JIM MONTGOMERY ED IL “POKERISSIMO” AI MONDIALI DI BELGRADO ’73

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Jim Montgomery – da tsdhof.org

articolo di Giovanni Manenti

Relegato sino a fine anni ’60 quale parente povero dell’atletica leggera in sede olimpica – con un programma estremamente ridotto, costituito da 7 gare individuali in campo maschile e 6 in quello femminile – il Nuoto si prende la sua rivincita allorché, dopo essere salito alla ribalta per le imprese dei propri rappresentanti ai Giochi di Monaco ’72, anticipa la “regina degli Sportcon l’organizzazione dei primi Campionati Mondiali, assegnati alla città di Belgrado dal 31 agosto al 9 settembre 1973, un evento che in atletica avrà luogo solo ben 10 anni dopo, preceduto dalla Coppa del Mondo, inaugurata a Dusseldorf nel 1977.

Come ogni novità che si rispetti, importante è anche la pubblicità dell’evento attraverso la presentazione dei più attesi e celebrati protagonisti, ed in questo senso la FINA (Federation Internationale de NAtation) si trova spiazzata, non solo per lo scontato abbandono dall’attività agonistica dell’americano Mark Spitz, che aveva proseguito la propria carriera sino a Monaco ’72 per riscattare la pesante delusione dei Giochi di Città del Messico ’68, ma anche per il ritiro dalle scene della fenomenale australiana Shane Gould (tre ori, un argento ed un bronzo a Monaco), appena sedicenne.

Vero, c’era pur sempre il “re del dorso” Roland Matthes, che difatti si conferma anche a Belgrado imbattibile su entrambe le distanze dei 100 e 200metri, aggiungendo i titoli iridati alle quattro medaglie d’oro conquistate tra le Olimpiadi di Città del Messico e di Monaco, ma per poter far sì che la rassegna avesse l’auspicato successo occorre qualcosa di meglio.

E, come in atletica leggera, al di là di ogni impresa in qualsivoglia specialità, colui che più di ogni altro attrae l’immaginario collettivo è l’atleta che si aggiudica la gara dei m.100, in quanto può avvalersi dell’appellativo di “uomo più veloce del mondo”, allo stesso modo le gare di velocità a stile libero rappresentano quelle più attese in campo natatorio, ed ecco allora che in soccorso degli organizzatori giunge da oltre Oceano un 18enne ragazzone del Wisconsin che risulta il protagonista assoluto di questa prima edizione.

Jim Montgomery, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce a Madison, Capitale del Wisconsin, a fine gennaio 1955, e già a due anni impara a nuotare, per poi iniziare a gareggiare tra i 7 e gli 8 anni e quindi essere allenato da Jack Pettinger durante gli anni del liceo a Madison e dal celebre James “Doc” Counsilman durante gli anni del college all’Università di Indiana, ruolo che il coach ricopre per ben 34 anni, dal 1957 al ’90.

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Jim Montgomery – da wordpress.com

Deluso dall’esito dei Trials di selezione per le Olimpiadi di Monaco ’72, dove il secondo posto nella propria batteria dei 100sl in 54”08 non era risultato tempo sufficiente ad entrare tra gli otto finalisti, Montgomery si presenta ai Mondiali di Belgrado ’73 ben deciso a riscattarsi, avendo ottenuto la selezione per le gare individuali dei 100 e 200sl (sin dalla prima edizione della rassegna iridata è concessa l’iscrizione di due soli atleti per gara, cosa che in sede olimpica avverrà solo a partire dai Giochi di Los Angeles ’84), il che significa l’automatica partecipazione anche alle rispettive staffette, con la potenziale aggiunta della 4x100mista qualora sia il migliore dei suoi nella Finale dei 100sl, potendo pertanto aspirare alla conquista di 5 medaglie d’oro.

La prova d’esordio è in programma il 4 settembre, con batterie al mattino e Finale al pomeriggio dei 200sl, gara nella quale il record mondiale è stato stabilito l’anno prima a Monaco da Spitz, primo (ed all’epoca, ancora unico) in grado di scendere sotto il muro degli 1’53” netti con il suo 1’52”78, ed a scendere in acqua assieme a Montgomery in rappresentanza degli Stati Uniti è Kurt Krumpholz, sul quale è interessante aprire una parentesi.

Krumpholz, infatti, si era reso protagonista l’anno precedente ai Trials Olimpici di Chicago di una singolare impresa, vale a dire nuotare i 400sl in batteria con il primato mondiale di 4’00”11 – “rischiando” di essere il primo al mondo ad abbattere la barriera dei 4’ netti sulla distanza – solo per concludere non meglio che sesto la Finale in 4’03”82, venendo così escluso dalla rassegna a cinque cerchi.

Un’abitudine che Krumpholz non perde neppure nel debutto mondiale, visto che il suo 1’54”58 in batteria è di gran lunga il miglior tempo dei qualificati per la Finale, con Montgomery a realizzare 1’56”74 ed a schierarsi, di conseguenza, accanto al compagno sui blocchi di partenza delle corsie centrali per la Finale pomeridiana, dove, con tempi logicamente di gran lunga inferiori, le posizioni si invertono, con Montgomery ad aggiudicarsi la medaglia d’oro, sfiorando in 1’53”02 il limite degli 1’53” netti, e Krumpholz a rendergli comunque la vita difficile, cogliendo l’argento in 1’53”61 davanti al tedesco orientale Roger Pyttel, a dire il vero specialista dello stile a farfalla, bronzo con 1’53”97.

Come sempre accade, la gara d’esordio è la più ostica da affrontare in quanto, una volta “rotto il ghiaccio” si acquista morale ed autostima e tutto sempre divenire più facile, un assioma che anche il 18enne del Wisconsin – fisico perfetto per un nuotatore, dall’alto dei suoi m.1,91 per 88kg. ed oltretutto dotato di una forza mentale pressoché unica nell’affrontare le prove, anche le più difficili – coniuga alla perfezione, ad iniziare dalla sua seconda prova, vale a dire la staffetta 4x100sl, in programma il giorno seguente.

Esentato, come di consueto in casa Usa, dal disputare la batteria, Montgomery è schierato in terza frazione nel quartetto degli Stati Uniti – che nuota nel tempo lanciato di 51”17, largamente il migliore dei suoi – che si aggiudica agevolmente il titolo iridato in 3’27”18, con un vantaggio di oltre 4” sull’Unione Sovietica, per poi prepararsi a disputare la staffetta 4x200sl, in programma due giorni dopo, il 7 settembre.

Staffetta in cui, l’abitudine di schierare i rincalzi sta per giocare un brutto scherzo al Team Usa, visto che il proprio quartetto si qualifica per la Finale del pomeriggio solo con l’ottavo ed ultimo tempo disponibile – pur se, occorre precisare, con largo margine di 4” sul Canada – e l’incarico di aprire la sfida viene affidato in prima frazione a Krumpholz, con Montgomery a chiudere, avendo Robin Backhaus e Richard Klatt impegnati nelle frazioni intermedie.

Che tra il primo ed il secondo quartetto degli Stati Uniti vi sia una “leggera differenza” è dimostrato sia da quanto migliorano il tempo in batteria (di oltre 21” …!!) che da come altresì distruggono il record mondiale stabilito l’anno prima da Spitz & Co. a Monaco – tra l’altro questo è l’unico, dei sette primati che il fuoriclasse californiano, tra gare individuali e staffette, aveva realizzato ai Giochi bavaresi, ad essere migliorato nella rassegna iridata di Belgrado – portandolo da 7’35”78 a 7’33”22.

Con un calendario rivedibile, l’ultima giornata del 9 settembre vede la contemporanea disputa sia della gara dei 100sl che della staffetta 4x100mista, con Montgomery impegnato al mattino nelle sole batterie dalla prova individuale, dove realizza il miglior tempo di 52”66, un solo 0”01 centesimo in meno di quanto nuota l’australiano Mike Wenden, desideroso di riscattare la deludente prova delle Olimpiadi di Monaco, concluse con il quinto posto sui 100sl ed il quarto sulla doppia distanza, dopo che si era aggiudicato entrambe le Finali quattro anni prima ai Giochi di Città del Messico ’68.

Wenden, che nella Capitale messicana aveva altresì stabilito l’allora primato mondiale sui 100sl in 52”2, ripete tale prestazione anche in Finale, ma il suo 52”22 è stavolta sufficiente solo a precedere il sovietico Vladimir Bure (bronzo a Monaco in 51”77) ed assicurarsi il gradino più basso del podio, preceduto anche dal francese, nonché campione europeo di Barcellona ’70, Michel Rousseau, che con il suo 52”09 si aggiudica l’argento, mentre Montgomery non ha difficoltà ad imporsi in 51”71 per il suo quarto titolo iridato.

A completare il “pokerissimo” manca solo l’ultima prova, quella della staffetta 4×100 mista, il cui successo non dovrebbe sfuggire al quartetto Usa, visto che schiera in prima frazione a dorso l’argento individuale Mike Stamm, nella seconda a rana l’oro sui 100 John Hencken e nella terza a farfalla l’argento individuale Joe Bottom, con Montgomert, per quanto ovvio, a concludere a stile libero, e così è, infatti, con gli Stati Uniti a trionfare il 3’49”49, precedendo Germania Est e Canada, che concludono in 3’53”25 e 3’56”37, rispettivamente.

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L’esultanza di Montgomery a Montreal ’76 – da indystar.com

Per Montgomery è il coronamento di un sogno, unico ad uscire dalla rassegna iridata con ben 5 medaglie d’oro al collo – un’impresa solo sfiorata in campo femminile dalla tedesca est Kornelia Ender, la quale si aggiudica quattro gare (100sl e 100 farfalla, 4x100sl e 4x100mista) cui unisce l’argento sui 200misti – ideale trampolino di lancio per una carriera durante la quale ottiene, tra gare individuali e staffette, 7 titoli NCAA e 14 nazionali in patria, oltre ad ulteriori medaglie nelle rassegne iridate di Cali ’75 e Berlino ’78 ed il venir soprattutto ricordato per essere stato il primo uomo al mondo a scendere sotto la barriera dei 50” netti sui 100sl, primato di 49”99 che ottiene nella migliore delle occasioni, vale a dire vincendo la Finale ai Giochi di Montreal ’76.

Ma nulla di ciò sarebbe potuto avvenire senza l’exploit che nobilita l’edizione inaugurale dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73

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LE ECCEZIONALI IMPRESE DI SHANE GOULD, BAMBINA PRODIGIO DEL NUOTO AUSTRALIANO

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Shane Gould ai Giochi di Monaco ’72 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Per una sorta di chissà quale Karma, nel momento in cui il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, dichiara aperti i Giochi della XVI Olimpiade che, per la prima volta, si svolgono nell’emisfero australe a Melbourne, sulla costa meridionale, a qualche centinaia di miglia più a nordest una madre come tante è in attesa di dare alla luce la propria figlia, non potendo ovviamente sapere che, meno di 16 anni dopo, la stessa sarà la protagonista per il suo Paese in un’analoga edizione della rassegna a cinque cerchi.

Il parto avviene il giorno dopo, il 23 novembre 1956, mentre gli atleti di 67 Nazioni iniziano a sfidarsi con l’obiettivo di riuscire a salire sul gradino più alto del podio, ed alla bambina viene impresso il nome di Shane, ma è nel cognome, Gould, che ha coniato le stimmate di quello che sarà il suo futuro di campionessa, e con il quale i media di lingua anglofona vanno a nozze per i loro abituali giochi di parole, tra Gould, appunto, e Gold, che, come tutti ben sanno, significa Oro.

Nasce così il 23 novembre 1956 a Sydney – anche questa, non a caso, la seconda città australiana ad ospitare le Olimpiadi di fine millennio, nel 2000 – nel Nuovo Galles del Sud, Shane Gould, la “bambina prodigio” che, nell’arco di soli 8 mesi, si incarica di riscrivere la tabella dei record mondiali di tutte le specialità del nuoto a stile libero, un’impresa mai registrata sino ad allora e che mai si è ad oggi ripetuta (potenzialmente, potrebbe averne la capacità la sola americana Katie Ledecky, ma dubitiamo che voglia cimentarsi sulla più breve distanza dei 100sl …).

Non ci resta molto, a Sydney, Shane, in quanto si trasferisce con la propria famiglia nelle isole Fiji quando ha appena 18 mesi e, già a sei anni, inizia a nuotare per poi dimostrare un’eccellente predisposizione durante il periodo delle scuole primarie, svolte a Brisbane, ed ancor più ai tempi del Liceo, che frequenta ritornata nella sua città natale, sotto gli attenti sguardi dei coniugi Forbes ed Ursula Carlisle e del loro assistente Tom Green, coach all’avanguardia che hanno fatto la fortuna del nuoto australiano.

Chi ha la bontà e la pazienza di seguirmi su queste pagine, sa benissimo come io consideri l’edizione dei Giochi di Monaco ’72 – dopo l’allargamento del programma natatorio avvenuto quattro anni prima a Città del Messico – come la data di nascita del Nuoto moderno, visto che in ogni gara disputata sono stati migliorati i relativi record olimpici ed, in ben 22 delle 29 gare disputate, crollano anche i primati mondiali.

Beh, nel caso della Gould, tale “spartiacque”, avviene con un anno di anticipo, allorché la poco più che 14enne australiana strabilia l’universo delle piscine con un’impresa che non ha eguali nella storia di questo meraviglioso sport, provare per credere…

Dapprima, si reca a Londra a fine aprile ‘71 per un meeting organizzato dalla Coca Cola ed, il 30, forse per una forma di riverenza nei confronti della, sino ad allora, più famosa nuotatrice australiana di tutti i tempi, vale a dire Dawn Fraser – capace di aggiudicarsi la medaglia d’oro sui 100sl in tre edizioni consecutive dei Giochi, ad iniziare proprio da Melbourne ’56, dove si impone l’1 dicembre mentre Shane è attaccata al seno materno – si limita ad eguagliare in 58”9 il limite della leggendaria campionessa, ma, il giorno dopo, non ha lo stesso rispetto verso l’americana Debbie Meyer (a propria volta vincitrice di tre ori sui 200, 400 ed 800sl ai Giochi di Città del Messico ’68), migliorando in 2’06”5 il primato sui 200sl che la nuotatrice del Maryland deteneva dai Trials Olimpici di Los Angeles ’68.

E’ fuor di dubbio che il nome di Shane Gould, dopo queste due prestazioni, inizi ad echeggiare nell’ambiente, specie sulle coste della California, e figuriamoci se gli epigoni tecnici americani non vogliono “toccare con mano” il nuovo fenomeno del nuoto mondiale.

Detto fatto, vengono immediatamente accontentati, visto che il 9 luglio ’71, in occasione del meeting di Santa Clara, Shane si appropria anche del record sui 400sl, nuotati in 4’21”2 ed abbassando così il limite stabilito dalla compagna di allenamenti Karen Moras, la quale aveva anch’essa migliorato il precedente primato della Meyer durante il già ricordato meeting di Londra, il 30 aprile precedente.

Come è noto, le stagioni nell’emisfero australe hanno una cadenza opposta rispetto alla parte boreale, e non deve quindi stupire il fatto che in Australia la stagione natatoria si svolga principalmente nei mesi da dicembre a febbraio, occasione che la Gould non si lascia sfuggire per completare il “pokerissimo” dei record a stile libero, nuotando – dopo aver il 26 novembre ritoccato a 2’05”8 il proprio record sui 200sl – gli 800sl in 8’58”1 il 3 dicembre ed i 1500sl (distanza non olimpica) in 17’00”6 il 12 successivo, in entrambi i casi davanti ai propri tifosi, e cioè nella piscina di Sydney che, meno di 30 anni dopo, ospiterà a propria volta i Giochi olimpici.

Dal 30 aprile al 12 dicembre 1971, in 227 giorni, la “ragazzina terribile” riscrive gli albi dei record mondiali del nuoto, con quattro nuovi primati assoluti ed uno eguagliato, per poi eliminare anche questa piccola discrepanza, facendo del tutto suo anche il limite sui 100sl, nuotati in 58”5 l’8 gennaio ’72, ancora a Sydney, il migliore dei modi per iniziare la stagione olimpica che porta ai Giochi di Monaco.

Ovviamente, non crediate che dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, in casa Stati Uniti, se ne stiano con le mani in mano, avendo tra l’altro a disposizione una squadra di primaria grandezza in entrambi i settori maschile e femminile – e che, difatti, alle Olimpiadi di Monaco conquista ben 43 medaglie contro le sole 10 dell’Australia – e le prime risposte vengono in occasione dei Trials di Chicago, dove la 15enne australiana vede togliersi i record sui 200sl da parte di Shirley Babashoff, che nuota la distanza in 2’05”21, nonché sulla massima distanza olimpica degli 800sl, dove ad imporsi è Jo Ann Harshbarger in 8’53”83, a testimonianza che la sfida lanciata dalla Gould è stata raccolta dal Team Usa ed il campo di battaglia per derimere la contesa sarà la “Schwimmhalle” di Monaco di Baviera.

Poiché, in qualsiasi disciplina sportiva, anche l’aspetto psicologico ha la sua sicura importanza, la relativamente minuta (misura, difatti, m.1,71 per 59kg.) australiana apre la propria “Settimana di Gloria” presentandosi il 28 agosto 1972, all’apertura del programma natatorio, sui blocchi di partenza dei 200misti, il cui record di 2’23”5 appartiene all’americana Claudia Kolb, Oro su entrambe le distanze dei 200 e 400misti a Città del Messico, e risalente all’agosto ’67.

A contendere il podio all’australiana vi sono l’americana Lynn Vidali, che fa segnare in 2’24”92 il miglior tempo in batteria, ed un’altra “bambina prodigio” che fa il suo esordio a Monaco ad un mese di distanza dal compiere 14 anni, vale a dire la tedesca orientale Kornelia Ender, la quale troverà la propria consacrazione quattro anni dopo a Montreal ’76, che si qualifica per la Finale con il secondo miglior tempo di 2’25”39, nel mentre il 2’26”44 fatto registrare dalla Gould le vale appena il sesto crono, facendo riflettere circa l’opportunità di sprecare energie in questa prova, viste le sfide che la attendono a stile libero.

Dubbio più che legittimo, che sembra trovare conferma allorché, dopo la terza vasca nuotata a rana, la Vidali vira con oltre 1” di vantaggio sulle altre finaliste, ma sia la Gould che la Ender hanno nello stile libero il loro punto di forza, raggiungendo l’americana a 20 metri dal tocco finale per poi sopravanzarla ed andare a conquistare il rispettivo Oro ed Argento, ma sbalorditivo è il riscontro cronometrico, con la tedesca a segnare un 2’23”59 che di fatto eguaglia il record della Kolb, e l’australiana a realizzare il nuovo limite in 2’23”07, oltretutto in una specialità non propriamente a lei congeniale, ed altresì raggiunto a meno di un’ora di distanza dall’aver disputato le semifinali dei 100sl.

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Ender, Gould e Vidali sul podio dei 200 misti – da gettyimages.it

Già, perché il “tour de force” della non ancora 16enne Gould prevede ritmi incalzanti e, il giorno dopo, si presenta sui blocchi per la Finale dei 100sl, dove si è qualificata con il secondo miglior tempo di 59”20 alle spalle della Babashoff (59”05) e facendo meglio dell’ulteriore pretendente alle medaglie, e cioè l’altra americana Sandy Neilson, con 59”41.

Che la lotta per le medaglie fosse ristretta a tale terzetto è opinione comune, meno che a mettersi l’Oro a collo sia la meno accreditata delle tre, vale a dire la Neilson, la quale conduce una gara di testa sin dall’inizio andando a toccare in 58”59, a soli 0”09 centesimi dal primato della Gould, la quale, a propria volta, deve subire il ritorno della Babashoff, settima alla virata dei 50 metri, che le soffia l’Argento per soli 0”04 centesimi (59”02 a 59”06), facendo sì che l’australiana subisca la sua prima sconfitta in una gara a stile libero negli ultimi due anni …!!

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Il podio dei 100sl – da wikimedia.org

E, quanto fosse sentita la sfida con la liceale di Sydney in casa americana, è dimostrato dal fatto che, sull’onda di tale successo, le nuotatrici Usa indossano una T-shirt su cui campeggia, sfruttando ad arte il gioco di parole con il cognome della loro avversaria, la scritta “All that glitters is not Gould”, traduzione in inglese del noto adagio “Non tutto è Oro (Gold-Gould) quel che luccica”, una spavalderia di cui avranno modo di pentirsi molto presto…

Al mattino dopo, 30 agosto, sono difatti previste le batterie dei 400sl, con Finale in programma al tardo pomeriggio, ed in casa Usa i risolini di circostanza si sprecano dopo che l’australiana si qualifica per l’atto conclusivo con il solo quinto tempo, anche se, a dire il vero, un’altra insidia si presenta all’orizzonte, ed al volto, le gambe e le braccia della nostra Novella Calligaris, la quale mette a segno, con 4’24”14, non solo il miglior tempo di qualifica, ma anche il relativo record olimpico.

Un primato che dura lo spazio di un amen, visto che nella Finale del pomeriggio ben cinque ragazze ne scendono al di sotto, prima fra tutte proprio la Gould, la quale fa gara a sé, aggiudicandosi l’Oro con netto margine e frantumando il suo stesso limite, portato a 4’19”04, con la Calligaris ultima a cedere migliorandosi sino a 4’22”44 per precedere la tedesca orientale Gudrun Wegner, Bronzo in 4’23”11, mentre per il trio americano, mestamente ai margini del podio in fila indiana, sarà forse il caso di riporre quelle sciocche magliette.

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La Gould esulta dopo l’oro sui 400sl – da gettyimages.it

Un giorno di riposo è necessario, e più che sufficiente, per la Gould – la quale ha sinora altresì dimostrato una grande capacità di dosare le energie, nuotando il minimo necessario in batteria per poi dare il meglio di sé in Finale – attesa l’1 settembre alla prova forse più attesa del suo programma, vale a dire la sfida sui 200sl con la Babashoff che le aveva tolto il record alle selezioni Usa di Chicago appena un mese prima.

Come nel caso della gara sulla doppia distanza, anche in questo caso batterie al mattino, con il record olimpico che cade per tre volte, e non certo per mano della Gould che, come al solito, si qualifica con il terzo tempo di 2’07”95, avendo fatto meglio di lei l’americana Keena Rothhammer (2’07”48) e la tedesca orientale Andrea Eife con 2’07″’5, mentre la primatista mondiale Babshoff gioca anche lei a nascondino, non meglio che quinta con 2’08”48.

Ma le batterie sono una cosa e la Finale ben un’altra, con la Gould che impone alla gara un ritmo altissimo, tanto da virare a metà percorso in 1’00”04, tempo di 1”26 inferiore al passaggio record della Babashoff, la quale, in seconda corsia le nuota a fianco essendo l’australiana in terza, e, dopo un tentativo di rimonta della Rothhammer nella terza vasca, è proprio la Babashoff a tentare di andare ad insidiare la caccia al terzo Oro personale della Gould, che ha il vantaggio di poterla controllare, e l’americana non ha certo nulla da rimproverarsi, avendo nuotato più velocemente che in occasione del proprio record, ma il 2’04”33 con cui tocca la piastra d’arrivo, impallidisce di fronte al sensazionale 2’03”56 con cui l’australiana si riappropria del primato, con anche la Rothhammer, a testimonianza del livello della competizione, a scendere sotto il precedente limite, chiudendo terza in 2’04”92.

E così la Gould, che in occasione della premiazione dei 200misti aveva ricevuto in dono dalla Fraser un canguro di pezza che le era stato consegnato alla cerimonia dei Giochi di Melbourne ’56 – ad ulteriore testimonianza di un effettivo passaggio di testimone tra le due grandi interpreti del nuoto australiano – può nuovamente esibire quello che è diventato un suo talismano nel vedere nuovamente la bandiera del proprio Paese salire sul pennone più alto, tra due delusi vessilli “a stelle e strisce”.

Ci sarebbe da essere già più che soddisfatte, ma gli obblighi di una campionessa vanno rispettati, e la Gould ha ancora una prova a sua disposizione, la più massacrante, non tanto per la distanza in sé, vale a dire gli 800sl, ma in quanto giungono al termine di cinque giorni di gare in cui la quasi 16enne ha percorso 4200 metri ai massimi livelli, ma tant’è, e così il 2 settembre le batterie la vedono realizzare il terzo tempo in 9’10”84, con la sola Rothhammer a scendere sotto il muro dei 9’ e la nostra Calligaris a confermare il suo stato di grazia nuotando in 9’02”96.

Di nuovo, l’esito delle batterie indica chiaramente su chi puntare per l’assegnazione delle medaglie, ma stavolta – come accaduto per la Babashoff sui 200sl – non è sufficiente per la Gould nuotare la distanza al disotto del suo precedente limite, in quanto il suo 8’56”39 non regge il confronto rispetto all’8’53”68 con cui la Rothhammer, oltre a conquistare l’Oro, migliora il fresco primato della connazionale Harshbarger, anch’essa della contesa, conclusa in un’anonima sesta posizione, mentre “Novellina nostra” aggiunge all’Argento sui 400sl anche il Bronzo sulla più lunga distanza.

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Gould, Rothhammer e Calligaris, podio degli 800sl – da gettyimages.it

Le fatiche della Gould si concludono qui, in tutti i sensi, decidendo la stessa di abbandonare l’attività dopo aver realizzato tre differenti primati, vale a dire di essere l’unica nella storia del nuoto ad aver detenuto contemporaneamente i record dello stile libero dai 100 sino ai 1500 metri, di essere stata la prima nuotatrice ad aggiudicarsi tre medaglie d’oro con altrettanti record mondiali, nonché la prima di ambo i sessi a salire per cinque volte sul podio in altrettante gare individuali, staffette escluse, pur avendo la sfortuna di vedere le sue imprese “parzialmente oscurate” da quanto compiuto da Mark Spitz in campo maschile, con sette medaglie d’oro accompagnate da altrettanti primati assoluti.

A dire il vero, prima di chiudere definitivamente con il nuoto a livello agonistico, c’era da scrivere un ultimo capitolo del suo breve, ma intenso romanzo sportivo, vale a dire quello di essere la prima donna a scendere sotto la barriera dei 17’ netti sui 1500sl, compito che Shane Gould porta degnamente a termine l’11 febbraio 1973 in occasione dei Campionati nazionali australiani, con il tempo di 16’56”9.

La troppa pressione da parte dei media e la sua personale riluttanza verso una troppa pubblicità – immaginate solo per un momento, quanto avrebbe potuto ricavare in fatto di sponsor se avesse gareggiato ai tempi odierni – fanno sì che la Gould scompaia dalla scena pubblica per oltre cinque lustri, sposandosi a 18 anni per poi vivere in una fattoria nella parte occidentale dell’Australia dove si dedica all’allevamento di cavalli ed all’educazione dei suoi quattro figli.

La vita coniugale non è ottimale, in quanto il coniuge si dimostra un uomo possessivo e spesso violento, così che l’unione si conclude dopo 22 anni di matrimonio, con i figli ormai grandi, circostanza che coincide con il ritorno della Gould all’antico amore – e che era stata la “goccia che aveva fatto traboccare il vaso” nei rapporti con il marito, il quale l’aveva picchiata una volta saputa la sua decisione di partecipare ai Campionati di Nuoto riservati alle Categorie Master – in cui non perde le buone abitudini, stabilendo i record australiani sui 100, 200 e 400sl, nonché sui 100 farfalla nella categoria dai 40 ai 44 anni, e dei 50 farfalla e dei 100 e 200sl nella categoria da 45 a 49 anni, con il più, nel 2003, il record mondiale di 2’38”13 sui 200misti nella fascia tra i 45 e 49 anni, migliore, così per fare un esempio, del record mondiale assoluto dell’americana Donna De Varona stabilito in 2’40”1 nel maggio ’61.

Considerato come l’esperienza matrimoniale non sia certo stata delle più felici (usando un eufemismo) resta il grande rammarico, per tutti gli amanti della disciplina, di non aver potuto esplorare sino in fondo quali limiti avrebbe potuto raggiungere la Gould se avesse continuato l’attività, quanto meno per un anno, vista l’organizzazione dei primi Campionati Mondiali, svoltisi a Belgrado nel 1973.

Ma, come è solito dirsi, non si può aver tutto dalla vita

 

MIKE WENDEN, UN OSPITE INATTESO AL BANCHETTO USA DI MESSICO ’68

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Mike Wenden – da foxsports.com.au

articolo di Giovanni Manenti

Prima che anche il Nuoto, al pari dell’Atletica Leggera, divenisse uno sport per tutti, figlio della globalizzazione, negli anni ’50 e ’60 esso era monopolio pressoché assoluto delle due superpotenze in campo natatorio, rappresentante dall’Australia e dagli Stati Uniti, prova ne sia che – con i Campionati Mondiali ancora lungi da venire – alle Olimpiadi di Melbourne ’56 i padroni di casa si aggiudicano 14 medaglie contro le 11 degli Usa (ma con un ben diverso peso, 8 a 2, degli Ori) ed alla successiva rassegna di Roma ’60 il testa a testa tra i due colossi si conclude con un 15 a 13 a favore degli Stati Uniti nel computo delle medaglie, avendo gli stessi complessivamente vinto 14 delle 15 gare in programma.

E se, ai Giochi di Tokyo ’64, il divario si dilata a favore dei rappresentanti dello Zio Sam – con 29 medaglie conquistate rispetto alle sole 9 australiane, in un’edizione caratterizzata dai quattro ori di Don Schollander nei 100 e 400sl e nelle staffette 4×100 e 4x200sl – molta attesa vi è tra gli addetti ai lavori per vedere l’esito delle gare ai successivi Giochi di Città del Messico ’68, in cui per la prima volta, il programma in piscina viene allargato a 29 prove (15 in campo maschile e 14 nel settore femminile, mancando la staffetta 4x200sl) rispetto alle sole 18 in precedenza nuotate.

Gli Stati Uniti sono ben intenzionati a voler ribadire la loro superiorità in tale disciplina ed, in effetti, il dominio è pressoché assoluto, visto che si aggiudicano ben 52 delle 77 medaglie in palio (72 nelle 24 gare individuali, oltre alle cinque nelle staffette), con larghissimo margine su Australia e Germania est, ai posti d’onore con 8 e 6 medaglie rispettivamente.

Ma, come in tutte le cose, c’è un però e, stavolta, questo è costituito – un po’ come avviene in atletica leggera per la velocità pura – dallo spessore delle vittorie, nel senso che anche nel nuoto assume una rilevanza maggiore l’essere “l’uomo più veloce al mondo” che, nella fattispecie, è colui che si aggiudica la prova che registra il minor riscontro cronometrico, vale a dire i 100 metri, vinti, un po’ a sorpresa per la verità, da Schollander a Tokyo, lui più propenso a cimentarsi sulle distanze dei 200 e 400sl.

Dai Trials di Long Beach, in California, svoltisi tra il 30 agosto ed il 3 settembre ’68, esce un trio che, nelle intenzioni dei dirigenti Usa non dovrebbe aver difficoltà ad affermarsi, dato che proprio in tale circostanza, il vincitore Zac Zorn eguaglia, in 52”6 il record mondiale stabilito l’anno prima a Winnipeg, in occasione dei “Pan American Games” da Kenneth Walsh, il quale ottiene la seconda piazza, mentre terzo, ed ultimo dei qualificati, è un certo Mark Spitz, che, nella ricordata edizione dei Giochi Panamericani, aveva stabilito i primati mondiali sui 100 e 200 farfalla e si era, nel frattempo, cimentato anche sui 400sl, facendo suo, in due riprese, il record assoluto prima che il canadese Ralph Hutton se ne appropriasse l’1 agosto ’68.

Con la possibilità, pertanto, di schierare i due primatisti mondiali ed un talento quale Spitz nella gara principe del programma natatorio, è sin troppo logico che i pronostici pendano dalla parte dei nuotatori Usa, tanto più che nella giornata inaugurale del 17 ottobre ‘68, conclusa con la staffetta 4x100sl, il quartetto statunitense dimostra una eccellente compattezza, conquistando l’Oro con il primato mondiale di 3’31”7, frutto di frazioni da 53”4 (Zorn) e quindi, lanciate, da 52”8 Steve Rerych (escluso dalla gara individuale), 52”7 Spitz ed ancora 52”8 Walsh, precedendo Unione Sovietica ed Australia, che chiudono in 3’34”2 e 3’34”7 rispettivamente.

Non sappiamo se i tecnici americani abbiano o meno letto però con attenzione le prestazioni del quartetto australiano, poiché avrebbero dovuto valutare il pericolo derivante dall’ultimo frazionista, il quale copre le sue due vasche nello straordinario tempo di 51”7 (addirittura 1” in meno del miglior crono realizzato ai componenti la staffetta Usa …!!), un campanello d’allarme da non sottovalutare in vista delle batterie dei 100sl previste per il giorno dopo.

Questo personaggio, protagonista della nostra storia odierna, altri non è che Michael “Mike” Wenden, il quale esattamente un mese dopo avrebbe compito 19 anni, essendo nato il 17 novembre 1949 a Sydney, nel Nuovo Galles del Sud, ed aveva iniziato a nuotare solo a 12 anni (un’età già avanzata per uno sport come il nuoto …) quale forma di riabilitazione per recuperare da una frattura alla gamba che si era procurata nel tentativo di scavalcare una recinzione.

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Wendel sul podio delle 110yd a Kingston ’66 – da gettyimages.it

Entrato a far parte della nazionale australiana dal 1966, alla prima manifestazione internazionale a cui partecipa, Wenden si aggiudica il titolo nelle 110yd ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, in Giamaica, precedendo in 54”0 lo scozzese Bobby McGregor, argento due anni prima ai Giochi di Tokyo ’64 alle spalle di Schollander, per poi contribuire ai successi delle staffette 4x110yd e 4x220yd stile libero.

Sicuramente un buon biglietto da visita in prospettiva olimpica – alla quale Wenden giunge con rinnovate aspirazioni di medaglia dopo che ad un test in patria ferma i cronometri sui 53”0 netti – e che l’australiano presenta, oltre che nella citata superba prestazione in staffetta, sin dalle batterie dei 100sl previste al mattino del 18 ottobre ’68, e ciò nonostante una sua per certi versi anomala difficoltà ad abituarsi all’altitudine della Capitale messicana, che gli impedisce per ben due settimane di allenarsi, nonché di dormire con regolarità.

Uno stato fisico da cui comunque recupera alla grande, visto che, inserito nell’ottava serie assieme al compagno di squadra Bob Windle, Wenden si impone in 53”6, nettamente il miglior tempo, in quanto di ben 0”6 decimi inferiore al 54”2 di Zorn, una superiorità replicata nella terza delle tre semifinali del pomeriggio allorché, dopo che Zorn scende a 53”4 aggiudicandosi la seconda serie, l’australiano supera Spitz nuotando al di sotto dei 53”0 ed andando a toccare in 52”9.

Sicuramente, le prestazioni di Wenden avranno stavolta turbato il sonno dei tre  americani, i quali avranno passato la notte a lambiccarsi su quali contromisure adottare per cercare di limitare questo “inatteso ospite” alla preannunciata festa Usa, primo fra tutti Zorn, peraltro reduce da una settimana in cui è stato colpito da un attacco influenzale.

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Wenden riceve l’oro dei 100sl – da gettyimages.it

La decisione presa da Zorn su quale tattica attuare, non appena si posiziona sui blocchi di partenza, alle 19:30 del 19 ottobre ’68, è immediatamente sotto gli occhi di tutti, vale a dire dare il massimo nei primi 50 metri per poi sperare di resistere nella vasca di ritorno, un atteggiamento che gli consente di virare con una lunghezza piena di vantaggio sul resto dei finalisti, solo per essere raggiunto ai 70 metri e quindi crollare, esausto, sino a concludere all’ottavo ed ultimo posto in 53”9 mentre là in cima, Wenden sfrutta il ritmo imposto dall’americano per aggiudicarsi la medaglia d’Oro ed, oltretutto, strappargli il record mondiale nuotando la distanza in uno straordinario tempo di 52”2, che relega Walsh e Spitz alle piazze d’onore, in 52”8 e 53”0 rispettivamente.

Uno smacco non da poco in casa Usa, dal quale comunque si ritiene di potersi riscattare con il giocare la “carta Schollander” sui 200sl – sua distanza preferita e non potuta nuotare ai giochi di Tokyo ’64 in quanto non ancora inserita nel programma olimpico – avendo il biondino del North Carolina migliorato per ben 11 volte il record mondiale negli ultimi cinque anni, con i più recenti limiti stabiliti in batteria (1’54”8) e nella successiva Finale (1’54”3) proprio in occasione dei Trials di Long Beach.

Un’occasione unica, pertanto, per Schollander per concludere la carriera potendo vantare il titolo olimpico sulle tre gare individuali dei 100, 200 e 400sl, alla quale, come nel caso della più corta distanza, si approccia dopo aver disputato, il 21 ottobre, la staffetta 4x200sl, che gli Stati Uniti si aggiudicano grazie al determinante contributo del 22enne pluriolimpionico, cui tocca rimediare, con un’ultima frazione da 1’54”6, alla sconcertante prestazione di Spitz quale terzo frazionista, riuscendo a respingere il tentativo di rimonta del quartetto australiano, con Wenden peraltro a concludere da par suo in 1’54”3 ed a mettere sul chi vive il Team a stelle a strisce anche in previsione della successiva prova individuale.

Gara che si consuma tutta nell’arco di una sola giornata, le batterie al mattino del 24 ottobre e la Finale al tardo pomeriggio ed, ancora una volta, l’australiano non si nasconde, realizzando il miglior tempo delle qualificazioni con 1’59”3 rispetto ai 2’ netti di Schollander e del canadese Hutton.

Per gli atleti, il doversi cimentare agli oltre 2mila metri di altitudine di Città del Messico rappresenta uno sforzo notevole – probabilmente anche a causa, all’epoca, di un’assistenza medica non propriamente all’avanguardia per sopperire ad una tale difficoltà respiratoria – e la Finale dei 200sl ne è una prova lampante, con i due favoriti a darsi battaglia a suon di bracciate nel rincorrere, l’uno una inattesa doppietta olimpica e l’altro il sogno della sua sesta medaglia d’oro complessiva.

Staccatisi nettamente dal resto della concorrenza, Wenden e Schollander danno fondo alle loro energie in un avvincente testa a testa che vede l’australiano sopravanzare il primatista mondiale alla virata degli ultimi 50 metri per poi mantenere il vantaggio sino al tocco finale per l’1’55”2 che certifica il suo personale trionfo rispetto all’1’55”8 dell’americano, tempi che risentono delle ricordate circostanze ambientali, pur se entrambi non riescono ad aver immediata cognizione di quanto accaduto, visto che a Schollander deve essere somministrato dell’ossigeno per riprendersi e Wenden addirittura perde conoscenza quando è ancora in acqua, rischiando di annegare, soccorso da Bob Windle il quale si accorge delle condizioni del compagno al suo arrivo, in sesta posizione, a quasi 6” di distacco.

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Wenden, al centro, esausto dopo i 200sl – da gettyimages.it

Per Wenden si tratta dell’apice della sua carriera, visto che il record mondiale di 52”2 sui 100sl stabilito in Messico resta il suo “Personal Best” – successivamente migliorato a più riprese da uno Spitz ripresosi dal “flop” del ’68 – e che, quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72, si piazza non meglio che quinto in 52”41 nella Finale dei 100sl e sfiora il podio con 1’54”40 (sua miglior prestazione in carriera) sulla doppia distanza, prove entrambe vinte da Spitz a ritmo di primato mondiale nell’ambito del record di 7 medaglie d’oro durato ben 36 anni, così come giunge quinto con la staffetta 4x200sl.

Prima di porre fine alla propria attività agonistica con la sua terza partecipazione ai “Commonwealth Games” di Christchurch ’74, in Nuova Zelanda – manifestazione in cui il campione australiano, tra gare individuali e staffette, si aggiudica complessivamente 9 ori, 3 argenti ed un bronzo – Wenden ha un sussulto d’orgoglio in occasione della prima rassegna iridata andata in scena a Belgrado ’73, replicando in 52”22 il suo miglior tempo sui 100sl, che gli vale la medaglia di bronzo nella gara vinta da Jim Montgomery e che segna il ricambio generazionale in casa Usa, per poi contribuire all’argento della staffetta 4x200sl alle spalle dell’inattaccabile quartetto americano.

Ma, tanto, il suo compito di “aver rotto le classiche uova nel paniere” alla squadra americana lo aveva già portato a termine, al pari del tedesco orientale Roland Matthes, anch’egli autore di una “doppietta” sui 100 e 200 dorso, con la particolarità di essere anch’egli nato il 17 novembre come Wenden, ancorché di un anno più giovane, nel 1950.

E poi, c’è chi ancora non crede agli oroscopi

 

GRETA ANDERSEN, LA REGINA DEL NUOTO DI FONDO CHE BATTEVA GLI UOMINI

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Greta Andersen riceve il trofeo per la terza traversata della Manica – da swmmingworldmagazin.com

articolo di Giovanni Manenti

Se ai giorni nostri non ci stupiamo in relazione alle massacranti sedute di allenamento a cui si sottopongono nuotatori di ambo i sessi se vogliono primeggiare ai massimi livelli internazionali, ben diverso è il pensare che qualcosa di analogo potesse accadere nell’immediato secondo dopoguerra, ed in campo femminile, per di più.

Ed invece ciò si è realizzato, e lo dobbiamo ad una danese, la quale ha un cognome particolarmente famoso a tali latitudini, vale a dire quello del celebre favolista Andersen, a cui non sarebbe sicuramente dispiaciuto raccontare la fiaba della sua connazionale Greta, nata agli albori del mese di maggio 1927 a Copenaghen.

Greta si avvicina al nuoto agonistico nel 1943, dopo che il fratello maggiore invitava i suoi amici a vedere quella “sorellina” capace di competere e battere i coetanei maschi nelle gare di nuoto quando aveva circa 13 anni, venendo inizialmente allenata da Else Jacobsen, una delle glorie del nuoto danese – già primatista mondiale sui 100 e 200 rana e vincitrice della medaglia di bronzo ai Giochi di Los Angeles ’32 – per poi passare sotto la guida di Ingeborg Paul-Petersen e quindi presentarsi ai Campionati europei di Montecarlo ’47, i primi dalla fine delle ostilità belliche.

In un programma, all’epoca, ridotto all’osso, la 20enne danese riesce a conquistare la medaglia di bronzo sui 100sl in 1’08”3 nella gara vinta dalla connazionale Fritze Nathansen in 1’07”8 sull’olandese Hannie Termeulen (1’08”1), per poi fornire il proprio contributo al successo della staffetta 4x100sl che le ragazze danesi si aggiudicano con largo margine (4’32”3 a 4’36”0) sul quartetto olandese, in una rassegna che vede la Danimarca vincere quattro delle cinque gare in programma, con la Karen Harup a far la parte della protagonista, con gli Ori sui 400sl, 100 dorso e quale componente la ricordata staffetta.

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La Andersen, in primo piano, sul podio dei 100sl agli Europei ’47 – da wikipedia.org

E’ un periodo d’oro per il nuoto danese al femminile, che negli anni ’30 aveva visto sbocciare il talento della forse sua miglior stileliberista di ogni epoca, vale a dire Ragnhild Hveger, capace di stabilire ben 42 record mondiali tra il 1936 ed il ’42 tra stile libero e dorso, di cui 8 sulla distanza dei 400sl, sfiorando il superamento della barriera dei 5’ (il suo ultimo record, rimasto imbattuto per 16 anni, è di 5’00”1 del 15 settembre ’40) e purtroppo penalizzata dagli eventi bellici, dopo l’argento su detta distanza ai Giochi di Berlino ’36 e, viceversa, i tre titoli continentali – 100, 400 e 4x100sl – conquistati ai Campionati europei di Londra ’38.

Digressione utile per far capire il livello delle ragazze danesi che partecipano, ad inizio agosto 1948, alle Olimpiadi di Londra, appuntamento al quale tutto il mondo guarda in un’ottica di ritrovata pace e solidarietà tra i popoli dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale, con tre loro iscritte – la Andersen, la ricordata Harup e Fritze Carstensen – alla prima gara in programma, vale a dire i 100sl, anche n questo caso con un record “datato anteguerra”, e cioè l’1’04”6 della fuoriclasse olandese Willy den Ouden, stabilito il 27 febbraio ’36 e che rimane insuperato per 20 anni, sino all’avvento della fenomenale australiana Dawn Fraser.

Le “nipoti” di Hans Christian Andersen scoprono le loro carte sin dalle batterie, con la Carstensen a far registrare il miglior tempo in 1’06”5 e la Andersen il terzo con 1’07”0, preceduta dall’americana Ann Curtis con 1’06”9, mentre nelle due semifinali è proprio la 21enne Greta a farsi preferire, aggiudicandosi la prima serie in 1’05”9, così ponendo una seria candidatura quanto meno al podio, in una Finale che vede sui blocchi tutte e tre le ragazze scandinave.

Nel pieno della propria forma fisica, la Andersen non si lascia sfuggire la ghiotta occasione, prendendo un largo margine sulle avversarie già a metà gara, fatta salva l’americana Curtis, che la impegna sino alle ultime bracciate, per poi soccombere per 0”2 decimi (1’06”3 ad 1’06”5), con l’olandese Marie Louise Vaessen ad impedire alla Harup di completare il trionfo danese, soffiandole il gradino più basso del podio.

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La Andersen raggiante dopo l’oro sui 100sl – da gettyimages.it

Con tre finaliste nella prova individuale, la Danimarca è la logica favorita per l’oro anche nella staffetta 4x100sl e le batterie sembrano confermare tale previsione, con il quartetto danese a precedere nella prima serie gli Stati Uniti (4’33”5 a 4’34”1), pur se nella seconda le olandesi concludono nell’ancor migliore 4’31”3.

Nella finale del 6 agosto, sembra che la superiorità danese sia palese, con la Andersen a lanciare in ultima frazione la Carstensen (giunta peraltro ultima sui 100sl in un poco rassicurante 1’09”1 …) al comando della gara, che la fa divenire, viceversa, ideale punto di riferimento per l’americana Curtis, la quale stampa una frazione da 1’04”4 – che, ancorché lanciata, pur sempre inferiore al ricordato primato mondiale della den Ouden – che le consente di superare e staccare l’avversaria e di portare gli Stati Uniti all’oro, con buona pace della Andersen, che già pregustava una fantastica doppietta.

Un bis che, in teoria, la 21enne della Capitale potrebbe ancora far suo, visto che è iscritta anche alla gara dei 400sl, solo che la stessa viene bloccata in batteria da atroci crampi allo stomaco – successivamente attribuiti, nella sua “Autobiografia” ad una dismenorrea, vale a dire dolori mestruali – talmente forti da dover essere portata a braccia fuori dalla piscina, mentre, per la cronaca, la Finale viene vinta dalla Curtis in 5’17”8 con largo margine sulla Harup, seconda in 5’21”2.

Per la Andersen, intoppo fisico a parte, si tratta comunque di un eccellente esordio olimpico, che l’anno seguente trova conferma nel record mondiale di 58”2 stabilito sulle 100yd e che resta imbattuto sino a che non fa la sua apparizione in acqua la già citata stella australiana Fraser, per poi presentarsi ai Campionati europei di Vienna ’50 decisa a ben figurare, leader di una formazione danese che ha perso le altre sue protagoniste, prima fra tutte la Harup, ritiratasi l’anno prima per intraprendere la carriera da allenatrice.

Come di consueto, nella rassegna continentale al femminile del periodo, la stessa si concretizza in una sfida tra Olanda e Danimarca, con la Andersen a salvare l’onore della “Sirenetta” con la conferma del bronzo di Monte Carlo sui 100sl, nuotati peraltro in un mediocre 1’07”9, a netta distanza dall’1’06”4 che consegna la vittoria all’olandese Irma Heijting davanti alla connazionale Marie-Louise Vaessen, con il quartetto dei Paesi Bassi a trionfare altresì, e con ampissimo margine (4’33”9 a 4’43”1) nella staffetta 4x100sl rispetto alle danesi.

Ma la Andersen sta già sviluppando quella che sarà poi la sua vita futura, vale a dire il dedicarsi alle più lunghe distanze e, difatti, riesce a far suo l’avvincente “testa a testa” con la Heijting sui 400sl, conclusi in 5’30”9 rispetto al 5’31”2 dell’olandese, tempi in ogni caso molto alti rispetto agli standard dell’epoca.

La Andersen si presenta ancora come punto di forza della sua Nazionale alle Olimpiadi di Helsinki ’52 – alle quali prende altresì parte, ancorché 32enne, la ricordata Hveger, cui era stata vietata la presenza ai Giochi di Londra ’48 in quanto figlia di un aderente al partito nazista, nonché moglie di un ufficiale tedesco – ma stavolta risente di un infortunio ad un ginocchio che ne condiziona le prestazioni, non riuscendo a raggiungere (al pari della Hveger) la Finale dei 100sl, per poi concludere all’ottavo ed ultimo posto (la Hveger si piazza quinta) i 400sl e quindi nuotare in un deludente 1’10”5 la propria frazione della staffetta 4x100sl che conclude la gara al quarto posto.

Sin qui una storia normale, come tante altre, di una più che dignitosa nuotatrice, capace di competere ad ottimi livelli in campo internazionale, se non fosse che, a metà anni ’50, la Andersen si trasferisce a Long Beach, in California, acquisisce la cittadinanza americana a seguito del matrimonio con John Sonnichsen e, sarà stata la vista dell’Oceano Pacifico o chissà cos’altro, diciamo piuttosto il consiglio di Tom Park, un nuotatore di gran fondo americano circa le possibilità di far soldi con le maratone a nuoto, che la invoglia a provare a cimentarsi in una nuova specialità, all’epoca ben poco sperimentata in genere (e dalle donne in particolare), vale a dire il gran fondo in acque aperte, da lei praticato a livello professionistico.

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La Andersen al termine della traversata della Manica nel ’58 – da gettyimages.ie

Una iniziativa che la porta a nuotare per oltre 800 miglia all’anno, per un totale di ca. 10mila miglia complessive, aumentando anche il peso corporeo per poter affrontare con una maggior dose di grasso le fredde acque dei mari del Nord, così da essere in grado di riuscire – per ben sei volte, tra il 1957 ed il 1965 – a compiere l’impresa di traversare il canale della Manica che separa la Francia dall’Inghilterra, circostanza che le vale l’appellativo di “Queen of the Channel” (“Regina della Manica”, in quanto per gli inglesi il solo termine Channel identifica il canale …), per la quale stabilisce entrambi i record sia nel tragitto dalle coste francesi a quelle inglesi, compiuto in 11 ore ed 1 minuto, che nel percorso inverso, nel quale impiega 13 ore e 10 minuti.

In questa sua nuova esperienza, la Andersen raggiunge una incredibile popolarità negli Stati Uniti, in particolare per essere stata la prima persona (di ambo i sessi) a compiere nel 1958 la doppia traversata – andata e ritorno – del Canale di Santa Catilina, tra Long Beach e le omonime isole, circostanza che le consente anche di vincere numerosi premi in denaro, nonché la prima donna in grado di superare la maggior parte (quando non l’intera totalità) dei nuotatori maschi nelle gare a ranghi misti, così rinverdendo i fasti di quanto le era avvenuto da ragazzina in Danimarca.

A 37 anni, nel 1964, la Andersen cerca un’impresa che l’avrebbe fatta inserire in eterno nel “Guinness dei Primati”, vale a dire compiere la doppia traversata della Manica senza soluzione di continuità, un tentativo abortito a non molte miglia dall’esser realizzato, ma che comunque consente alla danese di origine di stabilire, con 23 ore in acqua, il record di resistenza in una tale competizione.

I guadagni conseguiti consentono alla Andersen ed al marito di aprire una loro propria Scuola di Nuoto nella cittadina di Los Alamitos, in California, mentre nel 1969 la Andersen è tra le prime nuotatrici ad avere l’onore di essere inserita, a giusto merito, nella “International Swimming Hall of Fame”.

E se a qualcuno viene in mente di pensare che una tale, massacrante attività fisica possa essere nociva per la salute, beh, sappiate che lo scorso primo maggio “nonna Greta” ha festeggiato il traguardo dei 90 anni ancora arzilla come non ma…!!!

Meditate, gente, meditate…

CARLO PEDERSOLI, IL “TARZAN” DI CASA NOSTRA

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Carlo Pedersoli – da nuotounostiledivita.it

articolo di Giovanni Manenti

Gli americani, si sa, amano fare le cose in grande, ed al loro cospetto altre nazioni, come anche l’Italia, devono allinearsi, cercando, ove possibile, di copiarne lo stile per produrre a loro volta un qualcosa di similare.

Gli Stati Uniti possono, ad esempio, vantare Hollywood, la grande fucina del cinema mondiale, e dalle parti nostre rispondiamo con Cinecittà, dove peraltro sono usciti fior di attori e prodotti film eccezionali, specie nell’immediato secondo dopoguerra con il neorealismo di italiana memoria, così come oltre Oceano sono stati i primi a fruire dei possenti fisici di atleti olimpici da dirottare, a fine carriera, sul grande schermo.

Il più classico ed emblematico di questi altri non è che Johnny Weissmuller, vincitore di ben cinque medaglie d’oro nel nuoto – tra gare individuali e staffette – nelle edizioni dei Giochi Olimpici di Parigi ’24 ed Amsterdam ’28 e successivamente mirabile interprete del ruolo di “Tarzan – l’uomo della giungla” in 13 pellicole prodotte tra il 1932 ed il 1948.

E noi, come potevamo replicare, visto che la prima medaglia d’oro azzurra nel panorama olimpico natatorio giunge solo ai Giochi di fine millennio a Sydney 2000, quando a salire sul gradino più alto del podio sono Domenico Fioravanti – che addirittura bissa il successo sia sui 100 che sui 200 rana – e Massimiliano Rosolino, che si impone sui 200 misti?

Beh, pure noi avevamo da giocare la carta di un “Tarzan” tipicamente nostrano, meno aitante anche se ben piazzato fisicamente, di sicuro meno vincente a livello internazionale, ma altrettanto certamente più simpatico nella classica veste romanesca del burbero e caciarone a cui tanto si affezionano sia vecchi che bambini ed, insomma, di meglio non avevamo e questo è quanto…

Per chi, a questo punto del racconto, non lo avesse ancora capito, il protagonista della nostra storia odierna è Carlo Pedersoli, nato a Napoli il 31 ottobre 1929, un nome che a molti non appassionati di nuoto dirà poco o niente, ma se abbiniamo il nome d’arte usato al cinema, vale a dire “Bud Spencer”, ecco che improvvisamente la mente si illumina e gli occhi sorridono.

Già, il “Gigante buono” del cinema italiano ha avuto un passato da discreto nuotatore, in un periodo in cui il nuoto azzurro non brillava certo a livello internazionale, lui che, trasferitosi a Roma con la famiglia all’età di 11 anni, è stato anche uno studente modello, avendo acquisito la maturità con il massimo dei voti per poi iscriversi alla facoltà di chimica dell’università romana, solo per dover abbandonare gli studi, in quanto costretto a seguire il padre ed il resto della famiglia in Sudamerica, dove per un certo periodo lavora presso il Consolato italiano a Recife, in Brasile.

Il mancato futuro chimico industriale, trova modo di mantenersi in forma attraverso la sua grande passione per il nuoto, già praticato ai tempi del liceo, attività necessaria per mantenere snello un corpo alto 193cm. – due in più di Weissmuller, almeno in questo lo ha battuto – così che quando rientra con la famiglia in Italia, la prima cosa che fa è tesserarsi per la Società Sportiva Lazio Nuoto, desideroso di confrontarsi con gli altri atleti italiani per verificare il proprio livello.

E, specialista come il celebre fuoriclasse/attore americano nello stile libero, con una corporatura che per certi tratti ricorda quella di Matt Biondi, futuro protagonista a fine anni ’80, Pedersoli dimostra sin dal suo esordio ai Campionati italiani svoltisi a Roma ad inizio settembre ’49 di potersela giocare alla pari, ed anche di più, facendo suo il titolo sui 100sl in 1’01”2 con largo margine su Riccardo Vettori, staccato di 2” netti, un divario che su tale distanza – all’epoca la più breve e veloce del programma natatorio, non essendo ancora stati inclusi i 50sl – rappresenta un’enormità.

Una performance che induce i tecnici azzurri ad inserire il non ancora 20enne Pedersoli nella squadra per i secondi Campionati Europei del dopoguerra, in programma a Vienna dal 20 al 27 agosto 1950, fiducia ben ripagata visto che raggiunge la finale dei 100sl classificandosi al quinto posto con il tempo di 1’01”2 nella gara vinta dal francese Alexandre Jany – il quale conferma il titolo conquistato tre anni prima nell’edizione di Montecarlo ’47 – in 57”7, prestazione assolutamente inarrivabile per gli standard del nuoto italiano dell’epoca.

Perdersoli viene altresì schierato quale primo frazionista della staffetta 4x200sl – i cui altri componenti sono Vittorio Manetti, Celio Brunelleschi ed Alfonso Buonocore – fornendo un eccellente riscontro, visto che nuota le quattro vasche in 2’20”1 tanto da lanciare Buonocore in seconda posizione alle spalle dello jugoslavo Vidovic (2’19”5), ma purtroppo le prestazioni dei compagni non sono all’altezza ed il quartetto azzurro deve accontentarsi di un platonico quarto posto, peraltro a debita distanza (9’35”5 a 9’12”7) dalla Jugoslavia, mentre la lotta per l’oro, ristretta a Svezia e Francia, vede la prima imporsi in 9’06”5 rispetto al 9’10”0 dei transalpini.

Questi riscontri cronometrici, se letti con attenzione, sono sin troppo esplicativi del divario che al tempo esisteva tra il nostro nuoto ed il solo resto del Continente europeo, senza bisogno di andare a scomodare australiani ed americani, dominatori della disciplina, ed ecco che è meglio concentrarsi su obiettivi più realistici, come i Campionati italiani, dove Pedersoli conferma il proprio titolo sui 100sl sia nel 1950 che nel ’51, sempre migliorandosi on 1’00”7 ed 1’00”5 rispettivamente, essendo altresì stato il primo nuotatore italiano ad infrangere la barriera del minuto sulla distanza, nuotando la stessa in 59″5 il 20 settembre ’50 al meeting di Salsomaggiore.

Pedersoli diviene quindi il punto di forza – assieme al dorsista Egidio Massara – della squadra azzurra che si presenta alla prima edizione dei Giochi del Mediterraneo in calendario ad Alessandria d’Egitto dal 5 al 20 ottobre ’51 e che si risolvono in una sorta di campionato francese d’esportazione, visto che i nuotatori d’oltralpe si aggiudicano tutte e sette le gare in programma, pur se i nostri portacolori non sfigurano, con l’argento di Massara sui 100 dorso, mentre Pedersoli riesce ad inserirsi tra i due campioni dello stile libero francesi, cogliendo un prezioso argento in 59”7 sui 100sl, riducendo il distacco da Jany, primo in 58”9, e precedendo il grande Jean Boiteux, il quale fa suoi i titoli sui 400 e 1500sl, per poi essere, l’anno seguente, il primo nuotatore del proprio paese a conquistare un oro olimpico.

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Pedersoli con la canadese Irene Strong ai Giochi di Helsinki ’52 – da welt.de

Già, appuntamento a cinque cerchi, fissato per fine luglio ’52 ad Helsinki, in cui l’Italia si presenta con una squadra ridotta all’osso (data anche la scarsità del programma, che prevede la disputa di sole 5 gare individuali oltre la staffetta 4x200sl) che non consente ad alcuno dei propri rappresentanti di raggiungere la finale nelle rispettive specialità, con Angelo Romani 33esimo in batteria sui 400sl e Massara 11esimo in semifinale sui 100 dorso, mentre il futuro Bud Spencer risulta alla fine il migliore dei nostri, con il suo quinto posto nella prima semifinale dei 100sl in 58”9, stesso tempo del francese Jany, anch’egli escluso dalla prova conclusiva, con la staffetta 4x200sl a concludere le batterie con un desolante 15esimo tempo.

Davvero tempi di “vacche magre” per il nostro nuoto, cui poca consolazione per Pedersoli giunge dall’arricchire la propria bacheca di titoli italiani con il 59”5 con cui si aggiudica la finale del 1952 ed il 59”9 sufficiente a portare a casa il quinto titolo consecutivo nel ’53 (in entrambi i casi precedendo Buonocore), per poi dover saltare l’appuntamento con gli Europei di Torino ’54, dove peraltro brilla solo Romani con l’argento sui 400sl alle spalle dell’ungherese Gyorgy Csordas.

Nel frattempo, Pedersoli – che, tra l’altro, gareggia con le lenti a contatto a causa della forte miopia che altrimenti gli renderebbe difficile prendere le misure nella virata – si diletta anche nella pallanuoto, nelle file della Lazio, con cui giunge terzo in campionato nel ’54 e secondo nel ’55, ottenendo la selezione per il “Settebello” ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona ’55 in cui si aggiudica la medaglia d’oro, grazie anche, giova ricordarlo, all’assenza della Jugoslavia, per poi tornare a gareggiare sui 100sl ai campionati italiani di Terni ad inizio settembre, subendo la sua prima sconfitta, nettamente battuto (58”9 ad 1’01”0) da Angelo Romani.

Sconfitta che può essere addebitata anche alle distrazioni che intanto il mondo del cinema aveva generato in Pedersoli, il quale, dopo alcuni ruoli marginali, già nel ’55 viene inserito dal regista Mario Monicelli nel film “Un eroe dei nostri tempi”, a fianco di attori del calibro di Alberto Sordi, Franca Valeri, Tina Pica e Giovanna Ralli, tanto per capirsi, ma l’anno seguente ci sono le Olimpiadi di Melbourne ’56, un appuntamento a cui il colosso romano d’adozione non intende rinunciare.

E, per convincere i tecnici delle sue condizioni, visto che i Giochi australiani sono in programma da fine novembre, niente di meglio che riprendersi il titolo di campione italiani agli “Assoluti” di fine agosto/inizio settembre nella sua Napoli, facendo registrare con 58”8 il suo miglior tempo nella manifestazione, relegando per l’ennesima volta Buonocore al ruolo di “eterno secondo e così staccando il biglietto per Melbourne, dove è iscritto alla gara dei 100sl assieme al suo erede, il romano Paolo Pucci, di sei anni più giovane.

I due azzurri riescono entrambi a superare lo scoglio delle batterie, ma, inseriti entrambi nella prima delle due semifinali, concludono mestamente agli ultimi due posti, con Pucci (58”8 a 59”0) a precedere Pedersoli per quello che è un “passaggio di consegne” suggellato dall’affermazione ai campionati italiani ’57, vinti con il tempo di 57”8 sull’oramai 28enne napoletano d’origine, al suo passo d’addio allo sport agonistico.

La fine di una carriera sportiva pone sempre molti interrogativi agli atleti circa quello che d’ora in poi potrà essere il proprio futuro, e, per Pedersoli, la strada del cinema non poteva certo essere, al momento, quella definitiva, dato che appare in altre due pellicole “Il cocco di mamma” (’58, con Maurizio Arena, Raffaele Pisu e Franca Rame) ed “Annibale” (’59, a fianco di Gabriele Ferzetti e di un “certoMario Girotti, di cui risentiremo parlare).

Ecco che, allora, Pedersoli sceglie di dare una svolta alla propria vita, facendo ritorno in Sudamerica, terra alla quale era rimasto particolarmente legato, per lavorare duramente presso un’impresa americana impegnata nella costruzione della strada di collegamento tra Panama e Buenos Ayres e quindi passare alle dipendenze dell’Alfa Romeo a Caracas, non mancando di continuare a praticare nuoto.

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Le nozze di Carlo e Maria – da mediatecaroma.it

Questo periodo, a detta dello stesso Pedersoli, è necessario affinché “ritrovasse sé stesso, nei limiti e nelle potenzialità” ed, una volta acquisita fiducia nei propri mezzi, se ne ritorna in Italia, sposa a Roma Maria Amato, conosciuta ben 15 anni prima e, dopo varie attività nel mondo dello spettacolo, come compositore di testi per canzoni e produzioni di documentari per la Rai, finalmente trova la strada giusta attraverso il nuovo esordio sul grande schermo.

Questo avviene esattamente 50 anni fa, nel 1967, allorquando il regista Giuseppe Colizzi gli offre una parte in un film, che Pedersoli inizialmente stenta ad accettare, a causa del compenso offerto di un milione di lire, visto che aveva cambiali per un valore doppio in scadenza, per poi ottenere quanto desiderato, considerato che per il ruolo ipotizzato da Colizzi non riesce a trovare altri con la corporatura simile a Pedersoli, il quale sul set incontra il già citato Mario Girotti, che proprio in detto lavoro assume lo pseudonimo “Terence Hill” che lo renderà famoso, in coppia con il nuovo Bud Spencer, in merito al quale l’attore dichiara di aver scelto tale nome d’arte in omaggio al celebre attore americano Spencer Tracy e, quanto a Bud, giocando in modo ironico sulla marca della birra “Budweiser”, commercializzata in Italia come Bud, appunto.

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L’esordio, come Bud Spencer, in “Dio perdona …, io no!” – da cgentertainment.it

La pellicola, “Dio perdona …, io no!”, apre una serie di successivi lavori della coppia, che recita assieme in ben 16 film, dando vita al celebre filone degli “spaghetti western”, per poi dividersi con Terence Hill a dedicarsi più agli sceneggiati televisivi e Bud Spencer a continuare a recitare al cinema, con l’ultima sua interpretazione risalente al 2009, prima di spengersi il 27 giugno 2016, all’età di 86 anni.

Ma tanto, la parte finale la conoscevate già, no? Era quella iniziale che a qualcuno forse mancava, forse …

 

MELISSA BELOTE, L’AMERICANA CHE TENTA DI FRENARE L’ONDA DELLE WALCHIRIE

Melissa Belote
Melissa Belote – da washingtontimes.com

articolo di Giovanni Manenti

Come abbiamo più volte avuto modo di evidenziare, lo spartiacque – e mai il termine è più appropriato, parlando di Nuoto – per l’entrata di tale disciplina nell’era moderna è costituito dal biennio 1972-’73 per una doppia serie di motivi, legati il primo al vorticoso aggiornamento delle tabelle dei Record – basti pensare che ai Giochi di Monaco ’72 ogni gara, sia in campo maschile che femminile, ha visto cadere un primato, olimpico o mondiale – ed il secondo dipendente dall’allargamento del calendario natatorio sia in relazione alle prove in programma che alla creazione dei Campionati Mondiali, la cui prima edizione va in scena a Belgrado ’73.

Ed in questo panorama si inserisce, di prepotenza, l’onda d’urto delle “Walchirie” della Germania Est, a far tempo dalla citata introduzione della rassegna iridata di Belgrado ’73, dove le stesse si aggiudicano, in campo femminile, ben 10 delle 14 gare in programma, dopo che l’anno prima, ai Giochi di Monaco ’72, nessuna ragazza tedesco orientale era salita sul gradino più alto del Podio Olimpico, una circostanza che, se unita ad identico flop verificatosi cinque anni dopo in occasione dei Mondiali di Berlino ’78, alimenta non pochi dubbi sul fatto che i Dirigenti della ex Ddr temessero controlli accurati sulle proprie atlete da parte dei “cugini” occidentali.

Fatta questa doverosa premessa per inquadrare il periodo storico della nostra storia odierna, è facile intuire quanto sia stato difficile, per il resto delle nuotatrici degli altri Paesi, cercare di contrastare lo strapotere delle teutoniche cresciute a latte ed anabolizzanti, ragion per cui chi vi riesce, o quantomeno, tenta di farlo sino all’ultima stilla di energia, merita di essere degnamente ricordato.

E’ il caso, nello specifico, dell’americana Melissa Belote, per una volta tanto non una californiana, essendo nata a Washington il 16 ottobre 1956, pur se poi cresciuta a Springfield, in Virginia, dove si iscrive alla “Robert E. Lee High School” avendo così modo di manifestare la propria predisposizione per il nuoto ed, in particolare, per la specialità del Dorso.

Non ha ancora 16 anni, la Belote, quando si presenta da outsider agli “Olympic Trials” di Chicago ad inizio agosto ’72, con la speranza di riuscire ad ottenere la selezione per i Giochi di Monaco in programma alla fine del mese e siamo convinti che la prima a stupirsi sia proprio lei quando si aggiudica la gara dei 100 dorso con il tempo di 1’07”06 precedendo la ben più accreditata Susie Atwood, che tocca in 1’07”18, pur se ancora ben distante dal primato mondiale di 1’05”6 della sudafricana Karen Muir, la quale ha la sola grande sfortuna di appartenere ad un Paese cui è vietata la partecipazione alle Olimpiadi per le ben note vicende legate alla politica di apartheid praticata dal proprio Governo.

E lo stupore della giovane Melissa si trasforma in meraviglia allorquando, sulla doppia distanza, nuota in batteria nel tempo di 2’20”64 che abbassa di quasi 1” il precedente record mondiale della Atwood stabilito a metà agosto ’69, per poi aggiudicarsi la Finale, ancora precedendo la citata ex primatista, fermando i cronometri sul 2’21”77.

Con queste credenziali la liceale della Virginia si presenta all’appuntamento nella “Schwimmhalle” di Monaco di Baviera, decisa a farsi valere nel suo primo confronto con l’elite del nuoto mondiale, obiettivo per il quale dimostra di essere ben preparata sin dalle batterie dei 100 dorso in programma al mattino dell’1 settembre ’72, dove realizza con 1’06”60 il secondo miglior tempo alle spalle dell’ungherese Andrea Gyarmati, per poi scendere ad 1’06”08 nella prima delle due Semifinali del pomeriggio, precedendo la Atwood, mentre l’ungherese si aggiudica la seconda serie.

Il tardo pomeriggio del giorno seguente, alle ore 18:50, la Belote scende in acqua per la partenza dalla corsia centrale prendendo subito la testa in avvio per virare ai 50 metri in 31”18 (0”18 centesimi sopra il passaggio mondiale della Muir) e quindi resistere nella vasca di ritorno al tentativo di rimonta della Gyarmati, andando a cogliere l’Oro con il Record Olimpico di 1’05”78, mantenendo gli 0”18 centesimi di ritardo rispetto al limite della sudafricana, seconda miglior prestazione mondiale all’epoca.

Tale successo, consente alla 16enne americana di essere schierata nella prima frazione a dorso della staffetta 4x100mista, gara in programma il giorno successivo ed in cui la Atwood nuota in batteria, portando un primo vantaggio al quartetto americano con il suo 1’06”24 rispetto all’olandese Enith Brigitha, che completa la sua frazione in 1’06”35, distacco che poi le sue compagne Catherine Carr, Deena Dearduff e Sandra Neilson dilatano sino al 4’20”75 che frantuma di quasi 5” il precedente limite mondiale degli stessi Stati Uniti.

Per completare un fantastico “Tris d’Oro”, alla Belote manca adesso solo il suggello sui 200 dorso, distanza in cui si presenta nella veste di detentrice del primato mondiale, ma dove deve cercare di far fronte al desiderio di riscatto della connazionale Atwood, cui ha strappato il record ai Trials, la quale, nelle qualificazioni del mattino del 4 settembre, piazza un primo acuto nella seconda batteria con il tempo di 2’22”13 che migliora il primato olimpico stabilito quattro anni prima a Città del Messico, solo per assistere alla risposta della sua amica/rivale che scende sino a 2’20”58 nel far sua la quinta ed ultima batteria, con ciò migliorando il suo fresco limite mondiale.

Tale prestazione lascia pochi dubbi circa l’esito della Finale del tardo pomeriggio, in cui la Atwood dimostra peraltro classe e temperamento nello stabilire il suo “Personal Best” facendo fermare i cronometri al di sotto del primato mondiale con il suo 2’20”38 che le vale l’Argento e serve da stimolo affinché la Belote possa migliorarsi sino a divenire la prima nuotatrice ad abbattere la barriera dei 2’20” netti, andando a toccare in 2’19”19, il che sta a significare che, nell’arco di un mese, la ragazzina americana ha tolto oltre 2”30 al precedente limite assoluto.

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La Belote mostra i tre ori vinti a Monaco ’72 – da connctionnewspapers.com

Tre medaglie d’oro conquistate nell’arco di tre giorni, con due primati mondiali individuali ed uno in staffetta ritoccati, fanno della Belote la seconda stella della Rassegna a Cinque Cerchi bavarese in campo femminile, offuscata solo dall’impresa dell’ancor più giovane (di poco più di un mese) australiana Shane Gould, di cui saremo a trattare prossimamente, nonché una validissima pretendente a confermarsi in vista della prima edizione dei Campionati Mondiali, in programma l’anno seguente a Belgrado, dal 31 agosto al 9 settembre ’73.

Ma, come detto in premessa, sulla Rassegna Iridata si abbatte, con la violenza di uno tsunami, la tremenda “Ondata delle Walchirie” delle Germania Est, le quali – stile libero a parte, dove si impone la sola Kornelia Ender sui 100sl – fanno man bassa nelle altre specialità, addirittura con le doppiette (ai Mondiali è consentita la partecipazione di soli due atleti per gara, norma che sarà poi introdotta anche in sede olimpica, a far tempo dai Giochi di Los Angeles ’84) sui 200 rana, 100 e 200 farfalla e 200 e 400 misti, oltre ad aggiudicarsi le Staffette 4x100sl e 4x100mista.

Resta scoperto il dorso, dove nella parte orientale della Germania è emerso nel corso della stagione un talento anch’esso molto precoce e destinato a far parlare di sé ancora per qualche anno, vale a dire Ulrike Richter che il 18 agosto, a 14 anni da poco compiuti, ha migliorato in 1’05”39 il primato mondiale della sudafricana Muir sui 100 dorso ed ora avanza la propria candidatura a scalzare dal trono la Belote che, alla soglia dei 17 anni, si sente improvvisamente anziana.

E se qualcuno avesse avuto qualche dubbio su quali fossero le intenzioni della “teenager” sassone, è lei stessa a fugarle nella prima gara che la vede impegnata, vale a dire la Staffetta 4x100mista in cui, nella Finale del 4 settembre ’73, nuota la prima frazione a dorso abbassando il suo freschissimo primato mondiale ad 1’04”99, così lanciando verso l’Oro uno dei più forti quartetti di ogni epoca della ex Ddr – di cui fanno parte anche Renate Vogel a rana, Rosemarie Kother a farfalla e Kornelia Ender a stile libero – che conclude la gara in uno strepitoso tempo di 4’16”84 che polverizza di quasi 4” il record stabilito appena un anno prima dalle ragazze statunitensi ai Giochi di Monaco ’72.

La Belote, che ha conquistato l’argento nella sua veste di prima frazionista della staffetta Usa (penalizzata oltre misura dalla frazione a rana …) si rende conto che sarà un’impresa, il giorno appresso, insidiare il successo della più giovane rivale, la quale, sin dalle batterie del mattino, evidenzia la sua superiorità nuotando le due vasche in 1’06”08, pur se l’ungherese Gyarmati non le è lontana, facendo fermare i cronometri in 1’06”10 mentre l’americana Campionessa Olimpica in carica fa registrare il terzo miglior tempo in 1’06”23.

Ma le batterie sono una cosa, e la Finale del pomeriggio un’altra, con la tedesca orientale a menare le danze con irridente superiorità sino a concludere sotto l’1’06” – riferimento inarrivabile per le altre – facendo suo il primo Oro individuale della Carriera in 1’05”43, con la Belote a salvare l’Argento in 1’06”11 dall’attacco della canadese Wendy Cook, la quale si accomoda sul gradino più basso del podio con il Bronzo in 1’06”27, lasciandone ai margini l’ungherese Gyarmati.

Fortuna vuole, per l’americana, che, data la giovanissima età, alla Richter venga risparmiata la prova sulla doppia distanza dei 200 dorso, per la quale sono selezionate Christine Herbst ed Andrea Eife, le quali, pur raggiungendo la Finale, non riescono a raggiungere il podio classificandosi rispettivamente al quarto e quinto posto, per l’unica gara – assieme a quella dei 400sl, con Oro ed Argento alle americane Heather Greenwood e Keena Rothhammer ed il bronzo all’azzurra Novella Calligaris – in cui non si alza una bandiera della ex Ddr alla cerimonia di premiazione.

Forte, peraltro, della sua doppa veste di Campionessa Olimpica e primatista mondiale sulla distanza, la Belote fa valere tale suo “status” sin dalle batterie, dove è largamente la migliore in 2’20”58 rispetto alla canadese Cook ed alla Gyarmati, che si qualificano con i rispettivi tempi di 2’23”12 e 2’23”59.

Una superiorità che la quasi 17enne nuotatrice della Virginia non ha difficoltà a ribadire nella Finale in programma il pomeriggio del 7 settembre ’73, replicando il tempo del mattino per conquistare senza eccessive difficoltà anche il titolo iridato in 2’20”52, mentre alle sue spalle, un po’ a sorpresa, emerge l’olandese Enith Brigitha, notoriamente più a suo agio nello stile libero, che si aggiudica l’Argento in 2’22”15 davanti alla Gyarmati, che conclude in 2’22”48.

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La Richter, al centro, festeggia con Brigitha e Gyarmati – da wikimedia,org

Per la Belote il tempo delle medaglie si conclude qui, in quanto non si presenta alle selezioni per i Mondiali di Cali ’75 – dove, per inciso, la Richter conferma gli Ori sui 100 dorso e con la Staffetta 4x100mista, cui aggiunge il Bronzo sui 200 dorso – essendo impegnata negli esami di maturità, per poi tentare la selezione ai Giochi di Montreal ’76 ai Trials di Long Beach di metà luglio (quando sta frequentando la “Arizona State University”), fallendo l’impresa sulla più breve distanza, dove conclude non meglio che quarta pur in un discreto 1’05”94 (ma, nel frattempo, le gerarchie si muovono sin troppo rapidamente, con la Richter ad essere già scesa sino ad 1’01”51 …!!) ed, al contrario, centrarla sulla sua gara preferita, i 200 dorso, dove tocca in seconda posizione in 2’18”71, un sensibile miglioramento rispetto ai tempi con cui si è laureata Campionessa olimpica e mondiale, ma a distanza siderale dal primato mondiale di 2’12”47 che la tedesca est Birgit Treiber ha stabilito, l’anno prima, ai Mondiali di Cali, dopo che il suo limite era stato migliorato dalla Richter ai Campionati Europei di Vienna ‘74.

E, con le gerarchie della specialità talmente ben definite, che nella Piscina Olimpica di Montreal – edizione dei Giochi che passa alla Storia per l’ineguagliato primato di 12 Ori su 13 gare da parte degli Stati Uniti in campo maschile, cui le tedesche est rispondono con un 11 su 13 nel settore femminile – si registra l’identico podio, con la Richter Oro, la connazionale Birgit Treiber Argento e la canadese Nancy Garapick Bronzo su entrambe le distanze, l’oramai 20enne Belote può consolarsi con il fatto di essere l’unica rappresentante Usa a qualificarsi per la finale, dove si piazza non meglio che quinta migliorando con 2’17”27 il tempo realizzato ai Trials, pur se la tedesca viaggia a velocità a lei non più accessibili, con il suo 2’13”43 con cui sopravanza la connazionale e primatista mondiale Treiber, Argento con 2’14”97.

Per la Belote cala il sipario sulla sua attività agonistica, potendo così dedicarsi allo studio e laurearsi in Scienza delle Comunicazioni e quindi tornare ad occuparsi anche di nuoto in veste di Tecnico, con il vantaggio di serbare per sempre il ricordo di essere stata una delle ultime a cercare di fermare quell’uragano tedesco orientale che per oltre un decennio ha travolto tale disciplina in campo femminile.

AI MONDIALI DI BERLINO ’78, SI ACCENDE LA STELLA DI SALNIKOV

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Vladimir Salnikov – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Sulla base dei risultati, per certi versi sorprendenti, delle gare di nuoto alle Olimpiadi di Montreal ’76 – che vedono gli Stati Uniti sfiorare un clamoroso enplein in campo maschile, con 12 Ori sulle 13 gare in programma (unica eccezione il successo dello scozzese David Wilkie sui 200 rana), mentre nel settore femminile sono le tedesche orientali a far la voce grossa, aggiudicandosi ben 11 prove, ad esclusione dei 200 rana e della staffetta 4x100sl – sono in molti a chiedersi, tra gli addetti ai lavori, quale possa essere l’esito della terza edizione dei campionati Mondiali, in programma due anni dopo, data una così eclatante disparità di forze nei due distinti campi.

Oltretutto, tale rassegna iridata si svolge proprio nel cuore della Repubblica Democratica Tedesca, pur se organizzata dalla zona occidentale della capitale Berlino, e l’attenzione mediatica è in gran parte rivolta sul fenomeno delle “ragazzone” tedesco orientali – già in grado di far loro 10 delle 14 gare disputate ai precedenti Mondiali di Cali ’75 – sulla validità delle cui prestazioni già iniziano ad aleggiare dubbi circa l’uso di sostanze illecite.

Ed invece, in maniera parimenti clamorosa, i Mondiali di Berlino rappresentano un inaspettato flop della lunga “ondata delle Walchirie”, le quali raggranellano un solo misero Oro con Barbara Krause sui 100sl rispetto al dominio americano con ben 9 successi e la palma della “Regina della manifestazione” appannaggio della appena 15enne Tracy Caulkins, che se ne torna in Patria con al collo ben 5 medaglie d’Oro ed una d’Argento.

Ovviamente, i maldicenti sostengono che tale negativo esito – mai più riscontrato sino alla scomparsa dellosStato filo sovietico – sia da addebitare in parte al ricambio di nuotatrici che non possono sopportare a lungo l’uso di sostanze dopanti e, d’altro canto, dal timore di severi controlli da parte dei “cugini occidentali” inducendo il Ministero dello Sport a sospendere, quantomeno temporaneamente, la somministrazione di illeciti additivi.

Fatta questa premessa per dovere di cronaca, andiamo ora ad analizzare quanto, viceversa, avviene in campo maschile, tenendo conto che, oltre al riferito dominio Usa, ai Giochi di Montreal ’76 erano stati migliorati ben 12 primati mondiali su 13 gare disputate, con l’unico Record a reggere a tale impressionante forza d’urto, il 54”27 di Mark Spitz risalente ai Giochi di Monaco ’72, solo sfiorato dal connazionale Matt Vogel, che si afferma in 54”35.

Difficile, pertanto, pensare ad un ulteriore abbattimento di primati a getto continuo, cosa che, in effetti accade, con soli due record individuali a cadere – ed entrambi nella specialità dei misti, rispettivamente con il canadese Graham Smith sui 200 e l’americano Jesse Vassallo sulla doppia distanza – tanto più che gli Stati Uniti usano la rassegna iridata quale banco di prova in un’ottica di ringiovanimento della squadra in vista del più importante appuntamento olimpico di Mosca ’80, ancora non sapendo – ahi loro – che il Presidente Jimmy Carter avrà la geniale idea di boicottare i Giochi.

Un rinnovamento che, peraltro, nelle gare di nuoto è molto più rapido sulle brevi distanze che non nelle prove di mezzofondo quali i 400 ed i 1500sl in quanto, trattandosi di gare di resistenza, l’esperienza conta molto di più e non di rado si sono visti campioni durare anche per periodi superiori ai 10 anni.

Caso vuole, invece, che il periodo in esame produca un veloce ricambio anche su dette distanze, basti pensare che l’americano Tim Shaw, che ai Mondiali di Cali ’75 conquista tre Ori sui 200, 400 e 1500sl, l’anno seguente, ai Giochi di Montreal ’76, deve accontentarsi di un misero Argento sui 400sl, di fronte al nuovo talento emergente Brian Goodell, che fa sue entrambe le gare sui 400 e 1500sl, con i rispettivi primati mondiali di 3’51”93 e 15’02”40.

Goodell che, però, impegnato negli esami di maturità, resta a casa ed al suo posto vengono selezionati Jeff Float e Bill Forrester per i 400sl, mentre sui 1500sl l’unico in grado di competere per il podio è Bobby Hackett, già oro ai “Pan American Games” di Città del Messico ’75 ed Argento dietro a Goodell ai giochi di Montreal ’76 su detta distanza.

Con l’incremento a 15 delle gare previste dal programma mondiale rispetto a quanto vigente in sede olimpica, gli Stati Uniti si confermano padroni aggiudicandosi ben 11 prove (8 Individuali e le 3 Staffette), peraltro ben ripartite tra i vari componenti della spedizione in terra tedesca, così che risalta ancor più all’occhio la prestazione di un 18enne di Leningrado, deciso ad infrangere il tabù derivante dal fatto che, tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, mai nessun nuotatore sovietico fosse ancora riuscito a conquistare una medaglia d’Oro, sia a stile libero che nelle altre specialità.

Tocca quindi a Vladimir Salnikov cercare di sfatare questa tradizione negativa, lui che già si era timidamente affacciato tra i “Grandi della specialità” passando quasi inosservato ai Giochi di Montreal ’76, dove aveva concluso al quinto posto la Finale dei 1500sl, pur avendo realizzato il primato europeo fermando il cronometro sui 15’29”45, tempo che impallidisce rispetto al già citato record mondiale stabilito da Goodell.

Due anni sono un lasso di tempo che consente un ampio margine di miglioramento nel Nuoto – specie se vissuti nell’età compresa tra i 16 ed i 18 anni, come nel caso del sovietico – e Salnikov dà già una prima, considerevole limatura al proprio record, facendo suo l’Oro sui 1500sl ai Campionati Europei di Jonkoping ’77 migliorandosi sino a 15’16”45.

Tempo che, se pur lontano dal limite mondiale di Goodell, è già più che sufficiente per aspirare ad una medaglia nella rassegna iridata, in previsione della quale Salnikov intensifica anche gli allenamenti sulla velocità oltre che sulla resistenza, al fine di presentarsi competitivo anche nella più breve prova dei 400sl, dove la concorrenza a stelle e strisce è più agguerrita.

Con la gara più lunga dell’intero programma in calendario, come di prassi, nell’ultima giornata della Manifestazione, Salnikov disputa i suoi primi 400sl in un grande evento, e che, nelle due precedenti edizioni della rassegna iridiata avevano visto il successo degli americani Rick DeMont a Belgrado ’73 con il record mondiale di 3’58”18 e del già ricordato Tim Shaw a Cali ’75, abbassando il primato dei Campionati a 3’54”88.

Il dubbio se il longilineo, ma robusto sovietico (m.1,81 per 74kg.) fosse in grado di cimentarsi ai massimi livelli anche su tale più breve distanza, viene fugato allorquando è proprio Salnikov ad avere la meglio, in un appassionante finale di gara, sulla coppia americana, con tutti e tre i medagliati a scendere sotto il record dei Campionati, ma ciò che fa maggiormente scalpore è il tempo fatto registrare dal debuttante sovietico, pari a 3’51”94, appena un solo 0”01 centesimo peggio del crono con cui Goodell si era aggiudicato la Finale ai Giochi di Monaco ’76, pur se l’americano aveva poi ritoccato tale limite portandolo a 3’51”56 proprio in detta piscina, in occasione di un meeting Usa-Ddr del 27 agosto ’77.

Inutile pensare a cosa sarebbe potuta essere una sfida tra l’americano ed il sovietico, in quanto, come suole dirsi, gli assenti hanno sempre torto, e, comunque, per Salnikov questo suo primo titolo mondiale, confortato da un lusinghiero riscontro cronometrico, è la giusta carica per imporsi, peraltro stavolta senza eccessiva difficoltà stante il divario frapposto tra sé stesso ed i più diretti avversari, anche nella prova sui 1500sl che conclude il programma individuale, andando a toccare in scioltezza in 15’03”99, lasciando lo jugoslavo Borut Petric a quasi 17” di distacco e l’americano Hackett, terzo, a quasi 20”.

Nasce così, all’interno della piscina in cui si assiste all’inatteso crollo delle tedesche orientali, la leggenda di Salnikov, il quale conferma la vecchia tesi che sulle grandi distanze si dura più a lungo, dominando la scena internazionale nel successivo decennio sia a livello di record mondiali che di medaglie conquistate – a cui mancano, per mera volontà politica, quelle di Los Angeles ’84 a causa del contro boicottaggio imposto dall’Unione Sovietica – tanto da meritarsi l’appellativo di “Zar delle Piscine”, mai definizione più appropriata verso colui che per primo ha iscritto anche l’Unione Sovietica nel computo delle Nazioni vittoriose nel panorama natatorio internazionale.

MARJORIE GESTRING, DAI BANCHI DI SCUOLA ALLA GLORIA OLIMPICA

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Marjorie Gestring – da ballecourbe.co

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’90, la disciplina dei tuffi viene ridisegnata, in campo femminile, dalla prepotente invasione delle specialiste cinesi, grande sensazione desta la presenza di una delle più grandi tuffatrici di ogni epoca, vale a dire Fu Mingxia, la quale si aggiudica il titolo iridato dalla Piattaforma ai Mondiali di Perth ’91 all’età di 12 anni e 5 mesi, mentre l’anno successivo, bissa tale Oro nella medesima gara alle Olimpiadi di Barcellona ’92, a 20 giorni dal compimento del 14esimo anno, per l’esattezza quindi a 13 anni e 345 giorni di età.

La circostanza suscita abbastanza clamore – anche per le indubbie qualità della ragazzina cinese, tali da rasentare in molte occasioni la perfezione assoluta – ma, come sempre accade in questi casi, l’andare a spulciare i libri dei record fa sì che si verifichi come il suo, rispetto all’età, non sia un primato assoluto in sede olimpica, poiché, ai Giochi di Berlino ’36 vi è stata chi è riuscita a fare ancor meglio.

E questa “Campionessa di precocità” altri non è che l’americana Marjorie Gestring, nata a Los Angeles, in California, il 18 novembre 1922 e che raggiunge la Gloria Olimpica nella gara dei tuffi dal Trampolino il 12 agosto 1936, esattamente all’età di 13 anni e 268 giorni, primato ancor oggi imbattuto.

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L’adolescente Marjorie Gestring sui banchi di scuola – da wikipedia.org

Cresciuta in una città dove nuotare e/o tuffarsi per ogni bambino è come per un pari età di Rio de Janeiro giocare a Calcio, Marjorie si mette in luce vincendo un Meeting a Chicago nella primavera dell’anno olimpico, per poi staccare il biglietto per i Giochi berlinesi agli “Olympic Trials” che qualificano per il viaggio in Europa anche la 21enne Dorothy Poynton-Hill (già Oro dalla Piattaforma quattro anni prima a Los Angeles) e la 19enne Katherine Rawls, che alla rassegna californiana si era messa al collo la Medaglia d’Argento dal Trampolino alle spalle della connazionale Georgia Coleman.

Sono anni in cui il Podio olimpico – sia nei Tuffi dal Trampolino di 3 metri che dalla Piattaforma di 10 metri – è quasi sempre interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che ne hanno fatto la loro dimora nelle quattro edizioni (da Anversa 1920) in cui è stata inserita nel programma olimpico anche la gara dal Trampolino, mentre i tuffi dalla Piattaforma risalgono a Stoccolma 1912, e non vi è ragione di dubitare che tale regola possa venire infranta in terra tedesca.

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Il trio Usa composto da Rawls, Gestring e Poynton-Hill – da gettyimages.it

Le cronache dell’epoca non sono in grado di documentare se la piccola Marjorie abbia o meno assistito alle evoluzioni, alle Olimpiadi svoltesi nella sua città natale, delle compagne con cui si trova a condividere l’esperienza del suo primo viaggio all’estero, ma in ogni caso ci piace pensare che quantomeno l’eco delle loro imprese possa essere stata d’aiuto nel convincerla a cimentarsi in tale disciplina.

Di sicuro, una spinta a far bene per il trio di ragazze selezionate per la gara dal Trampolino, giunge loro dall’assistere, il 10 e l’11 agosto 1936, all’esibizione dei loro colleghi maschi, i quali confermano quanto già avvenuto quattro anni prima a Los Angeles, vale a dire far alzare solo bandiere a stelle e strisce in occasione della cerimonia di premiazione, con Oro, Argento e Bronzo dai medesimi conquistato.

Il giorno dopo, di primo mattino, alle ore 8:00, è prevista la gara femminile, un orario in cui la ragazzina californiana è solita – ma non certo d’agosto, quando le Scuole sono chiuse – varcare la soglia del proprio Istituto per andare a sedersi in aula, ma stavolta l’attende un impegno ben più arduo, vale a dire tenere alto l’onore del proprio Paese e, soprattutto, cercare di non sfigurare rispetto alle più esperte e medagliate compagne.

E’ uso comune dire che uno dei punti di forza degli adolescenti sia quel pizzico di incoscienza che in circostanze come questa sicuramente non guasta, ma comunque, quella dei tuffi è una specialità nella quale non si può certo bluffare, e se non si hanno qualità, non solo tecniche, ma soprattutto mentali, ben difficilmente si può pensare di emergere.

Ed, a tal proposito, ad emergere nella Finale Olimpica del 12 agosto 1936, sono le due americane Gestring e Rawls sin dai primi tuffi – la Poynton-Hill, a dispetto dell’Argento dal Trampolino conquistato ai Giochi di Amsterdam ’28, predilige la Piattaforma, dove difatti bissa a Berlino l’Oro dell’edizione californiana dei Giochi – costituiti da una serie di tre “Esercizi Obbligatori”, al termine dei quali la Rawls è al comando con uno strettissimo margine (42,81 a 42,67) sulla più giovane connazionale, con la terza rappresentante americana ad aver già accumulato un distacco superiore ai due punti.

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La Gestring in azione nella finale olimpica – da gettyimages.it

Tocca adesso alla seconda serie di tre tuffi liberi, e la sfida tra le due ragazze americane assume contorni degni di un film giallo diretto dal “Mago del brivido” Alfred Hitchcock che già si sta facendo largo nel panorama hollywoodiano, con la non ancora 14enne Gestring a prendere la testa con un’esibizione che le porta in dote 16,20 punti che, rapportati ai 15,20 raggranellati dalla Rawls, le consentono di scavalcarla in vetta alla Graduatoria provvisoria, sia pur con un margine (58,87 a 58,01) inferiore ad un punto.

Il quinto e penultimo tuffo – con la Rawls valutata 15,40 dai Giudici rispetto al 14,40 assegnato alla Gestring – inverte nuovamente l’ordine al comando della gara, con la prima ora a comandare, sia pur con il ristrettissimo margine di 0,14 punti (73,41 a 73,27) sulla più giovane compagna, con la decisione circa l’assegnazione delle medaglie rimandata all’ultima prova.

E, mentre la Poynton-Hill consolida la terza piazza, concludendo la sua gara con il punteggio complessivo di 82,36 punti che le garantisce il Bronzo, l’ultimo tuffo della Rawls viene valutato dalla Giuria con un 14,94 per un totale di 88,35 punti, il che vuol dire che la poco più che adolescente Marjorie deve superare quota 15,10 se vuole aggiudicarsi l’Oro, impresa che le riesce con un tuffo che le vede assegnato il punteggio di 16,00 per così trionfare con il totale complessivo di 89,27 punti e confermare la supremazia Usa nella specialità che, per la quinta volta consecutiva, vede un podio interamente a stelle e strisce.

Cavallerescamente, la Rawls, a cui per la seconda volta sfugge l’Oro Olimpico dopo il secondo posto di quattro anni prima a Los Angeles, è la prima a congratularsi con la neo campionessa, la quale probabilmente non ha ancora ben realizzato la portata della sua impresa, pur se sul podio, in occasione della cerimonia di premiazione, non tradisce alcuna emozione, e d’altronde senza un carattere di ferro è ben difficile riuscire in una disciplina che richiede la massima concentrazione.

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La cerimonia di premiazione – da pinterest.com

La Gestring non è, come qualcuno potrebbe supporre, la classica “Meteora” nel firmamento dei tuffi, visto che si aggiudica per tre anni consecutivi, dal 1938 al ’40, il titolo americano nella specialità dal Trampolino, ma per sua sfortuna, nonché per il resto dell’umanità, gli eventi bellici relativi alla Seconda Guerra Mondiale le impediscono di confermarsi ai vertici assoluti, a causa della cancellazione delle edizioni dei Giochi del 1940 e 1944.

Caparbia e decisa a voler ripetere l’esperienza olimpica, la oramai 25enne Marjorie tenta di qualificarsi per i Giochi di Londra ’48, fallendo di poco l’impresa classificandosi quarta ai Trials, e così, nel mentre il terzetto americano sbarcato nella Capitale inglese tiene alto il buon nome dello Zio Sam confermando una volta di più il monopolio del Podio, alla Gestring non resta che abbandonare le scene e dedicarsi alla famiglia, visto che nel 1943 aveva contratto matrimonio con un compagno di College ad UCLA.

Ed, oltretutto, non può neppure godersi gli ultimi “spiccioli di celebrità” derivanti dalla verifica che il suo record di precocità non era stato scalfito dalla cinese Fu Mingxia poiché, proprio pochi mesi prima dell’apertura dei Giochi di Barcellona, il 20 aprile 1992, la Gestring, non ancora 70enne, lasciava questo mondo a causa di un fortuito incidente domestico.

L’ETERNA SFIDA DI GARY HALL Jr, NEL NOME DEL PADRE

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Gary Hall Jr. – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Avere la sventura di portare lo stesso nome (con tanto di aggiunta del suffisso Jr.) di un padre ottimo nuotatore, ma passato alla Storia per aver sempre fallito il gradino più alto del Podio Olimpico, unita al fatto di competere con uno dei più grandi esponenti dello sprint a stile libero quale lo “Zar” russo Aleksandr Popov, rappresenta indubbiamente un macigno difficile da sopportare, ma anche uno stimolo in più per cercare quell’affermazione che darebbe lustro alla propria carriera.

E’ questo il destino dell’attività agonistica di Gary Hall Jr., nato a Cincinnati, nell’Ohio, il 26 settembre 1974 dall’omonimo padre, viceversa proveniente dalla North Carolina, il quale lo mette al Mondo dopo aver fallito l’appuntamento olimpico ai Giochi di Monaco ’72, dove si presentava come grande favorito nelle gare dei 200 e 400 misti – avendo stabilito, ai Trials di Chicago di inizio agosto, i rispettivi record mondiali in 2’09”30 e 4’30”81 – ed, al contrario, piazzatosi non meglio che quarto sui 200 e quinto sulla doppia distanza, mentre a beneficiare della Gloria Olimpica era lo specialista svedese Gunnar Larsson, vincitore di entrambe le prove.

A parziale consolazione di Hall padre, che già aveva conquistato l’Argento sui 400 misti ai Giochi di Città del Messico ’68 (dove aveva pure concluso ai margini del podio la gara dei 200 dorso), giunge un secondo Argento sui 200 farfalla, dominati a suon di primato mondiale dal connazionale Mark Spitz per una delle sue 7 medaglie d’Oro, fallendo poi il suo ultimo tentativo quattro anni dopo nell’edizione di Montreal ’76 della rassegna a cinque cerchi, classificandosi terzo sui 100 farfalla a completare un podio interamente a stelle strisce.

Un’eredità pesante, dunque, che Hall figlio raccoglie specializzandosi nella velocità a stile libero, il che gli consente, per quanto ovvio, di sfruttare una ulteriore doppia possibilità di far suo l’Oro – sia olimpico che mondiale – quale componente delle Staffette 4x100sl e 4×100 mista, ma è indubbio che il suo obiettivo sia quello di centrare la vittoria in una gara individuale.

Pur essendosi dedicato al nuoto solo a partire dagli anni del Liceo – ragion per cui, rispetto alla media degli altri specialisti, appare sulla scena internazionale relativamente tardi, intorno ai 20 anni – Gary Jr dimostra una forza di carattere ed un temperamento di prim’ordine, il che lo favorisce negli arrivi testa a testa come sono soliti verificarsi nelle gare sulle brevi distanze, ed ancor più qualora sia chiamato a dover rimontare uno svantaggio quando lanciato come ultimo frazionista in staffetta e, con queste credenziali, si presenta al suo primo grande appuntamento, in occasione dei Campionati Mondiali di Roma ’94.

E’, quella romana, un’edizione da dimenticare per il Team Usa, in cui tocca il punto più basso delle proprie partecipazioni olimpiche ed iridate, con una sola vittoria individuale sia in campo maschile (con Tom Dolan sui 400 misti) che nel settore femminile (con Janet Evans sugli 800sl), per cui non era certo facile per Hall pensare di potersi giocare il titolo alla pari con un Popov reduce al doppio Oro olimpico di Barcellona ’92 su entrambe le più brevi distanze a stile libero e che, il 18 giugno ’94, al Meeting di Montecarlo, aveva tolto a Matt Biondi il record mondiale sui 100sl, nuotando in 48”21.

Una sfida che, comunque, il 20enne dell’Ohio raccoglie senza alcun timore, riuscendo ad infastidire lo “Zar” russo, il quale deve impegnarsi per confermare la propria superiorità, facendo suo l’Oro sui 100sl in 49”12 rispetto ai 49”41 di Hall ed ai 49”52 del brasiliano Gustavo Borges, mentre sulla più breve distanza sono 0”23 centesimi a separare (22”17 a 22”40) Popov dall’americano.

Il duello a tre che ha entusiasmato il pubblico romano nella Finale dei 100sl si ripropone pari pari nella Staffetta 4x100sl, quando Hall, Popov e Borges si lanciano in acqua quali ultimi frazionisti, e qui l’orgoglio e la combattività dell’americano hanno la meglio, riuscendo a contenere il tentativo di rimonta del fuoriclasse di Ekaterinburg, a cui lascia solo 0”26 centesimi (48”22 a 48”48) non sufficienti ad impedire la vittoria del quartetto Usa, con il Brasile di Borges che conclude in terza posizione.

L’ultima gara a conclusione della rassegna iridata è costituita, come da programma, dalla Staffetta 4×100 mista, che vede la Russia schierare, nelle due ultime frazioni a farfalla e stile libero, i Campioni Mondiali Pankratov e Popov, e già il primo riduce il distacco che gli Stati Uniti avevano accumulato nelle prime due frazioni a dorso ed a rana, lanciando Popov all’inseguimento di Hall, in un avvincente tentativo di rimonta che vede quest’ultimo nuotare le due vasche in 47”68 a fronte del quale Gary Jr deve dar fondo a tutte le proprie energie per mantenere un minimo vantaggio (3’37”74 a 3’38”28) che consente agli Stati Uniti di portare a casa il solo, misero, quarto Oro della rassegna, ed a lui, di essere l’unico componente della spedizione americana a conquistare due Ori.

Come inizio, tutto sommato, non c’è da lamentarsi, con la sfida a ripresentarsi due anni dopo sul suolo americano, in occasione dei Giochi di Atlanta ’96, ai quali Hall si prepara prendendo confidenza con la Piscina Olimpica in concomitanza dei “Pan Pacific Games” ’95, in cui non ha difficoltà ad imporsi sia sui 50 (in 22”30) che sui 100sl (vinti in 49”47 davanti al connazionale Jon Olsen, 49”56), per poi aggiudicarsi altre due medaglie d’Oro con le staffette 4x100sl – migliorando, assieme a David Fox, Joe Hudepohl ed Olsen, il record mondiale in 3’15”11 – e 4×100 mista.

Qualificatosi per i Giochi ai Trials di Indianapolis disputatisi a marzo – primo sui 50sl in 22”27 e battuto da Olsen sulla doppia distanza (49”46 a 49”53 – Hall si presenta tirato a lucido e deciso a dar battaglia sin dalla prima gara in programma, i 100sl, le cui batterie, al mattino del 22 luglio ’96, confermano le gerarchie iridate, con Popov a far segnare il miglior tempo in 48”74, 0”16 centesimi meglio dell’americano, con Borges che chiude in 49”17.

Un tempo, quello di 48”74, che Popov ripete al centesimo anche nella Finale del pomeriggio, reso necessario per respingere il furioso attacco di Hall, che vira in testa ai 50 in 23”33 (0”10 centesimi sotto il passaggio mondiale del russo) per poi tener botta sino al tocco finale, cedendo per l’inezia di 0”07 centesimi, mentre anche Borges, terzo, si migliora in 49”02, lasciando fuori dal podio un “certo” Pieter van den Hoogenband, di cui sentiremo parlare in seguito.

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Hall, Popov e Borges sul podio dei 100sl ad Atlanta ’96 – da gettyimages.co.uk

Nemmeno il tempo di rifiatare che, all’indomani, è prevista la Staffetta 4x100sl, in cui la Russia schiera Popov in seconda frazione con l’intento di accumulare un vantaggio da difendere nella parte conclusiva della gara, una strategia che sembra pagare, dato che, all’ultimo cambio, Hall viene lanciato da Brad Schumacher in seconda posizione, ma il distacco è talmente esiguo (2’27”34 a 2’27”96) che in poche bracciate Gary Jr lo ha già colmato per poi portare al successo il quartetto Usa, timbrando altresì un’ultima frazione da urlo in 47”45 (Popov aveva nuotato la sua in 47”88, tanto per rendere l’idea …) e far sì che, finalmente, un Oro olimpico varchi la soglia di casa Hall.

Una sfida che – tra gara individuale e staffetta – si ripropone tra il 25 e 26 luglio, dapprima con la disputa dei 50sl che, ad onta della più breve distanza, Popov fa sua con un più ampio margine, ancorché si stia parlando di centesimi (22”13 a 22”26), rispetto alla prova sui 100, e quindi con la Staffetta 4×100 mista dove, stavolta, il russo non può esimersi dal confronto diretto, che offre ancora un autentico spettacolo, con Hall impegnato a mantenere il vantaggio accumulato dal quartetto Usa nelle prime due frazioni a dorso ed a rana e ridotto da Pankratov a farfalla, impresa che gli riesce addirittura incrementando il distacco, sino a toccare nel complessivo tempo di 3’34”84 che migliora di oltre 2” il record olimpico e mondiale stabilito dagli Stati Uniti quattro anni prima, alle Olimpiadi di Barcellona ’92.

E, se è vero che Hall e Popov concludono l’Olimpiade con 2 Ori e 2 Argenti a testa, è altrettanto ovvio che “pesano” di più le vittorie individuali del russo, nei cui confronti l’appuntamento è rimandato ai Giochi di fine secolo a Sydney 2000 dove, altri personaggi irrompono minacciosi sulla distanza dei 100sl, nelle figure del già ricordato fuoriclasse olandese van den Hoogenband e dell’australiano Michael Klim, il quale toglie addirittura a Popov il primato mondiale sulla distanza nuotando in 48”18 la prima frazione della staffetta 4x100sl che i padroni di casa si aggiudicano con l’altrettanto primato mondiale di 3’13”67, nonostante che anche il quartetto Usa, con Hall impegnato in ultima frazione in un’esaltante sfida con il Campione australiano Ian Thorpe, scenda con 3’13”86, ampiamente sotto il precedente limite.

E di quanto sia difficile, per Popov ed Hall, confermarsi al top della specialità, si ha la conferma nelle reintrodotte semifinali dei 100sl, in programma il 19 settembre 2000, allorquando nella prima il russo viene preceduto (48”80 a 48”84) da Klim, mentre nella seconda van den Hoogenband ne riscrive la Storia, quale primo uomo a scendere sotto la barriera dei 48” netti, andando a toccare in un fantastico 47”84, con Hall che chiude non meglio che quinto, qualificandosi per la Finale del giorno dopo con appena il sesto tempo.

Ma non è certo necessario ricordare come la combattività sia il punto di forza dell’americano, il quale si migliora sino a 48”73, giusto un 0”01 centesimo sufficiente a relegare ai margini del podio uno sconsolato Klim ed a soli 0”04 centesimi dall’Argento conquistato da Popov in 48”69, mentre van den Hoogenband, regale, non ha difficoltà ad imporsi in 48”30.

Sceso di una posizione in entrambe le gare (individuale e staffetta) rispetto ad Atlanta ’96, Hall ha la possibilità di riscattarsi il 22 settembre, giornata conclusiva del programma natatorio, in cui sono in programma le Finali dei 50sl e della staffetta 4×100 mista.

La più breve gara del panorama olimpico, si prospetta quanto mai avvincente, dato che Popov ha migliorato, il 16 giugno ai Trials russi, il record mondiale detenuto dall’americano Tom Jager portandolo a 21”64, ma da Indianapolis, in occasione dei Trials Usa, non da meno è stata la risposta di Hall e di Anthony Ervin, entrambi scesi sotto il precedente limite, con 21”76 e 21”80 rispettivamente, e poi c’è sempre van den Hoogenband alla ricerca di uno “storico tris”, avendo già conquistato l’Oro sia sui 100 che sui 200sl.

La prova che sta al nuoto come i 100 metri all’atletica leggera, vede già nelle Semifinali del 21 settembre staccarsi dal resto del lotto i quattro superfavoriti, tutti racchiusi nello spazio di 0”10 centesimi, dal 22”07 di Hall al 22”17 di Popov, e l’attesa per la Finale da nuotare tutta d’un fiato è palpabile sia a bordo piscina che sugli spalti.

Per una volta, la delusione viene proprio dallo “Zar” che manda in scena una controprestazione che lo relega addirittura al sesto posto in un per lui mediocre 22”24, mentre là davanti restano gli altri tre a duellare sul filo dei centesimi, tanto che neppure il cronometro è in grado di fare la distinzione, dato che sia Hall che Ervin vengono accreditati del medesimo tempo di 21”98 che vale l’Oro per entrambi, con l’olandese che vede svanire il “tris olimpico” per soli 0”05 centesimi, chiudendo in 22”03.

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L’arrivo a pari merito di Hall ed Ervin a Sydney 2000 – da gettyimages.it

Rinfrancato nel morale dalla sua prima medaglia d’Oro individuale vinta (ancorché a pari merito), Hall non ha alcuna difficoltà a mantenere il già ampio vantaggio che i suoi compagni Lenny Krayzelburg, Ed Moses ed Ian Crocker costruiscono nelle prime tre frazioni della staffetta 4×100 mista, avendo come solo avversario il cronometro, che sconfigge nuotando la propria frazione in 47”92 per un totale di 3’33”73 che migliora di oltre 1” il record stabilito dal quartetto Usa quattro anni prima ad Atlanta ’96, formazione di cui Hall è l’unico ad essere ancora presente.

Avvicinandosi alla soglia dei 30 anni – un’età che per un nuotatore è pari ai 40 per un calciatore – si ritiene difficile per Hall potersi qualificare per una terza Olimpiade, ma ai Trials olimpici di inizio luglio ’94 a Long Beach, stupisce ancora vincendo in 21”91 la gara sui 50sl e venendo superato per soli 0”10 centesimi (49”06 a 49”16) dal farfallista Ian Crocker nella lotta per il secondo posto sui 100sl, ultimo utile per ottenere il pass per la gara individuale.

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Gary Jr festeggia col padre Gary Sr la qualificazione ai Trials ’04 – da gettyimages.it

Forse sarebbe stato meglio si fosse qualificato Hall, visto che entrambi i rappresentanti Usa, Crocker appunto e Jason Lezak, non superano neppure il primo turno ad Atene, così come discutibile appare la decisione della Federazione di escludere il 30enne Gary Jr dal quartetto per la Finale della staffetta 4x100sl dopo aver nuotato l’ultima frazione in batteria, dove, anche in questo caso, gli Stati Uniti (e Michael Phelps in particolare, nel suo tentativo di superare il record delle 7 medaglie d’Oro stabilito da Spitz a Monaco ’72) devono alzare bandiera bianca, relegati sul gradino più basso del podio, mentre Roland Schoeman e Ryk Neethling trascinano il Sudafrica all’Oro e relativo record mondiale.

Non sappiamo quanto questa decisione abbia inciso nel motivare ancor più Hall nel dare il massimo di sé nell’unica gara individuale a cui è iscritto, ma certo, in una specialità dove le gerarchie si susseguono molto velocemente, un’altra iniezione di fiducia è costituita dalla mancata qualificazione – addirittura per le Semifinali – da parte sia di van den Hoogenband (che aveva confermato il titolo olimpico sui 100sl) che di Popov, che concludono le batterie rispettivamente con il 17esimo e 29esimo tempo.

Il pomeriggio del 19 agosto, le due semifinali vedono mettersi in evidenza Schoeman, unico a scendere sotto i 22” netti e grande favorito per la finale, visto l’argento sui 100sl e l’oro in staffetta, mentre Hall, come al solito diremmo, si qualifica con il quinto tempo di 22”18, peggio anche del connazionale Lezak, che conclude in 22”12.

Ma il giorno dopo, tutta la grinta del “fighter di razza” viene fuori nella sua ultima occasione di laurearsi Campione Olimpico e, con la sorpresa costituita dal croato Duje Draganja a contendergli la vittoria dalla laterale ottava corsia, stavolta anche il cronometro vede la differenza, sia pur di un solo, minimo 0”01 centesimo (21”93 a 21”94) che regala ad Hall il suo secondo Oro individuale della sua Carriera, con Shoeman relegato al Bronzo in 22”02.

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Hall sul podio dopo l’oro sui 50sl ad Atene ’04 – da gettyimages.it

A quasi 30 anni di età, Hall diviene il più “anziano” medagliato Usa nel Nuoto dai tempi dell’hawaiano Duke Paoa Kahanamoku ai Giochi d Parigi ’24 e, non ci crederete, ma prova a qualificarsi sui 50sl anche per i Giochi di Pechino ’08, fallendo l’impresa in quanto giunge quarto, ma coprendo comunque la distanza in 21”91, tempo inferiore rispetto a quanto fatto registrare nelle due vittorie olimpiche …

Ma, d’altronde, aveva iniziato tardi

 

GALINA PROZUMENSHCHIKOVA, LA RANISTA D’ORO SOVIETICA

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Galina Prozumenshchikova – da alamy.com

articolo di Giovanni Manenti

A dispetto di una larghissima base di praticanti, nei 40 anni – dall’esordio ad Helsinki ’52 sino alla partecipazione come “Comunità degli Stati Indipendenti” a Barcellona ’92 – in cui gli atleti dell’ex Unione Sovietica gareggiano alle Olimpiadi, il nuoto fatica a decollare, tant’è che, alla vigilia dei Giochi di Tokyo ’64, il relativo medagliere conta la miseria di due bronzi, entrambi conquistati nell’edizione australiana di Melbourne ’56, artefici il ranista Kharis Yunichev sulla distanza dei 200 metri e la staffetta 4x200sl maschile.

Erano ancora ben lungi da venire gli anni gloriosi di Bure, Krylov e Kopliakov nello stile libero, di Polianski e Selkov a dorso, di Pankin a rana e di fesenko e Sidorenko nei misti, sino agli “zar” Vladimir Salnikov sulle lunghe distanze a stile libero ed Alexander Popov sulla velocità, tutti però emergenti in campo maschile, nel mentre per il settore femminile il bottino complessivamente raccolto nei citati 40 anni parla di sole 20 medaglie, di cui appena 4 d’oro, rispetto alle 49, con 14 Ori, degli uomini,

Singolare, altresì, che di dette medaglie, la quasi totalità, ben 16 e tutti e quattro gli Ori, derivino da una singola specialità, vale a dire la rana, come se nelle piscine sovietiche venisse insegnato alle ragazze solo detto stile, una quota che si potrebbe allargare a 18 considerato il contributo che le raniste forniscono alle due medaglie di Bronzo Olimpiche conquistate dalla Staffetta 4×100 mista.

Ma altrettanto curioso il fatto che, nonostante questa eclatante disparità di valori tra i due settori, la prima medaglia d’Oro conquistata dall’Unione Sovietica in una Rassegna a Cinque Cerchi sia stata appannaggio proprio di una donna, ranista ovviamente, la quale ha peraltro segnato un’epoca nella specialità, non fosse altro che per la difficoltà del proprio nome, trattandosi di Galina Nikolayevna Prozumenshchikova, per 10 anni ai vertici assoluti dello stile a rana.

Nata il 26 novembre 1948 a Sebastopoli, città tutt’oggi contesa tra la Federazione Russa e la Repubblica Ucraina, dal padre Nikolai Nikolayevich, Capitano di Sottomarino, mentre la madre è un’infermiera che ha prestato servizio come assistente durante la Seconda Guerra Mondiale, la giovane Galina si dedica al nuoto presso la Società Sportiva della sua città all’età di 11 anni, manifestando sin dagli albori una grande dimestichezza nello stile a rana, tanto che viene selezionata per le Olimpiadi di Tokyo ’64 assieme alla sua grande rivale Svetlana Babanina, di cinque anni maggiore di lei, dove, peraltro, il programma dei Giochi prevede la disputa della sola gara sulla distanza dei 200 metri.

Le due ragazze sono tra le indubbie favorite per le medaglie, dato che la Babanina ha stabilito il 3 settembre, a poco più di un mese dall’apertura della Rassegna Olimpica, il record mondiale sui 100 rana in 1’17”2, ma la Prozumenshchikova non le è da meno, avendo, da parte sua, migliorato in due occasioni, il limite sulla doppia distanza, sino a portarlo a 2’45”4 il 17 maggio ’64 in un meeting a Berlino Est.

Le maggiori preoccupazioni riguardano la possibile emozione che potrebbe attanagliare una ragazzina di non ancora 16 anni rispetto ad uno scenario così importante, tant’è che nelle batterie dell’11 ottobre è la Babanina a far registrare il miglior tempo, con il 2’48”3 che migliora il precedente Record olimpico di 2’49”5 stabilito dalla britannica Anita Lonsbrough quattro anni prima a Roma, e che all’epoca era anche Primato Mondiale, prima dell’avvento della Prozumenschchikova che, dal canto suo, si qualifica per la Finale del giorno dopo con il quarto tempo di 2’49”0.

La rana è una specialità dove, più che nelle altre, occorre saper dosare bene le forze in quanto, ricevendo una minor spinta dalle braccia, accade sovente di veder ribaltare le posizioni nella parte finale delle gare, in particolar modo sulla doppia distanza dei 200 metri, cosa che, difatti, accade anche nella Finale Olimpica giapponese, quando è la Babanina a menare le danze sino ai 100 metri (distanza peraltro a lei più congeniale), per poi vedersi rimontare nella parte conclusiva, dapprima dall’americana Kolb e quindi dalla giovanissima connazionale, che va a trionfare demolendo il record olimpico sino a 2’46”4, con la Babanina a doversi accontentare del gradino più basso del podio.

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La giovane Galina ai Giochi di Tokyo ’64 – da ishofnews.blogspot.it

Il fatto che nel programma non sia prevista la prova sui 100 rana, fa sì che la Federazione Sovietica preferisca la Babanina – d’altronde è la primatista mondiale su tale distanza – quale componente della Staffetta 4×100 mista, che giunge al Bronzo dietro a Stati Uniti ed Olanda, con la sovietica che nuota la propria frazione intermedia in 1’15”3, addirittura 3” in meno delle sue avversarie, fornendo il più significativo contributo per la conquista della medaglia.

Per la Prozumenshchikova è l’inizio di un periodo ai massimi livelli internazionali, che la vede il 12 settembre ’65 migliorare a 2’45”3 il proprio limite mondiale sui 200 rana, nel mentre la Babanina fa suo l’Oro sulla medesima distanza alle Universiadi di Budapest ’65 (Galina è ancora troppo giovane, con i suoi 17 anni …), per poi presentarsi agli Europei di Utrecht ’66 dove il calendario prevede, ancora e per l’ultima volta, la disputa della sola prova sui 200 rana, in analogia con il programma olimpico.

La non ancora 18enne ucraina vi giunge dopo aver strappato all’amica/rivale il Record Mondiale sui 100 rana, nuotati in 1’15”7 al Meeting di Leningrado del 17 luglio, ma l’impresa che compie nella piscina olandese ha dello sbalorditivo, in quanto oltre allo scontato successo sui 200, frantuma il suo stesso primato di 4”5 portandolo a 2’40”8, peraltro trascinandosi dietro la connazionale Irina Posdnyakova, anch’essa scesa ben al di sotto del precedente limite, concludendo la gara in 2’41”9.

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Galina trionfante dopo l’oro agli Europei di Utrecht ’66 – da wikipedia.org

E, dopo aver stavolta fatto parte della Staffetta 4×100 mista che conquista l’Argento alle spalle del Quartetto olandese, la sfida per la Prozumenshchikova è tutta indirizzata alle Olimpiadi di Città del Messico, dove, per la prima volta, il programma natatorio viene finalmente allargato, con la disputa di entrambe le gare sui 100 e 200 metri dei vari stili.

Appuntamento al quale, avvicinandosi alla soglia dei 20 anni, la più matura Galina si prepara facendo suoi i Campionari nazionali su entrambe le distanze per un triennio consecutivo dal 1966 al ’68 – saranno 15 in totale i titoli vinti, 5 sui 100 ed 8 sui 200 rana, con l’aggiunta di due successi con la staffetta mista – ma, dall’altra parte dell’Oceano, emerge la fenomenale americana Catie Ball, classe ’47, che si aggiudica tre medaglie d’oro (100, 200 rana e 5×100 mista) ai “Pan Pacific Games” di Winnipeg ’67 e, quel che più conta, riscrive la tabella dei record, migliorando per ben cinque volte il primato sui 100 rana e per altre tre il limite sulla doppia distanza, sino ai rispettivi 1’14”2 e 2’38”5 stabiliti in occasione dei Trials di Los Angeles di fine agosto ’68.

Davvero un gran brutto cliente, per sconfiggere il quale interviene un agente esterno, sotto forma di un virus influenzale che debilita la Ball al punto da costringerla a rinunciare alla gara sui 200 rana dopo aver concluso al quinto posto la prova sui 100 dove la Prozumeschchikova – ora diventata Stepanova per effetto del matrimonio contratto – diviene la logica favorita, pur essendosi “nascosta” come suo solito in Semifinale, conclusa al terzo posto in 1’17”5, mentre la Babanina, a fine carriera, si qualifica con l’ottavo ed ultimo tempo.

A rompere le classiche “uova nel paniere”, ci pensa la semi sconosciuta jugoslava Durdica Bjedov, la quale vive la sua “Settimana di Gloria” beffando la Stepanova per un solo 0”1 decimo (1’15”8 ad 1’15”9), con il Bronzo appannaggio della 16enne americana Sharon Wichman, la quale è protagonista, quattro giorni dopo, di una delle più drammatiche Finali nella Storia dei Giochi.

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Il podio dei 100 rana a Città del Messico ’58 – da gettyimages.co.uk

Succede, difatti che, dopo che l’americana aveva fatto registrare il miglior tempo in batteria con 2’46”8 rispetto al 2’47”8 della Stepanova, quest’ultima intenda imporre la propria superiorità nella Finale del 23 ottobre ’68, senza aver però fatto i conti con l’altitudine di Città del Messico che non favorisce gli sforzi prolungati, tant’è che, dopo aver condotto la gara d’autorità per le prime tre vasche, la ranista sovietica si pianta letteralmente a 25 metri dall’arrivo, venendo superata sia dalla Wichman, che va a vincere con il nuovo Record Olimpico di 2’44”4 che dalla Bjedov che aggiunge l’Argento all’Oro dei 100, riuscendo a malapena a salvare il Bronzo dall’attacco della connazionale Grebennikova, mentre la Babanina conclude la propria carriera con il sesto posto.

Un’esperienza sconvolgente, con la Stepanova costretta ad essere soccorsa dai medici che le somministrano ossigeno per consentirle di riprendersi, a dimostrazione delle difficoltà che l’altitudine può riservare a chi non è abituato a gareggiarvi, e nonostante che la 20enne sovietica non avesse gareggiato nella Staffetta 4×100 mista, gara viceversa disputata (e vinta) dalla ricordata americana Ball prima del peggioramento delle sue condizioni di salute.

Al ritorno in Patria, Galina si prende un anno sabbatico per dare alla luce la propria figlia, Irina, per poi tornare ai vertici internazionali nel successivo triennio di inizio anni ’70 in cui, pur non riuscendo a riappropriarsi dei primati mondiali, domina la scena nei quindici giorni tra fine agosto e metà settembre ’70 allorquando, dapprima si impone sui 100 e 200 rana alle Universiadi di Torino con i rispettivi tempi di 1’16”7 (davanti alla connazionale Grebennikova ed all’americana Linda Kurtz) e 2’45”4 (con l’americana e la sovietica che invertono le posizioni alle sue spalle), cui unisce l’Argento con la Staffetta 4×100 mista, e quindi si trasferisce a Barcellona per la Rassegna Continentale, intenzionata a ribadire la propria superiorità a livello europeo.

Impresa doverosamente portata a termine, migliorando i riscontri cronometrici di Torino con l’1’15”6 sui 100 rana ed il 2’40”7 sulla doppia distanza (con la Grebennikova ancora seconda, dopo il Bronzo sui 100), per poi far parte del quartetto che si aggiudica l’argento nella 4×100 mista dietro la formazione della Germania Est, e quindi apprestarsi a cercare la rivincita rispetto alla delusione di Città del Messico ai successivi Giochi di Monaco ’72.

In un panorama internazionale sostanzialmente fermo – visto che resistono ancora i limiti mondiali stabiliti dalla Ball quattro anni prima, a dimostrazione dello “scossone” che l’americana aveva dato alla specialità – l’oramai 24enne ucraina ritiene di avere ben salde le proprie chances di vittoria, in un programma olimpico che, per quanto la riguarda, inverte l’ordine delle gare, iniziando con i 200 rana (batterie e Finale il 29 agosto), per poi proseguire con i 100 (1 e 2 settembre) e quindi concludersi con la disputa della Staffetta 4×100 mista il 3 settembre.

Il primo evento vede la Stepanova come di consueto non affondare in batteria, qualificandosi per la Finale con il quinto tempo, per poi affrontare d’impeto l’atto conclusivo prendendo un vantaggio di circa quattro metri sulle avversarie solo per poi vedersi progressivamente rimontare nell’ultima vasca sino a concludere al terzo posto con un mediocre 2’42”36, mentre l’Oro va all’australiana Beverley Whitfield e l’Argento all’americana Dana Schoenfield (2’41”71 e 2’42”05 rispettivamente) che hanno saputo meglio dosare le forze, mentre l’esperienza messicana sembra non aver insegnato nulla alla ranista sovietica.

Chiamata a riscattarsi sulla più breve distanza, la Stepanova conferma l’Argento di quattro anni prima a Città del Messico, ma stavolta con molti meno rimpianti, visto che nuota in 1’14”99 (suo miglior tempo dell’anno) e deve inchinarsi solo alla 18enne americana Cathy Carr che, nel suo “Giorno dei Giorni”, stabilisce altresì il primato mondiale in 1’13”58, migliorando di 0”6 decimi il precedente limite della connazionale Ball.

La Stepanova conclude la sua esperienza a cinque cerchi con il quarto posto con la staffetta 4×100 mista, per poi dare l’addio all’attività agonistica salutando il proprio pubblico, riunito sugli spalti della “Piscina Lenin” di Mosca in occasione delle Universiadi ’73, aggiungendo al proprio, ricchissimo Palmarès, il Bronzo sui 100 rana, vinti dalla connazionale Rusanova con soli 0”06 centesimi di vantaggio (1’15”54 ad 1’15”60) sulla primatista mondiale e Campionessa Olimpica Cathy Carr, la quale, dal canto suo, porta a casa l’Oro sulla doppia distanza e con la staffetta 4×100 mista, oltre ad un altro Argento sui 200 misti.

Con il suo passo d’addio, Galina Prozumenschchikova-Stepanova (anche se poi divorzia dal marito) ha senz’altro dato una fondamentale impronta allo stile a rana, in specie nel proprio Paese, ed è sicuramente grazie alle sue imprese che, tre anni dopo, in occasione dei Giochi di Montreal ’76, l’intero podio dei 200 rana è monopolizzato dalle ragazze sovietiche – Kosheveya, Yurchenya e Rusanova – e che ancor oggi, la miglior nuotatrice russa non sia altro che una ranista, Yulia Efimova, argento su entrambe le distanze alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016.