LEON STUKELJ, IL GINNASTA CENTENARIO OSTILE AL REGIME DI TITO

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Leon Stukelj – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

La Ginnastica artistica è una disciplina che fonda le proprie radici, quantomeno in passato, in consolidate tradizioni di singoli Paesi, ed è pertanto raro vedere un atleta di una singola Nazione emergere in un contesto internazionale.

Come tutte le regole, peraltro, anche in questo caso vi sono alcune eccezioni, ed una delle più eclatanti si verifica negli anni ’20 del XX Secolo, grazie ad una figura che diventerà con il tempo leggenda, e per più motivi, sia di questo sport che dell’intero movimento olimpico, vale a dire lo sloveno di nascita Leon Stukelj, nato il 12 novembre 1898 a Novo Mesto, all’epoca facente parte dell’Impero Austroungarico.

Come tutti i ginnasti che si rispettino, anche Leon inizia sin da adolescente a praticare tale disciplina, iscrivendosi già nel 1907 all’età di 9 anni alla Società ginnica Sokol di Novo Mesto, non potendo peraltro competere nelle grandi manifestazioni internazionali sino ai Mondiali del 1922, a causa degli eventi bellici della prima guerra mondiale e della conseguente disgregazione dell’impero austroungarico, tant’è che nella prima edizione dei Giochi postbellici, ad Anversa ’20, la Jugoslavia (all’epoca ancora sotto il nome di “Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni”, in quanto la riferita denominazione viene assunta solo nel gennaio ’29) si presenta solo con la squadra di calcio, venendo peraltro immediatamente eliminata.

Ma torniamo al nostro ginnasta, la cui storia ci accompagna quest’oggi, il quale proprio nella riferita edizione dei Campionati del Mondo, svoltisi in patria a Lubiana – Capitale dell’attuale Slovenia – mette in mostra le proprie qualità, aggiudicandosi ben tre medaglie d’oro ed una d’argento ai soli quattro attrezzi presenti all’epoca, salendo sul gradino più alto del podio nell’esibizione alle Parallele, ottenendo il massimo punteggio di 20,00 (in pratica vedendosi assegnati dai Giudici ben due 10, forse in parte condizionati dall’ambiente …), così come alla Sbarra – a pari merito con il connazionale Peter Sumi ed al cecoslovacco Miroslav Klinger, tutti accreditati anch’essi del massimo punteggio, a dimostrazione di una certa “manica larga” da parte della giuria – ed agli Anelli, con l’Argento al Cavallo con maniglie e nel Concorso Generale a squadre.

Il dubbio circa una certa benevolenza dei giudici rispetto agli atleti di casa porta a guardare con curiosità quale possa essere l’esito delle esibizioni di Stukelj alle successive Olimpiadi di Parigi ’24, le prime alle quali la Jugoslavia partecipa con una nutrita rappresentanza in più discipline.

Ed il 26enne sloveno non tradisce le attese, entrando nella storia dello sport olimpico nazionale per essere il primo a conquistare una medaglia d’oro per la Jugoslavia, aggiudicandosene addirittura due che rappresentano altresì il solo bottino del neonato Paese ai Giochi parigini, circostanza che da sola è più che sufficiente a far entrare Stukelj nell’immortalità.

Diversamente a quanto accade ai giorni nostri, al tempo i ginnasti competono nelle singole specialità con esibizioni in virtù delle quali si aggiudicano le relative medaglie, ed i punteggi acquisiti concorrono a comporre la classifica dei Concorsi Generali, sia individuale che a squadre.

E Stukelj debutta come meglio non potrebbe, realizzando il 17 luglio la miglior performance alla sbarra con 19,730 punti che gli consentono di tenere a distanza lo svizzero Jean Gutweniger, per quello che è ufficialmente il primo oro della storia dei Giochi per il suo Paese, cui seguono due quarti posti, il 19 luglio agli anelli nella prova vinta dall’azzurro Francesco Martino e, due giorni dopo, al volteggio dove ottiene 9,91 punti, a soli 0,02 centesimi dal bronzo del cecoslovacco Bohumil Morkovsky, piazzamenti comunque sufficienti affinché Stukelj si aggiudichi il Concorso Generale individuale con il punteggio complessivo di 110,340 precedendo di stretta misura il cecoslovacco Robert Prazak, argento con 110,323 mentre ben più staccato è l’altro boemo, Bedrich Supcik, bronzo con 106,920 punti, consentendo anche alla Jugoslavia di classificarsi al quarto posto nel concorso a squadre.

Rientrato in patria ed osannato come un idolo, Stukelj, che nel frattempo continua gli studi universitari alla facoltà di legge, si conferma come uno dei migliori ginnasti della sua epoca ai Mondiali di Lione ’26, dove incrementa la propria collezione di medaglie iridate con gli ori alla sbarra ed agli anelli (indiscutibilmente le due specialità da lui preferite …), cui unisce il bronzo alle parallele e l’argento nella prova a squadre, per poi dedicarsi al completamento della carriera accademica conseguendo la laurea nel 1927 e potersi quindi concentrare sul suo secondo appuntamento olimpico di Amsterdam ’28.

Un’edizione, quella dei Giochi olandesi, che vede emergere – peraltro limitato a tale sola occasione – il talento dei ginnasti svizzeri, i quali si aggiudicano 9 medaglie di cui ben 5 d’oro, con Georges Mièz a farla da protagonista e, con una modalità di assegnazione delle medaglie analoga a quella di quattro anni prima a Parigi, Stukelj debutta l’8 agosto, data in cui sono previste le prove al cavallo con maniglie ed agli anelli.

La prima esibizione al cavallo con maniglie vede l’oramai quasi 30enne sloveno classificarsi in dodicesima posizione, per poi apprestarsi ad affrontare il proprio “cavallo di battaglia”, vale a dire la prova agli anelli, in cui è in grado di sperimentare una nuova posizione a croce inversa che verrà battezzata in suo onore come “manovra Stukelj”, circostanza che gli consente di imporsi con il punteggio di 57,50 precedendo i due cecoslovacchi Ladislav Vacha ed Emanuel Loffler, che vanno ad occupare le piazze d’onore co 57,50 e 56,50 punti rispettivamente.

Tradito dall’esercizio alla sbarra (appena 21esimo) ed ancor più al volteggio (non meglio che 28esimo), nonostante il settimo posto ottenuto alle parallele, Stukelj deve accontentarsi del bronzo nel concorso generale individuale, riuscendo a precedere per un’inezia (244,875 a 244.750) l’azzurro Romeo Neri, nella prova che vede il trionfo del ricordato svizzero Miez sul connazionale Hermann Hanggi, ma fornendo un importante contributo, assieme ai compagni Josip Primozic, argento alle parallele, e Stane Derganc, bronzo al volteggio, affinché la squadra jugoslava conquisti anch’essa il bronzo nella prova generale a squadre, per quelli che poi non sono altro che i soli cinque allori per i quali il Paese figura nel medagliere di Amsterdam ’28.

L’avanzare degli anni comincia a farsi sentire per Stukelj – quanto meno rispetto all’attività agonistica, come poi vedremo – il quale ai Mondiali ’30 svoltisi in Lussemburgo non va oltre il bronzo nel concorso a squadre ed alla sbarra, dovendo poi rinunciare ai Giochi di Los Angeles ’32 data la mancata partecipazione della Jugoslavia data l’eccessiva lontananza e relativi costi da affrontare.

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Stukeli, in primo piano, sul podio di Berlino ’36 – da dolenjskimuzej.si

Ma un uomo che della ginnastica ha fatto la sua primaria ragion di vita non poteva certo dare l’addio a tale adorata disciplina se non in un contesto olimpico, ed ecco allora che, a dispetto degli oramai quasi 38 anni, Stukelj si presenta anche ai Giochi di Berlino ’36 dove riesce a dare sfoggio della sua immensa classe nell’esibizione agli anelli, premiato dai giudici con un 9,467 nell’esercizio obbligatorio ed un 9,400 nell’esecuzione libera, per un punteggio complessivo di 18,867 che gli vale la medaglia d’argento alle spalle del cecoslovacco Aloi Hudec, oro con 19,433, e davanti al tedesco Matthias Volz, ad occupare con 18,667 punti il gradino più basso del podio.

A conclusione della carriera sportiva, Stukelj intraprende l’attività di giudice, dapprima nella sua città natale e quindi a Lenart e Maribor, ma gli eventi della seconda guerra mondiale ed una sua malcelata ostilità verso il regime comunista instaurato dal maresciallo Tito in Jugoslavia, fanno sì che l’ex stella olimpica venga sospettato di collusione con i servizi segreti britannici al fine di restaurare la monarchia nel Paese, un’accusa che lo porta ad essere anche imprigionato e comunque, una volta rilasciato, sottoposto ad una stretta sorveglianza, impedendogli di proseguire nell’attività di giudice per non dover partecipare ad eventi al di fuori dei confini, così che è costretto a ripiegare sul lavoro di assistente legale in forza della laurea a suo tempo conseguita.

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Stukelj con la sua collezione di medaglie – da wikipedia.org

Ma mai, come nel caso di Stukelj, il vecchio adagio che “il tempo è galantuomo …” si adatta alla perfezione, dato che, alla pur veneranda età di quasi 94 anni, può presenziare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Barcellona ’92 dove vede per la prima volta nella storia dei Giochi sfilare gli atleti del suo Paese sotto la bandiera slovena, a causa della disgregazione della ex Jugoslavia, e, quattro anni dopo, stupisce e diverte il pubblico americano salendo in bello stile i gradini dello stadio olimpico, invitato dagli organizzatori dei Giochi di Atlanta ’96 quale ultima medaglia d’oro ancora vivente, dall’alto dei suoi quasi 97 anni, ricevendo altresì l’onore di premiare i medagliati del concorso generale a squadre.

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Stukelj, 97enne, alle Olimpiadi di Atlanta ’96 – da slovenskenovice.si

Inutile dire come, in occasione del suo centesimo compleanno, il 12 novembre 1998, Stukelj sia stato celebrato come meglio non si sarebbe potuto dalle autorità politiche e sportive slovene e come, peraltro, era doveroso fare nei riguardi di una tale leggenda olimpica e mondiale, visto che, alla sua scomparsa, avvenuta l’anno dopo, l’8 novembre a soli quattro giorni dal compimento dei 101 anni, ha stabilito il primato assoluto di longevità per una medaglia d’oro olimpica, nel frattempo doverosamente introdotto nella “International Gymnastics Hall of Fame” dal 1997.

Alla faccia di chi sostiene che un sano esercizio ginnico ogni mattina non faccia bene alla salute…

 

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NIKOLAI ANDRIANOV, UNA STELLA RUSSA NEL FIRMAMENTO GIAPPONESE

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Nikolai Andrianov – da nytimes.com

articolo di Giovanni Manenti

Dalle Olimpiadi di Helsinki ’52, data in cui l’Unione Sovietica partecipa per la prima volta alla Rassegna a Cinque Cerchi e sino alla disgregazione dell’Impero Sovietico, per 40 anni i suoi rappresentanti hanno fatto bella presenza di sé in una disciplina, la ginnastica, da cui hanno ricavato il maggior numero di medaglie d’Oro (ben 73) rispetto alle 395 complessivamente conquistate.

E sé, in questo lasso di tempo, vale a dire sino ai Giochi di Seul ’88 compresi, nel settore femminile a contrastarne il dominio – dimostrato dal fatto che, fatta salva l’edizione di Los Angeles ’84 dove erano assenti, le ragazze sovietiche non si sono mai fatte sfuggire l’Oro nel Concorso Generale a Squadre – è stata la grandezza di due singole, per quanto straordinarie, ginnaste, ed il riferimento, per quanto ovvio, è relativo alla cecoslovacca Vera Caslavska ed alla rumena Nadia Comaneci, la circostanza assume un aspetto ben diverso in campo maschile.

Settore dove, dopo il dominio assoluto dei vari Chukarin, Shakhlin e Titov nel corso degli anni ’50, la corazzata sovietica si vede costretta a fronteggiare non un singolo atleta, bensì un intero sistema costituito da quella che, probabilmente, è stata la più eccelsa generazione di ginnasti di ogni epoca, figli dell’Impero del Sol Levante e che, con Takashi Ono nelle vesti di apripista ai Giochi di Melbourne ’56, ha poi avuto in Yukio Endo, Sawao Kato ed Akinori Nakayama i suoi più celebrati protagonisti, senza nulla togliere agli altri componenti di uno squadrone come quello nipponico, a propria volta dominatore per un ventennio nel Concorso Generale a Squadre, loro appannaggio dall’edizione di Roma ’60 sino a Montreal ’76.

Il raffronto, impietoso, è presto fatto, in quanto dai 5 ori a 4 a favore dei ginnasti sovietici ai Giochi di Roma nel 1960, si passa ad un 5 a 1 per i giapponesi nell’edizione casalinga di Tokyo ’64, superiorità ribadita con 6 medaglie d’oro conquistate a Città del Messico ’68 contro le 2 appannaggio di Mikhail Voronin per l’Urss sino al, per certi versi mortificante, esito della Rassegna di Monaco ’72 in cui, al di là del computo degli Ori, comunque sempre largamente a favore (5 contro 2) dei ginnasti giapponesi, gli stessi monopolizzano l’intero podio del Concorso Generale Individuale (vinto da Sawao Kato precedendo i compagni Eizo Kenmotsu ed Akinori Nakayama), un exploit che non resta isolato, in quanto replicato sia negli esercizi alla Sbarra ed alle Parallele.

Una situazione a dir poco insostenibile all’interno della Federazione Sovietica, che a tale strapotere – sia in sede Olimpica che Mondiale – aveva saputo opporre solo il talento del già citato Voronin, capace, bontà sua, di conquistare ben 7 medaglie (2 Ori, 4 Argenti ed un bronzo) ai Giochi di Città del Messico ’68, dopo aver portato a casa due medaglie d’Oro – Concorso Generale Individuale ed Anelli – e due d’Argento alla Rassegna Iridata di Dortmund ’66.

Troppo poco, per frenare l’onda d’urto nipponica che, alla successiva edizione di Monaco ’72 conquista, nelle sette singole specialità individuali, ben 15 delle 21 medaglie messe in palio (!!), anche se, proprio nella Rassegna bavarese, si accende la luce della speranza per il Team sovietico, sotto le sembianze del 20enne Nikolai Andrianov, il quale si aggiudica la prova al Corpo Libero, mettendosi alle spalle un codazzo di giapponesi, costituito, nell’ordine, da Nakayama, Shigeru Kasamatsu e Kenmotsu.

Ed, essendo lui il protagonista della nostra Storia odierna, andiamo a conoscerlo un po’ più a fondo, questo meraviglioso ginnasta che vede la luce a metà ottobre 1952 – non a caso a tre mesi di distanza dalle prodezze di Viktor Chukarin, con 4 Ori e 2 Argenti, ai Giochi di Helsinki ’52 in cui l’Urss fa la sua prima apparizione nel panorama olimpico – a Vladimir, città russa di oltre 300mila abitanti posta sul fiume Klyazma, a 200km. ad est della Capitale moscovita.

Perfettamente strutturato (m.1,66 per 60kg.) dal punto di vista morfologico, il giovane Nikolai inizia a praticare lo Sport che lo renderà famoso dall’età di 11 anni nella sua città natale, presso uno dei tanti “Burevestnik” (Centri Sportivi) sparsi nel vastissimo territorio dell’Unione Sovietica, mettendosi per la prima volta in evidenza agli Europei di Madrid ’71 dove dimostra la sua più grande qualità, vale a dire di essere in grado di esprimersi al meglio in qualsiasi specialità (con una sottilissima, minor predisposizione per la Sbarra), tronandosene in Patria con un bottino di sei medaglie, equamente ripartite tra i tre metalli, con l’Oro al Volteggio ed al Cavallo con Maniglie, l’Argento agli Anelli ed alle Parallele ed il Bronzo nel Concorso Generale Individuale ed al Corpo Libero).

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Andrianov ai Giochi di Monaco ’72 – da worldofgymnasticc.net

Questa sua dote di non avere punti deboli, consente ad Andrianov di classificarsi al quarto posto nel concorso generale individuale ai Giochi di Monaco ’72 – con il Bronzo, appannaggio di Nakayama, a sfuggirli per soli 0,125 millesimi di punto (114,325 a 114,200 – nonché di acquisire il diritto a partecipare a quattro delle sei Finali relative alle singole specialità dove, oltre al già ricordato Oro al Corpo Libero, aggiunge il Bronzo al Volteggio.

In seno alla Federazione Sovietica non ci vuole molto a capire di avere in casa l’unico personaggio che ha le potenzialità per contrastare lo strapotere dei rappresentanti del Sol Levante, ansiosi di valutarne i progressi nelle successive grandi Manifestazioni Internazionali previste nel quadriennio post olimpico al fine di raggiungere l’apice della condizione in vista dei Giochi di Montreal ’76 – appuntamento che, nel clima della “Guerra Fredda” tra le due Super Potenze, assume una rilevanza che va ben oltre il mero lato sportivo – considerato altresì come nel 1973 proprio Mosca ospiti anche le Universiadi.

E la risposta di Andrianov è delle migliori che ci si possa aspettare, confermando la sua duttilità sia ai Campionati Europei di Grenoble ’73 – dove è a medaglia in cinque eventi, con l’Oro al Corpo Libero ed al Volteggio e l’Argento nel Concorso Generale Individuale, agli Anelli ed alle Parallele – che alla citata Rassegna Universitaria, in cui il computo degli allori conquistati sale a sei, con quattro Ori e due Argenti.

Ma il vero banco di prova per valutare la crescita di Andrianov è costituito, per quanto ovvio, dal confronto con i “Maestri” giapponesi in programma a Varna, in Bulgaria, sede dei Campionati Mondiali ’74, in cui il protagonista assoluto è Kasamatsu, il quale, oltre all’Oro nel Concorso Generale a squadre, fa suo anche quello Individuale, cui unisce i titoli al Corpo Libero ed alle Parallele.

E se il giapponese è la stella della Rassegna Iridata, Andrianov ne è il degno comprimario, ancora una volta capace di raggranellare ben sei medaglie e, se è pur vero che solo agli Anelli sale sul gradino più alto del podio – oltretutto dividendolo con il rumeno Danut Grecu – ne vanno altresì sottolineati i miglioramenti nelle altre singole specialità, visto che nelle ulteriori cinque circostanze in cui il 22enne russo va a medaglia si tratta in ogni caso di Argento, con un distacco di appena 0,125 millesimi di punto (115,500 a 115,375) rispetto a Kasamatsu nel Concorso Generale Individuale, così come ad Andrianov sfugge l’Oro al Volteggio ed alle Parallele, per soli 0,075 e 0,050 millesimi rispettivamente, di fronte a Kasamatsu e Kenmotsu.

I margini, insomma, si sono sensibilmente ridotti, e le speranze di poter validamente contrastare lo Squadrone Nipponico a Montreal ’76 cominciano a farsi quasi certezze in casa sovietica, ancor più confortati dalla Prova Generale messa in atto in occasione della Rassegna Continentale di Berna ’75, dove il dominio di Andrianov è assoluto, certificato dal mettersi al collo, oltre che nel Concorso Generale Individuale, la medaglia d’Oro anche al Corpo Libero, Parallele, Volteggio e persino nella poco amata Sbarra, con l’aggiunta dell’Argento al Cavallo con Maniglie.

Tutto è pronto, dunque, la sfida è lanciata e scenario più degno non può esservi del “Forum” di Montreal, impianto che ospita le gare di Ginnastica della XXI Edizione dei Giochi dell’Era Moderna e che passa alla storia del “Grande Romanzo delle Olimpiadi” per le strepitose esibizioni della non ancora 15enne rumena Nadia Comaneci, prima ginnasta a vedersi assegnati ben cinque 10 per le sue fantastiche evoluzioni che rattristano i volti delle tre fuoriclasse sovietiche Ludmila Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim.

Ma, come la ragazzina rumena infrange i sogni di gloria dello squadrone sovietico nel settore femminile, così ci si augura, da quelle parti, che identico percorso possa compiere il più attempato (stiamo parlando di un quasi 24enne, che per la Ginnastica inizia ad essere un’età quasi adulta …) Andrianov al cospetto del team giapponese che si presenta alla Rassegna canadese con una formazione rinnovata, priva delle stelle Nakayama e Kasamatsu, ma pur sempre guidata dal 30enne Sawao Kato, il quale, a dispetto delle primavere, è alla ricerca di un’impresa mai riuscita ad alcun ginnasta, vale a dire fare suo l’Oro nel Concorso Generale Individuale per tre Edizioni consecutive dei Giochi, dopo le affermazioni a Città del Messico ’68 ed a Monaco ’72.

Che il gap tra le due Nazioni leader assolute della disciplina si sia sensibilmente ridotto se ne ha una prima, chiara dimostrazione nella prova a squadre che, come di consueto, apre il programma ginnico ed in cui l’Urss si porta al comando dopo gli Esercizi Obbligatori (286,80 punti a 286,30), solo per vedersi sfuggire di misura la vittoria al termine degli Esercizi Liberi, per una risicata (576,85 a 576,45) conferma del quinto Oro Olimpico consecutivo da parte del Team giapponese.

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Andrianov alle parallele a Montreal ’76 – da gettyimages.it

Circostanza che suona molto più di un “capannello d’allarme” per il sogno a cinque cerchi di Sawao Kato, visto che Andrianov si porta in dote, nella prova valida per il Concorso Generale Individuale, il miglior punteggio di 58,250 raccolto nella gara a squadre, per un vantaggio di 0,30 centesimi sul giapponese, che affronta le sei distinte specialità partendo da una base di 57,950, distacco che non riesce a colmare e che, al contrario, il 24enne russo dilata sino ad un punto esatto (116,65 a 115,65) grazie alle esibizioni agli Anelli (valutata 9,75 rispetto al 9,45 di Kato) ed al Volteggio, in cui il divario è costituito dal 9,80 assegnato dai Giudici ad Andrianov rispetto al 9,55 del giapponese.

La ribadita caratteristica del ginnasta sovietico nel non aver punti deboli, fa sì che il medesimo acquisisca il diritto a disputare cinque delle sei Finali individuali ai singoli attrezzi – esclusa, come di consueto, la poco gradita Sbarra – nelle quali va altrettante volte a ricevere medaglie alle rispettive Cerimonie di Premiazione, tanto da risultare l’atleta più medagliato dell’intera Rassegna Olimpica, con 4 Ori, 2 Argenti ed un Bronzo.

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Andrianov oro al corpo libero – da gettyimages.it

Le singole specialità lo vedono, difatti, confermare l’Oro di Monaco ’72 al Corpo Libero, con il minimo scarto consentito (19,450 a 19,425) sul compagno Vladimir Marchenko, per poi imporsi sul suo degno successore, il connazionale Aleksandr Dityatin (19,650 a 19,550) agli Anelli e quindi prendersi la grande soddisfazione di mettersi alle spalle i giapponesi Tsukahara ed Hiroshi Kajiyama (19,450 punti a 19,375 e 18,275 rispettivamente) nel Volteggio, dovendosi inchinare solo all’immensa classe di Kato alle Parallele (19,675 a 19,500) ed infine conquistare il Bronzo al Cavallo con Maniglie, unico attrezzo in cui il successo non arride ad un atleta sovietico o giapponese, in quanto vede l’affermazione dell’ungherese Zoltan Magyar.

E così, grazie alle superbe esibizioni del proprio “Figlio della Grande Madre Russia”, l’Unione Sovietica può riprendersi lo scettro della Ginnastica in campo maschile, con 4 Ori, 3 Argenti ed un Bronzo, rispetto ai 3 Ori, 4 Argenti e 3 Bronzi degli storici rivali giapponesi, nei cui confronti le sciagurate decisioni politiche in ordine ai rispettivi boicottaggi dei Giochi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 tolgono il gusto di un successivo confronto in tale sede, dato che l’esito dei Mondiali di Strasburgo ’78 certifica un Giappone ben lungi dall’abdicare, con la conferma dell’Oro a Squadre e di altri tre titoli individuali con Kenmotsu alle Parallele, Kasamatsu alla Sbarra ed il giovane Junichi Shimizu al Volteggio, con l’Unione Sovietica ad opporre, ci mancherebbe, ancora una volta il solo Andrianov, in grado di far suo il Concorso Generale Individuale davanti a Kenmotsu (117,200 a 116,550), cui unisce il successo agli Anelli e gli Argenti al Volteggio ed alle Parallele.

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Andrianov agli anelli ai Mondiali di Strasburgo ’78 – da gettyimages.it

Per Andrianov, l’edizione dei Giochi di Mosca ’80 – in assenza del Giappone ed anche degli Stati Uniti, Paese in cui il movimento ginnico sta iniziando a prendere sempre più piede dopo decenni di buio assoluto – si trasforma nella doverosa passerella che un Campione del suo stampo merita di ricevere dal proprio pubblico, occasione altresì per passare lo scettro al nuovo astro sovietico Aleksandr Dityatin, non senza aver incrementato il proprio carniere di medaglie, oltre allo scontato Oro nella Prova a Squadre, con il successo (19,825 a 19,800) sullo stesso Dityatin al Volteggio, dopo averlo costretto ad impegnarsi a fondo, come è giusto che sia, per far sua la vittoria nel Concorso Generale Individuale che il 23enne di Leningrado si aggiudica con 118,650 punti rispetto ai 118,225 di Andrianov, le cui esibizioni vengono accolte da un’ovazione del pubblico che gremisce gli spalti del Palazzo dello Sport “Luzhniki”, a prescindere dalla validità delle singole prestazioni.

E, d’altronde, cosa altro si potrebbe tributare ad una sorta di “Eroe Greco” che, petto in fuori e lancia in resta, ha avuto il coraggio di affrontare, praticamente da solo, un esercito nemico di elevata portata come quello giapponese, riuscendo altresì nell’impresa di sconfiggerlo, nella “Battaglia di Montreal”?

LA LUNGA RINCORSA ALLA GLORIA OLIMPICA DI KOJI GUSHIKEN

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Koji Gushiken festeggia l’oro a Los Angeles ’84 – da theolympians.co

Articolo di Giovanni Manenti

La mai troppo biasimata, assurda, decisione di coinvolgere lo Sport nelle diatribe politiche tra le due Superpotenze di Unione Sovietica e Stati Uniti, con gli arcinoti boicottaggi – da parte dei rispettivi blocchi – delle Olimpiadi di Mosca ’80 e delle successive di Los Angeles ’84, oltre a svilire da un punto di vista tecnico alcuni risultati in esse ottenuti per la mancanza del confronto diretto, fa anche sì che per atleti che hanno incentrato l’attività agonistica principalmente nel sogno di poter salire sul gradino più alto di un Podio Olimpico, ciò rappresenti spesso la fine di quell’agognato desiderio.

In diverse discipline, difatti, come Nuoto e Ginnastica in particolare, dove il ricambio è più frequente che in altri Sport, dover attendere altri quattro anni per cercare di cogliere la Gloria Olimpica rischia di divenire un lasso di tempo insormontabile, ed uno di questi a rischiare una tale situazione è il ginnasta giapponese Koji Gushiken che, nato a metà novembre 1956 nella suggestiva città di Osaka, aveva centrato sui Giochi di Mosca ’80 il proprio obiettivo a cinque cerchi.

Chiamato a raccogliere la pesante eredità dello squadrone del Sol Levante dominatore del panorama ginnico a cavallo degli anni ’70 – con i vari Sawao Kato, Akinori Nakayama e Shigeru Kasamatsu a rilevare il testimone dai pionieri Takashi Ono ed Yukio Endo – Gushiken entra a far parte della formazione nipponica, in cui resistono ancora Kasamatsu e Kenmotsu della “vecchia guardia”, in occasione dei Mondiali di Fort Worth ’79, contribuendo alla conquista dell’Argento a squadre alle spalle dei fortissimi sovietici, per poi essere il migliore dei suoi nel Concorso Generale Individuale, ancorché non vada oltre il settimo posto, ed aggiudicarsi il Bronzo nel Cavallo con Maniglie, sfiorando in altre due occasioni il podio, agli Anelli ed alle Parallele.

C’era, ovviamente, da lavorare sodo per contrastare lo strapotere dei due fuoriclasse sovietici Alexander Dityatin e Nikolai Andrianov, circostanza che per ogni giapponese che si rispetti non crea soverchie preoccupazioni, meticolosi come sono e disponibili al sacrificio nel sottoporsi ad allenamenti massacranti, ma la decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi moscoviti, con conseguente adesione da parte del Governo nipponico, cala come un macigno sulla testa di Gushiken, il quale aveva confermato in modo tangibile i propri miglioramenti in occasione della Coppa del Mondo svoltasi il medesimo anno, con la conquista del Bronzo nel Concorso Generale Individuale, cui fanno seguito l’Oro alla Sbarra, l’Argento al Cavallo con Maniglie ed il Bronzo agli Anelli nelle prove alle singole specialità.

Inutile dire che Dityatin ed Andrianov sbancano la concorrenza in sede olimpica, con il primo addirittura ad andare a medaglia in tutte ed otto le prove in programma (con 3 Ori, 4 Argenti ed un Bronzo, evento mai ripetuto sino ad oggi) ed il secondo, già protagonista assoluto a Montreal ’76 con 4 Ori, a completare il suo ricchissimo Palmarès con altri cinque allori costituiti da 2 Ori, altrettanti Argenti ed un Bronzo, mentre per il giapponese si prospetta un’attesa lunga quattro anni per poter sperare in una propria affermazione.

Il primo stimolo necessario a dare la carica a Gushiken è rappresentato dall’Edizione dei Mondiali ’81 che si svolge proprio a Mosca ed occasione migliore non può esservi per verificare la propria competitività con i Campioni sovietici della disciplina, ed il confronto – con Andrianov ritiratosi dalle scene e Dityatin al suo passo d’addio a causa di un infortunio subito in allenamento subito dopo i Giochi di Mosca che ne limita le prestazioni – regge, in quanto con il 25enne ad assumere il ruolo di leader del rinnovato Team giapponese, conferma l’Argento nel Concorso Generale a Squadre, ma con un divario di appena 0,100 millesimi di punto (588,950 a 588,850) rispetto alla formazione sovietica.

Nelle prove individuali, Gushiken si migliora nel Concorso Generale Individuale, salendo sul Podio quale terzo classificato, piazzamento che ottiene anche al Corpo Libero per poi dividerne il più alto gradino con Dityatin nell’esercizio alle Parallele, concluso con un totale di 19,826 punti per entrambi.

Un altro pericolo di color rosso si sta peraltro profilando all’orizzonte, ed è costituito dalla costante crescita dei ginnasti cinesi che, dopo essere rimasti a secco nell’edizione americana del ’79, stavolta riempiono il medagliere con due Ori, un Argento ed un Bronzo e, soprattutto, facendo esordire un giovane non ancora 18enne, tale Li Ning, di cui si sentirà parlare in seguito.

Nel suo percorso di avvicinamento ai Giochi di Los Angeles ’84, Gushiken si presenta ai Mondiali di Budapest ’83 con l’onere di essere praticamente il solo ginnasta del proprio Paese a cercare di contrastare il dominio cinese/sovietico ed, a dispetto della retrocessione al terzo posto nel Concorso Generale a Squadre – curiosamente con lo stesso identico punteggio complessivo di 588,850 registrato due anni prima a Mosca e che vede il primo trionfo nella Storia della Rassegna Iridata del Team cinese – si posiziona al posto d’onore nel Concorso Generale Individuale alle spalle del sovietico Dmitry Bilozerchev, dominatore nella Capitale ungherese con 4 Ori e due Argenti, con il quale divide il gradino più alto de podio agli Anelli, prova conclusa con 19,925 punti per entrambi, appena 0,025 millesimi di punto meglio di Li Ning.

E, mentre a Bilozerchev, degnissimo erede dei ricordati “mostri sacri” Dityatin ed Andrianov, tocca subire la stessa sorte di Gushiken, non potendo esibirsi sulle pedane ed agli attrezzi nella palestra dell’Università di UCLA a Los Angeles a causa del contro boicottaggio da parte dei Paesi del “Blocco comunista” (ma anch’egli avrà poi l’opportunità di rifarsi quattro anni dopo alle Olimpiadi di Seul ’88 …), per il giapponese, oramai 28enne, la maggior insidia ai propri sogni di gloria giunge proprio dai continui miglioramenti del cinese Li Ning, di sette anni più giovani di lui e divenuto leader di una squadra che torna a misurarsi sulla scena olimpica dopo decenni di assenza, a dimostrazione altresì di una propria indipendenza politica da Mosca non avendo aderito alla proposta di boicottare la Rassegna a Cinque Cerchi.

Con gli atleti di casa – anch’essi in crescita esponenziale in tale disciplina – a fare da terzi incomodi, specie con Peter Vidmar e Bart Conner, ed il classico “occhio di riguardo” da parte della Giuria per i rappresentanti del Paese che ospita i Giochi, il Concorso Generale a Squadre si risolve sul filo di lana a favore degli Stati Uniti nei confronti della Cina (591,400 a 590,800), mentre per Gushiken ed i suoi compagni non resta che accontentarsi del Bronzo, in attesa della prova più attesa, vale a dire il Concorso Generale Individuale.

Per Gushiken si tratta di una prova in salita, avendo concluso gli esercizi validi per la gara a squadre con 59,100 punti che lo collocano addirittura al quinto posto con un distacco di 0,175 punti da Vidmar e di 0,125 da Li Ning, una differenza che per manifestazioni di questo livello può divenire difficile da colmare e, difatti, il giapponese è ben consapevole del fatto di dover rasentare la perfezione agli esercizi liberi previsti per il 31 luglio ’84.

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Il salto al volteggio che garantisce l’oro a Gushiken – da gettyimages.it

Perfezione che Gushiken raggiunge al Volteggio, poiché i pur ottimi punteggi di 9,90 totalizzati al Corpo Libero, Cavallo con Maniglie e Parallele, nonché di 9,95 ricevuti per le esibizioni alla Sbarra ed agli Anelli, non sono sufficienti per garantirsi la medaglia d’Oro, cosa che viceversa avviene con il 10 che gli viene assegnato per l’esercizio al Volteggio che – con il 9,90 ricevuto sia da Vidmar che da Li Ning – fa sì che la Classifica si capovolga a favore del giapponese, il quale corona il suo personale “Sogno di Gloria” con il minimo scarto previsto, vale a dire 0,025 millesimi di punto (118,700 a 118,675) rispetto a Vidmar, per la delusione degli spettatori presenti, mentre a Li Ning tocca il gradino più basso del podio, staccato a propria volta di soli 0,125 millesimi, che conclude le proprie fatiche a quota 118,575.

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L’esibizione agli anelli che gli vale l’argento – da gettyimages.it

Il giovane cinese ha comunque modo di riscattarsi dalle delusioni dei Concorsi Generali con gli Ori al Corpo Libero, Anelli e Cavallo con Maniglie e l’Argento al Volteggio, mentre Gushiken completa la sua collezione di medaglie spartendo con Li Ning l’Oro agli Anelli (19,850 per entrambi), facendosi sorprendere dall’altro cinese Lou Yun al Volteggio, dove non ripete l’eccellente prestazione che gli ha consentito di conquistare l’Oro nel Concorso Generale – stavolta appannaggio del 20enne cinese che fa registrare un 10 ed un 9,95 – e conquistando il Bronzo alla Sbarra, attrezzo che vede trionfare un altro ginnasta del Sol Levante, Shinji Morisue, autore di una prestazione impeccabile, premiata dai Giudici con ben tre 10 in ognuna delle sue esibizioni.

Per Gushiken il sogno si è finalmente realizzato, avvicinandosi alla soglia dei 30 anni potrebbe essere giunto il tempo per abbandonare l’attività, dubbio che gli viene tolto da una frattura alla caviglia procuratasi in allenamento nel maggio ’85 che lo tiene fermo per tre mesi, ponendo fine alla propria carriera con la partecipazione, in condizioni chiaramente non ottimali, ai Mondiali di Montreal ’85 in cui aggiunge al proprio Palmarès solo il Bronzo alle Parallele.

Ma tanto, lo scopo principale della sua vita era stato raggiunto, no?

 

IL VOLO TRAGICAMENTE SPEZZATO DI ELENA MUKHINA, L’ANTI COMANECI

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La tomba di Elena Mukhina a Mosca – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando il panorama femminile della Ginnastica Artistica è piacevolmente sconvolto dall’arrivo della fenomenale, non ancora 15enne, rumena Nadia Comaneci in occasione delle Olimpiadi di Montreal ’76, a sorridere molto meno sono i Dirigenti della Federazione Sovietica, i quali, dopo il ritiro della fuoriclasse cecoslovacca Vera Caslavska, avevano iniziato gli anni ’70 facendo man bassa di medaglie, sia ai Giochi di Monaco ’72 che, ancor più, ai Campionati Mondiali di Varna ’74, grazie al fantastico trio composto da Ludmilla Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim.

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Il fortissimo team dell’URSS di inizio anni ’70 – da thoughtco.com

Una presenza, quella della Comaneci, oltretutto quanto mai scomoda in vista dell’appuntamento olimpico di quattro anni dopo in programma proprio nella capitale moscovita e l’imperativo di ben figurare è stampato a chiare lettere nella mente dei componenti la Federazione – dirigenti e tecnici – ed occorreva, pertanto, cercare di trovare un rimedio nel quadriennio di preparazione.

Rimedio che, per loro buona sorte, gli Allenatori sovietici hanno già in casa, nella figura della giovane Elena Mukhina, nata a Mosca l’1 giugno 1960, non selezionata per la Rassegna Olimpica e, viceversa, messasi in luce l’anno seguente ai Campionati Europei di Praga ’77, dove giunge alle spalle della Comaneci nel Concorso Generale Individuale, per poi conquistare ben tre medaglie d’Oro alla Trave, Parallele Asimmetriche (a pari merito con la rumena) e Corpo Libero (a pari merito con la connazionale Maria Filatova), cui unisce il Bronzo al Volteggio.

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Elena Mukhina – da elalminardemelilla.com

Un ottimo biglietto da visita su cui poter lavorare, in vista del più importante appuntamento mondiale costituito dalla Rassegna Iridata di Strasburgo ’78, dove la 18enne moscovita fornisce una delle più sbalorditive prestazioni nella Storia della Manifestazione, aggiudicandosi il titolo nel Concorso Generale Individuale in un podio interamente monopolizzato dalle ginnaste sovietiche, con la Mukhina Oro con 78,725 punti – formati da un 9,85 alla Trave, 9,90 sia alle Parallele Asimmetriche che al Volteggio e 9,95 al Corpo Libero – davanti alle compagne Kim (Argento con 78,575) e Shaposhnikova (Bronzo con 77,875), così relegando ai margini della zona medaglie la Comaneci, non meglio che quarta con 77,725 punti, una graduatoria che consente, per quanto ovvio, alle sovietiche di conquistare anche la vittoria nel Concorso Generale a Squadre.

Con sole due atlete per Nazione a poter disputare le Finali alle singole specialità, la Mukhina è esclusa dal volteggio – dove si afferma la Kim davanti alla Comaneci – andando però a medaglia nelle altre tre prove, con l’Argento alla Trave per il minimo scarto di 0,025 millesimi (19,625 a 19,600) rispetto alla Comaneci ed alle parallele Asimmetriche, in cui il titolo va all’americana Marcia Frederick (19,800 a 19,725) e quindi dividere il gradino più alto del podio con la connazionale Kim al Corpo Libero, dove sfiorano la perfezione, totalizzando entrambe il punteggio di 19,775.

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La Mukhina si esibisce al corpo libero ai Mondiali ’78 – da gettyimages.ae

In particolare, la Mukhina dimostra di saper abbinare grazia e potenza nell’esecuzione dell’esercizio al Corpo Libero, secondo la più classica delle tradizioni della Scuola Sovietica, in cui introduce un innovativo doppio salto mortale all’indietro che, nel Glossario della Disciplina, ne prende il nome, venendovi inserito come il “Salto Mukhina” e tuttora classificato come “E” (il massimo livello) nel Codice dei Punti assegnati dalle Giurie.

Un tale livello di perfezione non dovrebbe avere bisogno di ulteriori miglioramenti, ma il fatto che agli Europei di Copenaghen ’79 la Mukhina venga sconfitta dalla Comaneci proprio al Corpo Libero – facendo, viceversa, suo l’Oro alle parallele Asimmetriche – fa sì che il suo Allenatore Mikhail Klimenko la sproni ad inserire nella sua esecuzione il “Salto Thomas”, così chiamato dal suo ideatore, l’americano Kurt Thomas, in occasione della sua esibizione al Corpo Libero che gli vale la medaglia d’Oro ai Mondiali di Strasburgo ’78.

La ginnasta sovietica è però reticente, in quanto, durante una tournée post-europei in Gran Bretagna, si era rotta una caviglia, incidente che le era costato due operazioni chirurgiche e la rinuncia ai Mondiali ’79 di Fort Worth, negli Stati Uniti (dove Thomas conferma il titolo al Corpo Libero), e, con l’arto non ancora perfettamente a posto, inserire un elemento di così elevata difficoltà poteva essere altamente rischioso, ma ciò nondimeno era costretta a sottoporsi ai massacranti allenamenti di ben 8 ore al giorno per farsi trovare al top della forma all’appuntamento Olimpico.

E, sforza oggi, sforza domani, ecco che il 4 luglio 1980, a due settimane esatte dall’apertura dei Giochi di Mosca, accade l’irreparabile, allorquando, nel provare per l’ennesima volta tale combinazione al Corpo Libero, la caviglia della 20enne ginnasta non le fornisce la spinta necessaria per la perfetta esecuzione dell’esercizio, cadendo malamente a terra senza riuscire a rialzarsi.

Trasportata d’urgenza all’Ospedale Militare di Minsk, città dove era in corso il collegiale della squadra sovietica, la sfortunata ragazza non ha la possibilità di essere ricoverata per mancanza di strutture adeguate, venendo pertanto trasferita in elicottero a Mosca, dove è sottoposta ad intervento chirurgico solo tre giorni dopo, al termine del quale la diagnosi è impietosa: frattura dell’osso del collo e paralisi totale sia degli arti superiori che inferiori.

Costretta all’immobilità più completa, non sappiamo se la Mukhina abbia comunque avuto modo di vedere le gare olimpiche, in cui la “sua” specialità del Corpo Libero premia ex aequo le sue grandi rivali, la connazionale Kim e la rumena Comaneci con l’eccellente punteggio di 19,875 per entrambe, di sicuro vi è il fatto che la Federazione Sovietica cerca di mettere a tacere l’accaduto in ordine alle reali condizioni dell’atleta, scoperte quasi per caso, due anni dopo, a seguito dell’insistenza del Presidente del CIO, Juan Antonio Samaranch, di consegnarle di persona la “Medaglia d’Argento al Valore Olimpico”, facendo così scoprire al mondo intero l’effettiva situazione della sfortunata atleta, costretta su di una sedia a rotelle, completamente incapace di muoversi.

Abituata a non arrendersi, negli anni a seguire la Mukhina cerca di recuperare l’uso quantomeno di parte del proprio corpo, sottoponendosi a numerosi tentativi di riabilitazione, purtroppo senza ottenere beneficio alcuno, sino a spengersi, vittima di un arresto cardiaco figlio della sua condizione di tetraplegica, alle soglie del Natale 2006, il 22 dicembre, ad appena 46 anni di età.

Ora, non è certo compito nostro fare dei facili moralismi – che, oltretutto, suonerebbero come un’offesa alla memoria della sfortunata ginnasta – resta però l’interrogativo, la cui risposta la lasciamo alle personali riflessioni di ciascuno, in merito al fatto se sia più o meno corretto cercare di forzare le possibilità fisiche di un atleta al solo fine di ottenere quello che poi, in fondo, non è altro che un mero titolo sportivo

LONDRA ’48, QUANDO LA GINNASTICA E’ DOMINATA DAL TEAM FINLANDESE

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Il team finlandese campione olimpico a Londra ’48 – da tamperelainen.fi

articolo di Giovanni Manenti

Nel paragonare una nazione ad uno sport olimpico in particolare, se si pensa alla Finlandia non si può non accostarla all’atletica leggera, e con valide pezze d’appoggio, laddove si consideri che delle 303 medaglie vinte ai Giochi estivi, ben 114 giungono dalla “Regina di tutte le discipline”, una percentuale che aumenta qualora ci si riferisca ai soli ori, che vedono gli atleti scandinavi conquistarne ben 48 sui 100 complessivi, una media che sfiora il 50%.

E’ una tradizione che fa leva sul “Periodo d’oro” degli anni ’20 quando, capitanata da un oramai anziano Hannes Kolehmainen (comunque vincitore della Maratona ad Anversa ’20), la formazione finlandese aveva in Paavo Nurmi e Ville Ritola le proprie punte di diamante, contribuendo al medagliere con 16 medaglie nel 1920, 17 a Parigi ’24 ed altre 14 ad Amsterdam ’28, per poi essere rinverdita negli anni ’70 grazie alle imprese di Lasse Viren e Pekka Vasala, mentre una specialità in cui i finnici si sono sempre fatti valere è quella del lancio del giavellotto.

Tutta questa premessa per introdurre una variante storica, andata in scena nella prima Edizione dei Giochi del Secondo Dopoguerra, a Londra ’48, quando la Finlandia presenta un’altra fortissima squadra, ma dominatrice di un altro Sport, vale a dire la Ginnastica, conquistando, in una sola volta, ben 10 delle 25 medaglie complessivamente vinte in tale disciplina, ed addirittura salendo per sei volte sul gradino più alto del podio rispetto agli otto ori raccolti in totale.

E’ indubbio che l’assenza degli atleti sovietici – i quali partecipano per la prima volta ai Giochi a far tempo dalla successiva Edizione di Helsinki ’52 – nonché delle rappresentative di Germania e Giappone, unitamente al fatto che il Paese scandinavo ha subito minori conseguenze dall’evento bellico rispetto ad altre Nazioni, favorisce una tale impresa, ma non si può comunque negare che già nel periodo intercorso tra le due guerre i ginnasti finlandesi avessero dimostrato il proprio talento.

A cominciare da Heikki Savolainen, una vera icona di detta disciplina, nato a fine settembre 1907, che si presenta a Londra a 20 anni esatti (!!) di distanza dal suo debutto a cinque cerchi avvenuto ad Amsterdam ’28, ed avendo già al proprio attivo sei medaglie, di cui quattro (argento alla sbarra e bronzo alle parallele, nonché nei concorsi generali individuali ed a squadre) conquistate a Los Angeles ’32, un bottino che sarebbe potuto essere ben più pingue qualora non avesse dovuto scontrarsi con la fortissima squadra azzurra capitanata da Romeo Neri.

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Heikki Savolainen – da wikipedia.org

Al suo fianco, unico reduce della formazione che, dodici anni prima, aveva confermato il bronzo nel concorso generale a squadre, Aleksanteri Saarvala, il quale, nell’Edizione berlinese dei Giochi, è il primo ginnasta finlandese a fregiarsi di una medaglia d’oro, conquistata nell’esercizio alla sbarra mettendo in fila tre avversari tedeschi, con Savolainen classificatosi al quinto posto.

Ma, pur se il contributo di esperienza dei due anziani compagni si rivela importante soprattutto per i consigli che riescono a portare ai più giovani componenti il Team finlandese, i protagonisti della rassegna londinese sono i 29enni coetanei – essendo entrambi nati nel 1919 – Paavo Aaltonen e Veikko Huntanen, i quali si trovano a contendere le medaglie del concorso generale individuale alla coppia svizzera formata da Walter Lehmann ed Josef Stalder.

In un’avvincente sfida giocata, come sempre accade nella Ginnastica, sul filo dei decimi di punto, a spuntarla alla fine è Huntanen con 229,7 punti, con Lehmann a soffiare l’argento ad Aaltonen per quella che sarebbe stata una doppietta storica per soli 0,2 decimi (229,0 a 228,8), con il finlandese, peraltro, ad avere a propria volta la meglio su Stalder per il gradino più basso del podio per un solo 0,1 decimo di punto.

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Huntanen agli anelli – da devolenvol.blogspot.it

Una sfida che, ovviamente, si ripresenta per l’assegnazione delle medaglie nel Concorso Generale a squadre, dove è ancora la Finlandia a spuntarla, si pur con un minimo scarto (1358,30 punti a 1356,70), lasciando la terza classificata, l’Ungheria, a debita distanza, avendo i magiari totalizzato appena 1330,85 punti .

E che anche la formazione elvetica sia degna di menzione, lo dimostra l’assegnazione delle medaglie ai vari attrezzi, dove Huntanen deve inchinarsi alla sbarra alla coppia svizzera formata da Stalder (oro con 19,85 punti) e Lehmann (argento con 19,70), accontentandosi del bronzo con 19,60 punti, mentre i 19,65 punti totalizzati alle parallele gli valgono solo l’argento rispetto ai 19,75 dell’altro svizzero Michael Reusch, in una classifica che vede quattro rappresentanti del Paese dei quattro Cantoni ai primi cinque posti.

Sorti del team finnico che vengono risollevate dalla prova del volteggio, dove la lotta per l’oro è una sfida in famiglia tra Aaltonen ed Olavi Rove, con il primo a prevalere di stretta misura (19,55 punti a 19,50), per poi assistere ad un evento sinora mai verificatosi nella storia della ginnastica olimpica.

Avviene, difatti, che nella prova al cavallo con maniglie – senza alcun dubbio la più tecnica delle specialità ginniche – il “trio d’assi” scandinavo formato da Aaltonen, Huntanen ed il “vecchio” Savolainen ottenga lo stesso identico score di 19,35 punti (precedendo gli azzurri Luigi Zanetti e Guido Figone, rispettivamente con 19,15 e 19,10 punti), con ciò vedendosi assegnare tre medaglie d’oro, una circostanza che si ripeterà una sola altra volta nella Storia dei Giochi, curiosamente ancora nel cavallo con maniglie ed a 40 anni esatti di distanza, vale a dire alle Olimpiadi di Seul ’88, quando a dividersi il gradino più alto del podio sono il sovietico Bilozerchev, l’ungherese Borkai ed il bulgaro Geraskov, tutti e tre vicini alla perfezione, avvendo totalizzato 19,950 punti.

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Aaltonen nell’esercizio al cavallo con maniglie – da findagrave.com

Così come era nata, la favola dei ginnasti finlandesi rapidamente si dissolve, stante l’irrompere sulla scena mondiale dei fenomenali atleti sovietici e giapponesi, ciò nondimeno nella successiva Edizione di Helsinki ’52 la formazione scandinava riesce a conquistare il bronzo nel Concorso Generale a Squadre alle spalle di Unione Sovietica e Svizzera, con Savolainen a ricevere la sua nona medaglia olimpica alla veneranda età di 45 (!!) anni, davanti al proprio pubblico – dopo aver ricevuto l’onore di pronunciare il giuramento olimpico durante la Cerimonia di Apertura dei Giochi,  e crediamo che non possa esservi modo migliore per ogni sportivo che si rispetti per concludere la propria carriera ….

ALFRED SCHWARZMANN, LA GINNASTICA A BERLINO 1936 PARLA TEDESCO

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Alfred Schwarzmann in azione – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Generalmente generosa con l’Italia, che nelle precedenti edizioni ha collezionato ben quattro successi nel concorso individuale completo (due con Alberto Braglia, uno con Giorgio Zampori e uno con Romeo Neri) e una serie consistente di medaglie, la ginnastica alle Olimpiadi di Berlino del 1936 segna il fallimento della spedizione azzurra e il trionfo degli atleti di casa.

Le gare si svolgono al Teatro all’aperto di Dietrich Eckert di Berlino nei giorni dal 10 al 12 agosto, e il protagonista assoluto è il tedesco Alfred Schwarzmann, che si mette al collo ben cinque metalli, tre ori e due bronzi (anche se il connazionale Konrad Frey fa pure meglio collezionando sei medaglie).

Nato a Furth nel 1912, Schwarzmann domina la prova più importante, ovvero il concorso completo individuale, succedendo nell’albo d’oro proprio a Romeo Neri, che vinse a Los Angeles, ma che a Berlino, complice uno strappo muscolare al bicipite destro, è costretto al ritiro.

Il ginnasta tedesco termina alle spalle di Frey e dello svizzero Eugen Mack (che conquisterà quattro argenti e un bronzo ed è campione del mondo in carica) nel corpo libero, 18,166 punti contro 18,466 dei due principali avversari, ma è nettamente il migliore al volteggio con 19,200 punti. Alle parallele Schwarzmann segna 18,967 punti scavalcando Mack in classifica, per poi assicurarsi la medaglia d’oro con eccellenti prove alla sbarra (19,233 punti, dietro solo a Frey e al finlandese Saarvala), agli anelli (terzo con 18,534 punti, preceduto dal cecoslovacco Hudec e dal connazionale Volz) e al cavallo, dove respinge con 19,000 punti il disperato tentativo di Frey e Mack di scavalcarlo in classifica. Infine Schwarzmann è medaglia d’oro con un totale di 113,100 punti, con Mack secondo a 112,334 punti e Frey terzo con 111,532 punti. La Germania, ovviamente, vince anche la prova a squadre, seppur con margine stretto sulla Svizzera, che chiude con poco meno di tre punti di distacco.

Schwarzmann, che verrà insignito dalla rivista sportiva “Kicker” del titolo di ginnasta del XX secolo, a Berlino vince l’oro anche nella prova al volteggio, dominando sia gli esercizi obbligatori che quelli liberi, per poi chiudere sul terzo gradino del podio nelle specialità singole delle parallele simmetriche e della sbarra.

Fermato dalla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale si meriterà la decorazione militare della “Croce di Ferro“, torna a gareggiare dopo il conflitto. Assente a Londra nel 1948, in quanto la Germania non è ammessa, prende parte all’età di 40 anni alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952, conquistando la medaglia d’argento nella disciplina della sbarra: lo svizzero Jack Gunthard, che lo batte in questa prova, afferma: “la vittoria doveva premiare Alfred… ma era tedesco!

LUDMILLA TOURISCHEVA, L’ULTIMA AD ARRENDERSI ALLE GINNASTE BAMBINE

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Ludmilla Tourischeva – da youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

Per molti atleti, di qualsiasi sport e dei rispettivi sessi, uno degli stimoli che li porta ad affermarsi quando iniziano a praticare le rispettive discipline, è quello di emulare i loro idoli, prendendoli anche a modello come stile, tecnica e personalità, nella speranza, un giorno, di ripercorrerne il cammino.

Crediamo che questo, più o meno, sia stato anche il pensiero della ginnasta sovietica di origini cecene, Ludmilla Tourischeva, in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico 1968 allorquando, a 16 anni appena compiuti, viene aggregata al team dell’Urss dove primeggiano le più esperte e collaudate Voronina, Kuchinskaya e Petrik.

Ma se credete che quanto indicato in premessa si riferisca alle esibizioni delle riferite connazionali, beh vi sbagliate, perché sulle pedane dell’Auditorium Nazionale di Città del Messico la giovane Ludmilla resta affascinata dall’ultima recita, un po’ per raggiunti limiti di età ed in parte per la situazione politica venutasi a creare in Cecoslovacchia, della “divinaVera Caslavska – di 10 anni più grande di lei – che celebra il proprio passo d’addio con quattro ori nel concorso generale, corpo libero, volteggio e parallele asimmetriche, cui unisce l’argento alla trave e nel concorso generale a squadre, vinto quest’ultimo proprio dall’Unione Sovietica.

La Tourischeva se ne torna pertanto in patria con al collo il riferito oro a squadre, dopo essersi piazzata appena 24esima nel concorso generale e non essendo riuscita a qualificarsi per nessuna finale delle singole specialità, ma con l’intimo convincimento di poter essere lei, quattro anni dopo a Monaco di Baviera, ad attirare le luci della ribalta.

Nata a Grozny ad inizio ottobre 1952, la Tourischeva inizia a dedicarsi alla ginnastica all’età di 13 anni sotto la guida del tecnico Vladislav Rastorotsky, mettendo sin da subito in mostra una delle sue maggiori qualità, vale a dire una grazia innata nell’eseguire i movimenti, che la porta ad eccellere specialmente nell’esercizio al corpo libero dove può liberare tutta la sua creatività rispetto agli attrezzi in cui il programma è più schematizzato.

Ed i positivi risultati del duro lavoro compiuto in palestra prendono forma già in occasione dei Mondiali di Lubiana 1970, dove non va a medaglia solo alla trave, unendo allo scontato oro a squadre anche la vittoria nel concorso generale ed al corpo libero – specialità quest’ultima in cui le ginnaste sovietiche monopolizzano il podio – nonché l’argento alle parallele asimmetriche ed il bronzo al volteggio, in una rassegna iridata che vede altresì affermarsi anche le tedesche orientali Karin Janz (oro alle parallele asimmetriche e due argenti) ed Erika Zuchold (oro alla trave ed al volteggio ed argento nel concorso generale).

In preparazione all’appuntamento olimpico in terra tedesca, la Tourischeva conferma la propria leadership all’interno del team sovietico l’anno seguente in occasione dei Campionati Europei di Minsk – manifestazione che all’epoca, quanto meno in campo femminile, aveva le stesse caratteristiche di un’Olimpiade o di un Mondiale, data la non ancora avvenuta esplosione delle ginnaste americane – dove, oltre che nel concorso generale individuale, trionfa al corpo libero ed al volteggio, con tanto di argento alle parallele asimmetriche ed alla trave.

Attesa come l’assoluta protagonista ai Giochi di Monaco 1972, la Tourischeva – nel pieno della maturità in forza dei suoi 20 anni e di un corpo perfettamente strutturato cui unisce anche una bellezza estetica che assolutamente non guasta – mantiene le promesse nel corso del concorso generale a squadre, in cui porta in dote alla scontata medaglia d’oro sovietica il più alto punteggio di 76,850 tallonata però dalla giovanissima 17enne connazionale Olga Korbut, la quale realizza 76,700 punti.

Una “rivale in casa” con cui fare i conti in occasione della finale del concorso generale individuale in programma il 30 agosto 1972 alla “Sport Halle” di Monaco di Baviera, durante il quale si registra un evento che incide sul resto della rassegna a cinque cerchi.

Succede, difatti, che la minuscola Korbut fallisca per ben tre volte l’entrata nel suo esercizio alle parallele asimmetriche, venendo penalizzata con un 7,500 che la esclude dal giro delle medaglie, con ciò favorendo la Tourischeva nella corsa all’oro, che si aggiudica con 77,025 punti (di cui 9,900 ottenuti al corpo libero) davanti alla tedesca orientale Karin Janz, ma il pianto dirotto della piccola Olga al termine del suo sciagurato esercizio commuove il mondo intero e, probabilmente, condiziona anche i giudici nelle successive prove alle singole specialità.

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Tourischeva nell’esercizio alla trave a Monaco 1972 – da alchetron.com

Con entrambe le amiche/rivali qualificate per le prove singole – per le quali valgono i punteggi accumulati nella gara a squadre e, pertanto, la Korbut non è penalizzata dagli errori commessi nel concorso generale individuale – tocca alla ragazzina di origini bielorusse polarizzare l’attenzione, riscattandosi alle parallele asimmetriche, pur se il suo esercizio – valutato 9,800 dalla giuria e lungamente contestato dal pubblico presente – non è sufficiente per l’oro, conquistato dalla tedesca est Karin Janz, e salendo sul gradino più alto del podio con una performance ai limiti della perfezione alla trave, valutata 9,900 dalla giuria.

La Tourischeva, viceversa, si deve consolare con il bronzo al volteggio – una specialità in cui la Korbut non sale sul podio – dietro al duo tedesco orientale formato dalle ricordate Janz e Zuchold, ma tenendo ancora in mano il suo asso da giocare nella prova a lei più congeniale, vale a dire il corpo libero.

Specialità in cui la 20enne cecena può fondere armonicamente grazia ed eleganza, ed in cui è anche la prima ad usare due distinti sottofondi musicali nelle proprie esibizioni, il brano “March“, tratto dal film “Circus” di Isaak Dunaevsky, per quanto attiene alla competizione a squadre, mentre per la prova individuale la scelta ricade sulla colonna sonora del film tedesco “Die Frau meiner Traume” di Franz Grothe, forse per far più presa sul pubblico locale.

Presentatasi con 0,075 punti di vantaggio sulla rivale dopo i preliminari (9,750 a 9,675), l’esibizione della Tourischeva viene premiata con 9,800 punteggio però non sufficiente per l’oro, in quanto il 9,900 assegnato dai giudici alla Korbut consente a quest’ultima di conquistare il suo secondo oro individuale per l’inezia di 0,025 punti (lo scarto minimo in questo tipo di competizione), con Tamara Lazakovich a completare un podio interamente sovietico.

Le occasioni per rifarsi non mancano certo alla Tourischeva, la quale pratica la ginnastica con una passione per la disciplina diversa dalle “ragazzine costruite” degli anni a venire, a cominciare dai Campionati Europei di Londra 1973 dove, non essendo prevista la gara a squadre, si aggiudica tutti e cinque gli ori a disposizione, mentre la Korbut si deve accontentare del solo argento nel concorso generale, non andando a medaglia in alcuna delle singole specialità.

Confermate le gerarchie all’interno del team Urss, il prossimo appuntamento a livello mondiale è costituito dalla rassegna iridata di Varna 1974 dove la rivalità tra le due connazionali raggiunge l’apice, ma con la Tourischeva a sfoggiare forse la sua miglior prestazione di sempre, contribuendo con 78,300 punti (la Korbut ne porta in dote 77,800) alla schiacciante supremazia dell’Unione Sovietica nel concorso generale a squadre, così come fa suo per la quinta volta consecutiva – tra Mondiali, Olimpiadi ed Europei – il titolo nel concorso generale individuale, con 78,450 punti rispetto ai 77,650 della sua amica/rivale.

La scena si sposta ora sulle singole specialità, e qui tocca alla piccola Olga avere la meglio su Ludmilla nell’esercizio al volteggio, così come la precede alle parallele asimmetriche pur dovendosi entrambe accontentare di far da damigelle d’onore sul podio il cui gradino più alto è occupato dalla tedesca orientale Annelore Zinke, ma dove la sfida si fa più incandescente è nelle specialità in cui le due ginnaste hanno il loro rispettivo punto di forza, vale a dire la trave (Korbut) ed il corpo libero (Tourischeva).

Alla trave, dove fa la sua prima apparizione ad alto livello la 17enne Nellie Kim che avrà poi modo di affermarsi negli anni a seguire, la vittoria giunge a sorpresa per la Tourischeva, che sopravanza la Korbut di 0,200 punti (19,725 a 19,525), e ribadisce il suo stato di grazia al corpo libero, dove stavolta la Korbut nulla può nella “finale in famiglia” (con cinque ginnaste sovietiche ai primi cinque posti), nonostante totalizzi 19,600 punti, non sufficienti a contrastare i 19,775 della oramai “veterana” Tourischeva.

Giunta alla soglia dei 24 anni, la Tourischeva desidera concludere la propria attività agonistica sullo stesso scenario del suo idolo giovanile ammirato otto anni prima a Città del Messico, e cioè partecipando alla sua terza Olimpiade a Montreal 1976 dove, in effetti, si registra un passaggio del testimone del tutto simile a quanto avvenne nell’edizione in altura, poiché stavolta è una ragazzina di non ancora 15 anni, la leggendaria rumena Nadia Comaneci, a raccoglierne l’eredità.

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Tourischeva nell’esercizio a corpo libero a Montreal 1976 – da gettyimages.com

E come aveva cominciato otto anni prima, con l’oro nel concorso a squadre, allo stesso modo la Tourischeva conclude, con la medesima medaglia (frutto dei suoi 78,250 punti, a pari merito con la Kim, e dei 77,950 di una Korbut che sale sul podio solo alla trave nelle gare individuali), cui però stavolta unisce, a differenza dell’iniziale esperienza, il bronzo nel concorso generale individuale ed altri due argenti, al volteggio ed al corpo libero, in entrambi i casi preceduta dalla connazionale Nellie Kim che deve ottenere addirittura un “10” per consentirle di superarla di stretta misura (19,850 a 19,825) vedendo così sfumare l’oro al corpo libero per l’inezia di 0,025 punti in due consecutive edizioni dei Giochi.

Campionessa in tutto, anche di sportività, tanto da congratularsi personalmente con la Comaneci alla cerimonia di premiazione dopo il concorso generale individuale ancor prima di ricevere le medaglie, la Tourischeva è l’ultima ad aver lasciato un’impronta di grazia, eleganza e femminilità in una disciplina che ha poi conosciuto l’esplosione delle ginnaste/bambine e l’applicazione più della forza e della potenza nell’esecuzione dei vari esercizi.

Calato il sipario sull’attività agonistica, l’anno seguente la Tourischeva convola a nozze con un altro atleta simbolo dell’ex Urss, vale a dire il velocista Valery Borzov bicampione olimpico sui 100 e 200 metri a Monaco 1972, restando comunque sempre nell’ambito della ginnastica, in cui ha svolto incarichi di tecnico, giudice e dirigente della Federazione ucraina dopo la disgregazione dell’impero sovietico, portando una delle sue allieve, Lilya Podkopayeva, all’oro nel concorso generale individuale ai Giochi di Atlanta 1996, nonché – e con un’insegnante del genere vi erano pochi dubbi al riguardo – a quella medaglia a lei sfuggitale da atleta, vale a dire l’oro al corpo libero.

Nel 1998 Ludmilla Tourischeva viene inserita nella “International Gymnastic Hall of Fame“: che dite, se lo sarà meritato? Personalmente propendo per il sì…

LI NING, “IL PICCOLO PRINCIPE” CINESE DIVENUTO MILIARDARIO

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articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di Los Angeles 1984 sono ricordate principalmente a causa del boicottaggio da parte dell’Urss e degli stati a lei satelliti, quale risposta all’assurda – e poi rivelatasi completamente inutile – analoga iniziativa assunta quattro anni prima dall’allora presidente Usa Jimmy Carter verso i Giochi di Mosca 1980, “contro boicottaggio” cui non aderirono solo la Romania di Ceausescu e la Jugoslavia, quest’ultima peraltro mai allineata alla politica del “blocco sovietico“.

Fa peraltro specie che venga scelta proprio l’edizione californiana dei Giochi affinché si verifichi la prima partecipazione agli stessi da parte della Repubblica Popolare Cinese, la quale, pur non avendo alcun vincolo con l’Unione Sovietica, ne condivide comunque l’ideologia comunista, il che può far pensare che sia stato un primo passo formale per rafforzare i rapporti di natura commerciale con gli Stati Uniti, come poi, in effetti, si è verificato in seguito.

Considerazioni sociopolitiche a parte, la rappresentativa cinese che si presente a Los Angeles consta di 216 atleti (132 maschi ed 84 femmine), iscritti a 19 discipline, e, a causa dell’assenza dei citati paesi aderenti al “blocco sovietico”, il bilancio complessivo è di 32 medaglie – 15 ori, 8 argenti e 9 bronzi – che la collocano al quarto posto assoluto del medagliere, dopo Stati Uniti, Romania e Germania ovest.

Già da questo primo impatto con la “rassegna a cinque cerchi”, i cinesi dimostrano quali siano le specialità sulle quali confermeranno in futuro la loro superiorità, con tre medaglie che giungono dai tuffi, sei a testa dal tiro a segno e dal sollevamento pesi (disciplina, questa, in cui ottengono il maggior numero di ori, ben quattro, nelle categorie da 52 sino a 67,5kg.), ma la “parte del leone” la fa la ginnastica con 11 allori – pari ad 1/3 del bottino complessivo – di cui nove in campo maschile e due in quello femminile.

E proprio dalla ginnastica esce “l’uomo simbolo” delle Olimpiadi californiane, vale a dire il 21enne Li Ning, nato a Laibin, nella regione dello Guangxi, a marzo 1963, il quale, pur approfittando dell’assenza degli specialisti sovietici, non è assolutamente una sorpresa, essendosi già messo in luce l’anno precedente, in occasione dei Mondiali di Budapest 1983, dopo aver fatto parte della squadra che aveva conquistato il bronzo a squadre alla medesima manifestazione di Mosca 1981.

Nel corso della rassegna iridata nella capitale ungherese, il ventenne Li Ning aveva difatti fattivamente contribuito alla conquista – per la prima volta in assoluto – della medaglia d’oro della Cina nel concorso generale a squadre, superando per l’inezia di 0,100millesimi di punto (591,450 a 591,350) l’Unione Sovietica, campione uscente, con il Giappone relegato al terzo posto.

In un’edizione che vede nel sovietico Dmitry Bilozerchev il protagonista assoluto con quattro medaglie d’oro (concorso generale individuale, anelli, sbarra e cavallo con maniglie), Li Ning aggiunge all’oro a squadre l’argento al volteggio ed il bronzo ad anelli e corpo libero, specialità, quest’ultima, dove a trionfare è il connazionale Tong Fei, che impedisce così a Bilozerchev, argento, di centrare il quinto oro individuale.

L’andamento dei Mondiali rende chiaro come il valore delle medaglie olimpiche sia di gran lunga inficiato dall’assenza dello squadrone sovietico, ciò nondimeno sono pur sempre presenti gli specialisti giapponesi, mentre anche il movimento della ginnastica negli Stati Uniti sta iniziando a prendere sempre più piede, nel mentre, nel settore femminile, la presenza delle ginnaste rumene fa sì che siano loro a far incetta di medaglie, con la 17enne Ecaterina Szabo che si mette al collo ben quattro ori, con l’unico rammarico della beffa nel concorso generale individuale, in cui la vittoria le sfugge per appena 0,050 millesimi di punto (79,175 a 79,125) a favore dell’americana Mary Lou Retton.

Dopo questa divagazione in ambito femminile, torniamo al “nostro” Li Ning, le cui fatiche olimpiche hanno inizio il 29 ed il 31 agosto con la disputa del concorso generale a squadre, in cui la lotta per il podio è sin da subito ristretta alle favorite Stati Uniti, Cina e Giappone, cui la Germania Ovest cerca di opporre una qual certa resistenza, tentativo che viene ripagato con la sola quarta piazza.

In un team nipponico in cui eccellono solo Koji Gushiken e Shinji Morisue, la sfida per l’oro si restringe fatalmente agli Stati Uniti – formazione priva di stelle, con l’eccezione di Peter Vidmar, ma molto compatta ed equilibrata – ed alla Cina, che, oltre a Li Ning, annovera altri ginnasti di valore quali il già citato Tong Fei e Lou Yun, decidendosi a favore dei padroni di casa per 0,600 millesimi (591,400 a 590,800) di differenza.

Due giorni dopo, il 2 agosto, si assegnano le medaglie del concorso generale individuale, prova alla quale, dopo i preliminari del concorso a squadre, accedono con i migliori punteggi l’americano Vidmar (59,275), Li Ning (59,225), il connazionale Tong Fei (59,200), l’altro americano Bart Conner (59,150) ed il giapponese Gushiken (59,150).

Gli esercizi liberi vedono però ribaltata la situazione, con Gushiken che ottiene ai singoli attrezzi tre 9,900, due 9,950 e la perfezione assoluta del 10 al volteggio per un punteggio complessivo di 118,700 che gli consente di scavalcare per l’inezia di appena 0,025 millesimi di punto (118,700 a 118,675) il deluso americano Vidmar, mentre un identico distacco (118,575 a 118,550) consente a Li Ning di soffiare il gradino più basso del podio al connazionale Tong Fei, nonostante quest’ultimo fosse stato premiato dai giudici con un 10 per il suo esercizio alla sbarra.

Con un argento ed un bronzo sinora conquistati, Li Ning si presenta il 4 agosto sulle pedane del “Pauley Pavilion” dell’Università di Los Angeles (la famosa UCLA) per cimentarsi in cinque delle sei specialità in cui ha acquisito il diritto di partecipare alla finale, con esclusione della sola sbarra, prova in cui l’oro va al giapponese Morisue, capace di ottenere il massimo punteggio di 10 in tutti e tre gli esercizi esibiti, cui il “povero” Tong Fei non può che replicare con due 10 ed un 9,950!

Alle parallele, Li Ning si presenta con il quinto punteggio di 9,875 (a pari merito con Tong Fei) dopo i preliminari ed il suo esercizio in finale non modifica la situazione, facendolo terminare sesto nella specialità appannaggio dell’americano Conner, anch’egli in grado di ricevere due 10 ed un 9,900 nelle sue esibizioni.

Restano ora quattro specialità, e le stesse portano Li Ning altrettante volte sul podio californiano, a cominciare dal volteggio che vede una sfida talmente serrata da collocare ben quattro atleti – oltre a Li Ning, l’americano Mitchell Gaylord ed i giapponesi Gushiken e Morisue – al secondo posto a pari merito con il punteggio totale di 19,825, ben lontani dal vincitore Lou Yun, capace di sfiorare la “perfezione assoluta” con due 10 ed un 9,950 negli esercizi portati a termine.

Dall’assegnazione di punteggi si può comunque intuire che – dato l’elevato livello delle prestazioni fornite dai ginnasti in competizione – l’assenza dei pur fortissimi sovietici non incida più di tanto sul valore delle medaglie che vengono messe al collo dei singoli atleti ed un’ulteriore riprova l’abbiamo agli anelli, dove si presentano da favoriti in finale, sulla base dei punteggi ottenuti agli obbligatori, l’americano Gaylord (9,925), Li Ning e Gushiken (9,900 per entrambi), l’altro americano Vidmar e Tong Fei, con l’identico score di 9,875.

Una leggera imperfezione di Gaylord viene penalizzata dai giudici con un 9,900 mentre sia Li Ning che Gushiken ottengono l’identico punteggio di 9,950 così da salire appaiati sul gradino più alto del podio, per quello che è il primo oro del cinese ed il secondo per il giapponese, con Tong Fei ancora una volta, malinconicamente quarto.

Li Ning è deciso a far suo l’oro anche al cavallo con maniglie, dove ha ottenuto un 10 ed un 9,90 agli esercizi preliminari, così da presentarsi alla finale a pari merito con l’americano Vidmar (9,950 di media per entrambi), ma con il timore che i giudici possano favorire l’atleta di casa, come del resto molto spesso accade, ed in ogni caso sono proprio i due ginnasti a togliere di imbarazzo la valutazione della giuria con due esercizi perfetti che strappano il 10 ad entrambi, con conseguente divisione del gradino più alto del podio, mentre il bronzo va all’altro americano Timothy Daggett che relega fuori dalle medaglie, incredibile ma vero, nuovamente il sempre più depresso Tong Fei.

A Li Ning, per completare la sua eccezionale esibizione nella palestra californiana, non manca che l’esercizio al corpo libero, la prova che in assoluto predilige ed in cui accede alla finale con il più alto punteggio derivante dai preliminari, e cioè 9,925 a pari merito con il connazionale Lou Yun e, galvanizzato dagli allori già conquistati, manda in visibilio il pubblico che assiepa le tribune del “Pauley Pavilion” con acrobazie, salti mortali e spaccate che gli valgono un ulteriore 10 ed un oro stavolta tutto suo, dato che il compagno Lou Yun si deve accontentare dell’argento.

Le eccezionali prestazioni e gli elevati punteggi conseguiti valgono al cinese – alto 164cm. per 58kg. di peso – lo strameritato appellativo di “Piccolo principe della ginnastica” ed al ritorno in patria è accolto come una specie di eroe, anche se la sua carriera a causa di frequenti infortuni avrà termine ai Giochi di Seul 1988 dove, stante le precarie condizioni fisiche, ottiene risultati mediocri, pur avendo comunque conquistato quattro medaglie (oro agli anelli, argento nel concorso a squadre ed al cavallo con maniglie e bronzo al corpo libero) ai Mondiali di Montreal 1985 ed altri due argenti – anelli e concorso a squadre – alla successiva rassegna iridata di Rotterdam 1987.

La popolarità raggiunta – Li Ning nel 2008 avrà l’onore di accendere il braciere olimpico in occasione dei Giochi di Pechino – viene comunque abilmente sfruttata dal “piccolo principe” in ambito commerciale, il quale fonda nel 1990 la “Li-Ning Company Limited”, azienda di produzione scarpe ed abbigliamento sportivo, ottenendo in campo economico risultati superiori a quanto conquistato durante l’attività agonistica – per la quale viene inserito, nel 2000, quale primo ginnasta cinese a riuscirvi, nella “International Gymnastics Hall of Fame” – al punto che il suo patrimonio, a fine 2014, è valutato in oltre cinque miliardi di Renminbi (pari a circa 700 milioni di €uro), tale da collocarlo tra i 400 uomini più ricchi del Paese.

Personalmente, continuo a non capire come ciò possa accadere in una nazione comunista, ma tant’è…

IL “DREAM TEAM” GIAPPONESE DELLA GINNASTICA

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Sawao Kato – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Da quando gli Stati Uniti schierarono alle Olimpiadi di Barcellona 1992 il “Dream Team” (letteralmente “Squadra dei Sogni“) nel torneo di basket – e d’altronde non poteva essere diversamente, avendo la possibilità di vedere giocare assieme, in un unico quintetto, Larry Bird, Magic Johnson e Michael Jordan – di tale termine si è abusato per descrivere altre formazioni vincenti nello sport di squadra.

Non sarebbe cronologicamente possibile, pertanto, retrodatare un tale appellativo, anche se lo stesso si può tranquillamente abbinare al team giapponese di ginnastica artistica che per un ventennio ha monopolizzato, in campo maschile, il podio sia in sede olimpica che mondiale, togliendo di fatto lo scettro al monopolio sovietico ed aprendo una nuova via alla disciplina …

Con l’apparizione dei ginnasti sovietici sul panorama internazionale a far tempo dai Giochi di Helsinki 1952, atleti del calibro di Viktor Chukarin, Valentin Muratov, Albert Azaryan, Boris Shakhlin ed Yuri Titov consentono all’Urss di aggiudicarsi il concorso generale a squadre sia alle Olimpiadi finniche che alle successive di Melbourne 1956, mentre Chukarin fa suo l’oro nel concorso generale individuale in entrambe dette edizioni dei Giochi, con Shakhlin a rilevarlo sul gradino più alto del podio a Roma 1960.

Non molto diversa la musica in sede mondiale, anzi al contrario, l’edizione di Roma 1954 vede, oltre allo scontato successo a squadre, l’intero podio del concorso generale individuale monopolizzato dai ginnasti sovietici, con Chukarin e Muratov a spartirsi la medaglia d’oro e Shahinyan bronzo, con altresì conquista del metallo pregiato in cinque delle sei singole specialità, eccezion fatta per il volteggio, appannaggio del cèco Leo Sotornik.

Un dominio che si conferma nella successiva edizione, svoltasi a casa loro, a Mosca nel 1958, dove emerge la stella di Boris Shakhlin, il quale, oltre all’oro a squadre, si aggiudica il concorso generale individuale nonché il primo posto alla sbarra, parallele e cavallo con maniglie, per un totale di cinque medaglie d’oro, anche se…

Già, anche se all’orizzonte si sta profilando il pericolo giapponese, per il momento impersonificato da un solo grande esponente, Takashi Ono, che già ai Giochi di Melbourne 1956 si era inserito tra i sovietici Chukarin e Titov facendo suo l’argento nel concorso generale individuale, per poi confermare tale piazzamento al cavallo con maniglie a soli 0,050 punti di distacco (19,250 a 19,200) da Shakhlin ed aggiudicarsi l’oro alla sbarra davanti al sovietico Titov.

Ono conferma le proprie potenzialità anche ai Mondiali di Mosca 1958, conquistando quattro medaglie d’argento (concorso generale individuale ed a squadre, corpo libero e parallele), ma se vuole aspirare alla gloria olimpica, occorre che l’intero movimento giapponese lo segua in questo percorso di crescita.

Ed ecco che, allora, un altro eccellente interprete di detta disciplina, vale a dire Yukio Endo, viene in suo soccorso, trascinando la formazione giapponese al primo trionfo olimpico a Roma 1960 nella prova generale a squadre, dando per soli 2,50 punti (575,20 a 572,70) scacco matto alla formazione sovietica, con una formidabile prova di squadra confermata anche nel concorso individuale dove, a dispetto dell’oro conquistato da Shakhlin per l’inezia di 0,050 punti (115,950 a 115,900) su Takashi Ono, altri quattro ginnasti giapponesi si classificano dal quarto al settimo posto, dopo il bronzo appannaggio di Titov.

Oramai la breccia è aperta e, nonostante Shakhlin dimostri tutta la sua classe facendo sue le prove ai singoli attrezzi di parallele, cavallo con maniglie e volteggio (in quest’ultimo caso a pari merito con Ono), i ginnasti dell'”Impero del Sol Levantesi aggiudicano le specialità del corpo libero con Nobutuki Aihara e della sbarra con lo stesso Takashi Ono.

Con un bottino complessivo di quattro medaglie d’oro, due d’argento e tre di bronzo, ce n’è a sufficienza per i tecnici giapponesi per preparare al meglio il grande appuntamento costituito dai Giochi di Tokyo 1964, con la fiamma olimpica che per la prima volta sbarca in Asia dopo che l’edizione assegnata alla capitale nipponica nel 1940 non si era potuta disputare causa eventi bellici.

E le prove generali avvengono in occasione dei campionati mondiali in programma dal 3 all’8 agosto 1962 a Praga, dove a brillare è stavolta la stella del 25enne Yukio Endo, il quale, oltre a contribuire al successo del Giappone nella prova a squadre, si classifica al secondo posto nel concorso individuale dietro al sovietico Titov, per poi salire sul podio in cinque delle sei singole specialità, argento agli anelli ed alla sbarra dietro ad Ono, bronzo al volteggio ed alle parallele ed oro al corpo libero, a pari merito con il primattore di Roma, Aihara.

Tutto è pronto per la grande recita in chiave olimpica a Tokyo 1964 e, davanti al loro pubblico, i giapponesi non deludono, pur trovando maggiori difficoltà del previsto nel far loro la gara a squadre, vinta con 2,50 punti di scarto (577,95 a 575,45) sull’Unione Sovietica, mentre Endo diviene il primo ginnasta asiatico a conquistare l’oro nel concorso generale individuale, precedendo con 115,95 punti un terzetto composto dal connazionale Tsurumi e dai sovietici Shakhlin e Lisitsky con 115,400.

In una edizione dei Giochi in cui fa bella figura anche l’Italia e, in particolare, Franco Menichelli, il quale si piazza quinto nella prova generale, contribuisce al quarto posto nella gara a squadre (miglior risultato dei ginnasti azzurri nel Dopoguerra) e sale in tre occasioni sul podio nelle singole specialità, con la perla dell’oro al corpo libero, Shakhlin conclude la sua avventura a cinque cerchi con un ultimo oro alla sbarra, Ono si ritira a 33 anni con l’oro a squadre, lo jugoslavo Cerar si conferma indiscusso protagonista al cavallo con maniglie, ed i giapponesi Endo, Hayata ed Yamashita si aggiudicano l’oro nelle rispettive specialità di parallele, anelli e volteggio.

In ogni sport, non c’è cosa che favorisca più di ogni altra lo sviluppo di un movimento dello spirito di emulazione, valore che, peraltro, i giapponesi hanno insito nella loro mentalità, ed ecco quindi che quanto di buono prodotto a Tokyo 1964 altro non rappresenta che un semplice trampolino di lancio per una formazione di ginnasti che non ha avuto pari nella storia di tale disciplina, ed i cui protagonisti sono le quattro indiscusse stelle che rispondono al nome di Sawao Kato, Akinori Nakayama, Mitsuo Tsukahara ed Eizo Kenmotsu.

Questi quattro fuoriclasse riescono a rintuzzare l’attacco loro portato da un altro grande della ginnastica mondiale, vale a dire il sovietico Mikhail Voronin, il quale ai mondiali di Dortmund 1966 si aggiudica l’oro nel concorso individuale ed agli anelli, nonché l’argento al cavallo con maniglie ed alle parallele, oltre che nella prova a squadre, dove nella formazione giapponese appare per la prima volta Akinori Nakayama, che, dal canto suo, primeggia al corpo libero ed alla sbarra.

Ma, due anni dopo, in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico, a Nakayama ed all’ultima recita di Yukio Endo, si aggiungono Tsukahara, Kenmotsu ed i due Kato, il “grande” Sawao ed il fratello maggiore Takeshi (già componente della formazione vittoriosa ai mondiali di Dortmund), e per il pur eccellente Voronin ed i suoi compagni non restano che le briciole.

Impressionante l’esito del concorso generale individuale (quello a squadre non ha storia, talmente netta è la superiorità giapponese ), con ben quattro ginnasti del Sol Levante tra i primi cinque della classifica assoluta, vinta da Sawao Kato nonostante la strenua resistenza di Voronin, alla fine staccato di soli 0,050 punti (115,900 a 115,850), seguito da Nakayama, Kenmotsu e Takeshi Kato nell’ordine.

Ed anche se Voronin conquista altre quattro medaglie – argento agli anelli ed alle parallele, oro al volteggio ed alla sbarra, in quest’ultimo caso alla pari con Nakayama – la dimostrazione di forza della squadra giapponese giunge dai tre ori individuali di Nakayama (oltre alla citata sbarra condivisa con Voronin, domina agli anelli ed alle parallele), nonché dal monopolio del podio nel corpo libero, con i primi tre posti appannaggio, rispettivamente, di Sawao Kato, Nakayama e Takeshi Kato.

Una dimostrazione di superiorità che tocca livelli impensabili nel quadriennio successivo, a cominciare dai Mondiali di Lubiana 1970, dove i ginnasti giapponesi conquistano l’oro in tutte le gare in programma ad eccezione del cavallo con maniglie, terra di conquista personale dello slavo Miroslav Cerar, con una formazione orfana di Sawao Kato, ma che vede il trionfo di Kenmotsu su Tsukahara e Nakayama nel concorso generale individuale, altrettanti nipponici a monopolizzare il podio del corpo libero come in Messico due anni prima, con il successo che va a Nakayama davanti a Kenmotsu ed a Takeshi Kato, mentre le altre medaglie di metallo pregiato spettano allo stesso Nakayama agli anelli ed alle parallele, con Tsukahara oro al volteggio e Kenmotsu alla sbarra.

Con questo biglietto da visita, i “fantastici quattro” (cui, nel frattempo, se ne è aggiunto un quinto, stile D’Artagnan coi “Tre Moschettieri“, nella figura di Shigeru Kasamatsu) si presentano da favoriti all’appuntamento olimpico di Monaco 1972, ben decisi a fronteggiare il tentativo di riscossa sovietico, nelle cui file, oltre ad un Voronin in fase calante, si stanno facendo valere due campioni del calibro di Viktor Klimenko e, soprattutto, Nikolai Andrianov.

E, se possibile, al di là dei tre successi nelle singole specialità di Andrianov al corpo libero, Klimenko al cavallo con maniglie e del tedesco est Koste al volteggio, la supremazia del team giapponese emerge in tutta la sua grandezza, dato che, oltre ad una nettissima vittoria nel concorso a squadre nei confronti dell’Unione Sovietica (571,250 a 564,050 il punteggio complessivo), occupano l’intero podio nel concorso generale individuale con Sawao Kato che bissa l’oro di Città del Messico – impresa prima di lui riuscita solo all’azzurro Alberto Braglia a Londra 1908 e Stoccolma 1912 ed al già citato Chukarin ad Helsinki 1952 e Melbourne 1956 – con 114,650 punti, davanti ai connazionali Kenmotsu e Nakayama, quest’ultimo alla sua ultima partecipazione ad un grande evento.

Tris di medaglie che i giapponesi ottengono anche alle parallele, con Sawao Kato a precedere Kasamatsu e Kenmotsu, così come alla sbarra, dove ad affermarsi è Tsukahara (autore di un movimento che prende il suo nome), il quale sfiora la perfezione con un esercizio premiato con 9,900 per un totale di 19,725 che non lascia possibilità di vittoria ai connazionali Sawao Kato e Kasamatsu, rispettivamente argento e bronzo in una classifica finale che vede alle loro spalle Kenmotsu e Nakayama.

Ed anche quando non raggiungono il gradino più alto del podio, i giapponesi fanno bella mostra di sé alle cerimonie di premiazione, con l’argento di Nakayama ed il bronzo di Kasamatsu al corpo libero ed analogo risultato di Sawao Kato e Kenmotsu al cavallo con maniglie, mentre Nakayama conclude in gloria le sue fatiche olimpiche con l’oro agli anelli, superando di misura (19,350 a 19,275) Voronin, con Tsukahara terzo, per un bottino complessivo di 15 medaglie sulle 21 disponibili nelle prove individuali, cui va aggiunto l’oro nella prova a squadre, solo per far capire l’incidenza sulla spedizione nipponica in Germania, visto che colleziona 29 medaglie in totale, di cui pertanto ben 16 portate dalla fenomenale squadra di ginnastica.

Il ritiro dalle scene di Nakayama e la crescita di Andrianov potrebbero far pensare ad un ribaltamento dei valori in vista dei Giochi di Montreal 1976, ma nell’appuntamento intermedio costituito dai Mondiali di Varna 1974, le luci della ribalta, in una sorta di staffetta interna, spettano stavolta a Shigeru Kasamatsu, il quale, oltre a contribuire – assieme a Kato, Kenmotsu e Tsukahara – al quarto oro iridato consecutivo, si afferma nel concorso generale individuale precedendo Andrianov di soli 0,125 punti (115,500 a 115,375), così come al corpo libero ed al volteggio, mentre Kenmotsu si aggiudica l’oro alle parallele ed Andrianov conferma la propria eccellente caratura con l’oro agli anelli (in compartecipazione con il rumeno Grecu), cui aggiunge l’argento alle parallele, volteggio e cavallo con maniglie.

Ed arriviamo così alle Olimpiadi di Montreal dove, a dispetto della pesante assenza per infortunio proprio di Kasamatsu e dell’avvicinarsi alla soglia della trentina da parte di Kato, Kenmotsu e Tsukahara, la fenomenale squadra giapponese riesce nell’impresa di portare a casa il quinto oro consecutivo (!!!) nel concorso generale a squadre, stavolta al termine di una serrata lotta centesimo di punto a centesimo di punto con gli storici rivali sovietici, risolta a favore di Kato & Co. per l’inezia di 0,400 punti (576,850 a 576,450).

Rimasti in tre a fronteggiare la classe di Andrianov, stavolta devono soccombere nella prova generale individuale, che si risolve a favore del sovietico, il quale, con 116,650 punti (il più alto punteggio sino ad allora ottenuto in sede olimpica), impedisce a Sawao Kato – argento con 115,650 – un fantastico tris che non avrebbe avuto eguali nella storia della disciplina, con Tsukahara a completare il podio.

Andrianov sa che è la sua grande occasione e non se la fa sfuggire, cogliendo altri tre ori al corpo libero, anelli e volteggio, mentre, dal canto loro, Tsukahara si conferma signore assoluto alla sbarra e Sawao Kato completa, con il successo alle parallele (Andrianov secondo, tanto per gradire), una straordinaria carriera che lo vede, con le 8 medaglie al collo, al primo posto della lista in campo maschile quanto ad ori conquistati.

Con l’abbandono dell’attività anche da parte di Sawao Kato e l’emergere nel panorama sovietico di un altro astro nascente nella figura di Alexander Dityatin, lo squadrone giapponese è destinato al declino, non prima di eguagliare però, ai Mondiali di Strasburgo 1978, l’impresa ottenuta in sede olimpica, di conquistare per la quinta volta consecutiva la vittoria nel concorso generale a squadre, cui uniscono – dopo l’argento di Kenmotsu nella prova individuale dietro ad Andrianov – altri tre ori di specialità, con lo stesso Kenmotsu alle parallele, Kasamatsu alla sbarra ed il giovane Shimizu al volteggio.

E’ questo il “canto del cigno” della più forte squadra di ginnasti mai vista al mondo, capace per un ventennio di dettare legge di fronte agli specialisti sovietici ed il solo fatto – per limitarci solo agli ori, poiché altrimenti potremmo perdere facilmente il conto – che abbiano conquistato qualcosa come 24 medaglie olimpiche e 25 mondiali, cosa dite, se lo meritano o no l’appellativo di “Dream Team“?

AGNES KELETI, DA SOPRAVVISSUTA ALL’OLOCAUSTO A GLORIA OLIMPICA

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Agnes Keleti – da thejewniverse.com

articolo di Giovanni Manenti

Tra le tante belle favole che lo sport regala, una delle più appassionanti, dal punto di vista sportivo, nonché struggente, sotto il profilo umano, è quella che riguarda la ginnasta ungherese Agnes Keleti, il cui nome ai più probabilmente dice ben poco, quando invece essa merita di essere accostata alle grandi della disciplina, quali la sovietica di origini ucraine Larisa Latynina o la cecoslovacca Vera Caslavska.

Nata a Budapest il 9 gennaio 1921, il sogno di Agnes da fanciulla è quello di divenire una musicista, attratta in particolare da strumenti quali violino e violoncello, ma tocca al padre – del quale avrà poi modo di ricordare come “fosse un atleta fantastico, devo a lui il fatto di essere stata avviata allo sport” – indirizzarla verso altri tipi di attrezzi, all’interno di una palestra dove inizia a praticare ginnastica dall’età di appena quattro anni.

A 16 anni Agnes è già campionessa nazionale ungherese, e la Federazione punta su di lei in vista delle Olimpiadi in programma a Tokyo nel 1940, le quali però – e come poi avverrà per la successiva edizione del 1944 – vengono cancellate a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Ma l’evento bellico, già di per sé disastroso, non è il più grave dei problemi per la famiglia Keleti in quanto la stessa, di religione ebraica, deve cercare di sfuggire alle persecuzioni naziste, circostanza che riesce alla madre ed alla sorella di Agnes, salvate dall’Olocausto da Raoul Wallenberg, un diplomatico svedese che si prodiga negli anni a proteggere e nascondere intere famiglie ebree, mentre Agnes riesce a procurarsi documenti che ne attestano la religione cristiana, fuggendo in un piccolo villaggio ungherese dove trova lavoro come cameriera ed altresì contrae nel 1944 matrimonio con il ginnasta magiaro Istvan Sarkany, più per rafforzare la sua posizione rispetto al suo status ebraico che non per vero amore.

A guerra finita, Agnes ha la gioia di scoprire che madre e sorella sono scampate ai campi di sterminio, ed il dolore di apprendere che ciò non è stato possibile per il padre, che ha perso la vita ad Auschwitz assieme ad altri componenti la famiglia Keleti, e, anche per onorarne la memoria, riprende, a dispetto della non più giovane età, l’attività agonistica, venendo selezionata per la ripresa dei Giochi a Londra 1948, manifestazione alla quale è purtroppo costretta a rinunciare per infortunio.

Sembra ormai che la speranza di partecipare ad una rassegna a cinque cerchi si sia affievolita, ma Agnes non è certo il tipo da abbattersi a questa sorta di avversità, visto come ha dovuto lottare per la sopravvivenza negli anni bui della guerra, e la ginnastica è anche un modo per dimenticare e scaricare le tensioni, dopo aver divorziato dal marito nel 1950, spostando il proprio obiettivo sulle Olimpiadi di Helsinki 1952.

E’ forse l’atteggiamento con cui si presenta, già oltre i 31 anni (un’età in cui la quasi totalità delle ginnaste si è ritirata), all’appuntamento finlandese – “non pensavo sinceramente di vincere qualcosa, la mia unica aspirazione era quella di partecipare per vedere altre parti del mondo“, confessa successivamente Agnes – a consentirle, viceversa, di emergere, unitamente alla connazionale Margit Korondi, di 11 anni più giovane, portando l’Ungheria al secondo posto nel concorso generale a squadre dietro all’inarrivabile Unione Sovietica, e conquistando l’oro al corpo libero, nonché il bronzo alla sbarra, dove il gradino più alto del podio se lo aggiudica la Korondi, con la sovietica Maria Gorokhovskaya – oro nel concorso generale individuale e a squadre – a far collezione di argenti in tutte e quattro le singole specialità individuali.

Potrebbe ritenersi soddisfatta, Agnes, per aver coronato il suo sogno olimpico, ma gli ottimi risultati ottenuti ad Helsinki la inducono a proseguire, può darsi anche per il fatto che, “dato che voleva girare il mondo, i prossimi campionati Mondiali del 1954 si svolgono nella città eterna di Roma, qual migliore occasione per “unire l’utile al dilettevole“?

Rassegna dalla quale, comunque, tour turistico a parte, Keleti se ne torna con un trittico di medaglie costituito dall’argento nel concorso generale a squadre, il bronzo alla trave e l’oro alla sbarra, fallendo per soli 0,020 millesimi il gradino più basso del podio al corpo libero.

A pensare anche solo lontanamente di salire sul podio ai Giochi di Melbourne 1956 si può essere prese per pazze o visionarie, ma Agnes ha dalla sua un’arma in più rispetto alle sue avversarie, come la stessa avrà poi modo di sottolineare… “per me, lo sport rappresentava veramente solo un’occasione per conoscere il mondo, altri luoghi, altre culture, forse perché non ho mai avvertito la tensione delle gare. Alcune avversarie mi riferivano di essere terrorizzate prima di una grande manifestazione, cosa che a me non è mai successa, la ginnastica non era altro che una parte della mia vita“.

Fatto sta che sulla pedana australiana – dove si accende per la prima volta la stella della 22enne ucraina Larisa Latynina, una delle più grandi interpreti nella storia della ginnastica, capace di conquistare qualcosa come 18 medaglie olimpiche e 14 mondiali (!!!) – la 35enne magiara, che rispetto a molte delle sue avversarie potrebbe tranquillamente esserne la madre, divide equamente la scena con l’astro nascente sovietico, con Latynina che si impone sia nel concorso generale individuale (con 74,933 punti rispetto ai 74,633 della Keleti, alla quale risulta fatale la prova al volteggio) che in quello, scontato, a squadre, con l’Ungheria comunque buona seconda.

Ma è nelle quattro singole specialità individuali che la Keleti sorprende il mondo della ginnastica, trionfando alla trave ed alla sbarra – in cui supera di misura (18,966 a 18,833) Latynina – spartendo poi con la divina ucraina il gradino più alto del podio al corpo libero, con entrambe accreditate del medesimo punteggio di 18,733, mentre la Latynina si prende l’oro al volteggio, unica specialità in cui Keleti non si qualifica per la finale.

Con 4 medaglie d’oro (compresa la prova attrezzi a squadre femminile, poi abbandonata da Roma 1960) e due d’argento al collo e la veste di atleta più medagliata dei Giochi – la Latynina chiude con 4 ori, un argento ed un bronzo – per la Keleti non ci sarebbe modo migliore per concludere in gloria una straordinaria carriera che non ha eguali in termini di longevità, ma ancora una volta nubi oscure si addensano sul suo futuro, sotto forma stavolta della brutale repressione da parte dell’Unione Sovietica del tentativo del premier ungherese Imre Nagy di istituire un socialismo democratico, circostanza che induce Agnes, assieme ad altri 44 componenti della spedizione olimpica ungherese a chiedere, ed ottenere, asilo politico dal governo australiano.

Emigrata in Israele l’anno successivo, Agnes ha la fortuna di riuscire a far espatriare anche madre e sorella, ricongiungendo la famiglia e poter così continuare a dedicarsi alla passione della sua vita, divenendo istruttrice di educazione fisica all’Università di Tel Aviv, nonché al “Wingate Institute for Sport” a Netanya, oltre ad essere la logica allenatrice della squadra di ginnastica israeliana sino agli anni ’90 quando ha già superato i 70 anni.

Inserita nella “Hall of Fame” dello sport ungherese nel 1991 e nella “International Gymnastic Hall of Fame” nel 2002, la Keleti vive tuttora in Israele, nella città costiera di Herzliya a nord di Tel Aviv, alla veneranda età di 96 anni e, nonostante sia l’atleta ebrea con il maggior numero di medaglie olimpiche (ben 10) conquistate, superata solo in campo maschile dal nuotatore americano Mark Spitz con 11, continua candidamente ad affermare come “sopravvivere è molto più importante che vincere allori, le medaglie non hanno alcun significato!“.

E, dopo tutte le ardue prove a cui la vita l’ha sottoposta, come fare a darle torto?