L’ORCO SEISENBACHER E QUEL TERRIBILE SEGRETO DIETRO AI SUOI SUCCESSI

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Peter Seisenbacher celebra la vittoria di Seul ’88 – da:gettyimages.ca

Articolo di Giovanni Manenti

Talvolta, capita di veder primeggiare un rappresentante di una Nazione che non vanta una secolare tradizione in una particolare Disciplina Sportiva, come nel caso dell’Austria, Paese che vede i propri allori a livello internazionale principalmente – se non quasi totalmente – condensati negli Sport Invernali, prova ne sia che, a fronte di appena 18 medaglie d’Oro conquistate alle Olimpiadi estive, fanno da contrasto le ben 64 volte che un atleta austriaco è salito sul gradino più alto del podio nelle Rassegne invernali.

Figuriamoci poi, se la Disciplina in cui ad emergere è un atleta d’Oltralpe è addirittura un’Arte marziale, nella fattispecie il Judo. Sport che nella parte occidentale del Vecchio Continente conta i maggiori proseliti in Francia, seguita da Italia ed Olanda, tanto che, essendo entrato a far parte del programma olimpico dai Giochi di Tokyo 1964, per i primi 20 anni alcun judoka austriaco è in grado di andare a medaglia …

Questa striscia negativa viene sfatata alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 – peraltro un’edizione “dimezzata” a causa del “contro boicottaggio” imposto da Mosca ai Paesi dell’impero sovietico in risposta all’analoga decisione assunta quattro anni prima dal Presidente Usa Jimmy Carter riguardo ai Giochi moscoviti – dove il primo a rompere tale tabù è il 25enne Josef Reiter, che il 5 agosto 1984 coglie la medaglia di bronzo nella Categoria sino a 65 chilogrammi.

Ma è tre giorni dopo che, finalmente, anche l’inno austriaco risuona nell’impianto della “California State University”, allorché ad affermarsi nei Pesi Medi (con limite ad 86kg.) è il 24enne viennese Peter Seisenbacher.

Al di là dell’assenza degli esponenti dell’Europa Orientale, Seisenbacher, nato nella Capitale austriaca il 25 marzo 1960, non è certo uno “sconosciuto” nel panorama internazionale, visto che già nel 1980 aveva conquistato l’argento a Campionati Europei di metà maggio svoltisi proprio a Vienna, sconfitto in Finale dal sovietico Alexander Yatskevich, successivamente bronzo ai Giochi moscoviti, dove l’austriaco paga l’inesperienza, uscendo al primo turno contro il nordcoreano Pak Jong-Chol.

Rassegna Continentale che vede Seisenbacher andare ancora a medaglia – dopo un settimo posto nell’edizione di Rostock ’82 – sia a Parigi ’83, dove è nuovamente argento, dovendosi ancora arrendere ad un judoka sovietico, stavolta Vitaly Pesniak, mentre ai Mondiali di Mosca che si svolgono ad ottobre del medesimo anno, sfiora il podio, classificandosi quinto, con il successo che arride al tedesco orientale Detlef Ultsch.

In vista dell’appuntamento clou della stagione seguente, ovvero le Olimpiadi di Los Angeles ’84, i Campionati Europei di inizio maggio a Liegi lo vedono salire sul gradino più basso del podio, nel mentre la vittoria arride ancora a Pesniak, che supera in Finale il rappresentante della Germania Est Roland Borawski, atleti che, chiaramente, non possono partecipare ai Giochi californiani per i ricordati motivi …

Ma, anche in assenza dei forti esponenti della Scuola dell’Europa Orientale, il campo dei partecipanti è pur sempre di primissimo livello, visto che sono iscritti nella Categoria dei Pesi Medi proprio gli altri tre medagliati della Rassegna Iridata dell’anno precedente, vale a dire l’argento francese Fabien Canu, oltre al giapponese Seiki Nose (già argento ai Mondiali di Maastricht ’81) e l’americano Robert Berland, che si erano divisi la terza piazza …

Con quest’ultimo a poter contare sul vantaggio di gareggiare nel proprio Paese, lo stesso raggiunge la Finale per l’Oro avendo la meglio in semifinale ai punti sul brasiliano Walter Carmona, ma nella parte alta del Tabellone il cammino di Seisenbacher ha dell’impressionante, visto che si aggiudica i suoi quattro incontri tutti per “ippon (l’equivalente del ko nel Pugilato …) ed a farne le spese sono, in rapida sequenza, lo jugoslavo Stanko Lopatic (che resiste 1’31”), il cinese Chang (addirittura sconfitto dopo 0’45” …!!), per poi toccare identico destino sia a Nose (4’23”) che a Canu, che deve arrendersi dopo 2’01” …

Una tale ecatombe di possibili pretendenti alla medaglia d’Oro, fa sì che il beniamino di casa Berland – indubbiamente favorito dalla composizione dei due Gruppi – non possa certo affrontare a cuor leggero il massiccio austriaco (m.1,86 per 86kg.), che difatti lo schiena dopo appena 2’26” per divenire il primo (e sinora unico …) rappresentante del proprio Paese a conquistare la medaglia d’Oro nel Judo.

Il ritorno dell’Austria nel Medagliere olimpico – l’ultimo Oro risaliva ai Giochi di Roma ’60, quando era toccato ad Hubert Hammerer trionfare nel tiro con la carabina da tre posizioni – fa sì che Seisenbacher venga eletto “Atleta dell’anno” a fine stagione, succedendo ad un “Mito dello Sci” quale il discesista Franz Klammer, titolo che replica anche l’anno successivo, allorché si afferma ai Campionati Mondiali di fine settembre ’85 a Seul, dopo aver conquistato il bronzo alla Rassegna Continentale di Hamar.

E se il successo olimpico poteva dare adito a qualche perplessità circa l’assenza degli esponenti dell’Europa Orientale, stavolta il 25enne viennese fuga ogni dubbio, dato che in semifinale ha la meglio sul più volte ricordato Pesniak, per poi all’atto conclusivo prendersi la rivincita sul bulgaro Georghi Petrov, che lo aveva sconfitto nel Quarto di Finale ai Campionati Europei.

Oramai divenuto senza mezzi termini “l’uomo da battere” nella sua Categoria, l’anno seguente, in occasione degli Europei di Belgrado, Seisenbacher vuole “strafare e, non contento di essersi aggiudicato il suo unico titolo continentale battendo in Finale l’olandese Ben Spijkers, si iscrive anche alla “Categoria Open” (ovvero senza limiti di peso), in cui raggiunge comunque l’atto conclusivo, cedendo solo al tedesco orientale Henry Stohr, a propria volta argento nei Pesi Massimi.

L’obiettivo dichiarato del judoka austriaco è quello di tentare il bis olimpico, in vista del quale non va però oltre due medaglie di bronzo alle Rassegne Continentali di Parigi ’87 (sconfitto in semifinale dal britannico Densign White (già quinto a Los Angeles) e di Pamplona ’88, dove divide il gradino più basso del podio con Spijkers, mentre la sfida per l’Oro vede prevalere Canu su White, così confermando l’esito della Finale dell’anno precedente.

Non si può pertanto dire che Seisenbacher si presenti alle Olimpiadi di Seul ’88 in veste di grande favorito, pur restando un elemento da tener d’occhio, anche se i favori del pronostico sono più orientati sul più volte citato francese Canu che, oltre ai due successi continentali, può vantare anche il titolo iridato conquistato ai Mondiali di Essen, superando in Finale, curiosamente, proprio quel nordcoreano Pak Jong-Chol che aveva inflitto all’austriaco la sconfitta all’esordio a Mosca 1980 …

Con nella Poule A inseriti sia Spijkers che White, oltre al sempre valido ungherese Janos Gyani, ad emergere vittorioso e qualificato per la Finale è il sovietico Vladimir Shestakov, il quale ai Quarti supera il britannico per yusei-gachi (superiorità) ed in semifinale l’olandese per koka, ovvero ai punti, ma con un minor divario rispetto allo yuko …

Al Campione olimpico in carica, viceversa, toccano nella Poule B due “clienti” di tutto rispetto, vale a dire il giapponese Akinobu Osako ed il plurimedagliato a livello europeo e mondiale Canu, icona del Judo transalpino, ritrovandosi ad affrontare quest’ultimo dopo essersi sbarazzato in meno di 2’ complessivi del portoricano Jorge Bonnet e dell’idolo di casa, il sudcoreano Kim Seung-Gyu …

La sfida con il coetaneo francese (nato esattamente un mese dopo, il 23 aprile 1960) rappresenta la svolta del Torneo olimpico, con l’austriaco a prevalere di misura per yuko, stessa sorte riservata in semifinale ad Osako, reduce dall’aver schienato in 2’26” il cinese Liu Junlin …

L’appuntamento con la Gloria”, che lo consegnerebbe ai posteri della Disciplina è dunque fissato per il tardo pomeriggio del 29 settembre 1988 contro Shestakov, il quale non riesce a mettere in difficoltà l’austriaco, con Seisenbacher a sedersi per la seconda volta consecutiva sul “Trono di Olimpia” affermandosi grazie alla superiorità dimostrata sul tatami e sancita dai Giudici con lo yusei-gachi che ne decreta la vittoria.

Quello di Seul è l’ultimo incontro disputato da Seisenbacher, che si ritira dall’attività a 28 anni dopo essere stato per la terza volta eletto quale “Atleta austriaco dell’anno”, per dedicarsi all’attività di allenatore, con la speranza di forgiare altri atleti in grado di ben figurare nel panorama olimpico.

Ed i primi risultati iniziano a giungere con Patrick Reiter che, pur non conquistando alcun alloro olimpico, è comunque capace di aggiudicarsi gli Europei di Birmingham ’95 nella Categoria sino a 78kg., cui unisce altri tre bronzi continentali e due iridati, questi ultimi ai Mondiali di Chiba ’95 e di Parigi ’97, in entrambi i casi uniche medaglie conquistate dall’Austria.

Con l’inizio del nuovo Secolo a brillare è la stella del superleggero Ludwig Paischer, il quale fa incetta di medaglie agli Europei – 2 Ori (2004 e ’08), un argento (2005) e tre bronzi (2003, ’06 e ’09) – a cui unisce l’argento ed il bronzo iridato (rispettivamente al Cairo ’05 ed a Rio de Janeiro ’07) e, soprattutto, l’argento olimpico ai Giochi di Seul ’08, secondo miglior risultato ottenuto da un judoka austriaco dopo le imprese di Seisenbacher.

Tecnico austriaco che nel 2009 si trasferisce in Georgia sino al 2012 per svolgere le mansioni di responsabile della Nazionale, che con lui ottiene un bronzo ai Mondiali di Parigi 2011 e la medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Londra 2012 grazie a Lasha Shavdatuashvili che si afferma nei Pesi mezzi leggeri, oltre a due Ori, 3 argenti e 4 bronzi ai Campionati Europei.

Nonostante questi ottimi risultati, Seisenbacher si allontana ancora di più dal suo Paese di origine, andando a prestare servizio in Azerbaijan, una decisione apparentemente incomprensibile, ma che anticipa una triste realtà che prende definitivamente corpo l’anno seguente, nel 2014 …

Dopo anni, difatti, in cui circolavano alcune voci sulla condotta del Campione austriaco, nel giugno 2014 alcune donne presentano denuncia penale contro di lui con l’accusa di averle violentate quando erano ancora minorenni od addirittura bambine …

Sulla scorta delle relative indagini, ad inizio ottobre 2016 Seisenbacher viene formalmente accusato dalla Procura di Vienna dello stupro di due ragazze appena 14enni all’epoca dei fatti – risalenti al periodo tra il 1999 ed il 2002 in cui allenava presso un Club di Judo di Vienna – e di un altro tentativo, fortunatamente non andato a buon fine, nei confronti di una ragazza di 16 anni.

La prima delle due ragazze aveva addirittura solo 11 anni allorché nel 1999 Seisenbacher avrebbe iniziato ad abusare di lei, atti poi perpetrati sino al 2001, mentre il secondo caso si riferisce al 2004 ed il tentativo fallito si sarebbe verificato nel 2001 in Croazia durante un periodo di allenamento.

Ovviamente, trattandosi di un personaggio di elevata notorietà in Patria, le indagini sono state molto accurate e minuziose, e l’accusa formale è stata mossa solo dopo aver ascoltato le testimonianze di molte sue ex allieve, con conseguente fissazione al dicembre 2016 del relativo processo.

Ma la più evidente prova di colpevolezza la fornisce lo stesso ex Campione Olimpico, allorché non si presenta alle udienze in Tribunale rifugiandosi all’estero, circostanza che lo fa divenire un ricercato a tutti gli effetti con spiccato a suo carico un mandato di cattura internazionale, con l’Interpol a mettersi sulle sue tracce in Europa, Kazakistan, Stati Uniti e persino Dubai …

Considerato un soggetto pericoloso, Seisenbacher riesce a sfuggire alla cattura per oltre sei mesi, sino a che viene individuato ed arrestato da una Squadra Speciale americana il 2 agosto 2017 a Kiev, Capitale dell’Ucraina, dove è attualmente in prigione in attesa di essere estradato in Austria e sottoposto a regolare processo, per il quale, se ritenuto colpevole, rischia sino a 10 anni di carcere …

Davvero il modo peggiore per finire, come suole dirsi, “dagli altari alla polvere …” …

 

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A SYDNEY 2000 LA RUSSIA VINCE L’ORO DELLA PALLAMANO SUCCEDENDO AD URSS E CSI

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Una fase della finale tra Russia e Svezia – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Dopo che la pallamano era apparsa provvisoriamente quale disciplina olimpica ai Giochi di Berlino del 1936 per poi tornare, in via definitiva e sempre in Germania, nell’edizione a cinque cerchi di Monaco 1972, l’Unione Sovietica (1976 e 1988) al pari della Jugoslavia (1972 appunto e 1984) avevano confermato il dominio dei Paesi dell’Est, perpetrato poi, complice la dissoluzione delle due identità unificate, dalla Comunità degli Stati Indipendenti a Barcellona 1992 e dalla Croazia ad Atlanta 1996.

Russi e slavi, pertanto, sono praticamente pari, tre titoli a testa, e dunque la prima edizione delle Olimpiadi del Nuovo Millennio, a Sydney 2000, rappresenta, nel caso in cui non riescano ad inserirsi formazioni di nuova e più recente tradizione, quali saranno successivamente Francia e Danimarca, oppure la Svezia che è detentrice del titolo mondiale, una sorta di spareggio per stabilire quale delle due si meriti il titolo di scuola-guida della pallamano, almeno per quel che riguarda l’arengo olimpico.

In Australia il torneo di pallamano va in scena al Pavillon 2 de l’Exhibition Complex e al Dome, di Sydney, dal 16 settembre al 1 ottobre. Partecipano all’evento dodici squadre, ovvero le prime sette classificate dei Mondiali del 1999 disputato in Egitto (la Svezia campione, la Russia finalista, la Jugoslavia (che gareggia ancora) medaglia di bronzo, Spagna, Germania, Francia e lo stesso Egitto che occupano le posizioni dal quarto al settimo posto), più l’Australia organizzatrice dei Giochi, la Tunisia che ha vinto il torneo di qualificazione africano, Corea del Sud e Cuba che sono campioni asiatici e panamericani, infine la Slovenia, quinta agli Europei dopo un’accesa sfida con la Croazia, detentrice del titolo olimpico, che dopo il decimo posto ai Mondiali, cede di misura 25-24 ed è la prima esclusa dalla kermesse a cinque cerchi.

Le favorite alle medaglie non hanno eccessivi problemi a superare la prima fase, con la Russia che chiude al comando il girone A con quattro vittorie ed una sola sconfitta (23-25 con la Germania), davanti a Jugoslavia, la stessa Germania ed Egitto che accedono ai quarti, mentre i campioni del mondo della Svezia conquistano cinque vittorie nelle cinque partite del girone B, compresi i successi di misura con Francia, 24-23, e Spagna, 28-27, che a loro volta accedono al tabellone finale insieme alla Slovenia.

Ai quarti di finale la Russia domina la Slovenia, 33-22, così come la Jugoslavia, trascinata da quel Dragan Skrbic che verrà eletto miglior giocatore dell’anno 2000, ha la meglio della Francia, 26-21 dopo che i transalpini si erano resi protagonisti di un avvio promettente portandosi sul 5-2, con la Svezia che elimina l’Egitto, 27-23, e la Spagna che regola la Germania 27-26 grazie ad una rete decisiva, la nona personale nel match, di Rafael Guijosa. In semifinale, pertanto, si ritrovano esattamente le stesse quattro squadre che hanno occupato i quattro primi posti ai Mondiali dell’anno precedente.

Ancora una volta Russia e Svezia si rivelano le due formazioni più forti, vincendo rispettivamente con la Jugoslavia, 29-26 grazie a 9 reti di Eduard Kokcharov, e con la Spagna, 32-25 con 7 reti di Stefan Lovgren, trovandosi così avversarie anche per la vittoria olimpica.

Ma stavolta il risultato premia i russi, e per gli scandinavi, probabilmente una delle squadre più forti della storia della pallamano, la maledizione delle Olimpiadi continua, dopo la medaglia d’argento sia a Barcellona 1992 che ad Atlanta 1996. La Svezia, infatti, chiude in vantaggio il primo tempo, 14-13 grazie a Ljubomir Vranjes che infine con otto segnature sarà il miglior marcatore della serata, prende un doppio vantaggio ad inizio ripresa ma come d’incanto si inceppa, così come il suo bomber Stefan Lovgren, autore di sole tre reti su undici tentativi (chiuderà comunque come miglior marcatore del torneo con 51 reti). La Russia piazza un parziale clamoroso di 7-0, vola sul 21-16 e grazie anche alle parate di Andrei Lavrov, che dà gran conforto alle sette reti di Aleksandr Tuchkin, si impone infine con il punteggio di 28-26. Per l’estremo difensore è la terza medaglia d’oro, dopo quelle conquistate con l’Urss nel 1988 a Seul e con la CSI nel 1992 a Barcellona.

La Russia vince dunque le Olimpiadi vendicando la sconfitta del Mondiali, mentre sul terzo gradino del podio sale invece la Spagna che a sua volta ribalta il risultato della rassegna iridata battendo la Jugoslavia per 26-22, dopo aver chiuso in svantaggio il primo tempo per 12-9. E così, dopo Urss e Comunità degli Stati Indipendenti, la Russia allunga l’ombra della falce e martello, perpetrando la tradizione che la elegge nazione-guida della pallamano anche se… anche se la Croazia, quattro anni dopo, pareggerà il conto!

GLI OSTACOLI D’ORO DI TOMMASO LEQUIO DI ASSABA AD ANVERSA 1920

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Tommaso Lequio di Assaba – da users.telenet.be

articolo di Nicola Pucci

L’equitazione italiana conosce il primo momento di gloria della sua storia alle Olimpiadi di Anversa del 1920, con la medaglia d’oro nel concorso di salto ad ostacoli individuale di Tommaso Lequio di Assaba.

La competizione è programmata per il 12 settembre allo Stadio Olimpico, e Lequio, che ha assunto il cognome onorifico di Assaba grazie ad un’impresa nella campagna di Libia del padre Clemente che il 23 marzo 1913 sconfisse i berberi condotti da Suleiman El Barhuni, non è tra i favoriti, ruolo che spetta invece a Ruggero Ubertalli, che l’anno prima ha vinto i Giochi Interalleati che si sono tenuti a Parigi.

Proprio questa manifestazione è il test più attendibile per valutare le credenziali dei partecipanti alle Olimpiadi, in quanto nessuno dei concorrenti in lizza ha preso parte all’edizione del 1912. Ma se Ubertalli delude le attese chiudendo solo in diciassettesima posizione, i due compagni di squadra Lequio, ufficiale di cavalleria pluridecorato al valor militare sia nella Prima che nella Seconda Guerra Mondiale, che ai Giochi Interalleati era assente, e Alessandro Valerio, lo rimpiazzano egregiamente, tanto da occupare le prime due posizioni del podio.

Tommaso Lequio, che monta il fedele Trebecco che lo accompagnerà per tutta la carriera, chiude con 2 penalità, anticipando Valerio su Cento, che ha 3 penalità. Terzo si classifica lo svedese Carl Gustaf Lewenhaupt, cavaliere di nobili origini e rappresentante di una scuola, appunto quella scandinava, di grande tradizione e che ad Anversa vince quattro delle sette gare in programma.

Nato a Cuneo il 21 ottobre 1893, Tommaso Lequio di Assaba vince la prima medaglia d’oro per l’Italia nell’equitazione, specialità che ad Anversa regala, oltre all’argento di Valerio, anche il bronzo di Ettore Caffaratti nel concorso completo individuale, battuto proprio dagli svedesi Helmer Morner e Age Lundstrom, mentre le prove a squadre di salto ad ostacoli e di concorso completo vedono l’Italia classificarsi ancora sul podio, terza e seconda, per un totale di cinque medaglie, le prime di una lunga serie.

E di questa serie Tommaso Lequio di Assaba è parte integrante, se è vero che quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Parigi del 1924, salirà nuovamente sul podio, argento nel salto ad ostacoli individuale alle spalle dello svizzero Alphonse Gemuseus, e bronzo nella prova a squadre.

LA CONSACRAZIONE OLIMPICA DI ANDREA BENELLI NELLO SKEET AD ATENE 2004

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Andrea Benelli ad Atene 2004 – da iltiro.com

articolo di Giovanni Manenti

La tradizione italiana nel tiro a volo, sia “piattello fossa” che “piattello skeet“, si conferma anche ai Giochi di Atene 2004, dove il 44enne fiorentino Andrea Benelli trova la consacrazione olimpica ad una grande carriera.

Già bronzo nella specialità dello skeet ad Atlanta 1996 nella gara vinta dall’altro azzurro Ennio Falco e quinto a Sydney 2000, Benelli ha già collezionato – oltre a sei titoli a squadre – due ori mondiali individuali a Valencia nel 1987, quando prevale sull’americano Matthew Dryke e sul cubano Guillermo Alfredo Torres, e a Mosca nel 1990, dove batte il cubano Servando Puldon e il sovietico Tomas Imnaichvili, con l’aggiunta di un argento nel 1986 a Suhl alle spalle dello stesso Dryke e di un bronzo nel 1999 a Tampere quando sale sul gradino più basso del podio accanto al pugliese Pietro Genga e all’inglese Drew Harvey, tal che si deduce che alla propria collezione mancherebbe proprio l’oro olimpico come degna conclusione di una irripetibile carriera.

Vi è da dire che la competizione che si svolge il 21 ed il 22 agosto al Centro Olimpico di Tiro “Marco Polo” di Atene è una delle più avvincenti ed emozionanti nella storia dei Giochi per l’elevata precisione dei concorrenti, prova ne sia che nelle cinque serie che qualificano i primi sei per i colpi di finale, il finlandese Marko Kemppainen compie “percorso netto“, centrando 125 piattelli su 125, con ciò eguagliando il record olimpico e mondiale, con Benelli che ne fallisce appena uno nella serie iniziale, buon viatico per la finale del giorno dopo, alla quale – dopo due turni di spareggio poiché vi era una parità a cinque a quota 122 – accedono anche Dulohery (Usa), Rodríguez (Cuba), Al-Attiyah (Qatar) ed il norvegese Jensen, che nella seconda serie di spareggi elimina il “cugino” danese Nielsen.

Forse, per Jensen, sarebbe stato meglio lasciare il posto al rivale, dato che nella finale del 22 agosto è l’unico a commettere due errori, finendo al sesto posto con 145 piattelli complessivamente colpiti, mentre non falliscono neppure un piattello Dulohery, Rodríguez ed Al-Attiyah, per i quali i 2 e 3 colpi di ritardo da Benelli e Kemppainen sono un divario incolmabile a questi livelli, dovendo pertanto sfidarsi agli spareggi per l’assegnazione del bronzo (avendo tutti e tre concluso la prova con 147 su 150), che premiano il cubano, unico a non commettere errori anche nei 10 piattelli aggiuntivi.

La corsa all’oro vede viceversa Benelli approfittare dell’unico errore commesso da Kemppainen e, con una serie di 25 su 25, lo raggiunge in testa alla classifica, entrambi con un fantastico “score” di 149 piattelli centrati su 150 (!!!), il che determina la disputa di uno spareggio con una prima serie di 5 piattelli.

E qui, Benelli, fiorentino classe 1960 e che all’appuntamento a cinque cerchi ellenico ha ormai 44 anni, corona il proprio sogno mantenendo la giusta freddezza per non fallire mai rispetto ad un unico errore del finlandese, potendo così liberarsi in una gioia irrefrenabile, consapevole di aver messo il classico “punto esclamativo” ad una carriera esemplare, che lo aveva visto già oro a squadre ai Mondiali di Tucuman del 1981 e competere ai Giochi fin da Seul 1988, quando fu 20esimo. Lunga la strada verso la gloria olimpica, vero?

IL DOPPIO BADMINTON D’ORO ALLE OLIMPIADI 2004 E 2008 DI ZHANG NING

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Zhang Ning alle Olimpiadi di Pechino del 2008 – da chinadaily.com.cn

articolo di Nicola Pucci

Siamo sinceri: tra i tanti sport che trovano spazio in sede olimpica, e solo ogni quattro anni assurgono agli onori della cronaca per poi tornare nel limbo fino all’edizione successiva dei Giochi, il badminton è indubbiamente tra i più avvincenti e seguiti. Sarà per quel suo essere in parte simile a tennis e volley, discipline che hanno pratica e visibilità a livello planetario, sarà perché trova risoluzione nel testa-a-testa individuale ed immediato, senza calcoli di sorta, che è proprio l’emblema dello spirito decoubertiano, sarà perché ha comunque storia recente e come tutte le novità, avvince. Fatto è che il badminton ha quella bella storia sportiva da raccontare.

Ad esempio. Dopo essere apparso quale sport dimostrativo alle Olimpiadi di Monaco del 1972 quando a vincere, in campo maschile, fu l’indonesiano Rudy Hartono e, in campo femminile, la giapponese Noriko Nakayama, ecco che solo venti anni dopo, a far data Olimpiadi di Barcellona 1992, il badminton trova accoglienza definitiva nell’arengo a cinque cerchi, proprio con due indonesiani, Alan Budikusuma e Susi Susanti, ad aver l’enorme onore di essere i primi due atleti a salire sul gradino più alto del podio. E se nel doppio la Corea del Sud fa subito doppietta, bisogna attendere il Nuovo Millennio per applaudire infine la Cina capace di cogliere l’oro nella prova individuale quando Ji Xinpeng si impone tra gli uomini a Sydney 2000 e Gong Zhichao fa altrettanto tra le donne, avviando un dominio che ad oggi, che di anni ne sono passati quasi altri venti, ha concesso di intromettersi solo all’indonesiano Taufik Hidayat ad Atene 2004 e alla spagnola Carolina Marin a Rio de Janeiro 2016.

Cina dunque che ormai è il paese di riferimento del badminton, e se i maschietti celebrano il talento di Lin Dan, che ha fatto doppietta ai Giochi del 2008 e del 2012, ecco che tra le ragazze sale al proscenio Zhang Ning, vera, e non presunta tale, fuoriclasse della disciplina.

Classe 1975, la Ning appare ai vertici già ai Mondiali di Birmingham del 2003, quando supera in finale con un netto 11-6 11-3 la connazionale Gong Ruina, detentrice del titolo conquistato due anni prima a Siviglia quando la Ning terminò terza. E sull’onda lunga del successo iridato, la cinese si presenta ai Giochi di Atene del 2004 con i favori del pronostico, da spartire proprio con la Ruina, rischiando al primo turno con la svedese Marina Andrievskaya, che gli strappa il primo set, superando l’inglese Kelly Morgan al secondo turno, 11-8 11-6, soffrendo ancora con Wang Chen, giocatrice di Hong Kong, abile a sua volta a vincere il primo set per poi cedere alla distanza, dominando la connazionale Zhou Mi, 11-6 11-4, in semifinale, per arrampicarsi così in finale dove ad attenderla, invece dell’amica/rivale Ruina per una riedizione della sfida mondiale, trova l’olandese Mia Audina che ha demolito la cinese con un clamoroso ed inatteso 11-4 11-2. Ed all’atto conclusivo, alla Goudi Olympic Hall, la giocatrice “orange” sembra poter concedere il bis, facendo suo il primo set, 11-8, prima che la Zhang Ning salga decisamente in cattedra con la rimonta, 11-6 11-7, che gli regala la prima medaglia d’oro olimpica.

Già, dunque, trionfatrice ad Atene, la Ning punta il mirino sull’appuntamento casalingo delle Olimpiadi di Pechino del 2008 con il dichiarato intento di concedere il bis. Nel quadriennio post-olimpico la Zhang Ning però ha fallito l’assalto alla vittoria nelle tre edizioni dei Campionati del Mondo disputati, argento ad Anaheim nel 2005 battuta da Xie Xingfang, che bissa il successo anche a Madrid nel 2006 sempre contro la Ning, e bronzo a Kuala Lumpur nel 2007, dove ha trovato sulla sua strada la Wang Chen, che l’estromette in semifinale, perdendo poi a sua volta in finale con l’ennesima cinese del lotto capace di salire sul tetto del mondo, Zhu Lin. Insomma, la Ning ha gran voglia di riscattarsi.

Le stesse Xie Xingfang e Zhang Ning sono comunque le due pretendenti più autorevoli alla vittoria a Pechino 2008, capeggiando il tabellone in qualità di prime due teste di serie, con l’altra cinese Lu Lan, pure lei bronzo a Kuala Lumpur, numero 3 del seeding, e la Wang Chen, appunto argento iridato e che fu battuta ad Atene ai quarti dalla Zhang Ning, testa di serie numero 4. Esentate dal primo turno che vede l’eliminazione dell’unica azzurra in gara, Agnese Allegrini, battuta due set a zero (21-15 21-11) dall’ucraina Larisa Griga, Xie Xingfang e Zhang Ning entrano in gara ai sedicesimi di finale, ma se la prima travolge 21-1 21-9 (!!!) la rappresentante di Taipei Shao-Chieh, la seconda perde addirittura il primo set con la thailandese Ponsana, imponendosi in rimonta con il punteggio di 21-23 21-17 21-7. La bielorussa Konon e la coreana Jae-Youn cedono il passo agli ottavi, senza opporre particolare resistenza, mentre ai quarti di finale Xie Xingfang batte la tedesca Xu Huainwen, di chiare origini cinesi e numero 7 del tabellone, dopo due set sofferti, 21-19 22-20, e la Zhang Ning ha la meglio della francese Pi Hongyan, altra “oriunda” nata in Cina e quinta testa di serie, che si arrende dopo un match tirato solo 21-19 al terzo set.

Alle semifinali si presentano così le tre prime teste di serie, con la Lu Lan che dopo aver vinto il primo set contro la Xie Xingfang si spenge alla distanza perdendo nettamente secondo e terzo set, mentre l’indonesiana Maria Kristin Yulianti, non comprese tra le prime otto del tabellone e sorprendente vincitrice al terzo turno della danese Rasmussen, incrocia la detentrice del titolo, venendone sconfitta con un duplice 21-15. Si consolerà vincendo la finale per la medaglia di bronzo, battendo la Lu Lan al terzo set e negando così un podio tutto cinese.

All’atto finale, infatti, sono puntuali le due grandi favorite, ed è l’occasione per la Zhang Ning non solo di riscattare le due sconfitte sofferte ai Mondiali del 2005 e del 2006, ma anche di confermarsi campionessa olimpica. Dopo aver vinto agevolmente il primo set per 21-12, altrettanto rapidamente la Zhang Ning perde il secondo parziale, 21-10, rimandando la soluzione definitiva al terzo set. Qui le due atlete danno il meglio di loro stesse, la sfida è appassionante ma quando i punti sono pesanti è la mano della Zhang Ning a non tremare, chiudendo con il punteggio di 21-18 e mettendosi così al collo la seconda medaglia d’oro olimpica in singolare di una carriera memorabile. Che a Pechino arriva al capolinea, come da lei già annunciato prima dei Giochi.

E se ad oggi la Zhang Ning, due volte regina d’Olimpia, viene considerata la più grande di sempre, beh, non mi sembra davvero che sia un’affermazione blasfema.

A PECHINO 2008 LA PRIMA VOLTA DELLA FRANCIA SUL TRONO OLIMPICO DELLA PALLAMANO

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Un’azione di gioco di Daniel Narcisse – da repubblica.it

articolo di Nicola Pucci

Già due volte campione del mondo, nel 1995 in Islanda e nel 2001 davanti al pubblico amico, nonché detentrice del titolo europeo in carica per la vittoria alla rassegna continentale in Svizzera nel 2006, la Francia della pallamano manca di celebrare nel migliore dei modi la corona più ambita, quella olimpica, vantando in sede a cinque cerchi una sola medaglia di bronzo alla prima partecipazione, a Barcellona 1992. Bisogna dunque colmare il gap con le formazioni più blasonate, e il 2008 è l’anno giusto.

Il National Indoor Stadium di Pechino accoglie le dodici squadre che partecipano al torneo di pallamano alle Olimpiadi del 2008. I Giochi pechinesi sono attesi con grande curiosità, visto l’equilibrio e l’alternarsi della nazionali capaci di primeggiare nelle grandi manifestazioni internazionali, se è vero che da quando la Croazia vinse il titolo ai Giochi di Atene del 2004, battendo in finale la Germania, nel quadriennio successivo le due edizioni dei Mondiali del 2005 e del 2007 e degli Europei del 2006 e del 2008 hanno visto il trionfo di Spagna e Germania nella kermesse iridata, di Francia appunto e Danimarca nell’evento continentale.

E proprio queste sono le favorite a Pechino, a conferma del dominio nella specialità delle squadre europee, con la sola Corea del Sud, tra i paesi extraeuropei, capace di salire sul podio olimpico nella rassegna casalinga di Seul del 1988 e che, assieme alla Cina padrona di casa e al Brasile e all’Egitto che rappresentano Sudamerica e Africa, proverà a scombussolare i piani delle formazioni più attrezzate.

Il gruppo A, però, boccia proprio Cina e Brasile, che chiudono agli ultimi due posti rimanendo escluse dai quarti finali ai quali accedono, invece, la Francia, nonostante la sua stella Jerome Fernandez subisca la frattura del terzo metacarpo nel match con la Croazia e sia costretto a lasciare il torneo, che totalizza quattro vittorie ed un pareggio all’ultimo turno con la Polonia, che termina al secondo posto, 30-30 grazie a 8 reti di Nikola Karabatic, mentre Croazia e Spagna, trascinata dal bomber Juan Garcia, che sarà miglior realizzatore dei Giochi con 49 reti, si assicurano a loro volta il passaggio alla fase ad eliminazione diretta.

Il gruppo B è decisamente equilibrato e combattuto, con la Corea del Sud che chiude in testa con sei punti, frutto di tre vittorie e due sconfitte, al pari di Danimarca e Islanda, che ha in Snorri Gudjonsson e Gudjon Valur Sigurdsson una coppia capace di segnare ben 91 reti nel torneo. Russia e Germania terminano appaiate a quota cinque punti, ma i tedeschi, campioni del mondo in carica e vice-campioni olimpici, pagano dazio ad una peggior differenza reti e con la sconfitta con la Danimarca all’ultima partita del girone, 27-21, escono a testa bassa dalla competizione.

Ai quarti di finale la Francia si conferma in gran forma battendo proprio la Russia, 27-24 grazie a 9 reti di uno scatenato Daniel Narcisse, con la Croazia che prosegue nella sua difesa del titolo superando la Danimarca, 26-24 con 7 reti di Goran Sprem, l’Islanda che spenge le fresche illusioni della Polonia, 32-30 con Alexander Petersson che si guadagna la palma di match-winner con 6 reti, e la Spagna che boccia la Corea del Sud, netto 29-24 dopo un primo tempo equilibrato, con Albert Rocas sugli scudi con 8 reti.

In semifinale, dunque, quattro squadre europee, e nel primo match la Francia ferma la corsa verso il bis olimpico della Croazia imponendosi 25-23 grazie a 6 reti di Cedric Burdet e del solito Narcisse e le parate di Thierry Omeyer, che sarà poi premiato come miglior portiere della rassegna. Non bastano alla Spagna, invece, le 7 reti di Rocas per venire a capo di un’ottima Islanda, che si impone alla distanza con un netto 36-30 e va in finale a giocarsi la medaglia d’oro con la Francia.

All’atto decisivo non c’è storia, la Francia, decisamente la squadra più forte del torneo tanto da aver vinto sette delle otto partite disputate, accumula già nel primo tempo un vantaggio consistente, 15-10 grazie alle 8 reti di Karabatic e al contributo di un ottimo Bertrand Gille, per poi amministrare nella ripresa e chiudere con il punteggio di 28-23 che vale il primo trionfo ai Giochi per i transalpini, capitanati da Olivier Girault e che, in precedenza, potevano vantare, come ricordato, solo un bronzo alle Olimpiadi di Barcellona del 1992. La Spagna chiude sul terzo gradino del podio dopo aver battuto 35-29 la Croazia.

C’è sempre una prima volta, no? Anche perché poi la Francia, quattro anni dopo a Londra, avendoci ormai preso gusto bisserà l’alloro olimpico

DAVID DOUILLET, IL JUDOKA FRANCESE TERRORE DEI GIAPPONESI

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David Douillet – da:tourisme-canton-brehal.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando si fa riferimento ad una pratica sportiva, per associazione di idee viene alla mente il Paese in cui la stessa è nata oppure è maggiormente praticata, così ad esempio se si pensa al Rugby è evidente che il primo ricordo non possa che andare alla Gran Bretagna, al pari del Basket per il quale la relativa culla sono gli Stati Uniti …

Per il Judo, arte marziale che è stata introdotta nel programma olimpico a far tempo dai Giochi di Tokyo 1964, è sin troppo evidente che non ci possa staccare dal Giappone, Nazione in cui onore lo stesso ha potuto entrare a far parte della Rassegna a cinque cerchi, e, difatti, sono gli atleti del Sol Levante a vantare il maggior numero di medaglie conquistate, per un totale di 84 di cui ben 39 d’Oro …

Paesi asiatici che fanno bella mostra di sé anche con la Corea del Sud e la Cina – rispettivamente terza e quarta nel computo degli allori olimpici, con 43 e 22 medaglie al loro conto – ma vi è anche una Nazione occidentale in grado di contrastarne il dominio, e questa è la Francia, dove il judo rappresenta il fiore all’occhiello rispetto ad altre forme di combattimento.

Valga la pena, al proposito, ricordare come, in sole 13 occasioni che tale arte marziale si è disputata ai Giochi, gli atleti transalpini hanno conquistato 49 medaglie (14 Ori, 10 argenti e 25 bronzi), rispetto alle 26 ottenute (6 Ori, 9 argenti ed 11 bronzi) ottenute nel Pugilato, ma a fronte di 24 partecipazioni, per non parlare delle appena 18 occasioni (4 Ori, altrettanti argenti e 10 bronzi) in cui un francese è salito sul podio nella Lotta (sia libera che greco-romana), pur in questo caso partecipando a 24 edizioni …

In particolare, nella Categoria dei Pesi Massimi – la più importante, alla stessa stregua  di quanto avviene nel Pugilato – il conto delle medaglie d’Oro è di assoluta parità con 5 vittoria a testa tra francesi e nipponici, pur rilevando, per onestà, che il successo di Angelo Parisi ai Giochi di Mosca ’80 sia stato facilitato dall’assenza del fuoriclasse giapponese dell’epoca, ovvero Yasuhiro Yamashita, impossibilitato a gareggiare per l’adesione del proprio Paese al boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter …

Ma, una volta che le ingerenze politiche nello spirito olimpico sono venute meno, ed i giapponesi hanno potuto riprendere il loro dominio grazie ad atleti di assoluto livello quali Hitoshi Saito – Oro nei Pesi Massimi sia a Los Angeles ’84 (edizione in cui Yamashita si impone nella Categoria Open …) che a Seul ’88 – e Naoya Ogawa – argento a Barcellona ’92 ma tre volte consecutive Campione mondiale nella Categoria Open nel 1987, ’89 e ’91, oltre ad aver conquistato nelle edizione di Belgrado ’89 anche il titolo iridato nei Pesi Massimi – ecco che proprio nell’edizione catalana dei Giochi si profila il colosso transalpino capace di disturbare, e non poco, il sonno dei judoka giapponesi e dei loro allenatori …

Costui altri non è che David Douillet, nato il 17 febbraio 1969 a Rouen, in Normandia, una delle più affascinanti e caratteristiche città d’arte del Nord della Francia, il quale inizia a praticare arti marziali già all’età di 11 anni, in virtù di un fisico già imponente (m.1,80 per 80kg.) rispetto ai suoi coetanei, sotto la guida di Jacques Lemaitre che gli insegna i primi rudimenti del judo, disciplina per la quale dimostra una naturale predisposizione, tanto che nel 1986, allorché è appena 17enne, viene notato da Jean-Luc Rougé, gloria del Judo transalpino, grazie al quale ottiene l’inserimento all’INSEP (Institut National du Sport, de l’Expertise et de la Performance), centro di eccellenza per coloro che praticano Sport, sotto il diretto controllo dell’apposito Ministero.

Si vedeva benissimo”, ricorda Rougé, “come David fosse di una spanna superiore a tutti gli altri, e non appena ho avuto modo di assistere alle sue esibizioni sul tatami, ho immediatamente riservato un posto per lui all’INSEP, il Centro dell’elite degli atleti francesi …”, e non si può certo dire che la scelta non sia risultata quanto mai azzeccata …

Il “Ragazzone normanno”, difatti, raggiunti m.1,96 di altezza ed oscillando tra i 120 ed i 125 chili di peso, brucia le tappe, avendo altresì l’opportunità di allenarsi con il suo idolo Fabien Canu, Peso Medio già medagliato nelle Rassegne iridate e che, tra il 1987 ed il 1989, avrà modo di conquistare due titoli mondiali ad Essen ’87 e Belgrado ’89, oltre a tre corone europee consecutive a Parigi ’87, Pamplona ’88 ed Helsinki ’89.

Tale circostanza sprona il non ancora 20enne Douillet a dare il meglio di sé stesso, così che già nel 1988, dopo aver conquistato il titolo francese juniores, ottiene il terzo posto ai Campionati assoluti transalpini, piazzamento replicato l’anno seguente, al pari dei Campionati Europei Juniores, sconfitto dal solo tedesco Frank Borkowski, il tutto sempre nella Categoria dei Massimi, all’epoca per atleti oltre 95 chilogrammi.

I tempi stanno iniziando ad essere maturi affinché Douillet possa aspirare ai massimi palcoscenici internazionale ed il “passaporto” lo ottiene nella “Jigoro Kano Cup”, tradizionale appuntamento che si svolge annualmente a Tokyo, dove il 2 dicembre 1990 si arrende solo di fronte al già citato Ogawa nella Categoria Open, ovvero senza limiti di peso.

Superato “l’esame di laurea”, l’anno seguente è quello in cui il 22enne David inizia a farsi un nome sia in patria che all’estero, visto che a gennaio 1991 coglie il suo primo titolo francese seniores e quindi, presentatosi alla Rassegna Continentale di maggio a Praga, conquista il suo primo podio in una grande Manifestazione Internazionale, sconfitto ai quarti dal polacco Ralf Kubacki che lo esclude dal percorso verso la Finale, ma riscattandosi coi ripescaggi sino al successo sul rumeno Marian Grozea che gli vale la medaglia di bronzo.

Un mese dopo, a Nimes, Douillet arricchisce la propria bacheca con due medaglie d’argento – nelle rispettive categorie dei Pesi Massimi ed Open – ai Campionati Mondiali Militari per poi dedicarsi nel periodo invernale a preparare il primo grande obiettivo della sua carriera, vale a dire le Olimpiadi di Barcellona ’92.

Appuntamento al quale si avvicina, dapprima confermando il titolo nazionale e quindi presentandosi ai Campionati Europei che si svolgono proprio ad inizio maggio a Parigi, a poco più di due mesi dalla Rassegna catalana, dove ripete lo stesso percorso dell’anno precedente a Praga, subendo anche stavolta un’unica sconfitta ai Quarti contro il tedesco Frank Moller per poi giungere al bronzo con tre successive vittorie, culminate con il successo sul serbo Dmitar Milinkovic …

Presentatosi con fondate speranze di ben figurare alla sua prima esperienza ai Giochi, il judoka francese inizia nel migliore dei modi il suo percorso il 27 luglio 1992 al “Palau Blaugrana”, dove supera per ippon dopo 1’10” il britannico Elvis Gordon, per poi avanzare ai Quarti grazie alla squalifica per comportamento scorretto del tedesco Henry Stohr – argento olimpico quattro anni prima a Seul ’88 – e quindi accedere alla zona medaglie dopo aver sconfitto per ippon lo spagnolo Ernesto Perez …

La semifinale vede Douillet doversi confrontare con il quattro volte Campione mondiale Ogawa, il quale fa valere la maggiore esperienza aggiudicandosi l’incontro dopo 1’50” per ippon (una lezione che l’ancor giovane David metterà a frutto in futuro …), per poi comunque salvare il podio avendo la meglio sul cubano Frank Moreno Garcia, qualificatosi tramite ripescaggi, mentre, inaspettatamente, il favorito giapponese si fa sorprendere nella sfida per l’Oro dal georgiano David Khakhaleishvili per ippon dopo appena 1’04” dall’inizio del match.

Un esordio comunque più che soddisfacente per il 23enne normanno che punta, l’anno seguente, ai due appuntamenti principali della stagione, costituiti dalle Rassegne Continentale di Atene ’93 ad inizio maggio, cui segue quella iridata, in programma a fine settembre ad Hamilton, in Canada …

Nella Capitale greca, Douillet deve rendersi conto a proprie spese che il successo di Barcellona non era un episodio per Khakhaleishvili, contro il quale deve arrendersi nella Finale per il titolo dopo aver avuto la meglio, in semifinale, sul già citato, nonché Campione in carica, tedesco Moller, ragion per cui si presenta in Canada ben deciso a ricattarsi …

La Rassegna iridata di fine settembre rappresenta la svolta nella carriera di Douillet, avendo altresì modo di “saldare” diversi conti in sospeso, primo fra tutti con il polacco Kubacki che lo aveva sconfitto agli Europei ’91, superandolo in semifinale per poi consumare la più dolce delle rivincite sul ricordato Oro olimpico georgiano, sconfitto per waza-ari ad 1’30” dalla fine del match, divenendo così, a soli 24 anni, il primo francese a conquistare il titolo mondiale tra i Pesi Massimi.

Oramai una realtà nel panorama judoistico internazionale, Douillet si prepara a vivere il suo “Triennio magico”, dove non conosce rivali e chiunque abbia aspirazioni di vittoria deve “passare sul suo corpo”, impresa tutt’altro che facile, dimensioni corporee a parte …

Detentore del titolo iridato, ma ancora a secco a livello europeo, Douillet “colma la lacuna” in occasione dalla Rassegna Continentale ’94 che, come di consueto, ha luogo nel mese di maggio a Gdansk, in Polonia, dove l’idolo di casa Kubacki lo attende per la “resa dei conti”, visto che sinora è in vantaggio per due vittorie ad una, avendo sconfitto il francese anche l’8 marzo 1992 in Coppa del Mondo a Praga …

La prevista Finale tra i due favoriti non tradisce i pronostici, e Douillet non si lascia sfuggire l’opportunità di “pareggiare i conti” con il polacco, per l’ultima volta in cui hanno occasione di incontrarsi nelle rispettive carriere, per quello che, comunque, resta l’unico titolo europeo per il francese …

Ma l’oramai 26enne normanno ha ben altre aspirazioni e – dato che alle Olimpiadi è stata tolta dal programma la Categoria Open, restando la stessa solo a livello iridato – la sua voglia di primeggiare lo porta a cercare, in occasione dei Campionati Mondiali che si svolgono tra fine settembre ed inizio ottobre 1995 a Chiba, in Giappone, di emulare quanto già ottenuto dai citati Yamashita a Maastricht nel 1981 e da Ogawa a Belgrado nel 1989, ovverossia abbinare al titolo nei Pesi Massimi anche quello nella Categoria Open …

Riuscire poi a centrare una tale impresa proprio nel Paese dei Maestri di tale disciplina vi aggiungerebbe un valore doppio, ma nulla è impossibile per un Douillet oramai al top della condizione fisica ed avendo acquisito l’esperienza necessaria al riguardo, così che il 28 settembre ’95 manda in scena una dimostrazione di superiorità senza eguali, aggiudicandosi tutti gli incontri per ippon, di cui fanno le spese il più volte ricordato Ogawa, al pari dello spagnolo Lopez in semifinale, mentre ad arrendersi nell’incontro conclusivo è ancora il tedesco Moller, costretto a cedere in meno di due minuti.

Divenuto il secondo judoka transalpino a confermarsi Campione mondiale avendo eguagliato quanto compiuto dal suo idolo Canu a fine anni ’80, l’1 ottobre Douillet è pronto a tornare sul tatami per inseguire il sogno del doppio titolo iridato, obiettivo raggiunto con la schienata che immobilizza al suolo in Finale il russo Sergey Kosorotov, così da divenire il terzo atleta di ogni epoca a centrare una tale impresa, oltre ai già citati fuoriclasse nipponici.

Con un tale “biglietto da visita”, ovvio che tutti gli occhi siano puntati su Douillet in vista delle Olimpiadi di Atlanta 1996, l’unico grande alloro che ancora manca alla sua collezione, ed il tabellone lo inserisce nella parte alta, di cui fanno altresì parte sia Kubacki che Ogawa, nel mentre nella parte bassa a farsi preferire sono il ricordato spagnolo Perez e l’argento iridato Kosorotov, con il primo ad aver ragione negli ottavi di Moller, il quale compie poi un cammino immune da sconfitte che lo porta a giocarsi la medaglia di bronzo …

Douillet, dal canto suo, non ha difficoltà ad eliminare dapprima il belga Harry Van Barneveld e quindi il lussemburghese Igor Muller (il quale resiste appena 50” …) per poi costringere all’abbandono Eric Krieger nei Quarti prima di ritrovarsi di fronte in semifinale ancora Ogawa che, a propria volta, aveva superato Kubacki

E quella che è dagli addetti ai lavori classificata come una “Finale anticipata”, ma che consente ad uno solo dei due rivali di competere per l’Oro, tiene fede alle previsioni, con un incontro quanto mai, combattuto, incerto ed equilibrato che il francese si aggiudica per shido, ovvero supremazia decretata dall’arbitro, così da potersi, il 20 luglio 1996, presenta allo “Appuntamento con la Storia” da cui lo separa solo lo spagnolo Ernesto Perez Lobo …

Il successo sul giapponese è la giusta iniezione di fiducia affinché Douillet non si possa far sfuggire l’occasione della vita, e difatti gli sono sufficienti 2’57” per mettere a segno un uchi-mata (letteralmente, falciata colpendo l’interno della coscia …) che il giudice valuta come ippon, ponendo fine alla contesa.

Secondo judoka francese a conquistare un Oro olimpico tra i Massimi dopo il ricordato Parisi a Mosca ’80 – ma in un’edizione in cui erano assenti i rappresentanti del Sol Levante, Yamashita su tutti – Douillet è protagonista di un curioso scambio, in quanto gli viene consegnata, dall’olandese Anton Geesink (Oro nella Categoria Open ai Giochi di Tokyo ’64 …) la medaglia che, viceversa, toccava alla vincitrice del Torneo femminile, così che solo l’anno seguente, in occasione dei Mondiali di Parigi, ha occasione di poter fare a cambio con la cinese Sun Fuming, affermatasi nella pari Categoria …

Rassegna iridata svoltasi nella Capitale francese che consente a Douillet di mettere in fila il suo terzo titolo mondiale consecutivo, pur avendo rischiato di non potervi partecipare,, a causa di un grave incidente di moto occorsogli il 30 settembre 1996, con serie menomazioni ad un polpaccio ed alla spalla destra, per le quali è costretto ad una lunga convalescenza dovendo sostenere esercizi di riabilitazione per ben otto mesi …

Paradossalmente, però, l’incidente serve all’atleta per trovare nuove motivazioni, come lui stesso riferisce asserendo che: “dopo Atlanta mi sentivo appagato, oramai avevo vinto tutto ciò che c’era sa vincere, mentre essermi ritrovato con la prospettiva di non combattere più è stata come una sfida con me stesso, innanzi tutto per tornare un atleta competitivo, e quindi altresì vincente …!!

E Douillet non è certo uno che non mantiene le promesse e, dopo il rientro ai Giochi del Mediterraneo di fine giugno 1997 a Bari – poco più che una formalità aggiudicarsi il primo posto, ancorché ottenuto superando in Finale il turco Selim Tataroglu, fresco Campione europeo – eccolo potersi esibire di fronte al proprio pubblico che lo adora il 9 ottobre a Parigi, avendo recuperato il suo peso forma di 125 chilogrammi …

Atleta turco che Douillet si trova nuovamente di fronte nella semifinale mondiale, avendo ancora la meglio per poi affrontare nel match decisivo la nuova stella del judo giapponese, vale a dire il 24enne Shinichi Shinohara, che soccombe per squalifica, così che il francese eguaglia un altro record, ovvero quello di Yamashita, di aggiudicarsi tre titoli iridati consecutivi nella Categoria dei Pesi Massimi.

La vittoria mondiale rappresenta per Douillet il completamento di un ciclo, segnato non solo dal ricordato incidente motociclistico, ma anche da una serie di difficoltà finanziarie dell’azienda di viaggi “Travelstore”, di cui detiene una quota del 21% del relativo Capitale Sociale e dichiarata fallita nell’agosto 1997 …

Ad ogni buon conto, anche il suo, ancorché possente fisico, messo a dura prova dalla prolungata attività agonistica, inizia a pretendere il conto, così che, dapprima un dolore alla spalla sinistra lo costringe a concludere anzitempo la stagione 1997 e quindi la slogatura di un polso fa perdere al fenomenale judoka praticamente l’intero anno 1998, circostanza che viene considerata per molti l’anticamera del ritiro dalle competizioni …

E, di certo, non contribuiscono ad aumentare la fiducia nelle potenzialità di Douillet in vista dei Giochi di Fine Millennio di Sydney 2000 le prestazioni ai Campionati Europei che si svolgono a Bratislava a fine maggio ’99, Manifestazione in cui, iscritto alla sola Categoria Open, conclude non meglio che settimo, sconfitto nei quarti dal citato spagnolo Lopez e quindi dall’olandese Dennis van der Geest nei ripescaggi, per poi dover rinunciare alla Rassegna Iridata di Birmingham a causa di una pubalgia …

E’ fuor di dubbio che Douillet abbia già alle spalle una straordinaria carriera e, pertanto, è anche lecito chiedersi cosa lo spinga a volersi cimentare anche alle Olimpiadi di Sydney, con il rischio di andare incontro ad una magra figura, ma è lui stesso a replicare a chi pone questo quesito con un: ”Sydney, bisognerebbe che mi amputassero una gamba affinché non partecipassi …!!

Personaggio che probabilmente non è conveniente contraddire, Douillet intensifica nei mesi successivi la preparazione, in parte ostacolata da dei problemi alla schiena, il che lo porta ad effettuare un solo test in vista dei Giochi, vale a dire a metà agosto 2000 a Bonn, dove si piazza terzo dopo essere stato sconfitto in semifinale da Moller, uno dei suoi consueti avversari …

Un risultato ritenuto incoraggiante dal suo allenatore, Marc Alexandre, il quale non nasconde peraltro le sue preoccupazioni per i ritardi accumulati nella preparazione di un appuntamento così importante come quello olimpico, ma oramai c’è poco da recriminare, il viaggio in Australia è alle porte …

Il Giorno della verità” è fissato al 22 settembre 2000 presso il “Sydney Convention and Exhibition Centre” e Douillet, esentato dal primo turno, si presenta sul tatami per affrontare negli Ottavi la sua vecchia conoscenza, vale a dire il turco Tataroglu, sconfitto per ippon dopo 3’43” per poi riservare analogo trattamento al belga Van Barneveld, che resiste quasi 4’ e quindi affrontare in semifinale l’estone Indrek Pertelson, argento l’anno precedente ai Mondiali di Birmingham, mentre l’altra semifinale oppone il russo Tamerlan Tmenov al già ricordato giapponese Shinohara, che alla citata Rassegna Iridata aveva anch’egli abbinato al titolo dei Pesi Massimi anche quello della Categoria Open …

Il Campione iridato ha la meglio sul rivale russo per ippon dopo 3’43”, nel mentre l’estone resiste appena 1’52” sotto la pressione di Douillet, il quale con questo successo dimostra a tutti i suoi detrattori che è ancora bene in grado di dire la sua, preparandosi a quello che sa già essere l’ultimo incontro della sua carriera, con una carica in più costituita dal fatto che all’angolo del giapponese, che aspira a riscattare la sconfitta di Parigi ’97, vi è il leggendario Yamashita …

Sfida come logico che sia, molto equilibrata, in cui non mancano le polemiche, in quanto dopo 1’30” dall’inizio del match un movimento di gambe di Shinohara viene punito con uno yuko a favore del francese, decisione aspramente contestata da Yamashita, ritenendo che il suo assistito avesse neutralizzato l’attacco del francese, il quale viene a propria sanzionato per scarsa combattività per poi riprendere il vantaggio, che si rivela decisivo, con un secondo yuko ad 1’ dal termine, mantenendo lo stesso sino allo scadere per il suo secondo titolo olimpico consecutivo, così da divenire il judoka di maggior successo a livello internazionale.

Può darsi che Douillet abbia deciso di proseguire sino ai Giochi di Sydney per orgoglio sportivo, ma non sono in pochi a ritenere che il divenire una “Leggenda” in Patria lo potesse anche aiutare, come poi in effetti è stato, nelle accuse a lui rimosse per bancarotta ed appropriazione indebita nell’ambito del ricordato Fallimento dell’Agenzia di Viaggi in cui era interessato, visto che nel 2002 riesce a godere di un’amnistia …

Come dire che, in fondo, tutto il Mondo è Paese …

 

IOSIF SIRBU, IL PROIETTILE D’ORO RUMENO CHE MORI’ SUICIDA


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Iosif Sirbu – da gsp.ro

articolo di Nicola Pucci

Questa non è una storia a lieto fine, tutt’altro. Perché narra le gesta sportive, eroiche, di un ragazzo che sparava bene, molto bene, ma che un bel giorno fu tradito proprio da quegli occhi che nell’esercizio a lui caro, il tiro a segno, avevano segnato la sua fortuna.

Iosif Sirbu nasce a Sibot, piccolo centro rumeno della Transilvania di poco più di 2000 abitanti, il 25 settembre 1925, e se all’età di 7 anni si trasferisce con la famiglia a Bucarest, è qui che il ragazzino, appena 12enne, si appassiona alla carabina grazie al padre Danila Sarbu, che lavora presso il Tunari Sports Shooting Range. In verità, la prima arma che il piccolo Iosif impugna è una pistola, ma lo fa con tale precisione che a 14 anni vince la sua prima competizione, la “Bucarest City Cup” riservata agli studenti del liceo, proprio nella pistola ottenendo, nella gara da terra, un punteggio quasi perfetto, 49 colpi su 50.

La Seconda Guerra Mondiale, nel frattempo, incombe, e se Sirbu prende parte attiva alla Liberazione, altresì ha modo di sparare, e potrebbe essere altrimenti?, gareggiando pure nelle competizioni militari. Tanto che nel 1946, in forma smagliante, è già campione nazionale nella specialità della carabina libera, in piedi, per poi, nel 1948, trionfare a Belgrado nei campionati balcanici.

Sirbu ha 23 anni, è nel pieno della maturità tecnica ed atletica, e quando nel 1952 si presenta per la prima volta nell’arengo olimpico, è pronto a far saltare il banco. Non solo conquistando una vittoria che per lui significa l’apoteosi sportiva, ma pure diventando il primo atleta rumeno della storia a regalare al suo paese una medaglia d’oro ai Giochi. Insomma, un eroe autentico.

Siamo ad Helsinki, ed il 29 luglio 1952, al Malmi Shooting Range, Iosif si trova a dover battagliare nella gara di carabina 50 metri a terra con avversari del calibro dell’americano Art Jackson, già due volte campione del mondo, e del sovietico Boris Andreyev. In effetti la sfida è eccitante, ma Sirbu non conosce la benché minima incertezza, facendo segnare, esattamente come Andreyev, uno score senza macchia di 400 punti, che altro non è che il nuovo record del mondo. Il successo, infine, viene assegnato al tiratore rumeno, sesto poi nella gare della carabina 50 metri da tre posizioni, che per ben 33 volte spara al centro dell’anello di tiro, contro le 28 volte del rivale. Insomma, i suoi sono proiettili d’oro.

Proprio nel momento di massima celebrità, però, Sirbu inizia ad accusare qualche problema, inatteso ad onor del vero, di vista all’occhio destro. E se la cosa non gli impedisce di essere presente alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 quando, a difesa del titolo conquistato quattro anni prima, è quinto, non prima aver realizzato l’en-plein nelle prime tre sessioni di tiro, per poi commettere due errori che gli valgono uno score finale di 598 punti, due in meno del canadese Gerry Ouellette che gli succede sul trono di Olimpia, a Roma, nel 1960, impegnato nella gara della carabina 50 metri da tre posizioni, dopo aver chiuso in testa il turno di qualificazione con 569 colpi, è solo dodicesimo nella sfida di finale, troppo distante dalla coppia sovietica composta da Viktor Shamburkin e Marat Niyazov che si giocano i due primi gradini del podio, complice l’evidente difetto nel tiro in piedi.

Ci sarebbe, per Sirbu, un’ultima chance a cinque cerchi, nel 1964 a Tokyo, alle soglie dei 40 anni, ma ormai gli occhi non sono davvero più in grado di supportare il desiderio del rumeno di poter essere competitivo. Come certificato dal verdetto dei medici, che se non gli precludono la possibilità di gareggiare ancora, nondimeno mettono Iosif al cospetto di una triste e crudele verità, quella che la vista se ne sta lentamente ma inesorabilmente andando.

E così, quando il tiratore che fece gioire un paese intero ed era solito dire, con spirito poetico, che “nel grande concerto degli sport, il tiro è come un violino solista. Tutto è chiaro e forte. E il tiratore è solo. Solo con se stesso. Le trombe del calcio sono rimaste molto indietro, oltre il muro dell’adolescenza. Nel tiro, tutto è serio e profondo…“, viene trovato morto, forse suicida, nella sua casa di Bucarest a soli 39 anni, ecco che vien da pensare che quella gloria, cercata e raggiunta, non è bastata a rimarginare le ferite dell’anima. Appunto, come in una storia senza lieto fine.

LE DUE SERIE D’ORO AL PIATTELLO DI LUCIANO GIOVANNETTI A MOSCA 1980 E LOS ANGELES 1984

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Luciano Giovannetti – da gettyimages.com

articolo di Giovanni Manenti

I due boicottaggi olimpici di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 hanno purtroppo significato per molti atleti, di uno e dell’altro “schieramento“, veder vanificati i loro sogni di conquistare una medaglia ai Giochi, ma ve ne sono stati altri che, grazie al fatto che i rispettivi paesi hanno partecipato ad entrambe le edizioni (tra i più importanti, citiamo Australia, Giamaica, Francia, Italia, Gran Bretagna, Romania e Jugoslavia), hanno viceversa avuto addirittura l’opportunità di “bissare” i propri successi, tra cui i casi più eclatanti sono quelli dei britannici Sebastian Coe nei 1500 metri e Daley Thompson nel decathlon per ciò che riguarda l’atletica leggera.

A beneficiare della doppia adesione al consesso a cinque cerchi, vi è anche un azzurro, vale a dire Luciano Giovannetti, che a Los Angeles 1984 è il primo nella storia dei Giochi a confermarsi campione olimpico nella specialità del Tiro al Piattello Fossa Olimpica, disciplina che già aveva arriso all’Italia con i successi di Galliano Rossini nel 1956 (poi argento a Roma quattro anni dopo), Ennio Mattarelli nel 1964, ed Angelo Scalzone nel 1972 a Monaco con il record olimpico e mondiale di 199 centri su 200 piattelli lanciati.

A Mosca, nel 1980, Giovannetti si impone d’autorità con 198 piattelli su 200 colpiti, lasciando a due colpi di distanza il sovietico Yambulatov, il tedesco Est Damme ed il cèco Hojny, che sono poi dovuti ricorrere allo spareggio per l’assegnazione delle altre due medaglie, “barrage” che favorisce Yambulatov, argento, e Damme, bronzo.

Molto più complicata ed, in un certo senso, aiutata da un “pizzico di buona sorte“, l’affermazione di Giovannetti in California, dove peraltro si presenta forte anche del titolo mondiale individuale ed a squadre ottenuto a Caracas nel 1982, ma che vede, comunque, vestire i panni del favorito l’americano Daniel Carlisle, recordman assoluto avendo fatto l’en plein di 200 piattelli su 200.

La gara, condizionata dal vento che rende difficile colpire il bersaglio, si decide a punteggi più bassi rispetto al solito e con un inaspettato “colpo di scena” finale quando, all’ultima serie, Carlisle, che gareggia in casa, con due piattelli di vantaggio sul resto della concorrenza fallisce due volte, rinviando allo spareggio a tre con il nostro Giovannetti ed il peruviano Francisco Boza – tutti non oltre un relativamente modesto “score” di 192/200 – l’assegnazione dei tre metalli preziosi.

E, allo spareggio, Giovannetti, toscano di Pistoia, classe 1945 e che quattro anni dopo a Seul chiuderà la sua avventura ai Giochi con un 18esimo posto, fa valere la sua maggiore esperienza (all’epoca ha 39 anni contro i 29 di Carlisle e gli appena 20 del sudamericano), facendo centro 24 volte su 25 tentativi e portandosi a casa il suo secondo oro olimpico con Boza argento con 23/25 ed il deluso Carlisle, ancora sotto shock per la “padellata” finale, non meglio che bronzo con 22/25.

Curiosità a margine, il 22 maggio 1990 Carlisle, che nel frattempo è rimasto ai piedi del podio a Seul 1988 nella specialità dello skeet perdendo ancora una volta allo spareggio con lo spagnolo Jorge Guardiola, dimostrerà la sua abilità di tiratore entrando nel “Guinness dei Primatiriuscendo a centrare ben 3.172 piattelli in un’ora!!! Ed allora, al caro Luciano Giovannetti, l’affermazione sorge spontanea… “meno male che ha fatto cilecca proprio nel momento più importante!

JOE DIMAGGIO, DA STAR DEL BASEBALL A RE DEL GOSSIP

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Joe DiMaggio – da:pinstripealley.com

Articolo di Giovanni Manenti

Al giorno d’oggi, in cui impera lo “Star System”, non fanno più notizia le unioni tra sportivi di successo e dive dello spettacolo – anzi, caso mai lo fa il contrario – la cui coppia più celebre (nonché tra le più ricche …) è senz’altro quella che vede come protagonisti l’ex calciatore inglese David Beckham e l’ex componente del Gruppo Pop delle “Spice Girls”, Victoria Adams, per la gioia dei media di tutto il pianeta …

Ben altro scenario quello dell’immediato secondo Dopoguerra – gli anni ’50 per intenderci – dove già un certo clamore suscitò il matrimonio celebrato nel 1958 tra il portiere del Milan Lorenzo Buffon ed Edy Campagnoli, prima valletta televisiva a fianco di Mike Bongiorno nel programma a quiz “Lascia o Raddoppia?”, in ogni caso briciole rispetto alla realtà odierna.

Sempre avanti rispetto al Vecchio Continente, dall’altra parte dell’Oceano, complice anche la vasta produzione cinematografica che esce da Hollywood, dette situazioni si verificano anzitempo e forse il massimo precursore dal punto di vista sportivo è un italoamericano, figlio di pescatori, che in America ha fatto fortuna e divenuto un idolo di qualsiasi appassionato dello sport maggiormente in voga negli Stati Uniti, vale a dire il Baseball.

La sua potrebbe essere una comune storia di emigranti italiani di fine XIX secolo, che vede le proprie origini allorché il padre di Rosalia Mercurio, già trasferitosi in California, scrive alla figlia, sposata con Giuseppe DiMaggio che svolge attività di pescatore presso Isola delle femmine – che, a dispetto del nome, è un Comune che all’epoca poteva contare non più di 5mila anime – segnalandole come, a suo avviso, il marito avrebbe potuto avere maggior fortuna se si fosse trasferito negli Stati Uniti …

Giuseppe, che nel frattempo ha messo incinta la moglie, non se lo fa dire due volte ed affronta il viaggio per trasferirsi dal suocero e coltivare la sua attività di pescatore – tramandatasi da generazioni nella famiglia DiMaggio – finché mette da parte denaro a sufficienza per consentire alla moglie ed alla figlia nel frattempo nata, di affrontare anch’esse la traversata oceanica.

Gli affari non devono essere andati poi tanto male per i DiMaggio, anche se forse esagera un tantino quanto a prole, visto che in poco tempo la famiglia aumenta sino ad essere composta da 8 figli, quattro maschi ed altrettante femmine, tra cui Giuseppe Paolo DiMaggio Jr., che vede la luce il 25 novembre 1914 a Martinez – città prospicente la Baia di San Francisco, dove il padre svolge la propria attività – quale penultimo della serie e che deve il suo secondo nome, Paolo, alla venerazione che il genitore ha per il relativo Santo.

Ovviamente, l’abbondanza di figli è legata anche ad un previsto ampliamento dell’attività, in quanto il Capofamiglia spera che tutti i maschi ne seguano la vocazione tramandata da generazioni, solo che al futuro Joe la cosa proprio non va a genio, avendo successivamente dichiarato che avrebbe fatto qualsiasi cosa per abbandonare il lavoro inizialmente riservatogli – essendo il più giovane della nidiata – si provvedere alla pulizia della barca, dato che l’odore del pesce morto lo nauseava.

Un comportamento inviso al padre, che non manca di tacciare il figlio di “Pigro” e “Buono a nulla”, ma siccome occorre comunque dare una mano alla formazione del reddito familiare, ecco che Joe, abbandonati prematuramente gli studi alla “Galileo High School”, si dedica a svolgere lavori saltuari, quali la vendita di giornali, al pari di operaio nei magazzini ed in una fabbrica di succo d’arancia.

Difficile immaginare quale sarebbe potuta essere il futuro dell’americanizzato Joe se il fratello maggiore Vince – diminutivo di Vincent Paul (secondo nome che il padre Giuseppe assegna ad ogni suo figlio maschio) – non lo avesse segnalato al tecnico della squadra per cui giocava, i “San Francisco Seals”, militante nella “Pacific Cost League” al fine di inserirlo in squadra come interbase.

E Joe, di due anni più giovane rispetto al fratello, dimostra di saperci fare, con la mazza in mano, visto che, dopo aver debuttato ad inizio ottobre ’32 a pochi mesi dal compimento dei 18 anni, dal 27 maggio al 25 luglio 1933 realizza una striscia di 61 gare con almeno una battuta valida, un record per la “Pacific Cost League” ed il secondo più lungo dell’intera Storia della “Minor League Baseball”.

Aggregato alla prima squadra, DiMaggio percepisce un ingaggio da 250 dollari al mese, non male per l’epoca, ma soprattutto l’esordio con i Seals lo fa definitivamente innamorare di tale Sport, arrivando lui stesso a dichiarare come “mettere a segno una battuta vincente è divenuto per me più importante che non bere, mangiare o dormire … !!”.

Ed anche se all’epoca non vi sono certo le moderne possibilità di comunicazione radiotelevisive, delle prestazioni del non ancora 20enne italoamericano giunge l’eco anche sulla costa orientale, segnatamente a Bill Essick, scout dei “New York Yankees” da due stagioni incapaci di aggiudicarsi il titolo della “American League”, il quale punta sul talento di Joe DiMaggio per irrobustirne la rosa.

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Un 20enne DiMaggio (a destra) coi San Francisco Seals – da:milb.com

Quella che sta per essere la svolta, non solo della carriera, ma anche dell’intera vita di Joe rischia di svanire prima ancora di iniziare, allorché nel 1934 si rompe i legamenti del ginocchio sinistro nel modo più stupido possibile, vale a dire scendendo da un autobus mentre si reca a cena da una delle sorelle.

Ma l’incidente non fa demordere Essick, convinto della bontà della sua “scommessa vincente” (come poi si rivela …), il quale insiste presso la Dirigenza degli Yankees circa il fatto che l’infortunio non avrebbe inciso sulle future prestazioni del ragazzo, a tal punto che, dopo aver superato un test fisico, finalmente il novembre successivo, coincidente con il compimento dei 20 anni, la prestigiosa Società newyorkese ne rileva il contratto sborsando ai “San Francisco Seals” ben 50mila dollari e facendo sottoscrivere al giocatore un contratto da 25mila dollari annui.

Stante la giovane età, DiMaggio viene lasciato per un’ulteriore stagione a giocare in California, durante la quale batte con il 39,8% di media, realizza 34 fuoricampo e 154 battute con un compagno a casa base (“Runs battled in” (RBIs) nel lessico americano del baseball …), contribuendo al successo dei Seals nella “Pacific Cost League”, oltre ad essere nominato MVP del Torneo.

Un biglietto da visita niente male per il non ancora 22enne Joe allorché fa il suo esordio tra i Pro che avviene il 3 maggio 1936 allo “Yankee Stadium” di New York davanti a 25mila spettatori – in larga parte costituiti da italoamericani che lo accolgono sventolando bandierine tricolori – nella sfida che oppone i padroni di casa ai “St.Louis Browns”, facilmente vinta per 14-5, con DiMaggio ad andare in battuta precedendo la “leggenda” Lou Gehrig.

Era la 18esima delle 155 gare in calendario della “American League” e per il resto della stagione DiMaggio non salta alcun incontro, stabilendo, al contrario, il record per un “Rookie” (“matricola”) tra i “New York Yankees” con ben 29 fuoricampo, destinato a durare oltre 80 anni prima che a superarlo sia Aaron Judge nel 2017.

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L’inconfondibile stile di DiMaggio – da:gettyimages.fr

L’inserimento di DiMaggio tra gli Yankees fornisce subito il benefico effetto per un Club che da tre anni non riusciva a qualificarsi per le “World Series” – ovvero la Finale tra la vincitrice della “American League” e della “National League” – e che, viceversa, con lui in formazione se ne aggiudica quattro di fila tra il 1936 ed il 1939, alle quali contribuisce con 151 punti e 46 fuoricampo nel ’37, stagione in cui si classifica secondo come MVP della “Regular Season”, riconoscimento che, viceversa, ottiene nel 1939, anno durante il quale gli Yankees si aggiudicano 106 gare su 151 con il 70,2% di vittorie, venendo altresì soprannominato “Yankee Clipper” dallo speaker dello “Yankees Stadium”, Arch McDonald, in omaggio alla velocità delle sue battute, paragonata a quella del “Clipper”, un aereo delle linee “Pan American”.

Dopo una stagione sotto tono nel 1940, caratterizzata dall’abbandono da parte di Lou Gehrig per la grave malattia che porterà il suo nome (la famigerata SLA …) e conclusa al terzo posto nella “American League”, gli Yankees tornano a brillare nel 1941, allorché sfondano nuovamente “quota 100” quanto a vittorie nella stagione regolare, ma soprattutto vedono Joe stabilire un record strabiliante costituito da una striscia di ben 56 incontri consecutivi in cui, da battitore, riesce a conquistare almeno la prima base senza essere eliminato dal lanciatore, una “hitting streak” (secondo la terminologia americana …) che ha inizio il 15 maggio 1941 e si conclude il 16 luglio 1941, un record che, a distanza di quasi 80 anni, ancora resiste, con il solo Pete Rose dei “Cincinnati Reds” ad esservisi avvicinato fermandosi a quota 48 incontri nel 1978 …

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DiMaggio in battuta durante la stagione record del 1941 – da:usatoday.com

Tale primato dà a DiMaggio una notorietà impressionante negli Usa – tanto che addirittura un Professore della prestigiosa Università di Harvard, tale Stephen Jay Gould, arriva a definirlo come “l’evento più significativo che si sia mai verificato nella storia dello Sport americano …” – ed, ovviamente, gli conferisce un secondo titolo di MVP della stagione, al quale gli Yankees abbinano la vittoria nelle World Series avendo la meglio 4-1 sui Brooklyn Dodgers.

Vincere la “American League” è praticamente sinonimo di affermazione nelle World Series, per i New York Yankees, visto che, con DiMaggio in squadra, ciò avviene in 9 delle 10 occasioni per le quali si qualificano, unica eccezione la Finale del 1942, che li vede soccombere 1-4 contro i St. Louis Cardinals …

Yankees che tornano al successo l’anno seguente, prendendosi la rivincita, con l’identico punteggio di 4-1, dei Cardinals, pur in assenza del loro asso che, per un triennio, svolge il servizio militare nell’Aviazione Usa durante la Seconda Guerra Mondiale, ma senza essere impegnato in combattimenti, bensì svolgendo prevalentemente ruoli di istruttore di educazione fisica e disputando gare di esibizione grazie alla sua fama di fuoriclasse del baseball, nonostante sia lui stesso a richiedere di essere impegnato in azioni di guerra.

Il rientro alle gare di DiMaggio nel 1946, dopo che, senza di lui, gli Yankees avevano concluso la precedente stagione con un mortificante quarto posto nella “American League”, non dà inizialmente i frutti speranti, dovendo lo stesso ritrovare la forma migliore dopo tre anni di vita militare, cosa che puntualmente avviene l’anno seguente in cui conquista il suo sesto titolo personale – nonché riceve il terzo MVP della “Regular Season” – avendo la meglio nelle World Series dei Brooklyn Dodgers al termine di 7 tiratissime partite, dopo aver sprecato la possibilità di chiudere sul 4-2 con la sconfitta interna per 6-8 subita allo “Yankee Stadium” il 5 ottobre ’47 per poi far felici, l’indomani, gli oltre 70mila newyorkesi imponendosi per 5-2 in gara-7 …

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Una base conquistata da DiMaggio – da:projects.newsday.com

Oramai avviatosi al compimento dei 34 anni, DiMaggio segna un altro record, ma stavolta fuori dal diamante, vale a dire essere il primo a sottoscrivere, il 7 marzo 1949, un contratto da 100mila dollari (in realtà formato da 70mila più bonus, peraltro ottenuti …), poi modificato in 100mila dollari senza clausole aggiuntive per le stagioni 1950 e ’51, divenendo il primo giocatore di baseball a raggiungere una tale cifra.

Alla firma dei contratti, rispondendo alla stampa, Joe non si dimentica le sue origini allorché ricorda: “vengo esaltato perché sono capace di colpire con un certo effetto una palla da baseball, mentre mio padre ha ammucchiato casse di pesce sulle banchine a 10 centesimi l’ora per sostenere la famiglia, quelle sono persone da elogiare …!!

Pur se oramai 34enne, DiMaggio onora al meglio i contratti firmati, contribuendo ad altri tre successi nelle World Series 1949, ’50 e ’51, dove a soccombere sono, rispettivamente, nuovamente i “Brooklyn Dodgers” (4-1), i “Philadelphia Phillies” (4-0) e gli acerrimi rivali dei “New York Giants”, sconfitti 4-2 con il successo per 4-3 in gara-6 del 10 ottobre 1951 a rappresentare l’ultima gara della carriera di Joe DiMaggio, che annuncia ufficialmente il suo ritiro il successivo 11 dicembre …

Le motivazioni sono le più semplici e logiche in questi casi, e DiMaggio non si nasconde allorché dichiara: “Sono giunto al punto in cui mi rendo conto di non essere più utile alla squadra, al tecnico ed ai miei compagni, ho avuto una stagione deludente, ma anche se ciò non fosse stato mi sarei ritirato ugualmente in quanto sono pieno di dolori e giocare è diventato una sofferenza, e quando il baseball non è più divertimento cessa di essere un gioco …”.

Si conclude così l’attività di uno dei più grandi giocatori di baseball di ogni epoca, che in 13 anni di carriera nella Major League ha sempre partecipato allo “All Star Game”, si è aggiudicato 10 titoli della “American League” e persa una sola Finale delle World Series, nonché nominato per tre volte MVP della “Regular Season”, avendo disputato 1.736 match con 2.214 punti realizzati e 361 fuoricampo, statistiche che da sole ne testimoniano la grandezza.

Ma, di grandi fuoriclasse la Storia dello Sport mondiale è piena, solo che DiMaggio fa parlare di sé anche ad attività conclusa, riempiendo invece che le pagine dei giornali sportive, le cronache rosa a cominciare dal suo primo matrimonio con l’attrice Dorothy Arnold, conosciuta sul set del film “Manhattan Merry-go-round” in cui l’allora 22enne Joe ha una piccola parte interpretando se stesso.

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Il matrimonio di DiMaggio con Dorothy Arnold – da:zenithcity.com

I due si sposano nella Chiesa di San Pietro e Paolo a San Francisco il 19 novembre 1939 con oltre 20mila persone assiepate al di fuori, unione dalla quale nel 1941 nasce il figlio Joseph Paul III ma che ha vita breve in quanto i due divorziano nel 1944, mentre Joe è sotto le armi.

Inutile dire che a DiMaggio vengano attribuiti i flirt e le relazioni più disparati – veri o presunti che siano – sino a che una vera storia sentimentale lo vede coinvolto con la celebre attrice hollywoodiana Marilyn Monroe, con cui il “colpo di fulmine” nasce allorché si frequentano già a far tempo dal 1952 dopo che la bella star si era sempre dichiarata contraria a fare la conoscenza dell’ex giocatore, secondo uno stereotipo che lo indicava come il classico atleta dal carattere arrogante …

Anche Marilyn ha alle spalle un matrimonio naufragato, con un certo Jim Dougherty e risalente a quando aveva appena 16 anni ed era una starlet in cerca di notorietà, e da allora, pur vivendo amori brevi e tumultuosi, non si era più sposata, fino a che le nozze con l’ex star del baseball si celebrano il 14 gennaio 1954 al “San Francisco City Hall” per quello che è indubbiamente l’evento mediatico dell’anno.

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Il matrimonio tra DiMaggio e Marilyn Monroe – da:sfgate.com

Per la stampa specializzata sembra un’unione perfetta, in quanto i tratti calmi, gentili, da bravo ragazzo di Joe – al di là dei quasi 40 anni di età – sono considerati la soluzione al carattere instabile di Marilyn, ma questa, di 12 anni più giovane, ha una carriera cinematografica da seguire ed i due tenori di vita così diversi finiscono per rivelarsi inconciliabili, anche a causa di una malcelata gelosia da parte del marito, così che il 31 ottobre 1955 viene pronunciata la sentenza di divorzio.

Ma DiMaggio non smette mai di pensare a Marilyn, e dopo che il suo terzo matrimonio – ancora più turbolento, nonostante di maggior durata – con il drammaturgo Arthur Miller si conclude con l’ennesimo divorzio, torna a frequentarla, non essendosi più sposato nonostante le numerose storie d’amore che gli vengono attribuite negli anni.

E quando Marilyn nel febbraio ’61 si reca in una Clinica psichiatrica di Manhattan per sottoporsi a delle cure, è DiMaggio a prendersi cura di lei, per poi tornare a frequentarsi – da “buoni amici” sostengono, anche se il gossip circa un eventuale nuovo matrimonio inizia a serpeggiare – pur senza ufficializzare alcun tipo di relazione.

Ma è la vita dell’attrice ad aver oramai imboccato una china senza ritorno, conclusa con il suicidio – così almeno viene registrato, pur persistendo forti dubbi al riguardo stante le sue frequentazioni con i fratelli John e Robert Kennedy – avvenuto il 5 agosto 1962 nella sua casa di Brentwood, a Los Angeles, una tragica fine della quale DiMaggio non riesce a darsi pace, forse sentendosi in colpa per non esserle stato vicino e protetta dalla sua indubbia fragilità.

DiMaggio è l’ultimo a chinarsi sulla bara e baciarle il viso al funerale, e nei successivi 20 anni per tre volte alla settimana un mazzo di sei rose rosse viene depositato sulla tomba della sfortunata attrice, ovviamente mandate da Joe, il quale le resterà fedele nel senso che non si risposerà mai più.

E così, mentre nel ristretto panorama del Mondo del Baseball Usa DiMaggio resta per sempre un’icona per gli appassionati come uno dei più grandi giocatori di ogni epoca, con la tragica fine di Marilyn si chiude un capitolo che lo aveva visto divenire famoso anche nel Vecchio Continente, riportando alla luce anche la sua condizione di figlio di emigranti e che aveva visto realizzarsi il “Sogno americano” che tanti avevano cullato nell’affrontare il viaggio attraverso l’Oceano.

Ovviamente, DiMaggio resta un personaggio negli Stati Uniti – venendo ovviamente inserito nella “National Baseball Hall of Fame” già dal 1955 – al punto da essere menzionato nel famoso brano “Mrs Robinson” scritto da Paul Simon e che costituisce la colonna sonora dell’ancor più celebre film “Il Laureato” che consacra al grande pubblico Dustin Hoffmann, per poi rientrare brevemente nel Mondo del Baseball quale istruttore dei battitori degli Oakland Athletics dal 1968 al ’70.

DiMaggio viene insignito il 10 gennaio 1977, per i suoi meriti sportivi, della “Medaglia Presidenziale della Libertà”, la più alta onorificenza degli Stati Uniti, mentre il 27 ottobre 1986 gli viene conferita la “Ellis Island Medal of Honour”, al fine di rendergli omaggio quale figlio di immigrati che hanno contribuito al benessere degli Stati Uniti.

Da sempre accanito fumatore, Joe DiMaggio viene ricoverato ad inizio ottobre 1998 per essere sottoposto ad un’operazione per un tumore al polmone purtroppo in fase oramai avanzata, spengendosi nella sua casa in Floria alle ore 12:12 dell’8 marzo 1999, all’età di 84 anni, con la triste coincidenza che lo stesso anno, ad agosto, muore anche il suo unico figlio, di soli 57 anni.

E, per una persona che ha probabilmente veramente amato una sola donna, la “sua” Marilyn, fa quasi pensare il fatto che se ne sia andato proprio l’8 marzo, ovvero il giorno della “Festa della Donna”, quale a volerle regalare un ultimo, dolce pensiero …