ANDREJ MOISEEV, IL PENTATLETA CHE A PECHINO 2008 ENTRO’ NELLA LEGGENDA

MOISEEV
Andrej Moiseev sul podio di Pechino 2008 – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Non faremmo torto a nessuno se consideriamo il russo Andrej Moiseev se non il più grande, almeno uno dei più forti interpreti del pentathlon moderno della storia, unico in questa disciplina, insieme allo svedese Lars Hall che ci riuscì nel 1952 ad Helsinki e nel 1956 a Melbourne, a conquistare per due volte la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella gara individuale.

Dopo il successo ai Giochi di Atene del 2004, infatti, Moiseev, che in Grecia ebbe la meglio del lituano Andrejus Zadneprovskis e del ceco Libor Capalini, si presenta alle Olimpiadi di Pechino del 2008 con la ferma convinzione di concedere il bis, forte anche del successo conseguito qualche mese prima nella prova a squadre dei Mondiali di Budapest (che segue quelli di Mosca 2004 e Varsavia 2005), dove la gara individuale è stata invece vinta dal connazionale Ilja Frolov, presente lui pure alla kermesse a cinque cerchi, così come il ceco David Svoboda e il bielorusso Ygor Lappo, argento e bronzo iridato. Ma il grande rivale di Moiseev, che nella prova singola vanta “solo” un bronzo proprio ai Mondiali di Varsavia del 2005 quando venne battuto dal cinese Qian Zhenhua e dall’altro russo Aleksej Turkin, è proprio Zadneprovskis, che finì alle sue spalle ad Atene ed è stato campione del mondo nel 2000 a Pesaro e nel 2004 a Mosca, a cui si aggiunge l’altro lituano Edvinas Krungolcas, a sua volta iridato in Guatemala nel 2006. Alla gara sono iscritti anche i due azzurri Nicola Benedetti e Andrea Valentini, bronzo a squadre a Mosca, che termineranno comunque la gara olimpica non meglio che 14esimo e 17esimo rispettivamente.

Il 21 e 22 agosto 2008 si gareggia ovviamente in cinque discipline, ovvero 20 colpi con la pistola ad aria ed una stoccata di scherma contro ogni altro partecipante alla competizione (Olympic Green Convention Centre), 200 metri stile libero di nuoto (Ying Tung Natatorium), una prova di salto ad ostacoli di equitazione e 3 km. di corsa (Olympic Sports Centre). Si comincia con il tiro, che vede primeggiare proprio Svoboda con 1228 punti, davanti al cinese Qian Zhenhua, campione del mondo a Varsavia nel 2005, che fa segnare 1204 punti, e ai 1192 punti dell’altro ceco Michalik, eterno piazzato nelle grandi rassegne internazionali se è vero che a fine carriera, tra Mondiali ed Europei, avrà collezionato ben 7 argenti e 10 bronzi ma nessuna vittoria di prestigio.

Moiseev è in quinta posizione ma già con la scherma, vincendo ben 26 dei 35 assalti, si rifà sotto, con Qian Zhenhua che prende il comando del concorso piazzando a sua volta 26 stoccate. Con il tempo di 2’02″55 nei 200 metri di nuoto, prova vinta dal velocissimo egiziano Amro el-Geziry in 1’55″86, il pentatleta russo, che vide la luce a Rostov sul Don il 3 giugno 1979, piazza l’allungo che lo porta in testa alla classifica scavalcando Qian Zhenhua e Svoboda, appaiati in seconda posizione con 3500 punti contro i 3524 di Moiseev. Ma sono le due ultime prove, disputate sotto una pioggia torrenziale, a definire il gioco per le medaglie, con Moiseev che approfitta della caduta di Svoboda nel saltare un ostacolo che non raccoglie punti e va fuori classifica, mentre il rivale cinese chiude alle sue spalle con i due lituani Zadneprovskis e Krungolcas in rimonta e pronti a dare l’assalto al podio.

L’ultima fatica è la corsa, ma se Moiseev termina non meglio che ventisettesimo con il tempo di 9’48″75, ben lontano dal coreano Nam Dong-Hong che è l’unico a scendere sotto la barriera dei nove minuti, i suoi diretti avversari per la vittoria non riescono a recuperare lo svantaggio in classifica, con Qian Zhenhua che addirittura termina penultimo scivolando al quarto posto in classifica, giù dal podio, per la grande delusione del pubblico locale. Moiseev vince con un totale di 5632 punti, precedendo Krungolcas e Zadneprovskis, separati da soli 24 punti, che regalano alla Lituania argento e bronzo.

Moiseev è medaglia d’oro così come quattro anni prima ad Atene ed entra di diritto nel novero dei pentatleti più forti di sempre. Perché se vincere ai Giochi è da campioni, confermarsi è da fenomeni, e vale un posto nella leggenda degli dei di Olimpia.

L’ORO DI ZHANG YINING A PECHINO 2008 CHE NON POTEVA SFUGGIRE ALLA CINA

zhang-yining-6f42eb56-cc1c-49c5-95ec-16f27bc081d-resize-750
Zhang Yining in azione alle Olimpiadi di Pechino 2008 – da alchetron.com

articolo di Nicola Pucci

Se c’è una gara del programma olimpico che ai Giochi di Pechino del 2008 non può proprio sfuggire agli atleti di casa, quella è la prova di singolare di tennis tavolo femminile.

La Cina, infatti, oltre a detenere il titolo con Zhang Yining che trionfò quattro anni prima ad Atene, ed aver dominato in quell’edizione anche la prova di doppio, ha occupato il grandino più alto del podio fin dalle Olimpiadi di Seul del 1988, quando il tennis tavolo venne introdotto alla rassegna a cinque cerchi. Sono, inoltre, cinesi le prime tre teste di serie a Pechino, con la Guo Yue seconda favorita e campionessa del mondo in carica per il titolo vinto a Zagabria nel 2007, e Wang Nan, soprannominata “big sister“, che trionfò a Sydney nel 2000, numero tre del tabellone, mentre le prime otto giocatrici che compariranno in classifica alla fine del torneo saranno nate in Cina, pur alcune di esse gareggiando per altre bandiere, come ad esempio Li Jiawei, numero quattro e sconfitta nella finale per la medaglia di bronzo, che difende i colori di Singapore.

Proprio Zhang Yining, classe 1981 e che dal 2003 al 2009 è l’indiscussa numero 1 del mondo (scivolando provvisoriamente al secondo posto solo a gennaio e novembre 2008), tanto da meritarsi l’enorme privilegio di pronunciare il giuramento olimpico, sebbene abbia vinto “solo” una volta il titolo iridato in singolare, nel 2005 a Shanghai (farà poi il bis a Yokohama nel 2009), vuol confermarsi sul trono dei Giochi, ed inizia la sua rincorsa al bis battendo al debutto la bielorussa Viktoria Pavlovich con un netto 4-0. Per la campionessa in carica il cammino è agevole, se è vero che agli ottavi di finale cede un set, il terzo, alla giapponese Ai Fukuhara, vincendo facilmente gli altri quattro, mentre il match più impegnativo è quello ai quarti di finale con Feng Tianwei, atleta di Singapore nata appunto in Cina, che cede 4-1 ma al termine di cinque set estremamente lottati, 13-11 12-14 14-12 12-10 13-11. Sarà questo l’ostacolo più arduo che Zhang Yining troverà sulla sua strada, perché poi in semifinale, dove si presentano le prime quattro giocatrici del seeding, il 4-1 con cui batte Li Jianwei, che aveva vinto il primo set, è convincente e vale l’accesso alla finalissima con Wang Nan, che al pari della Zhang Yining, con la quale ha vinto in doppio ad Atene nel 2004, vanta quattro ori olimpici (singolo e doppio a Sydney 2000, doppio appunto in Grecia, e a squadre a Pechino qualche giorno prima della gara di singolare), che ha la meglio per 4-2 di Guo Yue, rimontando uno svantaggio di 1-2 e dominando gli ultimi tre parziali.

Il Peking University Gymnasium è dunque teatro della sfida decisiva tra le due atlete che hanno vinto i titoli di singolare a Sydney nel 2000 e ad Atene nel 2004, ed infine a prevalere è ancora una volta Zhang Yining, che perde il primo set 11-8 ma poi si impone nei quattro parziali successivi, 13-11 11-8 11-8 11-3, con la rivale che cede nettamente nel finale di partita. Zhang Yining, che ovviamente aveva già gareggiato e vinto anche nella gara a squadre, dominando con le compagne Croazia, Rep.Dominicana e Austria con un netto 3-0 nel girone eliminatorio, per poi avere la meglio, sempre per 3-0, di Hong-Kong in semifinale e Singapore in finale, si mette così al collo la quarta medaglia d’oro in due edizioni dei Giochi, facendo en-plein, con la stessa Guo Yue, altra componente del team cinese, a completare il tris del “paese del dragone” sul podio superando nella finale per il bronzo Li Jiawei per 4-2.

Insomma, oro annunciato, quello in singolare femminile a Pechino 2008, ma se poi si fa pure doppietta, meglio ancora

GRAZIANO MANCINELLI E L’ORO DIMENTICATO DI MONACO 1972, VITTIMA DI ASSURDI PREGIUDIZI

2926A9F0-6919-405C-826E-E12FB825A674
Mancinelli ed Ambassador a Monaco 1972 – da:corriere.it

articolo di Giovanni Manenti

Il programma olimpico delle gare di equitazione verte su tre prove – per ognuna della quali si disputa sia il concorso individuale che a squadre – vale a dire il dressage, il completo ed il salto ad ostacoli, con i cavalieri azzurri ad aver sino ad oggi collezionato 23 medaglie, di cui 7 ori, 9 argenti e 7 bronzi, ma con una sostanziale differenza tra le tre specialità.

Difatti, nessun cavaliere od amazzone italiano è mai salito su di un podio nel dressage – disciplina prettamente gradita alla Germania, che vi raccoglie ben 16 delle sue 25 medaglie d’oro –, così come alquanto scarso è il raccolto nel completo, se non fosse per l’affermazione di Mauro Checcoli ai Giochi di Tokyo 1964, cui si aggiunge l’impresa di Federico Roman (sia nell’individuale che a squadre) alla rassegna di Mosca 1980, peraltro condizionata dall’assenza di americani e tedeschi per il noto boicottaggio e che, in ogni caso, restano le ultime medaglie del nostro paese nell’equitazione.

Resta così il salto ad ostacoli, che porta alla causa azzurra ben 13 dei 23 allori complessivi, di cui 8 nel concorso individuale e 5 in quello a squadre, il cui pioniere – fatta eccezione per Gian Giorgio Trissino oro e argento ai Giochi di Parigi 1900 nel salto in alto e nel salto in lungo, gare disputatesi solo in tale occasione – è stato Tommaso Lequio di Assaba, oro nel concorso individuale alle Olimpiadi di Anversa 1920 ed argento quattro anni dopo a Parigi, dove è altresì bronzo nella prova a squadre.

Ma, se si chiede a chiunque quale atleta abbia rappresentato al meglio l’Italia in questa specialità, la risposta non può che essere univoca, riferendosi ai leggendari fratelli Raimondo e Piero D’Inzeo, non fosse altro che per aver partecipato ad addirittura 8 (!!!) edizioni dei Giochi, da Londra 1948 sino a Montreal 1976.

Nel corso del loro periodo di massimo splendore, i due cavalieri sono però affiancati da un terzo validissimo esponente della scuola italiana, che tuttavia, nonostante abbia ottenuto eccellenti risultati, viene tralasciato, come se il suo ricordo desse fastidio a qualcuno e, per scoprirne il motivo, dovrete leggere per intero il nostro racconto odierno a lui dedicato.

Costui altri non è che Graziano Mancinelli, il quale nasce il 18 febbraio 1937 a Milano, da famiglia di modeste origini, per poi trasferirsi a Roma al seguito del padre che vi si era recato per svolgere un lavoro di istruttore ippico.

Inserito nel mondo dell’equitazione, il giovane Graziano è costretto a svolgere i lavori più umili come stalliere, ma ciò gli fornisce una grande opportunità, ovvero quella di stabilire un rapporto di simbiosi con gli animali che risulterà determinante per la sua carriera, tanto che gli viene richiesto di montare cavalli che si dimostrano poco ubbidienti, manifestando delle doti innate che convincono il colonnello Chiantia, capo istruttore alla “Farnesina”, ad introdurlo nel circuito dei Gran Premi.

Mancinelli, adeguatamente inserito, conferma le intuizioni del suo “scopritore”, montando i cavalli della scuola così da inanellare una prima serie di successi che lo portano ad essere tra i migliori del Vecchio Continente nella categoria under 18. Ma c’è un problema…

Occorre, difatti, collocarsi all’epoca degli anni ’50 della capitale, quelli della “Dolce Vita” di felliniana memoria, e l’equitazione è uno sport elitario, a cui si rivolgono ricchi se non addirittura nobili coi loro cavalli di proprietà, e questo giovane cavaliere di umili origini non è ben visto in un ambiente così snob, il che fa sì che Mancinelli, appena 17enne, se ne torni a Milano.

Siamo a metà degli anni ’50 e per il giovane milanese i tempi sono particolarmente duri, se non fosse che accade quella che diviene la svolta della sua vita, ovvero l’incontro con Osvaldo Rivolta, uomo d’affari meneghino e grande amante, nonché proprietario di cavalli e gestore del “Circolo Ippico Vigentino”, al quale serve giusto un cavaliere che ne valorizzi l’investimento.

Mai scelta si rivela più azzeccata, con Mancinelli a poter montare cavalli di più elevata qualità che portano al circolo trofei e pubblicità, con sempre maggiore interesse a che le persone richiedano di iscriversi per essere istruite nell’arte di cavalcare, quand’anche non propongano l’acquisto dei migliori esemplari.

Nel panorama equestre italiano, si stanno affermando i fratelli D’Inzeo, con Raimondo a classificarsi secondo ai Mondiali 1955 di Aachen in Germania, per poi far suo il titolo l’anno seguente, sempre in sella al fido Merano, un binomio che lo porta a conquistare l’argento alle Olimpiadi 1956 – che, per quanto attiene all’equitazione, si svolgono a Stoccolma – alle spalle della leggenda tedesca Hans Gunther Winkler e precedendo il fratello Piero in sella ad Uruguay, per poi far loro l’argento nella prova a squadre.

In vista dei Giochi di Roma 1960, Mancinelli, oramai 23enne, si attende di essere selezionato ma, all’improvviso, scoppia il caso che lo accusa di professionismo, così infrangendo le rigide norme della carta olimpica dell’epoca.

Cosa era successo? Semplice, poiché non si vive di sola aria, Rivolta aveva messo Mancinelli sotto contratto presso il suo circolo ippico, garantendogli un sostanzioso compenso, circostanza che secondo il CONI ne inficia la partecipazione ai Giochi, mentre i fratelli D’Inzeo, entrambi ufficiali, non dovevano la loro sussistenza economica all’attività di istruttore e cavaliere.

Una grave ingiustizia, alla quale pone rimedio, giusto in tempo prima di morire nel 1962, lo stesso Rivolta che, in accordo con il generale Tommaso Lequio di Assaba, divenuto presidente della FISE (“Federazione Italiana Sport Equestri”), si inventa lo stratagemma di “adottare” Mancinelli, così da farlo divenire un componente della famiglia e, è proprio il caso di dire, “aggirare l’ostacolo” nei confronti delle rigide e restrittive norme.

Mancinelli è quindi costretto, suo malgrado, ad assistere dalla tribuna di Piazza di Siena al trionfo azzurro, con Raimondo Medaglia d’oro in sella a Posillipo e Piero argento con The Rock, cui uniscono il bronzo del concorso a squadre, così da dover attendere il successivo quadriennio per l’esordio olimpico.

A Tokyo, nel 1964 – e dopo essersi imposto, l’anno precedente, ai Campionati Europei di Roma in sella a Rockette, avendo la meglio su un altro eccellente esponente della scuola tedesca, Alwin Schockemohle –, Mancinelli non va oltre il 19esimo posto (16 penalità nel primo percorso e 20 nel secondo), in una prova che vede tornare a trionfare, a 12 anni dall’oro di Helsinki 1952, il francese Pierre Jonquères d’Oriola, con anche Piero e Raimondo D’Inzeo a concludere non meglio che in nona ed undicesima posizione, rispettivamente, per poi riscattarsi nella prova a squadre, in cui l’Italia conquista il bronzo, dietro Germania e Francia.

Nel frattempo, come anticipato, il suo mentore Rivolta era deceduto, e gli eredi decidono di cedere il “Circolo Ippico Vigentino”, ma, come spesso accade, chiusa una porta si apre un portone, e stavolta a venire incontro a Mancinelli è un’esponente dell’alta società milanese, Beatrice Binelli, la quale, proprietaria di una tenuta a Castellazzo di Bollate, la mette a disposizione per la costruzione di un centro ippico, di cui Mancinelli diviene il direttore tecnico e che resta il quartier generale per il resto della sua attività.

Con la sicurezza economica alle spalle, Mancinelli è ora pronto a raccogliere il testimone dai fratelli D’Inzeo, dopo una deludente partecipazione ai Giochi di Città del Messico 1968, dove non riesce a qualificarsi, al pari di Raimondo, per il secondo percorso, mentre Piero, terzo al termine della prima prova, commette tre errori e conclude non meglio che settimo, ed anche la prova a squadre non arride al terzetto azzurro, che si classifica al quinto posto.

Inutile evidenziare quanto sia importante l’affiatamento del binomio tra il cavaliere e l’animale, e Mancinelli, dopo aver conquistato uno splendido argento ai Mondiali di La Baule, in Francia, nel 1970 in sella a Fidux, trova il suo fedele compagno d’avventura in Ambassador, con cui si presenta alle Olimpiadi di Monaco 1972, il cui programma prevede il 3 settembre la prova individuale.

Ritenuto troppo giovane per competere a tali livelli, tanto da non essere annoverato nel lotto dei favoriti, il grigio irlandese Ambassador fornisce al contrario una prova di maturità non indifferente, sotto la superba guida dell’oramai 35enne cavaliere milanese, tanto da completare un primo percorso netto che lo pone a pari merito con la britannica Ann Moore ed il canadese Jim Day, mentre entrambi i fratelli D’Inzeo falliscono la qualificazione alla seconda prova.

Qui, il binomio Mancinelli/Ambassador ha la possibilità di chiudere il discorso, ma un secondo errore sull’ostacolo denominato “cancello fiorito”, lo porta a concludere con 8 penalità complessive, stesso risultato dell’amazzone inglese ed altresì eguagliato dall’americano Neil Shapiro che, con due percorsi da 4 penalità ciascuno, entra anch’egli in lizza per l’oro, mentre Day è quanto mai sfortunato, poiché ai suoi due errori aggiunge una penalità di 0,75 per aver superato il tempo massimo consentito per il completamento del percorso.

Si rende, pertanto, necessario un barrage di spareggio, dove il primo a scendere sul terreno dell’“Olympiastadion” del capoluogo bavarese è Shapiro, il quale commette due errori che gli valgono 8 punti di penalità.

E’ quindi il turno dell’azzurro con il suo Ambassador, binomio che replica il percorso netto del primo turno così da garantirsi quantomeno l’argento, che poi si tramuta nel più prezioso dei metalli allorché la Moore commette un errore che le costa il primo posto, divenendo comunque la seconda amazzone britannica ad andare a medaglia ai Giochi nel salto ad ostacoli.

A distanza di 8 giorni, i cavalieri tornano in sella per la prova a squadre – aperta a 4 binomi per Nazione, venendo scartato ai fini della graduatoria il peggior punteggio –, ed al terzetto azzurro si aggiunge Vittorio Orlandi che, con il suo Fulmer Feather, risulta il migliore completando due percorsi da un errore ciascuno, mentre a penalizzare l’Italia è proprio il primo percorso di Ambassador, concluso con 20 punti di penalità, il che impedisce di andare oltre il bronzo alle spalle di Germania e Stati Uniti.

L’esperienza olimpica di Monaco di Baviera rappresenta l’apice della carriera di Mancinelli, il quale partecipa anche alle edizioni di Montreal 1976 e Los Angeles 1984 senza riuscire a qualificarsi per la seconda prova nel concorso individuale ed ottenendo un nono ed un ottavo posto a squadre, per poi ritirarsi dall’attività agonistica nel 1985, a 48 anni, salutando il suo pubblico a Piazza di Siena con il contributo all’affermazione nella Coppa delle Nazioni.

Una carriera che si riassume – Olimpiadi, Mondiali ed Europei a parte – con oltre 100 presenze a Piazza di Siena, 108 presenze in Coppa delle Nazioni riportando 30 vittorie, ed oltre 250 Gran Premi disputati con 11 vittorie, il che lo pone, se non proprio alla pari, appena un gradino sotto ai più celebrati fratelli D’Inzeo.

Cosa manca, pertanto, a Mancinelli per essere ricordato tra le eccellenze della nostra equitazione, visto che nel 1980 è eletto presidente del comitato regionale lombardo della FISE, incarico che mantiene per altri due successivi mandati, per poi essere altresì nominato nel 1989 commissario tecnico della nazionale italiana di equitazione?

E’ l’ultimo capitolo della sua vita, quello che induce i benpensanti a stendere il velo dell’oblio sulla sua memoria, in quanto Mancinelli scompare l’8 ottobre 1992, a soli 55 anni, vittima di quella che, all’epoca, era considerata “La Peste del 2000”, ovvero l’AIDS, il che porta i media, in un periodo di morbosa curiosità su come tale virus potesse essere contratto, a scavare nella sua vita personale con molta poca sensibilità e rispetto.

Meglio dimenticare, quasi come non fosse mai esistito, mentre invece l’umile ragazzo milanese la sua vita l’ha interamente dedicata ai suoi amati cavalli che lo hanno portato a raggiungere quella gloria olimpica a cui ogni sportivo ambisce ed a noi piace il ricordo di quel “percorso netto” che lo incorona il miglior cavaliere del pianeta, e così sia…

 

LA DOPPIETTA D’ORO DI DANIELE MASALA NEL PENTATHLON MODERNO A LOS ANGELES 1984

daniele-masala2
Daniele Masala con le due medaglie d’oro di Los Angeles 1984 – da h24notizie.com

articolo di Nicola Pucci

Con il solo misero bronzo conquistato da Silvano Abba ai Giochi di Berlino del 1936, il pentathlon moderno – che, ricordiamo, è disciplina che vede gli atleti impegnati in cinque diverse specialità (equitazione, scherma, nuoto, tiro e corsa) – è lo sport che, almeno sino a Los Angeles ’84, ha meno contribuito ad arricchire il medagliere olimpico azzurro.

Tradizionalmente “terreno di conquista” di svedesi ed ungheresi, l‘assenza di questi ultimi e delle altre nazioni dell’Est Europa indubbiamente favorisce il successo italiano, che si afferma con Daniele Masala nella prova individuale, con Carlo Massullo (che poi sarà argento quattro anni più tardi a Seul 1988) che strappa a sua volta la medaglia di bronzo, e poi, unitamente al punteggio acquisito dal terzo componente, Pier Paolo Cristofori, giunto undicesimo, conquista anche l’oro nella prova a squadre.

La gara individuale è apertissima e combattuta sino all’ultimo metro dell’ultima prova, la corsa campestre, con Masala, 29enne romano già campione del mondo proprio a Roma nel 1982, quando sconfisse il sovietico Anatoly Starostin (assente a Los Angeles) ed il francese Joel Bouzou (che in California conclude non meglio che 17esimo), nonché bronzo nel 1979 a Budapest alle spalle dell’americano Robert Nieman e del polacco Janusz Gerard Pyciak-Peciak ed argento due anni dopo a Zielona Gora, in Polonia, battuto stavolta dal padrone di casa, che si presenta con un minimo margine di vantaggio (4334 punti contro 4308) nei confronti dello svedese Svante Rasmuson, accumulato grazie al percorso netto nell’equitazione nel deserto di Coto da Caza, al recupero nella scherma centrando 39 successi su 51 assalti, alla sua abilità nel nuoto (300 metri stile libero coperti in 3’15″937, ottavo tempo globale, raccogliendo 978 punti rispetto ai 912 dello scandinavo) compensando così la superiorità dell’avversario proprio nella scherma, arma che preclude a Massullo – che perde ben 264 punti dallo svedese – la possibilità di competere per l’oro, e facendo praticamente match pari al poligono con la pistola. In piscina Masala si esalta, memore anche di un passato da eccellente nuotatore se è vero che in gioventù è stato vice-campione italiano dei 400 misti, prima di dedicarsi al pentathlon moderno che lo vedrà conquistare ben 10 titoli italiani individuali tra il 1976 e il 1987 e 14 a squadre. 

Ma torniamo al Coto Equestrian Center di Los Angeles dove il 1 agosto 1984 il cross-country, ultima prova da disputarsi sulla distanza di 4 km., vede gli atleti partire scaglionati sulla base dei punteggi sino ad allora accumulati tradotti in secondi, ragion per cui chi taglierà per primo il traguardo risulterà anche il vincitore della competizione.

Masala, che già gareggiò ai Giochi di Montreal del 1976 cogliendo un amaro quarto posto superato per soli 33 punti dal cecoslovacco Jan Bartu, complice un infortunio alla caviglia scendendo dalla pedana della scherma, e a cui fu negata la partecipazione quattro anni dopo a Mosca in quanto atleta militare con le Fiamme Oro, è in testa con 4334 punti e parte per primo, con un vantaggio di quasi 9″ su Rasmuson e di poco più di 15″ sul francese Paul Four, mentre Massullo, più staccato in classifica, prende il via in quinta posizione, con 1’11” di ritardo rispetto al connazionale.

Se gli organizzatori avevano in mente di far vivere un’emozione unica ci sono riusciti in pieno, con lo svedese che raggiunge Masala a 100 metri dall’arrivo e sembra a questo punto facile vincitore, ma a soli 20 metri dal traguardo il giovane studente di medicina, esausto per la rimonta effettuata, scivola sul terreno morbido, consentendo a Masala di superarlo e tagliare il filo di lana a braccia alzate, battendo infine Rasmuson di 13 punti, 5469 contro 5456, con Massullo che, viceversa, compie un’impresa ottenendo il secondo crono assoluto sulla distanza e, recuperando ben due posizioni, riuscendo a sua volta a salire sul terzo gradino del podio.

Con un primo, un terzo ed un undicesimo piazzamento, la prova a squadre è facile preda dell’Italia, che con un totale di 16.060 punti precede gli Stati Uniti (Storm 5., Losey 13. e Glenesk 18.) che con 15.568 punti “beffano” la Svizzera (Jung 12., Steinmann 16. e Minder 19.) per l’inezia di appena tre punti nella corsa per l’argento.

E così Daniele Masala, a distanza di 48 anni, riporta l’Italia sul podio del pentathlon moderno alle Olimpiadi, e lo fa cingendosi il collo con due metalli abbaglianti d’oro. Scusate se è poco…

GIAN GIORGIO TRISSINO, IL CAVALIERE CHE REGALO’ LA PRIMA MEDAGLIA D’ORO OLIMPICA ALL’ITALIA

GianGiorgio_Trissino_foto_d'epoca
Trissino in azione – da quotidiano.net

articolo di Massimo Bencivenga

Come saprete, l’anno olimpico è saltato, privandoci di gioire e piangere per i nostri connazionali. Ma chi ha conquistato il primo oro olimpico azzurro?

L’Italia non prese parte alle prime Olimpiadi, ma decise di partecipare a quelle del 1900, che si tennero a Parigi, in quell’anno sede anche dell’Esposizione Universale e di congressi, di matematica e di fisica, abbastanza noti tra gli addetti ai lavori.

C’erano invero competizioni bizzarre, ne dico solo due: i 60 metri sott’acqua e il tiro alla fune. Molto stupore destò, tra spettatori, sportivi e giornalisti, Ray Ewry.

Come Wilma Rudolph sessanta anni dopo, anche Ray Ewry era stato flagellato dalla poliomielite. A lui come a Wilma, i medici dissero che mai avrebbe camminato; se Wilma lì smentì con tre ori olimpici nei 100m, nei 200m e nella staffetta 4×100, allora (e prima ancora di lei) Ewry zittì medici e suscitò meraviglia con tre vittorie, e precisamente: salto in alto, salto in lungo e salto triplo. Salto triplo da fermo, però. Così era all’epoca. Wilma fu soprannominata la gazzella nera, lui la rana umana. Da quest’ultimo parallelismo non ne è uscito molto bene, non trovate?

Ma torniamo alle italiche gioie. Per un po’ non fu chiara la primogenitura. Per un po’ si sostenne che la prima gloria dovesse essere tributata ad Antonio Conte, uno sciabolatore che si chiama come l’attuale tecnico dell’Inter.

Nella mia vita c’è stato un altro Antonio Conte, ed era il colonnello comandante della Caserma Spaccamela di Udine, dove sono stato alla naja, dove feci giuramento, prima di passare in cavalleria. E la cavalleria, in questo post, c’entrerà, eccome.

Perché in verità la primissima medaglia olimpica conquistata da un italiano fu non già nella sciabola per maestri (ci ritorneremo, non temete), bensì nel concorso degli sport equestri, e a conquistarla fu un giovane tenente di cavalleria di nome Gian Giorgio Trissino, il quale precedette di poche ore l’affermazione di Conte.

Gian Giorgio Trissino, al pari della stragrande maggioranza degli ufficiali di cavalleria dei tempi, aveva quarti di sangue blu nelle vene, ed era un discendente dell’omonimo Gian Giorgio Trissino dal Vello d’Oro, letterato del Rinascimento. Il nostro Trissino nacque invece nel 1877 a Vicenza.

Trissino militava nel reggimento di Genova Cavalleria, che inquadrava anche il capitano, e diretto superiore di Trissino, Federico Caprilli, che aveva una decina d’anni in più. Personaggio volitivo, tomber de femme, il livornese Caprilli era pervaso da uno spirito avventuroso, aveva un carattere mercuriale ed era deciso a fare delle propria vita un capolavoro cavalleresco e romantico a un tempo. Per quanto possa sembrare strano, un tipo con tanto argento vivo addosso riuscì, nondimeno, a codificare un nuovo metodo di salto, con il cavaliere inclinato in avanti, ad assecondare meglio, al momento dello stacco, l’indole propria del cavallo. Il cavallo di Trissino, Oreste, era il cavallo di battaglia, diciamo così, di Caprilli. Per dirla tutta, il capitano Federico Caprilli avrebbe dovuto partecipare alle Olimpiadi, ma, dopo aver inviato i due cavalli, fu trattenuto in Italia dal Ministero della Guerra (all’epoca si chiamava così il Ministero della Difesa) in seguito allo scioglimento delle Camere, una situazione che vietava l’espatrio ai militari in carriera.

Il giallo è servito, perché alcuni giornalisti coevi scrissero che Caprilli partecipò ed eccome a quelle Olimpiadi, arrivando quarto nella gara di elevazione (sorta di salto in alto con cavallo e cavaliere), la gara vinta da Trissino, e secondo nel lungo. Pertanto, l’argento nel lungo, secondo qualcuno, e anche per alcuni albi non ufficiali, sarebbe da attribuire al capitano Federico Caprilli. E non allo stesso Trissino.

Sia come sia, il guascone e rodomontesco Caprilli, che ebbe alcune donne in comune con D’Annunzio, che non menzioniamo perché siam gentiluomini, riuscì a far parlare di sè anche a distanza di tempo, tant’è vero che Giovanni Spadolini, ricevuto dal neopresidente Usa Ronald Reagan, sentì pronunciare a quest’ultimo un elogio all’Italia, “terra di Michelangelo e Caprilli“.

Più placida, ma non meno interessante fu anche la vita di Trissino, che fu anche regista di cortometraggi sull’equitazione, fu compositore e incise tracce anche per la casa di registrazione Ricordi.

A Parigi s’impose con un balzo a 1,85 metri. Va detto, ad onor di cronaca e del vero, che l’oro fu assegnatao ex aequo insieme con il francese Dominique Gardères, che naturalmente fece la stessa misura, mentre il belga Georges van der Poele fu terzo. Trissino fece 5,70 nel lungo, a 40 cm dal vincitore, il belga Constant van Langhendonck, aggiungendo un secondo posto alla vittoria nell’elevazione.

KAROLY TAKACS, IL MUTILATO MANCINO CHE SPARO’ ALL’ORO

takacs
Karoly Takacs – da anujshah.com

articolo di Nicola Pucci

La storia di Olimpia racconta che l’edizione americana di St.Louis 1904, non proprio fortunatissima, applaudì le gesta del ginnasta George Eyser che colse sei medaglie, pur con una protesi di legno alla gamba sinistra persa dopo esser stato investito da un treno, così come il leggendario Oliver Halassy, a dispetto dell’amputazione del piede sinistro, con la squadra ungherese di pallanuoto colse ben tre medaglie consecutive, un argento e due ori, tra Amsterdam 1928, Los Angeles 1932 e Berlino 1936. Ergo, ben prima che il Comitato Paraolimpico Internazionale optasse nel 1960 per una prima edizione dei Giochi rivolta ai portatori di handicap, alcuni atleti, seppur limitati da qualche sorta di mutilazione, ebbero forza, coraggio e destrezza per competere con campioni senza difetti fisici, addirittura, in alcune circostanze, precedendoli in classifica.

E’ il caso del protagonista della nostra storia odierna, il tiratore ungherese Karoly Takacs, a cui pareva vietata l’esperienza a cinque cerchi, e che, invece, non solo riuscì a partecipare, ma pure a mettersi gli avversari alle spalle. Non una, ma addirittura due volte.

Nato il 21 gennaio 1910 a Budapest, Takacs entra ben presto a far parte dell’Esercito Ungherese, e se acquisisce il grado di sergente, inizia pure a tirare con la pistola presso il circolo degli ufficiali della Honved. E qui, presa confidenza con l’arma, diventa un tiratore di valore assoluto, prima che un evento drammatico rischi di compromettere sul nascere, o quasi, la sua carriera sportiva.

Nel settembre 1938, quando è già entrato a far parte dei quadri della Nazionale ungherese di tiro, seppur gli sia stata negata la possibilità di partecipare alle Olimpiadi di Berlino del 1936 da un divieto, poi revocato, imposto dalla Federazione del suo paese che selezionava per i Giochi solo ufficiali di grado, ed avendo puntato il mirino (mi si perdoni la metafora, assolutamente non casuale) su quelle Olimpiadi del 1940 programmate a Tokyo che poi, complice lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, non verranno mai disputate, Karoly, nel corso di un’esercitazione militare, è vittima di un incidente raccapricciante, quando una granata, esplodendo, gli disintegra la mano destra. Immediatamente portato in ospedale, gli viene applicata una protesi ma, realisticamente, la sua carriera di tiratore scelto sembra destinata ad una precoce conclusione.

Sia mai, neppure un anno di tempo e Takacs, che, lungi dall’arrendersi al destino avverso, obtorto collo e in gran segreto apprende a sparare con la mano sinistra, si presenta ai campionati ungheresi che si tengono a primavera. E ai colleghi di tiro con i quali si misurava prima dell’incidente, che non trovano di meglio che mostrarsi dispiaciuti per l’accaduto, Karoly risponde “non sono venuto qui per rimanere a guardare ma per competere con voi!“, sbaragliando poi il campo, il che gli garantisce l’opportunità di gareggiare ai Mondiali di Lucerna del 1939, dove ad un sorprendente quarto posto nella prova individuale di pistola a fuoco rapido 25 metri alle spalle dello svedese Torsten Ullman, del tedesco Cornelius Van Oyen (campione olimpico a Berlino 1936) e del lituano Jonas Miliauskas, aggiunge la vittoria nella prova a squadre, quando assieme a László Badinszky, Lajos Börzsönyi, Dombi Ede e László Vadnay batte Lituania e Germania. E con lo scoppio delle ostilità, pur dovendo rinunciare ai sogni olimpici, ha tuttavia la possibilità di perfezionare, quotidianamente, la sua precisione con la mano sinistra, perché, il bello, deve ancora venire.

A guerra finita, e nonostante non sia ormai più giovanissimo, superate come sono le 38 primavere, Takacs si ripresenta al poligono di tiro, ben intenzionato ad inseguire quel sogno olimpico che se nel 1936 gli fu negato da un penalizzante regolamento interno e nel 1940 (ed anche 1944) venne cancellato dai catastrofici eventi bellici, stavolta non vuol proprio riporre nel cassetto. E a Londra 1948 è puntuale all’appuntamento, quando il 4 agosto al National Rifle Association Ranges di Bisley, alle porte della capitale, i 59 migliori tiratori al mondo son pronti a sparare per la prova di pistola a fuoco rapido 25 metri che assegna le medaglie.

Tra questi c’è il campione del mondo in carica, l’argentino Carlos Enrique Díaz Sáenz Valiente, che nel 1947, a Stoccolma, ha colto l’iride battendo il greco Konstantinos Mylonas e lo svedese Sven Lundquist, pure loro presenti a Londra, così come è della partita quel Torsten Ullman che si era imposto a Lucerna nel 1939 e a Berlino 1936 fu medaglia di bronzo. Tra gli outsider, sono accreditati Lajos Börzsönyi, che condivise con Takacs il successo a squadre in Svizzera, e gli azzurri Ferdinando Bernini, Walter Boninsegni (entrambi finiranno però nelle retrovie), e Michelangelo Borriello (infine nono).

Valiente è il grande favorito della prova, anche in qualità di primatista del mondo, e non manca davvero di compiacersi, stupito, per la presenza di Takacs, al quale chiede “cosa sei venuto a fare qui?“, ricevendo in risposta un sibillino “sono qui per imparare“. E che Karoly apprenda come meglio non si potrebbe se ne ha riprova al poligono di tiro, con l’ungherese, con la sua Walther Olympia calibro 22, che completa le due serie di 30 colpi in posizione eretta segnando un punteggio strabiliante di 580 punti, che altro non è che record olimpico e mondiale. L’argentino non può che strabuzzare gli occhi, lui come tutto il pubblico presente all’evento, per  la precisione dell’ungherese, abile con la mano sinistra tanto quanto lo fosse con la destra prima dell’incidente, il che gli garantisce la medaglia d’oro, primo magiaro della storia a riuscire in questo particolare esercizio che nel 1932, a Los Angeles, celebrò il trionfo dell’azzurro Renzo Morigi, con Valiente che non va oltre i 571 punti, nel mentre Lundquist ed Ullman si giocano il bronzo, con il primo infine a prevalere nel derby svedese, 569 punti contro 564. Laconico il “hai imparato davvero bene!” con cui il sudamericano apostrofa il rivale che gli ha sottratto record e medaglia d’oro.

Affatto appagato, Takacs punta l’obiettivo sulle Olimpiadi di Helsinki del 1952, e per quell’appuntamento, che lo può consegnare definitivamente alla storia dei Giochi perchè, in caso di successo, sarebbe il primo tiratore a bissare l’oro olimpico nella pistola a fuoco rapido 25 metri, l’ungherese si trova a dover fare i conti, oltre che con i soliti Valiente, appena giunto terzo ai Mondiali di Oslo, qualche settimana prima dei Giochi, e Ullman, anche con l’americano Huelet Benner, campione del mondo nel 1949 a Buenos Aires e proprio ad Oslo.

L’appuntamento è fissato per il 27 e 28 luglio, al Malmi Shooting Range di Helsinki, perché stavolta le due serie di 30 colpi ciascuna in posizione eretta, da eseguirsi, 10+10+10, in rispettivamente 8, 6 e 4 secondi, sono distribuite in due giorni. E se Benner, che 48 ore prima ha conquistato la medaglia d’oro nella gara di pistola 50 metri naufraga, complice la tensione, ad un anonimo 34esimo posto finale, tocca al connazionale William McMillan chiudere in testa la prima serie di 30 colpi, totalizzando 290 punti, con il finlandese Pentti Linnosvuo e lo spagnolo Emilio Alava Sauto a 289 punti, il romeno Gheorghe Lichiardopol a 288 punti, e Valiente e Takacs, come due buoni amici, che vanno a braccetto con 287 punti.

Karoly, dunque, stavolta, trova pane per i suoi denti, ben più di quel che gli capitò quattro anni prima a Londra quando comandò la gara dall’inizio alla fine, ma se McMillan, Linnosvuo e Sauto sbagliano nella seconda serie tanto da rimanere giù dal podio, ecco che l’ungherese, con due prime serie quasi perfette da 100 e 99 punti ed un’ultima da 93 punti, assomma 579 punti totali, che gli consentono di balzare al comando della graduatoria, rigettando il tentativo del giovanissimo connazionale Szilard Kun, appena 17enne e che Takacs ha “allevato” al club di tiro della Honved, che con una serie da 99+99+96 punti gli finisce in scia, distanziato di un solo punto. E, perchè l’impresa assuma ancor più valore, sul terzo gradino del podio sale Lichiardopol, sempre con 578 punti finali, perdendo dopo due serie di spareggio con Kun per l’assegnazione della medaglia d’argento, che relega ad un amaro quarto posto proprio Valiente che a fine gare, davvero, non può esimersi dall’annunciare al grande rivale “hai imparato la lezione così bene che ora mi devi insegnare!“.

Eh sì, è proprio il caso di dirlo, se il destino giocò un brutto tiro mancino a Karoly Takacs, l’ungherese seppe riscattarsi, alla grande, perchè con quella stessa mano sinistra andò a prendersi non una, ma due medaglie d’oro.

 

A MONACO 1972 IL RITORNO DELLA PALLAMANO REGALA L’ORO ALLA JUGOSLAVIA DEL “MAGO” STENZEL

nosp_pa_handball-finale-1972-02__1200px_1
Una fase della finale tra Jugoslavia e Cecoslovacchia – da shop.11freunde.de

articolo di Nicola Pucci

C’è un filo neanche troppo sottile che unisce Berlino 1936 e Monaco 1972, quando si parla di pallamano. Perché se è vero che le Olimpiadi che esaltarono il credo nazista celebrarono, allo stesso tempo, la prima volta che la disciplina trovò spazio ai Giochi (seppur nella versione a 11 giocatori, con gare disputate all’aperto su campi in erba) e la vittoria della Germania padrona di casa, che vinse il torneo battendo Austria e Svizzera, dopo un’altrettanto lunga attesa per una seconda disputa in sede olimpica il torneo tornò a disputarsi proprio in terra teutonica. Regalando la gioia dell’oro alla pallamano di matrice balcanica.

Tra le sedici squadre ammesse a partecipare ai Giochi di Monaco 1972, ci sono le prime otto formazioni classificate ai Mondiali disputati in Francia nel 1970, risolti con la vittoria della Romania che in finale ha superato la Germania Est 13-12 dopo due tempi supplementari. Oltre alle prime due, dunque, sono presenti all’appello Jugoslavia, che ha strappato la medaglia di bronzo alla Danimarca, i padroni di casa della Germania Ovest, Svezia, Cecoslovacchia ed Ungheria, nel mentre Urss, Norvegia, Islanda, Polonia e Spagna si garantiscono l’accesso occupando le prime cinque posizioni del Torneo di Qualificazione disputato proprio in casa degli iberici a marzo e che ha bocciato le ben poche, ad onor del vero, speranze di qualificazione dell’Italia, terminata 14esima su 16 squadre partecipanti, collezionando 4 sconfitte ed una sola vittoria contro la Gran Bretagna, 23-13. Il Giappone è a sua volta iscritto in rappresentanza dell’Asia, dopo aver agevolmente prevalso su Israele e Corea del Sud, gli Stati Uniti difendono i colori del continente americano ed infine la Tunisia proverà a far ricredere gli scettici mostrando che anche in Africa si può giocare dignitosamente a pallamano.

Si gareggia dal 30 agosto al 12 settembre, giorno eletto per la disputa della finalissima, a Monaco e nelle città di Ulm, Goppingen, Boblingen ed Augsburg, e le 16 squadre sono suddivise in quattro gironi che promuoveranno le prime due formazioni classificate alla seconda fase, sempre da giocarsi con la formula di due gruppi di quattro squadre ciascuno. Prima, seconda, terza e quarta classificata di questa seconda fase andranno poi ad affrontarsi in sfide incrociate, che decreteranno le migliori otto formazioni dei Giochi.

E già il Girone A produce la prima sorpresa del torneo con la Danimarca, vicecampione del mondo in Svezia nel 1967 quando venne sconfitta in finale dalla Cecoslovacchia e giù dal podio in Francia nel 1970, che termina ultima con un solo punto, cedendo il passo nel derby con la Svezia all’ultima, decisiva sfida, 16-10 grazie alle quaterne di Lennart Eriksson e Bjorn Andersson, che promuove alla seconda fase la squadra scandinava assieme all’Urss, a sua volta facile vincitrice della Polonia, 17-11 in virtù delle 5 reti di Vasily Ilyin.

Nel Girone B si concentrano due delle più autorevoli candidate alla vittoria finale, la Germania Est vicecampione del mondo, e la Cecoslovacchia, che proprio il successo iridato colse nell’edizione del 1967. E se la sfida incrociata premia all’ultimo turno i tedeschi orientali, 14-12 trascinati da Reiner Ganschow che con 4 reti risponde alle 7 reti della stella ceca Jaroslav Konecny, le due formazioni si sono già garantite i primi due posti, stante l’evidente superiorità palesata nei confronti precedenti con Islanda e Tunisia, con gli isolani a cui non bastano le reti di Jon Magnusson e gli africani che, come volevasi dimostrare, si rivelano quella sorta di squadra-materasso come gli addetti ai lavori avevano preventivato, pur evidenziato le buone doti di realizzatore di Faouzi Sebabti che concluderà la competizione con 24 reti all’attivo.

Egualmente come da pronostico, nel Girone C, avanzano i campioni del mondo della Romania, che fanno bottino pieno trascinati dal formidabile Gheorghe Gruia che segna già 6 reti con la Norvegia (18-14), 3 con la Spagna (15-12) e 7 contro i padroni di casa della Germania Ovest (13-11), che a sua volta riesce a garantirsi il passaggio del turno solo grazie ad una miglior differenza reti rispetto agli scandinavi (+1 contro -1) dopo che l’equilibratissimo scontro diretto si era chiuso in parità, 15-15 con 7 reti di un devastante Peter Bucher, e complice il pessimo secondo tempo giocato dalla squadra allenata da Thor Nohr che contro la Spagna, nell’ultimo match, dissipa un vantaggio di sei reti all’intervallo, 10-4, per imporsi infine con un più risicato punteggio di 19-17 che costa la qualificazione.

Nel Girone D, infine, è di scena la Jugoslavia allenata da Vlado Stenzel che, se da giocatore è stato buon portiere, una volta trovato posto in panchina (presto, perché la sua carriera venne bloccata da un grave incidente) ha condotto Zagabria in finale di Coppa dei Campioni nel 1965, persa contro la Dinamo Bucarest, per poi prendersi cura delle Nazionale, che ha portato sul terzo gradino del podio ai Mondiali di Francia del 1970. E che alle Olimpiadi la squadra balcanica abbia voglia di fare ancora meglio, è già palese con le prime due facili vittorie con Giappone (20-14 con 5 reti di Dorde Lavrnic, 4 di Branislav Pokrajac e 3 di Hrvoje Horvat e Milan Lazarevic) e Stati Uniti (25-15 grazie alle 7 reti della coppia composta da Horvat e Miroslav Pribanic), per poi confermarsi in forma anche contro l’Ungheria, battuta 18-16 grazie alla serata da protagonista assoluto di Lavrnic che firma 8 reti.

La seconda fase a gironi, dunque, vede l’una di fronte all’altra le otto squadre più accreditate alla vigilia, con l’unica defezione della Danimarca sostituita dalla Svezia. Nel conteggio dei punti in classifica, a questo stadio della competizione, vengono tenuti in considerazione quelli già acquisiti al primo turno, così che, ad esempio, nel Girone 1 la Germania Est porta in dote la vittoria contro la Cecoslovacchia mentre Svezia e Urss possono fare affidamento al pareggio ottenuto nello scontro diretto. Ma se gli scandinavi non riescono a dar seguito a quel risultato perdendo con la Cecoslovacchia, 12-15 firmato dal terzetto Konecky/Satrapa/Kavan che segnano 3 reti a testa, ecco che i sovietici, in una sfida avara di segnature e ricca di errori, sorprendono la Germania Est, 11-8, così che prima dell’ultimo, decisivo turno, sono ancora pienamente in gioco le quattro posizioni del raggruppamento. A determinarle, infine, è la differenza reti (+4 contro +2), che consente alla Cecoslovacchia, che nelle serata dell’8 settembre batte anche l’Urss, a cui non sono sufficienti le 7 reti di Valentin Kulyov, 15-12 dopo il 7-7 all’intervallo, distribuendo, esattamente come contro la Svezia, le segnature con Konecny, Satrapa e Kavan (4+3+3), di anticipare al comando della classifica la Germania Est, che qualche ora prima aveva battuto, sempre con tre reti di scarto, la Svezia, 14-11. Ed è così che per la squadra di coach Jiri Vicha e del portiere-fotografo Peter Pospisil, tanto bravo tra i pali quanto abile con l’obiettivo, se è vero che alle Olimpiadi di Montreal, nel 1976, verrà premiato con il World Press Photo of the Year, si aprono le porte della finalissima, mentre i tedeschi orientali devono accontentarsi di giocare la finale per il terzo posto.

Nel Girone 2 Romania e Jugoslavia, che a loro volta si portano dietro i due punti conquistati contro Germania Ovest ed Ungheria, sono indubbiamente superiori alle due rivali, come confermano i successi senza patemi nel primo incontro, 20-14 i campioni del mondo contro i magiari in una sfida tra i due bomber più prolifici del torneo, Gruia, che chiuderà la rassegna olimpica con 37 reti e per stasera ne firma 8, e Istvan Varga, infine secondo miglior marcatore con 32 reti ma stavolta ben contenuto dalla difesa rumena che gli concede solo 3 reti, e 24-15 la Jugoslavia contro i padroni di casa, a cui non può bastare il sostegno del pubblico per ridurre il gap tecnico. La miglior coppia di attaccanti del torneo, quella composta da Lavrnic e Lazarevic, segna 12 reti complessive, 6 a testa, ed allora, come era nelle previsioni, lo scontro diretto tra le due squadre che hanno terminato rispettivamente prima e terza ai Mondiali francesi due anni prima, deciderà quale delle due sarà la sfidante della Cecoslovacchia, con in palio il titolo olimpico. E qui, oltre all’ottima tenuta della difesa che contiene Gruia, sempre che si possa considerare contenuto un giocatore capace di segnare 8 reti, oltre alla prestazione al solito convincente di Lazarevic che risulta il miglior marcatore della Jugoslavia con 6 reti, quel che fa la differenza è l’azzeccatissima impostazione tattica dettata da mister Stenzel, che tiene basso il ritmo della gara, tanto che all’intervallo i suoi sono avanti su di un bloccatissimo score di 5-4, per poi nel secondo tempo, dopo esser andati sul 14-11 grazie agli acuti di Lavrnic e Popovic, contenere i campioni del mondo e chiudere con un risultato di misura, 14-13, che vale l’accesso alla finale per la medaglia d’oro.

E nel mentre la Romania replica la vittoria ottenuta nella finale dei Mondiali di due anni prima superando la Germania Est, 19-16, nella sfida per il bronzo, con il solito, massiccio contributo di Gruia che sigla una cinquina di reti, ecco che il Palazzetto dello Sport di Monaco, alle ore 21 del 10 settembre 1972, è teatro dell’ultimo atto del torneo di pallamano. Jugoslavia e Cecoslovacchia si affrontano l’una ben decisa a prevalere sull’altra, con i balcanici forti di un ruolino di marcia di cinque vittorie in cinque partite e i campioni del mondo del 1967 che sperano di bissare il successo, 16-15, conquistato a Tolosa proprio ai Mondiali del 1970. Ma stavolta le cose  vanno ben diversamente. Troppo netta è la superiorità della squadra di Stenzel, che già nel primo tempo, aperto con un fulmineo 4-0 e chiuso sul risultato di 12-5 che la dice lunga sul reale rapporto tra le forze in campo, fa valere la legge del più forte, trascinata ancora una volta dall’alta percentuale in fase realizzativa di Lazarevic, che firma 6 reti, ben spalleggiato da Pokrajac con 4 reti. I cechi tentano una timida reazione nel secondo tempo, spinti dalla gran partita di Vladimir Jary, ma il monumentale Arslanagic, 192 centimetri di altezza che gli valgono l’etichetta di “gigante dalle sette breccia” nonché probabilmente l’elezione a miglior portiere degli anni Settanta, afferra tutto quel che gli arriva a tiro, lo spauracchio Konecny viene tenuto addirittura a zero ed allora, con il punteggio finale di 21-16, la Jugoslavia sale sul podio a prendersi l’alloro d’Olimpia.

E se tornando in patria Vlado Stenzel si merita l’etichetta di “mago“, ci sarà pure un perchè? Certo, ed è quello che fosse bravo, maledettamente bravo, ed i tedeschi, preso nota, lo assolderanno, per farsi prendere per mano e condurre al titolo iridato nel 1978.

IL DOPPIO TITOLO DELL’ITALIA NELL’HOCKEY SU PISTA AI MONDIALI 1986 E 1988

14440702_867652050001053_7328446534061262750_n
L’Italia campione del mondo di hockey su pista nel 1986 – da facebook.com

articolo di Giovanni Manenti

Con la globalizzazione nel mondo dello sport, anche discipline che un tempo erano patrimonio di poche nazioni hanno visto il proliferare di atleti di paesi che sino a pochi decenni prima avevano addirittura difficoltà solo a qualificarsi in occasione di Olimpiadi e Mondiali, e non mi riferisco solo ad atletica leggera e nuoto, visto che le stesse, per le numerose specialità che le compongono, erano fatalmente le più propizie a tale cambiamento.

Pensate, ad esempio, alla ginnastica artistica che, sino agli anni ’80 viveva pressoché esclusivamente sulla rivalità tra specialisti sovietici e giapponesi in campo maschile, mentre nel settore femminile alle sovietiche si opponevano solo avversarie di altre nazioni dell’Europa Orientale, vale a dire Germania Est, Cecoslovacchia e Romania, che poi si spartivano il medagliere.

La rivoluzione, in tal senso, giunge con l’edizione dei Giochi di Atlanta ’96, in cui le 8 prove della ginnastica maschile vedono affermarsi atleti di ben 7 paesi diversi, con il solo russo Alexei Nemov ad abbinare l’oro al volteggio a quello del concorso generale a squadre, per poi assistere in seguito alle affermazioni di ginnasti ungheresi, spagnoli, greci, canadesi, polacchi olandesi e financo brasiliani, un qualcosa di inconcepibile solo pochi anni addietro.

Più o meno situazione analoga per quel che concerne l’altra disciplina storica della rassegna a cinque cerchi, vale a dire la scherma, da sempre terreno di conquista da parte delle “quattro sorelle” – Francia, Italia, Ungheria ed Unione Sovietica – con qualche intrusione tedesca in campo maschile e rumena in quello femminile, ritrovatasi dall’inizio del nuovo millennio a confrontarsi con l’emergere di schermidori di Stati Uniti, Svizzera, Corea del Sud, per non parlare di esponenti di Egitto ed addirittura Venezuela.

Fa pertanto ancor più specie che vi sia uno sport di squadra – ancorché non inserito nel programma olimpico – che continua, imperterrito, a rifiutare qualsiasi intrusione esterna che non pervenga dal mondo latino e, in particolare, dalla penisola iberica.

Anche in questo caso – tralasciando calcio e basket, gli sport di squadra più popolari – nel volley, ad esempio, abbiamo visto alternarsi sul  gradino più alto del podio olimpico Brasile, Olanda, Jugoslavia, Stati Uniti e Russia in campo maschile, oltre ad Italia e Polonia nelle rassegne Iridate, mentre nel settore femminile, tra le due maggiori manifestazioni internazionali, hanno ottenuto successi Cuba, Italia, Cina, Russia, Brasile, Stati Uniti e Serbia.

Un confronto che stride, pertanto, con quel che continua ad avvenire nell’hockey su pista, disciplina che, sia pur nata nel lontano 1878 in Inghilterra, dalla fine del secondo conflitto mondiale ha visto i britannici uscire di scena, dopo che gli stessi si erano imposti nelle prime 12 edizioni dei Campionati Europei – che si erano inizialmente svolti a cadenza annuale, affermandosi dal 1926 al 1939 – nonché nelle due edizioni inaugurali (Stoccarda 1936 e Montreux ’39) dei Mondiali.

Dalla ripresa dell’attività agonistica, l’Inghilterra letteralmente sparisce dal panorama hockeistico internazionale – un solo argento iridato ancora a Montreux nel 1948, valido anche come Campionato Europeo – mentre ad emergere sono i quintetti di Spagna e Portogallo, assoluti dominatori sino ai giorni nostri.

Prova ne sia che, delle successive 41 edizioni della rassegna continentale – che sino al 1956 valeva anche quale Campionato Mondiale –, il Portogallo se ne è aggiudicate 21 e la Spagna 17, mentre a livello iridato, a fare da terzo incomodo, giunge da oltreoceano un’altra nazione di origine latina, ovvero l’Argentina, che si impone in cinque occasioni, vale a dire nel 1978, ’84, ’95, ’99 e 2015, con, in ogni caso, le due compagine iberiche a comandare la classifica generale, stavolta invertendo le posizioni, visto che gli spagnoli vantano 17 affermazioni, una in più dei cugini lusitani.

Una superiorità ancor più stridente a livello di club nel Vecchio Continente avendo riferimento al torneo più prestigioso, ovvero la Coppa dei Campioni (anch’essa poi rinominata Champions League al pari del calcio), delle cui 54 edizioni svoltesi dal 1965 al 2019 le formazioni spagnole se ne sono aggiudicate ben 46 – con il Barcellona a fare la parte del leone con addirittura 22 successi – contro le sole 7 portoghesi e l’unico, storico trionfo italiano ottenuto dal Follonica nel 2006, dopo che la più titolata società del nostro paese, ovvero il Novara (vincitore di ben 32 scudetti), si era arresa per quattro volte (1971, ’72, 1986 ed ’88) in finale, curiosamente mai contro la compagine catalana.

Citazione, quest’ultima, utile per introdurre il ruolo dell’Italia nel panorama internazionale e che è di primo, ancorché non di primissimo livello, a causa delle presenza delle due dominatrici iberiche, come dimostrano i piazzamenti a medaglia degli azzurri – ben 12 secondi e 22 terzi posti agli Europei e 9 piazzamenti d’onore e 10 a completare il podio ai Mondiali – in una disciplina che non ha mai messo radici nelle grandi città.

Prova ne sia che, dopo gli iniziali splendori della Triestina – capace di aggiudicarsi 19 scudetti a far tempo dal 1925, ma con l’ultimo successo risalente al 1967 –, è solo l’Hockey Novara il club di primo piano ad aver sede in una città capoluogo di provincia, il quale, sino al 2015, vantava anche il record di essere la società sportiva italiana a poter vantare il maggior numero di titoli tra gli sport di squadra, poi superata dalla Juventus, un po’ per merito dei bianconeri ed un po’ per demeriti propri, risalendo difatti l’ultimo successo alla stagione 2002.

Dall’inizio del nuovo secolo, difatti, la geografia dell’hockey su pista si è spostata al Centro Italia, e segnatamente in Toscana, visto che le squadre di questa regione si sono affermate in 10 occasioni, con quattro titoli a testa per Follonica e Forte dei Marmi ed uno ciascuno per Prato e Viareggio.

Ma ritorniamo alla Nazionale, il cui primo acuto è datato 1953, anno in cui gli azzurri conquistano il loro primo titolo mondiale – che, come già ricordato, aveva valenza anche di Campionato d’Europa – nell’edizione svoltasi a Ginevra, ed in cui precedono, in un girone finale a quattro e concluso a punteggio pieno, Portogallo (sconfitto 3-0), Spagna (1-0) ed i padroni di casa svizzeri, che si arrendono per 4-2.

Da lì in poi, però, nonostante a livello di club le nostre formazioni si distinguano raggiungendo cinque finali di Coppa dei Campioni nelle prime sette edizioni della manifestazione, l’Italia entra in un tunnel che la vede, dal 1966 al 1983, non andare mai oltre il terzo posto nella rassegna continentale (raggiunto cinque volte), mentre per quel che concerne i Mondiali gli azzurri ottengono solo un bronzo nel 1970 e per ben sei occasioni consecutive – da La Coruna 1972 sino a Barcelos 1982 – escono dalle prime quattro, con gli umilianti piazzamenti dell’ottavo posto nel 1978 (alle spalle anche di Germania Ovest, Stati Uniti, Cile e Brasile) e del settimo due anni dopo in Cile, con a precederli, oltre ai padroni di casa, pure Brasile ed Olanda.

Ad invertire la rotta – con una qual certa similitudine con quel che avverrà a fine anni ’80 per l’Italia del volley con Velasco – giunge il cambio alla guida della Nazionale, incarico affidato a Giovanbattista Massari, conosciuto nell’ambiente come “Il Professore“, il quale era stato capace di condurre la formazione di un piccolo centro come Giovinazzo (20mila abitanti in provincia di Bari) dapprima allo scudetto nel 1980 e quindi a sfidare, l’anno seguente, la “corazzata azulgrana” in finale di Coppa dei Campioni, ancorché rimediando due nette sconfitte per 6-1 e 6-2.

L’aspetto logistico ha la sua importanza, poiché il Piemonte è chiamato ad ospitare, in due anni consecutivi, sia i Campionati Europei 1983 a Vercelli che i Mondiali 1984 a Novara, proprio le due formazioni che stanno dominando l’inizio del decennio, con i vercellesi ad aggiudicarsi nel 1983, ’84 ed ’86 gli unici tre scudetti della loro storia, intramezzati dai successi dei rivali regionali, che si impongono nel 1985, ’87 ed ’88.

Sono quindi gli ambienti giusti per ospitare e promuovere manifestazioni di questo livello, dato che molti dei rispettivi giocatori compongono la rosa azzurra, e la rassegna continentale, con il terzo posto finale, diviene l’ideale trampolino di lancio per ritrovare fiducia e convinzione nei propri mezzi, soprattutto per ristabilire le gerarchie che vogliono l’Italia confrontarsi alla pari con le due iberiche, ma fare “terra bruciata” attorno a sé allorché si tratta di affrontare le altre formazioni europee.

Soprattutto, convince la solidità della difesa che – in un torneo disputato con la formula del girone unico all’italiana – subisce appena 6 reti, rifilando pesanti “cappotti” ad Inghilterra (9-0), Olanda (6-0), Svizzera e Francia (5-0) e Germania Ovest (6-2), per poi concludere sullo 0-0 la sfida con la Spagna campione in carico, cedendo solo (1-4) di fronte al Portogallo, con quest’ultimo ad essere a propria volta sconfitto 5-2 dalla Spagna nella gara che la conferma per la terza edizione consecutiva sul tetto d’Europa.

L’anno seguente, come detto, tocca a Novara ospitare la kermesse iridata in un ambiente quale il “Pala Kennedy” che fa registrare ogni giornata il tutto esaurito con 5/6mila spettatori a gremire le tribune per assistere alle sfide tra le sei formazioni europee (oltre alle tre grandi, sono presenti anche Germania Ovest, Olanda e Svizzera) e le quattro del Nord e Sudamerica, ovvero, Stati Uniti, Brasile, Cile ed Argentina.

La formula è la stessa – tutti contro tutti – ed il torneo si apre con la grande sorpresa della sconfitta della Spagna per 3-2 da parte degli Stati Uniti, salvo riprendersi con la consueta affermazione (3-0) sui rivali portoghesi, mentre Italia ed Argentina spiccano il volo restando le uniche a punteggio pieno dopo le prime cinque giornate, avendo i sudamericani piegato 4-3 il Portogallo.

Il sesto e settimo turno risultano decisivi per l’assegnazione del titolo, visto che l’Argentina supera dapprima il Cile per 3-2 e quindi rifila identico punteggio alla Spagna – che nel turno precedente aveva chiuso sullo 0-0 il match con l’Italia – estromettendola definitivamente da ogni speranza di medaglia, mentre gli azzurri hanno la meglio 2-1 sul Brasile per andare ad affrontare i sudamericani al penultimo turno per la sfida che vale il titolo iridato.

Particolare importante, anch’esso similare al volley di fine decade, i migliori giocatori argentini militano nel nostro campionato, ad iniziare da Jorge Alfredo “Freddy” Luz, che proprio a Novara aveva giocato per due stagioni prima di trasferirsi al Monza, per poi proseguire con Daniel Martinazzo, protagonista di due scudetti del Vercelli e successivamente stella in Spagna del La Coruna, con cui si aggiudica 5 campionati e 3 Coppe dei Campioni, oltre ai vari Mario Aguero a Monza, Carlos Corja a Lodi, Daniel Angel Maldonado a Follonica e Carlos Moreta a Forte dei Marmi.

Con una classifica che vede, a due gare dal termine, l’Argentina a punteggio pieno con 14 punti, seguita dall’Italia con 13, Portogallo con 10 e Spagna, oramai tagliata fuori, con 7, la sera del 21 settembre 1984 il “Pala Kennedy” è una bolgia, che si infiamma ancor più allorché dopo 6’ Barsi porta in vantaggio gli azzurri, gioia peraltro di breve durata poiché lo stesso giocatore si rende protagonista di un’autorete prima che una potente conclusione di Aguero fissi il punteggio su 2-1 conclusivo che consegna ai biancocelesti il secondo titolo iridato della loro storia, dopo il trionfo del 1978 colto però a casa propria.

Un’Italia che ha sognato di issarsi sul tetto del mondo, deve però ora preoccuparsi di non lasciarsi sfuggire la piazza d’onore, dato che la partita conclusiva la oppone ad un Portogallo che – superato 4-3 il Brasile – si è portato ad una lunghezza (13 punti a 12) di distanza e, in caso di vittoria, sopravanzerebbe gli azzurri.

La sfida coi lusitani è l’ultima gara della rassegna iridata e per i ragazzi di Massari – ancora scottati dal pesante 1-4 di 12 mesi prima a Vercelli – rappresenta una indubbia prova di maturità, scandita da una superba prestazione di Enrico Bernardini, il quale mette a segno una tripletta che consente all’Italia, grazie anche ai centri di Franco Girardelli e Stefano Dal Lago, di portarsi addirittura sul 5-2 prima che gli storditi portoghesi riducano le distanze per il definitivo 5-4 che risuona d’argento.

Era dalla prima edizione del dopoguerra che le due formazioni iberiche non raggiungevano almeno una delle due prime posizioni – ed in nove occasioni le avevano occupate entrambe –, segno di un qualche cambiamento ai vertici delle gerarchie internazionali che, per quanto concerne l’Italia, viene confermato l’anno seguente in occasione dei Campionati Europei che si svolgono in Portogallo, a Barcelos, allorché gli azzurri conquistano il secondo posto alle spalle di una Spagna ritrovata che inanella il quarto titolo continentale consecutivo, dimostrando ancora una volta di poter competere alla pari con le due iberiche, fermando il Portogallo sul 5-5 e perdendo di misura (3-4) contro i quattro volte campioni d’Europa.

Ecco quindi che la formazione di Massari si appresta a varcare con rinnovate speranze l’Oceano per recarsi in Brasile, a Sertaozinho, nello Stato di San Paolo, per disputare i Mondiali che si svolgono dal 13 al 21 settembre 1986, con una formazione base che prevede Cupisti in porta, Stefano Dal Lago e Franco Girardelli a formare una coppia di centri con pochi rivali al mondo, per poi affidarsi in attacco alla forza ed all’inventiva di Pino Marzella, Enrico Bernardini ed Alessandro Milani.

Stavolta alle tre grandi europee si affiancano Francia ed Inghilterra, mentre fa il suo esordio l’Angola quale rappresentante africana e restano invariate le formazioni d’oltreoceano, ovvero i campioni in carica argentini, i padroni di casa brasiliani, Cile e Stati Uniti.

Formula invariata ed azzurri che, dopo aver inflitto un umiliante 9-0 alla Francia, già alla seconda giornata devono affrontare l’Argentina, ed il riscatto di due anni prima matura con pesanti interessi, visto il punteggio finale di 5-2 in cui a salire sugli scudi è Bernardini, autore di un poker, con Milani a fissare il risultato, destinato a far comprendere sin da subito che, per i campioni in carica, non è l’occasione giusta per confermarsi, concludendo, difatti, al quarto posto.

Restano però le rivali storiche costituite dalle due iberiche, con l’Italia a scendere in campo contro la Spagna all’indomani del trionfo sui campioni in carica, per una sfida che, data la formula a girone unico, può già dire molto sull’esito del torneo, soprattutto per il fatto che gli azzurri non battono le “Furie rosse” in un Mondiale dal 1962, allorché si imposero per 2-1 a Santiago del Cile.

Come sempre, la gara è incandescente, ancora Bernardini porta avanti il quintetto azzurro per l’1-0 con cui si conclude la prima frazione di gioco, per poi toccare a Milani siglare il raddoppio al 16’ della ripresa, prima che Alabart dimezzi le distanze per gli spagnoli poco dopo e quindi Cupisti – assieme ad una superba prova di Dal Lago e Girardelli nell’arginare le offensive avversarie – si dimostri insuperabile tra i pali, così da portare in fondo un successo di vitale importanza.

Dopo un successo più sofferto del previsto (2-0) sugli Stati Uniti e due goleade ai danni rispettivamente di Inghilterra (12-1) e Brasile(10-5), l’Italia è attesa il 19 settembre 1986 alla prova della verità contro un Portogallo che, il giorno precedente, aveva subito la prima battuta d’arresto (3-5) contro la Spagna, dopo aver a propria volta infierito (5-1) sull’Argentina.

Evidente che, in caso di successo dei lusitani, le tre formazioni si ritroverebbero a parità di punti, e l’incontro non inizia bene, con Carlos Realista a sbloccare il risultato dopo appena 3’, prima volta in tutto il torneo che vede l’Italia sotto nel punteggio, situazione peraltro di breve durata, visto che già all’intervallo il risultato è ampiamente rovesciato grazie ai centri di Dal Lago al 12’, Girardelli al 15’ e Marzella in chiusura di prima frazione di gioco.

Il tentativo portoghese di rientrare in partita con il punto del 2-3 messo a segno da Vitor Hugo ad inizio ripresa è prontamente stroncato da una doppietta di Bernardini ed un acuto di Girardelli che manda gli azzurri sul 6-2 per poi concludere in scioltezza sull’8-3 (Milani e Marzella per l’Italia, Fanha per il Portogallo) conclusivo che rappresenta il successo più ampio nella storia dei confronti tra le due Nazionali.

Oramai sul velluto, l’Italia conclude il torneo a punteggio pieno piegando negli ultimi due turni Angola (5-0) e Cile (10-6), con uno score totale di 18 punti frutto di altrettante vittorie, miglior attacco e miglior difesa con 63 e 18 reti rispettivamente, ed infine Pino Marzella – 25enne di Giovinazzo e già campione d’Italia nel 1980 con la squadra della sua città, nel 1982 a Reggio Emilia, nel 1985 a Novara e nel 1986 a Vercelli – capocannoniere con 19 reti, in una classifica in cui figurano anche Bernardini con 13 centri e Milani con 12.

La Gazzetta dello Sport” celebra il trionfo con il titolo ad effetto Pista, arrivano i nostri, ma è ancor vero che se vincere è difficile, confermarsi lo è ancor di più, come dimostra l’esito del Campionato Europeo 1987 disputatosi ad Oviedo, in Spagna, con il Portogallo ad interrompere la striscia di successi spagnola, concludendo lui stesso, stavolta a punteggio pieno, superando nel confronto diretto i campioni in carica per 2-1, mentre l’Italia completa il podio, ma con due nette sconfitte (1-4 e 2-4 rispettivamente) contro Spagna e Portogallo.

Oltretutto, l’edizione 1988 dei Mondiali si svolge in Galizia, a La Coruna, impianto che ospita le gare del “Liceo La Coruna, formazione vincitrice delle ultime due edizioni (1987 ed ’88) della Coppa dei Campioni, nell’ultimo caso superando nel doppio confronto (1-2 e 4-1) proprio il Novara.

Con sempre 10 formazioni iscritte e consueta formula a girone unico, a far compagnia alle “tre sorelle” si presentano Germania Ovest ed Olanda per l’Europa, mentre l’Africa aggiunge il Mozambico all’Angola a danno del Cile, con Argentina, Brasile e Stati Uniti a far sempre parte del lotto.

Il torneo ha uno svolgimento quanto mai lineare, visto che l’Argentina è sconfitta sia da Portogallo (0-2) che da Italia (0-1) e Spagna (0-3) per poi imporsi sulle altre sei partecipanti, così da consolidare il quarto posto finale, e la rassegna assume i contorni di un mini-torneo tra le tre favorite, con il calendario a prevedere il 13 settembre 1988 la sfida tra Portogallo e Italia, cui segue all’indomani il confronto tra Italia e Spagna ed il 15, a concludere, il derby iberico.

Delle tre, i lusitani devono scontare l’assenza per infortunio di Paulo Almeida, ma possono sempre vantare una formazione ben collaudata grazie alla presenza del portiere Franklin, Antonio Alves e Realista in difesa, al pari di Vitor Hugo punta di riferimento, attorno al quale si muovono con maestria Paulo Alves e Vitor Fortunato, mentre i padroni di casa spagnoli sono i grandi favoriti per la conquista del titolo.

Ma l’Italia può contare a sua volta su di una difesa ferrea, con appena 6 reti sinora subite, imperniata su di un Cupisti superlativo ed un Dal Lago che, appena 22enne due anni fa, ha ora la giusta esperienza per dettar legge da par suo in pista, ed ecco che la sfida con il Portogallo si conclude in parità (1-1) e così la Spagna, vittoriosa per 4-1 sul Brasile, sale a quota 14 punti, con un punto di vantaggio sulla coppia formata da Italia e Portogallo.

Il 14 settembre 1988 sono circa in 8mila a darsi appuntamento per incitare le “Furie Rosse” al “Pazo dos Deportes de Riazor” e coronare un sogno inseguito da tutta una città, considerata altresì la forza della formazione allenata da quel Carles Trullols che, nel suo palmarès da tecnico degli spagnoli, può già vantare quattro titoli mondiali ed altrettanti continentali, potendo stavolta contare sulla forza di Huelves nelle vesti di estremo difensore ed Alabert, Josep Enrique Torner, Pauls ed Ayats quali componenti il quintetto base, cui si uniscono Llonch, Juan Torner, Rovina, Pujalte e Zabalia.

I padroni di casa attaccano a testa bassa, ma trovano di fronte a loro un muro insormontabile costituito da un Cupisti in una serata di grazia come poche altre volte gli è capitato durante la sua prestigiosa carriera, ma alla fine è costretto a cedere di fronte ad una radente conclusione di Josep Enrique Torner che, coperto, non vede neanche partire.

Il palazzetto diviene un’autentica bolgia, mantenere i nervi saldi è un’autentica impresa e, difatti, ne fa le spese Milani che, ad inizio ripresa, si fa espellere per aver – tanto per capire il clima – rotto il naso all’autore della rete, circostanza che, se priva la Spagna del suo miglior uomo, lascia solo tre giocatori azzurri – Crudeli, Massimo Mariotti e Marzella – a difesa di un eroico Cupisti.

La Spagna non sfrutta la superiorità numerica per chiudere l’incontro, così che gli azzurri pervengono al pareggio, prima che la tensione stavolta giochi un brutto scherzo ad Alabert, il quale viene espulso allorché mancano appena 19” alla fine.

Con un uomo in più  e con in pista, oltre a Cupisti, Crudeli, Marzella ed i fratelli Enrico e Massimo Mariotti, è proprio il più giovane dei due – Enrico, appena 19enne, giocatore del Vercelli così come Massimo – a servire in profondità Marzella il quale gioca la carta della disperazione, impattando la sfera al volo da posizione angolata per una conclusione che sorprende Huelves che non si aspettava una giocata del genere, per il punto del definitivo 2-1 che dà all’Italia la certezza quanto meno dell’argento.

I ragazzi di Massari sono in tribuna ad assistere alla sfida conclusiva costituita dal derby iberico dopo aver disposto per 7-1 della Germania Ovest e pertanto concluso il torneo con 17 punti (8 vittorie ed un pari) ed una differenza reti di +30 (39-9), ma se il Portogallo, attualmente secondo a quota 15, ed una differenza reti di +39 (48-9), dovesse sconfiggere la Spagna, farebbe suo il titolo.

Solo che la Spagna, oramai tagliata fuori per la medaglia d’oro, deve quantomeno salvare l’onore, compito che porta felicemente a termine grazie al successo per 2-1 sugli eterni rivali che le garantisce il secondo posto, con il Portogallo a completare il podio e gli azzurri a festeggiare il secondo titolo iridato consecutivo.

Purtroppo, tale trionfo si trasforma in dramma appena 12 giorni dopo, in occasione di una gara di Coppa Italia tra Novara e Forte dei Marmi, allorché una delle stelle della Nazionale, l’appena 24enne Stefano Dal Lago, si accascia a terra vittima di un arresto cardiaco.

E’ il 27 settembre 1988, e gli azzurri dedicheranno al loro sfortunato compagno – pur non mancando le polemiche per la prematura scomparsa, definita come “una morte annunciata” essendo già stato fermato nel corso della stagione per problemi al cuore – l’ultimo successo di quel periodo d’oro, ovvero la vittoria ai Campionati Europei di Lodi 1990, un evento per ripetere il quale si dovranno attendere ben 24 anni, mentre a livello iridato l’unico ulteriore trionfo azzurro risale all’edizione 1997 svoltasi in Germania, a Wuppertal.

Ma, quel 15 settembre 1990 a Lodi – amara coincidenza, proprio lo stesso giorno del secondo titolo iridato – c’era ben poco da far festa, senza la farfalla a rotelle ad animarla.

A LOS ANGELES 1932 IL CONTE JOHAN OXENSTIERNA CHIUDE L’ERA D’ORO SVEDESE NEL PENTATHLON MODERNO

articolo di Nicola Pucci

Il pentathlon moderno conferma alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 il totale dominio della Svezia, che dopo aver occupato i tre gradini del podio a Stoccolma 1912, ad Anversa 1920 e a Parigi 1924, coglie oro ed argento ad Amsterdam 1928 con Sven Thofelt e Bo Lindman, ed in terra californiana non lascia che la medaglia di bronzo all’americano Richard Mayo. E questo grazie al talento di un conte, che dismette i panni del nobile, si ammanta di fatica e sudore ed infine si cinge dell’alloro di Olimpia.

A Los Angeles il più atteso nella disciplina che assomma i piazzamenti globali nelle cinque prove di equitazione, scherma, tiro, nuoto e corsa è Bo Lindman, 33enne di Stoccolma, che ha già trionfato otto anni prima a Parigi, per poi giungere secondo ad Amsterdam alle spalle proprio di Thofelt, che difende il suo titolo ma infine sarà solo quarto, beffato per mezzo punto proprio da Mayo nonostante aver vinto le prove di scherma e nuoto.

Lindman comincia col piede giusto imponendosi, il 2 agaosto, nella prova di equitazione davanti a Mayo e al britannico Barlow, senza sommare penalità e completando il percorso del Riviera Country Club in 8’07″4, tre secondi meglio dell’americano, mentre quarto è Johan Oxenstierna, coetaneo di Lindman con cui condivide anche il luogo di nascita, che ha scoperta da poco il pentathlon ed è indubbiamente il meno atteso a questi livelli del terzetto scandinavo iscritto alla gara. Lindman si conferma in testa dopo la prova di scherma, disputata al 160th Regiment State Armory, che lo vede secondo alle spalle di Thofelt assieme all’azzurro Francesco Pacini, che chiuderà la prova olimpica in 20esima posizione, totalizzando 32 stoccate.

Lindman, insomma, sembra ben avviato per ripetere l’exploit di Parigi e prendersi la rivincita su Thofelt che lo battè ad Amsterdam, ma al Police Pistol Range paga pesante dazio al tiro dove denuncia le solite difficoltà, chiudendo solo diciannovesimo e scivolando indietro in una classifica comandata, ora, da Mayo che ottiene 197 punti con i suoi 20 colpi ed è provvisoriamente primo con un buon margine di vantaggio sul sorprendente italiano Carlo Simonetti, rispettivamente ottavo, sesto e terzo nelle prime tre fatiche.

Le ultime due prove sono palpitanti e rivoluzionano la graduatoria. Thofelt, che ha nel mirino la conferma del titolo, allo Swimming Stadium vince la prova di nuoto ottenendo in 4’32″6 il miglior tempo davanti al terzo azzurro in competizione, Eugenio Pagnini che infine sarà 12esimo in classifica, e rientra prepotentemente in corsa per la medaglia d’oro, mentre Mayo, pur conservando il comando, vede ridursi il vantaggio sugli avversari diretti, che altri non sono che lo stesso Thofelt e Oxenstierna, il più regolare tra i pretendenti alla vittoria, in virtù di un modesto quattordicesimo posto.

Si decide tutto nella prova di corsa, che va in scena al Sunset Fields Golf Club di Brentwood. Vince il britannico Percy Legard, che è però distante in classifica, nel mentre Mayo ancora una volta rimane attardato rispetto ai migliori non andando oltre il diciassettesimo posto, scivolando così in terza posizione alle spalle degli svedesi che lottano tra loro per la medaglia d’oro. Ma se Thofelt, come detto, con il tredicesimo posto rimane fuori dal podio per l’inezia di mezzo punto, Oxenstierna, che appartiene ad una delle famiglie nobili più antiche di Svezia e porta in dote il titolo di conte, si conferma il più costante nel rendimento e il settimo posto gli è sufficiente per completare la rincorsa alla medaglia d’oro e rintuzzare il tentativo di Lindman, a cui non basta il quarto posto per scalzare il connazionale dal primo gradino del podio. Mayo dunque è terzo, mentre Simonetti chiude tra i primi dieci, nono.

Johan Oxenstierna, dal 1920 ufficiale della Marina Svedese e che nel corso della Seconda Guerra Mondiale, con il grado di capitano, verrà preposto alla difesa navale di Londra, viene meritatamente portato in trionfo per l’inatteso successo ed è il nuovo campione olimpico di pentathlon moderno, a perpetrare la supremazia della Svezia nella gara di prove multiple. E se il dominio scandinavo, che pareva non dover aver fine, si interromperà quattro anni dopo a Berlino, 1936, quando a conquistare l’oro sarà Gotthard Handrick, eroe nazionale che si imporrà davanti a Charles Leonard e all’azzurro Carlo Abba, ecco che con la ripresa dei Giochi, a far data Londra 1948, sarà ancora la Svezia a recitare da padrona con William Grut, da cui il grande Lars Hall, unico a far doppietta d’oro consecutiva al pari di Andrej Moiseev, rileverà il testimone. Ma non avrà più il monopolio totale della disciplina, perché quello, definitivamente, si è interrotto di là dall’Atlantico.

AD AMSTERDAM 1928 INIZIA LA SERIE D’ORO NELL’HOCKEY SU PRATO DELL’INDIA E DEL FENOMENO DHYAN CHAND

india
La squadra di hockey su prato indiana alle Olimpiadi di Berlino 1936 – da sify.com

articolo Nicola Pucci

Dopo le due edizioni del 1908 (quando le formazioni del Regno Unito monopolizzarono le prime quattro posizioni relegando Francia e Germania agli ultimi due posti) e del 1920 (con Danimarca e Belgio a completare il podio e la Francia solo quarta) entrambe vinte dalla Gran Bretagna, alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928 l’hockey su prato entra definitivamente a far parte del programma olimpico. Accogliendo la prima vittoria dell’India, che avvia un dominio destinato, ai Giochi, a non avere eguali in nessun’altra disciplina sportiva.

La competizione trova alloggio presso due strutture, ovviamente l’Olympic Stadium, dove si disputano le due finali, e l’Old Stadium, e vi sono iscritte dieci squadre, ma prima dell’inizio del torneo, che va in scena dal 17 al 26 maggio, la Cecoslovacchia si ritira e così le nove formazioni rimaste in lizza vengono distribuite in due gironi, uno di cinque e l’altro di quattro squadre.

Con la nascita, per iniziativa francese, della Federazione Internazionale di Hockey su Prato, a far data 1924, la disciplina trova dunque riconoscimento a livello mondiale, diventando di fatto uno sport praticabile ai Giochi, accusando però l’assenza delle squadre del Regno Unito, che non sono affiliate alla FIH (appunto la Fédération Internationale de hockey sur gazon). Pertanto la Gran Bretagna non può difendere i due titoli conquistati nelle due precedenti occasioni in cui il torneo si è svolto, lasciando ampio margine a nuove realtà.

E’ presente, tra queste, per la prima volta l’India, che a quanto pare ha imparato l’arte del gioco proprio dagli inglesi che quando si tratta di sport su erba ne hanno la paternità assoluta, inserita nel gruppo A, e la compagine asiatica, trascinata dalle prodezze di Dhyan Chand, detto il “mago” per la sua abilità nel trattare la pallina, avviato all’hockey su prato da un ufficiale britannico e universalmente riconosciuto come il più grande giocatore di tutti i tempi, sbaraglia la concorrenza battendo una dopo l’altra Austria (6-0 con tre gol proprio di Chand e doppietta di George Marthins), Belgio (9-0 con una spettacolare cinquina di Feroze Khan, l’altra stella della squadra), Danimarca (5-0 con Chand ancora mattatore con tre reti) e Svizzera (6-0 con Chand che aggiunge un poker alla caterva di reti già iscritte a referto), per un totale di ventisei reti all’attivo e nessuna al passivo, qualificandosi per la finale, con il Belgio che nello scontro diretto per il secondo posto si impone 1-0 alla Danimarca grazie ad una segnatura di Seeldrayers e si guadagna almeno la possibilità di giocarsi la gara di consolazione per la medaglia di bronzo, il che gli consentirebbe di eguagliare il risultato ottenuto ad Anversa nel 1920.

Nel gruppo B la lotta è decisamente più serrata, con i padroni di casa dell’Olanda che dopo aver disposto facilmente della Francia, 5-0 (doppietta di Gerrit Jannink), rimontano contro la Germania l’iniziale gol di Woltje con Van de Roovart e Van der Veen per il 2-1 che vale l’accesso alla sfida per la medaglia d’oro.

In realtà le due finali non hanno storia, se è vero che i tedeschi liquidano il Belgio per 3-0 grazie ad una tripletta di Haag, e con lo stesso risultato l’India conquista la medaglia d’oro, con altre tre reti di Chand che, seppur non proprio al meglio della forma il giorno della finale, con quattordici marcature si laurea miglior cannoniere del torneo.

L’India vince le Olimpiadi, e se il ritorno in patria equivale a qualcosa di molto simile ad una passerella trionfale, l’hockey su prato ha trovato la sua squadra di riferimento. Tanto forte ed imbattibile che se, grazie a Chand, farà sua la vittoria olimpica anche a Los Angeles nel 1932 (con tre sole squadre partecipanti e due vittorie per 11-1 con Giappone e 24-1 con gli Stati Uniti) e a Berlino nel 1936 (8-1 in finale alla Germania, in un Olympiastadion gremito in ognuno dei suoi 18.000 posti, con tre reti di Chand), affascinando Hitler al punto da indurlo ad offrire al fuoriclasse la nazionalità tedesca, ecco che la superiorità indiana non verrà messa in discussione fino all’edizione romana del 1960 quando un’altra squadra di quella fetta di mondo, il Pakistan, e la sua stella, Naseer Bunda, apriranno una nuova pagina dell’hockey su prato a cinque cerchi. Perchè è matematico: le dittature, prima o poi, sono destinate a cadere. Dall’alto.