FABIO VULLO, IL MIGLIORE PALLEGGIATORE AZZURRO CHE SI GIOCO’ LA NAZIONALE

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Vullo al Messaggero Ravenna – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Se ci si pone la domanda se si può essere il migliore in un determinato ruolo in uno Sport di squadra e, ciò nonostante, non far parte di una Nazionale che conquista i maggiori successi a livello internazionale, la risposta è che, sia pur raramente, talvolta ciò accade.

Un esempio passato alla Storia è quello del centromediano Fulvio Bernardini, stella della Roma degli anni ’30, che il Commissario Tecnico Vittorio Pozzo escluse dai selezionati per i vittoriosi Mondiali di Italia ’34 e Francia ’38 perché “troppo bravo”, cosa che, secondo l’allenatore, “avrebbe messo in soggezione i propri compagni e minato la forza del gruppo …” …

Ma, talora, sono i giocatori stessi, con i loro atteggiamenti, a determinare certe esclusioni, proprio per salvaguardare l’unità dello spogliatoio, ed uno di questi casi riguarda il protagonista della nostra Storia odierna, da molti ritenuto come il miglior palleggiatore di ogni epoca della nostra Pallavolo Maschile.

Fabio Vullo – i più addentro a tale Disciplina avranno già intuito che avremmo parlato di lui – nasce a Massa l’1 settembre 1964, mettendosi in luce nella formazione della sua città natale, dove svolge la trafila nel settore giovanile, sino al debutto in prima squadra appena 14enne.

I primi positivi Tornei di Serie A/2 pongono Vullo all’attenzione dei migliori Club italiani, ed ad aggiudicarsene le prestazioni è il Cus Torino “targato” Robe di Kappa, dove approda appena 18enne nell’estate 1982 alla corte di Silvano Prandi, il tecnico che ha condotto il sestetto piemontese a tre Scudetti consecutivi dal 1979 al 1981 (i primi nella Storia della Società …) ed è alla ricerca di una valida alternativa nel ruolo di alzatore ai fratelli Piero e Paolo Rebaudengo.

Un compito che Vullo svolge nel migliore dei modi, tanto che Prandi – altresì tecnico della Nazionale Italiana, dove ad inizio anno aveva preso il posto di Carmelo Pittera – non si fa scrupoli a farlo esordire a metà agosto 1982 contro la Germania Ovest, per quella che è la prima delle sue 139 presenze in maglia azzurra.

In vista della Rassegna Continentale ’83 che si svolge in Germania Orientale dal 17 al 25 settembre, l’Italia fa un buon rodaggio aggiudicandosi l’Oro ai Giochi del Mediterraneo, per poi disputare il suo migliore Europeo dall’edizione inaugurale di Roma 1948 dove aveva conquistato il bronzo …

Superato, difatti, il Girone eliminatorio – sconfitta 1-3 con la Polonia, vittorie contro Francia (3-1) e Romania (3-2, 15-11 al quinto …) – e qualificatasi per la Poule Finale a sei quale unica rappresentante dell’Europa occidentale, l’Italia supera, entrambe per 3-2, due “rivali storiche” quali Bulgaria e Cecoslovacchia, ma la sconfitta, con identico punteggio dopo essersi trovata in vantaggio 2-1 ed 11-6 nel quarto set (10-15, 15-6, 15-8, 14-16, 13-15 i relativi parziali …), all’ultima giornata contro i padroni di casa della Germania Est, fa sì che agli azzurri sfugga il podio per un peggiore quoziente set (10-9 a 10-13) rispetto alla Bulgaria.

Nel frattempo Vullo, dopo che nella sua stagione d’esordio a Torino, era giunto sino alla Finale Playoff, sconfitto dalla Santal Parma (3-0, 2-3, 0-3 l’esito delle tre sfide), l’anno seguente centra il primo dei suoi 8 titoli italiani, nella ripetizione della medesima sfida, stavolta conclusa in favore dei piemontesi in soli due incontri (3-0 e 3-1), sicuramente il modo migliore per presentarsi alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, alle quali l’Italia, al pari di Cina, Corea del Sud e Tunisia, partecipano in sostituzione di Urss, Cuba, Polonia e Bulgaria, assenti in ossequio al “contro boicottaggio” imposto da Mosca …

Unica rappresentante del Vecchio Continente, l’Italia spera di poter accedere alla zona medaglie e, nonostante per prudenza Prandi convochi anche “l’eterno” Pupo Dall’Olio, il sestetto base ai Giochi californiani vede Piero Rebaudendo in regia con Vullo opposto, Dametto e Lanfranco Cengtrali, con Bertoli ed Erricchiello schiacciatori in un Girone in cui gli Azzurri sono chiamati ad affrontare Cina e Giappone, oltre al Canada ed alla cenerentola Egitto …

L’Italia parte bene, avendo la meglio su Canada (3-1) e Cina (3-0), per poi buttar via la vittoria contro il Giappone allorché sul 2-2 e 14-11 a proprio favore nel quinto e decisivo set, una chiamata fuori di un giudice di linea su di una schiacciata di Negri viceversa a segno, fa sì che i ragazzi di Prandi si innervosiscano, facendosi rimontare sul 14-16, anche se la successiva vittoria per 3-0 del Canada sugli asiatici consente agli azzurri di accedere alle semifinali come secondi, a parità di punti con i citati avversari, per il calcolo del quoziente set (10-3 i nordamericani, 11-4 per l’Italia e 9-5 quello dei nipponici).

Dall’altro raggruppamento – in una situazione di Classifica analoga – emergono Brasile e Stati Uniti, e la semifinale coi sudamericani si rivela un ostacolo insormontabile per i nostri (1-3, con parziali inequivocabili di 15-12, 2-15, 3-15, 5-15), così come gli Usa per i canadesi, che gli azzurri affrontano nuovamente con stavolta in palio il bronzo che non sfugge loro con un netto 3-0 (15-11, 15-12, 15-8), così come altrettanto ed ancor più facilmente gli Stati Uniti iniziano il loro “Quadriennio d’Oro” che li porta a trionfare anche ai Mondiali di Parigi ’86 ed ai Giochi di Seul ’88.

Salita per la prima volta su di un podio olimpico, l’Italia ha la consapevolezza di avere a disposizione un gruppo ringiovanito che fa ben sperare per il futuro, con Prandi a proseguire nel doppio incarico sino a fine anno 1986, per un biennio peraltro inferiore alle attese sia in Campionato – eliminato nelle semifinali Playoff sia nel 1985 che nel 1986, rispettivamente da Bologna e Modena, con quest’ultima ad inaugurare un quadriennio di successi – che in campo internazionale, con Torino eliminato agli Ottavi di Coppa dei Campioni ’85 e la Nazionale che non si conferma nei due appuntamenti principali.

Alla Rassegna Continentale ’85 che si svolge in Olanda, il passo indietro è notevole, con l’Italia ad aggiudicarsi un solo incontro, 3-0 al debutto con la Grecia, per poi qualificarsi alla Poule Finale a sei nonostante la sconfitta per 2-3 contro la Svezia grazie al sorprendente successo con identico punteggio da parte degli ellenici sugli scandinavi, ma il Girone conclusivo è un calvario, fatto di sole sconfitte (0-3 contro la Polonia, 1-3 da parte di Francia e Cecoslovacchia e 2-3 con la Bulgaria) per un misero sesto posto.

Non meglio le cose vanno al Torneo iridato dell’anno seguente, dove la circostanza maggiormente positiva deriva dall’inserimento nel Gruppo Azzurro di quattro giocatori – Luca Cantagalli, Claudio Galli, Andrea Gardini ed Andrea Zorzi – destinati a scriverne la Storia nel successivo decennio, nel mentre a Parigi Vullo viene designato come titolare indiscusso nel ruolo di alzatore, ma l’Italia, dopo un buon inizio (3-0 a Cina e Venezuela), si arrende con identico punteggio ai padroni di casa per poi, nella seconda fase, subire analogo trattamento da parte di Brasile, Bulgaria e Cecoslovacchia …

Relegato a competere per l’assegnazione delle posizioni dalla nona alla dodicesima, il sestetto di Prandi viene nuovamente sconfitto per 2-3 dal Giappone (2-3e dopo essere stato in vantaggio per 2-0), prima di conquistare l’undicesima posizione grazie al 3-0 sulla Cina, che rappresenta altresì l’ultima presenza del tecnico piemontese sulla panchina azzurra.

L’autunno 1986 segna una svolta importante nella carriera dell’oramai 22enne Vullo, il quale è espressamente richiesto da Julio Velasco – dalla stagione precedente allenatore alla Panini Modena – per orchestrare al meglio il gioco di un sestetto che ha pochi eguali, vista la contemporanea presenza, oltre che del palleggiatore massese, di Campioni del calibro di Franco Bertoli, Lorenzo Bernardi, Luca Cantagalli, Ferdinando “Fefè” De Giorgi ed Andrea Luchetta, così che non c’è da stupirsi se i gialloblù centrano un poker di Scudetti consecutivo – che coincide con quello di Vullo, che unisce i tre titoli in Emilia a quello conquistato a Torino nel 1984 – con l’unico rammarico di vedersi sempre sfuggire la Coppa dei Campioni, raggiungendo per tre edizioni consecutive (1987-’89) la Finale, venendo però puntualmente sconfitti dal CSKA Mosca.

Per ciò che riguarda la Nazionale, viceversa, non essendo più gradito alla Federazione un tecnico “part time”, ovvero impegnato anche a livello di Club, Prandi viene sollevato dall’incarico e la scelta cade sul polacco Alexander Skiba, che già fa parte del giro azzurro avendo oltretutto ottenuto ottimi risultati con la Rappresentativa Juniores, parte del cui blocco fa ora parte della Nazionale A …

C’è un problema, però, ovvero che Skiba, a proprio agio nell’insegnare ai giovani, si trova a mal partito nella gestione di un Gruppo più maturo, data la rigidità dei propri metodi, come anche il fatto di non far trapelare, se non all’ultimo momento, a chi affidare la regia tra De Giorgi e Vullo, un modo, secondo il tecnico, di tenere viva la tensione ma che si dimostra controproducente …

Ed anche se la scelta poi cade sul toscano, gli Europei ’87 che si svolgono in Belgio rappresentano un vero e proprio fallimento, con l’Italia ad aggiudicarsi (3-1) solo la gara contro la Romania, venendo sconfitta da Francia, Olanda, Urss ed Jugoslavia, così da ritrovarsi a giocare le Finali dal nono al dodicesimo posto, con un sussulto d’orgoglio che la porta a superare dapprima la Spagna e quindi ancora la formazione balcanica.

L’avventura di Skiba termina qui – con il rimpianto di non aver, al contrario, consentito a Prandi di proseguire il percorso in vista delle Olimpiadi di Seul ’88 – ed al suo posto viene richiamato Carmelo Pittera, il tecnico del clamoroso argento ai Mondiali di Roma 1978, al quale spetta il compito di traghettare gli azzurri verso l’appuntamento coreano, ed è qui che Vullo “la combina grossa” …

La prima convocazione di Pittera è ad inizio maggio, e l’alzatore massese ha la splendida idea di presentarsi al ritiro collegiale solo per comunicare la sua decisione di rinunciare alla maglia azzurra, un atteggiamento probabilmente figlio delle delusioni patite l’anno precedente, ma che, in ogni caso, spiazza sia il tecnico che la Federazione, la quale squalifica Vullo per due mesi, anche se è maggiore il clamore che genera nell’ambiente il comportamento da parte di uno dei leader del sestetto azzurro …

Peraltro, l’avventura olimpica conferma quanto di poco buono fatto vedere dall’Italia nel triennio precedente, con gli azzurri – ripescati solo per il boicottaggio ai Giochi da parte di Cuba – a concludere ancora noni, pur con la parziale giustificazione di dover rinunciare per infortunio ad Andrea Lucchetta, prima che sul palcoscenico azzurro faccia la sua comparsa colui che ne riscrive la Storia, ovvero proprio quel Velasco che ha diviso con Vullo i trionfi modenesi.

L’allenatore argentino prende possesso del nuovo ruolo a fine maggio ’89, con soli quattro mesi a disposizione per preparare gli Europei di Svezia ’89 e tutti si attendono che la regia sia affidata a Vullo che talmente ben conosce, ma l’intervenuta crescita nel frattempo di Paolo Tofoli come palleggiatore – nonostante giochi nel Petrarca Padova, Club non di primissimo livello – e la volontà di Velasco di cementare l’unità del Gruppo, che mal gradirebbe il reintegro di colui che li ha abbandonati in vista dell’impegno olimpico, portano il tecnico a decidere diversamente …

Ai cronisti spiega, come sempre, il suo concetto con poche ma chiare parole, ovvero che “se un giocatore rifiuta la Nazionale non è un problema, resta una questione tra noi due, perché indossare la maglia azzurra deve essere una scelta, non un obbligo …”, anche se è chiaro che stavolta Vullo sarebbe andato di corsa, ma paga l’atteggiamento passato …

E così, mentre l’Italia di Velasco si accinge ad iniziare la sua striscia vincente, che la vede per la prima volta salire sul gradino più alto del podio sia agli Europei ’89 che ai Campionati Mondiali ’90, Vullo si consola conquistando nel 1990 quella Coppa dei Campioni sempre sfuggita al tecnico argentino, per poi far parte anch’egli della rivoluzione che investe il Mondo della Pallavolo italiana con l’ingresso dei grandi Gruppi imprenditoriali.

Con i vari Berlusconi – peraltro per un periodo alquanto limitato – ad investire nella Mediolanum Milano, Benetton a fare altrettanto con la Sisley Treviso ed il Gruppo Ferruzzi divenendo proprietario de Il Messaggero Ravenna, le altre Società vengono letteralmente “saccheggiate” dei loro migliori giocatori, e Vullo è tra questi, accasandosi per un quadriennio a Ravenna assieme a Gardini, Club che si è altresì assicurato le prestazioni dei due fuoriclasse Usa Karch Kiraly e Steve Timmons …

Un periodo quanto mai proficuo, visto che, oltre allo Scudetto conquistato nella sua prima stagione 1991 – cui abbina il Mondiale per Club – Vullo guida il sestetto di Ravenna nell’imporsi in tre edizioni consecutive, dal 1992 al ’94, nella Coppa dei Campioni, superando in Finale dapprima i greci dell’Olympiakos e quindi Parma nelle due successive occasioni.

E’ evidente che la Nazionale non può rinunciare così a cuor leggero a colui che si sta dimostrando come uno, se non il migliore, palleggiatore europeo ed anche Velasco, dopo la secca sconfitta per 0-3 nella Finale degli Europei ’91 contro l’Urss, alla sua ultima partecipazione alla Rassegna Continentale – 12 affermazioni su 17 edizioni (!!) – prima del dissolvimento dell’Impero Sovietico, ritiene sia logico portare a Barcellona, in vista delle Olimpiadi dell’anno seguente, entrambi i suoi più validi alzatori, così da avere spazio per un’alternanza senza incidere sugli equilibri di squadra …

Vullo fa il suo rientro in azzurro il 20 aprile ’92 nella sconfitta per 1-3 in amichevole a Bonn contro Cuba, per poi disputare le gare di qualificazione alla World League che vedono l’Italia approdare alla Fase Finale con 11 successi su 12 gare disputate, un buon biglietto da visita in attesa della Rassegna a cinque cerchi …

Purtroppo, sull’Italia di Velasco cala “la maledizione olimpica” sotto forma della Nazionale olandese che, dopo aver concluso al quarto posto il proprio Girone rispetto alla prima posizione dell’Italia nel proprio, la elimina inaspettatamente per 3-2 nei Quarti di Finale, con in più la beffa di essere l’ultima a dover subire l’assurda norma di vedersi dichiarare sconfitta 16-17 nel quinto e decisivo set allorché è chiamata a servire, un controsenso per quelle che da sempre sono le regole del Volley e che, difatti, a Giochi conclusi, viene abolita richiedendo un margine di 2 punti per l’assegnazione del set.

Un sestetto ferito, che sfoga la propria rabbia su Spagna e Giappone (entrambe sconfitte per 3-0) per assicurarsi un platonico quinto posto, per poi ribadire la propria superiorità a livello mondiale aggiudicandosi la World League di inizio settembre a Genova, superando 3-0 gli Stati Uniti in semifinale e 3-1 in Finale Cuba (rispettivamente terza e quarta ai Giochi), per quelle che sono altresì le ultime due delle 139 presenze in azzurro di Vullo.

Ma se le porte della Nazionale sono oramai chiuse, altrettanto non si può dire per i successi a livello di Club per il palleggiatore toscano che, pur avendo raggiunto la soglia dei 30 anni, fa ritorno nell’estate 1994 a Modena per riprendere il discorso interrottosi quattro anni prima, attirato dall’irrinunciabile offerta economica della Società romagnola …

E, come d’incanto, con il ritorno in regia di Vullo, Modena – che era rimasta a secco di Scudetti dal 1989 – torna a primeggiare in Italia, aggiudicandosi i titoli del 1995 e ’97 sotto la guida del tecnico Daniele Bagnoli, così come in Europa, dove replica il “tris consecutivo” di successi già ottenuto con Ravenna, imponendosi nelle edizioni dal 1996 al ’98 della Coppa dei Campioni, in modo da portare a 7 il totale delle vittorie a titolo personale nella più prestigiosa Manifestazione Continentale.

Per il palleggiatore massese vi è un ultimo “spicciolo di Gloria” allorché, a dispetto dei 36 anni suonati, con il cambio di secolo si accasa a Treviso per mettere la sua firma sull’ottavo Scudetto della sua straordinaria carriera, conquistato superando nella serie finale dei Playoff l’Asystel Milano in tre sole gare (3-2, 3-1, 3-1), così da poter completare un Palmarès di tutto rispetto costituito da 8 Scudetti (solo Bernardi ha fatto meglio con 9 …), 7 Coppe dei Campioni e 6 Coppe Italia, oltre ad altri Trofei vari.

Resta solo il rimpianto di essere stato l’unico “Fenomeno” a non aver potuto far parte di quella “Generazione di Fenomeni” che si è aggiudicata 3 titoli mondiali, 4 europei ed un argento olimpico nel decennio tra il 1989 ed il ’99, anche se non sono in pochi, soprattutto tra i media, ad addebitare a Velasco la mancata convocazione di Vullo ai Giochi di Atlanta ‘96 quale motivo per la sconfitta al tiebreak nella Finale per l’Oro contro l’Olanda …

Ma, tanto, come sarebbe andata a finire con Vullo in campo – ricordiamo, nel periodo dei suoi tre successi continentali con Modena – nessuno lo potrà mai sapere, anche se tutto ciò dimostra che non sempre, essere il migliore è garanzia di convocazione …

 

 

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IL RITORNO DELLA RUSSIA AI VERTICI DEL VOLLEY FEMMINILE GRAZIE AD UN TECNICO ITALIANO

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La Russia festeggia il titolo mondiale 2006 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Sino al dissolvimento dell’impero sovietico, il panorama del Volley femminile, a livello olimpico e mondiale, aveva visto i sestetti dell’Urss recitare un ruolo di primissimo piano, prova ne sia che nelle sette partecipazioni ai Giochi – da Tokyo 1964, edizione di inserimento di detta Disciplina nel programma olimpico e sino a Barcellona ’92, dove partecipa come “Comunità degli Stati Indipendenti”, ed ovviamente saltando Los Angeles ’84 per il noto “contro boicottaggio” – non fallisce mai l’accesso alla Finale per l’Oro, con quattro successi e tre secondi posti …

Analogamente, in occasione dei Campionati Mondiali, su 11 edizioni, in 5 occasioni non sfugge alla formazione sovietica il titolo iridato, con altresì due sconfitte in Finale nel 1962 e ’74, ma lo squadrone che ha fatto suoi, in quattro anni consecutivi, i trionfi ai Giochi di Seul ’88, Europei Germania ’89, Mondiali Cina ’90 ed Europei Italia ’91, sembra stentare a tornare ai vertici dopo la caduta del comunismo.

E. si badi bene, a differenza di altri Sport – come Atletica Leggera, Nuoto, Ginnastica o Basket – ciò non è causato dall’intervenuta indipendenza delle ex Repubbliche che facevano parte dell’Urss, prova ne sia che solo l’Ucraina ottiene la qualificazione ai Giochi di Atlanta ’96 non andando oltre l’11esimo posto, dopo essere giunta nona ai Mondiali ’94, mentre l’unica altra rappresentante dell’ex Unione Sovietica a qualificarsi per quattro volte alla Rassegna Iridata è l’Azerbaijan, peraltro con mediocri risultati (nono nel 1994, 13esimo nel 2006, 15esimo nel 2014 e nel 2018).

Ciò perché la Pallavolo è uno Sport principalmente praticato in Russia e l’apporto delle giocatrici delle altre Repubbliche è sempre stato storicamente di scarso rilievo, ma evidentemente il passaggio da un regime che privilegiava in particolare l’attività sportiva ha reso necessario un iniziale periodo di transizione, come dimostra anche l’Albo d’Oro della Coppa dei Campioni per Club, dove la “corazzata” Uralocka di Ekaterimburg si era aggiudicata 8 edizioni del Torneo in 15 anni (dal 1981 al ’95) e, per rivedere una formazione russa alzare nuovamente il Trofeo occorre attendere ben un ventennio, allorché tale onore spetta alla Dinamo Kazan nel 2014.

Oltre ai maggiori finanziamenti dedicati allo Sport dall’ex regime sovietico, non va sottovalutato il fatto che, con il cambio ai vertici politici, molte giocatrici russe hanno l’opportunità di andare a giocare all’estero, circostanza che, almeno in parte, indebolisce la collegialità in preparazione ai grandi appuntamenti internazionali, fatto sta che, quasi per ironia della sorte, il loro testimone viene raccolto da un Paese dove, viceversa, ancora regna l’ideologia comunista, ovvero Cuba, che vede le proprie rappresentati dominare, senza soluzione di continuità gli interi anni ’90 …

In detto decennio, difatti, il sestetto caraibico si aggiudica tre titoli olimpici consecutivi – Barcellona ’92, Atlanta ’96 e Sydney 2000 – al pari delle affermazioni ai Mondiali di Brasile ’94 e Giappone ’98, lasciando alle russe, dopo il citato argento del 1992, ma sotto la denominazione di “Comunità degli Stati indipendenti”, il bronzo iridato sia nel 1994 (sconfitte 2-3 in semifinale dal Brasile) che nel ’98, dove a negar loro l’accesso alla Finale è la Cina con un secco 3-0, per poi ritrovarsele in Finale ai Giochi di Sydney 2000 …

In quello che resta l’ultimo acuto della formazione cubana – da inizio nuovo Millennio le stesse salgono sul podio, tra Olimpiadi e Mondiali, solo ai Giochi di Atene 2004 dove conquistano il bronzo – e che sembra rappresentare un ideale “passaggio di consegne” a favore delle storiche dominatrici nel panorama del Volley internazionale, la sfida del 30 settembre 2004 al “Sydney Entertainment Centre” di Darling Harbour è comunque di quelle da ricordare a futura memoria, con le russe, guidate dalla loro stella Yevgenya Artamonova (autrice di 24 punti), ben spalleggiata da Lena Godina e da Ljubov Sokolova, autrici di 22 e 16 punti rispettivamente, a portarsi sul 2-0 al termini di due combattutissimi set, vinti per 27-25 e 34-32 …

Tali due parziali, però, determinano l’esaurimento delle energie per le ragazze di Nikolaj Karpol, le quali cedono di schianto e, con gli ultimi tre set appannaggio abbastanza agevolmente (25-19, 25-18 e 15-7) delle caraibiche, il “Pokerissimo” – tre Ori olimpici e due mondiali in un decennio – è bello che servito.

Magra soddisfazione per la formazione russa il ribadire la propria superiorità a livello continentale, con tre vittorie consecutive agli Europei svoltisi in Repubblica ceca nel 1997, in Italia nel ’99 ed in Bulgaria nel 2001, visto che anche ai Mondiali 2002, ospitati dalla Germania, si arrendono per la terza volta consecutiva in semifinale, solo che stavolta rispetto agli Stati Uniti (2-3, con parziali di 25-21, 23-25, 20-25, 25-21, 8-15), poi sconfitti in Finale dalla sorprendente Italia guidata da Marco Bonitta.

Addirittura fuori dalle medaglie agli Europei di Turchia 2003 – inaspettatamente sconfitta per 0-3 nel Girone eliminatorio sia dalle padrone di casa che dalla Germania – la Russia si presenta ai Giochi di Atene ’04 facendo affidamento sullo “zoccolo duro” costituito dalla 33enne Yelena Batukhtina (alla sua quarta partecipazione olimpica …), al pari delle già citate Artomonova e Sokolova, ma soprattutto potendo contare sulla maturazione della 23enne Yekaterina Gamova, una “stanga” di m.202 per 80kg., trasferitasi alla Dinamo Mosca dopo un triennio all’Uralocka …

Con ancora il leggendario 66enne Karpol in panchina, per la sua ultima esperienza dopo aver guidato il sestetto sovietico e russo in cinque edizioni dei Giochi, le ragazze riescono a raggiungere la Finale dopo aver superato in semifinale le future Campionesse Olimpiche del Brasile, al termine di una sfida mozzafiato che, al contrario della Finale di Sydney 2000, vede il sestetto russo andare sotto per 0-2 (18-25 e 21-25 i relativi parziali), prima di volgere l’incontro a proprio favore recuperando sul 2-2 grazie al 25-22 e 28-26 del terzo e quarto set e quindi aggiudicarsi 16-14 il decisivo tiebreak, trascinato da una strepitosa Gamova che mette a terra ben 32 attacchi vincenti, cui dà una valida mano Sokolova, che ne registra a referto altri 24 …

Il sogno di far ritorno sul Trono di Olimpia a 16 anni dal trionfo di Seul ’88 svanisce in Finale contro la Cina – una sorta di maledizione, essere sconfitte da Nazioni in cui vige ancora il regime comunista – ed ancora, come quattro anni prima a Sydney, dopo averlo sfiorato, vista l’affermazione (30-28, 27-25) nei primi due parziali …

Ma anche stavolta, l’intensità degli stessi prosciuga le energie delle ragazze dello “Orso Terribile”, come è definito Karpol, anche se stavolta lottano su ogni pallone e, dopo aver perso 20-25 il terzo set, lottano punto a punto nel quarto (23-25), per poi cedere 12-15 nel tiebreak che assegna la medaglia d’Oro, con grande rimpianto per la Gamova che replica l’esibizione di semifinale con 33 attacchi vincenti, imitata dalla Sokolova che raggiunge quota 23.

Sfumata per un soffio in due occasioni consecutive la riconquista della Medaglia d’Oro olimpica, la Federazione russa si trova alle prese con la sostituzione di Karpol – due Ori e tre argenti olimpici, un titolo iridato e tre Finali mondiali perse, nonché 8 titoli europei per lui – e la scelta cade su di un tecnico azzurro, figlia anche di una storia d’amore italo-russa, dato che Giovanni Caprara incontra, nel biennio in cui è vice allenatore a Bergamo, l’allora 33enne Irina Kirilova – una delle protagoniste del già ricordato “quadriennio d’Oro” sovietico a cavallo degli anni ’90, successivamente emigrata in Croazia dopo aver militato per un decennio nell’Uralocka – convolando a nozze …

L’esordio del 43enne Caprara sulla panchina russa coincide con i Campionati Europei di Croazia 2005, dove cede in semifinale (20-22 al tiebreak) in una sfida prolungatasi per 2:30 con le due squadre a totalizzare 119 punti a testa, nei confronti delle Campionesse in carica della Polonia, che poi superano 3-1 in Finale l’Italia di Bonitta, mentre la Russia si consola con un facile 3-0 contro l’Azerbaijan nella gara per il bronzo.

Come spesso accade nel cambio di allenatore, Caprara ringiovanisce la rosa, portando in Croazia 6 giocatrici intorno ai 20 anni, confermando tra coloro che avevano partecipato ai Giochi di Atene solo l’irrinunciabile Gamova, oltre a Natalia Safronova e Marina Sheshenina, richiamando altresì in squadra Lena Godina (già presente ai Giochi di Atlanta ’96 e Sydney 2000).

L’esperienza alla Rassegna Continentale è di fondamentale importanza per Caprara, il quale si era qualificato per i Mondiali di Giappone 2006 avendo subito un’inopinata sconfitta – per 1-3 ed oltretutto a Mosca – dall’Azerbaijan, ragion per cui, in vista della Rassegna Iridata, rinforza il sestetto base richiamando l’esperta Sokolova, con il programma a prevedere quattro Gironi eliminatori da 6 squadre ciascuno che qualificano alla seconda fase le prime quattro, suddivise quindi in due Gironi da 8 (portandosi dietro i risultati della prima fase …), da cui scaturiscono le due semifinaliste.

Con l’esordio il 31 ottobre ’06 a Sapporo che si traduce in un facile 3-0 sul Messico, la Russia completa il proprio Girone a punteggio pieno, rifilando altrettanti 3-1 a Germania, Cina ed Azerbaijan che si qualificano assieme a lei, per poi essere inclusa, nella seconda fase, nel Gruppo B composto anche da Brasile, Stati Uniti, Olanda e Portorico, classificatesi nell’ordine nel proprio raggruppamento …

Occasione per prendersi la rivincita della semifinale 2002 contro le americane, stavolta annientate con un 3-0 (25-20, 25-21, 25-17 i relativi parziale) che non ammette repliche, salvo subire identico trattamento da parte delle brasiliane, che riscattano la sconfitta di Atene imponendosi per 3-1 (27-29, 25-14, 27-25, 25-22), concludendo comunque il Girone al secondo posto, il che significa affrontare, nelle semifinali incrociate, l’Italia passata tra le mani di Massimo Barbolini, mentre l’altra semifinale vede di fronte Brasile e Serbia …

L’appuntamento è fissato per il 15 novembre 2006 al “Municipal Central Gymnasium” di Osaka, dove alle 14:00 le prime a scendere in campo sono Brasile e Serbia, con le sudamericane, guidate da Sheila (17 attacchi e 3 muri vincenti) e Fabiana (12 attacchi e 4 muri vincenti), ad avere la meglio grazie ad un 3-1 che non rispecchia l’effettiva differenza dei valori in campo, maggiormente evidenziati (25-17, 25-14, 21-25, 25-20) dai relativi parziali …

A seguire, alle 16:15, va in scena la sfida tutta italiana in panchina, con Barbolini a cercare di ripetere il “miracolo” compiuto dal suo predecessore quattro anni prima, ma stavolta basta poco più di un’ora alle ragazze di Caprara per portare a casa (25-19, 25-16, 25-20) l’incontro, con a svettare su tutte la Sokolova autrice di 18 attacchi vincenti e 3 muri a segno, senza dover richiedere gli “straordinari” alla Gamova, che si limita a mettere a terra 12 attacchi su 22 tentativi, oltre a due muri vincenti …

Ed è così che alle 14:30 del giorno appresso, 16 novembre 2006, che, dopo le due sconfitte nelle Finali Olimpiche di Sydney 2000 ed Atene 2004, per la terza volta la Russia ha l’occasione di tornare sul gradino più alto di una delle due maggiori Manifestazioni internazionali, avversaria quel Brasile che sta costruendo la formazione capace di affermarsi nelle due successive edizioni dei Giochi di Pechino 2008 e Londra 2012 …

Le previsioni della vigilia circa un match incerto ed equilibrato vengono pienamente confermate dall’andamento dello stesso, in cui emergono da una parte Sheila con le sue bordate (20 attacchi vincenti, oltre ad un punto a muro ed uno su battuta), alla quale risponde da par suo la “splendida coppia” formata da Gamova (24 attacchi e 4 muri vincenti per lei) e Sokolova, che mette a referto 18 palle a terra su 35 tentativi, con un’alternanza di punteggio che entusiasma i 3800 spettatori presenti …

Ad un primo set, difatti, dominato dalle sudamericane (25-18), le ragazze di Caprara rispondono facendo loro il secondo e terzo parziale (25-23, 25-18), per poi subire a loro volta la replica delle brasiliane che, con il 25-20 del quarto set, rimandano la decisione al quinto e decisivo tiebreak, dove ad imporsi sono, stavolta, le russe per 15-13, potendo così tornare a festeggiare un titolo iridato a 16 anni di distanza dal trionfo di Pechino del 1990.

Purtroppo per il tecnico italiano, a detto risultato non fanno riscontro analoghe prestazioni nel biennio successivo, con la Russia a concludere terza agli Europei 2007, dove Barbolini si prende la rivincita, avendo la meglio in semifinale con un netto 3-0 (25-21, 25-22, 25-13) per poi andare a conquistare il primo titolo continentale per le azzurre, replicato due anni dopo con la Russia addirittura fuori dalle medaglie, nonostante Caprara sia stato sostituito da Vladimir Kuzjutkin dopo il negativo esito dei Giochi di Pechino ’08, conclusi al quinto posto dopo la sconfitta per 0-3 patita ai Quarti contro le padrone di casa.

Russia che ha un nuovo sussulto d’orgoglio bissando il titolo iridato ai Mondiali di Giappone 2010 in cui supera ancora il Brasile per 3-2 (21-25, 25-17, 20-25, 25-14, 15-11) grazie ad una stratosferica Gamova che, a dispetto dei suoi 30 anni, realizza una prestazione mostruosa con 29 attacchi vincenti su 53 tentativi (media del 54,72%), tanto da meritarsi il Premio di MVP del Torneo, ma nel corso del corrente decennio non riesce più a centrare il podio né alle Olimpiadi – quinta sia ai Giochi di Londra 2012 che di Rio de Janeiro 2016 – così come alle Rassegne iridate di Italia ’14 e Giappone ’18, che la vedono concludere rispettivamente quinta ed addirittura ottava …

Resta l’appuntamento del prossimo anno ai Giochi di Tokyo 2020 (per il quale il sestetto russo ha già ottenuto la relativa qualificazione …), per cercare di bloccare questa emorragia di sconfitte, non ci resta che attendere …

 

IL PRIMO ORO OLIMPICO NEL VOLLEY DELLA JUGOSLAVIA A SYDNEY 2000

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La Jugoslavia ai Giochi di Sydney 2000 – da:pinterest.ph 

Articolo di Giovanni Manenti

Storicamente abituata a dare il meglio di sé negli Sport di squadra, la Jugoslavia è sempre stata un “brutto cliente” nella Storia delle Olimpiadi sia per quel che riguarda il Basket che la Pallanuoto, prova ne sia che nella prima delle citate discipline può vantare l’argento ai Giochi di Città del Messico ’68 e Montreal ’76, per poi affermarsi a Mosca ’80 e quindi, dopo il bronzo di Los Angeles ’84, essere nuovamente sconfitta in Finale dall’Unione Sovietica a Seul ’88 …

La successiva disgregazione dell’ex Repubblica del Maresciallo Tito fa sì che ai Giochi di Barcellona ’92 la Croazia sia l’ultima a resistere allo strapotere del celebre “Dream Team” Usa, nel mentre quattro anni dopo ad Atlanta quel che resta della Jugoslavia giunge anch’essa a contendere l’Oro agli Stati Uniti.

Ancora più marcata la striscia di medaglie nella Pallanuoto, disciplina in cui – dopo i secondi posti di Helsinki ’52 e Melbourne ’56 – la Jugoslavia ripete tale piazzamento ai Giochi di Tokyo ’64 per poi salire sul gradino più alto del podio quattro dopo a Città del Messico e quindi confermare la propria superiorità con due trionfi consecutivi a Los Angeles ’84 e Seul ’88, prima che anche detto Sport venga smembrato con la costituzione di tre grandi forze, costituite da Serbia, Croazia e Montenegro, tutte potenziali medaglie d’Oro.

A restare indietro in questa particolare Classifica è il Volley, disciplina che viene correntemente praticata in Jugoslavia, ma che ha visto la Nazionale fuori da ogni podio nelle massime Manifestazioni internazionali (Olimpiadi e Mondiali), raccogliendo appena tre terzi posti a livello continentale, alle edizioni del 1975 e ’79 dei Campionati Europei, cui fa seguito analogo piazzamento nel 1995 in Grecia, periodo in cui ai vertici di tale disciplina si impongono Italia ed Olanda, con gli Azzurri di Velasco ad imporsi nelle Rassegne Continentali 1993 e ’95, al pari di quella iridata ’94, salvo subire la beffa della sconfitta al tiebreak ai Giochi di Atlanta ’96 …

Proprio però il bronzo europeo conquistato dalla Jugoslavia nel 1995 rappresenta il primo segnale di un timido risveglio del settore che trova la sua definitiva consacrazione nel successivo quadriennio nel corso del quale la Jugoslavia – che, a dispetto della ricordata frantumazione dell’ex Repubblica è l’unica delle nuove realtà in cui la Pallavolo è praticata ad alti livelli, provenendo i componenti la rosa pressoché unicamente dalla Serbia – riesce finalmente a colmare questa lacuna rispetto alle altre discipline di squadra …

Già ai Giochi di Atlanta ’96, difatti, la formazione guidata dal tecnico Zoran Gajic – principale artefice di questa rinascita, al pari di quanto fatto da Velasco per l’Italia – si mette in luce allorché elimina 3-2 ai Quarti di finale i Campioni in carica del Brasile, salvo poi cedere 1-3 in semifinale di fronte all’Italia, ma comunque cogliendo la prima medaglia olimpica della sua storia con il superare con un netto 3-1 (15-8, 7-15, 15-8, 15-9 i relativi parziali) la sempre temibile Russia nella sfida per il bronzo.

Un percorso di crescita che prosegue l’anno seguente allorché la Jugoslavia si qualifica per le semifinali degli Europei che si svolgono in Olanda, prendendosi il lusso di rifilare un imbarazzante 3-0 all’Italia – con parziali inequivocabili di 15-13, 15-9, 15-5 – nel corso del Girone eliminatorio, per poi superare 3-0 la Francia in semifinale prima di arrendersi ai padroni di casa che fanno seguire il titolo continentale all’Oro di Atlanta, con la soddisfazione di vedere peraltro il proprio giocatore Nikola Grbic eletto “Miglior Palleggiatore” del Torneo.

Un sestetto, quello di Gajic, che sembra aver trovato nell’Italia la sua “vittima preferita”, visto anche l’anno seguente, in occasione dei Mondiali che si svolgono in Giappone nella seconda metà di novembre 1998, le infligge un ulteriore 3-0 – ancorché ben più combattuto come dimostra (15-12, 15-13, 15-13) l’andamento dei relativi set – nel corso della seconda Fase a Gironi che la proietta nuovamente in semifinale, dove ad arrendersi tocca stavolta a Cuba, sconfitta 3-1, per poi presentarsi nuovamente al cospetto degli Azzurri – sulla cui panchina siede il Tecnico brasiliano Bebeto che ha sostituito Velasco – alla ricerca del loro terzo titolo iridato consecutivo …

Stavolta però, l’esito della sfida è completamente diverso, con il sestetto sapientemente guidato da Marco Meoni in regia ad imporre il proprio gioco e, dopo un primo set combattuto (15-12), il resto dell’incontro si trasforma in un monologo come certificano i due successivi parziali di 15-5, 15-10 per un 3-0 che non ammette repliche.

Ma, intanto, la Jugoslavia – al cui giocatore Goran Vujevic viene assegnata la palma di “Miglior Servizio” del Torneo – è uscita dal suo limbo, ritagliandosi un proprio spazio ai vertici del Volley mondiale, potendo contare sulla forza ed esperienza del fratelli Nikola e Vladimir Grbic, nonché sulla potenza del non ancora 20enne opposto Ivan Miljkovic …

E, nel cammino di avvicinamento ai “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000, l’ultima tappa è rappresentata dai Campionati Europei che si svolgono in Austria dal 7 al 12 settembre 1999 – Torneo quanto mai breve vista la limitata presenza di sole otto partecipanti – in cui, dopo aver vinto il proprio Girone, la Jugoslavia si trova nuovamente faccia a faccia in semifinale con l’Italia, che paga un “passaggio a vuoto” per 1-3 contro la Russia nel suo raggruppamento, ed alla cui guida è avvenuto un nuovo cambiamento, con la direzione affidata all’ex azzurro Andrea Anastasi, già Campione europeo nel 1989 e mondiale l’anno seguente …

Ed, in questo che è oramai divenuto un “appuntamento classico” di ogni Manifestazione internazionale, ad avere la meglio è ancora il sestetto italiano, trascinato da un Andrea Giani in forma strepitosa – tanto da essere premiato come MVP del Torneo oltre che “Miglior Realizzatore” – che si impone per 3-1 (25-17, 25-22, 24-26, 25-22 i relativi parziali) nella prima edizione in cui viene applicato il nuovo regolamento del “Rallying Point System”, per poi andare a conquistare il suo quarto titolo continentale superando per 3-1 in Finale la Russia, nel mentre la formazione di Gajic non perde l’abitudine di andare a medaglia nello sconfiggere con 8un netto 3-0 la Repubblica ceca nella Finale per il bronzo.

Ricapitolando, dunque, allorché la Jugoslavia si presenta in Australia per partecipare ai Giochi Olimpici, la stessa sono cinque anni che non fallisce un singolo podio – bronzo europeo ’95, bronzo olimpico ’96, argento europeo ’97 e mondiale ’98 ed ancora bronzo europeo ’99 – ragion per cui non può certo essere trascurata in fase di pronostico, pur se, ovviamente, il Palmarès nel periodo dell’Italia è ben più consistente, potendo contare su un titolo mondiale e due continentali, oltre all’argento olimpico ed un bronzo europeo …

Azzurri peraltro, che se la Jugoslavia è alla ricerca del suo primo importante successo a livello internazionale, allo stesso tempo desiderano sfatare il “tabù olimpico”, l’unico alloro sfuggito alla cosiddetta “Generazione di fenomeni” e che, nel ricordato decennio si è anche aggiudicata ben 8 edizioni su 11 della World League, anche se Anastasi presenta a Sydney una rosa un po’ avanti con l’età, visto che ne fanno parte il 35enne Andrea Gardini, i 34enni Marco Bracci e Paolo Tofoli ed hanno già varcato la soglia dei 30 anni anche Andrea Giani e Pasquale Gravina …

Ovvio che in un Torneo ad alta intensità emotiva, il tecnico azzurro si affidi più all’esperienza che non alla gioventù e, peraltro, anche il suo collega Gajic ha inserito tra i convocati il 33enne Slobodan Kovac, il 31enne Vladimir Batez ed il non ancora 30enne Vladimir Grbic, anche se i punti di forza del sestetto sono rappresentati dai già ricordati Nikola Grbic, al pari di Vujevic e Miljkovic …

Torneo olimpico che, in ogni caso, prende il via il 17 settembre 2000 ed in cui, come da prassi consolidata, nel formare i due Gruppi da sei squadre ciascuno che qualificano le prime quattro ai Quarti di finale con abbinamenti incrociati, non viene a mancare il classico “occhio di riguardo” nei confronti del Paese organizzatore, con l’Australia inserita nel Girone A assieme a Brasile, Olanda, Cuba, Spagna ed Egitto, nel mentre Italia ed Jugoslavia devono vedersela con le ben più temibili Russia, Argentina, Corea del Sud e Stati Uniti …

Al di là del fatto che entrambi i raggruppamenti non fanno registrare parità di punteggi in Classifica, la differenza di valori è certificata dal fatto che, nel primo Girone, si registrano ben dieci 3-0 e cinque 3-1, mentre nel secondo solo quattro incontri si concludono sul 3-0, a fronte di sette 3-1 e quattro sfide per le quali è necessario il ricorso al tiebreak …

Comunque, i padroni di casa sfruttano il sorteggio favorevole, ottenendo la qualificazione a spese di Spagna ed Egitto (formazione materasso con appena un set vinto in cinque incontri …), mentre il Girone è vinto a punteggio pieno dal Brasile davanti ad Olanda e Cuba, con una e due sconfitte a carico …

Nel raggruppamento in cui sono inserite Italia ed Jugoslavia, la peggior figura la fanno gli Stati Uniti, che concludono a 0 punti, mentre la Corea del Sud, ancorché eliminata, vende cara la pelle come dimostrano gli 8 set vinti, cedendo al tiebreak sia contro la Russia che la Jugoslavia …

Formazione, quest’ultima, che non sembra in condizione di lottare per le medaglie, vista la sconfitta per 1-3 all’esordio (25-19, 23-25, 23-25, 20-25) contro la Russia, per poi cedere anche di fronte all’Italia nel match più lungo della fase eliminatoria (concluso sul 122-119 per gli azzurri, con parziali di 25-19, 19-25, 25-22, 31-33 e 22-20 …), i quali hanno poi ragione 3-1 della Russia così da guadagnarsi il primo posto nel Girone, mentre il quarto ed ultimo posto utile per la Fase ad eliminazione diretta se lo aggiudica l’Argentina …

Con il programma dei Quarti a prevedere pertanto le sfide Italia-Australia, Russia-Cuba, Olanda-Jugoslavia e Brasile-Argentina, il calendario ravvicinato, con un solo giorno di riposo, dovrebbe favorire coloro che hanno sulle gambe un minor numero di tempo vissuto sul parquet – a solo titolo esemplificativo, negli abbinamenti “seconde contro terze” si incontrano una Russia che ha disputato 20 set rispetto ai 16 di Cuba, al pari di una Jugoslavia che ne ha giocati 21 a confronto dei 17 dell’Olanda – ed invece, per quei misteri dello Sport che stravolgono i pronostici, avviene l’imponderabile …

Scontata, difatti, la vittoria dell’Italia sui padroni di casa – in cui fa più notizia il secondo set perso 22-25 dai ragazzi di Anastasi che non le nette affermazioni (25-14, 25-19 e 25-15) negli altri parziali – sono Russia ed Jugoslavia ad aver rispettivamente ragione di Cuba ed Olanda, in entrambi i casi al tiebreak, al termine di sfide incandescenti ed equilibratissime che vedono la formazione dell’eterno Olikhver ed i caraibici conquistare 105 punti a testa, nel mentre Gajic riesce nell’impresa di eliminare i Campioni in carica olandesi nel match più lungo di giornata che i suoi ragazzi portano a casa con il punteggio globale di 115-111 …

Con le prime tre del Girone dell’Italia ad aver staccato il pass per le semifinali, la grande sorpresa giunge dal “derby sudamericano, in cui il Brasile, nettamente favorito e sulla buona strada dopo essersi imposto per 25-17 nel primo set, subisce la rimonta dell’Argentina, che chiude a proprio favore l’incontro sul 3-1 grazie ai successivi parziali di 25-21, 25-19 e 27-25 a proprio favore …

Ciò – oltre a ribadire la non omogeneità della composizione dei Gironi eliminatori – comporta altresì che le semifinali mandino in scena sfide che già hanno avuto luogo nel corso del Torneo, ma mentre la Russia replica l’affermazione sull’Argentina concedendo al sestetto capitanato dal 37enne Hugo Conte (con un lungo trascorso in vari Club italiani …) solo il terzo parziale nel 3-1 (27-25, 32-30, 21-25, 25-11) conclusivo rispetto al 3-0 della fase iniziale, la “battaglia” tra Azzurri ed jugoslavi ha un esito ben diverso …

Con i due sestetti a ribattere colpo su colpo in un’emozionante alternanza di punteggio, i primi due set si concludono entrambi ai vantaggi, con l’Italia a farsi sorprendere nelle fasi decisive (27-25 e 34-32), per poi crollare nel terzo parziale, concluso sul 25-14 per Grbic & Co., per un 3-0 inatteso alla vigilia che spalanca alla Jugoslavia le porte per la prima Finale olimpica della sua Storia …

E pertanto, in un Albo d’Oro che da Seul 1988 ha sempre visto un vincitore diverso, al trionfo Usa sono seguite le affermazioni di Brasile ed Olanda, anche l’edizione di Sydney 2000 non sfugge a tale regola allorché il pomeriggio dell’1 agosto scendono in campo, sul parquet del “Sydney Entertainment Centre” della Metropoli australiana i sestetti di Jugoslavia e Russia per contendersi la medaglia d’Oro, dopo che gli Azzurri hanno sfogato tutta la loro delusione sbarazzandosi in un attimo (25-16, 25-15, 25-18) dell’Argentina per il più amaro dei bronzi …

Ci si attende una Finale quanto mai equilibrata ed invece, oramai lanciata verso vette impensabili – con un percorso per certi versi similare, in termini calcistico, a quello dell’Italia ai Mondiali di Spagna ’82 – la Jugoslavia, sapientemente guidata in regia da Nikola Grbic e con Miljkovic e Vujevic a perforare la difesa avversaria da ogni posizione, non permette alla Russia di assumere il controllo del gioco ed il verdetto di 3-0 (25-22, 25-22, 25-20 i relativi parziali) non rende neppure giustizia alla superiorità dimostrata dai ragazzi di Gajic durante tutto l’arco dell’incontro.

Un’impresa che porta indubbiamente la firma anche del tecnico serbo, il quale, al pari di quanto fatto dall’Olanda quattro anni prima, conduce la Jugoslavia ad affermarsi la stagione seguente ai Campionati Europei svoltisi in Repubblica Ceca dove, tanto per cambiare, ha la meglio in Finale per 3-0 (25-21, 25-18, 25-20) in poco più di un’ora dell’Italia, per quella che, in questi sette anni di ininterrotte medaglie sotto la guida di Gajic, rappresenta la nona sfida tra le due formazioni, con un computo totale di 5-4 per gli Azzurri, appena impensabile una decina di anni prima.

Purtroppo per la Nazionale jugoslava – che, negli anni a seguire assume la definitiva denominazione di Serbia – la rinnovata politica della Federazione russa, tendente a far giungere a Mosca i migliori tecnici del pianeta, le soffia il “Velasco slavo”, ovvero il più volte ricordato Gajic, così che per tornare a vederla trionfare in una grande Manifestazione internazionale occorre attendere un decennio, vale a dire l’edizione 2011 dei Campionati europei, disputatasi tra Austria e Repubblica Ceca, con la Finale andata in scena il 18 settembre 2011 alla “02 Arena” e vinta per 3-1, con l’oramai 32enne Miljkovic eletto MVP del Torneo …

Come dite, manca l’avversaria …?? E chi volete che fosse se non l’Italia …

L’ESORDIO OLIMPICO DEL BEACH VOLLEY AI GIOCHI DI ATLANTA 1996

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Jackie Silva e Sandra Pires Oro nel Beach Volley ad Atlanta 1996 – da:pinterest.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con il passare degli anni ed il conseguente evolversi e proliferare di nuove discipline, anche il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) si adegua ed ad ogni nuova edizione dei Giochi allarga il panorama degli Sport ammessi alla Rassegna a cinque cerchi …

Ecco quindi che alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 fanno il loro ingresso il Nuoto Sincronizzato e la Ginnastica Ritmica, così come quattro anni dopo a Seul il Tennis ed il Tennis da Tavolo (o Ping Pong, se preferite), mentre nell’edizione catalana di Barcellona ’92 si assiste per la prima volte alle esibizioni di Baseball e Badminton.

Allorché i Giochi 1996 sono assegnati ad Atlanta, è il settore femminile a farla da padrone, in quanto al Baseball si affianca il Softball (che altro non è che la versione di tale disciplina per le ragazze …), al pari del Football che allarga i propri orizzonti anche al Torneo per le donne, mentre il Ciclismo inserisce le gare di Mountain Bike, così come alla Pallavolo indoor si affiancano i Tornei (maschile e femminile) di Beach Volley …

Disciplina, quest’ultima, tipicamente sviluppatasi sulle immense spiagge della California e del Brasile e, non a caso, sono proprio gli Stati Uniti e la Nazione sudamericana ad eccellere, quantomeno nei primi Tornei, sia in sede olimpica che iridata, visto che i Campionati Mondiali – a cadenza biennale – vedono la loro nascita dall’anno successivo all’ammissione ai Giochi, con la prima edizione disputatasi, guarda caso, a Los Angeles …

Il debutto nella Capitale della Georgia dà altresì alla leggenda del Volley Usa Karch Kiraly – già medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e Seul ’88 con il sestetto del Volley Indoor, oltre ad aver conseguito il titolo iridato ai Mondiali di Parigi 1986 – di essere l’unico pallavolista a poter vantare l’Oro olimpico in entrambe le versioni del Volley, conquistato in coppia con Kent Steffes, superando nella sfida decisiva per 2-0 (12-5, 12-8) i connazionali Mike Dodd e Mike Whitmarsh, al termine di un Torneo dove delude la coppia brasiliana formata da Roberto Lopes e Franco Neto, testa di serie n.1, viceversa eliminata negli ottavi dai norvegesi (!!) Jan Kvalheim e Bjorn Maaseide …

Pronostico che viene, al contrario rispettato nel Torneo femminile che, senza nulla togliere alla bravura di Kiraly & Co., è da sempre maggiormente seguito sia per una maggiore combattività e lunghezza degli scambi che, è inutile negarlo, per l’avvenenza delle giocatrici che si esibiscono in bikini.

Peraltro, le prime due edizioni dei Giochi in cui il Beach Volley fa la sua apparizione nell’arengo olimpico, vedono disputarsi i rispettivi Tornei con gare che prevedono un solo set da aggiudicarsi al raggiungimento dei 15 punti (ovviamente sempre con uno scarto di due lunghezze …) e solo nelle Finali per il bronzo e la medaglia d’Oro, sono previsti due parziali al meglio dei 12 punti, regola questa che viene modificata a partire dalle Olimpiadi di Atene 2004, allorché ogni incontro prevede la conquista di due set al meglio di 21 punti, ed, in caso di parità, la disputa di un tie-break al meglio di 15 …

Fatta questa doverosa premessa, addentriamoci nel Torneo d’esordio femminile che va in scena dal 23 al 27 luglio 1996 al “Clayton County International Park” di Jonesboro, posto a Sud della Capitale georgiana, ed al quale sono iscritte 18 coppie, di cui tre americane, due australiane ed altrettante brasiliane, con il fermo convincimento che il podio non potrà uscire che da detto lotto di partecipanti, considerando che le stesse occupano i primi sei posti del Ranking Mondiale e la sola coppia australiana formata da Liane Fenwick ed Anita Spring partecipa come nona migliore testa di serie.

Il regolamento del Torneo è, in effetti, un po’ complesso – migliora a partire da Atene 2004 allorché gli incontri si disputano su più lunga durata – e ricalca a grandi linee ciò che avviene nel Tennis, con gli accoppiamenti che tengono conto del piazzamento nel “seeding”, ovvero la testa di serie n.1 incontra la n.16, la n.2 la n.15 e così via …

Questo determina innanzitutto che le 18 coppie iscritte si debbano ridurre a 16 ed ecco quindi che le sfide tra le indonesiane Eta Kaize e Timy Yudhani Rahayu e le canadesi Ouellette/Malowney e tra le francesi Lesage/Prawerman e le messicane Eguiluz/Huerta vedono le prime affermarsi per 15-10 e 15-11 rispettivamente.

Concluso detto preliminare, si può dar vita al Tabellone, con gli accoppiamenti degli Ottavi, le cui vincenti accedono ai Quarti e quindi alle semifinali, il cui primo turno non riserva alcuna sorpresa, con tutte le teste di serie ad avere la meglio sulle rispettive avversarie, eccezion fatta per la sfida logicamente più equilibrata, dove le giapponesi Fujita/Takahashi (n.8 del seeding), vengono sconfitte 15-10 dalla coppia australiana Fenwick/Spring, testa di serie n.9, nel mentre la vittoria più agevole spetta alle favorite brasiliane Sandra Pires e Jackie Silva che infliggono un mortificante 15-2 alla coppia indonesiana.

Con le “Sette sorelle” sopra indicate ad essere ancora in lizza (oltre alla coppia tedesca formata da Beate Buhler e Dania Musch …), gli abbinamenti dei Quarti vedono rispettare il Ranking solo dalle due teste di serie n.1 e 2, ancorché le brasiliane Pires/Silva debbano soffrire non poco per avere ragione (15-13) della coppia australiana Fenwick/Spring, mentre più agevole è il successo per 15-6 delle americane Holly McPeak e Nancy Reno sulle ricordate tedesche …

Al contrario, l’altra coppia brasiliana formata da Monica Rodrigues ed Adriana Samuel (testa di serie n.5) la spunta per 15-10 sulle americane Barbra Fontana e Linda Hanley (n.4), al pari delle australiane Natalie Cook e Kerry Pootharst (n.6) che prevalgono con un netto 15-7 sulle altre rappresentanti Usa Gail Castro Kehl e Deborah Richardson, nonostante queste ultime fossero iscritte come terza testa di serie.

Tocca ora alla “sfida in famiglia” tra le due coppie brasiliane e le numero 1 del seeding dimostrano come tale veste non sia affatto usurpata, sbarazzandosi in poco più di mezz’ora, con un netto 15-4, delle connazionali Rodrigues/Samuel, tutto l’opposto della sfida tra australiane ed americane, con le prime ad imporsi per 15-13 dopo oltre un’ora di gioco.

Si potrebbe presumere che  a questo punto le coppie Pires/Silva e Cook/Pottharst si debbano incontrare per il match che vale la medaglia d’Oro, ma così non è, poiché – con una formula che ricalca il torneo di judo – alle formazioni sconfitte nei turni precedenti viene data loro un’altra possibilità di accesso al podio …

Ecco, quindi, che le otto coppie eliminate negli ottavi si incontrano stavolta tra loro, sfide da cui emergono le inglesi Cooper/Glover, le norvegesi Berntsen/Hestad (che superano 15-11 la coppia azzurra formata da Annamaria Solazzi e Consuelo Turetta) e le giapponesi Ishizaka/Nakano nonché l’altro duo del Sol Levante, le già citate Fujita/Takahashi, che vanno pertanto ad affrontare le quattro coppie sconfitte nei Quarti.

Turno che vede ribadire la supremazia delle coppie eliminate nel “Girone delle vincenti” ad esclusione delle americane Castro/Richardson che, a dispetto del loro ruolo di testa di serie n.3, perdono anche questa seconda occasione di inserirsi nella “zona medaglie”, venendo superate 15-11 dalle giapponesi Fujita/Takahashi …

Coppia nipponica che dimostra la correttezza della formula, in quanto, dopo la ricordata sconfitta iniziale, superano con un 15-4 che non lascia adito a recriminazioni di sorta le tedesche Buhler/Musch, mentre le americane Fontana/Hanley hanno la meglio per 15-6 sulle australiane Fenwick/Spring.

A questo punto, Fujita/Takahashi e Fontana/Hanley sono pronte a sfidare le due coppie sconfitte dalle “semifinali delle vincenti” e, se riescono ad avere la meglio, possono a propria volta candidarsi per il podio, impresa che riesce alle americane contro le connazionali McPeak/Reno (15-10 in 49’), ma non alle giapponesi, che cedono 6-15 d fronte alla seconda coppia brasiliana Rodrigues/Samuel …

Finita la trafila dei ripescaggi, possono adesso disputarsi il 26 luglio 1996 le “vere semifinali, in cui le pallavoliste brasiliane ribadiscono la loro indiscussa superiorità, con la coppia Pires/Silva ad impiegare 39’ per avere ragione 15-8 delle americane, mentre a Rodrigues/Samuel bastano appena 27’ per liquidare 15-3 le australiane e prepararsi, all’indomani, alla rivincita contro le connazionali, le uniche, del resto, ad averle sconfitte nel corso del Torneo …

Finali, sia per il bronzo che per il primo titolo di Campionesse Olimpiche nella Storia dei Giochi che si svolgono al meglio dei tre set con chiusura a 12 di ogni singolo parziale, ed al mattino del 27 luglio sono Natalie Cook e Kerri Pottharst a prevalere (12-11, 12-7) sulla coppia “a stelle e strisce, mentre al primo pomeriggio va in scena il “derby carioca” …

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Una fase della Finale per la medaglia d’oro – da:gettyimages.co.nz

Il sogno di ribaltare il pronostico per Monica Rodrigues ed Adriana Samuel dura lo spazio di un set, perso 11-12, perché poi nel secondo parziale, chiuso sul 12-6, la superiorità di Sandra Pires e Jackie Silva è sin troppo evdente, toccando quindi a loro entrare nella Storia come prime Campionesse Olimpiche del Beach Volley femminile …

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Silva e Pires con la medaglia d’Oro – da:flovolleyball.tv

 

Un dominio che le stesse replicano l’anno seguente ai primi Campionati Mondiali di Los Angeles ’97, per poi lasciare spazio alle connazionali Shelda Bede ed Adriana Behar che fanno propri i titoli iridati di Marsiglia ’99 e Klagenfurt 2001 – nel mentre ai Giochi di fine millennio di Sydney 2000 ad imporsi sono le padrone di casa australiane Cook e Pottharst con Adriana/Shelda ad essere sconfitte in Finale e Pires/Samuel a completare il podio – prima che nel panorama internazionale faccia la propria irruzione la “Coppia invincibile”, formata dalle americane Misty May e Kerri Walsh, destinate a dominare la scena per un decennio …

Ma questa, al solito, è un’altra storia …

LA GLORIA OLIMPICA E MONDIALE DEL VOLLEY POLACCO DI META’ ANNI ’70

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Una fase del match Polonia-Cuba ai Giochi di Montreal 1976 – da:volleyray.com

Articolo di Giovanni Manenti

Inutile sprecare giri di parole, il dato di fatto incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti, vale a dire che il panorama della Pallavolo internazionale parla, sino a fine anni ’80, esclusivamente la lingua dell’Europa dell’Est, e segnatamente l’idioma russo, sia a livello di Club che, ancor più, di squadre nazionali …

Prova ne sia che, nelle prime 7 edizioni dei Campionati Mondiali – dalla inaugurale del 1949 in Cecoslovacchia e sino alla Rassegna del 1970, svoltasi in Bulgaria – l’unico Paese a salire sul podio, con un “misero” bronzo conseguito proprio in quest’ultima occasione, è il Giappone, a fronte di 4 successi sovietici, due cecoslovacchi ed uno, a sorpresa, della Germania Est nella citata edizione del 1970, la sola che non vede lo squadrone sovietico andare a medaglia.

Situazione di certo non migliore a livello olimpico – dove tale Disciplina è introdotta dai Giochi di Tokyo 1964 su espressa richiesta del Paese ospitante – visto che nelle tre edizioni (1964, ’68 e ’72) disputatesi, il solo sestetto nipponico è riuscito ad imporsi a Monaco, coronando un percorso che lo aveva visto aggiudicarsi il bronzo all’esordio e l’argento quattro anni dopo (sempre con l’Urss medaglia d’oro), avendo la meglio 3-1 in Finale sulla Germania Est Campione iridata, con l’Unione sovietica costretta ad accontentarsi del gradino più basso del podio …

Si tratta, in sostanza, di una contrapposizione tra Il gioco di alto livello tecnico, vario negli schemi e veloce praticato in Giappone e la straripante potenza fisica degli atleti dell’Est, dato che nella parte occidentale del Vecchio Continente è ancora ben lungi da venire la “rivoluzione copernicana” predicata da Velasco con l’Italia di fine anni ’80 – che negli anni a seguire avrà validi proseliti anche in Olanda, Francia, Spagna e, più recentemente, anche in Belgio – nel mentre oltre Oceano stanno muovendo i primi passi formazioni del calibro di Cuba, Brasile e Stati Uniti, in grado di rendere la Pallavolo uno Sport quanto più globale si possa immaginare.

Ma restiamo, al momento, focalizzati su questo inizio di anni ’70, dove, tra i Paesi dell’Europa orientale – eccezion fatta per l’Ungheria, la quale riversa tutte le proprie energie nella Pallanuoto, una sorta di Sport nazionale magiaro, oltretutto con eccellenti risultati – ve ne è uno che sinora non è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio, vale a dire la Polonia …

Quinta, difatti, alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 ed addirittura nona all’edizione successiva di Monaco ’72, la Nazionale polacca può al massimo vantare tre quarti posti iridati, avendo altresì concluso i Mondiali 1970 al quinto posto, quelli, per intendersi, dell’inattesa disfatta sovietica, relegata in un’anomala sesta posizione.

A digiuno, pertanto, di qualsiasi tipo di medaglia sia olimpica che iridata – ed anche in sede di Campionati Europei non c’è da far “salti di gioia”, potendo contare appena su di un bronzo raccolto nell’edizione 1967 svoltasi in Turchia – la Polonia non può che accettare il ruolo di “Parente povera” nel panorama pallavolistico dell’Est Europa che, al contrario, vede, Urss a parte, la Cecoslovacchia vantare un argento ed un bronzo olimpici, due Ori e quattro argenti iridati, nonché tre Ori ed altrettanti argenti a livello continentale.

E fanno meglio anche la Romania (due argenti ed altrettanti bronzi iridati, un Oro, due argenti ed un bronzo continentali), al pari della Bulgaria (un argento e due bronzi ai Mondiali ed un argento ed un bronzo agli Europei), mentre la ricordata Germania Est racchiude il proprio Palmarès nel citato titolo iridato del 1970, cui segue l’argento olimpico di Monaco 1972.

Parimenti, nessuna squadra di Club polacca si è sinora affermata nella più prestigiosa Manifestazione continentale, dove solo nel 1973 il Rzeszow raggiunge la Finale, solo per essere sconfitto dalla “Armata rossa” del CSKA Mosca, il quale guida a tutt’oggi dall’alto la Graduatoria dei Trofei conquistati con ben 13 successi, ancorché l’ultimo risalga al 1991, forse non a caso coincidente con la disgregazione dell’impero sovietico …

Ma qualcosa si sta muovendo nel Paese stretto tra Germania Est ed Unione Sovietica e che, ricordiamo, in un periodo in cui è ancora lontana dal concludersi la “Guerra Fredda” tra i blocchi occidentale ed orientale – ne avremo una chiara testimonianza che, purtroppo, coinvolge anche il Mondo dello Sport con i mai tanto sciagurati boicottaggi dei Giochi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 – non vive al suo interno certo di un rapporto idilliaco nei confronti del regime comunista imposto da Mosca, non fosse altro che per la connotazione profondamente cattolica dei propri abitanti rispetto al disprezzo delle religione tipico della filosofia marxista-leninista, con altresì molti atleti “figli della Seconda Guerra mondiale”, periodo in cui la Polonia ha rischiato seriamente di essere annientata, spartita da un lato dalle forze naziste e, dall’altro, da quelle sovietiche …

Qualcuno dei lettori potrà obiettare che questa divagazione poco ha a che fare con un racconto sportivo, ma la stessa serve a comprendere come in una qualsiasi disciplina gli aspetti motivazionali abbiano una componente fondamentale per raggiungere determinati obiettivi, prova ne sia il divenuto famoso “gesto dell’ombrello” rivolto al pubblico di Mosca dall’astista polacco Wladyslaw Kozakiewicz in occasione del salto a m.5,78 che gli vale la medaglia d’Oro alle Olimpiadi 1980 …

E, così come l’esplosione del Volley azzurro – di cui l’argento iridato di Roma 1978 rappresenta un episodio fine a se stesso – ha un nome e cognome ben precisi nella figura del Tecnico argentino Julio Velasco, altrettanto avviene per la Polonia, con la nomina alla guida della Nazionale di Hubert Wagner, già componente, in qualità di giocatore, della spedizione giunta quinta sia ai Giochi di Città del Messico ’68 che ai Mondiali 1970.

Ereditata la formazione che aveva deluso ai Giochi di Monaco 1972, rimediando solo sconfitte nel Girone eliminatorio contro le “sorelle dell’Est Europa” (0-3 contro la Cecoslovacchia, 2-3 contro Urss e Bulgaria), oltre ad un 1-3 contro la Corea del Sud, così da classificarsi non meglio che nona, Wagner che, come detto, conosce bene la quasi totalità dei giocatori per aver condiviso esperienze olimpiche e mondiali, ritiene gli stessi ancora più che affidabili, confermandone ben 7 – Bosek, Gawlowski, Kabarz, Stefanski, Zarzycki e Gosciniak, oltre al leader e Capitano Edward Skorek – tra i selezionati per i Mondiali che si svolgono dal 12 al 28 ottobre 1974 in Messico …

Ad essi, il neo Commissario Tecnico aggiunge i giovani Czaja, Rybaczewski e Woytowicz, oltre ai più esperti Sadalski e, soprattutto, Aleksander Skiba, già presente sia ai Giochi di Città del Messico 1968 che alla Rassegna iridata 1970, e che verrà ad allenare in Italia a Parma per poi restare nel nostro Paese sino alla prematura scomparsa, avvenuta nel 2000 a soli 55 anni …

Wagner è convinto che i suoi ragazzi abbiano tutte le potenzialità fisiche e tecniche per emergere ai massimi livelli e che la sola cosa su cui debba lavorare è la concentrazione e l’autostima – in ciò confortato dalle sfide ai Giochi di Monaco ’72 contro la Bulgaria (sconfitta 2-3 dopo aver condotto 2 set a 0) e contro l’Unione Sovietica, contro cui giocano alla pari perdendo 2-3 ma con un numero complessivo di punti (67-66) a loro favorevole – compito tutt’altro che proibitivo per chi è nato nel marzo del 1941 ed ha dovuto vivere la propria infanzia in mezzo agli orrori del secondo conflitto mondiale …

Poiché, giocoforza, il Torneo di Volley olimpico deve essere compresso in due settimane con la partecipazione di sole 10/12 squadre, i Mondiali rappresentano, al contrario, una vetrina ben più qualificata, con il doppio di formazioni iscritte, suddivise in sei Gironi da quattro squadre ciascuno, da cui si qualificano le prime due per dar vita ad ulteriori tre Gruppi da quattro squadre, con ancora le migliori due a comporre le “Final Six” che si incontrano nuovamente in un “Girone all’italiana”, ripartendo tutte da zero …

Una Manifestazione, pertanto, quanto mai massacrante, con la Polonia che, in forza degli scarsi risultati sinora conseguiti a livello internazionale non può certo pretendere di essere considerata “testa di serie”, venendo sorteggiata nel Girone di Toluca, assieme ad Urss, Usa ed Egitto …

E’ comunque l’occasione per testare subito gli eventuali progressi del sestetto di Wagner, e le risposte non potrebbero essere più positive, visto che, dopo il comodo 3-0 ai nordafricani, la Polonia supera 3-1 sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica, infliggendo a quest’ultima parziali di 15-9, 6-15, 15-6, 15-11 impensabili solo fino a due anni orsono …

L’aver vinto il proprio Girone consente alla Polonia di poter beneficiare di una seconda fase più agevole, visto che fanno parte del suo Gruppo il Belgio (facile 3-0) ed i padroni di casa del Messico (3-1 molto più combattuto di quanto si potesse pensare …), affrontati dopo aver dato una schiacciante dimostrazione di superiorità contro i Campioni in carica ed argento olimpico della Germania Est, travolta 3-0 con parziali (15-4, 15-6, 15-2) a dir poco imbarazzanti …

Se la formula avesse ricalcato quella in uso più avanti nella Rassegna iridata – e cioè di mantenere i risultati conseguiti nella Fase eliminatoria nel Girone finale – la Polonia avrebbe già avuto un cammino più facile nella corsa verso il podio, ma all’epoca quanto fatto in precedenza non ha valore alcuno, ed ecco che tutte e sei le formazioni qualificate ripartono da zero, incontrandosi l’un l’altra in cinque giorni consecutivi nella Capitale Città del Messico …

Con cinque rappresentanti dell’Europa dell’Est – Urss, Polonia, Germania Est, Cecoslovacchia e Romania – ed il solo Giappone a rappresentare il “Resto del Mondo, la svolta giunge al primo turno, allorché il 22 ottobre 1974 scendono sul parquet i sestetti di Polonia ed Unione Sovietica, sfida che i ragazzi di Wagner fanno loro per 3-2 dopo aver preso il vantaggio nel primo, combattuto parziale (16-14), per poi concedere agli avversari il secondo e quarto set (9-15 e 12-15, rispettivamente), ma dimostrandosi superiori sia nel portarsi sul 2-1 (15-6) che mantenendo la freddezza necessaria per aggiudicarsi 15-7 il quinto e decisivo parziale …

Non aveva torto, il 33enne tecnico di Poznan, nel ritenere che ai suoi ragazzi mancasse solo la convinzione nei propri mezzi, necessaria proprio nei momenti topici di ogni singolo incontro, e che stavolta, al contrario, viene fuori in occasione delle sfide con Cecoslovacchia e Germania Est, entrambe sconfitte 15-5 al quinto set, a dimostrazione altresì di un’eccellente condizione fisica, ma al termine di due match dall’andamento diametralmente opposto …

Contro i cechi, difatti, la Polonia è brava a non vanificare il successo contro l’Urss ritrovandosi sotto per 0-2 (13-15, 14-16), per poi riacquistare gioco e concentrazione per far sì che i successivi parziali (15-6, 15-10, 15-5) non avessero storia, mentre la rivincita contro una Germania Est umiliata nel precedente confronto, li vede riordinare le idee dopo aver sprecato a propria volta un vantaggio di 2-0 (15-7, 15-9) perdendo il terzo e quarto set (13-15, 12-15) sino al decisivo 15-5 dell’ultimo parziale …

Nel frattempo, l’Unione Sovietica si è ripresa alla grande, macinando un successo dietro l’altro su Romania (3-1), Giappone, Germania Est e Cecoslovacchia – tutte spazzate via per 3-0 – così che per la Polonia, che a propria volta non ha avuto difficoltà a far suo per 3-0 il match contro la Romania, diviene decisiva la sfida, in programma il 28 ottobre 1974, contro il Giappone, in quanto al momento di scendere in campo l’Urss (che ha completato il proprio cammino) vanta 9 punti (4 vittorie ed una sconfitta) ed una differenza set di 14-4, mentre il sestetto polacco ha 8 punti frutto di sole vittorie, ma una differenza set peggiore (12-6) ed anche il Giappone – sconfitto solo dai sovietici – può ancora sperare con i suoi 7 punti ed una differenza set di 9-7 …

In pratica, un successo della Polonia le assicurerebbe il titolo iridato, che viceversa andrebbe all’Urss in caso di sconfitta, mentre il Giappone, per assicurarsi l’argento – con tutte e tre le squadre a concludere a pari punti con 4 vittorie ed una sconfitta a testa – necessita una vittoria per 3-0 …

Tutti calcoli che lasciano il tempo che trovano allorché Skorek & Co., dopo aver illuso i propri avversari (ed i sovietici in tribuna …) facendosi sorprendere 13-15 nel primo set, si aggiudicano con autorità il secondo ed il terzo parziale (15-7, 15-11), per poi soffrire, come è doveroso quando si lotta per salire sul “tetto del mondo”, nel quarto set, vinto 17-15 ai vantaggi e passare in un amen, dal “brutto anatroccolo” dell’Europa orientale, ancora a secco di medaglie olimpiche e/o iridate, allo “splendido cigno” che si issa sul gradino più alto del podio.

Una Polonia che non si ferma qui, e dopo essersi dovuta inchinare alla voglia di rivincita sovietica l’anno seguente, in occasione dei Campionati Europei 1975 svoltisi in Jugoslavia – dove l’Urss conferma il titolo conquistato nel 1967 e 1971 – cogliendo peraltro un sempre significativo secondo posto davanti ai padroni di casa ed alla Romania, l’obiettivo di Wagner è quello di puntare al “bersaglio grosso” costituito dalle Olimpiadi di Montreal 1976.

Potendo ancora contare su di uno “zoccolo duro” di ben 9 reduci dal titolo iridato – Bosek, Gawlowski, Kabarz, Rybaczewski, Sadalski, Stefanski, Zarzycki e Wojtowicz, oltre alla “leggendaSkorek, reduce da una stagione quale allenatore/giocatore in Italia alla Panini Modena, conclusa con la conquista dello Scudetto – Wagner vi aggiunge Bebel (già tra i selezionati ai Giochi di Monaco 1972 …), Lubiejewski, reduce dall’argento continentale, ed il 20enne Lasko, per un misto tra giovani ed esperti che si augura possa ben figurare …

Come ricordato, le Olimpiadi, dovendo sottostare a dei criteri di universalità e ristrettezza di tempi, vedono le iscritte ridotte a sole 10 squadre, ed all’Europa toccano quattro posti, appannaggio di Polonia ed Urss quali rispettive Campioni Mondiali ed Europei, oltre a Cecoslovacchia ed Italia, frutto di un Girone di qualificazione svoltosi nel nostro Paese, per quella che è la prima partecipazione ai Giochi per il sestetto azzurro …

Di contro, l’Asia è rappresentata dai Campioni olimpici in carica del Giappone e dalla sempre ostica Corea del Sud, il Nord e Centro America da Cuba, il Sudamerica dal Brasile, oltre ai padroni di casa del Canada ed alla rappresentante africana dell’Egitto, il quale peraltro si ritira dopo la prima gara aderendo al boicottaggio da parte degli altri Paesi del proprio Continente contro l’ammissione della Nuova Zelanda, rea di aver intrattenuto rapporto con il Sudafrica, in cui vive il quanto mai odioso regime di “apartheid” …

Nonostante la veste di Campione mondiale, la Polonia è tutt’altro che favorita dal sorteggio, dato che, a parte la “cenerentola” Canada, deve vedersela con Cuba, Cecoslovacchia e Corea del Sud, e Wagner farebbe volentieri a meno di dover ogni volta “verificare” la tenuta fisica e mentale dei suoi …

Ciò in quanto, già all’esordio, i detentori del titolo iridato si trovano sotto 0-2 (12-15, 6-15) contro i temibili sudcoreani, prima di riordinare le idee ed imporre la “legge del più forte” nei successivi parziali il cui esito (15-6, 15-6, 15-5) non lascia dubbio alcuna circa la legittimità del successo polacco …

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Skorek contro il muro coreano – da:volleyray.com

Allenatosi contro i padroni di casa (3-0 con soli 17 punti concessi agli avversari …), il sestetto di Wagner torna in campo per affrontare Cuba e, manco a dirlo, parte nuovamente “ad handicap” in virtù dei primi due set (13-15, 10-15) appannaggio dei caraibici, prima di riequilibrare le sorti del match nei due successivi parziali (15-6, 15-9) e rimandare ogni decisione al quinto e decisivo set …

Ma chi pensa che l’inerzia della gara abbia oramai preso la strada della formazione dell’Est Europa deve subito ricredersi in quanto, trascinati da un superbo Sarmientos, i cubani ribattono colpo su colpo protraendo la sfida ai vantaggi prima che l’ultima parola tocchi a Skorek per il punto del definitivo 20-18 che, oltre alla vittoria, significa primo posto nel Girone ed accesso alle semifinali incrociate, dopo aver sbrigato la pratica (3-1) contro una Cecoslovacchia ormai “parente povera” dello squadrone capace di rivaleggiare ai vertici del Volley mondiale negli anni ’50 e ’60 …

L’aver concluso imbattuta il proprio Girone significa per la Polonia l’abbinamento con il Giappone, secondo nell’altro Gruppo alle spalle dell’Unione Sovietica (da cui è stato pesantemente battuto per 0-3) che, a propria volta deve vedersela contro Cuba, alleata politicamente, ma che in questo caso cercherà di rendere dura la vita alla formazione delle stelle Vladimir Kondra, Aleksandr Savin, Vladimir Chernyshov e di quel Vyacheslac Zaytsev che, trasferitosi successivamente in Italia, altri non è che il padre di Ivan, bronzo nel 2012 ed argento nel 2016 alle Olimpiadi con la Nazionale azzurra …

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Una fase della semifinale Urss-Cuba – da:volleyray.com

Divagazioni familiari a parte, l’Unione Sovietica – la cui ossatura è principalmente costituita dai giocatori del CSKA Mosca, da tre stagioni consecutive sul trono d’Europa quale vincitore della Coppa dei Campioni, Torneo al quale le formazioni sovietiche non partecipano nell’anno olimpico in preparazione ai Giochi – non ha alcun problema a sbarazzarsi del sestetto caraibico con un netto 3-0 (15-12, 15-7, 15-8 i relativi parziali), mentre ben diverso è il destino dei ragazzi di Wagner …

Pur essendo oramai abituati agli “alti e bassi” dei suoi, il tecnico non ha modo di rilassarsi neppure dopo che, perso il primo set 15-17, la Polonia prende decisamente in mano le redini del gioco, facendo suoi con un doppio 15-6 e successivi parziali, prima che tocchi al Giappone reagire con un 15-10 che rimanda ogni decisione al quinto e decisivo set, che Skorek & Co. si aggiudicano restituendo il 15-10 ai nipponici …

L’appuntamento con la storia e la “Gloria olimpica” è fissato per il 30 luglio 1976 alla “Paul Sauvé Arena” di Montreal e, fermo restando il fondamentale equilibrio tra i due sestetti, gli addetti ai lavori sono a chiedersi quanto possa incidere la tenuta fisica di una Polonia che ha sinora dovuto disputare ben 22 set contro gli appena 12 dei sovietici, che non hanno sinora concesso alcun parziale ai loro avversari …

E la sfida che va in scena è di quelle da prendere come “Spot pubblicitario” per il Volley, con due squadre che lottano accanitamente su ogni pallone ed il punteggio ne è la logica conseguenza, con l’Urss a portarsi sul 2-1 (15-11, 13-15, 15-12), prima che l’incontro tocchi il suo apice nel quarto parziale …

Lo stesso rappresenta, di fatto, l’ago della bilancia della Finale, in quanto, dopo emozioni a non finire, ad aggiudicarselo sono i polacchi per 20-18, ribaltando l’inerzia della gara e confermare la loro superiore forza mentale che li porta a schiantare 15-7 i sovietici nel quinto e decisivo set, l’unico senza storia dell’intero incontro, per quella che, tuttora, è l’unica Medaglia d’Oro olimpica per la Nazione dell’Europa orientale.

La serie vincente termina a causa della decisione di andare ad allenare il Legia Varsavia, lasciando l’incarico a Skiba che, peraltro, conduce la Polonia a quattro argenti consecutivi ai Campionati Europei dal 1977 al 1983 ed al quarto posto ai Giochi di Mosca 1980, dove l’Oro non sfugge ai padroni di casa, per poi vedere il Volley polacco tornare nell’anonimato sino alla recente ripresa costituita dai due titoli mondiali consecutivi conquistati nel 2014 e 2018.

Toccherà ora a questa nuova generazione cercare di rinverdire, l’anno prossimo alle Olimpiadi di Tokyo 2020, i fasti di quel “Triennio di Gloria” che resta in ogni caso indimenticabile nella storia pallavolistica del proprio Paese …

MATERA FEMMINILE VOLLEY E QUEL FANTASTICO TRIS DI TROFEI DEL 1993

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La formazione del Matera Volley 1992-’93 – da:pvfmatera.com

Articolo di Giovanni Manenti

Negli Sport di squadra, la massima ambizione che può avere una Società all’inizio di ogni Stagione agonistica è quello di aggiudicarsi i principali tornei, sia nazionali (Scudetto e Coppa) che continentali, si chiami quest’ultimo Coppa dei Campioni piuttosto che Champions League od Euroleague, obiettivo peraltro pressoché esclusivamente riservato ai Club più blasonati e con maggiori capacità finanziarie …

Vi sono però talora realtà ben più modeste che riescono a vivere – sia pur per un arco di tempo limitato – quelle che sono vere e proprie “Favole sportive”, ed una di queste ha per sottofondo il Mondo del Volley femminile e, per protagonista, una Società italiana, anche se, come vedremo, il supporto economico diviene giocoforza una discriminante fondamentale …

Ad eccellere sino a giungere ai massimi vertici europei è la “Pallavolo Femminile Matera”, Società fondata nel 1976 e che si affaccia sul panorama del Volley nazionale nella Stagione 1985-’86 partecipando al Campionato di Serie A2 per poi raggiungere, due anni dopo, la Promozione nella Massima Divisione.

Matera, Capoluogo dell’omonima Provincia della Basilicata, non è mai stata città di grandi tradizioni sportive, basti pensare che la sua squadra di Calcio in una sola occasione (nel 1979) è riuscita ad ottenere la Promozione nel Torneo Cadetto, solo per retrocedere immediatamente al termine della successiva stagione, ragion per cui gli sportivi locali vedono con simpatia la crescita della loro formazione di Pallavolo femminile.

L’esordio in Serie A1 è difatti convincente, grazie all’abbinamento con la Banca Popolare di Pescopagano e le ragazze ottengono un più che dignitoso quinto posto al termine della “Regular season” per poi essere eliminate al primo turno dei Playoff Scudetto, ma la prima pietra è stata posta e, nel ’90, vi è già un primo miglioramento che porta il sestetto lucano sino alle Semifinali Playoff, sconfitte 3-1 nella serie da Reggio Emilia.

L’ingresso negli anni ’90 determina il primo “salto di qualità”, attraverso la partecipazione alla prima Manifestazione internazionale, vale a dire la Coppa CEV che Matera si aggiudica prendendosi la rivincita sulle emiliane, sconfitte con un umiliante 3-0, come certificano i relativi parziali di 15-4, 15-9, 15-5 nella Finale disputatasi il 19 ottobre ’91, dopo che il titolo era andato, per l’11esimo anno consecutivo,  a Ravenna.

Successo continentale che il sestetto allenato dall’ex schiacciatore azzurro Giorgio Barbieri bissa l’anno seguente, allorché “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”, nel senso che in Finale Matera si trova nuovamente ad affrontare una formazione italiana, stavolta Modena, ma il 16 febbraio ’92 a festeggiare sono sempre le lucane, pur se le emiliane – a dispetto del 3-0 conclusivo – offrono una resistenza (17-15, 16-14, 15-11) ben maggiore.

I tempi sono oramai maturi per attaccare la leadership di Ravenna, e per far ciò un importante contributo alle sorti della “Calia Salotti Matera” (per via del nuovo abbinamento commerciale …) viene dalla scelta della 22enne schiacciatrice americana Keba Phipps – già da un anno in Italia avendo militato ad Ancona – di preferire la Basilicata alla Romagna, poiché, parole sue “meglio vincere il primo Scudetto che perdere il dodicesimo” …

Un guanto di sfida bello e buono quello lanciato dalla nazionale Usa nei confronti delle “invincibili”, tra le quali la carta d’identità sta iniziando a chiedere il conto alle leggendarie Manuela Benelli e Lily Bernardi, mentre la formazione a disposizione di Barbieri può contare sulla gioventù della centrale Paola Franco e della schiacciatrice Consuelo Mangifesta (entrambe classe 1968 …), cui si erano aggiunte nel mercato estivo la 22enne palleggiatrice Anna Maria Marasi, proveniente da Modena ed eletta miglior giocatrice Under21 della precedente stagione e la mancina italo-brasiliana Giseli Gavio, prelevata da Reggio Calabria …

Un sestetto, pertanto, con tutte le carte in regola per giocarsi le proprie chances di Scudetto, come confermato dall’esito della “regular season” che vede le lucane concludere al secondo posto con 44 punti (frutto di 22 vittorie e 4 sconfitte), a due sole lunghezze dalla Imet Perugia e precedendo le pluricampionesse di Ravenna, che, dal canto loro, non appaiono decise ad abdicare, prova ne sia aver riportato in Italia la Coppa dei Campioni dopo lo storico successo del 1988 …

Difatti, le due vincitrici dei rispettivi Trofei continentali si sfidano in semifinale, ed ad aver la meglio, grazie al vantaggio del fattore campo, sono le ragazze di Barbieri che chiudono la serie sul 3-2 e mettono così fine ad una “Dinastia tricolore” durata oltre un decennio, apprestandosi ad affrontare una Perugia che, dal canto suo, sotto la guida del celebre e pluri medagliato tecnico brasiliano Bernardinho, annovera tra le sue file campionesse del calibro della connazionale, nonché sua moglie, Vera Mossa, e l’altra brasiliana Eliani Da Costa, cui si aggiungono le giovanissime, non ancora 20enni, Maurizia Cacciatori e Guendalina Buffon, sorella maggiore del famoso portiere Gianluigi.

Con già la Coppa Italia in bacheca, le umbre partono con i favori del pronostico, immediatamente sovvertiti in gara-1, allorché Matera espugna il 9 maggio 1992 il parquet avversario per 3-1 con un’autorità che neppure i parziali (15-13, 15-6, 9-15, 15-5), di per sé eloquenti, sono sufficienti a testimoniare, con la giovane Marasi a distribuire gioco in regia e l’americana Phipps (20 punti e 14 cambi palla) a dominare sotto rete …

L’importante è non farsi prendere dall’euforia, perché la serie è lunga e mercoledì si replica, ma anche la seconda partita ripete identico andamento, con ancora le ragazze di Bernardinho a far loro solo il terzo set per un nuovo 3-1 (16-14, 15-7, 10-15, 15-11) in cui la parte del leone (pardon, della leonessa …) la fa stavolta la Mangifesta con 13 punti e 15 cambio palla al suo attivo …

Manca solo un ultimo sforzo, cercare di evitare che Perugia possa riprendere fiducia e convinzione nei propri mezzi facendo sua gara-3 al “PalaEvangelisti” del Capoluogo umbro, con una Phipps che pone fede alle sue affermazioni di inizio stagione mettendo a terra ben 41 attacchi vincenti per un terzo 3-1 (15-4, 15-5, 13-15, 15-11) che non ammette repliche rispetto alla superiorità delle ragazze lucane, che possono così festeggiare il primo Scudetto, non solo della loro ancor breve Storia, ma dell’intera regione a livello di qualsiasi disciplina sportiva.

L’inizio degli anni ’90 vede altresì l’ingresso dei grossi Gruppi nel Mondo del Volley – vedasi la Mediolanum di Silvio Berlusconi e la Benetton in campo maschile – e l’estate seguente segna una svolta epocale per tale Sport in quel di Matera, con la Società rilevata dal “Gruppo Parmalat” di Calisto Tanzi, assumendo così la denominazione di “Latte Rugiada Matera”.

Il primo tangibile risultato di detta operazione sta nello strappare a Ravenna la formidabile centrale peruviana Gabriela Perez Del Solar – alta ben 194cm. e medaglia d’argento olimpica ai Giochi di Seul ’88 – così da fornire a Barbieri un sestetto base in grado di competere, oltre che a livello nazionale, anche nella ben più competitiva Coppa dei Campioni.

E, mentre il Campionato si rivela poco più che un proficuo allenamento – con la “regular season” conclusa a quota 50 punti (25 vittorie ed una sola sconfitta) – è l’impegno internazionale quello verso il quale Phipps & Co. riversano le loro maggiori energie, entrando in gara a partire dagli Ottavi di Finale, avversarie le bulgare della celebre Polisportiva CSKA Sofia.

Sicuramente “parenti povere” della formazione laureatasi due volte Campione d’Europa nel 1979 ed ’84, le balcaniche annoverano comunque tra le proprie file componenti di spicco della loro Nazionale quali Emilia Pachova, Neli Marinova ed Antonina Zetova, ma l’esordio di Matera il 5 dicembre 1992 davanti al proprio pubblico è di quelli che non lasciano spazio a recriminazioni di sorta, visti i parziali di 15-10, 15-4, 15-13 per il definitivo 3-0, poi replicato al ritorno (15-6, 15-12, 15-11), peraltro disputato anch’esso in Italia, a Cutrofiano, in Provincia di Lecce …

Superato lo scoglio degli Ottavi, per accedere alle “Final Four” occorre sbarazzarsi delle temibili tedesche del Munster, formazione che l’anno precedente si era aggiudicato il terzo Trofeo continentale, vale a dire la Coppa delle Coppe, avversario pertanto di tutto rispetto, allenato dal tecnico olandese Harry Brokking e che, assieme alle nazionali tedesche Beate Buhler e Karin Steyart, può contare sull’apporto della 21enne schiacciatrice olandese Erna Brinkman e della cinese Xiu-Lan Teng …

A volte il Diavolo viene dipinto più brutto di quel che in realtà è, e l’esito della gara di andata svoltasi il 20 gennaio 1993 al Palasport di Matera lo sta a testimoniare, visto non solo il 3-0 inflitto dal sestetto di Barbieri alle tedesche, ma soprattutto l’imbarazzante andamento dei relativi parziali, vinti i primi due per 15-8, 15-5 per poi lasciare addirittura a 0 (!!) le rivali nel terzo set …

Non che sia già tutto deciso, visto “l’ambiente caldo” che sicuramente le attende in Germania, ma insomma, basta solo raggranellare 14 punti in tre set per cogliere il pass per le “Final Four”, obiettivo già quasi raggiunto al termine del primo set (perso 15-12) e messo in cassaforte aggiudicandosi 15-7 il secondo, per poi lasciare una platonica vittoria per 3-2 (15-2, 7-15, 15-12 i restanti parziali …) e potersi così preparare alla fase finale, in programma a fine febbraio.

Poiché il Club tedesco – un po’ troppo convinto dei propri mezzi – si era candidato per ospitare le “Final Four”, ecco Matera avanzare la propria, ma il Palazzetto lucano non ha i requisiti idonei per ospitare tale rassegna ed allora ecco che, con un colpo da maestro, il General Manager Michele Uva riesce a convincere la CEV (Federazione Europea di Volley) a dirottare la stessa presso lo splendido impianto di Santeramo in Colle, in Provincia di Bari, ma distante solo una ventina di chilometri dalla città lucana …

Sicuramente con l’appoggio del pubblico dalla propria parte, ma altresì con una concorrenza che più temibile non si può – le altre qualificate sono le detentrici di Ravenna, le russe dell’Uralocka, già 6 volte vincitrici del Trofeo, e le croate del Mladost Zagabria, che avevano sollevato la Coppa nel 1991 – le ragazze di Barbieri scendono in campo il 26 febbraio ’93 per sfidare proprio le connazionali in un turno preliminare utile solo per stabilire gli accoppiamenti delle Semifinali.

Pure con la citata Perez Del Solar ad aver cambiato maglia, la formazione di Sergio Guerra vende cara la pelle e, dopo aver perso il primo set 5-15, si impone nei due seguenti per 15-8 e 15-9, giungendo ad un passo dal successo (ancorché platonico, come riferito …), cedendo negli ultimi due parziali, in entrambi i casi per 15-17 …

Comunque, tale vittoria comporta per il Latte Rugiada Matera – che deve ringraziare una straordinaria Phipps (23 punti e 28 cambi palla per lei), capace di opporsi all’altrettanto eccellente olandese Weersing (17 e 22, rispettivamente) sul fronte opposto – l’abbinamento con le croate, a propria volta travolte dal sestetto russo, in cui spicca la Menshova con 26 attacchi vincenti.

Semifinale che va in scena la sera del 27 febbraio, dopo che, al termine di un match per certi versi epico, Ravenna è venuta a capo della sfida con l’Uralocka per 3-2 dopo essere stata in svantaggio per 2 set ad 1 (13-15, 15-10, 13-15, 15-6, 15-10), così da raggiungere la sua nona Finale nelle ultime 10 edizioni della Manifestazione, anche se nelle precedenti 8 per sei volte si è dovuta arrendere …

La possibilità di assistere, per la prima volta dalla creazione della Coppa dei Campioni, ad una Finale tutta italiana, non tarda molto a materializzarsi, vista la pressoché nulla resistenza opposta dal Mladost allo scatenato sestetto di Barbieri, che si impone con un 3-0 i cui parziali di 15-6, 15-6, 15-8 la dicono lunga sulla disparità dimostrata sul parquet pugliese …

Confermare il titolo riconquistato l’anno precedente o mettere in bacheca il primo Trofeo internazionale della propria Storia è la chiave di lettura con cui scendono in campo la sera del 28 febbraio ’93 le ragazze di Ravenna e Matera, con le seconde a poter contare sul caloroso tifo dei propri sostenitori, ma le prime consapevoli come questa rappresenti, per molte di loro, l’ultima occasione di salire sul trono europeo …

Più che l’apporto del tifo, probabilmente gioca un fattore decisivo la fatica sostenuta dalle ravennati nella semifinale contro le russe – da qui l’importanza di quel successo “strappato” con i denti nel turno preliminare – rispetto al comodo 3-0 delle neo Campionesse d’Italia, fatto sta che, dopo essersi aggiudicate il primo set 15-10, le ragazze di Guerra cedono alla distanza e, dopo che Matera, equilibrate le sorti dell’incontro con il 15-6 del secondo parziale, si aggiudica il terzo 15-12, si intuisce che l’inerzia della gara è oramai nelle loro mani, certificata dal netto 15-7 del quarto e decisivo set che eleva Matera sul tetto d’Europa.

Protagoniste assolute Keba Phipps (15 punti e 19 cambi palla per lei), al pari della ex Gabriela Perez Del Solar con 20 attacchi vincenti, rispettivamente premiate come “Miglior Giocatrice” e “Miglior Muro” del Torneo, mentre a Consuelo Mangifesta spetta la palma di “Miglior Difesa” della Rassegna continentale …

Una città in festa acclama le proprie beniamine, ma il Coach Barbieri tiene alta la concentrazione, poiché per lui la relativa conquista, ancorché del più prestigioso Trofeo continentale, è solo una prima tappa degli obiettivi stagionali, tanto più che, a meno di un mese di distanza, proprio Matera è chiamata ad ospitare le Fasi Finali della Coppa Italia, e poi c’è anche uno Scudetto da difendere …

Appuntamento quindi per il 20 marzo con la Semifinale che vede Matera opposta a Reggio Emilia per una sfida che dura poco più di 50’ (3-0, con parziali imbarazzanti di 15-3, 15-13, 15-3) ed apprestarsi ad affrontare, nella Finale del giorno dopo, un’Ancona che ha superato al termine di una partita incandescente le “Leonesse” di Ravenna per 3-2 (15-11, 15-8, 14-16, 8-15, 15-13), alle quali va reso il doveroso onore per la loro capacità di non arrendersi mai …

Sono quasi 3000 gli spettatori radunati sulle tribune del Palasport di via Vittorio Veneto e che non vogliono perdersi lo spettacolo che il fantastico sestetto messo in campo da Barbieri – giova ricordarlo, Marasi, Franco, Gavio, Mangifesta, Phipps e Del Solar – manda in scena, annichilendo le loro avversarie che in tre soli set riescono a malapena a raggranellare 17 punti (15-8, 15-7, 15-2 lo score finale) per una festa alla quale partecipano un po’ tutte, pur con l’inarrestabile Phipps a mettere a terra 24 palle vincenti, rispetto alle 13 di Mangifesta ed alle 12 di Gavio.

Una formazione con già due Trofei stagionali e che in Campionato ha perso una sola volta, non può che essere la logica favorita anche per la conferma del titolo italiano, avendo come principale avversaria la voglia di riscatto delle proprie rivali, con il tabellone dei Playoff ad apporle nei Quarti proprio Perugia, finalista l’anno precedente, ma ben diversa da quella di 12 mesi prima, avendo concluso all’ottavo posto la stagione regolare …

Nessun problema, difatti, con la serie decisa da un doppio 3-0, mentre sulla carta maggiore ostacolo è rappresentato dalla semifinale contro Ancona, la ricordata finalista di Coppa Italia, ma anche stavolta l’unica concessione delle ragazze lucane è quella di cedere un set nella gara nel Capoluogo marchigiano dopo essersi imposte 3-0 sul parquet amico, così da prepararsi alla seconda sfida consecutiva per lo Scudetto contro, e chi altrimenti, e se non le “eterne” ravennati, che avevano chiuso la “regular season” con sole tre sconfitte al passivo …

E se, l’anno prima, la conquista dello Scudetto per Matera era stata “mitigata” dal trionfo europeo delle loro avversarie, questa volta l’esito della sfida rappresenta un vero e proprio “passaggio di consegne”, visto che Benelli & Co. si giocano tutte le loro carte in gara-1 sperando di ripetere l’identica impresa di violare il campo lucano riuscita loro nella stagione regolare, capitolando per 2-3 al tiebreak …

Persa la speranza di invertire il vantaggio del favore campo, le altre due partite si risolvono in facili successi (3-1 e 3-0) per Phipps & Co. che riescono così a completare un fantastico tris che, pensate un po’, non era riuscito neppure alla “Corazzata” Teodora Ravenna …

Questo “storico” en plein non resta un fatto isolato per Matera che, pur perdendo dalla successiva stagione il tecnico Barbieri, sostituito da Massimo Barbolini e, soprattutto, la centrale Del Solar, approdata a Modena, riesce a restare ancora ai vertici nazionali e continentali per un triennio, prima di essere anch’essa coinvolta nel crac finanziario della Parmalat e cessare la propria attività nel 2000, ma certo è che una stagione come quella di quel meraviglioso anno 1993 resterà scolpita per sempre nei cuori e nelle menti sia delle protagoniste che di coloro che hanno avuto la fortuna di assistervi …

 

IL TRIENNIO AI VERTICI EUROPEI E MONDIALI DEL TRENTINO VOLLEY

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La Itas Trento festeggia la Champions League 2009 – da:legavolley.it

Articolo di Giovanni Manenti

In uno Sport come la Pallavolo, storicamente radicato lungo la via Emilia, prova ne sia che, dall’istituzione del Campionato Italiano nel 1946 la prima formazione non proveniente dall’Emilia-Romagna ad aggiudicarsi lo Scudetto è la Ruini di Firenze nel 1964, la relativa asticella – fatta salva l’episodica stagione 1978 allorché a vincere il titolo è la Paoletti Catania – si è progressivamente alzata verso Nord …

La prima a rompere questa egemonia è stata Torino, con il periodo d’oro della Klippan/Robe di Kappa a cavallo degli anni ’80, per poi spostarsi in Veneto, dove gli anni ’90 hanno visto il dominio della Sisley Treviso, prolungatosi oltre metà del primo decennio del nuovo secolo, allorché nel panorama del Volley nostrano irrompe una nuova realtà che sposta ulteriormente a Nord, ovvero addirittura in Trentino Alto Adige il vertice di tale disciplina a livello nazionale.

Prima di entrare nel racconto di tale “miracolo sportivo”, ci sia permesso un parallelo calcistico con il primo Milan dell’Era Berlusconi che, con il Tecnico Arrigo Sacchi alla guida, riuscì, a fine anni ’80, a far seguire alla vittoria dello Scudetto 1988 la conquista, per due stagioni consecutive, di Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale, citazione utile solo a ricordare che la “Trentino Volley” è riuscita a far meglio, centrando una tale impresa per un triennio di seguito …!!

Ma se il Milan aveva alle spalle una sua già gloriosa storia, fatta di Scudetti e Coppe internazionali varie, la vicenda del Trentino Volley ha quasi del romanzesco, visto che di Pallavolo, a quelle latitudini, non si era mai parlato in termini così altisonanti, con l’unica compagine a praticare tale disciplina a livelli non più che discreti era la “Mezzolombardo Volley”, che nel 1997 aveva guadagnato la promozione in A2 …

Caso vuole che nella primavera del 2000 un Club storico come Ravenna – vincitrice di tre Coppe dei Campioni consecutive dal 1992 al ’94 allorché faceva parte del Gruppo Ferruzzi – non riesca più a far fronte alle proprie difficoltà finanziarie, decidendo di rinunciare al titolo sportivo che viene pertanto rilevato dalla nuova Società “Trentino Volley” appositamente costituita grazie alla passione ed all’interesse di Diego Mosna, 50enne trentino doc e proprietario della “Diatec, multinazionale dell’industria cartiera, il quale ne diviene il Presidente ed abbina il nome della sua azienda a quello delle Assicurazioni Itas al neonato Gruppo Sportivo che assume pertanto la denominazione di “Itas Diatec Trentino”.

Rilevato, pertanto, il diritto a partecipare al Campionato di Serie A1 2000-’01, la Itas muove i suoi primi passi – affidata sotto l’aspetto tecnico alla guida di Bruno Bagnoli, fratello minore del più affermato Daniele – concludendo al decimo e nono posto le sue due prime stagioni nell’elite del Volley nazionale, in cui ad aggiudicarsi il titolo sono le “solite note” di Treviso e Modena, per poi compiere un primo “salto di qualità” nel 2003, allorché ad indossarne la maglia giungono tre esponenti della “Generazione di Fenomeni” del Volley azzurro, ovvero il palleggiatore Paolo Tofoli e gli schiacciatori Lorenzo Bernardi ed Andrea Sartoretti.

Giunta difatti settima alla conclusione della “regular season”, Trento dà del filo da torcere a Modena, impegnandola sino al tiebreak della quinta e decisiva sfida dei Quarti dei Playoff Scudetto (25-23, 17-25, 23-25, 25-17, 10-15 i relativi parziali) a dimostrazione che la strada intrapresa è quella giusta – Modena perderà poi la Finale Scudetto 3-1 nella serie contro Treviso – e per migliorare la quale viene deciso di affidare la panchina ad un tecnico di valore quale Silvano Prandi, protagonista degli anni d’oro di Torino.

L’avvicendamento alla guida – unito alla forza dei due schiacciatori russi Alexei Kazakov ed Igor Choulepov – fa sì che Trento concluda la stagione 2004 al primo posto (con 21 vittorie e solo 5 sconfitte), per poi pagare l’inesperienza venendo sconfitto 1-3 nei Quarti dei Playoff Scudetto da Perugia, viceversa superata (3-1 e 3-0) in entrambe le gare di Campionato, una delusione che si ripercuote sulla stagione successiva – caratterizzata dall’esonero a marzo di Prandi, nonché dall’addio di Bernardi e dei due citati schiacciatori russi – conclusa all’ottavo posto, ultimo utile per accedere ai Playoff, venendo eliminato ai Quarti da Piacenza dopo l’illusione fornita dal successo esterno per 3-1 in gara-1 …

Risultati che non possono soddisfare l’ambizioso Presidente Mosna, il quale impone una prima variazione di rotta affidando la guida della squadra per le due successive stagioni al Tecnico brasiliano Radames Lattari, per poi ringiovanire la rosa con l’inserimento dei suoi connazionali André Nascimento ed André Heller, rispettivamente schiacciatore e centrale, mentre in regia Tofoli è sostituito dall’altro azzurro Marco Meoni.

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Il Tecnico Radames Lattari – da:legavolley.it

Nonostante finisca il Campionato 2006 al sesto posto, Trento supera per la prima volta i Quarti dei Playoff, togliendosi la soddisfazione di eliminare Modena sconfiggendola 3-2 (18-25, 25-15, 20-25, 25-21, 15-6) al “PalaPanini” nella decisiva gara-3, salvo poi cedere 1-3 in semifinale contro la corazzata Treviso che, sorprendentemente, abdica dopo tre titoli consecutivi di fronte a Macerata, al suo primo successo assoluto, riprendersi peraltro lo scettro la stagione successiva, superando nettamente Piacenza.

Torneo 2007 in cui Trento non conferma le speranze nate dall’anno precedente, peggiorando la posizione di fine Campionato, concluso all’ottavo posto per poi essere eliminato al primo turno dei Playoff da Cuneo, al termine in ogni caso di tre sfide tutte concluse sul punteggio di 3-2, per quella che resta per lungo tempo l’ultima stagione di “vacche magre” per la formazione trentina …

L’estate 2007 rappresenta, a tutti gli effetti, la “stagione della svolta”, allorché il Presidente Mosna ed il General Manager Giuseppe Cormio decidono di abbandonare la pista sudamericana virando decisamente verso Est, a cominciare dalla panchina, affidata al Tecnico bulgaro Radostin Stojcev, proveniente dalla Dinamo di Mosca, dove svolgeva le funzioni di secondo allenatore, Club da cui preleva anche il connazionale Matej Kazijski, premiato a fine 2006 come “Miglior Schiacciatore europeo dell’anno”.

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Il bulgaro Matej Kazijski – da:twitter.com

Ma l’orientalizzazione della rosa non si ferma qui, al bulgaro Milyakov, già in forza dalla stagione precedente, vengono affiancati altri due compagni di Nazionale, vale a dire Vasil Stoyanov e, soprattutto, lo schiacciatore Vladimir Nikolov, mentre un altro, fondamentale innesto giunge dall’inserimento, in veste di palleggiatore, della “leggenda” serba Nikola Grbic, da quattro stagioni in forza a Piacenza, ancora in grado di comandare il gioco a suo piacimento, a dispetto degli oramai raggiunti 34 anni di età …

Con una sorta di Nazionale bulgara sul parquet – cui non deve peraltro disconoscersi il contributo di una giovane promessa del Volley azzurro, vale a dire il 26enne Emanuele Birarelli, che proprio a Trento giunge alla definitiva consacrazione – Trento conquista per la seconda volta nella sua breve storia la prima posizione al termine della “regular season”, ma stavolta il cammino nei Playoff Scudetto è ben diverso.

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Il palleggiatore Nikola Grbic – da:legavolley.it

Abbinato, difatti, ad una Modena da un paio di stagioni in netto calo, Trento non ha difficoltà a qualificarsi per le semifinali in due sole gare (3-0 e 3-1), per poi rifilare un ancor più netto doppio 3-0 a Roma e quindi accedere per la prima volta alla Finale per il titolo, avversaria la Copra Piacenza che, in semifinale, ha avuto la meglio su Cuneo imponendosi 3-1 al “PalaBreBanca” nello spareggio.

Con il fattore campo a proprio vantaggio, il sestetto di Stojcev non ha difficoltà ad imporsi per 3-0 (25-20, 26-24, 25-15) in gara-1, per poi andare vicinissimo a chiudere il conto al “PalaBanca” di Piacenza, cedendo solo 14-16 al tiebreak del quinto e decisivo set, rimandando pertanto ogni decisione alla terza e decisiva sfida che va in scena il 7 maggio 2008, in un “PalaTrento” riempito sino al limite della relativa capienza, con Grbic & Co. a non fare sconti, imponendosi con un ancor più netto 3-0 (29-27, 25-16, 25-19) in cui gli emiliani restano in partita nel solo primo parziale, per la gioia incontenibile degli oltre 4mila tifosi presenti …

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Nikola Grbic alza il Trofeo dello Scudetto 2008 – da:trentinovolley.it

L’aver portato in Trentino il titolo di Campione d’Italia – curiosamente, per rispettare il parallelo calcistico fatto in premessa, a 20 anni esatti di distanza dalla Scudetto del Milan di Sacchi – determina il compito di rappresentare l’Italia (unitamente a Piacenza e Macerata) nella successiva edizione della Champions League, che per Trento si apre sorteggiata nel Gruppo E assieme ai francesi del Beauvais Oise, agli austriaci dell’Aon HotVolleys Vienna ed agli sloveni dell’ACH Bled …

Un cammino che vede la formazione di Stojcev – che, nel frattempo, ha ridotto ai soli Kazijski e Krasimir Stefanov la componente bulgara, tornando a puntare sul Brasile con l’ingaggio dello schiacciatore Leandro Neves Vissotto, prelevato da Taranto, e del centrale Riad Ribeiro Pires Garcia, proveniente direttamente dal Sudamerica – rifilare identici 3-0 alle avversarie sul parquet amico ed imporsi altresì in trasferta, concedendo due soli set al Club viennese, così da concludere imbattuta il proprio Girone ed affrontare la successiva Fase ad eliminazione diretta.

Sbrigata la formalità (doppio 3-0) con gli spagnoli del Maiorca, ai Quarti di finale il sorteggio pone di fronte a Grbic & Co. gli ostici polacchi dell’AZS Czestochowa, che nel turno precedente hanno infranto i sogni di gloria di Piacenza, impegno anch’esso superato in scioltezza, grazie all’autorevole successo esterno per 3-1 (22-25, 25-21, 25-17,25-18) cui fa seguito un ancor più netto 3-0 (25-19, 25-13, 25-12 i relativi parziali), che garantisce l’accesso alle “Final Four” del 4 e 5 aprile 2009 in programma alla “02 Arena” di Praga, avversari i greci dell’Iraklis Salonicco, i russi dell’Iskra Odincovo ed una vecchia conoscenza quale la Lube Banca Marche Macerata …

Ed è proprio il confronto tutto italiano a decidere chi dovrà affrontare in Finale l’Iraklis, che si è già sbarazzata per 3-1 dell’Iskra, e la compagine di Stojcev prosegue nella sua striscia di imbattibilità nel corso del Torneo, avendo la meglio in tre soli set (25-21, 25-19, 25-23) e così giungere al primo, importante appuntamento internazionale a nemmeno 10 anni dalla sua fondazione.

Due formazioni senza alcun Trofeo internazionale nelle rispettive bacheche si danno pertanto battaglia nell’atto conclusivo del 5 aprile, ed è la maggior esperienza ai massimi livelli di alcuni dei propri componenti (Grbic e Kazijski su tutti …) a fare la differenza, con Trento che, dopo aver dominato (25-12) il primo set, si fa sorprendere (21-25) nel secondo, per poi concludere sul 3-1 grazie al 26-24 e 25-22 con cui si aggiudica il terzo ed il quarto parziale.

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Trento festeggia la Champions League 2009 – da:eurosport.com

Salita sul tetto d’Europa, la Itas Diatec Trentino intenderebbe confermarsi anche in patria, ma il logorio di una stagione così massacrante si fa sentire all’ultimo atto, allorché deve sfidare Piacenza nella Finale Scudetto, tornata a disputarsi al meglio delle cinque gare …

In una serie emozionante, con le squadre sul 2-2 – con Trento ad aver restituito, in gara-4, il successo esterno che Piacenza aveva colto in gara-3 al PalaTrento – la sfida decisiva si svolge ancora sul parquet amico il 17 maggio, e rappresenta una delle poche delusioni di un quinquennio da incorniciare per i tifosi trentini, che già si stanno preparando a festeggiare, visto che i loro beniamini si portano sul 2-0 (25-21 e 25-20), per poi assistere, ammutoliti, alla reazione della compagine emiliana che fa suoi i successivi tre parziali (25-21, 25-22 sino al 15-13 del tiebreak) per conquistare il primo (e sinora unico …) Scudetto della loro Storia …

Fare a cambio tra il titolo italiano e quello europeo è comunque un qualcosa a cui si può sottostare, soprattutto in vista della successiva stagione in cui, oltre al Campionato ed all’impegno continentale, la squadra è chiamata a cimentarsi anche nel Campionato Mondiale per Club – Manifestazione abortita dopo le prime quattro edizioni dal 1989 al ’92 e riapparsa quasi per far piacere a Trento – che si svolge dal 3 all’8 novembre 2009 a Doha, in Qatar.

Con ad essere iscritte le vincenti dei cinque maggiori Tornei continentali (Europa, Asia, Africa, Nord e Centro America e Sudamerica), oltre alla formazione di casa dell’Al-Arabi e le invitate Zenit-Kazan e Skra-Belchatow, le stesse vengono suddivise in due Gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime due a qualificarsi per le semifinali incrociate …

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Osmany Juantorena, naturalizzato italiano, qui in maglia azzurra – da:panorama.it

Per la compagine di Stojcev – che nel frattempo ha in parte rivoluzionato la rosa, affidando la regia, dopo l’addio di Nikola Grbic, al palleggiatore brasiliano Raphael de Oliveira e, soprattutto, con il tesseramento del fortissimo schiacciatore cubano Osmany Juantorena, nipote del celebre mezzofondista Alberto e reduce da tre anni di inattività – l’unico serio ostacolo à costituito dai russi dello Zenit-Kazan, superati solo 15-11 al tiebreak del quinto e decisivo set, così fa garantirsi il primo posto nel Girone e l’abbinamento in semifinale con gli iraniani del Paykan, Campioni d’Asia …

Incontro che si rivela, come da pronostico, poco più di una formalità, vinto per 3-0 (25-18, 25-22, 25-19) per poi giocarsi il titolo iridato contro la ben più agguerrita formazione polacca, giunta anch’essa imbattuta in Finale, dopo aver regolato 3-1 (15-25, 25-23 25-21, 26-24) lo Zenit-Kazan al termine di una combattutissima sfida.

Ci si potrebbe attendere una gara giocata punto a punto, ma al contrario, con una manovra ben orchestrata da Rapahel e con un Kazijski (premiato come MVP del Torneo) a martellare da par suo il muro avversario, la stessa risulta in equilibrio solo nel primo set, vinto da Trento 26-24, per poi non conoscere ostacoli come dimostrano il 25-18 e 25-19 con cui si concludono il secondo ed il terzo parziale.

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Trento festeggia il Mondiale per Club 2009 – da:trentino volley

Al nono anno dalla fondazione, Diego Mosna è riuscito a portare la sua Trentino Volley dapprima ai vertici europei e quindi mondiali, ma la sua fame di vittorie non si è ancora conclusa, ed allora all’assalto del bis continentale, senza peraltro trascurare il Campionato, che la vede concludere la “regular season” al primo posto, frutto di 23 vittorie e sole cinque sconfitte.

Inserito in un “Girone di ferro”, assieme ai greci dell’Olympiakos ed ai russi della Dinamo Mosca, Trento subisce la sua prima sconfitta a livello Champions League il 5 gennaio 2010, superata 3-1 nella Capitale moscovita, ma ciò nonostante conclude il Gruppo al primo posto, il che le consente di affrontare nel turno successivo i ben più abbordabili belgi del Roeselare (eliminati con un doppio 3-1) e quindi giocarsi nuovamente con l’Olympiakos l’accesso alle “Final Four” di inizio maggio 2010, per il cui svolgimento è stata scelta la sede di Lodz, in Polonia.

Evidentemente a proprio agio con le formazioni greche, ecco che Trento non ha difficoltà a superare anche questo ostacolo con una certa facilità, confermata dal doppio 3-1, anche se l’affermazione in terra ellenica è quanto mai combattuta come dimostrano (34-32, 22-25, 25-16, 29-27) i relativi parziali.

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Il successo in Coppa Italia 2010 – da:wikipedia.org

Costretta a disimpegnarsi sul doppio fronte interno – dove, per non farsi mancare niente, il 31 gennaio 2010 si era aggiudicata anche la Coppa Italia, sconfiggendo 3-1 (28-26, 25-15, 20-25, 27-25) Cuneo nella Finale disputata al “PalaTerme” di Montecatini – e continentale, la Itas Diatec Trentino inizia il 24 marzo i Playoff Scudetto, avendo la meglio per 3-0 nei Quarti su Verona, per poi soffrire maggiormente per eliminare Macerata in semifinale, accedendo alla sua terza Finale consecutiva per il titolo grazie al successo per 3-2 in gara-4 nelle Marche, disputatasi il 29 aprile, a due giorni dal viaggio in Polonia per giocarsi la Champions …

L’1 maggio, pertanto, sul parquet della “Atlas Arena” di Lodz, Trento affronta gli sloveni del Bled per garantirsi – cosa che fa piuttosto agevolmente, visto l’andamento (25-13, 23-25, 25-21. 25-17) dei parziali che certificano il 3-1 conclusivo – la sua seconda Finale consecutiva, avversaria, ironia della sorte, proprio quella Dinamo Mosca che ne aveva interrotto l’imbattibilità a livello europeo …

Mai rivincita fu più dolce, con una dimostrazione di superiorità talmente assoluta che neppure i parziali di 25-12, 25-20, 25-21 sono sufficienti a chiarirne l’evidenza, con in più la soddisfazione di veder Juantorena premiato come MVP delle “Final Four”.

Per concludere la stagione – che ha visto sinora Trento disputare qualcosa come 55 incontri (28 di Campionato, 7 di Playoff, 12 di Champions League, 5 di Coppa del Mondo e 3 di Coppa Italia …) – manca solo la Finale Scudetto che, per esigenze della Nazionale, si disputa in gara unica, appuntamento al 9 maggio 2010, al “Futurshow Station” di Casalecchio sul Reno, avversario il Piemonte Volley Cuneo, per quello che, in caso di vittoria, avrebbe rappresentato un “Grande Slam” irripetibile …

Ed anche stavolta, come l’anno scorso nella decisiva sfida con Piacenza, Trento illude i propri tifosi dominando il primo set, chiuso sul 25-14, per poi farsi rimontare da Cuneo che, al pari degli emiliani, conquista proprio a spese dei trentini il primo titolo (ed anche per loro, sinora unico …) della loro storia, aggiudicandosi i restanti parziali per 25-22, 25-20 e 25-22, con in più la beffa che l’ultima palla a terra la metta l’ex Vladimir Nikolov, protagonista del primo Scudetto trentino.

Una Finale vinta e due perse in un Torneo italiano che sta cambiando fisionomia, visto che nell’ultimo triennio ha visto trionfare tre diverse formazioni al loro primo successo tricolore, ma per la Itas Diatec Trentino i confini nazionali sono sempre più ristretti, visto che deve cimentarsi nelle maggiori competizioni internazionali, dove sembra trovarsi maggiormente a proprio agio, anche se l’intensità delle stesse incide giocoforza sulle prestazioni in Campionato.

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Il Presidente Diego Mosna ed il Tecnico Radostan Stojcev – da:wikipedia.org

Situazione, quest’ultima, che si modifica nella successiva stagione 2010-’11 – alla quale Trento prende parte avendo sostituito il brasiliano Vissotto, tornato in patria, con lo schiacciatore ceco Jan Stokr, prelevato da Perugia, ma con in più il vantaggio di aver prolungato il contratto di Juantorena, nel frattempo divenuto cittadino italiano – anche grazie ad un innegabile vantaggio acquisito in Champions League …

Competizione nella quale Trento è inserito nel Gruppo D, assieme ai temibili polacchi del Belchatow, che difatti gli infliggono un pesante 0-3 il 24 novembre ’10, anche se, a metà dicembre, alla sospensione del Torneo, ha pur sempre già messo in carniere il doppio successo con i rumeni dello Zalau ed una sofferta vittoria interna per 3-2 sui tedeschi del Friedrichshafen …

Ma, mentre gli altri atleti si godono le festività natalizie, per Trento vi è da onorare l’impegno di Coppa del Mondo, ancora ospitato dalla Capitale qatarota, inserito nel Gruppo B assieme agli argentini del Bolivar, ai californiani del Paul Mitchell ed ai vice Campioni d’Europa della Dinamo Mosca.

Nella riedizione della Finale continentale di Lodz, l’esito non cambia, con Trento a ribadire il precedente successo per 3-0 (25-21, 25-23, 27-25 i relativi parziali), così da concludere in testa il Girone ed affrontare in semifinale, per il secondo anno consecutivo gli iraniani del Paykan, cui viene riservato il medesimo trattamento, per poi trovarsi di fronte proprio i polacchi del Belchatow, dai quali era stato sconfitto nelle eliminatorie di Champions League …

Stavolta l’esito è ben diverso, grazie ad un 25enne Juantorena al top della condizione – premiato sia come MVP che quale miglior schiacciatore del Torneo – e per la formazione polacca non vi è scampo, superata con un 3-1 i cui parziali di 25-22, 25-19, 20-25, 25-16 sono tali da non ammettere repliche.

Finale iridata del 21 dicembre 2010 che si replica ad inizio nuovo anno al “PalaTrento” nella quinta gara del Girone di Champions League, con analogo esito (compreso il 25-16 del quarto set), anche se la sconfitta in terra tedesca all’ultimo turno relega i Campioni d’Europa al secondo posto, ottenendo però un prezioso regalo da parte della CEV (“Confédération Européenne de Volleyball”) che, designando Bolzano quale sede delle “Final Four”, automaticamente esclude Trento dai successivi turni eliminatori …

Un favore che la formazione di Stojcev – oramai alla sua quarta stagione in panchina – sfrutta portando a termine il miglior Campionato della sua Storia, concluso con 25 vittorie ed una sola sconfitta (1-3 in casa contro Verona, per poi disputare le “Final Four” di Champions League prima dell’inizio dei Playoff …

Già due volte Campioni Continentali, per Juantorena & Co. sarebbe un delitto deludere i propri tifosi che hanno l’occasione di assistere da vicino al principale appuntamento continentale, avversari in semifinale i polacchi dello Jastrzebski Wiegel, allenati da una vecchia conoscenza del Volley azzurro, vale a dire quel Loreno Bernardi che per un biennio aveva contribuito alla crescita del Club trentino.

Ma non c’è riconoscenza che tenga il 26 marzo 2011 al “Palaonda” di Bolzano, e la formazione polacca viene spazzata via con un eloquente 3-0 (25-16, 27-25, 25-22) per poi assistere al “Derby russo” tra Zenit-Kazan e Dinamo Mosca, appannaggio dei primi con un altrettanto netto 3-0, certificato dai relativi parziali di 26-24, 25-20, 25-21) e darsi quindi appuntamento per la sfida decisiva in programma il 27 marzo 2011.

Un Kazan che si era laureato Campione continentale nel 2008, prima dell’esordio di Trento nella Manifestazione, e pertanto quanto mai desideroso di tornare sul trono europeo, ma nonostante la formazione russa possa contare su stelle di prima qualità – quali il palleggiatore americano Lloy Ball (oro con gli Usa ai Giochi di Pechino ’08), nonché il 35enne opposto Sergej Tetjuchin (argento a Sydney 2000 e bronzo ad Atene ’04 e Pechino ’08) al pari dello schiacciatore Maksim Michajlov e del centrale Aleksandr Abrosimov – nulla può contro la forza e la volontà di affermarsi del sestetto di Stojcev, in cui brillano come al solito Juantorena e Kazijski – non a caso premiati come MVP e “Miglior Schiacciatore” delle “Final Fou” – ed è ecco che il “tris continentaleè bello e confezionato con un 3-1 (25-17, 20-25, 25-23, 25-20) che rappresenta altresì la vittoria n.100 di una squadra maschile italiana nella Manifestazione.

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La festa per la conquista della Champions League 2011- da:trentino volley

Oramai libero da impegni internazionali, Trento può concentrarsi sui Playoff Scudetto, il cui primo ostacolo dell’Umbria Volley San Giustino non può certo rappresentare un serio ostacolo per i tricampioni europei, difatti superato in tre gare, tutto il contrario della sfida di semifinale contro la rinata Casa Modena che, a dispetto del quinto posto in “regular season”, ha eliminato al primo turno la Gabeca Montichiari …

Ritrovato lo spirito dei tempi migliori, i modenesi replicano con il 3-0 di gara-2 ed il 3-1 di gara-3 alle due sconfitte per 0-3 patite al “PalaTrento”, impianto che, pertanto, è chiamato ad ospitare, l’8 maggio 2011, la sfida senza appello per l’accesso in Finale …

E, nonostante la fiera resistenza del sestetto emiliano, alla fine è Trento a spuntarla in quattro set (25-23, 28-30, 25-22, 25-11 i relativi parziali) per accingersi a preparare il riscatto nella Finale unica contro Cuneo che li aveva battuti l’anno precedente e che ha avuto la meglio, al termine di una combattutissima serie, su Macerata.

L’appuntamento è fissato per il 15 maggio 2011 al “PalaLottomatica” di Roma e l’Itas Diatec Trentino dimostra a chiare note quanto avesse inciso, nella sfida di 12 mesi prima, la stanchezza dell’impegno di Champions League, imponendosi con un 3-0 i cui parziali di 25-13, 25-22 e 25-9 appaiono addirittura imbarazzanti per gli sconfitti.

Finalmente, Trento è riuscito a completare il filotto Coppa del Mondo, Champions League e Scudetto nel corso della stessa stagione, a cui aggiunge anche il terzo titolo iridato 2011 conquistato ad inizio ottobre sempre a Doha avendo la meglio su quelli che sono oramai divenuti gli “avversari storici” dello Zenit-Kazan, superati 3-1 (25-22, 25-21, 19-25, 25-14) in Semifinale, al pari dei polacchi dello Jastrzebski Wiegel, cui viene riservato identico trattamento, visto che gli stessi consumano tutte le loro energie facendo loro il primo set 31-29, per poi cedere di schianto, come testimoniano il 25-16, 25-11, 25-16 dei successivi parziali, con ancora Juantorena a vedersi assegnato il premio di MVP e “Miglior Schiacciatore” del Torneo, cui fanno da contorno Raphael quale “Miglior Palleggiatore” e Kazijski in veste di “Miglior Servizio” …

Così, il tris italiano, europeo e mondiale lo si può leggere sia sotto forma della stagione (2010-’11) che avendo riferimento all’anno solare, ed anche se a marzo ’12 il Kazan si prende la sua rivincita, superando Trento nella semifinale di Champions League in modo da porre fine al suo dominio, il triennio vissuto dal sestetto di Stojcev rappresenta una delle pagine più gloriose nella Storia del Volley azzurro, per una Società che continua, ancor oggi, a mantenersi al vertici della Pallavolo italiana, avendo nel frattempo arricchito il proprio Palmarès con altri due Scudetti (2013 e ’15), altrettante Coppe Italia (2012 e ’13) e, tanto per ribadire una certa predisposizione alla globalità planetaria, anche due ulteriori Coppe del Mondo per Club nel 2012 e ’18, pur se la Champions League è, da un quadriennio a questa parte, patrimonio esclusivo del Kazan …

Indubbiamente, quanto mai felice fu, in quella estate del 2000, la scelta di rilevare il titolo sportivo di Ravenna, per portare una “ventata d’aria fresca” nel panorama del Volley italiano del nuovo millennio …

 

IL DECENNIO AI VERTICI MONDIALI DEL VOLLEY FEMMINILE PERUVIANO

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Le ragazze peruviane sul podio dei Giochi di Seul ’88 – da:as.com

Articolo di Giovanni Manenti

A livello di Sport mondiale, se pensi ad un Paese di poco più di 33milioni di abitanti come il Perù, l’immediata associazione è con il Calcio, disciplina maggiormente praticata e che ha visto la Nazionale partecipare a 5 edizioni dei Campionati Mondiali, con il suo periodo di maggior splendore durante gli anni ’70.

Per il resto, poco altro, se non il tennista Alex Olmedo, che nel suo anno di grazia 1959 raggiunge tre Finali del “Grande Slam”, affermandosi agli Australian Open ed a Wimbledon e venendo sconfitto da Neale Fraser agli US Open, per non parlare del medagliere olimpico.

Difatti, pur avendo gli atleti peruviani partecipato ad ogni edizione dei Giochi a far tempo da Berlino ’36 – con l’unica eccezione di quelli svoltisi ad Helsinki nel 1952 – il bottino raccolto è ben che mediocre, risolvendosi in soli quattro allori, di cui un unico oro risalente a Londra ’49 allorché ad imporsi è tale Edwin Vasquez nel tiro con la pistola da 50 metri …

Curiosamente, anche delle altre tre medaglie (tutte d’argento) conseguite da Los Angeles ’84 a Barcellona ’92, due provengono dal tiro, con Francisco Boza a contendere al nostro Luciano Giovannetti l’oro al Piattello Fossa ai Giochi californiani e Juan Giha a veder sfumare il gradino più alto del podio nel Piattello Skeet alla Rassegna catalana, ragion per cui l’unica altra disciplina a fregiarsi di un alloro olimpico è quella che conquista la seconda piazza ai Giochi di Seul ’88.

Non si tratta, però, di un’impresa isolata e fine a se stessa, in quanto corona un decennio, quello degli anni ’80, in cui la Nazionale peruviana di Volley femminile si è sempre ben distinta a livello internazionale, raggiungendo le semifinali – e salendo tre volte sul podio – tra i Mondiali ’82, dallo stesso Paese andino organizzati, e la citata edizione coreana delle Olimpiadi, dando dimostrazione di una solidità e compattezza di squadra non indifferente.

Peraltro con già una buona tradizione alle spalle – in occasione della sua prima partecipazione olimpica, a Città del Messico ’68, dove il Volley fa parte del programma per la seconda edizione dei Giochi, dopo esservi stato introdotto quattro anni prima a Tokyo ’64, le ragazze sudamericane colgono un significativo quarto posto alle spalle di Nazioni leader quali Urss, Giappone e Polonia – ribadita con la settima posizione di Montreal ’76 e la sesta di Mosca ’80, il Perù compie il cosiddetto “salto di qualità” in occasione della citata Rassegna iridata dallo stesso organizzata dal 12 al 25 settembre 1982.

Con le prime 7 edizioni dei Mondiali – inaugurati a livello femminile nel 1952 – ad aver visto imporsi solo Urss e Giappone (in 4 e 3 occasioni, rispettivamente …), già quattro anni prima, nel Torneo svoltosi in Unione Sovietica, vi era stata la riscossa del Volley centro/sudamericano, con il sestetto cubano del tecnico Eugenio George Lafita ad interrompere l’egemonia russo/nipponica superando dapprima le padrone di casa in semifinale (3-1, con parziali di 12-15, 16-14, 15-10, 15-12) e quindi travolgere le giapponesi nell’atto conclusivo con un 3-0 il cui andamento dei set (15-6, 15-9, 15-10) è di quelli da non lasciare spazio a recriminazioni di sorta.

Kermesse in cui il Perù aveva concluso in un’anonima decima posizione, per poi cedere due anni dopo 1-3 alle Campionesse mondiali cubani nella Finale per il quinto posto ai Giochi di Mosca ’80, dove le ragazze sovietiche avevano riscattato la delusione iridata conquistando il terzo oro olimpico della loro storia – dopo quelli di Città del Messico ’68 e Monaco ’72 ed essere state sconfitte in Finale dal Giappone a Tokyo ’64 e Montreal ’76 – superando 3-1 in Finale il sestetto della Germania Est.

Rassegna a cinque cerchi chiaramente condizionata dall’assenza delle giapponesi per l’adesione del proprio Paese al boicottaggio dichiarato dal Presidente Usa Jimmy Carter, circostanza che non tocca i Mondiali ’82 dove è presente il meglio del meglio del panorama del Volley internazionale, eccezion fatta per Germania Est e Cecoslovacchia che rinunciano alla trasferta sudamericana.

Con le 24 formazioni partecipanti suddivise in 6 Gironi da 4 squadre ciascuno, le padroni di casa non hanno certo difficoltà a sbarazzarsi (con altrettanti mortificanti 3-0, tra cui un triplo 15-0 alle malcapitate africane) di Canada, Indonesia e Nigeria cui un sorteggio benevolo le aveva abbinate nel Gruppo 1, per poi ben figurare nel secondo turno, dove giungono a pari punti (con 4 vittorie ed una sconfitta ciascuno) con Giappone e Corea del Sud nel Gruppo A, avendo la meglio su queste ultime solo grazie ad un miglior quoziente punti (1,577 ad 1,312), mentre le nipponiche si assicurano il primo posto per una miglior differenza set.

Piccolo dettaglio che fa la differenza, così come nell’altro Girone, dove a concludere a pari punti (sempre con 4 vittorie ed una sconfitta) sono stavolta Usa, Cina e Cuba – mentre le sovietiche crollano, sconfitte senza pietà per 0-3 da tutte e tre le riferite formazioni – con le Campionesse iridate in carica ad essere escluse dalle semifinali per una peggiore differenza set, così che le sfide per il podio vedono opposte Cina e Giappone da una parte e Perù e Stati Uniti dall’altra, una sorta di “doppio derby”, uno asiatico e l’altro nord/sudamericano.

Ed, ad avere la meglio, con altrettanti inequivocabili 3-0 (più netto quello sulle nipponiche con 45-21 il computo totale, con il confronto contro le statunitensi leggermente più equilibrato, come testimoniano i relativi parziali di 15-12, 15-12, 15-10) sono Cina e Perù che si affrontano per il titolo il 25 settembre ’82 al “Coliseo Amauta” della Capitale Lima.

Per la prima volta a trovarsi a disputare l’atto conclusivo di una grande manifestazione internazionale, le ragazze peruviane vengono travolte, nonostante l’appoggio del pubblico amico, da una Cina trascinata dalla fuoriclasse Lan Ping e che si impone con eloquenti parziali di 15-1 (!), 15-5, 15-11 per il 3-0 conclusivo che le incorona sul trono iridato per il primo, importante titolo della loro Storia.

Un successo al quale il sestetto cinese abbina anche l’Oro olimpico due anni dopo ai Giochi di Los Angeles ’84, in un Torneo peraltro condizionato dall’assenza – a causa del contro boicottaggio imposto da Mosca ai Paesi ricadenti nell’orbita sovietica – di Urss, Cuba e Germania Est, ed al quale il Perù si qualifica quale vincente del Campionato sudamericano 1983.

Con sole 8 formazioni iscritte, il sestetto peruviano – con un’età media alquanto bassa, visto che la più esperta nonché anziana (si far per dire …) è Maria Cecilia del Risco che, a dispetto dei suoi 24 anni, ha già partecipato ai Giochi di Mosca ’80 e di Montreal ’76 allorché aveva appena 16anni, stessa età delle più giovani della compagnia, ovvero Miriam Gallardo e Gabriela Perez del Solar – è inserito nel Gruppo B assieme a Canada, Giappone e Corea del Sud e, dopo il facile successo sulle nordamericane e l’altrettanto netta sconfitta sulle asiatiche, il passaggio alle semifinali si decide nella sfida contro le coreane, emozionante ed incerta quanto mai, visto che le sudamericane sprecano un vantaggio di 2 set a 0 (15-8 e 15-6 i parziali) facendosi raggiungere sul 2-2 (15-7 e 15-6 le repliche asiatiche) per poi ritrovare la giusta concentrazione ed imporsi 15-13 nell’ultimo, decisivo set.

Con Stati Uniti e Cina ad essersi qualificate nell’altro Girone, le semifinali incrociate – che replicano esattamente quelle di due anni prima nella Rassegna iridata – ne certificano la relativa superiorità, in quanto, se il “derby asiatico” vede ancora vincitrici le cinesi (curiosamente ripetendo il punteggio totale di 45-21 con cui si era conclusa la sfida ai Mondiali), l’esito dell’altro confronto è diametralmente opposto, con le americane a sfruttare stavolta il vantaggio del fattore campo, imponendosi con un 3-0 che solo nel primo set (concluso sul 16-14) vede un certo equilibrio, per poi mettere a segno un 15-9 ed un 15-10 nei due successivi parziali.

Perù che fallisce anche il gradino più basso del podio, sconfitto nella Finale per il bronzo 1-3 dal Giappone, mentre per il sestetto asiatico Mondiale od Olimpiade – in cui, ricordiamo, la Cina è al suo esordio, dopo decenni di isolamento – non fa gran differenza, venendo anche gli Usa demoliti con un 3-0 (16-14, 15-3, 15-9) in cui le padrone di casa oppongono resistenza solo nel set inaugurale.

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Una fase di Perù-Giappone a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

Si potrebbe obiettare – con una qual certa dose di ragione – come tali risultati siano stati ottenuti sfruttando, in un caso, il fattore campo e, nell’altro, approfittando dell’assenza dei Paesi del blocco sovietico, osservazione che però viene meno nelle due successive grandi Manifestazioni, vale a dire la Rassegna iridata che si svolge in Cecoslovacchia dal 2 al 13 settembre ’86 ed i “Giochi della riappacificazione” di Seul ’88, ai quali è assente la sola Cuba tra le Nazioni di maggior prestigio.

Va, al contrario, sottolineato come il giovane gruppo che aveva partecipato alle Olimpiadi californiane si sia consolidato e creata una formazione coesa, al punto che ben 9 delle componenti la rosa del 1984 vengono confermate a quattro anni di distanza, dopo che le peruviane avevano acquisito un’ulteriore positiva esperienza a livello internazionale nel corso dei citati Mondiali ’86, in cui sono inserite nel tutt’altro che semplice Gruppo C, assieme a Cuba e Brasile, oltre alla Germania Ovest, classica “ultima ruota del carro”.

Con le cubane ad aver riacquisito la forma e la determinazione che le aveva issate sul tetto del Mondo nel ’78, e che si impongono sul Perù per 3-2 nel match di apertura, diviene determinante la sfida all’ultimo turno contro il Brasile, superato per 3-1, in quanto detti risultati sono considerati validi per il secondo Girone a sei con Bulgaria, Cecoslovacchia e Corea del Sud, prime tre classificate del Gruppo A.

La disparità di valori tra i due Gironi eliminatori emerge in tutta la sua interezza allorché la sola Bulgaria riesce ad imporsi per 3-2 sul Brasile, mentre tutte le altre sfide sono appannaggio delle formazioni provenienti dal Gruppo C, ragion per cui Cuba mantiene il primo posto per effetto del successo nello scontro diretto ed il sestetto peruviano accede comunque anch’esso alle semifinali incrociate, avversaria la Cina Campionessa iridata ed olimpica in carica, che ha sinora compiuto “percorso netto” nel suo cammino, concedendo altresì un solo set (alla Germania Est, giunta alle sue spalle …) nei 6 incontri sinora disputati …

Tradizione che non si smentisce neppure in semifinale, che vede le asiatiche imporsi con un netto 3-0, così come Cuba fa sua l’altra sfida con la Germania Est per 3-1, punteggio con cui si concludano anche le due Finali, con il Perù a confermarsi sul podio per la seconda edizione consecutiva della rassegna iridata dopo l’argento di quattro anni prima, mentre la Cina corona il suo periodo di massimo splendore infilando il tris di trionfi tra Mondiali ed Olimpiadi.

All’approssimarsi dei Giochi di Seul ’88 sono in molti a domandarsi cosa stia succedendo al movimento pallavolistico sovietico, il quale manca da una Finale iridata dall’edizione di Messico ’74 – Torneo peraltro che non prevedeva sfide dirette, bensì un Girone finale all’italiana dove comunque ad affermarsi sono le giapponesi con tutte vittorie, così che il successo sull’Urss per 3-0 all’ultima giornata rappresenta, di fatto, una Finale essendovi le due squadre giunte a pari merito – nonché fuori dal podio nelle due ultime rassegne dopo il bronzo del 1978, suscitando un discreto interesse al riguardo, visto che comunque nella Capitale coreana, al di là della limitazione delle iscritte a sole 8 squadre, vi è il Gotha del Volley mondiale, con la sola già citata assenza di Cuba, rimpiazzata dal Brasile.

Ciò sta a significare che – dato l’elevato tasso tecnico in lizza – ogni gara deve essere vissuta come una sorta di spareggio e la composizione dei due Gironi eliminatori che qualificano direttamente alle semifinali incrociate le prime due classificate rappresenta una sorta di “deja vu” per le peruviane, visto che vengono abbinate ancora a Cina e Stati Uniti, ovvero le formazioni contro cui si erano infranti i loro sogni di gloria nelle precedenti manifestazioni, assieme al Brasile …

Un “Girone della morte” dal quale le peruviane – con tre giocatrici, Cecilia Tait, Gina Torrealva e Natalia Malaga, alla loro terza Olimpiade consecutiva – ne escono dando una prova di forza caratteriale non indifferente, visto che, dopo il facile successo per 3-0 sul Brasile, vengono a capo solo al quinto set di una durissima sfida con le Campionesse olimpiche in carica cinesi (13-15, 15-13, 7-15, 15-12, 16-14), per poi rischiare di mandare tutto in fumo ritrovandosi, nel terzo incontro con gli Usa, sotto 0-2 (12-15 e 9-15) prima di invertire completamente l’inerzia della gara e dominare i restanti parziali 15-4, 15-5, 15-9 per un primo posto nel Girone che sta a significare abbinamento in Semifinale contro il Giappone, secondo nell’altro raggruppamento alle spalle della ritrovata Unione Sovietica.

La gara del 27 settembre ’88 rappresenta una svolta “storica” per il Volley peruviano, poiché in caso di vittoria le ragazze sarebbero certe di una medaglia (oro od argento che sia …), evento che, come ampiamente evidenziato in premessa, da quelle parti è un qualcosa di più unico che raro a livello olimpico, e così aggrediscono le rivali asiatiche con una determinazione che le fa volare sul 2-0 in un amen (15-9, 15-6 i parziali), solo per subire la rimonte della mai dome giapponesi che, riordinate le idee, si riportano in partita aggiudicandosi terzo e quarto set 15-6 e 15-10.

Con l’obiettivo di una medaglia a rischio di svanire, la maggior fame delle peruviane rispetto alle avversarie – che, da quando la Pallavolo ha fatto il suo ingresso ai Giochi sono sempre salite sul podio salvo che a Mosca ’80 in quanto assenti – fa la differenza, ed in una partita in cui emerge la 24enne Denisse Fajardo, autrice di ben 13 punti vincenti rispetto alla consueta dote di Perez del Solar e Tait (10 ed 8 rispettivamente), il 15-12 con cui si conclude il quinto e decisivo set certifica quanto meno argento sicuro.

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Una fase della Finale Urss-Perù a Seul ’88 – da:as.com

Si potrebbe pensare che il risultato raggiunto possa aver “scaricato” la tensione in casa peruviana, ma così non è, e le prime ad accorgersene sono proprio le sovietiche – che, dal canto loro, non hanno avuto problemi a schiantare una Cina che, senza la sua leader Lan Ping vale molto meno delle precedenti – allorché, nella Finale del 29 settembre si ritrovano sotto 0-2 (10-15, 12-15), prima di sfruttare la loro superiore potenza fisica e riequilibrare le sorti del match facendo propri il terzo e quarto parziale (15-13, 15-7) e rimandare la decisione su chi fregiarsi dell’oro olimpico al quinto e decisivo set.

Sono passati esattamente 40 anni dall’unica medaglia di metallo pregiato conquistata dal Perù ai Giochi – la già citata vittoria di Vasquez nel tiro con la pistola da 50 metri a Londra ’48 – e questo ricordo deve indubbiamente essere servito da sprone per le ragazze andine (Tait e Perez del Solar su tutte, con 17 e 16 punti vincenti rispettivamente …) al fine di lottare su ogni singola palla per coronare un sogno che le avrebbe consegnate alla Gloria eterna, ma alla fine a spuntarla sono le sovietiche, trascinate da una mostruosa Irina Smirnova che mette a terra 24 punti vincenti, per il 17-15 che conclude il quinto parziale.

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Le lacrime delle ragazze peruviane dopo la sconfitta – da:as.com

Come spesso accade in questi frangenti, alle sconfitte restano i cosiddetti “premi di consolazione” ed, oltre alla medaglia d’argento, infatti Cecilia Tait viene premiata come MVP del Torneo e Gabriela Perez del Solar – una “stanga” di m.1,94 per 72kg. (!!) e che a fine Giochi si trasferisce in Italia per fare le fortune dapprima di Ravenna e quindi di Matera, Modena e Bergamo – per la miglior ricezione, ma siamo sicuramente certi che avrebbero lasciato volentieri detti riconoscimenti alle avversarie in cambio della loro medaglia d’oro …

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L’accoglienza trionfale al ritorno in Perù – da:as.com

Peraltro, la Nazionale di Volley viene accolta al ritorno in Patria in modo trionfale, come se avesse realmente vinto l’oro, ma d’altronde, come ricordato all’inizio, si trattava pur sempre della terza medaglia olimpica nella Storia dei Giochi per il Paese andino, anche se il rammarico per un’occasione sfumata difficilmente ripetibile e sfumata per un soffio sarà difficile da cancellare dalla mente di coloro che tentarono l’impresa …

Ad un passo dal cielo”, verrebbe da dire, non è così, forse …??

 

IL DECENNIO VINCENTE DELLA RUINI FIRENZE VOLLEY

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La Ruini Campione d’Italia nel ’73 – da:violaamoreefantasia.myblog.it

Articolo di Giovanni Manenti

Che l’Emilia-Romagna sia storicamente la patria della nostra Pallavolo non vi è ombra di dubbio – basti pensare che 40 dei 73 Scudetti assegnati dal 1946 ad oggi sono approdati in detta Regione – ma che, nell’era pionieristica di detta disciplina, che coincide con l’immediato secondo dopoguerra, nelle prime 18 stagioni il titolo non uscisse dalla via Emilia era, in effetti, un po’ eccessivo …

Ad interrompere questo regime di monopolio assoluto – 5 Scudetti per Ravenna, 2 per Parma e gli altri 11 divisi tra le tre Società esistenti in quel di Modena – è, per la prima volta, una formazione di una città Capoluogo di Regione, e questo onore spetta alla Ruini di Firenze.

Società, quella del Capoluogo toscano, fondata nel settembre 1962 su iniziativa dei Vigili del Fuoco, e che assume tale denominazione in memoria di Otello Ruini, un Ufficiale scomparso quattro anni prima nel compimento del proprio dovere, la quale rileva il titolo sportivo della “Alce Firenze”, che conclude al quarto posto il Torneo di tale anno, caratterizzato da un’egemonia assoluta della “Avia Pervia” Modena guidata dal “Professore” Franco Anderlini, che conclude imbattuta, con 18 vittorie in altrettante gare disputate.

C’è bisogno di una “ventata di aria fresca” nel panorama del volley nostrano, che a livello di Nazionale stenta a decollare – dopo il bronzo nell’inaugurale rassegna continentale di Torino ’49, gli azzurri a livello europeo raccolgono un ottavo, nono e decimo posto nelle tre successive edizioni, piazzamenti che a livello mondiale peggiorano non andando oltre il quattordicesimo posto raggiunto sia nella rassegna iridata di Francia ’56 che in Unione Sovietica nel ’62 – anche se la stagione successiva ricalca pari pari la precedente.

Ancora, difatti, la compagine modenese si impone in tutte e 18 le gare in calendario, “soffrendo” (si fa per dire …) solo sul parquet dei concittadini della “Minelli”, sconfitta per 3-2, mentre alle sue spalle, a debita distanza, giungono le altre due formazioni locali, la “Villa d’Oro” e la riferita Minelli, con la Ruini a replicare il quarto posto della rilevata Alce, bagnando il debutto con 12 vittorie e 6 sconfitte.

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Formazione della RUINI all’esordio in Serie A – da.intoscana.it

A guidare la squadra, in veste di allenatore-giocatore, è il 33enne Aldo Bellagambi, fiorentino purosangue, che si unisce al Gruppo nel 1962 proveniente dall’ASSI Firenze, che conclude la stagione seguente all’ultimo posto, mentre determinante, per le sorti del Torneo ’64, diviene l’aver ingaggiato il palleggiatore Gianfranco Zanetti proprio dai Campioni d’Italia, avendo già lo stesso, nel proprio Palmarès, 5 Scudetti oltre a 34 presenze con la Nazionale.

Italia che affronta ad ottobre i Campionati Europei in Romania con altri quattro giocatori della Ruini tra i 12 selezionati – oltre a Bellagambi, ne fano parte anche Paolo Bravi, Ubaldo Gazzi ed Alessandro Grassellini – per una rassegna che conferma l’enorme gap tra il Volley dell’Est ed Ovest del Vecchio Continente, con gli azzurri a rimediare altrettante nette sconfitte per 0-3 contro Ungheria, Cecoslovacchia e Germania Est per poi “fare la voce grossa” con le altre partecipanti, concludendo in una consueta, anonima decima posizione, peraltro secondi dietro alla Francia (ottava) quanto a rappresentanti dell’Europa occidentale …

Smaltita la delusione continentale, è tempo di tuffarci nel nostro Campionato, ed il campo dei Vigili del Fuoco del capoluogo toscano inizia a divenire quel “fortino” difficile da espugnare e che l’anno precedente era stato violato solo dai Campioni d’Italia e dalla Minelli (entrambe vittoriose per 3-1), sfide che nel Torneo ’64 rappresentano “l’esame di laurea” per un Bellagambi alla sua ultima stagione da giocatore.

Ed allorché l’Avia Pervia subisce una netta sconfitta per 0-3 e la Minelli soccombe 2-3 dopo una sfida infinita, ecco che le speranze di Scudetto iniziano a farsi sempre più rosee, anche se occorre confermarsi in campo avverso, dove la Ruini paga dazio sul campo della Minelli (0-3), ma si impone contro i Campioni in carica per 3-2 per quella che è la “gara chiave” del Campionato, visto che, al compimento delle 21 gare in calendario (così ridotte poiché l’ASSI Firenze si ritira a fine Girone di andata …) si ritrova con 20 vittorie e la sola, citata sconfitta contro la Minelli, rispetto alle tre battute di arresto dell’Avia Pervia che, oltre ai confronti diretti, subisce un terzo stop nel “derby” con la Minelli.

Rotta, “finalmente” (è proprio il caso di dire …), l’egemonia emiliana, si pone il problema della conferma ai vertici e la dirigenza toscana si affida al vecchio motto di “squadra che vince non si cambia”, favorita altresì dal fatto che, travolta da una profonda crisi economica, l’Avia Pervia si scioglie, il che consente al Cus Parma, retrocesso essendosi classificato al penultimo posto, di essere ripescato.

Particolare importante, poiché proprio Parma, al pari di Bologna, che era giunta terz’ultima, si uniscono alle due restanti compagini modenesi per formare una sorta di coalizione regionale contro la Ruini che, dal canto suo, può beneficiare del fatto di non dover sottostare ai vari “derby” – l’ultima squadra toscana, la Sestese, retrocede al pari dell’ASSI Firenze concludendo il Torneo all’ultimo posto con una sola vittoria a proprio favore – che, viceversa, fanno sì che le formazioni emiliane si tolgano punti a vicenda.

Un bis scudettato che il sestetto di Bellagambi costruisce ancora una volta davanti ai propri sostenitori, visto che ne viene confermata l’imbattibilità e dove solo la Virtus Bologna e le due modenesi riescono a strappare un set, mentre il peggiorato rendimento in trasferta – inattesi passi falsi a Napoli (2-3), Trieste (1-3) e Vercelli (0-3), oltre che a Modena contro la Minelli – viene largamente compensato dalle riferite sfide regionali tra le principali avversarie per il titolo, così che, a calendario ultimato, è ancora la Ruini a festeggiare con 36 punti (frutto di 18 vittorie e 4 sconfitte), contro i 30 di Parma e Bologna ed i 28 delle due modenesi.

Il vecchio adagio del “quel che è fatto è reso …”, ben si adatta alla formazione dei Vigili del Fuoco, visto che Gianfranco Zanetti – che, oltre alle indubbie qualità tecniche, ha dalla sua anche una sorta di “portafortuna” – lascia il Capoluogo toscano per migrare in quello emiliano e, manco a dirlo, allunga a 9 la striscia dei suoi titoli vinti, di cui gli ultimi 6 consecutivi, conducendo la Virtus Bologna, sotto la guida di Oddo Federzoni, alla conquista degli Scudetti 1966 e ’67.

Stagione, la prima, che viene peraltro ricordata come una delle più incerte e combattute nella Storia del nostro Campionato, con le formazioni delle due storiche città rivali a concludere il Torneo a parità di punti e con una sola sconfitta a testa, ovviamente derivante dagli scontri diretti, che vedono la Ruini imporsi per 3-1 a Firenze (terza stagione con il proprio impianto imbattuto …) e cedere 2-3 a Bologna, rendendosi così necessaria la disputa di uno spareggio per l’assegnazione del titolo, nonostante che il sestetto di Bellagambi avesse una differenza set (65-9 rispetto a 64-12) migliore rispetto ai propri avversari …

Teatro della sfida è il Palasport di Milano che il 30 giugno ’66 ospita quello che può definirsi “uno spot per la Pallavolo”, visto che le due contendenti – se fosse stato possibile, meritevoli senza dubbio alcuno di dividersi lo Scudetto – si danno battaglia per 5 tiratissimi set che, alla fine, premiano (14-16, 15-9, 15-17, 15-9, 15-13) gli uomini di Federzoni per il primo degli unici due titoli della Società felsinea.

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Sergio Veljak – da:old.slosport.org

Bologna che bissa lo Scudetto nella successiva stagione, stavolta in maniera preponderante, visto che conclude il Torneo imbattuta, il che sta a significare, per quanto ovvio, la fine dell’imbattibilità casalinga per il sestetto fiorentino, sconfitto 1-3 a domicilio dai Campioni d’Italia e che conclude il Campionato in terza posizione, alle spalle anche di Parma, con un record di 17 vittorie e 5 sconfitte, nonostante abbia inserito in rosa il valido schiacciatore triestino Sergio Veljak.

 

Vi è da dire, nel ricordare il biennio di successi bolognesi, che a Firenze, proprio in detto periodo, approda un terzetto di Campioni che fa la storia del nostro Volley e che risponde ai nomi del modenese Andrea Nannini, proveniente dalla Minelli (anch’essa in via di sparizione, concludendo ultima il Torneo ’67), di Erasmo Salemme, acquistato dalla Brunetti Roma, e, soprattutto, di Mario Mattioli, ravennate prelevato dalla Robur e che, per 8 stagioni, delizia il palato fine del pubblico fiorentino.

A questo trio si aggiunge il non ancora 20enne schiacciatore locale Andrea Nencini, cresciuto nella Sestese, così che Bellagambi ha la possibilità di dare nuovamente l’assalto al titolo assoluto, in un Campionato che si risolve in una sfida a tre tra i bicampioni di Bologna, Ruini e Parma abbinata alla Salvarani ed in cui la discriminante – visto che i rispettivi confronti diretti si concludono con una vittoria per parte, pur se le sfide tra Parma e Bologna vedono avere la meglio, in entrambi i casi per 3-2, la squadra ospite – è l’impensabile sconfitta per 0-3 dei Campioni in carica sul campo di Ancona, così che la Classifica a fine stagione vede Ruini e Salvarani appaiate al comando con 40 punti (20 vittorie e 2 sconfitte a testa), con Bologna staccata di due lunghezze.

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La RUINI Campione d’Italia nel 1968 – da:vigilfuoco.gov.it

Altro spareggio, dunque, per il sestetto fiorentino, questa volta disputato a Faenza il 23 maggio ’68 e con altrettanto esito diverso, visto che Mattioli & Co. si impongono per 3-1, grazie ai parziali di 15-12, 9-15, 15-5, 16-14 a loro favore.

Vi sarebbe la possibilità di iniziare una serie vincente se non fosse che, dopo la retrocessione anche della “Villa d’Oro”, ecco apparire nel panorama del Volley nostrano colei che ne rilancia l’immagine anche a livello europeo, ovverossia la “Panini Modena”, Società fondata dai fratelli proprietari della famosa casa editrice, la quale, come prima cosa, convince il palleggiatore Andrea Nannini a tornare nella sua città natale, perdita che in casa fiorentina viene compensata dall’inserimento nel ruolo del 20enne Andrea Fanfani.

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La Panini che accede alla Serie A nel ’67 – da:modenavolley.it

Di questa situazione approfitta Parma, che torna a conquistare un titolo che mancava in bacheca dal 1951, al termine di una stagione decisa ancora una volta da uno spareggio – stavolta contro Bologna, superata 3-0 (15-7, 15-13, 16-14) nella gara disputatasi a Pisa – dopo che le due formazioni avevano concluso il Torneo con 20 vittorie e 2 sconfitte a teste, nel mentre Ruini e Panini avevano concluso nelle posizioni di rincalzo con 34 e 32 punti rispettivamente, prima di dare luogo ad un quadriennio di sfide memorabili.

Periodo in cui l’Italia continua a non essere in grado di ritagliarsi un proprio spazio a livello internazionale – non meglio che ottava sia ai Campionati Europei svoltisi in Turchia nel ’67 che nella nostra penisola nel ’71, e peggiorando addirittura i piazzamenti iridati, con il 16esimo posto nel ’66, il 15esimo nel ’70 ed addirittura il 19esimo nel ’74, nel mentre la rappresentativa azzurra non ottiene, a seguito di tali risultati, l’accesso alle prime tre edizioni dei Giochi in cui la Pallavolo è ammessa alle Olimpiadi – ma che vede il movimento in crescita a livello interno, al quale le due citate formazioni forniscono un indubbio contributo.

Non vi è niente, difatti, che entusiasmi maggiormente gli appassionati che vedere due sestetti praticamente dello stesso valore darsi battaglia sino all’ultimo punto dell’ultima gara dell’ultima giornata, cosa che accade sin dalla stagione ’70, dove ad avere la meglio è la Panini che, nonostante paghi dazio (1-3) nel capoluogo toscano, può sfruttare il passo falso (1-3) della Ruini sul parquet dei Campioni in carica di Parma per far suo il primo titolo di una lunga serie, dopo aver restituito con gli interessi (3-0) la sconfitta nel confronto diretto, e consentire al proprio tecnico Franco Anderlini di conquistare il suo sesto personale Scudetto, dopo i cinque vinti con l’Avia Pervia.

L’ingresso negli anni ’70 sancisce altresì un’altra importante variabile nel nostro Campionato, costituita dal tesseramento di giocatori stranieri, di cui, tra le “quattro grandi”, ne usufruiscono, tesserando tutte e tre giocatori provenienti dalla Cecoslovacchia, sia Modena con il palleggiatore Josef Musil, al pari di Bologna con l’universale Antonin Viche, così come di Parma che si rafforza con lo schiacciatore Jaroslav Smidl, ma non la Ruini, che mantiene uno schieramento autoctono, anche per la successiva stagione.

E, del resto, quando puoi contare su di un trio formato da Mattioli, Nencini e Salemme (che in tre superano già le 200 presenze in Nazionale …) è difficile poter trovare di meglio – considerato altresì che i giocatori dell’Est Europa, gli unici in grado di dare “quel qualcosa in più”, possono espatriare solo al compimento dei 30 anni, tant’è che anche le citate altre formazioni abbandonano l’idea – ragion per cui Bellagambi si affida al proprio “zoccolo duro” per invertire le sorti dell’annata precedente.

Cosa che, puntualmente, si verifica e proprio negli esatti termini descritti in quanto, dopo essersi divise le vittorie nei confronti diretti (3-0 per la Ruini a Firenze, 3-2 per la Panini a Modena), sono i Campioni d’Italia stavolta a scivolare, curiosamente con lo stesso identico punteggio (1-3) dei toscani nel Torneo ’70, sul parquet di Parma, così che la Classifica finale stavolta recita Ruini p.42 (21 vittorie ed una sconfitta) rispetto ai 40 dei modenesi.

Un duopolio, quello tra Ruini e Panini, che si esalta ancor di più, qualora ve ne fosse stato bisogno, nella stagione ’72, che vede i due sestetti dominare lungo tutto lo Stivale, senza lasciare scampo ad ogni avversaria che incontrano sul loro cammino (da Trieste sino a Catania), salvo dividersi ancora una volta la posta nei confronti diretti, che vedono il predominio del fattore campo (3-2 a Firenze e 3-1 a Modena), ragion per cui, avendo concluso il Campionato a parità di punti, si rende nuovamente necessario ricorrere ad uno spareggio per l’assegnazione del titolo, che premia stavolta in maniera inequivocabile la formazione di Anderlini che si impone con un netto 3-0 (15-13, 15-5, 15-10) nella sfida andata in scena a Roma il 31 marzo ’72.

Con solo le briciole per le altre, l’ultima stagione ai vertici per la Ruini si apre con la sorpresa di vedere un’altra toscana tornare a disputare il massimo Campionato, vale a dire la formazione universitaria del CUS Pisa che ha rilevato il titolo sportivo dalla Zoli di Pontedera e di cui fanno parte Campioni del calibro di Fabio Innocenti, Fabrizio Nassi ed Alessandro Lazzeroni, destinati a lasciare anch’essi il segno nella Storia della nostra Nazionale.

Un derby che, al Palazzetto del CUS di Piazza dei Cavalieri, il sestetto sempre diretto da Bellagambi si aggiudica con difficoltà 3-2, con i neopromossi pisani a concludere la stagione in un’onorevole quarta posizione, mentre la lotta al vertice vede l’inserimento, assieme alle due rivali, anche di Bologna che, facendo leva sulla potenza dello schiacciatore Giorgio barbieri e potendo ancora contare sull’abilità in fase di costruzione di Zanetti, infligge due sconfitte sul proprio parquet sia alla Ruini (3-0) che alla Panini (3-2), ricevendo analoga moneta in campo avverso, così come avviene, oramai di prammatica, nei confronti diretti tra fiorentini e modenesi.

Pertanto, con due vittorie ed altrettante sconfitte a testa nella “Classifica avulsa” tra le tre pretendenti al titolo, a “rompere le uova nel paniere” alle due compagini emiliane sono Trieste, che infligge alla Lubiam Bologna la terza sconfitta superandola per 3-2, mentre tocca a Parma fare identico scherzetto alla Panini andandone a violare il campo con un netto 3-1, così consentendo alla Ruini, che compie, viceversa, “percorso netto” contro le altre avversarie – con la sola Parma, a parte il già riferito “derby toscano”, a tentare il colpo grosso, venendo in entrambi gli incontri sconfitta per 2-3 – di conquistare il quinto ed ultimo Scudetto della sua gloriosa, ancorché breve storia.

Quella che, a giusta ragione, sarebbe dovuta essere una stagione di festa, si traduce al contrario nell’inizio della fine per la Società toscana, a causa dell’allargamento del panorama del Volley nostrano, non più circoscritto all’asse tosco-emiliano a seguito dell’ingresso delle grandi Metropoli, da Roma a Torino, la cui prima avvisaglia è costituita dalla “Ariccia Volley Club” che, grazie agli investimenti dell’imprenditore Giovanni Cianfanelli, si assicura le prestazioni dei due assi Mattioli e Salemme, così come fa giungere nella Capitale il talento americano Kirk Kilgour, purtroppo per lui poi vittima di un successivo gravissimo incidente in allenamento a gennaio ’76 che lo rende paralizzato.

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Nencini – da:wikipedia.org

Con i soli Fanfani e Nencini a “reggere la baracca”, Bellagambi non può evitare la retrocessione da Campione d’Italia – con sole 10 vittorie sulle 26 gare di calendario – mentre la Panini, senza la sua più agguerrita avversaria, domina il Torneo ’74 concluso con 6 punti di vantaggio sulla Lubiam Bologna e la citata Ariccia, al cui sestetto si aggiunge, l’anno seguente, anche Nencini per ricostituire lo “storico trio” che tanta gloria aveva portato alla città di Dante, mentre la Ruini salva la categoria poiché Bologna, in grave crisi finanziaria, rinuncia ad iscriversi al successivo Campionato.

Torneo, quello ’75, che vede la stridente realtà di una Ruini – il cui parquet, ricorderete, era “off limits” per chiunque vi entrasse – incapace di vincere una sola gara, consegnando lo scettro di formazione leader a livello regionale al CUS Pisa (per la seconda volta in tre anni a piazzarsi al quarto posto …), rispetto al trionfo dei suoi tre ex con l’Ariccia che si aggiudica il suo primo titolo subendo una sola sconfitta a Torino, con quest’ultimo a concludere a due sole lunghezze di distanza, complice una battuta d’arresto per 2-3 a Modena contro la rinata “Villa d’Oro”.

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Il ritorno di Mattioli

Cala così il sipario di una delle più belle realtà del nostro Volley degli anni ’60, mentre Mattioli, Nencini e Salemme aggiungono in bacheca un quinto titolo affermandosi anche nel ’77 con la Federlazio, che aveva rilevato il titolo sportivo dall’Ariccia trasferendosi definitivamente nella Capitale, per poi, il fiorentino doc Andrea Nencini e quello d’adozione Mario Mattioli – che durante il periodo romano avevano altresì fatto parte, così come Salemme, della Nazionale azzurra debuttante ai Giochi di Montreal ’76 e conclusi all’ottavo posto – saldare il debito di riconoscenza con il Capoluogo toscano facendovi ritorno nell’estate ’82 per accasarsi al CUS Firenze, contribuendo, con Mattioli nelle vesti di allenatore-giocatore, alla storica Promozione in Serie A1, salvo poi retrocedere l’anno seguente.

Un gesto di affetto per la città che li aveva lanciati ai vertici di uno sport tanto amato, e che per Mattioli aveva un valore ancor maggiore, visto che proprio a Firenze è nato il figlio Francesco, a cui ha trasmesso la passione per questa disciplina e che lo ha visto anch’esso calcare i parquet della Massima Serie con le maglie di Verona, Trento e Latina.

Conclusione migliore non poteva esservi, per la Storia di una Società che ha fatto innamorare e sognare gli appassionati non solo fiorentini, figlia di un’epoca ancora dilettantistica rispetto al successivo subentro di realtà imprenditoriali alle quali una formazione che faceva capo ai Vigili del Fuoco non era chiaramente in grado di poter economicamente competere.

Non ci tacciate di inguaribili nostalgici, ma a noi questa epoca di puro dilettantismo senza il valzer delle sostanziose cifre che ancor più oggi girano nell’ambiente, un po’ ci manca …

 

GIBA, LO SCHIACCIATORE MIRACOLATO GIUSTIZIERE DELL’ITALIA

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La stella brasiliana Giba – da:volleywood.net

Articolo di Giovanni Manenti

Personalmente, sono sempre rimasto affascinato dai nomi ispanico/portoghese per quella loro lunghezza originariamente simbolo di nobiltà, e se, così di primo acchito, fossi a proporvi quello di Gilberto Amauri de Godoy Filho, immagino che per molti il pensiero andrebbe ad un “hidalgo” tipico della letteratura spagnola, anche se, pur per altre strade, un “conquistador” lo diverrà, ma senza uccidere nessuno …

Fortunatamente, a quelle latitudini, così come in Sudamerica, è in uso l’abbreviazione di nomi così impossibili da pronunciare per intero e, passando da un estremo all’altro, ecco che il nostro Gilberto diviene improvvisamente Giba, molto più noto agli sportivi, specie se trattasi di appassionati di Volley.

Gilberto Amauri de Godoy Filho, detto Giba, nasce a Londrina, nello Stato brasiliano del Paranà, il 23 dicembre 1976, ma la sua vita sarebbe potuta durare ben poco qualora non fosse stato in grado di sconfiggere la leucemia diagnosticatagli ad appena sei mesi, fortunatamente debellata quale primo segno, poiché non sarà l’unico, che il fato ha per lui programmi ben diversi.

Trasferitosi con la famiglia a Curitiba, Gilberto sviluppa un fisico imperioso, che lo porta a raggiungere m.1,94 per 85 chili e, come ogni giovane brasiliano che si rispetti, si accosta ad uno degli Sport con la palla, indirizzando la sua preferenza verso la Pallavolo, che inizia a praticare a buon livello all’età di 17 anni, con la particolarità di cambiare Club in Patria ogni stagione, dal 1993 con il Curitibano sino al 2000, allorché milita nel Minas di Belo Horizonte, con cui si aggiudica il suo unico titolo brasiliano.

Nel frattempo, Giba scala in fretta le gerarchie nell’ambito della squadra Nazionale, con cui si aggiudica il Campionato Mondiale Under 19, nonché i titoli sudamericani nella stessa categoria ed Under 21, allori più che sufficienti a spalancargli le porte della Nazionale Maggiore, in cui fa il suo esordio 18enne conquistando il Campionato sudamericano che si disputa in Brasile nel ’95, primo di una serie di 9 affermazioni consecutive.

Non selezionato per le Olimpiadi di Atlanta ’96, Giba vede per la seconda volta il suo “angelo custode” prendersi cura di lui, restando miracolosamente illeso da un incidente stradale allorché con la sua auto, dirigendosi verso Curitiba, sbanda precipitando in un burrone per un dislivello di 30 metri, per poi fare il suo esordio in una massima competizione internazionale partecipando ai Mondiali di Giappone ’98, dove ha l’occasione del suo primo confronto con un’Italia passata sotto la guida del suo connazionale Paulo Roberto de Freitas “Bebeto”, contro cui si gioca l’accesso alla Finale.

Sfida che vede gli azzurri, detentori del titolo iridato dopo i successi del 1990 e ’94, imporsi per 3-2 (15-10, 13-15, 15-11, 10-15, 15-10 i relativi parziali) per poi andare a confermarsi superando all’ultimo ostacolo la Jugoslavia per 3-0, mentre il Brasile paga lo sforzo della tirata semifinale cedendo anche rispetto a Cuba per 1-3 nella gara per il bronzo, per poi presentarsi con rinnovate ambizioni all’appuntamento olimpico di fine millennio ai Giochi di Sydney 2000.

Ed, in effetti, il percorso iniziale dei gialloverdi è di quelli che farebbe ben sperare, concludendo a punteggio pieno e con un solo set perso il Girone eliminatorio – comprese vittorie per 3-0 su Cuba ed Olanda – che qualifica per i Quarti con abbinamenti incrociati, ma, a sorpresa, il “derby sudamericano” con l’Argentina, giunta quarta nell’altro raggruppamento, vede quest’ultima prevalere con un 3-1 (17-15, 25-21, 25.19, 27-25) che estromette Giba ed i suoi compagni dalla lotta per le medaglie, concludendo la rassegna al sesto posto.

Messosi alle spalle il XX Secolo, il nuovo millennio si apre per il Brasile sotto i migliori auspici, sulla cui panchina siede ora Bernardinho (al secolo Bernardo Rocha de Rezende …), attraverso la conquista della World League, torneo che aveva sinora visto la compagine sudamericana trionfare una sola volta nel 1993, e che viceversa si aggiudica nell’edizione ’01 con le Fasi Finali a disputarsi a Katowice, in Polonia, e l’atto conclusivo contro un’Italia reduce dai successo nel ’99 e 2000 si conclude con un netto 3-0, in cui parziali di 25-15, 25-22 e 25-19 sono tali da non lasciare spazio a recriminazioni di sorta.

Iniezione di fiducia più che necessaria per affrontare, l’anno seguente, i Mondiali ’02 che si disputano in Argentina, Rassegna in cui il Brasile può contare solo un secondo posto, curiosamente colto proprio nel medesimo Paese venti anni prima, sconfitto 0-3 in Finale dall’allora Unione Sovietica, giungendovi dopo essere stato sconfitto 1-3 dalla Russia nella Finale di World League svoltasi a Belo Horizonte.

Anche Giba, però, ha deciso di dare una svolta alla propria attività professionale, accettando di trasferirsi in Italia per affinare le proprie capacità offensive, così da accasarsi a Ferrara con cui conclude la stagione regolare all’ottavo posto, ultimo utile per accedere ai Playoff dove riesce nell’impresa di eliminare la favorita Macerata prima di arrendersi a Modena in semifinale.

Torneo iridato come sempre molto lungo, in cui il Brasile supera la prima fase nonostante una battuta d’arresto per 2-3 contro gli Stati Uniti, per poi imporsi con altrettanti 3-0 nei tre incontri del secondo turno così da accedere alle gare ad eliminazione diretta, abbinato ai tre volte Campioni uscenti dell’Italia.

Una delle sfide più incerte ed appassionanti tra queste due superpotenze del Volley mondiale vede il Brasile – trascinato in attacco da Henrique con 12 punti, Nalbert e Giba con 11 ciascuno – portarsi sul 2-0 dopo essersi aggiudicato entrambi i primi due set per 25-23, solo per vedersi rimontato dagli azzurri guidati da Anastasi, che si impongono per 25-23 e 28-26 nei due successivi parziali, rimandando la decisione al tiebreak dell’ultimo set che il Brasile si aggiudica per 15-13 per uno “score” complessivo di 114-112 che pone fine all’egemonia azzurra in sede iridata.

Superato lo scoglio dei Campioni in carica – che concludono al quinto posto – per il Brasile si prospetta la gara contro la sempre ostica Jugoslavia di Miljkovic e Nicola Grbic, nonché oro ai Giochi di Sydney 2000, ostacolo che viene oltrepassato grazie ad una magistrale prestazione in attacco di Giba che mette a terra ben 14 palloni per un comunque sofferto 3-1 (26-24, 22-25, 27-25, 25-23) che schiude le porte per la seconda Finale iridata nella storia della Nazionale brasiliana, avversari i “figli” dell’allora Urss, ovvero la Russia.

Ritrovarsi in Finale a 20 anni di distanza e sullo stesso parquet con in pratica gli stessi avversari – la Russia era pressoché l’intero bacino fornitore dei giocatori all’Unione Sovietica – appare per il sestetto di Bernardinho come un segno del destino, ed in un’altra “sfida infinita” che sfora le due ore di gioco (rispetto ad 1.54’ della gara contro l’Italia …) a fare la parte dei protagonisti sono i due martelli Nalbert, autore di 23 punti, con 20 attacchi vincenti su 34 tentativi, e Giba che, dal canto suo, porta alla causa 18 punti, con 17 palle a terra su 30 schiacciate, determinanti per un successo per 3-2 quanto mai incerto come dimostrano i parziali di 23-25, 27-25, 25-20, 23-25 prima del 15-13 nel tiebreak decisivo.

L’aver sfatato il “tabù iridato” rende il Brasile uno dei maggiori candidati alla medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene ’04 al fine di rinverdire il trionfo di Barcellona ’92, tanto più che la formazione di Bernardinho si è confermata ai massimi livelli affermandosi nelle edizioni ’03 (3-2 in Finale alla Serbia) e ’04 della World League, in quest’ultimo caso avendo la meglio a Roma sull’Italia per 3-1, con Giba a confermare la propria veste di “giustiziere” degli azzurri, con 20 punti totali, di cui 14 in attacco, 4 a muro e 2 in battuta.

La consueta suddivisione delle 12 squadre partecipanti in due Gironi da 6 con le prime quattro a qualificarsi per i Quarti di finale con abbinamenti incrociati, fa sì che Italia e Brasile siano inserite nel medesimo Gruppo B – un Girone di ferro che comprende anche Russia e Stati Uniti – con Giba ancora protagonista nel confronto diretto, risolto 33-31 nel tiebreak del quinto set, mettendo a segno ben 26 punti, frutto di 21 attacchi vincenti, 3 muri e 2 battute andate a buon fine.

Quanto i due raggruppamenti fossero disomogenei lo dimostra il fatto che nei Quarti di finale le quattro qualificate del Girone di Italia e Brasile hanno la meglio sulle avversarie provenienti dall’altro Gruppo, così riproponendosi in semifinale sfide già viste, con il Brasile opposto agli Usa e l’Italia alla Russia.

Un’Italia ancora alla ricerca dell’unico titolo che ancora manca nel suo straordinario Palmarès, ovvero la medaglia d’oro olimpica, supera con inaspettata facilità (3-0, con parziali di 25-16, 25-17 e 25-16 che non ammettono repliche) l’ostacolo russo, così come fa il Brasile nei confronti del sestetto americano, imponendosi con un altrettanto netto 3-0 (25-16, 25-17, 25-23 i rispettivi parziali) che vede, manco a dirlo, Giba protagonista con 12 attacchi vincenti su 21 tentativi.

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Un attacco di Giba contro gli Usa nella Semifinale di Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ritrovarsi alla ricerca dell’oro olimpico da sempre agognato contro coloro che hanno posto fine alla loro striscia vincente iridata, non è proprio il massimo per il sestetto azzurro, alla cui guida è ora Giampaolo Montali, ma nulla possono, se non strappare il secondo set per 26-24, contro un Brasile che gioca a memoria appoggiando il proprio attacco su di uno scatenato Giba, capace di mettere ancora a segno 20 punti nel trionfo gialloverde, certificato dai punteggi di 25-15, 25-20 e 25-22 dei parziali vinti nel 3-1 conclusivo.

Un trionfo anche personale per il 27enne di Londrina, premiato come MVP del Torneo, il quale ha pure cambiato casacca a livello di Club, trasferendosi da Ferrara a Cuneo per un quadriennio, ottenendo come miglior risultato il primo posto nella “regular season” 2007 solo per essere eliminato da Piacenza nelle semifinali Playoff, formazione viceversa sconfitta 3-1 l’anno prima nella Finale di Coppa Italia.

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Attacco vincente di Giba nella Finale contro l’Italia ad Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ma per Giba il “suo Club” è la Nazionale con cui, nel puntare alla riconferma del titolo iridato, ribadisce la superiorità con altri due successi nelle edizioni della World League ’05, dove supera in Finale per 3-1 (14-25, 25-14, 25-19, 25-16 i parziali) i padroni della Serbia, e 2006, in cui a cedere in Finale è la sorprendente Francia, che si porta sul 2-0 (25-22, 25-23), prima che si scateni la furia di Giba che, con 29 punti totali, di cui 23 in attacco, 5 a muro ed uno in battuta, ribalta l’esito dell’incontro con il 25-22 e 25-23 con cui si concludono il terzo e quarto set, prima del 15-13 nel tiebreak decisivo, venendo, manco a dirlo, premiato come MVP del Torneo.

Campionati Mondiali che si svolgono a fine anno ’06 in Giappone, a partire da metà novembre, ed il consueto, lungo e massacrante calendario vede il sestetto sempre guidato da Bernardinho giungere alle semifinali avendo lasciato un solo incontro alla Francia (1-3) nella Fase iniziale, per poi carburare nel secondo turno, in cui mette a segno tre vittorie per 3-0 – compresa quella con l’Italia, in cui Giba si “diverte” ancora una volta a perforare la nostra difesa, mettendo a terra ben 18 attacchi vincenti su 27 tentativi – ed una per 3-1 contro la Spagna.

Semifinale che vede ripetersi la sfida contro la Serbia dei fratelli Grbic e di un Miljkovic che fa di tutto (17 attacchi vincenti) per frenare il rullo compressore brasiliano che, con Giba ancora primattore con 19 punti, fa suo l’incontro per 3-1 (25-19, 15-25, 25-22, 25-12) per andare ad affrontare in Finale una Polonia che sta mettendo le basi per i recenti successi, ma stavolta ancora troppo inesperta per poter pensare di impensierire la formazione sudamericana, che si impone con relativa facilità, come dimostra l’andamento dei tre set (25-12, 25-22, 25-17) sufficienti per confermare il titolo iridato, e Giba ad essere premiato come MVP del Torneo.

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Giba in attacco ai Mondiali di Giappone ’06 – da:gettyimages.in

Giunto al compimento dei 30 anni a tre settimane dal bis iridato avendo oramai vinto tutto ciò che c’era da conquistare – e, nel frattempo, si è pure sposato il giorno di Natale 2003 con la pallavolista rumena Cristina Pirv, unione da cui nascono i figli Nicoll e Patrick – a Giba non è ancora andata via la voglia di cercare nuove sfide, a cominciare dall’allungare a cinque la striscia di World League consecutive affermandosi anche nell’edizione ’07, la cui Fase finale si disputa ancora a Katowice e dove a soccombere nel match decisivo è la Russia che, dopo aver conquistato il primo set per 25-18, soccombe (25-23, 28-26, 25-22) nei tre successivi parziali, prima di abdicare l’anno successivo, curiosamente ancora quando il Torneo si conclude in Brasile, addirittura scendendo dal podio, dopo le sconfitte per 0-3 contro gli Usa in semifinale e per 1-3 con la Russia nella sfida per il bronzo.

Un esito che potrebbe far presagire un Brasile non all’altezza di difendere il titolo olimpico ai successivi Giochi di Pechino ’08, ai quali Bernardinho si presenta confermando 8 dei 12 componenti la rosa vittoriosa quattro anni prima ad Atene, ed anche stavolta tocca ai Campioni iridati avere in sorte il Girone peggiore, composto anche da Russia, Serbia e Polonia, superato peraltro classificandosi al primo posto pur con il consueto passo falso, stavolta rispetto alla Russia.

Giunto alla fase in cui non sono più concesse distrazioni, il Brasile non ha alcuna difficoltà ad avere la meglio per 3-0 sui padroni di casa cinesi (25-17, 25-15, 25-16 gli evidenti parziali), per poi ritrovarsi ad affrontare ancora una volta l’Italia in semifinale, mentre l’altra sfida oppone gli Stati Uniti alla Russia.

E quella che, per gli azzurri, è oramai una sorta di “maledizione vivente”, si manifesta nuovamente davanti ai loro occhi sotto forma dei 17 punti (15 attacchi vincenti e 2 muri) che Giba, “allenatosi” nel match contro la Cina, mette a segno per il 3-1, dopo l’illusorio successo dell’Italia per 25-19 nel primo set (25-18, 25-21, 25-22 l’esito dei successivi parziali), che certifica la sua seconda Finale olimpica consecutiva, avversari gli Stati Uniti, venuti a capo di una palpitante sfida contro la Russia, risolta 15-13 al tiebreak.

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Giba esulta dopo un punto contro l’Italia a Pechino ’08 – da:gettyimages.in

Appuntamento al quale il sestetto americano giunge a 20 anni esatti dalla loro precedente Finale olimpica, curiosamente svoltasi anch’essa in una Capitale asiatica, ovvero ai Giochi di Seul ’88, con l’intenzione di confermare la recente vittoria nella World League, cosa che puntualmente avviene in quanto, diversamente dal solito, è stavolta il Brasile ad aggiudicarsi per 25-20 il primo set, per poi dare battaglia nei restanti parziali, ma un Giba meno decisivo del solito (appena 12 attacchi vincenti su 38 tentativi) non riesce ad impedire il ritorno degli Stati Uniti sul gradino più alto del podio, affermandosi per 25-22, 25-21, 25-23 nel 3-1 finale.

Oramai 32enne, con alle spalle una lunga e logorante carriera, l’apporto di Giba alla causa della sua Nazionale si riduce e, dopo un biennio in Russia nelle file dell’Iskra Odincovo, torna in Patria per poter essere maggiormente a disposizione per i grandi Tornei internazionali, a cominciare dall’edizione ’09 della World League, nuovamente appannaggio dei gialloverdi che superano 3-2 in Finale la Serbia (22-25, 25-23, 25-22, 23-25, 15-12 i relativi parziali), con il “martello” pur sempre in grado di dare un fattivo contributo dall’alto dei suoi 13 punti messi a segno, anche se il ruolo di leader in attacco è oramai passato sulle spalle di Leandro.

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Giba festeggia la vittoria nella World League ’09 – da:gettyimages.in

Una situazione ancor più confermata l’anno seguente, allorché il Brasile conclude un decennio da favola con l’ottava affermazione su 10 edizioni della World League ed eguagliando altresì l’impresa dell’Italia mettendo in fila il suo terzo titolo iridato consecutivo nella Rassegna ’10 ospitata proprio dal nostro Paese ed in cui Giba, nominato Capitano, svolge più una veste di vice allenatore che non di protagonista sul parquet, non scendendo neppure in campo nella semifinale vinta per 3-1 (25-15, 25-22, 23-25, 25-17) contro gli azzurri, in cui il “nuovo mostro” è il citato Leandro, in grado di mettere a punto 21 attacchi vincenti su 28 tentativi (percentuale del 75% …!!), mentre la Finale vede il sestetto di Bernardinho avere la meglio sulla ritrovata Cuba – a 20 anni dall’ultima sfida per il titolo contro l’Italia a Rio de Janeiro – con un 3-0 (25-22, 25-14, 25-22 i relativi parziali), con ancora Leandro devastante con 19 punti totali, anche se la palma di MVP del Torneo va al compagno di squadra Murilo Endres.

Giba ha comunque ancora un ruolo fondamentale nell’edizione ’11 della World League, disputatasi a Gdansk, in Polonia, dove, per una volta, il tiebreak non sorride al Brasile, bensì alla Russia che si impone per 15-11 dopo quattro combattutissimi set (23-25, 27-25, 25-23, 22-25), con il quasi 35enne nativo del Paranà a mettersi in evidenza con 16 punti (12 in attacco, 2 muri ed altrettante battute vincenti …), prima di assistere a quella che può definirsi la sua “passerella d’addio” nell’anno olimpico 2012.

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Giba alle Olimpiadi di Londra ’12 – da:gettyimages.in

Dopo aver, difatti, disputato la sua ultima World League che il Brasile conclude al sesto posto, i Giochi di Londra ’12 rappresentano il capolinea dell’avvenuta in Nazionale – costituita da ben 319 presenze – di un Giba che non scende in campo nei due 3-0 rifilati nei Quarti ed in semifinale ad Argentina ed Italia rispettivamente, per poi esser giocato da Bernardinho come “carta della disperazione” nella Finale contro la Russia che sembrava poter riportare i gialloverdi alla conquista dell’oro dopo aver vinto piuttosto nettamente (25-19, 25-20) i primi due set, ma aver perso ai vantaggi (27-29) il terzo parziale è la molla che dà la carica ai rappresentanti del vecchio Continente per far loro il quarto per 25-22 e quindi concludere agevolmente per 15-9 il decisivo tiebreak.

La rinuncia alla Nazionale non comporta però il ritiro dall’attività agonistica per Giba, che prosegue stancamente per altre due stagioni sino al definitivo abbandono annunciato nell’agosto 1994 a 37 anni, dopo aver concluso altresì la parentesi affettiva con la moglie, la quale ottiene il divorzio a seguito della scoperta di una relazione tra il campione e la modella Maria Luiza Dautt avuta durante il periodo in cui ha giocato in Argentina con il Bolivar e che poi sposa nel 2013 …

Questioni sentimentali a parte, Giba sfrutta la sua enorme popolarità acquisita in patria dedicandosi al sociale a favore dei bambini orfani ed affetti da forme tumorali, quasi volersi sdebitare verso il prossimo per la buona sorte che lo ha fatto guarire dopo pochi mesi di vita dalla leucemia, ma per il Volley azzurro resterà sempre colui che più di ogni altro è stato capace di distruggere i sogni di vittoria ad inizio del XXI secolo …

Una sorta di “giustiziare miracolato”, degno del più nobile degli hidalgo …