YELENA DAVYDOVA, L’ANTI COMANECI AI GIOCHI DI MOSCA 1980

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Yelena Davydova ai Giochi di Mosca ’80 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Se è indubbio che i due boicottaggi delle edizioni di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 delle Olimpiadi abbiano privato alcune specialità di sfide e confronti di altissimo livello tra esponenti dei due distinti blocchi occidentale e sovietico per le rispettive assenze, in alcune discipline ciò è stato assolutamente indolore, come nel caso della Ginnastica Femminile ai Giochi del 1980.

Basti infatti pensare che, da quando l’Unione Sovietica si è presentata – a far tempo da Helsinki ’52 – alla Rassegna a cinque cerchi, nelle conseguenti 7 edizioni sino a Montreal ’76 non solo la medaglia d’oro del Concorso Generale a squadre non le è mai sfuggita, ma sul podio di detta prova sono sempre salite ginnaste di Paesi dell’Europa orientale, con l’unica eccezione del bronzo conquistato dalle padroni di casa giapponesi a Tokyo ’64.

Dominio assoluto della parte orientale del Vecchio Continente che si replica in termini ancor più schiaccianti nella prova Individuale del Concorso Generale, dove nelle riferite 7 edizioni nessuna ginnasta al di fuori del controllo sovietico è mai riuscita a salire sul podio, con 15 delle 21 medaglie assegnate appannaggio delle rappresentanti di detta Unione, pur se in tre occasioni – a Tokyo ’64 e Messico ’68 grazie alla “divina” cecoslovacca Vera Caslavska, ed a Montreal ’76 dove sboccia l’astro della rumena Nadia Comaneci – non sono riuscite a far loro la medaglia d’oro.

E proprio la presenza della Comaneci impensierisce non poco i Dirigenti della Federazione sovietica in vista dell’organizzazione dei Giochi di Mosca ’80, visto il ritiro dalle scene delle stelle Ludmila Tourischeva ed Olga Korbut, con la sola Nellie Kim reduce del Team che era riuscito a respingere l’assalto all’oro della Romania nel Concorso Generale a squadre quattro anni prima in Canada.

Oddio, non che l’enorme bacino di utenza a cui la Federazione poteva attingere non avesse proposto nel quadriennio post olimpico valide alternative, prime fra tutte Elena Mukhina – della cui tragica vicenda abbiamo già parlato – e Natalia Shaposhnikova che ai Mondiali di Strasburgo ’78 contribuiscono, assieme alla ricordata Kim, a fronteggiare la Comaneci e le sue compagne, facendo proprio il titolo a squadre e monopolizzando il podio del Concorso Generale Individuale, vinto da Mukhina con Kim argento e Shaposhnikova bronzo.

Ma l’anno seguente, alla Rassegna iridata di Fort Worth, negli Stati Uniti, con la Mukhina infortunata, la formazione sovietica aveva dovuto cedere alle rumene lo scettro nella prova a squadre ed anche se la Kim si era aggiudicata il titolo nel Concorso generale Individuale, nessuna ragazza sovietica era riuscita a salire sul gradino più alto del podio nelle singole specialità, qualcosa in più di un campanello d’allarme in vista delle Olimpiadi moscovite.

Preoccupazioni che si trasformano in tragedia allorché, nel disperato tentativo di recuperare la Mukhina, la stessa, a 20 giorni dall’inizio dei Giochi, incappa nell’incidente in allenamento che le procura una invalidità permanente appena ventenne, il che priva la squadra sovietica della sua punta di diamante assieme alla veterana e più volte citata Kim.

Certo, il Team poteva ancora contare sulla Shaposhnikova e su Maria Filatova, una “onesta” comprimaria sempre in grado di fornire il proprio contributo nella prova a squadre – già componente della formazione sia ai Giochi di Montreal ’76 che ai Mondiali di Strasburgo ’78 e Fort Worth ’79 – ma per oscurare la stella Comaneci occorreva quel “qualcosa in più” che si materializza nella figura di Yelena Davydova, che sulle pedane del Palazzetto dello Sport nel Centro Lenin di Mosca affronta la sua prima grande Manifestazione di tale livello internazionale.

Yelena Davydova nasce il 7 agosto 1961 a Voronezh, una città a 500km. a sud di Mosca e si innamora della Ginnastica a 7 anni, assistendo in televisione alle imprese delle connazionali Larisa Petrick e Natalia Kuchinskaya alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, le uniche due in grado di rivaleggiare con la leggendaria ceca Caslavska, tanto da tentare di iscriversi alla Scuola di ginnastica locale, venendo però scartata in quanto ritenuta non in possesso di un fisico adatto per detta disciplina.

Sua madre avrebbe desiderato che Yelena si dedicasse a studiare pianoforte, ma la ragazzina invece di andare a lezione, si reca presso la palestra per sbirciare dalle finestre gli allenamenti delle coetanee per poi cercare di imitarle nelle ore di ginnastica a scuola, facendosi notare da tale Gennady Korshunov, il quale convince il Direttore della Scuola ginnica ad affidare Yelena alle cure di sua moglie, una decisione che gli permette successivamente di divenirne l’allenatore, visti i progressi della giovane ginnasta, che ad 11 anni è già la migliore in assoluto tra le sue compagne.

La crescita della Davydova è esponenziale, nel 1973 vince il suo primo torneo internazionale a livello juniores, l’anno seguente viene chiamata a far parte della Nazionale juniores sovietica e nel 1975 si aggiudica i titoli nazionali di categoria al volteggio ed alle parallele asimmetriche, piazzandosi terza nel Concorso Generale, così da compiere il salto di categoria e competere ai massimi livelli interni.

Nonostante i suoi progressi, Yelena – così come la coetanea Shaposhnikova – non viene selezionata per i Giochi di Montreal ’76, in quanto la “collezionista di medaglie” Larisa Latynina, all’epoca Capo allenatore del Team femminile, è sempre ancorata ad un tipo di ginnastica tradizionale, diverso da quello che stavano proponendo le nuove generazioni e che nella rumena Comaneci trova la sua più alta consacrazione.

Proprio le spettacolari esibizioni della Comaneci – la prima, ricordiamo, ad essere premiata con un “10” in una Olimpiade, collezionandone ben 7 in una sola edizione come quella canadese – aprono la strada ad un nuovo modo di interpretare la ginnastica di cui la Davydova è una delle pioniere, soprattutto per l’elevato grado di difficoltà dei suoi esercizi, continuando a mietere medaglie in competizioni quali la “Chunichi Cup” e la “Tokyo Cup” in Giappone, Paese che di tale disciplina se ne intende, tanto che un cronista commenta le sue prestazioni annotando come “sia la giovane Davydova a meritare una maggior attenzione per la difficoltà delle sue esibizioni, essa rappresenta “l’enfant prodige” dell’Unione Sovietica, dotata di non minor talento rispetto alla Kim, Tourischeva o Filatova”.

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Una 16enne Davydova – da gettyimages.co.au

Un giudizio che viene ribadito in occasione di una tournée in Gran Bretagna da parte della squadra sovietica nel 1977, allorché il “Daily Mirror”, nel programma di presentazione dell’evento, la descrive come “la Davydova sia l’unica ginnasta della squadra ad aver perfezionato uno stile tutto suo particolare (una capriola …) per iniziare l’esercizio alla trave”, ma anche per lei, il destino sta per riservare una brutta sorpresa.

Avviene, difatti, che Yelena riporti un grave infortunio in allenamento, con il distacco della rotula dal suo ginocchio, per il quale le viene suggerito di sottoporsi ad un intervento chirurgico, con il rischio di non poter più competere ai massimi livelli, circostanza che la porta a rifiutare una tale evenienza, curandosi con il riposo e trattamenti omeopatici, per poi aver partita vinta grazie alle sue capacità di recupero ed allo spirito di sacrificio.

Pienamente ristabilitasi dall’infortunio, la Davydova fornisce altre eccellenti prestazioni in Giappone, aggiudicandosi il titolo nel Concorso Generale alla prestigiosa “Chunichi Cup” prevalendo per 0,55 punti sulla tedesca orientale Maxi Gnauck, per poi imporsi alle parallele asimmetriche ed al volteggio alla “Tokyo Cup”, così da essere inserita nella formazione sovietica per i Campionati Mondiali di Strasburgo ’78, dove però, con sua grande amarezza, è relegata al ruolo di riserva, senza pertanto poter dar conto della propria abilità.

Quello verso le grandi Manifestazioni internazionali sembra un tabù invalicabile per l’oramai 18enne Yelena, che è costretta a saltare anche la Rassegna iridata di Fort Worth ’79 a causa di un’influenza, ragion per cui l’appuntamento con le Olimpiadi di Mosca rappresenta per lei la prima vera opportunità a livello planetario per mostrare a tutti le sue qualità.

Occorre però superare le “forche caudine” della Coppa dell’Unione Sovietica che si disputa a Mosca dal 19 al 22 giugno ’80, una sorta di “Trials olimpici” e che quattro anni prima l’avevano vista piazzarsi sesta con conseguente esclusione dalla selezione per Montreal, ma stavolta la Davydova si impone con un vantaggio di 0,50 punti sulla Shaposhnikova, 0,80 su Stella Zakharova ed 1,00 sulla Filatova, tanto che il celebre Coach rumeno Bela Karolyi la investe del ruolo di principale avversaria della sua Comaneci, e non si sbaglierà …

Ed ecco, infine, che il 21 luglio ’80 prende il via la rassegna a cinque cerchi con le tre grandi favorite – Unione Sovietica, Romania e Germania Est – a darsi battaglia sul filo dei millesimi di punto nella Prova a Squadre, da cui le prime tre di ogni formazione si qualificano per il successivo Concorso Generale Individuale, portandosi dietro, come preliminare, il punteggio accumulato nella gara a squadra, diviso per due, mentre alle singole specialità sono ammesse solo due atlete per Nazione.

In effetti, la competizione conferma le previsioni della vigilia, con punteggi altissimi e che vedono l’Unione Sovietica aggiudicarsi l’oro con il punteggio complessivo di 394,900 – con la Shaposhnikova a realizzare la miglior performance con 79,150 seguita dalla Davydova con 79,000 e dalla Kim con 78,950 – precedendo di soli 1,400 punti la Romania – con Emilia Eberle e la Comaneci divise da soli 0,050 punti (79,100 a 79,050) – e di 2,350 la Germania Est, nelle cui file però la Gnauck ottiene il miglior punteggio assoluto con 79,350 punti.

Ciò sta a significare che il 24 luglio, giorno del Concorso Generale Individuale, la tedesca orientale parte con un leggero vantaggio costituito dai suoi 39,675 punti rispetto ai 39,575 della Shaposhnikova, i 39,550 della Eeberle, i 39,525 della Comaneci, i 39,500 della Davydova ed i 39,475 della Kim, in pratica sei ginnaste a caccia dell’oro racchiuse nello spazio di appena 0,200 millesimi di punto.

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Davydova alla trave – da gettyimages.com.au

Davydova debutta alla trave, ottenendo un 9,850 dalla giuria che la mantiene in corsa per la medaglia d’oro, anche se dopo due delle quattro rotazioni la Classifica vede ancora avanti la Gnauck, con la sovietica ad aver recuperato la seconda posizione, precedendo la connazionale Shaposhnikova e la Comaneci, terze a pari merito, ma il momento cruciale deve ancora giungere, allorché le quattro pretendenti al titolo sono ancora a stretto contato prima dell’ultima serie di esercizi, dopo che al turno precedente la Comaneci aveva chiaramente dimostrato di non voler abdicare venendo premiata con un “10” nel suo esercizio alle parallele asimmetriche.

La Gnauck guida ancora con un totale di 69,375 e deve esibirsi al volteggio, la Comaneci è seconda con 69,225 e le tocca l’esercizio alla trave, mentre la Davydova, terza a quota 69,200 conclude la sua fatica alle parallele asimmetriche, con però la differenza che la tedesca orientale è la seconda a scendere in pedana per l’esercizio nella sua rotazione, rispetto alla sovietica che si esibisce per settima e la rumena per ottava.

A questi livelli, un vantaggio di 0,150 punti come quello vantato dalla Gnauck è un margine di sicurezza, in quanto con un 9,85/9,90 al volteggio – nelle due prove nella gara a squadre aveva ricevuto un 9,95 ed un 9,90 – la medaglia d’oro non può sfuggirle, ma è altrettanto vero che un esercizio viceversa valutato, come difatti accade, dai giudici con 9,700 può pregiudicare il più alto gradino del podio.

La prestazione della tedesca orientale lascia quindi aperte le porte ad un sorpasso che pareva improbabile per l’atleta di casa, la quale si appresta al proprio esercizio alle parallele asimmetriche con “la tranquillità e l’equilibrio di una ginnasta molto più anziana ed esperta, ogni suo passaggio è perfetto, da autentica Regina della specialità”, riporta lo “United States Olympic Book” nel descrivere l’esibizione della Davydova, premiata dai giudici con un 9,950 che la porta al comando con un totale di 79,150 punti rispetto ai 79,075 della Gnauck, ma deve ancora scendere in pedana la Comaneci per la prova alla trave …

Per poter confermare l’oro di Montreal alla non ancora 19enne rumena occorre pareggiare lo score di 9,950 della Davydova, ed il suo esercizio – apparso agli addetti ai lavori tutt’altro che impeccabile – rende l’atmosfera all’interno del Palazzetto dello Sport elettrica, visto che trascorrono ben 30 minuti prima che appaia il punteggio assegnato dalla giuria, un 9,850 che significa medaglia d’oro per l’idolo di casa, ed argento a pari merito per Gnauck e Comaneci, mentre la Shaposhnikova si ritrova ai margini del podio per soli 0,050 millesimi di punto, penalizzata da un 9,750 ottenuto al corpo libero.

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Davydova e Comaneci sul podio del concorso generale individuale – da pinterest.co.uk

Con già due medaglie d’oro al collo, la Davydova deve ora vedersela con la voglia di rivincita delle sue avversarie nei due singoli attrezzi (trave e volteggio) per le quali si è qualificata – per ironia della sorte, il suo unico “10” ottenuto nella gara a squadre al corpo libero non le è stato sufficiente per detta specialità, a causa del 9,800 nella prima esibizione, visto che sia Kim che Shaposhnikova avevano ottenuto un 9,90 ed un 9,95 a testa – prove che si risolvono ancora in un duello a tre tra sovietiche, rumene e tedesche orientali.

Penalizzata nel volteggio – dove peraltro parte con il quinto miglior punteggio di 9.90 derivante dai preliminari – con un esercizio valutato 9,675 che le garantisce il solo quarto posto, con la magra consolazione che Gnauck e Comaneci fanno ancor peggio, nel mentre la medaglia s’oro va alla connazionale Shaposhnikova, la Davydova ingaggia un’affascinante sfida con la Comaneci alla trave, dove riesce solo parzialmente a recuperare gli 0,100 millesimi (9,950 a 9,850) di svantaggio derivanti dai preliminari, e la sua performance di 9,900 rispetto al 9,850 della rumena le consente di respingere l’attacco della connazionale Shaposhnikova per l’argento, con le tre ginnaste divise da meno di 0,100 punti (19,800 per la Comaneci, 19,750 e 19,725 rispettivamente per le due sovietiche …).

Chiamata a confermarsi l’anno seguente ai campionati Mondiali ’91 che si svolgono ancora nella Capitale moscovita, la Davydova offre il meglio di sé nella prova a squadre, dove contribuisce al successo della formazione sovietica su Cina e Germania Est totalizzando il più alto punteggio di 78,250 tra tutte le partecipanti, per poi incappare in una controprestazione alla trave nel Concorso Generale Individuale, così da essere relegata sul gradino più basso del podio, dietro alle due connazionali Olga Bicherova e Filatova, rispettivamente oro ed argento.

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Yelena Davydova ai Mondiali ’81 – da wagymnastics.wikia.com

Tale delusione la condiziona anche negli esercizi alle singole specialità – che stavolta la vedono qualificata in tutte e quattro le prove – con una nuova prestazione scadente alla trave, dove conclude non meglio che settima, così come resta ai margini del podio al volteggio, per poi andare a medaglia alle parallele asimmetriche – bronzo con 19,700 punti a pari merito con l’americana Julienne McNamara nella gara vinta dalla Gnauck con 19,900 davanti alla cinese Ma Yanhong – ed arrendersi per 0,075 millesimi di punto (19,850 a 19,775) alla connazionale Natalia Ilienko al corpo libero.

All’età di 20 anni, con tre medaglie olimpiche e quattro mondiali, per la Davydova non sembrerebbe ancora giunto il momento di ritrarsi, ma un infortunio alla caviglia al “Grand Prix” a Roma nel 1982 e notizie di un successivo grave infortunio in allenamento riportate dal quotidiano tedesco “Die Welt” (ancorché non filtrate dalla consueta cortina che circondava all’epoca tutto ciò che avveniva in Unione Sovietica …) fecero sì che – data anche l’ancora recente tragedia che aveva colpito la Mukhina – per prudenza si ponesse termine alla sua attività agonistica.

Ma, altrettanto ovviamente, la Davydova non abbandona l’ambiente della ginnastica, nel 1983 sposa Pavel Filatov, unione da cui nascono due figli, e nel 1991, con il crollo dell’impero sovietico, la famiglia si trasferisce in Canada, dove diviene proprietaria della “Gemini Gymnastic”, un Club con sede in Oshawa, nell’Ontario, per poi tornare a respirare l’aria olimpica in occasione dei Giochi di Londra ’12, quale una dei tecnici della Nazionale canadese, allenando Kristina Vaculik, componente del Team che si classifica quinto nella prova a squadre, e quindi essere presente anche all’edizione di Rio de Janeiro ’16, stavolta in veste di giudice nell’esercizio al corpo libero, prima di essere nominata quale membro della Commissione Tecnica della Federazione Internazionale di Ginnastica Femminile …

Provate a trovarne un’altra, che abbia vissuto la sua disciplina sportiva ricoprendo tutti i ruoli che la stessa prevede, se ne siete capaci …

 

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KARIN JANZ, LA GINNASTA TEDESCA ORIENTALE DALLA DOPPIA VITA

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Karin Janz a Monaco ’72 – da:mediastorehouse.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo di maggior splendore delle atlete della ex Germania Orientale, le stesse eccellono, quanto a Sport individuali, principalmente in discipline quali il Nuoto e l’Atletica Leggera, in cui monopolizzano il relativo medagliere in sede olimpica o mondiale.

Analoga situazione non si verifica, però, nella terza specialità tipicamente femminile, vale a dire la Ginnastica Artistica, in cui il compito di contrastare la superiorità della scuola sovietica viene assolto dalle atlete cecoslovacche, capitanate dalla leggendaria Vera Caslavska, e, successivamente, dalle rumene sulla scia della “divina” Nadia Comaneci.

Ma, come sempre, ogni regola ha la sua eccezione, e nel caso in esame essa ha le sembianze di Karin Janz, unica ginnasta dell’ex Repubblica Democratica Tedesca capace di inserirsi per un quinquennio nelle sfide ai massini livelli di tale disciplina.

Nata a Lubben il 17 febbraio 1952, Karin viene indirizzata alla ginnastica dal proprio padre Guido, insegnante di educazione fisica, per poi far parte, all’età di appena 10 anni, della “Erweiterte Oberschule”, sotto la guida di Klaus Helbeck e quindi, avendo dimostrato il suo innato talento per tale disciplina, trasferirsi alla celebre polisportiva della “Dynamo Berlin”, dove è allenata da Jurgen Heritz.

Le qualità di Karin emergono a livello internazionale – dopo che nello stesso anno si è aggiudicata il titolo tedesco orientale nel Concorso Generale Individuale, così come nelle Parallele Asimmetriche, giungendo seconda al volteggio ed alla trave e terza al corpo libero – in occasione dei Campionati Europei di Amsterdam ’67, allorché, appena 15enne, si assicura la medaglia d’argento alle parallele asimmetriche ed il bronzo al volteggio, dopo aver sfiorato il podio nel Concorso Generale Individuale ed alla trave, prove entrambe concluse al quarto posto, nel mentre tutti e cinque gli ori sono appannaggio di una fenomenale Caslavska.

Tali risultati confortano i Dirigenti tedesco orientali nell’inserire la Janz nel Team per le successive Olimpiadi di Città del Messico ’68, selezione capitanata dalla più esperta 22enne Erika Zuchold, argento al volteggio l’anno prima alla Rassegna Continentale.

In un’edizione dei Giochi che consacra la leggenda della più volte ricordata Caslavska – dominatrice assoluta con 4 medaglie d’oro e 2 d’argento, sfuggendole solo a livello individuale la vittoria alla trave – la Germania Est si aggiudica il bronzo nel Concorso Generale a squadre a non troppa distanza (3,750 punti) dalle inarrivabili sovietiche, a propria volta incalzate (382,850 a 382,200) dalla Cecoslovacchia, con la Janz, che conclude al sesto posto il Concorso Individuale alle spalle della connazionale Zuchold, a qualificarsi per le Finali di specialità alle parallele asimmetriche ed alla trave.

Fallito per il minimo scarto esistente in Ginnastica, vale a dire 0,025 punti (19,250 a 19,225), l’accesso al podio nell’esercizio alla trave, la 16enne Karin ha modo di riscattarsi nella specialità in cui riesce a mettere maggiormente a frutto le sue qualità di leggerezza ed armonia, le parallele asimmetriche, dove si inchina solo alla superiorità della Caslavska, con due esibizioni premiate dai giudici con 9,650 (la obbligatoria) e 9,850 (la libera) per un totale di 19,500 che le consente di mettersi al collo la medaglia d’argento, nel mentre la Zuchold conclude non meglio che quinta, dopo essere stata sesta alla trave, salendo però sul secondo gradino del podio con l’argento al volteggio.

Il ritiro dalle competizioni della leggendaria ginnasta ceca, fa sì che al successivo appuntamento costituito dai Campionati Europei di Landskrona, in Svezia, del maggio ’71, la sua eredità venga raccolta proprio dalla Janz, la quale sfiora il clamoroso “pokerissimo” facendo sue ben quattro medaglie d’oro – Concorso Generale Individuale, volteggio, trave, parallele asimmetriche – superata al corpo libero dalla sovietica Olga Karasyova, in una Rassegna Continentale dove si mette per la prima volta in luce la sua coetanea sovietica Ludmilla Tourischeva, con la quale si troverà a rivaleggiare negli anni a venire.

Occasione che si materializza già nella successiva stagione, il cui calendario prevede i Campionati Mondiali ’70 da svolgersi a Lubiana e che, data la scomparsa ad alti livelli delle ginnaste ceche e la non ancora esplosione delle rumene, si risolve in un duello tra sovietiche e tedesche orientali, con le prime a prevalere nel Concorso Generale a Squadre (380,650 a 377,750) ed Individuale, grazie alla Tourischeva che, con 77,050 punti, precede la Zuchold (76,450) e la connazionale Zinaida Voronina, che per soli 0,150 punti (76,150 a 76,000) scalza la Janz dal gradino più basso del podio.

Rappresentanti dell’ex Germania Est che però si prendono la loro rivincita alle singole specialità, con la Janz a confermare la propria superiorità alle parallele asimmetriche, in cui ha la meglio (19,550 a 19,450) sulla stessa Tourischeva e la Zuchold ad affermarsi alla trave, per poi fare addirittura doppietta – Zuchold oro con 19,450 ed Janz argento con 19,350 – al volteggio, relegando sul gradino più basso del podio la Tourischeva, che ha peraltro modo di riscattarsi facendo suo il titolo al corpo libero, in un podio interamente monopolizzato dalle ginnaste sovietiche.

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La Janz alle parallele asimmetriche ai Mondiali di Lubiana ’70 – da:wikimedia.org

Con le Olimpiadi ’72 in programma proprio in Germania – ancorché nella parte occidentale, a Monaco di Baviera – l’attesa per una sorta di “resa dei conti” è altissima, pur con il dubbio delle reali condizioni di forma proprio della oramai 20enne Karin, avendo la stessa saltato per infortunio la stagione 1971, il cui appuntamento principale, costituito dai Campionati Europei di Minsk, vede la completa riscossa dello squadrone sovietico, che fa sue tutte le medaglie d’oro e d’argento nelle cinque prove in programma – nella Rassegna Continentale non è previsto il Concorso Generale a Squadre – con la Zuchold a doversi accontentare di fare incetta di bronzi, portandone a casa ben quattro, salvo che alle parallele asimmetriche, dove questo onore spetta alla connazionale Angelika Hellman.

Anche i meno avvezzi a seguire le Manifestazioni della Ginnastica Artistica ricorderanno come i Giochi di Monaco ’72 siano passati alla storia per le imprese della 17enne sovietica di origini bielorusse Olga Korbut, in lacrime per una caduta alle parallele asimmetriche negli esercizi liberi validi per l’assegnazione della medaglia d’oro nel Concorso Generale Individuale le impedisce di competere per il podio, concludendo al settimo posto una Classifica che, nelle prime 8 posizioni, è costituita da 5 ginnaste sovietiche a tre tedesco orientali.

L’oro va alla Tourischeva, che – iniziate le esibizioni libere a parità di punteggio (38,425 mentre la Korbut era subito dietro con 38,325) con una Janz che aveva messo a frutto l’anno di inattività per recuperare la sua miglior condizione – riesce ad aver la meglio sulla tedesca dell’est solo grazie all’esercizio al corpo libero, dove è premiata con un 9,900 (rispetto al 9,700 di Karin …) che le permette di scavalcarla per il ridotto margine di 0,150 punti (77,025 a 76,875), abbinando così il titolo olimpico individuale a quello a squadre, dove l’Unione Sovietica aveva prevalso sulla Repubblica Democratica Tedesca con quasi 4 punti (380,500 a 376,550) di vantaggio.

Le sue ottime prestazioni, consentono alla Janz di qualificarsi per tutte e quattro le singole specialità, così come, del resto, avviene sia per la Korbut che per la Tourischeva, così che il 31 agosto 1972 le tribune della “Sport Halle” di Monaco di Baviera non presentano alcun posto libero, non volendo gli spettatori presenti perdersi un solo attimo di queste avvincenti sfide.

In uno scenario che vede il pubblico apertamente parteggiare per la piccola (anche di dimensioni, m.1,50 per 38kg.) Olga Korbut, le cui lacrime in diretta hanno fatto il giro del Mondo grazie alle riprese televisive, l’esercizio al volteggio conferma la superiorità delle due tedesche orientali, con la Janz a ribaltare l’esito dei Mondiali di Lubiana ’70 grazie ad un esercizio ai limiti della perfezione premiato con un 9,900 dalla giuria e che le consente di far suo l’oro con il punteggio complessivo di 19,525 rispetto al 19,275 della connazionale Zuchold, precedendo quattro sovietiche, di cui la migliore resta la Tourischeva, bronzo con 19,250.

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Zuchold, Janz e Tourischeva sul podio del Volteggio a Monaco ’72  – da:wikimedia.org

La Korbut, solo quinta al volteggio, si prende le sue rivincite imponendosi sia alla trave davanti alla connazionale Tamara Lazakovich (19,400 a 19,375), con la Janz a riempire il podio con il bronzo a 18,975, che al corpo libero, dove il suo esercizio – premiato con un 9,900 dai giudici – le consente di scavalcare la Tourischeva, che si era presentata con un punteggio migliore derivante dalle eliminatorie, imponendosi per il ristrettissimo margine di 0,025 punti (19,575 a 19,550), con l’altra connazionale Lazakovich a completare un podio interamente sovietico per l’unica specialità che non vede premiata la Janz, che conclude quarta a soli 0,050 punti dal bronzo.

Janz che, con già un oro, due argenti ed un bronzo al suo attivo, ha però ancora da giocare la carta delle parallele asimmetriche, la sua specialità preferita ed in cui ha già conquistato i titoli continentale ed iridato, ed alla cui Finale si presenta già con un discreto margine di vantaggio (9,775 rispetto a 9,650) rispetto alla coppia formata dalla connazionale Zuchold e dalla stessa Korbut.

Con il pubblico apertamente schierato a favore della piccola bielorussa, la giuria però non si fa influenzare e così, nel mentre Olga ed Erika proseguono a braccetto il loro percorso, con un 9,800 per entrambe che significa argento a pari merito, l’esibizione della 20enne Karin viene nuovamente premiata con il 9,900 che le consente di ribadire la propria superiorità a tale attrezzo, nonché di aggiudicarsi la sua seconda medaglia d’oro con largo margine (19,675 a 19,450) rispetto alle sue avversarie.

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Karin Janz alle parallele asimmetriche a Monaco ’72 – da:gettyimages.de

Se avete tenuto bene il conto, se è pur vero che la Korbut se ne esce dai Giochi di Monaco ’72 con il maggior numero di ori (tre, oltre ad un argento), la più medagliata della rassegna a cinque cerchi bavarese è proprio Karin Janz, con ben cinque allori (due ori, altrettanti argenti ed un bronzo) al proprio conto, avendo fallito di poco l’en plein di medaglie con il quarto posto al corpo libero, ma da un punto di vista mediatico, ahimè, la minuscola bielorussa le ha rubato la scena.

Poco male, comunque, perché la Ginnastica è solo un capitolo, una parte della vita di Karin, che a 20 anni decide di abbandonare l’attività agonistica per dedicarsi ad imprese di tutt’altro genere, ma di ben altro spessore ed utilità a livello umanitario.

Già dall’anno precedenti i trionfi di Monaco ’72, la 19enne Karin si era iscritta alla “Humboldt Universitat” di Berlino Est, per poi ottenere la laurea in medicina d’emergenza e quindi seguire un corso all’ateneo “Charité”, dove si specializza in ortopedia dimostrando elevate qualità tanto che il suo lavoro (assieme al collega Kurt Schellnack) nello sviluppo e sperimentazione di un disco artificiale per fronteggiare problemi alla spine dorsale viene considerato all’avanguardia in materia.

Berlin, Entwicklungskollektiv der künstlerischen Bandscheibe
La Janz (a sin.) in veste di medico – da:wikipedia.org

Dopo aver proseguito in campo medico, sia dal punto di vista professionale che didattico, insegnando in diverse Università tedesche, nonché nominata membro onorario della “American Orthopaedic Society for Sports Medicine” nel 1987, a Karin Janz vengono altresì riconosciuti i meriti dell’attività agonistica attraverso l’introduzione nel 2003 nella “International Gymnastic Hall of Fame”, cui segue nel 2011 analogo inserimento nella “Hall of Fame” dello Sport tedesco, ma noi siamo convinti che ella possa andare molto più orgogliosa per il contributo fornito nella ricerca scientifica che non per la sua, peraltro eccellente, carriera sportiva.

E, per una volta, ci sia altresì consentito di “spezzare una lancia” in favore del tanto vituperato (magari anche a ragione …) programma sportivo della Germania Est, avendo la Janz dimostrato che non tutto deve essere per forza demonizzato a prescindere …

 

IL TRIS D’ORO DI ROMEO NERI AI GIOCHI DI LOS ANGELES 1932

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Romeo Neri al Cavallo con maniglie – da seidiriminise.it

articolo di Giovanni Manenti

Dopo che per 20 anni (da Londra 1908 sino ad Amsterdam ’28) le Olimpiadi si sono svolte nel Vecchio Continente, nel 1932 le stesse tornano ad essere organizzate negli Stati Uniti, con l’edizione di Los Angeles a potersi considerare la prima “vera” rassegna a cinque cerchi sul suolo americano, visto che quelli di St. Louis ’04 erano stati più Giochi da baracconi e folcloristici – basti pensare alla sola durata degli stessi, dall’1 luglio al 23 novembre (!!), per rendersene conto – che non una manifestazione sportiva.

Ovviamente ben diversa, con la crescita delle varie discipline, nonché l’allargamento della cultura sportiva a sempre più maggiori Stati, la consistenza e la valenza delle prestazioni messe in atto nel ritorno delle Olimpiadi sul suolo americano, pur se le difficoltà nell’affrontare una tale trasferta limitano la presenza degli atleti europei.

E, dalle Nazioni del Vecchio Continente che si sobbarcano l’onere della traversata atlantica, emerge, a sorpresa, ma non troppo, la spedizione azzurra che in California raggiunge l’apice delle proprie partecipazioni ai Giochi, segnando un insperato, alla vigilia, secondo posto nel Medagliere alle spalle dei mattatori Stati Uniti, portando a casa ben 36 medaglie, equamente ripartite tra ori, argenti e bronzi, risultato eguagliato solo in occasione dei Giochi di Roma ’60.

Delle 12 medaglie d’oro, però, ben 3 vengono messe al collo di un solo atleta, che diviene pertanto il simbolo di tale edizione in chiave azzurra, vale a dire il ginnasta romagnolo Romeo Neri, protagonista della nostra storia odierna.

Nato, difatti, a Rimini il 26 marzo 1903, ultimo di cinque figli, Neri impiega un po’ di tempo prima di dedicarsi alla ginnastica, preferendo in gioventù praticare altre discipline, quali il Nuoto e l’Atletica Leggera, cogliendo, in quest’ultima, il terzo posto ai Campionati italiani nella specialità dei m.400 piani.

Solamente a partire dal 1926, al ritorno dai due anni di servizio militare, Neri si convince a convertirsi a tale nuova attività, su sollecitazione di Giovanni Balestri, Direttore Sportivo della Società “Libertas” di Rimini, il quale ne aveva intuito le potenzialità, potendo altresì affidarlo alle esperte mani dei tecnici, soprattutto di quell’Alberto Braglia, unico ginnasta italiano a fregiarsi per due edizioni consecutive dei Giochi – Londra 1908 e Stoccolma ’12 – del titolo nel Concorso Generale Individuale.

Non ci mette molto, Neri, ad eccellere anche in questa nuova disciplina, e, successivamente alla conquista del titolo italiano alle parallele nel 1926, due anni dopo si laurea Campione italiano nel Concorso generale, oltre ad aggiudicarsi diversi altri tornei a livello nazionale, venendo selezionato per le Olimpiadi di Amsterdam ’28 quale punta di diamante della spedizione azzurra.

L’esordio del 25enne romagnolo nell’arengo olimpico è buono, ma non eccellente, restando ai margini del podio per soli 0,125 millesimi di punto (244,875 a 244,750) nel Concorso Generale Individuale, rispetto alla leggenda jugoslava Leon Stukelj (già oro quattro anni prima a Parigi ’24), per poi contribuire al sesto posto dell’Italia nel Concorso Generale a squadre e qualificarsi per due Finali agli attrezzi, gli anelli e la sbarra.

Ancora beffato per soli 0,16 centesimi di punto (18,83 a 18,67) nella sfida per il bronzo con il cecoslovacco Emanuel Loffler nell’esercizio agli anelli appannaggio dello sloveno di nascita Stukelj, Neri si riscatta alla sbarra, dove coglie il suo primo alloro olimpico con l’argento alle spalle dello svizzero Georges Miez, risultando staccato di soli 0,17 centesimi (19,17 a 19,00) nelle preferenze dei giudici.

L’esperienza accumulata ed i consigli, nonché gli allenamenti, a cui lo sottopone il corregionale, pur se emiliano di Modena, Braglia fanno sì che Neri si prepari a dovere nel quadriennio post olimpico, confermando il titolo italiano assoluto sia nel 1929 che nel ’30, per poi doversi fermare a causa di un infortunio l’anno successivo, ma riuscendo, fortunatamente, a recuperare la migliore condizione fisica in vista dell’appuntamento di Los Angeles ’32, con il vantaggio di avere al proprio fianco proprio Braglia, nominato dalla Federazione quale responsabile della spedizione azzurra.

Sicuramente, il sostegno tecnico e morale del suo tecnico fornisce un contributo importante nelle prestazioni di Neri in terra californiana, fornendo una straordinaria esibizione nei tre giorni di gare, dall’8 al 10 agosto ’32 al “Memorial Coliseum” che vedono assegnare i titoli nel Concorso Generale Individuale ed a Squadre.

Con una prestazione, infatti, senza sbavature né punti deboli, Neri ottiene il secondo miglior punteggio alla sbarra, il terzo agli anelli, parallele e volteggio, ed il quarto al cavallo con maniglie, così da raggiungere di 140,625 punti che gli consente di tenere a debita distanza, con un distacco di quasi 6 punti (che in una disciplina come la ginnastica rappresentano un’enormità …), l’ungherese Istvan Pelle, nel mentre l’ottimo risultato di squadra, con Mario Lertora a chiudere in quarta posizione, Savino Guglielmetti in quinta ed Oreste Capuzzo in settima, fa sì che il Team azzurro salga sul gradino più alto del podio anche nella prova a squadre, con un punteggio complessivo di 541,850 punti, con largo margine sui padroni di casa degli Stati Uniti, che chiudono a quota 522,275, con la Finlandia ad aggiudicarsi la medaglia di bronzo.

La sfida tra il romagnolo ed il magiaro si rinnova negli esercizi ai singoli attrezzi, con quest’ultimo ad avere la meglio al corpo libero, dove conquista l’oro nel mentre Neri conclude ai margini del podio, quarto assieme all’americano Frank Haubold con 27 punti, alle spalle dell’altro azzurro Lertora che si aggiudica il bronzo a quota 27,7 punti rispetto all’inarrivabile Pelle che totalizza 28,8 punti che gli valgono il titolo.

L’ultima parola spetta però all’azzurro, il quale alle parallele ottiene la miglior valutazione da parte della giuria sia negli esercizi obbligatori (28,2) che in quelli liberi (28,7), per un totale di 56,9 che gli consente di tenere a distanza il pur valido ungherese, che conclude la sua prova con l’argento a quota 55,8.

L’eccellente prova d’insieme della spedizione ginnastica azzurra – che vede altresì Guglielmetti fregiarsi della medaglia d’oro al volteggio, Omero Bonoli conquistare l’argento al cavallo con maniglie e Lattuada andare al bronzo agli anelli – per un totale di 4 ori, un argento e due bronzi, fa sì che, al ritorno in patria, il tecnico Alberto Braglia venga insignito del quanto mai meritato titolo di “Cavaliere Ufficiale per meriti sportivi, nel mentre Neri punta ad una terza esperienza olimpica, avendo come obiettivo i Giochi di Berlino ’36.

Le imprese del ginnasta romagnolo non passano inosservate neppure agli occhi dei produttori hollywoodiani che, alla ricerca di un attore a cui affidare la parte del protagonista in “Tarzan, l’uomo della giungla” per una serie di film in fase di produzione dalla famosa casa cinematografica “Metro Goldwin Mayer”, offrono tale ruolo proprio a Neri, il quale declina cortesemente l’invito, non volendo abbandonare la sua casa e la sua gente, una decisione che farà poi le fortune di un altro grande olimpionico, vale a dire il nuotatore americano Johnny Weissmuller, il più celebre Tarzan nella Storia del Cinema.

Per Neri, viceversa, ancorché abbia oramai superato la trentina, la preparazione verso la sua terza Olimpiade prosegue aggiudicandosi nel 1933 il suo quarto titolo italiano assoluto e prendendo parte ai Mondiali di Budapest ’34, rassegna iridata che vede il dominio assoluto dei ginnasti svizzeri, con 13 medaglie sulle 22 a disposizione in campo maschile, di cui ben 6 d’oro sulle 8 prove in programma, con il bottino azzurro limitato ad un solo argento ed altrettanto bronzo, ovviamente ottenuti dal 31enne romagnolo, secondo nel Concorso Generale Individuale e terzo al volteggio.

La non più verde età presenta il conto proprio ai Giochi di Berlino ’36, allorché uno strappo muscolare al bicipite destro durante l’esecuzione di un esercizio impedisce a Neri di poter difendere i titoli conquistati oltre Oceano quattro anni prima, per poi abbandonare definitivamente l’attività agonistica alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Il parallelismo con il suo mentore Alberto Braglia non termina solo con i 3 ori olimpici conquistati a testa, poiché anche Neri diviene allenatore federale, guidando la spedizione azzurra ai Giochi di Helsinki ’52 dove peraltro, con l’ingresso dell’Unione Sovietica nell’arengo olimpico, per le altre Nazioni restano a disposizione solo le briciole, visto che i rappresentanti dell’Urss conquistano ben 22 medaglie complessive tra i settori maschile e femminile.

Un ultimo contributo alla causa della ginnastica italiana viene fornito da Neri allorché è il primo ad intuire e credere nelle potenzialità di Franco Menichelli, da lui fatto esordire in Nazionale appena 16enne nel 1957, facendo sì che, dopo decenni di magra agli attrezzi per gli azzurri – a secco di medaglie da Berlino ’36 sino a Melbourne ’56 – gli stessi tornino sul podio ai Giochi di Roma ’60 con l’argento di Giovanni Carminucci alle parallele ed i bronzi nel Concorso Generale a squadre ed al corpo libero del citato Menichelli, colui che riporta, a distanza di 32 anni, l’Italia alla Gloria olimpica con l’oro al corpo libero alle Olimpiadi di Tokyo ’64, cui unisce l’argento agli anelli ed il bronzo alle parallele.

Trionfi che avrebbero fatto l’indubbia felicità di Romeo Neri, con un altro azzurro dopo di lui a tornare in Italia da un’Olimpiade sulle coste del Pacifico con tre medaglie, ancorché di diverso metallo, al collo, se solo il destino non avesse deciso diversamente, spengendosi nella sua Rimini il 23 settembre 1961, alla ancor giovane età di 58 anni.

Ma quanto le imprese dei due pionieri del panorama ginnico azzurro – il modenese Alberto Braglia ed il riminese Romeo Neri – abbiano avuto rilevanza nelle rispettive città è dimostrato dall’ultima circostanza che li accomuna ad imperituro ricordo, vale a dire il fatto che ad entrambi siano stati intitolati gli Stadi che ospitano gli incontri di calcio di gialloblù e biancorossi, segno tangibile di come le loro imprese siano rimaste impresse in modo indelebile nella storia sportiva lungo la via Emilia.

LA LEGGENDA DELLE PICCOLE GINNASTE PAVESI AI GIOCHI DI AMSTERDAM 1928

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Le ragazze pavesi ad Amsterdam ’28 – da quatarobpavia.it

articolo di Giovanni Manenti

Pur se la Ginnastica artistica è disciplina che si addice alle ragazze, per la grazia e l’armoniosità dei gesti che essa comporta, la stessa deve attendere la settima edizione dei “Giochi dell’Era moderna” per comparire nel programma olimpico, e ciò avviene ad Amsterdam 1928, limitandosi comunque alla sola prova a squadre.

Ed, in ogni caso, che tale Sport non accogliesse ancora i favori nei vari Comitati Olimpici nazionali è confermato dal fatto che solo cinque squadre si presentano alla rassegna a cinque cerchi olandese, vale a dire le padroni di casa, assieme a Francia, Gran Bretagna, Ungheria ed Italia.

Già, è presente anche una rappresentativa azzurra, anche se definirla italiana – non nel senso delle origini, che sono strettamente del Bel Paese, ma per la collocazione geografica della stessa – appare un tantino ridondante, visto che le ginnaste provengono tutte e dodici non solo da una regione, ma addirittura da un’unica città, la lombarda Pavia, dando così vita ad una delle più belle Storie di Sport che si possano raccontare, vale a dire la “Leggenda delle piccole ginnaste pavesi”.

Come molto spesso accadeva in un’epoca ancora pionieristica per molte discipline, nel più puro omaggio al credo olimpico tanto caro al Barone De Coubertin, occorre che vi sia qualcuno che si faccia carico di un simile progetto, e quel qualcuno, nel caso in questione, altri non è che il Professore di Educazione Fisica Gino Grevi, il quale abbraccia entusiasta l’idea di formare una squadra ginnica per le prossime Olimpiadi di Amsterdam, reclutando le migliori allieve delle Scuole della città.

Portato a conoscenza delle autorità comunali per ottenere il necessario sostegno economico per affrontare la trasferta in Olanda, il piano viene approvato all’unanimità, con ciò dimostrando una grande apertura mentale da parte anche delle famiglie delle ginnaste, che non si pongono scrupoli nell’affidare le loro piccole al Prof. Grevi – persona peraltro che godeva di ampia stima negli ambienti cittadini – per un viaggio all’estero, vista la tenera età delle stesse.

L’opera di selezione avviene dopo duri allenamenti nella palestra di via Porta, alternati, quando il tempo lo consente, con esercitazioni all’aperto in Piazza Castello, così che l’intera cittadinanza si potesse rendere conto di come le loro piccole discendenti si stessero preparando con assiduità per non sfigurare nell’arengo olimpico.

Conclusa tale fase, dopo un’ulteriore qualificazione svoltasi a Pallanza, ecco che vengono scelte le 12 ragazze che rappresenteranno l’Italia ai Giochi di Amsterdam, una spedizione di livello adolescenziale, in quanto ben 9 di esse hanno meno di 15 anni, con la piccola Luigina Giavotti di 12 anni non ancora compiuti, tanto da essere tuttora – con i suoi 11 anni e 300 giorni – la più giovane atleta ad aver partecipato ad un’edizione dei Giochi estivi.

Oltre alla citata Giavotti, sono la “veterana”, se così la si può definire, Lavinia Gianoni, che ha compiuto 17 anni il 31 gennaio, nonché Bianca Ambrosetti, Virginia Giorgi, Germana Malabarba, Luigina Perversi, Diana Pizzavini, Anna Tanzini, Carolina Tronconi, Ines Vercesi e Rita Vittadini a comporre la spedizione azzurra, capitanata dalla quasi tredicenne – li compirà il 13 novembre – Carla Marangoni, dimostratasi come colei in possesso delle migliori qualità ginniche.

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Foto di gruppo prima della partenza – da vanillamagazine.it

Penso non sia difficile immaginare l’entusiasmo che anima queste poco più che adolescenti, allorché il 4 luglio 1928 partono per il primo viaggio all’estero della loro vita, con addirittura come meta una Olimpiade, la cui cerimonia di apertura è fissata per il successivo 28 luglio, accompagnate dal Prof. Grevi nonché, a vegliare su di esse, Maria Bisi, la Custode della palestra, da tutte affettuosamente chiamata “Mamma Maria”.

Ai tempi, le gare di Ginnastica si svolgono all’aperto, all’interno dello Stadio Olimpico, che già aveva ospitato le prove di Atletica Leggera in pista, mentre il prato era dedicato, oltre che ai concorsi di tale disciplina, anche agli incontri di Calcio ed alle esibizioni equestri.

Il debutto, per le giovani rappresentanti lombarde, avviene l’8 agosto, con la prova di esercitazione collettiva a corpo libero, ottenendo un significativo terzo posto con il punteggio di 92,75 alle spalle delle ungheresi che, con i loro 99,25 punti, precedono di misura le favorite olandesi, a cui viene assegnato un totale di 98,50 punti.

Decisiva, per l’assegnazione delle medaglie, diviene la seconda prova svoltasi il giorno successivo, nella quale emerge il lavoro fatto in palestra sotto la guida del Prof. Grevi, in quanto trattasi degli esercizi agli attrezzi, e le ragazze patavine si fanno apprezzare superando quota 100 punti (102,00 la votazione ottenuta …), inferiore solo ai 110,00 punti delle olandesi, ma che le pone come serie candidate per la medaglia d’argento, visto che le ungheresi sprofondano racimolando appena 78,00 punti, facendosi scavalcare anche dalle britanniche, che viceversa vengono premiate con un 94,50.

Con una Classifica che, in attesa della terza ed ultima prova costituita dal Volteggio al Cavallo, vede al comando l’Olanda con 208,50 punti, seguita dall’Italia a quota 194,75 e dalla Gran Bretagna con 183,25 nel mentre la sola Ungheria può ancora vantare speranze di podio con i suoi 177,25 punti sinora raccolti e la Francia è irrimediabilmente staccata, chissà come avranno trascorso la notte le nostre giovani studentesse, per le quali il viaggio in Olanda sta per trasformarsi nella gloria di una medaglia olimpica.

La loro tenera età potrebbe far pensare ad un crollo emotivo visto che, ad esempio, la quasi totalità del Team britannico è composta da atlete ben più mature, avendo le stesse oltre 20 anni, ma in certi casi anche quel “pizzico” di incoscienza può giocare a favore e, pertanto, per nulla intimorite od emozionate, le nostre portacolori si presentano ben preparate all’appuntamento conclusivo del 10 agosto 1928, una data che diverrà “storica.

Esibizione che, difatti, le vede consolidare la loro seconda posizione, con un punteggio di 94,25 superato solo dalle olandesi, così da raggiungere uno “score complessivo” di 289,00 punti che le consente di mettersi al collo un argento tanto mai prezioso quanto inaspettato alla vigilia, con la medaglia d’oro appannaggio delle ragazze del Paese organizzatore con 316,75 punti e la Gran Bretagna a respingere il tentativo delle ungheresi di strappar loro il bronzo, “salvato” (258,25 a 256,50) per soli 1,75 punti.

Forse solo al momento della cerimonia di premiazione, oramai smaltita l’adrenalina della competizione, le 12 ragazze si sono rese conto di cosa avevano compiuto, oltretutto avendo da sole eguagliato il bottino di medaglie conquistate dai loro “colleghi” in campo maschile – con il solo Romeo Neri a fregiarsi dell’argento alla Sbarra – ed avendo altresì ricevuto le congratulazioni da parte della Regina Guglielmina, la quale era rimasta vivamente impressionata dalla loro grazia, in rapporto altresì alla tenera età.

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Le “Piccole Pavesi” al momento della premiazione – da gazzetta.it

Al ritorno in Patria, un’intera città è pronta ad accoglierle festosa, ma un altro viaggio è in programma, stavolta nella Capitale, per essere ricevute dal Duce Benito Mussolini in persona, il quale vuole congratularsi con chi ha reso onore al prestigio del Paese, mentre un più tangibile riconoscimento per la loro impresa avviene con la messa a loro disposizione di una somma complessiva di 2.300 lire raccolte con una sottoscrizione dal CONI e un libretto postale da 100 lire per ciascuna, aperto dal Municipio di Pavia.

Affinché quella delle “Piccole ginnaste pavesisi trasformi in leggenda, occorre che la stessa termini qui, cosa che difatti accade, facendo dell’avventura olimpica solo un capitolo, per quanto gioioso ed ineguagliabile, della loro esistenza, da custodire gelosamente nei propri cuori, tornando a dedicarsi con profitto agli studi scolastici, ad eccezione di due loro compagne.

La prima, Bianca Ambrosetti, non potrà raccontare a lungo la propria esperienza, morendo l’anno dopo a soli 15 anni, vittima della tubercolosi, mentre la seconda, la già ricordata Carla Marangoni, continua a gareggiare sino ai 20 anni, per poi stabilire un primato non indifferente di longevità, spengendosi nella nativa Pavia il 18 gennaio scorso (sì, proprio nel 2018 …!!), alla veneranda età di oltre 102 anni, ultima in vita tra tutti coloro che vinsero una medaglia ai Giochi di Amsterdam ’28.

E’ probabile che il Signore l’avesse scelta – lei, Capitana della squadra ai Giochi – affinché potesse tramandare il più a lungo possibile, la “Leggenda delle piccole ginnaste pavesi”, le prime a conquistare una medaglia olimpica nell’intero panorama dello Sport italiano al femminile …

E, scusate se è poco

 

YURI KOROLEV, IL RE SENZA CORONA (OLIMPICA)

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Yuri Korolev ai Mondiali ’87 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nessun dubbio che per atleti di discipline che trovano la loro consacrazione nel quadriennale appuntamento olimpico, una carriera senza un oro ai Giochi od, ancor peggio, una medaglia, possa rappresentare una macchia non trascurabile nel valutare la loro grandezza.

E’ peraltro vero che, svolgendosi tale manifestazione ogni quattro anni, possono esservi impedimenti di varia natura che ne impediscano la partecipazione, ma ciò nulla può togliere al valore tecnico e sportivo dimostrato durante la relativa attività agonistica.

Del resto, analogo paragone lo si può fare con il Calcio dove un “fenomeno” come Alfredo Di Stefano, non solo non si è mai laureato Campione del Mondo, ma non ha neanche mai giocato una singola partita in una Fase finale dei Mondiali e, ciò nonostante, è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi calciatori di ogni epoca.

In uno Sport che proprio nella Gloria olimpica trova la propria sublimazione come la ginnastica, analoga sorte del calciatore argentino è toccata ad Yuri Korolev, atleta russo nato a Vladimir il 25 agosto 1962, la cui brillantissima carriera lo ha visto protagonista negli anni dispari, con una serie di incredibili circostanze che ne hanno impedito la partecipazione alle rassegne a cinque cerchi.

Una delle grandi speranze sovietiche nella ginnastica a livello juniores, Korolev non viene selezionato, data l’ancor giovane età, per le Olimpiadi di Mosca ’80 che rappresentano il “passo d’addio” davanti al proprio pubblico delle stelle Nikolai Andrianov, Aleksandr Tkachyov ed Alexander Dityatin, con il primo a porre fine alla propria carriera, cosa che gli altri due faranno l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali, parimenti ospitati dalla Capitale sovietica.

In un decennio, quello degli anni ’80, in cui il colosso sovietico domina la scena in campo maschile raccogliendo l’eredità giapponese che analoga supremazia aveva dimostrato nella precedente decade, il ricambio generazionale non crea alcun problema alla federazione, come dimostra il fatto che, alla ricordata rassegna iridata, di più alto contenuto tecnico in quanto non inquinata – rispetto ai Giochi moscoviti – dal boicottaggio dei Paesi occidentali, i ginnasti di casa fanno man bassa di medaglie.

Ed è proprio al non ancora 19enne Korolev che i suoi più anziani compagni di squadra consegnano il testimone per la leadership all’interno del team sovietico, dal medesimo raccolto con l’affermazione – oltre che nel Concorso Generale a squadre, in cui l’Urss piega a fatica per soli 0,100 millesimi di punto (588,950 a 588,850) la resistenza dei rappresentanti giapponesi – nel Concorso Generale Individuale, che lo vede mettersi l’oro al collo respingendo per il minimo scarto consentito di 0,025 millesimi di punto (118,375 a 118,350) l’assalto del compagno di squadra Bogdan Makuts, autore di un impeccabile esercizio alla sbarra, premiato con il 10 da parte dei giudici, che gli aveva consentito d recuperare rispetto al 9,900 ottenuto da Korolev.

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Korolev ’81 – da tomtheobald.photoshelter.com

Korolev completa la sua esibizione davanti al pubblico moscovita aggiungendo un terzo titolo nell’esercizio al corpo libero, pur dividendo il gradino più alto del podio con il cinese Li Yuejiu, entrambi accreditati del punteggio complessivo di 19,775 nonché il bronzo al cavallo con maniglie al termine di una serie di eccellenti esibizioni che vedono la giuria premiare con il 10 i primi quattro classificati, con la differenza tra l’oro – appannaggio del cinese Li Xiaoping e del tedesco orientale Michael Nikolay – ed il bronzo spartito tra Korolev e l’ungherese Gyorgy Guczoghy costituita dagli 0,025 millesimi di punto accumulati negli esercizi preliminari.

Con Dityatin ad abbandonare le scene dopo aver conquistato tre ori olimpici e sette titoli iridati e Tkachyov a fare altrettanto con due ori ai Giochi e tre titoli mondiali al proprio conto, la responsabilità di leader della formazione sovietica è ora tutta sulle spalle del 20enne Korolev, il quale non ha fatto altro che confermare alla rassegna moscovita i progressi messi in evidenza già nel corso dell’anno in occasione dei Campionati Europei di Roma ’81, da lui conclusi con i titoli al corpo libero ed agli anelli, ed il secondo posto al volteggio ed al cavallo con maniglie, oltre che nel Concorso generale individuale.

Progressi che vengono ribaditi anche la stagione seguente, in occasione della prova di Coppa del Mondo di Zagabria ’82, a dispetto del bronzo nel Concorso Generale individuale alle spalle del formidabile duo cinese composto da Li Ning e Ton Fei, in quanto Korolev sale sul podio in cinque delle sei singole specialità, con l’oro alle parallele, tre argenti ed un bronzo, a dimostrazione della completezza del suo bagaglio tecnico.

Avvicinandosi l’appuntamento olimpico di Los Angeles ’84, Korolev incappa in un “passaggio a vuoto” in occasione dei Campionati Mondiali di Budapest ’83, ai quali giunge dopo aver conquistato due ori (corpo libero e parallele), altrettanti argenti (concorso generale individuale e cavallo con maniglie) ed il bronzo al volteggio agli Europei di Varna ’83.

In una rassegna che vede l’Unione Sovietica cedere il titolo nel Concorso Generale a squadre, ancorché per soli 0,100 millesimi di punto (591,450 a 591,350), alla ritrovata formazione cinese, la responsabilità cade proprio sulle spalle di Korolev, a causa della sua disastrosa esibizione alla sbarra (penalizzata dai giudici con un 8,850 che a questi livelli vale come un 4 nei tuffi, per capirsi …), circostanza che lo esclude dal Concorso Generale individuale, ottenendo la qualificazione, limitata a due ginnasti per Nazione, a sole tre singole specialità, non andando oltre il quarto posto al corpo libero, a soli 0,050 millesimi di punto (19,800 a 19,750) dal bronzo del cinese Li Ning, per poi chiudere in quinta posizione al cavallo con maniglie ed in sesta alle parallele.

Poco male, comunque, per il team sovietico, in quanto la rassegna iridata consente di ammirare il talento dell’appena 16enne Dmitry Bilozerchev, protagonista assoluto di tale edizione dei Mondiali con quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale, anelli, sbarra e cavallo con maniglie), oltre all’argento a squadre ed al corpo libero.

Una compagine, quella sovietica dove, come avrete senz’altro capito, non ci si può certo “cullare sugli allori”, in quanto vi è subito pronto un compagno a scalzarti dalle gerarchie, ragion per cui l’attenzione e la concentrazione devono sempre essere ai massimi livelli se si vuol essere sicuri di un posto in squadra.

Selezione che, in ogni caso, non sarebbe certo sfuggita alle due punte di diamante dello squadrone sovietico in vista dei Giochi di Los Angeles ’84 se solo il proprio Governo non avere inteso rendere la pariglia agli Stati Uniti con il contro boicottaggio rispetto a quanto da loro posto in atto quattro anni prima, e così a Korolev tocca assistere via etere alle evoluzioni di Li Ning che in tale rassegna conquista tre medaglie d’oro, due d’argento ed una di bronzo, pur se il concorso generale è appannaggio del giapponese Koji Gushiken.

Ed a Korolev, colpito da lutto familiare per la perdita del padre, viene risparmiata la partecipazione al “surrogato” costituito dai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi ad Olomouc, in Cecoslovacchia, tra i Paesi del blocco sovietico, utili solo a Bilozerchev per tenersi in forma, con cinque ori ed un bronzo al proprio conto.

L’opportunità di dimostrare a Li Ning & Co. la scarsa valenza delle loro medaglie olimpiche giunge l’anno seguente con i Campionati mondiali in programma a Montreal, nei quali la stella attesa è proprio il non ancora 20enne compagno di squadra di Korolev, soprattutto sulla scia del “quasi cappotto” fatto registrare agli Europei di Oslo ’85, dove conquista sei ori, fallendo il gradino più alto del podio solo al volteggio, se non fosse che lo stesso incappa un incidente d’auto che rischia di compromettergli la carriera.

Con il proprio leader fuori dai giochi, la rinnovata compagine sovietica – in cui primeggiano anche il 20enne Vladimir Artemov ed il 19enne Valentin Mogilny – si affida a Korolev per ribadire la propria superiorità a livello planetario e, stavolta, lo stesso non delude le aspettative, contribuendo a riportare l’Urss sul gradino più alto del podio nel Concorso Generale a squadre, vinto con ampio margine (585,650 a 582,360) sulla Cina, per poi fornire una dimostrazione del proprio valore nel Concorso individuale.

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Korolev ai Mondiali ’85 – da pinterest.com

Qualificatosi per gli esercizi liberi con il terzo punteggio di 58,750 alle spalle del connazionale Artemov e del tedesco est Sylvio Kroll (entrambi a quota 58,900), Korolev ribalta la situazione con tre 9,900 due 9,850 ed un 9,700 al cavallo con maniglie che gli consentono di concludere la prova con 117,850 punti complessivi, così da staccare di 0,300 millesimi Artemov, argento, e di 0,550 Kroll, bronzo, ed aggiudicarsi il suo secondo titolo mondiale nel Concorso Generale a quattro anni di distanza dal trionfo di Mosca ’81.

A queste due medaglie d’oro, Korolev ne aggiunge altre due al volteggio ed agli anelli – in questo caso dividendo il primo posto con Li Ning con 19,750 punti a testa – completando il suo personalissimo show con l’argento al corpo libero, cedendo di misura per il più ristretto dei margini (19,750 a 19,725) al cinese Tong Fei.

Con Bilozerchev ancora ai box per recuperare dal grave incidente, è ancora Korolev a rivaleggiare con Li Ning alla Coppa del Mondo a Pechino ’86, dividendo a pari merito il titolo nel Concorso generale individuale, per poi primeggiare nel computo delle medaglie nelle singole specialità, con tre ori e due argenti rispetto ai due ori ed un bronzo del cinese e quindi, in occasione della prima edizione dei “Goodwill Games”, svoltasi a Mosca con l’intenzione di agevolare il clima di distensione tra le due super potenze dopo i ricordati boicottaggi olimpici, ribadire la propria superiorità con il successo nel Concorso Generale individuale con largo margine sul connazionale Artemov, nonché con altre tre medaglie d’oro ai singoli attrezzi.

Per Korolev, oramai 25enne, si profila una ultima possibilità per ottenere la “Gloria olimpica”, vale a dire la partecipazione ai Giochi di Seul ’88, in preparazione dei quali si presenta alla sua quarta rassegna iridata di Rotterdam ’87, a cui partecipa anche il redivivo Bilozerchev, il quale ha sorprendentemente recuperato dall’incidente che stava per costargli addirittura l’amputazione della gamba sinistra.

Con anche Valeri Liukin a comporre un “poker d’assi” che non ha eguali a livello mondiale, la formazione sovietica non ha alcuna difficoltà ad imporsi nel Concorso Generale individuale con un vantaggio abissale (589,750 a 583,350) sulla Cina di un irriconoscibile Li Ning e, per comprenderne le qualità, il punteggio complessivo di Korolev – pari a 117,950 – lo escluderebbe dal Concorso individuale in quanto solo quarto tra i suoi compagni, visto che il regolamento consente l’accesso a soli tre ginnasti per Nazione.

Per sua buona sorte, Liukin – che agli Europei di Mosca dello stesso anno lo aveva preceduto nella medesima prova – è costretto a dare forfait per un infortunio al ginocchio, e così Korolev può recuperare una posizione, andando addirittura ad insidiare l’oro di Bilozerchev grazie ad una strepitosa esibizione al volteggio premiata con il 10 da parte dei giudici, sfuggendogli il suo terzo titolo nel concorso individuale per l’inezia di 0,025 millesimi (118.375 a 118,350) in un podio interamente sovietico con il bronzo di Artemov a quota 118,125.

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Korolev ai Mondiali ’87 – da gettyimages.ae

L’indiscussa supremazia dei rappresentanti dell’ex Urss è poi confermata ai singoli attrezzi, con Bilozerchev ad affermarsi alla sbarra ed al cavallo con maniglie (sia pur a pari merito con l’ungherese Zsolt Borkai), Artemov alle Parallele e Korolev agli anelli, dove ha la meglio (19.875 a 19,825) sulla coppia formata dallo stesso Bilozerchev e da Li Ning, all’ultimo acuto della sua carriera.

Per Korolev, nato nel 1962, i Giochi coreani di Seul ’88 rappresentano l’ultima chiamata per mettersi al collo un oro olimpico, dando quanto meno per scontato il successo nel concorso a squadre, cosa che difatti accade con largissimo margine (593,350 a 588,450) sulla Germania Est, solo che su quel podio, a ricevere la medaglia, ci sono i suoi compagni di allenamento e non lui, il cui sogno a cinque cerchi viene stroncato dal più frequente degli infortuni per un ginnasta, vale a dire la rottura del tendine di Achille, che pone di fatto fine alla sua, comunque, straordinaria carriera.

E così, mentre i suoi compagni fanno incetta di ori, con stavolta toccare ad Artemov ritagliarsi la copertina con il successo nel Concorso Generale individuale – in un podio completato da Liukin, argento, e da Bilozerchev, bronzo – alle parallele ed alla sbarra, il nome di Korolev rischia di scomparire nell’oblio in quanto solo la “Gloria olimpica”, con tutti i fari e gli occhi del mondo proiettati su di essa, pone un atleta alla ribalta assoluta.

Cosa importa, dunque, che Korolev abbia vinto in carriera un totale di 34 medaglie tra Campionati mondiali, europei e Coppa del Mondo, un bottino che lo pone nettamente in vetta alla graduatoria tra coloro che non hanno mai conquistato una medaglia olimpica – dietro di lui i connazionali Bogdan Makuts e Valentin Mogilny con 18 e 17 allori rispettivamente – e che il suo ricordato palmarès, Olimpiadi comprese, gli consenta di essere in ogni caso il terzo ginnasta più medagliato di ogni epoca in campo maschile, a pari merito con il connazionale Dityatin e preceduto solo da Vitali Scherbo con 51 allori e da Andrianov con 48.

Da un punto di vista squisitamente tecnico, un titolo mondiale ha la medesima valenza di un oro olimpico, e solo la diversa risonanza e copertura mediatica privilegiano il secondo, e, pertanto, Korolev può a giusta ragione essere considerato tra i “più grandi di tutti i tempi” nel panorama ginnico universale e, se qualcuno di voi non ne aveva mai sentito parlare, ci siamo noi di “SportHistoria” a rinfrescare la memoria…

 

MARY LOU RETTON, UN ORO PER DIVENIRE UNA “STAR”

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Mary Lou Retton – da biography.com

articolo di Giovanni Manenti

Poche altre Nazioni che non siano gli Stati Uniti sono in grado di esaltare le imprese sportive dei loro idoli, facendone vere e proprie icone dentro e fuori l’ambito delle rispettive discipline, e non può esservi occasione migliore al riguardo delle Olimpiadi di Los Angeles, ultimo rigurgito della “guerra fredda” tra le due super potenze Usa ed Urss prima del futuro disgelo.

Il “contro boicottaggio” da parte dei Paesi costituenti il blocco sovietico dopo l’assurda decisione del Presidente americano Jimmy Carter di non partecipare ai Giochi di Mosca del precedente quadriennio, fa sì che venga a mancare la sfida sportiva tra queste due diverse concezioni di fare sport, ciò nondimeno i “Media” dello zio Sam sfruttano la circostanza per celebrare oltre misura le prestazioni dei loro rappresentanti, primo fra tutti Carl Lewis, il quale eguaglia in Atletica Leggera la leggendaria impresa compiuta nel 1936 a Berlino da Jesse Owens nell’aggiudicarsi quattro medaglie d’oro.

In questa spasmodica ricerca di “personaggi da copertina”, ecco che viene loro incontro una 16enne ragazzina la quale infiamma il pubblico presente sulle tribune del “Pauley Pavillon” della celebre Università di UCLA della metropoli californiana nel corso delle gare di ginnastica artistica.

Specialità, quest’ultima, che da quando l’Unione Sovietica partecipa alla rassegna a cinque cerchi, vale a dire dall’edizione di Helsinki ’52, ha sempre visto le sue ragazze aggiudicarsi la medaglia d’oro nel concorso generale a squadre, mentre nel concorso individuale il gradino più alto del podio non è mai sfuggito ad una rappresentante dell’Europa dell’Est, con la cecoslovacca Vera Caslavska e la rumena Nadia Comaneci le sole ad interrompere la dittatura sovietica.

Proprio le evoluzioni della non ancora 15enne Comaneci ai Giochi di Montreal ’76 colpiscono a tal punto Mary Lou Retton, una bambina al tempo di appena 8 anni essendo nata a Fairmont, in West Virginia, il 24 gennaio 1968, incollata davanti al televisore ad emozionarsi di fronte alle esibizioni della fenomenale ginnasta rumena, da invogliarla a praticare anch’essa tale disciplina, per cercare di ripercorrerne, almeno in parte, la carriera.

Mary Lou, nata con una displasia all’anca che la porterà in seguito a doversi sottoporre ad intervento chirurgico una volta terminata l’attività agonistica, ha origini italiane da parte di padre, tant’è che il cognome dei suoi avi era Rotunda, successivamente americanizzato, e si dedica alla sua passione presso la sua città natale, per poi trasferirsi a Houston, nel Texas per avere il suo secondo incrocio con la sua musa Nadia Comaneci, nel senso che viene allenata da Bela Karoly e da sua moglie Marta, proprio coloro che avevano portato Nadia alle più alte vette del panorama ginnico mondiale e che avevano “disertato” durante un tour nel 1981, chiedendo asilo politico agli Stati Uniti.

Sotto la loro guida, la minuscola Retton (alta non più di m.1,45 per 42kg.) non tarda a farsi un nome all’interno del proprio Paese imponendosi nell’edizione 1983 della “American Cup”, manifestazione nata nel 1976 ed al cui esordio aveva visto trionfare proprio la Comaneci, e giungendo seconda ai Campionati Usa alle spalle di un’altra allieva di Karoly, Dianne Durham, prima di dover rinunciare a partecipare ai Campionati Mondiali di Budapest a causa di un infortunio al polso.

Consapevole del fatto che le Olimpiadi in terra californiana rappresentano la sua unica occasione per emergere a livello mondiale, la Retton si prepara all’evento, confermando il successo dell’anno precedente alla “American Cup”, cui stavolta unisce la vittoria anche ai Campionati nazionali così come ai Trials olimpici, salvo rischiare ancora una volta di perdere una tale opportunità.

Accade, difatti, che mentre si sta allenando al Centro Olimpico, nel sedersi per firmare degli autografi, Mary Lou senta il suo ginocchio bloccarsi, dovendo pertanto ricorrere ad un intervento chirurgico a sole cinque settimane dall’inizio dei Giochi, operazione fortunatamente perfettamente riuscita e che le consente di prendere parte alla rassegna olimpica.

Rassegna, come detto in premessa, cui sono assenti i Paesi costituenti il blocco sovietico, con un’unica, ma fondamentale, eccezione, quanto meno per quanto attiene alla ginnastica ed, in particolare per quella femminile, con la partecipazione delle rappresentanti della Romania, alla quale si unisce, per la prima volta nella Storia dei Giochi, la Repubblica Popolare Cinese.

Nel Paese balcanico, l’eredità della Comaneci è stata raccolta da Ecaterina Szabo – curiosamente nata il 22 gennaio, due giorni solo prima della Retton, pur se di un anno più anziana (o meno giovane, nella circostanza …) essendo del 1967 – la quale si era messa in luce ai Campionati Mondiali di Budapest dell’anno precedente con l’argento a squadre ed il bronzo individuale nel Concorso generale, nonché con l’oro al corpo libero e l’argento al volteggio ed alle parallele asimmetriche.

Individuata nella rumena l’avversaria da battere, ecco che le ginnaste scendono in pedana il 30 luglio 1984 per le esibizioni che determinano il successo nel Concorso generale a squadre, il cui punteggio complessivo di ogni atleta, diviso a metà, serve poi da base per l’assegnazione delle successive medaglie nella prova individuale.

La sfida, come logico che fosse, si risolve in una lotta a tre tra Romania, Usa e Cina, con le rumene a prevalere di un soffio (392,200 a 391,200) sulle padrone di casa, ma al cui interno si verifica un evento che condiziona il podio della successiva gara individuale.

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Mary Lou Retton alla trave ai Giochi ’84 – da gettyimages.it

Succede, infatti, che mentre la Retton si mantiene su di un elevato standard di rendimento in tutti e quattro gli esercizi, tanto da concludere con il miglior punteggio di 79,050 (si consideri che il massimo raggiungibile è 80,00), la Szabo, pressoché perfetta sia al volteggio (9,950) che al corpo libero (9,975) ed in linea alla trave con 9,850 incappi in una fatale indecisione nella sua seconda esibizione alle parallele asimmetriche, penalizzata con un 9,30 dalla giuria per un 9,600 totale che la porta al secondo posto con 78,750 punti, a 0,300 di distanza dall’americana.

Per chi non è addentro a detta disciplina può pensare che si tratti di uno scarto risibile, oltretutto ridotto della metà allorché il 3 agosto Retton e Szabo affrontano le prove che assegnano il titolo nel Concorso generale individuale, con la prima che parte da una base di 39,525 punti rispetto ai 39,375 dell’avversaria, ma a livello di eccellenze come in questi casi, anche il più minimo scarto può essere determinante.

Con tutta l’attenzione della platea rivolta alle evoluzioni delle due rivali per l’oro, la Szabo recupera lo svantaggio grazie all’esercizio alla trave, ottenendo un 10 rispetto al 9,80 della Retton che la porta in vetta alla graduatoria provvisoria, nel mentre lo scarto di 0,050 millesimi di punto che si registra prima a favore della rumena alle parallele asimmetriche (9,900 a 9,850) e quindi dell’americana (10,000 a 9,950) al corpo libero, non sposta il divario che, prima dell’ultima esibizione al volteggio, vede l’erede della Comaneci avanti per 69,225 a 69,175, con uno scarto di 0,050 millesimi a suo favore.

Szabo che ottiene 9,900 nella sua prova al volteggio, così da raggiungere lo “score” finale di 79,125 ragion per cui alla Retton non serve altro che “l’esecuzione perfetta” se vuole salire su quel più alto gradino del podio olimpico dove aveva visto mettersi l’oro al collo il suo idolo di bambina Nadia Comaneci, dovendo cercare di tenere altissima la concentrazione del momento, con gli occhi di un intero Palazzo dello Sport puntati su di lei, oltre a quelli di milioni di americani davanti alla Tv.

Il volteggio, come specialità, consente alle ginnaste di avere a disposizione due prove e per la classifica vale la migliore delle due, così che il primo tentativo della Retton “paga” una leggera incertezza nell’atterraggio, spostando il piede sinistro, così da essere valutato non meglio di 9,800 punteggio utile solo per consolidare la medaglia d’argento.

Nel “clan Karoly” a bordo pedana le preoccupazioni non sono poche, temendo che l’eccessiva pressione sul ginocchio reduce dal recente intervento chirurgico possa comportare una dolorosa ricaduta, ma quando vi è da cogliere una “occasione che passa una sola volta nella vita” non si può stare a fare troppi calcoli ed ecco che la piccola Mary Lou, dopo il saluto di rito, prende decisa la rincorsa, stacca sulla pedana, si libra in volo e ricade a piedi perfettamente uniti per un’ovazione che si alza altissima sugli spalti in attesa del verdetto della giuria che non può che essere di 10 per la conquista, non solo del primo oro, ma addirittura della prima medaglia olimpica nel Concorso generale individuale da parte di una ginnasta americana.

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Il volteggio che vale l’oro per la Retton – da daveblackphotography.com

Capirete ora – con le due ragazze divise (79,175 a 79,125) da soli 0,050 millesimi di punto – quanto sia pesata per la Szabo quella indecisione alle parallele asimmetriche nella prova generale a squadre, che altresì la esclude dalla Finale per tale attrezzo, pur compensata dai tre ori conquistati nelle prove di specialità, che la portano a dividere quello alla trave con la compagna Simona Pauca (19,800 per entrambe, con la Retton fuori dalle medaglie per 0,100 millesimi rispetto alla connazionale Kathy Johnson), per poi imporsi con il più ridotto margine possibile di 0,025 millesimi (19,975 a 19,950 rasentando pertanto la perfezione) sull’americana Julianne McNamara al corpo libero, con la Retton bronzo con 19,775 e quindi prendersi la rivincita su quest’ultima al volteggio, ancora per il medesimo risicato distacco (19,875 a 19,850), mentre la Retton conclude la sua Olimpiade anche con il bronzo alle parallele asimmetriche, in cui il più alto gradino del podio se lo dividono la citata compagna McNamara e la cinese Ma Yanhong.

Sin troppo logico ed intuitivo che la stella della rassegna sia stata la rumena Szabo, con quattro medaglie d’oro e l’argento nel Concorso generale individuale, ma nel “Paese a stelle e strisce” il personaggio da celebrare non può essere altri che la piccola Mary Lou – che comunque si porta anch’essa a casa cinque medaglie – la quale ha dalla sua anche il fatto di aver dovuto superare problemi fisici di non poco conto, senza dimenticare il fatto di essere allenata da una coppia di esuli rumeni, circostanza su cui i “media” Usa vanno a nozze in contrapposizione al “regime sovietico”.

Ed in più, il che non guasta, a costruire l’immagine positiva di Mary Lou contribuisce senza alcun dubbio l’innata grazia e simpatia cui unisce un sorriso accattivante tale da farla in un attimo divenire “la fidanzata d’America” ed essere nominata dalla rivista specializzata “Sports Illustrated” quale “Atleta Femminile dell’anno”, oltre ad apparire nella pubblicità di una nota marca di cereali.

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Mary Lou con Reagan – da gettyimages.it

Addirittura la sua enorme popolarità nel Paese viene altresì sfruttata in politica dalla corrente repubblicana del Presidente Ronald Reagan, in carica al momento dei Giochi di Los Angeles, quale supporto nella campagna per la rielezione, conclusa vittoriosamente nel novembre dello stesso anno con una schiacciante superiorità, successo al quale ha sicuramente in parte contribuito anche l’assidua presenza dell’ex attore alle gare olimpiche, un modo molto pratico per rafforzarne l’immagine, pure se quella di lui, uomo ben piazzato fisicamente, accanto allo “scricciolo” Mary Lou non può non far sorridere.

Divagazioni a parte, a noi fa più piacere pensare che le esibizioni in pedana e la successive pubblicità della Retton siano state alla base della nascita del movimento ginnico femminile negli Stati Uniti, dominatore da inizio del corrente secolo, ad iniziare proprio da Shannon Miller – la quale aveva 7 anni all’epoca dei Giochi californiani – e successivamente capace di emergere a livello mondiale per un quinquennio ad inizio anni ’90, così come era capitato a Mary Lou assistendo alle evoluzioni della Comaneci.

Se così fosse, questa – al di là di ogni altra manifestazione di contorno – sarebbe la più bella eredità che Mary Lou Retton avrebbe mai potuto lasciare alla causa della ginnastica Usa.

 

DMITRY BILOZERCHEV, GLORIA ED ECCESSI DI UN TALENTO SENZA EGUALI

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Dmitry Bilozerchev – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Se chiedete agli addetti lavori chi sia stato il talento più puro nel panorama ginnico mondiale degli ultimi 50 anni in campo maschile, la stragrande maggioranza di loro vi farà un nome che ai più forse non dice granché, ma per chi, viceversa, ha avuto l’occasione (e la fortuna …) di assistere alle sue esibizioni sin dalla più giovane età, la scelta non potrà che trovare il relativo consenso.

Il personaggio in questione altri non è che Dmitry Bilozerchev, nato a Mosca in prossimità del Natale 1966, ginnasta sul quale si fondano le speranze della Federazione sovietica nell’ambito del ricambio generazionale dopo il ritiro dei “mostri sacriMikhail Voronin, Nikolai Andrianov ed Alexander Dityatin.

Una scuola, quella sovietica, che nel corso degli anni ’70 si è dovuta scontrare con l’altrettanto formidabile formazione giapponese dei Sawao Kato, Nakayama, Tsukahara ecc., nei cui confronti è mancata la resa dei conti in occasione dei Giochi di Mosca ’80, a causa dell’adesione del Paese del Sol Levante all’assurdo boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma che da sempre è una fucina di talenti senza eguali,

Con il ritiro dalle scene di Andrianov davanti al proprio pubblico, sulle pedane dello Stadio Lenin nel corso delle Olimpiadi di Mosca, e Dityatin a fare altrettanto l’anno seguente, così come anche Aleksandr Tkachyov, in occasione dei Mondiali ’81 svoltisi nella Capitale sovietica, si rende necessario trovare un nuovo leader su cui fare riferimento ed i tecnici non hanno timore a calare il loro “asso nella manica”, ancorché appena sedicenne.

E non vi è niente di meglio per saggiare le qualità del giovane Bilozerchev di quanto preveda l’anno 1983, in cui sono in programma sia i Campionati Europei di Varna ’83 – che all’epoca, erano una sorta di Olimpiade, Giappone a parte – che i successivi Mondiali di Budapest ’83.

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Bilozerchev a 16 anni – da gymnast.bplaced.com

Fiducia immediatamente ben ripagata, visto che alla rassegna continentale Bilozerchev si aggiudica ben quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale ed anelli, volteggio e sbarra), il che conforta i tecnici sovietici sulla bontà della loro scelta in vista del confronto con le potenze asiatiche, alle quali, oltre al più volte ricordato Giappone, si è ora aggiunta anche la Cina del fenomeno Li Ning.

E Li Ning, in effetti, fa il fenomeno, contribuendo, assieme ai connazionali Tong Fei e Lou Yun, al titolo iridato cinese nel concorso generale a squadre, dove peraltro Bilozerchev fornisce un primo assaggio delle sue potenzialità vedendosi assegnare due 10 nell’esercizio al cavallo con maniglie, pur se l’oro a squadre sfugge all’Unione Sovietica per un soffio, visto lo scarto di appena 0,100 millesimi di punto (591,450 a 591,350) che separa le due formazioni, con il Giappone, trascinato dall’ultimo reduce del “Dream Team” degli anni ’70, vale a dire Koji Gushiken, ad occupare il gradino più basso del podio, con 588,850 punti.

Sfida ai massimi livelli che si accende ancor più in occasione del concorso generale individuale, a cui Bilozerchev accede con il miglior punteggio di entrata di 59,350 (pari alla metà dei punti ottenuti nella prova a squadre) alla pari con il cinese Tong Fei, rispetto al 59,200 di Li Ning ed al 59,025 di Gushiken.

Ma, mentre il più esperto Tong Fei si autoelimina dalla contesa con due banali errori sia al volteggio che alla sbarra, il 16enne russo non conosce tentennamenti, incantando la giuria con tre esercizi in cui la sua figura impeccabile, lo stile e la tecnica risaltano sino a raggiungere la perfezione assoluta, visto che vengono premiati con il 10 le sue esibizioni sia al corpo libero che al volteggio ed alla sbarra – nel mentre, per intendersi, le prove agli anelli, parallele e cavallo con maniglie ottengono 9,950 sia chiaro – per un punteggio complessivo di 119,200 punti che lo porta, a tutt’oggi, ad essere il più giovane ginnasta di ogni epoca ad aggiudicarsi il titolo iridato nel concorso generale individuale, alle cui spalle si piazzano Gushiken con 118,425 punti ed il connazionale Artur Akopyan, che divide il terzo gradino del podio con il cinese Lou Yun, mentre Li Ning conclude non meglio che sesto.

Le ricordate prestazioni, fanno sì che Bilozerchev acquisisca il diritto a disputare le Finali di cinque singole specialità (escluse le parallele), confermandosi anche in tale circostanza, non andando a medaglia solo nel volteggio, mentre si impone al cavallo con maniglie, sbarra ed anelli (in questo caso alla pari con Gushiken), dove ottiene altrettanti 10 cui unisce l’argento al corpo libero, prova in cui il 9,950 assegnatoli dai giudici lo pone, per il più ridotto degli scarti verificabile in ginnastica, vale a dire 0,025 millesimi di punto (19,900 a 19,875) alle spalle del cinese Tong Fei.

Sei medaglie, di cui quattro ori e due argenti, fanno del non ancora 17enne sovietico il protagonista assoluto della rassegna iridata, e la possibile attrazione delle successive Olimpiadi di Los Angeles ’84 in cui ripetere la sfida a cinesi e giapponesi che, viceversa, se la vedono tra loro – con Li Ning a dominare la scena con tre medaglie d’oro, due d’argento ed una di bronzo, pur se il concorso generale individuale viene vinto da Gushiken – a causa del “contro boicottaggio” imposto dal Governo di Mosca ai Paesi del blocco sovietico.

Una disdetta, per Bilozerchev, sicuramente non lenita dalle cinque medaglie d’oro – concorso generale individuale ed a squadre, anelli, sbarra e cavallo con maniglie – oltre al bronzo al volteggio, che si aggiudica ai “Giochi dell’Amicizia” svoltisi ad Olomouc, in Cecoslovacchia, in contrapposizione alla rassegna a cinque cerchi, in pratica una sfida con i ginnasti bulgari, ungheresi e tedesco orientali, ma d’altronde la sua giovanissima età può consentirgli di sperare in occasioni future.

Occasioni che, viceversa, rischiano di non potersi mai più verificare allorquando viene fuori il “lato oscuro” del giovane talento, vale a dire la sua eccessiva predisposizione per l’alcool, il che lo porta – dopo aver sbaragliato il campo in occasione dei Campionati europei di Oslo ’85 dove sfiora un clamoroso en plein con l’argento al volteggio dopo aver conquistato l’oro sia nel concorso generale individuale che al corpo libero, anelli, sbarra, parallele e cavallo con maniglie – ad un passo dal prematuro abbandono dell’attività.

Succede, difatti, che Bilozerchev festeggi un po’ troppo l’exploit continentale, ubriacandosi di champagne per poi abbandonare senza autorizzazione il campo di allenamento e mettersi alla guida dell’auto di suo padre appena dieci giorni dopo aver preso la patente, con la quasi logica conseguenza di andarsi a schiantare contro un albero.

Trasportato in ospedale con una gamba maciullata (fratturata in oltre 40 punti …!!), Bilozerchev deve alla sua condizione di campione se i medici soprassiedono dal procedere all’amputazione dell’arto ed, altrettanto miracolosamente, dopo essere scampato alla morte, la forte fibra del giovane consente al medesimo, nonostante una successiva operazione alla caviglia subita nel 1986 nell’ambito del percorso di riabilitazione, di presentarsi nuovamente sulla scena internazionale ai Campionati mondiali di Rotterdam ’87, ancorché siano in molti a dubitare delle sue effettive possibilità di competere ai massimi livelli.

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Bilozerchev dopo l’incidente alla gamba – da worldpressphoto.org

Ed anche se i suoi compagni – Yuri Korolev in testa, con quattro medaglie d’oro, tra cui il concorso generale individuale ed a squadre – non lo avevano di certo fatto rimpiangere in occasione della rassegna iridata di Montreal ’85 risoltasi, visto il calar del Sol Levante, dal quale il Giappone dovrà attendere 30 anni prima di risollevarsi, in una sfida a due contro i ginnasti cinesi, l’attesa per rivedere all’opera la classe ed il talento di Bilozerchev è altissima.

L’oramai 20enne moscovita dimostra che i due anni di sacrifici e duri allenamenti non sono stati spesi invano e che sulle pedane è sempre in grado di fare la differenza e, ben spalleggiato dai compagni di squadra Korolev, Vladimir Artemov e Valeri Liukin, porta il team sovietico ad una netta affermazione nel concorso generale a squadre con 589,750 punti ed oltre 6 di vantaggio sul team cinese di un Li Ning oramai in chiaro declino.

Che lo squadrone sovietico non sia disposto a far sconti a nessuno viene dimostrato nella successiva assegnazione delle medaglie nel concorso generale individuale che si risolve in una “lotta in famiglia” nella quale Bilozerchev riesce a confermare il titolo iridato di quattro anni prima a Budapest per il classico rotto della cuffia, totalizzando appena il famoso minimo margine di 0,025 millesimi (118,375 a 118,350) sul compagno Korolev, con Artemov a completare il podio, per poi andarsi a confrontare nelle singole specialità, in cui il bicampione assoluto si qualifica per ognuna di esse, salvo che al corpo libero.

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Bilozerchev al cavallo con maniglie ai Mondiali ’87 – da wikipedia.org

Solo il volteggio – in cui perde il bronzo per soli 0,038 millesimi di punto (19,838 a 19,800) rispetto al bulgaro Dian Kolev, nella gara vinta a pari merito dal tedesco orientale Sylvio Kroll e dal cinese Lou Youn – non vede Bilozerchev salire sul podio (ed è altresì, l’unica prova in cui i sovietici non vanno a medaglia …), mentre conferma i titoli iridati di Budapest sia alla sbarra che al cavallo con maniglie, pur se in questo caso dividendo il podio a quota 19,775 con l’ungherese Zsolt Borkai, cui unisce l’argento sia agli anelli, superato per soli 0,050 millesimi di punto (19,875 a 19,825) dal compagno Korolev, che alle parallele, dove a sconfiggerlo con il minimo scarto di 0,025 millesimi (19,800 a 19,775) è stavolta l’altro connazionale Artemov.

Il continuo ricambio di cui può disporre la Federazione sovietica fa sì che possa rimediare alla grave perdita di Korolev, infortunatosi al tendine d’Achille, in vista dei Giochi di Seul ’88, occasione per Bilozerchev di competere nella grande rassegna internazionale dopo aver dovuto, suo malgrado, rinunciare alle olimpiadi californiane di Los Angeles ’84 ed, a dispetto dei non ancora 22 anni, tocca a lui, così come ad Artemov e Liukin, raccogliere la sfida di un movimento che, come già avuto modo di verificare l’anno prima ai Mondiali olandesi, sta sempre più allargando i propri orizzonti.

Ma, per il momento, è ancora l’Urss a dettare legge, ed il concorso generale a squadre non può che confermarlo, con il team sovietico a riprendere le file del discorso interrotto dopo i Giochi di Mosca ’80, affermandosi con netto margine (593,350 a 588,450) sulla Germania Est, così come otto anni prima, mentre lo svolgersi del concorso generale individuale regala emozioni a non finire.

In un livello mai raggiunto prima di allora in campo maschile, i “Tre MoschettieriBilozerchev, Artemov e Liukin si danno battaglia a suon di esibizioni al limite della perfezione, con il due volte campione iridato a ricevere ben tre 10 (anelli, volteggio e cavallo con maniglie), ma una imperfezione proprio in una delle sue specialità preferite, vale a dire la sbarra, gli costa una penalità di 0,500 punti – nel mentre sia Liukin che Artemov ottengono il 10 (da Artemov conseguito anche alle parallele) – che lo relega addirittura sul gradino più basso del podio in una classifica serratissima in cui ad imporsi è Artemov con 119,125 punti davanti a Liukin (119,025) ed a Bilozerchev, che, se avesse potuto sommare la penalità inflittagli ai 118,975 punti conquistati, avrebbe aggiunto ai titoli iridati anche quello olimpico.

Poco male, tutto sommato, se si pensa a cosa aveva rischiato appena tre anni prima e, in ogni caso, la sua Olimpiade non finisce certo qui in quanto, qualificatosi per le specialità del cavallo con maniglie ed anelli – a seguito del mutato regolamento che consente a due soli atleti per Nazione di accedere alle prove singole – in entrambi i casi raggiunge il gradino più alto del podio, pur se in condivisione.

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Bilozerchev agli anelli a Seul ’88 – da gettyimages.it

Nel cavallo con maniglie, infatti, sia Bilozerchev che il bulgaro Lubomir Geraskov e Borkai, con cui già era giunto a pari merito nella rassegna iridata dell’anno prima, eseguono degli esercizi perfetti, premiati con altrettanti 10 dai giudici che li portano al punteggio globale di 19,950 (su di un massimo di 20,00 …), mentre agli anelli il fuoriclasse sovietico spreca il vantaggio di 0,025 vantato dopo i preliminari, facendosi raggiungere a quota 19,925 dal tedesco orientale Holger Behrendt.

Quattro medaglie olimpiche, di cui tre d’oro, da unire ai già otto titoli iridati conquistati, sono comunque un gran bel bottino per un ginnasta che, ad appena 22 anni, avrebbe altre possibilità per incrementare il proprio, già invidiabile palmarès, se non fosse che…

Già, se non fosse che, assieme alla ritrovata competitività a livello sportivo, Bilozerchev ricade nell’antico vizio di attaccarsi un po’ troppo alla bottiglia e, l’anno seguente, viene allontanato definitivamente dal team sovietico da parte della Federazione dopo essere stato trovato ubriaco da due giorni e, cosa ben più grave, avendo coinvolto in tale pratica il compagno di squadra, nonché coetaneo, Vladimir Gogoladze, anch’egli espulso dalla Nazionale, come confermato dalle motivazioni della decisione, assunta per “la sua influenza corruttrice su altri membri del team”.

Un’amara conclusione della carriera di uno dei più grandi talenti espressi dal vasto panorama ginnico dell’Urss – che, peraltro, non ne risente più di tanto in occasione dei Giochi di Barcellona ’92, dove il 20enne Vitaly Scherbo, ancorché bielorusso, ma partecipante sotto l’emblema della “Comunità degli Stati Indipendenti” dopo la dissoluzione dell’impero sovietico, si aggiudica ben 6 medaglie d’oro – che porta successivamente Bilozerchev a trasferirsi, assieme alla moglie, negli Stati Uniti a far tempo dal 1993.

Oltre Oceano, si stabilisce a Beaverton, nell’Oregon, dove si dedica all’attività di istruttore presso la “United Sports Academy”, di cui è altresì proprietario, mette su famiglia indirizzando anche i figli Aleksey ed Alice a praticare la ginnastica, pur non riuscendo ad emulare le gesta di cotanto padre, il quale, per i risultati ottenuti e l’altissima qualità delle proprie esibizioni, riceve l’onore di essere inserito nel 2003 nella “International Gymnastics Hall of Fame”, stesso anno in cui ottiene analogo riconoscimento, tra gli altri, anche l’azzurro Franco Menichelli.

Evidentemente, ai giurati, dei problemi alcoolici interessava il giusto.

LEON STUKELJ, IL GINNASTA CENTENARIO OSTILE AL REGIME DI TITO

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Leon Stukelj – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

La Ginnastica artistica è una disciplina che fonda le proprie radici, quantomeno in passato, in consolidate tradizioni di singoli Paesi, ed è pertanto raro vedere un atleta di una singola Nazione emergere in un contesto internazionale.

Come tutte le regole, peraltro, anche in questo caso vi sono alcune eccezioni, ed una delle più eclatanti si verifica negli anni ’20 del XX Secolo, grazie ad una figura che diventerà con il tempo leggenda, e per più motivi, sia di questo sport che dell’intero movimento olimpico, vale a dire lo sloveno di nascita Leon Stukelj, nato il 12 novembre 1898 a Novo Mesto, all’epoca facente parte dell’Impero Austroungarico.

Come tutti i ginnasti che si rispettino, anche Leon inizia sin da adolescente a praticare tale disciplina, iscrivendosi già nel 1907 all’età di 9 anni alla Società ginnica Sokol di Novo Mesto, non potendo peraltro competere nelle grandi manifestazioni internazionali sino ai Mondiali del 1922, a causa degli eventi bellici della prima guerra mondiale e della conseguente disgregazione dell’impero austroungarico, tant’è che nella prima edizione dei Giochi postbellici, ad Anversa ’20, la Jugoslavia (all’epoca ancora sotto il nome di “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni”, in quanto la riferita denominazione viene assunta solo nel gennaio ’29) si presenta solo con la squadra di calcio, venendo peraltro immediatamente eliminata.

Ma torniamo al nostro ginnasta, la cui storia ci accompagna quest’oggi, il quale proprio nella riferita edizione dei Campionati del Mondo, svoltisi in patria a Lubiana – Capitale dell’attuale Slovenia – mette in mostra le proprie qualità, aggiudicandosi ben tre medaglie d’oro ed una d’argento ai soli quattro attrezzi presenti all’epoca, salendo sul gradino più alto del podio nell’esibizione alle Parallele, ottenendo il massimo punteggio di 20,00 (in pratica vedendosi assegnati dai Giudici ben due 10, forse in parte condizionati dall’ambiente …), così come alla Sbarra – a pari merito con il connazionale Peter Sumi ed al cecoslovacco Miroslav Klinger, tutti accreditati anch’essi del massimo punteggio, a dimostrazione di una certa “manica larga” da parte della giuria – ed agli Anelli, con l’Argento al Cavallo con maniglie e nel Concorso Generale a squadre.

Il dubbio circa una certa benevolenza dei giudici rispetto agli atleti di casa porta a guardare con curiosità quale possa essere l’esito delle esibizioni di Stukelj alle successive Olimpiadi di Parigi ’24, le prime alle quali la Jugoslavia partecipa con una nutrita rappresentanza in più discipline.

Ed il 26enne sloveno non tradisce le attese, entrando nella storia dello sport olimpico nazionale per essere il primo a conquistare una medaglia d’oro per la Jugoslavia, aggiudicandosene addirittura due che rappresentano altresì il solo bottino del neonato Paese ai Giochi parigini, circostanza che da sola è più che sufficiente a far entrare Stukelj nell’immortalità.

Diversamente a quanto accade ai giorni nostri, al tempo i ginnasti competono nelle singole specialità con esibizioni in virtù delle quali si aggiudicano le relative medaglie, ed i punteggi acquisiti concorrono a comporre la classifica dei Concorsi Generali, sia individuale che a squadre.

E Stukelj debutta come meglio non potrebbe, realizzando il 17 luglio la miglior performance alla sbarra con 19,730 punti che gli consentono di tenere a distanza lo svizzero Jean Gutweniger, per quello che è ufficialmente il primo oro della storia dei Giochi per il suo Paese, cui seguono due quarti posti, il 19 luglio agli anelli nella prova vinta dall’azzurro Francesco Martino e, due giorni dopo, al volteggio dove ottiene 9,91 punti, a soli 0,02 centesimi dal bronzo del cecoslovacco Bohumil Morkovsky, piazzamenti comunque sufficienti affinché Stukelj si aggiudichi il Concorso Generale individuale con il punteggio complessivo di 110,340 precedendo di stretta misura il cecoslovacco Robert Prazak, argento con 110,323 mentre ben più staccato è l’altro boemo, Bedrich Supcik, bronzo con 106,920 punti, consentendo anche alla Jugoslavia di classificarsi al quarto posto nel concorso a squadre.

Rientrato in patria ed osannato come un idolo, Stukelj, che nel frattempo continua gli studi universitari alla facoltà di legge, si conferma come uno dei migliori ginnasti della sua epoca ai Mondiali di Lione ’26, dove incrementa la propria collezione di medaglie iridate con gli ori alla sbarra ed agli anelli (indiscutibilmente le due specialità da lui preferite …), cui unisce il bronzo alle parallele e l’argento nella prova a squadre, per poi dedicarsi al completamento della carriera accademica conseguendo la laurea nel 1927 e potersi quindi concentrare sul suo secondo appuntamento olimpico di Amsterdam ’28.

Un’edizione, quella dei Giochi olandesi, che vede emergere – peraltro limitato a tale sola occasione – il talento dei ginnasti svizzeri, i quali si aggiudicano 9 medaglie di cui ben 5 d’oro, con Georges Mièz a farla da protagonista e, con una modalità di assegnazione delle medaglie analoga a quella di quattro anni prima a Parigi, Stukelj debutta l’8 agosto, data in cui sono previste le prove al cavallo con maniglie ed agli anelli.

La prima esibizione al cavallo con maniglie vede l’oramai quasi 30enne sloveno classificarsi in dodicesima posizione, per poi apprestarsi ad affrontare il proprio “cavallo di battaglia”, vale a dire la prova agli anelli, in cui è in grado di sperimentare una nuova posizione a croce inversa che verrà battezzata in suo onore come “manovra Stukelj”, circostanza che gli consente di imporsi con il punteggio di 57,50 precedendo i due cecoslovacchi Ladislav Vacha ed Emanuel Loffler, che vanno ad occupare le piazze d’onore co 57,50 e 56,50 punti rispettivamente.

Tradito dall’esercizio alla sbarra (appena 21esimo) ed ancor più al volteggio (non meglio che 28esimo), nonostante il settimo posto ottenuto alle parallele, Stukelj deve accontentarsi del bronzo nel concorso generale individuale, riuscendo a precedere per un’inezia (244,875 a 244.750) l’azzurro Romeo Neri, nella prova che vede il trionfo del ricordato svizzero Miez sul connazionale Hermann Hanggi, ma fornendo un importante contributo, assieme ai compagni Josip Primozic, argento alle parallele, e Stane Derganc, bronzo al volteggio, affinché la squadra jugoslava conquisti anch’essa il bronzo nella prova generale a squadre, per quelli che poi non sono altro che i soli cinque allori per i quali il Paese figura nel medagliere di Amsterdam ’28.

L’avanzare degli anni comincia a farsi sentire per Stukelj – quanto meno rispetto all’attività agonistica, come poi vedremo – il quale ai Mondiali ’30 svoltisi in Lussemburgo non va oltre il bronzo nel concorso a squadre ed alla sbarra, dovendo poi rinunciare ai Giochi di Los Angeles ’32 data la mancata partecipazione della Jugoslavia data l’eccessiva lontananza e relativi costi da affrontare.

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Stukeli, in primo piano, sul podio di Berlino ’36 – da dolenjskimuzej.si

Ma un uomo che della ginnastica ha fatto la sua primaria ragion di vita non poteva certo dare l’addio a tale adorata disciplina se non in un contesto olimpico, ed ecco allora che, a dispetto degli oramai quasi 38 anni, Stukelj si presenta anche ai Giochi di Berlino ’36 dove riesce a dare sfoggio della sua immensa classe nell’esibizione agli anelli, premiato dai giudici con un 9,467 nell’esercizio obbligatorio ed un 9,400 nell’esecuzione libera, per un punteggio complessivo di 18,867 che gli vale la medaglia d’argento alle spalle del cecoslovacco Aloi Hudec, oro con 19,433, e davanti al tedesco Matthias Volz, ad occupare con 18,667 punti il gradino più basso del podio.

A conclusione della carriera sportiva, Stukelj intraprende l’attività di giudice, dapprima nella sua città natale e quindi a Lenart e Maribor, ma gli eventi della seconda guerra mondiale ed una sua malcelata ostilità verso il regime comunista instaurato dal maresciallo Tito in Jugoslavia, fanno sì che l’ex stella olimpica venga sospettato di collusione con i servizi segreti britannici al fine di restaurare la monarchia nel Paese, un’accusa che lo porta ad essere anche imprigionato e comunque, una volta rilasciato, sottoposto ad una stretta sorveglianza, impedendogli di proseguire nell’attività di giudice per non dover partecipare ad eventi al di fuori dei confini, così che è costretto a ripiegare sul lavoro di assistente legale in forza della laurea a suo tempo conseguita.

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Stukelj con la sua collezione di medaglie – da wikipedia.org

Ma mai, come nel caso di Stukelj, il vecchio adagio che “il tempo è galantuomo …” si adatta alla perfezione, dato che, alla pur veneranda età di quasi 94 anni, può presenziare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Barcellona ’92 dove vede per la prima volta nella storia dei Giochi sfilare gli atleti del suo Paese sotto la bandiera slovena, a causa della disgregazione della ex Jugoslavia, e, quattro anni dopo, stupisce e diverte il pubblico americano salendo in bello stile i gradini dello stadio olimpico, invitato dagli organizzatori dei Giochi di Atlanta ’96 quale ultima medaglia d’oro ancora vivente, dall’alto dei suoi quasi 97 anni, ricevendo altresì l’onore di premiare i medagliati del concorso generale a squadre.

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Stukelj, 97enne, alle Olimpiadi di Atlanta ’96 – da slovenskenovice.si

Inutile dire come, in occasione del suo centesimo compleanno, il 12 novembre 1998, Stukelj sia stato celebrato come meglio non si sarebbe potuto dalle autorità politiche e sportive slovene e come, peraltro, era doveroso fare nei riguardi di una tale leggenda olimpica e mondiale, visto che, alla sua scomparsa, avvenuta l’anno dopo, l’8 novembre a soli quattro giorni dal compimento dei 101 anni, ha stabilito il primato assoluto di longevità per una medaglia d’oro olimpica, nel frattempo doverosamente introdotto nella “International Gymnastics Hall of Fame” dal 1997.

Alla faccia di chi sostiene che un sano esercizio ginnico ogni mattina non faccia bene alla salute…

 

NIKOLAI ANDRIANOV, UNA STELLA RUSSA NEL FIRMAMENTO GIAPPONESE

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Nikolai Andrianov – da nytimes.com

articolo di Giovanni Manenti

Dalle Olimpiadi di Helsinki ’52, data in cui l’Unione Sovietica partecipa per la prima volta alla Rassegna a Cinque Cerchi e sino alla disgregazione dell’Impero Sovietico, per 40 anni i suoi rappresentanti hanno fatto bella presenza di sé in una disciplina, la ginnastica, da cui hanno ricavato il maggior numero di medaglie d’Oro (ben 73) rispetto alle 395 complessivamente conquistate.

E sé, in questo lasso di tempo, vale a dire sino ai Giochi di Seul ’88 compresi, nel settore femminile a contrastarne il dominio – dimostrato dal fatto che, fatta salva l’edizione di Los Angeles ’84 dove erano assenti, le ragazze sovietiche non si sono mai fatte sfuggire l’Oro nel Concorso Generale a Squadre – è stata la grandezza di due singole, per quanto straordinarie, ginnaste, ed il riferimento, per quanto ovvio, è relativo alla cecoslovacca Vera Caslavska ed alla rumena Nadia Comaneci, la circostanza assume un aspetto ben diverso in campo maschile.

Settore dove, dopo il dominio assoluto dei vari Chukarin, Shakhlin e Titov nel corso degli anni ’50, la corazzata sovietica si vede costretta a fronteggiare non un singolo atleta, bensì un intero sistema costituito da quella che, probabilmente, è stata la più eccelsa generazione di ginnasti di ogni epoca, figli dell’Impero del Sol Levante e che, con Takashi Ono nelle vesti di apripista ai Giochi di Melbourne ’56, ha poi avuto in Yukio Endo, Sawao Kato ed Akinori Nakayama i suoi più celebrati protagonisti, senza nulla togliere agli altri componenti di uno squadrone come quello nipponico, a propria volta dominatore per un ventennio nel Concorso Generale a Squadre, loro appannaggio dall’edizione di Roma ’60 sino a Montreal ’76.

Il raffronto, impietoso, è presto fatto, in quanto dai 5 ori a 4 a favore dei ginnasti sovietici ai Giochi di Roma nel 1960, si passa ad un 5 a 1 per i giapponesi nell’edizione casalinga di Tokyo ’64, superiorità ribadita con 6 medaglie d’oro conquistate a Città del Messico ’68 contro le 2 appannaggio di Mikhail Voronin per l’Urss sino al, per certi versi mortificante, esito della Rassegna di Monaco ’72 in cui, al di là del computo degli Ori, comunque sempre largamente a favore (5 contro 2) dei ginnasti giapponesi, gli stessi monopolizzano l’intero podio del Concorso Generale Individuale (vinto da Sawao Kato precedendo i compagni Eizo Kenmotsu ed Akinori Nakayama), un exploit che non resta isolato, in quanto replicato sia negli esercizi alla Sbarra ed alle Parallele.

Una situazione a dir poco insostenibile all’interno della Federazione Sovietica, che a tale strapotere – sia in sede Olimpica che Mondiale – aveva saputo opporre solo il talento del già citato Voronin, capace, bontà sua, di conquistare ben 7 medaglie (2 Ori, 4 Argenti ed un bronzo) ai Giochi di Città del Messico ’68, dopo aver portato a casa due medaglie d’Oro – Concorso Generale Individuale ed Anelli – e due d’Argento alla Rassegna Iridata di Dortmund ’66.

Troppo poco, per frenare l’onda d’urto nipponica che, alla successiva edizione di Monaco ’72 conquista, nelle sette singole specialità individuali, ben 15 delle 21 medaglie messe in palio (!!), anche se, proprio nella Rassegna bavarese, si accende la luce della speranza per il Team sovietico, sotto le sembianze del 20enne Nikolai Andrianov, il quale si aggiudica la prova al Corpo Libero, mettendosi alle spalle un codazzo di giapponesi, costituito, nell’ordine, da Nakayama, Shigeru Kasamatsu e Kenmotsu.

Ed, essendo lui il protagonista della nostra Storia odierna, andiamo a conoscerlo un po’ più a fondo, questo meraviglioso ginnasta che vede la luce a metà ottobre 1952 – non a caso a tre mesi di distanza dalle prodezze di Viktor Chukarin, con 4 Ori e 2 Argenti, ai Giochi di Helsinki ’52 in cui l’Urss fa la sua prima apparizione nel panorama olimpico – a Vladimir, città russa di oltre 300mila abitanti posta sul fiume Klyazma, a 200km. ad est della Capitale moscovita.

Perfettamente strutturato (m.1,66 per 60kg.) dal punto di vista morfologico, il giovane Nikolai inizia a praticare lo Sport che lo renderà famoso dall’età di 11 anni nella sua città natale, presso uno dei tanti “Burevestnik” (Centri Sportivi) sparsi nel vastissimo territorio dell’Unione Sovietica, mettendosi per la prima volta in evidenza agli Europei di Madrid ’71 dove dimostra la sua più grande qualità, vale a dire di essere in grado di esprimersi al meglio in qualsiasi specialità (con una sottilissima, minor predisposizione per la Sbarra), tronandosene in Patria con un bottino di sei medaglie, equamente ripartite tra i tre metalli, con l’Oro al Volteggio ed al Cavallo con Maniglie, l’Argento agli Anelli ed alle Parallele ed il Bronzo nel Concorso Generale Individuale ed al Corpo Libero).

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Andrianov ai Giochi di Monaco ’72 – da worldofgymnasticc.net

Questa sua dote di non avere punti deboli, consente ad Andrianov di classificarsi al quarto posto nel concorso generale individuale ai Giochi di Monaco ’72 – con il Bronzo, appannaggio di Nakayama, a sfuggirli per soli 0,125 millesimi di punto (114,325 a 114,200 – nonché di acquisire il diritto a partecipare a quattro delle sei Finali relative alle singole specialità dove, oltre al già ricordato Oro al Corpo Libero, aggiunge il Bronzo al Volteggio.

In seno alla Federazione Sovietica non ci vuole molto a capire di avere in casa l’unico personaggio che ha le potenzialità per contrastare lo strapotere dei rappresentanti del Sol Levante, ansiosi di valutarne i progressi nelle successive grandi Manifestazioni Internazionali previste nel quadriennio post olimpico al fine di raggiungere l’apice della condizione in vista dei Giochi di Montreal ’76 – appuntamento che, nel clima della “Guerra Fredda” tra le due Super Potenze, assume una rilevanza che va ben oltre il mero lato sportivo – considerato altresì come nel 1973 proprio Mosca ospiti anche le Universiadi.

E la risposta di Andrianov è delle migliori che ci si possa aspettare, confermando la sua duttilità sia ai Campionati Europei di Grenoble ’73 – dove è a medaglia in cinque eventi, con l’Oro al Corpo Libero ed al Volteggio e l’Argento nel Concorso Generale Individuale, agli Anelli ed alle Parallele – che alla citata Rassegna Universitaria, in cui il computo degli allori conquistati sale a sei, con quattro Ori e due Argenti.

Ma il vero banco di prova per valutare la crescita di Andrianov è costituito, per quanto ovvio, dal confronto con i “Maestri” giapponesi in programma a Varna, in Bulgaria, sede dei Campionati Mondiali ’74, in cui il protagonista assoluto è Kasamatsu, il quale, oltre all’Oro nel Concorso Generale a squadre, fa suo anche quello Individuale, cui unisce i titoli al Corpo Libero ed alle Parallele.

E se il giapponese è la stella della Rassegna Iridata, Andrianov ne è il degno comprimario, ancora una volta capace di raggranellare ben sei medaglie e, se è pur vero che solo agli Anelli sale sul gradino più alto del podio – oltretutto dividendolo con il rumeno Danut Grecu – ne vanno altresì sottolineati i miglioramenti nelle altre singole specialità, visto che nelle ulteriori cinque circostanze in cui il 22enne russo va a medaglia si tratta in ogni caso di Argento, con un distacco di appena 0,125 millesimi di punto (115,500 a 115,375) rispetto a Kasamatsu nel Concorso Generale Individuale, così come ad Andrianov sfugge l’Oro al Volteggio ed alle Parallele, per soli 0,075 e 0,050 millesimi rispettivamente, di fronte a Kasamatsu e Kenmotsu.

I margini, insomma, si sono sensibilmente ridotti, e le speranze di poter validamente contrastare lo Squadrone Nipponico a Montreal ’76 cominciano a farsi quasi certezze in casa sovietica, ancor più confortati dalla Prova Generale messa in atto in occasione della Rassegna Continentale di Berna ’75, dove il dominio di Andrianov è assoluto, certificato dal mettersi al collo, oltre che nel Concorso Generale Individuale, la medaglia d’Oro anche al Corpo Libero, Parallele, Volteggio e persino nella poco amata Sbarra, con l’aggiunta dell’Argento al Cavallo con Maniglie.

Tutto è pronto, dunque, la sfida è lanciata e scenario più degno non può esservi del “Forum” di Montreal, impianto che ospita le gare di Ginnastica della XXI Edizione dei Giochi dell’Era Moderna e che passa alla storia del “Grande Romanzo delle Olimpiadi” per le strepitose esibizioni della non ancora 15enne rumena Nadia Comaneci, prima ginnasta a vedersi assegnati ben cinque 10 per le sue fantastiche evoluzioni che rattristano i volti delle tre fuoriclasse sovietiche Ludmila Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim.

Ma, come la ragazzina rumena infrange i sogni di gloria dello squadrone sovietico nel settore femminile, così ci si augura, da quelle parti, che identico percorso possa compiere il più attempato (stiamo parlando di un quasi 24enne, che per la Ginnastica inizia ad essere un’età quasi adulta …) Andrianov al cospetto del team giapponese che si presenta alla Rassegna canadese con una formazione rinnovata, priva delle stelle Nakayama e Kasamatsu, ma pur sempre guidata dal 30enne Sawao Kato, il quale, a dispetto delle primavere, è alla ricerca di un’impresa mai riuscita ad alcun ginnasta, vale a dire fare suo l’Oro nel Concorso Generale Individuale per tre Edizioni consecutive dei Giochi, dopo le affermazioni a Città del Messico ’68 ed a Monaco ’72.

Che il gap tra le due Nazioni leader assolute della disciplina si sia sensibilmente ridotto se ne ha una prima, chiara dimostrazione nella prova a squadre che, come di consueto, apre il programma ginnico ed in cui l’Urss si porta al comando dopo gli Esercizi Obbligatori (286,80 punti a 286,30), solo per vedersi sfuggire di misura la vittoria al termine degli Esercizi Liberi, per una risicata (576,85 a 576,45) conferma del quinto Oro Olimpico consecutivo da parte del Team giapponese.

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Andrianov alle parallele a Montreal ’76 – da gettyimages.it

Circostanza che suona molto più di un “capannello d’allarme” per il sogno a cinque cerchi di Sawao Kato, visto che Andrianov si porta in dote, nella prova valida per il Concorso Generale Individuale, il miglior punteggio di 58,250 raccolto nella gara a squadre, per un vantaggio di 0,30 centesimi sul giapponese, che affronta le sei distinte specialità partendo da una base di 57,950, distacco che non riesce a colmare e che, al contrario, il 24enne russo dilata sino ad un punto esatto (116,65 a 115,65) grazie alle esibizioni agli Anelli (valutata 9,75 rispetto al 9,45 di Kato) ed al Volteggio, in cui il divario è costituito dal 9,80 assegnato dai Giudici ad Andrianov rispetto al 9,55 del giapponese.

La ribadita caratteristica del ginnasta sovietico nel non aver punti deboli, fa sì che il medesimo acquisisca il diritto a disputare cinque delle sei Finali individuali ai singoli attrezzi – esclusa, come di consueto, la poco gradita Sbarra – nelle quali va altrettante volte a ricevere medaglie alle rispettive Cerimonie di Premiazione, tanto da risultare l’atleta più medagliato dell’intera Rassegna Olimpica, con 4 Ori, 2 Argenti ed un Bronzo.

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Andrianov oro al corpo libero – da gettyimages.it

Le singole specialità lo vedono, difatti, confermare l’Oro di Monaco ’72 al Corpo Libero, con il minimo scarto consentito (19,450 a 19,425) sul compagno Vladimir Marchenko, per poi imporsi sul suo degno successore, il connazionale Aleksandr Dityatin (19,650 a 19,550) agli Anelli e quindi prendersi la grande soddisfazione di mettersi alle spalle i giapponesi Tsukahara ed Hiroshi Kajiyama (19,450 punti a 19,375 e 18,275 rispettivamente) nel Volteggio, dovendosi inchinare solo all’immensa classe di Kato alle Parallele (19,675 a 19,500) ed infine conquistare il Bronzo al Cavallo con Maniglie, unico attrezzo in cui il successo non arride ad un atleta sovietico o giapponese, in quanto vede l’affermazione dell’ungherese Zoltan Magyar.

E così, grazie alle superbe esibizioni del proprio “Figlio della Grande Madre Russia”, l’Unione Sovietica può riprendersi lo scettro della Ginnastica in campo maschile, con 4 Ori, 3 Argenti ed un Bronzo, rispetto ai 3 Ori, 4 Argenti e 3 Bronzi degli storici rivali giapponesi, nei cui confronti le sciagurate decisioni politiche in ordine ai rispettivi boicottaggi dei Giochi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 tolgono il gusto di un successivo confronto in tale sede, dato che l’esito dei Mondiali di Strasburgo ’78 certifica un Giappone ben lungi dall’abdicare, con la conferma dell’Oro a Squadre e di altri tre titoli individuali con Kenmotsu alle Parallele, Kasamatsu alla Sbarra ed il giovane Junichi Shimizu al Volteggio, con l’Unione Sovietica ad opporre, ci mancherebbe, ancora una volta il solo Andrianov, in grado di far suo il Concorso Generale Individuale davanti a Kenmotsu (117,200 a 116,550), cui unisce il successo agli Anelli e gli Argenti al Volteggio ed alle Parallele.

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Andrianov agli anelli ai Mondiali di Strasburgo ’78 – da gettyimages.it

Per Andrianov, l’edizione dei Giochi di Mosca ’80 – in assenza del Giappone ed anche degli Stati Uniti, Paese in cui il movimento ginnico sta iniziando a prendere sempre più piede dopo decenni di buio assoluto – si trasforma nella doverosa passerella che un Campione del suo stampo merita di ricevere dal proprio pubblico, occasione altresì per passare lo scettro al nuovo astro sovietico Aleksandr Dityatin, non senza aver incrementato il proprio carniere di medaglie, oltre allo scontato Oro nella Prova a Squadre, con il successo (19,825 a 19,800) sullo stesso Dityatin al Volteggio, dopo averlo costretto ad impegnarsi a fondo, come è giusto che sia, per far sua la vittoria nel Concorso Generale Individuale che il 23enne di Leningrado si aggiudica con 118,650 punti rispetto ai 118,225 di Andrianov, le cui esibizioni vengono accolte da un’ovazione del pubblico che gremisce gli spalti del Palazzo dello Sport “Luzhniki”, a prescindere dalla validità delle singole prestazioni.

E, d’altronde, cosa altro si potrebbe tributare ad una sorta di “Eroe Greco” che, petto in fuori e lancia in resta, ha avuto il coraggio di affrontare, praticamente da solo, un esercito nemico di elevata portata come quello giapponese, riuscendo altresì nell’impresa di sconfiggerlo, nella “Battaglia di Montreal”?

LA LUNGA RINCORSA ALLA GLORIA OLIMPICA DI KOJI GUSHIKEN

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Koji Gushiken festeggia l’oro a Los Angeles ’84 – da theolympians.co

Articolo di Giovanni Manenti

La mai troppo biasimata, assurda, decisione di coinvolgere lo Sport nelle diatribe politiche tra le due Superpotenze di Unione Sovietica e Stati Uniti, con gli arcinoti boicottaggi – da parte dei rispettivi blocchi – delle Olimpiadi di Mosca ’80 e delle successive di Los Angeles ’84, oltre a svilire da un punto di vista tecnico alcuni risultati in esse ottenuti per la mancanza del confronto diretto, fa anche sì che per atleti che hanno incentrato l’attività agonistica principalmente nel sogno di poter salire sul gradino più alto di un Podio Olimpico, ciò rappresenti spesso la fine di quell’agognato desiderio.

In diverse discipline, difatti, come Nuoto e Ginnastica in particolare, dove il ricambio è più frequente che in altri Sport, dover attendere altri quattro anni per cercare di cogliere la Gloria Olimpica rischia di divenire un lasso di tempo insormontabile, ed uno di questi a rischiare una tale situazione è il ginnasta giapponese Koji Gushiken che, nato a metà novembre 1956 nella suggestiva città di Osaka, aveva centrato sui Giochi di Mosca ’80 il proprio obiettivo a cinque cerchi.

Chiamato a raccogliere la pesante eredità dello squadrone del Sol Levante dominatore del panorama ginnico a cavallo degli anni ’70 – con i vari Sawao Kato, Akinori Nakayama e Shigeru Kasamatsu a rilevare il testimone dai pionieri Takashi Ono ed Yukio Endo – Gushiken entra a far parte della formazione nipponica, in cui resistono ancora Kasamatsu e Kenmotsu della “vecchia guardia”, in occasione dei Mondiali di Fort Worth ’79, contribuendo alla conquista dell’Argento a squadre alle spalle dei fortissimi sovietici, per poi essere il migliore dei suoi nel Concorso Generale Individuale, ancorché non vada oltre il settimo posto, ed aggiudicarsi il Bronzo nel Cavallo con Maniglie, sfiorando in altre due occasioni il podio, agli Anelli ed alle Parallele.

C’era, ovviamente, da lavorare sodo per contrastare lo strapotere dei due fuoriclasse sovietici Alexander Dityatin e Nikolai Andrianov, circostanza che per ogni giapponese che si rispetti non crea soverchie preoccupazioni, meticolosi come sono e disponibili al sacrificio nel sottoporsi ad allenamenti massacranti, ma la decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi moscoviti, con conseguente adesione da parte del Governo nipponico, cala come un macigno sulla testa di Gushiken, il quale aveva confermato in modo tangibile i propri miglioramenti in occasione della Coppa del Mondo svoltasi il medesimo anno, con la conquista del Bronzo nel Concorso Generale Individuale, cui fanno seguito l’Oro alla Sbarra, l’Argento al Cavallo con Maniglie ed il Bronzo agli Anelli nelle prove alle singole specialità.

Inutile dire che Dityatin ed Andrianov sbancano la concorrenza in sede olimpica, con il primo addirittura ad andare a medaglia in tutte ed otto le prove in programma (con 3 Ori, 4 Argenti ed un Bronzo, evento mai ripetuto sino ad oggi) ed il secondo, già protagonista assoluto a Montreal ’76 con 4 Ori, a completare il suo ricchissimo Palmarès con altri cinque allori costituiti da 2 Ori, altrettanti Argenti ed un Bronzo, mentre per il giapponese si prospetta un’attesa lunga quattro anni per poter sperare in una propria affermazione.

Il primo stimolo necessario a dare la carica a Gushiken è rappresentato dall’Edizione dei Mondiali ’81 che si svolge proprio a Mosca ed occasione migliore non può esservi per verificare la propria competitività con i Campioni sovietici della disciplina, ed il confronto – con Andrianov ritiratosi dalle scene e Dityatin al suo passo d’addio a causa di un infortunio subito in allenamento subito dopo i Giochi di Mosca che ne limita le prestazioni – regge, in quanto con il 25enne ad assumere il ruolo di leader del rinnovato Team giapponese, conferma l’Argento nel Concorso Generale a Squadre, ma con un divario di appena 0,100 millesimi di punto (588,950 a 588,850) rispetto alla formazione sovietica.

Nelle prove individuali, Gushiken si migliora nel Concorso Generale Individuale, salendo sul Podio quale terzo classificato, piazzamento che ottiene anche al Corpo Libero per poi dividerne il più alto gradino con Dityatin nell’esercizio alle Parallele, concluso con un totale di 19,826 punti per entrambi.

Un altro pericolo di color rosso si sta peraltro profilando all’orizzonte, ed è costituito dalla costante crescita dei ginnasti cinesi che, dopo essere rimasti a secco nell’edizione americana del ’79, stavolta riempiono il medagliere con due Ori, un Argento ed un Bronzo e, soprattutto, facendo esordire un giovane non ancora 18enne, tale Li Ning, di cui si sentirà parlare in seguito.

Nel suo percorso di avvicinamento ai Giochi di Los Angeles ’84, Gushiken si presenta ai Mondiali di Budapest ’83 con l’onere di essere praticamente il solo ginnasta del proprio Paese a cercare di contrastare il dominio cinese/sovietico ed, a dispetto della retrocessione al terzo posto nel Concorso Generale a Squadre – curiosamente con lo stesso identico punteggio complessivo di 588,850 registrato due anni prima a Mosca e che vede il primo trionfo nella Storia della Rassegna Iridata del Team cinese – si posiziona al posto d’onore nel Concorso Generale Individuale alle spalle del sovietico Dmitry Bilozerchev, dominatore nella Capitale ungherese con 4 Ori e due Argenti, con il quale divide il gradino più alto de podio agli Anelli, prova conclusa con 19,925 punti per entrambi, appena 0,025 millesimi di punto meglio di Li Ning.

E, mentre a Bilozerchev, degnissimo erede dei ricordati “mostri sacri” Dityatin ed Andrianov, tocca subire la stessa sorte di Gushiken, non potendo esibirsi sulle pedane ed agli attrezzi nella palestra dell’Università di UCLA a Los Angeles a causa del contro boicottaggio da parte dei Paesi del “Blocco comunista” (ma anch’egli avrà poi l’opportunità di rifarsi quattro anni dopo alle Olimpiadi di Seul ’88 …), per il giapponese, oramai 28enne, la maggior insidia ai propri sogni di gloria giunge proprio dai continui miglioramenti del cinese Li Ning, di sette anni più giovani di lui e divenuto leader di una squadra che torna a misurarsi sulla scena olimpica dopo decenni di assenza, a dimostrazione altresì di una propria indipendenza politica da Mosca non avendo aderito alla proposta di boicottare la Rassegna a Cinque Cerchi.

Con gli atleti di casa – anch’essi in crescita esponenziale in tale disciplina – a fare da terzi incomodi, specie con Peter Vidmar e Bart Conner, ed il classico “occhio di riguardo” da parte della Giuria per i rappresentanti del Paese che ospita i Giochi, il Concorso Generale a Squadre si risolve sul filo di lana a favore degli Stati Uniti nei confronti della Cina (591,400 a 590,800), mentre per Gushiken ed i suoi compagni non resta che accontentarsi del Bronzo, in attesa della prova più attesa, vale a dire il Concorso Generale Individuale.

Per Gushiken si tratta di una prova in salita, avendo concluso gli esercizi validi per la gara a squadre con 59,100 punti che lo collocano addirittura al quinto posto con un distacco di 0,175 punti da Vidmar e di 0,125 da Li Ning, una differenza che per manifestazioni di questo livello può divenire difficile da colmare e, difatti, il giapponese è ben consapevole del fatto di dover rasentare la perfezione agli esercizi liberi previsti per il 31 luglio ’84.

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Il salto al volteggio che garantisce l’oro a Gushiken – da gettyimages.it

Perfezione che Gushiken raggiunge al Volteggio, poiché i pur ottimi punteggi di 9,90 totalizzati al Corpo Libero, Cavallo con Maniglie e Parallele, nonché di 9,95 ricevuti per le esibizioni alla Sbarra ed agli Anelli, non sono sufficienti per garantirsi la medaglia d’Oro, cosa che viceversa avviene con il 10 che gli viene assegnato per l’esercizio al Volteggio che – con il 9,90 ricevuto sia da Vidmar che da Li Ning – fa sì che la Classifica si capovolga a favore del giapponese, il quale corona il suo personale “Sogno di Gloria” con il minimo scarto previsto, vale a dire 0,025 millesimi di punto (118,700 a 118,675) rispetto a Vidmar, per la delusione degli spettatori presenti, mentre a Li Ning tocca il gradino più basso del podio, staccato a propria volta di soli 0,125 millesimi, che conclude le proprie fatiche a quota 118,575.

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L’esibizione agli anelli che gli vale l’argento – da gettyimages.it

Il giovane cinese ha comunque modo di riscattarsi dalle delusioni dei Concorsi Generali con gli Ori al Corpo Libero, Anelli e Cavallo con Maniglie e l’Argento al Volteggio, mentre Gushiken completa la sua collezione di medaglie spartendo con Li Ning l’Oro agli Anelli (19,850 per entrambi), facendosi sorprendere dall’altro cinese Lou Yun al Volteggio, dove non ripete l’eccellente prestazione che gli ha consentito di conquistare l’Oro nel Concorso Generale – stavolta appannaggio del 20enne cinese che fa registrare un 10 ed un 9,95 – e conquistando il Bronzo alla Sbarra, attrezzo che vede trionfare un altro ginnasta del Sol Levante, Shinji Morisue, autore di una prestazione impeccabile, premiata dai Giudici con ben tre 10 in ognuna delle sue esibizioni.

Per Gushiken il sogno si è finalmente realizzato, avvicinandosi alla soglia dei 30 anni potrebbe essere giunto il tempo per abbandonare l’attività, dubbio che gli viene tolto da una frattura alla caviglia procuratasi in allenamento nel maggio ’85 che lo tiene fermo per tre mesi, ponendo fine alla propria carriera con la partecipazione, in condizioni chiaramente non ottimali, ai Mondiali di Montreal ’85 in cui aggiunge al proprio Palmarès solo il Bronzo alle Parallele.

Ma tanto, lo scopo principale della sua vita era stato raggiunto, no?