BEGHETTO & BIANCHETTO, UN TANDEM D’ECCEZIONE

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Il tandem di Beghetto e Bianchetto in finale – da leolimpiadiditalia.it

Le Olimpiadi romane del 1960 regalano soddisfazioni a gogò all’Italia del ciclismo, capace di imporsi in cinque del sei gare programmate (sfugge solo la prova in linea, con Livio Trapè battuto in volata dal sovietico Viktor Kapitonov).

Sull’onda lunga del doppio oro conquistato da Sante Gaiardoni nella velocità e nel Km. da fermo, la squadra azzurra spera di poter completare un fantastico tris nelle prove di velocità affidandosi ad una coppia di ventunenni veneti, Giuseppe Beghetto e Sergio Bianchetto, entrambi della provincia di Padova, coetanei essendo entrambi classe 1939 ed iscritti nella disciplina olimpica del tandem.

Rispetto a Gaiardoni, il duo Italiano non parte con i favori del pronostico, che vanno viceversa agli australiani, vincitori delle ultime due edizioni dei Giochi e che stavolta si affidano a Browne, già presente a Melbourne 1956, e Smith, e, in subordine, agli olandesi Paul e Gerritsen, ma la prima grossa sorpresa si ha nel turno iniziale, quando entrambi vengono superati, rispettivamente dai tedeschi Simon e Staber e dai sovietici Vasilyev e Leonov, dovendo ricorrere al “ripescaggio” che premia il tandem “orange” a spese della delusa coppia australe.

I due italiani, che erano stati esentati dal primo turno, superano agevolmente nei quarti gli americani Hartman e Sharp con due volate da 10″2 e 10″5 negli ultimi 200 metri e, in semifinale, si trovano di fronte proprio gli olandesi, a loro volta vincitori a fatica in tre prove dei francesi Surrugue e Scob, mentre l’altro abbinamento mette di fronte tedeschi e sovietici, a dimostrazione che l’exploit iniziale non era dovuto al caso.

Beghetto e Bianchetto danno una ulteriore dimostrazione di forza regolando in due manches la coppia formata da Paul e Gerritsen, mentre Simon e Staber superano anch’essi in due prove Vasilyev e Leonov che si aggiudicano il bronzo per forfait, in quanto i due olandesi erano caduti nella seconda manche contro l’Italia e non si presentano alla finale per il 3. posto.

Resta quindi un ultimo “gradino” verso l’oro per Beghetto e Bianchetto che, preparati al fatto che i tedeschi avevano sinora vinto tutte le prove disputate andando in testa e resistendo al ritorno degli avversari, “anticipano” le loro mosse scattando in testa all’inizio dell’ultimo giro e, sfruttando la loro velocità di base, riescono, con due frazioni di 200 metri corse rispettivamente in 10″7 e 10″8, a rintuzzare il tentativo di rimonta dei rivali e consegnare all’Italia la terza medaglia d’oro al Velodromo Olimpico.

Le strade dei due alfieri azzurri si dividono poi a partire dal 1963, con Bianchetto che si fregierà dell’oro olimpico anche a Tokyo 1964 in coppia con Angelo Damiano, cui unirà l’argento nella velocità individuale dietro all’altro italiano Giovanni Pettenella, mentre Beghetto opterà per il passaggio tra i professionisti dove raccoglierà l’eredità di Maspes, conquistando tre ori ed un argento nella velocità in quattro edizioni consecutive (dal 1965 al 1968) dei Mondiali.

Due giganti del tandem, Beghetto & Bianchetto, e le notti romane celebrarono la loro corsa veloce verso la gloria.

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MAX SCHEMELING E QUEL PUGNO CHE MISE FUORI COMBATTIMENTO JOE LOUIS

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La gioia di Schmeling dopo aver messo al tappeto Louis – da boxrec.com

articolo di Nicola Pucci

Max Schmeling è una sorta di campione del regime, e quella sera del 19 giugno 1936, allo Yankee Stadium di New York, lontano dagli occhi dei gerarchi nazisti ma ben saldo nelle vicinanze dei loro cuori, sta per assurgere al rango di eroe del Reich.

Giovanotto di belle speranze, nato a Klein Luckow il 28 settembre 1905, prussiano nelle origini così come nel temperamento di solido combattente forgiato alla fatica, Schmeling ha già buon pedigree, se è vero che al titolo europeo dei pesi massimi fatto suo esattamente nove anni prima, il 19 giugno 1927, contro il belga Fernand Delarge, ha aggiunto le difese continentali con il connazionale Hein Domgoergen e con il piemontese Michele Bonaglia, per poi combattere per la cintura iridata con Jack Sharkey, due sfide che hanno visto il germanico sul tetto del mondo, primo europeo campione dei pesi massimi il 12 giugno 1930,  poi detronizzato nella rivincita al Madison Square Garden il 21 giugno 1932, sconfitto ai punti.

In virtù di questi risultati Schmeling è il prototipo non solo dell’ariano alto, biondo e forte (anche se lui, ad onor del vero, ha capelli scuri e carnagione olivastra), ma è altrettanto perfetto per esaltare ad arte la follia ideologica e i valori pagani del nazionalsocialismo. E’ altresi vero che Max non si dichiara apertamente simpatizzante del partito della svastica, avendo come manager l’ebreo Joe Jacobs, nondimeno è amico della famiglia Goebbels e quindi uno strappetto alla regola si può pure concedere, campione quale lui è, al servizio del regime.

Quale miglior occasione, pertanto, di quella offerta dalla possibilità di affrontare il “bombardiere nero“, Joe Louis, a casa sua, per certificare la superiorità della razza ariana? Il bianco che batte il nero? Detto, fatto, Schmeling, che da anni ormai risiede in America, è pronto alla sfida che non lo vede certo con i favori del pronostico. Louis è il fenomeno emergente, nove anni più giovane del tedesco, con un record di 24 successi (di cui 20 per k.o.) in 24 combattimenti da professionista e gli scalpi di due campioni del mondo come Primo Carnera e Max Bear. 60.000 appassionati sono presenti ad un evento inizialmente previsto per il 18 giugno, slittato poi al giorno dopo per colpa della pioggia.

In effetti quel che ne viene fuori è un incontro che disattende le previsioni. Schmeling ha studiato attentamente la boxe del rivale, notando ad esempio il difetto di abbassare la mano sinistra dopo aver portato il suo jab mancino. E proprio su questo colpo Max imposta il suo tentativo di scardinare la difesa di Louis, portando l’attacco col destro che se nei primi tre round non sortisce gli effetti sperati, alla quarta ripresa manda al tappeto Joe.

Contato per la prima volta in carriera, Louis riesce a riguadagnare il centro del ring ma il colpo lo ha tramortito squarciando la sua sicurezza di fenomeno. Nei round successivi Schmeling è padrone della contesa, Louis prova a resistere in punta di piedi ma infine, al minuto 2’29” della dodicesima ripresa, va giù ancora e stavolta per non rialzarsi più. Arthur Donovan, arbitro del match, esaurito il conteggio del “nero di Detroit“, proclama la vittoria di Schmeling e l’America tutta, così come il mondo del pugilato internazionale, applaude all’impresa non prevista del ragazzone tedesco. Che saluta con un “Heil Hitler” che suona di propaganda ma per chi ha occhio attento non pare propriamente sincero. Già.

E’ l’apice della carriera di Schmeling, pugile dalla tecnica sopraffina, che torna in patria a bordo del dirigibile “Hindenburg” e diventa un eroe ad uso e consumo del nazismo. Ma se le circostanze danno, pure tolgono: due anni dopo, stesso palcoscenico dello Yankee Stadium, ma stavolta con il titolo mondiale in palio, sarà uno scatenato Louis a prendersi una clamorosa e netta rivincita, atterrando l’avversario dopo soli 2’04” del primo round. A quel Max Schmeling che aveva conosciuto le stelle, ora non rimane che tornare alle stalle, scaricato e sbeffeggiato da quegli stessi uomini che lo avevano usato… ma il pugno che affossò Louis, così come il suo nome, appartengono all’epica della noble art. Ora e sempre. Alla faccia di Hitler e la sua combriccola di manigoldi.

SPA 1970, IL PICCOLO MESSICANO PEDRO RODRIGUEZ DIVENTA GRANDE

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Pedro Rodriguez al volante della sua BRM – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Lo chiamavano, lui come il fratello minore Riccardo prematuramente e tragicamente scomparso nel 1962, il “piccolo messicano“. Ma quel pomeriggio del 7 giugno 1970, sul circuito belga di Spa-Francorchamps, Pedro Rodriguez de la Vega realizza un capolavoro e diventa grande.

Il campione nato a Città del Messico il 18 gennaio 1940, già da qualche anno gareggia con alterne fortune in Formula 1, se è vero che dopo alla Lotus nel 1963 e i due anni successivi in Ferrari sommando tre punti in tre gran premi, ha infine trovato la sua demensione alla Cooper, che nel 1967 lo ha visto trionfare a Kyalami per concludere la stagione in una onorevole sesta posizione. Particolarmente abile sul bagnato, Rodriguez conferma il piazzamento nel 1968 quando al volante della BRM è secondo a Spa, terzo a Zandvoort e sale ancora sul terzo gradino del podio in Canada. E dopo che il 1969 gli ha riservato più ombre che luci alternandosi col team privato Parnell e la Ferrari, nel 1970 è di ritorno in BRM, pronto a competere per le prime piazze.

Ad onor del vero le prime prove del campionato non sono state fortunate per il messicano, solo nono in Sudafrica, ritiratosi volontariamente al quarto giro del gran premio di Spagna dopo l’incidente drammatico in cui è rimasto coinvolto il compagno di scuderia Jack Oliver,  e sesto a Montecarlo, ma in Belgio è tempo di incassare quanto la dea bendata ha negato nelle precedenti occasioni.

Jackie Stewart è campione del mondo in carica ed in classifica generale insegue l’altro grande Jack, Brabham, che con 15 punti capeggia la graduatoria. Ma la gara sul tracciato più lungo e impegnativo del campionato del mondo, nonchè tanto pericoloso al punto che lo stesso Stewart progetta di disertarlo,  è funestata dalla tragedia che qualche giorno prima, il 2 giugno, è costata la vita a Bruce McLaren, deceduto nel corso di un collaudo a Goodwood del prototipo di vettura per le competizioni Can Am. Il mondo della formula 1 è sotto shock per la perdita di uno dei suoi alfieri più amati e rispettati, ma lo spettacolo deve continuare e a Spa si corre, con le previsioni meteo che annunciano pioggia per la domenica della gara.

La McLaren è assente, al pari di John Surtees e della sua vettura privata, e le qualifiche, che si annunciano favorevoli per i motori 12 cilindri di Ferrari, BRM e Matra, vedono proprio Stewart, al volante della March motorizzata Ford, realizzare la pole-position, la terza in quattro gare, due secondi meglio della Lotus dell’austriaco Jochen Rindt e al collega di scuderia Chris Amon. La Ferrari di Jacky Ickx è quarta, a precedere Jack Brabham, mentre Rodriguez con il sesto tempo, velocissimo in rettilineo con la sua P153 ma poco affidabile nel misto, conferma che le previsioni della vigilia di una dominio del 12 cilindri sono andate disattese. L’altra Ferrari del debuttante Ignazio Giunti è infatti solo ottava, Oliver con la seonda BRM è quattordicesimo e le due Matra di Beltoise e Pescarolo annaspano nelle retrovie, rispettivamente undicesimo e diciassettesimo.

L’altra previsione sbertucciata della gara belga sono le condizioni atmosferiche della domenica, al posto della pioggia fa capolino, dietro le nubi spazzate via, un bel sole di tarda primavera. Al via Rodriguez azzecca lo spunto, sorpassando subito Brabham e Ickx che lo precedono in griglia, per poi andare all’attacco del terzetto al comando composto da Amon, Stewart e Rindt. Il messicano è scatenato, e mentre davanti Stewart battaglia a suon di sorpassi con Amon, al terzo giro infila anche Rindt piazzandosi in terza posizione.

La sfida è lanciata, nello spazio di due secondi i tre piloti di testa prendono il largo e Rodriguez, approfittando della potenza del motore della sua BRM, supera Stewart prima de La Source, mettendosi in scia ad Amon, per poi passarlo al quinto giro.

Le posizioni si cristallizzano, con Rodriguez a guidare la corsa, Amon e Stewart ad inseguirlo e un plotone di cinque piloti, Ickx, Brabham, Rindt e Beltoise a darsi battaglia per le posizioni di rincalzo. Lungo i 14,100 chilometri di un tracciato da percorrere per 28 volte Rodriguez appare il più forte, ma se la sua P153 non teme rivali in velocità di punta, altresì pecca di affidabulità e teme per la lunghezza della corsa.

Brabham si mette in evidenza guadagnando la terza posizione a spese prima di Ickx, poi di Stewart, ma va in testacoda, la frizione lo tradisce e al 19esimo giro è costretto all’abbandono. Stessa sorte era toccata in precedenza a Rindt al 10 giro e a Stewart alla tornata successiva, appiedati dal motore, ed allora la lotta per la vittoria si riduce in una sfida a due tra Rodriguez e Amon, mai separati da un margine superiore ai due secondi, con Ickx, terzo, che accusa un ritardo di oltre cinquanta secondi.

Gli occhi di tutti, ovviamente, sono rivolti ai primi due della classifica, Rodriguez che controlla con baldanzosa sicurezza e Amon che fa segnare il miglior tempo sul giro, 3’27″4, avvicinandosi ad un secondo dal leader della corsa. Ma la BRM di Pedro ha più cavalli della March di Chris, impossibilitato a portare l’attacco risolutore al rivale, e sotto la bandiera a scacchi Rodriguez, mentre Ickx retrocede all’ottavo posto complice una fuga di benzina e Beltoise si installa in terza posizione davanti alla Ferrari di un bravissimo Giunti, infine può cantar vittoria.

Un capolavoro, autentico, e il “piccolo messicanoentra di diritto tra i grandi dell’automobilismo. Ahimè per poco, un anno dopo Pedro Rodriguez, come già il fratello, perderà la vita in una stagione che consegnerà a Rindt, pure lui deceduto, l’unico titolo di campione del mondo postumo della storia, e con lui la formula 1 si sentirà decisamente più sola.

A BARCELLONA 1992 LA PRIMA VOLTA VERDE-ORO DEL VOLLEY

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La gioia di Giovane Gavio – da globoesporte.globo.com

articolo di Nicola Pucci

Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 il torneo di pallavolo regala due clamorose sorprese ed una conferma.

L’Italia di Julio Velasco si presenta all’appuntamento dei Giochi nei panni della favorita, sull’onda lunga dell’esplosione di un movimento determinato dal trionfo agli Europei di Stoccolma del 1989. In successione gli azzurri hanno collezionato anche il successo ai Mondiali in Brasile del 1990 e tre vittorie consecutive in World League, oltre al secondo posto in Coppa del Mondo nel 1989 e agli Europei del 1991 di Berlino, battuti in finale dall’Urss.

Proprio gli ex-sovietici, che gareggiano con la denominazione di CSI, sono tra i pretendenti alle medaglie, al pari del Brasile che proprio ai Mondiali del 1990 cedette il passo all’Italia, degli Stati Uniti che seppur campioni olimpici in carica hanno ormai concluso il loro ciclo vincente, e Cuba, storica avversaria del sestetto di Velasco, che ha in Joel Despaigne la sua stella più luminosa.

Le 12 squadre partecipanti sono suddivise in due gironi, con l’Italia che nel primo gruppo se la deve vedere con Francia (3-1), Spagna (3-0), Giappone (3-0), Canada (3-1) e Stati Uniti (unica sconfitta, 1-3), chiudendo in prima posizione grazie ad una migliore differenza set vinti/set persi rispetto agli americani che hanno ancora in Fortune, Stork, Ctvrtlik e Timmons gli alfieri di punta. Spagna e Giappone sono le due altre qualificate ai quarti di finale.

Nel secondo concentramento il Brasile, forza emergente del volley mondiale, rimane imbattuto vincendo cinque partite, tra cui un 3-1 contro Cuba e CSI che chiudono alle sue spalle, con l’Olanda trascinata da Zwerver e Blangé che battendo la Corea del Sud 3-0 si assicura l’ultimo posto utile per il passaggio del turno.

Ed è proprio ad altezza quarti di finale che si consuma la sorpresa. Mentre Cuba e Brasile rispettano il pronostico battendo agevolmente Spagna e Giappone per 3-0, e gli Stati Uniti rinnovano il successo con i russi per 3-1 nonostante la classe di Ruslan Olikhver, l’Olanda inaspettatamente infrange il sogno a cinque cerchi dell’Italia. La sfida è drammatica. Tofoli, Gardini, Zorzi, Lucchetta, Cantagalli e Bernardi, ovvero i sei eroi dell’epoca d’oro, nonostante il valido apporto anche di Masciarelli, Bracci, Vullo, Giani, Pasinato e Galli, escono sconfitti per 3-2 dopo aver condotto per 2-1, perdendo il quarto parziale addirittura 15-2 e cedendo al set decisivo con un beffardo 17-16.

Non appagata, l’Olanda travolge anche Cuba in semifinale, 3-0 dopo aver perso nella fase a gironi 3-1 con lo stesso avversario, mentre il Brasile pone fine al sogno degli Stati Uniti di confermarsi campioni vincendo 3-1 l’altra semifinale.

All’atto decisivo il Brasile, trascinato da Marcelo Negrao, eletto MVP del torneo, supportato da campioni del calibro di Mauricio Lima che verrà a dar sfoggio del suo talento di palleggiatore a Modena e Giovane Gavio che già il campionato italiano ha imparato a conoscere a Padova, e guidato in panchina da quel “maestro” di volley che risponde al nome di José Roberto Guimaraes, rispetta infine il pronostico e col punteggio di 3-0 con parziali di 15-12 15-8 15-5 vince una meritata medaglia d’oro. Per i sudamericani è il primo trionfo olimpico e va ad aggiungersi a ben 17 vittorie nel campionato continentale, avviando un dominio sulla pallavolo mondiale che ad oggi somma pure tre titoli mondiali ed altri due trionfi ai Giochi.

L’Olanda è seconda, con gli Stati Uniti che battendo Cuba 3-1 salgono sul terzo gradino del podio, mentre l’Italia si deve accontentare del quinto posto dopo le vittorie per 3-0 con Spagna e Giappone nel torneo di consolazione. La maledizione olimpica, però, per gli azzurri è appena cominciata: quattro anni dopo, e sempre contro l’Olanda, la beffa in finale sarà ancora più amara. Il Brasile, da parte sua, sorride e torna a casa con la medaglia d’oro.

LAURA FLESSEL, LA PRINCIPESSA MANCINA CHE ARRIVO’ DALLE ANTILLE

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Laura Flessel – da culturebene.com

articolo di Gabriele Fredianelli

La principessa mancina della spada, oggi fresca ministra dello sport della Repubblica Francese, è nata nel 1971 in Guadalupa, a Pointe-à-Pitre, pieno arcipelago delle Antille, città d’atleti, come i (quasi) coetanei e concittadini Lilian Thuram, bandiera della nazionale francese di calcio, e la ostacolista Patricia Girard.

Laura Flessel, cinque medaglie olimpiche e 13 mondiali, è stata la prima dominatrice di un’arma che, al femminile, ha conquistato la dignità mondiale soltanto nel 1989 e quella olimpica nel 1996, ad Atlanta. Dopo le azzurre Valentina Vezzali, Giovanna Trillini e la russa Novikova, è ancora oggi la schermitrice più medagliata alle Olimpiadi, probabilmente la miglior spadista di sempre.

Tra le grandi promesse della scherma caraibica, campionessa panamericana di fioretto e spada fin da ragazza, a diciotto anni Laura attraversa l’Atlantico e arriva a Parigi, per tirare sotto le insegne del Racing Club de France. Nel 1995 ottiene i primi successi “pesanti”: un bronzo individuale e un argento a squadre ai campionati del mondo dell’Aja, sotto la bandiera francese.

Nel 1996 per la prima volta la prova di spada delle Olimpiadi viene aperta alle donne. Ad Atlanta Laura è ovviamente tra le favorite, insieme alla connazionale e compagna di squadra Valérie Barlois. Nella prova a squadre, insieme anche alla più anziana Sophie Moressée-Pichot, arriva l’oro, davanti all’Italia di Chiesa, Uga e Zalaffi.

Nell’individuale, Laura supera in semifinale la vicecampionessa dal mondo, l’ungherese Szalay, e in finale trova proprio la Barlois, vincendo per 15-12 un assalto sempre dominato dalla mancina antillana. Atleticamente fortissima, abituata ad impugnare sempre la spada mancina con l’impugnatura “alla francese”, micidiale nei colpi al piede e negli allunghi, combattente nata eppure dotata di nervi saldissimi, è lei – figlia di una regione d’oltremare e con le lunghissime treccine afro – a far risuonare la Marsigliese e ad aggiudicarsi il primo oro della storia olimpica nella spada femminile.

Ma le sue “prime volte” non sono finite. Nel 1998, in Svizzera, a La Chaux-de-Fonds, diviene la prima schermitrice francese a vincere, oltre all’oro olimpico, anche il titolo mondiale: lo ottiene battendo in finale la tedesca Holzkamp, bissandolo poi con la competizione a squadre.

Confermata campionessa del mondo anche l’anno dopo a Seul, a Sidney 2000 vorrebbe ovviamente conservare pure il titolo olimpico. Si dovrà invece accontentare del bronzo, sconfitta in semifinale dall’ungherese Timea Nagy, poi medaglia d’oro. Neppure la competizione a squadre, vinta dalla Russia, va bene per lei e per le transalpine: alla fine è solo quinto posto.

Diventa madre della piccola Leilou l’anno successivo, ma torna subito sulle pedane con la stessa determinazione di sempre. Ai mondiali di Nimes, nel 2001, è argento, battuta solo in finale dalla tedesca Bokel, per poi passare anche attraverso la piccola burrasca del 2002 quando viene sospesa per tre mesi per l’uso di una sostanza proibita.

Ad Atene 2004 pare possa essere l’ultimo vero appuntamento coi Giochi: è bronzo a squadre, mentre nell’individuale a batterla in finale è ancora una volta l’ungherese Timea Nagy, che bissa il titolo di quattro anni prima e si conferma come la sua più grande rivale.

Le Olimpiadi saranno invece altre due e lei continua a tirare comunque fino ad oltre quarant’anni, raccogliendo ancora diverse medaglie: altri tre ori e un argento a squadre ai mondiali e due bronzi individuali nella stessa competizione. Nel 2007 a Gand è campionessa d’Europa battendo in finale la svedese Samuelsson: aggiungerà poi altri cinque bronzi tra squadre e individuale. Poi ci sono tre Coppe del Mondo e un argento ai Giochi del Mediterraneo 2005.

Alle Olimpiadi del 2008, a Pechino, va fuori prima del podio proprio contro una delle padrone di casa, la cinese Li, mentre la prova a squadre non è prevista. L’ultima Olimpiade è invece quella del 2012 a Londra: portabandiera francese alla sfilata inaugurale (prima schermitrice a farlo, ovviamente: terza donna dopo la nuotatrice Caron e la sprinter Pérec, altra sua conterranea della Guadalupa), esce però agli ottavi di finale battuta dalla romena Gherman, nella gara vinta poi dall’ucraina Shemyakina.

Sposata con il giornalista Denis Colovic, dopo il ritiro dalla pedana Laura si concentra sulla comunicazione, sulle campagne di sensibilizzazione sociale e sulla vita politica. Qualche giorno fa è diventata ministra dello Sport per il governo francese, sotto la presidenza di Emmanuel Macron, da lei sostenuto in campagna elettorale.

ALEX BAUMANN, DOPO 72 ANNI UN CANADESE SUL GRADINO PIU’ ALTO DEL PODIO DEL NUOTO

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Alex Baumann sul podio – da alchetron.com

Ai Giochi di Los Angeles del 1984, il Canada torna sul gradino più alto del podio del nuoto a distanza di ben 72 anni, vale a dire dalla “doppietta” sui 400 e 1500 metri stile libero ottenuta da George Hodgson alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912.

Merito di ciò va a due formidabili nuotatori, vale a dire il ranista Victor Davis, argento sui 100 ed oro sui 200 con tanto di primato Mondiale in 2’13″34 e, soprattutto, all’impresa di Alex Baumann che fa sue entrambe le gare sui 200 e 400 misti, con altrettanti primati mondiali.

Messosi in luce appena quindicenne ai “Pan American Games” di San Juan di Portorico del 1979, dove conquista il bronzo sui 400 misti vinti dal dominatore dell’epoca della specialità, l’americano Jesse Vassallo, Baumann si presenta alla rassegna californiana forte dei primati mondiali di 2’02″25 sui 200 misti risalente all’ottobre 1982 e di 4’17″53 sulla doppia distanza, realizzato viceversa a giugno 1984, circostanze che ne fanno il logico favorito, forte anche delle doppiette centrate ai Giochi del Commonwealth del 1982 a Brisbane e alle Universiadi dell’anno dopo ad Edmonton, data anche l’assenza dei sovietici Sidorenko e Fesenko (rispettivamente oro sui 200 e bronzo sui 400 ai Mondiali di Guayaquil 1982) e del tedesco Est Berndt, argento sui 400 nella citata rassegna iridata, vinta dal brasiliano Ricardo Prado con il tempo di 4’19″78, all’epoca record mondiale.

Ed è proprio Prado, unitamente all’americano Vassallo, che cerca una improbabile medaglia dopo aver dovuto rinunciare ai Giochi di Mosca, il principale rivale di Baumann nella gara d’esordio dei 400 misti, dopo che il canadese ha realizzato il miglior cronometro già in batteria, 4’22″46 che equivale al nuovo primato olimpico, davanti all’amricano Jeff Kostoff e all’azzurro Giovanni Franceschi. Ma nonostante il sudamericano nuoti oltre 1″ in meno del tempo con cui vinse l’oro ai Mondiali di due anni prima (4’18″45), deve accontentarsi dell’argento avendo comunque costretto Baumann a migliorare il proprio limite portandolo a 4’17″41. L’australiano Rob Woodhouse completa il podio, mentre Kostoff è solo sesto e Franceschi affonda in ottava posizione, preceduto anche da un pur ottimo Maurizio Divano che chiude quinto.

Rinfrancato nel morale da questo primo successo, il canadese si avvia a sfidare sulla distanza breve dei 200 misti i due americani Pedro Pablo Morales e Steve Lundquist, specialisti rispettivamente a farfalla ed a rana, dove Morales ha conquistato l’argento sui 100 e Lundquist l’oro sulla medesima distanza.

Anche stavolta l’agguerrita concorrenza è stimolante per Baumann, già al primato olimpico in batteria in 2’03″60 davanti al britannico Robin Brew che a sua volta migliora il record europeo in 2’04″13,  che va a trionfare migliorando per la terza volta il record mondiale sino a 2’01″42, lasciando a debita distanza Morales, argento in 2’03″05, con Lundquist non meglio che quinto, preceduto anche dai due britannici Neil Cochran (bronzo in 2’04″38) e proprio Brew. Il trionfo olimpico è completo.

Particolare curioso, Baumann, che poi vincerà l’argento sui 200 ed il bronzo sui 400 misti ai Mondiali di Madrid 1986, era in origine di nazionalità cèca, essendo nato a Praga il 21 aprile 1964, ma i suoi genitori si trasferirono in Canada quando aveva 5 anni a seguito dell’invasione sovietica del suo paese. E ciò fece le fortune del paese della foglia d’acero

QUANDO PANTANI E GUERINI SPIANARONO LA MARMOLADA

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Pantani e Guerini in fuga sul Passo Fedaia – da stefano-vda.blogspot.com

articolo di Emiliano Morozzi

Qualche giorno fa il Giro del Centenario è salito al Santuario di Oropa, teatro di una delle più celebrate imprese di Pantani. Ma un’altra montagna ha segnato il destino dello scalatore romagnolo in maniera profonda: la Marmolada. Un nastro d’asfalto dritto e infinito, dalle pendenze micidiali, dove Pantani ha scritto la prima pagina dell’epopea che l’ha portato, nel corso dello stesso anno, 1998, a vincere sia il Giro d’Italia che il Tour de France.

Lo scalatore di Cesenatico arriva al Giro in cerca di riscatto dopo i tanti, troppi infortuni degli anni precedenti, ma la situazione al via del primo tappone alpino è tutt’altro che positiva: Zulle è avanti di quasi quattro minuti dopo la vittoria nella crono di Trieste e in montagna non sembra mostrare segni di cedimento, il coriaceo Tonkov sopravanza Pantani di quasi due minuti. Arrivano però le grandi montagne e le grandi pendenze, un terreno sul quale il “Pirata” può e deve fare la differenza.

Il tappone dolomitico offre come menù la Marmolada, affrontata dal durissimo versante di Malga Ciapela, e il Passo Sella, lato Canazei, salita meno impegnativa ma comunque dura, specialmente nei chilometri finali dopo il bivio per Passo Pordoi. Ai piedi della Marmolada, nulla si muove: in fuga ci sono il colombiano Chepe Gonzalez, il connazionale Buenahora e lo svizzero Camenzind. il gruppo viaggia a più di due minuti e nessuno sembra voler provare l’attacco.

Gli alberghi di Malga Ciapela preannunciano che la parte più dura della salita sta per arrivare. Lì comincia l’epopea di Marco Pantani, e subito fioriscono le leggende. In diretta televisiva, il leader della Mercatone Uno, ben visibile con addosso la maglia verde di miglior scalatore, si volta verso il fido gregario Roberto Conti e gli domanda: “Ma quand’è che comincia questa Marmolada?“. Neanche il tempo di dirlo e Tonkov scatena la bagarre con uno scatto secco là dove le pendenze sono più dure. Zulle non reagisce e sembra inizialmente voler salire del suo passo, Pantani dopo qualche attimo d’esitazione, rinviene portandosi alla ruota Giuseppe Guerini e subito si mette in testa a fare il ritmo.

La corsa esplode: la maglia rosa Zulle rotola indietro e va in crisi, anche il russo Tonkov, già respinto dalla Marmolada due anni prima, si stacca e dimostra ancora una volta di patire le pendenze troppo arcigne, mentre davanti Pantani sembra volare e rifila in soli quattro chilometri distacchi impressionanti. In cima al Passo Fedaia, lo scalatore romagnolo ha già guadagnato un minuto su Tonkov e quasi due su Zulle. Nella veloce discesa che porta a Canazei, Guerini, che veste i colori del Team Polti, dà il cambio a Pantani e sulle rampe del Passo Sella i due riagganciano il battistrada Chepe Gonzalez. Il colombiano non regge a lungo il ritmo dei due italiani: Pantani è scatenato, sente odore di impresa e si alza costantemente sui pedali per rilanciare la propria azione, Guerini tiene botta e quando può offre il cambio al romagnolo per farlo rifiatare. In mezzo a due ali di folla, Pantani vola verso la maglia rosa: in cima al Sella il “Pirata” è già virtualmente primo, con Tonkov che accusa un paio di minuti, Zulle è alla deriva e prende più di quattro minuti e mezzo.

La sfortuna sembra ancora una volta voler colpire Pantani, che a pochi chilometri dall’arrivo sbaglia una curva, ma stavolta il “Pirata” rimane in piedi e spinge fino all’arrivo: la gloria della vittoria di tappa, a Selva  va a Guerini, bravissimo nel tenere l’indiavolato ritmo del romagnolo, la gloria di avere scritto una pagina epica del Giro d’Italia va a Pantani. Un’impresa davvero straordinaria quella dello scalatore di Cesenatico, capace con una audace fuga di far saltare il banco e vestire per la prima volta quella maglia rosa che porterà con onore fino al traguardo di Milano.

BRUCE BAUMGARTNER, IL SUPERMASSIMO D’ORO DELLA LOTTA MONDIALE

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Bruce Baumgartner alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 – da dailydsports.com

articolo di Nicola Pucci

Se c’è un atleta che forse più di ogni altro rimanda all’idea del lottatore olimpico, così come tramandato dall’antica Grecia, quello è senza dubbio Bruce Baumgartner.

Stiamo in effetti parlando di un autentico fuoriclasse della disciplina, capace di dominare in patria così come a spasso per il pianeta gareggiando nella categoria dei “giganti“, ovvero quella dei supermassimi riservata ad atleti il cui peso sia compreso tra 100 e 130 kg., che lo vide debuttare ai massimi livelli con il bronzo conquistato ai Mondiali di Kiev del 1983, preceduto dal sovietico Salman Khasimikov e dal polacco Adam Sandurski.

Avvantaggiato dal boicottaggio proprio del blocco sovietico, Baumgartner, cresciuto agonisticamente alla Manchester Regional High School, prende parte alla sua prima Olimpiade nel 1984 a Los Angeles dopo aver dovuto, gioco forza, rinunciare alla kermesse di Mosca 1980, ed è già medaglia d’oro, dominando una competizione che lo vede schienare il rumeno Andrei e il turco Taskin per poi battere in finale ai punti, 10-2, il canadese Robert Molle, salendo così sul gradino più alto del podio nell’edizione casalinga dei Giochi.

La sfida a cinque cerchi si rinnova quattro anni dopo a Seul 1988, ma stavolta l’americano trova a sbarrargli la strada verso la doppietta olimpica il sovietico David Gobedjichvili, che lo batte all’atto decisivo 3-1 prendendosi la rivincita della sconfitta subita ai Mondiali di Budapest del 1986.

Nato ad Haledon, nel New Jersey, il 2 novembre 1960, Baumgartner, quando si presenta alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, ha nel suo palmares già sei medaglie mondiali (saranno nove a fine carriera, di cui ben tre d’oro), anche se nelle ultime due edizioni iridate a cui ha partecipato, nel 1990 a Tokyo e nel 1991 a Varna, ha dovuto cedere il passo ancora una volta al rivale sovietico nel primo caso ed è giunto solo settimo nel secondo caso. Ma a Barcellona è l’ora di consumare la sua vendetta con il grande rivale con cui si spartisce la scena (e i titoli) da anni.

Baumgartner è inserito nello stesso gruppo di Gobedjichvili, con cui si incrocia per la diciassettesima volta in carriera (10-6 gli scontri diretti a favore dell’americano) dopo aver battuto il bulguro Barbutov e l’ungherese Gombos, e stavolta vince grazie ad una presa decisiva a pochi secondi dal termine, incasellando la vittoria per 3-0. I successi poi con il cinese Chung Huang e il tedesco Schroder, che fu bronzo a Seul ed è campione del mondo in carica, gli valgono il primo posto nella classifica del girone e quindi l’accesso alla finale per il primo posto, dove trova come avversario il canadese Jeffrey Thue.

Il confronto non ha storia, troppo netta la superiorità del campione americano che si impone con il punteggio di 8-0 che lo riporta sul trono d’Olimpia a distanza di otto anni e lo elegge tra i più grandi lottatori di ogni epoca.

Non è finita qui perché Baumgartner, seppur 36enne ma fresco di altri due titoli iridati conquistati nel 1993 a Toronto con l’ucraino Valiyev e nel 1995 ad Atlanta con il tedesco Thiele, completa il suo percorso ai Giochi proprio nell’appuntamento di Atlanta 1996, dove è portabandiera per gli Stati Uniti. Il tris d’oro pare un sogno realizzabile ma infine Bruce coglie solo il bronzo, sua quarta medaglia olimpica in altrettante partecipazioni, pagando dazio ad uno sconfitta al secondo turno con il russo Andrey Shumilin che lo relega alla sfida per la medaglia di bronzo in cui l’americano, proprio con Shumilin, si impone per decisione della giuria dopo il risultato di parità, 1-1, a termine del tempo supplementare.

Bruce Baumgartner chiude qui, ricco di onori, trofei e medaglie, e dal tappeto entra di diritto nella leggenda dei giganti della lotta.

IL LAVAPIATTI E L’IMPRESARIO DI POMPE FUNEBRI CHE FECERO PIANGERE I MAESTRI INGLESI

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Il gol di Gaetjens – da calciomemory.com

articolo di Massimo Bencivenga

La storia di oggi è un omaggio ai Davide che sconfiggono i Golia, alle imprese dei piccoli contro i grandi. E’ un omaggio al ritorno in serie A della Spal. Ed è pensando ai ferraresi che m’è venuto in mente di raccontare quel che accadde al Mondiale del 1950, il Mondiale del Maracanazo.

Il Mondiale del 1950 fu il primo del dopoguerra, e come ben sapete si giocò in Brasile. La Germania Ovest non fu ammessa a partecipare per essere stata responsabile della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia, fresca della tragedia di Superga, fu invitata, anche perché portava la Coppa in qualità di squadra detentrice. E per la prima volta decisero di cimentarsi nella tenzone iridata anche i maestri inglesi.

La sorte li volle pescati nel girone insieme agli Usa. Gli inglesi erano una buona squadra, imperniata su Wright e Ramsey dietro e a centrocampo, con gente come Finney e Mortensen (sì, proprio quello che ha il copyright sul “gol alla Mortensen”) in avanti. E poi avevano lui: Stanley Matthews. C’era un Matthews nella sfida Inghilterra-Italia 3-2 del 1934, quando Meazza segnò una doppietta; e c’era un Matthews in Italia-Inghilterra 0-4 del 1949. Ed era lo stesso Matthews. Lo stesso Matthews che nel 1956, a 41 anni, vinse il primo Pallone d’Oro, un riconoscimento più alla carriera che effettivo per un’ala destra che ha attraversato i decenni con la solita finta. Quella alla quale abboccavano tutti.

La prima partita, gli inglesi la vinsero per 2-0 sul Cile. La seconda, con gli Usa, che nel frattempo ne presero tre dalla Spagna, sembrava una formalità. Gli statunitensi si comportavano come un’allegra brigata in libera uscita. Il capitano era McIlvenny, in difesa c’era uno rude che si chiamava Charlie Colombo, in porta Frank Borghi, impresario di pompe funebri e in avanti Joe Gaetjens. Figlio di un tedesco e una haitiana, Gaetjens emigrò dai Caraibi negli States per studiare, ma finì a fare il lavapiatti perché non fu ammesso a scuola. Lavorava e giocava a calcio. Centravanti. Bravo di testa. Gli statunitensi non avevano neanche una divisa, giocavano con una maglia che somigliava a quella del River Plate, forse perché l’eco della Maquina era giunta anche in Nordamerica.

Matthews si tirò fuori dalla contesa, dicendo, sdegnato, che non si sarebbe mai abbassato a giocare con sudditi o ex sudditi. L’arbitro della partita fu un italiano, che si prese un doppio taccuino, convinto che la partita sarebbe finita in goleada per i figlia d’Albione.

Il giorno dopo, il Daily Express uscì con: Inghilterra 10 – Stati Uniti 1. Si trattò di un Epic Fail di dimensioni siderali. Perché gli Usa vinsero per 1-0. Con gol di testa, alquanto strambo in realtà, proprio del lavapiatti Gaetjens nel primo tempo. Nella ripresa, i maestri inglesi provarono a pareggiare, ma non vi riuscirono, anche grazie agli interventi del becchino Borghi.

Nella storia degli Usa c’è perlomeno un altro becchino famoso. E non sto parlando del wrestler Undertaker. No, il becchino che dico io si chiamava Almon Strowger. Almon Strowger era un impresario funebre del Missouri vissuto sul finire del 1800. E con ciò? I primi telefoni funzionavano attraverso un “centralino”, con delle persone che mettevano, manualmente, in comunicazione chiamante e ricevente. Bene, successe che venne presa come impiegata l’amante del suo concorrente, che passava ogni richiesta di funerale all’amato. Almon Strowger si trovò a un bivio: o s’inventava qualcosa o sarebbe andato fallito. S’inventò qualcosa: il primo commutatore automatico per la telefonia della storia.

Ma torniamo a noi. Joe Gaetjens morì nel 1964, probabilmente ucciso dagli squadroni della morte haitiani: i tristemente famosi Tonton Macoutes, ma sarà per sempre ricordato come l’uomo che fece piangere gli amanti del calcio dell’Inghilterra. Inghilterra che anche circa 100 anni prima, nel 1851, era ben convinta di portare a casa la Coppa della Cento Ghinee. Coppa delle Cento Ghinee che andò invece allo shooner statunitense America.

Era l’alba della Coppa America di vela. Ma questa è un’altra soria.

ROLAND-GARROS 1997, LO SGAMBETTO ALLA REGINA DI IVA MAJOLI

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Iva Majoli bacia la Coppa dei Moschettieri – da tenniscircus.com

articolo di Nicola Pucci

Era tutto pronto, quel 7 giugno 1997, sul Court Central del Roland-Garros. Gli occhi di 13.000 appassionati attendevano solo l’ultima recita per celebrare il giorno della regina, in procinto di cingersi della corona di Francia.

Lei, Martina Hingis, baciata da un talento raro, fenomeno di precocità tennistica, già numero 1 del mondo da qualche settimana, aveva programmato perfettamente il copione. Ad eccezione del lieto fine e dei titoli di coda. Già, perchè quelli non l’avrebbero confortata, bensì ne avrebbe beneficiato una signorina croata, tale Iva Majoli, che stava per rovinare la festa.

E’ un’edizione del Roland-Garros, quella del 1997, a cui la Hingis si presenta in qualità di prima giocatrice al mondo (la più giovane di sempre, il 31 marzo 1997, con i suoi 16 anni e 182 giorni), nonchè di grande favorita del torneo, reduce da ben 30 vittorie consecutive e sei eventi vinti di fila. Insomma, pare proprio imbattibile. E’ altresì vero che l’elvetica ha dovuto rinunciare agli eventi su terra battuta in preparazione di Parigi complice una banale caduta da cavallo, ma il margine rispetto alle rivali è talmente ampio e rassicurante che, seppur privata del necessario allenamento su “rosso“, gli addetti ai lavori non nutrono grossi dubbi sulle sue chances di bissare il trionfo Slam di gennaio in Australia ed infine cogliere il primo successo alla Porte d’Auteuil.

Steffi Graf è la numero 2 del tabellone, campionessa in carica seppur in declino, mentre Monica Seles, terza pretendente al titolo, ha l’animo ancora squarciato ben più della ferita inferta dal colpo di pugnale del folle Gunther Parche ad Amburgo qualche anno prima. Le due regine detronizzate sono le principali antagoniste della Hingis, pronostico dalla quale non è comunque esclusa Arantxa Sanchez, appunto finalista nel 1996 battuta 10-8 al terzo dalla tedesca, e già due volte vincitrice al Roland-Garros, da bambina nel 1989 e da donna in divenire nel 1994. Le altre, siano esse la giunonica Davenport, la talentuosa Novotna, l’iberica Martinez che ha in palmares un bel poker consecutivo agli Internazionali d’Italia, e la cucciola di casa Pierce, sembrano destinate ad un ruolo di comprimarie.

In effetti il percorso della Hingis, da subito, palesa qualche inattesa incertezza. Dopo il rapido 6-0 6-2 al debutto contro la slovacca Nagyova, è la minuscola marchigiana Gloria Pizzichini a… pizzicare l’orgoglio della numero 1 del mondo, strappandole il primo set, 6-3, prima di cedere alla distanza, 6-4 6-1.

Risolta altrettanto facilmente la pratica con la pin-up Anna Kournikova, bellina ma che non vince neanche per disperazione, rimandata con un eloquente 6-1 6-3, fa sensazione agli ottavi di finale il 6-3 0-6 6-0 con l’austriaca Barbara Paulus. Quel secondo set ceduto senza lottare evidenzia che nel gioco, così come nella testa e nelle gambe di Martina, c’è qualche crepa preoccupante. E se il 6-2 6-2 ai quarti con la Sanchez rassicura e il 6-7 7-5 6-4 in semifinale con la Seles affatica, nondimeno la Hingis in finale c’è e c’è con la dichiarata intenzione di far suo il titolo.

Dall’altra parte del net c’è l’ospite inattesa. Iva Majoli. E qui si apre un altro capitolo interessante. La croata di Zagabria, classe 1977, ha vinto un paio di tornei in stagione, ad Hannover a febbraio su superficie sintetica e ad Amburgo in maggio su terra battuta. E’ in crescita, ha fatto il pieno di fiducia ed è accreditata della testa di serie numero 9. Non coltiva, ad onor del vero, grandi ambizioni, ma se deve piazzare il colpaccio è questo il momento e il luogo adatto per provare a far saltare il banco.

Una dopo l’altra la Majoli fa fuori la ceca Kleinova, 7-5 6-4, la francese Fusai, 6-2 6-3, e l’americana Grossman, 6-1 4-6 6-1, per poi demolire di rincorsa la Davenport, 5-7 6-4 6-2, guadagnandosi un posto ai quarti di finale. Quando poi, dopo aver bissato con la rumena Dragomir, 6-3 5-7 6-2, il successo proprio della finale di Amburgo, trova la strada liberata dall’ingombrante presenza della Graf, eliminata a sorpresa dalla piccola sudafricana Amanda Coetzer, l’accesso alla finale non è più un miraggio ma un obiettivo che arriva a concretizzarsi in virtù del successo di misura con la stessa Coetzer, 6-3 4-6 7-5, a chiusura di una sfida che per entrambe rappresentava l’occasione della vita.

Il totem Hingis è lì, ad attendere Iva al d-day, ma la regina è inaspettamente abulica, incapace di mostrare il talento di cui Madre Natura l’ha dotata, stranamente in balia dell’avversaria, lei sì invece assolutamente all’apice della forma tennistica. Ne vien fuori un match quasi a senso unico, con la Majoli a fare il bello e il cattivo tempo e la Hingis costretta ad arrendersi con un referto che non ammette repliche, 6-4 6-2.

Iva Majoli trionfa con la spregiudicatezza di chi non ha niente da perdere e il Court Central l’acclama campionessa introducendola tra le grandi del tennis: oggi, se quel colpo fu l’unico di una carriera poi spentasi troppo velocemente, rimane una ferita mai rimarginata nel curriculum della svizzera. Che tornerà dominatrice ma a cui mancherà, sempre, la corona di regina di Francia.