LONDRA ’48, QUANDO LA GINNASTICA E’ DOMINATA DAL TEAM FINLANDESE

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Il team finlandese campione olimpico a Londra ’48 – da tamperelainen.fi

articolo di Giovanni Manenti

Nel paragonare una nazione ad uno sport olimpico in particolare, se si pensa alla Finlandia non si può non accostarla all’atletica leggera, e con valide pezze d’appoggio, laddove si consideri che delle 303 medaglie vinte ai Giochi estivi, ben 114 giungono dalla “Regina di tutte le discipline”, una percentuale che aumenta qualora ci si riferisca ai soli ori, che vedono gli atleti scandinavi conquistarne ben 48 sui 100 complessivi, una media che sfiora il 50%.

E’ una tradizione che fa leva sul “Periodo d’oro” degli anni ’20 quando, capitanata da un oramai anziano Hannes Kolehmainen (comunque vincitore della Maratona ad Anversa ’20), la formazione finlandese aveva in Paavo Nurmi e Ville Ritola le proprie punte di diamante, contribuendo al medagliere con 16 medaglie nel 1920, 17 a Parigi ’24 ed altre 14 ad Amsterdam ’28, per poi essere rinverdita negli anni ’70 grazie alle imprese di Lasse Viren e Pekka Vasala, mentre una specialità in cui i finnici si sono sempre fatti valere è quella del lancio del giavellotto.

Tutta questa premessa per introdurre una variante storica, andata in scena nella prima Edizione dei Giochi del Secondo Dopoguerra, a Londra ’48, quando la Finlandia presenta un’altra fortissima squadra, ma dominatrice di un altro Sport, vale a dire la Ginnastica, conquistando, in una sola volta, ben 10 delle 25 medaglie complessivamente vinte in tale disciplina, ed addirittura salendo per sei volte sul gradino più alto del podio rispetto agli otto ori raccolti in totale.

E’ indubbio che l’assenza degli atleti sovietici – i quali partecipano per la prima volta ai Giochi a far tempo dalla successiva Edizione di Helsinki ’52 – nonché delle rappresentative di Germania e Giappone, unitamente al fatto che il Paese scandinavo ha subito minori conseguenze dall’evento bellico rispetto ad altre Nazioni, favorisce una tale impresa, ma non si può comunque negare che già nel periodo intercorso tra le due guerre i ginnasti finlandesi avessero dimostrato il proprio talento.

A cominciare da Heikki Savolainen, una vera icona di detta disciplina, nato a fine settembre 1907, che si presenta a Londra a 20 anni esatti (!!) di distanza dal suo debutto a cinque cerchi avvenuto ad Amsterdam ’28, ed avendo già al proprio attivo sei medaglie, di cui quattro (argento alla sbarra e bronzo alle parallele, nonché nei concorsi generali individuali ed a squadre) conquistate a Los Angeles ’32, un bottino che sarebbe potuto essere ben più pingue qualora non avesse dovuto scontrarsi con la fortissima squadra azzurra capitanata da Romeo Neri.

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Heikki Savolainen – da wikipedia.org

Al suo fianco, unico reduce della formazione che, dodici anni prima, aveva confermato il bronzo nel concorso generale a squadre, Aleksanteri Saarvala, il quale, nell’Edizione berlinese dei Giochi, è il primo ginnasta finlandese a fregiarsi di una medaglia d’oro, conquistata nell’esercizio alla sbarra mettendo in fila tre avversari tedeschi, con Savolainen classificatosi al quinto posto.

Ma, pur se il contributo di esperienza dei due anziani compagni si rivela importante soprattutto per i consigli che riescono a portare ai più giovani componenti il Team finlandese, i protagonisti della rassegna londinese sono i 29enni coetanei – essendo entrambi nati nel 1919 – Paavo Aaltonen e Veikko Huntanen, i quali si trovano a contendere le medaglie del concorso generale individuale alla coppia svizzera formata da Walter Lehmann ed Josef Stalder.

In un’avvincente sfida giocata, come sempre accade nella Ginnastica, sul filo dei decimi di punto, a spuntarla alla fine è Huntanen con 229,7 punti, con Lehmann a soffiare l’argento ad Aaltonen per quella che sarebbe stata una doppietta storica per soli 0,2 decimi (229,0 a 228,8), con il finlandese, peraltro, ad avere a propria volta la meglio su Stalder per il gradino più basso del podio per un solo 0,1 decimo di punto.

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Huntanen agli anelli – da devolenvol.blogspot.it

Una sfida che, ovviamente, si ripresenta per l’assegnazione delle medaglie nel Concorso Generale a squadre, dove è ancora la Finlandia a spuntarla, si pur con un minimo scarto (1358,30 punti a 1356,70), lasciando la terza classificata, l’Ungheria, a debita distanza, avendo i magiari totalizzato appena 1330,85 punti .

E che anche la formazione elvetica sia degna di menzione, lo dimostra l’assegnazione delle medaglie ai vari attrezzi, dove Huntanen deve inchinarsi alla sbarra alla coppia svizzera formata da Stalder (oro con 19,85 punti) e Lehmann (argento con 19,70), accontentandosi del bronzo con 19,60 punti, mentre i 19,65 punti totalizzati alle parallele gli valgono solo l’argento rispetto ai 19,75 dell’altro svizzero Michael Reusch, in una classifica che vede quattro rappresentanti del Paese dei quattro Cantoni ai primi cinque posti.

Sorti del team finnico che vengono risollevate dalla prova del volteggio, dove la lotta per l’oro è una sfida in famiglia tra Aaltonen ed Olavi Rove, con il primo a prevalere di stretta misura (19,55 punti a 19,50), per poi assistere ad un evento sinora mai verificatosi nella storia della ginnastica olimpica.

Avviene, difatti, che nella prova al cavallo con maniglie – senza alcun dubbio la più tecnica delle specialità ginniche – il “trio d’assi” scandinavo formato da Aaltonen, Huntanen ed il “vecchio” Savolainen ottenga lo stesso identico score di 19,35 punti (precedendo gli azzurri Luigi Zanetti e Guido Figone, rispettivamente con 19,15 e 19,10 punti), con ciò vedendosi assegnare tre medaglie d’oro, una circostanza che si ripeterà una sola altra volta nella Storia dei Giochi, curiosamente ancora nel cavallo con maniglie ed a 40 anni esatti di distanza, vale a dire alle Olimpiadi di Seul ’88, quando a dividersi il gradino più alto del podio sono il sovietico Bilozerchev, l’ungherese Borkai ed il bulgaro Geraskov, tutti e tre vicini alla perfezione, avvendo totalizzato 19,950 punti.

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Aaltonen nell’esercizio al cavallo con maniglie – da findagrave.com

Così come era nata, la favola dei ginnasti finlandesi rapidamente si dissolve, stante l’irrompere sulla scena mondiale dei fenomenali atleti sovietici e giapponesi, ciò nondimeno nella successiva Edizione di Helsinki ’52 la formazione scandinava riesce a conquistare il bronzo nel Concorso Generale a Squadre alle spalle di Unione Sovietica e Svizzera, con Savolainen a ricevere la sua nona medaglia olimpica alla veneranda età di 45 (!!) anni, davanti al proprio pubblico – dopo aver ricevuto l’onore di pronunciare il giuramento olimpico durante la Cerimonia di Apertura dei Giochi,  e crediamo che non possa esservi modo migliore per ogni sportivo che si rispetti per concludere la propria carriera ….

ALFRED SCHWARZMANN, LA GINNASTICA A BERLINO 1936 PARLA TEDESCO

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Alfred Schwarzmann in azione – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Generalmente generosa con l’Italia, che nelle precedenti edizioni ha collezionato ben quattro successi nel concorso individuale completo (due con Alberto Braglia, uno con Giorgio Zampori e uno con Romeo Neri) e una serie consistente di medaglie, la ginnastica alle Olimpiadi di Berlino del 1936 segna il fallimento della spedizione azzurra e il trionfo degli atleti di casa.

Le gare si svolgono al Teatro all’aperto di Dietrich Eckert di Berlino nei giorni dal 10 al 12 agosto, e il protagonista assoluto è il tedesco Alfred Schwarzmann, che si mette al collo ben cinque metalli, tre ori e due bronzi (anche se il connazionale Konrad Frey fa pure meglio collezionando sei medaglie).

Nato a Furth nel 1912, Schwarzmann domina la prova più importante, ovvero il concorso completo individuale, succedendo nell’albo d’oro proprio a Romeo Neri, che vinse a Los Angeles, ma che a Berlino, complice uno strappo muscolare al bicipite destro, è costretto al ritiro.

Il ginnasta tedesco termina alle spalle di Frey e dello svizzero Eugen Mack (che conquisterà quattro argenti e un bronzo ed è campione del mondo in carica) nel corpo libero, 18,166 punti contro 18,466 dei due principali avversari, ma è nettamente il migliore al volteggio con 19,200 punti. Alle parallele Schwarzmann segna 18,967 punti scavalcando Mack in classifica, per poi assicurarsi la medaglia d’oro con eccellenti prove alla sbarra (19,233 punti, dietro solo a Frey e al finlandese Saarvala), agli anelli (terzo con 18,534 punti, preceduto dal cecoslovacco Hudec e dal connazionale Volz) e al cavallo, dove respinge con 19,000 punti il disperato tentativo di Frey e Mack di scavalcarlo in classifica. Infine Schwarzmann è medaglia d’oro con un totale di 113,100 punti, con Mack secondo a 112,334 punti e Frey terzo con 111,532 punti. La Germania, ovviamente, vince anche la prova a squadre, seppur con margine stretto sulla Svizzera, che chiude con poco meno di tre punti di distacco.

Schwarzmann, che verrà insignito dalla rivista sportiva “Kicker” del titolo di ginnasta del XX secolo, a Berlino vince l’oro anche nella prova al volteggio, dominando sia gli esercizi obbligatori che quelli liberi, per poi chiudere sul terzo gradino del podio nelle specialità singole delle parallele simmetriche e della sbarra.

Fermato dalla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale si meriterà la decorazione militare della “Croce di Ferro“, torna a gareggiare dopo il conflitto. Assente a Londra nel 1948, in quanto la Germania non è ammessa, prende parte all’età di 40 anni alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952, conquistando la medaglia d’argento nella disciplina della sbarra: lo svizzero Jack Gunthard, che lo batte in questa prova, afferma: “la vittoria doveva premiare Alfred… ma era tedesco!

LUDMILLA TOURISCHEVA, L’ULTIMA AD ARRENDERSI ALLE GINNASTE BAMBINE

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Ludmilla Tourischeva – da youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

Per molti atleti, di qualsiasi sport e dei rispettivi sessi, uno degli stimoli che li porta ad affermarsi quando iniziano a praticare le rispettive discipline, è quello di emulare i loro idoli, prendendoli anche a modello come stile, tecnica e personalità, nella speranza, un giorno, di ripercorrerne il cammino.

Crediamo che questo, più o meno, sia stato anche il pensiero della ginnasta sovietica di origini cecene, Ludmilla Tourischeva, in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico 1968 allorquando, a 16 anni appena compiuti, viene aggregata al team dell’Urss dove primeggiano le più esperte e collaudate Voronina, Kuchinskaya e Petrik.

Ma se credete che quanto indicato in premessa si riferisca alle esibizioni delle riferite connazionali, beh vi sbagliate, perché sulle pedane dell’Auditorium Nazionale di Città del Messico la giovane Ludmilla resta affascinata dall’ultima recita, un po’ per raggiunti limiti di età ed in parte per la situazione politica venutasi a creare in Cecoslovacchia, della “divinaVera Caslavska – di 10 anni più grande di lei – che celebra il proprio passo d’addio con quattro ori nel concorso generale, corpo libero, volteggio e parallele asimmetriche, cui unisce l’argento alla trave e nel concorso generale a squadre, vinto quest’ultimo proprio dall’Unione Sovietica.

La Tourischeva se ne torna pertanto in patria con al collo il riferito oro a squadre, dopo essersi piazzata appena 24esima nel concorso generale e non essendo riuscita a qualificarsi per nessuna finale delle singole specialità, ma con l’intimo convincimento di poter essere lei, quattro anni dopo a Monaco di Baviera, ad attirare le luci della ribalta.

Nata a Grozny ad inizio ottobre 1952, la Tourischeva inizia a dedicarsi alla ginnastica all’età di 13 anni sotto la guida del tecnico Vladislav Rastorotsky, mettendo sin da subito in mostra una delle sue maggiori qualità, vale a dire una grazia innata nell’eseguire i movimenti, che la porta ad eccellere specialmente nell’esercizio al corpo libero dove può liberare tutta la sua creatività rispetto agli attrezzi in cui il programma è più schematizzato.

Ed i positivi risultati del duro lavoro compiuto in palestra prendono forma già in occasione dei Mondiali di Lubiana 1970, dove non va a medaglia solo alla trave, unendo allo scontato oro a squadre anche la vittoria nel concorso generale ed al corpo libero – specialità quest’ultima in cui le ginnaste sovietiche monopolizzano il podio – nonché l’argento alle parallele asimmetriche ed il bronzo al volteggio, in una rassegna iridata che vede altresì affermarsi anche le tedesche orientali Karin Janz (oro alle parallele asimmetriche e due argenti) ed Erika Zuchold (oro alla trave ed al volteggio ed argento nel concorso generale).

In preparazione all’appuntamento olimpico in terra tedesca, la Tourischeva conferma la propria leadership all’interno del team sovietico l’anno seguente in occasione dei Campionati Europei di Minsk – manifestazione che all’epoca, quanto meno in campo femminile, aveva le stesse caratteristiche di un’Olimpiade o di un Mondiale, data la non ancora avvenuta esplosione delle ginnaste americane – dove, oltre che nel concorso generale individuale, trionfa al corpo libero ed al volteggio, con tanto di argento alle parallele asimmetriche ed alla trave.

Attesa come l’assoluta protagonista ai Giochi di Monaco 1972, la Tourischeva – nel pieno della maturità in forza dei suoi 20 anni e di un corpo perfettamente strutturato cui unisce anche una bellezza estetica che assolutamente non guasta – mantiene le promesse nel corso del concorso generale a squadre, in cui porta in dote alla scontata medaglia d’oro sovietica il più alto punteggio di 76,850 tallonata però dalla giovanissima 17enne connazionale Olga Korbut, la quale realizza 76,700 punti.

Una “rivale in casa” con cui fare i conti in occasione della finale del concorso generale individuale in programma il 30 agosto 1972 alla “Sport Halle” di Monaco di Baviera, durante il quale si registra un evento che incide sul resto della rassegna a cinque cerchi.

Succede, difatti, che la minuscola Korbut fallisca per ben tre volte l’entrata nel suo esercizio alle parallele asimmetriche, venendo penalizzata con un 7,500 che la esclude dal giro delle medaglie, con ciò favorendo la Tourischeva nella corsa all’oro, che si aggiudica con 77,025 punti (di cui 9,900 ottenuti al corpo libero) davanti alla tedesca orientale Karin Janz, ma il pianto dirotto della piccola Olga al termine del suo sciagurato esercizio commuove il mondo intero e, probabilmente, condiziona anche i giudici nelle successive prove alle singole specialità.

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Tourischeva nell’esercizio alla trave a Monaco 1972 – da alchetron.com

Con entrambe le amiche/rivali qualificate per le prove singole – per le quali valgono i punteggi accumulati nella gara a squadre e, pertanto, la Korbut non è penalizzata dagli errori commessi nel concorso generale individuale – tocca alla ragazzina di origini bielorusse polarizzare l’attenzione, riscattandosi alle parallele asimmetriche, pur se il suo esercizio – valutato 9,800 dalla giuria e lungamente contestato dal pubblico presente – non è sufficiente per l’oro, conquistato dalla tedesca est Karin Janz, e salendo sul gradino più alto del podio con una performance ai limiti della perfezione alla trave, valutata 9,900 dalla giuria.

La Tourischeva, viceversa, si deve consolare con il bronzo al volteggio – una specialità in cui la Korbut non sale sul podio – dietro al duo tedesco orientale formato dalle ricordate Janz e Zuchold, ma tenendo ancora in mano il suo asso da giocare nella prova a lei più congeniale, vale a dire il corpo libero.

Specialità in cui la 20enne cecena può fondere armonicamente grazia ed eleganza, ed in cui è anche la prima ad usare due distinti sottofondi musicali nelle proprie esibizioni, il brano “March“, tratto dal film “Circus” di Isaak Dunaevsky, per quanto attiene alla competizione a squadre, mentre per la prova individuale la scelta ricade sulla colonna sonora del film tedesco “Die Frau meiner Traume” di Franz Grothe, forse per far più presa sul pubblico locale.

Presentatasi con 0,075 punti di vantaggio sulla rivale dopo i preliminari (9,750 a 9,675), l’esibizione della Tourischeva viene premiata con 9,800 punteggio però non sufficiente per l’oro, in quanto il 9,900 assegnato dai giudici alla Korbut consente a quest’ultima di conquistare il suo secondo oro individuale per l’inezia di 0,025 punti (lo scarto minimo in questo tipo di competizione), con Tamara Lazakovich a completare un podio interamente sovietico.

Le occasioni per rifarsi non mancano certo alla Tourischeva, la quale pratica la ginnastica con una passione per la disciplina diversa dalle “ragazzine costruite” degli anni a venire, a cominciare dai Campionati Europei di Londra 1973 dove, non essendo prevista la gara a squadre, si aggiudica tutti e cinque gli ori a disposizione, mentre la Korbut si deve accontentare del solo argento nel concorso generale, non andando a medaglia in alcuna delle singole specialità.

Confermate le gerarchie all’interno del team Urss, il prossimo appuntamento a livello mondiale è costituito dalla rassegna iridata di Varna 1974 dove la rivalità tra le due connazionali raggiunge l’apice, ma con la Tourischeva a sfoggiare forse la sua miglior prestazione di sempre, contribuendo con 78,300 punti (la Korbut ne porta in dote 77,800) alla schiacciante supremazia dell’Unione Sovietica nel concorso generale a squadre, così come fa suo per la quinta volta consecutiva – tra Mondiali, Olimpiadi ed Europei – il titolo nel concorso generale individuale, con 78,450 punti rispetto ai 77,650 della sua amica/rivale.

La scena si sposta ora sulle singole specialità, e qui tocca alla piccola Olga avere la meglio su Ludmilla nell’esercizio al volteggio, così come la precede alle parallele asimmetriche pur dovendosi entrambe accontentare di far da damigelle d’onore sul podio il cui gradino più alto è occupato dalla tedesca orientale Annelore Zinke, ma dove la sfida si fa più incandescente è nelle specialità in cui le due ginnaste hanno il loro rispettivo punto di forza, vale a dire la trave (Korbut) ed il corpo libero (Tourischeva).

Alla trave, dove fa la sua prima apparizione ad alto livello la 17enne Nellie Kim che avrà poi modo di affermarsi negli anni a seguire, la vittoria giunge a sorpresa per la Tourischeva, che sopravanza la Korbut di 0,200 punti (19,725 a 19,525), e ribadisce il suo stato di grazia al corpo libero, dove stavolta la Korbut nulla può nella “finale in famiglia” (con cinque ginnaste sovietiche ai primi cinque posti), nonostante totalizzi 19,600 punti, non sufficienti a contrastare i 19,775 della oramai “veterana” Tourischeva.

Giunta alla soglia dei 24 anni, la Tourischeva desidera concludere la propria attività agonistica sullo stesso scenario del suo idolo giovanile ammirato otto anni prima a Città del Messico, e cioè partecipando alla sua terza Olimpiade a Montreal 1976 dove, in effetti, si registra un passaggio del testimone del tutto simile a quanto avvenne nell’edizione in altura, poiché stavolta è una ragazzina di non ancora 15 anni, la leggendaria rumena Nadia Comaneci, a raccoglierne l’eredità.

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Tourischeva nell’esercizio a corpo libero a Montreal 1976 – da gettyimages.com

E come aveva cominciato otto anni prima, con l’oro nel concorso a squadre, allo stesso modo la Tourischeva conclude, con la medesima medaglia (frutto dei suoi 78,250 punti, a pari merito con la Kim, e dei 77,950 di una Korbut che sale sul podio solo alla trave nelle gare individuali), cui però stavolta unisce, a differenza dell’iniziale esperienza, il bronzo nel concorso generale individuale ed altri due argenti, al volteggio ed al corpo libero, in entrambi i casi preceduta dalla connazionale Nellie Kim che deve ottenere addirittura un “10” per consentirle di superarla di stretta misura (19,850 a 19,825) vedendo così sfumare l’oro al corpo libero per l’inezia di 0,025 punti in due consecutive edizioni dei Giochi.

Campionessa in tutto, anche di sportività, tanto da congratularsi personalmente con la Comaneci alla cerimonia di premiazione dopo il concorso generale individuale ancor prima di ricevere le medaglie, la Tourischeva è l’ultima ad aver lasciato un’impronta di grazia, eleganza e femminilità in una disciplina che ha poi conosciuto l’esplosione delle ginnaste/bambine e l’applicazione più della forza e della potenza nell’esecuzione dei vari esercizi.

Calato il sipario sull’attività agonistica, l’anno seguente la Tourischeva convola a nozze con un altro atleta simbolo dell’ex Urss, vale a dire il velocista Valery Borzov bicampione olimpico sui 100 e 200 metri a Monaco 1972, restando comunque sempre nell’ambito della ginnastica, in cui ha svolto incarichi di tecnico, giudice e dirigente della Federazione ucraina dopo la disgregazione dell’impero sovietico, portando una delle sue allieve, Lilya Podkopayeva, all’oro nel concorso generale individuale ai Giochi di Atlanta 1996, nonché – e con un’insegnante del genere vi erano pochi dubbi al riguardo – a quella medaglia a lei sfuggitale da atleta, vale a dire l’oro al corpo libero.

Nel 1998 Ludmilla Tourischeva viene inserita nella “International Gymnastic Hall of Fame“: che dite, se lo sarà meritato? Personalmente propendo per il sì…

LI NING, “IL PICCOLO PRINCIPE” CINESE DIVENUTO MILIARDARIO

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articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di Los Angeles 1984 sono ricordate principalmente a causa del boicottaggio da parte dell’Urss e degli stati a lei satelliti, quale risposta all’assurda – e poi rivelatasi completamente inutile – analoga iniziativa assunta quattro anni prima dall’allora presidente Usa Jimmy Carter verso i Giochi di Mosca 1980, “contro boicottaggio” cui non aderirono solo la Romania di Ceausescu e la Jugoslavia, quest’ultima peraltro mai allineata alla politica del “blocco sovietico“.

Fa peraltro specie che venga scelta proprio l’edizione californiana dei Giochi affinché si verifichi la prima partecipazione agli stessi da parte della Repubblica Popolare Cinese, la quale, pur non avendo alcun vincolo con l’Unione Sovietica, ne condivide comunque l’ideologia comunista, il che può far pensare che sia stato un primo passo formale per rafforzare i rapporti di natura commerciale con gli Stati Uniti, come poi, in effetti, si è verificato in seguito.

Considerazioni sociopolitiche a parte, la rappresentativa cinese che si presente a Los Angeles consta di 216 atleti (132 maschi ed 84 femmine), iscritti a 19 discipline, e, a causa dell’assenza dei citati paesi aderenti al “blocco sovietico”, il bilancio complessivo è di 32 medaglie – 15 ori, 8 argenti e 9 bronzi – che la collocano al quarto posto assoluto del medagliere, dopo Stati Uniti, Romania e Germania ovest.

Già da questo primo impatto con la “rassegna a cinque cerchi”, i cinesi dimostrano quali siano le specialità sulle quali confermeranno in futuro la loro superiorità, con tre medaglie che giungono dai tuffi, sei a testa dal tiro a segno e dal sollevamento pesi (disciplina, questa, in cui ottengono il maggior numero di ori, ben quattro, nelle categorie da 52 sino a 67,5kg.), ma la “parte del leone” la fa la ginnastica con 11 allori – pari ad 1/3 del bottino complessivo – di cui nove in campo maschile e due in quello femminile.

E proprio dalla ginnastica esce “l’uomo simbolo” delle Olimpiadi californiane, vale a dire il 21enne Li Ning, nato a Laibin, nella regione dello Guangxi, a marzo 1963, il quale, pur approfittando dell’assenza degli specialisti sovietici, non è assolutamente una sorpresa, essendosi già messo in luce l’anno precedente, in occasione dei Mondiali di Budapest 1983, dopo aver fatto parte della squadra che aveva conquistato il bronzo a squadre alla medesima manifestazione di Mosca 1981.

Nel corso della rassegna iridata nella capitale ungherese, il ventenne Li Ning aveva difatti fattivamente contribuito alla conquista – per la prima volta in assoluto – della medaglia d’oro della Cina nel concorso generale a squadre, superando per l’inezia di 0,100millesimi di punto (591,450 a 591,350) l’Unione Sovietica, campione uscente, con il Giappone relegato al terzo posto.

In un’edizione che vede nel sovietico Dmitry Bilozerchev il protagonista assoluto con quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale, anelli, sbarra e cavallo con maniglie), Li Ning aggiunge all’oro a squadre l’argento al volteggio ed il bronzo ad anelli e corpo libero, specialità, quest’ultima, dove a trionfare è il connazionale Tong Fei, che impedisce così a Bilozerchev, argento, di centrare il quinto oro individuale.

L’andamento dei Mondiali rende chiaro come il valore delle medaglie olimpiche sia di gran lunga inficiato dall’assenza dello squadrone sovietico, ciò nondimeno sono pur sempre presenti gli specialisti giapponesi, mentre anche il movimento della ginnastica negli Stati Uniti sta iniziando a prendere sempre più piede, nel mentre, nel settore femminile, la presenza delle ginnaste rumene fa sì che siano loro a far incetta di medaglie, con la 17enne Ecaterina Szabo che si mette al collo ben quattro ori, con l’unico rammarico della beffa nel concorso generale individuale, in cui la vittoria le sfugge per appena 0,050 millesimi di punto (79,175 a 79,125) a favore dell’americana Mary Lou Retton.

Dopo questa divagazione in ambito femminile, torniamo al “nostro” Li Ning, le cui fatiche olimpiche hanno inizio il 29 ed il 31 agosto con la disputa del concorso generale a squadre, in cui la lotta per il podio è sin da subito ristretta alle favorite Stati Uniti, Cina e Giappone, cui la Germania Ovest cerca di opporre una qual certa resistenza, tentativo che viene ripagato con la sola quarta piazza.

In un team nipponico in cui eccellono solo Koji Gushiken e Shinji Morisue, la sfida per l’oro si restringe fatalmente agli Stati Uniti – formazione priva di stelle, con l’eccezione di Peter Vidmar, ma molto compatta ed equilibrata – ed alla Cina, che, oltre a Li Ning, annovera altri ginnasti di valore quali il già citato Tong Fei e Lou Yun, decidendosi a favore dei padroni di casa per 0,600 millesimi (591,400 a 590,800) di differenza.

Due giorni dopo, il 2 agosto, si assegnano le medaglie del concorso generale individuale, prova alla quale, dopo i preliminari del concorso a squadre, accedono con i migliori punteggi l’americano Vidmar (59,275), Li Ning (59,225), il connazionale Tong Fei (59,200), l’altro americano Bart Conner (59,150) ed il giapponese Gushiken (59,150).

Gli esercizi liberi vedono però ribaltata la situazione, con Gushiken che ottiene ai singoli attrezzi tre 9,900, due 9,950 e la perfezione assoluta del 10 al volteggio per un punteggio complessivo di 118,700 che gli consente di scavalcare per l’inezia di appena 0,025 millesimi di punto (118,700 a 118,675) il deluso americano Vidmar, mentre un identico distacco (118,575 a 118,550) consente a Li Ning di soffiare il gradino più basso del podio al connazionale Tong Fei, nonostante quest’ultimo fosse stato premiato dai giudici con un 10 per il suo esercizio alla sbarra.

Con un argento ed un bronzo sinora conquistati, Li Ning si presenta il 4 agosto sulle pedane del “Pauley Pavilion” dell’Università di Los Angeles (la famosa UCLA) per cimentarsi in cinque delle sei specialità in cui ha acquisito il diritto di partecipare alla finale, con esclusione della sola sbarra, prova in cui l’oro va al giapponese Morisue, capace di ottenere il massimo punteggio di 10 in tutti e tre gli esercizi esibiti, cui il “povero” Tong Fei non può che replicare con due 10 ed un 9,950!

Alle parallele, Li Ning si presenta con il quinto punteggio di 9,875 (a pari merito con Tong Fei) dopo i preliminari ed il suo esercizio in finale non modifica la situazione, facendolo terminare sesto nella specialità appannaggio dell’americano Conner, anch’egli in grado di ricevere due 10 ed un 9,900 nelle sue esibizioni.

Restano ora quattro specialità, e le stesse portano Li Ning altrettante volte sul podio californiano, a cominciare dal volteggio che vede una sfida talmente serrata da collocare ben quattro atleti – oltre a Li Ning, l’americano Mitchell Gaylord ed i giapponesi Gushiken e Morisue – al secondo posto a pari merito con il punteggio totale di 19,825, ben lontani dal vincitore Lou Yun, capace di sfiorare la “perfezione assoluta” con due 10 ed un 9,950 negli esercizi portati a termine.

Dall’assegnazione di punteggi si può comunque intuire che – dato l’elevato livello delle prestazioni fornite dai ginnasti in competizione – l’assenza dei pur fortissimi sovietici non incida più di tanto sul valore delle medaglie che vengono messe al collo dei singoli atleti ed un’ulteriore riprova l’abbiamo agli anelli, dove si presentano da favoriti in finale, sulla base dei punteggi ottenuti agli obbligatori, l’americano Gaylord (9,925), Li Ning e Gushiken (9,900 per entrambi), l’altro americano Vidmar e Tong Fei, con l’identico score di 9,875.

Una leggera imperfezione di Gaylord viene penalizzata dai giudici con un 9,900 mentre sia Li Ning che Gushiken ottengono l’identico punteggio di 9,950 così da salire appaiati sul gradino più alto del podio, per quello che è il primo oro del cinese ed il secondo per il giapponese, con Tong Fei ancora una volta, malinconicamente quarto.

Li Ning è deciso a far suo l’oro anche al cavallo con maniglie, dove ha ottenuto un 10 ed un 9,90 agli esercizi preliminari, così da presentarsi alla finale a pari merito con l’americano Vidmar (9,950 di media per entrambi), ma con il timore che i giudici possano favorire l’atleta di casa, come del resto molto spesso accade, ed in ogni caso sono proprio i due ginnasti a togliere di imbarazzo la valutazione della giuria con due esercizi perfetti che strappano il 10 ad entrambi, con conseguente divisione del gradino più alto del podio, mentre il bronzo va all’altro americano Timothy Daggett che relega fuori dalle medaglie, incredibile ma vero, nuovamente il sempre più depresso Tong Fei.

A Li Ning, per completare la sua eccezionale esibizione nella palestra californiana, non manca che l’esercizio al corpo libero, la prova che in assoluto predilige ed in cui accede alla finale con il più alto punteggio derivante dai preliminari, e cioè 9,925 a pari merito con il connazionale Lou Yun e, galvanizzato dagli allori già conquistati, manda in visibilio il pubblico che assiepa le tribune del “Pauley Pavilion” con acrobazie, salti mortali e spaccate che gli valgono un ulteriore 10 ed un oro stavolta tutto suo, dato che il compagno Lou Yun si deve accontentare dell’argento.

Le eccezionali prestazioni e gli elevati punteggi conseguiti valgono al cinese – alto 164cm. per 58kg. di peso – lo strameritato appellativo di “Piccolo principe della ginnastica” ed al ritorno in patria è accolto come una specie di eroe, anche se la sua carriera a causa di frequenti infortuni avrà termine ai Giochi di Seul 1988 dove, stante le precarie condizioni fisiche, ottiene risultati mediocri, pur avendo comunque conquistato quattro medaglie (oro agli anelli, argento nel concorso a squadre ed al cavallo con maniglie e bronzo al corpo libero) ai Mondiali di Montreal 1985 ed altri due argenti – anelli e concorso a squadre – alla successiva rassegna iridata di Rotterdam 1987.

La popolarità raggiunta – Li Ning nel 2008 avrà l’onore di accendere il braciere olimpico in occasione dei Giochi di Pechino – viene comunque abilmente sfruttata dal “piccolo principe” in ambito commerciale, il quale fonda nel 1990 la “Li-Ning Company Limited”, azienda di produzione scarpe ed abbigliamento sportivo, ottenendo in campo economico risultati superiori a quanto conquistato durante l’attività agonistica – per la quale viene inserito, nel 2000, quale primo ginnasta cinese a riuscirvi, nella “International Gymnastics Hall of Fame” – al punto che il suo patrimonio, a fine 2014, è valutato in oltre cinque miliardi di Renminbi (pari a circa 700 milioni di €uro), tale da collocarlo tra i 400 uomini più ricchi del Paese.

Personalmente, continuo a non capire come ciò possa accadere in una nazione comunista, ma tant’è…

IL “DREAM TEAM” GIAPPONESE DELLA GINNASTICA

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Sawao Kato – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Da quando gli Stati Uniti schierarono alle Olimpiadi di Barcellona 1992 il “Dream Team” (letteralmente “Squadra dei Sogni“) nel torneo di basket – e d’altronde non poteva essere diversamente, avendo la possibilità di vedere giocare assieme, in un unico quintetto, Larry Bird, Magic Johnson e Michael Jordan – di tale termine si è abusato per descrivere altre formazioni vincenti nello sport di squadra.

Non sarebbe cronologicamente possibile, pertanto, retrodatare un tale appellativo, anche se lo stesso si può tranquillamente abbinare al team giapponese di ginnastica artistica che per un ventennio ha monopolizzato, in campo maschile, il podio sia in sede olimpica che mondiale, togliendo di fatto lo scettro al monopolio sovietico ed aprendo una nuova via alla disciplina …

Con l’apparizione dei ginnasti sovietici sul panorama internazionale a far tempo dai Giochi di Helsinki 1952, atleti del calibro di Viktor Chukarin, Valentin Muratov, Albert Azaryan, Boris Shakhlin ed Yuri Titov consentono all’Urss di aggiudicarsi il concorso generale a squadre sia alle Olimpiadi finniche che alle successive di Melbourne 1956, mentre Chukarin fa suo l’oro nel concorso generale individuale in entrambe dette edizioni dei Giochi, con Shakhlin a rilevarlo sul gradino più alto del podio a Roma 1960.

Non molto diversa la musica in sede mondiale, anzi al contrario, l’edizione di Roma 1954 vede, oltre allo scontato successo a squadre, l’intero podio del concorso generale individuale monopolizzato dai ginnasti sovietici, con Chukarin e Muratov a spartirsi la medaglia d’oro e Shahinyan bronzo, con altresì conquista del metallo pregiato in cinque delle sei singole specialità, eccezion fatta per il volteggio, appannaggio del cèco Leo Sotornik.

Un dominio che si conferma nella successiva edizione, svoltasi a casa loro, a Mosca nel 1958, dove emerge la stella di Boris Shakhlin, il quale, oltre all’oro a squadre, si aggiudica il concorso generale individuale nonché il primo posto alla sbarra, parallele e cavallo con maniglie, per un totale di cinque medaglie d’oro, anche se…

Già, anche se all’orizzonte si sta profilando il pericolo giapponese, per il momento impersonificato da un solo grande esponente, Takashi Ono, che già ai Giochi di Melbourne 1956 si era inserito tra i sovietici Chukarin e Titov facendo suo l’argento nel concorso generale individuale, per poi confermare tale piazzamento al cavallo con maniglie a soli 0,050 punti di distacco (19,250 a 19,200) da Shakhlin ed aggiudicarsi l’oro alla sbarra davanti al sovietico Titov.

Ono conferma le proprie potenzialità anche ai Mondiali di Mosca 1958, conquistando quattro medaglie d’argento (concorso generale individuale ed a squadre, corpo libero e parallele), ma se vuole aspirare alla gloria olimpica, occorre che l’intero movimento giapponese lo segua in questo percorso di crescita.

Ed ecco che, allora, un altro eccellente interprete di detta disciplina, vale a dire Yukio Endo, viene in suo soccorso, trascinando la formazione giapponese al primo trionfo olimpico a Roma 1960 nella prova generale a squadre, dando per soli 2,50 punti (575,20 a 572,70) scacco matto alla formazione sovietica, con una formidabile prova di squadra confermata anche nel concorso individuale dove, a dispetto dell’oro conquistato da Shakhlin per l’inezia di 0,050 punti (115,950 a 115,900) su Takashi Ono, altri quattro ginnasti giapponesi si classificano dal quarto al settimo posto, dopo il bronzo appannaggio di Titov.

Oramai la breccia è aperta e, nonostante Shakhlin dimostri tutta la sua classe facendo sue le prove ai singoli attrezzi di parallele, cavallo con maniglie e volteggio (in quest’ultimo caso a pari merito con Ono), i ginnasti dell'”Impero del Sol Levantesi aggiudicano le specialità del corpo libero con Nobutuki Aihara e della sbarra con lo stesso Takashi Ono.

Con un bottino complessivo di quattro medaglie d’oro, due d’argento e tre di bronzo, ce n’è a sufficienza per i tecnici giapponesi per preparare al meglio il grande appuntamento costituito dai Giochi di Tokyo 1964, con la fiamma olimpica che per la prima volta sbarca in Asia dopo che l’edizione assegnata alla capitale nipponica nel 1940 non si era potuta disputare causa eventi bellici.

E le prove generali avvengono in occasione dei campionati mondiali in programma dal 3 all’8 agosto 1962 a Praga, dove a brillare è stavolta la stella del 25enne Yukio Endo, il quale, oltre a contribuire al successo del Giappone nella prova a squadre, si classifica al secondo posto nel concorso individuale dietro al sovietico Titov, per poi salire sul podio in cinque delle sei singole specialità, argento agli anelli ed alla sbarra dietro ad Ono, bronzo al volteggio ed alle parallele ed oro al corpo libero, a pari merito con il primattore di Roma, Aihara.

Tutto è pronto per la grande recita in chiave olimpica a Tokyo 1964 e, davanti al loro pubblico, i giapponesi non deludono, pur trovando maggiori difficoltà del previsto nel far loro la gara a squadre, vinta con 2,50 punti di scarto (577,95 a 575,45) sull’Unione Sovietica, mentre Endo diviene il primo ginnasta asiatico a conquistare l’oro nel concorso generale individuale, precedendo con 115,95 punti un terzetto composto dal connazionale Tsurumi e dai sovietici Shakhlin e Lisitsky con 115,400.

In una edizione dei Giochi in cui fa bella figura anche l’Italia e, in particolare, Franco Menichelli, il quale si piazza quinto nella prova generale, contribuisce al quarto posto nella gara a squadre (miglior risultato dei ginnasti azzurri nel Dopoguerra) e sale in tre occasioni sul podio nelle singole specialità, con la perla dell’oro al corpo libero, Shakhlin conclude la sua avventura a cinque cerchi con un ultimo oro alla sbarra, Ono si ritira a 33 anni con l’oro a squadre, lo jugoslavo Cerar si conferma indiscusso protagonista al cavallo con maniglie, ed i giapponesi Endo, Hayata ed Yamashita si aggiudicano l’oro nelle rispettive specialità di parallele, anelli e volteggio.

In ogni sport, non c’è cosa che favorisca più di ogni altra lo sviluppo di un movimento dello spirito di emulazione, valore che, peraltro, i giapponesi hanno insito nella loro mentalità, ed ecco quindi che quanto di buono prodotto a Tokyo 1964 altro non rappresenta che un semplice trampolino di lancio per una formazione di ginnasti che non ha avuto pari nella storia di tale disciplina, ed i cui protagonisti sono le quattro indiscusse stelle che rispondono al nome di Sawao Kato, Akinori Nakayama, Mitsuo Tsukahara ed Eizo Kenmotsu.

Questi quattro fuoriclasse riescono a rintuzzare l’attacco loro portato da un altro grande della ginnastica mondiale, vale a dire il sovietico Mikhail Voronin, il quale ai mondiali di Dortmund 1966 si aggiudica l’oro nel concorso individuale ed agli anelli, nonché l’argento al cavallo con maniglie ed alle parallele, oltre che nella prova a squadre, dove nella formazione giapponese appare per la prima volta Akinori Nakayama, che, dal canto suo, primeggia al corpo libero ed alla sbarra.

Ma, due anni dopo, in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico, a Nakayama ed all’ultima recita di Yukio Endo, si aggiungono Tsukahara, Kenmotsu ed i due Kato, il “grande” Sawao ed il fratello maggiore Takeshi (già componente della formazione vittoriosa ai mondiali di Dortmund), e per il pur eccellente Voronin ed i suoi compagni non restano che le briciole.

Impressionante l’esito del concorso generale individuale (quello a squadre non ha storia, talmente netta è la superiorità giapponese ), con ben quattro ginnasti del Sol Levante tra i primi cinque della classifica assoluta, vinta da Sawao Kato nonostante la strenua resistenza di Voronin, alla fine staccato di soli 0,050 punti (115,900 a 115,850), seguito da Nakayama, Kenmotsu e Takeshi Kato nell’ordine.

Ed anche se Voronin conquista altre quattro medaglie – argento agli anelli ed alle parallele, oro al volteggio ed alla sbarra, in quest’ultimo caso alla pari con Nakayama – la dimostrazione di forza della squadra giapponese giunge dai tre ori individuali di Nakayama (oltre alla citata sbarra condivisa con Voronin, domina agli anelli ed alle parallele), nonché dal monopolio del podio nel corpo libero, con i primi tre posti appannaggio, rispettivamente, di Sawao Kato, Nakayama e Takeshi Kato.

Una dimostrazione di superiorità che tocca livelli impensabili nel quadriennio successivo, a cominciare dai Mondiali di Lubiana 1970, dove i ginnasti giapponesi conquistano l’oro in tutte le gare in programma ad eccezione del cavallo con maniglie, terra di conquista personale dello slavo Miroslav Cerar, con una formazione orfana di Sawao Kato, ma che vede il trionfo di Kenmotsu su Tsukahara e Nakayama nel concorso generale individuale, altrettanti nipponici a monopolizzare il podio del corpo libero come in Messico due anni prima, con il successo che va a Nakayama davanti a Kenmotsu ed a Takeshi Kato, mentre le altre medaglie di metallo pregiato spettano allo stesso Nakayama agli anelli ed alle parallele, con Tsukahara oro al volteggio e Kenmotsu alla sbarra.

Con questo biglietto da visita, i “fantastici quattro” (cui, nel frattempo, se ne è aggiunto un quinto, stile D’Artagnan coi “Tre Moschettieri“, nella figura di Shigeru Kasamatsu) si presentano da favoriti all’appuntamento olimpico di Monaco 1972, ben decisi a fronteggiare il tentativo di riscossa sovietico, nelle cui file, oltre ad un Voronin in fase calante, si stanno facendo valere due campioni del calibro di Viktor Klimenko e, soprattutto, Nikolai Andrianov.

E, se possibile, al di là dei tre successi nelle singole specialità di Andrianov al corpo libero, Klimenko al cavallo con maniglie e del tedesco est Koste al volteggio, la supremazia del team giapponese emerge in tutta la sua grandezza, dato che, oltre ad una nettissima vittoria nel concorso a squadre nei confronti dell’Unione Sovietica (571,250 a 564,050 il punteggio complessivo), occupano l’intero podio nel concorso generale individuale con Sawao Kato che bissa l’oro di Città del Messico – impresa prima di lui riuscita solo all’azzurro Alberto Braglia a Londra 1908 e Stoccolma 1912 ed al già citato Chukarin ad Helsinki 1952 e Melbourne 1956 – con 114,650 punti, davanti ai connazionali Kenmotsu e Nakayama, quest’ultimo alla sua ultima partecipazione ad un grande evento.

Tris di medaglie che i giapponesi ottengono anche alle parallele, con Sawao Kato a precedere Kasamatsu e Kenmotsu, così come alla sbarra, dove ad affermarsi è Tsukahara (autore di un movimento che prende il suo nome), il quale sfiora la perfezione con un esercizio premiato con 9,900 per un totale di 19,725 che non lascia possibilità di vittoria ai connazionali Sawao Kato e Kasamatsu, rispettivamente argento e bronzo in una classifica finale che vede alle loro spalle Kenmotsu e Nakayama.

Ed anche quando non raggiungono il gradino più alto del podio, i giapponesi fanno bella mostra di sé alle cerimonie di premiazione, con l’argento di Nakayama ed il bronzo di Kasamatsu al corpo libero ed analogo risultato di Sawao Kato e Kenmotsu al cavallo con maniglie, mentre Nakayama conclude in gloria le sue fatiche olimpiche con l’oro agli anelli, superando di misura (19,350 a 19,275) Voronin, con Tsukahara terzo, per un bottino complessivo di 15 medaglie sulle 21 disponibili nelle prove individuali, cui va aggiunto l’oro nella prova a squadre, solo per far capire l’incidenza sulla spedizione nipponica in Germania, visto che colleziona 29 medaglie in totale, di cui pertanto ben 16 portate dalla fenomenale squadra di ginnastica.

Il ritiro dalle scene di Nakayama e la crescita di Andrianov potrebbero far pensare ad un ribaltamento dei valori in vista dei Giochi di Montreal 1976, ma nell’appuntamento intermedio costituito dai Mondiali di Varna 1974, le luci della ribalta, in una sorta di staffetta interna, spettano stavolta a Shigeru Kasamatsu, il quale, oltre a contribuire – assieme a Kato, Kenmotsu e Tsukahara – al quarto oro iridato consecutivo, si afferma nel concorso generale individuale precedendo Andrianov di soli 0,125 punti (115,500 a 115,375), così come al corpo libero ed al volteggio, mentre Kenmotsu si aggiudica l’oro alle parallele ed Andrianov conferma la propria eccellente caratura con l’oro agli anelli (in compartecipazione con il rumeno Grecu), cui aggiunge l’argento alle parallele, volteggio e cavallo con maniglie.

Ed arriviamo così alle Olimpiadi di Montreal dove, a dispetto della pesante assenza per infortunio proprio di Kasamatsu e dell’avvicinarsi alla soglia della trentina da parte di Kato, Kenmotsu e Tsukahara, la fenomenale squadra giapponese riesce nell’impresa di portare a casa il quinto oro consecutivo (!!!) nel concorso generale a squadre, stavolta al termine di una serrata lotta centesimo di punto a centesimo di punto con gli storici rivali sovietici, risolta a favore di Kato & Co. per l’inezia di 0,400 punti (576,850 a 576,450).

Rimasti in tre a fronteggiare la classe di Andrianov, stavolta devono soccombere nella prova generale individuale, che si risolve a favore del sovietico, il quale, con 116,650 punti (il più alto punteggio sino ad allora ottenuto in sede olimpica), impedisce a Sawao Kato – argento con 115,650 – un fantastico tris che non avrebbe avuto eguali nella storia della disciplina, con Tsukahara a completare il podio.

Andrianov sa che è la sua grande occasione e non se la fa sfuggire, cogliendo altri tre ori al corpo libero, anelli e volteggio, mentre, dal canto loro, Tsukahara si conferma signore assoluto alla sbarra e Sawao Kato completa, con il successo alle parallele (Andrianov secondo, tanto per gradire), una straordinaria carriera che lo vede, con le 8 medaglie al collo, al primo posto della lista in campo maschile quanto ad ori conquistati.

Con l’abbandono dell’attività anche da parte di Sawao Kato e l’emergere nel panorama sovietico di un altro astro nascente nella figura di Alexander Dityatin, lo squadrone giapponese è destinato al declino, non prima di eguagliare però, ai Mondiali di Strasburgo 1978, l’impresa ottenuta in sede olimpica, di conquistare per la quinta volta consecutiva la vittoria nel concorso generale a squadre, cui uniscono – dopo l’argento di Kenmotsu nella prova individuale dietro ad Andrianov – altri tre ori di specialità, con lo stesso Kenmotsu alle parallele, Kasamatsu alla sbarra ed il giovane Shimizu al volteggio.

E’ questo il “canto del cigno” della più forte squadra di ginnasti mai vista al mondo, capace per un ventennio di dettare legge di fronte agli specialisti sovietici ed il solo fatto – per limitarci solo agli ori, poiché altrimenti potremmo perdere facilmente il conto – che abbiano conquistato qualcosa come 24 medaglie olimpiche e 25 mondiali, cosa dite, se lo meritano o no l’appellativo di “Dream Team“?

AGNES KELETI, DA SOPRAVVISSUTA ALL’OLOCAUSTO A GLORIA OLIMPICA

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Agnes Keleti – da thejewniverse.com

articolo di Giovanni Manenti

Tra le tante belle favole che lo sport regala, una delle più appassionanti, dal punto di vista sportivo, nonché struggente, sotto il profilo umano, è quella che riguarda la ginnasta ungherese Agnes Keleti, il cui nome ai più probabilmente dice ben poco, quando invece essa merita di essere accostata alle grandi della disciplina, quali la sovietica di origini ucraine Larisa Latynina o la cecoslovacca Vera Caslavska.

Nata a Budapest il 9 gennaio 1921, il sogno di Agnes da fanciulla è quello di divenire una musicista, attratta in particolare da strumenti quali violino e violoncello, ma tocca al padre – del quale avrà poi modo di ricordare come “fosse un atleta fantastico, devo a lui il fatto di essere stata avviata allo sport” – indirizzarla verso altri tipi di attrezzi, all’interno di una palestra dove inizia a praticare ginnastica dall’età di appena quattro anni.

A 16 anni Agnes è già campionessa nazionale ungherese, e la Federazione punta su di lei in vista delle Olimpiadi in programma a Tokyo nel 1940, le quali però – e come poi avverrà per la successiva edizione del 1944 – vengono cancellate a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Ma l’evento bellico, già di per sé disastroso, non è il più grave dei problemi per la famiglia Keleti in quanto la stessa, di religione ebraica, deve cercare di sfuggire alle persecuzioni naziste, circostanza che riesce alla madre ed alla sorella di Agnes, salvate dall’Olocausto da Raoul Wallenberg, un diplomatico svedese che si prodiga negli anni a proteggere e nascondere intere famiglie ebree, mentre Agnes riesce a procurarsi documenti che ne attestano la religione cristiana, fuggendo in un piccolo villaggio ungherese dove trova lavoro come cameriera ed altresì contrae nel 1944 matrimonio con il ginnasta magiaro Istvan Sarkany, più per rafforzare la sua posizione rispetto al suo status ebraico che non per vero amore.

A guerra finita, Agnes ha la gioia di scoprire che madre e sorella sono scampate ai campi di sterminio, ed il dolore di apprendere che ciò non è stato possibile per il padre, che ha perso la vita ad Auschwitz assieme ad altri componenti la famiglia Keleti, e, anche per onorarne la memoria, riprende, a dispetto della non più giovane età, l’attività agonistica, venendo selezionata per la ripresa dei Giochi a Londra 1948, manifestazione alla quale è purtroppo costretta a rinunciare per infortunio.

Sembra ormai che la speranza di partecipare ad una rassegna a cinque cerchi si sia affievolita, ma Agnes non è certo il tipo da abbattersi a questa sorta di avversità, visto come ha dovuto lottare per la sopravvivenza negli anni bui della guerra, e la ginnastica è anche un modo per dimenticare e scaricare le tensioni, dopo aver divorziato dal marito nel 1950, spostando il proprio obiettivo sulle Olimpiadi di Helsinki 1952.

E’ forse l’atteggiamento con cui si presenta, già oltre i 31 anni (un’età in cui la quasi totalità delle ginnaste si è ritirata), all’appuntamento finlandese – “non pensavo sinceramente di vincere qualcosa, la mia unica aspirazione era quella di partecipare per vedere altre parti del mondo“, confessa successivamente Agnes – a consentirle, viceversa, di emergere, unitamente alla connazionale Margit Korondi, di 11 anni più giovane, portando l’Ungheria al secondo posto nel concorso generale a squadre dietro all’inarrivabile Unione Sovietica, e conquistando l’oro al corpo libero, nonché il bronzo alla sbarra, dove il gradino più alto del podio se lo aggiudica la Korondi, con la sovietica Maria Gorokhovskaya – oro nel concorso generale individuale e a squadre – a far collezione di argenti in tutte e quattro le singole specialità individuali.

Potrebbe ritenersi soddisfatta, Agnes, per aver coronato il suo sogno olimpico, ma gli ottimi risultati ottenuti ad Helsinki la inducono a proseguire, può darsi anche per il fatto che, “dato che voleva girare il mondo, i prossimi campionati Mondiali del 1954 si svolgono nella città eterna di Roma, qual migliore occasione per “unire l’utile al dilettevole“?

Rassegna dalla quale, comunque, tour turistico a parte, Keleti se ne torna con un trittico di medaglie costituito dall’argento nel concorso generale a squadre, il bronzo alla trave e l’oro alla sbarra, fallendo per soli 0,020 millesimi il gradino più basso del podio al corpo libero.

A pensare anche solo lontanamente di salire sul podio ai Giochi di Melbourne 1956 si può essere prese per pazze o visionarie, ma Agnes ha dalla sua un’arma in più rispetto alle sue avversarie, come la stessa avrà poi modo di sottolineare… “per me, lo sport rappresentava veramente solo un’occasione per conoscere il mondo, altri luoghi, altre culture, forse perché non ho mai avvertito la tensione delle gare. Alcune avversarie mi riferivano di essere terrorizzate prima di una grande manifestazione, cosa che a me non è mai successa, la ginnastica non era altro che una parte della mia vita“.

Fatto sta che sulla pedana australiana – dove si accende per la prima volta la stella della 22enne ucraina Larisa Latynina, una delle più grandi interpreti nella storia della ginnastica, capace di conquistare qualcosa come 18 medaglie olimpiche e 14 mondiali (!!!) – la 35enne magiara, che rispetto a molte delle sue avversarie potrebbe tranquillamente esserne la madre, divide equamente la scena con l’astro nascente sovietico, con Latynina che si impone sia nel concorso generale individuale (con 74,933 punti rispetto ai 74,633 della Keleti, alla quale risulta fatale la prova al volteggio) che in quello, scontato, a squadre, con l’Ungheria comunque buona seconda.

Ma è nelle quattro singole specialità individuali che la Keleti sorprende il mondo della ginnastica, trionfando alla trave ed alla sbarra – in cui supera di misura (18,966 a 18,833) Latynina – spartendo poi con la divina ucraina il gradino più alto del podio al corpo libero, con entrambe accreditate del medesimo punteggio di 18,733, mentre la Latynina si prende l’oro al volteggio, unica specialità in cui Keleti non si qualifica per la finale.

Con 4 medaglie d’oro (compresa la prova attrezzi a squadre femminile, poi abbandonata da Roma 1960) e due d’argento al collo e la veste di atleta più medagliata dei Giochi – la Latynina chiude con 4 ori, un argento ed un bronzo – per la Keleti non ci sarebbe modo migliore per concludere in gloria una straordinaria carriera che non ha eguali in termini di longevità, ma ancora una volta nubi oscure si addensano sul suo futuro, sotto forma stavolta della brutale repressione da parte dell’Unione Sovietica del tentativo del premier ungherese Imre Nagy di istituire un socialismo democratico, circostanza che induce Agnes, assieme ad altri 44 componenti della spedizione olimpica ungherese a chiedere, ed ottenere, asilo politico dal governo australiano.

Emigrata in Israele l’anno successivo, Agnes ha la fortuna di riuscire a far espatriare anche madre e sorella, ricongiungendo la famiglia e poter così continuare a dedicarsi alla passione della sua vita, divenendo istruttrice di educazione fisica all’Università di Tel Aviv, nonché al “Wingate Institute for Sport” a Netanya, oltre ad essere la logica allenatrice della squadra di ginnastica israeliana sino agli anni ’90 quando ha già superato i 70 anni.

Inserita nella “Hall of Fame” dello sport ungherese nel 1991 e nella “International Gymnastic Hall of Fame” nel 2002, la Keleti vive tuttora in Israele, nella città costiera di Herzliya a nord di Tel Aviv, alla veneranda età di 96 anni e, nonostante sia l’atleta ebrea con il maggior numero di medaglie olimpiche (ben 10) conquistate, superata solo in campo maschile dal nuotatore americano Mark Spitz con 11, continua candidamente ad affermare come “sopravvivere è molto più importante che vincere allori, le medaglie non hanno alcun significato!“.

E, dopo tutte le ardue prove a cui la vita l’ha sottoposta, come fare a darle torto?

MIROSLAV CERAR, L’UOMO CHE DOMAVA I CAVALLI… CON MANIGLIE!

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Miroslav Cerar – da eljubljana.si

articolo di Giovanni Manenti

A partire dagli anni ’50, il panorama della ginnastica mondiale in campo maschile non prevede altri interpreti di rilievo al di fuori dell’asse sovietico/giapponese, prova ne sia che, nel concorso generale individuale, per un ventennio, dai Giochi di Melbourne 1956 a quelli di Montreal 1976, il podio accoglie esclusivamente ginnasti di questi due paesi, con fenomeni del calibro di Viktor Chukarin, Boris Shakhlin, Takashi Ono, Yukio Endo, Sawao Kato, Mikhail Voronin e Nikolai Andrianov.

E non è che, nei campionati mondiali che, all’epoca, si svolgevano ogni quattro anni in alternanza con le Olimpiadi, le cose andassero molto meglio, basti pensare che alla rassegna iridata di Mosca 1958, oltre al logico bronzo della Cecoslovacchia nel concorso generale a squadre, visto che Urss, oro, e Giappone, argento, non potevano certo conquistare anche il terzo posto, nelle restanti sette prove – il concorso generale individuale e le sue singole specialità – delle 21 medaglie a disposizione solo una, ed altresì di bronzo, sfugge al dominio nipposovietico.

Importante, però, è scoprire chi sia quell’unico usurpatore, ed egli risponde al nome del 19enne, all’epoca, Miroslav Cerar, ginnasta jugoslavo di Lubiana (attuale Slovenia), il quale conquista la terza piazza nella specialità del cavallo con maniglie con p.19,350 sfiorando l’argento del russo Stolbov, secondo con 19,375 mentre l’oro non sfugge con 19,550 al campione Boris Shakhlin, mattatore della rassegna moscovita con cinque medaglie d’oro.

Il piazzamento del giovane slavo passa poco più che inosservato, tanto più che due anni dopo, alle Olimpiadi di Roma 1960, pur ottenendo un significativo ottavo posto nel concorso generale individuale, Cerar si qualifica per le finali agli attrezzi solo alla sbarra, classificandosi quinto a pari merito con il sovietico Yuri Titov.

Ma che il ragazzo di Lubiana abbia, al contrario, intenzioni serie ed ambizioni di accomodarsi al “banchetto dei grandi” lo si capisce l’anno seguente agli Europei di Lussemburgo 1961, dove conquista ben quattro ori (concorso generale individuale, anelli, parallele ed, ovviamente, cavallo con maniglie) ed un bronzo al volteggio, ed ancor più ai Mondiali di Praga 1962 in cui, per nulla intimorito al cospetto dei più grandi ginnasti del momento, fa suo l’oro sia alle parallele, mettendo in fila – con p.19,625 – nientemeno che Shakhlin (19,600) ed Endo (19,500), che al cavallo con maniglie in cui, ancora una volta, Shakhlin deve arrendersi alla netta superiorità di Cerar, di sette anni più giovane.

Cerar ha ora un preciso obiettivo in testa, vale a dire i Giochi di Tokyo 1964, dove potrà sfidare i maestri giapponesi a casa loro, e non vi è modo migliore per prepararvisi che confermare agli Europei di Belgrado 1963 i quattro titoli conquistati due anni prima, trasformando il bronzo al volteggio in argento ed aggiungendovi il bronzo al corpo libero, andando pertanto a medaglia in sei delle sette specialità individuali.

Oramai lo sloveno non è più una sorpresa anche ai massimi livelli, ma lui stesso, consapevole della forza dei propri avversari, decide di affinare la propria tecnica nella specialità del cavallo con maniglie, un attrezzo non facile da domare e che risulta ostico anche ai più affermati campioni, in quanto bisogna unire forza ed agilità con movimenti rapidi ed in perfetta sincronia tra loro onde evitare di ritrovarsi bloccati a cavalcioni senza possibilità di riprendere l’esecuzione dell’esercizio.

E così avviene, con Cerar che alle Olimpiadi giapponesi migliora il piazzamento nel concorso generale individuale, classificandosi al settimo posto (secondo degli umani dietro all’azzurro Franco Menichelli), e qualificandosi per le finali ai singoli attrezzi alla sbarra, alle parallele ed al cavallo con maniglie.

Mentre alle parallele conclude al sesto posto, nella prova vinta con largo margine da Endo, alla sbarra Cerar ottiene un significativo bronzo con p.19,500 rimontando dalla quinta posizione degli obbligatori, con un esercizio valutato 9,850 al pari di Shakhlin, che si aggiudica l’oro con 19,625 mentre Titov difende l’argento per soli 0,050 punti rispetto allo sloveno.

Rinfrancato da detto risultato, Cerar si prepara a dare il meglio di sé al cavallo con maniglie, dove si presenta all’esercizio libero già con il miglior punteggio di qualificazione, dalla quale sono rimasti esclusi dalla finale i pezzi da novanta Shakhlin e Takashi Ono.

Con un 9,725 di partenza, l’esecuzione all’attrezzo di Cerar viene premiata dai giudici come miglior esercizio tra i finalisti, venendole assegnato un 9,800 che vale l’oro con il punteggio complessivo di 19,525 davanti al giapponese Tsurumi (19,325) ed al sovietico Tsapenko, bronzo con 19,200 punti.

Al ritorno in patria, Cerar viene accolto come un eroe, avendo da solo conquistato due delle cinque medaglie della Jugoslavia ai Giochi, ma non ha certo intenzione di mollare ed anche se agli Europei di Anversa 1965 subisce una delle rare sconfitte al cavallo con maniglie, superato dal sovietico Viktor Lisitski, se ne torna dalla rassegna continentale con quattro medaglie, avendo confermato l’oro alle parallele, cui aggiunge anche un altro argento al corpo libero ed il bronzo agli anelli.

Se vincere è difficile, confermarsi lo è ancor di più, ma ai Mondiali di Dortmund 1966 Cerar si presenta ancora in ottimo stato di forma, sfiorando una clamorosa medaglia nel concorso generale individuale, dove giunge quarto per soli 0,200 punti di differenza rispetto al giapponese Akinori Nakayama (114,950 a 114,750), mentre l’oro va al nuovo astro nascente del panorama ginnico sovietico, Mikhail Voronin, con 116,150 punti.

Ancora l’inezia di 0,025 punti impedisce a Cerar di disturbare il podio tutto nipponico alla sbarra, con Nakayama oro, Endo argento e Mitsukuri bronzo, ma poi può cimentarsi nei suoi attrezzi preferiti, le parallele, dove soffia il bronzo all’azzurro Franco Menichelli con 19,350 punti, giungendo alle spalle di Voronin, stavolta solo argento, superato dal connazionale Segei Diamidov, e, soprattutto, il cavallo con maniglie, specialità in cui anche un grande come Voronin non può fare altro che inchinarsi di fronte alla superiorità di Cerar, che conferma il titolo iridato di Praga con 19,525 punti rispetto ai 19,325 del sovietico.

Ed anche se Voronin si prende una piccola rivincita agli Europei di Tampere 1967 dove precede Cerar al cavallo con maniglie, il nuovo vero appuntamento è fissato per le Olimpiadi di Città del Messico 1968 dove le medaglie sono un affare a tre tra il sovietico ed i due giapponesi Sawao Kato ed Akinori Nakayama, con Voronin che si aggiudica l’oro alla sbarra (a pari merito con Nakayama) ed al volteggio e l’argento nel concorso generale individuale e a squadre, alle parallele e agli anelli, Sawao Kato è oro nel concorso generale individuale e a squadre, nonché al corpo libero ed altresì bronzo agli anelli, mentre Nakayama, oltre all’oro nel concorso generale a squadre, è primo anche alla sbarra (a pari merito con Voronin), alle parallele e agli anelli, argento al corpo libero e bronzo nel concorso generale individuale.

Se vi siete muniti di carta e penna ed avete tirato le somme dei suindicati allori, vi sarete resi conto che non è mai stato nominato il cavallo con maniglie, già perché quello è territorio di caccia riservato del non più giovane, bensì avviato alla soglia dei 30 anni, lo slavo di Lubiana, Miroslav Cerar, il quale tenta di bissare il titolo di campione olimpico della specialità, un’impresa sino ad allora riuscita solo al sovietico Boris Shakhlin a Melbourne 1956 e a Roma 1960, pur se in quest’ultima occasione in coabitazione con il finlandese Eugen Ekman.

Il dominio sovietico/giapponese è praticamente assoluto, qualora si pensi che Cerar, con il suo nono posto nel concorso generale individuale, è il primo ginnasta non appartenente ai due paesi e le regole del tempo, che non limitano (come, viceversa, avviene adesso) il numero di partecipanti per nazione ai singoli attrezzi, fanno sì che già solo qualificarsi tra i sei che disputavano le finali di specialità è considerata un’impresa, figurarsi poi accomodarsi sul podio.

Impresa che il buon Miroslav si permette, al contrario, di ripetere, partendo, come al solito, dal più alto punteggio (9,675) di qualificazione, per poi aggiungervi un 9,650 che sta a testimoniare un esercizio corretto, ben eseguito, ma non eccellente come suo solito, sufficiente comunque ad assicurargli con lo “score” complessivo di 19,325 il suo secondo oro ai Giochi, precedendo il finlandese Laiho (19,225) e Voronin, che con 19,200 conquista il bronzo e la sua settima medaglia a Città del Messico.

Oramai Cerar può a giusta ragione essere considerato tra gli immortali che solo la gloria olimpica può celebrare, ma l’assegnazione alla sua città natale, Lubiana, dell’edizione dei Mondiali 1970 determina un impegno morale a cui non può sottrarsi, preparandosi a tale ultima recita conquistando altre tre medaglie agli Europei di Varsavia 1969, con l’oro al cavallo con maniglie, a pari merito con il polacco Kubica ed ancora davanti a Voronin, cui unisce l’argento alle parallele a pari merito con il sovietico Klimenko, stavolta preceduto da Voronin, ed il bronzo alla sbarra, dove il gradino più alto del podio è diviso tra i due sovietici Klimenko e Lisitski.

Manca oramai solo un’ultima fatica per Miroslav, una specie di missione per non deludere la sua gente e concludere in bellezza una brillante carriera che non ha eguali nella vecchia Jugoslavia, anche se di fronte ha la più forte squadra giapponese di tutti i tempi che, oltre allo scontato oro a squadre, monopolizza il podio del concorso generale individuale con l’oro di Eizo Kenmotsu, l’argento di Mitsuo Tsukahara ed il bronzo di Akinori Nakayama e conquista il titolo iridato in tutte le singole specialità, nonostante che il team sovietico schieri un quartetto di tutto rispetto, coi soliti Voronin, Klimenko, Lisitski e Diomidov, i quali devono accontentarsi delle briciole, raggranellando appena tre argenti e due bronzi.

Come dite, ho scritto che il Giappone ha conquistato l’oro a tutti i singoli attrezzi? Beh, sì, a tutti i singoli attrezzi eccezion fatta, avendolo dato per scontato, per il cavallo con maniglie, il quale vuole essere domato da un solo grande, immenso cavaliere, il quale conquista davanti alla sua gente il terzo titolo iridato consecutivo, così da inanellare un filotto d’oro – Mondiale 1962, Olimpiade 1964, Mondiale 1966, Olimpiade 1968 e Mondiale 1970 – che non ha eguali nella specialità, piegando anche la resistenza di un campione come Kenmotsu, superato di misura (19,375 a 19,325), con Klimenko bronzo con 19,050 punti.

Ed il boato che riecheggia alla “Tivoli Hall” di Lubiana non appena il tabellone luminoso certifica il successo di Cerar è forse il ricordo più nitido che il ginnasta sloveno si porterà dentro di sé per tutta la vita, superiore alle 30 medaglie (di cui 16 d’oro) vinte in carriera tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, e che lo fanno a pieno diritto inserire, nel 1999, nella “International Gymnastic Hall of Fame“, anno in cui la moglie Zdenka diviene procuratore generale della neonata Repubblica di Slovenia e quindi Ministro della Giustizia, con Miroslav che, conclusa l’attività agonistica, si cimenta anch’esso nella professione di avvocato.

E, tutto questo, “alla faccia” dei maestri giapponesi e sovietici!

OLGA KORBUT, IL “PASSERO DI MINSK”

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Olga Korbut – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Conclusa, per ragioni anagrafiche (e non solo) l’era della “divina” Vera Caslavska dopo i trionfi alle Olimpiadi di Città del Messico 1968, l’universo della ginnastica femminile è pronto a raccogliere come sua legittima erede la sovietica Ludmilla Tourischeva, emersa in tutta la sua grandezza ai Mondiali di Lubiana 1970 dove si afferma nel concorso generale individuale e a squadre, cui abbina l’oro nel corpo libero, l’argento alle parallele asimmetriche ed il bronzo al volteggio.

E’ lei, pertanto, ventenne di origini cecene, essendo nata a Grozny nell’ottobre 1952, la punta di diamante della rappresentativa dell’Unione Sovietica ai Giochi di Monaco 1972, dove la sua Federazione intende rinverdire i fasti della grande Larisa Latynina e riportare la ginnastica ai massimi vertici olimpici dopo aver dovuto subire per due edizioni la supremazia della cecoslovacca Caslavska.

Alta, fisico statuario, di una bellezza imbarazzante, nonché ovviamente dotata di classe cristallina, la Tourischeva ha tutto dalla sua parte per emergere ai massimi livelli e non potrebbe esservi “testimonial” migliore per il proprio paese in un’epoca in cui ancora lo sport è teatro di confronto nell’ambito della “Guerra Fredda” tra le due superpotenze Urss e Stati Uniti, ancora lontane da un effettivo disgelo.

Solo non sa, o meglio, finge di non sapere, la bella Ludmilla che proprio all’interno della sua squadra è presente colei che ne offuscherà la visibilità alle Olimpiadi tedesche, una ragazzina appena diciasettenne dal fisico minuto (appena 150cm. per 38kg.) ma di una grazia inimmaginabile e che diviene la prima a spostare i termini della ginnastica mondiale dagli esercizi statici e convenzionali verso un’era di acrobazie ed innovazioni che si possono permettere solo le “ginnaste bambine” dal fisico ancora acerbo e pertanto molto più elastico.

Proviene anch’essa da una delle tante repubbliche che costituiscono l’impero sovietico, la Bielorussia, essendo nata a Grodno, città al confine con Lituania e Polonia, nel maggio 1955, la piccola Olga Korbut, la quale ha dentro di sé una tale rabbia e voglia di affermarsi per riscattarsi di tutte le ristrettezze che la vita le ha riservato nella sua infanzia, forgiandole un carattere inversamente proporzionale alla sua esile corporatura.

Come avrebbe altrimenti potuto superare la piccola Olga le difficoltà di essere l’ultima di quattro sorelle, figlia di un padre alcolizzato e di una madre cuoca in una bettola, la cui educazione è affidata alla primogenita Irina, di nove anni maggiore di lei, dovendo sbarcare il lunario con la miseria di 8 rubli al mese in una stanza di 15 metri quadrati…

Questa situazione di assoluta povertà determina in Olga lo svilupparsi di un complesso di inferiorità nei confronti del prossimo tale da far scattare in lei, come arma di autodifesa, una elevata ostinazione nell’affinare una volontà ed una determinazione che divengono le basi per la successiva affermazione a livello internazionale.

La sua “fortuna” (il “virgolettato” è d’obbligo) è quella di aver incontrato in Renald Knysh, che ne intuisce le potenzialità quando Olga ha appena cinque anni, il tecnico che si prende cura di lei, sottoponendola ad esercizi duri e massacranti ai quali si sottopone con una certa riluttanza in quanto le provocano forti dolori lombari e ripetuti infortuni alle caviglie poiché l’allenatore pretende l’esecuzione di movimenti difficilissimi mai provati fino ad allora, come il “salto mortale rovesciato” alla trave oppure il passaggio dorsale tra le due sbarre alle parallele asimmetriche, tutti sacrifici che la Korbut sostiene con l’obiettivo di uscire per sempre dalla sua misera vita.

Ma quando Knysh – che manifesta verso la sua “piccolaun’attrazione morbosa al punto di chiederle di vivere con lui dopo i Giochi di Monaco 1972 nonostante vi siano trent’anni di differenza tra i due (nella sua autobiografia la Korbut riferirà di aver subito ripetute violenze sessuali da parte del coach) – ritiene di poter presentare la “sua creatura” a Yuri Titov ed alla citata Larisa Latynina, rispettivamente capo della Federazione ed allenatrice della squadra femminile di ginnastica dell’Urss, entrambi rimangono sbigottiti dalle innovazioni nei movimenti portate dalla ragazzina, poiché nessuna al mondo prima di lei si è dimostrata in grado di eseguire un “doppio salto mortale all’indietro” nel corpo libero o nell’uscita dalle parallele, aggregandola – sia pur come riserva – alla spedizione per i Mondiali di Lubiana e gli Europei di Minsk, rassegne nelle quali brilla la stella Tourischeva.

Probabilmente ha meno classe della sua connazionale, Olga, ma nessuno può contrastare la forza interiore che si porta dentro e che le fa vincere la Coppa dell’Urss proprio a Minsk, capitale della sua Bielorussia, con cui le si schiudono definitivamente le porte per un posto da titolare alle Olimpiadi di Monaco, sua prima grande competizione a livello internazionale.

La gara di entrata è, come di consueto, la prova a squadre, in programma il 27 (con gli obbligatori) ed il 28 (con i liberi) agosto alla Sports Halle di Monaco di Baviera, e nella quale la Korbut dà un primo saggio della sua abilità eseguendo, cosa mai effettuata sino ad allora, il “salto mortale all’indietro” alla trave, contribuendo con un punteggio complessivo di 76,700 all’oro dell’Unione Sovietica con 380,500 punti davanti alla Germania Est (376,550) e all’Ungheria (368,250).

Lo “score” di 76,700 realizzato dalla Korbut è il terzo assoluto dopo il 76,850 realizzato a pari merito dalla Tourischeva e dalla tedesca est Karin Janz, punteggio che viene dimezzato per il concorso generale individuale che va in scena due giorni dopo, il 30 agosto, ed al quale le ginnaste aggiungono la valutazione dei loro esercizi liberi alle quattro distinte specialità, circostanza che può consentire alla Korbut di colmare il gap iniziale di 0,750 punti rispetto alle citate sue avversarie.

Purtroppo Olga non è al meglio della condizione, i dolori alla schiena la perseguitano e deve fare ricorso a delle iniezioni di novocaina per lenire le fitte che gli provocano gli allenamenti che il suo coach la obbliga comunque a proseguire, riuscendo comunque bene o male a presentarsi in pedana.

Nella prima rotazione al corpo libero, Olga libera tutta la naturalezza data dalla sua gioventù, cui unisce un sorriso accattivante che conquista i giudici che la premiano con un 9,800 secondo solo al 9,900 della Tourischeva, ma che le consente di sopravanzare la Janz, valutata 9,700, per poi ottenere un risultato di 9,650 al volteggio, identico a quello delle sue avversarie, rimandando la decisione per l’assegnazione dell’oro alle prove alle parallele asimmetriche ed alla trave, suoi “cavalli di battaglia“.

Ma, quando meno te lo aspetti, giunge inattesa la classica “buccia di banana” – peraltro non inusuale nei concorsi ginnici, dove il coefficiente di difficoltà è elevatissimo – sotto forma di un banale errore in un passaggio alle parallele asimmetriche che le fa perdere l’equilibrio con conseguente caduta, oltretutto ripetuta una seconda volta, che non può che far valutare il suo esercizio con un mediocre 7,500 che la relega addirittura al settimo posto della classifica finale, vinta dalla Tourischeva con 77,025 punti davanti alla Janz (76,875) ed all’altra sovietica Tamara Lazakovich (76,850).

Per capire la portata dell’errore, basti pensare che, qualora la prova di Olga fosse stata valutata appena 9,500 (che avrebbe rappresentato il più basso dei suoi punteggi, avendo ottenuto 9,800 sia al corpo libero che alla trave e 9,650 al volteggio), ciò sarebbe stato sufficiente a farle conquistare il titolo olimpico, ma se ha perso l’oro, la Korbut ha conquistato il pubblico, colpito dai singhiozzi dell’adolescente che vengono ripresi dalle telecamere e trasmessi sul tabellone presente in sala, il quale, nel silenzio più totale, si produce in un applauso ritmato che cresce come un’onda riuscendo a strappare alla delusa ragazzina un sorriso e la promessa al suo mentore Knysh che il giorno dopo si presenterà per gli esercizi ai singoli attrezzi come se nulla fosse accaduto.

E così è, con la “debacle” alle parallele asimmetriche che non incide sull’ammissione alle finali di specialità in quanto calcolate sulla media di quanto ottenuto la prima giornata nella prova a squadre, e dove, ironia della sorte, la Korbut – partita da 9,650 rispetto al 9,775 della tedesca est Janz – non riesce a migliorare la sua posizione, conquistando la medaglia d’argento, ma con un punteggio di 9,800 largamente superiore a quanto le sarebbe bastato per vincere il concorso generale individuale.

Ma oramai è inutile “piangere sul latte versato“, occorre andare avanti e dimostrare di meritare l’affetto che il pubblico, che l’ha oramai adottata, le manifesta e, dopo un quinto posto al volteggio (la specialità che meno le si addice), ancora appannaggio della Janz, ha la possibilità di mettere a frutto gli insegnamenti e i duri allenamenti a cui Knysh l’ha sottoposta in tutti questi anni.

Dapprima si esibisce alla trave, dove parte con un leggero svantaggio rispetto alla Lazakovich (9,500 a 9,575), largamente colmato grazie all’oramai già divenuto celebre “salto mortale all’indietro“, premiato con un 9,900 dalla giuria che le consente di scavalcare la connazionale e conquistare la sua prima medaglia d’oro a livello individuale.

Resta ora il confronto più atteso, vale a dire quello al corpo libero, dove è la Tourischeva a presentarsi con il miglior punteggio di partenza (9,750), rispetto alla Korbut (9,675) ed alla Lazakovich (9,650) e la domanda che in molti si pongono è se a prevalere sarà la grazia e la classe cristallina della più celebre Ludmilla oppure la leggerezza, mista ad un pizzico di sfrontatezza, del piccolo “passero di Minsk“, come la stampa internazionale lìha oramai ribattezzata.

Alla fine, il verdetto della giuria, forse in parte condizionato dal pubblico che riserva all’esibizione della Korbut un’autentica ovazione, premia quest’ultima, con un 9,900 che le consente di superare la Tourischeva, al cui esercizio viene assegnato un comunque eccellente 9,800, per il suo secondo oro individuale che la fa diventare la regina indiscussa dei Giochi di Monaco e trasformare in un sorriso smagliante quelle lacrime che avevano commosso non solo gli spettatori presenti, ma il mondo intero dopo la sfortunata prova alle parallele asimmetriche nel concorso generale.

E poco importa se, in futuro, dopo la traumatica separazione da Knysh, è ancora la Tourischeva a venire privilegiata dalle giurie, con i suoi cinque ori agli Europei di Londra 1973 (dove la Korbut è solo argento nel concorso generale individuale) o i quattro, oltre ad un argento ed un bronzo, ai Mondiali di Varna 1974 (in cui anche Olga dice la sua, con due ori e quattro argenti), poiché la ribalta e la gloria olimpica che le ha riservato l’edizione di Monaco 1972 dei Giochi a cinque cerchi nessuno potrà mai toglierle.

Entrambe sperano di incrementare i rispettivi palmarès presentandosi anche ai Giochi di Montreal 1976, ma la rotazione nella ginnastica è vorticosa e già in patria devono fare i conti con la diciannovenne Nellie Kim, nativa del Tajikistan, mentre fuori dai confini sta per brillare la stella di colei che rappresenterà l’indiscusso punto di svolta tra la ginnastica tradizionale e quella moderna, vale a dire la rumena Nadia Comaneci, della quale la Korbut si può comunque considerare essere stata un’ideale apripista.

LA GINNASTICA D’ORO DI FRANCO MENICHELLI A TOKYO 1964

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Franco Menichelli – da cerchidigloria.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando in famiglia vi sono due fratelli maschi a tre anni di differenza l’uno dall’altro, avviene spesso che gli stessi facciano scelte di vita diverse in campo studentesco e lavorativo, più difficilmente ciò accade nell’ambito sportivo, in quanto il minore è generalmente attratto dagli eventuali successi che il fratello ottiene e ne vuole ricalcare le orme.

E’ ciò che, per un certo periodo, accade anche nella famiglia romana dei Menichelli in cui il maggiore, Giampaolo, nato nel giugno 1938, entra a far parte del settore giovanile della Roma, club con il quale poi debutta in Serie A a vent’anni nel 1958, mentre Franco, di tre anni più giovane essendo venuto alla luce nell’agosto 1941, non disdegnando a propria volta il calcio, si iscrive anche alla neonata società “Ginnastica Romana“, nell’attesa di fare successivamente una scelta definitiva.

La differenza fondamentale tra gli sport individuali e quelli di squadra è che fra i primi possono nascere rivalità che difficilmente si riscontrano nei secondi, in quanto per questi ultimi ciò deriva più a livello campanilistico e tra tifoserie che non tra i singoli protagonisti, ed è proprio una accesa rivalità quella che fa scegliere al più giovane Franco la strada della ginnastica.

Infatti, e la cosa può sembrare curiosa, ma chiunque abbia praticato che so, il tennis, può ben capire, a Franco “dava sui nervi” il fatto che un tale Angelo Guidarelli, della società “Borgo Prati“, lo superasse regolarmente nelle gare regionali, con ciò spingendolo ad allenarsi con impegno per migliorarsi e, finalmente, batterlo.

E, quando la cosa si verifica – siamo intorno al 1956, all’età di 15 anni – Franco ha già acquisito una tale dimestichezza con la disciplina che lo porta ad emergere in breve tempo a livello nazionale, lasciando la “sfera rotonda” al fratello, che comunque tiene anch’esso alto il buon nome della famiglia.

La sua crescita non passa inosservata al grande ginnasta Romeo Neri – vincitore di tre medaglie d’oro ai Giochi di Los Angeles del 1932 ed ultimo atleta azzurro a salire sul podio olimpico – il quale lo aggrega alla squadra nazionale che partecipa alla rassegna di Roma 1960, proprio nella città natale dei fratelli Menichelli.

I team ginnici che l’Italia schiera nelle edizioni degli anni ’60 dei giochi a cinque cerchi sono indubbiamente i più forti del dopoguerra, ed una prima dimostrazione la abbiamo proprio alle Olimpiadi di Roma, quando l’Italia – a 28 anni di distanza dalle imprese di Romeo Neri – conquista la medaglia di bronzo nella prova a squadre grazie alle prestazioni di Menichelli, dei fratelli Giovanni e Pasquale Carminucci e di Angelo Vicardi, concludendo con 559,05 punti dietro ai mostri sacri dell’epoca, Giappone ed Unione Sovietica, rispettivamente oro ed argento a quota 575,20 e 572,70 punti.

Sono anni in cui è quasi impossibile sfuggire alla dittatura nippo/sovietica che, nel concorso generale individuale, occupa le prime sette posizioni, per cui per Menichelli non è da disprezzare, alla sua prima partecipazione olimpica, il decimo posto ottenuto, con tanto di qualificazione per la finale alla specialità del corpo libero, mentre fallisce per soli 0,05 centesimi di punto l’ammissione agli anelli.

Nella finale di specialità, cui è ammesso con un punteggio dopo gli “obbligatori” di 9,50 pari al giapponese Aihara ed al sovietico Titov, Menichelli non fornisce una delle sue migliori prestazioni ai “liberi“, premiata dai giudici con 9,55 che gli vale comunque il bronzo, dietro ad Aihara e Titov, un bottino comunque da non disprezzare per un esordiente, mentre Giovanni Carminucci porta all’Italia l’argento alle parallele, con l’oro sfumato per soli 0,025 millesimi rispetto al fenomenale sovietico Boris Shaklin.

La strada è tracciata, e Menichelli dà un’ulteriore prova della sua crescita a livello individuale agli Europei di Lussemburgo 1961, dove ottiene al corpo libero il suo primo oro in una grande manifestazione internazionale, cui unisce l’argento al volteggio ed il bronzo alle parallele, per poi poter sfidare i migliori al mondo alla rassegna iridata di Praga 1962, mentre, per una curiosa coincidenza che avrà modo di ripetersi in futuro, ad ottobre 1961 anche il fratello Giampaolo balza agli onori della cronaca, con la vittoria della Coppa delle Fiere con la sua Roma.

E così, mentre nel maggio 1962 il fratello maggiore debutta in maglia azzurra venendo aggregato alla spedizione per i Mondiali di calcio in Cile, ad inizio luglio del medesimo anno Franco esordisce alla rassegna iridata di ginnastica, in cui l’Italia si classifica quinta nella prova a squadre, mentre Menichelli è undicesimo nel concorso generale individuale, ottenendo ancora l’ammissione alla finale di specialità nel corpo libero, unico componente della spedizione azzurra a riuscirvi.

Stavolta la corsa all’oro lo vede protagonista, soccombendo – con il punteggio complessivo di 19,450 – per soli 0,05 centesimi di punto rispetto alla coppia giapponese formata da Aihara ed Endo, primi a pari merito con 19,500 e si intuisce che, per Menichelli, un tale traguardo non è poi così lontano.

Certo che, dopo essersi confermato campione europeo al corpo libero a Belgrado 1963 (con l’aggiunta del bronzo alle parallele), la prospettiva di dover sfidare i campioni giapponesi proprio a casa loro, alle Olimpiadi di Tokyo 1964, non è affatto rassicurante, in una disciplina dove i giudici hanno solitamente un occhio di riguardo verso gli atleti di casa, ma tant’é…

Menichelli, consapevole delle difficoltà che una tale situazione comporta, affina ancor di più la sua tecnica, specie al corpo libero, inserendovi passaggi innovativi in contrasto con quella che, all’epoca, era considerata una ginnastica più tradizionale, ma che ritiene necessari per poter sperare di superare le insidie portate dalla bravura dei Giapponesi e dalle valutazioni dei giudici.

Preoccupazioni, queste ultime, che puntualmente si manifestano negli esercizi “obbligatori” che determinano la classifica a squadre e nel concorso generale individuale, nonché danno l’accesso alle singole finali di specialità, con la formazione azzurra che retrocede di una posizione rispetto a quattro anni prima a Roma, classificandosi quarta alle spalle anche della Germania, mentre il Giappone si conferma campione olimpico davanti ai soliti sovietici.

Se la squadra è retrocessa di una posizione, ben diverso è il comportamento del suo portacolori Menichelli, che sfiora una clamorosa medaglia nel concorso generale individuale, dove finisce quinto con 115,15 punti alle spalle dell’inarrivabile Yukio Endo, oro con 115,95, ed ad un terzetto formato dai russi Shaklin e Lisitsky e dal nipponico Tsurumi, argento a pari merito con 115,40, soli 0,25 centesimi di punto meglio del’’azzurro che, dal canto suo, ottiene l’ammissione in tre delle singole finali di specialità, vale a dire corpo libero, anelli e parallele, anche se in queste ultime vorrebbe cedere il posto a Giovanni Carminucci, campione europeo in carica e primo degli esclusi, non venendo accontentato.

Al corpo libero, Menichelli si presenta con il secondo punteggio di 9,650 – alla pari con il sovietico Lisitsky – dopo gli esercizi obbligatori, dietro al fuoriclasse Endo con 9,700 e la sorte gli viene incontro in quanto sorteggiato ad esibirsi per ultimo, con i giudici che, pertanto, non possono più modificare i punteggi assegnati agli altri concorrenti.

E, dopo che Endo e Lisitsky hanno ottenuto i rispettivi punteggi di 9,650 e 9,700 che li pongono a pari merito in testa alla graduatoria per un totale di 19,350, a Menichelli serve un 9,750 per aggiudicarsi l’oro e l’azzurro compie il capolavoro della sua carriera, grazie a delle combinazioni non più singole ma multiple che agganciano una difficoltà all’altra, impressionando talmente la giuria che lo premia con un 9,80 che certifica il ritorno di un italiano su gradino più alto del podio plimpico a 32 anni di distanza.

Menichelli potrebbe fare il bis agli anelli, dove si presenta con il secondo miglior punteggio d’entrata con 9,725 alla pari con il giapponese Hayata e dietro al solito Endo con 9,750, ma quest’ultimo commette un errore che lo fa scivolare in sesta ed ultima posizione, mentre il 9,700 ottenuto da Menichelli è sufficiente solo per l’argento, dato che i giudici premiano con 9,750 l’esibizione di Hayata che, fra l’altro, mai più otterrà in carriera un simile risultato.

Infine, la decisione della Federazione di far gareggiare Menichelli anche alle parallele si rivela azzeccata in quanto, ammesso con il sesto miglior punteggio, si migliora al punto di conquistare il bronzo dietro ad Endo e Tsurumi, così completando un tris di medaglie storico.

Oramai nella piena maturità, Menichelli dà spettacolo agli Europei di Anversa 1965 conquistando l’oro nel concorso generale individuale, al corpo libero, agli anelli ed alla sbarra, nonché l’argento alle parallele – impresa mai compiuta da un ginnasta azzurro – mentre una rete del fratello, nel frattempo trasferitosi alla Juventus, consegna ai bianconeri la vittoria della Coppa Italia 1965 a spese dell’Inter.

Ai Mondiali di Dortmund 1966 Menichelli si conferma quinto nel concorso generale individuale, come pure ottiene la medesima ammissione alle singole finali di specialità delle Olimpiadi di Tokyo di due anni prima, ma stavolta deve fronteggiare l’onda nuovad dei ginnasti sovietici – capeggiati da Mikhail Voronin – e giapponesi, in cui emerge Akinori Nakayama, circostanza che lo relega ai margini del podio alle parallele, quarto alle spalle del grande jugoslavo Miroslav Cerar e che lo porta a doversi accontentare del bronzo sia agli anelli – per soli 0,025 millesimi di punto rispetto a Nakayama in una gara dominata da Voronin – che al “suo amatocorpo libero, dove è Nakayama a prevalere davanti al “maestro” Yukio Endo.

Gli Europei di Tampere 1967 – mentre il fratello Giampaolo ha conquistato il suo unico scudetto con la maglia della Juventus – servono a Menichelli in preparazione dell’appuntamento olimpico di Città del Messico, incrementando comunque il proprio palmarès di altri due argenti (corpo libero e parallele) ed altrettanti bronzi (concorso generale individuale e sbarra), non potendo sapere che proprio in Messico dovrà porre fine ad una eccezionale carriera-

Avviene difatti, che durante l’esercizio al corpo libero – proprio la specialità che grandi soddisfazioni gli ha dato è quella che alla fine lo tradisce – nelle qualificazioni della prova a squadre, si rompe il tendine d’Achille nella fase conclusiva, ottenendo un significativo punteggio di 9,30 nonostante non abbia completato l’esibizione, con ciò dovendo abbandonare di fatto l’attività agonistica.

Due fratelli che hanno tenuto alto l’onore della loro famiglia e dato lustro al paese, specie per quanto attiene a Franco, per gli allori che hanno arricchito il medagliere azzurro nelle varie manifestazioni a cui ha partecipato, eppure, ad un mio personale sondaggio tra amici sportivi dai 60 anni in su, se chiedi chi sia Menichelli, circa l’80% di loro fa riferimento al calciatore alfiere di Roma e Juventus.

Domando a voi, dove sta l’errore?

JURY CHECHI, IL SIGNORE DEGLI ANELLI E L’ORO DI ATLANTA 1996

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Juri Chechi ad Atlanta 1996 – da sportfair.it

articolo di Giovanni Manenti

Il titolo che potrebbe, a prima vista, riferirsi ad un “sequel” della celebre trilogia del romanzo di John Tolkien, altro non è, viceversa, che il “lancio” di un articolo sulla conquista della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta 1996 da parte del ginnasta azzurro Jury Chechi che, per la perfezione dei suoi esercizi a tale attrezzo, è stato, appunto, ribattezzato “il Signore degli Anelli“.

L’oro olimpico è ciò che manca alla carriera del più forte ginnasta italiano di ogni epoca, che prima di recarsi all’appuntamento a cinque cerchi ha già collezionato in detta specialità quattro medaglie d’oro ai Campionati Mondiali ed altrettante agli Europei, ma, come ebbe a dire il più forte astista di ogni tempo, l’ucraino Sergej Bubka, riferendosi al francese Jean Galfione, oro ad Atlanta nel salto con l’asta, che, “pur con tutti i miei record e le sei vittorie consecutive ai Mondiali di atletica, se io (Bubka) non avessi vinto l’oro a Seul 1988, la carriera di Galfione sarebbe stata superiore alla mia!“.

Questo per ribadire come il consesso Olimpico – al di là del valore tecnico che un Mondiale eguaglia se non addirittura supera – stante l’universalità della manifestazione, racchiuda in sé un prestigio con cui nessun altra competizione può competere e l’aver raggiunto un tale traguardo è stato l’apice della carriera di Chechi.

Carriera che il piccolo Jury (così chiamato dai genitori in onore del primo cosmonauta sovietico Gagarin) deve in primis alla propria madre Rossella, la quale all’età di sei anni lo accompagna nella palestra dove già la sorella Tania segue un corso di ginnastica al fine di farlo irrobustire vedendolo un po’ troppo mingherlino.

La principale caratteristica di Chechi è la sua incrollabile determinazione che, unita ad un entusiasmo fuori dal comune, lo aiuta non poco durante l’intera sua attività agonistica a superare le difficili e dure vicissitudini che avrebbero stroncato la resistenza ed il morale di chiunque non fosse stato in possesso di tali doti morali e caratteriali.

Il primo approccio olimpico di Chechi lo si ha ai Giochi di Seul 1988 allorquando, in una nazionale azzurra che ha in lui ed in Boris (curiosamente anch’esso dal nome di origine russa) Preti i relativi alfieri, l’Italia si classifica ottava – ma prima tra le rappresentativa occidentali – nel concorso generale a squadre, mentre i due compagni giungono uno davanti all’altro in sedicesima e diciassettesima posizione nel concorso generale individuale, con Preti poi sesto al corpo libero ed ottavo alle parallele e Chechi sesto agli anelli nelle singole specialità, riportando un italiano in finale dai tempi di Franco Menichelli.

La strada per Chechi comincia a delinearsi e, complice anche una frattura che mette fuori causa Preti, diviene il leader della spedizione azzurra agli Europei di Stoccolma 1989 pur non andando a medaglia, che finalmente arriva pochi mesi dopo ai Mondiali di Stoccarda dove, dopo aver raggiunto il decimo posto nel concorso generale individuale, è quinto al corpo libero e bronzo agli anelli, in una gara condizionata dai giudici che assegnano la vittoria al beniamino di casa, il tedesco Andrea Aguilar.

Quello con i giudici non sarà mai un rapporto idilliaco per Chechi che, comunque, agli Europei di Losanna 1990, dopo il bronzo nel concorso generale, ottiene il primo oro della carriera agli anelli, cui fa seguito il bis di bronzo mondiale nella specialità ad Indianapolis 1991, dove è addirittura quinto nel concorso generale individuale – a dimostrazione che Jury non è solo padrone di un’unica specialità – nonché sesto al cavallo con maniglie e sfiora il bronzo al corpo libero, sfuggito per l’inezia di 25/100 di punto.

Chechi è oramai pronto per la ribalta olimpica di Barcellona 1992, alla quale si prepara conquistando un altro oro agli anelli ed il bronzo al corpo libero agli Europei di Budapest 1992, quando la mala sorte ci mette lo zampino sotto forma della rottura del tendine d’Achille al piede destro pochi giorni prima di partire per Barcellona, nell’esecuzione di un salto mortale al corpo libero in allenamento a Porto San Giorgio.

Una mazzata difficile da digerire, soprattutto perché l’Italia è in grado di schierare la più forte squadra di ogni epoca, ed a Chechi non resta che commentare dalla postazione Tv le evoluzioni dei propri compagni che, sull’esempio di Boris Preti e Paolo Bucci, conquistano uno storico quinto posto nel concorso generale a squadre – miglior risultato della storia recente della ginnastica azzurra – che, con Jury presente, avrebbe potuto anche aspirare a salire sul podio.

Quasi sicuramente, ciò deve essere servito da stimolo a Chechi per accelerare i tempi di recupero, anche se la gravità dell’infortunio lo porta a ridurre l’impegno nelle specialità – corpo libero e volteggio – in cui l’elasticità delle gambe è fondamentale, per concentrarsi sugli anelli, scelta che si rivela più che azzeccata sin dai Mondiali di Birmingham 1993, quando stupisce gli addetti ai lavori conquistando il suo primo oro iridato con 9,625 davanti al tedesco Andreas Wecker (argento anche a Barcellona dietro alla leggenda Vitaly Scherbo) ed all’altro bielorusso Ivan Ivankov.

Per Chechi è il primo di una serie di cinque ori consecutivi agli anelli sino a Losanna 1997 (record ineguagliato per una singola specialità), inframezzati da altri due allori europei a Praga 1994 e Copenhagen 1996, che lo rendono il favorito numero uno per Atlanta, dato anche il fatto che, nel medesimo anno 1996, si era confermato per la quarta volta ai Mondiali di San Juan di Portorico, precedendo con il punteggio di 9,825 l’ungherese Csollany ed il bulgaro Yovchev, appaiati al secondo posto con 9,737 punti.

Jury è ben consapevole che, a 27 anni, questa è la classica occasione della vita da non potersi lasciare sfuggire e, dopo essersi qualificato per la finale ad otto con il miglior punteggio di 19,512 (ma nella finale di specialità gli otto migliori ginnasti ripartono tutti da zero), è pronto a sfidare tutti i suoi tradizionali avversari, dal bulgaro Yovchev al tedesco Wecker, dal’’ungherese Csollany al romeno Burinca (bronzo ed argento mondiale nel 1994 e 1995), pronti a rendergli dura la vita.

Ma il “signore degli anelli” deve mantenere fede al suo appellativo e non tradisce le attese, sfornando un esercizio ai limiti della perfezione – di cui è convinto non appena atterra in pedana stringendo i pugni con un gesto che sa di liberazione – premiato dai giudici con un 9,887 che vale l’oro e la riscossione del credito verso la sfortuna vantato da quattro anni a questa parte, con Csollany ancora argento, stavolta appaiato al rumeno Burinca, a quota 9,812 ed Yovchev che, con 9,800, resta ai margini del podio.

Dopo il quinto oro mondiale consecutivo a Losanna 1997, Chechi annuncia il ritiro, salvo ripensarci due anni più tardi in previsione della partecipazione a Sydney 2000 che, però, gli viene negata da un altro serio infortunio – distacco del tendine del bicipite del braccio sinistro – che, specie per chi compete agli anelli, non sembra dare ulteriori speranze di ripresa dell’attività agonistica.

Questo in generale, considerati poi i successi e le medaglie già in bacheca, ma Jury, che ha abituato a stupire, lo fa ancora un’ultima volta, partecipando ai Giochi di Atene 2004, dove fa da degno scudiero al fantastico oro di Igor Cassina alla sbarra, conquistando un inaspettato bronzo agli anelli con 9,812 e potendosi altresì togliere, dall’alto del prestigio acquisito nel corso della sua lunga carriera, un sassolino dalla scarpa allorché solleva il braccio al bulgaro Yovchev (suo storico rivale) additandolo al pubblico quale vero vincitore della gara, defraudato dell’oro in favore dell’idolo di casa Tampakos nei cui confronti i giudici, come spesso accade, hanno riservato il classico occhio di riguardo.