LA COPPA DELLE COPPE 1969, UNICO SUCCESSO EUROPEO DI UNA FORMAZIONE CECOSLOVACCA

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Il Capitano Horvath solleva il Trofeo – da:commons.wikimedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Dopo il primo quinquennio in cui si è disputata pressoché la sola Coppa dei Campioni – con dominio assoluto, oltre che del Real Madrid che si aggiudica tutte e cinque le edizioni, sopratutto del calcio latino, con 9 finaliste su 10, unica eccezione l’Eintracht Francoforte, umiliato 7-3 dalle “merengues” nella Finale di Glasgow del 1960 – dall’inizio degli anni ’60 le Manifestazioni Continentali per Club assumono la loro fisionomia più completa, abbinandovi la Coppa delle Coppe e con la Coppa delle Fiere a disputarsi a cadenza annuale ….

Ciò nondimeno, la “musica non cambia”, visto che sino al 1967 – allorché si affermano gli scozzesi del Celtic Glasgow sull’Inter – la principale competizione europea riservata alle squadre campioni continua ad essere monopolizzata dalle formazioni latine, non solo quanto a vittorie, ma anche a livello di finaliste, con il solo Partizan Belgrado a raggiungere l’ultimo atto nel 1966, solo per essere sconfitto 1-2 dal Real Madrid per l’ultima vittoria del primo grande ciclo dei “blancos” che dovranno attendere ben 20 anni prima di tornare a sollevare un Trofeo continentale …

Successivamente, il dominio in Coppa Campioni si sposta verso Nord, divenendo territorio di conquista delle formazioni olandesi, tedesche ed inglesi, sino a che, nel 1986, una formazione di “oltre cortina”, ovvero dell’Europa orientale, spezza questa egemonia, grazie alla Steaua Bucarest che, nella Finale di Valencia, supera ai calci di rigore un Barcellona per il quale la “Coppa dalle grandi orecchie” resta stregata sino all’ultima edizione del 1992, prima che la stessa si trasformi nell’attuale Champions League.

Club dell’Europa dell’Est che, negli anni ’60, avevano conosciuto un po’ di gloria solo nella Coppa delle Fiere – competizione che peraltro, con decisione alquanto discutibile assunta nel 2005, il massimo Ente calcistico europeo ha disconosciuto come ufficiale sino alla creazione della Coppa Uefa nata nel 1971 – con le affermazioni del Ferencvaros nel 1965 (altresì finalista nel ’68) e della Dinamo Zagabria nel 1967, già finalista nel 1963.

Viceversa, la seconda Manifestazione Continentale per importanza, vale a dire la Coppa delle Coppe – riservata alle formazioni vincitrici delle rispettive Coppe nazionali (od alla finalista, qualora il Trofeo se lo fosse aggiudicato la squadra prima in Campionato …) – ricalca a grandi linee l’andamento della Coppa dei Campioni, visto che le prime otto edizioni vedono due affermazioni a testa di Club italiani (Fiorentina e Milan), inglesi (Tottenham e West Ham), tedeschi (Borussia Dortmund e Bayern Monaco) ed iberici, con lo Sporting Lisbona a replicare, nel 1964, al successo dell’Atletico Madrid nell’edizione 1962 …

Ed, anche in questo caso, per le squadre dell’Europa orientale restano solo le briciole, nel senso che su 16 finaliste, solo nel 1964 gli ungheresi della MTK Budapest arrivano a sfidare i portoghesi dello Sporting nell’atto conclusivo, ancorché costringendoli alla ripetizione, vinta dai lusitani per 1-0 dopo un altalenante e ricco di emozioni pareggio per 3-3 nella Finale del 13 maggio ’64 a Bruxelles, prima che la tendenza, diremmo quasi finalmente, si inverta e proprio nel modo forse meno atteso …

Difatti, l’estate 1968 è funestata dall’intervento armato dell’esercito sovietico in Cecoslovacchia che il 20 agosto invade la Capitale Praga per rovesciare il Governo presieduto da Alexander Dubcek che si era insediato ad inizio anno concedendo delle riforme non gradite da Mosca, circostanza che comporta la ferma protesta anche a livello sportivo da parte delle formazioni dell’Europa Occidentale che si rifiutano di incontrare avversarie della parte orientale.

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Praga invasa dai carri armati sovietici – da:photoweekmilano.it

A questo punto, sia in Coppa dei Campioni che in Coppa delle Coppe, l’Uefa sceglie una strada “salomonica” ristrutturando i sorteggi del primo turno – con la speranza che le cose si appianino nei mesi a venire – abbinando le 8 formazioni dei Paesi orientali tra di loro, una decisione che non soddisfa le Federazioni di Unione Sovietica, Polonia, Germania Est, Bulgaria ed Ungheria, che pertanto ritirano le proprie squadre dalle due riferite Manifestazioni, al contrario dei Club cecoslovacchi, rumeni ed jugoslavi, che vi prendono regolarmente parte …

Sarà un caso, o forse come spesso accade in questi casi, la ricerca di una rivincita nel campo dello Sport – significativa, al riguardo, la protesta della leggendaria ginnasta ceca Vera Caslavska che, stella delle Olimpiadi di Città del Messico svoltesi ad ottobre ’68, reclina il capo e volge le spalle alla bandiera sovietica in occasione di una cerimonia di premiazione – ma l’edizione 1968-’69 è quella che vede le formazioni cecoslovacche ottenere i loro maggiori traguardi in campo internazionale, a cominciare dallo Spartak Trnava che raggiunge le semifinali di Coppa dei Campioni, mettendo anche paura ad un Ajax ancora in embrione, visto che dopo la netta sconfitta per 0-3 all’andata ad Amsterdam, ad inizio ripresa si trova sul 2-0 a proprio favore (doppietta di Kuna), per poi non riuscire a completare la rimonta …

Maggior fortuna ha in Coppa delle Coppe lo Slovan Bratislava che, in un periodo in cui a monopolizzare le sorti del Campionato è il Dukla Praga delle stelle Masopust ed Adamec, si ritaglia un proprio spazio attraverso la Coppa nazionale, così da essere alla sua terza partecipazione a detta Manifestazione.

Già iscritta in due edizioni consecutive nel 1962-’63 e 1963-’64, la formazione dell’attuale Slovacchia viene in entrambe le circostanze eliminata ai Quarti di Finale, nel primo caso dopo aver inflitto un’inattesa sconfitta per 2-0 (di Cvetler e Moravcik le reti …) tra le mura amiche al Tottenham, futuro vincitore del Trofeo, il quale si riscatta a “White Hart Lane” con un perentorio 6-0, e l’anno seguente cedendo con l’onore delle armi (doppio 0-1) agli scozzesi del Celtic Glasgow …

Ai nastri di partenza del settembre 1968 – in un’edizione, come ricordato, priva di Dinamo Mosca, Vorwaerts Berlino, Gornik Zabrze, Spartak Sofia e Vasas Gyor – i maggiori accreditati per il successo finale, in assenza altresì del Milan, detentore del Trofeo, in quanto impegnato nella Coppa dei Campioni che poi si aggiudica, sono gli spagnoli del Barcellona (reduci dall’essersi aggiudicati, nel 1966, la loro terza Coppa delle Fiere …), al pari dei tedeschi occidentali del Colonia, con quali possibili outsider gli inglesi del West Bromwich Albion e gli italiani del Torino.

Poiché, per i motivi già riferiti, l’Uefa aveva provveduto ad abbinare al primo turno tra di loro le formazioni dell’Europa dell’Est, la Dinamo Bucarest approfitta del forfait del Vasas Gyor e lo Slovan Bratislava è l’unico a scendere in campo per affrontare gli jugoslavi del Bor, blindando la qualificazione con il 3-0 dell’andata (doppietta di Cvetler ed acuto di Jokl), pur rischiando al ritorno, dove la rimonta degli avversari si ferma sul 2-0 …

La defezione di cinque Club comporta che, con 14 formazioni qualificate per gli Ottavi, due di esse ne vengano esentate per sorteggio – con l’urna a strizzare l’occhio a Torino e Barcellona – mentre allo Slovan toccano gli ostici lusitani del Porto, ostacolo peraltro brillantemente superato ribaltando al ritorno lo 0-1 dell’andata con un perentorio 4-0 che porta le firme di Jokl, autore di una doppietta, e dei gemelli Jan e Jozef Capkovic .

Con tutte le cosiddette “grandi” ancora in lizza, compreso il West Bromwich che asfalta al ritorno con un perentorio 4-0 (dopo l’1-1 dell’andata a Bucarest) la Dinamo, così che lo Slovan resta l’unica formazione dell’Europa orientale ancora in gara, il sorteggio dei Quarti abbina allo stesso i granata del Torino, senza che vi siano confronti diretti per Barcellona, Colonia ed i riferiti inglesi …

Con l’ingresso nella fase primaverile del Torneo, lo Slovan si reca il 19 febbraio 1969 a Torino per affrontare la compagine granata che viaggia a metà classifica in Campionato, riuscendo ad espugnare il “Comunale” grazie ad una rete di Jokl al 54’, per poi mettere al sicuro la qualificazione il 5 marzo al ritorno in virtù dei centri, uno per tempo, di Horvath e Hlavenka prima che Carelli, ad 1’ dal termine, renda meno amara la sconfitta.

Le altre sfide vedono la facile qualificazione del Colonia (2-1 e 3-0) a spese dei danesi del Randers Freja e la sorprendente eliminazione del West Bromwich da parte dei “cugini” scozzesi del Dunfermline Athletic, non essendo riusciti a rimontare a “The Hawthornsuna rete in apertura di Gardner dopo lo 0-0 dell’andata nelle Highlands …

Ma un esito che avrebbe avuto del clamoroso non si è verificato per un pelo nel confronto tra il Barcellona e, sulla carta, i modesti norvegesi del Lyn Oslo, oltretutto con entrambe le gare programmate – il 30 gennaio ed il 5 febbraio 1969 – al “Camp Nou” , dati i campi ghiacciati alle latitudini del Nord Europa …

Forse peccando di leggerezza nel sottovalutare gli avversari – così come gli “aficionados”, del resto, visto che poco più di 4mila sono presenti a fine gennaio ed appena 11mila la settimana dopo – fatto sta che gli “azulgrana”, dopo aver faticosamente portato a casa (3-2 dopo essersi trovati in vantaggio per 2-0 dopo meno di mezz’ora) il primo incontro, vedono le streghe nella seconda partita, allorché una doppietta di Johannesen porta i norvegesi ad un passo dall’impresa quando manca oramai un quarto d’ora al termine…

Fortuna che a rimediare ci pensi addirittura il difensore centrale Francisco Fernando Gallego che con una doppietta nello spazio di 8’ rovescia le sorti della qualificazione, così che i catalani possono avanzare alle semifinali dove devono vedersela con un Colonia che sta vivendo una pessima stagione in Bundesliga, ritrovandosi addirittura invischiato nella lotta per non retrocedere, mentre allo Slovan toccano i “Bravehearts” del Dunfermline, proprio per questo difficili da decifrare.

In un’epoca in cui le gare non si disputano negli stessi giorni, le prime a scendere in campo, il 2 aprile ’69 a Colonia sono i padroni di casa – reduci da una sconfitta per 1-2 a Braunschweig che li ha relegati al quart’ultimo posto, con un solo punto di vantaggio sulla coppia formata da Eintracht Francoforte e Kickers Offenbach – ed un Barcellona che cerca, inutilmente, di contrastare il dominio assoluto di un Real Madrid che si appresta a conquistare la sua ottava Liga negli ultimi nove anni …

Con due stati d’animo così diversi, e scampata la paura del turno precedente, i catalani non hanno difficoltà a staccare il biglietto per la Finale, in quanto, dopo il pari per 2-2 in rimonta al “Mungersdorfer Stadion”, si impongono nettamente al ritorno per 4-1 (tripletta di Fusté …) in un “Camp Nou” stavolta riempito da oltre 55mila spettatori.

Ecco quindi che, quando mercoledì 23 aprile ’69, Slovan e Dunfermline scendono in campo al “Tehelné Pole” di Bratislava per la semifinale di ritorno, sanno già che ad attenderli troveranno il Barcellona, e, con due formazioni alla ricerca della loro prima Finale europea, la sfida è ancora tutta aperta dopo l’1-1 dell’andata allo “East End Park” – dove Jan Capkovic ha replicato a 7’ dal termine al vantaggio scozzese di Fraser in chiusura di primo tempo – soprattutto dopo lo “scherzetto” combinato al West Bromwich nel turno precedente …

Ma a dirimere la questione ci pensa nuovamente l’estrema sinistra Jan Capkovic, mettendo a segno al 23’ l’unica rete dell’incontro che certifica il passaggio del turno e la prima qualificazione di una formazione cecoslovacca ad una Finale europea, appuntamento fissato per il 21 maggio 1969 in Svizzera, al “St. Jakob-Stadion” di Basilea.

Del Barcellona abbiamo in parte già detto. Dopo la gloria a cavallo degli anni ’60, che lo vede aggiudicarsi la “Copa del Rey” nel 1957 e ’59, le prime due edizioni della Coppa delle Fiere nel 1958 e ’60, nonché due Liga consecutive nel 1959 e ’60, la sconfitta nella Finale di Coppa dei Campioni ’61 per 2-3 contro il Benfica pone fine ad un ciclo che lo porta ad oltre un decennio di “vacche magre, che non può essere certo compensato dalle affermazioni in “Copa del Rey” nel 1963 e ’68 rispetto alla schiacciante superiorità degli arcirivali del Real Madrid, ed anche la terza Coppa delle Fiere conquistata nel 1966 – superando 0-1 e 4-2 il Real Saragozza – viene “oscurata” dalla sesta Coppa dei Campioni che i “Blancos” si aggiudicano proprio in quell’anno …

Ed anche a livello di Nazionale il momento non è dei più felici, con la Spagna incapace di qualificarsi per le Fasi Finali dei Mondiali di Messico ’70 con una formazione alla quale i catalani contribuiscono con l’esperto portiere Salvador Sadurni, i difensori Eladio, Torres, Gallego e Zabalza e la punta Josep Maria Fusté, mentre altri punti di forza dell’undici allenato da Salvador Artigas sono il difensore Ferran Olivella (Campione d’Europa ’64 con le “Furie Rosse” …), il capitano José Antonio Zaldùa e la 22enne ala sinistra Carles Rexach, destinato a fare le fortune del Club negli anni a seguire …

Di contro, lo Slovan Bratislava è da alcuni anni ai vertici del Calcio cecoslovacco, in forza delle piazze d’onore in Campionato conquistate sia nel 1964 che, consecutivamente, dal 1967 al ’69, rispetto alle quali si consola aggiudicandosi la Coppa nazionale nel 1962 e ’63 e quindi – dopo la sconfitta ai rigori del 1965 contro il Dukla Praga – prendersi la rivincita sullo stesso superandolo (2-1 e 5-1) nella doppia Finale del 1968.

Ed, in più, la formazione allenata da Michal Vican – ex stella dello Slovan degli anni ’50 ed in carica proprio dall’estate 1968 – rappresenta un buon serbatoio per la Nazionale che, a differenza di quella iberica, è riuscita a staccare il biglietto per il Messico superando 4-1 l’Ungheria nello spareggio di Marsiglia, con ben 6 suoi giocatori – il portiere Vencel, i difensore Hrivnak e Zlocha, il centrocampista Hrdlicka e gli attaccanti Jokl ed Jan Capkovic – che vengono selezionati dal Commissario Tecnico Josef Marko per la Rassegna iridata.

Ciò nonostante, i favori del pronostico pendono tutti dalla parte catalana, anche se Artigas deve rinunciare alla coppia difensiva formata da Gallego e Torres, riciclando l’esperto Olivella, alla sua stagione d’addio all’attività agonistica, ed in più, per i tifosi azulgrana, vi è un ricordo non proprio felice per quanto attiene alle trasferte in terra elvetica, visto che la citata Finale di Coppa dei Campioni persa contro il Benfica il 31 maggio 1961, si era anch’essa giocata in Svizzera, per la precisione al “Wankdorfstadion” della Capitale Berna, altresì teatro della celebre Finale mondiale del 1954 tra Germania Ovest ed Ungheria, anch’essa, curiosamente, conclusasi sul punteggio di 3-2 …

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Le squadre schierate a centrocampo – da:skslovan.com

Nessun problema di formazione, viceversa, per Vican, il quale manda in campo l’undici titolare composto da: Vencel; Fillo, Hrivnak; Zlocha, Horvath, Hrdlicka; Cvetler, Moder, Jozef Capkovic, Jokl ed Jan Capkovic, schieramento al quale Artigas risponde con: Sadurni; Franch, Eladio; Rifé, Olivella, Zabalza; Pellicer, Castro, Zaldùa, Fusté, Rexach, con le due squadre che scendono in campo alle ore 19:00 di mercoledì 21 maggio 1969, agli ordini del Direttore di gara olandese Laurens van Ravens ed alla presenza di poco meno di 20mila spettatori, pressoché interamente di fede azulgrana, date anche le ovvie difficoltà a recarsi all’estero dalla città slovacca …

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I Capitani Horvath ed Olivella si scambiano i gagliardetti – da:skslovanj.com

I dubbi che la Finale si presentasse sotto foschi presagi divengono certezze per Artigas allorché trascorrono poco più di 60” ed i suoi si trovano già sotto di una rete, autore Cvetler, pronto ad approfittare di un’incertezza della difesa catalana (ahi, ahi …, quanto mancano Gallego e Torres …) per trafiggere Sadurni con un tiro dal dischetto del rigore che si insacca nell’angolo basso alla destra del portiere …

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Sadurni battuto da Cvetler al 1′ – da:skslovan.com

Non ci poteva essere modo peggiore per iniziare la sfida, ma se gli avversari dovevano segnare, “tanto meglio che lo abbiano fatto subito, c’è tutto il tempo per recuperare”, deve aver pensato Artigas, in ciò vieppiù confortato dal punto del pari messo a segno al quarto d’ora da Zaldùa, pronto a deviare in rete sotto misura una correzione di testa di Rexach su traversone proveniente dalla sinistra.

Sono in molti a ritenere, sulle tribune del “St. Jakob-Stadion” che il vantaggio iniziale sia stato il classico “fuoco di paglia” da parte della formazione sfavorita e che da ora in poi i valori vengano ristabiliti, ed in effetti i successivi minuti sembrano dar loro ragione, specie quando Fusté chiude una splendida triangolazione con Zaldùa solo per alzare incredibilmente sopra la traversa dal limite dell’area di porta difesa da Vencel …

Una delle più classiche “regole non scritte” del gioco del calcio, ovvero “Goal sbagliato, goal subito …”, si materializza anche in questa occasione, ma inguardabile è ciò che combina alla mezz’ora la retroguardia catalana, e più precisamente Rifé, il quale, in netto anticipo nel fermare un’ncursione in area del terzino Hrivnak, non trova di meglio che far carambolare la palla addosso all’avversario, che ha così l’opportunità di battere a colpo sicuro da non più di 10 metri, senza lasciare scampo a Sadurni …

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La rete del 2-1 siglata da Hrivnak – da:tageswoche.ch

Il Barcellona non si scompone, riprende a macinare il proprio gioco fatto di fitti passaggi, che però non producono particolari pericoli, ad eccezione di una conclusione dalla distanza che trova Vencel pronto alla deviazione in angolo, quando viceversa sarebbe necessario incrementare il ritmo delle proprie azioni, specialmente quando non si può fare affidamento sulla propria difesa …

E quello che accade a 3’ dall’intervallo ha del tragicomico, in quanto, su di una rimessa laterale sulla trequarti avversaria effettuata da Jokl, la sfera viene indirizzata verso Jan Capkovic, la cui marcatura viene allentata da Pereda (subentrato dopo soli 11’ al posto di Franch …) in quanto sta uscendo in chiusura Olivella, il quale manca completamente l’intervento, lasciando aperta la strada all’estrema sinistra che, presentatosi solo davanti a Sadurni, lo supera con un tocco angolato sul lato opposto, per la gioia dei cechi e la disperazione dell’estremo difensore che non sa più a che santo votarsi, ed intanto le squadre vanno al riposo sul punteggio di 3-1, da nessuno ipotizzato in fase di pronostico …

Catalani che rischiano il tracollo in avvio di ripresa – dopo che Artigas si è giocato anche il secondo cambio, inserendo il portoghese Jorge Alberto Mendonça al posto di Castro – stavolta salvati da Sadurni, per poi replicare con una conclusione da appena dentro l’area di Pellicer alzata in angolo da Vencel, il quale viene a propria volta sorpreso dalla traiettoria del corner calciato da Rexach, con uno spiovente maligno che manda la sfera ad insaccarsi nell’angolo alto opposto a quello di tiro, con la sfida che si riapre con ancora quasi 40’ da giocare, visto che siamo giunti appena al 51’ …

Tempo ci sarebbe, così come non mancano le occasioni per completare la rimonta, in specie quando Rifè si esibisce in una discesa lungo l’out sinistro che lo porta ad incunearsi in area, giungere sul fondo e, sull’uscita di Vencel, fornire un “cioccolatino” che Zaldùa si dimentica di scartare, alzando incredibilmente la sfera sopra la traversa da meno di 5 metri a porta spalancata …

Se si falliscono occasioni del genere – oltretutto dopo aver regalato almeno due delle tre reti subite – è anche giusto uscire sconfitti e l’ultima speranza si infrange su di un corner che l’arbitro olandese fa battere a tempo scaduto e che vede una conclusione dal limite di Fusté, violenta ma centrale, ben bloccata da Vencel che si ritrova così tra le braccia il pallone nel momento esatto del triplice fischio finale che sancisce quella che, a tutt’oggi, resta l’unica vittoria di una squadra – ceca o slovacca, data l’avvenuta separazione delle due Repubbliche a fine anno 1992 – nelle massime competizioni europee per Club.

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La consegna del Trofeo ad Horvath – da:historiadelfutbolenimagenes.blogfree.net

Di contro, il successo dello Slovan Bratislava, serve da apripista per ulteriori “Momenti di Gloria” delle formazioni dell’Europa dell’Est in Coppa delle Coppe, che nei successivi 30 anni sino alla sua soppressione (avvenuta nel 1999 …), vede le stesse disputare altre 8 Finali – di cui una addirittura tra gli allora sovietici della Dinamo Tblisi ed i tedeschi orientali del Carl Zeiss Jena – cogliendo quattro successi con, oltre alla Dinamo Tblisi, anche il Magdeburgo e per due volte la Dinamo Kiev a sollevare il Trofeo …

E pensare che, forse, tutto era dipeso dall’invasione sovietica per sopprimere la liberale “Primavera di Praga” …

 

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IL TRIONFO EUROPEO DEL 1989 DA PARTE DEL NAPOLI DI MARADONA

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Il Capitano Maradona con la Coppa Uefa ’89 – da:calcio.fanpage.it

Articolo di Giovanni Manenti

Davvero curioso il rapporto delle Squadre italiane con la Coppa UEFA – terza Manifestazione continentale per importanza sino al 1999, data di abolizione della Coppa delle Coppe – istituita dal massimo Ente calcistico europeo nel 1971, in sostituzione dell’originaria Coppa delle Fiere …

Già la riferita competizione – per la quale, con decisione alquanto controversa assunta nel 2005, la Uefa ha dichiarato di non riconoscere le vittorie conseguite nelle 13 edizioni svoltesi dal 1955 sino al 1971 – era stata quanto mai avara di soddisfazioni per i nostri Club, potendo contare il solo successo della Roma nel 1961 e due Finali perse dalla Juventus, nel 1965 contro il Ferencvaros e nel 1971 contro il Leeds United, il tutto a fronte di ben 6 affermazioni delle formazioni spagnole e di 4 da parte delle inglesi …

E le cose non migliorano di certo con la nuova Manifestazione, visto che nelle prime 17 edizioni dal 1971 al 1988 la stessa diviene terreno di conquista pressoché esclusivo dei Club del Nord Europa, che si aggiudicano in ben 14 occasioni il Trofeo – 5 vittorie inglesi, 4 tedesche, 2 olandesi e svedesi ed una belga – con le uniche eccezioni costituite dal biennio 1985-’86 in cui ad affermarsi sono gli spagnoli del Real Madrid, nonché dall’impresa della Juventus “tutta italiana” compiuta nel 1977.

Questa bianconera, però, altro non è che la classica “eccezione che conferma la regola”, in quanto la formazione di Piazza Crimea è anche la sola a disputare la Finale su 34 squadre che raggiungono tale stadio del Torneo, così che l’Italia può definirsi a piena ragione la “parente povera” della Manifestazione …

Poi, come d’incanto, dall’edizione 1989 e sino a quella di fine secolo, per 11 stagioni la Coppa Uefa si trasforma in una sorta di appendice della Coppa Italia, visto che oltre a vedere ben 8 affermazioni delle nostre rappresentanti – con altresì Torino ed Inter sconfitte in Finale, rispettivamente dall’Ajax nel 1992 e dallo Schalke 04 nel 1997, così che l’unica Finale di tale periodo senza squadre italiane è quella del 1996 tra Bayern Monaco e Bordeaux – in addirittura quattro occasioni (Juventus-Fiorentina 1990, Inter-Roma ’91, Parma-Juventus ’95 ed Inter-Lazio ’98) la Finale si disputa tra due formazioni del Bel Paese.

Altrettanto improvvisamente, peraltro, con l’ingresso nel nuovo millennio, ecco le nostre squadre sparire completamente di scena – senza neppure una rappresentante italiana a raggiungere la Finale – e, nelle successive 20 edizioni il Trofeo ritorna alle origini, nel senso che a fare “la parte del leone” sono i Club spagnoli con 9 successi, seguiti dagli inglesi con 4, ivi compreso il Torneo attuale, visto che vede qualificate per l’atto conclusivo le due londinesi Arsenal e Chelsea …

Ma torniamo alla “Epoca d’oro” del nostro Calcio per evidenziare, quale altra singolarità, come a dare il la a tale periodo di trionfi sia una Società a digiuno di successi internazionali e che, al contrario, in 8 partecipazioni alla Coppa Uefa in una sola occasione (nel 1974-’75) era giunta agli Ottavi di finale, venendo altrimenti per 6 volte eliminata addirittura al primo turno ed in un’altra circostanza al secondo, e tutto questo nonostante che dall’estate 1984 potesse contare nel proprio organico il miglior calciatore al Mondo del periodo, vale a dire l’argentino Diego Armando Maradona.

Il rapporto del Napoli – poiché avrete sin troppo chiaramente capito che è del Club partenopeo che stiamo parlando – con le Coppe europee non è mai stato comunque particolarmente idilliaco, visto che, prima della stagione che stiamo per raccontare, il suo massimo cammino si era svolto nell’edizione 1976-’77 della Coppa delle Coppe, in cui gli azzurri riescono a raggiungere le semifinali solo per essere sconfitti (1-0 al San Paolo, rete di Bruscolotti, 0-2 a Bruxelles) dai belgi dell’Anderlecht detentori del Trofeo …

Nemmeno la presenza di Maradona sembra in grado di sovvertire una tale tendenza, visto che anche nell’anno dello “storico” primo Scudetto nel 1987 – con tanto di accoppiata con la conquista anche della Coppa Italia – la formazione allenata da Ottavio Bianchi se ne esce al primo turno contro il non certo trascendentale Tolosa, “tradita” proprio dal fuoriclasse argentino che, dopo che al ritorno in terra francese una rete di Stopyra aveva pareggiato l’1-0 dell’andata firmato da Carnevale, fallisce la trasformazione dell’ultimo tiro della serie dei calci di rigore, con ciò consegnando la qualificazione ai transalpini.

E miglior sorte non ha neppure l’esordio nell’allora ancora Coppa dei Campioni in forza della ricordata veste di Campioni d’Italia, anche se stavolta a condannare gli azzurri è principalmente un sorteggio sfortunato che li abbina al primo turno al Real Madrid che, dopo essersi imposto per 2-0 al “Santiago Bernabeu”, gela al ritorno le speranze dei tifosi partenopei con una rete in chiusura di primo tempo di Butragueno a pareggiare l’illusorio vantaggio in avvio siglato da Francini …

Disavventure europee” a parte, si sta comunque parlando di un Napoli di elevato spessore ed in grado di tenere testa alle fortissime milanesi del periodo – quelle, tanto per intenderci del trio olandese (Rijkaard, Gullit e van Basten) in casa rossonera, cui risponde analoga terna tedesca (Brehme, Matthaus e Klinsmann) da parte nerazzurra – visto che al titolo del 1987 fanno seguito due secondi posti nel 1988 ed ’89, per poi tornare a festeggiare un secondo Scudetto nel 1990, ragion per cui non può che essere questo il momento giusto per dare l’assalto anche ad un Trofeo continentale, missione portata a termine nell’edizione 1988-’89 della Coppa Uefa.

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Il trio azzurro formato da Careca, Maradona e Alemao – da:ilnapolionline.com

Iscritto alla Manifestazione quale componente di un quartetto italiano di tutto rispetto – composto anche da Inter, Juventus e Roma, mentre il Milan partecipa, vincendola, alla Coppa dei Campioni, e la Sampdoria, venendo sconfitta in Finale dal Barcellona, alla Coppa delle Coppe – il Napoli, che può anch’esso contare su di un ben assortito trio di stranieri di marca sudamericana, affiancando a Maradona i brasiliani Alemao e Careca, inizia il proprio cammino senza eccessivo clamore, in quanto, opposto al primo turno ai greci del PAOK Salonicco, si qualifica grazie all’1-0 del “San Paolo” siglato dal suo Capitano su rigore, per poi impattare per 1-1 in terra ellenica, ma dove la rete poco dopo il quarto d’ora di gioco di Careca rende la prosecuzione della gara molto più tranquilla …

Più agevole il superamento del secondo turno, in cui il Napoli è opposto ai tedeschi orientali del Lokomotiv Lipsia – una delle ultime uscite delle rappresentanti dell’ex Ddr, data l’oramai prossima riunificazione della Germania in un unico Stato – grazie al pari esterno per 1-1 (con Francini a replicare dopo appena 4’ al vantaggio dei padroni di casa …), cui segue il 2-0 al “San Paolo” le cui marcature sono aperte ancora dal fluidificante terzino.

Con ancora tutte e quattro le squadre italiane ancora in lizza, il tabellone degli Ottavi propone per il Napoli la sfida contro il sempre ostico Bordeaux – nelle cui file, oltre a Tigana ed al belga Scifo, milita anche quello Stopyra che evoca i fantasmi dell’eliminazione di due anni prima allorché militava nel Tolosa – risolta grazie alla solidità della difesa, che resta imbattuta nel duplice incontro, così che è sufficiente la rete messa a segno da Carnevale in apertura del match disputato il 23 novembre al “Parc Lescure (caratterizzato anche dalla doppia espulsione di Alain Roche e Nando De Napoli poco prima dell’ora di gioco …) per accedere alla fase primaverile del Torneo, a cui i partenopei erano assenti da ben 12 anni.

Con la pattuglia italiana ridottasi a sole due compagini – in quanto la Roma non aveva avuto scampo contro la Dynamo Dresda (doppio 0-2), mentre l’Inter si era suicidata, sprecando un vantaggio di 2-0 maturato all’andata a Monaco, facendosi superare per 3-1 a San Siro dal Bayern – un sorteggio maligno ed impietoso mette di fronte al Napoli per i Quarti da disputarsi tra fine febbraio ed inizio marzo 1989, proprio la Juventus, reduce dall’aver superato con un doppio 1-0 i belgi del Liegi, con l’ex nerazzurro Altobelli ad andare a segno in entrambe le circostanze …

Urna che non ha riservato lo stesso trattamento alle tre tedesche (due occidentali e la ricordata Dynamo Dresda) che vedono il Bayern abbinato agli scozzesi dell’Heart of Midlothian, lo Stoccarda alla Real Sociedad, mentre la formazione orientale se la deve vedere con il Victoria Bucarest, ma è sin troppo chiaro che l’attenzione generale è tutta incentrata sulla “sfida fratricida” tra azzurri e bianconeri.

E’ pertanto la sera di mercoledì 1 marzo 1989, allorché al “Comunale” di Torino, davanti ad oltre 46mila spettatori, è l’arbitro inglese George Courtney a dare il via alla gara di andata che si mette subito in salita per Maradona & C. in quanto, dopo che Tacconi in avvio si era superato per deviare in angolo una potente ed angolata conclusione rasoterra di Renica su punizione, è lo stopper bianconero Pasquale Bruno a sbloccare il risultato dopo appena 13’ di gioco, raccogliendo al limite un appoggio di petto di Marocchi susseguente ad un cross dalla sinistra di De Agostinia per esplodere un bolide di destro che si insacca a mezza altezza alla sinistra della porta difesa da Giuliani, vanamente proteso in tuffo …

Gara che rischia di trasformarsi in incubo per la compagine di Bianchi dal momento che, in chiusura di prima frazione di gioco, uno spunto di Barros lungo l’out destro produce un cross sotto misura che Corradini, nel tentativo di anticipare Altobelli, devia nella propria porta nel più classico degli autogoal

Sotto 0-2 all’intervallo, difficile stabilire l’atteggiamento da assumere nella ripresa per gli azzurri, poiché andare a segno avrebbe un significato fondamentale dato il valore doppio delle reti realizzate in trasferta, ma di contro subirne una terza renderebbe quasi proibitivo ribaltare il risultato al San Paolo, e comunque, i secondi 45’ non forniscono eccessive emozioni, fatta salva un’incornata ravvicinata di Francini su punizione calciata da Alemao sulla quale Tacconi si oppone da campione e lo scampato pericolo consiglia i bianconeri di proteggere il doppio vantaggio in vista della gara di ritorno.

Sfida che il Napoli affronta essendo ancora in corsa per lo Scudetto – staccato di soli 3 punti (36 a 33) a 13 giornate dal termine rispetto all’Inter capolista che non ha però più alcun impegno europeo – ed, in ogni caso, sono in 90mila i tifosi partenopei che gremiscono gli spalti del San Paolo la sera del 15 marzo, chiaro messaggio ai propri beniamini che, loro per primi, credono nella rimonta, nonostante la formazione di casa debba fare a meno di Fusi e De Napoli, assenti per squalifica …

E l’incontro ricalca curiosamente l’andamento della gara di andata, visto che, dopo appena 10’ dall’inizio, il Direttore di gara tedesco Sigfried Kirschen decreta un calcio di rigore a favore degli azzurri per una trattenuta di Bruno su Careca, massima punizione che Maradona trasforma spiazzando Tacconi …

E’ l’inizio che tutti si auguravano da parte dei padroni di casa, che continuano a prodigarsi in attacco costringendo Tacconi agli straordinari prima che in chiusura di tempo – proprio come era successo all’andata a parti invertite – un siluro di Carnevale dal limite dell’area non lasci scampo all’estremo difensore bianconero, con le due formazioni a fare rientro negli spogliatoi con il risultato complessivo di assoluta parità …

Altrettanto capovolto è l’aspetto tattico rispetto alla gara di Torino, perché è ora la Juventus a dover cercare la rete che varrebbe oro visto il valore doppio della stessa, ma senza rischiare il tracollo di fronte ad un Napoli mai così determinato, che difatti sfiora la terza rete con un colpo di testa di Carnevale ben neutralizzato da Tacconi, prima che l’arbitro decreti la conclusione della sfida, con conseguente prolungamento della stessa ai tempi supplementari …

Con una tensione ai massimi livelli palpabile sia sugli spalti che sul terreno di gioco, a fare la differenza – come del resto per tutti i 120’ minuti, nonostante il suo nome non figuri sul tabellino dei marcatori – è un mai domo Careca che si incarica di promuovere anche l’azione decisiva, raccogliendo palla sul vertice destro dell’area avversaria, scattare verso il fondo campo ed, incurante della pressione di Bruno, riuscire a mettere al centro un pallone che l’avanzato Renica riesce a deviare in torsione di testa in rete per il punto del definitivo 3-0 quando siamo giunti ad 1’ dalla decisione ai calci di rigore, per l’indescrivibile tripudio dei tifosi e lo scoramento dei giocatori bianconeri, che peraltro pagano una condotta di gara troppo rinunciataria.

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Il goal di Renica – da:picbon.com

Finalmente tornato in una Semifinale europea, il Napoli resta il solo baluardo del Calcio latino al cospetto dello “Sturm und Drang” tedesco che ha portato le sue tre rappresentanti a tale livello del Torneo, e gli abbinamenti vedono il “Derby est-ovest” tra Stoccarda e Dynamo Dresda, mentre agli azzurri tocca il compito di “vendicare” l’eliminazione dell’Inter rispetto ad un Bayern che, dopo i fasti degli anni ’70, aspira alla conquista di un Trofeo Continentale dopo le delusioni delle sconfitte nelle Finali di Coppa dei Campioni da parte di Aston Villa (1982) e Porto (1987) …

Ed anche se è oramai priva del suo indiscusso leader Lothar Matthaus – trasferitosi all’Inter proprio l’estate precedente assieme al compagno di squadra Andreas Brehme – la compagine bavarese fa della compattezza la propria caratteristica principale, che viene peraltro meno in occasione della gara di andata, in programma mercoledì 5 aprile 1989 davanti ai quasi 78mila spettatori del San Paolo.

E’ un Napoli che ha oramai abdicato ad ogni pretesa di Scudetto sia per il cammino inarrestabile dell’Inter che a causa della “rivincita” consumata dalla Juventus che, nell’anticipo di sabato 1 aprile, si è imposta all’ombra del Vesuvio per 4-2, ragion per cui tutte le energie sono destinate alla possibilità di conquistare il Trofeo continentale …

Ed in tale ottica viene rischiato anche Maradona, che torna a disposizione dopo aver saltato le gare con Lazio ed Juventus in Campionato (non a caso con un solo punto conquistato tale da dilatare il vantaggio dell’Inter sino a 6 punti …) per un risentimento muscolare che lo aveva costretto ad uscire nel corso dei supplementari contro i bianconeri.

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Maradona ed Augenthaler prima della gara di andata – da:sport.sky.it

Sotto la spinta morale del proprio Capitano, gli azzurri giocano un primo tempo d’attacco ben controllati dall’attenta retroguardia bavarese che però commette una leggera sbavatura al 41’ allorché un lancio di Maradona per Careca viene male intercettato da un difensore permettendo al centravanti brasiliano di poter battere a rete e superare il portiere avversario Aumann per il punto del vantaggio con cui le due squadre vanno al riposo …

E quando, al quarto d’ora della ripresa, uno spiovente in area di Maradona susseguente ad un’azione di calcio d’angolo trova puntuale alla deviazione la testa di Carnevale – il quale solo 2’ prima si era visto negare dal palo la gioia del raddoppio – che schiaccia la sfera nell’angolo basso alla destra di un incolpevole Aumann, ecco che sugli spalti si vive la stessa euforia di fine gara contro la Juventus, iniziando a pensare che la vittoria in Coppa potrebbe essere tutt’altro che una chimera.

Accesso alla Finale che il Napoli legittima due settimane dopo allo ”Olympiastadion” di Monaco d Baviera dove, sfruttando lo “stato di grazia” di Careca – che va in rete 7 volte in 8 turni di Campionato tra inizio aprile e fine maggio 1989 – si porta in vantaggio poco dopo l’ora di gioco con il centravanti brasiliano ad appoggiare in rete da pochi passi un servizio di Maradona, abile a sfruttare un’indecisione della difesa tedesca.

Attaccante che, dopo l’immediato pareggio di Wolfarth in mischia, concede il bis a meno di un quarto d’ora dal termine finalizzando al meglio un contropiede letale che, con il Bayern proteso tutto in avanti, consente a Maradona di liberarlo in campo libero affinché possa avanzare verso Aumann e superarlo con un preciso rasoterra in diagonale per il tripudio degli oltre 15mila tifosi italiani presenti in tribuna, così che il pareggio di Stefan Reuter a 9’ dal termine serve solo per le statistiche.

E’ Finale, dunque, la prima a livello internazionale nei 63 anni di Storia della Società ed un’intera città si mobilita per non far mancare il calore del tifo alla propria squadra, in vista della gara di andata in programma al San Paolo il 3 maggio 1989, avversaria lo Stoccarda che, grazie a due reti del proprio attaccante Karl Allgower (1-0 al Neckastarstadion, 1-1 in Germania orientale), ha liquidato la Dynamo Dresda …

Squadra rognosa, quella tedesca, i cui punti di forza sono il portiere Eike Immel, il libero Guido Buchwald ed il trio d’attacco formato, oltre che dal citato Allgower, da Jurgen Klinsmann e dall’italo-tedesco Maurizio Gaudino.

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I Capitani Maradona e Buchwald prima della gara di andata – da:sport.sky.it

Ed è proprio quest’ultimo – “core ‘ngrato” in quanto figlio di emigrati originari della provincia di Caserta – a portare inaspettatamente in vantaggio i suoi, dopo che Careca aveva fallito una clamorosa occasione alzando di testa sopra la traversa da pochi metri, con una conclusione dalla distanza, potente ma centrale, che trova impreparato Giuliani che non riesce a bloccare la sfera…

Strada in salita, dunque, dopo meno di 20’ di gioco e per tutta la prima frazione il Napoli non riesce a riordinare le idee consentendo all’arcigna difesa tedesca di chiudere tutti i varchi, per poi intensificare le proprie azioni al ritorno in campo nel secondo tempo pervenendo al pareggio a metà ripresa grazie ad un calcio di rigore trasformato da Maradona e lungamente contestato dai tedeschi i quali reclamano con l’arbitro greco Germanakos per un tocco di mano dello stesso Capitano nell’aggiustarsi la palla prima di scoccare il tiro, a propria volta deviato con un braccio da Schafer …

Il pareggio ottenuto galvanizza gli 83mila spettatori presenti all’incontro e infonde fiducia negli azzurri, i quali capitalizzano al massimo le loro azioni offensive a 3’ dal termine, grazie ad una magia del “Pibe de Oro” che si libera con eleganza sul vertice destro dell’area di rigore per poi portarsi verso il fondo e rimettere rasoterra al centro una palla che Careca, da autentico opportunista, arpiona, controlla e quindi scaraventa alle spalle di Immel per il punto del definitivo 2-1 che non può certo essere garanzia di successo, ma che vale oro rispetto a come si era messo l’incontro …

Appuntamento quindi fissato per il 17 maggio 1989 al “Neckarstadion”, impianto del Capoluogo del Baden-Wurttemberg, riempito in tutta la sua capacità di 67mila spettatori per l’occasione, e dove a dare il fischio d’inizio è chiamato il Direttore di gara spagnolo Vicotoriano Sanchez Arminio …

Bianchi ripropone gli stessi undici della gara di andata – giova ricordarli: Giuliani; Ferrara, Francini; Corradini, Alemao, Renica; Fusi, De Napoli, Careca, Maradona (cap.) e Carnevale – non potendo disporre di Crippa, squalificato, mentre il tecnico olandese Arie Haan deve fare a meno di Buchwald (anch’esso appiedato dal Giudice Sportivo …), ma può recuperare Klinsmann, assente al San Paolo, così da varare una formazione iper offensiva che schiera in attacco, Allgower, Fritz Walter e Gaudino, oltre al biondo attaccante che nella successiva sessione di mercato estiva andrà a comporre il trio tedesco all’Inter assieme ai connazionali Matthaus e Brehme.

Deve giocare chiaramente il “tutto per tutto” Haan, ma sbilanciarsi troppo contro una squadra che al suo arco frecce del calibro di Maradona e Careca può risultare letale come verifica coi propri occhi allorché una proiezione in avanti di Alemao determina un “dai e vai” con il connazionale Careca che porta il brasiliano ad incunearsi in area, presentarsi davanti ad Immel e superarlo con un tocco di esterno che il portiere riesce solo a sfiorare per il vantaggio azzurro dopo soli 18’, con ciò compensando la rete dell’andata messa a segno da Gaudino …

La rete del centrocampista serve innanzitutto a quantificare in circa 20mila i tifosi provenienti sia dall’Italia che da varie parti della Germania per non mancare all’appuntamento con la Storia, anche se è ancora presto per far festa, soprattutto quando, appena 9’ dopo, Klinsmann salta più alto di tutti per raggiungere la parabola arcuata disegnata da Sigurvinsson dalla bandierina e mandare la palla nell’angolo opposto, imprendibile per Giuliani.

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L’esultanza di Klinsmann al goal del pari – da:tumblr.com

Una situazione, pertanto, quanto mai incerta, con un’altra rete lo Stoccarda metterebbe in perfetto equilibrio le sorti del doppio confronto che, viceversa, vede la relativa bilancia iniziare a pendere decisamente dalla parte azzurra allorché al 39’, dopo che Bianchi era stato costretto a mandare in campo Carannante al posto dell’acciaccato Alemao, l’euforia in casa tedesca viene letteralmente “gelata” da un’invenzione di Maradona che, dopo aver visto una sua battuta da corner respinta con la palla che ritorna verso di lui, invece di stopparla come tutti si attendono, la rimette immediatamente al centro di testa, laddove sbuca Ferrara, avanzato nella circostanza, che con una volée di interno destro fulmina Immel da pochi passi …

Per il calcolo delle reti in trasferta, ora allo Stoccarda servono tre reti se vuole far suo il Trofeo, un’impresa al limite dell’impossibile con il solo secondo tempo a disposizione e che diviene addirittura da “Guinness dei Primati” poco dopo l’ora di gioco, grazie a Maradona che si invola dalla propria metà campo in uno spazio completamente libero per poi, rimontato e contrastato da Hartmann, rifiutare la conclusione personale per appoggiare sulla destra all’accorrente Careca, il quale, presentatosi solo davanti ad Immel, non ha difficoltà alcuna a superarlo con un morbido pallonetto per il tripudio dei tifosi partenopei presenti sugli spalti che iniziano già a far festa …

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Maradona all’atto di fermarsi e servire Careca per il 3-1 – da:gettyimages.it

Il complessivo vantaggio di 5-2 tra le due gare è talmente rassicurante che il Napoli “pecca” un po’ di concentrazione nel finale, forse anche con la testa già rivolta ai festeggiamenti, con ciò consentendo ai padroni di casa – peraltro mai domi come da teutonico carattere – di salvare quantomeno l’onore dapprima grazie ad una sfortunata deviazione di De Napoli su conclusione senza pretese di Gaudino che inganna Giuliani e quindi, proprio in chiusura, è lo stesso De Napoli ad inventarsi un retropassaggio da tre quarti di campo verso Giuliani che si trasforma in un perfetto assist per il subentrato Schmaler che di testa può comodamente mettere alle spalle dell’estremo difensore.

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La gioia dei calciatori azzurri al fischio finale – da:machenesanno.it

Dettagli, comunque, perché al triplice fischio del Direttore di gara spagnolo gli abbracci e le lacrime si sprecano – in particolare quelle dei napoletani Ciro Ferrara ed Antonio Carannante – e, pensate un po’, anche sul volto dell’imperturbabile Ottavio Bianchi spunta l’ombra di un sorriso …

E come due anni prima in occasione dello Scudetto, alla festa sul terreno di gioco con Capitan Maradona a sollevare l’ambita Coppa, a migliaia di chilometri di distanza, una “notte speciale” invade tutte le strade del Capoluogo campano, per un’impresa che, loro ancora non lo sanno, ma serve da apripista per un decennio di dominio assoluto delle formazioni italiane in detta Manifestazione.

Circostanza, questa, che fa sì che la conquista del Trofeo da parte degli Azzurri assuma, per l’intero movimento calcistico nazionale, un valore ancor maggiore …

 

LE INCREDIBILI RIMONTE DEL REAL MADRID DI META’ ANNI ’80

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Il Real Madrid vincitore della Coppa Uefa 1984-’85 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché, l’11 maggio 1966 a Bruxelles, entrano in campo Real Madrid e Partizan Belgrado allo Stadio Heysel per contendersi la Coppa dei Campioni, per il Club madrileno si tratta dell’ottava Finale nelle prime undici edizioni del più prestigioso Torneo Continentale – solo nel 1961, ’63 e ’65 non hanno raggiunto tale stadio della manifestazione – ed il successo, a fatica, per 2-1 oltre a mettere in bacheca il sesto Trofeo, rappresenta altresì la fine di un ciclo, di cui l’ultimo rappresentante è la leggendaria ala sinistra Francisco “Paco” Gento, unico ad aver disputato tutte ed 8 le ricordate Finali …

Si conclude così il “periodo d’oro” delle “Merengues”, caratterizzato da giocatori del calibro di Santamaria, Kopa, Rial e, soprattutto, della fantastica coppia formata da Ferenc Puskas ed Alfredo Di Stefano, ma è certo che neppure il più pessimista dei tifosi madridisti avrebbe mai immaginato che per tornare ad assaporare la gioia di un trionfo continentale sarebbero dovuti trascorrere circa 20 anni …!!

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Il Real vincitore della Coppa Campioni ’66 – da:wikipedia.org

Ed invece è proprio così, dopo aver concluso gli anni ’60 eliminato nei Quarti dell’edizione ’67 dall’Inter (0-1 a San Siro e 0-2 al Santiago Bernabeu) e l’anno seguente dal Manchester United in semifinale, dove Amancio & Co. sprecano al ritorno, dopo essere stati sconfitti 0-1 ad “Old Trafford”, un vantaggio di 3-1 all’intervallo facendosi rimontare sino al 3-3 conclusivo, il Real Madrid incappa in due ingloriose eliminazioni da parte di Rapid Vienna e Standard Liegi nel 1969 e 1970 …

Con l’ingresso nel successivo decennio, l’Europa cambia padrone e, dopo l’ultimo acuto del “Calcio latinocostituito dalla vittoria del Milan per 4-1 sull’Ajax nel 1969 (curiosamente proprio al “Santiago Bernabeu” …), si apre l’era del “Calcio totale” olandese a cui risponde lo “Sturm und drang” teutonico, con la “Coppa dalle grandi orecchie” a prendere per un quadriennio la via dei Paesi Bassi, seguito dal triennio di dominio del Bayern Monaco del “Kaiser” Franz Beckenbauer, prima che la superiorità a livello continentale si sposti più a Nord, con i Club inglesi ad aggiudicarsi 7 delle 8 Finali disputate dal 1977 al 1984 – unica eccezione l’edizione ’83 vinta dai tedeschi dell’Amburgo sulla Juventus – poi giocoforza venuta meno a causa dell’immane tragedia dell’Heysel con conseguente bando per cinque anni delle squadre inglesi da ogni manifestazione organizzata dalla UEFA.

In detto periodo, il Real Madrid si affaccia per la prima volta alla Coppa delle Coppe, Torneo che lo vede raggiungere nel 1971 la Finale, solo per vedersi sconfitto dagli inglesi del Chelsea per 2-1 nella ripetizione dopo che una rete di Zoco al 90’ aveva rimediato al vantaggio londinese con Osgood nella prima gara, per poi subire una sorta di “Maledizione” nella riferita principale competizione europea …

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Il Daily Mirror commenta la Finale Chelsea-Real Madrid del ’71 – da:twb22.blogspot.com 

In parte, i “Blancos” ci mettono del loro, venendo eliminati negli Ottavi nel 1977 e ’79 da Bruges e Grasshoppers, ma in altre occasioni sembra che qualcuno abbia scagliato sul Real un anatema simile a quello lanciato dal tecnico Bela Guttman contro il Benfica, e che tuttora resiste …

Accade, difatti, che il cammino del Real si fermi in semifinale, scontrandosi con le nuove realtà del Vecchio Continente, sconfitto dall’Ajax di Cruijff (1-2 ad Amsterdam, 0-1 a Madrid) nel 1973, per poi subire analoga sorte contro il Bayern (1-1 al Bernabeu, 0-2 in Baviera, con tutte e 3 le reti siglate da Gerd Muller) nel 1976 …

Sono quelli, gli anni in cui il Real Madrid cerca di opporsi alla supremazia teutonica tesserando due dei migliori giocatori tedeschi dell’epoca, vale a dire Paul Breitner e Gunter Netzer, prelevati rispettivamente da Bayern e Borussia Monchengladbach, ma non c’è niente da fare, così come accade nell’ultima edizione degli anni ’70 …

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Paul Breitner e Gunter Netzer al Real Madrid – da:twitter.com

Ancora raggiunto lo scoglio delle Semifinali – dopo aver completato una difficile rimonta ai Quarti contro gli scozzesi del Celtic Glasgow, ribaltando lo 0-2 del “Celtic Park” grazie al 3-0 al ritorno sancito da una rete del difensore Benito a 5’ dal fischio finale – il Real Madrid, che nel frattempo ha inserito nel suo organico un nuovo tedesco, ovvero Uli Stielike, acquistato anch’egli dal Borussia Monchengladbach, oltre al talentuoso ma sfortunato inglese di colore Laurie Cunningham, si trova ad affrontare i tedeschi dell’Amburgo del trio Kaltz, Hrubesch e Magath, con l’aggiunta della sgusciante ala inglese Kevin Keegan …

Con l’andata tra le mura amiche risolta per 2-0 grazie ad una doppietta di Santillana nell’ultimo quarto di gioco, le prospettive per un ritorno in Finale di Coppa dei Campioni a 14 anni di distanza dall’ultima presenza sembrano abbastanza rosee, non potendo prevedere cosa sarebbe viceversa andato in scena la sera del 23 aprile 1980, sul terreno del “Volksparkstadion” del Capoluogo anseatico …

Posta di fronte ad un undici assatanato, la formazione guidata in panchina da Vujadin Boskov vede annullato il doppio vantaggio dell’andata quando è da poco trascorso il primo quarto d’ora di gioco (Kaltz e Hrubesch a segno …), e neppure la rete alla mezz’ora di Cunningham – il quale perderà la vita a metà luglio ’89 a soli 33 anni per un incidente stradale avvenuto proprio a Madrid – ha l’effetto di placare l’ardore tedesco …

La norma del “valore doppio” delle reti segnate in trasferta sta a significare che l’Amburgo deve realizzare almeno altre due reti per qualificarsi per la Finale, missione che porta a termine addirittura prima dell’intervallo, artefice ancora la “premiata Ditta” Kaltz (su rigore al 40’) e Hrubesch in chiusura di tempo, prima che nei minuti finali della ripresa tocchi a Memering chiudere i conti per il definitivo 5-1 che ha tutte le caratteristiche di una disfatta in casa madrilena.

Una lezione di cui Boskov tiene conto nella stagione successiva, allorché imposta un Real molto più accorto in difesa, prova ne sia che giunge in Semifinale con due sole reti al passivo nelle precedenti cinque gare disputate (peraltro subite dagli irlandesi del Limerick in un doppio confronto chiuso sul 7-2 complessivo …), giusto per rinverdire i fasti degli anni ’60, visto che l’avversaria altri non è che l’Inter …

Certo, non sono più i tempi di Di Stefano, Puskas e Gento da una parte e di Jair, Mazzola, Suarez e Corso dall’altra (oltre alla leggendaria difesa del “Mago Herrera” …), però è pur sempre una sfida di un non trascurabile fascino, che il Real ipoteca all’andata grazie ad un 2-0 firmato dai nuovi “gemelli del goal” Juanito e Santillana, per poi resistere al ritorno a San Siro al tentativo di rimonta dei nerazzurri, che si ferma alla sola, illusoria rete del Capitano Graziano Bini, messa a segno poco prima dell’ora di gioco.

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La rete di Bini che illude l’Inter al ritorno – da:gettyimages.it

Tornato nuovamente in Finale di Coppa dei Campioni a distanza di 15 anni, il 27 maggio 1981 al “Parc des Princes” di Parigi il Real Madrid trova a contendergli il Trofeo un Liverpool che, dopo i trionfi del biennio 1977-’78, ambisce a tornare sul trono d’Europa, che nel frattempo era stato occupato dal Nottingham Forest di Brian Clough …

L’importanza della posta in palio fa sì che si assista ad una delle più brutte Finali della Storia della Manifestazione, con entrambe le squadre impegnate più a controllare il gioco che non a costruire, il tutto sino a quando, a 9’ dal termine, un liscio di un difensore madrileno non spalanca la strada verso la rete al terzino sinistro inglese Alan Kennedy, il quale esplode un violento sinistro da pochi passi che non lascia scampo al portiere Agustin e consegna ai “Reds” la terza Coppa della loro Storia.

Anche l’ingresso negli anni ’80 non è stato pertanto di buon auspicio per le “Merengues”, che nel successivo quadriennio subiscono quattro beffe in patria, perdendo il titolo sempre all’ultima giornata a beneficio della “Revolucion basca”, visto che ad imporsi sono la Real Sociedad nel 1981 ed ’82 e l’Athletic Bilbao nel 1983 ed ’84, mentre nel 1985 ad aggiudicarsi la Liga, ad 11 anni dall’ultimo successo, è il Barcellona, Torneo in cui, stavolta, il Real non ha nulla da recriminare, avendolo concluso al quinto posto …

Tale circostanza comporta, quale logica conseguenza, che nelle cinque successive stagioni il più importante Torneo Continentale non veda ai nastri di partenza la formazione più titolata, mentre per il Real Madrid – dirottato in tale arco temporale su Coppa delle Coppe e Coppa Uefa – torna a materializzarsi “l’incubo tedesco” nella primavera 1982 …

Qualificatosi, difatti, per i Quarti di finale di Coppa Uefa, dall’urna esce quale avversario il Kaiserslautern, formazione ostica ma non certo insuperabile, come dimostra l’andamento della gara di andata al “Bernabeu” che vede i padroni di casa condurre per 3-0 a 20’ dal termine (di Cunningham, Garcia Hernandez e Juanito le reti …), prima che un rigore trasformato la Eilenfeldt all’85’ dia nuove speranze ai “Roten Teufel” in vista del ritorno …

Di sicuro, i quasi 35mila spettatori che la sera del 17 marzo 1982 riempiono le tribune del “Betzenberg” non avranno scordato a lungo l’andamento della sfida, che già dopo nemmeno un quarto d’ora vede la bilancia spostata a favore del Kaiserslautern in virtù della doppietta messa a segno da Funkel, per poi toccare al Direttore di gara ungherese Karoly Palotai salire in cattedra espellendo, già prima dell’intervallo, San José al 31’ e Cunningham al 40’ …

Sotto di due reti ed in 9 uomini, il Real crolla nella ripresa sino a subire un umiliante 0-5 con l’ulteriore aggravante della terza espulsione comminata a Pineda al 66’, per quella che resta la sconfitta con il maggior scarto della formazione madrilena nelle competizioni europee, eguagliata da identico “score” subito contro il Milan nella semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni ’89 …

Dirottato l’anno seguente in Coppa delle Coppe, il Real Madrid resta con il più classico dei “cerini in mano”, perdendo la Liga all’ultima giornata, scavalcato dall’Athletic Bilbao, vincitore per 5-1 contro il Las Palmas, a causa della contemporanea sconfitta per 0-1 sul campo del Valencia, per poi subire analoga sorte l’11 maggio 1983 al “Nya Ullevi” di Goteborg, dove viene superato per 2-1 dall’Aberdeen del non ancora “Sir” Alex Ferguson, con la rete decisiva messa a segno da John Hewitt al 7’ del secondo tempo supplementare

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La rete di Hewitt che decide la Finale a favore dell’Aberdeen – da:gettyimages.it 

Ditemi voi se non si possa cominciare a pensare ad una sorta di influssi negativi che gravitano sul “Santiago Bernabeu”, ancor più avvalorati dall’uscita al primo turno della Coppa Uefa 1983-’84 per mano (2-3 ed 1-1) dello Sparta Praga, quando, all’improvviso, il vento cambia e nella maniera più inaspettata, attraverso cioè una clamorosa “inversione di tendenza” circa le rimonte, che da subite divengono realizzate.

Nel corso degli anni ’70, a parte il già ricordato ribaltamento dello 0-2 contro il Celtic nella primavera 1980, il Real era stato protagonista di una sola grande impresa, ovvero nell’autunno ‘75 allorché riesce a ribaltare una sconfitta per 1-4 patita in Inghilterra contro il Derby County negli Ottavi di finale di Coppa dei Campioni, restituendo identico punteggio al ritorno al “Bernabeu”, per poi toccare a Santillana mettere a segno il punto del definitivo 5-1 al 9’ del primo tempo supplementare.

Ma quella che passa alla Storia delle Coppe Europee come la capacità di compiere “remuntade” all’apparenza impossibili da parte delle “merengues” vede la propria nascita nel corso della Coppa Uefa 1984-’85, andando per la prima volta in scena a cavallo tra fine novembre ed inizio dicembre ’84, periodo in cui sono in programma gli Ottavi, avversari i belgi dell’Anderlecht, formazione da “prendere con le molle”, in quanto vincitrice del Troefo nel 1983 e finalista l’anno seguente …

La gara di andata, disputata il 28 novembre a Bruxelles, vede il Real resistere per oltre un’ora agli attacchi dei “bianco malva”, per poi crollare nella parte finale del match, subendo tre reti – Vandenbergh, Czerniatynski e Vercauteren su rigore gli autori – per uno 0-3 all’apparenza molto difficile da recuperare …

Certo che ad un attacco che può schierare di punta Butragueno, Santillana e Valdano nulla può essere precluso – ed è quello che pensano (o sperano …) i 95mila che non fanno mancare l’incitamento ai loro beniamini il 12 dicembre – ma è a è quello “zero” quanto a reti segnate all’andata a mettere paura e, difatti, dopo che Sanchis, Butragueno e Valdano hanno “pareggiato i conti” già nella prima mezz’ora di gioco, ecco che la rete di Frimann al 34’ rimette tutto in discussione …

Al Real servono ancora due reti per passare il turno e fondamentale è il punto del 4-1 messo a segno ancora da Valdano in chiusura di primo tempo, per poi toccare all’implacabile “Buitre” chiudere i conti nella ripresa con una doppietta per un 6-1 conclusivo che sa di impresa.

Superato a fatica lo scoglio dei Quarti contro gli inglesi del Tottenham, detentori del Trofeo (1-0 al ”White Hart lane”, 0-0 a Madrid), ecco per il Madrid una “vecchia conoscenza”, vale a dire quell’Inter che per la sesta volta nella Storia delle Coppe ne incrocia il cammino …

L’andata del 10 aprile a San Siro si risolve a favore dei nerazzurri grazie ad un rigore trasformato dall’irlandese Liam Brady al 25’ ed al raddoppio di Altobelli poco prima dell’ora di gioco per un 2-0 che resta pur sempre un bel vantaggio, anche se non rende pienamente tranquilli per il ritorno …

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Brady realizza il rigore dell’1-0 nella semifinale di andata – da:footballflash.it

Con la prospettiva di approdare in Finale, sono stavolta poco più di 90mila i madrileni che affollano il “Santiago Bernabeu” a due settimane di distanza, per quella che passa alla storia come “la partita della bilia”, per un oggetto che, lanciato dalle tribune, colpisce al capo il terzino interista Bergomi, costretto a lasciare il campo al 38’, sostituito da Pasinato …

Il punteggio era già stato sbloccato da Santillana dopo 12’ ed è lo stesso centravanti, approfittando anche del comprensibile momento di sbandamento della retroguardia nerazzurra, a replicare per il punto del 2-0 poco prima dell’intervallo, per poi toccare a Michel sentenziare la formazione italiana al 57’ per il 3-0 conclusivo che certifica il passaggio in Finale.

Ovviamente, da parte nerazzurra viene presentato ricorso, chiedendo l’assegnazione della vittoria a tavolino, ma il potere del Club madrileno in seno all’Uefa è tale che se la cava solo con una pesante multa, senza subire neppure la squalifica del campo, sanzione che avrebbe inciso sull’esito della Finale, visto che all’epoca si disputava con gare di andata e ritorno …

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Bergomi a terra, colpito nella gara di ritorno – da:elpais.com

Stavolta non vi è bisogno di alcuna impresa, poiché gli ungheresi del Videoton – giunti un po’ per caso all’atto conclusivo – cedono in casa per 0-3 e la gara di ritorno è poco più di una passerella per festeggiare il ritorno ad un Trofeo internazionale dopo tre Finali perse, con la consolazione per i magiari della rete di Majer a 4’ dal termine che serve solo a fare statistica, ma nulla incide quanto all’esito complessivo della sfida.

Il successo continentale consente al Real Madrid – che, come ricordato, aveva concluso appena quinto (a 13 punti dal Barcellona Campione …) la Liga ’85 – di ripresentarsi in Coppa Uefa per cercare di ripetersi anche l’anno seguente, stagione in cui domina in patria, tornando al titolo dopo 6 anni di digiuno, con ben 11 punti di margine sugli azulgrana.

Questo soprattutto grazie all’inserimento in attacco del centravanti messicano Hugo Sanchez, autentico rapinatore d’area di rigore, il che relega l’oramai 33enne Santillana al rango di riserva, al pari di Juanito rispetto a Butragueno, circostanza che induce a ben sperare per quel che concerne il cammino in Europa …

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Il Real Madrid della stagione 1985-’86 – da:eurosport.com

Ma anche stavolta, giunti agli Ottavi di finale, dall’urna esce l’abbinamento più temibile, vale a dire lo “spauracchio tedesco”, sotto forma stavolta del sempre pericoloso Borussia Monchengladbach, pur non potendo fare paragoni con lo squadrone di Vogts, Bonhof, Stielike, Netzer, Heynckes e Simonsen degli anni ’70 …

Tornare comunque in Germania con nella mente ancora i ricordi degli 1-5 del 1980 ad Amburgo e 0-5 di due anni dopo a Kaiserslautern, non deve essere stato granché rassicurante per l’undici di Molowny che, difatti, “torna a vedere le streghe” già all’intervallo, sotto di due reti, per poi subire, ad inizio ripresa, un micidiale uno-due di Uwe Rahn per un 4-0 che poi assume i contorni definitivi in virtù del centro di Gordillo che riduce le distanze, ristabilite per il 5-1 conclusivo da Lienen a 5’ dal termine

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La rete del 5-1 siglata da Lienen (n.11) – da:foxsports.it

Tre trasferte in terra tedesca e 5 reti subite ogni volta non sono un gran bel biglietto da visita per la retroguardia madrilena, che ancora una volta deve sperare che i propri attaccanti compiano l’ennesimo “miracolo” al ritorno, in programma l’11 dicembre 1985 in un “Bernabeu” che chiama a raccolta i soliti 95mila “aficionados” …

Occorre segnare 4 reti senza subirne alcuna per accedere ai Quarti, e Molowny gioca tutte le sue carte, sopperendo all’assenza di Hugo Sanchez con il contemporaneo impiego di Butragueno, Juanito, Santillana e Valdano, con l’impresa che sembra potersi concretizzare allorché Valdano realizza nella prima frazione di gioco la doppietta che manda le due squadre al riposo sul 2-0 …

Nella ripresa, però, i minuti passano ed il risultato non cambia, il muro dei “panzer tedeschi” regge ai tambureggianti assalti dei padroni di casa sino a che non è Santillana, proprio lui, il più anziano sul terreno di gioco, a realizzare a 13’ dal termine il punto della speranza, che poi diventa tripudio nel momento in cui, a soli 2’ dal fischio finale, mette la sua firma anche sulla rete del 4-0 che elimina un frastornato Borussia.

Oramai, la “remuntada blanca” sta divenendo leggenda per tutto il Vecchio Continente, e fa comunque specie verificare come una formazione di tali potenzialità possa avere una tale diversità di rendimento tra casa e trasferta, come testimonia anche l’esito dei Quarti, dove il Real, opposto ai non certo irresistibili svizzeri del Neuchatel Xamax, rischiano al ritorno dopo il 3-0 al “Bernabeu”, andando sotto dopo 11’ per la rete dell’ex Stielike e quindi subire in chiusura di incontro la rete dello 0-2 …

E’ semifinale, comunque, e, manco a dirlo, a cercare di impedire l’accesso alla seconda Finale consecutiva di Coppa Uefa è ancora un’Inter con il dente avvelenato per l’esito della sfida dell’anno precedente, con ancora il programma a prevedere l’andata a San Siro …

Protagonista della serata, il 2 aprile 1986 in un “Meazza” riempito da 83mila spettatori, è colui che del “Bernabeu” non può che avere ottimi ricordi, vale a dire Marco Tardelli, acquistato in estete dalla Juventus, il quale si incarica di sbloccare il risultato in apertura per poi concedere il bis al 54’ …

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Tardelli esulta dopo l’1-0 – da:wikipedia.org

Quando però, Valdano mette a segno il punto dell’1-2 a 3’ dal termine ben pochi tifosi nerazzurri sperano nel passaggio del turno, se non che, per una volta, la buona sorte dà loro una mano sotto forma dell’autorete di Salguero in chiusura di partita per un 3-1 leggermente più rassicurante in vista del ritorno a Madrid a due settimane di distanza …

Tornare sul campo dove quattro anni prima si erano laureati Campioni del Mondo con la loro Nazionale può essere uno stimolo in più per il quartetto formato da Bergomi, Collovati, Tardelli ed Altobelli, ma dalla parte opposta vi è il “tifo caliente” dei consueti 90mila spettatori, con l’arbitro olandese Jan Keizer ad avere il suo bel daffare per mantenere la sfida nei binari della regolarità …

La difesa nerazzurra regge per quasi tutto il primo tempo, prima che proprio in chiusura il Direttore di gara non conceda un rigore al Real che Hugo Sanchez trasforma con freddezza e, quando Gordillo al 63’ firma il punto del 2-0 i giochi appaiono fatti, se non fosse che, appena 3’ dopo, tocchi all’Inter beneficiare di un penalty che Brady, con la consueta precisione, manda in fondo al sacco riportando la qualificazione a pendere dalla parte interista …

Ma la sfida dal dischetto non è ancora conclusa, in quanto un secondo rigore trasformato da Hugo Sanchez ad un quarto d’ora dal termine riequilibra le sorti del doppio confronto, rinviando ogni decisione ai tempi supplementari, dove, nella figura del “giustiziere”, si erge ancora una volta l’implacabile Santillana, con una doppietta al 94’ e 107’ per il 5-1 che certifica la seconda Finale consecutiva per il Real …

Piccolo problema, avversari non sono i modesti ungheresi di 12 mesi prima, ma ancora una formazione tedesca, trattandosi stavolta del Colonia, con la gara di andata da disputarsi al “Bernabeu” e, pertanto, sulla scorta delle esperienze del passato, sarà bene “mettere fieno in cascina” in vista del ritorno …

E’ fine aprile allorché le due formazioni scendono in campo e, dopo una prima fase di studio, a smuovere le acque è Klaus Allofs, che porta in vantaggio gli ospiti poco prima della mezz’ora, circostanza che ha l’effetto di scuotere il Real che già prima dell’intervallo ribalta il risultato grazie ai centri di Hugo Sanchez al 38’ e Gordillo al 42’ …

Al rientro dagli spogliatoi tocca a Valdano mettere a segno il punto del 3-1 prima che Molowny, a meno di 10’ dal termine, mandi in campo Santillana per Martin Vasquez per un attacco iper offensivo che vede contemporaneamente schierati Butragueno, Juanito, Hugo Sanchez, Valdano e Santillana …

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Una fase della Finale di ritorno con il Colonia – da:fc.de

O la va o la spacca”, verrebbe da dire, di sicuro c’è che il 3-1 non rendeva tranquillo il tecnico delle “Merengues” ed, in ogni caso, l’azzardo paga in moneta sonante visto che dapprima Valdano all’84’ e quindi lo stesso Santillana ad 1’ dal termine, arrotondano il risultato sino ad un 5-1 ben più rassicurante in vista del ritorno sulle sponde del Reno …

Con la possibilità di gestire con tranquillità la gara del 6 maggio 1986, che oltretutto si svolge allo “Olympiastadion” di Berlino davanti a poco più di 16mila spettatori, il Real Madrid contiene il tentativo di rimonta tedesco, che, dopo la rete di Bein al 22’, si ferma al raddoppio di Geilenkirchen a 18’ dal termine.

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Il Real Madrid festeggia la Coppa Uefa ’86 – da:gettyimages.it

Un ventennio di attesa per il Real Madrid – con tre Finali perse (due di Coppa delle Coppe ed una di Coppa dei campioni …) – prima di tornare ad assaporare la gioia dei trionfi europei, per una doppietta nella terza Manifestazione Continentale che occupa un suo spazio nella Storia dei Tornei riservati ai Club per l’eco avuto dalle incredibili rimonte che hanno contribuito a rendere ancor più “magica” l’aria che si respira all’interno del “Santiago Bernabeu” …

 

IL PARMA DI NEVIO SCALA E QUEL TRIENNIO AI VERTICI EUROPEI

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Il Parma festeggia la conquista della Coppa Italia 1992 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manneti

Alzi la mano chi ha ricordi del decennio – tra la metà degni anni ’50 ed il corrispettivo periodo dei ’60 – di un Parma stabilmente nella Serie Cadetta del nostro Campionato di Calcio, il che è anche logico, poiché, se si esclude il primo anno dalla Promozione in B nel 1954, concluso al nono posto, le altre dieci stagioni hanno visto i “Ducali” sempre nella parte bassa della Classifica, al massimo in 12esina posizione, sino alla retrocessione in C nel 1965 …

Erano, quelli, i tempi in cui l’Emilia-Romagna era rappresentata ai vertici del Calcio nazionale dal “Miracolo” SPAL del Presidente Paolo Mazza – a cui, per un biennio, si aggiunge il Modena – oltre, ovviamente, al Bologna che riesce, nel 1964, a spezzare l’egemonia dell’asse Milano-Torino per aggiudicarsi l’ultimo Scudetto della sua Storia superando l’Inter del “Mago” Herrera nello spareggio dell’Olimpico.

Ma, tornando al Parma, quella che sembrava una discesa al Purgatorio si trasforma in un Inferno, con la Società oberata di debiti che rotola in Serie D per poi essere posta in liquidazione – all’epoca non esisteva il Fallimento, in quanto si trattava di Società senza scopo di lucro – e, faticosamente, riprendersi con la Promozione in C alla fine del Torneo 1969-’70 …

Difficile pensare, anche per il più ottimista dei tifosi, che da lì a 20 anni i “Crociati” sarebbero addirittura giunti, per la prima volta dalla loro Fondazione, risalente al 1913, ad assaporare il livello più alto dell’elite del panorama calcistico nostrano, e non solo, poiché del Parma ne avrebbero avuto timore anche alcuni tra i più blasonati Club europei …

Prima di giungere a detto periodo, la Società emiliana si mette in evidenza in quella che all’epoca veniva definita la “Terza Serie”, sempre in lotta per il ritorno tra i Cadetti, obiettivo centrato una prima volta nel ’73 e quindi, dopo la retrocessione due anni dopo, nel ’79 in virtù del successo per 3-1 nello spareggio contro la Triestina, deciso da una doppietta di un giovanissimo Carlo Ancelotti nei supplementari.

Ma, ancora una volta, la Serie B respinge un Parma – la cui proprietà è nel frattempo passata nelle mani dello “storico” Presidente Ernesto Ceresini – costretto a ricominciare tutto daccapo prima di conquistare una nuova Promozione nel 1984 con Marino Perani in panchina, giungendo a pari punti, incredibile a dirsi, nientemeno che con il Bologna, per la prima volta nella sua gloriosa Storia caduto in Serie C …

Nulla da fare neppure stavolta, l’esperienza nel Campionato Cadetto dura lo spazio di 12 mesi ed ancora la Dirigenza non sa a che Santo votarsi, sino a che il Presidente Ceresini non decide di affidare la guida della squadra ad un giovane ed ambizioso tecnico, il non ancora 40enne Arrigo Sacchi che, dopo un’esperienza alle Giovanili della Fiorentina, l’anno prima aveva condotto il Rimini ad un più che onorevole quarto posto nel Girone A della Serie C1.

Mai scelta si rivela più azzeccata, visto che con il “Vate di Fusignano” in panchina, non solo il Parma centra la sua terza Promozione in B – curiosamente, anche stavolta assieme ad una corregionale, vale a dire il Modena – negli ultimi otto anni, ma la Stagione seguente diviene un modello da seguire per il gioco innovativo messo in mostra, con tanto di settimo posto finale (ma a soli tre punti dalla zona promozione …) e le “perle” delle due vittorie in Coppa Italia (entrambe per 1-0) a San Siro contro il Milan del neo Presidente Berlusconi, il quale si “innamora” letteralmente di Sacchi, mettendolo sotto contratto l’estate successiva…

Privato del suo “mentore” – nonché di Roberto Mussi, Walter Bianchi e Mario Bortolazzi, che seguono Sacchi a Milanello – Ceresini affida la guida della squadra dapprima ad un altrettanto giovane Zdenek Zeman con esiti disastrosi (esonerato dopo 7 giornate con il Parma penultimo in Classifica …) e quindi al più esperto e pragmatico Giampiero Vitali, che conduce i “Ducali” a due tranquille salvezze.

Per l’ambizioso Presidente parmense ciò non è sufficiente e, nonostante non goda di buone condizioni di salute, compie il suo ultimo “regalo” alla squadra del suo cuore, attraverso l’ingaggio nell’estate 1989 del tecnico veneto Nevio Scala, reduce da due brillanti stagioni alla Reggina, dove ha condotto i calabresi a sfiorare una clamorosa doppia Promozione dalla Serie C1 alla Massima Serie, persa solo ai calci di rigore nello spareggio contro la Cremonese …

E’ una formazione giovane, quella affidata a Scala, con un quartetto difensivo, davanti al portiere Zunico, composto da Massimo Susic, Enzo Gambaro, Luigi Apolloni e Lorenzo Minotti, tutti poco più che 20enni, più o meno la stessa età del trio di centrocampo formato da Tarcisio Catanese, Marco Osio e Fausto Pizzi, assieme al più esperto Daniele Zoratto, pronto a lanciare una coppia “under 21” composta da Alessandro Melli e Maurizio Ganz

Stagione che vede il Parma competere con le prime tanto da concludere il girone di andata al terzo posto alle spalle delle favorite Pisa e Torino – che difatti non avranno problemi quanto a raggiungere l’obiettivo – e con due punti di vantaggio sulla coppia Reggina/Cagliari, prima di vivere un periodo tremendo da cui sembra impossibile riaversi …

Sconfitta difatti 0-2 in casa dal Pisa all’ultimo turno di andata, la formazione di Scala ospita alla prima di ritorno proprio la sua ex Reggina, il cui risultato di 2-1 (doppietta di Pizzi) maturato sul campo viene ribaltato dal Giudice Sportivo a causa del lancio di oggetti in campo, uno dei quali colpisce il giocatore amaranto Cascione.

A tale decisione fa riscontro la perdita dell’amato Presidente Ceresini, il quale si spegne in Ospedale la mattina del 4 febbraio ’90 con la squadra, sotto choc, a disputare nel pomeriggio la gara interna contro il Como, chiusa sullo 0-0, per poi incappare in tre sconfitte consecutive (contro Ancona, Padova e Cosenza) che fanno sprofondare il Parma in ottava posizione …

Con la Presidenza nel frattempo passata al figlio di Ceresini, Fulvio, ogni sogno di gloria sembrava ormai svanito, sennonché Scala riesce a ricompattare i suoi e, da inizio marzo, fatto salvo un passo falso a Barletta, inanella una serie di 7 vittorie e 3 pareggi che lo porta ad affrontare, domenica 27 maggio ’90 al “Tardini” la Reggiana nel più classico dei “Derby della via Emilia, avendo riconquistato il quarto posto utile per la Promozione in A, con 3 punti di vantaggio sulla Reggina e 4 sulla coppia composta da Ancona e dalla stessa Reggiana …

Con il calendario a proporre anche la sfida tra Reggina ed Ancona risulta chiaro che anche un pari potrebbe andare bene al Parma che, viceversa, non fa sconti e con due reti – la prima di Osio in apertura e la seconda di Melli ad 1’ dal termine – suggella una stagione trionfale per la prima “storica” Promozione del Club in A, con la sola tristezza che, a festeggiare, non può esserci colui che, più di ogni altro, l’avrebbe meritata.

Attrezzarsi per la Massima Divisione non è cosa da poco e, pur mantenendo l’ossatura base della formazione promossa, occorrono investimenti mirati per poter ben figurare e, per far ciò, giunge il sostegno economico necessario attraverso l’inserimento del Parma nella sfera del colosso alimentare di Collecchio, ovverossia la “Parmalat” del Patron Calisto Tanzi, con nomina di Giorgio Pedraneschi alla Presidenza.

Gli innesti, come detto, sono pochi ma essenziali, sul mercato interno l’unico acquisto di rilievo è costituito dall’esperto centrocampista Stefano Cuoghi, ma è all’estero che la nuova Dirigenza opera con oculatezza, rinforzando ogni reparto con gli arrivi dell’estremo difensore brasiliano Claudio Taffarel, il terzino/mediano belga Georges Grun, proveniente dall’Anderlecht, e la 21enne ala svedese Tomas Brolin, indubbiamente una sorta di scommessa …

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Una formazione del Parma in Serie A 1990-’91 – da:zonacesarini.net

Ma con una squadra che gioca a memoria, ed un 21enne Melli a terrorizzare le difese avversarie, il Parma non sfigura affatto al cospetto delle cosiddette grandi, prova ne sia che, al giro di boa di metà Campionato, lo si trova in terza posizione in compagnia di Juventus e Sampdoria (con quest’ultima a coronare il sogno del suo unico Scudetto a fine stagione …), ad una lunghezza dal Milan ed a due dall’Inter campione d’inverno …

Ed anche se nel ritorno un leggero calo porta la formazione di Scala a concludere il Torneo al quinto posto a pari merito con il Torino con 38 punti, è indubbio che una nuova realtà è entrata a far parte dei vertici nazionali, data soprattutto la giovane età dei propri giocatori.

Proprio quest’ultima circostanza induce la Società a non “smontare il giocattolo” e, nell’estate 1991, gli unici due innesti significativi riguardano la coppia di terzini, interamente rinnovata con gli acquisti di Antonio Benarrivo dal Padova e del 27enne Alberto Di Chiara dalla Fiorentina, oltre al rinforzo in attacco di Massimo Agostini quale punta di riserva …

In un Calcio in cui si sta iniziando a fare difficoltà nell’indicare un “undici titolare”, l’anomalia della formazione di Scala – Taffarel; Benarrivo, Di Chiara; Minotti, Apolloni, Grun; Melli, Zoratto, Osio, Cuoghi e Brolin – che scende pressoché regolarmente in campo in ogni occasione fa quasi impressione, ma i risultati non tardano a venire e, se in Campionato l’esito è più o meno identico (sesto con gli stessi 38 punti della precedente Stagione …), ecco il Parma riuscire a centrare il primo, importante Trofeo dei suoi quasi 80 anni di Storia.

Iniziata in sordina, con uno 0-0 interno contro il Palermo per poi imporsi in Sicilia con un 2-1 certificato da una rete dell’agrigentino Melli a 6’ dal termine, la Coppa Italia vede poi il Parma eliminare (0-0 al “Tardini” ed 1-1 al “Franchi”) la Fiorentina e così presentarsi ai Quarti di finale in programma a febbraio 1992, con il sorteggio che l’oppone al Genoa …

Il franco successo casalingo per 2-0, viene replicato con un 2-1 a Marassi per dover quindi affrontare l’altra genovese, vale a dire i Campioni d’Italia della Sampdoria impegnati anche sul versante europeo nell’ultima edizione della Coppa dei Campioni, ma non per questo in vena di fare sconti, cedendo all’andata in Emilia solo per 0-1 (rete di Brolin) e quindi mandare la sfida ai supplementari al ritorno a Marassi del 30 aprile …

Il prolungamento vede salire in cattedra Melli che, con una doppietta (la seconda rete su rigore) fissa il risultato sul 2-2 finale (ininfluente il centro di Vierchowod al 120’ …) e consente ai “Ducali” di misurarsi con la Juventus di Trapattoni, al termine di una stagione che aveva visto i bianconeri non partecipare alle Coppe europee, un evento che non si registrava da quasi 30 anni …

Con Scala a schierare nella doppia Finale gli stessi undici sopra citati – con la sola eccezione di Marco Ballotta a rilevare Taffarel tra i pali – il Parma cede di misura nella gara di andata disputata il 7 maggio ’92 al “Delle Alpi” di Torino, sconfitto solo da un calcio di rigore trasformato da Roberto Baggio poco dopo l’ora di gioco, lasciando pertanto aperte le speranze di conquista del Trofeo ad una settimana di distanza …

Sono 25mila gli spettatori che riempiono le tribune del “Tardini” per non perdersi una sfida di tale importanza quella sera del 14 maggio ’92 e, quasi un segno del destino, a mettere a segno le reti del 2-0 che consente a Capitan Minotti di alzare la Coppa non sono altro che Melli ed Osio, vale a dire coloro che, se vi ricordate, avevano segnato le reti nel derby contro la Reggiana che, due anni prima, era valso la Promozione.

La conquista del Trofeo comporta la partecipazione all’edizione dell’anno seguente della Coppa delle Coppe – dopo che la precedente stagione l’esordio in Europa si era concluso al primo turno con l’eliminazione da parte del CSKA Sofia (0-0 ed 1-1 con la beffa della rete di Parushev all’89’) in Coppa Uefa – ma la Dirigenza prosegue nel proprio programma limitando i rinforzi all’acquisto dell’esperto centrocampista Gabriele Pin dalla Lazio e del 23enne attaccante colombiano Faustino Asprilla, proveniente dal Nacional di Medellin, il quale rappresenta per un triennio il prototipo del giocatore “genio e sregolatezza”.

Qualcosa però sembra incepparsi nella “Macchina perfetta” di Scala, in quanto il Parma, dopo la sconfitta per 1-2 del 30 agosto a San Siro con il Milan nella Super Coppa italiana, affronta male l’inizio del Campionato, rimediando 4 sconfitte nelle prime 7 giornate, in cui è protagonista in negativo Taffarel che subisce 11 reti nelle 6 gare in cui scende in campo, così da perdere definitivamente il posto da titolare a beneficio di Ballotta.

Piano piano il Parma si riprende e, dopo aver chiuso il Girone di andata con 17 punti – irrimediabilmente staccato dal “Milan degli invincibili” di Fabio Capello, Campione d’inverno a quota 31 – con un ottimo ritorno in cui subisce due sole sconfitte, conclude il Torneo al terzo posto, prendendosi altresì il lusso, il 21 marzo ’93 alla 24esima giornata, di interrompere l’imbattibilità in Campionato del Milan, durata ben 58 incontri, affermandosi per 1-0 a San Siro grazie ad una punizione all’incrocio di Asprilla, pur se i rossoneri si confermano Campioni per il secondo anno consecutivo.

Nel frattempo, i “Ducali” fanno il loro esordio in Europa e l’1-0 del 16 settembre ’92 al “Tardini” ai danni degli ungheresi dell’Ujpest Dsza (rete di Asprilla al 49’) rappresenta il loro primo successo in una Manifestazione Continentale, poi difeso con il pari per 1-1 al ritorno e quindi compiere l’impresa di espugnare per 2-0 il campo del Boavista dopo lo 0-0 interno dell’andata che significa accesso ai Quarti, avversari i cechi dello Sparta Praga …

Una formazione che fa della compattezza e dell’equilibrio la propria forza, quella guidata da Scala e che si conferma anche alla ripresa del Torneo, liquidando la pratica con uno 0-0 nella Capitale boema a cui segue un franco 2-0 al “Tardini”, messo al sicuro già poco dopo la mezz’ora per gli spunti vincenti di Melli ed Asprilla …

Con una sola rete sinora subita, il Parma è atteso alla “Prova del fuoco” nella semifinale di andata, dovendo rendere visita all’Atletico di Madrid nell’infuocato catino del “Vicente Calderon, riempito da 55mila spettatori ed, in effetti, la prima parte vede i ragazzi di Scala intimoriti dall’impatto ambientale sino a subire, in chiusura di tempo, la rete messa a segno dal messicano Luis Garcia, pronto a girare di prima intenzione, alle spalle di Ballotta, un invitante assist a centro area …

Lo svantaggio scuote il Parma, che si presenta in tutt’altra veste al rientro dagli spogliatoi ed, in particolare, è Asprilla a salire sugli scudi, ribaltando con una sua doppietta l’esito dell’incontro nello spazio di soli 4’, dapprima con un tiro dal limite dell’area leggermente deviato da un difensore e quindi raccogliendo un calibrato cross dalla sinistra di Alberto Di Chiara con un preciso colpo di testa che non lascia scampo ad Abel per il punto del definitivo 2-1.

Ritrovarsi a 90’ da una Finale europea è situazione da far tremare i polsi e le ginocchia, specie per giocatori che sino a pochi anni fa calcavano i campi della Serie Cadetta, ed è pertanto giustificabile l’atteggiamento rinunciatario con cui viene affrontato il ritorno al “Tardini”, pensando più a contenere gli attacchi degli spagnoli che non a proporsi a propria volta …

Ogni minuto che passa è un minuto in meno in vista della Finale di Wembley e tutto sembra procedere per il meglio sino a quando un’uscita in presa alta di Ballotta lo vede scontrarsi con un proprio difensore così da consentire a Sabas di deporre la sfera nella porta sguarnita e riaprire i giochi, allorché mancano appena 13’ al termine.

E gli occhi dei 22mila presenti sugli spalti sono tutti concentrati sull’arbitro tedesco Schmidhuber nel momento in cui Minotti interviene in modo più che sospetto su di un avversario lanciato in area, ma il Direttore di gara lascia proseguire tra le proteste spagnole ed al fischio finale il biglietto per Londra lo stacca il Parma, avversaria l’Anversa che, a sorpresa, ha eliminato i russi dello Spartak Mosca.

Certo, lo “Empire Stadium” di Wembley con i suoi 90mila posti di capienza, non è forse lo scenario migliore per ospitare due formazioni che non rappresentano certamente il top del Calcio continentale, e difatti sono poco più di 35mila coloro che il 12 maggio 1993 si siedono in tribuna (tra cui 10mila provenienti dall’Italia …), ma Scala ha altri problemi a cui pensare …

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Il Parma sceso in campo a Wembley il 12 maggio ’93 – da:gettyimages.it

 

Difatti, il sempre poco disciplinato Asprilla, nel corso di uno dei suoi consueti viaggi in Colombia, se ne torna a Parma con un profondo taglio le cui cause non sono mai state del tutto chiarite ed, in ogni caso, il tecnico decide per puntare sullo “usato sicuro” schierando la formazione che gli dà maggiori sicurezze, indovinate un po’, Ballotta; Benarrivo, Di Chiara; Minotti, Apolloni, Grun; Melli, Zoratto, Osio, Cuoghi e Brolin, con il colombiano relegato in panchina …

Con molto meno “timore reverenziale” nei confronti dei belgi dell’Anversa, il Parma si ritrova d’incanto e sin dall’inizio crea i presupposti per il vantaggio, con un’incursione sulla destra i Benarrivo, il cui preciso cross trova pronto all’appuntamento Melli per l’impatto di testa in tuffo solo per la pronta respinta dell’estremo difensore Stojanovic in calcio d’angolo …

Poco male, comunque, perché sul successivo corner Stojanovic smanaccia la sfera che capita sul sinistro di Capitan Minotti che, al volo, la scaraventa in fondo al sacco quando sono appena trascorsi 8’ dal fischio di inizio per il tripudio dei tifosi che si sono sobbarcati la trasferta in terra inglese …

E’ un Parma che ha acquisito consapevolezza dei propri mezzi, che non si perde d’animo neppure quando, dopo appena 3’, è Severeyns a riequilibrare le sorti dell’incontro, così come allorché deve fare a meno del proprio faro di centrocampo Zoratto, uscito al 27’ per infortunio e sostituito da Pin …

Trascorrono, infatti, solo 2’ e, su di un invitante cross dal vertice destro del limite dell’area belga, è Osio a “pennellare” un delizioso pallonetto prolungato di testa da Melli sull’uscita avventata di Stojanovic per il punto del 2-1 quando non è ancora scoccata la mezz’ora di gioco, risultato sul quale le due squadre vanno al riposo …

Nella ripresa, il Parma non ha difficoltà a contenere le poco convinte manovre offensive dei belgi, rendendosi al contrario più volte pericoloso in contropiede sino a che, a 7’ dal termine, non tocca a Cuoghi arpionare un lungo lancio di Grun da poco oltre metà campo per presentarsi solo davanti a Stojanovic e superarlo per la rete del 3-1 che pone il sigillo ad un’impresa insperata ad inizio settembre e che, per il 34enne centrocampista rappresenta altresì il modo migliore per porre fine alla propria carriera.

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Brolin con la Coppa delle Coppe ’93 – da:gettyimages

Il trionfo continentale comporta obblighi anche sul piano della rosa, pur mantenendo l’intelaiatura di base, le cui novità sono rappresentate dalla fiducia concessa tra i pali a Luca Bucci dopo due anni in prestito a Casertana e Reggiana, mentre a centrocampo, dopo l’acquisto estivo della coppia formata da Massimo Crippa e Gianfranco Zola, proveniente dal Napoli, viene immediatamente compensata la perdita per infortunio di Grun dopo 10 giornate prelevando dall’Udinese l’argentino Nestor Sensini …

Tutti i citati giocatori destinati a lasciare un segno nelle successive stagioni dei “Crociati”, in particolar modo il “Tamburino sardo” Zola che nel suo primo anno in Emilia mette a segno ben 18 reti divenendo l’immediato beniamino della tifoseria, con ciò compensando un progressivo scadimento di forma di un pur sempre giovane Melli.

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Gianfranco Zola, idolo del “Tardini” – da:90min.com

Parma chiamato quindi a cercare di confermarsi in Coppa delle Coppe – Torneo a cui partecipa da detentore assieme al Torino, vincitore della Coppa Italia – nonché a contendere al Milan la Super Coppa Uefa, nonostante i rossoneri siano stati sconfitti in Finale di Champions League dall’Olympique Marsiglia, successivamente escluso dalle competizioni internazionali per un caso di corruzione nel proprio Paese, insomma un calendario quanto mai fitto di impegni ed al quale non è facile far fronte considerando la differenza del proprio organico rispetto alle concorrenti, in Italia così come all’estero …

Ma Scala non è certo uomo da perdersi d’animo e cerca di restare competitivo su ogni fronte, facendo un primo consuntivo ad inizio gennaio ’94 con la conclusione del Ggirone d’andata del Campionato, che vede il Parma ancora in lizza per lo Scudetto, quarto a 4 punti di distacco dal capolista Milan che il pragmatico Capello – perso il trio olandese – sta conducendo facendo affidamento sulla forza di una difesa che, in 17 gare, ha subito appena la miseria di 8 reti al passivo.

Nel frattempo, il Parma è approdato ai Quarti di finale della Coppa Italia dopo aver eliminato Palermo (doppio 2-0) e Brescia (allo 0-0 interno segue il successo per 3-2 al “Rigamonti”), identico traguardo raggiunto in Europa, grazie al doppio successo (2-1 esterno e 2-0 al “Tardini”) sugli svedesi del Degerfors ed, al contrario, alla quanto mai sofferta eliminazione degli israeliani del Maccabi Haifa che, dopo essere stati sconfitti 0-1 a domicilio (rete di Brolin all’88’ …), restituiscono il favore al ritorno, rimandando il passaggio del turno ai calci di rigore dove i parmensi si dimostrano infallibili dal dischetto …

Inizio del nuovo anno che si rivela decisivo per le sorti della stagione, visto che il 4 gennaio Zola & Co. espugnano il campo del Foggia con un convincente 3-0 (Brolin, Asprilla e lo stesso Zola a segno …) nell’andata dei Quarti di Coppa Italia, per poi affrontare una settimana dopo al “Tardini” il Milan nell’andata della Super Coppa Uefa, venendo sconfitti per 0-1 grazie ad una rete di Papin in chiusura di prima frazione di gioco …

Espletata il 26 gennaio la formalità del ritorno di Coppa Italia con i rossoneri pugliesi, travolti per 6-1, il 2 febbraio il Parma si reca a San Siro per quella che, sulla carta, appare come una “Missione impossibile” e, viceversa, incanta i 24mila infreddoliti presenti sugli spalti impattando l’esito del doppio confronto con una rete di Sensini al 20’ della ripresa, prima che tocchi a Crippa assestare il colpo del definitivo ko al 5’ del primo tempo supplementare, facendo sì che un altro Trofeo continentale vada ad arricchire la bacheca del Club emiliano.

Non vi è tempo per rifiatare poiché, in vista di rituffarsi in ambito europeo, vi sono da disputarsi le semifinali della Coppa nazionale, avversaria quella Sampdoria che ha modo di riscattare lo smacco di due anni prima, imponendosi sia a Marassi (2-1) che al ritorno (1-0), così che Minotti & Co. possono concentrarsi solo sul prestigioso obiettivo continentale …

Una Manifestazione, la Coppa delle Coppe 1993-’94, di altissimo livello dato il blasone delle formazioni ancora in lizza, basti vedere il tabellone dei Quarti che vede in programma le sfide Bayer Leverkusen-Benfica, Paris Saint-Germain-Real Madrid ed Arsenal-Torino, mentre al Parma sono toccati in sorte gli olandesi dell’Ajax che, detto per inciso, l’anno seguente si aggiudicheranno la Champions League superando in Finale il Milan, tanto per intendersi …

Ma, ancora una volta, è la solidità della propria difesa la carta vincente di Scala, con il Parma a far muro allo “Olympiastadion” di Amsterdam, strappando uno 0-0 quanto mai prezioso poi trasformato in oro due settimane dopo a Parma, dove anche Louis van Gaal deve arrendersi di fronte a Minotti e Brolin che siglano le reti del 2-0 che proietta i “Ducali” alla loro seconda semifinale europea consecutiva, unica italiana restata in gara dopo l’amara eliminazione (0-0 e 0-1) del Torino da parte dei “Gunners” …

Formazione londinese a cui tocca in sorte il Paris Saint-Germain, mentre il Parma deve recarsi a Lisbona per affrontare il Benfica in un altro ambiente “caldo” come quello dello “Estadio da Luz” con i suoi 80mila spettatori, e dove una perla di Zola dopo un quarto d’ora di gioco pareggia la rete in avvio di Isaias, così che, anche se Rui Costa al 60’ fissa il risultato sul definitivo 2-1, le speranze per il ritorno sono tutt’altro che nulle …

Le formazioni portoghesi, al pari delle belghe, sono conosciute per la loro abilità nel palleggio e nell’irretire gli avversari con una fitta rete di passaggi, così che non è facile per il Parma – nonostante la superiorità numerica derivante dall’espulsione per doppia ammonizione del centrale difensivo brasiliano Mozer dopo appena 33’ – venire a capo della sfida, risolta da Sensini a 13’ dal termine intervenendo di testa su di un corner calciato da Zola ed aver sfruttato un’uscita a vuoto dell’estremo difensore lusitano Neno

Appuntamento quindi a Copenaghen il 4 maggio 1994 per la seconda Finale europea della propria Storia, dopo aver concluso il Campionato al quinto posto con gli stessi punti (41) e lo stesso distacco (9 punti) della stagione precedente dal Milan per il terzo anno consecutivo Campione d’Italia, avversaria l’Arsenal che ha avuto la meglio (1-1 ed 1-0) sui francesi del Paris Saint-Germain …

Sono solo 5 i reduci dalla Finale dell’anno precedente, con Scala a mandare in campo Bucci; Benarrivo, Di Chiara; Minotti, Apolloni, Sensini; Brolin, Pin, Crippa, Zola ed Asprilla, ed i parmensi iniziano bene la sfida, con due ghiotte chances che capitano a Brolin, il quale manda alto di testa da buona posizione la prima e quindi impreca alla malasorte allorché, sapientemente smarcato da Zola, vede un suo preciso diagonale da destra colpire il palo interno a Seaman battuto, con la palla a percorrere tutta la linea di porta senza entrare …

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Una fase della Finale ’94 contro l’Arsenal – da:gettyimages.co.nz

E, così la più consueta delle “regole non scritte” del calcio, vale a dire “goal sbagliato, goal subito”, si materializza al 20’, allorché una potente conclusione di sinistro dal limite dell’area da parte del centravanti Alan Smith va ad insaccarsi a fil di palo non lasciando scampo ad un Bucci invano proteso in tuffo …

E’ la rete che decide la sfida, con il Parma che ha nel primo tempo le migliori occasioni per pareggiare, dapprima con una punizione dal limite di Zola alta di poco e quindi con una conclusione dello stesso fantasista sardo alzata in corner da Seaman ed, una volta di più, la “maledizione” che vede la squadra detentrice del Trofeo incapace di imporsi nella Finale dell’edizione successiva – un evento che nella Storia del Trofeo si verifica ben 8 volte (!!) – cala anche sulla formazione italiana.

Stagione che ha la sua appendice nei Campionati Mondiali di Usa ‘94 per i quali l’ex allenatore del Parma Arrigo Sacchi, divenuto Commissario Tecnico della Nazionale, convoca tra i 22 selezionati ben cinque giocatori bianco crociati (Bucci, Benarrivo, Apolloni, Minotti e Zola) oltre all’ex Mussi che al termine della Rassegna iridata fa il suo ritorno nelle file dei Ducali dopo un quinquennio trascorso al Torino.

Sessione di mercato importante, quella estiva, poiché oltre al rientro di Mussi vengono a rinforzare l’organico a disposizione di Scala il forte difensore portoghese Fernando Couto, al pari del centrocampista azzurro Dino Baggio, proveniente dalla Juventus, e dell’attaccante Marco Branca, prelevato dall’Udinese, in pratica un innesto per ogni reparto al fine di essere il più possibile competitivi su ogni fronte.

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Il Parma che affronta la Stagione 1994-’95 – da:zonacesarini.net

Ed è ciò che la stagione 1994-’95 in effetti propone, con il Parma a rivelarsi, in patria come nel resto del Continente, nelle vesti della più seria rivale di una Juventus che, dopo 9 anni di inusuale digiuno in quanto a Scudetti, punta nuovamente ai vertici avendone affidata la guida tecnica all’emergente allenatore Marcello Lippi …

Chiamato a cimentarsi su tre fronti – Campionato, Coppa Italia e Coppa Uefa – l’undici di Scala non si nasconde, trascinato da uno Zola in splendide condizioni (concluderà il Torneo a quota 19 reti, suo massimo in carriera per singola stagione …), ritrovandosi in testa alla Classifica dopo 14 giornate con 31 punti rispetto ai 30 della Juventus (è il primo campionato con l’introduzione dei 3 punti per vittoria …), prima dello scontro diretto al “Tardini” che vede i bianconeri vittoriosi per 3-1, pur se a fine Girone di andata il distacco tra le due rivali è ridotto (36 a 35) al minimo in favore della Juventus.

Nel frattempo il Parma avanza sia in Coppa Italia eliminando al secondo turno il Perugia (4-0 e 0-1) ed al terzo il Cagliari (2-0 ed 1-1), per poi non conoscere ostacoli neppure nei Quarti di finale, allorché è la Fiorentina a soccombere, sconfitta sia al “Tardini” (2-0, reti di Zola e Branca) che tra le mura amiche per un 2-1 firmato dagli stessi marcatori, così da proiettarsi verso le semifinali in programma a marzo 1995 …

Primavera in cui peraltro il Parma è atteso anche dagli impegni europei, visto che oramai il Vecchio Continente è divenuto “terra di conquista”, ed a farne le spese stavolta sono, nell’ordine, gli olandesi del Vitesse (contro cui è Zola, con una doppietta al ritorno, a ribaltare lo 0-1 dell’andata), gli svedesi dell’AIK Solna (1-0 in Scandinavia e 2-0 a Parma) e gli ostici baschi dell’Athletic Bilbao, contro i quali i “Ducali, sconfitti per 0-1 al “San Mamès”, disputano al ritorno una delle loro migliori gare, portandosi sul 3-0 ad inizio ripresa per poi concludere sul 4-2, con qualche patema d’animo nel finale …

Gli incroci del triplice impegno fanno sì che, alla ripresa dei citati Tornei, il Parma si ritrovi staccato di 6 punti (48 a 42) rispetto alla Juventus in Campionato – che poi si decide nella sfida di ritorno al “Delle Alpi” coi bianconeri ad imporsi per 4-0 il 21 maggio – ragion per cui conviene concentrarsi sulle Coppe, iniziando dalla doppia sfida contro danesi dell’Odense, rivelatasi più ardua del previsto, superati solo grazie ad un rigore di Zola all’andata e difeso con un pari a reti bianche al ritorno, sfide in mezzo alle quali si disputa l’andata delle Semifinali di Coppa Italia contro il Foggia che ha sorprendentemente eliminato l’Inter, uscendo dallo “Zaccheria” con un prezioso pareggio per 1-1, con Fernando Couto a replicare a Di Biagio …

Ritorno al “Tardini” previsto per il 12 aprile, anche in questo caso tra la doppia sfida contro i tedeschi del Bayer Leverkusen in una semifinale italo-tedesca, visto che la Juventus affronta il Borussia Dortmund, con i ragazzi di Scala ad imporsi per 2-1 in Renania rimontando nella ripresa lo svantaggio iniziale grazi ai centri di Dino Baggio ed Asprilla, con il colombiano a ripetersi al ritorno con una doppietta cui si unisce l’acuto di Zola per un 3-0 che certifica la terza Finale europea consecutiva, avversari i bianconeri che, dal canto loro, hanno avuto la meglio (2-2 e 2-1) sui “Gialloneri” …

Sfida tutta italiana in campo continentale che avrà la sua replica per ciò che riflette la Coppa Italia, visto il 3-1 con cui il Foggia lascia il “Tardini” al ritorno, un succulento finale di stagione in cui la Juventus va alla caccia di un clamoroso “tris” ed il Parma intende ribadire la sua vocazione di ”Squadra di Coppa” …

Il primo appuntamento ha luogo il 3 maggio in un “Tardini” colmo di oltre 22mila spettatori, ed a decidere l’incontro è una rete in apertura dell’ex Dino Baggio che sfrutta al meglio un delizioso assist di Zola inserendosi nelle un po’ troppo larghe maglie della difesa bianconera per superare Rampulla in uscita con un morbido pallonetto …

La Juventus, colpita a freddo, non ci sta e sfiora il pari con una girata al volo fuori di poco di Ravanelli per poi toccare a Bucci ergersi a protagonista nella ripresa, dapprima togliendo dall’angolo basso alla sua sinistra una rasoiata da fuori di Marocchi e quindi opponendosi d’istinto ad una conclusione al volo di Vialli da pochi passi su invitante cross dalla sinistra di Jarni …

Concluso l’incontro sull’1-0, la sfida si decide 14 giorni dopo in un San Siro traboccante di oltre 80mila spettatori in massima parte juventini, speranzosi in una rimonta che sembra materializzarsi poco dopo la mezz’ora allorché Vialli trasforma un lungo rilancio di Torricelli in una rete capolavoro colpendo la sfera con un sinistro che manda la stessa sotto l’incrocio dei pali di un incolpevole Bucci. …

Con l’esito del doppio confronto in perfetta parità, diviene determinante il rientro in campo dall’intervallo, con Torricelli a sprecare in avvio di ripresa un prezioso assist di Roberto Baggio centrando Bucci in uscita da posizione centrale e quindi, sul versante opposto, essere l’altro Baggio, Dino, a sentenziare la “Vecchia Signora” raccogliendo di testa un invitante cross dal fondo di Mussi per il punto dell’1-1 con cui l’incontro si conclude ed il Parma, per il quarto anno consecutivo, porta a casa un Trofeo …

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I giocatori del Parma festeggiano la Coppa Uefa ’95 – da:gazzetta.it

La Juventus, come già ricordato, sfoga la propria delusione travolgendo i “Ducali” per 4-0 la domenica seguente così da aggiudicarsi il suo 23esimo Scudetto, mentre la “resa dei conti” tra due squadre oramai appagate per i rispettivi traguardi raggiunti, va in scena nella seconda settimana di giugno, in cui sono in programma, il 7 e l’11 rispettivamente, le due gare di Finale della Coppa Italia …

Sfida che non ha storia, con la formazione di Lippi ad imporsi (1-0 e 2-0) in entrambe le circostanze, così come è al capolinea l’avventura di Nevio Scala sulla panchina parmense che dura una sola altra Stagione, in cui conduce la squadra al sesto posto in Campionato, venendo eliminato ai Quarti di finale di Coppa delle Coppe, sconfitto 1-3 al “Parc des Princes” dal Paris Saint-Germain dopo il successo casalingo per 1-0 grazie alla rete del bulgaro Hristo Stoichkov, la più grande delusione di mercato in casa gialloblù …

Ma non importa, ciò che è certo è che quel triennio in cui il Parma è divenuta da Cenerentola una Principessa amata in patria e rispettata in tutta Europa non potrà mai essere cancellato e resterà ad imperitura memoria come una delle più belle pagine che il Calcio italiano abbia mai potuto scrivere …

 

IL SOGNO INFRANTO DEL TWENTE ENSCHEDE NELLA COPPA UEFA 1974-’75

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Una fase della Finale di ritorno – Twente-Borussia Monchengladbach – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Calcio olandese, a livello internazionale, nasce con l’apparizione del suo “Profeta”, vale a dire Johan Cruijff, che debutta nell’Ajax appena 17enne il 15 novembre ’64, stagione che dà inizio al decennio di dominio assoluto delle due “Grandi”, i “Lancieri” di Amsterdam, appunto, e gli acerrimi rivali del Feyenoord Rotterdam, che in detto periodo si spartiscono i relativi titoli della “Eredivisie”, 6 per i primi e 4 per i secondi, in attesa che, da metà anni ’70 in avanti, faccia la sua comparsa ai vertici anche il “Club delle lampadine”, ovverossia il PSV (acronimo che sta per “Philips Sport Vereniging”) Eindhoven …

E, contemporaneamente con l’esordio di Cruijff, cresce anche il livello delle formazioni olandesi nelle Coppe Europee, che, fino a tale epoca, avevano visto il Feyenoord ottenere il miglior risultato con la semifinale di Coppa dei Campioni raggiunta nel 1963, solo per essere eliminato (0-0. 1-3) dal Benfica di Eusebio, detentore del titolo.

Tocca invece all’Ajax di Cruijff – già con alcuni dei suoi più importanti campioni in rosa, da Suurbier ad Hulshoff, da Swart a Keizer – l’onore di essere la prima squadra batava a disputare la Finale di una grande Manifestazione Continentale, raggiungendo nel 1969 l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni solo per subire la maggiore esperienza del Milan di un altro “Gianni”, vale a dire Rivera, che si impone per 4-1, con il Capitano a ricevere, a fine anno, il prestigioso trofeo del “Pallone d’Oro”.

Il successo rossonero pone, di fatto, fine al periodo di dominio del Calcio latino – 6 successi del Real Madrid, 2 a testa per Benfica, Inter e Milan nelle prime 14 edizioni della Coppa dei Campioni – per lasciare spazio a quello anglosassone, dovendosi attendere 15 lunghi anni ed una tragedia (quella dell’Heysel nel 1985) affinché un’altra esponente di detta corrente, nel caso specifico la Juventus, torni ad alzare il trofeo …

Ed, ad inaugurare questo “periodo di vacche magre” per il Calcio mediterraneo sono proprio i due citati Club olandesi, con il Feyenoord ad “anticipare” l’Ajax facendo sua l’edizione 1970 (2-1 in Finale ai supplementari contro il Celtic Glasgow a San Siro …), prima che tocchi a Cruijff condurre per tre anni consecutivi i suoi compagni sul tetto d’Europa, con Inter ed Juventus sconfitte all’ultimo stadio, nel 1972 e ’73, rispettivamente.

E, come sempre accade in questi casi, i successi di alcuni Club portano ad una crescita globale del movimento calcistico nel suo insieme – che troverà poi la sua massima espressione nella “Arancia meccanica”, ovvero la Nazionale olandese finalista a due edizioni consecutive dei Mondiali, Germania ’74 ed Argentina ’78 – così che, ad inizio anni ’70, vive uno dei periodi migliori della propria storia il Twente, Società della città di Enschede, posta al confine orientale con la Germania.

Quasi come un segno del destino, il Twente nasce ad inizio luglio 1965 dalla fusione tra lo Sportclub Enschede – vincitore del titolo nel 1926, mentre, dalla nascita del Campionato a Girone Unico (la “Eredivisie”) nel 1954, conta un secondo posto nel 1958 e due terzi posti nel 1957 e ’64 – e gli Enschedese Boys, proprio allorché il Calcio del proprio Paese sta avviando il processo di rapida crescita, cogliendo sin dai primi anni significativi piazzamenti a ridosso delle grandi, terzo nel 1969, quarto nel 1970, quinto nel ’71 ed ancora terzo nel 1972 e ’73, che le consentono di affacciarsi nel panorama europeo.

Non molto fortunato all’esordio – eliminato al primo turno di Coppa delle Fiere ’70 (0-2, 1-0) dai francesi del Rouen – il Twente si fa, al contrario, valere nell’edizione successiva, allorché raggiunge i Quarti di finale e mette in seria difficoltà la Juventus che, dopo essersi imposta per 2-0 (reti di Haller e Novellini) all’andata, subisce identico passivo (Pahlplatz all’11 e Drost al 49’) al ritorno ad un “Diekman Stadion” gremito sino al massimo (ed anche oltre …) della capienza da quasi 23mila spettatori, prima che una doppietta in 2’ di Anastasi nei supplementari ne sancisse il passaggio del turno.

Tornato a calcare i terreni di gioco europei nell’edizione ’73 della ridenominata Coppa Uefa, il Twente migliora il proprio cammino raggiungendo stavolta il traguardo delle semifinali – dopo aver eliminato, una dopo l’altra, Dinamo Tibilisi, Frem Copenaghen, Las Palmas ed OFK Belgrado, che aveva, a propria volta estromesso dalla Manifestazione il Feyenoord al secondo turno – per affrontare i fortissimi tedeschi occidentali del Borussia Monchengladbach, i quali si impongono sia nell’andata tra le mura amiche (3-0 con doppietta di Jupp Heynckes ed acuto del danese Henning Jensen) che al ritorno, violando per 2-1 il campo avversario.

Tenete bene a mente il nome di queste due formazioni (Juventus e Borussia Monchengladbach) perché tra non molto torneranno ad essere protagoniste del nostro racconto, non senza soffermarci prima sul cercare di capire a cosa si debbano questi eccellenti risultati.

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Kees Rijvers – da:gettyimages.it

Come sempre, la base di tutto è il manico, che nella fattispecie ha il nome di Kees Rijvers – ex centrocampista con un’importante esperienza all’estero nelle file dei francesi del Saint-Etienne (un titolo nel ’57 ed una Coupe de France nel ’62 per lui …) e 33 presenze, con 10 reti all’attivo, nella Nazionale olandese tra il 1946 ed il ’60 – che assume la guida della squadra nel 1966 mantenendola sino al ’72, per poi andare a far grande il PSV Eindhoven.

Il suo posto viene rilevato dal lussemburghese di nascita, ma oramai olandese d’adozione Antoine “Spitz” Kohn, ex attaccante che deve il soprannome al suo “killer instinct” in area di rigore, caratteristica che gli consente di realizzare 147 reti in sole gare di Campionato per una carriera conclusa proprio nelle file del Twente, ma è evidente che per ottenere successi di prestigio occorrono anche giocatori di livello.

E questi, il Twente li ha, eccome, a partire dal portiere Piet Schrijvers – acquistato da DWS Amsterdam nell’estate ’67 e che proprio ad Enschede ha modo di conquistare il posto in Nazionale, i cui colori indosserà in 46 occasioni – per poi contare su due difensori di insubbia affidabilità quali Kees van Ierssel ed Epi Drost ed attaccanti di buon livello quali Theo Pahlplatz ed il prodotto locale Jan Jeuring, ma è indubbio che il “fiore all’occhiello” della compagine di Kohn è costituito dai gemelli René e Willy van de Kerkhof, da tre anni in forza al Club provenienti da Helmond, centrocampisti offensivi di livello internazionale.

Ma si sa anche che, quando una Società di medio (e possibilità economiche …) livello si mette in evidenza, i suoi “gioielli” vanno a finire nel mirino dei Club più potenti finanziariamente, ed ecco che l’ex tecnico Rijvers, dopo aver concluso in un’anonima sesta posizione la sua prima stagione al PSV, convince i due gemelli van de Kerkhof a trasferirsi ad Eindhoven, mettendo le basi dei futuri successi che portano la Società della Philips ad aggiudicarsi tre titoli della Eredivisie nel successivo quinquennio.

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I gemelli van de Kerkhof alla firma del contratto con il PSV – da:ad.nl

Si potrebbe pensare che la perdita dei gemelli possa rappresentare un danno incalcolabile per il Twente, ed invece, per quelle favole che solo il Calcio riesce a raccontare, avviene l’esatto contrario, ovverossia che, con l’innesto a centrocampo di Frans Thijssen, proveniente dal NEC Nijmegen e la crescita nel settore di René Notten, la formazione di Kohn disputi il miglior Campionato della sua giovane storia, grazie anche all’innesto in attacco del 25enne Johan Zuidema, al suo debutto in Eredivisie, reduce dall’essersi aggiudicato il titolo di Capocannoniere della “Eerste Divisie” (la nostra Serie B …) l’anno precedente con 25 reti all’attivo

In una stagione, quella del 1973-’74, che fa registrare la clamorosa eliminazione dei tre volte vincitori della Coppa dei Campioni dell’Ajax – peraltro orfani della loro stella Johan Cruijff, andato a raggiungere il suo “maestro” Rinus Michels al Barcellona per riconquistare la Liga che al Club azulgrana mancava da ben 14 anni – sconfitti al secondo turno dai bulgari del CSKA Sofia, a tornare in auge sono i rivali del Feyenoord, i quali ottengono il loro secondo trionfo europeo, affermandosi in Coppa Uefa avendo la meglio nella doppia Finale sugli inglesi del Tottenham, 2-2 al White Hart Lane e 2-0 al ritorno, disputatosi il 29 maggio ’74, grazie alle reti di Wim Rijnsbergen in chiusura di primo tempo e raddoppio di Peter Ressel a 5’ dal fischio finale.

Una Finale di Coppa (cui aveva partecipato anche il Twente, eliminato al terzo turno dagli inglesi dell’Ipswich Town …) alla quale lo squadrone di Rotterdam giunge dopo essersi aggiudicato l’11esimo titolo della sua storia, in una Eredivisie dove, nella sfida tra le tre grandi – l’Ajax giunge terzo con 51 punti ed il PSV migliora il piazzamento dell’anno precedente, quarto a quota 49, ma aggiudicandosi la sua seconda KNVB-Beker superando 6-0 in Finale il NAC Breda – si inserisce di prepotenza la formazione guidata da “Spitz” Kohn che, a due giornate dal termine del Torneo, si trova alla pari con il Feyenoord, 54 punti a testa, pur vantando una peggior differenza reti (+42 rispetto al +68 dei rivali) discriminante in caso di arrivo a parità di punti.

Decisivo diviene, pertanto, lo scontro diretto in programma il 5 maggio ’74 davanti ai 65mila spettatori che rappresentano il massimo della capienza del “De Kuip” di Rotterdam, gara in cui, per le ragioni sopra citate, il Twente ha un unico risultato a disposizione, ovverossia la vittoria, uscendo viceversa sconfitto a testa alta per 2-3 in un andamento dell’incontro che ha sempre visto la squadra di Wiel Coerver avanti nel punteggio, sino alla definitiva rete di Theo de Jong a meno di 20’ dal termine.

E’ quella, del Feyenoord, una formazione che si fonda sulla forza dei “tre Wim” (Rijsbergen, Jansen e van Hanegem) che poi andranno a far parte dell’undici titolare della Nazionale arancione che Michels conduce sino alla Finale per il titolo mondiale a due mesi di distanza solo per subire un’amara sconfitta per 1-2 all’Olympiastadion di Monaco di Baviera di fronte ai padroni di casa tedeschi, ma sia l’esito della rassegna iridata che l’ottima stagione disputata a livello di Coppe Continentali, conforta circa una prosecuzione di questo trend nella successiva stagione di Manifestazioni internazionali.

Con l’Olanda rappresentata dal Feyenoord in Coppa dei Campioni, PSV Eindhoven in Coppa delle Coppe e da Ajax, Twente ed Fc Amsterdam (Club costituitosi nel 1972 dalla fusione tra DWS e Blau-Wit) in Coppa Uefa, i primi ad alzare bandiera bianca sono proprio i vincitori della Eredivisie, verso i quali non hanno pietà gli ex “nemici” dell’Ajax Johan Cruijff e Johan Neeskens (con quest’ultimo ad aver raggiunto il compagno a fine Mondiali …) che, con il loro Barcellona, travolgono al secondo turno il Club di Rotterdam al “Camp Nou” per 3-0 (tripletta di Rexach …), dopo lo 0-0 in Olanda all’andata.

Non molto migliore il cammino dell’Ajax in Coppa Uefa, estromesso dalla competizione al terzo turno dalla Juventus per effetto del valore delle reti segnate in trasferta – con protagonista “flipper” Damiani che, dopo aver deciso con una sua rete il match di andata, sigla a metà ripresa il punto del momentaneo pareggio al ritorno che rende vano il definitivo 2-1 di Gerrie Muhren ad 1’ dal termine – nel mentre raggiunge i Quarti di finale l’Fc Amsterdam (dopo aver clamorosamente eliminato l’Inter, 2-1 a San Siro, doppietta di Nico Jansen e 0-0 in casa), che nulla può rispetto alla corazzata Colonia, che si impone con un netto 5-1 in Renania, replicato con il successo esterno per 3-2.

A portare avanti il buon nome del Calcio olandese, restano dunque il PSV Eindhoven in Coppa delle Coppe ed il Twente in Coppa Uefa, ed il primo, dopo poco più che due allenamenti contro i nordirlandesi dell’Ards (10-0, 4-1) ed i polacchi del Gwardia Varsavia (5-1, 3-0), compie l’impresa di eliminare il Benfica, andando ad espugnare lo “Estadio da Luz” di Lisbona per 2-1 (reti di Willy van de Kerkhof e Willy van der Kuylen) dopo lo 0-0 dell’andata, caratterizzato dal curioso particolare che la gara sia stata interrotta per oltre 20’ minuti allorché, ad 8’ dal termine, si era verificato un “blackout” elettrico, circostanza, capirete, quanto mai imbarazzante visto che si giocava sul terreno di gioco del Club della Philips …

Ma non vi è nulla da fare per il PSV, opposto in semifinale ai futuri vincitori del Trofeo, vale a dire la Dinamo Kiev trascinata dalla stella Oleg Blokhin, che chiude il discorso già all’andata in Ucraina con un 3-0 che rende vano il tentativo di rimonta al ritorno, utile solo a salvare l’onore grazie alla doppietta dello svedese Ralf Edstroem per l’ininfluente 2-1 che schiude alla Dinamo le porte delle Finale.

E così, un’Olanda che da un quinquennio vede un suo Club trionfare in Europa – Feyenoord ’70, Ajax ’71, ’72 e ’73 in Coppa dei Campioni ed ancora Feyenoord in Coppa Uefa ’74 – è costretta a sperare nel “miracolo” del Twente, se vuole proseguire nella tradizione vincente.

Una formazione che, nell’estate ’74, si è vista sfuggire anche l’esperto estremo difensore Scrijvers, attirato dalle sirene dell’Ajax (con cui si aggiudicherà 5 titoli della Eredivisie …), sostituito dal portiere tedesco Volkmar Gross, rientrato in Europa dopo un’esperienza in Sudafrica con l’Hellenic di Città del Capo, rinforzando peraltro il settore difensivo con l’acquisto di Niels Overweg, proveniente dal Go Ahead Eagles Deventer ed inserendo, nel corso della stagione, una fondamentale pedina a centrocampo con l’innesto del 23enne Arnold Muhren, prelevato dall’Ajax.

Con la speranza che, in attacco, Zuidema confermi la buona precedente stagione (al suo conto 13 reti quale “top scorer” del Club …), l’undici del confermatissimo Antoine Kohn (resterà alla guida sino al 1979 …) inizia il suo percorso in Europa per quella che passa alla storia come “la Coppa delle rivincite”, a cominciare sin dal primo turno, che lo vede abbinato agli inglesi dell’Ipswich che li avevano eliminati l’anno prima.

In un periodo, come ricordato all’inizio, dove il calcio anglosassone ha il netto sopravvento nel Vecchio Continente – con la differenza che la Germania trionfa anche a livello di Nazionale, mentre le rappresentanti di Albione fanno solo incetta di Coppe europee – risulta determinante la rete di Theo Pahlpaltz messa a segno a 7’ dal termine dell’andata a “Portman Road” che fissa il punteggio sul 2-2, così che l’1-1 del ritorno (deciso nel primo quarto d’ora dal vantaggio di Jaap Bos, annullato dal punto del pari di Bryan Hamilton) è sufficiente per il passaggio del turno in forza del maggior numero di reti segnate in trasferta.

Superata un’avversaria indubbiamente ostica, il sorteggio del secondo turno stabilisce il sempre affascinante derby belga-olandese con il Twente abbinato al RWD Molenbeek, venendo a capo del match casalingo, dopo un “botta e risposta” tra Frans Thijssen ed Eddy Koens prima della mezz’ora, solo grazie ad un rigore trasformato al 90’ dal centrocampista Kick van del Vall – figura leggendaria del Club, con oltre 350 presenze all’attivo – per poi toccare a Zuidema mettere a segno l’unica rete che decide la gara di ritorno.

Il terzo turno (od Ottavi di finale che dir si voglia …), che, come ricordato, vede l’eliminazione dell’Ajax da parte della Juventus, si svolge a cavallo tra fine novembre ed inizio dicembre ’74, e l’eventuale superamento permette di accedere alla fase primaverile della competizione, circostanza che sembra molto a rischio per il Twente, dopo l’1-3 rimediato all’andata a Praga contro il Dukla, rischiando un tracollo di dimensioni enormi allorché si ritrova sotto per 0-3 all’intervallo, prima che una rete di Notten al 52’ lasci qualche fondata speranza per il ritorno.

Quella di mercoledì 11 dicembre ’74 al “Diekman Stadion” è una di quelle notti che rimpiangeranno a lungo i pochi fiduciosi che se ne restano a casa, visto che sono in meno di 10mila gli spettatori che assistono al “massacro” dei cechi – tra le cui file, giova ricordare, militano il portiere Ivo Viktor e l’attaccante Zdenek Nehoda che, l’anno seguente, saranno Campioni d’Europa con la loro Nazionale – con il risultato capovolto già con il 2-0 con cui le due squadre vanno al riposo per poi assumere contorni ben più netti con il 5-0 conclusivo che porta la firma di uno scatenato Zuidema (in rete al 33’, 71’ ed 81’), cui fa buona compagnia Notten, a segno al 43’ ed al 73’ per la sua personale doppietta.

Con sole 8 squadre rimaste in lizza, la parte del leone la fanno le tedesche, con ancora tre rappresentanti a contendersi il Trofeo, ovverossia il Colonia, sorteggiato con l’altra olandese Fc Amsterdam (e di cui, come già riferito, fa un sol boccone …), il Borussia Monchengladbach, che elimina (1-0 e 3-1) il Banik Ostrava, e l’Amburgo, che trova viceversa la sua strada sbarrata dalla Juventus, che si impone per 2-0 a Torino e difende il vantaggio con lo 0-0 del ritorno al “Volksparkstadion”.

Resta dunque, il Twente, verso il quale l’urna appare benevola avendolo abbinato agli jugoslavi del Velez Mostar, compagine di pressoché nulla esperienza internazionale, ma andare a giocare nei campi delle formazioni dell’Est Europa non è mai semplice all’epoca, e lo 0-1 maturato all’andata (rete di Marjan Kvesic a metà ripresa …) è tutto tranne che rassicurante in vista del ritorno.

Ed, infatti, dopo che il “solito” Zuidema rimette le sorti della doppia sfida in parità con la rete del vantaggio in chiusura della prima frazione di gioco, la ripresa si gioca sul filo dei nervi – una rete dei bosniaci significherebbe quasi certa eliminazione – sino a che, ancora una volta, giunge l’ultimo giro di lancetta a favorire la squadra di Kohn, con stavolta ad essere Overweg a vestire i panni del “giustiziere” per la gioia degli stavolta 21mila tifosi presenti sugli spalti.

A questo punto, siamo onesti, il Twente al sorteggio delle semifinali rappresenta il classico “vaso di coccio tra tre vasi di ferro”, visto che, bene o male, dovrà vedersela con una tra Juventus, Colonia e Borissia Monchengladbach, con quest’ultime ad essere abbinate per un quanto mai emozionante “derby tedesco”, mentre agli olandesi toccano, logicamente, in sorte i bianconeri.

Se vi ricordate dell’occhiello di qualche paragrafo precedente, avevamo pregato di tenere a mente i nomi della Juventus e del Borussia Monchengladbach, ovverossia le formazioni che avevano eliminato il Twente nelle sue partecipazioni del 1971 e ’73 – con l’Ipswich, “reo” di analoga impresa nel ’74, i conti erano già stati regolati al primo turno – ma, in tutta franchezza, appare quanto mai difficile, compiere analoga “vendetta” contro una squadra come quella bianconera che annovera fra le sue file Campioni di indiscusso valore quali Zoff, Scirea, Causio, Anastasi e Bettega, solo per citare i più rappresentativi,

Oltretutto, si tratta di una Juventus alla disperata ricerca del suo primo successo a livello internazionale e reduce da due amare delusioni nelle precedenti stagioni – sconfitta solo per la norma dei goal in trasferta (2-2 ed 1-1) nell’ultima Finale di Coppa delle Fiere ’71 ed arresasi per 0-1 all’Ajax nella Finale di Coppa dei Campioni ’73 a Belgrado – ed il pronostico pende decisamente a favore del Club di Piazza Crimea.

E, mentre “la sfida in famiglia” in casa tedesca ha poca storia – con il Borusssia a prenotare la Finale sin dal match di andata in trasferta (3-1 con doppietta di Allan Simonsen) per poi chiudere definitivamente i conti con l’1-0 del ritorno – sono comunque in 22mila a credere nell’impresa allorché il 9 aprile 1975 alle ore 20:00 il Direttore di gara francese René Vigliani dà il fischio d’inizio al “Diekman Stadion”.

Gara che si mette subito bene per i padroni di casa grazie alla rete del vantaggio messa a segno da Jeuring al 20’, il quale approfitta di una difettosa respinta di Zoff, anche se in parte mitigata dall’infortunio che, appena 2’ dopo, vede Arnold Muhren costretto a lasciare il campo a favore di Bos, con le due squadre che vanno al riposo sul punteggio di 1-0 …

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La rete di Jeuring in Twente-Juventus 3-1 – da:storiedicalcio.altervista.org

Nell’intervallo, il tecnico bianconero Carlo Parola si gioca entrambe le sue carte, inserendo Cuccureddu al posto di Capello per dare una maggiore forza interdittiva al reparto di centrocampo – in effetti aver schierato contemporaneamente Causio, Capello, Anastasi, Viola e Bettega vede una Juventus un tantino sbilanciata – per poi affidarsi al “talismano” José Altafini, che a dispetto delle quasi 37 primavere tante volte aveva salvato la baracca bianconera, inserito in luogo di Bettega.

Ma Kohn può contare sulla “Stagione di grazia” di Zuidema (il quale, in Campionato, replica lo stesso bottino di 13 reti dell’anno precedente …), che allo scoccare dell’ora di gioco, raccoglie una corta respinta della difesa bianconera per trafiggere Zoff con una conclusione di destro nell’angolo basso alla destra dell’estremo difensore friulano.

Con il Twente sospinto dai propri tifosi alla ricerca del terzo goal, un errato disimpegno a centrocampo fa sì che Altafini si involi verso la porta avversaria per realizzare la rete dell’1-2 che alimenta le speranze di rimonta al ritorno, che restano tutto sommato intatte nonostante che ancora Zuidema, a 7’ dal termine sigli il punto del definitivo 3-1 per la sua personale doppietta.

Impresa difficile, ma non certo impossibile, quella che attende la Juventus a due settimane di distanza al “Comunale” di Torino, se non fosse che, dopo appena 10’ di gioco, un’azione personale ed insistita ancora di Zuidema, fa sì che l’attaccante olandese (al suo nono centro nella Manifestazione …) geli gli oltre 45mila spettatori presenti e sancisca, da una parte, una nuova, cocente delusione a livello internazionale, e, dall’altra, una seconda gustosa rivincita …

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Una fase della gara di ritorno a Torino – da:wikipedia.org

Per completare l’opera – non è a nostra conoscenza se anche in Olanda viga il proverbio “non c’è due senza tre” – occorre peraltro una sorta di ”miracolo sportivo” contro la corazzata tedesca che, tanto per rendere l’idea, si presenta al doppio appuntamento conclusivo avendo sinora realizzato, nelle 10 gare disputate, un “qualcosa” come 27 reti (media 2,7 a partita) contro appena 8 subite ed uno “score” di 9 vittorie ed una sola sconfitta (l’1-2 all’esordio ad Innsbruck contro il Wacker, ampiamente riscattato con il 3-0 del ritorno.

In una sorta, pertanto, di quanto mai squilibrato “Davide contro Golia” – ed in cui, sfida nella sfida, vi è anche quella per il trono del Capocannoniere del Torneo, visto che, al momento, Zuidema vanta 9 reti al pari di Nico Jansen dell’Fc Amsterdam, nel mentre i “gemelli del goal” avversari, vale a dire Heynckes e Simonsen seguono con 8 centri ciascuno – le due squadre scendono in campo per la gara di andata il 7 maggio 1975 alle ore 20:00 al “Rheinstadion” di Dusseldorf, dove il Borussia è solito disputare le gare più importanti, stante la ridotta capienza del “Bokelberg”, dove scende in campo per gli incontri di Bundesliga.

Ed invece, a conferma di quanto il calcio sia in grado di sfuggire anche ai pronostici più scontati, contro ogni previsione il “super attacco” de “Die Fohlen” (“I Puledri”) resta per la prima volta a secco nel corso del Torneo, con gli attacchi continui, ma disordinati ad infrangersi contro il muro difensivo opposto dagli olandesi, per uno 0-0 conclusivo che non serve altro che ad alimentare ulteriormente le speranze di veder realizzato un sogno a cui neppure il più ottimista dei tifosi poteva credere …

Pur avendo ottenuto “il peggiore dei migliori risultati” – ciò in quanto un pareggio con reti al ritorno assegnerebbe la Coppa ai tedeschi – sono i consueti 22mila a darsi appuntamento quindici giorni dopo al “Diekman Stadion”, in un insolito orario pomeridiano delle ore 18:00,  per incitare i propri beniamini a compiere un’impresa che resterebbe memorabile nella storia del Club, ma purtroppo il risveglio dal sogno alla realtà è sin troppo veloce e brusco …

Non sono difatti trascorsi ancora 10’ dal fischio d’inizio dell’arbitro austriaco Schiller che Simonsen ed Heynckes hanno già perforato per due volte la porta difesa da Gross, con il primo a scagliare all’incrocio un bolide dal limite dopo appena 3’ di gioco ed il secondo a raccogliere al 9’ un invitante lancio in profondità di Jensen, complice un’indecisione dei difensori, e superare l’estremo difensore avversario in disperata uscita.

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Heynckes esulta dopo la rete del 2-0 – da:storiedicalcio.altervista.org

Con una montagna da scalare ed il morale sotto i tacchi, l’undici di Kohn è incapace di reagire e, dopo essere andato al riposo sullo 0-2, crolla definitivamente ad inizio ripresa, con ancora Heynckes protagonista nel siglare la sua personale tripletta – che lo laurea altresì Capocannoniere della Manifestazione con 11 reti all’attivo – dapprima con una gran conclusione di destro all’incrocio al 50’ e quindi raccogliendo di testa, a centro area, un invitante cross dalla sinistra quando scocca l’ora di gioco.

I restanti 30’ sono poco più che accademia, ed ai soli fini statistici si registra la rete della bandiera messa a segno dal Capitano Epi Drost con una potente conclusione dalla lunga distanza che sorprende Kleff, prima che, a 3’ dal termine, il punteggio assuma i suoi connotati definitivi con il calcio di rigore trasformato da Simonsen e decretato per un fallo subito da Jensen, lanciato a rete da Heynckes.

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Il rigore del definitivo 5-1 trasformato da Simonsen – da:agetotostock.com

Si conclude così, con un mortificante 1-5, l’avventura europea di un Twente che comunque ha scritto una bella pagina di storia e che, a distanza di due anni, conquisterà il primo trofeo sotto forma della KNVB-Beker superando 3-0 in Finale il PEC Zwolle, curiosamente proprio nella stagione in cui la Juventus ottiene finalmente il suo primo trionfo a livello internazionale aggiudicandosi la Coppa Uefa ’77 a spese dei baschi dell’Athletic Bilbao …

Ed il Brorussia …?? Raggiunge anch’esso l’atto conclusivo, del più prestigioso Torneo Continentale, vale a dire la Coppa dei Campioni, solo per vedersi però sconfiggere 1-3 dal Liverpool allo Stadio Olimpico di Roma al termine di una delle più belle e combattute Finali della Storia della Manifestazione …

Così va il Mondo, oggi a me, domani a te …

 

LA COPPA DELLE COPPE 1972 ED IL RISCATTO DEI GLASGOW RANGERS DOPO DUE FINALI PERSE

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I giocatori dei Rangers festeggiano la conquista del Trofeo – da:eveningtimes.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Che il Calcio in Scozia sia una sorta di duopolio tra le due formazioni di Glasgow – il Celtic ed i Rangers – è cosa oramai risaputa, a conferma della quale basti solo pensare al numero di titoli vinti, con i biancoverdi a cercare di colmare il gap nei confronti dei Rangers, distante ancora cinque successi (49 a 54), nel mentre le terze – Aberdeen, Hearts ed Hibernian – inseguono (si fa per dire …) a quota 4 (!!), con l’ultima affermazione al di fuori della “Old Firm” risalente al 1985, appannaggio dell’Aberdeen guidato da Sir Alex Ferguson.

Un tale dominio assoluto in campo nazionale non poteva però che generare una rivalità anche oltre i confini del Regno Unito, resa particolarmente avvincente nel corso degli anni ’60, epoca in cui i migliori giocatori scozzesi – al contrario di quanto avvenuto nel decennio successivo con l’emigrazione in massa nei migliori Club inglesi, segnatamente Leeds, Liverpool e Manchester United – militavano nelle due formazioni di Glasgow, consentendo loro di fare una più che dignitosa figura nelle Coppe Europee.

E se, negli anni ’70 ed ’80, con i vari (solo per citarne alcuni …) Bremner, Lorimer e Jordan a vestire la maglia del Leeds, Hansen, Dalglish e Souness quella del Liverpool, così come Buchan, McQueen e Macari la divisa del Manchester, a trarne vantaggio è la Nazionale, che si qualifica per cinque edizioni consecutive (dal 1974 al 1990) per le Fasi finali dei Mondiali, il decennio precedente è quello, al contrario, di maggiori successi a livello di Club a fronte di una maggiore autarchia.

Gli anni ’60 sono anche il periodo del dominio incontrastato del Celtic del leggendario tecnico Jock Stein, che si aggiudica il titolo di Campioni di Scozia per 9 anni consecutivi (dal 1966 al ’74), impresa che poi i Rangers eguagliano negli anni ’90 (dal 1989 al ’97), facendo sì che ai biancoverdi tocchi rappresentare il proprio Paese nell’allora Coppa dei Campioni, con conseguente partecipazione dei rivali cittadini alle meno nobili Coppa delle Coppe e Coppa delle Fiere/Uefa.

Anche perché, in effetti, le prime due incursioni dei Rangers nella principale Manifestazione continentale a livello di Club erano state tutt’altro che incoraggianti – eliminati al primo turno dell’edizione ’57 dai non certo irresistibili francesi del Nizza ed al secondo dal Milan (poi finalista …) nel ’58 – mentre molto più lodevole è il cammino compiuto nella quinta edizione della Coppa Campioni che, tra l’altro, prevedeva la Finale proprio a Glasgow, con l’accesso all’atto conclusivo negato dai tedeschi dell’Eintracht Francoforte, pur se con due imbarazzanti sconfitte (1-6 in Germania e 3-6 ad Ibrox Park) che fanno intendere come il divario a livello continentale sia ancora lungo da colmare.

Meglio, allora, dedicarsi alla più abbordabile Coppa delle Coppe, Manifestazione inaugurata nell’estate ’60 con il match tra i tedeschi orientali del Worwaerts Berlino ed i cechi della Stella Rossa Brno, ed alla cui prima edizione partecipano appena 10 squadre.

Con anche i Rangers impegnati nel turno preliminare, contro peraltro i pericolosi ungheresi del Ferencvaros dal temibile trio d’attacco composto da Albert, Rakosi e Fenyvesi, gli scozzesi, all’epoca guidati da Scott Symon, superano l’ostacolo non senza difficoltà, aggiudicandosi il match di andata per 4-2 per poi ringraziare l’ala sinistra Wilson che, al 61’, sigla la rete dell’1-2 al ritorno a Budapest.

Molto più agevole il turno successivo, che consente ai Rangers di prendersi la rivincita su di una compagine tedesca dopo l’umiliazione subita l’anno precedente da parte dell’Eintracht rifilando un 11-0 (!!) complessivo (3-0 in Germania, 8-0 nelle Highlands …) ad un Borussia Monchengladbach ancora ben lungi dal divenire la leggendaria formazione del successivo decennio, per poi avere la meglio, in semifinale, del Wolverhampton nel “Derby britannico”, regolato per 2-0 all’andata in un Ibrox Park riempito da quasi 80mila spettatori, per poi contenerne le velleità di rimonta al ritorno, spente dal centro di Scott a fine primo tempo, cui Broadbent può solo replicare per il definitivo 1-1 che schiude agli scozzesi la porta della Finale.

Atto conclusivo in programma con gare di andata e ritorno e, stavolta, gli 80mila di Ibrox nulla possono al cospetto di una Fiorentina che espugna per 2-0 il “fortino scozzese” nel match svoltosi il 17 maggio ’61 grazie ad una doppietta di Milan, il quale si incarica, al ritorno a Firenze 10 giorni dopo, di siglare la rete di apertura per poi toccare ad Hamrin, dopo il momentaneo pareggio di Scott, mettere il suggello a 2’ dal termine, alla vittoria viola per l’assegnazione del primo Trofeo nella Storia della manifestazione.

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Rangers e Fiorentina scendono in campo per la Finale ’61 – da:pinterest.it

Sfiorato un trionfo che avrebbe per la prima volta portato nelle Highlands un titolo continentale, i Rangers tornano nella mediocrità europea nelle tre stagioni successive, che li vedono eliminati ai Quarti di finale della Coppa Campioni ’62 dai belgi dello Standard Liegi, al secondo turno della Coppa delle Coppe ’63 da parte del Tottenham (che poi si aggiudica il Trofeo …) ed al primo della Coppa Campioni ’64, umiliati (0-1 e 0-6) dal Real Madrid, successivamente finalista a Vienna contro l’Inter di Herrera.

E proprio i nerazzurri, l’anno seguente, sbarrano la strada verso le semifinali agli scozzesi i quali, dopo aver eliminato Stella Rossa Belgrado e Rapid Vienna, danno comunque del filo da torcere ai detentori del Trofeo (che andranno a bissare nella Finale di San Siro contro il Benfica …), realizzando dopo 6’ con Forrest al ritorno la rete che rischia di mettere in dubbio la qualificazione dell’Inter dopo il 3-1 dell’andata a San Siro, ma la solida difesa imperniata su Sarti e Picchi non si fa ulteriormente sorprendere.

Per una stagione esclusi dalle Coppe europee, i Rangers si ripresentano a settembre ’66 ai nastri di partenza della Coppa delle Coppe per quella che sarebbe potuta essere una annata trionfale per il calcio scozzese, visto che gli “odiati” rivali del Celtic, alla loro prima apparizione in Coppa dei Campioni, compiono quell’impresa a loro sempre sfuggita nelle precedenti sei partecipazioni, vale a dire conquistare il Trofeo a spese nientemeno che della corazzata interista, giunta alla sua terza Finale in quattro anni.

Si sa che la competizione tra due formazioni rivali è quanto di più stimolante possa esserci, laddove si consideri altresì che il Celtic si aggiudica il secondo dei suoi 9 titoli consecutivi con tre punti (58 a 55) di vantaggio, ed ecco allora che emulare “la Stagione di Gloria” della squadra di Stein – che nel ’67, tanto per chiarire, fa suoi, oltre che ai riferiti Campionato Scozzese e Coppa dei Campioni, anche la “Scottish FA Cup” (2-0 in Finale all’Aberdeen) e la “Scottish League Cup”, superando 1-0 proprio i Rangers – quantomeno in campo internazionale sarebbe di indubbio sollievo per i propri sostenitori.

E che potesse essere l’annata giusta, in casa Rangers, lo si spera dopo che la buona sorte dà loro una mano nei Quarti di finale, allorché in una drammatica sfida contro gli spagnoli del Real Saragozza, gli scozzesi, dopo il 2-0 dell’andata, si vedono raggiungere al ritorno da un rigore realizzato da Santos a 4’ dal termine per il 2-0 che riporta in parità le sorti complessive del doppio confronto, prima che tocchi ad Alex Smith stampare sul palo analoga conclusione dal dischetto allo scadere dei tempi regolamentari, errore poi cancellato dal lancio della monetina che decide a favore dei Rangers il passaggio in semifinale.

Scampato il pericolo, e liquidati con due 1-0 gli ostici bulgari dello Slavia Sofia in semifinale, ecco che ai Rangers si offre l’opportunità di replicare, nella Finale in programma il 31 maggio ’67 a Norimberga, il successo che, sei giorni prima, i rivali cittadini avevano ottenuto contro l’Inter in Coppa dei Campioni, per una doppietta che sarebbe rimasta storica nella Storia, non solo di Glasgow, ma dell’intera Nazione …

Ad opporsi a tale sogno vi sono però i tedeschi del Bayern Monaco che, se non sono ancora la macchina “schiacciasassi” che diverranno a metà anni ’70, hanno già nella loro formazione titolare la colonna portante costituita dal portiere Maier, il libero Beckenbauer, il mediano Roth ed il centravanti Gerd Muller, potendo altresì contare sul supporto dei loro tifosi, visto che Norimberga dista poche decine di chilometri dal Capoluogo della Baviera.

Come spesso accade nelle Finali, complici stavolta anche le pessime condizioni del terreno di gioco, la gara non offre grandi emozioni, con i Rangers ad avere una sola grande occasione poco dopo la mezz’ora del primo tempo, allorché un cross di Dave Smith trova Hynd solo davanti a Maier ma il “centravanti improvvisato” per l’occasione – alla sola sua terza apparizione stagionale da titolare – non è sufficientemente pronto ad approfittare dell’invito e la sua conclusione debole, ancorché da breve distanza, consente al portiere tedesco di sventare la minaccia.

La ripresa fila via con ancor minori sussulti e la sfida si trascina così sino ai tempi supplementari dove è opinione diffusa che solo un singolo episodio può deciderne le sorti, il che si materializza al 109’ con una delle consuete sortite dalla propria area di Beckenbauer il quale, poco oltre la metà campo, pennella con il suo magico esterno destro un lancio nei 18 metri scozzesi che trova pronto Roth (l’uomo dalle reti pesanti in casa bavarese …) a deviare in acrobazia la sfera alle spalle di Martin per l’unica rete che consegna al Bayern il primo della sua lunga lista di trofei.

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La rete di Roth che decide la Finale – da:graebasta.blogspot.com

Una occasione unica sfumata per i Rangers che in Patria devono vedere i rivali affermarsi per altri quattro anni consecutivi (solo nel ’68 arrivano ad insidiarli nella lotta per il titolo, conclusa a 63 e 61 punti …), così come in Europa subire la legge delle formazioni inglesi – doppia eliminazione in Coppa delle Fiere ai Quarti nel ’68 ad opera del Leeds ed in semifinale da parte del Newcastle l’anno seguente, curiosamente, in entrambe le circostanze, mantenendo la caratteristica di essere eliminati da coloro che poi vinceranno il Trofeo – mentre anche l’amata Coppa delle Coppe non fornisce soddisfazione, complice la sconfitta al secondo turno nell’edizione ’70 contro i polacchi del Gornik Zabrze, al pari della mancata auspicata rivincita contro il Bayern, che si risolve in un’eliminazione al primo turno nel ’71.

Il tutto mentre il Celtic, pur non ripetendo l’impresa del 1967, riesce comunque a centrare una seconda Finale di Coppa dei Campioni nel ‘70, sconfitto ai supplementari dagli olandesi del Feyenoord a San Siro, gara diretta dall’italiano Concetto Lo Bello, curiosamente anche arbitro della Finale di Coppa delle Coppe ’67 tra Rangers e Bayern, evidentemente non certo un “porta fortuna” per le formazioni scozzesi.

La stagione di Coppe 1971-’72 – con il Celtic a centrare in Patria il suo settimo titolo consecutivo, cui unisce anche la vittoria nella “Scottish FA Cup” con un umiliante 6-1 a danno dell’Hibernian – si apre però sotto i miglior auspici per i due Club di Glasgow, visto che entrambi non hanno difficoltà a superare il rispettivo primo turno di Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe, mentre il secondo è una formalità per i biancoverdi ed, al contrario, di una sofferenza inaudita per i Rangers, nelle cui file si sta ben disimpegnando da tre stagioni l’attaccante Colin Stein, a supporto della leggenda Willie Johnston ed accanto al quale sta crescendo il 18enne Derek Johnstone.

Opposti ai portoghesi dello Sporting Lisbona, difatti, i “Teddy Bears” (gli “Orsacchiotti”) ritengono di aver risolto la pratica dopo 45’ del match di andata, chiuso sul 3-0 (doppietta di Stein nei primi 10’ ed acuto di Henderson alla mezzora …), prima di subire la parziale rimonta lusitana, con Pedro Gomes a siglare, a 2’ dal termine, il punto del 2-3 che rende alquanto rischiosa la trasferta a Lisbona due settimane dopo.

Ed, in una sorta di “botta e risposta”, è ancora Stein per due volte ad annullare le reti dei vantaggi portoghesi, per poi toccare nuovamente a Pedro Gomes e sempre agli sgoccioli della gara (stavolta all’87’) mettere a segno la rete del 3-2 che prolunga la sfida ai supplementari.

Così come all’andata, la terza rete scozzese porta la firma di Henderson e, nonostante lo Sporting faccia sua la partita per 4-3, l’introdotta norma che dà valore doppio alle reti realizzate in trasferta a parità di computo totale, consente stavolta ai Rangers di evitare il sorteggio ed accedere alla fase primaverile della manifestazione.

Alla ripresa delle ostilità in campo continentale, il Celtic supera (2-1 esterno, 1-1 a Parkhead) gli ungheresi dell’Ujpest Dosza, mentre i Rangers hanno ragione del Torino, imponendo l’1-1 ai granata al Comunale (di Johnston al 12’ e Pulici al 61’ le reti) per poi affermarsi di misura ad Ibrox grazie al centro di Alex MacDonald in avvio di ripresa.

Celtic e Rangers ancora assieme in semifinale esattamente come cinque anni prima, ed il sogno di una doppia presenza nelle Finali delle due principali manifestazioni europee sembra potersi nuovamente concretizzare, anche se l’urna pone alle stesse due sfide dal sapore alquanto particolare …

Con un sorteggio degno della migliore Nemesi della mitologia greca, a Celtic e Rangers vengono difatti abbinate nientemeno che le due squadre affrontate nelle rispettive Finali del 1967 e, come la Dea impone con il suo altissimo senso di giustizia, le stesse si risolvono a risultati contrapposti.

E’ l’Inter pertanto a prendersi la rivincita, anche se solo ai calci di rigore, dopo due sfide concluse entrambe sullo 0-0 di partenza (con a risultare decisivo l’errore di Deans al primo tentativo dal dischetto …), mentre ben più succosa è la “vendetta” consumata dagli scozzesi nei confronti dei tedeschi – la cui ossatura, giova ricordare, costituisce a fine stagione quella della Nazionale Campione d’Europa, con ben 6 suoi componenti a scendere in campo nella vittoriosa Finale vinta per 3-0 a spese dell’Urss in Finale – i quali, dopo l’1-1 all’andata a Monaco, soccombono di fronte agli oramai abituali 80mila spettatori che gremiscono le tribune di Ibrox Park, con la pratica liquidata in meno di mezz’ora grazie alle reti di Jardine in apertura ed al raddoppio di Parlane al 22’ e la terza Finale di Coppa delle Coppe conquistata.

Senza, questa volta, la pressione di dover emulare l’impresa dei “cugini”, i Glasgow Rangers si preparano ad affrontare, nello splendido scenario del “Camp Nou” di Barcellona, la Dinamo Mosca che, a propria volta, ha eliminato i tedeschi orientali della Dynamo Berlino solo ai calci di rigori dopo due pareggi per 1-1, per quella che è la prima apparizione di una formazione sovietica in una Finale europea a livello di Club.

Indubbiamente, il colpo di scena del “Camp Nou” non è certo pari a quando vi giocano gli azulgrana, con meno di 25mila spettatori sugli spalti, ma quantomeno, data la difficoltà ad ottenere i permessi di espatrio nell’Urss comunista, la larga maggioranza degli stessi è di marca scozzese, decisi a non vedersi sfuggire il Trofeo sotto il naso per la terza volta.

Con una formazione molto più compatta ed esperta, nonché meglio equilibrata rispetto a quella di cinque anni fa, il nuovo tecnico William Waddell, in carica dal 1969, può contare sull’esperto portiere Peter McCloy, così come la difesa è imperniata su due pilastri quali Sandy Jardine (uomo da 451 presenze nel Club) ed il leggendario Capitano John Greig, una vita ad Ibrox dall’alto delle sue 755 presenze complessive.

Ma è l’attacco a fare la differenza, con la ricordata coppia Stein/Johnston in stato di grazia che intende mettere l’ultimo tassello ad un percorso che li ha visti protagonisti durante l’intera stagione e regalare ai propri tifosi quel trionfo così a lungo atteso.

Questa volta non c’è Lo Bello ad arbitrare e, come prassi in uso all’epoca, a dirigere la sfida, che va in scena mercoledì 24 maggio 1972 alle ore 20:30 – una data che definire “storica” per il Club è quasi dire poco – viene chiamato il fischietto spagnolo José Maria Ortiz de Mendibil, peraltro uno dei migliori Direttore di gara del periodo.

E, come oramai loro consuetudine, i Rangers partono con il piede sull’acceleratore ed è il mediano Dave Smith, ribaltando l’azione da difensiva ad offensiva, a creare i presupposti per le due reti che caratterizzano la parte iniziale della gara, dapprima con un lancio lungo da oltre metà campo che trova pronto all’appuntamento Stein, il quale dal vertice destro dell’area piccola scaraventa un bolide alle spalle dell’estremo difensore moscovita per il punto dell’1-0 al 24’, il che provoca una pacifica quanto numerosa invasione di campo da parte dei tifosi scozzesi sul cui livello di sobrietà non giureremmo.

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La rete dell’1-0 siglata da Colin Stein – da:footballwhispers.com

Scene che si ripetono al 40’, allorché ancora Dave Smith, questa volta sganciatosi lungo l’out destro, calibra di sinistro un perfetto cross a centro area che Johnston si incarica di deviare di testa nell’angolino basso alla destra dell’immobile Pilgui per il 2-0 con cui le due squadre vanno al riposo.

Vantaggio più che rassicurante che diviene ancor più netto in avvio di ripresa allorquando su rilancio addirittura di McCoy dalla propria area, la difesa della Dinamo si trova talmente impreparata da consentire ancora a Johnston di presentarsi dinanzi a Pilgui per trafiggerlo senza scampo, così da portare la propria squadra sul 3-0 dopo meno di 50’ di gioco.

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La rete del 3-0 messa a segno da Johnston – da:gersfasmily.club

Facile immaginare lo stato di euforia collettiva che si vive sugli spalti, ma ciò comporta anche un pericoloso abbassamento del livello di concentrazione dei giocatori scozzesi, visto che allo scoccare dell’ora di gioco una leggerezza in disimpegno difensivo tra Johnstone, Mathieson e Jardine consente ad Evrjuzichin di impossessarsi della sfera fornendo ad Eshtrekov, subentrato da appena 4’, di siglare il punto dell’1-3 che riapre i giochi.

I sovietici prendono coraggio, si riversano in massa nella metà campo scozzese, mentre i calciatori dei Rangers sembrano la brutta copia di coloro che avevano dominato la sfida nel corso della prima parte della gara, limitandosi ad isolate azioni di alleggerimento, sino a che, dopo un miracoloso salvataggio sulla linea a seguito di un’uscita di McCoy che aveva smorzato una conclusione a colpo sicuro dello sgusciante Evrjuzichin, la Dinamo perviene alla rete del 2-3 grazie a Makhovikov, il quale conclude una triangolazione al limite dell’area con Gershkovich per spedire in scivolata la palla alle spalle di McCoy.

Fortuna vuole, per gli scozzesi ed i propri sostenitori che ciò avvenga a soli 3’ dal termine, ed anche se riteniamo che gli stessi si possano tranquillamente catalogare come i 180” più lunghi della centenaria storia del Club, il triplice fischio di Ortiz de Mendibil suona come una liberazione per i tifosi che si riversano in massa sul terreno di gioco per manifestare a loro irrefrenabile gioia.

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Il Capitano John Greig con la Coppa – da:footballwhispers.com

E, d’altronde, ne hanno ben diritto, dopo aver dovuto ingoiare i “bocconi amari” di ben due Finali perse e del successo degli acerrimi rivali in Coppa dei Campioni, anche se questo resta, a tutt’oggi, l’unico Trofeo internazionale vinto dai Rangers – come, del resto, lo è per il Celtic – ed esso, forse non a caso, non poteva giungere che nel 1972, ovverossia a 100 anni esatti dalla fondazione, avvenuta nel febbraio 1872 …

Ah, “beata” Nemesi, quanto volte metti il naso nelle umane cose …

 

BARCELLONA-STEAUA 1986, LA FINALE STREGATA DA DUCADAM

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Il Capitano Iovan e Ducadan festeggiano il trionfo – da:zonacesarini.net

Articolo di Giovanni Manenti

La rivalità è il sale dello Sport – sia che si tratti di discipline individuali o di squadra – ed, in caso di avversari più o meno di pari livello, ciò consente di assistere a sfide uniche per spettacolo ed emozioni, in grado di coinvolgere tifosi o semplici sportivi, come nel caso – a mero titolo esemplificativo – delle battaglie sino all’ultima pallina giocata disputate in anni recenti tra i fuoriclasse del tennis quali Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic.

Ma quando però la rivalità è accesa, specie tra due squadre, ed ad avere la meglio è sempre una di queste – al solito, l’esempio più calzante che viene alla mente è quello dei Boston Celtics nel Campionato di Basket Usa, capaci di aggiudicarsi 11 titoli in 13 anni dal 1957 al ’69 ed, in 6 occasioni, con i Los Angeles Lakers sconfitti in Finale – ciò può divenire frustrante per la parte perdente, tanto da far divenire il desiderio di vincere una sorta di ossessione, con il rischio che ciò possa ritorcersi contro.

Figuriamoci se poi a questa rivalità sportiva se ne aggiunge anche una politica, come nel caso da noi trattato quest’oggi e che riguarda la posizione di palese inferiorità che per oltre 30 anni ha visto il Club calcistico catalano del Barcellona dover subire nei confronti della formazione del Real Madrid, fedele alla corona ed al regime franchista, a far tempo dall’inaugurazione del massimo torneo continentale per squadre di Club, vale a dire la Coppa dei Campioni.

Con la prima edizione disputatasi nella stagione 1955-’56, la stessa vede le “merengues” alzare il Trofeo per cinque anni consecutivi, con il Barcellona a doversi “accontentare” di far sua la “Coppa delle Città di Fiera” nel 1958 e ’60, ben poca cosa rispetto ai trionfi degli acerrimi rivali.

Ed anche quando le cose sembrano poter prendere una strada diversa, grazie al doppio successo nella Liga nel biennio 1959-’60 con il “Mago” Helenio Herrera in panchina, ecco che il “tabù internazionale” continua a manifestarsi come insormontabile.

Già, perché nell’edizione ’60 della Coppa, proprio agli azulgrana si presenta l’occasione di impedire ai “blancos” di disputare la loro quinta Finale consecutiva del Torneo – che poi si aggiudicheranno con un impressionante 7-3 a scapito dei tedeschi dell’Eintracht Francoforte – affrontandoli nel doppio confronto di semifinale, ma la superiorità madridista, con le due stelle Puskas e Di Stefano al massimo del loro splendore, viene certificata da due successi, entrambi per 3-1, sia al “Santiago Bernabeu” all’andata che al ritorno al “Camp Nou”.

E quando, viceversa, l’anno seguente, un sorteggio beffardo pone di fronte le due storiche rivali addirittura al secondo turno, il fatto di essere la prima formazione europea ad aver il privilegio di eliminare i Campioni in carica dalla competizione (2-2 a Madrid con doppietta di Suarez, la seconda rete a 3’ dal termine su rigore, e 2-1 in Catalogna) fa ritenere ai sostenitori del Barcellona come possa essere l’anno buono per succedere nell’Albo d’oro, salvo poi doversi arrendere 2-3 al Benfica Lisbona di Aguas e Coluna al termine di una combattuta e, per certi versi, sfortunata Finale disputata a Berna il 31 maggio ’61.

Era quello, comunque, un Barcellona di livello assoluto, con un attacco sfavillante in cui, sotto la sapiente regia di Luis Suarez – che a fine stagione si trasferisce all’Inter su espressa richiesta di Herrera – giostrano il centravanti di manovra brasiliano Evaristo ed i tre fuoriclasse ungheresi, ancorché non più giovanissimi, Kubala, Kocsis e Czibor.

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Il trio ungherese Kocsis, Kubala e Czibor (da sin.) – da:twitter.com

Poiché, all’epoca, tale Manifestazione era riservata solo alle squadre vincitrici dei rispettivi Campionati (oltre alla detentrice del Trofeo …), per il Barcellona, afflitto anche da problemi di natura economica, si apre un periodo buio che la vede esclusa per tutti i restanti anni ’60, nel mentre il Real Madrid giunge altre tre volte all’atto conclusivo, sconfitto nel ’62 per 3-5 dal Benfica e due anni dopo per 1-3 dall’Inter, mentre nel ’66 conquista la sua sesta Coppa dei Campioni superando per 2-1 in rimonta il Partizan Belgrado nella Finale di Bruxelles.

Occorre attendere la metà degli anni ’70 e l’arrivo al Camp Nou del “Profeta del Goal” Johan Cruijff, chiamato dal tecnico e suo scopritore Rinus Michels, affinché il Barcellona torni a laurearsi Campione di Spagna a 14 anni dall’ultimo successo, ma neanche la presenza di un tale fuoriclasse, cui si aggiunge il connazionale Johan Neeskens riesce a sfatare il tabù della Coppa dei Campioni.

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La coppia olandese formata da Cruijff e Neeskens – da:pinterest.com.au

Giunto difatti in semifinale dell’edizione ’75 imbattuto e senza aver subito neppure una rete (5-0 complessivo agli austriaci del VOEST Linz, 3-0 agli olandesi del Feyenoord e 5-0 agli svedesi dell’Atvidaberg …), il Barcellona deve arrendersi al cospetto degli inglesi del Leeds United, venendo sconfitto 1-2 all’andata ad “Elland Road” per poi non andare oltre l’1-1 interno al ritorno.

In campo nazionale non è che le cose vadano meglio, visto che la Liga ’74 con Cruijff si rivela niente più che un episodio isolato, con il successivo decennio a far divenire il titolo nulla più di una chimera in casa azulgrana – nonostante che ad indossarne i colori si alternino fior di campioni quali Migueli, Asensi Rexach e gli stranieri Krankl, Simonsen e Schuster – dovendosi pertanto accontentare, in campo internazionale, di far sue due Coppe delle Coppe nel ’79 e nel 1982, grazie alle vittorie in patria nella Copa del Rey.

Unica consolazione, se così si può dire, deriva dal fatto che anche al Real Madrid – che nel frattempo si è aggiudicato 5 titoli in 6 stagioni dal 1975 al 1980 – la “Coppa dalle grandi orecchie” sta iniziando ad andare indigesta, visto che in tale lasso di tempo, che coincide con l’esplosione del calcio britannico dopo l’epopea di quello olandese e tedesco, raggiunge la Finale solo nel 1981 solo per essere sconfitto per 0-1 dal Liverpool al “Parc des Princes” di Parigi.

Madridisti che, a loro volta, subiscono quattro beffe consecutive perdendo la Liga all’ultima giornata ad inizio anni ’80, periodo in cui trionfa il calcio autoctono basco, con la Real Sociedad ad imporsi nel 1981 ed ’82 e l’Athletic Bilbao a far altrettanto nel 1983 ed ’84, mentre a Barcellona si tenta la carta di affidare la guida tecnica, come nel ’71 con Michels, ad un altro “mago” della panchina, vale a dire il tedesco Udo Lattek, con cui gli azulgrana si aggiudicano la Coppa delle Coppe ’82 superando 2-1 in Finale al Camp Nou i belgi dello Standard di Liegi.

Desiderosa di tornare ai vertici in patria, la dirigenza catalana, a conclusione del Mondiale spagnolo, ingaggia il non ancora 22enne talento argentino Diego Armando Maradona, ma anche la presenza del “Pibe de Oro” non consente il tanto auspicato salto di qualità, in parte anche a causa del trattamento riservatogli dai duri difensori iberici, e, con Lattek sostituito proprio dal Commissario Tecnico della “Albiceleste” Luis Cesar Menotti, l’unico trofeo si rivela essere la Copa del Rey ’83, peraltro vinta in Finale per 2-1 proprio contro il Real Madrid, grazie ad una rete di Marcos Alonso al 90’.

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Maradona al Barcellona – da:fcbarcelona.com

Per uno di quei misteri imperscrutabili che ogni tanto il Calcio propone, una formazione come il Barcellona che conclude il torneo ’84 a 48 punti, ad una sola lunghezza di distanza da Athletic Bilbao e Real Madrid a quota 49 – con la Liga assegnata ai baschi per una miglior differenza reti – e che nel mercato estivo affida la panchina all’inglese Terry Venables, noto in patria solo per aver condotto in tre anni il Crystal Palace dalla Terza alla Prima Divisione, e, soprattutto, si priva di un fuoriclasse come Maradona, ceduto al Napoli, per sostituirlo con lo scozzese Steve Archibald, improvvisamente si trasforma nella dominatrice del Campionato successivo, riportando il titolo in Catalogna ad 11 anni di distanza dall’ultimo trionfo.

Temporada” nel segno dei due stranieri, i già citati Archibald e Schuster, che con 15 e 12 reti rispettivamente, consentono agli azulgrana di aggiudicarsi la Liga ’85 con ben 10 punti (53 a 43) di vantaggio sull’Atletico Madrid, acquisendo così il diritto di tornare a disputare la tanto ambita Coppa dei Campioni, con altresì il vantaggio che la sede della relativa Finale è già stata assegnata a Siviglia.

Non si tratta peraltro di una delle migliori formazioni viste al Camp Nou e dintorni, quella affidata a Venables, imperniata più che altro su di una solida organizzazione difensiva dove, oltre al portiere di sicuro affidamento quale Urruti (diminutivo di Francisco Javier Gonzales Urruticoechea), svetta una coppia centrale formata da Migueli ed Alexanco in grado di intimorire qualsiasi attaccante, mentre il centrocampo ruota attorno all’estro a corrente alternata del biondo tedesco Schuster, cui fanno da comprimari onesti lavoratori del pallone quali Victor, Marcos Alonso ed Esteban oppure Pedraza.

Ma le vere dolenti note – insolite per un Club che ha storicamente fatto dell’attacco la sua forza – vengono dal reparto offensivo dove, se si eccettua la prima buona stagione di Archibald, mancano punte capaci di andare in doppia cifra, a partire dai mediocri, ancorché prodotti della “cantera”, Carrasco e Calderè, al paraguayano naturalizzato spagnolo Amarilla e per finire ad Angel “Pichi” Alonso, acquistato con grandi aspettative nell’estate ’82 dopo aver fatto sfracelli al Real Saragozza e rivelatosi, viceversa, uno dei più grandi flop nella storia azulgrana.

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Il Barcellona Campione di Spagna 1985 – da:mesqueunclubgr.blogspot.com

Di contro, oltre alla già citata Finale in programma in terra iberica, un vantaggio per il Barcellona è rappresentato dalla squalifica imposta dall’UEFA ai Campioni inglesi dell’Everton dopo i tragici fatti dell’Heysel, ragion per cui i favori del pronostico vedevano tra le formazioni più accreditate, oltre ai detentori della Juventus, i sempre temibili tedeschi occidentali del Bayern Monaco, gli scozzesi dell’Aberdeen (con ancora Alex Ferguson alla guida …) ed i belgi dell’Anderlecht – formazioni, queste due ultime, vincitrici rispettivamente della Coppa delle Coppe e della Coppa UEFA ’83 – senza trascurare gli svedesi del Goteborg, vittoriosi nella Coppa UEFA ’82 e nel periodo di maggior splendore della loro storia, nonché i lusitani del Porto, sconfitti dalla Juventus nella Finale di Coppa delle Coppe ‘84.

E che non si tratti della miglior formazione nella Storia della Società catalana è dimostrato sia dal fatto che in Patria il Real Madrid occupa la seconda metà degli anni ’80 con la conquista di ben 5 Liga consecutive, così come dal cammino incerto in Coppa, ad iniziare dal primo turno contro i cechi dello Sparta Praga allorché al successo esterno in rimonta per 2-1 grazie ad una doppietta del carneade Clos, fa seguito un’inopinata sconfitta per 0-1 al Camp Nou, così da qualificarsi per gli ottavi solo grazie al maggior numero delle reti segnate in trasferta.

Stessa identica sorte che tocca ai ben più ostici lusitani del Porto, piegati 2-0 all’andata grazie agli acuti di Marcos Alonso e Schuster a metà ripersa, per poi essere ripagati con la stessa moneta al ritorno con una doppietta del brasiliano Juary, prima che Archibald mettesse a segno la rete della qualificazione a 12’ dal termine rendendo vano il terzo sigillo personale dell’ex avellinese in chiusura di gara.

Con il Campionato oramai indirizzato verso Madrid – a fine stagione saranno 11 i punti di distacco (56 a 45) tra le due rivali – l’obiettivo primario stagionale in casa catalana è chiaramente costituito dal sogno europeo, con la disputa a marzo dei Quarti di Finale ai quali approdano tutte le favorite, anche se l’urna fa il brutto scherzo di abbinare il Bayern all’Anderlecht, mentre al Barcellona toccano i Campioni in carica della Juventus del tre volte Pallone d’Oro Michel Platini.

E, mentre i belgi – tra le cui file inizia a brillare la stella di un 20enne Vincenzo Scifo – rimontano la sconfitta per 1-2 subita all’Olympiastadion di Monaco di Baviera con un 2-0 al ritorno, al Camp Nou una Juventus troppo rinunciataria e penalizzata dall’infortunio subito dopo 9’ dall’attaccante Briaschi viene punita da una rete messa a segno dal terzino Julio Alberto a 9’ dal termine.

In casa bianconera si nutrono speranze di rimonta in vista del ritorno, ma il mancato recupero d Briaschi, che si aggiunge all’assenza di Serena, determina lo schieramento al centro dell’attacco di Marco Pacione il quale si divora un paio di facili occasioni e la rete alla mezz’ora di Archibald fa il resto, con la Juventus capace solo di riequilibrare le sorti dell’incontro grazie all’ennesima prodezza di Platini.

Superato lo scoglio sulla carta più arduo, tra la tifoseria inizia a farsi strada la speranza che sia finalmente la volta buona per alzare al cielo il Trofeo più ambito, tanto più che il sorteggio oppone agli azulgrana gli svedesi del Goteborg, insidiosi quanto vi pare, ma non certo insuperabili, anche se la gara di andata, disputata allo Stadio “Ullevi” il 2 aprile ’86, si trasforma in un incubo per l’undici di Venables, già sotto di due reti all’intervallo in virtù di una doppietta di Torbjorn Nilsson, cui segue nella ripresa l’acuto di Tommy Holmgren per una clamorosa disfatta che sa di addio ai sogni di gloria.

Avrete notato come, reti di Archibald a parte – peraltro assente in Svezia così come lo è al ritorno – l’apporto in fase offensiva degli attaccanti sia stato pressoché nullo ed il tecnico inglese, non sapendo a che Santo votarsi, gioca per la gara di ritorno la carta “Pichi” Alonso, nella speranza che il 31enne valenciano ritrovi per una sera lo smalto dei giorni migliori.

Scelta dettata dalla disperazione, ma che si rivela quanto mai azzeccata, visto che l’ex centravanti del Saragozza diviene improvvisamente “Re per una notte” sbloccando il risultato dopo appena 10’ e completando la sua personale tripletta nella ripresa davanti a 120mila spettatori che credevano nella “remuntada e che ora attendono l’esito della serie dei calci di rigore per prenotare il biglietto per Siviglia.

Rigori che non mancano di far saltare le coronarie ai tifosi catalani allorché, con la serie sul 3-2 per gli svedesi, Carrasco fallisce la trasformazione e, dopo che Fredriksson e Calderé fanno il proprio dovere, Roland Nilsson ha sul piede il pallone che vale la Finale, ma si fa ipnotizzare da Urruti che ne respinge la conclusione tuffandosi sulla sua sinistra.

Estremo difensore basco che si erge a secondo protagonista (dopo Alonso …) della “serata magica” andando egli stesso ad impattare la serie sul 4-4 e, quando ad oltranza Mordt manda la sfera oltre la traversa, Victor non si lascia sfuggire l’occasione con un missile che non lascia scampo a Wernersson per il delirio degli “aficionados” azulgrana.

Dalla seconda semifinale, a sorpresa, emerge la Steaua Bucarest (la formazione dell’esercito …), prima compagine di un Paese facente parte del blocco sovietico a raggiungere tale stadio della Manifestazione, non includendo in tale lista gli jugoslavi del Partizan Belgrado – in quanto Nazione autonoma rispetto agli ordini provenienti da Mosca – sconfitti 20 anni prima in Finale proprio dal Real Madrid, ed indubbiamente agevolata da una serie di sorteggi benevoli.

Opposta, infatti, ai danesi del Vejle (superati 1-1 e 4-1) al primo turno, ai “figli minori” della grande Honved agli Ottavi di finale, con un altro 4-1 interno a rimediare allo 0-1 dell’andata in Ungheria, e quindi ai sorprendenti finlandesi del Kuusysi Lahti nei Quarti, eliminati solo grazie ad un misero 1-0 al ritorno dopo essere stata fermata sul pari a reti bianche nel match interno, la Steaua compie l’unica impresa di far fuori l’Anderlecht in semifinale, annientato con un pesante 3-0 (doppietta di Piturca ed acuto di Balint) ad annullare la sconfitta per 0-1 dell’andata.

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Lo Steaua Bucarst prima della Finale ’86 – da:eurosport.de

Squadra rocciosa e compatta, come tutte le formazioni dell’Est Europa, la Steaua, i cui componenti forniscono buona parte dell’ossatura della Nazionale rumena, a cominciare dal Capitano Iovan e dal libero Belodedici, per poi finire con la stella Boloni, l’altro centrocampista Balint ed i due attaccanti Piturca e Lacatus, quest’ultimo con una futura esperienza italiana nelle file della Fiorentina, ma che non incute più di tanto timore ai tifosi catalani che si riversano in massa (oltre 60mila …) ad occupare ogni ordine di posti allo Estadio Ramon Sanchez Pizjuan” di Siviglia il 7 maggio 1986, per quella che dovrà – e non potrà essere altrimenti … – ricordata come la “notte magica” del Club azulgrana.

Mai fare i conti senza l’oste, però, e Venables decide di schierare al centro dell’attacco Archibald in luogo dell’eroe del Camp Nou “Pichi” Alonso, relegato in panchina, per cercare di dare maggiore vivacità alle manovre offensive della propria squadra nel tentativo di scardinare la ben ordinata difesa rumena, capace di subire solo 5 reti nelle precedenti 8 gare disputate.

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Il Barcellona schierato prima della Finale – da:pinterest.fr

Disposta più al controllo della gara che non ad offendere, la formazione rumena guidata dal tecnico Emerich Jenei non ha eccessive difficoltà a bloccare l’asfittico attacco catalano, prova ne sia che il maggior pericolo giunge da un colpo di testa di poco alto da parte di Schuster nel corso della prima frazione di gioco, occasione replicata da Archibald nel corso di una ripresa in cui anche la Steaua si fa vedere dalle parti di Urruti, in particolare con una conclusione velenosa da fuori di Boloni che impegna l’estremo difensore in una difficile deviazione in angolo.

Niente di particolarmente entusiasmante, comunque, ed al fischio finale del direttore di gara, il francese Vautrot, il risultato non si è ancora sbloccato dallo 0-0 di partenza e men che meno nei 30’ supplementari, allorché la paura attanaglia menti e gambe dei giocatori in campo, nonostante Venables avesse cercato di rimescolare le carte togliendo proprio i suoi due stranieri a beneficio di Moratalla e di “Pichi” Alonso, hai visto mai.

Logica conclusione di una Finale che non passa certo agli annali quanto ad emozioni, la stessa si riscatta con l’esito della soluzione ai rigori, dove ad emergere sono i portieri ed, in particolare, l’estremo difensore rumeno Helmut Ducadam, il quale mette a segno un’impresa che non ha eguale nella Storia della manifestazione.

Con un indubbio vantaggio psicologico dalla loro parte – non avendo praticamente nulla da perdere, mentre i calciatori catalani si sentono addosso l’enorme responsabilità di dover consegnare al loro Club un Trofeo lungamente inseguito – anche i rumeni si fanno però, quanto meno inizialmente, coinvolgere in questa “guerra di nervi”, visto che il primo a presentarsi sul dischetto è il centrocampista Majearu, la cui conclusione, debole e centrale, viene facilmente intercettata da Urruti.

Tocca quindi ad Alexanco, guerriero di mille battaglie, inaugurare la serie per il Barcellona, ma sulla sua conclusione si esalta Ducadam, che con un balzo felino sulla propria destra devia il tiro, non forte, ma angolato del Capitano azulgrana, per poi essere Boloni a subire identica sorte – stesso angolo, stessa deviazione – davanti ad Urruti, così come Ducadam si ripete riuscendo a toccare di quel tanto che basta la conclusione di Pedraza destinata all’angolo basso alla sua destra.

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Ducadam neutralizza il rigore tirato da Pedraza – da:eurosport.com

Con i 65mila spettatori a non avere ancora visto una sola volta la palla entrare in rete dopo 120’ di gioco e quattro calci di rigore tirati, a rompere l’incantesimo ci pensa uno dei più giovani, vale a dire il 22enne Marius Lacatus, il quale trafigge Urruti con un bolide che va ad insaccarsi sotto la traversa.

Sbloccato il risultato, le speranze per i catalani di restare in partita sono affidate al piede di “Pichi” Alonso, nei cui confronti Ducadam mette in atto una sorta di “lotta psicologica”, come da lui stesso raccontato in seguito: “Al terzo rigore pensai che l’attaccante avversario non avrebbe immaginato che io mi sarei tuffato ancora una volta sulla mia destra, cosa che viceversa feci, riuscendo addirittura a bloccare la sfera” …

Con soli due tiri ancora a disposizione, i fischi dei 60mila tifosi azulgrana non spaventano Balint, il quale realizza il miglior rigore della serie spiazzando nettamente Urruti ed ora, se la gara non vuole che finisca qui, Marcos Alonso deve superare quel “muro vivente” chiamato Ducadam che gli si para davanti, restandone viceversa ipnotizzato al punto che dal suo piede parte una conclusione debole e centrale che il lungo estremo difensore rumeno non ha alcuna difficoltà a bloccare per il primo trionfo di una formazione dell’Est Europa nella più ambita competizione continentale per Club.

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La parata conclusiva sull’esecuzione di Marcos Alonso – da:eurosport.com

Un trionfo che Ducadam pagherà a caro prezzo chiudendo in pratica qui – a dispetto dei soli 27 anni – la sua carriera per motivi mai completamente accertati, in quanto la versione ufficiale parla di una trombosi ad una mano, anche se insistenti sono le voci di una ritorsione nei suoi confronti da parte del figlio del dittatore Nicolae Ceausescu, Valentin, che lo avrebbe fatto bastonare al punto da rompergli le ossa della mano in quanto rifiutatosi di consegnare la Mercedes regalata dal Real Madrid.

Quale che sia la verità, il fatto stesso che al portiere di una squadra straniera la Dirigenza madridista si sia sentita in dovere di fare un tale omaggio, la dice lunga su quanta e quale fosse la rivalità tra queste due Società, con il Barcellona a dover attendere altre 6 stagioni e l’avvento dell’era Cruijff sulla propria panchina per sfatare finalmente il tabù, facendo sua l’ultima edizione della Coppa dei Campioni (prima che assumesse l’odierna denominazione di Champions League …) grazie al successo ai supplementari per 1-0 a Wembley contro la Sampdoria …

Ah, dimenticavo, in quella primavera del 1986, il Real Madrid conquista anche, per il secondo anno consecutivo, la Coppa UEFA, a conclusione di un’annata non proprio felice per il popolo catalano …

 

L’AMBURGO E LA RIMONTA FOLLE CON IL REAL MADRID NELLA SEMIFINALE DI COPPA DEI CAMPIONI 1980

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Kaltz in azione – da soccernostalgia.blogspot.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Al termine di una delle partite più belle di sempre nella storia della Coppa Campioni, l’Amburgo annichilisce il Real Madrid, ribalta lo 0-2 dell’andata firmato da una doppietta di Santillana nel secondo tempo e si qualifica per la finale del 1980. La squadra tedesca domina l’incontro dall’inizio alla fine, e quando accelera affonda nell’impresentabile difesa spagnola come una lama nel burro. Per emozioni, facilità nell’andare in porta e numero di occasioni sembra di assistere a una partita del ventennio 1950-1970, quando il talento individuale dominava su concetti come fisicità, tatticismo e collettivismo che presero piede in modo maggiore negli Anni ’70. Trascinato dalla forza straripante di Manfred Kaltz, che sulla fascia destra fa quel che vuole, e dalla potenza devastante in attacco del gigantesco Horst Hrubesch, e pur con la sua stella Kevin Keegan non al massimo della condizione fisica, l’Amburgo dopo soli 19 minuti di gioco ha già recuperato il doppio svantaggio, per poi allungare in chiusura di tempo dopo la provvisoria ed illusoria rete dell’1-2 firmata da Cunningham, “colored” (all’epoca si chiamavano così) inglese in forza alla squadra madrilista. Nel secondo tempo gli iberici provano a rientrare in corsa ma infine si arrendono di cinquina, fallendo l’appuntamento con una finale da giocarsi in casa allo Stadio Santiago Bernabeu, sfida a cui accedono invece i tedeschi, che verranno poi battuti di misura dal Nottingham Forest di Brian Clough che con una rete decisiva di Robertson bisseranno il successo dell’anno precedente.

Amburgo: Kargus – Jakobs, Buljian, Nogly – Kaltz, Memering, Magath, Hidien – Keegan, Hrubesch, Reimann. All: Zebec.
Real Madrid: Remon (pt 30′ Gonzales) – Garcia, Pirri, Benito, Camacho – De Los Santos, Stielike, Del Bosque – Juanito (st 43′ Roberto), Santillana, Cunningham. All: Boskov.

Primo tempo
2′ Amburgo subito in avanti. Percussione di Kaltz a destra, tiro-cross basso, Remon respinge di piede, contro-cross di Jakobs, Hrubesch segna in spaccata. L’arbitro però annulla per un fuorigioco dell’attaccante tedesco.
5′ Keegan sfugge alla guardia di Garcia a destra, cross basso in area, Hrubesch calcia di prima intenzione: palla alta di pochissimo. Tedeschi scatenati in questo avvio.
6′ ancora Keegan con un cross da destra, girata in area di Hrubesch, Remon riesce a deviare in modo abbastanza fortunoso.
9′ punizione di Memering da sinistra, palla in area, colpo di testa di Jakobs da ottima posizione: fuori. Il Real Madrid fatica a entrare in partita.
12′ GOL AMBURGO: Fallo durissimo di Garcia su Keegan in area. Rigore ineccepibile: sul dischetto si presenta Kaltz, tiro forte e centrale che spiazza Remon.
14′ errore incredibile di Bulijan, che perde palla sul passaggio di Kargus, ne approfitta Santillana, ma Kargus non si fa sorprendere dal tiro a mezza altezza dell’attaccante spagnolo.
16′ progressione di Kaltz che salta due uomini, entra in area e cade, forse toccato al momento del tiro. L’arbitro lascia correre, ma le immagini poi lasciano spazio a pochi dubbi: era ancora rigore.
17′ cross di Keegan da sinistra deviato da Benito, la palla colpisce la traversa, Reimann si tuffa di testa e colpisce a botta sicura, Remon si ritrova miracolosamente il pallone tra le braccia. Il Real non è in campo: rischia di subire gol tutte le volte che l’Amburgo spinge.
19′ GOL AMBURGO: Reimann da destra pesca in area Hrubesch, l’attaccante tedesco incorna di testa e realizza. I tedeschi stanno giocando a un ritmo impressionante.
21′ Santillana di testa prova a scuotere il Real, ma Kargus c’è.
25′ finalmente ecco il Real Madrid: staffilata da lontanissimo di Cunningham, traversa piena; sulla respinta ci prova Juanito, Kargus devia.
30′ infortunio per il portiere spagnolo Remon, sostituito da Gonzales.
31′ GOL REAL MADRID: Traversone dalla trequarti sinistra di Camacho, Kargus esce a vuoto, palombella morbida di Cunningham e palla in fondo al sacco.
32′ i tedeschi si rigettano in avanti: hanno bisogno di segnare due gol per passare. Punizione di Magath, colpo di testa di Hrubesch, Gonzales blocca.
35′ Juanito innesca Cunningham che segna, ma l’arbitro aveva già fermato l’azione per fuorigioco.
41′ GOL AMBURGO: Hidien converge da sinistra, tiro respinto, palla a Kaltz sul fronte destro, missile terra-aria, la palla si infila nell’angolo opposto non dando scampo a Gonzales.
42′ il Real Madrid non ci sta: conclusione violenta di Stielike dal limite dopo un corner, Kargus abbranca in due tempi.
44′ corner da sinistra di Reimann, testa di Hrubesch, grande deviazione di Gonzales che toglie la palla da sotto la traversa con un prodigioso colpo di reni, la palla rimane in campo e si accende una mischia furibonda nell’area piccola spagnola, tentativo di Keegan sul fondo.
45′ Ancora Hrubesch da fuori, para a terra Gonzales.
49′ GOL AMBURGO: Keegan apre a sinistra per Memering, cross e colpo di testa vincente di Hrubesch, che brucia i due centrali del Real, ancora una volta imballatissimi. Si chiude un primo tempo pazzesco, uno spot per il calcio.

Secondo tempo
1′ subito Real pericoloso con Juanito, tiro rasoterra dal limite, Kargus si allunga e devia in corner.
4′ fallo su Memering quasi al limite: punizione angolata di Keegan, Gonzales si getta sulla sua destra e tocca in corner. Dalla bandierina batte Reimann, testa di Jakobs e palla sulla parte alta della traversa.
11′ lungo triangolo Magath-Kaltz-Magath, staffilata di quest’ultimo dal limite, palla fuori di un metro.
15′ scambio Juanito-Pirri-Juanito, che entra in area sul lato destro e calcia in porta, Kargus respinge.
23′ Reimann per Hrubesch, che resiste a una carica e calcia sull’uscita di Gonzales, il portiere spagnolo riesce a bloccare.
24′ cross da destra di Memering, un difensore del Real anticipa Reimann, ma la palla giunge a Hrubesch all’altezza del dischetto, tiro violento in corsa: alto. Altra grande occasione per l’Amburgo.
31′ Kaltz supera Santillana sulla destra ed entra in area, il giocatore spagnolo lo strattona da dietro e lo fa cadere. Il rigore pare evidente, ma l’arbitro incredibilmente ammonisce Kaltz per simulazione.
35′ lungo rilancio della difesa tedesca, Keegan scatta in posizione regolare e si invola verso la porta, ma il suo tiro d’esterno sul primo palo termina sul fondo.
37′ fallo su Keegan al limite: punizione bassa di Memering, Gonzales neutralizza in due tempi. Il Real Madrid sembra oramai uscito mentalmente dalla partita, l’Amburgo ha in pugno la qualificazione.
39′ espulso Del Bosque per un pugno sulla testa di Keegan: decisione ineccepibile, Real in dieci.
45′ GOL AMBURGO: Contropiede dei tedeschi, da Hidien a Hrubesch, palla in mezzo all’area a Memering, che tutto solo non ha problemi a freddare Gonzales.

LE PAGELLE DELL’AMBURGO
IL MIGLIORE KALTZ 8: padrone assoluto della fascia destra: spinge, arretra e riparte a una velocità impressionante. Puntuale nei cross, efficace nei dribbling, sempre propositivo nel dialogare con i compagni. Impreziosisce una prestazione da ricordare con una doppietta d’autore, trasformando il rigore con freddezza e infilando una cannonata dal limite.
Hrubesch 8: con più puntualità sottoporta avrebbe potuto segnare un poker, forse un pokerissimo. Svolge un lavoro impressionante in prima linea, cogliendo sempre impreparata la difesa del Real e mettendo due sigilli fondamentali per il trionfo anseatico. Suo anche l’assist per il 5-1 di Memering.
Magath 7: motore e cervello dell’Amburgo, dirige il traffico con abile maestria e gioca sempre al servizio della squadra.
Keegan 7: va a sprazzi e manca un gol non da lui, però è un rebus per la difesa spagnola. Si procura il rigore e avvia l’azione del quarto gol.
Jakobs 7: colosso difensivo, insuperabile di testa, bravo anche a farsi vedere in avanti con buona continuità.

LE PAGELLE DEL REAL MADRID
IL MIGLIORE CUNNINGHAM 6,5: gioca un ottimo primo tempo, segnando un gol di pregevole fattura e colpendo una traversa con una sassata inaudita. Di fatto, sono sue le insidie maggiori che il Real porta all’Amburgo. Nella ripresa cala decisamente.
Juanito 6: uno dei pochi a salvarsi, uno degli ultimi a mollare, probabilmente il più apprezzabile degli spagnoli come spirito di sacrificio e impegno.
Santillana 4,5: all’andata era stato l’uomo decisivo. Al ritorno è un pianto: non vede biglia in avanti e rischia di provocare un rigore per un fallo sull’imprendibile Kaltz.
Benito 4: emblema di una difesa spagnola che concede autostrade su autostrade agli attaccanti tedeschi. Seppellito.
Del Bosque 3: il pugno sulla testa di Keegan è l’amarissima ciliegina finale su una prestazione da dimenticare, perennemente e completamente fuori dal gioco.

MILAN-BARCELLONA 1994 E LO SCACCO MATTO DI CAPELLO A CRUIJFF

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articolo di Giovanni Manenti

Allorché a fine Campionato 1991 il tecnico rossonero Arrigo Sacchi si presenta nella sede di via Turati per imporre il celebre aut aut “via lui o via io …!!”, riferendosi nientemeno che a Marco van Basten, con il risultato di ottenere il più cordiale dei “prego, si accomodi …”, una qual certa perplessità suscita nell’ambiente calcistico nostra la decisione della Dirigenza del Milan di affidare la panchina a Fabio Capello.

Già tecnico della Primavera – con cui aveva vinto la Coppa Italia di categoria nel 1985 per poi essere chiamato a rilevare Nils Liedholm alla guida della prima squadra nelle ultime sei giornate della successiva stagione, conclusa con il successo sulla Sampdoria nello spareggio per un posto in Coppa Uefa – Capello si era difatti ritagliato, negli anni successivi, un ruolo dirigenziale nell’ambito della Polisportiva Mediolanum ideata dal Presidente Berlusconi, e questo suo improvviso ritorno sulla scena calcistica in qualità di allenatore aveva colto di sorpresa gli addetti ai lavori.

Mai scelta, peraltro, si rivela più azzeccata, visto che al tecnico giuliano viene consegnata una “corrazzata” a cui serve solo essere lasciata quella libertà che la visione maniacale ed ossessiva del “Vate di Fusignano” aveva imprigionato nella rigidità dei suoi schemi, ancorché avessero arricchito la sala trofei rossoneri di ben sei Coppe Internazionali nell’arco di due sole stagioni.

Con il vantaggio di non dover competere in Europa a causa della squalifica per i noti “fatti di Marsiglia”, Capello impiega ben poco a trasformare il Milan nella “Squadra degli invincibili”, concludendo imbattuto il suo primo torneo da Tecnico e con il “vituperato” van Basten a disputare forse la sua migliore stagione in rossonero, coronata con il titolo di Capocannoniere a quota 25 reti.

Lasciata la Juventus – riaffidatasi a Giovanni Trapattoni – ad 8 lunghezze (56 a 48, si era ancora nell’epoca dei due punti a vittoria) di distanza, in casa rossonera si studia il modo di tornare sul tetto d’Europa rinforzando, forse anche in maniera eccessiva, una rosa già altamente competitiva.

Lasciato intatto l’unico reparto che si muove come un orologio, vale a dire la difesa, vengono rinforzati sia il centrocampo con l’innesto di Eranio dal Genoa, il rientro del croato Boban dal prestito al Bari, l’acquisto di De Napoli dalla formazione partenopea e l’ingaggio che molto fa discutere del giovane talento granata Gianluigi Lentini dal Torino, mentre in attacco vengono affiancati alla coppia van Basten-Massaro il fantasista montenegrino Dejan Savicevic, proveniente dalla Stella Rossa Belgrado, ed il centravanti dell’Olympique Marsiglia Jean-Pierre Papin, da cinque stagioni consecutive leader della Classifica dei Marcatori del Campionato francese.

Un insulto alla miseria”, verrebbe correttamente da dire, anche per il “parco stranieri” che viene elevato a sei (gli altri tre, per quanto ovvio, formano il “trio tulipano” costituito da Rijkaard, Gullit e van Basten) quando al massimo ne possono essere schierati non più di tre, sia in Campionato che in Coppa dei Campioni, che proprio dall’edizione 1992-’93 assume l’odierna denominazione di Champions League.

Non è facile ruotare una rosa di così elevata qualità, ma Capello dimostra le sue elevate qualità di sapiente gestore di uomini ed il Milan non sembra assolutamente risentirne, anzi tutt’altro, visto che sino a dicembre la macchina rossonera assume più le sembianze di un Caterpillar che schiaccia e travolge tutto ciò che gli si presenta di fronte, sia sul fronte nazionale che estero.

Con un van Basten che prosegue sull’onda delle magie della stagione precedente (con già 12 reti messe a segno nelle prime 9 giornate di Campionato ed altre 6 in Champions …) i rossoneri danno spettacolo su ogni campo – rocambolesco 5-4 a Pescara dopo essere stati sotto 2-4, con tripletta vincente dell’olandese, 7-3 a Firenze contro i viola, 5-3 a San Siro sulla Lazio e 5-1 al San Paolo sul Napoli con poker del “cigno di Utrecht” – ecco che, all’improvviso, una tegola pesante quanto un macigno si abbatte sul Milan.

Dopo aver, difatti, deliziato la platea di San Siro mettendo a segno tutte e quattro le reti che consentono al Milan di superare l’ostacolo Goteborg nella gara d’esordio della Fase a gironi di Champions League ed a lui, personalmente, di vedersi assegnare il terzo “Ballon d’Or” della sua strepitosa carriera, Marco van Basten si arrende al dolore lancinante che gli provoca la sua caviglia, non rientrando in campo dopo l’intervallo di Milan-Ancona, disputata il 13 dicembre ’92 allo Stadio “Giuseppe Meazza”.CALCIO

Con il suo cannoniere principe fuori dai giochi, Capello corre ai ripari modificando l’assetto tattico e proponendo un Milan più coperto e prudente, così che dalla squadra tritasassi che si proponeva per segnare una rete in più degli avversari, si passa ad una formazione accorta che pensa a subire una rete in meno degli avversari, atteggiamento che paga, specie in campo europeo.

Dopo la vittoria per 2-1 sul campo del PSV Eindhoven nella settimana che precede il forfait dell’olandese, difatti, il Milan regola il Porto con due 1-0, stesso risultato con cui espugna Goteborg, per poi toccare all’attaccante di scorta Marco Simone trovare la sua serata di gloria con la doppietta rifilata al PSV Eindhoven al ritorno, per un Milan che approda trionfalmente alla Finale di Monaco di Baviera avendo infilato 10 vittorie su altrettante gare disputate e con una sola rete al passivo, avversaria proprio l’Olympique Marsiglia da cui era stato acquistato quel Papin che si rivela acquisto quanto mai utile vista la forzata assenza dell’olandese.

Questo maggior dispendio di energie viene in parte pagato in Campionato, dove, dopo aver chiuso l’andata ancora imbattuto a quota 31 punti (ed 8 di vantaggio sui cugini dell’Inter …), il Milan vede posta fine alla sua striscia di imbattibilità durata ben 58 partite, con la sconfitta per 0-1 (rete di Asprilla al 58’) contro il Parma a San Siro, respingendo il tentativo di rimonta dei nerazzurri con il pari in rimonta nel derby del 10 aprile ’93 (rete di Gullit a 7’ dal termine) e quindi confermare il titolo con 4 punti di vantaggio (50 a 46) sull’Inter affidata ad Osvaldo Bagnoli.

Scudetto che giunge matematicamente alla penultima giornata, dopo che al mercoledì il Milan era sceso in campo all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, in una serata in cui Capello deve fare una delle scelte più difficili della sua carriera.

Il 25 aprile, infatti, nel match esterno di Udine, era riapparso in squadra, subentrando al 52’ a Savicevic, Marco van Basten reduce dall’intervento chirurgico alla caviglia, per poi, la giornata successiva, segnare ad Ancona una delle tre reti del successo del Milan per 3-1, nonché l’ultima delle 125 complessive realizzate nelle sue sei stagioni in maglia rossonera.

Tenuto successivamente a riposo in vista della Finale di Coppa, ma con ancora dubbi sulle sue reali condizioni di forma, alla vigilia Capello è indeciso se rischiarlo o meno, avendo l’alternativa Papin a disposizione, ma non se la sente di rinunciare al talento dell’olandese, portandosi comunque l’attaccante francese in panchina per ogni evenienza, scelta che comporta – per il limite dei tre stranieri – l’esclusione di Gullit, confinato in tribuna.

Un cammino strepitoso ed ineguagliato prima di una Finale europea (10 partite ed altrettante vittorie, 23 reti realizzate e solo una subita …!!) si infrange sul colpo di testa di Boli al 43’ del primo tempo che consegna la Coppa ai francesi e segna la fine dell’era olandese al Milan, con Rijkaard a tornare all’Ajax e Gullit ad accasarsi alla Sampdoria.

Da buon pragmatico, il tecnico bisiaco sa di non poter essere in grado di riproporre il gioco spumeggiante di “ante infortunio van Basten” e va quindi sul sicuro, vale a dire la piena affidabilità che gli fornisce il reparto difensivo, imperniato sui “Quattro Moschettieri” Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini, cui è stato affiancato come rinforzo il promettente 20enne Christian Panucci, prelevato dal Genoa, grazie al quale il portiere Sebastiano Rossi conquista il record di imbattibilità di 929’, restato ineguagliato per 22 stagioni prima che a superarlo giungesse nel 2016 Gigi Buffon portandolo a 974 minuti.

Sul fronte stranieri, per rimpiazzare Rijkard Capello chiede ed ottiene l’acquisto del francese Marcel Desailly, meno tecnico dell’olandese, ma più potente, da utilizzare quale frangiflutti davanti alla difesa, mentre in attacco escogita una formula del tutto nuova per la filosofia di calcio rossonera, vale a dire l’invenzione di Boban nel ruolo di centravanti arretrato (o “falso nueve” come piace chiamarlo al giorno d’oggi, secondo l’accezione spagnola …), con Donadoni e Savicevic ad inventare sulle fasce e Massaro unico terminale offensivo.

In Campionato, pertanto, fioccano gli “1-0, goal di Massaro”, che diventano l’etichetta della stagione del Milan, il quale perde un record impressionante di imbattibilità esterna durato due Campionati consecutivi e 38 gare complessive, venendo sconfitto per 2-3 a fine ottobre ’93 dalla Sampdoria a Marassi dopo aver chiuso il primo tempo in vantaggio per 2-0 e subito nella ripresa la “vendetta” dell’ex Gullit, autore della rete del definitivo sorpasso, ma il terzo Scudetto consecutivo non è mai in discussione, certificato dal successo per 2-1 nel derby di ritorno alla 28.ma giornata, deciso dal solito Massaro all’89’, per effetto del quale i rossoneri possono vantare un vantaggio di 9 punti (46 a 37) sulla coppia formata da Juventus e Sampdoria e dedicarsi quindi all’obiettivo principale, vale a dire riscattare la beffa subita in Champions League l’anno prima.

Con una formula leggermente variata, che prevede una “mini semifinale”, in quanto le vincenti dei Gironi della seconda Fase sono chiamate a disputare una gara di sola andata sul proprio campo contro la seconda dell’altro Gruppo – trovata talmente astrusa che difatti nasce e muore con tale edizione – e l’assenza dei Campioni in carica del Marsiglia, travolti dallo scandalo di partite comprate che porta sul banco degli accusati il discusso Presidente Bernard Tapie, il Milan si qualifica per la Fase a Gironi dopo aver eliminato gli svizzeri dell’Aarau (1-0 esterno, rete di Papin e 0-0 a San Siro) ed i danesi del Copenaghen, con un comodo 6-0 in Scandinavia, replicato dall’1-0 al Meazza, così da presentarsi con ancora la difesa imbattuta alla fase decisiva del torneo.

Inseriti nel Gruppo B assieme ai Campioni portoghesi del Porto, ai tedeschi del Werder Brema ed ai belgi dell’Anderlecht, i rossoneri fanno capire sin dalle prime uscite che per i propri tifosi ci sarà da soffrire vista l’anemia del proprio attacco, con l’unico guizzo costituito dal successo interno per 3-0 sul Porto, nel mentre si concludono con altrettanti 0-0 le sfide con l’Anderlecht ed è Savicevic a salvare il Milan nei due incontri contro la formazione tedesca, mettendo a segno al 68’ a San Siro la rete del definitivo 2-1, per poi siglare l’ancor più importante punto dell’1-1 al “Weserstadion” a soli 16’ dal termine, in una gara in cui si erge a baluardo estremo Sebastiano Rossi, le cui reti subite dal Werder saranno le uniche di tutta la manifestazione.

Trovatosi all’ultima giornata in testa alla Classifica con 7 punti ed una sola lunghezza di vantaggio sul Porto, ma con la prospettiva di recarsi nella città lusitana per evitare di essere scavalcato e quindi costretto a confrontarsi con il Barcellona in una per nulla agevole semifinale secca al Camp Nou, il Milan regge all’urto dei portoghesi ed il terzo 0-0 su sei gare disputate certifica il primo posto ed il diritto a disputare la semifinale a San Siro contro i francesi del Monaco, giunti alle spalle degli azulgrana nell’altro Girone.

Che Milan e Barcellona siano le favorite d’obbligo – non tanto per il fatto di giocare la gara in casa, ma per l’indiscussa superiorità tecnica e di esperienza rispetto alle avversarie – è pressoché scontato, e difatti, i due 3-0 con cui rossoneri ed catalani regolano rispettivamente Monaco e Porto parrebbe non lasciar dubbi in proposito, se non che la gara del Meazza lascia strascichi di non poco conto.

Accade difatti che, dopo che il Milan si era portato in vantaggio con un perentorio stacco di testa di Desailly su azione di calcio d’angolo dopo appena 14’, in due minuti verso la fine del primo tempo cali il gelo più assoluto sullo Stadio di San Siro, in quanto al 38’ l’arbitro tedesco Bernd Heynemann sanziona con il giallo un intervento di Capitan Baresi che, diffidato, si vede costretto a saltare la Finale di Atene, cui 2’ dopo si somma l’espulsione diretta comminata a Costacurta, il che, oltre a privare i rossoneri della loro coppia centrale difensiva in caso di approdo all’atto conclusivo, crea anche legittima preoccupazione per l’esito della gara in corso.

Nubi, queste ultime, fortunatamente spazzate via da un siluro di Albertini su punizione ad inizio ripresa che va ad infilarsi nell’angolo alto alla sinistra dell’estremo difensore francese Ettori, per poi calare il tris con un potente diagonale di Massaro al 65’, ma già negli spogliatoi Capello deve iniziare a pensare su come organizzare la difesa contro un’avversaria che si presenta con una coppia d’attacco mica da ridere, formata dal brasiliano Romario (colui che, l’anno prima, era stato l’unico a battere Rossi con la maglia del PSV Eindhoven prima della Finale di Monaco di baviera …) e dal bulgaro Stoichkov.

Barcellona che, oltretutto, si presenta ad Atene forte di ben quattro Liga spagnole consecutive vinte e con in panchina il suo ex giocatore Johan Cruijff che è riuscito, in qualità di tecnico, a portare la sua filosofia di calcio al Club catalano, consentendo agli azulgrana di conquistare la prima Coppa dei Campioni della loro Storia superando per 1-0 a Wembley la Sampdoria nel ’92.

E’ pertanto un Cruiff spavaldo, quello che si presenta alla conferenza stampa pre-partita, predicando la bontà del suo modo di intendere calcio – la stagione appena conclusa ha visto il Barcellona mettere a segno 91 reti (30 Romario, Capocannoniere, 16 Stoichkov ed 11 Koeman) – rispetto all’atteggiamento tattico ultra difensivo messo in atto da Capello, sicuro che il campo dimostrerà a chiare note quanto da lui asserito, dichiarazioni che, con ogni probabilità, trovano il conforto anche nella forzata assenza della coppia centrale difensiva rossonera, nonché della Nazionale azzurra in procinto di volare negli Stati Uniti per i Mondiali di Usa ’94.

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Per Capello, che ha altri problemi di formazione da risolvere più che stare ad ascoltare le “sentenze” di Cruijff, la soluzione è pressoché obbligata, poiché gli viene meno anche l’ipotesi di arretrare Desailly al centro della difesa, in quanto deve rinunciare pure ad Eranio, il quale ha subito la rottura del tendine d’Achille – infortunio che preclude al centrocampista la selezione per i Mondiali – ragion per cui deve affidarsi all’esperienza e forza di volontà di Filippo Galli (solo 8 presenze per lui in Campionato, di cui appena 5 da titolare), formando la coppia di terzini con Tassotti a destra e Panucci a sinistra e spostando Maldini nell’inusuale ruolo di difensore centrale.

Sul fronte opposto, Cruijff non ha di questi problemi, schierando davanti a Zubizarreta il quartetto difensivo formato da Ferrer, Nadal, Ronald Koeman (il “giustiziere” della Samp due anni prima …) e Sergi, cui unisce il quadrilatero di centrocampo con Guardiola, Amor, Bakero e Beguiristain ad alimentare le due “bocche da fuoco” Stoichkov e Romario.

Tocca all’arbitro inglese Philip Don dare il calcio d’inizio, la sera del 18 maggio ’94 allo Stadio “Spiros Luis” di Atene, ad una delle più entusiasmanti esibizione di una formazione italiana nella Storia delle Finali di Coppa dei Campioni/Champions League, con il Barcellona imbrigliato a centrocampo, dove giganteggiano Albertini, Boban e Desailly, affidando all’estro di Donadoni e Savicevic il compito di innescare il terminale offensivo Massaro.

E, con l’attacco azulgrana incapace di far male alla retroguardia rossonera, in cui Filippo Galli dà un’ulteriore dimostrazione di cosa potrebbe essere stata la sua carriera qualora non fosse stata condizionata dai ripetuti infortuni, tanto che Rossi, contrariamente alle previsioni della vigilia, trascorrerà una serata di ordinaria amministrazione, i rossoneri prendono fiducia man mano che trascorrono i minuti e lo svariare sulle due fasce di Donadoni e Savicevic disorienta la statica retroguardia catalana, così che non vi è da sorprendersi se, alla metà esatta della prima frazione di gioco, il montenegrino si beve con irrisoria facilità Nadal con un tocco a seguire di esterno sinistro, penetra in area sulla destra resistendo al contrasto di Guardiole che lo sbilancia e, da terra, colpisce il pallone per quello che non si sa se voler essere un tiro od un assist, fatto sta che la palla perviene sul palo opposto per il più comodo dei tocchi nella porta sguarnita da parte dell’immancabile Massaro, 1-0 e Cruijff con lo sguardo perso nel vuoto.

Manovra rossonera che trova la propria sublimazione in chiusura di primo tempo, coi giocatori di Capello che operano una fitta serie di passaggi senza far veder palla agli avversari, sino a che la stessa non perviene a Donadoni appostato sulla fascia sinistra, il quale lascia sul posto con una fina Ferrer, penetra in area e, dalla line a di fondo, serve un perfetto assist a rientrare per il sinistro di Massaro che non lascia scampo a Zubizarreta per il punto del 2-0 con cui le due squadre vanno al riposo, mentre le telecamere, impietose, immortalano l’espressione attonita di Cruijff e del suo vice Rexach che non sanno più a che Santo votarsi.

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Nell’intervallo, ci si interroga in tribuna su quali contromosse il tecnico olandese starà studiando per sovvertire l’esito della contesa, e quali che siano le stesse, i suoi giocatori non hanno certo il tempo di metterle in pratica, poiché al rientro in campo il Milan mette a segno un micidiale uno-due che manda il Barcellona al tappeto.

Accade, infatti, che non sono ancora trascorsi due giri di lancette dall’inizio del secondo tempo che il “Genio” Savicevic approfitta della confusione totale in cui versa Nadal (per completezza di cronaca, zio del fuoriclasse spagnolo Rafa Nadal, tennista di livello assoluto …), per soffiargli un pallone sulla linea del fallo laterale, per poi inventarsi letteralmente, appena da fuori area, spostato sulla destra, un diabolico pallonetto di sinistro, data l’assenza di compagni in area da servire, che va ad infilarsi nell’angolo alto alla destra di un Zubizarreta che scarica sulla palla terminata in rete, nonché sul compagno di reparto, tutta la sua rabbia ed impotenza.

Con un vantaggio di tre reti – e Capello, impassibile in panchina, mani in tasca e testa alta mentre tutti gli altri vicino a se festeggiano, a godersi nel suo intimo il sapore della rivincita – il resto della gara si rivela poco più che una passeggiata per i rossoneri, i quali calano il poker poco prima dell’ora di gioco allorché ancora Savicevic, lanciato da Albertini, si presenta davanti a Zubizarreta solo per vedere la sua conclusione respinta da palo, ma i catalani sono oramai talmente frastornati che non riescono a completare il disimpegno, così che consentono a Desailly di impadronirsi della sfera sulla tre quarti offensiva, chiedere l’uno-due ad Albertini che gli restituisce palla per poter anch’esso iscriversi nel tabellino dei marcatori con una conclusione ad effetto di interno destro sul quale l’estremo difensore azulgrana nulla può, 4-0 ed ultima mezz’ora da trascorrere in attesa solo del fischio finale del direttore di gara.

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Ed, al termine, tocca a Tassotti, in veste di Capitano per l’occasione data l’assenza di Franco Baresi, alzare al cielo la “Coppa dalle grandi Orecchie” che per la quinta volta vede il Milan iscritto nel relativo Albo d’Oro, mentre per Capello è altresì l’occasione di prendersi un’ulteriore rivincita su Cruijff a 21 anni di distanza da quando si erano già incontrati, in qualità di giocatori, in una Finale di Coppa dei Campioni, Ajax-Juventus ’73 a Belgrado ed allora ebbero la meglio per 1-0 gli olandesi.

 

REAL MADRID-JUVENTUS 1962, QUANDO SIVORI GELO’ IL SANTIAGO BERNABEU

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Come la sfida è raccontata dal quotidiano sportivo torinese – da tuttosport.com

articolo di Giovanni Manenti

Da quando, 25 anni fa, la più importante Manifestazione europea per squadre di Club ha assunto l’odierna denominazione di “Champions League”, dall’urna di Nyon l’abbinamento tra due grandi quali Juventus e Real Madrid è divenuto un classico – al pari di Milan-Barcellona, per rimanere nell’ambito del confronto italo-spagnolo – passando dalla sfida nei Quarti dell’Edizione ’96, poi vinta dai bianconeri, alla Finale di Amsterdam del ’98 appannaggio dei “Blancos”.

Nel nuovo millennio, poi, gli incroci si sono fatti ancor più frequenti, con la Juventus ad eliminare gli spagnoli nella Semifinale del 2003, così come negli ottavi del 2005, infliggendo loro una doppia sconfitta (1-0 e 2-0 al Bernabeu) nel Girone eliminatorio dell’Edizione 2009, con le “merengues” a prendersi la rivincita nel ’14, con il 2-1 casalingo ed il 2-2 esterno che elimina i bianconeri, giunti terzi nel Girone eliminatorio, dalla competizione poi vinta dai madrileni, i quali tornano a confrontarsi con la “Vecchia Signora” l’anno seguente, solo per esserne eliminati in Semifinale (2-1 ed 1-1), sino alla Finale della scorsa stagione, in cui la compagine allenata dall’ex bianconero Zidane si porta a casa “la Coppa dalle grandi orecchie” per la 12.ma volta, con un netto 4-1 che non consente repliche.

Non sono in molti a sapere, anche per logiche questioni anagrafiche, che la sfida tra le due “nobili di Italia e Spagna” ha avuto un solo precedente, risalente all’epoca della “vecchiaCoppa dei Campioni e, più precisamente nel febbraio 1962, allorché si disputava la settima edizione di tale prestigiosa manifestazione.

Torneo che, negli anni precedenti, aveva visto un ben diverso comportamento da parte delle due formazioni, in quanto, come arcinoto, il Real Madrid, infarcito di fuoriclasse, specie in attacco, quali Kopa, Di Stefano, Puskas e Gento, aveva vinto le prime cinque Finali consecutive, abdicando nel 1961 di fronte ai “rivali storici” del Barcellona (2-2 a Madrid, 1-2 in Catalogna) negli Ottavi di Finale, ed era ora ben deciso a riprendersi lo scettro, passato nelle mani del Benfica, che aveva sconfitto 3-2 in Finale proprio gli azulgrana.

Che, viceversa, tale competizione non fosse granché congeniale alla Juventus, lo si era intuito sin dalle sue prime partecipazioni, in cui non si poteva comprendere come una squadra che faceva sfracelli in Italia, con un attacco in cui brillavano stelle del calibro di Boniperti, Charles e Sivori, fosse capace di farsi eliminare al primo turno nell’edizione ’59 subendo un rovescio di 0-7 (!!) a Vienna al ritorno del primo turno dopo il successo per 3-1 (tripletta di Sivori) all’andata, così come due anni dopo, era toccato al CDNA (futuro CSKA) Sofia infierire sui bianconeri, piegandoli in Bulgaria con un 4-1 che ribaltava le sorti dello 0-2 del match di andata.

Decisa ad invertire una tale tendenza, la Juventus si presenta ai nastri di partenza dell’Edizione ’62 dovendo però fare a meno di Boniperti, che ha appeso le scarpette al chiodo ad avvenuto compimento dei 33 anni, cui si abbina la forse troppo frettolosa cessione del perno difensivo Cervato alla Spal, nonché la sostituzione dello storico “Capitano” con l’argentino Humberto Rosa, che ha fatto faville nel Padova di Rocco, ma che, per le norme che consentono l’utilizzo al massimo di due stranieri in Campionato, vede il suo impiego limitato dalla presenza in rosa di Charles (peraltro al suo ultimo anno in bianconero …) e Sivori.

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Una formazione bianconera del 1961-’62 – da wikipedia.org

Accade, pertanto, uno stravolgimento nell’andamento stagionale dei bianconeri, ben presto tagliati fuori dalla lotta per lo Scudetto – che andrà appannaggio del Milan di Rocco – che chiuderanno, in virtù di un finale raccapricciante (un solo punto nelle ultime 10 partite …!!), addirittura al 12.mo posto, loro peggior piazzamento nella Storia del Girone unico, migliorando, al contrario, il cammino a livello internazionale.

Il sorteggio del primo turno oppone alla Juventus il sempre temibile Panathinaikos, soprattutto per le insidie che riveste la trasferta in terra ellenica, dalla quale se ne esce con un positivo 1-1 (vantaggio di Mora, pari di Papaemmanouel a metà ripresa), cui segue un sofferto 2-1 interno, dopo che nella prima mezz’ora le reti di Nicolé e Rossano avevano illuso potesse finire in goleada, ma intanto si era sfatata la “maledizione” dell’eliminazione all’esordio.

Rinfrancata nel morale, e con Rosa a poter affiancare in Coppa i “big” Charles e Sivori, il secondo ostacolo costituito dall’ostico Partizan Belgrado viene saltato a piè pari, in virtù del primo successo esterno dei bianconeri nella manifestazione – un 2-1 firmato da Nicolè e dallo stesso Rosa – cui fa seguito un roboante 5-0 al “Comunale” con Mora in evidenza con una doppietta, cui fanno seguito gli acuti di Nicolè, Rosa e Stacchini per una Juventus che, finalmente, riesce ad esprimere al meglio le proprie potenzialità.

Spettacolo al quale, peraltro, assistono poco più di 14mila spettatori, ma ben diverso è il richiamo per i Quarti di Finale, allorché il sorteggio abbina i bianconeri al Real Madrid, occasione unica per vedere all’opera i fuoriclasse in maglia bianca, pur se già un po’ avanti con l’età.

Real che, nei due turni iniziali, aveva fatto fuori i magiari del Vasas (2-0 a Budapest, 3-1 nella Capitale iberica) e massacrato i malcapitati danesi del B 1913 Odense (3-0 esterno e 9-0 al Bernabeu), così da mettere bene in chiaro l’intenzione, peraltro mai nascosta, di tornare sul trono europeo.

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Le squadre all’ingresso in campo a Torino – da dailymotion.com

La gara di andata è fissata per il giorno di San Valentino, mercoledì 14 febbraio 1962, al Comunale di Torino che stavolta, nonostante l’orario pomeridiano, accoglie oltre 66mila spettatori sulle tribune, che non vogliono perdersi un simile avvenimento, con il tecnico Parola in piena emergenza difensiva e che si presenta davanti ai propri tifosi dopo la deludente prestazione in Campionato, una sconfitta per 0-2 a Catania che vede sprofondare la Juventus al settimo posto, a 9 punti dalla vetta.

In più, vi è piena emergenza in difesa, alla quale il tecnico cerca di porre riparo arretrando al centro della retroguardia addirittura Charles, con al debutto la coppia di terzini formata da Castano e Benito Sarti, non proprio il massimo per affrontare Puskas e Di Stefano.

La Juventus però, come nella classica situazione di chi “non ha nulla da perdere”, tiene botta, con il Real che si limita ad uno sterile possesso palla grazie alla miglior tecnica dei propri giocatori, pronto a colpire qualora se ne presenti l’evenienza, cosa che accade a 20’ dal termine, allorché Di Stefano viene pescato da un passaggio filtrante appena entro l’area con le maglie della difesa bianconera per una volta allargate e per la “Saeta Rubia” è un gioco da ragazzi spedire la sfera alle spalle di Anzolin per il punto dell’1-0.

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La rete realizzata da Di Stefano – da gazzetta.it

Punteggio con il quale si conclude la gara, che vede nel finale Sivori protagonista di un episodio negativo, peraltro non inusuale per il focoso argentino, che già alcuni minuti prima aveva avuto un diverbio con Canario dal quale lo aveva diviso il suo “angelo custode” Charles.

Accade, difatti, che dopo un fallo subito da Pachin, quest’ultimo lo avesse provocato a parole, errore imperdonabile quando si ha di fronte il “Cabezon” che, mentre si sta portando in area per seguire gli sviluppi del relativo calcio di punizione, con una ben assestata testata rompe il setto nasale del madrileno, passandola altresì liscia in quanto il Direttore di gara non si accorge dell’accaduto.

Ma, si sa, Sivori è così, nel bene e nel male e, fortunatamente, quella che va in scena una settimana dopo al “Santiago Bernabeu” è un’edizione “extra lusso” del fuoriclasse italo-argentino, in una sfida che lo contrappone all’altro argentino di nascita, poi divenuto spagnolo d’adozione, vale a dire il già ricordato Alfredo Di Stefano, con in palio anche un potenziale vantaggio nella corsa al “Pallone d’Oro” di fine stagione, prestigioso riconoscimento che il centravanti dei “Blancos” ha già ricevuto nel 1957 e nel ’59 e che vede Sivori nelle vesti di detentore, avendo avuto la meglio, nell’edizione ’61, sullo spagnolo Luis Suarez.

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La rete di Sivori – da storiedisport.it

Parola recupera Garzena e Bercellino con cui poter rinforzare la retroguardia, mantenendo però come centrale difensivo un Charles che si dimostrerà come il vero “Hombre del partido” per l’infaticabile apporto che riesce a fornire, sia in fase di non possesso che offensiva, e non è un caso che sia proprio il “Gigante buono” gallese, con un insolito n.4 sulla spalle, a svettare di testa su due difensori spagnoli per appoggiare la palla in favore di Sivori che, indisturbato, batte Araquistain con un secco diagonale di sinistro.

Siamo appena al 38’ ed il punto dell’1-0 gela i 120mila spettatori del Bernabeu, facendo piombare la gara in un silenzio imbarazzante, con i tifosi increduli di come ciò possa essere avvenuto, considerato che nelle precedenti 19 gare di Coppa disputate nel proprio fortino – compresa la Finale del 1957 contro la Fiorentina, giocatasi a Madrid – avevano conquistato 18 vittorie ed un solo pareggio, l’anno precedente nel derby contro il Barcellona, come a dire che nessuna altra squadra al di fuori del suolo iberico ne era mai uscita imbattuta, con altresì un eloquente scarto di 82 reti realizzate contro la miseria di appena 11 subite.

Chissà se sia stata proprio la divisa indossata dai giocatori torinesi – un completo interamente nero – a contribuire a sfatare questa tradizione avversa per le altre formazioni del Vecchio Continente, fatto sta che, nonostante vi sia tutta una ripresa da giocare, il Real Madrid non riesce a rimontare lo svantaggio, rischiando addirittura di subire un raddoppio che avrebbe voluto dire eliminazione del torneo.

All’epoca, in caso di assoluta parità di reti tra andata e ritorno, non erano previsti, come al giorno d’oggi, i tempi supplementari, bensì la disputa di un incontro di spareggio in campo neutro, che va in scena una settimana dopo, il 28 febbraio ’62 a Parigi, dove sono oltre 36mila a darsi convegno sugli spalti per non farsi sfuggire l’occasione di assistere alla sfida.

Quella sera, il futuro capitano bianconero Dino Zoff che ha appena esordito in A con l’Udinese, festeggia il suo 20esimo compleanno, ed è la Juventus a scendere in campo con la tradizionale divisa bianconera, mentre il Real Madrid indossa gli stessi colori blu con i quali aveva espugnato il Comunale di Torino, avendo altresì recuperato Pachin in difesa e Tejada all’ala destra, nel mentre Parola conferma l’undici che una settimana prima si era imposto nella Capitale iberica, compreso Charles in veste di difensore aggiunto.

L’inizio è da incubo, poiché l’orologio non ha ancora compiuto il primo giro di lancette da quando l’arbitro francese Schwinte ha dato il fischio d’inizio alla gara allorché Puskas pesca con un calibrato passaggio il mediano Felo incuneatosi in una difesa bianconera non ancora assestatasi, il quale non ha difficoltà ad anticipare Anzolin in uscita, 0-1 al 1’, da non credere.

Real Madrid 1961-1962
Il Real sceso in campo nello spareggio – da storiedisport.it

La rete subita ha però il potere di scuotere la Juventus, la quale dà il meglio di sé nella prosecuzione della prima frazione di gioco, con un Sivori ispirato a portare lo scompiglio nella difesa madridista e l’esperto uruguaiano Santamaria ha il suo bel daffare per fermarne le incursioni, sino a che tocca all’italoargentino trovare uno spiraglio per penetrare nella difesa avversaria e superare con un tocco morbido Araquistain per il punto del pareggio al 33’, 1-1 e qualificazione ancora tutta da giocare.

Squadre che vanno al riposo sul risultato di parità, grazie anche ad un prodigioso intervento di Anzolin, che proprio in chiusura di tempo dice no ad una conclusione a colpo sicuro di Del Sol (che in estate sarà acquistato proprio dalla Juventus …), ulteriore dimostrazione di come la difesa bianconera, ben orchestrata nel limitare le giocate dei talentuosi Di Stefano, Puskas e Gento, soffra viceversa le incursioni dei centrocampisti, classica lacuna della “difesa ad uomo” vigente all’epoca.

Una situazione di gioco che trova conferma al 20’ della ripresa allorché, dopo che Anzolin aveva ben bloccato a terra una conclusione smorzata di Di Stefano e, sul fronte opposto, un veloce contropiede di Stacchini ne aveva visto il relativo diagonale uscire di poco, è ancora Del Sol a sfruttarne il non perfetto posizionamento, deviando di testa in rete una punizione calciata dalla destra da Puskas, 1-2 e speranze ridotte al lumicino.

Alla ripresa da centrocampo, Puskas sgambetta Sivori, il quale da terra reagisce scalciando il fuoriclasse magiaro, ma l’arbitro decide salomonicamente di non assumere alcuna sanzione, visto anche che i due “numeri 10” si abbracciano come si conviene tra chi parla la stessa lingua calcistica, ed è proprio Sivori ad avere due buone chances per riequilibrare le sorti dell’incontro sprecandole entrambe da buona posizione.

Le speranze di qualificazione per la Juventus subiscono il colpo decisivo allorquando al 71’ Stacchini, infortunato, è costretto a lasciare il campo e recuperare lo svantaggio con un uomo in meno – ed altresì Charles, protagonista la settimana prima in Spagna, oggetto delle attenzioni non certo benevoli da parte dei propri avversari, Santamaria in primis – è impresa a dir poco titanica, tant’è che quasi come logica conseguenza giunge, a 7’ dal termine, la rete di Tejada, colpevolmente lasciato solo al centro dell’area e pescato da un tocco smarcante di Puskas (che, come avrete notato, ha messo lo zampino in tutte e tre le realizzazioni …), il quale non ha alcuna difficoltà a trafiggere Anzolin per la rete del 3-1 che pone fine alla contesa.

La Juventus saluta per la terza volta la manifestazione, ma stavolta a testa alta, con l’orgoglio di aver compiuto la “storica impresa” di essere stata la prima squadra a violare il “Sancta Sanctorum” del Real, un evento che si ripeterà cinque anni dopo, l’1 marzo ’67, allorquando sarà ancora una squadra italiana, la “Grande Inter” del Mago Herrera, ad espugnare il Bernabeu per 2-0 (rete di Cappellini ed autorete di Zoco), avendo altresì avuto il merito di incrinare quell’aurea di invincibilità delle “merengues” che si materializza ancor meglio nella Finale del 1962, in cui una tripletta di Puskas si rivela insufficiente a fermare il Benfica di un giovanissimo Eusebio che si impone per 5-3, per poi dare spazio al ciclo rossonerazzurro del calcio milanese.

Ma questa, come qualcuno è uso dire, è un’altra storia