MATERA FEMMINILE VOLLEY E QUEL FANTASTICO TRIS DI TROFEI DEL 1993

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La formazione del Matera Volley 1992-’93 – da:pvfmatera.com

Articolo di Giovanni Manenti

Negli Sport di squadra, la massima ambizione che può avere una Società all’inizio di ogni Stagione agonistica è quello di aggiudicarsi i principali tornei, sia nazionali (Scudetto e Coppa) che continentali, si chiami quest’ultimo Coppa dei Campioni piuttosto che Champions League od Euroleague, obiettivo peraltro pressoché esclusivamente riservato ai Club più blasonati e con maggiori capacità finanziarie …

Vi sono però talora realtà ben più modeste che riescono a vivere – sia pur per un arco di tempo limitato – quelle che sono vere e proprie “Favole sportive”, ed una di queste ha per sottofondo il Mondo del Volley femminile e, per protagonista, una Società italiana, anche se, come vedremo, il supporto economico diviene giocoforza una discriminante fondamentale …

Ad eccellere sino a giungere ai massimi vertici europei è la “Pallavolo Femminile Matera”, Società fondata nel 1976 e che si affaccia sul panorama del Volley nazionale nella Stagione 1985-’86 partecipando al Campionato di Serie A2 per poi raggiungere, due anni dopo, la Promozione nella Massima Divisione.

Matera, Capoluogo dell’omonima Provincia della Basilicata, non è mai stata città di grandi tradizioni sportive, basti pensare che la sua squadra di Calcio in una sola occasione (nel 1979) è riuscita ad ottenere la Promozione nel Torneo Cadetto, solo per retrocedere immediatamente al termine della successiva stagione, ragion per cui gli sportivi locali vedono con simpatia la crescita della loro formazione di Pallavolo femminile.

L’esordio in Serie A1 è difatti convincente, grazie all’abbinamento con la Banca Popolare di Pescopagano e le ragazze ottengono un più che dignitoso quinto posto al termine della “Regular season” per poi essere eliminate al primo turno dei Playoff Scudetto, ma la prima pietra è stata posta e, nel ’90, vi è già un primo miglioramento che porta il sestetto lucano sino alle Semifinali Playoff, sconfitte 3-1 nella serie da Reggio Emilia.

L’ingresso negli anni ’90 determina il primo “salto di qualità”, attraverso la partecipazione alla prima Manifestazione internazionale, vale a dire la Coppa CEV che Matera si aggiudica prendendosi la rivincita sulle emiliane, sconfitte con un umiliante 3-0, come certificano i relativi parziali di 15-4, 15-9, 15-5 nella Finale disputatasi il 19 ottobre ’91, dopo che il titolo era andato, per l’11esimo anno consecutivo,  a Ravenna.

Successo continentale che il sestetto allenato dall’ex schiacciatore azzurro Giorgio Barbieri bissa l’anno seguente, allorché “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”, nel senso che in Finale Matera si trova nuovamente ad affrontare una formazione italiana, stavolta Modena, ma il 16 febbraio ’92 a festeggiare sono sempre le lucane, pur se le emiliane – a dispetto del 3-0 conclusivo – offrono una resistenza (17-15, 16-14, 15-11) ben maggiore.

I tempi sono oramai maturi per attaccare la leadership di Ravenna, e per far ciò un importante contributo alle sorti della “Calia Salotti Matera” (per via del nuovo abbinamento commerciale …) viene dalla scelta della 22enne schiacciatrice americana Keba Phipps – già da un anno in Italia avendo militato ad Ancona – di preferire la Basilicata alla Romagna, poiché, parole sue “meglio vincere il primo Scudetto che perdere il dodicesimo” …

Un guanto di sfida bello e buono quello lanciato dalla nazionale Usa nei confronti delle “invincibili”, tra le quali la carta d’identità sta iniziando a chiedere il conto alle leggendarie Manuela Benelli e Lily Bernardi, mentre la formazione a disposizione di Barbieri può contare sulla gioventù della centrale Paola Franco e della schiacciatrice Consuelo Mangifesta (entrambe classe 1968 …), cui si erano aggiunte nel mercato estivo la 22enne palleggiatrice Anna Maria Marasi, proveniente da Modena ed eletta miglior giocatrice Under21 della precedente stagione e la mancina italo-brasiliana Giseli Gavio, prelevata da Reggio Calabria …

Un sestetto, pertanto, con tutte le carte in regola per giocarsi le proprie chances di Scudetto, come confermato dall’esito della “regular season” che vede le lucane concludere al secondo posto con 44 punti (frutto di 22 vittorie e 4 sconfitte), a due sole lunghezze dalla Imet Perugia e precedendo le pluricampionesse di Ravenna, che, dal canto loro, non appaiono decise ad abdicare, prova ne sia aver riportato in Italia la Coppa dei Campioni dopo lo storico successo del 1988 …

Difatti, le due vincitrici dei rispettivi Trofei continentali si sfidano in semifinale, ed ad aver la meglio, grazie al vantaggio del fattore campo, sono le ragazze di Barbieri che chiudono la serie sul 3-2 e mettono così fine ad una “Dinastia tricolore” durata oltre un decennio, apprestandosi ad affrontare una Perugia che, dal canto suo, sotto la guida del celebre e pluri medagliato tecnico brasiliano Bernardinho, annovera tra le sue file campionesse del calibro della connazionale, nonché sua moglie, Vera Mossa, e l’altra brasiliana Eliani Da Costa, cui si aggiungono le giovanissime, non ancora 20enni, Maurizia Cacciatori e Guendalina Buffon, sorella maggiore del famoso portiere Gianluigi.

Con già la Coppa Italia in bacheca, le umbre partono con i favori del pronostico, immediatamente sovvertiti in gara-1, allorché Matera espugna il 9 maggio 1992 il parquet avversario per 3-1 con un’autorità che neppure i parziali (15-13, 15-6, 9-15, 15-5), di per sé eloquenti, sono sufficienti a testimoniare, con la giovane Marasi a distribuire gioco in regia e l’americana Phipps (20 punti e 14 cambi palla) a dominare sotto rete …

L’importante è non farsi prendere dall’euforia, perché la serie è lunga e mercoledì si replica, ma anche la seconda partita ripete identico andamento, con ancora le ragazze di Bernardinho a far loro solo il terzo set per un nuovo 3-1 (16-14, 15-7, 10-15, 15-11) in cui la parte del leone (pardon, della leonessa …) la fa stavolta la Mangifesta con 13 punti e 15 cambio palla al suo attivo …

Manca solo un ultimo sforzo, cercare di evitare che Perugia possa riprendere fiducia e convinzione nei propri mezzi facendo sua gara-3 al “PalaEvangelisti” del Capoluogo umbro, con una Phipps che pone fede alle sue affermazioni di inizio stagione mettendo a terra ben 41 attacchi vincenti per un terzo 3-1 (15-4, 15-5, 13-15, 15-11) che non ammette repliche rispetto alla superiorità delle ragazze lucane, che possono così festeggiare il primo Scudetto, non solo della loro ancor breve Storia, ma dell’intera regione a livello di qualsiasi disciplina sportiva.

L’inizio degli anni ’90 vede altresì l’ingresso dei grossi Gruppi nel Mondo del Volley – vedasi la Mediolanum di Silvio Berlusconi e la Benetton in campo maschile – e l’estate seguente segna una svolta epocale per tale Sport in quel di Matera, con la Società rilevata dal “Gruppo Parmalat” di Calisto Tanzi, assumendo così la denominazione di “Latte Rugiada Matera”.

Il primo tangibile risultato di detta operazione sta nello strappare a Ravenna la formidabile centrale peruviana Gabriela Perez Del Solar – alta ben 194cm. e medaglia d’argento olimpica ai Giochi di Seul ’88 – così da fornire a Barbieri un sestetto base in grado di competere, oltre che a livello nazionale, anche nella ben più competitiva Coppa dei Campioni.

E, mentre il Campionato si rivela poco più che un proficuo allenamento – con la “regular season” conclusa a quota 50 punti (25 vittorie ed una sola sconfitta) – è l’impegno internazionale quello verso il quale Phipps & Co. riversano le loro maggiori energie, entrando in gara a partire dagli Ottavi di Finale, avversarie le bulgare della celebre Polisportiva CSKA Sofia.

Sicuramente “parenti povere” della formazione laureatasi due volte Campione d’Europa nel 1979 ed ’84, le balcaniche annoverano comunque tra le proprie file componenti di spicco della loro Nazionale quali Emilia Pachova, Neli Marinova ed Antonina Zetova, ma l’esordio di Matera il 5 dicembre 1992 davanti al proprio pubblico è di quelli che non lasciano spazio a recriminazioni di sorta, visti i parziali di 15-10, 15-4, 15-13 per il definitivo 3-0, poi replicato al ritorno (15-6, 15-12, 15-11), peraltro disputato anch’esso in Italia, a Cutrofiano, in Provincia di Lecce …

Superato lo scoglio degli Ottavi, per accedere alle “Final Four” occorre sbarazzarsi delle temibili tedesche del Munster, formazione che l’anno precedente si era aggiudicato il terzo Trofeo continentale, vale a dire la Coppa delle Coppe, avversario pertanto di tutto rispetto, allenato dal tecnico olandese Harry Brokking e che, assieme alle nazionali tedesche Beate Buhler e Karin Steyart, può contare sull’apporto della 21enne schiacciatrice olandese Erna Brinkman e della cinese Xiu-Lan Teng …

A volte il Diavolo viene dipinto più brutto di quel che in realtà è, e l’esito della gara di andata svoltasi il 20 gennaio 1993 al Palasport di Matera lo sta a testimoniare, visto non solo il 3-0 inflitto dal sestetto di Barbieri alle tedesche, ma soprattutto l’imbarazzante andamento dei relativi parziali, vinti i primi due per 15-8, 15-5 per poi lasciare addirittura a 0 (!!) le rivali nel terzo set …

Non che sia già tutto deciso, visto “l’ambiente caldo” che sicuramente le attende in Germania, ma insomma, basta solo raggranellare 14 punti in tre set per cogliere il pass per le “Final Four”, obiettivo già quasi raggiunto al termine del primo set (perso 15-12) e messo in cassaforte aggiudicandosi 15-7 il secondo, per poi lasciare una platonica vittoria per 3-2 (15-2, 7-15, 15-12 i restanti parziali …) e potersi così preparare alla fase finale, in programma a fine febbraio.

Poiché il Club tedesco – un po’ troppo convinto dei propri mezzi – si era candidato per ospitare le “Final Four”, ecco Matera avanzare la propria, ma il Palazzetto lucano non ha i requisiti idonei per ospitare tale rassegna ed allora ecco che, con un colpo da maestro, il General Manager Michele Uva riesce a convincere la CEV (Federazione Europea di Volley) a dirottare la stessa presso lo splendido impianto di Santeramo in Colle, in Provincia di Bari, ma distante solo una ventina di chilometri dalla città lucana …

Sicuramente con l’appoggio del pubblico dalla propria parte, ma altresì con una concorrenza che più temibile non si può – le altre qualificate sono le detentrici di Ravenna, le russe dell’Uralocka, già 6 volte vincitrici del Trofeo, e le croate del Mladost Zagabria, che avevano sollevato la Coppa nel 1991 – le ragazze di Barbieri scendono in campo il 26 febbraio ’93 per sfidare proprio le connazionali in un turno preliminare utile solo per stabilire gli accoppiamenti delle Semifinali.

Pure con la citata Perez Del Solar ad aver cambiato maglia, la formazione di Sergio Guerra vende cara la pelle e, dopo aver perso il primo set 5-15, si impone nei due seguenti per 15-8 e 15-9, giungendo ad un passo dal successo (ancorché platonico, come riferito …), cedendo negli ultimi due parziali, in entrambi i casi per 15-17 …

Comunque, tale vittoria comporta per il Latte Rugiada Matera – che deve ringraziare una straordinaria Phipps (23 punti e 28 cambi palla per lei), capace di opporsi all’altrettanto eccellente olandese Weersing (17 e 22, rispettivamente) sul fronte opposto – l’abbinamento con le croate, a propria volta travolte dal sestetto russo, in cui spicca la Menshova con 26 attacchi vincenti.

Semifinale che va in scena la sera del 27 febbraio, dopo che, al termine di un match per certi versi epico, Ravenna è venuta a capo della sfida con l’Uralocka per 3-2 dopo essere stata in svantaggio per 2 set ad 1 (13-15, 15-10, 13-15, 15-6, 15-10), così da raggiungere la sua nona Finale nelle ultime 10 edizioni della Manifestazione, anche se nelle precedenti 8 per sei volte si è dovuta arrendere …

La possibilità di assistere, per la prima volta dalla creazione della Coppa dei Campioni, ad una Finale tutta italiana, non tarda molto a materializzarsi, vista la pressoché nulla resistenza opposta dal Mladost allo scatenato sestetto di Barbieri, che si impone con un 3-0 i cui parziali di 15-6, 15-6, 15-8 la dicono lunga sulla disparità dimostrata sul parquet pugliese …

Confermare il titolo riconquistato l’anno precedente o mettere in bacheca il primo Trofeo internazionale della propria Storia è la chiave di lettura con cui scendono in campo la sera del 28 febbraio ’93 le ragazze di Ravenna e Matera, con le seconde a poter contare sul caloroso tifo dei propri sostenitori, ma le prime consapevoli come questa rappresenti, per molte di loro, l’ultima occasione di salire sul trono europeo …

Più che l’apporto del tifo, probabilmente gioca un fattore decisivo la fatica sostenuta dalle ravennati nella semifinale contro le russe – da qui l’importanza di quel successo “strappato” con i denti nel turno preliminare – rispetto al comodo 3-0 delle neo Campionesse d’Italia, fatto sta che, dopo essersi aggiudicate il primo set 15-10, le ragazze di Guerra cedono alla distanza e, dopo che Matera, equilibrate le sorti dell’incontro con il 15-6 del secondo parziale, si aggiudica il terzo 15-12, si intuisce che l’inerzia della gara è oramai nelle loro mani, certificata dal netto 15-7 del quarto e decisivo set che eleva Matera sul tetto d’Europa.

Protagoniste assolute Keba Phipps (15 punti e 19 cambi palla per lei), al pari della ex Gabriela Perez Del Solar con 20 attacchi vincenti, rispettivamente premiate come “Miglior Giocatrice” e “Miglior Muro” del Torneo, mentre a Consuelo Mangifesta spetta la palma di “Miglior Difesa” della Rassegna continentale …

Una città in festa acclama le proprie beniamine, ma il Coach Barbieri tiene alta la concentrazione, poiché per lui la relativa conquista, ancorché del più prestigioso Trofeo continentale, è solo una prima tappa degli obiettivi stagionali, tanto più che, a meno di un mese di distanza, proprio Matera è chiamata ad ospitare le Fasi Finali della Coppa Italia, e poi c’è anche uno Scudetto da difendere …

Appuntamento quindi per il 20 marzo con la Semifinale che vede Matera opposta a Reggio Emilia per una sfida che dura poco più di 50’ (3-0, con parziali imbarazzanti di 15-3, 15-13, 15-3) ed apprestarsi ad affrontare, nella Finale del giorno dopo, un’Ancona che ha superato al termine di una partita incandescente le “Leonesse” di Ravenna per 3-2 (15-11, 15-8, 14-16, 8-15, 15-13), alle quali va reso il doveroso onore per la loro capacità di non arrendersi mai …

Sono quasi 3000 gli spettatori radunati sulle tribune del Palasport di via Vittorio Veneto e che non vogliono perdersi lo spettacolo che il fantastico sestetto messo in campo da Barbieri – giova ricordarlo, Marasi, Franco, Gavio, Mangifesta, Phipps e Del Solar – manda in scena, annichilendo le loro avversarie che in tre soli set riescono a malapena a raggranellare 17 punti (15-8, 15-7, 15-2 lo score finale) per una festa alla quale partecipano un po’ tutte, pur con l’inarrestabile Phipps a mettere a terra 24 palle vincenti, rispetto alle 13 di Mangifesta ed alle 12 di Gavio.

Una formazione con già due Trofei stagionali e che in Campionato ha perso una sola volta, non può che essere la logica favorita anche per la conferma del titolo italiano, avendo come principale avversaria la voglia di riscatto delle proprie rivali, con il tabellone dei Playoff ad apporle nei Quarti proprio Perugia, finalista l’anno precedente, ma ben diversa da quella di 12 mesi prima, avendo concluso all’ottavo posto la stagione regolare …

Nessun problema, difatti, con la serie decisa da un doppio 3-0, mentre sulla carta maggiore ostacolo è rappresentato dalla semifinale contro Ancona, la ricordata finalista di Coppa Italia, ma anche stavolta l’unica concessione delle ragazze lucane è quella di cedere un set nella gara nel Capoluogo marchigiano dopo essersi imposte 3-0 sul parquet amico, così da prepararsi alla seconda sfida consecutiva per lo Scudetto contro, e chi altrimenti, e se non le “eterne” ravennati, che avevano chiuso la “regular season” con sole tre sconfitte al passivo …

E se, l’anno prima, la conquista dello Scudetto per Matera era stata “mitigata” dal trionfo europeo delle loro avversarie, questa volta l’esito della sfida rappresenta un vero e proprio “passaggio di consegne”, visto che Benelli & Co. si giocano tutte le loro carte in gara-1 sperando di ripetere l’identica impresa di violare il campo lucano riuscita loro nella stagione regolare, capitolando per 2-3 al tiebreak …

Persa la speranza di invertire il vantaggio del favore campo, le altre due partite si risolvono in facili successi (3-1 e 3-0) per Phipps & Co. che riescono così a completare un fantastico tris che, pensate un po’, non era riuscito neppure alla “Corazzata” Teodora Ravenna …

Questo “storico” en plein non resta un fatto isolato per Matera che, pur perdendo dalla successiva stagione il tecnico Barbieri, sostituito da Massimo Barbolini e, soprattutto, la centrale Del Solar, approdata a Modena, riesce a restare ancora ai vertici nazionali e continentali per un triennio, prima di essere anch’essa coinvolta nel crac finanziario della Parmalat e cessare la propria attività nel 2000, ma certo è che una stagione come quella di quel meraviglioso anno 1993 resterà scolpita per sempre nei cuori e nelle menti sia delle protagoniste che di coloro che hanno avuto la fortuna di assistervi …

 

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IL TRIENNIO AI VERTICI EUROPEI E MONDIALI DEL TRENTINO VOLLEY

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La Itas Trento festeggia la Champions League 2009 – da:legavolley.it

Articolo di Giovanni Manenti

In uno Sport come la Pallavolo, storicamente radicato lungo la via Emilia, prova ne sia che, dall’istituzione del Campionato Italiano nel 1946 la prima formazione non proveniente dall’Emilia-Romagna ad aggiudicarsi lo Scudetto è la Ruini di Firenze nel 1964, la relativa asticella – fatta salva l’episodica stagione 1978 allorché a vincere il titolo è la Paoletti Catania – si è progressivamente alzata verso Nord …

La prima a rompere questa egemonia è stata Torino, con il periodo d’oro della Klippan/Robe di Kappa a cavallo degli anni ’80, per poi spostarsi in Veneto, dove gli anni ’90 hanno visto il dominio della Sisley Treviso, prolungatosi oltre metà del primo decennio del nuovo secolo, allorché nel panorama del Volley nostrano irrompe una nuova realtà che sposta ulteriormente a Nord, ovvero addirittura in Trentino Alto Adige il vertice di tale disciplina a livello nazionale.

Prima di entrare nel racconto di tale “miracolo sportivo”, ci sia permesso un parallelo calcistico con il primo Milan dell’Era Berlusconi che, con il Tecnico Arrigo Sacchi alla guida, riuscì, a fine anni ’80, a far seguire alla vittoria dello Scudetto 1988 la conquista, per due stagioni consecutive, di Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale, citazione utile solo a ricordare che la “Trentino Volley” è riuscita a far meglio, centrando una tale impresa per un triennio di seguito …!!

Ma se il Milan aveva alle spalle una sua già gloriosa storia, fatta di Scudetti e Coppe internazionali varie, la vicenda del Trentino Volley ha quasi del romanzesco, visto che di Pallavolo, a quelle latitudini, non si era mai parlato in termini così altisonanti, con l’unica compagine a praticare tale disciplina a livelli non più che discreti era la “Mezzolombardo Volley”, che nel 1997 aveva guadagnato la promozione in A2 …

Caso vuole che nella primavera del 2000 un Club storico come Ravenna – vincitrice di tre Coppe dei Campioni consecutive dal 1992 al ’94 allorché faceva parte del Gruppo Ferruzzi – non riesca più a far fronte alle proprie difficoltà finanziarie, decidendo di rinunciare al titolo sportivo che viene pertanto rilevato dalla nuova Società “Trentino Volley” appositamente costituita grazie alla passione ed all’interesse di Diego Mosna, 50enne trentino doc e proprietario della “Diatec, multinazionale dell’industria cartiera, il quale ne diviene il Presidente ed abbina il nome della sua azienda a quello delle Assicurazioni Itas al neonato Gruppo Sportivo che assume pertanto la denominazione di “Itas Diatec Trentino”.

Rilevato, pertanto, il diritto a partecipare al Campionato di Serie A1 2000-’01, la Itas muove i suoi primi passi – affidata sotto l’aspetto tecnico alla guida di Bruno Bagnoli, fratello minore del più affermato Daniele – concludendo al decimo e nono posto le sue due prime stagioni nell’elite del Volley nazionale, in cui ad aggiudicarsi il titolo sono le “solite note” di Treviso e Modena, per poi compiere un primo “salto di qualità” nel 2003, allorché ad indossarne la maglia giungono tre esponenti della “Generazione di Fenomeni” del Volley azzurro, ovvero il palleggiatore Paolo Tofoli e gli schiacciatori Lorenzo Bernardi ed Andrea Sartoretti.

Giunta difatti settima alla conclusione della “regular season”, Trento dà del filo da torcere a Modena, impegnandola sino al tiebreak della quinta e decisiva sfida dei Quarti dei Playoff Scudetto (25-23, 17-25, 23-25, 25-17, 10-15 i relativi parziali) a dimostrazione che la strada intrapresa è quella giusta – Modena perderà poi la Finale Scudetto 3-1 nella serie contro Treviso – e per migliorare la quale viene deciso di affidare la panchina ad un tecnico di valore quale Silvano Prandi, protagonista degli anni d’oro di Torino.

L’avvicendamento alla guida – unito alla forza dei due schiacciatori russi Alexei Kazakov ed Igor Choulepov – fa sì che Trento concluda la stagione 2004 al primo posto (con 21 vittorie e solo 5 sconfitte), per poi pagare l’inesperienza venendo sconfitto 1-3 nei Quarti dei Playoff Scudetto da Perugia, viceversa superata (3-1 e 3-0) in entrambe le gare di Campionato, una delusione che si ripercuote sulla stagione successiva – caratterizzata dall’esonero a marzo di Prandi, nonché dall’addio di Bernardi e dei due citati schiacciatori russi – conclusa all’ottavo posto, ultimo utile per accedere ai Playoff, venendo eliminato ai Quarti da Piacenza dopo l’illusione fornita dal successo esterno per 3-1 in gara-1 …

Risultati che non possono soddisfare l’ambizioso Presidente Mosna, il quale impone una prima variazione di rotta affidando la guida della squadra per le due successive stagioni al Tecnico brasiliano Radames Lattari, per poi ringiovanire la rosa con l’inserimento dei suoi connazionali André Nascimento ed André Heller, rispettivamente schiacciatore e centrale, mentre in regia Tofoli è sostituito dall’altro azzurro Marco Meoni.

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Il Tecnico Radames Lattari – da:legavolley.it

Nonostante finisca il Campionato 2006 al sesto posto, Trento supera per la prima volta i Quarti dei Playoff, togliendosi la soddisfazione di eliminare Modena sconfiggendola 3-2 (18-25, 25-15, 20-25, 25-21, 15-6) al “PalaPanini” nella decisiva gara-3, salvo poi cedere 1-3 in semifinale contro la corazzata Treviso che, sorprendentemente, abdica dopo tre titoli consecutivi di fronte a Macerata, al suo primo successo assoluto, riprendersi peraltro lo scettro la stagione successiva, superando nettamente Piacenza.

Torneo 2007 in cui Trento non conferma le speranze nate dall’anno precedente, peggiorando la posizione di fine Campionato, concluso all’ottavo posto per poi essere eliminato al primo turno dei Playoff da Cuneo, al termine in ogni caso di tre sfide tutte concluse sul punteggio di 3-2, per quella che resta per lungo tempo l’ultima stagione di “vacche magre” per la formazione trentina …

L’estate 2007 rappresenta, a tutti gli effetti, la “stagione della svolta”, allorché il Presidente Mosna ed il General Manager Giuseppe Cormio decidono di abbandonare la pista sudamericana virando decisamente verso Est, a cominciare dalla panchina, affidata al Tecnico bulgaro Radostin Stojcev, proveniente dalla Dinamo di Mosca, dove svolgeva le funzioni di secondo allenatore, Club da cui preleva anche il connazionale Matej Kazijski, premiato a fine 2006 come “Miglior Schiacciatore europeo dell’anno”.

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Il bulgaro Matej Kazijski – da:twitter.com

Ma l’orientalizzazione della rosa non si ferma qui, al bulgaro Milyakov, già in forza dalla stagione precedente, vengono affiancati altri due compagni di Nazionale, vale a dire Vasil Stoyanov e, soprattutto, lo schiacciatore Vladimir Nikolov, mentre un altro, fondamentale innesto giunge dall’inserimento, in veste di palleggiatore, della “leggenda” serba Nikola Grbic, da quattro stagioni in forza a Piacenza, ancora in grado di comandare il gioco a suo piacimento, a dispetto degli oramai raggiunti 34 anni di età …

Con una sorta di Nazionale bulgara sul parquet – cui non deve peraltro disconoscersi il contributo di una giovane promessa del Volley azzurro, vale a dire il 26enne Emanuele Birarelli, che proprio a Trento giunge alla definitiva consacrazione – Trento conquista per la seconda volta nella sua breve storia la prima posizione al termine della “regular season”, ma stavolta il cammino nei Playoff Scudetto è ben diverso.

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Il palleggiatore Nikola Grbic – da:legavolley.it

Abbinato, difatti, ad una Modena da un paio di stagioni in netto calo, Trento non ha difficoltà a qualificarsi per le semifinali in due sole gare (3-0 e 3-1), per poi rifilare un ancor più netto doppio 3-0 a Roma e quindi accedere per la prima volta alla Finale per il titolo, avversaria la Copra Piacenza che, in semifinale, ha avuto la meglio su Cuneo imponendosi 3-1 al “PalaBreBanca” nello spareggio.

Con il fattore campo a proprio vantaggio, il sestetto di Stojcev non ha difficoltà ad imporsi per 3-0 (25-20, 26-24, 25-15) in gara-1, per poi andare vicinissimo a chiudere il conto al “PalaBanca” di Piacenza, cedendo solo 14-16 al tiebreak del quinto e decisivo set, rimandando pertanto ogni decisione alla terza e decisiva sfida che va in scena il 7 maggio 2008, in un “PalaTrento” riempito sino al limite della relativa capienza, con Grbic & Co. a non fare sconti, imponendosi con un ancor più netto 3-0 (29-27, 25-16, 25-19) in cui gli emiliani restano in partita nel solo primo parziale, per la gioia incontenibile degli oltre 4mila tifosi presenti …

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Nikola Grbic alza il Trofeo dello Scudetto 2008 – da:trentinovolley.it

L’aver portato in Trentino il titolo di Campione d’Italia – curiosamente, per rispettare il parallelo calcistico fatto in premessa, a 20 anni esatti di distanza dalla Scudetto del Milan di Sacchi – determina il compito di rappresentare l’Italia (unitamente a Piacenza e Macerata) nella successiva edizione della Champions League, che per Trento si apre sorteggiata nel Gruppo E assieme ai francesi del Beauvais Oise, agli austriaci dell’Aon HotVolleys Vienna ed agli sloveni dell’ACH Bled …

Un cammino che vede la formazione di Stojcev – che, nel frattempo, ha ridotto ai soli Kazijski e Krasimir Stefanov la componente bulgara, tornando a puntare sul Brasile con l’ingaggio dello schiacciatore Leandro Neves Vissotto, prelevato da Taranto, e del centrale Riad Ribeiro Pires Garcia, proveniente direttamente dal Sudamerica – rifilare identici 3-0 alle avversarie sul parquet amico ed imporsi altresì in trasferta, concedendo due soli set al Club viennese, così da concludere imbattuta il proprio Girone ed affrontare la successiva Fase ad eliminazione diretta.

Sbrigata la formalità (doppio 3-0) con gli spagnoli del Maiorca, ai Quarti di finale il sorteggio pone di fronte a Grbic & Co. gli ostici polacchi dell’AZS Czestochowa, che nel turno precedente hanno infranto i sogni di gloria di Piacenza, impegno anch’esso superato in scioltezza, grazie all’autorevole successo esterno per 3-1 (22-25, 25-21, 25-17,25-18) cui fa seguito un ancor più netto 3-0 (25-19, 25-13, 25-12 i relativi parziali), che garantisce l’accesso alle “Final Four” del 4 e 5 aprile 2009 in programma alla “02 Arena” di Praga, avversari i greci dell’Iraklis Salonicco, i russi dell’Iskra Odincovo ed una vecchia conoscenza quale la Lube Banca Marche Macerata …

Ed è proprio il confronto tutto italiano a decidere chi dovrà affrontare in Finale l’Iraklis, che si è già sbarazzata per 3-1 dell’Iskra, e la compagine di Stojcev prosegue nella sua striscia di imbattibilità nel corso del Torneo, avendo la meglio in tre soli set (25-21, 25-19, 25-23) e così giungere al primo, importante appuntamento internazionale a nemmeno 10 anni dalla sua fondazione.

Due formazioni senza alcun Trofeo internazionale nelle rispettive bacheche si danno pertanto battaglia nell’atto conclusivo del 5 aprile, ed è la maggior esperienza ai massimi livelli di alcuni dei propri componenti (Grbic e Kazijski su tutti …) a fare la differenza, con Trento che, dopo aver dominato (25-12) il primo set, si fa sorprendere (21-25) nel secondo, per poi concludere sul 3-1 grazie al 26-24 e 25-22 con cui si aggiudica il terzo ed il quarto parziale.

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Trento festeggia la Champions League 2009 – da:eurosport.com

Salita sul tetto d’Europa, la Itas Diatec Trentino intenderebbe confermarsi anche in patria, ma il logorio di una stagione così massacrante si fa sentire all’ultimo atto, allorché deve sfidare Piacenza nella Finale Scudetto, tornata a disputarsi al meglio delle cinque gare …

In una serie emozionante, con le squadre sul 2-2 – con Trento ad aver restituito, in gara-4, il successo esterno che Piacenza aveva colto in gara-3 al PalaTrento – la sfida decisiva si svolge ancora sul parquet amico il 17 maggio, e rappresenta una delle poche delusioni di un quinquennio da incorniciare per i tifosi trentini, che già si stanno preparando a festeggiare, visto che i loro beniamini si portano sul 2-0 (25-21 e 25-20), per poi assistere, ammutoliti, alla reazione della compagine emiliana che fa suoi i successivi tre parziali (25-21, 25-22 sino al 15-13 del tiebreak) per conquistare il primo (e sinora unico …) Scudetto della loro Storia …

Fare a cambio tra il titolo italiano e quello europeo è comunque un qualcosa a cui si può sottostare, soprattutto in vista della successiva stagione in cui, oltre al Campionato ed all’impegno continentale, la squadra è chiamata a cimentarsi anche nel Campionato Mondiale per Club – Manifestazione abortita dopo le prime quattro edizioni dal 1989 al ’92 e riapparsa quasi per far piacere a Trento – che si svolge dal 3 all’8 novembre 2009 a Doha, in Qatar.

Con ad essere iscritte le vincenti dei cinque maggiori Tornei continentali (Europa, Asia, Africa, Nord e Centro America e Sudamerica), oltre alla formazione di casa dell’Al-Arabi e le invitate Zenit-Kazan e Skra-Belchatow, le stesse vengono suddivise in due Gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime due a qualificarsi per le semifinali incrociate …

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Osmany Juantorena, naturalizzato italiano, qui in maglia azzurra – da:panorama.it

Per la compagine di Stojcev – che nel frattempo ha in parte rivoluzionato la rosa, affidando la regia, dopo l’addio di Nikola Grbic, al palleggiatore brasiliano Raphael de Oliveira e, soprattutto, con il tesseramento del fortissimo schiacciatore cubano Osmany Juantorena, nipote del celebre mezzofondista Alberto e reduce da tre anni di inattività – l’unico serio ostacolo à costituito dai russi dello Zenit-Kazan, superati solo 15-11 al tiebreak del quinto e decisivo set, così fa garantirsi il primo posto nel Girone e l’abbinamento in semifinale con gli iraniani del Paykan, Campioni d’Asia …

Incontro che si rivela, come da pronostico, poco più di una formalità, vinto per 3-0 (25-18, 25-22, 25-19) per poi giocarsi il titolo iridato contro la ben più agguerrita formazione polacca, giunta anch’essa imbattuta in Finale, dopo aver regolato 3-1 (15-25, 25-23 25-21, 26-24) lo Zenit-Kazan al termine di una combattutissima sfida.

Ci si potrebbe attendere una gara giocata punto a punto, ma al contrario, con una manovra ben orchestrata da Rapahel e con un Kazijski (premiato come MVP del Torneo) a martellare da par suo il muro avversario, la stessa risulta in equilibrio solo nel primo set, vinto da Trento 26-24, per poi non conoscere ostacoli come dimostrano il 25-18 e 25-19 con cui si concludono il secondo ed il terzo parziale.

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Trento festeggia il Mondiale per Club 2009 – da:trentino volley

Al nono anno dalla fondazione, Diego Mosna è riuscito a portare la sua Trentino Volley dapprima ai vertici europei e quindi mondiali, ma la sua fame di vittorie non si è ancora conclusa, ed allora all’assalto del bis continentale, senza peraltro trascurare il Campionato, che la vede concludere la “regular season” al primo posto, frutto di 23 vittorie e sole cinque sconfitte.

Inserito in un “Girone di ferro”, assieme ai greci dell’Olympiakos ed ai russi della Dinamo Mosca, Trento subisce la sua prima sconfitta a livello Champions League il 5 gennaio 2010, superata 3-1 nella Capitale moscovita, ma ciò nonostante conclude il Gruppo al primo posto, il che le consente di affrontare nel turno successivo i ben più abbordabili belgi del Roeselare (eliminati con un doppio 3-1) e quindi giocarsi nuovamente con l’Olympiakos l’accesso alle “Final Four” di inizio maggio 2010, per il cui svolgimento è stata scelta la sede di Lodz, in Polonia.

Evidentemente a proprio agio con le formazioni greche, ecco che Trento non ha difficoltà a superare anche questo ostacolo con una certa facilità, confermata dal doppio 3-1, anche se l’affermazione in terra ellenica è quanto mai combattuta come dimostrano (34-32, 22-25, 25-16, 29-27) i relativi parziali.

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Il successo in Coppa Italia 2010 – da:wikipedia.org

Costretta a disimpegnarsi sul doppio fronte interno – dove, per non farsi mancare niente, il 31 gennaio 2010 si era aggiudicata anche la Coppa Italia, sconfiggendo 3-1 (28-26, 25-15, 20-25, 27-25) Cuneo nella Finale disputata al “PalaTerme” di Montecatini – e continentale, la Itas Diatec Trentino inizia il 24 marzo i Playoff Scudetto, avendo la meglio per 3-0 nei Quarti su Verona, per poi soffrire maggiormente per eliminare Macerata in semifinale, accedendo alla sua terza Finale consecutiva per il titolo grazie al successo per 3-2 in gara-4 nelle Marche, disputatasi il 29 aprile, a due giorni dal viaggio in Polonia per giocarsi la Champions …

L’1 maggio, pertanto, sul parquet della “Atlas Arena” di Lodz, Trento affronta gli sloveni del Bled per garantirsi – cosa che fa piuttosto agevolmente, visto l’andamento (25-13, 23-25, 25-21. 25-17) dei parziali che certificano il 3-1 conclusivo – la sua seconda Finale consecutiva, avversaria, ironia della sorte, proprio quella Dinamo Mosca che ne aveva interrotto l’imbattibilità a livello europeo …

Mai rivincita fu più dolce, con una dimostrazione di superiorità talmente assoluta che neppure i parziali di 25-12, 25-20, 25-21 sono sufficienti a chiarirne l’evidenza, con in più la soddisfazione di veder Juantorena premiato come MVP delle “Final Four”.

Per concludere la stagione – che ha visto sinora Trento disputare qualcosa come 55 incontri (28 di Campionato, 7 di Playoff, 12 di Champions League, 5 di Coppa del Mondo e 3 di Coppa Italia …) – manca solo la Finale Scudetto che, per esigenze della Nazionale, si disputa in gara unica, appuntamento al 9 maggio 2010, al “Futurshow Station” di Casalecchio sul Reno, avversario il Piemonte Volley Cuneo, per quello che, in caso di vittoria, avrebbe rappresentato un “Grande Slam” irripetibile …

Ed anche stavolta, come l’anno scorso nella decisiva sfida con Piacenza, Trento illude i propri tifosi dominando il primo set, chiuso sul 25-14, per poi farsi rimontare da Cuneo che, al pari degli emiliani, conquista proprio a spese dei trentini il primo titolo (ed anche per loro, sinora unico …) della loro storia, aggiudicandosi i restanti parziali per 25-22, 25-20 e 25-22, con in più la beffa che l’ultima palla a terra la metta l’ex Vladimir Nikolov, protagonista del primo Scudetto trentino.

Una Finale vinta e due perse in un Torneo italiano che sta cambiando fisionomia, visto che nell’ultimo triennio ha visto trionfare tre diverse formazioni al loro primo successo tricolore, ma per la Itas Diatec Trentino i confini nazionali sono sempre più ristretti, visto che deve cimentarsi nelle maggiori competizioni internazionali, dove sembra trovarsi maggiormente a proprio agio, anche se l’intensità delle stesse incide giocoforza sulle prestazioni in Campionato.

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Il Presidente Diego Mosna ed il Tecnico Radostan Stojcev – da:wikipedia.org

Situazione, quest’ultima, che si modifica nella successiva stagione 2010-’11 – alla quale Trento prende parte avendo sostituito il brasiliano Vissotto, tornato in patria, con lo schiacciatore ceco Jan Stokr, prelevato da Perugia, ma con in più il vantaggio di aver prolungato il contratto di Juantorena, nel frattempo divenuto cittadino italiano – anche grazie ad un innegabile vantaggio acquisito in Champions League …

Competizione nella quale Trento è inserito nel Gruppo D, assieme ai temibili polacchi del Belchatow, che difatti gli infliggono un pesante 0-3 il 24 novembre ’10, anche se, a metà dicembre, alla sospensione del Torneo, ha pur sempre già messo in carniere il doppio successo con i rumeni dello Zalau ed una sofferta vittoria interna per 3-2 sui tedeschi del Friedrichshafen …

Ma, mentre gli altri atleti si godono le festività natalizie, per Trento vi è da onorare l’impegno di Coppa del Mondo, ancora ospitato dalla Capitale qatarota, inserito nel Gruppo B assieme agli argentini del Bolivar, ai californiani del Paul Mitchell ed ai vice Campioni d’Europa della Dinamo Mosca.

Nella riedizione della Finale continentale di Lodz, l’esito non cambia, con Trento a ribadire il precedente successo per 3-0 (25-21, 25-23, 27-25 i relativi parziali), così da concludere in testa il Girone ed affrontare in semifinale, per il secondo anno consecutivo gli iraniani del Paykan, cui viene riservato il medesimo trattamento, per poi trovarsi di fronte proprio i polacchi del Belchatow, dai quali era stato sconfitto nelle eliminatorie di Champions League …

Stavolta l’esito è ben diverso, grazie ad un 25enne Juantorena al top della condizione – premiato sia come MVP che quale miglior schiacciatore del Torneo – e per la formazione polacca non vi è scampo, superata con un 3-1 i cui parziali di 25-22, 25-19, 20-25, 25-16 sono tali da non ammettere repliche.

Finale iridata del 21 dicembre 2010 che si replica ad inizio nuovo anno al “PalaTrento” nella quinta gara del Girone di Champions League, con analogo esito (compreso il 25-16 del quarto set), anche se la sconfitta in terra tedesca all’ultimo turno relega i Campioni d’Europa al secondo posto, ottenendo però un prezioso regalo da parte della CEV (“Confédération Européenne de Volleyball”) che, designando Bolzano quale sede delle “Final Four”, automaticamente esclude Trento dai successivi turni eliminatori …

Un favore che la formazione di Stojcev – oramai alla sua quarta stagione in panchina – sfrutta portando a termine il miglior Campionato della sua Storia, concluso con 25 vittorie ed una sola sconfitta (1-3 in casa contro Verona, per poi disputare le “Final Four” di Champions League prima dell’inizio dei Playoff …

Già due volte Campioni Continentali, per Juantorena & Co. sarebbe un delitto deludere i propri tifosi che hanno l’occasione di assistere da vicino al principale appuntamento continentale, avversari in semifinale i polacchi dello Jastrzebski Wiegel, allenati da una vecchia conoscenza del Volley azzurro, vale a dire quel Loreno Bernardi che per un biennio aveva contribuito alla crescita del Club trentino.

Ma non c’è riconoscenza che tenga il 26 marzo 2011 al “Palaonda” di Bolzano, e la formazione polacca viene spazzata via con un eloquente 3-0 (25-16, 27-25, 25-22) per poi assistere al “Derby russo” tra Zenit-Kazan e Dinamo Mosca, appannaggio dei primi con un altrettanto netto 3-0, certificato dai relativi parziali di 26-24, 25-20, 25-21) e darsi quindi appuntamento per la sfida decisiva in programma il 27 marzo 2011.

Un Kazan che si era laureato Campione continentale nel 2008, prima dell’esordio di Trento nella Manifestazione, e pertanto quanto mai desideroso di tornare sul trono europeo, ma nonostante la formazione russa possa contare su stelle di prima qualità – quali il palleggiatore americano Lloy Ball (oro con gli Usa ai Giochi di Pechino ’08), nonché il 35enne opposto Sergej Tetjuchin (argento a Sydney 2000 e bronzo ad Atene ’04 e Pechino ’08) al pari dello schiacciatore Maksim Michajlov e del centrale Aleksandr Abrosimov – nulla può contro la forza e la volontà di affermarsi del sestetto di Stojcev, in cui brillano come al solito Juantorena e Kazijski – non a caso premiati come MVP e “Miglior Schiacciatore” delle “Final Fou” – ed è ecco che il “tris continentaleè bello e confezionato con un 3-1 (25-17, 20-25, 25-23, 25-20) che rappresenta altresì la vittoria n.100 di una squadra maschile italiana nella Manifestazione.

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La festa per la conquista della Champions League 2011- da:trentino volley

Oramai libero da impegni internazionali, Trento può concentrarsi sui Playoff Scudetto, il cui primo ostacolo dell’Umbria Volley San Giustino non può certo rappresentare un serio ostacolo per i tricampioni europei, difatti superato in tre gare, tutto il contrario della sfida di semifinale contro la rinata Casa Modena che, a dispetto del quinto posto in “regular season”, ha eliminato al primo turno la Gabeca Montichiari …

Ritrovato lo spirito dei tempi migliori, i modenesi replicano con il 3-0 di gara-2 ed il 3-1 di gara-3 alle due sconfitte per 0-3 patite al “PalaTrento”, impianto che, pertanto, è chiamato ad ospitare, l’8 maggio 2011, la sfida senza appello per l’accesso in Finale …

E, nonostante la fiera resistenza del sestetto emiliano, alla fine è Trento a spuntarla in quattro set (25-23, 28-30, 25-22, 25-11 i relativi parziali) per accingersi a preparare il riscatto nella Finale unica contro Cuneo che li aveva battuti l’anno precedente e che ha avuto la meglio, al termine di una combattutissima serie, su Macerata.

L’appuntamento è fissato per il 15 maggio 2011 al “PalaLottomatica” di Roma e l’Itas Diatec Trentino dimostra a chiare note quanto avesse inciso, nella sfida di 12 mesi prima, la stanchezza dell’impegno di Champions League, imponendosi con un 3-0 i cui parziali di 25-13, 25-22 e 25-9 appaiono addirittura imbarazzanti per gli sconfitti.

Finalmente, Trento è riuscito a completare il filotto Coppa del Mondo, Champions League e Scudetto nel corso della stessa stagione, a cui aggiunge anche il terzo titolo iridato 2011 conquistato ad inizio ottobre sempre a Doha avendo la meglio su quelli che sono oramai divenuti gli “avversari storici” dello Zenit-Kazan, superati 3-1 (25-22, 25-21, 19-25, 25-14) in Semifinale, al pari dei polacchi dello Jastrzebski Wiegel, cui viene riservato identico trattamento, visto che gli stessi consumano tutte le loro energie facendo loro il primo set 31-29, per poi cedere di schianto, come testimoniano il 25-16, 25-11, 25-16 dei successivi parziali, con ancora Juantorena a vedersi assegnato il premio di MVP e “Miglior Schiacciatore” del Torneo, cui fanno da contorno Raphael quale “Miglior Palleggiatore” e Kazijski in veste di “Miglior Servizio” …

Così, il tris italiano, europeo e mondiale lo si può leggere sia sotto forma della stagione (2010-’11) che avendo riferimento all’anno solare, ed anche se a marzo ’12 il Kazan si prende la sua rivincita, superando Trento nella semifinale di Champions League in modo da porre fine al suo dominio, il triennio vissuto dal sestetto di Stojcev rappresenta una delle pagine più gloriose nella Storia del Volley azzurro, per una Società che continua, ancor oggi, a mantenersi al vertici della Pallavolo italiana, avendo nel frattempo arricchito il proprio Palmarès con altri due Scudetti (2013 e ’15), altrettante Coppe Italia (2012 e ’13) e, tanto per ribadire una certa predisposizione alla globalità planetaria, anche due ulteriori Coppe del Mondo per Club nel 2012 e ’18, pur se la Champions League è, da un quadriennio a questa parte, patrimonio esclusivo del Kazan …

Indubbiamente, quanto mai felice fu, in quella estate del 2000, la scelta di rilevare il titolo sportivo di Ravenna, per portare una “ventata d’aria fresca” nel panorama del Volley italiano del nuovo millennio …

 

IL DECENNIO AI VERTICI MONDIALI DEL VOLLEY FEMMINILE PERUVIANO

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Le ragazze peruviane sul podio dei Giochi di Seul ’88 – da:as.com

Articolo di Giovanni Manenti

A livello di Sport mondiale, se pensi ad un Paese di poco più di 33milioni di abitanti come il Perù, l’immediata associazione è con il Calcio, disciplina maggiormente praticata e che ha visto la Nazionale partecipare a 5 edizioni dei Campionati Mondiali, con il suo periodo di maggior splendore durante gli anni ’70.

Per il resto, poco altro, se non il tennista Alex Olmedo, che nel suo anno di grazia 1959 raggiunge tre Finali del “Grande Slam”, affermandosi agli Australian Open ed a Wimbledon e venendo sconfitto da Neale Fraser agli US Open, per non parlare del medagliere olimpico.

Difatti, pur avendo gli atleti peruviani partecipato ad ogni edizione dei Giochi a far tempo da Berlino ’36 – con l’unica eccezione di quelli svoltisi ad Helsinki nel 1952 – il bottino raccolto è ben che mediocre, risolvendosi in soli quattro allori, di cui un unico oro risalente a Londra ’49 allorché ad imporsi è tale Edwin Vasquez nel tiro con la pistola da 50 metri …

Curiosamente, anche delle altre tre medaglie (tutte d’argento) conseguite da Los Angeles ’84 a Barcellona ’92, due provengono dal tiro, con Francisco Boza a contendere al nostro Luciano Giovannetti l’oro al Piattello Fossa ai Giochi californiani e Juan Giha a veder sfumare il gradino più alto del podio nel Piattello Skeet alla Rassegna catalana, ragion per cui l’unica altra disciplina a fregiarsi di un alloro olimpico è quella che conquista la seconda piazza ai Giochi di Seul ’88.

Non si tratta, però, di un’impresa isolata e fine a se stessa, in quanto corona un decennio, quello degli anni ’80, in cui la Nazionale peruviana di Volley femminile si è sempre ben distinta a livello internazionale, raggiungendo le semifinali – e salendo tre volte sul podio – tra i Mondiali ’82, dallo stesso Paese andino organizzati, e la citata edizione coreana delle Olimpiadi, dando dimostrazione di una solidità e compattezza di squadra non indifferente.

Peraltro con già una buona tradizione alle spalle – in occasione della sua prima partecipazione olimpica, a Città del Messico ’68, dove il Volley fa parte del programma per la seconda edizione dei Giochi, dopo esservi stato introdotto quattro anni prima a Tokyo ’64, le ragazze sudamericane colgono un significativo quarto posto alle spalle di Nazioni leader quali Urss, Giappone e Polonia – ribadita con la settima posizione di Montreal ’76 e la sesta di Mosca ’80, il Perù compie il cosiddetto “salto di qualità” in occasione della citata Rassegna iridata dallo stesso organizzata dal 12 al 25 settembre 1982.

Con le prime 7 edizioni dei Mondiali – inaugurati a livello femminile nel 1952 – ad aver visto imporsi solo Urss e Giappone (in 4 e 3 occasioni, rispettivamente …), già quattro anni prima, nel Torneo svoltosi in Unione Sovietica, vi era stata la riscossa del Volley centro/sudamericano, con il sestetto cubano del tecnico Eugenio George Lafita ad interrompere l’egemonia russo/nipponica superando dapprima le padrone di casa in semifinale (3-1, con parziali di 12-15, 16-14, 15-10, 15-12) e quindi travolgere le giapponesi nell’atto conclusivo con un 3-0 il cui andamento dei set (15-6, 15-9, 15-10) è di quelli da non lasciare spazio a recriminazioni di sorta.

Kermesse in cui il Perù aveva concluso in un’anonima decima posizione, per poi cedere due anni dopo 1-3 alle Campionesse mondiali cubani nella Finale per il quinto posto ai Giochi di Mosca ’80, dove le ragazze sovietiche avevano riscattato la delusione iridata conquistando il terzo oro olimpico della loro storia – dopo quelli di Città del Messico ’68 e Monaco ’72 ed essere state sconfitte in Finale dal Giappone a Tokyo ’64 e Montreal ’76 – superando 3-1 in Finale il sestetto della Germania Est.

Rassegna a cinque cerchi chiaramente condizionata dall’assenza delle giapponesi per l’adesione del proprio Paese al boicottaggio dichiarato dal Presidente Usa Jimmy Carter, circostanza che non tocca i Mondiali ’82 dove è presente il meglio del meglio del panorama del Volley internazionale, eccezion fatta per Germania Est e Cecoslovacchia che rinunciano alla trasferta sudamericana.

Con le 24 formazioni partecipanti suddivise in 6 Gironi da 4 squadre ciascuno, le padroni di casa non hanno certo difficoltà a sbarazzarsi (con altrettanti mortificanti 3-0, tra cui un triplo 15-0 alle malcapitate africane) di Canada, Indonesia e Nigeria cui un sorteggio benevolo le aveva abbinate nel Gruppo 1, per poi ben figurare nel secondo turno, dove giungono a pari punti (con 4 vittorie ed una sconfitta ciascuno) con Giappone e Corea del Sud nel Gruppo A, avendo la meglio su queste ultime solo grazie ad un miglior quoziente punti (1,577 ad 1,312), mentre le nipponiche si assicurano il primo posto per una miglior differenza set.

Piccolo dettaglio che fa la differenza, così come nell’altro Girone, dove a concludere a pari punti (sempre con 4 vittorie ed una sconfitta) sono stavolta Usa, Cina e Cuba – mentre le sovietiche crollano, sconfitte senza pietà per 0-3 da tutte e tre le riferite formazioni – con le Campionesse iridate in carica ad essere escluse dalle semifinali per una peggiore differenza set, così che le sfide per il podio vedono opposte Cina e Giappone da una parte e Perù e Stati Uniti dall’altra, una sorta di “doppio derby”, uno asiatico e l’altro nord/sudamericano.

Ed, ad avere la meglio, con altrettanti inequivocabili 3-0 (più netto quello sulle nipponiche con 45-21 il computo totale, con il confronto contro le statunitensi leggermente più equilibrato, come testimoniano i relativi parziali di 15-12, 15-12, 15-10) sono Cina e Perù che si affrontano per il titolo il 25 settembre ’82 al “Coliseo Amauta” della Capitale Lima.

Per la prima volta a trovarsi a disputare l’atto conclusivo di una grande manifestazione internazionale, le ragazze peruviane vengono travolte, nonostante l’appoggio del pubblico amico, da una Cina trascinata dalla fuoriclasse Lan Ping e che si impone con eloquenti parziali di 15-1 (!), 15-5, 15-11 per il 3-0 conclusivo che le incorona sul trono iridato per il primo, importante titolo della loro Storia.

Un successo al quale il sestetto cinese abbina anche l’Oro olimpico due anni dopo ai Giochi di Los Angeles ’84, in un Torneo peraltro condizionato dall’assenza – a causa del contro boicottaggio imposto da Mosca ai Paesi ricadenti nell’orbita sovietica – di Urss, Cuba e Germania Est, ed al quale il Perù si qualifica quale vincente del Campionato sudamericano 1983.

Con sole 8 formazioni iscritte, il sestetto peruviano – con un’età media alquanto bassa, visto che la più esperta nonché anziana (si far per dire …) è Maria Cecilia del Risco che, a dispetto dei suoi 24 anni, ha già partecipato ai Giochi di Mosca ’80 e di Montreal ’76 allorché aveva appena 16anni, stessa età delle più giovani della compagnia, ovvero Miriam Gallardo e Gabriela Perez del Solar – è inserito nel Gruppo B assieme a Canada, Giappone e Corea del Sud e, dopo il facile successo sulle nordamericane e l’altrettanto netta sconfitta sulle asiatiche, il passaggio alle semifinali si decide nella sfida contro le coreane, emozionante ed incerta quanto mai, visto che le sudamericane sprecano un vantaggio di 2 set a 0 (15-8 e 15-6 i parziali) facendosi raggiungere sul 2-2 (15-7 e 15-6 le repliche asiatiche) per poi ritrovare la giusta concentrazione ed imporsi 15-13 nell’ultimo, decisivo set.

Con Stati Uniti e Cina ad essersi qualificate nell’altro Girone, le semifinali incrociate – che replicano esattamente quelle di due anni prima nella Rassegna iridata – ne certificano la relativa superiorità, in quanto, se il “derby asiatico” vede ancora vincitrici le cinesi (curiosamente ripetendo il punteggio totale di 45-21 con cui si era conclusa la sfida ai Mondiali), l’esito dell’altro confronto è diametralmente opposto, con le americane a sfruttare stavolta il vantaggio del fattore campo, imponendosi con un 3-0 che solo nel primo set (concluso sul 16-14) vede un certo equilibrio, per poi mettere a segno un 15-9 ed un 15-10 nei due successivi parziali.

Perù che fallisce anche il gradino più basso del podio, sconfitto nella Finale per il bronzo 1-3 dal Giappone, mentre per il sestetto asiatico Mondiale od Olimpiade – in cui, ricordiamo, la Cina è al suo esordio, dopo decenni di isolamento – non fa gran differenza, venendo anche gli Usa demoliti con un 3-0 (16-14, 15-3, 15-9) in cui le padrone di casa oppongono resistenza solo nel set inaugurale.

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Una fase di Perù-Giappone a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.it

Si potrebbe obiettare – con una qual certa dose di ragione – come tali risultati siano stati ottenuti sfruttando, in un caso, il fattore campo e, nell’altro, approfittando dell’assenza dei Paesi del blocco sovietico, osservazione che però viene meno nelle due successive grandi Manifestazioni, vale a dire la Rassegna iridata che si svolge in Cecoslovacchia dal 2 al 13 settembre ’86 ed i “Giochi della riappacificazione” di Seul ’88, ai quali è assente la sola Cuba tra le Nazioni di maggior prestigio.

Va, al contrario, sottolineato come il giovane gruppo che aveva partecipato alle Olimpiadi californiane si sia consolidato e creata una formazione coesa, al punto che ben 9 delle componenti la rosa del 1984 vengono confermate a quattro anni di distanza, dopo che le peruviane avevano acquisito un’ulteriore positiva esperienza a livello internazionale nel corso dei citati Mondiali ’86, in cui sono inserite nel tutt’altro che semplice Gruppo C, assieme a Cuba e Brasile, oltre alla Germania Ovest, classica “ultima ruota del carro”.

Con le cubane ad aver riacquisito la forma e la determinazione che le aveva issate sul tetto del Mondo nel ’78, e che si impongono sul Perù per 3-2 nel match di apertura, diviene determinante la sfida all’ultimo turno contro il Brasile, superato per 3-1, in quanto detti risultati sono considerati validi per il secondo Girone a sei con Bulgaria, Cecoslovacchia e Corea del Sud, prime tre classificate del Gruppo A.

La disparità di valori tra i due Gironi eliminatori emerge in tutta la sua interezza allorché la sola Bulgaria riesce ad imporsi per 3-2 sul Brasile, mentre tutte le altre sfide sono appannaggio delle formazioni provenienti dal Gruppo C, ragion per cui Cuba mantiene il primo posto per effetto del successo nello scontro diretto ed il sestetto peruviano accede comunque anch’esso alle semifinali incrociate, avversaria la Cina Campionessa iridata ed olimpica in carica, che ha sinora compiuto “percorso netto” nel suo cammino, concedendo altresì un solo set (alla Germania Est, giunta alle sue spalle …) nei 6 incontri sinora disputati …

Tradizione che non si smentisce neppure in semifinale, che vede le asiatiche imporsi con un netto 3-0, così come Cuba fa sua l’altra sfida con la Germania Est per 3-1, punteggio con cui si concludano anche le due Finali, con il Perù a confermarsi sul podio per la seconda edizione consecutiva della rassegna iridata dopo l’argento di quattro anni prima, mentre la Cina corona il suo periodo di massimo splendore infilando il tris di trionfi tra Mondiali ed Olimpiadi.

All’approssimarsi dei Giochi di Seul ’88 sono in molti a domandarsi cosa stia succedendo al movimento pallavolistico sovietico, il quale manca da una Finale iridata dall’edizione di Messico ’74 – Torneo peraltro che non prevedeva sfide dirette, bensì un Girone finale all’italiana dove comunque ad affermarsi sono le giapponesi con tutte vittorie, così che il successo sull’Urss per 3-0 all’ultima giornata rappresenta, di fatto, una Finale essendovi le due squadre giunte a pari merito – nonché fuori dal podio nelle due ultime rassegne dopo il bronzo del 1978, suscitando un discreto interesse al riguardo, visto che comunque nella Capitale coreana, al di là della limitazione delle iscritte a sole 8 squadre, vi è il Gotha del Volley mondiale, con la sola già citata assenza di Cuba, rimpiazzata dal Brasile.

Ciò sta a significare che – dato l’elevato tasso tecnico in lizza – ogni gara deve essere vissuta come una sorta di spareggio e la composizione dei due Gironi eliminatori che qualificano direttamente alle semifinali incrociate le prime due classificate rappresenta una sorta di “deja vu” per le peruviane, visto che vengono abbinate ancora a Cina e Stati Uniti, ovvero le formazioni contro cui si erano infranti i loro sogni di gloria nelle precedenti manifestazioni, assieme al Brasile …

Un “Girone della morte” dal quale le peruviane – con tre giocatrici, Cecilia Tait, Gina Torrealva e Natalia Malaga, alla loro terza Olimpiade consecutiva – ne escono dando una prova di forza caratteriale non indifferente, visto che, dopo il facile successo per 3-0 sul Brasile, vengono a capo solo al quinto set di una durissima sfida con le Campionesse olimpiche in carica cinesi (13-15, 15-13, 7-15, 15-12, 16-14), per poi rischiare di mandare tutto in fumo ritrovandosi, nel terzo incontro con gli Usa, sotto 0-2 (12-15 e 9-15) prima di invertire completamente l’inerzia della gara e dominare i restanti parziali 15-4, 15-5, 15-9 per un primo posto nel Girone che sta a significare abbinamento in Semifinale contro il Giappone, secondo nell’altro raggruppamento alle spalle della ritrovata Unione Sovietica.

La gara del 27 settembre ’88 rappresenta una svolta “storica” per il Volley peruviano, poiché in caso di vittoria le ragazze sarebbero certe di una medaglia (oro od argento che sia …), evento che, come ampiamente evidenziato in premessa, da quelle parti è un qualcosa di più unico che raro a livello olimpico, e così aggrediscono le rivali asiatiche con una determinazione che le fa volare sul 2-0 in un amen (15-9, 15-6 i parziali), solo per subire la rimonte della mai dome giapponesi che, riordinate le idee, si riportano in partita aggiudicandosi terzo e quarto set 15-6 e 15-10.

Con l’obiettivo di una medaglia a rischio di svanire, la maggior fame delle peruviane rispetto alle avversarie – che, da quando la Pallavolo ha fatto il suo ingresso ai Giochi sono sempre salite sul podio salvo che a Mosca ’80 in quanto assenti – fa la differenza, ed in una partita in cui emerge la 24enne Denisse Fajardo, autrice di ben 13 punti vincenti rispetto alla consueta dote di Perez del Solar e Tait (10 ed 8 rispettivamente), il 15-12 con cui si conclude il quinto e decisivo set certifica quanto meno argento sicuro.

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Una fase della Finale Urss-Perù a Seul ’88 – da:as.com

Si potrebbe pensare che il risultato raggiunto possa aver “scaricato” la tensione in casa peruviana, ma così non è, e le prime ad accorgersene sono proprio le sovietiche – che, dal canto loro, non hanno avuto problemi a schiantare una Cina che, senza la sua leader Lan Ping vale molto meno delle precedenti – allorché, nella Finale del 29 settembre si ritrovano sotto 0-2 (10-15, 12-15), prima di sfruttare la loro superiore potenza fisica e riequilibrare le sorti del match facendo propri il terzo e quarto parziale (15-13, 15-7) e rimandare la decisione su chi fregiarsi dell’oro olimpico al quinto e decisivo set.

Sono passati esattamente 40 anni dall’unica medaglia di metallo pregiato conquistata dal Perù ai Giochi – la già citata vittoria di Vasquez nel tiro con la pistola da 50 metri a Londra ’48 – e questo ricordo deve indubbiamente essere servito da sprone per le ragazze andine (Tait e Perez del Solar su tutte, con 17 e 16 punti vincenti rispettivamente …) al fine di lottare su ogni singola palla per coronare un sogno che le avrebbe consegnate alla Gloria eterna, ma alla fine a spuntarla sono le sovietiche, trascinate da una mostruosa Irina Smirnova che mette a terra 24 punti vincenti, per il 17-15 che conclude il quinto parziale.

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Le lacrime delle ragazze peruviane dopo la sconfitta – da:as.com

Come spesso accade in questi frangenti, alle sconfitte restano i cosiddetti “premi di consolazione” ed, oltre alla medaglia d’argento, infatti Cecilia Tait viene premiata come MVP del Torneo e Gabriela Perez del Solar – una “stanga” di m.1,94 per 72kg. (!!) e che a fine Giochi si trasferisce in Italia per fare le fortune dapprima di Ravenna e quindi di Matera, Modena e Bergamo – per la miglior ricezione, ma siamo sicuramente certi che avrebbero lasciato volentieri detti riconoscimenti alle avversarie in cambio della loro medaglia d’oro …

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L’accoglienza trionfale al ritorno in Perù – da:as.com

Peraltro, la Nazionale di Volley viene accolta al ritorno in Patria in modo trionfale, come se avesse realmente vinto l’oro, ma d’altronde, come ricordato all’inizio, si trattava pur sempre della terza medaglia olimpica nella Storia dei Giochi per il Paese andino, anche se il rammarico per un’occasione sfumata difficilmente ripetibile e sfumata per un soffio sarà difficile da cancellare dalla mente di coloro che tentarono l’impresa …

Ad un passo dal cielo”, verrebbe da dire, non è così, forse …??

 

IL DECENNIO VINCENTE DELLA RUINI FIRENZE VOLLEY

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La Ruini Campione d’Italia nel ’73 – da:violaamoreefantasia.myblog.it

Articolo di Giovanni Manenti

Che l’Emilia-Romagna sia storicamente la patria della nostra Pallavolo non vi è ombra di dubbio – basti pensare che 40 dei 73 Scudetti assegnati dal 1946 ad oggi sono approdati in detta Regione – ma che, nell’era pionieristica di detta disciplina, che coincide con l’immediato secondo dopoguerra, nelle prime 18 stagioni il titolo non uscisse dalla via Emilia era, in effetti, un po’ eccessivo …

Ad interrompere questo regime di monopolio assoluto – 5 Scudetti per Ravenna, 2 per Parma e gli altri 11 divisi tra le tre Società esistenti in quel di Modena – è, per la prima volta, una formazione di una città Capoluogo di Regione, e questo onore spetta alla Ruini di Firenze.

Società, quella del Capoluogo toscano, fondata nel settembre 1962 su iniziativa dei Vigili del Fuoco, e che assume tale denominazione in memoria di Otello Ruini, un Ufficiale scomparso quattro anni prima nel compimento del proprio dovere, la quale rileva il titolo sportivo della “Alce Firenze”, che conclude al quarto posto il Torneo di tale anno, caratterizzato da un’egemonia assoluta della “Avia Pervia” Modena guidata dal “Professore” Franco Anderlini, che conclude imbattuta, con 18 vittorie in altrettante gare disputate.

C’è bisogno di una “ventata di aria fresca” nel panorama del volley nostrano, che a livello di Nazionale stenta a decollare – dopo il bronzo nell’inaugurale rassegna continentale di Torino ’49, gli azzurri a livello europeo raccolgono un ottavo, nono e decimo posto nelle tre successive edizioni, piazzamenti che a livello mondiale peggiorano non andando oltre il quattordicesimo posto raggiunto sia nella rassegna iridata di Francia ’56 che in Unione Sovietica nel ’62 – anche se la stagione successiva ricalca pari pari la precedente.

Ancora, difatti, la compagine modenese si impone in tutte e 18 le gare in calendario, “soffrendo” (si fa per dire …) solo sul parquet dei concittadini della “Minelli”, sconfitta per 3-2, mentre alle sue spalle, a debita distanza, giungono le altre due formazioni locali, la “Villa d’Oro” e la riferita Minelli, con la Ruini a replicare il quarto posto della rilevata Alce, bagnando il debutto con 12 vittorie e 6 sconfitte.

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Formazione della RUINI all’esordio in Serie A – da.intoscana.it

A guidare la squadra, in veste di allenatore-giocatore, è il 33enne Aldo Bellagambi, fiorentino purosangue, che si unisce al Gruppo nel 1962 proveniente dall’ASSI Firenze, che conclude la stagione seguente all’ultimo posto, mentre determinante, per le sorti del Torneo ’64, diviene l’aver ingaggiato il palleggiatore Gianfranco Zanetti proprio dai Campioni d’Italia, avendo già lo stesso, nel proprio Palmarès, 5 Scudetti oltre a 34 presenze con la Nazionale.

Italia che affronta ad ottobre i Campionati Europei in Romania con altri quattro giocatori della Ruini tra i 12 selezionati – oltre a Bellagambi, ne fano parte anche Paolo Bravi, Ubaldo Gazzi ed Alessandro Grassellini – per una rassegna che conferma l’enorme gap tra il Volley dell’Est ed Ovest del Vecchio Continente, con gli azzurri a rimediare altrettante nette sconfitte per 0-3 contro Ungheria, Cecoslovacchia e Germania Est per poi “fare la voce grossa” con le altre partecipanti, concludendo in una consueta, anonima decima posizione, peraltro secondi dietro alla Francia (ottava) quanto a rappresentanti dell’Europa occidentale …

Smaltita la delusione continentale, è tempo di tuffarci nel nostro Campionato, ed il campo dei Vigili del Fuoco del capoluogo toscano inizia a divenire quel “fortino” difficile da espugnare e che l’anno precedente era stato violato solo dai Campioni d’Italia e dalla Minelli (entrambe vittoriose per 3-1), sfide che nel Torneo ’64 rappresentano “l’esame di laurea” per un Bellagambi alla sua ultima stagione da giocatore.

Ed allorché l’Avia Pervia subisce una netta sconfitta per 0-3 e la Minelli soccombe 2-3 dopo una sfida infinita, ecco che le speranze di Scudetto iniziano a farsi sempre più rosee, anche se occorre confermarsi in campo avverso, dove la Ruini paga dazio sul campo della Minelli (0-3), ma si impone contro i Campioni in carica per 3-2 per quella che è la “gara chiave” del Campionato, visto che, al compimento delle 21 gare in calendario (così ridotte poiché l’ASSI Firenze si ritira a fine Girone di andata …) si ritrova con 20 vittorie e la sola, citata sconfitta contro la Minelli, rispetto alle tre battute di arresto dell’Avia Pervia che, oltre ai confronti diretti, subisce un terzo stop nel “derby” con la Minelli.

Rotta, “finalmente” (è proprio il caso di dire …), l’egemonia emiliana, si pone il problema della conferma ai vertici e la dirigenza toscana si affida al vecchio motto di “squadra che vince non si cambia”, favorita altresì dal fatto che, travolta da una profonda crisi economica, l’Avia Pervia si scioglie, il che consente al Cus Parma, retrocesso essendosi classificato al penultimo posto, di essere ripescato.

Particolare importante, poiché proprio Parma, al pari di Bologna, che era giunta terz’ultima, si uniscono alle due restanti compagini modenesi per formare una sorta di coalizione regionale contro la Ruini che, dal canto suo, può beneficiare del fatto di non dover sottostare ai vari “derby” – l’ultima squadra toscana, la Sestese, retrocede al pari dell’ASSI Firenze concludendo il Torneo all’ultimo posto con una sola vittoria a proprio favore – che, viceversa, fanno sì che le formazioni emiliane si tolgano punti a vicenda.

Un bis scudettato che il sestetto di Bellagambi costruisce ancora una volta davanti ai propri sostenitori, visto che ne viene confermata l’imbattibilità e dove solo la Virtus Bologna e le due modenesi riescono a strappare un set, mentre il peggiorato rendimento in trasferta – inattesi passi falsi a Napoli (2-3), Trieste (1-3) e Vercelli (0-3), oltre che a Modena contro la Minelli – viene largamente compensato dalle riferite sfide regionali tra le principali avversarie per il titolo, così che, a calendario ultimato, è ancora la Ruini a festeggiare con 36 punti (frutto di 18 vittorie e 4 sconfitte), contro i 30 di Parma e Bologna ed i 28 delle due modenesi.

Il vecchio adagio del “quel che è fatto è reso …”, ben si adatta alla formazione dei Vigili del Fuoco, visto che Gianfranco Zanetti – che, oltre alle indubbie qualità tecniche, ha dalla sua anche una sorta di “portafortuna” – lascia il Capoluogo toscano per migrare in quello emiliano e, manco a dirlo, allunga a 9 la striscia dei suoi titoli vinti, di cui gli ultimi 6 consecutivi, conducendo la Virtus Bologna, sotto la guida di Oddo Federzoni, alla conquista degli Scudetti 1966 e ’67.

Stagione, la prima, che viene peraltro ricordata come una delle più incerte e combattute nella Storia del nostro Campionato, con le formazioni delle due storiche città rivali a concludere il Torneo a parità di punti e con una sola sconfitta a testa, ovviamente derivante dagli scontri diretti, che vedono la Ruini imporsi per 3-1 a Firenze (terza stagione con il proprio impianto imbattuto …) e cedere 2-3 a Bologna, rendendosi così necessaria la disputa di uno spareggio per l’assegnazione del titolo, nonostante che il sestetto di Bellagambi avesse una differenza set (65-9 rispetto a 64-12) migliore rispetto ai propri avversari …

Teatro della sfida è il Palasport di Milano che il 30 giugno ’66 ospita quello che può definirsi “uno spot per la Pallavolo”, visto che le due contendenti – se fosse stato possibile, meritevoli senza dubbio alcuno di dividersi lo Scudetto – si danno battaglia per 5 tiratissimi set che, alla fine, premiano (14-16, 15-9, 15-17, 15-9, 15-13) gli uomini di Federzoni per il primo degli unici due titoli della Società felsinea.

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Sergio Veljak – da:old.slosport.org

Bologna che bissa lo Scudetto nella successiva stagione, stavolta in maniera preponderante, visto che conclude il Torneo imbattuta, il che sta a significare, per quanto ovvio, la fine dell’imbattibilità casalinga per il sestetto fiorentino, sconfitto 1-3 a domicilio dai Campioni d’Italia e che conclude il Campionato in terza posizione, alle spalle anche di Parma, con un record di 17 vittorie e 5 sconfitte, nonostante abbia inserito in rosa il valido schiacciatore triestino Sergio Veljak.

 

Vi è da dire, nel ricordare il biennio di successi bolognesi, che a Firenze, proprio in detto periodo, approda un terzetto di Campioni che fa la storia del nostro Volley e che risponde ai nomi del modenese Andrea Nannini, proveniente dalla Minelli (anch’essa in via di sparizione, concludendo ultima il Torneo ’67), di Erasmo Salemme, acquistato dalla Brunetti Roma, e, soprattutto, di Mario Mattioli, ravennate prelevato dalla Robur e che, per 8 stagioni, delizia il palato fine del pubblico fiorentino.

A questo trio si aggiunge il non ancora 20enne schiacciatore locale Andrea Nencini, cresciuto nella Sestese, così che Bellagambi ha la possibilità di dare nuovamente l’assalto al titolo assoluto, in un Campionato che si risolve in una sfida a tre tra i bicampioni di Bologna, Ruini e Parma abbinata alla Salvarani ed in cui la discriminante – visto che i rispettivi confronti diretti si concludono con una vittoria per parte, pur se le sfide tra Parma e Bologna vedono avere la meglio, in entrambi i casi per 3-2, la squadra ospite – è l’impensabile sconfitta per 0-3 dei Campioni in carica sul campo di Ancona, così che la Classifica a fine stagione vede Ruini e Salvarani appaiate al comando con 40 punti (20 vittorie e 2 sconfitte a testa), con Bologna staccata di due lunghezze.

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La RUINI Campione d’Italia nel 1968 – da:vigilfuoco.gov.it

Altro spareggio, dunque, per il sestetto fiorentino, questa volta disputato a Faenza il 23 maggio ’68 e con altrettanto esito diverso, visto che Mattioli & Co. si impongono per 3-1, grazie ai parziali di 15-12, 9-15, 15-5, 16-14 a loro favore.

Vi sarebbe la possibilità di iniziare una serie vincente se non fosse che, dopo la retrocessione anche della “Villa d’Oro”, ecco apparire nel panorama del Volley nostrano colei che ne rilancia l’immagine anche a livello europeo, ovverossia la “Panini Modena”, Società fondata dai fratelli proprietari della famosa casa editrice, la quale, come prima cosa, convince il palleggiatore Andrea Nannini a tornare nella sua città natale, perdita che in casa fiorentina viene compensata dall’inserimento nel ruolo del 20enne Andrea Fanfani.

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La Panini che accede alla Serie A nel ’67 – da:modenavolley.it

Di questa situazione approfitta Parma, che torna a conquistare un titolo che mancava in bacheca dal 1951, al termine di una stagione decisa ancora una volta da uno spareggio – stavolta contro Bologna, superata 3-0 (15-7, 15-13, 16-14) nella gara disputatasi a Pisa – dopo che le due formazioni avevano concluso il Torneo con 20 vittorie e 2 sconfitte a teste, nel mentre Ruini e Panini avevano concluso nelle posizioni di rincalzo con 34 e 32 punti rispettivamente, prima di dare luogo ad un quadriennio di sfide memorabili.

Periodo in cui l’Italia continua a non essere in grado di ritagliarsi un proprio spazio a livello internazionale – non meglio che ottava sia ai Campionati Europei svoltisi in Turchia nel ’67 che nella nostra penisola nel ’71, e peggiorando addirittura i piazzamenti iridati, con il 16esimo posto nel ’66, il 15esimo nel ’70 ed addirittura il 19esimo nel ’74, nel mentre la rappresentativa azzurra non ottiene, a seguito di tali risultati, l’accesso alle prime tre edizioni dei Giochi in cui la Pallavolo è ammessa alle Olimpiadi – ma che vede il movimento in crescita a livello interno, al quale le due citate formazioni forniscono un indubbio contributo.

Non vi è niente, difatti, che entusiasmi maggiormente gli appassionati che vedere due sestetti praticamente dello stesso valore darsi battaglia sino all’ultimo punto dell’ultima gara dell’ultima giornata, cosa che accade sin dalla stagione ’70, dove ad avere la meglio è la Panini che, nonostante paghi dazio (1-3) nel capoluogo toscano, può sfruttare il passo falso (1-3) della Ruini sul parquet dei Campioni in carica di Parma per far suo il primo titolo di una lunga serie, dopo aver restituito con gli interessi (3-0) la sconfitta nel confronto diretto, e consentire al proprio tecnico Franco Anderlini di conquistare il suo sesto personale Scudetto, dopo i cinque vinti con l’Avia Pervia.

L’ingresso negli anni ’70 sancisce altresì un’altra importante variabile nel nostro Campionato, costituita dal tesseramento di giocatori stranieri, di cui, tra le “quattro grandi”, ne usufruiscono, tesserando tutte e tre giocatori provenienti dalla Cecoslovacchia, sia Modena con il palleggiatore Josef Musil, al pari di Bologna con l’universale Antonin Viche, così come di Parma che si rafforza con lo schiacciatore Jaroslav Smidl, ma non la Ruini, che mantiene uno schieramento autoctono, anche per la successiva stagione.

E, del resto, quando puoi contare su di un trio formato da Mattioli, Nencini e Salemme (che in tre superano già le 200 presenze in Nazionale …) è difficile poter trovare di meglio – considerato altresì che i giocatori dell’Est Europa, gli unici in grado di dare “quel qualcosa in più”, possono espatriare solo al compimento dei 30 anni, tant’è che anche le citate altre formazioni abbandonano l’idea – ragion per cui Bellagambi si affida al proprio “zoccolo duro” per invertire le sorti dell’annata precedente.

Cosa che, puntualmente, si verifica e proprio negli esatti termini descritti in quanto, dopo essersi divise le vittorie nei confronti diretti (3-0 per la Ruini a Firenze, 3-2 per la Panini a Modena), sono i Campioni d’Italia stavolta a scivolare, curiosamente con lo stesso identico punteggio (1-3) dei toscani nel Torneo ’70, sul parquet di Parma, così che la Classifica finale stavolta recita Ruini p.42 (21 vittorie ed una sconfitta) rispetto ai 40 dei modenesi.

Un duopolio, quello tra Ruini e Panini, che si esalta ancor di più, qualora ve ne fosse stato bisogno, nella stagione ’72, che vede i due sestetti dominare lungo tutto lo Stivale, senza lasciare scampo ad ogni avversaria che incontrano sul loro cammino (da Trieste sino a Catania), salvo dividersi ancora una volta la posta nei confronti diretti, che vedono il predominio del fattore campo (3-2 a Firenze e 3-1 a Modena), ragion per cui, avendo concluso il Campionato a parità di punti, si rende nuovamente necessario ricorrere ad uno spareggio per l’assegnazione del titolo, che premia stavolta in maniera inequivocabile la formazione di Anderlini che si impone con un netto 3-0 (15-13, 15-5, 15-10) nella sfida andata in scena a Roma il 31 marzo ’72.

Con solo le briciole per le altre, l’ultima stagione ai vertici per la Ruini si apre con la sorpresa di vedere un’altra toscana tornare a disputare il massimo Campionato, vale a dire la formazione universitaria del CUS Pisa che ha rilevato il titolo sportivo dalla Zoli di Pontedera e di cui fanno parte Campioni del calibro di Fabio Innocenti, Fabrizio Nassi ed Alessandro Lazzeroni, destinati a lasciare anch’essi il segno nella Storia della nostra Nazionale.

Un derby che, al Palazzetto del CUS di Piazza dei Cavalieri, il sestetto sempre diretto da Bellagambi si aggiudica con difficoltà 3-2, con i neopromossi pisani a concludere la stagione in un’onorevole quarta posizione, mentre la lotta al vertice vede l’inserimento, assieme alle due rivali, anche di Bologna che, facendo leva sulla potenza dello schiacciatore Giorgio barbieri e potendo ancora contare sull’abilità in fase di costruzione di Zanetti, infligge due sconfitte sul proprio parquet sia alla Ruini (3-0) che alla Panini (3-2), ricevendo analoga moneta in campo avverso, così come avviene, oramai di prammatica, nei confronti diretti tra fiorentini e modenesi.

Pertanto, con due vittorie ed altrettante sconfitte a testa nella “Classifica avulsa” tra le tre pretendenti al titolo, a “rompere le uova nel paniere” alle due compagini emiliane sono Trieste, che infligge alla Lubiam Bologna la terza sconfitta superandola per 3-2, mentre tocca a Parma fare identico scherzetto alla Panini andandone a violare il campo con un netto 3-1, così consentendo alla Ruini, che compie, viceversa, “percorso netto” contro le altre avversarie – con la sola Parma, a parte il già riferito “derby toscano”, a tentare il colpo grosso, venendo in entrambi gli incontri sconfitta per 2-3 – di conquistare il quinto ed ultimo Scudetto della sua gloriosa, ancorché breve storia.

Quella che, a giusta ragione, sarebbe dovuta essere una stagione di festa, si traduce al contrario nell’inizio della fine per la Società toscana, a causa dell’allargamento del panorama del Volley nostrano, non più circoscritto all’asse tosco-emiliano a seguito dell’ingresso delle grandi Metropoli, da Roma a Torino, la cui prima avvisaglia è costituita dalla “Ariccia Volley Club” che, grazie agli investimenti dell’imprenditore Giovanni Cianfanelli, si assicura le prestazioni dei due assi Mattioli e Salemme, così come fa giungere nella Capitale il talento americano Kirk Kilgour, purtroppo per lui poi vittima di un successivo gravissimo incidente in allenamento a gennaio ’76 che lo rende paralizzato.

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Nencini – da:wikipedia.org

Con i soli Fanfani e Nencini a “reggere la baracca”, Bellagambi non può evitare la retrocessione da Campione d’Italia – con sole 10 vittorie sulle 26 gare di calendario – mentre la Panini, senza la sua più agguerrita avversaria, domina il Torneo ’74 concluso con 6 punti di vantaggio sulla Lubiam Bologna e la citata Ariccia, al cui sestetto si aggiunge, l’anno seguente, anche Nencini per ricostituire lo “storico trio” che tanta gloria aveva portato alla città di Dante, mentre la Ruini salva la categoria poiché Bologna, in grave crisi finanziaria, rinuncia ad iscriversi al successivo Campionato.

Torneo, quello ’75, che vede la stridente realtà di una Ruini – il cui parquet, ricorderete, era “off limits” per chiunque vi entrasse – incapace di vincere una sola gara, consegnando lo scettro di formazione leader a livello regionale al CUS Pisa (per la seconda volta in tre anni a piazzarsi al quarto posto …), rispetto al trionfo dei suoi tre ex con l’Ariccia che si aggiudica il suo primo titolo subendo una sola sconfitta a Torino, con quest’ultimo a concludere a due sole lunghezze di distanza, complice una battuta d’arresto per 2-3 a Modena contro la rinata “Villa d’Oro”.

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Il ritorno di Mattioli

Cala così il sipario di una delle più belle realtà del nostro Volley degli anni ’60, mentre Mattioli, Nencini e Salemme aggiungono in bacheca un quinto titolo affermandosi anche nel ’77 con la Federlazio, che aveva rilevato il titolo sportivo dall’Ariccia trasferendosi definitivamente nella Capitale, per poi, il fiorentino doc Andrea Nencini e quello d’adozione Mario Mattioli – che durante il periodo romano avevano altresì fatto parte, così come Salemme, della Nazionale azzurra debuttante ai Giochi di Montreal ’76 e conclusi all’ottavo posto – saldare il debito di riconoscenza con il Capoluogo toscano facendovi ritorno nell’estate ’82 per accasarsi al CUS Firenze, contribuendo, con Mattioli nelle vesti di allenatore-giocatore, alla storica Promozione in Serie A1, salvo poi retrocedere l’anno seguente.

Un gesto di affetto per la città che li aveva lanciati ai vertici di uno sport tanto amato, e che per Mattioli aveva un valore ancor maggiore, visto che proprio a Firenze è nato il figlio Francesco, a cui ha trasmesso la passione per questa disciplina e che lo ha visto anch’esso calcare i parquet della Massima Serie con le maglie di Verona, Trento e Latina.

Conclusione migliore non poteva esservi, per la Storia di una Società che ha fatto innamorare e sognare gli appassionati non solo fiorentini, figlia di un’epoca ancora dilettantistica rispetto al successivo subentro di realtà imprenditoriali alle quali una formazione che faceva capo ai Vigili del Fuoco non era chiaramente in grado di poter economicamente competere.

Non ci tacciate di inguaribili nostalgici, ma a noi questa epoca di puro dilettantismo senza il valzer delle sostanziose cifre che ancor più oggi girano nell’ambiente, un po’ ci manca …

 

GIBA, LO SCHIACCIATORE MIRACOLATO GIUSTIZIERE DELL’ITALIA

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La stella brasiliana Giba – da:volleywood.net

Articolo di Giovanni Manenti

Personalmente, sono sempre rimasto affascinato dai nomi ispanico/portoghese per quella loro lunghezza originariamente simbolo di nobiltà, e se, così di primo acchito, fossi a proporvi quello di Gilberto Amauri de Godoy Filho, immagino che per molti il pensiero andrebbe ad un “hidalgo” tipico della letteratura spagnola, anche se, pur per altre strade, un “conquistador” lo diverrà, ma senza uccidere nessuno …

Fortunatamente, a quelle latitudini, così come in Sudamerica, è in uso l’abbreviazione di nomi così impossibili da pronunciare per intero e, passando da un estremo all’altro, ecco che il nostro Gilberto diviene improvvisamente Giba, molto più noto agli sportivi, specie se trattasi di appassionati di Volley.

Gilberto Amauri de Godoy Filho, detto Giba, nasce a Londrina, nello Stato brasiliano del Paranà, il 23 dicembre 1976, ma la sua vita sarebbe potuta durare ben poco qualora non fosse stato in grado di sconfiggere la leucemia diagnosticatagli ad appena sei mesi, fortunatamente debellata quale primo segno, poiché non sarà l’unico, che il fato ha per lui programmi ben diversi.

Trasferitosi con la famiglia a Curitiba, Gilberto sviluppa un fisico imperioso, che lo porta a raggiungere m.1,94 per 85 chili e, come ogni giovane brasiliano che si rispetti, si accosta ad uno degli Sport con la palla, indirizzando la sua preferenza verso la Pallavolo, che inizia a praticare a buon livello all’età di 17 anni, con la particolarità di cambiare Club in Patria ogni stagione, dal 1993 con il Curitibano sino al 2000, allorché milita nel Minas di Belo Horizonte, con cui si aggiudica il suo unico titolo brasiliano.

Nel frattempo, Giba scala in fretta le gerarchie nell’ambito della squadra Nazionale, con cui si aggiudica il Campionato Mondiale Under 19, nonché i titoli sudamericani nella stessa categoria ed Under 21, allori più che sufficienti a spalancargli le porte della Nazionale Maggiore, in cui fa il suo esordio 18enne conquistando il Campionato sudamericano che si disputa in Brasile nel ’95, primo di una serie di 9 affermazioni consecutive.

Non selezionato per le Olimpiadi di Atlanta ’96, Giba vede per la seconda volta il suo “angelo custode” prendersi cura di lui, restando miracolosamente illeso da un incidente stradale allorché con la sua auto, dirigendosi verso Curitiba, sbanda precipitando in un burrone per un dislivello di 30 metri, per poi fare il suo esordio in una massima competizione internazionale partecipando ai Mondiali di Giappone ’98, dove ha l’occasione del suo primo confronto con un’Italia passata sotto la guida del suo connazionale Paulo Roberto de Freitas “Bebeto”, contro cui si gioca l’accesso alla Finale.

Sfida che vede gli azzurri, detentori del titolo iridato dopo i successi del 1990 e ’94, imporsi per 3-2 (15-10, 13-15, 15-11, 10-15, 15-10 i relativi parziali) per poi andare a confermarsi superando all’ultimo ostacolo la Jugoslavia per 3-0, mentre il Brasile paga lo sforzo della tirata semifinale cedendo anche rispetto a Cuba per 1-3 nella gara per il bronzo, per poi presentarsi con rinnovate ambizioni all’appuntamento olimpico di fine millennio ai Giochi di Sydney 2000.

Ed, in effetti, il percorso iniziale dei gialloverdi è di quelli che farebbe ben sperare, concludendo a punteggio pieno e con un solo set perso il Girone eliminatorio – comprese vittorie per 3-0 su Cuba ed Olanda – che qualifica per i Quarti con abbinamenti incrociati, ma, a sorpresa, il “derby sudamericano” con l’Argentina, giunta quarta nell’altro raggruppamento, vede quest’ultima prevalere con un 3-1 (17-15, 25-21, 25.19, 27-25) che estromette Giba ed i suoi compagni dalla lotta per le medaglie, concludendo la rassegna al sesto posto.

Messosi alle spalle il XX Secolo, il nuovo millennio si apre per il Brasile sotto i migliori auspici, sulla cui panchina siede ora Bernardinho (al secolo Bernardo Rocha de Rezende …), attraverso la conquista della World League, torneo che aveva sinora visto la compagine sudamericana trionfare una sola volta nel 1993, e che viceversa si aggiudica nell’edizione ’01 con le Fasi Finali a disputarsi a Katowice, in Polonia, e l’atto conclusivo contro un’Italia reduce dai successo nel ’99 e 2000 si conclude con un netto 3-0, in cui parziali di 25-15, 25-22 e 25-19 sono tali da non lasciare spazio a recriminazioni di sorta.

Iniezione di fiducia più che necessaria per affrontare, l’anno seguente, i Mondiali ’02 che si disputano in Argentina, Rassegna in cui il Brasile può contare solo un secondo posto, curiosamente colto proprio nel medesimo Paese venti anni prima, sconfitto 0-3 in Finale dall’allora Unione Sovietica, giungendovi dopo essere stato sconfitto 1-3 dalla Russia nella Finale di World League svoltasi a Belo Horizonte.

Anche Giba, però, ha deciso di dare una svolta alla propria attività professionale, accettando di trasferirsi in Italia per affinare le proprie capacità offensive, così da accasarsi a Ferrara con cui conclude la stagione regolare all’ottavo posto, ultimo utile per accedere ai Playoff dove riesce nell’impresa di eliminare la favorita Macerata prima di arrendersi a Modena in semifinale.

Torneo iridato come sempre molto lungo, in cui il Brasile supera la prima fase nonostante una battuta d’arresto per 2-3 contro gli Stati Uniti, per poi imporsi con altrettanti 3-0 nei tre incontri del secondo turno così da accedere alle gare ad eliminazione diretta, abbinato ai tre volte Campioni uscenti dell’Italia.

Una delle sfide più incerte ed appassionanti tra queste due superpotenze del Volley mondiale vede il Brasile – trascinato in attacco da Henrique con 12 punti, Nalbert e Giba con 11 ciascuno – portarsi sul 2-0 dopo essersi aggiudicato entrambi i primi due set per 25-23, solo per vedersi rimontato dagli azzurri guidati da Anastasi, che si impongono per 25-23 e 28-26 nei due successivi parziali, rimandando la decisione al tiebreak dell’ultimo set che il Brasile si aggiudica per 15-13 per uno “score” complessivo di 114-112 che pone fine all’egemonia azzurra in sede iridata.

Superato lo scoglio dei Campioni in carica – che concludono al quinto posto – per il Brasile si prospetta la gara contro la sempre ostica Jugoslavia di Miljkovic e Nicola Grbic, nonché oro ai Giochi di Sydney 2000, ostacolo che viene oltrepassato grazie ad una magistrale prestazione in attacco di Giba che mette a terra ben 14 palloni per un comunque sofferto 3-1 (26-24, 22-25, 27-25, 25-23) che schiude le porte per la seconda Finale iridata nella storia della Nazionale brasiliana, avversari i “figli” dell’allora Urss, ovvero la Russia.

Ritrovarsi in Finale a 20 anni di distanza e sullo stesso parquet con in pratica gli stessi avversari – la Russia era pressoché l’intero bacino fornitore dei giocatori all’Unione Sovietica – appare per il sestetto di Bernardinho come un segno del destino, ed in un’altra “sfida infinita” che sfora le due ore di gioco (rispetto ad 1.54’ della gara contro l’Italia …) a fare la parte dei protagonisti sono i due martelli Nalbert, autore di 23 punti, con 20 attacchi vincenti su 34 tentativi, e Giba che, dal canto suo, porta alla causa 18 punti, con 17 palle a terra su 30 schiacciate, determinanti per un successo per 3-2 quanto mai incerto come dimostrano i parziali di 23-25, 27-25, 25-20, 23-25 prima del 15-13 nel tiebreak decisivo.

L’aver sfatato il “tabù iridato” rende il Brasile uno dei maggiori candidati alla medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene ’04 al fine di rinverdire il trionfo di Barcellona ’92, tanto più che la formazione di Bernardinho si è confermata ai massimi livelli affermandosi nelle edizioni ’03 (3-2 in Finale alla Serbia) e ’04 della World League, in quest’ultimo caso avendo la meglio a Roma sull’Italia per 3-1, con Giba a confermare la propria veste di “giustiziere” degli azzurri, con 20 punti totali, di cui 14 in attacco, 4 a muro e 2 in battuta.

La consueta suddivisione delle 12 squadre partecipanti in due Gironi da 6 con le prime quattro a qualificarsi per i Quarti di finale con abbinamenti incrociati, fa sì che Italia e Brasile siano inserite nel medesimo Gruppo B – un Girone di ferro che comprende anche Russia e Stati Uniti – con Giba ancora protagonista nel confronto diretto, risolto 33-31 nel tiebreak del quinto set, mettendo a segno ben 26 punti, frutto di 21 attacchi vincenti, 3 muri e 2 battute andate a buon fine.

Quanto i due raggruppamenti fossero disomogenei lo dimostra il fatto che nei Quarti di finale le quattro qualificate del Girone di Italia e Brasile hanno la meglio sulle avversarie provenienti dall’altro Gruppo, così riproponendosi in semifinale sfide già viste, con il Brasile opposto agli Usa e l’Italia alla Russia.

Un’Italia ancora alla ricerca dell’unico titolo che ancora manca nel suo straordinario Palmarès, ovvero la medaglia d’oro olimpica, supera con inaspettata facilità (3-0, con parziali di 25-16, 25-17 e 25-16 che non ammettono repliche) l’ostacolo russo, così come fa il Brasile nei confronti del sestetto americano, imponendosi con un altrettanto netto 3-0 (25-16, 25-17, 25-23 i rispettivi parziali) che vede, manco a dirlo, Giba protagonista con 12 attacchi vincenti su 21 tentativi.

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Un attacco di Giba contro gli Usa nella Semifinale di Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ritrovarsi alla ricerca dell’oro olimpico da sempre agognato contro coloro che hanno posto fine alla loro striscia vincente iridata, non è proprio il massimo per il sestetto azzurro, alla cui guida è ora Giampaolo Montali, ma nulla possono, se non strappare il secondo set per 26-24, contro un Brasile che gioca a memoria appoggiando il proprio attacco su di uno scatenato Giba, capace di mettere ancora a segno 20 punti nel trionfo gialloverde, certificato dai punteggi di 25-15, 25-20 e 25-22 dei parziali vinti nel 3-1 conclusivo.

Un trionfo anche personale per il 27enne di Londrina, premiato come MVP del Torneo, il quale ha pure cambiato casacca a livello di Club, trasferendosi da Ferrara a Cuneo per un quadriennio, ottenendo come miglior risultato il primo posto nella “regular season” 2007 solo per essere eliminato da Piacenza nelle semifinali Playoff, formazione viceversa sconfitta 3-1 l’anno prima nella Finale di Coppa Italia.

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Attacco vincente di Giba nella Finale contro l’Italia ad Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ma per Giba il “suo Club” è la Nazionale con cui, nel puntare alla riconferma del titolo iridato, ribadisce la superiorità con altri due successi nelle edizioni della World League ’05, dove supera in Finale per 3-1 (14-25, 25-14, 25-19, 25-16 i parziali) i padroni della Serbia, e 2006, in cui a cedere in Finale è la sorprendente Francia, che si porta sul 2-0 (25-22, 25-23), prima che si scateni la furia di Giba che, con 29 punti totali, di cui 23 in attacco, 5 a muro ed uno in battuta, ribalta l’esito dell’incontro con il 25-22 e 25-23 con cui si concludono il terzo e quarto set, prima del 15-13 nel tiebreak decisivo, venendo, manco a dirlo, premiato come MVP del Torneo.

Campionati Mondiali che si svolgono a fine anno ’06 in Giappone, a partire da metà novembre, ed il consueto, lungo e massacrante calendario vede il sestetto sempre guidato da Bernardinho giungere alle semifinali avendo lasciato un solo incontro alla Francia (1-3) nella Fase iniziale, per poi carburare nel secondo turno, in cui mette a segno tre vittorie per 3-0 – compresa quella con l’Italia, in cui Giba si “diverte” ancora una volta a perforare la nostra difesa, mettendo a terra ben 18 attacchi vincenti su 27 tentativi – ed una per 3-1 contro la Spagna.

Semifinale che vede ripetersi la sfida contro la Serbia dei fratelli Grbic e di un Miljkovic che fa di tutto (17 attacchi vincenti) per frenare il rullo compressore brasiliano che, con Giba ancora primattore con 19 punti, fa suo l’incontro per 3-1 (25-19, 15-25, 25-22, 25-12) per andare ad affrontare in Finale una Polonia che sta mettendo le basi per i recenti successi, ma stavolta ancora troppo inesperta per poter pensare di impensierire la formazione sudamericana, che si impone con relativa facilità, come dimostra l’andamento dei tre set (25-12, 25-22, 25-17) sufficienti per confermare il titolo iridato, e Giba ad essere premiato come MVP del Torneo.

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Giba in attacco ai Mondiali di Giappone ’06 – da:gettyimages.in

Giunto al compimento dei 30 anni a tre settimane dal bis iridato avendo oramai vinto tutto ciò che c’era da conquistare – e, nel frattempo, si è pure sposato il giorno di Natale 2003 con la pallavolista rumena Cristina Pirv, unione da cui nascono i figli Nicoll e Patrick – a Giba non è ancora andata via la voglia di cercare nuove sfide, a cominciare dall’allungare a cinque la striscia di World League consecutive affermandosi anche nell’edizione ’07, la cui Fase finale si disputa ancora a Katowice e dove a soccombere nel match decisivo è la Russia che, dopo aver conquistato il primo set per 25-18, soccombe (25-23, 28-26, 25-22) nei tre successivi parziali, prima di abdicare l’anno successivo, curiosamente ancora quando il Torneo si conclude in Brasile, addirittura scendendo dal podio, dopo le sconfitte per 0-3 contro gli Usa in semifinale e per 1-3 con la Russia nella sfida per il bronzo.

Un esito che potrebbe far presagire un Brasile non all’altezza di difendere il titolo olimpico ai successivi Giochi di Pechino ’08, ai quali Bernardinho si presenta confermando 8 dei 12 componenti la rosa vittoriosa quattro anni prima ad Atene, ed anche stavolta tocca ai Campioni iridati avere in sorte il Girone peggiore, composto anche da Russia, Serbia e Polonia, superato peraltro classificandosi al primo posto pur con il consueto passo falso, stavolta rispetto alla Russia.

Giunto alla fase in cui non sono più concesse distrazioni, il Brasile non ha alcuna difficoltà ad avere la meglio per 3-0 sui padroni di casa cinesi (25-17, 25-15, 25-16 gli evidenti parziali), per poi ritrovarsi ad affrontare ancora una volta l’Italia in semifinale, mentre l’altra sfida oppone gli Stati Uniti alla Russia.

E quella che, per gli azzurri, è oramai una sorta di “maledizione vivente”, si manifesta nuovamente davanti ai loro occhi sotto forma dei 17 punti (15 attacchi vincenti e 2 muri) che Giba, “allenatosi” nel match contro la Cina, mette a segno per il 3-1, dopo l’illusorio successo dell’Italia per 25-19 nel primo set (25-18, 25-21, 25-22 l’esito dei successivi parziali), che certifica la sua seconda Finale olimpica consecutiva, avversari gli Stati Uniti, venuti a capo di una palpitante sfida contro la Russia, risolta 15-13 al tiebreak.

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Giba esulta dopo un punto contro l’Italia a Pechino ’08 – da:gettyimages.in

Appuntamento al quale il sestetto americano giunge a 20 anni esatti dalla loro precedente Finale olimpica, curiosamente svoltasi anch’essa in una Capitale asiatica, ovvero ai Giochi di Seul ’88, con l’intenzione di confermare la recente vittoria nella World League, cosa che puntualmente avviene in quanto, diversamente dal solito, è stavolta il Brasile ad aggiudicarsi per 25-20 il primo set, per poi dare battaglia nei restanti parziali, ma un Giba meno decisivo del solito (appena 12 attacchi vincenti su 38 tentativi) non riesce ad impedire il ritorno degli Stati Uniti sul gradino più alto del podio, affermandosi per 25-22, 25-21, 25-23 nel 3-1 finale.

Oramai 32enne, con alle spalle una lunga e logorante carriera, l’apporto di Giba alla causa della sua Nazionale si riduce e, dopo un biennio in Russia nelle file dell’Iskra Odincovo, torna in Patria per poter essere maggiormente a disposizione per i grandi Tornei internazionali, a cominciare dall’edizione ’09 della World League, nuovamente appannaggio dei gialloverdi che superano 3-2 in Finale la Serbia (22-25, 25-23, 25-22, 23-25, 15-12 i relativi parziali), con il “martello” pur sempre in grado di dare un fattivo contributo dall’alto dei suoi 13 punti messi a segno, anche se il ruolo di leader in attacco è oramai passato sulle spalle di Leandro.

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Giba festeggia la vittoria nella World League ’09 – da:gettyimages.in

Una situazione ancor più confermata l’anno seguente, allorché il Brasile conclude un decennio da favola con l’ottava affermazione su 10 edizioni della World League ed eguagliando altresì l’impresa dell’Italia mettendo in fila il suo terzo titolo iridato consecutivo nella Rassegna ’10 ospitata proprio dal nostro Paese ed in cui Giba, nominato Capitano, svolge più una veste di vice allenatore che non di protagonista sul parquet, non scendendo neppure in campo nella semifinale vinta per 3-1 (25-15, 25-22, 23-25, 25-17) contro gli azzurri, in cui il “nuovo mostro” è il citato Leandro, in grado di mettere a punto 21 attacchi vincenti su 28 tentativi (percentuale del 75% …!!), mentre la Finale vede il sestetto di Bernardinho avere la meglio sulla ritrovata Cuba – a 20 anni dall’ultima sfida per il titolo contro l’Italia a Rio de Janeiro – con un 3-0 (25-22, 25-14, 25-22 i relativi parziali), con ancora Leandro devastante con 19 punti totali, anche se la palma di MVP del Torneo va al compagno di squadra Murilo Endres.

Giba ha comunque ancora un ruolo fondamentale nell’edizione ’11 della World League, disputatasi a Gdansk, in Polonia, dove, per una volta, il tiebreak non sorride al Brasile, bensì alla Russia che si impone per 15-11 dopo quattro combattutissimi set (23-25, 27-25, 25-23, 22-25), con il quasi 35enne nativo del Paranà a mettersi in evidenza con 16 punti (12 in attacco, 2 muri ed altrettante battute vincenti …), prima di assistere a quella che può definirsi la sua “passerella d’addio” nell’anno olimpico 2012.

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Giba alle Olimpiadi di Londra ’12 – da:gettyimages.in

Dopo aver, difatti, disputato la sua ultima World League che il Brasile conclude al sesto posto, i Giochi di Londra ’12 rappresentano il capolinea dell’avvenuta in Nazionale – costituita da ben 319 presenze – di un Giba che non scende in campo nei due 3-0 rifilati nei Quarti ed in semifinale ad Argentina ed Italia rispettivamente, per poi esser giocato da Bernardinho come “carta della disperazione” nella Finale contro la Russia che sembrava poter riportare i gialloverdi alla conquista dell’oro dopo aver vinto piuttosto nettamente (25-19, 25-20) i primi due set, ma aver perso ai vantaggi (27-29) il terzo parziale è la molla che dà la carica ai rappresentanti del vecchio Continente per far loro il quarto per 25-22 e quindi concludere agevolmente per 15-9 il decisivo tiebreak.

La rinuncia alla Nazionale non comporta però il ritiro dall’attività agonistica per Giba, che prosegue stancamente per altre due stagioni sino al definitivo abbandono annunciato nell’agosto 1994 a 37 anni, dopo aver concluso altresì la parentesi affettiva con la moglie, la quale ottiene il divorzio a seguito della scoperta di una relazione tra il campione e la modella Maria Luiza Dautt avuta durante il periodo in cui ha giocato in Argentina con il Bolivar e che poi sposa nel 2013 …

Questioni sentimentali a parte, Giba sfrutta la sua enorme popolarità acquisita in patria dedicandosi al sociale a favore dei bambini orfani ed affetti da forme tumorali, quasi volersi sdebitare verso il prossimo per la buona sorte che lo ha fatto guarire dopo pochi mesi di vita dalla leucemia, ma per il Volley azzurro resterà sempre colui che più di ogni altro è stato capace di distruggere i sogni di vittoria ad inizio del XXI secolo …

Una sorta di “giustiziare miracolato”, degno del più nobile degli hidalgo …

IL TRIENNIO VINCENTE NEL VOLLEY DELLA POLONIA A META’ ANNI ’70

 

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Una fase del match tra Cuba e Polonia ai Giochi di Montreal ’76 – da:volleyray.wordpress.com

articolo di Giovanni Manenti

Il doppio, recente trionfo della Polonia alle ultime due edizioni dei Campionati Mondiali di Volley maschili 2014 e ’18 può far credere, a chi non fosse appassionato di detto Sport, che tale disciplina abbia trovato spazio nel Paese dell’Est Europa solo negli ultimi anni, mentre invece se spostiamo l’orologio del tempo indietro di una quarantina d’anni ci rendiamo conto di una realtà ben diversa …

Patrimonio indiscusso della parte orientale del Vecchio Continente, dalla nascita delle prime manifestazioni internazionali (Europei nel 1948, Mondiali l’anno successivo) e sino a fine anni ’60 a far la parte del leone in campo maschile erano soprattutto Unione Sovietica e Cecoslovacchia – tre titoli europei a testa, quattro a due in favore dell’Urss quanto a rassegne iridate – nel mentre in sede olimpica, dove il Volley è ammesso solo dall’edizione di Tokyo ’64, le prime due medaglie d’oro sono appannaggio della formazione sovietica.

Che qualcosa stia iniziando a muoversi quanto a una più equa distribuzione delle vittorie – se si tirano le somme, su 14 grandi manifestazioni, l’Urss se ne è aggiudicate ben 9, mentre in campo femminile solo le giapponesi sono in grado di tener loro testa – lo si intuisce dall’esito dei Mondiali ’70 che si svolgono in Bulgaria e che vedono un’impietosa debacle del sestetto sovietico, iniziata con la sconfitta per 1-3 subita nel Girone eliminatorio da parte della Germania Est e proseguita nel Girone finale per l’assegnazione delle medaglie, allorché, dopo due successi contro Belgio (3-0) e Giappone (3-1), i quattro volte Campioni iridati incappano in una per loro inconsueta serie di quattro sconfitte consecutive che li relegano in sesta posizione.

Si tratta dell’unica volta, nelle 12 Rassegne iridate disputate sotto la vecchia denominazione dal 1949 al ’90, prima della disgregazione dell’impero sovietico, che l’Urss non va a medaglia – l’oro, per la cronaca, se lo aggiudica la Germania Est sui padroni di casa della Bulgaria grazie ad una soffertissima vittoria per 3-2 (15-11, 13-15, 15-7, 4-15, 15-13 i relativi parziali) nel confronto diretto all’ultima giornata – un “campanello d’allarme” al quale sembra aver posto rimedio già dall’anno successivo, allorché ai Campionati Europei ’71 che si svolgono in Italia, conferma il titolo di quattro anni prima, pur concedendo una brutta sconfitta per 0-3 contro la Cecoslovacchia all’ultimo turno, peraltro a Torneo già vinto.

La “prova del nove” la si ha l’anno seguente in occasione delle Olimpiadi di Monaco ’72 allorché l’Unione Sovietica deve difendere i titoli conquistati nelle sole due precedenti edizioni – in entrambi i casi concludendo il Girone con 8 vittorie ed una sola sconfitta (1-3 contro il Giappone a Tokyo ’64 e 2-3 contro gli Stati Uniti a Città del Messico ’68) dal che si evince come risulti imbattuta contro formazioni europee – con una formula che però, essendo stata allargata la partecipazione a 12 squadre, è stata variata introducendo la Fase ad eliminazione diretta.

Suddivise, difatti, in due Gironi da sei compagini ciascuna, le prime due di ogni raggruppamento accedono alle semifinali incrociate, con successive sfide per l’oro tra le vincenti ed il bronzo tra le perdenti, circostanza che non sembra influire più di tanto sulle prestazioni del sestetto sovietico che infila cinque vittorie su altrettanti confronti nel Gruppo A, ivi compresi il 3-1 alla Bulgaria (seconda nel Girone) ed il 3-0 alla Cecoslovacchia, soffrendo solo all’ultima giornata per aver ragione per 3-2 (11-15, 15-12, 15-12, 10-15, 15-13) sulla Polonia di Edward Skorek.

Altrettanto imbattuto il Giappone della stella Katsutoshi Nekoda nell’altro Girone, dove si garantisce l’accesso alla semifinale la Germania Est, che diviene pertanto la sfidante dell’Unione Sovietica in semifinale, infliggendo ai “Maestri” la prima sconfitta ai Giochi da parte di una formazione europea attraverso una severa lezione come testimoniano i parziali di 15-6, 15-8, 13-15, 15-9 nel 3-1 conclusivo che condanna l’Urss alla Finale per il bronzo in cui ha nuovamente ragione, stavolta con un più netto 3-0, sulla Bulgaria, così come il ripetersi della sfida tra giapponesi e tedesco orientali vede ancora prevalere il sestetto asiatico che sale per la sua prima, nonché unica, volta sul gradino più alto di un podio olimpico.

Cosa c’entri tutto questo con la Nazionale polacca è presto detto, trattasi di un’introduzione, un po’ lunga se vogliamo, per far capire ai lettori quale fosse lo scenario in cui la Polonia si trova a confrontarsi nei primi anni ’70, visto che le sue precedenti esperienze olimpiche l’avevano vista classificarsi quinta nel ’68 ed appena nona nel ’72 (assente ai Giochi di Tokyo ’64), così come non era mai salita su di un podio iridato – essendo stati i suoi migliori piazzamenti tre quarti posti, peraltro risalenti alle edizioni del 1949, ’56 e ’60 – e l’unica medaglia sinora raccolta si riferisce al bronzo agli Europei ’67 svoltisi in Turchia.

Non certo un Palmarès da poterla inserire nel ristretto lotto delle favorite – ricordiamo le sue tre ultime prestazioni, quinta ai Mondiali ’70, sesta agli Europei ’71 e nona alle Olimpiadi ’72 – in vista della Rassegna iridata in programma in Messico dal 12 al 28 ottobre ’74 alle quale sono iscritte 24 formazioni suddivise in 6 Gironi da quattro squadre ciascuno che qualificano le prime due alla seconda Fase.

Gli scarsi risultati ottenuti in questo inizio di anni ’70 avevano indotto la Federazione polacca ad affidare la conduzione tecnica della propria Nazionale ad un giovane allenatore, tale Hubert Wagner di appena 32 anni (già presente nella rosa dei partecipanti ai Giochi di Città del Messico ’68 …) per cercare di risollevarne le sorti, impegno che prende tremendamente sul serio dimostrandosi estremamente esigente negli allenamenti dei suoi giocatori, convinto che il “gap” con le altre formazioni dipenda principalmente da una minore preparazione fisica, specie sul piano della resistenza laddove le sfide si prolunghino sino al quinto set.

Non certo favorita dal sorteggio – ma d’altronde, con i citati precedenti, non poteva pretendere di meglio – la Polonia è inserita nel Gruppo F che si disputa a Toluca, assieme alla “cenerentola” Egitto, Stati Uniti ed Unione Sovietica, così da poter immediatamente saggiare gli eventuali progressi ottenuti in un anno e passa di allenamenti sotto il nuovo tecnico.

Senza alcun problema l’esordio contro i nordafricani, confortanti risposte vengono a Wagner dal convincente successo per 3-1 (15-10, 13-15, 15-10, 15-6 i parziali) sugli Stati Uniti ancora ben lontani dalla formazione che dominerà la scena nel successivo decennio, per poi trovare conferma nella sfida contro l’Urss a cui infliggono la medesima sconfitta di quattro anni prima in Bulgaria con l’identico punteggio di 3-1, ma con parziali ancor più netti di 15-9, 6-15, 15-6 e 15-11 …

Un’importante iniezione di fiducia in vista della seconda Fase, che vede le 12 formazioni rimaste in lizza suddivise in tre Gironi da quattro squadre ciascuna, con stavolta la relativa composizione a favorire il sestetto polacco, inerito nel primo Gruppo assieme a Germania Est, Messico e Belgio, laddove si pensi alle sfide che propone il secondo raggruppamento tra Urss, Cecoslovacchia, Cuba e Brasile, con ancorale prime due classificate a qualificarsi per il Girone finale a sei per l’assegnazione del titolo.

Costretta dal calendario ad affrontare subito i Campioni mondiali in carica della Germania orientale, la Polonia “si leva il dente” con una prestazione straordinaria che annichilisce i propri avversari con un 3-0 i cui parziali di 15-4, 15-6, 15-2 sono tali da non ammettere repliche, per poi concedere il bis contro il Belgio e lasciare un set ai combattivi padroni di casa messicani e poter quindi accedere al Girone finale in compagnia della stessa Germania Est, ripresasi dal tremendo shock subito, nonché di Cecoslovacchia ed Unione Sovietica, qualificate dal secondo Girone, e Giappone e Romania, provenienti dal terzo raggruppamento.

Una sfida, pertanto, dell’Europa dell’Est, con cinque sue rappresentanti, ai Campioni olimpici giapponesi, ed in cui quanto di buono fatto sinora viene completamente annullato in quanto si riparte tutte alla pari e, per i ragazzi di Wagner, il calendario impone subito la “sfida chiave” contro l’Unione Sovietica, in programma il 22 ottobre a Città del Messico ed il cui esito, non ci vuol molto a capirlo, avrebbe condizionato il resto della Poule per le medaglie.

E quanto i due sestetti siano ben consapevoli dell’importanza dell’incontro lo dimostra chiaramente l’andamento dello stesso, con la Polonia a scappar via solo per essere sempre ripresa (16-14, 9-15, 15-6, 12-15) e rimandare la decisione al quinto, inappellabile set dove il lavoro in palestra di Wagner dà i suoi frutti, visto il netto 15-7 con cui i sovietici alfine capitolano.

Non solo sui muscoli, però, ma anche sulla testa dei propri giocatori deve aver lavorato il 33enne tecnico di Poznan, visto che, scesi nuovamente in campo il giorno dopo per affrontare una Cecoslovacchia già all’ultima spiaggia dopo la sconfitta per 2-3 contro la Germania Est, si ritrovano sotto 2 set a zero, persi entrambi con il minimo scarto, 13-15 e 14-16 …

Con davanti lo spettro di una sconfitta per 0-3 – che, oltre a vanificare il successo ottenuto sull’Urss avrebbe potuto compromettere il podio avendo riferimento alla differenza set in un Girone di massimo equilibrio, dato che tutte e tre le gare della prima giornata si erano concluse sul 3-2 (compresa la vittoria del Giappone sulla Romania …) – la reazione di Skiba & Co. è veemente, dimostrando la loro superiorità nei tre successivi parziali, chiusi sul 15-6, 15-10 e 15-5, così da trovarsi dopo due giornate in testa alla Classifica a pari punti con il Giappone, a propria volta vittorioso per 3-1 sulla Germania Est, stesso punteggio con cui l’Unione Sovietica si impone sulla Romania.

In un torneo che non concede tregua, il 24 ottobre si presenta per la Polonia la “delicata” sfida contro una Germania Est che deve riscattare il pesantissimo passivo (12-45 …!!) subito al debutto nella Rassegna iridata, e questa volta Wagner deve “richiamare all’ordine” i propri atleti, oramai convinti di aver la vittoria in tasca dopo i facili 15-7, 15-9 con cui portano a casa i primi due set …

Come nel caso del tennis quale Sport individuale, anche nella Pallavolo non si è mai vincitori sino a che l’ultima palla non tocca terra, ed i cali di concentrazione sono il peggior nemico, cosa della quale approfittano i Campioni in carica per aggiudicarsi (15-13 e 15-12) il terzo e quarto parziale, così costringendo agli straordinari una Polonia che per il terzo giorno di fila resta in campo per tutti e cinque i set, pur ritrovando la giusta condizione fisica e mentale per chiudere il match su di un netto 15-5.

Unica formazione ad aver disputato 15 set nei primi tre turni del Girone finale, il giorno di riposo giunge quanto mai propizio, sia per ricaricare le pile che per focalizzare nelle menti dei giocatori come si stia loro presentando un’occasione unica per laurearsi Campioni mondiali, visto che il Giappone è crollato sotto i colpi dell’Unione Sovietica con uno 0-3 che, peraltro, non rende giustizia all’equilibrio della sfida, come i singoli parziali di 15-10, 16-14, 18-16 testimoniano.

Favorita dalla Classifica, che la vede prima con 6 punti rispetto ai 4 di Urss e Giappone, ma in difficoltà quanto a differenza set (9-6 rispetto all’8-4 sovietico) qualora dovesse verificarsi un arrivo a pari punti, la Polonia è consapevole che per fregiarsi del titolo iridato deve necessariamente vincere le due restanti partite, non potendo immaginare passi falsi dell’Unione Sovietica contro Germania Est e Cecoslovacchia.

In assenza di scontri diretti, al ritorno in campo, tutte e tre le pretendenti alle medaglie si aggiudicano i rispettivi incontri, 3-0 Urss e Polonia contro rispettivamente Germania Est e Romania e 3-1 il Giappone sulla Cecoslovacchia, il che determina già, ad una giornata dalla conclusione del Torneo, la composizione del podio, visto che la Classifica recita: Polonia p.8 (12-6 differenza set), Urss p.6 (11-4) e Giappone p.6 (9-7), ma con ancora il confronto tra i Campioni olimpici giapponesi ed i polacchi da doversi disputare.

Ed, allorché le due squadre scendono sul parquet, avendo l’Urss facilmente disposto 3-0 della Cecoslovacchia, portando pertanto a 14-4 la propria differenza set, il conto è presto fatto, ovverossia che una vittoria, con qualsiasi punteggio, da parte della Polonia sul Giappone regalerebbe alla stessa il titolo mondiale, mentre in caso inverso sarebbero proprio i sovietici a tornare ai vertici assoluti, con in più il fatto che un eventuale successo per 3-0 dei pallavolisti del Sol Levante relegherebbe la formazione di Wagner al terzo posto dopo aver vinto 11 match consecutivi su altrettanti disputati.

Un’eventualità, quest’ultima, che può iniziare a prospettarsi nel momento in cui i Campioni olimpici si aggiudicano il primo parziale per 15-13, ma ancora una volta la reazione polacca non si fa attendere, e già l’esito del secondo e terzo set, chiusi sul 15-7 e 15-11 in loro favore, li rassicura circa il fatto di aver quantomeno l’argento al collo …

Resta da compiere l’ultimo, decisivo passo e, pur di fronte ad un Giappone che, storicamente, non molla mai lottando su ogni palla sino a che la gara non è conclusa, la prospettiva del titolo a portata di mano è una motivazione troppo forte per i ragazzi di Wagner che, seppure costretti a lottare come non mai, riescono a strappare il quarto parziale per 17-15 e poter quindi festeggiare il primo trionfo della Storia pallavolistica del proprio Paese.

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La Polonia Campione del Mondo ’74 – da:poland2014.fivb.org

Viene logico chiedersi se Wagner abbia fatto o meno una “rivoluzione” nella selezione della rosa che aveva chiuso desolatamente nona due anni prima alle Olimpiadi di Monaco ’72 ed invece si scopre che di quella squadra ben 7 componenti sono ancora presenti, con in più il reinserimento di Skiba, già titolare ai Giochi di Messico ’68, e la fiducia concessa ai giovani Wieslaw Czaja e Miroslaw Rybaczewski, entrambi 22enni, nonché al 21enne Tomasz Wojtowicz, oltre ad un “pizzico di esperienza” portata dal 25enne Wlodzimierz Sadalski, a conferma che non erano gli uomini a mancare, ma la preparazione non adeguata.

Come sempre accade, se vincere è difficile, confermarsi lo è ben di più, specie quando non puoi più contare sull’effetto sorpresa e divieni la cosiddetta “squadra da battere”, esperienza che la Polonia vive sulla propria pelle in occasione dei Campionati Europei ’75 che si svolgono in Jugoslavia, con 12 formazioni iscritte – tanto per rendersi conto della sproporzione tra la parte orientale ed occidentale del Vecchio Continente in campo pallavolistico, 8 a 4 il rispettivo conto delle partecipanti – e suddivise in tre Gironi di quattro squadre ciascuno, con le prime due di ogni Gruppo a qualificarsi per il Girone finale a sei.

Oddio, non è che la prima fase proponga ai Campioni iridati eccessive problematiche, inserita in un Girone concluso con altrettanti successi per 3-0 contro Jugoslavia (45-23 il computo dei punti totali), Italia (45-23) ed Ungheria (45-26), in attesa di verificare lo stato di forma di un’Unione Sovietica animata da un più che legittimo desiderio di riscatto dopo l’amaro argento della Rassegna iridata.

Rivincita che trova puntuale conferma nel netto 3-0 (15-12, 15-10, 15-7 i relativi parziali) inflitto al sestetto polacco nella gara d’esordio della Poule finale che stabilisce sin da subito le gerarchie continentali, con l’Urss a conquistare il suo quinto titolo europeo nelle nove edizioni sin qui disputate, circostanza che non smuove più di tanto Wagner il quale, dopo il secondo posto finale, dichiara senza mezzi termini: “di andare ai Giochi di Montreal ’76 con l’unico obiettivo della medaglia d’oro ….

E, del resto, la Polonia si presenta all’appuntamento olimpico con ben nove/dodicesimi della formazione Campione del Mondo, con gli unici inserimenti costituiti dagli esperti Bronislaw Bebel e Zbigniew Lubiejewski, entrambi 27enni, e dal giovane Lech Lasko, il “cucciolo” della compagnia con i suoi 20 anni, mentre a far da chioccia è il 32enne martello Skorek, che si presenta in Canada fresco del titolo italiano conquistato nelle vesti di allenatore/giocatore della Panini Modena.

In un Torneo molto meno massacrante rispetto a quello iridato, con sole 10 formazioni partecipanti, le stesse vengono suddivise in due Gironi da 5 squadre cadauno con una formula che ricalca quella di quattro anni prima a Monaco, ovverossia con le prime due a qualificarsi per le semifinali incrociate le cui perdenti gareggiano per il bronzo e le vincenti si affrontano in Finale per la medaglia d’oro.

Di contro, ciò sta a significare che non vi sono margini di recupero in caso di un eventuale passo falso, determinando la massima attenzione e concentrazione in ogni singolo incontro, con la Polonia, come di consueto oramai, a debuttare di rincorsa, facendosi sorprendere dai sudcoreani nei primi due set (12-5 e 6-15) per poi ritrovare il filo del gioco ed imporsi facilmente nei restanti parziali, chiusi sul 15-6, 15-6 e 15-5.

Passata la paura e liquidati con irrisoria facilità i padroni di casa canadesi, altro ostacolo di tutto rispetto si presenta sotto forma della compagine cubana anch’essa aspirante alla medaglia d’oro ed ancora il match vede i ragazzi di Wagner andare sotto per 0-2 (13-15, 10-15), prima di riportare la sfida in parità affermandosi 15-6 e 15-9 nei successivi parziali e quindi rimandare il tutto al quinto e decisivo, nonché emozionantissimo set che si conclude sul 20-18 dopo una lunga ed interminabile lotta “punto a punto”.

Assicuratosi il primo posto nel Girone a punteggio pieno (con Cuba seconda …), ecco che le semifinali propongono la sfida incrociata con i Campioni di Monaco ’72 del Giappone, a loro volta superati nell’altro Girone da un’Unione Sovietica ansiosa di rivincite che, nel confronto diretto, si è imposta con un netto 3-0, come dimostrano i relativi parziali di 15-9, 15-10, 15-9.

Sfida da “dentro o fuori”, dunque, quella coi nipponici che intendono, a loro volta, saldare il conto rispetto alla sconfitta patita due anni prima ai Mondiali di Messico ’74 e che non delude gli appassionati che il 29 luglio ’76 assistono all’incontro dalla tribune del “Paul Sauvé Centre” della metropoli canadese, con i due sestetti a scendere sul parquet già sapendo che, in caso di successo, dovranno affrontare nella Finale per la medaglia d’oro l’Urss che ha strapazzato per 3-0 (15-12, 15-7, 15-8) la formazione caraibica del micidiale attaccante Ernesto Martinez.

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Una fase della Semifinale Urss-Cuba – da:volleyray.files.wordpress.com

Quanto importante sia l’aver oramai assuefatto i propri giocatori a metabolizzare la lunghezza di un incontro sulla durata dei cinque set, Wagner ne ha un’ulteriore prova nella sfida contro i nipponici, ancora una volta – ed è la terza nel corso del torneo olimpico – a decidersi nell’ultimo parziale, dopo che i precedenti si sono chiusi con l’oramai solito primo set appannaggio degli avversari (15-17), per poi reagire nei due successivi, chiusi agevolmente con un doppio 15-6 prima di scontare la tenacia asiatica che porta il Giappone ad imporsi per 15-10 al quarto, e quindi “restituire” identico punteggio nell’ultimo parziale che certifica la prima Finale olimpica per la formazione dell’Europa orientale.

Ritrovarsi il giorno dopo a sfidare un’Urss “assetata di sangue”, che non ha ancora perso un solo set, con una differenza punti stratosferica di 180-90 (il che sta a significare una media di 15-7,5 punti per set disputato …!!) ed inoltre con ben 10 set in più nelle gambe, sembra un’impresa titanica per Skorek & Co., che hanno comunque ben assimilato il “credo” del loro tecnico ed, al di là di una comprensibile stanchezza, sono consapevoli della propria forza e, soprattutto, preparati ad affrontare e, possibilmente, superare, ogni situazione di temporanea difficoltà che l’incontro potrebbe presentare …

Cosa che, puntualmente accade, con l’Urss – nelle cui file, oltre alla stella Kondra, militano un giovanissimo futuro campione quale Aleksandr Savin ed un “certoVyacheslav Zaytsev, padre di quell’Ivan che, nato in Italia, fa attualmente parte del sestetto azzurro – a far suo il primo set per 15-11 così come il terzo per 15-12 dopo la ristabilita situazione di parità con il 15-13 con cui la Polonia si era aggiudicata il secondo parziale.

Nel fare un paragone con una disciplina individuale come il Pugilato, si ha l’impressione che il sestetto polacco trasmetta in uno Sport di squadra quella caratteristica di alcuni protagonisti della “Noble Art” che emergono allorquando il match si allunga, circostanza che anche stavolta non viene meno durante il quarto set dove si decide virtualmente la sfida …

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Una fase della Finale Polonia-Urss – da:volleyray.files.wordpress.com

Con nessuna delle due rivali a voler cedere di un millimetro, il parziale si prolunga ai vantaggi, e quando l’azione decisiva consente alla Polonia di farlo suo per 19-17, inizia a serpeggiare tra i presenti la convinzione che l’inerzia del match possa cambiare padrone, cosa che in effetti accade con il netto 15-7 (unico dell’intero incontro in cui una delle due squadre non raggiunge quota 10 …) che completa la “missione” che Wagner si era prefisso e conferma, una volta di più, la solidità fisica e mentale dei suoi ragazzi.

Consapevole di aver raggiunto il massimo traguardo, Wagner lascia l’incarico e, senza di lui, la Nazionale scivola all’ottavo posto ai Mondiali di Italia ’78 ed al sesto della Rassegna iridata di Argentina ’82, mentre alle Olimpiadi “dimezzate” di Mosca ’80 si ferma ai margini del podio, sconfitta 1-3 dalla Romania nella Finale per il bronzo, ma intanto il seme era stato lanciato ed anche se per ritrovare una Polonia sul gradino più alto del podio di una grande Manifestazione internazionale bisognerà attendere sino agli Europei di Turchia ’09 (3-1 in Finale alla Francia …), non possono esservi dubbi su come il triennio vincente del sestetto di Wagner abbia segnato una tappa importante, per non dire fondamentale, nella crescita del movimento pallavolistico dell’intero Paese

 

HIROFUMI DAIMATSU, IL “DEMONE” DELLE RAGAZZE GIAPPONESI ORO NEL VOLLEY AI GIOCHI DI TOKYO 1964

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Hirofumi Daimatsu ed il sestetto di Volley giapponese – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con il programma olimpico ad arricchirsi di nuove discipline ad ogni edizione, in occasione dei Giochi di Tokyo 1964 vengono introdotti due nuovi Sport che trovano nel Paese del Sol Levante una grande diffusione, vale a dire il Judo e la Pallavolo, con quest’ultima ad inaugurare entrambi i Tornei, sia maschile che femminile.

Un ritardo, quello del Volley che ai giorni nostri può sembrare inspiegabile vista la popolarità assunta da tale disciplina e che, in effetti, giunge nell’arengo olimpico dopo la disputa di ben 5 edizioni dei Campionati Mondiali nel settore maschile e di quattro in quello femminile, ma bisogna anche considerare che, all’epoca, il CIO non era di così “manica larga” come viceversa sta avvenendo in questi ultimi anni.

Uno sport, quello del Volley, che vede a cavallo degli anni ’60 il dominio incontrastato delle Nazioni dell’Europa orientale in campo maschile, prova ne sia che nelle riferite cinque edizioni della Rassegna iridata le stesse hanno occupato tutte e quattro le prime posizioni, con la “parte del leone” spettante, come logico, all’Unione Sovietica – con 4 vittorie ed un terzo posto – con la più temibile avversaria costituita dalla Cecoslovacchia, Campione Mondiale nel 1956 in Francia ed argento nelle altre quattro occasioni.

Un duello, quello tra sovietici e cecoslovacchi, che ha modo di ripetersi anche nella Capitale giapponese, in un Torneo che vede allinearsi al via 10 formazioni con una formula tanto semplice quanto massacrante, vale a dire confrontarsi l’una contro l’altra in un “Girone all’italiana”, con assegnazione delle medaglie dalla Classifica risultante.

Con gli atleti a dover disputare 9 incontri in 11 giorni, la resistenza fisica è un fattore determinante quanto la tecnica di gioco, così che nel duopolio Urss-Cecoslovacchia si inserisce, a sorpresa, anche il Giappone padrone di casa – che peraltro, due anni prima, in occasione dei Mondiali di Mosca ’62, si era piazzato al quinto posto, appena a ridosso delle formazioni dell’Est Europa – il quale paga a caro prezzo un “passaggio a vuoto” alla seconda giornata con un pesante 0-3 (anche nei parziali, 12-15, 8-15, 12-15) contro l’Ungheria che impedisce di lottare per la medaglia d’oro.

Giappone però che, dopo una seconda sconfitta contro la Cecoslovacchia per 1-3, ha quantomeno la soddisfazione di rendere incerto l’esito finale infliggendo il 19 ottobre ’64 ai sovietici (che avevano concluso imbattuti la Rassegna iridata di due anni prima …) l’unica sconfitta del Torneo, un peraltro netto 3-1, come testimoniano i parziali di 14-16, 15-5, 15-8, 15-10 in loro favore e che vale ai nipponici la medaglia d bronzo.

Unione Sovietica che era reduce dalla sofferta vittoria del giorno prima per 3-2 sulla Cecoslovacchia (15-9, 15-8, 5-15, 10-15, 15-7 i relativi parziali) e che, pertanto, deve solo ad un miglior quoziente set – incrementato con altrettanti 3-0 nelle ultime giornate contro Stati Uniti, Bulgaria e Brasile – la conquista del primo titolo olimpico della Storia dei Giochi, essendo terminata a pari punti (8 vittorie ed una sola sconfitta) con la Cecoslovacchia, ma con 25 set vinti a fronte di 5 persi rispetto ai 26-10 dei suoi avversari.

Ma se il Torneo maschile aveva rispettato il pronostico della vigilia, una grande attesa vi era tra il pubblico asiatico per l’esito di quello femminile, in cui nutrivano malcelate ambizioni di successo, dato che proprio il sestetto nipponico aveva interrotto, due anni prima a Mosca, l’egemonia sovietica costituita da altrettanti successi nelle prime tre edizioni dei Campionati Mondiali.

E, del resto, sono speranze ben riposte, vista la schiacciante superiorità messa in mostra durante la rassegna iridata, conclusa con 9 vittorie su altrettanti incontri, di cui ben 8 per 3-0 con l’unica formazione in grado di strappare un set alle micidiali giapponesi ad essere proprio quella sovietica, potendosi peraltro definire come un “incidente di percorso”, dato che quel 20 ottobre ’62 sul parquet della Capitale moscovita va in scena un autentico massacro, che, dopo il primo set perso 14-16, vede le tre volte Campionesse mondiali annichilite sotto un bombardamento i cui parziali di 15-7, 15-11 e 15-3 non ammettono repliche.

Ma quel trionfo, che faceva seguito all’argento di due anni prima in Brasile, nascondeva dietro di sé un’ombra, che stavolta non era costituita dall’uso di sostanze illecite, quanto dai metodi, per certi versi altrettanto “mostruosi” e sicuramente quantomeno deprecabili, ai quali sottoponeva le sue atlete il tecnico Hirofumi Daimatsu, una sorta di aguzzino nei loro confronti.

Un ex Comandante dell’esercito imperiale giapponese, Daimatsu, conosciuto in Patria come “orco” o “demone” per i suoi brutali metodi di allenamento, assume nel 1954 la guida della squadra della Filiale di Kaizuka della “Nichibo” – una fabbrica di filati che chiama a raccolta le migliori pallavoliste tra le sue impiegate/operaie con lo scopo dichiarato di allestire la miglior squadra del Paese e le cui componenti costituiranno poi in pratica l’intera ossatura della Nazionale giapponese – sottoponendo le atlete a massacranti allenamenti ogni singolo giorno dell’anno, fatta salva una breve vacanza nel periodo coincidente con le festività di fine anno, incurante delle problematiche relative al ciclo mestruale e con sessioni che duravano dalle 16:30 sino a mezzanotte con un solo brevissimo intervallo di 15 minuti …

In tale arco temporale le ragazze – che dalle 8 del mattino sino alle 4 del pomeriggio lavoravano in ufficio od in fabbrica presso l’azienda – vengono sottoposte ad affinare un esercizio tipico della filosofia di Daimatsu, ovverossia il “kaiten reeshibu” (“ruotare e ricevere”), preso a prestito dal judo, che consiste nel tuffarsi sul pavimento per difendersi dalla schiacciata avversaria e quindi ruotare immediatamente su sé stesse per recuperare l’assetto ed essere in grado di ricevere il pallone, una tecnica che l’allenatore impone di ripetere talmente tante volte sino a che le atlete non sono più in grado di rialzarsi e vicine alle lacrime.

A quel punto, gli “incoraggiamenti” di Daimatsu verso le proprie allieve sono del tipo “Vedi che non sei buona per la Pallavolo, tanto vale che ti arrendi …”, oppure “se preferisci stare a casa con tua madre, allora te ne puoi andare …” – il che ci riporta alla mente alcune uscite del Sergente Foley nel Film Cult “Ufficiale e Gentiluomo” del 1982, allorché aveva il compito di addestrare le reclute – ma è indubbio che tutti concordano nel ritenere una tale pratica, definita “satsujin taiso” (“addestramento omicida”) come una vera e propria forma di tortura.

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Articolo di Sports Illustrated sui “metodi” di Daimatsu – da:theolympians.co

Daimatsu ammette che, sì, i suoi metodi sono “un po’ crudeli” (bontà sua …), ma che gli stessi si rendono necessari non solo per affinare la tecnica individuale, ma anche per accrescere lo spirito combattivo, utile per prevalere contro l’Unione Sovietica, le cui atlete sono di parecchi centimetri più alte in media e fisicamente più robuste delle sue, e, d’altronde, può anche presentare, come “biglietto da visita”, l’incredibile striscia di 258 vittorie consecutive delle sue ragazze della “Nichibo” tra il 1959 ed il ’66.

Opinione su cui si potrebbe a lungo discutere, alla cui base probabilmente incide il passato di militare di Daimatsu e la conseguente avversione del suo Paese nei confronti del regime comunista imperante all’epoca nell’Unione sovietica, pur se non va altresì sottaciuto come le sue giocatrici, una volta divenute adulte e createsi una vita propria, abbiano difeso con fermezza il loro allenatore contro ogni critica affermando di essere state ben consapevoli dei suoi metodi e di averli completamente accettati.

Ad ogni modo, quello che conta per il tecnico è la conquista dell’Oro olimpico in un Torneo ben più limitato rispetto a quello iridato, con sole 6 Nazioni (oltre ad Urss e Giappone, ne fanno parte Polonia, Romania, Stati Uniti e Corea del Sud) iscritte, il cui svolgimento è pari a quello maschile, vale a dire con le sei formazioni ad affrontarsi in un Girone all’italiana con la relativa Classifica finale a stabilire il podio ed il relativo calendario, non certo a caso, prevede la sfida titanica tra le due superpotenze all’ultima giornata.

E che il divario tra sovietiche e giapponesi ed il resto del lotto sia visibilmente impari lo dimostrano i risultati che entrambe fanno registrare prima del ”big match” per l’assegnazione della medaglia d’oro, visto che l’Unione Sovietica inanella quattro vittorie per altrettanti 3-0 (tra cui un imbarazzante 15-0, 15-6, 15-0 inflitto alla Corea del Sud) con un totale di 180 punti ad appena 52 subiti, con ciò facendo intendere di non voler interpretare il ruolo della “vittima sacrificale” rispetto alle neocampionesse mondiali.

Giappone che, dal canto suo, è ancor più devastante con i suoi tre successi per 3-0 su Stati Uniti (15-1, 15-5, 15-2 i relativi parziali), Romania (15-7, 15-3, 15-8) e Corea del Sud (15-3, 15-2, 15-4), gare in cui le avversarie non riescono mai a superare quota 8 in un singolo set, prima di “prendersi un set di riposo” nell’incontro che, il 18 ottobre, l’oppone alla Polonia ed in cui, dopo essersi aggiudicati i primi due parziali con la consueta, irrisoria facilità (15-4 e 15-5), le ragazze si addormentano nel terzo, perso 13-15, per poi rimettere le cose a posto nel quarto set, vinto in scioltezza per 15-2, così da presentare alla sfida decisiva con uno score di 193 punti realizzati a fronte di appena 61 subiti.

Le aride cifre che emergono dal raffronto tra le gare con le altre partecipanti al Torneo – definirle “avversarie” renderebbe loro eccessivo onore vista l’imbarazzante differenza di valori – potrebbero far pensare ad un atto conclusivo quanto mai incerto, vista la sostanziale parità delle rispettive differenze punti di +128 per il sestetto sovietico e di +132 per quello nipponico, ma se le ragazze di Daimatsu riuscissero ad esprimersi come due anni prima a Mosca, il pronostico appare viceversa scontato.

E del resto, nientemeno che l’autorevole (nonché unico …) giornale moscovita “Pravda” si era talmente entusiasmato dalle esibizioni del sestetto nipponico, in specie per la pregevole tecnica del recupero palla a fronte dei tentativi a rete delle atlete di casa, da coniare per lo stesso il simpatico appellativo di “Streghe d’Oriente” (“Toyo no majo” in giapponese …) come se nel loro modo di giocare vi fosse qualcosa di esoterico, pur se qualche superficiale osservatore aveva avuto il coraggio di asserire che tale successo iridato non fosse stato altro che il classico “colpo di fortuna” e che, difficilmente, le giapponesi avrebbero potuto confermarsi in sede olimpica, ancorché sul parquet amico.

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Daimatsu e le sue “Streghe d’Oriente” – da:theolympians.co

Leader del Gruppo – perché con un tecnico di tale specie, vi è chiaramente bisogno di un’atleta che faccia da collante tra lui e le altre giocatrici – è la centrale Masae Kasai, che con i suoi 174cm. è la più alta della squadra, la quale aveva deciso, oramai 29enne, di abbandonare l’attività agonistica dopo il successo iridato del ’62 a Mosca e convolare a nozze, ma che invece viene convinta a guidare il sestetto anche ai Giochi di Tokyo al punto che è lei a farsi promotrice presso le sue compagne, in prossimità dell’evento (per il quale avevano ottenuto uno specifico permesso dall’azienda dove lavoravano …), di estendere le ore di allenamento dalle 15:00 sino a quasi le 2:00 o le 3:00 del mattino seguente.

Oltretutto, “la sfida che non può essere persa” e che va in scena al “Komazawa Gymnasium” di Tokyo alle ore 19:35 locali del 23 ottobre ’64, davanti a 4mila spettatori che riempiono l’impianto in ogni ordine di posti, è l’ultima possibilità per il Giappone di incrementare il suo bottino di medaglie d’oro, già giunto a quota 15 ma che aveva visto l’umiliazione, nella stessa giornata, della sconfitta del judoka Akio Kaminaga nella categoria Open da parte del colosso olandese Anton Geesink, con ciò aumentando la pressione sulle ragazze, al punto che una di esse se ne esce con l’inequivocabile frase: “se perdiamo, è meglio che lasciamo il Paese …!!”.

Evento che viene trasmesso in diretta Tv, così che le strade sono completamente vuote creando un panorama surreale nella metropoli giapponese, nel mentre al Palazzetto non fa mancare la sua presenza neppure la Principessa Michiko Shoda, moglie dell’erede al trono imperiale Akihito, prima cittadina comune ad andare in sposa ad un membro della famiglia imperiale e che si faceva apprezzare, oltre che per la sua bellezza, per la sua straordinaria eleganza, con i suoi raffinati abiti a due pezzi, le semplici collane di perle, il portamento perfetto, così da essere da esempio tra le donne giapponesi.

C’era senza dubbio una pressione difficile da sopportare per il sestetto giapponese, ma mai come in questo caso il duro lavoro, anche mentale, di Daimatsu dà i propri frutti, ed il superiore gioco di squadra delle sue giocatrici, a supportare una Kasai praticamente insuperabile sotto rete, fa sì che i primi due set filino via con parziali di 15-11 e 15-8, con a fare riscontro ad ogni punto delle padroni di casa le fragorose urla dei tifosi sugli spalti e le ripetute inquadrature televisive della Principessa Michiko in tribuna …

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Una fase del match decisivo contro l’Urss – da:fivb.com

Ma la Pallavolo è uno sport in cui non puoi cantar vittoria sino a che non tocca terra l’ultima palla, ed ecco che l’orgoglio delle sovietiche fa sì che le stesse si portino in vantaggio sino a 13-9 nel terzo parziale, prima che Daimatsu chiami a raccolta le sue “allieve”, invitandole a non perdere la calma ed a non affannarsi nel recuperare lo svantaggio, giocandosi la rimonta punto su punto (ricordiamo che all’epoca era in vigore il “cambio palla” …), cosa che le stesse eseguono mettendo a segno 6 punti consecutivi per il 15-13 conclusivo che certifica il trionfo tanto atteso nel tripudio generale.

Ed al punto decisivo, le giocatrici si lasciano finalmente andare in salti e lacrime di gioia, così come i commentatori, gli spettatori ed anche la bella Principessa (che, per una volta perde la sua famosa compostezza, ma la possiamo perdonare …) si alzano in piedi ad applaudire e festeggiare, al pari dei milioni incollati davanti ai teleschermi, per un evento che, avendo fatto registrare uno share del 66,8%, rappresenta tuttora il secondo programma più visto nella Storia della Tv nazionale giapponese.

In contrasto con dette scene di giubilo vi è, da un lato, il comprensibile sconforto delle giocatrici sovietiche, le quali scendono nello spogliatoio e, chiusa la porta alle spalle, si lasciano andare in un dirotto pianto per sfogare tutta la loro frustrazione, e, dall’altro, l’immagine di un Daimatsu che, al raggiungimento dell’obiettivo di cogliere l’oro olimpico che si era prefissato, viene ripreso in piedi, da solo, mentre le sue ragazze festeggiano a metà campo, trattenendosi dall’abbracciarle od anche semplicemente stringere loro la mano.

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Le ragazze sovietiche lasciano meste il campo – da:theolympians.co

Potrebbe sembrare il classico atteggiamento del “Sergente di Ferro”, ma forse, in cuor suo, voleva semplicemente lasciare loro l’onore della ribalta, ben consapevole dei sacrifici che avevano dovuto sopportare per raggiungere un tale traguardo e che, nelle classiche rivisitazioni di fine Secolo, è stato catalogato nella Storia dello Sport giapponese del Novecento al quinto posto tra le dieci migliori imprese.

Come dire che, in fondo, anche i “Demoni” hanno un’anima …

 

ANDREA ZORZI, LO “ZORRO” CHE LASCIAVA IL SEGNO SUI PARQUET DEL VOLLEY MONDIALE

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Andrea Zorzi ad Atlanta ’96 – da:trentotoday.it

Articolo di Giovanni Manenti

Se il celebre personaggio immaginario creato dallo scrittore americano Johnston McCulley era solito “firmare” le proprie imprese tracciando una zeta con la propria spada, un “eroe sportivo” – ma, al contrario, quanto mai reale – si è fatto carico del ruolo di “giustiziere” sui parquet di mezzo Mondo a cavallo degli anni ’90, lasciando il segno con l’inaudita potenza delle proprie schiacciate, tanto da fornire un devastante contributo ai successi della denominata “Generazione di Fenomeni”.

Lo “Zorro di casa nostra”, il cui soprannome è stato facile da ideare facendo riferimento al suo cognome, altri non è che Andrea Zorzi, nato a Noale (Ve) il 29 luglio 1965 ed, incredibili a dirsi, approdato alla Pallavolo in età abbastanza avanzata.

Predilige giocare a Calcio, difatti, il giovane Andrea, ma il suo fisico – che lo rende simile ad un Ibrahimovic dei giorni nostri – mal si addice a tale disciplina, specie per il numero di piede, un 47, alquanto inusuale per “addomesticare” il pallone, tant’è che al Liceo gli viene caldamente consigliato di scegliere tra il Basket od il Volley.

Novello Duca di Mantova (“questa o quella per me pari son”, da “Il Rigoletto” di Giuseppe Verdi …), per il 16enne Andrea entrambi gli Sport non fanno granché differenza e la scelta cade sulla Pallavolo solo perché, parole sue, “avevo l’opportunità di praticarla più vicino a casa” ed ecco quindi che ad avere il privilegio di accoglierlo è la palestra di Trebaseleghe (Pd), dove disputa il suo primo Campionato di Serie C2 nelle file della Silvellese.

Categoria in cui la sola corporatura (alla completa maturazione Zorzi diviene un atleta di m.2,01 per 102kg.) è sufficiente a fare la differenza, ma non ancora ad affinarne la tecnica, invero quanto mai grezza, ed ecco che si rende necessario affidare questo masso di marmo ad un Michelangelo od un Donatello capace di trarne fuori una scultura degna di nota.

Trasferitosi nell’estate ’82 a Padova in A2, Zorzi vi disputa tre Campionati con il miglior risultato la quarta posizione nel 1984, iniziando peraltro a dimostrare la sua devastante potenza in attacco, ed anche se con ancora molto da imparare sia in fase di palleggio che di ricezione, Parma crede nelle sue potenzialità, aggiudicandosene le prestazioni nell’estate ’85.

Il ritrovarsi “dal limbo al Paradiso”, con compagni di squadra del calibro di Gianni Lanfranco, Giovanni Errichiello, Piero Rebaudengo e Paolo Vecchi, che avevano scritto la storia della nostra Pallavolo, porta Zorzi al definitivo salto di qualità, grazie anche, se non soprattutto, alla pazienza ed alla costanza del tecnico polacco Aleksandr Skiba – uno, per capirsi, Campione del Mondo nel ’74 ed oro olimpico nel ’76 con la propria Nazionale – il quale comprende la volontà di affermarsi del 20enne Andrea, come lui stesso ricorda, dopo essersi esibito in un bagher orribile: “Skiba apprezzò il fatto che io fossi diventato rosso in volto per l’imbarazzo, intuì il mio desiderio di emergere e mi seppe accompagnare nel percorso di crescita”.

Miglioramenti visibili, che anche se non portano frutti immediati a livello di Club – la prima stagione a Parma si conclude con l’eliminazione ai Quarti dei playoff da parte di Falconara – convincono il Commissario Tecnico azzurro Silvano Prandi a convocare per la prima volta Zorzi per l’amichevole contro la Grecia del 12 agosto ’86 a Bormio, con successivo inserimento nella lista dei 12 in vista del Mondiale di fine settembre in Francia.

Sono lontani i fasti del secondo posto di Roma ’78, e l’Italia conclude la Rassegna iridata in undicesima posizione, aprendo e chiudendo la stessa con due 3-0 a spese della Cina, ma subendo nel cammino altrettanti, impietosi 0-3 da parte di Francia, Bulgaria, Brasile e Cecoslovacchia, prima di arrendersi 2-3 al Giappone nella semifinale dal nono al dodicesimo posto.

La stagione seguente segna un’ulteriore svolta nella carriera di Zorzi in quanto, insoddisfatta per la prestazione al Mondiale, la Federazione affida la panchina azzurra proprio a Skiba, il quale lascia il posto ad inizio febbraio ’87 a Giampaolo Montali, uno dei due tecnici con cui lo schiacciatore veneto ottiene i suoi maggiori successi, l’altro lo scopriremo pressoché subito.

Promosso alla guida della prima squadra proveniente dalle Giovanili, ancorché sia appena 27enne, Montali è l’artefice del secondo “Periodo d’Oro” della formazione parmense dopo i trionfi “targati” Claudio Piazza che avevano portato a due Scudetto (1981 ed ’82) ed a due Coppe dei Campioni (1984 ed ’85) consecutive, anche se in Campionato trova di fronte un ostacolo che si rivela insormontabile, vale a dire gli “eterni rivali” modenesi.

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Zorzi a Parma – da:ioacquaesapone.it

Per tre stagioni consecutive, difatti, dal 1987 al 1989, la lotta per il titolo al termine dei Playoff vede andare in scena il “Derby della via Emilia”, probabilmente il più sentito confronto a livello di campanile nella storia della nostra Pallavolo, dando luogo a sfide epiche in cui i 12 giocatori in campo danno l’anima sino all’ultimo pallone giocabile, come dimostrato dall’esito del 1987, allorché Parma (abbinata “Santal”), pur con il vantaggio del fattore campo, esce sconfitta per 3-2 dopo cinque tiratissime gare (3-0, 2-3, 3-2, 1-3, 0-3) ed il netto 0-3 subito nella quinta e decisiva partita davanti ai propri tifosi è davvero difficile da mandar giù.

Stesso epilogo l’anno successivo, con stavolta i modenesi a fruire del vantaggio del fattore campo ed anche stavolta si deve ricorrere alla quinta e decisiva gara in un “PalaPanini” riempito sino all’inverosimile per festeggiare il 3-2 con cui i “canarini” si confermano Campioni, il che accade anche nel 1989, ma stavolta in maniera più netta poiché, dopo due vittorie per 3-1 a testa, in gara-3 il sestetto modenese guidato da Julio Velasco espugna il “PalaRaschi” per 3-0 per poi ripetere analogo risultato davanti al proprio pubblico.

Un vero e proprio incubo, la figura del “guru” argentino per Zorzi, il quale accoglie con un misto di gioia e timore la notizia che allo stesso viene affidato, a conclusione della stagione ’89, il ruolo di Commissario Tecnico della Nazionale, con cui Zorzi aveva partecipato alle Olimpiadi di Seul ’88 che avevano visto il ritorno di Carmelo Pittera alla guida, senza peraltro eccessivi miglioramenti, visto che anche i Giochi coreani si concludono con l’Italia classificatasi non meglio che nona tra le 12 iscritte, ma che rappresentano una tappa importante dal punto di vista affettivo pr il protagonista della nostra storia odierna, visto che è proprio in quella circostanza che fa la conoscenza con Giulia Staccioli, Campionessa italiana di ginnastica ritmica e che diverrà poi sua moglie …

Divagazioni sentimentali a parte, il non ritrovarsi Velasco sulla panchina modenese durante il Campionato può essere un bel sollievo, ma quale sarà l’impatto con il tecnico in occasione del primo raduno azzurro, si chiede Zorzi, restando peraltro stupito dal primo colloquio che l’argentino ha con lui – come del resto con gli altri convocati – dopo il discorso di prammatica rivolto a tutto il gruppo, allorché gli viene chiesto in cosa ritenesse dover migliorare.

La risposta per il 24enne vento è pressoché scontata, vale a dire palleggio, ricezione, ma il commento di Velasco è spiazzante: “Tu sei schiacciatore, no …?? Ed allora devi migliorare nello schiacciare …!!”, il che stava a significare come il tecnico argentino pretendesse la perfezione in ogni singola specialità in cui eccellevano i suoi ragazzi, preferendo atleti al top nel loro specifico ruolo che non dei “generalisti” che fossero bravi in tutto, ma senza emergere in una singola fase di gioco …

Non è, peraltro, che con Montali Parma (ora divenuta “Maxicono”) fosse rimasta a guardare, conquistando nel biennio 1988-’89 due Coppe delle Coppe consecutive, aggiudicandosi altresì la prima edizione, svoltasi proprio nel capoluogo emiliano, del Campionato Mondiale per Club ’89, con la soddisfazione di sconfiggere la celebre “Armata rossa” del CSKA Mosca che, per tre anni di seguito, aveva “giustiziato” gli odiati rivali della Panini Modena in Finale di Coppa dei Campioni, facendo provar loro le stesse amarezze subite da Zorzi & Co. nei Playoff Scudetto.

Ma ora, Velasco è dalla sua parte e non rinuncia certo alle prestazioni di colui che sta per divenire “Zorro” a tutti gli effetti, a cominciare dagli Europei in programma da fine settembre ’89 in Svezia, manifestazione dove l’Italia, negli ultimi 40 anni, ha ottenuto come miglior risultato appena un misero quarto posto nell’edizione ’83 svoltasi in Germania Est.

Ma il vento è fortunatamente cambiato e, con un sestetto titolare che vede il tecnico argentino puntare su tre suoi “fidati” ex giocatori provenienti dalla Panini, vale a dire Bernardi, Andrea Lucchetta e Cantagalli, a cui affianca Tofoli in regia, Gardini centrale e Zorzi quale schiacciatore opposto, l’Italia si aggiudica il proprio Girone eliminatorio che dà accesso alle semifinali, pur facendo registrare la “consueta” sconfitta contro la Francia (13-15 al quinto set) nell’ultimo turno, una delle classiche “bestie nere” per gli azzurri a livello continentale.

L’altro Girone vede il previsto cammino senza ostacoli di un’Unione Sovietica a punteggio pieno e che non ha alcuna intenzione di scendere da quel trono europeo che detiene da oltre 20 anni (e cioè dall’edizione ’67 in Turchia …!!), così che all’Italia tocca l’Olanda in semifinale mentre i Campioni in carica devono vedersela contro i padroni di casa svedesi.

Quella che va in scena il 30 settembre a Stoccolma è forse lo specchio di ciò che Velasco pretende dai suoi giocatori, una sorta di “gara perfetta” che vede il sestetto dei Paesi Bassi annichilito con un 3-0 i cui impietosi parziali di 15-7, 15-3, 15-2 stanno a dimostrare l’enorme differenza dei valori in campo.

E se, alla vigilia, l’argento era considerato il traguardo massimo raggiungibile, la notizia del clamoroso successo per 3-2 (17-15 al quinto …) dei padroni di casa contro l’Unione Sovietica fornisce a Velasco un’occasione da non perdere per portare gli azzurri al primo trionfo internazionale della loro Storia tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, essendo a questo punto necessario mantenere alta la concentrazione, visto che la Svezia è pur sempre alla loro portata, avendola già superata con un netto 3-0 (15-8, 15-9, 15-8) nel Girone eliminatorio.

Velasco è categorico nel catechizzare i suoi ragazzi prima della sfida decisiva dell’1 ottobre ’89, ricordando loro come: “A questo punto, non possiamo più accontentarci solo dell’argento, senza farci intimidire dal pubblico, visto che molti di voi sanno benissimo che a Modena e Parma quando si gioca la Finale playoff la pressione è molto più alta …!!”.

Ahi, Zorzi, il tecnico argentino è andato a mettere il classico “dito nella piaga”, l’avrà mica fatto per darti un ulteriore sprone, chissà, ma di fatto, dopo un primo set letteralmente buttato via con gli azzurri che si fanno rimontare da 10-4 sino a 14-16 per il delirio dei 15mila (!!) spettatori presenti, la sfida prende la strada che tutti si auguravano, con l’Italia a dominare il secondo parziale (15-7) e respingere il tentativo di rimonta svedese nel terzo, dove sul 14-13 per Lucchetta & Co. una schiacciata di Bengt Gustafson – compagno di squadra di Zorzi per tre anni a Parma e premiato come “Miglior Giocatore del Torneo” – viene chiamata fuori dagli arbitri, con ciò portando gli azzurri sul 2-1 e segnando di fatto la resa da parte dei padroni di casa che perdono nettamente per 15-7 anche il quarto set che laurea l’Italia per la prima volta Campione Continentale.

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Italia Campione d’Europa 1989 – da:pallavolissimo.com

Ci siamo dilungati su questo successo perché esso rappresenta, oltre che il primo trionfo in maglia azzurra per Zorzi, una pietra fondamentale nel suo “triennio d’oro”, che lo vede nel ’90 disputare una stagione costellata solo da successi, ad iniziare, finalmente, dalla conquista dello Scudetto avendo stavolta la meglio in tre sole partite di una Modena “targata” Philips ed orfana di Velasco – ma, curiosamente, trionfatrice in Coppa dei Campioni dove l’argentino si era sempre arreso all’ultimo atto – cui unisce la Coppa Italia, la terza Coppa delle Coppe consecutiva e la Super Coppa Europea.

Un “grande Slam” impressionante, cui, a livello di Nazionale, si unisce la vittoria nella prima edizione della World League, la cui Fase Finale si svolge in Giappone e vede Zorzi protagonista assoluto, facendo “innamorare” di sé il pubblico del Sol Levante (femminile in particolare …), tanto da essere premiato come “Miglior Giocatore” di un Torneo che vede l’Italia superare in semifinale l’Unione Sovietica al termine di 5 tiratissimi set (15-12, 16-17, 15-11. 14-16, 15-9) e quindi liquidare in Finale l’Olanda con un 3-0 che non rende onore al comportamento dei nostri avversari che, dopo aver perso 15-7 il primo parziale, impegnano gli azzurri nei due successivi, entrambi chiusi sul 16-14.

Per completare un’annata da sogno, mancherebbe solo il titolo mondiale, impresa quanto mai ardua visto che, se l’Orso sovietico è stato ammansito (ma non ucciso, sia ben chiaro …) dall’altra parte dell’Oceano ci attendono le due fortissime sudamericane che rispondono al nome di Cuba e Brasile, con quest’ultima addirittura nelle vesti di padroni di casa.

Quale sia stato l’andamento del Torneo è risaputo, con l’Italia a subire uno schiaffo salutare da Despaigne & Co. nell’ultima gara del Girone eliminatorio, un imbarazzante 0-3 (13-15, 9-15, 8-15) che Velasco sfrutta per caricare i suoi che, dopo essere passati sul cadavere di Cecoslovacchia ed Argentina con due 3-0 che non ammettono repliche, compiono due imprese che restano impresse a forti tinte nella Storia del nostro Volley, imponendosi 3-2 (6-15, 15-9, 15-8, 8-15, 15-13) sul Brasile al “Maracanazinho di fronte ad una “torcida” impressionante per far loro svanire i sogni di gloria, per poi ripetersi in Finale su Cuba, sconfitta per 3-1 con il 16-14 di un quarto set interminabile con ben 8 match ball per gli azzurri puntualmente annullati dal fenomenale Despaigne, prima che Bernardi possa piazzare la schiacciata vincente.

Ma il vero “eroe” della Finale è proprio Zorzi, che da allora diviene per tutti “Zorro”, quello che lascia il segno, come testimoniano le sue 50 azioni vincenti (2 punti in battuta, 3 muri e 45 attacchi) nel corso del match, meglio anche del fuoriclasse cubano, fermatosi a 46, un’esibizione di potenza e precisione assoluta nata dopo che, contro il Brasile, Velasco ne avesse centellinato l’utilizzo, a dimostrazione di come il tecnico argentino sapesse motivare i propri uomini …

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L’Italia Campione del Mondo nel ’90 – da:lenius.it

Mondiale disputatosi ad ottobre ’90 al quale però Zorzi partecipa in rappresentanza di un altro Club, avendo ceduto – anche per l’abbandono di Montali dalla guida di Parma – nel corso dell’estate alle lusinghe della neonataMediolanum” Milano – al pari di altre icone del nostro Volley quali Franco Bertoli, Claudio Galli e l’amico fraterno Andrea Lucchetta – sotto l’egida di Silvio Berlusconi, intenzionato a fare del Milan una “polisportiva” (acquisisce anche il settore Rugby ed Hockey su ghiaccio …) alla stregua dei famosi Club spagnoli quali Real Madrid e Barcellona, anche se poi il progetto avrà breve durata.

Una scelta indubbiamente remunerativa sotto l’aspetto economico – “Mi ha consentito di far tanti bei soldini …!“, chiosa Zorzi – ma molto meno soddisfacente dal punto di vista dei risultati, visto che nel quadriennio di permanenza a Milano, la formazione guidata per le prime due stagioni dall’americano Doug Beal e nelle successive dall’argentino Raul Lozano, riesce a disputare in sole due occasioni la Finale Playoff per lo Scudetto, sconfitta da Parma nel ’93 e da Treviso (allenata da Montali …) nel ’94, due “nemesi” non da poco per un vincente come l’oramai quasi 30enne schiacciatore veneto.

Poca consolazione giunge dai successi internazionali che ne arricchiscono il Palmarès con altri due Campionati mondiali per Club vinti nel ’90 e ’92, così come la conquista della sua quarta Coppa delle Coppe nel ’93, così come in chiaroscuro sono le due stagioni del nuovo decennio con la Nazionale azzurra, visto che l’Italia si conferma aggiudicandosi altre due World League consecutive nel ‘91 a Milano (3-0 a Cuba in Finale, con Zorzi nominato ancora una volta come “Miglior Giocatore del Torneo) e nel ’92 a Genova, con ancora i cubani sconfitti 3-1 in Finale, ma dovendo abdicare nei due Tornei più importanti.

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Zorzi MVP World League – da:isolafelice.com

L’Unione Sovietica riprende, difatti, quello che per lei è considerata una sorta di “diritto” divino, vale a dire la leadership continentale, sconfiggendo 3-0 l’Italia nella Finale di Berlino ’91 – anche se, a livello personale, per Zorzi il 1991 è un anno da mettere in bacheca, visto che viene premiato dalla FIVB (Fédération Internationale de Volleyball) quale “Miglior Giocatore al Mondo – mentre molto più amara e deludente è la sconfitta patita ad opera dell’Olanda nei Quarti di Finale alle Olimpiadi di Barcellona ’92, con gli azzurri in vantaggio 2 set ad 1 a subire un impensabile black out nel quarto parziale (perso 2-15 …!!) e poi essere l’ultima vittima di un regolamento assurdo che li vede perdere 16-17 il quinto e decisivo set, norma successivamente modificata esigendo un divario di due punti tra le due formazioni.

Nettamente migliore dal punto di vista azzurro il successivo biennio, che a livello di Club, come già ricordato, per Zorzi porta a due Finali Scudetto perse – saranno 6 in totale a fine carriera – con l’Italia a piegare la resistenza olandese agli Europei di Turku ’91 con un 15-9 al quinto set dopo essersi fatti rimontare da un vantaggio di 2-0 maturato nei primi due parziali e prendersi un’ancor più ghiotta rivincita sugli “orange” nella Finale iridata di Atene ’94, allorché Blangé & Co. vengono umiliati, dopo i primi tre parziali equilibrati (15-10, 11-15, 15-11 a favore degli azzurri), rifilando loro un impietoso 15-1 nel quarto ed ultimo set, così, tanto per vendicare il 2-15 di Barcellona.

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L’Italia Campione del Mondo ’94 – da:pallavolissimo.com

Anche stavolta, però, la rassegna continentale svoltasi in Grecia vede Zorzi partecipare sotto nuovi colori, chiamato nell’estate ’94 dal suo vecchio coach Gian Paolo Montale a rafforzare un attacco stellare della Sisley Treviso, che può allineare, oltre a Tofoli in veste di palleggiatore, delle “bocche da fuoco” senza eguali formate da Bernardi, Zorzi ed il fuoriclasse olandese Ron Zwerwer, con l’aggiunta di Andrea Gardini come centrale.

Quattro sesti dell’Italia Campione del Mondo fanno sì che Treviso faccia sua la prima Coppa dei Campioni della sua Storia, superando nella Finale tutta italiana di Vienna – una costante che si verifica da tre stagioni consecutive – i tre volte Campioni europei di Ravenna, ma, ironia della sorte, ancora una volta Zorzi vede sfumare il sogno Scudetto, superato nella Finale Playoff dal suo “peggior nemico” Modena (ora abbinata “Las Daytona”, che si impone dominando (3-0, 3-0, 3-1) in tre incontri nonostante la Sisley avesse il vantaggio del fattore campo.

Un tabù infine sfatato l’anno seguente, allorché ad arrendersi a Treviso nella Finale Scudetto (solo il secondo in carriera per Zorzi …) sono i piemontesi dell’Alpitour Cuneo, anche se quel 1996 porta con sé la più amara delusione per la celebre “Generazione di Fenomeni”.

Confermatasi, difatti, Campionessa Europea ad Atene ’95 superando ancora l’Olanda all’atto conclusivo in un match appassionante e di elevato livello tecnico (13-15, 15-10, 11-15, 15-12, 15-11, per un totale di 69-63 a favore degli azzurri che la dice lunga sull’equilibrio dell’incontro), l’Italia si presenta da favorita ai Giochi di Atlanta ’96, intenzionata a colmare l’unica lacuna nel proprio ciclo vincente – sino ad allora costituito da 2 titoli mondiali, 3 europei ed un secondo posto e ben 5 World League – solo per trovarsi nuovamente di fronte, per la terza volta consecutiva tra Mondiale, Europeo ed Olimpiadi, il sestetto olandese.

Giunti all’atto conclusivo imbattuti (5 vittorie per 3-0 nel Girone eliminatorio, compreso un 15-8, 15-8, 15-13 rifilato proprio agli arancioni del CT Joop Alberda), cui fanno seguito due 3-1 ai danni rispettivamente di Argentina ed Jugoslavia nei Quarti ed in Semifinale, gli azzurri subiscono la più cocente delle sconfitte, a nulla valendo il fatto di aver totalizzato (71 a 66) più punti degli avversari, i quali hanno l’ultima parola affermandosi 17-15 al termine di un quinto e drammatico set …

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Una fase della Finale Olanda-Italia ad Atlanta ’96 – da:fvb.com

Questa sconfitta incide altresì pesantemente sulla decisione di Zorzi di abbandonare l’attività agonistica, ma non come molti hanno ritenuto di precisare per la delusione dell’oro sfuggito, ma poiché, come dallo stesso confessato di “non aver provato quella rabbia che solitamente mi permetteva di reagire alle sconfitte, ed allora se per me vincere o perdere ogni volta che scendo in campo deve essere uguale, meglio lasciare a chi ha più motivazioni di me …!!

La Finale di Atlanta non è comunque l’ultima volta che “Zorro” indossa la maglia azzurra, proseguendo per il resto dell’anno solare, in cui, ben magra soddisfazione, l’Italia si aggiudica il World Super Challenge disputato a novembre in Giappone, mettendo sotto tutte e cinque le sue avversarie, compresi i neo Campioni olimpici olandesi, schiantati con un 3-0 (15-6, 15-8, 15-12) che non sappiamo se abbia dato più gioia o rabbia ai nostri ragazzi.

Anno concluso, così come si chiude la lunga parentesi azzurra di Zorzi costituita da ben 325 presenze – curiosamente tante quante quelle di Velasco in panchina, che cede il posto a Bebeto – mentre a livello di Club pone fine alla propria carriera con due ultime stagioni nelle file della Lube Banca Marche Macerata, condotta in entrambi i casi alle semifinali Playoff, eliminata da Modena (ma guarda un po’ …) nel ’97 e da Cuneo nel ’98.

Anche il Volley, come Basket, Baseball e Football americano, vive molto di numeri e statistiche, e quelle di Zorzi recitano di un “martello” capace di contribuire a 206 vittorie su 281 incontri di Serie A1 disputati (media 73,30%), grazie a 7.839 punti costituiti da 6.726 attacchi punti, 637 muri e 476 battute vincenti …

Che ne dite, Zorro” l’avrà o no “lasciato il segno” …?? La risposta a dire il vero, è sin troppo facile …

IL BIENNIO 1948-’49 DI ESORDIO DEL VOLLEY A LIVELLO INTERNAZIONALE

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Una fase del Mondiale di Praga ’49 – da:fivb.org

Articolo di Giovanni Manenti

Se c’è uno Sport di squadra che ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni del XX Secolo questo è indubbiamente la Pallavolo, per molto tempo viceversa incapace di darsi una propria regolamentazione a livello internazionale, basti pensare che la FIVB (Federation Internationale de Volleyball) viene fondata ad aprile 1947 a Parigi, nel mentre la nascita della FIFA per il Calcio risale addirittura al maggio 1904 ed anche la FIBA, per ciò che concerne il Basket, vede le sue origini nel 1932 a Ginevra.

Da ciò ne consegue che le maggiori competizioni internazionali hanno visto una diversa collocazione temporale, con il Calcio ad apparire alle Olimpiadi addirittura sin dal 1900, per poi avere il proprio Campionato Mondiale nel 1930, mentre la Pallacanestro debutta ai Giochi nell’edizione di Berlino ’36 e nel 1935 in Svizzera si disputano i primi Campionati Europei, per non parlare poi della Pallanuoto, che esordisce nella Rassegna a cinque cerchi già dall’edizione di Parigi 1900 e si dota di analoga competizione a livello continentale sin dal 1926.

Il Volley, al contrario, deve attendere sino al 1964 per essere accettato quale disciplina olimpica, su espressa richiesta del Giappone, Paese organizzatore dell’edizione svoltasi a Tokyo, con l’unico vantaggio, rispetto agli altri Sport di squadra sopra elencati, di debuttare contemporaneamente sia a livello maschile che femminile, nel mentre negli altri casi le ragazze hanno dovuto attendere il 1976 (Basket), 1996 (Calcio) e 2000 (Pallanuoto) per poter anch’esse entrare a far parte della grande famiglia olimpica.

Compreso, pertanto, come l’era pionieristica del Volley risalga all’immediato dopoguerra, l’Italia è uno dei Paesi all’avanguardia nel Vecchio Continente, avendo un proprio Campionato nazionale istituito nel 1946 e partecipato, quale una delle 14 Nazioni fondatrici, alla nascita della Federazione Internazionale e celebrando tale avvenimento con l’incontro inaugurale del sestetto azzurro, il 19 aprile 1947 a Parigi, contro la Francia.

Particolare curioso, sia la Nazionale azzurra di Calcio – il 15 maggio 1910 all’Arena Civica di Milano – che quella di Pallacanestro – il 4 aprile 1926, sempre a Milano – avevano anch’esse debuttato contro i transalpini, ma mentre nelle altre due discipline il successo era arriso ai nostri colori, per 6-2 e 23-17 rispettivamente, nel caso della Pallavolo sono i padroni di casa ad imporsi per 3-1, con parziali di 15-9, 15-3, 9-15, 15-6.

L’Italia approfitta del soggiorno in Francia per disputare altre tre gare amichevoli contro selezioni locali, con risultati altalenanti, visto che al successo per 3-1 contro il Toulouse del 21 aprile fa riscontro la sconfitta per 2-3 a Montpellier e quindi il riscatto, sempre al termine di cinque set, il 25 aprile a Cannes contro una rappresentativa della Costa Azzurra.

E, come ogni fase pionieristica di qualsiasi Sport, anche il Volley in Italia ha bisogno di identificarsi in personaggi che siano punti di riferimento e, nel caso della Nazionale azzurra, questi rispondono ai nomi di Pietro Bernardi e, soprattutto, di Angelo Costa, i primi due Commissari Tecnici, con Costa a guidare da solo il nostro sestetto nel biennio 1948-’49.

Con un passato da giocatore e grande appassionato di tale disciplina, l’Italia della Pallavolo deve tantissimo a Costa, il quale, rientrato dalla Campagna di Russia, mette le proprie competenze al servizio della formazione della Robur Ravenna negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, dimostrando sin da subito indubbie qualità di motivatore e notevoli capacità tecniche.

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La Robur Ravenna (Costa al centro, in tuta), Campione d’Italia 1946 – da:wikipedia.org 

Doti che mette in particolare risalto allorché, dopo la liberazione della città nel dicembre ’44, la quasi totalità della prima squadra passa al Partito Comunista, che fonda una nuova Società dal titolo emblematico, la “Garibaldina”, mentre Costa – di marcata fede cattolica – resta solo con il fido Capitano Orfeo Montanari, ma non per questo si dà per vinto ed, allestendo una formazione di giovani di belle speranze, riesce a plasmarla al punto che, in occasione delle Fasi Finali del primo Campionato Italiano, svoltesi dal 15 al 17 agosto 1946 a Sestri Ponente, in Liguria, la “Robur Ravenna” fa suo lo Scudetto, un’impresa che replica anche nei tre anni successivi, con un quinto titolo nel 1952.

E’ pertanto sin troppo logico che i migliori e più esperti componenti del sestetto Campione d’Italia – oltre al citato Montanari, ne fanno parte anche Ermanno Baccarini, Mario Saragoni e Tazzari – vadano a comporre l’ossatura anche della Nazionale, chiamata al primo importante impegno internazionale costituito dai Campionati Europei, la cui edizione inaugurale si svolge proprio nel nostro Paese, a Roma, ad un anno di distanza dalla fondazione della Federazione Internazionale, desiderosa di recuperare l’handicap rispetto agli altri Sport di squadra.

L’allocazione della manifestazione continentale nella Capitale fa addirittura sì che, viste le origini cattoliche di alcuni Gruppi sportivi, lo stesso Pontefice Pio XII riceva in vaticano la Robur Ravenna con diversi giocatori azzurri per congratularsi con loro, un evento che, al di là dell’emozione per l’incontro con il Santo Padre, sta a significare un tangibile riconoscimento da parte di una così alta autorità verso una disciplina ancora tutta da sviluppare,

Ovviamente, l’aspetto organizzativo e la preparazione sono ancora a livello diremmo quasi primordiale, ma per la prima volta gli Azzurri vanno in ritiro per circa un mese, ad agosto, allenandosi sui campi dell’Assi Giglio Rosso di Firenze agli ordini del livornese di origini parmensi Renzo Del Chicca in qualità di preparatore atletico e da considerare, al pari di Costa, uno dei padri della nostra Pallavolo.

Il Torneo, al quale partecipano peraltro solo 6 squadre, di cui una sola dell’Est Europa – vale a dire una Cecoslovacchia di un livello nettamente superiore a tutte le altre – si svolge nell’arco di soli due giorni, dal 24 al 26 agosto 1948, e si disputa sui campi del Foro Italico, riassettati alla meglio dopo gli eventi bellici che avevano trasformato la zona in un ammasso di macerie.

La Cecoslovacchia conferma sin da subito la propria indiscussa superiorità superando con irrisoria facilità sia l’Olanda che il Portogallo nella giornata inaugurale del 24 agosto – lasciando loro appena 13 e 17 punti complessivi nei rispettivi 3-0 loro inflitti – un cammino peraltro condiviso anche da Francia (3-1 al Portogallo e 3-0 al Belgio) ed Italia, con gli Azzurri che superano facilmente per 3-0 (parziali di 15-8, 15-5 -15-6) il Belgio all’esordio, e con identico punteggio anche l’Olanda, soffrendo solo nel terzo set, vinto per 15-13, dopo i comodi 15-4 e 15-5 dei primi due parziali.

Con le tre favorite a punteggio pieno, la seconda giornata vede gli Azzurri confermarsi a spese del Portogallo, superato con il terzo 3-0 consecutivo (15-8, 15-9, 15-10 i relativi parziali), mentre la Francia deve, suo malgrado, rendersi conto dell’abisso esistente tra la Pallavolo dell’Europa Occidentale rispetto a Paesi dell’Est, subendo una vera e propria umiliazione dalla Cecoslovacchia, che si afferma con un 3-0 sancito dagli imbarazzanti punteggi di 15-7, 15-5, 15-5 dei singoli set.

Consapevoli che la sfida finale contro i cechi è fuori portata, la gara di apertura della terza e conclusiva giornata tra Azzurri e francesi è una sorta di spareggio per le piazze d’onore ed, in effetti, si rivela come la più equilibrata dell’intero Torneo, con la nostra “bestia nera” ad avere ancora una volta la meglio al termine di cinque combattutissimi set che vedono i transalpini prevalere per 3-2, con parziali di 15-8, 8-15, 15-9, 15-17, 15-13, nonostante il tifo che, sugli spalti, fanno numerosi marinai di leva, i quali assistono all’incontro per incoraggiare il romano Fanesi, il quale milita proprio nella formazione della Marina.

A presenziare vi sono altresì il Presidente del CONI Giulio Onesti – il quale ricoprirà detta carica sino al 1978 – ed il francese Paul Libaud, primo Presidente della neonata Federazione Internazionale, con il sestetto azzurro che, altresì affaticato per i cinque set disputati contro la Francia, può solo fare da spettatore non pagante nell’incontro conclusivo contro la Cecoslovacchia, la quale si impone agevolmente per un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-5, 15-5 sono tali da non ammettere repliche, con l’unico vantaggio, soprattutto per il Tecnico Costa, di prendere appunti in merito alle evoluzioni tecnico-tattiche dei suoi avversari, che si esprimono in attacco mettendo in mostra numerosi “trenini” (vale a dire il doppio salto sulla palla veloce del palleggiatore con il primo a fintare la schiacciata poi eseguita dal secondo …) e si difendono addirittura con due uomini a muro, cose mai viste alle nostre latitudini.

Un terzo posto – che al di là della scarsa partecipazione resta comunque il miglior risultato azzurro nella Rassegna Continentale sino all’avvento dell’era Velasco ed il primo successo conseguito nel 1989 – ed in più il Capitano Montanari votato come secondo miglior giocatore del Torneo, non sono certo sufficienti a cullarsi sugli allori, visto che l’anno seguente il calendario internazionale prevede a settembre la disputa della prima edizione dei Campionati Mondiali, la cui organizzazione è affidata alla Cecoslovacchia.

Anticipando in questo caso di un anno il Basket – la cui Rassegna Iridata viene inaugurata nel 1950 in Argentina – la FIVB manda in scena una Manifestazione che altro non è che un “Campionato Europeo allargato, visto che nessun’altra Nazione al di fuori del Vecchio Continente vi partecipa, mentre ben più nutrita è la rappresentanza delle formazioni dell’Est, che vedono iscritte, oltre ai padroni di casa, anche Unione Sovietica, Polonia, Bulgaria, Ungheria e Romania.

Le quattro squadre della parte occidentale sono le stesse che hanno disputato gli Europei in Italia, con la sola esclusione del Portogallo, e gli Azzurri cercano di fare le cose per bene con un raduno collegiale ad aprile a Vercelli, cui fanno seguito due incontri amichevoli in due giorni consecutivi a Parigi contro l’ostica Francia che, dopo una prima sconfitta per 1-3, riusciamo finalmente a sconfiggere il 24 aprile ’49 al termine della consueta, combattuta sfida, risolta con un 3-2 sancito dai punteggi di 10-15, 15-11, 15-9, 12-15, 15-12 dei relativi parziali.

Allenamento quanto mai utile, visto che alla Rassegna Iridata le 10 formazioni iscritte sono divise in due Gironi da 3 squadre ed uno da 4, con le prime due a qualificarsi per la Poule Finale a 6 e gli Azzurri sono inseriti nel Gruppo 2 assieme a Bulgaria ed, appunto, Francia.

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Fase di un altro match dei Mondiali 1949 – da:sialdeporte.com

La spedizione italiana raggiunge Praga dopo un estenuante viaggio in treno della durata di due giorni, con cambio a Vienna in quanto lo scartamento dei binari nei Paesi dell’Est è più largo di quelli occidentali e le gare si disputano al Palazzo del Ghiaccio, per l’occasione ricoperto da strati di cemento e terra battuta, mentre del gruppo storico della Robur Ravenna restano Baccarini e Tazzari, cui si uniscono i compagni di squadra Paolo Borghi e Fabbri, con il non più giovane Capitano Montanari dispensato in quanto prossimo al matrimonio ed all’abbandono dell’attività agonistica.

L’esordio, con un calendario ben più diluito, avviene il 10 settembre contro i bulgari, i quali fanno valere la loro superiorità fisica e tecnica, imponendosi per 3-1 (parziali di 15-7, 13-15, 15-4, 15-9), un risultato tutto sommato accettabile vista la differenza delle forze in campo, tanto più che, il giorno dopo, i balcanici riservano un trattamento ben peggiore ai francesi, travolti con un 3-0 i cui parziali di 15-8, 15-7, 15-2 si commentano da soli.

Resta, a questo punto, la ormai abituale sfida coi transalpini per decidere chi tra le due compagini acquisirà il diritto ad entrare nella Poule Finale a 6 e l’Italia, vuoi per la miglior figura fatta contro la Bulgaria, che per il recente successo riportato a Parigi, affronta l’incontro con quell’eccesso di confidenza che si rivela fatale in quanto, dopo il successo ai vantaggi per 16-14 nel primo set, crolla cedendo i successivi per 10-15, 5-15, 13-15 facendo imbufalire il tecnico Costa, le cui urla echeggiano sino in Romagna, ed alle quali fa seguito, per punizione, la chiusura a chiave degli atleti nelle loro camere.

Relegati alla Poule per i piazzamenti dal settimo al decimo posto assieme a Belgio, Olanda ed Ungheria – quest’ultima unica esclusa dal Girone per il titolo delle sei squadre dell’Est Europa presenti – gli Azzurri si riscattano con due convincenti successi per 3-0 contro Belgio ed Olanda, con ciò ricalcando l’esito delle sfide ai campionati Europei dell’anno precedente, per poi subire nuovamente il divario rispetto alla parte orientale del Vecchio Continente venendo sconfitti per 3-0 dall’Ungheria (parziali di 15-12, 15-2, 15-10) che li relega in ottava posizione, mentre anche la Francia non ha miglior sorte contro gli squadroni dell’Est, rimediando un solo set nei 5 incontri disputati, che designano l’Unione Sovietica come prima Campione del Mondo di Volley, grazie al successo per 3-1 sui padroni di casa della Cecoslovacchia nell’ultima giornata.

L’Italia conclude così il suo primo biennio a livello internazionale con il rammarico di essere sempre giunta alle spalle di una Francia che poteva essere alla sua portata, ma, con il senno di poi, occorre anche rimarcare come questo ottavo posto iridato che tanto ha fatto infuriare il Commissario Tecnico Costa – il quale lascia l’incarico al termine della stagione – si rileverà in seguito come il miglior piazzamento azzurro in tale manifestazione per ben 40 anni, non essendo mai andata oltre la quattordicesima posizione nelle successive edizioni, sino all’exploit di Roma ’78, quando il sestetto allenato da Carmelo Pittera conquista una quanto mai inaspettata medaglia d’argento.

Come dire che gli inizi, ancorché a livello pionieristico, erano incoraggianti, è negli anni successivi che il Volley azzurro si è perso per strada …

 

ANDREA LUCCHETTA, IL “DR. JEKYLL E MR. HYDE” DEL VOLLEY AZZURRO

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Andrea Lucchetta, giocatore e telecronista – da:blogdisport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando uno Sport come la pallavolo, tradizionalmente patrimonio delle fasce più giovani sia di praticanti che di tifosi – non a caso è l’unico praticato con una certa regolarità nelle Scuole Medie Superiori italiane – riesce a “far presa” sul grande pubblico grazie alle imprese di quella che è stata dichiarata la “Generazione di Fenomeni” che per un decennio intero imperversa in ogni angolo del Pianeta, esso ha anche bisogno di un leader carismatico in cui gli appassionati possano identificarsi.

E nessuno, a cavallo tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, ha saputo meglio interpretare il ruolo come Andrea Lucchetta, tanto serio, concentrato e trascinante sul parquet quanto istrione, goliardico, fuori dalle righe ogni volta che la palla toccava terra per l’ultimo punto che decideva ogni singola partita.

Trevigiano di nascita, essendo nato nel Capoluogo veneto il 25 novembre 1962, ma modenese d’adozione, Lucchetta muove i primi passi con l’Astori Mogliano Veneto in Seconda Divisione per poi transitare per un anno a Treviso in Serie A2 prima di fare il grande passo approdando nella storica formazione della Panini Modena a far tempo dall’estate 1981.

E’ un periodo, quello di inizio degli anni ‘80, in cui ai vertici della nostra Pallavolo duellano i sestetti di Torino – che si aggiudica gli Scudetti del 1979, ’80 come Klippan, 1981 ed ’84 come Robe di Kappa – capace anche di essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1980, e di Parma, che sotto il marchio Santal fa suoi i titoli del 1982 ed ’83, oltre ad una fantastica doppietta consecutiva in Coppa dei Campioni nel 1984 ed ’85.

Ce n’è sin troppo a sufficienza per scatenare lo smisurato orgoglio di Lucchetta a spronare i suoi compagni nel cercare di rompere l’egemonia degli storici rivali parmensi, non essendo sufficienti a placarne la sete di vittorie le tre Coppe CEV consecutive conquistate dal 1983 al 1985, trattandosi della terza Manifestazione continentale a livello di Club, anche se proprio il 1985 è la stagione in cui si mettono le basi per i successivi trionfi, con la sconfitta nella Finale Playoff contro Bologna (3-1, 1-3, 1-3 l’esito delle sfide, dopo aver concluso al primo posto la “regular season” …) cui segue la vittoria della Coppa Italia, la cui fase finale si disputa a Chieti dal 7 al 9 giugno, ed i modenesi, guidati per il secondo anno dall’ex palleggiatore Andrea Nannini, fanno loro il trofeo superando 3-0 Bologna, 3-1 Milano e 3-2 Parma.

Nel frattempo, Lucchetta ha anche modo di entrare nel giro della Nazionale, con cui debutta il 15 luglio 1982 in un’amichevole a Chieti contro l’Unione Sovietica persa 2-3 dagli Azzurri, collezionando 10 presenze in quella prima stagione che lo vede però escluso dai selezionati per i Campionati Mondiali che si svolgono in Argentina ad ottobre e che l’Italia conclude in una deludente 14esima posizione.

Senz’altro migliore la prima esperienza olimpica dove l’Italia, sempre guidata da Carmelo Pittera ed approfittando dell’assenza per boicottaggio delle Nazioni dell’ex blocco sovietico, conquista nell’edizione di Los Angeles ’84 la sua prima medaglia ai Giochi, superando 3-0 il Canada nella Finale per il bronzo, con una formazione in cui è presente anche il solo omonimo Pier Paolo Lucchetta, in forza al Parma, ma non legato ad Andrea da alcun vincolo di parentela.

La svolta, non solo per Lucchetta e per Modena, ma per l’intero movimento pallavolistico nostrano, giunge nell’estate ’85, allorché si verifica l’avvicendamento sulla panchina emiliana tra Nannini ed il tecnico argentino Julio Velasco, al quale sono legate le successive fortune del Club e della Nazionale.

Con già uno “zoccolo duro” formato dagli esperti Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, cui si uniscono i veterani “Pupo” Dall’Olio e Di Bernardo nonché i “martelli” argentini Esteban Martinez e Raul Quiroga, ed al quale si aggrega una giovane speranza del volley azzurro che risponde al nome dell’allora appena 17enne Lorenzo Bernardi, al primo impatto Modena mette a segno un fantastico tris, costituito dal ritorno al successo in Campionato per uno Scudetto che mancava da 10 anni, prendendosi una ghiotta rivincita su Bologna, sconfitta nettamente in tre sole partite (3-2, 3-1, 3-2), trionfo preceduto dalla conquista della Coppa delle Coppe a spese dei rumeni della Steaua Bucarest e seguito dal bis in Coppa Italia, dove nelle Finali di Arona dal 6 all’8 giugno ’86, ad arrendersi sono Bologna, Parma ed Ugento, alle quali i modenesi riservano identico trattamento, superandole con altrettanti 3-1.

La stagione ’86 apre un quadriennio di successi incontrastati sul suolo italiano, visto che la Panini Modena fa suoi anche i tre successivi Campionati del 1987, ’88 ed ’89, ed in queste ultime due stagioni realizza altresì l’accoppiata con la Coppa Italia, ma trova un tabù insormontabile nell’ambita Coppa dei Campioni, competizione nella quale il desiderio di unirsi a Torino e Parma quale terza squadra italiana a fregiarsi del trofeo si scontra per tre edizioni consecutive contro l’armata rossa costituita dalla leggendaria formazione del CSKA Mosca, che ha la meglio nella Finale ’87 disputata ad Hertogenbosch (3-1, parziali di 15-8, 8-15, 15-7, 15-2), così come nel 1988 a Lorient con un ancor più netto 3-0 e l’anno successivo al Pireo dove gli uomini di Velasco, dopo essersi illusi con il 15-10 con cui si aggiudicano il primo set, cedono per 3-1 con gli eloquenti punteggi di 15-12, 15-5, 15-4 dei successivi parziali a favore dei sovietici.

Ma, per un Club con alterne fortune tra Italia ed estero – pur se la presenza di Modena sino al termine di tutte le competizioni ne dimostra l’indubbia solidità – qualcosa si muove anche a livello di Nazionale dove la Federazione, dopo altre due deludenti esibizioni ai Mondiali di Francia ’86 (undicesima su 16 partecipanti), agli Europei di Belgio ’87 (nona su 12 iscritte) ed alle Olimpiadi di Seul ’88 (ancora nona su 12 partecipanti), offre la conduzione proprio al tecnico della Panini Julio Velasco, il quale accetta l’incarico.

Ed, in un batter d’occhio, “il brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno, tanto che, al primo grande appuntamento costituito dagli Europei di Svezia ’89, l’Italia si laurea per la prima volta nella sua storia Campione continentale – poteva sinora vantare un bronzo nell’edizione inaugurale della Manifestazione svoltasi proprio nel Bel Paese nel lontano 1948 – superando in Finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13, 15-7) i padroni di casa svedesi, dopo aver inflitto in semifinale un pesante “cappotto” all’Olanda, disintegrata con un 3-0 i cui parziali di 15-7, 15-3, 15-2 la dicono lunga sulla superiorità del sestetto azzurro.

E Velasco, che fa affidamento sul suo “trio delle meraviglie” di Modena, di cui conosce a menadito pregi (molti …) e difetti (pochi …) e composto da Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, non può che affidare a quest’ultimo, che nella Finale con la Svezia giunge a quota 208 presenze in maglia azzurra, i gradi di Capitano, un ruolo sul quale è doveroso fermarsi un attimo.

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Andrea Lucchetta Capitano Azzurro – da:hall-of-fame.federvolley.it

Già, perché nel Volley il “Capitano” assume un ruolo rilevante, data la mutevole inerzia che una gara può assumere durante il relativo andamento, dove le variazioni nel punteggio sono all’ordine del giorno ed anche le formazioni più esperte possono vivere una sorta di “Blackout” di cui gli avversari sono sempre pronti ad approfittare, ed ecco allora che è utilissima la presenza in campo di un giocatore che sia in grado di tenere alta la concentrazione, capace di spronare ed incitare i propri compagni in caso di difficoltà, nonché di assumersi in prima persona la responsabilità di andare a chiudere i punti nel momento decisivo dell’incontro.

E, come “la migliore delle navi necessita del migliore dei capitani”, lo stesso si verifica anche per l’Italia che, non ancora, ma non per molto, sta per divenire “la migliore delle Nazionali” in circolazione, ed Andrea Lucchetta impersona al meglio questa figura di leader carismatico, di cui dà piena dimostrazione nel 1990, il suo “anno magico.

Con Velasco impegnato a tempo pieno con la Nazionale, sulla panchina di Modena (per il primo anno non più Panini, bensì Philips …) siede il croato Vladimir Jankovic, mentre il sestetto titolare, oltre ai confermatissimi Bernardi, Bertoli, Cantagalli e Lucchetta, può contare sulle prestazioni dell’americano Doug Partie – in rosa già dalla precedente stagione dopo aver fatto parte del Team Usa oro ai Giochi di Seul ’88 – mentre in cabina di regia già dall’estate ’86 a dirigere le operazioni vi è il palleggiatore Fabio Vullo, prelevato da Torino.

Con Jankovic in panchina, si invertono le prestazioni di Modena, nel senso che, se dopo quattro titoli nazionali consecutivi deve alzare bandiera bianca in Finale Playoff contro Parma, riesce al contrario a centrare l’obiettivo europeo sempre sfuggito a Velasco, trionfando l’11 marzo ’90 ad Amstelveen, in Olanda, al termine di una esaltante sfida contro i francesi del Frejus, i quali avevano clamorosamente eliminato il CSKA Mosca, risolta al quinto set con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9.

Del successo nella massima competizione continentale a livello di Club da parte del sestetto modenese – al pari della terza vittoria consecutiva in Coppa delle Coppe da parte di Parma – ne beneficia anche Velasco, il quale attinge da dette formazioni (oltre che dal Sisley Treviso) la base per comporre la selezione in vista degli appuntamenti internazionali previsti dal calendario, che si aprono con la prima edizione della World League, che l’Italia si aggiudica nelle Finali di Osaka, dove il 14 luglio sconfigge, al termine di un match tiratissimo concluso sul 3-2 (15-12, 16-17, 15-11, 14-16, 15-9), l’Unione Sovietica in semifinale, per poi rifilare un ben più netto 3-0 (15-7, 16-14, 16-14) all’Olanda in Finale.

Ma ben diverso è l’impegno che attende gli azzurri a metà ottobre in Brasile, per la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione in cui l’Italia può vantare solo il “miracoloso” argento conquistato nel 1978, anno in cui la rassegna si svolgeva in Italia, in cui gli Azzurri di Pittera superano per 3-1 Cuba in semifinale, prima di cedere nettamente all’Unione Sovietica nell’atto conclusivo.

Una sfida, quella contro Despaigne & Co., che si ripete per due volte al “Maracanazinho”, dapprima nel Girone eliminatorio, con i cubani ad imporsi nettamente per 3-0, e quindi nella Finale del 28 ottobre, dopo che gli Azzurri, in evidente crescita di condizione, avevano superato la Cecoslovacchia negli Ottavi, l’Argentina nei Quarti ed i padroni di casa del Brasile in semifinale.

E proprio la sfida contro i verde oro, in un Palazzetto di Rio de Janeiro gremito in ogni ordine di posti da una “torcida” costituita da non meno di 25mila tifosi a fare un tifo scatenato per i propri beniamini, chiarisce alla perfezione il concetto poc’anzi enunciato circa l’importanza di un leader in campo come il “Capitano”.

In una sfida emozionante come poche, con continui ribaltamenti nel risultato, Lucchetta tira su il morale dei suoi compagni dopo il 15-6 a favore dei padroni di casa nel primo set, li sprona a non mollare dopo che l’Italia ha fatto suoi nettamente il secondo e terzo parziale (15-9 e 15-8 rispettivamente …), per poi assumersi la responsabilità del punto decisivo nel tiebreak del quinto set, dopo che il Brasile aveva riequilibrato le sorti del match con il 15-8 del quarto set nel quale, sul 12-5, Velasco toglie Barnardi, Cantagalli e Gardini per farli riposare in vista dell’ultimo atto.

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Lucchetta in attacco contro il Brasile – da:modenatoday.it

E qui, con la due squadre a darsi battaglia punto a punto, con il Brasile a recuperare da 5-9 per portarsi sul 13-14, si gioca l’azione decisiva, con il palleggiatore Tofoli che, ricevuta palla da una perfetta ricezione di Bernardi, sorprende il muro avversario, che si aspetta un’alzata in banda per Cantagalli, servendo al contrario una “veloce” al centro proprio per Lucchetta, il quale piazza la schiacciata vincente che manda gli azzurri alla sfida con la Nazionale caraibica.

Ed eccoci quindi al citato 28 ottobre ’90, data “storica” per il Volley azzurro, posto di fronte al più forte sestetto cubano della storia, guidato da quel fenomeno di Joel Despaigne – “rapidissimo, eccellente saltatore, con un braccio molto veloce e grandissime capacità fisco-atletiche”, così lo descrive Andrea Zorzi – ma è ancora Lucchetta a spronare i suoi compagni prima dell’incontro, ai quali predica di “tirar fuori la voglia di riscattare la sconfitta nel Girone eliminatorio, di onorare i colori del nostro Paese, perché non possiamo deludere i tifosi che si aspettano la vittoria” …

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Lucchetta in attacco contro il muro cubano – da:gazzetta.it

Parole che hanno il potere di scuotere l’ambiente, anche dopo la consueta partenza ad handicap del primo set, perso 12-15, per poi aggiudicarsi i due successivi per 15-11 e 15-6 e quindi giungere alla fase decisiva del quarto set, dove il punteggio resta ancorato a lungo sul 15-14 per gli azzurri con una serie infinita di cambi palla dove ogni volta è “El Diablo” Despaigne ad assumersi l’onere di spengere i sogni di gloria azzurri, sino a che …

Sino a che, sulla battuta proprio di Lucchetta, dopo che Cuba aveva annullato ben 8 “match ball” al sestetto italiano, “El Mago” Diago, palleggiatore di livello assoluto, si rivolge ancora a Despaogne per cercare di prolungare l’incontro, ma la conclusione del martello caraibico, leggermente “sporcata” dal muro azzurro, viene neutralizzata da “Lucky” con un tuffo prodigioso sulla sua sinistra, così consentendo a Tofoli, sul prosieguo dello scambio che i cubani non erano riusciti a chiudere, di alzare la palla a Bernardi in zona 4 per mettere a terra il punto decisivo che certifica il titolo iridato per la formazione di Velasco.

Con questa impresa, Lucchetta – che viene eletto MVP del Torneo – completa un anno da favola, ed è lo stesso Capitano a chiarire cosa voglia dire raggiungere un traguardo che ti eri prefisso per tutta la carriera, allorché dichiara, dopo la cerimonia di premiazione, come “una volta sul podio, con la Coppa in mano, ho realizzato che il sogno di una vita era divenuto realtà, chiedendomi a questo punto cosa potessi ancora chiedere, e la gioia si è trasformata nella tristezza dell’attimo fuggente, sentendomi svuotato completamente …”.

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La Nazionale Campione del Mondo ’90 – da:oasport.it

Sia chiaro, quella di “Lucky” non è certo una dichiarazione di resa, visto che è solo a metà della sua carriera agonistica, con i successivi anni ’90 che lo vedono abbandonare Modena – dopo il disimpegno della famiglia Panini, che non poteva reggere il confronto con i colossi economico-finanziari della Mediolanum, Benetton e Gruppo Ferruzzi che erano sbarcati nel mondo del volley – accasandosi per quattro stagioni proprio a Milano, assieme a Bertoli, Galli e Zorzi, vincendo la Coppa delle Coppe ’93 e due Mondiali per Club, nel 1990 e nel ’92, per poi trasferirsi a Cuneo dove, sotto la sapiente guida di Silvano Prandi, mette la sua esperienza, come quella di Fefè De Giorgi e Galli, al servizio dei giovani Samuele Papi e Cristian Casoli, così da consentire al Club piemontese, grazie anche all’apporto dello spagnolo Rafael Pasqual e del serbo Vladimir Grbic, di portare a termine due eccellenti stagioni.

Nel 1996, difatti, l’Alpitour Traco Cuneo si aggiudica la Coppa Italia, superando 3-2 in Finale, al termine di cinque tiratissimi set (15-13, 15-17, 13-15, 15-12, 15-13 i relativi parziali) la Sisley Treviso, nonché la Coppa delle Coppe a spese dell’Olympiakos Pireo, successo replicato l’anno seguente con le “Final Four” disputate proprio a Cuneo dove, tra l’esultanza dei propri tifosi, i greci vengono spazzati via con un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-7, 15-5 crediamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

E’ questo l’ultimo trofeo in carriera conquistato da Lucchetta, che cessa l’attività agonistica nel 2000 dopo una stagione a Roma ed il ritorno per tre anni in quella Modena che lo aveva svezzato e quindi adottato, mentre a livello di Nazionale, dopo aver contribuito a portare a casa altre due World League nel 1991 e ’92, la sua esperienza termina con i Giochi di Barcellona ’92, dove l’Italia conclude quinta dopo l’amara sconfitta per 3-2 ai Quarti contro l’Olanda, e la sfida vinta contro il Giappone per 3-0 il 7 agosto ’92 (a 10 anni dall’esordio …) rappresenta la sua presenza n.292 con la maglia azzurra.

Ma, se ben ricordate, c’è “l’altra faccia” del n.12 azzurro, quella del “Lucky” istrione ed estroverso, quello che la gente riconosce per quel suo taglio di capelli a spazzola ed in diagonale (acconciatura appositamente creata dall’hair stylist modenese Carla Bergamaschi …) che ne rappresenta una sorta di “marchio di fabbrica”, il Lucchetta terrore dei telecronisti – chiedere al “povero” Lorenzo Dallari per informazioni – poiché è praticamente impossibile strappargli un’intervista seria al termine di un incontro, forse una forma di scaricare la tensione e l’adrenalina accumulata durante la gara, ma a smentire questa sua caratteristica viene in soccorso (qualora ce ne fosse bisogno …) il compagno di Nazionale Andrea Zorzi, il quale ne tratteggia un profilo ben diverso, vale a dire quello di “un Andrea che dorme poco e pensa molto, che in ritiro è sempre molto silenzioso e concentrato, perché lui è uno che si innamora di quello che fa e ciò che ha incontrato nella vita, è fatto così e non può fare altrimenti …!!

Grande “Lucky”, e noi ti amiamo soprattutto per questo, sia nella versione del “Dr. Jekyll” di Capitano indomito e coraggioso, che in quella di “Mr Hyde” con cui intendi sdrammatizzare un ambiente che è pur sempre uno sport, e le tue successive esperienze al termine della carriera, di valido telecronista e di aiuto ai bambini, nonché il modo con cui le stai affrontando, non fanno che confermare le parole di Zorzi …