IL TRENTENNIO D’ORO (1924 – ’54) DELLA GINNASTICA SVIZZERA

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Il ginnasta svizzero Eugen Mack al Cavallo con maniglie – da:gettyimages.fi

Articolo di Giovanni Manenti

Se si fa riferimento alla Svizzera in chiave olimpica, il pensiero non può che andare ai Giochi invernali, dove in particolare gli sciatori elvetici di ambo i sessi hanno storicamente fatto incetta di medaglie, nel mentre non si ha memoria di atleti d’oltre confine che abbiano fatto la storia negli appuntamenti estivi.

Questo se la memoria è corta, poiché andando a rivisitare in retrospettiva il medagliere delle singole edizioni ci si può accorgere che per circa un trentennio, da un primo approccio a Parigi ’24 e poi più decisamente da Amsterdam ’28 sino ad Helsinki ’52 – con la sola eccezione, per motivi logistici, della trasferta californiana di Los Angeles ’32 – vi è una specialità in cui gli atleti svizzeri si sono fatti ben più che valere.

Questa disciplina è la ginnastica maschile, che nelle prime edizioni dei Giochi è patrimonio pressoché esclusivo di francesi ed italiani, con il nostro Alberto Braglia a fare incetta di allori, ma proprio in occasione della Rassegna di Parigi ’24, in cui emerge in tutta la sua grandiosità lo sloveno Leon Stukelj, ecco che i padroni di casa sono costretti a mordere il freno, sconfitti dagli azzurri nel Concorso Generale a squadre, mentre allo “Stade de Colombes” (all’epoca le gare si disputavano ancora all’aperto …) si fanno conoscere i primi ginnasti svizzeri di valore.

Contribuendo con 7 medaglie al complessivo bottino di 25 raccolto dalla Federazione elvetica, i primi a salire sul gradino più alto di un podio olimpico sono Josef Wilhelm – il quale guida un quartetto di connazionali che occupa i primi quattro posti nell’esercizio al Cavallo con maniglie, con Carl Widmer a rimanerne ai margini – ed August Guttinger, che per soli 0,02 centesimi (21,63 a 21,61) di punto strappa l’oro al cecoslovacco Robert Prazak (con il nostro Giorgio Zampori bronzo …) alle Parallele, per poi conquistare un secondo argento con Jean Gutweniger, già secondo al Cavallo con maniglie, che si arrende solo a Stukelj alla sbarra ed altri due bronzi con il citato Guttinger nella salita alla fune e nel Concorso Generale a squadre.

Un esordio ben più che positivo alla Rassegna a cinque cerchi che trova conferma quattro anni più tardi nell’edizione di Amsterdam ’28 dove la Svizzera si piazza al sesto posto del Medagliere assoluto con 15 medaglie, ben 9 delle quali provenienti dalla ginnastica, sport che raccoglie altresì 5 dei complessivi 7 ori conquistati dagli atleti elvetici.

Quella olandese è un’edizione che resta impressa nella Storia del movimento ginnico della Confederazione d’oltralpe, poiché è l’unica in cui i propri atleti si aggiudicano la medaglia d’oro sia nel Concorso Generale individuale che in quello a squadre, ed a firmare una tale impresa è Georges Miez, il quale, già componente del Team bronzo nel Concorso Generale a squadre quattro anni prima, si aggiudica il titolo individuale con un totale di 247,500 punti, precedendo il connazionale Hermann Hanggi ed il già citato Stukelj – che concludono a 246,625 e 244,875 punti, rispettivamente – per lasciare ai margini del podio un talento come l’azzurro Romeo Neri, il quale si consola con l’argento alla sbarra.

Miez che è poi determinante anche nel successo svizzero nella prova a squadre, con un totale di 1.718,625 punti, necessario per tenere a bada le velleità della formazione cecoslovacca, argento con 1.712,250 punti, mentre ben più staccata è la Jugoslavia di Stukelj, che completa il podio a quota 1.648,750.

Nelle singole specialità – di cui non fa parte il Corpo libero, introdotto solo a partire dai Giochi di Los Angeles ’32 – in tre di esse sulle cinque in programma a primeggiare è un atleta svizzero, con il già ricordato Miez a completare il suo personale tris di ori aggiungendovi quello alla sbarra (dove supera 57,50 a 57,00 l’azzurro Romeo Neri), oltre all’argento al Cavallo con maniglie, attrezzo dove si impone il connazionale Hanggi, altresì bronzo alle Parallele, mentre il terzo oro va appannaggio della 21enne giovane promessa Eugen Mack, già bronzo alla sbarra, che si dimostra il migliore del lotto al Volteggio, e di cui avremo modo in seguito di riparlare.

Un autentico trionfo per la scuola svizzera, quello di Amsterdam, che non può essere replicato a Los Angeles quattro anni dopo, dove solo 7 atleti si sobbarcano l’onere della trasferta transoceanica, e tra questi vi è Miez, il quale si iscrive alla prova inaugurale al Corpo libero del programma olimpico, cogliendo un significativo argento – per quanto ovvio, trattasi della sola medaglia della Svizzera in tale edizione dei Giochi – totalizzando 28,3 punti rispetto ai 28,8 dell’ungherese Istvan Pelle che si aggiudica l’oro.

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Un’esibizione di Miez al Corpo libero – da:blick.ch

Talmente curiosa la storia di Georges Miez che merita un approfondimento, lui nativo di Toss, un distretto di Winterthur, nel Cantone di Zurigo, dove vede la luce ad inizio ottobre 1904 e che, dopo la partecipazione ai Giochi di Parigi ’24, si avvia alla carriera militare, alla quale abbina anche quella di allenatore proprio in quell’Olanda dove poi raggiunge la celebrità olimpica quattro anni dopo, per poi far ritorno in Svizzera dove lavora in un’azienda di abbigliamento sportivo creando la propria personale divisa da ginnastica.

Trasferitosi a Chiasso, nel Canton Ticino, Miez riprende l’attività di insegnante di ginnastica e diviene responsabile del programma sportivo cittadino per poi affrontare da solo il viaggio in California anche per riportare in Patria la salma del fratello, emigrato negli Stati Uniti e deceduto poco tempo prima.

Senza la squadra di riferimento, a Miez viene consentito di gareggiare quale individuale con il consenso delle altre Nazioni iscritte, ma deluso dal voto dei giudici che, secondo lui, lo avevano privato della medaglia d’oro nell’esercizio al Corpo libero, decide di non partecipare alle altre specialità per dedicarsi ad un viaggio che lo porta a conoscere buona parte di quel Nuovo Mondo.

Quale sarebbe potuto essere il medagliere della Ginnastica ai Giochi di Los Angeles ’32 con la presenza al completo della squadra svizzera non lo sapremo mai – di certo vi è che a beneficiarne è stato il già citato azzurro Romeo Neri, il quale emula l’impresa di Miez ad Amsterdam quattro anni prima aggiudicandosi l’oro nel Concorso Generale individuale ed a squadre, oltre che alle Parallele – anche se un dubbio rimane visto l’esito dei Mondiali di Budapest ’34, conclusi con un dominio assoluto costituito da 13 medaglie (6 ori, altrettanti argenti ed un sol bronzo …) ed in cui il protagonista assoluto è Mack, il quale si mette al collo ben cinque Ori, cogliendo il titolo iridato, oltre che nel Concorso Generale individuale ed a squadre, anche al Volteggio, alle Parallele ed al Cavallo con maniglie (cui aggiunge l’argento al Corpo Libero ed agli Anelli), nel mentre Miez, oltre all’oro a squadre, conferma la propria superiorità al Corpo libero e va ad occupare il secondo gradino del podio alla Sbarra.

Ed è Mack, di tre anni più giovane di Miez essendo nato il 21 settembre 1907 ad Arbon, sul lago di Costanza, il degno erede del connazionale, con cui divide la scena in occasione delle Olimpiadi di Berlino ’36, dove la formazione svizzera è costretta a confrontarsi con lo squadrone allestito per l’occasione dalla Germania padrona di casa, il che comporta qualche “occhio di riguardo” da parte della giuria verso gli atleti tedeschi …

Ciò nondimeno, gli elvetici sono gli unici ad opporsi a tale strapotere, anche se Mack è costretto a fare collezione di argenti, ben quattro, tra cui quelli del Concorso Generale a squadre ed individuale, venendo in quest’ultima prova superato per soli 0,766 millesimi di punto (113,100 a 112,334) dal tedesco Alfred Schwarzmann, il quale lo precede (19,200 a 18,967) anche al Volteggio, mentre al Cavallo con maniglie lo svizzero è costretto ad arrendersi (19,333 a 19,167) all’altro tedesco Konrad Frey, prima di incrementare il suo personale Palmarès anche con il bronzo al Corpo Libero.

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Frey, Schwarzmann e Mack sul podio del Concorso Generale individuale – da:blogo.it

Esercizio, quest’ultimo, che rende giustizia a Miez rispetto al torto subito a Los Angeles, il quale completa la propria collezione di medaglie affermandosi (18,666 a 18,500) davanti al connazionale Josef Walter, così che sia Mack che Miez giungono a sommare un totale di 8 medaglie a testa (pur se con 4 ori il secondo rispetto ai soli 2 del primo) che li pone al primo posto nella Storia dello Sport olimpico svizzero.

Mack che, rispetto al compagno di squadra, ha un miglior percorso in sede iridata, visto che anche nell’edizione di Praga ’38 – dove ad accaparrarsi la scena sono i padroni di casa cecoslovacchi – conferma il titolo mondiale al Volteggio, cui unisce l’argento nel Concorso Generale a squadre ed al Corpo Libero ed il bronzo nel Concorso Generale individuale, per un totale di 11 medaglie iridate (6 ori, 4 argenti ed un bronzo) che ne fanno, tra olimpiadi e mondiali, il più titolato ginnasta svizzero di ogni epoca.

Rassegna iridata di Praga che, peraltro, porta alla ribalta un altro valente atleta elvetico, ovverossia il 24enne Michael Reusch che, già componente del Team ai Giochi di Berlino – dove, oltre all’argento a squadre, aveva ottenuto analogo piazzamento alle Parallele – si aggiudica ben tre medaglie d’oro alle singole specialità, imponendosi alle Parallele, Sbarra e Cavallo con maniglie.

Reusch che, indubbiamente penalizzato dagli eventi del secondo conflitto mondiale, rappresenta il “trait d’union” tra il periodo ante e post bellico della ginnastica elvetica, essendo l’unico superstite della formazione argento a Berlino ’36 che si presenta ai primi Giochi del dopoguerra che si tengono a Londra nel 1948 e che vedono la Svizzera recitare una parte da primattrice con un bottino di 9 medaglie (pari a quasi il 50% delle 20 complessivamente vinte …), confermando il secondo posto nel Concorso Generale a squadre dietro alla sorprendente Finlandia, beffata per soli 1,60 punti (1.358,30 a 1.356,70), così come Walter Lehmann conclude alle spalle del finnico Veikko Huhtanen per soli 0,70 centesimi di punto (229,70 a 229,00) il Concorso Generale individuale.

Svizzeri che si prendono la rivincita ai singoli attrezzi con tre medaglie d’oro – Reusch alle Parallele (dove Christian Kipfer e Josef Stalder si dividono il bronzo …), lo stesso Stalder alla Sbarra (con Lehmann argento …) e Karl Frei agli Anelli a precedere Reusch – prima di vivere il loro ultimo “quadriennio magico”.

Chiamata, difatti, ad organizzare i Campionati Mondiali ’50 con Basilea scelta quale relativa sede, ben 20mila spettatori assistono alle evoluzioni dei loro beniamini che – con i soli Lehmann, Stalder e Melchior Thalmann reduci dall’esperienza olimpica – sfiorano un clamoroso “cappotto” aggiudicandosi, oltre al Concorso Generale a squadre ed individuale con Lehmann, anche la medaglia d’oro in ogni singola specialità, eccezion fatta per la Sbarra, in cui si impone il Campione olimpico finlandese Paavo Aaltonen sul connazionale Huhtanen, ottenendo un bottino complessivo di 8 ori, 2 argenti e 5 bronzi per un totale di 15 allori, con Lehmann, Stalder ed Ernst Gebendinger a collezionare tre titoli iridati a testa.

Questa è però anche l’ultima volta in cui nel panorama ginnico internazionale sono assenti i “Maestri sovietici”, i quali fanno il loro ingresso nell’arengo olimpico a far tempo dall’edizione di Helsinki ’52, ponendo sin da subito le basi per un dominio che durerà per 40 anni, contrastato solo dagli altrettanto “Maestri” giapponesi, lasciando poco più che le briciole agli atleti delle altre Nazioni.

Stalder ed i suoi compagni non sono però disposti ad arrendersi alla superiorità sovietica senza lottare, e la prima conferma la si ha nel Concorso Generale a squadre, dove salgono per la quinta volta consecutiva (se si esclude Los Angeles ’32 dove non hanno partecipato …) sul podio, superati solo (574,35 a 567,50) dall’Unione Sovietica, ma prendendosi la soddisfazione di sopravanzare i finlandesi a casa loro.

Ed anche nel Concorso Generale individuale, in cui ben 5 rappresentanti dell’Urss si classificano nelle prime 8 posizioni, i tre posti residui sono occupati dai ginnasti elvetici, con Stalder a vedersi sfuggire l’argento (114,95 a 114,75) per soli 0,20 centesimi di punto rispetto ad Hrant Shahinyan, nel mentre l’oro è al collo del leggendario Viktor Chukarin.

Stalder che non riesce a confermare il titolo olimpico di Londra alla Sbarra in quanto, concluso il proprio esercizio a pari punti con il tedesco Schwarzmann (ricordate …??, l’oro nel Concorso Generale individuale a Berlino ’36 che torna sul podio olimpico a 40 anni …!!) solo per venire superato (19,55 a 19,50) dal connazionale Jack Gunthard, così come tocca ad Hans Eugster togliere a Chukarin la gioia di una quinta medaglia d’oro superandolo (19,65 a 19,60) nell’esercizio alle Parallele che vede Stalder occupare il gradino più basso del podio, per un totale di 7 medaglie raccolte che costituiscono, come al solito, la metà di quelle conquistate dalla Svizzera nella Rassegna a cinque cerchi ….

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Stalder, Schwarzmann e Gunthard sul podio della Sbarra – da:junglekey.ch

Con la chiusura delle Olimpiadi di Helsinki cala il sipario anche sulla “Grande Stagione” della Ginnastica elvetica (che ai Mondiali di Roma ’54 vede il solo Stalder reggere il confronto con sovietici e giapponesi ultimando la propria collezione di medaglie con l’argento alle parallele ed al Cavallo con maniglie, oltre che nel Concorso Generale a squadre …), capace di mantenersi ai massimi livelli per un non trascurabile periodo trentennale con risultati tangibili – che sarebbero senz’altro potuto essere ben migliori senza le due edizioni dei Giochi cancellate a causa del secondo conflitto mondiale – certificati da 42 medaglie complessivamente conquistate, ripartite tra 13 Ori, 17 argenti e 12 bronzi ….

E così, se avete avuto la bontà e la pazienza di leggere sino in fondo questo articolo, qualora vi trovaste in una discussione in cui si parla degli svizzeri solo come grandi sciatori e poco più, avrete delle documentate argomentazioni da opporre …

 

 

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YELENA SHUSHUNOVA, LA RISPOSTA AL DOMINIO RUMENO NELLA GINNASTICA ALLE OLIMPIADI DI SEUL 1988

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Yelena Shushunova alla Trave a Seul 1988 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

L’esplosione alle Olimpiadi di Montreal ’76 di un talento assoluto come Nadia Comaneci, ha, come logica conseguenza, il creare un movimento nella Ginnastica femminile del suo Paese sino ad allora sconosciuto, prova ne sia che nel medagliere olimpico, prima dei citati Giochi canadesi la Romania poteva contare solo due miseri bronzi nel Concorso Generale a Squadre, ottenuti in due edizioni consecutive di Melbourne ’56 e Roma ’60.

Si tratta di un ennesimo attacco all’indiscussa supremazia sovietica in tale disciplina, per otto edizioni consecutive – dalla loro prima partecipazione ai Giochi di Helsinki ’52 sino a Mosca ’80 – medaglia d’oro nel Concorso Generale a Squadre, mentre a livello individuale, prima della citata Comaneci, tale superiorità era stata messa in discussione da due sole ginnaste, vale a dire l’ungherese Agnes Keleti e, soprattutto, la “divina” ceca Vera Caslavska, autentica “prima donna” alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, alla stregua di una stella del Cinema.

E così, dopo aver a stento parzialmente respinto le mire della Comaneci – due Ori ed altrettanti Argenti per lei – ai Giochi moscoviti, i Dirigenti dell’Unione Sovietica, assente alle Olimpiadi di Los Angeles ‘84 per il noto contro boicottaggio, devono prendere atto della crescita del movimento ginnico rumeno, capitanato dalla 17enne Ecaterina Szabo che in tale occasione conquista quattro medaglie d’oro ed una d’argento.

Occorre, da parte della Federazione sovietica, correre ai ripari, dopo il ritiro della “Generazione d’oro” costituita dal fantastico trio composto da Ludmila Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim (oltre alla sfortunata Elena Mukhina, rimasta paralizzata per un incidente in allenamento in prossimità dei Giochi di Mosca ’80 …), con l’indubbio vantaggio di un bacino sterminato a cui poter attingere, al fine di riprendersi la leadership in vista delle successive Olimpiadi di Seul ’88.

Il quadriennio post olimpico prevede – oltre ai Campionati Europei ed alla Coppa del Mondo, nonché Tornei vari – i due appuntamenti principali costituiti da due edizioni dei Campionati Mondiali – in programma a Montreal ’85 e Rotterdam ’87 – dove è possibile saggiare il livello di crescita dei rispettivi movimenti, visto che oramai la ribalta al femminile della Ginnastica artistica è pressoché limitato esclusivamente a sovietiche e rumene, con qualche piccola “intrusione” delle ragazze tedesco orientali.

E, nell’ottica appunto di creare le premesse per formare una squadra in grado di ben figurare ai Giochi di Seul ’88, ecco che alla Rassegna Iridata di Montreal ’85 l’Urss presenta un Team di giovanissime, eccezion fatta per la Capitana Natalia Yurchenko, Oro nel Concorso Generale Individuale ed a squadre due anni prima a Budapest ’83 e penalizzata dal boicottaggio che le aveva impedito di gareggiare alle Olimpiadi californiane.

Per il resto si fa molto affidamento, in casa sovietica, sulle prestazioni delle 15enni Olga Mostepanova ed Oksana Omelianchik (curiosamente nate ad un giorno di distanza l’una dall’altra, il 3 e 2 gennaio 1970 rispettivamente …), nonché, soprattutto, sul talento della 16enne Yelena Shushunova, che si era messa in luce ai Campionati Europei di Helsinki ’85 e di cui andiamo a raccontare la relativa Storia.

Nata a Leningrado il 23 aprile 1969, Yelena inizia a praticare ginnastica sin da bambina all’età di 7 anni, per poi competere nelle sue categorie già nel 1981, appena 12enne e conquistare la sua prima medaglia d’oro al Corpo libero ai Campionati Europei juniores ’82.

L’anno seguente è quello della definitiva affermazione per la Shushunova, che ai Campionati Urss vince il titolo al Corpo libero, giunge seconda alle Parallele asimmetriche e terza nel Concorso Generale Individuale, aggiudicandosi anche la prestigiosa “Coppa dell’Unione Sovietica”, Trofeo che farà suo sino al 1988, con la sola eccezione del 1984, dove si classifica terza.

Introdotta nell’anno olimpico a far parte del Team sovietico, non può chiaramente partecipare ai Giochi di Los Angeles ’84, dovendo suo malgrado ripiegare sui “Giochi dell’Amicizia” che si svolgono ad Olomouc, in Cecoslovacchia, dove fornisce il proprio contributo all’Oro nel Concorso Generale a Squadre, non andando peraltro oltre il terzo posto al Corpo libero.

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Shushunova agli Europei di Helsinki ’85

Ma è il 1985 l’anno della definitiva consacrazione per la 16enne Yelena, la quale sbaraglia il campo ai Campionati Europei di Helsinki, facendo suo l’Oro nel Concorso Generale individuale con 39,775 punti (tra cui un 10 al Volteggio e due 9,975 al Corpo Libero ed alle Parallele asimmetriche), così da precedere la veterana tedesca orientale Maxi Gnauck e l’altro giovane talento sovietico Omelianchik, che chiudono con 39,600 e 39,525 punti rispettivamente, in una Classifica che vede la dominatrice di Los Angeles, la rumena Szabo, concludere al quinto posto e la sua giovanissima (appena 13enne …) connazionale Daniela Silivas piazzarsi ottava.

Titolo al quale la Shushunova aggiunge altri tre Ori al Corpo libero, volteggio e Parallele asimmetriche (in quest’ultimo caso a parità di punteggio con la Gnauck), dovendosi accontentare del bronzo solo alla Trave, dove peraltro ad imporsi è la ricordata Omelianchik, altresì argento al Corpo libero e terza alle Parallele asimmetriche.

Le imprese delle due ginnaste fanno sì che in Federazione si punti molto sulle loro potenzialità in vista della Rassegna iridata canadese, tanto più che la Yurchenko non aveva dimostrato di essere in grandi condizioni, avendo concluso non meglio che decima il Concorso Generale individuale in sede continentale, una fiducia che viene confermata in termini piuttosto inusuali, ma alquanto tipici a quelle latitudini.

Avviene, difatti, che nel Concorso Generale a squadre – che l’Unione Sovietica si aggiudica sulla Romania con un buon margine (393,375 punti a 388,850), con la Germania Est a completare il podio a quota 387,500 – l’emozione dell’evento giochi un brutto scherzo sia alla Omelianchik che alla Shushunova (quest’ultima, in particolare, penalizzata nell’esercizio alle Parallele asimmetriche …), le quali avendo totalizzato 78,175 e 78,025 punti rispettivamente si ritrovino quarte e quinte tra le componenti del loro Team – di cui la migliore è la Yurchenko con 78,650 punti – e, pertanto, a dover essere escluse dal Concorso Generale individuale, che prevede la partecipazione di sole tre atlete per Nazione …

Ma la Dirigenza sovietica, memore delle loro prestazioni alla Rassegna Continentale, crede nelle loro potenzialità e quindi attribuisce a non meglio identificati “problemi fisici” della Mostepanova e di Irina Baraksanova la loro esclusione dalle prove individuali.

Un bel rischio, indubbiamente, anche perché sia Omelianchik che Shushunova partono da un punteggio più basso (costituito dalla metà di quanto ottenuto nella gara a squadre) rispetto a quanto avrebbero fatto le loro compagne escluse, ma anche una grande iniezione di fiducia per le giovanissime ginnaste che, difatti, la ripagano nel miglior modo possibile.

Entrate in gara con un distacco di 0,287 e 0,362 millesimi rispettivamente nei confronti della rumena Szabo, che aveva realizzato il miglior punteggio nella prova a squadre, Omelianchik e Shushunova confermano la bontà della scelta recuperando lo svantaggio con una prova pressoché perfetta al Corpo libero (premiata con 9,975 per entrambe), con la Shushunova a recuperare lo svantaggio sulla compagna alle Parallele asimmetriche, così da concludere appaiate con un totale di 78,663 che le fa salire entrambe sul gradino più alto del podio, relegando al terzo e quarto posto le due tedesche orientali Dagmar Kersten e Gabriele Faehnrich, mentre le deluse sono proprio la Szabo e la Yurchenko, che concludono non meglio che quinta e sesta in una graduatoria che vede l’americana Sabrina Mar, prima delle ginnaste occidentali, occupare a malapena la quattordicesima posizione, a dimostrazione di come, all’epoca, sia ancora enorme il gap tra Est ed Ovest in tale disciplina.

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Oksana Omelianchik alle Parallele asimmetriche – da:gettyimages.it

Esclusa per il ricordato errore nella prova a squadre dalle Finali di specialità alle Parallele asimmetriche – che risultano appannaggio della ricordata coppia tedesca orientale, con la Faehnrich a prevalere sulla Kersten – la Shushunova inizia la propria sfida personale con le rumene al Volteggio, dove realizza il punteggio complessivo di 19,826 sufficiente a tenere a bada la Szabo, argento con 19,650, per poi subire la rivincita alla Trave, esercizio che conclude al terzo posto con 19,575 punti, mentre la “lotta in famiglia” vede la Silivas mettersi al collo il primo dei suoi 7 titoli iridati, precedendo (19,813 a 19,775) ancora la Szabo.

Resta il Corpo libero e qui la sfida tra connazionali si sposta sul versante sovietico e, nonostante sia questo uno dei punti di forza del programma della Shushunova, a prevalere, peraltro a livelli di eccellenza assoluta, è la Omelianchik per l’inezia di 0,012 (19,900 a 19,888) millesimi di punto

Tra i Dirigenti della Federazione sovietica ci si compiace per l’eccellente risultato ottenuto (5 ori, un argento ed un bronzo), convinti di aver intrapreso la strada giusta per riappropriarsi dello scettro a livello mondiale in tale disciplina, in ciò confortati dalla continua crescita della Shushunova, la quale nel 1986 va a medaglia in tutte e sei le prove (4 ori e 2 argenti) dell’edizione inaugurale dei “Goodwill Games” disputata a Mosca e, cosa ancor più importante, fa incetta di allori nelle Finali di Coppa del Mondo che si svolgono a Pechino, dove si aggiudica l’oro nel Concorso Generale individuale, così come al Corpo Libero, Volteggio e Parallele asimmetriche, lasciando alle altre solo il titolo alla Trave, dove peraltro si classifica terza.

Un eccellente biglietto da visita in vista dei test preolimpici costituiti dalle Rassegne continentale ed iridata del 1987, in programma a Mosca e Rotterdam rispettivamente, Campionati che però pongono i tecnici sovietici di fronte ad una (per loro …) amara, ed in parte forse inattesa, realtà

Questa è costituita semplicemente dalla crescita esponenziale della ora 15enne rumena Silivas, la quale si permette di infliggere alle ginnaste sovietiche un’autentica lezione proprio davanti al loro pubblico della Capitale, centrando il gradino più alto del podio, sia nel Concorso Generale individuale che nelle singole specialità al Corpo libero, Trave e Parallele asimmetriche, e buon per le padrone di casa che a salvar loro l’onore ci pensi ancora Shushunova, che conferma il titoli di due anni prima ad Helsinki nel Volteggio, cui unisce il bronzo nel Concorso generale.

Sicuramente qualcosa ben di più di un semplice “campanello d’allarme”, che necessita di un immediato riscontro in occasione dei Mondiali di Rotterdam, anche al fine di stabilire su quali ginnaste poter contare per completare il Team che dovrà, l’anno seguente, prendere parte alle “Olimpiadi della riappacificazione” di Seul ’88, dopo le due disgraziate edizioni dimezzate.

Rassegna iridata che, viceversa, se possibile, aumenta ancor più le preoccupazioni in casa sovietica poiché, alla oramai affermata Silivas si aggiunge un’altra pericolosissima cliente, ovverossia la non ancora 15enne Aurelia Dobre, la quale, nella “Settimana di Gloria” dell’intera sua carriera, contribuisce in modo determinante al successo nel Concorso Generale a squadre – totalizzando 79,550 punti su di un massimo di 80,000 (!!), con tanto di tre 10 assegnatile dai giudici per i suoi esercizi al Corpo libero, Trave e Volteggio – che vede la Romania prevalere di stretta misura (395,400 a 394,950) su di un’Unione Sovietica che ha oramai in Shushunova e Omelianchik le proprie punte di diamante.

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La rumena Dobre alla Trave ai Mondiali di Rotterdam ’87 – da;gettyimages.it

Prova a squadre che, qualificando le prime tre di ogni Team al Concorso Generale individuale vede le portacolori rumene (Dobre, Silivas e Szabo) e le rivali sovietiche (oltre alle citate vi è anche Svetlana Baitova) racchiuse nell’inezia, considerando come il punteggio del Concorso a squadre venga dimezzato, di appena 0,400 millesimi di punto, dai 39,775 della Dobre ai 39,375 della Omelianchik.

Per la rappresentativa dell’Urss l’alfiere resta comunque sempre Shushunova, l’unica ad inserirsi nella sfida tra Dobre e Silivas – mentre la Szabo fallisce completamente l’esercizio alla Trave, terminando in una per lei desolante 14esima posizione, appena davanti alla prima ginnasta occidentale, nella fattispecie la canadese Lori Strong – nonostante la buona prova anche di Baitova ed Omelianchik, che concludono le loro fatiche ai margini del podio.

La battaglia per l’oro, al contrario, conferma il livello di eccellenza assoluta della Dobre, la quale viene premiata dalla Giuria con un 10 al volteggio, due 9,975 al Corpo libero ed alle Parallele asimmetriche ed un 9,925 alla Trave, confermandosi irraggiungibile dall’alto dei suoi 79,650 punti, mentre Shushunova, dal canto suo, sfrutta una leggera incertezza della Silivas alle Parallele asimmetriche (valutata 9,625) per soffiarle la medaglia d’argento per soli 0,287 millesimi (79,487 a 79,200) grazie anche al solito, perfetto esercizio al Corpo libero, da cui ottiene anch’essa il 10 dai giudici.

Come vi starete rendendo conto, sia sta viaggiando su livelli stratosferici, dove la più minima indecisione diviene determinante per la conquista di un titolo, e, sul filo di questa tensione emotiva, anche le prove alle singole specialità non tradiscono le attese, con Shushunova a dover dare fondo a tutta la sua classe per reggere l’urto dell’onda rumena.

Unica, difatti, assieme alla Dobre, ad aver ottenuto la qualificazione in tutte e quattro le singole specialità, l’oramai 18enne di Leningrado riesce a centrare altrettanti podi, ad iniziare dal bronzo alle parallele asimmetriche con 19,913 punti, unico podio in cui si inserisce una ginnasta di una diversa nazionalità, ovverossia la tedesca orientale Dorte Thummler, che ne divide il gradino più alto con la Silivas, avendo entrambe totalizzato 19,925 punti.

Bronzo che si trasforma in argento alla Trave, dove i 19,775 punti della sovietica sono superati solo dalla strepitosa performance della Dobre, che al 10 dei preliminari abbina un 9,950 che la pone al riparo da qualsiasi tentativo di rimonta, per poi confermare il titolo iridato di due anni prima a Montreal al Volteggio, lasciandosi con 19,894 alle spalle la coppia rumena formata da Eugenia Golea e dalla Dobre, che concludono nell’ordine.

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Shushunova alla Trave ai Mondiali ’87 – da:gettyimages.it

Ma la prova più attesa resta quella del Corpo libero, alla quale Shushunova e Silivas si presentano accomunate dall’identica base di partenza di 10 proveniente dai preliminari del Concorso a squadre, ma i giudici non riescono a distinguerle, poiché le loro esibizioni sono talmente perfette che non possono che confermare il precedente giudizio, verificandosi pertanto uno dei rari risultati – forse l’unico, ma di questo non ne abbiamo assoluta certezza – in cui il titolo viene assegnato ex aequo a due ginnaste con il massimo dei voti, vale a dire 20,000 con la Dobre, ahilei, a doversi accontentare del terzo posto nonostante abbia totalizzato un 19,950 …!!

L’esito della Rassegna iridata porta la Federazione sovietica a trarre due conclusioni, vale a dire la prima di aver avuto conferma dell’indiscutibile forza della formazione rumena, per cui non c’è da attendersi cali di rendimento in vista dell’appuntamento olimpico, e la seconda che l’atleta su cui fare affidamento è oramai la sola Shushunova, tant’è che del sestetto che ha composto la squadra alla Rassegna iridata ne vengono selezionate per i Giochi di Seul ’88 solo tre, con Baitova e l’emergente talento della 15enne Svetlana Boginskaya (bronzo alla trave a Rotterdam …) a far compagnia alla Capitana, con la formazione completata da Natalia Laschenova, Elena Shevchenko ed Olga Strazheva.

Le rumene, dal canto loro, con il ritiro dall’attività agonistica della oramai 20enne Szabo, non possono che affidare le loro ambizioni di primato alle due stelle dei Mondiali, vale a dire le più volte citate Dobre e Silivas, con la 15enne Gabriela Potorac a rilevare la Szabo nella scelta della formazione, rimasta invariate per le altre cinque componenti.

Appuntamento quindi, per quella che, a tutti gli effetti, si dimostra come la “resa dei conti” tra i due opposti schieramenti, alla “Olympic Gymnastics Hall” di Seul, dove le ginnaste si sfidano a suon di esibizioni al limite della perfezione dal 19 al 25 settembre ’88.

Come di consueto, la prova di apertura è costituita dal Concorso Generale a squadre, dal cui esito dipendono poi le ammissioni sia al Concorso Generale individuale che alle singole specialità, e mentre da un lato Shushunova si conferma il faro del Team sovietico, dall’altro è la Silivas a far capire alla Dobre che “una rondine non fa primavera”, esprimendosi come non mai nella sua carriera.

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Shushunova al Corpo libero nella prova a squadre di Seul ’88 – da:gettyimages.it

Che Shushunova e Silivas siano ben più di un gradino al di sopra di tutte le altre ginnaste impegnate nella Manifestazione è ribadito dal contributo, che nelle due giornate del 19 e 21 settembre portano alle rispettive formazioni, con la prima a concludere con un punteggio allucinante di 79,675 frutto di ben quattro 10 e la seconda a rispondere con 79,575, potendo anch’essa vantare analoga premiazione da parte dei giudici ai propri esercizi, con la medaglia d’oro che va all’Unione Sovietica con un totale di 395,475 punti rispetto ai 394,125 delle rumene, mentre la Germania Est conferma il proprio “abbonamento” al gradino più basso del podio.

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Il Team sovietico festeggia l’oro a squadre – da:gettyimages.it

Il 23 settembre si torna in pedana per la replica della sfida nella prova che porta all’assegnazione delle medaglie la livello individuale – giova ricordare che le tre sovietiche (Shushunova, Boginskaya e Lashenova) hanno ottenuto nella prova a squadre, rispettivamente il primo, terzo e quinto punteggio, ed, a scalare, Silivas, Ptorac e Dobre il secondo, quarto e sesto – ad ulteriore testimonianza come per le altre via siano ben poche speranze di primeggiare ….

Speranze che diventano certezze allorché la Classifica preliminare viene parimenti confermata dopo gli esercizi liberi, con Silivas e Shushunova a dare spettacolo, ricevendo entrambe un 10 al Corpo libero, mentre la sovietica ottiene il suo terzo 10 su altrettante esibizioni al Volteggio così come la rumena alle Parallele asimmetriche, ed, in questa sfida titanica, la Silivas riesce solo a recuperare 0,025 millesimi di punto alla sua più anziana rivale, perdendo la medaglia d’oro per soli 0,025 millesimi (79,662 a 79,637), con la 15enne Boginskaya a confermare quanto di buono si dice sul suo conto, completando il podio con 79,400 punti.

Con già due ori al collo, rispetto ai due argenti della Silivas, la Shushunova è pronta a raccoglierne la sfida nelle singole specialità, che vanno in scena il 25 settembre, visto che entrambe si sono qualificate per tutte e quattro le prove, così come la Boginskaya del resto, a cominciare dall’esibizione al Volteggio, dove parte dal massimo punteggio di 10 ottenuto nella fase preliminare.

Ma anche le Campionesse possono incorrere in un’indecisione, ed il 9,712 di media con cui vengono premiati i suoi due salti rappresenta il voto più basso delle otto finaliste, tanto da farla retrocedere addirittura all’ultimo posto, mentre a riscattare la connazionale ci pensa proprio la Boginskaya che, con il secondo miglior punteggio di partenza, ottiene una media di 9,968 che la porta a trionfare con un totale di 19,905 relegando alle piazze d’onore le due rumene Potorac e Silivas, che concludono con 19,830 e 19,818 rispettivamente.

Incertezza, quella della sovietica, in cui non cade la Silivas nell’esercizio alle Parallele asimmetriche, in cui il 10 che si porta in dotazione viene confermato anche dalla sua esibizione conclusiva, ottenendo la medaglia d’oro con il massimo punteggio possibile di 20,000, votazione che i giudici assegnano anche alla tedesca orientale Kersten ed alla Sushunova, che pertanto confermano le rispettive posizioni di partenza, ottenendo il rispettivo argento e bronzo con 19,987 e 19,962 a dimostrazione dell’incredibile livello di eccellenza a cui gli spettatori in tribuna hanno avuto la fortuna di assistere.

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La rumena Silivas alle Parallele asimmetriche a Seul ’88 – da:gettyimages.it

Nell’esercizio alla Trave partono a parità di punteggio (9,937) sia Silivas che Boginskaya, e stavolta è la più giovane sovietica a patire una leggera indecisione che la penalizza con un 9,850 che la fa scivolare in quinta posizione, cosa di cui approfitta Shushunova per scalare dalla terza alla seconda posizione per un totale di 19,875 ma nulla può contro un’altra eccellente esibizione della rumena che, valutata 9,987 dalla giuria (già che c’erano potevano anche assegnarle il 10, no …??), la isola ad un totale di 19,924 che le vale il suo secondo oro, con la connazionale Potorac a cogliere il bronzo a pari merito con l’americana Phoebe Mills, unica atleta occidentale ad intrufolarsi tra i sei podi della Ginnastica femminile a Seul.

Resta solo l’esibizione al Corpo libero, uno dei punti di forza di Shushunova, che si presenta sul tappeto alla pari con Silivas (9,950 di partenza per entrambe), ma mentre la rumena si conferma sfiorando ancora la perfezione con 9,987 la sovietica incorre in una nuova incertezza che, in un consesso del genere, paga a caro prezzo, visto che il 9,625 assegnatole dalla Giuria la relega in settima posizione, al contrario della Boginskaya che si dimostra all’altezza della Silivas, ottenendo un 9,975 che le consegna la sua quarta medaglia, stavolta d’argento, dopo due ori ed un bronzo.

Probabilmente Shushunova ha pagato, nelle prove individuali, la tensione accumulata nei Concorsi Generali, senza peraltro nulla togliere alle straordinarie prestazioni della Silivas, pressoché tutte vicine od aver raggiunto la perfezione, ed, in ogni caso, la 19enne di Leningrado, che a conclusione dei Giochi abbandona l’attività, può pur sempre consolarsi con il fatto di aver raggiunto la leggendaria connazionale Tourischeva nell’essere la seconda ed unica ginnasta di ogni epoca a poter vantare il successo nel Concorso Generale individuale in sede olimpica, mondiale, europea ed in Coppa del Mondo.

Con in più il legittimo orgoglio di aver saputo tenere testa ad un’avversaria di valore assoluto come la Silivas consentendo al proprio Paese di evitare che la stessa realizzasse un en plein che sarebbe rimasto indelebile, anche se poi il destino non è stato benevolo nei suoi confronti, visto che alcune complicazioni a seguito di una polmonite se la portano via il 16 agosto scorso, ad appena 49 anni di età.

Ma, nella ultracentenaria storia di quell’affascinante libro che è il “Romanzo delle Olimpiadi”, al capitolo dedicato ad Yelena Shushunova resterà ad imperitura memoria il ricordo di “colei che si oppose allo strapotere rumeno nella Ginnastica femminile ai Giochi di Seul …” …

E diciamo che non è poco …

KURT THOMAS, IL PRIMO GINNASTA USA VINCITORE DI UN TITOLO IRIDATO

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Kurt Thomas – da:usghof.org

Articolo di Giovanni Manenti

Nonostante la Ginnastica sia – assieme ad Atletica Leggera, Nuoto e Scherma – una delle quattro discipline sempre presenti nel panorama olimpico sin dalla prima edizione dei “Giochi dell’Era Moderna” di Atene 1896, detto Sport non ha mai incontrato, per lunghissimo tempo, un grande seguito nel Stati Uniti.

Tale Paese, difatti, vede un suo esponente – se si esclude l’edizione di Saint Louis 1904, dove in pratica gareggiavano da soli – salire sul più alto gradino del podio solo a Parigi ’24, con Frank Kriz a primeggiare nel Volteggio, per poi tornare a fare incetta di medaglie nell’edizione di Los Angeles ’32, anch’essa peraltro penalizzata dalla scarsa presenza di avversari del Vecchio Continente.

Dal secondo dopoguerra in poi, a livello maschile, la Ginnastica diviene una specialità riservata pressoché esclusivamente ad atleti sovietici e giapponesi, con qualche rara intrusione di altri rappresentanti dell’Europa Orientale (lo jugoslavo Miroslav Cerar su tutti …), tant’è che fece molto scalpore l’impresa dell’azzurro Franco Menichelli (un occidentale …!!), capace di conquistare l’oro al Corpo Libero, l’argento agli Anelli ed il bronzo alle Parallele, nell’edizione di Tokyo ’64, proprio in casa dei “Maestri” giapponesi.

Ma Menichelli non è altro che la classica “eccezione che conferma la regola” e nel successivo decennio il dominio incontrastato di sovietici e nipponici prosegue, pur con questi ultimi ad avere la meglio tra fine anni ’60 ed inizio della decade successivo, ma di americani manco a parlarne, visto che ai Giochi di Monaco ’72 il Team Usa si piazza non meglio che decimo nel Concorso Generale a Squadre, mentre il miglior esponente nel Concorso Generale Individuale è un certo Steven Hug, appena 31esimo, senza ovviamente la men che minima possibilità di vedere un proprio ginnasta qualificato per le Finali ai singoli attrezzi.

Sicuramente migliore l’esibizione dei rappresentanti dello Zio Sam quattro anni dopo ai Giochi di Montreal ’76, allorché gli Stati Uniti si piazzano settimi nel Concorso Generale a Squadre con 556,100 punti, non distanti dalla quinta posizione appannaggio della Germania Ovest con 557,400 per poi vedere tre loro componenti entrare in Classifica nel Concorso Generale Individuale, con il migliore Wayne Young (tredicesimo), seguito da Peter Kormann (quindicesimo, ma unico a qualificarsi per una Finale individuale, riuscendo a conquistare il bronzo al Corpo Libero) e dal protagonista della nostra storia odierna, vale a dire Kurt Thomas, che si posiziona al ventunesimo posto.

Il ritorno di un atleta americano su di un podio olimpico con il citato Kormann a 44 anni di distanza dall’essersi verificata una situazione analoga nell’edizione californiana di Los Angeles ’32, può sembrare poco più della proverbiale “goccia nell’Oceano”, ma ad un movimento in crescita come quello Usa serve indubbiamente da stimolo, primo fra tutti, proprio Thomas, all’epoca 20enne essendo nato a Miami, in Florida, il 29 marzo 1956.

Messosi in luce l’anno precedente con la conquista di quattro medaglie – argento al Volteggio ed al Cavallo con Maniglie e bronzo nel Concorso Generale Individuale ed alla Sbarra – ai “Giochi Panamericani” di Città del Messico ’75, Thomas affina le proprie qualità durante il suo periodo di studi universitari presso la “Indiana State University”, il che gli consente di aggiudicarsi 5 titoli NCAA, vale a dire il Concorso Generale Individuale e le Parallele nel ’77, confermando gli stessi, oltre alla Sbarra, due anni dopo nel ’79.

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Thomas agli Anelli ai Campionati NCAA – da:alchetron.com

In particolare, Thomas crea dei movimenti innovativi che portano il suo nome, il “Thomas Flair” (un particolare passaggio nell’esercizio al Cavallo con Maniglie …) e, soprattutto, il “Salto Thomas” al Corpo Libero, il quale consiste nell’eseguire un salto e mezzo all’indietro in posizione ripiegata con una torsione e mezzo oppure con la variante in posizione dritta, un esercizio di particolare difficoltà.

Il 22enne americano ha così l’opportunità di verificare la validità della sua invenzione presentando tale movimento in occasione dei Campionati Mondiali ’78 che si svolgono a Strasburgo, in Francia, dal 23 al 29 ottobre, fornendo un immediato contributo nel Concorso Generale a Squadre che vede gli Stati Uniti scalare di tre posizioni rispetto ai Giochi di Montreal ’76, affermandosi come la quarta potenza assoluta alle spalle degli inarrivabili Giappone ed Unione Sovietica, ma non distanti (568,700 punti a 571,750) dal bronzo conquistato dalla Germania Est.

Una crescita confermata dai piazzamenti nel Concorso Generale Individuale, con tre ginnasti tra i primi 20, con Thomas il migliore con il suo sesto posto, seguito da Bart Conner nono e Mike Williams ventesimo, con Conner ad acquisire il diritto a disputare tre Finali di specialità (Parallele, dove giunge quinto, Volteggio e Cavallo con Maniglie, in entrambi i casi settimo …), mentre il nativo della Florida punta tutto sul Corpo Libero, esercizio nel quale si presenta con il secondo miglior punteggio di 9,750 alle spalle della stella sovietica Nikolai Andrianov, forte di un 9,850 che sembra porlo al sicuro da ogni sorpresa.

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Thomas al Corpo Libero ai Mondiali di Strasburgo ’78 – da:gettyimages.co.uk

Già salire sul podio rappresenterebbe un’impresa per Thomas, considerato che nelle precedenti 18 edizioni della Rassegna Iridata alcun americano è mai riuscito a tanto, e visto che, ogni tanto, “anche i ricchi piangono” – nella fattispecie con una fatale indecisione di Andrianov (che, comunque, conclude il Mondiale con 2 Ori e 3 argenti …) che lo penalizza venendo giudicato con un 9,50 per un punteggio complessivo di 19,350 che addirittura lo esclude dalle medaglie – perché non cercare di approfittarne, e la sua esecuzione, che include il suo innovativo movimento, viene apprezzata dalla Giuria che lo premia con un 9,90 che vale l’Oro per un totale di 19,650 con il vanto di precedere due medagliati olimpici e mondiali quali il giapponese Shigeru Kasamatsu ed il sovietico Alexander Dityatin, che concludono con 19,575 e 19,500 punti, rispettivamente.

Il sentire riecheggiare per la prima volta le note dell’inno americano “The Star-Spangled Banner” in un Campionato Mondiale di Ginnastica, conforta Thomas circa il poter essere in grado di competere alla pari con i più forti specialisti del pianeta e la possibilità di confermare questa impressione gli viene fornita dalla Federazione Internazionale che, intenzionata a calendarizzare i Mondiali a cadenza biennale, programma l’anno seguente la successiva edizione, assegnando la relativa organizzazione alla città texana di Fort Worth, potendo così i ginnasti Usa approfittare del vantaggio di ospitare la Manifestazione.

Con una selezione giapponese alle prese con il ricambio generazionale – del favoloso Team di inizio anni ’70 sono rimasti solo Eizo Kenmotsu ed il già citato Kasamatsu – la Rassegna Iridata si risolve in un duello a distanza tra le due stelle Dityatin da una parte e Thomas dall’altra, con la formazione degli Stati Uniti a centrare anche il podio nel Concorso Generale a Squadre, concluso al terzo posto beffando per l’inezia di 0,050 millesimi di punto (581,150 a 581,100) la Germania Est, mentre il titolo va all’Unione Sovietica davanti al Giappone.

Il punteggio ottenuto nella prova a squadre (diviso per due) fa da base di partenza per i successivi esercizi nel Concorso Generale Individuale e Dityatin vi si presenta con un vantaggio di 0,175 millesimi (59,050 a 58,875) rispetto all’americano, per poi ingaggiare una fiera sfida durante la quale nessuno dei due rivali scende sotto il 9,800 (tre 9,90 due 9,85 ed un 9,80 per il sovietico, due 9,90 altrettanti 9,85 e 9,80 per Thomas), così che il 22enne di Leningrado succede al connazionale Andrianov nell’Albo d’oro iridato, ma l’argento rappresenta un’autentica iniezione di fiducia per Thomas, atteso da ben quattro finali di specialità.

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Thomas al Cavallo con Maniglie nel Concorso Generale – da:gettyimages.it

Con il pubblico del Palazzetto dello Sport a tifare interamente per lui, il 23enne di Miami infligge una prima sconfitta al sovietico alla sbarra, attrezzo dove, partendo da un’identica base di 9,875 punti, vede il proprio esercizio premiato con 9,90 rispetto al 9,80 di Dityatin, che deve accontentarsi del bronzo, scavalcato anche dal connazionale Aleksandr Tkachyov, per poi fare suoi gli Ori agli Anelli ed al Volteggio in assenza del suo rivale americano, così da raggiungere quota quattro titoli nella Rassegna iridata.

Un avversario di tutto rispetto, il sovietico, per cui è ancor maggior vanto precederlo in qualsiasi specialità, cosa che per Thomas accade sia alle Parallele dove però la medaglia d’oro gli viene sottratta dal connazionale Conner – anch’esso cresciuto tanto da concludere al quinto posto il Concorso Generale Individuale – per soli 0,025 millesimi di punto (19,725 a 19,700), con Dityatin solo quarto, che al Cavallo con Maniglie, esercizio che, con il sovietico ancora ai margini del podio, vede Thomas doversi inchinare allo specialista ungherese Zoltan Magyar, il quale così conferma sia l’oro olimpico di Montreal ’76 che i titoli iridati di Vienna ’74 e Strasburgo ’78.

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Thomas al Corpo Libero – da:junglekey.com

Resta, per Thomas, quella che è la sua specialità preferita, vale a dire il Corpo Libero, unica in cui Dityatin non si sia qualificato per la Finale, dove trova un inatteso rivale nel tedesco orientale Roland Bruckner, con il quale parte alla pari da una base di 9,900 per entrambi, senza poter commettere il minimo errore, in quanto insidiati dalla coppia sovietica formata da Tkachyov e da Voronin a quota 9,875.

Sia l’americano che il tedesco dell’Est si confermano al loro massimo livello, ed il paritetico punteggio di 9,90 assegnato ad entrambi dalla Giuria sta a significare il doversi dividere il gradino più alto del podio, mentre Tkachyov, anch’esso premiato con 9,90, fa sua la medaglia di bronzo.

Mai un atleta “a stelle e strisce” aveva conseguito un tale bottino in una massima Manifestazione Internazionale, e le 6 medaglie conquistate valgono a Kurt Thomas il prestigioso riconoscimento del “James E. Sullivan Award – istituito sin dal 1930 ed assegnato all’atleta Usa dilettante che si è maggiormente distinto nel corso della stagione – che mai, prima di allora, aveva visto premiato un ginnasta di ambo i sessi.

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Thomas con le 6 medaglie iridate – da:gettyimages.it

L’avvincente sfida tra Thomas e Dityatin dovrebbe avere come prossima sede le Olimpiadi di Mosca ’80, ma la scellerata idea del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi determina l’impossibilità di assistervi, con lo scorato ginnasta americano a non avere neppure il coraggio di vedere l’evento in Tv, troppo male facendogli l’immagine del sovietico che sale ripetutamente sul podio per fare incetta di medaglie.

Peraltro, proprio l’esito di quell’evento, con Dityatin Oro nel Concorso Generale Individuale ed a Squadre nonché agli Anelli, ed il tedesco orientale Bruckner a confermarsi ai vertici del Corpo Libero così come l’ungherese Magyar al cavallo con Maniglia, sta a testimoniare come i valori della Rassegna Iridata ’79 vengano ribaditi in tale consesso, un ulteriore smacco per Thomas, mentre il sovietico completa la sua collezione andando a medaglia in ogni singola specialità, argento alla Sbarra, Parallele, Cavallo con Maniglie e Volteggio e bronzo al Corpo Libero.

Purtroppo Thomas, anche se non presente ai Giochi, è involontario protagonista di un tragico evento, allorché, in preparazione della Rassegna a Cinque Cerchi, la talentuosa 20enne ginnasta sovietica Elena Mukhina – sulla quale si basano le speranze della sua Federazione per contrastare la superiorità della “divina” rumena Nadia Comaneci – si infortuna gravemente in allenamento restando paralizzata, al punto che la Federazione Internazionale vieta l’esecuzione del “Salto Thomas” in campo femminile …

Per l’americano, viceversa, la mancata partecipazione alle Olimpiadi moscoviti segna la fine dell’attività agonistica, mentre il suo compagno Conner, di due anni più giovane, prosegue sino ai Giochi di Los Angeles ’84 dove conquista la medaglia d’oro nel Concorso Generale a Squadre ed alle Parallele, ma personalmente, siamo convinti che quegli allori non avrebbero fatto la felicità di Thomas, mancando, causa “contro boicottaggio” da parte dei Paesi del blocco sovietico, la sfida con i ginnasti dell’Europa orientale, come a mandare un messaggio in codice a Dityatin del tipo: “Sicuro che sia “tutto oro quel che luccica” quello che ti sei messo al collo a Mosca …??

Lascio a voi, affezionati lettori, l’onere della risposta …

 

YELENA DAVYDOVA, L’ANTI COMANECI AI GIOCHI DI MOSCA 1980

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Yelena Davydova ai Giochi di Mosca ’80 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Se è indubbio che i due boicottaggi delle edizioni di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 delle Olimpiadi abbiano privato alcune specialità di sfide e confronti di altissimo livello tra esponenti dei due distinti blocchi occidentale e sovietico per le rispettive assenze, in alcune discipline ciò è stato assolutamente indolore, come nel caso della Ginnastica Femminile ai Giochi del 1980.

Basti infatti pensare che, da quando l’Unione Sovietica si è presentata – a far tempo da Helsinki ’52 – alla Rassegna a cinque cerchi, nelle conseguenti 7 edizioni sino a Montreal ’76 non solo la medaglia d’oro del Concorso Generale a squadre non le è mai sfuggita, ma sul podio di detta prova sono sempre salite ginnaste di Paesi dell’Europa orientale, con l’unica eccezione del bronzo conquistato dalle padroni di casa giapponesi a Tokyo ’64.

Dominio assoluto della parte orientale del Vecchio Continente che si replica in termini ancor più schiaccianti nella prova Individuale del Concorso Generale, dove nelle riferite 7 edizioni nessuna ginnasta al di fuori del controllo sovietico è mai riuscita a salire sul podio, con 15 delle 21 medaglie assegnate appannaggio delle rappresentanti di detta Unione, pur se in tre occasioni – a Tokyo ’64 e Messico ’68 grazie alla “divina” cecoslovacca Vera Caslavska, ed a Montreal ’76 dove sboccia l’astro della rumena Nadia Comaneci – non sono riuscite a far loro la medaglia d’oro.

E proprio la presenza della Comaneci impensierisce non poco i Dirigenti della Federazione sovietica in vista dell’organizzazione dei Giochi di Mosca ’80, visto il ritiro dalle scene delle stelle Ludmila Tourischeva ed Olga Korbut, con la sola Nellie Kim reduce del Team che era riuscito a respingere l’assalto all’oro della Romania nel Concorso Generale a squadre quattro anni prima in Canada.

Oddio, non che l’enorme bacino di utenza a cui la Federazione poteva attingere non avesse proposto nel quadriennio post olimpico valide alternative, prime fra tutte Elena Mukhina – della cui tragica vicenda abbiamo già parlato – e Natalia Shaposhnikova che ai Mondiali di Strasburgo ’78 contribuiscono, assieme alla ricordata Kim, a fronteggiare la Comaneci e le sue compagne, facendo proprio il titolo a squadre e monopolizzando il podio del Concorso Generale Individuale, vinto da Mukhina con Kim argento e Shaposhnikova bronzo.

Ma l’anno seguente, alla Rassegna iridata di Fort Worth, negli Stati Uniti, con la Mukhina infortunata, la formazione sovietica aveva dovuto cedere alle rumene lo scettro nella prova a squadre ed anche se la Kim si era aggiudicata il titolo nel Concorso generale Individuale, nessuna ragazza sovietica era riuscita a salire sul gradino più alto del podio nelle singole specialità, qualcosa in più di un campanello d’allarme in vista delle Olimpiadi moscovite.

Preoccupazioni che si trasformano in tragedia allorché, nel disperato tentativo di recuperare la Mukhina, la stessa, a 20 giorni dall’inizio dei Giochi, incappa nell’incidente in allenamento che le procura una invalidità permanente appena ventenne, il che priva la squadra sovietica della sua punta di diamante assieme alla veterana e più volte citata Kim.

Certo, il Team poteva ancora contare sulla Shaposhnikova e su Maria Filatova, una “onesta” comprimaria sempre in grado di fornire il proprio contributo nella prova a squadre – già componente della formazione sia ai Giochi di Montreal ’76 che ai Mondiali di Strasburgo ’78 e Fort Worth ’79 – ma per oscurare la stella Comaneci occorreva quel “qualcosa in più” che si materializza nella figura di Yelena Davydova, che sulle pedane del Palazzetto dello Sport nel Centro Lenin di Mosca affronta la sua prima grande Manifestazione di tale livello internazionale.

Yelena Davydova nasce il 7 agosto 1961 a Voronezh, una città a 500km. a sud di Mosca e si innamora della Ginnastica a 7 anni, assistendo in televisione alle imprese delle connazionali Larisa Petrick e Natalia Kuchinskaya alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, le uniche due in grado di rivaleggiare con la leggendaria ceca Caslavska, tanto da tentare di iscriversi alla Scuola di ginnastica locale, venendo però scartata in quanto ritenuta non in possesso di un fisico adatto per detta disciplina.

Sua madre avrebbe desiderato che Yelena si dedicasse a studiare pianoforte, ma la ragazzina invece di andare a lezione, si reca presso la palestra per sbirciare dalle finestre gli allenamenti delle coetanee per poi cercare di imitarle nelle ore di ginnastica a scuola, facendosi notare da tale Gennady Korshunov, il quale convince il Direttore della Scuola ginnica ad affidare Yelena alle cure di sua moglie, una decisione che gli permette successivamente di divenirne l’allenatore, visti i progressi della giovane ginnasta, che ad 11 anni è già la migliore in assoluto tra le sue compagne.

La crescita della Davydova è esponenziale, nel 1973 vince il suo primo torneo internazionale a livello juniores, l’anno seguente viene chiamata a far parte della Nazionale juniores sovietica e nel 1975 si aggiudica i titoli nazionali di categoria al volteggio ed alle parallele asimmetriche, piazzandosi terza nel Concorso Generale, così da compiere il salto di categoria e competere ai massimi livelli interni.

Nonostante i suoi progressi, Yelena – così come la coetanea Shaposhnikova – non viene selezionata per i Giochi di Montreal ’76, in quanto la “collezionista di medaglie” Larisa Latynina, all’epoca Capo allenatore del Team femminile, è sempre ancorata ad un tipo di ginnastica tradizionale, diverso da quello che stavano proponendo le nuove generazioni e che nella rumena Comaneci trova la sua più alta consacrazione.

Proprio le spettacolari esibizioni della Comaneci – la prima, ricordiamo, ad essere premiata con un “10” in una Olimpiade, collezionandone ben 7 in una sola edizione come quella canadese – aprono la strada ad un nuovo modo di interpretare la ginnastica di cui la Davydova è una delle pioniere, soprattutto per l’elevato grado di difficoltà dei suoi esercizi, continuando a mietere medaglie in competizioni quali la “Chunichi Cup” e la “Tokyo Cup” in Giappone, Paese che di tale disciplina se ne intende, tanto che un cronista commenta le sue prestazioni annotando come “sia la giovane Davydova a meritare una maggior attenzione per la difficoltà delle sue esibizioni, essa rappresenta “l’enfant prodige” dell’Unione Sovietica, dotata di non minor talento rispetto alla Kim, Tourischeva o Filatova”.

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Una 16enne Davydova – da gettyimages.co.au

Un giudizio che viene ribadito in occasione di una tournée in Gran Bretagna da parte della squadra sovietica nel 1977, allorché il “Daily Mirror”, nel programma di presentazione dell’evento, la descrive come “la Davydova sia l’unica ginnasta della squadra ad aver perfezionato uno stile tutto suo particolare (una capriola …) per iniziare l’esercizio alla trave”, ma anche per lei, il destino sta per riservare una brutta sorpresa.

Avviene, difatti, che Yelena riporti un grave infortunio in allenamento, con il distacco della rotula dal suo ginocchio, per il quale le viene suggerito di sottoporsi ad un intervento chirurgico, con il rischio di non poter più competere ai massimi livelli, circostanza che la porta a rifiutare una tale evenienza, curandosi con il riposo e trattamenti omeopatici, per poi aver partita vinta grazie alle sue capacità di recupero ed allo spirito di sacrificio.

Pienamente ristabilitasi dall’infortunio, la Davydova fornisce altre eccellenti prestazioni in Giappone, aggiudicandosi il titolo nel Concorso Generale alla prestigiosa “Chunichi Cup” prevalendo per 0,55 punti sulla tedesca orientale Maxi Gnauck, per poi imporsi alle parallele asimmetriche ed al volteggio alla “Tokyo Cup”, così da essere inserita nella formazione sovietica per i Campionati Mondiali di Strasburgo ’78, dove però, con sua grande amarezza, è relegata al ruolo di riserva, senza pertanto poter dar conto della propria abilità.

Quello verso le grandi Manifestazioni internazionali sembra un tabù invalicabile per l’oramai 18enne Yelena, che è costretta a saltare anche la Rassegna iridata di Fort Worth ’79 a causa di un’influenza, ragion per cui l’appuntamento con le Olimpiadi di Mosca rappresenta per lei la prima vera opportunità a livello planetario per mostrare a tutti le sue qualità.

Occorre però superare le “forche caudine” della Coppa dell’Unione Sovietica che si disputa a Mosca dal 19 al 22 giugno ’80, una sorta di “Trials olimpici” e che quattro anni prima l’avevano vista piazzarsi sesta con conseguente esclusione dalla selezione per Montreal, ma stavolta la Davydova si impone con un vantaggio di 0,50 punti sulla Shaposhnikova, 0,80 su Stella Zakharova ed 1,00 sulla Filatova, tanto che il celebre Coach rumeno Bela Karolyi la investe del ruolo di principale avversaria della sua Comaneci, e non si sbaglierà …

Ed ecco, infine, che il 21 luglio ’80 prende il via la rassegna a cinque cerchi con le tre grandi favorite – Unione Sovietica, Romania e Germania Est – a darsi battaglia sul filo dei millesimi di punto nella Prova a Squadre, da cui le prime tre di ogni formazione si qualificano per il successivo Concorso Generale Individuale, portandosi dietro, come preliminare, il punteggio accumulato nella gara a squadra, diviso per due, mentre alle singole specialità sono ammesse solo due atlete per Nazione.

In effetti, la competizione conferma le previsioni della vigilia, con punteggi altissimi e che vedono l’Unione Sovietica aggiudicarsi l’oro con il punteggio complessivo di 394,900 – con la Shaposhnikova a realizzare la miglior performance con 79,150 seguita dalla Davydova con 79,000 e dalla Kim con 78,950 – precedendo di soli 1,400 punti la Romania – con Emilia Eberle e la Comaneci divise da soli 0,050 punti (79,100 a 79,050) – e di 2,350 la Germania Est, nelle cui file però la Gnauck ottiene il miglior punteggio assoluto con 79,350 punti.

Ciò sta a significare che il 24 luglio, giorno del Concorso Generale Individuale, la tedesca orientale parte con un leggero vantaggio costituito dai suoi 39,675 punti rispetto ai 39,575 della Shaposhnikova, i 39,550 della Eeberle, i 39,525 della Comaneci, i 39,500 della Davydova ed i 39,475 della Kim, in pratica sei ginnaste a caccia dell’oro racchiuse nello spazio di appena 0,200 millesimi di punto.

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Davydova alla trave – da gettyimages.com.au

Davydova debutta alla trave, ottenendo un 9,850 dalla giuria che la mantiene in corsa per la medaglia d’oro, anche se dopo due delle quattro rotazioni la Classifica vede ancora avanti la Gnauck, con la sovietica ad aver recuperato la seconda posizione, precedendo la connazionale Shaposhnikova e la Comaneci, terze a pari merito, ma il momento cruciale deve ancora giungere, allorché le quattro pretendenti al titolo sono ancora a stretto contato prima dell’ultima serie di esercizi, dopo che al turno precedente la Comaneci aveva chiaramente dimostrato di non voler abdicare venendo premiata con un “10” nel suo esercizio alle parallele asimmetriche.

La Gnauck guida ancora con un totale di 69,375 e deve esibirsi al volteggio, la Comaneci è seconda con 69,225 e le tocca l’esercizio alla trave, mentre la Davydova, terza a quota 69,200 conclude la sua fatica alle parallele asimmetriche, con però la differenza che la tedesca orientale è la seconda a scendere in pedana per l’esercizio nella sua rotazione, rispetto alla sovietica che si esibisce per settima e la rumena per ottava.

A questi livelli, un vantaggio di 0,150 punti come quello vantato dalla Gnauck è un margine di sicurezza, in quanto con un 9,85/9,90 al volteggio – nelle due prove nella gara a squadre aveva ricevuto un 9,95 ed un 9,90 – la medaglia d’oro non può sfuggirle, ma è altrettanto vero che un esercizio viceversa valutato, come difatti accade, dai giudici con 9,700 può pregiudicare il più alto gradino del podio.

La prestazione della tedesca orientale lascia quindi aperte le porte ad un sorpasso che pareva improbabile per l’atleta di casa, la quale si appresta al proprio esercizio alle parallele asimmetriche con “la tranquillità e l’equilibrio di una ginnasta molto più anziana ed esperta, ogni suo passaggio è perfetto, da autentica Regina della specialità”, riporta lo “United States Olympic Book” nel descrivere l’esibizione della Davydova, premiata dai giudici con un 9,950 che la porta al comando con un totale di 79,150 punti rispetto ai 79,075 della Gnauck, ma deve ancora scendere in pedana la Comaneci per la prova alla trave …

Per poter confermare l’oro di Montreal alla non ancora 19enne rumena occorre pareggiare lo score di 9,950 della Davydova, ed il suo esercizio – apparso agli addetti ai lavori tutt’altro che impeccabile – rende l’atmosfera all’interno del Palazzetto dello Sport elettrica, visto che trascorrono ben 30 minuti prima che appaia il punteggio assegnato dalla giuria, un 9,850 che significa medaglia d’oro per l’idolo di casa, ed argento a pari merito per Gnauck e Comaneci, mentre la Shaposhnikova si ritrova ai margini del podio per soli 0,050 millesimi di punto, penalizzata da un 9,750 ottenuto al corpo libero.

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Davydova e Comaneci sul podio del concorso generale individuale – da pinterest.co.uk

Con già due medaglie d’oro al collo, la Davydova deve ora vedersela con la voglia di rivincita delle sue avversarie nei due singoli attrezzi (trave e volteggio) per le quali si è qualificata – per ironia della sorte, il suo unico “10” ottenuto nella gara a squadre al corpo libero non le è stato sufficiente per detta specialità, a causa del 9,800 nella prima esibizione, visto che sia Kim che Shaposhnikova avevano ottenuto un 9,90 ed un 9,95 a testa – prove che si risolvono ancora in un duello a tre tra sovietiche, rumene e tedesche orientali.

Penalizzata nel volteggio – dove peraltro parte con il quinto miglior punteggio di 9.90 derivante dai preliminari – con un esercizio valutato 9,675 che le garantisce il solo quarto posto, con la magra consolazione che Gnauck e Comaneci fanno ancor peggio, nel mentre la medaglia s’oro va alla connazionale Shaposhnikova, la Davydova ingaggia un’affascinante sfida con la Comaneci alla trave, dove riesce solo parzialmente a recuperare gli 0,100 millesimi (9,950 a 9,850) di svantaggio derivanti dai preliminari, e la sua performance di 9,900 rispetto al 9,850 della rumena le consente di respingere l’attacco della connazionale Shaposhnikova per l’argento, con le tre ginnaste divise da meno di 0,100 punti (19,800 per la Comaneci, 19,750 e 19,725 rispettivamente per le due sovietiche …).

Chiamata a confermarsi l’anno seguente ai campionati Mondiali ’91 che si svolgono ancora nella Capitale moscovita, la Davydova offre il meglio di sé nella prova a squadre, dove contribuisce al successo della formazione sovietica su Cina e Germania Est totalizzando il più alto punteggio di 78,250 tra tutte le partecipanti, per poi incappare in una controprestazione alla trave nel Concorso Generale Individuale, così da essere relegata sul gradino più basso del podio, dietro alle due connazionali Olga Bicherova e Filatova, rispettivamente oro ed argento.

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Yelena Davydova ai Mondiali ’81 – da wagymnastics.wikia.com

Tale delusione la condiziona anche negli esercizi alle singole specialità – che stavolta la vedono qualificata in tutte e quattro le prove – con una nuova prestazione scadente alla trave, dove conclude non meglio che settima, così come resta ai margini del podio al volteggio, per poi andare a medaglia alle parallele asimmetriche – bronzo con 19,700 punti a pari merito con l’americana Julienne McNamara nella gara vinta dalla Gnauck con 19,900 davanti alla cinese Ma Yanhong – ed arrendersi per 0,075 millesimi di punto (19,850 a 19,775) alla connazionale Natalia Ilienko al corpo libero.

All’età di 20 anni, con tre medaglie olimpiche e quattro mondiali, per la Davydova non sembrerebbe ancora giunto il momento di ritrarsi, ma un infortunio alla caviglia al “Grand Prix” a Roma nel 1982 e notizie di un successivo grave infortunio in allenamento riportate dal quotidiano tedesco “Die Welt” (ancorché non filtrate dalla consueta cortina che circondava all’epoca tutto ciò che avveniva in Unione Sovietica …) fecero sì che – data anche l’ancora recente tragedia che aveva colpito la Mukhina – per prudenza si ponesse termine alla sua attività agonistica.

Ma, altrettanto ovviamente, la Davydova non abbandona l’ambiente della ginnastica, nel 1983 sposa Pavel Filatov, unione da cui nascono due figli, e nel 1991, con il crollo dell’impero sovietico, la famiglia si trasferisce in Canada, dove diviene proprietaria della “Gemini Gymnastic”, un Club con sede in Oshawa, nell’Ontario, per poi tornare a respirare l’aria olimpica in occasione dei Giochi di Londra ’12, quale una dei tecnici della Nazionale canadese, allenando Kristina Vaculik, componente del Team che si classifica quinto nella prova a squadre, e quindi essere presente anche all’edizione di Rio de Janeiro ’16, stavolta in veste di giudice nell’esercizio al corpo libero, prima di essere nominata quale membro della Commissione Tecnica della Federazione Internazionale di Ginnastica Femminile …

Provate a trovarne un’altra, che abbia vissuto la sua disciplina sportiva ricoprendo tutti i ruoli che la stessa prevede, se ne siete capaci …

 

KARIN JANZ, LA GINNASTA TEDESCA ORIENTALE DALLA DOPPIA VITA

1972 Munich Olympics - Women's Gymnastics
Karin Janz a Monaco ’72 – da:mediastorehouse.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo di maggior splendore delle atlete della ex Germania Orientale, le stesse eccellono, quanto a Sport individuali, principalmente in discipline quali il Nuoto e l’Atletica Leggera, in cui monopolizzano il relativo medagliere in sede olimpica o mondiale.

Analoga situazione non si verifica, però, nella terza specialità tipicamente femminile, vale a dire la Ginnastica Artistica, in cui il compito di contrastare la superiorità della scuola sovietica viene assolto dalle atlete cecoslovacche, capitanate dalla leggendaria Vera Caslavska, e, successivamente, dalle rumene sulla scia della “divina” Nadia Comaneci.

Ma, come sempre, ogni regola ha la sua eccezione, e nel caso in esame essa ha le sembianze di Karin Janz, unica ginnasta dell’ex Repubblica Democratica Tedesca capace di inserirsi per un quinquennio nelle sfide ai massini livelli di tale disciplina.

Nata a Lubben il 17 febbraio 1952, Karin viene indirizzata alla ginnastica dal proprio padre Guido, insegnante di educazione fisica, per poi far parte, all’età di appena 10 anni, della “Erweiterte Oberschule”, sotto la guida di Klaus Helbeck e quindi, avendo dimostrato il suo innato talento per tale disciplina, trasferirsi alla celebre polisportiva della “Dynamo Berlin”, dove è allenata da Jurgen Heritz.

Le qualità di Karin emergono a livello internazionale – dopo che nello stesso anno si è aggiudicata il titolo tedesco orientale nel Concorso Generale Individuale, così come nelle Parallele Asimmetriche, giungendo seconda al volteggio ed alla trave e terza al corpo libero – in occasione dei Campionati Europei di Amsterdam ’67, allorché, appena 15enne, si assicura la medaglia d’argento alle parallele asimmetriche ed il bronzo al volteggio, dopo aver sfiorato il podio nel Concorso Generale Individuale ed alla trave, prove entrambe concluse al quarto posto, nel mentre tutti e cinque gli ori sono appannaggio di una fenomenale Caslavska.

Tali risultati confortano i Dirigenti tedesco orientali nell’inserire la Janz nel Team per le successive Olimpiadi di Città del Messico ’68, selezione capitanata dalla più esperta 22enne Erika Zuchold, argento al volteggio l’anno prima alla Rassegna Continentale.

In un’edizione dei Giochi che consacra la leggenda della più volte ricordata Caslavska – dominatrice assoluta con 4 medaglie d’oro e 2 d’argento, sfuggendole solo a livello individuale la vittoria alla trave – la Germania Est si aggiudica il bronzo nel Concorso Generale a squadre a non troppa distanza (3,750 punti) dalle inarrivabili sovietiche, a propria volta incalzate (382,850 a 382,200) dalla Cecoslovacchia, con la Janz, che conclude al sesto posto il Concorso Individuale alle spalle della connazionale Zuchold, a qualificarsi per le Finali di specialità alle parallele asimmetriche ed alla trave.

Fallito per il minimo scarto esistente in Ginnastica, vale a dire 0,025 punti (19,250 a 19,225), l’accesso al podio nell’esercizio alla trave, la 16enne Karin ha modo di riscattarsi nella specialità in cui riesce a mettere maggiormente a frutto le sue qualità di leggerezza ed armonia, le parallele asimmetriche, dove si inchina solo alla superiorità della Caslavska, con due esibizioni premiate dai giudici con 9,650 (la obbligatoria) e 9,850 (la libera) per un totale di 19,500 che le consente di mettersi al collo la medaglia d’argento, nel mentre la Zuchold conclude non meglio che quinta, dopo essere stata sesta alla trave, salendo però sul secondo gradino del podio con l’argento al volteggio.

Il ritiro dalle competizioni della leggendaria ginnasta ceca, fa sì che al successivo appuntamento costituito dai Campionati Europei di Landskrona, in Svezia, del maggio ’71, la sua eredità venga raccolta proprio dalla Janz, la quale sfiora il clamoroso “pokerissimo” facendo sue ben quattro medaglie d’oro – Concorso Generale Individuale, volteggio, trave, parallele asimmetriche – superata al corpo libero dalla sovietica Olga Karasyova, in una Rassegna Continentale dove si mette per la prima volta in luce la sua coetanea sovietica Ludmilla Tourischeva, con la quale si troverà a rivaleggiare negli anni a venire.

Occasione che si materializza già nella successiva stagione, il cui calendario prevede i Campionati Mondiali ’70 da svolgersi a Lubiana e che, data la scomparsa ad alti livelli delle ginnaste ceche e la non ancora esplosione delle rumene, si risolve in un duello tra sovietiche e tedesche orientali, con le prime a prevalere nel Concorso Generale a Squadre (380,650 a 377,750) ed Individuale, grazie alla Tourischeva che, con 77,050 punti, precede la Zuchold (76,450) e la connazionale Zinaida Voronina, che per soli 0,150 punti (76,150 a 76,000) scalza la Janz dal gradino più basso del podio.

Rappresentanti dell’ex Germania Est che però si prendono la loro rivincita alle singole specialità, con la Janz a confermare la propria superiorità alle parallele asimmetriche, in cui ha la meglio (19,550 a 19,450) sulla stessa Tourischeva e la Zuchold ad affermarsi alla trave, per poi fare addirittura doppietta – Zuchold oro con 19,450 ed Janz argento con 19,350 – al volteggio, relegando sul gradino più basso del podio la Tourischeva, che ha peraltro modo di riscattarsi facendo suo il titolo al corpo libero, in un podio interamente monopolizzato dalle ginnaste sovietiche.

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La Janz alle parallele asimmetriche ai Mondiali di Lubiana ’70 – da:wikimedia.org

Con le Olimpiadi ’72 in programma proprio in Germania – ancorché nella parte occidentale, a Monaco di Baviera – l’attesa per una sorta di “resa dei conti” è altissima, pur con il dubbio delle reali condizioni di forma proprio della oramai 20enne Karin, avendo la stessa saltato per infortunio la stagione 1971, il cui appuntamento principale, costituito dai Campionati Europei di Minsk, vede la completa riscossa dello squadrone sovietico, che fa sue tutte le medaglie d’oro e d’argento nelle cinque prove in programma – nella Rassegna Continentale non è previsto il Concorso Generale a Squadre – con la Zuchold a doversi accontentare di fare incetta di bronzi, portandone a casa ben quattro, salvo che alle parallele asimmetriche, dove questo onore spetta alla connazionale Angelika Hellman.

Anche i meno avvezzi a seguire le Manifestazioni della Ginnastica Artistica ricorderanno come i Giochi di Monaco ’72 siano passati alla storia per le imprese della 17enne sovietica di origini bielorusse Olga Korbut, in lacrime per una caduta alle parallele asimmetriche negli esercizi liberi validi per l’assegnazione della medaglia d’oro nel Concorso Generale Individuale le impedisce di competere per il podio, concludendo al settimo posto una Classifica che, nelle prime 8 posizioni, è costituita da 5 ginnaste sovietiche a tre tedesco orientali.

L’oro va alla Tourischeva, che – iniziate le esibizioni libere a parità di punteggio (38,425 mentre la Korbut era subito dietro con 38,325) con una Janz che aveva messo a frutto l’anno di inattività per recuperare la sua miglior condizione – riesce ad aver la meglio sulla tedesca dell’est solo grazie all’esercizio al corpo libero, dove è premiata con un 9,900 (rispetto al 9,700 di Karin …) che le permette di scavalcarla per il ridotto margine di 0,150 punti (77,025 a 76,875), abbinando così il titolo olimpico individuale a quello a squadre, dove l’Unione Sovietica aveva prevalso sulla Repubblica Democratica Tedesca con quasi 4 punti (380,500 a 376,550) di vantaggio.

Le sue ottime prestazioni, consentono alla Janz di qualificarsi per tutte e quattro le singole specialità, così come, del resto, avviene sia per la Korbut che per la Tourischeva, così che il 31 agosto 1972 le tribune della “Sport Halle” di Monaco di Baviera non presentano alcun posto libero, non volendo gli spettatori presenti perdersi un solo attimo di queste avvincenti sfide.

In uno scenario che vede il pubblico apertamente parteggiare per la piccola (anche di dimensioni, m.1,50 per 38kg.) Olga Korbut, le cui lacrime in diretta hanno fatto il giro del Mondo grazie alle riprese televisive, l’esercizio al volteggio conferma la superiorità delle due tedesche orientali, con la Janz a ribaltare l’esito dei Mondiali di Lubiana ’70 grazie ad un esercizio ai limiti della perfezione premiato con un 9,900 dalla giuria e che le consente di far suo l’oro con il punteggio complessivo di 19,525 rispetto al 19,275 della connazionale Zuchold, precedendo quattro sovietiche, di cui la migliore resta la Tourischeva, bronzo con 19,250.

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Zuchold, Janz e Tourischeva sul podio del Volteggio a Monaco ’72  – da:wikimedia.org

La Korbut, solo quinta al volteggio, si prende le sue rivincite imponendosi sia alla trave davanti alla connazionale Tamara Lazakovich (19,400 a 19,375), con la Janz a riempire il podio con il bronzo a 18,975, che al corpo libero, dove il suo esercizio – premiato con un 9,900 dai giudici – le consente di scavalcare la Tourischeva, che si era presentata con un punteggio migliore derivante dalle eliminatorie, imponendosi per il ristrettissimo margine di 0,025 punti (19,575 a 19,550), con l’altra connazionale Lazakovich a completare un podio interamente sovietico per l’unica specialità che non vede premiata la Janz, che conclude quarta a soli 0,050 punti dal bronzo.

Janz che, con già un oro, due argenti ed un bronzo al suo attivo, ha però ancora da giocare la carta delle parallele asimmetriche, la sua specialità preferita ed in cui ha già conquistato i titoli continentale ed iridato, ed alla cui Finale si presenta già con un discreto margine di vantaggio (9,775 rispetto a 9,650) rispetto alla coppia formata dalla connazionale Zuchold e dalla stessa Korbut.

Con il pubblico apertamente schierato a favore della piccola bielorussa, la giuria però non si fa influenzare e così, nel mentre Olga ed Erika proseguono a braccetto il loro percorso, con un 9,800 per entrambe che significa argento a pari merito, l’esibizione della 20enne Karin viene nuovamente premiata con il 9,900 che le consente di ribadire la propria superiorità a tale attrezzo, nonché di aggiudicarsi la sua seconda medaglia d’oro con largo margine (19,675 a 19,450) rispetto alle sue avversarie.

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Karin Janz alle parallele asimmetriche a Monaco ’72 – da:gettyimages.de

Se avete tenuto bene il conto, se è pur vero che la Korbut se ne esce dai Giochi di Monaco ’72 con il maggior numero di ori (tre, oltre ad un argento), la più medagliata della rassegna a cinque cerchi bavarese è proprio Karin Janz, con ben cinque allori (due ori, altrettanti argenti ed un bronzo) al proprio conto, avendo fallito di poco l’en plein di medaglie con il quarto posto al corpo libero, ma da un punto di vista mediatico, ahimè, la minuscola bielorussa le ha rubato la scena.

Poco male, comunque, perché la Ginnastica è solo un capitolo, una parte della vita di Karin, che a 20 anni decide di abbandonare l’attività agonistica per dedicarsi ad imprese di tutt’altro genere, ma di ben altro spessore ed utilità a livello umanitario.

Già dall’anno precedenti i trionfi di Monaco ’72, la 19enne Karin si era iscritta alla “Humboldt Universitat” di Berlino Est, per poi ottenere la laurea in medicina d’emergenza e quindi seguire un corso all’ateneo “Charité”, dove si specializza in ortopedia dimostrando elevate qualità tanto che il suo lavoro (assieme al collega Kurt Schellnack) nello sviluppo e sperimentazione di un disco artificiale per fronteggiare problemi alla spine dorsale viene considerato all’avanguardia in materia.

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La Janz (a sin.) in veste di medico – da:wikipedia.org

Dopo aver proseguito in campo medico, sia dal punto di vista professionale che didattico, insegnando in diverse Università tedesche, nonché nominata membro onorario della “American Orthopaedic Society for Sports Medicine” nel 1987, a Karin Janz vengono altresì riconosciuti i meriti dell’attività agonistica attraverso l’introduzione nel 2003 nella “International Gymnastic Hall of Fame”, cui segue nel 2011 analogo inserimento nella “Hall of Fame” dello Sport tedesco, ma noi siamo convinti che ella possa andare molto più orgogliosa per il contributo fornito nella ricerca scientifica che non per la sua, peraltro eccellente, carriera sportiva.

E, per una volta, ci sia altresì consentito di “spezzare una lancia” in favore del tanto vituperato (magari anche a ragione …) programma sportivo della Germania Est, avendo la Janz dimostrato che non tutto deve essere per forza demonizzato a prescindere …

 

IL TRIS D’ORO DI ROMEO NERI AI GIOCHI DI LOS ANGELES 1932

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Romeo Neri al Cavallo con maniglie – da seidiriminise.it

articolo di Giovanni Manenti

Dopo che per 20 anni (da Londra 1908 sino ad Amsterdam ’28) le Olimpiadi si sono svolte nel Vecchio Continente, nel 1932 le stesse tornano ad essere organizzate negli Stati Uniti, con l’edizione di Los Angeles a potersi considerare la prima “vera” rassegna a cinque cerchi sul suolo americano, visto che quelli di St. Louis ’04 erano stati più Giochi da baracconi e folcloristici – basti pensare alla sola durata degli stessi, dall’1 luglio al 23 novembre (!!), per rendersene conto – che non una manifestazione sportiva.

Ovviamente ben diversa, con la crescita delle varie discipline, nonché l’allargamento della cultura sportiva a sempre più maggiori Stati, la consistenza e la valenza delle prestazioni messe in atto nel ritorno delle Olimpiadi sul suolo americano, pur se le difficoltà nell’affrontare una tale trasferta limitano la presenza degli atleti europei.

E, dalle Nazioni del Vecchio Continente che si sobbarcano l’onere della traversata atlantica, emerge, a sorpresa, ma non troppo, la spedizione azzurra che in California raggiunge l’apice delle proprie partecipazioni ai Giochi, segnando un insperato, alla vigilia, secondo posto nel Medagliere alle spalle dei mattatori Stati Uniti, portando a casa ben 36 medaglie, equamente ripartite tra ori, argenti e bronzi, risultato eguagliato solo in occasione dei Giochi di Roma ’60.

Delle 12 medaglie d’oro, però, ben 3 vengono messe al collo di un solo atleta, che diviene pertanto il simbolo di tale edizione in chiave azzurra, vale a dire il ginnasta romagnolo Romeo Neri, protagonista della nostra storia odierna.

Nato, difatti, a Rimini il 26 marzo 1903, ultimo di cinque figli, Neri impiega un po’ di tempo prima di dedicarsi alla ginnastica, preferendo in gioventù praticare altre discipline, quali il Nuoto e l’Atletica Leggera, cogliendo, in quest’ultima, il terzo posto ai Campionati italiani nella specialità dei m.400 piani.

Solamente a partire dal 1926, al ritorno dai due anni di servizio militare, Neri si convince a convertirsi a tale nuova attività, su sollecitazione di Giovanni Balestri, Direttore Sportivo della Società “Libertas” di Rimini, il quale ne aveva intuito le potenzialità, potendo altresì affidarlo alle esperte mani dei tecnici, soprattutto di quell’Alberto Braglia, unico ginnasta italiano a fregiarsi per due edizioni consecutive dei Giochi – Londra 1908 e Stoccolma ’12 – del titolo nel Concorso Generale Individuale.

Non ci mette molto, Neri, ad eccellere anche in questa nuova disciplina, e, successivamente alla conquista del titolo italiano alle parallele nel 1926, due anni dopo si laurea Campione italiano nel Concorso generale, oltre ad aggiudicarsi diversi altri tornei a livello nazionale, venendo selezionato per le Olimpiadi di Amsterdam ’28 quale punta di diamante della spedizione azzurra.

L’esordio del 25enne romagnolo nell’arengo olimpico è buono, ma non eccellente, restando ai margini del podio per soli 0,125 millesimi di punto (244,875 a 244,750) nel Concorso Generale Individuale, rispetto alla leggenda jugoslava Leon Stukelj (già oro quattro anni prima a Parigi ’24), per poi contribuire al sesto posto dell’Italia nel Concorso Generale a squadre e qualificarsi per due Finali agli attrezzi, gli anelli e la sbarra.

Ancora beffato per soli 0,16 centesimi di punto (18,83 a 18,67) nella sfida per il bronzo con il cecoslovacco Emanuel Loffler nell’esercizio agli anelli appannaggio dello sloveno di nascita Stukelj, Neri si riscatta alla sbarra, dove coglie il suo primo alloro olimpico con l’argento alle spalle dello svizzero Georges Miez, risultando staccato di soli 0,17 centesimi (19,17 a 19,00) nelle preferenze dei giudici.

L’esperienza accumulata ed i consigli, nonché gli allenamenti, a cui lo sottopone il corregionale, pur se emiliano di Modena, Braglia fanno sì che Neri si prepari a dovere nel quadriennio post olimpico, confermando il titolo italiano assoluto sia nel 1929 che nel ’30, per poi doversi fermare a causa di un infortunio l’anno successivo, ma riuscendo, fortunatamente, a recuperare la migliore condizione fisica in vista dell’appuntamento di Los Angeles ’32, con il vantaggio di avere al proprio fianco proprio Braglia, nominato dalla Federazione quale responsabile della spedizione azzurra.

Sicuramente, il sostegno tecnico e morale del suo tecnico fornisce un contributo importante nelle prestazioni di Neri in terra californiana, fornendo una straordinaria esibizione nei tre giorni di gare, dall’8 al 10 agosto ’32 al “Memorial Coliseum” che vedono assegnare i titoli nel Concorso Generale Individuale ed a Squadre.

Con una prestazione, infatti, senza sbavature né punti deboli, Neri ottiene il secondo miglior punteggio alla sbarra, il terzo agli anelli, parallele e volteggio, ed il quarto al cavallo con maniglie, così da raggiungere di 140,625 punti che gli consente di tenere a debita distanza, con un distacco di quasi 6 punti (che in una disciplina come la ginnastica rappresentano un’enormità …), l’ungherese Istvan Pelle, nel mentre l’ottimo risultato di squadra, con Mario Lertora a chiudere in quarta posizione, Savino Guglielmetti in quinta ed Oreste Capuzzo in settima, fa sì che il Team azzurro salga sul gradino più alto del podio anche nella prova a squadre, con un punteggio complessivo di 541,850 punti, con largo margine sui padroni di casa degli Stati Uniti, che chiudono a quota 522,275, con la Finlandia ad aggiudicarsi la medaglia di bronzo.

La sfida tra il romagnolo ed il magiaro si rinnova negli esercizi ai singoli attrezzi, con quest’ultimo ad avere la meglio al corpo libero, dove conquista l’oro nel mentre Neri conclude ai margini del podio, quarto assieme all’americano Frank Haubold con 27 punti, alle spalle dell’altro azzurro Lertora che si aggiudica il bronzo a quota 27,7 punti rispetto all’inarrivabile Pelle che totalizza 28,8 punti che gli valgono il titolo.

L’ultima parola spetta però all’azzurro, il quale alle parallele ottiene la miglior valutazione da parte della giuria sia negli esercizi obbligatori (28,2) che in quelli liberi (28,7), per un totale di 56,9 che gli consente di tenere a distanza il pur valido ungherese, che conclude la sua prova con l’argento a quota 55,8.

L’eccellente prova d’insieme della spedizione ginnastica azzurra – che vede altresì Guglielmetti fregiarsi della medaglia d’oro al volteggio, Omero Bonoli conquistare l’argento al cavallo con maniglie e Lattuada andare al bronzo agli anelli – per un totale di 4 ori, un argento e due bronzi, fa sì che, al ritorno in patria, il tecnico Alberto Braglia venga insignito del quanto mai meritato titolo di “Cavaliere Ufficiale per meriti sportivi, nel mentre Neri punta ad una terza esperienza olimpica, avendo come obiettivo i Giochi di Berlino ’36.

Le imprese del ginnasta romagnolo non passano inosservate neppure agli occhi dei produttori hollywoodiani che, alla ricerca di un attore a cui affidare la parte del protagonista in “Tarzan, l’uomo della giungla” per una serie di film in fase di produzione dalla famosa casa cinematografica “Metro Goldwin Mayer”, offrono tale ruolo proprio a Neri, il quale declina cortesemente l’invito, non volendo abbandonare la sua casa e la sua gente, una decisione che farà poi le fortune di un altro grande olimpionico, vale a dire il nuotatore americano Johnny Weissmuller, il più celebre Tarzan nella Storia del Cinema.

Per Neri, viceversa, ancorché abbia oramai superato la trentina, la preparazione verso la sua terza Olimpiade prosegue aggiudicandosi nel 1933 il suo quarto titolo italiano assoluto e prendendo parte ai Mondiali di Budapest ’34, rassegna iridata che vede il dominio assoluto dei ginnasti svizzeri, con 13 medaglie sulle 22 a disposizione in campo maschile, di cui ben 6 d’oro sulle 8 prove in programma, con il bottino azzurro limitato ad un solo argento ed altrettanto bronzo, ovviamente ottenuti dal 31enne romagnolo, secondo nel Concorso Generale Individuale e terzo al volteggio.

La non più verde età presenta il conto proprio ai Giochi di Berlino ’36, allorché uno strappo muscolare al bicipite destro durante l’esecuzione di un esercizio impedisce a Neri di poter difendere i titoli conquistati oltre Oceano quattro anni prima, per poi abbandonare definitivamente l’attività agonistica alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Il parallelismo con il suo mentore Alberto Braglia non termina solo con i 3 ori olimpici conquistati a testa, poiché anche Neri diviene allenatore federale, guidando la spedizione azzurra ai Giochi di Helsinki ’52 dove peraltro, con l’ingresso dell’Unione Sovietica nell’arengo olimpico, per le altre Nazioni restano a disposizione solo le briciole, visto che i rappresentanti dell’Urss conquistano ben 22 medaglie complessive tra i settori maschile e femminile.

Un ultimo contributo alla causa della ginnastica italiana viene fornito da Neri allorché è il primo ad intuire e credere nelle potenzialità di Franco Menichelli, da lui fatto esordire in Nazionale appena 16enne nel 1957, facendo sì che, dopo decenni di magra agli attrezzi per gli azzurri – a secco di medaglie da Berlino ’36 sino a Melbourne ’56 – gli stessi tornino sul podio ai Giochi di Roma ’60 con l’argento di Giovanni Carminucci alle parallele ed i bronzi nel Concorso Generale a squadre ed al corpo libero del citato Menichelli, colui che riporta, a distanza di 32 anni, l’Italia alla Gloria olimpica con l’oro al corpo libero alle Olimpiadi di Tokyo ’64, cui unisce l’argento agli anelli ed il bronzo alle parallele.

Trionfi che avrebbero fatto l’indubbia felicità di Romeo Neri, con un altro azzurro dopo di lui a tornare in Italia da un’Olimpiade sulle coste del Pacifico con tre medaglie, ancorché di diverso metallo, al collo, se solo il destino non avesse deciso diversamente, spengendosi nella sua Rimini il 23 settembre 1961, alla ancor giovane età di 58 anni.

Ma quanto le imprese dei due pionieri del panorama ginnico azzurro – il modenese Alberto Braglia ed il riminese Romeo Neri – abbiano avuto rilevanza nelle rispettive città è dimostrato dall’ultima circostanza che li accomuna ad imperituro ricordo, vale a dire il fatto che ad entrambi siano stati intitolati gli Stadi che ospitano gli incontri di calcio di gialloblù e biancorossi, segno tangibile di come le loro imprese siano rimaste impresse in modo indelebile nella storia sportiva lungo la via Emilia.

LA LEGGENDA DELLE PICCOLE GINNASTE PAVESI AI GIOCHI DI AMSTERDAM 1928

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Le ragazze pavesi ad Amsterdam ’28 – da quatarobpavia.it

articolo di Giovanni Manenti

Pur se la Ginnastica artistica è disciplina che si addice alle ragazze, per la grazia e l’armoniosità dei gesti che essa comporta, la stessa deve attendere la settima edizione dei “Giochi dell’Era moderna” per comparire nel programma olimpico, e ciò avviene ad Amsterdam 1928, limitandosi comunque alla sola prova a squadre.

Ed, in ogni caso, che tale Sport non accogliesse ancora i favori nei vari Comitati Olimpici nazionali è confermato dal fatto che solo cinque squadre si presentano alla rassegna a cinque cerchi olandese, vale a dire le padroni di casa, assieme a Francia, Gran Bretagna, Ungheria ed Italia.

Già, è presente anche una rappresentativa azzurra, anche se definirla italiana – non nel senso delle origini, che sono strettamente del Bel Paese, ma per la collocazione geografica della stessa – appare un tantino ridondante, visto che le ginnaste provengono tutte e dodici non solo da una regione, ma addirittura da un’unica città, la lombarda Pavia, dando così vita ad una delle più belle Storie di Sport che si possano raccontare, vale a dire la “Leggenda delle piccole ginnaste pavesi”.

Come molto spesso accadeva in un’epoca ancora pionieristica per molte discipline, nel più puro omaggio al credo olimpico tanto caro al Barone De Coubertin, occorre che vi sia qualcuno che si faccia carico di un simile progetto, e quel qualcuno, nel caso in questione, altri non è che il Professore di Educazione Fisica Gino Grevi, il quale abbraccia entusiasta l’idea di formare una squadra ginnica per le prossime Olimpiadi di Amsterdam, reclutando le migliori allieve delle Scuole della città.

Portato a conoscenza delle autorità comunali per ottenere il necessario sostegno economico per affrontare la trasferta in Olanda, il piano viene approvato all’unanimità, con ciò dimostrando una grande apertura mentale da parte anche delle famiglie delle ginnaste, che non si pongono scrupoli nell’affidare le loro piccole al Prof. Grevi – persona peraltro che godeva di ampia stima negli ambienti cittadini – per un viaggio all’estero, vista la tenera età delle stesse.

L’opera di selezione avviene dopo duri allenamenti nella palestra di via Porta, alternati, quando il tempo lo consente, con esercitazioni all’aperto in Piazza Castello, così che l’intera cittadinanza si potesse rendere conto di come le loro piccole discendenti si stessero preparando con assiduità per non sfigurare nell’arengo olimpico.

Conclusa tale fase, dopo un’ulteriore qualificazione svoltasi a Pallanza, ecco che vengono scelte le 12 ragazze che rappresenteranno l’Italia ai Giochi di Amsterdam, una spedizione di livello adolescenziale, in quanto ben 9 di esse hanno meno di 15 anni, con la piccola Luigina Giavotti di 12 anni non ancora compiuti, tanto da essere tuttora – con i suoi 11 anni e 300 giorni – la più giovane atleta ad aver partecipato ad un’edizione dei Giochi estivi.

Oltre alla citata Giavotti, sono la “veterana”, se così la si può definire, Lavinia Gianoni, che ha compiuto 17 anni il 31 gennaio, nonché Bianca Ambrosetti, Virginia Giorgi, Germana Malabarba, Luigina Perversi, Diana Pizzavini, Anna Tanzini, Carolina Tronconi, Ines Vercesi e Rita Vittadini a comporre la spedizione azzurra, capitanata dalla quasi tredicenne – li compirà il 13 novembre – Carla Marangoni, dimostratasi come colei in possesso delle migliori qualità ginniche.

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Foto di gruppo prima della partenza – da vanillamagazine.it

Penso non sia difficile immaginare l’entusiasmo che anima queste poco più che adolescenti, allorché il 4 luglio 1928 partono per il primo viaggio all’estero della loro vita, con addirittura come meta una Olimpiade, la cui cerimonia di apertura è fissata per il successivo 28 luglio, accompagnate dal Prof. Grevi nonché, a vegliare su di esse, Maria Bisi, la Custode della palestra, da tutte affettuosamente chiamata “Mamma Maria”.

Ai tempi, le gare di Ginnastica si svolgono all’aperto, all’interno dello Stadio Olimpico, che già aveva ospitato le prove di Atletica Leggera in pista, mentre il prato era dedicato, oltre che ai concorsi di tale disciplina, anche agli incontri di Calcio ed alle esibizioni equestri.

Il debutto, per le giovani rappresentanti lombarde, avviene l’8 agosto, con la prova di esercitazione collettiva a corpo libero, ottenendo un significativo terzo posto con il punteggio di 92,75 alle spalle delle ungheresi che, con i loro 99,25 punti, precedono di misura le favorite olandesi, a cui viene assegnato un totale di 98,50 punti.

Decisiva, per l’assegnazione delle medaglie, diviene la seconda prova svoltasi il giorno successivo, nella quale emerge il lavoro fatto in palestra sotto la guida del Prof. Grevi, in quanto trattasi degli esercizi agli attrezzi, e le ragazze patavine si fanno apprezzare superando quota 100 punti (102,00 la votazione ottenuta …), inferiore solo ai 110,00 punti delle olandesi, ma che le pone come serie candidate per la medaglia d’argento, visto che le ungheresi sprofondano racimolando appena 78,00 punti, facendosi scavalcare anche dalle britanniche, che viceversa vengono premiate con un 94,50.

Con una Classifica che, in attesa della terza ed ultima prova costituita dal Volteggio al Cavallo, vede al comando l’Olanda con 208,50 punti, seguita dall’Italia a quota 194,75 e dalla Gran Bretagna con 183,25 nel mentre la sola Ungheria può ancora vantare speranze di podio con i suoi 177,25 punti sinora raccolti e la Francia è irrimediabilmente staccata, chissà come avranno trascorso la notte le nostre giovani studentesse, per le quali il viaggio in Olanda sta per trasformarsi nella gloria di una medaglia olimpica.

La loro tenera età potrebbe far pensare ad un crollo emotivo visto che, ad esempio, la quasi totalità del Team britannico è composta da atlete ben più mature, avendo le stesse oltre 20 anni, ma in certi casi anche quel “pizzico” di incoscienza può giocare a favore e, pertanto, per nulla intimorite od emozionate, le nostre portacolori si presentano ben preparate all’appuntamento conclusivo del 10 agosto 1928, una data che diverrà “storica.

Esibizione che, difatti, le vede consolidare la loro seconda posizione, con un punteggio di 94,25 superato solo dalle olandesi, così da raggiungere uno “score complessivo” di 289,00 punti che le consente di mettersi al collo un argento tanto mai prezioso quanto inaspettato alla vigilia, con la medaglia d’oro appannaggio delle ragazze del Paese organizzatore con 316,75 punti e la Gran Bretagna a respingere il tentativo delle ungheresi di strappar loro il bronzo, “salvato” (258,25 a 256,50) per soli 1,75 punti.

Forse solo al momento della cerimonia di premiazione, oramai smaltita l’adrenalina della competizione, le 12 ragazze si sono rese conto di cosa avevano compiuto, oltretutto avendo da sole eguagliato il bottino di medaglie conquistate dai loro “colleghi” in campo maschile – con il solo Romeo Neri a fregiarsi dell’argento alla Sbarra – ed avendo altresì ricevuto le congratulazioni da parte della Regina Guglielmina, la quale era rimasta vivamente impressionata dalla loro grazia, in rapporto altresì alla tenera età.

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Le “Piccole Pavesi” al momento della premiazione – da gazzetta.it

Al ritorno in Patria, un’intera città è pronta ad accoglierle festosa, ma un altro viaggio è in programma, stavolta nella Capitale, per essere ricevute dal Duce Benito Mussolini in persona, il quale vuole congratularsi con chi ha reso onore al prestigio del Paese, mentre un più tangibile riconoscimento per la loro impresa avviene con la messa a loro disposizione di una somma complessiva di 2.300 lire raccolte con una sottoscrizione dal CONI e un libretto postale da 100 lire per ciascuna, aperto dal Municipio di Pavia.

Affinché quella delle “Piccole ginnaste pavesisi trasformi in leggenda, occorre che la stessa termini qui, cosa che difatti accade, facendo dell’avventura olimpica solo un capitolo, per quanto gioioso ed ineguagliabile, della loro esistenza, da custodire gelosamente nei propri cuori, tornando a dedicarsi con profitto agli studi scolastici, ad eccezione di due loro compagne.

La prima, Bianca Ambrosetti, non potrà raccontare a lungo la propria esperienza, morendo l’anno dopo a soli 15 anni, vittima della tubercolosi, mentre la seconda, la già ricordata Carla Marangoni, continua a gareggiare sino ai 20 anni, per poi stabilire un primato non indifferente di longevità, spengendosi nella nativa Pavia il 18 gennaio scorso (sì, proprio nel 2018 …!!), alla veneranda età di oltre 102 anni, ultima in vita tra tutti coloro che vinsero una medaglia ai Giochi di Amsterdam ’28.

E’ probabile che il Signore l’avesse scelta – lei, Capitana della squadra ai Giochi – affinché potesse tramandare il più a lungo possibile, la “Leggenda delle piccole ginnaste pavesi”, le prime a conquistare una medaglia olimpica nell’intero panorama dello Sport italiano al femminile …

E, scusate se è poco

 

YURI KOROLEV, IL RE SENZA CORONA (OLIMPICA)

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Yuri Korolev ai Mondiali ’87 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nessun dubbio che per atleti di discipline che trovano la loro consacrazione nel quadriennale appuntamento olimpico, una carriera senza un oro ai Giochi od, ancor peggio, una medaglia, possa rappresentare una macchia non trascurabile nel valutare la loro grandezza.

E’ peraltro vero che, svolgendosi tale manifestazione ogni quattro anni, possono esservi impedimenti di varia natura che ne impediscano la partecipazione, ma ciò nulla può togliere al valore tecnico e sportivo dimostrato durante la relativa attività agonistica.

Del resto, analogo paragone lo si può fare con il Calcio dove un “fenomeno” come Alfredo Di Stefano, non solo non si è mai laureato Campione del Mondo, ma non ha neanche mai giocato una singola partita in una Fase finale dei Mondiali e, ciò nonostante, è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi calciatori di ogni epoca.

In uno Sport che proprio nella Gloria olimpica trova la propria sublimazione come la ginnastica, analoga sorte del calciatore argentino è toccata ad Yuri Korolev, atleta russo nato a Vladimir il 25 agosto 1962, la cui brillantissima carriera lo ha visto protagonista negli anni dispari, con una serie di incredibili circostanze che ne hanno impedito la partecipazione alle rassegne a cinque cerchi.

Una delle grandi speranze sovietiche nella ginnastica a livello juniores, Korolev non viene selezionato, data l’ancor giovane età, per le Olimpiadi di Mosca ’80 che rappresentano il “passo d’addio” davanti al proprio pubblico delle stelle Nikolai Andrianov, Aleksandr Tkachyov ed Alexander Dityatin, con il primo a porre fine alla propria carriera, cosa che gli altri due faranno l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali, parimenti ospitati dalla Capitale sovietica.

In un decennio, quello degli anni ’80, in cui il colosso sovietico domina la scena in campo maschile raccogliendo l’eredità giapponese che analoga supremazia aveva dimostrato nella precedente decade, il ricambio generazionale non crea alcun problema alla federazione, come dimostra il fatto che, alla ricordata rassegna iridata, di più alto contenuto tecnico in quanto non inquinata – rispetto ai Giochi moscoviti – dal boicottaggio dei Paesi occidentali, i ginnasti di casa fanno man bassa di medaglie.

Ed è proprio al non ancora 19enne Korolev che i suoi più anziani compagni di squadra consegnano il testimone per la leadership all’interno del team sovietico, dal medesimo raccolto con l’affermazione – oltre che nel Concorso Generale a squadre, in cui l’Urss piega a fatica per soli 0,100 millesimi di punto (588,950 a 588,850) la resistenza dei rappresentanti giapponesi – nel Concorso Generale Individuale, che lo vede mettersi l’oro al collo respingendo per il minimo scarto consentito di 0,025 millesimi di punto (118,375 a 118,350) l’assalto del compagno di squadra Bogdan Makuts, autore di un impeccabile esercizio alla sbarra, premiato con il 10 da parte dei giudici, che gli aveva consentito d recuperare rispetto al 9,900 ottenuto da Korolev.

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Korolev ’81 – da tomtheobald.photoshelter.com

Korolev completa la sua esibizione davanti al pubblico moscovita aggiungendo un terzo titolo nell’esercizio al corpo libero, pur dividendo il gradino più alto del podio con il cinese Li Yuejiu, entrambi accreditati del punteggio complessivo di 19,775 nonché il bronzo al cavallo con maniglie al termine di una serie di eccellenti esibizioni che vedono la giuria premiare con il 10 i primi quattro classificati, con la differenza tra l’oro – appannaggio del cinese Li Xiaoping e del tedesco orientale Michael Nikolay – ed il bronzo spartito tra Korolev e l’ungherese Gyorgy Guczoghy costituita dagli 0,025 millesimi di punto accumulati negli esercizi preliminari.

Con Dityatin ad abbandonare le scene dopo aver conquistato tre ori olimpici e sette titoli iridati e Tkachyov a fare altrettanto con due ori ai Giochi e tre titoli mondiali al proprio conto, la responsabilità di leader della formazione sovietica è ora tutta sulle spalle del 20enne Korolev, il quale non ha fatto altro che confermare alla rassegna moscovita i progressi messi in evidenza già nel corso dell’anno in occasione dei Campionati Europei di Roma ’81, da lui conclusi con i titoli al corpo libero ed agli anelli, ed il secondo posto al volteggio ed al cavallo con maniglie, oltre che nel Concorso generale individuale.

Progressi che vengono ribaditi anche la stagione seguente, in occasione della prova di Coppa del Mondo di Zagabria ’82, a dispetto del bronzo nel Concorso Generale individuale alle spalle del formidabile duo cinese composto da Li Ning e Ton Fei, in quanto Korolev sale sul podio in cinque delle sei singole specialità, con l’oro alle parallele, tre argenti ed un bronzo, a dimostrazione della completezza del suo bagaglio tecnico.

Avvicinandosi l’appuntamento olimpico di Los Angeles ’84, Korolev incappa in un “passaggio a vuoto” in occasione dei Campionati Mondiali di Budapest ’83, ai quali giunge dopo aver conquistato due ori (corpo libero e parallele), altrettanti argenti (concorso generale individuale e cavallo con maniglie) ed il bronzo al volteggio agli Europei di Varna ’83.

In una rassegna che vede l’Unione Sovietica cedere il titolo nel Concorso Generale a squadre, ancorché per soli 0,100 millesimi di punto (591,450 a 591,350), alla ritrovata formazione cinese, la responsabilità cade proprio sulle spalle di Korolev, a causa della sua disastrosa esibizione alla sbarra (penalizzata dai giudici con un 8,850 che a questi livelli vale come un 4 nei tuffi, per capirsi …), circostanza che lo esclude dal Concorso Generale individuale, ottenendo la qualificazione, limitata a due ginnasti per Nazione, a sole tre singole specialità, non andando oltre il quarto posto al corpo libero, a soli 0,050 millesimi di punto (19,800 a 19,750) dal bronzo del cinese Li Ning, per poi chiudere in quinta posizione al cavallo con maniglie ed in sesta alle parallele.

Poco male, comunque, per il team sovietico, in quanto la rassegna iridata consente di ammirare il talento dell’appena 16enne Dmitry Bilozerchev, protagonista assoluto di tale edizione dei Mondiali con quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale, anelli, sbarra e cavallo con maniglie), oltre all’argento a squadre ed al corpo libero.

Una compagine, quella sovietica dove, come avrete senz’altro capito, non ci si può certo “cullare sugli allori”, in quanto vi è subito pronto un compagno a scalzarti dalle gerarchie, ragion per cui l’attenzione e la concentrazione devono sempre essere ai massimi livelli se si vuol essere sicuri di un posto in squadra.

Selezione che, in ogni caso, non sarebbe certo sfuggita alle due punte di diamante dello squadrone sovietico in vista dei Giochi di Los Angeles ’84 se solo il proprio Governo non avere inteso rendere la pariglia agli Stati Uniti con il contro boicottaggio rispetto a quanto da loro posto in atto quattro anni prima, e così a Korolev tocca assistere via etere alle evoluzioni di Li Ning che in tale rassegna conquista tre medaglie d’oro, due d’argento ed una di bronzo, pur se il concorso generale è appannaggio del giapponese Koji Gushiken.

Ed a Korolev, colpito da lutto familiare per la perdita del padre, viene risparmiata la partecipazione al “surrogato” costituito dai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi ad Olomouc, in Cecoslovacchia, tra i Paesi del blocco sovietico, utili solo a Bilozerchev per tenersi in forma, con cinque ori ed un bronzo al proprio conto.

L’opportunità di dimostrare a Li Ning & Co. la scarsa valenza delle loro medaglie olimpiche giunge l’anno seguente con i Campionati mondiali in programma a Montreal, nei quali la stella attesa è proprio il non ancora 20enne compagno di squadra di Korolev, soprattutto sulla scia del “quasi cappotto” fatto registrare agli Europei di Oslo ’85, dove conquista sei ori, fallendo il gradino più alto del podio solo al volteggio, se non fosse che lo stesso incappa un incidente d’auto che rischia di compromettergli la carriera.

Con il proprio leader fuori dai giochi, la rinnovata compagine sovietica – in cui primeggiano anche il 20enne Vladimir Artemov ed il 19enne Valentin Mogilny – si affida a Korolev per ribadire la propria superiorità a livello planetario e, stavolta, lo stesso non delude le aspettative, contribuendo a riportare l’Urss sul gradino più alto del podio nel Concorso Generale a squadre, vinto con ampio margine (585,650 a 582,360) sulla Cina, per poi fornire una dimostrazione del proprio valore nel Concorso individuale.

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Korolev ai Mondiali ’85 – da pinterest.com

Qualificatosi per gli esercizi liberi con il terzo punteggio di 58,750 alle spalle del connazionale Artemov e del tedesco est Sylvio Kroll (entrambi a quota 58,900), Korolev ribalta la situazione con tre 9,900 due 9,850 ed un 9,700 al cavallo con maniglie che gli consentono di concludere la prova con 117,850 punti complessivi, così da staccare di 0,300 millesimi Artemov, argento, e di 0,550 Kroll, bronzo, ed aggiudicarsi il suo secondo titolo mondiale nel Concorso Generale a quattro anni di distanza dal trionfo di Mosca ’81.

A queste due medaglie d’oro, Korolev ne aggiunge altre due al volteggio ed agli anelli – in questo caso dividendo il primo posto con Li Ning con 19,750 punti a testa – completando il suo personalissimo show con l’argento al corpo libero, cedendo di misura per il più ristretto dei margini (19,750 a 19,725) al cinese Tong Fei.

Con Bilozerchev ancora ai box per recuperare dal grave incidente, è ancora Korolev a rivaleggiare con Li Ning alla Coppa del Mondo a Pechino ’86, dividendo a pari merito il titolo nel Concorso generale individuale, per poi primeggiare nel computo delle medaglie nelle singole specialità, con tre ori e due argenti rispetto ai due ori ed un bronzo del cinese e quindi, in occasione della prima edizione dei “Goodwill Games”, svoltasi a Mosca con l’intenzione di agevolare il clima di distensione tra le due super potenze dopo i ricordati boicottaggi olimpici, ribadire la propria superiorità con il successo nel Concorso Generale individuale con largo margine sul connazionale Artemov, nonché con altre tre medaglie d’oro ai singoli attrezzi.

Per Korolev, oramai 25enne, si profila una ultima possibilità per ottenere la “Gloria olimpica”, vale a dire la partecipazione ai Giochi di Seul ’88, in preparazione dei quali si presenta alla sua quarta rassegna iridata di Rotterdam ’87, a cui partecipa anche il redivivo Bilozerchev, il quale ha sorprendentemente recuperato dall’incidente che stava per costargli addirittura l’amputazione della gamba sinistra.

Con anche Valeri Liukin a comporre un “poker d’assi” che non ha eguali a livello mondiale, la formazione sovietica non ha alcuna difficoltà ad imporsi nel Concorso Generale individuale con un vantaggio abissale (589,750 a 583,350) sulla Cina di un irriconoscibile Li Ning e, per comprenderne le qualità, il punteggio complessivo di Korolev – pari a 117,950 – lo escluderebbe dal Concorso individuale in quanto solo quarto tra i suoi compagni, visto che il regolamento consente l’accesso a soli tre ginnasti per Nazione.

Per sua buona sorte, Liukin – che agli Europei di Mosca dello stesso anno lo aveva preceduto nella medesima prova – è costretto a dare forfait per un infortunio al ginocchio, e così Korolev può recuperare una posizione, andando addirittura ad insidiare l’oro di Bilozerchev grazie ad una strepitosa esibizione al volteggio premiata con il 10 da parte dei giudici, sfuggendogli il suo terzo titolo nel concorso individuale per l’inezia di 0,025 millesimi (118.375 a 118,350) in un podio interamente sovietico con il bronzo di Artemov a quota 118,125.

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Korolev ai Mondiali ’87 – da gettyimages.ae

L’indiscussa supremazia dei rappresentanti dell’ex Urss è poi confermata ai singoli attrezzi, con Bilozerchev ad affermarsi alla sbarra ed al cavallo con maniglie (sia pur a pari merito con l’ungherese Zsolt Borkai), Artemov alle Parallele e Korolev agli anelli, dove ha la meglio (19.875 a 19,825) sulla coppia formata dallo stesso Bilozerchev e da Li Ning, all’ultimo acuto della sua carriera.

Per Korolev, nato nel 1962, i Giochi coreani di Seul ’88 rappresentano l’ultima chiamata per mettersi al collo un oro olimpico, dando quanto meno per scontato il successo nel concorso a squadre, cosa che difatti accade con largissimo margine (593,350 a 588,450) sulla Germania Est, solo che su quel podio, a ricevere la medaglia, ci sono i suoi compagni di allenamento e non lui, il cui sogno a cinque cerchi viene stroncato dal più frequente degli infortuni per un ginnasta, vale a dire la rottura del tendine di Achille, che pone di fatto fine alla sua, comunque, straordinaria carriera.

E così, mentre i suoi compagni fanno incetta di ori, con stavolta toccare ad Artemov ritagliarsi la copertina con il successo nel Concorso Generale individuale – in un podio completato da Liukin, argento, e da Bilozerchev, bronzo – alle parallele ed alla sbarra, il nome di Korolev rischia di scomparire nell’oblio in quanto solo la “Gloria olimpica”, con tutti i fari e gli occhi del mondo proiettati su di essa, pone un atleta alla ribalta assoluta.

Cosa importa, dunque, che Korolev abbia vinto in carriera un totale di 34 medaglie tra Campionati mondiali, europei e Coppa del Mondo, un bottino che lo pone nettamente in vetta alla graduatoria tra coloro che non hanno mai conquistato una medaglia olimpica – dietro di lui i connazionali Bogdan Makuts e Valentin Mogilny con 18 e 17 allori rispettivamente – e che il suo ricordato palmarès, Olimpiadi comprese, gli consenta di essere in ogni caso il terzo ginnasta più medagliato di ogni epoca in campo maschile, a pari merito con il connazionale Dityatin e preceduto solo da Vitali Scherbo con 51 allori e da Andrianov con 48.

Da un punto di vista squisitamente tecnico, un titolo mondiale ha la medesima valenza di un oro olimpico, e solo la diversa risonanza e copertura mediatica privilegiano il secondo, e, pertanto, Korolev può a giusta ragione essere considerato tra i “più grandi di tutti i tempi” nel panorama ginnico universale e, se qualcuno di voi non ne aveva mai sentito parlare, ci siamo noi di “SportHistoria” a rinfrescare la memoria…

 

MARY LOU RETTON, UN ORO PER DIVENIRE UNA “STAR”

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Mary Lou Retton – da biography.com

articolo di Giovanni Manenti

Poche altre Nazioni che non siano gli Stati Uniti sono in grado di esaltare le imprese sportive dei loro idoli, facendone vere e proprie icone dentro e fuori l’ambito delle rispettive discipline, e non può esservi occasione migliore al riguardo delle Olimpiadi di Los Angeles, ultimo rigurgito della “guerra fredda” tra le due super potenze Usa ed Urss prima del futuro disgelo.

Il “contro boicottaggio” da parte dei Paesi costituenti il blocco sovietico dopo l’assurda decisione del Presidente americano Jimmy Carter di non partecipare ai Giochi di Mosca del precedente quadriennio, fa sì che venga a mancare la sfida sportiva tra queste due diverse concezioni di fare sport, ciò nondimeno i “Media” dello zio Sam sfruttano la circostanza per celebrare oltre misura le prestazioni dei loro rappresentanti, primo fra tutti Carl Lewis, il quale eguaglia in Atletica Leggera la leggendaria impresa compiuta nel 1936 a Berlino da Jesse Owens nell’aggiudicarsi quattro medaglie d’oro.

In questa spasmodica ricerca di “personaggi da copertina”, ecco che viene loro incontro una 16enne ragazzina la quale infiamma il pubblico presente sulle tribune del “Pauley Pavillon” della celebre Università di UCLA della metropoli californiana nel corso delle gare di ginnastica artistica.

Specialità, quest’ultima, che da quando l’Unione Sovietica partecipa alla rassegna a cinque cerchi, vale a dire dall’edizione di Helsinki ’52, ha sempre visto le sue ragazze aggiudicarsi la medaglia d’oro nel concorso generale a squadre, mentre nel concorso individuale il gradino più alto del podio non è mai sfuggito ad una rappresentante dell’Europa dell’Est, con la cecoslovacca Vera Caslavska e la rumena Nadia Comaneci le sole ad interrompere la dittatura sovietica.

Proprio le evoluzioni della non ancora 15enne Comaneci ai Giochi di Montreal ’76 colpiscono a tal punto Mary Lou Retton, una bambina al tempo di appena 8 anni essendo nata a Fairmont, in West Virginia, il 24 gennaio 1968, incollata davanti al televisore ad emozionarsi di fronte alle esibizioni della fenomenale ginnasta rumena, da invogliarla a praticare anch’essa tale disciplina, per cercare di ripercorrerne, almeno in parte, la carriera.

Mary Lou, nata con una displasia all’anca che la porterà in seguito a doversi sottoporre ad intervento chirurgico una volta terminata l’attività agonistica, ha origini italiane da parte di padre, tant’è che il cognome dei suoi avi era Rotunda, successivamente americanizzato, e si dedica alla sua passione presso la sua città natale, per poi trasferirsi a Houston, nel Texas per avere il suo secondo incrocio con la sua musa Nadia Comaneci, nel senso che viene allenata da Bela Karoly e da sua moglie Marta, proprio coloro che avevano portato Nadia alle più alte vette del panorama ginnico mondiale e che avevano “disertato” durante un tour nel 1981, chiedendo asilo politico agli Stati Uniti.

Sotto la loro guida, la minuscola Retton (alta non più di m.1,45 per 42kg.) non tarda a farsi un nome all’interno del proprio Paese imponendosi nell’edizione 1983 della “American Cup”, manifestazione nata nel 1976 ed al cui esordio aveva visto trionfare proprio la Comaneci, e giungendo seconda ai Campionati Usa alle spalle di un’altra allieva di Karoly, Dianne Durham, prima di dover rinunciare a partecipare ai Campionati Mondiali di Budapest a causa di un infortunio al polso.

Consapevole del fatto che le Olimpiadi in terra californiana rappresentano la sua unica occasione per emergere a livello mondiale, la Retton si prepara all’evento, confermando il successo dell’anno precedente alla “American Cup”, cui stavolta unisce la vittoria anche ai Campionati nazionali così come ai Trials olimpici, salvo rischiare ancora una volta di perdere una tale opportunità.

Accade, difatti, che mentre si sta allenando al Centro Olimpico, nel sedersi per firmare degli autografi, Mary Lou senta il suo ginocchio bloccarsi, dovendo pertanto ricorrere ad un intervento chirurgico a sole cinque settimane dall’inizio dei Giochi, operazione fortunatamente perfettamente riuscita e che le consente di prendere parte alla rassegna olimpica.

Rassegna, come detto in premessa, cui sono assenti i Paesi costituenti il blocco sovietico, con un’unica, ma fondamentale, eccezione, quanto meno per quanto attiene alla ginnastica ed, in particolare per quella femminile, con la partecipazione delle rappresentanti della Romania, alla quale si unisce, per la prima volta nella Storia dei Giochi, la Repubblica Popolare Cinese.

Nel Paese balcanico, l’eredità della Comaneci è stata raccolta da Ecaterina Szabo – curiosamente nata il 22 gennaio, due giorni solo prima della Retton, pur se di un anno più anziana (o meno giovane, nella circostanza …) essendo del 1967 – la quale si era messa in luce ai Campionati Mondiali di Budapest dell’anno precedente con l’argento a squadre ed il bronzo individuale nel Concorso generale, nonché con l’oro al corpo libero e l’argento al volteggio ed alle parallele asimmetriche.

Individuata nella rumena l’avversaria da battere, ecco che le ginnaste scendono in pedana il 30 luglio 1984 per le esibizioni che determinano il successo nel Concorso generale a squadre, il cui punteggio complessivo di ogni atleta, diviso a metà, serve poi da base per l’assegnazione delle successive medaglie nella prova individuale.

La sfida, come logico che fosse, si risolve in una lotta a tre tra Romania, Usa e Cina, con le rumene a prevalere di un soffio (392,200 a 391,200) sulle padrone di casa, ma al cui interno si verifica un evento che condiziona il podio della successiva gara individuale.

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Mary Lou Retton alla trave ai Giochi ’84 – da gettyimages.it

Succede, infatti, che mentre la Retton si mantiene su di un elevato standard di rendimento in tutti e quattro gli esercizi, tanto da concludere con il miglior punteggio di 79,050 (si consideri che il massimo raggiungibile è 80,00), la Szabo, pressoché perfetta sia al volteggio (9,950) che al corpo libero (9,975) ed in linea alla trave con 9,850 incappi in una fatale indecisione nella sua seconda esibizione alle parallele asimmetriche, penalizzata con un 9,30 dalla giuria per un 9,600 totale che la porta al secondo posto con 78,750 punti, a 0,300 di distanza dall’americana.

Per chi non è addentro a detta disciplina può pensare che si tratti di uno scarto risibile, oltretutto ridotto della metà allorché il 3 agosto Retton e Szabo affrontano le prove che assegnano il titolo nel Concorso generale individuale, con la prima che parte da una base di 39,525 punti rispetto ai 39,375 dell’avversaria, ma a livello di eccellenze come in questi casi, anche il più minimo scarto può essere determinante.

Con tutta l’attenzione della platea rivolta alle evoluzioni delle due rivali per l’oro, la Szabo recupera lo svantaggio grazie all’esercizio alla trave, ottenendo un 10 rispetto al 9,80 della Retton che la porta in vetta alla graduatoria provvisoria, nel mentre lo scarto di 0,050 millesimi di punto che si registra prima a favore della rumena alle parallele asimmetriche (9,900 a 9,850) e quindi dell’americana (10,000 a 9,950) al corpo libero, non sposta il divario che, prima dell’ultima esibizione al volteggio, vede l’erede della Comaneci avanti per 69,225 a 69,175, con uno scarto di 0,050 millesimi a suo favore.

Szabo che ottiene 9,900 nella sua prova al volteggio, così da raggiungere lo “score” finale di 79,125 ragion per cui alla Retton non serve altro che “l’esecuzione perfetta” se vuole salire su quel più alto gradino del podio olimpico dove aveva visto mettersi l’oro al collo il suo idolo di bambina Nadia Comaneci, dovendo cercare di tenere altissima la concentrazione del momento, con gli occhi di un intero Palazzo dello Sport puntati su di lei, oltre a quelli di milioni di americani davanti alla Tv.

Il volteggio, come specialità, consente alle ginnaste di avere a disposizione due prove e per la classifica vale la migliore delle due, così che il primo tentativo della Retton “paga” una leggera incertezza nell’atterraggio, spostando il piede sinistro, così da essere valutato non meglio di 9,800 punteggio utile solo per consolidare la medaglia d’argento.

Nel “clan Karoly” a bordo pedana le preoccupazioni non sono poche, temendo che l’eccessiva pressione sul ginocchio reduce dal recente intervento chirurgico possa comportare una dolorosa ricaduta, ma quando vi è da cogliere una “occasione che passa una sola volta nella vita” non si può stare a fare troppi calcoli ed ecco che la piccola Mary Lou, dopo il saluto di rito, prende decisa la rincorsa, stacca sulla pedana, si libra in volo e ricade a piedi perfettamente uniti per un’ovazione che si alza altissima sugli spalti in attesa del verdetto della giuria che non può che essere di 10 per la conquista, non solo del primo oro, ma addirittura della prima medaglia olimpica nel Concorso generale individuale da parte di una ginnasta americana.

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Il volteggio che vale l’oro per la Retton – da daveblackphotography.com

Capirete ora – con le due ragazze divise (79,175 a 79,125) da soli 0,050 millesimi di punto – quanto sia pesata per la Szabo quella indecisione alle parallele asimmetriche nella prova generale a squadre, che altresì la esclude dalla Finale per tale attrezzo, pur compensata dai tre ori conquistati nelle prove di specialità, che la portano a dividere quello alla trave con la compagna Simona Pauca (19,800 per entrambe, con la Retton fuori dalle medaglie per 0,100 millesimi rispetto alla connazionale Kathy Johnson), per poi imporsi con il più ridotto margine possibile di 0,025 millesimi (19,975 a 19,950 rasentando pertanto la perfezione) sull’americana Julianne McNamara al corpo libero, con la Retton bronzo con 19,775 e quindi prendersi la rivincita su quest’ultima al volteggio, ancora per il medesimo risicato distacco (19,875 a 19,850), mentre la Retton conclude la sua Olimpiade anche con il bronzo alle parallele asimmetriche, in cui il più alto gradino del podio se lo dividono la citata compagna McNamara e la cinese Ma Yanhong.

Sin troppo logico ed intuitivo che la stella della rassegna sia stata la rumena Szabo, con quattro medaglie d’oro e l’argento nel Concorso generale individuale, ma nel “Paese a stelle e strisce” il personaggio da celebrare non può essere altri che la piccola Mary Lou – che comunque si porta anch’essa a casa cinque medaglie – la quale ha dalla sua anche il fatto di aver dovuto superare problemi fisici di non poco conto, senza dimenticare il fatto di essere allenata da una coppia di esuli rumeni, circostanza su cui i “media” Usa vanno a nozze in contrapposizione al “regime sovietico”.

Ed in più, il che non guasta, a costruire l’immagine positiva di Mary Lou contribuisce senza alcun dubbio l’innata grazia e simpatia cui unisce un sorriso accattivante tale da farla in un attimo divenire “la fidanzata d’America” ed essere nominata dalla rivista specializzata “Sports Illustrated” quale “Atleta Femminile dell’anno”, oltre ad apparire nella pubblicità di una nota marca di cereali.

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Mary Lou con Reagan – da gettyimages.it

Addirittura la sua enorme popolarità nel Paese viene altresì sfruttata in politica dalla corrente repubblicana del Presidente Ronald Reagan, in carica al momento dei Giochi di Los Angeles, quale supporto nella campagna per la rielezione, conclusa vittoriosamente nel novembre dello stesso anno con una schiacciante superiorità, successo al quale ha sicuramente in parte contribuito anche l’assidua presenza dell’ex attore alle gare olimpiche, un modo molto pratico per rafforzarne l’immagine, pure se quella di lui, uomo ben piazzato fisicamente, accanto allo “scricciolo” Mary Lou non può non far sorridere.

Divagazioni a parte, a noi fa più piacere pensare che le esibizioni in pedana e la successive pubblicità della Retton siano state alla base della nascita del movimento ginnico femminile negli Stati Uniti, dominatore da inizio del corrente secolo, ad iniziare proprio da Shannon Miller – la quale aveva 7 anni all’epoca dei Giochi californiani – e successivamente capace di emergere a livello mondiale per un quinquennio ad inizio anni ’90, così come era capitato a Mary Lou assistendo alle evoluzioni della Comaneci.

Se così fosse, questa – al di là di ogni altra manifestazione di contorno – sarebbe la più bella eredità che Mary Lou Retton avrebbe mai potuto lasciare alla causa della ginnastica Usa.

 

DMITRY BILOZERCHEV, GLORIA ED ECCESSI DI UN TALENTO SENZA EGUALI

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Dmitry Bilozerchev – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Se chiedete agli addetti lavori chi sia stato il talento più puro nel panorama ginnico mondiale degli ultimi 50 anni in campo maschile, la stragrande maggioranza di loro vi farà un nome che ai più forse non dice granché, ma per chi, viceversa, ha avuto l’occasione (e la fortuna …) di assistere alle sue esibizioni sin dalla più giovane età, la scelta non potrà che trovare il relativo consenso.

Il personaggio in questione altri non è che Dmitry Bilozerchev, nato a Mosca in prossimità del Natale 1966, ginnasta sul quale si fondano le speranze della Federazione sovietica nell’ambito del ricambio generazionale dopo il ritiro dei “mostri sacriMikhail Voronin, Nikolai Andrianov ed Alexander Dityatin.

Una scuola, quella sovietica, che nel corso degli anni ’70 si è dovuta scontrare con l’altrettanto formidabile formazione giapponese dei Sawao Kato, Nakayama, Tsukahara ecc., nei cui confronti è mancata la resa dei conti in occasione dei Giochi di Mosca ’80, a causa dell’adesione del Paese del Sol Levante all’assurdo boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma che da sempre è una fucina di talenti senza eguali,

Con il ritiro dalle scene di Andrianov davanti al proprio pubblico, sulle pedane dello Stadio Lenin nel corso delle Olimpiadi di Mosca, e Dityatin a fare altrettanto l’anno seguente, così come anche Aleksandr Tkachyov, in occasione dei Mondiali ’81 svoltisi nella Capitale sovietica, si rende necessario trovare un nuovo leader su cui fare riferimento ed i tecnici non hanno timore a calare il loro “asso nella manica”, ancorché appena sedicenne.

E non vi è niente di meglio per saggiare le qualità del giovane Bilozerchev di quanto preveda l’anno 1983, in cui sono in programma sia i Campionati Europei di Varna ’83 – che all’epoca, erano una sorta di Olimpiade, Giappone a parte – che i successivi Mondiali di Budapest ’83.

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Bilozerchev a 16 anni – da gymnast.bplaced.com

Fiducia immediatamente ben ripagata, visto che alla rassegna continentale Bilozerchev si aggiudica ben quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale ed anelli, volteggio e sbarra), il che conforta i tecnici sovietici sulla bontà della loro scelta in vista del confronto con le potenze asiatiche, alle quali, oltre al più volte ricordato Giappone, si è ora aggiunta anche la Cina del fenomeno Li Ning.

E Li Ning, in effetti, fa il fenomeno, contribuendo, assieme ai connazionali Tong Fei e Lou Yun, al titolo iridato cinese nel concorso generale a squadre, dove peraltro Bilozerchev fornisce un primo assaggio delle sue potenzialità vedendosi assegnare due 10 nell’esercizio al cavallo con maniglie, pur se l’oro a squadre sfugge all’Unione Sovietica per un soffio, visto lo scarto di appena 0,100 millesimi di punto (591,450 a 591,350) che separa le due formazioni, con il Giappone, trascinato dall’ultimo reduce del “Dream Team” degli anni ’70, vale a dire Koji Gushiken, ad occupare il gradino più basso del podio, con 588,850 punti.

Sfida ai massimi livelli che si accende ancor più in occasione del concorso generale individuale, a cui Bilozerchev accede con il miglior punteggio di entrata di 59,350 (pari alla metà dei punti ottenuti nella prova a squadre) alla pari con il cinese Tong Fei, rispetto al 59,200 di Li Ning ed al 59,025 di Gushiken.

Ma, mentre il più esperto Tong Fei si autoelimina dalla contesa con due banali errori sia al volteggio che alla sbarra, il 16enne russo non conosce tentennamenti, incantando la giuria con tre esercizi in cui la sua figura impeccabile, lo stile e la tecnica risaltano sino a raggiungere la perfezione assoluta, visto che vengono premiati con il 10 le sue esibizioni sia al corpo libero che al volteggio ed alla sbarra – nel mentre, per intendersi, le prove agli anelli, parallele e cavallo con maniglie ottengono 9,950 sia chiaro – per un punteggio complessivo di 119,200 punti che lo porta, a tutt’oggi, ad essere il più giovane ginnasta di ogni epoca ad aggiudicarsi il titolo iridato nel concorso generale individuale, alle cui spalle si piazzano Gushiken con 118,425 punti ed il connazionale Artur Akopyan, che divide il terzo gradino del podio con il cinese Lou Yun, mentre Li Ning conclude non meglio che sesto.

Le ricordate prestazioni, fanno sì che Bilozerchev acquisisca il diritto a disputare le Finali di cinque singole specialità (escluse le parallele), confermandosi anche in tale circostanza, non andando a medaglia solo nel volteggio, mentre si impone al cavallo con maniglie, sbarra ed anelli (in questo caso alla pari con Gushiken), dove ottiene altrettanti 10 cui unisce l’argento al corpo libero, prova in cui il 9,950 assegnatoli dai giudici lo pone, per il più ridotto degli scarti verificabile in ginnastica, vale a dire 0,025 millesimi di punto (19,900 a 19,875) alle spalle del cinese Tong Fei.

Sei medaglie, di cui quattro ori e due argenti, fanno del non ancora 17enne sovietico il protagonista assoluto della rassegna iridata, e la possibile attrazione delle successive Olimpiadi di Los Angeles ’84 in cui ripetere la sfida a cinesi e giapponesi che, viceversa, se la vedono tra loro – con Li Ning a dominare la scena con tre medaglie d’oro, due d’argento ed una di bronzo, pur se il concorso generale individuale viene vinto da Gushiken – a causa del “contro boicottaggio” imposto dal Governo di Mosca ai Paesi del blocco sovietico.

Una disdetta, per Bilozerchev, sicuramente non lenita dalle cinque medaglie d’oro – concorso generale individuale ed a squadre, anelli, sbarra e cavallo con maniglie – oltre al bronzo al volteggio, che si aggiudica ai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi ad Olomouc, in Cecoslovacchia, in contrapposizione alla rassegna a cinque cerchi, in pratica una sfida con i ginnasti bulgari, ungheresi e tedesco orientali, ma d’altronde la sua giovanissima età può consentirgli di sperare in occasioni future.

Occasioni che, viceversa, rischiano di non potersi mai più verificare allorquando viene fuori il “lato oscuro” del giovane talento, vale a dire la sua eccessiva predisposizione per l’alcool, il che lo porta – dopo aver sbaragliato il campo in occasione dei Campionati europei di Oslo ’85 dove sfiora un clamoroso en plein con l’argento al volteggio dopo aver conquistato l’oro sia nel concorso generale individuale che al corpo libero, anelli, sbarra, parallele e cavallo con maniglie – ad un passo dal prematuro abbandono dell’attività.

Succede, difatti, che Bilozerchev festeggi un po’ troppo l’exploit continentale, ubriacandosi di champagne per poi abbandonare senza autorizzazione il campo di allenamento e mettersi alla guida dell’auto di suo padre appena dieci giorni dopo aver preso la patente, con la quasi logica conseguenza di andarsi a schiantare contro un albero.

Trasportato in ospedale con una gamba maciullata (fratturata in oltre 40 punti …!!), Bilozerchev deve alla sua condizione di campione se i medici soprassiedono dal procedere all’amputazione dell’arto ed, altrettanto miracolosamente, dopo essere scampato alla morte, la forte fibra del giovane consente al medesimo, nonostante una successiva operazione alla caviglia subita nel 1986 nell’ambito del percorso di riabilitazione, di presentarsi nuovamente sulla scena internazionale ai Campionati mondiali di Rotterdam ’87, ancorché siano in molti a dubitare delle sue effettive possibilità di competere ai massimi livelli.

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Bilozerchev dopo l’incidente alla gamba – da worldpressphoto.org

Ed anche se i suoi compagni – Yuri Korolev in testa, con quattro medaglie d’oro, tra cui il concorso generale individuale ed a squadre – non lo avevano di certo fatto rimpiangere in occasione della rassegna iridata di Montreal ’85 risoltasi, visto il calar del Sol Levante, dal quale il Giappone dovrà attendere 30 anni prima di risollevarsi, in una sfida a due contro i ginnasti cinesi, l’attesa per rivedere all’opera la classe ed il talento di Bilozerchev è altissima.

L’oramai 20enne moscovita dimostra che i due anni di sacrifici e duri allenamenti non sono stati spesi invano e che sulle pedane è sempre in grado di fare la differenza e, ben spalleggiato dai compagni di squadra Korolev, Vladimir Artemov e Valeri Liukin, porta il team sovietico ad una netta affermazione nel concorso generale a squadre con 589,750 punti ed oltre 6 di vantaggio sul team cinese di un Li Ning oramai in chiaro declino.

Che lo squadrone sovietico non sia disposto a far sconti a nessuno viene dimostrato nella successiva assegnazione delle medaglie nel concorso generale individuale che si risolve in una “lotta in famiglia” nella quale Bilozerchev riesce a confermare il titolo iridato di quattro anni prima a Budapest per il classico rotto della cuffia, totalizzando appena il famoso minimo margine di 0,025 millesimi (118,375 a 118,350) sul compagno Korolev, con Artemov a completare il podio, per poi andarsi a confrontare nelle singole specialità, in cui il bicampione assoluto si qualifica per ognuna di esse, salvo che al corpo libero.

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Bilozerchev al cavallo con maniglie ai Mondiali ’87 – da wikipedia.org

Solo il volteggio – in cui perde il bronzo per soli 0,038 millesimi di punto (19,838 a 19,800) rispetto al bulgaro Dian Kolev, nella gara vinta a pari merito dal tedesco orientale Sylvio Kroll e dal cinese Lou Youn – non vede Bilozerchev salire sul podio (ed è altresì, l’unica prova in cui i sovietici non vanno a medaglia …), mentre conferma i titoli iridati di Budapest sia alla sbarra che al cavallo con maniglie, pur se in questo caso dividendo il podio a quota 19,775 con l’ungherese Zsolt Borkai, cui unisce l’argento sia agli anelli, superato per soli 0,050 millesimi di punto (19,875 a 19,825) dal compagno Korolev, che alle parallele, dove a sconfiggerlo con il minimo scarto di 0,025 millesimi (19,800 a 19,775) è stavolta l’altro connazionale Artemov.

Il continuo ricambio di cui può disporre la Federazione sovietica fa sì che possa rimediare alla grave perdita di Korolev, infortunatosi al tendine d’Achille, in vista dei Giochi di Seul ’88, occasione per Bilozerchev di competere nella grande rassegna internazionale dopo aver dovuto, suo malgrado, rinunciare alle olimpiadi californiane di Los Angeles ’84 ed, a dispetto dei non ancora 22 anni, tocca a lui, così come ad Artemov e Liukin, raccogliere la sfida di un movimento che, come già avuto modo di verificare l’anno prima ai Mondiali olandesi, sta sempre più allargando i propri orizzonti.

Ma, per il momento, è ancora l’Urss a dettare legge, ed il concorso generale a squadre non può che confermarlo, con il team sovietico a riprendere le file del discorso interrotto dopo i Giochi di Mosca ’80, affermandosi con netto margine (593,350 a 588,450) sulla Germania Est, così come otto anni prima, mentre lo svolgersi del concorso generale individuale regala emozioni a non finire.

In un livello mai raggiunto prima di allora in campo maschile, i “Tre MoschettieriBilozerchev, Artemov e Liukin si danno battaglia a suon di esibizioni al limite della perfezione, con il due volte campione iridato a ricevere ben tre 10 (anelli, volteggio e cavallo con maniglie), ma una imperfezione proprio in una delle sue specialità preferite, vale a dire la sbarra, gli costa una penalità di 0,500 punti – nel mentre sia Liukin che Artemov ottengono il 10 (da Artemov conseguito anche alle parallele) – che lo relega addirittura sul gradino più basso del podio in una classifica serratissima in cui ad imporsi è Artemov con 119,125 punti davanti a Liukin (119,025) ed a Bilozerchev, che, se avesse potuto sommare la penalità inflittagli ai 118,975 punti conquistati, avrebbe aggiunto ai titoli iridati anche quello olimpico.

Poco male, tutto sommato, se si pensa a cosa aveva rischiato appena tre anni prima e, in ogni caso, la sua Olimpiade non finisce certo qui in quanto, qualificatosi per le specialità del cavallo con maniglie ed anelli – a seguito del mutato regolamento che consente a due soli atleti per Nazione di accedere alle prove singole – in entrambi i casi raggiunge il gradino più alto del podio, pur se in condivisione.

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Bilozerchev agli anelli a Seul ’88 – da gettyimages.it

Nel cavallo con maniglie, infatti, sia Bilozerchev che il bulgaro Lubomir Geraskov e Borkai, con cui già era giunto a pari merito nella rassegna iridata dell’anno prima, eseguono degli esercizi perfetti, premiati con altrettanti 10 dai giudici che li portano al punteggio globale di 19,950 (su di un massimo di 20,00 …), mentre agli anelli il fuoriclasse sovietico spreca il vantaggio di 0,025 vantato dopo i preliminari, facendosi raggiungere a quota 19,925 dal tedesco orientale Holger Behrendt.

Quattro medaglie olimpiche, di cui tre d’oro, da unire ai già otto titoli iridati conquistati, sono comunque un gran bel bottino per un ginnasta che, ad appena 22 anni, avrebbe altre possibilità per incrementare il proprio, già invidiabile palmarès, se non fosse che…

Già, se non fosse che, assieme alla ritrovata competitività a livello sportivo, Bilozerchev ricade nell’antico vizio di attaccarsi un po’ troppo alla bottiglia e, l’anno seguente, viene allontanato definitivamente dal team sovietico da parte della Federazione dopo essere stato trovato ubriaco da due giorni e, cosa ben più grave, avendo coinvolto in tale pratica il compagno di squadra, nonché coetaneo, Vladimir Gogoladze, anch’egli espulso dalla Nazionale, come confermato dalle motivazioni della decisione, assunta per “la sua influenza corruttrice su altri membri del team”.

Un’amara conclusione della carriera di uno dei più grandi talenti espressi dal vasto panorama ginnico dell’Urss – che, peraltro, non ne risente più di tanto in occasione dei Giochi di Barcellona ’92, dove il 20enne Vitaly Scherbo, ancorché bielorusso, ma partecipante sotto l’emblema della “Comunità degli Stati Indipendenti” dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, si aggiudica ben 6 medaglie d’oro – che porta successivamente Bilozerchev a trasferirsi, assieme alla moglie, negli Stati Uniti a far tempo dal 1993.

Oltre Oceano, si stabilisce a Beaverton, nell’Oregon, dove si dedica all’attività di istruttore presso la “United Sports Academy”, di cui è altresì proprietario, mette su famiglia indirizzando anche i figli Aleksey ed Alice a praticare la ginnastica, pur non riuscendo ad emulare le gesta di cotanto padre, il quale, per i risultati ottenuti e l’altissima qualità delle proprie esibizioni, riceve l’onore di essere inserito nel 2003 nella “International Gymnastics Hall of Fame”, stesso anno in cui ottiene analogo riconoscimento, tra gli altri, anche l’azzurro Franco Menichelli.

Evidentemente, ai giurati, dei problemi alcoolici interessava il giusto.