FRANCESCHI E LA DOPPIETTA “MISTA” AGLI EUROPEI DI ROMA 1983

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Giovanni Franceschi – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che “una rondine non fa primavera” ben si adatta al periodo buio del nuoto italiano, che credeva di aver risollevato la testa – quantomeno a livello continentale – con l’impresa di Paolo Pucci ai Campionati Europei di Budapest 1958, quando lo stileliberista romano coglie l’oro con annesso primato europeo sui 100 stile libero, per poi essere protagonista, con due eccellenti frazioni, nell’argento azzurro nella staffetta 4×200 stile libero e nel bronzo con il quartetto della 4×100 mista.

E, visto che in tale edizione della rassegna continentale vi erano stati anche l’argento di Roberto Lazzari sui 200 rana (prima medaglia italiana al di fuori dello stile libero) ed il bronzo di Paolo Galletti sui 400 stile libero, si poteva sperare in un risveglio del nuoto azzurro che, al contrario, ripiomba nell’anonimato, senza apparire nel medagliere di Lipsia 1962, mentre quattro anni più tardi, ad Utrecht 1966, a salire sul podio era stata soltanto la coppia d’oro dei tuffi, formata da Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto.

Tuffatori che si ripetono a Barcellona 1970, mentre il nuoto maschile entra nel nuovo decennio senza far presenza in occasione delle cerimonie di premiazione, che, viceversa, vedono salire sul podio l’altra “eccezione che conferma la regola” costituita dalla padovana Novella Calligaris che, dopo il bronzo sugli 800 stile libero di Barcellona, conclude la sua splendida carriera in piscina – dopo lo straordinario biennio 1972/1973 – con il bronzo sui 400 stile libero e l’argento sugli 800 stile libero alla rassegna di Vienna 1974, impossibilitata a contrastare lo strapotere delle walchirie della Germania Est, che si aggiudicano 13 delle 14 gare in programma, con l’unico oro che sfugge loro conquistato dalla tedesca occidentale Christel Justen sui 100 rana.

In una sorta di passaggio del testimone, tre anni dopo a Jonkoping 1977, tocca nuovamente al settore maschile quantomeno cercare di salvare l’onore del nuoto azzurro, con Marcello Guarducci ad occupare il gradino più basso del podio sia sui 100 che sui 200 stile libero – gare entrambe vinte dal tedesco occidentale Peter Nocke sui sovietici Vladimir Bure ed Andrej Krylov, rispettivamente – e poi prendendosi la soddisfazione di condurre il quartetto azzurro della 4×100 stile libero all’argento, superando in un affascinante testa a testa l’Unione Sovietica, dietro all’inarrivabile Germania Ovest.

Edizione in cui fa bella mostra di sé anche il ranista Giorgio Lalle, che si inserisce tra i due tedeschi occidentali Gerald Morken e Walter Kusch per arricchire il medagliere azzurro dell’argento sulla più breve distanza dei 100 rana, ma il metallo pregiato per l’Italia continua ad essere il sempre più sbiadito ricordo dell’impresa di Pucci, e sono già passati quasi 20 anni.

Anche perché si trattano pur sempre di lampi isolati che non trovano continuità di risultati, come confermato dall’esito delle Olimpiadi di Mosca 1980 dove, a dispetto dell’assenza dei nuotatori americani, nessun azzurro riesce a salire sul podio e, l’anno seguente, agli Europei di Spalato 1981, la presenza dell’Italia nel medagliere è ristretta ad un solo atleta, vale a dire il milanese Giovanni Franceschi, protagonista del nostro racconto odierno.

Nato il 25 aprile 1963, soprannominato “Long John” per il suo fisico alto e longilineo (m.1,92 per 75kg.), Franceschi eccelle nella specialità dei misti, pur se il suo esordio ad alto livello internazionale è alquanto deludente, venendo eliminato in batteria nei 400 misti ai Giochi di Mosca 1980 con un mediocre riscontro cronometrico di 4’33″86, gare che vedono le affermazioni dei due formidabili sovietici Sergey Fesenko, oro sui 200, ed Aleksandr Sidorenko (con Fesenko argento) sui 400 misti.

Coppia che si presenta come logica favorita anche a Spalato, dove però trova un Franceschi ben diverso da quello dimesso di un anno prima, visto che migliora di quasi 9″ il tempo realizzato in batteria a Mosca sui 400 misti, nuotando la distanza in un 4’24″82 che gli vale il bronzo nella gara vinta da Fesenko in 4’22″77, per poi fare ancor meglio sulla più breve distanza, dove si aggiudica l’argento in 2’04″97, preceduto dal solo Sidorenko che tocca in 2’03″41.

Sicuramente un buon incentivo in vista dei Campionati Mondiali, in programma a Guayaquil nel 1982, rassegna iridata giunta alla quarta edizione ed in cui, sinora – exploit della Calligaris a Belgrado 1973 a parte – gli azzurri hanno raccolto solo il bronzo con la staffetta 4×100 stile libero a Cali 1975 e si presentano dunque in Ecuador con Franceschi come uomo di punta.

E “Long John” non tradisce le attese, fallendo il podio sui 400 misti in cui giunge quarto replicando con 4’24″89 il tempo ottenuto a Spalato, nella gara che si aggiudica il brasiliano Ricardo Prado nel nuovo record mondiale di 4’19″78 precedendo il tedesco orientale Jens-Peter Bernd ed il solito Fesenko, per poi impedire all’Italia di concludere la manifestazione senza apparire nel medagliere – dato che si è chiusa “l’epoca d’oro” dei nostri tuffatori – con il bronzo conquistato sui 200 misti. Dove ad imporsi è ancora il sovietico Sidorenko in 2’03″30 davanti all’americano Barrett in 2’03″49, mentre Franceschi viene cronometrato in 2’04″65, lasciando stavolta Berndt ai margini del podio.

A questo punto l’onore (e l’onere) di “salvatore della patria” in vista dei Campionati Europei che tocca proprio all’Italia organizzare a Roma nel 1983, è tutto sulle potenti spalle di Franceschi, il quale esordisce nella piscina del Foro Italico nella prova dei 400 misti.

Con tutto il pubblico romano a tifare per lui, Franceschi acquisisce un discreto margine di vantaggio nelle prime tre frazioni a farfalla, dorso e rana, transitando anche all’ultima virata con un vantaggio rassicurante sul già citato tedesco orientale Berndt, il quale ha però riservato le ultime energie per la vasca conclusiva, riducendo bracciata dopo bracciata il distacco dall’azzurro che però riesce a resistere e, forse stimolato dal rivale, unisce all’oro anche il record europeo di 4’20″41 – non distante dal limite mondiale di Prado – mentre anche Berndt, nuotando in 4’20″81, va sotto al precedente primato continentale, con il podio completato dal cecoslovacco Josef Hladky, in una gara in cui fa buona figura anche l’altro azzurro, Maurizio Divano, quinto in 4’24″39.

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Franceschi sul podio europeo a Roma 1983 – da gettyimages.it

E, visto che oggi siamo in tema di citazioni, si può dire che per Franceschi “l’appetito vien mangiando“, visto che pochi giorni dopo bissa tale impresa con l’oro anche nella prova sui 200 misti, la quale ricalca in tutto e per tutto la gara sulla doppia distanza, dato che oltre a ripetere l’identico ordine d’arrivo – che stavolta vede Sidorenko ai margini del podio, beffato per soli 0″05 centesimi (2’03″55 a 2’03″60) – Franceschi fa suo pure in questo caso il record europeo, nuotando in 2’02″48, con Berndt solo leggermente più staccato.

Le prestazioni di Franceschi rappresentano gli unici ori per l’Italia nel medagliere, arricchito anche da tre bronzi – Paolo Revelli sui 200 farfalla dominati dall’Albatros Michael Gross, la staffetta 4×200 stile libero maschile (cui in terza frazione nuota anche Franceschi) e Cinzia Savi Scarponi sui 100 farfalla, prima tra le “umane” visto che la rassegna continentale di Roma passa alla storia in campo femminile non solo perché le ragazze della Germania Est vincono tutte e 15 le gare in programma, ma soprattutto in quanto portano le loro due iscritte all’oro ed argento nelle 12 gare individuali (!!!) –, e questo è il culmine della carriera del milanese, incapace di confermarsi ad alti livelli negli anni a seguire.

Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, difatti, Franceschi giunge ottavo in finale sui 400 misti (meglio di lui fa Divano, che si classifica quinto) e non si qualifica per l’atto conclusivo dei 200, mentre all’edizione degli Europei di Sofia del 1985 può solo assistere da comprimario all’esplosione del fenomenale mistista ungherese Tamas Darnyi, che si aggiudica entrambe le prove, in cui Franceschi è settimo (e Divano ancora quinto) sulla più lunga distanza, ma fallendo per soli 0″08 centesimi il bronzo sui 200 misti, con l’unica soddisfazione di aver toccato davanti a Sidorenko.

Peccato, perché sarebbe stata una meritata conclusione di una carriera comunque da incorniciare in un periodo di vacche magre per il nuoto italiano, tant’è che dovranno passare ancora sei anni prima che, all’edizione degli Europei di Bonn del 1989, l’Italia possa finalmente ottenere quel ruolo che clima e conformità geografiche le farebbero spettare di diritto, grazie alle prodezze di Giorgio Lamberti e Stefano Battistelli.

PAOLO PUCCI, E QUELL’ORO LUNGAMENTE ATTESO

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Paolo Pucci – da sslazionuoto.it

articolo di Giovanni Manenti

Ora, che, a dispetto di una invidiabile posizione geografica e climatica, l’Italia non abbia mai avuto una grande tradizione natatoria a livello mondiale è risaputo, visto che si sono dovute attendere le imprese dello “scricciolo venetoNovella Calligaris ai Giochi di Monaco ’72 affinché tale disciplina facesse bella mostra di sé nel medagliere olimpico azzurro, nonché la fine dello scorso millennio per vedere un nostro atleta – a dire il vero furono due, Massimiliano Rosolino e Domenico Fioravanti, quest’ultimo addirittura per ben due volte – salire sul gradino più alto del podio.

Ed, ai massimi livelli internazionali, ciò può anche essere in parte giustificato sia dalla presenza delle due superpotenze Stati Uniti ed Australia che da un programma olimpico sino a Città del Messico limitato a meno della metà delle gare ai nostri giorni in calendario, ma che si sia dovuto attendere la nona edizione dei Campionati Europei per veder primeggiare un atleta italiano, questo non va certo a favore della specialità.

Sino a quell’edizione di Budapest ’58, gli unici a distinguersi erano stati il friulano Giuseppe Perentin, due volte argento sui 1500sl a Bologna ’27 e Parigi ’31, e, soprattutto, il fiorentino Paolo Costoli, bronzo sui 400 e 1500sl, nonché nella staffetta 4x200sl a Parigi ’31, per poi replicare il bronzo in staffetta tre anni dopo a Magdeburgo ’34, ma salendo di un gradino sulle riferite gare individuali, cogliendo in entrambi i casi la medaglia d’argento alle spalle del francese Jean Taris.

Poi, alla ripresa dell’attività agonistica nel periodo post bellico, il buio assoluto quanto a medaglie, con la sola eccezione dell’argento conquistato dal pesarese Angelo Romani sui 400sl nell’edizione svoltasi a Torino, non essendo riuscita a portare un nuotatore azzurro all’oro neppure l’organizzazione dei Campionati nel nostro Paese.

Come vi sarete resi conto, le (poche) medaglie sopra ricordate hanno avuto tutte come matrice lo stile libero, non potendo vantare l’Italia atleti in grado di emergere nelle altre specialità di dorso, rana e farfalla, e non può quindi stupire che il tabù venga infranto proprio a crawl, anche se, un po’ a sorpresa, sulla più breve distanza dei 100sl, e ciò grazie all’impresa compiuta da un 23enne “ragazzone” – alto 2 metri per oltre 90 chili di peso – tale Paolo Pucci, che vive nel 1958 il suo anno di grazia.

Nato a Roma il 21 aprile 1935, Pucci si divide, come abbastanza usuale all’epoca, tra nuoto e pallanuoto, militando nella Società Sportiva Lazio con cui sfiora la conquista dello Scudetto nel ’55 per poi laurearsi campione italiano l’anno successivo, stagione in cui è selezionato per le Olimpiadi di Melbourne ’56 sia per la gara in corsia che per il torneo di pallanuoto, in un “settebello” che poteva ancora contare sull’esperienza di Cesare Rubini, oro a Londra ’48, ed in cui, al pari di Pucci, faceva bella mostra di sé anche Fritz Dennerlein, pure lui a doppio servizio in entrambe le discipline.

Torneo di pallanuoto che gli azzurri concludono in un onorevole quarto posto finale, deciso dalle due sconfitte di misura patite contro Unione Sovietica (2-3) ed Jugoslavia (1-2) con il titolo che va alla fortissima Ungheria che fa sue tutte le gare disputate, nel mentre in corsia Pucci difende i colori azzurri assieme al veterano Carlo Pedersoli (il futuro Bud Spencer) che proprio nella stagione olimpica conquista il suo sesto ed ultimo titolo italiano sui 100sl.

I due azzurri – che l’anno prima avevano conquistato l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona quali componenti la squadra di pallanuoto – riescono a qualificarsi per le semifinali, con Pucci che, nuotando in 58”3, realizza il nuovo record italiano sulla distanza, per poi non confermarsi nella successiva fase eliminatoria, giungendo non meglio che settimo nella propria serie, precedendo proprio il compagno Pedersoli, ma d’altronde era quasi impossibile trovare spazio in una finale olimpica per la quale si qualificano tre australiani – che vanno ad occupare l’intero podio con John Henricks a stabilire il primato mondiale in 55”4 (quasi 3” in meno del limite nostrano, tanto per intendersi!), altrettanti americani, un giapponese, e l’onore del vecchio continente è tenuto alto, si fa per dire, dal francese di chiari origini italiane Aldo Eminente, che conclude la prova all’ottavo ed ultimo posto.

Questo per confermare il dislivello esistente all’epoca tra il nuoto europeo ed il resto del mondo, per cui meglio concentrarsi sulle cose di casa nostra, con Pucci che, l’anno seguente, si migliora in 57”8 nella gara dei Campionati Italiani in cui conquista il suo primo titolo assoluto, precedendo Pedersoli, al suo passo d’addio a 28 anni compiuti.

Vi sono da preparare gli Europei di Budapest, in programma nella capitale ungherese dal 31 agosto al 6 settembre ’58, e Pucci vi giunge tirato a lucido come non mai, visto che ai Campionati Italiani svoltisi ad inizio agosto alla Piscina Comunale di Torino, si aggiudica i titoli sia nei 100sl – abbassando ancora il record dei campionati a 57”2 dopo che aveva già infranto, il primo a riuscirvi, la barriera dei 57” netti stabilendo in 56”8 il nuovo record italiano – che sui 200sl, circostanza che gli consente di essere iscritto alla manifestazione, oltre che nella gara individuale (i 200sl non facevano parte, in quegli anni, del programma europeo ed olimpico), anche quale componente le staffette 4x200sl e 4×100 mista, nonché della squadra di pallanuoto.

La capitale magiara stava, purtroppo, scontando le conseguenze della rivoluzione del 1956 sedata nel sangue dai carri armati sovietici e lo squadrone che appena quattro anni prima a Torino ’54 aveva fatto cappotto nello stile libero sia in campo maschile che femminile, conquistando l’oro sia nelle gare individuali che in staffetta, si era disgregato, ma ciò nondimeno, l’impresa compiuta da Pucci è di quelle da segnare negli annali della manifestazione, nonché del nuoto azzurro.

Nella sua “due giorni di gloria”, Pucci dimostra di essere in grado di competere per il più alto gradino del podio già nelle batterie del mattino, quando in 56”3 sgretola il suo fresco primato italiano, per poi assestare il colpo di grazie alle speranze di vittoria dei suoi avversari stabilendo, nella semifinale del pomeriggio, il record europeo coprendo la distanza in 56”1, un tempo che gli avrebbe garantito il bronzo ai Giochi di Melbourne ’56 e che rappresenta comunque la quarta miglior prestazione mondiale a quel momento.

Exploit del genere, ed i casi al riguardo sono tutt’altro che pochi, possono condizionare in vista della Finale, ma ci vuol ben altro per impressionare il gigante azzurro al quale, pur non ripetendo il medesimo riscontro cronometrico, è abbondantemente sufficiente nuotare il giorno dopo in 56”3 per tenere a bada la sorpresa sovietica Viktor Polevoy, argento in 56”9, mentre l’atleta di casa, l’ungherese Gyula Dobai, completa il podio ad oltre 1” di distacco.

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Paolo Pucci sul podio europeo a Budapest 1958 – da sslazionuoto.it

L’impresa di Pucci non resta comunque isolata in casa azzurra, in quanto per la prima volta un italiano va a medaglia in una specialità diversa dallo stile libero, con l’argento conquistato da Roberto Lazzari sui 200 rana, mentre il bronzo di Paolo Galletti sui 400sl – nella gara dominata dal britannico Ian Black che si aggiudica con largo margine anche i 1500sl – fa ben sperare per un buon esito della staffetta 4x200sl.

E’ un più che dignitoso quartetto, quello che l’Italia schiera, con Frtiz Dennerlein in prima frazione, il citato Galletti in seconda, Angelo Romani in terza e Pucci a chiudere, ma le speranze di medaglia sono principalmente riposte nella straordinaria condizione messa in mostra da quest’ultimo, e l’esito della gara non fa che confermare tale previsione.

Difatti, con gli azzurri a lottare per un posto sul podio dietro all’inarrivabile staffetta sovietica, all’ultimo cambio la situazione sembra, se non disperata, quanto meno alquanto improbabile, visto che Pucci riceve il cambio in quarta posizione con il tempo di 6’37”3 rispetto al 6’36”9 della Germania Est e, soprattutto, al 6’35”8 del quartetto ungherese, per il quale scende in acqua, quale ultimo frazionista, quel Gyula Dobai bronzo sui 100sl.

E siamo sicuri che il 21enne magiaro il nostro Paolone se lo sarà sognato per diverse notti, vedendolo recuperare in men che non si dica un distacco di 1”50 per portare la staffetta azzurra alla medaglia d’argento, nuotando la propria frazione in uno stupefacente 2’03”9, sia pur lanciato, laddove si pensi che ai campionati italiani aveva vinto il titolo in 2’08”3 e che il primato del mondo, all’epoca, era di 2’03” netti, stabilito dal giapponese Yamanaka appena una settimana prima dell’inizio della rassegna continentale.

Pucci completa la sua opera con il bronzo nella staffetta 4×100 mista, in cui registra il miglior tempo nella frazione a stile libero con un 56”0 che gli consente di tenere a bada il quartetto della Germania Est nella corsa al gradino più basso del podio, mentre stavolta Dobai non si fa sorprendere, piazzando lui pure una frazione da 56”2 per garantire l’argento al quartetto ungherese, dietro alla formidabile staffetta sovietica, dominatrice con largo margine.

Non ci eravamo scordati della pallanuoto, dove l’Italia, dopo esser giunta al girone finale a quattro con le “solite” grandi della specialità – Ungheria, Jugoslavia ed Urss – portandosi in dote il successo per 4-2 proprio contro i sovietici nella fase eliminatoria, si classifica quarta solo per una peggior differenza reti a parità di punti con Jugoslavia (che ci sconfigge per 3-2) ed Unione Sovietica (che, a propria volta, supera con identico punteggio gli slavi), risultando fatale il cappotto (0-7) inflittoci dall’Ungheria, confermatasi campionessa europea con sole vittorie al proprio attivo.

Concluso il suo anno magico, Pucci è visto in Federazione come l’uomo di punta in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, ed anche la stagione successiva i positivi riscontri non mancano, dato che si aggiudica il bronzo sui 100sl alle Universiadi di Torino (pur con un mediocre 58”0), cui aggiunge l’oro nelle due staffette 4x200sl e 4×100 mista, mentre ai Giochi del Mediterraneo di Beirut il tris d’oro nelle medesime specialità è bell’e servito, con un più dignitoso 57”2 nella gara individuale.

Senonché, la pausa invernale è fonte di ripensamenti nella mente del 25enne romano, che non si allena e si inizia a vociferare di una sua possibile rinuncia ai Giochi; il fatto è che sta pensando al proprio futuro al di fuori delle piscine e pretenderebbe un impiego o quantomeno una retribuzione per continuare a sacrificarsi quotidianamente per ore ed ore in vasca, chiedendo un colloquio al riguardo al Presidente del CONI Giulio Onesti.

Fatto sta che l’inattività ha nuociuto, e non poco, sul suo fisico, presentandosi a marzo notevolmente ingrassato e la successiva preparazione non migliora la situazione, tanto che ad un meeting di metà giugno si classifica non meglio che settimo in un umiliante 59”0, quasi 3” in più del proprio limite, dando così l’addio ai sogni olimpici ed alla propria carriera, a giustificazione del quale gli viene riscontrata un’anemia, forse più diplomatica che veritiera.

Un vero peccato, poiché se è pur vero che non avrebbe avuto speranze per l’oro, la soddisfazione di disputare quanto meno una finale olimpica ed oltretutto nella piscina di casa, Pucci se la sarebbe potuta togliere, tanto più che, se avesse nuotato sui suoi limiti intorno ai 56” netti, la stessa non gli sarebbe potuta sfuggire, dato che il quinto classificato – tanto per cambiare l’ungherese Dobai – fa fermare il cronometro, ironia della sorte, proprio su quel 56”3 che, due anni prima, aveva consentito al colosso azzurro di vincere il titolo europeo.

Al di là di un’amara conclusione, resta pur sempre, quella di Pucci, una carriera da incorniciare per quello che passava il convento in quegli anni in chiave azzurra, ed a conferma di ciò, basti pensare che per ritrovare un italiano sul più alto gradino del podio in un campionato europeo, dovranno passare ben 25 anni, grazie alla splendida doppietta sui 200 e 400 misti realizzata da Giovanni Franceschi proprio nella piscina del Foro Italico, in occasione della rassegna continentale di Roma ’83…

DARA TORRES, QUANDO L’ETA’ NON E’ CHE UN NUMERO

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Dara Torres – da bostonglobe.com

Articolo di Giovanni Manenti

Come è noto, nella disciplina del nuoto i talenti emergono precocemente – dai 14 ai 16 anni sono mediamente già ai vertici delle classifiche internazionali – e, sino a che tale sport non è stato anch’esso invaso dagli sponsor che hanno consentito agli atleti di maggior caratura di potersi mantenere proseguendo la loro attività agonistica (vedasi ad esempio, i casi dell’americano Michael Phelps o dell’ungherese Laszlo Cseh, capaci di competere ai massimi livelli in quattro Olimpiadi consecutive), la loro vita media – dal punto di vista sportivo – si riduceva al periodo in cui frequentavano il College, dove potevano studiare ed allenarsi, per poi abbandonare una volta conseguita la laurea.

Casi di campioni che hanno percorso questa strada sono numerosi e, per limitarci al settore femminile di cui quest’oggi ci occupiamo, emblematici sono i casi della stileliberista americana Debbie Meyer – tre ori individuali sui 200, 400 ed 800 stile libero a Città del Messico all’età di 16 anni – e dell’australiana Shane Gould, che quattro anni dopo a Monaco 1972 conquista 5 medaglie (di cui 3 d’oro sui 200 e 400 stile libero e 200 misti) a 16 anni non ancora compiuti, ed entrambe ritiratesi subito dopo.

L’unica eccezione, per l’epoca, è rappresentata dall’australiana Dawn Fraser, in grado di confermarsi campionessa olimpica per tre edizioni consecutive dei Giochi (dal 1956 al 1964) sulla più breve distanza dei 100 stile libero, ritirandosi a 27 anni, un’età assolutamente anomala per come il nuoto veniva gestito in quel periodo.

Tale debita premessa risulta necessaria per inquadrare quanto fuori da ogni più logica regola agonistica sia stata la carriera di Dara Torres, nata a Beverly Hills il 15 aprile 1967, e capace di stabilire un primato di longevità che ha pochi eguali in assoluto a livello sportivo, ma ancor meno in una specialità come quella del nuoto.

E, difatti, se per i motivi suindicati, alle recenti Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 i citati Phelps e Cseh hanno potuto cimentarsi – al pari di Ryan Lochte – avendo già superato i 30 anni, la loro performance impallidisce di fronte a quanto è stata in grado di mettere in atto la Torres, la cui storia è talmente incredibile da essere raccontata con calma e dovizia di particolari.

Figlia di un agente immobiliare cubano immigrato negli Stati Uniti e di una modella americana, la Torres, essendo nata in California, non fa altro che seguire le orme dei suoi fratelli maggiori, iniziando a praticare nuoto sin dall’età di 7 anni e mettendosi in luce già a 14 anni quando vince il titolo nazionale sulle 50 yard stile libero, superando la detentrice Jill Sterkel, non proprio una qualunque, visto che era stata oro in staffetta sia alle Olimpiadi di Montreal 1976 che ai Mondiali di Berlino 1978.

Tale successo le dà le giuste motivazioni per emergere nella “high school” a Westlake, dove si cimenta pure nel basket, volley e ginnastica, fatta salva la decisione – nell’anno scolastico 1983/1984 – di trasferirsi al club di “Mission Viejo Nadadores” per prepararsi, sotto la guida del coach Mark Schubert, per i Trials in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.

La concorrenza in casa Usa è altissima, considerando altresì che, per la prima volta nella storia dei Giochi, sono ammessi alle prove individuali due soli atleti per nazione, e la 17enne Dara riesce a malapena a qualificarsi per la staffetta 4×100 stile libero, giungendo quarta nella finale dei 100 in 56″38, nella gara vinta da Nancy Hogshead in 56″03 su Carrie Steinseifer, che poi divideranno il gradino più alto del podio olimpico facendo registrare il medesimo tempo di 55″92.

Esperienza olimpica che, comunque, in qualche modo segna la Torres poiché, in camera d’attesa per le batterie della staffetta, commette l’errore di sbirciare dalla tenda che la racchiude e la vista dei 17mila spettatori sulle tribune della piscina olimpica, oltretutto della sua città di nascita, le causano un attacco di panico tale da farle nuotare la prima frazione in un lento 56″88 tale da far pensare allo staff tecnico di sostituirla per la finale del pomeriggio.

E qui emerge la forza del gruppo Usa che ha sempre fornito eccellenti prestazioni in staffetta, con le compagne che convincono i tecnici ad inserirla ugualmente, ma non in prima bensì in terza frazione al fine di sentire meno la pressione con il probabile vantaggio che a quel punto il quartetto americano dovrebbe aver già conseguito, e l’idea si rivela vincente, con la Torres a fornire il proprio contributo in un stavolta convincente 55″92 con gli Stati Uniti a conquistare l’oro davanti all’Olanda.

Rientrata a Westlake e diplomatasi l’anno seguente, Dara si iscrive all’Università della Florida a Gainesville, entrando a far parte del prestigioso club natatorio dei “Florida Gators” e venendo allenata dal celebre coach Randy Reese, che già aveva avuto cura di Tracy Caulkins e Rowdy Gaines.

Ed i risultati non si fanno attendere, sia dal punto di vista cronometrico che di piazzamenti, riuscendo la Torres ad ottenere ai Trials di Austin – dopo aver conquistato, alla rassegna iridata di Madrid 1986, la sua unica medaglia mondiale facendo parte della staffetta 4×100 stile libero, argento alle spalle della Germania Est – il pass per la gara individuale sui 100 stile libero (anche se grazie alla squalifica per doping della prima classificata, Angel Martino, essendosi classificata terza) per i Giochi di Seul 1988, pur giungendo non meglio che settima nella finale olimpica.

E, dopo aver conquistato il bronzo nella 4×100 stile libero alle spalle di Germania Est ed Olanda, ottiene l’argento nella staffetta 4×100 mista dietro all’inarrivabile quartetto tedesco orientale, in cui peraltro nuota la frazione a stile libero solo in batteria, sostituita da Mary Wayte nella finale.

Un’attività agonistica piuttosto anonima, se vogliamo, specie se rapportata agli “standard” Usa, e che la Torres intende concludere – dopo essersi laureata in telecomunicazioni nel 1990 – partecipando alle selezioni per le Olimpiadi di Barcellona 1992 dove riesce a staccare il biglietto per la rassegna a cinque cerchi solo in staffetta con il quarto posto sui 100 stile libero, dopo essersi addirittura piazzata all’ottavo ed ultimo posto sui 50 stile libero, specialità inserita ai Giochi solo quattro anni prima a Seul.

L’opportunità comunque, ed altresì sfruttata, di chiudere con il nuoto a 25 anni con un secondo oro quale componente della staffetta 4×100 stile libero, sarebbe in linea con mille altre storie di nuotatrici, ma se così fosse non avremmo avuto ragione di raccontarla, ed invece proprio adesso viene il bello.

Uscita dalle piscine ed entrata nella realtà quotidiana, Dara diviene inviata ed annunciatrice per vari Network Usa, convolando a nozze con il produttore Jeff Gowen e sfruttando altresì il proprio fisico statuario (180cm. per 68kg.) ed un’avvenenza tipicamente latinoamericana per posare come modella ed essere la prima nuotatrice ad essere scelta per pubblicizzare costumi da bagno, il tutto fino a che, dopo la fine del matrimonio, viene convinta dal celebre coach Richard Quick – allenatore, tra gli altri, di Steve Lundquist, Summer Sanders e della “rivale” Jenny Thompson – a fare ritorno in acqua nel 1999 in vista delle selezioni per le Olimpiadi di fine millennio, a Sydney 2000.

Dara accetta, facendo comunque presente al tecnico come il suo obiettivo fosse al massimo di qualificarsi per la staffetta veloce, ciò nondimeno inizia l’anno olimpico migliorando il record Usa sui 50 stile libero per poi tener testa, in occasione dei Trials di Indianapolis, al desiderio di riscatto di Jenny Thompson dopo la delusione di quattro anni prima (in cui era giunta terza, e quindi esclusa, dalle gare individuali sia sui 50 che sui 100 stile libero), facendo suoi i 50 stile libero in 24”90 e giungendo seconda dietro la citata Thompson sia sui 100 stile libero che sui 100 farfalla, un’impresa compiuta a 33 anni e mai riuscitale in gioventù.

Che la “ragazzona” americana sia come il buon vino, che invecchiando migliora, lo testimoniano i risultati ottenuti due mesi dopo in terra australiana, dove conquista le sue prime medaglie individuali, salendo sul gradino più basso del podio sia sui 50 (migliorando in 24″63 il proprio record Usa) che sui 100 stile libero (a pari merito con la Thompson), nonché sui 100 farfalla, risultando la miglior americana su dette distanze, per poi contribuire in maniera determinante agli ori nelle staffette 4×100 stile libero (sua la frazione interna più veloce, in 53″51) e 4×100 mista, dove chiude in ultima frazione a stile libero in 53″37, con annessi primati mondiali, tanto da essere, al contempo, la più anziana componente del Team Usa, ma anche la più medagliata.

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Dara Torres con le 5 medaglie vinte a Sydney 2000 – da questionedistile.gazzetta.it

Miglior conclusione di carriera non se la sarebbe immaginata nessuno, e men che meno il suo coach Quick, il quale ebbe a riferire che “non che io non fossi fiducioso, ma se mi aveste detto un anno fa che Dara sarebbe stata in grado di migliorare record e nuotare come ha fatto, non avrei potuto credervi.

Il ritorno alla normalità, per Dara, consiste in una turbolenta vita sentimentale, che la vede contrarre un secondo matrimonio con il chirurgo israeliano Shasha Itzhak, per sposare il quale si converte alla religione ebraica, ma conclusosi anch’esso con un divorzio, dopo il quale prende per la terza volta marito, unendosi all’endocrinologo David Hoffmann, dal quale ha una figlia, Tessa Grace, nata nel 2006, e che la convince – essendo egli stesso un nuotatore della categoria “master” – a scendere nuovamente in piscina.

Occorre ora precisare che un “certo” Mark Spitz – spinto da un’offerta da un milione di dollari – aveva provato nel 1992 a qualificarsi per le Olimpiadi di Barcellona all’età di 42 anni, tentativo miseramente fallito, ed il solo pensare che la Torres, superata la soglia dei quarant’anni, potesse riuscire nell’impresa, sembrò ai più come qualcosa, se non di fantascientifico, molto vicino ad esso, e furono in molti a ritenere il suo rientro poco rispettoso nei confronti delle altre nuotatrici.

Dubbi che iniziano a diradarsi in occasione delle prime uscite della Torres nel corso del 2007, la quale ottiene un più che soddisfacente riscontro cronometrico (54″61) sui 100 stile libero in un meeting primaverile a Roma, per poi aggiudicarsi i 50 stile libero a Montecarlo nel circuito “Mare Nostrum“, e quindi lasciar spazio allo stupore generale quando la “nostra” migliora il record Usa sui 50 stile libero per poi vincere i Campionati Nazionali sui 100 stile libero al cospetto di un lotto di avversarie di tutto rispetto, facendo intuire che la chance olimpica di Pechino 2008 sia tutt’altro che una chimera.

La svolta“, ammette Dara, “è stato il risultato ottenuto a Roma, ero molto nervosa prima della gara e quando, dopo aver toccato, ho visto sul tabellone il tempo, non credevo ai miei occhi, ma allo stesso tempo ho realizzato che potevo giocarmi le mie carte per i Giochi anche a livello individuale e non solo per conquistare un posto in staffetta“.

Come sempre succede quando si verificano eventi difficilmente spiegabili, ecco aleggiare “l’ombra del doping” e la Torres ne è ben consapevole, affermando con forza la sua estraneità a tali risorse, rendendosi disponibile a sottoporsi – come poi in effetti avvenuto – ad ogni tipo di test (DNA, sangue, urine) che potessero scagionarla, risultando questi tutti negativi.

Assolutamente positiva, al contrario, la sua partecipazione agli Olympic Trials di Omaha, in Nebraska, dove – con la Thompson ritiratasi dopo i Giochi di Atene 2004, alla non certo giovane età di 31 anni – si aggiudica i 50 stile libero con il nuovo record Usa di 54″25, precedendo Jessica Hardy di 20 anni esatti più giovane di lei, nonché i 100 stile libero, in cui beffa per 0″05 centesimi (53″78 a 53″83) Natalie Coughlin, a cui rende 15 anni.

L’età avanzata, ed un programma olimpico molto concentrato, consigliano alla Torres di rinunciare alla prova sui 100 stile libero per concentrarsi esclusivamente sulla più corta distanza, e ciò nonostante dimostri un’eccellente condizione di forma nuotando in 52″44 l’ultima frazione della staffetta 4×100 stile libero che il 10 agosto si aggiudica la medaglia d’argento dietro all’Olanda, così superando il record di più anziano nuotatore a vincere una medaglia olimpica, stabilito dal britannico William Robinson con 38 anni esattamente un secolo prima, ai Giochi di Londra nel 1908.

La “gara sprint” dei 50 stile libero ha come logiche favorite la tedesca Britta Steffen, già oro sui 100 stile libero, e l’australiana Lisbeth Trickett, prima donna ad infrangere il muro dei 24″ netti, avendo nuotato la distanza in 23″97 il 29 marzo, togliendo il primato all’olandese Marleen Veldhuis, che lo aveva stabilito in 24″09 appena cinque giorni prima.

Ma quando, nelle semifinali del 16 agosto, dopo che nella prima serie la Steffen aveva regolato in 24″43 nell’ordine la Veldhuis e la Trickett, la Torres si aggiudica la seconda in 24″27, le certezze su chi sarà l’indomani a salire sul gradino più alto del podio iniziano a vacillare e l’attesa per verificare come andrà a concludersi lo “scontro generazionale” tra la 41enne americana e le sue più giovani avversarie monopolizza l’attenzione di pubblico, tecnici e stampa specializzata.

Con la Torres ad occupare la corsia centrale riservata a chi ha ottenuto il miglior tempo in qualifica e la Steffen al proprio fianco in terza corsia, la gara vede l’americana prendere la testa in avvio, con un lieve margine a metà vasca nuotando sul limite del record mondiale, per poi fallire un’impresa che più clamorosa non sarebbe potuto essere, subendo il ritorno della tedesca che, proprio nelle ultime bracciate, la beffa per l’inezia di appena 0″01 centesimo (24″06 a 24″07), tempi che rappresentano i rispettivi record olimpico ed europeo per la Steffen ed americano per la Torres.

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Dara Torres, argento sui 50 stile libero a Pechino 2008 – da weforum.org

Ma per la “wonder woman” di origine cubana le fatiche non sono terminate, poiché viene schierata quale ultima frazionista a stile libero della staffetta 4×100 mista che conclude il programma natatorio al “National Aquatic Center” di Pechino, ed anche se la Trickett si vendica contribuendo alla vittoria del quartetto australiano, il tempo di 52″27 impiegato dalla Torres risulta il più veloce di sempre nuotato in staffetta e, ancorché ottenuto in frazione lanciata, di oltre 1″ inferiore al record Usa di 53″39 sulla distanza.

Con la conquista della sua 12esima medaglia olimpica – così eguagliando il primato detenuto, in campo femminile, dalla connazionale Jenny Thompson – la Torres potrebbe finalmente dare l’addio alle gare, ma già che c’è, si qualifica per i 50 stile libero e farfalla per i Mondiali di Roma 2009 (forse in ricordo di come proprio nella capitale italiana avesse ricevuto la spinta per il suo secondo clamoroso ritorno), salutando l’attività agonistica con l’ottavo posto nella finale a stile libero in un più che dignitoso 24″48, specie per una 42enne.

Ah, dimenticavo, ad oltre otto anni di distanza, il suo 24″07 sui 50 stile libero ottenuto a Pechino, è tuttora primato degli Stati Uniti.

TIM SHAW, DA FENOMENO A COMPRIMARIO IN 12 MESI

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Tim Shaw – da swimmingworldmagazine.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

Come ho già avuto modo di riferire in altri articoli, il nuoto sale alla ribalta assoluta tra la fine anni ’60 e l’inizio della decade successiva, periodo in cui entra nella sua fase moderna attraverso l’aggiornamento a getto continuo delle tabelle dei record mondiali, che cadono con una cadenza simile alle foglie dagli alberi in autunno.

Ciò nondimeno, per far sì che un movimento abbia una così incredibile accelerazione nell’arco di poche stagioni, è necessario che abbia come punti di riferimento campioni di fama mondiale che attraggano su di loro le attenzioni dei più giovani, invogliandoli sempre più ad affacciarsi ad una tale disciplina.

Ed è quello che avviene negli Stati Uniti – nazione leader della disciplina – dapprima con l’avvento dello stileliberista Don Schollander, vincitore di quattro medaglie d’oro ai Giochi di Tokyo 1964 (solo perché, all’epoca, non erano previsti i 200 stile libero di cui era primatista mondiale), e quindi con il leggendario Mark Spitz, capace a Monaco 1972 di mettersi al collo ben 7 ori (quattro individuali e tre in staffetta) con l’aggiunta di altrettanti record mondiali.

Dall’era di Spitz sino al boicottaggio olimpico di Mosca 1980, i nuotatori “a stelle e strisce” hanno ben pochi rivali al mondo – quantomeno in campo maschile, dovendo, nel settore femminile, far fronte all’onda d’urto delle walchirie della Germania Est – ad iniziare dalla prima edizione dei Mondiali di nuoto svoltasi a Belgrado 1973 sino alla terza andata in scena a Berlino 1978, passando per la rassegna iridata di Cali 1975 ed i Giochi di Montreal 1976, Olimpiade passata alla storia in quanto gli americani si aggiudicano 12 delle 13 gare in programma.

Ma come cadono i record, si ha altrettanto una incredibile rotazione dei singoli protagonisti, in una crescita esponenziale che fa sì che un fenomeno di una stagione venga confinato ai margini addirittura l’anno successivo, ed è questo il caso di colui di cui ci occupiamo quest’oggi, vale a dire lo stileliberista Tim Shaw, che ha vissuto il suo “momento di gloria” nel 1974 e 1975, senza poter raggiungere la fama olimpica, travolto dalla concorrenza interna.

Nato l’8 novembre 1957 a Long Beach, in California, località dove il nuoto è qualcosa di più di uno sport od una tradizione, ma quasi una religione, Shaw balza agli onori della ribalta non ancora 17enne, allorquando si permette – ed in soli tre giorni, dal 21 al 23 agosto 1974, ai Campionati Nazionali svoltisi a Concord – di riscrivere la tabella dei record sui 200, 400 e 1500 stile libero, cancellando rispettivamente l’1’52″78 realizzato da Spitz a Monaco 1972, il 3’58″18 di Rick Demont stabilito l’anno prima ai Mondiali di Belgrado 1973 ed il 15’31″85 dell’australiano Stephen Holland, parimenti risalente alla rassegna iridata jugoslava.

E mentre il suo primo record, quello sulla più lunga distanza, viene centrato il 21 agosto da Shaw per un’inezia, migliorandolo di appena 0″10 centesimi, il giorno successivo la scrollata al primato di Demont è ben più significativa, dato che viene migliorato sia in batteria, con 3’56″69, e quindi demolito in finale togliendovi 2″ netti sino a 3’54″69, completando l’opera il 23 agosto, quando tocca a Mark Spitz abdicare, con il suo record abbassato ad 1’51″66, per un miglioramento di 1″12 niente affatto trascurabile.

Per Shaw giunge a fine anno il pressoché scontato riconoscimento di “Nuotatore dell’anno da parte dell’autorevole rivista “World Swimming Magazine“, in cui succede proprio a Rick Demont del quale aveva distrutto il primato sui 400 stile libero, ma la stagione seguente è in programma la seconda edizione dei Campionati Mondiali, per la quale è stata prescelta come sede Cali, in Colombia, non proprio il luogo ideale, data la sua posizione geografica di 1.000 metri sopra il livello del mare, per ospitare attività agonistiche.

La notorietà a livello internazionale raggiunta a soli 17 anni mette a dura prova l’equilibrio psicofisico di Shaw, il quale si rende conto di essere divenuto all’improvviso il bersaglio per connazionali ed avversari a caccia di record e medaglie, ed una prima avvisaglia in tal senso giunge già ad inizio del nuovo anno, quando il 25 gennaio 1975 l’australiano Stephen Holland si riappropria del record sui 1500 stile libero, nuotando la distanza nel considerevole crono di 15’27″79, migliorando di quasi 4″ il precedente limite di Shaw.

Oltre all’impresa di Holland, c’è pure da neutralizzare la concorrenza interna che, sulle più brevi distanze dei 200 e 400 stile libero, si materializza nel coetaneo e pure lui californiano – di Fresno, per l’esattezza – Bruce Furniss, la cui rivalità dà luogo a vere e proprie scintille in occasione delle selezioni in vista dei Mondiali, che hanno luogo proprio a casa di Shaw, a Long Beach, a metà giugno 1975, ad un mese esatto dalla rassegna iridata.

Con soli due atleti per gara a staccare il biglietto per il viaggio a Cali, i Trials risultano ben più impegnativi che non le gare mondiali, ed i risultati realizzati ne sono fedele testimonianza, con Furniss che assesta il primo colpo alle certezze del compagno di squadra, togliendoli già in batteria, al mattino del 18 giugno, il primato sui 200 stile libero, portandolo ad 1’51″41, per poi migliorarlo nella finale del pomeriggio sino ad 1’50″89, con Shaw che riesce comunque a salvare la qualificazione con il secondo posto a spese non certo degli ultimi arrivati, quali il campione del mondo in carica, Jim Monytgomery, e Robin Backhaus.

Capita l’antifona ed imparata la lezione, non volendo oltretutto sfigurare davanti al pubblico di casa, Shaw ripaga l’amico/rivale della stessa moneta il giorno dopo nella finale dei 400 stile libero, andando stavolta lui a toccare per primo nel tempo di 3’53″95 che abbassa il suo stesso record del mondo, per poi prendersi la rivincita su Holland nella finale dei 1500 stile libero in programma il 21 giugno, conclusa in un 15’20″91 che demolisce di quasi 7″ il primato di appena cinque mesi prima dell’australiano, in una gara in cui si qualifica per i Mondiali con il secondo posto il 16enne Brian Goodell, del quale avremo modo di sentire parlare in seguito.

Con queste coppie – Shaw e Bruce Furniss (fratello minore di Steve, anch’esso eccellente nuotatore, bronzo a Monaco 1972 sui 200 misti e qualificatosi per i Mondiali nella medesima specialità, dove conquista l’argento) sui 200 e 400 stile libero, lo stesso Shaw e Goodell sui 1500 stile libero – iscritte alla rassegna iridata, gli Stati Uniti si presentano a Cali con il fermo convincimento di poter coniugare oro ed argento su tutte e tre le distanze, potendo contare sui primatisti mondiali e detentori altresì delle migliori prestazioni stagionali e poco importa alla Federazione Usa su quale sia l’ordine di arrivo, basta che i primi due gradini del podio siano assicurati.

Come detto, l’altitudine non favorisce il realizzarsi di primati, tant’è che in campo maschile l’unico record a crollare è quello della staffetta 4×100 da parte degli Stati Uniti, ciò nondimeno i riscontri sono di livello assoluto e la sfida in famiglia tra Shaw e Furniss si risolve a favore del primo, capace di precederlo sia sui 200 che sui 400 stile libero, realizzando sulla più corta distanza il suo “personal best” in 1’51″04 (a soli 0″11 centesimi dal record del compagno, il quale chiude con l’argento in 1’51″72), mentre sui 400 stile libero il dominio di Shaw è assoluto, andando a toccare in 3’54″88 lasciando Furniss a quasi 3″ di distanza.

Per completare un fantastico tris resta ora la prova più massacrante del programma, vale a dire i 1500 stile libero e per la quale l’altitudine è la maggior nemica, ma non per Shaw che fa gara a sé concludendo in un più che apprezzabile 15’28″92, con Goodell argento ma staccatissimo in 15’39″00 ed il britannico David Parker, bronzo, a mezzo minuto di distacco.

Ci sarebbe, in realtà, una quarta opportunità per un “poker d’oro“, vale a dire la staffetta 4×200 stile libero, nella quale non si vede sulla carta come il gradino più alto del podio possa sfuggire agli Stati Uniti, a meno che non avvenga l’impensabile e che, viceversa, si verifica.

Succede, difatti, che con il quartetto Usa nettamente al comando, con Shaw a nuotare in terza frazione un parziale di 1’51″11 di oltre 2″ inferiore al migliore degli altri concorrenti, Furniss anticipi il cambio facendo incorrere la formazione in una conseguente squalifica per lo sconforto suo e dei compagni di squadra.

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Tim Shaw in copertina – da swimvortex.com

Al ritorno in patria, Shaw ottiene la copertina della prestigiosa rivista “Sports Illustrated nell’edizione del 4 agosto 1975 e, non ancora sazio, riesce a limare ulteriormente il proprio record sui 400 stile libero il successivo 20 agosto in occasione dei Campionati Nazionali, portandolo a 3’53″31, imitato il giorno dopo da Furniss che, sui 200 stile libero, sfoga la rabbia accumulata per l’errore in staffetta a Mondiali, abbassando il suo stesso limite ad 1’50″32.

E’ fin troppo logico che Shaw venga confermato quale “Nuotatore dell’anno” anche per il 1975, ottenendo altresì il prestigioso riconoscimento, per quanto riguarda lo sport Usa, del “James E. Sullivan Award“, premio che viene annualmente assegnato all’atleta dilettante maggiormente distintosi nella stagione, e che Shaw riceve succedendo al mezzofondista Rick Wohlhuter, e quinto nuotatore a riuscire nell’impresa, dopo Don Schollander nel 1964, Debbie Meyer nel 1968, John Kinsella nel 1970 e Mark Spitz nel 1971.

Con queste credenziali, sarebbe sin troppo logico attendersi l’inserimento di Shaw come il favorito in occasione dei Giochi di Montreal 1976, ma, come ricordato in premessa, la disciplina nel periodo si muove a velocità tale che stritola chiunque abbia anche un sol minimo cedimento, senza guardare in faccia a nessuno, e si sa, infine, che in certi sport negli Stati Uniti è più difficile superare le selezioni che non salire sul podio olimpico.

Ed è quello che, puntualmente, accade anche a Shaw agli Olympic Trials che si svolgono dal 16 al 21 giugno 1976 nella sua Long Beach, che stavolta non gli porterà granché fortuna, ad iniziare dal primo giorno, in cui si disputano i 200 stile libero in cui, qualificatosi per la finale con il terzo tempo di 1’52″04, conclude al pomeriggio non meglio che quinto, peggiorandosi in 1’52″36, nella gara vinta da Furniss in 1’50″61 e che, per le ferree regole della Federazione Usa, lo esclude anche dal quartetto della staffetta 4×200 stile libero olimpica.

Un autentico smacco per Shaw, il quale avrebbe comunque l’opportunità di rifarsi due giorni dopo nella sua gara principe dei 400 stile libero, per la quale si qualifica per la finale con il miglior tempo di 3’53″74, per poi migliorarsi al pomeriggio in 3’53″52 (a soli 0″21 centesimi dal proprio limite mondiale), solo per vedersi infilare dal 17enne Brian Goodell – californiano anch’esso, di Stockton per l’esattezza – che con 3’53″08 gli soffia anche il primato assoluto.

Un risultato che pesa come un macigno sul morale di Shaw che naufraga il 21 giugno, concludendo addirittura all’ultimo posto la prova sui 1500 stile libero in una competizione che vede i primi quattro scendere ampiamente sotto il suo limite stabilito l’anno precedente, con Goodell a fare doppietta in 15’06″66 e riportando negli Stati Uniti il primato mondiale di cui Holland si era riappropriato nuotando la distanza in 15’10″89 ai Trials australiani, il 27 febbraio 1976.

Sic transit gloria mundi“, verrebbe da dire, con il dominatore assoluto di un biennio che atterra a Montreal per cimentarsi nella sola prova sui 400 stile libero, con la speranza che, potendosi concentrare solo su di una gara, sia in grado di insidiare l’oramai acclarata supremazia di Goodell sulle lunghe distanze.

In una edizione dei Giochi, come già ricordato, in cui in campo maschile gli Stati Uniti rischiano di fare un clamoroso cappotto, impedito solo dal gallese Wilkie che fa suoi i 200 rana, e dove i primati mondiali crollano uno dietro l’altro, il 19 luglio Goodell e Shaw sono in tribuna ad ammirare lo show a stelle e strisce sui 200 stile libero, appannaggio di Bruce Furniss che in 1’50″29 toglie 0″03 centesimi al proprio limite mondiale, con il dorsista John Naber ed il velocista Jim Montgomery a completare un podio tutto americano.

Tre giorni dopo, tocca a loro scendere in acqua, e già dalle batterie del mattino si intuisce quale sarà il podio finale, dato che nella seconda serie il brasiliano Djan Maruga è il primo a scendere sotto i 4′ in sede olimpica stabilendo in 3’59″62 il nuovo record dei Giochi, imitato subito dopo dal sovietico Vladimir Raskatov con 3’57″56, abbassato a 3’56″40 da Shaw che si aggiudica la quinta serie, solo per consentire a Goodell di migliorare a sua volta il record olimpico con il 3’55″24 realizzato nella sesta ed ultima batteria, mentre il quinto nuotatore a scendere sotto i 4′ è l’australiano Holland, che fa sua la quarta serie in 3’58″39.

Con questo quintetto a raccogliere i favori del pronostico, occorre verificare quali siano le intenzioni dei due americani in relazione a come impostare il ritmo di gara, con Shaw che può sperare in un’eventuale stanchezza di Goodell, il quale due giorni prima, il 20 luglio, aveva colto l’oro sui 1500 metri sfiorando il superamento della barriera dei 15′ netti, concludendo nel nuovo limite mondiale di 15’02″40, ma i dubbi vengono immediatamente superati, con Goodell e Shaw a staccarsi ben presto dalla concorrenza, l’uno in quarta e l’altro in quinta corsia, dando luogo ad un appassionante testa a testa in cui Goodell mantiene sempre il comando della gara, ma con Shaw ben deciso a rendergli dura la vita, tant’è che all’ultimo tocco entrambi risultano scendere sotto il limite mondiale, con Goodell a fare doppietta in 3’51″93 e Shaw a cogliere l’argento con la magra consolazione di aver nuotato i suoi 400 più veloci di sempre in 3’52″54.

Si potrebbe pensare ad uno Shaw amareggiato e sconsolato, ma le sue dichiarazioni ai network americani gli rendono onore quando asserisce, riferendosi al clamoroso successo del Team Usa a Montreal, che… “per anni ci siamo sfidati l’un l’altro pensando solo a noi stessi, poi, all’improvviso, siamo diventati come fratelli ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti….

Si chiude così l’esperienza in corsia di Tim Shaw, ma non quella in piscina poiché, abbandonato il nuoto si dedica alla pallanuoto, facendo parte della squadra olimpica degli Stati Uniti che, indubbiamente avvantaggiata dall’assenza di Unione Sovietica ed Ungheria, lotta per l’oro in occasione dei Giochi di Los Angeles 1984, arrivando a sfidare la Jugoslavia nell’ultimo e decisivo match del girone finale a parità di punti, ma con una peggior differenza reti, per cui solo un successo gli consentirebbe la conquista del gradino più alto del podio, vittoria che sta per materializzarsi quando gli Usa si trovano avanti 5-2 all’inizio dell’ultimo quarto, solo per vedersi rimontare sino al 5 pari che consegna la medaglia di metallo pregiato agli slavi e toglie a Shaw la seconda possibilità in carriera di portarsi a casa un oro olimpico.

E, ditemi voi, se non è una maledizione olimpica questa

DAVID WILKIE, LO SCOZZESE CHE IMPEDISCE L’EN PLEIN USA

 

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Articolo di Giovanni Manenti

L’edizione dei Giochi di Montreal 1976, per quanto riguarda il nuoto, è caratterizzata dall’egemonia assoluta di due sole nazioni nei rispettivi settori, vale a dire gli Stati Uniti in campo maschile e la Germania Est in quello femminile, le quali conquistano assieme 24 successi sulle 26 gare in programma, e se il conteggio degli ori pende per 13 ad 11 a favore degli Usa, ciò lo si deve esclusivamente alla staffetta 4×100 stile libero femminile che, a sorpresa, beffa le favorite tedesche orientali.

Limitandoci alla sfera maschile, il dominio della spedizione “a stelle e strisce” è ancor più sensazionale, laddove si consideri che delle 33 medaglie a disposizione sulle undici prove individuali – per l’ultima volta gli americani possono schierare alle Olimpiadi tre atleti per gara, successivamente ridotti a due – se ne aggiudicano ben 25 (!!!), con addirittura monopolio del podio in quattro circostanze (200 stile libero, 200 dorso, 100 e 200 farfalla) e in nove delle stesse ottengono i primi due posti, circostanza che fa capire come al resto della concorrenza restino solo le “briciole” di qualche medaglia di bronzo, ivi compreso il fuoriclasse del dorso, il tedesco est Roland Matthes, che, dopo aver fatto “doppietta” sui 100 e 200 sia a Messico 1968 che a Monaco 1972, si deve accontentare del gradino più basso del podio, nulla potendo contro lo strapotere del nuovo “fenomeno” della specialità, l’americano John Naber.

E’ il periodo in cui il nuoto è entrato nella sua fase moderna, iniziata con i Giochi di Monaco di quattro anni prima, con le due prime edizioni dei Mondiali svoltesi a Belgrado 1973 e Cali 1975, ed i record vengono migliorati con una frequenza impressionante, prova ne sia che ai Giochi di Montreal – da ricordarsi anche per questo – sulle 13 gare maschili, staffette comprese, ne vengono migliorati ben dodici, con l’unica eccezione dei 100 farfalla, dove resiste il 54″27 di Mark Spitz stabilito a Monaco di Baviera, a dimostrazione dello spessore di detto nuotatore.

Ma, ad impedire agli Stati Uniti un en plein insuperabile (al massimo eguagliabile, ma con l’attuale universalità che ha assunto tale disciplina, assolutamente impensabile), ci pensa il 22enne scozzese David Wilkie, che, dopo aver colto l’argento sulla più breve distanza, fa suo l’oro sui 200 rana, curiosamente la stessa gara che non vede salire sul gradino più alto del podio una tedesca orientale in campo femminile (addirittura, i 200 rana femminile vedono ai primi tre posti altrettanti nuotatrici sovietiche).

Non è certo una sorpresa, l’affermazione di Wilkie, atleta predestinato sin dalla nascita, avvenuta ai primi di marzo 1954 a Colombo, capitale dello Sri Lanka, dove i suoi genitori, originari di Aberdeen, frequentano assiduamente il “Colombo swimming club”, in cui il giovane David impara a nuotare, prima del ritorno in Scozia all’età di undici anni.

Rientrato nel paese di origine, Wilkie non perde tempo, iscrivendosi al “Warrender Baths Club” di Edimburgo, uno dei più famosi centri natatori scozzesi, dove si specializza nello stile a rana e nel 1969, all’età di 15 anni, fa già parte della selezione nazionale, ottenendo l’anno seguente la sua prima medaglia con la conquista del bronzo sui 200 rana ai “Commonwealth Games” in scena proprio nella capitale scozzese.

Il primo grande appuntamento a livello internazionale per il 18enne Wilkie è costituito dalle Olimpiadi d Monaco 1972, dove è iscritto su entrambe le distanze in rappresentanza della Gran Bretagna, cimentandosi il 29 agosto nelle batterie e semifinali dei 100 rana, che lo vedono qualificarsi per la finale con l’ottavo tempo di 1’06″25, risultato che non migliora nell’atto conclusivo del giorno dopo, terminando ultimo.

La specialità vede, all’epoca, come primattori il sovietico Nikolaj Pankin – primatista mondiale sui 100 con 1’05″80 e già bronzo sulla distanza a Messico 1968 ed oro ai campionati europei di Barcellona 1970 – oltre all’emergente americano John Hencken, coetaneo di Wilkie e con il quale darà vita ad epiche sfide, che agli Olympic Trials di Chicago ha stabilito il primato mondiale sui 200 in 2’22″79.

A rompere le uova nel paniere al trio americano a Monaco di Baviera ci pensa il giapponese Nobutaka Taguchi, il quale, dopo aver migliorato nella seconda semifinale il primato mondiale che Hencken aveva strappato nella prima al sovietico Pankin, si aggiudica il 30 agosto la finale dei 100 rana nel nuovo limite di 1’04″94, lasciando con un palmo di naso gli americani Bruce, Hencken e Chatfield, giunti nell’ordine, con il detronizzato Pankin non meglio che settimo, a precedere il solo Wilkie.

Britannico che conta di rifarsi tre giorni dopo, il 3 settembre, quando realizza nelle qualificazioni del mattino dei 200 rana il secondo miglior tempo con 2’24″54 dietro a Taguchi che nuota in 2’23″45, ma davanti ad Hencken, che fa sua la sesta batteria in 2’24″88.

Il giovane americano non fa però sconti al pomeriggio, imprimendo alla gara un ritmo impossibile da sostenere per il resto della concorrenza, staccandosi sin dalla prima vasca per trionfare nel nuovo limite mondiale di 2’21″55, mentre la lotta per l’argento premia Wilkie, che la spunta su Taguchi per soli 0″21 centesimi (2’23″67 a 2’23″88).

Come primo approccio ai massimi livelli internazionali non vi è da lamentarsi, ben sapendo che l’eventuale rivincita è già fissata per l’anno seguente alla prima edizione dei Campionati mondiali, assegnata a Belgrado 1973, dove le “scintille” tra Wilkie ed Hencken non mancano di infiammare il pubblico presente.

Dapprima, il 4 settembre, è l’americano a regolare i conti con il giapponese Taguchi nella prova sui 100 rana, al quale già nelle batterie del mattino, toglie in 1’04″34 il primato mondiale stabilito l’anno prima ai Giochi di Monaco, per poi abbassarlo ulteriormente ad 1’04″02 nella finale del pomeriggio, in cui Wilkie, pur nuotando in 1’05″74, si vede confinato ai margini del podio, con il sovietico Khryukin argento nel record europeo di 1’04″61 e Taguchi bronzo.

Hencken, che ad una settimana dall’inizio della rassegna iridata aveva ulteriormente limato a 2’20″52 il proprio limite sui 200, pregusta la doppietta sulla doppia distanza, ma già dalle batterie del mattino del 6 settembre si rende conto della pericolosità di Wilkie, il quale realizza il miglior tempo di 2’20″94 rispetto al 2’21″50 dell’americano, promettendo battaglia per la finale pomeridiana.

Sfida che più spettacolare non può essere, con i due rivali a staccarsi nettamente dal resto dei finalisti già a metà gara per poi dar vita ad un appassionante testa a testa che si risolve solo nelle ultime bracciate a favore di Wilkie, il quale chiude in un sensazionale 2’19″28 lasciando di stucco un esterrefatto Hencken, anch’egli sceso sotto la barriera dei 2’20”, andando a toccare in 2’19″95.

Oramai Wilkie è entrato a pieno diritto nel “Gotha” della rana, come conferma ai Mondiali di Cali 1975 in cui, complice l’assenza di Hencken (che nel frattempo, tra il 24 agosto e l’1 settembre 1974, si era riappropriato del record mondiale sui 200, nuotando la distanza in 2’18″93 e 2’18″21 rispettivamente, e portando altresì ad 1’03″88 il proprio limite sui 100), non ha difficoltà a centrare l’accoppiata 100/200 rana con i rispettivi tempi di 1’04″26 e 2’18″23, ad un soffio (0″02 centesimi) dal primato mondiale dell’americano.

La “resa dei conti” tra Wilkie ed Hencken è quindi rimandata al palcoscenico universale dei Giochi di Montreal 1976, dove il britannico si presenta forte dei titoli mondiali conquistati l’anno prima a Cali e l’americano dei primati mondiali vantati su entrambe le distanze, nonché delle buone sensazioni fornite agli Olympic Trials di Long Beach, in California, dove si aggiudica i 100 nel tempo di 1’04″0 ed i 200 in 2’19″37, e l’impressione generale è che per gli altri partecipanti vi sia ben poco da sperare.

Come di consueto, la prima delle due prove in programma sono i 100 rana, che prevedono il 19 luglio le batterie al mattino e le semifinali al pomeriggio, ed Hencken mette subito in chiaro le sue velleità, eguagliando nelle qualificazioni il suo limite mondiale di 1’03″88 per poi abbassarlo in semifinale ad 1’03″62 contro l’1’04″29 della serie vinta da Wilkie ed in cui abdica, giungendo sesto, il giapponese Taguchi.

Nella finale del giorno dopo, a cui partecipa anche l’italiano Giorgio Lalle, giunto secondo dietro a Wilkie nella prima semifinale, Hencken tende a ribadire la propria superiorità, virando ai 50 metri in netto vantaggio nel tempo di 29″48 che fa pregustare un ulteriore miglioramento del record mondiale, cosa che puntualmente accade, con l’americano che va a toccare in 1’03″11 nonostante un impressionante vasca di ritorno di Wilkie, che rischia di raggiungere nelle ultime bracciate Hencken, andando egli stesso sotto il vecchio limite, nuotando la distanza in 1’03″43 – per quanto, ovvio, primato europeo – mentre l’azzurro Lalle conclude in un onorevole quinto posto in 1’04″37 dopo aver fatto sperare in un bronzo sino ai 75 metri.

La caratteristica di Wilkie di dare il meglio di sé alla distanza, lo fa ritenere in grado di rompere l’egemonia “a stelle e strisce” in occasione della prova sui 200, che prevede batterie e finale nella stessa giornata del 24 luglio, e già al mattino lo scozzese affibbia un primo “schiaffo” al rivale, togliendoli con il riscontro cronometrico di 2’18″29, il record olimpico stabilito quattro anni prima a Monaco di Baviera e candidandosi come il più serio pretendente alla medaglia d’oro.

Con Wilkie in quarta corsia ed Hencken in terza in forza del terzo miglior tempo di qualifica, i due si staccano subito dal resto dei finalisti, virando pressoché appaiati a metà gara, con l’americano primo in 1’06″09 per poi subire la rimonta dello scozzese, che passa in testa ai 150 metri in 1’40″84 e quindi mette a segno una straordinaria ultima vasca che lo porta a trionfare nel sensazionale tempo di 2’15″11, oltre 3″ in meno del primato mondiale di Hencken, il quale, dal canto suo, va anch’esso sotto il proprio limite, coprendo la distanza in 2’17″26, così come era accaduto a Wilkie sui 100 rana.

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Ritiratisi entrambi dalle scene a conclusione dei Giochi canadesi, avendo entrambi fatto registrare in tale occasione i rispettivi “personal best” su entrambe le distanze, Hencken ha l’occasione di arricchire il proprio palmarès con l’oro – peraltro scontato – nella staffetta 4×100 mista a ritmo di record mondiale, mentre Wilkie vede il suo limite sui 200 rana resistere alla rassegna iridata di Berlino 1978 ed alle Olimpiadi di Mosca 1980, per poi essere finalmente battuto dal canadese Victor Davis ai Mondiali di Guayaquil 1982.

Ma l’orgoglio maggiore, per il ranista scozzese, resta il fatto di essere stato l’unico non americano a conquistare due medaglie individuali in un’edizione che resterà per sempre nella storia dei Giochi, impedendo agli Stati Uniti un “en plein” – pari all’oro ed all’argento in tutte ed undici le gare individuali – che non avrebbe avuto riscontro in alcuna altra disciplina sportiva.

ROWDY GAINES, QUANDO L’ATTESA VIENE PREMIATA CON L’ORO OLIMPICO

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Rowdy Gaines esulta per la vittoria olimpica di Los Angeles nel 1984 – da foxsports.com.au

articolo di Giovanni Manenti

L’inizio degli anni ’80 è stato, purtroppo, caratterizzato dal doppio boicottaggio, da parte degli Stati Uniti – e, conseguentemente, delle nazioni amiche – per primi verso le Olimpiadi di Mosca 1980, con ritorsione, quattro anni dopo, dei paesi facenti parte del blocco sovietico in occasione dei Giochi di Los Angeles 1984.

Ciò ha ovviamente condizionato l’esito dei risultati nelle varie discipline, ed anche se in alcuni casi, vedi i quattro ori di Carl Lewis a Los Angeles, gli stessi con ogni probabilità non avrebbero subito variazioni pur in presenza degli atleti dell’est Europa, in altre specialità tali reciproche assenze hanno assunto un valore stridente, basti pensare, a mo’ d’esempio, all’esito delle gare ad ostacoli maschili a Mosca 1980, dove i riscontri cronometrici dei vincitori niente avevano a che spartire con le prestazioni che sulle rispettive distanze avevano fatto registrare i due primatisti mondiali americani Renaldo Nehemiah ed Edwin Moses, così come, al contrario, l’americana Valerie Brisco-Hooks ben difficilmente avrebbe potuto realizzare l’accoppiata 200/400 metri piani, qualora si fosse schierata ai blocchi di partenza la tedesca dell’est, nonché primatista mondiale, Marita Koch.

Per nulla diversa è la situazione nel nuoto, dove a Mosca 1980 ha inizio il dominio delle tedesche est, alle quali manca il confronto con le americane che le avevano umiliate due anni prima ai Mondiali di Berlino 1978, edizione iridata in cui le walchirie avevano conquistato una sola medaglia d’oro con Barbara Krause sui 100 stile libero, a dispetto dei cinque allori (di cui tre individuali con altrettanti primati mondiali) della regina della rassegna, vale a dire l’americana Tracy Caulkins.

In campo maschile, viceversa, risplende a Berlino 1978 la stella del dominatore delle lunghe distanze a stile libero Vladimir Salnikov, le cui medaglie d’oro sui 400 e 1500 stile libero di Mosca 1980 non possono essere messe in discussione al pari delle vittorie di Lewis a Los Angeles 1984, ma è sulle brevi distanze dei 100 e 200 stile libero, in cui gli americani sono ancora a farla da padrone, che a qualcuno il boicottaggio dei Giochi moscoviti risulta una mazzata difficile da digerire.

Ci riferiamo al velocista Ambrose Rowdy Gaines, nato in Florida nel febbraio 1959, il quale proprio a Berlino si mette in evidenza, conquistando l’argento sui 200 stile libero dietro al connazionale Bill Forrester, beffato per l’inezia di soli 0″08 centesimi (1’51″02 ad 1’51″10, ma tenete bene a mente gli otto centesimi…), fornendo comunque il proprio contributo al doppio successo nelle staffette 4×100 e 4×200 stile libero, con annessi primati mondiali.

Gaines ha, come obiettivo primario, proprio le Olimpiadi di Mosca 1980, per le quali fa le prove generali in occasione dei “Pan American Games” di San Juan 1979, in Portorico, dove fa sue le medaglie sui 200 stile libero, così come conferma la leadership degli Usa nelle due staffette, e ne potete pertanto immaginare lo stato d’animo all’annuncio del Presidente Jimmy Carter in ordine al boicottaggio dei Giochi, tanto più che agli “Olympic Trials” – tenutisi ugualmente ad Irivine, in California, dal 29 luglio al 2 agosto 1980 pur sapendo che non sarebbero valsi per la selezione olimpica – Gaines si afferma su entrambe le distanze con tempi rispettivamente di 50″19 ed 1’50″02 che gli avrebbero valso l’oro sulla più breve distanza e l’argento sui 200 stile libero, vinti dal sovietico Kopliakov in 1’49″81, fermo restando che il tempo di Gaines ad Irvine era stato realizzato senza alcuna seria opposizione, con il secondo, Richard Thornton, giunto ad oltre 1″ di distacco, e considerando altresì che, ad aprile, Gaines aveva stabilito il primato mondiale con 1’49″16, togliendolo proprio a Kopliakov.

E che Gaines fosse in forma olimpica, lo dimostra l’anno seguente, quando il 3 aprile 1981 si appropria del record mondiale anche sui 100 stile libero, coprendo la distanza nel tempo di 49″36 che resisterà per quattro anni sino all’avvento sulle scene di Matt Biondi, ma proprio il prosieguo della stagione porta il 22enne della Florida a dover compiere una difficile scelta di vita.

Avviene, difatti, che Gaines si laurei presso l’Università di Auburn, circostanza che, all’epoca, in un periodo di sport olimpico ancora a livello dilettantistico, comportava nella stragrande maggioranza dei casi il ritiro dall’attività agonistica a seguito dell’abbandono del “College“, e che, anche per Rowdy, determina l’assenza dalle piscine per un periodo di sei mesi.

Non essendovi possibilità di guadagnare denaro con l’attività sportiva, Gaines si sta adattando all’idea che la sua carriera agonistica sia giunta al termine quando in suo soccorso giunge il padre che, vedendo con ogni probabilità il figlio sconsolato per questa evenienza, lo spinge a riprendere ad allenarsi al fine di non doversi, un giorno, guardare allo specchio per chiedersi “e se avessi continuato?” ed anche per potersi prendere le meritate rivincite ai prossimi Mondiali in programma a Guayaquil tra fine luglio ed inizio agosto 1982.

Rowdy accetta la proposta paterna, riprende gli allenamenti con profitto, tanto che il 19 luglio 1982, ai Trials di qualificazione per la rassegna iridata, ritocca il suo stesso limite mondiale sui 200 stile libero portandolo ad 1’48″93, ed anche se in Ecuador viene due volte beffato per pochi centesimi su entrambe le brevi distanze dal tedesco est Jorg Woithe (50″18 a 50″21 sui 100 stile libero) e da quello ovest Michael Gross (1’49″84 ad 1’49″92 sui 200 stile libero, ancora per 0″08 centesimi, ricordate, vero…), il contributo fornito agli ori nelle tre staffette, con tanto di primati mondiali nella 4×100 stile libero e nella 4×100 mista, lo confortano in ordine alle possibilità di successo in vista dei Giochi di Los Angeles 1984.

Prospettive che, però, subiscono un duro colpo l’anno seguente in occasione dei “Pan American Games” di Caracas 1983 dove, a dispetto dei tre successi in staffetta (con annesso nuovo limite mondiale sulla 4×100 mista in 3’40″42), sono le prestazioni nelle due gare individuali a preoccupare, anche se fa suo l’oro sui 100 stile libero, ma con un tempo di 50″38 che non promette bene in chiave olimpica e, soprattutto, non va oltre il bronzo sui 200 stile libero, con un per lui modesto 1’51″27, proprio mentre il tedesco Michael Gross abbassa ad 1’47″87 il primato mondiale che già gli aveva strappato a giugno coprendo la distanza in 1’48″28.

Con un tale rivale da affrontare, le speranze di Gaines per un oro olimpico a livello individuale si riducono ai soli 100 stile libero, dove vi è comunque da superare la selezione agli “Olympic Trials” in programma a fine giugno ad Indianapolis, particolarmente selettiva dato che, per la prima volta, il numero dei partecipanti alle prove individuali è ridotto da tre a due per ogni singola nazione.

E, difatti, Gaines conferma di non essere più in grado di competere sui 200 stile libero, dove manca addirittura la qualificazione in staffetta, giungendo non meglio che settimo in 1’50″35 nella gara vinta da Mike Heath in 1’47″92 che migliora il suo record Usa (ed ex primato mondiale) di 1’48″93, riuscendo a strappare il pass olimpico in un convulso arrivo sui 100 stile libero che lo vede toccare in seconda posizione in 49″96 dietro ancora ad Heath, primo con 49″87 e precedendo Chris Cavanaugh (terzo in 50″04) di soli 0″08 centesimi, distacco che, in questa occasione, gioca a suo favore.

Otto centesimi che Gaines ricorderà a lungo, visto che è grazie a quell’attimo di tempo che può presentarsi a Los Angeles sui blocchi della gara dei 100 stile libero il 31 luglio 1984, dopo che Heath, due giorni prima, aveva tentato, peraltro inutilmente, di reggere il ritmo di uno scatenato Michael Gross sulla doppia distanza, con il tedesco a trionfare abbassando ad 1’47″44 il proprio limite mondiale, pur prendendosi una clamorosa rivincita il giorno seguente, grazie al compagno Hayes, capace di tener testa a Gross nell’ultima frazione della staffetta 4×200 stile libero, vinta dagli Stati Uniti per soli 0″04 centesimi, soffiando ai tedeschi anche il record mondiale, portato a 7’15″69.

E’ opinione comune, tra i media americani, che le speranze di successo siano da riporre più su Heath, nonostante che Gaines sia pur sempre il detentore del record mondiale con 49″36, e, comunque, le eliminatorie del mattino che qualificano i migliori otto per la finale del pomeriggio, vedono i due vincere le rispettive batterie con tempi sostanzialmente identici (50″39 per Heath, solo 0″02 in più Gaines), pur se il miglior riscontro cronometrico è appannaggio dell’australiano Mark Stockwell in 50″27 che gli vale la corsia quattro in finale, con i due statunitensi a fianco, mentre in corsia sei vi è un altro temibile pretendente al podio, e cioè lo svedese Per Johansson, due volte campione europeo sulla distanza a Spalato 1981 e Roma 1983, precedendo in entrambe le circostanze il tedesco est Woithe, oro iridato nel 1982.

In una prova in cui la differenza tra la gloria e l’oblio è data da centesimi, nessun particolare deve essere trascurato, e Gaines ha la fortuna di avere come coach Richard Quick, che sui particolari ha costruito molte vittorie dei suoi allievi, il quale allerta Rowdy sul fatto che lo starter, il panamense Frank Silvestri, ha l’abitudine di dare il via alla gara non appena i finalisti sono saliti sui blocchi, senza attendere i classici secondi affinché si assumi la più corretta posizione per il tuffo in vasca.

Accorgimento che paga, con Gaines preparato allo sparo che Silvestri, come d’abitudine, effettua non appena gli otto finalisti si posizionano sui blocchi, cosa che, viceversa, non fa Heath che viene letteralmente sorpreso, ritrovandosi addirittura in sesta posizione alla virata dei 50 metri, dove Gaines passa per primo in 24″01 per poi incrementare il vantaggio nella vasca di ritorno ed andare a toccare nel tempo di 49″80, nuovo record olimpico, lasciando la concorrenza a lottare per le piazze d’onore, che premiano Stockwell e Johansson, rispettivamente argento e bronzo con 50″24 e 50″31, mentre il disperato tentativo di rimonta di Heath si infrange ai margini del podio, chiudendo quarto in 50″41.

All’esultanza di Gaines per aver centrato il sogno di un oro olimpico, si contrappone la rabbia dei grandi sconfitti Stockwell ed Heath per quella che ritengono un’ingiustizia subita, con la Federazione australiana a proporre anche ricorso, che viene ovviamente respinto, pur non avendo nulla contro il campione americano, nei cui confronti Stockwell pronuncia parole di stima… “non ho nulla di personale contro Rowdy, è un grande nuotatore che è stato protagonista per molto tempo ed ha raggiunto l’obiettivo che si era prefisso; voglio solo dire che non è stata una partenza corretta, tutto qui!“…

Resta comunque il fatto che Gaines ha incrementato il suo vantaggio durante la vasca di ritorno a legittimare la validità del proprio successo, ancor più confermato dall’esito della staffetta 4×100 stile libero del 2 agosto dove Heath nuota la sua frazione interna in 49″60, mentre Gaines – senza alcun dubbio galvanizzato dall’oro individuale – copre l’ultima frazione in 48″93 portando il quartetto Usa all’oro ed al record mondiale in 3’19″03 davanti all’Australia, in cui Stockwell, schierato come ultimo frazionista, perde ancora il duello a distanza con Gaines, chiudendo in 49″06.

L’oro nella prova individuale, consente altresì a Gaines di acquisire il diritto a nuotare la frazione a stile libero nella finale della staffetta 4×100 mista del 4 agosto, che gli Stati Uniti vincono con uno straordinario quartetto formato anche da Carey, Lundquist e Morales, a ritmo di record mondiale in 3’39″30, davanti a Canada ed Australia, con la curiosità che, stavolta, Gaines e Stockwell nuotano i loro 100 metri a stile libero nell’identico tempo di 49″16.

E così, grazie alla spinta morale ricevuta dal padre, alla pazienza e scaltrezza del suo coach Richard Quick e, non dimentichiamolo, ai quegli otto centesimi ai Trials che gli hanno consentito di essere selezionato per i Giochi, il sogno di una medaglia d’oro olimpica si è triplicato per Gaines che ora può felicemente ritirarsi dalle scene e, ogni giorno, guardarsi allo specchio senza alcun rimpianto.

SHIRLEY BABASHOFF, L’ORO DI MONTREAL 1976 CHE FU PALADINA DELL’ANTIDOPING

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Shirley Babashoff – da hdwallpaperpark.com

articolo di Giovanni Manenti

Il termine frustrazione è ampiamente usato in ambito sportivo quando un pur validissimo campione si trova a misurarsi, nel suo periodo di maggior splendore, contro un fenomeno che gli preclude di giungere alla gloria assoluta, come nel caso di un Paul Tergat con Gebrselassie o di un Harald Schmid con Edwin Moses in atletica leggera, piuttosto che un Laszlo Cseh rispetto a Phelps nel nuoto od anche Max Biaggi e Gibernau nei confronti di Valentino Rossi nel motociclismo, tanto per citare i primi nomi che vengono a mente.

L’importante è che tutto si svolga correttamente ed in modo leale, ma se chi ti batte gioca sporco, allora la questione è un attimino diversa, e digerire le sconfitte è molto più amaro e la frustrazione può trasformarsi in rabbia e nella voglia di protestare e denunciare al mondo intero l’anomalia riscontrata, anche se poi vieni additata come una “sore loser“, accezione americana per indicare colei (vale anche al maschile, ma visto che stiamo parlando di una donna…) che, per dirla in italiano, “non sa perdere“.

I media ed i tifosi sono sempre impietosi in questi frangenti, usando altri simpatici epiteti del tipo “perdente di successo” riferito a coloro che la storia dello sport molto spesso etichetta come eterni secondi, ma le vicende che hanno caratterizzato la vita sportiva della nuotatrice americana Shirley Babashoff appartengono ad una sorta di epopea cavalleresca, vedendola nelle vesti di un novello Don Chisciotte nella sua impari lotta anch’essa contro i mulini a vento che, ad inizio anni ’70, hanno una connotazione ben precisa, vale a dire il “doping di Statovigente nella ex Germania Est.

Essere per un quinquennio la più forte stileliberista americana, in grado di nuotare le distanze dai 100 sino agli 800, stabilire 17 record nazionali e 6 mondiali e ritrovarsi con il più classico pugno di mosche in mano (intendendosi per tali argenti olimpici e mondiali, sia ben chiaro) deve essere stato qualcosa ben di più di una semplice frustrazione per la bionda Shirley, californiana nata a fine gennaio 1957 e che sale alla ribalta internazionale appena 15enne, in occasione delle Olimpiadi di Monaco 1972.

Presentatasi agli Olympic Trials di Chicago, in programma dal 2 al 4 agosto 1972, sulle quattro prove di stile libero, la ragazzina dimostra sin da subito la sua innata dote di combattività che la porta a qualificarsi per i Giochi sui 100 stile libero, giungendo seconda in 59″23 dietro alla Kemp, così come sui 400 stile libero, dove il suo 4’23″35 è superato solo da Keena Rothhammer che, con 4’21″99, sfiora il primato mondiale di 4’21″2 detenuto da un’altra ragazzina terribile, vale a dire la non ancora sedicenne australiana Shane Gould, mentre tale impresa riesce proprio alla Babashoff che, sui 200 stile libero, strappa alla Gould il record mondiale, facendo sua la gara in 2’05″21, lasciando pregustare duelli all’ultima bracciata in sede olimpica.

Ed, in una guerra tra adolescenti, i Giochi di Monaco si risolvono a favore della giovane australiana, nonostante che nella gara d’esordio del 29 agosto sui 100 stile libero, la stessa giunga solo terza in 59″06, battuta dalla Babashoff che in finale ripete il 59″02 realizzato in semifinale che valeva il record olimpico, solo per essere entrambe sconfitte dall’americana Sandra Neilson che, nuotando la gara della vita, copre la distanza in 58″59, nuovo primato olimpico.

Ma la sfida più attesa, quella sui 200 stile libero tre giorni dopo, non tradisce certo le attese, con le tre ragazze a salire sul podio che scendono tutte sotto il limite mondiale stabilito dalla Babashoff appena un mese prima ed a prendersi la rivincita è la Gould, che lo abbassa di quasi 2″ nuotando in 2’03″56, con largo margine su Babashoff, argento in 2’04″33 e Rothhammer, bronzo con 2’04″92.

La Gould conferma la sua straordinaria vena facendo suoi anche i 400 stile libero migliorando a 4’19″04 il suo stesso limite mondiale, con un vantaggio abissale sulla nostra Novella Calligaris, splendido argento, in una gara che vede il trio americano composto da Babashoff, Wylie e Rothhammer mestamente fuori dal podio, classificandosi nell’ordine dal quarto al sesto posto, con Rothhammer che, quanto meno, si prende la soddisfazione di infliggere – anch’essa quindicenne – un’altra sconfitta alla Gould sugli 800 stile libero con tanto di primato mondiale, mentre Shirley conclude la sua prima esperienza olimpica con l’oro della staffetta 4×100 stile libero dove contribuisce con un’ultima frazione di 58″18 che rintuzza il tentativo di rimonta della tedesca est Kornelia Ender (58″27), consentendo agli Stati Uniti di vincere la gara per soli 0″36 centesimi di distacco sulle tedesche orientali.

Shirley ancora non lo sa, ma quell’ultima frazione non è altro che un assaggio delle sfide che catalizzeranno i suoi prossimi quattro anni con la futura “Signora Matthes“, dato che la Gould si ritiene appagata dai tre ori (vince anche i 200 misti) conquistati e si ritira dalle scene.

Con il nuoto mondiale entrato nell’era moderna, alle Olimpiadi di Monaco fa immediatamente seguito la prima rassegna iridata, la cui sede è stata scelta in Belgrado, e che rappresenta una prima occasione per prendersi delle rivincite rispetto all’esito dei Giochi, anche se l’ammissione alle gare è limitata a soli due atleti per singola prova rispetto ai tre sino ad allora previsti in sede olimpica (una limitazione cui il CIO si adeguerà a partire dai Giochi di Los Angeles 1984).

E, proprio a Belgrado, appare in tutta la sua grandezza lo strapotere delle walchirie della ex Ddr che, dopo aver conquistato in sede olimpica solo un argento individuale con la Ender nei 200 misti, così come nelle due staffette 4×100 stile libero e 4×100 mista, a distanza di dodici mesi si impongono in ben 10 delle 14 gare in programma, stabilendo sei nuovi record mondiali, e lasciando alle altre le briciole, con tre vittorie americane ed una, splendida, della nostra Calligaris sugli 800 stile libero migliorando con 8’52″97 il settimo record mondiale della manifestazione.

E la Babashoff? Qualificatasi solo per i 100 ed i 200 stie libero, continua ad arricchire i pezzi della sua argenteria, con il secondo posto sulla più breve distanza, nonostante ottenga il personale di 58″87, ma nulla può contro la superiorità della Ender che migliora per la quarta volta nell’arco di due mesi il primato mondiale portandolo a 57″54, mentre più bruciante è la sconfitta sulla sua distanza preferita dei 200 stile libero patita ad opera della connazionale Rothhammer (2’04″99 a 2’05″33), cui aggiunge i due secondi posti nelle staffette dietro agli insuperabili quartetti tedesco orientali che distruggono letteralmente i rispettivi primati mondiali.

Ce ne sarebbe a sufficienza affinché la frustrazione dell’eterna seconda prendesse il sopravvento, ma così non è per la combattiva Shirley, la quale, al contrario, raddoppia le energie per farsi trovare pronta a rinnovare la sfida alle potenti ondine dell’est in vista dei prossimi appuntamenti costituiti dai mondiali di Cali 1975 e dalle Olimpiadi di Montreal 1976, e non vi è modo migliore per farlo che riappropriarsi del primato mondiale sui 200 stile libero nuotando per due volte nell’arco di otto giorni (il 23 ed il 31 agosto 1974) lo stesso tempo di 2’02″94, togliendolo alla Ender, la quale, dal canto suo, ritocca agli Europei di Vienna 1974 il proprio limite sui 100 stile libero portandolo a 56″96.

Ma se la Babashoff è una combattente di razza, non si può negare che lo sia anche la sua acerrima rivale Ender, la quale si presenta ai Mondiali di Cali dopo aver ulteriormente abbassato a 56″38 il record sui 100 stile libero ed aver tolto alla Babashoff quello sui 200 stile libero, nuotando la distanza in 2’02″27, americana che, dal canto suo, ai Trials di Long Beach (dove ottiene il pass per i Mondiali su tutte e quattro le gare individuali, dai 100 sino agli 800 stile libero!) abbassa a 4’14″76 il primato sui 400 stile libero.

Più portata alla velocità la Ender, più resistente la Babashoff, è ovvio che i favori del pronostico vanno più alla prima sui 100 stile libero ed alla seconda sui 400 stile libero (distanza in cui la tedesca non si è mai cimentata), mentre è sulla gara intermedia dei 200 stile libero che si preannunciano scintille in vista della rassegna iridata colombiana.

Mai previsioni si dimostrano più azzeccate in un mondiale che ricalca quanto a medaglie l’edizione precedente, con le tedesche orientali a mantenere le 10 vittorie sulle 14 gare in programma e le americane a farne loro solo tre, mentre l’unica affermazione ad uscire da questo duopolio viene sempre dagli 800 stile libero, ma stavolta invece dell’azzurra Calligaris, vi è la 15enne australiana Jenny Turrall, che non manterrà fede in seguito alle aspettative.

Ma torniamo alle nostre due campionesse, per verificare, come da pronostico, la vittoria delle Ender (che si aggiudica anche i 100 farfalla con il record mondiale di 1’01″24) sulla Babashoff nei 100 stile libero (56″50 a 57″81), mentre l’americana deve tenere a bada l’impertinenza della Turrall sui 400 stile libero, facendo sua la gara in 4’16″87 rispetto al 4’17″88 della “teenager” australiana, da cui esce sonoramente battuta sulla doppia distanza degli 800 stile libero, che consegnano alla Babashoff il suo unico bronzo tra Olimpiadi e Mondiali.

La resa dei conti tra le due rivali avviene, come previsto, sui 200 stile libero ed, una volta tanto, a sorridere è l’americana che, in un finale testa a testa, riesce a spuntarla per l’inezia di 0″19 centesimi (2’02″50 a 2’02″69), così potendosene tornare in patria con un lusinghiero bottino di sei medaglie (due ori, tre argenti, comprese le due staffette, ed un bronzo).

Ottimo viatico in vista del più importante appuntamento dei Giochi di Montreal 1976, a cui la Babashoff si presenta replicando le quattro gare individuali di Cali avendo vinto i relativi Trials di Long Beach, stabilendo i primati nazionali sui 100 stile libero (56″96), 200 stile libero (2’00″69) e 400 stile libero (4’12″85) e, cosa assolutamente clamorosa, togliendo alla tedesca est Petra Thumer il fresco record mondiale sugli 800 stile libero da lei stabilito in 8’40″68 alle selezioni nazionali, migliorandolo ad 8’39″63.

Ma se Shirley chiama, Kornelia risponde, in quanto proprio alle selezioni tedesco orientali per i Giochi, la stessa Ender ritocca per l’ennesima volta il proprio limite sui 100 stile libero portandolo a 55″73 ed abbatte lo storico muro dei 2′ netti sui 200 stile libero, nuotando in 1’59″78, lanciando così il guanto di sfida in vista delle oramai prossime Olimpiadi canadesi.

I Giochi di Montreal passano alla storia per il dominio assoluto degli Stati Uniti in campo maschile (12 ori su 13 gare in cui cadono ben 12 record mondiali) e della Germania Est in quello femminile, con appena un oro in meno e 9 primati mondiali complessivamente stabiliti, con la “poveraBabashoff stretta nella morsa delle due walchirie Ender e Thumer che si spartiscono le gare (la prima si cimenta su 100 e 200 stile libero, la seconda sui 400 ed 800 stile libero), rispetto alla stakanovista americana che si sottopone ad un tour de force che non ha eguali nella storia dello stile libero femminile.

E l’avvio è tutt’altro che incoraggiante per l’ormai 19enne Babashoff, con il peraltro previsto argento della staffetta 4×100 mista Usa nella giornata inaugurale del programma natatorio, il 18 luglio 1976, nonostante nuoti la sua ultima frazione a stile libero in 56″11 rispetto al 56″04 delle Ender, con il quartetto tedesco a frantumare in 4’07″95 il primato mondiale, lasciando le americane ad oltre 6″50 di distacco, delusione alla quale si aggiunge quella ben più cocente il giorno dopo sui 100 stile libero, dove la Babashoff giunge non meglio che quinta, battuta anche dalla connazionale Peyton, in una gara dove la Ender si migliora nuovamente in 55″65.

Ma se c’è una dota che senza alcun dubbio non fa difetto a Shirley sta proprio nella volontà e nella forza di non abbattersi, anche se non le si potrebbe dar torto, in caso contrario, quando, nella finale dei 400 stile libero del 20 luglio, non le basta il 4’10″46 con cui scende oltre 1″ sotto il primato mondiale della Krause, venendo sconfitta dalla Thumer che fa suo oro e record in 4’09″89, mentre nulla può il 22 luglio contro lo strapotere della Ender sui 200 stile libero, con la tedesca che migliora il suo fresco limite portandolo a 1’59″26, con l’americana che deve, viceversa, difendere l’argento per soli 0″18 centesimi dall’attacco dell’olandese Enith Brigitha, già bronzo sui 100 stile libero, e prima atleta di colore a conquistare una medaglia olimpica.

Come avrete capito, consapevole della superiorità della Ender sulle prove veloci – la tedesca fa suo anche l’oro sui 100 farfalla eguagliando in 1’00″13 il suo stesso primato mondiale – la Babashoff ha pianificato la preparazione per i Giochi più sulle lunghe distanze e quindi sulla resistenza, come dimostrato nella gara con la Thumer sui 400 stile libero risolta solo nelle ultime bracciate a favore della tedesca, contro la quale si trova a riproporre la sfida all’ultima giornata delle prove in piscina, vale a dire il 25 luglio, sulla più lunga prova degli 800 stile libero e che vede le due avversarie sin dalle prime vasche fare il vuoto alle loro spalle per poi darsi aspra battaglia sino agli ultimi metri andando entrambe sotto il recente primato mondiale dell’americana che però, ancora una volta, deve arrendersi, sia pur di stretta misura (8’37″14 ad 8’37″59) per meno di mezzo secondo, che sugli 800 metri equivale letteralmente ad un battito di ciglia.

Ora, sarebbe umano chiedersi con quale spirito la Babashoff possa, a meno di due ore di distanza, presentarsi alle partenza della staffetta 4×100 stile libero quale ultima frazionista del quartetto americano, dopo aver sinora raccolto quattro argenti ed, oltretutto, sfiancata da un tour de force pazzesco e con la prospettiva di dover affrontare le pressoché invincibili tedesche orientali.

E, del resto, anche la ex campionessa olimpica di Tokyo 1964, Donna de Varona, all’epoca commentatrice televisiva, non dà alcuna chance di vittoria al quartetto a stelle e strisce, anche se i tecnici tedeschi commettono l’errore di inserire la Ender in prima frazione, cosa che consente alla Germania Est di garantirsi oltre 1″ di vantaggio al primo cambio (55″79 a 56″95 rispetto alla Peyton), ma toglie alla Babashoff l’incubo di affrontare in ultima frazione la sua eterna rivale.

E, poiché Boglioli e Sterkel nelle frazioni interne rimontano il distacco rispetto a Priemer e Pollack, lanciando Babashoff con 0″40 centesimi di vantaggio all’ultimo cambio (2’48″53 a 2’48″94) è logico pensare cosa passi in quei momenti nella testa di Shirley, la quale ha il compito, non solo per se stessa, ma anche per le proprie compagne, di rompere l’egemonia tedesco orientale che, nelle gare individuali, era stata incrinata solo sui 200 rana, con l’intero podio monopolizzato dalle nuotatrici sovietiche.

Abbinata alla Hempel, Babashoff tira fuori dai propri stanchi muscoli dopo così tante gare le ultime energie per fronteggiare il tentativo di rimonta della tedesca, dilatando anzi il vantaggio per andare a concludere nel nuovo record mondiale di 3’44″82 contro il 3’45″50 delle tedesche, liberandosi all’uscita dalla vasca di tutte le tensioni accumulate in una settimana ininterrotta di gare.

E, mentre al microfono, la de Varona faceva ammenda, dichiarando “non sono mai stata così felice di rimangiarmi le parole espresse in sede di pronostico prima di questa finale!“, la Babashoff può almeno vantarsi di aver concluso in bellezza, con l’ultima gara della sua vita, una carriera che le ha permesso – tra Olimpiadi e Mondiali – di collezionare qualcosa come 18 medaglie, di cui 4 d’oro, 13 d’argento e solo una di bronzo.

Bottino che sarebbe potuto essere ben più cospicuo quando, ad anni di distanza, si viene a scoprire che la “sore loser” tutti i torti non li aveva quando lanciava i suoi strali contro le avversarie, essendo venuta alla luce, dopo la caduta del Muro di Berlino, la vergognosa pianificazione del “doping di Stato” nella ex Ddr.

ANDERS HOLMERTZ, IL CAMPIONE CHE NON SAPEVA VINCERE

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Anders Holmertz – da wallpaperhdhi5.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel lungo romanzo che costituisce la storia degli sport individuali, non è raro il caso di trovare validissimi esponenti delle rispettive discipline che non riescono ad assurgere alla gloria eterna in quanto capitati nel periodo sbagliato, quando cioè vi è un fenomeno che monopolizza la scena, basti pensare ai ciclisti all’epoca del “Cannibale” Eddy Merckx o, in tempi più recenti, a coloro che abbiano avuto la sfortuna di doversi misurare contro un Usain Bolt sulle piste di atletica oppure un Michael Phelps in piscina.

Proprio dal nuoto, però, emerge una figura particolare, dotata di grandissime potenzialità, e che avrebbe potuto mietere maggiori successi – in campo europeo senz’altro, ma anche a livello mondiale – se solo avesse saputo, nel decennio in cui ha frequentato vasche e piscine ad ogni latitudine, disciplinare la sua innata aggressività in acqua, dosando meglio le energie, con il risultato di far da lepre agli avversari, tirando le gare a ritmi sostenuti per poi crollare nel finale, mentre agli altri andavano medaglie ed annessi record europei, olimpici o mondiali che fossero.

Tale prsonaggio, che chi è addentro alle vicende natatorie avrà sicuramente già individuato, altri non è che lo svedese Anders Holmertz, stile liberista capace di cimentarsi senza eccessivi problemi sulle distanze dei 100, 200 e 400 metri, pur prediligendo, come normale in questi casi, la prova media sui 200.

Nato a dicembre del 1968 a Motala, in Svezia, Holmertz (da non confondere con l’omonimo Per “Pelle” Holmertz, di cui non è parente pur essendo nato anch’egli a Motala e vincitore del bronzo sui 100 stile libero ai Giochi di Mosca 1980) appare in una prima grande manifestazioneiInternazionale quando, non ancora 16enne, partecipa alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 dove fallisce l’accesso alla finale dei 200 stile liberoper soli 0″03 centesimi (1’51″67 ad 1’51″70) rispetto all’azzurro Marco Dell’Uomo, mentre sui 400 stile libero fa registrare il 23esimo tempo in qualificazione e con la staffetta 4×200 si classifica sesto in finale.

Tale approccio consente ad Holmertz di guardare con i fiducia ai successivi Campionati europei di Sofia 1985, dove stavolta guadagna la finale sui 200 stile libero, solo per concludere al settimo posto in 1’51″60 ed assistere all’ennesimo trionfo dell’Albatros Michael Gross, al suo secondo oro continentale consecutivo sulla distanza.

A consolazione della delusione per l’esito della gara individuale, giunge per Holmertz la sua prima medaglia continentale, venendo inserito in prima frazione della staffetta 4×200 stile libero che conquista un prestigioso argento in 7’25″69 alle spalle dell’imprendibile Germania Ovest.

Holmertz intuisce che deve migliorare la propria velocità di base in vista dei prossimi impegni costituiti dagli Europei di Strasburgo 1987 e, soprattutto, dalle Olimpiadi di Seul 1988, rassegna quest’ultima dove, conclusi gli assurdi boicottaggi, dovrà confrontarsi con l’elite del nuoto mondiale, così come ai Mondiali di Madrid 1986 dove si concede un’escursione sui 400 stile libero, conclusa con un onorevole sesto posto.

Ed il lavoro a cui viene sottoposto sembra pagare in moneta sonante agli Europei di Strasburgo 1987, dove ingaggia sui 200 stile libero un appassionante testa a testa con l’italiano e quasi coetaneo (sono divisi da meno di due mesi) Giorgio Lamberti che si risolve a favore dello svedese che, migliorandosi di oltre 3″ rispetto ai precedenti Europei, va a toccare in 1’48″44, con l’azzurro argento a soli 0″24 centesimi di distacco, ma, quel che più conta, mettendosi entrambi alle spalle la leggenda Michael Gross.

Holmertz dà altresì il proprio contributo alle staffette 4×100 stie libero (giunta quarta a soli 0″03 centesimi dal podio) e 4×200 stile libero, con la quale, inserito stavolta in terza frazione, conquista il bronzo dietro agli inarrivabili quartetti tedeschi, con l’oro alla Germania Ovest e l’argento ai rappresentanti dell’Est.

Con queste premesse, Holmertz si presenta fiducioso all’appuntamento olimpico di Seul 1988, dove il programma prevede proprio i 200 stile libero quale gara di apertura il 18 settembre, con la finale prevista per il giorno dopo, e lo svedese, inserito nella sesta batteria, fa il proprio dovere aggiudicandosela con il tempo di 1’49″28, davanti allo svedese Stephan Caron ed al nostro Giorgio Lamberti.

Il riscontro cronometrico non è però dei migliori – ben al di sopra dell’1’48″44 con cui aveva vinto gli Europei l’anno prima – e le ultime due batterie, in cui sono impegnati i pezzi da novanta Matt Biondi (alla ricerca di emulare il record di Spitz di sette medaglie d’oro) ed il “sempiterno” Michael Gross, alla sua ultima recita ai Giochi, vengono disputate su ritmi decisamente più alti, con il miglior risultato fatto registrare dal polacco Artur Wojdat con il record nazionale di 1’48″02 davanti a Biondi e Gross, circostanza che consente allo svedese di qualificarsi per la finale con l’ottavo ed ultimo tempo, di soli 0″23 centesimi inferiore a quello dell’azzurro Gleria, condannato alla finale B al pari di Lamberti, il quale però rinuncia a prendervi parte.

In finale Holmertz, partendo dall’ottava corsia, non ha molti punti di riferimento, ma come di consueto impone un ritmo alto alla sua nuotata, che lo porta a metà gara a staccarsi dal resto del lotto assieme a Biondi, con un passaggio di 52″21 che profuma di attacco al record mondiale di Gross, con la sfida che si infiamma all’ultima virata con il recupero in sesta corsia del semisconosciuto australiano Duncan Armstrong, il quale, dapprima raggiunge Biondi e poi lo stacca nettamente negli ultimi venti metri andando a conquistare l’oro nel nuovo primato mondiale di 1’47″25, con Holmertz capace anch’egli di toccare davanti all’americano per soli 0″10 centesimi (1’47″89 ad 1’47″99, record Usa).

Con il rammarico di aver perso una grande occasione per l’oro olimpico, dato che il vincitore Armstrong si presentava ai Giochi con il 46.mo tempo nel “Ranking Mondiale dell’Anno“, Holmertz – che con la staffetta 4×200 conclude in sesta posizione – si sente però rafforzato in base al tempo ottenuto, e dunque ben deciso a confermare il titolo europeo sui 200 stile libero alla rassegna continentale di Bonn 1989, dove deve però fronteggiare la voglia di riscatto dell’azzurro Giorgio Lamberti dopo la delusione di Seul, ed i due danno vita, nellafFinale del 15 agosto, ad un’appassionante sfida che vede l’italiano dominare la scena con tanto di record mondiale in 1’46″69 davanti a Wojdat che nelle ultime bracciate soffia l’argento ad Holmertz.

E, mentre Lamberti concede il bis sui 100 stile libero, lo svedese deve accontentarsi del quarto posto sui 400 stile libero, per poi mettersi al collo il bronzo della staffetta 4×100 stile libero ed assistere al tris del bresciano nella staffetta 4×200 stile libero, dove la Svezia è ancora una volta relegata ai margini del podio.

L’esito degli Europei rappresenta un duro colpo per Holmertz, che sembra quasi destinato a vedere i propri avversari fare la gara della vita proprio contro di lui, ciò nondimeno non lesina sforzi per l’appuntamento dei Mondiali che si disputano a Perth nel gennaio 1991, iscrivendosi a tutte e tre le gare individuali di stile libero che lo vedono sempre regolarmente raggiungere la finale ed altrettanto costantemente accomodarsi ai margini del podio, quinto sui 100 vinti da Biondi (con Lamberti bronzo), quarto sui 200 in un modesto 1’49″05 nella prova dove Lamberti conferma la sua leadership, così come sui 400, che registrano la doppietta (oro ed argento) dei due tedeschi occidentali Hoffmann e Pfeiffer.

E le cose non migliorano con le staffette, visto che entrambi i quartetti svedesi giungono anch’essi quarti sia nella 4×100 stile libero che nella 4×200 stile libero, con Holmertz che viene superato in ultima frazione da uno scatenato Lamberti per il bronzo azzurro; ci sarebbe da che disperarsi se non fossero in programma ad agosto i Campionati europei di Atene 1991, dove, peraltro, le cose vanno ancor peggio, vista l’assenza di nuotatori americani ed australiani, con Holmertz che deve accontentarsi del solo bronzo nella staffetta 4×100 stile libero, dopo aver miseramente fallito nelle prove individuali sia sui 200 stile libero – quinto in 1’49″02 nella gara vinta all’ultima bracciata da Wojdat su Lamberti (1’48″10 ad 1’48″15) – che sulla doppia distanza, dove giunge addirittura sesto in 3’52″08, ad oltre 3″ di distacco dal neocampione continentale, il russo Yevgey Sadovyi.

A 23 anni, si potrebbe pensare che la parabola di Holmertz sia oramai in fase calante, ma all’improvviso le vite parallele con l’azzurro Lamberti invertono le rispettive rotte e, mentre il bresciano esce clamorosamente di scena, lo svedese ritrova la forma dei giorni migliori proprio in occasione dei Giochi di Barcellona 1992, dove deve però raccogliere la sfida sui 200 e 400 stile libero dell’astro emergente sovietico Sadovyi, con il quale si confronta subito sin dal mattino del 26 luglio, giornata inaugurale del programma natatorio, essendo entrambi inseriti nella sesta batteria, con il sovietico a precedere lo svedese di appena 0″02 centesimi (1’46″74 ad 1’46″76) entrambi sotto il record olimpico di Armstrong di quattro anni prima ed a sfiorare il primato mondiale dell’assente Lamberti.

L’esito del turno di qualificazione, con Sadovyi ed Holmertz ad occupare le corsie centrali nellafFinale del pomeriggio, consiglia allo svedese di imprimere alla gara un ritmo folle che lo vede transitare in testa sia ai 50 (25″05, 9/100 sotto il primato mondiale) che ai 100 (51″77, vantaggio sul mondiale aumentato a 65/100), toccando per primo anche all’ultima virata dei 150 in 1’19″70 incrementando a 68/100 il vantaggio sul record, solo per vedersi rimontato nell’ultima vasca da Sadovyi che lo beffa andando a toccare nel nuovo record olimpico di 1’46″70 rispetto all’1’46″86 dello svedese, circostanza che salva per un solo 1/100 il primato di Lamberti che, con il russo ritiratosi prematuramente dalle scene, resiste per altri 7 anni.

Ancora una volta, Holmertz ha fatto da lepre ad un suo rivale, e solo per un niente non è crollato anche il record mondiale, limite che – assieme all’oro – poteva essere alla sua portata se solo avesse meglio dosato le energie, dato il suo eccellente stato di forma, confermato dalla frazione interna nuotata in 1’46″16 il giorno dopo nella staffetta 4×200 stile libero, che Holmertz conduce all’argento in 7’15″51 dietro alla Comunità degli Stati Indipendenti (ex Urss) che, con 7’11″95, centra, manco a dirlo, il primato mondiale.

Record che crolla anche sui 400 stile libero, la cui finale è in programma il 29 luglio con Sadovyi ed il primatista mondiale, l’australiano Kieren Perkins, grandi favoriti, ma per la cui realizzazione la consueta mano la fornisce Holmertz, mettendo in atto la stessa tattica suicida di tre giorni prima sui 200, coprendo i primi 300 metri ben al di sotto del record dell’australiano, non riuscendo però a staccare oltre al massimo un metro i due avversari, i quali lo superano quasi pressoché contemporaneamente alla penultima virata per andarsi a disputare l’oro in un finale incandescente che vede entrambi demolire il vecchio primato, e Sadovyi mettersi al collo la sua terza medaglia pregiata nel sensazionale crono di 3’45″00 – migliorandosi di oltre 4″!!! – con Perkins argento in 3’45″16 ed Holmertz arricchire la propria collezione di piazzamenti salvando il bronzo dal ritorno di Wojdat, realizzando comunque in 3’46″77 il proprio “personale” nonché record nazionale.

Se, da un punto di vista cronometrico, i Giochi di Barcellona rappresentano l’apice della carriera di Holmertz, altrettanto non si può dire della sua longevità agonistica, che lo porta a gareggiare per altri quattro anni, con risultati più che lusinghieri sia agli Europei di Sheffield 1993 (bronzo sia sui 200 che sui 400 stile libero, entrambi appannaggio del finlandese Antti Kasvio, con l’aggiunta dell’argento nella staffetta 4×100 stile lobero) che a quelli di Vienna 1995 dove le medaglie sono addirittura quattro, con l’argento sui 200 stile libero tra i due finlandesi Jani Sievinen e Kasvio e con la staffetta 4×200 stile libero ed il bronzo sui 400 stile libero e nella 4×100 stile libero.

Medaglie che, però, erano state precedute da un ultimo grande acuto di Holmertz ai Mondiali di Roma 1994 dove, dopo essere stato battuto da Kasvio nella prova individuale sui 200 stile libero, nuota un’eccellente ultima frazione nella rispettiva staffetta, coperta in 1’47″13, per consegnare alla Svezia la sua unica medaglia d’oro in tale specialità tra Olimpiadi e Mondiali, per poi andare a concludere una comunque straordinaria carriera con la sua quarta partecipazione ai Giochi di Atlanta 1996, dove è ancora capace di giungere quinto in finale sia sui 200 che sui 400 stile libero, nonché di conquistare la sua quinta medaglia olimpica con l’argento della Svezia nella staffetta 4×200 stile libero dietro agli Stati Uniti, nuotando la propria frazione interna nel tempo di 1’47″03, migliore di tutti gli altri finalisti.

D’accordo, Holmertz passerà alla storia come il più classico dei perdenti di successo, ma non si può certo dire che non abbia dato un più che valido contributo alla crescita del nuoto nel panorama mondiale, potendo comunque allineare nel salotto di casa ben 20 medaglie tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei.

Avessero premiato anche i quarti posti!

CHRIS VON SALTZA, LA “BARONESSA” DEL NUOTO USA

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Chris von Saltza – da wikiwand.com

articolo di Giovanni Manenti

Facciamo subito una doverosa precisazione per chi non fosse molto addentro alle questioni riguardanti gli sport acquatici: tra le discipline di spicco nel panorama olimpico, il nuoto è stato tra gli ultimi ad adeguarsi quanto a specialità ed universalità, con tanto di campionati Mondiali.

L’epoca a far da spartiacque (mai come in questo caso il termine è quanto mai appropriato) risale a fine anni ’60, quando già alle Olimpiadi di Messico 1968 con l’incremento delle gare – da 7 individuali e 3 staffette di Tokyo 1964 a 12 individuali più le staffette in campo maschile e da 6 individuali e 2 staffette a 12 individuali oltre alle 2 staffette nel settore femminile – il programma natatorio si adegua ad altri sport come l’atletica, inserendovi tutte le varie specialità, per poi affermarsi definitivamente a Monaco 1972, anche grazie all’impresa di Mark Spitz e delle sue 7 medaglie d’oro a far da cassa di risonanza, cui fece seguito, l’anno seguente, la prima edizione dei campionati Mondiali di Belgrado 1973.

Da lì in poi, per la fortuna dei nuotatori a venire, il riscontro mediatico aumenta, e con esso la notorietà e di contro gli sponsor, che consentono agli atleti di fare una vita da professionisti prolungando un’attività che viceversa in passato era ridotta nel tempo, essendo rari i casi in cui un nuotatore/rice partecipasse a due edizioni consecutive dei Giochi olimpici, mentre ai nostri giorni abbiamo avuto l’esempio del duo americano composto da Michael Phelps e Ryan Lochte capace di darsi battaglia per 12 anni, da Atene 2004 sino a Rio de Janeiro 2016, contribuendo con ciò anche ad abbellire la disciplina con sfide sempre più appassionanti.

Questo doveroso preambolo solo per dire che, sino agli anni ’60, con il nuoto scarsamente praticato in molti luoghi del pianeta, oltre alle Olimpiadi erano più che sufficienti come appuntamenti di confronto i campionati Europei – la cui prima edizione si tenne a Budapest nel 1926 – e, dall’altra parte dell’oceano, i Pan American Games, istituiti nel 1951, mentre per gli australiani vi erano pur sempre i Commonwealth Games, risalenti al 1930, mentre solo a partire dal 1985 sono stati creati i Pan Pacific Games, importante rassegna natatoria per i rappresentanti di Stati Uniti, Australia e Giappone.

Ed è altrettanto evidente come l’età per praticare il nuoto fosse ridotta al periodo della scuola superiore (la “High School” negli Stati Uniti), con alcuni che proseguivano anche al “College” per le famose rivalità a livello universitario tipiche dell’ambiente americano che, dal basket al football ed agli (all’epoca) sport amatoriali, faceva a gara ad assicurarsi i migliori talenti.

Una di queste, dal nome lungo ed un tantino imbarazzante, trattandosi di una nuotatrice americana, è Susan Christina “Chris” von Saltza, cui dedichiamo questo profilo proprio oggi che compie gli anni, essendo nata il 13 gennaio 1944 a San Francisco, e la cui stella ha brillato di luce splendente per un solo biennio, ma sufficiente a rivitalizzare l’ambiente natatorio americano, quanto meno nel settore femminile.

La bionda californiana, ben strutturata (178cm. per 63kg.) per gli standard dell’epoca, stupisce quando appena 14enne stabilisce, lei principalmente dedita allo stile libero, il primato mondiale sui 200 dorso, nuotando la distanza in 2’37″4 l’1 agosto 1958, oltretutto in una piscina da 55 yards, pari quindi a 201,17 metri, anche se vi è da dire che, poiché alle Olimpiadi era in programma solo la gara sui 100 dorso, detta specialità non aveva molti proseliti.

Resta il fatto che la ragazzina dimostra di saper andare veloce, specie nello stile libero, cosa che conferma largamente ai Pan American Games di Chicago 1959 in cui si aggiudica, oltre alle staffette 4×100 stile libero e 4×100 mista, tutte e tre le gare individuali sui 100, 200 e 400 stile libero, coi rispettivi tempi di 1’03″8, 2’18″5 e 4’55″9, divenendo su quest’ultima distanza la prima nuotatrice americana ad infrangere il muro dei 5′ netti.

I capi della Federazione Usa si fregano le mani, avendo intuito che possono finalmente avere una loro rappresentante in grado di competere con le acerrime rivali australiane, capeggiate dalla fenomenale Dawn Fraser – prima donna copertina della storia del nuoto femminile – la quale si è già laureata campionessa olimpica a Melbourne 1956 sui 100 stile libero con il record mondiale di 1’02″0 (successivamente migliorato sino ad 1’00″2 agli Olympic Trials di Sydney 1960), aggiungendo l’argento sui 400 stile libero, vinti dalla connazionale Lorraine Crapp in 4’54″6.

La risposta della Von Saltza giunge agli Olympic Trials di inizio agosto 1960 a Detroit, dove la 16enne californiana si aggiudica sia i 100 stile libero in 1’02″5 che, soprattutto, i 400 stile libero stabilendo in 4’44″5 il nuovo record mondiale che migliora di quasi 1″ il precedente limite stabilito il 9 gennaio 1960 a Sydney dall’australiana Ilsa Konrads.

L’attesa per l’esito delle sfide Usa/Australia – staffette comprese – alle Olimpiadi di fine agosto 1960 a Roma è altissima tra gli addetti ai lavori e già qui si intuisce, riprendendo il “cappello” di inizio articolo, quanto danno abbia fatto al fascino di queste rivalità la limitazione del programma natatorio, in quanto, con Fraser favorita sui 100 stile libero e von Saltza sui 400 stile libero, qualora fosse stata inserita anche la prova sui 200 stile libero ne avremmo davvero viste delle belle…

Ma tant’è, e, pertanto, limitiamoci alla stretta cronaca, che vede disputarsi per prima la gara sulla più breve distanza, con la Fraser che ribadisce il suo diritto alla medaglia d’oro sin dalle qualificazioni, riprendendosi il primato olimpico nuotando il 27 agosto la seconda semifinale in 1’01″4 dopo che il giorno prima in batteria la von Saltza aveva migliorato di 0″1 decimo (1’01″9) il suo tempo di quattro anni prima a Melbourne.

Due giorni dopo, alla sera del 29 agosto, va in scena quella che di sfida non ha proprio nulla, tanto netta è la superiorità dell’australiana, la quale si aggiudica la finale migliorando ancora il proprio record olimpico andando a toccare in 1’01″2, lasciando l’americana ad oltre 1″50 di distanza, dovendo addirittura faticare per salvare l’argento dall’assalto della britannica Natalie Stewart (1’02″8 ad 1’03″1).

Un giorno di riposo ed ecco che entrambe si ripresentano sui blocchi di partenza per le batterie dei 400 stile libero in cui è stavolta la von Saltza a mettere subito in chiaro le proprie intenzioni migliorando di 1″ netto, in 4’53″6, il primato olimpico stabilito quattro anni prima a Melbourne dall’australiana Lorraine Crapp, mentre la Fraser si qualifica per la finale con appena il quinto tempo di 4’57″6 e la Konrads rischia addirittura l’eliminazione, solo settima in 4’59″2.

L’andamento della finale ricalca – stavolta a favore dell’americana – quanto accaduto sui 100 stile libero per la Fraser, con la von Saltza a distaccare nettamente le avversarie e, al pari dell’australiana, ritoccare il record olimpico andando a concludere in 4’50″6, con le piazze d’onore appannaggio della svedese Cederqvist e dell’olandese Lagerberg con i rispettivi tempi di 4’53″9 e 4’56″9, mentre Konrads e Fraser vanno a toccare non meglio che quarta e quinta con oltre 7″ di distacco dalla bionda californiana!

Ma se la Fraser è l’indiscussa dominatrice dei 100 (vincerà una terza medaglia d’oro consecutiva sulla distanza anche a Tokyo 1964, primo atleta di entrambi i sessi a realizzare una simile impresa), a livello di squadra il confronto privilegia le americane che, il 2 settembre, si aggiudicano la staffetta 4×100 mista migliorando di 3″50 il loro stesso primato mondiale concludendo la prova in 4’41″1, nonostante che nell’ultima frazione a stile libero la Fraser avesse fatto meglio (1’01″6 ad 1’02″3) della von Saltza.

Resta ora solo un’ultima gara per le due rivali, vale a dire la staffetta veloce della 4×100 stile libero, la cui finale è in programma il 3 settembre ed in cui non possono esservi dubbi su quale sia la lotta per l’oro, talmente evidente è la superiorità dei quartetti di Usa ed Australia rispetto al resto della concorrenza, e così è in effetti.

Con il coach australiano ad optare per l’inserimento della Fraser in prima frazione, l’1’00″6 della fuoriclasse di Balmain (a soli 0″4 decimi dal proprio record mondiale), consegna al quartetto australiano un vantaggio incrementato dalla Konrads in seconda frazione e che a metà gara è di oltre 2″ (2’03″8 a 2’06″0), per poi venire annullato dalla Wood che approfitta di una disastrosa frazione della Crapp (la quale nuota in uno scandaloso 1’04″7) e lanciare la von Saltza per le ultime due vasche con 0″5 decimi di vantaggio che la 16enne si incarica di incrementare da par suo, coprendo la propria frazione in 1’00″9 per portare gli Stati Uniti all’oro con l’aggiunta del record mondiale di 4’08″9 tolto proprio alle australiane, peraltro anch’esse scese con 4’11″3 sotto il loro precedente limite.

Al ritorno negli Stati Uniti, la von Saltza – prima nel medagliere natatorio con 3 ori ed un argento conquistati – viene accolta con tutti gli onori degni di una nobile, stante le sue origini derivanti dal nonno paterno, il conte Philip von Saltza, emigrato negli Usa a cavallo del XX secolo, dal che il simpatico appellativo, posto in relazione anche ai successi sportivi, ovviamente, di “The Baroness” (ossia “la Baronessa“).

Con la “dolce estate romana“, si conclude di fatto, a soli 16 anni, una carriera che avrebbe potuto essere molto più longeva, in parte dovuto anche al fatto che, ammessa alla “Stanford University“, dove ottiene la laurea in storia asiatica, la von Saltza non può più conciliare studio e sport visto che, come nella maggior parte dei “College” Usa, non vi è la sezione nuoto femminile, una abnormità che sarà sanata solo nel 1972, circostanza, anche questa, che riporta a quanto detto in premessa.

TAMAS DARNYI, L’UOMO D’ORO DEI MISTI

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Tamas Darnyi – da uszoiskola.hu

articolo di Giovanni Manenti

Nessuno può negare – per medaglie conquistate, record stabiliti e durata della carriera – che il più grande nuotatore di tutti i tempi sia stato l’americano Michael Phelps, non fosse altro per la sua capacità di primeggiare in tutti gli stili, dal libero al dorso e, soprattutto, alla farfalla, cosa che ne ha fatto uno dei più grandi mististi di ogni epoca, con quattro medaglie d’oro olimpiche consecutive sulla distanza dei 200 quattro stili.

Ed anche la percentuale di vittorie olimpiche di Phelps è impressionante, dato che – escluso il quinto posto sui 200 farfalla a Sydney 2000 ad appena 15 anni – nelle quattro successive edizioni è sempre andato a medaglia tranne che sui 400 misti di Londra 1912 dove si piazza al quarto posto, con 28 medaglie su 30 gare disputate (93,33%), di cui 23 d’oro (76,67%), medie che si confermano anche in sede iridata, dove va a medaglia in tutte e 33 le gare disputate, con 26 ori al collo, per una percentuale di vittorie pari al 78,78%.

Ma perché, vi chiederete, vengono snocciolati tutti questi numeri e statistiche? Semplice, perché, non ci credereste, ma prima che il “Kid di Baltimora” irrompesse sulla scena internazionale, vi è stato chi – pur limitandosi alla sola specialità dei misti – ha fatto ancor meglio di lui, restando imbattuto per 9 anni in tutte le manifestazioni (Olimpiadi, Mondiali ed Europei) a cui ha partecipato.

Questo fenomeno altri non è che l’ungherese Tamas Darnyi, nato a Budapest ad inizio giugno 1967, uno dei tanti prodotti del nuoto di una nazione che non arriva a 10 milioni di abitanti, ma che ha da sempre avuto grandi protagonisti in piscina, basti pensare che un certo Alfred Hajos, tuffandosi nelle acque del Pireo, vinse nel 1896 ad Atene l’oro sui 100 metri stile libero.

Sotto l’occhio vigile di Tamas Szechy, il “guru” del nuoto magiaro, al quale, oltre a Darnyi, si deve la scoperta di altri assi quali Attila Csene, Norbert Rosza ed Jozsef Szabo (tutti, si badi bene, non stile liberisti puri, bensì praticanti delle specialità artistiche del programma natatorio), il giovane Tamas si mette in luce appena 15enne ai campionati Europei Juniores di Innsbruck 1982, dove conquista l’oro sui 200 e 400 misti, oltre che sui 200 farfalla, cui unisce l’argento sui 200 dorso ed il bronzo sui 100 farfalla.

Szechy si prepara ad allenamenti mirati nel periodo invernale in vista dell’esordio del suo “golden boy” agli Europei di Roma 1983, ma un banale incidente proprio in un gioco fra ragazzi, con una palla di neve che colpisce Darnyi all’occhio sinistro, costringe il giovane atleta a sottoporsi a ben quattro interventi chirurgici che, tuttavia, non gli consentono di riacquistare la completa capacità visiva dalla parte sinistra, con in più la perdita dell’intera stagione 1983 e di parte di quella successiva, riprendendo l’attività in estate mentre sono in corso le Olimpiadi di Los Angeles 1984, cui non avrebbe comunque potuto partecipare, dato il boicottaggio dei paesi dell’ex blocco sovietico.

Szechy sfrutta la rabbia di Darnyi in energia positiva in vista della sua prima uscita in una importante manifestazione a livello internazionale, vale a dire gli Europei di Sofia 1985 il cui indiscusso protagonista è il tedesco Michael Gross, il quale si aggiudica 6 medaglie d’oro, di cui tre individuali sui 200 stile libero, 100 e 200 farfalla (in quest’ultimo caso con tanto di record del mondo in 1’56″65), oltre alle tre staffette.

Le imprese dell’Albatros rischiano di far passare in secondo piano la prima doppietta di Darnyi sui misti, con tempi di 2’03″23 sui 200 e di 4’20″70 sulla doppia distanza che, se gli consentono di primeggiare a livello continentale, appaiono ancora piuttosto distanti dai limiti mondiali stabiliti dal canadese Alex Baumann (con 2’01″42 e 4’17″41 rispettivamente) nel centrare l’anno prima l’accoppiata alle Olimpiadi californiane di Los Angeles 1984.

Darnyi, e soprattutto il suo mentore Szechy, ne sono ben consapevoli, sapendo che la sfida tra i due è prevista per l’estate successiva ai campionati Mondiali di Madrid 1986, appuntamento al quale Darny, oramai 19enne si presenta tirato a lucido, scendendo per la prima volta in acqua allo “M86 Swimming Centre” di Madrid il 13 agosto per conquistare il titolo sui 400 misti col tempo di 4’18″98, con Baumann solo terzo, preceduto anche dal sovietico Vadim Yaroshchuk e poi resistere al desiderio di rivincita del canadese, superandolo anche sulla più corta distanza (2’01″57 a 2’02″34), in entrambi i casi record dei campionati.

Salito in vetta al mondo, per Darnyi ora viene il difficile, vale a dire confermarsi, dato anche che oltre oceano si sta mettendo in luce un eccellente mistista, l’americano David Wharton, il quale si aggiudica l’oro su entrambe le distanze ai “Pan Pacific Games” di Brisbane 1987, in Australia, altresì migliorando, il 14 agosto, il limite mondiale di Baumann sui 400 con il tempo di 4’16″12.

Quasi una sfida per Darnyi, che l’ungherese immediatamente raccoglie ai campionati Europei di Strasburgo 1987 dove – praticamente facendo gara a sé senza avversari che lo potessero impensierire – prima toglie a Wharton il fresco primato nuotando i 400 misti in 4’15″42 il 19 agosto e quindi, appena quattro giorni dopo, migliora il record di Baumann sui 200 coprendo la distanza in 2’00″56, anche in questo caso con oltre 1″ di vantaggio sul sovietico Yaroshchuk.

Con i titoli ed i primati mondiali su entrambe le distanze, è sin troppo logico che Darnyi si presenti al suo primo appuntamento olimpico di Seul 1988 nelle vesti di grande favorito, ma come tutti i cannibali dello sport, all’ungherese la vittoria da sola non basta, vuole dominare strabiliando, e miglior risposta non può che darla all’apertura del programma natatorio, migliorando in batteria il record olimpico sui 400 misti con il tempo di 4’16″55, quasi 4″ in meno del secondo miglior tempo di qualificazione.

Ed il 21 settembre, nonostante gli ovvi miglioramenti delle rispettive prestazioni da parte degli avversari, la superiorità del magiaro nella finale – a cui partecipano anche gli azzurri Stefano Battistelli e Luca Sacchi – è tale da andare a concludere con largo margine e migliorando altresì il proprio limite mondiale, fissandolo a 4’14″75, con Wharton argento in 4’17″36 e l’azzurro Battistelli, bronzo in 4’18″01, a completare il podio.

Passano appena i consueti quattro giorni e Darnyi si ripete sui 200 misti, ancora una volta nuotando più contro il tempo che non con gli avversari, e riuscendo a sconfiggere anche il cronometro con il riscontro finale di 2’00″17 che, oltre a rappresentare il nuovo record mondiale, lo fa avvicinare alla barriera dei 2′ netti, altro obiettivo che si prefigge di superare.

La sfida a distanza tra Darnyi e Wharton si arricchisce di un nuovo capitolo nell’estate 1989, quando ad agosto sono in programma i campionati Europei di Bonn per il primo ed i “Pan Pacific Games” di Tokyo per il secondo, con entrambi curiosamente a cimentarsi anche sui 200 farfalla oltre che sui misti (gara che Darnyi si aggiudica in 1’58″87, mentre Wharton giunge secondo in 1’59″56 alle spalle del connazionale Melvin Stewart).

Ovviamente, la normale accoppiata non sfugge a nessuno dei due, ma stavolta a sorridere è Wharton che, dopo essersi aggiudicato i 400 misti in un eccellente 4’16″14, strappa al rivale il primato mondiale sui 200 nuotando la distanza in 2’00″11, impresa a cui, stavolta, Darnyi non può immediatamente replicare poiché gli Europei di Bonn si erano svolti la settimana prima, pur se i tempi dallo stesso fatti registrare (2’01″03 sui 200 e 4’15″25 sui 400), ne dimostravano l’ottimo stato di forma.

Ma Darnyi non è certo il tipo da preoccuparsi per queste “cosucce“, anzi servono da stimolo per successive imprese da realizzare, preferibilmente, nelle occasioni di maggior risonanza internazionale e quale miglior palcoscenico dei Mondiali di Perth 1991 per rimettere, come suol dirsi, “le cose a posto“?

Ed anche se dal pianeta Usa la stella di Wharton inizia a brillar di meno, venendo scalzato dal più giovane Eric Namesnik (20enne della Pennsylvania che perirà a soli 36 anni in un incidente d’auto), “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia“, in quanto tocca stavolta al nuovo americano inchinarsi per due volte rispetto a Darny che già all’esordio sui 400 ritocca in 4’12″36 il proprio limite mondiale lasciando Namesnik a quasi 3″ (4’15″21), con Battistelli a confermare il bronzo olimpico in 4’16″50.

La superiorità di Darnyi assume contorni impensabili quando sui 200 relega il giovane Usa ad oltre 2″50 di distacco per andare – primo uomo al mondo a riuscirvi – ad infrangere il muro dei 2′ netti sulla distanza dei 200 misti, concludendo la gara in uno straordinario 1’59″36, con Namesnik argento in 2’01″87.

Oro olimpico ed iridato su entrambe le distanze sempre con primati mondiali incorporati, consigliano Szechy a dare al suo pupillo un anno di riposo facendogli saltare gli Europei di Atene 1991 – della cui assenza beneficia il nostro Luca Sacchi, oro sui 400 e bronzo sui 200 misti – per concentrarsi sulle Olimpiadi di Barcellona 1992, con l’intento di compiere un’impresa sinora mai riuscita ad alcun nuotatore, vale a dire confermare il titolo olimpico in tutte e due le prove.

E, a 10 anni esatti dall’esordio ai campionati Europei juniores di Innsbruck 1982, Darnyi anche stavolta non tradisce le attese, pur se gli anni cominciano a pesare e la concorrenza ad essere sempre più agguerrita, come dimostrato dalle batterie dei 400 misti al mattino del 27 luglio, quando il miglior tempo viene fatto registrare da Namesnik in 4’17″75 rispetto al 4’18″34 dell’ungherese.

Ma al pomeriggio, con Darnyi e l’americano a nuotare fianco a fianco nelle corsie centrali, le gerarchie restano invariate, con l’ungherese a migliorare in 4’14″23 il proprio record olimpico di quattro anni prima a Seul (allora record mondiale), tenendo a debita distanza Namesnik, argento in 4’15″57 (in pratica eguagliando il 4’15″60 con cui si era aggiudicato i Trials), mentre Luca Sacchi conferma il suo diritto a stare tra i grandi della specialità, cogliendo il bronzo in 4’16″34, relegando Wharton ai margini del podio.

Manca un ultimo sforzo, a Darnyi, per entrare nella leggenda, dovendosela vedere sui 200 misti con la nuova coppia Usa uscita dagli “Olympic Trials” di Indianapolis e formata da Ron Karnaugh e Greg Burgess (tempi di 2’01″56 e 2’01″87 rispettivamente), oltre che con l’astro nascente finlandese Jani Sievinen ed il connazionale Attila Csene, rispettivamente oro ed argento agli Europei di Atene 1991 in sua assenza.

Qualificatosi per la finale del 31 luglio con il secondo miglior tempo rispetto a Sievinen (2’01″18 a 2’01″29, con l’americano Burgess terzo in 2’01″35), la finale del 31 luglio si mette subito in salita per Darnyi, che non riesce a sfruttare a pieno la frazione a farfalla – suo punto di forza – dove a virare in testa è l’americano Karnaugh in sesta corsia in 26″52 (addirittura 0″32 centesimi in meno del passaggio mondiale dell’ungherese), mentre la frazione a dorso viene nuotata al meglio dal connazionale Csene che vira a metà gara in 57″55, ben al di sopra del limite mondiale di Darnyi, mantenendo la testa anche ai 150 metri in 1’32″75 per poi dar vita ad uno dei più incerti finali della storia della specialità, con Darnyi che, nell’ultima vasca, dà fondo a tutte le residue energie per andare per l’ennesima volta a toccare per primo in 2’00″76 in un arrivo che lo vede precedere di soli 0″21 centesimi Burgess, il quale, a propria volta, beffa Csene di appena 0″03 centesimi (2’00″97 a 2’01″00), con Sievinen ai margini del podio in 2’01″28.

Il risicato margine di vantaggio (il più esiguo tra tutte le vittorie del fuoriclasse magiaro) fa render conto a Darnyi ed al suo coach Szechy che è forse il momento di dare l’addio all’attività agonistica, prendendosi comunque come punto di riferimento gli Europei di Sheffield 1993 per verificare sia le proprie condizioni che la crescita della concorrenza, e quando il finlandese Sievinen impegna Darnyi sino all’ultima vasca sui 400 misti, costringendolo a nuotare l’ultima frazione a stile libero in 56″62 (la più veloce in carriera) per respingerne l’assalto e conquistare il suo quarto oro continentale con soli 0″27 centesimi di vantaggio (4’15″24 a 4’15″51), entrambi comprendono che sui 200 non vi è possibilità di successo, preferendo non partecipare e ritirarsi da vincitore.

Come nel caso di una sinfonia di Beethoven, l’ultima recita di Darnyi a Sheffield rappresenta una sorta di incompiuta, non essendo riuscito a centrare la sua ottava (!!!) doppietta dopo Sofia 1985, Madrid 1986, Strasburgo 1987, Seul 1988, Bonn 1990, Perth 1991 e Barcellona 1992, lasciando via libera a Sievinen, il quale dopo l’oro di Sheffield 1993 sui 200, trionfa anche ai Mondiali di Roma 1994 migliorando in 1’58″16 il primato mondiale dell’ungherese, mentre ad Atlanta 1996 deve accontentarsi dell’argento dietro all’altro allievo di Szechy, Attila Csene, quando, viceversa, irrompe sulla scena della doppia distanza un altro grande della specialità, vale a dire l’americano Tom Dolan, il quale fa suoi i titoli mondiali a Roma 1994 e Perth 1998, così come l’oro olimpico ad Atlanta 1996 ed a Sydney 2000, in questo emulando Darnyi, ma sui soli 400 misti, migliorando nell’edizione dei Giochi di fine millennio il suo stesso record mondiale per portarlo a 4’11″76, sino a che la specialità non entra nella “era Phelps” (ed anche un po’ Lochte, occorre riconoscerlo), che ridisegna record e gerarchie a livelli di difficile superamento.