IL BIENNIO 1948-’49 DI ESORDIO DEL VOLLEY A LIVELLO INTERNAZIONALE

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Una fase del Mondiale di Praga ’49 – da:fivb.org

Articolo di Giovanni Manenti

Se c’è uno Sport di squadra che ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni del XX Secolo questo è indubbiamente la Pallavolo, per molto tempo viceversa incapace di darsi una propria regolamentazione a livello internazionale, basti pensare che la FIVB (Federation Internationale de Volleyball) viene fondata ad aprile 1947 a Parigi, nel mentre la nascita della FIFA per il Calcio risale addirittura al maggio 1904 ed anche la FIBA, per ciò che concerne il Basket, vede le sue origini nel 1932 a Ginevra.

Da ciò ne consegue che le maggiori competizioni internazionali hanno visto una diversa collocazione temporale, con il Calcio ad apparire alle Olimpiadi addirittura sin dal 1900, per poi avere il proprio Campionato Mondiale nel 1930, mentre la Pallacanestro debutta ai Giochi nell’edizione di Berlino ’36 e nel 1935 in Svizzera si disputano i primi Campionati Europei, per non parlare poi della Pallanuoto, che esordisce nella Rassegna a cinque cerchi già dall’edizione di Parigi 1900 e si dota di analoga competizione a livello continentale sin dal 1926.

Il Volley, al contrario, deve attendere sino al 1964 per essere accettato quale disciplina olimpica, su espressa richiesta del Giappone, Paese organizzatore dell’edizione svoltasi a Tokyo, con l’unico vantaggio, rispetto agli altri Sport di squadra sopra elencati, di debuttare contemporaneamente sia a livello maschile che femminile, nel mentre negli altri casi le ragazze hanno dovuto attendere il 1976 (Basket), 1996 (Calcio) e 2000 (Pallanuoto) per poter anch’esse entrare a far parte della grande famiglia olimpica.

Compreso, pertanto, come l’era pionieristica del Volley risalga all’immediato dopoguerra, l’Italia è uno dei Paesi all’avanguardia nel Vecchio Continente, avendo un proprio Campionato nazionale istituito nel 1946 e partecipato, quale una delle 14 Nazioni fondatrici, alla nascita della Federazione Internazionale e celebrando tale avvenimento con l’incontro inaugurale del sestetto azzurro, il 19 aprile 1947 a Parigi, contro la Francia.

Particolare curioso, sia la Nazionale azzurra di Calcio – il 15 maggio 1910 all’Arena Civica di Milano – che quella di Pallacanestro – il 4 aprile 1926, sempre a Milano – avevano anch’esse debuttato contro i transalpini, ma mentre nelle altre due discipline il successo era arriso ai nostri colori, per 6-2 e 23-17 rispettivamente, nel caso della Pallavolo sono i padroni di casa ad imporsi per 3-1, con parziali di 15-9, 15-3, 9-15, 15-6.

L’Italia approfitta del soggiorno in Francia per disputare altre tre gare amichevoli contro selezioni locali, con risultati altalenanti, visto che al successo per 3-1 contro il Toulouse del 21 aprile fa riscontro la sconfitta per 2-3 a Montpellier e quindi il riscatto, sempre al termine di cinque set, il 25 aprile a Cannes contro una rappresentativa della Costa Azzurra.

E, come ogni fase pionieristica di qualsiasi Sport, anche il Volley in Italia ha bisogno di identificarsi in personaggi che siano punti di riferimento e, nel caso della Nazionale azzurra, questi rispondono ai nomi di Pietro Bernardi e, soprattutto, di Angelo Costa, i primi due Commissari Tecnici, con Costa a guidare da solo il nostro sestetto nel biennio 1948-’49.

Con un passato da giocatore e grande appassionato di tale disciplina, l’Italia della Pallavolo deve tantissimo a Costa, il quale, rientrato dalla Campagna di Russia, mette le proprie competenze al servizio della formazione della Robur Ravenna negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, dimostrando sin da subito indubbie qualità di motivatore e notevoli capacità tecniche.

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La Robur Ravenna (Costa al centro, in tuta), Campione d’Italia 1946 – da:wikipedia.org 

Doti che mette in particolare risalto allorché, dopo la liberazione della città nel dicembre ’44, la quasi totalità della prima squadra passa al Partito Comunista, che fonda una nuova Società dal titolo emblematico, la “Garibaldina”, mentre Costa – di marcata fede cattolica – resta solo con il fido Capitano Orfeo Montanari, ma non per questo si dà per vinto ed, allestendo una formazione di giovani di belle speranze, riesce a plasmarla al punto che, in occasione delle Fasi Finali del primo Campionato Italiano, svoltesi dal 15 al 17 agosto 1946 a Sestri Ponente, in Liguria, la “Robur Ravenna” fa suo lo Scudetto, un’impresa che replica anche nei tre anni successivi, con un quinto titolo nel 1952.

E’ pertanto sin troppo logico che i migliori e più esperti componenti del sestetto Campione d’Italia – oltre al citato Montanari, ne fanno parte anche Ermanno Baccarini, Mario Saragoni e Tazzari – vadano a comporre l’ossatura anche della Nazionale, chiamata al primo importante impegno internazionale costituito dai Campionati Europei, la cui edizione inaugurale si svolge proprio nel nostro Paese, a Roma, ad un anno di distanza dalla fondazione della Federazione Internazionale, desiderosa di recuperare l’handicap rispetto agli altri Sport di squadra.

L’allocazione della manifestazione continentale nella Capitale fa addirittura sì che, viste le origini cattoliche di alcuni Gruppi sportivi, lo stesso Pontefice Pio XII riceva in vaticano la Robur Ravenna con diversi giocatori azzurri per congratularsi con loro, un evento che, al di là dell’emozione per l’incontro con il Santo Padre, sta a significare un tangibile riconoscimento da parte di una così alta autorità verso una disciplina ancora tutta da sviluppare,

Ovviamente, l’aspetto organizzativo e la preparazione sono ancora a livello diremmo quasi primordiale, ma per la prima volta gli Azzurri vanno in ritiro per circa un mese, ad agosto, allenandosi sui campi dell’Assi Giglio Rosso di Firenze agli ordini del livornese di origini parmensi Renzo Del Chicca in qualità di preparatore atletico e da considerare, al pari di Costa, uno dei padri della nostra Pallavolo.

Il Torneo, al quale partecipano peraltro solo 6 squadre, di cui una sola dell’Est Europa – vale a dire una Cecoslovacchia di un livello nettamente superiore a tutte le altre – si svolge nell’arco di soli due giorni, dal 24 al 26 agosto 1948, e si disputa sui campi del Foro Italico, riassettati alla meglio dopo gli eventi bellici che avevano trasformato la zona in un ammasso di macerie.

La Cecoslovacchia conferma sin da subito la propria indiscussa superiorità superando con irrisoria facilità sia l’Olanda che il Portogallo nella giornata inaugurale del 24 agosto – lasciando loro appena 13 e 17 punti complessivi nei rispettivi 3-0 loro inflitti – un cammino peraltro condiviso anche da Francia (3-1 al Portogallo e 3-0 al Belgio) ed Italia, con gli Azzurri che superano facilmente per 3-0 (parziali di 15-8, 15-5 -15-6) il Belgio all’esordio, e con identico punteggio anche l’Olanda, soffrendo solo nel terzo set, vinto per 15-13, dopo i comodi 15-4 e 15-5 dei primi due parziali.

Con le tre favorite a punteggio pieno, la seconda giornata vede gli Azzurri confermarsi a spese del Portogallo, superato con il terzo 3-0 consecutivo (15-8, 15-9, 15-10 i relativi parziali), mentre la Francia deve, suo malgrado, rendersi conto dell’abisso esistente tra la Pallavolo dell’Europa Occidentale rispetto a Paesi dell’Est, subendo una vera e propria umiliazione dalla Cecoslovacchia, che si afferma con un 3-0 sancito dagli imbarazzanti punteggi di 15-7, 15-5, 15-5 dei singoli set.

Consapevoli che la sfida finale contro i cechi è fuori portata, la gara di apertura della terza e conclusiva giornata tra Azzurri e francesi è una sorta di spareggio per le piazze d’onore ed, in effetti, si rivela come la più equilibrata dell’intero Torneo, con la nostra “bestia nera” ad avere ancora una volta la meglio al termine di cinque combattutissimi set che vedono i transalpini prevalere per 3-2, con parziali di 15-8, 8-15, 15-9, 15-17, 15-13, nonostante il tifo che, sugli spalti, fanno numerosi marinai di leva, i quali assistono all’incontro per incoraggiare il romano Fanesi, il quale milita proprio nella formazione della Marina.

A presenziare vi sono altresì il Presidente del CONI Giulio Onesti – il quale ricoprirà detta carica sino al 1978 – ed il francese Paul Libaud, primo Presidente della neonata Federazione Internazionale, con il sestetto azzurro che, altresì affaticato per i cinque set disputati contro la Francia, può solo fare da spettatore non pagante nell’incontro conclusivo contro la Cecoslovacchia, la quale si impone agevolmente per un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-5, 15-5 sono tali da non ammettere repliche, con l’unico vantaggio, soprattutto per il Tecnico Costa, di prendere appunti in merito alle evoluzioni tecnico-tattiche dei suoi avversari, che si esprimono in attacco mettendo in mostra numerosi “trenini” (vale a dire il doppio salto sulla palla veloce del palleggiatore con il primo a fintare la schiacciata poi eseguita dal secondo …) e si difendono addirittura con due uomini a muro, cose mai viste alle nostre latitudini.

Un terzo posto – che al di là della scarsa partecipazione resta comunque il miglior risultato azzurro nella Rassegna Continentale sino all’avvento dell’era Velasco ed il primo successo conseguito nel 1989 – ed in più il Capitano Montanari votato come secondo miglior giocatore del Torneo, non sono certo sufficienti a cullarsi sugli allori, visto che l’anno seguente il calendario internazionale prevede a settembre la disputa della prima edizione dei Campionati Mondiali, la cui organizzazione è affidata alla Cecoslovacchia.

Anticipando in questo caso di un anno il Basket – la cui Rassegna Iridata viene inaugurata nel 1950 in Argentina – la FIVB manda in scena una Manifestazione che altro non è che un “Campionato Europeo allargato, visto che nessun’altra Nazione al di fuori del Vecchio Continente vi partecipa, mentre ben più nutrita è la rappresentanza delle formazioni dell’Est, che vedono iscritte, oltre ai padroni di casa, anche Unione Sovietica, Polonia, Bulgaria, Ungheria e Romania.

Le quattro squadre della parte occidentale sono le stesse che hanno disputato gli Europei in Italia, con la sola esclusione del Portogallo, e gli Azzurri cercano di fare le cose per bene con un raduno collegiale ad aprile a Vercelli, cui fanno seguito due incontri amichevoli in due giorni consecutivi a Parigi contro l’ostica Francia che, dopo una prima sconfitta per 1-3, riusciamo finalmente a sconfiggere il 24 aprile ’49 al termine della consueta, combattuta sfida, risolta con un 3-2 sancito dai punteggi di 10-15, 15-11, 15-9, 12-15, 15-12 dei relativi parziali.

Allenamento quanto mai utile, visto che alla Rassegna Iridata le 10 formazioni iscritte sono divise in due Gironi da 3 squadre ed uno da 4, con le prime due a qualificarsi per la Poule Finale a 6 e gli Azzurri sono inseriti nel Gruppo 2 assieme a Bulgaria ed, appunto, Francia.

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Fase di un altro match dei Mondiali 1949 – da:sialdeporte.com

La spedizione italiana raggiunge Praga dopo un estenuante viaggio in treno della durata di due giorni, con cambio a Vienna in quanto lo scartamento dei binari nei Paesi dell’Est è più largo di quelli occidentali e le gare si disputano al Palazzo del Ghiaccio, per l’occasione ricoperto da strati di cemento e terra battuta, mentre del gruppo storico della Robur Ravenna restano Baccarini e Tazzari, cui si uniscono i compagni di squadra Paolo Borghi e Fabbri, con il non più giovane Capitano Montanari dispensato in quanto prossimo al matrimonio ed all’abbandono dell’attività agonistica.

L’esordio, con un calendario ben più diluito, avviene il 10 settembre contro i bulgari, i quali fanno valere la loro superiorità fisica e tecnica, imponendosi per 3-1 (parziali di 15-7, 13-15, 15-4, 15-9), un risultato tutto sommato accettabile vista la differenza delle forze in campo, tanto più che, il giorno dopo, i balcanici riservano un trattamento ben peggiore ai francesi, travolti con un 3-0 i cui parziali di 15-8, 15-7, 15-2 si commentano da soli.

Resta, a questo punto, la ormai abituale sfida coi transalpini per decidere chi tra le due compagini acquisirà il diritto ad entrare nella Poule Finale a 6 e l’Italia, vuoi per la miglior figura fatta contro la Bulgaria, che per il recente successo riportato a Parigi, affronta l’incontro con quell’eccesso di confidenza che si rivela fatale in quanto, dopo il successo ai vantaggi per 16-14 nel primo set, crolla cedendo i successivi per 10-15, 5-15, 13-15 facendo imbufalire il tecnico Costa, le cui urla echeggiano sino in Romagna, ed alle quali fa seguito, per punizione, la chiusura a chiave degli atleti nelle loro camere.

Relegati alla Poule per i piazzamenti dal settimo al decimo posto assieme a Belgio, Olanda ed Ungheria – quest’ultima unica esclusa dal Girone per il titolo delle sei squadre dell’Est Europa presenti – gli Azzurri si riscattano con due convincenti successi per 3-0 contro Belgio ed Olanda, con ciò ricalcando l’esito delle sfide ai campionati Europei dell’anno precedente, per poi subire nuovamente il divario rispetto alla parte orientale del Vecchio Continente venendo sconfitti per 3-0 dall’Ungheria (parziali di 15-12, 15-2, 15-10) che li relega in ottava posizione, mentre anche la Francia non ha miglior sorte contro gli squadroni dell’Est, rimediando un solo set nei 5 incontri disputati, che designano l’Unione Sovietica come prima Campione del Mondo di Volley, grazie al successo per 3-1 sui padroni di casa della Cecoslovacchia nell’ultima giornata.

L’Italia conclude così il suo primo biennio a livello internazionale con il rammarico di essere sempre giunta alle spalle di una Francia che poteva essere alla sua portata, ma, con il senno di poi, occorre anche rimarcare come questo ottavo posto iridato che tanto ha fatto infuriare il Commissario Tecnico Costa – il quale lascia l’incarico al termine della stagione – si rileverà in seguito come il miglior piazzamento azzurro in tale manifestazione per ben 40 anni, non essendo mai andata oltre la quattordicesima posizione nelle successive edizioni, sino all’exploit di Roma ’78, quando il sestetto allenato da Carmelo Pittera conquista una quanto mai inaspettata medaglia d’argento.

Come dire che gli inizi, ancorché a livello pionieristico, erano incoraggianti, è negli anni successivi che il Volley azzurro si è perso per strada …

 

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ANDREA LUCCHETTA, IL “DR. JEKYLL E MR. HYDE” DEL VOLLEY AZZURRO

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Andrea Lucchetta, giocatore e telecronista – da:blogdisport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando uno Sport come la pallavolo, tradizionalmente patrimonio delle fasce più giovani sia di praticanti che di tifosi – non a caso è l’unico praticato con una certa regolarità nelle Scuole Medie Superiori italiane – riesce a “far presa” sul grande pubblico grazie alle imprese di quella che è stata dichiarata la “Generazione di Fenomeni” che per un decennio intero imperversa in ogni angolo del Pianeta, esso ha anche bisogno di un leader carismatico in cui gli appassionati possano identificarsi.

E nessuno, a cavallo tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, ha saputo meglio interpretare il ruolo come Andrea Lucchetta, tanto serio, concentrato e trascinante sul parquet quanto istrione, goliardico, fuori dalle righe ogni volta che la palla toccava terra per l’ultimo punto che decideva ogni singola partita.

Trevigiano di nascita, essendo nato nel Capoluogo veneto il 25 novembre 1962, ma modenese d’adozione, Lucchetta muove i primi passi con l’Astori Mogliano Veneto in Seconda Divisione per poi transitare per un anno a Treviso in Serie A2 prima di fare il grande passo approdando nella storica formazione della Panini Modena a far tempo dall’estate 1981.

E’ un periodo, quello di inizio degli anni ‘80, in cui ai vertici della nostra Pallavolo duellano i sestetti di Torino – che si aggiudica gli Scudetti del 1979, ’80 come Klippan, 1981 ed ’84 come Robe di Kappa – capace anche di essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1980, e di Parma, che sotto il marchio Santal fa suoi i titoli del 1982 ed ’83, oltre ad una fantastica doppietta consecutiva in Coppa dei Campioni nel 1984 ed ’85.

Ce n’è sin troppo a sufficienza per scatenare lo smisurato orgoglio di Lucchetta a spronare i suoi compagni nel cercare di rompere l’egemonia degli storici rivali parmensi, non essendo sufficienti a placarne la sete di vittorie le tre Coppe CEV consecutive conquistate dal 1983 al 1985, trattandosi della terza Manifestazione continentale a livello di Club, anche se proprio il 1985 è la stagione in cui si mettono le basi per i successivi trionfi, con la sconfitta nella Finale Playoff contro Bologna (3-1, 1-3, 1-3 l’esito delle sfide, dopo aver concluso al primo posto la “regular season” …) cui segue la vittoria della Coppa Italia, la cui fase finale si disputa a Chieti dal 7 al 9 giugno, ed i modenesi, guidati per il secondo anno dall’ex palleggiatore Andrea Nannini, fanno loro il trofeo superando 3-0 Bologna, 3-1 Milano e 3-2 Parma.

Nel frattempo, Lucchetta ha anche modo di entrare nel giro della Nazionale, con cui debutta il 15 luglio 1982 in un’amichevole a Chieti contro l’Unione Sovietica persa 2-3 dagli Azzurri, collezionando 10 presenze in quella prima stagione che lo vede però escluso dai selezionati per i Campionati Mondiali che si svolgono in Argentina ad ottobre e che l’Italia conclude in una deludente 14esima posizione.

Senz’altro migliore la prima esperienza olimpica dove l’Italia, sempre guidata da Carmelo Pittera ed approfittando dell’assenza per boicottaggio delle Nazioni dell’ex blocco sovietico, conquista nell’edizione di Los Angeles ’84 la sua prima medaglia ai Giochi, superando 3-0 il Canada nella Finale per il bronzo, con una formazione in cui è presente anche il solo omonimo Pier Paolo Lucchetta, in forza al Parma, ma non legato ad Andrea da alcun vincolo di parentela.

La svolta, non solo per Lucchetta e per Modena, ma per l’intero movimento pallavolistico nostrano, giunge nell’estate ’85, allorché si verifica l’avvicendamento sulla panchina emiliana tra Nannini ed il tecnico argentino Julio Velasco, al quale sono legate le successive fortune del Club e della Nazionale.

Con già uno “zoccolo duro” formato dagli esperti Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, cui si uniscono i veterani “Pupo” Dall’Olio e Di Bernardo nonché i “martelli” argentini Esteban Martinez e Raul Quiroga, ed al quale si aggrega una giovane speranza del volley azzurro che risponde al nome dell’allora appena 17enne Lorenzo Bernardi, al primo impatto Modena mette a segno un fantastico tris, costituito dal ritorno al successo in Campionato per uno Scudetto che mancava da 10 anni, prendendosi una ghiotta rivincita su Bologna, sconfitta nettamente in tre sole partite (3-2, 3-1, 3-2), trionfo preceduto dalla conquista della Coppa delle Coppe a spese dei rumeni della Steaua Bucarest e seguito dal bis in Coppa Italia, dove nelle Finali di Arona dal 6 all’8 giugno ’86, ad arrendersi sono Bologna, Parma ed Ugento, alle quali i modenesi riservano identico trattamento, superandole con altrettanti 3-1.

La stagione ’86 apre un quadriennio di successi incontrastati sul suolo italiano, visto che la Panini Modena fa suoi anche i tre successivi Campionati del 1987, ’88 ed ’89, ed in queste ultime due stagioni realizza altresì l’accoppiata con la Coppa Italia, ma trova un tabù insormontabile nell’ambita Coppa dei Campioni, competizione nella quale il desiderio di unirsi a Torino e Parma quale terza squadra italiana a fregiarsi del trofeo si scontra per tre edizioni consecutive contro l’armata rossa costituita dalla leggendaria formazione del CSKA Mosca, che ha la meglio nella Finale ’87 disputata ad Hertogenbosch (3-1, parziali di 15-8, 8-15, 15-7, 15-2), così come nel 1988 a Lorient con un ancor più netto 3-0 e l’anno successivo al Pireo dove gli uomini di Velasco, dopo essersi illusi con il 15-10 con cui si aggiudicano il primo set, cedono per 3-1 con gli eloquenti punteggi di 15-12, 15-5, 15-4 dei successivi parziali a favore dei sovietici.

Ma, per un Club con alterne fortune tra Italia ed estero – pur se la presenza di Modena sino al termine di tutte le competizioni ne dimostra l’indubbia solidità – qualcosa si muove anche a livello di Nazionale dove la Federazione, dopo altre due deludenti esibizioni ai Mondiali di Francia ’86 (undicesima su 16 partecipanti), agli Europei di Belgio ’87 (nona su 12 iscritte) ed alle Olimpiadi di Seul ’88 (ancora nona su 12 partecipanti), offre la conduzione proprio al tecnico della Panini Julio Velasco, il quale accetta l’incarico.

Ed, in un batter d’occhio, “il brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno, tanto che, al primo grande appuntamento costituito dagli Europei di Svezia ’89, l’Italia si laurea per la prima volta nella sua storia Campione continentale – poteva sinora vantare un bronzo nell’edizione inaugurale della Manifestazione svoltasi proprio nel Bel Paese nel lontano 1948 – superando in Finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13, 15-7) i padroni di casa svedesi, dopo aver inflitto in semifinale un pesante “cappotto” all’Olanda, disintegrata con un 3-0 i cui parziali di 15-7, 15-3, 15-2 la dicono lunga sulla superiorità del sestetto azzurro.

E Velasco, che fa affidamento sul suo “trio delle meraviglie” di Modena, di cui conosce a menadito pregi (molti …) e difetti (pochi …) e composto da Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, non può che affidare a quest’ultimo, che nella Finale con la Svezia giunge a quota 208 presenze in maglia azzurra, i gradi di Capitano, un ruolo sul quale è doveroso fermarsi un attimo.

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Andrea Lucchetta Capitano Azzurro – da:hall-of-fame.federvolley.it

Già, perché nel Volley il “Capitano” assume un ruolo rilevante, data la mutevole inerzia che una gara può assumere durante il relativo andamento, dove le variazioni nel punteggio sono all’ordine del giorno ed anche le formazioni più esperte possono vivere una sorta di “Blackout” di cui gli avversari sono sempre pronti ad approfittare, ed ecco allora che è utilissima la presenza in campo di un giocatore che sia in grado di tenere alta la concentrazione, capace di spronare ed incitare i propri compagni in caso di difficoltà, nonché di assumersi in prima persona la responsabilità di andare a chiudere i punti nel momento decisivo dell’incontro.

E, come “la migliore delle navi necessita del migliore dei capitani”, lo stesso si verifica anche per l’Italia che, non ancora, ma non per molto, sta per divenire “la migliore delle Nazionali” in circolazione, ed Andrea Lucchetta impersona al meglio questa figura di leader carismatico, di cui dà piena dimostrazione nel 1990, il suo “anno magico.

Con Velasco impegnato a tempo pieno con la Nazionale, sulla panchina di Modena (per il primo anno non più Panini, bensì Philips …) siede il croato Vladimir Jankovic, mentre il sestetto titolare, oltre ai confermatissimi Bernardi, Bertoli, Cantagalli e Lucchetta, può contare sulle prestazioni dell’americano Doug Partie – in rosa già dalla precedente stagione dopo aver fatto parte del Team Usa oro ai Giochi di Seul ’88 – mentre in cabina di regia già dall’estate ’86 a dirigere le operazioni vi è il palleggiatore Fabio Vullo, prelevato da Torino.

Con Jankovic in panchina, si invertono le prestazioni di Modena, nel senso che, se dopo quattro titoli nazionali consecutivi deve alzare bandiera bianca in Finale Playoff contro Parma, riesce al contrario a centrare l’obiettivo europeo sempre sfuggito a Velasco, trionfando l’11 marzo ’90 ad Amstelveen, in Olanda, al termine di una esaltante sfida contro i francesi del Frejus, i quali avevano clamorosamente eliminato il CSKA Mosca, risolta al quinto set con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9.

Del successo nella massima competizione continentale a livello di Club da parte del sestetto modenese – al pari della terza vittoria consecutiva in Coppa delle Coppe da parte di Parma – ne beneficia anche Velasco, il quale attinge da dette formazioni (oltre che dal Sisley Treviso) la base per comporre la selezione in vista degli appuntamenti internazionali previsti dal calendario, che si aprono con la prima edizione della World League, che l’Italia si aggiudica nelle Finali di Osaka, dove il 14 luglio sconfigge, al termine di un match tiratissimo concluso sul 3-2 (15-12, 16-17, 15-11, 14-16, 15-9), l’Unione Sovietica in semifinale, per poi rifilare un ben più netto 3-0 (15-7, 16-14, 16-14) all’Olanda in Finale.

Ma ben diverso è l’impegno che attende gli azzurri a metà ottobre in Brasile, per la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione in cui l’Italia può vantare solo il “miracoloso” argento conquistato nel 1978, anno in cui la rassegna si svolgeva in Italia, in cui gli Azzurri di Pittera superano per 3-1 Cuba in semifinale, prima di cedere nettamente all’Unione Sovietica nell’atto conclusivo.

Una sfida, quella contro Despaigne & Co., che si ripete per due volte al “Maracanazinho”, dapprima nel Girone eliminatorio, con i cubani ad imporsi nettamente per 3-0, e quindi nella Finale del 28 ottobre, dopo che gli Azzurri, in evidente crescita di condizione, avevano superato la Cecoslovacchia negli Ottavi, l’Argentina nei Quarti ed i padroni di casa del Brasile in semifinale.

E proprio la sfida contro i verde oro, in un Palazzetto di Rio de Janeiro gremito in ogni ordine di posti da una “torcida” costituita da non meno di 25mila tifosi a fare un tifo scatenato per i propri beniamini, chiarisce alla perfezione il concetto poc’anzi enunciato circa l’importanza di un leader in campo come il “Capitano”.

In una sfida emozionante come poche, con continui ribaltamenti nel risultato, Lucchetta tira su il morale dei suoi compagni dopo il 15-6 a favore dei padroni di casa nel primo set, li sprona a non mollare dopo che l’Italia ha fatto suoi nettamente il secondo e terzo parziale (15-9 e 15-8 rispettivamente …), per poi assumersi la responsabilità del punto decisivo nel tiebreak del quinto set, dopo che il Brasile aveva riequilibrato le sorti del match con il 15-8 del quarto set nel quale, sul 12-5, Velasco toglie Barnardi, Cantagalli e Gardini per farli riposare in vista dell’ultimo atto.

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Lucchetta in attacco contro il Brasile – da:modenatoday.it

E qui, con la due squadre a darsi battaglia punto a punto, con il Brasile a recuperare da 5-9 per portarsi sul 13-14, si gioca l’azione decisiva, con il palleggiatore Tofoli che, ricevuta palla da una perfetta ricezione di Bernardi, sorprende il muro avversario, che si aspetta un’alzata in banda per Cantagalli, servendo al contrario una “veloce” al centro proprio per Lucchetta, il quale piazza la schiacciata vincente che manda gli azzurri alla sfida con la Nazionale caraibica.

Ed eccoci quindi al citato 28 ottobre ’90, data “storica” per il Volley azzurro, posto di fronte al più forte sestetto cubano della storia, guidato da quel fenomeno di Joel Despaigne – “rapidissimo, eccellente saltatore, con un braccio molto veloce e grandissime capacità fisco-atletiche”, così lo descrive Andrea Zorzi – ma è ancora Lucchetta a spronare i suoi compagni prima dell’incontro, ai quali predica di “tirar fuori la voglia di riscattare la sconfitta nel Girone eliminatorio, di onorare i colori del nostro Paese, perché non possiamo deludere i tifosi che si aspettano la vittoria” …

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Lucchetta in attacco contro il muro cubano – da:gazzetta.it

Parole che hanno il potere di scuotere l’ambiente, anche dopo la consueta partenza ad handicap del primo set, perso 12-15, per poi aggiudicarsi i due successivi per 15-11 e 15-6 e quindi giungere alla fase decisiva del quarto set, dove il punteggio resta ancorato a lungo sul 15-14 per gli azzurri con una serie infinita di cambi palla dove ogni volta è “El Diablo” Despaigne ad assumersi l’onere di spengere i sogni di gloria azzurri, sino a che …

Sino a che, sulla battuta proprio di Lucchetta, dopo che Cuba aveva annullato ben 8 “match ball” al sestetto italiano, “El Mago” Diago, palleggiatore di livello assoluto, si rivolge ancora a Despaogne per cercare di prolungare l’incontro, ma la conclusione del martello caraibico, leggermente “sporcata” dal muro azzurro, viene neutralizzata da “Lucky” con un tuffo prodigioso sulla sua sinistra, così consentendo a Tofoli, sul prosieguo dello scambio che i cubani non erano riusciti a chiudere, di alzare la palla a Bernardi in zona 4 per mettere a terra il punto decisivo che certifica il titolo iridato per la formazione di Velasco.

Con questa impresa, Lucchetta – che viene eletto MVP del Torneo – completa un anno da favola, ed è lo stesso Capitano a chiarire cosa voglia dire raggiungere un traguardo che ti eri prefisso per tutta la carriera, allorché dichiara, dopo la cerimonia di premiazione, come “una volta sul podio, con la Coppa in mano, ho realizzato che il sogno di una vita era divenuto realtà, chiedendomi a questo punto cosa potessi ancora chiedere, e la gioia si è trasformata nella tristezza dell’attimo fuggente, sentendomi svuotato completamente …”.

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La Nazionale Campione del Mondo ’90 – da:oasport.it

Sia chiaro, quella di “Lucky” non è certo una dichiarazione di resa, visto che è solo a metà della sua carriera agonistica, con i successivi anni ’90 che lo vedono abbandonare Modena – dopo il disimpegno della famiglia Panini, che non poteva reggere il confronto con i colossi economico-finanziari della Mediolanum, Benetton e Gruppo Ferruzzi che erano sbarcati nel mondo del volley – accasandosi per quattro stagioni proprio a Milano, assieme a Bertoli, Galli e Zorzi, vincendo la Coppa delle Coppe ’93 e due Mondiali per Club, nel 1990 e nel ’92, per poi trasferirsi a Cuneo dove, sotto la sapiente guida di Silvano Prandi, mette la sua esperienza, come quella di Fefè De Giorgi e Galli, al servizio dei giovani Samuele Papi e Cristian Casoli, così da consentire al Club piemontese, grazie anche all’apporto dello spagnolo Rafael Pasqual e del serbo Vladimir Grbic, di portare a termine due eccellenti stagioni.

Nel 1996, difatti, l’Alpitour Traco Cuneo si aggiudica la Coppa Italia, superando 3-2 in Finale, al termine di cinque tiratissimi set (15-13, 15-17, 13-15, 15-12, 15-13 i relativi parziali) la Sisley Treviso, nonché la Coppa delle Coppe a spese dell’Olympiakos Pireo, successo replicato l’anno seguente con le “Final Four” disputate proprio a Cuneo dove, tra l’esultanza dei propri tifosi, i greci vengono spazzati via con un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-7, 15-5 crediamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

E’ questo l’ultimo trofeo in carriera conquistato da Lucchetta, che cessa l’attività agonistica nel 2000 dopo una stagione a Roma ed il ritorno per tre anni in quella Modena che lo aveva svezzato e quindi adottato, mentre a livello di Nazionale, dopo aver contribuito a portare a casa altre due World League nel 1991 e ’92, la sua esperienza termina con i Giochi di Barcellona ’92, dove l’Italia conclude quinta dopo l’amara sconfitta per 3-2 ai Quarti contro l’Olanda, e la sfida vinta contro il Giappone per 3-0 il 7 agosto ’92 (a 10 anni dall’esordio …) rappresenta la sua presenza n.292 con la maglia azzurra.

Ma, se ben ricordate, c’è “l’altra faccia” del n.12 azzurro, quella del “Lucky” istrione ed estroverso, quello che la gente riconosce per quel suo taglio di capelli a spazzola ed in diagonale (acconciatura appositamente creata dall’hair stylist modenese Carla Bergamaschi …) che ne rappresenta una sorta di “marchio di fabbrica”, il Lucchetta terrore dei telecronisti – chiedere al “povero” Lorenzo Dallari per informazioni – poiché è praticamente impossibile strappargli un’intervista seria al termine di un incontro, forse una forma di scaricare la tensione e l’adrenalina accumulata durante la gara, ma a smentire questa sua caratteristica viene in soccorso (qualora ce ne fosse bisogno …) il compagno di Nazionale Andrea Zorzi, il quale ne tratteggia un profilo ben diverso, vale a dire quello di “un Andrea che dorme poco e pensa molto, che in ritiro è sempre molto silenzioso e concentrato, perché lui è uno che si innamora di quello che fa e ciò che ha incontrato nella vita, è fatto così e non può fare altrimenti …!!

Grande “Lucky”, e noi ti amiamo soprattutto per questo, sia nella versione del “Dr. Jekyll” di Capitano indomito e coraggioso, che in quella di “Mr Hyde” con cui intendi sdrammatizzare un ambiente che è pur sempre uno sport, e le tue successive esperienze al termine della carriera, di valido telecronista e di aiuto ai bambini, nonché il modo con cui le stai affrontando, non fanno che confermare le parole di Zorzi …

DMITRY FOMIN, IL MARTELLO DELL’EST TERRORE DEI PARQUET ITALIANI

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Dmitry Fomin – da:rbth.com

Articolo di Giovanni Manenti

Al di là delle indubbie capacità tecniche e fisiche, una importante componente per l’affermazione a livello internazionale di un singolo atleta è costituita dall’epoca in cui esso vive la propria attività agonistica, sia in relazione alla valenza dei propri avversari, ma anche al contesto storico del Paese di nascita.

Quest’ultima considerazione vale, principalmente, per gli atleti dell’ex blocco sovietico, che, grazie al crollo dell’ideologia comunista nel 1991, hanno potuto liberamente trasferirsi nella parte occidentale del Vecchio Continente per mettere a frutto le proprie competenze.

Uno dei casi più emblematici al riguardo, e che ha tangibilmente contribuito alle fortune di due prestigiosi Club della nostra pallavolo, è quello dell’ucraino Dmitry Fomin, approdato in Italia nel 1992, a conclusione delle Olimpiadi di Barcellona, nel pieno della sua maturità atletica.

Nato difatti a Sebastopoli, in Crimea che faceva all’epoca parte dell’Unione Sovietica, il 21 gennaio 1968 e figlio di un marinaio, il giovane Dmitry si avvia alla pallavolo durante gli anni scolastici e, favorito dalla sua maggiore altezza (a sviluppo completato mette su un fisico di m.2,00 per 97kg.) rispetto ai propri compagni, non fatica ad emergere, tanto che, dopo gli esordi nel Lokomotiv Kiev, nel 1989 fa già parte della più gloriosa squadra di volley di ogni tempo, vale a dire il CSKA Mosca.

Coniugare la parola CSKA con il verbo vincere è sin troppo facile oltre cortina, visto che quando il 21enne Fomin entra a farne parte il Club ha “appena vintoil suo 19esimo titolo nazionale negli ultimi 20 anni (solo nel 1984 non riesce nell’impresa …) ed ha in bacheca già 12 Coppe dei Campioni, per cui non è certo difficile aggiungere altri due Campionati Sovietici nel 1990 e ’91, nonché iniziare a fare conoscenza con le compagini italiane nella più prestigiosa Manifestazione europea per Club.

Con l’altrettanto gloriosa formazione della Panini Modena che nel 1990 corona il sogno di laurearsi Campione d’Europa dopo tre Finali consecutive perse proprio contro la compagine moscovita – a sorpresa eliminata al secondo turno dai francesi del Frejus, poi sconfitti 2-3 in Finale dai modenesi – i due sestetti tornano a scontrarsi nella Fase a Gironi che qualifica le prime due di ogni Gruppo alla “Final Four” in programma nella città emiliana il 9 e 10 marzo ’91.

L’esito dei due incontri arride a Fomin & Co., che si impongono nettamente a Mosca (3-0, con parziali di 15-11, 15-7, 15-8) per poi far loro anche il match al “Pala Panini” grazie al 17-16 del tiebreak del quinto e decisivo set, così da accedere alla semifinale contro i francesi del Cannes, nel mentre l’altro abbinamento vede la sfida fratricida tra le due rivali storiche emiliane, vale a dire Modena e Parma.

Con le due gare senza storia, che vedono le nette affermazioni dell’armata sovietica e di Parma, che schianta Modena con un 3-0 i cui parziali di 15-12, 15-4, 15-8 la dicono lunga sulla superiorità dimostrata dai ragazzi di Bebeto, tocca a questi ultimi fare i conti con la devastante potenza sotto rete di Fomin, ben spalleggiato dai compagni Andrey Kuznetsov ed Igor Runov, argento alle Olimpiadi di Seul con la Nazionale Sovietica, così che il Palazzetto dello Sport modenese ha l’occasione di assistere ad un assaggio di quello che, per un decennio, sarà il terrore dei parquet della penisola, con il CSKA a tornare sul tetto d’Europa con un 3-1 più netto di quanto si possa pensare, visto che il solo secondo set vinto dagli emiliani per 17-15 è largamente compensato dai netti 15-6, 15-3 e 15-10 con cui i moscoviti si aggiudicano gli altri parziali.

Anno 1991 che è ancora ben lungi dal concludersi per il 23enne Fomin, visto che se a livello di Club ha confermato la supremazia assoluta della propria squadra, tocca ora confrontarsi con la propria Nazionale con la “Generazione di Fenomeni” azzurra che il tecnico argentino Julio Velasco ha portato in due anni a vincere i Campionati Europei ’89 ed i Mondiali in Brasile nel ’90.

Prima occasione di confronto è data dalla World League, con le due squadre inserite nel medesimo Girone – assieme a Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud – a dare vita a quattro intensissime sfide, che vedono concludersi con un 3-2 a testa le gare svoltesi a Mosca e, viceversa, due successi (per 3-2 e 3-1) dell’Italia sul suolo amico, con entrambe le formazioni peraltro qualificate per la “Final Four” in programma a Milano a fine luglio ’91 assieme ad Olanda e Cuba, provenienti dall’altro raggruppamento.

World League che, per il secondo anno consecutivo si aggiudica l’Italia superando per 3-0 in Finale Cuba che aveva impedito all’Unione Sovietica il ripetersi della sfida con il sestetto azzurro, essendo stata sconfitta per 2-3 (12-15 al tiebreak) dai caraibici, rinviando pertanto l’appuntamento ai Campionati Europei in programma a settembre ’91 in Germania.

Inserite in due distinti Gironi, Italia ed Urss si qualificano per le semifinali incociate entrambe a punteggio pieno (15-1 la differenza set per gli azzurri, 15-3 per i sovietici), così come non hanno difficoltà a regolare i padroni di casa tedeschi (3-1, parziali di 15-12, 15-4, 11-15, 15-6) gli azzurri, facendo altrettanto i sovietici contro l’Olanda, piegata 3-0 con un 15-8 periodico, così che è enorme l’attesa per la sfida decisiva in programma al Palazzetto dello Sport di Berlino il 15 settembre ’91.

Ed è la stessa Italia laureatasi Campione del Mondo, con Tofoli in regia, Andrea Lucchetta, Bernardi, Giani opposti, Zorzi schiacciatore ed Andrea Gardini centrale, a doversi stavolta inchinare alle bordate che da ogni posizione Fomin – non a caso eletto “Miglior Giocatore del Torneo” – indirizza loro, facendo sì che l’incontro si concluda con un netto 3-0 (parziali 15-11, 17-15, 15-9) in cui gli azzurri tengono botta solo nel secondo set.

Per Fomin l’anno solare si conclude come meglio non potrebbe, vale a dire con un altro trionfo – e relativo doppia corona di “Miglior Attaccante” e “Miglior Giocatore Assoluto” – alla Coppa del Mondo disputata a fine novembre ’91 in Giappone, con l’Urss a subire una sola sconfitta per 1-3 dagli Stati Uniti, bilanciata dal netto successo per 3-0 su Cuba, a propria volta vincitrice con analogo punteggio sugli Usa così da consegnare il titolo all’Unione Sovietica per una miglior differenza set.

Prima di approdare in Italia a fine estate ’92, sia Fomin – che vi partecipa sotto la bandiera della “Comunità degli Stati Indipendenti” – che gli Azzurri di Velasco, falliscono l’appuntamento olimpico di Barcellona ’92 dove erano attesi da protagonisti e che, viceversa, li vede entrambi uscire ai Quarti di Finale, coi primi sconfitti ancora una volta dagli Stati Uniti per 1-3 ed i secondi dall’Olanda per 2-3 (con il discusso 16-17 al tiebreak del quinto set, ultima volta in cui non vige la regola dello scarto di due punti …), formazioni che si candidano al ruolo di “bestie nere” delle rispettive Nazionali.

L’approdo nel Bel Paese fa sì che Fomin si accasi al Messaggero Ravenna, con l’ingrato compito – assieme ai brasiliani Renan Dal Zotto e Giovane, provenienti rispettivamente da Parma e Padova e medaglia d’Oro con la loro Nazionale ai Giochi di Barcellona ’92 – di non far rimpiangere la coppia americana formata da Karch Kiraly e Steve Timmons, grazie alla quale il sestetto di Daniele Ricci si era laureato Campione d’Italia, d’Europa e del Mondo.

Trovandosi stavolta come compagni di squadra Margutti, Masciarelli e Gardini – avversari nelle sfide con le rispettive Nazionali – Fomin non tradisce le attese, consentendo alla formazione romagnola di dominare l’edizione ’93 della Coppa dei Campioni, conclusa da imbattuta, con 6 vittorie su altrettanti incontri nel Girone di accesso alle “Final Four” in programma al Pireo a marzo, dove non ha difficoltà a regolare per 3-1 in semifinale i belgi dello Zelik per poi ribadire la propria superiorità nel “derby” tutto italiano con Parma, pur se i relativi parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 stanno a testimoniare come l’equilibrio sul parquet sia stato ben più evidente di quanto il 3-0 conclusivo potrebbe far intendere.

Fatta propria anche la Supercoppa Europea ’93 e conquistata la sua terza Coppa dei Campioni bissando nel ’94 il successo dell’anno precedente ancora a spese di Parma per poi raggiungere ancora la Finale nel ’95, dovendosi stavolta inchinare nella terza sfida tricolore consecutiva rispetto al Sisley Treviso, per Fomin giunge il momento, a seguito del dissesto del “Gruppo Ferruzzi”, di lasciare Ravenna andando ad indossare proprio i colori di Treviso, non prima di aver partecipato alla seconda esperienza olimpica della sua carriera.

Con un comportamento parallelo a quello dell’Italia di Velasco, anche la Russia – per cui l’oramai 28enne di Sebastopoli decide di gareggiare rispetto all’Ucraina, proprio Paese di origine, stante la pochezza a livello internazionale di detta Nazionale – vede migliorare nell’edizione di Atlanta ’96 il proprio piazzamento rispetto ai Giochi di Barcellona ’92, ma ancora insufficiente a fregiarsi della medaglia d’oro.

Inserite, difatti, nel medesimo Girone, nel mentre gli Azzurri concludono lo stesso a punteggio pieno senza aver perso neppure un set, il sestetto russo incappa in tre sonore battute d’arresto, oltre che con l’Italia, anche con Olanda ed Jugoslavia, il che lo relega al quarto posto con conseguente abbinamento nei Quarti di Finale con Cuba, qualificatasi come prima nell’altro raggruppamento, pur con una sconfitta nel peraltro ininfluente ultimo incontro con il Brasile.

Contro la compagine caraibica, la Russia ritrova lo smalto perso, con Fomin protagonista con 8 punti e 24 attacchi vincenti per il 3-0 (15-13, 17-15, 15-11 i relativi parziali), che la proietta in semifinale dove però si trova la strada sbarrata da un’Olanda all’apice della sua storia e che, dopo averla superata con un 3-0 i cui parziali di 15-6, 15-6, 15-10 sono tali da non ammettere repliche, fa svanire in Finale anche i sogni di Gloria Olimpica degli Azzurri, sconfitti 3-2 al termine di una sfida intensissima conclusa per 17-15 al tiebreak del quinto e decisivo set.

Accasatosi a Treviso, Fomin ritrova Gardini, con cui aveva condiviso la sua prima stagione a Ravenna ed assieme al quale forma una forza d’attacco impressionante, potendo altresì contare sulle prestazioni dell’azzurro Lorenzo Bernardi e dell’olandese Ron Zwerver, il tutto alimentato in regia dalle sapienti mani del palleggiatore azzurro Paolo Tofoli, pur se la prima stagione vede i veneti soccombere di fronte a Modena nella sfida tricolore al termine di cinque combattutissime sfide.

E’ quello, della seconda metà degli anni ’90, il periodo di maggior gloria a livello internazionale del Club modenese – non più abbinato alla gloriosa “Panini”, avendo ora assunto la denominazione di “Las Daytona” prima ed “Unibon” successivamente – che si laurea per tre stagioni consecutive (nel 1996, ’97 e ’98) Campione d’Europa, succedendo proprio a Treviso che si era aggiudicato la Coppa Campioni nel ’95.

Per Fomin, che ha nel proprio palmarès già tre Coppe dei Campioni, è giunto il momento di rinverdire tale bacheca ed ecco quindi che, dopo aver conquistato nel ’98 sia lo Scudetto, al termine di tre sole sfide (3-0, 3-1 e 3-1) con Cuneo, stessa sorte toccata a Modena in semifinale, che la Coppa CEV, tutto è pronto per dare nuovamente l’assalto alla principale Manifestazione Continentale a livello di Club.

Con uno dei più forti sestetti mai visto nei Palasport italiani, con l’olandese Blangé in regia, Benardi, Fomin e Papi – quest’ultimo, 25enne, proveniente da Cuneo in sostituzione dell’olandese Zwerver – schiacciatori uniti ai centrali Gravina e Gardini (a dispetto dei suoi 33 anni …), Treviso domina la stagione in Italia, concludendo la “regular season” con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta per poi non conoscere ostacoli nei Playoff conclusi con un doppio successo (3-0 e 3-2) su Modena in Finale, a cui unisce anche il trionfo europeo a spese dei belgi del Noliko Maaseik con un netto 3-0 in una competizione in cui si applica per la prima volta il “Rally Point System.

Il XX secolo si conclude per Treviso con due importanti cambi nel relativo sestetto titolare, con lo jugoslavo Nikola Grbic a rilevare Blangé nel ruolo di palleggiatore, nel mentre la partenza di Gardini è compensata dall’arrivo dell’argentino Marcos Antonio Milinkovic, un mutamento che, se determina il dover abdicare in Italia dopo due Scudetti consecutivi, in virtù della sorprendente sconfitta nei Quarti di Finale contro Palermo (giunto ottavo nella stagione regolare …), non impedisce a Fomin di aggiudicarsi la qua quinta personale Coppa dei Campioni, la cui Fase Finale si disputa proprio a Treviso e, finalmente, i 5mila spettatori che assiepano le tribune del “Palaverde” possono festeggiare il trionfo dei loro beniamini, che hanno la meglio per 3-1 nel match conclusivo sui tedeschi del Friedrichshafen, con Lorenzo Bernardi eletto MVP delle “Final Four.

Anche per Fomin, oramai 32enne, gli anni iniziano a pesare, ed il nuovo millennio si inaugura per Treviso con l’avvicendamento in panchina di Daniele Bagnoli, approdato a Modena e sostituito dall’argentino Raul Lozano, tecnico proprio di quel sorprendente Palermo che aveva eliminato Treviso nei playoff dell’anno precedente, cui fanno seguito l’arrivo del 36enne Fabio Vullo quale regista in luogo di Grbic, mentre a potenziare l’attacco a muro giunge un altro olandese, stavolta nella figura di Bas van der Goor, proveniente da Modena a rimpiazzare Milinkovic.

Ma, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, con Treviso ancora protagonista sia in Italia che all’estero, tornando a conquistare lo Scudetto – che per l’ucraino di nascita rappresenta il quinto della sua straordinaria carriera – con una Fase dei Playoff immune da sconfitte, che vede cadere ai propri piedi una dietro l’altra, dapprima Montichiari (3-1 esterno, seguito da 3-1 e 3-0 al “Palaverde”), quindi Modena (altro 3-1 esterno cui fanno seguito due 3-0 sul parquet amico) per poi toccare a Milano subire la superiorità trevigiana in Finale, lottando al Palalido dove spreca un vantaggio di 2 set a 0 facendosi rimontare sino al 15-13 nel tiebreak del quinto e decisivo set, cui seguono due successi, entrambi per 3-1 al “Palaverde” che laureano per la quinta volta Treviso Campione d’Italia.

Anche in Europa il cammino è positivo, nel tentativo di emulare Modena con un tris di successi consecutivo, fallito proprio all’ultimo, decisivo appuntamento della Finale parigina del 24 marzo ’01 contro i padroni di casa del Paris, che si impongono per 3-2 al termine di una sfida avvincente e combattutissima come dimostrano i relativi parziali di 25-22, 17-25, 22-25, 25-23, 15-13 a favore del Club transalpino.

E’ questo il canto del cigno per Fomin, il quale, nella sua decima ed ultima stagione in Italia non riesce più ad essere così determinante come in passato, tanto che la Sisley non riesce a superare la Fase a Gironi della ridenominata Champions League, nel mentre in Campionato giunge a disputare l’ennesima Finale Scudetto, avversaria stavolta Modena, che ha la meglio in quattro partite, con la sfida decisiva dell’8 maggio ’02 al “Pala Panini” risolta ancora al tie break con un 20-18 che dimostra la volontà di non mollare da parte dei Campioni in carica.

Con la sua uscita dalle scene – gioca un altro anni in Giappone per poi abbandonare definitivamente l’attività nel 2006 a 38 anni dopo tre stagioni alla Dynamo Tatransgaz – il Campionato italiano perde con Fomin uno dei protagonisti che più gli hanno dato lustro per capacità fisiche, qualità tecniche e correttezza sportiva, ma di sicuro le avversarie avranno tirato un sospiro di sollievo, bersagliate come erano state lungo un intero decennio dal più forte martello straniero che abbia mai calcato i nostri parquet …

 

L’ITALIA MONDIALE DI VOLLEY 1998, ULTIMA RECITA DI UN GRUPPO SENZA EGUALI

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L’Italia campione del mondo nel 1998 – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Après moi le deluge” (“Dopo di me il diluvio”) è una frase attribuita a Luigi XV, Re di Francia, e successivamente entrata nel linguaggio comune quale espressione per testimoniare la fine di un ciclo, sia esso politico, economico e financo sportivo.

In quest’ultimo campo, quello di nostra competenza, un simile paragone può accostarsi alla Nazionale italiana di Pallavolo, assurta ai massimi vertici internazionale grazie all’avvento in panchina del tecnico argentino Julio Velasco, sotto la cui guida gli azzurri – non a caso ribattezzati “I 12 uomini d’oro” – si aggiudicano in 8 anni due Campionati Mondiali, tre Europei e cinque World League, oltre ad altri tornei minori, fallendo solo il traguardo olimpico, sfumato al tiebreak della Finale contro l’Olanda ai Giochi di Atlanta ’96.

Sconfitta che segna l’addio di Velasco, non tanto alla Nazionale bensì al settore, accettando la sfida di cercare di risollevare anche le sorti del Volley femminile azzurro, ma con lui lasciano anche quattro colonne che hanno fatto la storia di tale disciplina, vale a dire Tofoli, Cantagalli, Bernardi e Zorzi, e l’opera di prosecuzione nella striscia di vittorie appare quanto mai difficoltosa.

Il Presidente Federale Magri, alle prese con la scelta del possibili sostituto, assume una decisione che si rivelerà vincente, contattando Paulo Roberto de Freitas, ma per tutti “Bebeto, quale uomo giusto per un’ideale continuazione nel percorso tecnico impostato dal suo predecessore.

Bebeto, 46enne brasiliano di Rio de Janeiro, ha alle spalle la dovuta esperienza, avendo vestito, da giocatore, per un decennio la maglia della Nazionale verde oro in qualità di palleggiatore, per poi averla guidata a due argenti, ai Mondiali di Argentina ’82 (sconfitto 0-3 in Finale dall’Unione Sovietica) ed ai Giochi di Los Angeles ’84, in cui soccombe ai padroni di casa degli Stati Uniti nell’atto conclusivo.

Ma, soprattutto, Bebeto conosce il nostro Volley, essendo stato per 5 anni allenatore della Maxicono Parma, condotta alla vittoria di due scudetti consecutivi nel 1992 e ’93 ed, anche in quel caso, raccogliendo una pesante eredità, vale a dire quella di Gian Paolo Montali, che aveva portato il Club parmense ai vertici assoluti in campo internazionale.

E, quella che per alcuni non poteva che essere un’opera di ricostruzione, diviene viceversa una prosecuzione nel cammino intrapreso da Velasco, grazie alla crescita del movimento pallavolistico azzurro che, alle spalle della Nazionale maggiore, ha saputo allevare un settore giovanile in grado di fornire i giusti ricambi, ed ecco allora il rientro in gruppo del 21enne Rosalba a far compagnia ai veterani Meoni, Gravina, Giani, nonché all’inossidabile Gardini che, a differenza degli altri già ricordati, ha deciso di continuare a servire la causa azzurra.

Le principali novità sono costituite dall’inserimento in rosa di Giombini e, soprattutto, di Hristo Zlatanov – figlio di quel Dimitar per anni fiero avversario dell’Italia con la maglia della Nazionale bulgara – e che, vivendo da oltre un decennio in Italia, potrebbe ottenere il passaporto italiano ma, in attesa di ricevere la relativa documentazione, la Federazione Internazionale dispone che possa giocare solo le partite di World League che si svolgono in Italia.

World League – trofeo al quale l’Italia è abbonata, avendolo vinto in cinque delle ultime sette occasioni – che rappresenta il debutto di Bebeto in una grande manifestazione internazionale, con gli Azzurri inseriti in un Girone di qualificazione che comprende anche Cina, Spagna ed Jugoslavia.

Gruppo che l’Italia si aggiudica totalizzando 10 vittorie e due sconfitte – entrambe al tiebreak, ad Alicante contro la Spagna l’8 giugno ’97 dopo aver recuperato da 0-2 ed a Belgrado nell’ultimo, ininfluente incontro, anche in questo caso dopo essere stata sotto due set a zero – così da affrontare le “Final Six” assieme a Cuba, Olanda, Brasile e Bulgaria, nonché ai padroni di casa della Russia, che hanno luogo dal 30 giugno al 5 luglio al Palasport Olimpico di Mosca.

Con ancora Zlatanov inutilizzabile, Bebeto seleziona un altro giovane schiacciatore, il 22enne Cristian Casoli in forza a Cuneo, ma l’inizio della Fase finale è in salita in quanto l’Olanda, nostra tradizionale “bestia nera”, ci infligge un’altra sconfitta, stavolta più netta rispetto alla Finale olimpica, un 1-3 con parziali di 11-15, 13-15, 15-8, 10-15, ragion per cui la seconda uscita è già una sfida “da dentro o fuori” e, per il tecnico brasiliano, non potrebbe essere più delicata, dovendo gli azzurri affrontare proprio la “sua” Seleçao, oltretutto guidata da Radames Lattari, per anni collaboratore dello stesso Bebeto.

Risvolti sentimentali che, per fortuna, vengono spazzati via dalla reazione dei suoi ragazzi, che si impongono con un convincente 3-0 (15-12, 15-8, 15-12 i relativi parziali), in cui giganteggia Claudio Bonati, appena alla sua presenza numero 16 in azzurro, e si impone altresì Damiano Pippi nel nuovo ruolo di “libero”, vale a dire un giocatore che indossa una maglia diversa da quella dei propri compagni e che può subentrare a chiunque in seconda linea, senza poter battere né schiacciare.

La buona prova contro i sudamericani viene confermata dall’ancor più netto successo, sempre per 3-0 (parziali 15-11, 15-5, 15-9), contro la Bulgaria, nel mentre l’Olanda, dopo aver superato anche i padroni di cassa russi per 3-2, cede di schianto proprio con il Brasile, uno 0-3 che le costa la Finale per il titolo, in quanto giunge a pari punti con Italia e Cuba, ma viene estromessa per la peggiore differenza set.

E gli azzurri, che si erano garantiti l’accesso alla Finale superando 3-1 Cuba all’ultimo turno, rimontando il 14-16 del primo set, con tre affermazioni per 15-11, 15-12, 15-8 nei successivi parziali, si ritrovano così, ad un giorno di distanza, ad affrontare nuovamente il sestetto caraibico, ottenendo una vittoria più schiacciante, attraverso un 3-9 i cui parziali (15-8, 15-5, 15-10) sono la chiara testimonianza della superiorità dimostrata dall’Italia sul parquet moscovita.

Avendo dimostrato di poter dare alla Nazionale continuità di risultati, Bebeto si accinge a confermare il titolo europeo del ’95 alla rassegna continentale che va in scena dal 6 al 14 settembre proprio in casa dei fieri antagonisti olandesi, con l’Italia inserita nel Gruppo A assieme a Russia, Jugoslavia, Slovacchia, Germania e Grecia, un Girone pertanto tutt’altro che facile.

Cosa che gli azzurri provano sulla loro pelle allorché, dopo il facile esordio con la Grecia, si trovano ad affrontare una Jugoslavia che può contare sui fratelli Nikola e Vladimir Grbic che giocano nel nostro Campionato, rimediando una severa lezione (0-3 con parziali di 13-15, 9-15, 5-15), il che rimanda le possibilità di accesso alle semifinali alla sfida contro la Russia, in programma l’11 settembre.

Ed, ancora una volta, messa con le spalle al muro, l’Italia sforna una prestazione di altissima qualità, annichilendo Olikhver & Co. con un 3-0 che non ammette repliche (15-6, 15-10, 15-12 i relativi parziali), ma il secondo posto nel Girone significa semifinale incrociata con i padroni di casa olandesi, che si sono imposti nell’altro Gruppo con 5 vittorie per 3-0 in altrettanti incontri.

Sfida che non ha storia, con l’Olanda ad imporsi ad Eindhoven con un netto 3-0 (parziali 15-9, 15-6, 15-13), per poi riservare analogo trattamento alla Jugoslavia in Finale, concedendo loro un unico set, per quello che, a tutt’oggi, è l’unico successo a livello continentale per la Nazionale “orange“, nel mentre l’Italia può solo consolarsi con il bronzo, superando agevolmente 3-1 il sestetto francese.

Un bilancio del primo anno di gestione del tecnico brasiliano non da disprezzare, ma ecco che la stagione successiva si apre all’insegna di una serie di problematiche, la prima delle quali relativa al calendario, in quanto l’appuntamento cruciale, vale a dire i Campionati Mondiali dove l’Italia deve difendere i due titoli di Brasile ’90 e Grecia ’94, sono in programma in Giappone a metà novembre 1998 e ciò determina un forte contrasto tra Federazione e Lega di Serie A, che Bebeto cerca di ricomporre proponendo un piano che prevede gli allenamenti dei Nazionali durante la settimana per poi giocare nel weekend con i rispettivi Club, ipotesi bocciata dalle rispettive Società di appartenenza.

Ed, in una situazione di chiara difficoltà, con anche il leader carismatico Giani ad intervenire criticando duramente la Federazione tanto da essere deferito e poi “graziato” per ragion di Patria, Bebeto sbotta ed annuncia le proprie dimissioni a Mondiale finito, per poi compiere alcune scelte nella selezione dei 12 convocati che appaiono a dir poco sorprendenti, ma che si riveleranno viceversa vincenti

Dapprima si ricorda di Mirko Corsano, che a Parma teneva in piedi la ricezione, per assegnargli il ruolo di libero, mal digerito da Pippi, e quindi richiama il 37enne Fefè De Giorgi quale vice palleggiatore rispetto a Meoni, nonostante la sua ultima apparizione in azzurro risalga al ’95, ritenendolo l’unico in grado di variare l’andamento di una partita.

Per una competizione di tale livello, il tecnico brasiliano ritiene Zlatanov ancora privo della necessaria esperienza internazionale e, nonostante abbia oramai acquisito la cittadinanza italiana, viene lasciato a casa così come Giombini, mentre il livello di assuefazione a certe manifestazioni viene implementato dalla convocazione di Gravina, ancorché reduce da problemi alla schiena, Pasinato e Bracci, il quale accetta di tornare in azzurro, avendo lasciato al termine dei Giochi di Atlanta ’96.

Il sestetto titolare è pertanto presto fatto, con Meoni in regia e Giani opposto, Papi e Bracci schiacciatori di banda e Gardini e Gravina centrali, una formazione di tutto rispetto, in cui quello con minor numero di presenze in Nazionale è Meoni con 117, tanto che è ancora Giani a sbilanciarsi, affermando “siamo i più forti e lo dimostreremo in Giappone, vincendo…!!!”.

Le perplessità nascono, per quanto ovvio, dalla non più giovane età di alcuni dei protagonisti, una realtà alla quale è possibile dover pagare dazio in un torneo che prevede incontri a cadenza pressoché giornaliera e di una lunghezza estenuante, che gli azzurri approcciano comunque con il piede (e le mani, verrebbe da dire …) giusto, disponendo con irrisoria facilità di Canada e Thailandia, così come degli Stati Uniti (a cui viene regalato il terzo parziale rispetto ai 15-4, 15-7 e 15-7 con cui si concludono gli altri set) per poi andare a disputare un massacrante Girone ad 8 squadre che comprende anche Russia, Olanda ed Jugoslavia.

Gruppo equilibrato sulla carta e che altrettanto si dimostra sul parquet dei Palazzetti dello Sport di Chiba ed Hamamatsu, con Italia, Jugoslavia e Russia a concludere a pari merito con 6 vittorie ed una sconfitta a testa, frutto delle sfide incrociate, che vedono l’Italia sconfiggere 3-1 la Russia e perdere 0-3 dalla Jugoslavia, a propria volta sconfitta 1-3 dai russi all’ultima giornata che si rivela altresì decisiva per le sorti degli Azzurri, impegnati con la loro “rivale storica” dell’Olanda, da cui erano stati umiliati non più tardi di un anno fa.

Quella con gli arancioni è la partita della svolta, in quanto lo straripante successo del sestetto di Bebeto – un 3-0 “firmato” 15-2, 15-7, 15-1 – oltre a scacciare un tabù contribuisce ad aumentare l’autostima e la consapevolezza del gruppo di potersi ancora sedere sul trono del Mondo, ancorché il secondo posto nel Girone (+14 di differenza set rispetto al +15 della Jugoslavia ed al +11 della Russia, pertanto esclusa dalle semifinali), determini l’incrocio con un Brasile sinora sempre vittorioso nei 10 incontri disputati, e con soli 3 set persi.

La memoria non può che fatalmente tornare all’identica sfida di otto anni prima al “Maracanazinho” di Rio de Janeiro, in cui gli azzurri di Velasco ebbero la meglio per 3-2 al termine di una gara epica che schiuse loro le porte della vittoriosa Finale contro Cuba, ed anche stavolta le emozioni non sono da meno.

L’Italia parte bene, aggiudicandosi 15-10 il primo set e sembra in grado di gestire anche il secondo parziale, allorché Bebeto sostituisce Papi, la squadra si innervosisce ed il Brasile raggiunge la parità sul 15-13, per poi subire il ritorno azzurro grazie ad una mossa indovinata del tecnico brasiliano che inserisce De Giorgi in regia in luogo di Meoni, così che l’Italia fa suo il terzo parziale per 15-11, ma è ancora presto per cantar vittoria, poiché l’inserimento di Giba da parte carioca fa sì che la decisione per l’accesso in Finale sia rimandata al tiebreak, vista l’affermazione per 15-10 dei sudamericani nel quarto set.

L’esperienza di Bebeto, allorquando si rende conto che la sfida è indirizzata verso il quinto set, fa sì che tolga Bracci per farlo riposare in vista dei punti decisivi, decisione quanto mai azzeccata, visto che il 32enne toscano di Fucecchio risulta determinante schiacciando a terra due invitanti alzate di De Giorgi sul punteggio di 11-8 in nostro favore, per poi chiudere la contesa sul 15-10 che certifica la terza Finale iridata consecutiva, la quarta a distanza di 20 anni da quell’Italia-Cuba di Roma ’78, avversaria ancora una volta la Jugoslavia, che sembra aver rilevato il posto dell’Olanda nella veste della più ostica rivale degli azzurri.

Slavi che, a loro volta, approdano in Finale dopo un convincente 3-1 a spese di Cuba ed intendono migliorare, con il titolo mondiale, una striscia che li ha visti conquistare il bronzo olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 e l’argento europeo alla rassegna continentale di Olanda ’97.

Teatro della sfida che va in scena il 29 novembre ’98 è lo “Yoyogi Stadium” di Tokyo, un immenso impianto costruito con la forma esterna di una nave, ed il cambio di parquet rispetto allo 0-3 di Hamamatsu fa sì che anche l’esito risulti diametralmente opposto.

Caricati a mille, gli azzurri partono forti sotto rete, con Gravina ad opporsi a Nikola Grbic e Papi a fare lo stesso con Batez, ed il “muro a tre” dell’Italia fa la differenza nel primo parziale, chiuso sul 15-12 con Pasinato a siglare il punto decisivo con un perfetto “mani e fuori”.

L’aver portato a casa il primo set è un’iniezione di fiducia non indifferente per il sestetto azzurro che, con Corsano superbo nel ruolo di libero, mette una tale pressione nei suoi attacchi e nella difesa a muro che la formazione di Zoran Gajic raccoglie la miseria di appena 5 punti nel secondo parziale, con l’Italia che vede avvicinarsi il traguardo del terzo titolo iridato consecutivo, un’impresa sinora mai riuscita neanche allo squadrone sovietico degli anni ’60 ed ’80 …

Importante, in questi casi, è mantenere ai massimi livelli la concentrazione, senza cali di alcun genere, cosa che gli azzurri confermano al cambio di campo nel terzo parziale, in cui a salire sugli scudi è il 25enne marchigiano Samuele Papi, le cui poderose schiacciate non riescono ad essere fermate dal muro jugoslavo, così che è quasi una logica conseguenza che sia proprio lui a siglare il punto del trionfo raccogliendo una risposta lunga della difesa avversaria su battuta al salto di Bracci, eludendo il muro con un intelligente tocco a rete in zona due per il 15-10 definitivo.

Il trionfo in terra asiatica sancisce l’ultimo titolo dell’Italia in una grande manifestazione – Olimpiadi o Mondiali – a livello planetario, e chiude definitivamente un’epoca che sarà ricordata a lungo come indimenticabile ed irripetibile per il Volley azzurro, ed il solo fatto di essere stati in grado di averla vissuta e testimoni di un Gruppo di una solidità fisica, tecnica e mentale come pochi altri sport di squadra hanno saputo dimostrare, non può che suonare a legittimo orgoglio per tutto il movimento pallavolistico nostrano…

 

PORTO RAVENNA VOLLEY, DALL’ANONIMATO AL TETTO DEL MONDO

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“Il Messaggero” Ravenna nel 1991 – da ravennaedintorni.it

articolo di Giovanni Manenti

Non è mai facile costruire una formazione vincente negli Sport di squadra, in genere ci vogliono anni prima che ogni tassello, tra dirigenza, tecnico e giocatori vada al suo posto per completare il puzzle, ed anche se, in una disciplina come la Pallavolo ciò può risultare più semplice, quanto accaduto a cavallo degli anni ’90 al Messaggero Ravenna ha del prodigioso.

Uno dei principali ingredienti è la passione radicata nel territorio e su questo l’Emilia Romagna è un terreno più che fertile, in cui molti giovani non sono altro che casa, scuola e palazzetto, tanto da consegnare al panorama pallavolistico leggende assolute quali Modena, Parma e Bologna.

Ma anche Ravenna può dire la sua, allorché – nell’era pionieristica del volley nostrano – ha visto la Robur Ravenna conquistare i primi quattro titoli consecutivi (dal 1946 al ’49) nell’immediato secondo Dopoguerra, cui se ne è aggiunto un quinto nel 1952, prima che l’anno seguente la Società si sciogliesse proseguendo l’attività limitatamente al solo settore giovanile.

Il volley ravennate torna in auge negli anni ’60 grazie al “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Natale Casadio”, costituito nel 1963 e protagonista di buoni piazzamenti in Serie A ad inizio anni ’70 – con tre quinti posti consecutivi dal 1971 al ’73 – mantenendo la Categoria sino ad inizio anni ’80 grazie alla sponsorizzazione con la locale Cassa di Risparmio, per poi retrocedere in Serie A2 al termine della stagione ’83.

La prima svolta avviene nel 1987, allorché un appassionato quale Giuseppe Brusi, assieme ad una cordata di imprenditori locali, fonda il “Porto Ravenna Volley”, rilevando il titolo sportivo dalla Casadio e potendosi così iscrivere al Campionato di Serie A2 1987-’88.

In una formazione composta per la quasi totalità da giocatori nati nella provincia romagnola e guidata dal tecnico Daniele Ricci, già ex giocatore del Casadio nel ruolo di palleggiatore, bastano pochi ritocchi – costituiti principalmente dall’acquisto dello schiacciatore croato Nurko Causevic, proveniente dal Mladost Zagabria e dal rientro all’ovile dell’esperto palleggiatore Gianmarco Venturi, ravennate doc, dopo sei stagioni in cui ha vestito i colori di Sassuolo, Modena e Bologna, affinché la nuova compagine giungesse seconda nel Girone A della Serie A2 (alle spalle del Sisley Treviso, anch’esso di fresca costituzione …), per poi aggiudicarsi il playoff per l’accesso al successivo torneo di A1.

Il ritorno sui parquet della Massima Divisione, con l’ingresso della Conad quale sponsor e l’acquisto da Milano dell’universale americano Aldis Berzins, consente al sestetto di Ricci di ben figurare nelle prime due stagioni, concluse al settimo ed ottavo posto della “regular season”, solo per essere, in entrambi i casi, eliminato ai Quarti di finale da Modena in due sole partite (0-3 ed 1-3 nel 1989 ed un doppio 0-3 nel ’90), per poi vivere, nella successiva estate, quello che è un vero e proprio cambiamento “epocale”.

Con l’avvento, difatti, delle grosse realtà imprenditoriali, attratte da un movimento in crescita esponenziale e che, giova ricordarlo, ha visto la Nazionale Azzurra guidata da Julio Velasco laurearsi Campione d’Europa nel 1989 e Mondiale l’anno seguente, ecco l’ingresso di Ravenna nella sfera di influenza del “Gruppo Ferruzzi” di Raul Gardini, così come i Benetton sono alla guida di Treviso e Milano grava nell’orbita del “Gruppo Mediolanum” che fa capo alla famiglia Berlusconi.

Ed, in un batter di ciglia, un movimento alquanto statico quanto a trasferimenti di giocatori, diviene peggio di ciò che avviene in ambito calcistico e Ravenna è la prima a beneficiare di questo apporto finanziario, visto che, a parte lo sponsor che diviene il quotidiano romano “Il Messaggero”, approda in Romagna parte del meglio del volley azzurro, segnatamente nei ruoli di Fabio Vullo, proveniente da Modena, quale palleggiatore, Roberto Masciarelli, prelevato da Falconara ed il 25enne Andrea Gardini, uno dei più, se non il più, forte centrale italiano di tutti i tempi, strappato ai rivali di Treviso.

A completare un “sestetto d’oro” – nel quale l’unico reduce delle passate stagioni è il 22enne faentino Stefano Margutti – giungono da oltre Oceano due protagonisti del ciclo d’oro del volley Usa, che in quattro anni è salito ai vertici del Volley mondiale con la conquista dell’oro olimpico sia ai Giochi di Los Angeles ’84 che a Seul ’88, inframezzato dal titolo iridato di Parigi ’86, vale a dire la “leggenda” Karch Kiraly – non ha caso eletto, assieme all’azzurro Lorenzo Bernardi, “Giocatore del XX Secolo” – e lo schiacciatore Steve Timmons.

Con la guida tecnica affidata ancora a Ricci nel segno della continuità, Ravenna si dimostra un’inarrestabile schiacciasassi, visto che nelle 26 gare della stagione regolare si afferma in 25 occasioni, realizzando l’en plein esterno e cedendo solo 2-3 al “PalaDeAndré” (intitolato a Mauro, Dirigente del Gruppo Ferruzzi e fratello del celebre cantautore genovese …) contro la Mediolanum Milano all’ultima giornata.

Con Modena in fase calante, eliminata da Parma ai Quarti dei Playoff, le due semifinali vedono da un lato Parma spengere i sogni di gloria di Milano e Ravenna avere la meglio su Treviso al termine di un’avvincente serie, per poi, al contrario, disporre facilmente in Finale della Maxicono Parma per 3-0 (3-2, 3-0 e 3-0) nel derby emiliano-romagnolo, riportando lo Scudetto nella città che ospita le spoglie del “Divin Poeta” Dante Alighieri a quasi 40 anni di distanza dall’ultimo titolo.

Per Ravenna si tratta di una stagione trionfale, visto che appena due mesi prima aveva messo in bacheca anche la sua prima – nonché unica, al pari dello Scudetto – Coppa Italia, superando in Finale Milano con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-12, 15-13, 15-9 la dicono lunga sulla superiorità dei ragazzi di Ricci.

Ma, una sia pur storica accoppiata Scudetto/Coppa Italia, è ben poca cosa per una formazione che, grazie soprattutto al carisma di Kiraly, ha nel suo DNA la vocazione internazionale, e la prima prova di ciò la si ha pochi mesi più tardi, allorché “Il Messaggero” è chiamato a disputare il Campionato Mondiale per Club, in programma a San Paolo, in Brasile, dal 22 al 27 ottobre ’91.

E, contro ogni pronostico, vista la presenza della fortissima compagine sovietica del CSKA Mosca, Campione d’Europa in carica dopo aver vinto cinque delle ultime sei edizioni della Coppa dei Campioni, nonché dei padroni di casa della Banespa, il sestetto ravennate raggiunge la Finale per affrontare proprio il Club paulista.

Per nulla intimorito di fronte ad una platea di 13mila spettatori il sestetto base di Ricci, composto da Vullo in regia, Kiraly universale, Timmos e Margutti schiacciatori di banda e Masciarelli e Gardini centrali, sfodera una prestazione ai limiti della perfezione, aggiudicandosi l’incontro per 3-1 che non rende giustizia alla superiorità ravennate, visti i parziali di 15-7 e 15-9 con cui si aggiudicano il primo e terzo set, avendo i brasiliani fatto loro il secondo per 15-11, per poi chiudere il match sul 15-13 del quarto con una schiacciata vincente di chi se non di Kiraly il quale, manco a dirlo, si aggiudica il premio di MVP della manifestazione.

Considerato che la formazione romagnola aveva partecipato al torneo quale invitata, con l’insolito risultato di divenire Campione del Mondo senza aver vinto il titolo europeo, detta lacuna viene immediatamente colmata al culmine di un cammino che non eguali in Coppa dei Campioni, potendo solo essere eguagliato, ma mai superato.

Accade, infatti, che, dopo essersi facilmente sbarazzata con un doppio 3-0 degli olandesi della Dynamo Apeldoorn nel turno preliminare, Ravenna faccia altrettanto bottino pieno nel Girone a quattro che qualifica le prime due per le “Final Four” in programma in Grecia a fine febbraio ’92, superando sul suo cammino anche gli ostici greci dell’Olympiakos, andando a violare il loro parquet per 3-2 al termine di un incontro incandescente (15-12, 9-15, 6-15, 15-7, 15-12 i parziali) per poi replicare con un secco 3-0 in Romagna, così da concludere la Poule a punteggio pieno ed affrontare in semifinale i francesi del Cannes, giunti alle spalle del CSKA Mosca nell’altro raggruppamento.

I Palazzetti greci, svolgendosi le gare di Finale al porto del Pireo, non sono il massimo dell’accoglienza per le formazioni che vengono da fuori, ed ad accorgersene sono proprio i detentori sovietici, che vengono letteralmente “spazzati via” con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-8, 15-7, 15-4 non ammettono repliche di sorta, nel mentre “Il Messaggero” compie disciplinatamente, e senza eccessiva fatica, il proprio dovere di favorito nel piegare con un altrettanto netto 3-0 (15-9, 15-9, 15-11) il sestetto transalpino.

Si potrebbe ritenere, visto anche il precedente nella fase di qualificazione, che la Finale del 29 febbraio ’92 possa rappresentare una sfida al calor bianco tra italiani e greci, ma anche stavolta, così come avvenuto in Brasile, il pur assordante tifo ellenico non può che alzarsi in piedi ed applaudire la devastante prestazione di Kiraly & Co. che annichiliscono i loro avversari con un travolgente 3-0 in cui parziali di 15-4, 15-9, 15-4 non possono dare adito a recriminazioni di alcun tipo.

E pazienza se le scorie di una stagione così massacrante – che avrà come appendice i Giochi di Barcellona ’92, che vede i ravennati Gardini, Vullo e Masciarelli convocati da Velasco, così come Timmons a disputare la sua terza Olimpiade – vengono pagate in Campionato, dove le “solite quattro” raggiungono le semifinali playoff, con identico abbinamento dell’anno precedente ed identica superiorità di Parma (3-1 su Milano) e Ravenna (3-2 su Treviso), con però esito opposto dell’atto conclusivo, dove è il Maxicono Parma a prendersi una straripante rivincita, chiudendo la sfida dopo soli tre incontri, tutti e tre risolti per 3-0.

E così, nell’edizione ’93 della Coppa dei Campioni sono due le formazioni italiane iscritte, Ravenna quale detentrice del titolo e Parma quale vincitrice dello Scudetto, il che può far presumere la possibilità di un’allettante sfida nella parte conclusiva della manifestazione, che il sestetto di Ricci affronta dovendo fare a meno della sua coppia americana, tornata in Patria ma più che degnamente sostituita, dato anche l’allargamento del tesseramento dei giocatori stranieri, con i brasiliani Renan Dal Zotto, da tre anni in forza a Parma, e Giovane Gavio, prelevato da Padova, cui si aggiunge, in attacco, un devastante Dmitry Fomin, stella del CSKA Mosca e potuto tesserare grazie alla disgregazione dell’impero sovietico.

Aver indebolito le dirette rivali del Maxicono e del CSKA (pur se quest’ultima non partecipa alla Coppa Campioni, sostituita dall’Avtomobilist di San Pietroburgo) può essere un indubbio vantaggio per il sestetto di Ricci che, nel turno preliminare, non è certo favorito dalla buona sorte, vedendosi abbinato al Radiotechnik Riga, una delle migliori formazioni dell’ex Urss ed ora iscritto in rappresentanza della Lettonia, ostacolo comunque superato con un franco successo per 3-0 (15-6, 15-4, 15-8) in terra baltica, bissato con un 3-2 al “PalaDeAndré”, per poi incontrare ancora l’Olympiakos nel Girone di qualificazione alle “Final Four”.

Oramai la “bestia nera” degli ellenici, Ravenna conferma tale connotato con una doppia vittoria, per 3-1 (8-15, 15-4, 15-12, 15-8) ad Atene ed ancor più netta in terra di Romagna (3-0 con parziali di 15-7, 15-6, 15-9) e poter quindi affrontare da imbattuta le Finali che si svolgono a metà marzo ’93 ancora al Pireo, i cui incroci vedono gli ateniesi sfidare Parma, mentre ad “Il Messaggero” toccano i belgi dello Zellik.

Vinto facilmente il primo set per 15-6, i ragazzi di Ricci si “addormentano” nel secondo, subendo un insolito parziale di 5-15 prima di riprendere il controllo del match nei due successivi, chiusi sul 15-12 e 15-7 per il 3-1 conclusivo che significa seconda Finale consecutiva, nonché una succosa rivincita della sfida Scudetto contro Parma, a propria vittoriosa per 3-1 sull’Olympiakos.

Ed il 12 marzo ’93, al “Palazzetto della pace e dell’amicizia” del porto ellenico, gli spettatori neutrali possono godersi una sfida senza esclusioni di colpi tra le due formazioni italiane, e non tragga in inganno il 3-0 che certifica la conferma sul trono europeo per Ravenna, in quanto lo stesso non rende giustizia alla prestazione al sestetto guidato dal tecnico brasiliano Bebeto ed orchestrato dall’olandese Peter Blangè in regia, con gli Azzurri Giani, Gravina e Bracci nel ruolo di martelli, come testimoniano i parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 che fissano il risultato.

Oramai al vertice del Volley internazionale, una tragedia sconvolge la serenità del Club ravennate, vale a dire il suicidio di Raul Gardini, avvenuto a luglio ’93 a causa della crisi finanziaria del “Gruppo Ferruzzi-Montedison, con conseguente recesso dell’importante sponsor, ma la squadra inizialmente non ne risente, pur con la perdita di Gardini tornato a Treviso e, grazie alle superbe prestazioni di Vullo, Giovane, Masciarelli, Fomin e dei giovani Sartoretti e Bovolenta, riesce a completare un fantastico tris di successi in Coppa dei Campioni, nuovamente a spese dei corregionali di Parma, in un torneo che elimina i Gironi per somigliare maggiormente alla Coppa Campioni calcistica.

Ed ecco, quindi, che Ravenna, ammessa direttamente agli Ottavi quali detentrice del trofeo, non ha alcuna difficoltà a sbarazzarsi degli olandesi del Piet Zoomers Eerbeek con un doppio 3-0, per poi giocarsi l’accesso alle “Final Four” contro i turchi dell’Halkbank di Ankara, contro cui subiscono, nella gara di andata disputata il 9 febbraio ’94 nella Capitale turca, la loro prima, nonché unica, sconfitta nella storia della manifestazione, un 1-3 ribaltato una settimana dopo al “PalaDeAndré” con un 3-0 dai parziali inequivocabili di 15-12, 15-8, 15-7.

Curiosamente, a far compagnia al sestetto di Ricci, sono le stesse formazioni dell’edizione precedente e con i medesimi abbinamenti, con la differenza che i belgi dello Zellik stavolta giocano in casa, disputandosi la Fase conclusiva a Bruxelles, ma ciò non è sufficiente in quanto la superiorità delle due italiane è talmente evidente che sia l’Olympiakos – sconfitto 3-0 dal Maxicono con parziali di 15-7, 15-8, 15-4 invero imbarazzanti – che la compagine fiamminga, con un altrettanto netto 3-0 (15-8, 15-10, 15-8), vengono travolte, per far sì che il derby emiliano-romagnolo si svolga ancora una volta in terra straniera e per il più prestigioso trofeo a livello continentale.

Pur se i favori del pronostico, alla vigilia, pendono dalla parte emiliana, rinforzatasi con l’arrivo dello schiacciatore brasiliano Carlao, l’orgoglio dei “vecchi guerrieri” ravennati ha una volta di più la meglio, regolando i rivali con un altro 3-0, sancito dai parziali di 15-10, 17-15, 15-10 a favore di Vullo & Co.

Con questa impresa si conclude il ciclo di un’epoca irripetibile, con un titolo mondiale e tre trionfi europei in cui Ravenna ha perso un solo incontro, ed anche se la Società prosegue per alcuni anni a livelli più che dignitosi – tra cui spicca la conquista, nel 1997, della Coppa CEV con ancora un 3-0 (15-7, 15-12, 15-10) grazie ad una formazione di giovani, composta, oltre che dallo sfortunato Bovolenta, divenuto Capitano, anche da Rosalba, Giombini e Lirutti, assieme al russo Goriochev ed all’esperto francese Chambertin – a fine secolo è costretta a rinunciare all’attività ai massimi livelli, cedendo il proprio titolo sportivo all’emergente Trento.

Ma, per coloro che hanno avuto il privilegio di vedere all’opera Campioni del calibro di Vullo, Gardini, Masciarelli e Sartoretti, affiancati da autentici interpreti ad altissimo livello del volley mondiale quali di due americani Timmons e Kiraly, il sovietico Fomin ed i brasiliani Dal Zotto e Giovani, i ricordi di quelle imprese vivranno per sempre come ricordi indelebili impossibili da dimenticare

 

L’ITALIA CAMPIONE MONDIALE 2002 NEL VOLLEY FEMMINILE

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Le Azzurre festeggiano il titolo mondiale – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Dieci anni esatti rappresentano il “gap temporale” tra l’inizio del “Ciclo d’oro” della nostra Pallavolo a livello maschile ed il raggiungimento dei vertici di tale disciplina anche nel settore femminile, con un trait d’union che riconduce ad uno stesso personaggio, almeno inizialmente, vale a dire il tecnico argentino Julio Velasco.

Affermatosi come allenatore vincente alla guida di Modena, Velasco è protagonista di otto anni di successi – dal 1989 al ’96 – con la Nazionale maschile, fatti di due Campionati mondiali, tre europei, una sfilza innumerevole di World League, World Cup e Tornei vari, cui per essere perfetta manca solo l’oro olimpico, sfuggito al tiebreak della Finale di Atlanta ’96, persa contro l’Olanda.

Oramai rodata ed autosufficiente, la Nazionale maschile viene affidata al tecnico brasiliano Bebeto, mentre a Velasco viene chiesto di cercare di risollevare le sorti azzurre in chiave femminile, visto che prima del ’97 le ragazze non erano mai riuscite a qualificarsi per i Giochi a cinque cerchi, ai Mondiali potevano vantare come miglior piazzamento il nono posto nell’edizione ’86 ed, a livello europeo, l’unico podio era rappresentato dal bronzo ai Campionati di Stoccarda ’89 a spese della Romania, sconfitta 3-0 nella Finale per il terzo e quarto posto, dopo però un’imbarazzante 0-3 patito in semifinale contro la corazzata sovietica, visti i parziali di 10-15, 7-15, 8-15.

A tale podio erano poi seguite due altre apparizioni consecutive in semifinale, nell’edizione di Roma ’91 – sconfitte per 1-3 sia contro l’Olanda che contro la Germania nella sfida per il bronzo – e nella successiva svoltasi nella Repubblica ceca nel ’93, anche stavolta con due battute d’arresto sempre per 1-3, cambiano solo le avversarie, Russia ed Ucraina nella circostanza.

L’arrivo sulla panchina azzurra del duo formato da Velasco e dal suo fedele assistente Angelo Frigoni consente di mettere le basi di quello che sarà poi il trionfo iridato da lì a cinque anni, con un’idea del tecnico argentino, immediatamente sposata dalla Federazione, che ripone in lui la più assoluta fiducia, vale a dire la creazione del “Club Italia”, una Società di proprietà della Federazione stessa, che raccolga le più giovani e promettenti giocatrici nel panorama del Volley nostrano, così da potersi allenare tutto l’anno e cementare un gruppo senza lo stress legato alle competizioni con le proprie Società di appartenenza.

E, mentre “piccole donne crescono” – tra cui Simona Rinieri, Elisa Togut, Anna Vania Mello ed Eleonora Lo Bianco – sul parquet la prima uscita in una importante manifestazione internazionale vede l’Italia confermare il sesto posto del ’95 alla successiva rassegna continentale del ’97 in Repubblica ceca, per poi presentarsi, l’anno seguente, ai Campionati Mondiali in Giappone.

Inserite in un “Girone di ferro” con Bulgaria, Stati Uniti e le inarrivabili cubane, le azzurre dimostrano sin da subito di poter dire la loro, con due 3-0 rifilati sia alle americane che alle balcaniche, per poi cedere, come logico, con analogo punteggio alle caraibiche, e quindi acquisire il diritto alla fase ad eliminazione diretta per il quinto/ottavo posto dopo aver ceduto nettamente per 0-3 (parziali di 3-15, 8-15, 5-15) alla Cina nel secondo turno eliminatorio.

Poule importante affinché le ragazze, guidate da Frigoni che ha rilevato Velasco in panchina, facciano vedere di aver acquisito quello che il tecnico argentino ha sempre definito, con locuzione quanto mai efficace, “l’occhio della tigre”, e le risposte in questo caso sono più che convincenti, visti i due 3-0 rifilati sia all’Olanda (15-7, 15-4, 16-14) che alla Croazia (15-7, 15-10, 15-8) che valgono all’Italia un quinto posto che rappresenta, all’epoca, il loro miglior piazzamento assoluto nella rassegna iridata.

Viste le sconfitte subite solo con formazioni extra europee, le ragazze di Frigoni si presentano con rinnovate ambizioni ai Campionati europei ’99, con il vantaggio altresì di essere organizzati dal nostro Paese, con Roma e Perugia quali sedi degli incontri, ed, inserite nel Gruppo A con Russia, Olanda e Romania, si qualificano per le semifinali incrociate con le prime due del Gruppo B, lottando per buona parte dell’incontro contro le russe della fuoriclasse Yevgenya Artamonova, con queste ultime ad imporsi per 3-1, ma con parziali di 22-25, 25-21, 27-25, 25-19 per un punteggio totale di 99-90 che testimonia l’equilibrio in campo.

Chiamate a scontrarsi con la Croazia in semifinale per cercare la rivincita contro le russe, le azzurre danno vita ad una prova tutto cuore solo per subire l’amarezza di una beffa al tiebreak, perso 13-15, dopo aver messo in mostra la loro miglior pallavolo nei precedenti parziali che le avevano viste in vantaggio 2 set ad 1 (22-25, 25-16, 25-22), prima di cedere il quarto 23-25 e rimandare tutto al decisivo set di spareggio.

Sfogata la delusione con un 3-0 sulle tedesche che eguaglia il bronzo di 10 anni prima – anno in cui Velasco conduceva la Nazionale maschile al trionfo europeo in Svezia – c’è da preparare la spedizione per i Giochi di fine millennio a Sydney 2000, prima partecipazione olimpica nella storia del nostro Volley al femminile, ed a far parte delle selezionate vi sono anche le quattro ricordate ragazze (Rinieri, Togut, Mello e Lo Bianco) provenienti dal Club Italia, che vanno ad unirsi alle già esperte Sabrina Bertini, Darina Mifkova – nata a Praga, ma cresciuta in Italia, a Bergamo – Manuela Leggeri e Maurizia Cacciatori, nonché alla 21enne massese Francesca Piccinini, reduce addirittura da una esperienza in Sudamerica, avendo vestito per una stagione i colori della Rexona di Rio de Janeiro.

L’esperienza a cinque cerchi, però, si rivela un passo indietro per le azzurre, le quali – ancorché inserite in un raggruppamento con Cuba e Russia, che non a caso disputeranno la Finale per l’oro – vengono sconfitte 25-27 al tiebreak del quinto set nel match d’esordio contro la Corea del Sud, per poi fallire l’accesso alla fase ad eliminazione diretta a causa della battuta d’arresto per 1-3 contro le tedesche, nettamente sconfitte l’anno prima in sede europea.

Questa disfatta porta all’avvicendamento sulla panchina azzurra, con la guida tecnica affidata a Marco Bonitta, forte di due Scudetti e, soprattutto, di due Coppe dei Campioni consecutive vinte con Bergamo nel ’99 e nel 2000, ma senza alcuna rivoluzione nei quadri atletici, visto che per gli Europei ’01 in programma in Bulgaria, viene mantenuto lo “zoccolo duro” formato da Lo Bianco, Leggeri, Rinieri, Togut, Mifkova, Cacciatori e Piccinini, con queste due ultime – entrambe toscane, ma di città “rivali”, essendo la Piccinini di Massa e la cacciatori di Carrara – da lui ben conosciute, avendole allenate a Bergamo.

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Antonina Zvetova – da wikipedia.org

L’inserimento del sestetto azzurro nel Gruppo B consente loro di evitare la Russia e le padrone di casa della Bulgaria – tra le quali spadroneggia la 28enne Antonina Zetova, anch’essa conoscenza dei parquet nostrani, militando pure lei a Bergamo, e premia come MVP della manifestazione – nonché di “togliersi qualche sassolino dalle scarpe”, rifilando un umiliante 3-0 alle tedesche (25-19, 25-19, 25-17) e concludendo il girone al primo posto a punteggio pieno, avendo riservato analogo trattamento a Polonia, Ucraina e Croazia, con la sola Olanda a rendere la vita difficile alle ragazze di Bonitta che però, nella circostanza, tirano fuori il carattere, recuperando da 0-2 (20-25, 17-25) una situazione che pareva compromessa, facendo proprio il terzo parziale 26-24 e quindi chiudere in scioltezza, 25-16 e 15-11 al tiebreak.

L’esame di maturità avviene in semifinale, con l’Italia a scendere in campo il 29 settembre ’01, dopo che la Russia si è sbarazzata con un veloce 3-0 delle “cugine” ucraine, per affrontare le padrone di casa, impegno sempre ostico in qualsiasi tipo di manifestazione, ma la dimostrazione di superiorità delle ragazze di Bonitta è tale che l’esito del confronto è di quelli che non ammettono repliche di sorta, come testimoniano i parziali di 25-18, 25-12 e 25-21 che certificano l’accesso alla Finale contro le temutissime russe.

Guidate dal “Guru” Nikolay Karpol – uno dei tecnici più vincenti nella Storia del Volley mondiale – e potendo contare in attacco sulla potenza della 20enne Ekaterina Gamova, una “bestia” di m.2,02 per 82kg., le russe si fanno sorprendere nel set d’avvio della Finale del 30 settembre ’01, perso per 21-25, per poi venire a capo del secondo e terzo parziale lottato dalle azzurre punto a punto sino ai due 25-23 che portano la Russia sul 2-1 per quella che sembra oramai l’inerzia della gara in loro favore.

Nulla di più sbagliato, Piccinini & Co. reagiscono come solo loro sanno fare e si aggiudicando nettamente il quarto set per 25-18, rimandando la decisione per il titolo continentale al decisivo tiebreak.

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Ekaterina Gamova – da fivb.org

Karpol chiama a raccolta le sue giocatrici, evita che il calo di tensione del precedente parziale abbia a ripetersi, e le stesse lo prendono in parola, con un eloquente 15-6 che, se da un lato chiude la contesa, consegnando alla Russia il suo 17esimo titolo continentale (compresi quelli vinti come Unione Sovietica …), dall’altro certifica che le distanze tra i due sestetti sono oramai ridotte al minimo, come testimoniato dal punteggio finale di 104-102 a favore delle nostre avversarie.

E’ pur vero che, se scalati i vertici europei – l’argento di Sofia è il primo raccolto dall’Italia in campo femminile – a livello iridato il confronto si sposta ad altezze stratosferiche, vista la presenza delle pallavoliste di Cuba, Cina, Brasile e del rinnovato movimento Usa, e pertanto sono in ben pochi ad accreditare la truppa di Bonitta di una qualche chance in vista della rassegna iridata di Germania ’02, in programma dal 30 agosto al 15 settembre 2002.

Nell’allestire la selezione per i Mondiali, Bonitta compie la scelta dolorosa di escludere Maurizia Cacciatori – eletta miglior palleggiatrice della manifestazione quattro anni prima in Giappone – affidando la regia all’oramai matura Eleonora Lo Bianco, con Elisa Togut nel ruolo di opposto e Paola Cardullo come libero, nel mentre l’attacco è affidato alle schiacciatrici Rinieri, Mifkova e Piccinini ed alle centrali Leggeri, Paggi e Mello.

Con una rassegna iridata divenuta di elevato spessore, con ben 24 formazioni qualificate suddivise in quattro Gironi da 6 squadre ciascuno, che qualificano alla seconda fase le prime tre classificate, l’Italia è inerita nel Gruppo A assieme alle padroni di casa tedesche, Bulgaria, Giappone, Repubblica ceca e Messico, indubbiamente abbordabile ed, in effetti, l’esito lo dimostra, con le azzurre a compiere “percorso netto” senza perdere neppure un set, accedendo così al secondo turno, costituito da tre Gironi da quattro squadre, da cui accedono alla fase ad eliminazione diretta dei Quarti di finale le prime due e le due migliori terze.

Formula un po’ farraginosa, ma che serve ad alimentare i dubbi della vigilia circa le effettive possibilità di successo per le nostre ragazze, che, inserite nello stesso Gruppo di Cuba e Russia, subiscono la loro prima sconfitta con queste ultime per 2-3 (parziali 18-25, 26-24, 17-25, 25-21, 13-15), massacrate dai 19 attacchi vincenti della Gamova, a cui cercano di opporsi Rinieri e Piccinini, con 16 e 13 palle messe a terra, rispettivamente.

Altrettanto combattuta, a dispetto dell’1-3 finale, è la sfida contro le fuoriclasse cubane – dominatrici del precedente decennio con tre ori olimpici e due mondiali – come testimoniano i parziali di 30-32, 25-17, 22-25, 24-26 e solo il facile successo per 3-0 sulla Grecia consente all’Italia di accedere ai Quarti di finale quale una delle due migliori terze, fase ad eliminazione diretta dove è presente il “Gotha” del Volley mondiale al femminile, comprendendo lo stesso anche Stati Uniti, Brasile, Cina, Bulgaria e Corea del Sud.

Il fatto che la Corea del Sud abbia, a sorpresa, “schiantato” 3-0 la Cina nel secondo turno, fa sì che all’Italia tocchino proprio le asiatiche, venendo altresì inserite nella “parte bassa” del tabellone assieme a Cina e Brasile, mentre nella “parte alta” la Bulgaria è destinata a far da materasso al cospetto di Russia, Cuba e Stati Uniti.

L’11 settembre ’02 a Stoccarda va pertanto in scena la sfida contro le sudcoreane che dà diritto alla “zona medaglie” ed ecco che l’Italia – schierata da Bonitta con il “sestetto base” composto da Lo Bianco, Togut, Rinieri, Leggeri, Mello e Piccinini, con la Cardullo a fungere da libero – sfodera una prestazione monstre, di cui è assoluta protagonista l’opposta Togut con 13 attacchi e 4 muri vincenti, che le consentono di archiviare la pratica in poco più di un’ora con un 3-0 dagli eloquenti parziali di 25-20, 25-22, 25-19.

Gli altri abbinamenti qualificano per le semifinali la Russia, che impiega appena 54’ per aver ragione della Bulgaria, gli Stati Uniti che, a sorpresa, eliminano dalla competizione le cubane “orfane” della stella Regla Torres, oramai ritiratasi, con un però imbarazzante 3-0 (25-22, 25-15, 25-21) e la Cina, la quale riscatta la deludente prestazione contro le sudcoreane, venendo a capo di un match complicatissimo contro le brasiliane, sconfitte 15-9 al tiebreak, dopo essere state sotto per 1-2.

Due giorni di riposo, e quindi tutte a Berlino per le semifinali tra Russia ed Usa da un lato ed Italia e Cina dall’altro, con russe ed americane a scendere per prime sul parquet della Capitale tedesca alle ore 15:00 del 13 settembre ’02 per una sfida al calor bianco, che vede imporsi le ragazze a stelle e strisce dopo una battaglia di 1.43’, durante la quale a far la differenza sono i 18 muri vincenti degli Stati Uniti a contenere una Gamova autrice, comunque, di 18 attacchi a punto, come documentano i parziali di 21-25, 25-23, 25-20, 21-25, 15-8 che vedono svanire i sogni di gloria di Karpol.

Tre ore dopo, a dividersi il parquet sono Italia e Cina, ed ancora una volta, in una rassegna fatta apposta per stravolgere i pronostici, le ragazze di Bonitta dimostrano di aver imparato a sfoderare gli “occhi della tigre” di Velaschiana memoria, ed, in particolare, emerge immensa come non mai Elisa Togut, capace da sola di collezionare 29 punti, frutto di 25 (!!) attacchi vincenti, 3 muri ed una battuta per il 3-1 conclusivo (parziali di 25-21, 25-20, 21-25, 25-23) che schiude all’Italia le porte di una Finale assolutamente inaspettata.

L’atto conclusivo è in programma domenica 15 settembre ’02 alle ore 15:00 alla “Max Schmeling Halle” di Berlino e segna una “data storica” nel panorama del volley femminile azzurro, con le ragazze di Bonitta chiamate ad affrontare le americane che hanno eliminato in successione Cuba e Russia, formazioni dalle quali l’Italia era stata sconfitta, il che fa, per logica conseguenza, pendere l’ago della bilancia in favore degli Stati Uniti, quantomeno in fase di pronostico.

Ma il passato non conta, sono le alzate, i recuperi e le schiacciate che vanno in onda in diretta a fare la differenza, anche se l’inizio del match non è di quelli che inducono all’ottimismo, visto che il primo parziale è nettamente appannaggio degli Stati Uniti per 25-18.

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Elisa Togut, MVP del Torneo

Bonitta ha però dalla sua la “classica arma in più”, nelle sembianze di Elisa Togut, assolutamente inarrestabile – tanto da essere meritatamente premiata a fine torneo come MVP della manifestazione, succedendo ad un “mostro sacro” come la cubana Regla Torres, che si era aggiudicata tale riconoscimento nelle due precedenti edizioni ed appena votata come “Miglior giocatrice del XX Secolo – la quale mette a segno qualcosa come 30 (!!) attacchi vincenti su 54 conclusioni, ben assistita dalla Piccinini che colleziona 14 punti al pari della Mello, così da ribaltare la situazione a nostro favore con due set magistralmente condotti e chiusi sul 25-18 e 25-16.

Lungi dal credere che la sfida sia decisa, il quarto set (il più lungo essendo durato 25’ …) vede la riscossa Usa con le americane ad imporsi 25-22, per rimandare la decisione circa l’assegnazione del titolo iridato al tiebreak, in cui contano le forze mentali e caratteriali non meno che quelle fisiche.

Ma il sestetto di Bonitta non si fa trovare impreparato a questa eventualità, ed in una sfida che, in ogni caso, dovrà vedere una delle due squadre interrompere quella che, sino ad ora, era stata un’egemonia riservata a sole quattro Nazioni – Unione Sovietica, Giappone, Cuba e Cina – a mettere il punto esclamativo sulla partita è ancora (e chi se no, altrimenti …) la Togut con due schiacciate dalla seconda linea che trovano impreparato il muro avversario per certificare il 15-11 che manda le azzurre sul tetto del Mondo.

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Togut, Lo Bianco e Piccinini con la Coppa del Mondo ’02 – da sport.sky.it

Incredibile, un sogno che appariva irrealizzabile si è viceversa avverato, tanto che le ragazze, al loro ritorno in Italia vengono anche ricevute in Capidoglio dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quale legittima testimonianza che, anche se con un decennio di distanza, possono con giustificato orgoglio affermare di non essere state da meno dei loro colleghi maschi.

Anzi, “scusate il ritardo”, verrebbe quasi da dire…

 

L’INVINCIBILE ARMATA DEL VOLLEY FEMMINILE CUBANO DEGLI ANNI ’90

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Il sestetto cubano ai Giochi di Sydney 2000 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di Volley legato all’isola di Cuba, il primo pensiero, giocoforza, va all’indiscusso leader Joel Despaigne, per oltre un decennio protagonista con la sua Nazionale nelle vesti d devastante schiacciatore, tanto da essere nominato “Miglior giocatore dell’anno” nel 1990, al termine dei Campionati Mondiali svoltisi in Brasile e vinti, per la prima volta nella sua Storia, dall’Italia di Velasco, superando 3-1 in Finale proprio il sestetto capitanato da “El Diablo”.

Già, perché quella formazione – pur infarcita di indiscutibili talenti quali l’alzatore Raul Diago ed i due possenti Hernandez, Osvaldo ed Ihosvany – ha avuto “un piccolo difetto”, vale a dire il non aver mai conquistato un oro olimpico od un titolo mondiale, mentre già nel 1978, anno in cui il sestetto caraibico vede svanire i propri sogni iridati al Mondiale in Italia, sempre per mano degli azzurri che hanno la meglio in semifinale per 3-1, nell’allora Unione Sovietica si sta consumando un evento a dir poco storico.

Sono difatti le ragazze cubane a salire inaspettatamente sul gradino più alto del podio in occasione dell’ottava edizione dei Campionati Mondiali, dopo che le precedenti sette avevano visto il successo arridere per quattro volte all’Urss e per tre al Giappone, peraltro con un trionfo che non ammette repliche di sorta, visto che – sotto la guida del “Maestro” Eugenio George Lafita, uno che sarà alla guida della Nazionale femminile per ben 28 anni – si aggiudicano tutte e 10 le partite disputate, con eloquenti parziali in semifinale contro le padroni di casa (3-1, 12-15, 16-14, 15-10, 15-12) ed un ancor più netti in Finale contro le detentrici del titolo giapponesi, schiantate replicando il 3-0 del girone di semifinale come dimostrano i tre set, chiusi sul 15-6, 15-9, 15-10.

Una Nazionale cubana che però non riesce a confermarsi nel successivo decennio – complice anche la mancata partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e di Seul ’88 – periodo in cui appare nel panorama del volley femminile un’altra grande realtà quale la Cina, trascinata dalla fuoriclasse Lang Ping, che si aggiudica la medaglia d’oro ai Giochi californiani ed il bronzo in Corea, il tutto corredato dai titoli mondiali alle rassegne iridate in Perù nel 1982 ed in Cecoslovacchia nel 1986, in quest’ultimo caso superando 3-1 in Finale proprio le ragazze di Lafita, alla loro seconda medaglia iridata della storia.

E, mentre quattro anni dopo a Pechino si chiude il decennio degli anni ’80 con le cinesi ad abdicare davanti al proprio pubblico cedendo 1-3 in Finale contro l’Urss, con Cuba quarta nettamente sconfitta 0-3 dalle sovietiche in semifinale e superata 3-1 dagli Usa nel match per il bronzo, nell’isola caraibica sta prendendo confidenza con i parquet colei che risulterà decisiva per le sorti del sestetto di Lafita nella decade successiva.

Nata a L’Avana il 12 febbraio 1975, Regla Torres inizia a praticare la pallavolo su indicazione della madre all’età di 8 anni e già a 14 entra a far parte della selezione cubana, potendo fare affidamento su di una morfologia (m.1,93 per 75kg.) perfetta per il ruolo di centrale che va ad occupare.

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Una giovane Torres – da:gettyimages.co.uk

La svolta nella sua carriera, nonché l’inizio di quella che sarà definita la “Invincibile armata” nell’arco dell’intero decennio, avviene in occasione della Coppa del Mondo ’91 che si svolge a novembre in Giappone, torneo la cui vittoria dà diritto alla partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona ’92 e che Cuba si aggiudica – con la 16enne Torres ad inaugurare la sua bacheca di trofei – per un miglior quoziente set rispetto alle storiche avversarie di Cina ed Unione Sovietica, classificatesi nell’ordine a parità di punti.

Lafita si rende conto di avere tra le mani un potenziale che sarebbe imperdonabile sprecare, potendo contare sulla potenza di Magaly Carvajal – schiacciatrice da m.1,90 per 77kg., alla cui mano vengono affidati i punti decisivi – e sulla straordinaria elevazione di Mireya Luis che, a dispetto del suo m.1,75 di altezza riesce a colpire la palla sino ad oltre m.3,30, ragazze di 24 e 25 anni rispettivamente, ideali per far da chioccia alla Torres.

In un torneo olimpico altamente elitario, con appena 8 squadre partecipanti che rappresentano il meglio del Volley mondiale al femminile, eccezion fatta per la Spagna iscritta quale Paese organizzatore dei Giochi, le Olimpiadi di Barcellona ’92 rappresentano la ghiotta occasione per Cuba di dimostrare la propria superiorità dopo la rinuncia alle due precedenti edizioni.

Inserita nel Gruppo B assieme a Cina, Brasile ed Olanda, Cuba scopre le sue carte sin dal primo incontro contro le cinesi, superate 3-1 in rimonta (13-15, 15-11, 15-9, 15-11), per poi disporre con identico punteggio delle sudamericane, mentre il successo per 3-0 sulle olandesi garantisce al sestetto di Lafita il primo posto nel Girone e l’automatica qualificazione per le semifinali, al pari della Comunità Stati Indipendenti – denominazione sotto la quale si presentano le Repubbliche dell’ex Unione Sovietica – nel mentre le altre due semifinaliste scaturiscono dalle sfide incrociate tra Stati Uniti-Olanda e Giappone-Brasile.

Con americane e brasiliane ad avere la meglio con il medesimo punteggio di 3-1, alle ragazze di Lafita tocca superare lo scoglio costituito dagli Usa in una gara che mette in mostra la forza di carattere delle ragazze caraibiche, per due volte sotto nel punteggio, nel riportare le sorti dell’incontro in parità (8-15, 15-9, 6-15, 15-5) e quindi piazzare lo spunto decisivo nel quinto set allorché, in svantaggio 8-9, mettono a segno cinque punti consecutivi per il 15-11 conclusivo che vuol dire Finale contro la CSI e, mal che vada, la prima medaglia olimpica del volley femminile cubano, avendo già migliorato il bronzo in campo maschile conquistato a Montreal ’76.

L’8 agosto ’92 è una data storica per la pallavolo cubana, in quanto al “Palau San Jordi” di Barcellona le ragazze cubane riescono, al termine di quattro intensissimi set, come dimostrano i parziali di 16-14, 12-15, 15-12, 15-13 a loro favore, a piegare la resistenza delle ex sovietiche guidate in panchina dal guru Nikolai Karpol – “l’Orso urlante” della pallavolo mondiale e già oro a Mosca ’80 ed a Seul ’88 – dimostrando una maggiore lucidità nelle fasi conclusive dei set, in cui si affidano alla mano esperta della già ricordata Carvajal, non a caso soprannominata “lo sguardo della morte”, per il suo “killer instinct” nei momenti clou delle partite.

Il trionfo del gruppo guidato da Lafita si basa su di un sestetto collaudato che, oltre alle già citate Luis, Cravajal e Torres, può contare sulla presenza di Regla Bell, Marlenys Costa e Lilia Izquierdo, tutte tra l’altro sufficientemente giovani per poter aprire un ciclo vincente, come poi, in effetti, avviene.

Perché se vincere è difficile, ripetersi talora è un’impresa ancor più ardua, allorché assumi il ruolo di favorita d’obbligo in ogni manifestazione, una pressione mentale e fisica che sembra non scalfire minimamente la corazzata caraibica, che continua a fare incetta di trofei, in ordine ai quali ci limitiamo a descrivere le sole due principali manifestazioni, vale a dire Olimpiadi e Mondiali, tralasciando Coppe e tornei vari.

Non è mai facile dover far visita al Brasile ed affrontare la temutissima “torcida carioca” al Maracanazinho di Rio de Janeiro, ed occasione migliore per confermarsi ai vertici mondiali non può esservi della rassegna iridata organizzata nel Paese sudamericano da metà a fine ottobre ’94, kermesse che da un punto di vista strettamente tecnico e qualitativo si può tranquillamente considerare superiore alle Olimpiadi in quanto allargata a 16 squadre.

Archiviata con tre comodi 3-0 a spese di Olanda, Azerbaijan e Perù la fase a gironi, il consolidato sestetto cubano non fa sconti neppure nei confronti ad eliminazione diretta, che lo vedono regolare, ancora per 3-0 sia la Germania nei Quarti che la Corea del Sud (a sorpresa vincitrice sulla Cina per 3-1) in Semifinale, per poi accingersi a superare “la prova del fuococontro le brasiliane padroni di casa in un ambiente al massimo dell’eccitazione, dopo che le stesse erano venute a capo di un complicatissimo match contro la Russia, risolto per 3-2 in loro favore.

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Bell e Torres a muro nella finale contro il Brasile – da italy2014.fivb.org

Ma non ci può essere tifo che tenga contro “la macchina perfetta” di Lafita, con il medesimo sestetto oro a Barcellona che umilia le avversarie con un 3-0 i cui parziali (15-2, 15-10, 15-5) non lasciano spazio a recriminazioni di sorta, per un trionfo che non ha eguali e che può, al limite, essere solo eguagliato, dato che Carvajal & Co. si aggiudicano il titolo senza aver perso neppure un set e con Regla Torres eletta MVP della manifestazione.

Lo “zoccolo duro” formato da Costa, Luis, Izquierdo, Carvajal, Bell ed una sempre più straripante Torres, si presenta ai Giochi di Atlanta ’96, con il fermo intento di confermare l’oro olimpico di quattro anni prima a Barcellona, in un torneo finalmente allargato a 12 squadre suddivise in due Gironi da sei che qualifica le prime quattro alla fase ad eliminazione diretta con abbinamenti incrociati (prime contro quarte e seconde contro terze).

Inserita nel secondo gruppo assieme a Brasile e Russia – non a caso l’argento ed il bronzo iridato – Cuba sembra aver smarrito lo smalto vincente che l’aveva caratterizzata, subendo due severe sconfitte sia contro le sudamericane (0-3, 11-15, 10-15, 4-15) che contro le russe (1-3, 15-10, 6-15, 7-15, 8-15), il che la porta a concludere al terzo posto per un Quarto di finale tutt’altro che semplice contro le padrone di casa degli Stati Uniti, giunte seconde alla spalle della Cina nell’altro raggruppamento.

Ma, fedeli al motto che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”, le martellatrici cubane riprendono il discorso solo momentaneamente interrotto, rifilando un imbarazzante 15-1 alle americane nel primo set, per poi chiudere la pratica sul 3-0 lasciandole a 10 ed a 12 nei due restanti parziali, così da entrare in zona medaglia, unitamente a Russia, Brasile e Cina, tutte a confermare l’esito dei gironi eliminatori.

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Le cubane festeggiano durante il match contro gli Usa – da gettyimages.it

La semifinale rappresenta “la resa dei conti” contro le brasiliane guidate da Bernardinho, uno dei coach più vincenti nella storia del volley mondiale, il quale passa con estrema disinvoltura dall’allenare i maschi e le femmine e che concluderà con la fine secolo l’esperienza quale tecnico delle ragazze per tornare nel settore maschile, dopo l’affronto di due anni prima al Mondiale di casa loro e l’occasione di restituire la sonora sconfitta patita nel girone eliminatorio.

In una sfida da sconsigliare ai deboli di cuore, Torres e le altre devono fare ricorso a tutta la loro volontà e forza d’animo per non cedere di fronte alle scatenate brasiliane, le quali scappano via con un eloquente 15-5 nel primo set e, dopo aver perso il secondo ad 8, si impongono anche nel terzo per 15-10, con il trono cubano a vacillare pericolosamente.

Ma, come ricordato, la forza delle ragazze caraibiche sta nello sfruttare a proprio vantaggio i momenti chiave degli incontri ed, assistite dalla ritrovata vena della Carvajal e della Luis (14 e 13 attacchi vincenti per loro …), riescono a spuntarla per 15-13 nel quarto parziale per poi avere la meglio 15-12 al quinto e poter andare a difendere il titolo contro il ritrovato sestetto cinese, a propria volta vincitore per 3-1 sulla Russia.

La Finale contro la Cina può rappresentare un’occasione unica per la loro coach, Lang Ping, di poter essere la prima a vincere una medaglia d’oro ai Giochi sia come giocatrice che in veste di tecnico, e la cosa sembra potersi materializzare dopo il 16-14 in suo favore del primo set, immediatamente pareggiato con il 15-12 del secondo parziale a favore delle cubane ed il match che si decide al terzo, in cui emerge la Bell (autrice di 20 muri e 15 attacchi vincenti …) per il 17-16 che incanala l’inerzia della sfida verso la conferma dell’oro per Cuba che, sullo slancio, non ha difficoltà a far suo il quarto e decisivo set per 15-6.

Un successo di cui l’artefice principe, il tecnico Eugenio George Lafita non può godere a lungo, venendo esonerato appena tre settimane dopo il bis olimpico, per essersi permesso di muovere critiche circa l’inadeguatezza delle strutture di allenamento nell’isola castrista, con il suo posto rilevato dal vice, Antonio Perdomo.

Un avvicendamento che avrebbe potuto portare conseguenze negative sulle ragazze oramai affezionate al loro “mentore”, evento che viceversa non si verifica nonostante l’abbandono dell’attività da parte della Carvajal, ma la fucina di talenti è ben lungi dall’esaurirsi sull’isola caraibica, ed ecco spuntare una degna sostituta in Taismany Aguero, che nel corso del successivo millennio farà le fortune anche della Nazionale azzurra.

Potendo ancora contare su Bell, Luis, Costa, Izquierdo ed una Torres nel pieno della sua maturità fisico agonistica, Cuba si presenta in Giappone per confermare il titolo iridato ai Campionati Mondiali in programma dal 3 al 12 novembre ’98, con una formula infinita che prevede ben due gironi eliminatori prima di giungere alle semifinali.

Per le ragazze caraibiche poco male poiché, se si esclude una disattenzione nel primo set nel match contro le bulgare, poi travolte per 3-1 (13-15, 15-6, 15-8, 15-8), la “regola del 3-0” asfalta in rapida successione Stati Uniti (45-25), Italia (45-27), Corea del Sud (45-15 ..!!), Cina (45-25) e Croazia (46-31) per poi presentarsi alle sfide per le medaglie a cui accedono, ripetendo le stesse semifinali di due anni prima ad Atlanta, Brasile, Cina e Russia.

Semifinali che si risolvono con identico esito, ma stavolta con parziali più netti a favore di Cuba (3-1, 15-10, 4-15, 15-11, 15-10) e Cina (3-0, 15-4, 15-4, 15-9), le quali rimandano i sogni iridati rispettivamente di sudamericane e russe per sfidarsi nella rivincita della Finale olimpica.

La facilità con cui le cinesi hanno disposto a loro piacimento delle russe consente di ipotizzare una sfida all’ultimo punto, ma così non è in quanto le cubane, trascinate da una Torres in gran spolvero e che, per la seconda volta consecutiva si laurea MVP della manifestazione, travolgono le avversarie sin dall’avvio, con un eloquente 15-4, cui fanno seguito i più combattuti parziali del secondo e terzo set, conclusi sul 16-14 e 15-12 per il secondo titolo mondiale consecutivo, terzo in totale, e con la possibilità di realizzare un en plein – tra Olimpiadi e Mondiali – mai ottenuto da nessuno, vale a dire inanellare cinque successi consecutivi, in occasione dei Giochi di fine millennio a Sydney 2000.

Sono in quattro – Marlenis Costa, Mireya Luis, Regla Bell e Regla Torres – che possono centrare questa incredibile “cinquina”, mentre Lilia Izquierdo può anch’essa mettersi al collo il terzo oro olimpico, non avendo però partecipato alle due vittoriose rassegne iridate, e per riuscire nella titanica impresa, occorre superare il girone eliminatorio, concluso al secondo posto dietro alla Russia, complice una sconfitta per 2-3 (13-15 al tie break del quinto set), il che determina l’abbinamento con la Croazia, terza nel Gruppo A, nei Quarti ad eliminazione diretta.

Esplicata quella che si rivela poco più di una formalità (3-0, 25-18, 25-23, 25-21 data l’introduzione del “rally point system” quale forma di attribuzione del punteggio), ancora una volta alle cubane tocca misurarsi con le brasiliane in Semifinale, mentre l’altra sfida oppone le russe – che hanno superato le vicecampionesse olimpiche e mondiali cinesi con un 3-0 che non rende giustizia all’equilibrio della gara, come dimostrano i parziali di 27-25, 25-23 e 27-25 – alle americane.

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Torres a muro – da volleywood.net

Con l’ultima possibilità per Bernardinho di conquistare un oro olimpico al femminile – ci riuscirà più avanti con gli uomini – il match è di una intensità pazzesca, con le brasiliane a conquistare il primo parziale 29-27, per poi arrendersi nel secondo 19-25 e tornare avanti con il 25-21 del resto, prima che il quarto set, vinto da Cuba 25-19, rimandi la decisione circa l’accesso alla Finale per l’oro al tie break, dove, ancora una volta, l’istinto omicida di Torres & Co. ha la meglio per 15-9 per un punteggio complessivo di 113-104 che vede la Ruiz mettere a segno 18 attacchi vincenti, seguita a quota 14 della Aguero e dalla Torres, quest’ultima capace di realizzare anche 7 punti a muro.

Per chiudere il cerchio resta ora la sfida alla Russia, ancora guidata dallo stesso Nikolai Karpol contro cui tutto era iniziato otto anni prima a Barcellona, con le ragazze dell’Europa orientale venute anch’esse a capo di una estenuante maratona contro gli Stati Uniti, parimenti conclusa al tie break e l’impressione che si ha tra gli addetti ai lavori è che sarà la tenuta fisica a fare la differenza il 30 settembre 2000, allo “Entertainment Center” di Sydney.

 

Opinione confortata dall’equilibrio che regna sovrano nei primi due set, della durata di 23’ e 30’ ciascuno, che però consentono alla Russia di portarsi sul 2-0 (27-25 e 34-32 i relativi parziali), ma come un’araba fenice che risorge sempre dalle proprie ceneri, anche stavolta lo smisurato orgoglio delle cubane fa sì che non si diano per vinte e, fatto loro il terzo set per 25-19, approfittano del crollo fisico e mentale delle loro avversarie per aggiudicarsi in carrozza sia il quarto set per 25-18 che il tie break, che non ha storia, chiuso sul 15-7 per completare il “Decennio d’Oro” del volley cubano al femminile.

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Attacco della Torres in finale contro la Russia – da gettyimages.it

Nessuna altra formazione nel panorama della pallavolo mondiale – sia in campo maschile che in quello femminile – è stata in grado di mettere a segno cinque trionfi in fila tra Olimpiadi e Mondiali, ragion per cui, oltre ad aver dominato il ricordato decennio, credo non vi sia da stupirsi se la Federazione Internazionale di Volley ha decretato, nel 2001, Regla Torres quale “Miglior Giocatrice femminile del Secolo, superando in tale classifica la più volte citata cinese Lang Ping, riconoscimento che, in campo maschile, si sono divisi l’azzurro Lorenzo Bernardi e l’americano Karch Kiraly.

Ed è pertanto doveroso far chiudere alla “Regina del Volley mondiale” questa retrospettiva di un decennio di successi con le sue parole a commento del terzo trionfo olimpico consecutivo: “Tutte le vittorie sono importanti, ma se devo sceglierne una allora dico l’oro di Sydney in quanto giunto al termine di un torneo di altissimo livello con tutte le partecipanti in splendida forma, mentre io ero reduce da due anni di infortuni e non ero affatto sicura di potermi esprimere al meglio, così che vincere l’oro per la terza volta è stato qualcosa di veramente speciale, un momento che resterà per sempre impresso nella mia memoria …!!”.

E, consentici, cara Regla, anche nella memoria di coloro che hanno avuto la fortuna di vederti giocare.

 

FRANCO BERTOLI, LA “MANO DI PIETRA” DEL VOLLEY AZZURRO

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Franco Bertoli – da gazzettadimodena.gelocal.it

articolo di Giovanni Manenti

Pochi altri giocatori possono vantare un impatto così devastante nel panorama del volley continentale quale quello avuto da Franco Bertoli nel corso di oltre un decennio che ha abbracciato gli interi anni ’80, martellando con le sue poderose schiacciate i parquet di mezza Europa e conquistando tutto quello che era possibile vincere, fatta eccezione, per una mera questione anagrafica, per i trionfi in chiave azzurra.

Nato, difatti, a fine aprile 1959 ad Udine, Bertoli è ancora troppo giovane per essere inserito dal Commissario Tecnico Carmelo Pittera tra i selezionati per la fantastica cavalcata azzurra ai Mondiali di Roma ’78, conclusa con un’insperata medaglia d’argento alle spalle della fortissima Unione Sovietica ed, a fine anni ’80, è ugualmente troppo anziano affinché il neo tecnico Julio Velasco, ancorché ne conosca sin troppo bene le qualità avendolo allenato per quattro stagioni a Modena, lo possa far rientrare nella lista dei convocati per le vittoriose campagne degli Europei di Svezia ’89 e dei Mondiali ’90 in Brasile.

Proprio nell’estate ’77, Bertoli approda a Torino proveniente dal suo primo Campionato di A1 a Padova, dove trova un altro “guru” del volley nazionale, vale a dire Silvano Prandi il quale sta costruendo un sestetto vincente che ha nel palleggiatore Piero Rebaudengo, l’universale Giancarlo Dametto ed il talentuoso centrale Gianni Lanfranco – unico del Club a far parte della Nazionale del ’78 – i suoi punti di forza, ai quali l’apporto di Bertoli quale schiacciatore di banda costituisce l’ultimo tassello per la composizione di un puzzle vincente che si aggiudica per tre stagioni consecutive il titolo di Campione d’Italia nel 1979, ’80 ed ’81.

Trionfi ai quali la “Banda Prandi”, come veniva simpaticamente definita, abbina un’impresa storica, vale a dire la conquista della Coppa dei Campioni ‘80, vinta sconfiggendo 3-0 nella Finale di Ankara del 19 marzo i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava, prima compagine italiana a salire ai vertice della massima competizione continentale per Club, nonché novità assoluta nell’Albo d’oro della manifestazione, visto che dalla sua istituzione del 1959, mai il trofeo era stato conquistato da una squadra non appartenente all’Est Europa.

Stagione, quella del 1980, che per Bertoli vede anche il debutto in maglia azzurra, avvenuto l’11 maggio a Zagabria contro la Jugoslavia (sconfitta per 1-3, parziali 6-15, 9-15, 16-14, 10-15), nonché la selezione per le Olimpiadi di Mosca ’80 sempre agli ordini di Pittera, avventura vissuta assieme ai compagni di squadra Dametto e Lanfranco, peraltro piuttosto deludente con gli azzurri che concludono al quinto ed ultimo posto il proprio Girone, alle spalle di Urss, Bulgaria, Cuba e Cecoslovacchia, salvando l’onore con la scontata vittoria sul “materasso” Libia nella sfida per il nono posto.

Sono ancora distanti i tempi in cui Velasco riuscirà a formare i cosiddetti “12 Uomini d’Oro” capaci di conquistare il Mondo, ma, nel frattempo, la crescita del nostro volley passa attraverso le squadre di club, ed a Torino, oltre al terzo titolo consecutivo nonostante la partenza di Lanfranco destinazione Parma, peraltro ben rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, vi è una veste di Campione europeo da difendere, ma stavolta l’abbinamento ai quarti di finale contro il CSKA Mosca non dà scampo ai ragazzi di Prandi, i quali soccombono in entrambi i confronti (1-3 in terra russa, 2-3 al PalaRuffini al ritorno).

Sul fronte interno, si fa sempre più consistente la concorrenza della Santal parma dell’ex Lanfranco, contro il quale Bertoli è costretto a misurarsi nelle Finali Scudetto del 1982 ed ’83, stagioni a partire dalle quali vengono introdotti nel nostro Campionato i Playoff, ed entrambe le sfide si concludono a vantaggio degli emiliani i quali riescono in ambedue le occasioni a ribaltare lo svantaggio del fattore campo, così come non miglior sorte ha l’esito delle “Final Four” di Coppa dei Campioni ’82 disputatesi a Parigi, dove la Robe di Kappa, dopo aver avuto la meglio sull’Olympiakos Atene (3-0, parziali 15-9, 15-4, 15-7) e sulla Dinamo Bucarest (3-1, parziali 8-15, 15-11, 15-8, 15-5), deve arrendersi di fronte alla maggior esperienza e forza fisica del CSKA Mosca, che si impone per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14) per quello che, all’epoca, è il loro settimo trionfo, ma che, negli anni a seguire, diviene un vero e proprio incubo per Bertoli.

Schiacciatore friulano che, al termine della stagione ’83 – che, oltre alla sconfitta nella Finale playoff contro Parma, aveva visto la formazione di Prandi uscire sconfitta anche dalla Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo – decide anch’egli di lasciare Torino destinazione Emilia, e più precisamente Modena, per irrobustire il sestetto di una Panini guidata dall’ex giocatore Andrea Nannini ed in cui stanno emergendo i giovani Andrea Lucchetta e Luca Cantagalli.

Una scelta che, inizialmente, sembra rivelarsi scellerata in quanto, a dispetto della vittoria in Coppa CEV (una sorta di Coppa UEFA se paragonata al Calcio …) a spese dell’altra italiana Gonzaga Milano, in Campionato la Panini Modena conclude la stagione regolare al terzo posto, così da essere abbinata (e sconfitta) dalla Santal Parma nella semifinale playoff, per una terza ripetizione consecutiva della Finale con Torino che stavolta ha la meglio, oltre ad aggiudicarsi anche la Finale di Coppa delle Coppe.

Ma così non è, in quanto per Torino l’accoppiata della stagione ’84 rappresenta il “canto del cigno” a seguito dell’abbandono dello sponsor Robe di Kappa, determinando una progressiva crisi che porterà addirittura il Club a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, nel mentre, una volta uscita di scena la compagine piemontese, il nostro massimo torneo si rivela una sorta di “Campionato Regionale” tra le formazioni dell’Emilia Romagna a cui partecipano, oltre alle “solite note” Modena e Parma, anche Bologna e Ravenna, per quest’ultima grazie all’entrata nell’orbita del “Gruppo Ferruzzi”.

Per Bertoli, però, oramai consacrato quale schiacciatore di valore assoluto anche a livello continentale, vi è un ulteriore importante impegno da assolvere, vale a dire l’appuntamento con le Olimpiadi di Los Angeles ’84, alle quali l’Italia si presenta come unica rappresentante europea, vista la concomitante assenza dei Paesi del blocco sovietico per il noto boicottaggio in risposta a quanto avvenuto da parte degli Usa quattro anni prima a Mosca.

Una presenza, in ogni caso, non certo da comparsa in quanto, l’anno precedente, in occasione dei Campionati Europei svoltisi in Germania Est, proprio gli azzurri – la cui guida era stata affidata a Silvano Prandi – erano stati gli unici a rivaleggiare contro le potenze dell’Est Europa, sfiorando la medaglia di bronzo alle spalle di Unione Sovietica e Polonia e persa solo per una peggiore differenza set rispetto alla Bulgaria, ma soprattutto per l’amara sconfitta nell’ultima gara del Girone finale a sei contro i padroni di casa della Germania Orientale per 2-3 (10-15, 15-6, 15-8, 14-16, 13-15), per Bertoli mitigata dal fatto di essere eletto quale “Miglior Giocatore del Torneo.

Il confronto in sede olimpica con le migliori Nazioni del Nord e Sudamerica, nonché le asiatiche Cina, Giappone e Corea del Sud, vede gli azzurri – tra le cui file Prandi schiera gli ex compagni di Bertoli, Dametto, Lanfranco e Rebaudengo – incappare in una brutta sconfitta contro il Giappone per 2-3 dopo aver sprecato un vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-11, 10-15, 10-15, 14-16) che costa loro il primato nel Gruppo B a beneficio del Canada ed il conseguente abbinamento con il Brasile in semifinale, con conseguente sconfitta, ben più netta dell’1-3 conclusivo, come dimostrano i parziali (15-12, 2-15, 3-15, 5-15) persino umilianti, per poi riscattarsi nella Finale per il bronzo contro il Canada, superato 3-0 (15-11, 15-12, 15-8) per quella che rappresenta la prima medaglia olimpica dell’Italia nella Pallavolo.

Sarà questa l’ultima soddisfazione in chiave azzurra per Bertoli, visto che i successivi Campionati Europei di Olanda ’85 e Belgio ’87 vedono l’Italia classificarsi rispettivamente al sesto e nono posto, ma a livello di Club il meglio deve ancora arrivare.

Difatti, dopo aver confermato il titolo nella Coppa CEV ’85 ed aver malamente gettato alle ortiche il Campionato dopo aver dominato la stagione regolare, perdendo la Finale Playoff ’85 contro la Mapier Bologna, ecco che l’estate seguente porta alla guida della compagine delle celebri “Figurine” colui che risolleverà le sorti del volley italiano, vale a dire l’argentino Julio Velasco.

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Panini Modena stagione 1985-’86 – da modenasportiva.it

Con il 32enne “Pupo” Dall’Olio in regia ed una batteria di attaccanti formata, oltre che da Bertoli, da Cantagalli, Lucchetta e dalla coppia argentina formata da Martinez e Quiroga, cui si sta aggiungendo un 18enne di sicuro avvenire quale Lorenzo Bernardi, la compagine di Velasco, dopo un avvio stentato con tanto di terzo posto finale nella “regular season”, dimostra di aver ben assimilato i dettami del tecnico argentino, spazzando via ogni ostacolo nei playoff – per la prima volta disputati al meglio delle cinque partite – come dimostrano gli esiti della semifinale contro Torino (3-0, 3-1, 3-1) e della rivincita contro Bologna (3-2, 3-1, 3-2) nell’atto conclusivo.

Un sestetto, quello assemblato da Velasco che, fedele a quanto trasmesso dal proprio allenatore, si esalta nelle situazioni più difficili, riuscendo ad inanellare quattro Scudetti consecutivi dal 1986 al 1989, quando il tecnico sudamericano viene chiamato alla conduzione della Nazionale italiana per dare inizio al “Periodo d’Oro” del nostro Volley, ma che, nel frattempo, costruisce una sorta di squadra “invincibile”, avendo avuto altresì l’opportunità di schierare in cabina di regia un altro “pezzo da novanta” della nostra Pallavolo, e cioè il palleggiatore Fabio Vullo, anch’esso proveniente da Torino.

A dimostrazione di quanto testé citato, valgano gli esiti delle sfide scudetto degli anni ’87 ed ’88, entrambe risolte alla quinta e decisiva partita contro i rivali storici di Parma, nel primo caso ribaltando il fattore campo facendo sua per 3-0 l’ultima gara in trasferta e, nel secondo, mantenendo saldi i nervi per aggiudicarsi 3-2 il quinto match al “Pala Panini” dopo che i precedenti quattro incontri avevano visto mantenere fede al fattore campo, mentre il quarto titolo del 1989 ha un esito più netto, visto il 3-1 finale (1-3, 3-1, 3-0, 3-0) nonostante lo svantaggio di dover disputare l’eventuale “bella” in campo avverso.

Ma, come in tutte le belle storie, c’è un però, costituito da una sorta di tabù che attanaglia Velasco ed i suoi ragazzi, in particolare Bertoli per quel che riguarda la loro “bestia nera” a livello continentale che non può che avere le sembianze della corazzata della CSKA Mosca, la quale diviene un ostacolo insormontabile in ottica conquista della tanto agognata Coppa dei Campioni, tanto più che una simile impresa è riuscita, per due stagioni consecutive (1984 ed ’85) ai rivali della Santal Parma, prima squadra italiana addirittura ad aver vinto sul campo di una squadra sovietica, pur non trattandosi del CSKA.

Quella Parma che aveva sfiorato un fantastico tris proprio nell’edizione ’86, sconfitta nell’ultima gara delle “Final Four” disputatesi sul parquet amico, proprio dal CSKA dopo essere stata in vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15), ma sorte migliore non tocca alla Panini Modena.

Per ben tre anni di fila, difatti, il sestetto di Velasco giunge ad un passo dalla conquista del trofeo ed in ognuna di tali occasioni le bordate di Bertoli – cui, non a caso, è appioppato il soprannome di “Mano di pietra” per la potenza delle sue conclusioni sotto rete – cui danno manforte Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, si infrangono sulle mani del muro avversario, ad iniziare dalla decisiva gara delle “Final Four” di Hertogenbosh in cui, con due successi a testa contro i bulgari del CSKA Sofia e gli olandesi del Martinus Amstelveen, la sfida del 27 marzo ’87 vede i modenesi reggere sino ad un set pari (8-15, 15-8), prima di cedere di schianto nei due successivi, persi 7-15 e 2-15.

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Franco Bertoli – da parlandodisport.it

Ancor peggio è l’esito della Finale che dall’edizione ’88 sostituisce il girone finale, conclusa con un netto 3-0 per una formazione, quella sovietica, che porta ben 7 dei suoi componenti (Sapega, Antonov, Sorokalet, Panchenko, Kuznetsov, Runov e Losev) ad essere selezionati per le Olimpiadi di Seul ’88, mentre la sfida decisiva per l’assegnazione della Coppa dei Campioni ’89, disputata l’8 marzo al Pireo, dimostra una volta di più come la maggior prestanza e resistenza fisica degli atleti sovietici sia determinante nell’andamento della gara, in cui, dopo i consueti due primi set in sostanziale equilibrio (15-10 e 12-15), fanno seguito i devastanti parziali di 15-5 e 15-4 per il 12esimo trionfo della formazione dell’esercito russo, non a caso vincitrice di 21 titoli nazionali su 22 edizioni dal 1970 al ’91, con l’unica eccezione del 1984, quando a laurearsi campioni sono i giocatori del Radiotechnik di Riga.

Ma, proprio nella stagione ’90, in cui Modena cede lo scettro in campo nazionale alla Maxicono Parma, arriva il “miracolo” in Coppa Campioni, nonostante la partenza di Velasco, sostituito dal croato Vladimir Jankovic, grazie anche ad un inatteso scivolone dei detentori del trofeo, clamorosamente eliminati al secondo turno dai francesi del Frejus.

Compagine transalpina che si ritrova, assieme ai tedeschi orientali del Lipsia ed ai finlandesi del Varkaus, nel medesimo raggruppamento della Panini Modena, da cui si qualificano le prime due per le semifinali incrociate e l’esito delle due gare di andata e ritorno vede la compagine italiana imporsi sia in campo esterno (3-2, con parziali di 15-7, 14-16, 15-2, 8-15, 15-12) che al “Pala Panini” (secco 3-0, ma con set combattuti, 15-12, 15-12, 17-15) e quindi recarsi nella città olandese di Amstelveen per affrontare in semifinale i bulgari del CSKA Sofia, mentre ai francesi toccano gli spagnoli del Portol di Palma di Maiorca.

La differenza tra le due formazioni divise dalle Alpi è talmente netta che né bulgari (3-0, parziali inequivocabili di 15-8, 15-4, 15-12) né spagnoli (ancor più netto 3-0, con parziali addirittura imbarazzanti di 15-9,15-5, 15-1) costituiscono qualcosa di più di un semplice allenamento, con la “resa dei conti” fissata all’11 marzo ’90 sul parquet del Palazzetto dello Sport olandese.

Ora, è arcinoto come, nelle competizioni ad eliminazione diretta, non vi sia di peggio che affrontare in Finale una squadra già affrontata (e battuta …) nei turni preliminari, e tale sfida non sfugge a detta regola, con il sestetto del Frejus ad opporre una tenace resistenza, dimostrata dall’andamento dei set che vedono Modena sempre avanti per poi essere raggiunta (15-5, 13-15, 15-13, 10-15), prima che la maggior esperienza e voglia di vincere di Bertoli & Co. avesse la meglio nel quinto e decisivo parziale, chiuso sul 15-9 per un indimenticabile abbraccio tra il patron Giuseppe Panini ed il suo “numero 4” che sancisce l’avverarsi di un sogno a lungo inseguito.

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L’abbraccio tra Giuseppe Panini e Bertoli dopo la Coppa ’90

Per Bertoli è la seconda Coppa dei campioni a 10 anni esatti di distanza, per la famiglia Panini il momento per disimpegnarsi da un onere finanziario divenuto insostenibile, ed anche il Capitano matura la decisione di porre fine ad una splendida avventura durata 7 anni per accettare l’offerta della Mediolanum Milano, entrata far parte dell’orbita del “Gruppo Fininvest e che si accaparra i servizi di fior di campioni, quali Lucchetta, Galli, Zorzi, oltre agli americani Dvorak e Ctvrtlik e con cui, in tre stagioni, arricchisce il proprio palmarès con due Campionati mondiali per Club (nel 1990 e ’92) e la Coppa delle Coppe ’93.

Ma Bertoli non poteva concludere la propria attività agonistica se non a Modena, dove fa ritorno nell’estate ’93 per fornire il proprio contributo al successo della sua quinta Coppa Italia nel ’94 – dopo le precedenti vinte, sempre con l’allora Panini, nel 1985, ’86, ’88 ed ’89 – ed avere l’onore di vedere la propria “maglia n. 4” ritirata, così come avviene ai più celebrati Campioni della NBA americana.

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La consegna a Petric della “maglia n.4” – daparlandodisport.it

Un ritiro, quello della maglia intendo, che non sarà definitivo, in quanto a distanza di 10 anni, nell’ottobre 2014, lo schiacciatore serbo Nema Petric, ingaggiato da Modena, chiede alla Società di poter indossare proprio quella “maglia così pesante”, adducendo a motivazione della richiesta il desiderio di ricalcare le orme di colui che è entrato di diritto nella Storia del Club modenese.

Interpellato al riguardo, per Bertoli nulla osta a tale procedura, sentendosi altresì orgoglioso di “prestare” la propria maglia ad un così valente giocatore, per il quale la circostanza porta senza alcun dubbio fortuna, visto che con tale numero contribuisce alla conquista delle Coppe Italia 2015 e ’16, delle Super Coppe Italia negli stessi anni e dello Scudetto ’16 venendo nominato altresì MVP della stagione.

Come dire che, le “stimmate” di un Campione restano attaccate alla propria maglia, chiunque la indossi!

 

LANG PING, LA MARTELLATRICE CINESE DEL VOLLEY MONDIALE

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Lang Ping in azione ai Giochi ’84 – da womenofchina.cn

articolo di Giovanni Manenti

Quando il 12 ottobre 2014 al Forum di Assago, a Milano, le Nazionali femminili di Cina e Stati Uniti si affrontano per l’atto conclusivo dei Campionati Mondiali di Pallavolo, a sfidarsi sulle rispettive panchine sono due leggende del Volley mondiale, le quali, a distanza di poco più di 30 anni, hanno così modo di rinverdire i meravigliosi ricordi dell’Olimpiade di Los Angeles ‘84.

Da una parte, a guidare il Team Usa, vi è Charles “Karch” Kiraly, campione olimpico sia ai ricordati Giochi californiani che nella successiva edizione di Seul ’88, inframezzati dal titolo iridato ai Mondiali di Francia ’86, nonché successivamente Oro anche nel beach volley ai Giochi di Atlanta ’96, tanto da essere giudicato “Miglior giocatore del XX secolo”, ex aequo con l’azzurro Lorenzo Bernardi, e di cui ci siamo già occupati tempo addietro.

Il nostro obiettivo odierno è, viceversa, focalizzato su chi siede sulla panchina cinese, vale a dire colei che è stata l’artefice principe della crescita esponenziale del volley nel Paese asiatico, nella doppia veste di giocatrice prima ed allenatrice in un secondo tempo, vale a dire Lang Ping, grazie alla cui presenza la Cina, nell’arco di cinque anni ad inizio anni ’80, raggiunge traguardi mai ottenuti in precedenza, quando sul fronte orientale a farsi preferire erano le acerrime rivali del Giappone.

Nata a Pechino il 10 dicembre 1960, Lang Ping inizia a praticare la pallavolo all’età di 13 anni, per poi entrare a far parte della Nazionale a far tempo dal 1978, come schiacciatrice, in virtù di caratteristiche fisiche (m.1,84 per 71kg.) che ben si addicono a tale ruolo, il cui impatto sui risultati della rappresentativa cinese è sin da subito rilevante, con il secondo posto ai Giochi Asiatici ’78 e la vittoria ai Campionati asiatici dell’anno successivo, dopo aver esordito ai Campionati Mondiali di Mosca ’78, conclusi con un onorevole sesto posto, sconfitte 3-0 dagli Stati Uniti nella finalina che assegnava la quinta posizione, nel mentre il titolo va alle fortissime cubane che strapazzano in Finale le giapponesi, con parziali (15-6, 15-9, 15-10) sin troppo eloquenti.

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Lang Ping alla CdM ’81 – da womenofchina.cn

Questo, del confronto con gli Stati Uniti, rappresenterà poi una costante dell’attività (in entrambe le vesti di giocatrice ed allenatrice) di Lang Ping, grazie al cui contributo, comunque, la Cina conquista il suo primo trofeo a livello mondiale affermandosi nell’edizione ’81 della Coppa del Mondo, torneo che tradizionalmente si svolge in Giappone a cadenza quadriennale e che, nella circostanza, vede il sestetto cinese – con una formula di “girone all’italiana” in cui le otto formazioni partecipanti si incontrano l’una con le altre – imporsi con una superiorità disarmante, visto che si aggiudica per 3-0 tutti e 7 gli incontri disputati, con parziali umilianti, citiamo il 15-8, 15-12, 15-6 inflitto all’Urss, così come il 15-4, 15-13, 15-9 al quale si inchinano le cubane, per non parlare del 15-8, 15-11, 15-6 con cui si arrendono gli Stati Uniti, mentre il match decisivo dell’ultima giornata, contro le padrone di casa giapponesi, vede quest’ultime opporre un certa resistenza solo nell’ultimo set, perso 15-17, dopo che i primi due non avevano avuto granché storia, con Lang Ping & Co. ad imporsi per 15-8 e 15-7.

Era però necessario confermarsi, e l’occasione propizia giunge l’anno seguente, quando sono in programma i Mondiali ’82 organizzati dal Perù e la Cina, inserita nel sesto Gruppo, assieme a Stati Uniti, Italia e Portorico, dopo essersi sbarazzata con irrisoria facilità di queste ultime due formazioni, incappa in una pesante sconfitta per 0-3 (6-15, 9-15, 11-15) contro le americane, rovescio dal quale traggono utili insegnamenti.

Nel secondo turno,  in cui le squadre si portano dietro il risultato maturato nel ricordato girone eliminatorio, la Cina capita in un vero e proprio “girone di ferro” con, oltre agli Usa, anche Cuba ed Urss, a parte le cenerentole Ungheria ed Australia, dal quale devono uscire le due qualificate alle semifinali, cosa che accade solo grazie alla differenza set, in quanto le cinesi ammortizzano la zavorra della sconfitta con gli Stati Uniti, rifilando un pesante 3-0 alle cubane, con parziali di 15-8, 15-9, 15-2 che non ammettono repliche di sorte, ed il successo delle caraibiche per 3-2 sulle americane è di magra consolazione, poiché pur finendo a pari punti con Stati Uniti e Cina, sono escluse dalla zona medaglie per la ricordata differenza set (12-6 rispetto al 14-3 Usa ed al 12-3 cinese).

Le semifinali vedono, da una parte, la sfida tutta orientale tra Cina e Giappone – impietosamente risolta per 3-0 (15-8, 15-7, 15-6) a favore della prima – e dall’altra gli Stati Uniti opposti alle padroni di casa peruviane, le quali si impongono anch’esse con un netto 3-0 per andare poi ad affrontare la Cina in una Finale inedita per la manifestazione, inaugurata nel 1952 e che aveva sinora visto trionfare per quattro volte l’Unione Sovietica e tre il Giappone, mentre le campionesse uscenti erano le cubane, uscite, come descritto, nel secondo girone eliminatorio.

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Fase dei Mondiali ’82 – da womenofchina.com

Incontrare in una Finale olimpica o mondiale le padroni di casa non è mai cosa agevole, ma quando si ha a disposizione una schiacciatrice che non perdona come Lan Ping le cose risultano più facili del previsto e, del resto, i parziali di 15-1, 15-5, 15-11 con cui si conclude la sfida, pensiamo lasciano pochi spazi di commento, e così il sestetto allenato da Yuan Weimin, figura carismatica dello sport cinese, tanto da assumere in seguito importanti incarichi a livello dirigenziale nel suo paese e nel continente asiatico, può festeggiare il suo secondo importante titolo consecutivo.

Quanto sia stato determinante l’apporto di Lang Ping nella conquista del titolo iridato è ribadito dall’assegnazione alla schiacciatrice cinese del premio quale MVP della manifestazione, a cui si aggiunge l’appellativo, che è tutto un programma, affibbiatole dalla stampa internazionale, vale a dire “Iron hammer” (“martello d’acciaio”) in virtù della potenza delle sue schiacciate, caratterizzate da un’altissima elevazione, la perfezione del movimento delle braccia che le permettono conclusioni rapide e potenti, nonché variazioni tattiche ed un’alta percentuale di punti vincenti.

Oramai una star a livello internazionale, Lang Ping viene nominata capitano del sestetto cinese che si presenta, per la prima volta all’appuntamento olimpico di Los Angeles ’84, ed anche se il torneo di volley – con sole 8 Nazioni iscritte – è chiaramente condizionato dall’assenza dei Paesi del blocco sovietico (Urss e Cuba su tutte …), non va dimenticato che sono comunque presenti le quattro semifinaliste della rassegna iridata, vale a dire Cina, Stati Uniti, Perù e Giappone e, pertanto, il livello è senz’altro di prim’ordine.

Raggruppate in due gironi di quattro squadre ciascuno, la Cina è, come ai Mondiali di due anni prima, inserita assieme agli Stati Uniti ed, altrettanto al solito, viene sconfitta nella gara conclusiva per 1-3 (pur con set tiratissimi, 13-15, 15-7, 14-16 e 12-15) dopo aver regolato con altrettanti 3-0 sia Brasile che Germania Ovest, mentre anche l’altro Gruppo non fornisce sorprese, con Giappone e Perù a conquistare l’accesso alle semifinali incrociate, ma con le ragazze del Sol Levante a spazzar via per 3-0 (15-8, 15-7, 15-5) le vice campionesse del mondo, così che gli accoppiamenti per l’accesso alla Finale ricalcano pari pari quelli di due anni prima alla rassegna iridata.

Stavolta, però, il fattore campo gioca a favore del sestetto americano, che non fa sconti alle sudamericane, liquidate con un impietoso 3-0 (16-14, 15-9, 15-10), mentre le ragazze di Yuan Weimin fanno nuovamente capire alle giapponesi come le gerarchie nel continente asiatico si siano oramai ribaltate a loro favore, ed i parziali di 15-10, 15-7, 15-4 a fronte del 3-0 che schiude loro le porte della Finale olimpica sono lì a ribadirlo.

Finale che va in scena il 7 agosto ’84 alle ore 20:00, in cui le padrone di casa oppongono una fiera resistenza solo nel primo set, concluso sul 16-14 per le cinesi, prima che le devastanti conclusioni di Lang Ping aprissero delle brecce gigantesche nella difesa a stelle e strisce, che si sgretola in un batter d’occhio come i parziali (15-3 e 15-9) del secondo e terzo set dimostrano, sancendo il primo oro olimpico nella storia del volley del Paese asiatico.

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Le cinesi (Lang Ping prima a sx) festeggiano l’oro olimpico – da gettyimages.de

Lang Ping è oramai considerata alla stregua di un’eroina nazionale, ma la pallavolo non è l’unico suo interesse nella vita e, dopo aver contribuito al secondo successo consecutivo alla Coppa del Mondo ’85, dove – con la presenza anche di Cuba ed Unione Sovietica, assenti a Los Angeles – la Cina compie “percorso netto” come quattro anni prima, facendo suoi tutti e sette gli incontri, perdendo un solo set, nella vittoria per 3-1 (16-14, 15-7, 5-15, 15-12) su Cuba che, difatti, si piazza alla piazza d’onore con quest’unica sconfitta a proprio carico, mentre la formidabile schiacciatrice si conferma quale “Miglior giocatrice del torneo”.

A 25 anni, nel pieno della carriera ed universalmente riconosciuta come la stella del panorama pallavolistico mondiale a livello femminile, Lang Ping spiazza tutti con la decisione di ritirarsi dall’attività agonistica, per dedicarsi allo studio della lingua inglese presso l’Università di Pechino, avendo intuito come la stessa sia fondamentale per l’esperienza di allenatrice che sicuramente già aveva in mente.

A tale frequentazione, segue, nell’aprile ’87, il trasferimento, assieme al suo primo marito Bai Fan, nazionale cinese di pallamano, negli Stati Uniti dove aveva capito come il volley fosse in continua crescita, unendo così l’utile di approfondire la conoscenza della lingua con il dilettevole di fare da “assistant coach” presso l’Università del New Mexico, per poi tornare a giocare – dopo tre anni di assenza dal parquet – vestendo per una stagione la maglia della Cemar Modena, che grazie a lei si aggiudica la Coppa Italia ’90 e quindi, essere richiamata a dare il proprio contributo alla Nazionale in vista dei Mondiali ’90 che si svolgono proprio in Cina.

Nazionale che, oramai, aveva preso piena coscienza della propria forza, confermando,  anche senza il suo Capitano, il titolo mondiale nell’edizione ’86 in Cecoslovacchia, superando 3-1 Cuba in Finale, ma questa selezione ha soprattutto lo scopo di una “passerella finale” per l’indiscussa protagonista della crescita del volley nel Paese asiatico, pur se, dopo le nette vittorie per 3-0 sia contro il Perù ai quarti e gli Usa in semifinale, stavolta sono le ragazze sovietiche a far festa, tornando a conquistare il titolo iridato a 20 anni di distanza dall’ultimo successo in Bulgaria nel 1970.

Ma oramai, il suo futuro è segnato, e Lang Ping, tornata negli Stati Uniti dove nel ’92 dà alla luce la figlia Lydia, diviene prima allenatrice all’Università del New Mexico, per poi accettare l’invito della Federazione cinese di guidare la Nazionale ai Giochi di Atlanta ’96, che si svolgono sul suolo americano.

Lang Ping si cala nel ruolo come meglio non potrebbe e, dopo aver concluso al comando il girone eliminatorio, le sue ragazze superano, nelle sfide incrociate, la Germania 3-0 (15-12, 15-8, 15-8) ai quarti di finale, per poi avere la meglio sull’Unione Sovietica per 3-1 (12-15, 15-5, 15-8, 15-12) nella sfida che vale l’accesso alla Finale contro le fortissime cubane, le quali si impongono per 3-1 in un’appassionante sfida che vede il sestetto guidato la Lang Ping cedere solo nell’ultimo set, come dimostrano i relativi parziali di 14-16, 15-12, 18-16, 15-6 a favore delle caraibiche, così impedendole di essere l’unica a potersi vantare della medaglia d’Oro olimpica sia come giocatrice che come tecnico.

La 38enne pechinese è ancora alla guida della Nazionale due anni dopo, in occasione dei Mondiali ’98 in Giappone, dove la sfida in Finale si ripete, ma stavolta con un più netto 3-0 (15-4, 16-14, 15-12), per poi abbandonare l’incarico adducendo motivi di salute, per superare i quali non vi è niente di meglio che far ritorno in Italia, in quella Modena dove aveva vissuto una stagione da atleta, e con cui riesce ad ottenere in un triennio risultati strabilianti, sotto forma dello Scudetto 2000 (primo e sinora unico nella storia del club …), Champions League ’01, Coppa Italia e Coppa Cev ’02, fornendo quindi il proprio contributo di esperienza anche all’Asystel Novara, che conduce alla promozione in A1 nel 2003, e l’anno seguente alla Finale Scudetto persa in maniera rocambolesca contro la Foppapedretti Bergamo al termine di una serie al meglio delle cinque partite dopo essere stata in vantaggio per 2-0, ma portando comunque a casa la Coppa Italia.

L’Italia è indubbiamente un Paese accogliente ed in cui si vive bene, ma per le aspirazioni di una vincente come Lang Ping, il panorama pallavolistico è piuttosto stretto, ed ecco allora che non rifiuta l’offerta che le perviene dagli Stati Uniti per guidare la Nazionale a stelle e strisce ai Mondiali ’06, dove una formazione in pieno ricambio generazionale conclude il torneo non meglio che in nona posizione, e soprattutto, ai Giochi di Pechino ’08, dove non si può nascondere che faccia un certo effetto vederla sulla panchina americana proprio nella città in cui è nata.

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Lan Ping alla guida del Team Usa ai Mondiali ’06 – da gettyimages.it

Oltretutto il sorteggio – non certo benevolo – vede gli Stati Uniti inseriti nello stesso girone assieme a Cuba e Cina, da dove si qualificano le prime quattro per i successivi abbinamenti incrociati dei quarti di finale, e con le cubane ad aggiudicarsi il primo posto, il match decisivo per la piazza d’onore risulta quello tra Usa e Cina, risolto a favore della prima al termine di una sfida emozionate risolta solo al tiebreak con parziali (23-25, 25-22, 23.25, 25-20, 15-11) che la dicono lunga circa l’equilibrio dell’incontro.

Lang Ping riesce a trasmettere una forza mentale sinora mancante al sestetto Usa, prova ne sia il recupero di una situazione di svantaggio anche nel quarto di finale che oppone gli Stati Uniti all’Italia, risolto anch’esso sul 3-2 dopo essere state in svantaggio 2 set ad 1 (parziali 20-25, 25-21, 19-25, 25-18, 15-6), per poi schiantare Cuba in semifinale per 3-0 (25-20, 25-16, 25-17) e, purtroppo, non poter disputare la rivincita contro le cinesi, che tutto il pubblico aspettava, in quanto superate da una nuova, prorompente forza emergente, vale a dire il Brasile, che supera per 3-0 le padrone di casa ed infrange nuovamente il sogno di Lang Ping di bissare l’Oro olimpico da giocatrice con quello in panchina, venendo sconfitte per 3-1 dalle sudamericane, con parziali altresì (25-15, 18-25, 25-13, 25-21) piuttosto eloquenti.

Il ritorno in patria, fa comunque sì sia il richiamo alle origini sia più forte di qualsiasi altra tentazione, e così Lang Ping, che nel frattempo si era separata sin dal ’95 con il primo marito per accompagnarsi con Wang Yucheng, professore di sociologia all’Accademia cinese, accetta di guidare la formazione di club del Guangdong Hengda, con cui non perde l’occasione di conquistare titoli, aggiudicandosi il Campionato cinese nel ’12, prima di tornare, come visto in premessa, alla guida della Nazionale cinese.

Riavvolgendo il nastro del nostro racconto, la Finale del Mondiale ’14 di Milano vede il trionfo di Karch Kiraly e delle ragazze Usa che si impongono per 3-1, ma non senza soffrire, visti i parziali di 27-25, 25-20, 16-25, 26-24 a loro favore, ma se credete che l’ultima parola spetti al “Miglior giocatore del XX secolo” – mentre, in campo femminile, Lang Ping era stata inserita nella ristretta cerchia di quattro candidate, ma il titolo viene assegnato alla cubana Regla Torres, dall’alto dei suoi tre Ori olimpici consecutivi nel ’92, ’96 e 2000 – vi sbagliate di grosso.

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Lang Ping esulta dopo l’oro di Rio de Janeiro ’16 – da wsj.com

Infatti, dopo esserci andata vicina per ben due volte, ai Giochi di Rio de Janeiro ’16, Lang Ping riesce nell’impresa di essere l’unico personaggio (di ambo i sessi) a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica nella doppia veste di giocatore/rice e tecnico, conducendo la Cina sul gradino più alto del podio con la sofferta vittoria per 3-1 (19-25, 25-17, 25-22, 25-23) sulla Serbia, in cui è protagonista la sua degna erede, la 22enne Zhu Ting, con 24 attacchi vincenti, altresì miglior realizzatrice con 179 punti a referto, nonché miglior schiacciatrice del Torneo.

Ma, secondo voi, da chi avrà imparato?

CRESCITA, TRIONFI E DECLINO DEL CUS TORINO DI PALLAVOLO

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Una fase della finale scudetto ’84 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La Torino degli anni ’70 vive l’apice della rivalità calcistica, in tempi relativamente recenti, delle sue due squadre, la Juventus ed il Torino, che hanno spodestato, ai vertici dell’italica passione pallonara, la coppia rossonerazzurra costituita dalle due compagini meneghine del Milan e dell’Inter che, nel decennio precedente, si erano portate a casa, tra tutte e due, qualcosa come cinque Scudetti, quattro Coppe dei Campioni e tre Coppe Intercontinentali.

Sono gli anni in cui il “Derby della Mole” richiama su di sé l’attenzione dell’Italia intera, in cui il Torino torna a gioire nel 1976 per un titolo di Campione d’Italia che mancava dal tragico schianto di Superga del ’49, che vede le due rivali giocare un Campionato a sé l’anno seguente, vinto dai bianconeri per un solo punto (51 a 50) sui granata, e coi tifosi di questi ultimi a domandarsi cosa abbia in più il trio Causio-Rossi-Bettega da essere preferito in Nazionale al loro Sala-Graziani-Pulici, oltretutto da un Commissario Tecnico quale Enzo Bearzot, ex “vecchio cuore granata”.

Ma, in tutto questo ambito dove la sfera di cuoio la fa da padrone, un’altra realtà cittadina sta iniziando ad imporsi a livello nazionale e non solo, vale a dire il Cus Torino Volley, Società fondata nel 1952 e che, da metà anni ’60 sta bruciando le tappe, con la promozione in C nel ’65 e l’anno successivo in B, dove resta sino al 1972, stagione al termine della quale giunge l’approdo alla massima serie del campionato nazionale.

Un approccio timido, con sole quattro vittorie sulle 22 gare disputate ed un decimo posto in classifica che evita per soli due punti il ritorno nella serie cadetta, ma che vede il debutto di uno dei più grandi talenti della nostra pallavolo dell’epoca, il torinese purosangue Gianni Lanfranco, appena 16enne centrale di m.1,89 un’altezza che impallidisce se rapportata ai lungagnoni dei tempi nostri, e che, pensate un po’, aveva iniziato la propria attività sportiva in maglia granata nelle Giovanili del Torino, prima di virare sulla pallavolo.

Ci mette poco, comunque, il Cus Torino ad adeguarsi alla massima divisione, ad iniziare dal torneo successivo, dove la compagine allenata da Franco Leone si piazza al quinto posto (con un record di 16 vittorie a fronte di 10 sconfitte), grazie all’innesto in squadra dell’alzatore bulgaro Dimitar Karov, reduce dal quarto posto con la sua Nazionale alle Olimpiadi di Monaco ’72.

Con Karov in regia, a dettare i tempi delle azioni offensive, e Lanfranco a martellare i muri avversari, nel ’75 il Cus Torino si migliora ancora sino a sfiorare la conquista dello Scudetto, concludendo la stagione al secondo posto – all’epoca non erano stati ancora introdotti i playoff per l’assegnazione del titolo – a soli due punti di distacco dall’Ariccia Campione, risultando decisivo, dopo che i due scontri diretti si concludono con un doppio 3-0 a favore delle rispettive squadre ospitanti, il passo falso costituito dalla sconfitta per 1-3 a Modena contro la Villa d’Oro.

Manca oramai pochissimo per toccare i vertici, ed un ulteriore passo in avanti avviene sia con l’ingresso in Società dello sponsor “Klippan”, che con l’incremento di esperienza nel sestetto titolare con l’arrivo del 31enne universale Andrea Nannini, proveniente dalla Panini Modena e con già quattro titoli di Campione d’Italia nel proprio palmarès, a cui sta per aggiungerne un quinto allorché la compagine di Leone si trova a concludere il torneo ’76 a pari merito, ironia della sorte, con la formazione del “Re delle Figurine”, con ciò rendendosi necessaria la disputa dello spareggio il 16 maggio ’76 a Milano, risolto con un netto 3-0 (15-12, 15-12, 15-5 i parziali) a favore dei modenesi, proprio nella stessa domenica in cui la Torino granata festeggia la conquista dello Scudetto nel calcio.

Storia insegna che i successi in uno sport di squadra sono quasi sempre legati alla figura di un tecnico carismatico, ed anche per il Cus Torino vale la stessa verità, grazie all’affidamento della guida tecnica, a partire dall’autunno ’76 al non ancora 30enne Silvano Prandi, il quale aveva concluso la carriera da giocatore proprio con il Cus Torino, nell’anno della promozione in Serie A.

Prandi, uno dei tecnici di maggior successo nella storia della pallavolo italiana – tanto da meritarsi l’appellativo di “Professore” – procede per gradi alla costruzione di quella che sta per divenire la dominatrice di tale disciplina e, sostituito Karov con il palleggiatore cecoslovacco Jiri Svoboda, inserisce nel sestetto titolare altri due giovani di sicuro avvenire ed entrambi del capoluogo piemontese, vale a dire il 18enne alzatore Piero Rebaudengo ed il 17enne centrale Giancarlo Dametto.

A Prandi poco importa di ottenere risultati nel breve termine, per lui è fondamentale costruire una squadra dallo spirito vincente dando tempo ai giovani di maturare e così, dopo un quarto posto nel ’77 ed un terzo nel ’78, e grazie all’occhio lungo costituito dall’aver intuito le potenzialità del 18enne schiacciatore Franco Bertoli, prelevato in Serie C da Udine nell’estate ’77, può finalmente completare il puzzle e presentare all’Italia del Volley la sua “creatura” – costituita, particolare non trascurabile, da soli giocatori italiani e di cui ben 6 su 9 della rosa titolare, nati a Torino od in Piemonte – che consente per la prima volta a Torino di festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.

Ciò avviene al termine della stagione ’79, conclusa dalla Klippan con due sole sconfitte esterne (0-3 a Modena ed 1-3 a Sassuolo contro l’Edilcuoghi), una in meno della Panini Modena, impresa che non si rivela fine a se stessa, visto che l’anno successivo la “Banda Prandi”, sempre rigorosamente autarchica, non solo si conferma Campione d’Italia, nuovamente con un record di 20 vittorie e sole due sconfitte e 6 punti di vantaggio sulla Paoletti Catania, ma si afferma anche laddove la blasonata formazione bianconera della Juventus non era ancora riuscita in campo calcistico.

Ebbene sì, Prandi porta Torino per la prima volta sul tetto d’Europa, superando nella Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto 3-0 proprio il 19 marzo 1980, “Festa del Papà”, come se i suoi “ragazzi” avessero voluto fargli il più gradito dei regali, circostanza che segna non solo il primo trionfo di una squadra italiana nella manifestazione, ma altresì la prima volta che il trofeo, istituito nel 1959, non viene assegnato ad una compagine dell’Europa orientale, anche se, per obiettività di giudizio, occorre ricordare che, negli anni olimpici, le squadre dell’ex Unione Sovietica non partecipano alla competizione.

Quanto questa assenza possa avere inciso se ne ha la riprova l’anno seguente, dopo che importanti cambiamenti avvengono sia a livello societario che tecnico, con l’abbandono, da una parte dello sponsor Klippan, sostituito dalla “Robe di Kappa”, importante maglificio torinese, e dall’altra, con il trasferimento del 24enne Lanfranco alla Santal Parma, rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, fresco vincitore dell’Argento olimpico ai Giochi di Mosca ’80, cui fanno seguito gli inserimenti in squadra di altri due interessanti giovani, l’altro Rebaudengo, Paolo, classe ’60, ed il 17enne Guido De Luigi, anch’essi “torinesi doc”.

La perdita di Lanfrancoo non sposta di una virgola le potenzialità del sestetto piemontese che, al contrario, porta a compimento un’annata irripetibile sul fronte interno, vincendo tutte e 22 le gare della stagione 1981 per il proprio terzo titolo consecutivo – con una straordinaria differenza set di 66-7, costituita da 15 affermazioni per 3-0 e 7 per 3-1 – aggiudicato con ben quattro turni di anticipo.

In Coppa Campioni, però, la sorte abbina ai neocampioni d’Europa i fortissimi sovietici del CSKA Mosca ai quarti di finale, turno che dà l’accesso alle “Final Four” per l’assegnazione del trofeo e, stavolta, la compagine torinese deve inchinarsi nel doppio confronto, sconfitta 1-3 in Russia e nuovamente per 2-3 al PalaRuffini nel match di ritorno.

Con l’intenzione di riprovarci l’anno successivo, Prandi deve però confrontarsi sul versante nazionale con la crescita esponenziale di un’altra formidabile compagine con cui per tre anni darà vita a sfide di elevatissimo contenuto sia tecnico che agonistico, vale a dire la Santal Parma che, oltre al “core ‘ngrato” Lanfranco, può contare sul genio del palleggiatore coreano Kim Ho Chul, nonché su altri talenti del calibro di Gianni Errichiello, Marco Negri, Giorgio Goldoni e Pierpaolo Lucchetta.

Per la prima volta, vengono istituiti i playoff al termine della stagione regolare, che la Robe di Kappa conclude comunque al primo posto con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta, una in meno di Parma che – oltre a scambiarsi i reciproci dispetti di andare l’una a violare il parquet dell’altra, in entrambi i casi per 3-2 – incappa in un secondo scivolone esterno nel derby di Sassuolo, superata per 3-1 dall’Edilcuoghi.

Prima però, per Prandi ed i suoi, c’è da andare alla ricerca del ritorno ai vertici del volley continentale, dopo aver centrato l’accesso alle “Final Four” di Parigi grazie al doppio successo per 3-1 a spese della Stella Rossa di Bratislava, andando ad affrontare i greci dell’Olympiakos Atene, il CSKA Mosca ed i campioni in carica della Dinamo Bucarest che, l’anno precedente, avevano sconfitto a sorpresa i moscoviti per 3-2 al termine di un incontro dalle mille emozioni.

Superate senza eccessive difficoltà sia la compagine greca (3-0 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-4, 15-7) che quella rumena (3-1, dopo una partenza ad handicap, come dimostrano i parziali, 8-15, 15-11, 15-8, 15-5) ecco che il match decisivo per la conquista del trofeo oppone la Robe di Kappa ai sovietici del CSKA Mosca, desiderosi di tornare sul trono europeo che già in 6 precedenti occasioni li aveva visti trionfare, ed, anche stavolta, la maggior forza fisica ed esperienza del sestetto russo ha la meglio, imponendosi per 3-1, con i torinesi a cercare di rimontare un inizio disastroso (10-15 e 3-15 i parziali dei primi due set) grazie al 15-9 del terzo set per poi lottare sino all’ultimo pallone prima di cedere 14-16 nel quarto e decisivo parziale.

Una delusione alla quale segue quella della fase finale del campionato, al cui atto conclusivo giungono, come ovvio che sia, Torino e Parma, liberatisi con altrettanti doppi 3-0 di Roma e Sassuolo da una parte e di Chieti e Modena dall’altra, ma dopo l’iniziale 3-0 al PalaRuffini, azzerato da analogo punteggio a favore dei parmensi, gli stessi si impongono per 3-1 nel terzo e decisivo match per il quarto titolo della loro storia.

In questa fase iniziale degli anni ’80, Torino e Parma sono le due indiscusse squadre leader del nostro movimento pallavolistico, sia a livello nazionale che europeo, come confermano le due successive stagioni, che le vedono ancora contendersi il titolo di Campione d’Italia, che la Santal fa nuovamente suo nel 1983 dopo aver terminato la stagione regolare alle spalle della Robe di Kappa – che, nel frattempo, ha perso Zlatanov, sostituito dall’americano Tim Hovland, ed inserito in formazione un altro giovane e futuro protagonista del nostro volley, vale a dire il 18enne massese Fabio Vullo, alzatore di classe mondiale – ribaltando, come nell’anno precedente, lo 0-3 in trasferta di gara-1, grazie al successo interno per 3-2 in gara-2 ed all’affermazione per 3-1 nella “bella”.

Uscite entrambe con le ossa rotte dalle rispettive Finali internazionali – sconfitte per 1-3 contro i francesi del Cannes e per 2-3 (dopo aver sprecato un vantaggio di 2-1, perdendo il quarto set 17-19) contro il CSKA Mosca per il Santal nelle “Final Four” di Coppa dei Campioni svoltesi proprio a Parma, ed analoga sconfitta in Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo per la Robe di Kappa – il riscatto giunge nella stagione 1984, che, per quanto riguarda i fatti di casa nostra, si conclude con la terza sfida consecutiva nella Finale playoff tra Torino e Parma, stavolta appannaggio del Club torinese, a dispetto del trasferimento di Bertoli alla Panini Modena, sostituito dallo svedese Bengt Gustafson, che aveva come di consueto concluso al primo posto la stagione regolare, e che, all’oramai abituale 3-0 di gara-1 al PalaRuffini, abbina in questa occasione un netto 3-1 esterno in gara-2 che chiude definitivamente i conti.

In campo europeo, tocca stavolta alla Santal approfittare dell’assenza delle compagini sovietiche in Coppa dei Campioni in concomitanza con l’anno olimpico – una doppia beffa visto il contro boicottaggio imposto dal governo di Mosca ai Giochi di Los Angeles ’84 – divenendo la seconda squadra italiana ad aggiudicarsi il Trofeo, al quale la Robe di Kappa risponde tornando in Finale di Coppa delle Coppe, ma stavolta aggiudicandosi la manifestazione a spese degli spagnoli del Palma di Maiorca, seconda squadra italiana ad imporsi, dopo la Panini Modena nel 1980.

Nel frattempo, Prandi è stato altresì chiamato a cercare di risollevare le sorti della pallavolo azzurra in campo internazionale e, con lui alla guida, l’Italia ottiene la prima medaglia olimpica della sua storia – ancorché condizionata dall’assenza delle citate Nazioni del blocco sovietico – con il Bronzo conquistato ai Giochi di Los Angeles ’84 alle spalle di Stati Uniti e Brasile, in un’edizione che vede tra i convocati ben sei giocatori di “scuola torinese”, vale a dire Bertoli, Dametto, De Luigi, Lanfranco, Piero Rebaudengo e Vullo.

Purtroppo, con la fine di detta stagione si conclude anche l’abbinamento con la Robe di Kappa e, dopo una stagione in cui torna a giocare come Cus Torino e tre successive annate con l’industria dolciaria “Bistefani” come sponsor, il progressivo abbandono da parte dei migliori giocatori e gli elevati costi di gestione incompatibili con il budget finanziario a disposizione, spingono la Società torinese a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, cedendo il titolo sportivo al Cuneo Volley, mentre Prandi, fedelmente al comando della squadra sino all’ultimo, si accasa a Padova per poi tornare, in seguito, ad allenare proprio Cuneo.

Di quei 16 anni ai vertici della Pallavolo italiana, restano i record, come quello delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12 gennaio 1980 al 10 marzo ’82), oltre ai 46 successi casalinghi uno di seguito all’altro ed alle 6 stagioni consecutive chiuse al primo posto nella stagione regolare, ma soprattutto, l’essere stata la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni, portando a Torino un trofeo per il quale, in campo calcistico, la Juventus avrebbe dovuto attendere altri cinque anni…