LA DINAMO TBILISI, GLORIA GEORGIANA VINCITRICE DELLA COPPA DELLE COPPE 1980-’81

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La Dinamo Tbilisi, vincitrice della Coppa delle Coppe ’81 – da pinterest.it

articolo di Giovanni Manenti

La costituzione nel 1922 dell’Unione Sovietica, con 14 repubbliche ad entrare nell’orbita della “Grande Madre” Russia, ha determinato in campo sportivo – sino alla sua dissoluzione nel 1991 e senza entrare nel merito dei risvolti politico-economici che non ci competono – la logica perdita della propria identità etnica da parte di singoli atleti o società, riacquistata solo nell’ultimo decennio del XX secolo.

Ciò ha avuto come conseguenza una duplicità di aspetti, derivanti il primo dalla minor possibilità di accedere alle grandi manifestazioni internazionali, visto che i posti erano assegnati ad un’unica nazione, l’Urss appunto, ma al medesimo tempo per chi riusciva ad indossarne la maglia oppure, nel caso degli sport di squadra, a qualificarsi per un trofeo continentale, significava avere la consapevolezza di poter essere competitivo nel corso del torneo.

Poiché ci occupiamo, nello specifico, di calcio, occorre rilevare come il campionato sovietico, istituito per la prima volta nel 1936, abbia visto affermarsi sino a fine anni ’50 esclusivamente club della capitale, con la Dinamo Mosca (formazione della Polizia) ad aggiudicarsi 9 titoli, seguita dallo Spartak (società del sindacato operaio) con 7 e dai rappresentanti dell’Esercito, ovvero il CSKA, con 5, prima che nel 1960 ad imporsi fosse la Torpedo Mosca, squadra formata dai lavoratori dell’industria automobilistica, mentre la quinta squadra moscovita, ovvero la Lokomotiv – per quanto ovvio, relativa ai ferrovieri – a poter vantare solo un secondo posto nel 1959.

Ad interrompere l’egemonia delle formazioni russe – o, per meglio dire, della capitale, visto che al termine dell’ultimo campionato sovietico, svoltosi nel 1991, l’unica altra società a poter vantare un titolo è lo Zenit San Pietroburgo, affermatosi nel 1984 – provvede nel 1961 la Dinamo Kiev, dell’omonimo capoluogo (oggi capitale) della Repubblica Ucraina, destinata a prendere ben presto il dominio del calcio sovietico, tanto da aggiudicarsi in 30 anni 13 titoli e divenire il più importante serbatoio della Nazionale.

Capirete, pertanto, che per le altre realtà non restino che le briciole, ma nel corso degli anni ’70 riesce a ritagliarsi un significativo spazio nelle gerarchie del calcio sovietico il club del capoluogo della Georgia, ovvero la Dinamo Tbilisi, fondato nel lontano 1925.

Tbilisi è una città che supera il milione di abitanti (circa un terzo dell’intera popolazione della Georgia) ed è il polo industriale del Paese, mentre la Dinamo ne rappresenta l’essenza delle attività agonistiche in quanto Polisportiva, ancorché la sua notorietà sia dovuta pressoché esclusivamente alla sezione calcistica.

Già nell’immediato secondo dopoguerra, la Dinamo Tbilisi inizia a farsi un nome nel panorama calcistico sovietico con ottimi piazzamenti in campionato – terza nel 1950 e seconda nel 1951 e ’53 – prima di divenire la seconda formazione non russa, appunto dopo la Dinamo Kiev, a conquistare il titolo nel 1964.

Impresa ottenuta grazie alla presenza in panchina dell’allenatore Gavril Kacalin – commissario tecnico dell’Unione Sovietica ai Mondiali di Svezia 1958, Cile ’62 ed ancora Messico ’70, oltre ad averla guidata alla conquista del titolo europeo nella prima edizione della rassegna continentale, svoltasi in Francia nel 1960 – e ad una striscia di 15 gare senza sconfitte, che consente alla Dinamo di concludere il torneo a 46 punti, a pari merito con la Torpedo Mosca, così da rendersi necessario uno spareggio.

Sfida che ha luogo il 18 novembre 1964 a Tashkent, in Uzbekistan, e la formazione georgiana si impone con un 4-1 maturato però nei tempi supplementari, dopo che i moscoviti si erano portati in vantaggio con Shcherbakov al 56’ ed erano stati raggiunti da Datunashvili poco prima dell’ultimo quarto d’ora di gioco, per poi toccare allo stesso giocatore rompere l’equilibrio al 2’ del primo tempo supplementare e quindi lasciare spazio alle stelle Mikheil Meskhi (284 presenze e 54 reti con nel club) e Slava Metreveli (52 reti in 237 gare e proveniente proprio dalla Torpedo Mosca) affinché si incaricassero di arrotondare il punteggio.

Quest’affermazione non consente però alla Dinamo di accedere alle coppe europee, in quanto l’Unione Sovietica fa il suo debutto in Coppa dei Campioni solo a far tempo dall’edizione 1966-’67 a cui partecipa la Torpedo, vincitrice del campionato 1965 – vista la disputa del torneo nel periodo marzo-novembre, viene iscritta alla manifestazione la formazione campione l’anno precedente –, così che il debutto europeo della Dinamo deve essere rimandato ad inizio anni ’70 e coincide con la presenza del giocatore di maggior prestigio nella storia del club.

Questi è David Kipiani, nato a Tbilisi il 18 novembre 1951, il quale, dopo un anno in prestito alla Lokomotiv in seconda divisione, ne diviene il perno della manovra a far tempo dal 1971, stagione che vede la Dinamo classificarsi al terzo posto, piazzamento replicato nel torneo successivo, così da poter partecipare alla Coppa Uefa, manifestazione nata sulle ceneri dell’abolita Coppa delle Fiere.

E’, quella, una Dinamo a cui fa già riferimento la Nazionale sovietica, prova ne sia che ai Campionati Mondiali di Messico ’70 – conclusi con la sconfitta per 0-1 ai quarti contro l’Uruguay – ben cinque suoi elementi (Revaz Dzodzuashvili, Murtaz Khurtsilava, Kakhi Asatiani, Givi Nodia e l’oramai 34enne Metreveli) figurano tra i 22 selezionati dal commissario tecnico del primo titolo, con i primi tre inseriti nell’undici titolare.

Il debutto europeo avviene la sera del 13 settembre 1972 davanti a 17mila spettatori che riempiono circa la metà della capienza dello “Stadio Dinamo, avversari gli olandesi del Twente Enschede dei fratelli René e Willy van de Kerkhof, con una doppietta di Nodia a ribaltare l’iniziale vantaggio di Jeuring, prima che sia proprio il 21enne Kipiani a siglare la rete del 3-1 ad un quarto d’ora dal termine.

Purtroppo, la reazione olandese porta a ridurre le distanze ancora con Jeuring ad 8’ dal termine, per poi qualificarsi al turno successivo grazie al 2-0 del ritorno, ma intanto il ghiaccio è rotto e già dalla stagione successiva la Dinamo migliora il proprio percorso, eliminando (4-1 e 0-2) i bulgari dello Slavia Sofia, per poi fornire una prima dimostrazione del proprio potenziale asfaltando (3-0 e 5-1 esterno) gli jugoslavi dell’OFK Belgrado, salvo arrendersi agli ottavi (1-1 ed 1-5) di fronte al Tottenham, per un divario di qualità ed esperienza ancora lungi dall’essere colmato.

Affinché la Dinamo possa tornare ad essere competitiva, cosa che avviene nella seconda metà degli anni ’70, sono necessari tre fattori convergenti, costituiti innanzitutto da una sorta di ricambio generazionale che determina l’addio di Dzodzuashvili e Khurtsilava – rispettivamente con 234 e 293 presenze nel club – al pari di Asatiani, che dà l’addio al calcio dopo aver indossato la maglia della Dinamo in 218 occasioni, mentre Nodia conclude a fine anno 1975 la sua esperienza a Tbilisi con un ricordo di 75 reti nelle 210 gare disputate.

Con Kipiani a fare da punto di riferimento, emergono nuovi talenti quali il difensore, nonché capitano, Aleksandr Chivadze, il centrocampista Vitali Daraselia e gli attaccanti Vladimir Gutsayev e Ramaz Shengelia, tutti destinati a scrivere pagine leggendarie nella storia del club.

Ma non esiste, negli sport di squadra, un ciclo vincente che prescinda da una guida tecnica di prim’ordine, ed in questo caso la scelta quanto mai azzeccata cade sul 38enne Nodar Akhalkatsi, già con un trascorso da giocatore, il quale assume la conduzione della Dinamo Tbilisi nel 1974, per poi vedere i primi risultati del suo lavoro a distanza di due anni.

Ultima, forse meno importante circostanza, la costruzione di un nuovo impianto da gioco, inizialmente denominato per forza di cose Stadio Lenin ma che, alla riottenuta indipendenza, viene intitolato alla memoria di Boris Paichadze, prolifico attaccante capace di mettere a segno ben 111 reti in sole 195 gare di campionato disputate tra il 1936 ed il 1951.

Questo coacervo di novità porta la Dinamo a tornare ai vertici del calcio sovietico, sia con il terzo posto ottenuto nel 1976 che con la conquista della sua prima Coppa dell’Unione Sovietica, la cui finale, disputata il 3 settembre 1976 allo “Stadio Lenin” di Mosca, la vede superare nettamente per 3-0 la formazione armena dell’Ararat Erevan, con Kipiani ad aprire le marcature al 27’, seguito nella ripresa da Kanteladze e Chelebadze, così da poter partecipare alla successiva Coppa delle Coppe.

Ciò consente, il 29 settembre 1976, di inaugurare il nuovo impianto – che ospita in seguito anche le gare della Nazionale della Georgia, sia di calcio che di rugby, il secondo sport di squadra più seguito nel paese – nella gara di ritorno del primo turno contro i gallesi del Cardiff, e a salutare la vittoria per 3-0 (Gutsayev, Kipiani e Kanteladze gli autori delle reti) con cui la Dinamo ribalta lo 0-1 dell’andata si danno convegno ben 100mila spettatori!

L’avventura si interrompe bruscamente al turno successivo, complice un 1-4 casalingo contro gli ungheresi dell’MTK Budapest, ma in campionato la formazione georgiana giunge seconda alle spalle della Dinamo Kiev, così da garantirsi un’ulteriore doppia esperienza in Coppa Uefa dove compie – al primo turno dell’edizione 1977-’78 – l’impresa di eliminare la blasonata Inter in virtù del successo colto per 1-0 a San Siro (con ancora Kipiani a segno) ed il successivo 0-0 casalingo, per poi, dopo aver avuto facilmente la meglio (4-1 e 2-1) dei danesi del KB Copenaghen, arrendersi agli ottavi contro il Grasshoppers Zurigo.

L’edizione successiva vede la Dinamo conquistare un altro scalpo prestigioso, ovvero il Napoli, che cede per 2-0 (Kipiani e Shengelia) il 13 settembre 1978 a Tbilisi davanti a 75mila spettatori, anche se l’avventura in Europa si ferma al turno successivo per due fondamentali motivi, costituiti dalla forza dell’avversaria, vale a dire i tedeschi dell’Hertha Berlino – che si impongono per 2-0 all'”Olympiastadion” per poi limitare i danni (0-1) al ritorno –, e, soprattutto, da un altro ben più importante impegno.

Il 18 ottobre 1978, difatti, data di svolgimento della gara di andata a Berlino, il campionato sovietico ha disputato 26 dei suoi 30 turni di calendario e, a quattro giornate dalla sua conclusione, la Dinamo Tbilisi ha le mani sul titolo, potendo vantare 5 punti di margine (38 a 33) sullo Shaktar Donetzk e 7 sulla Dinamo Kiev, ragion per cui è bene non distrarsi.

Titolo la cui certezza matematica viene certificata lunedì 23 ottobre grazie al largo successo interno per 4-1 sul CSKA Mosca ed alla contemporanea sconfitta dello Shaktar nella capitale moscovita contro il Lokomotiv, con la classifica finale che vede la formazione georgiana concludere con 42 punti e quattro di vantaggio sulla Dinamo Kiev, per quello che resta il suo secondo ed ultimo trionfo nel torneo sovietico.

Stagione in cui fa il suo esordio, acquistato dalla Torpedo Kutaisi, un altro giocatore destinato a fare le fortune del club, ovvero il difensore Tengiz Sulakvelidze, mentre protagonista del titolo in attacco è Shengelia con 15 reti, seguito da Koridze con 8 e Kipiani con 7.

La Dinamo ha così l’opportunità, per l’unica volta nella propria storia, di partecipare all’edizione 1979-80 della Coppa dei Campioni – tornerà a prendere parte nel 1993 ai preliminari della rinnovata Champions League –, e lo fa nel modo più inatteso, visto che al primo turno è sorteggiata nientemeno che con il Liverpool, vincitore del trofeo nel 1977 e ’78.

Prima di tuffarsi nel panorama continentale, la compagine di Akhalkatsi ha comunque agio di aggiudicarsi la sua seconda (ed ultima) Coppa dell’Unione Sovietica, avendo la meglio, nella finale giocata l’11 agosto 1979, della Dinamo Mosca solo al termine di un’interminabile serie di calci di rigore, risolta 5-4 a proprio favore dopo che i primi due turni avevano visto fallire la trasformazione ai quattro giocatori designati, tra cui anche Kipiani.

Ma, tonando alla più prestigiosa delle manifestazioni europee a livello di club, la gara di andata ad “Anfield” fa ben sperare i tifosi georgiani, visto che Chivadze & Co. ne escono con un’onorevole sconfitta per 1-2, potenzialmente recuperabile al ritorno, in programma alle ore 17:00 del 3 ottobre 1979, una data che resta impressa per sempre a caratteri cubitali nella storia della società.

Fonti non ufficiali stimano che siano in 110mila coloro che gremiscono le tribune dello stadio per non perdersi una sfida dal sapore così affascinante, ma l’esperienza inglese fa sì che, al riposo, il risultato sia ancora bloccato sullo 0-0 di partenza, con il Liverpool che poi crolla nella ripresa sotto i colpi di Gutsayev, Shengelia e Chivadze che su rigore suggella un’impresa dalla portata storica.

Poco importa se a vendicare i suoi ex compagni sia, nel turno successivo, l’Amburgo di Kevin Keegan, che si impone sia al “Volkparkstadion” (3-1) che al ritorno per 3-2, con il futuro “Pallone d’Oro” a segno in entrambe le partite, il successo sui “Reds” contribuisce a maturare nei giocatori e nel tecnico il convincimento che la Dinamo se la può giocare ad armi pari anche con le migliori del Vecchio Continente.

Prossimo appuntamento, pertanto, la Coppa delle Coppe 1980-’81 e qui, prima di addentrarci nel racconto di un cammino memorabile, occorre aprire una parentesi su come questa manifestazione sia particolarmente gradita alle formazioni dell’Europa orientale.

Nel prendere, difatti, a riferimento l’esito delle tre principali coppe europee sino al 1991, si ricava che in Coppa dei Campioni solo tre squadre di oltre cortina sono riuscite a giungere all’atto conclusivo, prima fra tutte il Partizan Belgrado nel 1966 (sconfitto 1-2 in finale dal Real Madrid), per poi toccare alla Steaua Bucarest il privilegio di aggiudicarsi il trofeo 20 anni dopo superando ai rigori il Barcellona, impresa replicata nel 1991 dalla Stella Rossa Belgrado (anch’essa affermatasi ai rigori contro l’Olympique Marsiglia), dopo che, due anni prima, i rumeni erano tornati in finale solo per essere annientati 0-4 dal Milan.

E se, nella desueta Coppa delle Fiere – peraltro non riconosciuta ufficialmente dalla Uefa –, a comportarsi onorevolmente erano stati il Ferencvaros (vittorioso nel 1965 e finalista nel ’68) e la Dinamo Zagabria (finalista nel 1963 e vincitrice nel 1968), con l’introduzione della Coppa Uefa a far tempo dall’edizione 1971-’72, nessuna squadra dell’Est Europa ha mai vinto il trofeo in questo arco temporale, con i soli ungheresi del Videoton a giungere all’atto conclusivo nel 1985, per essere poi sconfitti dal Real Madrid.

Tutto il contrario di quanto accade in Coppa delle Coppe, che diventa terreno di conquista, con ben 11 finaliste e 5 successi e gli ungheresi dell’MTK Budapest ad essere la prima formazione a raggiungere la finale nel 1964 (sconfitta dallo Sporting Lisbona), mentre ad inaugurare la serie delle vittorie sono i cecoslovacchi dello Slovan Bratislava che nel 1969 sconfiggono a sorpresa in finale il favorito Barcellona.

Gli anni ’70 confermano la crescita del calcio dell’Europa dell’Est, dato che i polacchi del Gornik Zabrze sfidano, perdendo 1-2, gli inglesi del Manchester City nel 1970, così come, due anni dopo, è la Dinamo Mosca ad essere la prima formazione sovietica a disputare l’atto conclusivo, sconfitta 2-3 dai Glasgow Rangers, prima che nella finale del 1974 siano i tedeschi orientali del Magdeburgo a prevalere 2-0 sul Milan detentore del trofeo e quindi, l’anno seguente, si registri la prima finale tutta oltre cortina, con la formidabile Dinamo Kiev di Oleg Blokhin e del colonnello Lobanovski a non avere pietà (3-0) dei malcapitati ungheresi del Ferencvaros.

Ecco, pertanto, che ai nastri di partenza dell’edizione 1980-’81 i club dell’Europa orientale – con in prima fila, oltre alla Dinamo Tbilisi in rappresentanza dell’Unione Sovietica, anche i tedeschi dell’Est del Carl Zeiss Jena, i bulgari dello Slavia Sofia e gli jugoslavi della Dinamo Zagabria – non possono essere certo sottovalutati dalle formazioni della parte occidentale, che pur si presentano con squadre di assoluto prestigio, quali il Valencia detentore del titolo, il Benfica, il Celtic, il West Ham, la Roma e, in particolare, i tedeschi del Fortuna Dusseldorf che, oltre a voler riscattare la sconfitta per 3-4 ai supplementari patita due anni prima contro il Barcellona, hanno dalla loro la prospettiva che la finale è stata programmata sul loro terreno di gioco, il “Rheinstadion“.

E che avere a che fare con le compagini dell’Est Europa sia tutt’altro che agevole hanno modo di sperimentarlo a proprie spese già al primo turno due big, vale a dire gli scozzesi del Celtic, eliminati dai rumeni del Politecnica Timisoara, sia pur per la norma che attribuisce valore doppio (2-1 e 0-1) alle reti segnate in trasferta e, soprattutto, una Roma che, rinforzata dall’acquisto del fuoriclasse brasiliano Falcao all’avvenuta riapertura delle frontiere, crede di aver messo al sicuro la qualificazione con il rotondo 3-0 dell’andata all’Olimpico sui tedeschi orientali del Carl Zeiss Jena, salvo subire un drammatico tracollo (0-4) al ritorno.

Carl Zeiss che, sull’onda dell’entusiasmo, fa una seconda vittima illustre estromettendo dal torneo i detentori del trofeo del Valencia, respinti con perdite (3-1) nell’andata a Jena (2-0 dopo nemmeno 9’ di gioco, 3-0 a fine primo tempo) ed incapaci di andare oltre l’1-0 in terra spagnola.

Molto più soft il cammino verso i quarti per la Dinamo, che liquida (0-0 e 2-0) i greci del Kastoria, per poi disporre con facilità (1-0 esterno e 4-0 a Tbilisi) degli irlandesi del Waterford, così da presentarsi all’appuntamento di marzo 1981 con ancora la porta inviolata, mentre delle 7 reti realizzate, due a testa sono da ascriversi a Shengelia e Daraselia.

Con sole 8 squadre ancora in lizza, l’urna sembra stavolta favorire il Carl Zeiss Jena, abbinandolo ai semi-professionisti gallesi del Newport County, militanti nella Third Division inglese e giunti a questo livello della manifestazione avendo eliminato i nordirlandesi del Crusaders ed i norvegesi dell’Haugar, ma che, inaspettatamente, strappano un importante pari per 2-2 in Germania Est all’andata, per poi arrendersi al ritorno ad una rete di Kurbjuweit.

E, nel mentre i sogni di gloria del Fortuna Dusseldorf svaniscono di fronte al Benfica (2-2 e 0-1) e la terza squadra orientale ancora in lizza, ovvero lo Slavia Sofia, crolla (0-4) al ritorno a Rotterdam contro il Feyenoord dopo il 3-2 dell’andata, per la Dinamo Tbilisi è in programma l’esame di inglese essendo stata sorteggiata con il West Ham.

Ed è un esame che vede Kipiani & Co. promossi a pieni voti, visto il 4-1 rifilato ai rivali all’andata ad “Upton Park“, dove 35mila londinesi assistono sbalorditi alle prodezze di Chivadze, Gutsaev e, dopo la rete dell’1-2 di Cross al 54’, di uno scatenato Shengelia che con la sua personale doppietta mette il sigillo all’incontro ed al passaggio in semifinale, pur se al ritorno il West Ham si prende la platonica soddisfazione di imporsi per 1-0, centro di Stuart Pearson a 3’ dal termine.

Giunte entrambe per la prima volta alle soglie di una finale europea, Dinamo Tbilisi e Carl Zeiss attendono con ansia l’esito del sorteggio che potrebbe metterle di fronte l’una contro l’altra, come pure costringerle a vedersela con due formazioni dal palmarès ben più nobile come Benfica e Feyenoord, circostanza che si verifica con i sovietici abbinati agli olandesi ed i tedeschi orientali ai portoghesi.

Con tutte e due le formazioni sfavorite dal pronostico a giocare l’andata in casa, entrambe vi costruiscono l’accesso alla finale, visto che la gara di Jena si conclude sul 2-0 (ancora grazie all’aggressivo avvio dei padroni di casa, in rete all’8’ con Bielau ed al 15’ con Raab), mentre ancor meglio fa la Dinamo che rimanda sconfitto il Feyenoord per 3-0, in un incontro in cui il protagonista di giornata è Sulakvelidze con una doppietta, inframezzata dall’acuto di Gutsaev.

Aver mantenuto la porta inviolata risulta fondamentale al ritorno, con il Benfica a non andare oltre l’1-0 siglato da Reinaldo all’ora di gioco, mentre i 24mila del “de Kuip” cercano di spingere i propri beniamini verso l’impresa, ma dopo le reti di Bouwens in chiusura di primo tempo ed il raddoppio di Notten al 10’ della ripresa, la difesa georgiana regge e, per la seconda ed ultima volta nella storia della competizione, saranno due squadre dell’Europa dell’Est a sfidarsi per la conquista del trofeo.

Appuntamento quindi fissato per le ore 20:15 di mercoledì 13 maggio 1981 a Dusseldord, in un “Rheinstadion” che non offre certo un gran bel colpo d’occhio, visti i soli 4.750 spettatori presenti, dati i divieti dei due stati imposti alle trasferte all’estero dei propri connazionali, tanto più per i tifosi del Carl Zeiss, dovendosi recare presso i “nemici occidentali“.

La direzione di gara è affidata ad una terna italiana, con arbitro Riccardo Lattanzi, ed in fase di pronostico i favori pendono leggermente dalla parte dei tedeschi orientali per la maggior esperienza internazionale dei propri giocatori – ben 9 degli undici scesi in campo hanno vestito la maglia della Ddr, su tutti il capitano Lothar Kurbjuweit con 59 presente e l’attaccante Eberhard Vogel, con all’attivo 69 presenze e 24 reti –, cui i sovietici contrappongono il vantaggio di un’età media più bassa, con il solo Kipiani prossimo alla soglia dei 30 anni.

Particolare altresì da non sottovalutare, nell’economia dell’incontro, il diverso stato di usura stagionale dei giocatori visto che il Carl Zeiss scende in campo con la Oberliga alle battute finali, per una classifica che lo vede secondo a tre lunghezze di distanza (35 a 32) dalla Dinamo Berlino a tre turni dalla conclusione, nel mentre il campionato sovietico ha visto disputarsi appena la sua nona giornata, con la Dinamo staccata di un punto (12 ad 11) dalla capolista Dinamo Kiev.

Tutte circostanze che possono incidere a lungo andare, specie dopo un primo tempo sotto tono, se si escludono una punizione di Lindemann ben controllata da Gabella ed un colpo di testa di Chivadze sul quale tocca stavolta a Grapenthin opporre i guantoni, così che le due squadre vanno al riposo sul risultato di 0-0.

Non è un luogo comune che, per animare sfide equilibrate e con un’elevata posta in palio – entrambe le squadre e i relativi tecnici sono ben consapevoli di vivere un evento difficilmente ripetibile –, sia un episodio a spezzare lo status quo, ed ecco che la scintilla giunge allorché le lancette hanno già superato l’ora di gioco, merito del meno accreditato dei ventidue in campo, ovvero il centrocampista Gerhardt Hoppe, il quale raccoglie un traversone dalla sinistra per esibirsi in una spettacolare sforbiciata che non lascia scampo all’estremo difensore georgiano per il punto dell’1-0 a favore dei tedeschi orientali.

Akhalkatsi cerca di correre ai ripari, con l’inserimento di Nukri Kakilashvili, ma proprio mentre il nr.13 è pronto per entrare in campo sulla linea mediana, Shengelia si impossessa della sfera per servire in area sulla destra Gutsaev il quale, ancorché da posizione decentrata, esplode un violento destro che sorprende Grapenthin sul suo palo di sinistra, così da ristabilire le distanze dopo appena 4’ dal vantaggio tedesco.

Il “botta e risposta” ha l’effetto di rendere entrambe le squadre più guardinghe affidandosi più che altro a conclusioni dalla lunga distanza, e la sfida sembra lentamente incanalarsi verso i tempi supplementari allorquando Kipiani recupera palla sulla tre quarti di campo per servire Daraselia sul vertice sinistro dell’area del Carl Zeiss, il quale elude in dribbling l’intervento di due avversari per presentarsi davanti a Grapenthin e fulminarlo con un preciso esterno sinistro.

Siamo all’87’ e per i tedeschi orientali non c’è più tempo per recuperare, così che al fischio finale di Lattanzi tocca al capitano Chivadze ricevere la coppa dalle mani del presidente dell’Uefa Artemio Franchi, per un trofeo che resterà per sempre a futura memoria nella bacheca del club di Tbilisi.

Dinamo che peraltro, da detentrice, si fa strada anche nell’edizione successiva, dove giunge nuovamente ai quarti dopo aver eliminato (2-0 e 2-2) gli austriaci del Grazer e quindi (1-1 e 3-1) i francesi del Bastia, prima di approdare in semifinale grazie ad un doppio 1-0 (di Sulakvelidze e Shengelia le marcature) ai danni del Legia Varsavia.

Con un quadro di semifinaliste di tutto rispetto – completato da Barcellona, Tottenham e Standard Liegi – alla Dinamo toccano in sorte i belgi, che fanno loro la sfida grazie a due affermazioni, entrambe per 1-0, così da interrompere il sogno di un possibile bis europeo.

Ma l’eliminazione in coppa è ben poca cosa rispetto alla tegola che, a distanza di 5 giorni, sta per abbattersi sul club, sotto forma di un grave infortunio occorso proprio alla stella Kipiani durante il match di campionato vinto 3-1 contro il Kuban Krasnodar e che lo costringe a porre fine anzitempo ad una carriera che lo ha visto indossare in 245 gare di campionato la maglia della Dinamo, condite da 79 reti all’attivo, oltre ai 19 gettoni (e 7 reti) di presenza con la Nazionale sovietica, di cui sarebbe stato protagonista ai successivi Mondiali di Spagna ’82.

Proprio la Rassegna iridata iberica rappresenta peraltro il miglior riconoscimento al periodo d’oro della Dinamo Tbilisi, visto che quattro suoi giocatori – Sulakvelidze, Chivadze, Daraselia e Shengelia – fanno parte non solo della rosa dei selezionati, ma anche dell’undici titolare, con in più Chivadze ad indossare la fascia di capitano.

Kipiani, dal canto suo, non abbandona il club della sua città natale, in cui ricopre a più riprese l’incarico di allenatore, conducendolo alla conquista dei titoli dell’indipendente Repubblica della Georgia nel 1996 e ’97, oltre a tre Coppe nazionali (1995-’97) consecutive, prima di trovare la morte il 17 settembre 2001, a due mesi esatti dal compimento dei 50 anni, per le ferite riportate a seguito di un incidente stradale.

Era da poco trascorso il 20ennale della conquista dell’unico trofeo internazionale del club ed alla sua memoria, come è doveroso che sia, è da allora intitolata la Coppa della Georgia.

 

LO ZURIGO AD UN PASSO DALLA FINALE DI COPPA DEI CAMPIONI 1976-’77

FC ZURICH 1976-77
Lo Zurigo nella stagione 1976-’77 da alineacionesinternacional.blogspot.com

articolo di Giovanni Manenti

La Svizzera, come nazione, ha potuto storicamente usufruire della propria neutralità a livello bellico per ottenere i migliori risultati olimpici proprio a cavallo delle due Guerre Mondiali del XX secolo, prova ne sia che, delle 192 medaglie complessivamente conquistate ai Giochi estivi, ben 115 sono state ottenute sino all’edizione di Helsinki 1952 compresa.

Peraltro, va riconosciuto al paese elvetico di aver sempre avuto una predisposizione nel praticare qualsiasi nuova disciplina, come dimostra il fatto che nel medagliere olimpico i rappresentanti svizzeri sono saliti sul podio in 18 diversi sport.

Per ciò che riguarda il calcio – che non può certo essere considerato come lo sport nazionale elvetico, venendo chiaramente soppiantato dalle discipline invernali, sci alpino e bob in primis – lo stesso affonda comunque le sue radici in tempi in cui altri paesi oggi ben più affermati ancora non disponevano di un proprio campionato, visto che il primo torneo si disputa nel 1898 con 10 formazioni iscritte e si ricorda, per fare un paragone, che lo stesso anno in Italia si inaugura un campionato con appena quattro squadre che giocano le partite previste in una sola giornata (!!!).

Ecco, quindi, che la Nazionale elvetica è in grado di prendere parte all’edizione di Parigi 1924 delle Olimpiadi, dove ottiene il miglior risultato della propria storia, sconfitta 0-3 in finale dall’invincibile Uruguay dell’epoca, ma dopo aver eliminato formazioni del calibro di Cecoslovacchia, Italia e Svezia sul proprio cammino, per poi presentarsi anche quattro anni dopo ad Amsterdam 1928 e fare, infine, buona figura anche ai Mondiali di Italia 1934 – sconfitta onorevole per 2-3 ai quarti contro la Cecoslovacchia poi finalista – e di Francia ’38, dove compie l’impresa di eliminare al primo turno (1-1 e 4-2 nella ripetizione) la Germania hitleriana che poteva contare anche sui calciatori austriaci, complice l’annessione del paese, salvo poi cedere 0-2 ancora ai quarti contro l’Ungheria, anch’essa poi finalista.

Il periodo di discreta considerazione della Svizzera nel panorama internazionale viene a cessare – dopo la partecipazione ai Mondiali di Brasile 1950 ed ai successivi dalla stessa organizzati, in cui supera per due volte (2-1 e 4-1) l’Italia estromettendola dal torneo – con le rassegne iridate di Cile 1962 ed Inghilterra ’66, in cui gli elvetici recitano il ruolo di squadra materasso, rimediando solo sconfitte nei gironi eliminatori, così da poter fare ritorno in tale manifestazione solo a distanza di 28 anni, ad Usa 1994.

Arco di tempo in cui le cose non vanno certo meglio a livello continentale, con la Svizzera a dover attendere l’edizione di Inghilterra 1996 per poter finalmente scendere in campo nella fase conclusiva degli Europei, ma, per quelle strane situazioni che ogni tanto lo sport regala, è proprio nel momento in cui la Nazionale stecca al confronto delle altre rappresentative che i club elvetici vivono invece le loro migliori stagioni nelle varie coppe internazionali.

Sino a fine anni ’60, infatti, le due principali competizioni continentali – ovvero la Coppa dei Campioni, che vede il suo debutto nell’autunno 1956, e la Coppa delle Coppe, la cui prima edizione prende il via nell’autunno 1960 – non sorridono certo alle formazioni elvetiche che, nel torneo riservato alle vincitrici delle rispettive coppe nazionali, vedono il solo Losanna raggiungere i quarti di finale nel 1965 (sconfitto 1-2 e 3-4 dal West Ham poi vincitore del trofeo), traguardo ripetuto due anni dopo dal Servette, il quale cede allo Slavia Sofia, venendo sconfitto 0-3 al ritorno dopo il successo per 1-0 all’andata.

Nella manifestazione europea più prestigiosa a livello di club, viceversa, molto è legato all’esito dei sorteggi, visto che, all’epoca, vi prendono parte solo le vincitrici dei rispettivi campionati ed ecco quindi che, a soventi eliminazioni al primo od al massimo secondo turno, in due occasioni le rappresentanti svizzere riescono a raggiungere le semifinali.

La prima a compiere una tale impresa è lo Young Boys di Berna – società che, dopo i fasti di inizio secolo, vive il suo periodo di maggior fulgore verso la fine degli anni ’50, in cui si laurea campione per quattro stagioni consecutive dal 1957 al 1960 – che, dopo essere uscito con onore (1-1 e 1-2) contro il Vasas Budapest nel 1958, sfrutta l’anno seguente la rinuncia al primo turno del Manchester United – formazione inglese che era stata invitata dall’UEFA data la sciagura aerea di Monaco di Baviera del febbraio ’58 che ne aveva decimato la rosa – per poi superare (2-1 e 4-1) gli ungheresi del MTK Budapest agli ottavi ed aver quindi ragione dei tedeschi orientali del Karl Marx Stadt nei quarti, sconfitti 2-1 nella gara di spareggio.

Giunti in semifinale, gli elvetici cullano il sogno della finale dopo l’1-0 casalingo a spese dello Stade Reims di Fontaine e Piantoni, destinato a svanire al ritorno, sconfitti per 0-3, con i francesi che si qualificano così per la seconda volta all’atto conclusivo nelle prime quattro edizioni della coppa, solo per essere nuovamente sconfitti dall’invincibile Real Madrid dell’epoca.

Come detto, le cose migliorano con l’inizio degli anni ’70, non tanto nella Coppa delle Coppe – dove in un decennio solo lo Zurigo nel 1974 ed il Servette nel 1979 raggiungono i quarti di finale –, bensì nella ben più prestigiosa Coppa dei Campioni, ai cui nastri di partenza si alternano le tre grandi storiche del calcio elvetico, ovvero Basilea, Grasshoppers e Zurigo.

Già nel 1971 il Basilea, ancorché eliminato agli ottavi, non sfigura contro l’Ajax di Cruijff che va ad iniziare il suo ciclo di tre trionfi consecutivi, per poi compiere un interessante percorso nel torneo 1974 quando, dopo aver umiliato (5-0 e 6-2) gli islandesi del Fram Rykjavik al primo turno, è sorteggiato con gli insidiosi belgi del Bruges agli ottavi.

Sconfitti 1-2 nelle Fiandre all’andata, gli elvetici si rendono protagonisti di una delle gare più emozionanti nella storia della manifestazione nel ritorno al “St.Jakob Stadion” dove, dopo aver chiuso il primo tempo in vantaggio per 3-2 ed essere stati raggiunti dapprima sul 3-3 e quindi sul 4-4, risolvono la sfida a proprio favore nei minuti finali con un 6-4 in cui è mattatore, con una tripletta, quell’Ottmar Hitzfeld destinato in seguito a scrivere pagine gloriose del torneo in veste di allenatore.

Raggiunti i quarti, alla compagine svizzera tocca in sorte il Celtic Glasgow di Danny McGrain e Kenny Dalglish, che viene sconfitto per 3-2 a Basilea con ancora Hitzfeld protagonista con una doppietta, per poi fare visita agli avversari davanti ad oltre 70mila spettatori che gremiscono il “Celtic Park“.

Per nulla intimorito, il Basilea ribatte colpo su colpo, riequilibrando per due volte (da 0-1 ad 1-1 e da 1-2 a 2-2) il risultato prima dell’intervallo, prima di soccombere solo nei supplementari, risultando decisiva, dopo il 2-3 del 90’, la rete siglata al 103’ da Steve Murray.

Uscito a testa altissima dal torneo, il Basilea cede il testimone ad uno Zurigo che, dopo i tre titoli conquistati nel corso degli anni ’60, si conferma campione per tre stagioni consecutive dal 1974 al 1976, allorché ne è alla guida l’ex cannoniere tedesco Timo Konietzka, vincitore da giocatore di due titoli tedeschi con il Borussia Dortmund nel 1963 e con il Monaco 1860 nel 1966 e che proprio nello Zurigo aveva concluso l’attività agonistica nel 1973.

Ricorderete che avevamo citato due formazioni svizzere ad essere riuscite a raggiungere le semifinali di Coppa dei Campioni – trattando però della sola impresa dello Young Boys nel 1959 – e questo perché la seconda a centrare un tale traguardo è stata proprio lo Zurigo nell’edizione 1964, allorché, dopo aver superato gli irlandesi del Dundalk (3-0 e 1-2), è alquanto aiutato dalla buona sorte nel turno successivo.

Opposto ai turchi del Galatasaray, dopo che i due incontri si sono conclusi con l’identico punteggio di 2-0 a favore della squadra ospitante, lo spareggio che si svolge a Roma vede lo Zurigo riuscire a riequilibrare le sorti della sfida solo a 2’ dal termine dei tempi supplementari grazie ad una rete di Leimgruber, per poi accedere ai quarti solo in forza dell’esito favorevole del lancio della monetina.

Scampato il pericolo, nei quarti occorre affrontare gli olandesi del PSV Eindhoven, che non sono ancora lo spauracchio degli anni ’80 e ’90 e che, dopo la sconfitta per 0-1 dell’andata, vengono eliminati in virtù del 3-1 in terra elvetica, con la rete decisiva siglata da Ruefli al 56’.

Il bel sogno svanisce in semifinale al cospetto del Real Madrid che, dopo essersi imposto per 2-1 al “Letzigrund” davanti ad oltre 28mila spettatori desiderosi di ammirare le gesta dei vari Di Stefano, Puskas e Gento, infligge agli elvetici una dura lezione al ritorno al “Santiago Bernabeu” con una prova d’orchestra certificata dal 6-0 conclusivo.

Desideroso, pertanto, di tornare a cimentarsi ai più alti livelli continentali – a proposito, anche il Real Madrid, come era capitato nel 1959 allo Stade Reims che aveva eliminato lo Young Boys, viene poi sconfitto in finale, stavolta per 3-1 al cospetto della Grande Inter del mago Helenio Herrera –, lo Zurigo si rituffa in Coppa dei Campioni a metà settembre ’74 senza avere dalla sua la buona sorte, visto che il sorteggio lo abbina agli inglesi del Leeds United, che si impongono per 4-1 all’andata ad “Elland Road” per poi contenere la sconfitta (1-2) al ritorno in Svizzera, prima di arrendersi, pure loro, in finale contro il Bayern Monaco.

Andata male la prima, l’importante è perseverare e stavolta il sorteggio dell’edizione 1976 è più abbordabile, assegnando allo Zurigo gli ungheresi dell’Ujpest Dosza, ma la gara di andata che si svolge il 17 settembre ’75 si trasforma in un incubo per i ragazzi di Konietzka, travolti con un pesante 0-4 che non ammette repliche.

Sperare di capovolgere le sorti della sfida al ritorno è uno sforzo di pura immaginazione – anche se le gare di coppa spesso regalano situazioni di questo genere –, ma a volte i sogni si avverano ed è quello che devono aver pensato i pochi infreddoliti spettatori che assistono all’incontro, allorché l’impresa si materializza già a fine primo tempo, con un 4-0 firmato da Katic, Kuhn e da una doppietta del centravanti Peter Risi.

Agli effetti del passaggio del turno, diviene fondamentale la rete messa a segno da Laszlo Nagy al 57’, in quanto il punto del definitivo 5-1 siglato ancora da Risi a 7’ dal termine per la sua personale tripletta serve solo ad aumentare l’amarezza per l’occasione persa nella sciagurata gara di andata.

E’, quello, uno Zurigo che si basa sull’esperienza a centrocampo del 33enne capitano Kobi Kuhn, che sta per disputare l’ultima stagione della sua carriera, affiancato da uno dei giocatori elvetici più talentuosi del periodo, vale a dire quel René Botteron che avrà successive esperienze anche in Germania e Belgio, mentre un’importante novità in vista della terza partecipazione consecutiva alla Coppa dei Campioni giunge dal mercato estivo, costituita dall’acquisto del 24enne attaccante italiano Franco Cucinotta, originario di Messina e trasferitosi in Svizzera al seguito della famiglia all’età di 8 anni.

Chiamato a dar manforte in attacco a Risi, la coppia si integra alla perfezione, tanto che Cucinotta – proveniente da due stagioni al Sion – si laurea capocannoniere del campionato svizzero con 28 reti contro le 15 del compagno di reparto, un’intesa destinata a dar bella prova di sé anche in Europa.

Anche stavolta, l’urna non è particolarmente benevola con lo Zurigo, abbinato al primo turno agli scozzesi dei Glasgow Rangers che possono contare su di una difesa di esperienza composta dall’eterno portiere Peter McCloy e dai nazionali di lungo corso John Greig e Sandy Jardine, mentre in attacco a far paura è la coppia formata da Derek Johnstone e Derek Parlane.

Ciò nonostante, è proprio Cucinotta a bagnare l’esordio in Coppa dei Campioni come neppure lui si sarebbe potuto immaginare, ovvero portando avanti i suoi al primo pallone toccato con l’orologio a non aver ancora compiuto un giro di lancette, così da ammutolire i 30mila di “Ibrox Park“, anche se poi poco dopo la mezzora Parlane ristabilisce un equilibrio che non muta più sino al fischio finale.

L’epilogo della gara di andata induce a gremire al ritorno il “Letzigrund” da 28mila spettatori, che gioiscono allorché una rete, ancora in avvio, di Rosario Martinelli – anch’egli, al pari di Kuhn, reduce della squadra che aveva raggiunto la semifinale 13 anni prima – risulta decisiva per il passaggio del turno, a cui si abbina stavolta un sorteggio favorevole, non costituendo i finlandesi del TPS Turku un ostacolo tale da impensierire uno Zurigo che si impone sia all’andata (2-0, Cucinotta e Fredy Scheiwiler) che al ritorno, dove a decidere la sfida è ancora il letale Cucinotta al 70’.

Con la manifestazione a spostarsi a primavera 1977, sono ancora rimaste in lizza formazioni del calibro di Liverpool, Saint-Etienne, Bruges e Dinamo Kiev, oltre alle due tedesche occidentali Bayern Monaco (detentore del trofeo) e Borussia Monchengladbach ed ai tedeschi orientali della Dinamo Dresda, con proprio questi ultimi ad essere abbinati allo Zurigo, mentre gli altri accoppiamenti propongono sfide quanto mai interessanti quali Bayern-Dinamo Kiev, Borussia Monchengladbach-Bruges e Liverpool-Saint Etienne.

Se avete avuto la compiacenza del racconto, vi sarete resi conto come lo Zurigo abbia sinora fatto principalmente affidamento sulla forza della propria difesa, con appena una rete subita in quattro incontri disputati, ed altresì che nei tabellini dei marcatori non è ancora apparso Risi, per il semplice fatto che, a seguito di un infortunio, egli è sceso in campo solo all’andata a Glasgow.

Ma contro i panzer tedeschi che fanno della corsa e della prestanza fisica il loro punto di forza, è necessario per Konietzka il contributo anche del suo cannoniere principe, che torna a far coppia con l’italo-svizzero in occasione del match di andata che si disputa il 2 marzo 1977 a Zurigo davanti a 19mila spettatori.

Come oramai è sua abitudine, tocca a Cucinotta aprire le marcature, anche se stavolta attende 41’ prima di andare a segno, una rete che viene neutralizzata dal pareggio del leggendario centravanti della Dinamo Hans-Jurgen Kreische – 143 reti in 256 gare di Oberliga per lui – a 15’ dal termine, alla quale segue, proprio ad un soffio dal fischio finale, il punto del 2-1 siglato dal rientrante Risi.

Un vantaggio quanto mai risicato, difficile da conservare nell’infuocato catino di Dresda al cospetto di 35mila tifosi che pregustano l’accesso alla semifinale per magari sfidare una formazione degli odiati cugini occidentali, cosa che sembra materializzarsi allorché dopo appena 18’ Schade trasforma un rigore concesso dall’arbitro spagnolo Martinez.

Il pareggio di Cucinotta messo a segno al 37’ manda le squadre al riposo sul punteggio di 1-1 che ancora qualifica gli svizzeri, ma il primo quarto d’ora della ripresa si trasforma in un autentico assedio che porta Kreische a non smentire la propria fama di goleador con una doppietta al 52’ e 63’ che pare aver chiuso i conti.

Ma, come se si fossero divisi i compiti da buoni amici, se a Cucinotta spetta il compito di aprire le marcature, tocca a Risi quello di chiuderle, ed ecco quindi che, approfittando di un attimo di respiro degli avversari dopo lo sforzo profuso, il centravanti colpisce proprio nel momento più opportuno, ovvero alla ripresa del gioco dopo la rete del 3-1, un colpo mortale visto il valore doppio del gol segnato in trasferta.

Manca ancora comunque circa mezzora al termine, ma Grob fa buona guardia alla propria porta e, al fischio finale, le scene di gioia tra giocatori e panchina si sprecano, in attesa del sorteggio dopo che le altre sfide hanno promosso Liverpool, Borussia Monchengladbach e, a sorpresa, la Dinamo Kiev che ha così posto fine all’egemonia di Beckenbauer & Co. che durava da un triennio.

Dall’urna esce il Liverpool, probabilmente la peggiore del lotto, visto che gli inglesi sono reduci dall’aver conquistato la Coppa Uefa l’anno precedente e si sono già confermati campioni d’Inghilterra, ma occorre fare buon viso a cattivo gioco ed il 6 aprile 1977 il Letzigrund riempie la propria intera capienza di 30mila spettatori per un appuntamento storico, manco vi fosse una sfida tra Coe ed Ovett sul miglio nel tradizionaleWeltklasse di metà agosto.

Un’impresa sulla carta pressoché impossibile, ma quando, dopo appena 8’ di gioco, una percussione sulla sinistra di Botteron viene stroncata con un fallo da rigore, in tribuna si trattiene il fiato nel mentre Risi si appresta alla trasformazione, eseguita impeccabilmente, con una gran botta centrale che vede Clemence, gettatosi alla sua destra, solo toccare la palla che entra in rete.

Gioia, peraltro, di breve durata, poiché già al quarto d’ora di gioco un calcio di punizione di Ray Kennedy pesca sul lato destro dell’area svizzera il terzino goleador Neal che riesce a controllare la sfera per poi superare Grob in uscita per il punto dell’1-1 con cui le due squadre vanno al riposo, dopo che il portiere elvetico ha avuto il suo bel daffare per evitare il raddoppio di un Liverpool rinfrancato nel morale.

Alla ripresa del gioco, avviene la svolta decisiva con McDermott a servire Heighway che riesce a farsi largo in slalom fra tre avversari per poi anticipare Grob in uscita per la rete che incanala partita e sfida verso la logica previsione della vigilia, con l’ultima parola a spettare ancora a Neal, al quale tocca il compito di presentarsi sul dischetto dopo che nuovamente Heighway, lanciato a rete in campo aperto, è steso in area di rigore.

Con la sua consueta abilità e freddezza, Neal non fallisce il tiro dagli 11 metri (palla da una parte e Grob dall’altra) ed il Liverpool può quindi ipotecare il passaggio alla finale – la prima di Coppa dei Campioni nella storia del club –, poi sigillato due settimane dopo ad “Anfield Road” con un rotondo 3-0, parole e musica di Jimmy Case (doppietta) e Kevin Keegan.

Per lo Zurigo è la fine di un “sogno troppo grande per lui” e che risulta in ogni caso il miglior risultato mai raggiunto in una coppa europea, con in più il non trascurabile orgoglio di vedere il proprio attaccante Cucinotta laurearsi capocannoniere della manifestazione con 5 reti all’attivo, sia pur a pari merito con Gerd Muller, scusate se è poco.

Ah, dimenticavo, a differenza di quanto accaduto per Stade Reims e Real Madrid allorché eliminarono Young Boys e Zurigo per poi essere sconfitti in finale, stavolta il Liverpool non fa sconti all’Olimpico di Roma contro il Borussia Monchengladbach, rifilando ai tedeschi un 3-1 che inaugura il primo dei 6 trofei che, ad oggi, fanno bella mostra di sé ad Anfield Road…

 

ASTON VILLA-JUVENTUS 1983, LA SFIDA CHE ILLUSE IL POPOLO BIANCONERO

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I capitani Zoff e Mortimer prima della gara del 2 marzo ’83 – da alamy.com

articolo di Giovanni Manenti

Che tra la Juventus e la Coppa dei Campioni non vi sia mai stato un feeling degno del blasone del club bianconero è cosa risaputa e, del resto, mai come in questo caso può valere l’antico adagio che “il buongiorno si vede dal mattino“.

Risultano, difatti, inspiegabili gli esiti delle due prime apparizioni della Vecchia Signora nella manifestazione – eliminata al primo turno sia nell’edizione 1958/59, 3-1 e 0-7 (!!!) dagli austriaci del Wiener Sport Klub, che nel 1960/61, 2-0 e 1-4 dai bulgari del CSKA Sofia – nonostante vantasse nelle sue file il celebre trio d’attacco composto da Boniperti, Charles e Sivori.

Proprio l’italoargentino è protagonista, l’anno seguente, del primo acuto juventino in Coppa dei Campioni, mettendo a segno, nel ritorno dei quarti di finale, la rete che permette ai bianconeri di essere la prima formazione in assoluto a violare il “Santiago Bernabeu“, il terreno del Real Madrid – che nelle precedenti sei edizioni della competizione era stato costretto al pareggio casalingo in una sola occasione, dai rivali storici del Barcellona –, per un successo che annulla la sconfitta dell’andata con eguale punteggio a Torino, anche se poi gli spagnoli superano il turno imponendosi per 3-1 nello spareggio di Parigi.

Con gli anni ’60 a vedere il dominio delle squadre di Milano – le quali si aggiudicano per due volte a testa il trofeo, il Milan nel 1963 e ’69 e l’Inter nel 1964 e ’65, che raggiunge la finale anche nel ’67 –, la Juventus ha una sola occasione di prendere parte al torneo, facendosi valere sino a raggiungere la semifinale nel 1968, dove però – rispetto alle altre squadre rimaste in gara, ovvero Real Madrid, Benfica e Manchester United – fa la figura del “vaso di coccio tra vasi di ferro” e, difatti, l’abbinamento con i portoghesi del fuoriclasse Eusebio non lascia scampo ai bianconeri, sconfitti (0-2 e 0-1) sia a Lisbona che a Torino.

L’avvento alla presidenza dell’ex stella Giampiero Boniperti comporta una netta inversione di tendenza nel corso del successivo decennio – quantomeno in campionato, dove la Juventus fa suoi (1972, ’73, ’75, ’77 e ’78) ben 5 scudetti – e sembra aver modificato la rotta anche in Coppa, visto che, dopo la sconfitta nella finale di Coppa delle Fiere nel 1971 contro il Leeds solo per il valore doppio (2-2 ed 1-1) delle reti segnate in trasferta, i bianconeri giungono finalmente all’atto conclusivo della più importante manifestazione europea per club, con la sola sfortuna di incontrare i due volte campioni dell’Ajax, che si impongono per 1-0 la sera del 30 maggio 1973 a Belgrado.

L’illusione di essere sulla strada buona fa però presto a svanire, visto che la Juventus ricade nel vecchio vizio di essere eliminata al primo turno (0-2 e 3-2 dalla Dinamo Dresda) l’edizione successiva, per poi lasciare il torneo agli ottavi (0-2 e 2-2 contro il Borussia Monchengladbach) nel 1975, prima che il club piemontese possa finalmente festeggiare un trofeo europeo, grazie all’affermazione nella Coppa Uefa 1977, in cui supera nella doppia finale (1-0 e 1-2) gli ostici spagnoli dell’Athletic Bilbao.

L’essere altresì l’unica formazione del Belpaese ad imporsi a livello internazionale composta esclusivamente da giocatori italiani, fa sì che il commissario tecnico della Nazionale Enzo Bearzot attinga a piene mani dalla rosa bianconera per le qualificazioni e la fase finale dei Mondiali di Argentina ’78 – 9 selezionati (di cui 8 titolari oltre a Cuccureddu), con la sola eccezione di Brio, Furino e Boninsegna –, rassegna iridata che si svolge al termine di una stagione che ha visto la Juventus sfiorare nuovamente la finale di Coppa dei Campioni, eliminata in semifinale dai belgi del Bruges (1-0 e 0-2 ai supplementari) in una sfida in cui grida vendetta un evidente rigore non concesso nel prolungamento per fallo su Boninsegna.

Con in pratica i bianconeri a rappresentare l’Italia a livello di Nazionale – peraltro messasi in luce in Sudamerica cogliendo un quarto posto dopo aver fornito sprazzi di bel gioco –, giunge pertanto quanto mai inattesa l’ulteriore eliminazione al primo turno della successiva edizione della principale manifestazione continentale, con la Juventus incapace di difendere l’1-0 dell’andata, soccombendo per 0-2 al ritorno a Glasgow contro i Rangers.

Gli anni ’80 portano in dono la riapertura delle frontiere – inizialmente limitata ad un solo straniero per squadra, quota che raddoppia a far tempo dall’estate 1982 –, e la dirigenza bianconera si indirizza sull’irlandese Liam Brady, acquistato dall’Arsenal, il quale contribuisce alla conquista degli scudetti 1981 ed ’82, ma non può impedire che la Juventus paghi il consueto pedaggio in Europa, eliminata al secondo turno della Coppa dei Campioni dai belgi dell’Anderlecht (1-3 ed 1-1), in una sfida che, al ritorno, vede Bettega procurarsi un grave infortunio che ne compromette il proseguio della stagione e la convocazione per i Mondiali di Spagna ’82.

Kermesse iridata che vede il trionfo azzurro al quale la Juventus contribuisce con ben 6 giocatori, vale a dire il 40enne capitano Dino Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli ed un Paolo Rossi tornato a giocare dopo una squalifica di due anni per lo “Scandalo Scommesse” e laureatosi altresì capocannoniere del torneo con 6 reti messe a segno.

Logico quindi che, in casa bianconera, si guardi con rinnovato ottimismo alla partecipazione all’edizione 1982/83 della Coppa dei Campioni, tanto più che il mercato estivo porta a vestire il bianconero altri due protagonisti dei Mondiali, ovvero il fuoriclasse transalpino Michel Platini e l’ala sinistra polacca Zbigniew Boniek – pur dovendo rinunciare a Liam Brady per il limite al tesseramento degli stranieri –, per una rosa altresì rinforzata dal pieno recupero di Bettega e con Zoff invitato a proseguire per un’ultima stagione a dispetto dell’età.

Una formazione che molti ritengono – a nostro avviso a giusta ragione – come la più forte che il club di Piazza Crimea abbia mai schierato nella propria storia, stenta però incredibilmente in campionato, subendo due sconfitte esterne (0-1 a Marassi contro la Sampdoria ed 1-2 al Bentegodi contro il Verona) nelle prime trasferte di inizio torneo (oltretutto affrontando due neopromosse), cui seguono altrettanti rovesci (0-2 ad Ascoli ed ancora per 0-1 a Marassi, stavolta di fronte al Genoa), così che, a fine del girone di andata, colei che era vista in fase di pronostico come la grande favorita del torneo, si ritrova quarta in graduatoria con 18 punti, a quattro lunghezze dalla capolista Roma e preceduta altresì dal sorprendente Verona e dall’Inter.

Diversamente le cose vanno sul fronte internazionale, dove – dopo il facile superamento del primo turno (4-1 in trasferta e rocambolesco 3-3 a Torino, dopo aver condotto per 3-1 a 5’ dal termine) contro i modesti danesi dello Hvidovre – i bianconeri finalmente sfatano la “maledizione belga“, avendo stavolta la meglio (1-1 a Liegi, 2-0 al ritorno con doppietta di Paolo Rossi) dello Standard, così da ritrovarsi all’appuntamento primaverile dei quarti di finale, dove sono ancora in lizza le due inglesi – Liverpool in quanto campione nazionale ed Aston Villa quale detentrice del trofeo –, i tedeschi dell’Amburgo e gli spagnoli della Real Sociedad, con pertanto le rappresentanti dei quattro maggiori tornei continentali a sperare di aggiudicarsi la Coppa.

Il sorteggio non è benevolo per la Juventus, che si trova abbinata ad un Aston Villa che – grazie alle prodezze del suo gioiellino Gary Show – ha eliminato (3-1 e 0-0) i turchi del Besiktas, per poi imporsi (2-0 in trasferta, doppietta del biondo attaccante, e 4-2 al “Villa Park“, con tris dello stesso Shaw) sui rumeni della Dinamo Bucarest e, alla sua seconda (nonché sinora ultima) apparizione in Coppa dei Campioni, aver sinora fondato i suoi successi sulla solidità difensiva, prova ne sia che nel percorso della precedente stagione che l’aveva portata alla conquista del trofeo, la formazione di Birmingham aveva subito appena due reti (!!!) nei 9 incontri disputati.

L’appuntamento per la gara di andata è fissato per il 2 marzo 1983 alle ore 19:30 ora locale (le 20:30 italiane) in un “Villa Park” gremito da oltre 45mila spettatori, con la direzione di gara affidata all’esperto arbitro tedesco Walter Eschweiler, ma per la Juventus la sfida si incastona in una settimana quanto mai particolare.

Difatti, non ancora a pieno regime in campionato – prova ne siano i quattro pareggi consecutivi di inizio girone di ritorno contro Sampdoria e Verona al “Comunale” e Cesena e Napoli in trasferta –, la Juventus dà improvvisi segnali di risveglio grazie alla carburazione e all’adattamento al nostro calcio da parte del suo giocatore più atteso, vale a dire Le Roi Michel che, dopo un girone di andata che lo aveva visto segnare solo 4 reti, prende in mano le redini della squadra e, con due successi interni consecutivi a fine febbraio su Fiorentina (3-0) ed Udinese (4-0), lancia il guanto di sfida ad una Roma che ancora capeggia la classifica con 31 punti e quattro lunghezze di vantaggio sul Verona e cinque sui bianconeri che sono attesi il 7 marzo 1983 – la domenica successiva all’impegno in Coppa – allo scontro diretto allo “Stadio Olimpico” dove solo una vittoria può consentire loro di tornare in corsa per lo scudetto.

Occorre peraltro rispettare la cronologia e, quindi, tutti concentrati sull’appuntamento del “Villa Park” dove il tecnico Giovanni Trapattoni manda in campo la formazione tipo – Zoff; Gentile, Cabrini; Bonini, Brio, Scirea; Bettega, Tardelli, Rossi, Platini e Boniek – mentre, rispetto agli undici scesi in campo nella vittoriosa finale di Rotterdam contro il Bayern Monaco, sono assenti tra gli inglesi il terzino Kenny Swain ed il difensore centrale Allan Evans, sostituiti rispettivamente da Colin Gibson ed Andy Blair, con arretramento del tornante Des Bremner al centro della difesa.

Defezioni di cui la Juventus approfitta immediatamente, con Cabrini a duettare con Bettega lungo l’out sinistro per essere smarcato dal compagno con un intelligente colpo di tacco che consente al 25enne terzino di scodellare un invitante cross a centro area dove, come un avvoltoio, si avventa Paolo Rossi che anticipa di testa Mortimer per siglare il punto del vantaggio quando le lancette non hanno ancora completato il loro primo giro d’orologio, non facendo che confermare come il “killer instinct” mostrato al “Mundial” spagnolo sia ancora ben attivo.

Colpito a freddo, l’Aston Villa ha difficoltà a reagire, con Cabrini ad imperversare sulla fascia sinistra andando anche alla conclusione che non impensierisce Spink, mentre sul fronte opposto lo spauracchio Shaw è affidato alle cure di un Gentile che, allenatosi al Mondiale contro Zico e Maradona, non ha difficoltà a limitarne le iniziative.

Riordinate le idee nell’intervallo, gli inglesi pervengono al pareggio ad inizio ripresa, con un’azione quasi fotocopia della rete bianconera in avvio, con ancora il terzino sinistro, stavolta Gibson, a pennellare un cross in area su cui si proietta partendo da dietro il regista Gordon Cowans il quale incoccia alla perfezione la sfera per deviarla nell’angolino basso alla sinistra di Zoff, vanamente proteso in tuffo.

La raggiunta parità dà nuova linfa ai “Villans“, che però si espongono ai contropiedi bianconeri, e su di uno di questi, Platini pesca splendidamente Rossi a tu per tu con Spink, per una potente conclusione di sinistro di prima intenzione che l’estremo difensore inglese riesce a toccare di quel tanto perché la stessa finisca la corsa sul palo alla sua sinistra.

Ma quella che era la prova generale del gol, si materializza in tutta la sua bellezza a 9’ dal termine, allorché Bettega, recuperata palla sulla trequarti, la smista centralmente a favore di Platini, il quale si inventa un delizioso tocco di esterno destro che diviene il più perfetto degli assist per un Boniek lanciato a tutta velocità verso l’area avversaria, il cui tiro a scavalcare Spink in disperata uscita manda la sfera in fondo alla rete per il punto del definitivo 2-1.

I bianconeri non hanno alcuna difficoltà a gestire il vantaggio nei minuti conclusivi ed al fischio finale di quella che da larga parte degli addetti ai lavori è considerata come la più bella esibizione della Juventus in trasferta in campo internazionale, gli undici protagonisti lasciano il campo applauditi anche dai sostenitori di casa.

Il vecchio adagio che “vincere aiuta a vincere” fa sì che la Juventus non avverta la fatica nel fine settimana, ribaltando nei minuti finali l’iniziale rete di Falcao per i giallorossi, espugnando l’Olimpico per 2-1 così da riaprire, in Italia, il discorso scudetto – anche se poi il titolo va egualmente alla Roma, complice un incredibile “harakiri” nel derby con il Torino a 5 giornate dal termine, coi granata a realizzare tre reti nello spazio di 5’ che trasformano uno 0-2 nel 3-2 finale –, per poi toccare a Platini salire in cattedra nella gara di ritorno a Torino con l’Aston Villa, segnando una doppietta intervallata da un acuto di Tardelli, per il 3-1 che toglie dalla competizione i campioni in carica.

Quarti di finale che fanno registrare l’inattesa eliminazione del Liverpool, che non riesce a rimontare ad Anfield la sconfitta esterna per 0-2 in Polonia contro il Widzew Lodz, avversario della Juventus in semifinale, mentre l’altro abbinamento pone di fronte Real Sociedad ed Amburgo, con quest’ultimo a venire a capo (1-1 a San Sebastian, 2-1 al “Volksparkstadion“) degli ostici baschi e così qualificarsi per la seconda finale della loro storia, dopo la sconfitta per 0-1 tre anni prima a Madrid contro il Nottingham Forest.

Per i bianconeri, viceversa, la sfida con il Widzew rappresenta poco più di una formalità, liquidando per 2-0 i polacchi nell’andata al “Comunale“, per poi blindare la qualificazione al ritorno grazie alla rete di Paolo Rossi – che, con 6 centri, si laurea capocannoniere del torneo – poco dopo la mezzora, toccando poi a Platini mettere a segno, a 9’ dal termine su rigore, il punto del definitivo 2-2 che rende vana la doppietta di Surlit nella ripresa.

Una Juventus che si presenta alla finale di Atene del 25 maggio 1983 da imbattuta, nonché nelle vesti di grande favorita per cogliere – forte altresì delle 19 reti segnate contro le 9 subite nei precedenti otto incontri – quel trofeo sinora sempre sfuggitole, anche se poi tutti sappiamo come va a finire, coi tedeschi dell’Amburgo a vendicvare la sconfitta della propria Nazionale contro l’Italia al Mondiale dell’anno precedente, grazie ad una rete di Felix Magath dopo appena 9’, alla quale una formazione copia sbiadita di quella ammirata al “Villa Park” di Birmingham non riesce a replicare.

La delusione per le decine di migliaia di tifosi bianconeri giunti speranzosi nella capitale ateniese è enorme, dovranno attendere altri due anni affinché la loro amata – dopo essersi aggiudicata la Coppa delle Coppe 1984 – possa conquistare il trofeo, peraltro in una serata, quella della “Tragedia dell’Heysel“, in cui vi è ben poco da festeggiare, restando per sempre nella mente l’idea di una eterna incompiuta per quella formidabile formazione della stagione 1982-’83.

Anche se, lo sappiamo bene, nello sport non contano i pronostici, bensì l’esito del campo, non si può tuttavia cancellare la splendida esibizione di inizio marzo ’83 in terra d’Oltremanica, che aveva fatto illudere tutti, ma proprio tutti (dirigenza, tecnici, giocatori e tifosi) che quello potesse essere davvero l’anno buono per conquistare la “coppa dalle grandi orecchie“…

 

LA SFIDA EUROPEA TRA BORUSSIA DORTMUND E LIVERPOOL CHE ANTICIPA LA FINALE MONDIALE 1966

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Il Borussia Dortmund festeggia la Coppa delle Coppe ’66 – da storiedicalcio.altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Pur essendo da sempre una potenza di prima grandezza nel panorama calcistico internazionale, se dobbiamo contestualizzare la Germania nel suo periodo di massimo fulgore, questo non può che essere collocato nei suoi favolosi anni ‘70 che la vedono, a livello di Nazionale, giungere terza ai Mondiali di Messico ’70, aggiudicarsi gli Europei ’72 e la prima edizione della Coppa del Mondo Fifa ’74, per poi venire sconfitta ai calci di rigore nella finale continentale’76 e tornare sul tetto d’Europa imponendosi a Roma nel 1980.

A questi trionfi con la “Nationalmannschaft” non corrispondono – ricordiamo la Germania Ovest altresì campione mondale nel 1954, quarta in Svezia nel ’58 e sconfitta dall’Inghilterra nella finale di Wembley ’66 – almeno inizialmente analoghe affermazioni a livello di club, visto che tra le quattro grandi (oltre a Spagna, Inghilterra ed Italia) dello scacchiere continentale la Germania è l’ultima in ordine di tempo a vedere una propria formazione alzare uno dei tre trofei in palio.

Fa specie, in particolare, che nelle 13 edizioni della Coppa delle Fiere (dal 1958 al ’71) nessuna squadra tedesca non solo non si sia mai aggiudicata il trofeo, ma neanche sia giunta in finale, mentre va dato atto all’Eintracht Francoforte di essere stato il primo club non latino a qualificarsi per l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni, peraltro venendo surclassato (3-7) dalla formidabile coppia di attacco (4 reti Puskas e 3 Di Stefano) di cui disponeva il Real Madrid, giunto al suo quinto trionfo consecutivo davanti al record assoluto di 127.621 (!!!) spettatori presenti ad “Hampden Park“, a Glasgow il 18 maggio 1960.

Devono passare ben 14 anni prima che la “coppa dalle grandi orecchie” faccia finalmente bella mostra di sé in una bacheca tedesca, grazie al periodo d’oro del Bayern Monaco dei vari Maier, Breitner, Beckenbauer, Muller ed Hoeness, dominatori del periodo assieme al Borussia Mönchengladbach di Netzer ed Heynckes, quest’ultimo penalizzato nel proprio palmarès dalla presenza della sua bestia nera costituita dagli inglesi del Liverpool, che lo sconfigge in finale sia nella Coppa Uefa ’73 che nella Coppa dei Campioni ’77, così da riscattare la delusione sofferta nella prima finale europea della sua storia.

Ma non anticipiamo il finale della nostra storia odierna, che vede come scenario la Coppa delle Coppe, in cui l’iniziale predominio delle formazioni latine (Fiorentina vincitrice nel 1961 ed Atletico Madrid nel ’62) era già stato interrotto dagli inglesi del Tottenham che si erano imposti per 5-1 nel 1963 sui detentori madrileni, secondo una tradizione che in ben 8 circostanze ha visto la formazione vincitrice sconfitta l’anno seguente in finale, britannici che poi si ripetono nel 1965 con il West Ham dei futuri campioni del mondo Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters imporsi per 2-0 sul Monaco 1860 – prima formazione tedesca a raggiungere la finale della manifestazione – sul terreno amico di Wembley.

La riscossa anglosassone nei confronti delle compagini latine sta per materializzarsi – dopo 11 stagioni consecutive a vedere Spagna (6 vittorie, tutte con il Real Madrid), Italia (3 successi, Milan nel 1963 ed Inter nel biennio seguente) e Portogallo (con il Benfica a trionfare nel biennio 1961-’62), alzare al cielo il più prestigioso trofeo continentale – con gli scozzesi del Celtic Glasgow ad imporsi nel 1967 e gli inglesi del Manchester United a fare altrettanto l’anno seguente, ed ecco quindi che la Coppa delle Coppe diviene una sorta di proficuo allenamento in funzione della Coppa dei Campioni.

All’edizione 1965-’66 sono peraltro ai nastri di partenza formazioni di assoluto valore, ovvero i detentori del West Ham ed il Liverpool vincitore della FA Cup ’65, al pari della Juventus per l’Italia, l’Atletico Madrid per la Spagna, il Celtic che, appunto, l’anno seguente sarà il primo club britannico ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni, mentre per la Germania Ovest è presente il Borussia Dortmund, in forza del successo ottenuto per 2-0 sull’Alemannia Aachen nella finale della DFB-Pokal.

Una lista di partecipanti di assoluto rispetto – il che fa pensare con ancor maggiore nostalgia a quanto sia stata dannosa la scelta di abolire il torneo in favore della più remunerativa creazione della Champions League –, tra cui un occhio di riguardo viene in particolare posto, in fase di pronostico, proprio sul Borussia Dortmund ed il Liverpool, i quali poi non faranno che confermare questa previsione.

Ed il motivo è presto detto, in quanto non solo rappresentano due paesi del Vecchio Continente – la terza sarebbe stata l’Italia dei vari Bulgarelli, Mazzola e Rivera, viceversa malamente franata al cospetto della Corea del Nord – candidato a contendere al Brasile il titolo mondiale onde evitare che, con la terza vittoria consecutiva dopo Svezia ’58 e Cile ’62, la Seleçao si aggiudicasse definitivamente la Coppa Rimet, ma da qualche stagione sono altresì ai vertici dei rispettivi tornei nazionali.

Il Borussia Dortmund, difatti, dopo i fasti di metà anni ’50 che lo avevano visto aggiudicarsi i primi due titoli della propria storia nel 1956 (4-2 in finale al Kalsruhe) e ’57 con un ancor più netto 4-1 all’Amburgo di Uwe Seeler, era tornato a fregiarsi del titolo nel 1963, ultima stagione prima dell’inaugurazione della Bundesliga a girone unico, superando per 3-1 in finale il Colonia, per poi classificarsi quarto nel 1964 e terzo nel ’65, anno in cui, come già ricordato, si aggiudica la DFB-Pokal.

Il Liverpool, dal canto suo, è pronto a riappropriarsi della leadership sulle rive della Mersey dopo il purgatorio – può sembrare strano ai giorni nostri, ma è stato proprio così – di ben 8 campionati di Second Division, grazie alla sapiente guida del tecnico scozzese Bill Shankly che, dopo la promozione in First Division nel 1962, ha già condotto i “Reds” alla conquista del titolo nel ’64 e della FA Cup nel ’65, superando per 2-1 ai supplementari gli acerrimi rivali del Leeds United.

Due particolari curiosi accomunano le due formazioni e cioè che, per entrambe, il trofeo vinto nel 1965 rappresenta la prima volta in cui si aggiudicano la coppa nazionale, mentre le recenti partecipazioni alla Coppa dei Campioni – Borussia nel ’64 (2-2 a Dortmund, 0-2 a San Siro) e Liverpool nel ’65 (3-1 ad Anfield Road e 0-3 a San Siro) – le hanno viste come ultimo ostacolo da superare in semifinale per l’Inter di Helenio Herrera prima di approdare alle due finali poi vinte a spese rispettivamente di Real Madrid e Benfica.

Altrettanto curiosamente, la stagione 1965-’66 vede sia il Borussia che il Liverpool uscire al primo turno delle coppe nazionali, coi tedeschi sorteggiati nel turno preliminare al neopromosso Bayern Monaco che si impone per 2-0 in Baviera, mentre l’undici di Shankly saluta la compagnia al terzo turno (quello in cui entrano in gare le formazioni di First e Second Division), superato 2-1 a domicilio dal Chelsea, nel mentre sono protagoniste per quanto concerne la corsa al titolo.

Da parte del Dortmund grazie anche ad una campagna estiva di rafforzamento quanto mai importante, visto che approdano in Vestfalia due attaccanti del calibro del 23enne Sigfried Held, proveniente dai Kickers Offenbach, e del 22enne Reinhard Libuda, acquistato dallo Schalke 04 per dare manforte alla punta di diamante Lothar Emmerich, capace di realizzare 126 reti in 215 presenze nelle 9 stagioni vissute al Borussia, tutto il contrario del Liverpool, che Shankly ha oramai plasmato secondo il proprio credo.

Peraltro, l’urna arride ai colori gialloneri, che nel primo turno vengono abbinati alla squadra materasso maltese del Floriana, utile affinché Emmerich possa mettere le basi – 7 reti complessive nel doppio successo per 5-1 esterno ed 8-0 al “Westfalenstadion” – per il titolo di capocannoniere a fine torneo, per poi assicurarsi il passaggio ai quarti con il 3-0 casalingo (di Sturm, Held e Schmidt le reti) a spese del CSKA Sofia, pur con qualche brivido al ritorno, visto che, dopo essersi trovati in vantaggio per 2-1 (Held ed Emmerich a segno), gli uomini di Multhaup rischiano una clamorosa rimonta, con i bulgari ad imporsi per 4-2, con sugli scudi Romanov, autore di una tripletta.

Approdo alla fase primaverile ben più tortuoso per il Liverpool, che si vede sorteggiare all’esordio con la Juventus che, sia pur nella fase forse meno appariscente della sua ultracentenaria storia, si impone per 1-0 al “Comunale” per poi soccombere 0-2 al ritorno ad Anfield, con la pratica chiusa dal terzino goleador Chris Lawler e dal mediano Strong in meno di mezzora, per poi aver vita più agevole al secondo turno, grazie al doppio successo (3-1 sul terreno amico, ancora doppietta di Lawler, e 2-1 al ritorno) sui belgi dello Standard Liegi.

Il ritorno in campo tra metà febbraio ed i primi di marzo consente alle due formazioni di dedicarsi ai rispettivi campionati nazionali, che vedono il Borussia – dopo aver avuto ragione degli ostici spagnoli dell’Atletico Madrid (1-1 in terra iberica, con Mendonça a rispondere nel finale al vantaggio siglato da Emmerich, autore anche del punto che decide la sfida di ritorno) – dopo 24 giornate di Bundesliga guidare la classifica con 37 punti ed una sola lunghezza di vantaggio sulle due bavaresi, ovvero il Bayern ed il Monaco 1860.

Dalle parti della Mersey, viceversa, ad avvenuta eliminazione degli ungheresi dell’Honved Budapest facendo ancora affidamento sulla forza della propria difesa (0-0 al “Nepstadion” e 2-0 ad Anfield con l’immancabile rete di apertura di Lawler, replicata da Ian St John), la situazione ai vertici della First Division è più rassicurante per il Liverpool che si trova al comando con 49 punti e ben 6 di distacco sul Chelsea e 7 sulla coppia composta da Leeds e Burnley.

In una zona di metà classifica si trova il West Ham, detentore della Coppa delle Coppe, che al contrario sta facendo onore al proprio titolo approdando anch’esso alle semifinali dopo aver superato (1-0 ad “Upton Park” ed 1-1 in Germania Est) i tedeschi orientali del Magdeburgo, così come identico livello del torneo raggiunge il Celtic Glasgow, autoritario (3-0 a “Parkhead” ed 1-1 esterno) sui sempre temibili sovietici della Dinamo Kiev.

Un quadro di semifinaliste, pertanto, di tutto rispetto, con il Borussia Dortmund unica formazione del continente a fronteggiare le tre rappresentanti – Celtic, Liverpool e West Ham – dell’isola britannica, con il sorteggio ad opporlo ai detentori del West Ham, mentre sull’altro versante è quanto mai affascinante la sfida tra i due tecnici scozzesi Jock Stein da una parte e Shankly dall’altra, con quest’ultimo altresì ad annoverare quattro giocatori delle “Highlands” (il portiere Tommy Lawrence, il capitano Ron Yeats, Willie Stevenson ed il centravanti St John) nell’undici titolare.

Il programma prevede che si disputino per prime le gare di andata e ritorno (5 e 13 aprile 1966) tra West Ham e Borussia Dortmund, con questi ultimi a far valere la loro supremazia imponendosi a Londra per 2-1, con Emmerich a ribaltare, con una doppietta nell’arco di 60” nei minuti finali, il vantaggio iniziale siglato da Peters, per poi replicare in Vestfalia con un 3-1 in cui Emmerich è ancora protagonista con un’altra doppietta in avvio che porta il computo totale delle sue reti nel torneo a quota 14 in 8 incontri (!!!).

Il Liverpool, viceversa, scende in campo giovedì 14 aprile ’66 a Glasgow dopo aver completato la sua 38.ma giornata di campionato con un pari per 2-2 a Sunderland che gli consente, a quattro turni dal termine, di mantenere un vantaggio rassicurante di 5 punti (56 a 51) sul Burnley, con tutte le altre tagliate fuori, a differenza di quanto sta accadendo in Bundesliga, dove a cinque giornate dalla conclusione la situazione è sostanzialmente immutata, con il Borussia a vantare due lunghezze (45 a 43 punti) sulla coppia formata dai rivali cittadini Bayern e Monaco 1860.

Altrettanto impegnato nel consueto testa a testa della Old Firm, il Celtic sta duellando con i Rangers per conquistare quello che sarà il primo di 9 titoli consecutivi (dal 1966 al ’74), ma il 14 aprile i quasi 75mila spettatori che gremiscono gli spalti del “Parkhead” rappresentano la giusta miscela per consentire alla formazione di Stein di aggiudicarsi l’andata con il Liverpool grazie al punto siglato da Lennox al 52’.

Non meno calda è l’atmosfera di Anfield ad appena 5 giorni di distanza, martedì 19 aprile ’66, dopo che tre giorni prima i “Reds” si erano assicurati la matematica certezza del loro settimo titolo di campioni d’Inghilterra in virtù del successo interno per 2-0 sullo Stoke City e la contemporanea sconfitta per 1-2 del Burnley a Birmingham contro l’Aston Villa.

Tre gare di tale importanza così ravvicinate non spaventano l’undici di Shankly, che riesce ad aver ragione della strenua resistenza scozzese grazie all’acuto di Tommy Smith (all’epoca impiegato come mezzala prima di riciclarsi come mediano e difensore) su punizione allo scadere dell’ora di gioco, replicato da un colpo di testa di Strong appena 7’ dopo a deviare alle spalle di Simpson un preciso traversone dell’estremo Callaghan, lasciando agli scozzesi solo la rabbia per aver visto una loro rete annullata nei minuti finali.

Per il Celtic – che come già ampiamente riferito, avrà modo di riscattarsi l’anno seguente con la conquista della Coppa dei Campioni – un’occasione d’oro sfumata, visto che la finale, in calendario il 5 maggio 1966, è prevista proprio a Glasgow, teatro l'”Hampden Park, impianto che, al pari di Wembley, è destinato solo alle finali di Coppa e alle gare della Nazionale scozzese.

L’assenza del Celtic ed il tempo inclemente incidono sull’affluenza del pubblico, che non raggiunge le 42mila unità, e da parte tedesca – con il Borussia nel frattempo ad aver visto ridotto ad un solo punto (47 a 46, con il Bayern ad inseguire a due lunghezze) il proprio vantaggio sul Monaco 1860 – è sempre vivo il fantasma del 1960, allorché lo stesso terreno di gioco vide scendere in campo la sola formazione teutonica sinora finalista in Coppa del Campioni, proprio l’Eintracht Francoforte, travolto 3-7 dal Real Madrid.

Terzo club tedesco occidentale a raggiungere l’atto conclusivo nei tre tornei continentali, il tecnico Willi Multhaup si affida agli stessi undici che hanno eliminato il West Ham, schierando Tilkowski tra i pali, Cyliax e Redder terzini, una mediana formata da Kurrat, Paul ed Assauer a dare sostegno ad un attacco sinora da 25 reti in 8 incontri, costituito da Libuda, Schmidt, Held, Sturm ed Emmerich.

Di contro, Shankly fa affidamento sulla forza della propria difesa (solo 4 reti al passivo nell’intero torneo), confermando Lawrence in porta, Lawler e Byrne quale coppia di terzini, Milne, Yeats e Stevenson in mediana, mentre in avanti il ballottaggio tra Strong e Smith è vinto da quest’ultimo per andare a completare un attacco che vede Callaghan e Peter Thompson alle ali, con Hunt e St John punte centrali.

A dare il via alla contesa, alle ore 19:30, è il direttore di gara francese Pierre Schwinte e la gara vede le due squadre andare al riposo con il risultato ancora bloccato sullo 0-0 di partenza, con il Borussia preoccupato di arginare gli attacchi inglesi che non trovano sbocchi alle loro iniziative che si concretizzano in uno sterile possesso palla.

E, in una di queste occasioni, Milne perde malamente palla sulla tre quarti avversaria, consentendo al Dortmund di approfittare di una difesa inglese sbilanciata in avanti, con Emmerich a servire ad Held un invitante pallone che il centravanti giallonero trasforma nel punto del vantaggio con una forte, ancorché centrale, conclusione dal limite dell’area che sorprende un Lawrence leggermente avanzato.

Gioia tedesca di breve durata, poiché appena 7’ dopo il punteggio torna in parità anche se in modo rocambolesco, ovverossia con Thompson che rimette al centro un cross, con la palla che appare aver superato la linea di fondo, per consentire ad Hunt di scaraventare la stessa nell’angolo alto alla sinistra dell’immobile Tilkowski, con l’arbitro ad assegnare la rete tra le vane proteste dei giocatori del Borussia, così che la sfida si prolunga ai tempi supplementari.

La decisione avviene all’inizio del secondo tempo supplementare, allorché la difesa del Liverpool si fa trovare nuovamente impreparata su di un lancio in profondità che porta Held a tu per tu con Lawrence che, in disperata uscita, gli ribatte la conclusione solo per far pervenire la sfera sui piedi di Libuda che, da posizione impossibile ben oltre il vertice destro dell’area, spostato verso la linea laterale, lascia partire un delizioso pallonetto che va a colpire il palo opposto per poi rimbalzare sul corpo di Yeats che si era allungato per cercare di arpionare il pallone che così termina la sua corsa in fondo al sacco.

Al fischio finale è tripudio in casa tedesca, con la Germania a poter finalmente alzare per la prima volta un trofeo continentale, mentre Shankly – novello Mourinho ante litteram – non la prende bene, dichiarando “siamo stati battuti da una formazione di giocatori intimoriti, il cui unico scopo era quello di non farci giocare e senza uno schema di attacco ben preciso, ma hanno vinto e sono sincero quando affermo che si tratta della peggiore squadra incontrata nel corso del torneo!”.

Il successo rappresenta l’apice della stagione per il Borussia, che al ritorno in campo in Bundesliga viene sconfitto 0-1 a Brema, pur mantenendo la vetta della classifica grazie al quoziente reti dato che il Monaco 1860 non va oltre il pari interno con il Borussia Monchengldbach, per poi perderla definitivamente al penultimo turno che prevede lo scontro diretto, con i bavaresi ad affermarsi in Vestfalia per 2-0 per quello che, ad oggi, è l’unico titolo di Bundesliga da loro conquistato.

La doppia sfida che ha visto i tedeschi del Borussia avere la meglio sulle due inglesi (West Ham e Liverpool) ha modo, in parte, di riproporsi a fine luglio a Wembley in occasione della finale della Coppa Rimet tra le due Nazionali, con da una parte a scendere in campo Tilkowski, Held ed Emmerich e, dall’altra, i londinesi Moore, Hurst e Peters ed Hunt del Liverpool, con proprio i due rappresentanti del West Ham – Geoff Hurst con una tripletta e Martin Peters con la rete del provvisorio 2-1 – a vendicarsi per il 4-2 che incorona i sudditi di Sua Maestà sul tetto del mondo.

Solo che Shankly, da buon scozzese, non può certo festeggiare.

 

IL TOTTENHAM ED IL PRIMO TRIONFO INGLESE NELLE COPPE EUROPEE

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I giocatori del Tottenham festeggiano la conquista del Trofeo – da:dailymail.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Negli oltre 60 anni di Storia delle Coppe Europee di Calcio a livello di Club, tre Nazioni emergono sulle altre, vale a dire Spagna, Inghilterra ed Italia, le quali si sono rispettivamente aggiudicate 36, 30 e 28 Trofei tra Coppa dei Campioni/Champions League, Coppa delle Coppe e Coppa UEFA/Europa League, con la Germania, quarta in graduatoria, a seguire a debita distanza a quota 17 …

Un divario che assume proporzioni ancor più ampie a favore di Spagna ed Inghilterra qualora si tenga conto anche dei successi nella defunta Coppa delle Fiere – in vigore dal 1955 al ’71 e non riconosciuta ufficialmente dalla UEFA – con ciò portando il totale degli allori a 42 per le formazioni iberiche ed a 34 per le inglesi, mentre l’Italia può vantare solo la vittoria della Roma nel 1961.

Se si va però ad analizzare lo scarto esistente tra i due Paesi “coronati”, ci si accorge che esso si è formato agli albori di dette Manifestazioni, visto che sino al 1962 le formazioni di Sua Maestà Elisabetta II non avevano ancora alzato alcun trofeo, a differenza delle spagnole che ne avevano già conquistati ben 9, ovvero 5 Coppe dei Campioni con il Real Madrid, una Coppa delle Coppe con l’Atletico Madrid e tre Coppe delle Fiere (due con il Barcellona ed una con il Valencia) …

Ciò deriva in parte dalla mancanza, nell’isola britannica, di squadre capaci di dominare i propri Tornei nazionali quali il Real Madrid od il Benfica per il Portogallo, al pari della due milanesi in Italia, e molto dalla tragedia di Monaco di Baviera del febbraio 1958 che decimò gran parte dei “Busby Boys” del Manchester United, Campioni nel 1956 e ’57 e che, alla loro prima esperienza in Coppa dei Campioni erano stati eliminati in semifinale (1-3 e 2-2) dal Real Madrid nell’edizione ’57 e si erano qualificati per lo stesso livello del Torneo anche l’anno successivo prima del tragico evento.

Con il Manchester a dover ricostituire un organico in grado di competere ai vertici internazionali – e destino vuole che vi riesca proprio a 10 anni di distanza, divenendo nel 1968 il primo Club inglese a conquistare la Coppa dei Campioni – ad inizio degli anni ’60 si mette in luce la formazione londinese del Tottenham Hotspur, che sino ad allora poteva contare su di un solo titolo, curiosamente conquistato nel 1951, ovvero l’anno seguente al ritorno in First Division da cui mancava dal 1935, e su due FA Cup, vinte però nel 1901 e 1921 …

La svolta giunge con la nomina ad allenatore di Bill Nicholson – che ne aveva indossato la maglia in 314 occasioni dal 1938 al 1955 nel ruolo di centrocampista – il quale ne assume la guida a far tempo dall’estate 1958 e già al secondo anno sfiora la conquista del titolo, sfumato a causa di due sconfitte interne nel weekend pasquale (entrambe per 0-1, contro il Manchester City il 16 e contro il Chelsea il 18 aprile 1960), così da concludere la stagione al terzo posto con 53 punti, a due sole lunghezze dal Burnley Campione ed ad una dal Wolverhampton, secondo.

Esperienza di cui Nicholson fa tesoro l’anno seguente, allorché il Tottenham domina la stagione, aggiudicandosi il suo secondo (e sinora ultimo …) titolo di Campione d’Inghilterra con largo margine (66 punti a 58) sullo Sheffield Wednesday, successo a cui abbina il trionfo in FA Cup superando 2-0 in Finale il Leicester, così da realizzare l’unico “Double” della sua ultracentenaria Storia.

E’ quello, un Tottenham che fonda la sua forza sul portiere scozzese Bill Brown, il leggendario Capitano irlandese Danny Blanchflower – fratello maggiore di Jackie, stella del Manchester, rimasto coinvolto nel “Munich Air Disaster”, fortunatamente salvando la vita ma dovendo interrompere la carriera – l’altro scozzese Dave Mackay ed, in attacco, sul talento del gallese Cliff Jones, la vena realizzativa di Bobby Smith (autore di ben 121 centri in quattro stagioni, dal 1957 al ’61), oltre che sulla guizzante ala sinistra scozzese John White, purtroppo tragicamente scomparso il 21 luglio 1964 a soli 27 anni, colpito da un fulmine mentre stava giocando a golf …

Il doppio successo conseguito fa sì che il Tottenham possa così fare il suo esordio nei Tornei Continentali, il che avviene il 13 settembre 1961 a Chorzow per affrontare il Gornik Zabrze, sfida che rischia di far morire sul nascere la nuova avventura …

I ragazzi di Nicholson sperimentano difatti a proprie spese quelle che sono le insidie dell’epoca a recarsi a giocare oltre cortina, visto che al 3’ della ripresa sono sotto per 0-4 (!!) prima che Jones e Dyson nel finale rendano meno amara la sconfitta, per poi toccare ai polacchi fare i conti con l’atmosfera propria degli stadi inglesi ad una settimana di distanza, con il risultato ribaltato già a fine primo tempo, con le squadre ad andare al riposo sul 5-1 per i padroni di casa, incrementato sino ad un clamoroso 8-1 al 90’, con Jones e Smith sugli scudi con tre e due reti rispettivamente.

Più lineare l’andamento dell’Ottavo contro gli olandesi del Feyenoord, eliminati grazie al successo esterno per 3-1 (doppietta d Saul …) a Rotterdam ed al pari per 1-1 al “White Hart Lane”, così da poter riprendere il cammino europeo a febbraio ’62, ma nel frattempo in casa Tottenham avviene qualcosa destinato a modificarne le stagioni a venire …

Accade infatti che nell’estate ’61 il Capocannoniere della precedente stagione con ben 41 reti in 40 gara disputate, vale a dire l’attaccante del Chelsea Jimmy Greaves, si trasferisca in Italia al Milan per 80mila sterline, ma problematiche di varia natura – nonostante fosse andato 9 volte a segno in 10 partite della nostra Serie A – ne determinano il suo ritorno in Inghilterra, ed ad accaparrarsene i servigi è proprio il Tottenham, che difficilmente avrebbe ottenuto il giocatore dalla rivale londinese.

Con Greaves a rinforzare l’attacco degli “Spurs” – nella sua prima stagione disputa 22 gare di First Division con 21 reti all’attivo – la formazione di Nicholson può competere sui tre fronti di Campionato, FA Cup e Coppa dei Campioni, e se il titolo va al sorprendente neopromosso Ipswich Town del futuro Commissario Tecnico inglese Alf Ramsey, con il Tottenham a concludere terzo a quattro lunghezze di distacco, molto meglio le cose vanno nelle Coppe …

Costretto al replay al terzo turno di FA Cup dal Birmingham (3-3 e 4-2, con Greaves ad andare 3 volte a segno), il Tottenham si sbarazza (5-1, doppietta di Greaves) del Plymouth nel quarto, per poi dover rendere visita al West Bromwich Albion il 17 febbraio 1962, tre giorni dopo la trasferta di Praga per affrontare il Dukla nell’andata dei Quarti di Coppa dei Campioni …

Stavolta la trasferta nell’Europa orientale viene meglio ammortizzata, con una sconfitta per 0-1 e, dopo aver violato “The Hawthorns” per 4-2 (doppiette di Smith e Greaves), tocca ai cecoslovacchi alzare bandiera bianca al ritorno, con un 4-1 che reca le firme di Smith e Mackay, autori di una doppietta a testa …

Essere tra le prime quattro d’Europa all’esordio è già un notevole risultato, che Blanchflower ed i suoi compagni affrontano dopo essersi assicurati analogo traguardo nella Coppa Nazionale, avendo superato per 2-0 l’Aston Villa, grazie alle reti proprio del Capitano e di Jones, per poi essere sorteggiati con il Manchester United nella semifinale da disputarsi il 31 marzo ad “Hillsborough”, terreno di casa dello Sheffield United …

Gara che il Tottenham affronta dopo aver dovuto fare i conti a Lisbona contro il Benfica detentore del Trofeo, nulla potendo opporre alla forza di un attacco che dispone di Eusebio, Aguas e Simoes, venendo sconfitto per 1-3, peraltro analogo punteggio con cui supera lo United (ancora Greaves, Jones e Medwin a segno …) che certifica il secondo viaggio a Wembley consecutivo, avversario il Burnley che ha eliminato il Fulham …

E, mentre il ritorno con i lusitani serve a dimostrare la caratura internazionale raggiunta dalla formazione londinese, che reagisce alla rete in apertura di Aguas sfiorando la clamorosa rimonta con le reti di Smith e di Blanchflower su rigore ad inizio ripresa, il verde prato dello “Empire Stadium” sorride ancora al Tottenham, con Greaves ad aprire le marcature dopo solo 3’ e Smith ad affossare le speranze dei tifosi dei “Clarets” riportando avanti i suoi appena un giro di lancetta dopo l’illusorio pari di Robson al 50’, prima che tocchi a Blanchflower, infallibile dal dischetto, fissare il punteggio sul 3-1 definitivo.

Un Burney che, peraltro, si prende una ghiotta rivincita nell’edizione dell’anno seguente, allorché elimina i detentori della Coppa al terzo turno, con un sonante 3-0 ottenuto proprio al “White Hart Lane, mentre il Tottenham è impegnato sul doppio fronte della First Division e della Coppa delle Coppe, Manifestazione in cui, dopo essere stato esentato dal primo turno, ha superato negli ottavi (5-2 in casa e 3-2 a Glasgow), gli scozzesi dei Rangers.

L’anno precedente, a seguito del “Double” dei londinesi, i colori inglesi nella seconda edizione del Torneo erano stati difesi dal Leicester (finalista di FA Cup), eliminato negli Ottavi complice un sorteggio sfortunato che l’aveva opposto all’Atletico Madrid, poi vincitore del Trofeo nella Finale contro i detentori della Fiorentina, madrileni che si candidano per un possibile bis nella competizione in corso.

Il ritorno in campo per i Quarti avviene ad inizio marzo 1963, con il Tottenham ancora abbinato ad una formazione dell’Europa dell’Est, dovendosi stavolta recare a Bratislava per affrontare lo Slovan solo per pagare (0-2) nuovamente dazio, fortuna che in trasferta le compagini orientali sono molto meno temibili, come dimostra il 6-0 del ritorno equamente ripartito tra primo e secondo tempo, con Greaves autore di una doppietta …

Attaccante che conferma appieno le proprie doti realizzative in Campionato, dove raggiunge la considerevole cifra di 37 reti che gli vale la sua terza corona di Capocannoniere (saranno 6 in totale in carriera …), ma anche un carattere ribelle che lo porta ad essere espulso al 54’ della semifinale di andata a Belgrado contro l’OFK sul punteggio di 1-1, anche se pur in inferiorità numerica il Tottenham riesce a far suo l’incontro grazie ad un centro di Dyson a 15’ dal termine, per poi chiudere i conti al ritorno dove, nonostante l’assenza per squalifica del proprio goleador principe, gli slavi vengono nuovamente sconfitti per 3-1 …

Nel frattempo, però, la formazione londinese aveva dovuto cedere terreno in Campionato a cavallo tra fine marzo ed inizio aprile, con due soli punti in quattro partite che spianano la strada all’Everton per la conquista del suo sesto titolo, concludendo il Torneo a quota 61 punti e con 6 lunghezze di vantaggio sul Tottenham, al quale resta ora come unico obiettivo la Finale di Coppa delle Coppe, in programma il 15 maggio 1963 a Rotterdam, avversari proprio gli spagnoli dell’Atletico Madrid, detentori del Trofeo e che hanno avuto ragione in semifinale dei tedeschi del Norimberga, rimontando al ritorno al “Santiago Bernabeu” (concesso per l’occasione dai rivali del Real) l’1-2 dell’andata con un 2-0 a firma Chuzo e Mendonça.

Con la direzione affidata – come accadeva solitamente all’epoca – ad un Direttore di gara del Paese che ospita la Finale, nel caso l’olandese Andries van Leeuwen che dà il fischio d’inizio alla sfida alle ore 20:15 davanti ai quasi 50mila spettatori che gremiscono le tribune del “De Kuip” ….

Nicholsob si affida al suo “attacco delle meraviglie” (111 reti in Campionato, 19 in 6 gare di Coppa …) schierando, da destra a sinistra, Jones, White, Smith, Greaves e Dyson, facendo leva sulla voglia di riscatto proprio di Greaves, il quale conosce un solo modo per farsi perdonare qualche eccesso di troppo, ovvero andare in goal, cosa che puntualmente fa al 16’, allorché sblocca il risultato raccogliendo al volo un cross dalla destra per scaraventare la sfera alle spalle del portiere argentino Edgardo Madinabeytia e far capire allo stesso che non si prospetta una serata piacevole …

E’ difatti proprio l’estremo difensore madrileno, poco dopo la mezzora di gioco, a fallire l’intervento su di un cross dalla destra dello stesso Greaves, così da consentire a Dyson di far sua la palla per appoggiarla a centro area allo smarcato White, la cui conclusione si infila sotto la traversa per il punto del 2-0 con cui le due squadre rientrano negli spogliatori …

Apparso in pieno controllo dell’incontro, il Tottenham subisce un brusco risveglio ad inizio ripresa allorché il terzino sinistro Heny respinge di mano sulla linea una conclusione destinata in fondo alla rete di Adelardo, con il Capitano Collar ad incaricarsi della trasformazione che sembra poter riaprire i giochi …

Illusione che dura sino a metà ripresa, ovvero quando l’estrema sinistra Dyson, liberatosi con un delizioso “sombrero” del suo avversario diretto, lascia partire uno spiovente, apparentemente senza pretese, destinato all’angolo alto alla destra di Madinabeytia il quale completa la sua serata tragica facendosi passare il pallone tra le mani, per poi andare, sconsolato, ad appoggiarsi, la testa tra le mani, sul limite della tribuna alle sue spalle …

Un colpo da knock out per i madrileni e che consente, al contrario, di gestire al meglio i minuti restanti da parte dei londinesi, i quali non possono quasi fare a meno di arrotondare ulteriormente il punteggio, dapprima con Greaves, lasciato colpevolmente solo a pochi metri dalla porta, giusto per raccogliere e tramutare in goal un lancio dalla sinistra dell’indiavolato Dyson, al quale spetta poi il compito di far assumere al punteggio le definitive dimensioni del 5-1 conclusivo a 5’ dal termine, scaricando nell’angolo alto alla destra di Madinabytia una potente conclusione dal limite, su cui stavolta l’estremo difensore non può essere chiamato a responsabilità alcuna.

Al fischio finale dell’arbitro olandese, è festa grande in campo con la consueta, per l’epoca, pacifica invasione di campo da parte dei supporters inglesi, per poi toccare al Capitano Danny Blachflower l’onore di essere il primo componente di una formazione inglese a sollevare un Trofeo Europeo …

Due anni dopo sarà un’altra squadra londinese, il West Ham dei futuri Campioni del Mondo Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters a compiere analoga impresa, facendo propria la Coppa delle Coppe sul terreno di Wembley a spese dei tedeschi del Monaco 1860, mentre il Tottenham, l’anno seguente da detentore del Trofeo, dopo essere stato esentato dal primo turno, non è certo fortunato nel sorteggio degli Ottavi …

Dall’urna esce, difatti, l’abbinamento con i connazionali del Manchester United, una sfida fratricida che Greaves & Co. credono di aver incanalato in proprio favore dopo il 2-0 dell’andata al “White Hart Lane”, reggendo l’urto al ritorno ad “Old Trafford” sino a meno di un quarto d’ora dal termine con il punteggio sull’1-2, prima che a scatenarsi sia “Sir” Bobby Charlton con una doppietta che proietta lo United nei Quarti solo per subire uno dei più clamorosi rovesci della propria Storia, sprecando un vantaggio di 4-1 dell’andata sui portoghesi dello Sporting, prima di crollare 0-5 al ritorno …

Il Tottenham, dal canto suo, dopo un’eliminazione al secondo turno nel 1967-’68, dovrà attendere sino all’edizione 1981-’82 per tornare a disputare la Coppa delle Coppe, fornendo ancora un’eccellente prova visto che raggiunge le semifinali, eliminato di misura (1-1 e 0-1) dal Barcellona, poi vincitore del Trofeo …

Ma, intanto, il privilegio di essere stato il primo Club inglese ad affermarsi in Europa non potrà toglierglielo nessuno …

IL TRIONFO DELLA LAZIO NELL’ULTIMA EDIZIONE DELLA COPPA DELLE COPPE

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I giocatori della Lazio festeggiano la Coppa delle Coppe ’99 – da:sololazio.it

Articolo di Giovanni Manenti

La Storia delle Coppe Europee riservate ai Club nasce nel 1955 con la creazione della Coppa del Campioni, a cui partecipano le formazioni vincitrici dei rispettivi Campionati nazionali, Manifestazione che non tarda ad affermarsi, con l’adesione di quasi tutti i Paesi del Vecchio Continente sin dalla terza/quarta edizione …

Visto il successo ottenuto, a partire dal 1960 l’UEFA decide di affiancarvi un secondo Torneo avente caratteristiche analoghe, solo che invece di essere riservato alle squadre Campioni, vi partecipano le formazioni che si sono aggiudicate la rispettiva Coppa nazionale, con la logica iscrizione della finalista qualora la vincente sia la squadra che si è anche laureata vincitrice del Campionato, tanto da assumere la corretta denominazione di “Coppa dei vincitori di Coppa”, in italiano ridotta a Coppa delle Coppe.

Esiste poi una terza competizione, la cosiddetta “Coppa delle Città di Fiera”, un ibrido che, nelle prime edizioni vedeva scendere in campo anche delle selezioni di squadre appartenenti ad una stessa città – il “London XI” ad esempio, in cui militavano giocatori dei vari Club londinesi – e non riconosciuta ufficialmente dalla UEFA, sino a che, a partire dall’autunno 1971, il massimo Ente calcistico europeo non vara la Coppa UEFA in sostituzione del precedente Torneo.

Detta premessa è utile per comprendere come, per le due successive decadi, fossero ben chiari i termini di iscrizione alle tre citate Coppe, con le vincenti dei rispettivi Campionati a competere in Coppa dei Campioni (oltre, di diritto, alla detentrice del Trofeo qualora non si fosse confermata in Patria …), così come le vincenti (o le finaliste, come sopra indicato …) delle rispettive Coppe nazionali a partecipare alla Coppa delle Coppe (anche in questo caso, oltre alla detentrice del Trofeo, qualora non avesse acquisito il diritto a disputare la Coppa dei Campioni …), mentre le “piazzate” avevano come competizione loro dedicata la riferita Coppa UEFA, con un numero di iscritte pari all’importanza del Campionato di appartenenza, come, a solo titolo esemplificativo, all’edizione 1972-’73 partecipano quattro formazioni tedesche, inglesi ed italiane, tre spagnole, francesi, portoghesi ed jugoslave e così via …

Questa suddivisione fa altrettanto sì che, a partire dalla metà degli anni ’60, si venga progressivamente ad interrompere il “monopolio latino” che, nelle prime 11 edizioni della Coppa dei Campioni aveva visto imporsi solo il Real Madrid in 6 occasioni, seguito dai portoghesi del Benfica con due, al pari dell’Inter, con il Milan ad essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi il Trofeo nel 1963 …

Parimenti, la vecchia “Coppa delle Fiere” vede interrompersi l’egemonia spagnola (due successi per Barcellona e Valencia ed uno per il Saragozza …), intervallata dalla vittoria della Roma nel 1961, solo nel 1965 per merito degli ungheresi del Ferencvaros, per poi divenire, ad inizio anni ’70 con la nuova denominazione terreno di conquista dei Club del Nord Europa.

Occupiamoci adesso della neonata “Coppa dei Vincitori di Coppa”, oggetto della nostra Storia odierna e che, inaugurata nella stagione 1960-’61, stenta inizialmente a decollare, con sole 10 squadre iscritte alla prima edizione e che solo dal 1964 inizia ad assumere una dimensione pari alla più prestigiosa Coppa dei Campioni …

Anche in questo caso, ad iscrivere per prime il loro nome nell’Albo d’Oro sono formazioni latine, con la prima ad avere questo onore la Fiorentina nel 1961, seguita dall’Atletico Madrid l’anno seguente, ma rispetto alle altre Manifestazioni, la Coppa delle Coppe è la prima a vedere imporsi Club anglosassoni – e se ci pensate ha anche una sua logica, visto l’importanza annessa alla FA Cup in Inghilterra od anche alla DFB-Pokal tedesca – così che già nel corso degli anni ’60 ad alzare il Trofeo sono Tottenham, West Ham, Borussia Dortmund e Bayern Monaco …

Le nostre formazioni, dopo il citato successo della Fiorentina nell’edizione inaugurale – viola che giungono in Finale anche la stagione successiva – vedono il Milan aggiudicarsi il Torneo nel 1968 e nel ’73, salvo poi essere sconfitto in Finale dal Magdeburgo l’anno seguente, prima di dover attendere il 1984 affinché ad imporsi sia la Juventus a spese del Porto.

Una Manifestazione, comunque, che più delle altre dà la possibilità di conquistare un Trofeo continentale a Società viceversa “chiuse” dai grandi Club in Coppa dei Campioni e dal numero delle partecipanti dei maggiori Campionati europei in Coppa UEFA, circostanza di cui beneficiano in particolare le formazioni dell’Europa dell’Est, iscrivendosi nell’Albo d’Oro grazie alle imprese di Slovan Bratislava, Magdeburgo, Dinamo Kiev (vincitrice nel 1975 ed ’86 …) e Dinamo Tbilisi, mentre anche altre realtà “minori”, quali ad esempio gli scozzesi dell’Aberdeen od i belgi del Malines, riescono a ritagliarsi il loro “Momento di Gloria”.

Tutto bello e perfetto sino a che il “Business” non inizia a prendere la mano ai “Padroni del vapore”, ovvero con la trasformazione della Coppa dei Campioni in “Champions League” a far tempo dall’edizione 1992-’93 attraverso dapprima l’istituzione della Fase a Gironi e quindi con un progressivo allargamento delle partecipanti, circostanza che comporta l’abolizione della Coppa delle Coppe con la fine del XX Secolo, con l’ultima edizione a disputarsi nel 1998-’99 …

Ciò in quanto la revisione del “Format” della Champions League prevede, dalla stagione 1999-’00, la partecipazione a tale Torneo di ben quattro formazioni per Italia, Germania e Spagna, tre per Francia, Inghilterra ed Olanda e via a scalare, il che determina che nella maggior parte dei casi le vincitrici delle Coppe nazionali (quand’anche le finaliste …), rientrando tra le prime classificate dei rispettivi Campionati, partecipino alla ben più remunerativa Champions League, svilendo il significato della Coppa delle Coppe.

A risentire maggiormente di detta abolizione sono i Club italiani che, dopo la ricordata vittoria della Juventus nel 1984, avevano inaugurato gli anni ’90 con il successo della Sampdoria – già finalista l’anno precedente – superando 2-0 l’Anderlecht ai supplementari, per poi toccare al Parma imporsi nel 1993 grazie al 3-1 sull’Anversa a Wembley, prima di essere al contrario sconfitto la stagione successiva per 0-1 dall’Arsenal, e non è un caso, pertanto, che l’ultima edizione del Torneo veda l’affermazione di una nostra formazione …

A rappresentare l’Italia è dunque la Lazio, in forza del successo nella Coppa Italia ’98 avendo superato nella doppia Finale (0-1 a San Siro, 3-1 all’Olimpico …) il Milan, una delle poche vincitrici del Trofeo a livello nazionale, in quanto per l’Inghilterra partecipa il Newcastle (sconfitto 0-2 dall’Arsenal nella Finale di FA Cup), per la Germania il Duisburg (finalista della DFB-Pokal, superato 1-2 dal Bayern) e per la Spagna il Maiorca, sconfitto ai rigori dal Barcellona in Copa del Rey, tutte formazioni iscritte alla Champions League, mentre l’Olanda, visto che la Finale della KNVB-Beker l’avevano disputata Ajax e PSV Eindhoven, è addirittura rappresentata dall’Heerenveen, vincitore dello spareggio con il Twente, altro semifinalista …

Capirete pertanto già da questo schieramento ai nastri di partenza quanto la Coppa delle Coppe non avesse più molta ragione di esistere, “fagocitata” dai milioni di €uro della Champions League, ed a nobilitare, almeno in parte, quest’ultima edizione sono gli inglesi del Chelsea, detentori del Trofeo e che allineano tra le proprie file gli italiani Di Matteo, Zola e Casiraghi nonché Vialli in veste di allenatore-giocatore e costretto a prendere il posto di Casiraghi a causa di un grave infortunio da quest’ultimo subito.

Per la formazione capitolina, che dal 1992 vede alla Presidenza Giorgio Cragnotti, si tratta pertanto di una ghiotta opportunità per conquistare un Trofeo internazionale, dopo aver sfiorato l’impresa l’anno precedente, sconfitta 0-3 dall’Inter nella Finale di Coppa UEFA disputata a Parigi, e la Dirigenza non bada a spese, rinforzando la difesa con l’acquisto di Fernando Couto e Mihajlovic ed il rientro, a stagione in corso, di Alessandro Nesta, vittima di un infortunio al Mondiale di Francia ’98, per poi inserire linfa nuova a centrocampo con gli arrivi di Stankovic, Sergio Conceiçao e del deludente Ivan de la Pena, mentre in attacco il già citato Casiraghi ed il croato Alen Boksic, fermo per infortunio, vengono rimpiazzati dal cileno Salas e da Christian Vieri.

Stagione che si apre nel migliore dei modi, grazie al successo a fine agosto ’98 per 2-1 al “Delle Alpi” contro i Campioni d’Italia della Juventus nella sfida valida per l’assegnazione della Super Coppa, ma l’esordio in Europa è da brividi, visto che, opposti ai non trascendentali svizzeri del Losanna, i biancocelesti si fanno imporre l’1-1 all’andata, per poi riuscire a superare il turno con il 2-2 al ritorno, solo in virtù della norma che assegna valore doppio alle reti siglate in trasferta …

Scampato il pericolo – mentre a cadere quali vittime eccellenti sono il Duisburg, il Newcastle (2-1 e 0-1 contro gli jugoslavi del Partizan …) ed il Paris Saint-Germain, clamorosamente eliminato (1-1 e 2-3, con rete al 90’ di Mizrahi) dagli israeliani del Maccabi Haifa – la Lazio si garantisce la qualificazione ai Quarti ancora con il batticuore, visto che, dopo lo 0-0 dell’andata all’Olimpico contro il Partizan, la formazione di Sven Goran Eriksson espugna Belgrado per 3-2 grazie ad una doppietta di Salas e ad un acuto di Stankovic, dopo essere stata sotto per 0-1 …

Quarti di finale che si disputano ad inizio marzo ’99 con i biancocelesti altresì in lotta per il titolo, visto che dopo 23 turni di Campionato sono in testa alla Classifica con 48 punti e quattro lunghezze di margine sulla coppia formata da Parma e Fiorentina, ed il Milan staccato di cinque punti, e l’impegno contro i modesti greci del Panionios stavolta non riserva patemi di sorta, visto il 4-0 esterno (doppietta di Stankovic …) ed il 3-0 al ritorno, parole e musica di Nedved, Stankovic e de la Pena.

Turno a non riservare sorprese, con a qualificarsi per le semifinali – in programma l’8 ed il 22 aprile ’99 – anche gli spagnoli del Maiorca, i russi del Lokomotiv Mosca ed i favoriti inglesi del Chelsea, con quest’ultimi abbinati agli iberici ed i biancocelesti a doversi recare nella Capitale moscovita per la gara di andata …

Lazio che si reca a Mosca dopo aver impattato per 0-0 all’Olimpico contro il Milan il sabato precedente, così da puntellare il primato in Classifica, che la vede ora al comando con 56 punti dopo 27 turni e con la Fiorentina staccata di 6 lunghezze, il Milan ad inseguire a 7 ed il Parma ad 8, così che l’1-1 ottenuto a Mosca con una rete del subentrato Boksic a 13’ dal termine viene accolto con un cauto ottimismo in vista del ritorno all’Olimpico …

Se non che, nelle due settimane che precedono la sfida con il Lokomotiv, la Lazio cade per ben due volte all’Olimpico in Campionato, ed in entrambi i casi per 3-1, di fronte alla Roma nel Derby ed alla Juventus, facendo sì che il vantaggio in vetta alla Graduatoria, a 5 giornate dalla conclusione, si sia ridotto ad una sola lunghezza sul Milan, mentre Fiorentina e Parma sono oramai definitivamente tagliate fuori …

Un finale di stagione inatteso dopo una cavalcata che sembrava oramai vittoriosa, che rende quanto mai teso il clima della gara del 22 aprile all’Olimpico, dove la difesa, imperniata sull’stremo difensore Marchegiani e sulla coppia centrale formata da Nesta e Mihajlovic, sopperisce alle carenze offensive, portando a casa un quanto mai prezioso 0-0 che certifica l’accesso alla Finale contro i sorprendenti spagnoli del Maiorca che, guidati in panchina dall’argentino Hector Cuper, eliimano a sorpresa i detentori del Chelsea, imponendo loro il pari per 1-1 a “Stamford Bridge”, per poi imporsi per 1-0 nelle Baleari.

Finale in programma il 19 maggio 1999 al “Villa Park” di Birmingham, alla quale i ragazzi di Eriksson giungono nelle peggiori condizioni psicologiche possibili, visto che proprio quattro giorni prima, sabato 15 maggio, si erano visti superare in Classifica dal Milan complice il pari per 1-1 al “Franchi” contro la Fiorentina ed il contemporaneo successo rossonero per 4-0 sull’Empoli a San Siro, con le due squadre divise da un solo punto (67 a 66) ad una giornata dal termine …

Con il rischio di vedersi sfuggire ogni traguardo sul filo di lana, la Lazio scende in campo a Birmingham con Marchegiani tra i pali, linea difensiva composta da Pancaro, Nesta, Mihajlovic e Favalli, centrocampo affidato ad Almeyda, Nedved e Stankovic, con Mancini a fungere da raccordo per le due punte Salas e Vieri, ed è proprio quest’ultimo a sbloccare il risultato dopo appena 7’ di gioco, incornando dal limite dell’area un lungo rilancio da oltre metà campo, così da imprimere al pallone una traiettoria beffarda che scavalca l’estremo difensore argentino Carlos Roa per il punto dell’1-0 …

Gioia peraltro di breve durata, in quanto non trascorrono che quattro giri di lancetta e l’equilibrio è ristabilito, per merito di Dani che, lasciato colpevolmente libero nell’area piccola, sfrutta un assist da fondo campo per battere sotto misura l’incolpevole Marchegiani …

Tutto da rifare dunque, con la Lazio a sfiorare il raddoppio nel primo tempo ancora con una conclusione dal limite di Vieri ed un’acrobazia di Salas, per poi rischiare a propria volta di capitolare nella ripresa – grande intervento di testa quasi sulla linea di Capitan Nesta a Marchegiani battuto – prima che, allorché si stava prospettando lo spettro dei supplementari, tocchi a Nedved risolvere la sfida …

Su di una palla contesa di testa da Vieri al limite dell’area, la stessa rimbalza nei pressi del centrocampista ceco il quale, senza porre indugi in mezzo, si esibisce in una mezza rovesciata che manda la sfera ad insaccarsi proprio nell’angolino basso alla sinistra di Roa, che nulla può per impedire che finisca in rete …

Al fischio finale, giustificata l’esultanza da parte biancoceleste, anche se l’appuntamento con lo Scudetto è rimandato all’anno seguente, al termine della “Stagione d’Oro” che vede la Lazio abbinare al secondo titolo di Campione d’Italia della sua Storia anche la conquista della Super Coppa UEFA in virtù della rete di Salas con cui supera per 1-0 il Manchester United (per quella che, pertanto, è altresì l’ultima sfida tra le vincenti della Champions League e la Coppa delle Coppe …) e della Coppa Italia, avendo la meglio (2-1 all’Olimpico e 0-0 a San Siro) sull’Inter.

Particolare curioso, in ben 7 occasioni nella Storia della Manifestazione – Fiorentina 1961 e ’62, Milan 1973 e ’74, Anderlecht 1976 e ’77, Ajax 1987 ed ’88, Parma 1993 e ’94, Arsenal 1994 e ’95 ed infine Paris Saint-Germain 1996 e ’97 – la squadra detentrice del Trofeo è giunta alla Finale nell’edizione successiva, venendo peraltro sempre regolarmente sconfitta …

Ma se anche la Lazio avrebbe o meno confermato tale singolare coincidenza, purtroppo non lo sapremo mai …

 

I TRIONFI EUROPEI DEL BENFICA E LA “MALEDIZIONE” DI BELA GUTTMANN

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Guttmann assieme ad Eusebio e Coluna con la Coppa dei Campioni 1962 – da delinquentidelpallone.it

articolo di Giovanni Manenti

Nello sport, sia esso individuale o di squadra, ogni ciclo vincente è destinato, prima o poi, a chiudersi, anche se a livello di singolo ciò avviene per questioni anagrafiche, nel mentre molte formazioni declinano, non effettuando il necessario ricambio affezionandosi ai campioni che hanno contribuito alle loro affermazioni.

E’ ciò che accade persino al leggendario Real Madrid della seconda metà degli anni ’50, capace di aggiudicarsi tutte e cinque le prime edizioni – dal 1956 al 1960 – della neonata e prestigiosa Coppa dei Campioni, la più importante manifestazione europea a livello di club.

Cosa del resto abbastanza prevedibile se, dopo la larga vittoria per 7-3 a spese dei malcapitati tedeschi dell’Eintracht di Francoforte nella finale disputata il 18 maggio 1960 all’Hampden Park di Glasgow, si continua ad affidarsi alle prestazioni degli oramai ultratrentenni Alfredo Di Stefano e Ferenc Puskas, al netto, beninteso, dello straordinario talento dei medesimi.

I supporters dei “Blancos” avevano messo nel conto che il sipario dovesse calare su questa incredibile serie di successi, solo che avrebbero sicuramente preferito che ad eliminare i loro beniamini fosse stata qualsiasi altra compagine del Vecchio Continente ad eccezione degli “odiati rivali” catalani del Barcellona, che complice un sorteggio beffardo, si trovano davanti addirittura agli ottavi dell’edizione 1960-’61.

Conclusa in parità la sfida di andata al “Santiago Bernabeu” – un 2-2 con Luisito Suarez a replicare per due volte, la seconda su rigore a 3’ dal termine, ai vantaggi madridisti di Mateos e Gento –, la data storica va in scena mercoledì 23 novembre 1960 al Camp Nou davanti a 90mila spettatori, quando Verges ed Evaristo “matano” i pluri-detentori del trofeo, a poco valendo il punto della bandiera di Canario poco prima del fischio finale.

E, come avviene nel tabellone tennistico, una volta eliminata la testa di serie n.1, tocca a colui che ha compiuto l’impresa assumere il ruolo di favorito, compito che gli azulgrana – orfani del tecnico Helenio Herrera che li aveva condotti alla conquista di due Liga consecutive per poi accettare l’offerta del presidente interista Angelo Moratti – assolvono superando con irrisoria facilità lo scoglio dei quarti (4-0 ed 1-1 ai cecoslovacchi dello Spartak) per poi avere la buona sorte dalla loro parte in semifinale, opposti ai tedeschi dell’Amburgo.

Vittorioso per 1-0 all’andata, difatti, il Barcellona è sull’orlo dell’eliminazione al ritorno allorché si trova sotto per 0-2 prima che la stella (oramai appassita) ungherese Kocsis realizzi proprio al 90’ la rete dell’1-2 che, pur se all’epoca non valesse la norma del valore doppio delle reti segnate in trasferta, costringe le due formazioni ad un incontro di spareggio a Bruxelles, che i catalani si aggiudicano con il minimo scarto grazie ad un centro del brasiliano Evaristo.

E’ una squadra, quella azulgrana, che vanta un attacco stellare – se solo ognuno dei componenti fosse nel periodo migliore delle rispettive carriere – in quanto formato da Kubala, Kocsis, Evaristo, Suarez e Czibor, solo che i tre ungheresi di nascita hanno rispettivamente 34 e 32 anni, mentre Evaristo va per i 28 ed il solo Suarez deve ancora dare il meglio di sé stesso, pur contando già 26 primavere.

In ogni caso, i favori del pronostico in vista della finale in programma il 31 maggio 1961 a Berna, vanno alla più esperta formazione catalana, visto che ad affrontarla è un’altra formazione iberica, vale a dire i portoghesi del Benfica, alla loro seconda apparizione nella manifestazione, dopo un’ingloriosa eliminazione al primo turno (1-3, 0-0) nel settembre 1957 ad opera degli spagnoli del Siviglia.

Oltretutto, viene fatto rilevare come il cammino della formazione lusitana sia stato indubbiamente accompagnato da un provvidenziale aiuto della dea bendata, visto che in occasione dei sorteggi sono toccati loro avversari non certo irresistibili, quali gli scozzesi dell’Hearts, gli ungheresi dell’Ujpest, i danesi dell’Aarhus e gli austriaci del Rapid Vienna – avendo pertanto scansato i campioni di Italia, Germania, Spagna ed Inghilterra –, presentando peraltro un conto costituito da 6 vittorie, un pari ed una sconfitta (quanto mai indolore, 1-2 a Budapest contro gli ungheresi dell’Ujpest dopo averli travolti 6-2 allo “Estadio da Luz” di Lisbona), con tanto di 23 reti realizzate (di cui 10 dal centravanti José Aguas) e solo 8 subite.

Ci sono però due piccoli particolari che forse non sono tenuti in grande considerazione, il primo dei quali è costituito dalla presenza, sulla panchina della compagine lusitana, di un tecnico quanto mai esperto e gran conoscitore di calcio quale l’ungherese Bela Guttmann – con trascorsi anche n Italia alla guida di Padova, Triestina, Milan e Vicenza –, giunto in Portogallo dopo un’esperienza in Sudamerica alla guida del San Paolo, con cui si aggiudica il “Campeonato Paulista” 1957.

L’aver girato il mondo – ed essere conseguentemente venuto a contatto con diverse realtà calcistiche – ha rafforzato in Guttmann l’idea che occorra per prima cosa prendere le misure all’avversaria, studiando le qualità e le caratteristiche dei giocatori più rappresentativi, cosa che puntualmente fa prima della finale in terra elvetica, conoscendo peraltro sin troppo bene i suoi connazionali, in specie Kocsis e Czibor, per averli allenati nel 1952 quale Commissario Tecnico della Nazionale.

Proprio i due magiari rappresentano il secondo particolare della sfida europea, vale a dire che gli stessi, come in un libro giallo che si rispetti, non fanno altro che tornare sul “luogo del delitto”, poiché il campo dove si disputa la finale altri non è che il famigerato “Wankdorfstadion, ovvero il teatro dove, 7 anni prima, si consumò la disfatta della “Aranycsapat” (“La Squadra d’Oro“), con l’Ungheria che vide svanire il sogno di diventare campione del mondo, sconfitta 2-3 dalla Germania dopo aver condotto per 2-0 in una gara stregata tra pali, goal annullati e miracoli del portiere tedesco.

Uno scenario che non tarda a ripetersi anche in quel tardo pomeriggio di fine maggio, visto che il vantaggio catalano firmato proprio da Kocsis dopo 20’ minuti di gioco dura lo spazio di dieci giri di lancetta, giusto il tempo per confermare, da parte del capitano Aguas, la sua veste di miglior realizzatore del torneo con il punto dell’1-1, prima che una sfortunata autorete del portiere Ramallets mandi le due squadre al riposo con il Benfica in vantaggio per 2-1, anche a causa di una conclusione ravvicinata di Kocsis respinta da un difensore proprio sulla linea.

Scarto dilatato in avvio di ripresa da Coluna con una gran conclusione rasoterra dal limite dell’area che si infila nell’angolo basso della porta difesa da Ramallets, per poi prendere sempre più corpo la “Maledizione del Wankdorfstadion” per gli ungheresi, visto che dopo che un maldestro tocco di testa di un difensore portoghese per poco non causa una clamorosa autorete, tocca a Kubala vedere una propria conclusione da fuori area incocciare sul palo alla destra di Costa Pereira, attraversare tutta la linea bianca per poi essere respinta dal legno opposto e quindi concludere la sua corsa tra le braccia del portiere.

Contro il destino vi è poco da fare, e suona quasi come un’ulteriore beffa della mala sorte il fatto che tocchi proprio a Czibor – autore della seconda rete nella ricordata finale mondiale del 1954 – mettere a segno il punto della speranza ad un quarto d’ora dal termine con un fantastico sinistro da fuori andato a morire all’incrocio dei pali, ma la difesa portoghese regge agli ultimi, disperati attacchi e la Coppa dei Campioni, dopo un quinquennio di successi spagnoli, resta nella penisola iberica, solo cambiando paese.

Confermatosi altresì nel campionato di Primeira Liga, il Benfica affronta la successiva stagione con, stavolta, gli occhi puntati addosso, non potendo certo più contare sull’effetto sorpresa, ma avendo però nel proprio mazzo una carta destinata a sconvolgere gli equilibri del calcio europeo nel corso dell’intero decennio, e che risponde al nome della futura “Pantera Nera” Eusebio Ferreira Da Silva, scoperto nella colonia portoghese del Mozambico dall’ex nazionale brasiliano Bauer e tesserato dopo una serrata disputa con i dirigenti dello Sporting, l’altra squadra della capitale.

Non ancora 20enne – li avrebbe compiuti il 25 gennaio 1962 –, questo talento naturale viene inserito progressivamente in squadra da parte di Guttmann, tanto che nella sua prima stagione al club le sue presenze in campionato sono appena 17, sia pur corredate da 12 reti a testimonianza del valore del ragazzo, torneo che, peraltro, il Benfica conclude al terzo posto, a sette lunghezze, ironia della sorte, proprio da quello Sporting con cui avevano combattuto per aggiudicarsene le prestazioni.

Ma a Guttmann, “cittadino del mondo“, fa più gola il palcoscenico europeo, visto che l’eventuale bis in Coppa dei Campioni lo consacrerebbe senz’altro tra i più grandi tecnici del panorama calcistico internazionale, ma stavolta, pur con il vantaggio di essere esonerato dal primo turno in qualità di detentore del trofeo, l’urna non è più così benevola.

A parte gli ottavi, dove in sorte toccano gli austriaci dell’Austria Vienna – eliminati, dopo il pari per 1-1 nella capitale asburgica, con un sonoro 5-1 interno in cui Eusebio mette a segno la prima delle sue 46 reti nella manifestazione –, già ai quarti l’avversaria è ben più ostica, vale a dire i tedeschi del Norimberga, che difatti si affermano per 3-1 sul proprio campo l’1 febbraio ’62, favoriti dalla circostanza che il terreno di gioco è interamente coperto di neve e che si gioca con una temperatura di ben 6 gradi sotto zero.

Quanto le condizioni climatiche abbiano inciso sull’esito dell’incontro lo dimostra l’andamento della partita di ritorno, giocatasi tre settimane dopo a Lisbona, con la formazione bavarese incapace di arrestare la furia delle “Aguias” (“Aquile” dal rapace che campeggia sullo stemma del club) che vanno a segno ben sei volte, dopo che in appena 4’ dal fischio d’inizio avevano già annullato (grazie ad Aguas ed Eusebio) il divario dell’andata, impresa che consente a ciascun giocatore di ricevere un premio di 8mila escudos a testa.

Oramai alla soglia della seconda finale consecutiva, a cercare di opporsi a tale evento provano gli inglesi del Tottenham, nelle cui file milita il “figliol prodigo” Jimmy Greaves, rientrato a Londra dopo una fugace esperienza in Italia nelle file del Milan, trattandosi comunque di colui che tuttora detiene il record di miglior realizzatore nel torneo di Prima Divisione inglese, con qualcosa come 357 centri!

Con l’andata da disputarsi allo “Estadio da Luz“, occorre garantirsi un vantaggio rassicurante in vista del ritorno nell’infuocato catino del “White Hart Lane” londinese, e, con Aguas assente, per una volta ad assumersi l’incarico di realizzatori sono le due ali Simoes, che sblocca il risultato dopo 5’ di gioco, e José Augusto, la cui doppietta – inframezzata dal punto del momentaneo 1-2 da parte di Bobby Smith – certifica il 3-1 conclusivo da difendere nel Regno Unito a distanza di 15 giorni.

Impresa portata a termine grazie al contributo del ritrovato Aguas che incrementa a 4-1 il punteggio complessivo con la rete del vantaggio siglata dopo un quarto d’ora, ma sudata oltre misura, dato che, dopo che ancora Smith si era incaricato di riportare le sorti dell’incontro in parità poco dopo la mezzora, un rigore trasformato da Danny Blachflower ad inizio ripresa costringe Costa Pereira e Germano agli straordinari per impedire la terza rete inglese che avrebbe determinato un match di spareggio. Ed ancora una volta la buona sorte non volta le spalle a Guttmann, sotto forma di tre legni colpiti dagli attaccanti di casa.

Questa volta la finale – complici i Campionati Mondiali da disputarsi in Cile – invece che a fine si disputa ad inizio maggio, andando in scena il 2 del mese allo “Stadio Olimpico” di Amsterdam, e, al pari della sfida della precedente edizione, è ancora una formazione spagnola a doversi affrontare, trattandosi logicamente di quel Real Madrid quanto mai desideroso di tornare a sedersi su quel trono europeo che reputa suo per una sorta di diritto divino.

Formazione madrilena che si presenta all’appuntamento conclusivo dopo un percorso impressionante (5-1 complessivo al Vasas Budapest, addirittura 12-0 ai danesi del B1913 e 6-0 allo Standard Liegi in semifinale), faticando solo ai quarti con la Juventus che, sconfitta 0-1 a Torino all’andata, rifila identico punteggio alle “meremgues” al “Santiago Bernabeu” per quella che è la loro prima sconfitta interna in campo europeo, salvo poi cedere 1-3 nello spareggio giocato a Parigi.

Real Madrid che fa ancora affidamento in avanti sulla coppia Di Stefano/Puskas (71 anni in due) e sulle accelerazioni dell’ala sinistra Gento, a cui Guttmann risponde confermando nove undicesimi della squadra scesa in campo a Berna 12 mesi prima, con le uniche varianti costituite da Eusebio e Simoes in luogo di Neto e Santana.

E sono proprio il 20enne africano ed il non ancora 19enne Simoes le frecce all’arco del tecnico ungherese, che ritiene di poter approfittare del previsto calo alla distanza dei suoi avversari, segnatamente la ricordata coppia di attacco, anche se Puskas, ancorché limitato sotto l’aspetto dinamico, è pur sempre in grado di far male con le sue micidiali conclusioni di sinistro, circostanza di cui Costa Pereira non tarda ad accorgersi.

Trascorre, difatti, poco più di un quarto d’ora allorché la difesa portoghese si fa sorprendere – scatenando le ire di Guttmann – da un rilancio di Di Stefano che pesca l’ex capitano della “Grande Ungheria” proiettato in campo aperto con il solo Costa Pereira da superare, cosa che per “Ocsi” è poco più che un gioco da ragazzi con un sinistro chirurgico nell’angolo basso alla sinistra dell’estremo difensore, per poi ripetersi ancor prima dello scoccare della mezzora con una potente conclusione da oltre 25 metri che sorprende nettamente Costa Pereira, alquanto incerto nell’occasione.

E’ peraltro evidente che a Puskas, come a suoi connazionali Kocsis e Czibor, un vantaggio di due reti non possa considerarsi rassicurante, visto che – al pari di quanto fecero i tedeschi Morlock e Rahn nella finale mondiale del 1954 – trascorrono appena 10’ ed il risultato torna in perfetto equilibrio, grazie a Coluna che suona la carica, calciando sul palo una punizione dal limite che Aguas ribatte in rete nel più semplice dei tap-in, e quindi con Cavem che manda la sfera nell’angolo alto alla destra della porta difesa da Araquistain, per il punto del 2-2 quando sono appena trascorsi 33’ dal fischio d’inizio.

Punto sull’orgoglio, il 35enne fuoriclasse ungherese ha un ultimo sussulto, raccogliendo sul limite dell’area avversaria un pallone che, dopo aver evitato con un tocco raffinato un difensore, scaraventa con tutta la potenza del suo sinistro nell’angolo basso di un stavolta incolpevole Costa Pereira, fissando il punteggio sul 3-2 con cui le due squadre vanno al riposo.

Più di così, oggettivamente, a Puskas non si può chiedere – unico giocatore nella storia della manifestazione ad aver segnato 4 (contro l’Eintracht nel 1960) e 3 reti in una finale –, ma altrettanto valida è la previsione di Guttmann circa il vantaggio sul piano fisico che i suoi giocatori avrebbero nella ripresa, dove ancora nuovamente giganteggia Coluna che, come l’anno precedente a Berna, sigla la terza rete per i suoi, andando a segno con una conclusione da fuori, una saetta imprendibile per il portiere spagnolo, con la palla ad infilarsi in diagonale nell’angolo basso alla sua destra.

Ristabilita la parità dopo appena 5’ dal rientro sul terreno di gioco, a salire in cattedra tocca al fuoriclasse mozambicano, sinora un po’ in ombra, il quale dapprima si procura un calcio di rigore dopo una travolgente progressione lungo l’out destro fermata fallosamente appena dentro l’area, massima punizione che egli stesso si incarica di trasformare mandando Araquistain da una parte ed il pallone dall’altra, quindi completa la sua personale doppietta convertendo in rete un calcio di punizione dal limite toccatogli da Coluna per il punto del 5-3.

Siamo al 69’, e con poco più di 20’ a disposizione per cercare un’improbabile rimonta, i giocatori del Real Madrid appaiono mentalmente e fisicamente oramai consapevoli di essere stati sconfitti, ed al triplice fischio del direttore di gara olandese Leo Horn, Guttmann può legittimamente festeggiare il trionfo proprio e dei suoi ragazzi.

Un idillio, quello tra il tecnico ungherese ed il più popolare club di calcio portoghese – “O Glorioso” come chiamato dai propri tifosi –, che sembrerebbe destinato a convertirsi in un amore senza fine – e, del resto, in tre stagioni ha portato nella bacheca due titoli nazionali, una Taça di Portugal e due Coppe dei Campioni –, ma la riconoscenza, si sa, non è di questo mondo, così che avviene l’impensabile.

Appena due giorni dopo il secondo trionfo europeo, difatti, Guttmann riceve la sgradita sorpresa di vedersi consegnare nientemeno che una lettera di licenziamento, firmata dal proprietario della Polisportiva ed alla base della quale vi sarebbe la pretesa da parte dell’allenatore di ottenere un premio in denaro per la conquista del trofeo continentale, circostanza negata dal club sia perché non contrattualmente prevista che per il mancato tris in campionato, al contrario vinto dagli odiati rivali dello Sporting.

Non crediamo che non vi fossero margini per una composizione bonaria della questione, ma l’atteggiamento viceversa assunto dalla dirigenza deve aver ferito non poco l’orgoglio del tecnico – al quale peraltro non mancano di certo le offerte di lavoro, con un “biglietto da visita” costituito da due Coppe dei Campioni –, che prima di lasciare il proprio ufficio nella sede del club, si lascia andare ad una “Maledizione” tale da far impallidire anche i meno superstiziosi.

Me ne vado per sempre”, tuona Guttmann, ma sappiate che d’ora in avanti il Benfica non vincerà più una Coppa Internazionale, per almeno 100 anni!!!.

I più scettici potranno pensare allo scarso valore di un simile anatema, soprattutto considerando la forza ed il valore di quella formazione che viene pressoché interamente trapiantata in Nazionale per conquistare il prestigioso terzo posto ai Mondiali di Inghilterra ’66, con il corollario di Eusebio capocannoniere con 9 reti, ma vi invitiamo a riflettere su quanto segue.

Quel Benfica è, a tutti gli effetti, una signora squadra, tanto che nelle successive sei edizioni della Coppa dei Campioni, giunge altre tre volte in finale, se non fosse che…

Proprio l’anno seguente, 1963, da detentrice del trofeo, affronta a “Wembley” il Milan, portandosi in vantaggio con Eusebio, ma prima dell’intervallo il capitano Coluna è vittima di un infortunio che, considerato che all’epoca non sono previste sostituzioni, lo costringe a restare in campo per onor di firma, così favorendo la rimonta dei rossoneri che, nella ripresa, ribaltano il punteggio con una doppietta di Altafini.

Due stagioni dopo, 1965, il Benfica si reca a San Siro per disputare la finale contro l’Inter che l’anno prima aveva conquistato il trofeo superando 3-1 il Real Madrid, una gara disputata su di un campo ai limiti della praticabilità per la pioggia e che vede Costa Pereira protagonista di una colossale papera facendosi passare tra le gambe una conclusione non certo irresistibile di Jair in conclusione di primo tempo, per poi vedere le speranze di rimonta vanificate da un infortunio occorso al 57’ allo stesso estremo difensore, con il libero Germano a doversi improvvisare portiere. 

Per concludere, nel 1968 Eusebio & Co. tornano sul terreno di “Wembley” dove due anni prima sono stati sconfitti dall’Inghilterra nella semifinale mondiale, stavolta per affrontare il Manchester United e, con la gara inchiodata sul punteggio di 1-1, è lo stesso Eusebio ad avere sul piede il “match ball” al 90’, ma la sua conclusione, potente e precisa, viene bloccata da un prodigioso intervento di Alex Stepney, prima di crollare nei tempi supplementari per il definitivo 1-4 che incorona gli inglesi.

Tutto questo relativamente al periodo del “Grande Benfica” degli anni ’60, ma chi pensava che la maledizione potesse cessare con l’abbandono dell’attività dei giocatori che lo componevano, si sbaglia di grosso, poiché Guttmann non ce l’aveva affatto con i suoi ragazzi, bensì con la società. E l’anatema si concretizza ad oggi in altre cinque finali continentali perse – Coppa Uefa 1983, Coppa dei Campioni 1988 e ’90, Europa League 2013 e ’14 – con Eusebio che, in occasione della finale di Coppa dei Campioni del 1990 a Vienna contro il Milan, si reca personalmente a depositare dei fiori sulla tomba del tecnico (scomparso a fine agosto 1981 ad 82 anni) presso il cimitero ebraico della capitale austriaca, pregandolo di far sì che la maledizione cessi. Ma la preghiera resta senza alcun risultato utile.

E, d’altronde, son già trascorsi 57 anni, oltre mezzo secolo, basta attenderne “solo” altri 43!!!

 

LA COPPA DELLE COPPE 1969, UNICO SUCCESSO EUROPEO DI UNA FORMAZIONE CECOSLOVACCA

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Il Capitano Horvath solleva il Trofeo – da:commons.wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Dopo il primo quinquennio in cui si è disputata pressoché la sola Coppa dei Campioni – con dominio assoluto, oltre che del Real Madrid che si aggiudica tutte e cinque le edizioni, sopratutto del calcio latino, con 9 finaliste su 10, unica eccezione l’Eintracht Francoforte, umiliato 7-3 dalle “merengues” nella finale di Glasgow del 1960 – dall’inizio degli anni ’60 le manifestazioni continentali per club assumono la loro fisionomia più completa, abbinando la Coppa delle Coppe e con la Coppa delle Fiere a disputarsi a cadenza annuale.

Ciò nondimeno, la “musica non cambia“, visto che sino al 1967 – allorché si affermano gli scozzesi del Celtic Glasgow sull’Inter – la principale competizione europea riservata alle squadre campioni continua ad essere monopolizzata dalle formazioni latine, non solo quanto a vittorie, ma anche a livello di finaliste, con il solo Partizan Belgrado a raggiungere l’ultimo atto nel 1966, solo per essere sconfitto 1-2 dal Real Madrid per l’ultima vittoria del primo grande ciclo dei “blancos” che dovranno attendere ben 20 anni prima di tornare a sollevare un trofeo continentale.

Successivamente, il dominio in Coppa Campioni si sposta verso nord, divenendo territorio di conquista delle formazioni olandesi, tedesche ed inglesi, sino a che, nel 1986, una formazione di “oltre cortina“, ovvero dell’Europa orientale, spezza questa egemonia, grazie alla Steaua Bucarest che, nella finale di Valencia, supera ai calci di rigore un Barcellona per il quale la “Coppa dalle grandi orecchie” resta stregata sino all’ultima edizione del 1992, prima che la stessa si trasformi nell’attuale Champions League.

Club dell’Europa dell’est che, negli anni ’60, avevano conosciuto un po’ di gloria solo nella Coppa delle Fiere – competizione che peraltro, con decisione alquanto discutibile assunta nel 2005, il massimo ente calcistico europeo ha disconosciuto come ufficiale sino alla creazione della Coppa Uefa nata nel 1971 – con le affermazioni del Ferencvaros nel 1965 (altresì finalista nel ’68) e della Dinamo Zagabria nel 1967, già finalista nel 1963.

Viceversa, la seconda manifestazione continentale per importanza, vale a dire la Coppa delle Coppe – riservata alle formazioni vincitrici delle rispettive coppe nazionali (o alla finalista, qualora il trofeo se lo fosse aggiudicato la squadra prima in campionato) –, ricalca a grandi linee l’andamento della Coppa dei Campioni, visto che le prime otto edizioni vedono due affermazioni a testa di club italiani (Fiorentina e Milan), inglesi (Tottenham e West Ham), tedeschi (Borussia Dortmund e Bayern Monaco) ed iberici, con lo Sporting Lisbona a replicare, nel 1964, al successo dell’Atletico Madrid nell’edizione 1962.

E, anche in questo caso, per le squadre dell’Europa orientale restano solo le briciole, nel senso che su 16 finaliste solo nel 1964 gli ungheresi della MTK Budapest arrivano a sfidare i portoghesi dello Sporting nell’atto conclusivo, ancorché costringendoli alla ripetizione, vinta dai lusitani per 1-0 dopo un altalenante e ricco di emozioni pareggio per 3-3 nella finale del 13 maggio ’64 a Bruxelles, prima che la tendenza, diremmo quasi finalmente, si inverta e proprio nel modo forse meno atteso.

Difatti, l’estate 1968 è funestata dall’intervento armato dell’esercito sovietico in Cecoslovacchia che il 20 agosto invade la capitale Praga per rovesciare il Governo presieduto da Alexander Dubcek che si era insediato ad inizio anno concedendo alcune riforme non gradite a Mosca, circostanza che comporta la ferma protesta anche a livello sportivo da parte delle formazioni dell’Europa occidentale che si rifiutano di incontrare avversarie della parte orientale.

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Praga invasa dai carri armati sovietici – da:photoweekmilano.it

A questo punto, sia in Coppa dei Campioni che in Coppa delle Coppe, l’Uefa sceglie una strada “salomonica” ristrutturando i sorteggi del primo turno – con la speranza che le cose si appianino nei mesi a venire – abbinando le 8 formazioni dei paesi orientali tra di loro, una decisione che non soddisfa le Federazioni di Unione Sovietica, Polonia, Germania Est, Bulgaria ed Ungheria, che pertanto ritirano le proprie squadre dalle due riferite manifestazioni, al contrario dei club cecoslovacchi, rumeni ed jugoslavi, che vi prendono regolarmente parte.

Sarà un caso, o forse come spesso accade in questi casi, la ricerca di una rivincita nel campo dello sport – significativa, al riguardo, la protesta della leggendaria ginnasta ceca Vera Caslavska che, stella delle Olimpiadi di Città del Messico svoltesi ad ottobre ’68, reclina il capo e volge le spalle alla bandiera sovietica in occasione di una cerimonia di premiazione –, ma l’edizione 1968-1969 è quella che vede le formazioni cecoslovacche ottenere i loro maggiori traguardi in campo internazionale, a cominciare dallo Spartak Trnava che raggiunge le semifinali di Coppa dei Campioni, mettendo anche paura ad un Ajax ancora in embrione, visto che dopo la netta sconfitta per 0-3 all’andata ad Amsterdam, ad inizio ripresa del match di ritorno si trova sul 2-0 a proprio favore (doppietta di Kuna), per poi non riuscire a completare la rimonta.

Maggior fortuna ha in Coppa delle Coppe lo Slovan Bratislava che, in un periodo in cui a monopolizzare le sorti del campionato è il Dukla Praga delle stelle Masopust ed Adamec, si ritaglia un proprio spazio attraverso la Coppa nazionale, così da essere alla sua terza partecipazione in questa manifestazione.

Già iscritta in due edizioni consecutive nel 1962-’63 e 1963-’64, la formazione dell’attuale Slovacchia viene in entrambe le circostanze eliminata ai quarti di finale, nel primo caso dopo aver inflitto un’inattesa sconfitta per 2-0 (di Cvetler e Moravcik le reti) tra le mura amiche al Tottenham, futuro vincitore del trofeo, il quale si riscatta a “White Hart Lane” con un perentorio 6-0, e l’anno seguente cedendo con l’onore delle armi (doppio 0-1) agli scozzesi del Celtic Glasgow.

Ai nastri di partenza del settembre 1968 – in un’edizione, come ricordato, priva di Dinamo Mosca, Vorwaerts Berlino, Gornik Zabrze, Spartak Sofia e Vasas Gyor – i maggiori accreditati per il successo finale, in assenza altresì del Milan, detentore del trofeo, in quanto impegnato nella Coppa dei Campioni che poi si aggiudica, sono gli spagnoli del Barcellona (reduci dall’essersi aggiudicati, nel 1966, la loro terza Coppa delle Fiere), al pari dei tedeschi occidentali del Colonia, con quali possibili outsider gli inglesi del West Bromwich Albion e gli italiani del Torino.

Poiché, per i motivi già riferiti, l’Uefa aveva provveduto ad abbinare al primo turno tra di loro le formazioni dell’Europa dell’est, la Dinamo Bucarest approfitta del forfait del Vasas Gyor e lo Slovan Bratislava è l’unico a scendere in campo per affrontare gli jugoslavi del Bor, blindando la qualificazione con il 3-0 dell’andata (doppietta di Cvetler ed acuto di Jokl), pur rischiando al ritorno, dove la rimonta degli avversari si ferma sul 2-0.

La defezione di cinque club comporta che, con 14 formazioni qualificate per gli ottavi, due di esse ne vengano esentate per sorteggio – con l’urna a strizzare l’occhio a Torino e Barcellona – mentre allo Slovan toccano gli ostici lusitani del Porto, ostacolo peraltro brillantemente superato ribaltando al ritorno lo 0-1 dell’andata con un perentorio 4-0 che porta le firme di Jokl, autore di una doppietta, e dei gemelli Jan e Jozef Capkovic .

Con tutte le cosiddette “grandi” ancora in lizza, compreso il West Bromwich che asfalta al ritorno con un perentorio 4-0 (dopo l’1-1 dell’andata a Bucarest) la Dinamo, così che lo Slovan resta l’unica formazione dell’Europa orientale ancora in gara, il sorteggio dei quarti abbina allo stesso i granata del Torino, senza che vi siano confronti diretti per Barcellona, Colonia ed inglesi.

Con l’ingresso nella fase primaverile del torneo, lo Slovan si reca il 19 febbraio 1969 a Torino per affrontare la compagine granata che viaggia a metà classifica in campionato, riuscendo ad espugnare il “Comunale” grazie ad una rete di Jokl al 54’, per poi mettere al sicuro la qualificazione il 5 marzo al ritorno in virtù dei centri, uno per tempo, di Horvath e Hlavenka prima che Carelli, ad 1’ dal termine, renda meno amara la sconfitta dei granata.

Le altre sfide vedono la facile qualificazione del Colonia (2-1 e 3-0) a spese dei danesi del Randers Freja e la sorprendente eliminazione del West Bromwich da parte dei “cugini” scozzesi del Dunfermline Athletic, non essendo riusciti a rimontare a “The Hawthorns” una rete in apertura di Gardner dopo lo 0-0 dell’andata nelle Highlands.

Ma un esito che avrebbe avuto del clamoroso non si è verificato per un pelo nel confronto tra il Barcellona e, sulla carta, i modesti norvegesi del Lyn Oslo, oltretutto con entrambe le gare programmate – il 30 gennaio ed il 5 febbraio 1969 – al “Camp Nou“, dati i campi ghiacciati alle latitudini del nord Europa.

Forse peccando di leggerezza nel sottovalutare gli avversari – così come gli “aficionados“, del resto, visto che poco più di 4mila sono presenti a fine gennaio ed appena 11mila la settimana dopo – gli “azulgrana“, dopo aver faticosamente portato a casa (3-2 dopo essersi trovati in vantaggio per 2-0 dopo meno di mezz’ora) il primo incontro, vedono le streghe nella seconda partita, allorché una doppietta di Johannesen porta i norvegesi ad un passo dall’impresa quando manca oramai un quarto d’ora al termine.

Fortuna che a rimediare ci pensi addirittura il difensore centrale Francisco Fernando Gallego che con una doppietta nello spazio di 8’ rovescia le sorti della qualificazione, così che i catalani possono avanzare alle semifinali dove devono vedersela con un Colonia che sta vivendo una pessima stagione in Bundesliga, ritrovandosi addirittura invischiato nella lotta per non retrocedere, mentre allo Slovan toccano i “Bravehearts” del Dunfermline, proprio per questo difficili da decifrare.

In un’epoca in cui le gare non si disputano negli stessi giorni, i primi a scendere in campo, il 2 aprile ’69 a Colonia. sono i padroni di casa – reduci in Bundesliga da una sconfitta per 1-2 a Braunschweig che li ha relegati al quart’ultimo posto, con un solo punto di vantaggio sulla coppia formata da Eintracht Francoforte e Kickers Offenbach – ed un Barcellona che cerca, inutilmente, di contrastare il dominio assoluto di un Real Madrid che si appresta a conquistare la sua ottava Liga negli ultimi nove anni.

Con due stati d’animo così diversi, e scampata la paura del turno precedente, i catalani non hanno difficoltà a staccare il biglietto per la finale, in quanto, dopo il pari per 2-2 in rimonta al “Mungersdorfer Stadion“, si impongono nettamente al ritorno per 4-1 (tripletta di Fusté) in un “Camp Nou” stavolta riempito da oltre 55mila spettatori.

Ecco quindi che, quando mercoledì 23 aprile ’69 Slovan e Dunfermline scendono in campo al “Tehelné Pole” di Bratislava per la semifinale di ritorno, sanno già che ad attenderli troveranno il Barcellona, e, con due formazioni alla ricerca della loro prima finale europea, la sfida è ancora tutta aperta dopo l’1-1 dell’andata allo “East End Park” – dove Jan Capkovic ha replicato a 7’ dal termine al vantaggio scozzese di Fraser in chiusura di primo tempo –, soprattutto dopo lo “scherzetto” combinato al West Bromwich nel turno precedente.

Ma a dirimere la questione ci pensa nuovamente l’estrema sinistra Jan Capkovic, mettendo a segno al 23’ l’unica rete dell’incontro che certifica il passaggio del turno e la prima qualificazione di una formazione cecoslovacca ad una finale europea, appuntamento fissato per il 21 maggio 1969 in Svizzera, al “St. Jakob-Stadion” di Basilea.

Del Barcellona abbiamo in parte già detto. Dopo la gloria a cavallo degli anni ’60 che lo vede aggiudicarsi la “Copa del Rey” nel 1957 e ’59, le prime due edizioni della Coppa delle Fiere nel 1958 e ’60, nonché due Liga consecutive nel 1959 e ’60, la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni ’61 per 2-3 contro il Benfica pone fine ad un ciclo che lo porta ad oltre un decennio di “vacche magre, che non può essere certo compensato dalle affermazioni in “Copa del Rey” nel 1963 e ’68 rispetto alla schiacciante superiorità degli arcirivali del Real Madrid, ed anche la terza Coppa delle Fiere conquistata nel 1966 – superando 0-1 e 4-2 il Real Saragozza – viene oscurata dalla sesta Coppa dei Campioni che i “Blancos” si aggiudicano proprio in quell’anno.

Ed anche a livello di Nazionale il momento non è dei più felici, con la Spagna incapace di qualificarsi per le fasi finali dei Mondiali di Messico ’70 con una formazione alla quale i catalani contribuiscono con l’esperto portiere Salvador Sadurni, i difensori Eladio, Torres, Gallego e Zabalza e la punta Josep Maria Fusté, mentre altri punti di forza dell’undici allenato da Salvador Artigas sono il difensore Ferran Olivella (Campione d’Europa ’64 con le “Furie Rosse“), il capitano José Antonio Zaldùa e la 22enne ala sinistra Carles Rexach, destinato a fare le fortune del club negli anni a seguire.

Di contro, lo Slovan Bratislava è da alcuni anni ai vertici del calcio cecoslovacco, in forza delle piazze d’onore in campionato conquistate sia nel 1964 che, consecutivamente, dal 1967 al ’69, rispetto alle quali si consola aggiudicandosi la Coppa nazionale nel 1962 e ’63 e quindi – dopo la sconfitta ai rigori del 1965 contro il Dukla Praga – prendersi la rivincita sullo stesso superandolo (2-1 e 5-1) nella doppia finale del 1968.

E, in più, la formazione allenata da Michal Vican – ex stella dello Slovan degli anni ’50 ed in carica proprio dall’estate 1968 – rappresenta un buon serbatoio per la Nazionale che, a differenza di quella iberica, è riuscita a staccare il biglietto per il Messico superando 4-1 l’Ungheria nello spareggio di Marsiglia, con ben 6 suoi giocatori – il portiere Vencel, i difensore Hrivnak e Zlocha, il centrocampista Hrdlicka e gli attaccanti Jokl ed Jan Capkovic – che vengono selezionati dal Commissario Tecnico Josef Marko per la rassegna iridata.

Ciò nonostante, i favori del pronostico pendono tutti dalla parte catalana, anche se Artigas deve rinunciare alla coppia difensiva formata da Gallego e Torres, riciclando l’esperto Olivella, alla sua stagione d’addio all’attività agonistica. In più, per i tifosi azulgrana, vi è un ricordo non proprio felice per quanto attiene alle trasferte in terra elvetica, visto che la citata finale di Coppa dei Campioni persa contro il Benfica il 31 maggio 1961, si era anch’essa giocata in Svizzera, per la precisione al “Wankdorfstadion” della capitale Berna, altresì teatro della celebre finale mondiale del 1954 tra Germania Ovest ed Ungheria, anch’essa, curiosamente, conclusasi sul punteggio di 3-2.

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Le squadre schierate a centrocampo – da:skslovan.com

Nessun problema di formazione, viceversa, per Vican, il quale manda in campo l’undici titolare composto da: Vencel; Fillo, Hrivnak; Zlocha, Horvath, Hrdlicka; Cvetler, Moder, Jozef Capkovic, Jokl ed Jan Capkovic, schieramento al quale Artigas risponde con: Sadurni; Franch, Eladio; Rifé, Olivella, Zabalza; Pellicer, Castro, Zaldùa, Fusté, Rexach, con le due squadre che scendono in campo alle ore 19:00 di mercoledì 21 maggio 1969, agli ordini del direttore di gara olandese Laurens van Ravens ed alla presenza di poco meno di 20mila spettatori, pressoché interamente di fede azulgrana, date anche le ovvie difficoltà a recarsi all’estero dalla città slovacca.

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I Capitani Horvath ed Olivella si scambiano i gagliardetti – da:skslovanj.com

I dubbi che la finale si presentasse sotto foschi presagi divengono certezze per Artigas allorché trascorrono poco più di 60” ed i suoi si trovano già sotto di una rete, autore Cvetler, pronto ad approfittare di un’incertezza della difesa catalana (ahi, ahi, quanto mancano Gallego e Torres) per trafiggere Sadurni con un tiro dal dischetto del rigore che si insacca nell’angolo basso alla destra del portiere.

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Sadurni battuto da Cvetler al 1′ – da:skslovan.com

Non ci poteva essere modo peggiore per iniziare la sfida, ma se gli avversari dovevano segnare, “tanto meglio che lo abbiano fatto subito, c’è tutto il tempo per recuperare“, deve aver pensato Artigas, in ciò vieppiù confortato dal punto del pari messo a segno al quarto d’ora da Zaldùa, pronto a deviare in rete sotto misura una correzione di testa di Rexach su traversone proveniente dalla sinistra.

Sono in molti a ritenere, sulle tribune del “St. Jakob-Stadion“, che il vantaggio iniziale sia stato il classico fuoco di paglia da parte della formazione sfavorita e che da ora in poi i valori vengano ristabiliti, ed in effetti i successivi minuti sembrano dar loro ragione, specie quando Fusté chiude una splendida triangolazione con Zaldùa solo per alzare incredibilmente sopra la traversa dal limite dell’area di porta difesa da Vencel.

Una delle più classiche “regole non scritte” del gioco del calcio, ovvero “Goal sbagliato, goal subito“, si materializza anche in questa occasione, ma inguardabile è ciò che combina alla mezz’ora la retroguardia catalana, e più precisamente Rifé, il quale, in netto anticipo nel fermare un’incursione in area del terzino Hrivnak, non trova di meglio che far carambolare la palla addosso all’avversario, che ha così l’opportunità di battere a colpo sicuro da non più di 10 metri, senza lasciare scampo a Sadurni.

EUROPAPOKAL DER POKALSIEGER, CUP DER CUPSIEGER, SLOVAN BRATISLAVA, FC BARCELONA,
La rete del 2-1 siglata da Hrivnak – da:tageswoche.ch

Il Barcellona non si scompone, riprende a macinare il proprio gioco fatto di fitti passaggi, che però non producono particolari pericoli, ad eccezione di una conclusione dalla distanza che trova Vencel pronto alla deviazione in angolo, quando viceversa sarebbe necessario incrementare il ritmo delle proprie azioni, specialmente quando non si può fare affidamento sulla propria difesa.

E quello che accade a 3’ dall’intervallo ha del tragicomico in quanto, su di una rimessa laterale sulla trequarti avversaria effettuata da Jokl, la sfera viene indirizzata verso Jan Capkovic, la cui marcatura viene allentata da Pereda (subentrato dopo soli 11’ al posto di Franch) in quanto sta uscendo in chiusura Olivella, il quale manca completamente l’intervento, lasciando aperta la strada all’estrema sinistra che, presentatosi solo davanti a Sadurni, lo supera con un tocco angolato sul lato opposto, per la gioia dei cechi e la disperazione dell’estremo difensore che non sa più a che santo votarsi. Ed intanto le squadre vanno al riposo sul punteggio di 3-1, da nessuno ipotizzato in fase di pronostico.

Catalani che rischiano il tracollo in avvio di ripresa – dopo che Artigas si è giocato anche il secondo cambio, inserendo il portoghese Jorge Alberto Mendonça al posto di Castro – stavolta salvati da Sadurni, per poi replicare con una conclusione da appena dentro l’area di Pellicer alzata in angolo da Vencel, il quale viene a propria volta sorpreso dalla traiettoria del corner calciato da Rexach, con uno spiovente maligno che manda la sfera ad insaccarsi nell’angolo alto opposto a quello di tiro, con la sfida che si riapre con ancora quasi 40’ da giocare, visto che siamo giunti appena al 51’.

Tempo ci sarebbe, così come non mancano le occasioni per completare la rimonta, in specie quando Rifè si esibisce in una discesa lungo l’out sinistro che lo porta ad incunearsi in area, giungere sul fondo e, sull’uscita di Vencel, fornire un “cioccolatino” che Zaldùa si dimentica di scartare, alzando incredibilmente la sfera sopra la traversa da meno di 5 metri a porta spalancata.

Se si falliscono occasioni del genere – oltretutto dopo aver regalato almeno due delle tre reti subite – è anche giusto uscire sconfitti, e l’ultima speranza si infrange su di un corner che l’arbitro olandese fa battere a tempo scaduto e che vede una conclusione dal limite di Fusté, violenta ma centrale, ben bloccata da Vencel che si ritrova così tra le braccia il pallone nel momento esatto del triplice fischio finale che sancisce quella che, a tutt’oggi, resta l’unica vittoria di una squadra – ceca o slovacca, data l’avvenuta separazione delle due Repubbliche a fine anno 1992 – nelle massime competizioni europee per club.

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La consegna del Trofeo ad Horvath – da:historiadelfutbolenimagenes.blogfree.net

Di contro, il successo dello Slovan Bratislava serve da apripista per ulteriori “Momenti di Gloria delle formazioni dell’Europa dell’est in Coppa delle Coppe, che nei successivi 30 anni sino alla sua soppressione (avvenuta nel 1999) vede le stesse disputare altre 8 finali – di cui una addirittura tra gli allora sovietici della Dinamo Tblisi ed i tedeschi orientali del Carl Zeiss Jena –, cogliendo quattro successi con, oltre alla Dinamo Tblisi, anche il Magdeburgo e per due volte la Dinamo Kiev a sollevare il trofeo.

E pensare che, forse, tutto era dipeso dall’invasione sovietica per sopprimere la liberale “Primavera di Praga“…

 

IL TRIONFO EUROPEO DEL 1989 DA PARTE DEL NAPOLI DI MARADONA

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Il Capitano Maradona con la Coppa Uefa ’89 – da:calcio.fanpage.it

Articolo di Giovanni Manenti

Davvero curioso il rapporto delle Squadre italiane con la Coppa UEFA – terza Manifestazione continentale per importanza sino al 1999, data di abolizione della Coppa delle Coppe – istituita dal massimo Ente calcistico europeo nel 1971, in sostituzione dell’originaria Coppa delle Fiere …

Già la riferita competizione – per la quale, con decisione alquanto controversa assunta nel 2005, la Uefa ha dichiarato di non riconoscere le vittorie conseguite nelle 13 edizioni svoltesi dal 1955 sino al 1971 – era stata quanto mai avara di soddisfazioni per i nostri Club, potendo contare il solo successo della Roma nel 1961 e due Finali perse dalla Juventus, nel 1965 contro il Ferencvaros e nel 1971 contro il Leeds United, il tutto a fronte di ben 6 affermazioni delle formazioni spagnole e di 4 da parte delle inglesi …

E le cose non migliorano di certo con la nuova Manifestazione, visto che nelle prime 17 edizioni dal 1971 al 1988 la stessa diviene terreno di conquista pressoché esclusivo dei Club del Nord Europa, che si aggiudicano in ben 14 occasioni il Trofeo – 5 vittorie inglesi, 4 tedesche, 2 olandesi e svedesi ed una belga – con le uniche eccezioni costituite dal biennio 1985-’86 in cui ad affermarsi sono gli spagnoli del Real Madrid, nonché dall’impresa della Juventus “tutta italiana” compiuta nel 1977.

Questa bianconera, però, altro non è che la classica “eccezione che conferma la regola”, in quanto la formazione di Piazza Crimea è anche la sola a disputare la Finale su 34 squadre che raggiungono tale stadio del Torneo, così che l’Italia può definirsi a piena ragione la “parente povera” della Manifestazione …

Poi, come d’incanto, dall’edizione 1989 e sino a quella di fine secolo, per 11 stagioni la Coppa Uefa si trasforma in una sorta di appendice della Coppa Italia, visto che oltre a vedere ben 8 affermazioni delle nostre rappresentanti – con altresì Torino ed Inter sconfitte in Finale, rispettivamente dall’Ajax nel 1992 e dallo Schalke 04 nel 1997, così che l’unica Finale di tale periodo senza squadre italiane è quella del 1996 tra Bayern Monaco e Bordeaux – in addirittura quattro occasioni (Juventus-Fiorentina 1990, Inter-Roma ’91, Parma-Juventus ’95 ed Inter-Lazio ’98) la Finale si disputa tra due formazioni del Bel Paese.

Altrettanto improvvisamente, peraltro, con l’ingresso nel nuovo millennio, ecco le nostre squadre sparire completamente di scena – senza neppure una rappresentante italiana a raggiungere la Finale – e, nelle successive 20 edizioni il Trofeo ritorna alle origini, nel senso che a fare “la parte del leone” sono i Club spagnoli con 9 successi, seguiti dagli inglesi con 4, ivi compreso il Torneo attuale, visto che vede qualificate per l’atto conclusivo le due londinesi Arsenal e Chelsea …

Ma torniamo alla “Epoca d’oro” del nostro Calcio per evidenziare, quale altra singolarità, come a dare il la a tale periodo di trionfi sia una Società a digiuno di successi internazionali e che, al contrario, in 8 partecipazioni alla Coppa Uefa in una sola occasione (nel 1974-’75) era giunta agli Ottavi di finale, venendo altrimenti per 6 volte eliminata addirittura al primo turno ed in un’altra circostanza al secondo, e tutto questo nonostante che dall’estate 1984 potesse contare nel proprio organico il miglior calciatore al Mondo del periodo, vale a dire l’argentino Diego Armando Maradona.

Il rapporto del Napoli – poiché avrete sin troppo chiaramente capito che è del Club partenopeo che stiamo parlando – con le Coppe europee non è mai stato comunque particolarmente idilliaco, visto che, prima della stagione che stiamo per raccontare, il suo massimo cammino si era svolto nell’edizione 1976-’77 della Coppa delle Coppe, in cui gli azzurri riescono a raggiungere le semifinali solo per essere sconfitti (1-0 al San Paolo, rete di Bruscolotti, 0-2 a Bruxelles) dai belgi dell’Anderlecht detentori del Trofeo …

Nemmeno la presenza di Maradona sembra in grado di sovvertire una tale tendenza, visto che anche nell’anno dello “storico” primo Scudetto nel 1987 – con tanto di accoppiata con la conquista anche della Coppa Italia – la formazione allenata da Ottavio Bianchi se ne esce al primo turno contro il non certo trascendentale Tolosa, “tradita” proprio dal fuoriclasse argentino che, dopo che al ritorno in terra francese una rete di Stopyra aveva pareggiato l’1-0 dell’andata firmato da Carnevale, fallisce la trasformazione dell’ultimo tiro della serie dei calci di rigore, con ciò consegnando la qualificazione ai transalpini.

E miglior sorte non ha neppure l’esordio nell’allora ancora Coppa dei Campioni in forza della ricordata veste di Campioni d’Italia, anche se stavolta a condannare gli azzurri è principalmente un sorteggio sfortunato che li abbina al primo turno al Real Madrid che, dopo essersi imposto per 2-0 al “Santiago Bernabeu”, gela al ritorno le speranze dei tifosi partenopei con una rete in chiusura di primo tempo di Butragueno a pareggiare l’illusorio vantaggio in avvio siglato da Francini …

Disavventure europee” a parte, si sta comunque parlando di un Napoli di elevato spessore ed in grado di tenere testa alle fortissime milanesi del periodo – quelle, tanto per intenderci del trio olandese (Rijkaard, Gullit e van Basten) in casa rossonera, cui risponde analoga terna tedesca (Brehme, Matthaus e Klinsmann) da parte nerazzurra – visto che al titolo del 1987 fanno seguito due secondi posti nel 1988 ed ’89, per poi tornare a festeggiare un secondo Scudetto nel 1990, ragion per cui non può che essere questo il momento giusto per dare l’assalto anche ad un Trofeo continentale, missione portata a termine nell’edizione 1988-’89 della Coppa Uefa.

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Il trio azzurro formato da Careca, Maradona e Alemao – da:ilnapolionline.com

Iscritto alla Manifestazione quale componente di un quartetto italiano di tutto rispetto – composto anche da Inter, Juventus e Roma, mentre il Milan partecipa, vincendola, alla Coppa dei Campioni, e la Sampdoria, venendo sconfitta in Finale dal Barcellona, alla Coppa delle Coppe – il Napoli, che può anch’esso contare su di un ben assortito trio di stranieri di marca sudamericana, affiancando a Maradona i brasiliani Alemao e Careca, inizia il proprio cammino senza eccessivo clamore, in quanto, opposto al primo turno ai greci del PAOK Salonicco, si qualifica grazie all’1-0 del “San Paolo” siglato dal suo Capitano su rigore, per poi impattare per 1-1 in terra ellenica, ma dove la rete poco dopo il quarto d’ora di gioco di Careca rende la prosecuzione della gara molto più tranquilla …

Più agevole il superamento del secondo turno, in cui il Napoli è opposto ai tedeschi orientali del Lokomotiv Lipsia – una delle ultime uscite delle rappresentanti dell’ex Ddr, data l’oramai prossima riunificazione della Germania in un unico Stato – grazie al pari esterno per 1-1 (con Francini a replicare dopo appena 4’ al vantaggio dei padroni di casa …), cui segue il 2-0 al “San Paolo” le cui marcature sono aperte ancora dal fluidificante terzino.

Con ancora tutte e quattro le squadre italiane ancora in lizza, il tabellone degli Ottavi propone per il Napoli la sfida contro il sempre ostico Bordeaux – nelle cui file, oltre a Tigana ed al belga Scifo, milita anche quello Stopyra che evoca i fantasmi dell’eliminazione di due anni prima allorché militava nel Tolosa – risolta grazie alla solidità della difesa, che resta imbattuta nel duplice incontro, così che è sufficiente la rete messa a segno da Carnevale in apertura del match disputato il 23 novembre al “Parc Lescure (caratterizzato anche dalla doppia espulsione di Alain Roche e Nando De Napoli poco prima dell’ora di gioco …) per accedere alla fase primaverile del Torneo, a cui i partenopei erano assenti da ben 12 anni.

Con la pattuglia italiana ridottasi a sole due compagini – in quanto la Roma non aveva avuto scampo contro la Dynamo Dresda (doppio 0-2), mentre l’Inter si era suicidata, sprecando un vantaggio di 2-0 maturato all’andata a Monaco, facendosi superare per 3-1 a San Siro dal Bayern – un sorteggio maligno ed impietoso mette di fronte al Napoli per i Quarti da disputarsi tra fine febbraio ed inizio marzo 1989, proprio la Juventus, reduce dall’aver superato con un doppio 1-0 i belgi del Liegi, con l’ex nerazzurro Altobelli ad andare a segno in entrambe le circostanze …

Urna che non ha riservato lo stesso trattamento alle tre tedesche (due occidentali e la ricordata Dynamo Dresda) che vedono il Bayern abbinato agli scozzesi dell’Heart of Midlothian, lo Stoccarda alla Real Sociedad, mentre la formazione orientale se la deve vedere con il Victoria Bucarest, ma è sin troppo chiaro che l’attenzione generale è tutta incentrata sulla “sfida fratricida” tra azzurri e bianconeri.

E’ pertanto la sera di mercoledì 1 marzo 1989, allorché al “Comunale” di Torino, davanti ad oltre 46mila spettatori, è l’arbitro inglese George Courtney a dare il via alla gara di andata che si mette subito in salita per Maradona & C. in quanto, dopo che Tacconi in avvio si era superato per deviare in angolo una potente ed angolata conclusione rasoterra di Renica su punizione, è lo stopper bianconero Pasquale Bruno a sbloccare il risultato dopo appena 13’ di gioco, raccogliendo al limite un appoggio di petto di Marocchi susseguente ad un cross dalla sinistra di De Agostinia per esplodere un bolide di destro che si insacca a mezza altezza alla sinistra della porta difesa da Giuliani, vanamente proteso in tuffo …

Gara che rischia di trasformarsi in incubo per la compagine di Bianchi dal momento che, in chiusura di prima frazione di gioco, uno spunto di Barros lungo l’out destro produce un cross sotto misura che Corradini, nel tentativo di anticipare Altobelli, devia nella propria porta nel più classico degli autogoal

Sotto 0-2 all’intervallo, difficile stabilire l’atteggiamento da assumere nella ripresa per gli azzurri, poiché andare a segno avrebbe un significato fondamentale dato il valore doppio delle reti realizzate in trasferta, ma di contro subirne una terza renderebbe quasi proibitivo ribaltare il risultato al San Paolo, e comunque, i secondi 45’ non forniscono eccessive emozioni, fatta salva un’incornata ravvicinata di Francini su punizione calciata da Alemao sulla quale Tacconi si oppone da campione e lo scampato pericolo consiglia i bianconeri di proteggere il doppio vantaggio in vista della gara di ritorno.

Sfida che il Napoli affronta essendo ancora in corsa per lo Scudetto – staccato di soli 3 punti (36 a 33) a 13 giornate dal termine rispetto all’Inter capolista che non ha però più alcun impegno europeo – ed, in ogni caso, sono in 90mila i tifosi partenopei che gremiscono gli spalti del San Paolo la sera del 15 marzo, chiaro messaggio ai propri beniamini che, loro per primi, credono nella rimonta, nonostante la formazione di casa debba fare a meno di Fusi e De Napoli, assenti per squalifica …

E l’incontro ricalca curiosamente l’andamento della gara di andata, visto che, dopo appena 10’ dall’inizio, il Direttore di gara tedesco Sigfried Kirschen decreta un calcio di rigore a favore degli azzurri per una trattenuta di Bruno su Careca, massima punizione che Maradona trasforma spiazzando Tacconi …

E’ l’inizio che tutti si auguravano da parte dei padroni di casa, che continuano a prodigarsi in attacco costringendo Tacconi agli straordinari prima che in chiusura di tempo – proprio come era successo all’andata a parti invertite – un siluro di Carnevale dal limite dell’area non lasci scampo all’estremo difensore bianconero, con le due formazioni a fare rientro negli spogliatoi con il risultato complessivo di assoluta parità …

Altrettanto capovolto è l’aspetto tattico rispetto alla gara di Torino, perché è ora la Juventus a dover cercare la rete che varrebbe oro visto il valore doppio della stessa, ma senza rischiare il tracollo di fronte ad un Napoli mai così determinato, che difatti sfiora la terza rete con un colpo di testa di Carnevale ben neutralizzato da Tacconi, prima che l’arbitro decreti la conclusione della sfida, con conseguente prolungamento della stessa ai tempi supplementari …

Con una tensione ai massimi livelli palpabile sia sugli spalti che sul terreno di gioco, a fare la differenza – come del resto per tutti i 120’ minuti, nonostante il suo nome non figuri sul tabellino dei marcatori – è un mai domo Careca che si incarica di promuovere anche l’azione decisiva, raccogliendo palla sul vertice destro dell’area avversaria, scattare verso il fondo campo ed, incurante della pressione di Bruno, riuscire a mettere al centro un pallone che l’avanzato Renica riesce a deviare in torsione di testa in rete per il punto del definitivo 3-0 quando siamo giunti ad 1’ dalla decisione ai calci di rigore, per l’indescrivibile tripudio dei tifosi e lo scoramento dei giocatori bianconeri, che peraltro pagano una condotta di gara troppo rinunciataria.

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Il goal di Renica – da:picbon.com

Finalmente tornato in una Semifinale europea, il Napoli resta il solo baluardo del Calcio latino al cospetto dello “Sturm und Drang” tedesco che ha portato le sue tre rappresentanti a tale livello del Torneo, e gli abbinamenti vedono il “Derby est-ovest” tra Stoccarda e Dynamo Dresda, mentre agli azzurri tocca il compito di “vendicare” l’eliminazione dell’Inter rispetto ad un Bayern che, dopo i fasti degli anni ’70, aspira alla conquista di un Trofeo Continentale dopo le delusioni delle sconfitte nelle Finali di Coppa dei Campioni da parte di Aston Villa (1982) e Porto (1987) …

Ed anche se è oramai priva del suo indiscusso leader Lothar Matthaus – trasferitosi all’Inter proprio l’estate precedente assieme al compagno di squadra Andreas Brehme – la compagine bavarese fa della compattezza la propria caratteristica principale, che viene peraltro meno in occasione della gara di andata, in programma mercoledì 5 aprile 1989 davanti ai quasi 78mila spettatori del San Paolo.

E’ un Napoli che ha oramai abdicato ad ogni pretesa di Scudetto sia per il cammino inarrestabile dell’Inter che a causa della “rivincita” consumata dalla Juventus che, nell’anticipo di sabato 1 aprile, si è imposta all’ombra del Vesuvio per 4-2, ragion per cui tutte le energie sono destinate alla possibilità di conquistare il Trofeo continentale …

Ed in tale ottica viene rischiato anche Maradona, che torna a disposizione dopo aver saltato le gare con Lazio ed Juventus in Campionato (non a caso con un solo punto conquistato tale da dilatare il vantaggio dell’Inter sino a 6 punti …) per un risentimento muscolare che lo aveva costretto ad uscire nel corso dei supplementari contro i bianconeri.

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Maradona ed Augenthaler prima della gara di andata – da:sport.sky.it

Sotto la spinta morale del proprio Capitano, gli azzurri giocano un primo tempo d’attacco ben controllati dall’attenta retroguardia bavarese che però commette una leggera sbavatura al 41’ allorché un lancio di Maradona per Careca viene male intercettato da un difensore permettendo al centravanti brasiliano di poter battere a rete e superare il portiere avversario Aumann per il punto del vantaggio con cui le due squadre vanno al riposo …

E quando, al quarto d’ora della ripresa, uno spiovente in area di Maradona susseguente ad un’azione di calcio d’angolo trova puntuale alla deviazione la testa di Carnevale – il quale solo 2’ prima si era visto negare dal palo la gioia del raddoppio – che schiaccia la sfera nell’angolo basso alla destra di un incolpevole Aumann, ecco che sugli spalti si vive la stessa euforia di fine gara contro la Juventus, iniziando a pensare che la vittoria in Coppa potrebbe essere tutt’altro che una chimera.

Accesso alla Finale che il Napoli legittima due settimane dopo allo ”Olympiastadion” di Monaco d Baviera dove, sfruttando lo “stato di grazia” di Careca – che va in rete 7 volte in 8 turni di Campionato tra inizio aprile e fine maggio 1989 – si porta in vantaggio poco dopo l’ora di gioco con il centravanti brasiliano ad appoggiare in rete da pochi passi un servizio di Maradona, abile a sfruttare un’indecisione della difesa tedesca.

Attaccante che, dopo l’immediato pareggio di Wolfarth in mischia, concede il bis a meno di un quarto d’ora dal termine finalizzando al meglio un contropiede letale che, con il Bayern proteso tutto in avanti, consente a Maradona di liberarlo in campo libero affinché possa avanzare verso Aumann e superarlo con un preciso rasoterra in diagonale per il tripudio degli oltre 15mila tifosi italiani presenti in tribuna, così che il pareggio di Stefan Reuter a 9’ dal termine serve solo per le statistiche.

E’ Finale, dunque, la prima a livello internazionale nei 63 anni di Storia della Società ed un’intera città si mobilita per non far mancare il calore del tifo alla propria squadra, in vista della gara di andata in programma al San Paolo il 3 maggio 1989, avversaria lo Stoccarda che, grazie a due reti del proprio attaccante Karl Allgower (1-0 al Neckastarstadion, 1-1 in Germania orientale), ha liquidato la Dynamo Dresda …

Squadra rognosa, quella tedesca, i cui punti di forza sono il portiere Eike Immel, il libero Guido Buchwald ed il trio d’attacco formato, oltre che dal citato Allgower, da Jurgen Klinsmann e dall’italo-tedesco Maurizio Gaudino.

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I Capitani Maradona e Buchwald prima della gara di andata – da:sport.sky.it

Ed è proprio quest’ultimo – “core ‘ngrato” in quanto figlio di emigrati originari della provincia di Caserta – a portare inaspettatamente in vantaggio i suoi, dopo che Careca aveva fallito una clamorosa occasione alzando di testa sopra la traversa da pochi metri, con una conclusione dalla distanza, potente ma centrale, che trova impreparato Giuliani che non riesce a bloccare la sfera…

Strada in salita, dunque, dopo meno di 20’ di gioco e per tutta la prima frazione il Napoli non riesce a riordinare le idee consentendo all’arcigna difesa tedesca di chiudere tutti i varchi, per poi intensificare le proprie azioni al ritorno in campo nel secondo tempo pervenendo al pareggio a metà ripresa grazie ad un calcio di rigore trasformato da Maradona e lungamente contestato dai tedeschi i quali reclamano con l’arbitro greco Germanakos per un tocco di mano dello stesso Capitano nell’aggiustarsi la palla prima di scoccare il tiro, a propria volta deviato con un braccio da Schafer …

Il pareggio ottenuto galvanizza gli 83mila spettatori presenti all’incontro e infonde fiducia negli azzurri, i quali capitalizzano al massimo le loro azioni offensive a 3’ dal termine, grazie ad una magia del “Pibe de Oro” che si libera con eleganza sul vertice destro dell’area di rigore per poi portarsi verso il fondo e rimettere rasoterra al centro una palla che Careca, da autentico opportunista, arpiona, controlla e quindi scaraventa alle spalle di Immel per il punto del definitivo 2-1 che non può certo essere garanzia di successo, ma che vale oro rispetto a come si era messo l’incontro …

Appuntamento quindi fissato per il 17 maggio 1989 al “Neckarstadion”, impianto del Capoluogo del Baden-Wurttemberg, riempito in tutta la sua capacità di 67mila spettatori per l’occasione, e dove a dare il fischio d’inizio è chiamato il Direttore di gara spagnolo Vicotoriano Sanchez Arminio …

Bianchi ripropone gli stessi undici della gara di andata – giova ricordarli: Giuliani; Ferrara, Francini; Corradini, Alemao, Renica; Fusi, De Napoli, Careca, Maradona (cap.) e Carnevale – non potendo disporre di Crippa, squalificato, mentre il tecnico olandese Arie Haan deve fare a meno di Buchwald (anch’esso appiedato dal Giudice Sportivo …), ma può recuperare Klinsmann, assente al San Paolo, così da varare una formazione iper offensiva che schiera in attacco, Allgower, Fritz Walter e Gaudino, oltre al biondo attaccante che nella successiva sessione di mercato estiva andrà a comporre il trio tedesco all’Inter assieme ai connazionali Matthaus e Brehme.

Deve giocare chiaramente il “tutto per tutto” Haan, ma sbilanciarsi troppo contro una squadra che al suo arco frecce del calibro di Maradona e Careca può risultare letale come verifica coi propri occhi allorché una proiezione in avanti di Alemao determina un “dai e vai” con il connazionale Careca che porta il brasiliano ad incunearsi in area, presentarsi davanti ad Immel e superarlo con un tocco di esterno che il portiere riesce solo a sfiorare per il vantaggio azzurro dopo soli 18’, con ciò compensando la rete dell’andata messa a segno da Gaudino …

La rete del centrocampista serve innanzitutto a quantificare in circa 20mila i tifosi provenienti sia dall’Italia che da varie parti della Germania per non mancare all’appuntamento con la Storia, anche se è ancora presto per far festa, soprattutto quando, appena 9’ dopo, Klinsmann salta più alto di tutti per raggiungere la parabola arcuata disegnata da Sigurvinsson dalla bandierina e mandare la palla nell’angolo opposto, imprendibile per Giuliani.

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L’esultanza di Klinsmann al goal del pari – da:tumblr.com

Una situazione, pertanto, quanto mai incerta, con un’altra rete lo Stoccarda metterebbe in perfetto equilibrio le sorti del doppio confronto che, viceversa, vede la relativa bilancia iniziare a pendere decisamente dalla parte azzurra allorché al 39’, dopo che Bianchi era stato costretto a mandare in campo Carannante al posto dell’acciaccato Alemao, l’euforia in casa tedesca viene letteralmente “gelata” da un’invenzione di Maradona che, dopo aver visto una sua battuta da corner respinta con la palla che ritorna verso di lui, invece di stopparla come tutti si attendono, la rimette immediatamente al centro di testa, laddove sbuca Ferrara, avanzato nella circostanza, che con una volée di interno destro fulmina Immel da pochi passi …

Per il calcolo delle reti in trasferta, ora allo Stoccarda servono tre reti se vuole far suo il Trofeo, un’impresa al limite dell’impossibile con il solo secondo tempo a disposizione e che diviene addirittura da “Guinness dei Primati” poco dopo l’ora di gioco, grazie a Maradona che si invola dalla propria metà campo in uno spazio completamente libero per poi, rimontato e contrastato da Hartmann, rifiutare la conclusione personale per appoggiare sulla destra all’accorrente Careca, il quale, presentatosi solo davanti ad Immel, non ha difficoltà alcuna a superarlo con un morbido pallonetto per il tripudio dei tifosi partenopei presenti sugli spalti che iniziano già a far festa …

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Maradona all’atto di fermarsi e servire Careca per il 3-1 – da:gettyimages.it

Il complessivo vantaggio di 5-2 tra le due gare è talmente rassicurante che il Napoli “pecca” un po’ di concentrazione nel finale, forse anche con la testa già rivolta ai festeggiamenti, con ciò consentendo ai padroni di casa – peraltro mai domi come da teutonico carattere – di salvare quantomeno l’onore dapprima grazie ad una sfortunata deviazione di De Napoli su conclusione senza pretese di Gaudino che inganna Giuliani e quindi, proprio in chiusura, è lo stesso De Napoli ad inventarsi un retropassaggio da tre quarti di campo verso Giuliani che si trasforma in un perfetto assist per il subentrato Schmaler che di testa può comodamente mettere alle spalle dell’estremo difensore.

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La gioia dei calciatori azzurri al fischio finale – da:machenesanno.it

Dettagli, comunque, perché al triplice fischio del Direttore di gara spagnolo gli abbracci e le lacrime si sprecano – in particolare quelle dei napoletani Ciro Ferrara ed Antonio Carannante – e, pensate un po’, anche sul volto dell’imperturbabile Ottavio Bianchi spunta l’ombra di un sorriso …

E come due anni prima in occasione dello Scudetto, alla festa sul terreno di gioco con Capitan Maradona a sollevare l’ambita Coppa, a migliaia di chilometri di distanza, una “notte speciale” invade tutte le strade del Capoluogo campano, per un’impresa che, loro ancora non lo sanno, ma serve da apripista per un decennio di dominio assoluto delle formazioni italiane in detta Manifestazione.

Circostanza, questa, che fa sì che la conquista del Trofeo da parte degli Azzurri assuma, per l’intero movimento calcistico nazionale, un valore ancor maggiore …

 

LE INCREDIBILI RIMONTE DEL REAL MADRID DI META’ ANNI ’80

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Il Real Madrid vincitore della Coppa Uefa 1984-’85 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché, l’11 maggio 1966 a Bruxelles, entrano in campo Real Madrid e Partizan Belgrado allo Stadio Heysel per contendersi la Coppa dei Campioni, per il Club madrileno si tratta dell’ottava Finale nelle prime undici edizioni del più prestigioso Torneo Continentale – solo nel 1961, ’63 e ’65 non hanno raggiunto tale stadio della manifestazione – ed il successo, a fatica, per 2-1 oltre a mettere in bacheca il sesto Trofeo, rappresenta altresì la fine di un ciclo, di cui l’ultimo rappresentante è la leggendaria ala sinistra Francisco “Paco” Gento, unico ad aver disputato tutte ed 8 le ricordate Finali …

Si conclude così il “periodo d’oro” delle “Merengues”, caratterizzato da giocatori del calibro di Santamaria, Kopa, Rial e, soprattutto, della fantastica coppia formata da Ferenc Puskas ed Alfredo Di Stefano, ma è certo che neppure il più pessimista dei tifosi madridisti avrebbe mai immaginato che per tornare ad assaporare la gioia di un trionfo continentale sarebbero dovuti trascorrere circa 20 anni …!!

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Il Real vincitore della Coppa Campioni ’66 – da:wikipedia.org

Ed invece è proprio così, dopo aver concluso gli anni ’60 eliminato nei Quarti dell’edizione ’67 dall’Inter (0-1 a San Siro e 0-2 al Santiago Bernabeu) e l’anno seguente dal Manchester United in semifinale, dove Amancio & Co. sprecano al ritorno, dopo essere stati sconfitti 0-1 ad “Old Trafford”, un vantaggio di 3-1 all’intervallo facendosi rimontare sino al 3-3 conclusivo, il Real Madrid incappa in due ingloriose eliminazioni da parte di Rapid Vienna e Standard Liegi nel 1969 e 1970 …

Con l’ingresso nel successivo decennio, l’Europa cambia padrone e, dopo l’ultimo acuto del “Calcio latinocostituito dalla vittoria del Milan per 4-1 sull’Ajax nel 1969 (curiosamente proprio al “Santiago Bernabeu” …), si apre l’era del “Calcio totale” olandese a cui risponde lo “Sturm und drang” teutonico, con la “Coppa dalle grandi orecchie” a prendere per un quadriennio la via dei Paesi Bassi, seguito dal triennio di dominio del Bayern Monaco del “Kaiser” Franz Beckenbauer, prima che la superiorità a livello continentale si sposti più a Nord, con i Club inglesi ad aggiudicarsi 7 delle 8 Finali disputate dal 1977 al 1984 – unica eccezione l’edizione ’83 vinta dai tedeschi dell’Amburgo sulla Juventus – poi giocoforza venuta meno a causa dell’immane tragedia dell’Heysel con conseguente bando per cinque anni delle squadre inglesi da ogni manifestazione organizzata dalla UEFA.

In detto periodo, il Real Madrid si affaccia per la prima volta alla Coppa delle Coppe, Torneo che lo vede raggiungere nel 1971 la Finale, solo per vedersi sconfitto dagli inglesi del Chelsea per 2-1 nella ripetizione dopo che una rete di Zoco al 90’ aveva rimediato al vantaggio londinese con Osgood nella prima gara, per poi subire una sorta di “Maledizione” nella riferita principale competizione europea …

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Il Daily Mirror commenta la Finale Chelsea-Real Madrid del ’71 – da:twb22.blogspot.com 

In parte, i “Blancos” ci mettono del loro, venendo eliminati negli Ottavi nel 1977 e ’79 da Bruges e Grasshoppers, ma in altre occasioni sembra che qualcuno abbia scagliato sul Real un anatema simile a quello lanciato dal tecnico Bela Guttman contro il Benfica, e che tuttora resiste …

Accade, difatti, che il cammino del Real si fermi in semifinale, scontrandosi con le nuove realtà del Vecchio Continente, sconfitto dall’Ajax di Cruijff (1-2 ad Amsterdam, 0-1 a Madrid) nel 1973, per poi subire analoga sorte contro il Bayern (1-1 al Bernabeu, 0-2 in Baviera, con tutte e 3 le reti siglate da Gerd Muller) nel 1976 …

Sono quelli, gli anni in cui il Real Madrid cerca di opporsi alla supremazia teutonica tesserando due dei migliori giocatori tedeschi dell’epoca, vale a dire Paul Breitner e Gunter Netzer, prelevati rispettivamente da Bayern e Borussia Monchengladbach, ma non c’è niente da fare, così come accade nell’ultima edizione degli anni ’70 …

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Paul Breitner e Gunter Netzer al Real Madrid – da:twitter.com

Ancora raggiunto lo scoglio delle Semifinali – dopo aver completato una difficile rimonta ai Quarti contro gli scozzesi del Celtic Glasgow, ribaltando lo 0-2 del “Celtic Park” grazie al 3-0 al ritorno sancito da una rete del difensore Benito a 5’ dal fischio finale – il Real Madrid, che nel frattempo ha inserito nel suo organico un nuovo tedesco, ovvero Uli Stielike, acquistato anch’egli dal Borussia Monchengladbach, oltre al talentuoso ma sfortunato inglese di colore Laurie Cunningham, si trova ad affrontare i tedeschi dell’Amburgo del trio Kaltz, Hrubesch e Magath, con l’aggiunta della sgusciante ala inglese Kevin Keegan …

Con l’andata tra le mura amiche risolta per 2-0 grazie ad una doppietta di Santillana nell’ultimo quarto di gioco, le prospettive per un ritorno in Finale di Coppa dei Campioni a 14 anni di distanza dall’ultima presenza sembrano abbastanza rosee, non potendo prevedere cosa sarebbe viceversa andato in scena la sera del 23 aprile 1980, sul terreno del “Volksparkstadion” del Capoluogo anseatico …

Posta di fronte ad un undici assatanato, la formazione guidata in panchina da Vujadin Boskov vede annullato il doppio vantaggio dell’andata quando è da poco trascorso il primo quarto d’ora di gioco (Kaltz e Hrubesch a segno …), e neppure la rete alla mezz’ora di Cunningham – il quale perderà la vita a metà luglio ’89 a soli 33 anni per un incidente stradale avvenuto proprio a Madrid – ha l’effetto di placare l’ardore tedesco …

La norma del “valore doppio” delle reti segnate in trasferta sta a significare che l’Amburgo deve realizzare almeno altre due reti per qualificarsi per la Finale, missione che porta a termine addirittura prima dell’intervallo, artefice ancora la “premiata Ditta” Kaltz (su rigore al 40’) e Hrubesch in chiusura di tempo, prima che nei minuti finali della ripresa tocchi a Memering chiudere i conti per il definitivo 5-1 che ha tutte le caratteristiche di una disfatta in casa madrilena.

Una lezione di cui Boskov tiene conto nella stagione successiva, allorché imposta un Real molto più accorto in difesa, prova ne sia che giunge in Semifinale con due sole reti al passivo nelle precedenti cinque gare disputate (peraltro subite dagli irlandesi del Limerick in un doppio confronto chiuso sul 7-2 complessivo …), giusto per rinverdire i fasti degli anni ’60, visto che l’avversaria altri non è che l’Inter …

Certo, non sono più i tempi di Di Stefano, Puskas e Gento da una parte e di Jair, Mazzola, Suarez e Corso dall’altra (oltre alla leggendaria difesa del “Mago Herrera” …), però è pur sempre una sfida di un non trascurabile fascino, che il Real ipoteca all’andata grazie ad un 2-0 firmato dai nuovi “gemelli del goal” Juanito e Santillana, per poi resistere al ritorno a San Siro al tentativo di rimonta dei nerazzurri, che si ferma alla sola, illusoria rete del Capitano Graziano Bini, messa a segno poco prima dell’ora di gioco.

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La rete di Bini che illude l’Inter al ritorno – da:gettyimages.it

Tornato nuovamente in Finale di Coppa dei Campioni a distanza di 15 anni, il 27 maggio 1981 al “Parc des Princes” di Parigi il Real Madrid trova a contendergli il Trofeo un Liverpool che, dopo i trionfi del biennio 1977-’78, ambisce a tornare sul trono d’Europa, che nel frattempo era stato occupato dal Nottingham Forest di Brian Clough …

L’importanza della posta in palio fa sì che si assista ad una delle più brutte Finali della Storia della Manifestazione, con entrambe le squadre impegnate più a controllare il gioco che non a costruire, il tutto sino a quando, a 9’ dal termine, un liscio di un difensore madrileno non spalanca la strada verso la rete al terzino sinistro inglese Alan Kennedy, il quale esplode un violento sinistro da pochi passi che non lascia scampo al portiere Agustin e consegna ai “Reds” la terza Coppa della loro Storia.

Anche l’ingresso negli anni ’80 non è stato pertanto di buon auspicio per le “Merengues”, che nel successivo quadriennio subiscono quattro beffe in patria, perdendo il titolo sempre all’ultima giornata a beneficio della “Revolucion basca”, visto che ad imporsi sono la Real Sociedad nel 1981 ed ’82 e l’Athletic Bilbao nel 1983 ed ’84, mentre nel 1985 ad aggiudicarsi la Liga, ad 11 anni dall’ultimo successo, è il Barcellona, Torneo in cui, stavolta, il Real non ha nulla da recriminare, avendolo concluso al quinto posto …

Tale circostanza comporta, quale logica conseguenza, che nelle cinque successive stagioni il più importante Torneo Continentale non veda ai nastri di partenza la formazione più titolata, mentre per il Real Madrid – dirottato in tale arco temporale su Coppa delle Coppe e Coppa Uefa – torna a materializzarsi “l’incubo tedesco” nella primavera 1982 …

Qualificatosi, difatti, per i Quarti di finale di Coppa Uefa, dall’urna esce quale avversario il Kaiserslautern, formazione ostica ma non certo insuperabile, come dimostra l’andamento della gara di andata al “Bernabeu” che vede i padroni di casa condurre per 3-0 a 20’ dal termine (di Cunningham, Garcia Hernandez e Juanito le reti …), prima che un rigore trasformato la Eilenfeldt all’85’ dia nuove speranze ai “Roten Teufel” in vista del ritorno …

Di sicuro, i quasi 35mila spettatori che la sera del 17 marzo 1982 riempiono le tribune del “Betzenberg” non avranno scordato a lungo l’andamento della sfida, che già dopo nemmeno un quarto d’ora vede la bilancia spostata a favore del Kaiserslautern in virtù della doppietta messa a segno da Funkel, per poi toccare al Direttore di gara ungherese Karoly Palotai salire in cattedra espellendo, già prima dell’intervallo, San José al 31’ e Cunningham al 40’ …

Sotto di due reti ed in 9 uomini, il Real crolla nella ripresa sino a subire un umiliante 0-5 con l’ulteriore aggravante della terza espulsione comminata a Pineda al 66’, per quella che resta la sconfitta con il maggior scarto della formazione madrilena nelle competizioni europee, eguagliata da identico “score” subito contro il Milan nella semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni ’89 …

Dirottato l’anno seguente in Coppa delle Coppe, il Real Madrid resta con il più classico dei “cerini in mano”, perdendo la Liga all’ultima giornata, scavalcato dall’Athletic Bilbao, vincitore per 5-1 contro il Las Palmas, a causa della contemporanea sconfitta per 0-1 sul campo del Valencia, per poi subire analoga sorte l’11 maggio 1983 al “Nya Ullevi” di Goteborg, dove viene superato per 2-1 dall’Aberdeen del non ancora “Sir” Alex Ferguson, con la rete decisiva messa a segno da John Hewitt al 7’ del secondo tempo supplementare

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La rete di Hewitt che decide la Finale a favore dell’Aberdeen – da:gettyimages.it 

Ditemi voi se non si possa cominciare a pensare ad una sorta di influssi negativi che gravitano sul “Santiago Bernabeu”, ancor più avvalorati dall’uscita al primo turno della Coppa Uefa 1983-’84 per mano (2-3 ed 1-1) dello Sparta Praga, quando, all’improvviso, il vento cambia e nella maniera più inaspettata, attraverso cioè una clamorosa “inversione di tendenza” circa le rimonte, che da subite divengono realizzate.

Nel corso degli anni ’70, a parte il già ricordato ribaltamento dello 0-2 contro il Celtic nella primavera 1980, il Real era stato protagonista di una sola grande impresa, ovvero nell’autunno ‘75 allorché riesce a ribaltare una sconfitta per 1-4 patita in Inghilterra contro il Derby County negli Ottavi di finale di Coppa dei Campioni, restituendo identico punteggio al ritorno al “Bernabeu”, per poi toccare a Santillana mettere a segno il punto del definitivo 5-1 al 9’ del primo tempo supplementare.

Ma quella che passa alla Storia delle Coppe Europee come la capacità di compiere “remuntade” all’apparenza impossibili da parte delle “merengues” vede la propria nascita nel corso della Coppa Uefa 1984-’85, andando per la prima volta in scena a cavallo tra fine novembre ed inizio dicembre ’84, periodo in cui sono in programma gli Ottavi, avversari i belgi dell’Anderlecht, formazione da “prendere con le molle”, in quanto vincitrice del Troefo nel 1983 e finalista l’anno seguente …

La gara di andata, disputata il 28 novembre a Bruxelles, vede il Real resistere per oltre un’ora agli attacchi dei “bianco malva”, per poi crollare nella parte finale del match, subendo tre reti – Vandenbergh, Czerniatynski e Vercauteren su rigore gli autori – per uno 0-3 all’apparenza molto difficile da recuperare …

Certo che ad un attacco che può schierare di punta Butragueno, Santillana e Valdano nulla può essere precluso – ed è quello che pensano (o sperano …) i 95mila che non fanno mancare l’incitamento ai loro beniamini il 12 dicembre – ma è a è quello “zero” quanto a reti segnate all’andata a mettere paura e, difatti, dopo che Sanchis, Butragueno e Valdano hanno “pareggiato i conti” già nella prima mezz’ora di gioco, ecco che la rete di Frimann al 34’ rimette tutto in discussione …

Al Real servono ancora due reti per passare il turno e fondamentale è il punto del 4-1 messo a segno ancora da Valdano in chiusura di primo tempo, per poi toccare all’implacabile “Buitre” chiudere i conti nella ripresa con una doppietta per un 6-1 conclusivo che sa di impresa.

Superato a fatica lo scoglio dei Quarti contro gli inglesi del Tottenham, detentori del Trofeo (1-0 al ”White Hart lane”, 0-0 a Madrid), ecco per il Madrid una “vecchia conoscenza”, vale a dire quell’Inter che per la sesta volta nella Storia delle Coppe ne incrocia il cammino …

L’andata del 10 aprile a San Siro si risolve a favore dei nerazzurri grazie ad un rigore trasformato dall’irlandese Liam Brady al 25’ ed al raddoppio di Altobelli poco prima dell’ora di gioco per un 2-0 che resta pur sempre un bel vantaggio, anche se non rende pienamente tranquilli per il ritorno …

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Brady realizza il rigore dell’1-0 nella semifinale di andata – da:footballflash.it

Con la prospettiva di approdare in Finale, sono stavolta poco più di 90mila i madrileni che affollano il “Santiago Bernabeu” a due settimane di distanza, per quella che passa alla storia come “la partita della bilia”, per un oggetto che, lanciato dalle tribune, colpisce al capo il terzino interista Bergomi, costretto a lasciare il campo al 38’, sostituito da Pasinato …

Il punteggio era già stato sbloccato da Santillana dopo 12’ ed è lo stesso centravanti, approfittando anche del comprensibile momento di sbandamento della retroguardia nerazzurra, a replicare per il punto del 2-0 poco prima dell’intervallo, per poi toccare a Michel sentenziare la formazione italiana al 57’ per il 3-0 conclusivo che certifica il passaggio in Finale.

Ovviamente, da parte nerazzurra viene presentato ricorso, chiedendo l’assegnazione della vittoria a tavolino, ma il potere del Club madrileno in seno all’Uefa è tale che se la cava solo con una pesante multa, senza subire neppure la squalifica del campo, sanzione che avrebbe inciso sull’esito della Finale, visto che all’epoca si disputava con gare di andata e ritorno …

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Bergomi a terra, colpito nella gara di ritorno – da:elpais.com

Stavolta non vi è bisogno di alcuna impresa, poiché gli ungheresi del Videoton – giunti un po’ per caso all’atto conclusivo – cedono in casa per 0-3 e la gara di ritorno è poco più di una passerella per festeggiare il ritorno ad un Trofeo internazionale dopo tre Finali perse, con la consolazione per i magiari della rete di Majer a 4’ dal termine che serve solo a fare statistica, ma nulla incide quanto all’esito complessivo della sfida.

Il successo continentale consente al Real Madrid – che, come ricordato, aveva concluso appena quinto (a 13 punti dal Barcellona Campione …) la Liga ’85 – di ripresentarsi in Coppa Uefa per cercare di ripetersi anche l’anno seguente, stagione in cui domina in patria, tornando al titolo dopo 6 anni di digiuno, con ben 11 punti di margine sugli azulgrana.

Questo soprattutto grazie all’inserimento in attacco del centravanti messicano Hugo Sanchez, autentico rapinatore d’area di rigore, il che relega l’oramai 33enne Santillana al rango di riserva, al pari di Juanito rispetto a Butragueno, circostanza che induce a ben sperare per quel che concerne il cammino in Europa …

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Il Real Madrid della stagione 1985-’86 – da:eurosport.com

Ma anche stavolta, giunti agli Ottavi di finale, dall’urna esce l’abbinamento più temibile, vale a dire lo “spauracchio tedesco”, sotto forma stavolta del sempre pericoloso Borussia Monchengladbach, pur non potendo fare paragoni con lo squadrone di Vogts, Bonhof, Stielike, Netzer, Heynckes e Simonsen degli anni ’70 …

Tornare comunque in Germania con nella mente ancora i ricordi degli 1-5 del 1980 ad Amburgo e 0-5 di due anni dopo a Kaiserslautern, non deve essere stato granché rassicurante per l’undici di Molowny che, difatti, “torna a vedere le streghe” già all’intervallo, sotto di due reti, per poi subire, ad inizio ripresa, un micidiale uno-due di Uwe Rahn per un 4-0 che poi assume i contorni definitivi in virtù del centro di Gordillo che riduce le distanze, ristabilite per il 5-1 conclusivo da Lienen a 5’ dal termine

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La rete del 5-1 siglata da Lienen (n.11) – da:foxsports.it

Tre trasferte in terra tedesca e 5 reti subite ogni volta non sono un gran bel biglietto da visita per la retroguardia madrilena, che ancora una volta deve sperare che i propri attaccanti compiano l’ennesimo “miracolo” al ritorno, in programma l’11 dicembre 1985 in un “Bernabeu” che chiama a raccolta i soliti 95mila “aficionados” …

Occorre segnare 4 reti senza subirne alcuna per accedere ai Quarti, e Molowny gioca tutte le sue carte, sopperendo all’assenza di Hugo Sanchez con il contemporaneo impiego di Butragueno, Juanito, Santillana e Valdano, con l’impresa che sembra potersi concretizzare allorché Valdano realizza nella prima frazione di gioco la doppietta che manda le due squadre al riposo sul 2-0 …

Nella ripresa, però, i minuti passano ed il risultato non cambia, il muro dei “panzer tedeschi” regge ai tambureggianti assalti dei padroni di casa sino a che non è Santillana, proprio lui, il più anziano sul terreno di gioco, a realizzare a 13’ dal termine il punto della speranza, che poi diventa tripudio nel momento in cui, a soli 2’ dal fischio finale, mette la sua firma anche sulla rete del 4-0 che elimina un frastornato Borussia.

Oramai, la “remuntada blanca” sta divenendo leggenda per tutto il Vecchio Continente, e fa comunque specie verificare come una formazione di tali potenzialità possa avere una tale diversità di rendimento tra casa e trasferta, come testimonia anche l’esito dei Quarti, dove il Real, opposto ai non certo irresistibili svizzeri del Neuchatel Xamax, rischiano al ritorno dopo il 3-0 al “Bernabeu”, andando sotto dopo 11’ per la rete dell’ex Stielike e quindi subire in chiusura di incontro la rete dello 0-2 …

E’ semifinale, comunque, e, manco a dirlo, a cercare di impedire l’accesso alla seconda Finale consecutiva di Coppa Uefa è ancora un’Inter con il dente avvelenato per l’esito della sfida dell’anno precedente, con ancora il programma a prevedere l’andata a San Siro …

Protagonista della serata, il 2 aprile 1986 in un “Meazza” riempito da 83mila spettatori, è colui che del “Bernabeu” non può che avere ottimi ricordi, vale a dire Marco Tardelli, acquistato in estete dalla Juventus, il quale si incarica di sbloccare il risultato in apertura per poi concedere il bis al 54’ …

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Tardelli esulta dopo l’1-0 – da:wikipedia.org

Quando però, Valdano mette a segno il punto dell’1-2 a 3’ dal termine ben pochi tifosi nerazzurri sperano nel passaggio del turno, se non che, per una volta, la buona sorte dà loro una mano sotto forma dell’autorete di Salguero in chiusura di partita per un 3-1 leggermente più rassicurante in vista del ritorno a Madrid a due settimane di distanza …

Tornare sul campo dove quattro anni prima si erano laureati Campioni del Mondo con la loro Nazionale può essere uno stimolo in più per il quartetto formato da Bergomi, Collovati, Tardelli ed Altobelli, ma dalla parte opposta vi è il “tifo caliente” dei consueti 90mila spettatori, con l’arbitro olandese Jan Keizer ad avere il suo bel daffare per mantenere la sfida nei binari della regolarità …

La difesa nerazzurra regge per quasi tutto il primo tempo, prima che proprio in chiusura il Direttore di gara non conceda un rigore al Real che Hugo Sanchez trasforma con freddezza e, quando Gordillo al 63’ firma il punto del 2-0 i giochi appaiono fatti, se non fosse che, appena 3’ dopo, tocchi all’Inter beneficiare di un penalty che Brady, con la consueta precisione, manda in fondo al sacco riportando la qualificazione a pendere dalla parte interista …

Ma la sfida dal dischetto non è ancora conclusa, in quanto un secondo rigore trasformato da Hugo Sanchez ad un quarto d’ora dal termine riequilibra le sorti del doppio confronto, rinviando ogni decisione ai tempi supplementari, dove, nella figura del “giustiziere”, si erge ancora una volta l’implacabile Santillana, con una doppietta al 94’ e 107’ per il 5-1 che certifica la seconda Finale consecutiva per il Real …

Piccolo problema, avversari non sono i modesti ungheresi di 12 mesi prima, ma ancora una formazione tedesca, trattandosi stavolta del Colonia, con la gara di andata da disputarsi al “Bernabeu” e, pertanto, sulla scorta delle esperienze del passato, sarà bene “mettere fieno in cascina” in vista del ritorno …

E’ fine aprile allorché le due formazioni scendono in campo e, dopo una prima fase di studio, a smuovere le acque è Klaus Allofs, che porta in vantaggio gli ospiti poco prima della mezz’ora, circostanza che ha l’effetto di scuotere il Real che già prima dell’intervallo ribalta il risultato grazie ai centri di Hugo Sanchez al 38’ e Gordillo al 42’ …

Al rientro dagli spogliatoi tocca a Valdano mettere a segno il punto del 3-1 prima che Molowny, a meno di 10’ dal termine, mandi in campo Santillana per Martin Vasquez per un attacco iper offensivo che vede contemporaneamente schierati Butragueno, Juanito, Hugo Sanchez, Valdano e Santillana …

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Una fase della Finale di ritorno con il Colonia – da:fc.de

O la va o la spacca”, verrebbe da dire, di sicuro c’è che il 3-1 non rendeva tranquillo il tecnico delle “Merengues” ed, in ogni caso, l’azzardo paga in moneta sonante visto che dapprima Valdano all’84’ e quindi lo stesso Santillana ad 1’ dal termine, arrotondano il risultato sino ad un 5-1 ben più rassicurante in vista del ritorno sulle sponde del Reno …

Con la possibilità di gestire con tranquillità la gara del 6 maggio 1986, che oltretutto si svolge allo “Olympiastadion” di Berlino davanti a poco più di 16mila spettatori, il Real Madrid contiene il tentativo di rimonta tedesco, che, dopo la rete di Bein al 22’, si ferma al raddoppio di Geilenkirchen a 18’ dal termine.

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Il Real Madrid festeggia la Coppa Uefa ’86 – da:gettyimages.it

Un ventennio di attesa per il Real Madrid – con tre Finali perse (due di Coppa delle Coppe ed una di Coppa dei campioni …) – prima di tornare ad assaporare la gioia dei trionfi europei, per una doppietta nella terza Manifestazione Continentale che occupa un suo spazio nella Storia dei Tornei riservati ai Club per l’eco avuto dalle incredibili rimonte che hanno contribuito a rendere ancor più “magica” l’aria che si respira all’interno del “Santiago Bernabeu” …