A BARCELLONA ’92 VA IN SCENA L’ULTIMA RECITA USA NELLA RANA MASCHILE

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Mike Barrowman festeggia Oro e record mondiale a Barcellona ’92 – da:gettyimages.ie

Articolo di Giovanni Manenti

Che gli Stati Uniti siano i dominatori nel panorama internazionale per quanto riguarda il nuoto è un dato di fatto indiscutibile, certificato dai numeri che – nel medagliere olimpico relativo al solo settore maschile – li vedono essersi aggiudicati ben 314 (!!!) podi (la seconda miglior classificata è l’Australia con 102), con una differenza ancor più netta qualora si abbia riferimento ai soli ori, pari a 143 rispetto ai soli 33 australiani.

Ma, se si va a scomporre il dato tra i vari stili – escludendo le staffette –, ci si accorge che anche nello strapotere Usa esiste una falla, costituita dalla rana, dove i rappresentanti dello Zio Sam sono saliti in sole 9 occasioni sul gradino più alto del podio nelle 38 gare disputate nella storia dei Giochi, con una percentuale del 25%, qualora si eliminino le finali sui 100 e 200 metri di Mosca 1980, a cui gli Stati Uniti non hanno partecipato per il noto boicottaggio.

E se negli stili a dorso e farfalla tale percentuale di vittorie supera il 60% e sui misti va oltre il 50%, nello stile libero, dove la concorrenza, specie quella australiana, è maggiore, sfiora comunque il 40%.

Che la rana rappresenti il “tallone d’Achille” del nuoto americano lo dimostra anche il fatto che ai Giochi di Montreal ’76, la più forte spedizione di ogni epoca, capace di aggiudicarsi 12 delle 13 prove in programma – con quattro podi monopolizzati ed 11 record mondiali stabiliti –, fallisce il clamoroso en plein proprio per la mancata affermazione sui 200 rana, dove ad imporsi è lo scozzese David Wilkie.

Analogamente, 8 anni dopo a Los Angeles – edizione che, in campo maschile, ha risentito in termini marginali dell’assenza degli atleti dell’Europa dell’Est, data la presenza di australiani, tedeschi occidentali e canadesi –, al successo di Steve Lundquist sulla più corta distanza, fa riscontro un podio dei 200 rana dove gli americani brillano per la loro assenza, così che, da quando il programma olimpico ha previsto la disputa di entrambe le prove, mai gli specialisti Usa sono riusciti ad imporsi in tutte e due in una stessa edizione.

Situazione destinata ulteriormente a peggiorare ai successivi Giochi di Seul 1988, in cui ad emergere sono i ranisti ungheresi, destinati a svolgere un ruolo di primo piano nel successivo decennio, con i rappresentanti a stelle e strisce per la prima volta fuori dalle medaglie su entrambe le distanze, con il miglior risultato colto da Richard Schroeder (sesto sui 100) e dal non ancora 20enne Mike Barrowman sui 200, ai margini del podio per soli 0”24 centesimi (2’15”21 a 2’15”45) rispetto allo spagnolo Sergio Lopez Mirò, nella gara vinta dall’ungherese Jozsef Szabo con il primato europeo di 2’13”52.

Ed è proprio su quest’ultimo, che l’anno precedente aveva conquistato l’argento ai Giochi Panamericani di Indianapolis sulla medesima distanza – peraltro l’unica su cui si cimenta pressoché esclusivamente, non ritenendosi sufficientemente competitivo sui 100 metri –, che gli Stati Uniti fanno affidamento in vista del successivo decennio, dopo che negli anni ’70 la loro punta di diamante era stata John Hencken (bronzo sui 100 ed oro sui 200 a Monaco ’72, ed oro sui 100 ed argento sui 200 a Montreal ’76, oltre ad identico risultato ottenuto ai Mondiali di Belgrado ’73), mentre gli anni ’80 avevano visto brillare la stella di John Moffet e Steve Lundquist.

Oltretutto, la specialità dei 200 rana era stata monopolizzata, quanto a primati mondiali, da soli tre interpreti in oltre 15 anni, ovvero i già ricordati Hencken e Wilkie ed il canadese Victor Davis, con quest’ultimo ad aver migliorato il record sino a 2’13”34 in occasione della finale olimpica di Los Angeles del 2 agosto 1984, tuttora ineguagliato alla chiusura dei Giochi di Seul, al pari di quello di 1’01”65 stabilito da Lundquist sulla più corta distanza nel corso della stessa rassegna.

E che sia Barrowman l’uomo su cui puntare in vista dei prossimi impegni si manifesta in tutta la sua evidenza l’anno seguente nel corso dei “Campionati Pan Pacifici” che si svolgono a Tokyo, allorché oltre al successo sui 200 rana precedendo il connazionale Nelson Diebel, si riappropria in solitario del primato mondiale, nuotando la distanza in 2’12”89, esattamente un solo centesimo in meno dei 2’12”90 realizzati il 4 agosto 1989 in occasione dei Campionati AAU ed eguagliati due settimane dopo dal britannico Nick Gillingham nel corso dei Campionati Europei di Bonn.

Uno stile che, dopo cinque anni di stasi cronometrica, si risveglia improvvisamente, dato che nella rassegna continentale, l’altro britannico Adrian Moorhouse fa suo il primato sui 100 con il tempo di 1’01”49, per poi curiosamente ripetere tale risultato al centesimo in altre due occasioni, a gennaio ’90 ad Auckand, in Nuova Zelanda, in occasione dei “Commonwealth Games” e quindi il successivo 26 luglio a Londra, mentre Barrowman si migliora sino a 2’11”53 sulla doppia distanza il 20 luglio ’90 durante i Campionati AAU di Seattle.

Il primo, importante riscontro circa i rispettivi progressi, avviene ad inizio gennaio ’91 allorché è in programma a Perth, in Australia, la sesta edizione dei Campionati Mondiali, dove gli Stati Uniti schierano Erich Wunderlich e Kirk Stacke sui 100 rana, con quest’ultimo a far compagnia al primatista mondiale anche sulla doppia distanza.

La gara dei 100 metri, con batterie e finale in programma il 7 gennaio ’91, conferma l’inferiorità americana rispetto ai migliori interpreti della specialità, con il solo Wunderlich a qualificarsi per la finale per concludere poi non meglio che quinto in 1’02”05, mentre la sfida per l’oro vede l’ungherese Norbert Rozsa, che in batteria aveva eguagliato il record di Moorhouse (quarto 1’01”49 in 18 mesi!), far proprio il primato in 1’01”45, precedendo il britannico, che conclude in 1’01”58.

Stackle, giunto ottavo nella finale B, fallisce quattro giorni dopo l’accesso anche all’atto conclusivo dei 200 con il nono tempo in batteria a pari merito con l’azzurro Postiglione, che lo precede altresì nella finale B vinta dall’australiano Rodney Lawson, mentre Barrowman si dimostra il migliore del lotto, centrando in batteria il record dei Campionati in 2’13”82, davanti a Gillingham ed a Szabo, e Rozsa si qualifica con il sesto tempo.

Al pomeriggio delll’11 luglio 1991, gli Stati Uniti si affidano pertanto al loro campione per tornare a festeggiare un titolo iridato sulla distanza dopo l’estemporaneo successo di Nick Nevid a Berlino 1978 – mentre sui 100 rana possono contare sulle vittorie dei “soliti noti”, ovvero Hencken nel 1973 a Belgrado e Lundquist nel 1982 a Guayaquil –, ed il 22enne del Michigan (ancorché sia nato il 4 dicembre 1968 ad Asuncion, capitale del Paraguay) non tradisce le attese.

Con Rozsa a confermarsi il migliore tra gli europei, tanto da abbinare all’oro sui 100 anche l’argento sulla doppia distanza per precedere con largo margine (2’12”03 a 2’13”12) Gillingham, dal canto suo Barrowman fornisce una prova di schiacciante superiorità, andando a concludere nel nuovo primato mondiale di 2’11”23, così da avvicinare la fatidica “barriera dei 2’10” netti”.

Oramai le gerarchie della rana sembrano delineate, ovvero il magiaro a proprio agio sulla più corta distanza e l’americano senza rivali sui 200 metri, un assioma che trova conferma nelle rispettive rassegne continentali che si svolgono in contemporanea a fine agosto e che rappresentano una sorta di “Prova Generale” in vista dell’appuntamento olimpico di Barcellona 1992.

Ai Campionati Europei di Atene, difatti, Rozsa si impone sui 100 in 1’01”49 (ancora!!!) su Moorhouse ed il nostro Gianni Minervini, dopo che in batteria si era riappropriato con il tempo di 1’01”29 del primato mondiale in solitario, dato che l’11 giugno a Mosca il sovietico Vasili Ivanov aveva eguagliato il precedente record di 1’01”45 stabilito a Perth.

Ungherese che, successivamente, si aggiudica l’argento sulla doppia distanza, beffato per soli 0”03 centesimi (2’12”55 a 2’12”58) da Gillingham, prima di contribuire al bronzo della staffetta 4×100 mista, mentre dall’altra parte dell’Oceano il divario appare imbarazzante.

Iscritto, difatti, su entrambe le prove ai “Campionati Pan Pacifici” di Edmonton per compensare il vuoto sui 100 metri, Barrowman – che ai Campionati AAU di Fort Lauderdale aveva portato il proprio record a 2’10”60 – coglie il suo unico risultato di prestigio sulla più corta distanza in 1’02”02, in un arrivo serrato con l’australiano Phil Rogers ed il giapponese Akira Hayashi, che concludono in 1’02”09 e 1’02”14 rispettivamente, per poi non avere rivali nella sua gara preferita, chiusa in 2’11”96, e quindi completare un tris d’oro con il successo nella staffetta 4×100 mista.

L’esito della rassegna, con i relativi riscontri cronometrici, convince Barrowman ad evitare la selezione sui 100 metri in occasione degli “Olympic Trials” che si svolgono ad inizio marzo 1992 ad Indianapolis – una data che fa discutere vista la lontananza di quasi 5 mesi rispetto ai Giochi – e che fanno, quale consueta “vittima illustre”, Wunderlich, il quale giunge terzo (e quindi fuori dalla spedizione in Catalogna) in entrambe le finali, che viceversa mettono in evidenza, a sorpresa, un ritrovato 21enne Diebel, il quale si impone sui 100 con il primato Usa di 1’01”40, a soli 0”11 centesimi dal record mondiale di Rozsa.

Il primatista mondiale dei 200 metri, al contrario, non manifesta altrettanta brillantezza, prova ne sia che ottiene il pass olimpico con un tempo di 2’13”54, ben 3” superiore al proprio primato, ed oltretutto venendo battuto dal “carneade” Roque Santos che, nell’Indiana, vive quel giorno il suo “quarto d’ora di gloria”.

Probabile che Barrowman si sia risparmiato per poi svolgere un’adeguata preparazione in allenamento in vista dei Giochi, ma improvvisamente, una piccola crepa si apre nelle certezze della Federazione Usa, cosi come, di contro, nasce una speranza di medaglia sui 100 metri grazie alla prestazione di Diebel.

Ma, come sempre, il responso definitivo lo si affida al campo – o, per meglio dire, in questi casi, alla piscina –, con l’impianto “Bernat Picornell” di Barcellona ad aprire i battenti il 26 luglio 1992, con la prima delle due prove a rana del programma ad essere i 100 metri, con batterie e finale in programma tra mattina e pomeriggio della stessa giornata inaugurale.

Non essendo all’epoca previste le semifinali, a rischiare grosso è proprio il primatista mondiale magiaro che, inserito nell’ottava ed ultima serie, se la prende un po’ troppo comoda (terzo con 1’02”25 alle spalle del sovietico Dmitry Volkov e dell’australiano Rogers), acciuffando l’accesso alla finale pomeridiana per l’inezia di 0”03 centesimi in meno del tempo fatto registrare dal connazionale Karoly Guttler.

Diebel, dal canto suo, ottiene il terzo miglior tempo in batteria, concludendo la propria serie preceduto da Hayashi, così che al pomeriggio le corsie centrali sono occupate da Volkov e dal giapponese, con Gillingham in sesta, Moorhouse in settima e Rozsa in ottava.

L’americano, pertanto, non ha dal suo lato i punti di riferimento dei due britannici e del primatista mondiale, che nuotano all’esterno opposto, se non quello di Volkov, che nuota alla sua sinistra e impone il proprio ritmo sino a metà gara, seguito dal connazionale Ivanov in seconda corsia, così che Diebel, in mezzo ai due, può regolare la propria andatura.

Dopo la virata di metà gara, le bracciate dei due sovietici si fanno progressivamente più pesanti, mentre a sorpresa non sono mai in lizza per il podio i due britannici Gillingham e Moorhouse, che concludono rispettivamente settimo ed ottavo, il che favorisce Rozsa nella sua caccia alla medaglia d’oro, se non fosse che Diebel tiene botta andando a toccare per primo nel nuovo record olimpico di 1’’01”50 che migliora l’1’01”65 di Lundquist a Los Angeles nel 1984, mentre il bronzo se lo aggiudica Rogers, a soli 0”08 centesimi (1’01”68 ad 1’01”76) dall’ungherese.

Storia particolare, quella di Diebel, nato a Hinsdale, nell’Illinois, il 9 novembre 1970 e che, dopo la separazione dei genitori quando aveva 12 anni, ha vissuto una gioventù di eccessi tra alcool, marijuana e frequenti litigi, sino ad essere espulso da scuola.

Per sua fortuna, iscritto alla “Peddie School”, un liceo privato Hightstown, in New Jersey, viene iniziato al nuoto da Chris Martin quando ha già 17 anni, dimostrando sin da subito innate qualità che lo portano a concludere in un onorevole quinto posto la finale dei Trials in vista dei Giochi di Seul 1988, per poi migliorarsi sino al trionfo olimpico di Barcellona, cui abbina l’oro con la staffetta 4x100mista.

In ogni caso, gli Stati Uniti conquistano la loro quarta medaglia d’oro sui 100 rana da quando la gara è stata inserita nel programma olimpico, ma la debacle dei due britannici e la prova sotto tono di Rozsa contribuiscono a temere per lo “scontato” successo di Barrowman, dato che nella rassegna a cinque cerchi le sorprese sono sempre all’ordine del giorno.

Con la prospettiva, pertanto, di cogliere un’accoppiata sinora mai avvenuta nelle sette edizioni dei Giochi in cui sono previste entrambe le distanze, la pressione è ora tutta sulle spalle del primatista mondiale, il quale peraltro si dimostra in buona condizione sin dalle batterie che si svolgono al mattino del 29 luglio 1992, allorché, inserito nella settima ed ultima serie insieme proprio a Rozsa, fa registrare il miglior tempo di 2’11”40 che migliora il record olimpico di Davis stabilito a Los Angeles ’84, trascinandosi dietro l’ungherese in 2’12”95, mentre la precedente serie era stata vinta da Gillingham in 2’13”42.

Ad ogni buon conto, nella finale pomeridiana Barrowman rompe gli indugi sin dal tuffo in acqua, transitando al comando sia alla prima virata (30”45) che a metà gara, nuotata in 1’03”91 (0”22 centesimi sopra il passaggio del suo record mondiale) con Gillingham a stretto contatto e Rozsa leggermente dietro.

Con il podio già delineato, salvo crolli improvvisi, l’americano incrementa l’andatura nella terza frazione, così che alla virata dei 150 metri (1’37”12) è in condizione di attaccare il suo stesso record, visto che il margine si è ridotto a soli 0”13 centesimi, in ciò aiutato dalla strenua resistenza di Gillingham e Rozsa che non mollano di un centimetro.

Ed è così che, all’arrivo, Barrowman tocca nello straordinario tempo di 2’10”16, mentre i suoi avversari hanno ben poco da rimproverarsi, pur se a Gillingham resta l’amarezza di una gara sempre condotta in seconda posizione solo per essere superato dall’ungherese nelle ultime bracciate, staccato di soli 0”06 centesimi per i rispettivi tempi di 2’11”23 e 2’11”29 che, peraltro, valgono loro il primato europeo e britannico.

Con questo doppio successo, sia Diebel che Barrowman si ritirano dall’attività, lasciando campo libero agli specialisti di altre nazioni, ma certo non potevano immaginare che le loro sarebbero state le ultime medaglie d’oro olimpiche conquistate dal proprio paese nello stile a rana, considerato che, nelle successive 6 edizioni dei Giochi, gli Stati Uniti raccolgono solo tre argenti e due bronzi sui 100 metri, ed addirittura appena un argento ed un bronzo sulla doppia distanza.

E ciò, nonostante la presenza di uno dei migliori specialisti al mondo di inizio nuovo millennio, vale a dire Brendan Hansen, capace di stabilire due primati mondiali sui 100 e tre sui 200, ma con la grande sfortuna di essere coetaneo del fuoriclasse giapponese Kosuke Kitajima – colui che, a distanza di oltre 10 anni, migliora il primato di Barrowman divenendo il primo ranista ad infrangere la “barriera dei 2’10” netti” – con il quale dà vita ad epiche sfide che, curiosamente, vedono il nipponico prevalere ai Giochi e l’americano in occasione delle rassegne iridate.

Ma, questa, è un’altra storia che avremo quanto prima modo di raccontarvi, statene certi…

 

 

KIRSTY COVENTRY, LA REGINA BIANCA DEL NUOTO, ORGOGLIO DI UN’INTERA NAZIONE

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La plurimedagliata Kirsty Coventry – da zwnews.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel corso delle opere di colonizzazione del continente africano, perpetrate nel XIX e XX secolo dalle potenze europee, una di queste, portata avanti dal britannico Cecil Rhodes, determina la creazione di uno stato che assume il suo stesso nome, vale a dire Rhodesia, peraltro suddivisa in settentrionale e meridionale.

Ed è solo la Rhodesia meridionale a prendere parte alle Olimpiadi, dapprima con una fugace apparizione ai Giochi di Amsterdam 1928, rappresentata solo da due pugili, e quindi con 14 rappresentanti nell’edizione di Roma 1960 e 29 (per la prima volta anche con 4 rappresentanti del gentil sesso) quattro anni dopo a Tokyo ’64 – ma sempre senza andare a medaglia –, prima di interrompere la propria iscrizione a causa delle problematiche politico-sociali tendenti all’affrancamento dalla Gran Bretagna.

Questioni che si risolvono con l’ottenimento dell’indipendenza di entrambe le zone, con la parte settentrionale ad assumere la denominazione di Zambia ed essere ammessa all’ONU già ad inizio dicembre 1964, mentre più lungo è il percorso della parte meridionale che, nonostante proclami la propria indipendenza nel novembre 1965, la stessa viene riconosciuta dall’ONU solo nell’aprile 1980 sotto la nuova denominazione di Zimbabwe.

Un’approvazione giunta giusto in tempo per poter partecipare alle Olimpiadi di Mosca 1980 con 42 atleti, ripartiti in modo quasi paritario tra uomini (23) e donne, anche se 16 delle 19 ragazze non sono altro che le componenti della formazione di hockey su prato che, tra la sorpresa generale, si aggiudicano l’oro precedendo le più accreditate Cecoslovacchia ed Unione Sovietica.

Decisamente il modo migliore per fare il proprio esordio nella rassegna a cinque cerchi da parte del nuovo stato indipendente – ancorché favorito dall’assenza di Nazionali quali Germania Ovest e Olanda per il noto boicottaggio –, che, peraltro, non avrà più la soddisfazione di vedere un proprio rappresentante salire su di un podio olimpico sino a fine secolo.

Una tale premessa è utile per introdurre la protagonista della nostra storia odierna che, se non vi fosse stata, appunto, la vittoria delle ragazze dell’hockey su prato, sarebbe a tutt’oggi l’unica atleta dello Zimbabwe ad aver collezionato allori olimpici, e neppure di poco conto, imponendosi, nei primi anni del nuovo millennio, come una delle più apprezzate nuotatrici a livello mondiale.

Ed è proprio nel corso dei Giochi di fine millennio di Sydney 2000 che fa il suo esordio, il 17 settembre 2000 nelle batterie dei 100 dorso, ad un giorno di distanza dal compimento dei 17 anni – essendo nata il 16 settembre 1983 nella Capitale Harare –, Kirsty Coventry, riuscendo a strappare, con il record nazionale di 1’03”05, l’ultimo posto per l’accesso alle semifinali, dove si migliora in 1’02”54, tempo pur non sufficiente a qualificarsi per la finale.

La Coventry si cimenta altresì sui 200 misti (18esima in batteria con il primato africano di 2’17”73), nonché sui 50 e 100sl dove il riscontro è tale da sconsigliarla di proseguire in questa specialità, così che nel prosieguo della carriera la troviamo impegnata esclusivamente nel dorso e nei misti, fatti salvi i Giochi Africani, manifestazione in cui, chiaramente, non ha rivali.

Per poter però puntare a raggiungere i vertici del nuoto mondiale, le attrezzature e gli istruttori presenti ad Harare non sono in grado di garantire alla giovane Kirsty – che sino al 1999 frequenta la “Dominican Convent High School” nella capitale – il necessario supporto, il che la convince ad emigrare negli Stati Uniti, anche se la versione ufficiale recita di una sua presa di posizione nel confronti del regime dittatoriale in vigore nel paese di Robert Mugabe, che resta in carica per ben 30 anni, sino al 2017.

In ogni caso, a noi interessa l’aspetto agonistico e, da questo punto di vista, l’iscrizione della Coventry alla “Auburn University“, in Alabama, non fa altro che evidenziare quelle che sono le sue innate qualità e potenzialità, anche se la partecipazione ai Mondiali di Barcellona 2003 è tutt’altro che soddisfacente – eliminata in batteria sui 100 dorso con il tempo di 1’03”09 ed in semifinale sulla doppia distanza, nuotata in 2’15”20 –, dove ottiene il miglior risultato fallendo di un soffio l’accesso alla finale dei 200 misti con il tempo di 2’14”88, primo delle escluse, gara che l’aveva vista ottenere, l’anno precedente in occasione dei Commonwealth Games di Manchester, il suo primo successo a livello internazionale, affermandosi in 2’14”53.

Poco male, comunque, visto che la delusione iridata è l’ultima rispetto ad un successivo quinquennio in cui tutte le migliori specialiste a dorso e nei misti dovranno fare i conti con questa “africana bianca“, oltretutto di corporatura (m.1,76 per 64kg.) assolutamente normale rispetto agli standard di inizio secolo delle sue avversarie.

Il primo acuto si registra in occasione delle Olimpiadi di Atene 2004, dove la Coventry si iscrive sui 100 e 200 dorso e sui 200 misti, con la prima gara a vederla impegnata ad essere la più corta distanza a dorso, che prevede batterie e semifinali il 15 agosto 2004 e la finale all’indomani.

Le previsioni della vigilia volgono a favore della primatista mondiale americana Natalie Coughlin, e la 21enne di Harare scalda i motori in batteria, in cui registra il quarto miglior tempo con il primato africano di 1’01”60, destinato peraltro ad aver vita brevissima, visto che già nella sessione pomeridiana la Coventry nuota in 1’01”21 nella prima delle due semifinali, dove giunge alle spalle della tedesca Antje Buschschulte che tocca in 1’00”94.

Dalla seconda serie emergono la Coughlin – che con 1’00”17 miglior il record olimpico di Sydney della rumena Diana Mocanu – e la francese Laure Manaudou, che conclude in 1’00”88 tanto da porsi come la più accreditata rivale dell’americana.

All’indomani, nella piscina dell'”Athens Olympic Aquatic Centre” della capitale greca, la 22enne californiana impone alla finale il suo ritmo che la porta a virare in 28”89 così da accumulare un vantaggio di ben 0”77 centesimi sulla giapponese Reiko Nakamura e di 0”79 sulla Coventry, mentre la Manadou, sorpresa da un inizio così aggressivo, vira a quasi 1” di distacco.

La Coughlin paga nella vasca di ritorno il suo avvio forsennato – il passaggio è in linea con il 28”86 registrato in occasione del suo primato mondiale di 59”58 –, riuscendo comunque a mantenere il margine sufficiente per aggiudicarsi la medaglia d’oro con il tempo di 1’00”37, mentre la Coventry è autrice della più veloce seconda metà di gara con 30”82 che la porta ad insidiare il primo posto dell’americana, frantumando il proprio personale in 1’00”50, e la Manaudou paga un avvio troppo prudente dovendosi accontentare del bronzo con il tempo di 1’00”88.

L’impresa della 21enne africana è ancor più rimarchevole laddove si pensi che, al mattino, si era dovuta sobbarcare le batterie dei 200 misti in cui si era tutt’altro che risparmiata, avendo fatto registrare il miglior tempo di 2’13”33 e che, pur galvanizzata dalla medaglia d’argento conquistata, si deve tuffare nuovamente in acqua per la disputa delle semifinali, conquistando il pass per la finale grazie al secondo posto a stretto contatto (2’13”60 a 2’13”68) dell’americana Katie Hoff, mentre la prima serie è vinta dalla campionessa e primatista olimpica in carica Yana Klochkova in 2’13”30 sull’altra americana Amanda Beard.

E’ pertanto la sesta gara in tre giorni la finale dei 200 misti ai cui blocchi la Coventry si presenta al pomeriggio del 17 agosto 2004, con l’iniziale frazione a farfalla a risultare favorevole all’ucraina (28”26), seguita dalla Hoff e dall’ungherese Agnes Kovacs (28”60 e 28”73 rispettivamente), per poi toccare a lei risalire le posizioni nella seconda vasca a dorso, così da risultare a metà gara in terza posizione a pari merito con l’australiana Lara Carroll (1’02”75 per entrambe) alle spalle di Klochkova (1’01”67) ed Hoff (1’02”29).

I terzi 50 metri a rana segnano l’abbandono alle speranze di medaglia da parte dell’americana e, viceversa, il perentorio ritorno della connazionale Beard, specialista di questo stile, così che all’ultima virata la situazione vede ancora al comando la campionessa uscente, ma con un margine ridotto a soli 0”25 centesimi (1’40”40 a 1’40”65) sulla Beard, mentre la Coventry scala in quarta posizione alle spalle (1’41”15 ad 1’41”42) della Kovacs.

La frazione a stile libero vede pertanto due sfide in corso, una per l’oro e l’altra per il bronzo, ma mentre la Klochkova resiste (2’11”14 a 2’11”70) al tentativo di rimonta dell’americana, alla Coventry riesce il sorpasso (2’12”72 a 2’13”58) sull’ungherese, così da salire per la seconda volta sul podio nell’arco di due giorni, avendo altresì, per quanto ovvio, stabilito il relativo primato continentale.

Non ci può essere miglior viatico di due medaglie olimpiche per affrontare, dopo una giornata senza gare, quella che è la prova in cui l’africana si sente a maggior agio, vale a dire i 200 dorso il cui programma prevede batterie al mattino e semifinali al pomeriggio del 19 agosto 2004 e la finale all’indomani.

Specialità che vive ancora nel ricordo delle imprese della leggendaria ungherese Krisztina Egerszegi – capace di aggiudicarsi l’oro in tre edizioni consecutive dei Giochi, da Seul 1988 ad Atlanta ’96 –, la quale è ancora detentrice dei rispettivi primati mondiali (2’06”62 di Atene ’91) ed olimpico, con i 2’07”06 fatti registrare a Barcellona nel 1992, e che la Coventry sogna di emulare.

Con a doppiare la prova dei 100 dorso anche le stesse Buschschulte e Nakamura, oltre alla danese Louise Omstedt, a mettersi in mostra sono anche la 18enne russa Stanislava Komarova – che precede (2’09”62 a 2’10”04) la Coventry nella seconda semifinale – e l’americana Margaret Hoelzer, a propria volta seconda (2’10”14 a 2’11”68) alle spalle della Nakamura nella prima serie.

Con il legittimo dubbio se la 21enne dello Zimbabwe possa o meno risentire della stanchezza delle gare precedenti, la finale del 20 agosto 2004 segna una data storica per il suo paese, visto che la stessa prende immediatamente la testa, virando a metà gara in 1’03”22 con ad insidiarla (1’03”30) la sola tedesca che riesce ad avvicinarsi (1’36”23 ad 1’36”28) ai 150 metri, solo per cedere nell’ultima vasca dove, mentre la Coventry va a toccare vittoriosa in 2’09”19 (primato africano, logicamente), viene superata dalla Komarova, argento con 2’09”72 e salva a stento il bronzo, diviso (2’09”88 per entrambe) con la Nakamura, con a restare fuori dal podio la Hoelzer, con cui l’africana avrà modo di dare luogo ad emozionanti sfide negli anni a seguire.

Essere scesa in acqua in tre prove ed esserne risalita con altrettante medaglie al collo, rappresenta la definitiva consacrazione per la dorsista africana, che ora deve però far fronte al desiderio di rivincita delle sue avversarie, ad iniziare dalla rassegna iridata dell’anno seguente che si svolge a Montreal nell’ultima settimana di luglio 2005.

Ma il vecchio adagio “vincere aiuta a vincere” ben si addice alla Coventry, che addirittura inserisce nel suo programma anche la massacrante prova dei 400 misti, in ciò indotta dal fatto che la gara si disputa per ultima, mentre l’esordio avviene sui 200 misti, le cui batterie e semifinali si disputano il 24 luglio 2005 e la finale il giorno dopo.

A farsi preferire in qualificazione è l’americana Hoff, desiderosa di riscattare la delusione olimpica di Atene, la quale approda in finale con il miglior tempo di 2’11”71 realizzato nella seconda semifinale, ben migliore del 2’13”40 con cui l’africana si era imposta nella prima serie, una superiorità ribadita il giorno appresso, con il podio cristallizzato sin dalla prima frazione e l’appena 16enne californiana ad imporsi con il record dei campionati di 2’10”41, precedendo la Coventry (2’11”13), mentre il bronzo è appannaggio dell’australiana Carroll in 2’13”32.

Finale, anche in questo caso, disputata dalla Coventry dopo essersi sobbarcata batterie e semifinali dei 100 dorso, in cui si guadagna l’accesso alla finale con il quarto posto (e sesto tempo complessivo) nella seconda serie, nuotata in 1’01”45 rispetto all’1’00”59 della Coughlin, data pertanto come netta favorita in vista dell’appuntamento conclusivo del 26 luglio 2005.

Americana che non muta la propria tattica di gara, dando il meglio nella prima vasca, tanto da virare in 29”15, ma stavolta il margine è più ridotto (0”58 centesimi sulla Coventry e 0”59 sulla Buschschulte) così da non poter contenere i loro tentativi di rimonta, ed una seconda metà di gara nuotata in 30”51 dalla Coventry le garantisce il titolo iridato con il tempo di 1’00”24, mentre anche la tedesca supera di un soffio (1’04”84 ad 1’00”88) la primatista mondiale nella lotta per l’argento.

L’aver conquistato l’oro nella prova a lei meno congeniale è uno stimolo per la 22enne africana in vista dei 200 dorso, le cui batterie vanno in scena al mattino e le semifinali al pomeriggio del 29 luglio, con la finale, come di consuetudine, all’indomani.

Con la Buschschulte a disertare la gara, a qualificarsi per la finale del 30 luglio 2005 sono le solite note, anche se il tempo di 2’09”88 fatto registrare dalla Coventry in semifinale sembra lasciare ben poco spazio alle sue avversarie, circostanza che si conferma puntualmente all’indomani.

Troppo netto, difatti, è il margine della ragazza di Harare rispetto alle altre finaliste, con la sola Hoelzer a darle fastidio, transitando a metà gara con un ritardo (1’02”80 ad 1’03”60) di 0”80 centesimi, leggermente ridotto ai 150 metri, per poi nulla poter opporre all’ultima vasca della Coventry, che va ad imporsi in 2’08”52 rispetto al 2’09”94 dell’americana, con la Nakamura a confermare il bronzo di Atene con 2’10”41.

Non sappiamo se, con due ori ed un argento già al collo, la Coventry pensi a chi gliel’abbia fatto fare di iscriversi anche ai 400 misti, ma oramai che siamo in ballo, balliamo e dunque eccola rituffarsi in acqua anche il 31 luglio 2005, giorno di chiusura della rassegna iridata, per disputare le batterie al mattino e la finale al pomeriggio.

Sicuramente, la gara viene affrontata con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere, solo che, essendo riuscita a qualificarsi per l’atto conclusivo, sia pur con l’ottavo ed ultimo tempo, deve essere stata la molla che porta la Coventry a giocarsi per intero le proprie chances di podio anche in quella che, bene o male, è comunque la sua ultima fatica.

Con la Hoff, chiaramente, fuori portata e che va a bissare in 4’36”07 il titolo sulla più corta distanza, la Coventry si impegna in un lungo “testa a testa” con l’altra americana Kaitlin Sandeno, riuscendo infine ad avere la meglio (4’39”72 a 4’40”85) nella sfida per l’argento, così da completare una settimana da favola per sé e per il proprio paese, che mai prima di allora aveva visto un suo rappresentante (di ambo i sessi) salire su di un podio iridato.

Non c’è però molto tempo per rilassarsi, poiché, data la collocazione nell’emisfero australe, i Mondiali di Melbourne 2007 si svolgono nell’ultima settimana di marzo e rappresentano la “prova generale” in vista dell’appuntamento olimpico dell’anno seguente a Pechino.

Con il programma a replicare la stessa cronologia di due anni prima a Montreal, la prima gara ad andare in scena sono i 200 misti, con batterie e semifinali previste al 25 marzo 2005 e finale all’indomani e l’attesa sfida tra Hoff e Coventry non si fa attendere, anche se spunta, in veste di terza incomoda, la non ancora 19enne australiana Stephanie Rice.

Con le tre specialiste a far registrare i migliori tempi in semifinale, la rivincita tra l’americana e la rappresentante dell’ex-Rhodesia meridionale non manca di emozionare il pubblico presente, con la Hoff a chiudere in vantaggio (28”35 a 28”73, con la Rice seconda in 28”45) la frazione a farfalla, per poi essere rimontata (1’01”92 ad 1’01”96) al passaggio di metà gara dalla Coventry che sfrutta a proprio vantaggio la frazione a dorso, prima di un nuovo cambio in testa al termine dello stile a rana, con l’americana a resistere al tentativo di recupero della Coventry nell’ultima vasca a stile libero e confermare così il titolo di Montreal in 2’10”13, con l’africana ancora argento con 2’10”76 e la Rice a completare il podio in 2’11”42 che rappresenta il primato australiano.

Talvolta, il doversi sottoporre ad un “tour de force” così ravvicinato può farti perdere smalto e concentrazione, ed è ciò che accade alla Coventry allorché, conclusa la prova sui misti, deve scendere nuovamente in acqua per le semifinali dei 100 dorso, dopo che in batteria aveva fatto segnare con 1’00”57 il secondo miglior tempo preceduta dalla sola Coughlin in 1’00”36, così che nuota in un per lei imbarazzante 1’01”73 con cui si classifica ultima nella propria serie, con l’americana, viceversa, a conquistare il suo unico titolo iridato a livello individuale, ancorché impreziosito dal miglioramento in 59”44 del suo stesso primato mondiale.

Riordinare le idee e recuperare energie in vista dei 200 dorso sono gli obiettivi della Coventry, che torna in acqua il 30 marzo 2007 per saggiare i miglioramenti della Hoelzer, con cui si confronta già in semifinale, venendo battuta (2’07”70 a 2’07”78) per soli 0”08 centesimi, tempi in ogni caso largamente inferiori a quelli fatti registrare nell’altra serie, così da prevedere già quale possa essere l’andamento della finale all’indomani.

Pronostico, oseremmo dire, sin troppo semplice, con la campionessa in carica a guidare sino a metà gara (1’02”61 ad 1’02”79), per poi essere sopravanzata dall’americana ai 150 metri e cercare inutilmente di recuperare nell’ultima vasca, finendo sconfitta (2’07”16 a 2’07”54) per soli 0”38 centesimi, con entrambe le nuotatrici a stabilire i rispettivi primati nazionali, mentre la Nakamura incrementa la propria collezione di bronzi, avendo concluso al terzo posto anche la finale sui 100 dorso.

Resterebbero da disputare i 400 misti, ma un’edizione dei Mondiali non propriamente felice per la Coventry si conclude con la squalifica nella semifinale conclusa alle spalle della Hoff, la quale, dal canto suo, legittima la propria superiorità del momento, aggiungendo al bis iridato anche il primato mondiale di 4’32”89.

Solo per spunto di cronaca, a metà luglio la Coventry si presenta ai Giochi Africani di Algeri, dove, data la modestia della concorrenza, riesce ad aggiudicarsi ben 10 (!!!) medaglie, con 7 ori – 50 ed 800sl, 50, 100 e 200 dorso e 200 e 400 misti – e tre argenti, nei 100 rana e nelle staffette 4x200sl e 4×100 mista, per poi presentarsi alla “resa dei conti” ai Giochi di Pechino 2008, dove replica la propria iscrizione sulle due prove a dorso e dei misti, con la differenza che il programma olimpico prevede all’esordio la più dura gara sui 400 misti.

Con l’altra differenza di svolgere batterie e finale in giorni diversi, le ragazze scendono in acqua al pomeriggio del 9 agosto 2008 per poi disputare la finale al mattino dell’indomani – un’inversione richiesta per esigenze delle tv Usa –, con a registrare i migliori tempi la coppia americana formata da Elizabeth Biesel e da una Hoff che a fine giugno, in occasione dei Trials Usa, si era riappropriata in 4’31”12 del record mondiale strappatole dalla Rice il precedente mese di marzo.

Difficile, quindi, per la Coventry sperare di inserirsi in un duello a questi livelli, ma in ogni caso risparmia energie in batteria per dare il meglio di sé al mattino del 10 agosto con una prestazione straordinaria – ancorché in termini cronometrici favorita dall’introduzione dei costumi in poliuretano – che la porta a virare a metà gara in testa (2’09”50 a 2’09”83) rispetto alla Rice, mentre la primatista mondiale è oramai tagliata fuori, dovendosi accontentare del bronzo in 4’31”71 e vedere l’australiana portarle via il record con uno strabiliante 4’29”45, mentre anche la Coventry scende sotto i 4’30” andando a toccare con il primato continentale di 4’29”89, tuttora ineguagliato.

Ma le attenzioni degli addetti ai lavori sono tutte rivolte sulla specialità del dorso, dove sono previste le attese rivincite tra l’oramai 25enne dello Zimbabwe e le due americane Coughlin ed Hoelzer sulle rispettive gare dei 100 e 200 metri, con la prima prova ad andare in scena ad essere quella sulla più corta distanza.

Ed è difficile pensare di poter impensierire una californiana all’apice della sua carriera, e che in occasione dei Trials Usa aveva ritoccato per ben due volte il proprio primato mondiale, portandolo a 58”97, ma la Coventry non le è da meno quanto a condizione di forma e lo dimostra togliendole il record olimpico già in batteria con il tempo di 59”00 per poi, dopo che la Coughlin si aggiudica in 59”43 la prima semifinale, far suo anche il primato assoluto, prima donna al mondo ad infrangere la barriera dei 59” metti, con uno sbalorditivo 58”77.

Logico ritenere, a questo punto, ad un’inversione nei pronostici per la finale che va in scena al mattino del 12 agosto, anche se la detronizzata primatista rompe subito gli indugi piazzando la sua consueta prima vasca da urlo, così da virare in 28”52 (addirittura 0”34 centesimi sotto il passaggio record della Coventry), tattica che si rivela vincente poiché riesce nella vasca di ritorno a rintuzzare il tentativo di rimonta della neoprimatista, la quale rosicchia solo 0”17 centesimi, mentre la Coughlin va anch’essa al di sotto del suo precedente limite, concludendo con il record Usa di 58”96, ed alla Coventry resta l’amaro di un argento in 59”19, ed a completare il podio vi pensa la Hoelzer, la quale affila le unghie in vista della sfida sulla doppia distanza.

Occorre a questo punto precisare come, grazie all’introduzione dei cosiddetti “costumi gommati“, nel corso della stagione sia finalmente crollato il record mondiale delle Egerszegi che durava da oltre 18 anni, dapprima con la Coventry a nuotare i 200 in 2’06”39 e quindi toccare all’americana scendere a 2’06”09 in occasione dei Trials Usa.

Logico che siano in molti a pensare come questo primato abbia oramai le ore contate, ma per l’africana non è ancora giunto il momento di concentrarsi sulla sfida, dovendo prima affrontare la prova dei 200 misti, fortunatamente ripartita in tre giorni diversi, dove all’annunciata sfida a tre con Rice ed Hoff si aggiunge anche una Coughlin sulle ali dell’entusiasmo per il bis olimpico sui 100 dorso.

L’abbinamento delle due semifinali propone una sfida anticipata tra le protagoniste della doppia distanza, in quanto tutte e tre inserite nella prima serie che vede la Coventry migliorare, con il tempo di 2’09”53, il record olimpico della Klochkova risalente a Sydney 2000, con alle sue spalle Rice ed Hoff (2’10”58 e 2’10”90 rispettivamente), mentre la Coughlin si aggiudica la seconda serie con il ben più alto crono di 2’11”84.

Nella finale del 13 agosto, la Coventry “tiene” nella frazione a farfalla, per poi prendere la testa a metà a gara (1’00”16 rispetto all’1’00”68 della Rice ed all’1’00”95 della Hoff) sfruttando il dorso e quindi mantenere un lieve margine di 0”09 centesimi (1’38”27 ad 1’38”36) sull’australiana all’ultima virata, con la decisione lasciata alla frazione a stile libero, al termine della quale, come già accaduto sui 400 metri, nuotano entrambe sotto il limite assoluto, con la Rice ad avere la meglio (2’08”45 a 2’08”59) con il tempo dell’africana a resistere tuttora quale primato continentale, mentre il bronzo va alla Coughlin sulla Hoff.

Eccoci, dunque, alla gara più attesa, vale a dire i 200 dorso dove la Coventry è chiamata a difendere l’oro di quattro anni prima ad Atene, nonché a riscattare la sconfitta patita dalla Hoelzer a Melbourne, ed anche stavolta non si risparmia in batteria, allorché toglie in 2’06”76 alla Egerszegi anche il record olimpico che risaliva ai Giochi di Barcellona 1992.

Le semifinali pongono di fronte le due favorite nella seconda serie e, stavolta, entrambe giocano al risparmio, con l’africana ad imporsi in un più tranquillo 2’07”76 mentre l’americana nuota in 2’09”25 facendo peggio anche della connazionale Beisel che si aggiudica la prima serie in 2’07”90 davanti all’onnipresente Nakamura.

Il dubbio su chi avrà dosato meglio le energie viene svelato al mattino del 16 agosto 2008, allorché la rappresentante dello Zimbabwe prende la testa sin dalle prime bracciate, incrementando il proprio vantaggio sino alla virata dei 150 metri allorché vanta già un margine (1’32”69 ad 1’33”85) di tutta sicurezza che le permette di nuotare senza patemi l’ultima vasca ed andare a concludere in 2’05”24 che rappresenta altresì il nuovo record mondiale, strappandolo alla Hoelzer che conclude in un più che dignitoso 2’06”23, mentre, ci mancherebbe, la Nakamura completa il proprio palmarès con il quinto bronzo tra Olimpiadi e Mondiali, pur stabilendo in 2’07”13 il primato asiatico.

Con 7 medaglie complessive – 2 ori, quattro argenti ed un bronzo – la Coventry eguaglia il primato della Egerszegi quanto ad allori olimpici individuali, per poi proseguire una carriera per il solo piacere di nuotare, ancorché sia in grado, l’anno seguente ai Mondiali di Roma 2009, di assestare l’ultima zampata vincente, facendo suo il titolo sui 200 dorso limando il proprio record mondiale sino a 2’04”81 in una rassegna che la vede, al contrario, detronizzata del primato sulla più corta distanza da parte della britannica Gemma Spofforth.

Completata la propria invidiabile bacheca di medaglie – agli allori olimpici se ne aggiungono 8 iridati, di cui 3 ori e 5 argenti, compreso l’ultimo sui 400 misti alla rassegna romana che incorona l’ungherese Katinka Hosszu, futura dominatrice della specialità –, alla Coventry resta il privilegio di essere designata quale portabandiera dello Zimbabwe in occasione sia delle Olimpiadi di Londra 2012 (dove è ancora sesta sia sui 200 dorso che sui 200 misti) che delle successive di Rio de Janeiro dove, ad oramai 33 anni, pone fine alla propria attività natatoria disputando la sua ultima finale sui 200 dorso, conclusa ancora al sesto posto in 2’08”80.

Ed anche se la sua brillante carriera si è potuta svolgere grazie al trasferimento negli Stati Uniti, la Coventry resta legata al suo paese di nascita tanto che, ad avvenuta deposizione del 93enne dittatore Mugabe, vi fa ritorno per essere nominata Ministro dello Sport nel settembre 2018 e dove, nel maggio seguente, dà alla luce un figlio, frutto dell’unione con il suo manager Tyrone Seward, con cui era convolata a nozze nel 2010.

Peraltro, occorre riconoscere, per correttezza di informazione, che Mugabe le aveva riconosciuto un premio di 100mila dollari per le sue imprese ai Giochi di Pechino, mentre il Presidente del Comitato Olimpico dello Zimbabwe, Paul Chinkoga, l’aveva affettuosamente definita come il “nostro Tesoro Nazionale“.

Come dire, che anche i dittatori hanno un’anima

 

EMANUELE MERISI E LA GRANDE OCCASIONE PERSA AI GIOCHI DI ATLANTA 1996

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Emanuele Merisi – da twitter.com

articolo di Giovanni Manenti

Prendere a prestito il dubbio sapientemente descritto da Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi” e riferito ad un “povero curato di campagna” in merito a chi fosse un filosofo greco del secondo secolo avanti Cristo, può sembrare strano allorché si debba trattare di un argomento sportivo.

Ma, se in luogo del supposto Carneade, la frase viene letta con il dorso, chi era costui? e ci riportiamo alle condizioni di questo stile del nuoto nel panorama italiano, ecco che già il quadro si fa ben più delineato, laddove si pensi che sino a fine anni ’80 nessun atleta azzurro, di ambo i sessi, è mai salito su di un podio olimpico o mondiale.

Nel settore maschile, quello a cui è dedicata la nostra storia odierna, il miglior piazzamento nella rassegna a cinque cerchi è costituito dall’ottavo posto di Franco Dal Campo sia sui 100 che sui 200 metri dorso ai Giochi di Città del Messico 1968, nel mentre a livello iridato la situazione è ancor più disastrosa, con il solo Massimo Nistri a poter vantare la settima posizione sulla più lunga distanza nell’edizione inaugurale di Belgrado 1973.

E non crediate che ciò dipenda solo dal fatto di doversi confrontare con gli specialisti americani ed australiani, poiché, al netto della loro presenza, il responso a livello continentale è ancor più impietoso, visto che l’Italia può contare come miglior piazzamento sui 100 dorso il quinto posto di Egidio Massara agli Europei di Vienna 1950 (!!!) e, sulla doppia distanza, la settima posizione di Paolo Falchini nell’edizione di Spalato 1981.

Un panorama, pertanto, che definire imbarazzante è quasi fare un complimento, fortuna vuole che nella seconda metà degli anni ’80 si faccia largo colui che, a giusta ragione, può essere considerato il precursore del riscatto del nuoto azzurro che poi troverà la sua consacrazione in occasione dei Giochi di Fine Millenniodi Sydney 2000 dove, in un colpo solo, i nostri rappresentanti si portano a casa ben 6 medaglie, di cui 3 d’oro, un argento e due bronzi.

A suonare la carica ad una disciplina da troppi anni caduta in un profondo letargo è Stefano “Bibi” Battistelli, uno dei campioni italiani più versatili e che, ad appena 16 anni, ha la sfrontatezza tipica dell’età per andare a prendersi un inatteso argento sui 1500sl ai Mondiali di Madrid 1986 alle spalle del tedesco orientale Rainer Henkel.

Ma, a parte questo exploit estemporaneo, la principale specialità di Battistelli – valido anche nei misti, dove è bronzo sui 400sl ai Giochi di Seul ‘88 – è il dorso e, in particolare, la prova sui 200 metri dove, dopo un ottavo posto in finale agli Europei di Strasburgo 1987, diventa finalmente il primo rappresentante del Belpaese a salire sul più alto gradino del podio alla successiva edizione di Bonn 1989, dove è l’unico dei finalisti a scendere sotto la barriera dei 2’ netti, imponendosi con il tempo di 1’59”96 tanto da lasciarsi alle spalle gente del calibro di Vladimir Selkov e Martin Lopez-Zubero, tanto per intendersi.

Battistelli – che nella rassegna continentale fornisce il proprio contributo quale frazionista all’oro della staffetta 4x200sl ed è altresì bronzo sui 400 misti e con la staffetta 4×100 mista – si conferma anche ai più alti vertici, con l’argento sui 200 dorso ai Mondiali di Perth ’91 preceduto dal solo Lopez-Zubero – edizione che lo vede sul gradino più basso del podio anche sui 400 misti e con la staffetta 4x200sl – e quindi cogliendo il bronzo alle Olimpiadi di Barcellona ’92, alle spalle ancora dello spagnolo, che si impone davanti al proprio pubblico, ed a Selkov, argento.

Per il 22enne romano la rassegna catalana rappresenta l’ultima apparizione di un certo rilievo – dopo che l’anno precedente, ai Campionati Europei di Atene ’91, aveva colto l’argento con la staffetta 4x200sl e si era classificato quarto sui 400 misti e sesto sui 200 dorso – ma il suo esempio è tale da far proseliti, così da essere in grado di lasciare la propria eredità in buone mani, vale a dire al protagonista della nostra storia odierna.

Nato il 10 ottobre 1972 a Treviglio – comune famoso per aver dato i natali allo storico terzino interista Giacinto Facchetti –, Emanuele Merisi fa il suo debutto a livello internazionale in occasione degli Europei di Atene ’91 cimentandosi su entrambe le distanze dei 100 e 200 dorso, fallendo in entrambi i casi l’accesso alla finale, così come avviene l’anno seguente al suo esordio olimpico a Barcellona.

Esperienze negative dal punto di vista dei risultati, ma formative quanto a presa di contatto con i migliori specialisti del pianeta, che portano il 21enne bergamasco a vivere il passaggio del testimone da Battistelli ai Campionati Europei di Sheffield ’93, in cui il più celebrato campione fallisce la qualificazione alla finale dei 200 dorso che, viceversa, portano in dote a Merisi la sua prima medaglia, ovvero il bronzo colto con il tempo di 1’59”07, preceduto, manco a dirlo, da Selkov che si prende la rivincita su Lopez-Zubero.

Merisi – che nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo conquista 10 titoli italiani consecutivi dal 1990 al ’99 sui 100 dorso ai campionati estivi con un miglior crono di 55”69 nel ’96 ed un ulteriore titolo nel 2002, ed altrettanto fa sulla doppia distanza, con un primo successo su Battistelli nel 1991 e quindi un decennio di superiorità assoluta dal 1993 al 2002, realizzando quale miglior risultato 1’58”62 nel 1993, non sufficiente peraltro a migliorare il record dei campionati di 1’58”37 di Battistelli dell’anno precedente – è pertanto nelle speranze della federazione uno dei possibili pretendenti ad un piazzamento in finale, se non proprio al podio, in vista dei Mondiali che si svolge proprio a Roma ad inizio settembre 1994.

L’esito è però decisamente inferiore alle attese, e, nelle batterie dei 200 dorso che si svolgono il 7 settembre, Merisi è undicesimo con 2’01”88 ed ancor peggio fa Battistelli con il tempo di 2’02”58 che lo relega in 15esima posizione, e non meglio vanno le cose per il 22enne lombardo tre giorni dopo, sprofondato in batteria al 19esimo posto con il tempo di 57”42.

Ad imporsi sui 200 è Selkov nell’eccellente tempo di 1’57”42 (record dei campionati) precedendo il primatista mondiale Lopez-Zubero – capace di nuotare la distanza in 1’56”57 a novembre ’91 per un limite che resta imbattuto per quasi 8 anni –, con lo spagnolo a far suo il titolo sui 100 dorso in 55”17, anch’esso record dei campionati, con cui ha la meglio sull’americano Jeff Rouse, primatista mondiale con 53”86 realizzati ai Giochi di Barcellona.

La caratteristica che distingue i campioni è quella di sapersi riscattare dalle delusioni, ed in questo Merisi tempra ne ha da vendere, visto che all’età in cui Battistelli aveva iniziato la propria parabola discendente, lui inizia a dare il meglio di sé, anche se l’esito dei Campionati Europei di Vienna ’95 non è del tutto confortante, sesto nella finale dei 200 dorso in cui Selkov conferma il titolo di Sheffield, ma quantomeno contribuisce, inserito in terza frazione, al bronzo della staffetta 4x200sl.

Nella carriera di ogni atleta c’è sempre l’anno della svolta, e per il 24enne bergamasco questo coincide, per sua fortuna, con le Olimpiadi di Atlanta ’96 a cui si iscrive su entrambe le distanze del dorso, avendo fatto registrare i rispettivi tempi di 55”69 ed 1’58”99 in occasione dei Campionati Italiani, ma soprattutto presentandosi nella capitale della Georgia con il miglior tempo dell’anno di 1’57”70 sui 200 dorso ottenuto a marzo, un primato nazionale destinato a resistere per 13 anni, sino all’epoca dei cosiddetti “costumi gommati“.

Dall’altra parte dell’Oceano, in occasione dei Trials Usa di Indianapolis – disputati tuttavia ad inizio marzo ’96 e quindi non del tutto indicativi dello stato di forma dei selezionati –, ad ottenere il pass olimpico sono Tripp Schwenk e Jeff Rouse sui 100 (54”94 e 55”15 i relativi tempi), mentre Brad Bridgewater e lo stesso Schwenk si qualificano sulla doppia distanza, ma con tempi di 1’59”16 ed 1’59”42 superiori rispetto a quanto nuotato dall’azzurro.

Merisi che, pertanto, si appresta a svolgere un ruolo da protagonista ai Giochi, avendo anche il favore di disputare inizialmente i 100 dorso, così da rompere l’emozione e la tensione che attanaglia per un appuntamento olimpico, gara in cui sono previste al 23 luglio 1996 sia le batterie che la finale nell’impianto del Georgia Tech Aquatic Center di Atlanta.

E, se avesse bisogno di un’iniezione di fiducia, risposta migliore il dorsista lombardo non può davvero riceverla, visto che centra l’accesso alla finale con l’ultimo tempo utile di 55”82, ma che esclude per soli 0”05 centesimi dall’atto conclusivo nientemeno che Selkov, per poi migliorarsi al pomeriggio stabilendo in 55”53 il nuovo record italiano che gli vale la sesta posizione e rappresenta tuttora il miglior piazzamento di un nuotatore azzurro in questa gara alle Olimpiadi.

Il fatto che Merisi si sia potuto allenare al meglio durante l’intera stagione ed il positivo riscontro cronometrico della gara dei 100 metri, fa sì che nell’ambiente si crei l’aspettativa di veder finalmente cadere il tabù di una medaglia d’oro olimpica ancora mancante alle italiche latitudini, ferme sempre allo straordinario argento di Novella Calligaris sui 400sl ai Giochi di Monaco 1972, mentre nel settore maschile non si è andati oltre, appunto, i bronzi di Battistelli sui 400 misti a Seul ’88 e sui 200 dorso a Barcellona ’92, dove sale sul gradino più basso del podio anche Luca Sacchi sui 400 misti.

L’appuntamento con la storia è fissato tre giorni dopo, il 26 luglio 1996, ancora con le batterie al mattino e finale al pomeriggio – le semifinali verranno introdotte dall’edizione successiva –, e Merisi nuota bene ma non benissimo, tanto che ottiene il quarto miglior tempo senza riuscire a scendere sotto i 2’ netti (2’00”01), preceduto anche dal compagno Mirko Mazzari, da lui regolarmente sconfitto agli Assoluti, mentre ad essere clamorosamente eliminati sono Selkov ed il tedesco Ralf Braun (nono e 12esimo tempo), che si erano presentati ad Atlanta con il secondo e terzo miglior tempo dell’anno, subito dietro l’azzurro.

I migliori tempi, che consentono loro di occupare le due corsie centrali al pomeriggio, sono dei due americani Bridgewater e Schwenk (1’59”04 e 1’59”58 in batteria), con Mazzari a posizionarsi in terza alla destra del primo e Merisi in sesta alla sinistra del secondo, mentre il campione e primatista mondiale in carica Lopez-Zubero si piazza sui blocchi in settima corsia.

Con sulle spalle tutta la pressione possibile, Merisi fa la gara su Schwenk che gli nuota a fianco, mentre a fare l’andatura a centro vasca è Bridgewater – che l’anno precedente si era imposto in 2’00”79 ai Giochi Panamericani di Mar del Plata, in Argentina – il quale pone fra sé ed i resto dei finalisti un margine che non viene più colmato, andando a toccare vittorioso in 1’58”54 mentre l’azzurro perde di misura (1’58”99 ad 1’59”18) la sfida con Schwenk per l’argento e Lopez-Zubero conclude non meglio che sesto in 2’00”74.

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Il podio dei 200 dorso ad Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Ricapitolando, lo spagnolo si è dimostrato l’ombra del campione ammirato a Barcellona ’92 e Roma ’94, Selkov è uscito in batteria e per Merisi si stava profilando un’occasione più unica che rara, ed invece, ad approfittare di tutto questo stato di cose è il 23enne di Charleston che, come si dice in questi casi, si trova al posto giusto al momento giusto.

Certe circostanze favorevoli non vanno fatte sfuggire, forse la troppa pressione non ha giovato al nuotatore lombardo, mentre in federazione non ci si rammarica più di tanto avendo comunque l’Italia centrato l’accesso a ben 11 finali con undici nuotatori (comprese le staffette) sui 14 che si erano guadagnati il viaggio negli Usa, e non si può certo darle torto, visto che ad Atlanta ’96 è stato gettato il seme i cui frutti verranno raccolti a quattro anni di distanza.

In ogni caso, Merisi non ha fatto che eguagliare quanto sinora erano stati capaci di fare solo Battistelli e Sacchi in campo maschile, e va a suo indubbio merito la voglia di rivincita negli anni a venire, a cominciare dai Campionati Europei di Siviglia ’97 dove ottiene il suo miglior piazzamento in carriera sui 100 dorso, quarto in 56”09 (a soli 0”12 centesimi dal bronzo di Selkov) nella gara che vede Lopez-Zubero dare l’addio alle gare concludendo con l’ennesimo oro la sua straordinaria attività agonistica, per poi infilarsi tra Selkov e Braun per conquistare l’argento (1’59”21 a 1’59”63 contro l’1’59”91 del tedesco) sulla doppia distanza, in una finale in cui fa la sua ultima apparizione lo stesso Battistelli, che conclude sesto in 2’01”75.

E’ mancato l’acuto, al nuotatore di Treviglio – quello che fa la differenza tra una buona ed un’ottima carriera –, ma sicuramente non lo spirito agonistico e la voglia di affermarsi, come dimostra anche il successivo gennaio 1998 ai Mondiali di Perth, dove gli Stati Uniti propongono il nome nuovo nella veste di Lenny Krayzelburg – oro su entrambe le distanze con 55”00 ed 1’58”84 rispettivamente –, mentre l’azzurro continua ad accumulare crediti con la buona sorte, ancora quarto sui 200 per soli 0”20 centesimi (1’59”39 ad 1’59”59) rispetto al canadese Mark Versfeld – l’argento è di Braun in 1’59”23 ,– con in più la quanto mai amara soddisfazione di essersi messo alle spalle proprio Bridgewater.

Resta un ultimo traguardo nella mente di Merisi, ovvero le Olimpiadi di Sydney 2000, pur se all’epoca avrà oramai 28 anni, appuntamento al quale peraltro si prepara scrupolosamente avendo nel frattempo modo di cogliere altri due allori europei sui 200 dorso, con il bronzo ad Istanbul ’99 in 2’00”50 nella finale vinta da Braun in 1’59”74 sul 23enne croato Gordan Kozulj, argento anche sulla più breve distanza, cui segue un argento l’anno seguente ad Helsinki 2000, preceduto (1’58”62 a 2’00”02) proprio dal croato.

Non essere peraltro riuscito, in entrambe le circostanze, a scendere sotto i 2’ netti, non permette di nutrire soverchie speranze in vista della trasferta australiana per i Giochi di Fine Millennio di Sydney 2000, dove però ha la possibilità di sfruttare un ambiente quanto mai euforico per l’oro finalmente conquistato da Domenico Fioravanti il 17 settembre sui 100 rana dopo l’argento di Massimiliano Rosolino sui 400sl del giorno precedente.

Ecco quindi che il 20 settembre, giorno in cui si disputano batterie e semifinali dei 200 dorso, l’azzurro fa registrare 1’59”92 in batteria per poi migliorarsi sino ad 1’59”78 per conquistare l’accesso alla sua seconda finale olimpica consecutiva, giornata che si conclude in gloria per i colori azzurri grazie al bis di Fioravanti sui 200 rana.

In questo stato di grazia collettivo, Merisi stampa all’indomani un 1’59”01 che rappresenta il suo miglior tempo in carriera in una finale di una grande manifestazione internazionale, anche se buono solo per un quinto posto (tanto per cambiare, ad un solo centesimo dall’islandese Orn Arnarson), mentre l’oro va a Krayzelburg che precede (1’56”76 ad 1’57”35) il connazionale Aaron Peirsol, destinato a dominare la scena della specialità nel successivo decennio.

Per il portacolori italiano – che conquista la finale dei 200 dorso anche ai Mondiali di Fukuoka ’01 (settimo in 1’59”83) e la sua sesta consecutiva alla rassegna continentale di Berlino 2002 (quarto in 1’59”17) per poi ritirarsi dopo un’anonima partecipazione alle Olimpiadi di Atene 2004 – la conferma di quanto l’aspetto psicologico possa risultare determinante per ottenere i massimi risultati, anche se non sono certo in molti i nuotatori italiani che possono vantare di aver preso parte – a livello individuale – a tre finali olimpiche (con un bronzo, un quinto ed un sesto posto), due iridate (con un quarto ed un settimo posto) e ben 9 europee, dove ha raccolto due argenti, altrettanti bronzi, così come due quarti, un sesto e due settimi posti.

Certo però, che il ricordo di quella finale di Atlanta brucia ancora

 

KATALIN SZOKE, LA NUOTATRICE PREDESTINATA VISSUTA TRA LE ATROCITA’ DEI REGIMI DITTATORIALI

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La leggendaria ungherese Katalin Szoke – da index.hu

articolo di Giovanni Manenti

Il nuoto è uno sport dove ad eccellere sono, per prassi oramai ampiamente consolidata, i rappresentanti di Stati Uniti ed Australia – ancorché i primi vantino un vantaggio in termini di medaglie vinte tale da non poter essere raggiunti –, ma, alle loro spalle, depurato il computo totale dai successi quanto mai pieni di sospetti delle walchirie della ex-Germania Est, troviamo, non sappiamo quanto a sorpresa per chi non è appassionato della disciplina, una nazione come l’Ungheria che conta meno di 10milioni di abitanti.

E, del resto, ancorché si parli di un’epoca quanto mai pionieristica, proprio un ungherese, tal Alfred Hajos, è il primo nuotatore ad essersi aggiudicato un oro olimpico, imponendosi sui m.100sl ai Giochi inaugurali di Atene 1896, ed è ancora un rappresentante dell’allora Impero austro-ungarico il primo multi-medagliato della storia.

Costui è Zoltan Halmay che – compresa l’edizione intermedia di Atene 1906, pur non riconosciuta ufficialmente dal CIO – partecipa a quattro rassegne da Parigi 1900 a Londra 1908, mettendosi al collo ben 9 metalli (3 ori, 5 argenti ed un bronzo) nella sua veste di specialista dello stile libero, ancorché su alcune distanze poi cancellate dal programma olimpico.

E, altrettanto non a caso, è proprio a Budapest che si svolge, dal 18 al 22 agosto 1926, la prima edizione dei Campionati Europei di nuoto, capitale magiara che poi avrà in altre tre occasioni l’onore di ospitare la principale manifestazione continentale, al pari dei Mondiali nel 2017.

Ma, fatta tale premessa, l’esplosione del nuoto ungherese è datata fine anni ’80, allorché, tra gli altri, in campo maschile emergono fuoriclasse quali il mistista Tamas Darnyi – imbattuto sui m.200 e 400 misti in due edizioni dei Giochi, altrettante dei Mondiali ed in quattro Europei – ed il polivalente Laszlo Cseh (con la sola sfortuna di essere coetaneo dei fenomeni Usa Michael Phelps e Ryan Lochte), mentre nel settore femminile brillano le stelle della “divina” Krisztina Egerszegi – cinque ori olimpici e due mondiali, oltre ad otto continentali – e dell’attuale “Super Woman” Katinka Hosszù, capace di aggiudicarsi tre ori ai Giochi di Rio de Janeiro ed aver collezionato 9 titoli iridarti sui misti, facendo doppietta (m.200 e 400) nelle ultime quattro edizioni.

C’è però un ulteriore periodo di gloria per il nuoto magiaro, poco conosciuto o meglio poco ricordato, per risalire al quale occorre riavvolgere il nastro della storia di circa 70 anni, riportandoci agli anni ’50 e, in particolare, al biennio 1952-’54, in cui hanno luogo dapprima le Olimpiadi di Helsinki ’52 e, successivamente, gli Europei di Torino ’54.

In un’epoca in cui i programmi sono ridotti all’osso – 6 gare maschili e 5 femminili ai Giochi, appena una in più agli Europei in quanto inclusa la prova a delfino, non contemplata in sede olimpica –, a fare scalpore è soprattutto la prestazione delle ragazze ungheresi, che alle Olimpiadi finlandesi conquistano la bellezza di 7 delle 13 medaglie in palio, affermandosi nei m.100, 400 e staffetta 4x100sl, oltre che sui m.200 rana, lasciando alla sola sudafricana Joan Harrison l’onore di salire sul gradino più alto del podio sui m.100 dorso.

E, due anni dopo, nel capoluogo piemontese, tocca anche ai maschi (a secco di allori ai Giochi) portare il loro contributo, con la formazione magiara a dominare il medagliere con ben 17 suoi rappresentanti a salire sul podio per ricevere 8 ori (5 in campo maschile e 3 in quello femminile), 6 argenti e 3 bronzi.

Ma, delle 10 medaglie d’oro conquistate a livello femminile tra le due rassegne, vi è una nuotatrice che da sola se ne mette al collo quattro ed è la protagonista della nostra storia odierna, ed il cui percorso agonistico è pressoché già scritto sin dalla nascita, vista la discendenza familiare.

Katalin Szoke vede difatti la luce il 17 agosto 1935 a Budapest, figlia di Marton Homonnai, stella della pallanuoto ungherese per quello che, a tutti gli effetti, è – assieme alla scherma – una sorta di sport nazionale del paese, come dimostrano le 15 medaglie olimpiche (9 ori, tre argenti ed altrettanti bronzi) conquistate, un bottino al quale il padre di Katalin ha dato il suo più che valido contributo.

Egli è infatti appena 18enne allorché partecipa – assieme al fratello Lajos – alle Olimpiadi di Parigi 1924, concluse al quinto posto, per poi far parte della squadra che si aggiudica l’argento quattro anni dopo ad Amsterdam ’28 e trionfa ai Giochi di Los Angeles 1932 e Berlino ’36.

Non possono pertanto esservi soverchi dubbi su quale strada debba prendere la piccola Katalin, che viene avviata dalla madre alla pratica natatoria sin dall’età di appena sei mesi – tanto da essere in seguito soprannominata “Kati, la prima bambina nuotatrice professionista al mondo” – e, in ogni caso, già a due anni è in grado di tenersi a galla da sola.

In una famiglia, quindi, dove la piscina è una specie di seconda casa, Katalin è affidata alle cure dei celebri tecnici Imre Sarosi (che la allena dai 9 agli 11 anni) e quindi Stefen Hunyadfi per il resto della carriera, i quali non fanno che affinare le innate qualità della ragazza, tanto che già 13enne si impone come una delle migliori stileliberiste del suo paese.

Ma, nel frattempo, un evento drammatico ha sconvolto la famiglia dei Katalin, ovvero la condanna del padre alla pena di morte (in contumacia) per crimini di guerra, avendo egli, di professione poliziotto, aderito al “Partito delle Croci Frecciate“, di stampo filonazista ed antisemita, che ha governato il paese da metà ottobre 1944 sino al gennaio 1945 e, sia pur in un limitato arco temporale, si è reso colpevole della deportazione di decine di migliaia di ebrei verso i campi di sterminio.

Homonnai riesce a scampare alla cattura, rifugiandosi dapprima in Germania per poi emigrare in Sudamerica, ripiegando in Argentina, dove muore a 63 anni per cause naturali a Buenos Aires, ed è questa la ragione affinché, onde evitare pericolosi raffronti con il padre, Katalin assume il cognome della madre, Szoke, con cui diviene famosa a livello internazionale.

Questioni familiari a parte, Katalin è giudicata troppo giovane per partecipare ai Campionati Europei di Vienna 1950, così che il suo debutto in una grande manifestazione internazionale avviene in occasione delle Olimpiadi di Helsinki 1952, in cui è iscritta sui m.100sl, oltre che quale componente della staffetta 4x100sl.

E’ un periodo di relativa stasi della specialità, basti pensare che il record mondiale appartiene sempre all’olandese Willy den Ouden – di cui abbiamo già trattato – con il suo 1’04”6 stabilito a fine febbraio 1936 e destinato a durare per altri quattro anni sino a che a batterlo sarà la leggendaria australiana Dawn Fraser, ed anche al di là dell’Oceano non si intravede ancora chi sia capace di ripetere le gesta di Helene Madison, anch’essa già oggetto di nostra attenzione.

Di sicuro, vanno annoverate tra le pretendenti al podio le ragazze olandesi che, eredi della citata den Ouden, si presentano nella capitale finlandese con un terzetto di prim’ordine composto da Irma Heijting (oro europeo a Vienna sui m.100 e 4x100sl e già sesta quattro anni prima a Londra ‘48), Hannie Termeulen (argento europeo a Montecarlo 1947 sui m.100 e4x100sl ed oro a Vienna con la 4x100sl) e Koosje van Voorn, mentre desta curiosità la presenza della 17enne americana Jody Alderson al pari della sudafricana Joan Harrison, reduce dal bronzo sulle 100yd e dall’oro sulle 400yd ai “British Empire Games” svoltisi ad Auckland nel 1950.

Senza, pertanto, una favorita netta, tutte le migliori si qualificano per le semifinali che si svolgono il 27 luglio 1952 e che risultano fatali alla campionessa olimpica in carica, ovvero la danese Greta Andersen, la quale conclude non meglio che sesta in 1’08”2 la seconda serie, così come falliscono l’accesso all’atto conclusivo sia l’olandese van Voorn che la terza ungherese Ilona Novak, al pari dell’americana Judy Roberts.

Emergono, viceversa – ancorché con tempi non esaltanti, rispetto altresì all’1’06”3 con cui la Andersen si era imposta ai Giochi di Londra 1948 – la Alderson, vincitrice della prima semifinale con 1’06”6 precedendo la Heijting, e la Harrison, che si impone nella seconda in 1’07”2 davanti alla Szoke, accreditata dello stesso tempo.

Difficile quindi pronosticare quale, delle otto finaliste che si dispongono sui blocchi di partenza alle ore 17:00 del 28 luglio 1952, possa poi salire sul gradino più alto del podio, e l’andamento della gara lo dimostra, risultando una delle più avvincenti nella storia della specialità, ancorché nuotata non a ritmi di eccellenza.

Delle due ungheresi ancora in competizione, la più accreditata sembrerebbe la 22enne Judit Temes, che in batteria ha nuotato in 1’05”5 che rappresenta il nuovo record olimpico, ancorché poi non confermatasi in semifinale, essendosi qualificata con l’ultimo tempo di 1’07”4, e comunque è lei a menare la danza alla virata per poi restare in testa sino a 10 metri dall’arrivo.

Qui è raggiunta da una schiera di avversarie, con la prima a superarla essere la Harrison, solo per vedersi anch’essa sopravanzare nelle bracciate conclusive sia dall’olandese Termeulen (argento con 1’07”0) che dalla non ancora 17enne Szoke che, quasi senza accorgersene, cala dal cilindro il tocco vincente, unica a scendere sotto l’1’07”, venendo cronometrata in 1’06”8, mentre l’assegnazione del bronzo, con tre atlete a concludere in 1’07”1, vede i giudici premiare la Temes rispetto alla Harrison ed alla Alderson, con la Hejting a confermare il piazzamento di Londra, ancora sesta in 1’07”3.

Sulla scorta dell’ordine d’arrivo della gara individuale, è logico attendersi una sfida tra i quartetti ungherese ed olandese in occasione della staffetta 4x100sl, tanto più che, da una parte, queste ultime sono le campionesse europee in carica ma, dall’altra, le magiare a fine aprile ’52 hanno migliorato con 4’27”2 il primato mondiale appartenente alla Danimarca e risalente ad agosto 1938.

Scarso credito viene attribuito alla formazione Usa, ancorché la stessa si faccia preferire in batteria, siglando con 4’28”1 il record olimpico precedendo il quartetto olandese, nel mentre le ungheresi, con Maria Littomeritzky in luogo della Temes, si impongono nella prima serie in un 4’32”5 di tutta tranquillità.

Completamente diverso l’andamento della finale che prende il via alle 17:00 dell’1 agosto 1952, con la staffetta magiara – che oltre alle due medagliate della prova individuale comprende anche le sorelle Ilona ed Eva Novak – a prendere un iniziale vantaggio sulle olandesi al primo cambio (1’07”8 di Ilona rispetto all’1’08”1 di Marie-Louise Linssen-Vaessen), per poi toccare alla Temes, cui ancora scotta l’esito della finale sui m.100sl, sfogare tutta la sua rabbia con una seconda frazione da 1’05”8 che spezza la gara, consentendo poi alle compagne Eva Novak (1’05”1) e Szoke (1’05”7) di completare l’opera per un crono totale di 4’24”4 che toglie quasi 3” al loro recente primato assoluto, con il podio completato da Olanda e Stati Uniti, che concludono a rispettosa distanza, in 4’29”0 e 4’30”1 rispettivamente.

Il ridotto programma natatorio dell’epoca con ogni probabilità priva la Szoke di una terza medaglia d’oro, visto il successo di Eva Szekely nella rana, previsione confortata dal fatto che la staffetta mista ungherese stabilisce il 24 luglio 1953 il record mondiale con il tempo di 5’10”8, migliorato il successivo 10 agosto in 5’09”2 per poi scendere sino a 5’07”8 il 3 agosto 1954, ad un mese dagli Europei di di Torino, con la Temes ad aprire con la frazione a dorso e la Szoke a concludere a stile libero. 

E sono loro due i punti di forza della formazione femminile ungherese nel capoluogo piemontese, con la 19enne Katalin nel frattempo convolata a nozze con Kalman Markovits, manco a dirlo componente della Nazionale di pallanuoto confermatasi oro nel torneo olimpico di Helsinki 1952 – titolo bissato quattro anni dopo a Melbourne ’56 per poi far parte anche della squadra bronzo ai Giochi di Roma 1960 –, ancorché il matrimonio sia di breve durata, sfociando ben presto nel divorzio.

A Torino, comunque, la superiorità della Szoke è evidente, facendo suo il titolo europeo sui m.100sl con il tempo di 1’05”8, con la Temes a doversi accontentare dell’argento precedendo (1’06”7 a 1’07”3) l’olandese Geertje Wielema, per poi rinnovare la sfida tra i due quartetti in occasione della finale della staffetta 4x100sl.

Con una formazione già medagliata – alle due protagoniste dei m.100 si aggiungono Agata Sebo e Valeria Gyenge, rispettivamente prima e seconda sui m.400sl –, è evidente che per le avversarie vi siano poche speranze e, difatti, pur senza spremersi al massimo a livello cronometrico, le ungheresi si impongono con buon margine (4’30”6 a 4’33”2) sulle tradizionali avversarie, con la Germania a completare il podio in 4’37”2.

Le già descritte vicende familiari condizionano il successivo biennio della Szoke, la quale fornisce peraltro il suo contributo affinché, nuotando l’ultima frazione a stile libero, l’Ungheria si riprenda il primato mondiale della staffetta 4x100mista che le era stato tolto dapprima dalla Francia e quindi dall’immancabile Olanda, divenendo il primo quartetto ad infrangere il “muro dei 5’ netti“, dato che ferma i cronometri sui 4’57”8 il 3 settembre 1955 a Budapest.

Le Olimpiadi di Melbourne ’56 rappresentano l’ultima esibizione internazionale di una Szoke oramai non più in grado di gareggiare ai massimi livelli, come dimostra il fatto di non riuscire a superare le batterie dei m.100sl, prima delle escluse dalle semifinali in 1’08”0, per poi nuotare in 1’07”8 l’ultima frazione della staffetta 4x100sl che il quartetto magiaro conclude in settima posizione, in una rassegna che celebra il trionfo degli atleti di casa, con 8 medaglie d’oro e l’emergere di due leggende assolute della disciplina, Murray Rose in campo maschile e Dawn Fraser in quello femminile.

Ma l’oramai 21enne Katalin è costretta a conoscere “l’altra faccia della medaglia” dei regimi dittatoriali, poiché – così come la sua famiglia era stata sconvolta dal comportamento del padre filonazista – ora tocca a lei vivere in prima persona le atrocità consumate dai sovietici nel suo paese per sedare la “rivoluzione d’ottobre” scoppiata a Budapest.

Ed è così che, a Giochi conclusi – ricordiamo che, stante la collocazione di Melbourne nell’emisfero australe, le Olimpiadi si erano svolte dal 22 novembre all’8 dicembre 1956 –, la Szoke, assieme ad altri 42 componenti la spedizione magiara in Australia, chiede asilo politico agli Stati Uniti, solo che, risultando completa la quota di immigrazione all’epoca in vigore negli Usa, è costretta a restare confinata proprio nel paese oceanico.

Buon per lei e gli altri che, nel clima di “Guerra fredda” allora vigente tra le due superpotenze, una tale situazione viene alle orecchie degli inviati del settimanale newyorkese “Sports Illustrated, i quali narrano la vicenda così che la stessa giunge a conoscenza del Presidente Eisenhower, che firma in prima persona il permesso di immigrazione negli Stati Uniti.

Tale circostanza consente alla giovane ungherese di vivere la terza parte della propria esistenza, fuori dallo sport ma non per questo meno gratificante, poiché si stabilisce a Los Angeles con il compagno Arpad Domyan che sposa nel 1961 ed a cui dona un figlio, Bryan, nato nel 1971, ed ha altresì l’opportunità di realizzare il classico “Sogno americano“.

Assieme al marito, difatti, costituisce una società immobiliare di successo inserendosi appieno nella comunità della parte occidentale di Los Angeles, tanto da far parte di numerose associazioni di beneficenza locali e godersi una vita agiata. Ma se la Szoke si è disinteressata del nuoto, quest’ultimo ne se è dimenticato dell’ex-campionessa olimpica.

Nel 1985, infatti, Katalin Szoke viene introdotta nella prestigiosa International Swimming Hall of Fame e, cosa che rende ancor più onore a quel periodo di gloria del nuoto magiaro, il quartetto oro ad Helsinki 1952 viene insignito del titolo di “Staffetta del Secolo“.

Un giusto riconoscimento ad una ragazza che ha conosciuto la gloria sportiva al pari dei drammi dei regimi dittatoriale e che ha potuto vivere in pace il resto della propria esistenza, conclusasi serenamente il 27 ottobre 2017 a Los Angeles, all’età di 82 anni.

 

ALEXANDRE DESPATIE, IL TUFFATORE CAPACE DI RIVALEGGIARE COI CINESI AD INIZIO ANNI 2000

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Alexandre Despatie – da olympic.ca

articolo di Giovanni Manenti

Nello sport i numeri – pur con la riserva di una loro corretta interpretazione – sono quasi sempre sinonimo di una realtà di fatto circa l’andamento di una singola disciplina o specialità, ed è quello che traspare in termini quanto mai evidenti qualora si vada ad analizzare la pratica dei tuffi.

Disciplina quest’ultima che – a livello olimpico ed a partire dall’edizione di Anversa 1920, in quanto le prime rassegne a cinque cerchi avevano visto affermarsi due svedesi dalla piattaforma ed altrettanti tedeschi dal trampolino – per quanto riguarda il settore maschile era un terreno di caccia pressoché esclusivo dei rappresentanti degli Stati Uniti, interrotto solo dal nostro Klaus Dibiasi per quel che concerne la maggiore altezza e da un paio di sovietici dai tre metri, il tutto sino a che…

… sino a che non fanno il loro ingresso nel panorama internazionale i fuoriclasse cinesi, i quali – conclusa l’epoca del leggendario Greg Louganis – fanno incetta di medaglie, aggiudicandosi cinque delle ultime sei medaglie d’oro dal trampolino e quattro delle ultime sette dalla piattaforma, tralasciando i tuffi a coppia “sincronizzati” (introdotti dall’edizione di Sydney 2000), dove il loro dominio è assoluto, con sinora 7 ori conquistati sui 10 a disposizione.

Una superiorità che emerge ancor più vistosa a livello iridato – sia per la periodicità biennale anziché quadriennale della rassegna, che per il maggior numero di specialità in calendario, essendo compresi anche i tuffi dal trampolino di un metro ed il sincronizzato misto – e certificata dall’impressionante medagliere complessivo (comprensivo di entrambi i settori, maschile e femminile) che recita di 175 medaglie totali, di cui ben 95 d’oro, rispetto alle sole 50 della Russia e alle 46 degli Usa, entrambe con appena 13 titoli a loro favore.

Ed il tutto con la Cina a partecipare per la prima volta ai Mondiali dall’edizione di Madrid 1986, circostanza che determina il fatto che quasi tutti i successi Usa si siano verificati nelle prime quattro rassegne iridate, a testimoniare altresì quanto sia difficile per qualsiasi altro esponente di nazioni diverse da quella asiatica anche solo trovare spazio sul podio.

In questo scenario, a sostituirsi in campo maschile agli specialisti Usa – che non hanno più vinto un titolo iridato dalla piattaforma dall’affermazione di Gerg Louganis nel 1986 e dal trampolino dalla successiva edizione di Perth ’91 grazie a Kent Ferguson, mentre a livello olimpico solo Mark Lenzi a Barcellona ’92 dal trampolino e David Boudia dalla piattaforma a Londra 2012 sono riusciti a salire sul gradino più alto del podio – c’è, ad inizio del corrente secolo, il protagonista della nostra storia odierna, vale a dire un “vicino nordamericano“, in quanto di nazionalità canadese.

Canada che, per quanto attiene ai Giochi, aveva sino alla fine del secolo scorso ottenuto un solo oro grazie alla tuffatrice Sylvie Bernier, affermatasi dal trampolino in occasione delle Olimpiadi “dimezzate” di Los Angeles ’84, senza viceversa poter vantare alcun titolo iridato.

Ecco, quindi, che fa un certo stupore l’apparire sulla scena internazionale di un esponente del “paese della foglia d’acero“, che porta il nome di Alexandre Despatie, il quale nasce l’8 giugno 1985 a Montreal e che vede la sua predisposizione per i tuffi svilupparsi sin da bambino, quando ad appena 5 anni fa pratica nella piscina di casa.

Non passano molti anni prima che il giovane canadese, appena 13enne, faccia il suo ingresso a livello internazionale, aggiudicandosi la medaglia d’oro dalla piattaforma ai “Commonwealth Games” che si svolgono a settembre 1998 a Kuala Lumpur, in Malesia, precedendo (652,11 punti contro 605,11) il più esperto 19enne australiano Newbery, nel mentre conclude non meglio che decimo dal trampolino, specialità che diviene, in seguito, il suo cavallo di battaglia.

Trascorrono due anni ed ecco il 15enne Alexandre presentarsi all’esordio olimpico in occasione dei “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000, rassegna in cui è iscritto solo dalla piattaforma, assieme al connazionale Christopher Kalec, di cinque anni più anziano.

L’esordio avviene al mattino del 29 settembre 2000 presso il “Sydney International Aquatic Centre” nei 6 tuffi preliminari, necessari per ridurre i 42 iscritti ai 18 ammessi alle semifinali del pomeriggio, ed il 15enne canadese debutta con due eccellenti esecuzioni, per poi essere penalizzato da un’incertezza nella quinta esibizione, così da concludere in ottava posizione con 436,86 punti, nel mentre il 19enne cinese Tian Lang – argento nella specialità due anni prima ai Mondiali di Perth ’98 – prende già il volo, unico ad aver superato quota 500 punti.

Al pomeriggio le cose vanno meglio, senza sbavatura alcuna, il che consente al canadese di recuperare due posizioni (sesto con 625,14 punti), con la sfida per l’oro ad essere una sfida in famiglia tra Tian ed il connazionale Hu Jia, con quest’ultimo a partire favorito all’indomani nei 6 tuffi di finale, poiché al loro punteggio viene sommato quello del secondo turno, scartando quindi quello ottenuto nel preliminare.

Una regola che favorisce anche Despatie, il quale si mantiene su di un livello medio/alto di esecuzioni – la prova meno apprezzata, la quarta, è pur sempre giudicata con due 7,0, quattro 6,5 ed un 6,0 –, per un totale di 652,35 punti (curiosamente pressoché identico a quello ottenuto due anni prima a Kuala Lumpur), tale da porlo ai margini del podio, preceduto dal campione olimpico in carica, il russo Dmitri Sautin, che conclude a quota 679,26, mentre il duello tra connazionali vede Tian riprendersi il primo posto, aggiudicandosi l’oro (724,53 punti contro 713,55) davanti a Hu.

Dopo il buon esordio olimpico, il 2001 rappresenta la stagione del salto di qualità per il 16enne Despatie, il quale si presenta con rinnovate ambizioni ai Mondiali che si svolgono a Fukuoka, in Giappone, a fine luglio e dove replica una deludente prestazione dal trampolino, dove conclude all’undicesimo posto, per poi dare il meglio di sé dalla piattaforma.

Presentatosi ai tuffi di finale in quarta posizione con 186,48 punti – preceduto da Hu con 192,45. dall’australiano Matthew Helm con 191,16, e da Tian con 188,22 –, Despatie approfitta di un’incertezza di Helm per scalare di una posizione già all’esordio, mentre un’esecuzione da manuale manda Tian al comando della gara.

Hu, dopo due buone esibizioni, si autoelimina fallendo clamorosamente il terzo e quarto tuffo a sua disposizione – conclude non meglio che sesto con 604,59 punti – mentre Despatie, che dopo la prima serie era terzo a 7,50 punti di distacco dal campione olimpico, lo sopravanza al secondo tuffo (premiato con 90,30 rispetto all’81,00 del cinese), per poi addirittura allungare nelle due serie successive, così che, a due tuffi dal termine, la classifica provvisoria lo vede in testa con 520,95 punti, seguito da Tian con 508,53 e da Helm con 494,79.

Oltre che tecnica, la grande forza degli asiatici è soprattutto mentale e così, mentre il canadese si fa prendere dall’emozione con una leggera, ma penalizzante sbavatura al quinto tuffo, Tian ne approfitta per riguadagnare la prima posizione (594,93 a 585,27), nel mentre si infiamma anche la lotta per il bronzo, con Helm scavalcato (584,94 a 578,43) dal cubano José Antonio Guerra Oliva che ora insidia addirittura l’argento di Despatie.

Essersi ritrovato ad un passo dal clamoroso trionfo ed ora rischiare addirittura il podio consente a Despatie di recuperare la giusta concentrazione per un ultimo tuffo in sicurezza, la cui valutazione di 85,68 è sufficiente per garantirgli la seconda moneta rintuzzando per soli 0,72 centesimi di punto (670,95 a 670,23) l’attacco di Helm che si riappropria del bronzo, mentre “mr.nervi d’acciaio” mette tutti d’accordo con l’eccellente esecuzione del suo ultimo tentativo (valutato 93,84, punteggio più alto della serie conclusiva), per andare a far suo il titolo iridato con 688,77 punti.

Per il canadese, quella che può essere una delusione per l’oro sfuggito è largamente compensata dalla consapevolezza di poter oramai gareggiare da pari a pari con i migliori al mondo, motivazione ideale per preparare il triennio di gloria costituito dagli appuntamenti mondiali di Barcellona 2003 e Montreal 2004, intervallati dalle Olimpiadi di Atene 2004.

Rassegne alle quali Despatie si presenta dopo aver fatto incetta di medaglie ai “Commonwealth Games” di Manchester 2002, dove si aggiudica l’oro sia nel trampolino da un metro che da tre metri ed il bronzo dalla piattaforma.

La prima prova in programma nel capoluogo catalano è quella del trampolino da tre metri e l’oramai maggiorenne canadese, pur migliorandosi rispetto alle precedenti esibizioni, non va oltre il sesto posto pur superando quota 700 punti (che nei tuffi rappresenta l’eccellenza) totalizzandone 704,85 in una gara dove gli specialisti russi hanno, una volta tanto, la meglio sui cinesi, con il successo ad arridere ad Aleksandr Dobroskok che precede (788,32 a 780,84) Peng Bo, mentre il podio è completato da Sautin, campione iridato in carica.

Non iscritto al trampolino da un metro, Despatie è pronto a dare battaglia dalla piattaforma, in una sorta di rivincita dell’edizione di Fukuoka, essendo ancora presente la coppia asiatica formata da Tian ed Hu, nonché l’australiano Helm, anche se l’approccio ai sei tuffi di finale non sembra favorire il canadese.

Despatie, difatti, porta in dote dalla semifinale 191,04 punti, il peggior bottino rispetto a quello di Hu (in testa con 212,01), che è seguito da Helm e Tian con 201,54 e 199,59 rispettivamente, con le gerarchie a restare sostanzialmente immutate sino all’ultima serie di tuffi, allorché la classifica vede in testa Hu con 624,27 punti davanti ad Helm con 611,10 mentre il canadese è solo riuscito a sopravanzare (609,75 a 600,18) Tian, così che l’unica sua speranza sembra essere quella di aspirare all’argento.

Con l’ordine di tuffi inverso rispetto alla posizione in graduatoria al termine della semifinale, il primo ad esibirsi è Tian, il quale piazza la consueta zampata finale con un’esecuzione magistrale (due 10,0, altrettanti 9,5 e tre 9,0) che lo porta ad un totale di 696,06, tale da far vacillare anche la possibilità di podio per Despatie che, presentatosi dall’alto dei 10 metri, risponde viceversa con altrettanta sicurezza (due 10,0, due 9,5, due 9,0 ed un 8,5 che peraltro non influisce, in quanto scartato) per un punteggio di 107,10 (grazie al coefficiente di difficoltà di 3,8) che lo porta a 716,85 punti totali.

Un risultato difficile da eguagliare per Helm che, difatti, scivola alle spalle del canadese, salvando per il rotto della cuffia il bronzo (697,74 a 696,06) dall’attacco di Tian, con la finale che si chiude con Hu, al quale comunque la prestazione del nordamericano mette pressione, che per aggiudicarsi il titolo iridato deve in ogni caso realizzare 92,59 punti, mentre ne bastano solo 73,48 per l’argento.

Ma Hu non è Tian, ed i suoi nervi improvvisamente e quanto mai inaspettatamente cedono, così che in una sfida di altissimo livello – dove nessuno dei pretendenti al podio ha mai ottenuto un punteggio inferiore al 7,0 per un proprio tuffo – si esibisce nella peggiore esecuzione della serata (un 6,5, due 6,0, tre 5,0, ed addirittura un 4,5) che, in un sol colpo, lo relega dal primo alla quarta posizione, facendo slittare i piazzamenti dei suoi avversari, con Despatie che può vantare il fatto di diventare il primo tuffatore canadese della storia a conquistare un titolo iridato. Tra i maschi però, poiché tre giorni prima, sempre dalla piattaforma, c’era riuscita la connazionale Emilie Heymans, mettendo in fila le cinesi Lao Lishi e Li Na.

Un trionfo al quale Despatie abbina, a distanza di tre settimane, una collezione di medaglie ai “Giochi Panamericani che si svolgono a Santo Domingo, dove si aggiudica tre ori – trampolino da tre metri e sincronizzato sia dal trampolino che dalla piattaforma, in coppia con Philippe Comtois –, mentre viene meno il titolo più atteso, ovvero quello dalla piattaforma, dove è solo bronzo, preceduto dal messicano Rommel Pacheco e dal brasiliano Cassius Duran.

L’esito della manifestazione induce il canadese, in vista dei Giochi di Atene 2004, ad intensificare gli allenamenti anche dal trampolino, potendo così giocare le proprie carte su due tavoli in sede olimpica, che si apre, presso lo “Olympic Aquatic Centre” della capitale greca, con la disputa della finale del sincronizzato dalla piattaforma, dove non sono previste eliminatorie, essendo ammesse le sole otto migliori coppie del ranking mondiale.

Il comportamento del duo Despatie/Comtois è onorevole, con un quinto posto conclusivo, con l’oro a non poter sfuggire a Tian, in coppia con Yang Jinghui, per poi presentarsi alla gara dal trampolino dove, oltre all’eterno Sautin, trova sulla sua strada la Cina rappresentata da Peng Bo e Wang Feng.

Nella finale che si svolge il 24 agosto 2004, è proprio il 30enne russo a partire con il vantaggio di 256,38 punti raccolti in semifinale, ancorché il margine su Peng e Despatie sia alquanto ridotto, visto che hanno accumulato 256,17 e 254,73 punti rispettivamente, e si pregusta già una serie conclusiva sul filo dei centesimi.

In realtà, la differenza a favore di Peng diviene man mano alquanto netta, poiché il cinese, dopo aver preso la testa al termine della prima rotazione (340,77 punti rispetto ai 336,63 di Despatie ed ai 336,48 di Sautin), si isola al comando dopo l’assoluta perfezione del suo secondo tuffo (cinque 10,0 e due 9,5), approfittando altresì dell’unico passaggio a vuoto del canadese in occasione del suo terzo tentativo, così da perdere provvisoriamente anche la seconda posizione a beneficio di Sautin, salvo riconquistarla proprio nell’ultima prova a sua disposizione. E così, mentre il cinese totalizza ben 787,38 punti, l’argento si gioca sul filo, con Despatie a prevalere (755,97 a 753,27) rispetto al leggendario tuffatore russo.

Potrebbe sembrare un risultato quanto mai utile per dare morale in vista della gara dalla piattaforma, dove il campione iridato di Barcellona si presenta alla serie di tuffi di finale del 28 agosto dall’alto dei suoi 209,46 punti raccolti in semifinale, sia pur con un vantaggio minimo sia su Helm che su Tian (209,34 e 209,04 rispettivamente), con Hu quarto a quota 207,30.

Talora, gli Dei dell’Olimpo prendono alcuni atleti sotto la loro protezione e, stavolta, restituiscono al 21enne Hu Jia quanto la sorte gli aveva tolto l’anno precedente in sede iridata, mentre il canadese alterna ottime prestazioni, come il terzo ed il quinto tuffo, ad altre piene di incertezze che lo fanno scivolare in classifica sino a doversi accontentare dei margini del podio, confermando il quarto posto di Sydney con 707,46 punti.

In vetta, Hu – che a due rotazioni dal termine è secondo con 548,16 punti, preceduto da Tian (550,80) e seguito da Helm (543,90) – si inventa due esecuzioni magistrali che gli valgono rispettivamente 98,94 (quattro 10,0, un 9,5 e due 9,0) e 100,98 punti (cinque 10,0 e due 9,5) per un totale di 748,08, mentre nella sfida per l’argento Helm beffa ancora (730,56 a 729,66) Tian per soli 0,90 centesimi di punto.

La delusione è tale produrre, per il canadese, l’effetto della definitiva rinuncia ad esibirsi dalla piattaforma, concentrandosi su quello che è l’appuntamento più importante della propria carriera, ovvero i Mondiali 2005 che si svolgono proprio a Montreal, sua città natale, ed in cui si iscrive alle sole prove individuali del trampolino da uno e tre metri, con ad andare per prima in scena quest’ultima il 19 luglio nel complesso del “Parc Jean Drapeau“, posto sull’Isola di Sant’Elena.

Nella piscina di casa, Despatie dà spettacolo, fornendo una prestazione mai vista sino ad allora – pur se favorito da una “contro prestazione” della coppia cinese formata da Pen ed He Chong –, tanto da presentarsi alla serie finale di tuffi con 264,18 punti rispetto ai 250,65 dell’americano Troy Dumais ed ai 246,48 di He, seguito dal campione iridato in carica Dobroskok e da Peng, con 241,17 e 229,83 rispettivamente.

Nelle ultime rotazioni, l’unico momento di incertezza nasce al secondo tuffo, allorché Dumais totalizza 92,82 punti che lo portano (430,59 a 429,96) a soli 0,63 centesimi di distacco dall’idolo di casa, il quale reagisce da par suo con un terzo tentativo che rasenta la perfezione (tre 10,0, due 9,5 ed altrettanti 9,0) per poi non conoscere più ostacoli sino al trionfo sforando addirittura quota 800, attestandosi ad 813,60 punti, con l’argento appannaggio dell’americano con 752,76 mentre la lotta per il bronzo tra i due cinesi vede He (730,77 a 721,56) prevalere su Peng, con Dobroskok mestamente scivolato in quinta posizione.

Idolo dei presenti, Despatie è ora atteso alla conferma dal trampolino da un metro, la cui finale si svolge due giorni dopo e che lo vede egualmente trionfare – pur se in una specialità con un minor numero di iscritti rispetto alle altre due specialità tradizionali – con largo margine, dall’alto dei suoi 489,69 punti, sulla coppia cinese formata da Xu Xiang e Wang, viceversa divisi (445,68 a 445,56) dall’inezia di appena 0,12 centesimi.

Despatie è così il primo – nonché sinora l’unico – tuffatore a poter vantare il titolo iridato nelle tre specialità individuali del trampolino da uno e tre metri e della piattaforma, tanto da poter essere considerato a tutti gli effetti il principale rivale dei cinesi, allenandosi, in vista del prossimo confronto previsto alla rassegna iridata di Melbourne 2007, con l’incrementare il proprio palmarès ai Commonwealth Games 2006 che si svolgono proprio nella metropoli australiana.

In tale circostanza, il canadese torna a cimentarsi anche dalla piattaforma, raccogliendo il bronzo nella gara vinta da Helm, continuando a dimostrarsi imbattibile dal trampolino, dove fa suoi gli ori sia da uno che da tre metri (con 853,50 e 941,60 punti rispettivamente), come pure nel sincronizzato, in coppia con Arturo Miranda.

Considerata la posizione geografica nell’emisfero australe, i Mondiali di Melbourne si disputano a marzo 2007 e l’esordio è incoraggiante per l’oramai 22enne canadese che, in coppia con Miranda, coglie un significativo argento nel sincronizzato dal trampolino, ancorché a debita distanza (458,76 a 418,92) dalla coppia cinese formata da Qin Kai e Wang.

Uno dei problemi nel contrastare gli asiatici è la loro possibilità di operare un ricambio continuo, tant’è che in Australia ad emergere è il 21enne Qin, il quale si impone anche nella gara individuale dal trampolino da tre metri, in cui Despatie paga una prestazione non ottimale in semifinale, così che nella serie conclusiva, che si svolge il 23 marzo 2007, si ritrova settimo dopo la prima rotazione, dimostrando peraltro una notevole saldezza di nervi che lo porta, dopo il suo terzo tuffo, al terzo posto ed addirittura secondo al successivo tentativo, accarezzando anche un insperabile sogno di bis iridato dopo che, ottenuti 96,90 punti (un 10,0, quattro 9,5 e due 9,0) alla penultima prova, il suo distacco dal cinese si riduce (445,60 a 426,85) a soli 18,75 punti.

Ma sarebbe chiedere troppo e, nonostante un eccellente tuffo conclusivo, Qin risponde da par suo (due 10,0, tre 9,5 e due 9,0) per un totale di 545,35 punti rispetto ai 518,65 di Despatie che riesce a respingere il disperato assalto all’argento da parte del mai domo Sautin, diviso da soli 1,55 punti.

Despatie si cimenta anche nella piattaforma, ma oramai ha perso le giuste sincronie per la specialità, concludendo non meglio che ottavo nella finale che incorona il russo Gleb Galperin, riservando ogni sua energia per l’obiettivo che darebbe ancor più lustro alla sua, già di per sé, fantastica carriera, ovvero l’oro olimpico.

Conclusa la stagione con l’oro dal trampolino di tre metri ed il bronzo dalla piattaforma e nel sincronizzato dal trampolino ai “Giochi Panamericani” ’07 di Rio de Janeiro, Despatie incorre in uno spiacevole inconveniente ad aprile 2008 mentre si sta allenando per i Giochi di Pechino, un infortunio che gli provoca la frattura di un osso del piede destro.

Tempo per recuperare ce n’è, ma la preparazione logicamente ne risente e, nella capitale cinese, il canadese rinuncia alla piattaforma per cimentarsi esclusivamente dal trampolino, concludendo al quinto posto, sempre in coppia con Miranda, la gara del sincronizzato, in cui la vittoria non può certo sfuggire all’affiatato duo Qin/Wang.

Come vi sarete forse accorti dai punteggi ottenuti in sede iridata, il regolamento di gara è cambiato, in quanto i tuffi preliminari e di semifinale servono ora solo ed esclusivamente a stabilire chi avanza sino alla finale (come nel nuoto o in atletica leggera, per capirsi), per poi ripartire tutti alla pari.

Pensare di sconfiggere i cinesi a casa loro è pura utopia – la coppia prescelta è quella formata da He e Qin –, ma Despatie non si è certo preparato per fare passerella e dunque intende dar loro del filo da torcere, come dimostrato dall’aver realizzato il secondo miglior punteggio in semifinale.

Peraltro, la finale del 19 agosto 2008 alla piscina del “Beijing National Aquatics Centre” non è particolarmente emozionante in quanto le posizioni si consolidano sin dalla prima rotazione, in cui He fa registrare 91,45 punti (quattro 10,0 e tre 9,5), e solo nella seconda serie Despatie riesce ad ottenere un punteggio migliore del cinese (86,80 a 85,50), il quale poi prosegue verso l’oro con una serie impressionante di esercizi ai limiti della perfezione – in particolare il quarto tuffo, premiato con tre 10,0 e quattro 9,5 – così che il 23enne di Montreal può ritenersi soddisfatto di aver almeno impedito la doppietta cinese grazie all’argento colto con 536,65 punti rispetto ai 572.90 di He, terminando comunque davanti a Qin, solo bronzo con 530,10 punti.

Con già 10 anni di attività alle spalle, per il canadese inizia la naturale fase calante, che comunque lo vede ancora protagonista due anni dopo alla rassegna iridata di Roma 2009, dove coglie il bronzo sia dal trampolino di tre metri, preceduto da He e da Dumais, che nel sincronizzato dal trampolino dove, stavolta in coppia con Reuben Ross, si arrende a Qin/Wang, che confermano l’oro di Melbourne e Pechino, nonché al duo Usa formato da Dumais e Kristian Ipsen.

Despatie completa la sua bacheca di allori (fatta di 9 ori e 2 bronzi) ai “Commonwealth Games“, affermandosi sia dal trampolino di un metro e tre metri che nel sincronizzato dal trampolino nell’edizione di Nuova Delhi 2010, per poi saltare l’appuntamento iridato di Shanghai 2011 per tentare per l’ultima volta la carta olimpica ai Giochi di Londra 2012.

L'”Aquatics Centre” posto nel Parco Olimpico della capitale londinese fa da teatro alle ultime esibizioni di un Despatie oltretutto condizionato da un nuovo infortunio in allenamento, stavolta occorsogli ad appena sei settimane dall’inizio dei Giochi, allorché sbatte la testa contro l’estremità del trampolino, procurandosi un vistoso taglio per il quale è necessaria l’applicazione di diversi punti di sutura.

Si conclude così, con un sesto posto nel sincronizzato ed appena l’undicesimo nella finale dal trampolino, la carriera di uno dei tuffatori più forti di inizio XXI Secolo, anche se, ragionevolmente, Despatie avrebbe potuto aspirare al massimo ad una settima/ottava posizione se non avesse completamente fallito, ironia della sorte, proprio l’ultimo tuffo della sua attività agonistica ad alto livello.

Ma, per dirla con De Gregori, “non è mica da questi particolari che si giudica un tuffatore….

 

LINDA JEZEK, LA DORSISTA USA VITTIMA DEL BOICOTTAGGIO AI GIOCHI DI MOSCA 1980

Date Unknown: Linda Jezek.
Linda Jezek in azione – da isiphotos.photoshelter.com

articolo di Giovanni Manenti

Come già abbiamo avuto più volte modo di evidenziare, la scellerata decisione assunta dal presidente Usa Jimmy Carter di boicottare i Giochi di Mosca 1980 – con la successiva, persino logica, ripicca da parte sovietica per l’edizione successiva di Los Angeles ’84 – non ha solamente vanificato i sacrifici di molti atleti che vedevano nell’appuntamento olimpico il coronamento di una carriera, ma ha altresì privato gli appassionati di alcune sfide tra i rappresentanti degli opposti schieramenti.

Per quel che riguarda, in particolare, la rassegna moscovita, c’era grande attesa tra gli addetti ai lavori per le gare di nuoto nel settore femminile, in quanto si profilava una sorta di resa dei conti tra le specialiste americane e le “Walchirie” della Germania Est, specie dopo quanto accaduto alle Olimpiadi di Montreal 1976 ed ai successivi Mondiali di Berlino Ovest 1978.

Giova ricordare, difatti, come nella piscina della metropoli canadese, le tedesche orientali si fossero aggiudicate ben 11 delle 13 gare in programma – eccezion fatta per i 200 rana (con tris sovietico) e la staffetta 4x100sl, appannaggio del quartetto Usa –, mentre, al contrario, due anni dopo a Berlino le parti si erano invertite, con le americane a conquistare 9 titoli iridati a fronte di una sola affermazione delle rivali con Barbara Krause sui 100sl.

Sono in molti a ritenere che questo passaggio a vuoto delle ondine della parte orientale della Germania – che, viceversa, si erano imposte in 10 prove sia nella prima edizione dei Mondiali nel 1973 a Belgrado che nella successiva a Cali nel 1975 – fosse dovuto ad un allentamento circa l’uso di sostanze illecite al fine di non cadere nei controlli antidoping proprio in casa dei rivali politici occidentali, circostanza che sarebbe stata sicuramente usata a fini propagandistici, ma, in mancanza di prove certe al riguardo, atteniamoci al mero risultato sportivo.

Riavvolgiamo pertanto il nastro e ritorniamo al biennio 1975-’76 di svolgimento dei Mondiali di Cali e dei Giochi di Montreal per soffermarci su di una specialità, vale a dire il dorso, in cui le protagoniste sono solo tre, ovvero le due tedesche orientali Ulrike Richter e Birgit Treiber e la canadese Nancy Garapick, le quali si dividono le 12 medaglie in palio tra le due prove in programma sui 100 e 200 metri.

Con la scontata differenza che alla 15enne canadese toccano le briciole – bronzo sui 100 dorso ed argento sui 200 dorso in sede iridata, cui seguono due bronzi nell’appuntamento olimpico – mentre ad emergere è la Richter, che fa suo l’oro iridato sui 100 dorso e realizza la doppietta su entrambe le distanze ai Giochi, con la Treiber a portare a casa tre argenti, oltre al titolo sui 200 dorso a Cali.

Le due rappresentanti della Germania Est detengono altresì i record mondiali sulle due prove – la Richter con 1’01”51 sui 100 dorso e la Treiber con 2’12”47 sui 200 dorso, entrambi stabiliti a distanza di un giorno il 4 e 5 giugno 1976 a Berlino Est in occasione delle selezioni per i Giochi di Montreal –, e non si vede, al termine della rassegna olimpica, chi possa seriamente impensierirle, ancorché la Richter, di un anno più anziana, si ritiri dall’attività a conclusione dei Campionati Europei di Jonkoping 1977, dove viene sconfitta dalla connazionale su entrambe le distanze.

Ciò in quanto è passata inosservata, nelle due gare olimpiche del 1976, la presenza di una giovane dorsista americana che si era fatta carico di assumere l’eredità della connazionale Melissa Belote, oro su entrambe la distanze ai Giochi di Monaco ’72, per poi confermarsi sui 200 dorso ai Mondiali di Belgrado ’73, dove è argento  invece sui 100 dorso, battuta dalla Richter.

Costei, ovviamente protagonista della nostra storia odierna, altri non è che Linda Jezek, la quale nasce il 10 marzo 1960 a Palo Alto, in California ed ha l’opportunità di gareggiare per il celebre “Santa Clara Swim Club“, da sempre fucina di campioni per il nuoto stelle-e-strisce.

Ha pertanto appena 15 anni allorché si afferma sui 100 dorso ai Campionati AAU del 1975 e giunge seconda dietro ad Ellen Wallace sulla doppia distanza, così da ottenere la selezione per i Campionati Mondiali di Cali per entrambe le prove, non riuscendo a qualificarsi per la finale dei 200 dorso (dove la Wallace conclude alle spalle di Treiber, Garapick e Richter), mentre si classifica quinta in 1’06”74 sui 100 dorso, così da poter nuotare la prima frazione della staffetta 4×100 mista che può solo far suo l’argento, a debita distanza (4’14”74 a 4’20”47) dalle inarrivabili tedesche orientali.

Una Jezek che si migliora l’anno seguente, in occasione degli “Olympic Trials” che si svolgono in giugno a Long Beach, in cui si afferma in 1’05”17 sui 100 dorso, fallendo peraltro la selezione sulla doppia distanza, dove conclude non meglio che quinta nella finale che vede il ritorno della Belote che, con il tempo di 2’17”39, stabilisce il record Usa ancorché entrambe le risultanze cronometriche siano ampiamente superiori rispetto ai primati delle due tedesche orientali.

E, difatti, ai Giochi di Montreal – dove il podio è esattamente identico (oro Richter, argento Treiber e bronzo Garapick) sia sui 100 che 200 dorso – la 16enne californiana fallisce l’accesso alla finale, quinta in 1’06”01 nella prima delle due semifinali, e la Belote, pur migliorando il limite nazionale con 2’17”27, non va oltre la quinta posizione nell’atto conclusivo.

Essere stata comunque la migliore sulla più corta distanza, consente alla Jezek di nuotare la prima frazione della staffetta 4×100 mista, con le due vasche coperte in 1’04”15 così da fornire un più che valido contributo all’argento del quartetto Usa in 4’14”55, nulla potendo rispetto allo stratosferico crono di 4’07”95 delle tedesche orientali che frantuma di oltre 5” il precedente limite dalle stesse detenuto.

Ed i successi della Treiber (1’02”63 sui 100 dorso e 2’13”10 sui 200 dorso) agli Europei di Jonkoping ’77 sulla connazionale Richter – che abbandona l’attività al termine della stessa ancorché appena 18enne – ne fanno la logica pretendente al titolo iridato su entrambe le distanze anche in occasione dei Mondiali che si svolgono a Berlino Ovest a fine agosto 1978, se non fosse che, dall’altra parte dell’Oceano, anche la coetanea (nate a due settimane di distanza l’una dall’altra) Jezek ha fatto progressi da gigante.

Con un calendario che, inopinatamente rispetto a quanto accade ai giorni nostri, pone la staffetta 4×100 mista quale prova inaugurale della manifestazione anziché al termine, le due 18enni hanno così modo di sfidarsi una prima volta il 20 agosto nuotando la prima frazione a dorso, e già si capisce che per la campionessa europea non sarà una settimana facile, visto che al cambio la Jezek la sopravanza (1’02”79 ad 1’03”52), dando il là al quartetto Usa che riesce così a sconfiggere le tedesche orientali (4’08”21 a 4’09”13) come non capitava dalle Olimpiadi di Monaco 1972.

Un successo che dà morale alla californiana in vista della prima gara individuale, ovvero i 100 dorso, le cui batterie al mattino e la finale al pomeriggio sono in programma a distanza di due giorni, il 22 agosto, con le due rivali a nuotare pressoché sugli stessi tempi (1’03”22 la Jezek, 1’03”49 la Treiber …) in batteria, con le altre ben lontane, ad eccezione della canadese Cheryl Gibson, che ha raccolto il testimone dalla Garapick.

La speranza per la tedesca orientale di far suo un titolo (olimpico od iridato) sulla più corta distanza, sinora sempre sfuggitole, svanisce anche in questa occasione, allorché l’americana domina la finale sin dalle prime bracciate, andando a concludere in 1’02”55 che rappresenta il record dei campionati, con la Treiber a collezionare il suo quarto argento individuale, addirittura insidiata (1’03”18 ad 1’03”43) dalla Gibson, che completa il podio.

La rivincita è fissata per il 24 agosto 1978, con la prova sui 200 dorso che maggiormente si addice alla primatista mondiale, e di cui è altresì la campionessa iridata in carica, così che non sorprende che, nelle batterie del mattino, sia la Treiber a far registrare il miglior tempo in 2’16”46 rispetto ai 2’17”07 dell’americana ed ai 2’17”50 della 19enne canadese, altresì valente mistista.

Difficile pensare che la tedesca orientale si lasci scappare una così ghiotta occasione di confermarsi ai vertici mondiali e, tutto sommato, non avrebbe neppure molto da rimproverarsi, visto che in finale nuota le quattro vasche in 2’14”07, se non fosse che nella corsia alla sua destra la Jezek nuota con autorità per portarle via sia il titolo iridato che il primato assoluto, andando a concludere in 2’11”93, prima dorsista ad aver abbattuto la “barriera dei 2’12” netti, con nuovamente la Gibson a toccare in terza posizione, ad appena 0”16 centesimi dall’ex primatista, curiosamente replicando lo stesso podio dei 100 dorso, così come era successo due anni prima ai Giochi di Montreal.

Considerato come il record sia stato ottenuto dalla californiana sulla distanza per la stessa ritenuta meno congeniale, in casa Usa si punta con decisione all’appuntamento olimpico di Mosca 1980 per una riscossa – dato altresì l’esito complessivo dei Mondiali di Berlino 1978 a loro favorevole – rispetto alla mal digerita debacle di quattro anni prima a Montreal.

Un obiettivo al quale la Jezek si prepara con puntiglio, dimostrandosi all’altezza del compito anche nella successiva stagione, allorché ottiene l’identico bottino di medaglie – oro sia sui 100 che 200 dorso e con la staffetta 4×100 mista – ai Giochi Panamericani che si svolgono ad inizio luglio 1979 a San Juan di Portorico.

In assenze delle tedesche orientali, a far da damigella all’americana resta la Gibson, la quale cede nettamente (1’03”33 a 1’05”17) sui 100 dorso e lotta a più stretto contatto (2’16”07 a 2’17”58) sulla doppia distanza, per poi collezionare il terzo argento quale prima frazionista della staffetta 4×100 mista che vede il quartetto Usa imporsi su quello canadese con il tempo di 4’13”24 a 4’20”16.

Quella che si sta preparando per i Giochi moscoviti è una delle rappresentative americane più forti di ogni epoca, poiché, oltre alla nostra protagonista, può contare su stileliberiste quali Cinthia Woodhead e Kim Linehan, farfalliste che rispondono al nome di Jill Sterkel e Mary T. Meagher, oltre a Tracy Caulkins, la più completa e versatile nuotatrice del suo periodo che eccelle nei misti, non disprezzando altresì lo stile libero e la rana.

Non è facile immaginare cosa abbiano pensato allorché il loro presidente Jimmy Carter conferma a metà febbraio 1980 la decisione di boicottare i Giochi di Mosca, con ciò dando via libera alle tedesche orientali – che, difatti, fanno proprie 11 gare sulle 13 in programma –, senza consentire di assistere ad alcune sfide che sarebbero state memorabili.

Dal canto suo, anche la Treiber, benché abbia appena 20 anni, non se la passa bene, poiché il velocissimo ricambio generazionale all’interno del suo paese – da molti ritenuto figlio delle somministrazione di sostanze illecite alle atlete, che non può durare troppo a lungo pena metterne seriamente a rischio la salute – la relega in terza fascia, riuscendo a malapena ad ottenere la selezione per la prova sui 200 dorso, in cui deve accontentarsi della medaglia di bronzo in 2’14”14.

Nuova regina della specialità – che, in assenza di americane e canadesi, vede le ragazze della Germania Est monopolizzare il podio su entrambe le distanze – è la 15enne Rica Reinisch, la quale vive nella capitale sovietica la sua settimana di gloria, in quanto dapprima eguaglia il record mondiale della Richter sui 100 dorso nuotando la prima frazione della staffetta 4×100 mista e quindi lo migliora di 0”01 centesimo in batteria della gara individuale per poi scendere sino ad 1’00”86 nella finale del 23 luglio 1980.

Quattro giorni dopo, in occasione della finale dei 200 dorso, tocca all’assente Jezek pagare dazio, vedendosi strappare il proprio primato sulla distanza – che aveva resistito per un biennio – per soli 0”16 centesimi, grazie ai 2’11”77 nuotati dalla Reinisch, necessari per aggiudicarsi con largo margine la sua terza medaglia d’oro.

Dall’altra parte dell’Oceano, non potendo partecipare ai Giochi, gli Stati Uniti programmano i Campionati AAU tra fine luglio ed inizio agosto 1980 ad Irvine, in California, forse per invitare i propri nuotatori a far meglio dei risultati che si sono registrati a Mosca, ma è indubbio che la mancanza del confronto diretto toglie qualsiasi stimolo al riguardo.

E, per quel che può valere, la Jezek conclude nel miglior modo possibile il suo triennio ai vertici della specialità, centrando i titoli su entrambe le distanze, ancorché i relativi tempi (1’03”16 e 2’14”52) non le avrebbero consentito di salire sul podio olimpico.

Ma non vi potrà mai essere la riprova di quello che sarebbe potuto accadere qualora si fosse tuffata in acqua assieme alle sue avversarie, pur se i risultati della Reinisch sono fra i più acclarati tra quelli falsati dall’uso di sostanze illecite, prova ne sia che la madre la costringe a ritirarsi dall’attività a conclusione dei Giochi in quanto sofferente di forti dolori mestruali ed ingrossamento delle ovaie.

E quando, dopo la caduta del Muro di Berlino, i documenti comprovanti il cosiddetto Doping di Stato vengono alla luce, anche la Reinisch, al pari di molti altri ex atleti, viene risarcita in una causa giudiziaria per essere stata costretta ad assumere sostanze anabolizzanti, e valgano per tutti le dichiarazioni della nuotatrice che, dopo due aborti spontanei, ha potuto avere la gioia di mettere al mondo due figli “La cosa peggiore è che mi hanno tolto l’opportunità di sapere se avrei potuto vincere le medaglie d’oro senza l’uso di steroidi, ed è questo il più grande tradimento che si può infliggere ad un’atleta.

Pensiamo che sia giunto il momento di calare il sipario

 

NANCY GARAPICK, ETERNA SCONFITTA NELL’IMPARI LOTTA CON LE WALCHIRIE DELL’EX GERMANIA EST

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La canadese Nancy Garapick – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Vi sono molti parametri, specie negli Sport individuali, per valutare la carriera di un’atleta, dalla durata della stessa, alle medaglie e titoli conseguiti, nonché ai record stabiliti e, sotto questo aspetto, la protagonista della nostra Storia odierna non è in grado di porsi ai vertici della propria Disciplina …

Ma, se andiamo ad analizzare il periodo storico della sua attività agonistica, ci rendiamo conto di come lo stesso sia stato influenzato – trattandosi di Nuoto – dalla presenza delle “Walchirie” dell’ex Germania Est, successivamente dimostrate essere state sottoposte ad un vero e proprio “Doping di Stato” da parte dei vertici dello Sport di detto Paese, ragion per cui, depurando gli Albi d’Oro dalla presenza delle nuotatrici tedesco orientali, la vicenda assume tutt’altro aspetto …

Giova ricordare che l’esplosione delle ondine dell’ex DDR avviene in occasione della prima edizione dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73 – dopo che l’anno precedente, alle Olimpiadi di Monaco ’72 non erano andate oltre la conquista di 3 medaglie d’argento ed una di bronzo nel settore femminile – dove si affermano in ben 10 delle 14 gare in programma, altresì stabilendo 6 primati mondiali, dando così inizio ad un dominio assoluto che si protrae sino alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, eccezion fatta per la Rassegna Iridata di Berlino Ovest ’78 in cui – guarda caso come a Monaco ’72, ovvero quando le manifestazioni si svolgono nella parte occidentale della Germania – incappano in un inatteso flop.

In questo frangente, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico – e più precisamente in Canada – si sta mettendo in luce una ragazzina di ben altra struttura fisica (m.1,68 per 54kg.) rispetto alle mascoline ragazze tedesche, ma con una grande abilità nel galleggiare nella sua specialità preferita, vale a dire lo stile a dorso …

Costei è Nancy Garapick, la quale nasce il 24 settembre 1961 ad Halifax, città di 400mila anime posta nella Provincia della Nuova Scozia, e che comincia a cimentarsi in piscina dall’età di 7 anni, per poi entrare a far parte dello “Halifax Trojan Aquatic Club” dove è allenata da Nigel Kemp e quindi stupire l’universo natatorio allorché, il 27 aprile 1975 non ancora 14enne, stabilisce a Brantford il record mondiale sui m.200 dorso con il tempo di 2’16”33, oltre 1” in meno del precedente limite fissato dalla tedesca orientale Ulrike Richter l’anno precedente in occasione dei Campionati Europei di Vienna, dove si era imposta su entrambe le distanze dei 100 e 200 metri, dopo essersi assicurata l’Oro sui m.100 dorso alla ricordata Rassegna Iridata di Belgrado ’73.

A dispetto della giovanissima età, la 14enne Nancy diviene la “punta di diamante” della spedizione canadese ai Mondiali che si svolgono a fine luglio a Cali, in Colombia, dove si trova a cercare di contrastare lo strapotere della coppia tedesca orientale formata dalla riferita Richter e da Ulrike Tauber, scendendo per la prima volta in acqua il 23 luglio sulla più corta distanza …

Che la Garapick sia pienamente intenzionata a giocarsi le proprie carte lo dimostra già dalle batterie del mattino, allorché si aggiudica la prima serie con il tempo di 1’05”00 che non viene migliorato né dalla Treiber che dalla Richter, che si impongono nelle due successive con i rispettivi tempi di 1’05”37 ed 1’05”31, con la connazionale Wendy Cook ad essere l’unica altra qualificata a scendere sotto l’1’06”, toccando in 1’05”82 alle spalle della Richter …

Con il “conforto morale” della 19enne Cook – che l’anno prima si era aggiudicata l’Oro su entrambe le distanze a dorso ai “Commonwealth Games” di Christchurch dove aveva altresì temporaneamente strappato alla Richter il Record mondiale sui m.100 in 1’04”78 – al pomeriggio la Garapick prende posizione sui blocchi di partenza in quarta corsia, stretta tra le due tedesche orientali (Treiber alla sua destra e Richter alla sinistra …), riuscendo a tenere la scia della Treiber solo per arrendersi nelle ultime bracciate (1’04”34 ad 1’04”73) mentre la Campionessa e primatista mondiale in carica Richter fa gara a sé, confermandosi imbattibile su detta distanza – che la vede in carriera stabilire ben 8 record assoluti – andando a concludere in 1’03”30, curiosamente lo stesso tempo al centesimo con cui si era imposta l’anno precedente alla Rassegna Continentale di Vienna, per poi scendere ad 1’02”98 il successivo 1 settembre ’74 a Concord, in California.

Con la Cook ad aver concluso ai margini del podio in 1’06”06, la rivincita è fissata per il 25 luglio con la prova sulla doppia distanza, dove la Garapick è chiamata a confrontarsi con la Treiber che le aveva tolto il ricordato primato mondiale nuotando la distanza in 2’16”10 il 6 giugno in occasione dei Campionati della Germania Est, altresì valevoli come qualificazione alla Rassegna iridata …

Con ancora batterie al mattino e Finale al pomeriggio, si ripete quanto andato in scena due giorni prima sui m.100 dorso, ovvero con la canadese a far registrare il miglior tempo in 2’18”26 rispetto ai 2’20”47 della primatista mondiale, mentre la Richter – meno a suo agio sulla doppia distanza – si qualifica con il quinto tempo di 2’22”51 e la Cook entra con il settimo crono di 2’23”84 …

La sfida del pomeriggio non dovrebbe uscire dai canoni di un “testa a testa” tra Treiber e Garapick ed, in effetti, così è, con le due protagoniste della stagione a staccarsi nettamente dal resto delle finaliste, e, nonostante la giovane canadese migliori il suo crono di fine aprile, scendendo sino a 2’16”09 (altresì di 0”01 centesimo inferiore al record assoluto della tedesca …), la Treiber mette il sigillo al suo unico alloro iridato in carriera divenendo la prima dorsista a scendere sotto la barriera dei 2’16” netti, con il cronometro a fermarsi sul tempo di 2’15”46.

Con gli anni ’70 a costituire la prima grande “Rivoluzione nel Nuoto” con strabilianti miglioramenti nell’Albo dei Record – per restare al solo dorso femminile si passa dall’1’05”6 di fine anni ’60 all’1’01”51 con cui si chiude il decennio sui 100 metri, mentre sulla doppia distanza il miglioramento è di quasi 10”, visto il 2’11”93 di fine agosto ’78 rispetto al 2’21”5 dell’agosto 1969 – anche la stagione 1976 che porta alle Olimpiadi di fine luglio a Montreal non manca di far cadere primati a raffica …

Sui m.100 dorso è ancora la Richter a dettare legge, al punto che, scesa ad 1’02”60 il 14 marzo a Tallinn, riesce a replicare alla leggendaria Kornelia Ender, che il 3 giugno a Berlino Est, nel corso dei Campionati della Germania Est validi anche come selezione olimpica, si appropria del record con 1’01”62, tornandone in possesso due giorni dopo nuotando in 1’01”51 la prima frazione della staffetta 4×100 mista con il suo Club del SC Einheit Dresden …

Ancor più “movimentata” la prova sulla doppia distanza, che vede emergere la “stella di una sola estateAntje Stille, la quale frantuma il record della connazionale Treiber dapprima togliendovi oltre 1” coi 2’14”41 nuotati a fine febbraio in occasione dei Campionati invernali, per poi migliorarsi sino a 2’13”50 il 4 giugno a Tallinn, solo per provocare la reazione dell’ex primatista, la quale, in occasione delle ricordate selezioni olimpiche, stampa un crono sbalorditivo di 2’12”47, precedendo la Richter ed una frastornata Stille, qualificatasi per i Giochi anche sui 100 metri …

Nella Metropoli canadese  si rinnova così, a distanza di 12 mesi, la sfida tra la coppia tedesca orientale e la 15enne Garapick, una sorta di “Davide contro Golia – con in più la “mina vagante” Stille – ed alla quale fanno da spettatrici le ragazze americane, che riescono a piazzare in Finale la sola Melissa Belote, peraltro Oro su entrambe le distanze quattro anni prima a Monaco ’72 e confermatasi sui m.200 ai Mondiali di Belgrado ’73, dove è argento sui 100 metri.

Come da prassi, il programma olimpico vede svolgersi prima la gara sui m.100, per la quale si svolgono il 20 luglio batterie e semifinali ed all’indomani la Finale, con la Garapick, motivata dal gareggiare davanti al proprio pubblico, a confermare la sua caratteristica di non risparmiarsi nelle fasi eliminatorie, segnando in 1’03”28 il miglior tempo in batteria (rispetto all’1’03”61 della Richter …), mentre è la primatista mondiale a farsi preferire in semifinale, con l’1’02”39 con cui ha la meglio nella prima serie sull’amica/rivale Treiber, mentre la canadese si impone nella seconda in 1’03”75 sulla Stille, con anche la connazionale Cook – a dispetto dei suoi quasi 30 anni – a qualificarsi per l’atto conclusivo …

In una sfida Canada contro Germania Est – si presentano sui blocchi di partenza alle 19:30 ora locale del 21 luglio 1976 tre dorsiste di entrambi i Paesi, essendosi qualificata anche la mistista Cheryl Gibson per le nordamericane – il lotto delle finaliste è completato dalla sovietica Nadiya Stavko e dall’olandese Diane Edelijn, ma la lotta per le medaglie è fatalmente ristretta al trio Richter-Treiber-Garapick, con la sola Cook nelle vesti di “possibile outsider” …

E l’esito della Finale non si discosta da quanto andato in scena un anno prima alla rassegna Iridata di Cali, tale è la superiorità della primatista mondiale Richter, la quale domina la gara sin dalle prime bracciate, andando a concludere – unica a scendere sotto l’1’02” netto – in 1’01”83 che rappresenta largamente il nuovo Record olimpico, nel mentre la lotta a tre per l’argento vede prevalere la Treiber (1’03”41) sulla coppia canadese formata da Garapick e Cook, con la prima ad avere la meglio (1’03”71 ad 1’03”93) conquistando il gradino più basso dal podio, dal quale la connazionale resta esclusa per la seconda edizione consecutiva dei Giochi.

Con il Podio olimpico a ricalcare esattamente ciò che era avvenuto l’anno precedente in sede iridata, vi è pertanto una legittima curiosità su quel che potrà avvenire sulla prova dei m.200 dorso, per la quale sono previste le batterie al mattino e la Finale al pomeriggio del 25 luglio 1976, con ancora l’atleta di casa a farsi preferire in qualificazione, dove nuota in 2’16”49 nella prima serie che rappresenta il nuovo Record Olimpico, trascinandosi la connazionale Cook che con 2’17”30 realizza il secondo miglior tempo …

Un esito che fa ben sperare gli spettatori che, alle 20:00 ora locale, prendono posto sulle tribune della “Olympic Pool”, dato che, sino ad allora, il Canada non è ancora riuscito ad aggiudicarsi una Medaglia d’Oro – evento quanto mai insolito per un Paese organizzatore della Manifestazione – pur se la presenza del trio tedesco orientale non consente di nutrire eccessive illusioni …

In una Finale di altissimo contenuto tecnico in quanto sono presenti sui blocchi di partenza le cinque atlete – in ordine cronologico, Belote, Richter, Garapick, Treiber e Stille – che si sono alternate nel detenere il record mondiale dalle Olimpiadi di Monaco ’72 a quelli in corso, i favori del pronostico pendono comunque a favore della Treiber, dato il suo fresco primato stabilito a meno di due mesi dall’inizio dei Giochi, previsione che viene, viceversa, smentita dall’esito della gara …

Tocca, difatti, ancora alla Richter – che così completa una fantastica collezione di due Medaglie d’Oro sia olimpiche, che mondiali ed europee a livello individuale, oltre altre 5 complessive in staffetta – dimostrare la sua superiorità, con un successo mai in discussione sino al 2’13”43 con cui frantuma il record olimpico della Garapick in batteria, mentre la Treiber (evidentemente giunta in Canada non al meglio della condizione …) può solo difendere l’argento (2’14”97 a 2’15”60 …) dall’assalto dell’atleta di casa, alla quale essere scesa sotto i 2’16” netti serve solo per salire sul gradino più basso di un podio esattamente identico a quello sulla più breve distanza, unico caso nel programma natatorio (sia maschile che femminile …) della Rassegna canadese.

La delusione per non essere riuscita a conquistare la “Gloria Olimpica” davanti ai propri tifosi, nonché la quasi certezza di non poter gareggiare “ad armi pari” con le sue avversarie tedesco orientali – tanto da rifiutare la partecipazione alla staffetta 4×100 mista che, con la Cook a rimpiazzarla nella frazione a dorso, coglie comunque un significativo bronzo alle spalle delle inarrivabili Germania Est e Stati Uniti – inducono l’ancor giovanissima Garapick a lasciare il dorso per lo stile libero e, successivamente, anche per la farfalla al fine di cimentarsi nei misti che ai Giochi di Montreal hanno visto le connazionali Gibson e Becky Smith occupare le piazze d’onore alle spalle della tedesca Ulrike Tauber che, con il tempo di 4’42”77, abbatte di oltre 6” il limite mondiale della connazionale Treiber, la grande sconfitta della Rassegna canadese.

Il primo “approccio” a stile libero vede la Garapick presentarsi ai Mondiali di Berlino Ovest ’78 nella gara dei m.200sl, dove si qualifica per la Finale con il settimo tempo di 2’03”70, per poi replicare detto piazzamento all’atto conclusivo in cui a prevalere è l’americana Cinthia Woodhead che, oltre a precedere l’erede della Ender, Barbara Krause, fissa in 1’58”53 il nuovo record assoluto, per poi contribuire, nuotando la frazione interna, a replicare il bronzo olimpico della 4x100sl, ancorché coi primi due posti invertiti, ovvero con il quartetto Usa a precedere stavolta quello della Germania Est.

Per notizia, la “stella del dorso” è la californiana Linda Jezek, capace di dare scacco su entrambe le distanze alla Treiber – a cui, evidentemente, l’argento si addice più dell’Oro – con in più la beffa di toglierle il record mondiale sui 200 metri, prima nuotatrice a scendere sotto i 2’12” netti, nuotando la distanza in 2’11”93.

In vista dell’appuntamento olimpico di Mosca 1980, la Garapick fa le “Prove Generali” in occasione dei Giochi Panamericani” ’79 che si svolgono a San Juan, in Portorico, dove conferma l’addio al dorso presentandosi sulle due prove a farfalla nonché sui 200 e 400misti …

In una Rassegna in cui le ragazze americane sfiorano un clamoroso “cappotto” di stile tedesco orientale – affermandosi in 13 delle 14 gare in programma, sfuggendo loro i soli m.200 rana che vedono il dominio canadese con Anne Gagnon Oro e Joanne Bedard argento – la oramai quasi 18enne Garapick si difende a farfalla, cogliendo due bronzi rispettivamente in 1’02”96 e 2’16”40 nelle gare rispettivamente vinte dalle americane Jill Sterkel e dall’astro nascente Mary T. Meagher, non ancora 15enne all’epoca.

ui misti, la sfida è alquanto ardua, visto che gli Stati Uniti schierano la Campionessa di Berlino, nonché primatista mondiale su entrambe le distanze Tracy Caulkins, ma la ragazza della Nuova Scozia non sfigura al suo cospetto e, dopo il bronzo sui 400 metri in 4’53”37 (ancorché ad oltre 7”30 dall’americana …) riesce a guadagnare il secondo gradino del podio sulla più corta distanza, nuotata in 2’19”36 rispetto ai 2’16”11, per poi concludere il suo “pokerissimo” di medaglie con l’argento della staffetta 4x100mista, dove è inserita nella frazione a farfalla.

Non potremo mai sapere quale sarebbe stato l’esito della partecipazione della Garapick ai Giochi di Mosca 1980, in quanto il Canada aderisce all’assurdo boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, circostanza che pone la 19enne Nancy, nel frattempo iscrittasi alla ”University of Southern California”, a privilegiare gli studi rispetto all’attività agonistica, dalla quale si ritira definitivamente nel 1983 a percorso di laurea concluso per dedicarsi all’attività di allenatrice.

Nel 2008 la Garapick viene inserita nella “Canada’s Sports Hall of Fame”, un riconoscimento che, al contrario, non ottiene per quel che concerne la “International Swimming Hall of Fame”, anche se …

Già, perché se depuriamo l’esito dei Mondiali di cali 1975 e delle Olimpiadi di Montreal 1976 dalla presenza delle nuotatrici della Germania Est, ecco che ci accorgiamo che la canadese è la prima dopo di loro, così che avrebbe potuto conquistare ben 4 Medaglie d’Oro nelle prove a dorso, un po’ la stessa situazione dell’olandese Enith Brigitha per quel che concerne lo stile libero, ed allora vedreste che il suo posto nella “Arca della Gloria” le sarebbe spettato di diritto …

Solo che, anche ad archivi segreti della STASI scoperti, con comprovata documentazione delle pratiche illecite in vigore presso l’ex Germania Est, gli Albi d’Oro non sono mai stati ritoccati e non si più certo dire che giustizia sia stata fatta …

 

RECORD, TRIONFI ED AMORI DI FILIPPO MAGNINI, IL “RE DELLE PISCINE” AZZURRO

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Filippo Magnini festeggia l’oro agli Europei di Debrecen ’12 – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

L’Italia non è mai stata, sportivamente parlando, una nazione di velocisti, prova ne sia che negli sport individuali quali atletica leggera, nuoto e ciclismo i rappresentanti più famosi si sono imposti in gare di mezzofondo veloce e prolungato, oppure come passisti e scalatori per quel che concerne le due ruote, eccezion fatta per gli anni ’60, periodo in cui gli azzurri dominavano nello sprint del ciclismo su pista.

Nella stessa atletica leggera l’unica eccezione è rappresentata da Pietro Mennea, peraltro, al pari di Livio Berruti, molto più a suo agio sui 200 metri che non sulla più corta distanza, dove il suo miglior risultato è costituito dal titolo europeo di Praga ’78, ed il ciclismo su strada ha espresso in Mario Cipollini il suo massimo esponente, con l’apice costituito dai titolo iridato ai Mondiali di Zolder 2002, ma di sicuro non possiamo parlare di tradizione al riguardo.

Sullo stesso metro si piazza il nuoto per ciò che concerne lo stile libero – la specialità più veloce dei vari stili –, dove gli azzurri, di entrambi i sessi, non solo non hanno mai conquistato un oro olimpico sulle distanze dei 50 e 100 metri, ma addirittura non sono mai saliti sul podio nella storia dei Giochi, con la “divina” Federica Pellegrini ad aver al proprio conto un oro ed un argento, ma sui 200 metri, gara a lei ben più congeniale.

E, per quel che concerne la rassegna iridata, occorre attendere l’edizione di Perth 1991 affinché il medagliere azzurro venga inaugurato da Giorgio Lamberti, il quale oltre ad imporsi sui 200 metri stile libero di cui deteneva il record mondiale, riesce a completare il podio dei 100 metri stile libero alle spalle di Matt Biondi e dello svedese Tommy Werner, nonostante detenesse il primato europeo con 49”24 stabilito due anni prima ai Campionati Europei di Bonn.

Una doverosa premessa utile a far meglio comprendere il valore della doppia impresa di cui si è reso artefice il protagonista della nostra storia odierna, l’unico nuotatore azzurro a poter vantare un titolo iridato sulla distanza dei 100 metri stile libero, oltretutto confermato nella successiva edizione dei Campionati Mondiali, anche se non è riuscito a ripetersi in sede olimpica, ma ciò è più che sufficiente per poterlo considerare il “Re delle Piscine” per quel che riguarda lo sprint in vasca, ovviamente relativamente al solo settore maschile.

Stiamo ovviamente parlando di Filippo Magnini, nato a Pesaro il 2 febbraio 1982, ed al quale madre natura ha fornito un fisico possente (1,87m. per 80kg.), necessario per poter competere ai massimi livelli con i colossi Usa e sudafricani del periodo, cui si è aggiunta, a fine decennio del nuovo secolo, una generazione di stileliberisti francesi, pur con qualche legittimo dubbio sulle loro prestazioni.

Peraltro, Magnini nei suoi primi anni in piscina si dedica più allo stile a rana ed ai misti, per poi dirottarsi sullo stile libero allorché, trasferitosi a Torino per studiare all’Università dopo aver conseguito la maturità, viene consigliato di provare la specialità veloce per eccellenza, a detta dei tecnici più adatta alla sua struttura fisica.

Suggerimento quanto mai azzeccato, visto che già nel 2000, ad appena 18 anni, si migliora sino a 52”61 sui 100 metri e 1’53”76 sulla doppia distanza, per poi salire per la prima volta sul podio ai Campionati italiani 2002, battuto da Lorenzo Vismara (49”79 a 50”18) sui 100 metri stile libero e terzo alle spalle di Emiliano Brembilla e Matteo Pelliciari sui 200 metri stile libero, stabilendo anche in questo caso con 1’50”44 il suo miglior risultato all’epoca.

Il dominio di Magnini a livello interno è tale che, sino al 2011, ottiene – sulle varie distanze e specialità, comprese le staffette – ben 31 titoli nazionali, con 19 secondi e 7 terzi posti ai Campionati Italiani sia primaverili che estivi, ma oramai è pronto per affrontare ben altri palcoscenici e rivaleggiare con i migliori nuotatori del pianeta.

Come molti velocisti, Magnini si cimenta anche nelle manifestazioni iridate e continentali in vasca corta – pur con un valore tecnico inferiore data l’assenza di molti big – in cui si porta a casa complessivamente due titoli mondiali, oltre ad altrettanti argenti e bronzi con le varie staffette, e tre medaglie d’argento (due sui 100 metri stile libero ed una sui 200 metri stile libero) a livello individuale.

Per ciò che riguarda, viceversa, i Campionati Europei in vasca da 25 metri, è lì che il 21enne pesarese ha il suo “battesimo del fuoco” in una gara individuale, cogliendo l’argento in 47”32 sui 100 metri stile libero alle spalle della leggenda olandese Pieter van den Hoogenband alla rassegna continentale di Dublino 2003, dopo che, in occasione dei Mondiali dello stessp anno a Barcellona, era stato selezionato per la sola staffetta veloce, dove copre l’ultima frazione in 48”13 che consente all’Italia di sfiorare il quinto posto, beffata dalla Germania (3’15”98 a 3’15”99) per la miseria di 0”01 centesimo.

Stagione che vede comunque Magnini scendere per la prima volta sotto la barriera dei 50” netti sui 100 metri stile libero e dei 1’50” netti sulla doppia distanza, ottenendo i rispettivi tempi di 49”19 ed 1’49”40, a dimostrazione di un miglioramento costante che trova la sua consacrazione nel successivo biennio.

Il 2004, difatti, prevede come appuntamenti clou i Campionati Europei che si svolgono ad inizio maggio a Madrid, per poi dedicarsi alle Olimpiadi di Atene di metà agosto dove la pattuglia azzurra è chiamata a confermare quanto di buono messo in mostra quattro anni prima ai Giochi di Sydney 2000 in cui, per la prima volta, l’Italia aveva iscritto il proprio nome nell’albo d’oro grazie alla doppia affermazione di Domenico Fioravanti sui 100 e 200 metri rana e di Massimiliano Rosolino sui 200 metri misti, tanto da concludere la rassegna al quarto posto nel medagliere, evento impensabile solo fino a pochi anni prima.

Il nuotatore azzurro incentra la preparazione sugli Europei, più alla sua portata, dimostrandosi in forma già in occasione dei Campionati Italiani Primaverili, dove fissa il suo personale sui 200 metri stile libero ad 1’47”20 e migliora il record italiano sulla più corta distanza nuotando la stessa in 49”09, così da presentarsi nella capitale spagnola al top della condizione.

La sfida con il favorito, nonché primatista mondiale con 47”84 stabilito quattro anni prima a Sydney, ovvero l’olandese van den Hoogenband, si scalda già nella seconda semifinale in programma l’11 maggio, con il 22enne marchigiano a sopravanzare il campione olimpico (49”19 a 49”49), per poi apprestarsi a replicare all’indomani, allorché stabilisce la sua miglior prestazione dell’anno, scendendo per la prima volta sotto i 49” netti, con il cronometro a fermarsi sui 48”87 grazie ad una strepitosa vasca di ritorno, mentre van den Hoogenband spreca un vantaggio di 0”37 centesimi (23”56 a 23”93) alla virata dovendosi accontentare dell’argento con il tempo di 49”33 ed il trionfo azzurro completato dal terzo posto di Christian Galenda.

Il fuoriclasse olandese si riscatta due giorni dopo, imponendosi sui 200 metri stile libero in 1’47”05, con la coppia azzurra formata da Magnini e Rosolino a dividersi il gradino più basso del podio, sorpresa dal russo Andrey Kapralov che li precede (1’48”28 ad 1’48”69) di 0”41 centesimi, per poi toccare alle staffette dimostrare la forza del team azzurro.

Il quartetto della 4×100 stile libero – composto anche da Vismara, Galenda e Giacomo Vassanelli –, in cui Magnini stampa un’ultima frazione da 48”28, si impone con il record dei Campionati di 3’15”66, infliggendo 1”34 di distacco alla Russia e 2”44 alla Francia, per poi, il 15 maggio 2004, toccare a Brembilla, Pellicciari e Rosolino (quest’ultimo autore di una strepitosa frazione interna cronometrata in 1’46”85) portare al trionfo la staffetta 4×200 stile libero, anche in questo caso con il record dei Campionati di 7’11”93 ed un umiliante distacco di oltre 5” al quartetto russo e di 7” a quello transalpino.

Logico quindi – per un team azzurro uscito da Madrid con 12 medaglie nel settore maschile – attendersi delle buone prestazioni in sede olimpica che sembrano confermarsi con l’esito della staffetta 4×100 stile libero che, nel giorno di Ferragosto 2004, conclude ai margini del podio a pari merito con la Russia con il tempo di 3’15”75 (e Magnini a nuotare in seconda frazione in 48”30), mentre il trionfo del quartetto sudafricano, con tanto di primato mondiale con 3’13”17, infrange il sogno della stella Usa Michael Phelps di far sue 8 medaglie d’oro.

Dopo la rinuncia alla gara individuale sui 200 metri stile libero, il 17 agosto sono in programma batterie al mattino e semifinali al pomeriggio dei 100 metri stile libero, così come nei due turni sono previste batterie e finale della staffetta 4×200 stile libero, con l’Italia a qualificarsi per l’atto conclusivo con il sesto tempo.

Nella sessione pomeridiana, Magnini – inserito in una seconda serie da urlo assieme al sudafricano Roland Mark Schoeman, van den Hoogenband e Kapralov – si difende bene, facendo segnare il terzo miglior tempo con 48”91 alle spalle del sudafricano e del primatista olimpico e mondiale olandese, per poi dedicarsi alla finale della staffetta.

Con Stati Uniti ed Australia a duellare per l’oro – con i primi ad imporsi (7’07”33 a 7’07”46) per soli 0”13 centesimi –, alle loro spalle va in scena una sorta di finale europea che vede l’Italia lanciare Magnini all’ultimo cambio con oltre 1” di vantaggio sul quartetto britannico, agevolmente difeso per portare a casa l’unica medaglia azzurra in staffetta nella storia dei Giochi, concludendo in 7’11”83 con una frazione nuotata in 1’47”58.

Resta ora la prova più importante, ovvero la finale dei 100 metri stile libero che va in scena all’indomani, dove l’azzurro, abituato a partire piano, stavolta esagera, visto che alla virata di metà gara transita per ultimo in 23”84, ad 1”24 di distacco da Schoeman che, viceversa, spara tutto nella prima parte, con il risultato di venire recuperato da van den Hoogenband che va così al bis (48”17 a 48”23) dell’oro olimpico di Sydney, mentre Magnini, pur con una vasca di ritorno in 25”15 (terzo tra gli otto finalisti), può solo scalare tre posizioni, concludendo non meglio che quinto in 48”99.

Una delusione non solo per lui, ma per l’intera Federazione, che se ne torna in Italia con una sola altra medaglia, vale a dire l’argento conquistato dalla 16enne Pellegrini sui 200 metri stile libero, così da meditare circa la preparazione in vista dei Mondiali 2005 in programma a Montreal nella seconda metà di luglio.

Senza il doppio appuntamento che aveva caratterizzato la stagione precedente, Magnini si presenta in Canada in buone condizioni di forma, certificate dal miglioramento del record italiano con 48”74 nuotati il 10 aprile ai Campionati Primaverili di Riccione, anche se la rassegna iridata si apre con la delusione costituita dalla mancata qualificazione alla finale della staffetta 4×100 stile libero, in cui il quartetto di riserva azzurro fallisce l’obiettivo per soli 0”19 centesimi.

Una mancata qualificazione di cui è vittima il giorno dopo anche lo stesso Magnini nelle semifinali dei 200 metri stile libero, facendo segnare il nono tempo di 1’48”34, di soli 0”23 centesimi superiore a quello dell’americano Peter Vanderkaay, così che tutte le speranze di medaglia sono riposte nella sua gara preferita sui 100 metri stile libero, le cui batterie e semifinali sono previste il 27 luglio e la finale il giorno successivo.

Un Magnini ansioso di riscatto si impone nella seconda semifinale limando di 0”01 centesimo il proprio limite italiano, con un 48”73 che lo vede mettersi alle spalle il croato Duje Draganja e la coppia Usa formata da Phelps e Jason Lezak, ma la prima serie aveva visto il dominio sudafricano, con Schoeman a precedere (48”45 a 48”54) il connazionale Neethling, con il canadese Brent Hayden terzo in 49”05.

Sono in pochi a ritenere che il 23enne pesarese possa aspirare a qualcosa di più di una medaglia di bronzo, il quale mantiene la propria tattica di gara, ma stavolta con un passaggio a metà gara ben più veloce in 23”14, che lo vede in quarta posizione alle spalle del solito, scatenato Schoeman, che transita in 22”42, e della coppia Neethling/Draganja (con quest’ultimo specialista dei 50 metri stile libero) a virare in 22”93.

Con pertanto più di 0”70 centesimi da recuperare nella vasca di ritorno, Magnini esce bene dalla subacquea per andare riprendere ai 75 metri Neethling (mentre Draganja, come da attendersi, ha finito le cartucce) e quindi lanciarsi all’inseguimento di Schoeman che raggiunge e supera nelle ultime bracciate, facendo fermare i cronometri su di un favoloso 48”12 che rappresenta il suo “Personal Best” in carriera con i vecchi costumi, ancorché integrali, nonché il record dei Campionati, con il duo sudafricano a masticare amaro, dovendo accontentarsi di occupare (48”28 e 48”34 rispettivamente …) i restanti gradini del podio.

Se riuscire ad occupare il vertice della specialità non è mai facile, confermarsi è ancor più difficile, con Magnini ad avere ben precisi obiettivi nel successivo triennio, ovvero i Campionati Europei di Budapest 2006, i Mondiali di Melbourne 2007 ed il doppio appuntamento costituito dagli Europei di Eindhoven e dai Giochi di Pechino nel 2008.

Un “Tour de Force” affrontato nel migliore dei modi, visto che nella capitale ungherese l’oramai 24enne pesarese conferma lo stesso risultato di due anni prima a Madrid, imponendosi sui 100 metri stile libero in 48”79 precedendo lo svedese Stefan Nysrtrand e van den Hoogenband (48”91 e 48”94), per poi replicare il bronzo sui 200 metri stile libero, nuotati in 1’47”57 e che vedono l’olandese prevalere in 1’45”65 sull’altro azzurro Rosolino, argento con 1’47”02.

La solita forza di squadra consente ai quartetti azzurri di confermare il titolo di Madrid ’04 sia con la staffetta 4×100 stile libero – curiosamente replicando lo stesso ordine d’arrivo, con la Russia seconda e la Francia terza –, che migliora il proprio record dei Campionati con 3’15”23 (ed una strepitosa ultima frazione nuotata in 47”62 da Magnini), che con il quartetto della 4×200 stile libero, dove Rosolino, David Berbotto, Nicola Cassio ed un Magnini da 1’47”01 in ultima frazione migliorano il loro stesso limite europeo stabilito 5 anni prima ai Mondiali di Fukuoka ’01 con il tempo di 7’09”60, precedendo Gran Bretagna ed una sorprendente Grecia.

La piena maturità fisica del marchigiano – che in occasione del bis europeo sui 100 metri stile libero si cinge la testa di una corona portata sino a Budapest dai suoi amici, circostanza che da allora lo fa divenire per tutti “Re Magno”, giocando sull’appellativo dato ai grandi sovrani nel Medio Evo ed il suo cognome – lo porta a concentrarsi sulla conferma del titolo iridato, con una preparazione diversificata dato che, a causa della collocazione nell’emisfero australe, la rassegna va in scena a Melbourne da metà a fine marzo 2007.

Riuscire a replicare l’oro sui 100 metri stile libero in due edizioni consecutive dei Mondiali è impresa sinora riuscita solo all’americano Matt Biondi (Madrid ’86 e Perth ’91) ed allo “Zar” Alexander Popov, vincitore a Roma ’94 e Perth ’98, ancorché con l’handicap derivante dal fatto che, all’epoca, la rassegna si disputava ogni quattro anni (il russo poi farà suo un terzo oro a Barcellona ’03, sinora unico a poter vantare un tris di successi su tale distanza), il che rende la sfida ancor più affascinante.

E l’esordio, alla “Rod Laver Arena” della metropoli australiana, è quanto mai confortante, visto che il 25 marzo la staffetta 4×100 stile libero ottiene il suo miglior piazzamento di ogni epoca a livello iridato, conquistando uno splendido argento, grazie ad una straordinaria ultima frazione del 25enne pesarese.

Alle spalle, difatti, degli Stati Uniti lanciati verso l’oro, all’ultimo cambio la situazione vede tuffarsi Alain Bernard per la Francia seconda in 2’26”50, seguito da Christopher Vikstrom per la Svezia terza in 2’26”66, Schoeman per il Sudafrica (quarto con 2’26”79) e Magnini a ricevere il cambio da Galenda solo in quinta posizione con 2’26”86, altresì tallonato dal quartetto australiano (2’26”91) per il quale scende in acqua Kenrick Monk.

Cinque formazioni racchiuse nello spazio di 0”41 centesimi per andare ad occupare le piazze d’onore e, come suo solito, l’azzurro si produce in un rush conclusivo strepitoso, che lo porta a nuotare la sua frazione in 47”18 (con una vasca di ritorno in 24”73!!!) che consente all’Italia di toccare seconda con il tempo di 3’14”04, precedendo Francia e Sudafrica che concludono in 3’14”68 e 3’14”77 rispettivamente, mentre gli Usa vanno al record dei Campionati con 3’12”72.

Con una tale iniezione di fiducia, il 28 marzo Magnini si presenta al via per le batterie al mattino e le semifinali al pomeriggio dei 100 metri stile libero, in cui a farsi preferire è l’americano Jason Lezak, il quale si aggiudica una seconda serie di altissimo livello con il tempo di 48”51 precedendo un “parterre de roi” costituito da van den Hoogenband, Hayden, l’australiano Eamon Sullivan, il brasiliano César Cielo e Schoeman, tutti ad accedere alla finale, mentre l’azzurro si era imposto in 48”60 nella prima semifinale che qualifica per l’atto conclusivo il solo altro Neethling.

Con il meglio del meglio dello sprint mondiale ad accomodarsi sui blocchi di partenza alle 19:42 ora locale del 29 marzo 2007, il pronostico sfugge ad ogni previsione, con i soli due sudafricani a sembrare un tantino fuori condizione, mentre il fenomeno olandese inizia a risentire dell’età, visti le sue 29 primavere e gli anni vissuti al vertice della specialità.

Come al solito, Schoeman gioca le sue carte nella prima parte di gara, virando in 22”87 preceduto dal 20enne brasiliano Cielo in 22”83 e tallonato dal non ancora 22enne Sullivan con 22”92, mentre Magnini rischia grosso transitando in settima posizione in 23”24 preceduto anche da Neethling, Lezak ed Hayden.

E’ pur vero che il distacco dal primo non è insormontabile (0”41 centesimi), ma la tenuta degli altri finalisti, ad eccezione di van den Hoogenband, mai veramente in gara, prosegue sino alle battute finali e, dopo che i due sudafricani hanno progressivamente ceduto, sono ben cinque i nuotatori che si catapultano sul traguardo nemmeno fosse una finale dei 50 metri stile libero, con l’arrivo ad essere decifrato solo dal rilevamento elettronico poiché ad occhio nudo non è possibile stabilire chi abbia vinto.

E, difatti, si verifica un ex aequo, con Magnini ad essere accreditato (48”43) del medesimo tempo del canadese Hayden – alla sua miglior prestazione in carriera – mentre il bronzo se lo aggiudica il beniamino di casa Sullivan che, con 48”47, precede Cielo e Lezak divisi (48”51 a 48”52) da solo 0”01 centesimo per una classifica che vede i primi cinque racchiusi nello spazio di appena 0”09 centesimi!!!

Con già un oro ed un argento al collo, per il nuotatore azzurro sarebbe il massimo coronare la sua partecipazione alla rassegna iridata almeno con un bronzo nella staffetta 4×200 stile libero, nella quale è schierato in prima frazione per dare morale ai frazionisti interni ed, in effetti, Magnini nuota le sue quattro vasche in un eccellente 1’47”66 che gli consente di dare il cambio ad Andrea Busato in seconda posizione alle spalle del “Kid di Baltimora” Michael Phelps che si permette una frazione da 1’45”36 (!!!), così da lanciare gli Stati Uniti al titolo ed annesso record mondiale in 7’03”24, mentre l’Italia paga a cario prezzo la prestazione di Busato cui Cassio e Rosolino non sono in grado di rimediare, concludendo non meglio che quinta in 7’12”31.

Raggiunto l’apice della propria parabola sportiva, per Magnini inizia fatalmente la fase calante, sulla quale contribuisce in parte l’innovazione dei costumi in poliuretano che rivoluziona l’albo dei record nel successivo biennio, in cui emerge la “nouvelle vague” francese, capitanata dal 25enne Alain Bernard, il quale ai Campionati Europei di Eindhoven 2008 si afferma sia sui 50 che sui 100 metri stile libero, stabilendo su questa ultima distanza uno straordinario primato mondiale di 47”50 distanziando di quasi 1” Nystrand, mentre Magnini conclude terzo in 48”53.

Un risultato che desta non pochi sospetti vista la massa muscolare del nuotatore transalpino – che l’anno precedente aveva fallito l’accesso alla finale iridata e che nell’ultima frazione della staffetta 4×100 stile libero aveva fatto registrare un tempo di 1” superiore a quello dell’azzurro – anche se l’Italia conferma la propria compattezza di squadra in staffetta, con l’argento nella 4×100 stile libero alle spalle della Svezia (3’15”41 a 3’15”77) e confermando per la terza edizione consecutiva degli Europei il dominio nella 4×200 stile libero, in cui il rientro di Brembilla in luogo di Busato fa sì che il quartetto azzurro si imponga in 7’09”94, un tempo che gli avrebbe garantito l’argento l’anno prima ai Mondiali.

Se i Campionati Europei continuano ad essere forieri di medaglie, altrettanto non si può dire per le Olimpiadi, che a Pechino vedono Phelps raggiungere l’obiettivo prefissatosi di conquistare 8 medaglie d’oro e dove emerge in tutta la sua globalità il contributo dei nuovi costumi, laddove si pensi che a Magnini, pur migliorando di 0”01 centesimo il proprio limite sui 100 metri stile libero, il suo 48”11 gli vale solo il nono tempo e la conseguente esclusione dalla finale.

Altrettante delusioni giungono dalle staffette, con la 4×100 stile libero a restare ai margini del podio per soli 0”24 centesimi (3’12”41 a 3’12”65) rispetto all’Australia, nel mentre la lotta titanica tra i quartetti americano e francese si risolve all’ultima bracciata a favore dei primi per uno scarto di appena 0”03 centesimi per i rispettivi primati mondiale ed europeo di 3’12”23 e 3’12”26.

Identico, ed ancor più beffardo, lo smacco della 4×200 stile libero che, in batteria, stabilisce con 7’07”84 il secondo miglior tempo nonché record europeo, per poi vederselo togliere in finale dal quartetto russo con 7’03”70 pur nuotando anche il quartetto azzurro al di sotto del precedente limite, ma il 7’05”35 serve solo per un amarissimo quarto posto a soli 0”37 centesimi dal bronzo australiano, mentre gli Stati Uniti divengono il primo quartetto ad infrangere la barriera dei 7’ netti, concludendo in 6’58”56.

Nuotare più veloce con i costumi gommati ha poco valore, come Magnini apprende a proprie spese l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali che si svolgono proprio a Roma, subendo la medesima delusione olimpica, in quanto nuota in 48”04 nella semifinale dei 100 metri stile libero per il suo “Personal Best” in carriera sulla distanza e che rappresenta la decima volta che migliora il primato italiano, solo per essere escluso dalla finale per 0”06 centesimi con il nono tempo, mentre “l’uomo nuovo” della velocità in corsia, ovvero il brasiliano Cielo, ferma i cronometri in finale in 46”91 su Bernard (47”12), primo nuotatore al mondo ad infrangere la barriera dei 47” netti.

E, stavolta, non vi è consolazione neppure in staffetta, con la 4×100 stile libero a concludere quinta e la 4×200 stile libero non meglio che sesta, con la speranza che il successivo triennio che porta alle Olimpiadi di Londra 2012 possa riservare un’inversione di tendenza, data anche la decisione della FINA di abolire i costumi in poliuretano a far tempo dal gennaio 2010.

Oramai, per Magnini, che si sta avvicinando alla soglia dei 30 anni, non è più tempo di cercare nuovi record – grazie ai costumi mandati in pensione, aveva stabilito nel 2009 a Riccione il suo “Personal Best” sui 200 metri stile libero con 1’46”89 – ma almeno andare alla ricerca di arricchire la propria bacheca di medaglie, ma gli Europei di Budapest 2010 si rivelano quanto mai negativi, scendendo per la prima volta dal podio sui 100 metri stile libero (quarto in 48”67 con Bernard a trionfare in 48”49), così come per la prima volta rispetto alle ultime tre edizioni le staffette non vanno a medaglia.

Per molti Magnini è oramai giunto al capolinea, e l’esito dei successivi Mondiali di Shanghai sembra confermare detta previsione, con Magnini escluso dalla finale dei 100 metri stile libero avendo realizzato l’undicesimo tempo in semifinale con 48”50 per poi subire l’ennesima beffa con la staffetta 4×100 stile libero, che conclude quarta in 3’12”39 a 0”43 centesimi dal podio, con il pesarese a “far da chioccia” ai giovani Luca Dotto e Marco Orsi (classe 1990) e Michele Santucci, nato nel 1989.

I Mondiali segnano però una svolta nella vita sentimentale del 29enne Filippo, poiché è in tale sede che si ufficializza il suo rapporto affettivo con Federica Pellegrini, precedentemente fidanzata con il mistista Luca Marin, un’unione destinata a far la fortuna delle riviste di gossip in quanto, tra promesse di matrimonio e temporanee divisioni, va avanti per 6 anni sino alla definitiva rottura.

Sia chiaro, non è che Magnini nuoti piano, sono gli altri che hanno compiuto “il salto di qualità” e comunque, sarà stata o meno la ritrovata serenità affettiva, in occasione dei Campionati Europei di Debrecen 2012 l’alfiere azzurro completa la sua collezione di titoli continentali imponendosi in 48”77 sui 100 metri stile libero precedendo Bernard per poi – dopo l’argento delle staffette 4×100 e 4×200 stile libero – contribuire, con un ultima frazione a stile libero in 47”78, all’unico titolo continentale nella storia della nostra staffetta 4×100 mista.

L’Europa è peraltro una cosa e le Olimpiadi chiaramente un’altra, con Magnini a non superare per la prima volta le batterie ai Giochi di Londra 2012, per poi concludere al settimo posto con la staffetta 4×100 stile libero, e, saltati i Mondiali di Barcellona 2013, può raccogliere le ultime briciole di gloria grazie al suo contributo alle staffette, che lo vedono ancora capace di salire sul podio con la 4×100 stile libero agli Europei di Berlino ’14 e con la 4×200 stile libero ai Mondiali di Kazan ’15, prima di dare un ultima prova della sua classe, oramai 34enne, in occasione degli Europei di Londra 2016.

E, nella piscina olimpica che quattro anni prima gli aveva riservato solo delusioni, stavolta Magnini mette il cuore per resistere all’attacco dell’ultimo frazionista belga e salvare l’argento della 4×100 stile libero per il soffio di 0”01 centesimo (3’14”29 a 3’14”30), per poi essere ripagato della stessa moneta nella finale della 4×200 stile libero, dove le posizioni si invertono (7’08”28 a 7’08”30) e quindi completare il proprio palmarès con l’ultima medaglia nella neonata 4×100 stile libero mista (ovvero due maschi e due femmine), argento alle spalle dell’Olanda, in cui nuota in prima frazione e la fidanzata Pellegrini in ultima.

Completato il medagliere, Magnini si presenta ancora una volta ad una grande manifestazione internazionale ai Mondiali di Budapest 2017, dove la staffetta 4×100 stile libero è squalificata in finale per cambio anticipato tra Dotto e Ivano Vendrame, mentre la sua ultima apparizione in una finale avviene allorché nuota la frazione interna della staffetta 4×200 stile libero che conclude in sesta posizione.

Magnini avrebbe dovuto ritirarsi, avendo concluso in bellezza un’attività durata 15 anni, ma non si sa bene per quale motivo incappa viceversa in un controllo antidoping positivo, così che la sua carriera si conclude con una macchia che sarebbe stato bene non fosse mai esistita.

Ma nei momenti più avvilenti, vi è sempre la scintilla dell’amore a salvarlo poiché, conclusa la “Love Story” con la Pellegrini, intreccia una relazione con l’avvenente showgirl Giorgia Palmas, sua coetanea, e le ultime notizie della cronaca rosa garantiscono essere prossimi a convolare a nozze.

E’ proprio il caso di dire che… “se son rose, fioriranno …“.

 

WILLY DEN OUDEN, LA STILELIBERISTA VENTI ANNI AVANTI ALLE ALTRE

Willy_den_Ouden_1932
Willie den Ouden – da:wikiwand.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’Olanda è una Nazione con una grande tradizione natatoria, lo dimostra il fatto che, nel Medagliere assoluto dei Giochi Olimpici, essa si piazza al sesto posto con 56 allori – di cui 19 Ori, 18 argenti e 19 bronzi – salendo addirittura in quarta posizione (preceduta solo da Stati Uniti, Germania ed Australia …) qualora si abbia riferimento al solo settore femminile, il quale contribuisce al totale con ben 44 medaglie di cui 15 d’Oro.

E se i maggiori successi sono stati ottenuti nel corso del corrente millennio grazie alle strabilianti performance di Pieter van den Hoogenband in campo maschile e di Inge de Bruijn e Ranomi Kromowidjojo in quello femminile, con conseguente apporto delle relative staffette a stile libero, non bisogna dimenticare che l’emergere delle nuotatrici dei Paesi Bassi ai massimi livelli internazionali risale agli anni ’30, allorché si oppongono, praticamente da sole, allo strapotere delle ragazze americane …

Sino ai Giochi organizzati in Patria, nel 1928 ad Amsterdam, l’Olanda poteva vantare nel proprio Palmarès appena il bronzo conquistato dal dorsista Johannes Drost sui 200 metri nell’edizione di Parigi 1900, per poi inaugurare la lista degli Ori olimpici allo “Olympic Sports Park Swim Stadium” grazie alla sua prima stella, vale a dire la 17enne Maria Braun, vincitrice sui m.100 dorso, nonché argento sui m.400sl, con analogo piazzamento colto anche da Marie Baron sui m.200 rana, alle spalle della tedesca Hilde Schrader.

La Braun rappresenta una sorta di “Capostipite” del movimento natatorio olandese, non solo per aver conquistato il primo Oro olimpico per il proprio Paese, ma per essere altresì stata la prima a detenere un record mondiale, grazie ai 2’59”2 sui m.200 dorso nuotati il 24 novembre 1928 a Bruxelles.

Già messasi in evidenza ai Campionati Europei di Bologna 1927 dove aveva invertito l’esito delle gare olimpiche, con l’Oro sui m.400sl e l’argento sui m.100 dorso oltre che con la staffetta 4x100sl, la Braun raggiunge l’apice della propria carriera in occasione della Rassegna Continentale di Parigi 1931, dove si aggiudica sia i m.100 dorso che i m.400sl, per poi contribuire, in ultima frazione, alla vittoria della staffetta 4x100sl.

Campionati Europei che vedono mettersi in luce la protagonista della nostra Storia odierna che, sulla scia delle imprese della propria connazionale, è destinata a scrivere pagine importanti nella specialità dello stile libero, onestamente più con primati che non con medaglie, proprio a causa di una incredibile “concorrenza interna” …

Costei è Willie den Ouden, la quale nasce ad inizio anno 1918 a Rotterdam, principale centro natatorio olandese, la quale dimostra una tale innata predisposizione nella specialità dello stile libero che, ad appena 13 anni, nel mentre gareggia per il “Rotterdamsche Dames Zwemclub”, stabilisce il record nazionale sulla sua distanza preferita dei m.100sl con il tempo di 1’10”4, migliorando il precedente limite di ben 1”4 …

Logica vuole che, a dispetto dell’età adolescenziale, la piccola Willie venga selezionata per la Rassegna Continentale di Parigi 1931, dove conquista l’argento sui m.100sl in 1’11”8 alle spalle della francese Yvonne Godard, per poi fornire il proprio contributo, in terza frazione, all’affermazione della staffetta 4x100sl.

Eccola, pertanto, inserita nella Squadra Olimpica che varca l’Oceano per partecipare ai Giochi di Los Angeles 1932, dove è posta di fronte ad un’impresa titanica, ovvero cercare di infastidire la fuoriclasse americana Helene Madison, la quale ha già abbassato in due occasioni il record mondiale, portandolo sino ad 1’06”6 il 20 aprile 1931 a Boston …

Inserita nella quarta batteria del 6 agosto 1932 dopo che, nella seconda e nella terza, dapprima la britannica Joyce Cooper con 1’09”0 e quindi la Madison con 1’08”9 avevano migliorato il Record olimpico, la Ouden non sfigura nuotando in 1’09”2 che le vale il secondo posto e la qualificazione per le semifinali, alle spalle dell’altra americana Eleanor Saville, a propria volta scesa ad 1’08”5 per il terzo primato olimpico di giornata.

Quest’ultima, la più esperta del lotto, dall’alto dei suoi 23 anni e dell’argento sui m.100sl quattro anni prima ad Amsterdam (con l’aggiunta dell’Oro in staffetta …) appare la più accreditata rivale della connazionale e primatista mondiale Madison, e potete pertanto pensare quale sia la sorpresa all’indomani allorché, nella prima delle due semifinali la Saville, ancorché nuoti in 1’08”8, si vede sfrecciare a fianco la 14enne olandesina che con 1’07”6 le frantuma il fresco Record olimpico …

Si attende la risposta della Madison che, al contrario, nuota al risparmio la seconda semifinale che si aggiudica in un per lei “comodo” 1’09”9 e l’appuntamento per la “resa dei conti” è fissato per l’indomani, 8 agosto 1932 alle 15:00 ora locale, con in molti a chiedersi se, quello che alla vigilia sembrava un Oro pressoché scontato per la primatista mondiale, non debba viceversa tramutarsi in una clamorosa sorpresa …

Con il dubbio, altresì, che la pressione possa giocare un brutto scherzo alla più giovane partecipante ai Giochi, lo stesso viene cancellato allorché la neo primatista olimpica nuota la prima metà gara all’altezza della favorita americana, per poi subire l’accelerazione della stessa nella vasca di ritorno, senza peraltro scomporsi, visto che va a toccare in 1’07”8 (in pratica ripetendo lo stesso tempo della semifinale …) ed ha pertanto ben poco da rimproverarsi, visto che la Madison, per far suo l’Oro, deve nuotare in 1’06”8, a soli 0”2 decimi dal suo stesso primato mondiale, così da appropriarsi anche di un Record olimpico migliorato ben cinque volte in tre giorni, nel mentre il podio è completato dalla Saville con 1’08”2.

Con la Rassegna di Los Angeles a decretare la fine della carriera della Braun, costretta ad abbandonare le gare a seguito di un’infezione causata dalla puntura di una zanzara, tocca alla den Ouden farsi carico di chiudere in ultima frazione la staffetta 4x100sl che conduce ad un argento con il Record europeo di 4’47”5 che migliora di 0”1 decimo il precedente limite mondiale, viceversa frantumato dal quartetto Usa con il tempo strabiliante di 4’38”0.

La giovanissima età – la Madison, regina dei Giochi essendosi aggiudicata anche i m.400sl, ha 19 anni – fa della den Ouden la favorita in proiezione della successiva edizione di Berlino 1936, tanto più che la stessa, nel successivo biennio, cancella l’americana dall’Albo dei Record con delle prestazioni che la pongono ai vertici del Nuoto Mondiale …

Sulla sua distanza preferita dei m.100sl, difatti, la den Ouden migliora il limite assoluto in ben tre occasioni, dapprima con l’1’06”0 nuotato il 9 luglio 1933 ad Anversa, per poi scendere ad 1’05”4 il 24 febbraio 1934 ad Amsterdam e quindi divenire la prima nuotatrice ad abbattere la soglia dell’1’05” netto grazie all’aver fermato i cronometri sull’1’04”8 il 15 aprile 1934 sulla piscina di casa a Rotterdam.

A tali exploit la giovane olandese abbina i primati mondiali sui m.200sl – distanza all’epoca, purtroppo non olimpica – dove diviene la prima al Mondo a scendere sotto la barriera dei 2’30” netti con i 2’28”6 nuotati il 3 maggio 1933 a Rotterdam e limati di 1” netto il 5 maggio 1934, per poi togliere alla Madison anche il Record sui m.400sl in una delle sue rare incursioni su detta distanza, in virtù dei 5’16”0 fatti registrare il 12 luglio 1934 ancora a Rotterdam.

Con tali credenziali, difficile poter pensare ad una den Ouden che non svolga il ruolo di protagonista assoluta in occasione dei Campionati Europei che si svolgono a Magdeburgo, in Germania, dal 12 al 19 agosto 1934, dove, al contrario, trova una inaspettata concorrenza proprio con una connazionale, Rie Mastenbroek, di un anno più giovane di lei, nonché anch’essa nata a Rotterdam …

La “Nouvelle Vague” del Nuoto olandese domina la Rassegna Continentale, affermandosi in quattro delle cinque gare in programma – con l’unica eccezione dei m.200 rana – con le due amiche/rivali a dividersi le medaglie a stile libero, visto che la 16enne Willie si afferma sulla più giovane concittadina (1’07”1 ad 1’08”1) nella Finale dei m.100sl, per poi dare vita ad un appassionante testa a testa sui m.400sl che premia la Mastenbroek nonostante siano entrambe accreditate del medesimo tempo di 5’27”4 (per capire il livello di superiorità, la danese Lilli Andersen, bronzo, giunge al traguardo in 5’45”1 …), ed infine contribuire al successo in 4’41”5 della staffetta 4x100sl che già nel corso dell’anno aveva strappato in 4’33″3 il Record mondiale al quartetto Usa.

L’unica differenza a favore della Mastenbroek – di cui abbiamo già trattato – è che la stessa si distingue anche a dorso, facendo suo il titolo europeo in 1’20”3, così da presentarsi sulle stesse quattro prove due anni dopo in occasione dei Giochi di Berlino 1936, avendo nel frattempo stabilito il Record mondiale su detta ultima distanza con il tempo di 1’15”8 …

Nel Nuoto, 24 mesi possono rappresentare un’eternità ed, ancorché in tale lasso di tempo la den Ouden migliori ulteriormente i propri limiti sia sui m.200sl con 2’25”3 l’8 settembre 1935 a Copenaghen che sulla più corta distanza, nuotata in 1’04”6 ad Amsterdam a fine febbraio 1936, in occasione della Rassegna berlinese le luci della ribalta sono tutte per la sua connazionale, nonché concittadina …

Sfavorita dal mancato inserimento nel programma olimpico della gara sui m.200sl – si dovrà attendere sino ai Giochi di Città del Messico ’68 (!!) – la den Ouden è iscritta solo sui m.100sl a livello individuale, ancorché sia tuttora detentrice del record mondiale sui m.400sl (le verrà tolto nel febbraio 1937 dalla danese Ragnhild Hveger con 5’14”2), con le relative batterie in programma l’8 agosto 1936 …

La Mastenbroek chiarisce sin dal suo primo tuffo in acqua quali siano le sue ambizioni, dato che, inserita nella prima serie, nuota la stessa in 1’06”4 che rappresenta il nuovo Record olimpico, tempo che replica nella prima delle due semifinali precedendo (1’07”2) la forte tedesca Gisela Arendt (bronzo due anni prima a Magdeburgo), mentre la den Ouden viene superata di misura (1’05”6 ad 1’06”7) dall’argentina di origini scozzesi Jeannette Campbell nelle seconda serie …

L’appuntamento per la Finale è fissato per le ore 15:00 del 10 agosto 1936 con ben tre olandesi (la terza è Tini Wagner…) sui blocchi di partenza, in un’edizione dei Giochi in cui gli Stati Uniti non sono riusciti a compensare il ricambio generazionale in campo femminile, visto che concludono con appena tre medaglie di bronzo …

Con il pubblico di casa ad incitare la propria beniamina Arendt, la stessa spende le sue massime energie nella prima metà della gara, portandosi dietro la Campbell, mentre la Mastenbroek vira appena in quinta posizione, per poi iniziare una straordinaria progressione nella vasca di ritorno che la porta a raggiungere le sue avversarie nelle ultime bracciate per andare a concludere nel Record Olimpico di 1’05”9 nel mentre la den Ouden conclude non meglio che quarta con il tempo 1’07”6 (di ben 3” superiore a quanto fatto registrare solo cinque mesi prima …), lasciando l’onore del podio a Campbell ed Arendt, che toccano in 1’06”4 ed 1’06”6 rispettivamente.

E, mentre la Mastenbroek si aggiudica anche i m.400sl con il Record Olimpico di 5’26”4 e deve, a propria volta, subire la “rivalità interna” della connazionale Nilda Senff che la batte a sorpresa (1’18”9 ad 1’19”2) nella Finale dei m.100 dorso, la den Ouden deve attendere il 14 agosto per conquistare il suo unico Oro olimpico in carriera, nuotando la terza frazione della staffetta 4x100sl che l’Olanda – detentrice del primato mondiale con il medesimo quartetto, stabilito il 24 maggio 1936 in 4’32”8 – si aggiudica togliendo agli Usa il Record Olimpico con 4’36”0.

Anche stavolta, le ragazze olandesi si sono aggiudicate quattro delle cinque gare in programma, dominando il medagliere femminile con 4 Ori ed un argento, ma mentre la “Regina dei Giochi” si ritira dall’attività per intraprendere l’attività di istruttrice di Nuoto, la den Ouden prosegue sino ai Campionati Europei di Londra 1938 dove, a 20 anni compiuti, completa la propria collezione di medaglie con l’argento nella staffetta 4x100sl in una Rassegna dominata dalle nuotatrici danesi – ed in particolare dalla Hveger, Oro sui m.100 e 400sl, nonché con la staffetta 4x100sl – ma che vede anche nuove olandesi emergere, come la liberista Rie van Veen (bronzo sui m.100sl, argento sui m.400al e con la staffetta 4x100sl) e le dorsiste Cor Kint e Iet van Feggelen, rispettivamente Oro ed argento sui m.100 dorso.

Purtroppo per loro, come per la Hveger, i tragici eventi della Seconda Guerra Mondiale impediranno di aspirare a quella “Gloria Olimpica” che sarebbe stata nelle rispettive potenzialità, mentre la den Ouden, la cui abitazione in Rotterdam è distrutta da un bombardamento il 14 maggio 1940, si rifugia dapprima a Londra e poi in Svezia dopo essere convolata a nozze con Staffan Broms, figlio di un diplomatico svedese …

Più a suo agio in piscina che non nelle vicende sentimentali, la den Ouden divorzia nel 1946 per fare ritorno nella città natale dove sposa nel 1953 tale Wicher Hooite Jager, da cui si separa nel 1957 per contrarre l’anno seguente un terzo matrimonio con Jan Eswin Schupper, destinato a durare appena sei mesi …

Nel frattempo, dopo addirittura 20 anni, anche il suo ultimo Record Mondiale, quello sui m.100sl, alla fine cade per merito della leggendaria australiana Dawn Fraser che il 21 febbraio 1956 lo migliora (1’04”5) di appena 0”1 decimo, anche se poi sarà la prima al Mondo ad infrangere la barriera del 1’ netto.

Il primato della Fraser è l’ultima occasione per sentir parlare dell’olandese, il cui nome sarebbe caduto nel più profondo anonimato – la stessa scompare il 6 dicembre 1997 ad un mese dal compimento degli 80 anni – se non vi avesse pensato la “International Swimming Hall of Fame” a rinverdirne le gesta inserendola nel proprio Albo d’Oro nel 1970, seconda nuotatrice olandese a ricevere questo onore …

Chi l’aveva preceduta …?? Ma la Mastenbroek, ovviamente, introdotta due anni prima …

 

ANTHONY ERVIN, ALL’INFERNO E RITORNO PER DUE ORI A 16 ANNI DI DISTANZA

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L’esultanza di Ervin dopo l’oro sui m.50sl a Rio de Janeiro – da:swinswam.com

Articolo di Giovanni Manenti

Per chi ha praticato Sport in gioventù – ed addirittura raggiunto i massimi livelli cui un atleta può aspirare, ovvero salire sul gradino più alto di un podio olimpico – ciò può rappresentare un’ancora di salvezza allorché tutto ti sta franando addosso ed uscire da un tunnel apparentemente senza sbocco …

Certo, nella stragrande maggioranza dei casi, questo avviene attraverso l’insegnamento, vale a dire mettere a frutto l’esperienza agonistica vissuta a beneficio dei ragazzi che si avvicinano alla Disciplina un tempo praticata, ma nel caso del protagonista della nostra odierna – forse la più incredibile nascosta nelle pagine di quell’affascinante romanzo che è “La Storia delle Olimpiadi – il ritorno all’attività lo porta a rivivere in prima persona l’emozione di vedersi mettere al collo la Medaglia d’Oro a 16 anni di distanza dalla prima occasione …

E questo avviene non nell’equitazione o nelle specialità del tiro, al pari della vela, dove si può divenire Campioni olimpici anche avendo superato i 50 anni di età, bensì in uno Sport come il Nuoto dove il ricambio generazionale è velocissimo, pur se negli ultimi anni il fenomeno si è un po’ rallentato, ma mai si sarebbe potuto immaginare un evento simile.

Stiamo parlando di un ragazzo americano di nome Anthony Ervin che è già particolare alla nascita, avvenuta il 26 maggio 1981 a Valencia, in California, in quanto il padre è di discendenza afroamericana e la madre di origini ebree ashkenaziti e, soprattutto, perché ha un’iperattività combinata con la presenza della “Sindrome di Tourette”, un disturbo neurologico tipico dell’infanzia caratterizzato dalla presenza di tic motori e fonatori incostanti e che in genere scompare con l’adolescenza …

Proprio per questo i genitori lo indirizzano al Nuoto, peraltro attività tipica in California, iscrivendolo presso il “Canyon Aquatic Club” per poi far parte della squadra della “Hart High School” che frequenta a Newhall, negli anni del Liceo.

Ottenuto il diploma, Ervin approda alla celebre “University of California” di Berkeley, dove affina le proprie qualità di stileliberista con specializzazione sulle brevi distanze, così da poter partecipare agli “Olympic Trials” che si svolgono ad Indianapolis dal 9 al 16 agosto 2000, ottenendo il pass per i “Giochi di Fine Millennio” di Sydney grazie al secondo posto sui m.50sl, dove è preceduto di soli 0”04 centesimi (21”76 a 21”80) da Gary Hall Jr – argento sui m.50 e 100sl ad Atlanta ’96 – che con l’occasione stabilisce il Record Usa, per poi giungere quinto in 49”75 nella Finale dei m.100sl che promuove, per la gara individuale, lo stesso Hall e Neil Walker, primo con 48”75.

Nonostante il piazzamento ai Trials non consentisse ad Ervin di prendere parte alla staffetta 4x100sl che apre il programma natatorio alle Olimpiadi australiane, la sua ottima prestazione nelle batterie del mattino del 16 settembre 2000 induce la Federazione Usa a schierarlo anche nella Finale pomeridiana in luogo di Scott Tucker, venendo ripagata con una prima frazione da 48”89 – ancorché l’atleta di casa Michael Klim realizzi, con 48”18, il relativo primato mondiale – che lancia il quartetto americano in un’avvincente testa a testa con l’Australia, con quest’ultima ad avere la meglio di misura (3’13”67 a 3’13”96) con tempi che vedono entrambe le formazioni scendere al di sotto del precedente record assoluto.

In un’edizione dei Giochi forse mai di così alto livello per quel che concerne lo Stile Libero – con la presenza del Campione e primatista mondiale in carica dei m.50 e 100sl Alexander Popov e l’olandese Pieter van den Hoogenband nel ruolo di “guastafeste” rispetto alle ambizioni americane ed australiane – la Finale dei m.100sl che si disputa il 20 settembre vede il trionfo di van den Hoogenband (il quale aveva già dato un profondo dispiacere al pubblico del “Sydney International Aquatic Centre” superando l’idolo di casa Ian Thorpe nella Finale dei m.200sl …) che, dopo aver migliorato in semifinale con 47”84 il fresco record stabilito da Klim, ha la meglio (48”30 a 48”69) su Popov, mentre Hall lascia per un solo 0”01 centesimo (48”73 a 48”74) il detronizzato australiano ai margini del podio.

La rivincita per i nuotatori più veloci del Pianeta ha luogo già l’indomani, allorché sono previste le batterie al mattino e le semifinali al pomeriggio dei m.50sl, con la relativa Finale a svolgersi il 22 settembre, penultimo giorno del programma natatorio, ed a voler dire la sua, nella sfida tra Popov, Hall e l’olandese, vi è stavolta anche il 19enne californiano Ervin …

Detentore del record mondiale con 21”64 ed olimpico con 21”91 realizzato a Barcellona nel ’92, Popov giunge alle spalle di van den Hoogenband (22”11 a 22”17) nella seconda semifinale, mentre la prima serie aveva visto Hall precedere (22”07 a 22”13) Ervin, così che i quattro favoriti (racchiusi nello spazio di appena 0”10 centesimi …) occupano le corsie centrali all’atto conclusivo con, sulla carta, ben poche speranze per il resto della compagnia …

Il primatista russo, sbarcato in Australia con l’ambizioso progetto di essere l’unico nuotatore ad aggiudicarsi tre Ori olimpici consecutivi (dopo quelli di Barcellona ’92 ed Atlanta ’96) sia sui m.50 che sui 100sl, dopo aver fallito il tentativo sulla più lunga distanza gioca tutte le sue carte in avvio, sparando le ultime energie sino a metà gara per poi spengersi progressivamente (conclude non meglio che sesto in 22”24 …) mentre la sfida tra i due americani e l’olandese è incandescente – con quest’ultimo alla ricerca di un tris d’Ori (m.50, 100 e 200sl) mai realizzato nella Storia dei Giochi – per un arrivo che il pubblico decifra solo al momento dell’apparizione dei tempi sul tabellone elettronico …

Tabellone che certifica come il più giovane dei finalisti sia riuscito a toccare all’unisono con il ben più esperto connazionale Gary Hall Jr., così che ad entrambi viene assegnata la medaglia d’Oro con il tempo di 21”98, mentre a van den Hoogenband (che non può certo lamentarsi del suo viaggio in Australia …) tocca stavolta accontentarsi del gradino più basso del podio, staccato (22”03) di appena 0”05 centesimi.

Primo atleta di origini afroamericane a conquistare una Medaglia d’Oro nel Nuoto per gli Usa, non crediate che quello del 19enne californiano sia stato il classico exploit – specie poi in una distanza solita alle sorprese come i m.50sl – ottenuto nel suo “Giorno dei Giorni”, poiché l’anno successivo, in occasione della Rassegna Iridata di Fukuoka 2001, Ervin non solo lascia, bensì raddoppia, in quanto sfruttando le assenze di Popov e del connazionale Hall, unisce ai m.50sl anche il titolo sulla doppia distanza …

In entrambe le circostanze il “grande sconfitto” è il trionfatore di Sydney, vale a dire van den Hoogenband che, oltre a subire la vendetta di Thorpe sui m.200sl, si vede sopravanzare da Ervin (48”33 a 48”43 con tanto di Record dei Campionati …) nella Finale dei m.100sl – che il californiano affronta come se fosse una gara sulla più breve distanza, transitando in 22”60 a metà percorso contro i 23”02 dell’olandese per poi contenerne il tentativo di rimonta nella vasca di ritorno – per poi subire identica sorte sui m.50sl, che Ervin si aggiudica in 22”09 rispetto al 22”16 del suo avversario.

L’unica amarezza deriva dalle squalifiche delle staffette 4x100sl per il cambio anticipato di Gregory Busse tra la seconda frazione ultimata da Ervin in 48”40 e la terza e quello della 4x100mista dove il responsabile è lui che anticipa il tuffo in acqua all’ultimo cambio allorché gli Usa vantano un ritardo di 0”22 centesimi dal quartetto australiano.

In ogni caso, tre Medaglie d’Oro tra Olimpiadi e Mondiali non sono certo da disprezzare per un 20enne, solo che Ervin coltiva anche altre passioni, in particolar modo per la musica e la chitarra, così che, dopo la deludente esperienza alla Rassegna Iridata di Barcellona ’03  dove non riesce a superare le eliminatorie dei m.50sl in una Rassegna che vede il ritorno ai vertici dello Zar Popov, Oro sui m.50, 100 e con la staffetta 4x100sl ed argento con la 4x100mista – decide di abbandonare le piscine per coltivare il sogno di divenire una Rock Star …

Il vecchio adagio “quando si lascia la strada vecchia per la nuova, si sa quel che si lascia, ma non ciò che si trova …” ben si addice ai successivi anni di vita sregolata di Ervin, che si unisce al complesso rock dei “Weapons of Mass Destruction”, girando per gli Stati Uniti ma con scarso successo ed il baratro si avvicina sempre più …

Completamente sparito dalle cronache, Ervin svolge lavori saltuari dapprima come tatuatore e quindi quale venditore di strumenti musicali, ma il mancato raggiungimento dell’obiettivo che si era previsto lo fa scivolare nel tunnel dell’abuso di alcool e droghe, per poi cadere in depressione a livello tale da tentare il suicidio ingerendo una quantità eccessiva di pasticche che gli erano state prescritte per la cura della sua “Sindrome di Tourette”.

Compresa la sua situazione di disadattato, Ervin cerca ogni tanto di redimersi come quando nel 2005 vende su eBay la sua medaglia d’oro vinta a Sydney 2000 – quella d’argento in staffetta la perde nei suoi frequenti traslochi – destinando il ricavato di 17mila dollari alle vittime dello Tsunami di fine dicembre 2004 in Indonesia, oppure allorché abbraccia l’iniziativa di farsi coinvolgere nel progetto “Make a Splash” che ha come finalità di permettere ai bambini americani di imparare a nuotare …

Ma sono solo attimi di lucidità, tra il 2007 ed il 2009 torna ad essere schiavo di alcool e droghe, non ha una fissa dimora e dorme spesso a casa di amici, evitando anche di far sapere di essere stato un Campione di Nuoto, sino a che, nel 2010, riesce ad ottenere un lavoro come insegnante di nuoto per bambini a New York …

Non si può mai sapere cosa possa scattare nella mente di una persona, anche se è oramai l’ombra di sé stessa, sta di fatto che il ritrovarsi a contatto con l’ambiente dove era cresciuto – forsanche il rivedersi in quei bambini che si accingevano a detta pratica – fa sì che ad Ervin torni la voglia di allenarsi, inizialmente solo per riprendere quella tonalità muscolare che aveva perduto.

La magia deriva dal piacere che prova nel coprire le vasche, una sorta di ringiovanimento che lo porta a dimenticare il passato, si dedica anche alla letteratura ed al buddismo Zen, tutte circostanze che lo allontanano progressivamente sino alla rinuncia totale ad alcool e droghe ed il passo decisivo avviene in occasione del compimento dei 30 anni, allorché come da Ervin stesso dichiarato: “mi stavo rendendo conto di essere una persona diversa rispetto a quella che aveva abbandonato l’attività, anche se erano trascorsi oltre 7 anni ora sapevo cosa volevo e cioè tornare a recuperare la mia dignità, indipendentemente dai risultati che avrei potuto ottenere …”.

Solo che quel ragazzo di 20 anni aveva addosso le stimmate del campione ed allorché si ripresenta in piscina a fine 2011 per una gara Masters sui m.50sl ottiene un tempo che lo posiziona tra i possibili pretendenti per la conquista del pass olimpico ai successivi Trials che si svolgono tra fine giugno ed inizio luglio 2012 ad Omaha in Nebraska …

La notizia di un pluri medagliato che, sia pur a distanza di anni, sta tentando di rimettersi in gioco fa presto a spargersi nell’ambiente ed ovviamente viene accolta con scetticismo negli ambienti federali, come del resto è normale che sia, solo che non fa che aumentare la forza di volontà di Ervin che, nel successivo mese di gennaio, in un meeting open ad Austin, si piazza terzo sui m.50sl e quarto sui m.100sl al cospetto di alcuni dei migliori specialisti del proprio Paese.

Sono proprio i suoi amici/rivali che si accorgono delle sue ritrovate potenzialità, primo fra tutti Ricky Berens, che non ha timore di sbilanciarsi nel dichiarare: “Il suo stile di nuoto è perfetto, è come assistere alle prestazioni di una leggenda …”, ed i fatti gli daranno ragione …

Presentatosi in Nebraska convinto dei propri mezzi, il 31enne Ervin non va oltre le semifinali dei m.100sl, gara che qualifica per i Giochi di Londra Nathan Adrian e Cullen Jones, per poi stupire gli addetti ai lavori ottenendo il secondo posto, valido per la trasferta londinese, sui m.50sl, oltretutto ad un solo 0”01 centesimo (21”59 a 21”60, con Adrian terzo in 21”68) dal vincitore Jones e con un tempo di quasi 0”4 decimi inferiore a quello realizzato 12 anni prima per far suo l’Oro a Sydney.

Fatti ricredere i propri detrattori – e, d’altronde, nella piscina del “London Aquatic Centre” conquista la medaglia d’argento con la staffetta 4x100sl, pur avendo nuotato solo in batteria, il 36enne (!!) Jason Lezak, con il “piccolo particolare” di non aver mai interrotto l’attività – Ervin deve ora dimostrare di essere all’altezza di fare onore al proprio Paese, avendo come compagno il citato Cullen Jones, 28enne di colore così da formare una coppia di afroamericani …

Superate le batterie del mattino del 2 agosto 2012 con il quarto tempo assoluto di 21”83, Ervin accede alla Finale dell’indomani migliorandosi sino a 21”62 al pomeriggio, tempo che gli vale il terzo posto nella prima semifinale alle spalle del connazionale Jones e del favorito primatista mondiale, nonché Campione olimpico ed iridato in carica, il brasiliano César Cielo, accreditati entrambi di 21”54 …

I m.50sl sono però la gara più indecifrabile del programma olimpico, nuotati tutti d’un fiato sul filo dei centesimi e dove non è consentito il minimo errore, ed a “pescare il jolly”, al pomeriggio del 3 agosto, è il francese Florent Manaudou che, in 21”34, si aggiudica l’Oro lasciando a Jones e Cielo (21”54 e 21”59 rispettivamente) l’onore di completare il podio, mentre Ervin completa la sua due giorni con il tempo di 21”78 che gli vale la quinta piazza, precedendo pur sempre uno specialista come il sudafricano Roland Schoeman, ancorché vanti anch’egli 32 primavere.

Si potrebbe pensare che Ervin abbia dimostrato a sé stesso ed agli scettici di essere sempre in grado di competere ai massimi livelli e questo, dato anche quanto reclama la carta d’identità, possa essere per lui già ampiamente sufficiente, ma mai come in questo caso vale un altro detto popolare e cioè che “L’appetito vien mangiando” e, visto il risultato ottenuto con pochi mesi di allenamento, perché non guardare avanti …

Ed eccolo, quindi, presentarsi ai Campionati AAU 2013, validi come qualificazione per i Mondiali di fine luglio/inizio agosto a Barcellona, classificandosi secondo sui m.50sl e terzo sui m.100sl, così da poter far parte del quartetto titolare della staffetta 4x100sl.

Orfani di Michael Phelps – che aveva annunciato il ritiro dopo i Giochi di Londra, salvo poi ripensarci – gli Usa giungono secondi alle spalle dell’Australia, salvando il bronzo per soli 0”02 centesimi (3’11”42 a 3’11”44) rispetto alla Russia grazie soprattutto alla frazione interna in 47”44 nuotata da Ervin, il quale poi ottiene il tempo di 21”42 alle spalle del Campione olimpico Manaudou nella seconda semifinale dei m.50sl, candidandosi per il podio nella Finale del 3 agosto 2013 …

Un tempo che, se replicato, gli avrebbe valso l’argento alle spalle del ritrovato Cielo (primo con 21”32), ma stavolta il miracolo non si ripete, ed i 21”65 con cui copre la vasca valgono ad Ervin non meglio che la sesta posizione, con la magra consolazione di identico flop da parte del transalpino che lo precede di appena un 0”01 centesimo.

A fine agosto, Ervin partecipa assieme ad Adrian ai “Campionati Pan Pacifici” che si svolgono in Australia, a Gold Coast, una Manifestazione che lo aveva visto cogliere l’argento alle spalle del connazionale Lezak (22”22 a 22”28) ben 12 anni prima nell’edizione di Yokohama ’02, piazzamento che replica precedendo Adrian (21”73 a 21”80), alle spalle dell’altro brasiliano Bruno Fratus, primo con il record dei Campionati di 21”44.

Essere in grado di nuotare la distanza in meno di 22” netti è sicuramente garanzia di un posto in Finale ai massimi livelli internazionale, ma l’implacabile orologio anagrafico continua a far girare le proprie lancette e solo ipotizzare una medaglia ai Giochi di Rio de Janeiro 2016 può sembrare fantascienza, ancor più dopo il negativo esito della partecipazione ai Mondiali di Kazan 2015, dove Ervin fallisce l’accesso alla Finale dopo aver perso (21”90 a 21”98, ironia della sorte proprio il tempo dell’Oro di Sydney …) lo spareggio con il russo Vladimir Morozov, mentre Manadou si riprende lo scettro con una prestazione sensazionale, conclusa in 21”19, con ampio margine (21”52) su Adrian.

Ed invece, contro ogni previsione ed a dispetto dei 35 anni già compiuti, ecco che ai Trials olimpici che si svolgono dal 26 giugno al 3 luglio nel consueto scenario di Omaha, Ervin si piazza quarto in 48”71 nella Finale dei m.100sl che qualifica per la prova individuale Adrian e la nuova stella Caeleb Dressel, per poi dimostrarsi ancora capace di primeggiare sulla distanza a lui preferita, arrivando a fianco di Adrian (21”51 a 21”52), così da escludere l’argento di Londra, Cullen Jones …

Allo “Olympic Aquatic Stadium” di Rio de Janeiro, Ervin viene schierato dai Dirigenti Usa nella sola batteria della staffetta 4x100sl, nonostante nuoti la sua ultima frazione in un eccellente 47”65, scelta in ogni caso che si rivela vincente, visto che il quartetto americano torna ad affermarsi avendo la meglio nella sfida con la Francia che ha caratterizzato le ultime tre edizioni dei Giochi …

Olimpiadi a cui prende parte anche Michael Phelps – alla sua quinta presenza ai Giochi dopo il debutto, 15enne, proprio a Sydney 2000 – il quale, nel portare a 23 (!!) il computo totale delle sue medaglie d’Oro, si afferma sui m.200 farfalla e sui m.200 misti, rispettivamente il 9 ed 11 agosto 2016, diviene il più anziano nuotatore, all’età di 31 anni e 42 giorni, ad aggiudicarsi un Oro in una gara individuale nella Storia dei Giochi …

L’unico che potrebbe togliergli questo primato è ovviamente Ervin, la cui Finale sui m.50sl è prevista per il giorno appresso, 12 agosto 2016, dopo che in semifinale a farsi preferire era il favorito d’obbligo Manaudou con il tempo di 21”32 rispetto ai 21”46 di Ervin e dell’ucraino AndriY Hovorov (di 11 anni più giovane …) ed ai 21”47 di Adrian …

In una sorta di remake della Finale di Sydney, Ervin sembra chiamato a fungere il ruolo di non più che di “terzo incomodo” in una sfida che vede il francese quale grande favorito, con Adrian ed Hovorov quali possibili outsider, anche se (pur non sapendo quanto il 35enne californiano credesse a tali scaramanzie …) pure stavolta nuota in terza corsia, con Manaudou in quarta, l’ucraino in quinta ed il compagno Adrian in sesta …

Rispetto a 16 anni prima spiccano, su entrambe le braccia di Ervin, i tatuaggi della fenice – il mitologico uccello che rinasceva dalle proprie ceneri, a simboleggiare la sua “resurrezione”, non solo sportiva – ed allo sparo a prendere un leggero vantaggio è Manaudou, con l’americano a sfruttare il vantaggio di poter fare la gara su di lui avendolo nella corsia accanto, per poi riuscire ad anticiparlo nel tocco di quel tanto (21”40 a 21”41) per “il centesimo che fa tutta la differenza del Mondo”, con Adrian a completare il podio in 21”49.

L’immagine dell’urlo liberatorio di Ervin una volta sinceratosi della vittoria la dice lunga su cosa abbiano voluto dire nel suo intimo questi lunghi 16 anni di attesa ed, in ogni caso, la sua ”Storia a lieto fine” – al contrario, purtroppo, di molti altri casi con esito diverso quandanche non tragico – rappresenta un grande insegnamento per tutti coloro che vivono situazioni analoghe …

E, stavolta, siamo sicuri che la Medaglia d’Oro non sarà venduta all’asta, in quanto rappresenta il simbolo della sua “redenzione” …