CRESCITA, TRIONFI E DECLINO DEL CUS TORINO DI PALLAVOLO

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Una fase della finale scudetto ’84 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La Torino degli anni ’70 vive l’apice della rivalità calcistica, in tempi relativamente recenti, delle sue due squadre, la Juventus ed il Torino, che hanno spodestato, ai vertici dell’italica passione pallonara, la coppia rossonerazzurra costituita dalle due compagini meneghine del Milan e dell’Inter che, nel decennio precedente, si erano portate a casa, tra tutte e due, qualcosa come cinque Scudetti, quattro Coppe dei Campioni e tre Coppe Intercontinentali.

Sono gli anni in cui il “Derby della Mole” richiama su di sé l’attenzione dell’Italia intera, in cui il Torino torna a gioire nel 1976 per un titolo di Campione d’Italia che mancava dal tragico schianto di Superga del ’49, che vede le due rivali giocare un Campionato a sé l’anno seguente, vinto dai bianconeri per un solo punto (51 a 50) sui granata, e coi tifosi di questi ultimi a domandarsi cosa abbia in più il trio Causio-Rossi-Bettega da essere preferito in Nazionale al loro Sala-Graziani-Pulici, oltretutto da un Commissario Tecnico quale Enzo Bearzot, ex “vecchio cuore granata”.

Ma, in tutto questo ambito dove la sfera di cuoio la fa da padrone, un’altra realtà cittadina sta iniziando ad imporsi a livello nazionale e non solo, vale a dire il Cus Torino Volley, Società fondata nel 1952 e che, da metà anni ’60 sta bruciando le tappe, con la promozione in C nel ’65 e l’anno successivo in B, dove resta sino al 1972, stagione al termine della quale giunge l’approdo alla massima serie del campionato nazionale.

Un approccio timido, con sole quattro vittorie sulle 22 gare disputate ed un decimo posto in classifica che evita per soli due punti il ritorno nella serie cadetta, ma che vede il debutto di uno dei più grandi talenti della nostra pallavolo dell’epoca, il torinese purosangue Gianni Lanfranco, appena 16enne centrale di m.1,89 un’altezza che impallidisce se rapportata ai lungagnoni dei tempi nostri, e che, pensate un po’, aveva iniziato la propria attività sportiva in maglia granata nelle Giovanili del Torino, prima di virare sulla pallavolo.

Ci mette poco, comunque, il Cus Torino ad adeguarsi alla massima divisione, ad iniziare dal torneo successivo, dove la compagine allenata da Franco Leone si piazza al quinto posto (con un record di 16 vittorie a fronte di 10 sconfitte), grazie all’innesto in squadra dell’alzatore bulgaro Dimitar Karov, reduce dal quarto posto con la sua Nazionale alle Olimpiadi di Monaco ’72.

Con Karov in regia, a dettare i tempi delle azioni offensive, e Lanfranco a martellare i muri avversari, nel ’75 il Cus Torino si migliora ancora sino a sfiorare la conquista dello Scudetto, concludendo la stagione al secondo posto – all’epoca non erano stati ancora introdotti i playoff per l’assegnazione del titolo – a soli due punti di distacco dall’Ariccia Campione, risultando decisivo, dopo che i due scontri diretti si concludono con un doppio 3-0 a favore delle rispettive squadre ospitanti, il passo falso costituito dalla sconfitta per 1-3 a Modena contro la Villa d’Oro.

Manca oramai pochissimo per toccare i vertici, ed un ulteriore passo in avanti avviene sia con l’ingresso in Società dello sponsor “Klippan”, che con l’incremento di esperienza nel sestetto titolare con l’arrivo del 31enne universale Andrea Nannini, proveniente dalla Panini Modena e con già quattro titoli di Campione d’Italia nel proprio palmarès, a cui sta per aggiungerne un quinto allorché la compagine di Leone si trova a concludere il torneo ’76 a pari merito, ironia della sorte, con la formazione del “Re delle Figurine”, con ciò rendendosi necessaria la disputa dello spareggio il 16 maggio ’76 a Milano, risolto con un netto 3-0 (15-12, 15-12, 15-5 i parziali) a favore dei modenesi, proprio nella stessa domenica in cui la Torino granata festeggia la conquista dello Scudetto nel calcio.

Storia insegna che i successi in uno sport di squadra sono quasi sempre legati alla figura di un tecnico carismatico, ed anche per il Cus Torino vale la stessa verità, grazie all’affidamento della guida tecnica, a partire dall’autunno ’76 al non ancora 30enne Silvano Prandi, il quale aveva concluso la carriera da giocatore proprio con il Cus Torino, nell’anno della promozione in Serie A.

Prandi, uno dei tecnici di maggior successo nella storia della pallavolo italiana – tanto da meritarsi l’appellativo di “Professore” – procede per gradi alla costruzione di quella che sta per divenire la dominatrice di tale disciplina e, sostituito Karov con il palleggiatore cecoslovacco Jiri Svoboda, inserisce nel sestetto titolare altri due giovani di sicuro avvenire ed entrambi del capoluogo piemontese, vale a dire il 18enne alzatore Piero Rebaudengo ed il 17enne centrale Giancarlo Dametto.

A Prandi poco importa di ottenere risultati nel breve termine, per lui è fondamentale costruire una squadra dallo spirito vincente dando tempo ai giovani di maturare e così, dopo un quarto posto nel ’77 ed un terzo nel ’78, e grazie all’occhio lungo costituito dall’aver intuito le potenzialità del 18enne schiacciatore Franco Bertoli, prelevato in Serie C da Udine nell’estate ’77, può finalmente completare il puzzle e presentare all’Italia del Volley la sua “creatura” – costituita, particolare non trascurabile, da soli giocatori italiani e di cui ben 6 su 9 della rosa titolare, nati a Torino od in Piemonte – che consente per la prima volta a Torino di festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.

Ciò avviene al termine della stagione ’79, conclusa dalla Klippan con due sole sconfitte esterne (0-3 a Modena ed 1-3 a Sassuolo contro l’Edilcuoghi), una in meno della Panini Modena, impresa che non si rivela fine a se stessa, visto che l’anno successivo la “Banda Prandi”, sempre rigorosamente autarchica, non solo si conferma Campione d’Italia, nuovamente con un record di 20 vittorie e sole due sconfitte e 6 punti di vantaggio sulla Paoletti Catania, ma si afferma anche laddove la blasonata formazione bianconera della Juventus non era ancora riuscita in campo calcistico.

Ebbene sì, Prandi porta Torino per la prima volta sul tetto d’Europa, superando nella Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto 3-0 proprio il 19 marzo 1980, “Festa del Papà”, come se i suoi “ragazzi” avessero voluto fargli il più gradito dei regali, circostanza che segna non solo il primo trionfo di una squadra italiana nella manifestazione, ma altresì la prima volta che il trofeo, istituito nel 1959, non viene assegnato ad una compagine dell’Europa orientale, anche se, per obiettività di giudizio, occorre ricordare che, negli anni olimpici, le squadre dell’ex Unione Sovietica non partecipano alla competizione.

Quanto questa assenza possa avere inciso se ne ha la riprova l’anno seguente, dopo che importanti cambiamenti avvengono sia a livello societario che tecnico, con l’abbandono, da una parte dello sponsor Klippan, sostituito dalla “Robe di Kappa”, importante maglificio torinese, e dall’altra, con il trasferimento del 24enne Lanfranco alla Santal Parma, rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, fresco vincitore dell’Argento olimpico ai Giochi di Mosca ’80, cui fanno seguito gli inserimenti in squadra di altri due interessanti giovani, l’altro Rebaudengo, Paolo, classe ’60, ed il 17enne Guido De Luigi, anch’essi “torinesi doc”.

La perdita di Lanfrancoo non sposta di una virgola le potenzialità del sestetto piemontese che, al contrario, porta a compimento un’annata irripetibile sul fronte interno, vincendo tutte e 22 le gare della stagione 1981 per il proprio terzo titolo consecutivo – con una straordinaria differenza set di 66-7, costituita da 15 affermazioni per 3-0 e 7 per 3-1 – aggiudicato con ben quattro turni di anticipo.

In Coppa Campioni, però, la sorte abbina ai neocampioni d’Europa i fortissimi sovietici del CSKA Mosca ai quarti di finale, turno che dà l’accesso alle “Final Four” per l’assegnazione del trofeo e, stavolta, la compagine torinese deve inchinarsi nel doppio confronto, sconfitta 1-3 in Russia e nuovamente per 2-3 al PalaRuffini nel match di ritorno.

Con l’intenzione di riprovarci l’anno successivo, Prandi deve però confrontarsi sul versante nazionale con la crescita esponenziale di un’altra formidabile compagine con cui per tre anni darà vita a sfide di elevatissimo contenuto sia tecnico che agonistico, vale a dire la Santal Parma che, oltre al “core ‘ngrato” Lanfranco, può contare sul genio del palleggiatore coreano Kim Ho Chul, nonché su altri talenti del calibro di Gianni Errichiello, Marco Negri, Giorgio Goldoni e Pierpaolo Lucchetta.

Per la prima volta, vengono istituiti i playoff al termine della stagione regolare, che la Robe di Kappa conclude comunque al primo posto con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta, una in meno di Parma che – oltre a scambiarsi i reciproci dispetti di andare l’una a violare il parquet dell’altra, in entrambi i casi per 3-2 – incappa in un secondo scivolone esterno nel derby di Sassuolo, superata per 3-1 dall’Edilcuoghi.

Prima però, per Prandi ed i suoi, c’è da andare alla ricerca del ritorno ai vertici del volley continentale, dopo aver centrato l’accesso alle “Final Four” di Parigi grazie al doppio successo per 3-1 a spese della Stella Rossa di Bratislava, andando ad affrontare i greci dell’Olympiakos Atene, il CSKA Mosca ed i campioni in carica della Dinamo Bucarest che, l’anno precedente, avevano sconfitto a sorpresa i moscoviti per 3-2 al termine di un incontro dalle mille emozioni.

Superate senza eccessive difficoltà sia la compagine greca (3-0 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-4, 15-7) che quella rumena (3-1, dopo una partenza ad handicap, come dimostrano i parziali, 8-15, 15-11, 15-8, 15-5) ecco che il match decisivo per la conquista del trofeo oppone la Robe di Kappa ai sovietici del CSKA Mosca, desiderosi di tornare sul trono europeo che già in 6 precedenti occasioni li aveva visti trionfare, ed, anche stavolta, la maggior forza fisica ed esperienza del sestetto russo ha la meglio, imponendosi per 3-1, con i torinesi a cercare di rimontare un inizio disastroso (10-15 e 3-15 i parziali dei primi due set) grazie al 15-9 del terzo set per poi lottare sino all’ultimo pallone prima di cedere 14-16 nel quarto e decisivo parziale.

Una delusione alla quale segue quella della fase finale del campionato, al cui atto conclusivo giungono, come ovvio che sia, Torino e Parma, liberatisi con altrettanti doppi 3-0 di Roma e Sassuolo da una parte e di Chieti e Modena dall’altra, ma dopo l’iniziale 3-0 al PalaRuffini, azzerato da analogo punteggio a favore dei parmensi, gli stessi si impongono per 3-1 nel terzo e decisivo match per il quarto titolo della loro storia.

In questa fase iniziale degli anni ’80, Torino e Parma sono le due indiscusse squadre leader del nostro movimento pallavolistico, sia a livello nazionale che europeo, come confermano le due successive stagioni, che le vedono ancora contendersi il titolo di Campione d’Italia, che la Santal fa nuovamente suo nel 1983 dopo aver terminato la stagione regolare alle spalle della Robe di Kappa – che, nel frattempo, ha perso Zlatanov, sostituito dall’americano Tim Hovland, ed inserito in formazione un altro giovane e futuro protagonista del nostro volley, vale a dire il 18enne massese Fabio Vullo, alzatore di classe mondiale – ribaltando, come nell’anno precedente, lo 0-3 in trasferta di gara-1, grazie al successo interno per 3-2 in gara-2 ed all’affermazione per 3-1 nella “bella”.

Uscite entrambe con le ossa rotte dalle rispettive Finali internazionali – sconfitte per 1-3 contro i francesi del Cannes e per 2-3 (dopo aver sprecato un vantaggio di 2-1, perdendo il quarto set 17-19) contro il CSKA Mosca per il Santal nelle “Final Four” di Coppa dei Campioni svoltesi proprio a Parma, ed analoga sconfitta in Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo per la Robe di Kappa – il riscatto giunge nella stagione 1984, che, per quanto riguarda i fatti di casa nostra, si conclude con la terza sfida consecutiva nella Finale playoff tra Torino e Parma, stavolta appannaggio del Club torinese, a dispetto del trasferimento di Bertoli alla Panini Modena, sostituito dallo svedese Bengt Gustafson, che aveva come di consueto concluso al primo posto la stagione regolare, e che, all’oramai abituale 3-0 di gara-1 al PalaRuffini, abbina in questa occasione un netto 3-1 esterno in gara-2 che chiude definitivamente i conti.

In campo europeo, tocca stavolta alla Santal approfittare dell’assenza delle compagini sovietiche in Coppa dei Campioni in concomitanza con l’anno olimpico – una doppia beffa visto il contro boicottaggio imposto dal governo di Mosca ai Giochi di Los Angeles ’84 – divenendo la seconda squadra italiana ad aggiudicarsi il Trofeo, al quale la Robe di Kappa risponde tornando in Finale di Coppa delle Coppe, ma stavolta aggiudicandosi la manifestazione a spese degli spagnoli del Palma di Maiorca, seconda squadra italiana ad imporsi, dopo la Panini Modena nel 1980.

Nel frattempo, Prandi è stato altresì chiamato a cercare di risollevare le sorti della pallavolo azzurra in campo internazionale e, con lui alla guida, l’Italia ottiene la prima medaglia olimpica della sua storia – ancorché condizionata dall’assenza delle citate Nazioni del blocco sovietico – con il Bronzo conquistato ai Giochi di Los Angeles ’84 alle spalle di Stati Uniti e Brasile, in un’edizione che vede tra i convocati ben sei giocatori di “scuola torinese”, vale a dire Bertoli, Dametto, De Luigi, Lanfranco, Piero Rebaudengo e Vullo.

Purtroppo, con la fine di detta stagione si conclude anche l’abbinamento con la Robe di Kappa e, dopo una stagione in cui torna a giocare come Cus Torino e tre successive annate con l’industria dolciaria “Bistefani” come sponsor, il progressivo abbandono da parte dei migliori giocatori e gli elevati costi di gestione incompatibili con il budget finanziario a disposizione, spingono la Società torinese a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, cedendo il titolo sportivo al Cuneo Volley, mentre Prandi, fedelmente al comando della squadra sino all’ultimo, si accasa a Padova per poi tornare, in seguito, ad allenare proprio Cuneo.

Di quei 16 anni ai vertici della Pallavolo italiana, restano i record, come quello delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12 gennaio 1980 al 10 marzo ’82), oltre ai 46 successi casalinghi uno di seguito all’altro ed alle 6 stagioni consecutive chiuse al primo posto nella stagione regolare, ma soprattutto, l’essere stata la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni, portando a Torino un trofeo per il quale, in campo calcistico, la Juventus avrebbe dovuto attendere altri cinque anni…

 

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LA TEODORA RAVENNA, DINASTIA DEL VOLLEY FEMMINILE DI CASA NOSTRA

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Azione di attacco della Teodora Ravenna – da fuoricampo.info

articolo di Giovanni Manenti

I Media americani, che quanto ad enfasi non hanno nulla da imparare da chicchessia, sono soliti definire con il termine “Dinasty” (“Dinastia”) la supremazia assoluta di una squadra per un periodo prolungato in una qualsivoglia disciplina sportiva, ed, al riguardo, due classici esempi sono costituiti dai New York Giants di Baseball, capaci di aggiudicarsi 8 “World Series” in 12 Stagioni (dal 1947 al 1958) ed, ancor più, i Boston Celtics di Basket, Campioni NBA in ben 11 occasioni su 13 Stagioni (dal 1957 al 1969).

Termine indubbiamente un po’ forzato, preso a prestito dalle Case regnanti Europee, ma che indubbiamente rende l’idea e che, nel nostro piccolo, non abbiamo alcuna difficoltà ad abbinare a quella che, in effetti, è stata una superiorità a dir poco imbarazzante messa in mostra dalle ragazze dell’Olimpia Ravenna di Volley, le quali compiono un’impresa da Guinness dei Primati aggiudicandosi ben 11 Scudetti consecutivi dal 1981 al ’91.

Terreno fertile per gli amanti della pallavolo, l’Emilia-Romagna può già vantare svariati titoli nazionali con le squadre modenesi (ve ne sono addirittura tre a contendersi la leadership), cui si aggiungono Reggio Emilia e Parma, allorquando Ravenna si affaccia nella Massima Divisione nell’autunno ’76, sulla scia degli ottimi risultati a livello giovanile – Campione d’Italia Under 16 nel 1974 e ’75, cui nel ’78 si aggiunge il Titolo Juniores – raggiunti da una Società fondata solo nel 1965 per iniziativa di una Professoressa di Educazione Fisica, Alfa Garavini.

Giusto il tempo di prendere confidenza con l’elite del volley nostrano e, in capo a cinque anni, ecco che le ragazze ravennati pongono le basi della citata “Dinastia” aggiudicandosi i titoli nel 1981 ed 1982 grazie anche al contributo dello sponsor, la Diana Docks.

Ed è proprio dalla sponsorizzazione che giunge la svolta decisiva, con l’entrata in Società del potente Gruppo Agroalimentare Ferruzzi, che abbina alla squadra il nome dell’Olio Teodora, modificando altresì il colore delle divise, da bianco-celeste a giallo-rosso, e, soprattutto, fornendo il sostegno finanziario necessario per reggere a così alti livelli per oltre un decennio.

Ma, come ogni grande orchestra che si rispetti ha bisogno di un Maestro che la diriga, così alla base dei successi ravennati vi è una figura carismatica che vi lega il proprio nome, nella persona del Tecnico Sergio Guerra, il quale – alla stregua di quanto compiuto da “RedAuerbach ai Boston Celtics – ne è la guida e punto di riferimento, denominato, ma lui lo considera un vanto, “l’ultimo artigiano” della Pallavolo italiana, vale a dire quella di fine anni ’70, non ancora legata alle attenzioni scientifiche, in campo maschile, di un Carmelo Pittera né al lavoro psicologico che avrebbe successivamente apportato Julio Velasco, così come ancora lontano dall’onda computerizzata e specializzata con cui, sempre nel settore maschile, gli Stati Uniti avrebbero posto fine al dominio sovietico.

Dominio che, viceversa, prosegue in casa romagnola per l’intero decennio ’80 e che ha anche modo di espandersi oltre i confini italiani, con, sulla carta, l’impari confronto con le Campionesse dell’Est Europa – e sovietiche in particolare – rispetto alle quali le ragazze di Guerra partivano anche con un non trascurabile handicap di centimetri riguardo all’altezza.

Come ogni buon “artigiano” che si rispetti, Guerra sa bene che le fondamenta sono necessarie per costruire qualcosa di produttivo (che, in ambito sportivo, si traduce in “vincente” …) e, in questo caso, la fertile terra romagnola è di indiscutibile aiuto, visto che i ricordati primi due titoli di inizio anni ’80 sono conquistati con la presenza di sole ragazze della “Terra del Liscio” ed altresì quasi tutte di Ravenna e dintorni.

Certo, l’ingresso della Ferruzzi agevola il compito, consentendo l’inserimento anche di giocatrici straniere, ma sul punto Guerra – consapevole di quanto sia importante la coesione e l’affiatamento del Gruppo – non è che ne approfitti più di tanto, qualora si consideri che nei suoi 11 anni di dominio assoluto, tessera solo sei ragazze d’oltralpe, la prima delle quali è la bulgara Svetana Bojurina, che giunge 30enne a Ravenna con già alle spalle un Palmarès di assoluto rispetto costituito da tre titoli ed altrettante Coppe bulgare, oltre alla Coppa dei Campioni ’79 ed alla Coppa delle Coppe ’82, tutti Trofei vinti con il CSKA Sofia.

Bojurina si ferma tre anni a Ravenna – per quanto ovvio coincidenti con gli Scudetti del 1983, ’84 ed ’85 – e fornisce un importante contributo di esperienza, utile alla crescita soprattutto mentale della squadra che, difatti, si trova a dover disputare lo spareggio con le rivali della Nielsen Reggio Emilia per aggiudicarsi il terzo titolo consecutivo, avendo le due squadre concluso la stagione ’83 (ultima prima dell’introduzione dei Playoff) con 20 vittorie e 2 sconfitte a testa, ma sul neutro di Bologna, il 18 aprile ’83, le ravennati confermano il doppio successo ottenuto in Campionato, con un 3-0 che non ammette repliche.

Altro tassello importante per la costruzione di un ciclo vincente è avere a disposizione uno “zoccolo duro” su cui poter contare e far sempre riferimento, sia da parte del Tecnico, ma anche delle compagne, e su questo lato Guerra può dormire sonni tranquilli, visto che ha a disposizione la “più ravennate che ci possa essere”, al secolo Manuela “Manu” Benelli, alzatrice che delle anguste mura del “Palasport Angelo Costa” ha fatto la sua seconda casa, cui vanno aggiunte la centrale Liliana “Lily” Bernardi e la opposta Prati, tutte presenti negli 11 anni costellati di successi.

Successi per i quali vale la pena di spendere qualche cifra prima di allargare i nostri orizzonti, con un’imbattibilità sui parquet italiani che si protrae dal 15 marzo 1985 sino all’8 dicembre 1987 per qualcosa come 74 partite consecutive (Playoff compresi) senza conoscere sconfitta, parola depennata dal Vocabolario romagnolo, mentre il terreno di casa resta inviolato per 79 gare di fila, a dimostrazione di una tenuta fisica e mentale che ha dello straordinario.

Già, perché le ragazze di Guerra non si limitano a fungere da “schiacciasassi” in un Campionato che per loro rappresenta poco più di un allenamento – ed al quale, tanto per gradire, abbinano pure la conquista di 6 Coppe Italia (1980, ’81, ’84, ’85, ’87 e ’91) – ma puntano al “bersaglio grosso”, vale a dire la vittoria nella Coppa dei Campioni, Trofeo patrimonio esclusivo delle formazioni dell’Est Europeo, ed, in particolare, delle sovietiche CSKA Mosca ed Uralocka di Ekaterimburg, le quali costituiscono pressoché integralmente, specie la seconda, la Nazionale Sovietica.

Una rincorsa che parte da lontano per un successo da costruire poco a poco, facendo esperienza nel dover ingoiare i bocconi amari di quattro secondi posti consecutivi – dal 1984 al 1987 – prima di poter assaporare la gioia del trionfo nelle “Final Four” svoltesi a Salonicco dal 19 al 21 febbraio ’88, ed a cui accedono, oltre alle giallorosse di casa nostra, le detentrici dell’Uralocka, le bulgare del CSKA Sofia e le tedesche orientali della Dynamo Berlino.

Con l’impressione, comunque, di rappresentare un vaso di coccio rispetto a tanti vasi di ferro, specie per quanto riguarda le ragazze sovietiche – il cui sestetto composto da Valentina Ogiyenko, Yelena Volkova, Irina Smirnova, Irina Parkhomchuk, Marina Nikulina e Svetlana Korytova andrà a comporre l’ossatura portante della Nazionale che, sette mesi dopo, conquisterà il titolo olimpico ai Giochi di Seul ’88 – le ravennate fanno tesoro delle esperienze passate e, dopo aver schiantato le bulgare del CSKA Sofia con un 3-0 i cui parziali (15-4, 15-6, 15-2) non danno adito a recriminazioni di sorta, dimostrano di “esserci di testa” nella semifinale contro le tedesche orientali della Dynamo Berlino, facendo loro la gara con un inequivocabile 15-4 nel quinto e decisivo set dopo quattro parziali all’insegna dell’equilibrio, per così poter disputare la loro quinta finale consecutiva.

Al cospetto delle “quasi” invincibili sovietiche – alle quali l’anno precedente le ragazze di Guerra si erano dovute inchinare per 1-3 dopo essersi aggiudicate il primo set – l’esito sembra ricalcare quanto già visto in passato, data la facilità con cui le avversarie si impongono (15-7) nel primo set, ma stavolta la musica è diversa e sono Benelli & Co. a restituire con gli interessi lo svantaggio iniziale per un trionfo che non ha precedenti nella Storia del Volley azzurro, con i successivi tre set vinti per 15-10, 15-9 e 15-11 per il coronamento di un sogno che pareva, ai più, irrealizzabile.

E’ altresì sin troppo logico che una tale supremazia non dovesse trovare riscontro anche a livello federale, dove la Nazionale Italiana è a digiuno di medaglie sin dalla sua fondazione, ed ecco che, in previsione dei Campionati Europei di Stoccarda ’89, sullo stile usato in Urss con le ragazze dell’Uralocka, ben 7 componenti della formazione di Guerra – oltre alle veterane Benelli, Bernardi, Prati e Zambelli, vi sono le più giovani Bertini, Mele e Chiostrini – con in più la Flamigni, che aveva lasciato il gruppo da due stagioni, trasmigrano in maglia azzurra, alla diretta guida del loro Tecnico, il quale, l’anno precedente, aveva ottenuto un prezioso Argento nella Rassegna Continentale Juniores potendo contare su sei delle “sue” ragazze (le già citate Bertini, Mele e Chiostrini, promosse in Nazionale A, con l’aggiunta di Fanara e delle sorelle Saporiti).

Il titolo non sfugge alle Campionesse Olimpiche dell’Unione Sovietica, nei confronti delle quali le Azzurre si inchinano in Semifinale con un pesante 0-3 (10-15, 7-15, 8-15), ma altrettanto netto è il punteggio con cui le ragazze di Guerra fanno loro la gara per il Bronzo, visti i parziali di 15-5, 15-6, 15-3 con cui travolgono 3-0 la Romania, per quella che, oltre ad essere la prima, resta anche l’unica medaglia dell’Italia al femminile per 10 anni, sino ad un altro terzo posto conquistato agli Europei di Roma ’99.

E, se il ciclo scudettato si conclude nel ’92, non così avviene a livello continentale, visto che, dopo il successo del 1988 ed altre due sconfitte in Finale – sempre per 1-3 e sempre contro le “odiate” sovietiche dell’Uralocka nei due anni successivi – modo migliore per porre la parola fine ad un periodo talmente straordinario da far fatica a credere che possa essere esistito non può esservi che riconquistare il Trofeo proprio nel Palazzetto di casa, dove a fine febbraio ’92, il sestetto ravennate dapprima umilia le ora divenute russe dell’Uralocka per 3-0 (15-8, 15-7, 15-7), per poi riservare lo stesso trattamento alle tedesche del CJD Feuerbach (15-10, 15-4, 15-6 i parziali) e quindi richiedere il sostegno del proprio, caloroso ed appassionato, pubblico per aver ragione delle croate dell’HAOK Mladost al termine di una sfida infinita, come dimostrano i parziali di 15-11, 10-15, 15-12, 6-15, 15-10 a suggello del 3-2 conclusivo.

E c’è pure il tempo, prima che scorrano i titoli di coda su di una delle più belle favole che lo Sport Italiano abbia registrato, per far proprio, a metà novembre ’92, anche il Campionato Mondiale per Club, svoltosi in Italia, ad Jesi, precedendo formazioni prestigiose quali le brasiliane della Asqua di Fiori Minas e, tanto per cambiare, le solite russe dell’Uralocka.

Una bella favola, indubbiamente, che ci conclude a seguito dell’abbandono del Gruppo Ferruzzi quale sostegno finanziario, ma che, rispetto alle fiabe, trattandosi di eventi reali e tangibili, non può non nascondere un segreto, che cercano di svelare i maggiori protagonisti di questa “Epopea d’Oro” del Volley ravennate in occasione della festa per il 50esimo Anniversario dalla Fondazione del Club, ed ecco che suonano importanti le parole della “storicaCapitana Manu Benelli, “La cosa che forse da fuori non sanno, è che gli allenamenti erano uno spasso, anche se si lavorava duramente, ci siamo fatti delle grandi risate”.

Solo allegria, quindi, non sarebbe neanche rispettoso per chi ha conquistato così tanti allori, ed a proposito giunge la precisazione di Lily” Bernardi, “Lavoravamo molto e ci divertivamo anche, è vero, ma alla base c’era la passione, la determinazione a raggiungere determinati risultati, un gruppo unito non sempre fatto di amiche nella vita, ma tutte orientate nel centrare i medesimi obiettivi”.

Già meglio, diremmo, ma il tocco finale non può che spettare all’artefice di tanti successi, vale a dire il tecnico Sergio Guerra, purtroppo scomparso poco tempo dopo la cerimonia, il 14 settembre 2015 all’età di 71 anni, il quale sottolinea come “sia difficile spiegare quale possa essere stato il nostro segreto, di sicuro non ci siamo mai accontentati, non abbiamo mai guardato indietro a ciò che avevamo vinto, ma sempre avanti verso nuovi traguardi da raggiungere

Ecco, ora ci siamo, lavoro, divertimento, passione, determinazione e voglia di vincere, ecco il “Cocktail” perfetto per costruire un ciclo vincente o, come direbbero in America, una “Dinasty” ….

 

LA TRISTE STORIA DI KIRK KILGOUR, IL CAMPIONE CHE COMMOSSE IL PAPA

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Kilgour ricevuto da Giovanni Paolo II – da libertaepersona.org

articolo di Giovanni Manenti

In una Nazione come gli Stati Uniti, dove gli Sport di squadra più praticati sono Baseball, Basket, Hockey su ghiaccio e Football (quello con la palla ovale, of course …), la sola idea di dedicarsi alla Pallavolo, specie a fine anni ’60, può sembrare una trovata pittoresca o poco più, e difatti, il giovane californiano Kirk Kilgour, protagonista della nostra triste storia odierna, pratica baseball, atletica leggera e, soprattutto, basket duranti gli anni al liceo.

Ed è anche bravino, il non ancora 20enne californiano – nasce, difatti, a Los Angeles a fine dicembre ’47 – tanto da meritarsi il grado di Capitano della squadra del “Bellevue Community College”, nonché di essere eletto “Giocatore Difensivo dell’Anno” dello Stato di Washington, il tutto finché uno dei pionieri del Volley negli Stati Uniti, il celebre allenatore Al Scates, non convince Kilgour, avendone intuito le grandi potenzialità, a raggiungerlo alla celebre UCLA (acronimo di University of California, Los Angeles) per far parte dei suoi UCLA Bruins.

Kilgour accetta, e, parallelamente agli studi che gli consentono di laurearsi brillantemente in Psicologia, fornisce un importante contributo alla vittoria dei “Bruins” nei Campionati NCAA del 1970 e ’71, ottenendo, nella seconda stagione, anche il titolo di “Miglior Giocatore dell’anno”.

Il problema è che, ultimati gli studi, il Volley non ha un seguito professionistico con un proprio Campionato negli Stati Uniti, e difatti le Selezioni Olimpiche – Maniefstazione alla quale peraltro la Nazionale a stelle e strisce fatica all’epoca a qualificarsi – avvengono attingendo esclusivamente ai giovani universitari, ma in soccorso di Kilgour giunge la chiamata da oltre Oceano e, più precisamente dall’Italia.

E’ un periodo in cui anche nel Bel Paese la Pallavolo sta cambiando pelle, con i primi sponsor ad interessarsi a tale disciplina, il che determina lo scioglimento di Società storiche, una fra tutte, la “Ruini” di Firenze, i cui migliori giocatori vengono acquistati da un Club della Capitale, l’Ariccia, neopromosso in Serie A1 ad appena tre anni dalla sua fondazione, grazie all’iniziativa dell’imprenditore Giovanni Cianfanelli e del General Manager Renato Ammannito.

Ed ecco, quindi, approdare nella Città Eterna i due leader della Ruini Campione d’Italia, vale a dire il regista Mario Mattioli e lo schiacciatore Erasmo Salemme, mentre una sapiente opera di scouting ed il desiderio del diretto interessato di scoprire nuovi orizzonti, porta anche Kilgour a rinforzare il sestetto a disposizione del tecnico Riccardo Di Lauro, primo rappresentante degli Stati Uniti a giocare nel nostro Campionato.

Tipica espressione dell’americano scanzonato ed un po’ hippie, ma con una gran voglia di girare il mondo e di accrescere le proprie conoscenze, Kilgour alterna alle partite ed agli allenamenti in palestra, l’insegnamento, a titolo gratuito, di inglese e ginnastica presso le Scuole Medie di Ariccia, attività che, per quanto ovvio, lo rende ancor più apprezzato dai tifosi che poi, al sabato, si riversano nel Palazzetto dello Sport per ammirarne le evoluzioni sul parquet.

Già, perché l’Ariccia, sia pur da debuttante, dimostra di avere le carte in regola per competere con le migliori squadre della Massima Divisione e, dopo una prima stagione conclusa al secondo posto a pari merito con la “Lubiam” Bologna, alle spalle della “Panini” Modena – nel mentre la “saccheggiata” Ruini Firenze, privata dei suoi pezzi migliori, addirittura retrocede in Serie A2 – ecco che la Società decide di affidare la conduzione tecnica, nelle vesti di allenatore-giocatore, proprio a Mattioli, il quale, come primo passo, convince l’ex compagno di squadra Andrea Nencini a seguirlo nella Capitale per ricomporre, assieme al già citato Salemme, il terzetto che tante fortune aveva portato alla formazione fiorentina.

E, con un Kilgour ad aver smaltito il suo primo anno di ambientamento in Italia e la maturazione del giovane “martello” Claudio Di Coste (un 20enne di m.2,07 …!!) la sfida al resto della concorrenza da parte del sestetto dell’ambizioso Ammannito è lanciata e si conclude in maniera a dir poco trionfale, visto che l’Ariccia conquista il titolo di Campione d’Italia vincendo 25 delle 26 partite in calendario – e delle 13 vittorie sul parquet amico, ben 11 avvengono per 3-0 e solo Parma e Trieste possono vantarsi di strappare un set agli scatenati avversari – con l’unica sconfitta patita sul campo del Cus Torino, al quale, giunto secondo a due soli punti di distanza (all’epoca non esistevano ancora i Playoff), è fatale una inaspettata distrazione a Modena, ma non, come pensabile, contro la Panini, bensì di fronte al “Villa d’Oro”, seconda squadra della città emiliana.

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Kilgour in azione – da leggo e riflettoblogspot.it

Le indiscutibili qualità tecniche come schiacciatore di banda – il centrale non può che essere Di Coste – e l’innata simpatia che trasmette, fanno di Kilgour l’idolo della piazza romana ed anche per il Torneo successivo, che la Lega struttura con una formula che viene presto accantonata, conferma la volontà dell’Ariccia di confermarsi Campione d’Italia.

Dopo aver, difatti, superato senza ostacolo alcuno il proprio Girone eliminatorio – formato da quattro squadre con gare di andata e ritorno, che l’Ariccia conclude a punteggio pieno, con 18 set vinti ed uno solo perso (!!) – i ragazzi di Mattioli si stanno preparando per la seconda fase, la cosiddetta “Poule Scudetto” per la quale si sono qualificate otto squadre, e che vede la Panini Modena e la Klippan Torino come le altre due autorevoli pretendenti allo scudetto.

Ma un tragico pomeriggio, l’8 gennaio 1976, alla ripresa della preparazione dopo la pausa natalizia, avviene l’imponderabile, sotto forma di una brutta caduta del californiano pochi giorni dopo aver compiuto 28 anni, nel mentre sta eseguendo un esercizio al “cavallo”.

Immediatamente soccorso e trasportato in Ospedale per i dovuti accertamenti, la diagnosi è di quelle che lasciano agghiacciati, vale a dire lussazione della quinta vertebra cervicale con lesione del midollo spinale, con conseguente totale ed irreversibile paralisi ai quattro arti.

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Kilgour dopo l’incidente -da weebly.com

Il mondo del volley, e non solo, è sconvolto, passare in un attimo dall’essere un giovane all’apice del successo sportivo e nel pieno della propria vigoria fisica a ritrovarsi su di una sedia a rotelle per il resto della propria vita è un evento che si fa fatica a digerire, ma proprio da questa drammatica situazione emerge l’altra faccia di Kilgour, quella interiore, non meno da fuoriclasse rispetto a quella ammirata come atleta.

Tornatosene negli Stati Uniti, difatti, lo sfortunato giocatore non intende rassegnarsi alla sua “condizione di fossile” (espressione da lui stesso coniata) e, nonostante non vi potessero essere miglioramenti circa il suo stato di tetraplegico, ha continuato a vivere nel cercare di sfruttare al meglio la “fama” che aveva raggiunto a seguito del suo dramma umano e sportivo, riuscendo a svolgere, con una sedia a rotelle appositamente attrezzata per le sue esigenze, attività di commentatore sportivo ed analista di volley.

Ma un’altra grande forza spinge Kilgour in questo suo lungo “Calvario”, ed è la Fede in Dio, che gli consente di occuparsi anche di numerose attività culturali e caritatevoli, in veste di scrittore, produttore e consulente su temi riguardanti l’handicap, così come invita altri sfortunati come lui a non arrendersi tenendo corsi motivazionali e prestando servizio di assistenza volontaria negli Ospedali per portare il suo messaggio di speranza.

Un messaggio che poi trova la sua sublimazione nel suo ritorno in Italia, a Roma in Piazza San Pietro, per il “Giubileo dei Malati”, svoltosi l’11 febbraio 2000, a poco più di un mese di distanza da quel tragico pomeriggio di 24 anni prima, allorquando legge davanti al Pontefice Giovanni Paolo II una preghiera, da lui stesso composta, che commuove il Mondo ed il Santo Padre stesso, in quanto rappresenta un invito alla speranza, una dimostrazione di umiltà ed un inno alla vita, nonché una sorta di testamento spirituale da parte dello sfortunato ex giocatore.

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Kilgour in Piazza San Pietro per il “Giubileo degli Ammalati” – da libertaepersona.org

E così, quando il 10 luglio 2002, all’età di 54 anni, il suo corpo non riesce a sopravvivere a complicazioni dopo un attacco di polmonite, una doppia figura resta impressa in coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere Kilgour, quella sportiva del campione in uno sport che ancora doveva vivere i suoi periodi di maggior splendore e, quella molto più importante, di una persona di uno “spessore umano” difficilmente riscontrabile, specie in coloro affetti da simili disgrazie.

Un ultimo, commosso, abbraccio forte, Kirk, campione di vita, più che di sport!

I FRATELLI PANINI ED IL VOLLEY, UNA LUNGA STORIA D’AMORE

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Formazione Panini Modena seconda metà anni ’80 – da modenasportiva.it

articolo di Giovanni Manenti

Al di fuori delle metropoli, non sono rari in Italia i casi di città che si identificano con grandi Aziende che vi hanno la loro sede – a mero titolo esemplificativo, citiamo Ivrea con la Olivetti e Novara con la De Agostini – e Modena è uno di questi casi, fungendo da punto di riferimento per le celebri “Edizioni Panini Spa” che, a partire dagli anni ’60, hanno deliziato bambini ed, in seguito, schiere di collezionisti con le loro raccolte di figurine, inizialmente dei soli “Calciatori”, poi allargatesi anche ad altri settori.

Una famiglia, quella dei Panini, da sempre indirizzata verso lo sport e che non ha voluto far mancare il suo concreto appoggio alla città abbinando il proprio nome ad una delle formazioni più vincenti in assoluto del panorama sportivo nazionale, vale a dire la squadra di pallavolo modenese.

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La famosa edicola della famiglia Panini a Modena – da comune.modena.it

Occorre ricordare come, nell’immediato secondo dopoguerra, Modena fosse la indiscutibile patria del Volley italiano, potendo contare ben tre squadre di vertice, la “Crocetta Villa d’Oro” (oggi “Villa d’Oro Pallavolo”, militante in Serie B2), la “Minelli” (scioltasi nel 1975 …) e la “Avia Pervia”, le quali si aggiudicano 11 titoli consecutivi (3 ciascuno la Crocetta Villa d’Oro e la Minelli, e 5 la Avia Pervia) di Campione d’Italia dal 1953 al ’63, anno in cui la Avia Pervia si scioglie per problemi economici ed il suo famoso Tecnico, Franco Anderlini, che l’aveva guidata alla conquista dei 5 Scudetti, passa alla guida della “Menegola”, la squadra dei Vigili del Fuoco di Modena, all’epoca militante in Serie B.

Con la fine dell’egemonia modenese e l’emergere di due nuove realtà quali la Ruini Firenze e la Virtus Bologna – che si dividono le vittorie nei successivi 5 Campionati nazionali – ecco che il maggiore dei quattro fratelli Panini, Giuseppe, decide di entrare nel mondo pallavolistico, fondando nel 1966, assieme al fratello Benito, il “Gruppo Sportivo Panni”, che rileva il titolo sportivo della Menegola e, con Anderlini in panchina, in soli due anni passa dalla Serie C alla Massima Divisione nazionale, ai cui vertici si era nel frattempo riaffacciata anche Parma, vincitrice del titolo nel 1969.

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La prima formazione della Panini nella stagione 1966/67 – da modenavolley.it

Anderlini completa il proprio percorsa di crescita della formazione modenese – di cui, per quanto ovvio, le “Edizioni Panini” fanno da sponsor sulle maglie, divenendo, a tutti gli effetti, universalmente riconosciuta come “Panini Modena” – restando alla guida del sestetto sino al 1975, avendo modo di ingaggiare, nella prima metà degli anni ’70, epiche sfide con la “Ruini Firenze” (riduzione della completa denominazione di “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Otello Ruini”), nelle cui file spadroneggiano campioni e glorie della nazionale azzurra quali il palleggiatore Mario Mattioli, il centrale Erasmo Salemme e lo schiacciatore Andrea Nencini.

Ma Anderlini non è certo il tipo capace di farsi intimorire ed ingaggia, con il suo amico Aldo Bellagambi, Tecnico del sestetto fiorentino, una lotta all’ultimo set che vede la Panini Modena aggiudicarsi il suo primo titolo nel ’70, vincendo 21 gare sulle 22 in programma – unica battuta d’arresto, l’1-3 subito in terra toscana, restituito con un netto 3-0 in Emilia – mentre alla Ruini è fatale una seconda sconfitta per 3-1 patita a Parma, per concludere al secondo posto a sole due lunghezze di distanza, in un’epoca in cui non erano ancora previsti i Playoff.

E’ una formazione, quella messa in campo dal Tecnico modenese, che può contare sull’esperienza del 37enne palleggiatore cecoslovacco Josef Musil – Argento e Bronzo olimpico a Tokyo ’64 e Città del Messico ’68 con la propria Nazionale, nonché Campiona Mondiale a Parigi ’56 e Praga ’66 – e dell’universale Andrea Nannini, modenese di nascita, classe 1944, – che aveva debuttato con la Minelli e richiamato all’ovile da Anderlini dopo tre anni a Firenze e la conquista dello Scudetto ’68 con la Ruini – ai quali si aggiungono giovani promesse che diverranno cardini del Club e della Nazionale, quali i non ancora 20enni quali Paolo Montorsi, Stefano Sibani, Rodolfo Giovenzana e, soprattutto, il 17enne Francesco “Pupo” Dall’Olio, che veste per 12 stagioni consecutive la maglia gialloblù nel ruolo di orchestratore del gioco.

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Il cecoslovacco Josef Musil, regista del primo scudetto – da wikipedia.org

L’anno seguente, le parti si invertono nello stesso identico modo, con Ruini e Panini ad aggiudicarsi i rispettivi confronti diretti casalinghi, ma mentre per la formazione fiorentina quella resta l’unica sconfitta del torneo, i modenesi incappano in una seconda battuta d’arresto per 1-3 sul campo di Parma che costa loro il titolo, Scudetto di cui si riappropriano nel ’72 al termine di una appassionante sfida durata 22 giornate ed in cui le due formazioni non hanno rivali, concludendo la stagione a pari merito a quota 42 punti, “scambiandosi i favori” nei confronti diretti (3-1 per la Panini a Modena e 3-2 per la Ruini a Firenze), rendendo così necessario uno spareggio per l’assegnazione del titolo di Campione d’Italia.

Spareggio previsto dal regolamento, quantunque la Panini avesse concluso il Torneo con una migliore differenza set (65-12 rispetto al 64-15 dei suoi avversari), e che ha luogo a Roma il 31 marzo 1972 e si risolve con l’apoteosi per i gialloblù del Commendator Panini, che travolgono i malcapitati rivali con un 3-0 che non ammette repliche, come dimostrano i relativi parziali (15-13, 15-5, 15-10) che evidenziano come vi sia stata incertezza solo nel primo set.

In questo dominio, si inserisce un “terzo incomodo” nelle vesti della Lubiam Bologna, trascinata dal formidabile schiacciatore azzurro Giorgio barbieri, la quale “rompe le uova nel paniere” alle protagoniste dei Tornei precedenti, sconfiggendole entrambe sul parquet di casa, ma a risultare decisive – dato che la classifica avulsa parla di due vittorie e due sconfitte a testa nei confronti diretti tra le tre primattrici – figurano le battute d’arresto dei bolognesi per 2-3 a Trieste ed una ancor più inaspettata dei modenesi, per 1-3 in casa contro gli eterni rivali di Parma, così consegnando alla Ruini il suo terzo ed ultimo Scudetto della propria Storia.

Già, perché da metà anni ’70 anche il mondo del Volley inizia progressivamente ad evolversi, con l’arrivo di sponsor danarosi che offrono lucrosi contratti a giocatori che sino ad allora avevano giocato quasi per puro dilettantismo, e la prima a farne le spese è proprio la formazione fiorentina, che vede il proprio organico saccheggiato dalla formazione romana dell’Ariccia (in seguito Federlazio), che nell’estate ’73 tessera Mattioli e Salemme, ai quali l’anno successivo si aggiunge anche Nencini, determinando, di fatto, lo scioglimento del Club, poi materialmente avvenuto nel 1980.

Di questo cambio di scenario, con i campioni d’Italia della Ruini addirittura retrocessi al termine della stagione 1973/1974, ne approfitta la Panini per conquistare il suo terzo scudetto in una Serie A allargata a 16 squadre e che si dimostra, per i motivi suddetti, più equilibrata, con Anderlini che vince il suo ottavo titolo da allenatore con 46 punti – frutto di 23 vittorie su 26 incontri – e 6 di vantaggio sulla coppia Ariccia/Bologna.

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Una formazione della Panini anni ’70 – da modenavolley.it

Ma anche per la Panini il periodo delle “vacche grasse” sta per concludersi, anche se, dopo l’addio di Anderlini nel ’75 (anno in cui lo Scudetto per la prima volta esce dal territorio Tosco-emiliano approdando nella Capitale con l’Ariccia in cui Mattioli ricopre la doppia funzione di Allenatore(giocatore), la “tradizione degli anni pari”, che vuole la Panini sempre vittoriosa in detti anni, si ripete anche nel ’76 quando, sotto la guida del polacco Edward Skorek – anch’egli nella doppia veste di Allenatore/giocatore – si aggiudica il suo quarto titolo, superando la Klippan Torino nello spareggio di Milano del 16 maggio ’76, con un eloquente 3-0 suggellato dai parziali di 15-12, 15-12, 15-5.

Le gerarchie, fatalmente, cambiano, con l’avvento delle ricordate grandi aziende (la Paoletti a Catania, la Robe di Kappa a Torino, la Santal (facente parte del Gruppo Parmalat) a Parma, e così via …) e per la Panini anche i tradizionali anni pari non portano più scudetti, mentre nei dispari, al massimo, si arriva secondi (nel ’79 ed ’81 alle spalle di Torino, e nel 1985 perdendo la Finale Playoff – instaurati dal 1982 – contro la Mapier Bologna), non risultando sufficienti, per il palato fine dei tifosi modenesi, le vittorie di 3 Coppe Italia (’79, ’80 ed ’85) ed i primi successi internazionali (Coppa delle Coppe ’80 e ben 3 Coppe CEV consecutive, dal 1983 al 1985).

Sono però queste affermazioni in campo europeo a cementare la forza di un Gruppo nel quale, dopo due anni a Milano ed uno a Modena, è rientrato Pupo” Dall’Olio, ora 32enne, ideale leader per un sestetto che, a partire dall’estate ’85, viene affidato al nuovo “guru” del Volley mondiale, vale a dire l’argentino Julio Velasco, sotto la cui guida, i gialloblù rompono un digiuno durato 10 anni, al termine di una stagione equilibratissima, che vede 5 squadre raccolte nell’arco di soli due punti (Bologna e Milano 36 punti, Modena, Parma e Falconara 34) al termine della “regular season”.

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Il tecnico Julio Velasco – da ilrestodelcarlino.it

Ma la forza di Velasco – come poi dimostrerà anche alla guida della Nazionale – è quella di saper tirar fuori il meglio dai suoi giocatori nei momenti chiave, ed i Playoff ’86 si dimostrano una passerella d’onore per i suoi ragazzi, che asfaltano Torino in semifinale in tre sole partite (3-0, 3-1, 3-1) ed analoga sorte tocca in Finale a Bologna che, pur avendo dalla sua il vantaggio del fattore campo, cede anch’essa in tre partite, pur ben più combattute, come dimostrano i risultati di 3-2, 3-1 e 3-2 a favore di Modena.

Si tratta del primo dei quattro Scudetti consecutivi vinti da Velasco nel quadriennio vissuto dal tecnico argentino a Modena prima di prendere in mano le redini della Nazionale, la cui prima Stagione è altresì completata dalla conquista di Coppa Italia e Coppa delle Coppe, avendo la possibilità di poter gestire quella che passerà alla storia come la “Generazione di Fenomeni”, composta, oltre che dal non più giovane Franco Bertoli, da Andrea Lucchetta (classe ’62), Fabio Vullo (’64), Luca Cantagalli (’65) ed un giovanissimo Lorenzo Bernardi, classe ’68, ai quali si affiancano, come stranieri, gli argentini Esteban Martinez (nell’anno ’86), Esteban De palma (anno ’87) e Raoul Quiroga (anni ’86 ed ’88), e l’americano Doug Partie nel 1989.

Squadra fortissima, d’accordo, ma non da meno è l’acerrima rivale di Parma (Santal sino al 1987, poi divenuta Maxicono a seguito della cessione del Club dal Gruppo Parmalat al Gruppo Motta), guidata a propria volta da un altro grande tecnico, Giampaolo Montali, e che nelle sue file annovera l’altra metà della “Generazione di Fenomeni”, composta da Marco Bracci, Andrea Zorzi, Claudio Galli ed Andrea Giani, prova ne siano gli esiti delle sfide nelle tre Finali Playoff vinte da Modena nel 1987 (0-3, 3-2, 2-3, 3-1, 3-0), ’88 (3-0, 1-3, 3-0, 0-3, 3-2) ed ’89 (1-3, 3-1, 3-0, 3-0).

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La Panini Modena campione d’Italia 1988 – da modenatoday.it

C’è un però, come in tutte le grandi famiglie, e quel però riflette la “maledizione della Coppa dei Campioni”, che aveva già visto trionfare la Klippan Torino nel 1980 (pur in assenza delle squadre sovietiche), nonché gli “odiati rivali” di Parma nel 1984 e 1985, poi sconfitti l’anno successivo nella Fase finale disputatasi proprio nella città emiliana, subendo una clamorosa rimonta da 2-0 a 2-3 (parziali, 15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15) contro i formidabili Campioni del CSKA di Mosca.

E sono proprio gli stessi sovietici a negare per tre anni di seguito la gioia del successo a Velasco ed ai suoi ragazzi, imponendosi per 3-1 (15-8, 8-15, 15-7, 15-2) nel 1987 ad Hertogenbosch, in Olanda, cui fa seguito il netto 3-0 del 1988 a Lorient, in Francia ed il 3-1 (10-15, 15-12, 15-5, 15-4) nella Finale ’89, disputatasi in Grecia nella città portuale de Il Pireo.

Il distacco da Velasco, comporta un primo disimpegno da parte della Famiglia Panini, in cui vece subentra in qualità di sponsor la Philips, ed in panchina il croato Vladimir Jankovic, per una stagione che, nonostante il primo posto al termine della “regular season”, vede la formazione modenese cedere finalmente lo scettro – al quarto tentativo consecutivo – alla Maxicono Parma, venendo nettamente sconfitta in tre sole partite nella Finale Playoff, ma, al contrario, trionfare per la prima volta in Coppa Campioni, avendo la meglio, l’11 marzo ’90 ad Amsterdam, sui francesi del Frejus al termine di una combattutissima Finale, come dimostrano i parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9 a favore di Lucchetta & Co.

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Giuseppe Panini festeggia coi suoi ragazzi la Coppa Campioni ’90 – da gelocal.it

Per i fratelli Panini è il giusto premio alla loro passione e generosità dimostrata rispetto ad una città che ha loro permesso di affermarsi a livello imprenditoriale, ma non possono più reggere il confronto con i colossi che sbarcano nel panorama del Volley nazionale, con Raul Gardini alla guida del “Messaggero Ravenna”, Berlusconi a costituire la “Polisportiva Milan/Mediolanum” ed il Gruppo Benetton a foraggiare il “Sisley Treviso“, tant’è che, come era accaduto 17 anni prima alla Ruini, la rosa gialloblù viene letteralmente “saccheggiata”, con Bertoli e Lucchetta a prendere la strada di Milano, Vullo si accasa a Ravenna, mentre Cantagalli ed il “gioiellino” Bernardi si fanno attrarre dalle offerte di Treviso.

E’ giunta quindi l’ora di passare la mano, evento che si formalizza nel ’93 con il passaggio delle quote societarie a Giovanni Vandelli, industriale nel settore delle ceramiche, grazie al quale il Club torna ai passati splendori tanto da mettere in fila ben tre Coppe dei Campioni consecutive, dal 1996 al ’98, ma è fuor di dubbio che, per ogni appassionato di Volley che si rispetti, la squadra di Modena resterà sempre e comunque solo la mitica “Panini” …

JOEL DESPAIGNE, “EL DIABLO” CUBANO SENZA CORONA

 

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Joel Despaigne – dagaolympo.it

Articolo di Giovanni Manenti

Essere considerato il miglior giocatore al Mondo e doversi accontentare delle briciole quanto a trofei conquistati, non deve essere gratificante per nessuno, ma è purtroppo una eventualità da prendere in considerazione quando pratichi uno sport di squadra, circostanza viceversa non realizzabile qualora uno sia uno sia un ciclista, nuotatore, tennista o si cimenti nelle varie discipline dell’atletica leggera.

E’ questo, invece, l’amaro destino a cui è toccato adeguarsi il fenomenale pallavolista Joel Despaigne, nato a Santiago di Cuba il 2 luglio 1966, schiacciatore di una potenza disarmante, che con la Nazionale del suo Paese non è mai riuscito ad affermarsi in una Olimpiade od un Mondiale, avendo anche avuto – giova ricordarlo – la “sfortuna” di incappare nel periodo d’oro della Nazionale Azzurra guidata da Julio Velasco.

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La potenza devastante di Despaigne – da gob.cu

E, del resto, che l’Italia fosse un cliente “scomodo” da affrontare, la formazione caraibica se ne era resa conto già nel 1978, in occasione dei Campionati Mondiali disputati nel nostro Paese, allorquando – reduce dal brillante terzo posto conquistato alle Olimpiadi di Montreal ’76 dietro a Polonia ed Unione Sovietica – si trova ad affrontare il sestetto di Pittera da netta favorita in semifinale, appuntamento al quale giunge da imbattuta, solo per subire una imprevista sconfitta per 1-3 dopo essersi aggiudicato il primo set per 17-15, dovendosi Sarmientos & Co. accontentare di un altro bronzo, a spese della Corea del Sud.

Questi due comunque soddisfacenti risultati, non vengono confermati negli anni a seguire, ad iniziare dai Giochi di Mosca ’80, conclusi con un deludente settimo posto – parziale consolazione, un pesante 3-0 (15-7, 15-8, 15-6 i parziali) inflitto all’Italia, tornata nel buio dell’anonimato dopo l’exploit romano – addirittura peggiorato nella rassegna iridata del 1982 in Argentina, chiusa in una mortificante 12esima posizione.

Occorreva cambiare registro, ed ecco che a rinforzare il sestetto caraibico giungono due giocatori che riscatteranno, almeno parzialmente, le magre figure subite, ricoprendo i due ruoli cardine nell’economia del gioco, vale a dire di palleggiatore – interpretato come meglio non si può da Raul Diago, il cui soprannome, “El Mago”, la dice lunga sulla sua abilità di orchestrare gli schemi d’attacco – ed, appunto, quello di schiacciatore, dove ad esprimersi ai più alti livelli è proprio Despaigne.

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Il palleggiatore Raul Diago Izquierdo – da gob.cu

 

Alti livelli è proprio il termine giusto per indicare la forza e la potenza di questo atleta – alto m.1,94 per 97kg. – il quale, oltre ad essere un agonista eccezionale, ha una incredibile elevazione che lo porta a sollevarsi da terra di circa m.1,30 per far partire le sue terrificanti bordate, accompagnate da urla assordanti, tanto da meritarsi l’appellativo di “El Diablo”.

Entrato a far parte della Nazionale maggiore all’età di 18 anni, Despaigne, come del resto tutti i suoi compagni, si trova a dover fare i conti con il boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, come risposta all’atteggiamento tenuto quattro anni prima dal Presidente Usa Jimmy Carter, una assenza dai Giochi che il governo cubano, con una decisione apparsa ai più demagogica, ripete anche in occasione della rassegna a cinque cerchi di Seul ’88, per solidarietà con il regime comunista nordcoreano.

Impossibilitato a far valere le proprie potenzialità in sede olimpica, Despaigne contribuisce a riscattare l’immagine del Volley cubano in occasione dei Mondiali ’86 dove, a causa di uno sfortunato abbinamento nella composizione dei gironi, Cuba conclude la rassegna iridata al quinto posto, pur avendo subito due sole sconfitte, per mano di Unione Sovietica e Stati Uniti, che poi disputano la Finale per il titolo, vinta da Kiraly & Co. con un netto 3-1, replicato due anni dopo nella Finale dei Giochi di Seul.

Nel frattempo, Cuba – impossibilitata, come ricordato a partecipare alle Olimpiadi coreane – trova il modo di “affilare le armi” facendo suo il Campionato Nordamericano ’87 svoltosi a L’Avana, manifestazione, direte voi, di scarso rilievo internazionale, se non fosse che l’atto conclusivo mette di fronte al sestetto caraibico gli “odiati rivali” degli Stati Uniti, capaci di mettere in fila un “tris storico” di trionfi costituito dagli ori olimpici di Los Angeles ’84 e Seul ’88, inframezzati dalla conquista del titolo Mondiale ’86.

Ed, al termine di un incontro tiratissimo, Cuba ha la meglio per 3-2 schiantando gli avversari sul piano atletico, con un raccapricciante 15-2 nel quinto e decisivo parziale, successo replicato nell’edizione successiva svoltasi in Portorico nel luglio ’89, manifestazione in cui Despaigne & Co. perdono un solo set (contro gli Stati Uniti) nei sette incontri disputati.

Vincere è sempre la miglior medicina per aumentare l’autostima e la sicurezza in sé stessi, ed è con questo animo che il sestetto caraibico si presenta in Giappone, a metà novembre del medesimo anno, per la disputa della Coppa del Mondo – una sorta di Mondiale ristretto a cui partecipano solo 8 squadre, tra cui i Campioni Olimpici e Mondiali degli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e l’Italia che ha appena conquistato il suo primo titolo europeo della gestione Velasco – il cui svolgimento prevede che ogni squadra affronti le altre in una sorta di “girone all’italiana” con la vittoria assegnata dalla Classifica finale.

La superiorità di Cuba è disarmante, facendo suoi tutti e sette gli incontri con irrisoria facilità – 3-0 rifilato a Brasile, Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Camerun, 3-1 all’Unione Sovietica – fatta salva la gara proprio contro gli Azzurri (che si piazzano al secondo posto finale) risolta per 15-13 al quinto e decisivo parziale, dopo essere stata sotto per due set ad uno, succulento antipasto di ciò che si verifica l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali ’90 in Brasile.

Rassegna iridata che, con gli Stati Uniti in fase di ricostruzione dopo lo scioglimento del “Dream Team” di Kiraly, Stork e Timmons, vede nella formazione cubana una delle più autorevoli pretendenti al titolo, assieme ai padroni di casa del Brasile ed ai due migliori sestetti europei, costituiti da Italia ed Urss, quest’ultima al suo passo d’addio prima della disgregazione dell’impero sovietico.

La composizione piuttosto anomala dei Gironi – quattro gruppi da quattro squadre ciascuno – vede Italia e Cuba inseriti nella quarta poule, con i caraibici a rischiare grosso nella gara iniziale contro la Bulgaria, vinta per 15-10 al quinto dopo essere stati sotto 0-2 quanto a set, per poi riprendersi ed impartire un’autentica lezione agli Azzurri di Velasco, asfaltati per 3-0 con parziali (15-13, 15-9, 15-8) inequivocabili.

La formula della manifestazione prevede che le prime dei rispettivi raggruppamenti – Argentina, che ha approfittato degli Usa in completo disarmo, Brasile, Cuba ed Unione Sovietica – accedano direttamente ai quarti di finale, mentre le seconde e le terze si incrociano tra di loro per stabilire le altre quattro squadre da abbinare alle ammesse di diritto alla fase successiva, con ciò determinando quali accoppiamenti, Unione Sovietica-Bulgaria, Brasile-Francia, Italia-Argentina e Cuba contro l’emergente Olanda.

Sia Unione Sovietica che Italia ed i padroni di casa del Brasile si sbarazzano agevolmente dei rispettivi avversari con comode vittorie per 3-0, mentre Cuba deve sudare non poco per aver ragione di un’Olanda in crescita esponenziale dopo il quinto posto alle Olimpiadi di Seul ’88 ed il bronzo agli Europei ’89, facendo comunque suo l’incontro per 3-2 ed apprestarsi così ad affrontare l’Unione Sovietica in Semifinale, mentre l’Italia deve fronteggiare la “torcida” brasiliana composta da 25mila spettatori che gremiscono il “Maracanazinho” per accarezzare il sogno mondiale.

Sogno che si infrange quando Andrea Lucchetta mette a terra la palla del 15-13 del quinto e decisivo set, dando così modo agli Azzurri di presentarsi, per la seconda volta nella loro storia, all’appuntamento conclusivo di un Mondiale, ad affrontare quella Cuba – a propria volta vittoriosa con un convincente 3-1 sull’Unione Sovietica – da cui sono stati sconfitti nelle due ultime occasioni in cui hanno diviso la rete, e che può contare sulla guida, in panchina, del “guru” Orlando Samuels, storico Capitano al tempo in cui ricopriva il ruolo di giocatore.

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Il Tecnico Orlando Samuels – da wordpress.com

Ed, anche stavolta, le cose sembrano mettersi bene per il sestetto caraibico, che fa suo il primo set per 15-12 prima di trovarsi a fronteggiare un Andrea Zorzi mostruoso che contribuisce a ribaltare le sorti dell’incontro sul 2-1 per l’Italia, che poi vola via sul 10-5 del quarto parziale.

Con la sconfitta oramai alle porte, il regista Diago affida le residue speranze all’unico compagno di cui sa di potersi fidare ciecamente, vale a dire Despaigne, il quale, lungi dal mollare la presa, inizia a martellare senza soluzione di continuità, consentendo ai suoi – con un parziale devastante di 9-3 – di rimettere in carreggiata l’incontro, prima che l’Italia abbia un ruggito d’orgoglio per ritrovarsi sul 15-14 a proprio favore, ad un punto dal titolo mondiale.

Sono ben otto le palle match a disposizione degli azzurri, ed altrettante volte tocca a Despaigne soffocare in gola l’urlo di gioia italiano, fintanto che, per una volta “sporcata” la sua conclusione, sia Lorenzo Bernardi ad inventarsi la diagonale vincente che consacra i “Velasco Boys” per la prima volta Campioni del Mondo, mentre a Despaigne resta la consolazione – che suona quasi come una beffa – di essere nominato, a fine stagione, come “Miglior giocatore del Mondo” dalla FIVB, la Federazione Internazionale.

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Despaigne in battuta nella Finale Mondiale ’90 contro l’Italia – da gsolympo.it

Quella stessa Federazione che, intuita la sempre più vasta popolarità acquisita dal proprio Sport, non lesina l’introduzione di sempre nuove manifestazioni, affiancando ad Olimpiadi, Europei e Mondiali, nonché alla già citata Coppa del Mondo, anche la “World League”, torneo a cadenza annuale che racchiude tutte le migliori squadre dell’universo pallavolistico.

Competizione che – mentre Cuba si “allena” con la conquista di altri quattro Campionati Nordamericani consecutivi, dal 1991 al ’97 – conferma come oramai Despaigne & Co. vivano una sorta di “complesso azzurro”, visto che nel ’91 giungono a disputare la Fase finale in Italia dopo aver vinto 15 partite su 16 del loro Girone (meglio dell’Italia, che, nell’altro Gruppo, si era aggiudicata 14 incontri), solo per venire sconfitta 3-0 nella gara conclusiva, pur se i parziali (16-14, 15-12, 15-13) tendono a dimostrare essersi trattato di un match molto più equilibrato di quanto non dica il punteggio.

E, l’anno dopo, la musica non cambia, concedendo gli Azzurri il solo primo set, perso 14-16, per poi imporsi nettamente per 3-1, come confermato dal 15-3, 15-11, 15-11 dei restanti parziali, manifestazione la cui fase conclusiva si disputa però al termine delle Olimpiadi di Barcellona ’92, rassegna in cui Cuba, con Diago in regia, Despaigne schiacciatore, Ihosvany Hernandez centrale ed Osvaldo Hernandez opposto, è considerata una delle grandi favorite.

Ed, in effetti, quando il tabellone dei Quarti di finale indica che la vincente della sfida tra Cuba ed i padroni di casa della Spagna (travolta per 3-0) deve affrontare chi avrà la meglio tra Italia ed Olanda, la notizia che il sestetto “orangeha superato gli Azzurri – con il famoso punteggio di 17-16 al tiebreak del quinto set, che determina la decisione, d’ora in poi, dello scarto di due punti per l’aggiudicazione di ogni singolo parziale – giunge come una liberazione in casa caraibica, essendo stata eliminata la loro “bestia nera” e forti altresì del fatto di aver già sconfitto Blangé & Co. per 3-1 nel Girone eliminatorio.

Ma, ancora una volta, non c’è pace per Cuba, che crolla sotto i colpi di Zwerver e van der Meulen ed i muri a rete di van der Horst per un 3-0 che non ammette repliche e la costringe a disputare la Finale per il bronzo contro gli Stati Uniti, persa 3-1 per una medaglia olimpica che, a tutt’oggi, non è ancora sbarcata, in campo maschile, sull’isola dei fratelli Castro, proprio mentre il sestetto femminile ottiene un filotto di tre Ori consecutivi ai Giochi di Barcellona ’92, Atlanta ’96 e Sydney 2000, con l’aggiunta dei titoli mondiali di Brasile ’94 e Giappone ‘98.

Per Despaigne, le possibilità di vincere una grande manifestazione internazionale si affievoliscono con il passare degli anni, ed ai Mondiali di Grecia ’94, dopo essersi preso una sonora rivincita restituendo agli olandesi il 3-0 patito a Barcellona, si deve arrendere in semifinale – indovinate contro chi …?? – ma certo, gli azzurri di Velasco che – avendo già sconfitto Cuba 3-0 nella Finale della World League a Genova di fine luglio – non hanno pietà dei malcapitati avversari e, con un secco 3-1 (“farcito” con un umiliante 16-2 nel quarto set), proseguono il loro cammino verso la conferma del titolo conquistato in Brasile quattro anni prima, grazie all’identico score contro l’Olanda in Finale.

Oramai avviatosi verso la trentina, a Despaigne viene offerto un sontuoso contratto per vestire la maglia della Sisley Treviso, ma le regole imposte dal regime castrista ne impediscono il trasferimento, concedendo solo al fenomenale schiacciatore una digressione in Europa nelle file dell’Iraklis Salonicco, prima di iniziare la preparazione in vista della sua ultima recita, costituita dalle Olimpiadi di Atlanta ’96, dove il numero 4 mette a segno i suoi ultimi punti, dopo la sconfitta ai quarti contro la Russia per 0-3, nella finale valevole per il quinto posto contro i Campioni olimpici in carica del Brasile, subendo analogo score, per quella che è la sua 350esima presenza in Nazionale.

Desideroso di uscire dal “giogo castrista”, Despaigne è costretto a subire l’umiliazione – secondo le regole imposte dalla FIVB – di una inattività di due anni, prima di poter essere tesserato dal Catania per la stagione 1998.99 e quindi, dopo essersi dovuto fermare a causa di un infortunio alla spalla, concludere l’attività agonistica con un ultimo anno nelle file del Roma Volley, giunta nona nel Torneo di Serie A1 ’01 ed esclusa dai Playoff, non certo una fine gloriosa per colui che, 10 anni prima, era stato eletto come “Miglior Giocatore del Mondo ….

LA SANTAL PARMA E LA STORICA DOPPIETTA IN COPPA CAMPIONI DI VOLLEY

 

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Fonte gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Di solito, i buoni risultati di una Nazionale – di qualsiasi sport di squadra si tratti – sono preceduti da altrettante affermazioni a livello internazionale da parte delle rispettive Società da cui i vari Commissari Tecnici possono attingere per costituire l’ossatura vincente della propria formazione da schierare nelle principali manifestazioni, siano esse Olimpiadi, Campionati Mondiali o Continentali.

Ed a questa, apparentemente lapalissiana, regola, non sfugge neppure “l’Italvolley targata Julio Velasco” in grado di dominare per un decennio il panorama pallavolistico mondiale, ad iniziare dalla conquista dell’alloro Europeo in occasione della rassegna continentale di Svezia ’89

E, difatti, il tecnico argentino assume la guida degli Azzurri dopo aver condotto, per tre stagioni consecutive, la “Panini Modena” all’atto conclusivo della Coppa dei Campioni solo per essere puntualmente sconfitto – pur variando ogni anno formula della Fase Finale – dai fortissimi sovietici del CSKA Mosca, vincitori da inizio ’70 sino al 1989 di ben 10 delle 20 edizioni di tale Trofeo, da loro detenuto sin dal 1986, allorquando in Finale era toccato ad arrendersi ad un’altra squadra italiana, la Santal Parma.

Sestetto parmense che, però, era stato in grado di realizzare un’impresa sino a quel momento impensabile per una formazione italiana, e cioè di far sua la prestigiosa coppa addirittura per due anni di seguito, riportando l’Italia sul trono europeo a livello di club che era stato già occupato nel 1980 dalla Klippan Torino dei vari Bertoli, Lanfranco, Dametto e Rebaudengo, sapientemente guidata in panchina da quel genio del Volley che risponde al nome di Silvano Prandi.

Successo indubbiamente prestigioso, quello dei ragazzi di Prandi, ma che era sembrato più come un fatto episodico che non l’inizio di un cambiamento al vertice delle gerarchie europee, considerando anche il fatto che, negli anni olimpici, le squadre sovietiche non prendevano parte alla manifestazione, pur se la squadra torinese aveva confermato la propria superiorità a livello nazionale, con i tre Scudetti consecutivi – i primi della sua storia – conquistati dal 1979 al 1981, con una formula che ancora non prevedeva l’adozione dei playoff per l’assegnazione del titolo.

Novità che la FIPAV introduce a partire dalla stagione successiva in cui si presenta, come antagonista principale per impedire il “poker” della formazione piemontese, la Pallavolo Parma che dall’inizio del decennio era entrata nell’orbita del colosso Parmalat assumendo la denominazione di Santal Parma – nel mentre Torino aveva variato il proprio sponsor da Klippan a Robe di Kappa – con ciò garantendo gli investimenti necessari per allestire un sestetto competitivo.

Ed il primo “colpo” messo a segno ottiene il doppio scopo di rinforzare Parma e, contemporaneamente, indebolire Torino, visto che a cambiare casacca è forse il giocatore, assieme a Franco Bertoli, più rappresentativo del panorama pallavolistico nostrano, vale a dire il centrale Gianni Lanfranco, nativo tra l’altro proprio del capoluogo piemontese.

Ciò non era comunque bastato a cambiare le sorti del torneo 1981, dominato in maniera addirittura irritante dalla squadra di Prandi & Co., capace di fare un sensazionale “cappotto” aggiudicandosi tutte e 22 le gare in programma, lasciando alle altre undici partecipanti al Campionato la miseria di appena 7 set vinti (!!), nel mentre a Parma Claudio Piazza sta tentando di costruire una formazione vincente, concludendo però la stagione in un modesto quarto posto, con 14 gare vinte a fronte di 8 sconfitte.

Sicuramente, l’esito del citato torneo sarà stata la molla che convince la FIPAV all’introduzione dei playoff, onde dare interesse ad un Campionato che, altrimenti, rischiava di perdere seguito da parte degli appassionati, ma comunque per ridurre il “gap” che separava Torino dalle altre pretendenti al titolo occorreva operare con oculatezza sul mercato.

Ed il club diretto da Carlo Magri – futuro Presidente FIPAV per ben 22 anni, dal 1985 sino alla corrente stagione – non si risparmia al riguardo, migliorando ogni reparto e facendo sì che nell’estate ’81 vestano la casacca biancoverde i centrali Errichiello e Vecchi, l’universale Pierpaolo Lucchetta e, soprattutto, in regia il fuoriclasse coreano Kim Ho Chul, al quale Piazza assegna il compito di dettare i tempi ed orchestrare il gioco della sua squadra.

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Il coreano Kim Ho Chul in azione – da vistodadentro.it

Incarico che l’esperto coreano svolge al meglio, consentendo alla Santal di lottare alla pari con la Robe di Kappa, tant’è che alla fine della stagione regolare le due squadre sono divise da appena due punti (42 a 40), essendosi “scambiate il favore” di espugnare una il campo dell’altra con l’identico punteggio di 3-2, con una ulteriore sconfitta per gli emiliani nel derby di Sassuolo contro l’Edilcuoghi.

Nessuna sorpresa, dunque, se le due squadre giungono alla Finale per il titolo avendo entrambe eliminato, con altrettanti doppi 3-0, Roma e Sassuolo i torinesi, Chieti e Modena i parmensi, ma l’esito della contesa stravolge il pronostico poiché, dopo il successo per 3-0 della Robe di Kappa in gara1, gli uomini di Piazza restituiscono identico score nella gara disputata al “Palaraschi” di Parma, per poi compiere l’impresa di andare a vincere per 3-1 al “PalaRuffini” e riportare a Parma un titolo che nella città ducale mancava dal ’69.

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La Santal festeggia il titolo 1982 – da youtube.com

Tale successo dischiude le porte dell’Europa e la Santal – che affronta la nuova stagione con la sola variazione nell’organico costituita dal rientro, dopo un anno a Modena, del palleggiatore Belletti in luogo di Goldoni, trasferitosi a Milano – dopo aver eliminato non senza qualche difficoltà i cechi della Stella Rossa Bratislava (1-3 esterno ribaltato dal 3-0 casalingo), non viene favorita dal sorteggio, poiché per approdare alla Finale a quattro, deve vedersela con i temibilissimi jugoslavi del Mladost Zagabria, compiendo una vera impresa in quanto – dopo il rocambolesco successo per 16-14 al quinto set a Parma – riesce a venire a capo di una situazione che appariva compromessa al ritorno, con gli slavi in vantaggio per 2-1, vincendo d’autorità gli ultimi due set per 15-10 e 15-9.

Accesso alla Fase Finale a quattro conquistato, e vantaggio del fattore campo, in quanto la poule, alla quale accedono, oltre alla squadra italiana, anche gli spagnoli del Palma, i francesi del Cannes ed i detentori del trofeo, vale a dire i sovietici del CSKA Mosca, si svolge con la formula del girone all’italiana dal 18 al 20 febbraio ’83 proprio al “PalaRaschi” di Parma.

Occasione migliore non può esservi per verificare la crescita della nostra pallavolo al cospetto dei fortissimi sovietici che, proprio l’anno prima, avevano infranto i sogni della Robe di Kappa di vincere una seconda Coppa Campioni superandoli per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14 i parziali) nel girone finale di Parigi, anche se il confronto diretto, in programma il 20 febbraio, all’ultima delle tre giornate, risulta ininfluente ai fini dell’assegnazione del Trofeo, in quanto il CSKA se ne è già guadagnato la conferma avendo superato per 3-0 sia il Palma che il Cannes, mentre la Santal era inciampata contro gli stessi francesi (sconfitta per 1-3) per cui anche in caso di un successo per 3-0 non avrebbe potuto conquistare la Coppa.

Ciò nondimeno, la gara serve per “testare” le possibilità di competere ai massimi livelli europei e le risultanze per Piazza non possono che essere positive, visto che i suoi ragazzi cedono solo al quinto set, perso per 9-15, dopo essersi trovati sul 2-1 a loro favore ed aver costretto i sovietici agli straordinari per far loro il quarto parziale per 19-17.

Voltata pagina, più o meno stesso copione si ripete in Campionato, concluso dalla Robe di Kappa in testa con i soliti due punti di margine sugli emiliani per poi scontrarsi nuovamente in Finale playoff e, come nel 1982, i parmensi riscattano la sconfitta per 2-3 in gara1 vincendo con identico punteggio la sfida casalinga e quindi prendersi il lusso, per il secondo anno consecutivo, di festeggiare lo Scudetto sul campo dei rivali, espugnando il parquet del “PalaRuffini” con un 3-0 che non ammette repliche.

Si parte dunque per una nuova avventura, che vede la rosa a disposizione di Piazza rinforzata in attacco con l’acquisto del ventenne schiacciatore argentino Hugo Conte – che farà molto bene anni dopo a Modena – prelevato dal Cannes, ed il cammino europeo dei parmensi, pur facilitato, occorre dirlo, dalla già ricordata assenza delle squadre sovietiche trattandosi di anno olimpico (tra l’altro con la beffa del boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico alla manifestazione), rischia di interrompersi già agli ottavi allorché, abbinato ai temibili avversari del CSKA Sofia (sempre comunque una squadra dell’Esercito di fronte …), a fronte del 3-1 casalingo subisce identica sconfitta al ritorno nella capitale bulgara, superando il turno solo grazie al quoziente punti.

Scampato il pericolo, non possono costituire un serio ostacolo gli olandesi del Vorburg, superati per 3-0 sia all’andata che al ritorno, potendo così staccare il pass per le Finali in programma a Basilea dal 17 al 19 febbraio ’84, dove il Santal ritrova il Cannes, oltre ai cechi del Dukla Liberec ed agli jugoslavi del Mladost Zagabria, desiderosi di riscattare la sconfitta patita l’anno precedente.

L’assegnazione del Trofeo si definisce subito alla prima giornata, quando il 17 febbraio si disputa l’atteso incontro tra la formazione italiana e quella croata (anche se all’epoca appartenente alla ex Jugoslavia), il cui esito è quanto di più palpitante il volley possa offrire, con il sestetto slavo avanti 2-0 frutto di due parziali entrambi chiusi sul 15-9, per poi subire la forse inattesa replica di Kim Ho Chul & Co. i quali, riacquistato morale dopo aver portato a casa il terzo set per 15-10, riescono a fronteggiare il desiderio di chiudere la gara da parte dei loro avversari, vincendo ai vantaggi 16-14 il quarto parziale per poi approfittare del crollo mentale per aggiudicarsi nettamente il quinto e decisivo set con il punteggio di 15-5.

Con il morale a mille, l’occasione è troppo propizia per vincere la prima Coppa Campioni della storia parmense e riportare il Trofeo in Italia a distanza di quattro anni, ed i ragazzi di Piazza non se la lasciano sfuggire e, regolando con un doppio 3-0 sia il Cannes che il Dukla Liberec, possono sfogare nel palazzetto elvetico la loro irrefrenabile gioia per aver portato vittoriosamente a termine il cammino intrapreso a dicembre.

Trionfo che fa passare in secondo piano il fatto che stavolta, la terza sfida-scudetto consecutiva contro la Robe di Kappa – che può ancora una volta beneficiare del vantaggio del fattore campo avendo chiuso in testa la stagione regolare – si concluda con la vittoria dei torinesi che, dopo la consueta vittoria di gara1, replicano il successo in campo esterno chiudendo la serie sul 2-0, così restituendo ai rivali l’esultanza di assicurarsi il titolo al “PalaRaschi”.

Ciò sta, inoltre, a significare che nell’edizione ’85 della Coppa Campioni, l’Italia ha due formazioni iscritte alla manifestazione, che però si riducono quasi subito ad una quando la formazione torinese (che ha perso l’abbinamento con la Robe di Kappa) crolla nel ritorno degli ottavi a Bucarest contro la Dinamo dopo aver vinto per 3-1 all’andata, venendo sconfitta 0-3 perdendo il secondo e terzo set rispettivamente per 14-16 e 13-15.

Nessun problema, viceversa, per la formazione di Piazza, la quale, peraltro, dopo aver facilmente eliminato gli olandesi Martinus Amstelveen con un doppio 3-1, si accingono a scrivere una delle pagine più gloriose della pallavolo azzurra, essendo stati abbinati, nei quarti di finali che decidono l’accesso alla poule finale a quattro, ai sovietici del Radiotechnik Riga capaci, l’anno prima, di interrompere l’egemonia interna del CSKA Mosca che durava da ben 14 anni consecutivi.

Occorre precisare come il Santal abbia perso il proprio regista Kim Ho Chul, tornatosene in Corea e rimpiazzato nel ruolo di palleggiatore da Piero Rebaudengo, prelevato da Torino, mentre al posto dell’argentino Conte vengono tesserati Stefano Recine, proveniente da Modena ed il polacco Wojtowicz, già in forza all’Edilcuoghi Sassuolo.

Proprio quest’ultimo è colui che più di ogni altro vive con ansia la sfida con gli “odiati” sovietici, pur se la formazione di Riga appartenga alla Lettonia e non propriamente alla Russia, ma tant’è, la disgregazione dell’impero sovietico era ancora lungi da venire e, pertanto, quando la sera del 9 gennaio ’85 le due squadre si affrontano al “Palazzo del Ghiaccio” su cui è stato montato un pavimento di legno, non sono molte le speranze per la squadra di Piazza, dato che, sino ad allora, nessuna squadra occidentale aveva vinto in casa dei “maestri” ed altresì nessun club italiano aveva mai sconfitto una formazione sovietica.

Con questo “doppio handicap” sulle spalle, l’impresa della Santal assume una rilevanza storica, sia per il punteggio di 3-1 a proprio favore che per l’andamento dei parziali (15-6, 8-15, 15-8, 15-6) che stanno a dimostrare una superiorità a dir poco disarmante, poi confermata sette giorni dopo al ritorno a Parma, riuscendo a contenere la voglia di riscatto dei propri avversari e chiudere con un altro successo per 3-2 al tiebreak il discorso qualificazione.

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Esultanza per il successo di Riga – da gazzetta.it

Con il rischio di sentirsi appagati e di snobbare le, viceversa, pericolose avversarie (tutte dell’Est Europa, Stella Rossa Praga, CSKA Sofia e Mladost Zagabria …) qualificatesi per il Girone Finale in programma a Bruxelles dal 15 al 17 febbraio ’85, la Santal si vede nuovamente costretta ad affrontare alla prima giornata il Mladost e, pur partendo ancora ad handicap perdendo il primo set, si rimette stavolta subito in carreggiata facendo suoi i successivi tre parziali con gli eloquenti punteggi di 15-10, 15-6, 15-8.

Superata poi senza eccessivi patemi, fatta salva una distrazione nel terzo set perso 16-18, la Stella Rossa Praga, il sestetto italiano si gioca la conferma del titolo di Campione d’Europa nell’ultimo incontro con il CSKA Sofia, sapendo che una eventuale sconfitta per 1-3 consegnerebbe il trofeo proprio ai bulgari e, dopo l’ormai consueta partenza con il freno a mano tirato, con il primo parziale appannaggio dei loro avversari per 18-16, i due successivi set – chiusi sul 15-3 e 15-9 – danno la certezza matematica del secondo trionfo consecutivo, per poi chiudere la gara per 15-5 al quinto.

Ed anche se, rientrato in competizione il CSKA Mosca, saranno proprio i sovietici ad impedire agli emiliani uno storico tris riappropriandosi del titolo, ironia della sorte, in una “Final Four” disputata ancora a Parma come nel 1983, ricacciando in gola agli spettatori del “PalaRaschi” la gioia che già erano pronti a sprigionare dopo il 2-0 maturato nel match decisivo, quella del 1985 sarà per sempre ricordata come “La squadra che fece l’impresa”, vale a dire essere la prima formazione italiana a vincere la Coppa dei Campioni di Volley con presente anche la rappresentante dell’Urss ….

A BARCELLONA 1992 LA PRIMA VOLTA VERDE-ORO DEL VOLLEY

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La gioia di Giovane Gavio – da globoesporte.globo.com

articolo di Nicola Pucci

Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 il torneo di pallavolo regala due clamorose sorprese ed una conferma.

L’Italia di Julio Velasco si presenta all’appuntamento dei Giochi nei panni della favorita, sull’onda lunga dell’esplosione di un movimento determinato dal trionfo agli Europei di Stoccolma del 1989. In successione gli azzurri hanno collezionato anche il successo ai Mondiali in Brasile del 1990 e tre vittorie consecutive in World League, oltre al secondo posto in Coppa del Mondo nel 1989 e agli Europei del 1991 di Berlino, battuti in finale dall’Urss.

Proprio gli ex-sovietici, che gareggiano con la denominazione di CSI, sono tra i pretendenti alle medaglie, al pari del Brasile che proprio ai Mondiali del 1990 cedette il passo all’Italia, degli Stati Uniti che seppur campioni olimpici in carica hanno ormai concluso il loro ciclo vincente, e Cuba, storica avversaria del sestetto di Velasco, che ha in Joel Despaigne la sua stella più luminosa.

Le 12 squadre partecipanti sono suddivise in due gironi, con l’Italia che nel primo gruppo se la deve vedere con Francia (3-1), Spagna (3-0), Giappone (3-0), Canada (3-1) e Stati Uniti (unica sconfitta, 1-3), chiudendo in prima posizione grazie ad una migliore differenza set vinti/set persi rispetto agli americani che hanno ancora in Fortune, Stork, Ctvrtlik e Timmons gli alfieri di punta. Spagna e Giappone sono le due altre qualificate ai quarti di finale.

Nel secondo concentramento il Brasile, forza emergente del volley mondiale, rimane imbattuto vincendo cinque partite, tra cui un 3-1 contro Cuba e CSI che chiudono alle sue spalle, con l’Olanda trascinata da Zwerver e Blangé che battendo la Corea del Sud 3-0 si assicura l’ultimo posto utile per il passaggio del turno.

Ed è proprio ad altezza quarti di finale che si consuma la sorpresa. Mentre Cuba e Brasile rispettano il pronostico battendo agevolmente Spagna e Giappone per 3-0, e gli Stati Uniti rinnovano il successo con i russi per 3-1 nonostante la classe di Ruslan Olikhver, l’Olanda inaspettatamente infrange il sogno a cinque cerchi dell’Italia. La sfida è drammatica. Tofoli, Gardini, Zorzi, Lucchetta, Cantagalli e Bernardi, ovvero i sei eroi dell’epoca d’oro, nonostante il valido apporto anche di Masciarelli, Bracci, Vullo, Giani, Pasinato e Galli, escono sconfitti per 3-2 dopo aver condotto per 2-1, perdendo il quarto parziale addirittura 15-2 e cedendo al set decisivo con un beffardo 17-16.

Non appagata, l’Olanda travolge anche Cuba in semifinale, 3-0 dopo aver perso nella fase a gironi 3-1 con lo stesso avversario, mentre il Brasile pone fine al sogno degli Stati Uniti di confermarsi campioni vincendo 3-1 l’altra semifinale.

All’atto decisivo il Brasile, trascinato da Marcelo Negrao, eletto MVP del torneo, supportato da campioni del calibro di Mauricio Lima che verrà a dar sfoggio del suo talento di palleggiatore a Modena e Giovane Gavio che già il campionato italiano ha imparato a conoscere a Padova, e guidato in panchina da quel “maestro” di volley che risponde al nome di José Roberto Guimaraes, rispetta infine il pronostico e col punteggio di 3-0 con parziali di 15-12 15-8 15-5 vince una meritata medaglia d’oro. Per i sudamericani è il primo trionfo olimpico e va ad aggiungersi a ben 17 vittorie nel campionato continentale, avviando un dominio sulla pallavolo mondiale che ad oggi somma pure tre titoli mondiali ed altri due trionfi ai Giochi.

L’Olanda è seconda, con gli Stati Uniti che battendo Cuba 3-1 salgono sul terzo gradino del podio, mentre l’Italia si deve accontentare del quinto posto dopo le vittorie per 3-0 con Spagna e Giappone nel torneo di consolazione. La maledizione olimpica, però, per gli azzurri è appena cominciata: quattro anni dopo, e sempre contro l’Olanda, la beffa in finale sarà ancora più amara. Il Brasile, da parte sua, sorride e torna a casa con la medaglia d’oro.

LA PRIMA VOLTA SUL PODIO EUROPEO DELL’ITALVOLLEY ROSA

 

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Alzata di Benelli per Bernardi – da volleyacademy.it

articolo di Giovanni Manenti

Così come il periodo d’oro della Nazionale italiana di pallavolo maschile – iniziato con la vittoria agli europei di Stoccolma ’89 e durato per oltre un decennio – aveva avuto come prologo l’inaspettato argento mondiale conquistato a Roma ’78, allo stesso modo l’affermarsi del sestetto azzurro al femminile ai vertici internazionali a partire dalla fine del secolo scorso ha visto mettere il seme con il bronzo conquistato alla rassegna continentale di Stoccarda ’89.

Fino a tale data, difatti, mai una squadra italiana, a livello femminile, era salita sul podio di una importante manifestazione internazionale, in quanto mai qualificata per una Olimpiade – dove il volley è ammesso a far tempo dai Giochi di Tokyo ’64 – una assenza che, peraltro, si protrae sino all’edizione di Sydney 2000, così come poco più che un atto di presenza si rivelano le prime partecipazioni ai campionati mondiali, pur con un qual certo miglioramento dall’umiliante 20esimo posto del ’78, per salire alla 15esima piazza in Perù nel 1982 e sino al nono posto in Cecoslovacchia nel 1986.

Non molto diversa la musica in campo europeo dove, a dispetto delle maggiori qualificazioni alla fase finale, i migliori piazzamenti si verificano proprio nel corso degli anni ’80, decennio in cui le azzurre non scendono mai sotto l’ottavo posto (conseguito nel 1981), per poi classificarsi settime nel 1983, quinte nel 1985 e seste nel 1987, nell’edizione disputatasi i Belgio e vinta dalla Germania Est superando, in una combattutissima finale, le campionesse uscenti dell’Unione Sovietica per 3-2 (8-15, 15-9, 18-20, 15-9, 15-11).

L’anno dopo, in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, le sovietiche si prendono una bella rivincita, schiantando le tedesche orientali per 3-0 nel girone eliminatorio, escludendole dalle semifinali, per poi aggiudicarsi anche la medaglia d’oro in una altrettanto splendida Finale contro le peruviane, sconfitte 17-15 al quinto parziale, dopo aver rimontato uno svantaggio di due set a zero.

Capirete, pertanto, come in terra tedesca (ancorché occidentale …) le favorite d’obbligo non potessero essere che le campionesse d’Europa (Germania Est) ed olimpiche (Urss) in carica e, per le azzurre, l’obiettivo massimo era costituito dal miglioramento del loro miglior piazzamento – il quinto posto di Sittard ’85 – con la speranza di poter, finalmente, salire sul podio.

Per cercare di centrare un simile risultato, da parte della Federazione non può esserci che una sola soluzione, e cioè – al pari, peraltro, di quanto fatto nel settore maschile con Julio Velasco – affidare la conduzione della Nazionale al tecnico che sta spopolando a livello italiano e non solo con la sua Teodora Ravenna, e che risponde al nome di Sergio Guerra.

L’allenatore romagnolo, difatti, oltre ad aver conquistato nel 1989 il suo nono titolo nazionale consecutivo – cui ne seguiranno altri due, nel ’90 e ’91, per un totale di 11 Scudetti uno di fila all’altro – è già stato in grado di far acquisire alle sue ragazze adeguata esperienza internazionale, contrastando lo strapotere in campo europeo della formazione russa dell’Uralocka, contro cui ha disputato le ultime tre Finali di Coppa dei Campioni, restando sconfitta nel 1987 (1-3) e nell’anno degli europei (ancora 1-3), ma capovolgendo il risultato a proprio favore nel 1988, quando stavolta il punteggio conclusivo di 3-1 (parziali di 7-15, 15-10, 15-9, 15-1) arride alle ragazze ravennate.

Ed ecco che la sfida si trasferisce dal livello di club a quello di Nazionali, visto che la rosa della Formazione sovietica – nella quale campeggia la fortissima palleggiatrice Irina Kirillova, considerata una delle più forti di sempre nel suo ruolo e che, a metà degli anni ’90, darà sfoggio della sua classe anche nel campionato italiano, giocando a Modena, Bergamo, Reggio Calabria, Perugia, Chieri e Novara – è composta da ben sette giocatrici della citata Uralocka, e, dall’altra sponda, Guerra risponde inserendo cinque ragazze della sua Ravenna nel sestetto base azzurro, con Manuela Benelli a dettare i tempi di gioco in veste di alzatrice e la più esperta Liliana “Lily” Bernardi nel ruolo di schiacciatrice, che vede anche la presenza della ventenne Sabrina Bertini.

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Liliana Bernardi, a sin., e Manuela Benelli – da ravennanotizie.it

Ed è così che il 2 settembre ’89, data di inizio della rassegna continentale, 12 squadre sono pronte a darsi battaglia, suddivise in due Gironi di sei formazioni ciascuno, che qualificano le prime due di ogni raggruppamento alle semifinali incrociate, ragion per cui ogni speranza di medaglia deriva dall’ottenere un tale piazzamento.

Mentre il Gruppo A si snoda in termini ben definiti, con l’Urss a dominare con cinque vittorie (e tutte per 3-0 …!!) sulle altrettante gare disputate, seguita dalla Romania a quota quattro, Germania Ovest a tre e così via, molto più incerto è lo svolgimento del Girone in cui è inserita l’Italia, visto l’equilibrio regnante alle spalle delle tedesche orientali, con le azzurre a lottare per l’accesso alla semifinale unitamente a Cecoslovacchia e Bulgaria.

Le ragazze di Guerra partono bene, con un convincente successo per 3-0 sulle cecoslovacche (parziali 15-9, 15-11, 15-13) che risulterà determinante per la classifica finale, cui fanno seguito altre due vittorie contro Francia (3-1) e Polonia (3-0), così da vederle in testa al girone al giorno di riposo del 5 settembre, con 6 punti a pari merito con l’Unione Sovietica, mentre la Cecoslovacchia si è rimessa in pista superando per 3-1 la Bulgaria, la quale ha già “scontato” la sconfitta contro le tedesche est.

Alla ripresa del torneo, tocca alle azzurre pagare lo scotto della sfida contro le tedesche d’oltre cortina, subendo un 3-0 che non rispecchia però l’andamento dell’incontro, visto che l’Italia cede di schianto solo nell’ultimo parziale (4-15) dopo aver tenuto testa alle campionesse europee uscenti nei primi due set, persi per 11-15 e 13-15, ed in ogni caso, le previste vittorie di Bulgaria e Cecoslovacchia rispettivamente a danno di Polonia e Francia, mandano ogni decisione all’ultima e decisiva giornata dove, con una graduatoria che recita Germania Est 8, Italia e Cecoslovacchia 6, Bulgaria 4, sono in programma i confronti diretti tra tedesche e ceche e tra azzurre e bulgare.

Le prime a scendere sul parquet sono proprio Italia e Bulgaria, con ciò dando un indubbio vantaggio alle altre avversarie, e l’incontro è quanto mai avvincente, con le ragazze di Guerra a lottare punto su punto, ma costrette a cedere i primi due parziali (12-15 e 14-16), per poi conquistare per 15-12 un terzo set che si rivelerà fondamentale nel computo finale, pur cedendo poi per 15-8 nel quarto parziale che consegna la vittoria alle bulgare.

Con Italia e Bulgaria ad aver concluso il girone a quota 6 punti, resta evidente che una vittoria delle Cecoslovacchia sulla Germania Est qualificherebbe entrambe alla semifinale, ma le tedesche vogliono chiudere in testa il girone per affrontare le molto meno ostiche rumene in semifinale, lasciando ad altri il compito di sfidare la corazzata sovietica, ed i primi due parziali, chiusi sul punteggio di 15-6 e 15-4 per le tedesche, sembrano non lasciare repliche alle loro avversarie.

Le quali, viceversa, si riprendono nei due set successivi – vinti per 15-10 e 15-8 – lasciando all’ultimo e decisivo parziale il compito di decidere le sorti sia dell’incontro che della classifica del Girone, che le ragazze della ex Ddr si aggiudicano per 15-12 garantendosi così il primo posto nel raggruppamento, mentre per capire chi dovrà affrontare le sovietiche in semifinale si deve ricorrere alla differenza set che, a parità di punti (6 a testa), premia l’Italia (10 set vinti contro 7 persi), rispetto a Cecoslovacchia (11-9) e Bulgaria (10-9), da cui si capisce la capitale importanza di quel parziale strappato alle bulgare.

Un altro giorno di riposo e quindi si dà il via alle semifinali con le sfide incrociate tra Urss-Italia e Germania Est-Romania che lasciano poco spazio alle sorprese, dato che entrambe si concludono con due netti 3-0 a beneficio delle favorite – 15-10, 15-7, 15-8 per le sovietiche contro le azzurre, mentre le tedesche devono impegnarsi solo nel primo parziale, vinto 17-15, per poi aver facilmente ragione 15-6 e 15-4 delle rumene – con conseguente ripetizione, per la quarta edizione consecutiva, della oramai abituale Finale tra Urss e Germania Est.

Ma, mentre le due super potenze a livello europeo (in ambito mondiale devono fare i conti con altre realtà quali Cina, Perù e Giappone, non essendosi ancora “svegliate” le americane …) affilano le armi in vista dello scontro decisivo, in casa azzurra si vivono momenti di trepidante ansia poiché si è ben consapevoli che si ha a disposizione una carta importante da giocare per sfatare il tabù del podio sinora mancante in una grande competizione internazionale, oltretutto contro una formazione come quella rumena indubbiamente inferiore a Bulgaria e Cecoslovacchia affrontate nel girone eliminatorio.

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Alzata di Manuela Benelli – da volleyacademy.it

Il Commissario Tecnico Guerra chiama a raccolta le “sue” ragazze di Ravenna, le sprona e motiva con il fatto che campionesse a livello di club come loro non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, necessaria anche a dare ulteriore entusiasmo a tutto il movimento pallavolistico femminile nel nostro Paese, e la risposta che ottiene sul parquet di Stoccarda è di quelle che ogni allenatore desidererebbe ricevere dalle proprie atlete che, concentrate come non mai, disputano una gara perfetta che non lascia scampo alle annichilite rumene, come testimoniano in termini inequivocabili i relativi parziali a favore delle azzurre, le quali si aggiudicano l’incontro con un 3-0 che recita 15-5, 15-6, 15-3, per poi potersi andare a sedere in tribuna a godersi l’atto conclusivo, che termine con la sudata affermazione dell’Unione Sovietica che deve rimontare l’8-15 subito nel primo set, per far suoi i tre successivi coi punteggi di 16-14, 15-13, 15-13 a dimostrazione dell’equilibrio esistente tra i due sestetti.

Dal bronzo di Stoccarda dovranno passare 10 anni esatti affinché le azzurre tornino sul podio continentale, con analogo piazzamento agli Europei di Torino ’99 avendo perso un’occasione più unica che rara in semifinale (sconfitte 15-13 al tie-break del quinto parziale dopo essere state in vantaggio due set ad uno), ma è indubbio che il seme della nascita del volley femminile in Italia è stato posto dalle ragazze di Guerra che, tra l’altro, hanno anche l’occasione per far loro una seconda Coppa dei Campioni nel ’92 con le “Final Four” disputate proprio a Ravenna, al termine di una combattutissima finale contro le croate del Mladost Zagabria, superate 15-10 al quinto set …

IL DERBY DEL VOLLEY TRA DDR E GERMANIA OVEST ALLE OLIMPIADI DEL 1972

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Una fase della finale tra DDR e Giappone – da mdr.de

Articolo di Giovanni Manenti

Come noto, la Germania Est nel corso dei 40 anni della sua esistenza ha dato un’importanza capitale ai successi in campo sportivo – poi venutosi a scoprire in larga parte condizionati da un vero e proprio sistema di “doping di Stato“, quantomeno in campo femminile – che l’ha portata a raggiungere, nella sua ultima apparizione olimpica, a Seul 1988, addirittura il secondo posto assoluto nel medagliere, con ben 102 allori (di cui 37 ori), una performance strabiliante qualora si consideri come il Paese contasse poco meno di 17 milioni di abitanti.

Ciò nondimeno, gli atleti dell’ex Ddr non hanno mai brillato nei giochi di squadra – calcio, basket, volley, pallanuoto e pallamano – se si esclude l’oro conquistato alle Olimpiadi di Montreal 1976 dalla Nazionale di calcio, potendo comunque sfruttare la circostanza, al pari degli altri Paesi dell’est Europa, di schierare la Nazionale A rispetto alle formazioni occidentali e del Sud America, prova ne sia che anche ai Giochi canadesi la finale venne disputata contro la Polonia, con l’Unione Sovietica ad aggiudicarsi il bronzo.

In questo scenario, stupisce, al contrario, l’exploit ad alto livello durato circa un decennio da parte della nazionale di volley della Germania Est, uno sport, peraltro, di non grande seguito nella Germania dell’epoca e nel quale i “cugini” della parte occidentale non avevano mai dato eccessiva rilevanza.

Introdotta nel panorama olimpico solo nel 1964 in occasione dei Giochi di Tokyo, dove il Giappone organizzatore conquista il bronzo dietro ad Unione Sovietica e Cecoslovacchia – le autentiche dominatrici del periodo a livello mondiale – la pallavolo in Germania Est vede la sua crescita esponenziale quando le redini della nazionale vengono affidate al “guru” Herbert Jenter, tecnico dello Sportclub Lipsia, capace di conquistare il titolo in patria per ben 14 anni (!!!) consecutivi, dal 1963 al 1976, nonché di portare il team sulla vetta d’Europa, con la vittoria in Coppa Campioni nel 1964.

E’ a quest’uomo, pertanto, alla guida della Nazionale dal 1960 al 1974, che si devono i successi in campo internazionale del sestetto tedesco orientale, ad iniziare dal Campionato Mondiale disputatosi in Cecoslovacchia nel 1966 e che vede il trionfo dei padroni di casa, con la Ddr ad occupare un più che dignitoso quarto posto, togliendosi anche lo sfizio di superare per 3-2 nel girone finale i “maestri” giapponesi.

L’esperienza acquisita nella rassegna iridata dà coraggio a Jenter ed ai suoi ragazzi in vista dell’appuntamento olimpico di Città del Messico 1968, dove la Germania Est replica il quarto posto mondiale piazzandosi ai piedi del podio al termine del girone all’italiana disputato tra le dieci nazionali iscritte, e che vede aggiudicarsi l’oro da parte dell’Unione Sovietica davanti al Giappone ed alla Cecoslovacchia, con il sestetto della Ddr a subire sconfitte da parte di tutte e tre le citate avversarie, ma superando nettamente le altre sei partecipanti.

Il sistema di gioco, basato su schemi semplici che mettono in risalto l’aspetto fisico e la potenza atletica dei propri componenti, è oramai ben rodato per poter aspirare a qualcosa di più di un semplice, per quanto onorevole, piazzamento, e l’occasione giusta si presenta in occasione dei Mondiali che si svolgono in Bulgaria nel 1970.

Con 24 squadre partecipanti suddivise in quattro gruppi da sei che qualificano le sole prime due formazioni per il girone finale ad otto, la Germania Est è inserita nel Girone D che si svolge a Kurdjali, assieme a due potenze come i “mostri sacri dell’Unione Sovietica e l’emergente Cuba, ma, a dispetto dei pronostici, ottiene la qualificazione chiudendo addirittura al primo posto, dopo aver schiantato Cuba all’esordio per 3-0 (15-13, 15-12, 15-7 i parziali) ed inflitto una severa lezione ai campioni olimpici dell’Unione Sovietica, come dimostrano eloquentemente i parziali di 15-7, 12-15, 15-8 e 15-10 per il 3-1 conclusivo a favore dei ragazzi di Jenter.

Tale vittoria, consente alla Germania Est di portarsi dietro il relativo risultato nel girone finale, in cui non ha alcuna difficoltà a spazzar via – con altrettanti netti 3-0 – le temibilissime Polonia, Cecoslovacchia e Romania, oltre al fanalino di coda Belgio, per ritrovarsi, a due gare dal termine, in testa alla classifica con 10 punti, a pari merito, con i padroni di casa della Bulgaria, seguiti a quota 9 dall’Unione Sovietica (nel conteggio del volley dell’epoca, venivano assegnati due punti per la vittoria ed uno per la sconfitta) e ad 8 dal Giappone.

Proprio i maestri asiatici infliggono alla Ddr la prima sconfitta al penultimo turno, superandoli 15-6 al quinto dopo che i tedeschi erano riusciti a rimontare uno svantaggio di due set, con ciò determinando la conquista della vetta della graduatoria da parte dei padroni di casa bulgari – vittoriosi per 3-0 a spese della Romania – mentre l’Unione Sovietica crolla sotto i colpi della Polonia, restando esclusa dalla lotta per l’oro e, successivamente, anche dalle medaglie complice il pesante 0-3 subito all’ultimo turno dalla Cecoslovacchia.

In un ambiente carico a mille, la Germania Est deve quindi affrontare nell’atto conclusivo gli imbattuti bulgari, cui si presenta un’occasione più unica che rara per laurearsi campioni mondiali, visto che, sino ad allora, il loro miglior piazzamento era costituito dall’argento europeo conquistato nel 1951 in Francia e, a livello iridato, potevano vantare due terzi posti, nel 1949 in Cecoslovacchia e nel 1952 in Unione Sovietica.

In un’edizione che avrebbe comunque, in ogni caso, incoronato una nuova campionessa mondiale dopo che nelle precedenti sei rassegne i titoli se li erano spartiti Unione Sovietica (quattro) e Cecoslovacchia (due), potete immaginare quale fosse l’aspettativa per gli spettatori che il 2 ottobre 1970 gremiscono le tribune del Palazzetto dello Sport d Sofia, pronti ad esultare per un successo lungamente atteso.

La gara, palpitante come poche, si risolve sul filo dei nervi, con le due compagini a fornire un rendimento paritetico ed altalenante, nel senso che al primo set vinto dai tedeschi per 15-11, i bulgari rispondono con un 15-13 a loro favore nel secondo, così come al 15-7 con cui la Ddr si porta sul 2-1 nei parziali, i padroni di casa replicano con un ancor più netto 15-4, rimandando l’assegnazione del titolo all’ultimo e decisivo set.

Ed, in una frazione sconsigliata ai deboli di cuore, sono i ragazzi di Jenter a compiere il miracolo, schiacciando a terra il decisivo pallone per il 15-13 conclusivo che consegna loro l’unico titolo iridato della storia, per potersi così presentare con credenziali di tutto rispetto all’appuntamento olimpico di due anni dopo, che si svolge proprio in Germania, a Monaco di Baviera.

E’ opportuno sapere che, nella parte occidentale del Paese, la pallavolo – quantomeno all’epoca – stava agli sport di squadra come il “soccer” negli Stati Uniti, solo che, come d’uso in sede olimpica, i padroni di casa ottengono l’ammissione di diritto e, a Monaco 1972, hanno però la sfortuna di essere inseriti nel gruppo B assieme a Brasile, Cuba, Giappone, Romania ed, appunto, i “cugini” orientali.

Non si può certo dire il paese organizzatore sia stato favorito in tal senso e, difatti, i tedeschi occidentali rimediano nei cinque incontri disputati altrettante sconfitte, con appena 4 set vinti rispetto ai 15 persi, ma è logico che l’attenzione fosse rivolta al match tra le due antagoniste, nel derby teutonico che va in scena il 3 settembre alla “Volleyballhalle” di Monaco di Baviera, della capacità di poco meno di 4mila spettatori, ma che per l’occasione registra il tutto esaurito.

Occorre precisare come il girone qualifichi alle semifinali le sole prime due del raggruppamento, e quindi ogni gara è di vitale importanza ai fini della classifica, ma è indubbio che, vista la disparità delle forze in campo, al tecnico Jenter sia giunto il consueto “messaggio dall’alto” di non far risparmiare energie ai suoi atleti al fine di evidenziare la superiorità rispetto agli odiati rivali, il tutto nello spirito che aleggiava all’epoca nella ex Ddr.

Suggerimento che il sestetto orientale non si lascia sfuggire, annichilendo i malcapitati “cugini di lingua contro cui infieriscono con un pesantissimo 3-0 dai parziali (15-7, 15-6, 15-4) che non ammettono replica alcuna e mandano le squadre a farsi la doccia in poco più di un’ora di gioco, semplice tappa di avvicinamento da parte dei campioni del mondo in carica verso le semifinali, per le quali si qualificano come secondi del raggruppamento alle spalle del Giappone, dal quale peraltro subiscono, a loro volta, una severa lezione venendo massacrati con parziali umilianti di 4-15, 2-15, 6-15.

Il secondo posto acquisito fa sì che, nelle due semifinali incrociate, alla Germania Est tocchi di affrontare l’Unione Sovietica, apparsa in splendide condizioni avendo concluso il proprio girone immune da sconfitte e con appena tre set persi, mentre l’altra sfida pone di fronte Bulgaria e Giappone, in una sorta, pertanto, di riedizione della rassegna iridata di due anni prima a Sofia.

Per quanto ovvio, nel comporre la selezione per le Olimpiadi, il tecnico Jenter non ha potuto che affidarsi allo “zoccolo duro” (ed anche qualcosa di più) della rosa della sua squadra di club, dato che dei 12 atleti partecipanti ai Giochi, ben nove provengono dallo SC Lipsia, vale a dire Arnold Schulz, Siegfried Schneider, Wolfgag Weise, Rudi Schumann, Eckehard Pietzsch, Wolfgang Lowe, Jurgen Maune, Horst Peter ed Horst Hagen.

Ciò comporta il fatto che non vi siano per i giocatori eccessivi problemi di assimilazione degli schemi di gioco proposti dal tecnico, visto che gli stessi vengono messi in pratica durante tutta la stagione, con la sola controindicazione di non poter contare su periodi di riposo durante l’intero arco dei dodici mesi, ma questo in casa Ddr è, come di consueto, l’ultimo dei problemi.

E, difatti, della solidità fisica dei tedeschi orientali ne fa una volta di più le spese l’Unione Sovietica, alla quale viene replicato il 3-1 inflitto due anni prima ai Mondiali, ma stavolta con punteggio ancor più umiliante, visto che al solo moto d’orgoglio con cui i sovietici si aggiudicano per 15-13 il terzo set, fanno riscontro i pesanti 15-6, 15-8 e 15-9 con cui i tedeschi si aggiudicano gli altri parziali.

Ottimo viatico in vista dell’appuntamento per l’oro, con la speranza di bissare il titolo iridato che si fa ancor più rosea dopo aver visto il Giappone dover lottare sino allo spasimo per aver ragione di una Bulgaria in cui brillano le stelle del palleggiatore Dimitar Karov e dello schiacciatore Dimitar Zlatanov – premiato come miglior attaccante ai Mondiali 1970 – che bella mostra di sé hanno fatto anche nel campionato italiano, riuscendo a far suo l’incontro solo al quinto parziale dopo aver dovuto rimontare uno svantaggio di due set a zero.

L’occasione è pertanto ghiotta, soprattutto per riscattare il pesante 0-3 (12-45 quanto a punti realizzati!) subito nella fase eliminatoria, ed il 9 settembre, giorno della finale, le cose sembrano mettersi bene, in virtù del 15-11 con cui i tedeschi concludono il primo set a loro favore.

Illusione, peraltro, di breve durata, poiché ci pensa il fuoriclasse Katsutoshi Nekoda a riorganizzare il gioco dei suoi, non intendendo lasciarsi sfuggire l’oro dopo il bronzo olimpico di Tokyo 1964 e l’argento di Città del Messico quattro anni dopo, e, dirigendo da par suo le azioni offensive dei compagni, fa tornare con i piedi per terra i tedeschi con un perentorio parziale di 15-2 nel secondo set, per poi andare a conquistare il gradino più alto del podio concludendo in scioltezza il match con il terzo e quarto set chiusi entrambi sul 15-10.

Per il Giappone la degna conclusione di un ciclo che li ha sempre visti ai vertici internazionali, mentre Jenter conclude il suo mandato alla guida della nazionale tedesco orientale con un altro quarto posto ai Mondiali di Città del Messico 1974, dove risplende la stella della Polonia, la quale confermerà poi l’oro iridato in sede olimpica, con la vittoria ai Giochi di Montreal 1976, edizione per la quale la Germania Est non riesce neppure a qualificarsi.

E’ durata relativamente poco l’avventura ai vertici internazionali della Germania Est “targata” Sportclub Lipsia, ma sono stati anni intensi che le hanno comunque consentito di emergere in una disciplina di non eccessivo seguito in patria.

LORENZO BERNARDI, GIOCATORE DEL SECOLO DEL VOLLEY

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Una schiacciata di Bernardi – da vitatrentina.it

articolo di Giovanni Manenti

Succede spesso, negli sport di squadra, che le fortune di un tecnico – e viceversa – passino attraverso l’apporto di questo o di quel giocatore nel momento chiave delle rispettive carriere, ma più di rado che tra di loro si crei un vero e proprio binomio, una specie di simbiosi destinata a durare nel tempo.

Uno degli esempi più classici, in ambito calcistico, è quello che ebbe a crearsi tra Nereo Rocco e Gianni Rivera al Milan degli anni ’60, ma anche nel basket, tra Dan Peterson e Mike D’Antoni all’Olimpia Milano oppure tra Valerio Bianchini e Pierluigi Marzorati a Cantù, si sono verificate situazioni simili, così come in tempi più recenti tra i portoghesi Jose Mourinho e Ricardo Carvalho, rispettivamente allenatore e leader difensivo, dapprima al Porto e poi al Chelsea.

Questo per cercare di capire quale possa essere stato il rapporto creatosi tra un promettentissimo pallavolista, approdato all’età di 17 anni nella culla del volley emiliano, vale a dire la Panini Modena, ed il tecnico che proprio a Modena mette le basi per divenire uno dei più apprezzati a livello mondiale.

I più addentro alle vicende pallavolistiche avranno già capito a chi mi sto riferendo, per gli altri scopriamo subito il segreto, in quanto trattasi di Lorenzo “Lollo” Bernardi e Julio Velasco, i quali costruiscono di pari passo le loro fortune giungendo entrambi nel capoluogo modenese nell’estate 1985.

Bernardi, nato ad agosto 1968 a Trento, proviene da una sua prima stagione in A1 a Padova dopo aver esordito appena quindicenne in C1 a Trento, conquistando l’immediata promozione in B, quasi un segno del destino di giocatore predestinato, mentre Velasco, già sbarcato nel Belpaese per guidare Jesi in A2 dopo aver fatto il vice della nazionale argentina terza ai Mondiali 1982 disputati in patria, è alla sua prima esperienza nel nostro massimo torneo nazionale.

E’ quello il periodo in cui la pallavolo italiana corre lungo la via Emilia, con un’accesa rivalità tra le formazioni di Modena e Parma, con la seconda in grado, dopo essersi aggiudicata i titoli di campione d’Italia nel 1982 e 1983, di violare l’assoluto dominio del CSKA Mosca in Coppa dei Campioni, facendo suo il trofeo per due anni consecutivi, nel 1984 e 1985.

Velasco non ha difficoltà a plasmare una formazione vincente, favorendo l’inserimento del giovane talento trentino nello zoccolo duro formato dai più esperti Franco Bertoli, Andrea Lucchetta e Luca Cantagalli, a cui dall’anno seguente si unisce il palleggiatore Fabio Vullo, proveniente dal Cus Torino, con cui si era aggiudicato lo scudetto nel 1984.

Ma è l’apporto di Bernardi a far fare ai gialloblù modenesi il cosiddetto salto di qualità, che si concretizza nella conquista di quattro titoli di campioni d’Italia consecutivi – dal 1986 al 1989 – con l’unica amarezza nel non riuscire ad emulare i rivali parmensi nell’impresa continentale, dato che il rinnovato CSKA Mosca – che può contare nelle sue file campioni del calibro di Yuri Sapega (detto “il poeta” per l’eleganza del suo stile di gioco), Yaroslav Antonov, Igor Runov, Valery Losev ed Andrei Kuznetsov – si riappropria dello scettro europeo nel 1986 a spese proprio dei detentori di Parma, per poi confermarsi nel successivo triennio, con Modena sempre a recitare la parte della damigella d’onore.

La sapiente guida di Velasco fa sì che il tecnico argentino venga chiamato dalla FIPAV alla guida di una nazionale che non riesce ad emergere dal grigiore degli ultimi vent’anni – in cui l’argento ai Mondiali di Roma 1978 rappresenta una goccia nel deserto, avendo altresì poco valore il bronzo olimpico di Los Angeles 1984 stante il boicottaggio dei paesi dell’est aderenti al blocco sovietico – e così, messo in bacheca il quarto titolo italiano consecutivo, Velasco si appresta ad affrontare di punto in bianco la sua prima grande manifestazione internazionale da allenatore capo, vale a dire i Campionati Europei, in programma a Stoccolma nell’ultima settimana di settembre 1989.

Per Velasco è giocoforza affidarsi al suo nucleo vincente di Modena, formato da Lucchetta, Cantagalli ed un non più giovanissimo, ma ben svezzato e con elevata personalità come Bernardi, rinunciando a sorpresa a Vullo, cui viene preferito Tofoli nel ruolo di palleggiatore.

Coi tre Maxicono Parma Bracci, Passani e Zorzi, e l’innesto in attacco di Gardini, centrale della Sisley Treviso, l’Italia sale per la prima volta nella sua storia sul tetto europeo, ma questo non è che l’inizio, in quanto l’anno seguente sono in programma i mondiali a Rio de Janeiro, manifestazione dove l’Italia, dopo il citato miracolo d’argento di Roma 1978, ha raccolto solo brutte figure, chiudendo al 14esimo posto nel 1982 in Argentina ed all’11esimo nel 1986 in Francia …

L’inizio degli anni ’90 rappresenta una svolta epocale nel mondo della pallavolo nostrana, sino ad allora vista come uno sport di livello quasi amatoriale, con l’ingresso in campo di imprenditori del calibro di Berlusconi (Mediolanum Milano, esperienza peraltro di breve durata), Gardini (Messaggero Ravenna) e Benetton (Sisley Treviso) che spostano a suon di milioni gli equilibri in campo, facendo ridimensionare società storiche come appunto Modena e Parma, piuttosto che Bologna, Torino e Firenze.

E proprio nell’anno in cui Bernardi matura la scelta di lasciare Modena – decisione che il passionale pubblico gialloblù non gli ha mai perdonato – attratto dalle lusinghe milionarie della famiglia Benetton e del loro Sisley Treviso, il biondo schiacciatore riesce finalmente a rompere l’egemonia moscovita in campo continentale, conquistando con il suo Panini la Coppa Campioni sconfiggendo nella finale di Amstelveen, in Olanda, l’11 marzo 1990 i francesi del Frejus (che avevano a sorpresa eliminato proprio i detentori del CSKA) al termine di una sfida vibrante conclusa solo al quinto set, con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9, miglior viatico possibile per presentarsi con il morale alle stelle alla rassegna iridata brasiliana.

Velasco si presenta all’appuntamento mondiale coi suoi ragazzi che hanno quasi tutti aderito al cambio di scenario a livello interno, con Bernardi, Anastasi, Cantagalli e Tofoli richiamati dalle sirene trevigiane, Lucchetta e Zorzi accasatisi a Milano, mentre Gardini e Masciarelli hanno preso la strada di Ravenna.

In futuro, il fatto che Bernardi possa giocare a livello di club con il palleggiatore azzurro Tofoli non farà che cementarne sempre più l’intesa, ma al “Maracanazinho” questa situazione non si è ancora verificata, andando in scena dal campionato prossimo venturo, anche se gli schemi messi a punto da Velasco sono oramai stati recepiti a perfezione dal sestetto azzurro titolare.

Ed oltre alle qualità tecniche ed alla bontà degli schemi, quello che emerge in Sudamerica è la grande forza mentale dell’Italia, capace di tener botta in un’infuocata semifinale contro i padroni di casa del Brasile, sospinti dal tifo infernale della loro “torcida“, e comunque piegati, in uno dei più appassionanti incontri della squadra azzurra, per 15-13 al quinto set, per poi non farsi coinvolgere psicologicamente in finale, contro la favorita Cuba, dal fatto di essere stati nettamente battuti dai caraibici per 3-0 nel girone eliminatorio, e nonostante il primo set si concluda con il punteggio di 15-12 in loro favore.

La concentrazione, il saper venir fuori dai momenti più difficili, sono le caratteristiche che spiazzano i cubani nel corso dei successivi parziali – vinti dall’Italia per 15-11 e 15-6 – per poi riordinare le idee in un palpitante ed emozionantissimo quarto set giocato punto a punto, con il muro azzurro a ribattere gli attacchi d Despaigne & Co., Gardini monumentale al centro e Bernardi all’ala, ed è proprio una schiacciata in diagonale del biondino a chiudere la contesa per il punto del 16-14 che porta l’Italia sulla vetta del volley mondiale. A gara conclusa l’immagine dello stesso Bernardi che sale sul seggiolone dell’arbitro per urlare al mondo la sua irrefrenabile gioia è la più emblematica a suggello di un’impresa impensabile alla vigilia.

Ed è lo stesso Bernardi, dal carattere schietto e che mai si è trincerato dietro a frasi di circostanza per commentare l’esito delle gare, a svelare il segreto di quella, come viene definita dal cronista Rai Jacopo Volpi, “generazione di fenomeni“… “la nostra forza sta nell’unità del gruppo e nella capacità di far tesoro di ciò che ti può insegnare una sconfitta. La nazionale è un insieme di tante buone individualità, ma come in un coro nessuno può cantare da solo altrimenti viene fuori un pastrocchio!“.

Sì, quella schiacciata ha cambiato la storia del nostro volley, che domina per l’intero decennio, sia a livello di nazionale, che si conferma campione mondiale anche nel 1994 e nel 1998 e conquista altri tre titoli europei nel 1993, 1995 e 1999, con l’unica amarezza dell’argento olimpico ad Atlanta 1996, che per quanto riguarda i club, dove la parte del leone la fa, manco a dirlo, il Sisley Treviso che può contare per 12 stagioni sull’apporto di Bernardi, con cinque scudetti e due coppe Italia al suo attivo, ma soprattutto una superiorità indiscussa in campo europeo.

Sotto la guida tecnica di Gian Paolo Montali per i primi cinque anni e – dopo una parentesi con il coreano Kim Ho-Chul – di Daniele Bagnoli per i successivi, il palmares di Bernardi si arricchisce di prestigiosi trofei, cui danno una valida mano anche gli olandesi Jan Posthuma, Ron Zwerwer e Peter Blangé, con quest’ultimo a sostituire Tofoli in cabina di regia a far tempo dall’estate1997.

In rapida successione, Treviso fa sua la Coppa CEV nel 1991 e 1993, la Coppa delle Coppe 1994, la Coppa dei Campioni 1995, ancora la Coppa CEV nel 1998 per poi concludere il secolo in bellezza con due affermazioni consecutive in Coppa dei Campioni, nel 1999 e nel 2000.

Bernardi è oramai universalmente riconosciuto come uno dei più forti e completi giocatori del pianeta, la sua versatilità di schiacciatore/ricevitore ha pochi rivali nel panorama del volley mondiale ed anche se, oramai superata la trentina, il suo apporto non può più essere quello delle annate migliori, il suo amore per lo sport che, all’inizio, non credeva “che fosse un lavoro che potesse durare per tutta la vita…“, lo porta a giocare sino ai 40 anni, regalando anche due stagioni alla sua Trento dove, ritrovando l’amico palleggiatore Tofoli, conduce la squadra alla vittoria nella “regular season” 2004, solo per uscire al primo turno dei playoff, sconfitti da Perugia.

E se, in una carriera che non ha eguali, con 9 scudetti al proprio conto (record italiano alla pari con Gian Franco Zanetti, ma era tutta un’altra epoca) ed un’infinità di coppe europee a livello di club, resta una sola amarezza legata al mancato oro olimpico di Atlanta 1996 – “la peggiore e più dolorosa delle sconfitte“, avrà poi modo di sottolineare Bernardi, il quale, va ricordato, disputa la finale in non perfette condizioni fisiche per un infortunio al piede – riteniamo che la stessa possa essere stata mitigata dalla decisione assunta dalla FIVB (Federazione Internazionale di Volley) di assegnare nel 2001 al nostro “Lollo” ed all’americano Kirch Kiraly la palma di “Miglior Giocatore del XX Secolo“.

Certo che dallo scalare il seggiolone dell’arbitro al “Maracanazinho ne ha fatta di strada, eh…