LO STORICO BIENNIO DI DIANA MOCANU, PRIMO ORO OLIMPICO RUMENO NEL NUOTO

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Diana Mocanu – da radiocluj.ro

articolo di Giovanni Manenti

I Giochi di fine millennio di Sydney 2000 hanno la singolare particolarità, per quanto riguarda il Nuoto, di vedere ben tre Nazioni conquistare i primi ori olimpici della loro storia, con addirittura un loro rappresentante fare doppietta nei rispettivi stili.

Una, come a noi ben noto, è l’Italia – imperdonabilmente a secco di medaglie di metallo pregiato nonostante la propria tradizione in tale disciplina – con Massimiliano Rosolino, trionfatore sui m.200misti, a far da contorno alla splendida doppietta di Domenico Fioravanti sui 100 e 200 metri rana.

Le altre provengono, viceversa, dal settore femminile, vale a dire l’Ucraina – alla sua seconda partecipazione indipendente dopo la disgregazione dell’impero sovietico – grazie alla fuoriclasse Yana Klochkova, doppio oro sui m.200 e 400misti, impresa che ripete quattro anni dopo ai Giochi di Atene ’04, oltre ad innumerevoli altri successi a livello continentale ed iridato, e la Romania, alla cui atleta, protagonista di un biennio da sogno nella specialità del dorso, dedichiamo la nostra storia odierna.

Ha da pochi mesi compiuto 16anni, essendo nata a Braila il 19 luglio 1984, Diana Mocanu, allorché si presenta sull’arengo olimpico, non propriamente una sconosciuta però, in quanto aveva già fatto la propria apparizione a livello di grande manifestazione internazionale l’anno precedente, in occasione dei Campionati Europei di Istanbul, dove coglie il bronzo sui m.100 farfalla, nella Finale vinta dall’olandese Inge de Bruijn che poi a Sydney farà saltare il banco con tre medaglie d’oro ed il record mondiale su tale distanza.

Rumena che, a tale rassegna, si ferma ai margini del podio sui m.50 e giunge non meglio che sesta sui m.200 dorso, per poi intensificare la preparazione su tale sola specialità, iniziando a raccogliere i frutti del lavoro invernale l’anno successivo, che vede l’appuntamento olimpico preceduto dai Campionati Europei di Helsinki, palcoscenico ideale per fare esperienza da parte di una giovane nuotatrice.

Esperienza che, per Diana, alla vigilia di compiere 16 anni, si traduce in tre medaglie d’argento sulle altrettante distanze a dorso del programma continentale, in ognuna delle quali preceduta dalla ex sovietica naturalizzata spagnola per matrimonio Nina Zivanevskaja, che la supera con largo margine (2’09”53 a 2’11”62) sulla distanza dei 200 metri, distacco ridotto a 0”52 centesimi (1’01”02 ad 1’01”54) sui 100 metri ed appena a 0”09 centesimi (28”76 a 28”85) sulla più breve specialità dei m.50 dorso.

Con anche il bronzo ottenuto nella staffetta 4x100mista, la Mocanu si presenta nell’emisfero australe con la speranza di poter salire su di uno dei gradini del podio nelle due gare in programma a dorso – i 50 metri, come molti sapranno, non fanno parte del calendario olimpico – specialità che, dal punto di vista cronometrico, vive una fase di ristagno dopo gli exploit della “divina” ungherese Krisztina Egerszegi, il cui primato di 2’06”62 sui 200 metri e risalente ad agosto ’91, è ancora ben lungi dall’essere migliorato (avverrà solo nel 2008 per opera dell’africana bianca Kirsty Coventry …), mentre sulla più corta distanza il suo 1’00”31 della stessa rassegna continentale di Atene ’91, era stato cancellato dal “sospetto” 1’00”16 della cinese He Chong ai Mondiali di Roma ’94.

Pertanto, con un campo di partecipanti senza una favorita d’obbligo – ai “Giochi Pan Pacifici” svoltisi l’anno prima proprio a Sydney in preparazione dei Giochi, i 100 metri dorso avevano visto dividersi il gradino più alto del podio dall’atleta di casa Dyana Calub e dalla giapponese Mai Nakamura, entrambe accreditate del tempo di 1’01”51, nel mentre la prova sulla doppia distanza era stata appannaggio dell’altra nipponica Tomoko Hagiwara in 2’11”36, tutti tempi alla portata della 16enne rumena – il relativo pronostico è quanto mai incerto, visto che anche negli Stati Uniti si fa fatica a trovare la degna erede di Amanda Beard, con le vincenti dei Trials di Indianapolis – Barbara Bedford ed Amanda Adkins – nuotano le rispettive distanze in 1’01”85 e 2’12”97.

Ecco quindi che la Mocanu scalda i muscoli già nella giornata d’esordio del programma olimpico, il 16 settembre 2000, scendendo in acqua per batterie e semifinali dei m.100 farfalla, qualificandosi per la Finale migliorando in entrambe le occasioni il primato nazionale, portandolo dapprima a 59”72 per poi abbassarlo di ben 0”60 centesimi sino a 59”12, e quindi “prendersela comoda” nella Finale del giorno dopo, chiusa all’ottavo ed ultimo posto in 59”43 non potendo competere per il podio che vede primeggiare la già citata olandese de Bruijn con il nuovo primato mondiale di 56”61.

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Diana Mocanu in azione ai Giochi di Sudney 2000 – da gettyimages.ae

Anche perché, quello stesso 17 settembre, la rumena aveva disputato le batterie al mattino e la semifinale al pomeriggio dei m.100 dorso, replicando quanto fatto nello stile a farfalla, vale a dire stabilire i relativi primati rumeni, ma di ben altro spessore, in quanto l’1’01”18 in batteria rappresenta la seconda miglior prestazione del lotto delle partecipanti – preceduta dalla sola giapponese Nakamura con 1’00”88 – nel mentre l’1’00”70 del pomeriggio la pone nel diritto di occupare la quarta corsia il giorno dopo quale miglior tempo delle otto finaliste.

Finale quanto mai incerta e che sfugge ad ogni pronostico, visto che, oltre alla giovane rumena, si presentano sui blocchi di partenza la già ricordata triplice Campionessa europea Zivanevskaja, l’americana Bedford vincente ai Trials, nonché i due ori dei “Giochi Pan Pacifici” (l’idolo di casa Calub e la più volte ricordata Nakamura), quest’ultima assieme alla connazionale Noriko Inada, unico Paese, il Giappone, a schierare due sue rappresentanti in Finale.

E’ peraltro opinione comune tra gli addetti ai lavori che occorrerà nuotare vicini al primato mondiale per salire sul gradino più alto del podio, e questo deve essere stato anche il pensiero della Nakamura, la quale detta il ritmo in avvio, virando a metà gara in 29”80 (a soli 0”26 centesimi dal passaggio record della He Chong …), per poi mantenere la testa sino ai 75 metri, allorché subisce la rimonta della Mocanu, la quale la supera nelle ultime bracciate, andando a toccare con il fantastico tempo di 1’00”21, nuovo record olimpico e che cancella il primato europeo della Egerszegi e sfiora di soli 0”05 il mondiale della cinese, mentre alle sue spalle Nakamura e Zivanevskaja completano il podio, realizzando anch’esse i primati nazionali, con i tempi di 1’00”55 ed 1’00”89 rispettivamente.

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Nakamura e Mocanu all’arrivo dei m.100 dorso a Sydney 2000 – da gettyimages.it

Un’impresa sensazionale che non manca di avere la meritata eco in Patria, dove nessuno si aspettava altro che un onorevole piazzamento da parte della 16enne Diana, la quale è ora chiamata a confermarsi sulla doppia distanza, le cui batterie e semifinali sono in calendario per il 21 settembre, con la Finale in programma il giorno appresso.

Prima medaglia d’oro olimpica per il proprio Paese, la Mocanu mantiene la giusta concentrazione anche nei giorni successivi, intuendo che ha a disposizione un’occasione irripetibile per “fare la storia” della specialità, manifestando sin dal mattino le sue intenzioni, facendo segnare il miglior tempo in qualifica con 2’09”21, altresì record nazionale e quasi 2” in meno della francese e Campionessa mondiale in carica Roxana Maracineanu, già quarta sui 100 metri ed anch’essa di chiare origini rumene, essendo oltretutto nata nella Capitale Bucarest, ma di ben 9 anni più anziana della vincitrice dei 100 metri.

Le semifinali del pomeriggio dimostrano come tra la rumena e le altre vi sia un abisso, dato che la stessa nuota in 2’09”64 nella seconda serie, alle cui spalle giungono la giapponese Hagiwara in 2’11”02 e la Zivanevskaja con il tempo di 2’11”93 che eguaglia al centesimo quanto fatto registrare dalla Maracineanu nella prima serie, ragion per cui, stavolta, i favori del pronostico non possono che indirizzarsi sulla rumena, vista la sua straordinaria condizione di forma.

Con nuovamente la corsia centrale a disposizione, il 22 settembre 2000 i sogni di una ragazzina divengono realtà, grazie anche stavolta ad una tattica di gara accorta, che fa sì che a metà gara sia la connazionale d’origine Maracineanu a virare per prima in 1’03”49, per poi superarla ai 150 metri e quindi avviarsi in assoluta solitudine a completare il proprio personale trionfo con il record nazionale di 2’08”16, mentre la francese d’adozione completa una “ideale doppietta” rumena stabilendo anch’essa con 2’10”25 il primato transalpino, ed il podio completato dalla giapponese Miki Nakao in 2’11”05 che ne estromette, per soli 0”16 centesimi, la connazionale Hagiwara.

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Il podio dei 200 metri dorso a Sydney 2000 – da gettyimages.com.au

La Mocanu viene accolta al ritorno in Patria con tutti gli onori possibili, tanto che le viene altresì regalata un’automobile per le sue prestazioni, con il solo “piccolo problema” che a casa i suoi genitori non possiedono un garage e, cosa ancor più singolare, nessuno della sua famiglia possiede la patente…!!!

Ma, digressioni familiari a parte, per la Mocanu si tratta ora di confermarsi ai successivi Campionati Mondiali, che si svolgono a Fukuoka, in Giappone, proprio in casa delle sue maggiori rivali, dal 22 al 29 luglio 2001, tre giorni dopo pertanto la data del suo 17esimo Compleanno e quale miglior regalo potrebbe farsi se non regalare a sé stessa ed al proprio Paese un oro iridato che manca dall’episodico successo di Tamara Costache sui m.50sl nell’edizione di Madrid ’86.

Con un programma a dorso “alternato”, che prevede il 24 luglio la Finale dei 50 metri, due giorni dopo quella dei 200 ed il 28 la prova sui 100 metri, la Campionessa olimpica fa il suo esordio iridato cogliendo il quinto posto sulla più breve distanza, nuotata in 28”86 nella gara appannaggio dell’americana Haley Cope, oro con il tempo di 28”51, precedendo di soli 0”02 centesimi la tedesca Antje Buschschulte e di 0”03 la connazionale Natalie Coughlin.

La 17enne rumena ha l’occasione di rifarsi due giorni dopo, allorché si conferma senza rivali sulla più lunga distanza della specialità a dorso, dominando in 2’09”94 una Finale senza americane, con le piazze d’onore appannaggio della russa Stanislava Komarova e della britannica Joanna Fargus, che chiudono in 2’10”43 e 2’11”05 rispettivamente, mentre la Buschschulte conclude non meglio che quinta in 2’11”47.

Ma la sfida più attesa è quella sulla media distanza dei 100 metri, dove la Mocanu deve fronteggiare il “fuoco concentrico” portatole dalle già citate Coughlin e Buschschulte in una sfida che si annuncia senza esclusione di colpi e, pur dovendosi arrendere di fronte alla superiorità dell’americana – che l’anno dopo farà suo il record mondiale quale prima nuotatrice a scendere sotto la barriera dell’1’00” netto – che si aggiudica l’oro con il tempo di 1’00”37, riesce a confermarsi la miglior nuotatrice del Vecchio Continente, con il secondo posto in 1’00”68 e largo margine sulla tedesca, bronzo con 1’01”42 precedendo le usuali rivali Zivanevskaja e Nakamura.

Il doppio alloro di Fukuoka pone in pratica fine alla carriera della Mocanu, la quale si presenta in pessima forma l’anno seguente ai campionati Europei di Berlino ’02, non andando oltre il quinto posto sui m.200 dorso che vedono il successo della Komarova sulla Zivanevskaja, ma per far comprendere al meglio quale sia stato l’impatto della giovane Nadia nel panorama natatorio rumeno, valga la considerazione di come tale Nazione vanti tuttora, ad oltre 15 anni di distanza dalle sue impressionanti prestazioni, due ori ed un argento alla rassegna iridata (con il solo oro della Costache a farle compagnia …) e tre successi alle Olimpiadi, con la sola Potec in grado di emularla, quattro anni dopo ai Giochi di Atene ’04, con la vittoria sui 200 metri stile libero, beffando l’azzurra Federica Pellegrini.

Quindi, come dar torto a coloro che, nel 2015, hanno ritenuto Diana Mocanu meritevole di essere inserita nella prestigiosa “Swimming International Hall of Fame”, traducibile in italiano più o meno come “L’Arca della Gloria del Nuoto Mondiale”, unica sinora del suo Paese ad aver ricevuto un tale privilegio…

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NORBERT ROZSA, LA TERZA STELLA DEL NUOTO UNGHERESE NEGLI ANNI ’90

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Norbert Rozsa ai Giochi di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

A cavallo degli anni ’90, il panorama natatorio ungherese sforna due Campioni di valore assoluto, uno per settore, con il mistista Tamas Darnyi ad anticipare “l’era Phelps” restando imbattuto su entrambe le distanze dei m.200 e 400misti tra Mondiali, Europei ed Olimpiadi dal 1985 al 1992, mentre in campo femminile a dare spettacolo è la “divinaKrisztina Egerszegi, con 5 medaglie d’oro olimpiche, due mondiali e 9 europee tra stile a dorso e misti.

A completare un ideale “tris d’assi” giunge il ranista Norbert Rozsa, nato a Dombovar il 9 febbraio 1972, il quale si incarica di rafforzare una tradizione in detto stile che aveva già visto quale valido interprete – dopo l’argento di Alban Vermes alle “Olimpiadi dimezzate” di Mosca ’80 sui 200 metri – Jozsef Szabo, capace di mettere in fila, sulla medesima distanza, tre ori consecutivi in altrettanti anni tra Mondiali di Madrid 1986, Europei di Strasburgo ’87 ed Olimpiadi di Seul ’88, pur non riuscendo a migliorare il record mondiale del canadese Victor Davis (da lui sconfitto nella rassegna iridata di Madrid …), fermandosi a 0”18 centesimi con il 2’13”52 realizzato a Seul, nuovo primato continentale.

Tocca quindi a Rozsa raccoglierne l’eredità presentandosi, non più giovanissimo in una disciplina come il Nuoto che vede esplodere talenti precoci, ai Mondiali di Perth che si svolgono nell’insolita data di inizio gennaio ’91 per sconvolgere le gerarchie dello stile a rana.

Chiamato a confrontarsi sui m.100 rana con l’oro di Seul ’88 nonché primatista mondiale britannico Adrian Moorhouse – che ai Campionati Europei di Bonn ’89 aveva migliorato con 1’01”49 il primato risalente a cinque anni prima dell’americano Steve Lundquist, per poi eguagliarlo in altre due occasioni nel corso del 1990 – Rozsa riesce anch’egli nell’impresa, nelle batterie del 7 gennaio, di nuotare la distanza con lo stesso esatto riscontro cronometrico, come se quell’1’01”49 rappresentasse una sorta di barriera invalicabile.

Ma nell’aria si respira odore di primato, e come potrebbe essere diversamente allorché, alla Finale del pomeriggio, si presentano sui blocchi di partenza due primatisti mondiali ex-aequo, pronti a darsi battaglia sin dall’immediato tuffo in acqua, ed a spuntarla è proprio il magiaro che, ad un mese dal compimento dei 19 anni, fa suo titolo e record scendendo ad 1’01”45, con Moorhouse a doversi accontentare dell’argento in 1’01”58 davanti ad uno splendido Gianni Minervini, bronzo con 1’01”74.

Ungheria che consolida la propria posizione dominante nello stile a rana con il quinto posto altresì di Karoly Guttler (già argento sulla distanza ai Giochi di Seul ’88 e di cui sentiremo presto ancora parlare), per poi essere pronta a lanciare la sfida all’uomo nuovo dei 200 rana, vale a dire l’americano Mike Barrowman – detentore del primato mondiale in virtù del 2’11”53 nuotato nel luglio ’90 – calando in acqua le proprie stelle Szabo e Rozsa.

Con anche il britannico Nick Gillingham – argento a Seul ’88 alle spalle di Szabo ed oro agli europei di Bonn ’89, rassegna in cui, con 2’12”90 eguaglia temporaneamente il primato di Barrowman – ad avanzare pretese di medaglia, la piscina australiana si appresta a vivere un altro assalto al record mondiale, con le gerarchie stavolta però rispettate, in quanto il 22enne californiano conferma la propria superiorità andando a cogliere l’oro abbassando il proprio limite assoluto a 2’11”23, nel mentre in casa magiara si assiste al “passaggio di consegne” tra Szabo, non meglio che quinto in 2’13”93, ed il nuovo che avanza, con Szabo splendido argento in 2’12”03 che toglie altresì a Gillingham il primato europeo, dovendosi il 24enne inglese accontentarsi del terzo gradino del podio in 2’13”12.

Salire ai vertici di una specialità non è mai facile, ma mantenervisi è sempre più difficile, e le occasioni per una rivincita (oppure una conferma …) non tardano ad arrivare, visto che in agosto sono in programma i Campionati Europei di Atene ’91.

Con ancora i 100 metri ad aprire le danze nello stile a rana, la Finale della rassegna europea equivale ad un contesto olimpico o mondiale, vista l’indiscussa superiorità dei ranisti del Vecchio Continente in tale specialità, e Rozsa bagna il suo fresco record mondiale migliorandosi sino ad 1’01”29 già nelle batterie del mattino, per poi replicare l’oro iridato al pomeriggio del 20 agosto ’91 con la curiosità di realizzare nuovamente il tempo di 1’01”49 che aveva rappresentato un primato per ben quattro volte eguagliato, come se fosse una sorta di “tempo limite” sulla distanza, con il podio a ricalcare fedelmente l’esito della sfida in terra australiana, con Moorhouse argento in 1’01”88 ed il nostro Minervini ancora bronzo in 1’02”41 precedendo l’altro azzurro Andrea Cecchi (1’02”58) e, tanto per non farsi mancare nulla, anche Guttler a replicare il quinto posto iridato.

Maggiore curiosità desta – dopo che Rozsa contribuisce, nuotando la frazione a rana, al bronzo della staffetta 4x100mista dietro ad Unione Sovietica e Francia – la sfida sui 200 metri, vista la forzata assenza di Barrowman – il quale, dal canto suo, si esibisce in contemporanea ai “Campionai Pan Pacifici” di Edmonton, mettendosi al collo tre ori, sui 100 e 200 rana, oltre alla staffetta 4×100 mista, avendo nel frattempo abbassato a 2’10”60 il proprio limite mondiale – e stavolta ad avere l’ultima parola, al termine di un testava testa quanto mai avvincente, è Gillingham, che va a toccare con appena 0”03 di vantaggio (2’12”55 a 2’12”58) sull’ungherese, con Guttler ancora ai margini del podio, quarto alle spalle dello spagnolo Sergio Lopez.

Dopo aver coronato un fantastico 1991 di sole medaglie (due ori, altrettanti argenti ed un bronzo) e tre record mondiali, per Rozsa manca la sola consacrazione olimpica, con l’obiettivo puntato verso i Giochi di Barcellona ’92, in programma a fine luglio presso il Capoluogo catalano ed il cu calendario prevede, come al solito, i 100 metri a precedere la prova sulla doppia distanza.

Appuntamento che, non prevedendo all’epoca la disputa delle semifinali, comporta sempre un certo rischio nella disputa delle batterie al mattino ed a farne le spese, il 26 luglio alle “Piscines Bernat Picornell” di Barcellona, è proprio la coppia ungherese formata da Rozsa e Guttler che, inserita nell’ottava ed ultima serie, si fa precedere in 1’02”10 dall’australiano Phil Rogers, così da far registrare il rispettivo ottavo e nono tempo di qualificazione, il che vuol dire che il Campione mondiale può accedere alla Finale per l’oro, mentre a Guttler resta l’amara consolazione di scaricare la rabbia, al pomeriggio, nella Finale B, vinta con il tempo di 1’01”84 che gli avrebbe assicurato il quarto posto assoluto.

Ma anche Rozsa non è al meglio della condizione, e la dimostrazione la fornisce al pomeriggio, allorché, dopo che in avvio i due russi Vassily Ivanov e Dmitri Volkov cercano di sorprendere il resto dei finalisti virando in testa a metà gara per poi cedere lungo la vasca di ritorno, non riesce a rimontare l’americano Nelson Diebel – peraltro qualificatosi agli “Olympic Trials” con un significativo 1’01”40 – che va a cogliere il più prestigioso successo della propria carriera con il nuovo record olimpico di 1’01”50, con l’ungherese a difendere l’argento (1’01”68 ad 1’01”76) rispetto al ricordato australiano Rogers.

Una delusione che Rozsa non può immaginare di riscattare sulla doppia distanza – tanta è la superiorità di Barrowman sui 200 metri – dovendo viceversa salvaguardare la leadership continentale dagli assalti del solito Gillingham, nonché del bronzo europeo Lopez ed, ovviamente, di Guttler che stavolta centra l’accesso in Finale con il quarto tempo.

Finale che, il 29 luglio, si trasforma in uno show personale dell’americano, che domina la gara sin dalle prime bracciate per andare a trionfare con un sensazionale riscontro cronometrico di 2’10”16, la cui grandezza è dimostrata dal fatto che resterà imbattuto per un decennio, con altresì’ il merito di trascinare alle proprie spalle la coppia Rozsa/Gillingham che si impegna in una replica dell’arrivo agli europei dell’anno prima, con stavolta il tocco alla piastra a sorridere all’ungherese che “restituisce il favore” al britannico precedendolo di appena 0”06 centesimi (2’11”23 a 2’11”29) che rappresentano i rispettivi primati nazionali, nonché, nel caso di Rozsa, anche continentale, per un podio assolutamente identico a quello iridato di Perth ’91.

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Il podio dei m.200 rana a Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Campionati mondiali il cui prossimo appuntamento è fissato per inizio settembre ’94 a Roma e Rozsa si prende un anno sabbatico rinunciando alla rassegna europea di Sheffield ’93, in cui scopre di avere “il nemico in casa” nella veste del 25enne Guttler, il quale precede Gillingham davanti al suo pubblico nella Finale dei m.100 rana imponendosi in 1’01”04 dopo aver fatto meglio in batteria con 1’00”95, tempi entrambi al di sotto del record mondiale di Rozsa, con il britannico argento con 1’02”02 per poi invertire i ruoli sulla doppia distanza, toccando a lui avere nettamente la meglio (2’12”49 a 2’13”26) sull’ungherese.

Con una concorrenza così agguerrita sul vecchio Continente, ancorché con il vantaggio del ritiro dalle scene di Barrowman, Rozsa mette a frutto l’anno di allenamenti in una edizione della rassegna iridata che vede il nuoto ungherese primeggiare nella Piscina del Foro Italico proprio grazie alla rana, visto l’abbandono dell’attività da parte di Darnyi e la Egerszegi a dover “scontare” le pratiche illecite delle cinesi.

Con la Finale dei 100 rana a disputarsi il 5 settembre ’94, Rozsa ha l’opportunità di ribadire la propria superiorità al compagno Guttler, ad ulteriore conferma che non sempre i record si accompagnano alle medaglie, precedendolo di 0”20 centesimi (1’01”24 ad 1’01”44) in una gara in cui fa la sua apparizione sul podio il belga Frederick Deburghgraeve, già quarto l’anno prima a Sheffield.

Sulla doppia distanza, il successivo 9 settembre, ad insidiare la coppia magiara prova l’americano Eric Wundelich (già sesto sui 100 metri), al quale per poco non riesce il colpo gobbo di togliere a Rozsa la gioia della doppietta iridata, insidiandolo sino alle ultime bracciate per poi cedere di un niente per soli 0”06 centesimi (2’12”81 a 2’12”87), nel mentre più staccato, Guttler tiene Gillingham ai margini del podio.

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Wunderlich e Rozsa, argento ed oro sui m.200 rana a Roma ’94 – da gettyimages.co.uk

Il trionfo romano fa sì che per il 22enne ungherese la preparazione si focalizzi sull’unico obiettivo sinora sfuggitogli, vale a dire la “Gloria Olimpica”, ragion per cui il 1995 viene usato più per intensificare la preparazione che non per cercare di arricchire il proprio palmarès, e pazienza se ai campionati Europei di Vienna di fine agosto ’95 si deve accontentare di due quarti posti, peraltro assistendo alla crescita di Deburghgraeve, che si impone sui 100 metri con un eccellente 1’01”12, precedendo Guttler ed il russo Andrey Korneyev, nel mentre sulla doppia distanza le parti si ribaltano, con Korneyev a prevalere in 2’12”62 rispetto al belga terzo e Guttler nuovamente argento.

Il trascorrere degli anni induce Rozsa a concentrare la propria preparazione sulla distanza più lunga che non sui 100 metri, dove la crescita esponenziale di Deburghgraeve riduce le possibilità di successo in sede olimpica, presentandosi comunque ai Giochi di Atlanta ’96 deciso a dare battaglia assieme al più esperto connazionale Guttler.

Deciso a puntare al “bersaglio grosso”, Rozsa vede confermate le sue previsioni nelle batterie dei 100 rana che si svolgono al mattino del 20 luglio ’96, realizzando non meglio che il quattordicesimo tempo in 1’02”72 che lo esclude dalla Finale, nel mentre il belga fa registrare il nuovo record mondiale con 1’00”60, per poi andarsi a prendere l’oro al pomeriggio, ancorché non migliorandosi in 1’00”65, in una sfida che riscrive la lista delle migliori prestazioni di sempre, con l’americano Jeremy Linn a concludere con il record Usa di 1’00”77 ed il tedesco Mark Warnecke a segnare il primato nazionale di 1’01”33 che relega, ancora una volta, ai margini del podio Guttler.

Consapevole di come la gara sui 200 metri rappresenti oramai la sua ultima possibilità per mettersi al collo un oro olimpico, Rozsa non si danna l’anima nella terza batteria, precedendo Gillingham in 2’14”66 che rappresenta il quarto miglior tempo in qualifica, con Guttler ad essere l’unico a scendere sotto i 2’14” netti con 2’13”89, mentre Deburghgraeve, appagato dal trionfo sui 100 metri, è escluso dalla Finale in programma al pomeriggio del 24 luglio ’96.

Lanciatosi in acqua in sesta corsia, Rozsa vede Korneyev alla sua destra imporre un ritmo forsennato, che lo porta a virare a metà gara in 1’03”51 – addirittura 0”40 centesimi al di sotto del record di Barrowman – con il solo risultato di “fare da lepre” alla coppia ungherese che, bracciata dopo bracciata, riduce lo svantaggio sul russo, peraltro ancora in testa alla virata dei 150 metri, per poi sopravanzarlo negli ultimi 25 metri, con Rozsa a toccare per primo in 2’12”57, mentre Guttler beffa Korneyev per 0”14 centesimi (2’13”03 a 2’13”17) nella sfida per l’argento, e Gillingham, il finalista più anziano dall’alto dei suoi 29 anni, pone fine alla propria carriera con un’onorevole quarta posizione.

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Guttler, Rozsa e Korneyev, medaglie ad Atlanta ’96 – da nemzetisport.hu

Oramai raggiunto il proprio obiettivo, Rozsa conclude l’attività con i Mondiali di Perth ’98 quale ideale passo d’addio proprio dove tutto era cominciato sette anni prima, essendo comunque ancora in grado di salire sul podio come terzo sui m.200 rana in 2’13”59, cui unisce altresì un insperato bronzo con la staffetta 4x100mista, al quale fornisce un determinante contributo, nuotando la frazione lanciata a rana in 1’00”64, miglior tempo tra tutti gli altri finalisti.

E, con un bottino complessivo di ben 13 medaglie tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei (di cui 5 ori, 4 argenti ed altrettanti bronzi), riteniamo che Rozsa possa vantare a pieno titolo il diritto di essere considerato il terzo componente del “trio delle meraviglie” ungherese di inizio anni ’90, assieme a Darnyi ed alla Egerszegi.

Poi, toccherà raccoglierne il testimone a Laszlo Cseh tra gli uomini ed a Katinka Hosszu in campo femminile nel corso del nuovo millennio, per riportare ai massimi vertici il nuoto magiaro, ma questa, come sempre, è un’altra storia…

PETRA SCHNEIDER E QUEL RECORD DISUMANO SUI 400 METRI MISTI

Petra Schneider
Petra Schneider – da wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Per una volta, cominciamo dalla fine, per poi far rivivere la nostra storia odierna in una sorta di “flash back” stile cinema hollywoodiano, vale a dire la pubblica richiesta da parte dell’ex nuotatrice della Germania Est Petra Schneider di veder cancellato dall’elenco dei record tedeschi, il suo 4’36”10 sui m.400misti che risale ad inizio agosto 1982 (!!).

Tale proposta venne avanzata dalla Schneider nel 2005, in un’intervista in cui, dopo aver già a suo tempo ammesso di essere stata vittima del conclamato “Doping di Stato” in uso presso l’ex Repubblica Democratica Tedesca, aveva sostenuto come “il mio record è stato influenzato dal doping, è un primato del passato e vorrei che l’attuale lista fosse riconsiderata” …

Richiesta, peraltro, non accoglibile e quasi certamente determinata dal fatto che vedere il proprio nome tuttora, a distanza di quasi 40 anni, campeggiare nell’albo dei record tedeschi deve far ritornare alla mente della Schneider i tristi ricordi in cui lei, al pari delle sue connazionali, erano sottoposte a tali pratiche illegali.

Ma cosa aveva (ha) di così tanto speciale quel record ? Per scoprirlo bisogna riavvolgere il nastro e risalire alle origini della carriera di Petra, nata l’11 gennaio 1963 a Chemnitz, in Sassonia – città che all’epoca si chiamava Karl-Marx-Stadt (Città di Karl Marx) in onore dell’ideologo del comunismo – e che, come molte sue coetanee, si dedica al Nuoto sin da giovanissima.

Disciplina che vede l’entrata in scena della poi divenuta (tristemente …) famosa “ondata delle Walchirie” alle Olimpiadi di Montreal ’76, allorché Petra, appena 13enne, vede le sue connazionali sbaragliare il campo, conquistando ben 11 successi sulle 13 gare in programma e stabilendo altresì 7 primati mondiali, tra cui quello dei m.400misti, fissato in 4’42”77 da Ulrike Tauber, che migliora di oltre 6” il limite stabilito meno di due mesi prima dalla compagna Birgit Treiber, a sorpresa rimasta ai margini del podio.

Due anni dopo, in occasione della terza edizione dei Campionati Mondiali, in programma proprio in Germania, ma nella zona Ovest della futura Capitale unificata, tocca alla 15enne Schneider far parte dello squadrone tedesco orientale, iscritta sulle due gare dei misti, 200 e 400 metri assieme alla già citata Tauber, primatista mondiale su entrambe le distanze.

Tale rassegna iridata, però, fornisce risultati inattesi, nel senso che si assiste all’imperiosa rivincita delle americane, cui tocca loro, stavolta, affermarsi in ben 9 delle 14 prove in calendario (rispetto al programma olimpico, ai Mondiali è prevista in più proprio la gara sui m.200misti …), con la sola Barbara Krause ad imporsi sui 100 metri stile libero peri colori della ex Ddr, con i maligni a sostenere che tali “contro prestazioni” siano da addebitare all’aver temporaneamente sospeso le pratiche illecite per non cadere nei previsti accurati controlli da parte dei connazionali di parte occidentale.

E, particolare curioso, a dominare i misti altri non è che Tracy Caulkins, la quale toglie altresì alla Tauber entrambi i primati assoluti, nuotando le due distanze nei rispettivi tempi di 2’14”07 e 4’40”83, ma la circostanza del tutto insolita sta nel fatto che anch’essa è nata l’11 gennaio 1963, una sorta pertanto di “gemella astrologica” della Schneider che, per la cronaca, giunge quinta in 2’17”67 nella Finale dei m.200 misti che vede la Tauber cogliere il bronzo, per poi salire essa stessa sul podio con il bronzo sulla doppia distanza con il tempo di 4’48”56 alle spalle, oltre che dell’americana, anche della Tauber.

A questo punto, gli appassionati di Sport olimpico, e del Nuoto in particolare, si renderanno conto di quale danno abbia apportato al movimento natatorio la sciagurata decisione del Presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi di Mosca ’80, così impedendo di assistere alla rivincita nella rassegna a cinque cerchi, ancorché, come ricordato, limitata alla gara sui m.400misti, essendo la prova sulla più breve distanza al momento non inserita al tempo nel relativo programma.

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La 17enne Schneider ai Giochi di Mosca ’80 – da gettyimages.it

Peraltro, la Schneider si presenta all’appuntamento olimpico già in veste di “favorita a prescindere”, avendo messo pienamente a frutto l’anno di allenamenti per poi essere la prima atleta al Mondo a scendere sotto la barriera dei 4’40” netti sui 400misti, infranta il 30 marzo 1980 al Meeting di Leningrado con 4’39”96 per poi abbassare detto limite a 4’38”44 il successivo 27 maggio a Magdeburgo, tre giorni dopo aver tolto alla coetanea Caulkins – che si era anch’essa migliorata in 2’13”69 il 5 gennaio ’80 ad Austin – anche il primato sui m.200misti, nuotati in 2’13”00.

E, visto che il programma olimpico prevede una sola gara dei misti, la Schneider “scalda i muscoli” iscrivendosi anche alla gara dei m.400sl, la quale si risolve, come in 6 delle 11 gare individuali previste, in un podio interamente tedesco orientale, con Ines Diers a precedere di soli 0”40 centesimi (4’08”76 a 4’09”16) la connazionale che può ora dedicarsi alla prova a lei più congeniale, la cui Finale è fissata quattro giorni dopo, il 26 luglio 1980.

Quella che va in scena quel giorno non è una gara, bensì uno splendido assolo, con la Schneider a salutare ben presto il resto della compagnia per imporsi con un divario di oltre 10” (!!!) – che nel nuoto rappresentano un’eternità – sulla britannica Sharron Davies e, nonostante l’assenza di avversarie in grado di stimolarla, la tedesca realizza un crono di strabiliante rilievo, vale a dire 4’36”29.

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La Schneider nella finale dei 400misti a Mosca ’80 – da gettyimages.de

I più attenti si chiederanno come stia reagendo, dall’altra parte dell’Oceano, l’americana Caulkins, la quale, il 30 luglio, si afferma ai Campionati Usa migliorando il proprio limite sino a 4’40”61, peraltro ben distante dall’exploit della sua “gemella” …

Schneider che, viceversa, si prepara alla sfida diretta in occasione dei Campionati Mondiali in programma a Guayaquil nel 1982, prendendo parte ai Campionati europei di Spalato ’81, dove non ha difficoltà alcuna a ribadire la propria superiorità sui m.400misti in 4’39”30 rifilando un distacco di oltre 6” alla connazionale Ute Geweniger, la quale si prende la rivincita precedendola (2’12”64 a 2’13”49) sulla più corta distanza, dopo che già ad inizio luglio ’81 le aveva tolto il record mondiale con il favoloso tempo di 2’11”73 anch’esso destinato a regnare a lungo, per oltre 11 anni prima che venga migliorato dalla cinese Li Lin ai Giochi di Barcellona ’92.

Tutto è pronto, pertanto, per la “resa dei conti” tra le due coetanee in occasione della rassegna iridata di inizio agosto ’82 nella Metropoli ecuadoregna, in cui la tedesca orientale si sottopone ad un “tour de force” non indifferente, in quanto iscritta, oltre che sulle due prove dei misti, anche sui m.400 ed 800sl, nel mentre le tabelle dei record sui misti non hanno subito variazioni nel corso dell’anno.

Modifica di vertice di cui si incarica nella giornata inaugurale proprio la Schneider, la quale ritocca il proprio limite stabilito ai Giochi di Mosca ’80 portandolo ad uno straordinario 4’36”10 – per rendervi l’idea, agli “Assoluti” di Torino ’81, Cinzia Savi Scarponi si era imposta in 4’58”04, mentre in campo maschile Giovanni Franceschi aveva nuotato in 4’32”54 …. – lasciando ad oltre 7” di distacco la connazionale Kathleen Nord che precede (4’43”51 a 4’44”64) la Caulkins nella sfida per la medaglia d’argento.

Trascorrono due giorni e la Schneider si tuffa nuovamente in acqua per la Finale dei m.400sl, riuscendo ad impensierire (4’08”98 a 4’10”08) la connazionale Carmela Schmidt nella corsa per l’oro, per poi pretendere un po’ troppo da sé stessa, prendendo parte il 5 agosto anche ai m.800sl, piazzandosi quarta in 8’36”27 alle spalle della Schmidt in una delle sole quattro gare che sfuggono al dominio tedesco orientale, con l’americana Kim Linehan ad imporsi in 8’27”48.

Dopo l’unica gara in cui non è andata a medaglia, la Schneider deve vedersela il giorno appresso, nella giornata conclusiva della rassegna iridata, con l’amica/rivale, nonché primatista mondiale, Geweniger – la quale, dal canto suo, ha già vinto l’oro sui m.100 e l’argento sui m.200 dello stile a rana e sarà altresì impegnata nella frazione a rana della staffetta 4×100 mista (che la Germania Est si aggiudica a ritmo di primato mondiale …) – per la sfida sui m.200misti che rappresenta forse la gara più incerta dell’intero programma natatorio al femminile, data ovviamente anche la presenza, quale possibile “terza incomoda”, della Caulkins.

Americana che, però, può solo fare da spettatrice, con il bronzo a debita distanza in 2’15”91 che replica il piazzamento sui 400 metri, mentre più lontano la sfida a suo di bracciate tra le due tedesche si risolve stavolta a favore della più esperta Schneider, che si prende la rivincita degli Europei di Spalato rifilando 1”41 di distacco (2’11”79 a 2’13”38) alla Geweniger, la quale “salva” per soli 0”06 centesimi il record mondiale stabilito l’anno precedente.

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La Schneider ai Mondiali di Guayaquil ’82 – da wikipedia.org

I trionfi iridati – con un record stratosferico che resisterà per ben 15 anni, prima di essere migliorato dalla cinese Chen Yan con 4’34”79 ad ottobre ’97, ed un secondo appena sfiorato – segnano l’apice della carriera della Schneider, che è poi costretta a subire il veloce “ricambio generazionale” in voga presso la Repubblica Democratica tedesca, venendo selezionata solo per la gara sui m.400misti ai Campionati Europei di Roma ’83, dove giunge seconda in 4’40”34 alle spalle della Nord, che scende sotto i 4’40” affermandosi con il tempo di 4’39”95, nel mentre la sfida sui m.200misti vede la Geweniger avere la meglio sulla vincitrice sulla doppia distanza.

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Petra Schneider argento agli Europei di Roma ’83 – da gettyimages.co.uk

Il “contro boicottaggio” dei Paesi del blocco sovietico alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 pone definitivamente fine alla carriera della Schneider e lascia campo libero alla sua “gemellaTracy Caulkins per mettersi al collo la medaglia d’oro sia sui m.200 che 400misti.

Nuotatrice di straordinarie qualità, capace di esprimersi al meglio anche negli stili a dorso ed a rana, la Caulkins in carriera stabilisce ben 63 record nazionali e si aggiudica 48 titoli nazionali, ragion per cui non sappiamo se la raggiunta gloria olimpica le abbia dato più soddisfazione o rabbia per le pratiche illecite delle sue avversarie, onorando comunque la rassegna a cinque cerchi facendo fermare i cronometri sui suoi “Personal Best” di 2’12”64 e 4’39”24 rispettivamente, infliggendo ella stessa, sulla più lunga distanza, un distacco abissale di oltre 9” alla seconda arrivata, l’australiana Suzanne Landells.

A conclusione, resta da porsi la solita, persino un po’ retorica e ripetitiva domanda, con riferimento al famigerato “Doping di Stato” in vigore presso la Germania comunista, vale a dire: ma ne valeva veramente la pena?

 

MAYUMI AOKI, UN RAGGIO DI SOL (LEVANTE) AI GIOCHI DI MONACO 1972

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Mayumi Aoki in azione nella finale di Monaco ’72 – da gettyimages.ae

articolo di Giovanni Manenti

Per chi è abituato a seguirci, saprà che abbiamo indicato l’edizione dei Giochi di Monaco ’72 come la data in cui il Nuoto entra nell’era moderna, in quanto, dopo l’allargamento del programma di quattro anni prima alle Olimpiadi di Città del Messico (i cui risultati, specie sulle più lunghe distanze, erano stati condizionati dall’altitudine della Capitale nordamericana …), alla “Schwimmhalle” del Capoluogo bavarese i record cadono uno dopo l’altro, con 12 primati mondiali e 3 olimpici in campo maschile, cui se ne uniscono 11 e 3 rispettivamente, nel settore femminile, dal cui programma è esclusa la staffetta 4x200sl.

Oltretutto, particolare di non poco conto per la crescita di un movimento che vedrà nei successivi 40 anni svolgersi sfide di livello assoluto, la rassegna a cinque cerchi tedesca crea due stelle di primaria grandezza, vale a dire l’americano Mark Spitz, che riscatta la delusione dell’edizione messicana conquistando 7 medaglie d’oro su altrettante gare (quattro individuali e tre staffette …) disputate, ognuna di esse impreziosita dal relativo record mondiale, mentre tra le ragazze è la non ancora 16enne australiana Shane Gould a strabiliare con le sue cinque medaglie individuali, di cui tre d’oro a ritmo di primato assoluto.

Ed è altresì, per quanto attiene al campo femminile, l’ultima edizione in cui le quanto mai discusse “Walchirie” della Germania Est racimolano appena 4 argenti ed un bronzo – solo per rendere l’idea, appena l’anno seguente, in occasione della prima edizione dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73, le stesse saliranno per ben 10 volte su gradino più alto del podio – con la spartizione delle vittorie che avviene tra le due Nazioni storicamente leader di tale disciplina, vale a dire Stati Uniti ed Australia, con 8 e 5 successi rispettivamente sulle 14 gare in programma.

Per un elementare calcolo matematico, una sola prova sfugge al duopolio delle due superpotenze in campo natatorio, e colei che riesce ad infrangere tale dominio assoluto è la protagonista della nostra storia odierna, pur provenendo comunque anch’essa dalle acque del Pacifico.

Trattasi, difatti, della giapponese Mayumi Aoki, nata ad Yamaga ad inizio maggio 1953 e che si presenta alle Olimpiadi di Monaco con il non trascurabile biglietto da visita di essere stata la prima donna ad infrangere il muro dell’1’04” netti sui 100 metri farfalla, avendo nuotato tale distanza in 1’03”9 il 21 luglio ’72 ai Campionati Nazionali svoltisi a Tokyo.

A cercare di impedire alla 19enne nipponica di coronare il “sogno della vita” di ogni atleta che partecipa ad un’Olimpiade sono, per quanto riguarda il Vecchio Continente, l’ungherese Andrea Gyarmati, nuotatrice versatile che, due anni prima ai Campionati europei di Barcellona ’70, aveva fatto suo il titolo sulla distanza in 1’05”0 cui aveva unito altrettanto trionfo sui m.200 dorso e gli argenti sui m.100 dorso e con la Staffetta 4x100sl, nonché la sempre temibile coppia tedesco orientale, formata dalle non ancora 16enni Roswitha Beier e Rosemarie Kother.

Altrettanto temibile è il trio uscito dagli “Olympic Trials” di Chicago, costituito in particolare dall’appena 15enne Deena Dearduff, messasi in luce con l’oro ai “Pan American Games” di Cali ’71 e qualificatasi con il record Usa di 1’04”06 e, pertanto, molto vicino al fresco primato assoluto della Aoki.

Tutti ingredienti che fanno presupporre come nella rassegna bavarese dei Giochi si possa assistere ad una frantumazione del record mondiale, impressione che viene confermata già nelle batterie che si svolgono al mattino del 31 agosto ’72, allorché nella seconda serie la Gyarmati fa registrare il tempo di 1’04”01 che migliora il primato olimpico di 1’04”7 stabilito dall’americana Sharon Stouder ai Giochi di Tokyo ’64, solo per vedere la Aoki far meglio di 0”01 centesimo nella quarta ed ultime serie.

Semplice scaramucce, rispetto a quanto avviene nelle semifinali del pomeriggio, con l’ungherese a piazzare un 1’03”80 che rappresenta il nuovo record mondiale, mentre anche la Dearduff scopre le proprie carte, scendendo anch’essa sotto l’1’04” con il primato Usa di 1’03”97, precedendo la Aoki, che tocca in 1’04”11, nella seconda serie.

Con le credenziali della giapponese in ribasso dopo l’esito delle semifinali, la resa dei conti è fissata per le 18:40 dell’1 settembre ’72 in cui sui blocchi di partenza, in virtù dei tempi di qualificazione, la Gyarmati occupa la quarta corsia, con la Dearduff al suo fianco in quinta e la Aoki a fare altrettanto in terza, mentre la sola Beier, delle due tedesche orientali iscritte, si posiziona in seconda corsia.

Con il tempo di 1’04” netti come riferimento per poter accedere al podio, ben cinque finaliste scendono sotto tale parametro, anche se al rilevamento di metà gara scarso credito viene dato alla Aoki, che vira addirittura in settima posizione, per poi risalire nella vasca di ritorno, bracciata dopo bracciata, andare a raggiungere la sfinita Gyarmati a 10 metri dall’arrivo e quindi toccare nel nuovo primato mondiale di 1’03”34, con l’ungherese peraltro scesa anch’essa sotto il limite stabilito il giorno prima, facendo fermare il cronometro sull’1’03”73, ma venendo beffata dalla tedesca dell’Est Beier, che opera il più sensazionale dei miglioramenti, passando dall’1’04”34 fatto registrare in batteria al record nazionale di 1’03”61.

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L’arrivo vincente della Aoki – da gettyimages.co.uk

Ben magra consolazione per l’americana Dearduff aver per la terza volta nell’arco di un mese migliorato il record Usa, visto che il tempo di 1’03”95 la lascia ai margini del podio, con il trio a stelle a strisce a concludere in quarta, quinta e sesta posizione, salvo poi prendersi la rivincita sulla doppia distanza, in cui monopolizza l’assegnazione delle medaglie, in una gara in cui la Aoki conclude, oramai appagata, all’ottavo ed ultimo posto.

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Gyarmati, Aoki e Beier alla premiazione – da gettyimages.ae

C’è gloria anche per la Gyarmati – figlia d’arte, in quanto la madre Eva Székely è stata un’eccellente ranista, oro sui 200 metri ai Giochi di Helsinki ’52 ed argento quattro anni dopo a Melbourne ’56, mentre il padre Dezso ha rappresentato una leggenda della pallanuoto internazionale, andando a medaglia in cinque olimpiadi consecutive con tre ori conquistati – la quale coglie l’argento nella Finale dei m.100 dorso alle spalle dell’americana Melissa Belote, nel mentre la sfida tra la Aoki e la Dearduff ha un’appendice nella Finale della staffetta 4×100 mista, dove la giapponese fa registrare ancora il miglior tempo nella frazione a farfalla con 1’02”47 (rispetto all’1’02”61 dell’americana ed all’1’03”34 della Beier …), purtroppo insufficiente a garantire al quartetto nipponico più del sesto posto conclusivo, con gli Stati Uniti a trionfare frantumando il record mondiale davanti alle due Germanie.

Quello della giapponese non è un exploit fine a sé stesso, visto che l’anno seguente, in occasione della prima edizione dei Campionati mondiali a Belgrado ’73, riesce a precedere nuovamente la Dearduff (1’03”74 ad 1’04”27) nella lotta per il gradino più basso del podio, in quanto per la sfida all’oro il Nuoto femminile è già entrato nella spirale dell’ex Ddr, con la fuoriclasse Kornelia Ender ad aver la meglio sulla connazionale Kother con i rispettivi tempi di 1’02”54 ed 1’02”69 che non possono essere avvicinabili dalle “comune mortali”, come confermato dal fatto che in un lustro – dal 1973 al ’78 – il record mondiale viene migliorato ben 11 volte sino a 59”46 esclusivamente da nuotatrici della Germania orientale.

Quello che si vive nel prosieguo degli anni ’70 non è più il Nuoto sognato ed amato dalla 20enne Mayumi, che decide pertanto di abbandonare l’attività, potendosi comunque vantare di aver riportato il Giappone sul più alto gradino del podio in campo femminile a 36 anni di distanza dall’impresa di Hideko Maehata, oro sui m.200 rana ai Giochi di Berlino ’36 dopo essere stata argento sulla medesima distanza quattro anni prima a Los Angeles ’32, nonché, come già ricordato, di essere stata l’unica a portare un raggio di Sol (Levante) in un’Olimpiade caratterizzata, nel settore femminile, dal dominio americano ed australiano.

 

ARNE BORG E BOY CHARLTON, GLI AMICI/RIVALI DEL NUOTO ANNI ’20

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“Boy” Charlton ed Arne Borg – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

In un programma olimpico che, per ciò che riguarda il Nuoto, si completa quanto a prove in calendario solo a partire dall’edizione di Messico ’68, fortunatamente sin da 60 anni prima lo stesso prevede la disputa di due gare sulle classiche distanze del mezzofondo in piscina, vale a dire i 400 ed i 1500 metri stile libero, circostanza che consente di assistere alle prime rivalità ad alto livello sin dagli anni ’20.

Protagonisti di queste appassionanti sfide sono due atleti agli antipodi del globo terracqueo, essendo l’uno, Arne Borg, nato nella Capitale svedese Stoccolma il 18 agosto 1901 e l’altro, Andrew Murray “Boy” Charlton, venuto alla luce nell’emisfero australe, a Sydney, curiosamente anche lui d’agosto, il 12, ma di sei anni più giovane.

Ciò comporta il fatto che il primo a cimentarsi nella rassegna a cinque cerchi sia lo scandinavo, il quale prende parte ai Giochi del primo dopoguerra, nell’edizione di Anversa 1920, dove non riesce a qualificarsi per le Finali dei m.400 e 1500sl, per poi contribuire al quarto posto della Svezia nella staffetta 4x200sl.

Il quadriennio post-olimpico vede la crescita esponenziale dei due futuri rivali, i quali avranno modo di incontrarsi a gennaio 1924, ma prima Charlton si mette in luce allorché, non ancora 14enne, si afferma sulle 440yd a stile libero in un meeting nel Nuovo Galles del Sud in 5’45” il che gli vale, data la giovane età, l’appellativo di “Boy (“Ragazzo”) che lo accompagnerà per l’intera sua attività agonistica.

L’adolescente nato nella sede dei Giochi di fine millennio continua a stupire e, l’anno seguente, si migliora a 5’22”4 aggiudicandosi il titolo sulle 440yd ai Campionati del Nuovo Galles del Sud, per poi stabilire il record mondiale sulle 880yd in 11’05”4, così come sul miglio a stile libero, nuotato in 23’43”2.

La consacrazione in patria per Charlton giunge nel 1923, allorché sfida per la prima volta la “leggenda” del nuoto australiano Frank Beaurepaire – capace di conquistare 35 titoli nazionali e stabilire 15 record mondiali in carriera, così come tre argenti ed altrettanti bronzi olimpici – superandolo sulle 440yd nuotate in 5’20”4, tanto da far predire all’oramai 32enne Campione, che il ragazzo sarebbe stato in grado di stabilire il record mondiale nell’anno dei Giochi di Parigi ’24.

Nel frattempo, non è che in Scandinavia Borg se ne stia con le mani in mano, anzi l’esatto contrario, visto che il 9 aprile 1922, al meeting di Stoccolma, migliora in 5’11”8 il primato mondiale sui 400sl – ancorché lo stesso gli sia poi tolto a due mesi di distanza dal futuro “Tarzan cinematografico” Johnny Weissmuller, il quale, l’anno seguente, è il primo ad infrangere il muro dei 5’ netti, scendendo a 4’57”0 – per poi essere a propria volta il primo ad abbattere la barriera dei 22’ sui 1500sl, nuotando la distanza in 21’35”3 l’8 luglio ’23 a Goteborg.

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IL 16enne Charlton – da gettyimages.it

Solo per rendervi conto quanto fosse seguito, già all’epoca, il nuoto – disciplina olimpica per eccellenza nell’emisfero australe – tra le 5 e le 8mila persone si danno appuntamento alle “Piscine Domain” di Sydney per assistere ai Campionati del Nuovo Galles del Sud a gennaio ’24, in cui Charlton ha la possibilità di misurarsi con Borg, giunto appositamente dalla Svezia, in quella che è una sorta di gustoso antipasto rispetto all’appuntamento olimpico di metà luglio a Parigi.

Chiamati a misurarsi sulle distanze inglesi, Charlton ha la meglio in tutte e tre le gare che li vedono impegnati, eguagliando il record dello svedese sulle 440yd in 5’11”8, per poi migliorare il proprio sulla doppia distanza delle 880yd con 10’51”8 e quindi far sua anche la gara delle 220yd con il primato australiano di 2’23”8, pur se Borg non lascia l’emisfero australe a mani vuote, visto che il 30 gennaio toglie ben 20” al proprio limite sui 1500sl, portando il record a 21’15”0.

In un programma olimpico ridotto all’osso, con sole quattro prove (m. 100, 400, 1500 e staffetta 4×200) a stile libero, oltre ai m.100 dorso ed i m.200 rana, il clou dell’appuntamento parigino è dato dall’assalto a tre medaglie d’oro da parte del già citato fuoriclasse americano Weissmuller e dalla sfida sulla più lunga distanza tra Charlton e Borg, con quest’ultimo iscritto a tutte le gare a stile libero, compresi i 100 metri, e che si presenta ai Giochi assieme al fratello gemello Arke.

E sono proprio i m.1500sl ad inaugurare il programma olimpico, con batterie previste al 13 luglio, semifinali il giorno dopo e la Finale il 15, con il chiaro sentore che il record della manifestazione, risalente al 22’00”0 stabilito dal canadese George Hodgson ai Giochi di Stoccolma ’12 abbia non solo le ore, ma addirittura i minuti contati.

Mai previsione fu più facile da concretizzarsi, con Charlton a far sua la terza serie in 21’20”4, solo per poi assistere allo show di Borg che, sceso in acqua nella successiva, addirittura migliora il proprio fresco record mondiale scendendo a 21’11”4, così che l’attesa per la Finale si condisce di un altro succulento ingrediente, vale a dire quanto la sfida diretta tra i due indiscussi pretendenti alla medaglia d’oro – il terzo miglior tempo in qualifica, fatto registrare da Beaurepaire, è di oltre 1’ superiore – potrà incidere sul responso cronometrico, e le scommesse su un ulteriore abbattimento del primato assoluto si sprecano.

Con il calendario a prevedere anche due semifinali, nonché il fatto che sia Borg che Charlton vengano inseriti nella prima delle due serie, induce gli stessi a prendersi una “pausa di riflessione” in attesa di dare il meglio nell’atto conclusivo, con l’australiano ad avere la meglio, sia pur con largo margine (21’28”4 a 21’50”8), nel mentre nella seconda Beaurepaire fornisce un’ulteriore dimostrazione della propria classe, nuotando a propria volta in 21’41”6, con il gemello svedese Arke a scendere anch’esso sotto i 22’ netti solo per essere il primo degli esclusi dalla Finale.

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Charlton a Parigi ’24 – da it.pinterest.com

Finale che non tradisce le attese, ed anche se Beaurepaire pone fine alla sua carriera con il terzo bronzo olimpico sulla distanza dopo quelli di Londra 1908 (!!) ed Anversa ’20 – non avendo potuto gareggiare a Stoccolma ’12 per una sospensione da parte del CIO con l’accusa di professionismo, poi revocata due anni dopo – è ben più lontano da lui che si svolge una sfida senza esclusione di colpi che porta Borg a scendere per la prima volta sotto la barriera dei 21’ con il tempo di 20’41”4 che, ahi lui, rappresenta solo il nuovo record europeo, visto che il non ancora 17enne australiano compie una straordinaria impresa che lo porta a sfiorare quasi il limite dei 20’, andando a toccare in 20’06”6, così da vedere il primato mondiale distrutto di quasi 1’10” rispetto al limite in vigore prima dei Giochi.

Ad assistere a questa straordinaria performance è presente, sulle tribune delle “Piscine des Torelles”, mescolato tra gli 8mila spettatori estasiati, anche l’americano Weissmuller, che il giorno dopo è chiamato a difendere la propria veste di primatista mondiale sui m.400sl dall’attacco che verosimilmente gli verrà portato dai due protagonisti della più lunga distanza.

Con, anche in questo caso, la prova suddivisa in tre turni, le batterie servono a Weissmuller solo per migliorare il record olimpico di Hodgson con un per lui tranquillo 5’22”2, nel mentre sia Borg che Charlton, reduci da tre massacranti serie sui 1500sl, tendono a risparmiare energie, con i gemelli svedesi a staccare il biglietto per l’atto conclusivo concludendo ai primi due posti (5’21”4 a 5’25”0 a favore del più celebre Arne …) la seconda semifinale, nel mentre il fuoriclasse americano mette in chiaro la sua superiorità facendo registrare un 5’13”6 che relega Charlton a quasi 20” di distacco.

Ma le doti di combattente del non ancora maggiorenne australiano rifulgono ancor più nella Finale del 18 luglio, allorché riesce a stare attaccato al duo formato da Weissmuller ed Arne Borg, i quali si alternano al comando della gara prima che il futuro Tarzan prenda decisamente il largo nell’ultima e decisiva vasca, con tutti e tre i componenti del podio a scendere largamente sotto il fresco record olimpico per un arrivo che recita Weissmuller oro in 5’04”2, Borg argento con 5’05”6 e Charlton bronzo toccando in 5’06”6, per la più combattuta sfida sinora svoltasi sulla distanza in sede olimpica.

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Il podio d Parigi ’24 dei 400sl, con Charlton, Weissmuller e Borg – da gettyimages.it

E, con Borg a volersi cimentare anche sui 100sl, dove conclude quarto in 1’02”0 alle spalle di un podio interamente a stelle e strisce che vede trionfare Weissmuller con il record olimpico di 59”0 davanti ai fratelli hawaiani Duke e Samuel Kahanamoku, l’ultima occasione di confronto è data dalla prova conclusiva del programma natatorio, vale a dire la staffetta 4x200sl, a conclusione della quale sia Charlton che lo svedese incrementano la propria bacheca di medaglie, con il rispettivo argento e bronzo nella Finale, chiaramente appannaggio degli Stati Uniti con tanto di record mondiale in 9’53”4.

Atteso da tutti gli addetti ai lavori ad un brillante futuro nel mezzofondo in piscina, data l’ancor giovane età, Charlton viceversa tradisce tali speranze preferendo dedicarsi agli studi e, a causa degli scarsi risultati, a cercarsi un lavoro, così da restare assente per oltre due anni prima di riprendere ad allenarsi in vista dell’appuntamento olimpico di Amsterdam ’28.

Chi, al contrario, non soffre di tali “distrazioni” è Borg, il quale sfrutta il quadriennio post olimpico per riaffermare la propria superiorità su tali distanze, favorito anche dalla possibilità di competere ad alti livelli vista la nascita dei Campionati Europei, che vedono le prime edizioni svolgersi in due anni consecutivi, nel 1926 a Budapest e la stagione seguente a Bologna, niente di meglio per prepararsi alla rivincita ai Giochi.

Svedese che, peraltro, aveva sfogato la delusione parigina migliorando in due riprese il record mondiale di Weissmuller sui m.400sl, portandolo dapprima a 4’54”7 il 9 dicembre ’24 e quindi a 4’50”3 l’11 settembre ’25, stagioni in cui si appropria anche del primato sulla distanza degli 800sl, togliendolo a Charlton con due tempi rispettivamente di 10’43”6 e 10’37”4, ma il suo meglio lo riserva sulla più lunga distanza nelle due citate rassegne continentali.

Senza avversare nelle due prove di mezzofondo, Borg viene beffato (1’01”0 ad 1’01”1) dall’idolo di casa Istvan Barany nella Finale dei 100sl, avendo già fatto facilmente suo l’oro dei 400sl in 5’14”2 e tolto a Charlton il record mondiale sui 1500sl già in batteria, nuotata in 20’04”4 per poi prendersela comoda in Finale, il cui tempo di 21’29”2 è largamente sufficiente per tenere a bada il resto degli avversari.

Conclusa la rassegna ungherese con il bronzo della staffetta 4x200sl, Borg è chiamato a ripetersi l’anno dopo tra fine agosto ed inizio settembre ’27 ai Campionati Europei in programma a Bologna, con le sirene che giungano da oltre Oceano a portare le notizie del ritorno alle gare di Charlton, che gli ha tolto il record sugli 800sl con 10’32”0.

Ma, non essendo tale distanza inserita nel programma olimpico, lo svedese si concentra sulle prove in calendario, fornendo una prestazione senza eguali di fronte all’estasiato pubblico felsineo, mettendosi al collo un sensazionale tris di medaglie d’oro nelle tre gare individuali e stile libero, nuotando i 100 metri in 1’00”0, i m.400 in 5’08”6 e, soprattutto, togliendo quasi 1’ al proprio limite sui 1500sl, tanto da disintegrare il muro dei 20’ andando a toccare nel riscontro cronometrico di 19’07”2 che, oltre a lasciare a quasi 3’ di distanza l’azzurro Giuseppe Perentin, lascia stupefatti tecnici e cronisti dell’epoca per un risultato talmente sensazionale che risulterà imbattuto per quasi 11 anni.

Sfiorato il poker continentale con l’argento nella staffetta 4x200sl, dove il quartetto tedesco deve stabilire il primato mondiale per superare la Svezia dei gemelli Arne ed Ark Borg, allo scandinavo, con 8 medaglie (di cui 5 di metallo pregiato) europee ed una sfilza di primati mondiali, manca solo la “Gloria Olimpica” per coronare una carriera senza eguale, che già lo ha visto ricevere il soprannome dello “Storione svedese”, ma per far ciò deve verificare quali siano i progressi di Charlton dopo il ritorno alle competizioni.

Teatro della sfida è la piscina olimpica di Amsterdam, dove il programma natatorio ricalca quello di quattro anni prima a Parigi, prevedendo per prima la più lunga distanza dei 1500sl, ancora ripartita su tre turni, con batterie fissate per il 4 agosto e semifinali e Finale nei due giorni successivi.

Con i due record olimpico e mondiale (20’06”6 di Charlton e 19’07”2 di Borg, rispettivamente …) posti ad alto livello, a qualificarsi per la Finale sono solo in tre a scendere sotto i 21’, con il 20enne americano Buster Crabbe – anch’egli futura star hollywoodiana al pari di Weissmuller – a far compagnia ai due primatisti.

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Borg dopo l’oro sui 1500sl – da gettyimages.it

La Finale si risolve, al pari di quattro anni prima, in una sfida a due, ma stavolta Borg prende la testa sin dall’inizio per imporre alla gara un ritmo che l’australiano non è in grado di mantenere, andando a trionfare con il tempo di 19’51”8, unico dei sei finalisti a scendere sotto i 20’, che gli consente di abbinare al record mondiale anche quello olimpico, nel mentre Charlton conclude in 20’02”6 (comunque inferiore a quanto nuotato in occasione dell’oro di Parigi ’24 …) e Crabbe va al bronzo con oltre mezzo minuto di distacco.

Neppure il tempo di rifiatare, e tutti in acqua per i 400sl, ai quali non è iscritto Weissmuller che si riserva per i soli 100 metri e la staffetta 4x200sl, il che fa presumere al ripetersi di un duello per l’oro con eventualmente Crabbe a svolgere l’eventuale ruolo del “terzo incomodo”, ipotesi confortata dall’esito della seconda semifinale, vinta da Borg sull’americano (5’05”4 a 5’06”2), nel mentre Charlton, al solito, risparmia energie piazzandosi secondo nella prima in un comodo 5’13”6 alle spalle del poco accreditato argentino Alberto Zorrilla, che tocca in 5’11”4.

Mai fidarsi delle apparenze, però, e sia l’australiano che lo svedese lo sperimentano a caro prezzo sulla propria pelle, allorché, impegnati in un testa a testa nelle corsie centrali assieme a Crabbe, non si accorgono che all’esterno è proprio il sudamericano a piazzare il guizzo vincente per quella che, a tutt’oggi, è l’unica medaglia olimpica del proprio Paese nel Nuoto, altresì corredata dal tempo di 5’01”6 che rappresenta il nuovo record olimpico, con la sfida tra i delusi che premia Charlton (5’03”6) rispetto a Borg e Crabbe, che concludono in 5’04”6 e 5’05”4 rispettivamente.

Con la conclusione delle Olimpiadi di Amsterdam, Borg pone fine alla propria attività agonistica, dedicandosi all’attività di tecnico e gestendo una tabaccheria nella Capitale Stoccolma, per poi essere eletto nel 1966 nella “International Swimming Hall of Fame”, un’onorificenza che, sei anni più tardi (curiosamente proprio la differenza di età tra i due …), tocca anche a Charlton, il quale tenta un’ultima carta olimpica ai Giochi di Los Angeles ’32 dove però, debilitato da un’influenza contratta appena sbarcato sul suolo californiano, è costretto a chiudere in sesta ed ultima posizione la prova sui m.400sl che vedono il trionfo di Crabbe con il nuovo record olimpico di 4’48”4.

Ad ogni buon conto, i due nuotatori provenienti da due mondi così diversi, sono stati tra i più importanti e degni protagonisti in un’epoca ancora “pionieristica” di tale disciplina, capaci di dar luogo ad appassionanti e cavalleresche sfide che hanno consentito di far progredire, sia in termini di riscontri cronometrici che di metodologie di allenamento, il Nuoto verso orizzonti ancora lontani a venire, ma le cui basi risalgono, senza dubbio alcuno, al periodo che li ha visti entrambi eccellere.

 

FRANZISKA VAN ALMSICK, ED IL DESTINO DELLA NUOTATRICE SIMBOLO DELLA GERMANIA UNITA

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Franziska van Almsick in azione – da laufen.de

articolo di Giovanni Manenti

Che nella vita di ognuno di noi la componente fortuna, od il Destino fate voi, incida è risaputo, a cominciare dall’epoca in cui si nasce, ed è questo il caso dell’emblema nel Nuoto – ma più in generale dello Sport, ci sia consentito – tedesco a seguito dell’intervenuta riunificazione delle due Germanie.

Già, in quanto Franziska van Almsick, perché è di lei che stiamo parlando, viene alla luce il 5 aprile 1978 nella zona est di Berlino, quindi sotto la “tutela” dell’allora Germania Orientale, anno in cui, tra l’altro, sembra un altro segno del destino, nella parte occidentale dell’attuale Capitale tedesca, si disputano i Campionati Mondiali di Nuoto in cui stranamente, dopo i trionfi alle Olimpiadi di Montreal ’76, le “Walchirie” dell’ex Ddr deludono conquistando una sola medaglia d’oro in un’edizione dominata dagli Stati Uniti, che salgono ben 36 volte sul podio, di cui 20 sul gradino più alto.

Coincidenza di date che si ripete allorché Franziska – la quale, non a caso, si è fatta in età matura tatuare in fondo alla schiena, poco sopra il bacino, due ali d’angelo ed una scritta, “Destiny” – dedicatasi al nuoto come molte sue coetanee, si mette in luce ad appena 11 anni conquistando ben 9 (!!) medaglie d’oro alle “Spartakiadi” tedesco orientali del 1989, confermando le speranze che l’allora “Ministero dello Sport” aveva riposto in lei.

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L’11enne Franziska, assieme a Jorg Hoffmann nel 1989 – da wikipedia.org

Sicuramente un’altra delle tante, troppe atlete – nuotatrici in particolare – che sarebbe caduta nelle maglie del famigerato “Doping di Stato” in voga nell’ex Germania Orientale all’epoca e che l’avrebbe portata a conquistare medaglie in serie (ma a quale prezzo …) se, proprio a novembre di quel medesimo anno, il tristemente noto “Muro di Berlino” non fosse caduto, consentendo, di lì a poco, la riunificazione del Paese in un’unica Germania.

E Franziska, il cui padre, dopo l’exploit sopra ricordato, affigge sul muro della sua cameretta un adesivo con su scritto “Barcellona ‘92”, come dire che quello dei Giochi Olimpici catalani era l’obiettivo a cui mirare, deve cambiare metodi di allenamento, ambientarsi in una nuova realtà, ma comunque continuare ad andar forte a ritmo di bracciate.

Pur cimentandosi anche nello stile a farfalla, Franziska è principalmente una stileliberista, ed in questa veste si presenta a Barcellona iscritta sulle distanze dei 50, 100 e 200sl, nonché dei 100 farfalla, in rappresentanza di una Germania che si ripresenta unita come era accaduto l’ultima volta ai Giochi di Tokyo ’64.

L’esordio per la 14enne berlinese avviene il 26 luglio ’92 alla “Piscina Bernat Picornell” nelle batterie del mattino dei 100sl ed il risultato è già di per sé sbalorditivo, con un 55”40 che le vale il secondo miglior tempo di qualifica, alle spalle della ben più esperta 19enne americana Jenny Thompson, che con 54”69 segna il record olimpico.

Al pomeriggio, in Finale, anche la van Almsick scende sotto i 55” netti, con un 54”94 grazie al quale occupa il terzo gradino del podio, con la Thompson incapace di ripetersi, dovendosi accontentare dell’argento in 54”84 alle spalle della cinese Zhuang Yong che, nuotando in 54”64, le toglie anche il fresco primato olimpico.

Il positivo esordio consente alla van Almsick di ripetersi il giorno seguente, con un altro bronzo nella staffetta 4x100sl, in cui è inserita in prima frazione, nella gara in cui la Thompson si prende la rivincita, nuotando da par suo in 54”01 le ultime due vasche portando il quartetto Usa all’oro ed al record mondiale in 3’39”46 davanti alle cinesi, ma per Franziska è tempo di concentrarsi sulla “sua gara”, vale a dire i 200sl, in programma il 28 luglio.

Con i record olimpico e mondiale – rispettivamente di 1’57”55 ed 1’57”65 – appartenenti alla tedesca orientale Heike Friedrich, Franziska scopre le proprie carte sin dalle batterie del mattino, centrando il miglior tempo con 1’57”90, a soli 0”35 centesimi dal primato assoluto, con la sola americana Nicole Haislett (quarta nella Finale dei 100sl dietro la tedesca …) a scendere sotto la barriera dei 2’, con 1’59”93.

I quasi sei anni di differenza ed una maggior esperienza ad alto livello consentono all’americana di avere la meglio nella Finale del pomeriggio, in cui la van Almsick parte forte per poi essere raggiunta a metà gara in un appassionante testa a testa che si prolunga sin alle ultime bracciate, con la Haislett ad avere la meglio per soli 0”10 centesimi, toccando, ironia della sorte, proprio nello stesso tempo di 1’57”90 fatto registrare dalla tedesca in batteria e che, all’epoca, rappresenta il record Usa.

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La van Almsick con l’argento di Barcellona ’92 – da netv.de

Una delusione, per Franziska che comunque, a soli 14 anni, ha tutto il tempo per rimediare, anche perché, dopo aver concluso l’indomani al settimo posto la Finale dei m.100 farfalla, il 30 luglio è inserita proprio in detta frazione della staffetta 4x100mista, che vede la Germania conquistare l’argento alle spalle dell’inarrivabile quartetto degli Stati Uniti, per poi concludere la sua interminabile settimana sfiorando l’accesso alla Finale dei 50sl, fallito per soli 0”07 centesimi (25”96 rispetto al 25”89 dell’ottava qualificata).

Concludere la prima esperienza ai massimi livelli internazionali con due medaglie d’argento ed altrettante di bronzo non è certo da disprezzare, considerata la giovane età ed avendo altresì dimostrato che nel Vecchio Continente non può essere insidiata da chicchessia, circostanza quest’ultima confermata l’anno seguente ai Campionati Europei di Sheffield ’93, in cui fallisce di un niente una clamorosa impresa di mettersi al collo ben 7 ori, facendo sue, oltre alle tre staffette, le gare sui 50 (25”53), 100 (54”57) e 200sl (1’57”97), venendo superata solo dalla francese Catherine Plewinski (1’00”32 ad 1’00”94) nella Finale dei 100 farfalla.

Un biglietto da visita niente male, in vista dell’appuntamento principe dell’anno seguente, vale a dire i Campionati Mondiali di Roma ’94, in cui deve fare i conti con i fantasmi del passato, nel senso che i tecnici dell’ex Repubblica Democratica Tedesca hanno pensato bene di “esportare” i loro metodi di allenamento (e non solo …) in un altro Paese comunista, vale a dire la Cina che nella citata rassegna iridata imiterà, in campo femminile, le imprese delle “Walchirie”, affermandosi in 12 delle 16 gare in programma.

Nel frattempo, in patria, Franziska è divenuta qualcosa di più di una semplice nuotatrice, in virtù non solo delle medaglie conquistate ma anche di una bellezza dirompente, un viso da Dea su di un corpo perfetto di m.1,81 per 66kg., tanto da essere corteggiata da case di moda per partecipare a sfilate, essere fotografata sulle più importante riviste per pubblicizzare abbigliamento estivo ed, infine, essere scelta dalla Opel quale testimonial di un celebre spot che la vede alla guida della “Tigra” che, per superare un ingorgo, viene risucchiata sott’acqua nell’asfalto per riemergere dalla parte opposta, il tutto per la “modica cifra” di 2milioni di dollari …!!

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Franziska nel celebre spot della “Opel Tigra” – da youtube.com

Tutto questo per dire che, senza “la caduta del Muro”, a Franziska sarebbero toccati solo gli onori per “aver tenuto alto il prestigio del proprio Paese comunista” e, più che altro, non avrebbe potuto, come ogni donna che si rispetti, fare sfoggio della bellezza che Madre natura le aveva consegnato in dote, sottoposta anch’essa alle terribile pratiche dopanti di cui, viceversa, fanno uso le sue rivali asiatiche nella rassegna iridata che si svolge al Foro Italico a Roma.

Con lo stesso programma svolto l’anno prima a Sheffield, anche la van Almsick, al pari di americane ed australiane, deve fare “buon viso a cattivo gioco” nelle varie gare in programma, concludendo non meglio che quinta sui m.100 farfalla (doppietta cinese davanti a due australiane), sfiorare il podio sui 50sl (quarta in 25”40 nella prova vinta dalla cinese Le Jingyi) ed essere “prima delle umane” sui 100sl, con il bronzo in 54”77 alle spalle della coppia cinese formata ancora dalla Le Jingyi e dalla connazionale Lu Bin.

Ma Franziska ha il suo “asso da giocare” nella gara a lei più congeniale, vale a dire i 200sl, in cui si sente in grado di poter attaccare il primato mondiale che già ha vacillato ai Giochi di Barcellona e dove può anche “regolare i conti” con l’americana Haislett che l’ha beffata due anni prima alle Olimpiadi in Catalogna.

Anche se, è fuor di dubbio che le avversarie più temibili sono le due cinesi che hanno fatto doppietta sulla più breve distanza, la cui concorrenza fa presumere a molti degli addetti ai lavori che il record mondiale abbia le ore contate, per poter attaccare il quale occorre però qualificarsi nelle batterie del mattino, un impegno che, a questi livelli, non è mai così scontato, visto che, all’epoca, non è prevista la disputa delle semifinali come al giorno d’oggi, per cui bisogna dare sempre il massimo in ogni occasione.

Circostanza di cui fa le spese proprio Franziska, la quale nuota contratta tanto che l’esito cronometrico è impietoso, relegandola con il nono tempo fuori dalla Finale, uno shock per la 16enne tedesca, che non trova di meglio, come è giusto che sia a quell’età, che rifugiarsi in albergo per lasciarsi andare ad un pianto dirotto.

In suo soccorso giunge un insperato aiuto dai Dirigenti tedeschi, i quali convincono Dagmar Hase, qualificatasi con l’ottavo tempo ed oggettivamente senza speranze di medaglie, a rinunciare alla prova del pomeriggio in favore della compagna – la contropartita sarebbe costituita da un viaggio-premio a spese della Federazione, nonché dei ricchi sponsor di Franziska – che però, inizialmente è titubante dall’accettare anche per gli strascichi che avrebbero indubbiamente accompagnato una tale decisione.

Ero imbarazzata quando sono salita sul blocco di partenza”, commenterà successivamente la van Almsick, “tutti sapevano che non avrei dovuto essere lì, ma poi il disagio si è trasformato in rabbia, tanto da rendermi incredibilmente aggressiva, mi sono tuffata ed ho pensato solo a nuotare più forte che potevo, e giuro che della gara non ricordo assolutamente niente …!!”.

Con il vantaggio di nuotare in ottava corsia e, pertanto, di essere fuori dalla visuale delle migliori che gareggiano nelle corsie centrali, la van Almsck vira per prima ai 50 metri in 27”21, per poi essere superata dalla cinese Lu Bin a metà gara, nuotata in 56”62, mentre all’ultima virata il podio è già delineato, con la Lu Bin prima in 1’26”82 e le sole van Almsick e la costaricana Claudia Poll ad insidiarla.

L’ultima vasca tiene tutti con il fiato sospeso, con le telecamere ad inquadrare il duello testa a testa tra la cinese e la caraibica (di origini tedesche, peraltro …), senza curarsi che in ottava corsia Franziska sta dando fondo alle ultime stille di energia che le consentono di toccare per prima con il minimo margine di 0”11 centesimi (1’56”78 ad 1’56”89) sulla Lu Bin, con entrambe ad infrangere il record mondiale della Friedrich, e la Poll ottima terza in 1’57”61, a soli 0”06 centesimi dal precedente limite.

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Franziska con l’oro di Roma ’94 sui 200sl – da focus.de

Con ogni probabilità, proprio il fatto di aver “usurpato” il posto in Finale è stata la molla scatenante per l’impresa della van Almsick, in quanto solo un primato mondiale avrebbe messo a tacere l’atteggiamento, non propriamente ortodosso, assunto dalla Federazione, per quello che, oltretutto, resta l’unico Oro iridato individuale della sua carriera, avendo altresì concluso la rassegna romana con altre due medaglie in staffetta, vale a dire l’argento nella 4x200sl ed il bronzo con la 4x100sl, gare, per quanto ovvio, dominate dalle cinesi, destinate poi a scomparire in quanto il lungimirante Governo di detto Paese, in piena espansione economica, non ha alcun interesse a vedere “macchiata” la propria immagine, rispedendo al mittente i tecnici tedesco orientali.

Dominio che la van Almsick mantiene a livello europeo, incrementando la propria collezione di medaglie alla Rassegna Continentale di Vienna ’95 dove, in preparazione dell’appuntamento olimpico di Atlanta ’96, si cimenta anche in un’insolita prova sui 400sl al fine di aumentare le doti di resistenza, e che ovviamente vince in 4’08”37, così come fa suoi i 100sl in 55”34 e le tre staffette, venendo sconfitta solo sui 50sl per soli 0”04 centesimi (25”76 a 25”80) dalla svedese Linda Olofsson, mentre per una sorta di “contrappasso dantesco” ottiene ancora una volta il nono tempo nelle batterie dei 200sl, partecipando alla “Finale B” che si aggiudica in un tempo di 2”85 inferiore a quello con cui la connazionale Kielgass vince l’oro …!!

In vista dell’appuntamento olimpico nella Capitale della Georgia, Franziska non cessa di essere la “Super Star” dello Sport tedesco, molto più dei calciatori Campioni del Mondo o dei celebri tennisti Boris Becker e Steffi Graf, il segreto del cui successo viene condensato nelle parole del coach federale Michael Lohberg – il quale la paragona, quanto a popolarità in terra germanica, a Michael Jordan – asserendo che ciò dipenda da “Carisma, atteggiamento, una bellezza fuori dal comune e, soprattutto, lo straordinario talento, al cui cospetto vederla nuotare è come ammirare un’opera d’arte …!!”.

Oramai maggiorenne, “dall’alto dei suoi 18 anni”, per Franziska i Giochi di Atlanta rappresentano la giusta carta da giocare per presentarsi sul gradino più alto di un podio olimpico, occasione da non perdere vista la riduzione a più miti consigli della rappresentativa cinese – la sola Le Jingyi si conferma, con l’oro sui 100 e l’argento sui 50 stile libero – il che dovrebbe consentirle di non avere rivali sui 200sl, considerando altresì che dai Trials Usa la migliore è risultata Cristina Teuscher, ma con un tempo vicino ai 2’ netti.

Delusa dall’esito della prova sui 100sl – conclusi al quinto posto in 55”59 nella Finale in cui la connazionale Sandra Volker coglie l’argento in 54”88 alle spalle dell’imprendibile Le Jingyi – Franziska ripone tutte le speranze sulla distanza a lei più congeniale, in cui stavolta non commette errori nelle batterie del mattino del 21 luglio ‘96, facendo registrare il miglior tempo di 1’59”40, con la sola Poll ad insidiarla scendendo pure lei sotto i 2’ in 1’59”87, per quella che tutti attendono come la sfida del pomeriggio, a cui si qualifica, stavolta senza problemi di sorta, anche la Hase con il quarto tempo.

Il peso delle responsabilità contribuisce però a tirare un brutto scherzo alla van Almsick – già sui blocchi di partenza l’espressione tirata del suo volto fa presagire qualcosa – la cui bracciata non è potente ed efficace come suo solito, tanto che non riesce a scrollarsi di dosso la costaricana Claudia Poll che anzi vira per prima in 1’27”97 ai 150metri per poi resistere al tentativo di rimonta della tedesca, precedendola all’arrivo per 0”41 centesimi (1’58”16 ad 1’58”57) per quella che, a tutt’oggi, è l’unica medaglia d’oro del Costarica ai Giochi olimpici, con in più la Hase a completare il podio in 1’59”56.

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Una delusa van Almsick sul podio di Atlanta ’96 – da gettyimages.fr

La “maledizione olimpica” di non vincere un oro ai Giochi perseguiterà la van Almsick per la restante sua carriera – si vede che ciò era scritto nel suo “Destino“, visto che ad Atlanta vi va vicina anche con la staffetta 4x200sl, arrendendosi per 1”68 ai quartetto Usa – condizionata anche da un pauroso incidente in moto occorsole nel 1997 e che le fa perdere lo smalto necessario per imporsi in futuro a livello individuale nelle grandi manifestazioni internazionali, limitandosi a tre medaglie di bronzo olimpiche (4x200sl a Sydney 2000 e 4x10sl e 4x200sl ad Atene ’04), con l’unico sorriso derivante dal titolo iridato nella 4x200sl ai Mondiali di Perth ’98.

E, come avviene notoriamente in questi casi, la sua popolarità le si rivolta contro, coloro che prima la acclamavano ora l’abbandonano, ed il “Berliner Zeitung”, proprio il quotidiano della sua città natale, se ne esce dopo il flop di Sydney con una caricatura in cui Franziska ha difficoltà ad infilarsi il costume, affibbiandole il poco simpatico soprannome di “Franzi van Speck”, alludendo alla sua perduta linea.

Un oltraggio, del quale Franziska si sfoga ribadendo come “a nessuno interessi come persona, guardano solo la Campionessa che vince, e quando ciò non succede più, resti da sola …!!”, ma queste, volenti o nolenti, sono le regole dello “Star System”, alle quali uno sportivo ha una sola arma per ribellarsi, vale a dimostrare, coi fatti, che si sbagliavano.

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Una commossa Franziska ad Euro ’02 – da gettyimages.com.au

E l’ultimo ruggito d’orgoglio la “Leonessa delle piscine” lo mette a segno proprio a Berlino, lì dove tutto era cominciato, in occasione dei Campionati Europei ’02, dove torna per l’ultima volta, oramai 24enne, sul gradino più alto di un podio in una gara individuale – chissà se alla presenza o meno del giornalista che l’aveva derisa – oltre ai quasi “scontati” tre ori in staffetta, e lo fa alla sua maniera, aggiudicandosi i 100sl in 54”39 ed addirittura migliorando il proprio limite mondiale sulla doppia distanza, nuotata in 1’56”54 per sconfiggere la resistenza della rumena Camelia Potec, argento in 1’57”80 e che, due anni dopo, befferà per soli 0”18 centesimi (1’58”93 ad 1’58”22) la nostra Federica Pellegrini nella Finale dei 200sl dei Giochi di Atene ’04, dove Franziska dà l’addio alle gare concludendo quinta in 1’58”88.

Sarà poi proprio la Pellegrini, ai Mondiali di Melbourne ’07, a rilevare la van Almsick dall’Albo d’Oro dei record, che l’ha vista insuperata per ben 13 anni, nuotando la distanza in 1’56”47, quella stessa Federica che ha sempre dichiarato di essersi ispirata a Franziska quando ha deciso di intraprendere la carriera di nuotatrice.

Come dire che, tra fuoriclasse ci si intende

 

L’ORO DI FELIPE MUNOZ SUI 200 METRI RANA ALLE OLIMPIADI DI MESSICO 1968 CHE FECE IMPAZZIRE UN INTERO PAESE

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Felipe Munoz – da flick.com

articolo di Giovanni Manenti

Nella Storia delle Olimpiadi, gli atleti del Paese organizzatore dei Giochi hanno quasi sempre avuto l’opportunità – un caso a parte è costituito dal Canada nell’edizione di Montreal ’76 con nessun oro a proprio favore – di far realizzare ai loro colori il miglior bottino di medaglie, circostanza a cui non sfugge neppure il Messico, che a Giochi svoltisi nella Capitale dal 12 al 27 ottobre 1968 vede i propri rappresentanti salire per 9 volte sul podio, ed in tre occasioni sul gradino più alto dello stesso.

Tre ori che eguagliano, in un colpo solo, il totale di quelli conquistati nelle precedenti edizioni, due a Londra ’48, entrambi provenienti dall’equitazione, con la gara del salto ad ostacoli individuale ed a squadre e la terza a Melbourne, dove il tuffatore Joaquin Capilla corona il suo sogno dalla piattaforma di 10 metri dopo essere stato bronzo a Londra ’48 ed argento ad Helsinki ’52.

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Joaquin Capilla, oro nei tuffi nel ’56 – da pinterest.com

Per quanto attiene agli sport acquatici, solo nei tuffi i messicani dimostrano di essere all’altezza del panorama olimpico, in quanto anche a Roma ’60 Juan Botella conquista, dal trampolino da 3 metri il bronzo che rappresenta l’unico alloro del Paese nordamericano, mentre, quattro anni dopo a Tokyo ’64, tocca al pugilato iscriversi nel medagliere con il bronzo di Juan Fabila Mendoza nei pesi Gallo, degno apripista del trionfo in Patria, con ben 4 medaglie, due d’oro con Ricardo Delgado nei Pesi Mosca ed Antonio Roldan nei Pesi Piuma ed altrettante di bronzo.

Anche a Città del Messico le maggiori speranze per un oro in piscina ricadono su di un tuffatore, il 31enne veterano Alvaro Gaxiola, alla sua terza Olimpiade dopo aver sfiorato il podio ai Giochi di Roma ’60 giungendo quarto dal trampolino alle spalle del citato connazionale Botella, e che si presenta nella sola gara dalla piattaforma.

Ma una “Fiesta” inattesa sta per far esplodere di gioia le tribune della “Piscina Olimpica Francisco Marquez” di Città del Messico il 22 ottobre ’68, allorché, all’undicesimo giorno della rassegna a cinque cerchi, con il Messico ancora desolatamente a quota zero nella casella delle medaglie d’oro, gli spettatori che assistono alla Finale dei m.200 rana maschili possono finalmente dare sfogo alla loro irrefrenabile gioia.

Protagonista di una tale, storica impresa è il 17enne Felipe Munoz, nato proprio nella Capitale messicana il 3 febbraio 1951, soprannominato “El Tibio” (“il tiepido”) per un curioso e simpatico accostamento derivante dal fatto che il padre è originario di Aguascalientes (“acque calde” …) e la madre di Rio Frio (“fiume freddo” …), il quale aveva fallito l’accesso alla Finale dei m.100 rana del 19 ottobre, giungendo quarto nella seconda delle tre semifinali.

Favorito per la medaglia d’oro è il sovietico Vladimir Kosinskij, argento sulla più breve distanza alle spalle dell’americano Don McKenzie e fresco detentore del primato mondiale con il tempo di 2’27”4 stabilito ad inizio aprile ‘68, con altri pretendenti nel connazionale Nikolaj Pankin, bronzo sui m.100 pur venendo accreditato del medesimo crono di 1’08”0, e l’americano Brian Job, vincitore dei Trials di Long Beach.

Ma le batterie del 21 ottobre, che qualificano i migliori 8 tempi per la Finale del giorno appresso, fanno crescere le speranze nei tifosi messicani in quanto, in rapida successione, Kosinskij si afferma nella terza serie in 2’31”9, Job fa meglio nella quarta, toccando in 2’31”5 rispetto al 2’33”1 di Pankin, ma Munoz mette tutti d’accordo facendo sua la quinta ed ultima batteria con il tempo di 2’31”1 che gli garantisce la corsia quattro nell’atto conclusivo, nel mentre il campione olimpico in carica, l’australiano Ian O’Brien, naufraga con un inguardabile riscontro di 2’36”8.

Occorre precisare come anche le gare di Nuoto, al pari di quelle di mezzofondo in Atletica Leggera, risentano dell’altitudine della Capitale messicana, prova ne sia che solo 4 primati mondiali verranno migliorati nel corso della manifestazione, di cui due soli individuali – Mike Wenden nei m.100sl maschili e Kaye Hall nei m.100 dorso femminili – per cui sulle distanze più lunghe, nonché più faticose (e lo stile a rana è uno di questi …) è indubbio che l’abitudine a gareggiare in quota sia un vantaggio non da poco per il giovane portacolori di casa.

Ad ogni buon conto, l’attesa è febbrile visto che, in ogni caso, vi è quantomeno una chance di medaglia in un’edizione che non ha ancora visto alcun atleta messicano mettersi al collo la medaglia d’oro, e Munoz ha dimostrato in batteria di poter giocarsela alla pari con gli altri favoriti.

E’ un’occasione irripetibile per il 17enne Felipe, il quale non solo è nato e cresciuto a Città del Messico, ma la Piscina olimpica è situata altresì nel suo stesso quartiere di residenza e sulle tribune, gremite sino al limite della capienza da ben 10mila spettatori, siedono da una parte il padre con alcuni suoi amici e dall’altra la madre con i suoi fratelli e cugini.

Una pressione che potrebbe travolgere un poco più che adolescente, ma Munoz riesce ad estraniarsi dall’ambiente che lo circonda per concentrarsi esclusivamente sulla gara, con il suo coach che lo invita a prendere come punto di riferimento il primatista mondiale Kosinskij, alla sua destra in corsia 3, mentre alla sinistra, in corsia 5, vi è l’americano Job.

Sono le 20:00 del 22 ottobre 1968 allorché gli 8 finalisti si posizionano sui blocchi di partenza, ed allo sparo dello starter Kosinskij, come previsto, prende la testa della gara, seguito da Job e dal tedesco orientale Henninger, con Munoz che a metà percorso si trova in quarta posizione, ma non staccato di molto rispetto ai pretendenti al podio.

La gara di decide all’ultima virata dei 150 metri, al termine della quale il giovane messicano si trova in seconda posizione, pronto a sferrare l’attacco a Kosinskij ed incitato dal pubblico che si esibisce in un assordante coro “Munoz, Munoz, Munoz”, riuscendo nell’intento di sopravanzare il primatista sovietico a 25 metri dal traguardo, per poi mantenere il vantaggio sino a toccare in 2’28”7 rispetto al 2’29”2 di Kosinskij ed al 2’29”9 di Job, che ha la meglio su Pankin nella lotta per il bronzo.

Sulle tribune è delirio totale, finalmente anche il Messico ha la sua prima medaglia d’oro ed il pubblico potrà assistere ad una cerimonia di premiazione con tanto di bandiera biancorossa e verde issata sul più alto pennone ed esecuzione del proprio inno nazionale, con celebrazioni che dureranno per le strade della Capitale sino alle prime ore del mattino.

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Munoz e l’americano Job con le medaglie al collo – da excelsior.com.mx

Non terminano qui, però, le soddisfazioni nella Piscina Olimpica, in quanto, sull’esempio di Munoz, due giorni dopo, il 24 ottobre, la 14enne Maria Teresa Ramirez stupisce con il bronzo sui m.800sl – rendiamoci conto che quelle di Munoz e della Ramirez restano, a tutt’oggi, le sole medaglie conquistate dal Messico nel programma natatorio olimpico – ed il 26 ottobre Gaxiola deve inchinarsi di fronte al solo fuoriclasse altoatesino Klaus Dibiasi, conquistando l’argento nei tuffi dalla piattaforma.

Munoz dimostra nel prosieguo della carriera di essere stato degno dell’oro olimpico, conquistando, sulla medesima prova, l’argento ai “Giochi Panamericani” di Cali ’71, battuto per soli 0”10 centesimi (2’27”12 a 2’27”22) dall’americano Rick Colella, edizione in cui si cimenta anche nei misti, cogliendo il bronzo sui m.200 in 2’16”28 nella gara vinta dallo specialista Usa Steve Furniss, per poi dimostrarsi ancora competitivo alle Olimpiadi di Monaco ’72.

In quella edizione dei Giochi che segna “L’inizio del Nuoto moderno”, con ben 12 primati mondiali stabiliti in campo maschile e 10 nel settore femminile, Munoz fa registrare il suo “Personal Best” di 2’25”99 nella seconda delle 6 batterie dei m.200 rana in programma, qualificandosi per l’atto conclusivo con il sesto miglior tempo e, nonostante si peggiori nuotando la distanza in 2’26”44, scala di una posizione in classifica, toccando al quinto posto nella gara che vede l’americano John Hencken migliorare in 2’21”55 il suo stesso record mondiale, una prestazione che, fuor di dubbio, non è nelle braccia dell’oramai 21enne messicano.

Ma tanto, lui, il suo “Pezzo di Storia” l’aveva già scritto quattro anni prima…

 

LA DOPPIETTA EUROPEA E MONDIALE DELLA RUMENA COSTACHE SUI 50 METRI STILE LIBERO

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Tamara Costache – da observatotulph.ro

articolo di Giovanni Manenti

La gara di maggiore velocità in piscina è costituita dai m.50sl – una distanza che sta al Nuoto come i 100metri piani all’Atletica Leggera – solo che, a differenza di questi ultimi, ha una nascita molto più recente, visto che le prime gare e relativi primati risalgono al 1975, sia pur non ufficiali, in quanto la FINA (Federation Internationale de Natation) riconosce tale specialità solo a far tempo dal 1986, anno in cui la gara è inserita nel programma della quinta edizione dei Campionati Mondiali, di scena a Madrid.

Tenuto pertanto conto della ricordata mancanza di tale gara nei calendari delle più importanti manifestazioni internazionali – Olimpiadi, Campionati Mondiali ed Europei, Giochi Pan Pacifici – sono più che altro i nuotatori e nuotatrici americani a cimentarsi su tale distanza, prova ne sia che in campo femminile, in un decennio interamente dominato dalle valchirie della Germania Est, è la stella Kornelia Ender ad inaugurare la tabella dei record coprendo i m.50sl in 26”99 il 26 luglio ’75, salvo poi disertare detta prova e dedicarsi al programma ufficiale.

Con l’inizio degli anni ’80, specialista della “gara tutta d’un fiatodiviene l’americana Dara Torres – all’epoca appena 16enne e che riuscirà a fallire per l’inezia di un solo 0”01 centesimo un clamoroso oro olimpico ai Giochi di Pechino ’08 all’età di 41 anni (!!) – la quale, tra il gennaio ’83 ed il luglio ’84, migliora per tre volte quella che è corretto definire come “la miglior prestazione mondiale” in mancanza dell’omologazione da parte della Federazione Internazionale, portando tale limite a 25”61 in un meeting di preparazione per le Olimpiadi di Los Angeles ’84.

E’ peraltro ovvio che la FINA, avendo deciso di inserire tale prova nel programma dei Mondiali di Madrid ’86, ne dovesse anche riconoscere il relativo record ed, a sorpresa, proprio nell’anno della citata rassegna iridata, spunta una ragazzina da un Paese come la Romania che, se proprio non a digiuno in campo natatorio, non può certo considerarsi una “Nazione guida” nel settore.

Trattasi di Tamara Costache, nata a Ploiesti il 23 luglio 1970, la quale non trova di meglio per festeggiare i suoi 16 anni che migliorare per due volte nello stesso giorno, il 16 luglio 1986, il limite mondiale sulla distanza, coperta dapprima in 25”50 e quindi in 25”34 in occasione dei Campionati nazionali che valgono anche come selezione per i Mondiali di Madrid, per poi fare ancor meglio il successivo 1 agosto, allorché si impone in 25”31 ai Giochi Balcanici di Sofia.

Tempi che ne fanno una logica favorita per la rassegna iridata che si svolge da lì a tre settimane, ma vi è anche chi sostiene che gli stessi non possano essere presi per oro colato in quanto manca il confronto con le specialiste d’oltre Oceano nonché con le tedesche orientali, prima fra tutte Kristin Otto.

La “resa dei conti”, se così la si può definire, è fissata per il 23 agosto ’86 allo “M-86 Swimming Center” di Madrid, in una edizione dei Mondiali che vede le ragazze dell’ex Ddr conquistare 13 titoli sulle 16 gare in programma, e con la citata Otto già salita sul gradino più alto del podio essendosi aggiudicata i m.100sl in 55”05 sull’americana Jenna Johnson (55”70) e l’olandese Conny van Bentum (55”79), tutte e tre iscritte anche sulla gara più breve, nel mentre la Costache conclude quinta in 56”03.

Le più che logiche perplessità sulle possibilità della giovane rumena di imporsi nella prova a lei più congeniale, vengono scacciate allorché la stessa esce dai blocchi, imprimendo alle proprie bracciate un’intensità tale da portarla a trionfare con un distacco di 0”22 centesimi che su tale distanza è un’enormità, facendo altresì fermare i cronometri sul tempo di 25”28 che rappresenta – stavolta a tutti gli effetti – il relativo primato mondiale, con la Otto a doversi accontentare dell’argento in 25”50 (curiosamente lo stesso riscontro del primo record della Costache …), mentre la Johnson si vede beffata nella lotta per il gradino più basso del podio dalla svizzera Marie-Therese Armentero, all’unica medaglia pregiata della sua carriera.

Non più una sorpresa, la Costache si aspetta la “vendetta delle Walchirie” l’anno seguente ai Campionati europei di Strasburgo ’87, e, difatti, la Finale dei m.100sl vede la conferma della Otto in 55”38 sulla connazionale Manuela Stellmach (55”49), ma anche il bronzo della 17enne rumena, pur peggiorando con 56”11 il 56”03 fatto registrare l’anno prima ai Mondiali.

Impegnata a programmare un’impresa leggendaria in vista delle Olimpiadi di Seul ’88 – unica nella Storia dei Giochi ad imporsi sui 100metri sia nello stile libero che a dorso ed a farfalla – la Otto rinuncia ai m.50sl, venendo così a mancare l’attesa rivincita della finale iridata, lasciando una tale incombenza alle giovanissime connazionali Katrin Meissner e Daniela Hunger, di 14 e 15 anni rispettivamente.

Confortata dal fatto di essere di due anni più anziana, la Costache non ha alcuna difficoltà a ripetersi, sempre con un riscontro di rilievo, vale a dire 25”50, al quale la Meissner risponde con un 25”65 che le vale l’argento mentre la lotta serrata per il bronzo vede prevalere di appena 0”02 centesimi (25”88 a 25”90) la tedesca occidentale Christiane Pielke sulla Hunger, con la Armentero a confermarsi sui suoi limiti (25”95 rispetto al 25”93 di una anno prima a Madrid …) che però stavolta non sono sufficienti a garantirle il podio.

Con sia il titolo iridato che quello europeo dalla sua – e che, oltretutto, rappresentano altresì le prime medaglie d’oro nelle rispettive manifestazioni per il proprio Paese – alla Costache mancherebbe solo la consacrazione olimpica per poter completare un triennio da favola, impresa peraltro tutt’altro che facile, in quanto il “resto del Mondo” non sta certo a guardare e già prima dell’apertura dei Giochi di Seul ’88 la cinese Yang Wenyi si è appropriata del record, prima nella storia a coprire la distanza al di sotto della barriera dei 24” netti, toccando in 24”98 ai Campionati Asiatici di Canton.

Iscritta, come di consueto, sulle due prove più veloci a stile libero, la Costache fallisce per 0”29 centesimi la qualificazione alla Finale dei m.100sl, realizzando l’undicesimo tempo, per poi utilizzare la “Finale B” a mo’ di allenamento, chiusa in ultima posizione con un inguardabile riscontro di 57”11 e quindi dedicarsi alla specialità a lei più congeniale, le cui batterie e relativa Finale sono in calendario il 25 settembre, giorno di chiusura del programma natatorio.

E che le possibilità – non tanto di successo, ma almeno di un posto sul podio – siano alquanto limitate per l’adesso 18enne rumena lo dimostrano le qualificazioni, durante le quali riesce a strappare l’accesso alla finale con il settimo tempo di 26”06, di oltre 1” superiore al nuovo limite mondiale, pur manifestando le proprie intenzioni di dar comunque battaglia al pomeriggio.

Ed, in effetti, la Costache si migliora, ma il suo 25”80 è sufficiente solo per scalare in sesta posizione, ancorché a soli 0”09 centesimi dal terzo gradino del podio che si dividono l’americana Jill Sterkel e la tedesca orientale Meissner, da lei battuta l’anno precedente agli Europei di Strasburgo, con in più la beffa di vedere la Otto – che compie l’impresa tuttora ineguagliata di conquistare 6 medaglie d’oro in un’unica edizione dei Giochi – andare a vincere con il tempo di 25”49 rispetto ai 25”64 della primatista mondiale Yang, ampiamente alla sua portata.

Resta, in ogni caso, nella storia della specialità, l’immagine di questa giovane ragazza rumena che, in un campo dominato in Europa da tedesche ed olandesi, ed oltre Oceano da americane ed australiane, può a giusta ragione considerarsi come colei che ha aperto ed indicato la strada a tutte coloro che abbiano in seguito voluto cimentarsi nella “velocità pura” in piscina!!!

 

LUCA SACCHI ED IL BIENNIO DA FAVOLA NEI MISTI AD INIZIO ANNI ’90

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Luca Sacchi – da azzurridigloria.com

articolo di Giovanni Manenti

Sino a metà anni ’80 trovare un nuotatore italiano – immensa Novella Calligaris a parte, ma mai come in questo caso vale l’adagio che “una rondine non fa primavera” – nel medagliere olimpico, mondiale od europeo era come andare a cercare il classico “ago nel pagliaio”, eccezion fatta per il mistista Giovanni Franceschi, bronzo mondiale sui m.400 misti a Guayaquil ’82 (unica medaglia azzurra della manifestazione) ed autore di una splendida doppietta sui 200/400misti ai campionati europei di Roma ’83.

Ma, a livello olimpico, in campo maschile, la casella delle medaglie registra ancora un desolante “zero” e ciò nonostante gli azzurri partecipino ad entrambe le edizioni dei “Giochi dimezzati” di Mosca ’80 e Los Angeles ’84, prima che, fortunatamente, si inizi a registrare timidi segni di risveglio, dopo che la successiva rassegna continentale di Sofia ’85 vede l’Italia del nuoto portarsi a casa un solo bronzo con la staffetta 4x100mista maschile.

A dare la scossa vi pensa un 16enne Stefano Battistelli, detto “Bibi, il quale, con l’incoscienza tipica degli adolescenti, conquista un’inattesa medaglia d’argento ai Mondiali di Madrid ’86 sulla distanza, oltretutto per lui insolita, dei m.1500sl, cui si unisce un secondo argento grazie a Gianni Minervini sui m.100 rana, anche se, ad onor del vero, il 20enne romano si era classificato terzo, potendo beneficiare della controversa squalifica del primo arrivato, l’inglese Adrian Moorhouse.

Ed è ancora Battistelli, due anni dopo in occasione dei Giochi di Seul ’88, a “rompere il ghiaccio” con la prima medaglia olimpica assoluta in campo maschile per il Nuoto azzurro, conquistando il bronzo con il tempo di 4’18”01 nella Finale dei m.400misti, alle spalle del fenomeno ungherese Tamas Darnyi – oro con tanto di primato mondiale di 4’14”75 – e dell’americano David Wharton, argento in 4’17”36.

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Stefano Battistelli ai Giochi di Seul ’88 – daalchetron.com

Finale in cui l’Italia schiera sui blocchi di partenza un secondo rappresentante, vale a dire quel Luca Sacchi che è il protagonista della nostra storia odierna e che si può, a giusto titolo, considerare come colui che ha aperto la strada nei misti alle successive imprese di Massimiliano Rosolino, Alessio Boggiatto e Luca Marin negli anni 2000.

In una specialità, quella dei misti, in cui gli azzurri si distinguono, sia pur a debita distanza, assieme ad ungheresi ed americani – oltre ai due sopra citati, si ricordano i magiari Andreas Hargitay, Zoltan Verraszto ed, in tempi più recenti, Laszlo Cseh, mentre tra i rappresentanti Usa vanno citati Tom Dolan ed Eric Namesnik, oltre ai “fenomeni” Michael Phelps e Ryan LochteSacchi, nato a Milano il 10 gennaio 1968, si mette in luce già ai Campionati europei giovanili di Lussemburgo ’84 dove è bronzo sui m.400misti nella Finale vinta dall’ungherese Jozef Szabo, nonché argento sui m.200 rana, alle spalle dell’altro Szabo, Peter.

Dopo la Finale olimpica di Seul, in cui si piazza settimo in 4’23”23, Sacchi scala le gerarchie della specialità, presentandosi assieme a Battistelli ai Campionati europei di Bonn ’89, rassegna che si può a giusto titolo considerare come il “punto di svolta” del Nuoto azzurro, che mai prima di allora, aveva conquistato ben quattro medaglie d’oro – di cui tre grazie a Giorgio Lamberti, primo sui m.100 e 200sl e con la staffetta 4x200sl, e la quarta appannaggio di Battistelli, che si impone sui m.200 dorso – e con i citati nostri due rappresentanti a qualificarsi entrambi per la Finale dei m.400misti.

In assenza degli americani, il dominio per Darnyi è ancora più semplice, mettendo a segno l’ennesima doppietta sui 200/400misti – saranno ben 7, in totale, tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei – con Battistelli a farsi precedere dal tedesco orientale Patrick Kuhl così da confermare il bronzo di Seul, nel mentre Sacchi si migliora di una posizione rispetto ai Giochi coreani, giungendo sesto ancora alle spalle di Szabo, ma con un riscontro cronometrico di 4’22”96, solo di poco inferiore all’anno precedente.

Occorre pertanto intensificare la preparazione e gli allenamenti se si vuole aspirare ai podi delle più importanti manifestazioni, per raggiungere i quali è necessario indissolubilmente scendere sotto la barriera dei 4’20”, ed in questo senso a Sacchi viene in soccorso l’anno 1990, da poter interamente dedicare a tale obiettivo – in quanto i Campionati mondiali, assegnati alla città australiana di Perth, si disputano, stante il calendario australe, ad inizio gennaio ’91 – ed in tale ottica i primi risultati si vedono già ai Campionati italiani ’90 in cui, ancorché privo di una valida concorrenza, si impone sui m.400 misti in 4’22”15, suo miglior tempo dell’anno che lo colloca all’undicesimo posto del ranking mondiale.

Sacchi si appresta pertanto ad inaugurare l’ultimo decennio del XX Secolo con una stagione che ha in calendario la citata rassegna iridata a gennaio, i Giochi del Mediterraneo tra fine giugno ed inizio luglio ed i Campionati europei nella seconda metà di agosto, queste ultime due rassegne entrambe aventi sede ad Atene.

Il Nuoto maschile azzurro si fa onore in terra australiana, entrando nel medagliere con 6 allori, tra cui il primo oro iridato nella Storia della manifestazione tra gli uomini, conquistato sui m.200sl da Lamberti, altresì bronzo sui m.100sl e con la staffetta 4x200sl, formazione di cui fa parte anche Battistelli, che si aggiudica l’argento sui m.200 dorso ed il bronzo sui m.400misti, con Minervini a salire sul gradino più basso del podio sui m.100 rana.

Finale dei m.400misti che, diremmo quasi ovviamente, non sfugge a Darnyi, che fa ancora doppietta superando in entrambe le distanze l’americano Namesnik – ed ottenendo, in tale circostanza i suoi “Personal Best”, nonché record mondiali all’epoca, di 1’59”36 (primo al mondo ad infrangere la barriera dei 2’ netti) e 4’12”36 rispettivamente – mentre Battistelli si aggiudica il bronzo in 4’16”50 e la rincorsa ad un podio prestigioso per Sacchi lo fa scalare di un’altra posizione, piazzandosi stavolta quinto, sempre dietro all’altro ungherese Szabo, ma scendendo per la prima volta sotto i 4’20” con il tempo di 4’19”88 e con la soddisfazione di precedere due specialisti quali il tedesco ex Ddr Christian Gessner (quarto a Bonn ’89) e l’americano Wharton, argento iridato a Madrid ‘86.

Al di là del podio mancato, il riscontro cronometrico è una notevole iniezione di fiducia per il 23enne milanese, il quale sfrutta i Giochi del Mediterraneo a mo’ di allenamento per imporsi in un comodo 4’23”37 con oltre 5” di margine sul greco Kharalambos Papanikolau e prendere confidenza con la piscina ateniese in vista dei campionati europei in programma da lì a poco più di un mese.

Vero che la rassegna continentale è disertata da Darnyi, che si prende una pausa in attesa di dare l’assalto al bis olimpico ai Giochi di Barcellona ’92, ma tutto il resto del “Gotha europeo” è presente, a cominciare dall’amico rivale Battistelli, per proseguire con l’altro ungherese Szabo che non è mai riuscito a precedere, ai due ex tedeschi orientali Kuhl e Gessner ed al 17enne finlandese Jani Sievinen, peraltro più a suo agio sulla più corta distanza dei m.200 misti e di cui sentiremo parlare in seguito.

Qualificatosi per la Finale con il secondo miglior tempo di 4’21”98, occorre anche rilevare come l’assenza dell’invincibile Darnyi sia uno stimolo per tutti gli otto concorrenti che si presentano sui blocchi di partenza, consapevoli che, per una volta, hanno la possibilità di gareggiare per la medaglia d’oro anziché per occupare i gradini più bassi del podio, circostanza che vale pertanto sia per Sacchi che per gli altri finalisti.

Con l’ordine delle specialità in farfalla, dorso, rana e stile libero, Sacchi ha nella rana il suo punto di forza, difendendosi negli altri stili, nel mentre Kuhl e Battistelli emergono a dorso e, pertanto, dopo i primi 100 metri a farfalla che vedono staccarsi la coppia tedesca (59”67 Gessner e 59”69 Kuhl), con Sacchi a tener botta virando in 1’00”03, a metà gara, dopo la frazione a dorso, a toccare per primo è Kuhl in 2’04”88, con l’azzurro secondo in 2’05”88 e Gessner staccato con 2’06”52, avvicinato da Battistelli, il quale sfrutta il suo stile preferito per virare in quarta posizione in 2’06”93.

Sacchi è consapevole che deve sfruttare al massimo la frazione a rana e, con un parziale di 1’12”59, sopravanza Kuhl, virando ai 300metri in 3’18”29 rispetto ai 3’18”80 del tedesco, un vantaggio che non può tranquillizzarlo nella sfida per l’oro, mentre il podio è certo, visto che Gessner e Battistelli sono irrimediabilmente staccati, al pari di Sievinen.

Le ultime due vasche sono di un’emozione unica, con Kuhl a tentare la disperata rimonta bracciata dopo bracciata e l’azzurro a cercare di resistere e, nonostante perda 0”47 centesimi (59”52 a 59”05) a stile libero, gli resta un minimo margine di 0”04 centesimi (4’17”81 a 4’17”85) per potersi mettere al collo la medaglia d’oro, nel mentre la sfida per il bronzo vede prevalere nettamente Gessner rispetto ad un Battistelli apparso svuotato nel finale di gara.

Rinfrancato dal trionfo e dall’aver finalmente battuto i suoi storici avversari, Sacchi tenta l’impresa sulla distanza dei m.200misti a lui molto meno congeniale, e stavolta non riesce nella frazione a rana a colmare il gap di 1”14 che a metà gara lo separa da Gessner, il quale, favorito per l’oro, viene viceversa beffato per l’inezia di 0”03 centesimi (2’02”63 a 2’02”66) dal danese Lars Soerensen, nel suo “Giorno dei giorni”, mentre l’azzurro ottiene comunque il bronzo in 2’02”93 che lo fa essere la stella italiana della rassegna, l’unico ad aver conquistato la vittoria, ancorché Lamberti abbia conquistato ben 4 medaglie (argento sui m.200sl e con la staffetta 4x200sl, bronzo sui m.100 e 400sl).

Per Sacchi, che con il suo 4’17”81 conclude la stagione al sesto posto del ranking mondiale sui m.400misti, si apre adesso la sfida più importante della propria carriera, vale a dire la caccia al podio olimpico in occasione di Giochi di Barcellona ’92, ben sapendo che stavolta dovrà confrontarsi con Darnyi e gli americani, dai cui Trials di Indianapolis, svoltisi ad inizio marzo ’92, hanno ottenuto la selezione i “soliti noti” Namesnik e Wharton, con i rispettivi tempi di 4’15”60 e 4’17”58, come a voler dire che il 4’17” e spiccioli che ha nelle braccia può non bastare per le aspirazioni di medaglia.

L’appuntamento con la Storia è fissato per il 27 luglio ’92 alla Piscina “Bernat Picornell” di Barcellona, dove al mattino Sacchi si impone nella terza delle cinque batterie che qualificano gli otto finalisti coprendo la distanza in 4’19”42, mezzo secondo meglio di Gessner, ma l’esito della quarta serie, con Namesnik a concludere in 4’17”75 davanti a Kuhl (4’18”68) ed al carneade moldavo Serghei Mariniuc (che compete per la Comunità degli Stati Indipendenti) che fa segnare 4’19”05, mette un po’ di apprensione nel clan azzurro, visto che devono ancora scendere in acqua Darnyi e Wharton, i quali potrebbero trascinare altri a tempi di rilievo.

Così fortunatamente non è e solo loro due si qualificano per la Finale del pomeriggio, in cui è presente “la crème de la crème” della specialità e Sacchi, partendo dal presupposto che Darnyi e Namesnik siano irraggiungibili per le prime due piazze, sa che dovrà vedersela per il podio con Wharton ed i due tedeschi, una sfida mica da ridere.

Ancora una volta la tattica di Luca è chiara, “tenere” a farfalla e dorso, “dare tutto” nella frazione a rana e “resistere” nelle ultime due vasche a stile libero, tattica che si rivela sufficientemente vincente a metà gara, dove i due favoriti sono già scappati via con un leggero margine a favore di Namesnik (2’04”06 a 2’04”15) su Darnyi, ma la lotta per il bronzo è apertissima, con Wharton a virare in terza posizione in 2’05”11 sulla coppia italotedesca formata da Sacchi e Kuhl (2’06”44 per entrambi) e Gessner non distante con il suo 2’06”75.

Nei misti, specie sulla più lunga distanza, essere specialisti a rana è un grosso vantaggio, in quanto, trattandosi della frazione più lenta, consente un maggior margine di recupero, circostanza messa pienamente a frutto dal 24enne milanese che realizza il miglior tempo parziale di 1’11”30 che gli consente di risalire in terza posizione con 3’17”74, neppure troppo distante da Darnyi e Namesnik, divisi da soli 0”22 centesimi (3’16”63 a 3’16”85) a favore del campione olimpico e mondiale, mentre il vantaggio di oltre 1” su Wharton e la coppia tedesca consente di affrontare con una certa tranquillità le ultime due vasche.

E così, mentre Darnyi impone d’autorità la propria superiorità rispetto all’americano andando a trionfare nel record olimpico di 4’14”23 rispetto al comunque eccellente 4’15”57 di Namesnik, ecco il nostro Luca nuotare una splendida frazione a stile libero che, oltre al bronzo – così da pareggiare lo stesso risultato ottenuto da Battistelli quattro anni prima a Seul – timbra” uno straordinario 4’16”34 che gli vale il primato italiano ed il suo “Personal Best” in carriera.

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Sacchi e Darnyi esultano dopo la finale dei Giochi ’92 – da corsia4.it

Giunto all’apice della propria attività agonistica, inizia per Sacchi la più che logica fase calante, avendo comunque per obiettivo i Mondiali ’94 che si svolgono a Roma, ragion per cui decide di rinunciare agli Europei di Sheffield ’93 – passo d’addio di Darnyi, che conquista il suo ultimo oro in 4’15”24, necessario per tenere a bada Sievinen, argento con 4’15”51 – stagione che lo vede facile protagonista ai Giochi del Mediterraneo ’93, dove gli sono sufficienti tempi di 2’03”32 e 4’22”30 per portare a casa l’accoppiata sui 200/400 misti.

Il ricambio generazionale, con la crescita del finlandese Sievinen e l’emergere del talento americano Dolan – i quali cancellano Darnyi dalla tabella dei record aggiudicandosi i rispettivi titoli mondiali con i tempi di 1’58”16 sui m.200misti e di 4’12”30 sulla doppia distanza – penalizza Sacchi alla rassegna iridata di Roma ’94, che lo vede concludere la Finale dei m.400misti non meglio che in sesta posizione in 4’20”03, comunque suo miglior tempo dell’anno, che lo fa chiudere al decimo posto del ranking mondiale stagionale.

Si potrebbe pensare ad un addio alle piscine, ma Sacchi ha uno scatto d’orgoglio, vuole puntare con decisione alla sua terza Olimpiade ad Atlanta ’96 e per far ciò deve dimostrare di essere all’altezza della spietata concorrenza in occasione dei Campionati europei di Vienna ’95, dove il ruolo di leader continentale è passato da Darnyi a Sievinen, ma che in casa ungherese vede crescere una nuova stella in Attila Czene.

Con Sievinen fuori dai giochi – il quale fa doppietta con tempi di 1’58”61 sui m.200 e di 4’14”75 sulla doppia distanza – Sacchi cava fuori da cilindro due eccellenti prestazioni che gli consentono di accomodarsi sul gradino più basso del podio, beffato per soli 0”50 centesimi (4’18”32 a 4’18”82) dal polacco Marcin Malinski sui m.400misti, per poi restarne ai margini sulla più breve distanza, coperta in 2’02”91 – comunque suo miglior tempo assoluto, inferiore di 0”02 centesimi a quanto nuotato in occasione del bronzo di Atene ’91.

E, come accaduto quattro anni prima per l’appuntamento dei Giochi catalani, il positivo riscontro della rassegna continentale è fondamentale per dare stimoli e morale a Sacchi in vista dell’appuntamento olimpico di Atlanta ’96, per il quale già centrare la Finale sui m.400 misti sarebbe un’impresa rilevante, dato che, prima di lui, vi era riuscito solo l’ungherese Hargitay, bronzo a Monaco ’72 e quarto sia a Montreal ’76 che a Mosca ’80.

Compito che l’oramai 28enne milanese assolve con un po’ di patema nelle batterie del mattino del 21 luglio ’96 nella piscina del “Georgia Tech Aquatic Center” di Atlanta – nonostante vi si presenti forte del suo miglior tempo stagionale di 4’17”73 registrato in un meeting a Barcellona – giungendo alle spalle di Namesnik nella seconda serie, ma con un tempo di 4’19”63 che gli consente comunque di qualificarsi per l’atto conclusivo del pomeriggio, dal quale è clamorosamente escluso proprio Sievinen, che fa registrare un inguardabile tempo di 4’23”13.

La Finale si rivela nulla più che una sfida in famiglia tra i due americani Dolan e Namesnik, che si staccano facilmente dal resto della compagnia per andare ad occupare i due gradini più alti del podio con i rispettivi tempi di 4’14”90 e 4’15”25, nel mentre il canadese Curtis Mayden deve far registrare il primato nazionale di 4’16”28 per aggiudicarsi il bronzo e Sacchi conclude più che onorevolmente la propria carriera con un 4’18”31 di tutto rispetto che gli vale il sesto posto, mentre il citato 4’17”73 lo colloca in analoga posizione nel ranking mondiale di fine anno.

Sacchi può così passare tranquillamente la mano con la coscienza a posto, solo altri tre nuotatori saranno in seguito capaci di nuotare tre Finali olimpiche consecutive dei m.400misti, il nostro Alessio Boggiatto (sfortunatissimo quarto sia a Sydney 2000 che ad Atene ’04 e Pechino ’08 …) ed i due “extraterrestriMichael Phelps e Ryan Lochte, mentre lui non abbandona le piscine, sale solo di postazione per divenire apprezzato commentatore delle imprese dei nostri rappresentanti a partire dai Giochi di fine millennio.

Ma la strada, per quanto riguarda la specialità dei misti, cari Massimiliano, Alessio e Luca, ve l’ ha tracciata lui

 

PETE DESJARDINS E LA DOPPIETTA D’ORO ALLE OLIMPIADI DI AMSTERDAM 1928

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Pete Desjardins – da britannica.com

articolo di Nicola Pucci

Le gare maschili di tuffi alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 hanno un solo dominatore, l’americano Pete Desjardins.

Poco più che 21enne, nato in Canada, Desjardins, che si trafserisce a 10 anni a Miami Beach e qui comincia a tuffarsi, ha già partecipato ai Giochi di Parigi del 1924, conquistando la medaglia d’argento nella gara dal trampolino (sarà invece sesto nella piattaforma alta), battuto dal connazionale Albert White al termine di una sfida serrata che ha visto infine i giudici assegnargli la loro preferenza per una manciata di punti, 699,4 contro 693,2. Ma in terra d’Olanda Desjardins vuol fare meglio e punta quindi decisamente al trionfo olimpico. 

E in effetti, nella prova di trampolino che va in scena dal 6 all’8 agosto nell’Olympic Sports Park Swim Stadium di Amsterdam, il portacolori statunitense, detto “statua di bronzo” per la piccola taglia (è alto solo 1,60 metri), sbaraglia il campo fin dalle qualificazioni, segnando un punteggio di 182,10 punti, davanti al connazionale Michael Galitzen, 178,94 punti, e al terzo americano in lizza, Harold Smith, che nel terzo gruppo totalizza 169,70 punti. Alla finale accedono anche l’egiziano Farid Simaika, che studia all’Università di UCLA, così come i tre tedeschi Riebschlager, Mund e Plumanns, mentre tra gli esclusi si segnala l’italiano Luciano Cozzi. In finale Desjardins conferma la sua superiorità, convincendo tutti e cinque i giudici che lo piazzano al primo posto con un punteggio complessivo di 185,04 punti, mentre è serrata la battaglia per le altre due posizioni sul podio, con Galitzen che chiude secondo con 174,06 punti e l’egiziano Simaika che con 172,46 punti acchiappa la medaglia di bronzo ed impedisce agli americani di realizzare la tripletta.

Tre giorni dopo, 11 agosto, la prova dalla piattaforma ha esito invece incerto e il responso finale è controverso. Stavolta Desjardins ha vita difficile proprio con l’egiziano Simaika, che infine conquista un punteggio più alto, ovvero 99,58 punti contro 98,74 punti, ma per l’assegnazione delle medaglie il primo elemento di valutazione sono i punti ordinali e in questa speciale classifica Desjardins, in testa nelle valutazioni di quattro giudici su cinque, vince con 6 punti contro 9. E’ così nuovamente campione olimpico, proprio mentre stava per essere intonato l’inno egiziano e la bandiera era già stata issata, realizzando una doppietta come già aveva fatto Albert White quattro anni prima e come sarà capace di fare Greg Louganis nel 1984. Terzo è invece Galitzen, che sale ancora una volta sul podio, ma fallisce l’assalto al metallo più pregiato. Avrà modo di riscattarsi quattro anni dopo a Los Angeles con l’oro nel trampolino e l’argento nella piattaforma

Per Simaika la sorte in questo caso è beffarda, ma se avrà comunque buon successo olimpico, andrà invece incontro ad una morte precoce: una volta naturalizzato americano, in seno all’US Air Force prenderà parte ad un’azione aerea in Indonesia dove verrà abbattuto e, forse, ma queste sono solo voci mai confermate, verrà decapitato. 

Ben diverso, fortunatamente, il futuro di Desjardins, che si esibisce, retribuito, con “Tarzan” Weissmuller e Martha Norelius (regina dei 400 metri stile libero e della staffetta 4×100 sia a Parigi che ad Amsterdam), acquisendo lo status di professionista. Il che lo esclude, per sempre, dalla tenzone olimpica. Ma che importa? La gloria ormai è già assicurata.