il capitano Johnson con la Heineken Cup ’01 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel 2016 si è, clamorosamente, nonché sorprendentemente laureato Campione della Premier League inglese di calcio, sotto la guida del tecnico italiano Claudio Ranieri, il Leicester City ha fatto sì che venisse data notorietà presso il grande pubblico al Capoluogo dell’omonima contea, situato nelle “Midlands” orientali dell’isola britannica.

Ben pochi sapevano, però, quantomeno nel Bel Paese, che tale affermazione era sì un traguardo prestigioso, ma che sbiadiva al cospetto di cosa un altro Club di Leicester, i “Tigers”, era stato in grado di compiere, salendo addirittura sul tetto d’Europa nello Sport della palla ovale, oltretutto primo, nella Storia della Manifestazione, ad aggiudicarsi per due anni consecutivi la Heineken Cup di Rugby, l’omologa dell’attuale Champions League di Calcio.

Così come il Rugby ha dovuto attendere 57 anni per dotarsi di un proprio Campionato del Mondo per Squadre Nazionali rispetto a quanto avvenuto per il football – essendosi disputata la prima edizione in Nuova Zelanda ed Australia nel 1987 – quasi altrettanto tempo è trascorso affinché anche le formazioni di Club potessero avere una propria competizione a livello europeo, inaugurata nella stagione 1995-’96, a 40 anni esatti di distanza dal debutto della Coppa dei Campioni di Calcio, con la sola, ma fondamentale differenza, di essere un torneo elitario, in quanto riservato ai soli 6 Paesi (Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda, Francia ed Italia) che si contendono il prestigioso Trofeo del “Sei Nazioni” a livello di rappresentative nazionali.

Ottenendo la propria denominazione dall’abbinamento con la famosa marca di birra sponsor della competizione, il “parallelo” con il calcio continua con, anche in questo caso, una iniziale astensione da parte dei Club inglesi e scozzesi – che, come loro abitudine, vogliono prima verificare l’andamento di una manifestazione prima di degnarsi di farne parte – peraltro rientrato dalla seconda edizione, fatta salva una successiva diserzione, stavolta da parte delle Società inglesi e gallesi, nel ’99 a causa, nella fattispecie, di una disputa relativa ad una miglior ripartizione dei diritti televisivi dell’evento, con ciò impedendo al XV del Bath, laureatosi Campione nel ’98 dopo il successo per 19-18 in Finale sui detentori francesi del Brive, di poter difendere il titolo.

Finalmente, con l’avvento del nuovo secolo, la manifestazione trova pace e la sua giusta collocazione nel panorama del Rugby continentale, con la disputa della quinta edizione che consente ai Northampton Saints di far loro la coppa superando 9-8 a Twickenham i forti irlandesi del Munster, al termine di un torneo che, per la prima volta, ha visto raggiungere le semifinali a quattro formazioni di quattro Paesi diversi.

Inaugurato il nuovo millennio con il secondo successo inglese – va considerato che per i “Club della Rosa” si trattava della loro terza partecipazione avendo disertato la prima e la quarta edizione – l’en plein era stato loro impedito dalla sconfitta per 9-28 subita ad opera dei francesi del Brive, nella Finale ’97 disputata al “Cardiff Arms Park”, dai Leicester Tigers, i quali erano pertanto ben decisi a riscattare tale delusione.

Uno dei Club di più antica tradizione del Rugby inglese, essendo stato fondato nel 1880, il Leicester vanta il record del maggior numero di titoli vinti dall’istituzione del Campionato, vale a dire dal 1987, avendo fatte sue ben 10 delle 31 edizioni sin qui svolte, con la perla dei quattro successi consecutivi proprio a cavallo del cambio di secolo, dal 1999 al 2002.

Capirete, pertanto, come i Tigers fossero una serie pretendente al titolo di Campioni europei in una manifestazione che, dopo la ricordata Finale persa al debutto, li aveva visti eliminati ai Quarti di finale nel ’98 (pesante sconfitta per 18-35 di fronte ai francesi del Pau) ed uscire nella Fase a Gironi dell’edizione 2000, inaspettatamente ultimi con 4 punti nel Gruppo vinto dai transalpini dello Stade Français.

Una delusione che il tecnico Dean Richards – chiamato a guidare il Club nell’estate ’97 dopo averne indossato la maglia in 314 occasioni nel ruolo di terza linea centro, oltre ad avere nel proprio record 48 presenze e 24 punti con la Nazionale inglese – intende immediatamente riscattare, dopo aver condotto i suoi Tigers al secondo titolo consecutivo in patria, potendo contare sulla forza del Capitano e seconda linea Martin Johnson, il quale avrà, due anni più tardi, l’onore di essere a tutt’oggi l’unico europeo ad aver sollevato la “Webb Ellis Cup” dopo il trionfo dell’Inghilterra sull’Australia alla Coppa del Mondo ’03.

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Martin Johnson, capitano dei Tigers e della Nazionale inglese – da:rugbyworld.com

Con una formula che vede le 24 squadre iscritte (6 a testa per Inghilterra e Francia, 5 per il Galles, 3 per l’Irlanda e 2 per Italia e Scozia) suddivise in 6 Gironi da quattro formazioni ciascuno, si qualificano per la fase ad eliminazione diretta le vincenti dei rispettivi Gruppi, oltre alle due migliori seconde, per dar luogo ai Quarti di Finale in gara unica da disputarsi sul terreno della meglio classificata nella fase eliminatoria in una sorta di tabellone tennistico, sino all’atto conclusivo, da disputarsi al “Parc des Princes” di Parigi il 19 maggio 2001.

Inseriti nel sesto Girone, i Tigers hanno l’occasione di “vendicare” l’eliminazione subita dai francesi del Pau nei Quarti dell’edizione ’98 avendoli nel proprio raggruppamento, così da poter infliggere loro una severa lezione per 46-18 nella gara d’esordio al “Welford Road Stadium”, per poi replicare il successo anche in Continente con un altrettanto netto 20-3 che certifica il primo posto nel Girone ed il secondo nel “seeding” assoluto con 10 punti, alle spalle dello Stade Français ed il relativo accoppiamento, nella sfida dei Quarti, contro i gallesi dello Swansea.

Fase della manifestazione che non riserva sorprese, con le quattro favorite a rispettare il vantaggio del fattore campo, ed il Leicester a mettere a segno il più ampio margine (46-10) tra le qualificate alle semifinali, mentre il “derby francese” tra Stade Français e Pau va ai primi per 36-19.

Derby che, viceversa, si presenta in semifinale tra le due compagini inglesi ancora in corsa nella manifestazione, vale a dire Leicester e Gloucester, che si disputa il 21 aprile sul campo neutro del “Vicarage Road” di Watford davanti a 14mila spettatori, al termine del quale sono i Tigers a spuntarla per 19-15, mentre con l’ancor più risicato margine di 16-15 lo Stade Français ha la meglio sull’orgoglio di Irlanda del Munster, finalista la passata stagione.

Sono ben 44mila gli spettatori che si danno convegno sulle tribune del “Parc des Princes” di Parigi il 19 maggio 2001 con la speranza di rivedere il tricolore sventolare sul tetto d’Europa dopo i due iniziali successi di Tolosa e Brive, potendo contare sulla precisione al piede del mediano di apertura italoargentino Diego Dominguez, cui i Tigers oppongono l’abilità sui calci piazzati dell’estremo Tim Stimpson.

E se, per la riuscita della manifestazione, era necessaria una Finale che rendesse omaggio a questo splendido Sport fatto di “Braveheart”, nessun Spot pubblicitario avrebbe mai potuto eguagliare lo spettacolo andato in scena negli 80’ di acerrima, cavalleresca sfida parigina.

Come in ogni atto decisivo che si rispetti, le fasi iniziali vedono i rispettivi pacchetti difensivi impedire agli attacchi avversari di prendere il sopravvento, anche al logico prezzo di dover subire le penalità da parte del Direttore di gara, l’irlandese David McHugh, un conto che può divenire quanto mai salato se ad incaricarsi di calciare l’ovale tra i pali è un “cecchino” del calibro di Dominguez, i cui cinque piazzati andati a segno mandano le squadre al riposo sul punteggio di 15-9 per lo Stade Français, avendo, dal canto suo, Stimpson replicato in tre analoghe occasioni.

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Diego Dominguez al calcio – da gettyimages.it

Ma è nella ripresa che la gara si accende, con il mediano di mischia inglese Austin Healey – non a caso premiato come “Man of the Match” al termine dell’incontro – ad assumere il controllo delle operazioni in mezzo al campo, e la miccia è rappresentata dalla meta messa a segno dall’esterno Leon Lloyd alla ripresa del gioco, un’importante iniezione di fiducia che, se pur non trasformata, riporta i Tigers a contatto con gli avversari, i quali non riescono a sfondare l’arcigna difesa ben organizzata da Capitan Johnson, affidandosi alla sola “giornata di grazia” di Dominguez, implacabile da ogni piazzola del campo, con i suoi nove calci di punizione vincenti, il che manda le due contendenti alla parte conclusiva del match sul punteggio di 27-27, in virtù di una seconda meta inglese realizzata dal terza linea ala Neil Back poco prima dello scoccare dell’ora di gioco e dopo che Stimpson aveva replicato al 73’ all’ennesimo vantaggio francese messo a segno da Dominguez appena 2’ prima, centrando i pali da oltre 45 metri.

Con tutto da rifare, quindi, i minuti conclusivi sono degni di un thriller che neppure il più fedele sceneggiatore del “Mago del brivido” Alfred Hitchcock avrebbe potuto immaginare, con ancora Dominguez – autore di tutti i punti della propria squadra – a mettere a segno al 77’ il suo unico drop della partita che vale il 30-27 per i transalpini e che appare altresì ai più poter risultare decisivo per l’esito della sfida, dovendo gli stessi resistere per i soli ultimi tre minuti prima di laurearsi Campioni.

Una sorta di “Mission impossible” per i ragazzi di Dean Richards, ma il rugby, una volta di più, dimostra che “Nulla è impossibile” (“Impossible is Nothing”, per dirla all’inglese …) quando si crede nell’impresa, e la stessa si materializza allorché Healey, raccolto l’ovale sulla linea di metà campo a seguito di una rimessa laterale, riesce a trovare un varco nella mal piazzata difesa francese, incuneandosi in profondità per poi aprire sulla destra in favore di Lloyd che lo ha seguito a rimorchio, così da consentire al 24enne esterno di concludere l’azione schiacciando la palla in meta per i punti del sorpasso che la successiva trasformazione di Stimpson porta al definitivo 34-30 per il trionfo di Leicester ed il più totale sconforto dei giocatori e supporter francesi.

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La meta decisiva di Lloyd al 79′ – da gettyimages.it

Un’impresa fantastica, a coronamento di una stagione altrettanto irripetibile, od almeno così pare, ma a Leicester ci hanno preso gusto ed allora perché non riprovarci a realizzare nuovamente l’accoppiata titolo nazionale/Heineken Cup anche l’anno successivo, tanto più che l’ossatura della squadra è rimasta immutata.

E così, ai nastri di partenza dell’edizione 2002, i Tigers si presentano più agguerriti che mai, decisi a confermarsi i migliori di un torneo che ha mantenuto inalterata la relativa formula, consentendo agli stessi di aggiudicarsi il proprio Girone con 10 punti, frutto di cinque vittorie ed una sola sconfitta, all’ultimo turno in casa dei gallesi del Llanelli che, però, costa loro, in virtù di un minor numero di mete realizzate (17), il quarto posto nel tabellone per la successiva fase ad eliminazione diretta.

Costretti, pertanto, a vedersela nei Quarti di finale contro gli ostici irlandesi del “quasi omonimi” Leinster, Johnson & Co. superano l’ostacolo con facilità (29-18) in un turno che, viceversa, registra due clamorose sorprese, vale a dire la sconfitta interna dell’imbattuto Bath, seccamente sconfitto 27-10 proprio dal Llanelli, e l’ancor più inattesa battuta d’arresto dello Stade Français, finalista della passata edizione, superati per 16-14 allo “Stade Jean Bouin” di Parigi dagli irlandesi del Munster, con il solo Castres a salvare l’onore transalpino, facendo suo di misura (22-21) il derby con il Montferrand.

Nuovamente quattro formazioni di altrettante diverse Nazioni a raggiungere le semifinali, a dimostrazione dell’alto livello di competitività raggiunto dalla Manifestazione, le cui sfide vanno in scena il 27 aprile ’02 allo “Stade de la Méditerranée” di Beziers tra Castres e Munster, con questi ultimi ad imporsi per 25-17, così da raggiungere la loro seconda Finale dopo quella persa di misura due anni prima di fronte a Northampton.

Il giorno dopo, 28 aprile, tocca al “City Ground” di Nottnhjam ospitare, davanti a quasi 30mila spettatori, la “bella” tra Leicester e Llanelli, dopo le rispettive vittorie interne nel Girone eliminatorio, sfida durissima che, se da un lato conferma la solidità difensiva dei Tigers, che concedono solo quattro piazzati ai loro avversari, dall’altra vede il risultato in bilico sino all’ultimo secondo, come testimonia il 13-12 conclusivo che certifica come il Leicester sia la seconda compagine – dopo i francesi del Brive nel biennio 1997-’98 – a conquistare il diritto a disputare due Finali consecutive.

Tocca al “Millenium Stadium” di Cardiff ospitare il 25 maggio ’02 la sfida decisiva davanti ad una platea di quasi 75mila spettatori allorché l’arbitro francese Joel Judge dà il via alla contesa che lo vedrà involontario protagonista, così che, rispetto all’emozionante Finale dell’anno precedente, questa verrò ricordata più per alcune controverse decisioni, la prima delle quali si verifica già nei minuti iniziali, allorché una meta messa a segno dal samoano Freddie Tuilagi viene annullata per precedente placcaggio illegale sull’ala irlandese John Kelly, per poi essere il Munster a sbloccare il risultato grazie ad un piazzato della loro stella Ronan O’Gara (2.625 punti in 240 presenze con il Club, oltre a 1.083 punti nelle 128 occasioni in cui ha indossato la maglia della Nazionale …), raddoppiato da una seconda punizione tra i pali dello stesso O’Gara al 20’, prima che i Tigers mettano a segno una meta proprio con Geordan Murphy – ironia della sorte, l’unico irlandese schierato da Richards – il quale sfrutta un calcio a seguire di Stimpson per il 6-5 che divide le due squadre all’intervallo.

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La meta di Geordan Murphy al 26′ – da gettyimages.it

E, come un anno prima, la gara si accende nella ripresa, con O’Gara a dilatare il vantaggio irlandese con il suo terzo piazzato a segno al 49’, ma, analogamente a quanto successo nella Finale 2001, gli attacchi del “trifoglio” non riescono a sfondare il muro difensivo eretto da Capitan Johnson ed i suoi fieri compari, cosa che, viceversa, avviene sul fronte opposto, con il Leicester ad assumere il controllo del match ad avvenuto ingresso sul terreno di gioco, al posto del mediano di mischia Jamie Hamilton, di Harry Ellis, l’autore della decisiva meta nella semifinale contro Llanelli.

Convinti di poter sfondare andando in meta, i Tigers per due volte rinunciano a tentare di centrare i pali su punizione per giocare l’ovale alla mano, tattica che viene premiata allorché è Healey, poco prima dell’ora di gioco, a depositare la palla oltre la fatidica linea per consentire a Stimpson una comoda trasformazione che ribalta le sorti dell’incontro sul 12-9 a favore dei Campioni in carica, un margine vieppiù dilatato in virtù di un piazzato messo a segno dallo stesso Stimpson – nominato “Man of the Match” a fine gara – quando mancano solo 10’ al termine dell’incontro.

Ma figuriamoci se anche stavolta i “titoli di coda” non riservano sorprese, in cui ad ergersi a protagonista – come anticipato in precedenza – è il Direttore di gara transalpino, responsabile di non aver sanzionato una delle più controverse situazioni di gioco, dopo che gli irlandesi si erano già lamentati per l’annullamento di una meta dell’ala John O’Neill, ma in questo caso le riprese televisive confermano come lo stesso si fosse trascinato con il piede fuori dalla linea laterale.

Accade infatti che, con pochi spiccioli di tempo a disposizione, Munster abbia a disposizione una mischia a meno di cinque metri dalla linea di meta avversaria in posizione centrale – ricordiamo che un’eventuale meta trasformata, con i 7 punti previsti dal regolamento, darebbe la vittoria agli irlandesi – con il mediano di mischia Peter Stringer che si accinge ad introdurre l’ovale.

Appena la palla esce dalle sue mani, però, il terza linea ala inglese Neil Back, componente del pacchetto di mischia dei Tigers, assesta furbescamente un colpetto di mano alla stessa, indirizzandola presso i propri compagni che possono così liberare in touche per la conclusione dell’incontro ed a nulla valgono le proteste irlandesi verso l’arbitro Judge che, ci sia consentito il gioco di parole, ha “giudicato” male, asserendo di non aver visto alcunché di irregolare.

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I Tigers festeggiano la conquista della seconda Heineken Cup – da gettyimages.com

E, mentre se si fosse trattato di una Finale di Calcio si sarebbe ricorso ad interrogazioni parlamentare, in uno Sport ben più cavalleresco come il Rugby la decisione – seppur errata – viene accettata, a dimostrazione che gli “Dei della palla ovale” avevano stabilito che i Leicester Tigers dovessero essere la prima formazione a laurearsi Campione d’Europa per due anni consecutivi, un’impresa che sarà eguagliata nel biennio 2011-’12 dagli irlandesi del Leinster e quindi superata, nel triennio successivo, dal francesi del Tolone, guidati dal “Baronetto” inglese Jonny Wilkinson.

Avrete pertanto compreso come, ai supporters dei Tigers, il titolo della Premier League del Leicester di Ranieri, rappresenti solo una notizia da terza o quarta pagina, non di più.

IL QUINQUENNIO VINCENTE DEL PETRARCA PADOVA DI RUGBY AD INIZIO ANNI ’70

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Il Petrarca Padova campione d’Italia nel ’74 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Che il Nord Est, ed il Veneto in particolare, si possa definire la “Roccaforte del Rugby italiano” è risaputo, e niente vi è di più avvincente, per gli appassionati di questo splendido Sport, che assistere ai combattutissimi derby tra le “tre grandi” della palla ovale, vale a dire Rovigo, Padova e Treviso.

Dopo l’epoca pionieristica di tale disciplina, dove a dominare la scena è l’Amatori Milano – 13 titoli di Campione d’Italia tra il 1930 ed il ’46 – con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale anche nel Bel Paese il Rugby inizia a divenire sport sempre più praticato sin da giovani e, proprio nella città universitaria patavina, prende corpo una Società la cui attività porta a divisioni e polemiche all’interno del mondo della palla ovale.

Accade, infatti, che nel 1955 venga fondata la “Fiamme Oro” Padova, ad un anno dalla creazione del Gruppo Sportivo della Polizia di Stato, su iniziativa di un gruppo di agenti della Squadra Mobile operante nel capoluogo veneto, al fine di svolgere un’attività dapprima a livello amatoriale, ma ben presto affiliata al citato gruppo sportivo, così da ottenere l’iscrizione al Campionato di Serie A a far tempo dalla stagione 1956-’57 ed imporsi in breve tempo come una delle formazioni più organizzate e tecnicamente valide dell’intero panorama nazionale.

Prova ne sia che, dall’anno successivo al suo esordio e per quattro stagioni consecutive – dal 1958 al ’61 – lo Scudetto non sfugge agli atleti della Polizia di Stato, i quali vantano sulle avversarie il vantaggio di poter fare affidamento su atleti che vi affluiscono da tutte le parti d’Italia, ivi comprese le zone confinanti di Rovigo e Treviso e sono altresì i migliori, da Di Zitti, Autore e Rovelli a Del Bono, Bellinazzo, Levorato, Simonelli, nonché Ottorino Bettarello, Roberto Luise e sino a Franco Zani, con quest’ultimo, allorché emigra in Francia per giocare nell’Agen, ad essere considerato il miglior n.8 (terza linea centro) a livello europeo di inizio anni ’60.

Con in più la possibilità di allenarsi con continuità e forti altresì dell’organizzazione del Gruppo Sportivo che in quegli anni raccoglie il meglio dello Sport nazionale che consente loro di essere anche guidati da un tecnico straniero, il francese Robert Poulain, il Campionato italiano perde di significato – basti pensare che ben 12 giocatori delle Fiamme Oro arrivano ad indossare la maglia azzurra – in quanto viene a mancare anche quello “spirito di campanile” che sta alla base del Rugby, sostituito da uno “spirito di corpo” che stravolge i valori della disciplina e suscita rabbia e indignazione nelle altre Società.

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Le “Fiamme Oro” Padova campioni d’Italia nel ’58 – da wikipedia.org

Per una città, come Padova, che della palla ovale fa quasi una religione, questo “esproprio” esterno alla loro squadra storica, vale a dire il Petrarca, proprio non va giù e, visto che – con l’inizio degli anni ’60 – si conclude altresì il formidabile ciclo della squadra di calcio plasmata da Paron Rocco, ecco che giunge il momento di far la voce grossa per portare ai vertici del rugby nostrano una formazione veneta nel vero senso della parola, cosa oltretutto già successa per i “rivali storici” di Rovigo, per tre anni consecutivi Campioni dopo il quadriennio delle Fiamme Oro.

Nato nel 1947 sulle ceneri del Padova, una delle prime squadre a praticare il rugby in Italia, il Petrarca cresce grazie agli allievi del Collegio Universitario Antonianum, vera e propria istituzione cittadina, e disputa le proprie gare al “Campo Tre Pini”, ricavato all’ombra delle cupole della chiesa di Santa Giustina, nel centro della città.

E’ una squadra brillante, quella del Petrarca, che entusiasma le migliaia di tifosi che la seguono con passione, sfornando anche fior di giocatori, ma a fine anni ’60, dopo quasi un quarto di secolo di attività, il proprio Palmarès è desolatamente vuoto, potendo contare esclusivamente su di una serie di buoni piazzamenti, pur avendo sempre partecipato ai Campionati della Massima Divisione, ed a poco è servito anche l’ingaggio di un tecnico francese, tale Perez, il cui passaggio in Veneto non ha lasciato grandi ricordi.

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Una formazione del Petrarca negli anni ’50 – da wikipedia.org

Ben diverso è, al contrario, l’approccio che ha alla guida tecnica l’ex pilone dei bianconeri Guglielmo “Memo” Geremia – che per 20 anni ne ha indossato i colori – al quale viene affidata la conduzione della squadra nell’estate ’68, con ciò confermando la tesi che alla base di un ciclo vincente vi è sempre una continuità nel settore allenatore.

Già dalla sua prima stagione sulla panchina patavina, le cose cambiano, con un Petrarca che aveva concluso il precedente Campionato al quarto posto, ma a ben 16 punti di distacco dalle rivali cittadine delle Fiamme Oro (al loro quinto ed ultimo titolo …), a chiudere il Torneo ’69 in seconda posizione, a soli 3 punti di distacco (40 a 37) dai neroverdi de L’Aquila, che terminano imbattuti.

E’ il segnale che qualcosa sta cambiando, e sui futuri successi molto del merito sta proprio nel nuovo tecnico e nei suoi metodi di allenamento, nuovi per il panorama rugbistico italiano, ma non per quello britannico, a cui si ispirano.

Preparazione, sacrificio, serietà di impegno e di comportamenti, filosofia di gioco finalizzata più al risultato che non allo spettacolo attraverso una compagine costruita con equilibrio, è questa la “ricetta vincente” di Geremia, il quale ha la possibilità di metterla in pratica grazie alla sua dote di conoscitore di uomini – nel suo XV pretende “tusi serii” (“ragazzi seri”) possibilmente radicati nel territorio veneto – nonché per il suo carisma nella vita economica cittadina.

Già, poiché di Rugby non si può vivere – dal punto di vista economico, si intende – ed ecco che il tecnico si prodiga a trovare ai suoi ragazzi posti di lavoro ed ad offrire garanzie per il futuro, specie per i “fuoriusciti” dalla concittadina Fiamme Oro allorché scade il periodo della “ferma militare”, un travaso d’esperienza quanto mai utile, ma che non fa venir meno la gestione del Settore Giovanile, di cui Geremia si occupa in prima persona, facendo divenire il Petrarca Padova un esempio nel panorama della palla ovale italiana, unico vero Club nel verso senso della parola e di cui ha la mentalità.

Organizzazione societaria, un tecnico carismatico e giocatori di livello rappresentano il giusto mix affinché ai tifosi venga offerta la possibilità di essere ripagati da tanti, troppi anni in cui sono stati costretti a fare buon viso a cattiva sorte nel vedere vincere gli altri, ed il primo “storico” Scudetto giunge nel ’70 al termine di una stagione dominata dal Petrarca, con 19 vittorie, due pareggi ed una sola sconfitta – alla terza giornata di ritorno, 3-5 sul campo dei Campioni in carica de L’Aquila, che chiudono al secondo posto staccati di 7 punti – sulle 22 gare disputate, con la doppia soddisfazione dei successi, tra andata e ritorno, ottenuti per 17-3 e 17-12 nei sentitissimi derby con il Rovigo.

Con in più l’orgoglio di aver allestito una formazione di “ragazzi di casa”, tra i quali emergono i fratelli Franco e Romano Baraldi, il possente Roberto Luise ed Elio Michelon, miglior marcatore del Torneo, con 145 punti messi a segno (sui 280 complessivamente realizzati dalla propria squadra …), unito dal fatto che i migliori giocatori veneti chiedono di entrare a farvi parte – Barbini, Sagramora, Valier e Rinaldo provengono da Venezia, Boccaletto e Blessano da Treviso (via Fiamme Oro) e Brevigliero addirittura da Rovigo – per le avversarie l’unico mezzo per cercare di far fronte a questa forza d’urto è orientarsi sul mercato estero.

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Alexandru Penciu – da airugby.ro

Uno dei migliori prodotti giunti nel Bel Paese è il rumeno Alexandru Penciu, ingaggiato dal Rovigo nel ’69 dopo essersi aggiudicato cinque titoli in patria con la Steaua Bucarest, ma, per le ferree leggi sull’emigrazione vigenti nelle Nazioni dell’Est Europa, quando giunge in veneto ha già 37 anni, il che gli consente, a dispetto dell’età, di risultare il miglior marcatore del nostro Campionato per due anni consecutivi nel 1971 e ‘72, con 102 e 124 punti rispettivamente, ma altrettanto non impedisce al Petrarca di confermare anche in dette stagioni lo Scudetto conquistato nel 1970.

Ed anche in fatto di stranieri, il Club patavino non vuole restare indietro, se è vero che, per le stagioni 1972 e ’73 – le ultime due con Geremia alla guida tecnica per poi passare ad un ruolo dirigenziale – ingaggia il sudafricano Nelson Babrow, figlio d’arte in quanto il padre Louis aveva indossato la maglia degli “Springbocks” negli anni ’30, il cui apporto, dimostrandosi determinante per la conquista di altrettanti titoli di Campioni d’Italia, evidenzia peraltro a chiare note quale enorme sia ancora il dislivello tra il rugby nostrano e quello dell’emisfero australe.

Nei tre Scudetti vinti dal 1971 al ’73, una nuova avversaria si profila all’orizzonte per il Petrarca, vale a dire il CUS Genova, Società curiosamente anch’essa fondata nel 1947, che vive il proprio “triennio magico” in concomitanza con dette stagioni, tutte concluse al secondo posto riducendo anno dopo anno il distacco dai patavini, dai 7 punti del 1971 ai 3 del ’72 per finirne a ridosso, staccata di un sol punto, nel 1973.

Un “Miracolo sportivo”, quello del Club ligure, che anche in questo caso ha un nome quanto mai carismatico nel panorama rugbistico azzurro, e cioè quello del terza linea centro Marco Bollesan, anch’esso veneto di Chioggia, il quale si assume il compito di provare a far germogliare la passione per la palla ovale in una regione che vive prevalentemente di Calcio e Pallanuoto, dopo essere riuscito a condurre allo Scudetto la Partenope Napoli nel ’66 e riuscire, successivamente, in un’analoga impresa nel ’75 con Brescia per l’unico titolo della storia di quest’ultima Società.

Ciò a dimostrazione di come basti veramente poco, per il Rugby dei primi anni ’70, a spostare gli equilibri in campo nazionale, cosa che, al contrario, non avviene al Petrarca, che nelle stagioni del suo posizionamento al vertice nel panorama italiano, può contare su di una compattezza di squadra non indifferente, come conferma il fatto che i leader della Classifica delle mete segnate risultano a turno i propri giocatori, nel ’71 Romano Baraldi con 10 realizzazioni, l’anno seguente tocca a Faustino Crepaz portando in ben 19 occasioni l’ovale oltre la fatidica linea di meta, bottino eguagliato nel ’73 da Babrow, quale miglior modo di salutare la compagnia, stagione, quest’ultima, che vede altresì consentire al piede di Lelio Lazzarini di succedere al citato Penciu quale miglior marcatore assoluto, con 109 punti all’attivo.

Si potrebbe pensare che l’avvicendamento di Geremia in panchina possa generare dei contraccolpi sul piano dei risultati, ma così non è in quanto “Memo” conferma di possedere doti dirigenziali che non hanno nulla da invidiare a quelle tecniche, a partire dalla scelta del suo sostituto, che cade su Marcello Fronda, già protagonista dei cinque Scudetti vinti dalle Fiamme Oro, i primi quattro da giocatore e l’ultimo quale allenatore.

Ed anzi, a voler dare un ulteriore schiaffo alle avversarie – che nel frattempo attingono a piene mani ai rinforzi oltre frontiera, con il gallese David Cornwall a rinforzare Brescia e l’inglese Dick Greenwood ad approdare a Roma – Geremia decide di non rimpiazzare il partente Babrow con un altro straniero, consegnando a Fronda un organico autoctono, ma che ha già acquisito la giusta esperienza per poter tentare il “pokerissimo”, impresa che, nel dopoguerra, non era ancora riuscita a nessuno, essendosi il Rovigo (tra il 1951 ed il ’54) e le già ricordate Fiamme Oro, fermatesi a quota quattro.

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La rosa tutta italiana del Petrarca campione nel ’74 – da wikipedia.org

Costretto a rintuzzare le rinnovate velleità de L’Aquila, il Petrarca ripete lo stesso identico cammino del primo Scudetto, con 19 vittorie, 2 pareggi ed una sola sconfitta, peraltro pesante, sotto forma di un 6-25 esterno subito dall’Algida Roma alla penultima giornata, il che consente ai neroverdi abruzzesi di portarsi (38 a 37) ad un sol punto di distacco in Classifica.

L’ultimo turno vede gli aquilani di scena proprio a Padova, ma contro le Fiamme Oro, mentre i patavini restano nella Capitale per affrontare il CUS Roma, avversario più o meno dello stesso valore dell’Algida, ma i ragazzi di Fronda riescono a ricompattarsi imponendosi con un 24-4 che rende vano il successo in Veneto de L’Aquila per 22-12, così da aggiudicarsi il loro quinto titolo consecutivo e trovando una folla di tifosi in delirio ad attenderli al rientro in treno a Padova.

Con questo successo si conclude il “primo ciclo vincente” del Petrarca, che ha però saputo gettare le fondamenta per una continuità di rendimento i cui frutti – con Geremia a scalare i vertici societari sino a diventarne il Presidente – non tardano a maturare, a cominciare dal sesto titolo conseguito tre anni dopo, nel 1977 con alla guida tecnica il francese Guy Pardiès nella doppia veste di allenatore-giocatore.

Con un torneo allargato a 14 squadre, la lotta per il titolo si risolve in una “corsa a due” tra le rivali storiche Petrarca e Rovigo, con questi ultimi Campioni in carica, per la cui decisione non sono sufficienti le 26 giornate di Campionato, in quanto un calendario bizzarro propone proprio all’ultimo turno lo scontro diretto, disputato per l’occasione allo “Stadio Appiani” davanti a ben 18mila (!!) spettatori, ed i patavini riscattano la sconfitta dell’andata al “Mario Battaglini” rifilando ai rivali un 21-9 che consente di raggiungerli a quota 44 punti, rendendosi così necessario un incontro di spareggio.

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Una fase di Petrarca-Rovigo disputata all’Appiani di Padova nel ’77 – da ilneroilrugby.it

Tocca all’allora denominato “Stadio dei Rizzi” di Udine ospitare il 22 maggio ’77 tale decisiva sfida e, su un campo reso via via sempre meno praticabile a causa di un violento temporale che si abbatte sul Capoluogo friulano – e che avrà, purtroppo, una tragica conseguenza nella morte di un tifoso, colpito da un fulmine sugli spalti – ad avere la meglio è il Petrarca per il minimo scarto di 10-9 scaturito, dopo i calci piazzati messi a segno da Boccaletto e Lazzarini, da una meta realizzata, ironia della sorte, proprio da Dino De Anna, fratello del più celebre Elio, che vestiva i colori rossoblù rodigini.

Con questa appendice al favoloso quinquennio di inizio anni ’70 si conclude la cronaca del primo periodo che vede il Petrarca Padova ai vertici del panorama rugbistico nazionale, un appuntamento al quale non mancherà di fare ritorno nel successivo decennio, ma questa è, come suole dirsi, un’altra storia…

IL FENOMENALE GRANDE SLAM GALLESE AL “5 NAZIONI” 1976

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Il XV gallese vincitore del Grande Slam ’76 – da mediastorehouse.com

articolo di Giovanni Manenti

In ogni sport di squadra, sia a livello di Club che di Nazionali, vi è sempre un periodo che contraddistingue una selezione in cui la stessa è pressoché invincibile, frutto di un’alchimia particolare e/o favorita dalla nascita di una generazione di talenti in esso rinchiusa.

Nel rugby gallese, questa fortunata coincidenza la si ha durante gli anni ’70, accresciuta nella seconda metà di tale decennio, circostanza che porta i “Red Dragons” ad aggiudicarsi 4 edizioni su cinque dell’allora “5 Nazioni” dal 1975 al ’79, con tanto di due “Grandi Slam” nel 1976 e ’78 e quattro “Triple Crown” – trofeo destinato alla Nazione britannica che sconfigge le altre tre partecipanti – consecutive dal 1976 al ’79, con la sola Francia ad impedir loro un “pokerissimo” nell’edizione 1977.

Erano quelli, per intendersi, gli anni dell’estremo JPR Williams, capace di condurre alla vittoria il Galles in 34 dei 44 incontri disputati in tale manifestazione, o del celebre mediano di mischia Gareth Edwards, universalmente riconosciuto come il più grande giocatore gallese di ogni epoca.

Ma, anche nell’aggiudicarsi una competizione, vi è modo e modo, e quando ciò avviene in maniera schiacciante, questo diviene un evento che resta nella Storia, alla stregua, tanto per fare un paio di esempi extra rugbistici, della Nazionale brasiliana che si impose ai Mondiali di Calcio di Messico ’70 vincendo tutte e 6 le gare disputate od, in tempi più recenti, l’inarrivabile esibizione del “Dream Team” di Basket Usa alle Olimpiadi di Barcellona ’92, il quale infligge alle avversarie oltre 30 punti di scarto in ogni partita.

La citata Nazionale gallese, già vincitrice del “5 Nazioni” nel 1975 – edizione in cui, dopo esaltanti e roboanti successi a spese di Francia (25-10 al “Parco dei Principi”) ed a Cardiff contro Inghilterra ed Irlanda, schiantate rispettivamente con inequivocabili punteggi di 20-4 e 32-4, incappa in un passaggio a vuoto con la sconfitta per 10-12 al “Murrayfield” di Edimburgo contro la Scozia, facendo suo il Torneo solo grazie alle battute d’arresto con il minimo scarto degli scozzesi sia a Parigi (9-10) che a Twickenham (6-7) – si prepara a confermarsi nella stagione successiva, cercando di evitare passi falsi.

Imperniato sul terza linea centro nonché Capitano Mervyn Davies – che proprio durante detta stagione sarà costretto a porre anticipatamente fine alla propria carriera, a soli 29 anni, a causa di un’emorragia cerebrale occorsagli durante la semifinale della Coppa del Galles – il già citato mediano di mischia Edwards, il mediano di apertura dal piede implacabile Phil Bennett, e due micidiali ali quali John Williams e Gerald Davies, oltre al ricordato estremo JPR (che sta per John Peter Rhys) Williams, il XV dei Dragoni è un’autentica “macchina da mete”, come avranno modo di rendersene conto le sue avversarie.

L’esordio, per la regola dell’alternanza dei campi, vede uno scenario degno di una tale impresa, vale a dire il terreno di gioco di Twickenham, a Londra, dove alle 14:30 del 17 gennaio 1976 l’arbitro francese Domercq dà il fischio d’inizio alla contesa, che per il XV della Rosa si trasforma in un incubo.

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Il mediano Bennett apre il gioco nel match d’esordio con l’Inghilterra – da espn.com

Nel corso degli 80’ di gioco, gli inglesi non riescono difatti a perforare la munita difesa gallese, mettendo a referto 9 punti solo grazie a tre calci piazzati dell’estremo Hignell, nel mentre tutt’altra musica viene suonata sul versante opposto, con Gareth Edwards e JPR Williams (due) ad andare in meta per altrettante trasformazioni del centro interno Steve Fenwick, con l’aggiunta di un piazzato di Allan Martin per il poco onorevole 21-9 con cui i bianchi lasciano il campo.

Con i francesi ad essersi imposti per 13-6 sul campo della Scozia al debutto, una gara condizionata da un clamoroso errore dell’arbitro inglese Patterson che non convalida una punizione di Irvine che avrebbe portato i padroni di casa sul momentaneo 6-0, la seconda giornata può già dare una decisa impronta al Torneo, visto che Galles e Francia ospitano rispettivamente Scozia ed Irlanda, toccando all’Inghilterra il turno di riposo.

Al “Parc des Princes” di Parigi, i rappresentanti del trifoglio subiscono una dura lezione, riducendosi a muovere lo score solo grazie ad un piazzato di Robbie, nel mentre “Les Coqs” vanno per quattro volte in meta per il 26-3 conclusivo, al quale il XV gallese risponde da par suo.

Con la sconfitta dell’anno precedente da riscattare, all’attacco scozzese viene consentito di violare una sola volta la linea di meta con Irvine, e la conseguente trasformazione di Morgan rappresenta il bottino complessivo di 6 punti raccolto già nella prima frazione di gioco e che risulta quello definitivo, visto che la furia offensiva del Dragoni produce tre mete con i soliti Edwards, JPR Williams ed il terza linea ala Trefor Evans, con Bennett a trasformarne due ed a centrare i pali con tre calci di punizione cui si unisce anche il drop di Fenwick per il 28-6 definitivo che non ammette repliche di sorta.

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JPR passa l’ovale al suo omonimo John Williams contro la Scozia – da walesonline.co.uk

Galles e Francia guidano la classifica a punteggio pieno, con il resto della compagnia ancora a quota zero, allorché il calendario della terza giornata impone ai transalpini il turno di riposo, nel mentre il Galles deve recarsi a Dublino per sfidare l’Irlanda al celebre “Lansdowne Road” per una vittoria che consentirebbe l’aggiudicazione della prima delle quattro “Triple Crown” consecutive.

Ed ancora una volta, per la seconda sui tre match disputati, la difesa gallese non concede alcuna meta ai proprio avversari, che si vedono limitati a tre positivi calci di punizione del mediano di apertura Barry McGann, il che consente loro di tenere aperte le sorti dell’incontro sino all’intervallo (9-10 il parziale), per poi crollare di schianto nella ripresa, sotto i colpi del piede di Bennett, capace anch’egli di centrare in tre occasioni i pali su altrettanti piazzati, cui se ne unisce un quarto di Martin, nonché di trasformare tre delle quattro mete messe a segno dall’irrefrenabile attacco dei Dragoni, di cui una dal medesimo realizzata, e le altre che portano la firma di Gerald Davies (due) e di Gareth Edwards per l’imbarazzante punteggio di 34-9.

Messa in cassaforte la “Triple Crown”, spetta ora al Galles l’impegno più ostico, vale a dire quello di affrontare la Francia del biondo terza linea Jean-Pierre Rives e dei mediani di mischia Jacques Fouroux, altresì Capitano, e di apertura Jean-Pierre Romeu, altro micidiale “calciatore”, nel mentre il celebre “gioco alla mano” transalpino vede nelle ali Jean-Luc Averous e Jean-François Gourdon i degni interpreti.

Per quella che, difatti, è la Finale anticipata del Torneo, visto che nell’ultimo turno tocca ai gallesi riposare nel mentre i “Galletti” ospitano un’Inghilterra in uno dei peggiori momenti della sua gloriosa storia, ben 55mila spettatori si danno appuntamento il 6 marzo sulle tribune del “National Stadium” di Cardiff, al fine di fornire il proprio supporto alla propria Nazionale per quella che si prospetta una sfida incandescente.

E così, difatti, è, con la retroguardia francese a fare da muro agli attacchi gallesi, consentendo agli stessi di andare a meta in una sola occasione con John Williams, nel mentre i velocissimi rovesciamenti di fronte consentono all’ala Averous di violare l’estrema linea avversaria, ed al riposo l’incontro è ancora aperto, con i padroni di casa a condurre per 13-9 in virtù delle difficoltà transalpine nell’arginare gli attacchi gallesi, il che li porta a concedere qualche punizione di troppo, sapientemente convertita.

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Fenwick evita il placcaggio contro la Francia – da pinterest.com

La ripresa si svolge sul medesimo canovaccio, e nonostante Gourdon riesca a segnare la seconda meta francese, questa si rileva l’unica occasione per arrotondare il punteggio a quota 13 per i transalpini, che devono viceversa assistere alla precisione dei calci di Bennett e Fenwick (due a testa), così come si incarica di centrare i pali anche Martin per il definitivo 19-13 che sancisce il “Grande Slam” gallese, ma che rende gli onori alla forza del XV di Francia, il quale, nell’ultimo turno, non ha difficoltà a superare per 30-9 un’Inghilterra che, sconfitta 14 giorni prima dall’Irlanda, si vede assegnare il ben poco gradito “Cucchiaio di legno”.

I numeri del successo gallese del 1976 sono impietosi, 102 punti realizzati (per una media di 25,5 a partita) contro appena 37 subiti, con 11 mete messe a segno rispetto alle sole tre concesse agli avversari, il che fanno considerare, senza alcuna obiezione al riguardo, il “Grande Slam” di detta stagione come la più grande impresa mai portata a termine dai “Red Dragons”.

Ed anche se l’anno successivo “L’Equipe de France” si prende la rivincita con il successo per 16-9 al “Parco dei Principi” che le consente a propria volta di centrare il “Grande Slam”, nel mentre alle altre compagini del Regno Unito non tocca altro che inchinarsi di fronte alla netta superiorità gallese, non possono esservi dubbi circa il fatto che l’edizione 1976 della più antica manifestazione rugbistica al Mondo passi alla Storia come “Il più sensazionale dei Grandi Slam” delle 123 occasioni in cui la competizione si è disputata.

E non può certo essere un caso, a conferma di ciò, se dei 10 giocatori gallesi che hanno sinora avuto l’onore di essere inseriti nella “International Rugby Hall of Fame”, ben cinque di essi – Gareth Edwards, JPR Williams (1997), Gerald Davies (’99), Mervyn Davies (’01) e Phil Bennett (’05) – abbiano fatto parte dei “XV che fecero l’impresa”, o no…?

 

LA FAMA, GLI ECCESSI E LA TRISTE FINE DI JOOST VAN DER WESTHUIZEN

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Joost van der Westhuinzen – da rugbyworld.com

articolo di Giovanni Manenti

Se c’è una data che più di ogni altra consacra il ritorno del Sudafrica – ad avvenuta conclusione del periodo di isolazionismo dal resto del mondo a causa del regime di apartheid imperante nel Paese – ai vertici dello Sport internazionale, questa non può che coincidere con il successo nella terza edizione della Coppa del Mondo di Rugby ’95, dallo stesso organizzata, con tanto di presenza del Presidente Nelson Mandela alla Finale del 24 giugno all’Ellis Park di Johannesburg.

Un’impresa di risonanza talmente planetaria da essere celebrata in uno dei più bei film a tema sportivo mai prodotti ad Hollywood, vale a dire “Invictus”, per la regia di quel genio di Clint Eastwood con due superbi interpreti quali Morgan Freeman nel ruolo di Mandela e di Matt Damon nelle vesti di François Pienaar, il Capitano degli “Springboks”, tanto da ricevere entrambi la nomination al Premio Oscar.

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Morgan Freeman e Matt Damon in “Invctus” – da africanbudgetsafaris.com

Non me ne vorrà il “buon vecchio Clint” se mi permetto di criticare, nella sua peraltro ottima produzione, il fatto che, tra i protagonisti della pellicola, non sia stata data alcuna rilevanza a colui che, viceversa, è stato uno dei principali protagonisti di quel trionfo, vale a dire il mediano di mischia Joost van der Westhuizen, sicuramente uno dei migliori di ogni epoca nel suo ruolo, protagonista della nostra storia odierna.

Come il suo cognome testimonia, di chiari origini olandesi – il popolo che prima di ogni altro ebbe a creare un insediamento stabile in Sudafrica a metà del XVII secolo – van der Westhuinzen nasce il 20 febbraio 1971 a Pretoria, dedicandosi al rugby sin dall’infanzia, pur non trascurando gli studi, tanto da conseguire la laurea in Economia e Commercio all’Università della sua città natale.

Ma è la palla ovale il suo grande amore e, dopo aver fatto parte della Nazionale juniores, Joost debutta 22enne con gli Springboks nel test match del 6 novembre ’93 a Buenos Aires contro l’Argentina, bagnando l’esordio con la prima delle sue 38 mete con la maglia del suo Paese nella vittoria per 29-26 del Sudafrica sui Pumas.

Le successive positive prestazioni convincono coach Kitch Christie ad inserire van der Westhuizen nella lista dei convocati per il Mondiale, scelta di cui non avrà certamente a pentirsi, in quanto il possente mediano di mischia (m.1,85 per 89kg.) diviene uno dei protagonisti assoluti della rassegna iridata.

Coppa del Mondo che per i padroni di casa si apre nel girone eliminatorio con lo scontro con i Campioni in carica dell’Australia, la cui vittoria vorrebbe dire il primo posto nel raggruppamento e quindi evitare l’abbinamento con i temutissimi All Blacks nei quarti di finale, impegno che gli Springboks portano a termine superando i rivali per 27-18, aprendosi così la strada verso la semifinale contro la Francia.

E, dopo che, non senza patemi – soprattutto per le condizioni ai limiti (se non oltre …) della praticabilità del terreno di gioco a causa di un violento nubifragio – viene superato lo scoglio costituito dal XV transalpino, ecco che, in vista della Finale contro la Nuova Zelanda, lo spettro di come fermare il 20enne gigante maori Jonah Lomu, autore di ben 4 mete in semifinale contro l’Inghilterra, aleggia in casa Springboks.

Dell’incarico, con il rischio di andare incontro ad una brutta figura, se ne assume la paternità proprio van der Westhuinzen, che in più di un’occasione, una in particolare, riesce a bloccare la devastante forza d’urto dell’ala neozelandese, riuscendo nel contempo a non perdere lucidità nel comandare un pacchetto di mischia non certo facile, così come ad impostare il gioco assieme al mediano di apertura Joel Stransky.

New Zealand winger Jonah Lomu is tackled by South African scrumhalf Joost Van der Westhuizen during ..
va der Westhuizen placca Lomu nella finale ’95 – da iol.co.za

E chi altri, se non lui, serve al “piede caldo” di Stransky l’ovale per il drop che, ai supplementari, decide l’esito della Finale per il conclusivo punteggio di 15-12 che consente a Capitan Pienaar di sollevare al cielo la prestigiosa William Webb Ellis Cup.

Celebrato in patria come una sorta di “eroe nazionale”, il rapporto tra van der Westhuizen ed i colori degli Spingboks prosegue per quella che può tranquillamente definirsi come una “seconda pelle”, visto che, ad avvenuto ritiro dalle scene di Pienaar tocca a lui raccoglierne la veste di Capitano, conducendo il Sudafrica, da Campione del Mondo in carica, all’edizione dei Mondiali ’99 in terra britannica, dove cede lo scettro ai rivali dell’Australia, che si prendono la rivincita in una accesissima semifinale, conclusa sul 27-21 per i Wallabies, dopo che una punizione di de Beer per il 18 pari a tempo scaduto aveva mandato le due squadre ai supplementari.

E quanto fosse importante per van der Westhuinzen vestire i colori della propria Nazionale, se ne ha una schiacciante dimostrazione nel 2001, allorquando, al fine di monetizzare le proprie prestazioni, firma un contratto per andare a giocare con la formazione gallese del Newport, ma di fronte alla ventilata minaccia da parte della Federazione di escluderlo dalla selezione in vista dei Mondiali 2003 da disputarsi in Australia, ritorna sui propri passi, pur suscitando violente reazioni da parte del Club britannico.

Ma c’è poco da fare, il grintoso mediano di mischia non è uomo da compromessi, ed anche se l’esperienza australiana si conclude ai quarti di Finale con la sconfitta per 29-9 contro la Nuova Zelanda – primo successo in Coppa del Mondo degli All Blacks sugli Springboks, visto che, dopo la Finale di Johannesburg del ’95, ne erano stati battuti anche nella gara per il terzo posto nell’edizione ’99 – quella gara segna la sua presenza n. 89 con la maglia del suo Paese, il che all’epoca rappresentava un record, poi superato per primo da Percy Montgomery, mentre ad oggi è tuttora al settimo posto nella “Graduatoria All Time”.

Così come un primato, all’atto del ritiro, era costituito dalle 38 mete messe a segno, una quota non da sottovalutare per un mediano di mischia, a dimostrazione del suo immenso contributo alla coralità del gioco praticato dal XV sudafricano, non limitandosi ad impostare l’azione ed a fare da sbarramento agli attacchi avversari, ma prendendosi anche l’onere di andarla a concludere, prova ne sia che il solo Bryan Habana è sinora riuscito a far meglio, ma nel suo ruolo di ala è come paragonare le reti di un centravanti a quelle di un mediano nel Calcio.

 

Con l’addio al rugby giocato, a van der Westhuinzen non mancano le occasioni per trovare lavoro, ed inizia così la collaborazione con la testata giornalistica “SuperSport”, canale satellitare della piattaforma Sky attraverso il quale può restare legato al mondo della palla ovale, nella nuova veste di commentatore, mantenendo altresì alta la propria popolarità nel Paese, alla quale non nuoce di certo l’intervenuto secondo matrimonio, dopo il divorzio dalla prima moglie Marlene, con la cantante pop Amor Vittone, unione dalla quale nascono due figli.

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Un’immagine felice di Joost con la moglie Amor – da dailymail.co.uk

Una vita, quella di van der Westhuizen, mentre si sta avviando alla soglia dei 40 anni, da fare invidia a chiunque, costellata dalla fama e dalla gloria sportiva, con un’attività che gli consente di stare ancora a contatto con il “mondo della palla ovale” e continuare a ricevere l’affetto dei suoi tanti ammiratori, con una splendida moglie che gli ha dato due altrettanto splendidi figli, eppure, nonostante tutto questo, si vocifera nell’ambiente che l’ex mediano di mischia abbia qualche “vizietto” non proprio edificante.

Dubbi che si tramutano in certezze allorché, nel febbraio 2009, il quotidiano “Reporter” e la rivista “Heat” affermano di essere in possesso di un video in cui van der Westhuinzen è ripreso durante un rapporto sessuale con una ballerina sudafricana e, nel corso del filmato, l’ex giocatore viene anche visto assumere cocaina.

Nonostante inizialmente avesse negato il suo coinvolgimento, la conferma dell’autenticità delle riprese avviene dall’autore del video, tale Anton de Beer, il quale, pur dicendosi rammaricato di aver messo l’ex Capitano degli Springboks in cattiva luce (e cosa credeva, che gli facessero un applauso …, mah …), asserisce che i fatti risalgono ad un paio di anni prima, e che era stato girato con la complicità della sua fidanzata all’epoca (davvero una brava ragazza, non c’è che dire …) al solo scopo di ricattare ed estorcere dei soldi a van der Westhuinzen.

Inutile dire che lo scandalo – investendo un personaggio pubblico di così tale portata – ha un’eco enorme nel Paese, con conseguenze a dir poco drammatiche per van der Westhuinzen, il quale vede andare a rotoli il proprio matrimonio, anche se non per una diretta conseguenza, in quanto aveva già divorziato dalla moglie l’anno prima nel 2008, la quale aveva evidentemente potuto direttamente rendersi conto delle mancanze del marito, visto che, come sempre accade in questi casi, anche la saltatrice in alto sudafricana Charmaine Weavers rilascia un’intervista in cui afferma di aver avuto una relazione con il campione di rugby.

In un batter d’occhio van der Westhuinzen si ritrova dagli altari nella polvere, a fine giugno del medesimo anno viene ricoverato in Ospedale per un presunto attacco cardiaco, peraltro fatto risalire dai medici ad un semplice attacco di panico, risultando dagli esami non avere problemi al cuore ed, essendo stato licenziato dall’emittente televisiva a seguito dello scandalo, non gli resta che mettere a frutto tale negative circostanze con la pubblicazione della propria autobiografia, “Man in the Mirror” (“Un uomo allo specchio”), uscita ad inizio novembre ’09 e nella quale confessa di essere il protagonista del video e si scusa per aver mentito al riguardo.

Ma, per van der Westhuinzen, il peggio era ancora da venire e si manifesta in tutta la sua gravità nel maggio ’11 allorché il persistere di dolori al braccio destro che avevano iniziato a tormentarlo dalla fine del 2008 ma che aveva posto in relazione alla sua attività agonistica, lo inducono a degli esami più approfonditi, da cui emerge una drammatica sentenza, vale a dire l’essere affetto dalla terribile SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica), che non lascia scampo, vedendosi assegnare dai due ai cinque anni di vita residua.

Una sorta di “maledizione” peraltro calata sugli “Springboks” e che non riguarda il solo van der Westhuizen, in quanto il suo compagno di squadra ai Mondiali ’95, la terza linea Ruben Kruger, era già scomparso nel 2010, a soli 30 anni, vittima di un tumore al cervello, così come l’altro terzo linea André Venter, presente alla rassegna iridata ’99, viene colpito da una sindrome affine, la mielite trasversa, che provoca danni progressivi alla colonna vertebrale, mentre in epoca successiva, la SLA viene diagnosticata anche al centro Tinus Linee, che aveva vestito in quattro occasioni la maglia della Nazionale nel biennio 1993 –’94, portandolo prematuramente alla morte a soli 45 anni, ad inizio novembre ’14.

La tragedia che colpisce van der Westhuinzen commuove l’intero Paese nel vedere come l’immagine di un atleta dal fisico possente possa così progressivamente deteriorarsi, il che porta l’opinione pubblica ed i “media” a perdonare al proprio idolo gli eccessi del passato, e contribuisce anche a restituirgli gli affetti più cari, ai quali da grande lottatore qual era stato in campo, intende dimostrare con una volontà non comune il suo desiderio di cercare di vincere anche quest’ultima, per quanto impari, sfida.

Intende far sì che la sua malattia non resti un fatto isolato da vivere privatamente e, per quanto possibile, sfrutta la sua popolarità al riguardo, dapprima recandosi negli Stati Uniti a gennaio ’14 per partecipare a degli studi di ricerca al “Massachusetts General Hospital” di Boston, per poi far visita allo “Eleanor and Lou Gehrig Center” in New York – per chi non lo sapesse, la SLA è definita anche “Morbo di Lou Gehrig” dal nome del celebre giocatore di baseball Usa, stroncato da detta malattia all’età di appena 37 anni ad inizio giugno 1941 – che fornisce assistenza a coloro che sono colti da tale sindrome generativa.

Al ritorno in patria, van der Westhuinzen si impegna in prima persona per creare anche in Sudafrica una organizzazione similare, dando così vita alla “J9 Foundation”, che prende il nome dall’iniziale del suo nome e dal numero indossato in carriera, al fine di stimolare la conoscenza della malattia, raccogliere fondi ed aiutare la ricerca, iniziativa che promuove direttamente presentandosi, pur se oramai costretto a vivere in carrozzina, ai più importanti appuntamenti rugbistici.

Ed il mondo del rugby non ha certo dimenticato il grande campione, unendosi a questa campagna di divulgazione e supporto, avendo anche occasione di ricevere a più riprese la visita di un fiero avversario, vale a dire quel Jonah Lomu a cui proprio van der Westhuinzen aveva negato la gioia di divenire Campione del Mondo, anch’egli afflitto da una seria disfunzione renale, prima causa della prematura scomparsa, avvenuta a novembre ’15, a soli 40 anni di età.

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Una delle ultime immagini di Joost, assistito da moglie e figli – da ewn.co.za

Van der Westhuizen lotta con la stessa grinta e caparbietà che mostrava in campo, riesce a sopravvivere più a lungo di quanto previsto dai medici, ma di fronte ad un avversario che è impossibile placcare, deve anch’egli arrendersi ad inizio febbraio 2017, a due settimane esatte dal compimento dei 46 anni, con la serenità di essere assistito sino all’ultimo dalla ex moglie (dimostratasi una grande donna nella circostanza) e dai suoi adorati figli e con la consapevolezza di come, assistito dalla fede, l’ultimo suo periodo terreno sia servito ad espiare gli errori del passato.

Ed, ad attenderlo in cielo, avrà senz’altro trovato il “Gigante buono” Lomu, che ora non ha più bisogno di placcare, ma solo di abbracciare e ricordare i tempi gloriosi della loro rivalità sportiva, ma sempre improntata ad un’assoluta lealtà, tanto che il commento finale lo lasciamo alla stessa ala All Blacks che, nel corso di una delle ultime visite effettuate all’altrettanto sfortunato avversario ebbe a dire: “Sono orgoglioso di essere tuo amico…”.

Pensiamo che possa bastare

 

JONNY WILKINSON, ED IL DROP CHE LO RESE IMMORTALE

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Jonny Wilkinson alla Coppa del Mondo 2011 – da enca.com

articolo di Giovanni Manenti

Negli sport di squadra, accade spesso che un’azione determini la decisione di una Finale di una grande manifestazione – sia essa olimpica o mondiale – ed ecco allora che colui che si rende protagonista di quell’evento diventa in un attimo, nell’immaginario collettivo, una sorta di “eroe omerico” pronto ad entrare nell’arca della gloria eterna.

Per andare sul pratico, le ultime due edizioni dei Mondali di calcio sono state entrambe risolte ai tempi supplementari dalle reti dello spagnolo Iniesta e del tedesco Mario Goetze che hanno portato le rispettive Nazionali ad aggiudicarsi il trofeo, così come indimenticabile è il canestro messo a segno a fil di sirena dal sovietico Aleksandr Belov nella controversa e quanto mai discussa Finale olimpica di Monaco ’72 contro gli Stati Uniti, mentre, nel nostro piccolo, come scordarsi la schiacciata in diagonale di Lorenzo Bernardi che regala all’Italia il punto decisivo nella Finale contro Cuba ai Mondiali ’90 oppure la rete di Gandolfi al terzo supplementare della sfida per l’oro nella pallanuoto tra Italia e Spagna ai Giochi di Barcellona ’92.

Questo anche perché, in genere, le Finali sono gare tirate, magari non belle tecnicamente data l’importanza della posta in palio, ma agonisticamente vibranti in quanto nessuna delle due contendenti intende cedere ed ecco allora che la prodezza del singolo assume una rilevanza ancor maggiore, come verificatosi altresì in due atti decisivi della Coppa del Mondo di Rugby, entrambi conclusi ai tempi supplementari.

Del primo caso, ne abbiamo già parlato trattando del Torneo disputatosi nel ’95 in un Sudafrica da poco liberato dal giogo dell’apartheid, risolto a favore dei padroni di casa superando 15-12 i favoriti neozelandesi di un devastante Jonah Lomu grazie ad un drop del mediano di apertura Joel Stransky a 7’ dal termine dei tempi supplementari, ed oggi ci occupiamo di un secondo drop che, senza nulla togliere al fuoriclasse sudafricano, assume contorni per molti aspetti più importanti.

A realizzarlo, nella Finale della Coppa del Mondo ’03 in Australia, è un altro mediano di apertura, il n.10 inglese Jonathan Peter “Jonny” Wilkinson, a pochi secondi dallo spirare dei tempi supplementari della Finale disputata il 22 novembre ’03 a Sydney contro i padroni di casa australiani, alla ricerca del loro terzo successo dopo le affermazioni del ’91 e del ’99.

Sarebbe comunque riduttivo ed ingeneroso verso Wilkinson limitare a quel decisivo calcio una carriera che lo ha visto protagonista in 17 anni di attività, e che mai come in questi casi è supportata da numeri che hanno dello strabiliante in virtù della sua capacità di centrare i pali anche da posizioni che ai più appaiono impossibili.

L’approccio di Wilkinson al mondo della palla ovale è pressoché scontato, in quanto figlio di un rugbista che spera di vedere realizzate nel figlio, nato a fine maggio ’79 a Frimley, cittadina del Surrey non molto distante da Londra, le aspettative a lui negate, ed in questo Jonny si dimostra “bambino prodigio” sin dalla più tenera età, sviluppando mano a mano che sale i gradini del rugby inglese quella specifica caratteristica che lo rende famoso su tutti i terreni di gioco del mondo, vale a dire una disarmante precisione nel trasformare le mete realizzate dai compagni, così come essere implacabile nel mettere il pallone tra i pali in occasione dei calci di punizione.

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La tipica postura di Wilkinson prima di un calcio – da daily,ail.co.uk

E’ mancino, Wilkinson, alla stregua di un Maradona o di un Messi – parimenti abili nel realizzare reti su calci piazzati – ed altrettanto singolare è la sua postura prima di accingersi al calcio, con il corpo parzialmente rannicchiato in avanti, le braccia unite come nella posizione di bagher da parte di un pallavolista, lo sguardo ben fisso sui pali che deve centrare prima che la perfetta traiettoria faccia roteare l’ovale nel punto prestabilito, e, d’altronde, non può certo essere un caso se nei suoi 14 anni di militanza con il “XV della Rosa” mette a segno “qualcosa” come 239 piazzati, 162 trasformazioni e 36 drop per un computo totale di ben 1.179 punti, secondo miglior realizzatore della storia delle nazionali, superato solo dal neozelandese Dan Carter, giunto a quota 1.598.

Un record che sarebbe potuto essere ben più pingue se Wilkinson non fosse rimasto vittima di numerosi infortuni che hanno limitato l’attività nel triennio 2004-’06, durante il quale veste la divisa della nazionale in due sole occasioni, tant’è che, con il classico “humour” anglosassone, è lo stesso mediano di apertura a commentare, con un pizzico di amarezza, come “il numero di infortuni che ho subito si evince da quanti hobby ho coltivato durante le convalescenze …!!”.

Wilkinson, che in patria veste unicamente i colori dei “Newcastle Falcons” con cui si aggiudica il loro unico titolo inglese nella sua stagione di esordio nel ’98, debutta in Nazionale il 4 aprile ’98 non ancora 19enne, per poi segnare i suoi primi 9 punti (un piazzato e tre trasformazioni) il 20 febbraio ’99 a Twickenham contro la Scozia e che risultano decisivi per il successo 24-21 dell’Inghilterra, così convincendo il tecnico Clive Woodward ad inserirlo nella rosa per la Coppa del Mondo ’99, organizzata dal Galles, ma con incontri disputati sull’intero suolo del Regno Unito ed in Francia.

Tocca all’Italia, inserita nel Gruppo B insieme a Tonga e Nuova Zelanda, tenere a battesimo l’esordio di Wilkinson nella rassegna iridata, che migliore non poteva essere, visto che mette a segno ben 32 (una meta, 6 trasformazioni e 5 piazzati) dei 67 punti (a 7) con cui gli inglesi travolgono gli azzurri, mentre i suoi tre calci di punizione servono solo a ridurre la sconfitta subita dall’Inghilterra per 16-30 contro gli All Blacks nella seconda gara del girone.

Esentato dal giocare il facile match contro Tonga (concluso sul 101-10), Wilkinson riprende il proprio posto di mediano di apertura nella delicata sfida contro le Isole Fiji che vale l’accesso ai quarti di finale, centrando i pali in ben sette occasioni a fronte di altrettanti calci di punizione, cui unisce una trasformazione per il suo personale bottino di 23 punti che contribuisce alla vittoria inglese per 45-24, per poi essere rimpiazzato da Grayson nel quarto di finale contro il Sudafrica che si risolve nel tracollo dei sudditi di Sua Maestà per 21-44, una decisione che attira sul CT Woodward gli strali dei media e dei tifosi inglesi, che già hanno scelto il 20enne biondino come loro beniamino preferito.

Da questa delusione a carattere nazionale, nasce però per Wilkinson, a livello personale, il periodo migliore della propria attività agonistica, che lo vede per un quadriennio salire agli onori del rugby mondiale sciorinando prestazioni che, in molti casi quasi da solo, contribuiscono alla crescita del XV inglese sino ad issarlo ai vertici assoluti.

Oramai affidatogli il ruolo di regista della squadra, Wilkinson incamera il suo primo successo a livello internazionale aggiudicandosi la prima edizione del “Sei Nazioni” 2000 a seguito dell’allargamento della manifestazione con l’inserimento anche dell’Italia, pur mancando il “grande slam” a causa della sconfitta per 13-19 patita in Scozia a torneo già matematicamente conquistato, per poi dare la più lampante delle manifestazioni di quanto la sua presenza sia determinante per le sorti del “XV della Rosa” in occasione del “test match” disputato il 24 giugno 2000 a Bloemfontein, realizzando tutti e 27 i punti (8 piazzati ed un drop) del successo per 27-22 dell’Inghilterra in Sudafrica.

Un’Inghilterra che prosegue il suo percorso di crescita con le tre vittorie nei “test match” del successivo autunno disputatisi a Twickenham contro Australia (22-19 con 17 punti di Wilkinson, 4 piazzati, un drop ed una trasformazione), Argentina (19-0, con 14 punti di Wilkinson che, rispetto al match precedente ha solo un piazzato in meno) e Sudafrica, superata 25-17 grazie ai 6 calci di punizione ed ad una trasformazione del suo mediano di apertura, per poi affermarsi anche nel “Sei Nazioni” ’01, in cui – in occasione del match del 17 febbraio contro l’Italia, travolta 80-23 – Wilkinson realizza il suo record personale di punti in una singola gara con 35, frutto di una meta, 4 piazzati e ben 9 trasformazioni delle 10 mete inflitte ai malcapitati azzurri.

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Jonny Wilkinson al calcio in un match del “Sei Nazioni” – da gettyimages.it

Le superbe prestazioni del 22enne del Surrey fanno sì che in estate Wilkinson sia selezionato per il tour australiano dei “British Lions”, concluso con una vittoria e due sconfitte, ma nel terzo match, a dispetto del 23-29 finale, mette a segno 18 punti che eguagliano la miglior prestazione nella storia della selezione britannica.

L’anno seguente l’Inghilterra perde il “Sei Nazioni” a beneficio della Francia, pur aggiudicandosi la “Triple Crown” avendo battuto tutte le altre formazioni britanniche, ma oramai i fari sono puntati verso la quinta edizione della Coppa del Mondo, in programma in Australia dal 10 ottobre al 22 novembre ’03, appuntamento al quale l’Inghilterra si avvicina dando preoccupanti (per le avversarie …) segnali, come testimoniano le affermazioni nei test match del 9 novembre ’02, in cui a Twickenham sconfigge 31-28 gli All Blacks, con Wilkinson a mettere a segno 21 punti per il suo primo full (una meta, 2 trasformazioni, 3 piazzati ed un drop) contro una delle prime 10 Nazionali del ranking mondiale, bissata nel giugno ’03 nel tour australe per 15-13, con tutti i punti inglesi realizzati (4 piazzati ed un drop) dal micidiale mediano di apertura, cui segue, ad una settimana di distanza, il primo successo inglese sul suolo australiano, con i Wallabies sconfitti 25-14, gara in cui Wilkinson si limita a soli 10 punti.

E’ una formazione ben solida, quella che sbarca ad inizio ottobre nella terra dei canguri, ben decisa a giocarsi le sue carte mondiali, potendo contare sulla devastante presenza in mezzo al campo di Lawrence Dallaglio, sulla forza ed il carisma del capitano Martin Johnson e la velocità delle ali Cohen e Robinson, una situazione che permette a Wilkinson di sentirsi protetto e poter gestire da par suo il gioco.

Inserita nel gruppo C assieme a Georgia (facile 84-6), Samoa (più sofferto 35-22) ed Uruguay (travolto 111-13), l’Inghilterra si aggiudica anche il decisivo match per l’assegnazione del primo posto contro il Sudafrica, sconfitto nettamente per 25-6 dove, oltre alla meta di Greenwood, i restanti punti portano tutti la firma di Wilkinson, autore di due drop, 4 piazzati e la trasformazione della meta del compagno, presentando così un brillante biglietto da visita in vista degli scontri diretti dei quarti di finale.

Opposti al rognoso Galles, gli inglesi soffrono non poco la spregiudicatezza dei loro avversari, capaci di andare per due volte in meta nel finale di primo tempo con Stephen Jones e Charvis (fortunatamente non trasformate …) per il 10-3 con cui le due squadre vanno al riposo e quanto sia importante avere un giocatore abile al piede lo dimostra la ripresa dove, nonostante i Dragoni realizzino una terza meta con Martyn Williams, stavolta trasformata, vengono alla fine sconfitti per 28-17 in quanto Wilkinson non fa sconti ed, oltre a convertire la metà realizzata da Greenwood, centra altre cinque volte i pali su punizione, con la ciliegina del drop a tempo scaduto che certifica l’accesso alla semifinale contro la Francia.

E mentre, nell’altra semifinale australe, i padroni di casa spengono i sogni della Nuova Zelanda, sconfitta per 22-10, un’ulteriore conferma – caso mai ce ne fosse stato bisogno – di quanto sia importante la presenza di Wilkinson nello scacchiere inglese giunge allorché a farne le spese è la formazione transalpina, la quale, a dispetto dell’unica meta dell’incontro, messa a segno da Betsen dopo 10’ e trasformata da Michalak, deve assistere impotente allo show del biondo mediano di apertura, il quale centra per 8 volte i pali, attraverso 5 piazzati e ben 3 drop, messi a segno rispettivamente al 9’, 38’ e 58’, che certificano tutti e 24 i punti di marca inglese e rappresentano una sorta di “prova generale” di quello che avviene sei giorni dopo nella Finale contro l’Australia.

In un “Teltra Stadium” di Sydney riempito da quasi 83mila spettatori, l’Australia inizia aggredendo gli avversari, atteggiamento che le consente di andare in meta con l’ala Tuqiri, il quale ha facilmente la meglio nel contendere l’ovale al più basso Robinson su di uno spiovente di Larkham per poi schiacciare a terra, da posizione però così angolata che non consente la trasformazione ed i conseguenti due punti aggiuntivi.

L’Inghilterra di Capitan Johnson è però una squadra granitica, che non si fa prendere dal panico e pian piano ricuce le trame del proprio gioco, e Wilkinson dimostra sin da subito di avere il piede caldo centrando i pali con tre piazzati consecutivi per il parziale di 9-5 prima che Robinson, in chiusura di primo tempo, si riscattasse dallo smacco subito in occasione della meta australiana, andando egli stesso a depositare l’ovale nell’angolo destro della difesa dei padroni di casa al termine di una splendida azione corale, per il 14-5 con cui le squadre vanno a riposo, in quanto la posizione per la trasformazione era troppo difficile anche per il piede fatato di Wilkinson.

Alla ripresa del gioco tocca agli australiani guadagnare campo e, spronati da un piazzato di Flatley dopo solo 7’, riescono a raggiungere la parità sul 14-14 dopo che lo stesso centro interno si ripete in altre due occasioni, l’ultima delle quali proprio in chiusura di gara, il che indirizza la sfida verso una lotta di nervi tra i due rispettivi “calciatori”, come era avvenuto otto anni prima tra il sudafricano Stransky ed il neozelandese Mehrtens.

Con una tensione palpabile sia in campo che sulle tribune, l’onere di decidere le sorti della “Webb Ellis Cup” ’03 è ancora demandato a coloro che dovrebbero essere i più lucidi e, difatti, sia Wilkinson, che riporta avanti l’Inghilterra al 2’ dei supplementari, che Flatley, ad impattare nuovamente l’esito della sfida sul 17-17 a 3’ dalla fine del secondo supplementare, mantengono fede alle rispettive capacità balistiche, ma il XV inglese ha ancora un’ultima freccia al proprio arco.

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Il celebre drop vincente di Wilkinson – da dailytelegraph.com.au

Con meno di 1’ ancora da giocare, una penetrazione del mediano di mischia inglese John Dawson, supportata dal capitano Johnson, fa sì che si crei una mischia spontanea in cui è lo stesso Dawson a raccogliere l’ovale per cederlo all’indietro a Wilkinson – uno schema provato più volte in allenamento – il quale non ha tempo per decidere, se non calciare con il “piede sbagliato”, vale a dire il destro, ma capace ugualmente di disegnare una parabola che consente all’ovale di centrare i pali a 26” dal termine dell’extra time.

Milioni di telespettatori in tutto il mondo seguono l’evento, e l’impresa di Wilkinson viene diffusa nell’intero pianeta, a coronamento di un fantastico quadriennio, che porta l’Inghilterra ad essere a tutt’oggi l’unica Nazione dell’emisfero boreale ad essersi aggiudicata la Coppa del Mondo, mentre a livello personale le onorificenze si sprecano, con tanto di consegna della “Laurea Honoris Causa” per meriti sportivi da parte dell’Università del Surrey ad inizio aprile ’09, quell’ateneo che Wilkinson aveva lasciato da giovane per dedicarsi interamente al rugby.

Quella stessa disciplina che poi, all’apice della carriera, gli chiede il conto con una incredibile serie di infortuni, cui si aggiunge anche un’operazione di appendicite, che praticamente impediscono per tre anni a Wilkinson di gareggiare, per poi riprendere comunque nel 2007, allorché sono ancora i suoi calci a consentire all’Inghilterra di raggiungere la Finale anche della Coppa del Mondo ’07 (sconfitta 6-15 dal Sudafrica), mentre la battuta d’arresto per 12-19 contro la Francia l’8 ottobre ’11 ai quarti di finale della Coppa del Mondo ’11 rappresenta la presenza n. 91 con la maglia dei “Tre Leoni” per Wilkinson, il quale abbandona la scena internazionale potendo altresì vantare il record del maggior numero di drop (ben 29) messi a segno in tale manifestazione.

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Wilkinson festeggia il titolo francese 2014, sua ultima gara – da rugbywrapup.com

Insignito dell’onorificienza di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico, Wilkinson spende le ultime briciole di carriera in Francia, accasandosi al Tolone e fornendo un importante contributo di esperienza per la conquista di due “Heineken Cup” (la Champions League del calcio …) consecutive nel ’13 e nel ’14, per poi dare l’addio definitivo alla propria attività agonistica come solo un vincente può fare, vale a dire con la vittoria nella Finale del campionato francese, gara disputata il 31 maggio ’14 e che la formazione provenzale si aggiudica superando 18-10 il Castres grazie, indovinate un po’, a 4 calci piazzati ed ad un drop di Wilkinson, che colleziona pertanto 15 dei 18 punti segnati dalla propria squadra.

Ovvio che non vi stupite se, a match concluso, Wilkinson sia stato portato in trionfo dai compagni per ricevere la meritata “standing ovation” da parte degli spettatori presenti sugli spalti del “Saint-Denis”…

 

MARVYN DAVIES, IL N.8 DEL RUGBY PER ECCELLENZA

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Marvyn Davies in azione con l’ovale – da telegraph.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

In ogni Sport di squadra che si rispetti, vi sono dei “ruoli chiave”, ed in questo senso il Rugby non è certo da meno al confronto delle altre discipline, ed uno di questi, fondamentale, è quello della “Terza linea centro”, la cui importanza è ribadita dal fatto che, nella terminologia inglese, esso è semplicemente definito “Number Eight” (“Numero Otto”) dalla maglia che indossa, a conferma della specificità del ruolo.

Il “Number Eight”, difatti, è colui che deve avere la forza fisica di un giocatore di mischia e le capacità tecniche di un trequarti, e ricopre un ruolo determinante in occasione delle mischie in quanto si posiziona nella parte terminale della stessa, controllandone i movimenti e servendo il pallone al mediano di mischia, consentendo altresì che l’ovale pervenga ai trequarti e, pertanto, sia il mediano d’apertura che il primo centro vengono inseriti nell’azione offensiva proprio grazie a lui, al quale è lasciata anche la decisione di raccogliere la palla e portare l’attacco come un trequarti, con la possibilità, pertanto, di creare un’azione di gioco.

Fatta questa necessaria premessa per far comprendere ai meno “addetti ai lavori” l’importanza del ruolo, andiamo a conoscere colui che di tale posizione in mezzo al campo ha fatto una ragione di vita, vale a dire il gallese Mervyn Davies, nato a Swansea il 9 dicembre 1946 ed unanimemente ricordato come il più forte numero 8 dei “Dragoni” di ogni epoca, nonché uno dei migliori rugbisti di tutti i tempi.

Per Mervyn – come peraltro ogni ragazzo gallese che si rispetti, visto che il rugby da quelle parti è lo sport nazionale – la strada verso il mondo della palla ovale è anche più logica, avendo pure il padre praticato tale disciplina, guarda caso come N.8, se non fosse che, nel novembre 1968 lo troviamo ad insegnare in una scuola elementare a Guildford, nel Surrey, mentre il fine settimana gioca a rugby nella squadra riserve dei London Welsh.

Fortuna vuole che la prima squadra fosse alquanto debole nel reparto di mischia e Glanmor Richards, Capitano della seconda formazione, raccomanda Davies per quel ruolo, peraltro con le parole “io ho un tipo capace di vincere quasi tutte le mischie, anche se in effetti non sa fare molto altro …” che non rappresentano certo un gran biglietto da visita, pur venendo smentite dai fatti, visto che appena tre mesi dopo, l’1 febbraio ’69, Davies fa il suo esordio in Nazionale con la maglia n.8 che lo accompagna per tutto il resto della carriera, nel match inaugurale del “Cinque Nazioni”, che il Galles fa suo con un netto 17-3 esterno a Murrayfield, contro la Scozia, nel mentre ottiene il trasferimento a Battersea, a sud di Londra, per proseguire l’attività di insegnante.

E’ questa la prima delle 38 presenze consecutive di Davies con i Dragoni che, proprio in detto periodo – grazie alla presenza in squadra di campioni quali Barry John, Phil Bennett, Gerald Davies, Gareth Edwards e JPR Williams – terrorizzano le difese avversarie del prestigioso torneo, tanto che nelle 7 edizioni disputate dal nostro uomo, se ne aggiudicano quattro (con due grandi slam e tre “triple crown”), dividendone un quinto con la Francia nel ’70, mentre nel ’73 tutte e cinque le partecipanti giungono a pari merito, con due vittorie e due sconfitte a testa.

Un ruolino impressionante che vede Davies protagonista sin dalla citata sua prima apparizione, edizione che il Galles fa sua dominando il resto dei XV britannici, in quanto al ricordato successo in Scozia seguono le altrettanto nette vittorie casalinghe nei confronti dell’Irlanda (24-11, l’8 marzo ’69) e dell’Inghilterra (30-9, il 12 aprile), con ciò consentendo la conquista della “Triple Crown” (trofeo che viene assegnato alla squadra che sconfigge le altre tre compagini del Regno Unito), fallendo il grande slam solo a causa del pareggio per 8-8 a Colombes contro la Francia.

Un successo che il Galles replica l’anno seguente, pur dovendo dividerlo con la Francia per effetto di un “passaggio a vuoto” con la sconfitta per 0-14 subita a Dublino contro l’Irlanda, riscattata grazie alla vittoria a Cardiff per 11-6 proprio contro i transalpini, nel mentre in occasione del match di Twickenham vinto per 17-13 sull’Inghilterra, Davies mette a segno la prima delle sole due mete realizzate con la maglia della Nazionale.

Il dominio gallese sul resto delle avversarie viene ribadito l’anno successivo, con il primo grande slam dell’era Davies, frutto di due convincenti successi casalinghi contro Inghilterra (22-6) ed Irlanda (23-9) e di altrettante vittorie esterne, peraltro soffertissime, contro Scozia (19-18) e Francia (9-5) in cui l’importanza e la relativa tenuta del pacchetto di mischia assume un ruolo fondamentale.

Il livello delle prestazioni di Davies nel ruolo di terza linea centro fanno sì che lo stesso venga convocato tra i “British and Irish Lions”, selezione dei migliori giocatori del Regno Unito, per il consueto tour che, per il 1971, vede i Lions impegnati in Nuova Zelanda, allenati da Carwyn James, tecnico dei Dragoni, per quattro test match contro i formidabili All Blacks, tutti disputati da Davies come titolare e conclusi con uno score di due vittorie (9-3 e 13-3) ed un pari per 14-14 a fronte dell’unica sconfitta per 12-22 subita.

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Il classico “look” di Davies, fascia bianca e baffi lunghi – da gettyimages.it

Detta trasferta nell’emisfero australe – che Davies affronta assieme ai compagni di Nazionale Gareth Edwards, Gerald Davies, Bryy John e JPR Williams – rappresenta la definitiva consacrazione per “Mister Number Eight”, peraltro ben distinguibile in campo per effetto sia della striscia bianca che gli fascia la testa che del paio di lunghi baffi alla messicana, fatti crescere, come da lui stesso ammesso, per assumere un aspetto più aggressivo sul terreno di gioco.

Con una struttura fisica (m.1,91 per 108kg.) più asciutta rispetto alla corporatura dei suoi pari ruolo, Davies, soprannominato “Merv the swerve (“Marvin lo scarto”) secondo i canoni dei più classici giochi di parole anglosassoni, in cui scarto non si riferisce all’essere un mediocre, bensì alla sua abilità nel deviare in corsa per disorientare gli avversari, viene considerato come il più duro e resistente N.8 mai prodotto dalle isole britanniche, forte nelle mischie, ma altrettanto devastante nella distribuzione del gioco.

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Davies in azione nel tour dei Lions in Sudafrica nel ’74 – da photoshelter.com

Rientrato in Galles nel ’72 per accasarsi allo Swansea, la squadra della sua città natale, Davies abbandona il lavoro da insegnante per divenire Direttore delle vendite alla “WA Blyth” di Swansea, un’azienda che si occupa della produzione di tute da lavoro per le industrie minerarie ed acciaierie della regione, venendo selezionato per la seconda volta con i Lions per il tour del ’74 in Sudafrica, dove anche stavolta non salta nessuno dei quattro test match disputati, che si concludono in modo trionfale con ben tre vittorie (12-3, 28-9 e 26-9) ed un pari per 13-13 nella gara conclusiva, tournée in cui Davies è seguito dai compagni di Nazionale Gareth Edwards, Phil Bennett e JPR Williams.

A simboleggiare l’importanza ed il carisma oramai assunto da Davies all’interno del XV gallese giunge, nel 1975, la nomina a Capitano in luogo di Gareth Edwards – un riconoscimento che nei paesi anglosassoni ha un valore molto più elevato rispetto alle nostre latitudini – circostanza che lo responsabilizza ancor più nel dare il massimo per i successi della sua Nazionale e che porta a termine nel migliore del modi, a partire dall’esordio nella nuova veste, con una convincente vittoria per 25-10 contro la Francia nell’incontro inaugurale del “Cinque Nazioni” svoltosi il 18 gennaio ’75 al Parc des Princes di Parigi, Torneo che il Galles fa suo a dispetto della sconfitta per 10-12 patita contro la Scozia ad Edimburgo, grazie alle nette affermazioni sull’Inghilterra (20-4) e sull’Irlanda (32-4), nonché, giova ricordarlo, per il contemporaneo successo del “XV della Rosa” sugli scozzesi per 7-6 nell’ultimo incontro della manifestazione.

Quell’Inghilterra contro cui Davies aveva realizzato il 16 marzo ’74 anche la sua seconda ed ultima meta coi Dragoni – peraltro inutile ad evitare la sconfitta per 12-16 nell’ultimo match di quell’edizione del “Cinque Nazioni” – e che inaugura la stagione ’76 di tale competizione, che il Galles domina conquistando il secondo grande slam personale (nonché la ovvia “Triple Crown”) per Davies, con punteggi che non ammettono repliche, visto che oltre alla vittoria esterna per 21-9 a Twickenham, si susseguono il 28-6 alla Scozia ed il 34-9 all’Irlanda, prima di concludere il torneo con il decisivo trionfo per 19-13 sulla Francia, giunta seconda con tre vittorie e tale sola sconfitta, match che rappresenta anche l’ultima delle 38 presenze di Davies con la sua Nazionale.

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Davies in azione contro la Francia, suo ultimo match in Nazionale – da telegraph.co.uk

A 29 anni da poco compiuti, difatti, Davies è costretto ad abbandonare l’attività in quanto, nel corso della semifinale della Coppa del Galles disputata a Cardiff tra lo Swansea ed il Pontypool, collassa al suolo colpito da una emorragia cerebrale, dalla quale riesce a recuperare solo grazie al pronto intervento dello staff medico presente all’incontro, tanto che lo stesso giocatore ha in seguito a commentare che “se ciò mi fosse accaduto in qualsiasi altro luogo, sarei sicuramente morto …!!”.

Anche perché difficilmente avrebbe avuto la fortuna, viceversa verificatasi nella circostanza, che all’incontro stesse assistendo uno dei più famosi neurochirurghi gallesi, il quale, resosi immediatamente conto della gravità della situazione, accelera il ricovero di Davies in ospedale per il relativo intervento chirurgico, dal quale l’oramai ex rugbista, dopo mesi di degenza, non si prende totalmente, soffrendo di una zoppia e di una limitazione della vista per il resto della propria vita.

Passare in un minuto dall’affrontare la Nuova Zelanda a non essere in grado di battere mio figlio di un anno al gioco della pulce, è stata una battaglia difficile da affrontare”, è questo l’amaro commento espresso da Davies in un documentario andato in onda sulla BBC nel 2006 sulla storia della sua vita che, dopo la forzata cessazione dell’attività agonistica prosegue con il ricordato lavoro di Direttore delle vendite alla “WA Blyth”, nonché in veste di allenatore di rugby e di commentatore sportivo, avendo altresì modo di raccontare le proprie esperienze di sport e di vita con la pubblicazione di due libri, “Mervyn Davies, N.8” ed “In strength and shadow” (“Nella forza e nell’ombra”), pubblicazioni di buon riscontro di vendite per un giocatore che è stato il settimo gallese – dopo Gareth Edwards, Barry John, Cliff Morgan, JPR Williams, Gerald Davies e Carwyn James – ad essere introdotto, nel 2001, nella “International Rugby Hall of Fame”.

Grande combattente, Davies – dopo il divorzio dalla moglie Shirley, dalla quale aveva avuto due figli – deve arrendersi all’unico avversario che non è in grado di placcare, vale a dire un tumore ai polmoni, a lui, accanito fumatore, diagnosticato nel novembre 2011 e che lo porta alla conclusione dell’esistenza terrena il successivo 15 marzo ’12 a 65 anni di età, lasciando in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vederlo giocare l’immagine del “perfetto rugbista”, capace di esaltare come pochi altri quelle che sono le caratteristiche fondamentali di questo splendido sport.

 

IL GRANDE SLAM DELL’IRLANDA NEL “CINQUE NAZIONI” DEL 1948

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L’Irlanda del Grande Slam 1948 – da irishrugby.ie

Articolo di Giovanni Manenti

Che il Rugby, al di là di quanto possa sembrare ad una prima, superficiale osservazione da parte di coloro che non sono addentro a tale disciplina, sia uno sport che affratella ed unisce in nome di valori di lealtà e correttezza è risaputo, ed una prova tangibile è altresì data dal fatto che solo la palla ovale riesce ad unire in una sola rappresentativa i giocatori della Repubblica d’Irlanda e dell’Irlanda del Nord, che, proprio in base a detta circostanza, non viene identificata dalla bandiera nazionale irlandese, bensì da un vessillo apposito, che consiste in un trifoglio (lo “shamrock”) a simboleggiare in modo generico l’Irlanda intesa geograficamente come un’isola.

Questa unità di intenti, non è sufficiente però ad evitare che il XV del trifoglio sia (o, per meglio dire, fosse …) considerato un po’ il “parente povero” all’interno del rugby britannico e del susseguente inserimento della Francia nel “Torneo delle Cinque Nazioni” – oggi divenuto “Sei Nazioni” con l’allargamento della manifestazione anche all’Italia – a causa di due periodi neri di lunga durata senza aggiudicarsi il trofeo, vale a dire dal successo del 1951 (sfiorando il “grande slam”, con tre vittorie ed un pari) sino alla vittoria del 1973 (peraltro con tutte e cinque le squadre a pari merito, con due vittorie ed altrettante sconfitte a testa), ed il secondo costituito dall’assenza di successi dal 1985 (anche in questo caso slam sfiorato, con tre vittorie ed un pari contro la Francia) sino al 2009, quando all’Irlanda stavolta riesce l’impresa di far sue tutte e cinque, dato l’inserimento dell’Italia, le sfide disputate.

Due cicli di astinenza durati oltre 20 anni farebbero presagire per l’isola del trifoglio una situazione di completa sudditanza rispetto alle altre potenze continentali, ed invece anche l’Irlanda ha vissuto il suo “momento di gloria” coincidente con la ripresa dell’attività sportiva al termine del secondo conflitto mondiale, in parte forse favorita da un minor impatto dell’evento bellico rispetto alle altre Nazioni partecipanti, ma che comunque le consente di aggiudicarsi ben tre edizioni del torneo tra il 1948 ed il 1951.

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L’Irlanda vincitrice del “Cinque Nazioni” nel 1949 – da gettyimages.it

E, proprio il 1948 rappresenta per l’Irlanda la stagione della svolta in quanto, con l’Europa ancora impegnata a leccarsi le ferite del conflitto in una faticosa opera di ricostruzione, non solo si aggiudica il torneo, ma conquista anche il suo primo (e, per molto tempo, unico …) grande slam, un’impresa che sarà eguagliata dai vari O’Driscoll ed O’Gara – non a caso i giocatori con più presenze nel XV irlandese, con 133 e 128 “caps” rispettivamente – solo nel 2009, e cioè a qualcosa come 61 anni di distanza (!!) …

Rapportandoci alle già sottolineate difficoltà dell’epoca quanto a trasporti, il “Cinque Nazioni” rappresenta pressoché l’unica occasione di confronto, prova ne sia che la stessa Francia, oltre agli incontri del torneo, disputa un solo altro “test match” a Parigi contro l’Australia, con la formazione australe a sfidare anche l’Inghilterra a Twickenham nel classico tour europeo.

E che, il 1948 sia un anno beneaugurante per i colori irlandesi lo si intuisce sin dal Capodanno, in quanto proprio dopo aver trascorso la notte di San Silvestro le formazioni di Francia ed Irlanda si sfidano allo stadio di Colombes a Parigi di fronte a 25mila spettatori per il match che inaugura il torneo.

Non sappiamo quanto abbia brindato la sera prima, ma di sicuro lo avrà fatto a fine gara, il 23enne James Stephen McCarthy, unico debuttante del XV irlandese, il quale si incarica di aprire le marcature con una meta trasformata dall’ala Barney Mullan, alla sua quinta presenza in Nazionale dopo aver disputato l’intero torneo del 1947, che si incarica poi di essere lui stesso a trasportare l’ovale oltre la linea di meta per la conseguente trasformazione che fissa il punteggio sul 10-0 all’intervallo, in quanto all’epoca la meta vale solo 3 punti.

La reazione francese nella ripresa porta solo ad accorciare le distanze con due mete di capitan Basquet e dell’avanti Robert Soro, ma è sufficiente una fuga di Paddy Reid, che nella circostanza mette a segno i suoi soli tre punti con la maglia della Nazionale, per chiudere il conto sul definitivo 13-6 con cui l’Irlanda espugna Parigi e manda un chiaro segnale alle altre avversarie per la conquista del trofeo.

Così come era toccato agli irlandesi inaugurare il torneo, gli stessi, viceversa, beneficiano di un mese e mezzo di tempo per tornare in campo a sfidare l’Inghilterra il 14 febbraio ’48 a Twickenham per una classifica che, essendosi disputati nel frattempo altri tre incontri, vede il Galles a quota 3 (2 partite giocate), Irlanda (1) e Scozia (2) con 2 punti, Inghilterra 1 (1) e Francia ancora a 0 con due sconfitte.

Per il XV della rosa, reduce da un sofferto pareggio casalingo per 3-3 contro il Galles, si tratta di un incontro chiave da vincere ad ogni costo per avere speranze di conquistare il trofeo, visto che dovrà poi rendere visita a Scozia e Francia per le due ultime sfide della manifestazione, ma ciò nonostante gli irlandesi schierano tre debuttanti – il mediano di mischia Hugh de Lacy, l’estremo John Mattsson ed il terza linea centro Des O’Brien – con l’inserimento altresì di John Daly e Jimmy Nelson rispetto alla formazione che aveva espugnato il campo di Colombes.

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Jackie Kyle in azione nel match contro l’Inghilterra – da epicirelandchq.com

Come era logico attendersi, la gara è tesa, dura e combattuta sin all’ultimo pallone giocabile e, dopo un primo tempo concluso sul 5-5 (meta trasformata dell’ala Dickie Guest per gli inglesi, alla quale replica il mediano d’apertura Jackie Kyle, futuro “Hall Famer”, per i propri colori), la sfida si risolve nella ripresa allorquando l’Irlanda riesce a depositare altre due volte l’ovale in meta con Bill McKay e William McKee, i cui punti, ancorché Mullan dimostri di non avere il piede caldo fallendo entrambe le trasformazioni, rendono vana la seconda meta personale di Guest, ancorché anch’essa trasformata dall’estremo Dick Uren, per il definitivo 11-10 con cui si conclude l’incontro e che sancisce la seconda vittoria esterna per gli irlandesi, che si portano al comando della classifica provvisoria con 4 punti e, soprattutto, il vantaggio di giocare nell’isola i due restanti incontri.

Un ulteriore slancio verso la conquista del grande slam viene al XV del trifoglio dalla notizia che, contemporaneamente al loro successo in terra inglese, il Galles viene sconfitto a domicilio per 11-3 dalla Francia, il che sta a significare che, in caso di successo 14 giorni dopo a Dublino contro la Scozia, il trofeo tornerebbe a far bella figura di sé nella bacheca irlandese, un’occasione da non farsi assolutamente sfuggire.

E, come lo sanno i giocatori che scendono in campo – con il rientro di Dudley Higgins nel ruolo di estremo e la sola variante del debutto del 25enne Michael O’Flanagan per quella che sarà la sua unica presenza in Nazionale, rispetto alla formazione che due settimane prima aveva sconfitto l’Inghilterra – così sono altrettanto pronti a festeggiare gli spettatori che gremiscono il Lansdowne Road di Dublino per un match nel quale la Scozia oppone una fiera resistenza e, pur non riuscendo mai a superare l’arcigna difesa irlandese, cede solo di fronte a due mete messe a segno ancora dai talentuosi Kyle e Mullan per il 6-0 che certifica la conquista del trofeo da parte dell’Irlanda.

Ma i britannici, si sa, non sono certo parchi in fatto di trofei, ed il “Torneo del Cinque Nazioni” non sfugge a tale regola, mettendo in palio, oltre al trofeo vero e proprio anche la “Triple Crown”, che spetta alla squadra britannica che sconfigge le altre tre (Francia esclusa, pertanto), nonché la “Calcutta Cup” a beneficio della compagine che si aggiudica la sfida tra Scozia ed Inghilterra.

Pertanto, con già in tasca la vittoria nella manifestazione, ecco che la sfida del 13 marzo ’48 a Belfast contro il Galles assume una duplice rilevanza, vale a dire di consentire all’Irlanda di far suo il primo “grande slam” della storia, nonché di aggiudicarsi la “tripla corona”, evento mai verificatosi nel corso del XX secolo.

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La meta di Daly contro il Galles – da listowelconnection.blogspot.it

Circostanze non da poco per motivare i fieri atleti irlandesi, i quali scendono in campo ben decisi a far loro l’incontro con gli altrettanto rocciosi gallesi, i quali danno non poco  filo da torcere ai loro avversari, chiudendo la prima frazione di gioco sulla parità in forza di una meta per parte (Daly per i padroni di casa, sua unica realizzata in Nazionale, e Bleddyn Williams per i “Dragoni”, lui viceversa abituato a tali giocate, potendone contare 7 a fine carriera), prima che toccasse a Mullan depositare l’ovale oltre la linea di meta per il 6-3 definitivo in quella che è anche la sua ultima partita in maglia biancoverde con un ragguardevole score di 6 mete e 36 punti realizzati nelle 8 gare disputate, tutte relative ai “Tornei del Cinque Nazioni” 1947 e ’48.

Come detto, tale impresa non resta isolata, in quanto l’Irlanda si aggiudica il torneo anche nel 1949 (con tre vittorie ed una sconfitta 9-16 di fronte alla Francia, circostanza questa che, se avete seguito bene l’articolo, consente comunque agli irlandesi di aggiudicarsi la seconda “Triple Crown” consecutiva) e nel 1951 quando, ironia della sorte, sono proprio i gallesi ad impedire il ripetersi del grande slam, imponendo il pareggio per 3-3 nell’ultimo match disputato a Cardiff il 10 marzo ’51 dopo che l’Irlanda aveva fatto suoi i tre precedenti incontri.

Magari, se i “Dragoni” avessero immaginato che per un altro slam i poveri irlandesi avrebbero dovuto aspettare oltre 60 anni, forse si sarebbero impietositi, già forse…

SERGE BLANCO E QUELLA “SPORCA ULTIMA META” DEL 1987

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Serge Blanco in azione nel match contro l’Australia – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando la Federazione Internazionale di Rugby decide – tra molti scetticismi, poi dileguatisi stante il successo della Manifestazione – di dotare anche il proprio Sport della massima rassegna a livello mondiale, assegnando ad Australia e Nuova Zelanda l’organizzazione congiunta della prima edizione, da svolgersi dal 22 maggio al 20 giugno 1987, per quasi tutti gli addetti ai lavori la logica conclusione della stessa, stante il perdurare dell’assenza del Sudafrica per i noti problemi dell’Apartheid, doveva essere la Finale tra le due Nazioni dell’emisfero australe.

E, del resto, come dar loro torto, visto che, oltre al vantaggio del fattore campo, i rispettivi XV potevano vantare nei loro organici Campioni di valore assoluto come David Campese, Michael Lyangh, Matthew Burke e Nick Farr-Jones tra i “Wallabies”, cui, da parte “All Blacks” si risponde con Sean Fitzpatrick, David Kirk, Grant Fox e John Kirwan, tutte stelle di prima grandezza da opporre alla sfida che viene loro lanciata dal Continente europeo, in specie dai Paesi che, all’epoca, si contendevano a cadenza annuale il titolo del “Cinque Nazioni”.

Uno sguardo però, non dato di sfuggita o con colpevole supponenza, avrebbe messo in guardia le due “Superpotenze del Rugby Mondiale”, in quanto delle prime sette edizioni del “Cinque Nazioni” disputatesi negli anni ’80, ben quattro (1981, ’83, ’86 ed ’87) erano state appannaggio della Francia e, proprio nell’anno del Mondiale, i “Galletti” completano il loro quarto “Grande Slam” nella Storia del Torneo, aggiudicandosi tutti e quattro gli incontri che li vedono opposti alle formazioni del Regno Unito.

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Fase del match Irlanda-Francia che consegna il Grande Slam ai francesi – da gettyimages.it

E’ una squadra, quella transalpina, che fonda il proprio gioco sulla velocità, e gli schemi negli attacchi alla mano prevedono frequenti cambi di lato che spiazzano le difese avversarie, così consentendo ad una varietà di effettivi di poter depositare l’ovale oltre la linea di meta, specialità in cui comunque eccelle l’estremo Serge Blanco – nato a Caracas da padre venezuelano e madre francese di origini basche – il quale si presenta in Oceania già con 17 mete realizzate con la maglia della Nazionale.

L’andamento del Torneo – la cui gara inaugurale, disputata il 22 maggio ’87 all’Eden Park di Auckland, vede la Nuova Zelanda surclassare per 70-6 la malcapitata Italia – si svolge comunque nel rispetto delle previsioni, con l’Australia a primeggiare nel Gruppo A, il più impegnativo, considerata la presenza dell’Inghilterra, sconfitta 19-6 grazie ad una meta di Campese ed alla precisione al piede di Lynagh, la Nuova Zelanda ad asfaltare chiunque le si pari di fronte (190 punti con 30 mete realizzate in tre incontri …!!) nel Gruppo C e la Francia a confermare il suo ottimo stato di forma e la brillantezza del proprio gioco, mettendo a segno 25 mete nelle tre gare disputate, pur dovendo subire la precisione di Hastings nel match contro la Scozia, concluso sul 20-20, con i transalpini primi nel Girone D solo per una miglior differenza punti.

Scozzesi che nulla possono nei Quarti di Finale contro gli “All Blacks”, che concedono loro solo una punizione di Hastings nell’eloquente 30-3 conclusivo, mentre il Galles, vincitore del Gruppo B a spese dell’Irlanda, certifica la crisi del Rugby inglese, andando tre volte in meta con Roberts, Jones e Devereux nel 16-3 che vale la sfida alla Nuova Zelanda in Semifinale, mentre l’altro match mette di fronte Australia e Francia che, dal canto loro, non hanno alcuna difficoltà a superare – con quattro mete realizzate a testa – rispettivamente l’Irlanda (33-15) e le isole Fiji (31-16) per poi darsi appuntamento il 13 giugno 1987 al “Concord Oval” di Sydney per l’accesso alla prima Finale di un Campionato Mondiale, per contendersi la prestigiosa “William Webb Ellis Cup”, dal nome dello studente che, secondo la leggenda, è stato l’inventore di questa affascinante disciplina.

Davanti al proprio pubblico, e con i favori del pronostico dalla loro parte, i “Wallabies” si affidano in avvio alla precisione del piede di Lynagh che inizialmente non li tradisce, portando il XV australiano in vantaggio per 9-0 alla mezz’ora avendo aperto le marcature con un drop al 4’ cui fanno seguito due calci piazzati finiti in mezzo ai pali, ma proprio in conclusione della prima frazione di gioco, Lorieux recupera palla su di una rimessa laterale a pochi metri dalla linea di meta, andando a schiacciare proprio alla bandierina, per una posizione da cui la trasformazione appare quasi impossibile, ma il piede caldo di giornata di Camberabero manda le squadre al riposo sul punteggio di 9-6 che lascia aperta la porta ad ogni possibile scenario nella ripresa.

Ripresa che viene ricordata come una delle più emozionanti frazioni nella Storia dei Mondiali, che si apre con una ficcante iniziativa di Philippe Sella, il quale prende d’infilata una mal disposta difesa australiana (confermando la scarsa attitudine a difendere da parte di Campese …) tagliando da destra verso l’interno per andare a depositare l’ovale in mezzo ai pali e consentire a Camberabero una facile trasformazione per il primo vantaggio (12-9) transalpino dell’incontro, peraltro di breve durata, poiché appena 4’ dopo tocca a Lynagh incunearsi nella retroguardia francese con una percussione che vede il tre quarti ala aprire il gioco sulla destra per Peter Grigg, il quale premia con un tocco al volo l’inserimento di Campese che va a farsi perdonare la precedente incertezza nel riportare avanti i suoi 15-12, grazie alla conseguente trasformazione di Lynagh.

Vantaggio anch’esso di breve durata, visto che la velocità e conseguente freschezza atletica dei transalpini aprono voragini nella difesa australiana, ed al 54’ è Blanco, dopo aver disorientato un paio di avversari con le sue finte sulla tre quarti avversaria, ad aprire il gioco per l’inserimento lungo l’out sinistro dell’ala Lagisquet, il quale, superata di slancio la prima opposizione, ha davanti a sé un’autostrada che gli consente di andare con tutta tranquillità oltre la linea di meta e capovolgere ancora l’esito dell’incontro, che vede ora la Francia avanti 18-15, data la pressoché scontata trasformazione da parte di Camberabero.

Vantaggio che si dilata sino al 21-15 per una successiva punizione indirizzata in mezzo ai pali dal trequarti ala francese (che concluderà l’incontro con 14 punti realizzati), mentre sul lato opposto un’insolita imprecisione al piede di Lynagh pone l’Australia, a metà ripresa, in una difficile situazione, dalla quale ne esce grazie ad una meta del subentrato David Codey, il quale raccoglie l’ovale da un raggruppamento spontaneo a pochi metri dalla linea di meta per i punti che, con la trasformazione di Lynagh, fissano il punteggio sul 21 pari a poco più di un quarto d’ora dal termine.

Emozioni a non finire che trovano la loro consacrazione nei minuti finali, allorquando un calcio di punizione realizzato da Lynagh dà all’Australia il terzo vantaggio dell’incontro e fa sperare i quasi 18mila spettatori presenti che l’incubo stia per svanire, sogno immediatamente distrutto da un piazzato altrettanto preciso di Camberabero per il pareggio a quota 24 con l’incontro che vede aprirsi davanti a lui lo spettro dei tempi supplementari.

Un risultato che potrebbe andar bene ai transalpini, ma come quando un pugile si accorge delle difficoltà del suo avversario mettendolo alle corde, così i francesi si rendono conto del disorientamento che vige nelle file dei “Wallabies”, i quali con ogni probabilità non si aspettavano una tale resistenza, e non si lasciano sfuggire l’occasione per approfittarne con un ultimo attacco che vede protagonista in negativo ancora Lynagh – partita da dimenticare, la sua – il quale non riesce a controllare una palla vagante dopo una percussione di Lagisquet, consentendo di far pervenire l’ovale a Blanco per far sì che quest’ultimo, con le ultime stille di energia rimaste in corpo, si  lanci verso la bandierina a schiacciare in meta per il definitivo vantaggio dei “Galletti”, arrotondato, manco a dirlo, dalla consueta trasformazione di Camberabero che fissa il punteggio finale sul 30-24 che vale l’accesso alla finale.

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La meta decisiva messa a segno da Blanco – da abc.net.au

Il giorno dopo, gli “All Blacks” dispongono a proprio piacimento (49-6, con ben 8 mete realizzate …!!) del Galles e, quindi, messi anche sul “chi va là” dall’esito dell’altra semifinale, non commettono l’errore di sottovalutare il XV di Francia, che oppone una certa resistenza solo nel primo tempo, concluso sul 9-0 per i padroni di casa, per poi cedere di schianto nella seconda parte dell’incontro, con ogni probabilità risentendo anche della fatica della semifinale, che vede la Nuova Zelanda imporsi per 29-9 e consente così a David Kirk di essere il primo Capitano della Storia della Manifestazione a sollevare al cielo la splendida “William Webb Ellis Cup”.

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David Kirk solleva la Coppa del Mondo ’87 – da gettyimages.co.nz

Per Blanco, resta l’orgoglio di aver concluso nel migliore dei modi una Stagione indimenticabile, con il già ricordato Grande Slam nel Torneo del “Cinque Nazioni”, per quello che verrà ricordato come il punto più alto di una Carriera che si conclude quattro anni dopo, con la sconfitta nei Quarti di finale della seconda edizione della Coppa del Mondo, 10-19 contro l’Inghilterra il 19 ottobre ’91 al “Parc des Princes” di Parigi, che rappresenta la sua 93esima presenza con la maglia dei Bleus, onorata con 233 punti e 38 mete che lo rendono, a tutt’oggi, il leader della speciale Classifica, solo avvicinato da Vincent Clerc, giunto a quota 34, ma ritiratosi nel 2013.

E per tutti gli amanti di questo fantastico sport, resta invece ben fissata negli occhi e nella mente “Quella sporca ultima meta”, come recita il titolo del celebre film di Robert Aldrich, uscito nel 1974 ed interpretato da Burt Reynolds, sporca però solo per i sostenitori dei “Wallabies” – i quali, dal canto loro, avranno modo di rifarsi quattro anni dopo, con la conquista della Coppa – mentre da parte transalpina rimane per sempre a testimonianza di un’impresa servita anche per far capire al Mondo della Palla Ovale che i Paesi del Vecchio Continente non hanno alcun timore riverenziale verso le pur fortissime compagini dell’emisfero australe.

LA RISCOSSA “ALL BLACKS” DEL 1996, FRUTTO DI UN ORGOGLIO FERITO

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Il mediano di mischia Andrew Mehrtens in azione – da gettyimages.ca

articolo di Giovanni Manenti

C’è poco da dire, niente è più pericoloso dell’orgoglio ferito di una squadra che ritiene di aver subito una pesante ingiustizia, e se poi questa squadra pratica uno Sport come il Rugby, ed i suoi componenti altri non sono che i famosi “All Blacks” neozelandesi, beh, allora doverseli ritrovare di fronte con tale spirito in corpo può essere davvero rischioso.

La sconfitta per 15-12 contro il Sudafrica nella Finale della terza edizione della Coppa del Mondo ’95, grazie ad un drop di Joel Stransky a 7’ dal termine dei tempi supplementari è ancora una ferita troppo fresca per i neozelandesi, i grandi favoriti del Torneo, i quali ritengono – più o meno a ragione – di essere stati volutamente danneggiati dai padroni di casa attraverso una intossicazione alimentare a due giorni dalla sfida conclusiva, subendo poi, oltre al danno, anche la beffa di ascoltare le dichiarazioni dei Dirigenti sudafricani alla cena post-match in merito al fatto che, non avendo il paese di Nelson Mandela partecipato alle prime due Rassegne iridate stante il veto per le note vicende razziali, essi dovevano considerarsi i veri ed unici Campioni del Mondo.

Ce n’è più che a sufficienza affinché i “tuttineri” – la cui delegazione, per protesta, abbandona la sala dopo aver sentito le suindicate parole – meditino una “feroce rivincita”, da consumarsi il più presto possibile, ed ecco che in loro soccorso giunge la decisione assunta dall’International Rugby Board di aprire la disciplina al professionismo e, dato ormai il reinserimento a pieno titolo del Sudafrica nello sport mondiale, nonché sulla spinta delle Tv che, dopo un iniziale scetticismo, stanno toccando con mano l’elevata audience dei confronti tra le più forti compagini del pianeta, vara il “Tri Nations”, vale a dire un torneo con gare di andata e ritorno tra le tre superpotenze dell’emisfero australe, Australia, Sudafrica e Nuova Zelanda, la cui prima edizione si disputa proprio l’anno seguente, vale a dire nel 1996.

Per gli “All Blacks” si tratta di un’occasione da non farsi assolutamente sfuggire, ed alla quale abbinano, visto che il programma prevede l’ultima loro gara da disputarsi il 10 agosto ’96 proprio in Sudafrica, il prolungamento della permanenza nel Paese sino a fine agosto, inserendo nel calendario altri tre “test match” da disputarsi a cadenza settimanale, il 17, 24 e 31 successivi.

Per chi non è addentro al mondo della palla ovale, è giusto precisare che “test match” sta al Rugby come “incontro ufficiale” al calcio e che, prima dell’introduzione di Coppa del Mondo e “Tri Nations” (poi divenuto “The Rugby Championship” con l’allargamento, a far tempo dal 2012, anche all’Argentina), i confronti tra le tre grandi avvenivano in occasione di quelle che venivano definite “test series”, di cui l’ultima in ordine di tempo tra “All Blacks” e “Springbocks”, andata in scena 20 anni prima, nell’estate ’76, ebbe la triste conseguenza del boicottaggio, da parte degli altri Paesi africani, dei Giochi Olimpici di Montreal ’76, per le amare questioni relative alla politica di apartheid del Governo sudafricano.

The All Blacks face the Springboks in 1976
Fase di un test match del 1976 – da colorsport.co.uk

Oltretutto, macchia indelebile nella gloriosa Storia della formazione neozelandese, vi è il fatto che mai sino ad allora gli “All Blacks” si siano aggiudicati una serie in Sudafrica, le più recenti delle quali parlano di una vittoria, un pari e due sconfitte nel ’60, una vittoria e tre sconfitte nel ’70, stesso esito con cui si era concluso il già ricordato “tour” del 1976, il che costituisce la classica “ragione di più” per prepararsi come meglio non si potrebbe all’appuntamento.

La prima gara dell’edizione inaugurale del “Tri Nations” si svolge il 6 luglio ’96 all’Athletic Park di Wellington, ed a fare le spese della voglia di riscatto neozelandese sono i malcapitati “Wallabies” australiani, sommersi da sei mete realizzate da altrettanti giocatori diversi, cui si somma la precisione al calcio del mediano di apertura Mehrtens per un 43-6 che non ammette repliche, mentre la sfida con gli “Springbocks”, andata in scena il 20 luglio al Lancaster park di Christchurch dopo che gli stessi erano stati sconfitti per 21-16 la settimana prima dall’Australia, ricalca l’andamento della Finale mondiale dell’anno precedente, con la difesa sudafricana ancora in grado di bloccare le iniziative di Jonah Lomu & Co. senza conceder loro alcuna meta, ma stavolta con un Mehrtens molto più preciso al piede, i cui calci piazzati danno agli “All Blacks” una sofferta vittoria per 15-11.

E quando poi la Nuova Zelanda espugna, sette giorni dopo, il Lang Park di Brisbane per 32-25 (ancora con Mehrtens protagonista, capace di mettere a segni 6 calci piazzati, oltre alla trasformazione delle mete realizzate da Bunce e John Marshall), aggiudicandosi così anche la “Bledisloe Cup” nei confronti dell’Australia, l’ultimo confronto con il Sudafrica, in programma il 10 agosto ’96, non avrebbe più alcun valore per la vittoria del “Tri Nations”, pur se gli “Springbocks” si sono presi la rivincita sui “Wallabies” superandoli per 25-19, ma assume un’importanza capitale per le ragioni suesposte.

Ed anche se non si tratta di tornare sul “luogo del delitto”, in quanto rispetto alla Finale mondiale, il terreno è quello del “Newlands Stadium” di Città del Capo in luogo dell’Ellis Park di Johannesburg, ben 51mila spettatori sono desiderosi di assistere all’evento che vede ancora presenti i due rispettivi Capitani, François Pienaar (che aveva sollevato al cielo la Webb Ellis Cup, ricevuta dalle mani di Nelson Mandela) e Sean Fitzpatrick, nonché i due mediani di apertura che con i loro calci, andati a segno o meno, avevano deciso la sfida, vale a dire Joel Stransky da una parte ed Andrew Mehrtens dall’altra.

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Fase di un match del Tri Nations del 10 agosto 1996 – da gettyimages.co.nz

E sono ancora loro i protagonisti anche di questo incontro, che il Sudafrica conduce all’intervallo per 15-6 in virtù delle mete di du Randt e Mulder, di cui una sola trasformata da Stralsky e di un calcio piazzato dello stesso mediano d’apertura, cui la Nuova Zelanda oppone solo due punizioni in mezzo ai pali di Mehrtens, per poi subire nella ripresa il ritorno degli “All Blacks”, la cui ondata nera si abbatte sulla difesa dei padroni di casa, realizzando due mete con Dowd ed Osborne (sostituto di Jonah Lomu) che Mehrtens si incarica di trasformare, aggiungendo altri tre piazzati per il risultato finale di 29-18 nei confronti di un Sudafrica che nel secondo tempo è stato capace di realizzare solo una punizione con Stransky.

Vincere il “Tri Nations” a punteggio pieno è già, di per sé, una chiara dimostrazione di superiorità da parte degli “All Blacks” che cancella l’onta della sconfitta mondiale, ma, se ben ricordate, c’è ancora quella macchia da eliminare nel loro palmarès, e derivante dal fatto di non essersi mai aggiudicata una “Test series” disputata nel Paese sudafricano, e, sull’onda del netto successo appena conseguito, i neozelandesi si rendono conto che è giunto il momento di eliminare anche quest’ultima piccola pecca.

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Il capitano Fitzpatrick con i trofei vinti – da odt.co.nz

Trasferitisi a Durban, il 17 agosto va in scena il primo dei tre “test match” davanti ancora ad oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune del King’s Park e che assistono ad un’autentica prova di forza degli avanti neozelandesi, i quali rompono la barriera difensiva sudafricana andando per tre volte in meta con Zinzan Brooke, Cullen e Wilson contro il solo ovale depositato oltre la linea di meta da van Schalkwyk per i padroni di casa, la cui precisione al piede i Stransky riesce solo, nel finale, a rendere meno amara la sconfitta, certificata con il 23-19 con cui si conclude l’incontro.

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Il mediano di mischia sudafricano in azione nel primo test match – da gettyimages.it

A questo punto, il successivo match, in programma il 24 agosto al “Loftus Versfield” di Pretoria, assume un’importanza decisiva, poiché, in caso di vittoria neozelandese, le sorti delle “test series” sarebbero già segnate, ragion per cui viene reinserito nel XV iniziale, da parte dei padroni di casa, il mediano di mischia Joost van der Westhuizen, mentre, da parte “All Blacks”, viene confermato Osborne in luogo di Lomu e la rinuncia a Mehrtens, sostituito da Simon Culhane.

Ci si potrebbe aspettare che il Sudafrica adotti la tattica che già ha dato i suoi frutti in altre occasioni, e cioè di limitare il più possibile la forza d’urto neozelandese, ed invece l’incontro vede le due squadre giocare a viso aperto, il che lo rende ovviamente molto più spettacolare e ricco di realizzazioni, con ben tre mete per parte – Kruger, Strydom e van der Westhuizen per i padroni di casa, Zinzan Brooke e due volte l’ala Jeff Wilson, uno che ha il dente avvelenato per essere stato “ingabbiato”, l’anno prima all’Ellis Park di Johannesburg, dai difensori “Springbocks” – e la differenza dettata da una sola trasformazione di Stransky rispetto al “tre su tre” di Culhane, oltre ad un drop di Zinzan (nome completo, Murray Zinzan Valentine …) Brooke che sanciscono il definitivo 33-26 che consente agli “All Blacks” di sfatare, alla buon’ora, la “Maledizione della Terra dei Diamanti”.

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Zinzan Brooke festeggia dopo il drop messo a segno – da gettyimages.ae

Parziale consolazione, per un Sudafrica che, dalla Finale mondiale del 24 giugno ’95, ha poi conosciuto solo sconfitte nei successivi quattro confronti contro gli “All Blacks”, giunge dalla vittoria nel conclusivo “test match” di fine agosto, il cui protagonista è van der Westhuizen, autore di due mete (saranno 38 alla data dei ritiro nel 2003, record all’epoca …) ed alla quale contribuisce il piede insolitamente freddo di Mehrtens, rientrato in squadra per l’occasione, per un 32-22 che salva l’onore degli “Springbocks”, ma nulla toglie all’impresa dei Neozelandesi.

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La gioia degli All Blacks, dirigenti compresi, alla conquista delle “Test series” – da gettyimages.ae

C’è da pensare che – quantunque una vittoria in un Mondiale non abbia paragoni – le 9 vittorie sui 10 “test match” disputati dalla Nuova Zelanda nel ’96, abbiano quanto meno riscritto quella che, all’epoca, era la più corretta gerarchia delle forze in campo e che l’orgoglio ferito di cui avevamo parlato all’inizio abbia contribuito non poco a ristabilirla.