DEBBIE MEYER, LA “BAMBINA PRODIGIO” DEL NUOTO USA

 

6dcdcaa9c5fa2e64_large
Debbie Meyer in allenamento a Messico ’68 – da:google.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

Come noto, il Nuoto è una disciplina dove per emergere occorre iniziare la relativa pratica sin dalla più tenera età, non essendo rari – anzi tutt’altro, in particolare in campo femminile – i casi di adolescenti che si affermano ai più alti livelli in campo internazionale, ultimo esempio quello dell’americana Katie Ledecky, la quale, dopo aver vinto il suo primo Oro olimpico a Londra ’12 all’età di 15 anni, può oggi contare, a 20 anni da poco compiuti, qualcosa come 14 successi individuali tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, nella specialità dello stile libero.

Ma, vista la notorietà e la risonanza che tale Sport ha oramai raggiunto a livello mediatico, per cui la Ledecky è un esempio sulla bocca di tutti, come lo è la nostra Pellegrini oppure lo è stato, in campo maschile, Michael Phelps e tanti altri ancora, sono in pochi a sapere che l’impresa compiuta dall’americana ai recenti Giochi di Rio de Janeiro ‘16, quando è stata capace di far suoi gli Ori sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, aveva avuto un illustre precedente da parte dii una sua connazionale, ancor più giovane di lei, e risalente alle Olimpiadi di Città del Messico ’68.

Questa “Bambina prodigio”, altri non è che Debbie Meyer, venuta alla luce il 14 agosto 1952 ad Annapolis, nel Maryland, la quale inizia a praticare nuoto sin dall’età di 9 anni e frequenta la “Rio Americano High School” a Sacramento, in California, durante i suoi anni di massimo splendore agonistico.

Specialista delle lunghe distanze, dai 400 sino ai 1500sl, la giovane Debbie si impone dei ritmi di allenamento mostruosi – si calcola che nei 7 anni precedenti le sue vittorie olimpiche abbia percorso circa 30mila miglia a nuoto in allenamento – pur mantenendo, all’esterno, l’immagine di una ragazzina semplice ed allegra come tutte le sue coetanee, ma capace, in piscina, di riscrivere le tabelle dei record su tali distanze.

 

American Swimmer, Debbie Meyer at Crystal Palace in 1967
Una giovanissima Meyer – da:pinterest.com

 

I risultati di tali massacranti livelli di preparazione, si manifestano agli occhi degli osservatori internazionali quando, in occasione del meeting di Santa Clara, in California, del 9 luglio 1967, la Meyer, a 15 anni non ancora compiuti, compie la straordinaria impresa di migliorare, in una sola giornata, i record mondiali sia degli 800sl che dei 1500sl, portandoli rispettivamente a 9’35”8 (1”1 in meno del vecchio limite della connazionale Sharon Finneran, stabilito nel settembre ’64) ed a 18’11”1, abbassando di quasi 2” il primato della connazionale Patricia Carreto dell’anno precedente.

Ma una cosa sono i primati realizzati in un meeting, ed un’altra la capacità di confermarsi in grandi manifestazioni internazionali, e la Meyer è chiamata immediatamente a dare prova di ciò meno di tre settimane dopo, in occasione dei Pan American Games” in programma a Winnipeg, in Canada, e che rappresentano per il Team Usa un ideale banco di prova n vista della rassegna olimpica dell’anno successivo ed in cui, tanto per chiarire, il già famoso Don Schollander realizza il record mondiale sui 200sl, mentre “Colui che sarà Leggenda”, vale a dire Mark Spitz, migliora i limiti assoluti su entrambe le distanze a farfalla.

In un tale consesso di fenomeni, per la “mascotte” del gruppo quale è la non ancora 15enne Debbie, ci sarebbe da farsi tremare i polsi, visto che anche in campo femminile il lotto delle partecipanti è di livello assoluto, visto che vengono migliorati ben 7 primati mondiali in gare individuali, ma la giovanissima al suo primo anno di liceo, non è certo il tipo capace di farsi intimorire, visto che non appena si tuffa in acqua l’unico suo traguardo è quello di nuotare più velocemente che può.

Come detto, l’edizione ’67 dei “Pan American Games” assume una rilevante importanza in chiave olimpica, poiché il relativo programma natatorio – ridotto all’osso sino a quattro anni prima a Tokyo ’64 – viene finalmente allargato ad un maggior numero di gare, passando da 7 in campo maschile e 6 in quello femminile a 12 per entrambi i sessi, per quanto attiene alle sole gare individuali, circostanza che fa sì che la Meyer possa aspirare ad iscriversi alle tre prove sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, mentre in precedenza, per le ragazze, era prevista la sola prova sui 400sl, oltre, ovviamente, ai 100sl.

Calcoli, comunque, prematuri, poiché il posto come ben si sa, specie negli Stati Uniti, con i famigerati Trials, bisogna guadagnarselo, e la Meyer avanza la sua immediata candidatura nei citati “Pan American Games”, quando due dei sette record mondiali migliorati portano la sua firma, vale a dire il limite sui 400sl stabilito dalla connazionale Pamela Kruse proprio in occasione del già ricordato Meeting di Santa Clara di inizio mese, che la giovane Debbie distrugge il 27 luglio portandolo a 4’32”64 (con un miglioramento di quasi 4” !!), per poi, due giorni dopo, frantumare il suo fresco primato sugli 800sl, portandolo a 9’22”9, un crono che appare straordinario per gli standard dell’epoca, così come ancor più stupefacente è ciò che la ragazzina realizza ai Campionati Nazionali che si svolgono il mese dopo a Filadelfia, dove è la prima nuotatrice al mondo ad infrangere la barriera dei 18’ netti sui 1500sl (distanza non olimpica per le donne), portando il record ad un sensazionale 17’50”2.

 

deb-2
Meyer impegnata ai “Pan American Games” ’67 – da:dailydsports.com

 

Non sono, comunque, rari i casi di giovanissime che esplodono e poi non riescono a confermarsi, in considerazione soprattutto del periodo adolescenziale e della difficoltà di sopportare eccessivi carichi di lavoro in allenamento, ma questa non è assolutamente la condizione della Meyer, la quale, anzi, affronta la stagione olimpica come meglio non potrebbe, avendo tre grandi scogli da superare, e cioè i Campionati Nazionali di inizio agosto ’68 a Lincoln, gli “Olympic Trials” a Los Angeles a fine dello stesso mese e, se qualificata, le Olimpiadi di Città del Messico ad ottobre.

E che, la Meyer abbia intenzione di mettere a frutto la massacrante preparazione invernale, lo si intuisce chiaramente sin dai Campionati Nazionali, dove l’1 agosto migliora il proprio limite sui 400sl in 4’26”7 e, tre giorni dopo, abbassa di altri 5”, portandolo a 9’17”8, il record sugli 800sl, aggiungendo altri due titoli ai complessivi 19 che si aggiudica in carriera (facendo sue le gare dai 400 ai 1500sl per quattro anni consecutivi, dal 1967 al ’70), per poi prepararsi ad affrontare la concorrenza interna ai Trials di fine mese.

Concorrenza che si dimostra agguerrita sulla più breve distanza dei 200sl dove la Meyer è, teoricamente, più attaccabile, con la Linda Gustavson che, nelle batterie del mattino del 24 agosto, migliora il record mondiale fissandolo a 2’07”9, solo per vedersi esclusa dalla selezione olimpica classificandosi non meglio che quarta nella Finale del pomeriggio (mentre ottiene, in ogni caso, la qualificazione sia sui 100 che sui 400sl) che vede, al contrario, trionfare la Meyer, togliendole anche il freschissimo primato, visto che copre le quattro vasche in 2’06”7, suo unico record mondiale stabilito su questa distanza rispetto al totale di 15 realizzati in carriera.

Ottenuta la qualificazione sulla carta più difficile, la Meyer espleta la formalità di staccare il pass olimpico sulle gare a lei più congeniali senza però risparmiarsi, visto che sia sui 400sl del giorno appresso che sugli 800sl del 28 agosto, si incarica di frantumare i suoi stessi limiti, scendendo sino a 4’24”5 sui 400 ed a 9’10”4 sulla più lunga distanza.

 

50540060
Debbie Meyer in azione a Messico ’68 – da:gettyimages.com

 

Inutile dire come tutti gli occhi degli addetti ai lavori, rappresentanti dei media e spettatori compresi, siano tutti orientati su ciò che la “Ragazzina prodigio” possa essere in grado di fare in sede olimpica – pur se va considerato che l’aria rarefatta della Capitale messicana non favorisce grandi prestazioni sulle lunghe distanze – curiosi soprattutto di verificare se la pressione derivante dal ruolo di assoluta favorita in una manifestazione di così elevata grandezza possa o meno incidere sul suo rendimento.

Non è però tanto la pressione – che ha ampiamente dimostrato essere in grado di scrollarsi di dosso con irrisoria facilità – quanto problemi fisici, dovuti ad una intossicazione alimentare, a preoccupare la 16enne Debbie, la quale debutta nel panorama olimpico con le batterie dei 400sl in programma il 19 agosto ’68, al termine delle quali, nuotando in un per lei comodo 4’35”0, realizza largamente il miglior tempo, nonché record olimpico, per poi migliorarsi in 4’31”8 nella Finale del giorno dopo, tenendo a bada il desiderio di rivincita della Gustavson, nettamente battuta con il suo 4’35”5 che le vale l’argento.

 

79025848
Meyer impegnata sui 400sl a Messico ’68 – da:gettyimages.com

 

Rotto il classico ghiaccio, la Meyer è ora pronta a fronteggiare la concorrenza interna sulla prova dei 200sl, sulla quale ha, in effetti, un minor margine di supremazia rispetto alle avversarie, come confermato dalle batterie del 21 ottobre che la vedono sì realizzare il miglior tempo di 2’13”1, ma le connazionali Jane Barkman ed Jan Henne (di cinque anni più anziana di lei) non sono distanti, avendo nuotato in 2’13”6 e 2’13”8 rispettivamente, considerando poi che, per la Meyer, la Finale del giorno dopo sarà preceduta dalle batterie degli 800sl al mattino.

Batterie in cui la Meyer passeggia in 9’42”8, realizzando il secondo miglior tempo dietro all’australiana Karen Moras per risparmiare energie in vista della Finale dei 200sl che, come largamente previsto, vede il podio interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che migliorano largamente i tempi ottenuti in qualifica, ma nulla possono la Henne e la Barkman – classificatesi nell’ordine, con 2’11”0 e 2’11”2 rispettivamente – contro lo strapotere della 16enne del Maryland, che si impone, sia pur a fatica, in 2’10”5.

 

maxresdefault
Finale Olimpica di Città del Messico – da:youtube.com

 

Un giorno di riposo per ritemprare le forze e la Meyer è pronta a sostenere la sua ultima fatica, con la Finale sugli 800sl, in cui dà, qualora ce ne fosse bisogno, prova di un’ulteriore dimostrazione della sua schiacciante superiorità nei confronti del lotto delle avversarie, che possono solo assistere al suo personalissimo show che la porta a toccare in 9’24”0 con un vantaggio di quasi 12” (!!) sulla connazionale Pamela Kruse, che chiude in 9’35”7, con l’australiana Moras beffata per un solo 0”1 decimo nella volata per il bronzo che privilegia la messicana Maria Teresa Ramirez per il tripudio del pubblico presente.

 

Arden-Hills-IV-Photo-01
I tre Ori vinti dalla Meyer a Messico ’68 – da:Valcomnews.com 

 

Unica disdetta, per la Meyer, deriva dal fatto che il programma olimpico in campo femminile non contempli ancora la disputa della staffetta 4x200sl, che verrà introdotta solo a far tempo dai Giochi di Atlanta ’96, impedendole così di eguagliare il poker di medaglie d’oro realizzato dal connazionale Don Schollander quattro anni prima a Tokyo ’64 (ma con l’aiuto di due staffette), avendo pertanto l’onore di essere la prima nuotatrice a conquistare tre Ori in gare individuali, un record che, limitatamente allo stile libero, sarà eguagliato 48 anni dopo dall’altra “ragazzina terribile” Katie Ledecky, ricordata all’inizio, ma a 19 anni di età rispetto ai 16 della Meyer.

 

-27ledecky3-web-master675
Katie Ledecky e Debbie Meyer oggi – da:nytimes.com

 

Meyer che, non essendovi all’epoca Campionati Mondiali negli anni dispari come ai tempi odierni, prosegue l’attività per altre due stagioni prima di ritirarsi dalle scene, avendo comunque modo di migliorare ancora di 0”2 decimi il proprio limite sui 400sl, portandolo a 4’24”3 in occasione dei Campionati Nazionali del 20 agosto ’70 a Los Angeles, mentre l’anno prima, nella stessa rassegna, si era aggiudicata il titolo sui 1500sl abbassando il suo stesso primato ad un sensazionale 17’19”9, un riscontro cronometrico che, tanto per fare un paragone che rende chiaramente l’idea di cosa abbia rappresentato l’americana nel panorama natatorio internazionale, le avrebbe consentito di lottare sino all’ultima bracciata per l’Oro ai Giochi di Roma ’60 in campo maschile, dato che la vittoria viene conquistata dall’australiano John Konrads in 17’19”6 …!!.

Chissà quale sarebbe stata la carriera di Debbie Meyer se avesse potuto contare sui finanziamenti e sponsor dei nuotatori di oggi, visto che a detta dei tecnici essa, al momento del suo ritiro a 18 anni, non aveva ancora espresso appieno le proprie potenzialità, specie sulle più lunghe distanze ….

SAMMY LEE, QUANDO DUE ORI NON BASTANO CONTRO I PREGIUDIZI

la-me-dr-sammy-lee-20161203-pictures-005
Sammy Lee in esibizione dalla piattaforma – da yomyomf.com

articolo di Giovanni Manenti

C’è un’America di facciata, quella democratica, disponibile all’accoglienza di persone di qualsiasi etnia, pronte a raccogliere la sfida per coronare il “Grande Sogno Americano”, dove a qualunque essere umano è data l’occasione per affermarsi e divenire multimilionario, e poi c’è l’altra versione, quella della quotidianità con cui ti devi scontrare, e non è facile, per chi non è “yankee”, far semplicemente valere i propri diritti, addirittura anche se hai portato in dotazione al Paese che ti ospita ben due medaglie d’oro olimpiche.

E’ questa, se vogliamo anche un po’ triste, la storia del tuffatore Samuel “Sammy” Lee, il quale nasce l’1 agosto 1920 a Fresno, in California, da genitori di origini coreane (il cognome Lee è, al pari di Kim e Park, tra i più comuni a quelle latitudini …), proprietari di un piccolo Ristorante, nonostante che il padre di Sammy avesse conseguito la Laurea in Ingegneria Civile presso lo “Occidental College” di Los Angeles, solo per vedersi rifiutare le domande di lavoro a causa delle sue origini.

Ciò nondimeno, la famiglia Lee non ha mai fatto pesare al figlio questi pregiudizi di ordine razziale, invogliandolo al contrario verso una sempre maggiore integrazione verso i bianchi americani, ed il piccolo Sammy resta affascinato quando, all’età di 12 anni, ha la possibilità di vivere da vicino l’esperienza olimpica in virtù dei Giochi che si disputano proprio a Los Angeles nel 1932, scoprendo poi, durante l’estate, di essere il migliore tra i suoi amici nell’eseguire i tuffi, così convincendosi di poter competere un giorno nella specialità nella grande “Rassegna a cinque cerchi”.

Indubbiamente, Sammy dimostra di saperci fare, ma ancora una volta deve fare i conti con il colore della sua pelle, in quanto, trasferitasi la famiglia ad Highland Park, un sobborgo di Los Angeles, non ha la possibilità di allenarsi regolarmente alla “Brookside Park Plunge” struttura di Pasadena, dato che alla stessa è consentito l’accesso ai latini, asiatici ed afroamericani un giorno solo alla settimana, vale a dire il mercoledì, appositamente chiamato, con una punta di beffarda ironia, lo “International Day”.

636164651076011335-AP-BRITAIN-OLYMPICS-1948-AUSTERITY-48528305
Samuel “Sammy” Lee – da usatoday.com

Bisognoso, al contrario, di una preparazione costante, Sammy è costretto a ripiegare su di una soluzione di fortuna inventata dal suo tecnico, il quale scava una fossa nel cortile della propria casa, riempiendola di sabbia e facendovi allenare il promettente tuffatore, non proprio il massimo per chi ha aspirazioni di vittoria olimpica, e tutto questo, si badi bene, nonostante gli eccellenti risultati scolastici del ragazzo, il quale, dopo essersi diplomato alla “Franklin High School”, si iscrive allo “Occidental College”, già frequentato a suo tempo dal padre, per poi laurearsi in medicina nel 1947 alla “University of Southern California School of Medicine”, un titolo che gli verrà utile in seguito.

Nel frattempo, sotto le attente istruzioni del rinomato coach Jim Ryan, Lee fornisce prova a livello nazionale delle proprie qualità, vincendo i Campionati Usa nel 1942 sia dal trampolino da 3 metri che dalla Piattaforma, primo atleta di colore ad aggiudicarsi un tale titolo nei tuffi, per poi ripetersi nel ’46 in occasione dei Campionati svoltisi a San Diego, dove al bis dalla piattaforma abbina un terzo posto dal trampolino, meritandosi così la selezione per entrambe le prove alla prima Edizione delle Olimpiadi del seco9ndo dopoguerra, in programma a Londra nel 1948.

Sammy_Lee_and_Miller_Anderson_1948
Lee e Miller Anderson a Londra ’48 – da wikimedia.org

Iscritto nella gara dal trampolino assieme ai compagni di squadra Bruce Harlan e Miller Anderson – quest’ultimo gravemente ferito ad una gamba durante il conflitto mondiale che gli comporta l’applicazione di placche metalliche alle ossa – Lee ottiene il punteggio di 46,99 nel turno preliminare svoltosi il 30 luglio ’48, secondo miglior risultato alle spalle di Harlan, nettamente primo con 52,28 punti, ed incalzato dal messicano Joaquin Capilla, terzo a quota 46,87, e dall’altro connazionale Anderson, al momento fuori dal podio con 44,65 punti.

Quattro giorni dopo, il 3 agosto, a due dal compimento del suo 28esimo compleanno, Lee totalizza 98,53 punti nei tuffi di Finale, per uno score complessivo di 145,52 che gli consente di tenere alle spalle Capilla, ma non Anderson, il quale realizza la miglior performance di 112,64 punti con cui scavalca sia il messicano che Lee per la conquista dell’argento, nulla potendo rispetto ad Harlan, al quale sono sufficienti 111,36 punti per assicurarsi l’oro in un podio interamente monopolizzato dai tuffatori Usa.

137908237
Lee, Harlan e Anderson, il podio Usa dal trampolino – da gettyimages.it

Incoraggiato dalla medaglia conquistata, Lee si presenta il giorno successivo per le qualificazioni dalla piattaforma – prova in cui gli Stati Uniti iscrivono solo lui ed Harlan – guidando la classifica provvisoria al termine della prima serie di tuffi con il punteggio di 51,51, seguito da Harlan con 48,94 e dallo svedese Lennart Brunnhage con 47,93, mentre Capilla conclude la prima giornata al quinto posto con 44,84 punti.

Il tuffatore centroamericano si ricatta nei salti di Finale del 5 agosto, realizzando 68,68 punti per un totale di 113,52 che gli consente di acciuffare il bronzo, mentre nella sfida al vertice i 73,36 punti ottenuti da Harlan servono al vincitore dal trampolino esclusivamente per consolidare la sua seconda piazza, visto che Lee viene premiato dalla giuria con il miglior punteggio di 78,54 per un totale di 145,52 che gli assicura la tanto desiderata Gloria Olimpica.

55971041
Capilla, Lee ed Harlan, il podio della piattaforma – da gettyimages.it

Raggiunto lo scopo della sua vita, e specializzatosi nei tuffi dalla piattaforma, Lee si presenta in questa specialità quattro anni dopo ad Helsinki, ben deciso a difendere il titolo conquistato a Londra, a dispetto dei suoi oramai 32 anni.

In una prova calendarizzata a ridosso del suo genetliaco, con i tuffi di qualificazione al 31 luglio e la serie finale l’1 agosto ’52, Lee conferma ancora una volta la sua superiorità dai 10 metri, concludendo le eliminatorie con il miglior punteggio di 86,38 nonostante una brutta esecuzione nel suo sesto tentativo, rispetto al 78,46 di Capilla ed al 75,41 del tedesco Gunther Haase, il quale precede di un soffio l’altro americano John McCormack (75,26) nella sfida per il bronzo.

Lee ha dunque la possibilità di festeggiare nel migliore dei modi il proprio compleanno, e non è certo l tipo da lasciarsi sfuggire una simile occasione, oltretutto sigillando la propria schiacciante superiorità ottenendo il massimo punteggio di 20,00 nell’esecuzione del suo ultimo tuffo, che gli consente sia di chiudere in testa anche la seconda serie di tuffi con 69,60 punti (una media di 8,70 per ogni prova …) che, ovviamente, di confermarsi Campione Olimpico – primo tuffatore nella Storia dei Giochi a riuscirvi – incrementando il vantaggio sul comunque sempre eccellente Capilla, che conclude con l’Argento a quota 145,21 e che raccoglierà l’eredità di Lee quattro anni dopo a Melbourne ’56, resistendo all’assalto di Haase che, a propria volta, consolida la sua terza posizione.

Capilla,_Lee_Haase_1952_Olympic_diving
Capilla, Lee ed Haase sul podio olimpico di Helsinki ’52 – da wikimedia.org

Conclusa l’attività agonistica – nella quale non subisce discriminazioni, venendogli altresì assegnato il prestigioso riconoscimento del “James E. Sullivan Award” nel 1953 quale miglior atleta amatoriale assoluto americano – Lee deve peraltro confrontarsi con la vita di tutti i giorni, prestando servizio nel Corpo Medico dell’Esercito Americano in Corea, terra dei suoi avi, dal 1953 al ’55, quale specialista in malattie dell’orecchio, ma nonostante questa sua attività e la notorietà raggiunta per meriti sportivi, deve subire una pesante umiliazione quando a lui ed alla moglie viene rifiutato l’acquisto di una casa a Garden Grove, elegante città posta 55km. a sud di Los Angeles, in un caso addirittura a seguito di una petizione firmata dai suoi potenziali vicini di casa (!!).

A dispetto di queste aberranti vicende personali, Lee dimostra di essere moralmente ben superiore alla grettezza di certi individui, non smettendo mai di lavorare per il bene di quel Paese che sente suo come pochi altri, contribuendo ai successi della tuffatrice Patricia McCormick, la quale riesce nella straordinaria impresa di conquistare l’oro sia dal trampolino che dalla piattaforma in due consecutive Edizioni dei Giochi (Helsinki ’52 e Melbourne ’56), per poi allenare il suo degno erede Bob Webster, che lo eguaglia salendo sul gradino più alto del podio nei tuffi dalla piattaforma a Roma ’60 e Tokyo ’64 e quindi “svezzare”, ospitandolo anche a casa sua, il talentuoso Greg Louganis, che Lee conduce ai Giochi di Montreal ’76 quando ha appena 16 anni, portandolo ad insidiare il terzo oro consecutivo dalla piattaforma dell’Angelo biondo Klaus Dibiasi.

Con il passare degli anni, anche l’America fa ammenda rispetto al trattamento riservato a Lee, che viene inserito nel ’68 nella “International Swimming Hall of Fame”, facendolo quindi sfilare in occasione della Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi di Los Angeles ’84 per poi concedergli l’onore di far parte della “Hall of Fame Olimpica Americana” nel ’90, mentre, fuori dall’ambito sportivo, il Distretto Scolastico di Los Angeles gli rende doveroso omaggio intitolandogli una Scuola Elementare nel 2013.

Ed è forse anche per attendere questi giusti e meritati riconoscimenti in vita, che l’esistenza di quel giovane Sammy, che ha saputo imporsi nello sport come nel quotidiano in spregio ad assurdi pregiudizi e discriminazioni, si prolunga sino a spengersi serenamente il 2 dicembre 2016, da tempo malato di Alzheimer, alla ragguardevole età di 96 anni.

DENIS PANKRATOV E LA “FORTUNA” DI AVER ANTICIPATO L’ERA PHELPS

543834255
Denis Pankratov – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nello sport in generale, e nelle discipline individuali in particolare, per poter emergere ai massimi livelli occorrono, oltre alle qualità naturali, forza di volontà e spirito di sacrificio non indifferenti, dovendosi confrontare con tempi e misure per acquisire il diritto a partecipare ai maggiori eventi internazionali.

Per conquistare medaglie, però, soprattutto per salire sui più alti gradini del podio – olimpici o mondiali che essi siano – ci vuole anche la “fortuna” di non incocciare in un protagonista dominatore della specialità per la quale ti sei preparato ed allenato a fondo e che, di fatto, ne monopolizza le relative graduatorie, facendo sì che ti venga appiccicata la poco gradevole etichetta dello “eterno secondo”.

Per referenze, rivolgersi al velocista namibiano Frankie Fredericks, uno dei più forti in assoluto degli anni ’90 e vincitore di 4 medaglie d’argento olimpiche e 3 mondiali, oppure nel nuoto al fuoriclasse ungherese Laszlo Cseh, assoluto primattore in Europa, ma mai sul gradino più alto di un podio olimpico.

Altri, al contrario, hanno avuto la chance di infilarsi in un momento in cui non vi sono grandi nomi nella loro disciplina o specialità per salire alla gloria olimpica, ed uno dei casi è quello dell’azzurro Domenico Fioravanti, che a Sydney 2000 ha saputo approfittare del fatto che non fosse ancora iniziata la sfida a colpi di medaglie e record mondiali tra il giapponese Kosuke Kitajima e l’americano Brendan Hansen, per andare a prendersi due Ori sui 100 e 200 rana, mentre Rosolino, tanto per ribadire il concetto, se la doveva vedere con i mostri sacri dello stile libero Ian Thorpe e van den Hoogenband.

Tutta questa premessa per introdurre il personaggio di cui andiamo a narrare le gesta quest’oggi, il quale si colloca in una sorta di “via di mezzo”, in quanto ha sì saputo approfittare di un periodo di relativa assenza di fuoriclasse nella sua specialità – la farfalla a nuoto – ma ha anche piazzato dei tempi che hanno contribuito a riscrivere la tabella dei record su entrambe le distanze dei 100 e 200 metri, tali da far rimpiangere la mancanza dello scontro con colui che, in epoca successiva, ha lasciato pochi, se non quasi nulli, spazi ai suoi diretti concorrenti, vale a dire il Kid di Baltimora” Michael Phelps.

L’atleta in questione altri non è che il russo di Volgograd (la ex Stalingrado) Denis Pankratov, che vi vede la luce ad inizio luglio 1974, mettendosi in luce all’età di 16 anni facendo suoi i titoli in farfalla agli Europei juniores, impresa ripetuta l’anno seguente e che gli vale la selezione nella squadra olimpica per i Giochi di Barcellona ’92.

Alla sua prima grande manifestazione internazionale assoluta, il 18enne Pankratov non sfigura, iscritto nella sola prova dei 200, raggiunge la Finale nuotando in 1’59”00 in batteria, tempo che replica quasi al centesimo il giorno dopo, coprendo la distanza in 1’58”98 che gli vale il sesto posto (ad un solo 0”01 centesimo dalla quinta posizione), nella gara vinta dall’americano Melvin Stewart, campione iridato e primatista mondiale l’anno prima a Perth, in Australia.

In attesa di cimentarsi ad armi pari con i grandi specialisti d’oltre oceano, per Pankratov la prima sfida è costituita dal far suo lo scettro del miglior specialista a farfalla a livello continentale, per la quale l’appuntamento è fissato agli Europei di Sheffield ’93, in cui deve vedersela con il connazionale Vladislav Kulikov, campione in carica sui 100, e, soprattutto, con la coppia formata dal francese Franck Esposito e da Rafal Szukala, rispettivamente terzo e quarto sui 200 a Barcellona ’92, con il polacco addirittura argento sui 100, alle spalle del primatista mondiale, l’americano Pedro Pablo Morales.

Ed in una rassegna che vede la bandiera russa primeggiare, in campo maschile sia a stile libero con lo “zar” Alexander Popov, che a dorso con Vladimir Selkov, Pankratov riesce ad insidiare la supremazia di Szukala sui 100 farfalla, impegnandolo sino all’ultima bracciata solo per soccombere per l’inezia di 0”02 centesimi (53”41 a 53”43) in una Finale che lascia fuori dal podio sia Esposito che il campione uscente, Kulikov.

Più portato sulla doppia distanza, Pankratov deve vedersela con il Campione di Vienna ’91, il francese Esposito, il quale, al pari di Szukala e gli altri finalisti, non può che arrendersi di fronte alla prova di forza del russo che si impone con una facilità quasi irrisoria, andando a toccare in 1’56”25 (migliore di un 0”01 centesimo del tempo con cui Stewart si era aggiudicato l’oro olimpico l’anno prima …), lasciando l’esterrefatto Esposito a debita distanza, consolandosi con l’argento in 1’58”66, con il resto del lotto sopra i 2’ netti.

L’esplosione di Pankratov a livello cronometrico fa sì che venga visto come uno dei possibili pretendenti alle medaglie in occasione dei Mondiali di Roma ’94 – che passano alla storia come quelli della più grande debacle della squadra Usa – ai quali partecipa a due mesi dal compimento del 20esimo anno, un’età quasi ideale per un nuotatore.

Iscritto su entrambe le gare a farfalla – nonché chiamato a dare una mano anche alla staffetta 4x200sl oltre a nuotare, come scontato, la frazione a farfalla nella 4×100 mista – Pankratov deve ancora una volta inchinarsi a Szukala sulla distanza dei 100 metri, che il polacco fa sua in 53”51, vedendosi sfuggire l’argento per soli 0”03 centesimi (53”65 a 53”68) rispetto allo svedese Lars Frolander, in una Finale che vede il primo americano, Henderson, non meglio che quinto, davanti ad Esposito ed al Campione olimpico di Seil ’88 e mondiale di Perth ’91, Anthony Nesty del Suriname.

Deluso dall’andamento della gara, soprattutto per l’argento sfumato, Pankratov sfoga tutta la sua rabbia sulla doppia distanza, in cui l’1’56”54 fatto registrare è ampiamente sufficiente per assicurarsi l’oro davanti al polivalente neozelandese Danyon Loader – con un podio che, per la prima volta nella Storia dei Mondiali, non vede salirvi un atleta Usa tra 100 e 200 farfalla – per poi contribuire alla conquista di altrettante medaglie d’argento nelle due staffette 4x200sl (a soli 0”39 centesimi dalla Svezia) e 4×100 mista, in cui nuota la frazione interna a farfalla in 52”92.

Con la piena consapevolezza di dover migliorare sulla velocità se vuole primeggiare anche sulla più corta distanza, Pankratov, che è l’unico al mondo a “nuotare la subacquea” per 25 metri in avvio e 15 metri alla virata, intensifica gli allenamenti in tal senso nel periodo invernale, presentandosi tirato a lucido come non mai ai Campionati Europei di Vienna ’95 – avendo nel frattempo strappato a Stewart il record sui 200 metri portandolo ad 1’55”22 il 14 giugno ’95 durante un meeting in Francia – deciso a mettere finalmente la sua bracciata avanti a quella del polacco Szukala, pur se all’orizzonte si profila un’altra insidia da tenere sotto controllo, nella figura dell’ucraino Silantiev, che fa curiosamente anche lui Denis come nome di battesimo.

La presenza di Silantiev si rivela decisiva per stimolare Pankratov a dare il meglio di sé nella gara dei 100 farfalla che conclude vittorioso ed altresì stracciando il record mondiale dell’altro americano Morales che risaliva a ben 9 anni prima, migliorato da 52”84 a 52”32, con l’ucraino argento in 53”37 e dover essere Szukala, stavolta, ad accontentarsi del gradino più basso del podio in 53”45, con Esposito non meglio che quarto in 53”60.

Con il morale alle stelle, la gara sui 200 farfalla si rivela, per il neoprimatista mondiale su entrambe le distanze, poco più che una passerella, come dimostra in modo eloquente l’ordine di arrivo, che vede Pankratov confermare l’oro di Sheffield ’93 in un comodo, per lui, 1’56”34 con il più vicino dei suoi avversari, il polacco Konrad Galka, staccato di oltre 3” (!!), concludendo la prova in 1’59”50.

Confermato l’oro anche nella staffetta 4×100 mista, che nuota la prova nel record europeo di 3’38”11 grazie al più forte quartetto (Selkov, Korneyev, Pankratov e Popov) mai schierato nella storia, il 21enne russo è pronto per andare a conquistarsi anche la gloria olimpica, sfidando gli americani a casa loro in occasione dei Giochi di Atlanta ’96, dando anche un’occhiata a cosa accade oltre oceano in occasione degli Olympic Trials di Indianapolis di inizio marzo ‘96, in quanto non è insolito che negli Stati Uniti spunti fuori un fenomeno dal dire al fare.

L’esito dei Trials, in effetti, è alquanto tranquillizzante, visto che la coppia che guadagna la selezione sui 100 farfalla, formata da John Hargis e Mark Henderson, è più o meno sui tempi di Szukala (53”42 e 53”51 rispettivamente), mentre la spietata legge delle selezioni Usa esclude dalla rassegna olimpica il campione in carica dei 200, Melvin Stewart, non meglio che terzo nella gara vinta dal nome nuovo, il 19enne Tom Malchow, che vince la prova in 1’57”39, un crono comunque ben distante dal record di Pankratov.

Il quale, pertanto, sa di avere a disposizione un’occasione più unica che rara per fregiarsi del titolo olimpico che regala la gloria assoluta ad ogni atleta, potendo altresì contare sul fatto che il programma della rassegna a cinque cerchi prevede la disputa per prima della gara sui 200 farfalla, in cui si sente indubbiamente più sicuro, essendo imbattuto da quattro anni.

Pankratov riesce anche a controllarsi, giungendo alle spalle del britannico James Hickman nella sesta ed ultima batteria del mattino, nuotata in 1’58”28 (quarto tempo delle qualificazioni), per poi dare il meglio di sé nel programma serale del 22 luglio ’96, facendo suo l’oro con il riscontro cronometrico di 1’56”51, quasi 1” in meno dell’americano Malchow, che precede di soli 0”04 centesimi (1’57”44 ad 1’57”48) l’australiano Scott Goodman, con Esposito ai margini del podio.

234505
Pankratov in azione ai Giochi di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Maggiori preoccupazioni arrivano allo staff russo due giorni dopo in occasione delle batterie del mattino sui 100 farfalla, dove, nonostante Pankratov nuoti in più che soddisfacente 52”96, vede il suo tempi migliorato dal 21enne australiano Scott Miller – già oro sulla distanza sia ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94 che ai “Pan Pacific Games” di Atlanta ’95 – che con 52”89 stabilisce il record olimpico stabilito da Nesty a Seul ’88, mentre, come previsto, la coppia americana fallisce addirittura l’ingresso in Finale.

La buona prestazione di Miller ha l’effetto di stimolare ancor di più Pankratov (alla stregua di quanto avvenuto con Silantiev l’anno prima a Vienna), il quale, posto sui blocchi di partenza in quinta corsia al fianco del suo rivale, attacca subito sin dalle prime bracciate, virando in 24”19 – ben 0”39 centesimi al di sotto del proprio limite mondiale – per poi resistere nella vasca di ritorno al tentativo di rimonta dell’australiano, andando a toccare in 52”27, che migliora di 0”05 centesimi il suo stesso primato assoluto, con Miller eccellente secondo in 52”53 ed il connazionale Kulikov a completare il podio con 53”13, toccando stavolta a Szukala l’amarezza di uscire dal giro delle medaglie, non meglio che quinto in 53”29.

52853739
Miller e Pankratov all’arrivo dei 100 farfalla di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Con due ori al collo ed un record mondiale migliorato ce n’è a sufficienza per essere più che soddisfatti, ma Pankratov sa che la sua Federazione pretende un importante contributo per il buon esito della staffetta 4×100 mista ed il 22enne di Volgograd non è certo il tipo che si tira indietro di fronte a tali sollecitazioni, stampando una frazione interna lanciata di 51”55, necessaria per tenere a bada l’Australia nella lotta per l’argento, visto che le prime due frazioni a dorso ed a rana avevano scavato un solco irrecuperabile nei confronti degli Stati Uniti, oro con il mondiale di 3’34”84, mentre il 3’37”55 fatto registrare dal quartetto russo vale il miglioramento del loro stesso primato europeo stabilito a Vienna l’anno precedente.

Oramai appagato da un ricco palmarès contenente medaglie d’oro europee, olimpiche e mondiali, cui unisce il prestigioso riconoscimento di essere nominato “Nuotatore dell’Anno” sia nel 1995 che nel ’95, Pankratov prosegue stancamente a nuotare sino al 2002, anno del suo definitivo ritiro dalle scene, apparendo nella Finale dei 100 farfalla agli Europei di Siviglia ’97, conclusa in un mediocre sesto posto in 54”00, vedendosi poi migliorare, ad ottobre del medesimo anno, il record mondiale dall’australiano Michael Klim con 52”15, per poi presentarsi per la terza volta sul panorama olimpico in occasione dei Giochi di Sydney 2000, dove, iscritto sui 200 farfalla, riesce a qualificarsi per la Finale, in cui giunge settimo nella gara vinta da Malchow – il quale ai Trials gli aveva strappato il record nuotando la distanza in 1’55”18 – e che vede classificarsi al quinto posto un 15enne di cui sentiremo parlare a lungo negli anni a venire, un “certo” Michael Phelps.

Non c’è che dire, Denis, hai scelto proprio il periodo giusto per primeggiare

MARCELLO GUARDUCCI, IL “GRANDE INCOMPIUTO” DEL NUOTO AZZURRO

guarducci17
L’azzurro Marcello Guarducci – da xoom.it

articolo di Giovanni Manenti

Diciamolo in tutta franchezza, non è che le tre Nazioni (quattro con l’aggiunta della ex Jugoslavia) europee che si affacciano sul bacino del Mar Mediterraneo abbiano fatto molto onore a tale loro posizione geografica in campo natatorio, visto che solo da fine anni ’80 Italia, Francia e Spagna hanno iniziato a conquistare con una certa regolarità medaglie a livello olimpico e mondiale – al riguardo non fa testo l’oro del francese Jean Boiteux sui 400sl ai Giochi di Helsinki ’52, trattandosi di un evento del tutto occasionale, così come l’eccezionale biennio Olimpico e Mondiale dell’azzurra Novella Calligaris tra il 1972 ed il ‘73 – con l’unica Manifestazione in cui i rappresentanti di detti Paesi potevano sfidarsi al riparo da “agenti esterni” (intendendosi per tali i nuotatori tedeschi, britannici, sovietici, ungheresi e financo scandinavi) costituita, appunto, dai “Giochi del Mediterraneo”.

E, pur senza scomodare i fenomeni americani ed australiani, anche in campo strettamente continentale non è che le cose in piscina siano mai andate granché bene per tutte le citate Federazioni, visto che all’unico oro dell’azzurro Paolo Pucci sui 100sl ai Campionati Europei di Budapest ’58, la Francia era stata in grado di opporre sporadici successi di Alain Gottavallès sulla medesima distanza (oltre all’oro con la staffetta 4x100sl) quattro anni dopo alla rassegna di Lipsia ’62 e l’acuto di Michel Rousseau, sempre sui 100sl, a Barcellona ’70, con la scena nei due decenni successivi, quasi interamente appartenente ai nuotatori tedeschi di ambo le fazioni, con l’en plein in campo femminile fatto registrare agli Europei di Vienna ’74, edizione in cui le “Walchirie” dell’ex Ddr si aggiudicano 13 prove su 14, con la restante appannaggio della “collega” occidentale Christel Justen sui 100 metri dorso.

In cotanto desolante panorama, in casa azzurra le speranze di riscossa vengono riposte nello stileliberista Marcello Guarducci, nato a Trento l’11 luglio 1956, ma svolgente attività a Roma con il Gruppo Sportivo Carabinieri, arma in cui si arruola appena diplomato, e che diviene il primo nuotatore italiano a raggiungere una certa popolarità a livello nazionale, frutto anche di un indiscusso aspetto fisico che sicuramente gli gioca a favore.

Talento precoce, a 16 e 17 anni Guarducci viene aggregato – quando ancora gareggia per la “Rari Nantes Trento” – alla squadra azzurra quale componente della staffetta 4x100sl sia alle Olimpiadi di Monaco ’72 (fallendo per soli 0”04 centesimi l’accesso alla Finale) che alla prima edizione dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73, dove il quartetto azzurro si classifica settimo in 3’36”84 con la magra soddisfazione di precedere la Francia, giunta ottava.

Senza i rappresentanti degli Stati Uniti, Australia e Brasile, la rassegna continentale di Vienna ’74 deve servire a testare i previsti progressi dello stile libero azzurro – il quale, specie in staffetta, può contare su di un quartetto di tutto rispetto – ma l’Italia può solo vantare il malinconico primato di “migliore dei paesi mediterranei”, dovendosi accomodare ai margini del podio con la staffetta 4x100sl dietro alle solite Germania Ovest, Urss e Germania Est, e peggiorando la propria posizione con la 4x200sl, che giunge sesta in mezzo a Francia, quinta, e Spagna, settima.

Una “battaglia tra poveri”, verrebbe da dire, dalla quale Guarducci è però intenzionato ad emergere, mettendo in mostra le sue enormi potenzialità già l’anno successivo in occasione della seconda edizione dei Mondiali, in Colombia, dove, iscritto alla gara individuale sulla più corta distanza (i 50sl entreranno a far parte del programma iridato solo da Madrid ’86), si classifica sesto con il tempo di 52”55 davanti a Pangaro, al quale aveva tolto il record italiano in batteria, nuotando in 52”50.

L’aver piazzato due uomini in Finale – al pari di Stati Uniti e Germania Ovest – consente al quartetto azzurro (composto da Pangaro, Barelli, Zei e Guarducci) di nutrire speranze di podio per la staffetta 4x100sl, speranze poi concretizzatesi con la medaglia di bronzo conquistata con il tempo di 3’31”85 dietro ad Usa e Germania, ma che sarebbero risultate vane se Guarducci non avesse stampato, in ultima frazione, un sensazionale 51”29 (peggiore solo del 51”24 del tedesco Peter Nocke) che gli consente di superare il sovietico Vladimir Bure, argento individuale, e toccare per terzo per appena 0”04 centesimi di differenza.

guarducci18
Il quartetto azzurro della 4x100sl, bronzo ai Mondiali ’75 – da xoom.it

Con queste premesse, ed il fatto di aver fatto suo anche il record dei 200sl in 1’55”80 al meeting di Las Palmas, Guarducci è atteso come logico protagonista ai Giochi del Mediterraneo che si tengono ad Algeri a fine luglio ’75, ed il trentino non tradisce la fiducia in lui riposta, vincendo d’autorità entrambe le prove sui 100 (53”07) e 200sl (1’57”55), per poi portare al successo le staffette 4×100 e 4x200sl, fallendo il “pokerissimo” con la 4×100 mista, dove l’Italia conquista l’argento dietro alla Spagna.

Il nome di Guarducci inizia ad assumere rilevanza ai massimi livelli internazionali ed, avviandosi al compimento dei 20 anni, dopo aver raggiunto la Capitale per allenarsi con il Gruppo Sportivo Carabinieri, i dirigenti federali non nascondono le speranze di medaglie in vista dei prossimi appuntamenti, costituiti dalle Olimpiadi di Montreal ’76, Europei di Jonkoping ’77 e Mondiali di Berlino ’78, per i quali il liberista azzurro appare pronto a raccogliere le relative sfide.

Con la sfortuna che dal programma olimpico viene tolta la prova della staffetta 4x100sl, Guarducci è comunque deciso a ben figurare nella gara individuale dei 100sl, pur dovendosi confrontare con la più forte squadra mai schierata ai Giochi dagli Stati Uniti – e che, difatti, si aggiudica tutte le gare ad eccezione dei 200 rana, vinti dallo scozzese David Wilkie – dando prova di una eccellente condizione di forma allorquando, nelle batterie del mattino del 24 luglio ’76, si aggiudica la propria serie nel nuovo record italiano di 51”57 (e quarto miglior tempo assoluto), per poi migliorarsi ulteriormente nella prima delle due semifinali pomeridiane, chiusa in 51”35 alle spalle dell’americano Jim Montgomery che, con 50”39, abbassa il suo stesso limite mondiale.

Nello staff azzurro si vivono momenti di comprensibile euforia, visto che – irraggiungibile Montgomery a parte – il crono realizzato da Guarducci è il secondo migliore delle semifinali, nonché a soli 0”03 centesimi dal record europeo di 51”32 stabilito dal sovietico Bure l’anno prima ai Mondiali di Cali, ma qui viene fuori il lato negativo di Guarducci, vale a dire una eccessiva emotività che non gli consente di concentrarsi, come sottolinea il Tecnico Bubi Dennerlein quando ricorda che ai bordi della piscina canadese … “Marcello saltava qua e là come un grillo, incapace di stare da solo con se stesso per qualche ora, andando a parlare con tutti, quasi fosse stordito …!!”.

Stato emotivo che, fatalmente, viene pagato il giorno dopo in Finale, da Guarducci nuotata in un 51”70 che gli vale il quinto posto a 0”02 centesimi dal tedesco Steinbach, quarto, ed a 0”39 centesimi dal bronzo conquistato dall’altro tedesco Nocke che, con 51”31, migliora di un solo 0”01 centesimo il citato primato europeo di Bure, non meglio che settimo in 52”03, nella gara in cui Montgomery è il primo uomo al mondo ad abbattere la barriera dei 50” netti, andando a toccare in 49”99.

Nonostante la parziale delusione, le prospettive di Guarducci in vista dei prossimi Campionati Europei di Jonkoping ’77 sono tutt’altro che negative – considerando che, iscritto ai Giochi anche sui 200sl, realizza per due volte al centesimo il record italiano con 1’53”72 sia in batteria (venendo escluso dalla Finale con l’11esimo tempo) che in prima frazione della staffetta 4x200sl – con la speranza di poter finalmente tornare a vedere un azzurro sul gradino più alto del podio, se non addirittura quattro, viste le potenzialità delle staffette.

Ma, ancora una volta, nel momento decisivo viene a mancare al trentino quel “qualcosa” che le sue caratteristiche fisiche e tecniche dovrebbero essere in grado di consentirgli, nuotando i 100sl in 52”11 che gli vale appena il gradino più basso del podio, a soli 0”09 centesimi da Bure, argento, mentre la gara è appannaggio di Nocke, il quale conferma l’oro di tre anni prima a Vienna ’74, andando a toccare in un poco più che discreto 51”55.

Poco ha, viceversa, da rimproverarsi Guarducci sulla doppia distanza, dove conquista una seconda medaglia di bronzo fissando ad 1’52”35 il nuovo limite italiano, mentre Nocke bissa l’oro sui 100sl facendo sua la gara in un appassionante sprint (1’51”72 ad 1’61”77) con il sovietico Andrey Krylov.

guarducci15
Il quartetto azzurro della 4x100sl argento agli Europei ’77 – da xoom.it

Maggior rammarico, al contrario, giunge dall’esito della staffetta 4x100sl – e non per l’ottimo argento conseguito assieme a Pangaro, Revelli e Sinigaglia alle spalle della inarrivabile Germania Ovest – bensì per il riscontro cronometrico di Guarducci, che nuota l’ultima frazione in uno stupefacente 50”37 (quasi mezzo secondo meno di Nocke), a dimostrazione che l’oro nella gara individuale era alla sua portata, cosa della quale si ha ulteriore conferma ai Campionati Italiani di Chiavari, in cui il Campione azzurro, senza pressioni di sorta, stabilisce in 51”25 il nuovo record europeo, 0”30 centesimi in meno del tempo con cui Nocke si era aggiudicato la prova in Svezia.

guarducci19
Guarducci realizza il record europeo sui 100sl – da xoom.it

Una ulteriore dimostrazione delle enormi potenzialità del nuotatore azzurro, nei cui confronti Dennerlein ha parole che ne racchiudono tutto lo sconforto … “che Marcello fosse in grado di ottenere risultati del genere si sapeva da sempre, caso mai ci si chiede come mai non ci sia arrivato a contatto con avversari di maggior prestigio nei giorni che contavano di più …!!”, e la risposta, per il tecnico federale, è sempre la stessa … “Il fatto è che Guarducci ha nove delle cose che servono per essere un grande campione, gli manca la decima, vale a dire la capacità di concentrazione, la freddezza, quell’impalpabile “quid” che fa di un grande atleta un vincitore …”.

Ma, poiché il carattere – come sostiene giustamente Schopenhauer – è immutabile, occorre fare buon viso a cattivo gioco e concentrarsi sull’appuntamento a venire, costituito dalla terza edizione dei Campionati del Mondo, in programma a Berlino a fine agosto ’78, rassegna iridata in cui, con l’Italia a secco di medaglie in corsia, Guarducci resta in ogni caso il leader della spedizione azzurra.

Pur con la limitazione a due atleti per squadra, non riesce a salire sul podio dei 100sl, dovendosi accontentare del quarto posto in 51”71 nella gara in cui – dopo la scontata doppietta americana per le prime due posizioni – il tedesco Steinbach si aggiudica il bronzo togliendo a Guarducci il record europeo con 50”79, mentre raggiunge la sua unica finale in carriera (tra Olimpiadi e Mondiali) sui 200sl, che conclude in un più che onorevole quinto posto, dopo aver migliorato in batteria, con 1’52”23, il proprio record italiano …

Ed anche le staffette fanno il loro dovere, giungendo entrambe quinte sia nella 4x100sl che nella 4x200sl, a dimostrazione che lo stile libero vive comunque un periodo di buon livello nel panorama internazionale rispetto a quanto, al contrario, avviene per le altre specialità, dove il solo pensare ad un azzurro in finale (ci riesce appena Giorgio Lalle, ottavo sui 200 rana a Cali ’75) è, al momento, pura utopia.

Ma, per Guarducci, è alle viste quella che rappresenta la più grande delusione della sua attività agonistica, in quanto, dopo aver nuovamente sbancato i Giochi del Mediterraneo di Spalato ’79 (oro sui 100sl e con le staffette 4x200sl e 4×100 mista e bronzo sui 200sl) ed aver altresì vinto i 100sl alle Universiadi di Città del Messico ’79 (quelle, per capirsi, del 19”72 di Mennea sui 200 metri piani …), ritiene, a 24 anni, di potersi giocare le proprie carte in occasione delle Olimpiadi di Mosca ‘80, data l’assenza, per boicottaggio dei nuotatori Usa e della Germania Ovest.

C’è però un piccolo particolare, vale a dire che il Governo italiano – come sempre pronto a tenere i piedi in due staffe – acconsente alla spedizione azzurra di prendere parte ai Giochi, vietandone però la partecipazione agli atleti che prestano servizio in una qualunque delle Forze Armate, come nel caso di Guarducci, appunto.

Una ingiustizia – dal punto di vista sportivo senza alcun dubbio, ma anche a livello politico – che Guarducci fatica a digerire, tanto più che il tempo di 51”29 con cui lo svedese Per Johansson si aggiudica la medaglia di bronzo sui 100sl poteva essere alla sua portata.

Questa delusione lo condiziona negli anni a venire, ed anche se conclude la carriera nel 1983 con altre quattro medaglie d’oro ai Giochi del Mediterraneo (per una quota di 11 in totale) ed il bronzo nella staffetta 4x200sl ai campionati Europei di Roma ’83, Guarducci non riesce più ad esprimersi sui suoi migliori standard cronometrici, avendo comunque contribuito a rilanciare, nel suo periodo più buio, quel nuoto azzurro che poi avrebbe scalato i vertici europei e mondiali negli anni ’80 con i vari Minervini, Franceschi, Lamberti e Battistelli.

Certo, però, che se avesse avuto anche quell’impalpabile “quid” di Dennerliana memoria

MIKE BURTON E L’ORO OLIMPICO VINTO PER GRAZIA RICEVUTA

Arden-Hills-V-Photo-02
Mike Burton in azione a farfalla – da valcomnews.com

articolo di Giovanni Manenti

Talvolta accade, nello sport come nella vita di tutti i giorni, che un evento negativo che capita ad una persona – sia pur essa un amico, un collega od un compagno di squadra – si trasformi in un colpo di fortuna per un’altra, all’ovvia condizione che quest’ultima sia pronta ad approfittare del regalo offertole dalla buona sorte.

E’ questo, in sintesi, quanto accaduto al nuotatore americano Mike Burton ai Giochi di Monaco ‘72, al quale si presenta l’occasione per bissare l’oro olimpico sui 1500sl conquistato quattro anni prima a Città del Messico, edizione in cui si era affermato anche sulla più breve distanza dei 400sl, ma andiamo per ordine.

Nato a Des Moines, nello Iowa, il 3 luglio 1947, l’approccio del giovane Mike al nuoto è alquanto singolare in quanto causato da un incidente subito mentre, all’età di 13 anni, viene investito da un’autovettura mentre viaggia in bicicletta assieme ad un amico, subendo la frattura dell’anca ed un interessamento dei legamenti della gamba destra, un infortunio dal quale si riprende, ma che non gli consente di praticare i classici sport (football e basket) americani che prevedono il contatto tra i giocatori e che, al contrario, lo indirizza al nuoto, che inizia a praticare nel periodo di riabilitazione.

Con la piscina, pertanto, quale suo successivo habitat per fare sport, Burton, che si diploma alla “El Camino High School” di Sacramento, in California, per poi iscriversi alla prestigiosa UCLA (University of California, Los Angeles), dimostra sin da subito una propensione per le lunghe distanze, una caratteristica derivante dagli esercizi di riabilitazione eseguiti in acqua per riacquistare la piena funzionalità degli arti inferiori dopo il citato incidente, facendo il suo debutto all’età di 18 anni in una manifestazione di livello internazionale in occasione delle Universiadi di Budapest ’65, dove si classifica terzo sui 1500sl in 17’25”1 nella gara vinta dal connazionale Michael Wall davanti al sovietico Semyon Belits-Geyman, che si era aggiudicato la prova sui 400sl.

Due anni dopo – avendo nel frattempo stabilito il 21 agosto ’66 il record mondiale sui 1500sl con il tempo di 16’41”6 e che alle prove del mezzofondo a stile libero abbina anche la specialità della farfalla – viene selezionato sia per i “Pan Pacific Games” di fine luglio ’67 a Winnipeg, in Canada, nonché per le Universiadi che si tengono subito dopo a Tokyo, manifestazioni in cui ha modo di mettere in luce le proprie qualità, facendo suo l’oro sui 1500sl nella rassegna canadese con il riscontro cronometrico di 16’44”40 dopo aver occupato il gradino più basso del podio sia sui 400sl in 4’15”74 che sui 200 farfalla, conclusi nel tempo di 2’13”26 in una gara che vede la “leggenda” Mark Spitz stabilire in 2’06”42 il record mondiale.

All’appuntamento universitario – al quale giunge dopo aver abbassato a 16’34”1 il proprio limite mondiale sui 1500sl nel corso dei Campionati AAU – Burton si concentra, viceversa, solo sullo stile libero ed, in una edizione in cui i “ragazzi a stelle e strisce” realizzano un impareggiabile cappotto nel far loro tutte e 13 le gare in programma (ed in campo femminile, la sola britannica Diana Harris, vincendo i 100 rana, impedisce analogo “en plein”), si conferma il migliore sulla più lunga distanza in 16’34”6, a soli 0”5 decimi dal proprio record, dovendosi però inchinare di fronte al connazionale Greg Charlton sui 400sl, venendo altresì nettamente battuto quanto a tempi (4’13”6 di Burton rispetto al 4’08”2 con cui il vincitore stabilisce il primato mondiale).

Consapevole che se vuole avere una chance di realizzare l’accoppiata 400/1500sl alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 deve limare almeno 5/6” sulla più corta distanza dei 400sl – che, nel frattempo, ha visto riscritta la tabella dei record, migliorato cinque volte nel corso del ’67 dal 4’10”6 di Spitz sino al citato tempo realizzato da Charlton a Tokyo, per poi essere ulteriormente abbattuto nel corso dell’anno olimpico ancora da Spitz con 4’07”7 e dal canadese Ralph Hutton, che nuota la distanza in 4’06”5 ai Campionati AAU ad inizio agosto – Burton conquista la selezione ai Giochi su entrambe le distanze ai Trials di Long Beach, nel corso dei quali, il 3 settembre ’68, si riappropria del primato sui 1500sl che gli era stato inopinatamente soffiato dal messicano Guillermo Echevarria meno di due mesi primo, coprendo le 30 vasche in 16’08”5, quasi 20” in meno rispetto al precedente limite.

50675080
Mike Burton – da gettyymages.it

Le Olimpiadi di Città del Messico ’68 – le prime in cui il programma natatorio viene ampliato a tutte e 15 le prove delle varie specialità – sono peraltro condizionate dall’altitudine che non consente, specie sulle lunghe distanze, di realizzare tempi eccezionali, ma risultano anche l’occasione, per i nuotatori americani, di prendersi la rivincita sugli australiani che, con il fuoriclasse Murray Rose, si erano aggiudicati i 400sl sia a Melbourne ’56 che a Roma ’60 (serie poi interrotta dall’altrettanto celebre Don Schollander a Tokyo ’64), mentre sui 1500sl il loro dominio datava da tre edizioni consecutive dei Giochi (Rose a Melbourne, John Konrads, con Rose Argento, a Roma e Bob Windle a Tokyo), affidando pertanto le loro speranze di riscossa proprio a Burton.

La prima gara in cui Burton è impegnato sono i 400sl, che prevedono le batterie al 22 ottobre e la Finale il giorno seguente, e la pattuglia americana (formata anche da John Nelson e Brent Berk) si qualifica al completo per l’atto conclusivo, pur se il miglior tempo in qualifica viene realizzato dall’australiano Graham White con 4’17” netti.

Con Spitz dedicatosi alle gare veloci di stile libero e farfalla (prove in cui registrerà un inaspettato flop, peraltro poi ampiamente riscattato a Monaco ’72), oltre alla coppia australiana formata dal citato White e da Gregory Brough, i favori del pronostico pendono sul primatista mondiale Hutton ed anche sul francese Alain Mosconi, capace di stabilire due volte il mondiale sulla distanza nel corso del ’67 e desideroso di replicare l’impresa compiuta dal connazionale Jean Boiteux ai Giochi di Helsinki ’52.

Ma i 400sl sono una distanza media in cui si possono alternare sia specialisti della velocità che atleti più portati al mezzofondo ed ecco che, con i problemi di ossigenazione legati all’altitudine della Capitale messicana, le doti di fondista di Burton lo aiutano nella circostanza, prendendo decisamente la testa a metà gara senza essere più raggiunto, chiudendo in un tempo di 4’09”0 inferiore di oltre 4”5 a quanto fatto registrare l’anno prima alle Universiadi ed altresì migliore di oltre 3” del record olimpico di 4’12”2 stabilito quattro anni prima a Tokyo ’64 da Schollander, mentre Hutton e Mosconi confermano le previsioni di aspiranti al podio, conquistando rispettivamente l’argento ed il bronzo, ma con tempi di 4’11”7 e 4’13”3 largamente superiori alle loro migliori prestazioni.

Confortato dal successo, ora Burton si può focalizzare sul compito assegnatogli di detronizzare il predominio australiano sui 1500sl, prova in cui è il netto favorito dall’alto del proprio record mondiale, un crono teoricamente inavvicinabile date le condizioni ambientali, ma che dovrebbe in ogni caso consentire di abbattere in sede olimpica la barriera dei 17’ netti, visto che anche quattro anni prima a Tokyo, l’australiano Windle si era imposto in 17’01”7.

Con il solito White a registrare il miglio tempo in qualifica con 17’10”1, precedendo nella quarta batteria l’idolo di casa ed ex primatista mondiale Echeverria che nuota in 17’11”0 alimentando le speranze di medaglia da parte del pubblico presente, la Finale del 26 ottobre vede uno svolgimento ben diverso, con Burton a dettare il ritmo sin dalle prime vasche, una cadenza alla quale cedono a mano a mano tutti gli altri finalisti – ivi compresa la medesima coppia australiana formata da White e Brough – per andare a toccare in completa solitudine nel tempo eccezionale, considerata l’altitudine, di 16’38”9, con quasi 20” di vantaggio sul connazionale John Kinsella (appena 16enne all’epoca ed anch’esso valido esponente sulle lunghe distanze) che conclude comunque anc’egli al di sotto dei 17’ con il tempo di 16”57”3, mentre il derby australiano per il gradino più basso del podio se lo aggiudica Brough in 17’04”7 rispetto ai 17’08”0 di White.

untitled
Burton a Messico ’68 – da excelsior.com.mx

Nel quadriennio post olimpico, Burton si dedica più agli studi che non a coltivare ulteriori successi in campo natatorio, lasciando via libera al compagno Kinsella, il quale ha il difetto di disputare il suo “Anno di Gloria” nel periodo sbagliato, vale a dire il 1970, stagione in cui stabilisce i primati mondiali sia sui 400sl che sui 1500sl in occasione dei Campionati AAU di Los Angeles, portando i due limiti rispettivamente a 4’02”8 ed a 15’57”1, con ciò risultando il primo uomo nella storia ad infrangere il “muro dei 16 minuti”.

Ma, come già ricordato in varie occasioni, gli anni ’70 sono quelli che più di altri rivoluzionano il mondo del nuoto, ed, all’alba della stagione olimpica ’72, ecco apparire prepotentemente sulla scena un 16enne californiano di nome Rick DeMont, il quale agli Olympic Trials di Chicago porta il primato mondiale sui 1500sl a 15’52”91, qualificandosi altresì per i 400sl dove il carneade Kurt Krumpholz realizza in batteria il tempo di 4’00”11 con cui toglie all’australiano Brad Cooper il record dallo stesso stabilito ai Trials australiani, salvo poi non riuscire a qualificarsi per la squadra olimpica, formata, oltre che da DeMont, anche da Steve Genter e Tom McBreen.

Burton, al contrario, che aveva svolto un’accurata preparazione invernale in previsione dei Giochi di Monaco ’72, soffre in primavera di mononucleosi, con ciò riducendo le sue potenzialità e, di conseguenza, possibilità di qualificarsi per la “rassegna a cinque cerchi”, venendo, escluso dalla selezione sia sui 400sl e 200 farfalla, per poi trovare a fatica un posto sui 1500sl, classificandosi terzo dietro a Doug Northway nella citata gara vinta da DeMont a tempo di record mondiale, dopo aver rischiato l’eliminazione in batteria, qualificandosi per la Finale con l’ottavo ed ultimo tempo.

Il programma olimpico di Monaco prevede per l’1 settembre la disputa delle batterie al mattino e della Finale al pomeriggio dei 400sl e sin dalle eliminatorie si intuisce come la lotta per le medaglie sia ristretta al terzetto americano ed all’ex primatista mondiale australiano Cooper, che già in batteria stampa il miglior tempo di 4’04”59 che cancella, alquanto comprensibilmente, il record olimpico di Burton a Città del Messico.

In Finale, DeMont imposta una gara al risparmio, transitando in ultima posizione ai 100 metri ed in sesta a metà gara, con l’andatura scandita dai compagni Genter e McBreen e dalla coppia australiana costituita da Cooper e Graham Windeatt, per poi rimontare posizioni nella terza frazione e quindi nuotare in 58”22 gli ultimi 100 metri, consentendogli di beffare Cooper per l’inezia di 0”01 centesimo (4’00”26 a 4’00”27), con Genter a precedere McBreen nella lotta per il bronzo.

81397673
Il podio dei 400sl a Monaco ’72 – da gettyimages.dk

Due giorni dopo, DeMont si presenta al mattino per le batterie dei 1500sl, gara che lo vede favorito in virtù del record mondiale detenuto, qualificandosi facilmente per la Finale del 4 settembre con il quinto tempo di 16’17”61, mentre Burton dimostra di aver recuperato una forma accettabile vincendo d’autorità la terza batteria ln 16’09”56.

Ma il mattino dopo, mentre gli atleti si rilassano pensando alla Finale del pomeriggio dopo, ecco che si compie il “fattacciocon la notizia che DeMont è risultato positivo al controllo antidoping dei 400sl essendo state rintracciate tracce di efedrina nelle sue urine, sostanza peraltro contenuta nelle medicine contro l’asma prescritte al nuotatore e dallo stesso dichiarate con tanto di certificazione, circostanza che però non era stata portata a conoscenza del CIO da parte del Comitato Olimpico Usa, con ciò non potendo evitare la decisione di escluderlo dall’ordine d’arrivo dei 400sl ed, altresì, di impedirgli di disputare, il giorno appresso, la Finale dei 1500sl.

Una tale, imprevista, defezione, pone Burton nella condizione di doversi assumere la responsabilità di conquistare la medaglia d’oro per gli Stati Uniti, in una Finale che, oltre all’altro compagno di squadra Northway, vede sui blocchi di partenza il trio australiano costituito dal solito White affiancato da Cooper, al quale viene assegnata a tavolino la vittoria dei 400sl per la squalifica di DeMont, e da Graham Windeatt, anch’esso scalato dal quinto al quarto posto di tale gara.

Burton, a differenza di DeMont sui 400, impone sin da subito un’andatura elevata, ripetendo la tattica messa in atto quattro anni prima in Messico, e che anche stavolta porta i suoi frutti sgretolando uno dopo l’altro il lotto degli avversari, con la sola eccezione di Windeatt che ne regge il ritmo, superandolo ai 600 metri per poi proseguire affiancati sino a 300 metri dalla conclusione, quando Burton sferra l’attacco decisivo al quale l’australiano non è in grado di replicare e, grazie proprio allo stimolo costituito dalla sfida con Windeatt, aggiunge alla sua terza medaglia d’oro olimpica, anche l’ulteriore smacco per DeMont di vedersi strappato il record mondiale per soli 0”33 centesimi, avendo il compagno coperto la distanza in 15’52”58.

RSD16837
Burton in azione sui 1500sl a Monaco ’72 – da historicimages.it

Burton conclude in bellezza una eccellente carriera, essendo anche il primo nuotatore a bissare l’oro olimpico sulla più lunga distanza del programma olimpico, un’impresa che, successivamente, sarebbe potuta essere addirittura battuta dallo “zar” Vladimir Salnikov, vincitore a Mosca ’80 ed a Seul ’88, se non gli fosse stata impedita la partecipazione ai Giochi di Los Angeles ’84 a causa del noto boicottaggio, mentre in tempi più recenti è stata eguagliata dai maestri australiani, sia da Kieren Perkins (oro a Barcellona ’92 ed ad Atlanta ’96) che da Grant Hackett (primo a Sydney 2000 ed ad Atene ’04).

E DeMont …?? Chiarita la sua posizione, ha modo di riscattarsi nella prima Edizione dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73, prendendosi una sontuosa rivincita su Brad Cooper in una sfida “storica” in quanto vede entrambi i nuotatori scendere per la prima volta sotto il “muro dei 4’ netti”, con l’americano ad avere la meglio in 3’58”18 rispetto al 3’58”70 di Cooper, con la situazione diametralmente rovesciata sui 1500sl dove è DeMont (argento ancora davanti a Cooper) a nuotare in 15’35”44 al di sotto del record mondiale stabilito il 5 agosto ’73 dall’australiano Stephen Holland e che vince la gara abbassando ulteriormente il proprio limite a 15’31”85.

Per capire sino in fondo quanto la “Dea bendata” sia intervenuta in favore di Burton (ed anche di Cooper, ovviamente), basti pensare che, solo nel 2001, il Comitato Olimpico americano ammetterà di aver omesso di partecipare al CIO le informazioni mediche su DeMont, chiedendo che venisse reintegrato nell’ordine d’arrivo dei 400sl, ma senza ottenere un positivo riscontro a tale richiesta.

A volte ti si presentano occasioni che non ti aspetti, l’importante è saperle cogliere al volo e, comunque, Burton ebbe a legittimare la sua vittoria con il record mondiale, non potendo in ogni caso mai sapere come sarebbe andata a finire la sfida con DeMont, qualora gli fosse stato concesso di partecipare alla gara …

TRACY CAULKINS E LA GRANDE SFIDA NEGATA DAL BOICOTTAGGIO

Tracy_Caulkins_1981
Tracy Ann Caulkins – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La storia, per sua stessa natura, è portata ad essere analizzata a posteriori, valutando l’impatto che atteggiamenti e decisioni assunte hanno poi effettivamente avuto nel corso degli eventi che li hanno determinati e, da un punto di vista sportivo, appare evidente l’assurdità – ed, oltretutto, inutilità – dei boicottaggi che, in pieno clima di “Guerra fredda” tra le due superpotenze, hanno dimezzato ed in parte svuotato di valori tecnici le due Olimpiadi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84, in molti casi vanificando sforzi, sacrifici e sogni di atleti che avevano come motivazione principale durante i loro allenamenti la ricerca dell’oro olimpico.

Fatta questa debita premessa, entriamo nello specifico in una delle più grandi rivalità in essere negli anni ’70, vale a dire quella tra le “walchirie” della Germania Est e le rappresentanti degli Stati Uniti in ambito natatorio, giunta ai suoi massimi livelli ai Giochi di Montreal ’76 allorquando – mentre in campo maschile il dominio “a stelle e strisce” è pressoché totale, con 12 vittorie sulle 13 gare in programma, toccando allo scozzese David Wilkie l’impresa di impedire il “cappotto” facendo suoi i 200 rana – la supremazia nel settore femminile delle ragazzone tedesco orientali è altresì disarmante, con 11 successi a loro favore, curiosamente anche in questo caso fatta eccezione della gara sui 200 rana, cui si aggiunge la vittoria della Staffetta 4x100sl americana.

Ed, in vista dei successivi Giochi di Mosca ’80, vi è il passaggio intermedio dei Campionati Mondiali ’78 che si svolgono proprio in Germania, a Berlino (ancorché nella parte ovest della città) e non sono pochi a ritenere doversi assistere ad un’altra schiacciante prova di forza della formazione della ex Ddr in campo femminile.

Se non fosse che – ed il motivo lo si capirà solo anni più tardi quando verrà alla luce la documentazione custodita dalla famigerata Stasi, la Polizia Segreta del Regime Comunista dell’epoca, in ordine al cosiddetto “Doping di Stato” – le ragazze venivano allevate con una sorta di “usa e getta”, in modo da ottenere massimi risultati in pochissimo tempo e poi procedere al ricambio, in quanto l’abuso di sostanze dopanti avrebbe potuto avere effetti devastanti su di esse, ed allora ecco che, a Giochi di Montreal conclusi, escono di scena la Ender, dominatrice sulle corte distanze a stile libero e farfalla, Petra Thumer, specialista del mezzofondo, la dorsista Ulrike Richter e la ranista Annelore Anke.

Dall’altra parte dell’Oceano, viceversa, ecco emergere il talento naturale e straordinario di una 15enne del Minnesota, tale Tracy Anne Caulkins, nata il 15 gennaio 1963 a Winona, la quale, per tornare a quanto indicato in premessa, giura a sé stessa, nel guardare in Tv li Giochi di Monaco ’72 all’età di appena 9 anni, che un giorno sarà lei a salire sul gradino più alto di un podio olimpico, circostanza dalla medesima atleta confermata in un’intervista del ’97 in cui ribadisce come il sogno olimpico sia stato per lei fonte di ispirazione e motivazione.

Dopo aver partecipato per la prima volta ai Campionati Nazionali nel ’76 ed aver stabilito i suoi primi tre Record Usa (saranno 63 in totale a fine carriera …) ai Campionati ’77 in vasca corta, la Caulkins, da molti ritenuta la più completa nuotatrice di ogni epoca, potendo cimentarsi con successo in tutti e quattro gli stili previsti – e, conseguentemente, divenendo una specialista assoluta dei misti – ottiene la selezione per la rassegna iridata di Berlino in ben quattro gare individuali (100 rana, 200 farfalla, 200 e 400 misti).

E ciò che avviene nei 9 giorni di gare in programma dal 20 al 28 agosto ’78 nella piscina della metropoli tedesca ha qualcosa dell’incredibile, con la 15enne americana a sbaragliare il campo conquistando tre ori individuali con altrettanti record mondiali nei 200 farfalla (2’09”87), 200 (2’14”07, migliorando il suo stesso limite di 2’15”09 stabilito ad inizio mese …) e 400 misti (4’40”83), lasciando le attonite tedesche orientali Andrea Pollack, Ulrike Tauber e Petra Schneider a fare, una volta tanto, da semplici comparse, mentre sui 100 rana la Caulkins scende sotto il vecchio primato di 1’10”86 stabilito a Montreal dalla Anke, nuotando la distanza in 1’10”77 solo per vedersi superare dalla sovietica Yulia Bogdanova che, con il tempo di 1’10”31 fa suoi la medaglia d’oro ed il nuovo limite mondiale.

A tali imprese individuali, la Caulkins aggiunge l’oro quale prima frazionista della staffetta 4x100sl che, con il riscontro cronometrico di 3’43”43, cancella il record del quartetto Usa stabilito ai Giochi del ’76, così come nuota la frazione a rana della Staffetta 4×100 mista che conquista anch’essa il gradino più alto del podio in 4’08”21, a soli 0”26 centesimi dal primato con cui le ragazze della Germania est avevano conquistato l’oro alle Olimpiadi di Montreal.

Con 5 medaglie d’oro ed una d’argento, la Caulkins è l’assoluta protagonista della rassegna iridata – che, per inciso, vede le tedesche orientali conquistare una sola vittoria, con Barbara Krause sui 100sl, con 7 argenti e 3 bronzi, rispetto ai 9 ori, 5 argenti e 2 bronzi delle americane – ed, a fine anno, riceve il prestigioso “James E. Sullivan Award”, premio messo in palio dall’AAU (Amateur Athletic Union) per l’atleta dilettante americano di qualsiasi disciplina che si sia messo maggiormente messo in luce nel corso della stagione, riconoscimento che mai era stato assegnato ad un 15enne di ambo i sessi, primato che sarà superato nel 2006 dalla 14enne nuotatrice paralimpica Jessica Long.

Ed anche se, da un punto di vista strettamente tecnico, una medaglia d’oro mondiale ha la stessa valenza di una conquistata nella “rassegna a cinque cerchi”, il prestigio di quest’ultima è indubbiamente maggiore per il contesto universale in cui la stessa viene conquistata, ed ecco che allora per la “piccola Tracy” – da un punto di vista strettamente anagrafico, poiché morfologicamente ha un fisico perfetto per una nuotatrice, con i suoi m.1,75 di altezza per 60kg. – il sogno coltivato da bambina inizia a materializzarsi, concentrando la preparazione per i Giochi di Mosca ’80.

515556922
Caulkins vince i 200 misti ai Pan American Games ’79 – da gettyimages.ca

In questa ottica, partecipa ai “Pan American Games” di San Juan di Portorico ‘79, dove, alle scontate vittorie sulle due distanze dei misti, abbina gli ori in Staffetta e partecipa anche ai 400sl per rinforzare la resistenza, ottenendo l’argento dietro alla connazionale Cynthia Woodhead, così come replica la piazza d’onore di Berlino sui 100 dorso, tappa di un percorso che la porta a svolgere un lavoro di potenziamento durante la pausa invernale, certificato dall’abbassamento a 2’13”69 del proprio record sui 200 misti, in un meeting ad Austin ad inizio di gennaio ’80.

Nel frattempo, il “turnover” in casa Ddr porta all’emergere di nuove protagoniste, con Barbara Krause invece della Ender sulle distanze veloci a stile libero, Ines Diers nel mezzofondo in luogo della Thumer, così come Rica Reinisch rileva la Richter a dorso, Ute Geweniger la Anke a rana e Petra Schneider si fa valere nei misti.

Un guanto sfida lanciato ai massimi livelli, e raccolto oltre Oceano, oltre che dalla Caulkins, anche dalla ricordata Woodhead a stile libero e dall’astro nascente Mary T. Meagher, di un anno più giovane di Tracy, che ha rivoluzionato le gerarchie mondiali a farfalla, e che fa pertanto presagire scintille nella piscina dell’Olimpiysky Sport Complex di Mosca, se non fosse che il Presidente Usa Jimmy Carter, nel goffo tentativo, poi risultato inutile, di riacquistare consensi in Patria in vista delle prossime elezioni, prende a pretesto l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche per dichiarare il boicottaggio ai Giochi moscoviti.

Ecco come, con un colpo di spugna, si frantumano in pochi istanti i sogni di una ragazzina coltivati sin da bambina, e che ai Trials di Irvine aveva ottenuto la selezione per i 100 e 200 rana, i 100 farfalla ed i 400 misti (non essendo i 200 misti contemplati nel programma olimpico), nonché si toglie agli appassionati il piacere di assistere a sfide epiche, dovendosi, al contrario, limitare a contare le vittorie che la nuova generazione delle “walchirie” della Germania orientale inanella una dietro l’altra per un totale di 12 successi sulle 14 gare in programma, ma senza il “pathos” del confronto diretto in corsia.

Tale delusione incide sul morale della Caulkins che, sapendo di dover attendere altri quattro anni per poter avere una nuova chance olimpica, non riesce a confermarsi sui suoi tempi migliori, dovendo, in occasione dei Mondiali di Guayaquil ’82, accontentarsi del gradino più basso del podio sulle sue distanze preferite dei 200 e 400 misti, assistendo impotente alle performance della tedesca est Petra Schneider che, sulla più lunga distanza stampa un crono di 4’36”10 che resterà insuperato per ben 15 anni.

Consapevole che, se vuole essere in grado di avere una chance per l’oro olimpico in vista dei Giochi californiani di Los Angeles, deve ritrovare la forma dei giorni migliori – anche per superare la concorrenza sul fronte interno, visto che dal 1984 il CIO si è adeguato a quanto già praticato dalla FINA consentendo l’iscrizione a soli due atleti per gara individuale – la Caulkins intensifica gli allenamenti, per poi presentarsi sui blocchi di partenza agli Olympic Trials di Indianapolis in cinque specialità (100 e 200 rana, 200 dorso, 200 e 400 misti), riuscendo a staccare il pass olimpico su entrambe le distanze dei misti e sui 100 rana, mentre nelle altre due circostanze si classifica non meglio che quarta.

E, poco valore ha il fatto che, nella settimana delle Selezioni di fine giugno ad Indianapolis, sia già giunta la notizia della decisione dei Paesi del Blocco Sovietico di boicottare, a propria volta, le Olimpiadi californiane, in quanto i tempi realizzati dalla Caulkins (2’12”78, record Usa, sui 200 misti, 4’41”72 sulla doppia distanza, ed 1’11”23 sui 100 rana), sarebbero stati tali da reggere il confronto con le tedesche orientali, in caso di loro partecipazione ai Giochi.

Difatti, desiderosa di dimostrare tale circostanza, la oramai 21enne Caulkins, al suo passo d’addio all’attività agonistica, fornisce il meglio di sé sin dalla prima gara in programma al “McDonald’s Olympic Swim Stadium” di Los Angeles, facendo suoi i 400 misti il 29 luglio ’84 in 4’39”24 – suo miglior tempo di sempre sulla distanza e conseguente record americano, nonché inferiore rispetto al 4’39”65 con cui la tedesca orientale Kathleen Nord si era aggiudicata il titolo europeo l’anno prima ai Campionati Continentali di Roma ‘83 – staccando di oltre 9” l’australiana Suzie Landells, seconda arrivata.

84409823
Tracy Caulkins nella finale dei 400misti a Los Angeles ’84 – da gettyimages.it

Ed anche se il 2 agosto resta ai margini del podio sui 100 rana, finendo quarta in 1’10”88 (a soli 0”18 centesimi dal bronzo ed a 0”19 centesimi dall’argento) nella gara vinta dall’olandese Petra van Staveren con il record olimpico di 1’09”88, ecco che il giorno seguente la Caulkins domina incontrastata anche i 200 misti, chiusi in un 2’12”64 che rappresenta il suo 63esimo record nazionale stabilito sulle varie distanze (sia metriche che calcolate in yard …) e largamente inferiore al 2’13”07 della tedesca est Geweniger in occasione della vittoria ai Campionati Europei di Roma ’83, per poi concludere, in chiusura di giornata, una straordinaria carriera nuotando la frazione a rana della staffetta 4×100 mista che le consente di conquistare il suo terzo oro olimpico.

148244536
La staffetta 4×100 mista, ultima gara della Caulkins – da gettyimages.it

Il desiderio di una bambina – definita “la più grande nuotatrice sinora mai vista all’opera, sia in campo maschile che in quello femminile” da parte Randy Reese, allenatore della Squadra Olimpica Usa – si è finalmente avverato, ma di sicuro con molta meno soddisfazione rispetto ad averlo realizzato in una sfida ad armi pari con le temibilissime avversarie dell’epoca, e di ciò non possiamo che ringraziare la “lungimiranza” del Presidente Carter, il quale con il suo gesto ha arrecato il maggior danno che potesse essere compiuto al “Grande Romanzo dei Giochi Olimpici” …

JEAN BOITEUX, UN LAMPO NEL BUIO DEL NUOTO FRANCESE

160681957
Jean Boiteux – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che recita “Se Atene piange, Sparta non ride”, ben si adatta alla situazione del panorama natatorio tra i due paesi transalpini Italia e Francia, da sempre rivali in campo sportivo, i cui rispettivi rappresentanti in campo olimpico e mondiale devono attendere addirittura la fine del secolo per vedere premiati i propri sforzi, fatta salva, per i nostri colori, l’eccezione della patavina Novella Calligaris ad inizio anni ’70.

Ed anche in campo strettamente europeo, non è che le cose vadano molto meglio per i “tricolori” di entrambe le Nazioni, molto spesso costretti a raccogliere le briciole di ciò che viene loro lasciato dalle super potenze sovietiche e tedesche degli anni ’60 e ’70, mentre in precedenza anche Ungheria, Olanda e Gran Bretagna erano riuscite a far la voce grossa.

Ma, nonostante ciò, i primi anni del secondo Dopoguerra avevano fatto presagire futuri sviluppi di ben altra natura per il nuoto francese, da sempre specialista principalmente a stile libero, il quale propone una schiera di atleti in grado di primeggiare a livello continentale e capace di misurarsi, in un conteso mondiale, con i più accreditati rappresentanti di Australia e Stati Uniti.

I primi, tangibili, risultati di questa “nouvelle vague” transalpina si possono toccare con mano in occasione della prima edizione post-bellica dei Campionati Europei, che si tiene nel 1947 a Montecarlo ed i cui sono le ondine danesi a dominare in campo femminile, mentre nel settore maschile – in un limitatissimo programma, che prevede la disputa di tre gare a stile libero, una a dorso ed a rana e la sola staffetta 4x200sl – l’uomo dei campionati è proprio un francese, vale a dire il 18enne Alexandre Jany, che fa sue le medaglie d’oro sui 100 e 400sl – facendo registrare, su questa ultima distanza, il record mondiale di 4’35”2 – cui unisce l’argento in staffetta con il quartetto francese preceduto di soli 0”2 decimi dai rivali svedesi, mentre un terzo oro viene portato alla causa dal dorsista Georges Vallerey sulla distanza dei 100 metri.

Se la Francia primeggia a livello europeo, il contesto olimpico dell’anno seguente ai Giochi di Londra ’48 la riporta drasticamente alla dura realtà, costituita dallo strapotere dei ragazzi Usa che si aggiudicano – in campo maschile – tutte e sei le prove in programma, con il solo Vallerey a salire sul gradino più basso del podio sui 100 dorso, mentre Jany può solo, nuotando l’ultima frazione della staffetta 4x200sl, prendersi la rivincita sugli svedesi, soffiando loro il bronzo in una gara dove sia gli Stati Uniti che l’Ungheria, argento, scendono sotto il precedente limite mondiale.

Quando la torcia olimpica si spegne, gli atleti si danno appuntamento a quattro anni dopo, nel caso ad Helsinki ’52, avendo a disposizione il tempo per affilare le armi in vista di sognate rivincite e, nel caso degli scornati francesi, l’occasione migliore per mettersi in mostra è costituita dalla rassegna continentale di Vienna, in programma dal 20 al 27 agosto ’50.

Ancora una volta è Jany il punto di forza della formazione transalpina, il quale conferma i titoli europei di tre anni prima sia sui 100 che sui 400sl, pur se con tempi nettamente superiori – 57”7 sulla più corta distanza rispetto al 56”9 di Montecarlo ed addirittura 4’48”0 sui 400, con un peggioramento di quasi 13” se raffrontato al 4’35”2 con cui aveva dominato nella piscina del Principato – che non lasciano presagire possibilità di sorta in vista dell’appuntamento olimpico.

Di positivo, per il clan transalpino, vi è la crescita di altri due atleti, più portati alle medie/lunghe distanze, e cioè Joseph Bernardo (già componente della staffetta 4x200sl bronzo a Londra ’48) che giunge terzo sui 1500sl, e, soprattutto, il 17enne Jean Boiteux, il quale giunge alle spalle di Jamy sui 400sl e ripete l’argento sulla più lunga distanza, beffato per soli 0”2 decimi Hans-Gunther Lehmann (19’48”2 a 19’48”4), il che consente alla Francia di disporre di un eccellente quartetto per la staffetta 4x200sl che, però, ancora una volta, deve cedere – stavolta ben più nettamente, 9’06”5 a 9’10”0 – al quartetto svedese.

Jean Boiteux nasce a Marsiglia il 20 giugno 1933 ed il suo destino è già segnato alla nascita, visto che il padre, Gaston che poi diverrà il suo primo tifoso, è stato uno specialista del nuoto in mare aperto e, comunque, aveva al proprio conto la medaglia d’argento ai Campionati francesi del 1921 sulla anomala distanza dei 500sl, ma ancor più la madre, Bibienne Pellegry, che aveva partecipato sia ai Giochi di Parigi ’24 che ai successivi di Amsterdam ’28 quale componente della staffetta 4x100sl, classificatasi entrambe le volte al quinto posto.

Imparato a nuotare sin da bambino assieme ai fratelli Robert, Henry e Marie-Therese nella piscina da 25 metri costruita nella proprietà agricola di famiglia, Jean si dimostra sin da subito il più talentuoso della prole, cosa di cui si accorge “Papa Gaston”, il quale lo segnala ad Alban Milville, allenatore proprio di Jany, affinché lo prenda sotto le sue cure quando il ragazzo è appena 13enne, con i risultati appena sopra ricordati, costituiti dalle tre medaglie d’argento vinte agli Europei ’50, dopo che nello stesso anno si era preso il lusso di battere, per la prima volta, ai Campionati francesi, Jany sui 400sl.

Milville si rende conto che, per motivi strettamente anagrafici – Boiteux rende a Jany quattro anni esatti di età – e visti anche i peggioramenti cronometrici del secondo, l’uomo su cui puntare per una medaglia individuale alle Olimpiadi di Helsinki ’52 sia proprio il non ancora 18enne Jean, ma certamente occorre migliorare i tempi fatti registrare alla rassegna continentale, poiché altrimenti il podio rappresenta una mera utopia.

Ed il 1951 è l’anno della svolta per Boiteux, che il 10 luglio, nella familiare piscina di Marsiglia, nuota i 400sl in 4’33”3, tempo che rappresenta, oltre al record nazionale, anche il primato europeo, per poi far parte, il 2 agosto seguente, del quartetto composto anche da Willy Blioch, oltre ai citati Jamy e Barnardo, che polverizza il record mondiale della staffetta 4x200sl, stabilito dal Giappone in 8’40”6 il 2 aprile ’50, abbassandolo ad 8’33”0.

Oltre ai primati, Boiteux rafforza la propria autostima facendo incetta di medaglie in occasione della prima edizione dei Giochi del Mediterraneo, che si svolgono ad ottobre del medesimo anno ad Alessandria d’Egitto, dove, dopo il bronzo sui 100sl vinti da Jamy – e con l’argento conquistato dal nostro Carlo Pedersoli, futuro “Bud Spencer” – non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro sulle più lunghe distanze dei 400 e 15090sl (in entrambi i casi precedendo Bernardo), nonché quale componente della staffetta 4x200sl, vittoriosa con largo margine sul quartetto spagnolo.

La Federazione Francese sa che può nutrire qualche chance di medaglia in vista dei Giochi di Helsinki, per i quali seleziona Jany ed Aldo Eminente (di chiare origini italiane) per i 100sl e la coppia formata da Boiteux e Bernardo impegnata su 400 e 1500sl, con i quattro a costituire l’ossatura della staffetta 4x200sl, visto che il programma olimpico non ha ancora allargato il numero delle prove previste.

Peraltro, c’è da dire che ai progressi della scuola transalpina nello stile libero – tali da non avere rivali a livello europeo – hanno fatto riscontro altrettante prestazioni di rilievo in campo mondiale, dove, a parte i 100sl – il cui primato è ancora fermo al 55”4 stabilito nel ’48 dall’americano Alan Ford, poi argento ai Giochi di Londra – sui 400sl il quadriennio post olimpico aveva visto il primato di 4’35”2 di Jany migliorato dapprima dal giapponese Furihashi e poi per ben tre volte dall’australiano John Marshall sino a 4’26”9, ben 6” in meno del primato europeo di Boiteux.

Fortuna vuole che l’australiano abbia sbagliato anno, presentandosi ai Giochi finlandesi in precarie condizioni di forma, come, del resto, gli anni iniziano a farsi sentire anche per Jany, il quale non riesce a centrare l’accesso nella Finale dei 100, dove il buon nome francese viene salvato da Eminente, comunque non meglio che settimo in 68”7 nella gara vinta il 27 luglio ’52 dall’americano Scholes in un peraltro modesto 57”4.

Il giorno seguente, scendono in acqua i protagonisti dei 400sl per affrontare le batterie, con il programma che prevede per il giorno seguente la disputa delle tre serie di semifinale ed il 30 luglio la Finale, con Boiteux che non ha difficoltà ad aggiudicarsi la quarta batteria in un comodo 4’45”1, mentre se la prende troppo comoda, nuotando la prima serie in un 4’53”5 che gli vale la quarta piazza, salvando per un soffio l’eliminazione già al primo turno.

Bernardo che conferma la sua “giornata no” il pomeriggio seguente, peggiorando il suo tempo e concludendo mestamente ultimo nella seconda serie di semifinali, mentre, al contrario, Boiteux si esprime sui suoi livelli allorquando, inserito nella prima serie assieme allo svedese Per-Olof Ostrand, capace in batteria di migliorare in 4’38”6 il record olimpico, dà vita ad uno splendido duello che porta i due europei a registrare i migliori tempi di accesso alla Finale, scendendo entrambi sotto il limite olimpico, con il francese ad avere la meglio sullo scandinavo (4’33”1, che abbassa di 0”2 decimi il proprio limite europeo, a 4’33”6).

Con il primatista mondiale Marshall quarto nella seconda serie di semifinale e fuori dagli otto finalisti, le speranze di assistere ad un clamoroso duello tra due nuotatori europei prendono sempre più piede, con l’americano di origini hawaiane Ford Konno che appare l’unico in grado di potersi inserire nella lotta per le medaglie.

Con queste previsioni della vigilia, ci si appresta, alle ore 17 del 30 luglio ’52 ad assistere a quella che resterà per molto tempo una data storica per il nuoto francese, con Boiteux posizionato sui blocchi di partenza in quarta corsia, con alla sua destra Konno ed alla sinistra Ostrand, mentre tra gli spettatori uno tra i più interessati è senz’altro “Papa Gaston”, il quale si è sobbarcato il viaggio da Marsiglia sino alla Scandinavia per assistere alle imprese del figlio.

160681875
Papa Gaston assiste alla finale – da gettyimages.it

Consapevole che per avere una chance di vittoria deve nuotare al di sotto del proprio fresco record europeo, Boiteux imprime alla gara subito un ritmo forsennato che sorprende i suoi più diretti antagonisti, con Ostrand incapace di tenere il passo, mentre Konno, più portato alle lunghe distanze, cerca di ridurre il distacco dopo metà gara.

Indubbiamente stanco per lo sforzo profuso in avvio, Boiteux vede il proprio vantaggio ridursi negli ultimi 100 metri, con Konno a sferrare l’attacco decisivo alla virata dei 350, solo però per avvicinarsi al francese, il quale raccoglie i residui scampoli di energia per andare a toccare nel nuovo record olimpico ed europeo di 4’30”7, con l’americano buon secondo in 4’31”1 ed Ostrand a completare il podio in 4’35”2, curiosamente lo stesso identico tempo con cui Jany aveva fatto suo titolo e primato europeo a Montecarlo nel ’47.

160681872
Konno, Boiteux ed Ostrand alla premiazione – da gettyimages.no

Non ancora resosi ben conto dell’impresa compiuta e bisognoso, più che altro, di riprendere fiato, Boiteux è involontario protagonista di una delle scene più famose e grottesche della Storia dei Giochi, quando si vede catapultare addosso un attempato signore che, sfuggito al controllo dei giudici e degli addetti alla sorveglianza, si tuffa in acqua tutto vestito e con il classico basco in testa ben prima che tutti ed otto i concorrenti abbiano completato la gara.

160681953
Boiteux e papà Gaston in acqua – da gettyimages.it

La scena è talmente curiosa che subito i fotografi la catturano, mentre sulle tribune giornalisti, dirigenti e spettatori si interrogano su chi possa essere l’autore di quello – per certi versi, sconsiderato – gesto, interrogandosi in più lingue … “Il Manager …?”, “forse il Coach …?”, ricevendo la forse più scontata, ma meno prevedibile delle risposte (in francese …) … “Mais non, …. C’est Papa (Gaston) …!!”.

ok_13104
Boiteux aiuta il padre ad uscire dalla piscina – da urheilumuseo.fi

E, con questa immagine da consegnare agli archivi del “Grande Romanzo delle Olimpiadi”, Boiteux – che il giorno seguente fallisce l’accesso alla Finale dei 1500sl, dopo aver nuotato in 2’06”4 l’ultima frazione della staffetta 4x200sl che consegna alla Francia il bronzo alle spalle di Stati Uniti e Giappone, con la soddisfazione di lasciare ai margini del podio il quartetto svedese – ancora non sa che la sua medaglia d’oro olimpica resterà ineguagliata in casa transalpina per ben 52 anni, prima che analoga impresa venga compiuta in campo femminile da Laure Manaudou nel 2004 ad Atene, curiosamente anch’essa sui 400sl.

Boiteux non riuscirà più a ripetersi ad alti livelli, né in campo europeo – argento in staffetta e non meglio che quinto sui 400sl a Torino ’54 – che tantomeno olimpico, giungendo sesto a Melbourne ’56 sui 1500sl, ma oramai il suo nome era e resterà per sempre scritto come una delle più belle pagine nella Storia del nuoto francese …

ROLAND MATTHES, IL “SUGHERO” AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

 

Roland-Matthes
Roland Matthes – da sportdiaries.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando si analizzano in retrospettiva i risultati sportivi ottenuti dagli atleti dell’ex Germania Est non si può non cadere nella facile conclusione che gli stessi sono condizionati dal dilagante “Doping di Stato” operante in tale regime politico, facendo come suol dirsi nel nostro Paese, “di ogni erba un fascio”.

Occorre peraltro, a nostro avviso, eseguire un distinguo ben preciso tra le pratiche – che definire vergognose è sin troppo clemente – messe in atto nei confronti delle sfortunate ragazze, oggetto di un programma ben studiato teso a migliorarne le prestazioni, e quanto viceversa accaduto in campo maschile, dove sono emersi campioni dei quali è ben difficile pensare che i loro successi siano dipesi dall’uso di sostanze proibite, in primo luogo per lo scarso numero dei medesimi rispetto all’universo femminile e poi in quanto il loro dominio si è protratto a lungo negli anni, situazione questa che difficilmente si abbina ad un uso prolungato di stimolanti.

Tra questi, colui che per distacco si eleva dalla massa è senz’altro il nuotatore Roland Matthes, il quale vede la luce a metà novembre 1950 a Possneck, cittadina di poco più di 10mila abitanti, posta nella Turingia a pochi chilometri di distanza dal confine con l’allora Cecoslovacchia, divenuto a cavallo degli anni ’70 il più grande dorsista che la storia delle piscine abbia mai incontrato.

Matthes ha avuto dalla sua un talento naturale invidiabile, frutto di una struttura fisica di incredibile leggerezza – 74 chili a fronte di 189 centimetri di altezza – che gli garantiva la possibilità di galleggiare e scivolare sull’acqua come nessun altro prima di lui, componente questa fondamentale specie in uno stile come il dorso dove il galleggiamento è tutto.

E pensare che questo fuoriclasse doveva essere stimolato per poter eccellere, poiché all’indubbio talento che Madre Natura gli aveva fornito, si contrapponeva un carattere indolente, poco incline agli allenamenti ed ai sacrifici; buon per lui – e per la ex Ddr – che ad intuirne le potenzialità sia stata l’ex ranista Marlies Grohe, sua allenatrice, la quale era costretta ad andare a prenderlo a casa per portarlo in piscina, lavorando anche sulla mente del ragazzo per convincerlo delle sue potenzialità e dei traguardi che avrebbe potuto raggiungere.

Ed i risultati, non mancano, a partire dall’età di 16 anni, quando il giovane Roland inizia ad apparire nelle graduatorie mondiali stagionali con il ventesimo tempo (1’03”6) sui 100 dorso ed il 18esimo (2’18”6) sulla doppia distanza, per poi esplodere definitivamente l’anno seguente in occasione di un meeting Urss-Germania Est, quando migliora entrambi i record europei, scendendo sotto il minuto sui 100, nuotati in 59”8 (a soli 0”2 decimi dal record mondiale di 59”6 stabilito dall’americano Thompson Mann in prima frazione della staffetta 4×100 mista ai Giochi Olimpici di Tokyo ’64), e coprendo in 2’11”2 le quattro vasche dei 200 dorso.

Matthes è ora pronto a lanciare la sfida agli specialisti americani in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico ’68, appuntamento al quale si presenta da favorito su entrambe le distanze, dato che nel finale di stagione ’67 si era per la prima volta appropriato dei rispettivi primati mondiali, togliendoli a Charles Hickcox, nuotando i 100 in 58”4 ed i 200 in 2’07”9, a dimostrazione come l’anno 1967 rappresenti il chiaro momento di svolta nella carriera del fuoriclasse tedesco.

Nella capitale messicana, Matthes può altresì trarre vantaggio dall’allargamento del programma olimpico, che vede finalmente in calendario la disputa di tutte le distanze nelle varie specialità – sino al 1960 si erano disputati solo i 100 dorso, mentre quattro anni prima, a Tokyo, l’unica gara a dorso erano stati i 200, conclusi con un podio interamente monopolizzato dai nuotatori americani – scendendo per la prima volta in acqua il 21 ottobre per la disputa di batterie e semifinali della più breve distanza.

La pattuglia americana uscita dai Trials è composta da Hickcox (deciso a riprendersi lo scettro toltogli da Matthes a Lipsia nel settembre precedente), Ronald Mills e Larry Barbiere, e dall’esito delle qualificazioni appare evidente come per l’oro si tratti di una sfida a due, visto che Hickcox fa sua la prima semifinale in 1’01”6 e Matthes si mette alle spalle gli altri due americani, facendo sua la seconda in 1’01”3.

Ma nella Finale del giorno dopo, la superiorità del tedesco orientale è così evidente da sembrare irridente per i suoi avversari, permettendosi di andare a toccare nel nuovo record olimpico di 58”7, lasciando Hickcox ad 1”5 di distanza e consentendogli solo di vincere la “sfida in famiglia” con i suoi connazionali, che esclude dal podio Barbiere, giunto quarto.

 

maxresdefault
Matthes in azione sui 100 dorso a Messico 1968 – da youtube.com

La musica non cambia tre giorni dopo in occasione della gara sulla doppia distanza, nonostante nelle batterie del mattino fosse stato l’americano Mitchell Ivey a far segnare con 2’11”3 il miglior tempo di qualificazione, ma al pomeriggio “la dura legge di Matthes” si abbatte nuovamente sul trio “a stelle e strisceche subisce la netta superiorità del 18enne della Turingia che va a toccare in 2’09”6 (migliorando il record olimpico di 2’10”3 stabilito da Graef quattro anni prima a Tokyo), un tempo relativamente alto rispetto al limite mondiale dallo stesso ritoccato in 2’07”5 a due mesi dall’apertura dei Giochi, ma che trova la sua giustificazione nelle condizioni avverse sulle più lunghe distanze per gli atleti, dati gli oltre 2mila metri in cui si svolgono le gare.

142575844
Matthes sul podio per la premiazione dei 200 dorso – da gettyimages.co.uk

Occorre ora aprire una parentesi sull’atteggiamento in gara di Matthes, al quale viene contestato il fatto di “centellinare” i propri record, stante è la sua superiorità rispetto al lotto degli avversari, onde poterli ritoccare poco alla volta, e ciò al fine di ottenere le ricompense in denaro previste dal regime comunista per ogni impresa del genere compiuta, cosa peraltro ampiamente giustificabile, stante lo “status” dilettantistico a cui doveva soggiacere.

A sostegno di questa tesi, vi è il fatto che, sulla più corta distanza, la maggior parte dei primati stabiliti da Matthes giunga proprio nella prima frazione a dorso della staffetta 4×100 mista – dove, a differenza della prova individuale, è costretto a dare il massimo per favorire la propria squadra – ed una riprova di ciò la si ha proprio in occasione della Finale olimpica del 26 ottobre, quando rifila al malcapitato Hickcox quasi 2”5 di distacco, facendo segnare il nuovo limite di 58” netti che serve a consentire al quartetto tedesco orientale di conquistare l’argento, dovendo gli altri componenti del quartetto subire la rimonta americana, in specie con Russell nella frazione a farfalla.

Mai prima di allora, si era visto un nuotatore dominare con tanta facilità una singola specialità – nella quale resterà imbattuto in ogni gara disputata per 8 anni, un mese ed 8 giorni sui 100 e per 7 anni, 10 mesi e 29 giorni sulla doppia distanza, un’impresa mai più ripetuta da alcun altro esponente del panorama natatorio – tant’è che i soprannomi si sprecano, dal “sughero” di italiana paternità, per la sua dote di galleggiamento, all’inglese “Rolls Royce”, per la potenza e l’eleganza mostrata in piscina, ma vi fu anche chi lo ribattezzò “grissino” od “uomo-pesce”, comunque sia è fuor di dubbio che Matthes abbia fatto fare al dorso un salto in avanti rivoluzionario.

Nei citati otto anni di incontrastato dominio, oltre a limare, come ricordato, i propri limiti mondiali, Matthes utilizza i Campionati europei per dilettarsi anche in altre specialità, non trovando rivali in grado di impensierirlo a dorso, e così alla rassegna continentale di Barcellona ’70 si prende il lusso di cimentarsi anche a stile libero, cogliendo un inatteso argento in 53”5 alle spalle del francese Michel Rousseau e fornendo il proprio contributo alle medaglie di bronzo conquistate dalle staffette 4×100 e 4×200 stile libero, allori tutti che si aggiungono, come logico, alla doppietta sui 100 e 200 dorso (58”9 e 2’08”8 rispettivamente) ed all’oro con la staffetta 4×100 mista.

Ma un’altra sfida ben più ardua attende l’oramai 22enne fuoriclasse della Germania Est, chiamato a ribadire la propria superiorità assoluta in occasione delle Olimpiadi che nel 1972 si svolgono proprio in terra tedesca, ancorché occidentale, vale a dire a Monaco di Baviera, alle quali gli americani si presentano con maggiori credenziali, capitanati da quel Mike Stamm che, per meno di un mese, il 20 agosto ’70, aveva osato strappare a Matthes il record mondiale sui 200 dorso con 2’06”3, exploit al quale Roland aveva replicato l’11 settembre, come sempre “di misura”, ritoccando il limite a 2’06”1.

E d’altronde, forza degli americani a parte, come si poteva non considerare Matthes in grado di confermarsi campione olimpico su entrambe le distanze, dato che si presentava ai Giochi bavaresi forte dei record di 56”3 sui 100 e di 2’02”8 sui 200, oltretutto entrambi ottenuti nel corso del medesimo anno olimpico …??

Impresa invero ardua, quella di cercare di contrastarlo, e comunque Stamm non lesina sforzi per riuscire nell’intento, imitato dal connazionale Ivey che, nella semifinale dei 100 dorso disputata il 28 agosto, migliora con 57”99 di un solo 0”01 centesimo il record olimpico stabilito da Matthes quattro anni prima a Città del Messico, tedesco che si risparmia nell’altra serie, comodamente vinta in 58”44.

Il giorno dopo, in Finale, Ivey paga lo sforzo profuso risultando l’escluso dal podio del trio americano, che vede sul gradino più basso salire John Murphy, mentre Stamm scende anch’esso sotto il precedente limite olimpico nuotando in 57”70, ma sempre oltre 1” superiore al tempo di Matthes, che con 56”58 si riappropria del record.

515120244
Matthes in azione sui 100 dorso a Monaco 1972 – da gettyimages.co.uk

Stamm cerca di mettere pressione al rivale nuotando, al mattino del 2 settembre ’72, la seconda batteria di qualificazione dei 200 dorso nel tempo di 2’07”51 (largamente inferiore al record olimpico del Messico per le circostanze sopra ricordate …), solo per vedere, pochi minuti più tardi, Matthes coprire la distanza in 2’06”62 nel far sua la quinta ed ultima batteria, così da mettersi il cuore in pace in vista della Finale prevista nel tardo pomeriggio e che, difatti, incorona con il quarto titolo olimpico individuale il formidabile dorsista tedesco che, con 2’02”82 eguaglia il proprio limite mondiale, mentre Stamm conquista il suo secondo argento in un comunque eccellente 2’04”09 tenendo a bada Ivey, terzo in 2’04”33.

517431780
Matthes al centro dopo la premiazione dei 200 dorso – da gettyimages.ie

Per l’americano “l’incubo Matthes” si materializza per l’ultima volta in occasione della prima frazione della staffetta 4×100 mista, dove il rappresentante della Germania democratica stampa un 56”30 che lo porta ad eguagliare anche in questo caso il proprio limite mondiale sulla distanza, e lancia i propri compagni verso l’argento, il massimo ottenibile contro lo strapotere del quartetto Usa.

La crescente popolarità assunta dal nuoto, porta la FINA ad organizzare i primi Campionati Mondiali, per i quali viene scelta come sede Belgrado, e che vanno in scena ad inizio settembre ’73 con la variante, per ogni Nazione partecipante, di poter schierare solo due atleti per gara, rispetto ai tre ammessi ai Giochi Olimpici.

Per Matthes la cosa non fa granché differenza, tanto più che, dopo aver disposto del solito Mike Stamm sui 100 dorso in 57”47 rispetto al 58”77 dell’americano, fornisce senza ombra di dubbio la sua più grande prestazione sulla doppia distanza, che si aggiudica in uno strabiliante nuovo record mondiale di 2’01”87, lasciando ad una distanza abissale di oltre 4” i suoi più diretti avversari, l’ungherese Zoltan Verraszto (2’05”89) e l’americano John Naber (2’06”91), di cui sentiremo ancora parlare, per poi contribuire all’argento della staffetta 4×100 mista ed al bronzo del quartetto della 4×100 stile libero.

Oramai Matthes ha raggiunto i propri limiti quanto a riscontri cronometrici – che difatti non riesce più a migliorare – ed inoltre la concorrenza a livello mondiale inizia a farsi più agguerrita, anche se ciò non gli impedisce di essere ancora protagonista ai campionati Europei di Vienna ’74, in cui conferma la doppietta di quattro anni prima a Barcellona, migliorando il record della rassegna continentale sia sui 100 (58”21 davanti al connazionale Lutz Vanja ed a Verraszto) che sui 200, dove deve però impegnarsi a fondo per aver ragione dell’ungherese, che cede per soli 0”12 centesimi (2’04”64 a 2’04”76), prendendosi anche la licenza di conquistare un argento sui 100 farfalla, alle spalle del connazionale Roger Pyttel.

I tempi per un passaggio di consegne iniziano ad essere maturi e ciò avviene in occasione della seconda edizione dei Campionati Mondiali, di scena a Cali, in Colombia, dal 19 al 27 luglio ’75, nei quali Matthes riesce a stento a confermare l’alloro iridato di Belgrado sui 100 dorso con il riscontro cronometrico di 58”15 rispetto al 58”34 dell’americano Murphy, ma subisce una pesante sconfitta sulla doppia distanza, restando addirittura ai margini del podio nella gara vinta da Verraszto in un peraltro neanche straordinario tempo di 2’05”05, in cui conclude con un 2’07”09 che non nuotava da circa sei anni.

Il passo d’addio di verifica l’anno successivo, in occasione della sua terza partecipazione ai Giochi Olimpici, stavolta in programma a Montreal, in Canada, e che vedono emergere un’altra stella di luminosa grandezza nelle sembianze dell’americano John Naber, il quale già ai Trials di Long Beach aveva tolto a Matthes il record mondiale sui 200 dorso, coprendo la distanza in 2’00”64.

Iscritto sui soli 100 dorso, Matthes si qualifica per la Finale facendo sua la prima delle due semifinali in 57”48 precedendo di soli 0”02 centesimi il connazionale Vanja, ma quando assiste alla performance di Naber, che nella seconda serie migliora in 56”19 il suo limite mondiale, capisce che per l’oro non vi è alcuna speranza e, difatti, il giorno dopo, è costretto ad abdicare dopo undici vittorie consecutive in gare individuali a dorso tra Olimpiadi, Europei e Mondiali, concludendo in un 57”22 che gli vale il bronzo dietro al duo americano composto dallo scatenato Naber, primo uomo a scendere sotto la barriera dei 56” netti con un sensazionale 55”49, e da Peter Rocca, argento in 56”34, appena 0”04 centesimi sopra il primato del tedesco orientale.

499791272
Matthes sul podio dei 100 dorso a Montreal 1976 – da gettyimages.ie

Naber riscrive le gerarchie della specialità infrangendo anche la barriera dei 2’ sui 200 dorso, che si aggiudica in 1’59”19, con il podio interamente monopolizzato dai nuotatori Usa, tutti e tre al di sotto del precedente limite mondiale di Matthes, il quale si rende perfettamente conto che il suo tempo è finito, consapevole di aver comunque lasciato la propria eredità in ottime mani.

Non sappiamo se, nelle menti disturbate dei gerarchi dell’ex Ddr, fosse previsto – come avviene tra i cavalli – la generazione di un “super atleta” a seguito del matrimonio, svoltosi due anni dopo, nel ’78, tra Matthes e l’altra fuoriclasse del nuoto tedesco Kornelia Ender – che a Montreal, al contrario, aveva toccato il punto più alto della propria carriera, con quattro medaglie d’oro ed una d’argento – fatto sta che eventuali calcoli, stavolta, non avrebbero sortito l’esito sperato, visto che i due divorziarono dopo appena quattro anni ….

ALEX BAUMANN, DOPO 72 ANNI UN CANADESE SUL GRADINO PIU’ ALTO DEL PODIO DEL NUOTO

Baumann, Alex
Alex Baumann sul podio – da alchetron.com

Ai Giochi di Los Angeles del 1984, il Canada torna sul gradino più alto del podio del nuoto a distanza di ben 72 anni, vale a dire dalla “doppietta” sui 400 e 1500 metri stile libero ottenuta da George Hodgson alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912.

Merito di ciò va a due formidabili nuotatori, vale a dire il ranista Victor Davis, argento sui 100 ed oro sui 200 con tanto di primato Mondiale in 2’13″34 e, soprattutto, all’impresa di Alex Baumann che fa sue entrambe le gare sui 200 e 400 misti, con altrettanti primati mondiali.

Messosi in luce appena quindicenne ai “Pan American Games” di San Juan di Portorico del 1979, dove conquista il bronzo sui 400 misti vinti dal dominatore dell’epoca della specialità, l’americano Jesse Vassallo, Baumann si presenta alla rassegna californiana forte dei primati mondiali di 2’02″25 sui 200 misti risalente all’ottobre 1982 e di 4’17″53 sulla doppia distanza, realizzato viceversa a giugno 1984, circostanze che ne fanno il logico favorito, forte anche delle doppiette centrate ai Giochi del Commonwealth del 1982 a Brisbane e alle Universiadi dell’anno dopo ad Edmonton, data anche l’assenza dei sovietici Sidorenko e Fesenko (rispettivamente oro sui 200 e bronzo sui 400 ai Mondiali di Guayaquil 1982) e del tedesco Est Berndt, argento sui 400 nella citata rassegna iridata, vinta dal brasiliano Ricardo Prado con il tempo di 4’19″78, all’epoca record mondiale.

Ed è proprio Prado, unitamente all’americano Vassallo, che cerca una improbabile medaglia dopo aver dovuto rinunciare ai Giochi di Mosca, il principale rivale di Baumann nella gara d’esordio dei 400 misti, dopo che il canadese ha realizzato il miglior cronometro già in batteria, 4’22″46 che equivale al nuovo primato olimpico, davanti all’amricano Jeff Kostoff e all’azzurro Giovanni Franceschi. Ma nonostante il sudamericano nuoti oltre 1″ in meno del tempo con cui vinse l’oro ai Mondiali di due anni prima (4’18″45), deve accontentarsi dell’argento avendo comunque costretto Baumann a migliorare il proprio limite portandolo a 4’17″41. L’australiano Rob Woodhouse completa il podio, mentre Kostoff è solo sesto e Franceschi affonda in ottava posizione, preceduto anche da un pur ottimo Maurizio Divano che chiude quinto.

Rinfrancato nel morale da questo primo successo, il canadese si avvia a sfidare sulla distanza breve dei 200 misti i due americani Pedro Pablo Morales e Steve Lundquist, specialisti rispettivamente a farfalla ed a rana, dove Morales ha conquistato l’argento sui 100 e Lundquist l’oro sulla medesima distanza.

Anche stavolta l’agguerrita concorrenza è stimolante per Baumann, già al primato olimpico in batteria in 2’03″60 davanti al britannico Robin Brew che a sua volta migliora il record europeo in 2’04″13,  che va a trionfare migliorando per la terza volta il record mondiale sino a 2’01″42, lasciando a debita distanza Morales, argento in 2’03″05, con Lundquist non meglio che quinto, preceduto anche dai due britannici Neil Cochran (bronzo in 2’04″38) e proprio Brew. Il trionfo olimpico è completo.

Particolare curioso, Baumann, che poi vincerà l’argento sui 200 ed il bronzo sui 400 misti ai Mondiali di Madrid 1986, era in origine di nazionalità cèca, essendo nato a Praga il 21 aprile 1964, ma i suoi genitori si trasferirono in Canada quando aveva 5 anni a seguito dell’invasione sovietica del suo paese. E ciò fece le fortune del paese della foglia d’acero

FRANCESCHI E LA DOPPIETTA “MISTA” AGLI EUROPEI DI ROMA 1983

Roma_193_Giovanni_Franceschi
Giovanni Franceschi – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che “una rondine non fa primavera” ben si adatta al periodo buio del nuoto italiano, che credeva di aver risollevato la testa – quantomeno a livello continentale – con l’impresa di Paolo Pucci ai Campionati Europei di Budapest 1958, quando lo stileliberista romano coglie l’oro con annesso primato europeo sui 100 stile libero, per poi essere protagonista, con due eccellenti frazioni, nell’argento azzurro nella staffetta 4×200 stile libero e nel bronzo con il quartetto della 4×100 mista.

E, visto che in tale edizione della rassegna continentale vi erano stati anche l’argento di Roberto Lazzari sui 200 rana (prima medaglia italiana al di fuori dello stile libero) ed il bronzo di Paolo Galletti sui 400 stile libero, si poteva sperare in un risveglio del nuoto azzurro che, al contrario, ripiomba nell’anonimato, senza apparire nel medagliere di Lipsia 1962, mentre quattro anni più tardi, ad Utrecht 1966, a salire sul podio era stata soltanto la coppia d’oro dei tuffi, formata da Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto.

Tuffatori che si ripetono a Barcellona 1970, mentre il nuoto maschile entra nel nuovo decennio senza far presenza in occasione delle cerimonie di premiazione, che, viceversa, vedono salire sul podio l’altra “eccezione che conferma la regola” costituita dalla padovana Novella Calligaris che, dopo il bronzo sugli 800 stile libero di Barcellona, conclude la sua splendida carriera in piscina – dopo lo straordinario biennio 1972/1973 – con il bronzo sui 400 stile libero e l’argento sugli 800 stile libero alla rassegna di Vienna 1974, impossibilitata a contrastare lo strapotere delle walchirie della Germania Est, che si aggiudicano 13 delle 14 gare in programma, con l’unico oro che sfugge loro conquistato dalla tedesca occidentale Christel Justen sui 100 rana.

In una sorta di passaggio del testimone, tre anni dopo a Jonkoping 1977, tocca nuovamente al settore maschile quantomeno cercare di salvare l’onore del nuoto azzurro, con Marcello Guarducci ad occupare il gradino più basso del podio sia sui 100 che sui 200 stile libero – gare entrambe vinte dal tedesco occidentale Peter Nocke sui sovietici Vladimir Bure ed Andrej Krylov, rispettivamente – e poi prendendosi la soddisfazione di condurre il quartetto azzurro della 4×100 stile libero all’argento, superando in un affascinante testa a testa l’Unione Sovietica, dietro all’inarrivabile Germania Ovest.

Edizione in cui fa bella mostra di sé anche il ranista Giorgio Lalle, che si inserisce tra i due tedeschi occidentali Gerald Morken e Walter Kusch per arricchire il medagliere azzurro dell’argento sulla più breve distanza dei 100 rana, ma il metallo pregiato per l’Italia continua ad essere il sempre più sbiadito ricordo dell’impresa di Pucci, e sono già passati quasi 20 anni.

Anche perché si trattano pur sempre di lampi isolati che non trovano continuità di risultati, come confermato dall’esito delle Olimpiadi di Mosca 1980 dove, a dispetto dell’assenza dei nuotatori americani, nessun azzurro riesce a salire sul podio e, l’anno seguente, agli Europei di Spalato 1981, la presenza dell’Italia nel medagliere è ristretta ad un solo atleta, vale a dire il milanese Giovanni Franceschi, protagonista del nostro racconto odierno.

Nato il 25 aprile 1963, soprannominato “Long John” per il suo fisico alto e longilineo (m.1,92 per 75kg.), Franceschi eccelle nella specialità dei misti, pur se il suo esordio ad alto livello internazionale è alquanto deludente, venendo eliminato in batteria nei 400 misti ai Giochi di Mosca 1980 con un mediocre riscontro cronometrico di 4’33″86, gare che vedono le affermazioni dei due formidabili sovietici Sergey Fesenko, oro sui 200, ed Aleksandr Sidorenko (con Fesenko argento) sui 400 misti.

Coppia che si presenta come logica favorita anche a Spalato, dove però trova un Franceschi ben diverso da quello dimesso di un anno prima, visto che migliora di quasi 9″ il tempo realizzato in batteria a Mosca sui 400 misti, nuotando la distanza in un 4’24″82 che gli vale il bronzo nella gara vinta da Fesenko in 4’22″77, per poi fare ancor meglio sulla più breve distanza, dove si aggiudica l’argento in 2’04″97, preceduto dal solo Sidorenko che tocca in 2’03″41.

Sicuramente un buon incentivo in vista dei Campionati Mondiali, in programma a Guayaquil nel 1982, rassegna iridata giunta alla quarta edizione ed in cui, sinora – exploit della Calligaris a Belgrado 1973 a parte – gli azzurri hanno raccolto solo il bronzo con la staffetta 4×100 stile libero a Cali 1975 e si presentano dunque in Ecuador con Franceschi come uomo di punta.

E “Long John” non tradisce le attese, fallendo il podio sui 400 misti in cui giunge quarto replicando con 4’24″89 il tempo ottenuto a Spalato, nella gara che si aggiudica il brasiliano Ricardo Prado nel nuovo record mondiale di 4’19″78 precedendo il tedesco orientale Jens-Peter Bernd ed il solito Fesenko, per poi impedire all’Italia di concludere la manifestazione senza apparire nel medagliere – dato che si è chiusa “l’epoca d’oro” dei nostri tuffatori – con il bronzo conquistato sui 200 misti. Dove ad imporsi è ancora il sovietico Sidorenko in 2’03″30 davanti all’americano Barrett in 2’03″49, mentre Franceschi viene cronometrato in 2’04″65, lasciando stavolta Berndt ai margini del podio.

A questo punto l’onore (e l’onere) di “salvatore della patria” in vista dei Campionati Europei che tocca proprio all’Italia organizzare a Roma nel 1983, è tutto sulle potenti spalle di Franceschi, il quale esordisce nella piscina del Foro Italico nella prova dei 400 misti.

Con tutto il pubblico romano a tifare per lui, Franceschi acquisisce un discreto margine di vantaggio nelle prime tre frazioni a farfalla, dorso e rana, transitando anche all’ultima virata con un vantaggio rassicurante sul già citato tedesco orientale Berndt, il quale ha però riservato le ultime energie per la vasca conclusiva, riducendo bracciata dopo bracciata il distacco dall’azzurro che però riesce a resistere e, forse stimolato dal rivale, unisce all’oro anche il record europeo di 4’20″41 – non distante dal limite mondiale di Prado – mentre anche Berndt, nuotando in 4’20″81, va sotto al precedente primato continentale, con il podio completato dal cecoslovacco Josef Hladky, in una gara in cui fa buona figura anche l’altro azzurro, Maurizio Divano, quinto in 4’24″39.

untitled
Franceschi sul podio europeo a Roma 1983 – da gettyimages.it

E, visto che oggi siamo in tema di citazioni, si può dire che per Franceschi “l’appetito vien mangiando“, visto che pochi giorni dopo bissa tale impresa con l’oro anche nella prova sui 200 misti, la quale ricalca in tutto e per tutto la gara sulla doppia distanza, dato che oltre a ripetere l’identico ordine d’arrivo – che stavolta vede Sidorenko ai margini del podio, beffato per soli 0″05 centesimi (2’03″55 a 2’03″60) – Franceschi fa suo pure in questo caso il record europeo, nuotando in 2’02″48, con Berndt solo leggermente più staccato.

Le prestazioni di Franceschi rappresentano gli unici ori per l’Italia nel medagliere, arricchito anche da tre bronzi – Paolo Revelli sui 200 farfalla dominati dall’Albatros Michael Gross, la staffetta 4×200 stile libero maschile (cui in terza frazione nuota anche Franceschi) e Cinzia Savi Scarponi sui 100 farfalla, prima tra le “umane” visto che la rassegna continentale di Roma passa alla storia in campo femminile non solo perché le ragazze della Germania Est vincono tutte e 15 le gare in programma, ma soprattutto in quanto portano le loro due iscritte all’oro ed argento nelle 12 gare individuali (!!!) –, e questo è il culmine della carriera del milanese, incapace di confermarsi ad alti livelli negli anni a seguire.

Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, difatti, Franceschi giunge ottavo in finale sui 400 misti (meglio di lui fa Divano, che si classifica quinto) e non si qualifica per l’atto conclusivo dei 200, mentre all’edizione degli Europei di Sofia del 1985 può solo assistere da comprimario all’esplosione del fenomenale mistista ungherese Tamas Darnyi, che si aggiudica entrambe le prove, in cui Franceschi è settimo (e Divano ancora quinto) sulla più lunga distanza, ma fallendo per soli 0″08 centesimi il bronzo sui 200 misti, con l’unica soddisfazione di aver toccato davanti a Sidorenko.

Peccato, perché sarebbe stata una meritata conclusione di una carriera comunque da incorniciare in un periodo di vacche magre per il nuoto italiano, tant’è che dovranno passare ancora sei anni prima che, all’edizione degli Europei di Bonn del 1989, l’Italia possa finalmente ottenere quel ruolo che clima e conformità geografiche le farebbero spettare di diritto, grazie alle prodezze di Giorgio Lamberti e Stefano Battistelli.