DEZSO GYARMATI E LA SUA LOTTA CONTINUA TRA PISCINE E REGIME

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Dezso Gyarmati – da:dteurope.com

Articolo di Giovanni Manenti

La Pallanuoto, prima che il crollo dell’impero sovietico di inizio anni ’90 comportasse la disgregazione soprattutto dell’ex Jugoslavia – che ora può contare su tre formazioni di livello assoluto quali Serbia, Croazia e Montenegro – è stata per un largo periodo un “affare tra le quattro sorelle” rappresentate da Italia, Jugoslavia, Ungheria ed Unione Sovietica, che non a caso hanno occupato i primi quattro posti in quattro edizioni consecutive delle Olimpiadi, da Melbourne ’56 a Città del Messico ’68.

Ma, tra di esse, “prima tra le elette”, il ruolo di Paese leader indiscusso in tale disciplina non può che andare all’Ungheria, la cui compagine è stata capace di salire sul podio olimpico in ben 12 (!!) edizioni consecutive dei Giochi, dalla lontana Rassegna di Amsterdam ’28 sino a Mosca ’80, serie interrottasi solo a causa del contro boicottaggio dei Paesi del blocco comunista a Los Angeles ’84, ottenendo in tale lasso di tempo 6 medaglie d’oro, 3 d’argento ed altrettante di bronzo.

Quello che, però, è ancor più sorprendente è il fatto che la maggioranza di tali successi – che diviene la quasi totalità se ci limitiamo alle 9 edizioni del secondo dopoguerra – abbiano come filo conduttore una sola persona, dapprima in veste di giocatore e quindi di allenatore, costretto però anche a scontrarsi con le vicende politiche che coinvolgono il proprio Paese in quel drammatico autunno del 1956.

Colui di cui stiamo parlando, ed al quale è dedicata la nostra Storia odierna, altri non è che Dezso Gyarmati, nato a Miskolc, città industriale nel Nordest del Paese, il 23 ottobre 1927, pressoché universalmente considerato il più grande pallanotista di ogni epoca ed, anche se tali raffronti sono sempre di difficile interpretazione, di sicuro il più vincente, visto che nessun altro giocatore – né prima così come dopo di lui – può vantare la conquista di 5 medaglie olimpiche consecutive.

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Dezso Gyarmati – da:24.hu

Giocatore completo, grazie anche al fatto di essere ambidestro, così da poter giocare la palla con entrambe le mani pur trovandosi a miglior agio con la sinistra, Gyarmati è in grado di ricoprire ogni ruolo in piscina, sia come difensore che quale attaccante, privilegiando comunque la fase di costruzione del gioco, forte altresì di una caratteristica non comune costituita dalla sua abilità nel nuoto, vantando un “personale” sui 100 metri stile libero di 58”5, di assoluto rilievo per l’epoca, laddove si consideri che ai Campionati Europei di Vienna ’50 un tale tempo avrebbe consentito di vincere l’argento e nella successiva edizione di Torino ’54 il connazionale Géza Kadas si aggiudica il bronzo con 58”3.

Il ricco Palmarès olimpico di Gyarmati si inaugura ai Giochi di Londra ’48, allorché l’Ungheria è chiamata a confermare i trionfi di anteguerra ottenuti a Los Angeles ’32 ed a Berlino ’36, con una formazione di cui fa ancora parte Jeno Brandi, unico reduce – a dispetto dei suoi 35 anni – della squadra medaglia d’oro nell’ultima edizione prima degli eventi bellici, ma a sbarrare loro la strada trovano il primo “Settebello” azzurro che, sconfiggendoli per 4-3 (doppiette di Gildo Arena ed Aldo Ghira), di fatto li estromette nella corsa all’oro, dovendosi accontentare della piazza d’onore in un Torneo che vede il 21enne ungherese andare 5 volte a segno.

Una delusione ampiamente riscattata quattro anni dopo ai Giochi di Helsinki ’52, in cui l’Ungheria ottiene un pari per 2-2 contro la Jugoslavia nel Girone di qualificazione per la poule finale a quattro assieme ad Italia, Stati Uniti e gli stessi slavi, aggiudicandosi l’oro grazie ad una miglior differenza reti in virtù dei più larghi successi contro gli Azzurri (7-2, con Istvan Szivos protagonista con tre reti) e gli americani (4-0) rispetto alle vittorie per 3-1 e 4-2 ottenute dalla Jugoslavia contro i medesimi avversari.

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Dezso Gyarmati in azione – da:24.hu

Ma per Gyarmati, che conclude il Torneo con 7 reti all’attivo, l’avventura olimpica di Helsinki ha anche un risvolto importante dal punto di vista sentimentale, in quanto si innamora della connazionale Eva Szekely, nuotatrice ed anch’essa vincitrice di una medaglia d’oro avendo trionfato sui m.200 rana con il record olimpico di 2’51”7, precedendo l’altra magiara, nonché primatista mondiale, Eva Novak.

I due convolano a nozze e, dalla loro unione, nasce il 15 aprile 1954 Andrea – che, a scanso di equivoci, in Ungheria è un nome femminile, essendo Andrej il corrispettivo maschile – la quale avrà modo di contribuire ad inizio anni ’70 ad arricchire la già di per sé cospicua bacheca di medaglie familiare, cimentandosi nel nuoto negli stili a dorso ed a farfalla,

Una situazione sportivo/familiare che più idilliaca non potrebbe essere, con entrambi i coniugi – la moglie dopo aver dato alla luce la figlia – ad allenarsi con impegno in vista dell’appuntamento olimpico di Melbourne ’56, nel mentre la Nazionale di pallanuoto aveva ribadito la propria superiorità facendo suo anche il titolo continentale ai Campionati Europei di Torino ’54, con una Classifica finale che ricalca fedelmente l’esito dei Giochi di Helsinki, con l’Ungheria a precedere la Jugoslavia solo grazie ad una miglior differenza reti dopo aver pareggiato per 3-3 il confronto diretto, con l’Italia padrona di casa a confermare anch’essa il bronzo olimpico, ma dovendo incassare un’ancor più umiliante sconfitta (1-8 rispetto al 2-7 in terra finnica) di fronte ai fuoriclasse magiari.

Ma i Giochi di Melbourne – che per la prima volta nella loro Storia vedono la fiamma olimpica ardere nell’emisfero australe – si svolgono, a causa di detta circostanza, tra fine novembre ed inizio dicembre ’56, ad un mese di distanza dai tragici eventi relativi alla rivoluzione spontanea scoppiata a Budapest il 23 ottobre al fine di condurre il Paese ad una politica di socialismo più democratico proclamata dal Presidente Imre Nagy e sedata nel sangue dalle truppe sovietiche ad inizio novembre, con la selezione magiara in volo per Melbourne ad essere informata dal pilota dell’aereo come tale repressione abbia causato oltre 5mila morti tra la popolazione della Capitale Budapest.

Dall’alto del suo carisma, Gyarmati è il primo a scendere dall’aereo appena atterrato in terra australiana, stringendo tra le mani una bandiera nera in segno di lutto, ricevendo, al pari dei compagni, ampia solidarietà da parte di compatrioti residenti nella terra dei canguri, nonché dai cittadini australiani, ribadendo la propria posizione in merito divenendo Presidente del Comitato Rivoluzionario della Delegazione ungherese a Melbourne.

In un clima di tale tensione – in cui per poco non si addiviene ad uno scontro fisico tra atleti ungheresi e sovietici già nel corso della cerimonia di inaugurazione dei Giochi – non è facile per il tecnico Bela Raikj tenere concentrata la squadra, molti dei cui componenti sono preoccupati per i loro familiari, tra cui i coniugi Gyarmati che hanno lasciato in patria la piccola Andrea di poco più di due anni, riuscendo comunque a far leva sullo spirito nazionalistico, il che diventa un’arma in più nel corso del Torneo.

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Ervin Zador sanguinante dopo la sfida Urss-Ungheria – da:nbcolympics.com

Stavolta, difatti, non ci sono tentennamenti nel cammino dello squadrone magiaro, il quale conclude imbattuto la manifestazione con sole 4 reti al passivo (3 delle quali ininfluenti, subite nel corso dei facili successi per 6-1 contro la Gran Bretagna e 6-2 contro gli Usa nel Girone eliminatorio), per poi rifilare tre successi consecutivi per altrettanti 4-0 nella Poule finale sia ad Italia e Germania che, soprattutto, nella sfida contro l’Unione Sovietica del 6 dicembre ’56 passata alla Storia con l’accezione inglese di “The Blood in the water match”, essendosi dimostrata l’occasione per “regolare i conti” con gli invasori – anche se, occorre darne atto, non è che i giocatori avessero particolari responsabilità al riguardo, ma si sa come vanno queste cose – e conclusa con una serie di colpi proibiti da ambo le parti.

Ancora una volta, decisiva per la medaglia d’oro si rivela la sfida contro la Jugoslavia in programma all’ultima giornata, con quest’ultima ad aver lasciato un punto per strada con il 2-2 impostole dalla Germania, ragion per cui ai magiari sarebbe sufficiente l’ennesimo pareggio per confermare il titolo d quattro anni prima ad Helsinki, ma stavolta vogliono ribadire a tutto il mondo la loro veste di dominatori incontrastati in piscina e tocca a Gyorgy Karpati e Mihaly Mayer realizzare le reti del successo per 2-1 a coronamento di un torneo senza pecca alcuna.

Gioia che però nel clan magiaro è compensata in negativo da cosa li attenderà al ritorno in Patria – con i coniugi Gyarmati, che hanno visto Eva dare seguito all’oro di Helsinki con l’argento australiano sempre sui m.200 rana, a meditare su quale atteggiamento assumere – anche se alcuni di loro, tra cui Ervin Zador, protagonista del citato match contro l’Urss in quanto uscito dall’acqua sanguinante, decidono di restare in Australia.

Ma ciò non può avvenire per Gyarmati e la moglie, desiderosi di ricongiungersi con la piccola Andrea che, secondo quanto loro riferito, dovrebbe trovarsi a Vienna a casa di una zia, ragion per cui decidono di fare scalo all’aeroporto di Milano, da dove un treno organizzato dal nuovo Governo filosovietico attende la comitiva per il trasferimento a Budapest.

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La delegazione ungherese a Milano a dicembre ’56 – da:wpdworld.com

Il treno è però in ritardo, ragion per cui la delegazione è alloggiata in un Albergo milanese dove Eva ha finalmente la possibilità di mettersi in contatto con i parenti scoprendo che la figlia è a Budapest e pertanto il piano di riparare in Austria fallisce sul nascere, costretti come sono a fare ritorno nella loro Capitale.

A dispetto dei trionfi sportivi, Dezso non è certo visto di buon occhio dalla polizia filosovietica – ha alle spalle anche un trascorso in Inghilterra nell’immediato dopoguerra – presso la quale risulta schedato come tra i promotori della “Rivoluzione d’ottobre”, sino a che, nei primi giorni di gennaio 1957 non passa all’azione, con un pestaggio che lascia la leggenda olimpica in fin di vita, abbandonato in un cascinale …

Fortunatamente ripresosi, per Gyarmati non vi è oramai alcuna alternativa se vuole proteggere l’incolumità personale e della sua famiglia, vale a dire espatriare e, per una volta, la buona sorte – e forse qualche funzionario compiacente – gli dà una mano, consentendogli di superare i controlli aeroportuali con documenti falsi ed imbarcarsi su di un volo per gli Stati Uniti, destinazione New York, dove già risiedono i genitori ed il fratello.

La reazione del Governo è durissima ed impietosa, una volta accertata la fuga all’estero, vale a dire divieto assoluto di fare ritorno in Patria – una decisione che colpisce anche i celebri calciatori della “Grande Honved”, quali, fra gli altri, Puskas, Kocsis e Czibor – così come far parte della relativa Nazionale.

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Eva Szekely/Gyarmati con in braccio la piccola Andrea – da:24.hu

Una situazione difficile da accettare per un personaggio legato alla propria terra come Gyarmati, e poi vi sono i genitori di Eva, ancora residenti in Ungheria e che potrebbero subire ripercussioni governative per colpa loro, nonché il fatto che cambiare vita in un Paese straniero non è che sia poi così facile, ed ecco allora che comincia a pianificare la possibilità di un ritorno in Patria.

Vi è però un ostacolo pressoché insormontabile da superare, vale a dire il veto posto dal Governo centrale di Mosca, dal quale dipende qualsiasi decisione in terra magiara, e strano a dirsi, in suo soccorso giunge proprio il colosso georgiano Piotr Mshveniyeradze – protagonista a Melbourne con 11 reti e colpito da Gyarmati nella rissa della sfida tra le due Nazionali – il quale intercede in suo favore strappando il consenso al rientro da parte del Partito Comunista Sovietico, il quale pone come condizione che per due anni egli non possa far parte della Squadra di Pallanuoto.

Una brutta tegola per l’asso ungherese, che deve fare “buon viso a cattivo gioco” per il bene dei suoi familiari, anche se deve essere dura aver potuto riabbracciare i compagni di squadra – che nel frattempo hanno nuovamente sbaragliato il campo ai Campionati Europei ’58 disputati in casa a Budapest, terminando una volta di più a punteggio pieno, avendo rifilato un 5-3 alla Jugoslavia, un 4-2 all’Urss ed il consueto “cappotto”, 7-0, all’Italia classificatesi nell’ordine – senza però condividere con loro il piacere degli allenamenti in piscina.

Buon per lui, ritrovatosi per sua stessa ammissione ad essere “uno tra i tanti” dopo aver conosciuto la gloria grazie alle sue imprese sportive, che il bando alla fine cessi in vista delle Olimpiadi di Roma ’60 dove però, a corto di preparazione, non è in grado di fornire il consueto contributo, realizzando due sole reti in un Torneo che vede l’Ungheria concludere al terzo posto, con l’Italia viceversa a tornare a fregiarsi della medaglia d’oro come 12 anni prima a Londra.

A 33 anni suonati, si potrebbe pensare che la carriera agonistica di Gyarmati sia giunta al capolinea, ma il suo orgoglio e, soprattutto, il suo spirito patriottico, gli impedisce di chiudere con una sconfitta ed eccolo all’ora guidare l’Ungheria al suo ottavo titolo europeo (su 10 edizioni …!!) alla Rassegna Continentale di Lipsia ’62 per poi partecipare alla sua quinta Olimpiade di Tokyo ’64 per fornire il proprio contributo di esperienza ad una formazione desiderosa di ritornare ai vertici assoluti dopo il passo falso di Roma.

La sua veste di leader carismatico consente di centrare l’obiettivo, pur venendo centellinato nelle sue presenze in acqua, schierato nelle sfide del Girone di semifinale contro l’Olanda – contro cui realizza la sua ultima rete nella Rassegna a cinque cerchi nella vittoria per 6-5 – e la Jugoslavia, conclusa con un emozionante pareggio per 4-4 e quindi, dopo aver saltato l’incontro contro l’Italia, vinto dai magiari per 3-1, disputare la sua 33esima ed ultima gara nella Storia dei Giochi, che non poteva che vederlo opposto all’Unione Sovietica, travolta per 5-2 così da consegnare all’Ungheria la medaglia d’oro, ancorché a parità di punti con la Jugoslavia, grazie alla consueta miglior differenza reti (+5 rispetto al +3 degli slavi).

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Una fase della sfida tra Urss ed Ungheria ai Giochi di Tokyo ’64 – da:waterpololegends.com

Una carriera senza paragone alcuno per il “più forte giocatore di ogni epoca”, il quale non si stacca dal Mondo della Pallanuoto, divenendo allenatore della Nazionale che, sotto la sua guida, ottiene altre tre medaglie olimpiche – argento a Monaco ’72, oro a Montreal ’76 e bronzo a Mosca ’80 – il che sta a significare che nelle 9 edizioni dei Giochi del dopoguerra da Londra ’48 all’edizione moscovita, Gyarmati non è stato presente solo a Città del Messico ’68, con un Palmarès complessivo di 8 allori, di cui 4 ori, 2 argenti ed altrettanti bronzi.

Bacheca che si è altresì arricchita di altri due titoli europei (Vienna ’74 ed Jonkoping ’77) da sommare ai successi da giocatore, così come, con la creazione dei Campionati Mondiali, Gyarmati conduce l’Ungheria al titolo iridato nell’edizione inaugurale di Belgrado ’73 ed a due secondi posti a Cali ’75 e Berlino ’78, ma crediamo che per lui, divenuto anche membro della Federazione magiara di pallanuoto, nonché introdotto nel 1976 nella “International Swimming Hall of Fame” ed autore di numerosi testi sullo sport della sua vita, tra cui una “Storia della Pallanuoto ungherese”, la soddisfazione maggiore sia giunta fuori dalle piscine.

Difatti, all’avvenuto crollo dell’impero sovietico e conseguente fine del regime comunista nel Paese, Gyarmati, ancorché avendo superato la soglia dei 60 anni, viene eletto quale Membro del nuovo Parlamento ungherese alle elezioni del 1990 nelle file del Partito Democratico, facendo poi parte delle Commissioni parlamentari in tema di Pubblica Amministrazione, Polizia e Sicurezza Interna, pur non ottenendo la conferma nelle successive elezioni del 1994 e ’98, ma ottenendo nel 2003 la nomina a Presidente della Sezione Sportiva del Dipartimento Culturale del Fidesz, Partito Conservatore del proprio Paese.

Davvero una bella rivincita per uno che ha dedicato l’intera sua vita alla propria terra, contribuendone alla “Gloria Sportiva” nel periodo in cui i successi in tale campo erano fonte di esaltazione per il regime all’epoca imperante, quello stesso regime che aveva cercato di sopprimerlo, così come in occasione della sua scomparsa, avvenuta il 18 agosto 2013 all’età di quasi 86 anni, la FINA (il massimo organismo dello Sport natatorio mondiale …) lo commemora ricordando di lui “un genio mancino capace di ricoprire ogni ruolo, che affrontava senza alcun timore qualsiasi sfida ed in grado di risolvere anche gli incontri più accesi grazie ad una singola giocata” …

Altre parole, crediamo, non servano assolutamente …

 

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CHRIS MULLIN, QUANDO UN DOPPIO ORO OLIMPICO VALE IL TITOLO NBA

Golden State Warriors: Chris Mullin
Chris Mullin a Golden State – da:cherrycollectables.com.au

Articolo di Giovanni Manenti

Alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, i padroni di casa degli Stati Uniti schierano nel Torneo di Basket forse la più forte squadra universitaria nella Storia dei Giochi, potendo contare su due fuoriclasse assoluti, vale a dire la futura leggenda Michael Jordan – Campione NCAA ’82 con North Carolina – ed il centro Patrick Ewing, fresco vincitore del titolo NCAA ’84 con Georgetown e che avrebbe fatto le fortune dei New York Knicks nel panorama professionistico.

Il contro boicottaggio imposto dai Paesi del blocco sovietico incide sulla competizione solo per l’assenza dell’Unione Sovietica, sostituita dalla Germania Ovest, ma sono presenti Nazioni del calibro di Brasile, Australia, Italia, Spagna e, soprattutto, Jugoslavia, Campione Mondiale ’78 ed Oro alle precedenti Olimpiadi di Mosca ’80.

Ma, contro Jordan & Co., c’è ben poco da fare, visto che gli Usa vincono il proprio Girone a punteggio pieno con una media punti di 102,2 nelle cinque gare disputate – tra cui un imbarazzante 101-68 rifilato alla Spagna – per poi riservare analogo trattamento nei Quarti di finale alla Germania ed in semifinale al sorprendente Canada che aveva fatto fuori gli Azzurri nel turno precedente e presentarsi all’appuntamento per l’oro ancora contro gli iberici che, a loro volta, avevano creato sensazione superando 74-61 in semifinale i Campioni in carica della Jugoslavia, nonostante questi ultimi potessero contare su fuoriclasse del calibro di Aleksandr e Drazen Petrovic, Branko Vukicevic, Drazen Dalipagic e Ratko Radovanovic.

Ed, in una formazione in cui Jordan viaggia a medie di 19,6 punti a partita, con l’apice di 24 nella ricordata prima sfida contro la Spagna, ed Ewing fornisce il proprio contributo costituito da 12,6 punti e 6,4 rimbalzi di media per gara, si fa notare, come terza forza del roster, un 21enne newyorkese – compiuti proprio durante il Torneo – proveniente dalla “St. John’s University, College di mediocri tradizioni in campo cestistico, visto che nella sua Storia aveva raggiunto le “Final Four” del Torneo NCAA solo nel 1952.

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Mullin a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.ae

Questo ragazzone bianco, di m.2,01 per 91 chili, che può giocare indistintamente come guardia od ala piccola, altri non è che Chris Mullin, nato a Brooklyn il 30 luglio 1963, il quale festeggia il suo compleanno mettendo a referto 10 punti nella gara del Girone eliminatorio contro Canada, dopo averne realizzati 12 il giorno prima contro la Cina, cui seguono i 13 contro Uruguay ed il suo contributo con 16 nella più volte citata distruzione della Spagna.

Giocatore poco appariscente dal punto di vista dello spettacolo, Mullin è micidiale nel tiro dalla media e lunga distanza, caratteristica che mette a frutto in particolare nella Semifinale che vede gli Usa affrontare nuovamente il Canada, gara in cui ricopre le vesti del trascinatore dall’alto dei suoi 20 punti, meglio di Jordan che si limita a 13, con 4 rimbalzi e 3 assist, mentre Ewing fornisce il proprio contributo di 10 punti e 7 rimbalzi nel 78-59 che schiude agli Stati Uniti le porte della Finale per l’oro ancora contro gli iberici.

Jordan non è certo il tipo che può farsi togliere le luci della ribalta senza reagire, ed il 10 agosto ’84 al “Forum” di Inglewood riconquista la scena da par suo mettendo a segno 20 punti nel nuovo, largo successo per oltre 30 punti (96-65) contro la Spagna, con Mullin a rivestire stavolta il ruolo di suggeritore, servendo ben 6 assist a coronamento della medaglia d’oro americana.

Appassionatosi al Basket sin da ragazzino, Mullin non perde occasione per assistere alle gare interne dei Knicks al “Madison Square Garden”, cercando di “rubare” i segreti dei talentuosi Walt Frazier ed Earl Monroe dell’epoca, così come ammira le qualità realizzative di Larry Bird e John Havlicek dei Boston Celtics, scegliendo il 17 come proprio numero di maglia in onore di quest’ultimo, autore di oltre 26mila punti nella NBA in un’epoca dove ancora non vigeva la regola del tiro da 3 punti.

Ed il giovane Chris non si fa neppure scrupoli di affinare le proprie doti di combattente trasferendosi regolarmente nei “Quartieri Neri” della “Grande Mela” quali il Bronx ed Harlem per sfidare nei playground i ragazzi di colore, con ciò cementando un carattere forte ma poco incline all’esibizionismo, cosa certamente non indicata in certi luoghi, dove occorre far buon viso a cattivo gioco e rispondere solo a suon di canestri alle inevitabili provocazioni.

Questa sua maniacale applicazione – in ciò molto somigliante all’atteggiamento tenuto da Larry Bird negli anni della sua gioventù – fa sì che già al liceo Mullin ottenga il soprannome di “Mr. Basketball” dello Stato di New York e di lui non può non accorgersene il celebre scopritore di talenti Lou Carnesecca, dal 1965 Allenatore alla “St. John’s University”, nel Queen’s, che se ne aggiudica le prestazioni.

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Chris Mullin a St. John’s University – da:nymag.com

Nel suo primo anno al College, Mullin realizza 16,6 punti di media – un record per una matricola a St. John’s – mentre nelle tre stagioni successive è nominato “Big East Player of the Year”, raggiungendo l’apice della propria carriera a livello universitario nell’anno successivo all’oro olimpico allorché conduce la propria squadra per la seconda (e sinora ultima …) volta della sua storia alle “Final Four” del Torneo NCAA, sconfitta in semifinale 59-77 dai Campioni in carica di Georgetown del suo compagno di Nazionale olimpica Pat Ewing, a propria volta superato in Finale 64-66 da Villanova.

Ma per Mullin – il quale conclude la carriera universitaria vedendosi assegnato il “John R. Wooden Award”, premio riservato al miglior giocatore universitario della stagione (tanto per capirsi, vinto da Larry Bird nel 1979, da Ralph Sampson nel 1982 ed ’83 e da Jordan l’anno precedente …) – sta per aprirsi un nuovo capitolo della propria carriera cestistica con il Draft NBA svoltosi proprio nella sua New York il 18 giugno 1985, con i Knicks, aventi la prima scelta, a privilegiare il reparto offensivo orientandosi, e non si può certo dar loro torto, sul più volte ricordato Patrick Ewing.

Fa, casomai, più specie che il Miglior giocatore universitario dell’anno debba attendere la settima chiamata prima di essere scelto, orientandosi dli Indiana Pacers su Wayman Tisdale – anch’esso componente della formazione Campione olimpica – così come altri due suoi compagni nell’avventura californiana, John Koncak e Joe Kleine, gli vengono preferiti, rispettivamente dagli Atlanta Hawks e dai Sacramento Kings.

Quando, infine, tocca ai Golden State Warriors avanzare la loro richiesta, ecco che la scelta ricade sul 22enne newyorkese, desiderosi di ritornare ai vertici della Lega visto che, dopo il titolo conquistato nel 1975, sono ben 8 stagioni che non riescono neppure a qualificarsi per la “Post season, avendo addirittura chiuso l’ultimo Campionato all’ultimo posto della “Western Conference”, con un poco invidiabile record di 22 gare vinte a fronte di ben 60 sconfitte.

Mullin, da solo, non può certo fare miracoli, anche se il suo primo anno da “Rookie” lo vede realizzare 14,0 punti di media – andando in 10 occasioni oltre i 20 punti, tra cui i 24 nel successo esterno per 130-122 sui Los Angeles Lakers ed i 26 (suo massimo stagionale …) nella sconfitta per 115-124 ad Houston contro i Rockets – con i Warriors a migliorare di poco il proprio record, chiudendo a 30-52 per poi, con l’avvento di George Karl in panchina, tornare ad un record positivo nel 1987, qualificandosi per la prima volta ai Playoffs in un decennio, solo per essere eliminati nella Semifinale di Conference dai pressoché imbattibili Los Angeles Lakers dell’epoca.

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Chris Mullin ai Warriors nel 1987 – da:gettyimages.it 

Una situazione che Golden State vive nuovamente nel 1989 e ’91 – sconfitta in semifinale dai Phoenix Suns e dai Lakers, rispettivamente, sempre per 1-4 – nonostante Mullin abbia oramai definitivamente assunto il ruolo di leader della franchigia, con 26,5 punti di media (suo massimo in carriera per singola stagione …) nel 1989, in cui realizza un “season high” di 47 nella sconfitta per 126-128 al supplementare contro i Los Angeles Clippers, e 25,7 nel ’91, stagione in cui mette a referto 41 punti nel successo per 125-124 al “Forum” sui Los Angeles in gara-2 delle semifinali playoff.

Il tutto grazie all’arrivo alla guida dei Warriors di Don Nelson, il quale nei suoi 6 anni a Golden State dal 1988 al ’94 tiene una media di vittorie pari al 53,47%, raggiungendo il top nel ’92 allorché la squadra realizza un record di 55-27 secondo nella Western Conference solo ai Portland Trail Blazers, ed in cui Mullin si conferma “top scorer” con 25,6 punti di media, pur se la stagione si conclude con un’ingloriosa uscita al primo turno dei playoff, sconfitti 1-3 dai Seattle Super Sonics.

Ma il 1992 è una data storica per il Basket non solo americano, bensì mondiale, in quanto segna l’ingresso dei Professionisti nell’arengo olimpico e gli Usa, scioccati dall’eliminazione in semifinale ai Giochi di Seul ’88 dall’Unione Sovietica – per quella che, oltre Oceano, è tuttora considerata la “prima vera sconfitta” degli Stati Uniti in tale Torneo, non riconoscendo come tale quella subita a Monaco ’72 – decidono, facendo leva sullo smisurato orgoglio nazionale, di inviare all’edizione di Barcellona ’92 quello che ad ogni latitudine del pianeta sarà universalmente riconosciuto come il “Dream Team”.

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Il “Dream Team” Usa ai Giochi di Barcellona ’92 – da:nba.com

Affidata alle sapienti mani di Chuck Daly, coach dei Detrot Pistons, la selezione – che comprende, così tanto per salvare le apparenze, anche un universitario quale Chris Laettner, reduce da due titoli NCAA consecutivi con Duke – si permette di schierare Campioni del calibro di Larry Bird e “Magic” Johnson (i dominatori della NBA per l’intero decennio ’80 …), cui vengono affiancati altri talenti quali John Stockton e Karl Malone, Charles Barkley, Clyde Drexler e David Robinson, nonché tre “reduci” della formazione medaglia d’oro otto anni prima nell’edizione californiana dei Giochi.

E Daly, ben sapendo che, oltre allo spettacolo – comunque assicurato – occorre anche concretezza per non fallire un obiettivo che, se non raggiunto, vedrebbe crollare di fatto il mito del Basket Usa, alle scontate convocazioni di Michael Jordan e Patrick Ewing – non a caso “Rookie of the Year” nei rispettivi anni da matricola nel 1985 ed ’86 – aggiunge anche quella di Chris Mullin, classico uomo da “un nome, una garanzia, che non può creare problemi di incompatibilità con le super star a sua disposizione, ma che, altrettanto, è sicuro mettersi a disposizione della squadra in caso di necessità.

Mai scelta si rivela più azzeccata, visto che, in un “Dream Team” che asfalta tutto quanto gli si presenti davanti – 115,8-70,0 la media punti di scarto nel girone eliminatorio, compreso un 103-70 alla Croazia di Drazen Petrovic, Dino Radja e Toni Kukoc – per poi “regalare” imbarazzanti punteggi a Portorico (115-77) nei Quarti di Finale, alla Lituania di Arvidas Sabonis (addirittura umiliata per 127-76, ma c’era da “regolare il conto” di Seul …) in semifinale ed ancora alla Croazia in Finale, battuta con oltre 30 punti di scarto per 117-85, ecco che il “gregario” Mullin porta diligentemente a termine il compito assegnatogli.

In un “Palau Municipal d’Esports” di Badalona che fa registrare il tutto esaurito ogni volta che i “mostri sacri” americani scendono sul parquet, tutti gli occhi sono puntati su cosa saranno capace di fare i vari Jordan (con il suo fedele partner ai Chicago Bulls, Scottie Pippen …), “Magic”, Barkley, Stockton e Drexler, e passa quasi inosservato colui che vive il Basket come un qualcosa di essenziale, che non spreca mai un pallone, sia per depositarlo in fondo alla retina che per servire un assist vincente ad un proprio compagno, ma a fine Torneo, in una disciplina che fa delle statistiche la propria essenza, ci si accorge che l’oramai 29enne newyorchese ha fatto registrare 12,9 punti – con un apice di 19 contro il Brasile e di 20 nella “distruzione” della Lituania in semifinale – e 3,6 assist di media a partita, superiori agli 11,6 punti e 3,0 assist che avevano contraddistinto le sue prestazioni 8 anni prima a Los Angeles.

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Mullin sul podio di Barcellona tra Scottie Pippen e Michael Jordan – da:pinterest.com

Personaggio schivo, poco incline ad apparire davanti ai riflettori, Mullin festeggia la stagione dei suoi 30 anni con 25,9 punti di media nel ’93 – sua seconda miglior prestazione in carriera – per poi entrare nella fase calante della propria attività agonistica e che, dopo un’altra convincente stagione dei Warriors nel ’94 (50-32) seguita però da un’immediata uscita ai Playoffs, vede Golden State tornare malinconicamente ai livelli precedenti l’arrivo della micidiale guardia.

Desideroso di provare a vincere un titolo, nell’estate ’97 Mullin si trasferisce agli Indiana Pacers sotto la guida del suo idolo giovanile Larry Bird – uno che di tiratori se ne intende – venendogli accordata fiducia tanto da essere inserito, a dispetto dei 34 anni suonati, nel quintetto titolare di tute ed 82 le gare della “regular season”, dallo stesso ripagata con una percentuale del 55,9% al tiro, risultando il terzo miglior marcatore con 11,3 punti di media, dietro al cecchino Reggie Miller ed a Rik Smits, che chiudono a 19,5 e 16,7 rispettivamente.

Tale positiva stagione consente a Pacers di ottenere il terzo miglior record (58-24) della Eastern Conference, ma la strada per il titolo – dopo aver eliminato 3-1 Cleveland al primo turno e 4-1 i New York Knicks di un oramai stanco Pat Ewing nelle Semifinali di Conference – viene bloccata dai Chicago Bulls in cui Michael Jordan manda in scena l’ultima recita della sua straordinaria carriera, al termine di una drammatica serie conclusa sul 4-3 con entrambe le squadre a far rispettare il fattore campo.

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Duello Mullin-Jordan nei Playoffs ’98 tra Indiana e Chicago – da:pinterest.it

Il ritiro dalle competizioni di MJ fornisce a Mullin ed ai Pacers un’ultima opportunità di conquistare l’anello, ma, a dispetto del record di 33-17 nella “stagione dimezzata” a causa dello sciopero dei giocatori, tocca stavolta ai New York Knicks, nonostante il modesto apporto di Ewing – comunque determinante nel successo per 93-90 di gara-1 con 16 punti e 10 rimbalzi – sbarrare ad Indiana la strada della Finale per il titolo, così che Mullin si vede costretto a concludere la propria carriera, con un nostalgico ritorno ai Warriors nel 2001 a 38 anni, senza aver potuto coronare il sogno del titolo NBA.

Non sapremo mai se, per uno come Chris Mullin che ha indubbiamente lasciato il segno nei suoi 16 anni da Professionista, con quasi 18mila punti a referto (media di 18,2 a partita), 4,1 rimbalzi e 3,5 assist all’attivo, sarebbe stato meglio conquistare la Lega rispetto alle medaglie d’oro olimpiche, ma siamo certi che lui non si sia posto il problema.

D’altronde, l’unica cosa che veramente gli interessava era quella di fare appieno il proprio dovere e, su questo punto, crediamo che nessuno abbia qualcosa da obiettare …

 

PETER LUSCHER, IL CARNEADE CHE VINSE LA COPPA DELLA MONDO 1979 BATTENDO STENMARK

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Peter Luscher ai Giochi di Lake Placid 1980 – da zimbio.com

articolo di Nicola Pucci

Non che prima e dopo abbia realizzato tali prodezze da annoverarlo tra gli immortali dello sci alpino, comunque sia Peter Luscher, complice un regolamento bizzarro, colse l’attimo fuggente e nella stagione 1978/1979 fece sua la Coppa del Mondo togliendosi il lusso di battere il più grande di tutti, re Ingemar Stenmark.

Prima di entrare nel dettaglio di quell’annata insolita, giova ricordare che Luscher, svizzero di Romanshorn che qui ebbe i natali il 14 ottobre 1956, infiltra la squadra nazionale elvetica fin da giovanotto, palesando buone doti di polivalenza seppur primeggiando, inizialmente, tra i pali stretti dello slalom. Debutta in Coppa del Mondo nella stagione 1974/1975, poco più che 18enne, giungendo settimo in combinata a Wengen per poi, l’anno successivo, figurare al sesto posto in slalom gigante a Madonna di Campiglio, all’ottavo in slalom a Schladming e al quarto sia in combinata a Garmisch che in discesa ad Aspen, quando l’asburgico Ernst Winkler gli soffia il primo podio in carriera per l’inezia di 5 centesimi.

Sono gli anni in cui imperversa l’egemonia di Stenmark, che dopo le cinque vittorie azzurre consecutive (quattro con Gustavo Thoeni ed una con Perino Gros), a sua volta infila un tris di successi in classifica generale, dominando il lotto della concorrenza con una facilità tale da costringere i vertici dello sci alpino ad ideare un nuovo sistema di conteggio che infine, se da un lato penalizzerà lo svedese che mai più sarà in grado di far sua la sfera di cristallo, premierà qualche atleta di seconda fascia. Tra questi, appunto, il nostro Peter Luscher, che dopo aver colto un secondo posto in combinata a St.Anton il 18 febbraio 1977 quando a negargli la gioia della prima vittoria in carriera è il tedesco Sepp Ferstl, e aver concluso la stagione 1977/1978 al 16esimo posto della graduatoria generale salendo sul terzo gradino del podio sia in slalom (Stratton Mountain, alle spalle di Steve Mahre e Stenmark) che in gigante (Arosa, battuto ancora da Stenmark e Andreas Wenzel), abborda la nuova annata con rinnovate ambizioni. Anche perché, nel frattempo, ha palesato progressi confortanti nelle discipline tecniche, tanto da chiudere in settima posizione in gigante ai Mondiali di Garmisch del 1978, non prima aver colto in precedenza anche un ottavo posto nello slalom olimpico di Innsbruck nel 1976.

Con la nuova formula, ai fini della classifica generale di Coppa del Mondo possono essere conteggiati solo i punti di un numero limitato di gare per specialità: due di discesa libera, tre di slalom gigante e slalom speciale e tutte le combinate, il che avvantaggia sensibilmente chi fa della polivalenza il proprio cavallo di battaglia, a danno ovviamente degli specialisti, prove tecniche o discesa libera che siano. Inoltre, i punti vengono assegnati non più solo ai primi dieci classificati di ogni prova, ma ai primi quindici, a scalare (25 al primo, 1 al quindicesimo), ed è altrettanto ovvio che il sistema progettato ha il solo scopo di impedire a Stenmark di far gara a sè.

La stagione prende avvio il 9 dicembre a Schladming, e se Stenmark infila in gigante la prima di una clamorosa serie di dieci vittorie su dieci gare in programma, Luscher chiude alle sue spalle tra le porte larghe, per poi ottenere in combinata il giorno dopo la prima vittoria in carriera, battendo Leonhard Stock e Wenzel. In effetti il campione svizzero è all’apice della forma, risultando l’avversario più irriducibile di Stenmark in gigante cogliendo quattro secondi posti a Schladming, appunto, a Kranjska Gora, a Courchevel e a Steinach, oltre ad un terzo posto a Lake Placid, infine andando ad occupare la seconda posizione nella classifica di specialità. In slalom Luscher è meno costante, nondimeno le sue serpentine sono redditizie e se a Madonna di Campiglio gli garantiscono la seconda piazza alle spalle del sorprendente connazionale Martial Donnet, a Garmisch gli offrono su di un piatto… d’oro la vittoria a spese di Phil Mahre e del bulgaro Peter Popangelov, cui aggiungere un terzo trionfo stagionale nella combinata. E visto che Stenmark, pur incamerando ben 13 successi in stagione, non può che sommare un massimo di 150 punti, Luscher approfitta dell’occasione e prende il largo in classifica generale.

Il 22enne elvetico mette in bacheca, oltre a tre vittorie, anche cinque piazze d’onore e due terzi posti, e se infine Stock sarà l’avversario che più di ogni altro gli terminerà vicino in classifica, 163 punti contro 186, un’altra mano consistente a Luscher viene data dalla dea bendata che drammaticamente toglie di mezzo un giovanotto di meravigliose doti e di luminoso futuro che risponde al nome di Leonardo David, che cade in prova sulla pista olimpica di Lake Placid per non rialzarsi più quando pareva pronto, seppur giovanissimo, a spiccare il volo.

Peter Luscher fa dunque sua la sfera di cristallo, ma quello che pare solo l’inizio di una parabola ricca di successi, invece altro non è che l’apice di una carriera che si trascina poi senza troppi sussulti, con una vittoria in combinata l’anno dopo a Madonna di Campiglio, l’argento sempre in combinata ai Mondiali di Schladming nel 1982 dove a batterlo è il carneade francese Michel Vion, un secondo posto nel primo supergigante della storia a Val d’Isere, sempre nel 1982, quando a precederlo è Peter Muller, un podio anche in discesa, nel 1983, sempre secondo e sempre a Val d’Isere, ed un inatteso ritorno di fiamma quando batte tutti in discesa a St.Anton e in supergigante a Garmisch, chiudendo proprio la stagione 1982/1983 con un quinto posto finale in classifica generale, 164 punti contro i 285 di Phil Mahre, nuovo re di Coppa del Mondo con il terzo successo consecutivo.

C’è tempo per qualche altro piazzamento da podio, in combinata soprattutto, ed anche un secondo posto sulla mitica Lauberhorn di Wengen il 20 gennaio 1985 quando l’austriaco Peter Wirnsberger, per soli 22 centesimi, nega a Luscher quel successo che avrebbe dato lustro alla carriera, prima che un fragoroso capitombolo a Bad Kleinkirchheim il 14 febbraio 1985 metta la parola fine alla vicenda agonistica di Peter. Che saluta con una sfera di cristallo in bacheca, ma siamo sinceri, la domanda sorge spontanea: avrebbe vinto, se quei buontemponi che governavano allora la Coppa del Mondo non avessero voluto fare un dispetto al grande Ingo? Qualche ragionevole dubbio sussiste, eccome se sussiste, ma possiamo fargliene una colpa se il buon Luscher è stato bravo a sfruttare le circostanze?

IRENEUSZ PALINSKI, IL POLACCO CHE SOLLEVO’ L’ORO AI GIOCHI DEL 1960

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Ireneusz Palinski a Tokyo 1964 – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Non si può certo affermare che la Polonia, almeno fino ai Giochi di Roma del 1960, abbia un medagliere tanto ricco da annoverarla tra i grandi paesi in sede olimpica. Soprattutto nel sollevamento pesi, ferma com’è al solo bronzo colto quattro anni prima a Melbourne da Marian Zielinski nei pesi medi. Ma i tempi sono maturi per incrementare lo score ed infine salire sul tetto del mondo, ed artefice dell’impresa è Ireneusz Palinski, 28enne di Nuzewie, figlio primogenito di contadini, che nella capitale sbaraglia il campo.

Già medaglia di bronzo ai Mondiali di Stoccolma nel 1958 battuto dal sovietico Lomakin e dall’americano George, e argento alla rassegna iridata dell’anno successivo a Varsavia alle spalle dell’altro sovietico Plyukfelder, Palinski debutta ai Giochi romani competendo nella categoria dei pesi massimi-leggeri, riservata ai sollevatori fino a 82,5 kg. Qui si trova a dover battagliare proprio con George, che fa meglio di lui nella prova di distensione lenta, 132,5 kg. a 130 kg., per poi invece essere il migliore del lotto dei concorrenti sia nello strappo, 132,5 kg. come lo stesso George, sia nello slancio, ottenendo la misura di 180 kg. che non solo è il nuovo record del mondo ma gli consente di scavalcare l’americano in classifica, che si è esibito prima di lui, e mettersi al collo la medaglia d’oro, 442,5 kg. totali contro 430 kg., primo polacco a riuscirci nel sollevamento pesi. E che la giornata sia radiosa per il paese dell’Est Europa è certificato dal terzo posto di Jan Bochenek, con Palinski pure onorato dal venir premiato da Adam Rapacki, Ministro degli Affari Esteri, che lo proclama miglior atleta polacco della rassegna olimpica.

Quattro anni dopo Palinski, che nel frattempo è diventato campione del mondo a Vienna nel 1961 nella categoria dei pesi medio-massimi a cui si è ormai convertito per l’impossibilità di rientrare nei limiti di peso dei massimi-leggeri, battendo il britannico Louis Martin e il sovietico Arkady Vorobyov, autentica leggenda della categoria con quattro titoli mondiali e due olimpici tra il 1954 e il 1960, risultando altresì secondo sia nel 1962 che nel 1963 battuto in entrambe le occasioni dallo stesso Martin che gli impartisce due severe lezioni, è in gara alle Olimpiadi di Tokyo. Pure stavolta il polacco si trova a dover recuperare dopo la prova di distensione lenta, che vede il sovietico Vladimir Golovanov migliorare il record olimpico con 165 kg., con Palinski non meglio che quarto per aver sollevato 150 kg, preceduto anche dal solito Martin e dall’americano William March, provvisoriamente secondi con 155 kg. di alzata. E se Golovanov è di una spalla sopra il lotto e sbaraglia la concorrenza con un altro record olimpico nello strappo, 142,5 kg. per totalizzare infine 487,5 kg. che equivalgono al nuovo record del mondo, i tre rivali si giocano gli altri due gradini del podio, con Martin che si accontenta della medaglia d’argento con 475 kg. e Palinski che con il record olimpico di 182,5 kg. nello slancio riesce a soffiare a March il terzo posto, mettendosi al collo la medaglia di bronzo grazie al minor peso corporeo rispetto all’americano. 

L’avventura a cinque cerchi di Palinski termina qui, nondimeno il sollevatore polacco, che aprirà una strada verso l’oro percorsa anche da Waldemar Baszanowski nei pesi leggeri a Città del Messico 1968, da Zygmunt Smalcerz nei pesi mosca a Monaco 1972, da Szymon Kołecki nella categoria dei -94 kg.a Pechino 2008 e da Adrian Zielinski a Londra 2012 tra i -85 kg., ha ancora qualche cartuccia da spendere nel consesso delle grandi rassegne pesistiche. Come ad esempio ai Mondiali di Berlino del 1966 quando, 34enne, sale sul secondo gradino del podio alle spalle dell’ungherese Geza Toth con il suo primato personale di 477,5 kg., mettendo il sigillo ad una carriera alle prese con il bilanciere tanto grande da meritarsi, nel 1961, la palma di atleta dell’anno in Polonia.

E per una disciplina che da quelle parti, almeno all’epoca, non riscuoteva grande successo, quest’impresa vale quanto una medaglia d’oro olimpica. Vero Ireneusz Palinski?

 

TOUR DE FRANCE 1998, PANTANI SCRIVE LA STORIA SUL GALIBIER

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Pantani attacca sul Galibier – da meteolive.it

articolo di Emiliano Morozzi

Non c’è niente da fare, quando la strada si rizza sotto i pedali, Pantani è il più forte!“. Così commentava un quasi commosso Adriano De Zan una delle imprese ciclistiche più belle degli anni Novanta, quella giornata d’inferno in cui Pantani ribaltò il tavolo del Tour, si prese la maglia gialla con un’azione da ciclismo d’altri tempi e se la portò addosso fino al paradiso dei Campi Elisi.

Sono passati vent’anni ed entrambi i protagonisti non ci sono più, ma i ricordi di quella giornata epica sono ancora vividi, come se fossero storia recente. Siamo alla prima tappa alpina del Tour de France 1998, i Pirenei sono già stati superati e all’idolo di casa nostra, Marco Pantani, serve davvero un’impresa per conquistare la maglia gialla. Il romagnolo, dopo avere vinto il Giro d’Italia, si ferma per un mese e al Tour arriva con le gambe che non girano. Prende 43 secondi nel cronoprologo, viene bastonato nella cronometro di Correze e ai piedi delle montagne si trova lontano 5 minuti dalla maglia gialla Ullrich.

Sui Pirenei Pantani prova a scalfire la leadership del tedesco, ma Ullrich tiene botta, perde una manciata di secondi nella prima tappa pirenaica e sul Plateau de Beille resiste a uno scatenato Pantani subendone gli scatti ma evitando il tracollo e perdendo 1’40” al traguardo. Il 27 luglio la corsa ha appuntamento con il primo tappone alpino: il menu prevede Croix de Fer, Telegraphe, Galibier e arrivo in salita a Le Deux Alpes. Montagne ce ne sono, ma il tracciato non sembra adatto a Pantani: tra il Galibier e l’arrivo ci sono quasi quaranta chilometri, discesa e falsopiano potrebbero non favorire il romagnolo e la salita finale ha delle pendenze non impossibili, più adatte alla potenza di Ullrich che allo scatto bruciante di Pantani.

Serve un’impresa, perchè per ipotecare la maglia gialla Pantani deve anche pensare al tempo che perderà a cronometro, sarebbero necessari almeno sei minuti, un crollo verticale di Ullrich. Ai piedi del Galibier nulla lascia presagire una tappa epica: il gruppo procede compatto, ci provano Leblanc, Escartin e Boogerd, ma ad un certo punto Ullrich piazza un paio di accelerazioni per far capire che è lui che comanda. Il tedesco è senza il fido gregario Riis ma sembra in grado di cavarsela da solo, l’attacco di Pantani sembra sempre più improbabile: magari scatterà sulla salita finale e proverà a vincere la tappa, ma i sogni di gloria sembrano svanire nella pioggia e nel freddo dell’ascesa. A sei chilometri dalla vetta invece arriva il lampo: dalla nebbia sbuca la sagoma di Pantani, dietro di lui arranca Luc Leblanc, il romagnolo quasi frena di colpo per aspettare il francese, ma Leblanc non ce la fa. La pedalata del Pirata è irresistibile, e solitario Pantani risucchia uno ad uno tutti coloro che gli stanno davanti: Escartin, Massi, Jimenez, Rinero. Dietro Ullrich sembra aver perso la sua sicurezza, nessuno lo aiuta e il tedesco perde secondi preziosi con una rapidità impressionante.

Pantani appare e scompare in mezzo alla pioggia, mentre le telecamere si fissano su un Ullrich impietrito. All’entrata della vecchia strada che sale fino al Galibier, Pantani salta Jimenez e Rinero, mentre la numerosa folla che gremisce gli ultimi tornanti della salita acclama il romagnolo come un eroe. In cima al Galibier Pantani è a dieci secondi dalla maglia gialla: in una manciata di chilometri ha bastonato la concorrenza, ma in discesa rischia di cadere dopo pochi tornanti. Per strada il romagnolo trova alleati preziosi come Jimenez e Rinero, che gli danno il cambio, Julich invece terzo in classifica va dritto ad una curva e Ullrich non riesce a recuperare il terreno perduto. Ai piedi della salita finale, Pantani è già con la maglia gialla addosso e i chilometri finali dell’ascesa diventano per lui una passerella trionfale: gli avversari crollano uno dopo l’altro, i distacchi sono d’altri tempi. Julich terzo in classifica accusa quasi sei minuti di ritardo, un Ullrich distrutto ne prende quasi nove. E’ l’impresa più bella di Pantani, quella che lo porterà a conquistare il Tour de France a più di trent’anni di distanza dall’ultima vittoria italiana firmata Gimondi.

Era il 27 luglio 1998: il giorno in cui Pantani scrisse una pagina di ciclismo destinata all’immortalità.

DAN O’BRIEN, IL RE DEL DECATHLON VITTIMA DEI TRIALS OLIMPICI

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Dan O’Brien ad Atlanta ’96 – da:dailysports.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il Decathlon è, tra le specialità dell’Atletica Leggera che hanno luogo tra pista e pedane all’interno di un impianto, quella che riceve la minor visibilità a livello mediatico, non potendo – per ovvie ragioni, visto sia per il fatto che si svolge in due giornate che per la lunghezza delle dieci prove – trovare spazio nell’ambito dei più importanti meeting della “Diamond League”, così da toccare il picco della notorietà solo in occasione delle grandi Manifestazioni internazionali, siano essi Campionati Europei, Mondiali od Olimpiadi.

Anche in questo caso, però, svolgendosi le gare nell’arco dell’intera giornata, le prove in programma al mattino attirano pochi spettatori, visto che coincidono con le qualificazioni delle altre specialità, mentre nel programma pomeridiano e serale, detta competizione multipla rischia di essere soverchiata dalle sfide in pista e nei concorsi, sicuramente di maggiore attrattiva per il pubblico.

Ecco allora che, per ottenere la debita attenzione da parte dei media, occorre che la più faticosa delle prove multiple possa vantare un personaggio tale da attirare su di sé le luci della ribalta, un qualcosa che in epoca recente è iniziato ai Giochi di Montreal ’76 con l’ampia copertura da parte delle Tv Usa dell’impresa di Bruce Jenner, che alle Olimpiadi canadesi abbinò la medaglia d’oro con il miglioramento del proprio record mondiale, fissandolo ad 8.634 punti.

L’inizio degli anni ’80 vedono poi il Decathlon raggiungere l’apice della popolarità grazie alle epiche sfide a suon di primati assoluti tra il tedesco occidentale Jurgen Hingsen ed il britannico Daley Thompson, con quest’ultimo ad avere sempre la meglio sul rivale nelle grandi Manifestazioni, superandolo sia ai primi Campionati Mondiali di Helsinki ‘83 così come agli Europei di Atene ’82 e Stoccarda ’86, nonché ai Giochi di Los Angeles ’84 dove bissa l’oro di quattro anni prima a Mosca ’80 (dove Hingsen era assente per il noto boicottaggio …), primo atleta a riuscire in tale impresa dai tempi dell’americano Bob Mathias, capace di primeggiare nelle edizioni di Londra ’48 ed Helsinki ’52.

E proprio in occasione dei Giochi californiani, la dura battaglia tra Thompson e tre agguerriti rappresentanti tedeschi (oltre ad Hingsen sono della partita anche Sigfried Wentz e Guido Kratschmer …) fa sì che il britannico, per imporsi, giunga a stabilire con 8.847 punti un primato mondiale che, a fine decennio, ancora resiste, visto che ai Mondiali di Roma ’87 ad imporsi è il tedesco orientale Torsten Voss con 8.680 punti, mentre l’anno seguente, in occasione dei Giochi di Seul ’88, ne sono sufficienti appena 8.488 all’atro tedesco orientale Cristian Schenk per avere la meglio proprio sul citato connazionale.

I Campionati Europei di Spalato ’90 vedono salire sul gradino più alto del podio il francese Christian Plaziat, che con 8.574 punti realizza altresì il suo “Personal Best” in carriera, tanto da confermarsi, per il secondo anno consecutivo, al primo posto del Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, in entrambe le stagioni precedendo l’americano Dave Johnson, a propria volta vincitore per due anni di seguito del titolo AAU, con 8.549 ed 8.600 punti, rispettivamente.

Ma, nella Classifica di fine anno ’90, spunta al quarto posto il 24enne Dan O’Brien, secondo ai Campionati nazionali alle spalle di Johnson e che, ai successivi Campionati di metà giugno ’91 – validi anche quale selezione per i Mondiali di Tokyo di fine agosto – si impone con 8.844 punti, a soli tre punti dal record mondiale di Thompson, risultato peraltro non omologabile in quanto aiutato da un vento oltre la norma.

Aiuto ventoso a parte, è quella l’occasione in cui O’Brien dimostra di possedere tutte le carte in regola per assurgere al ruolo di leader indiscusso della specialità, ciò di cui i media americani hanno un irrefrenabile bisogno, anche per creare una rivalità con Johnson – che si piazza al secondo posto con 8.467 punti – in vista, oltre che della Rassegna Iridata, dell’appuntamento olimpico di Barcellona ’92.

Curiosa storia, quella di O’Brien, nato il 18 luglio 1966 a Portland, nell’Oregon, da padre afroamericano e madre finlandese, adottato all’età di due anni da una famiglia di origini irlandesi, per poi frequentare la “Henley High School” dove dimostra il suo eclettismo in campo sportivo, eccellendo sia nelle gare di atletica così come nel Basket e nel Baseball.

E’ al liceo che il giovane Dan inizia a prendere confidenza con il Decathlon, piazzandosi quarto ai Campionati Usa Juniores ’84, prima di iscriversi alla “University of Idaho” a Moscow ed iniziare un percorso di studi alquanto tormentato che lo porta ad abbandonare detto ateneo per iscriversi allo “Spokane Falls Community College”, per poi far ritorno nel 1988 alla sua prima scelta e potersi laureare.

Ciò comporta un triennio in cui O’Brien non gareggia in alcuna principale manifestazione universitaria, per poi riemergere nell’anno delle Olimpiadi di Seul dove tenta anche la carta della selezione agli “Olympic Trials” di Indianapolis, dovendo però abbandonare la competizione già alla seconda prova, infortunandosi nel corso del salto in lungo.

Con un suo miglior risultato di 7.891 punti, l’anno seguente O’Brien si affida alle cure dei tecnici Mike Keller per quanto riguarda le gare in pista e Rick Sloan per i concorsi, incrementando il proprio personale a 7.987 punti per poi superare per la prima volta “quota 8.000” nel ’90, con una miglior prestazione di 8.483 punti ottenuta a Norwalk il 13 giugno.

Al suo primo, importante appuntamento internazionale ai citati Mondiali di Tokyo ’91, il confronto tra O’Brien ed i migliori specialisti del pianeta si rivela quanto mai impietoso per questi ultimi, vista la netta superiorità dimostrata dal 25enne dell’Oregon, il quale prende la testa della Classifica sin dalle prime due prove – dove realizza i migliori risultati tra tutti i concorrenti con 10”41 sui 100 metri e m.7,90 nel lungo – per poi non farsi più raggiungere, risultando il migliore anche sui m.400 (46”53), m.110hs (13”94) e salto con l’asta (m.5,20), così da concludere a quota 8.812 punti – record dei Campionati ed Usa, migliorando, in questo caso, il già ricordato primato di 8.634 punti realizzato da Jenner a Montreal ’76 – infliggendo distacchi siderali al canadese Mike Smith, argento a quota 8.549, nonché al Campione olimpico di Seul Schenk, che deve accontentarsi del bronzo con 8.394 punti.

Facile immaginare quanta e quale sia l’attenzione nel Paese dello zio Sam rivolta a questo nuovo “Super Eroe” dell’Atletica Leggera in vista dell’appuntamento a cinque cerchi di Barcellona ’92, creando anche un dualismo ad arte con il connazionale Dave Johnson – peraltro abbastanza improbabile, visto che quest’ultimo aveva concluso non meglio che 21esimo la prova iridata, a causa di una defaillance nel salto con l’asta, dove aveva fallito tutte e tre le prove a sua disposizione – in uno sketch pubblicitario promosso dalla Reebok dal titolo quanto mai emblematico di “Dan & Dave” …

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Dan O’Brien e Dave Johnson – da:youtube.com 

E, che O’Brien fosse in condizione di attaccare il record mondiale lo dimostra nella prima giornata dei Trials olimpici (validi anche come Campionati nazionali AAU …) che si svolgono il 26 e 27 luglio ’92 a New Orleans, conclusa con un totale di 4.698 punti, oltre 500 di vantaggio su Johnson e superiore ai 4.602 con cui aveva completato le prime cinque prove alla Rassegna iridata di Tokyo un anno prima.

Una media mantenuta anche nelle prime due gare della seconda giornata, dove se il 14”23 sui m.110hs peggiora il 13”94 realizzato ai Mondiali, i m.47,78 raggiunti nel Lancio del Disco migliorano i m.47,20 raggiunti in Giappone, prima che avvenga il patatrac, una delle più clamorose sorprese della centenaria storia delle selezioni olimpiche americane.

Accade, difatti, con un’imperdonabile leggerezza considerando che, bene o male, si stava giocando la selezione per le Olimpiadi, che O’Brien decida di entrare in gara nel Salto con l’Asta alla quota di m.4,80 – pienamente alla sua portata vantando un “Personal Best” di m.5,20 – quando una maggior prudenza avrebbe consigliato di “fare la misura” ad un livello minore, fatto sta che fallisce tutte e tre le prove a sua disposizione e, con uno “zero” in tale casella, si ritrova in un batter d’ali da primo ad undicesimo …!!

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O’Brien nel Salto in Alto ai fatidici Trials ’92 – da:gettyimages.fr 

Si potrà discutere quanto si vuole sulla “dura legge dei Trials” – non sono pochi a chiedere che il risultato degli stessi valga solo per i primi due lasciando alla Federazione ampia libertà di scelta per il terzo atleta da selezionare – ma tale proposta non è mai stata approvata e così il favorito numero uno alla medaglia d’oro di Barcellona è costretto a fare il tifo per il proprio connazionale Johnson, che, nel frattempo, si era aggiudicato il suo quarto titolo AAU con 8.649 punti.

Punteggio che, ironia della sorte, sarebbe stato sufficiente al decatleta americano per conquistare l’oro a Barcellona qualora egli fosse stato in grado di ripetersi su tali standard, visto che a salire sul gradino più alto del podio è il cecoslovacco Robert Zmelik con 8.611 punti, mentre Johnson deve accontentarsi della medaglia di bronzo, superato anche (8.412 punti ad 8.309) dal beniamino di casa Antonio Penalver, pagando dazio soprattutto nelle ultime due prove del Lancio del Giavellotto e dei m.1500 piani.

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La grinta di O’Brien nel giorno del record mondiale – da:gettyimages.it

Che la medaglia d’oro di Zmelik sia una sorta di “grazia ricevuta” se ne ha la conferma ad un mese esatto di distanza dalla prova olimpica, allorché il 5 settembre ’92 a Talence, in Francia, O’Brien sfoga tutta la propria frustrazione cancellando dall’albo dei record gli 8.847 punti di Thompson che resistevano da 8 anni, sfiorando “quota 8.900” fermandosi ad 8.891, frutto delle seguenti singole prestazioni: 10”43 sui m.100 – m.8,09 nel Lungo – m.16,69 nel Peso – m.2,07 nell’Alto – 48”51 sui m.400 – 13”98 sui m.110hs – m.48,56 nel Disco – m.5,00 nell’Asta – m.62,58 nel Giavellotto e 4’42”10 sui m.1500, un primato che, a propria volta, resisterà per 7 lunghi anni

E, per fortuna, se per raggiungere la “Gloria Olimpica” occorre attendere un quanto mai interminabile quadriennio, la modifica, da parte della IAAF, di calendarizzare i Campionati Mondiali ogni due anni consente ad O’Brien – che aveva perso il vertice del ranking Mondiale raggiunto nel ’91 a beneficio di Zmelik proprio per l’assenza ai Giochi catalani – di ribadire la propria indiscussa superiorità sul resto degli specialisti delle prove multiple.

Difatti, oltre a tre consecutivi titoli AAU nel 1993 (8.331 punti), ’94 (8.707) e ’95 (8.682), O’Brien ha modo di replicare il titolo iridato di Tokyo ’91 affermandosi nell’edizione di Stoccarda ’93 ritoccando di 5 punti, raggiungendo quota 8.817, il proprio record dei Campionati, nonostante la buona opposizione del bielorusso Eduard Hamalainen – giunto secondo a quota 8.724, penalizzato da una prima giornata che lo aveva visto staccato di 214 punti dal fuoriclasse americano – per poi imporsi anche ai “Goodwill Games” di San Pietroburgo ’94 con 8.715 punti, sua miglior prestazione stagionale.

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Dan O’Brien sui m.110hs ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da:gettyimages.co.uk

Confermato il proprio ruolo di dominatore della specialità anche ai Mondiali di Goteborg ’95, che O’Brien si aggiudica con un per lui tranquillo totale di 8.695 punti, precedendo ancora Hamalainen, così da collezionare un tris di titoli iridati consecutivi – un’impresa eguagliata nelle tre successive edizioni dal ceco Tomas Dvorak – e la sua veste di numero uno al mondo certificata da “Track & Field News” che lo pone al vertice della specialità dal 1993 al ’95, resta ora solamente da sfatare il tabù olimpico per il quale, alla soglia dei 30 anni, l’edizione di Atlanta ’96 potrebbe essere l’ultima opportunità da cogliere.

Con Dave Johnson, oramai 33enne, in chiaro declino, in campo nazionale stanno emergendo le figure di Steve Fritz e Chris Huffins, che agli “Olympic Trials” svoltisi il 21 e 22 giugno ‘96 nello stesso impianto del “Centennial Olympic Stadium” di Atlanta che da lì a poco più di un mese avrebbe ospitato i Giochi, realizzano rispettivamente 8.636 ed 8.546 punti, tali da farli considerare più che validi outsider nella corsa al podio olimpico, mentre O’Brien stavolta non commette errore, facendo suo il quinto titolo nazionale AAU con 8.726 punti.

Sulla pista e pedane dello Stadio della Capitale della Georgia, O’Brien non vuole correre rischi, chiudendo al comando la prima giornata grazie alle buone prestazioni nel Salto in Alto (m.2,07) e soprattutto sui m.400, corsi in 46”82, per poi affrontare il secondo blocco di gare con un più che soddisfacente 13”87 sugli ostacoli e m.48,78 nel Lancio del Disco, per poi poter controllare i suoi avversari con i 5 metri valicati nel Salto con l’Asta ed i m.66.90 raggiunti nel Lancio del Giavellotto – tutte prestazioni migliori, salvo l’asta a pari punteggio, rispetto al record mondiale del settembre ’92 – e quindi fallire l’assalto al record olimpico di Thompson ed al proprio primato mondiale, per colpa del suo “tallone d’Achille” costituito dalla prova conclusiva sui 1500 metri che, coperti in 4’45”89, lo portano ad un totale di 8.824 punti, che rappresenta pur sempre la sua seconda miglior prestazione “All Time”, infliggendo un distacco di oltre 100 punti al giovane tedesco Frank Busemann, appena 21enne, mentre il ceco Dvorak soffia per soli 20 punti (8.664 ad 8.644) la medaglia di bronzo a Steve Fritz che, nell’occasione, realizza il suo “Personal Best” in carriera, così come si comporta onorevolmente anche il terzo americano Huffins, che completa le sue fatiche con 8.300 punti che gli valgono la decima posizione.

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Dan O’Brien alle Olimpiadi di Atlanta ’96 -da:gettyimages.co.uk

Toltosi dalla coscienza il peso dell’errore commesso ai Trials di New Orleans, O’Brien inizia a fare i conti con una serie di acciacchi fisici che una tale attività pressoché normalmente comporta, saltando l’intera stagione 1997 per una frattura da stress per poi riproporsi alla quarta (e penultima …) edizione dei “Goodwill Games” di New York ’98, dove conquista ancora una volta il gradino più alto del podio con 8.755 punti – che  rappresentano il record della manifestazione – con il connazionale Huffins ed ancora Dvorak alle piazze d’onore.

E’ questo il “canto del cigno” per O’Brien, che rappresenta comunque la sua undicesima vittoria consecutiva ad ogni gara a cui ha partecipato a far tempo dagli infausti Trials del 1992, il quale tenta un improbabile ritorno alle competizioni in vista delle selezioni per i Giochi di Sydney 2000, alle quali deve però rinunciare a causa di un infortunio alla pianta del piede sinistro patito in allenamento, fallendo così la sfida con Dvorak che, nel frattempo, aveva migliorato il suo record mondiale, portandolo a sfiorare “quota 9.000” con gli 8.994 punti realizzati a Praga il 4 luglio ’99.

Ogni primato è fatto per essere superato, ma è indubbio come l’autentico protagonista della prima metà degli anni ’90 sia stato proprio O’Brien che – al di là del record mondiale, oro olimpico ed i tre titoli iridati – ha avuto il grandissimo merito di risvegliare la specialità del Decathlon nel proprio Paese, in grado dopo di lui di sfornare atleti capaci di conquistare la medaglia d’oro ai Mondiali quali Tom Pappas, Bryan Clay e Trey Hardee, sino alla stella di Ashton Eaton, bicampione iridato a Mosca ’13 e Pechino ’15, così come due volte Campione Olimpico ai Giochi di Londra ’12 e Rio de Janeiro ’16, il quale toglie ad O’Brien il primato Usa con 9.039 punti stabilito ai Trials di Eugene ’92, altresì record mondiale, poi migliorato dallo stesso Eaton con 9.045 punti alla Rassegna iridata di Pechino ’15.

E questa, ci sia consentita, è la più bella eredità che un Campione può lasciare …

 

BILLY PAPKE, IL “TEDESCO” CHE VINSE IL MONDIALE DEI MEDI E MORI’ SUICIDA

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Billy Papke contro Stnley Ketchel – da boxing.com

articolo di Nicola Pucci

Ricordando le gesta pugilistiche dell’“assassino del MichiganStanley Ketchel, che merita il posto a lui riservato tra i più grandi pesi medi della storia, avevamo qualche tempo fa raccontato delle quattro sfide che lo videro opposto al “tedescoBilly Papke.

Già, proprio Papke, l’eroe della nostra storia di oggi, tedesco di origine in quanto figlio di immigrati germanici che a fine Ottocento si trasferiscono a Spring Valley, nell’Illinois, dove William Herman, appunto detto Billy, nasce il 17 settembre 1886. Il ragazzo cresce, bene, a dar di pugni e se c’è un talento che diventa il suo marchio di fabbrica, quello è una velocità talmente fuori dall’ordinario nel portare i colpi da meritarsi l’appellativo di “fulmine dell’Illinois“.

Papke è il prototipo del tedesco di stampo ariano (mi sia concesso il termine), alto, biondo, occhi azzurri e bello da esser bocconcino prelibato per le ragazze che hanno la ventura di frequentarlo. Si dice che sia un amante della bella vita, e con quel popò di fisico ne avrebbe pure ben donde, ma sul ring dismette i panni di Adone per vestire quelli più appropriati di combattente che fa di potenza, velocità e furia agonistica le armi con cui abbatte i rivali.

Tra i campioni della categoria delle 160 libbre Papke diventa ben presto uno dei candidati più autorevoli, ed è qui che il suo destino si incrocia con quello di Ketchel. Che è il numero uno dell’epoca e, come vedremo poi, col “tedesco” condividerà non solo gli incontri sul ring, così come l’anno e il mese di nascita, ma anche una tragica e precoce fine. Ketchel e Papke se le danno di santa ragione per quattro volte, ma se al primo approccio (9 giugno 1908, Milwaukee) Stanley vince ai punti in 10 riprese, per la rivincita (7 settembre 1908, Vernon) Billy ha in serbo una scorrettezza destinata ad entrare nella leggenda della boxe, colpendo il rivale con un gancio alla gola all’atto dello scambio dei saluti prima dell’inizio del match. Ketchel riesce comunque a combattere per poi arrendersi alla 12esima ripresa, non prima di aver conosciuto più volte l’onta del tappeto. Qualche settimana ancora (26 novembre 1908, Colma) e i due si incontrano una terza volta, con Ketchel a massacrare Papke che cede il titolo di campione del mondo e se ne torna a casa portando in volto i segni della battaglia tanto da non venir riconosciuto dalla moglie! Il 5 luglio 1909, sempre a Colma, andrà in scena il quarto ed ultimo atto di una fiera rivalità, risolta ai punti in 20 round a favore ancora di Ketchel che, dopo aver chiuso sul 3-1 gli scontri diretti, morirà l’anno dopo assassinato con una fucilata alle spalle per un’assurda lite mai del tutto chiarita.

Papke, che si ritiene a questo punto il legittimo depositario della cintura dei pesi medi, e dopo aver vinto in Francia una sfida epica con l’irlandese Willie Lewis che ha come teatro il Cirque de Paris, torna in America, convinto di poter agevolmente difendere il titolo. Ma gli avversari hanno poco rispetto del blasone del “tedesco“, che cede ai punti in 20 riprese a Johnny “Ciclone” Thompson (11 febbraio 1911, in Australia a Sydney) e poi, una volta che quest’ultimo è passato ai mediomassimi, il 22 febbraio 1912 a Sacramento a Frank Mantell, per k.o.t. alla 16esima ripresa di un match serrato.

Nondimeno, a Mantell non viene riconosciuta la vittoria come valida per il titolo iridato ed allora Papke, ancora il numero 1 della categoria, se ne torna di là dall’Atlantico, sempre in Francia, per battere prima Marcel Moreau, e poi, il 23 ottobre 1912 nel solito scenario del Cirque de Paris, il temibilissimo Georges Carpentier, che davanti al pubblico che impazzisce per lui si arrende solo al 17esimo round all’incalzare di Billy.

La carriera da campione del mondo di Papke, tuttavia, volge al termine (chiuderà con un curriculum di 42 vittorie, 7 pareggi e 13 sconfitte) e, dopo aver difeso il titolo contro Geo Bernard, incrocia i guantoni con Frank Klaus, l'”orso di Pittsburgh“, pure lui di origine tedesca. La sfida, programmata il 5 marzo 1913 a Parigi, mette l’uno di fronte all’altro due pugili che non fanno mistero di odiarsi, e quel che ne viene fuori è un combattimento di rara violenza, tra i più eccitanti della storia della categoria, che si risolve al 15esimo round quando Papke, reo di aver colpito Klaus al basso ventre con un pugno micidiale, viene squalificato, perdendo incontro e titolo mondiale.

Il resto è solo tragedia, e se Ketchel morì assassinato, il “tedesco“, in una folle sera del 26 novembre 1936, uccide la moglie con un colpo di rivoltella, togliendosi a sua volta poco dopo la vita. Uniti per sempre, Billy e Stanley, nella gloria pugilistica così come nell’orrore della fine.

JOSE’ ALTAFINI, L’ORIUNDO PIU’ AMATO DAGLI ITALIANI

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José Altafini – da:storiedicalcio.altervista.org

Articolo di Giovanni Manenti

La cocente delusione per la mancata qualificazione della Nazionale italiana ai Campionati Mondiali di Svezia ’58 – maturata con la sconfitta per 1-2 a Belfast contro l’Irlanda del Nord in cui l’attacco azzurro schiera ben quattro “oriundi”, vale a dire Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa – non ferma la corsa delle Società di Serie A ad accaparrarsi i migliori talenti sudamericani, meglio ancora se naturalizzabili per discendenza, prova ne sia l’acquisto, nell’estate ’57, del “Trio degli Angeli dalla faccia sporca” argentino, costituito da Omar Sivori, Humberto Maschio ed Antonio Valentin Angelillo, approdati rispettivamente alla Juventus, Bologna ed Inter.

Ed anche se gli Azzurri non sono presenti alla Rassegna iridata scandinava, gli osservatori delle nostre migliori formazioni non mancano ad assistere alla Manifestazione, in cui i padroni di casa possono fruire del talento dei loro campioni maturati nel Bel Paese nel corso degli anni ’50, da Gren a Liedholm, da Gustavsson a Selmonsson, per finire ad Hamrin e Skoglund, tanto da arrivare a disputare la Finale per il titolo, persa contro il Brasile della stella di un non ancora 18enne Pelè.

Proprio il talento del Santos si disputa uno dei due posti in attacco con Vavà e José Altafini, anche quest’ultimo giovanissimo, compiendo 20 anni a luglio e che, in occasione di due amichevoli disputate dal Brasile il 29 maggio e l’1 giugno ’58 in Italia contro Fiorentina ed Inter – terminate entrambe 4-0 con il futuro centravanti rossonero a siglare una doppietta ai viola ed un rete ai nerazzurri – era stato contattato dai Milan, il quale se ne era accaparrato le prestazioni per la non trascurabile cifra, all’epoca, di 135milioni di Lire.

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Altafini a segno contro l’Austria ai Mondiali ’58 – da:fifa.com

Nel match d’esordio al Mondiale, Altafini realizza una doppietta nel 3-0 contro l’Austria in un attacco schierato con Joel, Didi, Dida e Zagalo, ma dopo il pari a reti bianche contro l’Inghilterra, in cui Dida è rilevato da Vavà, il Commissario Tecnico Feola decide di dare spazio alla coppia formata da Garrincha e Pelè in luogo di Joel e dello stesso Altafini, con Vavà a realizzare entrambe le reti del successo contro l’Unione Sovietica che spalanca alla Seleçao le porte dei Quarti di Finale.

Sfida contro l’ostico Galles in cui Feola concede un’ultima chance ad Altafini, preferendolo a Vavà, per poi dare fiducia a quest’ultimo in semifinale contro la Francia ed in Finale contro la Svezia, peraltro ben ripagata da una rete a danno dei transalpini e dalla doppietta che ribalta l’iniziale vantaggio dei padroni di casa nel 5-2 conclusivo che consegna per la prima volta la Coppa Rimet al Brasile, mentre per Altafini l’approdo in Italia coincide con l’addio ai colori della propria Nazionale …

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Pelè ed Altafini nel ritiro ai Mondiali di Svezia ’58 – da:fifa.com

Figlio di emigrati italiani, Gioacchino Altafini e Maria Marchesoni, quest’ultima originaria di Caldonazzo, nel Trentino, José vede la luce a Piracicaba, nello Stato di San Paolo, il 24 luglio 1938, e vive un’infanzia dura per le scarse condizioni economiche della propria famiglia, visto che già a 9 anni deve dividersi tra scuola e lavoro per poi conseguire un diploma di meccanico in un istituto professionale.

Per sua fortuna, il giovane José se la cava più che discretamente con il pallone tra i piedi, debuttando a soli 16 anni nel “XV de Novembre”, formazione della sua città natale, per poi approdare due anni dopo al Palmeiras, il Club della Metropoli paulista che accoglie i componenti della comunità italiana.

Ed è nella Sede della sua nuova Società che, notando una certa somiglianza del giovane José con il celebre Capitano del “Grande Torino”, una cui foto è appesa al muro, gli viene affibbiato il soprannome di “Mazola” (con una sola zeta …) per il quale è conosciuto in Brasile, tant’è che anche nella rosa dei Mondiali ’58 è indicato con tale appellativo.

Ma ad Altafini dei soprannomi interessa ben poco, lui sa che con la prestigiosa formazione paulista ha l’occasione di dare un calcio, oltre che alla sfera di cuoio, anche alla sua precaria situazione economica familiare, ed ecco che già al suo debutto con i “Verdao”, il 29 gennaio ’56, realizza una doppietta per un record di precocità – a 17 anni, 6 mesi e 5 giorni – che resiste tuttora.

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Altafini al Palmeiras – da:pinterest.it

Reti che non restano isolate, visto che nei suoi due unici anni al Palmeiras Altafini ne mette a segno ben 89 in 114 incontri complessivamente disputati, e di questa forza d’urto impressionante – che il 9 giugno ’57 realizza tutte e cinque le reti nel successo per 5-0 contro il Noroeste e che il 6 marzo ’58 mette a segno una doppietta in un match leggendario contro il Santos del giovanissimo Pelè in una sfida del Torneo Rio-San Paolo passata alla storia per essersi conclusa sul punteggio di 7-6 per la formazione della ”Perla Nera” – se ne accorgono anche i Commissari Tecnici della Seleçao, con cui debutta andando immediatamente a segno nel 3-0 inflitto al Portogallo il 16 giugno ’57.

Conclusa, come già visto, l’esperienza in Nazionale coi Mondiali di Svezia ’58, per Altafini inizia un nuovo capitolo della propria vita sportiva con l’approdo al Milan del Presidente Andrea Rizzoli che, a dispetto dell’aver raggiunto la Finale di Coppa dei Campioni – sconfitto 2-3 ai supplementari dal Real Madrid – aveva concluso la precedente stagione in una deludente nona posizione, a 19 punti di distacco dalla Juventus del celebre trio composto da Boniperti, Charles e Sivori.

Non ci impiega molto, Altafini – che in Italia può, a giusta ragione, riappropriarsi del proprio cognome – ad ambientarsi nella Patria dei suoi genitori, a dispetto dell’ancor giovane età e, dopo essersi sbloccato alla terza giornata nel 4-2 interno contro il Bari, va a segno per 8 turni consecutivi tra il 2 novembre ’58 ed il 4 gennaio ’59 – tra cui una doppietta nel rocambolesco successo per 5-4 sul campo dei Campioni in carica della Juventus ed una tripletta a danno del Torino a San Siro – che consentono al Milan di chiudere al comando il Girone d’andata, con la sola Fiorentina a tenere il passo dei rossoneri.

Decisiva, per l’assegnazione del titolo, la prima metà di aprile ’59 allorché, approfittando della sconfitta per 0-1 nel derby e del successivo pareggio interno per 1-1 contro la Juventus, la Fiorentina scavalca (39 a 38 punti …) il Milan in vetta alla Classifica, solo per subire il contro sorpasso nello scontro diretto andato in scena il 12 aprile ’59 al “Comunale” di Firenze e vinto dai rossoneri per 3-1, che poi chiudono la stagione a quota 52 punti, tre in più dei viola, ed Altafini completa la sua prima stagione in Italia con 28 reti nelle 32 gare disputate, secondo tra i Cannonieri solo ai 33 centri messi a segno da Angelillo con la maglia dell’Inter.

Con questo eccellente “biglietto da visita”, Altafini si conferma anche nelle due successive stagioni in cui, nonostante a conquistare lo Scudetto sia la Juventus con i rossoneri che concludono al terzo e secondo posto, mette a segno 20 e 22 reti rispettivamente, facendo impazzire i tifosi di fede milanista con due indimenticabili quaterne, la prima realizzata il 27 marzo ’60 nel derby contro l’Inter vinto per 5-3 e la seconda, ancor più importante, nel 5-1 rifilato a San Siro il 12 novembre ’61 ai Campioni d’Italia della Juventus, in quanto detta Stagione coincide con il ritorno allo Scudetto per i rossoneri ed Altafini, che si ripete con 22 reti all’attivo, conquista anche il titolo di Capocannoniere, a pari merito con il centravanti viola Aurelio Milani.

E’, quello, un Milan che, sotto la sapiente guida di Nereo Rocco in panchina – dopo aver rimandato in fretta e furia in Inghilterra il talentuoso ma indisciplinato Jimmy Greaves per sostituirlo con il compagno di Altafini ai Mondiali svedesi Dino Sani, con quest’ultimo a dare equilibrio ad un centrocampo in cui funge da mediano un 23enne Trapattoni e che può contare sull’innato talento di un appena 19enne Gianni Rivera – si appresta a dare l’assalto alla tanto agognata Coppa dei Campioni, le cui prime 7 edizioni hanno visto l’assoluto dominio iberico, con cinque vittorie consecutive del Real Madrid, cui hanno fatto seguito due successi portoghesi del Benfica Lisbona, peraltro a dispetto di due spagnole, Barcellona ed ancora Real Madrid.

Ma, per Altafini, c’è ancora un capitolo da completare, costituito dalla sua esperienza in maglia azzurra, per la quale era stato convocato in virtù delle sue origini italiane ed, anche stavolta, al pari di quanto accaduto con la Seleçao, il buon Josè va a segno all’esordio, il 15 ottobre ’61, nel successo per 4-2 a Tel Aviv contro Israele quale gara di qualificazione per i Mondiali ’62 in Cile.

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Altafini in azione nel match Italia-Francia 2-1 – da:wikipedia.org

Rassegna iridata alla quale Altafini giunge dopo aver realizzato la doppietta che consente all’Italia di superare 2-1 a Roma la Francia in amichevole, cui segue analoga doppia marcatura nel match di Bruxelles vinto per 3-1 dagli Azzurri e che segna il debutto in Nazionale di Rivera, così da comporre un quartetto di “oriundi” composto anche dal connazionale Sormani e dagli argentini di nascita Maschio e Sivori.

Il negativo esito della trasferta sudamericana, con l’Italia immediatamente eliminata dopo la sconfitta per 0-2 contro i padroni d casa, con gli strali della stampa a far ricadere sugli oriundi – colpevoli, a loro dire, di un non eccessivo “attaccamento alla maglia” – la maggiore responsabilità di tale insuccesso, fa sì che anche l’esperienza in azzurro abbia termine per Altafini, il quale ha comunque modo di rifarsi immediatamente …

E’ difatti principalmente grazie a lui – autore di ben 14 reti nella competizione, un record che verrà eguagliato da Leo Messi nel ’12 e superato da Cristiano Ronaldo nel ’14, ma con 11 gare disputate rispetto alle 9 del brasiliano – che il Milan diviene la prima squadra italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni, mettendo il sigillo a tale impresa con la doppietta messa a segno nella Finale di Wembley del 22 maggio ’63 grazie alla quale i rossoneri ribaltano l’iniziale vantaggio con cui Eusebio aveva portato in vantaggio i detentori del Benfica.

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La rete decisiva di Altafini contro il Benfica – da:gianlucadimarzio.com

Un quadro così idilliaco sembrerebbe destinato a durare a lungo, ma il doppio evento del passaggio di proprietà da Rizzoli a Felice Riva e l’abbandono di Rocco destinazione Torino, fanno sì che in casa rossonera aumenti di prestigio il ruolo del Direttore Tecnico Gipo Viani, mai troppo tenero con Altafini – giunto a definire “coniglio” per una sua presunta scarsa combattività sul terreno di gioco – e, dopo il Campionato ’64 concluso a quota 51 punti, tre in meno della coppia Inter-Bologna che si disputa il titolo nell’unico incontro di spareggio della nostra Serie A a Girone unico, la frattura diviene insanabile con il brasiliano a rifiutarsi di rientrare in Italia dopo le vacanze estive.

Poco male, poiché il Milan, con Paolo Ferrario al suo posto, viaggia che è una meraviglia ed il 31 gennaio ’65, dopo la 19esima giornata, ha accumulato un vantaggio di ben 7 punti (33 a 26) – frutto di 14 vittorie, 5 pareggi e nessuna sconfitta – sui cugini nerazzurri, allorché il “figliol prodigo” fa ritorno a Milanello ed il suo rientro in squadra, la domenica dopo contro il Lanerossi Vicenza a San Siro, coincide con un’inattesa sconfitta per 0-1, primo sintomo di un crollo che, a fine Campionato, vedrà l’Inter tornare Campione con 54 punti contro i 51 del Milan e che per Altafini, autore di sole 3 reti in 12 apparizioni, coincide con l’addio al Club di via Turati.

A compromettere l’immagine del giocatore contribuisce altresì una poco edificante situazione sentimentale che porta Altafini ad innamorarsi di Anna Maria Galli, moglie del compagno di squadra Barison e madre di tre figli, la quale va a vivere con l’attaccante brasiliano creando uno scandalo ed enorme scalpore tenuto conto del periodo storico in cui si verifica, con ciò accelerando i tempi del trasferimento.

Ad “approfittare” di questa situazione – così come di quella di Sivori, giunta ad un punto di non ritorno con il tecnico bianconero Heriberto Herrera – è il “Comandante” Achille Lauro che, appena riportato il Napoli nella Massima Serie, regala sogni ai tifosi partenopei accaparrandosi i due fuoriclasse sudamericani, facendo impazzire Fuorigrotta con un primo Torneo che si conclude al terzo posto a cinque lunghezze dall’Inter Campione, con Altafini a mettere a segno 14 reti, seguito da Canè a 12 e da Sivori con 7 centri, togliendosi la soddisfazione di veder cadere al San Paolo sia la Juventus che il Milan, entrambe sconfitte per 1-0 con la curiosa inversione dei marcatori, nel senso che il brasiliano è il giustiziere dei bianconeri e l’argentino quello dei rossoneri.

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L’attacco del Napoli (Canè, Juliano, Altafini, Sivori e Bean) nel ’66 – da:grumonevanonews.com

Anche nelle due successive stagioni il Napoli resta protagonista, con il quarto posto nel ’67 – con Altafini a realizzare 16 reti – ed addirittura il secondo nel ’68, suo miglior piazzamento della storia all’epoca, sia pur a debita distanza, 9 punti, proprio dal Milan nuovamente scudettato grazie al ritorno del “Paron” Rocco sulla panchina rossonera, togliendosi la soddisfazione del doppio successo, in casa ed in trasferta, sull’Inter sempre per 2-1, per poi conquistare un’altra piazza d’onore con il terzo posto nel ’71.

Per Altafini – che dopo le 7 stagioni in rossonero con 120 reti all’attivo in campionato, ne somma altrettante all’ombra del Vesuvio andando a segno 71 volte – sembra oramai giunto il momento del declino, avendo superato la soglia dei 34 anni, ma di tale avviso non è il Presidente bianconero Boniperti che, memore delle imprese giovanili di José al Milan, gli offre una sorta di “contratto part time, nel senso di svolgere il compito di terza punta quale riserva della coppia titolare formata da Anastasi e Bettega.

Ruolo che Altafini svolge come meglio non potrebbe, anche se nella prima stagione scende in realtà in campo da titolare in ben 19 occasioni, mettendo a segno 9 reti, tra cui quella determinante all’ultima giornata che riequilibra le sorti dell’incontro dell’Olimpico contro la Roma prima che Cuccureddu a 2’ dal termine consegni ai bianconeri uno Scudetto insperato, coincidente con la clamorosa sconfitta per 3-5 del Milan al “Bentegodi” contro il Verona.

E, per una sorta di “par condicio” con le sue ex squadre, Altafini è ancor più determinante nella sfida del 6 aprile ’75 al “Comunale” contro il Napoli, che vede le due squadre affrontarsi, a 6 giornate dal termine, divise da soli due punti in Classifica a favore dei bianconeri, e che proprio lui risolve, subentrato ad un quarto d’ora dal termine a Damiani, a 2’ dal fischio finale per il punto del 2-1 che, di fatto, consegna l’ennesimo Scudetto alla Juventus e lo fa definire “core ‘ngrato” da parte dei suoi vecchi sostenitori partenopei.

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La rete di Altafini al Napoli il 6 aprile ’75 – da:gazzetta.it 

Ora, per Altafini, è proprio il momento di concludere con il calcio giocato, pur se la passione lo porta oltralpe per aiutare la formazione svizzera del Chiasso a conquistare la promozione in Prima Divisione – realizza 14 reti in 26 partite a 39 anni – per poi appendere le scarpette al chiodo definitivamente nel 1982 con una fugace apparizione nel Mendrisio.

Nei 18 anni in cui ha calcato i campi della nostra Serie A, Altafini ha disputato 459 incontri – secondo straniero di tutti i tempi, preceduto solo dall’argentino Javier Zanetti – mettendo a segno 216 reti che lo collocano al quarto posto della “Graduatoria All Time”, a pari merito con Giuseppe Meazza e preceduto solamente da Silvio Piola (274), Francesco Totti (250) e Gunnar Nordahl che, dall’alto dei suoi 225 centri, lo precede nella Classifica dei migliori goleador stranieri.

Ma Altafini resta nel cuore di tutti gli appassionati di calcio del Bel Paese anche per la sua attività post-agonistica, che lo ha visto in veste di commentatore radiofonico e televisivo, e come non ricordare le sue uscite divenute un “cult” del settore, come il famoso “Golazo” per celebrare delle reti spettacolari, o l’ancor più caratteristico “che spettacolo, amisci (con tanto di “C strascicata” …)” per definire una gara  particolarmente avvincente ed emozionante.

Ed è proprio per questo che Altafini si erge al di sopra delle parti, per quel suo modo scanzonato di raccontare quello che, in fin dei conti, resta pur sempre solo uno sport e che lo fa essere ancora oggi, senza ombra di dubbio, lo straniero più amato dal popolo calcistico italiano ….

Tanti affettuosi Auguri per i tuoi 80 anni, Josè …!!

 

UMBERTO MASETTI, IL DIVO DELLA MOTO CHE PER PRIMO SVENTOLO’ IL TRICOLORE SUL TETTO DELLA CLASSE 500

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Umberto Masetti – da mucchioselvaggio.net

articolo di Nicola Pucci

Gli amici del Borgo delle Rose, frazione ad un tiro di schioppo da Parma dove ebbe i natali il 4 maggio 1926, lo chiamavano “Sciorine“, perchè era secco da far spavento, od anche “Kean“, perché in motocicletta ci sapeva fare come pochi. Quel che è sicuro, è che Umberto Masetti è stato un fuoriclasse, nonchè il primo azzurro a far sventolare il tricolore sul tetto della classe 500.

Che Umberto avesse nel destino quello di eccellere come centauro era un fatto cromosomicamente accertato fin da adolescente, figlio com’era di Nello che aveva una concessionaria della Gilera. E fu proprio il padre non solo ad avviarlo alla pratica sportiva ma anche ad autorizzarlo a salire in moto appena 20enne, nel 1946, quando potè partecipare ad una gara locale in cui subito mise in mostra le sue doti. Che erano quelle del coraggio e dell’esuberanza, tanto che di lì a qualche anno Masetti diventerà non solo un campione ma anche il primo vero divo del motociclismo italiano.

I tempi perchè venga istituito anche il Mondiale sono maturi e fin dal 1949, curiosamente un anno prima della nascita della principale rassegna iridata della Formula 1, Masetti in sella proprio ad una Moto Morini debutta in classe 125, cogliendo un secondo posto al Gran Premio delle Nazioni a Monza alle spalle di Gianni Leoni, correndo pure in classe 250 che lo vede, sempre a Monza ma stavolta portando al traguardo una Benelli, terzo battuto da Dario Ambrosini e dallo stesso Leoni. Ma la sua “casaè la Gilera, di cui ha respirato i segreti fin da ragazzino, ed è con quella scuderia che dal 1950, dopo esser stato l’anno prima campione italiano in classe 125 con la Moto Morini, segna un’epoca d’oro del motociclismo internazionale.

Masetti salta l’esordio al Tourist Trophy, ma quando si allinea al via della gara successiva sul tracciato belga di Spa-Francorchamps, davanti ai tanti connazionali che da quelle parti sono saliti in cerca di fortuna e di un futuro assicurato, sbaraglia una concorrenza agguerrita che risponde ai nomi del leggendario Geoff Duke (vincitore proprio al Tourist Trophy), del campione del mondo in carica Leslie Graham, del collega di scuderia Nello Pagani che chiude secondo e di quel Carlo Bandirola, sempre in sella a Gilera, che comanda la gara nei primi giri prima di un drammatico incidente che costa la carriera ad Artie Bell. Una settimana dopo, ad Assen in Olanda, Masetti concede il bis dominando ancora una volta la scena sempre davanti a Pagani, e con le due vittorie consecutive il parmense conquista la vetta della classifica. Nondimeno la riscossa britannica non si lascia attendere, con Graham a trionfare in Svizzera al termine di una rimonta furiosa dopo una caduta iniziale e Duke a far suo il Gran Premio dell’Ulster. Decisivo, a questo punto, per l’assegnazione del titolo mondiale risulta l’ultimo appuntamento di Monza e qui, seppur Duke si confermi in stato di grazia vincendo ancora, Masetti lotta con il coltello tra i denti davanti ad oltre 100.000 appassionati che infine lo spingono a quel secondo posto che vale la corona iridata, con un solo punto di vantaggio sul temibilissimo rivale, 28 punti contro 27. Umberto diventa il primo italiano a trionfare nella classe regina, e di colpo, caso mai già non lo fosse prima, diventa una stella di prima grandezza.

Già, perchè oltre ad esser bravo e vincente, genio e sregolatezza, ha pure temperamento brillante, ed assurge al rango di divo, simpatico, idolatrato dai tifosi ed amato dalle donne, non certo insensibili al suo fascino da primattore. Chiedere a Moira Orfei, per conferma, con la quale si dice Masetti avesse un feeling del tutto speciale.

Ma le piste sono l’ambiente naturale di Umberto, anche se nel 1951 pur vincendo al debutto in Spagna davanti a Tommy Wood e Arciso Artesiani, paga dazio ad un incidente nel Gran Premio di Svizzera sul circuito di Bremgarten, lasciando via libera agli altri contendenti per il titolo mondiale, “il Duca di ferro” in primis che a fine stagione mette in bacheca il primo di una serie di quattro vittorie in classe 500, con Masetti terzo grazie a due piazzamenti sul podio nelle due ultime gare in Ulster e a Monza. Preludio all’anno che verrà, 1952.

Stavolta il centauro parmense si trova a dover rivaleggiare con l’MV Augusta di Graham e la Norton dell’irlandese Reg Armstrong, con lo stesso Duke che complice una caduta nella prova non valida per il campionato allo Schottenring si vede costretto a ripiegare sulla conquista del titolo nella classe 350. Ed anche per Masetti la stagione sembra nascere sotto i peggiori auspici, con il ritiro in Svizzera e l’assenza al Tourist Trophy, gare che vedono i successi dell’AJS di Jack Brett e proprio di Armstrong. Ma la stoffa del campione è intatta, in Umberto, ed ancora una volta ha bisogno per esprimersi dei tracciati a lui più congeniali, ovvero quel Belgio e quell’Olanda che già due anni prima lo lanciarono verso il titolo. Stavolta i due successi consecutivi valgono il reinserimento nel discorso iridato, a cui fanno seguito, dopo i ritiri in Germania e all’Ulster, due piazzamenti sul secondo gradino del podio a Monza e in Spagna, sempre alle spalle di Graham che regala all’MV Augusta le prime vittorie in classe 500, che sono sufficienti a tenere il campione del 1949 a tre punti di distanza in classifica, 25 punti contro 28, bissando il titolo colto nel 1950.

E così Umberto Masetti entra di diritto nella leggenda del motociclismo, perché vincere e pure godersela è quel che tutti vorrebbero, ma poi riesce veramente a pochi.

RORY UNDERWOOD, L’ALA DEL RUGBY INGLESE ABITUATA A VOLARE

England v Ireland - Five Nations Championship
Rory Underwood in azione contro l’Irlanda nel ’94 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Rugby è uno sport che prevede, a parte le doti fisiche, una combinazione tra abilità nel gestire la palla ovale con le mani e nel saperla adeguatamente calciare, specialità, quest’ultima, solitamente appannaggio dei mediani di mischia o di apertura, nella stragrande maggioranza dei casi chiamati a trasformare le mete dei compagni od ad incaricarsi di centrare i pali sui calci piazzati, quando non eccellino altresì nel drop, chiave tattica importante contro difese arcigne e ben chiuse.

Ciò porta alla conseguenza che siano proprio costoro a primeggiare nelle Classifiche delle varie Nazioni quanto a punti realizzati – due esempi per tutti, Jonny Wilkinson in casa inglese, dall’alto dei suoi 1.179 a cui hanno contribuito i ben 36 drop messi a segno, e Dan Carter per la Nuova Zelanda, leader mondiale dall’alto dei suoi 1.598 punti, impreziositi da 29 mete rispetto alle sole 6 del collega d’Oltremanica – ma è indubbio che ad entusiasmare il pubblico sono le iniziative di coloro che, con le loro caratteristiche di velocità ed agilità, riescono a depositare l’ovale oltre la fatidica linea di meta, vale a dire le ali.

E. tra coloro che meglio hanno saputo interpretare questo ruolo, un posto di rilievo spetta senza alcun dubbio all’eclettica ala inglese Rory Underwood, per 15 anni terrore delle difese avversarie in patria nelle file del Leicester, nonché per 12 anni titolare indiscusso nel ruolo in Nazionale, di cui indossa la maglia in 85 occasioni, sempre scendendo in campo da titolare, periodo durante il quale realizza 210 punti, tutti frutto delle 49 volte in cui ha saputo depositare l’ovale oltre la linea di meta, record “All Time” ed, al momento, ineguagliabile per il XV della rosa, laddove si pensi che dietro di lui vi è Ben Cohen a quota 31 e, tra coloro in attività, non vi è traccia di chi possa far meglio.

Rory Underwood nasce a Middlesbrough il 19 giugno 1963 ed i suoi tratti somatici stanno a testimoniare le sue doppie origini, in quanto figlio di un ingegnere inglese che, trasferitosi per lavoro in Malaysia, sposa una ragazza di origini cinesi e, dopo aver trascorso l’infanzia nel citato Paese asiatico, fa rientro nel Regno Unito all’età di 13 anni, avendo così modo di frequentare un Istituto privato, la “Barnard Castle School”, nella Contea di Durham, nel Nordest dell’Inghilterra, dove ha occasione di conoscere come compagno di studi Rob Andrew, con il quale dividerà la pressoché intera carriera in Nazionale.

Concluso il liceo, Rory entra a far parte della “RAF College Cranwell”, l’Accademia dell’Aeronautica inglese, dove diviene pilota abbinando il servizio militare all’attività sportiva – all’epoca ancora dilettantistica – che lo vede tesserato per i Leicester Tigers dall’estate ’83 e con i quali trascorre pressoché interamente la sua carriera, fatta salva la stagione dell’addio nelle file dei Bedford Blues.

Delle sue qualità di ala veloce e scattante non tarda ad accorgersene anche il selezionatore Dick Greenwood, che lo fa esordire in Nazionale il 18 febbraio 1984 a Twickenham nel match vinto per 12-9 contro l’Irlanda ed, alla successiva presenza, Underwood va per la prima volta in meta al “Parc des Princes” a Parigi, non potendo peraltro evitare una pesante sconfitta per 18-32 contro i rivali storici francesi.

Non è, quello degli anni ’80, un decennio di gloria per il XV inglese, a dimostrazione del quale valga il fatto che riesce nella non facile impresa di non aggiudicarsi nessuna delle edizioni del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni”, così come ha vita breve il cammino in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo che si svolge in Australia e Nuova Zelanda tra fine maggio e giugno ’87, con l’Inghilterra eliminata nei Quarti dal Galles ed Underwood a mettere a segno le sue prime due mete nella Rassegna iridata nella larga vittoria per 60-7 sul Giappone.

A consolazione della non esaltante performance nell’emisfero australe, giunge per Underwood il primo dei suoi due titoli nazionali con i Tigers al termine della successiva stagione ’88, vinto con un solo punto di vantaggio sui London Wasps, ma per fortuna con l’ingresso nell’ultima decade del XX secolo le cose cambiano e non di poco, grazie all’avvicendamento alla guida tecnica della Nazionale di Geoff Cooke, dopo le deludenti esperienze del già citato Greenwood e del suo successore, Martin Green.

L’anno della svolta è il 1991, in cui è in programma ad ottobre la seconda edizione della Coppa del Mondo, organizzata congiuntamente dai Paesi che partecipano al “Cinque Nazioni”, torneo, quest’ultimo, che l’Inghilterra torna a vincere ad 11 anni di distanza dal suo ultimo successo.

Ed Underwood, che aveva chiuso il 1990 con 25 mete all’attivo nelle 42 presenze in Nazionale sin qui disputate, è protagonista nel “Grande Slam” inglese, andando a segno nella vittoria per 16-7 al “Lansdowne Road” di Dublino del 2 marzo ’91, per poi realizzare l’unica meta della sua squadra nell’ultimo e decisivo match disputato il 16 marzo a Twickneham contro una Francia anch’essa a punteggio pieno, in un incontro che viene ricordato per la straordinaria meta realizzata in avvio di gara – sul punteggio di 3-0 per i padroni di casa – dall’ala francese Philippe Saint-André, non a caso votata “Meta del Secolo” allorché nel 2009 il “Tempio del Rugby” inglese festeggia i suoi 100 anni di vita.

Con Andrew a rimettere le sorti dell’incontro il parità con uno dei suoi drop (saranno 21 in totale in carriera …) e l’estremo Hodgkinson da una parte e l’apertura Camberabero dall’altra infallibili sui piazzati, il break decisivo in chiusura di tempo lo mette a segno Underwood, finalizzando al meglio un’azione alla mano che vede l’ovale passare velocemente dalla mani di Andrew a quelle di Guscott per poi consentire alla guizzante ala di depositare lo stesso oltre la linea di meta per il 18-9 con cui le due squadre vanno al riposo.

Il tentativo di rimonta francese nella ripresa, con due mete di Mesnel e Camberabero, di cui una sola trasformata da quest’ultimo, viene arginato dall’ennesima punizione in mezzo ai pali di Hodgkinson per il sofferto 21-19 conclusivo che porta l’Inghilterra a sollevare nuovamente il trofeo dopo un decennio di amarezze per la gioia dei 61mila presenti sulle tribune, che percepiscono tale successo come di buon auspicio in vista della prossima Coppa del Mondo.

Manifestazione che per il XV di Cooke inizia in salita, in quanto, inserito nel Gruppo 1 assieme a Nuova Zelanda, Italia e Stati Uniti, l’esordio contro gli All Blacks Campioni in carica vede questi ultimi imporsi per 18-12, con conseguente accesso ai Quarti di Finale come seconda nel Girone – senza problemi le altre due sfide contro Italia e Stati Uniti, travolte rispettivamente per 36-6 e 37-9, con Underwood a segno una e due volte rispettivamente – ed incrocio contro una Francia desiderosa di riscattare la sconfitta del “Cinque Nazioni”, potendo contare sul fattore campo, disputandosi l’incontro al “Parc des Princes” di Parigi.

Con l’Inghilterra in vantaggio per 6-3 grazie a due piazzati di Webb cui aveva risposto Lacroix per i padroni di casa, tocca ancora ad Underwood piazzare un primo break, grazie ad una percussione di Guscott che penetra nella retroguardia transalpina per poi aprire sulla sinistra all’accorrente ala per la più agevole delle mete che determina il 10-6 con cui le due squadre vanno al riposo, un divario che poi trova la sua giusta dimensione numerica nella ripresa allorché, dopo che Lafond aveva riequilibrato le sorti dell’incontro con una meta e Webb riportato avanti i suoi centrando i pali su punizione, tocca stavolta al capitano Carling mettere il sigillo all’incontro con una meta nei minuti di recupero, trasformata da Webb per il 19-10 conclusivo che ribadisce la superiorità inglese contro le avversarie del Vecchio Continente.

Un dominio confermato dalla sofferta vittoria per 9-6 in semifinale sulla Scozia al “Murrayfield” di Edimburgo, dove la differenza, con due piazzati a testa di Webb da una parte e Gavin Hastings dall’altra, la fa ancora una volta un drop di Andrew, per poi vedere sfumare il sogno di essere la prima Nazionale Europea a sollevare la Webb Ellis Cup con un’altra sconfitta a Twickenham, in cui l’Inghilterra è superata per 12-6 dall’Australia di Michael Lynagh e David Campese.

La Rassegna iridata serve anche a confermare una specifica particolarità di Underwood per la quale facilita il compito del Commissario Tecnico, vale a dire la possibilità di essere schierato indifferentemente a destra od a sinistra dell’attacco, una duttilità che fa sì che nei primi due match di Coppa del Mondo indossi il n.14 che spetta all’ala destra (con Chris Oti a sinistra), per poi vestire la maglia n.11 di ala sinistra contro Stati Uniti e Francia (rilevato a destra da Nigel Heslop), mantenendo tale ruolo anche in semifinale e Finale quando sull’altro lato del capo operava Simon Halliday.

La presa di coscienza della propria forza viene ribadita in termini imbarazzanti nella successiva edizione del “Cinque Nazioni” ‘92, che l’Inghilterra si aggiudica completando il secondo “Grande Slam” consecutivo con punteggi umilianti per le avversarie – 25-7 ad Edimburgo sulla Scozia, 38-9 interno all’Irlanda, 31-13 contro la Francia al “Parc des Princes” ed addirittura un 24-0 nell’ultima gara a Twickenham a danno del Galles – ed in cui Underwood va a segno in ognuna delle prime tre sfide.

Ma la stagione ’92 passa alla storia per un evento che non si verificava da ben 55 anni, da quando cioè i fratelli Arthur ed Harold Wheatley erano scesi in campo il 20 marzo 1937 a Murrayfield nel match vinto per 6-3 contro la Scozia.

Già, perché Rory ha un fratello, Tony, di 6 anni più giovane, nato nel febbraio ’69 ad Ipoh, allorché la famiglia viveva in Malaysia, ed anch’esso milita come il fratello nei Leicester Tigers, nonché ricopre lo stesso ruolo di ala, solo operando esclusivamente sul fianco destro dell’attacco.

Questa circostanza si verifica in un “test match” di altrettanta importanza storica – dopo che Tony aveva debuttato il mese prima nel 26-13 imposto dall’Inghilterra al Canada a Wembley – in quanto celebra il ritorno sulla scena internazionale del Sudafrica dopo l’abolizione del bando a seguito del regime di apartheid vigente nel Paese, e la gara, andata in scena a Twickenham davanti a 54mila spettatori, vede i padroni di casa prevalere per 33-16 con ad andare in meta il minore degli Underwood, per la prima delle 13 volte in cui potrà vantare questa soddisfazione.

E, sempre a proposito di primati, l’anno seguente, in cui l’Inghilterra abdica nel “Cinque Nazioni” a dispetto del fatto di aver sconfitto sia Francia che Scozia che concludono ai primi due posti, proprio il match contro gli uomini delle “Highlands”, disputato il 6 marzo ’93 a Twickenham e concluso sul 26-12, entra nella storia per essere il primo in cui due fratelli vanno entrambi in meta, evento che si ripete nei due test match dell’autunno ’94 – dopo che l’Inghilterra aveva conclusa seconda il “Cinque Nazioni” per un’inattesa sconfitta interna di misura (12-13) contro l’Irlanda – allorché prima Tony va due volte a segno e Rory uno contro la Romania e poi le parti si invertono, con il maggiore dei due fratelli a fare “doppietta” rispetto all’unico acuto di Tony contro il Canada.

Avere due fratelli a presidiare le corsie esterne è un vantaggio non da poco anche per il nuovo Tecnico Jack Rowell, in carica da inizio giugno ’94, e che lo stesso sfrutta nel migliore dei modi nella stagione ’95, che porta al Mondiale in Sudafrica, e che l’Inghilterra inaugura completando il suo terzo “Grande Slam” nel Torneo continentale, con i due Underwood a dividersi i compiti, vale a dire Tony a contribuire alle vittorie contro Irlanda (20-8 a Dublino con una sua meta) e Francia, travolta 31-10 a Londra grazie anche a due sue realizzazioni, nel mentre Rory va due volte in meta nel 23-9 di Cardiff contro il Galles, lasciando al piede educato di Andrew (7 piazzati ed un drop) l’onore di realizzare tutti i punti nel 24-12 dell’ultima giornata contro la Scozia.

Finalista quattro anni prima e con tre Grandi Slam in un quinquennio nel “Cinque Nazioni”, l’Inghilterra si presenta come una delle favorite al Mondiale sudafricano, un’edizione in cui il XV della Rosa si identifica proprio nei due fratelli ed in Rob Andrew, all’apice della forma a dispetto, come Rory del resto, dei 32 anni ormai suonati.

Le prime due gare del Girone eliminatorio non fanno che confermare questa certezza, visto che il 24-18 sull’Argentina all’esordio è targato esclusivamente dal mediano di apertura – 6 piazzati e due drop – mentre nel più sofferto del previsto 27-20 contro l’Italia di Cutitta e Dominguez, vanno in meta sia Rory che Tony, con Andrew ad incaricarsi di una trasformazione, cui abbina altre 5 punizioni in mezzo ai pali.

Il sorteggio dei Campioni in carica dell’Australia nel Gruppo 1 assieme al Sudafrica – da cui vengono sconfitti 18-27 al debutto – fa sì che nei Quarti di finale l’Inghilterra debba affrontare proprio i Wallabies per la terza volta al Mondiale, riuscendo stavolta a prendersi la rivincita della sconfitta patita a Twickenham imponendosi per 25-22 grazie ad un drop vincente di Andrew nei tempi supplementari, dopo che Tony Underwood aveva messo a segno l’unica meta dell’incontro per i propri colori involandosi in un contropiede da metà campo, per quella che è la prima vittoria nella Rassegna iridata da parte inglese contro una formazione dell’emisfero australe.

Ben diverso, purtroppo, l’esito della semifinale in cui l’Inghilterra viene travolta, 45-29, non tanto dalla Nuova Zelanda quanto dalla furia inarrestabile dell’appena 20enne Jonah Lomu, un gigante di quasi 2 metri per 120 chili, il quale realizza 4 mete travolgendo tutto quello che gli si para davanti, e ne sa qualcosa il “povero” Tony Underwood, letteralmente calpestato in occasione di una delle citate segnature, mentre l’onore della famiglia (e del XV inglese …) viene salvato nella ripresa da Rory, autore di due mete.

Demoralizzata e sconfitta 19-9 dalla Francia nella Finale per il terzo posto, l’Inghilterra conquista il suo quarto “Cinque Nazioni” nel ’96 sopperendo alla sconfitta contro i transalpini al debutto con tre successive vittorie, tra cui quella decisiva per 18-9 ad Edimburgo contro la Scozia, con Rory Underwood – che l’anno prima si era aggiudicato il suo secondo titolo nazionale con Leicester – a concludere la sua esperienza coi colori del proprio Paese nell’incontro dell’ultima giornata, un 28-15 a spese dell’Irlanda, disputatosi il 16 marzo ’96 a Twickenham di fronte a ben 75mila spettatori che, il 3 febbraio, lo avevano visto depositare per la 49.ma ed ultima volta l’ovale oltre la linea di meta nel successo contro il Galles.

A 33 anni, per Rory Underwood l’ora del ritiro è ormai prossima, giocherà un’ultima stagione con i Tigers per poi chiudere la carriera a Bedford, con un record in Nazionale di 85 presenze che lo hanno visto conquistare 55 vittorie a fronte di 28 sconfitte e 2 pareggi, con il già ricordato primato assoluto di 49 mete realizzate – per fare un paragone, meglio di lui, nelle grandi Nazionali, hanno fatto solo il gallese Shane Williams con 58, l’australiano David Campese con 64 ed il sudafricano Bryan Habana con 67 – per un totale di 210 punti, una cifra penalizzata dal fatto che sino al 1991 la meta era valutata 4 punti rispetto ai 5 attuali.

E pensare che Rory Underwood, da molti giudicato una delle più forti ali di ogni epoca, avrebbe potuto fare molto di più se solo si fosse sottoposto (all’apice della forma era alto m.1,77 per 85kg. …) ad un regime alimentare più adeguato per un atleta, visto che il compagno di Nazionale Brian Moore ebbe a dichiarare come “Rory seguisse la più sconvolgente delle peggiori diete mai viste per un atleta di tale livello, abbuffandosi di patatine fritte, hamburger, dolci, gelati e bevendo Coca Cola, comportandosi come un ragazzino, ed il bello è che lo ammetteva pure …!!”.

Ah, bella mia sana e salutare dieta Mediterranea ….