LA SANTAL PARMA E LA STORICA DOPPIETTA IN COPPA CAMPIONI DI VOLLEY

 

Santal3
Fonte gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Di solito, i buoni risultati di una Nazionale – di qualsiasi sport di squadra si tratti – sono preceduti da altrettante affermazioni a livello internazionale da parte delle rispettive Società da cui i vari Commissari Tecnici possono attingere per costituire l’ossatura vincente della propria formazione da schierare nelle principali manifestazioni, siano esse Olimpiadi, Campionati Mondiali o Continentali.

Ed a questa, apparentemente lapalissiana, regola, non sfugge neppure “l’Italvolley targata Julio Velasco” in grado di dominare per un decennio il panorama pallavolistico mondiale, ad iniziare dalla conquista dell’alloro Europeo in occasione della rassegna continentale di Svezia ’89

E, difatti, il tecnico argentino assume la guida degli Azzurri dopo aver condotto, per tre stagioni consecutive, la “Panini Modena” all’atto conclusivo della Coppa dei Campioni solo per essere puntualmente sconfitto – pur variando ogni anno formula della Fase Finale – dai fortissimi sovietici del CSKA Mosca, vincitori da inizio ’70 sino al 1989 di ben 10 delle 20 edizioni di tale Trofeo, da loro detenuto sin dal 1986, allorquando in Finale era toccato ad arrendersi ad un’altra squadra italiana, la Santal Parma.

Sestetto parmense che, però, era stato in grado di realizzare un’impresa sino a quel momento impensabile per una formazione italiana, e cioè di far sua la prestigiosa coppa addirittura per due anni di seguito, riportando l’Italia sul trono europeo a livello di club che era stato già occupato nel 1980 dalla Klippan Torino dei vari Bertoli, Lanfranco, Dametto e Rebaudengo, sapientemente guidata in panchina da quel genio del Volley che risponde al nome di Silvano Prandi.

Successo indubbiamente prestigioso, quello dei ragazzi di Prandi, ma che era sembrato più come un fatto episodico che non l’inizio di un cambiamento al vertice delle gerarchie europee, considerando anche il fatto che, negli anni olimpici, le squadre sovietiche non prendevano parte alla manifestazione, pur se la squadra torinese aveva confermato la propria superiorità a livello nazionale, con i tre Scudetti consecutivi – i primi della sua storia – conquistati dal 1979 al 1981, con una formula che ancora non prevedeva l’adozione dei playoff per l’assegnazione del titolo.

Novità che la FIPAV introduce a partire dalla stagione successiva in cui si presenta, come antagonista principale per impedire il “poker” della formazione piemontese, la Pallavolo Parma che dall’inizio del decennio era entrata nell’orbita del colosso Parmalat assumendo la denominazione di Santal Parma – nel mentre Torino aveva variato il proprio sponsor da Klippan a Robe di Kappa – con ciò garantendo gli investimenti necessari per allestire un sestetto competitivo.

Ed il primo “colpo” messo a segno ottiene il doppio scopo di rinforzare Parma e, contemporaneamente, indebolire Torino, visto che a cambiare casacca è forse il giocatore, assieme a Franco Bertoli, più rappresentativo del panorama pallavolistico nostrano, vale a dire il centrale Gianni Lanfranco, nativo tra l’altro proprio del capoluogo piemontese.

Ciò non era comunque bastato a cambiare le sorti del torneo 1981, dominato in maniera addirittura irritante dalla squadra di Prandi & Co., capace di fare un sensazionale “cappotto” aggiudicandosi tutte e 22 le gare in programma, lasciando alle altre undici partecipanti al Campionato la miseria di appena 7 set vinti (!!), nel mentre a Parma Claudio Piazza sta tentando di costruire una formazione vincente, concludendo però la stagione in un modesto quarto posto, con 14 gare vinte a fronte di 8 sconfitte.

Sicuramente, l’esito del citato torneo sarà stata la molla che convince la FIPAV all’introduzione dei playoff, onde dare interesse ad un Campionato che, altrimenti, rischiava di perdere seguito da parte degli appassionati, ma comunque per ridurre il “gap” che separava Torino dalle altre pretendenti al titolo occorreva operare con oculatezza sul mercato.

Ed il club diretto da Carlo Magri – futuro Presidente FIPAV per ben 22 anni, dal 1985 sino alla corrente stagione – non si risparmia al riguardo, migliorando ogni reparto e facendo sì che nell’estate ’81 vestano la casacca biancoverde i centrali Errichiello e Vecchi, l’universale Pierpaolo Lucchetta e, soprattutto, in regia il fuoriclasse coreano Kim Ho Chul, al quale Piazza assegna il compito di dettare i tempi ed orchestrare il gioco della sua squadra.

cap04
Il coreano Kim Ho Chul in azione – da vistodadentro.it

Incarico che l’esperto coreano svolge al meglio, consentendo alla Santal di lottare alla pari con la Robe di Kappa, tant’è che alla fine della stagione regolare le due squadre sono divise da appena due punti (42 a 40), essendosi “scambiate il favore” di espugnare una il campo dell’altra con l’identico punteggio di 3-2, con una ulteriore sconfitta per gli emiliani nel derby di Sassuolo contro l’Edilcuoghi.

Nessuna sorpresa, dunque, se le due squadre giungono alla Finale per il titolo avendo entrambe eliminato, con altrettanti doppi 3-0, Roma e Sassuolo i torinesi, Chieti e Modena i parmensi, ma l’esito della contesa stravolge il pronostico poiché, dopo il successo per 3-0 della Robe di Kappa in gara1, gli uomini di Piazza restituiscono identico score nella gara disputata al “Palaraschi” di Parma, per poi compiere l’impresa di andare a vincere per 3-1 al “PalaRuffini” e riportare a Parma un titolo che nella città ducale mancava dal ’69.

hqdefault
La Santal festeggia il titolo 1982 – da youtube.com

Tale successo dischiude le porte dell’Europa e la Santal – che affronta la nuova stagione con la sola variazione nell’organico costituita dal rientro, dopo un anno a Modena, del palleggiatore Belletti in luogo di Goldoni, trasferitosi a Milano – dopo aver eliminato non senza qualche difficoltà i cechi della Stella Rossa Bratislava (1-3 esterno ribaltato dal 3-0 casalingo), non viene favorita dal sorteggio, poiché per approdare alla Finale a quattro, deve vedersela con i temibilissimi jugoslavi del Mladost Zagabria, compiendo una vera impresa in quanto – dopo il rocambolesco successo per 16-14 al quinto set a Parma – riesce a venire a capo di una situazione che appariva compromessa al ritorno, con gli slavi in vantaggio per 2-1, vincendo d’autorità gli ultimi due set per 15-10 e 15-9.

Accesso alla Fase Finale a quattro conquistato, e vantaggio del fattore campo, in quanto la poule, alla quale accedono, oltre alla squadra italiana, anche gli spagnoli del Palma, i francesi del Cannes ed i detentori del trofeo, vale a dire i sovietici del CSKA Mosca, si svolge con la formula del girone all’italiana dal 18 al 20 febbraio ’83 proprio al “PalaRaschi” di Parma.

Occasione migliore non può esservi per verificare la crescita della nostra pallavolo al cospetto dei fortissimi sovietici che, proprio l’anno prima, avevano infranto i sogni della Robe di Kappa di vincere una seconda Coppa Campioni superandoli per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14 i parziali) nel girone finale di Parigi, anche se il confronto diretto, in programma il 20 febbraio, all’ultima delle tre giornate, risulta ininfluente ai fini dell’assegnazione del Trofeo, in quanto il CSKA se ne è già guadagnato la conferma avendo superato per 3-0 sia il Palma che il Cannes, mentre la Santal era inciampata contro gli stessi francesi (sconfitta per 1-3) per cui anche in caso di un successo per 3-0 non avrebbe potuto conquistare la Coppa.

Ciò nondimeno, la gara serve per “testare” le possibilità di competere ai massimi livelli europei e le risultanze per Piazza non possono che essere positive, visto che i suoi ragazzi cedono solo al quinto set, perso per 9-15, dopo essersi trovati sul 2-1 a loro favore ed aver costretto i sovietici agli straordinari per far loro il quarto parziale per 19-17.

Voltata pagina, più o meno stesso copione si ripete in Campionato, concluso dalla Robe di Kappa in testa con i soliti due punti di margine sugli emiliani per poi scontrarsi nuovamente in Finale playoff e, come nel 1982, i parmensi riscattano la sconfitta per 2-3 in gara1 vincendo con identico punteggio la sfida casalinga e quindi prendersi il lusso, per il secondo anno consecutivo, di festeggiare lo Scudetto sul campo dei rivali, espugnando il parquet del “PalaRuffini” con un 3-0 che non ammette repliche.

Si parte dunque per una nuova avventura, che vede la rosa a disposizione di Piazza rinforzata in attacco con l’acquisto del ventenne schiacciatore argentino Hugo Conte – che farà molto bene anni dopo a Modena – prelevato dal Cannes, ed il cammino europeo dei parmensi, pur facilitato, occorre dirlo, dalla già ricordata assenza delle squadre sovietiche trattandosi di anno olimpico (tra l’altro con la beffa del boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico alla manifestazione), rischia di interrompersi già agli ottavi allorché, abbinato ai temibili avversari del CSKA Sofia (sempre comunque una squadra dell’Esercito di fronte …), a fronte del 3-1 casalingo subisce identica sconfitta al ritorno nella capitale bulgara, superando il turno solo grazie al quoziente punti.

Scampato il pericolo, non possono costituire un serio ostacolo gli olandesi del Vorburg, superati per 3-0 sia all’andata che al ritorno, potendo così staccare il pass per le Finali in programma a Basilea dal 17 al 19 febbraio ’84, dove il Santal ritrova il Cannes, oltre ai cechi del Dukla Liberec ed agli jugoslavi del Mladost Zagabria, desiderosi di riscattare la sconfitta patita l’anno precedente.

L’assegnazione del Trofeo si definisce subito alla prima giornata, quando il 17 febbraio si disputa l’atteso incontro tra la formazione italiana e quella croata (anche se all’epoca appartenente alla ex Jugoslavia), il cui esito è quanto di più palpitante il volley possa offrire, con il sestetto slavo avanti 2-0 frutto di due parziali entrambi chiusi sul 15-9, per poi subire la forse inattesa replica di Kim Ho Chul & Co. i quali, riacquistato morale dopo aver portato a casa il terzo set per 15-10, riescono a fronteggiare il desiderio di chiudere la gara da parte dei loro avversari, vincendo ai vantaggi 16-14 il quarto parziale per poi approfittare del crollo mentale per aggiudicarsi nettamente il quinto e decisivo set con il punteggio di 15-5.

Con il morale a mille, l’occasione è troppo propizia per vincere la prima Coppa Campioni della storia parmense e riportare il Trofeo in Italia a distanza di quattro anni, ed i ragazzi di Piazza non se la lasciano sfuggire e, regolando con un doppio 3-0 sia il Cannes che il Dukla Liberec, possono sfogare nel palazzetto elvetico la loro irrefrenabile gioia per aver portato vittoriosamente a termine il cammino intrapreso a dicembre.

Trionfo che fa passare in secondo piano il fatto che stavolta, la terza sfida-scudetto consecutiva contro la Robe di Kappa – che può ancora una volta beneficiare del vantaggio del fattore campo avendo chiuso in testa la stagione regolare – si concluda con la vittoria dei torinesi che, dopo la consueta vittoria di gara1, replicano il successo in campo esterno chiudendo la serie sul 2-0, così restituendo ai rivali l’esultanza di assicurarsi il titolo al “PalaRaschi”.

Ciò sta, inoltre, a significare che nell’edizione ’85 della Coppa Campioni, l’Italia ha due formazioni iscritte alla manifestazione, che però si riducono quasi subito ad una quando la formazione torinese (che ha perso l’abbinamento con la Robe di Kappa) crolla nel ritorno degli ottavi a Bucarest contro la Dinamo dopo aver vinto per 3-1 all’andata, venendo sconfitta 0-3 perdendo il secondo e terzo set rispettivamente per 14-16 e 13-15.

Nessun problema, viceversa, per la formazione di Piazza, la quale, peraltro, dopo aver facilmente eliminato gli olandesi Martinus Amstelveen con un doppio 3-1, si accingono a scrivere una delle pagine più gloriose della pallavolo azzurra, essendo stati abbinati, nei quarti di finali che decidono l’accesso alla poule finale a quattro, ai sovietici del Radiotechnik Riga capaci, l’anno prima, di interrompere l’egemonia interna del CSKA Mosca che durava da ben 14 anni consecutivi.

Occorre precisare come il Santal abbia perso il proprio regista Kim Ho Chul, tornatosene in Corea e rimpiazzato nel ruolo di palleggiatore da Piero Rebaudengo, prelevato da Torino, mentre al posto dell’argentino Conte vengono tesserati Stefano Recine, proveniente da Modena ed il polacco Wojtowicz, già in forza all’Edilcuoghi Sassuolo.

Proprio quest’ultimo è colui che più di ogni altro vive con ansia la sfida con gli “odiati” sovietici, pur se la formazione di Riga appartenga alla Lettonia e non propriamente alla Russia, ma tant’è, la disgregazione dell’impero sovietico era ancora lungi da venire e, pertanto, quando la sera del 9 gennaio ’85 le due squadre si affrontano al “Palazzo del Ghiaccio” su cui è stato montato un pavimento di legno, non sono molte le speranze per la squadra di Piazza, dato che, sino ad allora, nessuna squadra occidentale aveva vinto in casa dei “maestri” ed altresì nessun club italiano aveva mai sconfitto una formazione sovietica.

Con questo “doppio handicap” sulle spalle, l’impresa della Santal assume una rilevanza storica, sia per il punteggio di 3-1 a proprio favore che per l’andamento dei parziali (15-6, 8-15, 15-8, 15-6) che stanno a dimostrare una superiorità a dir poco disarmante, poi confermata sette giorni dopo al ritorno a Parma, riuscendo a contenere la voglia di riscatto dei propri avversari e chiudere con un altro successo per 3-2 al tiebreak il discorso qualificazione.

santal2-500x375
Esultanza per il successo di Riga – da gazzetta.it

Con il rischio di sentirsi appagati e di snobbare le, viceversa, pericolose avversarie (tutte dell’Est Europa, Stella Rossa Praga, CSKA Sofia e Mladost Zagabria …) qualificatesi per il Girone Finale in programma a Bruxelles dal 15 al 17 febbraio ’85, la Santal si vede nuovamente costretta ad affrontare alla prima giornata il Mladost e, pur partendo ancora ad handicap perdendo il primo set, si rimette stavolta subito in carreggiata facendo suoi i successivi tre parziali con gli eloquenti punteggi di 15-10, 15-6, 15-8.

Superata poi senza eccessivi patemi, fatta salva una distrazione nel terzo set perso 16-18, la Stella Rossa Praga, il sestetto italiano si gioca la conferma del titolo di Campione d’Europa nell’ultimo incontro con il CSKA Sofia, sapendo che una eventuale sconfitta per 1-3 consegnerebbe il trofeo proprio ai bulgari e, dopo l’ormai consueta partenza con il freno a mano tirato, con il primo parziale appannaggio dei loro avversari per 18-16, i due successivi set – chiusi sul 15-3 e 15-9 – danno la certezza matematica del secondo trionfo consecutivo, per poi chiudere la gara per 15-5 al quinto.

Ed anche se, rientrato in competizione il CSKA Mosca, saranno proprio i sovietici ad impedire agli emiliani uno storico tris riappropriandosi del titolo, ironia della sorte, in una “Final Four” disputata ancora a Parma come nel 1983, ricacciando in gola agli spettatori del “PalaRaschi” la gioia che già erano pronti a sprigionare dopo il 2-0 maturato nel match decisivo, quella del 1985 sarà per sempre ricordata come “La squadra che fece l’impresa”, vale a dire essere la prima formazione italiana a vincere la Coppa dei Campioni di Volley con presente anche la rappresentante dell’Urss ….

A BARCELLONA 1992 LA PRIMA VOLTA VERDE-ORO DEL VOLLEY

giovanne1992_get1024.jpg
La gioia di Giovane Gavio – da globoesporte.globo.com

articolo di Nicola Pucci

Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992 il torneo di pallavolo regala due clamorose sorprese ed una conferma.

L’Italia di Julio Velasco si presenta all’appuntamento dei Giochi nei panni della favorita, sull’onda lunga dell’esplosione di un movimento determinato dal trionfo agli Europei di Stoccolma del 1989. In successione gli azzurri hanno collezionato anche il successo ai Mondiali in Brasile del 1990 e tre vittorie consecutive in World League, oltre al secondo posto in Coppa del Mondo nel 1989 e agli Europei del 1991 di Berlino, battuti in finale dall’Urss.

Proprio gli ex-sovietici, che gareggiano con la denominazione di CSI, sono tra i pretendenti alle medaglie, al pari del Brasile che proprio ai Mondiali del 1990 cedette il passo all’Italia, degli Stati Uniti che seppur campioni olimpici in carica hanno ormai concluso il loro ciclo vincente, e Cuba, storica avversaria del sestetto di Velasco, che ha in Joel Despaigne la sua stella più luminosa.

Le 12 squadre partecipanti sono suddivise in due gironi, con l’Italia che nel primo gruppo se la deve vedere con Francia (3-1), Spagna (3-0), Giappone (3-0), Canada (3-1) e Stati Uniti (unica sconfitta, 1-3), chiudendo in prima posizione grazie ad una migliore differenza set vinti/set persi rispetto agli americani che hanno ancora in Fortune, Stork, Ctvrtlik e Timmons gli alfieri di punta. Spagna e Giappone sono le due altre qualificate ai quarti di finale.

Nel secondo concentramento il Brasile, forza emergente del volley mondiale, rimane imbattuto vincendo cinque partite, tra cui un 3-1 contro Cuba e CSI che chiudono alle sue spalle, con l’Olanda trascinata da Zwerver e Blangé che battendo la Corea del Sud 3-0 si assicura l’ultimo posto utile per il passaggio del turno.

Ed è proprio ad altezza quarti di finale che si consuma la sorpresa. Mentre Cuba e Brasile rispettano il pronostico battendo agevolmente Spagna e Giappone per 3-0, e gli Stati Uniti rinnovano il successo con i russi per 3-1 nonostante la classe di Ruslan Olikhver, l’Olanda inaspettatamente infrange il sogno a cinque cerchi dell’Italia. La sfida è drammatica. Tofoli, Gardini, Zorzi, Lucchetta, Cantagalli e Bernardi, ovvero i sei eroi dell’epoca d’oro, nonostante il valido apporto anche di Masciarelli, Bracci, Vullo, Giani, Pasinato e Galli, escono sconfitti per 3-2 dopo aver condotto per 2-1, perdendo il quarto parziale addirittura 15-2 e cedendo al set decisivo con un beffardo 17-16.

Non appagata, l’Olanda travolge anche Cuba in semifinale, 3-0 dopo aver perso nella fase a gironi 3-1 con lo stesso avversario, mentre il Brasile pone fine al sogno degli Stati Uniti di confermarsi campioni vincendo 3-1 l’altra semifinale.

All’atto decisivo il Brasile, trascinato da Marcelo Negrao, eletto MVP del torneo, supportato da campioni del calibro di Mauricio Lima che verrà a dar sfoggio del suo talento di palleggiatore a Modena e Giovane Gavio che già il campionato italiano ha imparato a conoscere a Padova, e guidato in panchina da quel “maestro” di volley che risponde al nome di José Roberto Guimaraes, rispetta infine il pronostico e col punteggio di 3-0 con parziali di 15-12 15-8 15-5 vince una meritata medaglia d’oro. Per i sudamericani è il primo trionfo olimpico e va ad aggiungersi a ben 17 vittorie nel campionato continentale, avviando un dominio sulla pallavolo mondiale che ad oggi somma pure tre titoli mondiali ed altri due trionfi ai Giochi.

L’Olanda è seconda, con gli Stati Uniti che battendo Cuba 3-1 salgono sul terzo gradino del podio, mentre l’Italia si deve accontentare del quinto posto dopo le vittorie per 3-0 con Spagna e Giappone nel torneo di consolazione. La maledizione olimpica, però, per gli azzurri è appena cominciata: quattro anni dopo, e sempre contro l’Olanda, la beffa in finale sarà ancora più amara. Il Brasile, da parte sua, sorride e torna a casa con la medaglia d’oro.

LA PRIMA VOLTA SUL PODIO EUROPEO DELL’ITALVOLLEY ROSA

 

lenostreativita
Alzata di Benelli per Bernardi – da volleyacademy.it

articolo di Giovanni Manenti

Così come il periodo d’oro della Nazionale italiana di pallavolo maschile – iniziato con la vittoria agli europei di Stoccolma ’89 e durato per oltre un decennio – aveva avuto come prologo l’inaspettato argento mondiale conquistato a Roma ’78, allo stesso modo l’affermarsi del sestetto azzurro al femminile ai vertici internazionali a partire dalla fine del secolo scorso ha visto mettere il seme con il bronzo conquistato alla rassegna continentale di Stoccarda ’89.

Fino a tale data, difatti, mai una squadra italiana, a livello femminile, era salita sul podio di una importante manifestazione internazionale, in quanto mai qualificata per una Olimpiade – dove il volley è ammesso a far tempo dai Giochi di Tokyo ’64 – una assenza che, peraltro, si protrae sino all’edizione di Sydney 2000, così come poco più che un atto di presenza si rivelano le prime partecipazioni ai campionati mondiali, pur con un qual certo miglioramento dall’umiliante 20esimo posto del ’78, per salire alla 15esima piazza in Perù nel 1982 e sino al nono posto in Cecoslovacchia nel 1986.

Non molto diversa la musica in campo europeo dove, a dispetto delle maggiori qualificazioni alla fase finale, i migliori piazzamenti si verificano proprio nel corso degli anni ’80, decennio in cui le azzurre non scendono mai sotto l’ottavo posto (conseguito nel 1981), per poi classificarsi settime nel 1983, quinte nel 1985 e seste nel 1987, nell’edizione disputatasi i Belgio e vinta dalla Germania Est superando, in una combattutissima finale, le campionesse uscenti dell’Unione Sovietica per 3-2 (8-15, 15-9, 18-20, 15-9, 15-11).

L’anno dopo, in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, le sovietiche si prendono una bella rivincita, schiantando le tedesche orientali per 3-0 nel girone eliminatorio, escludendole dalle semifinali, per poi aggiudicarsi anche la medaglia d’oro in una altrettanto splendida Finale contro le peruviane, sconfitte 17-15 al quinto parziale, dopo aver rimontato uno svantaggio di due set a zero.

Capirete, pertanto, come in terra tedesca (ancorché occidentale …) le favorite d’obbligo non potessero essere che le campionesse d’Europa (Germania Est) ed olimpiche (Urss) in carica e, per le azzurre, l’obiettivo massimo era costituito dal miglioramento del loro miglior piazzamento – il quinto posto di Sittard ’85 – con la speranza di poter, finalmente, salire sul podio.

Per cercare di centrare un simile risultato, da parte della Federazione non può esserci che una sola soluzione, e cioè – al pari, peraltro, di quanto fatto nel settore maschile con Julio Velasco – affidare la conduzione della Nazionale al tecnico che sta spopolando a livello italiano e non solo con la sua Teodora Ravenna, e che risponde al nome di Sergio Guerra.

L’allenatore romagnolo, difatti, oltre ad aver conquistato nel 1989 il suo nono titolo nazionale consecutivo – cui ne seguiranno altri due, nel ’90 e ’91, per un totale di 11 Scudetti uno di fila all’altro – è già stato in grado di far acquisire alle sue ragazze adeguata esperienza internazionale, contrastando lo strapotere in campo europeo della formazione russa dell’Uralocka, contro cui ha disputato le ultime tre Finali di Coppa dei Campioni, restando sconfitta nel 1987 (1-3) e nell’anno degli europei (ancora 1-3), ma capovolgendo il risultato a proprio favore nel 1988, quando stavolta il punteggio conclusivo di 3-1 (parziali di 7-15, 15-10, 15-9, 15-1) arride alle ragazze ravennate.

Ed ecco che la sfida si trasferisce dal livello di club a quello di Nazionali, visto che la rosa della Formazione sovietica – nella quale campeggia la fortissima palleggiatrice Irina Kirillova, considerata una delle più forti di sempre nel suo ruolo e che, a metà degli anni ’90, darà sfoggio della sua classe anche nel campionato italiano, giocando a Modena, Bergamo, Reggio Calabria, Perugia, Chieri e Novara – è composta da ben sette giocatrici della citata Uralocka, e, dall’altra sponda, Guerra risponde inserendo cinque ragazze della sua Ravenna nel sestetto base azzurro, con Manuela Benelli a dettare i tempi di gioco in veste di alzatrice e la più esperta Liliana “Lily” Bernardi nel ruolo di schiacciatrice, che vede anche la presenza della ventenne Sabrina Bertini.

0000036080
Liliana Bernardi, a sin., e Manuela Benelli – da ravennanotizie.it

Ed è così che il 2 settembre ’89, data di inizio della rassegna continentale, 12 squadre sono pronte a darsi battaglia, suddivise in due Gironi di sei formazioni ciascuno, che qualificano le prime due di ogni raggruppamento alle semifinali incrociate, ragion per cui ogni speranza di medaglia deriva dall’ottenere un tale piazzamento.

Mentre il Gruppo A si snoda in termini ben definiti, con l’Urss a dominare con cinque vittorie (e tutte per 3-0 …!!) sulle altrettante gare disputate, seguita dalla Romania a quota quattro, Germania Ovest a tre e così via, molto più incerto è lo svolgimento del Girone in cui è inserita l’Italia, visto l’equilibrio regnante alle spalle delle tedesche orientali, con le azzurre a lottare per l’accesso alla semifinale unitamente a Cecoslovacchia e Bulgaria.

Le ragazze di Guerra partono bene, con un convincente successo per 3-0 sulle cecoslovacche (parziali 15-9, 15-11, 15-13) che risulterà determinante per la classifica finale, cui fanno seguito altre due vittorie contro Francia (3-1) e Polonia (3-0), così da vederle in testa al girone al giorno di riposo del 5 settembre, con 6 punti a pari merito con l’Unione Sovietica, mentre la Cecoslovacchia si è rimessa in pista superando per 3-1 la Bulgaria, la quale ha già “scontato” la sconfitta contro le tedesche est.

Alla ripresa del torneo, tocca alle azzurre pagare lo scotto della sfida contro le tedesche d’oltre cortina, subendo un 3-0 che non rispecchia però l’andamento dell’incontro, visto che l’Italia cede di schianto solo nell’ultimo parziale (4-15) dopo aver tenuto testa alle campionesse europee uscenti nei primi due set, persi per 11-15 e 13-15, ed in ogni caso, le previste vittorie di Bulgaria e Cecoslovacchia rispettivamente a danno di Polonia e Francia, mandano ogni decisione all’ultima e decisiva giornata dove, con una graduatoria che recita Germania Est 8, Italia e Cecoslovacchia 6, Bulgaria 4, sono in programma i confronti diretti tra tedesche e ceche e tra azzurre e bulgare.

Le prime a scendere sul parquet sono proprio Italia e Bulgaria, con ciò dando un indubbio vantaggio alle altre avversarie, e l’incontro è quanto mai avvincente, con le ragazze di Guerra a lottare punto su punto, ma costrette a cedere i primi due parziali (12-15 e 14-16), per poi conquistare per 15-12 un terzo set che si rivelerà fondamentale nel computo finale, pur cedendo poi per 15-8 nel quarto parziale che consegna la vittoria alle bulgare.

Con Italia e Bulgaria ad aver concluso il girone a quota 6 punti, resta evidente che una vittoria delle Cecoslovacchia sulla Germania Est qualificherebbe entrambe alla semifinale, ma le tedesche vogliono chiudere in testa il girone per affrontare le molto meno ostiche rumene in semifinale, lasciando ad altri il compito di sfidare la corazzata sovietica, ed i primi due parziali, chiusi sul punteggio di 15-6 e 15-4 per le tedesche, sembrano non lasciare repliche alle loro avversarie.

Le quali, viceversa, si riprendono nei due set successivi – vinti per 15-10 e 15-8 – lasciando all’ultimo e decisivo parziale il compito di decidere le sorti sia dell’incontro che della classifica del Girone, che le ragazze della ex Ddr si aggiudicano per 15-12 garantendosi così il primo posto nel raggruppamento, mentre per capire chi dovrà affrontare le sovietiche in semifinale si deve ricorrere alla differenza set che, a parità di punti (6 a testa), premia l’Italia (10 set vinti contro 7 persi), rispetto a Cecoslovacchia (11-9) e Bulgaria (10-9), da cui si capisce la capitale importanza di quel parziale strappato alle bulgare.

Un altro giorno di riposo e quindi si dà il via alle semifinali con le sfide incrociate tra Urss-Italia e Germania Est-Romania che lasciano poco spazio alle sorprese, dato che entrambe si concludono con due netti 3-0 a beneficio delle favorite – 15-10, 15-7, 15-8 per le sovietiche contro le azzurre, mentre le tedesche devono impegnarsi solo nel primo parziale, vinto 17-15, per poi aver facilmente ragione 15-6 e 15-4 delle rumene – con conseguente ripetizione, per la quarta edizione consecutiva, della oramai abituale Finale tra Urss e Germania Est.

Ma, mentre le due super potenze a livello europeo (in ambito mondiale devono fare i conti con altre realtà quali Cina, Perù e Giappone, non essendosi ancora “svegliate” le americane …) affilano le armi in vista dello scontro decisivo, in casa azzurra si vivono momenti di trepidante ansia poiché si è ben consapevoli che si ha a disposizione una carta importante da giocare per sfatare il tabù del podio sinora mancante in una grande competizione internazionale, oltretutto contro una formazione come quella rumena indubbiamente inferiore a Bulgaria e Cecoslovacchia affrontate nel girone eliminatorio.

chisiamo
Alzata di Manuela Benelli – da volleyacademy.it

Il Commissario Tecnico Guerra chiama a raccolta le “sue” ragazze di Ravenna, le sprona e motiva con il fatto che campionesse a livello di club come loro non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, necessaria anche a dare ulteriore entusiasmo a tutto il movimento pallavolistico femminile nel nostro Paese, e la risposta che ottiene sul parquet di Stoccarda è di quelle che ogni allenatore desidererebbe ricevere dalle proprie atlete che, concentrate come non mai, disputano una gara perfetta che non lascia scampo alle annichilite rumene, come testimoniano in termini inequivocabili i relativi parziali a favore delle azzurre, le quali si aggiudicano l’incontro con un 3-0 che recita 15-5, 15-6, 15-3, per poi potersi andare a sedere in tribuna a godersi l’atto conclusivo, che termine con la sudata affermazione dell’Unione Sovietica che deve rimontare l’8-15 subito nel primo set, per far suoi i tre successivi coi punteggi di 16-14, 15-13, 15-13 a dimostrazione dell’equilibrio esistente tra i due sestetti.

Dal bronzo di Stoccarda dovranno passare 10 anni esatti affinché le azzurre tornino sul podio continentale, con analogo piazzamento agli Europei di Torino ’99 avendo perso un’occasione più unica che rara in semifinale (sconfitte 15-13 al tie-break del quinto parziale dopo essere state in vantaggio due set ad uno), ma è indubbio che il seme della nascita del volley femminile in Italia è stato posto dalle ragazze di Guerra che, tra l’altro, hanno anche l’occasione per far loro una seconda Coppa dei Campioni nel ’92 con le “Final Four” disputate proprio a Ravenna, al termine di una combattutissima finale contro le croate del Mladost Zagabria, superate 15-10 al quinto set …

IL DERBY DEL VOLLEY TRA DDR E GERMANIA OVEST ALLE OLIMPIADI DEL 1972

schumann-110-resimage_v-variantSmall16x9_w-640
Una fase della finale tra DDR e Giappone – da mdr.de

Articolo di Giovanni Manenti

Come noto, la Germania Est nel corso dei 40 anni della sua esistenza ha dato un’importanza capitale ai successi in campo sportivo – poi venutosi a scoprire in larga parte condizionati da un vero e proprio sistema di “doping di Stato“, quantomeno in campo femminile – che l’ha portata a raggiungere, nella sua ultima apparizione olimpica, a Seul 1988, addirittura il secondo posto assoluto nel medagliere, con ben 102 allori (di cui 37 ori), una performance strabiliante qualora si consideri come il Paese contasse poco meno di 17 milioni di abitanti.

Ciò nondimeno, gli atleti dell’ex Ddr non hanno mai brillato nei giochi di squadra – calcio, basket, volley, pallanuoto e pallamano – se si esclude l’oro conquistato alle Olimpiadi di Montreal 1976 dalla Nazionale di calcio, potendo comunque sfruttare la circostanza, al pari degli altri Paesi dell’est Europa, di schierare la Nazionale A rispetto alle formazioni occidentali e del Sud America, prova ne sia che anche ai Giochi canadesi la finale venne disputata contro la Polonia, con l’Unione Sovietica ad aggiudicarsi il bronzo.

In questo scenario, stupisce, al contrario, l’exploit ad alto livello durato circa un decennio da parte della nazionale di volley della Germania Est, uno sport, peraltro, di non grande seguito nella Germania dell’epoca e nel quale i “cugini” della parte occidentale non avevano mai dato eccessiva rilevanza.

Introdotta nel panorama olimpico solo nel 1964 in occasione dei Giochi di Tokyo, dove il Giappone organizzatore conquista il bronzo dietro ad Unione Sovietica e Cecoslovacchia – le autentiche dominatrici del periodo a livello mondiale – la pallavolo in Germania Est vede la sua crescita esponenziale quando le redini della nazionale vengono affidate al “guru” Herbert Jenter, tecnico dello Sportclub Lipsia, capace di conquistare il titolo in patria per ben 14 anni (!!!) consecutivi, dal 1963 al 1976, nonché di portare il team sulla vetta d’Europa, con la vittoria in Coppa Campioni nel 1964.

E’ a quest’uomo, pertanto, alla guida della Nazionale dal 1960 al 1974, che si devono i successi in campo internazionale del sestetto tedesco orientale, ad iniziare dal Campionato Mondiale disputatosi in Cecoslovacchia nel 1966 e che vede il trionfo dei padroni di casa, con la Ddr ad occupare un più che dignitoso quarto posto, togliendosi anche lo sfizio di superare per 3-2 nel girone finale i “maestri” giapponesi.

L’esperienza acquisita nella rassegna iridata dà coraggio a Jenter ed ai suoi ragazzi in vista dell’appuntamento olimpico di Città del Messico 1968, dove la Germania Est replica il quarto posto mondiale piazzandosi ai piedi del podio al termine del girone all’italiana disputato tra le dieci nazionali iscritte, e che vede aggiudicarsi l’oro da parte dell’Unione Sovietica davanti al Giappone ed alla Cecoslovacchia, con il sestetto della Ddr a subire sconfitte da parte di tutte e tre le citate avversarie, ma superando nettamente le altre sei partecipanti.

Il sistema di gioco, basato su schemi semplici che mettono in risalto l’aspetto fisico e la potenza atletica dei propri componenti, è oramai ben rodato per poter aspirare a qualcosa di più di un semplice, per quanto onorevole, piazzamento, e l’occasione giusta si presenta in occasione dei Mondiali che si svolgono in Bulgaria nel 1970.

Con 24 squadre partecipanti suddivise in quattro gruppi da sei che qualificano le sole prime due formazioni per il girone finale ad otto, la Germania Est è inserita nel Girone D che si svolge a Kurdjali, assieme a due potenze come i “mostri sacri dell’Unione Sovietica e l’emergente Cuba, ma, a dispetto dei pronostici, ottiene la qualificazione chiudendo addirittura al primo posto, dopo aver schiantato Cuba all’esordio per 3-0 (15-13, 15-12, 15-7 i parziali) ed inflitto una severa lezione ai campioni olimpici dell’Unione Sovietica, come dimostrano eloquentemente i parziali di 15-7, 12-15, 15-8 e 15-10 per il 3-1 conclusivo a favore dei ragazzi di Jenter.

Tale vittoria, consente alla Germania Est di portarsi dietro il relativo risultato nel girone finale, in cui non ha alcuna difficoltà a spazzar via – con altrettanti netti 3-0 – le temibilissime Polonia, Cecoslovacchia e Romania, oltre al fanalino di coda Belgio, per ritrovarsi, a due gare dal termine, in testa alla classifica con 10 punti, a pari merito, con i padroni di casa della Bulgaria, seguiti a quota 9 dall’Unione Sovietica (nel conteggio del volley dell’epoca, venivano assegnati due punti per la vittoria ed uno per la sconfitta) e ad 8 dal Giappone.

Proprio i maestri asiatici infliggono alla Ddr la prima sconfitta al penultimo turno, superandoli 15-6 al quinto dopo che i tedeschi erano riusciti a rimontare uno svantaggio di due set, con ciò determinando la conquista della vetta della graduatoria da parte dei padroni di casa bulgari – vittoriosi per 3-0 a spese della Romania – mentre l’Unione Sovietica crolla sotto i colpi della Polonia, restando esclusa dalla lotta per l’oro e, successivamente, anche dalle medaglie complice il pesante 0-3 subito all’ultimo turno dalla Cecoslovacchia.

In un ambiente carico a mille, la Germania Est deve quindi affrontare nell’atto conclusivo gli imbattuti bulgari, cui si presenta un’occasione più unica che rara per laurearsi campioni mondiali, visto che, sino ad allora, il loro miglior piazzamento era costituito dall’argento europeo conquistato nel 1951 in Francia e, a livello iridato, potevano vantare due terzi posti, nel 1949 in Cecoslovacchia e nel 1952 in Unione Sovietica.

In un’edizione che avrebbe comunque, in ogni caso, incoronato una nuova campionessa mondiale dopo che nelle precedenti sei rassegne i titoli se li erano spartiti Unione Sovietica (quattro) e Cecoslovacchia (due), potete immaginare quale fosse l’aspettativa per gli spettatori che il 2 ottobre 1970 gremiscono le tribune del Palazzetto dello Sport d Sofia, pronti ad esultare per un successo lungamente atteso.

La gara, palpitante come poche, si risolve sul filo dei nervi, con le due compagini a fornire un rendimento paritetico ed altalenante, nel senso che al primo set vinto dai tedeschi per 15-11, i bulgari rispondono con un 15-13 a loro favore nel secondo, così come al 15-7 con cui la Ddr si porta sul 2-1 nei parziali, i padroni di casa replicano con un ancor più netto 15-4, rimandando l’assegnazione del titolo all’ultimo e decisivo set.

Ed, in una frazione sconsigliata ai deboli di cuore, sono i ragazzi di Jenter a compiere il miracolo, schiacciando a terra il decisivo pallone per il 15-13 conclusivo che consegna loro l’unico titolo iridato della storia, per potersi così presentare con credenziali di tutto rispetto all’appuntamento olimpico di due anni dopo, che si svolge proprio in Germania, a Monaco di Baviera.

E’ opportuno sapere che, nella parte occidentale del Paese, la pallavolo – quantomeno all’epoca – stava agli sport di squadra come il “soccer” negli Stati Uniti, solo che, come d’uso in sede olimpica, i padroni di casa ottengono l’ammissione di diritto e, a Monaco 1972, hanno però la sfortuna di essere inseriti nel gruppo B assieme a Brasile, Cuba, Giappone, Romania ed, appunto, i “cugini” orientali.

Non si può certo dire il paese organizzatore sia stato favorito in tal senso e, difatti, i tedeschi occidentali rimediano nei cinque incontri disputati altrettante sconfitte, con appena 4 set vinti rispetto ai 15 persi, ma è logico che l’attenzione fosse rivolta al match tra le due antagoniste, nel derby teutonico che va in scena il 3 settembre alla “Volleyballhalle” di Monaco di Baviera, della capacità di poco meno di 4mila spettatori, ma che per l’occasione registra il tutto esaurito.

Occorre precisare come il girone qualifichi alle semifinali le sole prime due del raggruppamento, e quindi ogni gara è di vitale importanza ai fini della classifica, ma è indubbio che, vista la disparità delle forze in campo, al tecnico Jenter sia giunto il consueto “messaggio dall’alto” di non far risparmiare energie ai suoi atleti al fine di evidenziare la superiorità rispetto agli odiati rivali, il tutto nello spirito che aleggiava all’epoca nella ex Ddr.

Suggerimento che il sestetto orientale non si lascia sfuggire, annichilendo i malcapitati “cugini di lingua contro cui infieriscono con un pesantissimo 3-0 dai parziali (15-7, 15-6, 15-4) che non ammettono replica alcuna e mandano le squadre a farsi la doccia in poco più di un’ora di gioco, semplice tappa di avvicinamento da parte dei campioni del mondo in carica verso le semifinali, per le quali si qualificano come secondi del raggruppamento alle spalle del Giappone, dal quale peraltro subiscono, a loro volta, una severa lezione venendo massacrati con parziali umilianti di 4-15, 2-15, 6-15.

Il secondo posto acquisito fa sì che, nelle due semifinali incrociate, alla Germania Est tocchi di affrontare l’Unione Sovietica, apparsa in splendide condizioni avendo concluso il proprio girone immune da sconfitte e con appena tre set persi, mentre l’altra sfida pone di fronte Bulgaria e Giappone, in una sorta, pertanto, di riedizione della rassegna iridata di due anni prima a Sofia.

Per quanto ovvio, nel comporre la selezione per le Olimpiadi, il tecnico Jenter non ha potuto che affidarsi allo “zoccolo duro” (ed anche qualcosa di più) della rosa della sua squadra di club, dato che dei 12 atleti partecipanti ai Giochi, ben nove provengono dallo SC Lipsia, vale a dire Arnold Schulz, Siegfried Schneider, Wolfgag Weise, Rudi Schumann, Eckehard Pietzsch, Wolfgang Lowe, Jurgen Maune, Horst Peter ed Horst Hagen.

Ciò comporta il fatto che non vi siano per i giocatori eccessivi problemi di assimilazione degli schemi di gioco proposti dal tecnico, visto che gli stessi vengono messi in pratica durante tutta la stagione, con la sola controindicazione di non poter contare su periodi di riposo durante l’intero arco dei dodici mesi, ma questo in casa Ddr è, come di consueto, l’ultimo dei problemi.

E, difatti, della solidità fisica dei tedeschi orientali ne fa una volta di più le spese l’Unione Sovietica, alla quale viene replicato il 3-1 inflitto due anni prima ai Mondiali, ma stavolta con punteggio ancor più umiliante, visto che al solo moto d’orgoglio con cui i sovietici si aggiudicano per 15-13 il terzo set, fanno riscontro i pesanti 15-6, 15-8 e 15-9 con cui i tedeschi si aggiudicano gli altri parziali.

Ottimo viatico in vista dell’appuntamento per l’oro, con la speranza di bissare il titolo iridato che si fa ancor più rosea dopo aver visto il Giappone dover lottare sino allo spasimo per aver ragione di una Bulgaria in cui brillano le stelle del palleggiatore Dimitar Karov e dello schiacciatore Dimitar Zlatanov – premiato come miglior attaccante ai Mondiali 1970 – che bella mostra di sé hanno fatto anche nel campionato italiano, riuscendo a far suo l’incontro solo al quinto parziale dopo aver dovuto rimontare uno svantaggio di due set a zero.

L’occasione è pertanto ghiotta, soprattutto per riscattare il pesante 0-3 (12-45 quanto a punti realizzati!) subito nella fase eliminatoria, ed il 9 settembre, giorno della finale, le cose sembrano mettersi bene, in virtù del 15-11 con cui i tedeschi concludono il primo set a loro favore.

Illusione, peraltro, di breve durata, poiché ci pensa il fuoriclasse Katsutoshi Nekoda a riorganizzare il gioco dei suoi, non intendendo lasciarsi sfuggire l’oro dopo il bronzo olimpico di Tokyo 1964 e l’argento di Città del Messico quattro anni dopo, e, dirigendo da par suo le azioni offensive dei compagni, fa tornare con i piedi per terra i tedeschi con un perentorio parziale di 15-2 nel secondo set, per poi andare a conquistare il gradino più alto del podio concludendo in scioltezza il match con il terzo e quarto set chiusi entrambi sul 15-10.

Per il Giappone la degna conclusione di un ciclo che li ha sempre visti ai vertici internazionali, mentre Jenter conclude il suo mandato alla guida della nazionale tedesco orientale con un altro quarto posto ai Mondiali di Città del Messico 1974, dove risplende la stella della Polonia, la quale confermerà poi l’oro iridato in sede olimpica, con la vittoria ai Giochi di Montreal 1976, edizione per la quale la Germania Est non riesce neppure a qualificarsi.

E’ durata relativamente poco l’avventura ai vertici internazionali della Germania Est “targata” Sportclub Lipsia, ma sono stati anni intensi che le hanno comunque consentito di emergere in una disciplina di non eccessivo seguito in patria.

LORENZO BERNARDI, GIOCATORE DEL SECOLO DEL VOLLEY

BERNARDI.jpg
Una schiacciata di Bernardi – da vitatrentina.it

articolo di Giovanni Manenti

Succede spesso, negli sport di squadra, che le fortune di un tecnico – e viceversa – passino attraverso l’apporto di questo o di quel giocatore nel momento chiave delle rispettive carriere, ma più di rado che tra di loro si crei un vero e proprio binomio, una specie di simbiosi destinata a durare nel tempo.

Uno degli esempi più classici, in ambito calcistico, è quello che ebbe a crearsi tra Nereo Rocco e Gianni Rivera al Milan degli anni ’60, ma anche nel basket, tra Dan Peterson e Mike D’Antoni all’Olimpia Milano oppure tra Valerio Bianchini e Pierluigi Marzorati a Cantù, si sono verificate situazioni simili, così come in tempi più recenti tra i portoghesi Jose Mourinho e Ricardo Carvalho, rispettivamente allenatore e leader difensivo, dapprima al Porto e poi al Chelsea.

Questo per cercare di capire quale possa essere stato il rapporto creatosi tra un promettentissimo pallavolista, approdato all’età di 17 anni nella culla del volley emiliano, vale a dire la Panini Modena, ed il tecnico che proprio a Modena mette le basi per divenire uno dei più apprezzati a livello mondiale.

I più addentro alle vicende pallavolistiche avranno già capito a chi mi sto riferendo, per gli altri scopriamo subito il segreto, in quanto trattasi di Lorenzo “Lollo” Bernardi e Julio Velasco, i quali costruiscono di pari passo le loro fortune giungendo entrambi nel capoluogo modenese nell’estate 1985.

Bernardi, nato ad agosto 1968 a Trento, proviene da una sua prima stagione in A1 a Padova dopo aver esordito appena quindicenne in C1 a Trento, conquistando l’immediata promozione in B, quasi un segno del destino di giocatore predestinato, mentre Velasco, già sbarcato nel Belpaese per guidare Jesi in A2 dopo aver fatto il vice della nazionale argentina terza ai Mondiali 1982 disputati in patria, è alla sua prima esperienza nel nostro massimo torneo nazionale.

E’ quello il periodo in cui la pallavolo italiana corre lungo la via Emilia, con un’accesa rivalità tra le formazioni di Modena e Parma, con la seconda in grado, dopo essersi aggiudicata i titoli di campione d’Italia nel 1982 e 1983, di violare l’assoluto dominio del CSKA Mosca in Coppa dei Campioni, facendo suo il trofeo per due anni consecutivi, nel 1984 e 1985.

Velasco non ha difficoltà a plasmare una formazione vincente, favorendo l’inserimento del giovane talento trentino nello zoccolo duro formato dai più esperti Franco Bertoli, Andrea Lucchetta e Luca Cantagalli, a cui dall’anno seguente si unisce il palleggiatore Fabio Vullo, proveniente dal Cus Torino, con cui si era aggiudicato lo scudetto nel 1984.

Ma è l’apporto di Bernardi a far fare ai gialloblù modenesi il cosiddetto salto di qualità, che si concretizza nella conquista di quattro titoli di campioni d’Italia consecutivi – dal 1986 al 1989 – con l’unica amarezza nel non riuscire ad emulare i rivali parmensi nell’impresa continentale, dato che il rinnovato CSKA Mosca – che può contare nelle sue file campioni del calibro di Yuri Sapega (detto “il poeta” per l’eleganza del suo stile di gioco), Yaroslav Antonov, Igor Runov, Valery Losev ed Andrei Kuznetsov – si riappropria dello scettro europeo nel 1986 a spese proprio dei detentori di Parma, per poi confermarsi nel successivo triennio, con Modena sempre a recitare la parte della damigella d’onore.

La sapiente guida di Velasco fa sì che il tecnico argentino venga chiamato dalla FIPAV alla guida di una nazionale che non riesce ad emergere dal grigiore degli ultimi vent’anni – in cui l’argento ai Mondiali di Roma 1978 rappresenta una goccia nel deserto, avendo altresì poco valore il bronzo olimpico di Los Angeles 1984 stante il boicottaggio dei paesi dell’est aderenti al blocco sovietico – e così, messo in bacheca il quarto titolo italiano consecutivo, Velasco si appresta ad affrontare di punto in bianco la sua prima grande manifestazione internazionale da allenatore capo, vale a dire i Campionati Europei, in programma a Stoccolma nell’ultima settimana di settembre 1989.

Per Velasco è giocoforza affidarsi al suo nucleo vincente di Modena, formato da Lucchetta, Cantagalli ed un non più giovanissimo, ma ben svezzato e con elevata personalità come Bernardi, rinunciando a sorpresa a Vullo, cui viene preferito Tofoli nel ruolo di palleggiatore.

Coi tre Maxicono Parma Bracci, Passani e Zorzi, e l’innesto in attacco di Gardini, centrale della Sisley Treviso, l’Italia sale per la prima volta nella sua storia sul tetto europeo, ma questo non è che l’inizio, in quanto l’anno seguente sono in programma i mondiali a Rio de Janeiro, manifestazione dove l’Italia, dopo il citato miracolo d’argento di Roma 1978, ha raccolto solo brutte figure, chiudendo al 14esimo posto nel 1982 in Argentina ed all’11esimo nel 1986 in Francia …

L’inizio degli anni ’90 rappresenta una svolta epocale nel mondo della pallavolo nostrana, sino ad allora vista come uno sport di livello quasi amatoriale, con l’ingresso in campo di imprenditori del calibro di Berlusconi (Mediolanum Milano, esperienza peraltro di breve durata), Gardini (Messaggero Ravenna) e Benetton (Sisley Treviso) che spostano a suon di milioni gli equilibri in campo, facendo ridimensionare società storiche come appunto Modena e Parma, piuttosto che Bologna, Torino e Firenze.

E proprio nell’anno in cui Bernardi matura la scelta di lasciare Modena – decisione che il passionale pubblico gialloblù non gli ha mai perdonato – attratto dalle lusinghe milionarie della famiglia Benetton e del loro Sisley Treviso, il biondo schiacciatore riesce finalmente a rompere l’egemonia moscovita in campo continentale, conquistando con il suo Panini la Coppa Campioni sconfiggendo nella finale di Amstelveen, in Olanda, l’11 marzo 1990 i francesi del Frejus (che avevano a sorpresa eliminato proprio i detentori del CSKA) al termine di una sfida vibrante conclusa solo al quinto set, con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9, miglior viatico possibile per presentarsi con il morale alle stelle alla rassegna iridata brasiliana.

Velasco si presenta all’appuntamento mondiale coi suoi ragazzi che hanno quasi tutti aderito al cambio di scenario a livello interno, con Bernardi, Anastasi, Cantagalli e Tofoli richiamati dalle sirene trevigiane, Lucchetta e Zorzi accasatisi a Milano, mentre Gardini e Masciarelli hanno preso la strada di Ravenna.

In futuro, il fatto che Bernardi possa giocare a livello di club con il palleggiatore azzurro Tofoli non farà che cementarne sempre più l’intesa, ma al “Maracanazinho” questa situazione non si è ancora verificata, andando in scena dal campionato prossimo venturo, anche se gli schemi messi a punto da Velasco sono oramai stati recepiti a perfezione dal sestetto azzurro titolare.

Ed oltre alle qualità tecniche ed alla bontà degli schemi, quello che emerge in Sudamerica è la grande forza mentale dell’Italia, capace di tener botta in un’infuocata semifinale contro i padroni di casa del Brasile, sospinti dal tifo infernale della loro “torcida“, e comunque piegati, in uno dei più appassionanti incontri della squadra azzurra, per 15-13 al quinto set, per poi non farsi coinvolgere psicologicamente in finale, contro la favorita Cuba, dal fatto di essere stati nettamente battuti dai caraibici per 3-0 nel girone eliminatorio, e nonostante il primo set si concluda con il punteggio di 15-12 in loro favore.

La concentrazione, il saper venir fuori dai momenti più difficili, sono le caratteristiche che spiazzano i cubani nel corso dei successivi parziali – vinti dall’Italia per 15-11 e 15-6 – per poi riordinare le idee in un palpitante ed emozionantissimo quarto set giocato punto a punto, con il muro azzurro a ribattere gli attacchi d Despaigne & Co., Gardini monumentale al centro e Bernardi all’ala, ed è proprio una schiacciata in diagonale del biondino a chiudere la contesa per il punto del 16-14 che porta l’Italia sulla vetta del volley mondiale. A gara conclusa l’immagine dello stesso Bernardi che sale sul seggiolone dell’arbitro per urlare al mondo la sua irrefrenabile gioia è la più emblematica a suggello di un’impresa impensabile alla vigilia.

Ed è lo stesso Bernardi, dal carattere schietto e che mai si è trincerato dietro a frasi di circostanza per commentare l’esito delle gare, a svelare il segreto di quella, come viene definita dal cronista Rai Jacopo Volpi, “generazione di fenomeni“… “la nostra forza sta nell’unità del gruppo e nella capacità di far tesoro di ciò che ti può insegnare una sconfitta. La nazionale è un insieme di tante buone individualità, ma come in un coro nessuno può cantare da solo altrimenti viene fuori un pastrocchio!“.

Sì, quella schiacciata ha cambiato la storia del nostro volley, che domina per l’intero decennio, sia a livello di nazionale, che si conferma campione mondiale anche nel 1994 e nel 1998 e conquista altri tre titoli europei nel 1993, 1995 e 1999, con l’unica amarezza dell’argento olimpico ad Atlanta 1996, che per quanto riguarda i club, dove la parte del leone la fa, manco a dirlo, il Sisley Treviso che può contare per 12 stagioni sull’apporto di Bernardi, con cinque scudetti e due coppe Italia al suo attivo, ma soprattutto una superiorità indiscussa in campo europeo.

Sotto la guida tecnica di Gian Paolo Montali per i primi cinque anni e – dopo una parentesi con il coreano Kim Ho-Chul – di Daniele Bagnoli per i successivi, il palmares di Bernardi si arricchisce di prestigiosi trofei, cui danno una valida mano anche gli olandesi Jan Posthuma, Ron Zwerwer e Peter Blangé, con quest’ultimo a sostituire Tofoli in cabina di regia a far tempo dall’estate1997.

In rapida successione, Treviso fa sua la Coppa CEV nel 1991 e 1993, la Coppa delle Coppe 1994, la Coppa dei Campioni 1995, ancora la Coppa CEV nel 1998 per poi concludere il secolo in bellezza con due affermazioni consecutive in Coppa dei Campioni, nel 1999 e nel 2000.

Bernardi è oramai universalmente riconosciuto come uno dei più forti e completi giocatori del pianeta, la sua versatilità di schiacciatore/ricevitore ha pochi rivali nel panorama del volley mondiale ed anche se, oramai superata la trentina, il suo apporto non può più essere quello delle annate migliori, il suo amore per lo sport che, all’inizio, non credeva “che fosse un lavoro che potesse durare per tutta la vita…“, lo porta a giocare sino ai 40 anni, regalando anche due stagioni alla sua Trento dove, ritrovando l’amico palleggiatore Tofoli, conduce la squadra alla vittoria nella “regular season” 2004, solo per uscire al primo turno dei playoff, sconfitti da Perugia.

E se, in una carriera che non ha eguali, con 9 scudetti al proprio conto (record italiano alla pari con Gian Franco Zanetti, ma era tutta un’altra epoca) ed un’infinità di coppe europee a livello di club, resta una sola amarezza legata al mancato oro olimpico di Atlanta 1996 – “la peggiore e più dolorosa delle sconfitte“, avrà poi modo di sottolineare Bernardi, il quale, va ricordato, disputa la finale in non perfette condizioni fisiche per un infortunio al piede – riteniamo che la stessa possa essere stata mitigata dalla decisione assunta dalla FIVB (Federazione Internazionale di Volley) di assegnare nel 2001 al nostro “Lollo” ed all’americano Kirch Kiraly la palma di “Miglior Giocatore del XX Secolo“.

Certo che dallo scalare il seggiolone dell’arbitro al “Maracanazinho ne ha fatta di strada, eh…

IL MIRACOLO DI PITTERA E DELL’ITALIA DEL VOLLEY AI MONDIALI DI ROMA 1978

ITALIA VOLLEY.jpg
La nazionale italiana di pallavolo ai Mondiali di Roma del 1978 – da volleyball.it

articolo di Giovanni Manenti

Se c’è uno sport di squadra che, a livello di nazionale, ha dato le maggiori soddisfazioni agli sportivi italiani negli ultimi 30 anni questo è indubbiamente la pallavolo maschile in quanto – a dispetto della maledizione olimpica, dove ha raccolto tre argenti ed altrettanti bronzi – può vantare qualcosa come tre titoli mondiali, sei Europei, otto World League ed altri tornei vari.

E, se ci si domanda chi siano gli artefici di queste imprese, oltre al tecnico argentino Julio Velasco, i nomi son sempre i soliti, da Andrea Lucchetta a Fabio Vullo, da Lorenzo “Lolo” Bernardi ad Andrea Zorzi, da Andrea Giani a “Paolino” Tofoli, da Luca Cantagalli ad Andrea Gardini e via dicendo, sino ai protagonisti degli ultimi anni, capaci di salire sul podio olimpico sia a Londra 2012 (bronzo) che a Rio 2016 (argento).

Questi successi sono andati di pari passo con i trionfi delle singole squadre di club, capaci di interrompere l’egemonia del CSKA Mosca, dapprima con i successi della Santal Parma a metà anni ’80 e poi facendo della Coppa dei Campioni maschile un fertile terreno di conquista che ha visto primeggiare per nove anni consecutivi – dal 1992 al 2000 – le varie Modena, Ravenna e Treviso.

Bisogna però aver largamente superato i cinquant’anni per ricordarsi che il seme di questi trionfi era stato gettato in un’epoca che, se definirla pionieristica è forse un tantino azzardato, di sicuro non vedeva certo il volley azzurro primeggiare a livello internazionale – sia in campo europeo che, tantomeno, mondiale – anche a causa della disorganizzazione e dell’approssimazione a livello federale, dove eravamo anni luce indietro rispetto alle altre potenze pallavolistiche.

Non occorre andare troppo indietro rispetto al primo successo dell’era Velasco, vale a dire l’Europeo di Svezia 1989, quando undici anni prima, 1978, all’Italia spetta l’organizzazione della IX edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione inaugurata nel 1949 a Praga e che aveva sinora visto quattro successi dell’Unione Sovietica, due della Cecoslovacchia ed uno a testa di Germania Est e Polonia, con gli azzurri che, a parte un ottavo posto nell’edizione inaugurale – a cui avevano peraltro partecipato solo 10 squadre – si erano sempre classificati tra la 14.ma e la 16.ma posizione, con addirittura un deludentissimo piazzamento al 19.mo posto quattro anni prima a Città del Messico.

Non molto meglio le cose erano andate in sede olimpica, dove la pallavolo viene inserita nel programma a cinque cerchi dai Giochi di Tokyo 1964, con l’Italia che vi partecipa solo nell’edizione di Montreal 1976 dove conosce solo sconfitte e raccoglie appena due set nella gara persa per 2-3 contro il Brasile, subendo pesanti rovesci contro Urss (6-15, 3-15, 6-15), Giappone (6-15, 2-15, 6-15) e Cecoslovacchia (7-15, 8-15, 7-15).

Roba da andare a nascondersi per la vergogna, e che non depone certo a favore sull’esito dei Mondiali da organizzare appena due anni dopo nel nostro paese, con la federazione che cerca di rimediare puntando sulla guida tecnica, sostituendo Anderlini dopo il disastro olimpico, dapprima con Pavlica e quindi con il polacco Edward Skorek, campione olimpico e mondiale con la nazionale del suo paese ed allenatore-giocatore della Panini Modena.

Skorek accetta l’incarico, solo per disamorarsi per la superficialità ed il pressapochismo registrato a livello organizzativo, abbandonando a fine maggio per andarsene a giocare nel campionato professionistico Usa, e la federazione, a soli tre mesi dall’inizio della rassegna iridata, decide di puntare sul non ancora 34enne catanese Carmelo Pittera, il quale aveva appena condotto la Paoletti Catania al primo storico titolo di campione d’Italia per una compagine siciliana.

Il tempo stringe, ad inizio giugno è in programma un torneo a Sofia e Pittera ottiene dalla federazione l’accoglimento delle sue richieste, vale a dire un contratto triennale sino ai Giochi di Mosca 1980, l’assunzione come “secondo” del suo vice alla Paoletti, Nino Cuco, e la possibilità di continuare a svolgere il doppio incarico di tecnico della nazionale e del suo club di appartenenza.

L’impegno assunto da Pittera di costruire in soli tre mesi una formazione competitiva per una manifestazione così importante come un Mondiale appare titanico, ma il combattivo catanese non è tipo da perdersi d’animo di fronte alle difficoltà ed inizia con due allenamenti giornalieri (cosa ma vista sino ad allora), nonché con la partecipazione a diversi tornei per valutare lo stato dei giocatori, dai quali se ne esce con l’assunzione di una decisione che fa scalpore, vale a dire l’esclusione dalla rosa per i Mondiali dei “senatoriMattioli e Salemme, tesserati per la Federlazio Roma, cosa che fa imbufalire il dirigente Ammannito, dato che la manifestazione si svolge proprio nella capitale.

Ma Pittera va per la sua strada, intuisce che per poter combinare qualcosa di buono deve affidarsi ad atleti che conoscono il suo modo di lavorare e quindi perché non sfruttare lo zoccolo duro della sua Paoletti Catania che ha appena conquistato lo scudetto, e, difatti, inserisce nei dodici selezionati ben cinque – Alessandro, Concetti, Greco, Nassi e Scilipoti – neo campioni d’Italia, con l’aggiunta di Innocenti e Lazzeroni del Cus Pisa (con cui, fino a tre anni prima, giocava Fabrizio Nassi) e formando il sestetto titolare con “Pupo” Dall’Olio in regia, opposto a Di Bernardo, Negri e Di Coste sono gli schiacciatori di banda e Nassi e Lanfranco i centrali, con Greco pronto a rilevare Di Coste ed Alessandro Dall’Olio per alzare il muro in fase di ricezione.

Con queste premesse, l’Italia si presenta al Mondiale, al quale sono iscritte ben 24 squadre, inserita nel gruppo A insieme a Belgio, Cina ed Egitto – compagine, quest’ultima, che evoca tristi ricordi per la sconfitta per 2-3 subita in Messico nel 1974 che determinò il 19.mo posto degli azzurri – un girone effettivamente non irresistibile ed ideale per entrare nel clima della competizione.

Ed, in effetti, il sestetto di Pittera si scrolla subito di dosso l’emozione rifilando due secchi 3-0 sia al Belgio (parziali di 15-6, 15-5 e 15-1) che all’Egitto (15-5, 15-4, 15-9), giocandosi quindi con la Cina il primo posto del girone, utile per trovare accoppiamenti più abbordabili nella seconda fase.

E qui entra per la prima volta in gioco il pubblico del Palaeur romano, che aiuta gli azzurri a superare la crisi che li attanaglia dopo aver vinto il primo set 15-8, perdendo il secondo parziale 6-15 e trovandosi sotto per 4-11 nel terzo, quando Pittera azzecca il cambio di Alessandro per Dall’Olio, l’alzatore della Paoletti indovina due muri vincenti che ridanno fiducia al gruppo mentre gli asiatici sembrano paralizzati e, dopo essersi aggiudicati il set per 15-11 (con un parziale di 11-0 a loro favore!) tra le ovazioni dei presenti, il quarto parziale diviene una formalità per il 15-10 che chiude il match sul 3-1 e vede l’Italia concludere al primo posto del girone.

La formula della manifestazione prevede due successivi gironi a sei squadre, dove accedono le prime due classificate di ogni raggruppamento, portandosi dietro il risultato ottenuto nella prima fase, e l’Italia è opposta, oltre che alla Cina, ovviamente, ad Urss e Brasile (promosse dal gruppo C) e a Bulgaria e Germania Est (promosse dal gruppo E), tutte squadre che in passato hanno sempre battuto nettamente gli azzurri e, pertanto, riuscire a classificarsi in uno dei primi due posti che danno l’accesso alle semifinali incrociate, appare davvero come un qualcosa di estremamente problematico.

Come sempre in questo genere di manifestazioni, la prima gara è quella più delicata e l’Italia è opposta al Brasile, il quale, con un superbo William da Silva in regia ed il “martello” Rajzman ad imperversare in attacco, si porta sul 2-1 (parziali 16-14, 12-15, 15-10 a favore dei verdeoro) solo per vedersi raggiungere dagli azzurri che vincono il quarto set restituendo agli avversari il 15-10 del terzo, ma poi vanno sotto 10-14 nel quinto e decisivo parziale, nonostante il tifo infernale proveniente dagli spalti del Palaeur, gremito da 10.000 spettatori (quando per le finali scudetto a mala pena si raggiungevano le duemila presenze), riuscendo però a riordinare le idee e soprattutto a migliorare in difesa riuscendo a capovolgere la situazione nel 17-15 in loro favore grazie soprattutto ad un Negri in gran spolvero.

Il cosiddetto ghiaccio è rotto e nei successivi due incontri l’Italia non lascia scampo né alla Germania Est, sconfitta 3-1 con un solo rilassamento nel terzo set, ma con parziali eloquenti (15-8, 15-7, 15-17, 15-5) circa la superiorità del sestetto azzurro, né tantomeno alla Bulgaria, superata con un netto 3-0, anche in questo caso confermato dai parziali (15-9, 15-6, 17-15), con ciò qualificandosi per la semifinale quale seconda del girone, nulla potendo contro la fenomenale Unione Sovietica che, nell’ultimo match, travolge il sestetto di Pittera con un perentorio 3-0 (15-11, 15-6, 15-3).

Avversaria dell’Italia è Cuba, anch’essa – al pari dell’Unione Sovietica – imbattuta nell’altro girone, pur avendo dovuto sudare più del previsto per superare 3-2 sia Cecoslovacchia che la Corea del Sud, con quest’ultima che soffia il secondo posto ai campioni mondiali ed olimpici in carica della Polonia, sconfiggendoli 3-1 nel confronto diretto.

Il sogno degli asiatici si spegne di fronte all’Armata Russa, che li distrugge con un 3-0 sancito dai parziali impietosi di 15-3, 15-3 e 15-9, incontro al termine del quale scendono in campo Cuba ed Italia, con gli azzurri nell’invidiabile condizione di non aver nulla da perdere, avendo già raggiunto un traguardo assolutamente impensabile alla vigilia, e lo stesso Pittera ammette che “ormai il più è fatto, siamo andati ben oltre, possiamo romperci anche un bracco, ma non serve” e, poi, quasi a rincarare la dose, “la pallavolo è matematica e, per battere Cuba, due più due dovrebbe fare cinque!“.

Che sia stata o meno una tattica per togliere pressione ai suoi ragazzi, fatto sta che quando le due squadre scendono in campo il Palaeur è stracolmo come non mai, con 18.000 (!!!) spettatori presenti, una cifra mai vista prima d’ora in un palazzetto italiano, che però capiscono come le loro speranze siano vane quando i caraibici, trascinati dal solito, spietato, Ernesto Martinez, scappano via sul 9-0 nel primo set, speranze che si riaccendono in un amen quando sono gli azzurri, a loro volta, a piazzare un analogo parziale per il pari a quota 9, proseguendo poi punto a punto per soccombere 15-17.

Ma la reazione dell’Italia ha oramai infiammato il pubblico che all’unisono incita i propri beniamini che, a propria volta, si portano sull’8-0 nel secondo parziale, contenendo poi il ritorno di Cuba per aggiudicarsi il set sul 15-11 e riportare le sorti dell’incontro in parità, facendo capire a pubblico ed avversari che il “pass” per la finale non sarà quella formalità da tutti prevista alla vigilia.

Le due compagini lottano ora da pari a pari, non vi è più alcuna sudditanza psicologica nei confronti dei più quotati rivali e, con il sostegno di un tifo assordante e con Pittera che azzecca i cambi inserendo Scilipoti e Lazzeroni – il quale, alla sua sola 21esima presenza in nazionale, sciorina tutto il meglio del proprio repertorio alzando ogni palla, difendendo e murando da campione – gli azzurri si aggiudicano per 16-14 il terzo set e si portano sul 14-12 nel quarto quando tocca proprio al siciliano Scilipoti mettere il punto esclamativo su quella che, sino a quel momento, è la più grande impresa compiuta dall’Italia del volley, la conquista della finale mondiale.

Il giorno seguente, 1 ottobre 1978, ci pensa l’Unione Sovietica, con l’eccezionale palleggiatore Vjaceslav Zaytsev (padre di Ivan, attuale nazionale azzurro) e l’immenso centrale Aleksandr Savin a far tornare l’Italia sulla terra, in una finale in cui il pubblico si illude che possa compiersi un ennesimo miracolo solo nel secondo set, quando gli azzurri conducono per 13-7 per poi cedere 13-15 e quindi crollare, più di testa che di gambe, nel terzo e conclusivo set per il 3-0 (parziali di 15-10, 15-13, 15-1) che consegna all’Urss il quinto titolo mondiale della sua storia.

L’impresa di Pittera e dei suoi ragazzi – il cui gruppo verrà ribattezzato “Gabbiano d’Argento” – resta nella storia dello sport azzurro come una delle più memorabili perché talmente inaspettata alla vigilia, tanto che il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, da sempre sensibile a questo genere di eventi, nomina gli stessi Cavalieri per Meriti Sportivi e, a questo punto, tanto vale elencare chi siano stati i “Cavalieri che fecero l’impresa“: Alessandro (Paoletti Ct), Concetti (Paoletti Ct), Dall’Olio (Panini Mo), Di Bernardo (Edilmar Cesenatico), Di Coste (Accademia Sport Roma), Greco (Paoletti Ct), Innocenti (Cus Pisa), Lanfranco (Klippan To), Lazzeroni (Cus Pisa), Nassi (Paoletti Ct), Negri (Edilcuoghi Sassuolo) e Scilipoti (Paoletti Ct). All. Carmelo Pittera.

IL PRIMO MONDIALE DEI 12 UOMINI D’ORO DEL VOLLEY

italia volley.jpg
L’Italia del volley ai Mondiali del 1990 – da losportsecondogrimaus.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Sport prettamente praticato nell’Europa dell’est, la pallavolo ha visto sino a metà degli anni ’80 il dominio pressoché incontrastato dell’Unione Sovietica, capace di imporsi in ben sei delle dieci edizioni dei campionati mondiali (con le altre quattro appannaggio della Cecoslovacchia, due volte, Germania Est e Polonia), nel mentre alle Olimpiadi, in cui il volley è stato ammesso a partire dai Giochi di Tokyo 1964, l’Urss ha conquistato tre ori, con l’aggiunta del bronzo a Monaco 1972 in cui a trionfare è il Giappone e l’argento a Montreal 1976 al termine di una combattutissima finale persa 2-3 con la Polonia, che già l’aveva sconfitta due anni prima ai Mondiali.

Come del resto per la maggior parte delle discipline sportive, anche per la pallavolo l’allargamento della base dei praticanti, fa sì che venga meno una indiscussa egemonia, prova ne sia il quadriennio d’oro del volley Usa – capace di vincere l’oro alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 e Seul 1988, con in mezzo la vittoria ai Mondiali di Parigi 1986 – cui fa riscontro l’emergere oltre oceano di nazioni quali Cuba e Brasile, mentre il “Vecchio Continente” vede nella sua parte occidentale la crescita esponenziale di Olanda ed Italia.

Per quanto attiene al nostro paese, l’inserimento della pallavolo nelle scuole che la fa apprezzare alle nuove generazioni, e gli investimenti da parte di società imprenditoriali che fanno giungere in Italia campioni stranieri di livello assoluto, consentono una rapida crescita del movimento a livello di club, come sta a testimoniare il fatto che per venti anni – dal 1984 al 2003 – la finale della Coppa dei Campioni ha sempre visto presente almeno una formazione italiana, se non addirittura due nel triennio 1993-1995.

Una tale crescita non può non coinvolgere anche la Nazionale, la quale è alla ricerca di una adeguata guida tecnica allo spirare del decennio di Carmelo Pittera, il quale all’argento dei Mondiali di Roma 1978 ha aggiunto il bronzo olimpico di Los Angeles 1984 (in assenza delle rappresentanti dell’Europa dell’est per il noto boicottaggio del blocco sovietico), ma che non è andato oltre l’11.mo posto ai Mondiali 1986 ed il nono alle Olimpiadi di Seul 1988.

E la scelta ricade sull’allenatore argentino Julio Velasco, reduce da quattro scudetti consecutivi vinti a Modena (cui hanno fatto seguito tre sconfitte in finale di Coppa Campioni contro il fortissimo CSKA Mosca), il quale esordisce nel migliore dei modi, conquistando a Stoccolma 1989 il primo titolo europeo del team azzurro, incappando in un solo passaggio a vuoto nell’ultima ed altresì ininfluente gara del girone di qualificazione (sconfitta 2-3 dalla Francia) e poi, dopo aver superato nettamente per 3-0 l’Olanda in semifinale, sconfiggendo in finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13 e 15-7) i padroni di casa svedesi che avevano sorprendentemente eliminato l’Urss che così scendeva dal trono europeo dopo ben otto successi consecutivi!

Velasco, come già aveva fatto Carmelo Pittera in occasione dei Mondiali di Roma 1978, si affida al nucleo della sua Panini Modena composto da Lorenzo “Lolo” Bernardi, Luca “Bazooka” Cantagalli ed Andrea Lucchetta, lasciando però fuori il palleggiatore Fabio Vullo per far posto a “Paolino” Tofoli del Petrarca Padova ed impostando un sestetto base composto dal citato Tofoli in regia, Andrea Zorzi opposto, Andrea Gardini e Lucchetta centrali, con Cantagalli e Bernardi schiacciatori ricevitori.

Ma la chiave del successo azzurro va ricercata nella forza del collettivo, con Marco Bracci pronto a rilevare alla bisogna “Lolo” Bernardi, ed i sempre utili Andrea Anastasi, “Fefè” De Giorgi e Roberto Masciarelli a dare respiro ai compagni in seconda linea, per la formazione di un gruppo che si accinge a raccogliere la sua prima importante sfida attraverso la disputa dei Mondiali 1990 in un Brasile anch’esso in attesa della definitiva consacrazione, dopo l’argento conquistato sia ai Mondiali 1982 in Argentina che alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, in entrambi i casi sconfitto per 0-3 in finale, da Urss ed Usa rispettivamente.

E’ una formula bizzarra, quella della rassegna iridata, che vede le 16 partecipanti suddivise in quattro gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime di ogni raggruppamento che si qualificano direttamente ai quarti di finale, mentre le seconde le terze si affrontano in sfide incrociate (seconde contro terze) per stabilire le altre quattro formazioni da abbinare per i quarti ad eliminazione diretta.

L’Italia è inserita nel gruppo D, insieme alla “cenerentola Camerun, alla sempre ostica Bulgaria e a Cuba, che ha affrontato in tre giorni consecutivi a settembre in Italia per altrettanti incontri, di cui i primi due appannaggio della squadra caraibica per 3-2 e 3-1, ed il terzo vinto dagli azzurri per 3-1 al “Palaeur” di Roma.

Come previsto, il primo incontro contro gli africani si risolve in poco più di un allenamento, come certificano i parziali di 15-4, 15-3, 15-10 a favore degli azzurri – pur se Velasco stupisce escludendo dal sestetto titolare il palleggiatore Tofoli (sostituito da De Giorgi) ed inserendo il ventenne Giani in luogo di Andrea Zorzi, con l’intento di far recuperare ai due la migliore condizione – che si confermano superando per 3-1 la Bulgaria, che dal canto suo aveva impegnato sino al quinto set Cuba, con parziali di 15-9, 15-5, 12-15, 15-12 che ribadiscono la superiorità dell’Italia.

Il primo punto di svolta del torneo è costituito dal match contro Cuba, decisivo per il primo posto nel girone e conseguente ammissione diretta ai quarti di finale e lo stesso si risolve in modo negativo, con una netta e sorprendente sconfitta degli azzurri per 0-3 in cui solo nel primo set, perso 13-15, riescono a lottare punto a punto con gli avversari, mentre non vi è storia negli altri due parziali, facilmente conquistati dai caraibici con il punteggio di 15-9 e 15-8.

Chi si fosse immaginato un Velasco fuori di sé per la deludente prestazione dei propri giocatori, viene viceversa spiazzato dalle dichiarazioni del tecnico che, anzi, ammette come i suoi abbiano giocato male, ma se ne esce con la “convinzione che proprio da questa partita mi sono reso conto di come si possa vincere il torneo!“.

Un’affermazione un tantino azzardata, ma l’allenatore argentino sa il fatto suo, e sposta subito l’obiettivo sul prossimo incontro contro la Cecoslovacchia, giunta terza nel gruppo A vinto dal Brasile, che gli azzurri superano facilmente per 3-0 nell’ultimo incontro disputato a Brasilia, soffrendo solo nel secondo set, vinto ai vantaggi per 16-14 rispetto al 15-6 e 15-5 del primo e terzo parziale, acquisendo così il diritto a sfidare nei quarti di finale l’Argentina, proprio l’avversario che Velasco avrebbe voluto evitare, in quanto “la mia patria è come la mamma, l’Italia per me è la moglie!“, se ne esce quasi sconsolato.

E così, mentre negli altri abbinamenti il Brasile e l’Urss superano entrambe per 3-0 Francia e Bulgaria rispettivamente, e la spavalderia di Cuba inizia a vacillare dovendo ricorrere al tie break del quinto set per avere ragione di un’Olanda di cui sentiremo parlare a lungo in seguito, l’incontro tra gli azzurri e gli “albiceleste” mantiene fede alle premesse di lotta su ogni pallone, con la differenza a favore dell’Italia derivante dalla lucida regia di un Tofoli ispirato che ha la meglio rispetto al dirimpettaio Kantor nella gestione dei momenti chiave del match, il cui esito finale di 3-0 per gli azzurri non rispecchia l’equilibrio visto in campo, come dimostrano i relativi parziali di 17-15, 15-11 e 15-12.

Raggiunto l’obiettivo prefissato alla partenza di giungere tra le prime quattro, tocca ora verificare con mano la crescita, fisica ma soprattutto mentale, e la maturità di un gruppo che Velasco considera pronto per scalare la vetta del mondo e migliore occasione per testare questa sua convinzione non può esservi che affrontare al “Maracanazinho i padroni di casa del Brasile con il supporto di una “torcida” composta da 25.000 unità e capace di scatenare un tifo assordante.

Il 27 ottobre 1990 bisogna avere nervi saldi e muscoli tesi per resistere all’impatto che i “verdeoro” imprimono alla gara, giocando sul fattore ambientale per schiantare, grazie alle bordate sotto rete dei giovani Negrao e Tande, un intimorito sestetto azzurro che cede il primo set con un imbarazzante punteggio di 6-15, cui però l’Italia, chiamata a raccolta dal capitano Andrea Lucchetta e superato l’iniziale sbandamento, replica da par suo trovando le giuste contromisure a muro, migliorando la ricezione e ribaltando così le sorti dell’incontro facendo suoi il secondo e terzo parziale con i più che eloquenti punteggi di 15-9 e 15-8, con ciò ammutolendo l’attonita tifoseria locale.

Un comprensibile calo di tensione nel quarto set, unito ad un moto di orgoglio dei padroni di casa, fa sì che l’accesso alla finale si decida nel quinto e decisivo set, in vista del quale Velasco – sul punteggio di 5-12 che vedeva il quarto parziale, poi vinto dal sestetto di Bebeto per 15-8, oramai compromesso – richiama in panchina Bernardi, Gardini e Cantagalli per farli rifiatare in vista dello sforzo conclusivo.

La mossa si rivela azzeccata, rigenerati i tre azzurri, sapientemente orchestrati da Tofoli in regia, consentono all’Italia di portarsi in vantaggio per 9-5 solo per vedersi recuperare da un muro di Pampa e due schiacciate di Tande che rimettono in gioco i brasiliani e ridanno fiato alla tifoseria “carioca“, per la prosecuzione del tie break punto a punto sino al 14-13 Italia, sfruttato dagli azzurri al primo match point grazie ad una schiacciata proprio da parte di colui, vale a dire Andrea Lucchetta, che più di ogni altro aveva creduto nelle possibilità di successo.

Neppure il tempo di gioire per la medaglia assicurata, che a distanza di sole 24 ore gli azzurri devono tornare sul parquet del “Maracanazinho” per affrontare Cuba che ha sconfitto 3-1 l’Unione Sovietica, e ciò per Velasco non è un male, in quanto, a parte la scontata stanchezza fisica derivante dall’aver affrontato sei gare in nove giorni, resta viva la tensione nervosa necessaria per riscattare la pesante sconfitta patita nel girone eliminatorio e sperando altresì che possa giocare a favore degli azzurri quell’atteggiamento di supponente superiorità tenuto da Despaigne & Co. dopo la ricordata vittoria.

Come in occasione della semifinale, gli azzurri faticano ad entrare nel match, soverchiati dagli attacchi dei cubani e da una sorprendente imprecisione in ricezione da parte di Cantagalli, richiamato in panchina da Velasco in luogo di Marco Bracci a set oramai compromesso, concluso con il punteggio di 15-12 per Cuba.

La possibilità di riflettere e riordinare le idee è fondamentale per Cantagalli che, rientrato in campo nel secondo set, non sbaglia più una ricezione – non per niente a fine torneo verrà premiato quale “miglior ricevitore” – consentendo a Tofoli di alimentare l’attacco azzurro dove spadroneggia un monumentale Andrea “Zorro” Zorzi, autore di qualcosa come 45 attacchi vincenti, oltre a tre muri e due aces su battuta, ed all’Italia di dominare il secondo e terzo parziale, chiusi sul 15-11 e 15-6 rispettivamente.

La musica non cambia nel quarto set, con l’Italia che vola via sul 10-5 e commette l’imperdonabile errore di considerare chiusa la partita, alleggerendo la concentrazione e consentendo ai cubani di rientrare nel match, sorretti anche dal tifo del pubblico locale che parteggia per loro, sino addirittura a portarsi a condurre per 14-13 (per un parziale di 9-3, incredibile!), con Velasco che non sa più a che santo votarsi per richiamare i suoi.

Fortunatamente l’Italia ha un sussulto portandosi sul 15-14 in proprio favore e giocandosi ben otto match ball tutti puntualmente annullati da un superbo Despaigne su cui il palleggiatore cubano Diago affida tutti gli attacchi dei suoi, finché, alla nona occasione, il muro azzurro sporca la conclusione dell’asso caraibico, consentendo a Lucchetta (che riceverà il premio quale MVP dell’intero torneo) di servire Tofoli per l’alzata decisiva in favore di Bernardi il quale, da esterno di banda sinistra, riesce a piazzare la palla nell’angolo opposto per il punto del 16-14 che consegna all’Italia il primo titolo mondiale della sua storia.

L’immagine di Gardini e Bernardi che salgono sul seggiolone dell’arbitro per gridare al mondo intero la loro gioia, nonché la voce rotta dall’emozione del telecronista Rai Jacopo Volpi sono ricordi indelebili in coloro che hanno assistito all’incontro, che sancisce l’inizio di un dominio del volley azzurro che si protrarrà per un intero decennio, con l’unica pecca della mancata conquista dell’oro olimpico, sfuggito d’un soffio ai “Giochi del Centenario” di Atlanta 1996.

Ed ebbe così inizio, in un torrido Palazzetto di Rio de Janeiro, “l’era di Velasco e dei suoi 12 uomini d’oro“…

IL DREAM TEAM AZZURRO DEL VOLLEY E L’ORO SFUMATO AD ATLANTA

olandaitaliavolley.jpg
Una fase della finale Olanda-Italia – da overtheblock.it

articolo di Giovanni Manenti

Dopo essere stata sino ad inizio anni ’80 patrimonio esclusivo delle nazioni dell’est Europa – con la sola eccezione della vittoria del Giappone alle Olimpiadi di Monaco 1972 – la pallavolo maschile vive per un quadriennio l’inatteso dominio degli Stati Uniti che, oltre a conquistare l’oro ai Giochi californiani del 1984 in una edizione peraltro mutilata dal boicottaggio del blocco orientale, si affermano anche ai Mondiali 1986 di Parigi, prima squadra occidentale ad ottenere un tale successo dopo che nelle precedenti 10 edizioni si erano registrate sei affermazioni dell’Urss, due della Cecoslovacchia ed una ciascuna per Germania Est e Polonia, confermandosi poi sul gradino più alto del podio alla rassegna coreana di Seul 1988 sempre sconfiggendo in finale i rivali storici dell’Unione Sovietica.

Concluso tale periodo d’oro a stelle e strisce, altre realtà si affacciano sul panorama pallavolistico mondiale ad insidiare la leadership dell’Unione Sovietica ed esse sono costituite, oltre oceano, da Brasile e Cuba, mentre nel Vecchio Continente emergono l’Olanda e, soprattutto, una Nazionale italiana che, sino ad allora, aveva potuto festeggiare – oltre ad un poco significativo terzo posto alla prima edizione degli Europei svoltisi a Torino nel 1948 – un clamoroso argento mondiale a Roma 1978 ed il bronzo olimpico di Los Angeles 1984, peraltro inficiato dal più volte citato contro boicottaggio.

Reduce da quattro scudetti consecutivi vinti a Modena, la guida tecnica della Nazionale viene affidata al tecnico argentino Julio Velasco, il quale esordisce nel migliore dei modi, conquistando a Stoccolma 1989 il primo titolo europeo del team azzurro, incappando in un solo passaggio a vuoto nell’ultima ed altresì ininfluente gara del girone di qualificazione (sconfitta 2-3 dalla Francia) e poi, dopo aver superato nettamente per 3-0 l’Olanda in semifinale, sconfiggendo in finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13 e 15-7) i padroni di casa svedesi che avevano sorprendentemente eliminato l’Urss che così scendeva dal trono europeo dopo ben otto successi consecutivi (!!!).

Velasco, come già aveva fatto Carmelo Pittera in occasione dei Mondiali di Roma 1978, si affida al nucleo della sua Panini Modena composto da Lorenzo “Lolo” Bernardi, Luca “Bazooka” Cantagalli ed Andrea Lucchetta, lasciando però fuori il palleggiatore Fabio Vullo per far posto a “Paolino” Tofoli del Petrarca Padova ed impostando un sestetto base composto dal citato Tofoli in regia, Andrea Zorzi opposto, Andrea Gardini e Lucchetta centrali, con Cantagalli e Bernardi schiacciatori ricevitori.

Ma la chiave del successo azzurro va ricercata nella forza del collettivo, con Marco Bracci pronto a rilevare alla bisogna “Lolo” Bernardi, ed i sempre utili Andrea Anastasi, “Fefè” De Giorgi e Roberto Masciarelli a dare respiro ai compagni in seconda linea, per un successo che, l’anno seguente, ai Campionati Mondiali svoltisi in Brasile, diventa universale con l’Italia che riesce nell’impresa di superare, in un “Maracanazinho” pieno sino all’inverosimile e con una “torcida” verdeoro assordante, i padroni di casa brasiliani per 3-2 in semifinale al termine di un match esaltante (parziali di 6-15, 15-9, 15-8, 8-15, 15-13) che dopo quattro set in cui ognuna delle due squadre aveva agevolmente disposto per due set a testa dell’avversaria, vede giocarsi il tie-break decisivo punto a punto risolto da una schiacciata vincente di Lucchetta, e poi fare altrettanto con Cuba in finale, riscattando la sconfitta per 0-3 subita nel girone eliminatorio e divenendo per la prima volta campione mondiale con la schiacciata decisiva di “Lolo” Bernardi per il 3-1 (12-15, 15-11, 15-6, 16-14) che non consente repliche a Despaigne & Co.

E così, dopo essersi arresi per 0-3 in finale all’Unione Sovietica ai campionati Europei di Germania 1991 – edizione in cui l’Urss perde un solo set nei sette incontri disputati (!!!) – Velasco e la sua generazione di fenomeni puntano forte all’oro olimpico a Barcellona 1992 dove, però, dopo aver vinto il proprio girone con quattro vittorie ed una sconfitta (1-3 contro gli Usa), vengono inaspettatamente superati nei quarti incrociati da un’Olanda che, nell’altro raggruppamento, aveva subito pesanti sconfitte da Cuba (1-3), Brasile (0-3) e CSI (ex Urss, 1-3).

E’ un match dall’andamento molto strano e che poi risulterà altresì storico come vedremo, il quarto contro gli “Orange“, che vede gli azzurri, dopo aver perso il primo set 9-15, vincere agevolmente il secondo ed il terzo per 15-12 e 15-8 salvo poi crollare inaspettatamente per 2-15 al quarto ed essere l’ultima squadra a scontare l’assurdità di venire sconfitta per 16-17 al tie-break del quinto set, una mostruosità regolamentare che da lì in poi sarà variata, prevedendo uno scarto minimo di due punti per aggiudicarsi il set, nell’epoca del “Rally Point System“.

Ma tant’è, e mentre il Brasile va al primo oro olimpico della sua storia superando in finale 3-0 proprio i “tulipani“, che da questa edizione dei Giochi acquisiscono fiducia ed autostima, Velasco ed i suoi si leccano le ferite e meditano la rivincita, che puntualmente si materializza sia agli Europei 1993 in Finlandia (Olanda sconfitta in finale per 3-2 al termine di un match mozzafiato con parziali di 15-6, 15-5, 13-15, 8-15, 15-9) che a quelli di Grecia 1995 (stavolta la finale è ancora più tirata, come dimostrano i parziali di 13-15, 15-10, 11-15, 15-12, 15-11 a favore degli azzurri), confermandosi poi l’Italia campione del mondo ad Atene 1994 superando ancora gli olandesi in finale, stavolta più nettamente per 3-1, con parziali di 15-10, 11-15, 15-11 ed un umiliante 15-1 nella quarta frazione.

Tre titoli europei e due mondiali in 7 anni, con in più un argento europeo e cinque “World League” all’attivo ed il solo passaggio a vuoto di Barcellona 1992, rappresentano un eccellente biglietto da visita per considerare i “12 uomini d’oroazzurri i legittimi favoriti per colmare l’anello mancante, vale a dire la conquista dell’oro olimpico ai Giochi di Atlanta 1996, ai quali Velasco si presenta con una formazione che, del gruppo storico,  mantiene in rosa Bernardi, Bracci, Cantagalli, Gardini, Giani, Tofoli e Zorzi, con l’aggiunta di Samuele Papi, Pasquale Gravina, Andrea Sartoretti, lo sfortunato Vigor Bovolenta (preferito a Claudio Galli) ed il palleggiatore Marco Meoni che relega Tofoli al ruolo di riserva nel ruolo.

L’Italia è inserita nel girone B assieme alle migliori europee Olanda, Russia e Jugoslavia, mentre l’altro raggruppamento comprende Stati Uniti, Cuba e Brasile; gli azzurri hanno un inizio a dir poco straripante, aggiudicandosi tutti e cinque gli incontri del girone (composto anche da Corea del Sud e Tunisia) per 3-0, con pesanti parziali, tra cui il 15-8, 15-8, 15-13 rifilato all’Olanda, e qualificandosi per i quarti contro la quarta del gruppo oltreoceano, vale a dire l’Argentina, che ha clamorosamente escluso gli Stati Uniti.

I “Velasco Boysperdono inaspettatamente il primo set della gara e dell’intero torneo per 12-15, salvo poi riscattarsi ampiamente “asfaltandoi sudamericani per 3-1 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-7 e 15-4 e qualificandosi così per la semifinale contro l’emergente Jugoslavia che, a sorpresa, ha eliminato per 3-2 i campioni in carica del Brasile, per un torneo olimpico divenuto un campionato europeo, dato che la seconda semifinale vede opposte Russia ed Olanda.

La Jugoslavia dei fratelli Nikola e Vladimir Grbic non rappresenta un ostacolo insormontabile per gli azzurri, che si aggiudicano l’incontro con sufficiente facilità per 3-1 (parziali 15-12, 8-15, 15-6 e 15-7) e possono così prepararsi ad affrontare per la quarta volta in altrettanti anni in una finale l’Olanda, che ha liquidato con imbarazzante facilità la Russia per 3-0 (15-6, 15-6, 15-10).

La nazionale “orange” di coach Joop Alberda è ben conosciuta dagli azzurri, non solo per i citati ripetuti confronti intercorsi, ma anche per il fatto che i suoi migliori esponenti, dal palleggiatore di 205cm. Peter Blangé (Parma), al centrale Bas van der Goor (Modena) ed agli schiacciatori Guido Gortzen (Montichiari) e Ron Zwerver (Treviso), giocano nel nostro campionato di Serie A1, circostanza che accresce la rivalità tra le due compagini.

La finale va in scena il 4 agosto 1996 all’Omni Coliseum di Atlanta e gli oltre 16.000 spettatori che gremiscono le tribune hanno la possibilità di assistere ad una gara che non ha riscontri nella storia del volley mondiale, con gli azzurri, per il cui sestetto Velasco preferisce dar fiducia al più esperto Tofoli in luogo di Meoni nel ruolo di palleggiatore, che replicano due volte per 15-9 nel secondo e quarto set ai parziali di 15-12 e 16-14 del primo e terzo set in favore degli “arancioni“, con la medaglia d’oro che si decide pertanto al tie-break del quinto ed ultimo set, ed avrà la meglio chi sarà più fresco di muscoli e più lucido di testa.

Ancora un tie-break, l’ennesimo contro l’Olanda, dopo quello fatale ai quarti di Barcellona 1992 e le due finali europee viceversa vinte dagli azzurri, che cercano nell’ultima giornata dei Giochi la classica “ciliegina sulla torta” per chiudere in bellezza un’Olimpiade comunque positiva per l’Italia, con sinora 34 medaglie di cui 13 d’oro, in una gara attesa da milioni di spettatori che hanno oramai adottato Velasco ed i suoi magnifici ragazzi e che viene trasmessa nel “Bel Paese” all’ora di cena.

L’Olanda appare all’atto conclusivo più lucida in attacco, potendo contare su di un Blangé ispirato come non mai, ma l’Italia regge bene a muro con un Gardini monumentale e cambia campo sul punteggio di 8-7 in suo favore, per poi lottare punto a punto sino al 12 pari.

Gli “orange” si portano per primi a quota 14, ma una “veloce“di Bovolenta ed un muro di Giani su attacco di van der Goor danno all’Italia il match pont sul 15-14 e conseguente richiesta di time out da parte di Alberda, al fine sia di spezzare il ritmo agli azzurri che di organizzare una difesa adeguata ed un successivo attacco sulla battuta italiana, con Blangé che, con ogni probabilità, proverà ad innescare l’arma letale van der Goor.

Il piano di Velasco si basa sul murare con Gardini, raddoppiato da Giani, il prevedibile “primo tempo” di van der Goor, ma, alla ripresa del gioco, il lungo centrale “pel di carota” cambia posizione, andando a schiacciare in “zona uno” senza una valida opposizione, ben servito dal proprio palleggiatore per il nuovo pari a quota 15.

Non vi sarebbe nulla di compromesso se non per il fatto che gli azzurri, forse storditi da quella mossa nuova ed imprevista (mai nel corso della gara van der Goor aveva schiacciato da quella posizione), si smarriscono commettendo due banali errori di ricezione che consegnano all’Olanda il suo primo – e sinora unico – oro olimpico, medaglia che a tutt’oggi resta una maledizione per l’Italia, due volte in futuro sconfitta in finale, e sempre dal Brasile, ad Atene 2004 e a Rio quest’anno.

E, mentre gli olandesi, giustamente, celebrano la vittoria e gli azzurri non riescono a nascondere la cocente delusione per aver perso un match dove hanno pure totalizzato più punti (71-66) degli avversari – ma nel volley, come nel tennis, contano i set, non i punti –, risuona quanto mai amara l’eco di una delle frasi celebri pronunciate proprio da Velasco e che recita: “chi vince festeggia, chi perde spiega“.

Già, ma “vaglielo a spiegare“…

SI CONCLUDE A SEUL 1988 IL QUADRIENNIO D’ORO DEL VOLLEY USA

usa 1988.jpg
La squadra Usa di volley a Seul 1988 – da fivb.org

articolo di Giovanni Manenti

Volley what…???“, è la risposta che con ogni probabilità avreste ricevuto se aveste posto, ad inizio degli anni ’80, la domanda se conoscessero la pallavolo alla maggioranza degli sportivi del paese più professionistico al mondo, vale a dire gli Stati Uniti, con percentuali che avrebbero potuto anche sfiorare il 100% qualora riferite alla popolazione della Costa Orientale.

Già, perché talmente impegnati a seguire i quattro grandi campionati professionistici della NFL (football, ma non come lo intendiamo noi europei), NHL (hockey su ghiaccio), NBA (basket) e MLB (baseball), ben poco si sa di uno sport come il volley che non ha un proprio campionato professionistico, quand’anche il “soccer” ha avuto il suo primo periodo d’oro con la NASL che, dal 1967 al 1984, ha riciclato vecchi campioni europei e sudamericani, quali Beckenbauer, Cruijff, Eusebio, Chinaglia, Carlos Alberto, Pelè e molti altri.

Ed anche se una tale situazione può apparire grottesca, dato che il volley è stato inventato proprio negli Stati Uniti da un tale William Morgan nel Massachusetts nel 1895, l’unico torneo di pallavolo nazionale era a livello di college, il “NCAA Men’s National Collegiate Volleyball Championship“, in cui regnava il dominio pressoché assoluto delle università californiane, dove imperava il volley outdoor, vale a dire praticato sulle ridenti spiagge della costa occidentale, che poi porterà un sostanzioso contributo al medagliere statunitense dall’introduzione del beach volley alle Olimpiadi, sia in campo maschile che femminile.

Sino a fine anni ’70, i risultati della nazionale Usa nelle maggiori competizioni internazionali erano stati in verità alquanto miseri, avendo partecipato a sole due delle cinque edizioni dei Giochi dall’introduzione del volley a Tokyo 1964, classificandosi noni in Giappone e settimi quattro anni dopo a Città del Messico, mentre non molto meglio erano andate le cose ai campionati del Mondo, in quanto nelle prime dieci edizioni il miglior piazzamento raggiunto era stato il sesto posto nel 1956, con deludentissimi risultati nelle ultime quattro rassegne iridate (18. nel 1970, 14. nel 1974, 19. nel 1978 e 13. nel 1982), circostanze che ben difficilmente potevano far prevedere una inversione di rotta in vista delle Olimpiadi casalinghe di Los Angeles 1984.

Il primo passo consiste nell’affidarsi ad un allenatore capace, con le idee chiare ed in grado di far lavorare bene i ragazzi, e la scelta ricade su Doug Beal, già selezionato in veste di giocatore per tre Olimpiadi e due campionati mondiali, il quale prende la guida della Nazionale nel 1977 e la sua prima saggia decisione è quello di fornire il “Team Usa” di un centro fisso per gli allenamenti, inizialmente creato a Dayton, in Ohio e poi trasferito in California, a San Diego a partire dal 1981, dato che la maggioranza dei giocatori era di quelle parti.

La seconda mossa è stabilire un preciso programma di allenamenti, da Beal impostato – a differenza di quanto sinora avvenuto nell’Unione Sovietica, capace di vincere 6 delle prime 10 edizioni dei Mondiali – sulla specificità dei ruoli, un’autentica innovazione a livello mondiale, mentre in Europa orientale vige la regola del “tutti devono saper fare tutto“.

Ma tutto ciò sarebbe risultato probabilmente inutile se fosse mancato il terzo e più fondamentale elemento per costruire un gruppo vincente, e su questo versante non si può certo dire che Beal non sia stato fortunato, avendo a disposizione un certo Karch Kiraly che impersonifica al massimo la figura del leader, capace con il proprio esempio di trascinare e far rendere al meglio i propri compagni.

Kiraly, nato nel novembre 1960 da genitori ungheresi (il cui nome Karch significa “re” in magiaro) si mette in evidenza nel torneo NCAA nelle fila di UCLA – la celebre università di Los Angeles in cui militò anche Kareem Abdul Jabbar nel basket – con cui, nei suoi quattro anni al college, conquista i titoli nel 1979, 1981 e 1982, venendo sconfitto nella finale 1980 dagli acerrimi rivali di USC (University of South California), vantando un fantastico record complessivo di 123 vittorie a fronte di sole cinque sconfitte, con i tornei 1979 ed 1982 conclusi imbattuti.

Terminata l’esperienza universitaria, Kiraly si aggrega al gruppo formato da Doug Beal unitamente al compagno di squadra Aldis Berzins, con cui mette in pratica la tattica ideata dal coach di affidare a due soli uomini – loro due, appunto – la ricezione sulla battuta avversaria, concentrando poi l’attacco al palleggiatore Dusty Dvorak per alimentare la fase offensiva e Kiraly dà dimostrazione di eccelse qualità come ricevitore, non meno che quale schiacciatore, il classico “universale” come suol definirsi un giocatore con tali caratteristiche, mentre altro apporto fondamentale lo fornisce lo schiacciatore principe di South California, Steve Timmons.

Facilitato dal fatto di avere i suoi ragazzi a disposizione tutto l’anno, Beal li sottopone a massacranti sedute di allenamento, sia dal punto di vista fisico che tecnico-tattico, circostanza che lo porta ad affrontare i Giochi di Los Angeles con una striscia vincente di 24 successi consecutivi, sia pur in incontri amichevoli, incluse tre vittorie a danno dell’Urss che, per le noti vicende legate al boicottaggio, non è presente alle Olimpiadi, al pari di altre formazioni del calibro di Polonia, Cuba e Bulgaria, qualificatesi per le Olimpiadi e sostituite, unitamente all’Unione Sovietica, da Cina, Tunisia, Italia e Corea del Sud.

Le 10 nazioni presenti vengono suddivise in due gironi, ed ai padroni di casa tocca indubbiamente l’abbinamento più difficile, venendo inseriti nel gruppo A assieme alle quotate Brasile ed Argentina, vedendo interrompersi la propria striscia vincente proprio ad opera dei brasiliani, che si affermano con un netto 3-0 (15-10, 15-11, 15-2) a loro necessario per chiudere in testa il girone ed affrontare in semifinale l’Italia, giunta seconda nell’altro raggruppamento dietro al Canada a causa della sconfitta per 2-3 subita dai ragazzi di Prandi dopo essere stati in vantaggio per 2 set a 0.

Le due semifinali non hanno storia, anche se l’Italia si aggiudica il primo set contro il Brasile, subendo poi una dura lezione negli altri tre ed uscendo sconfitta con un 1-3 (15-12, 2-15, 3-15, 5-15) che la dice lunga sulla superiorità dei sudamericani, così come gli Stati Uniti dispongono agevolmente per 3-0 (15-11, 15-12, 15-8) dei “cugini della foglia d’acero“.

E così, mentre l’Italia va per la prima volta a medaglia in un’Olimpiade superando con analogo punteggio di 3-0 i canadesi, agli Usa è data l’opportunità di vendicare la sconfitta subita nel girone eliminatorio e la risposta fornita sul parquet della “Long Beach Arena” è di quella che non lascia spazio a recriminazioni, con i brasiliani, che annoverano tra le loro fila campioni che giocheranno anche in Italia quali Rajzman e Dal Zotto, spazzati via con un 3-0 umiliante nei parziali (15-6, 15-7, 15-7) in favore di Kiraly & Co.

Certamente, il fatto che fossero assenti le squadre del blocco sovietico inficia il valore dell’oro conquistato, che ha però il merito di dare fiducia ed autostima ad un gruppo che ora si prepara ad affrontare le sfide a livello universale, ad iniziare dalla World Cup 1985 che ha luogo in Giappone dal 22 novembre all’1 dicembre e vinta con 7 successi su altrettanti incontri, ivi compresi un 3-0 alla Cecoslovacchia e, soprattutto, un 3-2 all’Unione Sovietica al termine di un’epica battaglia (11-15, 19-17, 15-9, 9-15, 15-12).

Con questo viatico, gli Stati Uniti si presentano ai Campionati mondiali 1986 in Francia in calendario dal 25 settembre al 2 ottobre, mantenendo in squadra il quartetto storico formato da Kiraly, Timmons, Dvorak e Saunders, ai quali si aggiungono il fortissimo palleggiatore Jeff Stork, Doug Partie e lo schiacciatore dal cognome impronunciabile, Bob Ctvrtlik.

Inseriti nel gruppo D, gli Stati Uniti, alla cui guida Doug Beal ha passato il testimone a Marv Dunphy, regolano facilmente Giappone (3-1), Grecia (3-0) ed Argentina (3-0), qualificandosi per la seconda fase a 12 squadre in cui vengono abbinati ad Unione Sovietica, Cuba, Argentina, Polonia e Giappone, portandosi dietro i citati successi acquisiti nel primo girone di qualificazione contro asiatici e sudamericani.

E qui, dopo facili successi per 3-0 sulla Polonia e per 3-1 su Cuba (non tragga in inganno il set perso, i parziali sono inequivocabili: 15-7, 16-18, 15-5, 15-7), l’1 ottobre gli Stati Uniti incontrano l’Urss, anch’essa a punteggio pieno, per stabilire il primo posto nel raggruppamento ed il diritto ad incontrare, in semifinale, un Brasile desideroso di riscattare l’argento olimpico, e ad avere la meglio sono i sovietici che si impongono abbastanza nettamente per 3-1 (15-10, 15-9, 9-15, 15-12).

L’occasione per la rivincita si presenta appena quattro giorni dopo, avendo sia i sovietici che gli americani disposto agevolmente dei rispettivi avversari in semifinale (Bulgaria e Brasile), entrambe sconfitte con un secco 3-0, e l’incontro che va in scena all’Omnisport Arena d Parigi-Bercy è uno di quelli che resta nella memoria del volley mondiale, con gli Usa sotto di un set (12-15), che si impongono nei tre successivi parziali coi punteggi di 15-11, 15-8 e 15-12, così togliendo all’Urss del “santone” Platonov in panchina e dei fuoriclasse Vyacheslav Zaytsev (sì, proprio il padre di Ivan, l’attuale schiacciatore azzurro) in regia ed Aleksandr Savin in attacco il titolo che da due edizioni (Italia 1978 ed Argentina 1982) era loro appannaggio.

Resta ora, per completare un fantastico quadriennio, cercare di replicare il successo olimpico di quattro prima a Los Angeles ai Giochi della riconciliazione di Seul dove tutte le nazioni (eccezion fatta per Cuba ed Etiopia, tra le principali) tornano finalmente a competere dopo le due edizioni dimezzate a causa degli assurdi boicottaggi.

Coach Dunphy chiede l’ultimo sforzo al suo gruppo ed il sestetto base formato da Stork, Kiraly, Timmons, Saunders, Partie e Ctvrtlik si fa trovare pronto all’appuntamento coreano sin dal girone eliminatorio dove, inserito nel gruppo B assieme ad Argentina, Francia, Olanda, Tunisia e Giappone, ottiene cinque vittorie su altrettanti incontri, soffrendo solo contro gli ostici sudamericani con cui si impone per 3-2 rimontando da 0-2 con i parziali di 11-15, 11-15, 15-4, 17-15, 15-7 così salvando il primo posto ed andando ad incrociare in semifinale gli storici rivali brasiliani, mentre agli argentini tocca l’Unione Sovietica, che aveva peraltro accusato un passaggio a vuoto proprio contro i verdeoro, venendo sconfitta per 2-3.

Le due semifinali hanno però poca storia, con il “Team Usa” che ribadisce la propria netta superiorità sul Brasile con un inequivocabile 3-0 sancito dai parziali di 15-3, 15-5, 15-11, mentre solo leggermente più complicato è il compito dei sovietici che si impongono anch’essi per 3-0 sull’altra sudamericana (15-11, 17-15, 15-8 i parziali), così da poter replicare la finale mondiale di due anni prima, sperando in un esito diverso.

Pur se “Sua Maestà” Savin si è ritirato dalle scene, l’Urss è sempre una squadra temibile, potendo contare, oltre a Zaytsev, su altri campioni del calibro di Losev, Sapega e Cherednik, ma l’esito dell’atto conclusivo di Seul non fa che ricalcare la finale di Parigi, con i sovietici che vanno in fuga aggiudicandosi il primo set per poi subire la rimonta “a stelle e strisce” che consente agli Stati Uniti – coi parziali di 13-15, 15-10, 15-4 e 15-8 – di concludere come meglio non si potrebbe un quadriennio d’oro che, in futuro, li vedrà salire nuovamente sul più alto gradino del podio olimpico solo nell’edizione di Pechino 2008.

A Giochi conclusi, i migliori giocatori statunitensi prendono la strada dell’Europa, segnatamente l’Italia, con Partie che si accasa a Modena, Kiraly e Timmons che in due anni vincono tutto quel che si può conquistare con il Messaggero Ravenna, imitati da Jeff Stork che fa altrettanto con la Maxicono Parma, dando un loro importante contributo alla crescita esponenziale del volley azzurro che, sotto la guida di Julio Velasco, dominerà in campo mondiale per un decennio.