L’ITALIA MONDIALE DI VOLLEY 1998, ULTIMA RECITA DI UN GRUPPO SENZA EGUALI

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L’Italia campione del mondo nel 1998 – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Après moi le deluge” (“Dopo di me il diluvio”) è una frase attribuita a Luigi XV, Re di Francia, e successivamente entrata nel linguaggio comune quale espressione per testimoniare la fine di un ciclo, sia esso politico, economico e financo sportivo.

In quest’ultimo campo, quello di nostra competenza, un simile paragone può accostarsi alla Nazionale italiana di Pallavolo, assurta ai massimi vertici internazionale grazie all’avvento in panchina del tecnico argentino Julio Velasco, sotto la cui guida gli azzurri – non a caso ribattezzati “I 12 uomini d’oro” – si aggiudicano in 8 anni due Campionati Mondiali, tre Europei e cinque World League, oltre ad altri tornei minori, fallendo solo il traguardo olimpico, sfumato al tiebreak della Finale contro l’Olanda ai Giochi di Atlanta ’96.

Sconfitta che segna l’addio di Velasco, non tanto alla Nazionale bensì al settore, accettando la sfida di cercare di risollevare anche le sorti del Volley femminile azzurro, ma con lui lasciano anche quattro colonne che hanno fatto la storia di tale disciplina, vale a dire Tofoli, Cantagalli, Bernardi e Zorzi, e l’opera di prosecuzione nella striscia di vittorie appare quanto mai difficoltosa.

Il Presidente Federale Magri, alle prese con la scelta del possibili sostituto, assume una decisione che si rivelerà vincente, contattando Paulo Roberto de Freitas, ma per tutti “Bebeto, quale uomo giusto per un’ideale continuazione nel percorso tecnico impostato dal suo predecessore.

Bebeto, 46enne brasiliano di Rio de Janeiro, ha alle spalle la dovuta esperienza, avendo vestito, da giocatore, per un decennio la maglia della Nazionale verde oro in qualità di palleggiatore, per poi averla guidata a due argenti, ai Mondiali di Argentina ’82 (sconfitto 0-3 in Finale dall’Unione Sovietica) ed ai Giochi di Los Angeles ’84, in cui soccombe ai padroni di casa degli Stati Uniti nell’atto conclusivo.

Ma, soprattutto, Bebeto conosce il nostro Volley, essendo stato per 5 anni allenatore della Maxicono Parma, condotta alla vittoria di due scudetti consecutivi nel 1992 e ’93 ed, anche in quel caso, raccogliendo una pesante eredità, vale a dire quella di Gian Paolo Montali, che aveva portato il Club parmense ai vertici assoluti in campo internazionale.

E, quella che per alcuni non poteva che essere un’opera di ricostruzione, diviene viceversa una prosecuzione nel cammino intrapreso da Velasco, grazie alla crescita del movimento pallavolistico azzurro che, alle spalle della Nazionale maggiore, ha saputo allevare un settore giovanile in grado di fornire i giusti ricambi, ed ecco allora il rientro in gruppo del 21enne Rosalba a far compagnia ai veterani Meoni, Gravina, Giani, nonché all’inossidabile Gardini che, a differenza degli altri già ricordati, ha deciso di continuare a servire la causa azzurra.

Le principali novità sono costituite dall’inserimento in rosa di Giombini e, soprattutto, di Hristo Zlatanov – figlio di quel Dimitar per anni fiero avversario dell’Italia con la maglia della Nazionale bulgara – e che, vivendo da oltre un decennio in Italia, potrebbe ottenere il passaporto italiano ma, in attesa di ricevere la relativa documentazione, la Federazione Internazionale dispone che possa giocare solo le partite di World League che si svolgono in Italia.

World League – trofeo al quale l’Italia è abbonata, avendolo vinto in cinque delle ultime sette occasioni – che rappresenta il debutto di Bebeto in una grande manifestazione internazionale, con gli Azzurri inseriti in un Girone di qualificazione che comprende anche Cina, Spagna ed Jugoslavia.

Gruppo che l’Italia si aggiudica totalizzando 10 vittorie e due sconfitte – entrambe al tiebreak, ad Alicante contro la Spagna l’8 giugno ’97 dopo aver recuperato da 0-2 ed a Belgrado nell’ultimo, ininfluente incontro, anche in questo caso dopo essere stata sotto due set a zero – così da affrontare le “Final Six” assieme a Cuba, Olanda, Brasile e Bulgaria, nonché ai padroni di casa della Russia, che hanno luogo dal 30 giugno al 5 luglio al Palasport Olimpico di Mosca.

Con ancora Zlatanov inutilizzabile, Bebeto seleziona un altro giovane schiacciatore, il 22enne Cristian Casoli in forza a Cuneo, ma l’inizio della Fase finale è in salita in quanto l’Olanda, nostra tradizionale “bestia nera”, ci infligge un’altra sconfitta, stavolta più netta rispetto alla Finale olimpica, un 1-3 con parziali di 11-15, 13-15, 15-8, 10-15, ragion per cui la seconda uscita è già una sfida “da dentro o fuori” e, per il tecnico brasiliano, non potrebbe essere più delicata, dovendo gli azzurri affrontare proprio la “sua” Seleçao, oltretutto guidata da Radames Lattari, per anni collaboratore dello stesso Bebeto.

Risvolti sentimentali che, per fortuna, vengono spazzati via dalla reazione dei suoi ragazzi, che si impongono con un convincente 3-0 (15-12, 15-8, 15-12 i relativi parziali), in cui giganteggia Claudio Bonati, appena alla sua presenza numero 16 in azzurro, e si impone altresì Damiano Pippi nel nuovo ruolo di “libero”, vale a dire un giocatore che indossa una maglia diversa da quella dei propri compagni e che può subentrare a chiunque in seconda linea, senza poter battere né schiacciare.

La buona prova contro i sudamericani viene confermata dall’ancor più netto successo, sempre per 3-0 (parziali 15-11, 15-5, 15-9), contro la Bulgaria, nel mentre l’Olanda, dopo aver superato anche i padroni di cassa russi per 3-2, cede di schianto proprio con il Brasile, uno 0-3 che le costa la Finale per il titolo, in quanto giunge a pari punti con Italia e Cuba, ma viene estromessa per la peggiore differenza set.

E gli azzurri, che si erano garantiti l’accesso alla Finale superando 3-1 Cuba all’ultimo turno, rimontando il 14-16 del primo set, con tre affermazioni per 15-11, 15-12, 15-8 nei successivi parziali, si ritrovano così, ad un giorno di distanza, ad affrontare nuovamente il sestetto caraibico, ottenendo una vittoria più schiacciante, attraverso un 3-9 i cui parziali (15-8, 15-5, 15-10) sono la chiara testimonianza della superiorità dimostrata dall’Italia sul parquet moscovita.

Avendo dimostrato di poter dare alla Nazionale continuità di risultati, Bebeto si accinge a confermare il titolo europeo del ’95 alla rassegna continentale che va in scena dal 6 al 14 settembre proprio in casa dei fieri antagonisti olandesi, con l’Italia inserita nel Gruppo A assieme a Russia, Jugoslavia, Slovacchia, Germania e Grecia, un Girone pertanto tutt’altro che facile.

Cosa che gli azzurri provano sulla loro pelle allorché, dopo il facile esordio con la Grecia, si trovano ad affrontare una Jugoslavia che può contare sui fratelli Nikola e Vladimir Grbic che giocano nel nostro Campionato, rimediando una severa lezione (0-3 con parziali di 13-15, 9-15, 5-15), il che rimanda le possibilità di accesso alle semifinali alla sfida contro la Russia, in programma l’11 settembre.

Ed, ancora una volta, messa con le spalle al muro, l’Italia sforna una prestazione di altissima qualità, annichilendo Olikhver & Co. con un 3-0 che non ammette repliche (15-6, 15-10, 15-12 i relativi parziali), ma il secondo posto nel Girone significa semifinale incrociata con i padroni di casa olandesi, che si sono imposti nell’altro Gruppo con 5 vittorie per 3-0 in altrettanti incontri.

Sfida che non ha storia, con l’Olanda ad imporsi ad Eindhoven con un netto 3-0 (parziali 15-9, 15-6, 15-13), per poi riservare analogo trattamento alla Jugoslavia in Finale, concedendo loro un unico set, per quello che, a tutt’oggi, è l’unico successo a livello continentale per la Nazionale “orange“, nel mentre l’Italia può solo consolarsi con il bronzo, superando agevolmente 3-1 il sestetto francese.

Un bilancio del primo anno di gestione del tecnico brasiliano non da disprezzare, ma ecco che la stagione successiva si apre all’insegna di una serie di problematiche, la prima delle quali relativa al calendario, in quanto l’appuntamento cruciale, vale a dire i Campionati Mondiali dove l’Italia deve difendere i due titoli di Brasile ’90 e Grecia ’94, sono in programma in Giappone a metà novembre 1998 e ciò determina un forte contrasto tra Federazione e Lega di Serie A, che Bebeto cerca di ricomporre proponendo un piano che prevede gli allenamenti dei Nazionali durante la settimana per poi giocare nel weekend con i rispettivi Club, ipotesi bocciata dalle rispettive Società di appartenenza.

Ed, in una situazione di chiara difficoltà, con anche il leader carismatico Giani ad intervenire criticando duramente la Federazione tanto da essere deferito e poi “graziato” per ragion di Patria, Bebeto sbotta ed annuncia le proprie dimissioni a Mondiale finito, per poi compiere alcune scelte nella selezione dei 12 convocati che appaiono a dir poco sorprendenti, ma che si riveleranno viceversa vincenti

Dapprima si ricorda di Mirko Corsano, che a Parma teneva in piedi la ricezione, per assegnargli il ruolo di libero, mal digerito da Pippi, e quindi richiama il 37enne Fefè De Giorgi quale vice palleggiatore rispetto a Meoni, nonostante la sua ultima apparizione in azzurro risalga al ’95, ritenendolo l’unico in grado di variare l’andamento di una partita.

Per una competizione di tale livello, il tecnico brasiliano ritiene Zlatanov ancora privo della necessaria esperienza internazionale e, nonostante abbia oramai acquisito la cittadinanza italiana, viene lasciato a casa così come Giombini, mentre il livello di assuefazione a certe manifestazioni viene implementato dalla convocazione di Gravina, ancorché reduce da problemi alla schiena, Pasinato e Bracci, il quale accetta di tornare in azzurro, avendo lasciato al termine dei Giochi di Atlanta ’96.

Il sestetto titolare è pertanto presto fatto, con Meoni in regia e Giani opposto, Papi e Bracci schiacciatori di banda e Gardini e Gravina centrali, una formazione di tutto rispetto, in cui quello con minor numero di presenze in Nazionale è Meoni con 117, tanto che è ancora Giani a sbilanciarsi, affermando “siamo i più forti e lo dimostreremo in Giappone, vincendo…!!!”.

Le perplessità nascono, per quanto ovvio, dalla non più giovane età di alcuni dei protagonisti, una realtà alla quale è possibile dover pagare dazio in un torneo che prevede incontri a cadenza pressoché giornaliera e di una lunghezza estenuante, che gli azzurri approcciano comunque con il piede (e le mani, verrebbe da dire …) giusto, disponendo con irrisoria facilità di Canada e Thailandia, così come degli Stati Uniti (a cui viene regalato il terzo parziale rispetto ai 15-4, 15-7 e 15-7 con cui si concludono gli altri set) per poi andare a disputare un massacrante Girone ad 8 squadre che comprende anche Russia, Olanda ed Jugoslavia.

Gruppo equilibrato sulla carta e che altrettanto si dimostra sul parquet dei Palazzetti dello Sport di Chiba ed Hamamatsu, con Italia, Jugoslavia e Russia a concludere a pari merito con 6 vittorie ed una sconfitta a testa, frutto delle sfide incrociate, che vedono l’Italia sconfiggere 3-1 la Russia e perdere 0-3 dalla Jugoslavia, a propria volta sconfitta 1-3 dai russi all’ultima giornata che si rivela altresì decisiva per le sorti degli Azzurri, impegnati con la loro “rivale storica” dell’Olanda, da cui erano stati umiliati non più tardi di un anno fa.

Quella con gli arancioni è la partita della svolta, in quanto lo straripante successo del sestetto di Bebeto – un 3-0 “firmato” 15-2, 15-7, 15-1 – oltre a scacciare un tabù contribuisce ad aumentare l’autostima e la consapevolezza del gruppo di potersi ancora sedere sul trono del Mondo, ancorché il secondo posto nel Girone (+14 di differenza set rispetto al +15 della Jugoslavia ed al +11 della Russia, pertanto esclusa dalle semifinali), determini l’incrocio con un Brasile sinora sempre vittorioso nei 10 incontri disputati, e con soli 3 set persi.

La memoria non può che fatalmente tornare all’identica sfida di otto anni prima al “Maracanazinho” di Rio de Janeiro, in cui gli azzurri di Velasco ebbero la meglio per 3-2 al termine di una gara epica che schiuse loro le porte della vittoriosa Finale contro Cuba, ed anche stavolta le emozioni non sono da meno.

L’Italia parte bene, aggiudicandosi 15-10 il primo set e sembra in grado di gestire anche il secondo parziale, allorché Bebeto sostituisce Papi, la squadra si innervosisce ed il Brasile raggiunge la parità sul 15-13, per poi subire il ritorno azzurro grazie ad una mossa indovinata del tecnico brasiliano che inserisce De Giorgi in regia in luogo di Meoni, così che l’Italia fa suo il terzo parziale per 15-11, ma è ancora presto per cantar vittoria, poiché l’inserimento di Giba da parte carioca fa sì che la decisione per l’accesso in Finale sia rimandata al tiebreak, vista l’affermazione per 15-10 dei sudamericani nel quarto set.

L’esperienza di Bebeto, allorquando si rende conto che la sfida è indirizzata verso il quinto set, fa sì che tolga Bracci per farlo riposare in vista dei punti decisivi, decisione quanto mai azzeccata, visto che il 32enne toscano di Fucecchio risulta determinante schiacciando a terra due invitanti alzate di De Giorgi sul punteggio di 11-8 in nostro favore, per poi chiudere la contesa sul 15-10 che certifica la terza Finale iridata consecutiva, la quarta a distanza di 20 anni da quell’Italia-Cuba di Roma ’78, avversaria ancora una volta la Jugoslavia, che sembra aver rilevato il posto dell’Olanda nella veste della più ostica rivale degli azzurri.

Slavi che, a loro volta, approdano in Finale dopo un convincente 3-1 a spese di Cuba ed intendono migliorare, con il titolo mondiale, una striscia che li ha visti conquistare il bronzo olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 e l’argento europeo alla rassegna continentale di Olanda ’97.

Teatro della sfida che va in scena il 29 novembre ’98 è lo “Yoyogi Stadium” di Tokyo, un immenso impianto costruito con la forma esterna di una nave, ed il cambio di parquet rispetto allo 0-3 di Hamamatsu fa sì che anche l’esito risulti diametralmente opposto.

Caricati a mille, gli azzurri partono forti sotto rete, con Gravina ad opporsi a Nikola Grbic e Papi a fare lo stesso con Batez, ed il “muro a tre” dell’Italia fa la differenza nel primo parziale, chiuso sul 15-12 con Pasinato a siglare il punto decisivo con un perfetto “mani e fuori”.

L’aver portato a casa il primo set è un’iniezione di fiducia non indifferente per il sestetto azzurro che, con Corsano superbo nel ruolo di libero, mette una tale pressione nei suoi attacchi e nella difesa a muro che la formazione di Zoran Gajic raccoglie la miseria di appena 5 punti nel secondo parziale, con l’Italia che vede avvicinarsi il traguardo del terzo titolo iridato consecutivo, un’impresa sinora mai riuscita neanche allo squadrone sovietico degli anni ’60 ed ’80 …

Importante, in questi casi, è mantenere ai massimi livelli la concentrazione, senza cali di alcun genere, cosa che gli azzurri confermano al cambio di campo nel terzo parziale, in cui a salire sugli scudi è il 25enne marchigiano Samuele Papi, le cui poderose schiacciate non riescono ad essere fermate dal muro jugoslavo, così che è quasi una logica conseguenza che sia proprio lui a siglare il punto del trionfo raccogliendo una risposta lunga della difesa avversaria su battuta al salto di Bracci, eludendo il muro con un intelligente tocco a rete in zona due per il 15-10 definitivo.

Il trionfo in terra asiatica sancisce l’ultimo titolo dell’Italia in una grande manifestazione – Olimpiadi o Mondiali – a livello planetario, e chiude definitivamente un’epoca che sarà ricordata a lungo come indimenticabile ed irripetibile per il Volley azzurro, ed il solo fatto di essere stati in grado di averla vissuta e testimoni di un Gruppo di una solidità fisica, tecnica e mentale come pochi altri sport di squadra hanno saputo dimostrare, non può che suonare a legittimo orgoglio per tutto il movimento pallavolistico nostrano…

 

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PORTO RAVENNA VOLLEY, DALL’ANONIMATO AL TETTO DEL MONDO

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“Il Messaggero” Ravenna nel 1991 – da ravennaedintorni.it

articolo di Giovanni Manenti

Non è mai facile costruire una formazione vincente negli Sport di squadra, in genere ci vogliono anni prima che ogni tassello, tra dirigenza, tecnico e giocatori vada al suo posto per completare il puzzle, ed anche se, in una disciplina come la Pallavolo ciò può risultare più semplice, quanto accaduto a cavallo degli anni ’90 al Messaggero Ravenna ha del prodigioso.

Uno dei principali ingredienti è la passione radicata nel territorio e su questo l’Emilia Romagna è un terreno più che fertile, in cui molti giovani non sono altro che casa, scuola e palazzetto, tanto da consegnare al panorama pallavolistico leggende assolute quali Modena, Parma e Bologna.

Ma anche Ravenna può dire la sua, allorché – nell’era pionieristica del volley nostrano – ha visto la Robur Ravenna conquistare i primi quattro titoli consecutivi (dal 1946 al ’49) nell’immediato secondo Dopoguerra, cui se ne è aggiunto un quinto nel 1952, prima che l’anno seguente la Società si sciogliesse proseguendo l’attività limitatamente al solo settore giovanile.

Il volley ravennate torna in auge negli anni ’60 grazie al “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Natale Casadio”, costituito nel 1963 e protagonista di buoni piazzamenti in Serie A ad inizio anni ’70 – con tre quinti posti consecutivi dal 1971 al ’73 – mantenendo la Categoria sino ad inizio anni ’80 grazie alla sponsorizzazione con la locale Cassa di Risparmio, per poi retrocedere in Serie A2 al termine della stagione ’83.

La prima svolta avviene nel 1987, allorché un appassionato quale Giuseppe Brusi, assieme ad una cordata di imprenditori locali, fonda il “Porto Ravenna Volley”, rilevando il titolo sportivo dalla Casadio e potendosi così iscrivere al Campionato di Serie A2 1987-’88.

In una formazione composta per la quasi totalità da giocatori nati nella provincia romagnola e guidata dal tecnico Daniele Ricci, già ex giocatore del Casadio nel ruolo di palleggiatore, bastano pochi ritocchi – costituiti principalmente dall’acquisto dello schiacciatore croato Nurko Causevic, proveniente dal Mladost Zagabria e dal rientro all’ovile dell’esperto palleggiatore Gianmarco Venturi, ravennate doc, dopo sei stagioni in cui ha vestito i colori di Sassuolo, Modena e Bologna, affinché la nuova compagine giungesse seconda nel Girone A della Serie A2 (alle spalle del Sisley Treviso, anch’esso di fresca costituzione …), per poi aggiudicarsi il playoff per l’accesso al successivo torneo di A1.

Il ritorno sui parquet della Massima Divisione, con l’ingresso della Conad quale sponsor e l’acquisto da Milano dell’universale americano Aldis Berzins, consente al sestetto di Ricci di ben figurare nelle prime due stagioni, concluse al settimo ed ottavo posto della “regular season”, solo per essere, in entrambi i casi, eliminato ai Quarti di finale da Modena in due sole partite (0-3 ed 1-3 nel 1989 ed un doppio 0-3 nel ’90), per poi vivere, nella successiva estate, quello che è un vero e proprio cambiamento “epocale”.

Con l’avvento, difatti, delle grosse realtà imprenditoriali, attratte da un movimento in crescita esponenziale e che, giova ricordarlo, ha visto la Nazionale Azzurra guidata da Julio Velasco laurearsi Campione d’Europa nel 1989 e Mondiale l’anno seguente, ecco l’ingresso di Ravenna nella sfera di influenza del “Gruppo Ferruzzi” di Raul Gardini, così come i Benetton sono alla guida di Treviso e Milano grava nell’orbita del “Gruppo Mediolanum” che fa capo alla famiglia Berlusconi.

Ed, in un batter di ciglia, un movimento alquanto statico quanto a trasferimenti di giocatori, diviene peggio di ciò che avviene in ambito calcistico e Ravenna è la prima a beneficiare di questo apporto finanziario, visto che, a parte lo sponsor che diviene il quotidiano romano “Il Messaggero”, approda in Romagna parte del meglio del volley azzurro, segnatamente nei ruoli di Fabio Vullo, proveniente da Modena, quale palleggiatore, Roberto Masciarelli, prelevato da Falconara ed il 25enne Andrea Gardini, uno dei più, se non il più, forte centrale italiano di tutti i tempi, strappato ai rivali di Treviso.

A completare un “sestetto d’oro” – nel quale l’unico reduce delle passate stagioni è il 22enne faentino Stefano Margutti – giungono da oltre Oceano due protagonisti del ciclo d’oro del volley Usa, che in quattro anni è salito ai vertici del Volley mondiale con la conquista dell’oro olimpico sia ai Giochi di Los Angeles ’84 che a Seul ’88, inframezzato dal titolo iridato di Parigi ’86, vale a dire la “leggenda” Karch Kiraly – non ha caso eletto, assieme all’azzurro Lorenzo Bernardi, “Giocatore del XX Secolo” – e lo schiacciatore Steve Timmons.

Con la guida tecnica affidata ancora a Ricci nel segno della continuità, Ravenna si dimostra un’inarrestabile schiacciasassi, visto che nelle 26 gare della stagione regolare si afferma in 25 occasioni, realizzando l’en plein esterno e cedendo solo 2-3 al “PalaDeAndré” (intitolato a Mauro, Dirigente del Gruppo Ferruzzi e fratello del celebre cantautore genovese …) contro la Mediolanum Milano all’ultima giornata.

Con Modena in fase calante, eliminata da Parma ai Quarti dei Playoff, le due semifinali vedono da un lato Parma spengere i sogni di gloria di Milano e Ravenna avere la meglio su Treviso al termine di un’avvincente serie, per poi, al contrario, disporre facilmente in Finale della Maxicono Parma per 3-0 (3-2, 3-0 e 3-0) nel derby emiliano-romagnolo, riportando lo Scudetto nella città che ospita le spoglie del “Divin Poeta” Dante Alighieri a quasi 40 anni di distanza dall’ultimo titolo.

Per Ravenna si tratta di una stagione trionfale, visto che appena due mesi prima aveva messo in bacheca anche la sua prima – nonché unica, al pari dello Scudetto – Coppa Italia, superando in Finale Milano con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-12, 15-13, 15-9 la dicono lunga sulla superiorità dei ragazzi di Ricci.

Ma, una sia pur storica accoppiata Scudetto/Coppa Italia, è ben poca cosa per una formazione che, grazie soprattutto al carisma di Kiraly, ha nel suo DNA la vocazione internazionale, e la prima prova di ciò la si ha pochi mesi più tardi, allorché “Il Messaggero” è chiamato a disputare il Campionato Mondiale per Club, in programma a San Paolo, in Brasile, dal 22 al 27 ottobre ’91.

E, contro ogni pronostico, vista la presenza della fortissima compagine sovietica del CSKA Mosca, Campione d’Europa in carica dopo aver vinto cinque delle ultime sei edizioni della Coppa dei Campioni, nonché dei padroni di casa della Banespa, il sestetto ravennate raggiunge la Finale per affrontare proprio il Club paulista.

Per nulla intimorito di fronte ad una platea di 13mila spettatori il sestetto base di Ricci, composto da Vullo in regia, Kiraly universale, Timmos e Margutti schiacciatori di banda e Masciarelli e Gardini centrali, sfodera una prestazione ai limiti della perfezione, aggiudicandosi l’incontro per 3-1 che non rende giustizia alla superiorità ravennate, visti i parziali di 15-7 e 15-9 con cui si aggiudicano il primo e terzo set, avendo i brasiliani fatto loro il secondo per 15-11, per poi chiudere il match sul 15-13 del quarto con una schiacciata vincente di chi se non di Kiraly il quale, manco a dirlo, si aggiudica il premio di MVP della manifestazione.

Considerato che la formazione romagnola aveva partecipato al torneo quale invitata, con l’insolito risultato di divenire Campione del Mondo senza aver vinto il titolo europeo, detta lacuna viene immediatamente colmata al culmine di un cammino che non eguali in Coppa dei Campioni, potendo solo essere eguagliato, ma mai superato.

Accade, infatti, che, dopo essersi facilmente sbarazzata con un doppio 3-0 degli olandesi della Dynamo Apeldoorn nel turno preliminare, Ravenna faccia altrettanto bottino pieno nel Girone a quattro che qualifica le prime due per le “Final Four” in programma in Grecia a fine febbraio ’92, superando sul suo cammino anche gli ostici greci dell’Olympiakos, andando a violare il loro parquet per 3-2 al termine di un incontro incandescente (15-12, 9-15, 6-15, 15-7, 15-12 i parziali) per poi replicare con un secco 3-0 in Romagna, così da concludere la Poule a punteggio pieno ed affrontare in semifinale i francesi del Cannes, giunti alle spalle del CSKA Mosca nell’altro raggruppamento.

I Palazzetti greci, svolgendosi le gare di Finale al porto del Pireo, non sono il massimo dell’accoglienza per le formazioni che vengono da fuori, ed ad accorgersene sono proprio i detentori sovietici, che vengono letteralmente “spazzati via” con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-8, 15-7, 15-4 non ammettono repliche di sorta, nel mentre “Il Messaggero” compie disciplinatamente, e senza eccessiva fatica, il proprio dovere di favorito nel piegare con un altrettanto netto 3-0 (15-9, 15-9, 15-11) il sestetto transalpino.

Si potrebbe ritenere, visto anche il precedente nella fase di qualificazione, che la Finale del 29 febbraio ’92 possa rappresentare una sfida al calor bianco tra italiani e greci, ma anche stavolta, così come avvenuto in Brasile, il pur assordante tifo ellenico non può che alzarsi in piedi ed applaudire la devastante prestazione di Kiraly & Co. che annichiliscono i loro avversari con un travolgente 3-0 in cui parziali di 15-4, 15-9, 15-4 non possono dare adito a recriminazioni di alcun tipo.

E pazienza se le scorie di una stagione così massacrante – che avrà come appendice i Giochi di Barcellona ’92, che vede i ravennati Gardini, Vullo e Masciarelli convocati da Velasco, così come Timmons a disputare la sua terza Olimpiade – vengono pagate in Campionato, dove le “solite quattro” raggiungono le semifinali playoff, con identico abbinamento dell’anno precedente ed identica superiorità di Parma (3-1 su Milano) e Ravenna (3-2 su Treviso), con però esito opposto dell’atto conclusivo, dove è il Maxicono Parma a prendersi una straripante rivincita, chiudendo la sfida dopo soli tre incontri, tutti e tre risolti per 3-0.

E così, nell’edizione ’93 della Coppa dei Campioni sono due le formazioni italiane iscritte, Ravenna quale detentrice del titolo e Parma quale vincitrice dello Scudetto, il che può far presumere la possibilità di un’allettante sfida nella parte conclusiva della manifestazione, che il sestetto di Ricci affronta dovendo fare a meno della sua coppia americana, tornata in Patria ma più che degnamente sostituita, dato anche l’allargamento del tesseramento dei giocatori stranieri, con i brasiliani Renan Dal Zotto, da tre anni in forza a Parma, e Giovane Gavio, prelevato da Padova, cui si aggiunge, in attacco, un devastante Dmitry Fomin, stella del CSKA Mosca e potuto tesserare grazie alla disgregazione dell’impero sovietico.

Aver indebolito le dirette rivali del Maxicono e del CSKA (pur se quest’ultima non partecipa alla Coppa Campioni, sostituita dall’Avtomobilist di San Pietroburgo) può essere un indubbio vantaggio per il sestetto di Ricci che, nel turno preliminare, non è certo favorito dalla buona sorte, vedendosi abbinato al Radiotechnik Riga, una delle migliori formazioni dell’ex Urss ed ora iscritto in rappresentanza della Lettonia, ostacolo comunque superato con un franco successo per 3-0 (15-6, 15-4, 15-8) in terra baltica, bissato con un 3-2 al “PalaDeAndré”, per poi incontrare ancora l’Olympiakos nel Girone di qualificazione alle “Final Four”.

Oramai la “bestia nera” degli ellenici, Ravenna conferma tale connotato con una doppia vittoria, per 3-1 (8-15, 15-4, 15-12, 15-8) ad Atene ed ancor più netta in terra di Romagna (3-0 con parziali di 15-7, 15-6, 15-9) e poter quindi affrontare da imbattuta le Finali che si svolgono a metà marzo ’93 ancora al Pireo, i cui incroci vedono gli ateniesi sfidare Parma, mentre ad “Il Messaggero” toccano i belgi dello Zellik.

Vinto facilmente il primo set per 15-6, i ragazzi di Ricci si “addormentano” nel secondo, subendo un insolito parziale di 5-15 prima di riprendere il controllo del match nei due successivi, chiusi sul 15-12 e 15-7 per il 3-1 conclusivo che significa seconda Finale consecutiva, nonché una succosa rivincita della sfida Scudetto contro Parma, a propria vittoriosa per 3-1 sull’Olympiakos.

Ed il 12 marzo ’93, al “Palazzetto della pace e dell’amicizia” del porto ellenico, gli spettatori neutrali possono godersi una sfida senza esclusioni di colpi tra le due formazioni italiane, e non tragga in inganno il 3-0 che certifica la conferma sul trono europeo per Ravenna, in quanto lo stesso non rende giustizia alla prestazione al sestetto guidato dal tecnico brasiliano Bebeto ed orchestrato dall’olandese Peter Blangè in regia, con gli Azzurri Giani, Gravina e Bracci nel ruolo di martelli, come testimoniano i parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 che fissano il risultato.

Oramai al vertice del Volley internazionale, una tragedia sconvolge la serenità del Club ravennate, vale a dire il suicidio di Raul Gardini, avvenuto a luglio ’93 a causa della crisi finanziaria del “Gruppo Ferruzzi-Montedison, con conseguente recesso dell’importante sponsor, ma la squadra inizialmente non ne risente, pur con la perdita di Gardini tornato a Treviso e, grazie alle superbe prestazioni di Vullo, Giovane, Masciarelli, Fomin e dei giovani Sartoretti e Bovolenta, riesce a completare un fantastico tris di successi in Coppa dei Campioni, nuovamente a spese dei corregionali di Parma, in un torneo che elimina i Gironi per somigliare maggiormente alla Coppa Campioni calcistica.

Ed ecco, quindi, che Ravenna, ammessa direttamente agli Ottavi quali detentrice del trofeo, non ha alcuna difficoltà a sbarazzarsi degli olandesi del Piet Zoomers Eerbeek con un doppio 3-0, per poi giocarsi l’accesso alle “Final Four” contro i turchi dell’Halkbank di Ankara, contro cui subiscono, nella gara di andata disputata il 9 febbraio ’94 nella Capitale turca, la loro prima, nonché unica, sconfitta nella storia della manifestazione, un 1-3 ribaltato una settimana dopo al “PalaDeAndré” con un 3-0 dai parziali inequivocabili di 15-12, 15-8, 15-7.

Curiosamente, a far compagnia al sestetto di Ricci, sono le stesse formazioni dell’edizione precedente e con i medesimi abbinamenti, con la differenza che i belgi dello Zellik stavolta giocano in casa, disputandosi la Fase conclusiva a Bruxelles, ma ciò non è sufficiente in quanto la superiorità delle due italiane è talmente evidente che sia l’Olympiakos – sconfitto 3-0 dal Maxicono con parziali di 15-7, 15-8, 15-4 invero imbarazzanti – che la compagine fiamminga, con un altrettanto netto 3-0 (15-8, 15-10, 15-8), vengono travolte, per far sì che il derby emiliano-romagnolo si svolga ancora una volta in terra straniera e per il più prestigioso trofeo a livello continentale.

Pur se i favori del pronostico, alla vigilia, pendono dalla parte emiliana, rinforzatasi con l’arrivo dello schiacciatore brasiliano Carlao, l’orgoglio dei “vecchi guerrieri” ravennati ha una volta di più la meglio, regolando i rivali con un altro 3-0, sancito dai parziali di 15-10, 17-15, 15-10 a favore di Vullo & Co.

Con questa impresa si conclude il ciclo di un’epoca irripetibile, con un titolo mondiale e tre trionfi europei in cui Ravenna ha perso un solo incontro, ed anche se la Società prosegue per alcuni anni a livelli più che dignitosi – tra cui spicca la conquista, nel 1997, della Coppa CEV con ancora un 3-0 (15-7, 15-12, 15-10) grazie ad una formazione di giovani, composta, oltre che dallo sfortunato Bovolenta, divenuto Capitano, anche da Rosalba, Giombini e Lirutti, assieme al russo Goriochev ed all’esperto francese Chambertin – a fine secolo è costretta a rinunciare all’attività ai massimi livelli, cedendo il proprio titolo sportivo all’emergente Trento.

Ma, per coloro che hanno avuto il privilegio di vedere all’opera Campioni del calibro di Vullo, Gardini, Masciarelli e Sartoretti, affiancati da autentici interpreti ad altissimo livello del volley mondiale quali di due americani Timmons e Kiraly, il sovietico Fomin ed i brasiliani Dal Zotto e Giovani, i ricordi di quelle imprese vivranno per sempre come ricordi indelebili impossibili da dimenticare

 

L’ITALIA CAMPIONE MONDIALE 2002 NEL VOLLEY FEMMINILE

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Le Azzurre festeggiano il titolo mondiale – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Dieci anni esatti rappresentano il “gap temporale” tra l’inizio del “Ciclo d’oro” della nostra Pallavolo a livello maschile ed il raggiungimento dei vertici di tale disciplina anche nel settore femminile, con un trait d’union che riconduce ad uno stesso personaggio, almeno inizialmente, vale a dire il tecnico argentino Julio Velasco.

Affermatosi come allenatore vincente alla guida di Modena, Velasco è protagonista di otto anni di successi – dal 1989 al ’96 – con la Nazionale maschile, fatti di due Campionati mondiali, tre europei, una sfilza innumerevole di World League, World Cup e Tornei vari, cui per essere perfetta manca solo l’oro olimpico, sfuggito al tiebreak della Finale di Atlanta ’96, persa contro l’Olanda.

Oramai rodata ed autosufficiente, la Nazionale maschile viene affidata al tecnico brasiliano Bebeto, mentre a Velasco viene chiesto di cercare di risollevare le sorti azzurre in chiave femminile, visto che prima del ’97 le ragazze non erano mai riuscite a qualificarsi per i Giochi a cinque cerchi, ai Mondiali potevano vantare come miglior piazzamento il nono posto nell’edizione ’86 ed, a livello europeo, l’unico podio era rappresentato dal bronzo ai Campionati di Stoccarda ’89 a spese della Romania, sconfitta 3-0 nella Finale per il terzo e quarto posto, dopo però un’imbarazzante 0-3 patito in semifinale contro la corazzata sovietica, visti i parziali di 10-15, 7-15, 8-15.

A tale podio erano poi seguite due altre apparizioni consecutive in semifinale, nell’edizione di Roma ’91 – sconfitte per 1-3 sia contro l’Olanda che contro la Germania nella sfida per il bronzo – e nella successiva svoltasi nella Repubblica ceca nel ’93, anche stavolta con due battute d’arresto sempre per 1-3, cambiano solo le avversarie, Russia ed Ucraina nella circostanza.

L’arrivo sulla panchina azzurra del duo formato da Velasco e dal suo fedele assistente Angelo Frigoni consente di mettere le basi di quello che sarà poi il trionfo iridato da lì a cinque anni, con un’idea del tecnico argentino, immediatamente sposata dalla Federazione, che ripone in lui la più assoluta fiducia, vale a dire la creazione del “Club Italia”, una Società di proprietà della Federazione stessa, che raccolga le più giovani e promettenti giocatrici nel panorama del Volley nostrano, così da potersi allenare tutto l’anno e cementare un gruppo senza lo stress legato alle competizioni con le proprie Società di appartenenza.

E, mentre “piccole donne crescono” – tra cui Simona Rinieri, Elisa Togut, Anna Vania Mello ed Eleonora Lo Bianco – sul parquet la prima uscita in una importante manifestazione internazionale vede l’Italia confermare il sesto posto del ’95 alla successiva rassegna continentale del ’97 in Repubblica ceca, per poi presentarsi, l’anno seguente, ai Campionati Mondiali in Giappone.

Inserite in un “Girone di ferro” con Bulgaria, Stati Uniti e le inarrivabili cubane, le azzurre dimostrano sin da subito di poter dire la loro, con due 3-0 rifilati sia alle americane che alle balcaniche, per poi cedere, come logico, con analogo punteggio alle caraibiche, e quindi acquisire il diritto alla fase ad eliminazione diretta per il quinto/ottavo posto dopo aver ceduto nettamente per 0-3 (parziali di 3-15, 8-15, 5-15) alla Cina nel secondo turno eliminatorio.

Poule importante affinché le ragazze, guidate da Frigoni che ha rilevato Velasco in panchina, facciano vedere di aver acquisito quello che il tecnico argentino ha sempre definito, con locuzione quanto mai efficace, “l’occhio della tigre”, e le risposte in questo caso sono più che convincenti, visti i due 3-0 rifilati sia all’Olanda (15-7, 15-4, 16-14) che alla Croazia (15-7, 15-10, 15-8) che valgono all’Italia un quinto posto che rappresenta, all’epoca, il loro miglior piazzamento assoluto nella rassegna iridata.

Viste le sconfitte subite solo con formazioni extra europee, le ragazze di Frigoni si presentano con rinnovate ambizioni ai Campionati europei ’99, con il vantaggio altresì di essere organizzati dal nostro Paese, con Roma e Perugia quali sedi degli incontri, ed, inserite nel Gruppo A con Russia, Olanda e Romania, si qualificano per le semifinali incrociate con le prime due del Gruppo B, lottando per buona parte dell’incontro contro le russe della fuoriclasse Yevgenya Artamonova, con queste ultime ad imporsi per 3-1, ma con parziali di 22-25, 25-21, 27-25, 25-19 per un punteggio totale di 99-90 che testimonia l’equilibrio in campo.

Chiamate a scontrarsi con la Croazia in semifinale per cercare la rivincita contro le russe, le azzurre danno vita ad una prova tutto cuore solo per subire l’amarezza di una beffa al tiebreak, perso 13-15, dopo aver messo in mostra la loro miglior pallavolo nei precedenti parziali che le avevano viste in vantaggio 2 set ad 1 (22-25, 25-16, 25-22), prima di cedere il quarto 23-25 e rimandare tutto al decisivo set di spareggio.

Sfogata la delusione con un 3-0 sulle tedesche che eguaglia il bronzo di 10 anni prima – anno in cui Velasco conduceva la Nazionale maschile al trionfo europeo in Svezia – c’è da preparare la spedizione per i Giochi di fine millennio a Sydney 2000, prima partecipazione olimpica nella storia del nostro Volley al femminile, ed a far parte delle selezionate vi sono anche le quattro ricordate ragazze (Rinieri, Togut, Mello e Lo Bianco) provenienti dal Club Italia, che vanno ad unirsi alle già esperte Sabrina Bertini, Darina Mifkova – nata a Praga, ma cresciuta in Italia, a Bergamo – Manuela Leggeri e Maurizia Cacciatori, nonché alla 21enne massese Francesca Piccinini, reduce addirittura da una esperienza in Sudamerica, avendo vestito per una stagione i colori della Rexona di Rio de Janeiro.

L’esperienza a cinque cerchi, però, si rivela un passo indietro per le azzurre, le quali – ancorché inserite in un raggruppamento con Cuba e Russia, che non a caso disputeranno la Finale per l’oro – vengono sconfitte 25-27 al tiebreak del quinto set nel match d’esordio contro la Corea del Sud, per poi fallire l’accesso alla fase ad eliminazione diretta a causa della battuta d’arresto per 1-3 contro le tedesche, nettamente sconfitte l’anno prima in sede europea.

Questa disfatta porta all’avvicendamento sulla panchina azzurra, con la guida tecnica affidata a Marco Bonitta, forte di due Scudetti e, soprattutto, di due Coppe dei Campioni consecutive vinte con Bergamo nel ’99 e nel 2000, ma senza alcuna rivoluzione nei quadri atletici, visto che per gli Europei ’01 in programma in Bulgaria, viene mantenuto lo “zoccolo duro” formato da Lo Bianco, Leggeri, Rinieri, Togut, Mifkova, Cacciatori e Piccinini, con queste due ultime – entrambe toscane, ma di città “rivali”, essendo la Piccinini di Massa e la cacciatori di Carrara – da lui ben conosciute, avendole allenate a Bergamo.

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Antonina Zvetova – da wikipedia.org

L’inserimento del sestetto azzurro nel Gruppo B consente loro di evitare la Russia e le padrone di casa della Bulgaria – tra le quali spadroneggia la 28enne Antonina Zetova, anch’essa conoscenza dei parquet nostrani, militando pure lei a Bergamo, e premia come MVP della manifestazione – nonché di “togliersi qualche sassolino dalle scarpe”, rifilando un umiliante 3-0 alle tedesche (25-19, 25-19, 25-17) e concludendo il girone al primo posto a punteggio pieno, avendo riservato analogo trattamento a Polonia, Ucraina e Croazia, con la sola Olanda a rendere la vita difficile alle ragazze di Bonitta che però, nella circostanza, tirano fuori il carattere, recuperando da 0-2 (20-25, 17-25) una situazione che pareva compromessa, facendo proprio il terzo parziale 26-24 e quindi chiudere in scioltezza, 25-16 e 15-11 al tiebreak.

L’esame di maturità avviene in semifinale, con l’Italia a scendere in campo il 29 settembre ’01, dopo che la Russia si è sbarazzata con un veloce 3-0 delle “cugine” ucraine, per affrontare le padrone di casa, impegno sempre ostico in qualsiasi tipo di manifestazione, ma la dimostrazione di superiorità delle ragazze di Bonitta è tale che l’esito del confronto è di quelli che non ammettono repliche di sorta, come testimoniano i parziali di 25-18, 25-12 e 25-21 che certificano l’accesso alla Finale contro le temutissime russe.

Guidate dal “Guru” Nikolay Karpol – uno dei tecnici più vincenti nella Storia del Volley mondiale – e potendo contare in attacco sulla potenza della 20enne Ekaterina Gamova, una “bestia” di m.2,02 per 82kg., le russe si fanno sorprendere nel set d’avvio della Finale del 30 settembre ’01, perso per 21-25, per poi venire a capo del secondo e terzo parziale lottato dalle azzurre punto a punto sino ai due 25-23 che portano la Russia sul 2-1 per quella che sembra oramai l’inerzia della gara in loro favore.

Nulla di più sbagliato, Piccinini & Co. reagiscono come solo loro sanno fare e si aggiudicando nettamente il quarto set per 25-18, rimandando la decisione per il titolo continentale al decisivo tiebreak.

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Ekaterina Gamova – da fivb.org

Karpol chiama a raccolta le sue giocatrici, evita che il calo di tensione del precedente parziale abbia a ripetersi, e le stesse lo prendono in parola, con un eloquente 15-6 che, se da un lato chiude la contesa, consegnando alla Russia il suo 17esimo titolo continentale (compresi quelli vinti come Unione Sovietica …), dall’altro certifica che le distanze tra i due sestetti sono oramai ridotte al minimo, come testimoniato dal punteggio finale di 104-102 a favore delle nostre avversarie.

E’ pur vero che, se scalati i vertici europei – l’argento di Sofia è il primo raccolto dall’Italia in campo femminile – a livello iridato il confronto si sposta ad altezze stratosferiche, vista la presenza delle pallavoliste di Cuba, Cina, Brasile e del rinnovato movimento Usa, e pertanto sono in ben pochi ad accreditare la truppa di Bonitta di una qualche chance in vista della rassegna iridata di Germania ’02, in programma dal 30 agosto al 15 settembre 2002.

Nell’allestire la selezione per i Mondiali, Bonitta compie la scelta dolorosa di escludere Maurizia Cacciatori – eletta miglior palleggiatrice della manifestazione quattro anni prima in Giappone – affidando la regia all’oramai matura Eleonora Lo Bianco, con Elisa Togut nel ruolo di opposto e Paola Cardullo come libero, nel mentre l’attacco è affidato alle schiacciatrici Rinieri, Mifkova e Piccinini ed alle centrali Leggeri, Paggi e Mello.

Con una rassegna iridata divenuta di elevato spessore, con ben 24 formazioni qualificate suddivise in quattro Gironi da 6 squadre ciascuno, che qualificano alla seconda fase le prime tre classificate, l’Italia è inerita nel Gruppo A assieme alle padroni di casa tedesche, Bulgaria, Giappone, Repubblica ceca e Messico, indubbiamente abbordabile ed, in effetti, l’esito lo dimostra, con le azzurre a compiere “percorso netto” senza perdere neppure un set, accedendo così al secondo turno, costituito da tre Gironi da quattro squadre, da cui accedono alla fase ad eliminazione diretta dei Quarti di finale le prime due e le due migliori terze.

Formula un po’ farraginosa, ma che serve ad alimentare i dubbi della vigilia circa le effettive possibilità di successo per le nostre ragazze, che, inserite nello stesso Gruppo di Cuba e Russia, subiscono la loro prima sconfitta con queste ultime per 2-3 (parziali 18-25, 26-24, 17-25, 25-21, 13-15), massacrate dai 19 attacchi vincenti della Gamova, a cui cercano di opporsi Rinieri e Piccinini, con 16 e 13 palle messe a terra, rispettivamente.

Altrettanto combattuta, a dispetto dell’1-3 finale, è la sfida contro le fuoriclasse cubane – dominatrici del precedente decennio con tre ori olimpici e due mondiali – come testimoniano i parziali di 30-32, 25-17, 22-25, 24-26 e solo il facile successo per 3-0 sulla Grecia consente all’Italia di accedere ai Quarti di finale quale una delle due migliori terze, fase ad eliminazione diretta dove è presente il “Gotha” del Volley mondiale al femminile, comprendendo lo stesso anche Stati Uniti, Brasile, Cina, Bulgaria e Corea del Sud.

Il fatto che la Corea del Sud abbia, a sorpresa, “schiantato” 3-0 la Cina nel secondo turno, fa sì che all’Italia tocchino proprio le asiatiche, venendo altresì inserite nella “parte bassa” del tabellone assieme a Cina e Brasile, mentre nella “parte alta” la Bulgaria è destinata a far da materasso al cospetto di Russia, Cuba e Stati Uniti.

L’11 settembre ’02 a Stoccarda va pertanto in scena la sfida contro le sudcoreane che dà diritto alla “zona medaglie” ed ecco che l’Italia – schierata da Bonitta con il “sestetto base” composto da Lo Bianco, Togut, Rinieri, Leggeri, Mello e Piccinini, con la Cardullo a fungere da libero – sfodera una prestazione monstre, di cui è assoluta protagonista l’opposta Togut con 13 attacchi e 4 muri vincenti, che le consentono di archiviare la pratica in poco più di un’ora con un 3-0 dagli eloquenti parziali di 25-20, 25-22, 25-19.

Gli altri abbinamenti qualificano per le semifinali la Russia, che impiega appena 54’ per aver ragione della Bulgaria, gli Stati Uniti che, a sorpresa, eliminano dalla competizione le cubane “orfane” della stella Regla Torres, oramai ritiratasi, con un però imbarazzante 3-0 (25-22, 25-15, 25-21) e la Cina, la quale riscatta la deludente prestazione contro le sudcoreane, venendo a capo di un match complicatissimo contro le brasiliane, sconfitte 15-9 al tiebreak, dopo essere state sotto per 1-2.

Due giorni di riposo, e quindi tutte a Berlino per le semifinali tra Russia ed Usa da un lato ed Italia e Cina dall’altro, con russe ed americane a scendere per prime sul parquet della Capitale tedesca alle ore 15:00 del 13 settembre ’02 per una sfida al calor bianco, che vede imporsi le ragazze a stelle e strisce dopo una battaglia di 1.43’, durante la quale a far la differenza sono i 18 muri vincenti degli Stati Uniti a contenere una Gamova autrice, comunque, di 18 attacchi a punto, come documentano i parziali di 21-25, 25-23, 25-20, 21-25, 15-8 che vedono svanire i sogni di gloria di Karpol.

Tre ore dopo, a dividersi il parquet sono Italia e Cina, ed ancora una volta, in una rassegna fatta apposta per stravolgere i pronostici, le ragazze di Bonitta dimostrano di aver imparato a sfoderare gli “occhi della tigre” di Velaschiana memoria, ed, in particolare, emerge immensa come non mai Elisa Togut, capace da sola di collezionare 29 punti, frutto di 25 (!!) attacchi vincenti, 3 muri ed una battuta per il 3-1 conclusivo (parziali di 25-21, 25-20, 21-25, 25-23) che schiude all’Italia le porte di una Finale assolutamente inaspettata.

L’atto conclusivo è in programma domenica 15 settembre ’02 alle ore 15:00 alla “Max Schmeling Halle” di Berlino e segna una “data storica” nel panorama del volley femminile azzurro, con le ragazze di Bonitta chiamate ad affrontare le americane che hanno eliminato in successione Cuba e Russia, formazioni dalle quali l’Italia era stata sconfitta, il che fa, per logica conseguenza, pendere l’ago della bilancia in favore degli Stati Uniti, quantomeno in fase di pronostico.

Ma il passato non conta, sono le alzate, i recuperi e le schiacciate che vanno in onda in diretta a fare la differenza, anche se l’inizio del match non è di quelli che inducono all’ottimismo, visto che il primo parziale è nettamente appannaggio degli Stati Uniti per 25-18.

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Elisa Togut, MVP del Torneo

Bonitta ha però dalla sua la “classica arma in più”, nelle sembianze di Elisa Togut, assolutamente inarrestabile – tanto da essere meritatamente premiata a fine torneo come MVP della manifestazione, succedendo ad un “mostro sacro” come la cubana Regla Torres, che si era aggiudicata tale riconoscimento nelle due precedenti edizioni ed appena votata come “Miglior giocatrice del XX Secolo – la quale mette a segno qualcosa come 30 (!!) attacchi vincenti su 54 conclusioni, ben assistita dalla Piccinini che colleziona 14 punti al pari della Mello, così da ribaltare la situazione a nostro favore con due set magistralmente condotti e chiusi sul 25-18 e 25-16.

Lungi dal credere che la sfida sia decisa, il quarto set (il più lungo essendo durato 25’ …) vede la riscossa Usa con le americane ad imporsi 25-22, per rimandare la decisione circa l’assegnazione del titolo iridato al tiebreak, in cui contano le forze mentali e caratteriali non meno che quelle fisiche.

Ma il sestetto di Bonitta non si fa trovare impreparato a questa eventualità, ed in una sfida che, in ogni caso, dovrà vedere una delle due squadre interrompere quella che, sino ad ora, era stata un’egemonia riservata a sole quattro Nazioni – Unione Sovietica, Giappone, Cuba e Cina – a mettere il punto esclamativo sulla partita è ancora (e chi se no, altrimenti …) la Togut con due schiacciate dalla seconda linea che trovano impreparato il muro avversario per certificare il 15-11 che manda le azzurre sul tetto del Mondo.

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Togut, Lo Bianco e Piccinini con la Coppa del Mondo ’02 – da sport.sky.it

Incredibile, un sogno che appariva irrealizzabile si è viceversa avverato, tanto che le ragazze, al loro ritorno in Italia vengono anche ricevute in Capidoglio dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quale legittima testimonianza che, anche se con un decennio di distanza, possono con giustificato orgoglio affermare di non essere state da meno dei loro colleghi maschi.

Anzi, “scusate il ritardo”, verrebbe quasi da dire…

 

L’INVINCIBILE ARMATA DEL VOLLEY FEMMINILE CUBANO DEGLI ANNI ’90

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Il sestetto cubano ai Giochi di Sydney 2000 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di Volley legato all’isola di Cuba, il primo pensiero, giocoforza, va all’indiscusso leader Joel Despaigne, per oltre un decennio protagonista con la sua Nazionale nelle vesti d devastante schiacciatore, tanto da essere nominato “Miglior giocatore dell’anno” nel 1990, al termine dei Campionati Mondiali svoltisi in Brasile e vinti, per la prima volta nella sua Storia, dall’Italia di Velasco, superando 3-1 in Finale proprio il sestetto capitanato da “El Diablo”.

Già, perché quella formazione – pur infarcita di indiscutibili talenti quali l’alzatore Raul Diago ed i due possenti Hernandez, Osvaldo ed Ihosvany – ha avuto “un piccolo difetto”, vale a dire il non aver mai conquistato un oro olimpico od un titolo mondiale, mentre già nel 1978, anno in cui il sestetto caraibico vede svanire i propri sogni iridati al Mondiale in Italia, sempre per mano degli azzurri che hanno la meglio in semifinale per 3-1, nell’allora Unione Sovietica si sta consumando un evento a dir poco storico.

Sono difatti le ragazze cubane a salire inaspettatamente sul gradino più alto del podio in occasione dell’ottava edizione dei Campionati Mondiali, dopo che le precedenti sette avevano visto il successo arridere per quattro volte all’Urss e per tre al Giappone, peraltro con un trionfo che non ammette repliche di sorta, visto che – sotto la guida del “Maestro” Eugenio George Lafita, uno che sarà alla guida della Nazionale femminile per ben 28 anni – si aggiudicano tutte e 10 le partite disputate, con eloquenti parziali in semifinale contro le padroni di casa (3-1, 12-15, 16-14, 15-10, 15-12) ed un ancor più netti in Finale contro le detentrici del titolo giapponesi, schiantate replicando il 3-0 del girone di semifinale come dimostrano i tre set, chiusi sul 15-6, 15-9, 15-10.

Una Nazionale cubana che però non riesce a confermarsi nel successivo decennio – complice anche la mancata partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e di Seul ’88 – periodo in cui appare nel panorama del volley femminile un’altra grande realtà quale la Cina, trascinata dalla fuoriclasse Lang Ping, che si aggiudica la medaglia d’oro ai Giochi californiani ed il bronzo in Corea, il tutto corredato dai titoli mondiali alle rassegne iridate in Perù nel 1982 ed in Cecoslovacchia nel 1986, in quest’ultimo caso superando 3-1 in Finale proprio le ragazze di Lafita, alla loro seconda medaglia iridata della storia.

E, mentre quattro anni dopo a Pechino si chiude il decennio degli anni ’80 con le cinesi ad abdicare davanti al proprio pubblico cedendo 1-3 in Finale contro l’Urss, con Cuba quarta nettamente sconfitta 0-3 dalle sovietiche in semifinale e superata 3-1 dagli Usa nel match per il bronzo, nell’isola caraibica sta prendendo confidenza con i parquet colei che risulterà decisiva per le sorti del sestetto di Lafita nella decade successiva.

Nata a L’Avana il 12 febbraio 1975, Regla Torres inizia a praticare la pallavolo su indicazione della madre all’età di 8 anni e già a 14 entra a far parte della selezione cubana, potendo fare affidamento su di una morfologia (m.1,93 per 75kg.) perfetta per il ruolo di centrale che va ad occupare.

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Una giovane Torres – da:gettyimages.co.uk

La svolta nella sua carriera, nonché l’inizio di quella che sarà definita la “Invincibile armata” nell’arco dell’intero decennio, avviene in occasione della Coppa del Mondo ’91 che si svolge a novembre in Giappone, torneo la cui vittoria dà diritto alla partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona ’92 e che Cuba si aggiudica – con la 16enne Torres ad inaugurare la sua bacheca di trofei – per un miglior quoziente set rispetto alle storiche avversarie di Cina ed Unione Sovietica, classificatesi nell’ordine a parità di punti.

Lafita si rende conto di avere tra le mani un potenziale che sarebbe imperdonabile sprecare, potendo contare sulla potenza di Magaly Carvajal – schiacciatrice da m.1,90 per 77kg., alla cui mano vengono affidati i punti decisivi – e sulla straordinaria elevazione di Mireya Luis che, a dispetto del suo m.1,75 di altezza riesce a colpire la palla sino ad oltre m.3,30, ragazze di 24 e 25 anni rispettivamente, ideali per far da chioccia alla Torres.

In un torneo olimpico altamente elitario, con appena 8 squadre partecipanti che rappresentano il meglio del Volley mondiale al femminile, eccezion fatta per la Spagna iscritta quale Paese organizzatore dei Giochi, le Olimpiadi di Barcellona ’92 rappresentano la ghiotta occasione per Cuba di dimostrare la propria superiorità dopo la rinuncia alle due precedenti edizioni.

Inserita nel Gruppo B assieme a Cina, Brasile ed Olanda, Cuba scopre le sue carte sin dal primo incontro contro le cinesi, superate 3-1 in rimonta (13-15, 15-11, 15-9, 15-11), per poi disporre con identico punteggio delle sudamericane, mentre il successo per 3-0 sulle olandesi garantisce al sestetto di Lafita il primo posto nel Girone e l’automatica qualificazione per le semifinali, al pari della Comunità Stati Indipendenti – denominazione sotto la quale si presentano le Repubbliche dell’ex Unione Sovietica – nel mentre le altre due semifinaliste scaturiscono dalle sfide incrociate tra Stati Uniti-Olanda e Giappone-Brasile.

Con americane e brasiliane ad avere la meglio con il medesimo punteggio di 3-1, alle ragazze di Lafita tocca superare lo scoglio costituito dagli Usa in una gara che mette in mostra la forza di carattere delle ragazze caraibiche, per due volte sotto nel punteggio, nel riportare le sorti dell’incontro in parità (8-15, 15-9, 6-15, 15-5) e quindi piazzare lo spunto decisivo nel quinto set allorché, in svantaggio 8-9, mettono a segno cinque punti consecutivi per il 15-11 conclusivo che vuol dire Finale contro la CSI e, mal che vada, la prima medaglia olimpica del volley femminile cubano, avendo già migliorato il bronzo in campo maschile conquistato a Montreal ’76.

L’8 agosto ’92 è una data storica per la pallavolo cubana, in quanto al “Palau San Jordi” di Barcellona le ragazze cubane riescono, al termine di quattro intensissimi set, come dimostrano i parziali di 16-14, 12-15, 15-12, 15-13 a loro favore, a piegare la resistenza delle ex sovietiche guidate in panchina dal guru Nikolai Karpol – “l’Orso urlante” della pallavolo mondiale e già oro a Mosca ’80 ed a Seul ’88 – dimostrando una maggiore lucidità nelle fasi conclusive dei set, in cui si affidano alla mano esperta della già ricordata Carvajal, non a caso soprannominata “lo sguardo della morte”, per il suo “killer instinct” nei momenti clou delle partite.

Il trionfo del gruppo guidato da Lafita si basa su di un sestetto collaudato che, oltre alle già citate Luis, Cravajal e Torres, può contare sulla presenza di Regla Bell, Marlenys Costa e Lilia Izquierdo, tutte tra l’altro sufficientemente giovani per poter aprire un ciclo vincente, come poi, in effetti, avviene.

Perché se vincere è difficile, ripetersi talora è un’impresa ancor più ardua, allorché assumi il ruolo di favorita d’obbligo in ogni manifestazione, una pressione mentale e fisica che sembra non scalfire minimamente la corazzata caraibica, che continua a fare incetta di trofei, in ordine ai quali ci limitiamo a descrivere le sole due principali manifestazioni, vale a dire Olimpiadi e Mondiali, tralasciando Coppe e tornei vari.

Non è mai facile dover far visita al Brasile ed affrontare la temutissima “torcida carioca” al Maracanazinho di Rio de Janeiro, ed occasione migliore per confermarsi ai vertici mondiali non può esservi della rassegna iridata organizzata nel Paese sudamericano da metà a fine ottobre ’94, kermesse che da un punto di vista strettamente tecnico e qualitativo si può tranquillamente considerare superiore alle Olimpiadi in quanto allargata a 16 squadre.

Archiviata con tre comodi 3-0 a spese di Olanda, Azerbaijan e Perù la fase a gironi, il consolidato sestetto cubano non fa sconti neppure nei confronti ad eliminazione diretta, che lo vedono regolare, ancora per 3-0 sia la Germania nei Quarti che la Corea del Sud (a sorpresa vincitrice sulla Cina per 3-1) in Semifinale, per poi accingersi a superare “la prova del fuococontro le brasiliane padroni di casa in un ambiente al massimo dell’eccitazione, dopo che le stesse erano venute a capo di un complicatissimo match contro la Russia, risolto per 3-2 in loro favore.

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Bell e Torres a muro nella finale contro il Brasile – da italy2014.fivb.org

Ma non ci può essere tifo che tenga contro “la macchina perfetta” di Lafita, con il medesimo sestetto oro a Barcellona che umilia le avversarie con un 3-0 i cui parziali (15-2, 15-10, 15-5) non lasciano spazio a recriminazioni di sorta, per un trionfo che non ha eguali e che può, al limite, essere solo eguagliato, dato che Carvajal & Co. si aggiudicano il titolo senza aver perso neppure un set e con Regla Torres eletta MVP della manifestazione.

Lo “zoccolo duro” formato da Costa, Luis, Izquierdo, Carvajal, Bell ed una sempre più straripante Torres, si presenta ai Giochi di Atlanta ’96, con il fermo intento di confermare l’oro olimpico di quattro anni prima a Barcellona, in un torneo finalmente allargato a 12 squadre suddivise in due Gironi da sei che qualifica le prime quattro alla fase ad eliminazione diretta con abbinamenti incrociati (prime contro quarte e seconde contro terze).

Inserita nel secondo gruppo assieme a Brasile e Russia – non a caso l’argento ed il bronzo iridato – Cuba sembra aver smarrito lo smalto vincente che l’aveva caratterizzata, subendo due severe sconfitte sia contro le sudamericane (0-3, 11-15, 10-15, 4-15) che contro le russe (1-3, 15-10, 6-15, 7-15, 8-15), il che la porta a concludere al terzo posto per un Quarto di finale tutt’altro che semplice contro le padrone di casa degli Stati Uniti, giunte seconde alla spalle della Cina nell’altro raggruppamento.

Ma, fedeli al motto che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”, le martellatrici cubane riprendono il discorso solo momentaneamente interrotto, rifilando un imbarazzante 15-1 alle americane nel primo set, per poi chiudere la pratica sul 3-0 lasciandole a 10 ed a 12 nei due restanti parziali, così da entrare in zona medaglia, unitamente a Russia, Brasile e Cina, tutte a confermare l’esito dei gironi eliminatori.

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Le cubane festeggiano durante il match contro gli Usa – da gettyimages.it

La semifinale rappresenta “la resa dei conti” contro le brasiliane guidate da Bernardinho, uno dei coach più vincenti nella storia del volley mondiale, il quale passa con estrema disinvoltura dall’allenare i maschi e le femmine e che concluderà con la fine secolo l’esperienza quale tecnico delle ragazze per tornare nel settore maschile, dopo l’affronto di due anni prima al Mondiale di casa loro e l’occasione di restituire la sonora sconfitta patita nel girone eliminatorio.

In una sfida da sconsigliare ai deboli di cuore, Torres e le altre devono fare ricorso a tutta la loro volontà e forza d’animo per non cedere di fronte alle scatenate brasiliane, le quali scappano via con un eloquente 15-5 nel primo set e, dopo aver perso il secondo ad 8, si impongono anche nel terzo per 15-10, con il trono cubano a vacillare pericolosamente.

Ma, come ricordato, la forza delle ragazze caraibiche sta nello sfruttare a proprio vantaggio i momenti chiave degli incontri ed, assistite dalla ritrovata vena della Carvajal e della Luis (14 e 13 attacchi vincenti per loro …), riescono a spuntarla per 15-13 nel quarto parziale per poi avere la meglio 15-12 al quinto e poter andare a difendere il titolo contro il ritrovato sestetto cinese, a propria volta vincitore per 3-1 sulla Russia.

La Finale contro la Cina può rappresentare un’occasione unica per la loro coach, Lang Ping, di poter essere la prima a vincere una medaglia d’oro ai Giochi sia come giocatrice che in veste di tecnico, e la cosa sembra potersi materializzare dopo il 16-14 in suo favore del primo set, immediatamente pareggiato con il 15-12 del secondo parziale a favore delle cubane ed il match che si decide al terzo, in cui emerge la Bell (autrice di 20 muri e 15 attacchi vincenti …) per il 17-16 che incanala l’inerzia della sfida verso la conferma dell’oro per Cuba che, sullo slancio, non ha difficoltà a far suo il quarto e decisivo set per 15-6.

Un successo di cui l’artefice principe, il tecnico Eugenio George Lafita non può godere a lungo, venendo esonerato appena tre settimane dopo il bis olimpico, per essersi permesso di muovere critiche circa l’inadeguatezza delle strutture di allenamento nell’isola castrista, con il suo posto rilevato dal vice, Antonio Perdomo.

Un avvicendamento che avrebbe potuto portare conseguenze negative sulle ragazze oramai affezionate al loro “mentore”, evento che viceversa non si verifica nonostante l’abbandono dell’attività da parte della Carvajal, ma la fucina di talenti è ben lungi dall’esaurirsi sull’isola caraibica, ed ecco spuntare una degna sostituta in Taismany Aguero, che nel corso del successivo millennio farà le fortune anche della Nazionale azzurra.

Potendo ancora contare su Bell, Luis, Costa, Izquierdo ed una Torres nel pieno della sua maturità fisico agonistica, Cuba si presenta in Giappone per confermare il titolo iridato ai Campionati Mondiali in programma dal 3 al 12 novembre ’98, con una formula infinita che prevede ben due gironi eliminatori prima di giungere alle semifinali.

Per le ragazze caraibiche poco male poiché, se si esclude una disattenzione nel primo set nel match contro le bulgare, poi travolte per 3-1 (13-15, 15-6, 15-8, 15-8), la “regola del 3-0” asfalta in rapida successione Stati Uniti (45-25), Italia (45-27), Corea del Sud (45-15 ..!!), Cina (45-25) e Croazia (46-31) per poi presentarsi alle sfide per le medaglie a cui accedono, ripetendo le stesse semifinali di due anni prima ad Atlanta, Brasile, Cina e Russia.

Semifinali che si risolvono con identico esito, ma stavolta con parziali più netti a favore di Cuba (3-1, 15-10, 4-15, 15-11, 15-10) e Cina (3-0, 15-4, 15-4, 15-9), le quali rimandano i sogni iridati rispettivamente di sudamericane e russe per sfidarsi nella rivincita della Finale olimpica.

La facilità con cui le cinesi hanno disposto a loro piacimento delle russe consente di ipotizzare una sfida all’ultimo punto, ma così non è in quanto le cubane, trascinate da una Torres in gran spolvero e che, per la seconda volta consecutiva si laurea MVP della manifestazione, travolgono le avversarie sin dall’avvio, con un eloquente 15-4, cui fanno seguito i più combattuti parziali del secondo e terzo set, conclusi sul 16-14 e 15-12 per il secondo titolo mondiale consecutivo, terzo in totale, e con la possibilità di realizzare un en plein – tra Olimpiadi e Mondiali – mai ottenuto da nessuno, vale a dire inanellare cinque successi consecutivi, in occasione dei Giochi di fine millennio a Sydney 2000.

Sono in quattro – Marlenis Costa, Mireya Luis, Regla Bell e Regla Torres – che possono centrare questa incredibile “cinquina”, mentre Lilia Izquierdo può anch’essa mettersi al collo il terzo oro olimpico, non avendo però partecipato alle due vittoriose rassegne iridate, e per riuscire nella titanica impresa, occorre superare il girone eliminatorio, concluso al secondo posto dietro alla Russia, complice una sconfitta per 2-3 (13-15 al tie break del quinto set), il che determina l’abbinamento con la Croazia, terza nel Gruppo A, nei Quarti ad eliminazione diretta.

Esplicata quella che si rivela poco più di una formalità (3-0, 25-18, 25-23, 25-21 data l’introduzione del “rally point system” quale forma di attribuzione del punteggio), ancora una volta alle cubane tocca misurarsi con le brasiliane in Semifinale, mentre l’altra sfida oppone le russe – che hanno superato le vicecampionesse olimpiche e mondiali cinesi con un 3-0 che non rende giustizia all’equilibrio della gara, come dimostrano i parziali di 27-25, 25-23 e 27-25 – alle americane.

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Torres a muro – da volleywood.net

Con l’ultima possibilità per Bernardinho di conquistare un oro olimpico al femminile – ci riuscirà più avanti con gli uomini – il match è di una intensità pazzesca, con le brasiliane a conquistare il primo parziale 29-27, per poi arrendersi nel secondo 19-25 e tornare avanti con il 25-21 del resto, prima che il quarto set, vinto da Cuba 25-19, rimandi la decisione circa l’accesso alla Finale per l’oro al tie break, dove, ancora una volta, l’istinto omicida di Torres & Co. ha la meglio per 15-9 per un punteggio complessivo di 113-104 che vede la Ruiz mettere a segno 18 attacchi vincenti, seguita a quota 14 della Aguero e dalla Torres, quest’ultima capace di realizzare anche 7 punti a muro.

Per chiudere il cerchio resta ora la sfida alla Russia, ancora guidata dallo stesso Nikolai Karpol contro cui tutto era iniziato otto anni prima a Barcellona, con le ragazze dell’Europa orientale venute anch’esse a capo di una estenuante maratona contro gli Stati Uniti, parimenti conclusa al tie break e l’impressione che si ha tra gli addetti ai lavori è che sarà la tenuta fisica a fare la differenza il 30 settembre 2000, allo “Entertainment Center” di Sydney.

 

Opinione confortata dall’equilibrio che regna sovrano nei primi due set, della durata di 23’ e 30’ ciascuno, che però consentono alla Russia di portarsi sul 2-0 (27-25 e 34-32 i relativi parziali), ma come un’araba fenice che risorge sempre dalle proprie ceneri, anche stavolta lo smisurato orgoglio delle cubane fa sì che non si diano per vinte e, fatto loro il terzo set per 25-19, approfittano del crollo fisico e mentale delle loro avversarie per aggiudicarsi in carrozza sia il quarto set per 25-18 che il tie break, che non ha storia, chiuso sul 15-7 per completare il “Decennio d’Oro” del volley cubano al femminile.

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Attacco della Torres in finale contro la Russia – da gettyimages.it

Nessuna altra formazione nel panorama della pallavolo mondiale – sia in campo maschile che in quello femminile – è stata in grado di mettere a segno cinque trionfi in fila tra Olimpiadi e Mondiali, ragion per cui, oltre ad aver dominato il ricordato decennio, credo non vi sia da stupirsi se la Federazione Internazionale di Volley ha decretato, nel 2001, Regla Torres quale “Miglior Giocatrice femminile del Secolo, superando in tale classifica la più volte citata cinese Lang Ping, riconoscimento che, in campo maschile, si sono divisi l’azzurro Lorenzo Bernardi e l’americano Karch Kiraly.

Ed è pertanto doveroso far chiudere alla “Regina del Volley mondiale” questa retrospettiva di un decennio di successi con le sue parole a commento del terzo trionfo olimpico consecutivo: “Tutte le vittorie sono importanti, ma se devo sceglierne una allora dico l’oro di Sydney in quanto giunto al termine di un torneo di altissimo livello con tutte le partecipanti in splendida forma, mentre io ero reduce da due anni di infortuni e non ero affatto sicura di potermi esprimere al meglio, così che vincere l’oro per la terza volta è stato qualcosa di veramente speciale, un momento che resterà per sempre impresso nella mia memoria …!!”.

E, consentici, cara Regla, anche nella memoria di coloro che hanno avuto la fortuna di vederti giocare.

 

FRANCO BERTOLI, LA “MANO DI PIETRA” DEL VOLLEY AZZURRO

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Franco Bertoli – da gazzettadimodena.gelocal.it

articolo di Giovanni Manenti

Pochi altri giocatori possono vantare un impatto così devastante nel panorama del volley continentale quale quello avuto da Franco Bertoli nel corso di oltre un decennio che ha abbracciato gli interi anni ’80, martellando con le sue poderose schiacciate i parquet di mezza Europa e conquistando tutto quello che era possibile vincere, fatta eccezione, per una mera questione anagrafica, per i trionfi in chiave azzurra.

Nato, difatti, a fine aprile 1959 ad Udine, Bertoli è ancora troppo giovane per essere inserito dal Commissario Tecnico Carmelo Pittera tra i selezionati per la fantastica cavalcata azzurra ai Mondiali di Roma ’78, conclusa con un’insperata medaglia d’argento alle spalle della fortissima Unione Sovietica ed, a fine anni ’80, è ugualmente troppo anziano affinché il neo tecnico Julio Velasco, ancorché ne conosca sin troppo bene le qualità avendolo allenato per quattro stagioni a Modena, lo possa far rientrare nella lista dei convocati per le vittoriose campagne degli Europei di Svezia ’89 e dei Mondiali ’90 in Brasile.

Proprio nell’estate ’77, Bertoli approda a Torino proveniente dal suo primo Campionato di A1 a Padova, dove trova un altro “guru” del volley nazionale, vale a dire Silvano Prandi il quale sta costruendo un sestetto vincente che ha nel palleggiatore Piero Rebaudengo, l’universale Giancarlo Dametto ed il talentuoso centrale Gianni Lanfranco – unico del Club a far parte della Nazionale del ’78 – i suoi punti di forza, ai quali l’apporto di Bertoli quale schiacciatore di banda costituisce l’ultimo tassello per la composizione di un puzzle vincente che si aggiudica per tre stagioni consecutive il titolo di Campione d’Italia nel 1979, ’80 ed ’81.

Trionfi ai quali la “Banda Prandi”, come veniva simpaticamente definita, abbina un’impresa storica, vale a dire la conquista della Coppa dei Campioni ‘80, vinta sconfiggendo 3-0 nella Finale di Ankara del 19 marzo i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava, prima compagine italiana a salire ai vertice della massima competizione continentale per Club, nonché novità assoluta nell’Albo d’oro della manifestazione, visto che dalla sua istituzione del 1959, mai il trofeo era stato conquistato da una squadra non appartenente all’Est Europa.

Stagione, quella del 1980, che per Bertoli vede anche il debutto in maglia azzurra, avvenuto l’11 maggio a Zagabria contro la Jugoslavia (sconfitta per 1-3, parziali 6-15, 9-15, 16-14, 10-15), nonché la selezione per le Olimpiadi di Mosca ’80 sempre agli ordini di Pittera, avventura vissuta assieme ai compagni di squadra Dametto e Lanfranco, peraltro piuttosto deludente con gli azzurri che concludono al quinto ed ultimo posto il proprio Girone, alle spalle di Urss, Bulgaria, Cuba e Cecoslovacchia, salvando l’onore con la scontata vittoria sul “materasso” Libia nella sfida per il nono posto.

Sono ancora distanti i tempi in cui Velasco riuscirà a formare i cosiddetti “12 Uomini d’Oro” capaci di conquistare il Mondo, ma, nel frattempo, la crescita del nostro volley passa attraverso le squadre di club, ed a Torino, oltre al terzo titolo consecutivo nonostante la partenza di Lanfranco destinazione Parma, peraltro ben rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, vi è una veste di Campione europeo da difendere, ma stavolta l’abbinamento ai quarti di finale contro il CSKA Mosca non dà scampo ai ragazzi di Prandi, i quali soccombono in entrambi i confronti (1-3 in terra russa, 2-3 al PalaRuffini al ritorno).

Sul fronte interno, si fa sempre più consistente la concorrenza della Santal parma dell’ex Lanfranco, contro il quale Bertoli è costretto a misurarsi nelle Finali Scudetto del 1982 ed ’83, stagioni a partire dalle quali vengono introdotti nel nostro Campionato i Playoff, ed entrambe le sfide si concludono a vantaggio degli emiliani i quali riescono in ambedue le occasioni a ribaltare lo svantaggio del fattore campo, così come non miglior sorte ha l’esito delle “Final Four” di Coppa dei Campioni ’82 disputatesi a Parigi, dove la Robe di Kappa, dopo aver avuto la meglio sull’Olympiakos Atene (3-0, parziali 15-9, 15-4, 15-7) e sulla Dinamo Bucarest (3-1, parziali 8-15, 15-11, 15-8, 15-5), deve arrendersi di fronte alla maggior esperienza e forza fisica del CSKA Mosca, che si impone per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14) per quello che, all’epoca, è il loro settimo trionfo, ma che, negli anni a seguire, diviene un vero e proprio incubo per Bertoli.

Schiacciatore friulano che, al termine della stagione ’83 – che, oltre alla sconfitta nella Finale playoff contro Parma, aveva visto la formazione di Prandi uscire sconfitta anche dalla Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo – decide anch’egli di lasciare Torino destinazione Emilia, e più precisamente Modena, per irrobustire il sestetto di una Panini guidata dall’ex giocatore Andrea Nannini ed in cui stanno emergendo i giovani Andrea Lucchetta e Luca Cantagalli.

Una scelta che, inizialmente, sembra rivelarsi scellerata in quanto, a dispetto della vittoria in Coppa CEV (una sorta di Coppa UEFA se paragonata al Calcio …) a spese dell’altra italiana Gonzaga Milano, in Campionato la Panini Modena conclude la stagione regolare al terzo posto, così da essere abbinata (e sconfitta) dalla Santal Parma nella semifinale playoff, per una terza ripetizione consecutiva della Finale con Torino che stavolta ha la meglio, oltre ad aggiudicarsi anche la Finale di Coppa delle Coppe.

Ma così non è, in quanto per Torino l’accoppiata della stagione ’84 rappresenta il “canto del cigno” a seguito dell’abbandono dello sponsor Robe di Kappa, determinando una progressiva crisi che porterà addirittura il Club a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, nel mentre, una volta uscita di scena la compagine piemontese, il nostro massimo torneo si rivela una sorta di “Campionato Regionale” tra le formazioni dell’Emilia Romagna a cui partecipano, oltre alle “solite note” Modena e Parma, anche Bologna e Ravenna, per quest’ultima grazie all’entrata nell’orbita del “Gruppo Ferruzzi”.

Per Bertoli, però, oramai consacrato quale schiacciatore di valore assoluto anche a livello continentale, vi è un ulteriore importante impegno da assolvere, vale a dire l’appuntamento con le Olimpiadi di Los Angeles ’84, alle quali l’Italia si presenta come unica rappresentante europea, vista la concomitante assenza dei Paesi del blocco sovietico per il noto boicottaggio in risposta a quanto avvenuto da parte degli Usa quattro anni prima a Mosca.

Una presenza, in ogni caso, non certo da comparsa in quanto, l’anno precedente, in occasione dei Campionati Europei svoltisi in Germania Est, proprio gli azzurri – la cui guida era stata affidata a Silvano Prandi – erano stati gli unici a rivaleggiare contro le potenze dell’Est Europa, sfiorando la medaglia di bronzo alle spalle di Unione Sovietica e Polonia e persa solo per una peggiore differenza set rispetto alla Bulgaria, ma soprattutto per l’amara sconfitta nell’ultima gara del Girone finale a sei contro i padroni di casa della Germania Orientale per 2-3 (10-15, 15-6, 15-8, 14-16, 13-15), per Bertoli mitigata dal fatto di essere eletto quale “Miglior Giocatore del Torneo.

Il confronto in sede olimpica con le migliori Nazioni del Nord e Sudamerica, nonché le asiatiche Cina, Giappone e Corea del Sud, vede gli azzurri – tra le cui file Prandi schiera gli ex compagni di Bertoli, Dametto, Lanfranco e Rebaudengo – incappare in una brutta sconfitta contro il Giappone per 2-3 dopo aver sprecato un vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-11, 10-15, 10-15, 14-16) che costa loro il primato nel Gruppo B a beneficio del Canada ed il conseguente abbinamento con il Brasile in semifinale, con conseguente sconfitta, ben più netta dell’1-3 conclusivo, come dimostrano i parziali (15-12, 2-15, 3-15, 5-15) persino umilianti, per poi riscattarsi nella Finale per il bronzo contro il Canada, superato 3-0 (15-11, 15-12, 15-8) per quella che rappresenta la prima medaglia olimpica dell’Italia nella Pallavolo.

Sarà questa l’ultima soddisfazione in chiave azzurra per Bertoli, visto che i successivi Campionati Europei di Olanda ’85 e Belgio ’87 vedono l’Italia classificarsi rispettivamente al sesto e nono posto, ma a livello di Club il meglio deve ancora arrivare.

Difatti, dopo aver confermato il titolo nella Coppa CEV ’85 ed aver malamente gettato alle ortiche il Campionato dopo aver dominato la stagione regolare, perdendo la Finale Playoff ’85 contro la Mapier Bologna, ecco che l’estate seguente porta alla guida della compagine delle celebri “Figurine” colui che risolleverà le sorti del volley italiano, vale a dire l’argentino Julio Velasco.

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Panini Modena stagione 1985-’86 – da modenasportiva.it

Con il 32enne “Pupo” Dall’Olio in regia ed una batteria di attaccanti formata, oltre che da Bertoli, da Cantagalli, Lucchetta e dalla coppia argentina formata da Martinez e Quiroga, cui si sta aggiungendo un 18enne di sicuro avvenire quale Lorenzo Bernardi, la compagine di Velasco, dopo un avvio stentato con tanto di terzo posto finale nella “regular season”, dimostra di aver ben assimilato i dettami del tecnico argentino, spazzando via ogni ostacolo nei playoff – per la prima volta disputati al meglio delle cinque partite – come dimostrano gli esiti della semifinale contro Torino (3-0, 3-1, 3-1) e della rivincita contro Bologna (3-2, 3-1, 3-2) nell’atto conclusivo.

Un sestetto, quello assemblato da Velasco che, fedele a quanto trasmesso dal proprio allenatore, si esalta nelle situazioni più difficili, riuscendo ad inanellare quattro Scudetti consecutivi dal 1986 al 1989, quando il tecnico sudamericano viene chiamato alla conduzione della Nazionale italiana per dare inizio al “Periodo d’Oro” del nostro Volley, ma che, nel frattempo, costruisce una sorta di squadra “invincibile”, avendo avuto altresì l’opportunità di schierare in cabina di regia un altro “pezzo da novanta” della nostra Pallavolo, e cioè il palleggiatore Fabio Vullo, anch’esso proveniente da Torino.

A dimostrazione di quanto testé citato, valgano gli esiti delle sfide scudetto degli anni ’87 ed ’88, entrambe risolte alla quinta e decisiva partita contro i rivali storici di Parma, nel primo caso ribaltando il fattore campo facendo sua per 3-0 l’ultima gara in trasferta e, nel secondo, mantenendo saldi i nervi per aggiudicarsi 3-2 il quinto match al “Pala Panini” dopo che i precedenti quattro incontri avevano visto mantenere fede al fattore campo, mentre il quarto titolo del 1989 ha un esito più netto, visto il 3-1 finale (1-3, 3-1, 3-0, 3-0) nonostante lo svantaggio di dover disputare l’eventuale “bella” in campo avverso.

Ma, come in tutte le belle storie, c’è un però, costituito da una sorta di tabù che attanaglia Velasco ed i suoi ragazzi, in particolare Bertoli per quel che riguarda la loro “bestia nera” a livello continentale che non può che avere le sembianze della corazzata della CSKA Mosca, la quale diviene un ostacolo insormontabile in ottica conquista della tanto agognata Coppa dei Campioni, tanto più che una simile impresa è riuscita, per due stagioni consecutive (1984 ed ’85) ai rivali della Santal Parma, prima squadra italiana addirittura ad aver vinto sul campo di una squadra sovietica, pur non trattandosi del CSKA.

Quella Parma che aveva sfiorato un fantastico tris proprio nell’edizione ’86, sconfitta nell’ultima gara delle “Final Four” disputatesi sul parquet amico, proprio dal CSKA dopo essere stata in vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15), ma sorte migliore non tocca alla Panini Modena.

Per ben tre anni di fila, difatti, il sestetto di Velasco giunge ad un passo dalla conquista del trofeo ed in ognuna di tali occasioni le bordate di Bertoli – cui, non a caso, è appioppato il soprannome di “Mano di pietra” per la potenza delle sue conclusioni sotto rete – cui danno manforte Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, si infrangono sulle mani del muro avversario, ad iniziare dalla decisiva gara delle “Final Four” di Hertogenbosh in cui, con due successi a testa contro i bulgari del CSKA Sofia e gli olandesi del Martinus Amstelveen, la sfida del 27 marzo ’87 vede i modenesi reggere sino ad un set pari (8-15, 15-8), prima di cedere di schianto nei due successivi, persi 7-15 e 2-15.

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Franco Bertoli – da parlandodisport.it

Ancor peggio è l’esito della Finale che dall’edizione ’88 sostituisce il girone finale, conclusa con un netto 3-0 per una formazione, quella sovietica, che porta ben 7 dei suoi componenti (Sapega, Antonov, Sorokalet, Panchenko, Kuznetsov, Runov e Losev) ad essere selezionati per le Olimpiadi di Seul ’88, mentre la sfida decisiva per l’assegnazione della Coppa dei Campioni ’89, disputata l’8 marzo al Pireo, dimostra una volta di più come la maggior prestanza e resistenza fisica degli atleti sovietici sia determinante nell’andamento della gara, in cui, dopo i consueti due primi set in sostanziale equilibrio (15-10 e 12-15), fanno seguito i devastanti parziali di 15-5 e 15-4 per il 12esimo trionfo della formazione dell’esercito russo, non a caso vincitrice di 21 titoli nazionali su 22 edizioni dal 1970 al ’91, con l’unica eccezione del 1984, quando a laurearsi campioni sono i giocatori del Radiotechnik di Riga.

Ma, proprio nella stagione ’90, in cui Modena cede lo scettro in campo nazionale alla Maxicono Parma, arriva il “miracolo” in Coppa Campioni, nonostante la partenza di Velasco, sostituito dal croato Vladimir Jankovic, grazie anche ad un inatteso scivolone dei detentori del trofeo, clamorosamente eliminati al secondo turno dai francesi del Frejus.

Compagine transalpina che si ritrova, assieme ai tedeschi orientali del Lipsia ed ai finlandesi del Varkaus, nel medesimo raggruppamento della Panini Modena, da cui si qualificano le prime due per le semifinali incrociate e l’esito delle due gare di andata e ritorno vede la compagine italiana imporsi sia in campo esterno (3-2, con parziali di 15-7, 14-16, 15-2, 8-15, 15-12) che al “Pala Panini” (secco 3-0, ma con set combattuti, 15-12, 15-12, 17-15) e quindi recarsi nella città olandese di Amstelveen per affrontare in semifinale i bulgari del CSKA Sofia, mentre ai francesi toccano gli spagnoli del Portol di Palma di Maiorca.

La differenza tra le due formazioni divise dalle Alpi è talmente netta che né bulgari (3-0, parziali inequivocabili di 15-8, 15-4, 15-12) né spagnoli (ancor più netto 3-0, con parziali addirittura imbarazzanti di 15-9,15-5, 15-1) costituiscono qualcosa di più di un semplice allenamento, con la “resa dei conti” fissata all’11 marzo ’90 sul parquet del Palazzetto dello Sport olandese.

Ora, è arcinoto come, nelle competizioni ad eliminazione diretta, non vi sia di peggio che affrontare in Finale una squadra già affrontata (e battuta …) nei turni preliminari, e tale sfida non sfugge a detta regola, con il sestetto del Frejus ad opporre una tenace resistenza, dimostrata dall’andamento dei set che vedono Modena sempre avanti per poi essere raggiunta (15-5, 13-15, 15-13, 10-15), prima che la maggior esperienza e voglia di vincere di Bertoli & Co. avesse la meglio nel quinto e decisivo parziale, chiuso sul 15-9 per un indimenticabile abbraccio tra il patron Giuseppe Panini ed il suo “numero 4” che sancisce l’avverarsi di un sogno a lungo inseguito.

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L’abbraccio tra Giuseppe Panini e Bertoli dopo la Coppa ’90

Per Bertoli è la seconda Coppa dei campioni a 10 anni esatti di distanza, per la famiglia Panini il momento per disimpegnarsi da un onere finanziario divenuto insostenibile, ed anche il Capitano matura la decisione di porre fine ad una splendida avventura durata 7 anni per accettare l’offerta della Mediolanum Milano, entrata far parte dell’orbita del “Gruppo Fininvest e che si accaparra i servizi di fior di campioni, quali Lucchetta, Galli, Zorzi, oltre agli americani Dvorak e Ctvrtlik e con cui, in tre stagioni, arricchisce il proprio palmarès con due Campionati mondiali per Club (nel 1990 e ’92) e la Coppa delle Coppe ’93.

Ma Bertoli non poteva concludere la propria attività agonistica se non a Modena, dove fa ritorno nell’estate ’93 per fornire il proprio contributo al successo della sua quinta Coppa Italia nel ’94 – dopo le precedenti vinte, sempre con l’allora Panini, nel 1985, ’86, ’88 ed ’89 – ed avere l’onore di vedere la propria “maglia n. 4” ritirata, così come avviene ai più celebrati Campioni della NBA americana.

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La consegna a Petric della “maglia n.4” – daparlandodisport.it

Un ritiro, quello della maglia intendo, che non sarà definitivo, in quanto a distanza di 10 anni, nell’ottobre 2014, lo schiacciatore serbo Nema Petric, ingaggiato da Modena, chiede alla Società di poter indossare proprio quella “maglia così pesante”, adducendo a motivazione della richiesta il desiderio di ricalcare le orme di colui che è entrato di diritto nella Storia del Club modenese.

Interpellato al riguardo, per Bertoli nulla osta a tale procedura, sentendosi altresì orgoglioso di “prestare” la propria maglia ad un così valente giocatore, per il quale la circostanza porta senza alcun dubbio fortuna, visto che con tale numero contribuisce alla conquista delle Coppe Italia 2015 e ’16, delle Super Coppe Italia negli stessi anni e dello Scudetto ’16 venendo nominato altresì MVP della stagione.

Come dire che, le “stimmate” di un Campione restano attaccate alla propria maglia, chiunque la indossi!

 

LANG PING, LA MARTELLATRICE CINESE DEL VOLLEY MONDIALE

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Lang Ping in azione ai Giochi ’84 – da womenofchina.cn

articolo di Giovanni Manenti

Quando il 12 ottobre 2014 al Forum di Assago, a Milano, le Nazionali femminili di Cina e Stati Uniti si affrontano per l’atto conclusivo dei Campionati Mondiali di Pallavolo, a sfidarsi sulle rispettive panchine sono due leggende del Volley mondiale, le quali, a distanza di poco più di 30 anni, hanno così modo di rinverdire i meravigliosi ricordi dell’Olimpiade di Los Angeles ‘84.

Da una parte, a guidare il Team Usa, vi è Charles “Karch” Kiraly, campione olimpico sia ai ricordati Giochi californiani che nella successiva edizione di Seul ’88, inframezzati dal titolo iridato ai Mondiali di Francia ’86, nonché successivamente Oro anche nel beach volley ai Giochi di Atlanta ’96, tanto da essere giudicato “Miglior giocatore del XX secolo”, ex aequo con l’azzurro Lorenzo Bernardi, e di cui ci siamo già occupati tempo addietro.

Il nostro obiettivo odierno è, viceversa, focalizzato su chi siede sulla panchina cinese, vale a dire colei che è stata l’artefice principe della crescita esponenziale del volley nel Paese asiatico, nella doppia veste di giocatrice prima ed allenatrice in un secondo tempo, vale a dire Lang Ping, grazie alla cui presenza la Cina, nell’arco di cinque anni ad inizio anni ’80, raggiunge traguardi mai ottenuti in precedenza, quando sul fronte orientale a farsi preferire erano le acerrime rivali del Giappone.

Nata a Pechino il 10 dicembre 1960, Lang Ping inizia a praticare la pallavolo all’età di 13 anni, per poi entrare a far parte della Nazionale a far tempo dal 1978, come schiacciatrice, in virtù di caratteristiche fisiche (m.1,84 per 71kg.) che ben si addicono a tale ruolo, il cui impatto sui risultati della rappresentativa cinese è sin da subito rilevante, con il secondo posto ai Giochi Asiatici ’78 e la vittoria ai Campionati asiatici dell’anno successivo, dopo aver esordito ai Campionati Mondiali di Mosca ’78, conclusi con un onorevole sesto posto, sconfitte 3-0 dagli Stati Uniti nella finalina che assegnava la quinta posizione, nel mentre il titolo va alle fortissime cubane che strapazzano in Finale le giapponesi, con parziali (15-6, 15-9, 15-10) sin troppo eloquenti.

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Lang Ping alla CdM ’81 – da womenofchina.cn

Questo, del confronto con gli Stati Uniti, rappresenterà poi una costante dell’attività (in entrambe le vesti di giocatrice ed allenatrice) di Lang Ping, grazie al cui contributo, comunque, la Cina conquista il suo primo trofeo a livello mondiale affermandosi nell’edizione ’81 della Coppa del Mondo, torneo che tradizionalmente si svolge in Giappone a cadenza quadriennale e che, nella circostanza, vede il sestetto cinese – con una formula di “girone all’italiana” in cui le otto formazioni partecipanti si incontrano l’una con le altre – imporsi con una superiorità disarmante, visto che si aggiudica per 3-0 tutti e 7 gli incontri disputati, con parziali umilianti, citiamo il 15-8, 15-12, 15-6 inflitto all’Urss, così come il 15-4, 15-13, 15-9 al quale si inchinano le cubane, per non parlare del 15-8, 15-11, 15-6 con cui si arrendono gli Stati Uniti, mentre il match decisivo dell’ultima giornata, contro le padrone di casa giapponesi, vede quest’ultime opporre un certa resistenza solo nell’ultimo set, perso 15-17, dopo che i primi due non avevano avuto granché storia, con Lang Ping & Co. ad imporsi per 15-8 e 15-7.

Era però necessario confermarsi, e l’occasione propizia giunge l’anno seguente, quando sono in programma i Mondiali ’82 organizzati dal Perù e la Cina, inserita nel sesto Gruppo, assieme a Stati Uniti, Italia e Portorico, dopo essersi sbarazzata con irrisoria facilità di queste ultime due formazioni, incappa in una pesante sconfitta per 0-3 (6-15, 9-15, 11-15) contro le americane, rovescio dal quale traggono utili insegnamenti.

Nel secondo turno,  in cui le squadre si portano dietro il risultato maturato nel ricordato girone eliminatorio, la Cina capita in un vero e proprio “girone di ferro” con, oltre agli Usa, anche Cuba ed Urss, a parte le cenerentole Ungheria ed Australia, dal quale devono uscire le due qualificate alle semifinali, cosa che accade solo grazie alla differenza set, in quanto le cinesi ammortizzano la zavorra della sconfitta con gli Stati Uniti, rifilando un pesante 3-0 alle cubane, con parziali di 15-8, 15-9, 15-2 che non ammettono repliche di sorte, ed il successo delle caraibiche per 3-2 sulle americane è di magra consolazione, poiché pur finendo a pari punti con Stati Uniti e Cina, sono escluse dalla zona medaglie per la ricordata differenza set (12-6 rispetto al 14-3 Usa ed al 12-3 cinese).

Le semifinali vedono, da una parte, la sfida tutta orientale tra Cina e Giappone – impietosamente risolta per 3-0 (15-8, 15-7, 15-6) a favore della prima – e dall’altra gli Stati Uniti opposti alle padroni di casa peruviane, le quali si impongono anch’esse con un netto 3-0 per andare poi ad affrontare la Cina in una Finale inedita per la manifestazione, inaugurata nel 1952 e che aveva sinora visto trionfare per quattro volte l’Unione Sovietica e tre il Giappone, mentre le campionesse uscenti erano le cubane, uscite, come descritto, nel secondo girone eliminatorio.

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Fase dei Mondiali ’82 – da womenofchina.com

Incontrare in una Finale olimpica o mondiale le padroni di casa non è mai cosa agevole, ma quando si ha a disposizione una schiacciatrice che non perdona come Lan Ping le cose risultano più facili del previsto e, del resto, i parziali di 15-1, 15-5, 15-11 con cui si conclude la sfida, pensiamo lasciano pochi spazi di commento, e così il sestetto allenato da Yuan Weimin, figura carismatica dello sport cinese, tanto da assumere in seguito importanti incarichi a livello dirigenziale nel suo paese e nel continente asiatico, può festeggiare il suo secondo importante titolo consecutivo.

Quanto sia stato determinante l’apporto di Lang Ping nella conquista del titolo iridato è ribadito dall’assegnazione alla schiacciatrice cinese del premio quale MVP della manifestazione, a cui si aggiunge l’appellativo, che è tutto un programma, affibbiatole dalla stampa internazionale, vale a dire “Iron hammer” (“martello d’acciaio”) in virtù della potenza delle sue schiacciate, caratterizzate da un’altissima elevazione, la perfezione del movimento delle braccia che le permettono conclusioni rapide e potenti, nonché variazioni tattiche ed un’alta percentuale di punti vincenti.

Oramai una star a livello internazionale, Lang Ping viene nominata capitano del sestetto cinese che si presenta, per la prima volta all’appuntamento olimpico di Los Angeles ’84, ed anche se il torneo di volley – con sole 8 Nazioni iscritte – è chiaramente condizionato dall’assenza dei Paesi del blocco sovietico (Urss e Cuba su tutte …), non va dimenticato che sono comunque presenti le quattro semifinaliste della rassegna iridata, vale a dire Cina, Stati Uniti, Perù e Giappone e, pertanto, il livello è senz’altro di prim’ordine.

Raggruppate in due gironi di quattro squadre ciascuno, la Cina è, come ai Mondiali di due anni prima, inserita assieme agli Stati Uniti ed, altrettanto al solito, viene sconfitta nella gara conclusiva per 1-3 (pur con set tiratissimi, 13-15, 15-7, 14-16 e 12-15) dopo aver regolato con altrettanti 3-0 sia Brasile che Germania Ovest, mentre anche l’altro Gruppo non fornisce sorprese, con Giappone e Perù a conquistare l’accesso alle semifinali incrociate, ma con le ragazze del Sol Levante a spazzar via per 3-0 (15-8, 15-7, 15-5) le vice campionesse del mondo, così che gli accoppiamenti per l’accesso alla Finale ricalcano pari pari quelli di due anni prima alla rassegna iridata.

Stavolta, però, il fattore campo gioca a favore del sestetto americano, che non fa sconti alle sudamericane, liquidate con un impietoso 3-0 (16-14, 15-9, 15-10), mentre le ragazze di Yuan Weimin fanno nuovamente capire alle giapponesi come le gerarchie nel continente asiatico si siano oramai ribaltate a loro favore, ed i parziali di 15-10, 15-7, 15-4 a fronte del 3-0 che schiude loro le porte della Finale olimpica sono lì a ribadirlo.

Finale che va in scena il 7 agosto ’84 alle ore 20:00, in cui le padrone di casa oppongono una fiera resistenza solo nel primo set, concluso sul 16-14 per le cinesi, prima che le devastanti conclusioni di Lang Ping aprissero delle brecce gigantesche nella difesa a stelle e strisce, che si sgretola in un batter d’occhio come i parziali (15-3 e 15-9) del secondo e terzo set dimostrano, sancendo il primo oro olimpico nella storia del volley del Paese asiatico.

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Le cinesi (Lang Ping prima a sx) festeggiano l’oro olimpico – da gettyimages.de

Lang Ping è oramai considerata alla stregua di un’eroina nazionale, ma la pallavolo non è l’unico suo interesse nella vita e, dopo aver contribuito al secondo successo consecutivo alla Coppa del Mondo ’85, dove – con la presenza anche di Cuba ed Unione Sovietica, assenti a Los Angeles – la Cina compie “percorso netto” come quattro anni prima, facendo suoi tutti e sette gli incontri, perdendo un solo set, nella vittoria per 3-1 (16-14, 15-7, 5-15, 15-12) su Cuba che, difatti, si piazza alla piazza d’onore con quest’unica sconfitta a proprio carico, mentre la formidabile schiacciatrice si conferma quale “Miglior giocatrice del torneo”.

A 25 anni, nel pieno della carriera ed universalmente riconosciuta come la stella del panorama pallavolistico mondiale a livello femminile, Lang Ping spiazza tutti con la decisione di ritirarsi dall’attività agonistica, per dedicarsi allo studio della lingua inglese presso l’Università di Pechino, avendo intuito come la stessa sia fondamentale per l’esperienza di allenatrice che sicuramente già aveva in mente.

A tale frequentazione, segue, nell’aprile ’87, il trasferimento, assieme al suo primo marito Bai Fan, nazionale cinese di pallamano, negli Stati Uniti dove aveva capito come il volley fosse in continua crescita, unendo così l’utile di approfondire la conoscenza della lingua con il dilettevole di fare da “assistant coach” presso l’Università del New Mexico, per poi tornare a giocare – dopo tre anni di assenza dal parquet – vestendo per una stagione la maglia della Cemar Modena, che grazie a lei si aggiudica la Coppa Italia ’90 e quindi, essere richiamata a dare il proprio contributo alla Nazionale in vista dei Mondiali ’90 che si svolgono proprio in Cina.

Nazionale che, oramai, aveva preso piena coscienza della propria forza, confermando,  anche senza il suo Capitano, il titolo mondiale nell’edizione ’86 in Cecoslovacchia, superando 3-1 Cuba in Finale, ma questa selezione ha soprattutto lo scopo di una “passerella finale” per l’indiscussa protagonista della crescita del volley nel Paese asiatico, pur se, dopo le nette vittorie per 3-0 sia contro il Perù ai quarti e gli Usa in semifinale, stavolta sono le ragazze sovietiche a far festa, tornando a conquistare il titolo iridato a 20 anni di distanza dall’ultimo successo in Bulgaria nel 1970.

Ma oramai, il suo futuro è segnato, e Lang Ping, tornata negli Stati Uniti dove nel ’92 dà alla luce la figlia Lydia, diviene prima allenatrice all’Università del New Mexico, per poi accettare l’invito della Federazione cinese di guidare la Nazionale ai Giochi di Atlanta ’96, che si svolgono sul suolo americano.

Lang Ping si cala nel ruolo come meglio non potrebbe e, dopo aver concluso al comando il girone eliminatorio, le sue ragazze superano, nelle sfide incrociate, la Germania 3-0 (15-12, 15-8, 15-8) ai quarti di finale, per poi avere la meglio sull’Unione Sovietica per 3-1 (12-15, 15-5, 15-8, 15-12) nella sfida che vale l’accesso alla Finale contro le fortissime cubane, le quali si impongono per 3-1 in un’appassionante sfida che vede il sestetto guidato la Lang Ping cedere solo nell’ultimo set, come dimostrano i relativi parziali di 14-16, 15-12, 18-16, 15-6 a favore delle caraibiche, così impedendole di essere l’unica a potersi vantare della medaglia d’Oro olimpica sia come giocatrice che come tecnico.

La 38enne pechinese è ancora alla guida della Nazionale due anni dopo, in occasione dei Mondiali ’98 in Giappone, dove la sfida in Finale si ripete, ma stavolta con un più netto 3-0 (15-4, 16-14, 15-12), per poi abbandonare l’incarico adducendo motivi di salute, per superare i quali non vi è niente di meglio che far ritorno in Italia, in quella Modena dove aveva vissuto una stagione da atleta, e con cui riesce ad ottenere in un triennio risultati strabilianti, sotto forma dello Scudetto 2000 (primo e sinora unico nella storia del club …), Champions League ’01, Coppa Italia e Coppa Cev ’02, fornendo quindi il proprio contributo di esperienza anche all’Asystel Novara, che conduce alla promozione in A1 nel 2003, e l’anno seguente alla Finale Scudetto persa in maniera rocambolesca contro la Foppapedretti Bergamo al termine di una serie al meglio delle cinque partite dopo essere stata in vantaggio per 2-0, ma portando comunque a casa la Coppa Italia.

L’Italia è indubbiamente un Paese accogliente ed in cui si vive bene, ma per le aspirazioni di una vincente come Lang Ping, il panorama pallavolistico è piuttosto stretto, ed ecco allora che non rifiuta l’offerta che le perviene dagli Stati Uniti per guidare la Nazionale a stelle e strisce ai Mondiali ’06, dove una formazione in pieno ricambio generazionale conclude il torneo non meglio che in nona posizione, e soprattutto, ai Giochi di Pechino ’08, dove non si può nascondere che faccia un certo effetto vederla sulla panchina americana proprio nella città in cui è nata.

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Lan Ping alla guida del Team Usa ai Mondiali ’06 – da gettyimages.it

Oltretutto il sorteggio – non certo benevolo – vede gli Stati Uniti inseriti nello stesso girone assieme a Cuba e Cina, da dove si qualificano le prime quattro per i successivi abbinamenti incrociati dei quarti di finale, e con le cubane ad aggiudicarsi il primo posto, il match decisivo per la piazza d’onore risulta quello tra Usa e Cina, risolto a favore della prima al termine di una sfida emozionate risolta solo al tiebreak con parziali (23-25, 25-22, 23.25, 25-20, 15-11) che la dicono lunga circa l’equilibrio dell’incontro.

Lang Ping riesce a trasmettere una forza mentale sinora mancante al sestetto Usa, prova ne sia il recupero di una situazione di svantaggio anche nel quarto di finale che oppone gli Stati Uniti all’Italia, risolto anch’esso sul 3-2 dopo essere state in svantaggio 2 set ad 1 (parziali 20-25, 25-21, 19-25, 25-18, 15-6), per poi schiantare Cuba in semifinale per 3-0 (25-20, 25-16, 25-17) e, purtroppo, non poter disputare la rivincita contro le cinesi, che tutto il pubblico aspettava, in quanto superate da una nuova, prorompente forza emergente, vale a dire il Brasile, che supera per 3-0 le padrone di casa ed infrange nuovamente il sogno di Lang Ping di bissare l’Oro olimpico da giocatrice con quello in panchina, venendo sconfitte per 3-1 dalle sudamericane, con parziali altresì (25-15, 18-25, 25-13, 25-21) piuttosto eloquenti.

Il ritorno in patria, fa comunque sì sia il richiamo alle origini sia più forte di qualsiasi altra tentazione, e così Lang Ping, che nel frattempo si era separata sin dal ’95 con il primo marito per accompagnarsi con Wang Yucheng, professore di sociologia all’Accademia cinese, accetta di guidare la formazione di club del Guangdong Hengda, con cui non perde l’occasione di conquistare titoli, aggiudicandosi il Campionato cinese nel ’12, prima di tornare, come visto in premessa, alla guida della Nazionale cinese.

Riavvolgendo il nastro del nostro racconto, la Finale del Mondiale ’14 di Milano vede il trionfo di Karch Kiraly e delle ragazze Usa che si impongono per 3-1, ma non senza soffrire, visti i parziali di 27-25, 25-20, 16-25, 26-24 a loro favore, ma se credete che l’ultima parola spetti al “Miglior giocatore del XX secolo” – mentre, in campo femminile, Lang Ping era stata inserita nella ristretta cerchia di quattro candidate, ma il titolo viene assegnato alla cubana Regla Torres, dall’alto dei suoi tre Ori olimpici consecutivi nel ’92, ’96 e 2000 – vi sbagliate di grosso.

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Lang Ping esulta dopo l’oro di Rio de Janeiro ’16 – da wsj.com

Infatti, dopo esserci andata vicina per ben due volte, ai Giochi di Rio de Janeiro ’16, Lang Ping riesce nell’impresa di essere l’unico personaggio (di ambo i sessi) a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica nella doppia veste di giocatore/rice e tecnico, conducendo la Cina sul gradino più alto del podio con la sofferta vittoria per 3-1 (19-25, 25-17, 25-22, 25-23) sulla Serbia, in cui è protagonista la sua degna erede, la 22enne Zhu Ting, con 24 attacchi vincenti, altresì miglior realizzatrice con 179 punti a referto, nonché miglior schiacciatrice del Torneo.

Ma, secondo voi, da chi avrà imparato?

CRESCITA, TRIONFI E DECLINO DEL CUS TORINO DI PALLAVOLO

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Una fase della finale scudetto ’84 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La Torino degli anni ’70 vive l’apice della rivalità calcistica, in tempi relativamente recenti, delle sue due squadre, la Juventus ed il Torino, che hanno spodestato, ai vertici dell’italica passione pallonara, la coppia rossonerazzurra costituita dalle due compagini meneghine del Milan e dell’Inter che, nel decennio precedente, si erano portate a casa, tra tutte e due, qualcosa come cinque Scudetti, quattro Coppe dei Campioni e tre Coppe Intercontinentali.

Sono gli anni in cui il “Derby della Mole” richiama su di sé l’attenzione dell’Italia intera, in cui il Torino torna a gioire nel 1976 per un titolo di Campione d’Italia che mancava dal tragico schianto di Superga del ’49, che vede le due rivali giocare un Campionato a sé l’anno seguente, vinto dai bianconeri per un solo punto (51 a 50) sui granata, e coi tifosi di questi ultimi a domandarsi cosa abbia in più il trio Causio-Rossi-Bettega da essere preferito in Nazionale al loro Sala-Graziani-Pulici, oltretutto da un Commissario Tecnico quale Enzo Bearzot, ex “vecchio cuore granata”.

Ma, in tutto questo ambito dove la sfera di cuoio la fa da padrone, un’altra realtà cittadina sta iniziando ad imporsi a livello nazionale e non solo, vale a dire il Cus Torino Volley, Società fondata nel 1952 e che, da metà anni ’60 sta bruciando le tappe, con la promozione in C nel ’65 e l’anno successivo in B, dove resta sino al 1972, stagione al termine della quale giunge l’approdo alla massima serie del campionato nazionale.

Un approccio timido, con sole quattro vittorie sulle 22 gare disputate ed un decimo posto in classifica che evita per soli due punti il ritorno nella serie cadetta, ma che vede il debutto di uno dei più grandi talenti della nostra pallavolo dell’epoca, il torinese purosangue Gianni Lanfranco, appena 16enne centrale di m.1,89 un’altezza che impallidisce se rapportata ai lungagnoni dei tempi nostri, e che, pensate un po’, aveva iniziato la propria attività sportiva in maglia granata nelle Giovanili del Torino, prima di virare sulla pallavolo.

Ci mette poco, comunque, il Cus Torino ad adeguarsi alla massima divisione, ad iniziare dal torneo successivo, dove la compagine allenata da Franco Leone si piazza al quinto posto (con un record di 16 vittorie a fronte di 10 sconfitte), grazie all’innesto in squadra dell’alzatore bulgaro Dimitar Karov, reduce dal quarto posto con la sua Nazionale alle Olimpiadi di Monaco ’72.

Con Karov in regia, a dettare i tempi delle azioni offensive, e Lanfranco a martellare i muri avversari, nel ’75 il Cus Torino si migliora ancora sino a sfiorare la conquista dello Scudetto, concludendo la stagione al secondo posto – all’epoca non erano stati ancora introdotti i playoff per l’assegnazione del titolo – a soli due punti di distacco dall’Ariccia Campione, risultando decisivo, dopo che i due scontri diretti si concludono con un doppio 3-0 a favore delle rispettive squadre ospitanti, il passo falso costituito dalla sconfitta per 1-3 a Modena contro la Villa d’Oro.

Manca oramai pochissimo per toccare i vertici, ed un ulteriore passo in avanti avviene sia con l’ingresso in Società dello sponsor “Klippan”, che con l’incremento di esperienza nel sestetto titolare con l’arrivo del 31enne universale Andrea Nannini, proveniente dalla Panini Modena e con già quattro titoli di Campione d’Italia nel proprio palmarès, a cui sta per aggiungerne un quinto allorché la compagine di Leone si trova a concludere il torneo ’76 a pari merito, ironia della sorte, con la formazione del “Re delle Figurine”, con ciò rendendosi necessaria la disputa dello spareggio il 16 maggio ’76 a Milano, risolto con un netto 3-0 (15-12, 15-12, 15-5 i parziali) a favore dei modenesi, proprio nella stessa domenica in cui la Torino granata festeggia la conquista dello Scudetto nel calcio.

Storia insegna che i successi in uno sport di squadra sono quasi sempre legati alla figura di un tecnico carismatico, ed anche per il Cus Torino vale la stessa verità, grazie all’affidamento della guida tecnica, a partire dall’autunno ’76 al non ancora 30enne Silvano Prandi, il quale aveva concluso la carriera da giocatore proprio con il Cus Torino, nell’anno della promozione in Serie A.

Prandi, uno dei tecnici di maggior successo nella storia della pallavolo italiana – tanto da meritarsi l’appellativo di “Professore” – procede per gradi alla costruzione di quella che sta per divenire la dominatrice di tale disciplina e, sostituito Karov con il palleggiatore cecoslovacco Jiri Svoboda, inserisce nel sestetto titolare altri due giovani di sicuro avvenire ed entrambi del capoluogo piemontese, vale a dire il 18enne alzatore Piero Rebaudengo ed il 17enne centrale Giancarlo Dametto.

A Prandi poco importa di ottenere risultati nel breve termine, per lui è fondamentale costruire una squadra dallo spirito vincente dando tempo ai giovani di maturare e così, dopo un quarto posto nel ’77 ed un terzo nel ’78, e grazie all’occhio lungo costituito dall’aver intuito le potenzialità del 18enne schiacciatore Franco Bertoli, prelevato in Serie C da Udine nell’estate ’77, può finalmente completare il puzzle e presentare all’Italia del Volley la sua “creatura” – costituita, particolare non trascurabile, da soli giocatori italiani e di cui ben 6 su 9 della rosa titolare, nati a Torino od in Piemonte – che consente per la prima volta a Torino di festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.

Ciò avviene al termine della stagione ’79, conclusa dalla Klippan con due sole sconfitte esterne (0-3 a Modena ed 1-3 a Sassuolo contro l’Edilcuoghi), una in meno della Panini Modena, impresa che non si rivela fine a se stessa, visto che l’anno successivo la “Banda Prandi”, sempre rigorosamente autarchica, non solo si conferma Campione d’Italia, nuovamente con un record di 20 vittorie e sole due sconfitte e 6 punti di vantaggio sulla Paoletti Catania, ma si afferma anche laddove la blasonata formazione bianconera della Juventus non era ancora riuscita in campo calcistico.

Ebbene sì, Prandi porta Torino per la prima volta sul tetto d’Europa, superando nella Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto 3-0 proprio il 19 marzo 1980, “Festa del Papà”, come se i suoi “ragazzi” avessero voluto fargli il più gradito dei regali, circostanza che segna non solo il primo trionfo di una squadra italiana nella manifestazione, ma altresì la prima volta che il trofeo, istituito nel 1959, non viene assegnato ad una compagine dell’Europa orientale, anche se, per obiettività di giudizio, occorre ricordare che, negli anni olimpici, le squadre dell’ex Unione Sovietica non partecipano alla competizione.

Quanto questa assenza possa avere inciso se ne ha la riprova l’anno seguente, dopo che importanti cambiamenti avvengono sia a livello societario che tecnico, con l’abbandono, da una parte dello sponsor Klippan, sostituito dalla “Robe di Kappa”, importante maglificio torinese, e dall’altra, con il trasferimento del 24enne Lanfranco alla Santal Parma, rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, fresco vincitore dell’Argento olimpico ai Giochi di Mosca ’80, cui fanno seguito gli inserimenti in squadra di altri due interessanti giovani, l’altro Rebaudengo, Paolo, classe ’60, ed il 17enne Guido De Luigi, anch’essi “torinesi doc”.

La perdita di Lanfrancoo non sposta di una virgola le potenzialità del sestetto piemontese che, al contrario, porta a compimento un’annata irripetibile sul fronte interno, vincendo tutte e 22 le gare della stagione 1981 per il proprio terzo titolo consecutivo – con una straordinaria differenza set di 66-7, costituita da 15 affermazioni per 3-0 e 7 per 3-1 – aggiudicato con ben quattro turni di anticipo.

In Coppa Campioni, però, la sorte abbina ai neocampioni d’Europa i fortissimi sovietici del CSKA Mosca ai quarti di finale, turno che dà l’accesso alle “Final Four” per l’assegnazione del trofeo e, stavolta, la compagine torinese deve inchinarsi nel doppio confronto, sconfitta 1-3 in Russia e nuovamente per 2-3 al PalaRuffini nel match di ritorno.

Con l’intenzione di riprovarci l’anno successivo, Prandi deve però confrontarsi sul versante nazionale con la crescita esponenziale di un’altra formidabile compagine con cui per tre anni darà vita a sfide di elevatissimo contenuto sia tecnico che agonistico, vale a dire la Santal Parma che, oltre al “core ‘ngrato” Lanfranco, può contare sul genio del palleggiatore coreano Kim Ho Chul, nonché su altri talenti del calibro di Gianni Errichiello, Marco Negri, Giorgio Goldoni e Pierpaolo Lucchetta.

Per la prima volta, vengono istituiti i playoff al termine della stagione regolare, che la Robe di Kappa conclude comunque al primo posto con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta, una in meno di Parma che – oltre a scambiarsi i reciproci dispetti di andare l’una a violare il parquet dell’altra, in entrambi i casi per 3-2 – incappa in un secondo scivolone esterno nel derby di Sassuolo, superata per 3-1 dall’Edilcuoghi.

Prima però, per Prandi ed i suoi, c’è da andare alla ricerca del ritorno ai vertici del volley continentale, dopo aver centrato l’accesso alle “Final Four” di Parigi grazie al doppio successo per 3-1 a spese della Stella Rossa di Bratislava, andando ad affrontare i greci dell’Olympiakos Atene, il CSKA Mosca ed i campioni in carica della Dinamo Bucarest che, l’anno precedente, avevano sconfitto a sorpresa i moscoviti per 3-2 al termine di un incontro dalle mille emozioni.

Superate senza eccessive difficoltà sia la compagine greca (3-0 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-4, 15-7) che quella rumena (3-1, dopo una partenza ad handicap, come dimostrano i parziali, 8-15, 15-11, 15-8, 15-5) ecco che il match decisivo per la conquista del trofeo oppone la Robe di Kappa ai sovietici del CSKA Mosca, desiderosi di tornare sul trono europeo che già in 6 precedenti occasioni li aveva visti trionfare, ed, anche stavolta, la maggior forza fisica ed esperienza del sestetto russo ha la meglio, imponendosi per 3-1, con i torinesi a cercare di rimontare un inizio disastroso (10-15 e 3-15 i parziali dei primi due set) grazie al 15-9 del terzo set per poi lottare sino all’ultimo pallone prima di cedere 14-16 nel quarto e decisivo parziale.

Una delusione alla quale segue quella della fase finale del campionato, al cui atto conclusivo giungono, come ovvio che sia, Torino e Parma, liberatisi con altrettanti doppi 3-0 di Roma e Sassuolo da una parte e di Chieti e Modena dall’altra, ma dopo l’iniziale 3-0 al PalaRuffini, azzerato da analogo punteggio a favore dei parmensi, gli stessi si impongono per 3-1 nel terzo e decisivo match per il quarto titolo della loro storia.

In questa fase iniziale degli anni ’80, Torino e Parma sono le due indiscusse squadre leader del nostro movimento pallavolistico, sia a livello nazionale che europeo, come confermano le due successive stagioni, che le vedono ancora contendersi il titolo di Campione d’Italia, che la Santal fa nuovamente suo nel 1983 dopo aver terminato la stagione regolare alle spalle della Robe di Kappa – che, nel frattempo, ha perso Zlatanov, sostituito dall’americano Tim Hovland, ed inserito in formazione un altro giovane e futuro protagonista del nostro volley, vale a dire il 18enne massese Fabio Vullo, alzatore di classe mondiale – ribaltando, come nell’anno precedente, lo 0-3 in trasferta di gara-1, grazie al successo interno per 3-2 in gara-2 ed all’affermazione per 3-1 nella “bella”.

Uscite entrambe con le ossa rotte dalle rispettive Finali internazionali – sconfitte per 1-3 contro i francesi del Cannes e per 2-3 (dopo aver sprecato un vantaggio di 2-1, perdendo il quarto set 17-19) contro il CSKA Mosca per il Santal nelle “Final Four” di Coppa dei Campioni svoltesi proprio a Parma, ed analoga sconfitta in Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo per la Robe di Kappa – il riscatto giunge nella stagione 1984, che, per quanto riguarda i fatti di casa nostra, si conclude con la terza sfida consecutiva nella Finale playoff tra Torino e Parma, stavolta appannaggio del Club torinese, a dispetto del trasferimento di Bertoli alla Panini Modena, sostituito dallo svedese Bengt Gustafson, che aveva come di consueto concluso al primo posto la stagione regolare, e che, all’oramai abituale 3-0 di gara-1 al PalaRuffini, abbina in questa occasione un netto 3-1 esterno in gara-2 che chiude definitivamente i conti.

In campo europeo, tocca stavolta alla Santal approfittare dell’assenza delle compagini sovietiche in Coppa dei Campioni in concomitanza con l’anno olimpico – una doppia beffa visto il contro boicottaggio imposto dal governo di Mosca ai Giochi di Los Angeles ’84 – divenendo la seconda squadra italiana ad aggiudicarsi il Trofeo, al quale la Robe di Kappa risponde tornando in Finale di Coppa delle Coppe, ma stavolta aggiudicandosi la manifestazione a spese degli spagnoli del Palma di Maiorca, seconda squadra italiana ad imporsi, dopo la Panini Modena nel 1980.

Nel frattempo, Prandi è stato altresì chiamato a cercare di risollevare le sorti della pallavolo azzurra in campo internazionale e, con lui alla guida, l’Italia ottiene la prima medaglia olimpica della sua storia – ancorché condizionata dall’assenza delle citate Nazioni del blocco sovietico – con il Bronzo conquistato ai Giochi di Los Angeles ’84 alle spalle di Stati Uniti e Brasile, in un’edizione che vede tra i convocati ben sei giocatori di “scuola torinese”, vale a dire Bertoli, Dametto, De Luigi, Lanfranco, Piero Rebaudengo e Vullo.

Purtroppo, con la fine di detta stagione si conclude anche l’abbinamento con la Robe di Kappa e, dopo una stagione in cui torna a giocare come Cus Torino e tre successive annate con l’industria dolciaria “Bistefani” come sponsor, il progressivo abbandono da parte dei migliori giocatori e gli elevati costi di gestione incompatibili con il budget finanziario a disposizione, spingono la Società torinese a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, cedendo il titolo sportivo al Cuneo Volley, mentre Prandi, fedelmente al comando della squadra sino all’ultimo, si accasa a Padova per poi tornare, in seguito, ad allenare proprio Cuneo.

Di quei 16 anni ai vertici della Pallavolo italiana, restano i record, come quello delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12 gennaio 1980 al 10 marzo ’82), oltre ai 46 successi casalinghi uno di seguito all’altro ed alle 6 stagioni consecutive chiuse al primo posto nella stagione regolare, ma soprattutto, l’essere stata la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni, portando a Torino un trofeo per il quale, in campo calcistico, la Juventus avrebbe dovuto attendere altri cinque anni…

 

LA TEODORA RAVENNA, DINASTIA DEL VOLLEY FEMMINILE DI CASA NOSTRA

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Azione di attacco della Teodora Ravenna – da fuoricampo.info

articolo di Giovanni Manenti

I Media americani, che quanto ad enfasi non hanno nulla da imparare da chicchessia, sono soliti definire con il termine “Dinasty” (“Dinastia”) la supremazia assoluta di una squadra per un periodo prolungato in una qualsivoglia disciplina sportiva, ed, al riguardo, due classici esempi sono costituiti dai New York Giants di Baseball, capaci di aggiudicarsi 8 “World Series” in 12 Stagioni (dal 1947 al 1958) ed, ancor più, i Boston Celtics di Basket, Campioni NBA in ben 11 occasioni su 13 Stagioni (dal 1957 al 1969).

Termine indubbiamente un po’ forzato, preso a prestito dalle Case regnanti Europee, ma che indubbiamente rende l’idea e che, nel nostro piccolo, non abbiamo alcuna difficoltà ad abbinare a quella che, in effetti, è stata una superiorità a dir poco imbarazzante messa in mostra dalle ragazze dell’Olimpia Ravenna di Volley, le quali compiono un’impresa da Guinness dei Primati aggiudicandosi ben 11 Scudetti consecutivi dal 1981 al ’91.

Terreno fertile per gli amanti della pallavolo, l’Emilia-Romagna può già vantare svariati titoli nazionali con le squadre modenesi (ve ne sono addirittura tre a contendersi la leadership), cui si aggiungono Reggio Emilia e Parma, allorquando Ravenna si affaccia nella Massima Divisione nell’autunno ’76, sulla scia degli ottimi risultati a livello giovanile – Campione d’Italia Under 16 nel 1974 e ’75, cui nel ’78 si aggiunge il Titolo Juniores – raggiunti da una Società fondata solo nel 1965 per iniziativa di una Professoressa di Educazione Fisica, Alfa Garavini.

Giusto il tempo di prendere confidenza con l’elite del volley nostrano e, in capo a cinque anni, ecco che le ragazze ravennati pongono le basi della citata “Dinastia” aggiudicandosi i titoli nel 1981 ed 1982 grazie anche al contributo dello sponsor, la Diana Docks.

Ed è proprio dalla sponsorizzazione che giunge la svolta decisiva, con l’entrata in Società del potente Gruppo Agroalimentare Ferruzzi, che abbina alla squadra il nome dell’Olio Teodora, modificando altresì il colore delle divise, da bianco-celeste a giallo-rosso, e, soprattutto, fornendo il sostegno finanziario necessario per reggere a così alti livelli per oltre un decennio.

Ma, come ogni grande orchestra che si rispetti ha bisogno di un Maestro che la diriga, così alla base dei successi ravennati vi è una figura carismatica che vi lega il proprio nome, nella persona del Tecnico Sergio Guerra, il quale – alla stregua di quanto compiuto da “RedAuerbach ai Boston Celtics – ne è la guida e punto di riferimento, denominato, ma lui lo considera un vanto, “l’ultimo artigiano” della Pallavolo italiana, vale a dire quella di fine anni ’70, non ancora legata alle attenzioni scientifiche, in campo maschile, di un Carmelo Pittera né al lavoro psicologico che avrebbe successivamente apportato Julio Velasco, così come ancora lontano dall’onda computerizzata e specializzata con cui, sempre nel settore maschile, gli Stati Uniti avrebbero posto fine al dominio sovietico.

Dominio che, viceversa, prosegue in casa romagnola per l’intero decennio ’80 e che ha anche modo di espandersi oltre i confini italiani, con, sulla carta, l’impari confronto con le Campionesse dell’Est Europa – e sovietiche in particolare – rispetto alle quali le ragazze di Guerra partivano anche con un non trascurabile handicap di centimetri riguardo all’altezza.

Come ogni buon “artigiano” che si rispetti, Guerra sa bene che le fondamenta sono necessarie per costruire qualcosa di produttivo (che, in ambito sportivo, si traduce in “vincente” …) e, in questo caso, la fertile terra romagnola è di indiscutibile aiuto, visto che i ricordati primi due titoli di inizio anni ’80 sono conquistati con la presenza di sole ragazze della “Terra del Liscio” ed altresì quasi tutte di Ravenna e dintorni.

Certo, l’ingresso della Ferruzzi agevola il compito, consentendo l’inserimento anche di giocatrici straniere, ma sul punto Guerra – consapevole di quanto sia importante la coesione e l’affiatamento del Gruppo – non è che ne approfitti più di tanto, qualora si consideri che nei suoi 11 anni di dominio assoluto, tessera solo sei ragazze d’oltralpe, la prima delle quali è la bulgara Svetana Bojurina, che giunge 30enne a Ravenna con già alle spalle un Palmarès di assoluto rispetto costituito da tre titoli ed altrettante Coppe bulgare, oltre alla Coppa dei Campioni ’79 ed alla Coppa delle Coppe ’82, tutti Trofei vinti con il CSKA Sofia.

Bojurina si ferma tre anni a Ravenna – per quanto ovvio coincidenti con gli Scudetti del 1983, ’84 ed ’85 – e fornisce un importante contributo di esperienza, utile alla crescita soprattutto mentale della squadra che, difatti, si trova a dover disputare lo spareggio con le rivali della Nielsen Reggio Emilia per aggiudicarsi il terzo titolo consecutivo, avendo le due squadre concluso la stagione ’83 (ultima prima dell’introduzione dei Playoff) con 20 vittorie e 2 sconfitte a testa, ma sul neutro di Bologna, il 18 aprile ’83, le ravennati confermano il doppio successo ottenuto in Campionato, con un 3-0 che non ammette repliche.

Altro tassello importante per la costruzione di un ciclo vincente è avere a disposizione uno “zoccolo duro” su cui poter contare e far sempre riferimento, sia da parte del Tecnico, ma anche delle compagne, e su questo lato Guerra può dormire sonni tranquilli, visto che ha a disposizione la “più ravennate che ci possa essere”, al secolo Manuela “Manu” Benelli, alzatrice che delle anguste mura del “Palasport Angelo Costa” ha fatto la sua seconda casa, cui vanno aggiunte la centrale Liliana “Lily” Bernardi e la opposta Prati, tutte presenti negli 11 anni costellati di successi.

Successi per i quali vale la pena di spendere qualche cifra prima di allargare i nostri orizzonti, con un’imbattibilità sui parquet italiani che si protrae dal 15 marzo 1985 sino all’8 dicembre 1987 per qualcosa come 74 partite consecutive (Playoff compresi) senza conoscere sconfitta, parola depennata dal Vocabolario romagnolo, mentre il terreno di casa resta inviolato per 79 gare di fila, a dimostrazione di una tenuta fisica e mentale che ha dello straordinario.

Già, perché le ragazze di Guerra non si limitano a fungere da “schiacciasassi” in un Campionato che per loro rappresenta poco più di un allenamento – ed al quale, tanto per gradire, abbinano pure la conquista di 6 Coppe Italia (1980, ’81, ’84, ’85, ’87 e ’91) – ma puntano al “bersaglio grosso”, vale a dire la vittoria nella Coppa dei Campioni, Trofeo patrimonio esclusivo delle formazioni dell’Est Europeo, ed, in particolare, delle sovietiche CSKA Mosca ed Uralocka di Ekaterimburg, le quali costituiscono pressoché integralmente, specie la seconda, la Nazionale Sovietica.

Una rincorsa che parte da lontano per un successo da costruire poco a poco, facendo esperienza nel dover ingoiare i bocconi amari di quattro secondi posti consecutivi – dal 1984 al 1987 – prima di poter assaporare la gioia del trionfo nelle “Final Four” svoltesi a Salonicco dal 19 al 21 febbraio ’88, ed a cui accedono, oltre alle giallorosse di casa nostra, le detentrici dell’Uralocka, le bulgare del CSKA Sofia e le tedesche orientali della Dynamo Berlino.

Con l’impressione, comunque, di rappresentare un vaso di coccio rispetto a tanti vasi di ferro, specie per quanto riguarda le ragazze sovietiche – il cui sestetto composto da Valentina Ogiyenko, Yelena Volkova, Irina Smirnova, Irina Parkhomchuk, Marina Nikulina e Svetlana Korytova andrà a comporre l’ossatura portante della Nazionale che, sette mesi dopo, conquisterà il titolo olimpico ai Giochi di Seul ’88 – le ravennate fanno tesoro delle esperienze passate e, dopo aver schiantato le bulgare del CSKA Sofia con un 3-0 i cui parziali (15-4, 15-6, 15-2) non danno adito a recriminazioni di sorta, dimostrano di “esserci di testa” nella semifinale contro le tedesche orientali della Dynamo Berlino, facendo loro la gara con un inequivocabile 15-4 nel quinto e decisivo set dopo quattro parziali all’insegna dell’equilibrio, per così poter disputare la loro quinta finale consecutiva.

Al cospetto delle “quasi” invincibili sovietiche – alle quali l’anno precedente le ragazze di Guerra si erano dovute inchinare per 1-3 dopo essersi aggiudicate il primo set – l’esito sembra ricalcare quanto già visto in passato, data la facilità con cui le avversarie si impongono (15-7) nel primo set, ma stavolta la musica è diversa e sono Benelli & Co. a restituire con gli interessi lo svantaggio iniziale per un trionfo che non ha precedenti nella Storia del Volley azzurro, con i successivi tre set vinti per 15-10, 15-9 e 15-11 per il coronamento di un sogno che pareva, ai più, irrealizzabile.

E’ altresì sin troppo logico che una tale supremazia non dovesse trovare riscontro anche a livello federale, dove la Nazionale Italiana è a digiuno di medaglie sin dalla sua fondazione, ed ecco che, in previsione dei Campionati Europei di Stoccarda ’89, sullo stile usato in Urss con le ragazze dell’Uralocka, ben 7 componenti della formazione di Guerra – oltre alle veterane Benelli, Bernardi, Prati e Zambelli, vi sono le più giovani Bertini, Mele e Chiostrini – con in più la Flamigni, che aveva lasciato il gruppo da due stagioni, trasmigrano in maglia azzurra, alla diretta guida del loro Tecnico, il quale, l’anno precedente, aveva ottenuto un prezioso Argento nella Rassegna Continentale Juniores potendo contare su sei delle “sue” ragazze (le già citate Bertini, Mele e Chiostrini, promosse in Nazionale A, con l’aggiunta di Fanara e delle sorelle Saporiti).

Il titolo non sfugge alle Campionesse Olimpiche dell’Unione Sovietica, nei confronti delle quali le Azzurre si inchinano in Semifinale con un pesante 0-3 (10-15, 7-15, 8-15), ma altrettanto netto è il punteggio con cui le ragazze di Guerra fanno loro la gara per il Bronzo, visti i parziali di 15-5, 15-6, 15-3 con cui travolgono 3-0 la Romania, per quella che, oltre ad essere la prima, resta anche l’unica medaglia dell’Italia al femminile per 10 anni, sino ad un altro terzo posto conquistato agli Europei di Roma ’99.

E, se il ciclo scudettato si conclude nel ’92, non così avviene a livello continentale, visto che, dopo il successo del 1988 ed altre due sconfitte in Finale – sempre per 1-3 e sempre contro le “odiate” sovietiche dell’Uralocka nei due anni successivi – modo migliore per porre la parola fine ad un periodo talmente straordinario da far fatica a credere che possa essere esistito non può esservi che riconquistare il Trofeo proprio nel Palazzetto di casa, dove a fine febbraio ’92, il sestetto ravennate dapprima umilia le ora divenute russe dell’Uralocka per 3-0 (15-8, 15-7, 15-7), per poi riservare lo stesso trattamento alle tedesche del CJD Feuerbach (15-10, 15-4, 15-6 i parziali) e quindi richiedere il sostegno del proprio, caloroso ed appassionato, pubblico per aver ragione delle croate dell’HAOK Mladost al termine di una sfida infinita, come dimostrano i parziali di 15-11, 10-15, 15-12, 6-15, 15-10 a suggello del 3-2 conclusivo.

E c’è pure il tempo, prima che scorrano i titoli di coda su di una delle più belle favole che lo Sport Italiano abbia registrato, per far proprio, a metà novembre ’92, anche il Campionato Mondiale per Club, svoltosi in Italia, ad Jesi, precedendo formazioni prestigiose quali le brasiliane della Asqua di Fiori Minas e, tanto per cambiare, le solite russe dell’Uralocka.

Una bella favola, indubbiamente, che ci conclude a seguito dell’abbandono del Gruppo Ferruzzi quale sostegno finanziario, ma che, rispetto alle fiabe, trattandosi di eventi reali e tangibili, non può non nascondere un segreto, che cercano di svelare i maggiori protagonisti di questa “Epopea d’Oro” del Volley ravennate in occasione della festa per il 50esimo Anniversario dalla Fondazione del Club, ed ecco che suonano importanti le parole della “storicaCapitana Manu Benelli, “La cosa che forse da fuori non sanno, è che gli allenamenti erano uno spasso, anche se si lavorava duramente, ci siamo fatti delle grandi risate”.

Solo allegria, quindi, non sarebbe neanche rispettoso per chi ha conquistato così tanti allori, ed a proposito giunge la precisazione di Lily” Bernardi, “Lavoravamo molto e ci divertivamo anche, è vero, ma alla base c’era la passione, la determinazione a raggiungere determinati risultati, un gruppo unito non sempre fatto di amiche nella vita, ma tutte orientate nel centrare i medesimi obiettivi”.

Già meglio, diremmo, ma il tocco finale non può che spettare all’artefice di tanti successi, vale a dire il tecnico Sergio Guerra, purtroppo scomparso poco tempo dopo la cerimonia, il 14 settembre 2015 all’età di 71 anni, il quale sottolinea come “sia difficile spiegare quale possa essere stato il nostro segreto, di sicuro non ci siamo mai accontentati, non abbiamo mai guardato indietro a ciò che avevamo vinto, ma sempre avanti verso nuovi traguardi da raggiungere

Ecco, ora ci siamo, lavoro, divertimento, passione, determinazione e voglia di vincere, ecco il “Cocktail” perfetto per costruire un ciclo vincente o, come direbbero in America, una “Dinasty” ….

 

LA TRISTE STORIA DI KIRK KILGOUR, IL CAMPIONE CHE COMMOSSE IL PAPA

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Kilgour ricevuto da Giovanni Paolo II – da libertaepersona.org

articolo di Giovanni Manenti

In una Nazione come gli Stati Uniti, dove gli Sport di squadra più praticati sono Baseball, Basket, Hockey su ghiaccio e Football (quello con la palla ovale, of course …), la sola idea di dedicarsi alla Pallavolo, specie a fine anni ’60, può sembrare una trovata pittoresca o poco più, e difatti, il giovane californiano Kirk Kilgour, protagonista della nostra triste storia odierna, pratica baseball, atletica leggera e, soprattutto, basket duranti gli anni al liceo.

Ed è anche bravino, il non ancora 20enne californiano – nasce, difatti, a Los Angeles a fine dicembre ’47 – tanto da meritarsi il grado di Capitano della squadra del “Bellevue Community College”, nonché di essere eletto “Giocatore Difensivo dell’Anno” dello Stato di Washington, il tutto finché uno dei pionieri del Volley negli Stati Uniti, il celebre allenatore Al Scates, non convince Kilgour, avendone intuito le grandi potenzialità, a raggiungerlo alla celebre UCLA (acronimo di University of California, Los Angeles) per far parte dei suoi UCLA Bruins.

Kilgour accetta, e, parallelamente agli studi che gli consentono di laurearsi brillantemente in Psicologia, fornisce un importante contributo alla vittoria dei “Bruins” nei Campionati NCAA del 1970 e ’71, ottenendo, nella seconda stagione, anche il titolo di “Miglior Giocatore dell’anno”.

Il problema è che, ultimati gli studi, il Volley non ha un seguito professionistico con un proprio Campionato negli Stati Uniti, e difatti le Selezioni Olimpiche – Maniefstazione alla quale peraltro la Nazionale a stelle e strisce fatica all’epoca a qualificarsi – avvengono attingendo esclusivamente ai giovani universitari, ma in soccorso di Kilgour giunge la chiamata da oltre Oceano e, più precisamente dall’Italia.

E’ un periodo in cui anche nel Bel Paese la Pallavolo sta cambiando pelle, con i primi sponsor ad interessarsi a tale disciplina, il che determina lo scioglimento di Società storiche, una fra tutte, la “Ruini” di Firenze, i cui migliori giocatori vengono acquistati da un Club della Capitale, l’Ariccia, neopromosso in Serie A1 ad appena tre anni dalla sua fondazione, grazie all’iniziativa dell’imprenditore Giovanni Cianfanelli e del General Manager Renato Ammannito.

Ed ecco, quindi, approdare nella Città Eterna i due leader della Ruini Campione d’Italia, vale a dire il regista Mario Mattioli e lo schiacciatore Erasmo Salemme, mentre una sapiente opera di scouting ed il desiderio del diretto interessato di scoprire nuovi orizzonti, porta anche Kilgour a rinforzare il sestetto a disposizione del tecnico Riccardo Di Lauro, primo rappresentante degli Stati Uniti a giocare nel nostro Campionato.

Tipica espressione dell’americano scanzonato ed un po’ hippie, ma con una gran voglia di girare il mondo e di accrescere le proprie conoscenze, Kilgour alterna alle partite ed agli allenamenti in palestra, l’insegnamento, a titolo gratuito, di inglese e ginnastica presso le Scuole Medie di Ariccia, attività che, per quanto ovvio, lo rende ancor più apprezzato dai tifosi che poi, al sabato, si riversano nel Palazzetto dello Sport per ammirarne le evoluzioni sul parquet.

Già, perché l’Ariccia, sia pur da debuttante, dimostra di avere le carte in regola per competere con le migliori squadre della Massima Divisione e, dopo una prima stagione conclusa al secondo posto a pari merito con la “Lubiam” Bologna, alle spalle della “Panini” Modena – nel mentre la “saccheggiata” Ruini Firenze, privata dei suoi pezzi migliori, addirittura retrocede in Serie A2 – ecco che la Società decide di affidare la conduzione tecnica, nelle vesti di allenatore-giocatore, proprio a Mattioli, il quale, come primo passo, convince l’ex compagno di squadra Andrea Nencini a seguirlo nella Capitale per ricomporre, assieme al già citato Salemme, il terzetto che tante fortune aveva portato alla formazione fiorentina.

E, con un Kilgour ad aver smaltito il suo primo anno di ambientamento in Italia e la maturazione del giovane “martello” Claudio Di Coste (un 20enne di m.2,07 …!!) la sfida al resto della concorrenza da parte del sestetto dell’ambizioso Ammannito è lanciata e si conclude in maniera a dir poco trionfale, visto che l’Ariccia conquista il titolo di Campione d’Italia vincendo 25 delle 26 partite in calendario – e delle 13 vittorie sul parquet amico, ben 11 avvengono per 3-0 e solo Parma e Trieste possono vantarsi di strappare un set agli scatenati avversari – con l’unica sconfitta patita sul campo del Cus Torino, al quale, giunto secondo a due soli punti di distanza (all’epoca non esistevano ancora i Playoff), è fatale una inaspettata distrazione a Modena, ma non, come pensabile, contro la Panini, bensì di fronte al “Villa d’Oro”, seconda squadra della città emiliana.

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Kilgour in azione – da leggo e riflettoblogspot.it

Le indiscutibili qualità tecniche come schiacciatore di banda – il centrale non può che essere Di Coste – e l’innata simpatia che trasmette, fanno di Kilgour l’idolo della piazza romana ed anche per il Torneo successivo, che la Lega struttura con una formula che viene presto accantonata, conferma la volontà dell’Ariccia di confermarsi Campione d’Italia.

Dopo aver, difatti, superato senza ostacolo alcuno il proprio Girone eliminatorio – formato da quattro squadre con gare di andata e ritorno, che l’Ariccia conclude a punteggio pieno, con 18 set vinti ed uno solo perso (!!) – i ragazzi di Mattioli si stanno preparando per la seconda fase, la cosiddetta “Poule Scudetto” per la quale si sono qualificate otto squadre, e che vede la Panini Modena e la Klippan Torino come le altre due autorevoli pretendenti allo scudetto.

Ma un tragico pomeriggio, l’8 gennaio 1976, alla ripresa della preparazione dopo la pausa natalizia, avviene l’imponderabile, sotto forma di una brutta caduta del californiano pochi giorni dopo aver compiuto 28 anni, nel mentre sta eseguendo un esercizio al “cavallo”.

Immediatamente soccorso e trasportato in Ospedale per i dovuti accertamenti, la diagnosi è di quelle che lasciano agghiacciati, vale a dire lussazione della quinta vertebra cervicale con lesione del midollo spinale, con conseguente totale ed irreversibile paralisi ai quattro arti.

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Kilgour dopo l’incidente -da weebly.com

Il mondo del volley, e non solo, è sconvolto, passare in un attimo dall’essere un giovane all’apice del successo sportivo e nel pieno della propria vigoria fisica a ritrovarsi su di una sedia a rotelle per il resto della propria vita è un evento che si fa fatica a digerire, ma proprio da questa drammatica situazione emerge l’altra faccia di Kilgour, quella interiore, non meno da fuoriclasse rispetto a quella ammirata come atleta.

Tornatosene negli Stati Uniti, difatti, lo sfortunato giocatore non intende rassegnarsi alla sua “condizione di fossile” (espressione da lui stesso coniata) e, nonostante non vi potessero essere miglioramenti circa il suo stato di tetraplegico, ha continuato a vivere nel cercare di sfruttare al meglio la “fama” che aveva raggiunto a seguito del suo dramma umano e sportivo, riuscendo a svolgere, con una sedia a rotelle appositamente attrezzata per le sue esigenze, attività di commentatore sportivo ed analista di volley.

Ma un’altra grande forza spinge Kilgour in questo suo lungo “Calvario”, ed è la Fede in Dio, che gli consente di occuparsi anche di numerose attività culturali e caritatevoli, in veste di scrittore, produttore e consulente su temi riguardanti l’handicap, così come invita altri sfortunati come lui a non arrendersi tenendo corsi motivazionali e prestando servizio di assistenza volontaria negli Ospedali per portare il suo messaggio di speranza.

Un messaggio che poi trova la sua sublimazione nel suo ritorno in Italia, a Roma in Piazza San Pietro, per il “Giubileo dei Malati”, svoltosi l’11 febbraio 2000, a poco più di un mese di distanza da quel tragico pomeriggio di 24 anni prima, allorquando legge davanti al Pontefice Giovanni Paolo II una preghiera, da lui stesso composta, che commuove il Mondo ed il Santo Padre stesso, in quanto rappresenta un invito alla speranza, una dimostrazione di umiltà ed un inno alla vita, nonché una sorta di testamento spirituale da parte dello sfortunato ex giocatore.

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Kilgour in Piazza San Pietro per il “Giubileo degli Ammalati” – da libertaepersona.org

E così, quando il 10 luglio 2002, all’età di 54 anni, il suo corpo non riesce a sopravvivere a complicazioni dopo un attacco di polmonite, una doppia figura resta impressa in coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere Kilgour, quella sportiva del campione in uno sport che ancora doveva vivere i suoi periodi di maggior splendore e, quella molto più importante, di una persona di uno “spessore umano” difficilmente riscontrabile, specie in coloro affetti da simili disgrazie.

Un ultimo, commosso, abbraccio forte, Kirk, campione di vita, più che di sport!

I FRATELLI PANINI ED IL VOLLEY, UNA LUNGA STORIA D’AMORE

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Formazione Panini Modena seconda metà anni ’80 – da modenasportiva.it

articolo di Giovanni Manenti

Al di fuori delle metropoli, non sono rari in Italia i casi di città che si identificano con grandi Aziende che vi hanno la loro sede – a mero titolo esemplificativo, citiamo Ivrea con la Olivetti e Novara con la De Agostini – e Modena è uno di questi casi, fungendo da punto di riferimento per le celebri “Edizioni Panini Spa” che, a partire dagli anni ’60, hanno deliziato bambini ed, in seguito, schiere di collezionisti con le loro raccolte di figurine, inizialmente dei soli “Calciatori”, poi allargatesi anche ad altri settori.

Una famiglia, quella dei Panini, da sempre indirizzata verso lo sport e che non ha voluto far mancare il suo concreto appoggio alla città abbinando il proprio nome ad una delle formazioni più vincenti in assoluto del panorama sportivo nazionale, vale a dire la squadra di pallavolo modenese.

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La famosa edicola della famiglia Panini a Modena – da comune.modena.it

Occorre ricordare come, nell’immediato secondo dopoguerra, Modena fosse la indiscutibile patria del Volley italiano, potendo contare ben tre squadre di vertice, la “Crocetta Villa d’Oro” (oggi “Villa d’Oro Pallavolo”, militante in Serie B2), la “Minelli” (scioltasi nel 1975 …) e la “Avia Pervia”, le quali si aggiudicano 11 titoli consecutivi (3 ciascuno la Crocetta Villa d’Oro e la Minelli, e 5 la Avia Pervia) di Campione d’Italia dal 1953 al ’63, anno in cui la Avia Pervia si scioglie per problemi economici ed il suo famoso Tecnico, Franco Anderlini, che l’aveva guidata alla conquista dei 5 Scudetti, passa alla guida della “Menegola”, la squadra dei Vigili del Fuoco di Modena, all’epoca militante in Serie B.

Con la fine dell’egemonia modenese e l’emergere di due nuove realtà quali la Ruini Firenze e la Virtus Bologna – che si dividono le vittorie nei successivi 5 Campionati nazionali – ecco che il maggiore dei quattro fratelli Panini, Giuseppe, decide di entrare nel mondo pallavolistico, fondando nel 1966, assieme al fratello Benito, il “Gruppo Sportivo Panni”, che rileva il titolo sportivo della Menegola e, con Anderlini in panchina, in soli due anni passa dalla Serie C alla Massima Divisione nazionale, ai cui vertici si era nel frattempo riaffacciata anche Parma, vincitrice del titolo nel 1969.

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La prima formazione della Panini nella stagione 1966/67 – da modenavolley.it

Anderlini completa il proprio percorsa di crescita della formazione modenese – di cui, per quanto ovvio, le “Edizioni Panini” fanno da sponsor sulle maglie, divenendo, a tutti gli effetti, universalmente riconosciuta come “Panini Modena” – restando alla guida del sestetto sino al 1975, avendo modo di ingaggiare, nella prima metà degli anni ’70, epiche sfide con la “Ruini Firenze” (riduzione della completa denominazione di “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Otello Ruini”), nelle cui file spadroneggiano campioni e glorie della nazionale azzurra quali il palleggiatore Mario Mattioli, il centrale Erasmo Salemme e lo schiacciatore Andrea Nencini.

Ma Anderlini non è certo il tipo capace di farsi intimorire ed ingaggia, con il suo amico Aldo Bellagambi, Tecnico del sestetto fiorentino, una lotta all’ultimo set che vede la Panini Modena aggiudicarsi il suo primo titolo nel ’70, vincendo 21 gare sulle 22 in programma – unica battuta d’arresto, l’1-3 subito in terra toscana, restituito con un netto 3-0 in Emilia – mentre alla Ruini è fatale una seconda sconfitta per 3-1 patita a Parma, per concludere al secondo posto a sole due lunghezze di distanza, in un’epoca in cui non erano ancora previsti i Playoff.

E’ una formazione, quella messa in campo dal Tecnico modenese, che può contare sull’esperienza del 37enne palleggiatore cecoslovacco Josef Musil – Argento e Bronzo olimpico a Tokyo ’64 e Città del Messico ’68 con la propria Nazionale, nonché Campiona Mondiale a Parigi ’56 e Praga ’66 – e dell’universale Andrea Nannini, modenese di nascita, classe 1944, – che aveva debuttato con la Minelli e richiamato all’ovile da Anderlini dopo tre anni a Firenze e la conquista dello Scudetto ’68 con la Ruini – ai quali si aggiungono giovani promesse che diverranno cardini del Club e della Nazionale, quali i non ancora 20enni quali Paolo Montorsi, Stefano Sibani, Rodolfo Giovenzana e, soprattutto, il 17enne Francesco “Pupo” Dall’Olio, che veste per 12 stagioni consecutive la maglia gialloblù nel ruolo di orchestratore del gioco.

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Il cecoslovacco Josef Musil, regista del primo scudetto – da wikipedia.org

L’anno seguente, le parti si invertono nello stesso identico modo, con Ruini e Panini ad aggiudicarsi i rispettivi confronti diretti casalinghi, ma mentre per la formazione fiorentina quella resta l’unica sconfitta del torneo, i modenesi incappano in una seconda battuta d’arresto per 1-3 sul campo di Parma che costa loro il titolo, Scudetto di cui si riappropriano nel ’72 al termine di una appassionante sfida durata 22 giornate ed in cui le due formazioni non hanno rivali, concludendo la stagione a pari merito a quota 42 punti, “scambiandosi i favori” nei confronti diretti (3-1 per la Panini a Modena e 3-2 per la Ruini a Firenze), rendendo così necessario uno spareggio per l’assegnazione del titolo di Campione d’Italia.

Spareggio previsto dal regolamento, quantunque la Panini avesse concluso il Torneo con una migliore differenza set (65-12 rispetto al 64-15 dei suoi avversari), e che ha luogo a Roma il 31 marzo 1972 e si risolve con l’apoteosi per i gialloblù del Commendator Panini, che travolgono i malcapitati rivali con un 3-0 che non ammette repliche, come dimostrano i relativi parziali (15-13, 15-5, 15-10) che evidenziano come vi sia stata incertezza solo nel primo set.

In questo dominio, si inserisce un “terzo incomodo” nelle vesti della Lubiam Bologna, trascinata dal formidabile schiacciatore azzurro Giorgio barbieri, la quale “rompe le uova nel paniere” alle protagoniste dei Tornei precedenti, sconfiggendole entrambe sul parquet di casa, ma a risultare decisive – dato che la classifica avulsa parla di due vittorie e due sconfitte a testa nei confronti diretti tra le tre primattrici – figurano le battute d’arresto dei bolognesi per 2-3 a Trieste ed una ancor più inaspettata dei modenesi, per 1-3 in casa contro gli eterni rivali di Parma, così consegnando alla Ruini il suo terzo ed ultimo Scudetto della propria Storia.

Già, perché da metà anni ’70 anche il mondo del Volley inizia progressivamente ad evolversi, con l’arrivo di sponsor danarosi che offrono lucrosi contratti a giocatori che sino ad allora avevano giocato quasi per puro dilettantismo, e la prima a farne le spese è proprio la formazione fiorentina, che vede il proprio organico saccheggiato dalla formazione romana dell’Ariccia (in seguito Federlazio), che nell’estate ’73 tessera Mattioli e Salemme, ai quali l’anno successivo si aggiunge anche Nencini, determinando, di fatto, lo scioglimento del Club, poi materialmente avvenuto nel 1980.

Di questo cambio di scenario, con i campioni d’Italia della Ruini addirittura retrocessi al termine della stagione 1973/1974, ne approfitta la Panini per conquistare il suo terzo scudetto in una Serie A allargata a 16 squadre e che si dimostra, per i motivi suddetti, più equilibrata, con Anderlini che vince il suo ottavo titolo da allenatore con 46 punti – frutto di 23 vittorie su 26 incontri – e 6 di vantaggio sulla coppia Ariccia/Bologna.

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Una formazione della Panini anni ’70 – da modenavolley.it

Ma anche per la Panini il periodo delle “vacche grasse” sta per concludersi, anche se, dopo l’addio di Anderlini nel ’75 (anno in cui lo Scudetto per la prima volta esce dal territorio Tosco-emiliano approdando nella Capitale con l’Ariccia in cui Mattioli ricopre la doppia funzione di Allenatore(giocatore), la “tradizione degli anni pari”, che vuole la Panini sempre vittoriosa in detti anni, si ripete anche nel ’76 quando, sotto la guida del polacco Edward Skorek – anch’egli nella doppia veste di Allenatore/giocatore – si aggiudica il suo quarto titolo, superando la Klippan Torino nello spareggio di Milano del 16 maggio ’76, con un eloquente 3-0 suggellato dai parziali di 15-12, 15-12, 15-5.

Le gerarchie, fatalmente, cambiano, con l’avvento delle ricordate grandi aziende (la Paoletti a Catania, la Robe di Kappa a Torino, la Santal (facente parte del Gruppo Parmalat) a Parma, e così via …) e per la Panini anche i tradizionali anni pari non portano più scudetti, mentre nei dispari, al massimo, si arriva secondi (nel ’79 ed ’81 alle spalle di Torino, e nel 1985 perdendo la Finale Playoff – instaurati dal 1982 – contro la Mapier Bologna), non risultando sufficienti, per il palato fine dei tifosi modenesi, le vittorie di 3 Coppe Italia (’79, ’80 ed ’85) ed i primi successi internazionali (Coppa delle Coppe ’80 e ben 3 Coppe CEV consecutive, dal 1983 al 1985).

Sono però queste affermazioni in campo europeo a cementare la forza di un Gruppo nel quale, dopo due anni a Milano ed uno a Modena, è rientrato Pupo” Dall’Olio, ora 32enne, ideale leader per un sestetto che, a partire dall’estate ’85, viene affidato al nuovo “guru” del Volley mondiale, vale a dire l’argentino Julio Velasco, sotto la cui guida, i gialloblù rompono un digiuno durato 10 anni, al termine di una stagione equilibratissima, che vede 5 squadre raccolte nell’arco di soli due punti (Bologna e Milano 36 punti, Modena, Parma e Falconara 34) al termine della “regular season”.

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Il tecnico Julio Velasco – da ilrestodelcarlino.it

Ma la forza di Velasco – come poi dimostrerà anche alla guida della Nazionale – è quella di saper tirar fuori il meglio dai suoi giocatori nei momenti chiave, ed i Playoff ’86 si dimostrano una passerella d’onore per i suoi ragazzi, che asfaltano Torino in semifinale in tre sole partite (3-0, 3-1, 3-1) ed analoga sorte tocca in Finale a Bologna che, pur avendo dalla sua il vantaggio del fattore campo, cede anch’essa in tre partite, pur ben più combattute, come dimostrano i risultati di 3-2, 3-1 e 3-2 a favore di Modena.

Si tratta del primo dei quattro Scudetti consecutivi vinti da Velasco nel quadriennio vissuto dal tecnico argentino a Modena prima di prendere in mano le redini della Nazionale, la cui prima Stagione è altresì completata dalla conquista di Coppa Italia e Coppa delle Coppe, avendo la possibilità di poter gestire quella che passerà alla storia come la “Generazione di Fenomeni”, composta, oltre che dal non più giovane Franco Bertoli, da Andrea Lucchetta (classe ’62), Fabio Vullo (’64), Luca Cantagalli (’65) ed un giovanissimo Lorenzo Bernardi, classe ’68, ai quali si affiancano, come stranieri, gli argentini Esteban Martinez (nell’anno ’86), Esteban De palma (anno ’87) e Raoul Quiroga (anni ’86 ed ’88), e l’americano Doug Partie nel 1989.

Squadra fortissima, d’accordo, ma non da meno è l’acerrima rivale di Parma (Santal sino al 1987, poi divenuta Maxicono a seguito della cessione del Club dal Gruppo Parmalat al Gruppo Motta), guidata a propria volta da un altro grande tecnico, Giampaolo Montali, e che nelle sue file annovera l’altra metà della “Generazione di Fenomeni”, composta da Marco Bracci, Andrea Zorzi, Claudio Galli ed Andrea Giani, prova ne siano gli esiti delle sfide nelle tre Finali Playoff vinte da Modena nel 1987 (0-3, 3-2, 2-3, 3-1, 3-0), ’88 (3-0, 1-3, 3-0, 0-3, 3-2) ed ’89 (1-3, 3-1, 3-0, 3-0).

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La Panini Modena campione d’Italia 1988 – da modenatoday.it

C’è un però, come in tutte le grandi famiglie, e quel però riflette la “maledizione della Coppa dei Campioni”, che aveva già visto trionfare la Klippan Torino nel 1980 (pur in assenza delle squadre sovietiche), nonché gli “odiati rivali” di Parma nel 1984 e 1985, poi sconfitti l’anno successivo nella Fase finale disputatasi proprio nella città emiliana, subendo una clamorosa rimonta da 2-0 a 2-3 (parziali, 15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15) contro i formidabili Campioni del CSKA di Mosca.

E sono proprio gli stessi sovietici a negare per tre anni di seguito la gioia del successo a Velasco ed ai suoi ragazzi, imponendosi per 3-1 (15-8, 8-15, 15-7, 15-2) nel 1987 ad Hertogenbosch, in Olanda, cui fa seguito il netto 3-0 del 1988 a Lorient, in Francia ed il 3-1 (10-15, 15-12, 15-5, 15-4) nella Finale ’89, disputatasi in Grecia nella città portuale de Il Pireo.

Il distacco da Velasco, comporta un primo disimpegno da parte della Famiglia Panini, in cui vece subentra in qualità di sponsor la Philips, ed in panchina il croato Vladimir Jankovic, per una stagione che, nonostante il primo posto al termine della “regular season”, vede la formazione modenese cedere finalmente lo scettro – al quarto tentativo consecutivo – alla Maxicono Parma, venendo nettamente sconfitta in tre sole partite nella Finale Playoff, ma, al contrario, trionfare per la prima volta in Coppa Campioni, avendo la meglio, l’11 marzo ’90 ad Amsterdam, sui francesi del Frejus al termine di una combattutissima Finale, come dimostrano i parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9 a favore di Lucchetta & Co.

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Giuseppe Panini festeggia coi suoi ragazzi la Coppa Campioni ’90 – da gelocal.it

Per i fratelli Panini è il giusto premio alla loro passione e generosità dimostrata rispetto ad una città che ha loro permesso di affermarsi a livello imprenditoriale, ma non possono più reggere il confronto con i colossi che sbarcano nel panorama del Volley nazionale, con Raul Gardini alla guida del “Messaggero Ravenna”, Berlusconi a costituire la “Polisportiva Milan/Mediolanum” ed il Gruppo Benetton a foraggiare il “Sisley Treviso“, tant’è che, come era accaduto 17 anni prima alla Ruini, la rosa gialloblù viene letteralmente “saccheggiata”, con Bertoli e Lucchetta a prendere la strada di Milano, Vullo si accasa a Ravenna, mentre Cantagalli ed il “gioiellino” Bernardi si fanno attrarre dalle offerte di Treviso.

E’ giunta quindi l’ora di passare la mano, evento che si formalizza nel ’93 con il passaggio delle quote societarie a Giovanni Vandelli, industriale nel settore delle ceramiche, grazie al quale il Club torna ai passati splendori tanto da mettere in fila ben tre Coppe dei Campioni consecutive, dal 1996 al ’98, ma è fuor di dubbio che, per ogni appassionato di Volley che si rispetti, la squadra di Modena resterà sempre e comunque solo la mitica “Panini” …