JEAN-PIERRE RIVES, “CASCO D’ORO” DEL RUGBY DI FRANCIA

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Jean-Pierre Rives – da dailymail.co.uk

Ci sono inconfutabili segni di infantile passione sportiva, nel tracciare il profilo di Jean-Pierre Rives. Già, perché il vostro scriba scopriva il gioco della palla ovale a metà anni Settanta, in piena crescita adolescenziale, e questo proprio grazie alle prodezze in maglia di Francia del suo biondo capitano, che un celebre cronista d’Oltralpe, Roger Couderc, appellò “casco d’oro“.

E’ stato un fuoriclasse, Rives. Ma con le credenziali che poteva vantare un campione dello sport dell’epoca, non ancora inquinato dall’eccesso mediatico e dall’invasione internauta. Silenzioso ma carismatico, indomabile seppur non fisicamente dominante, trascinatore senza dover apparire plateale. E con lui la Francia del rugby, che da sempre urla al mondo che non di solo calcio si vive, ha conquistato le vette più alte.

Occitano doc, nato a Tolosa poco prima della notte di San Silvestro del 1952, fin dall’età dell’adolescenza sviluppa doti non comuni di leadership in una struttura tutt’altro che da granatiere. In famiglia si pratica il tennis da parte di padre, nondimeno il biondino è attratto dal rugby e la scelta, quand’anche è definitiva, si rivelerà azzeccata. E non solo sul piano personale.

Giocatore di terza linea dall’alto dei suoi neppure 180 centimetri, mischie e touches sono il suo pane, apprende il mestiere nel Toulouse olympique employés club e dopo un paio di stagioni con lo Stade beaumontois, nel 1974 è pronto a vestire i panni di giocatore-simbolo della squadra della sua città, che oggi appartiene all’elite del rugby francese ed europeo ma che all’epoca doveva ritrovare l’ispirazione persa degli anni Quaranta. Per tre anni merita l’elezione a miglior giocatore transalpino, 77/79/81, nel 1980 raggiunge la finale del campionato persa con Beziers ma è con i colori bleu-blanc-rouge della nazionale che assurge al rango di fuoriclasse internazionale.

La storia con le “quinze de France” è leggendaria. Il debutto, tanto per cominciare, il 1 febbraio 1975 nel tempio sacro di Twickenham contro l’Inghilterra, ed è subito vittoria; le dieci partecipazioni consecutive al Torneo delle Cinque Nazioni, poi, con tre successi di cui due con l’aggiunta non certo da poco di aver realizzato il Grande Slam, ovvero quattro vittorie su quattro partite nel 1977 e nel 1981; la prima, storica vittoria sul suolo neozelandese il 14 luglio 1979, giorno della festa nazionale, con i gradi di capitano; le 59 selezioni totali con la Francia, di cui ben 34 appunto portando la fascia di capitano. E questo è un record che ancora oggi resiste all’incedere del tempo, così come Rives dal 1997, anno della sua istituzione, appartiene alla riservatissima Hall of Fame del rugby, così come solo l’altra icona transalpina, Serge Blanco.

Insomma, quella chioma bionda che attraversa il campo col piglio del condottiero, che non teme rivali dall’esuberanza fisica sovrastante, che mai indietreggiò al momento della battaglia, che nel 1981 tradì Tolosa per accasarsi al Racing di Parigi, incurante della squalifica di 12 mesi da scontarsi in campionato in quanto fatto divieto di trasferimento… ecco, Jean-Pierre Rives appartiene all’epica del rugby. E il vostro scriba, romantico seppur con qualche capello bianco di troppo, oramai, ne ha nostalgia.

Perchè di campioni così, statene certi, ne nasce uno ogni morte di papa.

 

 

DIDIER PIRONI E IL TRAGICO DESTINO CONDIVISO

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Didier Pironi con la Tyrrell nel 1978 – da formulazerobrazil.wordpress.com

articolo a cura di Cavalieri del rischio

Francese di origini friulane e fratellastro del pilota Josè Dohlem, Didier Pironi fece parte di quella scuola francese che negli anni Settanta e Ottanta espresse numerosi talenti, protagonisti assoluti in una generazione di fenomeni.

Dopo l’inevitabile gavetta nelle formule minori, Pironi venne proiettato in Formula 1 da Ken Tyrrell, come sempre abile scopritore di talenti, che lo schierò nel campionato del 1978 al fianco del suo amico Patrick Depailler: al debutto fu quattordicesimo ma già alla seconda gara giunse a punti, sesto, risultato confermato nell’appuntamento seguente in Sudafrica e poi ancora quinto a Montecarlo e sesto a Zolder, mentre nel resto della stagione si dovette accontentare di un ulteriore unico piazzamento (quinto ad Hockenheim) chiudendo in classifica generale quindicesimo con sette punti. Nello stesso anno vinse la 24 ore di Le Mans con Jean-Pierre Jaussaud alla guida della Renault Alpine A442B.

I buoni risultati gli valsero la conferma e per il 1979 gli fu affiancato il connazionale Jarier. Pironi dimostrò di essere un pilota veloce e determinato, arrivando al decimo posto finale con due podi e altri piazzamenti a punti, subendo in alcuni casi le critiche dei colleghi per lo stile di guida giudicato troppo aggressivo, in particolare a Montecarlo quando fu protagonista di alcune manovre al limite, fino allo spettacolare incidente nella discesa del Mirabeau.

Per il 1980 fu ingaggiato dall’ambiziosa Ligier, in una squadra tutta francese completata da Jacques Laffite, dove Pironi si impose nella parte iniziale del campionato conquistando la prima fila in Brasile, un podio in Sudafrica, la prima vittoria in Formula 1 a Zolder e poi un secondo posto a Le Castellet, entrando di diritto nella lotta per il titolo, prima di un lungo stop fatto di quattro ritiri consecutivi e di un nuovo recupero nel finale, con due podi nella trasferta americana. Chiuse il mondiale al quinto posto alle spalle del compagno di squadra e le sue prestazioni suscitarono l’interesse di Enzo Ferrari, che lo scelse per sostituire Scheckter: il primo anno fu deludente, soprattutto a causa del difficile rodaggio del motore turbo, appena inserito dalla casa di Maranello, ma già l’anno successivo i due piloti del “cavallino“, Didier Pironi e Gilles Villeneuve, partirono come favoriti per la lotta al titolo.

Dopo alcune gare problematiche, a Imola Pironi partì in seconda fila, favorito dal boicottaggio della gara da parte della maggior parte delle vetture britanniche: alla partenza i primi quattro piloti (due Renault e due Ferrari) mantennero le loro posizioni, con René Arnoux che precedeva Alain Prost e le due Ferrari; le due vetture italiane però, già nel corso del primo giro passarono Prost poi, dopo un avvincente duello, presero il comando in seguito al ritiro dei due francesi. Approfittando di un errore di Gilles Villeneuve, Pironi balzò in testa alla gara, la lotta fra i due proseguì e al 49esimo giro il canadese ritornò a condurre; dai box venne esposto il cartello “slow“, che di fatto imponeva ai piloti di preservare le vetture; Pironi interpretò a proprio modo il richiamo e superò ancora Villeneuve che, a sua volta, cercò di insidiare ancora il francese fino all’arrivo. Gilles Villeneuve riprese a condurre, ma all’ultimo giro, giunto alla “curva del Tamburello“, Pironi si portò all’esterno, per passarlo nella curva seguente andando a vincere per la prima volta con la Ferrari (ottenendo anche il giro più veloce) e per la seconda in carriera nel mondiale di Formula 1.

Villeneuve salì controvoglia sul podio e nel dopo-gara rilasciò pesanti dichiarazioni sul compagno di squadra, con cui chiuse i rapporti. Pironi dal canto suo rivendicò le proprie ragioni ed Enzo Ferrari tentò una mediazione, ma si arrivò a Zolder in un clima pesantissimo, che venne spezzato dalla tragica scomparsa di Villeneuve, uscito di pista in seguito ad un contatto con la March di Jochen Mass.

Pironi, sconvolto e messo sotto pressione dalle velate accuse di chi faceva impropri collegamenti tra Imola e Zolder, si lanciò alla conquista del titolo ottenendo podi a ripetizione e una nuova vittoria a Zandvoort, in una stagione dove purtroppo la sfortuna lo perseguitò, prima come involontario protagonista della morte di Riccardo Paletti, che centrò la sua vettura rimasta ferma in partenza a Montreal, poi con il terribile incidente in cui lui stesso fu coinvolto durante le qualifiche del gran premio di Germania.

Costretto a saltare le ultime cinque gare del mondiale, chiuse comunque al secondo posto a pari merito con John Watson, superato di soli cinque punti da Keke Rosberg; affrontò poi una lunga e dolorosa riabilitazione, tentando alcuni anni più tardi dei test, prima con la Ags e poi con la Ligier, nel tentativo di rientrare, anche se la tenuta fisica non si dimostrò sufficiente nonostante gli ottimi tempi sul giro; optò allora per la motonautica, dove trovò la morte durante una gara al largo dell’isola di Wight.

Pironi venne sepolto vicino a Saint Tropez, accanto a Dohlem, scomparso l’anno precedente; pochi mesi dopo la sua morte la compagna Catherine Goux diede alla luce due gemelli, chiamati Gilles e Didier.

WILMA RUDOLPH, LA FIDANZATINA DI ROMA 1960 CHE IMPARO’ A VOLARE

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Wilma Rudolph – da autostraddle.com

articolo di Massimo Bencivenga

Roma avrà o no le Olimpiadi? Non lo so, ma Roma è già stata sede olimpica. Successe nel 1960, con l’Italia che s’affacciava sul boom economico, con un Papa, quel Giovanni XXIII, che non solo scelse il nome Giovanni, che era quasi “maledetto“, ma che avrebbe dovuto essere un pontefice di transizione e invece, in solo cinque anni, marcò quasi un’epoca.

Roma e l’Italia tutta respiravano e trasudavano un entusiasmo contagioso. Roma 1960 furono le prime Olimpiadi veramente globali. Lo Stato mise la marsina e la Rai fu la prima televisione al mondo a trasmettere in diretta i Giochi olimpici per un totale di 120 ore in ben 18 Paesi, approntando una serie di collegamenti via satellite (una tecnologia agli albori) e registrando, sempre per la prima volta, anche su nastro magnetico. Va da sé che una simile esposizione diede il là alla nascita di miti e icone che sarebbero rimaste nella storia dello sport e non solo.

Come la corsa solitaria, e scalza, sotto l’Arco di Costantino di un componente della guardia personale del Negus d’Etiopia. Un semplice sergente che il mondo imparerà a conoscere con il nome di Abebe Bikila. Fu lui la star, ma quelle Olimpiadi ebbero anche una “fidanzatina d’Italia“. Si chiamava Wilma Rudolph, e i media fecero di tutto per pompare una presunta love story con il nostro velocista Livio Berruti. Già, proprio quello che vinse i 200 metri e che in semifinale fu omaggiato dal volo di una colomba nella sua corsia. Ci fu del tenero tra i due? Non lo sappiamo, anche perché lei sembrava tenere a un pugile nero sbruffoncello, uno elegante e pungente. Si chiamava Cassius Clay, ma tutto il mondo lo avrebbe poi conosciuto e venerato come Muhammad Ali.

Ma non era una in cerca di visibilità Rudolph. Non era nata bene, Wilma. Non puoi aver avuto degli ottimi natali se sei la ventesima di una cucciolata (non so come altro definire una figliolanza del genere) di ventidue figli nata, per giunta nera, da qualche parte nel Tennessee che fu la patria del Ku Klux Klan. Non se sei nata da quelle parti nel 1940, quando Martin Luther King si chiamava ancora Michael King Jr. e andava ancora a scuola.

Per giunta, Wilma si prese anche la poliomelite. Per curarla il padre se la metteva in spalla e si sorbiva 80 miglia per andare all’ospedale riservato ai neri. Ai tempi era così, i diritti civili restavano sulla carta.

I dottori sentenziarono: “Se pure riuscirà a camminare, lo farà male.” Cominciò a camminare benino, con l’aiuto di protesi, a 8 anni. Una volta lei disse: “Penso di aver cominciato proprio allora a formarmi uno spirito competitivo… uno spirito che mi avrebbe poi fatto vincere nello sport“. Già, perché Wilma cominciò a basket, ma iddio abbia nella gloria dello sport chi la convinse a passare all’atletica. Il medico aveva ragione.

Wilma non camminava. Wilma volava. A sedici anni, a Melbourne 1956, Olimpiadi in cui era presente con il nome di Carlo Pedersoli il futuro Bud Spencer, prese un bronzo in staffetta. Roma fu la consacrazione.

Nei 100 metri, dopo aver eguagliato il record mondiale correndo la semifinale in 11″3, vinse nettamente la finale in 11 secondi netti, tempo che però non le venne riconosciuto come nuovo limite mondiale per via di un forte ed eccessivo vento favorevole. Tre giorni dopo bissò il successo vincendo i 200 metri in 24″0, dopo aver, peraltro, eguagliato il record olimpico correndo in 23″2 nelle batterie eliminatorie. Il terzo oro arrivò, insieme a nuovo record, nella staffetta 4×100 metri.

Divenne la gazzella delle Olimpiadi e la fidanzatina d’Italia.

CESENA-MAGDEBURGO 3-1, IL SOGNO EUROPEO DEL 1976

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Il gol del 3-1 di Macchi nella gara di ritorno – da blog.guerinsportivo.it

La provincia d’Italia ha qualche bella favola da raccontare, tra tanti colossi metropolitani che hanno fatto la storia dello sport. Dalle parti di Cesena, ad esempio, ed è una romantica avventura che merita qualche riga di doveroso omaggio.

Corre l’anno 1976. Da tre stagioni il Cesena appartiene all’elite del calcio italiano, grazie all’operato di un presidente lungimirante e pratico, Dino Manuzzi, che ha fatto dell’oculata gestione economica e della valorizzazione dei giovani atleti fatti in casa un marchio di fabbrica. Vincente, se è vero che dopo due campionati di apprendistato sotto la guida di Bersellini, il Cesena di Giuseppe “Pippo” Marchioro ha colto un prestigioso sesto posto nella stagione 1975/1976, apice pr la società bianconera, col corollario di vittorie con Juventus, Milan e Roma e anticipando il Bologna grazie ad una miglior differenza reti. Il Napoli, giunto quinto, nel frattempo vince la Coppa Italia e libera un posto in Coppa Uefa, aprendo così la strada europea alla formazione romagnola.

L’urna zurighese, ad onor del vero, non è proprio benevola con il Cesena, estraendo dal cilindro un’avversaria di blasone internazionale, i tedeschi orientali del Magdeburgo. Già, perché i teutonici di là dal muro hanno un palmares che incute rispetto e timore: tre titoli di campione, quattro coppe nazionali, soprattutto una Coppa delle Coppe messa in saccoccia nel 1974 a spese del Milan di Trapattoni, 2-0 nella finale di Rotterdam. Insomma, c’è poco da coltivar illusioni: “peggior inizio non ci poteva toccare, sulla carta soltanto un miracolo potrebbe salvarci” sono le parole del presidente Manuzzi. Si prova ad attaccare il lupo e poi vediamo quel che succede.

Succede che nel match d’andata, il 15 settembre 1976 allo stadio Ernst Grube, non c’è proprio partita. I tedeschi mettono sul piatto della bilancia una dose massiccia di esperienza internazionale, se è vero che la squadra si compone di buona parte dei protagonisti che hanno colto l’affermazione olimpica a Montreal qualche mese prima, e nel 1974 hanno ferito l’orgoglio dei cugini occidentali nella storica sfida dei Mondiali vinta 1-0, bissando il successo già ottenuto alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Uno su tutti, Jurgen Sparwasser, simbolo della Germania Est intera, ma provocatore d’eccezione se ce n’è uno. In più, d’acciaio e panzerdivision come loro abitudine, i tedeschi la mettono sul piano fisico e nella trappola casca Oddi, espulso per un fallo a gioco formo, e pure il direttore di gara, tale Suarez-Ibanez della federazione spagnola, che accorda un rigore a dir poco dubbio per un atterramento proprio di Sparwasser. Finisce 3-0 con vantaggio di Steinbach al minuto 26 e una doppietta di Straich, minuto 40 su rigore appunto e minuto 87. E così il nutrito manipolo di fedeli bianconeri, primo cittadino in testa, che in volo charter si sono concessi la storica spedizione oltre la cortina di ferro, esportando piadine, salsicce, tagliatelle e Sangiovese a iosa, se ne tornano mestamente a casa, occhio rivolto alla sfida di ritorno che pare ora più che mai proibitiva.

Ma il Cesena, unico centro non capoluogo nella storia del nostro calcio ad assurgere a questi livelli, ha l’orgoglio della provinciale che non accetta la resa incondizionata. Figurarsi se combattenti nati come Boranga il portiere, Batistoni che prende il posto di Oddi, Cera il capitano di lungo corso che fu “messicano“, Ceccarelli l’altra colonna portante della difesa, Rognoni vecchio cuore Milan e Frustalupi gran pensatore del centrocampo, hanno voglia di veder transitare un treno chiamato “sogno d’Europa” senza provare a salirci. Seppur di rincorsa.

Mercoledì 29 settembre 1976. Sì, perché a quei tempi le coppe vanno in scena, tutte appassionatamente, solo di mercoledì e il vecchio stadio “la Fiorita” è pronto per la recita bianconera. Che al minuto 29, al gol di Mariani, si accorge che il diavolo non è poi così brutto come sembra; che quando segna Pepe, e siamo al minuto 51, comincia a credere che il miracolo magari si avvera; infine smette di sognare e riscopre la cruda realtà quando Sparwasser, già proprio lui, l’uomo dei gol che contano qualcosa, dopo diciotto minuti di illusione bianconera sigla il 2-1 ed archivia la pratica qualificazione.

Per le statistiche, che magari non valgono granchè ma significano qualcosa se si possono raccontare ai nipotini, Macchi al minuto 73 mette a referto il 3-1 di chiusura. Della serie, “sogno di una sera di primo autunno“… è durato poco, ma è stato bello comunque.

ERIC VANDERAERDEN, IL VINCENTE INCOMPIUTO

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Vanderaerden vince al Tour de France – da cyclinghalloffame.com

articolo di Nicola Pucci

Può considerarsi un incompiuto un pedalatore abile al punto da vincere 138 corse in carriera? Con palmares che comprende Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix, Gand-Wevelgem, cinque giorni in maglia gialla ed un successo nella classifica a punti al Tour de France? Ebbene sì, ed è il caso di Eric Vanderaerden.

Mi spiego. Il biondino di Herk-de-Stad, classe 1962, si affaccia al ciclismo che conta con le prerogative del predestinato, in virtù di un talento cristallino. Velocissimo allo sprint, eccellente sul passo, sveglio sugli strapetti di brevissima durata, debutta nel 1983 affermandosi d’entrata nel prologo della Parigi-Nizza, cogliendo un promettente quarto posto alla Milano-Sanremo, trionfando in due tappe alla Vuelta che di quei tempi si corre ad aprile, battendo tutti nella breve cronometro d’apertura del Tour de France, che lo vede leader per due giorni. A soli ventuno anni, il futuro si tinge di rosa per il belga.

In effetti, il bello deve ancora venire. Vanderaerden ha spiccate doti di cacciatore di traguardi parziali, e da buon fiammingo che si rispetti predilige le classiche che dalle sue parti fanno la storia centenaria del ciclismo. In primis il Giro delle Fiandre, che per i suoi connazionali ha valore di campionato del mondo del pedale e che nel 1985 Eric stravince con una memorabile azione di forza, attaccando sul muro di Grammont e demolendo la resistenza di fior di campioni come Kelly, Lemond, Van der Poel, Anderson e Kuiper, in una giornata apocalittica, funestata da maltempo e ritiri di massa. Una volta tagliato il traguardo di Meerbeke, fasciato della maglia di campione nazionale conquistata nel 1984, l’elezione a fenomeno del corridore intruppato nella superpotenza Panasonic è inevitabile, anche perchè nel frattempo ha già colto il successo alla Parigi-Bruxelles, sempre nel 1984, e qualche giorno prima ha spianato le pietre della Gand-Wevelgem.

I giornalisti, è il loro mestiere, ci mettono del loro, incollando ad Eric l’etichetta di “nuovo Merckx“, che attendono invano dopo i fallimenti di Fons De Wolf e Daniel Willems, altrettanto talentuosi ma incapaci – e chi non lo sarebbe – di ricalcare le orme del “cannibale“. Fatto è che Vanderaerden miete successi con buona frequenza, ad esempio l’ultima, prestigiosa tappa del Tour de France del 1984, con arrivo allo sprint sui Campi Elisi.

Già, il fiammingo ama le vetrine di lusso, a quanto pare, se è vero che altezzoso, bizzosetto e presuntuosello com’è, proprio alla Grande Boucle si ritaglia spazi importanti, come quando si toglie lo sfizio di battere Hinault a cronometro, sempre nell’anno di grazia 1985. L’anno seguente si impone ad Harelbeke, classica che ha lignaggio e albo d’oro da leccarsi i baffi, conquista la maglia verde al Tour pur senza vittorie parziali, e nel 1987 infila uno dopo l’altro un secondo posto alla Sanremo, il terzo al Giro delle Fiandre e come ciliegina sulla torta il trionfo sulle pietre di Roubaix, in volata ristretta su Versluys e Dhaenens.

Ecco, adesso, venticinquenne e all’apice della carriera, Vanderaerden invece di spiccare il volo tra gli immortali del ciclismo, si eclissa e conosce precocemente la parabola discendente. Diventa, ad onor del vero, l’uomo della Tre Giorni di La Panne, gustoso prologo del Giro delle Fiandre, che Eric vince cinque volte, buon ultima nel 1993, ma l’eccesso di aspettative sul suo conto ne limitano il rendimento. E le gare di pregio, ahimè, non lo troveranno più tra i grandi protagonisti.

Finisce qui l’avventura agonistica di Eric Vanderarden, campione che vinse molto ma che avrebbe potuto segnare un’epoca… possiamo fargliene una colpa? Il beneficio del dubbio mi pare si possa concedere al nostro amico ciclista.

L’ESORDIO D’ORO DI LASZLO PAPP ALLE OLIMPIADI DI LONDRA 1948

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Laszlo Papp – da ard.ndr.de

Laszlo Papp, miei cari appassionati, e qui oggi si fa la storia olimpica del pugilato. L’ungherese, lo sappiamo, rientra nel novero dei campioni più formidabili tra i pesi medi, ma se l’elezione a fuoriclasse abbisogna di qualche impresa che resti negli annali, ecco, mi vien da ricordare che il magiaro fu onorato della medaglia d’oro in tre consecutive edizioni delle Olimpiadi, che se non è record poco ci manca.

Londra, anno del Signore 1948. Le ferite della Seconda Guerra Mondiale sono ancora ben lungi dall’esser rimarginate, nondimeno c’è voglia di sport e la capitale britannica accoglie la kermesse a cinque cerchi della rinascita. L’Earls Court Exhibition Centre, così come la Wembley Arena, ospitano dal 7 al 13 agosto le prodezze pugilistiche dei boxeur convenuti all’appuntamento, e la categoria dei pesi medi è tra le più interessanti dell’intera manifestazione.

Venticinque atleti concorrono per l’alloro olimpico, ed è necessario un turno preliminare che permetta al tabellone di allinearsi agli ottavi di finale con sedici pretendenti. Ci sono due europei di grido, il campione continentale Aimè-Joseph Escudie che ha colto il titolo l’anno precedente a Dublino, e l’irlandese McKeon, l’olandese Schubart è altrettanto accreditato, e i britannici affidano ambizioni di medaglia ai guanti di Johnny Wright, giovanotto diciannovenne di belle speranze che ha sconfitto il connazionale Wally Thom, vice-campione d’Europa appunto, in una sorta di sfida di selezione nazionale. C’è un azzurro in corsa, il lucchese Ivano Fontana, l’uruguaiano Dogomar Martinez difende il blasone sudamericano della categoria e Washington Jones è l’americano in lizza. E poi… e poi c’è Laszlo Papp, che non è ancora nessuno, imbattuto dal 1947 quando perse con il cecoslovacco Julius Torma – che a Londra vincerà l’oro nei pesi welter – ma che sta per avviare una meravigliosa parabola vincente.

Insomma, c’è qualità assoluta tra i partecipanti in gara. Il pugno mancino di Papp atterra al secondo round di primo turno il finlandese Valfrid Resch, il lussemburghese Jeannot Welter resiste neppure una ripresa, ai quarti di finale il belga Auguste Cavignac, che ha approfittato della severa squalifica di Jones reo di averlo colpito a guanto aperto, va giù subito.

Se Laszlo ha gioco facile, nondimeno le altre sfide hanno storia diversa. I favoriti ancora in lizza incrociano i guantoni in confronti appassionanti che si risolvono con verdetto ai punti. Ma se la vittoria di McKeon con il francese Escudie è la più contestata dell’intero evento olimpico tanto da indurre gi arbitri transalpini a dimettersi in blocco, appare legittimo il successo di Fontana con Martinez, così come quello di Wright con Schubart. In semifinale, poi, Papp infine trova proprio in Fontana un degno avversario che lo costringe ad attendere il responso di vittoria ai punti, comunque ineccepibile, mentre nel derby britannico Wright e McKeon se le danno di santa ragione. Infine vince il beniamino di casa, ma sangue e lividi segnano il suo corpo, che così si presenta a corto di benzina per l’atto finale.

Bela Keri, allenatore di Papp così come dell’altro medagliato d’oro a Londra, il peso gallo Tibor Csik, assapora il successo del suo protetto e promette un bel bagno nella piscina adiacente in caso di vittoria. Papp, superiore in tutto e per tutto a Wright, non vorrebbe certo far cosa sgradita al vecchio coach, e difatti non fallisce l’appuntamento con la gloria olimpica. Combatte di classe e potenza, fa valere la maggior freschezza ed infine vince ai punti, mettendosi al collo la prima di un tris di medaglie d’oro.

Incapperà in un regime balordo, Laszlo Papp, che gli vieterà l’opportunità mondiale una volta passato professionista. Ma tra gli dèi di Olimpia, statene certi, il suo posto è assicurato.

CHARLOTTE COOPER, DA WIMBLEDON ALL’ORO OLIMPICO

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Charlotte Cooper – da it.wikipedia.org

Vi sfido a singolar tenzone: barattereste un titolo di Wimbledon con un trionfo olimpico? Son pronto a giocarmi la reputazione che neppure accarezzereste l’idea, perché se la vittoria a cinque cerchi vi elegge tra gli eroi di Olimpia, cogliere il successo sul Centre Court più famoso del pianeta è il sogno che coltiva chiunque impugni la racchetta. E vale la gloria perpetua.

Eppure… eppure ci sono alcuni eletti per i quali il dilemma non si pone. Sono un numero limitatissimo, probabilmente si contano sulle dita di una mano, ma possono fregiarsi dell’uno e dell’altro titolo, ovvero quanto di più elevato potessero ambire per la loro carriera agonistica. Charlotte Cooper appartiene a questa riservatissima élite.

E qui, visto che la ragazza non è più tra noi e si esprimeva al massimo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, mi viene in soccorso la storiografia tennistica. Che ci ricorda che Cooper nacque il 22 settembre 1870 nel quartiere residenziale di Ealing a Londra; che cominciò ben presto ad attivarsi con la racchetta presso l’Ealing Lawn Tennis and Archery Club; che Henry Lawrence fu il suo primo allenatore e che nel 1893 debuttò sui prati di Wimbledon per raggiungere subito la semifinale, battuta da Blanche Bingley, prima vera star del tennis femminile, con cui Cooper avrebbe in seguito dato vita ad un’accesa ed entusiasmante rivalità.

Slanciata e filiforme, Charlotte ha classe naturale e predisposizione al gioco di volo, una rarità già a quei tempi; in gonna lunga bianca e scarpette in cuoio senza tacco, evidenzia eleganza nel gesto che si combina con una notevole potenza. Il cocktail è vincente e l’albo d’oro più prestigioso accoglie il nome di Cooper nel 1895, quando “Chattie” supera in finale Helen Jackson, 7-5 8-6, rimontando in entrambi i set da 0-5. Sono gli anni in cui il campione uscente è ammesso di diritto al Challange Round dell’edizione successiva, e così nel 1896 Cooper concede il bis battendo Alice Simpson, 6-2 6-3.

Il torneo londinese è il giardino preferito di Charlotte, che nel quinquennio successivo è cliente fisso in finale, arrendendosi tre volte proprio a Blanche Bingley e trionfando nel 1898 con Louise Martin, 6-4 6-4, e nel 1901, già maritata con Alfred Sterry di sei anni più giovane di lei, infine con Bingley, dominando 6-2 6-2 la formidabile avversaria.

Insomma, quattro vittorie e cinque finali a Wimbledon ne fanno una fuoriclasse assoluta del tennis in gonnella… pardon, in gonna lunga, che cinge la caviglia. Ma non è abbastanza. Corre l’anno 1900 e l’esposizione di Parigi è l’occasione per la seconda edizione dell’era moderna dei Giochi Olimpici. Le donne sono ammesse, seppur in numero limitato a sole ventidue partecipanti, il tennis è disciplina che si gioca a cinque cerchi e Charlotte Cooper è presente. Batte al primo turno la francese Marguerite Fourrier, 6-2 6-0, in semifinale si impone all’americana Marion Jones, 6-2 7-5, e l’11 luglio si sbarazza 6-1 6-4 dell’altra transalpina Helene Prevost, che qualche mese prima ha vinto gli Internazionali di Francia – non giocando mai, essendo l’unica iscritta! -.

Questa è storia destinata a non venir mai oscurata, perché Cooper diventa la prima donna d’oro individuale alle Olimpiadi, a cui si aggiunge il primo posto anche nel terneo di doppio misto, accoppiata a Reginald Doherty. Record che va a sommarsi ad un altro che Charlotte ancor oggi conserva: diventata madre, torna a giocare e nel 1908, ormai quasi trentottenne, sbanca Wimbledon per la quinta ed ultima volta in carriera, vincitrice più anziana della tradizione ultracentenaria dei Championships, così come nel 1912 fu capace di guadagnare l’ultimo atto, sconfitta da Ethel Larcombe.

Longeva sul campo da tennis, così come longeva è rimasta in vita fino all’età di novantasei anni. Ma quel che resta, al di là di un talento raro, sono le imprese che ha disegnato: destinate all’immortalità.

BOSTON-MILWAUKEE, L’INFINITA GARA 6 DELLA FINALE NBA 1974

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Una fase di gara 6 con Jabbar al tiro – da gazzetta.it

articolo di Giovanni Manenti

Negli Usa, come il mese di gennaio è dedicato al “Super Bowl” di football, tra fine aprile ed inizio maggio gli occhi degli sportivi sono concentrati sulle Finali NBA di basket che, giocandosi al meglio delle sette partite, molto spesso regalano emozioni da far restare incollati al proprio posto se si ha la fortuna di assistervi dal vivo, o sul divano, qualora vissute davanti alla Tv.

Non fa eccezione la serie finale dell’edizione 1974, che pone di fronte i Milwaukee Bucks, dominatori della Western Conference, ed i celebri Boston Celtics, a propria volta vincitori della Eastern Conference.

In una NBA all’epoca circoscritta a sole 17 squadre rispetto alle 30 attuali, le due finaliste non hanno trovato soverchi ostacoli nel giungere all’appuntamento decisivo, avendo i Bucks totalizzato un record di 59-23 nella “Regular Season” e poi spazzato via con irrisoria facilità sia i Los Angeles Lakers (4-1) che i Chicago Bulls (4-0) per cercare di riprendersi quel titolo già conquistato tre anni prima, nel 1971, sconfiggendo con un 4-0 che non ammetteva repliche i Baltimora Bullets.

Sulla costa orientale, però, emerge una rivale di tutto rispetto, vale a dire quei Boston Celtics che intendono rinverdire i fasti degli anni ’60 quando sotto la guida del “mitico” Red Auerbach vincono 11 titoli in 13 stagioni; hanno perdipiù il desiderio di riscattare l’annata precedente in cui, a dispetto del record di franchigia di 68-14 in stagione regolare, vengono estromessi al primo turno dei playoff dai New York Knicks (poi vincitori in finale), complice anche un infortunio del loro uomo di punta, John Havlicek.

E che i Celtics abbiano voglia di rifarsi lo si intuisce da come si sbarazzano nei playoff dei Buffalo Braves (4-2) per poi prendersi la rivincita sui campioni in carica dei Knicks con un netto 4-1, prima di prepararsi alle “Final Series” con i Milwaukee Bucks, cui devono cedere il vantaggio del fattore campo, in virtù di un peggior risultato (56-26) ottenuto nella “Regular Season”.

Ma questo svantaggio, per i Boston Celtics, è subito “compensato” dalla tegola che si abbatte sui Bucks, sotto forma di un infortunio al ginocchio patito dal playmaker Lucius Allen – capace di chiudere la stagione con uno “score” personale di 17,6 punti e 5,2 assist di media a partita – cui si aggiunge la sconfitta interna per 83-98 nella gara di apertura svoltasi alla Milwaukee Arena che inverte l’inerzia del fattore campo.

Ed anche se i Bucks riescono, con fatica, a far loro la seconda gara interna per 105-96 all’Overtime e poi, in gara-4, nell’impresa di espugnare il Boston Garden per 97-89 dopo che i Celtics si erano agevolmente aggiudicati gara-3 per 95-83 sul parquet amico, la successiva vittoria di Boston alla Milwaukee Arena per 96-87, portando la serie sul 3-2, faceva prevedere la logica assegnazione del titolo il venerdì seguente 10 maggio 1974 in un Boston Garden gremito in ogni ordine di posto per festeggiare la conquista di un titolo mancante da cinque stagioni.

Ma non deve mai sottovalutarsi l’orgoglio dei Bucks che, pur privi del citato Allen, possono sempre contare sull’apporto dei vari Kareem Abdul-Jabbar, Jon McGlockin, Bob Dundridge ed il rientrante Oscar Robertson, già protagonisti dell’anello vinto nel 1971, cui i Celtics, dal canto loro, possono comunque opporre la classe ed il talento di campioni del calibro di John Havlicek, Dave Cowens, Paul Silas e Jo Jo White, tanto per citarne alcuni.

E, difatti, che i Bucks non intendano arrendersi senza combattere lo dimostrano prendendo un margine di vantaggio di 12 punti nel corso del primo tempo (ricordiamo che all’epoca non era in vigore il “tiro da tre punti”), poi pian piano rosicchiato dai Celtics nella seconda parte, raggiungendo il pareggio sull’86-86 grazie ad una conclusione vincente di John Havlicek cui Robertson non riesce a replicare sprecando l’ultima palla dei tempi regolari e mandando la gara ai supplementari.

Quello che certo non immaginano i tifosi presenti all’evento è che stanno per assistere ad uno dei più emozionanti ed incredibili finali di gara di una serie playoff, con il primo supplementare caratterizzato dalla classica “palla che scotta” e l’emozione fa sbagliare anche i più nobili “cecchini”, tanto che il punteggio cambia solo per il 90-88 in favore dei Bucks prima che il solito Havlicek, pur se ben contrastato da Jabbar, riesca a far suo il rimbalzo su di un proprio tiro per il canestro dell’ulteriore parità sul 90 pari.

Ma, quasi per magia, come nel primo “overtime la precisione al tiro era risultata scadente, così nel secondo “prolungamento” ecco che per incanto i canestri si susseguono uno dopo l’altro e quando Havlicek, dopo che Dundridge aveva portato i Bucks sul 92-90 trasformando due tiri liberi, va a canestro subendo fallo e, con il conseguente tiro libero, “spariglia” il punteggio sul 93-92, le due squadre saranno a superarsi vicendevolmente per 11 volte sino alla sirena.

E, sul 99-98 a favore dei Celtics, ad 1’26” dalla conclusione del secondo “overtime, si registrano due eventi che possono indirizzare il “testa a testa” in favore dell’una o dell’altra squadra; per prima cosa, gli arbitri fischiano a Dave Cowens – incaricato della marcatura di Jabbar – il sesto fallo con conseguente abbandono della gara, ma i Bucks non sfruttano la rimessa andando al tiro (peraltro sbagliato) allo spirare dei 24″, consegnando ai Celtics la possibile palla della vittoria con soli 53″ rimanenti.

Ma proprio il migliore dei suoi – vale a dire John Havlicek, autore di una gara strepitosa – perde banalmente palla palleggiandosi sui piedi e dando così l’opportunità a Micky Davis di riportare avanti i Bucks sul 100-99 realizzando un canestro in entrata con soli 24″ da giocare.

Fedeli al motto “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare (per la verità, nel caso in questione, hanno giocato sin dal primo minuto) ecco che le sorti della gara hanno come protagonisti i rispettivi leader, a cominciare da Havlicek che, nel farsi perdonare la palla persa in precedenza, infila dall’angolo il canestro del nuovo sorpasso per un “personal score” di 36 punti, portando i Celtics in vantaggio per 101-100 con il cronometro che segna solo 7″ ancora da giocare.

E, con una tensione in campo e sugli spalti da tagliarsi a fette per un’attesa vittoria che darebbe ai padroni di casa il titolo, coach Larry Costello chiama “time out” per disegnare lo schema dell’ultimo, decisivo attacco, che vede consegnare la palla a Jabbar dalla rimessa laterale, Davis “taglia” verso canestro con l’intesa di chiedere palla a Jabbar che, viceversa, si sposta lungo la linea di fondo per far partire il suo celebre “Sky hook” (gancio cielo) che, morbido, morbido va a “planare” nella retina per il suo 34.esimo punto della serata, nonché per il decisivo vantaggio dei Milwaukee Bucks sul 102-101 a soli 2″ dalla sirena, rendendo vano il tiro della disperazione di Jo Jo White che non coglie neppure il ferro.

La storia ci ricorda che detta impresa non ebbe il corredo della conquista del titolo, che fu comunque appannaggio dei Boston Celtics, vittoriosi dopo soli due giorni in gara-7 alla Milwaukee Arena con un perentorio 102-87, ma nella memoria degli appassionati di questo fantastico sport resteranno per sempre le incredibili emozioni che solo l’avvincente gara-6 ha saputo regalare.

PETER MULLER, DISCESISTA CAMPIONE CHE POCHI RICORDANO

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Peter Muller in discesa libera – da blick.ch

Al di là delle Alpi, tra i cantoni svizzeri, la discesa libera ha pari valore di un credo religioso. Se si è bimbi, se si nasce tra valli ammantate di bianco e si ha buona adattabilità con un paio di attrezzi ai piedi, state pur certi che ci butteranno in pista con il culto della velocità. E’ così, da sempre.

Non stupisce, allora, se la Svizzera può vantare campionissimi che hanno scritte pagine di storia sportiva, se in un passato recente ma non recentissimo ha dominato il circo bianco, se ha riempito gli albi d’oro della disciplina più prestigiosa dello sci alpino. Didier Cuche è l’ultimo in ordine di tempo, ma è soprattutto nel ventennio anni Settanta/Ottanta/primi anni Novanta che i rossocrociati l’hanno fatta da padroni: Collombin, Russi, Zurbriggen, Heinzer. E chi non ricorda questi nomi?… e poi c’è Peter Müller, di cui quasi mai si parla, ma è stato un grandissimo. Vedere per credere.

Ad onor del vero il ragazzo vede la luce in casa dei vicini per antonomasia, ovvero nel paesino austriaco di Lambach, il 6 ottobre 1957, ma è svizzero fino al midollo e ben presto comincia a disimpegnarsi egregiamente negli sport alpini. Viene gettato in mischia in Coppa del Mondo non ancora ventenne, 1976/1977, il battesimo è positivo con un decimo posto sulla Streif di Kitzbhuel ma curiosamente ha buona tecnica anche tra le porte larghe del gigante e proprio in questa specialità in chiusura di stagione è quarto a Sierra Nevada.

L’ebbrezza dell’alta velocità, tuttavia, si impossessa di forza della sua anima e per gli anni a venire Müller è l’uomo di punta della squadra svizzera, che nel frattempo ha perso per sempre Collombin per un grave infortunio e ha dovuto registrare il ritiro per raggiunti limiti di età di Russi. C’è da fronteggiare il wunderteam austriaco, per il dominio in discesa libera che è questione d’orgoglio nazionale, che ha in Klammer il re incontrastato, seppur detronizzato ai Mondiali di Garmisch del 1978, prima kermesse iridata per Muller che si piazza quinto nel giorno di gloria di un altro aquilotto, Josef Walcher. Già, proprio Walcher, che nel dicembre dello stesso anno nega allo svizzero la prima vittoria in Coppa del Mondo sulla Saslong di Valgardena, secondo per 30centesimi; ma l’appuntamento è solo rimandato, basta attendere il 1 febbraio 1979 quando infine sulle nevi di casa di Villars-sur-Ollon Müller centra il primo trionfo di una carriera che sarà memorabile.

E’ l’inizio di una sequenza di successi che si interromperà solo dieci anni dopo, quando nel dicembre del 1988 otterrà sempre a Valgardena l’ultima vittoria e l’ultimo podio di Coppa del Mondo. In questo lasso di tempo Müller vince 19 prove di discesa libera (a cui si aggiungono altri 41 piazzamenti sul podio!), per 3 volte è davanti a tutti in combinata e coglie 2 affermazioni anche in supergigante, disciplina nata nel 1982 e che si sposa perfettamente con le qualità di Peter, eccellente scivolatore ma anche abile nel pennellare le curve veloci. Tra il 1979 e il 1982 disegna un quadriennio che lo vede mettersi in bacheca tre coppe di specialità e un terzo posto, che vanno a sommarsi ai tre secondi posti nella disciplina tra il 1985 e il 1987, alle spalle rispettivamente di Hoflehner, Wirnsberger e Zurbriggen.

La rivalità con Pirmin merita un capitolo a parte. Con il campionissimo di Saas-Almagell Müller dà vita a duelli appassionanti che hanno come teatro prediletto non solo i tracciati di Coppa del Mondo, ma anche le vetrine internazionali che valgono la medaglia. Dopo il quarto posto all’esordio olimpico di Lake Placid nel 1980, beffato per pochi centesimi dal canadese Podborski, Müller si mette l’argento al collo sia a Sarajevo nel 1984, dietro al sorprendente Bill Johnson, che a Calgary nel 1988, battuto da Zurbriggen. Che già lo aveva sconfitto ai Mondiali di Bormio del 1985, così come l’altro inatteso a questi livelli, il tedesco Tauscher, strappa a Müller il metallo più pregiato alla kermesse di Vail del 1989. Fortuna vuole che nel 1987, davanti al pubblico amico di Crans Montana, Müller si prenda una clamorosa rivincita con la vittoria del titolo mondiale nel giorno del poker svizzero, Zurbrigger, Alpiger e Heinzer anticipati nell’ordine.

Insomma, un palmares da fare invidia a chiunque… e se ancor oggi, pur dimenticato troppo spesso da chi compila classifiche di merito all-time, è il discesista più vincente della storia elvetica, Peter Müller una bella vetrina se la merita proprio.

JIMMY JOHNSTONE, IL PIU’AMATO IN CASA CELTIC

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Jimmy Johnstone – da bing.com

articolo di Giovanni Manenti

Second only to Stanley Matthews …!! ….Jimmy Johnstone

Doveroso omaggio quest’oggi, a 10 anni dalla sua scomparsa avvenuta il 13 marzo 2006 all’età di 61 anni, per Jimmy “Jinky” Johnstone, sicuramente il giocatore più amato dai supporters dei Celtic Glasgow.

Nato ad Uddingston, a 7 miglia a sudest di Glasgow, il 30 settembre 1944, Johnstone viene segnalato al Celtic dal suo insegnante di educazione fisica, ottenendo un posto inizialmente come raccatapalle. Da sempre innamorato del dribbling, si narra che Jimmy si allenasse nel giardino di casa facendo “slalom” tra bottiglie di latte e, una volta venuto a conoscenza che Stanley Matthews era solito raggiungere il campo di allenamento del Blackpool calzando scarponi per aumentare il tono muscolare alle gambe, “Jinky” iniziò a correre ed allenarsi indossando scarpe pesanti, dichiarando anni dopo come questo atteggiamento gli avesse aumentato di circa 3 yards la sua velocità di base.

Militando tra le squadre giovanili dei “Bhoys“, Johnstone venne notato dai dirigenti del Manchester United dopo una gara tra i pari età giocata in Inghilterra, ma al ritorno a Glasgow lo “scout” del Celtic John Higgins lo persuase a firmare per loro il contratto da professionista.

Mai scelta fu più azzeccata per entrambe le parti, pur se il suo debutto in prima squadra, il 27 marzo 1963 a Kilmarnock, coincide con una “debacle” per 0-6 ed anche nel giorno della sua prima rete in biancoverde, il 29 aprile seguente, il Celtic esce sconfitto, stavolta per 3-4 contro gli Hearts. Nonostante ciò, Johnstone viene schierato titolare nella Scottish Cup Final contro i Rangers ad Hampden Park il 4 maggio 1964, ma inspiegabilmente, a dispetto della sua buona prova nella gara terminata in parità sull’1-1, viene escluso nel replay che si conclude con il trionfo dei Rangers per 3-0.

Le sorti del club e di Johnstone hanno una svolta con l’arrivo alla guida tecnica di Jock Stein, con il quale inizialmente i rapporti non sono buoni, ritenendolo un giocatore troppo individualista, ma Jimmy ci mette poco a convincere il nuovo allenatore e già nel 1966 iniziano a fioccare i trofei, con la conquista della Scottish League Cup (battuti i Rangers 2-1 in finale) e nel riportare a Parkhead un titolo di campione scozzese che mancava da 12 anni, sfiorando la finale continentale in Coppa delle Coppe, eliminati dal Liverpool in semifinale, degno “antipasto” di quella che sarà la trionfale stagione 1966/1967.

L’anno seguente, difatti, il Celtic si “limita” (!?!) a far sua la Scottish League Cup il 29 ottobre 1967 superando in finale i Rangers per 1-0, il 29 aprile torna ad Hampden Park – a soli 4 giorni di distanza dal pareggio di Praga con il Dukla che era valso il “pass” per la finale di Coppa Campioni – per sconfiggere 2-0 l’Aberdeen nella Scottish FA Cup Final, una settimana dopo sono due reti proprio di Johnstone nel pareggio per 2-2 ad Ibrox Park nell’Old Firm ad assicurare ai “Bhoys” il loro secondo titolo consecutivo e, per finire, completa un incredibile poker superando, nella finale di Lisbona, i favoriti italiani dell’Inter per 2-1 per quella che sarà la prima Coppa Campioni vinta da una squadra britannica. A completare una stagione indimenticabile per “Jinky“, arriva a fine anno anche il terzo posto nella classifica del “Ballon d’Or” messo in palio da France Football.

In una carriera che lo ha visto indossare per 515 volte la maglia del Celtic, con 129 reti al suo attivo, e conquistare “qualcosa” come 9 titoli consecutivi di campione scozzese, 4 Scottish FA Cup e 5 Scottish League Cup, oltre al citato trofeo continentale, restano due simpatici aneddoti per completare la storia di “Jinky“. Il primo è relativo al “Testimonial Match” disputato dal Celtic, fresco campione d’Europa, il 7 giugno 1967 a Madrid per l’addio al calcio di Alfredo Di Stefano, in cui i 100.000 del “Santiago Bernabeu” omaggiano con i tipici “Olè” spagnoli ogni dribbling di Johnstone, decisivo nel servire a Lennox la palla per l’1-0 finale, ed il secondo riguarda la scarsa propensione a volare per la guizzante ala destra, tanto che Stein, in occasione di un doppio confronto negli ottavi di Coppa Campioni contro la Stella Rossa Belgrado nel novembre 1968 (forse Jimmy era memore della tragedia di 10 anni prima vissuta dai “Busby Babes” proprio dopo una gara a Belgrado), dice a Johnstone che, qualora all’andata il Celtic avesse vinto con uno scarto di tre reti, lo avrebbe esentato dalla trasferta in terra jugoslava. Beh, i “Bhoys” vincono 5-1 con Johnstone a segno due volte e fornendo gli assist per le altre tre reti dei suoi compagni.

Thanks a lot for All, “Jinky”, and rest in peace …!!