A PECHINO 2008 LA PRIMA VOLTA DELLA FRANCIA SUL TRONO OLIMPICO DELLA PALLAMANO

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Un’azione di gioco di Daniel Narcisse – da repubblica.it

articolo di Nicola Pucci

Già due volte campione del mondo, nel 1995 in Islanda e nel 2001 davanti al pubblico amico, nonché detentrice del titolo europeo in carica per la vittoria alla rassegna continentale in Svizzera nel 2006, la Francia della pallamano manca di celebrare nel migliore dei modi la corona più ambita, quella olimpica, vantando in sede a cinque cerchi una sola medaglia di bronzo alla prima partecipazione, a Barcellona 1992. Bisogna dunque colmare il gap con le formazioni più blasonate, e il 2008 è l’anno giusto.

Il National Indoor Stadium di Pechino accoglie le dodici squadre che partecipano al torneo di pallamano alle Olimpiadi del 2008. I Giochi pechinesi sono attesi con grande curiosità, visto l’equilibrio e l’alternarsi della nazionali capaci di primeggiare nelle grandi manifestazioni internazionali, se è vero che da quando la Croazia vinse il titolo ai Giochi di Atene del 2004, battendo in finale la Germania, nel quadriennio successivo le due edizioni dei Mondiali del 2005 e del 2007 e degli Europei del 2006 e del 2008 hanno visto il trionfo di Spagna e Germania nella kermesse iridata, di Francia appunto e Danimarca nell’evento continentale.

E proprio queste sono le favorite a Pechino, a conferma del dominio nella specialità delle squadre europee, con la sola Corea del Sud, tra i paesi extraeuropei, capace di salire sul podio olimpico nella rassegna casalinga di Seul del 1988 e che, assieme alla Cina padrona di casa e al Brasile e all’Egitto che rappresentano Sudamerica e Africa, proverà a scombussolare i piani delle formazioni più attrezzate.

Il gruppo A, però, boccia proprio Cina e Brasile, che chiudono agli ultimi due posti rimanendo escluse dai quarti finali ai quali accedono, invece, la Francia, nonostante la sua stella Jerome Fernandez subisca la frattura del terzo metacarpo nel match con la Croazia e sia costretto a lasciare il torneo, che totalizza quattro vittorie ed un pareggio all’ultimo turno con la Polonia, che termina al secondo posto, 30-30 grazie a 8 reti di Nikola Karabatic, mentre Croazia e Spagna, trascinata dal bomber Juan Garcia, che sarà miglior realizzatore dei Giochi con 49 reti, si assicurano a loro volta il passaggio alla fase ad eliminazione diretta.

Il gruppo B è decisamente equilibrato e combattuto, con la Corea del Sud che chiude in testa con sei punti, frutto di tre vittorie e due sconfitte, al pari di Danimarca e Islanda, che ha in Snorri Gudjonsson e Gudjon Valur Sigurdsson una coppia capace di segnare ben 91 reti nel torneo. Russia e Germania terminano appaiate a quota cinque punti, ma i tedeschi, campioni del mondo in carica e vice-campioni olimpici, pagano dazio ad una peggior differenza reti e con la sconfitta con la Danimarca all’ultima partita del girone, 27-21, escono a testa bassa dalla competizione.

Ai quarti di finale la Francia si conferma in gran forma battendo proprio la Russia, 27-24 grazie a 9 reti di uno scatenato Daniel Narcisse, con la Croazia che prosegue nella sua difesa del titolo superando la Danimarca, 26-24 con 7 reti di Goran Sprem, l’Islanda che spenge le fresche illusioni della Polonia, 32-30 con Alexander Petersson che si guadagna la palma di match-winner con 6 reti, e la Spagna che boccia la Corea del Sud, netto 29-24 dopo un primo tempo equilibrato, con Albert Rocas sugli scudi con 8 reti.

In semifinale, dunque, quattro squadre europee, e nel primo match la Francia ferma la corsa verso il bis olimpico della Croazia imponendosi 25-23 grazie a 6 reti di Cedric Burdet e del solito Narcisse e le parate di Thierry Omeyer, che sarà poi premiato come miglior portiere della rassegna. Non bastano alla Spagna, invece, le 7 reti di Rocas per venire a capo di un’ottima Islanda, che si impone alla distanza con un netto 36-30 e va in finale a giocarsi la medaglia d’oro con la Francia.

All’atto decisivo non c’è storia, la Francia, decisamente la squadra più forte del torneo tanto da aver vinto sette delle otto partite disputate, accumula già nel primo tempo un vantaggio consistente, 15-10 grazie alle 8 reti di Karabatic e al contributo di un ottimo Bertrand Gille, per poi amministrare nella ripresa e chiudere con il punteggio di 28-23 che vale il primo trionfo ai Giochi per i transalpini, capitanati da Olivier Girault e che, in precedenza, potevano vantare, come ricordato, solo un bronzo alle Olimpiadi di Barcellona del 1992. La Spagna chiude sul terzo gradino del podio dopo aver battuto 35-29 la Croazia.

C’è sempre una prima volta, no? Anche perché poi la Francia, quattro anni dopo a Londra, avendoci ormai preso gusto bisserà l’alloro olimpico

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DAVID DOUILLET, IL JUDOKA FRANCESE TERRORE DEI GIAPPONESI

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David Douillet – da:tourisme-canton-brehal.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quando si fa riferimento ad una pratica sportiva, per associazione di idee viene alla mente il Paese in cui la stessa è nata oppure è maggiormente praticata, così ad esempio se si pensa al Rugby è evidente che il primo ricordo non possa che andare alla Gran Bretagna, al pari del Basket per il quale la relativa culla sono gli Stati Uniti …

Per il Judo, arte marziale che è stata introdotta nel programma olimpico a far tempo dai Giochi di Tokyo 1964, è sin troppo evidente che non ci possa staccare dal Giappone, Nazione in cui onore lo stesso ha potuto entrare a far parte della Rassegna a cinque cerchi, e, difatti, sono gli atleti del Sol Levante a vantare il maggior numero di medaglie conquistate, per un totale di 84 di cui ben 39 d’Oro …

Paesi asiatici che fanno bella mostra di sé anche con la Corea del Sud e la Cina – rispettivamente terza e quarta nel computo degli allori olimpici, con 43 e 22 medaglie al loro conto – ma vi è anche una Nazione occidentale in grado di contrastarne il dominio, e questa è la Francia, dove il judo rappresenta il fiore all’occhiello rispetto ad altre forme di combattimento.

Valga la pena, al proposito, ricordare come, in sole 13 occasioni che tale arte marziale si è disputata ai Giochi, gli atleti transalpini hanno conquistato 49 medaglie (14 Ori, 10 argenti e 25 bronzi), rispetto alle 26 ottenute (6 Ori, 9 argenti ed 11 bronzi) ottenute nel Pugilato, ma a fronte di 24 partecipazioni, per non parlare delle appena 18 occasioni (4 Ori, altrettanti argenti e 10 bronzi) in cui un francese è salito sul podio nella Lotta (sia libera che greco-romana), pur in questo caso partecipando a 24 edizioni …

In particolare, nella Categoria dei Pesi Massimi – la più importante, alla stessa stregua  di quanto avviene nel Pugilato – il conto delle medaglie d’Oro è di assoluta parità con 5 vittoria a testa tra francesi e nipponici, pur rilevando, per onestà, che il successo di Angelo Parisi ai Giochi di Mosca ’80 sia stato facilitato dall’assenza del fuoriclasse giapponese dell’epoca, ovvero Yasuhiro Yamashita, impossibilitato a gareggiare per l’adesione del proprio Paese al boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter …

Ma, una volta che le ingerenze politiche nello spirito olimpico sono venute meno, ed i giapponesi hanno potuto riprendere il loro dominio grazie ad atleti di assoluto livello quali Hitoshi Saito – Oro nei Pesi Massimi sia a Los Angeles ’84 (edizione in cui Yamashita si impone nella Categoria Open …) che a Seul ’88 – e Naoya Ogawa – argento a Barcellona ’92 ma tre volte consecutive Campione mondiale nella Categoria Open nel 1987, ’89 e ’91, oltre ad aver conquistato nelle edizione di Belgrado ’89 anche il titolo iridato nei Pesi Massimi – ecco che proprio nell’edizione catalana dei Giochi si profila il colosso transalpino capace di disturbare, e non poco, il sonno dei judoka giapponesi e dei loro allenatori …

Costui altri non è che David Douillet, nato il 17 febbraio 1969 a Rouen, in Normandia, una delle più affascinanti e caratteristiche città d’arte del Nord della Francia, il quale inizia a praticare arti marziali già all’età di 11 anni, in virtù di un fisico già imponente (m.1,80 per 80kg.) rispetto ai suoi coetanei, sotto la guida di Jacques Lemaitre che gli insegna i primi rudimenti del judo, disciplina per la quale dimostra una naturale predisposizione, tanto che nel 1986, allorché è appena 17enne, viene notato da Jean-Luc Rougé, gloria del Judo transalpino, grazie al quale ottiene l’inserimento all’INSEP (Institut National du Sport, de l’Expertise et de la Performance), centro di eccellenza per coloro che praticano Sport, sotto il diretto controllo dell’apposito Ministero.

Si vedeva benissimo”, ricorda Rougé, “come David fosse di una spanna superiore a tutti gli altri, e non appena ho avuto modo di assistere alle sue esibizioni sul tatami, ho immediatamente riservato un posto per lui all’INSEP, il Centro dell’elite degli atleti francesi …”, e non si può certo dire che la scelta non sia risultata quanto mai azzeccata …

Il “Ragazzone normanno”, difatti, raggiunti m.1,96 di altezza ed oscillando tra i 120 ed i 125 chili di peso, brucia le tappe, avendo altresì l’opportunità di allenarsi con il suo idolo Fabien Canu, Peso Medio già medagliato nelle Rassegne iridate e che, tra il 1987 ed il 1989, avrà modo di conquistare due titoli mondiali ad Essen ’87 e Belgrado ’89, oltre a tre corone europee consecutive a Parigi ’87, Pamplona ’88 ed Helsinki ’89.

Tale circostanza sprona il non ancora 20enne Douillet a dare il meglio di sé stesso, così che già nel 1988, dopo aver conquistato il titolo francese juniores, ottiene il terzo posto ai Campionati assoluti transalpini, piazzamento replicato l’anno seguente, al pari dei Campionati Europei Juniores, sconfitto dal solo tedesco Frank Borkowski, il tutto sempre nella Categoria dei Massimi, all’epoca per atleti oltre 95 chilogrammi.

I tempi stanno iniziando ad essere maturi affinché Douillet possa aspirare ai massimi palcoscenici internazionale ed il “passaporto” lo ottiene nella “Jigoro Kano Cup”, tradizionale appuntamento che si svolge annualmente a Tokyo, dove il 2 dicembre 1990 si arrende solo di fronte al già citato Ogawa nella Categoria Open, ovvero senza limiti di peso.

Superato “l’esame di laurea”, l’anno seguente è quello in cui il 22enne David inizia a farsi un nome sia in patria che all’estero, visto che a gennaio 1991 coglie il suo primo titolo francese seniores e quindi, presentatosi alla Rassegna Continentale di maggio a Praga, conquista il suo primo podio in una grande Manifestazione Internazionale, sconfitto ai quarti dal polacco Ralf Kubacki che lo esclude dal percorso verso la Finale, ma riscattandosi coi ripescaggi sino al successo sul rumeno Marian Grozea che gli vale la medaglia di bronzo.

Un mese dopo, a Nimes, Douillet arricchisce la propria bacheca con due medaglie d’argento – nelle rispettive categorie dei Pesi Massimi ed Open – ai Campionati Mondiali Militari per poi dedicarsi nel periodo invernale a preparare il primo grande obiettivo della sua carriera, vale a dire le Olimpiadi di Barcellona ’92.

Appuntamento al quale si avvicina, dapprima confermando il titolo nazionale e quindi presentandosi ai Campionati Europei che si svolgono proprio ad inizio maggio a Parigi, a poco più di due mesi dalla Rassegna catalana, dove ripete lo stesso percorso dell’anno precedente a Praga, subendo anche stavolta un’unica sconfitta ai Quarti contro il tedesco Frank Moller per poi giungere al bronzo con tre successive vittorie, culminate con il successo sul serbo Dmitar Milinkovic …

Presentatosi con fondate speranze di ben figurare alla sua prima esperienza ai Giochi, il judoka francese inizia nel migliore dei modi il suo percorso il 27 luglio 1992 al “Palau Blaugrana”, dove supera per ippon dopo 1’10” il britannico Elvis Gordon, per poi avanzare ai Quarti grazie alla squalifica per comportamento scorretto del tedesco Henry Stohr – argento olimpico quattro anni prima a Seul ’88 – e quindi accedere alla zona medaglie dopo aver sconfitto per ippon lo spagnolo Ernesto Perez …

La semifinale vede Douillet doversi confrontare con il quattro volte Campione mondiale Ogawa, il quale fa valere la maggiore esperienza aggiudicandosi l’incontro dopo 1’50” per ippon (una lezione che l’ancor giovane David metterà a frutto in futuro …), per poi comunque salvare il podio avendo la meglio sul cubano Frank Moreno Garcia, qualificatosi tramite ripescaggi, mentre, inaspettatamente, il favorito giapponese si fa sorprendere nella sfida per l’Oro dal georgiano David Khakhaleishvili per ippon dopo appena 1’04” dall’inizio del match.

Un esordio comunque più che soddisfacente per il 23enne normanno che punta, l’anno seguente, ai due appuntamenti principali della stagione, costituiti dalle Rassegne Continentale di Atene ’93 ad inizio maggio, cui segue quella iridata, in programma a fine settembre ad Hamilton, in Canada …

Nella Capitale greca, Douillet deve rendersi conto a proprie spese che il successo di Barcellona non era un episodio per Khakhaleishvili, contro il quale deve arrendersi nella Finale per il titolo dopo aver avuto la meglio, in semifinale, sul già citato, nonché Campione in carica, tedesco Moller, ragion per cui si presenta in Canada ben deciso a ricattarsi …

La Rassegna iridata di fine settembre rappresenta la svolta nella carriera di Douillet, avendo altresì modo di “saldare” diversi conti in sospeso, primo fra tutti con il polacco Kubacki che lo aveva sconfitto agli Europei ’91, superandolo in semifinale per poi consumare la più dolce delle rivincite sul ricordato Oro olimpico georgiano, sconfitto per waza-ari ad 1’30” dalla fine del match, divenendo così, a soli 24 anni, il primo francese a conquistare il titolo mondiale tra i Pesi Massimi.

Oramai una realtà nel panorama judoistico internazionale, Douillet si prepara a vivere il suo “Triennio magico”, dove non conosce rivali e chiunque abbia aspirazioni di vittoria deve “passare sul suo corpo”, impresa tutt’altro che facile, dimensioni corporee a parte …

Detentore del titolo iridato, ma ancora a secco a livello europeo, Douillet “colma la lacuna” in occasione dalla Rassegna Continentale ’94 che, come di consueto, ha luogo nel mese di maggio a Gdansk, in Polonia, dove l’idolo di casa Kubacki lo attende per la “resa dei conti”, visto che sinora è in vantaggio per due vittorie ad una, avendo sconfitto il francese anche l’8 marzo 1992 in Coppa del Mondo a Praga …

La prevista Finale tra i due favoriti non tradisce i pronostici, e Douillet non si lascia sfuggire l’opportunità di “pareggiare i conti” con il polacco, per l’ultima volta in cui hanno occasione di incontrarsi nelle rispettive carriere, per quello che, comunque, resta l’unico titolo europeo per il francese …

Ma l’oramai 26enne normanno ha ben altre aspirazioni e – dato che alle Olimpiadi è stata tolta dal programma la Categoria Open, restando la stessa solo a livello iridato – la sua voglia di primeggiare lo porta a cercare, in occasione dei Campionati Mondiali che si svolgono tra fine settembre ed inizio ottobre 1995 a Chiba, in Giappone, di emulare quanto già ottenuto dai citati Yamashita a Maastricht nel 1981 e da Ogawa a Belgrado nel 1989, ovverossia abbinare al titolo nei Pesi Massimi anche quello nella Categoria Open …

Riuscire poi a centrare una tale impresa proprio nel Paese dei Maestri di tale disciplina vi aggiungerebbe un valore doppio, ma nulla è impossibile per un Douillet oramai al top della condizione fisica ed avendo acquisito l’esperienza necessaria al riguardo, così che il 28 settembre ’95 manda in scena una dimostrazione di superiorità senza eguali, aggiudicandosi tutti gli incontri per ippon, di cui fanno le spese il più volte ricordato Ogawa, al pari dello spagnolo Lopez in semifinale, mentre ad arrendersi nell’incontro conclusivo è ancora il tedesco Moller, costretto a cedere in meno di due minuti.

Divenuto il secondo judoka transalpino a confermarsi Campione mondiale avendo eguagliato quanto compiuto dal suo idolo Canu a fine anni ’80, l’1 ottobre Douillet è pronto a tornare sul tatami per inseguire il sogno del doppio titolo iridato, obiettivo raggiunto con la schienata che immobilizza al suolo in Finale il russo Sergey Kosorotov, così da divenire il terzo atleta di ogni epoca a centrare una tale impresa, oltre ai già citati fuoriclasse nipponici.

Con un tale “biglietto da visita”, ovvio che tutti gli occhi siano puntati su Douillet in vista delle Olimpiadi di Atlanta 1996, l’unico grande alloro che ancora manca alla sua collezione, ed il tabellone lo inserisce nella parte alta, di cui fanno altresì parte sia Kubacki che Ogawa, nel mentre nella parte bassa a farsi preferire sono il ricordato spagnolo Perez e l’argento iridato Kosorotov, con il primo ad aver ragione negli ottavi di Moller, il quale compie poi un cammino immune da sconfitte che lo porta a giocarsi la medaglia di bronzo …

Douillet, dal canto suo, non ha difficoltà ad eliminare dapprima il belga Harry Van Barneveld e quindi il lussemburghese Igor Muller (il quale resiste appena 50” …) per poi costringere all’abbandono Eric Krieger nei Quarti prima di ritrovarsi di fronte in semifinale ancora Ogawa che, a propria volta, aveva superato Kubacki

E quella che è dagli addetti ai lavori classificata come una “Finale anticipata”, ma che consente ad uno solo dei due rivali di competere per l’Oro, tiene fede alle previsioni, con un incontro quanto mai, combattuto, incerto ed equilibrato che il francese si aggiudica per shido, ovvero supremazia decretata dall’arbitro, così da potersi, il 20 luglio 1996, presenta allo “Appuntamento con la Storia” da cui lo separa solo lo spagnolo Ernesto Perez Lobo …

Il successo sul giapponese è la giusta iniezione di fiducia affinché Douillet non si possa far sfuggire l’occasione della vita, e difatti gli sono sufficienti 2’57” per mettere a segno un uchi-mata (letteralmente, falciata colpendo l’interno della coscia …) che il giudice valuta come ippon, ponendo fine alla contesa.

Secondo judoka francese a conquistare un Oro olimpico tra i Massimi dopo il ricordato Parisi a Mosca ’80 – ma in un’edizione in cui erano assenti i rappresentanti del Sol Levante, Yamashita su tutti – Douillet è protagonista di un curioso scambio, in quanto gli viene consegnata, dall’olandese Anton Geesink (Oro nella Categoria Open ai Giochi di Tokyo ’64 …) la medaglia che, viceversa, toccava alla vincitrice del Torneo femminile, così che solo l’anno seguente, in occasione dei Mondiali di Parigi, ha occasione di poter fare a cambio con la cinese Sun Fuming, affermatasi nella pari Categoria …

Rassegna iridata svoltasi nella Capitale francese che consente a Douillet di mettere in fila il suo terzo titolo mondiale consecutivo, pur avendo rischiato di non potervi partecipare,, a causa di un grave incidente di moto occorsogli il 30 settembre 1996, con serie menomazioni ad un polpaccio ed alla spalla destra, per le quali è costretto ad una lunga convalescenza dovendo sostenere esercizi di riabilitazione per ben otto mesi …

Paradossalmente, però, l’incidente serve all’atleta per trovare nuove motivazioni, come lui stesso riferisce asserendo che: “dopo Atlanta mi sentivo appagato, oramai avevo vinto tutto ciò che c’era sa vincere, mentre essermi ritrovato con la prospettiva di non combattere più è stata come una sfida con me stesso, innanzi tutto per tornare un atleta competitivo, e quindi altresì vincente …!!

E Douillet non è certo uno che non mantiene le promesse e, dopo il rientro ai Giochi del Mediterraneo di fine giugno 1997 a Bari – poco più che una formalità aggiudicarsi il primo posto, ancorché ottenuto superando in Finale il turco Selim Tataroglu, fresco Campione europeo – eccolo potersi esibire di fronte al proprio pubblico che lo adora il 9 ottobre a Parigi, avendo recuperato il suo peso forma di 125 chilogrammi …

Atleta turco che Douillet si trova nuovamente di fronte nella semifinale mondiale, avendo ancora la meglio per poi affrontare nel match decisivo la nuova stella del judo giapponese, vale a dire il 24enne Shinichi Shinohara, che soccombe per squalifica, così che il francese eguaglia un altro record, ovvero quello di Yamashita, di aggiudicarsi tre titoli iridati consecutivi nella Categoria dei Pesi Massimi.

La vittoria mondiale rappresenta per Douillet il completamento di un ciclo, segnato non solo dal ricordato incidente motociclistico, ma anche da una serie di difficoltà finanziarie dell’azienda di viaggi “Travelstore”, di cui detiene una quota del 21% del relativo Capitale Sociale e dichiarata fallita nell’agosto 1997 …

Ad ogni buon conto, anche il suo, ancorché possente fisico, messo a dura prova dalla prolungata attività agonistica, inizia a pretendere il conto, così che, dapprima un dolore alla spalla sinistra lo costringe a concludere anzitempo la stagione 1997 e quindi la slogatura di un polso fa perdere al fenomenale judoka praticamente l’intero anno 1998, circostanza che viene considerata per molti l’anticamera del ritiro dalle competizioni …

E, di certo, non contribuiscono ad aumentare la fiducia nelle potenzialità di Douillet in vista dei Giochi di Fine Millennio di Sydney 2000 le prestazioni ai Campionati Europei che si svolgono a Bratislava a fine maggio ’99, Manifestazione in cui, iscritto alla sola Categoria Open, conclude non meglio che settimo, sconfitto nei quarti dal citato spagnolo Lopez e quindi dall’olandese Dennis van der Geest nei ripescaggi, per poi dover rinunciare alla Rassegna Iridata di Birmingham a causa di una pubalgia …

E’ fuor di dubbio che Douillet abbia già alle spalle una straordinaria carriera e, pertanto, è anche lecito chiedersi cosa lo spinga a volersi cimentare anche alle Olimpiadi di Sydney, con il rischio di andare incontro ad una magra figura, ma è lui stesso a replicare a chi pone questo quesito con un: ”Sydney, bisognerebbe che mi amputassero una gamba affinché non partecipassi …!!

Personaggio che probabilmente non è conveniente contraddire, Douillet intensifica nei mesi successivi la preparazione, in parte ostacolata da dei problemi alla schiena, il che lo porta ad effettuare un solo test in vista dei Giochi, vale a dire a metà agosto 2000 a Bonn, dove si piazza terzo dopo essere stato sconfitto in semifinale da Moller, uno dei suoi consueti avversari …

Un risultato ritenuto incoraggiante dal suo allenatore, Marc Alexandre, il quale non nasconde peraltro le sue preoccupazioni per i ritardi accumulati nella preparazione di un appuntamento così importante come quello olimpico, ma oramai c’è poco da recriminare, il viaggio in Australia è alle porte …

Il Giorno della verità” è fissato al 22 settembre 2000 presso il “Sydney Convention and Exhibition Centre” e Douillet, esentato dal primo turno, si presenta sul tatami per affrontare negli Ottavi la sua vecchia conoscenza, vale a dire il turco Tataroglu, sconfitto per ippon dopo 3’43” per poi riservare analogo trattamento al belga Van Barneveld, che resiste quasi 4’ e quindi affrontare in semifinale l’estone Indrek Pertelson, argento l’anno precedente ai Mondiali di Birmingham, mentre l’altra semifinale oppone il russo Tamerlan Tmenov al già ricordato giapponese Shinohara, che alla citata Rassegna Iridata aveva anch’egli abbinato al titolo dei Pesi Massimi anche quello della Categoria Open …

Il Campione iridato ha la meglio sul rivale russo per ippon dopo 3’43”, nel mentre l’estone resiste appena 1’52” sotto la pressione di Douillet, il quale con questo successo dimostra a tutti i suoi detrattori che è ancora bene in grado di dire la sua, preparandosi a quello che sa già essere l’ultimo incontro della sua carriera, con una carica in più costituita dal fatto che all’angolo del giapponese, che aspira a riscattare la sconfitta di Parigi ’97, vi è il leggendario Yamashita …

Sfida come logico che sia, molto equilibrata, in cui non mancano le polemiche, in quanto dopo 1’30” dall’inizio del match un movimento di gambe di Shinohara viene punito con uno yuko a favore del francese, decisione aspramente contestata da Yamashita, ritenendo che il suo assistito avesse neutralizzato l’attacco del francese, il quale viene a propria sanzionato per scarsa combattività per poi riprendere il vantaggio, che si rivela decisivo, con un secondo yuko ad 1’ dal termine, mantenendo lo stesso sino allo scadere per il suo secondo titolo olimpico consecutivo, così da divenire il judoka di maggior successo a livello internazionale.

Può darsi che Douillet abbia deciso di proseguire sino ai Giochi di Sydney per orgoglio sportivo, ma non sono in pochi a ritenere che il divenire una “Leggenda” in Patria lo potesse anche aiutare, come poi in effetti è stato, nelle accuse a lui rimosse per bancarotta ed appropriazione indebita nell’ambito del ricordato Fallimento dell’Agenzia di Viaggi in cui era interessato, visto che nel 2002 riesce a godere di un’amnistia …

Come dire che, in fondo, tutto il Mondo è Paese …

 

IOSIF SIRBU, IL PROIETTILE D’ORO RUMENO CHE MORI’ SUICIDA


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Iosif Sirbu – da gsp.ro

articolo di Nicola Pucci

Questa non è una storia a lieto fine, tutt’altro. Perché narra le gesta sportive, eroiche, di un ragazzo che sparava bene, molto bene, ma che un bel giorno fu tradito proprio da quegli occhi che nell’esercizio a lui caro, il tiro a segno, avevano segnato la sua fortuna.

Iosif Sirbu nasce a Sibot, piccolo centro rumeno della Transilvania di poco più di 2000 abitanti, il 25 settembre 1925, e se all’età di 7 anni si trasferisce con la famiglia a Bucarest, è qui che il ragazzino, appena 12enne, si appassiona alla carabina grazie al padre Danila Sarbu, che lavora presso il Tunari Sports Shooting Range. In verità, la prima arma che il piccolo Iosif impugna è una pistola, ma lo fa con tale precisione che a 14 anni vince la sua prima competizione, la “Bucarest City Cup” riservata agli studenti del liceo, proprio nella pistola ottenendo, nella gara da terra, un punteggio quasi perfetto, 49 colpi su 50.

La Seconda Guerra Mondiale, nel frattempo, incombe, e se Sirbu prende parte attiva alla Liberazione, altresì ha modo di sparare, e potrebbe essere altrimenti?, gareggiando pure nelle competizioni militari. Tanto che nel 1946, in forma smagliante, è già campione nazionale nella specialità della carabina libera, in piedi, per poi, nel 1948, trionfare a Belgrado nei campionati balcanici.

Sirbu ha 23 anni, è nel pieno della maturità tecnica ed atletica, e quando nel 1952 si presenta per la prima volta nell’arengo olimpico, è pronto a far saltare il banco. Non solo conquistando una vittoria che per lui significa l’apoteosi sportiva, ma pure diventando il primo atleta rumeno della storia a regalare al suo paese una medaglia d’oro ai Giochi. Insomma, un eroe autentico.

Siamo ad Helsinki, ed il 29 luglio 1952, al Malmi Shooting Range, Iosif si trova a dover battagliare nella gara di carabina 50 metri a terra con avversari del calibro dell’americano Art Jackson, già due volte campione del mondo, e del sovietico Boris Andreyev. In effetti la sfida è eccitante, ma Sirbu non conosce la benché minima incertezza, facendo segnare, esattamente come Andreyev, uno score senza macchia di 400 punti, che altro non è che il nuovo record del mondo. Il successo, infine, viene assegnato al tiratore rumeno, sesto poi nella gare della carabina 50 metri da tre posizioni, che per ben 33 volte spara al centro dell’anello di tiro, contro le 28 volte del rivale. Insomma, i suoi sono proiettili d’oro.

Proprio nel momento di massima celebrità, però, Sirbu inizia ad accusare qualche problema, inatteso ad onor del vero, di vista all’occhio destro. E se la cosa non gli impedisce di essere presente alle Olimpiadi di Melbourne del 1956 quando, a difesa del titolo conquistato quattro anni prima, è quinto, non prima aver realizzato l’en-plein nelle prime tre sessioni di tiro, per poi commettere due errori che gli valgono uno score finale di 598 punti, due in meno del canadese Gerry Ouellette che gli succede sul trono di Olimpia, a Roma, nel 1960, impegnato nella gara della carabina 50 metri da tre posizioni, dopo aver chiuso in testa il turno di qualificazione con 569 colpi, è solo dodicesimo nella sfida di finale, troppo distante dalla coppia sovietica composta da Viktor Shamburkin e Marat Niyazov che si giocano i due primi gradini del podio, complice l’evidente difetto nel tiro in piedi.

Ci sarebbe, per Sirbu, un’ultima chance a cinque cerchi, nel 1964 a Tokyo, alle soglie dei 40 anni, ma ormai gli occhi non sono davvero più in grado di supportare il desiderio del rumeno di poter essere competitivo. Come certificato dal verdetto dei medici, che se non gli precludono la possibilità di gareggiare ancora, nondimeno mettono Iosif al cospetto di una triste e crudele verità, quella che la vista se ne sta lentamente ma inesorabilmente andando.

E così, quando il tiratore che fece gioire un paese intero ed era solito dire, con spirito poetico, che “nel grande concerto degli sport, il tiro è come un violino solista. Tutto è chiaro e forte. E il tiratore è solo. Solo con se stesso. Le trombe del calcio sono rimaste molto indietro, oltre il muro dell’adolescenza. Nel tiro, tutto è serio e profondo…“, viene trovato morto, forse suicida, nella sua casa di Bucarest a soli 39 anni, ecco che vien da pensare che quella gloria, cercata e raggiunta, non è bastata a rimarginare le ferite dell’anima. Appunto, come in una storia senza lieto fine.

LE DUE SERIE D’ORO AL PIATTELLO DI LUCIANO GIOVANNETTI A MOSCA 1980 E LOS ANGELES 1984

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Luciano Giovannetti – da gettyimages.com

articolo di Giovanni Manenti

I due boicottaggi olimpici di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 hanno purtroppo significato per molti atleti, di uno e dell’altro “schieramento“, veder vanificati i loro sogni di conquistare una medaglia ai Giochi, ma ve ne sono stati altri che, grazie al fatto che i rispettivi paesi hanno partecipato ad entrambe le edizioni (tra i più importanti, citiamo Australia, Giamaica, Francia, Italia, Gran Bretagna, Romania e Jugoslavia), hanno viceversa avuto addirittura l’opportunità di “bissare” i propri successi, tra cui i casi più eclatanti sono quelli dei britannici Sebastian Coe nei 1500 metri e Daley Thompson nel decathlon per ciò che riguarda l’atletica leggera.

A beneficiare della doppia adesione al consesso a cinque cerchi, vi è anche un azzurro, vale a dire Luciano Giovannetti, che a Los Angeles 1984 è il primo nella storia dei Giochi a confermarsi campione olimpico nella specialità del Tiro al Piattello Fossa Olimpica, disciplina che già aveva arriso all’Italia con i successi di Galliano Rossini nel 1956 (poi argento a Roma quattro anni dopo), Ennio Mattarelli nel 1964, ed Angelo Scalzone nel 1972 a Monaco con il record olimpico e mondiale di 199 centri su 200 piattelli lanciati.

A Mosca, nel 1980, Giovannetti si impone d’autorità con 198 piattelli su 200 colpiti, lasciando a due colpi di distanza il sovietico Yambulatov, il tedesco Est Damme ed il cèco Hojny, che sono poi dovuti ricorrere allo spareggio per l’assegnazione delle altre due medaglie, “barrage” che favorisce Yambulatov, argento, e Damme, bronzo.

Molto più complicata ed, in un certo senso, aiutata da un “pizzico di buona sorte“, l’affermazione di Giovannetti in California, dove peraltro si presenta forte anche del titolo mondiale individuale ed a squadre ottenuto a Caracas nel 1982, ma che vede, comunque, vestire i panni del favorito l’americano Daniel Carlisle, recordman assoluto avendo fatto l’en plein di 200 piattelli su 200.

La gara, condizionata dal vento che rende difficile colpire il bersaglio, si decide a punteggi più bassi rispetto al solito e con un inaspettato “colpo di scena” finale quando, all’ultima serie, Carlisle, che gareggia in casa, con due piattelli di vantaggio sul resto della concorrenza fallisce due volte, rinviando allo spareggio a tre con il nostro Giovannetti ed il peruviano Francisco Boza – tutti non oltre un relativamente modesto “score” di 192/200 – l’assegnazione dei tre metalli preziosi.

E, allo spareggio, Giovannetti, toscano di Pistoia, classe 1945 e che quattro anni dopo a Seul chiuderà la sua avventura ai Giochi con un 18esimo posto, fa valere la sua maggiore esperienza (all’epoca ha 39 anni contro i 29 di Carlisle e gli appena 20 del sudamericano), facendo centro 24 volte su 25 tentativi e portandosi a casa il suo secondo oro olimpico con Boza argento con 23/25 ed il deluso Carlisle, ancora sotto shock per la “padellata” finale, non meglio che bronzo con 22/25.

Curiosità a margine, il 22 maggio 1990 Carlisle, che nel frattempo è rimasto ai piedi del podio a Seul 1988 nella specialità dello skeet perdendo ancora una volta allo spareggio con lo spagnolo Jorge Guardiola, dimostrerà la sua abilità di tiratore entrando nel “Guinness dei Primatiriuscendo a centrare ben 3.172 piattelli in un’ora!!! Ed allora, al caro Luciano Giovannetti, l’affermazione sorge spontanea… “meno male che ha fatto cilecca proprio nel momento più importante!

JOE DIMAGGIO, DA STAR DEL BASEBALL A RE DEL GOSSIP

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Joe DiMaggio – da:pinstripealley.com

Articolo di Giovanni Manenti

Al giorno d’oggi, in cui impera lo “Star System”, non fanno più notizia le unioni tra sportivi di successo e dive dello spettacolo – anzi, caso mai lo fa il contrario – la cui coppia più celebre (nonché tra le più ricche …) è senz’altro quella che vede come protagonisti l’ex calciatore inglese David Beckham e l’ex componente del Gruppo Pop delle “Spice Girls”, Victoria Adams, per la gioia dei media di tutto il pianeta …

Ben altro scenario quello dell’immediato secondo Dopoguerra – gli anni ’50 per intenderci – dove già un certo clamore suscitò il matrimonio celebrato nel 1958 tra il portiere del Milan Lorenzo Buffon ed Edy Campagnoli, prima valletta televisiva a fianco di Mike Bongiorno nel programma a quiz “Lascia o Raddoppia?”, in ogni caso briciole rispetto alla realtà odierna.

Sempre avanti rispetto al Vecchio Continente, dall’altra parte dell’Oceano, complice anche la vasta produzione cinematografica che esce da Hollywood, dette situazioni si verificano anzitempo e forse il massimo precursore dal punto di vista sportivo è un italoamericano, figlio di pescatori, che in America ha fatto fortuna e divenuto un idolo di qualsiasi appassionato dello sport maggiormente in voga negli Stati Uniti, vale a dire il Baseball.

La sua potrebbe essere una comune storia di emigranti italiani di fine XIX secolo, che vede le proprie origini allorché il padre di Rosalia Mercurio, già trasferitosi in California, scrive alla figlia, sposata con Giuseppe DiMaggio che svolge attività di pescatore presso Isola delle femmine – che, a dispetto del nome, è un Comune che all’epoca poteva contare non più di 5mila anime – segnalandole come, a suo avviso, il marito avrebbe potuto avere maggior fortuna se si fosse trasferito negli Stati Uniti …

Giuseppe, che nel frattempo ha messo incinta la moglie, non se lo fa dire due volte ed affronta il viaggio per trasferirsi dal suocero e coltivare la sua attività di pescatore – tramandatasi da generazioni nella famiglia DiMaggio – finché mette da parte denaro a sufficienza per consentire alla moglie ed alla figlia nel frattempo nata, di affrontare anch’esse la traversata oceanica.

Gli affari non devono essere andati poi tanto male per i DiMaggio, anche se forse esagera un tantino quanto a prole, visto che in poco tempo la famiglia aumenta sino ad essere composta da 8 figli, quattro maschi ed altrettante femmine, tra cui Giuseppe Paolo DiMaggio Jr., che vede la luce il 25 novembre 1914 a Martinez – città prospicente la Baia di San Francisco, dove il padre svolge la propria attività – quale penultimo della serie e che deve il suo secondo nome, Paolo, alla venerazione che il genitore ha per il relativo Santo.

Ovviamente, l’abbondanza di figli è legata anche ad un previsto ampliamento dell’attività, in quanto il Capofamiglia spera che tutti i maschi ne seguano la vocazione tramandata da generazioni, solo che al futuro Joe la cosa proprio non va a genio, avendo successivamente dichiarato che avrebbe fatto qualsiasi cosa per abbandonare il lavoro inizialmente riservatogli – essendo il più giovane della nidiata – si provvedere alla pulizia della barca, dato che l’odore del pesce morto lo nauseava.

Un comportamento inviso al padre, che non manca di tacciare il figlio di “Pigro” e “Buono a nulla”, ma siccome occorre comunque dare una mano alla formazione del reddito familiare, ecco che Joe, abbandonati prematuramente gli studi alla “Galileo High School”, si dedica a svolgere lavori saltuari, quali la vendita di giornali, al pari di operaio nei magazzini ed in una fabbrica di succo d’arancia.

Difficile immaginare quale sarebbe potuta essere il futuro dell’americanizzato Joe se il fratello maggiore Vince – diminutivo di Vincent Paul (secondo nome che il padre Giuseppe assegna ad ogni suo figlio maschio) – non lo avesse segnalato al tecnico della squadra per cui giocava, i “San Francisco Seals”, militante nella “Pacific Cost League” al fine di inserirlo in squadra come interbase.

E Joe, di due anni più giovane rispetto al fratello, dimostra di saperci fare, con la mazza in mano, visto che, dopo aver debuttato ad inizio ottobre ’32 a pochi mesi dal compimento dei 18 anni, dal 27 maggio al 25 luglio 1933 realizza una striscia di 61 gare con almeno una battuta valida, un record per la “Pacific Cost League” ed il secondo più lungo dell’intera Storia della “Minor League Baseball”.

Aggregato alla prima squadra, DiMaggio percepisce un ingaggio da 250 dollari al mese, non male per l’epoca, ma soprattutto l’esordio con i Seals lo fa definitivamente innamorare di tale Sport, arrivando lui stesso a dichiarare come “mettere a segno una battuta vincente è divenuto per me più importante che non bere, mangiare o dormire … !!”.

Ed anche se all’epoca non vi sono certo le moderne possibilità di comunicazione radiotelevisive, delle prestazioni del non ancora 20enne italoamericano giunge l’eco anche sulla costa orientale, segnatamente a Bill Essick, scout dei “New York Yankees” da due stagioni incapaci di aggiudicarsi il titolo della “American League”, il quale punta sul talento di Joe DiMaggio per irrobustirne la rosa.

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Un 20enne DiMaggio (a destra) coi San Francisco Seals – da:milb.com

Quella che sta per essere la svolta, non solo della carriera, ma anche dell’intera vita di Joe rischia di svanire prima ancora di iniziare, allorché nel 1934 si rompe i legamenti del ginocchio sinistro nel modo più stupido possibile, vale a dire scendendo da un autobus mentre si reca a cena da una delle sorelle.

Ma l’incidente non fa demordere Essick, convinto della bontà della sua “scommessa vincente” (come poi si rivela …), il quale insiste presso la Dirigenza degli Yankees circa il fatto che l’infortunio non avrebbe inciso sulle future prestazioni del ragazzo, a tal punto che, dopo aver superato un test fisico, finalmente il novembre successivo, coincidente con il compimento dei 20 anni, la prestigiosa Società newyorkese ne rileva il contratto sborsando ai “San Francisco Seals” ben 50mila dollari e facendo sottoscrivere al giocatore un contratto da 25mila dollari annui.

Stante la giovane età, DiMaggio viene lasciato per un’ulteriore stagione a giocare in California, durante la quale batte con il 39,8% di media, realizza 34 fuoricampo e 154 battute con un compagno a casa base (“Runs battled in” (RBIs) nel lessico americano del baseball …), contribuendo al successo dei Seals nella “Pacific Cost League”, oltre ad essere nominato MVP del Torneo.

Un biglietto da visita niente male per il non ancora 22enne Joe allorché fa il suo esordio tra i Pro che avviene il 3 maggio 1936 allo “Yankee Stadium” di New York davanti a 25mila spettatori – in larga parte costituiti da italoamericani che lo accolgono sventolando bandierine tricolori – nella sfida che oppone i padroni di casa ai “St.Louis Browns”, facilmente vinta per 14-5, con DiMaggio ad andare in battuta precedendo la “leggenda” Lou Gehrig.

Era la 18esima delle 155 gare in calendario della “American League” e per il resto della stagione DiMaggio non salta alcun incontro, stabilendo, al contrario, il record per un “Rookie” (“matricola”) tra i “New York Yankees” con ben 29 fuoricampo, destinato a durare oltre 80 anni prima che a superarlo sia Aaron Judge nel 2017.

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L’inconfondibile stile di DiMaggio – da:gettyimages.fr

L’inserimento di DiMaggio tra gli Yankees fornisce subito il benefico effetto per un Club che da tre anni non riusciva a qualificarsi per le “World Series” – ovvero la Finale tra la vincitrice della “American League” e della “National League” – e che, viceversa, con lui in formazione se ne aggiudica quattro di fila tra il 1936 ed il 1939, alle quali contribuisce con 151 punti e 46 fuoricampo nel ’37, stagione in cui si classifica secondo come MVP della “Regular Season”, riconoscimento che, viceversa, ottiene nel 1939, anno durante il quale gli Yankees si aggiudicano 106 gare su 151 con il 70,2% di vittorie, venendo altresì soprannominato “Yankee Clipper” dallo speaker dello “Yankees Stadium”, Arch McDonald, in omaggio alla velocità delle sue battute, paragonata a quella del “Clipper”, un aereo delle linee “Pan American”.

Dopo una stagione sotto tono nel 1940, caratterizzata dall’abbandono da parte di Lou Gehrig per la grave malattia che porterà il suo nome (la famigerata SLA …) e conclusa al terzo posto nella “American League”, gli Yankees tornano a brillare nel 1941, allorché sfondano nuovamente “quota 100” quanto a vittorie nella stagione regolare, ma soprattutto vedono Joe stabilire un record strabiliante costituito da una striscia di ben 56 incontri consecutivi in cui, da battitore, riesce a conquistare almeno la prima base senza essere eliminato dal lanciatore, una “hitting streak” (secondo la terminologia americana …) che ha inizio il 15 maggio 1941 e si conclude il 16 luglio 1941, un record che, a distanza di quasi 80 anni, ancora resiste, con il solo Pete Rose dei “Cincinnati Reds” ad esservisi avvicinato fermandosi a quota 48 incontri nel 1978 …

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DiMaggio in battuta durante la stagione record del 1941 – da:usatoday.com

Tale primato dà a DiMaggio una notorietà impressionante negli Usa – tanto che addirittura un Professore della prestigiosa Università di Harvard, tale Stephen Jay Gould, arriva a definirlo come “l’evento più significativo che si sia mai verificato nella storia dello Sport americano …” – ed, ovviamente, gli conferisce un secondo titolo di MVP della stagione, al quale gli Yankees abbinano la vittoria nelle World Series avendo la meglio 4-1 sui Brooklyn Dodgers.

Vincere la “American League” è praticamente sinonimo di affermazione nelle World Series, per i New York Yankees, visto che, con DiMaggio in squadra, ciò avviene in 9 delle 10 occasioni per le quali si qualificano, unica eccezione la Finale del 1942, che li vede soccombere 1-4 contro i St. Louis Cardinals …

Yankees che tornano al successo l’anno seguente, prendendosi la rivincita, con l’identico punteggio di 4-1, dei Cardinals, pur in assenza del loro asso che, per un triennio, svolge il servizio militare nell’Aviazione Usa durante la Seconda Guerra Mondiale, ma senza essere impegnato in combattimenti, bensì svolgendo prevalentemente ruoli di istruttore di educazione fisica e disputando gare di esibizione grazie alla sua fama di fuoriclasse del baseball, nonostante sia lui stesso a richiedere di essere impegnato in azioni di guerra.

Il rientro alle gare di DiMaggio nel 1946, dopo che, senza di lui, gli Yankees avevano concluso la precedente stagione con un mortificante quarto posto nella “American League”, non dà inizialmente i frutti speranti, dovendo lo stesso ritrovare la forma migliore dopo tre anni di vita militare, cosa che puntualmente avviene l’anno seguente in cui conquista il suo sesto titolo personale – nonché riceve il terzo MVP della “Regular Season” – avendo la meglio nelle World Series dei Brooklyn Dodgers al termine di 7 tiratissime partite, dopo aver sprecato la possibilità di chiudere sul 4-2 con la sconfitta interna per 6-8 subita allo “Yankee Stadium” il 5 ottobre ’47 per poi far felici, l’indomani, gli oltre 70mila newyorkesi imponendosi per 5-2 in gara-7 …

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Una base conquistata da DiMaggio – da:projects.newsday.com

Oramai avviatosi al compimento dei 34 anni, DiMaggio segna un altro record, ma stavolta fuori dal diamante, vale a dire essere il primo a sottoscrivere, il 7 marzo 1949, un contratto da 100mila dollari (in realtà formato da 70mila più bonus, peraltro ottenuti …), poi modificato in 100mila dollari senza clausole aggiuntive per le stagioni 1950 e ’51, divenendo il primo giocatore di baseball a raggiungere una tale cifra.

Alla firma dei contratti, rispondendo alla stampa, Joe non si dimentica le sue origini allorché ricorda: “vengo esaltato perché sono capace di colpire con un certo effetto una palla da baseball, mentre mio padre ha ammucchiato casse di pesce sulle banchine a 10 centesimi l’ora per sostenere la famiglia, quelle sono persone da elogiare …!!

Pur se oramai 34enne, DiMaggio onora al meglio i contratti firmati, contribuendo ad altri tre successi nelle World Series 1949, ’50 e ’51, dove a soccombere sono, rispettivamente, nuovamente i “Brooklyn Dodgers” (4-1), i “Philadelphia Phillies” (4-0) e gli acerrimi rivali dei “New York Giants”, sconfitti 4-2 con il successo per 4-3 in gara-6 del 10 ottobre 1951 a rappresentare l’ultima gara della carriera di Joe DiMaggio, che annuncia ufficialmente il suo ritiro il successivo 11 dicembre …

Le motivazioni sono le più semplici e logiche in questi casi, e DiMaggio non si nasconde allorché dichiara: “Sono giunto al punto in cui mi rendo conto di non essere più utile alla squadra, al tecnico ed ai miei compagni, ho avuto una stagione deludente, ma anche se ciò non fosse stato mi sarei ritirato ugualmente in quanto sono pieno di dolori e giocare è diventato una sofferenza, e quando il baseball non è più divertimento cessa di essere un gioco …”.

Si conclude così l’attività di uno dei più grandi giocatori di baseball di ogni epoca, che in 13 anni di carriera nella Major League ha sempre partecipato allo “All Star Game”, si è aggiudicato 10 titoli della “American League” e persa una sola Finale delle World Series, nonché nominato per tre volte MVP della “Regular Season”, avendo disputato 1.736 match con 2.214 punti realizzati e 361 fuoricampo, statistiche che da sole ne testimoniano la grandezza.

Ma, di grandi fuoriclasse la Storia dello Sport mondiale è piena, solo che DiMaggio fa parlare di sé anche ad attività conclusa, riempiendo invece che le pagine dei giornali sportive, le cronache rosa a cominciare dal suo primo matrimonio con l’attrice Dorothy Arnold, conosciuta sul set del film “Manhattan Merry-go-round” in cui l’allora 22enne Joe ha una piccola parte interpretando se stesso.

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Il matrimonio di DiMaggio con Dorothy Arnold – da:zenithcity.com

I due si sposano nella Chiesa di San Pietro e Paolo a San Francisco il 19 novembre 1939 con oltre 20mila persone assiepate al di fuori, unione dalla quale nel 1941 nasce il figlio Joseph Paul III ma che ha vita breve in quanto i due divorziano nel 1944, mentre Joe è sotto le armi.

Inutile dire che a DiMaggio vengano attribuiti i flirt e le relazioni più disparati – veri o presunti che siano – sino a che una vera storia sentimentale lo vede coinvolto con la celebre attrice hollywoodiana Marilyn Monroe, con cui il “colpo di fulmine” nasce allorché si frequentano già a far tempo dal 1952 dopo che la bella star si era sempre dichiarata contraria a fare la conoscenza dell’ex giocatore, secondo uno stereotipo che lo indicava come il classico atleta dal carattere arrogante …

Anche Marilyn ha alle spalle un matrimonio naufragato, con un certo Jim Dougherty e risalente a quando aveva appena 16 anni ed era una starlet in cerca di notorietà, e da allora, pur vivendo amori brevi e tumultuosi, non si era più sposata, fino a che le nozze con l’ex star del baseball si celebrano il 14 gennaio 1954 al “San Francisco City Hall” per quello che è indubbiamente l’evento mediatico dell’anno.

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Il matrimonio tra DiMaggio e Marilyn Monroe – da:sfgate.com

Per la stampa specializzata sembra un’unione perfetta, in quanto i tratti calmi, gentili, da bravo ragazzo di Joe – al di là dei quasi 40 anni di età – sono considerati la soluzione al carattere instabile di Marilyn, ma questa, di 12 anni più giovane, ha una carriera cinematografica da seguire ed i due tenori di vita così diversi finiscono per rivelarsi inconciliabili, anche a causa di una malcelata gelosia da parte del marito, così che il 31 ottobre 1955 viene pronunciata la sentenza di divorzio.

Ma DiMaggio non smette mai di pensare a Marilyn, e dopo che il suo terzo matrimonio – ancora più turbolento, nonostante di maggior durata – con il drammaturgo Arthur Miller si conclude con l’ennesimo divorzio, torna a frequentarla, non essendosi più sposato nonostante le numerose storie d’amore che gli vengono attribuite negli anni.

E quando Marilyn nel febbraio ’61 si reca in una Clinica psichiatrica di Manhattan per sottoporsi a delle cure, è DiMaggio a prendersi cura di lei, per poi tornare a frequentarsi – da “buoni amici” sostengono, anche se il gossip circa un eventuale nuovo matrimonio inizia a serpeggiare – pur senza ufficializzare alcun tipo di relazione.

Ma è la vita dell’attrice ad aver oramai imboccato una china senza ritorno, conclusa con il suicidio – così almeno viene registrato, pur persistendo forti dubbi al riguardo stante le sue frequentazioni con i fratelli John e Robert Kennedy – avvenuto il 5 agosto 1962 nella sua casa di Brentwood, a Los Angeles, una tragica fine della quale DiMaggio non riesce a darsi pace, forse sentendosi in colpa per non esserle stato vicino e protetta dalla sua indubbia fragilità.

DiMaggio è l’ultimo a chinarsi sulla bara e baciarle il viso al funerale, e nei successivi 20 anni per tre volte alla settimana un mazzo di sei rose rosse viene depositato sulla tomba della sfortunata attrice, ovviamente mandate da Joe, il quale le resterà fedele nel senso che non si risposerà mai più.

E così, mentre nel ristretto panorama del Mondo del Baseball Usa DiMaggio resta per sempre un’icona per gli appassionati come uno dei più grandi giocatori di ogni epoca, con la tragica fine di Marilyn si chiude un capitolo che lo aveva visto divenire famoso anche nel Vecchio Continente, riportando alla luce anche la sua condizione di figlio di emigranti e che aveva visto realizzarsi il “Sogno americano” che tanti avevano cullato nell’affrontare il viaggio attraverso l’Oceano.

Ovviamente, DiMaggio resta un personaggio negli Stati Uniti – venendo ovviamente inserito nella “National Baseball Hall of Fame” già dal 1955 – al punto da essere menzionato nel famoso brano “Mrs Robinson” scritto da Paul Simon e che costituisce la colonna sonora dell’ancor più celebre film “Il Laureato” che consacra al grande pubblico Dustin Hoffmann, per poi rientrare brevemente nel Mondo del Baseball quale istruttore dei battitori degli Oakland Athletics dal 1968 al ’70.

DiMaggio viene insignito il 10 gennaio 1977, per i suoi meriti sportivi, della “Medaglia Presidenziale della Libertà”, la più alta onorificenza degli Stati Uniti, mentre il 27 ottobre 1986 gli viene conferita la “Ellis Island Medal of Honour”, al fine di rendergli omaggio quale figlio di immigrati che hanno contribuito al benessere degli Stati Uniti.

Da sempre accanito fumatore, Joe DiMaggio viene ricoverato ad inizio ottobre 1998 per essere sottoposto ad un’operazione per un tumore al polmone purtroppo in fase oramai avanzata, spengendosi nella sua casa in Floria alle ore 12:12 dell’8 marzo 1999, all’età di 84 anni, con la triste coincidenza che lo stesso anno, ad agosto, muore anche il suo unico figlio, di soli 57 anni.

E, per una persona che ha probabilmente veramente amato una sola donna, la “sua” Marilyn, fa quasi pensare il fatto che se ne sia andato proprio l’8 marzo, ovvero il giorno della “Festa della Donna”, quale a volerle regalare un ultimo, dolce pensiero …

 

GEORGE GENEREUX, IL TIRATORE ORO OLIMPICO A 17 ANNI

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George Genereux al tiro – da cdnhistorybits.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

Già conquistare una medaglia olimpica è impresa non da poco, se si pensa quanti atleti hanno cercato di realizzarla, senza successo. Se poi quel metallo ha il colore più pregiato, oro, ecco che l’impresa di difficile diventa leggendaria, e di diritto ti iscrive nell’Olimpo dei campionissimi. Conquistarlo alla tenera età di 17 anni… beh, qui si sconfina nel campo del fantasport a cinque cerchi.

Eppure lo sterminato albo d’oro dei Giochi annovera ben più di un minorenne capace di salire sul gradino più del podio, e se non c’è bisogno di scomodare Dimitrios Loundras che nella prima edizione dell’era moderna, quella di Atene 1896, vinse una medaglia di bronzo nella gara a squadre delle parallele a soli 10 anni e 216 giorni, ecco che il canadese George Genereux può già vantare un record destinato a durare per ben 64 anni.

George Genereux, chi era costui? Nientepopodimeno che un tiratore a volo che avrà modo di illustrarsi alle Olimpiadi di Helsinki del 1952. Ma prima di raccontare di una prodezza agonistica destinata ad entrare nella storia, occorre informare il lettore che Genereux nasce a Saskatoon, la città dei ponti, il 1 marzo 1935, e se fin da ragazzo dimostra di avere mira eccellente vincendo, appena 13enne, il Midwestern International e il Manitoba-Saskatchewan, due rassegne giovanili di grande prestigio in Canada, diventa nel 1951 anche campione nordamericano juniores, realizzando l’eccezionale impresa di colpire 199 piattelli su 200, garantendosi la selezione per i Mondiali di Oslo del 1952.

Per la prima ed unica volta la rassegna iridata viene disputata in anno olimpico, e ad Oslo si gareggia una settimana prima dell’evento a cinque cerchi. La sfida con i migliori tiratori del mondo è pertanto estremamente indicativa per valutare forza e stato di forma di chi punta alla medaglia d’oro ai Giochi, e Genereux, specialista della fossa olimpica, rivela già le sue ambizioni conquistando il secondo posto, battuto di un solo colpo, 287 a 286, dall’argentino Pablo Grossi, che succede sul trono iridato al connazionale Fulvio Rocchi, trionfatore nel 1949 a Buenos Aires.

Con queste credenziali Genereux si presenta dunque alle Olimpiadi di Helsinki tra i papabili ad una medaglia. Rocchi è della partita, così come la coppia svedese composta da Knut Holmqvist, bronzo ad Oslo e vincitore della gara a squadre, e Hans Liljedahl, pure lui componente della fortissima nazionale scandinava dominatrice in Norvegia e già campione del mondo individuale a Stoccolma nel 1947, dove ottenne l’oro anche con i compagni di bandiera. Ed in effetti la prova di fossa olimpica, che torna a disputarsi da quando l’ungherese Gyula Halasy vinse a Parigi nel 1924, regala al pubblico che il 25 e 26 luglio è presente al Huopalahti Range of Finnish Hunting Society, una sfida appassionante, con lo stesos Liljedahl e il norvegese Hans Aasnaes che chiudono la prime quattro serie di 25 piattelli ciascuna con il punteggio di 96 colpi. Genereux e Holmqvist inseguono con 95 colpi, al pari del cecoslovacco Frantisek Capek, ed in gara ci sono anche gli azzurri Galliano Rossini, che vincerà l’oro quattro anni dopo a Melbourne, e Italo Bellini, che chiudono la prima giornata rispettivamente con 94 ed 89 colpi ed infine occuperanno la settima ed ottava piazza.

Al secondo giorno il giovane canadese, che, seppur argento iridato, non è certo atteso a questi livelli ed usa un fucile a canna singola dai più ritenuto obsoleto, rivela nervi saldissimi a dispetto della giovane età ed occhio acuto, e se il “vecchio” Rocchi terminerà mestamente ultimo su un lotto di quaranta partecipanti, Genereux regala invece una performance stupefacente con 97 colpi, score eguagliato dal greco Ioannis Koutsis e dallo stesso Bellini, per infine andare a globalizzare un punteggio finale di 192 colpi che gli permettono di rigettare il tentativo di sorpasso di Holmqvist, che chiude con 191 colpi fallendo proprio al penultimo tiro il colpo che gli avrebbe garantito il play-off. Nel frattempo Aasnaes è retrocesso indietro tanto da uscire addirittura dalla top-10 e Liljedahl, in preda all’ansia, completa una modesta terza serie di piattelli in 21 colpi, relegato infine sul terzo gradino del podio con 190 colpi totali, così come a Capek, con una prima serie da 20 colpi, resta solo l’amaro della medaglia di legno.

George Genereux, che con i suoi 17 anni e 148 giorni risulterà il canadese più giovane della storia a vincere una medaglia d’oro olimpica fin quando, a Rio de Janeiro 2016, la nuotatrice Penny Oleksiak, poco più che 16enne, non farà meglio di lui, entra nell’alveo dei grandi campioni di Olimpia, ma se il suo paese lo onorerà decretandolo atleta maschile dell’anno ed assegnandogli il Lou Marsh Trophy, la sorte sportiva sarà con lui meno benevola. Studente liceale ai tempi delle Olimpiadi di Helsinki ed in seguito dottore in medicina presso l’Università di McGill, si vedrà costretto, afflitto da un incessante caso di artrite reumatoide, ad abbandonare ben presto l’attività di tiratore. Ma un oro olimpico a 17 anni val bene un ritiro anticipato… o no?

A SYDNEY 2000 LA PRIMA TRIPLETTA CONSECUTIVA NEL CONCORSO COMPLETO A SQUADRE DI EQUITAZIONE

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L’Australia in trionfo alle Olimpiadi del 2000 – da equestriancentre.nsw.gov.au

articolo di Nicola Pucci

L’equitazione fece il suo debutto ai Giochi olimpici come disciplina ufficiale a Parigi 1900, quando il belga Aimé Haegeman vinse la gara di salto ad ostacoli, il connazionale Constant van Langhendonck si impose nel salto in lungo e l’Italia, con Gian Giorgio Trissino, ottenne la prima medaglia d’oro della sua storia a cinque cerchi risultando primo nel salto in alto a pari merito con il francese Dominique Gardères, uniche competizioni per l’occasione previste dal programma. A Stoccolma, nel 1912, dopo l’assenza a St.Louis nel 1904 e a Londra nel 1908, le prove a cavallo tornarono a disputarsi ai Giochi in veste definitiva, rimanendovi fino ai giorni nostri con competizioni, appunto, di salto, dressage e concorso completo, sia individualmente che a squadre.

E se proprio le gare di dressage e salto celebrarono a più riprese il dominio di paesi con grande tradizione nel montare a cavallo come Svezia e Germania, la prova più prestigiosa, ovvero il concorso completo, se da un lato annota nel libro d’oro a cinque cerchi tre vittorie olandesi consecutive con Adolf van der Voort van Zijp a Parigi nel 1924 e il leggendario Charles Pahud de Mortanges ad Amsterdam nel 1928 e a Los Angeles nel 1932, così come la quaterna australiana tra il 1984 e il 1996, altresì non ha mai conosciuto, nella prova a squadre, una dittatura altrettanto lunga. Fino, appunto, alla prima edizione olimpica del Nuovo Millennio, Sydney 2000, quando la prova di equitazione del concorso completo a squadre fa infine registrare il primo tris consecutivo nella storia dei Giochi.

Al Sydney International Equestrian Centre si gareggia dal 16 al 19 settembre, in una competizione che registrò le doppiette di Svezia e Olanda nelle prime quattro edizioni in cui si disputò la gara a squadre, ed il trionfo dell’Italia a Tokyo, nel 1964, grazie alle esibizioni a cavallo di Mauro Checcoli, Paolo Angioni e Giuseppe Ravano. Ma in Australia i padroni di casa fanno meglio ancora, dando seguito alle vittorie già ottenute a Barcellona nel 1992 e ad Atlanta nel 1996.

Andrew Hoy, 41enne di Culcairn, è l’unico componente del quartetto australiano ad aver colto l’oro nelle due precedenti edizioni, e per lui la rassegna in casa è l’occasione per entrare nella storia della specialità che somma le prestazioni di quattro cavalieri nelle tre prove di dressage, cross country e salto degli ostacoli. Insieme a lui l’Australia si affida a Phillip Dutton, Stuart Tinney e Matthew Ryan, mentre gli Stati Uniti propongono i coniugi O’Connor, David (che vincerà qualche giorno dopo la prova individuale del concorso completo proprio davanti a Hoy) e Karen. La Nuova Zelanda ha buone chances, con Mark Todd che vinse l’oro nell’individuale nel 1984 e nel 1988, la Gran Bretagna è a sua volta tra le candidate alle medaglie, al pari della Francia che ha buona tradizione olimpica seppur non avendo mai vinto in passato la prova riservata alle Nazionali.

Proprio l’eccellente prova di Hoy nel dressage porta in testa fin da subito l’Australia, che totalizza 112,6 penalità contro le 115,2 della Gran Bretagna, con gli Stati Uniti che si giocano la “carta” Karen O’Connor, capace di realizzare la terza miglior prestazione, 32,6 penalità contro le 30,6 penalità di Hoy e le 32 penalità della britannica Pippa Funnell, occupando provvisoriamente la terza posizione con 125,4 penalità.

Con il cross country le prime due posizioni della classifica rimangono invariate, seppur il margine si dilati a 12,8 punti di penalità, mentre la Nuova Zelanda scavalca gli Stati Uniti e prima della prova di salto, che deciderà l’assegnazione delle medaglie, sale sul terzo gradino virtuale del podio. In gara c’è anche l’Italia, che schiera Lara Villata, Giacomo Della Chiesa, Andrea Verdina e Fabio Magni, ma i tempi d’oro del 1964 sono lontani e gli azzurri chiuderanno, mestamente, in dodicesima ed ultima posizione.

Ma proprio all’ultima prova di salto succede quel che non ti aspetti. Il cavallo del neozelandese Blyth Tait (Ready Teddy), che fu campione olimpico nella prova individuale ad Atlanta nel 1996, non passa l’ispezione veterinaria dopo la gara di cross country, penalizzando la sua squadra che si trova a gareggiare così con soli due cavalieri, retrocedendo all’ottavo posto. L’Australia consolida così il primato chiudendo con 146,8 penalità, davanti alla Gran Bretagna che è seconda con 161,0 penalità e gli Stati Uniti che recuperano la medaglia di bronzo con 175,8 penalità.

Per Andrew Hoy, che dopo Kiwi a Barcellona 1992 cavalca dai tempi di Atlanta 1996 in sella a Darien Powers, così come per l’Australia, è il terzo oro di squadra consecutivo, ed è un’impresa unica nella storia dell’equitazione olimpica. La maledizione, infine, è sfatata ed anche il concorso completo ha i suoi legittimi dominatori.

LESTER PIGGOTT, IL FANTINO DELLA REGINA DAL VISO DI PIETRA

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Lester Piggott, il leggendario fantino inglese – da:scoopnest.com

Articolo di Giovanni Manenti

Alla stessa stregua di figli di imprenditori famosi, molto spesso destinati a rilevare la conduzione dell’azienda di famiglia, così anche quando il 5 novembre 1935 a Wantage nel Berkshire, dall’unione tra Keith Piggott e Lilian Iris Rickaby, nasce Lester, il suo destino appare già segnato.

Una dinastia, quella dei Piggott, che trae origine sin dal XIX Secolo, con il nonno paterno Ernie capace di aggiudicarsi ben tre edizioni del “Grand National” di Aintree – la massacrante corsa a siepi dell’Ippodromo di Liverpool – per poi contrarre matrimonio con la sorella di altri due fantini (Mornington e Kempton Cannon, vincitori, nel 1899 e 1904 rispettivamente, del Derby di Epsom), la quale dà alla luce nel 1904 Keith che, al contrario, si dimostra migliore come allenatore che non come fantino, cogliendo anch’egli un successo al “Grand National” nel 1963 con Ayala sotto tale veste.

Logico quindi che l’aria che si respirava in casa fosse un tutt’uno con il Mondo dell’Ippica, e Lester già dall’età di 3 anni sale in groppa al suo piccolo pony per acquistare dimestichezza e confidenza con la razza equina, dimostrando in ogni caso qualità naturali fuori dal comune che lo portano a 10 anni a montare ed a 12 a disputare le sue prime corse, nonché a tagliare per la prima volta il traguardo davanti a tutti, nel 1948 in sella a The Chase, sui 1450 metri della pista di Haysock Park

Sicuramente avviato ad una grande carriera – disputando solo corse al galoppo rispetto alle siepi predilette dai suoi avi – nessuno avrebbe però potuto immaginare che la sua immagine con il frustino alzato a festeggiare una vittoria si sarebbe ripetuta oltre 5mila volte negli anni a venire, così da fare di Lester Piggott una leggenda nel mondo dell’ippica, anche se il primo “segnale forte” del suo talento si manifesta in occasione del Derby di Epsom del 1954.

Gara che, l’anno precedente, era stata vinta, a dispetto dei suoi 49 anni, da Sir Gordon Richards – nominato Cavaliere dalla Regina a fine stagione, primo e sinora unico caso di un fantino degnato di tale onore – il quale, considerato il più grande jockey di ogni epoca (per ben 26 volte vincitore del “British Flat Racing Champion Jockey”, titolo assegnato al fantino che totalizza il maggior numero di successi nel corso dell’anno …), aveva così sfatato una sua personale “maledizione” nei confronti della prestigiosa corsa.

A Piggott, il proprietario Robert Sterling Clark affida Never Say Die, un tre anni nipote del leggendario Nearco ed allenato da Jospeh Lawson, che non parte certo con i favori del pronostico, essendo dato a 32-1 dai bookmakers, una previsione che sembra confermata dall’andamento della corsa, con il binomio ad uscire dalla curva che immette sul lungo rettilineo d’arrivo nelle ultime posizioni, prima che il giovane Lester desse un primo assaggio delle sue immense qualità.

Ed ecco così che i 2.420 metri della pista nel Surrey divengono idealmente un tappeto rosso steso davanti alla rimonta di Never Say Die che recupera posizioni su posizioni per andare ad imporsi con due lunghezze di vantaggio su Arabian Night, completando il percorso in 2’35”8, curiosamente appena 0”2 decimi in più di quanto aveva impiegato l’anno prima Richards con il suo Pinza, quasi come si sia trattato un ideale passaggio di consegne.

Anche gli attoniti spettatori stentano a capire come ciò possa essere accaduto, ma non ci mettono molto a realizzare, da lì a pochi anni, che quel sabato 5 giugno 1954 non avevano altro che assistito alla nascita di un “mito vivente” che trova la sua consacrazione nella stagione 1957, in cui, tra le altre, porta il tre anni Crepello ad aggiudicarsi il suo secondo Derby, oltre alle “2000 Ghinee” di Newmarket, per poi conquistare nel 1960 il primo “Champion Jockey” con 170 successi all’attivo, stagione in cui, in sella a St. Paddy, fa suo il terzo Derby e coglie la prima vittoria alle “St. Leger Stakes” a Doncaster, mentre l’anno prima si era imposto nelle “Mille Ghinee” a Newmarket e nelle “Epsom Oaks” con la femmina Petite Etoile.

Ma c’è un avversario che affligge Piggott ben più dei suoi colleghi e contro il quale dovrà fare i conti per l’intera sua carriera, ovverossia il suo fisico, visto che, a maturazione completata, Lester non è alto 150cm come la maggior parte degli altri fantini, bensì misura m.1,73 (5 piedi ed 8 pollici, secondo gli standard inglesi …), circostanza che ne determina il dover sottostare ad una dieta rigidissima per rientrare nei 54 chili di peso …

E se ciò, da un lato, ne fa acquistare prestigio dal punto di vista estetico – tanto per fare un paragone, è più alto di Messi e Maradona e quanto Pelè – dall’altro costringe Piggott a delle privazioni non indifferenti (provateci voi a stare a dieta ferrea per 30 anni …) che contribuiscono ad indurirne il carattere tanto da ricevere ben presto il soprannome di “Stone Face” (“Viso di pietra”) per l’imperturbabilità della sua espressione, così come un noto proprietario italiano, Carlo D’Alessio della scuderia “Cieffedi”, lo ribattezza “L’uomo dalla faccia da Poker”, non tradendo allo stesso tempo né entusiasmo che altrettanto disappunto in qualsiasi circostanza …

Al soprannome inglese contribuiscono anche le rughe precoci sul suo viso, che ne disegnano tratti somatici granitici, ma la grandezza del celebre fantino sta in un rapporto del tutto particolare, per non dire unico con il cavallo, a cominciare dallo stile con cui cavalca, caratterizzato da una staffatura molto più corta rispetto al consueto che lo porta quasi a sovrapporsi con il proprio corpo sulla testa dell’animale come se dialogasse con lui per stabilire le strategie di corsa.

Sicuramente dotato di una sensibilità del tutto insolita e sconosciuta dal resto dei suoi colleghi, questo binomio porta Piggott a sottoscrivere contratti principeschi nonché ad avere l’onore di montare i cavalli della Regina, consentendogli di aggiudicarsi – nel suo periodo di maggior splendore – ben 8 titoli consecutivi di “Champion Jockey” dal 1964 al ’71, con la stagione ’66 caratterizzata dal maggior numero di vittorie annuali, addirittura 191, pur rientrando tra di esse una sola delle cinque prestigiose “Horse race Classics” – ovverossia le 1000 e le 2000 Ghinee di Newmarket, il Derby e le Oaks di Epsom e le St. Leger Stakes di Doncaster – vale a dire le Oaks, in cui porta al successo Valoris.

Abbiamo parlato dello strettissimo connubio tra Piggott ed i cavalli, il che si esalta principalmente con tre di questi rappresentanti della razza equina, e cioè Sir Ivor (da lui definito come il più facile da montare …), Nijinsky e The Minstrel.

Il primo viene condotto da Piggott al suo primo successo al “Grand Criterium” all’ippodromo parigino di Longchamp nel 1967, a due anni, per poi, la stagione seguente, trionfare per due volte ad Ascot nelle “2000 Ghinee Trial Stakes” e nelle “Champions Stakes” e quindi centrare il suo personale poker nel Derby, con una lunghezza e mezzo di vantaggio su Connaughton, e nelle “2000 Ghinee” a Newmarket, prima di sbancare anche l’America affermandosi nelle “Washington International Stakes”.

Niente però può eguagliare le imprese compiute nel 1970 in sella a Nijinsky, che diviene il primo cavallo a distanza di 35 anni da analogo exploit compiuto da Barham, nonché tuttora l’ultimo a fregiarsi della “Triple Crown” – ovvero aggiudicarsi nello stesso anno, in successione le “2000 Ghinee”, il Derby e le “St. Leger Stakes” – cui, tanto per gradire, aggiunge il trionfo nelle “King George and Queen Elizabeth Stakes”.

Cavallo eccezionale, Nijinsky, forse il più grande galoppatore mai esistito, anch’esso lontano discendente dell’italiano Nearco, e che nei due anni di attività partecipa a 13 corse, vincendone ben 11 e classificandosi secondo nelle altre, anche per una qual certa “responsabilità” del fantino …

Come nel Calcio non esistono squadre imbattibili, anche Piggott può talvolta sbagliare tattica, e ciò si verifica la domenica del 4 ottobre 1970, classico appuntamento di fine stagione per il tradizionale “Prix de l’Arc de Triomphe” che si disputa sui 2.400 metri della pista di Longchamp, in cui ritarda lo spunto finale di Nijinsky – che si presenta a Parigi ancora imbattuto in carriera – non riuscendo a raggiungere, per una testa il vincitore Sassafras, montato dal famoso fantino transalpino Yves Saint-Martin, al suo primo successo in tale competizione.

Anche in detta circostanza, Piggott non smentisce la propria fama di uomo di poche parole, ed alle critiche mossegli dall’allenatore Vincent O’Brien, così come dal pubblico e dai media, risponde semplicemente che, per lui, “Nijinsky aveva oramai dato fondo a tutte le sue energie per la stagione …” …

Una corsa, quella de “L’Arc de Triomphe” che resta ancora tabù per il fantino che si sta avvicinando alle 40 primavere, e che conquista per la prima volta nel 1973 in sella Rheingold, tutto il contrario del Derby, al quale aggiunge i successi nel 1972 e ’76 con Roberto ed Empery rispettivamente, così come porta a 7 le vittorie nelle “St. Leger Stakes” imponendosi per due anni consecutivi (1971 e ’72) montando Athens Wood e Boucher.

La sconfitta ne “L’Arc de Triomphe” ’70 non intacca comunque i buoni rapporti tra O’Brien e Piggott, al quale affida nel 1976 un altro discendente di Nearco, ovverossia The Minstrel (il quale è generato come stallone da Northern Dancer, lo stesso di Nijinsky …), che conduce al suo primo successo a due anni nelle “Dewhurst Stakes” di Newmarket, per poi portarlo alla ribalta mondiale nel 1977.

Stagione che non si apre nel migliore dei modi per il binomio Piggott/The Minstrel, visto che, dopo il successo alle “2000 Ghinee Trial Stakes” del 2 aprile, incappa in due battute d’arresto, terzo alle spalle di Nebbiolo e Tachypous nelle “2000 Ghinee” nonostante fosse dato 6-5 favorito al botteghino, per poi essere superato da Pampapaul il 14 maggio alle “2000 Ghinee irlandesi”, disputate a Newbridge.

Ma è in queste situazione che si riconosce la grandezza dell’oramai famosissimo fantino che, a dispetto delle sconfitte, si rivolge ad O’Brien ed al proprietario Robert Sangster con le sue solite, brevi ma precise parole: “se avete intenzione di farlo correre al Derby, lo voglio montare io …!!”.

E così, il 6 giugno 1977, uno che conosce la pista di Epsom come le proprie tasche, si presenta alla partenza non con i favori del pronostico, dato 5-1 rispetto al 9-4 del francese Blushing Groom, ma deciso a bissare il successo della stagione precedente per allungare ad 8 il numero delle sue vittorie, nel mentre O’Brien si prende cura dell’animale, riempiendogli le orecchie di cotone sino al momento di presentarsi all’ordine dello starter, primo esempio conosciuto di una tecnica per mantenere calmo il cavallo successivamente copiata.

Con l’ingresso in dirittura in terza posizione, Piggott rompe gli indugi lanciando The Monstrel che, una volta guadagnata la testa si invola verso il traguardo, resistendo al tentativo di rimonta da parte di Hot Grove, montato da Willie Carson, mentre al favorito Blushing Groom tocca la terza moneta.

E, dopo aver conquistato a fine mese anche il Derby irlandese – solo il quarto cavallo a riuscire nell’impresa di abbinare di due Derby nella stessa stagione – The Minstrel è pronto per dare all’assalto anche alle “King George and Queen Elizabeth Stakes”, corsa che ha già visto 5 volte Piggott vincitore, l’ultima delle quali tre anni prima in sella a Dahlia.

Corsa stavolta ben più impegnativa, con alcuni dei migliori tre anni alla partenza e che vede Orange Bay prendere decisamente la testa allorché al centro della dirittura d’arrivo The Minstrel inizia la sua impressionante progressione che lo porta a raggiungere l’avversario in vista del palo, superandolo per una corta testa, come certificato dall’ordine d’arrivo.

E se, per il tre anni la stagione si conclude così in gloria, altrettanto può dirsi per il fantino, il quale sbanca Parigi aggiudicandosi il “Grand Prix de l’Arce de Triomphe” in sella ad Alleged, lontano discendente nientemeno che dell’imbattuto Ribot, che sulla pista della Capitale francese si era imposto nel 1955 e ’56.

Per non essere da meno del suo progenitore, Alleged si impone nell’edizione ’77 dominando la corsa allo steccato per resistere al disperato tentativo di rimonta di Ballerino, che conclude ad una lunghezza e mezzo di distanza, per poi concedere il bis l’anno seguente, allorché lo spunto finale giunge a metà del rettilineo d’arrivo per una facile vittoria con due lunghezze di vantaggio su Trillion e Dancing Maid.

Sono questi i maggiori successi di un Piggott che riesce comunque, dopo aver abdicato a favore del connazionale Willie Carson ed all’irlandese Pat Eddery per quanto concerne il trono del “Champion Jockey”, a riconquistare tale titolo nelle stagioni 1981 – in cui si impone nelle “1000 Ghinee” a Newmarket in sella a Fairy Footsteps e nelle “Epsom Oaks” con Blue Wind – ed ’82, collezionando 179 e 188 vittorie rispettivamente.

Avvicinandosi alla soglia dei 50 anni, Piggott aggiunge alla sua collezione di Trofei il suo nono (record assoluto …) Derby nel 1983 con Teenoso, così come allunga a 6 la striscia di vittorie nelle “Epsom Oaks” con Circus Plume ed ad 8 – ad un solo successo dal primato di Bill Scott, peraltro ottenuto nella prima metà del XIX Secolo – quella nelle “St. Leger Stakes” portando al traguardo Commanche Run, entrambi nel 1984.

Un Palmarès che si arricchisce di un quarto trionfo nelle “2000 Ghinee” a Newmarket in sella a Shaded nel 1985, per poi dare l’addio alle corse a fine stagione, per una leggenda che, peraltro, abbiamo avuto modo di applaudire anche in Italia, grazie ai suoi successi nelle due più importanti corse del calendario ippico, vale a dire il Derby d’Italia – che fa suo nel 1969 (Bonconte di Montefeltro), ’73 (Cerreto) ed ’84 (Weinor) – al pari del “Gran Premio del Jockey Club”, che lo vede vincitore in sella a Nagami (1958), Marco Visconti (’66) ed Awaasif (’83).

Si può pensare che di Piggott non si possa più sentir parlare, godendosi la meritata terza età, per la quale ha già in programma di fare l’allenatore rispetto al proprietario, “perché il primo guadagna ed il secondo è destinato a perdere”, chiosa, “ed a me i soldi sono sempre piaciuti …” …

Dichiarazione quanto mai inopportuna, visto che l’anno seguente, Piggott viene accusato di evasione fiscale per 3milioni di sterline, sottoposto a processo e condannato a ben 3 anni di galera, una pena ritenuta eccessiva dalla stessa Elisabetta II, la quale avrebbe desiderato un atteggiamento più clemente verso una leggenda del Paese rispetto anche al trattamento riservato a certi Finanziari della City londinese, pur vedendosi costretta a ritirargli il titolo di Baronetto di cui lo aveva insignito nel 1975, così da non poter ricevere, alla pari di Richards, la nomina a Cavaliere che con ogni probabilità la Regina aveva in mente di conferirgli …

E non fa certo una bella impressione vedere un personaggio di tale spessore uscire con le manette ai polsi dal Tribunale di Ipswich, immortalato dai flash dei fotografi e dalle telecamere delle varie Tv, ed anche se poi, in effetti, sconterà solo un anno della pena, la sua immagine ne esce profondamente scalfita.

Un pensiero che deve essersi trasformato in un tarlo per Piggott che, ripresa la necessaria forma fisica dopo aver passato 12 mesi dietro le sbarre, torna inaspettatamente a correre a 54 anni, per mettere ancora una volta il muso del suo cavallo, Royal Academy, davanti a tutti nel “Breeders’ Cup Mile” corso negli Stati Uniti, vittoria che gli dà lo slancio per un’ultima grande stagione.

E’ il 1992, difatti, allorché Piggott – oltre a far suo il quarto “Gran Premio del Jockey Club” in sella a Silvernesian – conduce un altro lontano discendente di Nearco, Rodrigo de Triano, a quattro significativi successi, imponendosi ad Ascot nelle “Champions Stakes”, ad York nelle “International Stakes”, per poi aggiudicarsi le “2000 Ghinee irlandesi e cogliere l’ultima delle sue 30 vittorie in una “classica”, con il sesto trionfo personale nelle “2000 Ghinee” a Newmarket.

Con la chiusura della stagione ’94, nessuna altra pista vedrà più Piggott nelle gabbie di partenza in un ippodromo del Regno Unito, mentre la sua ultima apparizione ufficiale avviene l’anno seguente ad Abu Dhabi dopo aver vinto l’ultima sua corsa in Australia, a Canberra, il 5 marzo 1995,

It’s over” (“E’ finita”), titola il “Racing Post” all’indomani del suo definitivo addio alle corse, mentre Piggott non si smentisce neppure stavolta nei commenti, limitandosi ad un quasi scontato: “Finalmente potrò tornare a mangiare …”, in perfetto humour inglese …

E, su quella “Stone Face”, per la prima volta in vita sua, qualcuno giura di aver visto un timido sorriso …

 

LE REGATE D’ORO DI ALESSANDRA SENSINI A SYDNEY 2000

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Alessandra Sensini in azione – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Già medaglia di bronzo quattro anni prima ad Atlanta, dove a batterla furono Lee Lai-Shan, rappresennate di Hong Kong, e Barbara Kendall, campionessa in provenienza dalla Nuova Zelanda che fu a sua volta oro a Barcellona nel 1992, alle Olimpiadi di Sydney del 2000 Alessandra Sensini apre la prima giornata di regate della classe mistral ottenendo due piazzamenti, terza e prima, che le consentono di stazionare già in seconda posizione alle spalle della tedesca Amelie Lux, tanto abile e competitiva da risultare prima e seconda.

La teutonica, piccola e minuta, e di sette anni più giovane dell’azzurra, è in lizza per le medaglie, al pari proprio della Kendall, dell’americana Butler, della francese Vidal e della Lai-Shan, che mira a confermare il successo olimpico del 1996.

La Lux è decisamente in forma smagliante, se è vero che è la migliore anche nella terza prova, che fa registrare un’eccellente rimonta delle Sensini, terza alle spalle anche della Kendall, così come nella quarta regata, con le due dirette avversarie che stavolta invertono le posizioni, il che consente alla Sensini di avanzare in classifica al secondo posto.

Sono in programma undici regate, con la possibilità di scartare i due risultati peggiori, ma già dopo quattro prove Lux, Sensini e Kendall sembrano ben decise a giocarsi tra loro le medaglie, con le altre contendenti destinate a competere per le posizioni di rincalzo.

Il quarto giorno di gare il vento consente di effettuare due regate, e per la Sensini, 30enne di Grosseto nel pieno dalla maturità agonistica e che si avvicinò alla tavola da surf all’età di 12 anni grazie alla sorella, è l’ora di cominciare a recuperare terreno, vincendo la quinta prova e classificandosi poi quarta alle spalle della Kendall, della Lux e della cinese Zhang, piazzamento che potrà scartare in virtù di una costanza di rendimento decisiva per l’assegnazione della vittoria finale.

Il giorno dopo, 21 settembre, la Sensini sferra un attacco deciso al primato, conquistando un primo ed un secondo posto, riducendo il distacco dalla Lux ad un solo punto, 17 a 18, con la Kendall che è in terza posizione con 22 punti.

Si decide tutto nelle ultime tre regate, con la bonaccia a favorire la tedesca e il vento fresco ad avvantaggiare la Sensini e la Kendall, che si impongono l’una nella nona regata, l’altra nella decima, con la Lux sempre seconda e con la sfida a tre che si risolverà proprio all’ultima prova.

E qui la Sensini disegna la prestazione perfetta. Scappa subito con la Lux, ma si trova a dover rincorrere la rivale tedesca quando cala il vento in poppa. Recupera di bolina, passa in testa e lo sprint vincente per compiere gli ultimi cento metri di un percorso di 6,5 miglia vale all’azzurra la vittoria della regata, l’aggancio in testa alla classifica con 15 punti e la medaglia d’oro per il maggiro numero di regate vinte, 5 a 3.

E’ la prima medaglia d’oro al femminile della vela italiana alle Olimpiadi, e a distanza di 48 anni, cioè da quando Agostino Straulino e Nicolò Rode vinsero nella classe star, il tricolore binco-rosso-verde torna sul pennone più alto dei Giochi. Grazie ad Alessandra Sensini, semplicemente la più grande surfista della storia italiana: andrà a medaglia, infatti, anche ad Atene nel 2004 e a Pechino nel 2008. Ma di questo parleremo un’altra volta.

LARS HALL E IL DOMINIO NEL PENTATHLON MODERNO DEGLI ANNI ’50

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Lars Hall alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 – da verkkokauppa.urheilumuseo.fi

articolo di Nicola Pucci

C’è un legame praticamente indissolubile tra la Svezia e la disciplina del pentathlon moderno. Proprio all’edizione dei Giochi di Stoccolma del 1912 venne infatti introdotto in sede olimpica, e se gli scandinavi monopolizzarono il podio con Gosta Lilliehook, Gosta Asbrink e Georg de Laval, altrettanto fecero ad Anversa nel 1920 e a Parigi nel 1924, perpetrando tale dominio con le vittorie individuali di Sven Thofelt ad Amsterdam nel 1928, Johan Oxenstierna a Los Angeles nel 1932 e William Grut a Londra nel 1948, fallendo solo a Berlino nel 1936 quando rimasero a sorpresa giù dal podio nella gara vinta dal beniamino di casa, Gotthardt Handrick, che ebbe la meglio dell’americano Charles Leonard e dell’azzurro Silvano Abba.

Ma se c’è un atleta che più di ogni altro merita di venir eletto quale pentathleta del secolo in un esercizio tipicamente militare, tanto è vero che fino al 1948 tutti i vincitori del titolo olimpico furono proprio militari di carriera ed alcuni di loro ebbero gloria in Guerra come il Generale Patton, quinto a Stoccolma nell’edizione dell’esordio, o proprio Gotthardt Handrick, comandante in Spagna della Luftwaffe, ecco, quello è ovviamente un altro svedese, e risponde al nome di Lars Hall. Che, ironia, della sorte, se da un lato protrae nel tempo la leadership del suo paese in questa speciale disciplina che coniuga talento e versatilità sportiva, dall’altro interrompe la connotazione militaristica della stessa, lui che di mestiere faceva il carpentiere.

Prima di entrare nel dettaglio delle imprese di Hall, è bene ricordare che la prova olimpica di pentathlon moderno si disputa, fin dall’esordio di Stoccolma del 1912, nell’arco di cinque giornate, ognuna destinata ad una disciplina. La classifica finale è costruita con la somma dei piazzamenti di ogni atleta nelle cinque prove e, fatto salvo qualche cambiamento nell’ordine delle prime quattro prove, questo formato di gara dura fino alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 che illustrano agli occhi del pianeta, appunto, la classe senza pari di Hall.

In verità Hall non è certo un novello, a livello internazionale. Per due anni consecutivi, nel 1950 e nel 1951, si è imposto infatti ai Campionati del mondo, battendo a Berna l’azzurro Duilio Brignetti e il finlandese Lauri Vilkko, per poi bissare nell’edizione casalinga di Helsingborg quando ha la meglio dello stesso Vilkko e del connazionale Thorsten Lindqvist. Lo svedese non è un gran tiratore, anzi ha qualche peccatuccio di troppo quando si tratta di prendere la mira, ma è estremamente completo nelle altre quattro prove previste della disciplina, ovvero equitazione, scherma, nuoto e corsa camprestre, e ciò, unito al fatto che il pentathlon moderno ha la sua culla più accogliente proprio in Svezia, gli consente di assommare anche quattro titoli iridati consecutive nella gara a squadre, dal 1949 al 1953, quando per tre volte batte la Finlandia, con l’Argentina che a sorpresa coglie la piazza d’onore nell’edizione cilena di Santo Domingo.

Ma è l’arengo olimpico a regalare ai pentathleti gloria perpetua, ed è lì che Hall punta l’obiettivo per l’edizione del 1952, che ha come teatro Helsinki, la casa dei rivali per antonomasia. Lo svedese, in virtù dei due titoli mondiali, parte con i favori del pronostico, capeggiando la graduatoria fin dalla prova iniziale di equitazione. Proprio in quest’esordio Hall è assistito dalla fortuna perché il cavallo a lui assegnato si azzoppa e quello che lo sostituisce, ironia della sorte, è il miglior quadrupede finlandese, che gli consente di precedere il finlandese Olavi Mannonen di 21″ e l’ungherese Istvan Szondy. Il brasiliano Borges è il migliore nella scherma e Vilkko domina nel tiro che, al solito, penalizza Hall, che si presenta al poligono con 20 minuti di ritardo ma viene salvato perché la giuria è impegnata ad esaminare un reclamo sovietico. Scivolato in classifica in terza posizione alle spalle di Szondy e dell’altro ungherese Gabor Benedek, Hall si riscatta con la miglior performance nel nuoto, sfruttando infine la controprestazione dei due magiari, con Benedek solo 18esimo proprio in vasca, e Szondy 17esimo nella corsa conclusiva, per mettersi al collo la medaglia d’oro con 32 punti davanti ai due rivali, rispettivamente 39 e 41 puntiHall deve invece accontentarsi del secondo posto nella prova a squadre, battuto dall’Ungheria che assomma 166 punti contro i 182 punti degli scandinavi, a cui non bastano il nono posto di Lindqvist e l’undicesimo di Claes Egnell.  

Quattro anni dopo Hall si presenta ai Giochi di Melbourne per difendere la corona olimpica, e lo fa senza il conforto, stavolta, dei risultati in sede iridata, se è vero che nel triennio che precede le Olimpiadi del 1956 la vittoria ai Mondiali ha sorriso a Benedek, all’altro svedese Bjorn Thofelt e al sovietico Konstantin Salnikov, con l’Ungheria due volte vincitrice della prova a squadre. Hall non ha gareggiato, e solo vincendo i campionati svedesi si è garantito il diritto di volare a Melbourne. Ma in Australia lo scenario è ben diverso, complice anche il cambio nella formula di determinazione della classifica, non più basata sui piazzamenti nelle singole prove ma su tabelle di punteggio che per ogni prova assegnano 1000 punti per l’eccellenza e via via a scendere, non trascurando la possibilità di raccogliere punteggi superiori per prestazioni che superino l’eccellenza.

Gli avversari sono agguerriti, come ad esempio i due americani George Lambert e Jack Daniels che dominano la prova di equitazione con Hall in quarta posizione, ed il rumeno Cornel Vena che a sua volta sbaraglia la concorrenza sulla pedana del Royal Exhibition Building, con Hall che si conferma, caso mai ce ne fosse bisogno, pentathleta estremamente costante nel rendimento con un altro quarto posto, che gli consente di balzare al comando della classifica. Altrettanto come nelle previsioni è la prova scadente nel tiro, solo 24esimo su un lotto di 36 partecipanti, ed allora si rendono necessarie due esibizioni di alto contenuto tecnico nel nuoto e nella corsa. Come puntualmente avviene, con Hall che è incisivo con il secondo posto in piscina alle spalle del sovietico Ivan Deriuhin, che lo aiuta a tornare nuovamente davanti ai diretti concorrenti, e con il definitivo ottavo posto nella corsa che non solo gli permette di tenere a bada in tentativo di rimonta dei due finlandesi Mannonen e Korhonen, che gli tengono compagnia sul podio, ma gli regala anche il secondo oro olimpico consecutivo.

Lars Hall entra definitivamente nell’Olimpo dei grandi pentathleti, e se oggi, a distanza di anni, viene ancora celebrato come un eroe dello sport scandinavo, c’è una ragione. Ed ha i contorni segnati d’oro.