TAMARA ED IRINA PRESS, I “FRATELLI AL FEMMINILE” DELL’ATLETICA SOVIETICA

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Tamara, a sinistra, ed Irina Press – da genderverification.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Negli ultimi 30 anni, il mondo dell’atletica leggera – sicuramente non casualmente appena si è verificata la caduta del muro di Berlino ed il conseguente crollo del regime comunista sovietico – è stato sconvolto dai numerosissimi casi di doping che hanno portato a riscrivere albi d’oro olimpici e mondiali, nonché a rivisitare le graduatorie delle migliori prestazioni ottenute nelle singole specialità dagli atleti di ambo i sessi.

Giusta precisazione, quella di parlare di “ambo i sessi”, poiché, in passato, le maggiori contestazioni avverso la validità di risultati e primati si fondavano proprio sui dubbi di genere, dei quali i casi più clamorosi furono quelli della polacca naturalizzata americana Stella Walsh, specialista dei 100 metri dove vinse l’oro ai Giochi di Los Angeles 1932 e l’argento quattro anni dopo a Berlino, e della saltatrice in alto tedesca Dora Rutjen – in realtà iscritta all’anagrafe come Heinrich – giunta quarta alle citate Olimpiadi tedesche, ma dubbi vennero levati anche sulle prestazioni dell’americana Mildred “Babe” Didrikson, tre volte medagliata a Los Angeles 1932, anche a causa della sua dichiarata bisessualità.

Ma il caso che più di ogni altro ha fatto discutere in tempi più recenti, soprattutto per il modo in cui si è concluso, è quello delle due sorelle sovietiche Tamara ed Irina Press, entrambe nate a Charkiv nell’Ucraina all’epoca facente parte dell’Urss, a due anni di distanza l’una dall’altra, Tamara il 10 maggio 1937 ed Irina il 10 marzo 1939, capaci, soprattutto la prima, di non avere rivali nel panorama atletico femminile nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’50 ed il decennio successivo.

Figlie d una famiglia di religione ebraica, perdono il padre durante la seconda guerra mondiale, riuscendo a sopravvivere, assieme alla madre, all’invasione nazista della città che viene per quattro volte persa e riconquistata con tremende battaglie con l’armata Rossa, iscrivendosi poi, ad evento bellico concluso, all’Università di Leningrado, dove hanno modo di mettere in mostra le loro qualità in atletica.

Tamara, un “donnone” di m.1,80 per oltre 100 chili, si specializza nel getto del peso e lancio del disco, senza preferenze di sorta tra le due prove, che pratica con continuità tanto da stabilire sei primati mondiali – dal 1959 al 1965 nel peso e dal 1961 al 1965 nel disco – in entrambe le specialità, per le quali si iscrive a tutte le manifestazioni internazionali a cui prende parte, riuscendo sempre a salire sul podio in ognuna delle stesse.

La sorella minore Irina, viceversa, pur non disdegnando anch’essa qualche digressione nei lanci, dà il meglio di sé, avendo una struttura fisica più ridotta di 168cm. per 75kg., sugli ostacoli – all’epoca previsti sulla distanza degli 80 metri rispetto ai 100 attuali – nonché nel pentathlon, dando prova di una versatilità non comune per il periodo in questione.

L’esordio avviene per entrambe in occasione dei Campionati Europei di Stoccolma 1958, dove per la prima volta Tamara sale sul podio, con il bronzo nel getto del peso – ad un solo centimetro dall’argento della connazionale Tishkyevich – e l’oro nel lancio del disco con la misura di m.53,32 che, pur rappresentando il record della rassegna, è ben lontana dal primato mondiale di m.57,04 della georgiana Nina Dumbadze, che nell’ottobre 1952 aveva scagliato l’attrezzo oltre i 57 metri.

Il biennio successivo vede le due atlete prepararsi vista dell’appuntamento olimpico di Roma 1960, cosa che Tamara fa nel migliore dei modi, migliorando il proprio rendimento nel getto del peso al punto di stabilire, il 26 aprile 1959, il suo primo record mondiale con la misura di m.17,25 – quasi mezzo metro in più del precedente limite della connazionale Galina Zybina, oro ad Helsinki 1952 ed argento a Melbourne 1956 – primato che poi allunga in due meeting svoltisi a Mosca in preparazione dei Giochi, con m.17,42 e m.17,78 rispettivamente il 16 luglio e 13 agosto 1960.

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Le sorelle Press festeggiano i rispettivi record al Meeting di Mosca del luglio 1960 – da blog.guerisportivo.it

Con questo biglietto da visita, non c’è da stupirsi se la poderosa spallata con cui, al secondo tentativo della finale del 2 settembre 1960 sulla pedana dello Stadio Olimpico, Tamara fa cadere il peso a m.17,32 sia sufficiente ad archiviare la gara, visto che le altre due atlete che la accompagnano sul podio – la tedesca Johanna Luttge e l’americana Earlene Brown – raggiungono la loro miglior misura solo all’ultima prova, ma a debita distanza (m.16,61 e 16,42 rispettivamente).

Tre giorni dopo, però, la concorrenza interna è di ben altro spessore – la ex primatista mondiale Zybina si era piazzata nel getto del peso non meglio che settima con un modesto 15,56 – in quanto è rappresentata da quella Nina Romashkova-Ponomaryova, già oro ad Helsinki 1952 con m.51,42 bissato agli Europei di Berna 1954, mentre ai Giochi di Melbourne 1956 si era dovuta accontentare del bronzo ed era quindi desiderosa di riscattarsi.

Non essendosi affrontate a Stoccolma in quanto assente, la Ponomaryova (cognome da sposata), dopo aver chiuso in testa i primi tre lanci di finale, assesta il colpo decisiva alla gara lanciando il disco al nuovo record olimpico di m.55,10 al penultimo tentativo, mentre solo all’ultima prova la Press riesce a dare un senso alla propria gara con un lancio di m.52,59 che le consente di scavalcare il 52,36 ottenuto in apertura dalla rumena Lia Manoliu e fregiarsi della medaglia d’argento.

Che poi Tamara fosse in grado di realizzare la doppietta peso/disco ottenuta nella storia dei Giochi dalla sola francese Micheline Ostermeyer ai Giochi di Londra 1948 è dimostrato dal fatto che, in una riunione post olimpica sulla medesima pedana romana, ottiene, il 12 settembre, il primato mondiale con m.57,15, con ciò rimandando il tentativo a quattro anni più tardi all’edizione giapponese di Tokyo 1964.

La sorella Irina, nel frattempo, e che aveva anch’essa eguagliato il record mondiale sugli 80 ostacoli coprendo la distanza in 10″6 nello stesso meeting di Mosca del 16 luglio 1960, contribuisce a tenere alto il buon nome della famiglia, facendo sua la prova sugli ostacoli alti vincendo la finale in 10″9 dopo aver stabilito il record olimpico in 10″8 in semifinale, fallendo poi una seconda medaglia nella staffetta 4×100, che conclude al quarto posto, a 0″2 decimi dal bronzo delle polacche.

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Irina Press, terza da destra, in azione nella finale degli 80 ostacoli a Roma 1960 – da wikiwand.com

Oramai le due sorelle fanno parte dell’elite dell’atletica al di là della cortina d ferro, e vengono ben sfruttate dal regime sovietico dell’epoca, soprattutto la possente Tamara, la quale nel successivo quadriennio non ha rivali in entrambe le specialità del getto del peso (prima donna a superare la fettuccia dei 18 metri con il 18,55 ottenuto a Lipsia il 10 giugno 1962) e del lancio del disco, dove a distanza di soli 20 giorni, tra l’1 ed il 20 settembre 1961, migliora due volte il proprio limite mondiale (già incrementato a luglio a m.57,43), portandolo dapprima a m.58,06 e quindi sfiorando i 59 metri, facendo atterrare l’attrezzo a m.58,98. 

Non c’è pertanto da stupirsi se, in occasione delle Universiadi – manifestazione ai giorni nostri di modesta importanza, ma che all’epoca aveva un ben diverso valore, soprattutto per i paesi dell’est Europa – di Sofia 1961 e Porto Alegre 1963, così come alla rassegna continentale di Belgrado 1962, Tamara Press sale sul gradino più alto del podio in entrambe le specialità, uguagliando, ai ricordati Campionati Europei nella capitale jugoslava, il proprio primato mondiale di 18,55 nel getto del peso stabilito tre mesi prima.

Ed Irina, dal canto suo, si prepara alla rassegna olimpica di Tokyo eguagliando per due volte nell’arco di 20 giorni, ad agosto 1964, il primato mondiale degli 80 ostacoli coprendo la distanza in 10″5 e presentandosi all’appuntamento a cinque cerchi in tre distinte specialità, iscrivendosi anche al getto del peso ed al pentathlon.

Lo splendido scenario di Tokyo, occasione per il popolo e l’imperatore Hiro Ito di riscattarsi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale dopo i disastrosi eventi bellici della seconda guerra mondiale, è il palcoscenico ideale per le due sorelle, con Irina ad essere la prima a scendere in pista ed in pedana per le prove del pentathlon, che si svolgono in due giorni, il 16 e 17 ottobre.

Con 10″7 sugli 80 ostacoli, m.17,16 (oltre 2,50 metri in più del secondo miglior risultato!) e m.1,63 nel salto in alto, la Press conduce la classifica al termine della prima giornata con quasi 200 punti (3.245 a 3.055) di vantaggio sulla connazionale Galyna Bistrova, con le britanniche Mary Peters e Mary Rand più staccate, a quota 3.004 e 2.917 punti, rispettivamente.

Ed anche se nella seconda giornata la Rand riesce a far sue entrambe le prove del salto in lungo e dei 200 metri, le buone risposte della Press le consentono di conquistare l’oro con il record mondiale di 5.246 punti, con la britannica che può consolarsi con l’argento superando anch’essa “quota 5.000” per una sconfitta maturata esclusivamente dall’esito del getto del peso, dove la sovietica aveva preso un vantaggio abissale di ben 384 punti.

Tocca ancora alla minore della due sorelle scendere in pista il giorno seguente per le batterie degli 80 ostacoli, qualificandosi senza problemi per le semifinali e finale in programma il 19 ottobre, quando è di scena anche Tamara nel lancio del disco, non riuscendo stavolta a bissare l’oro dell’estate romana, finendo ai margini del podio in uno dei più serrati arrivi della storia, con le prime tre accreditate dello stesso tempo di 10″5 e la vittoria assegnata solo al fotofinish alla tedesca Karin Balzer rispetto alla polacca Ciepla ed all’australiana Kilborn.

Nell’intervallo intercorrente tra la disputa delle semifinali (14,00 ore locali) e la finale – in programma alle 15,20 – sulla pedana del disco Tamara si trova in non poche difficoltà, avendo chiuso i primi tre lanci di finale al terzo posto con una miglior misura di m.55,38 mentre la tedesca Ingrid Lotz aveva piazzato al primo tentativo un lancio di m.57,21 che gli vale il nuovo record olimpico e la sempre valida rumena Manoliu a replicare con m.55,90.

Le cose peggiorano al quarto lancio, con la Manoliu che allunga superando quota 56 metri, e solo alla penultima prova la sovietica riesce a trovare la giusta coordinazione per scagliare l’attrezzo a m.57,27, appena 6 centimetri in più della rivale tedesca, la quale salva l’argento dal disperato tentativo della rumena che si migliora ancora sino a m.56,97 misura sufficiente solo a farle occupare il gradino più basso del podio.

Per completare il “tris d’oro familiare“, manca ora il solo getto del peso, prova alla quale le sorelle Press partecipano entrambe e, stavolta, la supremazia della più anziana Tamara rispetto al resto del lotto è disarmante, migliorando sin dal primo lancio il suo stesso record olimpico di quattro anni prima a Roma, con la misura di m.17,51 incrementata a m.17,72 alla seconda prova, e come la tedesca Renate Culmberger si avvicina pericolosamente con una spallata di m.17,61 al quarto tentativo, ecco Tamara piazzare la ciliegina sulla torta con il suo terzo record olimpico di m.18,14 ottenuto all’ultimo lancio, mentre Irina conclude dignitosamente con un sesto posto le sue fatiche olimpiche.

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Tamara Press in azione nel getto del peso a Tokyo 1964 – da theolimpyans.co

Orgogliosamente celebrate in patria come vere e proprie “eroine dello sport sovietico“, nel settore occidentale cominciano però a farsi sempre più insistenti le voci che nutrono dubbi sulla loro effettiva appartenenza al genere femminile, tanto da essere sarcasticamente definite come “i fratelli Press” da parte dei media, ritenendo che le loro prestazioni siano influenzate dalla presenza di ormoni maschili.

Le speculazioni su tale presunta differenza di sesso prendono anche spunto dal loro aspetto fisico, indubbiamente con tratti più maschili che femminili, e le proteste in tal senso giungono sul tavolo della IAAF proprio mentre nel corso del 1965, anno in cui Irina dapprima eguaglia in 10″4 il primato mondiale sugli 80 ostacoli per poi divenirne unica detentrice coprendo la distanza in 10″3 il 24 ottobre a Tblisi, e la sorella Tamara non è da meno, sfiorando la barriera dei 60 metri nel lancio del disco con m.59,70 l’11 agosto a Mosca ed aggiungendo 4 centimetri al proprio record nel getto del peso, portato a m.18,59 a Kassel il 19 settembre 1965.

Ce n’è abbastanza perché, su sollecitazioni e pressioni da parte delle altre Nazioni (Stati Uniti in testa, ovviamente), la Federazione Internazionale decida di instaurare controlli sul sesso delle atlete a fare tempo dai Campionati Europei in programma a Budapest 1966, rassegna continentale dalla quale sia Tamara che Irina, rispettivamente di 29 e 27 anni all’epoca, improvvisamente si ritirano, ponendo fine alla loro attività agonistica.

La propaganda di regime è pronta alla dichiarazione di circostanza che tale abbandono è da porre in relazione alla necessità, per le sorelle, di far ritorno alla città di origine per assistere la madre malata, ma l’annuncio del ritiro giunto a poche settimane dalla rassegna continentale lascia non pochi dubbi al riguardo, alimentati dal fatto che nessuna delle due gareggia più in seguito e che non si sono mai sottoposte ad alcun test in merito.

Successivamente alla cessazione dell’attività sportiva, Irina entra nel KGB e viene assegnata al reparto delle Guardie del Corpo, prima di spegnersi il 21 febbraio 2004 a pochi giorni dal compimento del 65esimo compleanno, mentre Tamara si laurea in ingegneria civile, scrivendo anche molti libri su detta materia e, il prossimo 10 maggio, taglierà il traguardo degli 80 anni.

In mancanza, pertanto, di prove certe, i legittimi dubbi – da ambo le parti – restano, ed il segreto sulla loro effettiva femminilità se lo porteranno nella tomba, ma, come era uso dire qualcuno… “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca spesso!!!.

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BILL JOHNSON, LA DISCESA A SORPRESA A SARAJEVO 1984

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Bill Johnson in azione nella discesa olimpica di Sarajevo – da si.com

articolo di Nicola Pucci

Alzi la mano chi pensava che Bill Johnson potesse imporsi alle Olimpiadi di Sarajevo del 1984. Non credo siano in tanti, seppur l’americano non fosse proprio un pivello di primo pelo del discesismo mondiale.

In effetti il ragazzo californiano, neppure 24enne, può già vantare qualche buon risultato in Coppa del Mondo, soprattutto il trionfo al Lauberhorn di Wengen il 15 gennaio, a spengere le illusioni austriache di far doppietta con Steiner e Resch e del “Much” Mair di salire sul terzo gradino del podio. Se si aggiunge il quarto posto a Cortina un paio di settimane prima dell’evento a cinque cerchi, a certificare le buone credenziali già messe in evidenza una prima volta con il sesto posto a St.Anton nel 1983, l’anno dell’esordio, e la vittoria nella classifica generale di Coppa Europa, ecco che Bill Johnson figura tra gli outsiders di una gara che ha in altri autorevoli campioni i pretendenti alla medaglia d’oro.

La Svizzera, tanto per cominciare, si affida al talentuoso Urs Raeber, che in stagione ha battuto tutti sulla Saslong di Val Gardena e sulle nevi di casa di Laax, all’emergente Franz Heinzer, a sua volta vincitore a Val d’Isere, al campione riconosciuto Peter Mueller e a quello in divenire Pirmin Zurbriggen; in casa Austria, vista l’assenza del campione in carica, Leonhard Stock, infortunato, e del detentore del titolo mondiale, Harti Weirather, le speranze sono riversate sulle spalle esperte del “kaiser” Franz Klammer, tornato protagonista con la vittoria sulla Streif di Kitzbuhel dopo qualche anno di appannamento, e sugli stessi Erwin Resch ed Helmuth Hoeflehner, abili scivolatori sui tracciati di Schladming e appunto le “Tofane” di Cortina; il Canada ha in Steve Podborski l’uomo di punta, in fiducia dopo il successo di Garmisch; infine l’Italia ha qualche velleità di podio con Michael Mair, già terzo a Laax e a cui il pendio olimpico si addice, che difende le chances tricolori assieme a Danilo Sbardellotto e Alberto Ghidoni.

L’appuntamento è fissato a Bjelasnica per il 16 febbraio, ore 12, esattamente un settimana dopo la data originariamente prevista, causa i capricci del maltempo, e tra i partecipanti si annota la presenza, più per lo spettacolo che per la reale valenza tecnica, del principe Hubertus Von Hohenlohe. Al fine di soddisfare il requisito minimo del dislivello di 800 metri (2.625 piedi), il cancelletto di partenza è posto in una casetta di nuova costruzione al vertice della montagna che ospita la competizione, con una rampa di collegamento al pendio designato, ed il primo a lanciarsi a valle in cerca della gloria olimpica è il canadese Gary Athans, pettorale numero 1, che fissa il tempo di riferimento in 1’48″79.

Ma non è certo lui che potrà festeggiare a sera, tocca subito dopo a Zurbriggen e la sciata dell’elvetico, composta ma efficace, vale già il miglior cronometro, 1’46″05. Klammer delude le attese e resta a distanza, poco meno di un secondo, così come affondano nella neve le illusioni di Mair, pettorale numero 4, che accusa un ritardo di 1″65, decisamente troppo anche per un risultato di prestigio. L’azzurro, infine, sarà solo 15esimo. Cathomen, altro svizzero di prima fascia, non fa molto meglio, ed allora con il numero 6 è la volta di Bill Johnson.

L’americano, che con un peccato di presunzione ha affermato che vincerà la medaglia d’oro, tiene fede alla sua promessa e disegna perfettamente le curve che portano al traguardo, lasciando scivolare gli attrezzi nei tratti pianeggianti, domando i trabocchetti del tracciato e pennellando le diagonali che, di contrappasso, spengono il sogno dei rivali. 1’45″59, veloce come nessun’altro, non certo Hoeflenher e Raeber che chiudono in sesta e quinta posizione, solo Mueller, numero 11, e Steiner, numero 13, rimangono in scia a Johnson, con lo svizzero che accusa 0″27 di ritardo che valgono comunque la medaglia d’argento, e l’asburgico che con un disavanzo di 0″36 butta giù Zurbriggen dal terzo gradino del podio. Poco importa, il fuoriclasse di Saas-Almagell, che ha solo 21 anni, saprà riscattarsi in futuro. E quando anche il tedesco Sepp Wildgruber e il canadese Todd Brooker hanno terminato il loro esercizio agonistico in settima e nona posizione, e le prove di Ghidoni, 17esimo, e Sbardellotto, 21esimo, confermano che non è proprio giornata per l’Italia (lo sarà 24 ore dopo con Paoletta Magoni trionfatrice a sorpresa nello slalom), Bill Johnson può infine sorridere e mettersi al collo la medaglia d’oro.

Sappiamo tutti quel che è il seguito della storia. Johnson vincerà altre due gare di Coppa del Mondo, sempre in quel magico 1984, ad Aspen e Whistler Mountain, ma poi la sua buona stella finirà lì. Non sarà più capace di confermare quei successi, e nel 2001, nel tentativo di qualificarsi per i Giochi di Salt Lake City, cadrà rovinosamente nel corso di una gara FIS a Big Mountain, riportando danni cerebrali e un’invalidità permanente. Poi, a chiudere il cerchio e a triste epilogo di un’esistenza sempre al limite, sopraggiunge la morte, il 21 gennaio 2016. Precoce, come precoce fu il suo passaggio come meteora del discesismo mondiale.

TIM SHAW, DA FENOMENO A COMPRIMARIO IN 12 MESI

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Tim Shaw – da swimmingworldmagazine.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

Come ho già avuto modo di riferire in altri articoli, il nuoto sale alla ribalta assoluta tra la fine anni ’60 e l’inizio della decade successiva, periodo in cui entra nella sua fase moderna attraverso l’aggiornamento a getto continuo delle tabelle dei record mondiali, che cadono con una cadenza simile alle foglie dagli alberi in autunno.

Ciò nondimeno, per far sì che un movimento abbia una così incredibile accelerazione nell’arco di poche stagioni, è necessario che abbia come punti di riferimento campioni di fama mondiale che attraggano su di loro le attenzioni dei più giovani, invogliandoli sempre più ad affacciarsi ad una tale disciplina.

Ed è quello che avviene negli Stati Uniti – nazione leader della disciplina – dapprima con l’avvento dello stileliberista Don Schollander, vincitore di quattro medaglie d’oro ai Giochi di Tokyo 1964 (solo perché, all’epoca, non erano previsti i 200 stile libero di cui era primatista mondiale), e quindi con il leggendario Mark Spitz, capace a Monaco 1972 di mettersi al collo ben 7 ori (quattro individuali e tre in staffetta) con l’aggiunta di altrettanti record mondiali.

Dall’era di Spitz sino al boicottaggio olimpico di Mosca 1980, i nuotatori “a stelle e strisce” hanno ben pochi rivali al mondo – quantomeno in campo maschile, dovendo, nel settore femminile, far fronte all’onda d’urto delle walchirie della Germania Est – ad iniziare dalla prima edizione dei Mondiali di nuoto svoltasi a Belgrado 1973 sino alla terza andata in scena a Berlino 1978, passando per la rassegna iridata di Cali 1975 ed i Giochi di Montreal 1976, Olimpiade passata alla storia in quanto gli americani si aggiudicano 12 delle 13 gare in programma.

Ma come cadono i record, si ha altrettanto una incredibile rotazione dei singoli protagonisti, in una crescita esponenziale che fa sì che un fenomeno di una stagione venga confinato ai margini addirittura l’anno successivo, ed è questo il caso di colui di cui ci occupiamo quest’oggi, vale a dire lo stileliberista Tim Shaw, che ha vissuto il suo “momento di gloria” nel 1974 e 1975, senza poter raggiungere la fama olimpica, travolto dalla concorrenza interna.

Nato l’8 novembre 1957 a Long Beach, in California, località dove il nuoto è qualcosa di più di uno sport od una tradizione, ma quasi una religione, Shaw balza agli onori della ribalta non ancora 17enne, allorquando si permette – ed in soli tre giorni, dal 21 al 23 agosto 1974, ai Campionati Nazionali svoltisi a Concord – di riscrivere la tabella dei record sui 200, 400 e 1500 stile libero, cancellando rispettivamente l’1’52″78 realizzato da Spitz a Monaco 1972, il 3’58″18 di Rick Demont stabilito l’anno prima ai Mondiali di Belgrado 1973 ed il 15’31″85 dell’australiano Stephen Holland, parimenti risalente alla rassegna iridata jugoslava.

E mentre il suo primo record, quello sulla più lunga distanza, viene centrato il 21 agosto da Shaw per un’inezia, migliorandolo di appena 0″10 centesimi, il giorno successivo la scrollata al primato di Demont è ben più significativa, dato che viene migliorato sia in batteria, con 3’56″69, e quindi demolito in finale togliendovi 2″ netti sino a 3’54″69, completando l’opera il 23 agosto, quando tocca a Mark Spitz abdicare, con il suo record abbassato ad 1’51″66, per un miglioramento di 1″12 niente affatto trascurabile.

Per Shaw giunge a fine anno il pressoché scontato riconoscimento di “Nuotatore dell’anno da parte dell’autorevole rivista “World Swimming Magazine“, in cui succede proprio a Rick Demont del quale aveva distrutto il primato sui 400 stile libero, ma la stagione seguente è in programma la seconda edizione dei Campionati Mondiali, per la quale è stata prescelta come sede Cali, in Colombia, non proprio il luogo ideale, data la sua posizione geografica di 1.000 metri sopra il livello del mare, per ospitare attività agonistiche.

La notorietà a livello internazionale raggiunta a soli 17 anni mette a dura prova l’equilibrio psicofisico di Shaw, il quale si rende conto di essere divenuto all’improvviso il bersaglio per connazionali ed avversari a caccia di record e medaglie, ed una prima avvisaglia in tal senso giunge già ad inizio del nuovo anno, quando il 25 gennaio 1975 l’australiano Stephen Holland si riappropria del record sui 1500 stile libero, nuotando la distanza nel considerevole crono di 15’27″79, migliorando di quasi 4″ il precedente limite di Shaw.

Oltre all’impresa di Holland, c’è pure da neutralizzare la concorrenza interna che, sulle più brevi distanze dei 200 e 400 stile libero, si materializza nel coetaneo e pure lui californiano – di Fresno, per l’esattezza – Bruce Furniss, la cui rivalità dà luogo a vere e proprie scintille in occasione delle selezioni in vista dei Mondiali, che hanno luogo proprio a casa di Shaw, a Long Beach, a metà giugno 1975, ad un mese esatto dalla rassegna iridata.

Con soli due atleti per gara a staccare il biglietto per il viaggio a Cali, i Trials risultano ben più impegnativi che non le gare mondiali, ed i risultati realizzati ne sono fedele testimonianza, con Furniss che assesta il primo colpo alle certezze del compagno di squadra, togliendoli già in batteria, al mattino del 18 giugno, il primato sui 200 stile libero, portandolo ad 1’51″41, per poi migliorarlo nella finale del pomeriggio sino ad 1’50″89, con Shaw che riesce comunque a salvare la qualificazione con il secondo posto a spese non certo degli ultimi arrivati, quali il campione del mondo in carica, Jim Monytgomery, e Robin Backhaus.

Capita l’antifona ed imparata la lezione, non volendo oltretutto sfigurare davanti al pubblico di casa, Shaw ripaga l’amico/rivale della stessa moneta il giorno dopo nella finale dei 400 stile libero, andando stavolta lui a toccare per primo nel tempo di 3’53″95 che abbassa il suo stesso record del mondo, per poi prendersi la rivincita su Holland nella finale dei 1500 stile libero in programma il 21 giugno, conclusa in un 15’20″91 che demolisce di quasi 7″ il primato di appena cinque mesi prima dell’australiano, in una gara in cui si qualifica per i Mondiali con il secondo posto il 16enne Brian Goodell, del quale avremo modo di sentire parlare in seguito.

Con queste coppie – Shaw e Bruce Furniss (fratello minore di Steve, anch’esso eccellente nuotatore, bronzo a Monaco 1972 sui 200 misti e qualificatosi per i Mondiali nella medesima specialità, dove conquista l’argento) sui 200 e 400 stile libero, lo stesso Shaw e Goodell sui 1500 stile libero – iscritte alla rassegna iridata, gli Stati Uniti si presentano a Cali con il fermo convincimento di poter coniugare oro ed argento su tutte e tre le distanze, potendo contare sui primatisti mondiali e detentori altresì delle migliori prestazioni stagionali e poco importa alla Federazione Usa su quale sia l’ordine di arrivo, basta che i primi due gradini del podio siano assicurati.

Come detto, l’altitudine non favorisce il realizzarsi di primati, tant’è che in campo maschile l’unico record a crollare è quello della staffetta 4×100 da parte degli Stati Uniti, ciò nondimeno i riscontri sono di livello assoluto e la sfida in famiglia tra Shaw e Furniss si risolve a favore del primo, capace di precederlo sia sui 200 che sui 400 stile libero, realizzando sulla più corta distanza il suo “personal best” in 1’51″04 (a soli 0″11 centesimi dal record del compagno, il quale chiude con l’argento in 1’51″72), mentre sui 400 stile libero il dominio di Shaw è assoluto, andando a toccare in 3’54″88 lasciando Furniss a quasi 3″ di distanza.

Per completare un fantastico tris resta ora la prova più massacrante del programma, vale a dire i 1500 stile libero e per la quale l’altitudine è la maggior nemica, ma non per Shaw che fa gara a sé concludendo in un più che apprezzabile 15’28″92, con Goodell argento ma staccatissimo in 15’39″00 ed il britannico David Parker, bronzo, a mezzo minuto di distacco.

Ci sarebbe, in realtà, una quarta opportunità per un “poker d’oro“, vale a dire la staffetta 4×200 stile libero, nella quale non si vede sulla carta come il gradino più alto del podio possa sfuggire agli Stati Uniti, a meno che non avvenga l’impensabile e che, viceversa, si verifica.

Succede, difatti, che con il quartetto Usa nettamente al comando, con Shaw a nuotare in terza frazione un parziale di 1’51″11 di oltre 2″ inferiore al migliore degli altri concorrenti, Furniss anticipi il cambio facendo incorrere la formazione in una conseguente squalifica per lo sconforto suo e dei compagni di squadra.

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Tim Shaw in copertina – da swimvortex.com

Al ritorno in patria, Shaw ottiene la copertina della prestigiosa rivista “Sports Illustrated nell’edizione del 4 agosto 1975 e, non ancora sazio, riesce a limare ulteriormente il proprio record sui 400 stile libero il successivo 20 agosto in occasione dei Campionati Nazionali, portandolo a 3’53″31, imitato il giorno dopo da Furniss che, sui 200 stile libero, sfoga la rabbia accumulata per l’errore in staffetta a Mondiali, abbassando il suo stesso limite ad 1’50″32.

E’ fin troppo logico che Shaw venga confermato quale “Nuotatore dell’anno” anche per il 1975, ottenendo altresì il prestigioso riconoscimento, per quanto riguarda lo sport Usa, del “James E. Sullivan Award“, premio che viene annualmente assegnato all’atleta dilettante maggiormente distintosi nella stagione, e che Shaw riceve succedendo al mezzofondista Rick Wohlhuter, e quinto nuotatore a riuscire nell’impresa, dopo Don Schollander nel 1964, Debbie Meyer nel 1968, John Kinsella nel 1970 e Mark Spitz nel 1971.

Con queste credenziali, sarebbe sin troppo logico attendersi l’inserimento di Shaw come il favorito in occasione dei Giochi di Montreal 1976, ma, come ricordato in premessa, la disciplina nel periodo si muove a velocità tale che stritola chiunque abbia anche un sol minimo cedimento, senza guardare in faccia a nessuno, e si sa, infine, che in certi sport negli Stati Uniti è più difficile superare le selezioni che non salire sul podio olimpico.

Ed è quello che, puntualmente, accade anche a Shaw agli Olympic Trials che si svolgono dal 16 al 21 giugno 1976 nella sua Long Beach, che stavolta non gli porterà granché fortuna, ad iniziare dal primo giorno, in cui si disputano i 200 stile libero in cui, qualificatosi per la finale con il terzo tempo di 1’52″04, conclude al pomeriggio non meglio che quinto, peggiorandosi in 1’52″36, nella gara vinta da Furniss in 1’50″61 e che, per le ferree regole della Federazione Usa, lo esclude anche dal quartetto della staffetta 4×200 stile libero olimpica.

Un autentico smacco per Shaw, il quale avrebbe comunque l’opportunità di rifarsi due giorni dopo nella sua gara principe dei 400 stile libero, per la quale si qualifica per la finale con il miglior tempo di 3’53″74, per poi migliorarsi al pomeriggio in 3’53″52 (a soli 0″21 centesimi dal proprio limite mondiale), solo per vedersi infilare dal 17enne Brian Goodell – californiano anch’esso, di Stockton per l’esattezza – che con 3’53″08 gli soffia anche il primato assoluto.

Un risultato che pesa come un macigno sul morale di Shaw che naufraga il 21 giugno, concludendo addirittura all’ultimo posto la prova sui 1500 stile libero in una competizione che vede i primi quattro scendere ampiamente sotto il suo limite stabilito l’anno precedente, con Goodell a fare doppietta in 15’06″66 e riportando negli Stati Uniti il primato mondiale di cui Holland si era riappropriato nuotando la distanza in 15’10″89 ai Trials australiani, il 27 febbraio 1976.

Sic transit gloria mundi“, verrebbe da dire, con il dominatore assoluto di un biennio che atterra a Montreal per cimentarsi nella sola prova sui 400 stile libero, con la speranza che, potendosi concentrare solo su di una gara, sia in grado di insidiare l’oramai acclarata supremazia di Goodell sulle lunghe distanze.

In una edizione dei Giochi, come già ricordato, in cui in campo maschile gli Stati Uniti rischiano di fare un clamoroso cappotto, impedito solo dal gallese Wilkie che fa suoi i 200 rana, e dove i primati mondiali crollano uno dietro l’altro, il 19 luglio Goodell e Shaw sono in tribuna ad ammirare lo show a stelle e strisce sui 200 stile libero, appannaggio di Bruce Furniss che in 1’50″29 toglie 0″03 centesimi al proprio limite mondiale, con il dorsista John Naber ed il velocista Jim Montgomery a completare un podio tutto americano.

Tre giorni dopo, tocca a loro scendere in acqua, e già dalle batterie del mattino si intuisce quale sarà il podio finale, dato che nella seconda serie il brasiliano Djan Maruga è il primo a scendere sotto i 4′ in sede olimpica stabilendo in 3’59″62 il nuovo record dei Giochi, imitato subito dopo dal sovietico Vladimir Raskatov con 3’57″56, abbassato a 3’56″40 da Shaw che si aggiudica la quinta serie, solo per consentire a Goodell di migliorare a sua volta il record olimpico con il 3’55″24 realizzato nella sesta ed ultima batteria, mentre il quinto nuotatore a scendere sotto i 4′ è l’australiano Holland, che fa sua la quarta serie in 3’58″39.

Con questo quintetto a raccogliere i favori del pronostico, occorre verificare quali siano le intenzioni dei due americani in relazione a come impostare il ritmo di gara, con Shaw che può sperare in un’eventuale stanchezza di Goodell, il quale due giorni prima, il 20 luglio, aveva colto l’oro sui 1500 metri sfiorando il superamento della barriera dei 15′ netti, concludendo nel nuovo limite mondiale di 15’02″40, ma i dubbi vengono immediatamente superati, con Goodell e Shaw a staccarsi ben presto dalla concorrenza, l’uno in quarta e l’altro in quinta corsia, dando luogo ad un appassionante testa a testa in cui Goodell mantiene sempre il comando della gara, ma con Shaw ben deciso a rendergli dura la vita, tant’è che all’ultimo tocco entrambi risultano scendere sotto il limite mondiale, con Goodell a fare doppietta in 3’51″93 e Shaw a cogliere l’argento con la magra consolazione di aver nuotato i suoi 400 più veloci di sempre in 3’52″54.

Si potrebbe pensare ad uno Shaw amareggiato e sconsolato, ma le sue dichiarazioni ai network americani gli rendono onore quando asserisce, riferendosi al clamoroso successo del Team Usa a Montreal, che… “per anni ci siamo sfidati l’un l’altro pensando solo a noi stessi, poi, all’improvviso, siamo diventati come fratelli ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti….

Si chiude così l’esperienza in corsia di Tim Shaw, ma non quella in piscina poiché, abbandonato il nuoto si dedica alla pallanuoto, facendo parte della squadra olimpica degli Stati Uniti che, indubbiamente avvantaggiata dall’assenza di Unione Sovietica ed Ungheria, lotta per l’oro in occasione dei Giochi di Los Angeles 1984, arrivando a sfidare la Jugoslavia nell’ultimo e decisivo match del girone finale a parità di punti, ma con una peggior differenza reti, per cui solo un successo gli consentirebbe la conquista del gradino più alto del podio, vittoria che sta per materializzarsi quando gli Usa si trovano avanti 5-2 all’inizio dell’ultimo quarto, solo per vedersi rimontare sino al 5 pari che consegna la medaglia di metallo pregiato agli slavi e toglie a Shaw la seconda possibilità in carriera di portarsi a casa un oro olimpico.

E, ditemi voi, se non è una maledizione olimpica questa

RENALDO NEHEMIAH, IL FENOMENO VITTIMA DEL BOICOTTAGGIO

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Nehemiah alla Maryland University, 1978 – da gettyimages.co.uk (James Drake)

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio della decade successiva, emergono negli Stati Uniti – Paese in cui notoriamente proliferano specialisti degli ostacoli – due autentici fenomeni che contribuiscono a riscrivere la storia dei primati, sia sui 110 che sui 400hs, contribuendo a lanciare dette prove in un’era moderna.

Il più famoso dei due, non occorre ricordarlo, è Edwin Moses, il quale, oltre a migliorare quattro volte il record mondiale sugli ostacoli bassi, dal 47″64 ai Giochi di Montreal 1976 sino al 47″02 di Coblenza del 31 agosto 1983, risulta pressoché imbattibile nell’arco di un decennio, nel corso del quale vince 122 gare consecutive, bissando a Los Angeles 1984 l’oro di Montreal e salendo sul gradino più alto del podio alle due prime edizioni dei Campionati Mondiali – Helsinki 1983 e Roma 1987 – per poi chiudere una irripetibile carriera con il bronzo olimpico di Seul 1988.

Ma se Moses ha avuto la pazienza di attendere, pur con l’amarezza del mancato scontato oro ai Giochi di Mosca 1980, prolungando la sua attività atletica, diversa scelta compie l’altro fenomeno degli ostacoli alti, vale a dire il forse meno conosciuto Renaldo Nehemiah, colui che ha rivoluzionato la specialità dei 110hs.

Con l’handicap di essere di quattro anni più giovane di Moses, essendo nato a Newark, nel New Jersey, il 24 marzo 1959, Nehemiah non ha l’età per competere agli Olympic Trials che designano i tre rappresentanti americani per le Olimpiadi di Montreal 1976, così come, l’anno seguente, è il vincitore delle citate selezioni, Charlie Foster, a rappresentare gli Usa nella prima edizione della Coppa del Mondo di atletica leggera a Duesseldorf, stagione in cui, completando gli studi alla “High School“, il 18enne si laurea campione nazionale juniores, venendo nominato “atleta dell’anno” a livello di scuola media superiore.

E’ talmente superiore ai suoi compagni che il suo allenatore, Jean Poquette, lo costringe a gareggiare con gli ostacoli posti all’altezza di 42 pollici (1,067 metri) in uso tra i seniores, rispetto ai 39 (pari ad un metro) di riferimento per gli juniores, con i quali viene cronometrato in 12″9 sulla distanza metrica dei 110hs.

Per proseguire l’attività agonistica, Nehemiah si iscrive all’Università del Maryland, una scelta in parte dovuta alla vicinanza alla famiglia, ma anche determinata dal fatto che all’Università del Tennessee, dove avrebbe voluto proseguire gli studi, non gli era stata garantita una borsa di studio, circostanza che lo stesso ostacolista ebbe successivamente a motivare con fatto che… “non ritenevano che potessi migliorare, in quanto pensavano che, avendo fatto così bene nella high school, io avessi raggiunto il massimo delle mie potenzialità …”.

Scelta, comunque, che si rivela quanto mai giusta, stante che ad UMD Nehemiah poteva contare su di un eccellente programma di gare, uno dei migliori della costa orientale, ed i risultati si vedono sin dal suo primo anno al College, quando stabilisce in 13″27 il record mondiale juniores in semifinale ai Campionati NCAA di Eugene 1978, pur venendo sconfitto in finale da Greg Foster, ma aggiudicandosi due settimane dopo il titolo nazionale assoluto, per poi sbarcare in Europa per partecipare a diversi meeting.

Ed è così che, il 16 agosto 1978, Nehemiah fa la sua prima conoscenza con la magica pista del “Letzigrund” di Zurigo in occasione del “Weltklasse, il meeting in assoluto di maggior prestigio del panorama continentale, vincendo la sua gara con il riscontro cronometrico di 13″23 che migliora di 0″04 centesimi il proprio primato mondiale juniores – e che a tutt’oggi risulta la seconda miglior prestazione di sempre per la categoria, superata solo nel 2002, a 24 anni di distanza, dal 13″12 del cinese Liu Xiang – che gli vale la prima posizione nel ranking di fine anno stilato dalla rivista specializzata “Track & Field News“, la quale cura detta classifica sin dal 1947.

Con il record mondiale appartenente al cubano Alejandro Casanas con 13″21 stabilito il 21 agosto 1977 alle Universiadi di Sofia, sono in molti a ritenere che lo stesso abbia le ore contate nel primo anno da seniores di Nehemiah, il quale conferma tale previsione migliorandolo in due occasioni, la prima il 14 aprile 1979 a San José, correndo la distanza in 13″16 e la seconda poco più di 20 giorni dopo, il 6 maggio a Westwood, quando per poco non riesce ad abbattere la barriera dei 13″ netti, facendo fermare il cronometro sui 13″00.

Nella sua veste di primatista mondiale, Nehemiah è il logico selezionato per la seconda edizione della Coppa del Mondo di atletica, in programma a fine agosto a Montreal e, sulla pista che aveva visto trionfare tre anni prima Edwin Moses sul giro di pista in occasione dei Giochi Olimpici – ed il quale, per quanto ovvio, si ripete anche nella presente occasione – il 20enne ostacolista coglie quello che sarà l’unico suo successo in carriera in manifestazioni internazionali, mettendo in fila il tedesco est Thomas Munkelt ed il già citato ex primatista mondiale Casanas.

Un arrivo quanto mai profetico, dato che Nehemiah è l’assoluto favorito e pretendente alla medaglia d’oro per le successive Olimpiadi di Mosca 1980, se non fosse che l’assurdo – e successivamente rivelatosi assolutamente inutile – boicottaggio dei Giochi decretato dal Presidente Usa Jimmy Carter gli nega questa chance, nonostante si fosse qualificato agli Olympic Trials, ugualmente disputati nel caso di un ripensamento dell’ultimo minuto poi non verificatosi, vincendo la selezione in un tranquillo 13″26, dovendo poi assistere impotente davanti alla Tv alla vittoria per un solo 0″01 centesimo proprio di Munkelt su Casanas, da lui sconfitti l’anno prima a Montreal, con i rispettivi tempi di 13″39 e 13″40.

E ben magra consolazione viene per Nehemiah dall’affermazione al meeting di Zurigo e dalla conferma, per il terzo anno consecutivo, di numero 1 del ranking mondiale, grazie alla sua miglior prestazione stagionale di 13″21, iniziando a meditare se valesse la pena continuare a sacrificarsi per altri quattro anni alla ricerca della gloria olimpica, con il rischio magari di incappare in un altro boicottaggio, pensieri che, comunque, non lo assillano durante il 1981, stagione in cui deve fronteggiare la concorrenza in patria da parte di Greg Foster, fresco vincitore del titolo nazionale Usa l’anno precedente.

Ed è ancora la pista del “Letzigrund” a fare da cornice alla resa dei conti tra i due, andando in scena il 19 agosto 1981 in una delle più appassionanti sfide sugli ostacoli alti della storia della specialità, che vede Nehemiah, posto in quarta corsia con Foster in quinta, prendere un leggero vantaggio allo sparo, vantaggio che poi è costretto a fatica a mantenere dal tentativo di rimonta del rivale, il quale cede solo negli ultimi metri, ma che è da indubbio stimolo affinché il cronometro del “Weltklasse possa registrare il primo meno 13″, con Nehemiah a realizzare la sua miglior performance in carriera con 12″93 e Foster il suo “personal best” con 13″03, e pensare che il primatista mondiale riferisce non essere stata una gara perfetta, asserendo che… “sì, il risultato è stato buono (sic), ma tecnicamente ho commesso degli errori…”.

E’ questa l’ultima grande impresa atletica di Nehemiah, che dopo la stagione indoor ad inizio 1982, cede alle sirene ed ai milioni di dollari del football americano, firmando per i San Francisco 49ers, una decisione da lui stesso motivata con le parole, che fanno anche riferimento al boicottaggio olimpico, che lo portano così ad esprimersi… “E’ stata una iniziativa (quella del boicottaggio, ndr) assunta nel momento peggiore per me, non avendo ancora raggiunto i miei obiettivi, e della quale non sono riuscito a comprendere lo scopo. Inoltre, non ho capito perché il boicottaggio non abbia coinvolto anche i Giochi Invernali, ma solo quelli estivi, se vuoi mettere in atto una protesta devi coinvolgere l’intero movimento e non una singola stagione. Ed è proprio per quello che ho deciso di dedicarmi al football professionistico, non volevo rischiare altri quattro anni di allenamenti magari per nulla, i 49ers sono giunti al momento opportuno, mi hanno offerto un contratto da professionista nel mentre non avevo obiettivi a lungo termine in atletica, che resta sempre uno sport dilettantistico….

Su quello che sarebbe potuto essere il futuro di Nehemiah in atletica, il più autorevole parere viene da Patricia Daniels, all’epoca coach della fortissima velocita Evelyn Ashford, la quale non si nasconde nell’asserire che… “se Renaldo avesse continuato a concentrarsi sulle piste, avrebbe potuto eguagliare l’impresa di Harrison Dillard (compiuta nel 1948 a Londra e nel 1952 ad Helsinki) nel conquistare un oro olimpico sia sui 100 metri piani che sui 110 ad ostacoli, poiché aveva una velocità di base tale da consentirgli di scendere sotto i 9″90 sulla distanza piana, e, basandomi sui tempi da lui registrati in allenamento sui 300 metri piani, ritengo che avrebbe anche potuto insidiare il record di Moses sui 400 ostacoli….

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Nehemiah con la maglia n. 83 dei San Francisco 49ers – da gettyimages (Richard Mackson)

Previsioni che non potremo mai sapere se si sarebbero, in effetti, poi verificate, resta il fatto che il suo triennio nel football professionistico, nel ruolo di ricevitore, risulta inferiore alle attese, con le statistiche che riferiscono di 40 gare disputate (più 5 nei playoff), 754 yard percorse, con 4 “touchdown ed appena 24 punti messi a segno, senza scendere in campo nel “Super Bowl che a gennaio 1985 consegna ai 49ers di Joe Montana il titolo contro i “Miami Dolphins“.

Con la scelta di Jerry Rice nel ruolo di ricevitore al draft 1985 – rivelatasi quanto mai azzeccata, dato che con lui i 49ers vincono il titolo nel 1988, 1989 e 1994 – a Nehemiah non viene rinnovato il contratto e lo stesso decide di ritornare al vecchio amore ricominciando ad allenarsi in preparazione dell’appuntamento olimpico di Seul 1988, visto che, per l’epoca, sarà comunque ancora sotto i 30 anni di età.

Non è facile riprendere confidenza dopo tre anni di inattività sugli ostacoli, e, difatti, i suoi migliori risultati sono di 13″48 nel 1986 ed addirittura 13″71 l’anno seguente, in una specialità, peraltro, che dimostra di poter tranquillamente fare a meno di lui, visto che il suo rivale Greg Foster si aggiudica l’oro alle prime edizioni dei Mondiali di Helsinki 1983 in 13″42 e di Roma 1987 in 13″21, nel mentre gli Stati Uniti fanno doppietta ai Giochi di Los Angeles 1984, con Foster stavolta secondo in 13″23, dietro a Roger Kingdom, primo con 13″20.

L’appuntamento per sperare di rientrare sul grande palcoscenico è fissato per il 23 luglio 1988 agli Olympic Trials di Indianapolis, dove Nehemiah fatica a qualificarsi per la finale giungendo quarto nella seconda delle due semifinali in 13″43, un tempo che non lascia molte speranze di entrare tra i primi tre selezionati per le Olimpiadi coreane, previsione confermata 2 ore e mezza dopo, quando è costretto addirittura al ritiro nella gara che vede affermarsi Kingdom, il quale bisserà poi, due mesi dopo, l’oro olimpico correndo in 12″98, primo uomo a scendere sotto i 13″ netti in una Olimpiade.

Le successive ultime tre stagioni di Nehemiah prima del definitivo ritiro, lo vedono migliorarsi non poco, dato che nel 1989 con 13″20 è quarto nel ranking mondiale capeggiato da quel Roger Kingdom che il 16 agosto 1989 gli ha tolto, per un solo 0″01 centesimo, il primato mondiale, ottenuto per ironia della sorte proprio sulla “sua” pista di Zurigo, mentre l’anno seguente registra il suo miglior tempo stagionale in 13″22 che gli vale il sesto posto nel ranking mondiale.

Oramai superata la trentina, Nehemiah è deciso a giocarsi la sua ultima carta in vista della terza edizione dei Mondiali di Tokyo 1991, riuscendo a qualificarsi nelle selezioni americane assieme al “solito” Greg Foster e a Jack Pierce, ma nonostante si fosse affermato per la quarta volta in carriera al “Weltklasse” in 13″19 (suo miglior tempo dal rientro alle gare), il riacutizzarsi di un malanno muscolare lo costringe a dare forfait alla rassegna iridata, non restandogli che assistere dalle tribune alla terza vittoria mondiale consecutiva di Foster, che beffa Pierce al fotofinish con un crono di 13″06 per entrambi.

Alla fine della storia la morale è una sola, Moses ha scelto la gloria e ne è stato ricompensato, Nehemiah, viceversa, ha preferito seguire la strada del professionismo per arricchire il conto in banca, ma alla fine, ne sarà valsa veramente la pena?

GUNDE SVAN, IL “CIGNO” D’ORO DEL FONDO SVEDESE

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Gunde Svan – da sverigesradio.se

articolo di Nicola Pucci

A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta la Svezia ha contribuito con le sue imprese a scrivere pagine memorabili di letteratura sportiva. Ma se il dominio di Bjorn Borg nel tennis ha la sua ragion d’essere nella buona sorte che ha scelto il paese scandinavo per alloggiare il suo prediletto con la racchetta e l’impero di Ingmar Stenmark nello sci alpino ha pur sempre legittimazione nel fatto che la Svezia ha discreta attitudine in una disciplina comunque sia appannaggio dei paesi alpini, il regno incontrastato di Gunde Svan si fa forte invece di una tradizione in uno sport che non a caso è noto come sci nordico. Ergo, trova a quelle latitudini, e tra quei boschi e quelle dolci colline che si ammantano di una coltre di neve troppo a lungo per i gusti di noi mediterranei, terreno fertile, tramandando le gesta di immensi campioni.

Gunde Svan, appunto, è uno di questi. E pure tra i più medagliati della storia. Nato a Vansbro, niente di più che un villaggio, il 12 gennaio 1962, trascorre l’adolescenza ammirando i treni che qui sono l’unico o quasi contatto con il resto del mondo, crescendo precocemente in altezza e disimpegnandosi con gli sci di fondo che sembrano fatti su misura per lui. E che madre natura lo abbia riservato di doti fuori dal comune è evidente, fin da subito. Tanto che appena 20enne è pronto per debuttare ai massimi livelli, prendendo parte alla prima edizione della neonata Coppa del Mondo che la Federazione internazionale ha infine ideato, vinta dall’americano Bill Koch, e venendo selezionato per i Mondiali di Oslo del 1982. In casa dei “cugini” norvegesi Svan prende confidenza con le garndi rassegne giungendo 13esimo nella 15 km a tecnica libera vinta da Oddvar Bra, in un’edizione che vede trionfare i connazionali Thomas Eriksson nella 30 km e Thomas Wassberg nella maratona della 50 km.

E’ solo l’abbrivio di una carriera fenomenale. La classe e l’eleganza sugli sci di Gunde è tale e tanto efficace che gli addetti ai lavori, giocando sul cognome, conieranno l’appellativo di “cigno“, che lo accompagnerà sui tracciati di mezzo mondo e sarà il suo indiscutibile marchio di fabbrica. Nel frattempo lo svedese comincia la sua collezione di vittorie quando, la stagione successiva, 1983, prima sale sul podio ad Oslo, che sta al fondo come Wembley (quello demolito, non quello attuale) sta al calcio, terzo, per poi battere tutti nella 15 km di Anchorage e nella 30 km di Labrador City, ultimi appuntamenti di una classifica di Coppa del Mondo che lo vede già secondo, per soli 6 punti alle spalle del sovietico Aleksandr Zavjalov.

L’appuntamento con la vittoria in Coppa del Mondo è solo rimandata al 1984, anno olimpico, che vede lo svedese non solo cogliere tre affermazioni individuali parziali, tra cui la prestigiosa 30 km davanti al pubblico amico di Falun, per chiudere in classifica generale con un totale di 145 punti, nettamente davanti all’altra stella svedese, Thomas Wassberg, ma pure assurgere al rango di principale protagonista nella kermesse a cinque cerchi di Sarajevo, dove coglie l’oro nella 15 km e nella prova di squadra, è secondo nella 50 km preceduto proprio da Wassberg e sale sul terzo gradino del podio nella 30 km del debutto, anticipato dalla coppia sovietica composta da Nikolaj Zuimjatov e Aleksandr Zavjalov.

Quel che Svan ha ottenuto nel 1984, appena 22enne, è il gustuso, e pure succoso, antipasto di un palmares da fare invidia. Il “cigno“, in effetti, domina la scena negli anni a seguire nel circuito di Coppa del Mondo, imponendosi per un totale di 23 successi (l’ultimo nella 50 km di Vang, in Norvegia, il 17 marzo 1990) e mettendo in cassaforte ben cinque coppe generali, nel 1985 (davanti ai norvegesi Holte e Aunli con 152 punti), nel 1986 (145 punti sufficienti a battere un altro svedese di grido ancora, Torgny Mogren, e il fuoriclasse sovietico Vladimir Smirnov), nel 1988 (ancora davanti a Mogren, 109 punti a 100, con il norvegese Mikkelsplass terzo) e 1989  (record personale di 170 punti, battendo Vegard Ulvang e sempre Mogren), per essere terzo nel 1987 (dietro allo stesso Mogren e a Wassberg, a completare un tris svedese) e secondo nel 1990 (stavolta sconfitto da Ulvang), per chiudere infine con il settimo posto del 1991, stagione del commiato dall’attività agonistica.

Ma nel mezzo di cotanta grazia Svan eccelle come soli i grandissimi sanno fare nelle due principali rassegne internazionali, che regalano gloria eterna e visibilità mediatica, ovvero Mondiali e Olimpiadi. Proprio ai Mondiali, dopo l’esordio del 1982, Gunde scrive pagine memorabili, come nel 1985, a Seefeld, dove è oro nella 30 km e nella 50 km, qui trovando nel “grillo” Maurilio De Zolt l’avversario più irriducibile, e bronzo nella staffetta 4×10 km, in questo caso sopraffatto dall’Italia che gli soffia l’argento.

Con De Zolt la rivincita è attesa due anni dopo, a Oberstdorf, dove Maurilio trionfa nella 50 km di una manifestazione che vede Svan protagonista solo con il successo in staffetta, così come alle Olimpiadi di Calgary del 1988, dove i due campioni, l’uno modello di stile, grazia e classe, l’altro esempio di coraggio, abnegazione e determinazione, librano un duello all’ultima stilla di energia in una fantastica gara della 50 km che vede, al Canmore Nordic Centre, Svan infine trionfare sul cadorino di meno di un minuto, a bissare il successo nella 4×10 per la sua sesta ed ultima medaglia olimpica, di cui 4 d’oro.

In un panorama dello sci nordico che vede fior di campioni provare a interrompere il dominio di Svan, riuscendoci talvolta come nel caso di Kirvesniemi, Wassberg, Mogren, Smirnov, Ulvang e lo stesso De Zolt, il “cigno” è straordinario interprete sia nella tecnica classica che in quella libera, con l’apoteosi dei Mondiali finlandesi di Lahti del 1989 nel corso dei quali Svan sbaraglia la concorrenza, vincendo 15 e 50 km entrambe davanti a Mogren e mettendosi al collo, inevitabilmente, l’oro della staffetta quando con lo stesso Mogren, Majbeck e Haland ferisce l’orgoglio dei padroni di casa, relegati alla piazza d’onore a chiusura di una superba sfida risolta in volata, con Cecoslovacchia e Norvegia pure loro ad un soffio dalla vittoria, quattro squadre racchiuse in due secondi.

Gli anni passano, i successi si susseguono così come anche le rare sconfitte, e per Svan non può esserci miglior congedo, in un’ultima stagione di Coppa del Mondo, 1991, avara di soddisfazioni, che la rassegna mondiale della Val di Fiemme. E qui il “cigno” chiude in bellezza, debuttando con il successo nella 30 km a tecnica classica davanti a Smirnov e Ulvang, proseguendo con l’argento nella 15 km a tecnica libera alle spalle dell’altro fenomeno che sta per rilevarlo come dominatore del fondismo internazionale, Bjorn Daehlie, salendo ancora sul secondo gradino del podio nella staffetta vinta dalla Norvegia, infine inchinandosi a Mogren nella 50 km a tecnica libera che lo vede, ancora una volta, di poco più veloce di De Zolt, terzo, e lo stesso Daehlie, quarto.

La meravigliosa storia agonistica di Gunde Svan finisce qui. Il “cigno” chiude le ali e lo sci di fondo, estasiato e riconoscente, saluta uno dei più grandi. Che tra prati imbiancati, boschi silenziosi ed alberi secolari ha concesso la grazia. Del suo sterminato talento.

JOHN STOCKTON, COSI’ ANONIMO DA ESSERE IL MIGLIORE

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John Stockton – da saltcityhoops.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se vi dovesse mai capitare di fare un viaggio a Spokane, ridente città situata nella zona orientale dello stato di Washington, attraversata dal fiume omonimo e ad ovest delle Montagne Rocciose, nonché distante meno di 150 km. dal confine con il Canada, potreste incontrare per strada un personaggio che, a prima vista, altri non sembra che un consulente finanziario.

Ed invece quel signore lì, l’anticonformista per eccellenza, specie negli Usa dove gli sportivi di ogni disciplina non si risparmiano certo quanto a stravaganze, altri non è che John Stockton, che ha Spokane ha avuto i natali il 26 marzo 1962 e tuttora vi risiede con la propria, numerosa, famiglia e che ha sempre preferito i fatti alle parole, tanto da risultare per un decennio il miglior playmaker in assoluto della NBA, la lega professionistica di basket americana, continuando a detenere i primati quanto ad assist forniti e palle recuperate.

Cresciuto in una famiglia di vasta cultura sportiva – il nonno paterno, Houston Stockton, era stato un discreto giocatore di football (quello americano, ovviamente) negli anni ’20 – il giovane John dimostra sin dalle prime uscite una insolita riluttanza verso i grandi palcoscenici, rifiutando varie offerte dalle più importanti università dell’Idaho e del Montana dopo essersi messo in mostra nel locale liceo, per restare nella sua Spokane ed iscriversi alla Gonzaga University, dove subisce la positiva influenza del coach Dan Fitzgerald, anche se i “Bulldogs” non sono una formazione in grado di competere per i vertici della NCAA.

Nei tre anni al college, Stockton perfeziona la propria abilità di “assist man” e nel recuperare palla agli avversari, tant’è che, nel 1984, anno del suo passaggio al professionismo, detiene il record dell’ateneo per passaggi smarcanti – 554 in tre anni, che lo vede tuttora al quarto posto nella graduatoria assoluta – e per palle recuperate, ben 262, primato ancor oggi insuperato, nonostante Gonzaga sia successivamente divenuta, a partire dal nuovo millennio, una delle più temibili squadre nel panorama del basket universitario americano.

Queste statistiche consentono a Stockton di essere preselezionato da Bob Knight in vista della scelta dei 16 giocatori che andranno a comporre la squadra olimpica Usa ai Giochi di Los Angeles 1984, venendo scartato all’ultimo taglio – peraltro assieme a Maurice Martin, Terry Porter e Charles Barkley, anche se quest’ultimo più per incompatibilità caratteriale con il coach che non per questioni tecniche – ma avendo la possibilità di far una prima conoscenza con Karl Malone, proveniente da Louisiana State, con cui formerà una delle più devastanti coppie della storia della NBA.

Lasciato a Michael Jordan e Patrick Ewing il compito, non molto impegnativo peraltro, di vincere l’oro olimpico, a Stockton non resta che verificare quale team professionistico abbia intenzione di assicurarsi i suoi servizi in occasione del draft svoltosi il 19 giugno 1984 a New York e ricordato come quello di maggior impatto sul torneo NBA, visto che ne uscirono futuri campioni ed “Hall Famers” quali Akeem Olajuwon, Michael Jordan e Charles Barkley, mentre gli Utah Jazz, che devono scegliere per 16esimi, optano per il play di Gonzaga, e le cronache riportano che le migliaia di tifosi radunate al “Salt Palace” per assistere in diretta all’evento, accolsero la notizia con un silenzio di tomba, atteggiamento del quale avrebbero avuto modo di ricredersi.

La fortuna di Stockton e dei Jazz si materializza l’anno seguente – dopo che, nella sua prima stagione da “rookie“, John chiude con medie di 5,6 punti e 5,1 assist per gara ed Utah viene eliminata al secondo turno dei playoff da Denver – allorquando, con la 13esima scelta nel draft, possono portare nello stato dei Mormoni l’ala forte Karl Malone, per gentile concessione di Indiana, Seattle, Cleveland e Phoenix che, pur avendo diritto di scelta anteriore, optano, per detto ruolo, rispettivamente su Wayman Tisdale, Xavier McDaniel, Charles Oakley ed Ed Pinckney, mah.

Sono quelli gli anni in cui nella NBA dominano la scena i Boston Celtics ed i Los Angeles Lakers, con questi ultimi a mandare in scena il celebre “Show Time” sapientemente diretto da “Magic” Johnson ed al quale gli Utah Jazz, con Stockton stabilmente in quintetto base a far tempo dalla stagione 1987/88 – la prima che lo vede al vertice nella speciale classifica degli assist con 13,8 di media per gara – riescono ad opporre ottime prestazioni in “regular season“, poi puntualmente vanificate ai playoff, con due cocenti eliminazioni al primo turno sia nel 1989 che nel 1990, ad opera rispettivamente di Golden State (0-3) e Phoenix Suns (2-3), nonostante che proprio nel 1990 Stockton stabilisca il suo “personal best” di 14,5 assist a partita, per un totale di 1.134 nel corso della stagione regolare.

Primato che, quanto a numero complessivo, Stockton supera l’anno seguente giungendo a quota 1.164, quarta stagione consecutiva in cui Stockton supera “quota mille“, cui ne aggiunge una quinta l’anno successivo per poi toccare a sette con analoghi exploit nel 1994 e 1995, un qualcosa di mostruoso, qualora si pensi che solo due altri giocatori in carriera – Kevin Porter nel 1979 con 1.099 ed Isiah Thomas nel 1985 con 1.123, entrambi con la divisa dei Detroit Pistons – sono riusciti in una tale impresa.

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Un assist di Stockton – da nba-evolution.com

Sfortunatamente per Stockton ed “il postino” Karl Malone – così soprannominato poiché “recapita” a canestro gli inviti del compagno – all’appannamento di Magic Johnson e Larry Bird e dei loro Lakers e Celtics, fa da contrapposizione l’era di Michael Jordan e dei suoi “Chicago Bulls, tale da rendere sempre più difficile la conquista dell’anello da parte dei “re del pick and roll“, che non è un ballo in voga all’epoca, ma una combinazione tesa a smarcare il lungo per ricevere l’assist vincente, ed in questo fondamentale nessuna coppia è stata così abile nella relativa esecuzione più dei due “amici per la pelle” di Salt Lake City.

Un primo riconoscimento per Stockton – e di converso anche per Malone – giunge nella selezione per il celebre “Dream Team” chiamato a riscattare l’onore degli Usa alle Olimpiadi di Barcellona 1992 dopo il fallimento di quattro anni prima a Seul, e stavolta il coach Chuck Daly (allenatore nella NBA dei Detroit Pistons) non ha remore ad inserire entrambe le stelle dei Jazz tra i dodici che sbarcano in Catalogna, pur se, più per motivi di marketing e pubblicitari che di altro, a Stockton tocca il ruolo di comprimario nel ruolo di play data l’ingombrante e mediatica presenza di Magic Johnson.

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Stockton con la maglia Usa – da nba-evolution.com

Nelle tre prime stagioni del nuovo decennio – dal 1991 al 1993 – in cui l’anello non si sfila dalle dita dei Bulls, Utah continua, nonostante Stockton non manchi di primeggiare nella speciale classifica degli assist, con medie di 14,2, 13,7 e 12 per gara, a fallire anche il titolo della Western Conference, per il cui atto conclusivo si qualificano nel 1992 solo per essere superati 4-2 da Portland.

E’ evidente che il solo “duo delle meraviglie” non è sufficiente per far compiere il salto di qualità alla squadra, ed il coach Andy Sloan corre ai ripari ottenendo, nel 1994 a stagione in corso, i servigi di Jeff Hornacek, acquistato dai Philadelphia 76ers e potendo così affiancare ai “big two” un esterno da oltre 15 punti di media a stagione e con percentuali intorno al 40% nel tiro da tre.

L’innesto fornisce subito i suoi frutti ed i Jazz – dopo aver chiuso la stagione regolare con il quinto miglior record di 53-29 – giungono nuovamente alla finale di Conference, vedendosi però sbarrata la strada dagli Houston Rockets di Akeem Olajuwon che sfruttano al meglio il periodo dedicato al baseball di Michael Jordan per far loro il titolo contro New York dopo aver spazzato via Utah 4-1 nella finale della costa occidentale, ripetendosi l’anno seguente, sia nell’eliminazione dei Jazz – ma stavolta per 3-2 al primo turno nonostante i Rockets fossero giunti non meglio che sesti in “regular season” – che nella conquista dell’anello, compiendo l’impresa di superare, uno dietro l’altro, i terzi (Utah), i secondi (Phoenix, serie conclusa 4-3) ed i primi (San Antonio, sconfitti 4-2) della Western Conference, per poi non lasciare scampo nella finale NBA agli acerbi Orlando Magic del 22enne Shaquille O’Neal.

Al di là del negativo esito delle precedenti stagioni, gli Utah stanno sempre più immagazzinando e mettendo in pratica gli schemi e gli insegnamenti di Sloan, il quale, al pari di Stockton e Malone, lega la propria carriera pressoché interamente ai Jazz, che allena per ben 23 stagioni, e sono pronti a raccogliere la sfida lanciata alle altre formazioni della lega dai Chicago Bulls del figliol prodigo Michael Jordan.

Le prove generali si svolgono nel 1996, quando Utah, chiusa la stagione regolare con il terzo miglior record – e Malone con 25,7 punti di media, Hornacek 15,2 ed il 47% dalla lunga distanza e Stockton a distribuire 11,2 assist a partita – raggiunge nuovamente la finale di Conference, che stavolta lo oppone ai Seattle Supersonics di Shawn Kemp e Gary Payton nel “derby dello Stato di Washington“, soccombendo 90-86 in gara-7 nonostante il contributo di Stockton anche in fase realizzativa, con 22 punti a referto.

Per Stockton e Malone l’amarezza viene mitigata dal secondo oro consecutivo conquistato alle Olimpiadi di Atlanta 1996 – i soli, con Barkley, Scottie Pippen e David Robinson, reduci dal “Dream Team di quattro anni prima – ma ancora una volta Stockton è chiamato a far da riserva, nel ruolo di play, a Gary Payton, leader dei Sonics.

Si rende quindi evidente dover cercare il miglior ranking in “regular season” per poter aver aspirazioni di finale e, nei due anni successivi, i Jazz centrano l’obiettivo, con i rispettivi record di 64-18 nel 1997 e di 62-20 nel 1998, così da poter disporre del vantaggio del fattore campo nei playoff della costa occidentale, che li vedono nella prima delle due stagioni disporre con sufficiente facilità dei Los Angeles Clippers (3-0), dei “cugini” dei Lakers (4-1) e di vendicarsi di Houston con il 4-2 che li laurea campioni della Western Conference, per potersi, finalmente, presentare al cospetto di sua maestà Jordan per il titolo assoluto.

Ma con i Bulls a beneficiare del vantaggio del fattore campo, in virtù del 69-13 della stagione regolare, e soprattutto con Jordan a fare il Jordan con una media di 32,3 punti/gara, l’impresa si rivela insormontabile, pur con la difesa di Utah a limitare l’attacco di Chicago e, con due vittorie casalinghe a testa, la serie si risolve in gara-5 in quella che passa alla storia come la “partita della febbre, ma non del tifo sugli spalti del “Delta Center“, bensì per un vero e proprio attacco febbrile accusato il giorno prima da Michael Jordan per aver mangiato una pizza avariata, menomazione alla quale “Air” risponde da par suo mettendo a segno 38 punti, con i Bulls che rimontano nell’ultimo quarto, con un parziale di 23-16 che dà loro la vittoria per 90-88, per poi chiudere definitivamente i conti due giorni dopo, allo “United Center“, con il 90-86 che certifica il loro quinto titolo in sette stagioni, ancora una volta rimontando dopo essere stati sotto di 7 punti all’intervallo.

Con le sue tre stelle ad avvicinarsi alla soglia dei 40 anni, per Utah le speranze di giungere finalmente alla conquista del titolo si riducono sensibilmente, ma il loro spirito è quello dei campioni di razza e, pareggiando il record in stagione regolare di 62-20 con i Chicago Bulls, ottengono il vantaggio del fattore campo, qualora le due squadre si aggiudicassero le rispettive Conference, grazie al doppio – e quasi in fotocopia – successo (101-94 a Chicago, 101-93 a Salt Lake City) in “regular season“.

Diciamo che i Jazz si erano “costruiti” il diritto alla rivincita, e così è stato, con il solo spavento al primo turno dei playoff contro Houston, vincitore in gara-1 rovesciando il fattore campo, per poi essere sconfitto 3-2, mentre i successivi accoppiamenti non costituiscono problemi di sorta, con San Antonio ed i Lakers annichiliti sotto i rispettivi 4-1 e 4-0 subiti, mentre dall’altra parte della costa i Bulls dovevano sudare le proverbiali sette camicie per aver ragione, nella finale di Conference, degli Indiana Pacers in una serie dove è il fattore campo a farla da padrone, venendo puntualmente rispettato per il 4-3 definitivo.

Con stavolta il vantaggio del campo a disposizione, le possibilità di giungere finalmente al sospirato anello sono indubbiamente maggiori, ma mai dare qualcosa per scontato quando dall’altra parte vi è un Jordan in stato di grazia, ben supportato dal fedele Scottie Pippen e dal croato Tony Kukoc, e le prime avvisaglie si vedono già in gara-1 che Utah porta a casa solo al supplementare 88-85 dopo aver subito la consueta rimonta di Chicago nell’ultimo parziale e con Stockton sugli scudi quanto a realizzazioni, risultando il “top scorer” dei suoi con 24 punti all’attivo.

I Jazz replicano in gara-2 gli 88 punti della prima serata, ma stavolta non si rivelano sufficienti per impedire ai Bulls di violare il parquet del “Delta Center” in un match in cui Jordan mette a referto 37 dei 93 punti realizzati dalla sua squadra, e quando, in gara-3 allo “United Center“, Utah viene sommersa per un risultato di 96-54 che non ha eguali in una serie finale di playoff, sono in molti a pensare che ben difficilmente le due squadre si sarebbero incontrate di nuovo a Salt Lake City, convinzione ancor più rafforzata dal successo di Chicago per 86-82 in gara-4, il che stava a significare che mancava una sola gara per chiudere la questione, e la stessa si giocava a Chicago due giorni dopo, il 12 giugno 1998.

Sloan non può che far appello all’orgoglio dei suoi per prolungare la serie e, per una volta, a strappare la scena a Jordan è il “postino” Karl Malone che, ben coadiuvato da Stockton, autore di 12 assist, mette a segno qualcosa come 39 punti (con il 63% dal campo e l’83% ai liberi) per l’83-81 conclusivo che strozza in gola ai tifosi dei Bulls la gioia per la conquista del sesto anello, che già pregustavano dopo il 36-30 in loro favore con cui si era chiuso il primo tempo.

Sotto 2-3 nella serie, ma con le due ultime gare in programma sul parquet amico, l’occasione è più unica che rara per i Jazz e l’atmosfera sulle tribune del “Delta Center“, la sera del 14 giugno, è quella tipica “dell’oggi o mai più” e la gara assume i nitidi contorni della più autentica delle sfide playoff.

Con le due squadre decise a non mollare – anche se sarebbe più corretto dire Jordan al posto di Chicago, visto che Pippen, già non al meglio, vede peggiorare la sua condizione tanto da limitare il suo minutaggio a soli 26′ con 8 punti all’attivo – i Jazz prendono un modesto vantaggio che li porta a condurre 25-22 dopo il primo parziale, 49-45 all’intervallo lungo e 66-61 alla fine del terzo quarto, rimandando il tutto agli ultimi 12′ di gara.

Qui entra in scena Jordan, il quale dapprima ricuce lo strappo, raggiungendo la parità a quota 83, e poi, dopo che Stockton replica da 3 per l’86-83 a meno di 42″ dal termine, va a segno in entrata e quindi compie il suo capolavoro, rubando palla in attacco a Karl Malone – autore peraltro di una prova mostruosa con 31 punti, 11 rimbalzi e 7 assist – ed andando a canestro per l’88-87 che ribalta la situazione, giungendo a quota 45 punti in serata.

Ci sarebbe spazio per un ultimo tiro, con 5″ ancora da giocare, e la responsabilità se la assume Stockton con una conclusione da 3 che prende il ferro e sulla quale si chiudono definitivamente i suoi sogni di gloria, anche se nel dopo-gara il playmaker dei Jazz dichiara di essersi sentito sicuro del fatto che il tiro andasse a canestro.

Per Stockton non vi sarà più un’altra chance per il titolo, venendo i suoi Utah Jazz eliminati da Portland nelle semifinali della Western Conference nel 1999 e nel 2000 ed al primo turno dei playoff nelle successive tre stagioni, ritirandosi a maggio 2003 dopo 19 stagioni consecutive in cui ha disputato qualcosa come 1.504 incontri di stagione regolare – dei quali 1.412 in coppia con Karl Malone – distribuito 15.806 assist (media 10,5 a partita) e recuperato 3.265 palloni, tant’è che a Salt Lake City, oltre a ritirare la sua maglia n. 12, hanno pure intitolato la strada che porta al Palazzetto “John Stockton Drive“.

Il tutto per un giocatore che ha sempre rifiutato le luci della ribalta, che ha continuato ad indossare pantaloncini corti nell’epoca in cui nella Nba incomincia a prendere voga la moda dei pantaloncini lunghi sino alle ginocchia e che, intervistato su quanto entusiasmante sia stata la sua vita da stella del basket, si permette di rispondere che… “starsene in una stanza d’albergo in attesa della gara non ha mai compensato quello che ho perso nel non poter stare con la mia famiglia….

Ecco, questo, in estrema sintesi, è stato John Stockton, l’antidivo per eccellenza

IL GRAN PREMIO DEL BRASILE 1989 E L’ESORDIO VINCENTE DI MANSELL CON LA “ROSSA”

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Mansell alla guida della Ferrari – da pinterest.com

articolo a cura di Cavalieri del rischio

La stagione 1988 del mondiale di Formula 1 mandò in pensione i motori sovralimentati che erano stati protagonisti negli anni Ottanta e, come preannunciato già dal 1986, tutte le scuderie avrebbero dovuto competere utilizzando motori aspirati con cilindrata fino a 3500 cm³ e numero di cilindri massimo pari a 12, senza alcun limite di consumo.

Il V12 fu adottato dalla Ferrari e dalla Lamborghini, che spinse le Lola Larrousse senza particolare fortuna, penalizzata dalla scarsa affidabilità e dai mezzi risicati del team; molte scuderie, tra cui la Benetton, adottarono il propulsore Ford ad otto cilindri, scelta su cui puntarono anche Judd e, senza particolare successo, la Yamaha, quest’ultima montata sulla modesta Zakspeed che riuscì raramente a qualificarsi per la gara. Il dieci cilindri fu invece protagonista con la Williams Renault e soprattutto con la McLaren Honda, la squadra da battere, per nulla ridimensionata dal cambio regolamentare.

A proposito, le novità non finivano con i motori: dopo due stagioni di monopolio Goodyear tornò in Formula 1 la Pirelli, scelta da Brabham, Coloni, Eurobrun, Dallara, Osella, Zakspeed e Minardi, e proprio grazie all’ottima tenuta degli pneumatici la scuderia faentina vide le proprie prestazioni incrementare notevolmente nel finale di stagione, al punto che Martini si trovò in testa all’Estoril, facendo capolino più volte nei quartieri alti durante le ultime gare.

Il numero di team e piloti iscritti rese necessaria l’organizzazione delle prequalifiche, ovvero una sessione di un’ora il venerdì mattina, dalle otto alle nove, dove tredici piloti sarebbero stati costretti a dare tutto per superare la tagliola ed approdare alle qualifiche ufficiali, dove altri quattro sarebbero stati esclusi per portare in griglia i 26 piloti ammessi su un totale di 39; per i piccoli team si sarebbe rivelata un’impresa, per alcuni piloti un miraggio. Il sistema utilizzato venne aspramente criticato da Piercarlo Ghinzani, in quanto capitò più volte che i tempi di piloti eliminati nelle pre-qualifiche risultassero migliori di quelli di colleghi regolarmente in griglia, ma d’altronde non fu facile trovare un sistema per regolamentare una presenza così ampia di partecipanti.

Purtroppo la stagione partì con un dramma: durante una sessione di test a Jacarepagua in vista della prima gara Philippe Streiff uscì di pista con la sua Ags e riportò gravi danni alla colonna vertebrale rimanendo paralizzato; successivamente ebbe modo di dimostrare una grande forza d’animo adoperandosi attivamente fino a diventare consigliere tecnico per i diritti delle persone diversamente abili, sotto la supervisione del Ministero della Sanità francese.

Com’è noto il circus non si ferma e la stagione 1989 viene inaugurata dal Gran Premio del Brasile proprio sul circuito di Jacarepagua, dove le prove fanno le prime vittime illustri, quali Johansson, alla guida di una Onyx ancora acerba, i nostri Caffi e Ghinzani, oltre ad Arnoux, al volante di una Ligier sempre più in crisi; la pole position è invece conquistata dall’idolo di casa Ayrton Senna, capace di rifilare oltre otto decimi a Patrese (in prima fila per la prima volta dal 1983) e oltre un secondo al compagno di squadra Prost, in terza fila con Mansell e preceduto dall’altra Ferrari di Berger e dalla Williams di Boutsen. La Ferrari è particolarmente coraggiosa, portando in pista la rivoluzionaria 640, scherzosamente soprannominata “papera” per il particolare muso a becco, dotata di grandi pance, forme sinuose, ala posteriore ridottissima e soprattutto equipaggiata con una grande novità rappresentata dal cambio semi-automatico a sette rapporti, che mira ad assicurare grandi vantaggi permettendo ai piloti di non togliere le mani dal volante durante il cambio di marcia, sistema che si rivela efficacie ma ancora difficoltoso da gestire, soprattutto per quanto riguarda l’affidabilità.

Pronti, partenza, via: prima sorpresa! Patrese e Berger partono benissimo e affiancano Senna, ma solo la vettura dell’italiano passa indenne la prima curva, mentre per i due piloti di Ferrari e McLaren la corsa è già compromessa, con l’austriaco subito fermo e il brasiliano costretto per lungo tempo ai box. Bousten, rimasto senza specchietto destro, colpito da un pezzo della vettura di Senna, è costretto quasi subito al ritiro per la rottura del motore, la situazione di gara vede dunque Mansell e Prost all’inseguimento dell’ottimo Patrese, “vittima” purtroppo di una strategia non molto azzeccata della Williams, che attende troppo per il primo cambio gomme, motivo per cui i due inseguitori, già fermatisi per una prima sosta, raggiungono e superano il padovano. Il ritmo di gara rimane alto e Mansell sembra indiavolato: rientra nuovamente ai box e, caso inusuale, sostituisce anche il volante lamentando problemi ai comandi del cambio semi-automatico, poi torna in pista passando nuovamente Prost, che mantiene il controllo della situazione, consapevole del fatto che il nemico pubblico numero uno, ovvero il suo compagno di squadra, è incastrato nelle retrovie nonostante numerosi sorpassi. Brutte notizie per Riccardo Patrese, fino a quel momento grande protagonista della gara: dopo uno spettacolare sorpasso su Gugelmin inizia a rallentare ed accosta mestamente per noie all’alternatore, a questo punto il “Professore” inizia ad amministrare e al box Ferrari la tensione è altissima per l’incognita dell’affidabilità, ma tutto funziona a dovere e Mansell, il “leone d’Inghilterra“, l’ultimo pilota scelto personalmente da Enzo Ferrari, taglia per primo il traguardo davanti a Prost; Gugelmin, profeta in patria, sale sul podio per l’unica volta in carriera, e un sorprendente Johnny Herbert chiude quarto nonostante non sia ancora in grado di camminare agevolmente in seguito ad un grave incidente avvenuto durante una gara di Formula 3000.

E’ la prima vittoria per una vettura dotata di cambio semi-automatico, ma pare che il primo impiego di tale sistema su una vettura di Maranello risalga addirittura alla fine degli anni Settanta quando l’ing.Forghieri tentò di applicare un’idea del Drake montando quel particolare cambio su una 312 T3, poi il progetto venne messo in stand by (salvo un nuovo tentativo testato sulla F186) e riproposto in modo deciso con l’arrivo di John Barnard, partendo da lunghe sessioni di test con Roberto Moreno al volante fino al debutto vincente di Rio De Janeiro. L’intuizione si dimostrò vincente: Ayrton Senna ad Adelaide nel 1991 siglò l’ultima pole position per il cambio ad H, che rimase in dotazioni per pochi anni solo per quanto riguarda i piccoli team, scomparendo definitivamente per lasciare spazio al semi-automatico; quando la Formula 1 era un laboratorio sperimentale continuo, teatro di grandi scoperte e grandi fallimenti, ma sempre con numerosi spunti di analisi e spettacolo in pista.

JOHAN CRUIJFF, IL PROFETA DEL CALCIO TOTALE

 

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Johan Cruijff – da blog.sentieriselvaggi.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando la sera del 28 maggio 1969, sul terreno del “Santiago Bernabeu” di Madrid, il Milan conquista la sua seconda Coppa dei Campioni schiantando per 4-1 gli olandesi dell’Ajax Amsterdam, sono in pochi a ritenere che quel ragazzo di poco più di vent’anni che, sì, fa un gran movimento, corre, si danna l’anima ed è difficile da marcare, possa poi divenire l’alfiere della più grande rivoluzione che il calcio abbia mai dovuto conoscere, trasformandone per sempre la fisionomia.

Già, perché quella sera le luci della ribalta sono tutti per lui, l’ex “Golden Boy” ed ora maturo Gianni Rivera, il quale dirige da par suo l’orchestra rossonera fornendo a Pierino Prati gli assist per la seconda e quarta rete della sua personale tripletta – ultimo giocatore ad esservi riuscito in una finale di Coppa Campioni/Champions League – per poi fregiarsi a fine anno del “Pallone d’Oro” messo in palio dalla rivista “France Football“, primo italiano a riuscire in tale impresa, se si esclude l’italoargentino Sivori nel 1961.

Non è dato sapere cosa sia passato quella notte nella testa del citato giovane olandese, tale Hendrik Johannes “Johan” Cruijff, nato ad Amsterdam il 25 aprile 1947, ma di certo, avrà rimuginato nella sua mente come fare per arrivare egli stesso a raggiungere un tale traguardo, pensiero che gli sarà rimbalzato nel vedere assegnare a Rivera il prestigioso riconoscimento della rivista francese.

Oddio, non è che il futuro “Profeta del gol fosse uno sconosciuto nella regione dei polder al di sotto del livello del mare, e che la sua potesse essere una carriera da predestinato se ne ha sentore sin dal giorno del suo debutto, il 15 novembre 1964 a 17 anni, nel successo esterno per 3-1 dei “lancieri” sul campo del Groningen, cui la settimana successiva fa seguito la sua prima rete con la divisa biancorossa nella netta vittoria casalinga per 5-0 contro il PSV Eindhoven.

Non era stata un’infanzia facile quella di Johan e di suo fratello Heini, figli di una coppia che gestisce un negozio di frutta e verdura, sufficiente per tirare avanti con dignità, ed i due rampolli dividono il loro tempo tra scuola, compiti ed interminabili partite a calcio per le strade della metropoli olandese, dove Johan affina le sue innate qualità tecniche, saltando come birilli gli amici e consentendogli di entrare, sin dal compimento del suo decimo anno, nelle formazioni giovanili dell’Ajax, assieme al fratello, che ricopre il ruolo di stopper.

Che l’adolescente Johan avesse già le stimmate del leader se ne accorge ben presto il presidente degli ajacidi, quando, colpito a 12 anni dalla perdita del padre per un infarto, riesce a convincerlo ad affidare alla madre – che nel frattempo ha dovuto cedere l’attività e vendere l’abitazione – i lavori di pulizia al vecchio stadio “De Meer“, nonché a servire al bar durante le partite, mentre lui abbandona gli studi per seguire quella che ritiene essere la strada che il destino gli ha assegnato.

E, nonostante faccia ancora parte delle formazioni giovanili, il piccolo Johan viene preso sotto osservazione da Vic Buckingham, tecnico inglese sbarcato ad Amsterdam proprio nel 1959 per guidare la prima squadra, il quale, intuendone le potenzialità, lo sottopone ad un programma di allenamenti specifici per rafforzarne la muscolatura, cosa della quale Cruijff trae immediato beneficio, tant’è che nella sua prima stagione a livello allievi senza “qualcosa” come 74 (!!!) reti, firmando poi nel 1964 il suo primo contratto da professionista.

E se Cruijff deve a Buckingham – il quale, dopo il rientro in patria allo Sheffield Wednesday, torna alla guida dell’Ajax nell’estate 1964 giusto in tempo per verificare i progressi del ragazzo e farlo esordire in prima squadra – il suo potenziamento atletico che lo rende inafferrabile nel prosieguo della carriera, è con un altro tecnico che Johan compie il definitivo salto di qualità, vale a dire Rinus Michels, a sua volta ex attaccante del club nell’immediato dopoguerra e capace di realizzare 122 reti che gli valgono due titoli di campione olandese, nel 1947 e dieci anni dopo, nel 1957.

Michels sostituisce Buckingham nel corso della più travagliata stagione dei lancieri, conclusa con un inglorioso terz’ultimo posto in classifica, a tre soli punti dalla retrocessione in “Eerste Divisie” (la serie B olandese), ed il suo compito di risollevare una squadra che non vince il titolo dal 1960 sembra alquanto improbo, visto che può contare su solo tre giocatori di livello superiore, e cioè il difensore Wim Suurbier, il centrocampista Sjaak Swart e l’attaccante Klaas Nuninga.

Ma il neo tecnico ha dalla sua alcune carte importanti da giocare, prima fra tutte il recupero dell’esperto Co Prins, fermato l’anno precedente da una serie di infortuni, quindi il rientro da due anni al Feyenoord – con cui si era laureato campione d’Olanda la stagione precedente – di Henk Groot, soprattutto, il lancio in pianta stabile in prima squadra della 22enne ala sinistra Piet Keizer e del “gioiellino di casa” Johan Cruijff.

L’alchimia raggiunta, con un gioco votato all’offensiva, paga immediatamente i suoi frutti, con l’Ajax che torna al titolo, celebrato il 18 maggio 1966 con il successo per 2-0 sui rivali storici del Feyenoord allo Stadio Olimpico, che apre i suoi battenti solo per tale sfida, risultando il “De Meer” inadeguato per contenere gli spettatori che vogliano assistervi, con Cruijff che fornisce il proprio contributo con 16 reti in 19 gare disputate.

Inizia così a prendere forma il “fenomeno Ajax, una squadra che incanta, aggiungendo altri due titoli consecutivi, sempre a spese del Feyenoord, nel 1967 (realizzando 122 reti (!!!), di cui 33 portano la firma di Cruijff, 25 di Swart e 23 di Nuninga) e nel 1968 (con Cruijff ancora “top scorer” con 27 centri), mentre le prime esperienze europee vedono i “lancieri” fermarsi una prima volta ai quarti, dopo aver dato una severa lezione al Liverpool negli ottavi, sconfitto 5-1 ad Amsterdam, e la seconda risultare sfavoriti dal sorteggio, che li oppone al primo turno al Real Madrid, dal quale escono sconfitti con l’onore delle armi (1-1 in casa, 1-2 solo ai supplementari al Bernabeu).

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Cruijff in azione – da storiedicalcio.altervista.org

Sono comunque esperienze contro squadre di livello che fanno crescere, soprattutto in esperienza, la squadra, che nel 1969 diviene la prima compagine dei Paesi Bassi a guadagnare la finale di una Coppa europea, eliminando nel percorso il Benfica del sempre valido Eusebio dando una dimostrazione di grande maturità quando, dopo essere stati sconfitti in casa per 1-3, gli olandesi ribaltano il risultato al ritorno a Lisbona, portandosi sul 3-0 dopo mezz’ora con un Cruijff scatenato autore di una doppietta, solo per subire nel finale la rete di Torres che rimanda il passaggio del turno al match di spareggio disputato in campo neutro, a Parigi, dove sono necessari i tempi supplementari dopo che lo 0-0 di partenza non si sblocca, e nella mezz’ora ulteriore, ancora Cruijff e Danielsson con una doppietta chiudono definitivamente il conto.

L’impegno europeo incide sull’esito del campionato, che vede l’Ajax stavolta abdicare a beneficio del Feyenoord, risultando fatale la sconfitta interna per 1-2 contro il PSV Eindhoven a quattordici giorni dalla finale di Coppa Campioni contro il Milan, rimandando l’appuntamento con il titolo all’anno seguente.

Ora, se c’è una cosa che non è mai mancata a Cruijff, oltre all’innata classe, è anche una determinazione al limite del parossismo nel volersi affermare, e non c’è niente che lo stimoli di più che vedere vincere avversari che ritiene inferiori alla propria squadra ed è questo il caso che si verifica a maggio 1970 quando, a dispetto dell’essere tornati sul trono d’Olanda, vede conquistare la Coppa dei Campioni ai rivali del Feyenoord, superando il Celtic Glasgow per 2-1 nella finale di Milano, avendo oltretutto eliminato nel loro cammino proprio i detentori del Milan che avevano umiliato i “lancieri” l’anno prima.

E’ questo un affronto che innalza a livelli impensabili l’orgoglio ed il “super ego” di Cruijff – che con il suo Ajax si era dovuto arrendere in semifinale di Coppa delle Fiere contro l’Arsenal, poi vincitrice del trofeo – e, archiviata la stagione con l’accoppiata Scudetto/Coppa nazionale e 33 reti complessive realizzate in 46 gare disputate, pianifica con Michels il programma per la successiva campagna europea.

Con una formazione che ha raggiunto l’equilibrio in tutti i reparti, con l’inserimento di Stuy in porta, del possente libero Hulshoff in difesa e di Gerrie Muhren e Johan Neeskens a centrocampo, Cruijff – che nella nuova stagione indossa per la prima volta la celebre “maglia numero 14, un vezzo tale da renderlo ancora più unico – è libero di spaziare a proprio piacimento nel settore offensivo, sfruttando le sue doti di velocità e controllo della sfera che lo rendono immarcabile, unite ad un talento insuperabile nella visione di gioco sia nel fornire preziosi assist ai compagni che nel dettare il passaggio per la conclusione da parte sua, il tutto inquadrato in una lettura della singola gara che non ha eguali, come dallo stesso Johan rappresentato con le parole… “Ogni allenatore parla di movimento, dice di correre sempre, ma io dico, viceversa, non correte molto. Il calcio è un gioco in cui si gioca con il cervello e bisogna trovarsi nel posto giusto nel momento giusto, né troppo tardi, né troppo presto….

Così oliata e tirata a lucido, la formazione biancorossa si spiana la strada verso la sua seconda finale europea attraverso altrettanti 3-0 inflitti allo Stadio Olimpico – che oltre alla sfida contro il Feyenoord nel “derby d’Olanda“, ospita pure le gare internazionali – a Basilea negli ottavi, Celtic ai quarti ed Atletico Madrid in semifinale, per poi cogliere l’alloro più importante in un palcoscenico d’eccezione quale lo Stadio di Wembley a Londra, al cospetto di un Panathinaikos allenato da un’altra leggenda del calcio mondiale, il “colonnello” Ferenc Puskas, che deve inchinarsi alle reti di Van Dijk e del subentrato Haan, e pazienza se del titolo olandese, nel frattempo, se ne è riappropriato il Feyenoord – viceversa ingloriosamente eliminato al primo turno dai rumeni dell’UT Arad – al quale Cruijff & Co. stanno per rifilare uno scherzetto mica male.

Dalla consacrazione sul campo, giunge anche quella della critica internazionale, che incorona Cruijff con una votazione plebiscitaria in occasione dell’assegnazione del “Pallone d’Oro” 1971, ottenendo 116 voti, più del doppio del secondo classificato, l’azzurro Sandro Mazzola, che ne raggranella 57.

L’anno seguente, con ancora due squadre iscritte alla Coppa dei Campioni, la relativa finale, vista la crescita del calcio “made in Holland“, viene assegnata dalla UEFA proprio a Rotterdam, nella “tana del Feyenoord, e la rivalità in patria tra i due club raggiunge picchi elevatissimi, dato che, tra l’altro, Michels ha ritenuto compiuto il suo lavoro nella costruzione di un modello vincente, venendo attratto dalle sirene catalane del Barcellona, con la designazione del rumeno Stefan Kovacs, reduce da un quadriennio alla guida della Steaua Bucarest, quale suo sostituto.

Ma la squadra, oramai, recita il copione a memoria, con ulteriori due innesti di prestigio quali Ruud Krol ed Arie Haan in pianta stabile tra i titolari, e la stagione 1972 si rivela come ineguagliabile nella storia del club, che fa suo il campionato staccando nettamente di 8 punti i consueti rivali e scavalcando nuovamente quota 100 reti realizzandone 104 (con Cruijff ancora “top scorer” con 24 centri), cui aggiunge l’11 maggio la conquista della coppa nazionale (la KNVB Beker) superando 3-2 il Den Haag nella finale disputata proprio a Rotterdam, dove, 20 giorni dopo, punta a confermarsi campione d’Europa contro l’Inter, nel mentre la squadra di casa è stata eliminata dal Benfica ai quarti con un pesante 5-1 a Lisbona.

Vi è da dire che, come l’Ajax furoreggia in patria quanto a reti realizzate, viceversa in Europa sfrutta la propria solidità difensiva, con una linea che mette in pratica a memoria la tattica del fuorigioco, tant’è che subisce appena tre reti nelle otto gare disputate per giungere all’atto conclusivo, ed il doppio confronto di semifinale contro il Benfica viene risolto dall’unica rete messa a segno da Swart nella gara di andata.

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Una fase di Ajax-Inter – da mimmorapisarda.it

Difesa che si dimostra impenetrabile anche il 31 maggio a Rotterdam, ma anche la corrispondente retroguardia nerazzurra regge bene l’urto guidato da un Cruijff ispirato come non mai, nonostante la stretta marcatura di Oriali, capitolando solo ad inizio ripresa grazie proprio all’astuzia di Johan nello sfruttare un’uscita a vuoto di Bordon per poi chiudere il conto nel finale con un azzeccato colpo di testa che non lascia scampo all’estremo difensore italiano, potendo così festeggiare in casa dei rivali storici e superare nuovamente quota 30 reti in stagione, cui unisce, a settembre, la conquista della Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Independiante e, il gennaio successivo, la Super Coppa europea a spese dei Glasgow Rangers.

Ora, ricordiamoci l’aspetto indubbiamente un po’ altezzoso di Johan ed a cosa debba aver pensato quando, al termine di una stagione irripetibile in cui ha conquistato tutto ciò che era possibile, si vede addirittura escludere dal podio del “Pallone d’oro” 1972, interamente monopolizzato dal trio tedesco formato da Franz Beckenbauer, Gerd Mueller e Guenther Netzer, componenti della nazionale vincitrice dell’Europeo, un affronto da “lavare col sangue” e l’occasione gliela fornisce l’urna della UEFA, abbinando il suo Ajax bicampione d’Europa al Bayern di Monaco nei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1973, coi vari Maier, Breitner, Beckenbauer, Hoeness e Mueller incapaci di reggere le sfuriate offensive di un Ajax che li travolge 4-0 allo Stadio Olimpico, per poi far fuori anche Real Madrid in semifinale e Juventus nell’atto conclusivo a Belgrado, per un tris di vittorie che non si registrava dai tempi del grande Real di Di Stefano & Co.

Stavolta non ci sono dubbi, il secondo “Pallone d’Oro” trova spazio nella sala dei trofei di casa Cruijff, ancora una volta con una schiacciante superiorità nelle votazioni (96 preferenze contro le 47 di Dino Zoff), ed è anche il momento di cambiare aria, attirato dal suo mentore Michels che ripone in lui le speranze di riportare in Catalogna una vittoria nella Liga che per il Barcellona manca da 14 anni, dall’epoca di Helenio Herrera, per intendersi.

Ancora una volta è l’ostinazione di Cruijff ad averla vinta, poiché l’Ajax aveva stretto un accordo con il Real Madrid (una sorta di “caso Di Stefano” degli anni ’50 al contrario), ed impuntandosi ottiene quanto desiderato, presentandosi al “Camp Nou” in veste di nuovo Messia, dato che al suo esordio la squadra è terz’ultima – firma del contratto ritardata per valutare bene ogni clausola da parte del suocero miliardario Cos Corver, commerciante di diamanti – ma basta una sua doppietta all’esordio nel 4-0 contro il Granada per far sì che i “blaugranasi riapproprino del titolo con largo margine, con Johan autore di una rete in acrobazia nella gara vinta 2-1 contro l’Atletico di Madrid che resta a vita nell’immaginario dei tifosi catalani – ed è utilizzata da Sandro Ciotti quale copertina del film documentario “Il Profeta del Gol“, uscito nel 1976 – così come l’umiliazione inflitta agli odiati “blancos” nel “Super Clasico” di ritorno del 17 febbraio 1974, umiliati con un pesantissimo 0-5 al Santiago Bernabeu.

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Il gol contro l’Atletico Madrid – da olimpopress.it

Manca ancora però un importante tassello alla carriera di Cruijff, vale a dire portare ai vertici del calcio mondiale anche la nazionale olandese che, pur con lui in squadra, non è riuscita a superare i gironi di qualificazione sia agli Europei 1968 e 1972 che ai Mondiali del 1970 in Messico, ma la musica cambia in occasione dei Mondiali di Germania 1974, quando l’Olanda riesce finalmente a staccare il biglietto per la fase finale, pur se solo grazie alla miglior differenza reti rispetto al Belgio, i cui incontri si sono conclusi entrambi a reti inviolate, e con il contributo di 7 reti messe a segno da Cruijff.

La selezione olandese sbarca in Germania con lo “zoccolo duro” formato dall’ossatura dell’Ajax con l’aggiunta del “catalano” Cruijff potendo anche contare sulla presenza di Michels in panchina e tale edizione dei Mondiali passa alla storia come quella della “rivoluzione nel calcio moderno” per l’esempio di calcio totale messo in pratica dagli olandesi – visti anche con un pizzico di ironia per la gestione “aperta” del ritiro, con moglie e fidanzate al seguito e coppe di champagne ai bordi delle piscine – con questo loro movimento armonico che li porta, da un lato, a scattare all’unisono in avanti per la conquista della palla disorientando gli avversari che spesso cadono nella trappola del fuorigioco e, dall’altro, a poter contare su un movimento in fase offensiva tale da non concedere punti di riferimento alle opposte difese, di cui l’indiscusso regista e finalizzatore altri non è che il “divino” Johan, dal che nasce l’appellativo, tutt’altro che fantasioso, di “Arancia meccanica” in onore al colore della divisa nazionale ed al celebre film di Stanley Kubrick, uscito nel 1971.

Il modo di giocare degli olandesi incanta pubblico e critica, giungendo all’atto conclusivo con 14 reti realizzate ed una sola subita (peraltro in un 4-1 contro la Bulgaria), pur dovendo subire l’amarezza della sconfitta contro i fortissimi padroni di casa della Germania Ovest, in una gara in cui Cruijff, scientificamente colpito alle caviglie dal mastino Vogts, mostra il suo lato peggiore, innervosendosi oltre misura tanto da rischiare di essere cacciato dal direttore di gara, l’inglese Taylor, con ciò facendo il gioco dei suoi avversari, e stavolta avrebbe sinceramente fatto a meno del “contentino” riservatogli con l’assegnazione del suo terzo Pallone d’Oro (primo giocatore a riuscirvi) a fine anno, avendo senz’altro preferito essere al posto del secondo classificato, il Kaiser Beckenbauer, nel sollevare al cielo la Coppa del Mondo.

Il 1974 rappresenta l’apice della carriera di Cruijff, che non riesce a rinverdire al Barcellona i fasti della prima stagione, per poi emigrare, a 30 anni compiuti, negli Stati Uniti ad insegnare calcio nella mediocre NASL infarcita di vecchie glorie, per poi far ritorno ad inizio anni ’80 in Olanda e dare il proprio contributo a tre titoli consecutivi, i primi due con l’Ajax ed il terzo, l’ultimo dei 9 complessivamente conquistati, con la maglia dei rivali del Feyenoord, quasi a mo’ di compensazione per i tanti “sgarbi” commessi in passato.

Ma il legame con la Catalogna resta forte, ed, appese le scarpe al chiodo e dedicatosi alla carriera di allenatore, Cruijff ripercorre le stesse tappe da giocatore, portando in tre anni nella bacheca dell’Ajax due Coppe d’Olanda e la Coppa delle Coppe 1987 vinta in finale contro il Lokomotiv di Lipsia grazie ad una rete di Marco van Basten – il quale aveva esordito coi lancieri proprio entrando al suo posto nell’aprile 1982, anch’egli all’età di 17 anni, in un ideale passaggio di consegne – per poi approdare al Barcellona nell’estate 1988 con il compito di restituire un’immagine vincente ad un club che, dalla Liga vinta nel 1974 con l’olandese, aveva messo in carniere un solo ulteriore titolo nel 1985 sotto la guida di Terry Venables.

Cruijff trasferisce in terra spagnola la sua filosofia di calcio, ben racchiusa nella frase “il gioco innanzitutto ed i risultati arriveranno, costruendo negli 8 anni in cui siede sulla panchina azulgrana un ciclo vincente antesignano del presente, che porta il Barcellona a conquistare la Coppa delle Coppe 1989, la Copa del Rey l’anno successivo e ad inanellare quattro titoli di campione nazionale consecutivi (dal 1991 al 1994) con l’aggiunta di altre tre finali europee, sconfitto dal Manchester United nel 1991 in Coppa delle Coppe, vittorioso – prima volta nella storia del club – in Coppa Campioni 1992 a spese della Sampdoria (ancora a Wembley, teatro della sua prima Coppa vinta da giocatore ) e subendo un impensabile tracollo due anni dopo, travolto 0-4 dal Milan di Capello ad Atene, quel Milan che già lo aveva umiliato da giocatore 25 anni prima a Madrid.

Il suo brutto vizio di abusare delle sigarette lo costringe a fermarsi nel 1996 a causa di ripetuti attacchi cardiaci subiti, dedicandosi all’attività dirigenziale soprattutto improntata nella selezione dei giovani e nella cultura applicata alla Masia (struttura che ospita i giocatori che fanno parte del vivaio del Barcellona), con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, per poi dover combattere l’ultima sfida della sua vita contro un tumore al polmone emerso nell’ottobre 2015 da cui esce sconfitto il 24 marzo 2016, rendendo quanto mai profetiche le sue parole dettate ad inizio anni ’90 ad avvenuta applicazione di due bypass coronarici, quando contribuì ad una battaglia contro il fumo recitando lo slogan… “Nella mia vita ho avuto solo due vizi: uno, il calcio, mi ha dato tutto, l’altro, il fumo, stava per togliermelo….

E alla fine, purtroppo, ci è riuscito.

TREVOR BERBICK, IL PUGILE CHE CHIUSE L’ERA DI ALI’ E APRI’ QUELLA DI TYSON

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Berbick contro Tyson – da athlitiki-enhmerosi.pblogs.gr

articolo di Nicola Pucci

Tra poco vi racconterò la vicenda agonistica, e nel dettaglio la carriera, di Trevor Berbick. Ma sappiate che la narrazione riguarda chi ha l’onore di aver chiuso definitivamente l’era del più grande, Muhammed Alì, ed aver avviato, involontrimente sia detto, quella gloriosa del suo successore designato, Mike Tyson.

Berbick viene alla luce il 1 agosto 1955 a Port Antonio, cittadella giamaicana non troppo distante dalla capitale Kingston, e chi nasce da quelle parti, o si diletta col reggae oppure prova a correr veloce. Ergo, per il giovanotto che si avvicina al pugilato in età già avanzata è oltremodo difficile poter trovare avversari all’altezza, e non esercitando oltre i confini patrii, quando viene selezionato per difendere i colori della Giamaica alle Olimpiadi di Montreal del 1976 nella categoria dei pesi massimi, il difetto di esperienza è palese. Berbick è bravino, questo è ovvio, ma dopo aver usufruito di un bye al primo turno, incoccia nel rumeno Mircea Simion che lo batte ai punti, proseguendo poi la sua corsa fino ad un prestigiosa medaglia d’argento, battuto a sua volta da Teofilo Stevenson.

Poco più che 21enne, Berbick sceglie la via del professionismo, lasciando l’isola natale per trasferirsi in Canada, a Montreal, dove dimorerà a lungo pur svolgendo l’attività ad Halifax e di cui qualche anno dopo prenderà cittadinanza. Proprio nel paese di adozione esordisce tra i “grandi“, il 27 settembre 1976, vincendo con Wayne Martin per k.o.t. ed assommando dopodichè una serie di undici succesi consecutivi, di cui appunto ben dieci prima del limite, per avere una prima chance di combattere per il titolo americano contro Bernardo Mercado il 3 aprile 1979. I due contendenti hanno già incrociato i guantoni da dilettanti, e fu Berbick ad imporsi allora, ma stavolta la sfida dura soli 50″, il tempo necessario a Mercado per buttar giù Trevor e prendersi la rivincita.

Berbick incassa la battuta d’arresto con maggior audacia di quanto non gli sia riuscito sul ring, forte dell’orgoglio di chi, isolano, vuol emergere tra mille difficoltà e di un pugno che se lasciato libero di colpire può far male. Ne sa qualcosa l’ex-campione del mondo John Tate, che il 20 giugno 1980 proprio all’Olympic Stadium di Montreal è messo al tappeto alla nona ripresa in una sfida brutale che dischiude a Berbick le porte dell’incontro per la cintura iridata.

L’appuntamento con la gloria sarebbe per l’11 aprile 1981, nel maestoso scenario del Caesars Palace di Las Vegas, ma l’avversario, Larry Holmes, è di quelli duri a morire, ed in effetti per Berbick, nonostante l’eccellente difesa, il verdetto che lo penalizza unanimamente dopo 15 riprese combattute ad armi pari e contro tutti i pronostici è solo la certificazione di essere al livello dei più forti.

Ecco dunque che, dopo aver messo k.o Conroy Nelson per il titolo canadese, c’è l’occasione per ritagliarsi una vetrina di rango, ovvero l’incontro con il declinante campionissimo, Muhammad Alì appunto, che si arrende a Nassau, nelle Bahamans, per verdetto unanime e chiude la sua leggenda, al tempo stesso facendo schizzare alle stelle la notorietà di Berbick. Che è il primo pugile a battere l’ostico Greg Page, il che gli garantisce il passaggio sotto l’ala protettrice di Don King, ed infine, dopo qualche altro titolo canadese e del Comonwealth e due vittorie contro avversari di buon lignaggio come David Bey e Mitch Green che valgono pure il titolo americano, ecco un’altra opportunità di diventare campione del mondo.

Il 22 marzo 1986, al Riviera Hotel & Casino di Las Vegas, Berbick ha il detentore Pinklon Thomas tra lui e il titolo WBC dei pesi massimi. L’occasione, ben più di quella con Holmes, è troppo ghiotta per essere sprecata, e Trevor stavolta non fallisce l’appuntamento. Si impone ai punti convincendo i giudici che lo confortano in blocco, ed infine sale sul tetto del mondo, primo pugile giamaicano a compiere l’impresa nella categoria più prestigiosa.

Quel che avviene in seguito è leggenda. Ma non certo per Berbick, che conserva il titolo mondiale per soli otto mesi, fino al giorno in cui un uragano di nome Mike Tyson, all’Hilton Hotel di Las Vegas, mette fine al suo regno in sole due riprese, complici un paio di atterramenti ed una superiorità disarmante. Il ricordo di Berbick, scosso dai colpi ed assolutamente incapace di rialzarsi, barcollante fino alle corde, privato del senso dell’equilibrio e in preda alla nebbia, è l’ultimo di una carriera di alto livello che conosce qualche altro ruzzolone, ad esempio con James “Buster” Douglas, che a sua volta verrà sacrificato a “Iron Mike“, e Jimmy Thunder, e di una vita che si trascina tra una condanna per stupro ed il triste epilogo del 28 ottobre 2006 quando viene assassinato per una torbida questione familiare.

Trevor Berbick chiuse un’era e fu testimone di un’altra che si apriva, comunque sia ha scritto una pagina storica di pugilato. Vero e che non fa sconti a nessuno. Come la vita.

 

IL DERBY DEL VOLLEY TRA DDR E GERMANIA OVEST ALLE OLIMPIADI DEL 1972

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Una fase della finale tra DDR e Giappone – da mdr.de

Articolo di Giovanni Manenti

Come noto, la Germania Est nel corso dei 40 anni della sua esistenza ha dato un’importanza capitale ai successi in campo sportivo – poi venutosi a scoprire in larga parte condizionati da un vero e proprio sistema di “doping di Stato“, quantomeno in campo femminile – che l’ha portata a raggiungere, nella sua ultima apparizione olimpica, a Seul 1988, addirittura il secondo posto assoluto nel medagliere, con ben 102 allori (di cui 37 ori), una performance strabiliante qualora si consideri come il Paese contasse poco meno di 17 milioni di abitanti.

Ciò nondimeno, gli atleti dell’ex Ddr non hanno mai brillato nei giochi di squadra – calcio, basket, volley, pallanuoto e pallamano – se si esclude l’oro conquistato alle Olimpiadi di Montreal 1976 dalla Nazionale di calcio, potendo comunque sfruttare la circostanza, al pari degli altri Paesi dell’est Europa, di schierare la Nazionale A rispetto alle formazioni occidentali e del Sud America, prova ne sia che anche ai Giochi canadesi la finale venne disputata contro la Polonia, con l’Unione Sovietica ad aggiudicarsi il bronzo.

In questo scenario, stupisce, al contrario, l’exploit ad alto livello durato circa un decennio da parte della nazionale di volley della Germania Est, uno sport, peraltro, di non grande seguito nella Germania dell’epoca e nel quale i “cugini” della parte occidentale non avevano mai dato eccessiva rilevanza.

Introdotta nel panorama olimpico solo nel 1964 in occasione dei Giochi di Tokyo, dove il Giappone organizzatore conquista il bronzo dietro ad Unione Sovietica e Cecoslovacchia – le autentiche dominatrici del periodo a livello mondiale – la pallavolo in Germania Est vede la sua crescita esponenziale quando le redini della nazionale vengono affidate al “guru” Herbert Jenter, tecnico dello Sportclub Lipsia, capace di conquistare il titolo in patria per ben 14 anni (!!!) consecutivi, dal 1963 al 1976, nonché di portare il team sulla vetta d’Europa, con la vittoria in Coppa Campioni nel 1964.

E’ a quest’uomo, pertanto, alla guida della Nazionale dal 1960 al 1974, che si devono i successi in campo internazionale del sestetto tedesco orientale, ad iniziare dal Campionato Mondiale disputatosi in Cecoslovacchia nel 1966 e che vede il trionfo dei padroni di casa, con la Ddr ad occupare un più che dignitoso quarto posto, togliendosi anche lo sfizio di superare per 3-2 nel girone finale i “maestri” giapponesi.

L’esperienza acquisita nella rassegna iridata dà coraggio a Jenter ed ai suoi ragazzi in vista dell’appuntamento olimpico di Città del Messico 1968, dove la Germania Est replica il quarto posto mondiale piazzandosi ai piedi del podio al termine del girone all’italiana disputato tra le dieci nazionali iscritte, e che vede aggiudicarsi l’oro da parte dell’Unione Sovietica davanti al Giappone ed alla Cecoslovacchia, con il sestetto della Ddr a subire sconfitte da parte di tutte e tre le citate avversarie, ma superando nettamente le altre sei partecipanti.

Il sistema di gioco, basato su schemi semplici che mettono in risalto l’aspetto fisico e la potenza atletica dei propri componenti, è oramai ben rodato per poter aspirare a qualcosa di più di un semplice, per quanto onorevole, piazzamento, e l’occasione giusta si presenta in occasione dei Mondiali che si svolgono in Bulgaria nel 1970.

Con 24 squadre partecipanti suddivise in quattro gruppi da sei che qualificano le sole prime due formazioni per il girone finale ad otto, la Germania Est è inserita nel Girone D che si svolge a Kurdjali, assieme a due potenze come i “mostri sacri dell’Unione Sovietica e l’emergente Cuba, ma, a dispetto dei pronostici, ottiene la qualificazione chiudendo addirittura al primo posto, dopo aver schiantato Cuba all’esordio per 3-0 (15-13, 15-12, 15-7 i parziali) ed inflitto una severa lezione ai campioni olimpici dell’Unione Sovietica, come dimostrano eloquentemente i parziali di 15-7, 12-15, 15-8 e 15-10 per il 3-1 conclusivo a favore dei ragazzi di Jenter.

Tale vittoria, consente alla Germania Est di portarsi dietro il relativo risultato nel girone finale, in cui non ha alcuna difficoltà a spazzar via – con altrettanti netti 3-0 – le temibilissime Polonia, Cecoslovacchia e Romania, oltre al fanalino di coda Belgio, per ritrovarsi, a due gare dal termine, in testa alla classifica con 10 punti, a pari merito, con i padroni di casa della Bulgaria, seguiti a quota 9 dall’Unione Sovietica (nel conteggio del volley dell’epoca, venivano assegnati due punti per la vittoria ed uno per la sconfitta) e ad 8 dal Giappone.

Proprio i maestri asiatici infliggono alla Ddr la prima sconfitta al penultimo turno, superandoli 15-6 al quinto dopo che i tedeschi erano riusciti a rimontare uno svantaggio di due set, con ciò determinando la conquista della vetta della graduatoria da parte dei padroni di casa bulgari – vittoriosi per 3-0 a spese della Romania – mentre l’Unione Sovietica crolla sotto i colpi della Polonia, restando esclusa dalla lotta per l’oro e, successivamente, anche dalle medaglie complice il pesante 0-3 subito all’ultimo turno dalla Cecoslovacchia.

In un ambiente carico a mille, la Germania Est deve quindi affrontare nell’atto conclusivo gli imbattuti bulgari, cui si presenta un’occasione più unica che rara per laurearsi campioni mondiali, visto che, sino ad allora, il loro miglior piazzamento era costituito dall’argento europeo conquistato nel 1951 in Francia e, a livello iridato, potevano vantare due terzi posti, nel 1949 in Cecoslovacchia e nel 1952 in Unione Sovietica.

In un’edizione che avrebbe comunque, in ogni caso, incoronato una nuova campionessa mondiale dopo che nelle precedenti sei rassegne i titoli se li erano spartiti Unione Sovietica (quattro) e Cecoslovacchia (due), potete immaginare quale fosse l’aspettativa per gli spettatori che il 2 ottobre 1970 gremiscono le tribune del Palazzetto dello Sport d Sofia, pronti ad esultare per un successo lungamente atteso.

La gara, palpitante come poche, si risolve sul filo dei nervi, con le due compagini a fornire un rendimento paritetico ed altalenante, nel senso che al primo set vinto dai tedeschi per 15-11, i bulgari rispondono con un 15-13 a loro favore nel secondo, così come al 15-7 con cui la Ddr si porta sul 2-1 nei parziali, i padroni di casa replicano con un ancor più netto 15-4, rimandando l’assegnazione del titolo all’ultimo e decisivo set.

Ed, in una frazione sconsigliata ai deboli di cuore, sono i ragazzi di Jenter a compiere il miracolo, schiacciando a terra il decisivo pallone per il 15-13 conclusivo che consegna loro l’unico titolo iridato della storia, per potersi così presentare con credenziali di tutto rispetto all’appuntamento olimpico di due anni dopo, che si svolge proprio in Germania, a Monaco di Baviera.

E’ opportuno sapere che, nella parte occidentale del Paese, la pallavolo – quantomeno all’epoca – stava agli sport di squadra come il “soccer” negli Stati Uniti, solo che, come d’uso in sede olimpica, i padroni di casa ottengono l’ammissione di diritto e, a Monaco 1972, hanno però la sfortuna di essere inseriti nel gruppo B assieme a Brasile, Cuba, Giappone, Romania ed, appunto, i “cugini” orientali.

Non si può certo dire il paese organizzatore sia stato favorito in tal senso e, difatti, i tedeschi occidentali rimediano nei cinque incontri disputati altrettante sconfitte, con appena 4 set vinti rispetto ai 15 persi, ma è logico che l’attenzione fosse rivolta al match tra le due antagoniste, nel derby teutonico che va in scena il 3 settembre alla “Volleyballhalle” di Monaco di Baviera, della capacità di poco meno di 4mila spettatori, ma che per l’occasione registra il tutto esaurito.

Occorre precisare come il girone qualifichi alle semifinali le sole prime due del raggruppamento, e quindi ogni gara è di vitale importanza ai fini della classifica, ma è indubbio che, vista la disparità delle forze in campo, al tecnico Jenter sia giunto il consueto “messaggio dall’alto” di non far risparmiare energie ai suoi atleti al fine di evidenziare la superiorità rispetto agli odiati rivali, il tutto nello spirito che aleggiava all’epoca nella ex Ddr.

Suggerimento che il sestetto orientale non si lascia sfuggire, annichilendo i malcapitati “cugini di lingua contro cui infieriscono con un pesantissimo 3-0 dai parziali (15-7, 15-6, 15-4) che non ammettono replica alcuna e mandano le squadre a farsi la doccia in poco più di un’ora di gioco, semplice tappa di avvicinamento da parte dei campioni del mondo in carica verso le semifinali, per le quali si qualificano come secondi del raggruppamento alle spalle del Giappone, dal quale peraltro subiscono, a loro volta, una severa lezione venendo massacrati con parziali umilianti di 4-15, 2-15, 6-15.

Il secondo posto acquisito fa sì che, nelle due semifinali incrociate, alla Germania Est tocchi di affrontare l’Unione Sovietica, apparsa in splendide condizioni avendo concluso il proprio girone immune da sconfitte e con appena tre set persi, mentre l’altra sfida pone di fronte Bulgaria e Giappone, in una sorta, pertanto, di riedizione della rassegna iridata di due anni prima a Sofia.

Per quanto ovvio, nel comporre la selezione per le Olimpiadi, il tecnico Jenter non ha potuto che affidarsi allo “zoccolo duro” (ed anche qualcosa di più) della rosa della sua squadra di club, dato che dei 12 atleti partecipanti ai Giochi, ben nove provengono dallo SC Lipsia, vale a dire Arnold Schulz, Siegfried Schneider, Wolfgag Weise, Rudi Schumann, Eckehard Pietzsch, Wolfgang Lowe, Jurgen Maune, Horst Peter ed Horst Hagen.

Ciò comporta il fatto che non vi siano per i giocatori eccessivi problemi di assimilazione degli schemi di gioco proposti dal tecnico, visto che gli stessi vengono messi in pratica durante tutta la stagione, con la sola controindicazione di non poter contare su periodi di riposo durante l’intero arco dei dodici mesi, ma questo in casa Ddr è, come di consueto, l’ultimo dei problemi.

E, difatti, della solidità fisica dei tedeschi orientali ne fa una volta di più le spese l’Unione Sovietica, alla quale viene replicato il 3-1 inflitto due anni prima ai Mondiali, ma stavolta con punteggio ancor più umiliante, visto che al solo moto d’orgoglio con cui i sovietici si aggiudicano per 15-13 il terzo set, fanno riscontro i pesanti 15-6, 15-8 e 15-9 con cui i tedeschi si aggiudicano gli altri parziali.

Ottimo viatico in vista dell’appuntamento per l’oro, con la speranza di bissare il titolo iridato che si fa ancor più rosea dopo aver visto il Giappone dover lottare sino allo spasimo per aver ragione di una Bulgaria in cui brillano le stelle del palleggiatore Dimitar Karov e dello schiacciatore Dimitar Zlatanov – premiato come miglior attaccante ai Mondiali 1970 – che bella mostra di sé hanno fatto anche nel campionato italiano, riuscendo a far suo l’incontro solo al quinto parziale dopo aver dovuto rimontare uno svantaggio di due set a zero.

L’occasione è pertanto ghiotta, soprattutto per riscattare il pesante 0-3 (12-45 quanto a punti realizzati!) subito nella fase eliminatoria, ed il 9 settembre, giorno della finale, le cose sembrano mettersi bene, in virtù del 15-11 con cui i tedeschi concludono il primo set a loro favore.

Illusione, peraltro, di breve durata, poiché ci pensa il fuoriclasse Katsutoshi Nekoda a riorganizzare il gioco dei suoi, non intendendo lasciarsi sfuggire l’oro dopo il bronzo olimpico di Tokyo 1964 e l’argento di Città del Messico quattro anni dopo, e, dirigendo da par suo le azioni offensive dei compagni, fa tornare con i piedi per terra i tedeschi con un perentorio parziale di 15-2 nel secondo set, per poi andare a conquistare il gradino più alto del podio concludendo in scioltezza il match con il terzo e quarto set chiusi entrambi sul 15-10.

Per il Giappone la degna conclusione di un ciclo che li ha sempre visti ai vertici internazionali, mentre Jenter conclude il suo mandato alla guida della nazionale tedesco orientale con un altro quarto posto ai Mondiali di Città del Messico 1974, dove risplende la stella della Polonia, la quale confermerà poi l’oro iridato in sede olimpica, con la vittoria ai Giochi di Montreal 1976, edizione per la quale la Germania Est non riesce neppure a qualificarsi.

E’ durata relativamente poco l’avventura ai vertici internazionali della Germania Est “targata” Sportclub Lipsia, ma sono stati anni intensi che le hanno comunque consentito di emergere in una disciplina di non eccessivo seguito in patria.