MELISSA BELOTE, L’AMERICANA CHE TENTA DI FRENARE L’ONDA DELLE WALCHIRIE

Melissa Belote
Melissa Belote – da washingtontimes.com

articolo di Giovanni Manenti

Come abbiamo più volte avuto modo di evidenziare, lo spartiacque – e mai il termine è più appropriato, parlando di Nuoto – per l’entrata di tale disciplina nell’era moderna è costituito dal biennio 1972-’73 per una doppia serie di motivi, legati il primo al vorticoso aggiornamento delle tabelle dei Record – basti pensare che ai Giochi di Monaco ’72 ogni gara, sia in campo maschile che femminile, ha visto cadere un primato, olimpico o mondiale – ed il secondo dipendente dall’allargamento del calendario natatorio sia in relazione alle prove in programma che alla creazione dei Campionati Mondiali, la cui prima edizione va in scena a Belgrado ’73.

Ed in questo panorama si inserisce, di prepotenza, l’onda d’urto delle “Walchirie” della Germania Est, a far tempo dalla citata introduzione della rassegna iridata di Belgrado ’73, dove le stesse si aggiudicano, in campo femminile, ben 10 delle 14 gare in programma, dopo che l’anno prima, ai Giochi di Monaco ’72, nessuna ragazza tedesco orientale era salita sul gradino più alto del Podio Olimpico, una circostanza che, se unita ad identico flop verificatosi cinque anni dopo in occasione dei Mondiali di Berlino ’78, alimenta non pochi dubbi sul fatto che i Dirigenti della ex Ddr temessero controlli accurati sulle proprie atlete da parte dei “cugini” occidentali.

Fatta questa doverosa premessa per inquadrare il periodo storico della nostra storia odierna, è facile intuire quanto sia stato difficile, per il resto delle nuotatrici degli altri Paesi, cercare di contrastare lo strapotere delle teutoniche cresciute a latte ed anabolizzanti, ragion per cui chi vi riesce, o quantomeno, tenta di farlo sino all’ultima stilla di energia, merita di essere degnamente ricordato.

E’ il caso, nello specifico, dell’americana Melissa Belote, per una volta tanto non una californiana, essendo nata a Washington il 16 ottobre 1956, pur se poi cresciuta a Springfield, in Virginia, dove si iscrive alla “Robert E. Lee High School” avendo così modo di manifestare la propria predisposizione per il nuoto ed, in particolare, per la specialità del Dorso.

Non ha ancora 16 anni, la Belote, quando si presenta da outsider agli “Olympic Trials” di Chicago ad inizio agosto ’72, con la speranza di riuscire ad ottenere la selezione per i Giochi di Monaco in programma alla fine del mese e siamo convinti che la prima a stupirsi sia proprio lei quando si aggiudica la gara dei 100 dorso con il tempo di 1’07”06 precedendo la ben più accreditata Susie Atwood, che tocca in 1’07”18, pur se ancora ben distante dal primato mondiale di 1’05”6 della sudafricana Karen Muir, la quale ha la sola grande sfortuna di appartenere ad un Paese cui è vietata la partecipazione alle Olimpiadi per le ben note vicende legate alla politica di apartheid praticata dal proprio Governo.

E lo stupore della giovane Melissa si trasforma in meraviglia allorquando, sulla doppia distanza, nuota in batteria nel tempo di 2’20”64 che abbassa di quasi 1” il precedente record mondiale della Atwood stabilito a metà agosto ’69, per poi aggiudicarsi la Finale, ancora precedendo la citata ex primatista, fermando i cronometri sul 2’21”77.

Con queste credenziali la liceale della Virginia si presenta all’appuntamento nella “Schwimmhalle” di Monaco di Baviera, decisa a farsi valere nel suo primo confronto con l’elite del nuoto mondiale, obiettivo per il quale dimostra di essere ben preparata sin dalle batterie dei 100 dorso in programma al mattino dell’1 settembre ’72, dove realizza con 1’06”60 il secondo miglior tempo alle spalle dell’ungherese Andrea Gyarmati, per poi scendere ad 1’06”08 nella prima delle due Semifinali del pomeriggio, precedendo la Atwood, mentre l’ungherese si aggiudica la seconda serie.

Il tardo pomeriggio del giorno seguente, alle ore 18:50, la Belote scende in acqua per la partenza dalla corsia centrale prendendo subito la testa in avvio per virare ai 50 metri in 31”18 (0”18 centesimi sopra il passaggio mondiale della Muir) e quindi resistere nella vasca di ritorno al tentativo di rimonta della Gyarmati, andando a cogliere l’Oro con il Record Olimpico di 1’05”78, mantenendo gli 0”18 centesimi di ritardo rispetto al limite della sudafricana, seconda miglior prestazione mondiale all’epoca.

Tale successo, consente alla 16enne americana di essere schierata nella prima frazione a dorso della staffetta 4x100mista, gara in programma il giorno successivo ed in cui la Atwood nuota in batteria, portando un primo vantaggio al quartetto americano con il suo 1’06”24 rispetto all’olandese Enith Brigitha, che completa la sua frazione in 1’06”35, distacco che poi le sue compagne Catherine Carr, Deena Dearduff e Sandra Neilson dilatano sino al 4’20”75 che frantuma di quasi 5” il precedente limite mondiale degli stessi Stati Uniti.

Per completare un fantastico “Tris d’Oro”, alla Belote manca adesso solo il suggello sui 200 dorso, distanza in cui si presenta nella veste di detentrice del primato mondiale, ma dove deve cercare di far fronte al desiderio di riscatto della connazionale Atwood, cui ha strappato il record ai Trials, la quale, nelle qualificazioni del mattino del 4 settembre, piazza un primo acuto nella seconda batteria con il tempo di 2’22”13 che migliora il primato olimpico stabilito quattro anni prima a Città del Messico, solo per assistere alla risposta della sua amica/rivale che scende sino a 2’20”58 nel far sua la quinta ed ultima batteria, con ciò migliorando il suo fresco limite mondiale.

Tale prestazione lascia pochi dubbi circa l’esito della Finale del tardo pomeriggio, in cui la Atwood dimostra peraltro classe e temperamento nello stabilire il suo “Personal Best” facendo fermare i cronometri al di sotto del primato mondiale con il suo 2’20”38 che le vale l’Argento e serve da stimolo affinché la Belote possa migliorarsi sino a divenire la prima nuotatrice ad abbattere la barriera dei 2’20” netti, andando a toccare in 2’19”19, il che sta a significare che, nell’arco di un mese, la ragazzina americana ha tolto oltre 2”30 al precedente limite assoluto.

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La Belote mostra i tre ori vinti a Monaco ’72 – da connctionnewspapers.com

Tre medaglie d’oro conquistate nell’arco di tre giorni, con due primati mondiali individuali ed uno in staffetta ritoccati, fanno della Belote la seconda stella della Rassegna a Cinque Cerchi bavarese in campo femminile, offuscata solo dall’impresa dell’ancor più giovane (di poco più di un mese) australiana Shane Gould, di cui saremo a trattare prossimamente, nonché una validissima pretendente a confermarsi in vista della prima edizione dei Campionati Mondiali, in programma l’anno seguente a Belgrado, dal 31 agosto al 9 settembre ’73.

Ma, come detto in premessa, sulla Rassegna Iridata si abbatte, con la violenza di uno tsunami, la tremenda “Ondata delle Walchirie” delle Germania Est, le quali – stile libero a parte, dove si impone la sola Kornelia Ender sui 100sl – fanno man bassa nelle altre specialità, addirittura con le doppiette (ai Mondiali è consentita la partecipazione di soli due atleti per gara, norma che sarà poi introdotta anche in sede olimpica, a far tempo dai Giochi di Los Angeles ’84) sui 200 rana, 100 e 200 farfalla e 200 e 400 misti, oltre ad aggiudicarsi le Staffette 4x100sl e 4x100mista.

Resta scoperto il dorso, dove nella parte orientale della Germania è emerso nel corso della stagione un talento anch’esso molto precoce e destinato a far parlare di sé ancora per qualche anno, vale a dire Ulrike Richter che il 18 agosto, a 14 anni da poco compiuti, ha migliorato in 1’05”39 il primato mondiale della sudafricana Muir sui 100 dorso ed ora avanza la propria candidatura a scalzare dal trono la Belote che, alla soglia dei 17 anni, si sente improvvisamente anziana.

E se qualcuno avesse avuto qualche dubbio su quali fossero le intenzioni della “teenager” sassone, è lei stessa a fugarle nella prima gara che la vede impegnata, vale a dire la Staffetta 4x100mista in cui, nella Finale del 4 settembre ’73, nuota la prima frazione a dorso abbassando il suo freschissimo primato mondiale ad 1’04”99, così lanciando verso l’Oro uno dei più forti quartetti di ogni epoca della ex Ddr – di cui fanno parte anche Renate Vogel a rana, Rosemarie Kother a farfalla e Kornelia Ender a stile libero – che conclude la gara in uno strepitoso tempo di 4’16”84 che polverizza di quasi 4” il record stabilito appena un anno prima dalle ragazze statunitensi ai Giochi di Monaco ’72.

La Belote, che ha conquistato l’argento nella sua veste di prima frazionista della staffetta Usa (penalizzata oltre misura dalla frazione a rana …) si rende conto che sarà un’impresa, il giorno appresso, insidiare il successo della più giovane rivale, la quale, sin dalle batterie del mattino, evidenzia la sua superiorità nuotando le due vasche in 1’06”08, pur se l’ungherese Gyarmati non le è lontana, facendo fermare i cronometri in 1’06”10 mentre l’americana Campionessa Olimpica in carica fa registrare il terzo miglior tempo in 1’06”23.

Ma le batterie sono una cosa, e la Finale del pomeriggio un’altra, con la tedesca orientale a menare le danze con irridente superiorità sino a concludere sotto l’1’06” – riferimento inarrivabile per le altre – facendo suo il primo Oro individuale della Carriera in 1’05”43, con la Belote a salvare l’Argento in 1’06”11 dall’attacco della canadese Wendy Cook, la quale si accomoda sul gradino più basso del podio con il Bronzo in 1’06”27, lasciandone ai margini l’ungherese Gyarmati.

Fortuna vuole, per l’americana, che, data la giovanissima età, alla Richter venga risparmiata la prova sulla doppia distanza dei 200 dorso, per la quale sono selezionate Christine Herbst ed Andrea Eife, le quali, pur raggiungendo la Finale, non riescono a raggiungere il podio classificandosi rispettivamente al quarto e quinto posto, per l’unica gara – assieme a quella dei 400sl, con Oro ed Argento alle americane Heather Greenwood e Keena Rothhammer ed il bronzo all’azzurra Novella Calligaris – in cui non si alza una bandiera della ex Ddr alla cerimonia di premiazione.

Forte, peraltro, della sua doppa veste di Campionessa Olimpica e primatista mondiale sulla distanza, la Belote fa valere tale suo “status” sin dalle batterie, dove è largamente la migliore in 2’20”58 rispetto alla canadese Cook ed alla Gyarmati, che si qualificano con i rispettivi tempi di 2’23”12 e 2’23”59.

Una superiorità che la quasi 17enne nuotatrice della Virginia non ha difficoltà a ribadire nella Finale in programma il pomeriggio del 7 settembre ’73, replicando il tempo del mattino per conquistare senza eccessive difficoltà anche il titolo iridato in 2’20”52, mentre alle sue spalle, un po’ a sorpresa, emerge l’olandese Enith Brigitha, notoriamente più a suo agio nello stile libero, che si aggiudica l’Argento in 2’22”15 davanti alla Gyarmati, che conclude in 2’22”48.

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La Richter, al centro, festeggia con Brigitha e Gyarmati – da wikimedia,org

Per la Belote il tempo delle medaglie si conclude qui, in quanto non si presenta alle selezioni per i Mondiali di Cali ’75 – dove, per inciso, la Richter conferma gli Ori sui 100 dorso e con la Staffetta 4x100mista, cui aggiunge il Bronzo sui 200 dorso – essendo impegnata negli esami di maturità, per poi tentare la selezione ai Giochi di Montreal ’76 ai Trials di Long Beach di metà luglio (quando sta frequentando la “Arizona State University”), fallendo l’impresa sulla più breve distanza, dove conclude non meglio che quarta pur in un discreto 1’05”94 (ma, nel frattempo, le gerarchie si muovono sin troppo rapidamente, con la Richter ad essere già scesa sino ad 1’01”51 …!!) ed, al contrario, centrarla sulla sua gara preferita, i 200 dorso, dove tocca in seconda posizione in 2’18”71, un sensibile miglioramento rispetto ai tempi con cui si è laureata Campionessa olimpica e mondiale, ma a distanza siderale dal primato mondiale di 2’12”47 che la tedesca est Birgit Treiber ha stabilito, l’anno prima, ai Mondiali di Cali, dopo che il suo limite era stato migliorato dalla Richter ai Campionati Europei di Vienna ‘74.

E, con le gerarchie della specialità talmente ben definite, che nella Piscina Olimpica di Montreal – edizione dei Giochi che passa alla Storia per l’ineguagliato primato di 12 Ori su 13 gare da parte degli Stati Uniti in campo maschile, cui le tedesche est rispondono con un 11 su 13 nel settore femminile – si registra l’identico podio, con la Richter Oro, la connazionale Birgit Treiber Argento e la canadese Nancy Garapick Bronzo su entrambe le distanze, l’oramai 20enne Belote può consolarsi con il fatto di essere l’unica rappresentante Usa a qualificarsi per la finale, dove si piazza non meglio che quinta migliorando con 2’17”27 il tempo realizzato ai Trials, pur se la tedesca viaggia a velocità a lei non più accessibili, con il suo 2’13”43 con cui sopravanza la connazionale e primatista mondiale Treiber, Argento con 2’14”97.

Per la Belote cala il sipario sulla sua attività agonistica, potendo così dedicarsi allo studio e laurearsi in Scienza delle Comunicazioni e quindi tornare ad occuparsi anche di nuoto in veste di Tecnico, con il vantaggio di serbare per sempre il ricordo di essere stata una delle ultime a cercare di fermare quell’uragano tedesco orientale che per oltre un decennio ha travolto tale disciplina in campo femminile.

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AI MONDIALI DI BERLINO ’78, SI ACCENDE LA STELLA DI SALNIKOV

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Vladimir Salnikov – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Sulla base dei risultati, per certi versi sorprendenti, delle gare di nuoto alle Olimpiadi di Montreal ’76 – che vedono gli Stati Uniti sfiorare un clamoroso enplein in campo maschile, con 12 Ori sulle 13 gare in programma (unica eccezione il successo dello scozzese David Wilkie sui 200 rana), mentre nel settore femminile sono le tedesche orientali a far la voce grossa, aggiudicandosi ben 11 prove, ad esclusione dei 200 rana e della staffetta 4x100sl – sono in molti a chiedersi, tra gli addetti ai lavori, quale possa essere l’esito della terza edizione dei campionati Mondiali, in programma due anni dopo, data una così eclatante disparità di forze nei due distinti campi.

Oltretutto, tale rassegna iridata si svolge proprio nel cuore della Repubblica Democratica Tedesca, pur se organizzata dalla zona occidentale della capitale Berlino, e l’attenzione mediatica è in gran parte rivolta sul fenomeno delle “ragazzone” tedesco orientali – già in grado di far loro 10 delle 14 gare disputate ai precedenti Mondiali di Cali ’75 – sulla validità delle cui prestazioni già iniziano ad aleggiare dubbi circa l’uso di sostanze illecite.

Ed invece, in maniera parimenti clamorosa, i Mondiali di Berlino rappresentano un inaspettato flop della lunga “ondata delle Walchirie”, le quali raggranellano un solo misero Oro con Barbara Krause sui 100sl rispetto al dominio americano con ben 9 successi e la palma della “Regina della manifestazione” appannaggio della appena 15enne Tracy Caulkins, che se ne torna in Patria con al collo ben 5 medaglie d’Oro ed una d’Argento.

Ovviamente, i maldicenti sostengono che tale negativo esito – mai più riscontrato sino alla scomparsa dellosStato filo sovietico – sia da addebitare in parte al ricambio di nuotatrici che non possono sopportare a lungo l’uso di sostanze dopanti e, d’altro canto, dal timore di severi controlli da parte dei “cugini occidentali” inducendo il Ministero dello Sport a sospendere, quantomeno temporaneamente, la somministrazione di illeciti additivi.

Fatta questa premessa per dovere di cronaca, andiamo ora ad analizzare quanto, viceversa, avviene in campo maschile, tenendo conto che, oltre al riferito dominio Usa, ai Giochi di Montreal ’76 erano stati migliorati ben 12 primati mondiali su 13 gare disputate, con l’unico Record a reggere a tale impressionante forza d’urto, il 54”27 di Mark Spitz risalente ai Giochi di Monaco ’72, solo sfiorato dal connazionale Matt Vogel, che si afferma in 54”35.

Difficile, pertanto, pensare ad un ulteriore abbattimento di primati a getto continuo, cosa che, in effetti accade, con soli due record individuali a cadere – ed entrambi nella specialità dei misti, rispettivamente con il canadese Graham Smith sui 200 e l’americano Jesse Vassallo sulla doppia distanza – tanto più che gli Stati Uniti usano la rassegna iridata quale banco di prova in un’ottica di ringiovanimento della squadra in vista del più importante appuntamento olimpico di Mosca ’80, ancora non sapendo – ahi loro – che il Presidente Jimmy Carter avrà la geniale idea di boicottare i Giochi.

Un rinnovamento che, peraltro, nelle gare di nuoto è molto più rapido sulle brevi distanze che non nelle prove di mezzofondo quali i 400 ed i 1500sl in quanto, trattandosi di gare di resistenza, l’esperienza conta molto di più e non di rado si sono visti campioni durare anche per periodi superiori ai 10 anni.

Caso vuole, invece, che il periodo in esame produca un veloce ricambio anche su dette distanze, basti pensare che l’americano Tim Shaw, che ai Mondiali di Cali ’75 conquista tre Ori sui 200, 400 e 1500sl, l’anno seguente, ai Giochi di Montreal ’76, deve accontentarsi di un misero Argento sui 400sl, di fronte al nuovo talento emergente Brian Goodell, che fa sue entrambe le gare sui 400 e 1500sl, con i rispettivi primati mondiali di 3’51”93 e 15’02”40.

Goodell che, però, impegnato negli esami di maturità, resta a casa ed al suo posto vengono selezionati Jeff Float e Bill Forrester per i 400sl, mentre sui 1500sl l’unico in grado di competere per il podio è Bobby Hackett, già oro ai “Pan American Games” di Città del Messico ’75 ed Argento dietro a Goodell ai giochi di Montreal ’76 su detta distanza.

Con l’incremento a 15 delle gare previste dal programma mondiale rispetto a quanto vigente in sede olimpica, gli Stati Uniti si confermano padroni aggiudicandosi ben 11 prove (8 Individuali e le 3 Staffette), peraltro ben ripartite tra i vari componenti della spedizione in terra tedesca, così che risalta ancor più all’occhio la prestazione di un 18enne di Leningrado, deciso ad infrangere il tabù derivante dal fatto che, tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, mai nessun nuotatore sovietico fosse ancora riuscito a conquistare una medaglia d’Oro, sia a stile libero che nelle altre specialità.

Tocca quindi a Vladimir Salnikov cercare di sfatare questa tradizione negativa, lui che già si era timidamente affacciato tra i “Grandi della specialità” passando quasi inosservato ai Giochi di Montreal ’76, dove aveva concluso al quinto posto la Finale dei 1500sl, pur avendo realizzato il primato europeo fermando il cronometro sui 15’29”45, tempo che impallidisce rispetto al già citato record mondiale stabilito da Goodell.

Due anni sono un lasso di tempo che consente un ampio margine di miglioramento nel Nuoto – specie se vissuti nell’età compresa tra i 16 ed i 18 anni, come nel caso del sovietico – e Salnikov dà già una prima, considerevole limatura al proprio record, facendo suo l’Oro sui 1500sl ai Campionati Europei di Jonkoping ’77 migliorandosi sino a 15’16”45.

Tempo che, se pur lontano dal limite mondiale di Goodell, è già più che sufficiente per aspirare ad una medaglia nella rassegna iridata, in previsione della quale Salnikov intensifica anche gli allenamenti sulla velocità oltre che sulla resistenza, al fine di presentarsi competitivo anche nella più breve prova dei 400sl, dove la concorrenza a stelle e strisce è più agguerrita.

Con la gara più lunga dell’intero programma in calendario, come di prassi, nell’ultima giornata della Manifestazione, Salnikov disputa i suoi primi 400sl in un grande evento, e che, nelle due precedenti edizioni della rassegna iridiata avevano visto il successo degli americani Rick DeMont a Belgrado ’73 con il record mondiale di 3’58”18 e del già ricordato Tim Shaw a Cali ’75, abbassando il primato dei Campionati a 3’54”88.

Il dubbio se il longilineo, ma robusto sovietico (m.1,81 per 74kg.) fosse in grado di cimentarsi ai massimi livelli anche su tale più breve distanza, viene fugato allorquando è proprio Salnikov ad avere la meglio, in un appassionante finale di gara, sulla coppia americana, con tutti e tre i medagliati a scendere sotto il record dei Campionati, ma ciò che fa maggiormente scalpore è il tempo fatto registrare dal debuttante sovietico, pari a 3’51”94, appena un solo 0”01 centesimo peggio del crono con cui Goodell si era aggiudicato la Finale ai Giochi di Monaco ’76, pur se l’americano aveva poi ritoccato tale limite portandolo a 3’51”56 proprio in detta piscina, in occasione di un meeting Usa-Ddr del 27 agosto ’77.

Inutile pensare a cosa sarebbe potuta essere una sfida tra l’americano ed il sovietico, in quanto, come suole dirsi, gli assenti hanno sempre torto, e, comunque, per Salnikov questo suo primo titolo mondiale, confortato da un lusinghiero riscontro cronometrico, è la giusta carica per imporsi, peraltro stavolta senza eccessiva difficoltà stante il divario frapposto tra sé stesso ed i più diretti avversari, anche nella prova sui 1500sl che conclude il programma individuale, andando a toccare in scioltezza in 15’03”99, lasciando lo jugoslavo Borut Petric a quasi 17” di distacco e l’americano Hackett, terzo, a quasi 20”.

Nasce così, all’interno della piscina in cui si assiste all’inatteso crollo delle tedesche orientali, la leggenda di Salnikov, il quale conferma la vecchia tesi che sulle grandi distanze si dura più a lungo, dominando la scena internazionale nel successivo decennio sia a livello di record mondiali che di medaglie conquistate – a cui mancano, per mera volontà politica, quelle di Los Angeles ’84 a causa del contro boicottaggio imposto dall’Unione Sovietica – tanto da meritarsi l’appellativo di “Zar delle Piscine”, mai definizione più appropriata verso colui che per primo ha iscritto anche l’Unione Sovietica nel computo delle Nazioni vittoriose nel panorama natatorio internazionale.

MARJORIE GESTRING, DAI BANCHI DI SCUOLA ALLA GLORIA OLIMPICA

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Marjorie Gestring – da ballecourbe.co

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’90, la disciplina dei tuffi viene ridisegnata, in campo femminile, dalla prepotente invasione delle specialiste cinesi, grande sensazione desta la presenza di una delle più grandi tuffatrici di ogni epoca, vale a dire Fu Mingxia, la quale si aggiudica il titolo iridato dalla Piattaforma ai Mondiali di Perth ’91 all’età di 12 anni e 5 mesi, mentre l’anno successivo, bissa tale Oro nella medesima gara alle Olimpiadi di Barcellona ’92, a 20 giorni dal compimento del 14esimo anno, per l’esattezza quindi a 13 anni e 345 giorni di età.

La circostanza suscita abbastanza clamore – anche per le indubbie qualità della ragazzina cinese, tali da rasentare in molte occasioni la perfezione assoluta – ma, come sempre accade in questi casi, l’andare a spulciare i libri dei record fa sì che si verifichi come il suo, rispetto all’età, non sia un primato assoluto in sede olimpica, poiché, ai Giochi di Berlino ’36 vi è stata chi è riuscita a fare ancor meglio.

E questa “Campionessa di precocità” altri non è che l’americana Marjorie Gestring, nata a Los Angeles, in California, il 18 novembre 1922 e che raggiunge la Gloria Olimpica nella gara dei tuffi dal Trampolino il 12 agosto 1936, esattamente all’età di 13 anni e 268 giorni, primato ancor oggi imbattuto.

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L’adolescente Marjorie Gestring sui banchi di scuola – da wikipedia.org

Cresciuta in una città dove nuotare e/o tuffarsi per ogni bambino è come per un pari età di Rio de Janeiro giocare a Calcio, Marjorie si mette in luce vincendo un Meeting a Chicago nella primavera dell’anno olimpico, per poi staccare il biglietto per i Giochi berlinesi agli “Olympic Trials” che qualificano per il viaggio in Europa anche la 21enne Dorothy Poynton-Hill (già Oro dalla Piattaforma quattro anni prima a Los Angeles) e la 19enne Katherine Rawls, che alla rassegna californiana si era messa al collo la Medaglia d’Argento dal Trampolino alle spalle della connazionale Georgia Coleman.

Sono anni in cui il Podio olimpico – sia nei Tuffi dal Trampolino di 3 metri che dalla Piattaforma di 10 metri – è quasi sempre interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che ne hanno fatto la loro dimora nelle quattro edizioni (da Anversa 1920) in cui è stata inserita nel programma olimpico anche la gara dal Trampolino, mentre i tuffi dalla Piattaforma risalgono a Stoccolma 1912, e non vi è ragione di dubitare che tale regola possa venire infranta in terra tedesca.

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Il trio Usa composto da Rawls, Gestring e Poynton-Hill – da gettyimages.it

Le cronache dell’epoca non sono in grado di documentare se la piccola Marjorie abbia o meno assistito alle evoluzioni, alle Olimpiadi svoltesi nella sua città natale, delle compagne con cui si trova a condividere l’esperienza del suo primo viaggio all’estero, ma in ogni caso ci piace pensare che quantomeno l’eco delle loro imprese possa essere stata d’aiuto nel convincerla a cimentarsi in tale disciplina.

Di sicuro, una spinta a far bene per il trio di ragazze selezionate per la gara dal Trampolino, giunge loro dall’assistere, il 10 e l’11 agosto 1936, all’esibizione dei loro colleghi maschi, i quali confermano quanto già avvenuto quattro anni prima a Los Angeles, vale a dire far alzare solo bandiere a stelle e strisce in occasione della cerimonia di premiazione, con Oro, Argento e Bronzo dai medesimi conquistato.

Il giorno dopo, di primo mattino, alle ore 8:00, è prevista la gara femminile, un orario in cui la ragazzina californiana è solita – ma non certo d’agosto, quando le Scuole sono chiuse – varcare la soglia del proprio Istituto per andare a sedersi in aula, ma stavolta l’attende un impegno ben più arduo, vale a dire tenere alto l’onore del proprio Paese e, soprattutto, cercare di non sfigurare rispetto alle più esperte e medagliate compagne.

E’ uso comune dire che uno dei punti di forza degli adolescenti sia quel pizzico di incoscienza che in circostanze come questa sicuramente non guasta, ma comunque, quella dei tuffi è una specialità nella quale non si può certo bluffare, e se non si hanno qualità, non solo tecniche, ma soprattutto mentali, ben difficilmente si può pensare di emergere.

Ed, a tal proposito, ad emergere nella Finale Olimpica del 12 agosto 1936, sono le due americane Gestring e Rawls sin dai primi tuffi – la Poynton-Hill, a dispetto dell’Argento dal Trampolino conquistato ai Giochi di Amsterdam ’28, predilige la Piattaforma, dove difatti bissa a Berlino l’Oro dell’edizione californiana dei Giochi – costituiti da una serie di tre “Esercizi Obbligatori”, al termine dei quali la Rawls è al comando con uno strettissimo margine (42,81 a 42,67) sulla più giovane connazionale, con la terza rappresentante americana ad aver già accumulato un distacco superiore ai due punti.

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La Gestring in azione nella finale olimpica – da gettyimages.it

Tocca adesso alla seconda serie di tre tuffi liberi, e la sfida tra le due ragazze americane assume contorni degni di un film giallo diretto dal “Mago del brivido” Alfred Hitchcock che già si sta facendo largo nel panorama hollywoodiano, con la non ancora 14enne Gestring a prendere la testa con un’esibizione che le porta in dote 16,20 punti che, rapportati ai 15,20 raggranellati dalla Rawls, le consentono di scavalcarla in vetta alla Graduatoria provvisoria, sia pur con un margine (58,87 a 58,01) inferiore ad un punto.

Il quinto e penultimo tuffo – con la Rawls valutata 15,40 dai Giudici rispetto al 14,40 assegnato alla Gestring – inverte nuovamente l’ordine al comando della gara, con la prima ora a comandare, sia pur con il ristrettissimo margine di 0,14 punti (73,41 a 73,27) sulla più giovane compagna, con la decisione circa l’assegnazione delle medaglie rimandata all’ultima prova.

E, mentre la Poynton-Hill consolida la terza piazza, concludendo la sua gara con il punteggio complessivo di 82,36 punti che le garantisce il Bronzo, l’ultimo tuffo della Rawls viene valutato dalla Giuria con un 14,94 per un totale di 88,35 punti, il che vuol dire che la poco più che adolescente Marjorie deve superare quota 15,10 se vuole aggiudicarsi l’Oro, impresa che le riesce con un tuffo che le vede assegnato il punteggio di 16,00 per così trionfare con il totale complessivo di 89,27 punti e confermare la supremazia Usa nella specialità che, per la quinta volta consecutiva, vede un podio interamente a stelle e strisce.

Cavallerescamente, la Rawls, a cui per la seconda volta sfugge l’Oro Olimpico dopo il secondo posto di quattro anni prima a Los Angeles, è la prima a congratularsi con la neo campionessa, la quale probabilmente non ha ancora ben realizzato la portata della sua impresa, pur se sul podio, in occasione della cerimonia di premiazione, non tradisce alcuna emozione, e d’altronde senza un carattere di ferro è ben difficile riuscire in una disciplina che richiede la massima concentrazione.

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La cerimonia di premiazione – da pinterest.com

La Gestring non è, come qualcuno potrebbe supporre, la classica “Meteora” nel firmamento dei tuffi, visto che si aggiudica per tre anni consecutivi, dal 1938 al ’40, il titolo americano nella specialità dal Trampolino, ma per sua sfortuna, nonché per il resto dell’umanità, gli eventi bellici relativi alla Seconda Guerra Mondiale le impediscono di confermarsi ai vertici assoluti, a causa della cancellazione delle edizioni dei Giochi del 1940 e 1944.

Caparbia e decisa a voler ripetere l’esperienza olimpica, la oramai 25enne Marjorie tenta di qualificarsi per i Giochi di Londra ’48, fallendo di poco l’impresa classificandosi quarta ai Trials, e così, nel mentre il terzetto americano sbarcato nella Capitale inglese tiene alto il buon nome dello Zio Sam confermando una volta di più il monopolio del Podio, alla Gestring non resta che abbandonare le scene e dedicarsi alla famiglia, visto che nel 1943 aveva contratto matrimonio con un compagno di College ad UCLA.

Ed, oltretutto, non può neppure godersi gli ultimi “spiccioli di celebrità” derivanti dalla verifica che il suo record di precocità non era stato scalfito dalla cinese Fu Mingxia poiché, proprio pochi mesi prima dell’apertura dei Giochi di Barcellona, il 20 aprile 1992, la Gestring, non ancora 70enne, lasciava questo mondo a causa di un fortuito incidente domestico.

L’ETERNA SFIDA DI GARY HALL Jr, NEL NOME DEL PADRE

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Gary Hall Jr. – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Avere la sventura di portare lo stesso nome (con tanto di aggiunta del suffisso Jr.) di un padre ottimo nuotatore, ma passato alla Storia per aver sempre fallito il gradino più alto del Podio Olimpico, unita al fatto di competere con uno dei più grandi esponenti dello sprint a stile libero quale lo “Zar” russo Aleksandr Popov, rappresenta indubbiamente un macigno difficile da sopportare, ma anche uno stimolo in più per cercare quell’affermazione che darebbe lustro alla propria carriera.

E’ questo il destino dell’attività agonistica di Gary Hall Jr., nato a Cincinnati, nell’Ohio, il 26 settembre 1974 dall’omonimo padre, viceversa proveniente dalla North Carolina, il quale lo mette al Mondo dopo aver fallito l’appuntamento olimpico ai Giochi di Monaco ’72, dove si presentava come grande favorito nelle gare dei 200 e 400 misti – avendo stabilito, ai Trials di Chicago di inizio agosto, i rispettivi record mondiali in 2’09”30 e 4’30”81 – ed, al contrario, piazzatosi non meglio che quarto sui 200 e quinto sulla doppia distanza, mentre a beneficiare della Gloria Olimpica era lo specialista svedese Gunnar Larsson, vincitore di entrambe le prove.

A parziale consolazione di Hall padre, che già aveva conquistato l’Argento sui 400 misti ai Giochi di Città del Messico ’68 (dove aveva pure concluso ai margini del podio la gara dei 200 dorso), giunge un secondo Argento sui 200 farfalla, dominati a suon di primato mondiale dal connazionale Mark Spitz per una delle sue 7 medaglie d’Oro, fallendo poi il suo ultimo tentativo quattro anni dopo nell’edizione di Montreal ’76 della rassegna a cinque cerchi, classificandosi terzo sui 100 farfalla a completare un podio interamente a stelle strisce.

Un’eredità pesante, dunque, che Hall figlio raccoglie specializzandosi nella velocità a stile libero, il che gli consente, per quanto ovvio, di sfruttare una ulteriore doppia possibilità di far suo l’Oro – sia olimpico che mondiale – quale componente delle Staffette 4x100sl e 4×100 mista, ma è indubbio che il suo obiettivo sia quello di centrare la vittoria in una gara individuale.

Pur essendosi dedicato al nuoto solo a partire dagli anni del Liceo – ragion per cui, rispetto alla media degli altri specialisti, appare sulla scena internazionale relativamente tardi, intorno ai 20 anni – Gary Jr dimostra una forza di carattere ed un temperamento di prim’ordine, il che lo favorisce negli arrivi testa a testa come sono soliti verificarsi nelle gare sulle brevi distanze, ed ancor più qualora sia chiamato a dover rimontare uno svantaggio quando lanciato come ultimo frazionista in staffetta e, con queste credenziali, si presenta al suo primo grande appuntamento, in occasione dei Campionati Mondiali di Roma ’94.

E’, quella romana, un’edizione da dimenticare per il Team Usa, in cui tocca il punto più basso delle proprie partecipazioni olimpiche ed iridate, con una sola vittoria individuale sia in campo maschile (con Tom Dolan sui 400 misti) che nel settore femminile (con Janet Evans sugli 800sl), per cui non era certo facile per Hall pensare di potersi giocare il titolo alla pari con un Popov reduce al doppio Oro olimpico di Barcellona ’92 su entrambe le più brevi distanze a stile libero e che, il 18 giugno ’94, al Meeting di Montecarlo, aveva tolto a Matt Biondi il record mondiale sui 100sl, nuotando in 48”21.

Una sfida che, comunque, il 20enne dell’Ohio raccoglie senza alcun timore, riuscendo ad infastidire lo “Zar” russo, il quale deve impegnarsi per confermare la propria superiorità, facendo suo l’Oro sui 100sl in 49”12 rispetto ai 49”41 di Hall ed ai 49”52 del brasiliano Gustavo Borges, mentre sulla più breve distanza sono 0”23 centesimi a separare (22”17 a 22”40) Popov dall’americano.

Il duello a tre che ha entusiasmato il pubblico romano nella Finale dei 100sl si ripropone pari pari nella Staffetta 4x100sl, quando Hall, Popov e Borges si lanciano in acqua quali ultimi frazionisti, e qui l’orgoglio e la combattività dell’americano hanno la meglio, riuscendo a contenere il tentativo di rimonta del fuoriclasse di Ekaterinburg, a cui lascia solo 0”26 centesimi (48”22 a 48”48) non sufficienti ad impedire la vittoria del quartetto Usa, con il Brasile di Borges che conclude in terza posizione.

L’ultima gara a conclusione della rassegna iridata è costituita, come da programma, dalla Staffetta 4×100 mista, che vede la Russia schierare, nelle due ultime frazioni a farfalla e stile libero, i Campioni Mondiali Pankratov e Popov, e già il primo riduce il distacco che gli Stati Uniti avevano accumulato nelle prime due frazioni a dorso ed a rana, lanciando Popov all’inseguimento di Hall, in un avvincente tentativo di rimonta che vede quest’ultimo nuotare le due vasche in 47”68 a fronte del quale Gary Jr deve dar fondo a tutte le proprie energie per mantenere un minimo vantaggio (3’37”74 a 3’38”28) che consente agli Stati Uniti di portare a casa il solo, misero, quarto Oro della rassegna, ed a lui, di essere l’unico componente della spedizione americana a conquistare due Ori.

Come inizio, tutto sommato, non c’è da lamentarsi, con la sfida a ripresentarsi due anni dopo sul suolo americano, in occasione dei Giochi di Atlanta ’96, ai quali Hall si prepara prendendo confidenza con la Piscina Olimpica in concomitanza dei “Pan Pacific Games” ’95, in cui non ha difficoltà ad imporsi sia sui 50 (in 22”30) che sui 100sl (vinti in 49”47 davanti al connazionale Jon Olsen, 49”56), per poi aggiudicarsi altre due medaglie d’Oro con le staffette 4x100sl – migliorando, assieme a David Fox, Joe Hudepohl ed Olsen, il record mondiale in 3’15”11 – e 4×100 mista.

Qualificatosi per i Giochi ai Trials di Indianapolis disputatisi a marzo – primo sui 50sl in 22”27 e battuto da Olsen sulla doppia distanza (49”46 a 49”53 – Hall si presenta tirato a lucido e deciso a dar battaglia sin dalla prima gara in programma, i 100sl, le cui batterie, al mattino del 22 luglio ’96, confermano le gerarchie iridate, con Popov a far segnare il miglior tempo in 48”74, 0”16 centesimi meglio dell’americano, con Borges che chiude in 49”17.

Un tempo, quello di 48”74, che Popov ripete al centesimo anche nella Finale del pomeriggio, reso necessario per respingere il furioso attacco di Hall, che vira in testa ai 50 in 23”33 (0”10 centesimi sotto il passaggio mondiale del russo) per poi tener botta sino al tocco finale, cedendo per l’inezia di 0”07 centesimi, mentre anche Borges, terzo, si migliora in 49”02, lasciando fuori dal podio un “certo” Pieter van den Hoogenband, di cui sentiremo parlare in seguito.

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Hall, Popov e Borges sul podio dei 100sl ad Atlanta ’96 – da gettyimages.co.uk

Nemmeno il tempo di rifiatare che, all’indomani, è prevista la Staffetta 4x100sl, in cui la Russia schiera Popov in seconda frazione con l’intento di accumulare un vantaggio da difendere nella parte conclusiva della gara, una strategia che sembra pagare, dato che, all’ultimo cambio, Hall viene lanciato da Brad Schumacher in seconda posizione, ma il distacco è talmente esiguo (2’27”34 a 2’27”96) che in poche bracciate Gary Jr lo ha già colmato per poi portare al successo il quartetto Usa, timbrando altresì un’ultima frazione da urlo in 47”45 (Popov aveva nuotato la sua in 47”88, tanto per rendere l’idea …) e far sì che, finalmente, un Oro olimpico varchi la soglia di casa Hall.

Una sfida che – tra gara individuale e staffetta – si ripropone tra il 25 e 26 luglio, dapprima con la disputa dei 50sl che, ad onta della più breve distanza, Popov fa sua con un più ampio margine, ancorché si stia parlando di centesimi (22”13 a 22”26), rispetto alla prova sui 100, e quindi con la Staffetta 4×100 mista dove, stavolta, il russo non può esimersi dal confronto diretto, che offre ancora un autentico spettacolo, con Hall impegnato a mantenere il vantaggio accumulato dal quartetto Usa nelle prime due frazioni a dorso ed a rana e ridotto da Pankratov a farfalla, impresa che gli riesce addirittura incrementando il distacco, sino a toccare nel complessivo tempo di 3’34”84 che migliora di oltre 2” il record olimpico e mondiale stabilito dagli Stati Uniti quattro anni prima, alle Olimpiadi di Barcellona ’92.

E, se è vero che Hall e Popov concludono l’Olimpiade con 2 Ori e 2 Argenti a testa, è altrettanto ovvio che “pesano” di più le vittorie individuali del russo, nei cui confronti l’appuntamento è rimandato ai Giochi di fine secolo a Sydney 2000 dove, altri personaggi irrompono minacciosi sulla distanza dei 100sl, nelle figure del già ricordato fuoriclasse olandese van den Hoogenband e dell’australiano Michael Klim, il quale toglie addirittura a Popov il primato mondiale sulla distanza nuotando in 48”18 la prima frazione della staffetta 4x100sl che i padroni di casa si aggiudicano con l’altrettanto primato mondiale di 3’13”67, nonostante che anche il quartetto Usa, con Hall impegnato in ultima frazione in un’esaltante sfida con il Campione australiano Ian Thorpe, scenda con 3’13”86, ampiamente sotto il precedente limite.

E di quanto sia difficile, per Popov ed Hall, confermarsi al top della specialità, si ha la conferma nelle reintrodotte semifinali dei 100sl, in programma il 19 settembre 2000, allorquando nella prima il russo viene preceduto (48”80 a 48”84) da Klim, mentre nella seconda van den Hoogenband ne riscrive la Storia, quale primo uomo a scendere sotto la barriera dei 48” netti, andando a toccare in un fantastico 47”84, con Hall che chiude non meglio che quinto, qualificandosi per la Finale del giorno dopo con appena il sesto tempo.

Ma non è certo necessario ricordare come la combattività sia il punto di forza dell’americano, il quale si migliora sino a 48”73, giusto un 0”01 centesimo sufficiente a relegare ai margini del podio uno sconsolato Klim ed a soli 0”04 centesimi dall’Argento conquistato da Popov in 48”69, mentre van den Hoogenband, regale, non ha difficoltà ad imporsi in 48”30.

Sceso di una posizione in entrambe le gare (individuale e staffetta) rispetto ad Atlanta ’96, Hall ha la possibilità di riscattarsi il 22 settembre, giornata conclusiva del programma natatorio, in cui sono in programma le Finali dei 50sl e della staffetta 4×100 mista.

La più breve gara del panorama olimpico, si prospetta quanto mai avvincente, dato che Popov ha migliorato, il 16 giugno ai Trials russi, il record mondiale detenuto dall’americano Tom Jager portandolo a 21”64, ma da Indianapolis, in occasione dei Trials Usa, non da meno è stata la risposta di Hall e di Anthony Ervin, entrambi scesi sotto il precedente limite, con 21”76 e 21”80 rispettivamente, e poi c’è sempre van den Hoogenband alla ricerca di uno “storico tris”, avendo già conquistato l’Oro sia sui 100 che sui 200sl.

La prova che sta al nuoto come i 100 metri all’atletica leggera, vede già nelle Semifinali del 21 settembre staccarsi dal resto del lotto i quattro superfavoriti, tutti racchiusi nello spazio di 0”10 centesimi, dal 22”07 di Hall al 22”17 di Popov, e l’attesa per la Finale da nuotare tutta d’un fiato è palpabile sia a bordo piscina che sugli spalti.

Per una volta, la delusione viene proprio dallo “Zar” che manda in scena una controprestazione che lo relega addirittura al sesto posto in un per lui mediocre 22”24, mentre là davanti restano gli altri tre a duellare sul filo dei centesimi, tanto che neppure il cronometro è in grado di fare la distinzione, dato che sia Hall che Ervin vengono accreditati del medesimo tempo di 21”98 che vale l’Oro per entrambi, con l’olandese che vede svanire il “tris olimpico” per soli 0”05 centesimi, chiudendo in 22”03.

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L’arrivo a pari merito di Hall ed Ervin a Sydney 2000 – da gettyimages.it

Rinfrancato nel morale dalla sua prima medaglia d’Oro individuale vinta (ancorché a pari merito), Hall non ha alcuna difficoltà a mantenere il già ampio vantaggio che i suoi compagni Lenny Krayzelburg, Ed Moses ed Ian Crocker costruiscono nelle prime tre frazioni della staffetta 4×100 mista, avendo come solo avversario il cronometro, che sconfigge nuotando la propria frazione in 47”92 per un totale di 3’33”73 che migliora di oltre 1” il record stabilito dal quartetto Usa quattro anni prima ad Atlanta ’96, formazione di cui Hall è l’unico ad essere ancora presente.

Avvicinandosi alla soglia dei 30 anni – un’età che per un nuotatore è pari ai 40 per un calciatore – si ritiene difficile per Hall potersi qualificare per una terza Olimpiade, ma ai Trials olimpici di inizio luglio ’94 a Long Beach, stupisce ancora vincendo in 21”91 la gara sui 50sl e venendo superato per soli 0”10 centesimi (49”06 a 49”16) dal farfallista Ian Crocker nella lotta per il secondo posto sui 100sl, ultimo utile per ottenere il pass per la gara individuale.

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Gary Jr festeggia col padre Gary Sr la qualificazione ai Trials ’04 – da gettyimages.it

Forse sarebbe stato meglio si fosse qualificato Hall, visto che entrambi i rappresentanti Usa, Crocker appunto e Jason Lezak, non superano neppure il primo turno ad Atene, così come discutibile appare la decisione della Federazione di escludere il 30enne Gary Jr dal quartetto per la Finale della staffetta 4x100sl dopo aver nuotato l’ultima frazione in batteria, dove, anche in questo caso, gli Stati Uniti (e Michael Phelps in particolare, nel suo tentativo di superare il record delle 7 medaglie d’Oro stabilito da Spitz a Monaco ’72) devono alzare bandiera bianca, relegati sul gradino più basso del podio, mentre Roland Schoeman e Ryk Neethling trascinano il Sudafrica all’Oro e relativo record mondiale.

Non sappiamo quanto questa decisione abbia inciso nel motivare ancor più Hall nel dare il massimo di sé nell’unica gara individuale a cui è iscritto, ma certo, in una specialità dove le gerarchie si susseguono molto velocemente, un’altra iniezione di fiducia è costituita dalla mancata qualificazione – addirittura per le Semifinali – da parte sia di van den Hoogenband (che aveva confermato il titolo olimpico sui 100sl) che di Popov, che concludono le batterie rispettivamente con il 17esimo e 29esimo tempo.

Il pomeriggio del 19 agosto, le due semifinali vedono mettersi in evidenza Schoeman, unico a scendere sotto i 22” netti e grande favorito per la finale, visto l’argento sui 100sl e l’oro in staffetta, mentre Hall, come al solito diremmo, si qualifica con il quinto tempo di 22”18, peggio anche del connazionale Lezak, che conclude in 22”12.

Ma il giorno dopo, tutta la grinta del “fighter di razza” viene fuori nella sua ultima occasione di laurearsi Campione Olimpico e, con la sorpresa costituita dal croato Duje Draganja a contendergli la vittoria dalla laterale ottava corsia, stavolta anche il cronometro vede la differenza, sia pur di un solo, minimo 0”01 centesimo (21”93 a 21”94) che regala ad Hall il suo secondo Oro individuale della sua Carriera, con Shoeman relegato al Bronzo in 22”02.

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Hall sul podio dopo l’oro sui 50sl ad Atene ’04 – da gettyimages.it

A quasi 30 anni di età, Hall diviene il più “anziano” medagliato Usa nel Nuoto dai tempi dell’hawaiano Duke Paoa Kahanamoku ai Giochi d Parigi ’24 e, non ci crederete, ma prova a qualificarsi sui 50sl anche per i Giochi di Pechino ’08, fallendo l’impresa in quanto giunge quarto, ma coprendo comunque la distanza in 21”91, tempo inferiore rispetto a quanto fatto registrare nelle due vittorie olimpiche …

Ma, d’altronde, aveva iniziato tardi

 

GALINA PROZUMENSHCHIKOVA, LA RANISTA D’ORO SOVIETICA

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Galina Prozumenshchikova – da alamy.com

articolo di Giovanni Manenti

A dispetto di una larghissima base di praticanti, nei 40 anni – dall’esordio ad Helsinki ’52 sino alla partecipazione come “Comunità degli Stati Indipendenti” a Barcellona ’92 – in cui gli atleti dell’ex Unione Sovietica gareggiano alle Olimpiadi, il nuoto fatica a decollare, tant’è che, alla vigilia dei Giochi di Tokyo ’64, il relativo medagliere conta la miseria di due bronzi, entrambi conquistati nell’edizione australiana di Melbourne ’56, artefici il ranista Kharis Yunichev sulla distanza dei 200 metri e la staffetta 4x200sl maschile.

Erano ancora ben lungi da venire gli anni gloriosi di Bure, Krylov e Kopliakov nello stile libero, di Polianski e Selkov a dorso, di Pankin a rana e di fesenko e Sidorenko nei misti, sino agli “zar” Vladimir Salnikov sulle lunghe distanze a stile libero ed Alexander Popov sulla velocità, tutti però emergenti in campo maschile, nel mentre per il settore femminile il bottino complessivamente raccolto nei citati 40 anni parla di sole 20 medaglie, di cui appena 4 d’oro, rispetto alle 49, con 14 Ori, degli uomini,

Singolare, altresì, che di dette medaglie, la quasi totalità, ben 16 e tutti e quattro gli Ori, derivino da una singola specialità, vale a dire la rana, come se nelle piscine sovietiche venisse insegnato alle ragazze solo detto stile, una quota che si potrebbe allargare a 18 considerato il contributo che le raniste forniscono alle due medaglie di Bronzo Olimpiche conquistate dalla Staffetta 4×100 mista.

Ma altrettanto curioso il fatto che, nonostante questa eclatante disparità di valori tra i due settori, la prima medaglia d’Oro conquistata dall’Unione Sovietica in una Rassegna a Cinque Cerchi sia stata appannaggio proprio di una donna, ranista ovviamente, la quale ha peraltro segnato un’epoca nella specialità, non fosse altro che per la difficoltà del proprio nome, trattandosi di Galina Nikolayevna Prozumenshchikova, per 10 anni ai vertici assoluti dello stile a rana.

Nata il 26 novembre 1948 a Sebastopoli, città tutt’oggi contesa tra la Federazione Russa e la Repubblica Ucraina, dal padre Nikolai Nikolayevich, Capitano di Sottomarino, mentre la madre è un’infermiera che ha prestato servizio come assistente durante la Seconda Guerra Mondiale, la giovane Galina si dedica al nuoto presso la Società Sportiva della sua città all’età di 11 anni, manifestando sin dagli albori una grande dimestichezza nello stile a rana, tanto che viene selezionata per le Olimpiadi di Tokyo ’64 assieme alla sua grande rivale Svetlana Babanina, di cinque anni maggiore di lei, dove, peraltro, il programma dei Giochi prevede la disputa della sola gara sulla distanza dei 200 metri.

Le due ragazze sono tra le indubbie favorite per le medaglie, dato che la Babanina ha stabilito il 3 settembre, a poco più di un mese dall’apertura della Rassegna Olimpica, il record mondiale sui 100 rana in 1’17”2, ma la Prozumenshchikova non le è da meno, avendo, da parte sua, migliorato in due occasioni, il limite sulla doppia distanza, sino a portarlo a 2’45”4 il 17 maggio ’64 in un meeting a Berlino Est.

Le maggiori preoccupazioni riguardano la possibile emozione che potrebbe attanagliare una ragazzina di non ancora 16 anni rispetto ad uno scenario così importante, tant’è che nelle batterie dell’11 ottobre è la Babanina a far registrare il miglior tempo, con il 2’48”3 che migliora il precedente Record olimpico di 2’49”5 stabilito dalla britannica Anita Lonsbrough quattro anni prima a Roma, e che all’epoca era anche Primato Mondiale, prima dell’avvento della Prozumenschchikova che, dal canto suo, si qualifica per la Finale del giorno dopo con il quarto tempo di 2’49”0.

La rana è una specialità dove, più che nelle altre, occorre saper dosare bene le forze in quanto, ricevendo una minor spinta dalle braccia, accade sovente di veder ribaltare le posizioni nella parte finale delle gare, in particolar modo sulla doppia distanza dei 200 metri, cosa che, difatti, accade anche nella Finale Olimpica giapponese, quando è la Babanina a menare le danze sino ai 100 metri (distanza peraltro a lei più congeniale), per poi vedersi rimontare nella parte conclusiva, dapprima dall’americana Kolb e quindi dalla giovanissima connazionale, che va a trionfare demolendo il record olimpico sino a 2’46”4, con la Babanina a doversi accontentare del gradino più basso del podio.

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La giovane Galina ai Giochi di Tokyo ’64 – da ishofnews.blogspot.it

Il fatto che nel programma non sia prevista la prova sui 100 rana, fa sì che la Federazione Sovietica preferisca la Babanina – d’altronde è la primatista mondiale su tale distanza – quale componente della Staffetta 4×100 mista, che giunge al Bronzo dietro a Stati Uniti ed Olanda, con la sovietica che nuota la propria frazione intermedia in 1’15”3, addirittura 3” in meno delle sue avversarie, fornendo il più significativo contributo per la conquista della medaglia.

Per la Prozumenshchikova è l’inizio di un periodo ai massimi livelli internazionali, che la vede il 12 settembre ’65 migliorare a 2’45”3 il proprio limite mondiale sui 200 rana, nel mentre la Babanina fa suo l’Oro sulla medesima distanza alle Universiadi di Budapest ’65 (Galina è ancora troppo giovane, con i suoi 17 anni …), per poi presentarsi agli Europei di Utrecht ’66 dove il calendario prevede, ancora e per l’ultima volta, la disputa della sola prova sui 200 rana, in analogia con il programma olimpico.

La non ancora 18enne ucraina vi giunge dopo aver strappato all’amica/rivale il Record Mondiale sui 100 rana, nuotati in 1’15”7 al Meeting di Leningrado del 17 luglio, ma l’impresa che compie nella piscina olandese ha dello sbalorditivo, in quanto oltre allo scontato successo sui 200, frantuma il suo stesso primato di 4”5 portandolo a 2’40”8, peraltro trascinandosi dietro la connazionale Irina Posdnyakova, anch’essa scesa ben al di sotto del precedente limite, concludendo la gara in 2’41”9.

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Galina trionfante dopo l’oro agli Europei di Utrecht ’66 – da wikipedia.org

E, dopo aver stavolta fatto parte della Staffetta 4×100 mista che conquista l’Argento alle spalle del Quartetto olandese, la sfida per la Prozumenshchikova è tutta indirizzata alle Olimpiadi di Città del Messico, dove, per la prima volta, il programma natatorio viene finalmente allargato, con la disputa di entrambe le gare sui 100 e 200 metri dei vari stili.

Appuntamento al quale, avvicinandosi alla soglia dei 20 anni, la più matura Galina si prepara facendo suoi i Campionari nazionali su entrambe le distanze per un triennio consecutivo dal 1966 al ’68 – saranno 15 in totale i titoli vinti, 5 sui 100 ed 8 sui 200 rana, con l’aggiunta di due successi con la staffetta mista – ma, dall’altra parte dell’Oceano, emerge la fenomenale americana Catie Ball, classe ’47, che si aggiudica tre medaglie d’oro (100, 200 rana e 5×100 mista) ai “Pan Pacific Games” di Winnipeg ’67 e, quel che più conta, riscrive la tabella dei record, migliorando per ben cinque volte il primato sui 100 rana e per altre tre il limite sulla doppia distanza, sino ai rispettivi 1’14”2 e 2’38”5 stabiliti in occasione dei Trials di Los Angeles di fine agosto ’68.

Davvero un gran brutto cliente, per sconfiggere il quale interviene un agente esterno, sotto forma di un virus influenzale che debilita la Ball al punto da costringerla a rinunciare alla gara sui 200 rana dopo aver concluso al quinto posto la prova sui 100 dove la Prozumeschchikova – ora diventata Stepanova per effetto del matrimonio contratto – diviene la logica favorita, pur essendosi “nascosta” come suo solito in Semifinale, conclusa al terzo posto in 1’17”5, mentre la Babanina, a fine carriera, si qualifica con l’ottavo ed ultimo tempo.

A rompere le classiche “uova nel paniere”, ci pensa la semi sconosciuta jugoslava Durdica Bjedov, la quale vive la sua “Settimana di Gloria” beffando la Stepanova per un solo 0”1 decimo (1’15”8 ad 1’15”9), con il Bronzo appannaggio della 16enne americana Sharon Wichman, la quale è protagonista, quattro giorni dopo, di una delle più drammatiche Finali nella Storia dei Giochi.

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Il podio dei 100 rana a Città del Messico ’58 – da gettyimages.co.uk

Succede, difatti che, dopo che l’americana aveva fatto registrare il miglior tempo in batteria con 2’46”8 rispetto al 2’47”8 della Stepanova, quest’ultima intenda imporre la propria superiorità nella Finale del 23 ottobre ’68, senza aver però fatto i conti con l’altitudine di Città del Messico che non favorisce gli sforzi prolungati, tant’è che, dopo aver condotto la gara d’autorità per le prime tre vasche, la ranista sovietica si pianta letteralmente a 25 metri dall’arrivo, venendo superata sia dalla Wichman, che va a vincere con il nuovo Record Olimpico di 2’44”4 che dalla Bjedov che aggiunge l’Argento all’Oro dei 100, riuscendo a malapena a salvare il Bronzo dall’attacco della connazionale Grebennikova, mentre la Babanina conclude la propria carriera con il sesto posto.

Un’esperienza sconvolgente, con la Stepanova costretta ad essere soccorsa dai medici che le somministrano ossigeno per consentirle di riprendersi, a dimostrazione delle difficoltà che l’altitudine può riservare a chi non è abituato a gareggiarvi, e nonostante che la 20enne sovietica non avesse gareggiato nella Staffetta 4×100 mista, gara viceversa disputata (e vinta) dalla ricordata americana Ball prima del peggioramento delle sue condizioni di salute.

Al ritorno in Patria, Galina si prende un anno sabbatico per dare alla luce la propria figlia, Irina, per poi tornare ai vertici internazionali nel successivo triennio di inizio anni ’70 in cui, pur non riuscendo a riappropriarsi dei primati mondiali, domina la scena nei quindici giorni tra fine agosto e metà settembre ’70 allorquando, dapprima si impone sui 100 e 200 rana alle Universiadi di Torino con i rispettivi tempi di 1’16”7 (davanti alla connazionale Grebennikova ed all’americana Linda Kurtz) e 2’45”4 (con l’americana e la sovietica che invertono le posizioni alle sue spalle), cui unisce l’Argento con la Staffetta 4×100 mista, e quindi si trasferisce a Barcellona per la Rassegna Continentale, intenzionata a ribadire la propria superiorità a livello europeo.

Impresa doverosamente portata a termine, migliorando i riscontri cronometrici di Torino con l’1’15”6 sui 100 rana ed il 2’40”7 sulla doppia distanza (con la Grebennikova ancora seconda, dopo il Bronzo sui 100), per poi far parte del quartetto che si aggiudica l’argento nella 4×100 mista dietro la formazione della Germania Est, e quindi apprestarsi a cercare la rivincita rispetto alla delusione di Città del Messico ai successivi Giochi di Monaco ’72.

In un panorama internazionale sostanzialmente fermo – visto che resistono ancora i limiti mondiali stabiliti dalla Ball quattro anni prima, a dimostrazione dello “scossone” che l’americana aveva dato alla specialità – l’oramai 24enne ucraina ritiene di avere ben salde le proprie chances di vittoria, in un programma olimpico che, per quanto la riguarda, inverte l’ordine delle gare, iniziando con i 200 rana (batterie e Finale il 29 agosto), per poi proseguire con i 100 (1 e 2 settembre) e quindi concludersi con la disputa della Staffetta 4×100 mista il 3 settembre.

Il primo evento vede la Stepanova come di consueto non affondare in batteria, qualificandosi per la Finale con il quinto tempo, per poi affrontare d’impeto l’atto conclusivo prendendo un vantaggio di circa quattro metri sulle avversarie solo per poi vedersi progressivamente rimontare nell’ultima vasca sino a concludere al terzo posto con un mediocre 2’42”36, mentre l’Oro va all’australiana Beverley Whitfield e l’Argento all’americana Dana Schoenfield (2’41”71 e 2’42”05 rispettivamente) che hanno saputo meglio dosare le forze, mentre l’esperienza messicana sembra non aver insegnato nulla alla ranista sovietica.

Chiamata a riscattarsi sulla più breve distanza, la Stepanova conferma l’Argento di quattro anni prima a Città del Messico, ma stavolta con molti meno rimpianti, visto che nuota in 1’14”99 (suo miglior tempo dell’anno) e deve inchinarsi solo alla 18enne americana Cathy Carr che, nel suo “Giorno dei Giorni”, stabilisce altresì il primato mondiale in 1’13”58, migliorando di 0”6 decimi il precedente limite della connazionale Ball.

La Stepanova conclude la sua esperienza a cinque cerchi con il quarto posto con la staffetta 4×100 mista, per poi dare l’addio all’attività agonistica salutando il proprio pubblico, riunito sugli spalti della “Piscina Lenin” di Mosca in occasione delle Universiadi ’73, aggiungendo al proprio, ricchissimo Palmarès, il Bronzo sui 100 rana, vinti dalla connazionale Rusanova con soli 0”06 centesimi di vantaggio (1’15”54 ad 1’15”60) sulla primatista mondiale e Campionessa Olimpica Cathy Carr, la quale, dal canto suo, porta a casa l’Oro sulla doppia distanza e con la staffetta 4×100 mista, oltre ad un altro Argento sui 200 misti.

Con il suo passo d’addio, Galina Prozumenschchikova-Stepanova (anche se poi divorzia dal marito) ha senz’altro dato una fondamentale impronta allo stile a rana, in specie nel proprio Paese, ed è sicuramente grazie alle sue imprese che, tre anni dopo, in occasione dei Giochi di Montreal ’76, l’intero podio dei 200 rana è monopolizzato dalle ragazze sovietiche – Kosheveya, Yurchenya e Rusanova – e che ancor oggi, la miglior nuotatrice russa non sia altro che una ranista, Yulia Efimova, argento su entrambe le distanze alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016.

 

MIN GAO, ED UN TRAMPOLINO PER TUFFARSI NELL’ORO

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Gao Min, ultimo tedoforo a Pechino ’08 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nella Storia di ogni Disciplina sportiva si è soliti, più o meno a ragione, suddividere le epoche tra “un prima ed un dopo” l’apparizione di Campioni che ne hanno monopolizzato l’attenzione, così ad esempio, c’è chi sostiene che nel Ciclismo vi sia un “prima e un dopo Eddy Merckx”, mentre il Nuoto è cambiato radicalmente con l’avvento di Mark Spitz od, in tempi più recenti, la velocità in Atletica Leggera è stata travolta dall’uragano Usain Bolt.

Nella specialità dei tuffi in generale, ma in campo femminile in particolare, questa “rivoluzione” coincide con il ritorno nel panorama olimpico della Nazione leader in assoluto in tale disciplina, vale a dire la Cina, le cui rappresentanti, a far tempo dai Giochi di Los Angeles ’84, hanno lasciato alle loro avversarie davvero solo le briciole.

Ed anche se l’assoluta protagonista negli anni a seguire sarà Fu Mingxia – della quale avremo modo di parlare prossimamente – è indubbio che la prima a mettere in mostra uno stile impeccabile ed una capacità di concentrazione senza pari per la sua epoca altri non è che Min Gao, peraltro specialista solo nei tuffi dal Trampolino, che nei sette anni di militanza ad alto livello non ha mai conosciuto altra medaglia che non fosse quella d’Oro.

Nata a Zigong, città di oltre due milioni di abitanti nella Provincia di Sichuan, il 7 settembre 1970, la giovane Min impara a nuotare all’età di quattro anni e quando raggiunge i nove anni si avvia all’apprendimento della Ginnastica – altra disciplina particolarmente in voga tra le adolescenti cinesi – solo per essere dissuasa da un Tecnico di Tuffi che la convince ad indirizzarsi verso questa tipologia sportiva.

Ed i risultati non tardano a venire, visto che alla sua prima apparizione in una grande Manifestazione internazionale, vale a dire i Campionati Mondiali di Madrid ’86, la non ancora 16enne sbaraglia il campo aggiudicandosi l’Oro nel Trampolino da 3 metri con largo margine (582,90 punti a 549,42) sulla connazionale Li Yihua, con le cinesi che ottengono identica accoppiata anche nei tuffi dalla Piattaforma.

Occorre adesso la conferma in sede olimpica, e l’occasione è data dai successivi Giochi di Seul ’88 dove sono in molti ad attendere le evoluzioni di questa Campionessa in erba, che si era confermata aggiudicandosi la Coppa del Mondo ad Amersfoort ’87 – impresa che ripete, due anni dopo, ad Indianapolis ’89 facendo sue le prove dal Trampolino sia di 1 che di 3 metri – e che sta iniziando a destare curiosità nell’ambiente per la naturalezza con cui esegue i propri esercizi.

E, nella capitale sudcoreana, Gao Min (nell’onomastica cinese il cognome, in questo caso Gao, viene anteposto al nome) supera le qualificazioni del 24 settembre ’88 con il miglior punteggio di 539,67 con quasi 40 punti di vantaggio sulla connazionale Li Qing, circostanza che, comunque, non le fornisce alcun “bonus” poiché il giorno dopo le 12 finaliste ripartono tutte da zero.

Ed infatti, nei primi 5 dei 10 tuffi di finale, Gao Min non dà il meglio di se stessa, collezionando 227,82 punti (penalizzata da un 38,40 nella prima prova) che la pongono alle spalle della Connazionale Li Qing, prima con 233,46 punti, con anche l’americana Kelly McCormick tuttora in lizza per l’Oro, avendo totalizzato 223,83 punti.

Ma, se ricordate, oltre allo stile impeccabile, l’altra grande dote che fa di Gao Min “The Diving Queen” (“La Regina dei Tuffi”), come la stampa specializzata americana non impiega poi molto a battezzarla, è una capacità di concentrazione che non ha eguali e, difatti, non fallisce più alcuna esecuzione, ottenendo il secondo miglior punteggio nel sesto tuffo ed il primo nei quattro restanti – con il top di 77,43 nell’ultima esibizione – circostanza che le consente di vincere con larghissimo margine la medaglia d’Oro grazie ad uno score complessivo di 580,23 punti, mentre l’altra cinese Li Qing riesce a malapena a difendere l’Argento (534,33 a 533,19) rispetto all’americana McCormick.

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Gao Min assediata dai Media a Seul ’88 – da jschina.com.cn

Gao Min diventa un fenomeno mediatico, ricercata da cronisti di tutto il Mondo per cercare di carpire i segreti della sua abilità nell’eseguire tuffi ad alto coefficiente di difficoltà con una naturalezza estrema ed una entrata in acqua che quasi sempre rasenta la perfezione, unite da un sorriso accattivamte al termine di ogni esibizione, domande a cui la ragazzina non può che rispondere nel modo più logico, vale a dire che tutto dipende da allenamenti seri e coscienziosi, con l’umiltà di non dare mai nulla per scontato, poiché sentirsi invincibili è il modo migliore per subire cocenti delusioni.

Dopo, come già detto, essersi aggiudicata l’Oro alla Coppa del Mondo di Indianapolis ’89 sia dai tre metri che nella prova da un metro (specialità, quest’ultima, non inserita nel programma olimpico, ma che dall’edizione di Perth ’91 trova posto nel calendario dei Mondiali), il 1990 vede Gao Min salire altre quattro volte sul gradino più alto del podio per ricevere altrettante medaglie d’Oro ai Giochi Asiatici di Pechino ad ai “Goodwill Games (i famosi “Giochi della Buona Volontà” ideati nel periodo del doppio boicottaggio olimpico da parte delle due Superpotenze Usa ed Urss ed andati in scena per sole cinque edizioni) di Seattle, per poi prepararsi ai Campionati Mondiali che si disputano nel mese di gennaio ’91 nella città australiana di Perth.

Con l’introduzione nel programma anche della prova dal Trampolino di un metro, Gao Min può incrementare la propria collezione d’Oro tornando a casa dall’Australia con il metallo pregiato in entrambe le specialità, pur soffrendo più del previsto nella gara da un metro – vinta con poco più di 10 punti di scarto (478,26 a 467,82) sull’americana Wendy Lucero – ed anche dai tre metri la superiorità della 20enne cinese non è più così evidente, visto che la sovietica Irina Lashko contiene il divario in meno di 15 punti (539,01 a 524,70) e, particolare da non trascurare, le altre due cinesi impegnate nella competizione non riescono entrambe a salire sul podio, circostanza che potrebbe far pensare ad una regressione della disciplina a livello nazionale.

Dubbi che sembrano materializzarsi l’anno successivo, in occasione delle Olimpiadi di Barcellona ’92, allorché nei tuffi di qualificazione nella prova del Trampolino da tre metri Gao Min ottiene solo il terzo miglior punteggio con 309,75 (rispetto ai 334,89 dell’Argento di Perth, Irina Lashko, ed ai 312,90 della tedesca orientale Brita Baldus) e ciò a causa di una brutta esecuzione del quinto tuffo, per il quale ottiene addirittura solo il 15esimo posto (ricevendo ben tre 5 e persino un 4,5 dai Giudici, fatto inaudito per lei), il tutto condito con l’inattesa mancata qualificazione alla Finale da parte dell’altra rappresentante cinese, Tan Shuping, che conclude in una desolante 17esima posizione.

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Gao Min a Barcellona ’92 – da gettyimages.co.uk

C’è da credere che nelle 24 ore che la separano dalla finale, Gao Min abbia mentalmente ripetuto chissà quante volte il tuffo – al più alto coefficiente di difficoltà, pari a 3,0, del suo programma – da lei mal eseguito in qualificazione e che deve riproporre al penultimo dei suoi 10 tuffi di Finale, alla quale si accosta continuando a dare non una brillante impressione di sé, confermata dagli oltre 5 punti che la separano (235,95 a 230,31) dalla Lashko al completamento del quinto turno di tuffi.

Un distacco che resta immutato dopo il sesto tuffo, in quanto entrambe le rivali ottengono il medesimo punteggio di 59,04, con la gara che volge in favore della cinese al turno successivo, dove la sovietica incappa in un clamoroso errore – sanzionato dai Giudici con voti che vanno dal 3,5 al 4,5 – che le frutta appena 37,80 punti rispetto ai 67,20 di Gao Min che passa così in testa alla gara per non lasciarla più, rinfrancata nel morale al punto da risultare la migliore in quattro delle ultime cinque esibizioni (e seconda nell’altra), ivi compreso il “tuffo incriminato” mal eseguito in qualificazione, stavolta interpretato alla perfezione – e premiato con tre 8,5 e due 8,0 dalla Giuria – per consentirle di confermare il titolo vinto quattro anni prima a Seul, pur con un punteggio complessivo leggermente inferiore di 572,40 punti, ma con uno scarto ben maggiore rispetto alla seconda classificata, la sovietica Lashko, che conclude a quota 514,14, indubbiamente penalizzata da quell’inaspettato “flop” a quattro turni dal termine, quando si trovava al comando della gara.

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Gao Min con l’Oro del ’92 – da china.org.cn

Con il trionfo in terra catalana si chiude la carriera agonistica di Gao Min, la “Tuffatrice che non conosceva sconfitte”, date le sue 12 medaglie d’Oro in altrettante gare disputate nelle Manifestazioni di più alto livello internazionale, la prima altresì a superare quota 600 punti (evento verificatosi tre volte, ancorché non in sede Olimpica o Mondiale) nella specialità, inserita al n.1 del Ranking di “Miglior Tuffatrice dal Trampolino” per tutti e 7 i suoi anni di attività (dal 1986 al ’92) da parte della prestigiosa rivista americana “Swimming World”, che le riconosce altresì il titolo di “Miglior Tuffatrice Assoluta dell’Anno” per il triennio dal 1987 al 1989, per poi essere ammessa nel 1998 nella “International Swimming Hall of Fame”.

Riconoscimenti che in Patria trovano la loro sublimazione con la scelta di Gao Min – un onore non da poco nella Repubblica Popolare Cinese – quale ultimo tedoforo in occasione dei Giochi di Pechino ’08, accolta da un’autentica ovazione al suo ingresso nello Stadio Olimpico con in mano la prestigiosa fiaccola con cui va ad accendere il sacro fuoco di Olimpia, a testimonianza di quanto le imprese della tuffatrice siano rimaste impresse nell’immaginario collettivo.

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L’ingresso di Gao Min nello Stadio Olimpico di Pechino ’08 – da gettyimages.it

Non c’è che dire, anche nei tuffi, esiste “un prima ed un dopo” e questo spartiacque non ha che un solo nome, composto di sole sei lettere, e risponde foneticamente a Gao Min.

DEBBIE MEYER, LA “BAMBINA PRODIGIO” DEL NUOTO USA

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Debbie Meyer in allenamento a Messico ’68 – da google.com

articolo di Giovanni Manenti

Come noto, il Nuoto è una disciplina dove per emergere occorre iniziare la relativa pratica sin dalla più tenera età, non essendo rari – anzi tutt’altro, in particolare in campo femminile – i casi di adolescenti che si affermano ai più alti livelli in campo internazionale, ultimo esempio quello dell’americana Katie Ledecky, la quale, dopo aver vinto il suo primo Oro olimpico a Londra ’12 all’età di 15 anni, può oggi contare, a 20 anni da poco compiuti, qualcosa come 14 successi individuali tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, nella specialità dello stile libero.

Ma, vista la notorietà e la risonanza che tale Sport ha oramai raggiunto a livello mediatico, per cui la Ledecky è un esempio sulla bocca di tutti, come lo è la nostra Pellegrini oppure lo è stato, in campo maschile, Michael Phelps e tanti altri ancora, sono in pochi a sapere che l’impresa compiuta dall’americana ai recenti Giochi di Rio de Janeiro ‘16, quando è stata capace di far suoi gli Ori sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, aveva avuto un illustre precedente da parte dii una sua connazionale, ancor più giovane di lei, e risalente alle Olimpiadi di Città del Messico ’68.

Questa “Bambina prodigio”, altri non è che Debbie Meyer, venuta alla luce il 14 agosto 1952 ad Annapolis, nel Maryland, la quale inizia a praticare nuoto sin dall’età di 9 anni e frequenta la “Rio Americano High School” a Sacramento, in California, durante i suoi anni di massimo splendore agonistico.

Specialista delle lunghe distanze, dai 400 sino ai 1500sl, la giovane Debbie si impone dei ritmi di allenamento mostruosi – si calcola che nei 7 anni precedenti le sue vittorie olimpiche abbia percorso circa 30mila miglia a nuoto in allenamento – pur mantenendo, all’esterno, l’immagine di una ragazzina semplice ed allegra come tutte le sue coetanee, ma capace, in piscina, di riscrivere le tabelle dei record su tali distanze.

American Swimmer, Debbie Meyer at Crystal Palace in 1967
Una giovanissima Meyer – da pinterest.com

I risultati di tali massacranti livelli di preparazione, si manifestano agli occhi degli osservatori internazionali quando, in occasione del meeting di Santa Clara, in California, del 9 luglio 1967, la Meyer, a 15 anni non ancora compiuti, compie la straordinaria impresa di migliorare, in una sola giornata, i record mondiali sia degli 800sl che dei 1500sl, portandoli rispettivamente a 9’35”8 (1”1 in meno del vecchio limite della connazionale Sharon Finneran, stabilito nel settembre ’64) ed a 18’11”1, abbassando di quasi 2” il primato della connazionale Patricia Carreto dell’anno precedente.

Ma una cosa sono i primati realizzati in un meeting, ed un’altra la capacità di confermarsi in grandi manifestazioni internazionali, e la Meyer è chiamata immediatamente a dare prova di ciò meno di tre settimane dopo, in occasione dei Pan American Games” in programma a Winnipeg, in Canada, e che rappresentano per il Team Usa un ideale banco di prova n vista della rassegna olimpica dell’anno successivo ed in cui, tanto per chiarire, il già famoso Don Schollander realizza il record mondiale sui 200sl, mentre “Colui che sarà Leggenda”, vale a dire Mark Spitz, migliora i limiti assoluti su entrambe le distanze a farfalla.

In un tale consesso di fenomeni, per la “mascotte” del gruppo quale è la non ancora 15enne Debbie, ci sarebbe da farsi tremare i polsi, visto che anche in campo femminile il lotto delle partecipanti è di livello assoluto, visto che vengono migliorati ben 7 primati mondiali in gare individuali, ma la giovanissima al suo primo anno di liceo, non è certo il tipo capace di farsi intimorire, visto che non appena si tuffa in acqua l’unico suo traguardo è quello di nuotare più velocemente che può.

Come detto, l’edizione ’67 dei “Pan American Games” assume una rilevante importanza in chiave olimpica, poiché il relativo programma natatorio – ridotto all’osso sino a quattro anni prima a Tokyo ’64 – viene finalmente allargato ad un maggior numero di gare, passando da 7 in campo maschile e 6 in quello femminile a 12 per entrambi i sessi, per quanto attiene alle sole gare individuali, circostanza che fa sì che la Meyer possa aspirare ad iscriversi alle tre prove sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, mentre in precedenza, per le ragazze, era prevista la sola prova sui 400sl, oltre, ovviamente, ai 100sl.

Calcoli, comunque, prematuri, poiché il posto come ben si sa, specie negli Stati Uniti, con i famigerati Trials, bisogna guadagnarselo, e la Meyer avanza la sua immediata candidatura nei citati “Pan American Games”, quando due dei sette record mondiali migliorati portano la sua firma, vale a dire il limite sui 400sl stabilito dalla connazionale Pamela Kruse proprio in occasione del già ricordato Meeting di Santa Clara di inizio mese, che la giovane Debbie distrugge il 27 luglio portandolo a 4’32”64 (con un miglioramento di quasi 4” !!), per poi, due giorni dopo, frantumare il suo fresco primato sugli 800sl, portandolo a 9’22”9, un crono che appare straordinario per gli standard dell’epoca, così come ancor più stupefacente è ciò che la ragazzina realizza ai Campionati Nazionali che si svolgono il mese dopo a Filadelfia, dove è la prima nuotatrice al mondo ad infrangere la barriera dei 18’ netti sui 1500sl (distanza non olimpica per le donne), portando il record ad un sensazionale 17’50”2.

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Meyer impegnata ai “Pan American Games” del 1967 – da dailydsports.com

Non sono, comunque, rari i casi di giovanissime che esplodono e poi non riescono a confermarsi, in considerazione soprattutto del periodo adolescenziale e della difficoltà di sopportare eccessivi carichi di lavoro in allenamento, ma questa non è assolutamente la condizione della Meyer, la quale, anzi, affronta la stagione olimpica come meglio non potrebbe, avendo tre grandi scogli da superare, e cioè i Campionati Nazionali di inizio agosto ’68 a Lincoln, gli “Olympic Trials” a Los Angeles a fine dello stesso mese e, se qualificata, le Olimpiadi di Città del Messico ad ottobre.

E che, la Meyer abbia intenzione di mettere a frutto la massacrante preparazione invernale, lo si intuisce chiaramente sin dai Campionati Nazionali, dove l’1 agosto migliora il proprio limite sui 400sl in 4’26”7 e, tre giorni dopo, abbassa di altri 5”, portandolo a 9’17”8, il record sugli 800sl, aggiungendo altri due titoli ai complessivi 19 che si aggiudica in carriera (facendo sue le gare dai 400 ai 1500sl per quattro anni consecutivi, dal 1967 al ’70), per poi prepararsi ad affrontare la concorrenza interna ai Trials di fine mese.

Concorrenza che si dimostra agguerrita sulla più breve distanza dei 200sl dove la Meyer è, teoricamente, più attaccabile, con la Linda Gustavson che, nelle batterie del mattino del 24 agosto, migliora il record mondiale fissandolo a 2’07”9, solo per vedersi esclusa dalla selezione olimpica classificandosi non meglio che quarta nella Finale del pomeriggio (mentre ottiene, in ogni caso, la qualificazione sia sui 100 che sui 400sl) che vede, al contrario, trionfare la Meyer, togliendole anche il freschissimo primato, visto che copre le quattro vasche in 2’06”7, suo unico record mondiale stabilito su questa distanza rispetto al totale di 15 realizzati in carriera.

Ottenuta la qualificazione sulla carta più difficile, la Meyer espleta la formalità di staccare il pass olimpico sulle gare a lei più congeniali senza però risparmiarsi, visto che sia sui 400sl del giorno appresso che sugli 800sl del 28 agosto, si incarica di frantumare i suoi stessi limiti, scendendo sino a 4’24”5 sui 400 ed a 9’10”4 sulla più lunga distanza.

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Debbie Meyer in azione a Messico 1968 – da gettyimages.com

Inutile dire come tutti gli occhi degli addetti ai lavori, rappresentanti dei media e spettatori compresi, siano tutti orientati su ciò che la “Ragazzina prodigio” possa essere in grado di fare in sede olimpica – pur se va considerato che l’aria rarefatta della Capitale messicana non favorisce grandi prestazioni sulle lunghe distanze – curiosi soprattutto di verificare se la pressione derivante dal ruolo di assoluta favorita in una manifestazione di così elevata grandezza possa o meno incidere sul suo rendimento.

Non è però tanto la pressione – che ha ampiamente dimostrato essere in grado di scrollarsi di dosso con irrisoria facilità – quanto problemi fisici, dovuti ad una intossicazione alimentare, a preoccupare la 16enne Debbie, la quale debutta nel panorama olimpico con le batterie dei 400sl in programma il 19 agosto ’68, al termine delle quali, nuotando in un per lei comodo 4’35”0, realizza largamente il miglior tempo, nonché record olimpico, per poi migliorarsi in 4’31”8 nella Finale del giorno dopo, tenendo a bada il desiderio di rivincita della Gustavson, nettamente battuta con il suo 4’35”5 che le vale l’argento.

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Meyer impegnata sui 400sl a Messico 1968 – da gettyimages.com

Rotto il classico ghiaccio, la Meyer è ora pronta a fronteggiare la concorrenza interna sulla prova dei 200sl, sulla quale ha, in effetti, un minor margine di supremazia rispetto alle avversarie, come confermato dalle batterie del 21 ottobre che la vedono sì realizzare il miglior tempo di 2’13”1, ma le connazionali Jane Barkman ed Jan Henne (di cinque anni più anziana di lei) non sono distanti, avendo nuotato in 2’13”6 e 2’13”8 rispettivamente, considerando poi che, per la Meyer, la Finale del giorno dopo sarà preceduta dalle batterie degli 800sl al mattino.

Batterie in cui la Meyer passeggia in 9’42”8, realizzando il secondo miglior tempo dietro all’australiana Karen Moras per risparmiare energie in vista della Finale dei 200sl che, come largamente previsto, vede il podio interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che migliorano largamente i tempi ottenuti in qualifica, ma nulla possono la Henne e la Barkman – classificatesi nell’ordine, con 2’11”0 e 2’11”2 rispettivamente – contro lo strapotere della 16enne del Maryland, che si impone, sia pur a fatica, in 2’10”5.

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Finale olimpica di Città del Messico – da youtube.com

Un giorno di riposo per ritemprare le forze e la Meyer è pronta a sostenere la sua ultima fatica, con la Finale sugli 800sl, in cui dà, qualora ce ne fosse bisogno, prova di un’ulteriore dimostrazione della sua schiacciante superiorità nei confronti del lotto delle avversarie, che possono solo assistere al suo personalissimo show che la porta a toccare in 9’24”0 con un vantaggio di quasi 12” (!!) sulla connazionale Pamela Kruse, che chiude in 9’35”7, con l’australiana Moras beffata per un solo 0”1 decimo nella volata per il bronzo che privilegia la messicana Maria Teresa Ramirez per il tripudio del pubblico presente.

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I tre ori vinti dalla Meyer a Messico 1968 – da valcomnews.com

Unica disdetta, per la Meyer, deriva dal fatto che il programma olimpico in campo femminile non contempli ancora la disputa della staffetta 4x200sl, che verrà introdotta solo a far tempo dai Giochi di Atlanta ’96, impedendole così di eguagliare il poker di medaglie d’oro realizzato dal connazionale Don Schollander quattro anni prima a Tokyo ’64 (ma con l’aiuto di due staffette), avendo pertanto l’onore di essere la prima nuotatrice a conquistare tre Ori in gare individuali, un record che, limitatamente allo stile libero, sarà eguagliato 48 anni dopo dall’altra “ragazzina terribile” Katie Ledecky, ricordata all’inizio, ma a 19 anni di età rispetto ai 16 della Meyer.

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Katie Ledecky e Debbie Meyer oggi – da nytimes.com

Meyer che, non essendovi all’epoca Campionati Mondiali negli anni dispari come ai tempi odierni, prosegue l’attività per altre due stagioni prima di ritirarsi dalle scene, avendo comunque modo di migliorare ancora di 0”2 decimi il proprio limite sui 400sl, portandolo a 4’24”3 in occasione dei Campionati Nazionali del 20 agosto ’70 a Los Angeles, mentre l’anno prima, nella stessa rassegna, si era aggiudicata il titolo sui 1500sl abbassando il suo stesso primato ad un sensazionale 17’19”9, un riscontro cronometrico che, tanto per fare un paragone che rende chiaramente l’idea di cosa abbia rappresentato l’americana nel panorama natatorio internazionale, le avrebbe consentito di lottare sino all’ultima bracciata per l’Oro ai Giochi di Roma ’60 in campo maschile, dato che la vittoria viene conquistata dall’australiano John Konrads in 17’19”6 …!!.

Chissà quale sarebbe stata la carriera di Debbie Meyer se avesse potuto contare sui finanziamenti e sponsor dei nuotatori di oggi, visto che a detta dei tecnici essa, al momento del suo ritiro a 18 anni, non aveva ancora espresso appieno le proprie potenzialità, specie sulle più lunghe distanze.

SAMMY LEE, QUANDO DUE ORI NON BASTANO CONTRO I PREGIUDIZI

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Sammy Lee in esibizione dalla piattaforma – da yomyomf.com

articolo di Giovanni Manenti

C’è un’America di facciata, quella democratica, disponibile all’accoglienza di persone di qualsiasi etnia, pronte a raccogliere la sfida per coronare il “Grande Sogno Americano”, dove a qualunque essere umano è data l’occasione per affermarsi e divenire multimilionario, e poi c’è l’altra versione, quella della quotidianità con cui ti devi scontrare, e non è facile, per chi non è “yankee”, far semplicemente valere i propri diritti, addirittura anche se hai portato in dotazione al Paese che ti ospita ben due medaglie d’oro olimpiche.

E’ questa, se vogliamo anche un po’ triste, la storia del tuffatore Samuel “Sammy” Lee, il quale nasce l’1 agosto 1920 a Fresno, in California, da genitori di origini coreane (il cognome Lee è, al pari di Kim e Park, tra i più comuni a quelle latitudini …), proprietari di un piccolo Ristorante, nonostante che il padre di Sammy avesse conseguito la Laurea in Ingegneria Civile presso lo “Occidental College” di Los Angeles, solo per vedersi rifiutare le domande di lavoro a causa delle sue origini.

Ciò nondimeno, la famiglia Lee non ha mai fatto pesare al figlio questi pregiudizi di ordine razziale, invogliandolo al contrario verso una sempre maggiore integrazione verso i bianchi americani, ed il piccolo Sammy resta affascinato quando, all’età di 12 anni, ha la possibilità di vivere da vicino l’esperienza olimpica in virtù dei Giochi che si disputano proprio a Los Angeles nel 1932, scoprendo poi, durante l’estate, di essere il migliore tra i suoi amici nell’eseguire i tuffi, così convincendosi di poter competere un giorno nella specialità nella grande “Rassegna a cinque cerchi”.

Indubbiamente, Sammy dimostra di saperci fare, ma ancora una volta deve fare i conti con il colore della sua pelle, in quanto, trasferitasi la famiglia ad Highland Park, un sobborgo di Los Angeles, non ha la possibilità di allenarsi regolarmente alla “Brookside Park Plunge” struttura di Pasadena, dato che alla stessa è consentito l’accesso ai latini, asiatici ed afroamericani un giorno solo alla settimana, vale a dire il mercoledì, appositamente chiamato, con una punta di beffarda ironia, lo “International Day”.

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Samuel “Sammy” Lee – da usatoday.com

Bisognoso, al contrario, di una preparazione costante, Sammy è costretto a ripiegare su di una soluzione di fortuna inventata dal suo tecnico, il quale scava una fossa nel cortile della propria casa, riempiendola di sabbia e facendovi allenare il promettente tuffatore, non proprio il massimo per chi ha aspirazioni di vittoria olimpica, e tutto questo, si badi bene, nonostante gli eccellenti risultati scolastici del ragazzo, il quale, dopo essersi diplomato alla “Franklin High School”, si iscrive allo “Occidental College”, già frequentato a suo tempo dal padre, per poi laurearsi in medicina nel 1947 alla “University of Southern California School of Medicine”, un titolo che gli verrà utile in seguito.

Nel frattempo, sotto le attente istruzioni del rinomato coach Jim Ryan, Lee fornisce prova a livello nazionale delle proprie qualità, vincendo i Campionati Usa nel 1942 sia dal trampolino da 3 metri che dalla Piattaforma, primo atleta di colore ad aggiudicarsi un tale titolo nei tuffi, per poi ripetersi nel ’46 in occasione dei Campionati svoltisi a San Diego, dove al bis dalla piattaforma abbina un terzo posto dal trampolino, meritandosi così la selezione per entrambe le prove alla prima Edizione delle Olimpiadi del seco9ndo dopoguerra, in programma a Londra nel 1948.

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Lee e Miller Anderson a Londra ’48 – da wikimedia.org

Iscritto nella gara dal trampolino assieme ai compagni di squadra Bruce Harlan e Miller Anderson – quest’ultimo gravemente ferito ad una gamba durante il conflitto mondiale che gli comporta l’applicazione di placche metalliche alle ossa – Lee ottiene il punteggio di 46,99 nel turno preliminare svoltosi il 30 luglio ’48, secondo miglior risultato alle spalle di Harlan, nettamente primo con 52,28 punti, ed incalzato dal messicano Joaquin Capilla, terzo a quota 46,87, e dall’altro connazionale Anderson, al momento fuori dal podio con 44,65 punti.

Quattro giorni dopo, il 3 agosto, a due dal compimento del suo 28esimo compleanno, Lee totalizza 98,53 punti nei tuffi di Finale, per uno score complessivo di 145,52 che gli consente di tenere alle spalle Capilla, ma non Anderson, il quale realizza la miglior performance di 112,64 punti con cui scavalca sia il messicano che Lee per la conquista dell’argento, nulla potendo rispetto ad Harlan, al quale sono sufficienti 111,36 punti per assicurarsi l’oro in un podio interamente monopolizzato dai tuffatori Usa.

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Lee, Harlan e Anderson, il podio Usa dal trampolino – da gettyimages.it

Incoraggiato dalla medaglia conquistata, Lee si presenta il giorno successivo per le qualificazioni dalla piattaforma – prova in cui gli Stati Uniti iscrivono solo lui ed Harlan – guidando la classifica provvisoria al termine della prima serie di tuffi con il punteggio di 51,51, seguito da Harlan con 48,94 e dallo svedese Lennart Brunnhage con 47,93, mentre Capilla conclude la prima giornata al quinto posto con 44,84 punti.

Il tuffatore centroamericano si ricatta nei salti di Finale del 5 agosto, realizzando 68,68 punti per un totale di 113,52 che gli consente di acciuffare il bronzo, mentre nella sfida al vertice i 73,36 punti ottenuti da Harlan servono al vincitore dal trampolino esclusivamente per consolidare la sua seconda piazza, visto che Lee viene premiato dalla giuria con il miglior punteggio di 78,54 per un totale di 145,52 che gli assicura la tanto desiderata Gloria Olimpica.

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Capilla, Lee ed Harlan, il podio della piattaforma – da gettyimages.it

Raggiunto lo scopo della sua vita, e specializzatosi nei tuffi dalla piattaforma, Lee si presenta in questa specialità quattro anni dopo ad Helsinki, ben deciso a difendere il titolo conquistato a Londra, a dispetto dei suoi oramai 32 anni.

In una prova calendarizzata a ridosso del suo genetliaco, con i tuffi di qualificazione al 31 luglio e la serie finale l’1 agosto ’52, Lee conferma ancora una volta la sua superiorità dai 10 metri, concludendo le eliminatorie con il miglior punteggio di 86,38 nonostante una brutta esecuzione nel suo sesto tentativo, rispetto al 78,46 di Capilla ed al 75,41 del tedesco Gunther Haase, il quale precede di un soffio l’altro americano John McCormack (75,26) nella sfida per il bronzo.

Lee ha dunque la possibilità di festeggiare nel migliore dei modi il proprio compleanno, e non è certo l tipo da lasciarsi sfuggire una simile occasione, oltretutto sigillando la propria schiacciante superiorità ottenendo il massimo punteggio di 20,00 nell’esecuzione del suo ultimo tuffo, che gli consente sia di chiudere in testa anche la seconda serie di tuffi con 69,60 punti (una media di 8,70 per ogni prova …) che, ovviamente, di confermarsi Campione Olimpico – primo tuffatore nella Storia dei Giochi a riuscirvi – incrementando il vantaggio sul comunque sempre eccellente Capilla, che conclude con l’Argento a quota 145,21 e che raccoglierà l’eredità di Lee quattro anni dopo a Melbourne ’56, resistendo all’assalto di Haase che, a propria volta, consolida la sua terza posizione.

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Capilla, Lee ed Haase sul podio olimpico di Helsinki ’52 – da wikimedia.org

Conclusa l’attività agonistica – nella quale non subisce discriminazioni, venendogli altresì assegnato il prestigioso riconoscimento del “James E. Sullivan Award” nel 1953 quale miglior atleta amatoriale assoluto americano – Lee deve peraltro confrontarsi con la vita di tutti i giorni, prestando servizio nel Corpo Medico dell’Esercito Americano in Corea, terra dei suoi avi, dal 1953 al ’55, quale specialista in malattie dell’orecchio, ma nonostante questa sua attività e la notorietà raggiunta per meriti sportivi, deve subire una pesante umiliazione quando a lui ed alla moglie viene rifiutato l’acquisto di una casa a Garden Grove, elegante città posta 55km. a sud di Los Angeles, in un caso addirittura a seguito di una petizione firmata dai suoi potenziali vicini di casa (!!).

A dispetto di queste aberranti vicende personali, Lee dimostra di essere moralmente ben superiore alla grettezza di certi individui, non smettendo mai di lavorare per il bene di quel Paese che sente suo come pochi altri, contribuendo ai successi della tuffatrice Patricia McCormick, la quale riesce nella straordinaria impresa di conquistare l’oro sia dal trampolino che dalla piattaforma in due consecutive Edizioni dei Giochi (Helsinki ’52 e Melbourne ’56), per poi allenare il suo degno erede Bob Webster, che lo eguaglia salendo sul gradino più alto del podio nei tuffi dalla piattaforma a Roma ’60 e Tokyo ’64 e quindi “svezzare”, ospitandolo anche a casa sua, il talentuoso Greg Louganis, che Lee conduce ai Giochi di Montreal ’76 quando ha appena 16 anni, portandolo ad insidiare il terzo oro consecutivo dalla piattaforma dell’Angelo biondo Klaus Dibiasi.

Con il passare degli anni, anche l’America fa ammenda rispetto al trattamento riservato a Lee, che viene inserito nel ’68 nella “International Swimming Hall of Fame”, facendolo quindi sfilare in occasione della Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi di Los Angeles ’84 per poi concedergli l’onore di far parte della “Hall of Fame Olimpica Americana” nel ’90, mentre, fuori dall’ambito sportivo, il Distretto Scolastico di Los Angeles gli rende doveroso omaggio intitolandogli una Scuola Elementare nel 2013.

Ed è forse anche per attendere questi giusti e meritati riconoscimenti in vita, che l’esistenza di quel giovane Sammy, che ha saputo imporsi nello sport come nel quotidiano in spregio ad assurdi pregiudizi e discriminazioni, si prolunga sino a spengersi serenamente il 2 dicembre 2016, da tempo malato di Alzheimer, alla ragguardevole età di 96 anni.

DENIS PANKRATOV E LA “FORTUNA” DI AVER ANTICIPATO L’ERA PHELPS

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Denis Pankratov – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nello sport in generale, e nelle discipline individuali in particolare, per poter emergere ai massimi livelli occorrono, oltre alle qualità naturali, forza di volontà e spirito di sacrificio non indifferenti, dovendosi confrontare con tempi e misure per acquisire il diritto a partecipare ai maggiori eventi internazionali.

Per conquistare medaglie, però, soprattutto per salire sui più alti gradini del podio – olimpici o mondiali che essi siano – ci vuole anche la “fortuna” di non incocciare in un protagonista dominatore della specialità per la quale ti sei preparato ed allenato a fondo e che, di fatto, ne monopolizza le relative graduatorie, facendo sì che ti venga appiccicata la poco gradevole etichetta dello “eterno secondo”.

Per referenze, rivolgersi al velocista namibiano Frankie Fredericks, uno dei più forti in assoluto degli anni ’90 e vincitore di 4 medaglie d’argento olimpiche e 3 mondiali, oppure nel nuoto al fuoriclasse ungherese Laszlo Cseh, assoluto primattore in Europa, ma mai sul gradino più alto di un podio olimpico.

Altri, al contrario, hanno avuto la chance di infilarsi in un momento in cui non vi sono grandi nomi nella loro disciplina o specialità per salire alla gloria olimpica, ed uno dei casi è quello dell’azzurro Domenico Fioravanti, che a Sydney 2000 ha saputo approfittare del fatto che non fosse ancora iniziata la sfida a colpi di medaglie e record mondiali tra il giapponese Kosuke Kitajima e l’americano Brendan Hansen, per andare a prendersi due Ori sui 100 e 200 rana, mentre Rosolino, tanto per ribadire il concetto, se la doveva vedere con i mostri sacri dello stile libero Ian Thorpe e van den Hoogenband.

Tutta questa premessa per introdurre il personaggio di cui andiamo a narrare le gesta quest’oggi, il quale si colloca in una sorta di “via di mezzo”, in quanto ha sì saputo approfittare di un periodo di relativa assenza di fuoriclasse nella sua specialità – la farfalla a nuoto – ma ha anche piazzato dei tempi che hanno contribuito a riscrivere la tabella dei record su entrambe le distanze dei 100 e 200 metri, tali da far rimpiangere la mancanza dello scontro con colui che, in epoca successiva, ha lasciato pochi, se non quasi nulli, spazi ai suoi diretti concorrenti, vale a dire il Kid di Baltimora” Michael Phelps.

L’atleta in questione altri non è che il russo di Volgograd (la ex Stalingrado) Denis Pankratov, che vi vede la luce ad inizio luglio 1974, mettendosi in luce all’età di 16 anni facendo suoi i titoli in farfalla agli Europei juniores, impresa ripetuta l’anno seguente e che gli vale la selezione nella squadra olimpica per i Giochi di Barcellona ’92.

Alla sua prima grande manifestazione internazionale assoluta, il 18enne Pankratov non sfigura, iscritto nella sola prova dei 200, raggiunge la Finale nuotando in 1’59”00 in batteria, tempo che replica quasi al centesimo il giorno dopo, coprendo la distanza in 1’58”98 che gli vale il sesto posto (ad un solo 0”01 centesimo dalla quinta posizione), nella gara vinta dall’americano Melvin Stewart, campione iridato e primatista mondiale l’anno prima a Perth, in Australia.

In attesa di cimentarsi ad armi pari con i grandi specialisti d’oltre oceano, per Pankratov la prima sfida è costituita dal far suo lo scettro del miglior specialista a farfalla a livello continentale, per la quale l’appuntamento è fissato agli Europei di Sheffield ’93, in cui deve vedersela con il connazionale Vladislav Kulikov, campione in carica sui 100, e, soprattutto, con la coppia formata dal francese Franck Esposito e da Rafal Szukala, rispettivamente terzo e quarto sui 200 a Barcellona ’92, con il polacco addirittura argento sui 100, alle spalle del primatista mondiale, l’americano Pedro Pablo Morales.

Ed in una rassegna che vede la bandiera russa primeggiare, in campo maschile sia a stile libero con lo “zar” Alexander Popov, che a dorso con Vladimir Selkov, Pankratov riesce ad insidiare la supremazia di Szukala sui 100 farfalla, impegnandolo sino all’ultima bracciata solo per soccombere per l’inezia di 0”02 centesimi (53”41 a 53”43) in una Finale che lascia fuori dal podio sia Esposito che il campione uscente, Kulikov.

Più portato sulla doppia distanza, Pankratov deve vedersela con il Campione di Vienna ’91, il francese Esposito, il quale, al pari di Szukala e gli altri finalisti, non può che arrendersi di fronte alla prova di forza del russo che si impone con una facilità quasi irrisoria, andando a toccare in 1’56”25 (migliore di un 0”01 centesimo del tempo con cui Stewart si era aggiudicato l’oro olimpico l’anno prima …), lasciando l’esterrefatto Esposito a debita distanza, consolandosi con l’argento in 1’58”66, con il resto del lotto sopra i 2’ netti.

L’esplosione di Pankratov a livello cronometrico fa sì che venga visto come uno dei possibili pretendenti alle medaglie in occasione dei Mondiali di Roma ’94 – che passano alla storia come quelli della più grande debacle della squadra Usa – ai quali partecipa a due mesi dal compimento del 20esimo anno, un’età quasi ideale per un nuotatore.

Iscritto su entrambe le gare a farfalla – nonché chiamato a dare una mano anche alla staffetta 4x200sl oltre a nuotare, come scontato, la frazione a farfalla nella 4×100 mista – Pankratov deve ancora una volta inchinarsi a Szukala sulla distanza dei 100 metri, che il polacco fa sua in 53”51, vedendosi sfuggire l’argento per soli 0”03 centesimi (53”65 a 53”68) rispetto allo svedese Lars Frolander, in una Finale che vede il primo americano, Henderson, non meglio che quinto, davanti ad Esposito ed al Campione olimpico di Seil ’88 e mondiale di Perth ’91, Anthony Nesty del Suriname.

Deluso dall’andamento della gara, soprattutto per l’argento sfumato, Pankratov sfoga tutta la sua rabbia sulla doppia distanza, in cui l’1’56”54 fatto registrare è ampiamente sufficiente per assicurarsi l’oro davanti al polivalente neozelandese Danyon Loader – con un podio che, per la prima volta nella Storia dei Mondiali, non vede salirvi un atleta Usa tra 100 e 200 farfalla – per poi contribuire alla conquista di altrettante medaglie d’argento nelle due staffette 4x200sl (a soli 0”39 centesimi dalla Svezia) e 4×100 mista, in cui nuota la frazione interna a farfalla in 52”92.

Con la piena consapevolezza di dover migliorare sulla velocità se vuole primeggiare anche sulla più corta distanza, Pankratov, che è l’unico al mondo a “nuotare la subacquea” per 25 metri in avvio e 15 metri alla virata, intensifica gli allenamenti in tal senso nel periodo invernale, presentandosi tirato a lucido come non mai ai Campionati Europei di Vienna ’95 – avendo nel frattempo strappato a Stewart il record sui 200 metri portandolo ad 1’55”22 il 14 giugno ’95 durante un meeting in Francia – deciso a mettere finalmente la sua bracciata avanti a quella del polacco Szukala, pur se all’orizzonte si profila un’altra insidia da tenere sotto controllo, nella figura dell’ucraino Silantiev, che fa curiosamente anche lui Denis come nome di battesimo.

La presenza di Silantiev si rivela decisiva per stimolare Pankratov a dare il meglio di sé nella gara dei 100 farfalla che conclude vittorioso ed altresì stracciando il record mondiale dell’altro americano Morales che risaliva a ben 9 anni prima, migliorato da 52”84 a 52”32, con l’ucraino argento in 53”37 e dover essere Szukala, stavolta, ad accontentarsi del gradino più basso del podio in 53”45, con Esposito non meglio che quarto in 53”60.

Con il morale alle stelle, la gara sui 200 farfalla si rivela, per il neoprimatista mondiale su entrambe le distanze, poco più che una passerella, come dimostra in modo eloquente l’ordine di arrivo, che vede Pankratov confermare l’oro di Sheffield ’93 in un comodo, per lui, 1’56”34 con il più vicino dei suoi avversari, il polacco Konrad Galka, staccato di oltre 3” (!!), concludendo la prova in 1’59”50.

Confermato l’oro anche nella staffetta 4×100 mista, che nuota la prova nel record europeo di 3’38”11 grazie al più forte quartetto (Selkov, Korneyev, Pankratov e Popov) mai schierato nella storia, il 21enne russo è pronto per andare a conquistarsi anche la gloria olimpica, sfidando gli americani a casa loro in occasione dei Giochi di Atlanta ’96, dando anche un’occhiata a cosa accade oltre oceano in occasione degli Olympic Trials di Indianapolis di inizio marzo ‘96, in quanto non è insolito che negli Stati Uniti spunti fuori un fenomeno dal dire al fare.

L’esito dei Trials, in effetti, è alquanto tranquillizzante, visto che la coppia che guadagna la selezione sui 100 farfalla, formata da John Hargis e Mark Henderson, è più o meno sui tempi di Szukala (53”42 e 53”51 rispettivamente), mentre la spietata legge delle selezioni Usa esclude dalla rassegna olimpica il campione in carica dei 200, Melvin Stewart, non meglio che terzo nella gara vinta dal nome nuovo, il 19enne Tom Malchow, che vince la prova in 1’57”39, un crono comunque ben distante dal record di Pankratov.

Il quale, pertanto, sa di avere a disposizione un’occasione più unica che rara per fregiarsi del titolo olimpico che regala la gloria assoluta ad ogni atleta, potendo altresì contare sul fatto che il programma della rassegna a cinque cerchi prevede la disputa per prima della gara sui 200 farfalla, in cui si sente indubbiamente più sicuro, essendo imbattuto da quattro anni.

Pankratov riesce anche a controllarsi, giungendo alle spalle del britannico James Hickman nella sesta ed ultima batteria del mattino, nuotata in 1’58”28 (quarto tempo delle qualificazioni), per poi dare il meglio di sé nel programma serale del 22 luglio ’96, facendo suo l’oro con il riscontro cronometrico di 1’56”51, quasi 1” in meno dell’americano Malchow, che precede di soli 0”04 centesimi (1’57”44 ad 1’57”48) l’australiano Scott Goodman, con Esposito ai margini del podio.

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Pankratov in azione ai Giochi di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Maggiori preoccupazioni arrivano allo staff russo due giorni dopo in occasione delle batterie del mattino sui 100 farfalla, dove, nonostante Pankratov nuoti in più che soddisfacente 52”96, vede il suo tempi migliorato dal 21enne australiano Scott Miller – già oro sulla distanza sia ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94 che ai “Pan Pacific Games” di Atlanta ’95 – che con 52”89 stabilisce il record olimpico stabilito da Nesty a Seul ’88, mentre, come previsto, la coppia americana fallisce addirittura l’ingresso in Finale.

La buona prestazione di Miller ha l’effetto di stimolare ancor di più Pankratov (alla stregua di quanto avvenuto con Silantiev l’anno prima a Vienna), il quale, posto sui blocchi di partenza in quinta corsia al fianco del suo rivale, attacca subito sin dalle prime bracciate, virando in 24”19 – ben 0”39 centesimi al di sotto del proprio limite mondiale – per poi resistere nella vasca di ritorno al tentativo di rimonta dell’australiano, andando a toccare in 52”27, che migliora di 0”05 centesimi il suo stesso primato assoluto, con Miller eccellente secondo in 52”53 ed il connazionale Kulikov a completare il podio con 53”13, toccando stavolta a Szukala l’amarezza di uscire dal giro delle medaglie, non meglio che quinto in 53”29.

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Miller e Pankratov all’arrivo dei 100 farfalla di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Con due ori al collo ed un record mondiale migliorato ce n’è a sufficienza per essere più che soddisfatti, ma Pankratov sa che la sua Federazione pretende un importante contributo per il buon esito della staffetta 4×100 mista ed il 22enne di Volgograd non è certo il tipo che si tira indietro di fronte a tali sollecitazioni, stampando una frazione interna lanciata di 51”55, necessaria per tenere a bada l’Australia nella lotta per l’argento, visto che le prime due frazioni a dorso ed a rana avevano scavato un solco irrecuperabile nei confronti degli Stati Uniti, oro con il mondiale di 3’34”84, mentre il 3’37”55 fatto registrare dal quartetto russo vale il miglioramento del loro stesso primato europeo stabilito a Vienna l’anno precedente.

Oramai appagato da un ricco palmarès contenente medaglie d’oro europee, olimpiche e mondiali, cui unisce il prestigioso riconoscimento di essere nominato “Nuotatore dell’Anno” sia nel 1995 che nel ’95, Pankratov prosegue stancamente a nuotare sino al 2002, anno del suo definitivo ritiro dalle scene, apparendo nella Finale dei 100 farfalla agli Europei di Siviglia ’97, conclusa in un mediocre sesto posto in 54”00, vedendosi poi migliorare, ad ottobre del medesimo anno, il record mondiale dall’australiano Michael Klim con 52”15, per poi presentarsi per la terza volta sul panorama olimpico in occasione dei Giochi di Sydney 2000, dove, iscritto sui 200 farfalla, riesce a qualificarsi per la Finale, in cui giunge settimo nella gara vinta da Malchow – il quale ai Trials gli aveva strappato il record nuotando la distanza in 1’55”18 – e che vede classificarsi al quinto posto un 15enne di cui sentiremo parlare a lungo negli anni a venire, un “certo” Michael Phelps.

Non c’è che dire, Denis, hai scelto proprio il periodo giusto per primeggiare

MARCELLO GUARDUCCI, IL “GRANDE INCOMPIUTO” DEL NUOTO AZZURRO

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L’azzurro Marcello Guarducci – da xoom.it

articolo di Giovanni Manenti

Diciamolo in tutta franchezza, non è che le tre Nazioni (quattro con l’aggiunta della ex Jugoslavia) europee che si affacciano sul bacino del Mar Mediterraneo abbiano fatto molto onore a tale loro posizione geografica in campo natatorio, visto che solo da fine anni ’80 Italia, Francia e Spagna hanno iniziato a conquistare con una certa regolarità medaglie a livello olimpico e mondiale – al riguardo non fa testo l’oro del francese Jean Boiteux sui 400sl ai Giochi di Helsinki ’52, trattandosi di un evento del tutto occasionale, così come l’eccezionale biennio Olimpico e Mondiale dell’azzurra Novella Calligaris tra il 1972 ed il ‘73 – con l’unica Manifestazione in cui i rappresentanti di detti Paesi potevano sfidarsi al riparo da “agenti esterni” (intendendosi per tali i nuotatori tedeschi, britannici, sovietici, ungheresi e financo scandinavi) costituita, appunto, dai “Giochi del Mediterraneo”.

E, pur senza scomodare i fenomeni americani ed australiani, anche in campo strettamente continentale non è che le cose in piscina siano mai andate granché bene per tutte le citate Federazioni, visto che all’unico oro dell’azzurro Paolo Pucci sui 100sl ai Campionati Europei di Budapest ’58, la Francia era stata in grado di opporre sporadici successi di Alain Gottavallès sulla medesima distanza (oltre all’oro con la staffetta 4x100sl) quattro anni dopo alla rassegna di Lipsia ’62 e l’acuto di Michel Rousseau, sempre sui 100sl, a Barcellona ’70, con la scena nei due decenni successivi, quasi interamente appartenente ai nuotatori tedeschi di ambo le fazioni, con l’en plein in campo femminile fatto registrare agli Europei di Vienna ’74, edizione in cui le “Walchirie” dell’ex Ddr si aggiudicano 13 prove su 14, con la restante appannaggio della “collega” occidentale Christel Justen sui 100 metri dorso.

In cotanto desolante panorama, in casa azzurra le speranze di riscossa vengono riposte nello stileliberista Marcello Guarducci, nato a Trento l’11 luglio 1956, ma svolgente attività a Roma con il Gruppo Sportivo Carabinieri, arma in cui si arruola appena diplomato, e che diviene il primo nuotatore italiano a raggiungere una certa popolarità a livello nazionale, frutto anche di un indiscusso aspetto fisico che sicuramente gli gioca a favore.

Talento precoce, a 16 e 17 anni Guarducci viene aggregato – quando ancora gareggia per la “Rari Nantes Trento” – alla squadra azzurra quale componente della staffetta 4x100sl sia alle Olimpiadi di Monaco ’72 (fallendo per soli 0”04 centesimi l’accesso alla Finale) che alla prima edizione dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73, dove il quartetto azzurro si classifica settimo in 3’36”84 con la magra soddisfazione di precedere la Francia, giunta ottava.

Senza i rappresentanti degli Stati Uniti, Australia e Brasile, la rassegna continentale di Vienna ’74 deve servire a testare i previsti progressi dello stile libero azzurro – il quale, specie in staffetta, può contare su di un quartetto di tutto rispetto – ma l’Italia può solo vantare il malinconico primato di “migliore dei paesi mediterranei”, dovendosi accomodare ai margini del podio con la staffetta 4x100sl dietro alle solite Germania Ovest, Urss e Germania Est, e peggiorando la propria posizione con la 4x200sl, che giunge sesta in mezzo a Francia, quinta, e Spagna, settima.

Una “battaglia tra poveri”, verrebbe da dire, dalla quale Guarducci è però intenzionato ad emergere, mettendo in mostra le sue enormi potenzialità già l’anno successivo in occasione della seconda edizione dei Mondiali, in Colombia, dove, iscritto alla gara individuale sulla più corta distanza (i 50sl entreranno a far parte del programma iridato solo da Madrid ’86), si classifica sesto con il tempo di 52”55 davanti a Pangaro, al quale aveva tolto il record italiano in batteria, nuotando in 52”50.

L’aver piazzato due uomini in Finale – al pari di Stati Uniti e Germania Ovest – consente al quartetto azzurro (composto da Pangaro, Barelli, Zei e Guarducci) di nutrire speranze di podio per la staffetta 4x100sl, speranze poi concretizzatesi con la medaglia di bronzo conquistata con il tempo di 3’31”85 dietro ad Usa e Germania, ma che sarebbero risultate vane se Guarducci non avesse stampato, in ultima frazione, un sensazionale 51”29 (peggiore solo del 51”24 del tedesco Peter Nocke) che gli consente di superare il sovietico Vladimir Bure, argento individuale, e toccare per terzo per appena 0”04 centesimi di differenza.

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Il quartetto azzurro della 4x100sl, bronzo ai Mondiali ’75 – da xoom.it

Con queste premesse, ed il fatto di aver fatto suo anche il record dei 200sl in 1’55”80 al meeting di Las Palmas, Guarducci è atteso come logico protagonista ai Giochi del Mediterraneo che si tengono ad Algeri a fine luglio ’75, ed il trentino non tradisce la fiducia in lui riposta, vincendo d’autorità entrambe le prove sui 100 (53”07) e 200sl (1’57”55), per poi portare al successo le staffette 4×100 e 4x200sl, fallendo il “pokerissimo” con la 4×100 mista, dove l’Italia conquista l’argento dietro alla Spagna.

Il nome di Guarducci inizia ad assumere rilevanza ai massimi livelli internazionali ed, avviandosi al compimento dei 20 anni, dopo aver raggiunto la Capitale per allenarsi con il Gruppo Sportivo Carabinieri, i dirigenti federali non nascondono le speranze di medaglie in vista dei prossimi appuntamenti, costituiti dalle Olimpiadi di Montreal ’76, Europei di Jonkoping ’77 e Mondiali di Berlino ’78, per i quali il liberista azzurro appare pronto a raccogliere le relative sfide.

Con la sfortuna che dal programma olimpico viene tolta la prova della staffetta 4x100sl, Guarducci è comunque deciso a ben figurare nella gara individuale dei 100sl, pur dovendosi confrontare con la più forte squadra mai schierata ai Giochi dagli Stati Uniti – e che, difatti, si aggiudica tutte le gare ad eccezione dei 200 rana, vinti dallo scozzese David Wilkie – dando prova di una eccellente condizione di forma allorquando, nelle batterie del mattino del 24 luglio ’76, si aggiudica la propria serie nel nuovo record italiano di 51”57 (e quarto miglior tempo assoluto), per poi migliorarsi ulteriormente nella prima delle due semifinali pomeridiane, chiusa in 51”35 alle spalle dell’americano Jim Montgomery che, con 50”39, abbassa il suo stesso limite mondiale.

Nello staff azzurro si vivono momenti di comprensibile euforia, visto che – irraggiungibile Montgomery a parte – il crono realizzato da Guarducci è il secondo migliore delle semifinali, nonché a soli 0”03 centesimi dal record europeo di 51”32 stabilito dal sovietico Bure l’anno prima ai Mondiali di Cali, ma qui viene fuori il lato negativo di Guarducci, vale a dire una eccessiva emotività che non gli consente di concentrarsi, come sottolinea il Tecnico Bubi Dennerlein quando ricorda che ai bordi della piscina canadese … “Marcello saltava qua e là come un grillo, incapace di stare da solo con se stesso per qualche ora, andando a parlare con tutti, quasi fosse stordito …!!”.

Stato emotivo che, fatalmente, viene pagato il giorno dopo in Finale, da Guarducci nuotata in un 51”70 che gli vale il quinto posto a 0”02 centesimi dal tedesco Steinbach, quarto, ed a 0”39 centesimi dal bronzo conquistato dall’altro tedesco Nocke che, con 51”31, migliora di un solo 0”01 centesimo il citato primato europeo di Bure, non meglio che settimo in 52”03, nella gara in cui Montgomery è il primo uomo al mondo ad abbattere la barriera dei 50” netti, andando a toccare in 49”99.

Nonostante la parziale delusione, le prospettive di Guarducci in vista dei prossimi Campionati Europei di Jonkoping ’77 sono tutt’altro che negative – considerando che, iscritto ai Giochi anche sui 200sl, realizza per due volte al centesimo il record italiano con 1’53”72 sia in batteria (venendo escluso dalla Finale con l’11esimo tempo) che in prima frazione della staffetta 4x200sl – con la speranza di poter finalmente tornare a vedere un azzurro sul gradino più alto del podio, se non addirittura quattro, viste le potenzialità delle staffette.

Ma, ancora una volta, nel momento decisivo viene a mancare al trentino quel “qualcosa” che le sue caratteristiche fisiche e tecniche dovrebbero essere in grado di consentirgli, nuotando i 100sl in 52”11 che gli vale appena il gradino più basso del podio, a soli 0”09 centesimi da Bure, argento, mentre la gara è appannaggio di Nocke, il quale conferma l’oro di tre anni prima a Vienna ’74, andando a toccare in un poco più che discreto 51”55.

Poco ha, viceversa, da rimproverarsi Guarducci sulla doppia distanza, dove conquista una seconda medaglia di bronzo fissando ad 1’52”35 il nuovo limite italiano, mentre Nocke bissa l’oro sui 100sl facendo sua la gara in un appassionante sprint (1’51”72 ad 1’61”77) con il sovietico Andrey Krylov.

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Il quartetto azzurro della 4x100sl argento agli Europei ’77 – da xoom.it

Maggior rammarico, al contrario, giunge dall’esito della staffetta 4x100sl – e non per l’ottimo argento conseguito assieme a Pangaro, Revelli e Sinigaglia alle spalle della inarrivabile Germania Ovest – bensì per il riscontro cronometrico di Guarducci, che nuota l’ultima frazione in uno stupefacente 50”37 (quasi mezzo secondo meno di Nocke), a dimostrazione che l’oro nella gara individuale era alla sua portata, cosa della quale si ha ulteriore conferma ai Campionati Italiani di Chiavari, in cui il Campione azzurro, senza pressioni di sorta, stabilisce in 51”25 il nuovo record europeo, 0”30 centesimi in meno del tempo con cui Nocke si era aggiudicato la prova in Svezia.

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Guarducci realizza il record europeo sui 100sl – da xoom.it

Una ulteriore dimostrazione delle enormi potenzialità del nuotatore azzurro, nei cui confronti Dennerlein ha parole che ne racchiudono tutto lo sconforto … “che Marcello fosse in grado di ottenere risultati del genere si sapeva da sempre, caso mai ci si chiede come mai non ci sia arrivato a contatto con avversari di maggior prestigio nei giorni che contavano di più …!!”, e la risposta, per il tecnico federale, è sempre la stessa … “Il fatto è che Guarducci ha nove delle cose che servono per essere un grande campione, gli manca la decima, vale a dire la capacità di concentrazione, la freddezza, quell’impalpabile “quid” che fa di un grande atleta un vincitore …”.

Ma, poiché il carattere – come sostiene giustamente Schopenhauer – è immutabile, occorre fare buon viso a cattivo gioco e concentrarsi sull’appuntamento a venire, costituito dalla terza edizione dei Campionati del Mondo, in programma a Berlino a fine agosto ’78, rassegna iridata in cui, con l’Italia a secco di medaglie in corsia, Guarducci resta in ogni caso il leader della spedizione azzurra.

Pur con la limitazione a due atleti per squadra, non riesce a salire sul podio dei 100sl, dovendosi accontentare del quarto posto in 51”71 nella gara in cui – dopo la scontata doppietta americana per le prime due posizioni – il tedesco Steinbach si aggiudica il bronzo togliendo a Guarducci il record europeo con 50”79, mentre raggiunge la sua unica finale in carriera (tra Olimpiadi e Mondiali) sui 200sl, che conclude in un più che onorevole quinto posto, dopo aver migliorato in batteria, con 1’52”23, il proprio record italiano …

Ed anche le staffette fanno il loro dovere, giungendo entrambe quinte sia nella 4x100sl che nella 4x200sl, a dimostrazione che lo stile libero vive comunque un periodo di buon livello nel panorama internazionale rispetto a quanto, al contrario, avviene per le altre specialità, dove il solo pensare ad un azzurro in finale (ci riesce appena Giorgio Lalle, ottavo sui 200 rana a Cali ’75) è, al momento, pura utopia.

Ma, per Guarducci, è alle viste quella che rappresenta la più grande delusione della sua attività agonistica, in quanto, dopo aver nuovamente sbancato i Giochi del Mediterraneo di Spalato ’79 (oro sui 100sl e con le staffette 4x200sl e 4×100 mista e bronzo sui 200sl) ed aver altresì vinto i 100sl alle Universiadi di Città del Messico ’79 (quelle, per capirsi, del 19”72 di Mennea sui 200 metri piani …), ritiene, a 24 anni, di potersi giocare le proprie carte in occasione delle Olimpiadi di Mosca ‘80, data l’assenza, per boicottaggio dei nuotatori Usa e della Germania Ovest.

C’è però un piccolo particolare, vale a dire che il Governo italiano – come sempre pronto a tenere i piedi in due staffe – acconsente alla spedizione azzurra di prendere parte ai Giochi, vietandone però la partecipazione agli atleti che prestano servizio in una qualunque delle Forze Armate, come nel caso di Guarducci, appunto.

Una ingiustizia – dal punto di vista sportivo senza alcun dubbio, ma anche a livello politico – che Guarducci fatica a digerire, tanto più che il tempo di 51”29 con cui lo svedese Per Johansson si aggiudica la medaglia di bronzo sui 100sl poteva essere alla sua portata.

Questa delusione lo condiziona negli anni a venire, ed anche se conclude la carriera nel 1983 con altre quattro medaglie d’oro ai Giochi del Mediterraneo (per una quota di 11 in totale) ed il bronzo nella staffetta 4x200sl ai campionati Europei di Roma ’83, Guarducci non riesce più ad esprimersi sui suoi migliori standard cronometrici, avendo comunque contribuito a rilanciare, nel suo periodo più buio, quel nuoto azzurro che poi avrebbe scalato i vertici europei e mondiali negli anni ’80 con i vari Minervini, Franceschi, Lamberti e Battistelli.

Certo, però, che se avesse avuto anche quell’impalpabile “quid” di Dennerliana memoria