IL DECENNIO VINCENTE DELLA RUINI FIRENZE VOLLEY

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La Ruini Campione d’Italia nel ’73 – da:violaamoreefantasia.myblog.it

Articolo di Giovanni Manenti

Che l’Emilia-Romagna sia storicamente la patria della nostra Pallavolo non vi è ombra di dubbio – basti pensare che 40 dei 73 Scudetti assegnati dal 1946 ad oggi sono approdati in detta Regione – ma che, nell’era pionieristica di detta disciplina, che coincide con l’immediato secondo dopoguerra, nelle prime 18 stagioni il titolo non uscisse dalla via Emilia era, in effetti, un po’ eccessivo …

Ad interrompere questo regime di monopolio assoluto – 5 Scudetti per Ravenna, 2 per Parma e gli altri 11 divisi tra le tre Società esistenti in quel di Modena – è, per la prima volta, una formazione di una città Capoluogo di Regione, e questo onore spetta alla Ruini di Firenze.

Società, quella del Capoluogo toscano, fondata nel settembre 1962 su iniziativa dei Vigili del Fuoco, e che assume tale denominazione in memoria di Otello Ruini, un Ufficiale scomparso quattro anni prima nel compimento del proprio dovere, la quale rileva il titolo sportivo della “Alce Firenze”, che conclude al quarto posto il Torneo di tale anno, caratterizzato da un’egemonia assoluta della “Avia Pervia” Modena guidata dal “Professore” Franco Anderlini, che conclude imbattuta, con 18 vittorie in altrettante gare disputate.

C’è bisogno di una “ventata di aria fresca” nel panorama del volley nostrano, che a livello di Nazionale stenta a decollare – dopo il bronzo nell’inaugurale rassegna continentale di Torino ’49, gli azzurri a livello europeo raccolgono un ottavo, nono e decimo posto nelle tre successive edizioni, piazzamenti che a livello mondiale peggiorano non andando oltre il quattordicesimo posto raggiunto sia nella rassegna iridata di Francia ’56 che in Unione Sovietica nel ’62 – anche se la stagione successiva ricalca pari pari la precedente.

Ancora, difatti, la compagine modenese si impone in tutte e 18 le gare in calendario, “soffrendo” (si fa per dire …) solo sul parquet dei concittadini della “Minelli”, sconfitta per 3-2, mentre alle sue spalle, a debita distanza, giungono le altre due formazioni locali, la “Villa d’Oro” e la riferita Minelli, con la Ruini a replicare il quarto posto della rilevata Alce, bagnando il debutto con 12 vittorie e 6 sconfitte.

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Formazione della RUINI all’esordio in Serie A – da.intoscana.it

A guidare la squadra, in veste di allenatore-giocatore, è il 33enne Aldo Bellagambi, fiorentino purosangue, che si unisce al Gruppo nel 1962 proveniente dall’ASSI Firenze, che conclude la stagione seguente all’ultimo posto, mentre determinante, per le sorti del Torneo ’64, diviene l’aver ingaggiato il palleggiatore Gianfranco Zanetti proprio dai Campioni d’Italia, avendo già lo stesso, nel proprio Palmarès, 5 Scudetti oltre a 34 presenze con la Nazionale.

Italia che affronta ad ottobre i Campionati Europei in Romania con altri quattro giocatori della Ruini tra i 12 selezionati – oltre a Bellagambi, ne fano parte anche Paolo Bravi, Ubaldo Gazzi ed Alessandro Grassellini – per una rassegna che conferma l’enorme gap tra il Volley dell’Est ed Ovest del Vecchio Continente, con gli azzurri a rimediare altrettante nette sconfitte per 0-3 contro Ungheria, Cecoslovacchia e Germania Est per poi “fare la voce grossa” con le altre partecipanti, concludendo in una consueta, anonima decima posizione, peraltro secondi dietro alla Francia (ottava) quanto a rappresentanti dell’Europa occidentale …

Smaltita la delusione continentale, è tempo di tuffarci nel nostro Campionato, ed il campo dei Vigili del Fuoco del capoluogo toscano inizia a divenire quel “fortino” difficile da espugnare e che l’anno precedente era stato violato solo dai Campioni d’Italia e dalla Minelli (entrambe vittoriose per 3-1), sfide che nel Torneo ’64 rappresentano “l’esame di laurea” per un Bellagambi alla sua ultima stagione da giocatore.

Ed allorché l’Avia Pervia subisce una netta sconfitta per 0-3 e la Minelli soccombe 2-3 dopo una sfida infinita, ecco che le speranze di Scudetto iniziano a farsi sempre più rosee, anche se occorre confermarsi in campo avverso, dove la Ruini paga dazio sul campo della Minelli (0-3), ma si impone contro i Campioni in carica per 3-2 per quella che è la “gara chiave” del Campionato, visto che, al compimento delle 21 gare in calendario (così ridotte poiché l’ASSI Firenze si ritira a fine Girone di andata …) si ritrova con 20 vittorie e la sola, citata sconfitta contro la Minelli, rispetto alle tre battute di arresto dell’Avia Pervia che, oltre ai confronti diretti, subisce un terzo stop nel “derby” con la Minelli.

Rotta, “finalmente” (è proprio il caso di dire …), l’egemonia emiliana, si pone il problema della conferma ai vertici e la dirigenza toscana si affida al vecchio motto di “squadra che vince non si cambia”, favorita altresì dal fatto che, travolta da una profonda crisi economica, l’Avia Pervia si scioglie, il che consente al Cus Parma, retrocesso essendosi classificato al penultimo posto, di essere ripescato.

Particolare importante, poiché proprio Parma, al pari di Bologna, che era giunta terz’ultima, si uniscono alle due restanti compagini modenesi per formare una sorta di coalizione regionale contro la Ruini che, dal canto suo, può beneficiare del fatto di non dover sottostare ai vari “derby” – l’ultima squadra toscana, la Sestese, retrocede al pari dell’ASSI Firenze concludendo il Torneo all’ultimo posto con una sola vittoria a proprio favore – che, viceversa, fanno sì che le formazioni emiliane si tolgano punti a vicenda.

Un bis scudettato che il sestetto di Bellagambi costruisce ancora una volta davanti ai propri sostenitori, visto che ne viene confermata l’imbattibilità e dove solo la Virtus Bologna e le due modenesi riescono a strappare un set, mentre il peggiorato rendimento in trasferta – inattesi passi falsi a Napoli (2-3), Trieste (1-3) e Vercelli (0-3), oltre che a Modena contro la Minelli – viene largamente compensato dalle riferite sfide regionali tra le principali avversarie per il titolo, così che, a calendario ultimato, è ancora la Ruini a festeggiare con 36 punti (frutto di 18 vittorie e 4 sconfitte), contro i 30 di Parma e Bologna ed i 28 delle due modenesi.

Il vecchio adagio del “quel che è fatto è reso …”, ben si adatta alla formazione dei Vigili del Fuoco, visto che Gianfranco Zanetti – che, oltre alle indubbie qualità tecniche, ha dalla sua anche una sorta di “portafortuna” – lascia il Capoluogo toscano per migrare in quello emiliano e, manco a dirlo, allunga a 9 la striscia dei suoi titoli vinti, di cui gli ultimi 6 consecutivi, conducendo la Virtus Bologna, sotto la guida di Oddo Federzoni, alla conquista degli Scudetti 1966 e ’67.

Stagione, la prima, che viene peraltro ricordata come una delle più incerte e combattute nella Storia del nostro Campionato, con le formazioni delle due storiche città rivali a concludere il Torneo a parità di punti e con una sola sconfitta a testa, ovviamente derivante dagli scontri diretti, che vedono la Ruini imporsi per 3-1 a Firenze (terza stagione con il proprio impianto imbattuto …) e cedere 2-3 a Bologna, rendendosi così necessaria la disputa di uno spareggio per l’assegnazione del titolo, nonostante che il sestetto di Bellagambi avesse una differenza set (65-9 rispetto a 64-12) migliore rispetto ai propri avversari …

Teatro della sfida è il Palasport di Milano che il 30 giugno ’66 ospita quello che può definirsi “uno spot per la Pallavolo”, visto che le due contendenti – se fosse stato possibile, meritevoli senza dubbio alcuno di dividersi lo Scudetto – si danno battaglia per 5 tiratissimi set che, alla fine, premiano (14-16, 15-9, 15-17, 15-9, 15-13) gli uomini di Federzoni per il primo degli unici due titoli della Società felsinea.

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Sergio Veljak – da:old.slosport.org

Bologna che bissa lo Scudetto nella successiva stagione, stavolta in maniera preponderante, visto che conclude il Torneo imbattuta, il che sta a significare, per quanto ovvio, la fine dell’imbattibilità casalinga per il sestetto fiorentino, sconfitto 1-3 a domicilio dai Campioni d’Italia e che conclude il Campionato in terza posizione, alle spalle anche di Parma, con un record di 17 vittorie e 5 sconfitte, nonostante abbia inserito in rosa il valido schiacciatore triestino Sergio Veljak.

 

Vi è da dire, nel ricordare il biennio di successi bolognesi, che a Firenze, proprio in detto periodo, approda un terzetto di Campioni che fa la storia del nostro Volley e che risponde ai nomi del modenese Andrea Nannini, proveniente dalla Minelli (anch’essa in via di sparizione, concludendo ultima il Torneo ’67), di Erasmo Salemme, acquistato dalla Brunetti Roma, e, soprattutto, di Mario Mattioli, ravennate prelevato dalla Robur e che, per 8 stagioni, delizia il palato fine del pubblico fiorentino.

A questo trio si aggiunge il non ancora 20enne schiacciatore locale Andrea Nencini, cresciuto nella Sestese, così che Bellagambi ha la possibilità di dare nuovamente l’assalto al titolo assoluto, in un Campionato che si risolve in una sfida a tre tra i bicampioni di Bologna, Ruini e Parma abbinata alla Salvarani ed in cui la discriminante – visto che i rispettivi confronti diretti si concludono con una vittoria per parte, pur se le sfide tra Parma e Bologna vedono avere la meglio, in entrambi i casi per 3-2, la squadra ospite – è l’impensabile sconfitta per 0-3 dei Campioni in carica sul campo di Ancona, così che la Classifica a fine stagione vede Ruini e Salvarani appaiate al comando con 40 punti (20 vittorie e 2 sconfitte a testa), con Bologna staccata di due lunghezze.

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La RUINI Campione d’Italia nel 1968 – da:vigilfuoco.gov.it

Altro spareggio, dunque, per il sestetto fiorentino, questa volta disputato a Faenza il 23 maggio ’68 e con altrettanto esito diverso, visto che Mattioli & Co. si impongono per 3-1, grazie ai parziali di 15-12, 9-15, 15-5, 16-14 a loro favore.

Vi sarebbe la possibilità di iniziare una serie vincente se non fosse che, dopo la retrocessione anche della “Villa d’Oro”, ecco apparire nel panorama del Volley nostrano colei che ne rilancia l’immagine anche a livello europeo, ovverossia la “Panini Modena”, Società fondata dai fratelli proprietari della famosa casa editrice, la quale, come prima cosa, convince il palleggiatore Andrea Nannini a tornare nella sua città natale, perdita che in casa fiorentina viene compensata dall’inserimento nel ruolo del 20enne Andrea Fanfani.

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La Panini che accede alla Serie A nel ’67 – da:modenavolley.it

Di questa situazione approfitta Parma, che torna a conquistare un titolo che mancava in bacheca dal 1951, al termine di una stagione decisa ancora una volta da uno spareggio – stavolta contro Bologna, superata 3-0 (15-7, 15-13, 16-14) nella gara disputatasi a Pisa – dopo che le due formazioni avevano concluso il Torneo con 20 vittorie e 2 sconfitte a teste, nel mentre Ruini e Panini avevano concluso nelle posizioni di rincalzo con 34 e 32 punti rispettivamente, prima di dare luogo ad un quadriennio di sfide memorabili.

Periodo in cui l’Italia continua a non essere in grado di ritagliarsi un proprio spazio a livello internazionale – non meglio che ottava sia ai Campionati Europei svoltisi in Turchia nel ’67 che nella nostra penisola nel ’71, e peggiorando addirittura i piazzamenti iridati, con il 16esimo posto nel ’66, il 15esimo nel ’70 ed addirittura il 19esimo nel ’74, nel mentre la rappresentativa azzurra non ottiene, a seguito di tali risultati, l’accesso alle prime tre edizioni dei Giochi in cui la Pallavolo è ammessa alle Olimpiadi – ma che vede il movimento in crescita a livello interno, al quale le due citate formazioni forniscono un indubbio contributo.

Non vi è niente, difatti, che entusiasmi maggiormente gli appassionati che vedere due sestetti praticamente dello stesso valore darsi battaglia sino all’ultimo punto dell’ultima gara dell’ultima giornata, cosa che accade sin dalla stagione ’70, dove ad avere la meglio è la Panini che, nonostante paghi dazio (1-3) nel capoluogo toscano, può sfruttare il passo falso (1-3) della Ruini sul parquet dei Campioni in carica di Parma per far suo il primo titolo di una lunga serie, dopo aver restituito con gli interessi (3-0) la sconfitta nel confronto diretto, e consentire al proprio tecnico Franco Anderlini di conquistare il suo sesto personale Scudetto, dopo i cinque vinti con l’Avia Pervia.

L’ingresso negli anni ’70 sancisce altresì un’altra importante variabile nel nostro Campionato, costituita dal tesseramento di giocatori stranieri, di cui, tra le “quattro grandi”, ne usufruiscono, tesserando tutte e tre giocatori provenienti dalla Cecoslovacchia, sia Modena con il palleggiatore Josef Musil, al pari di Bologna con l’universale Antonin Viche, così come di Parma che si rafforza con lo schiacciatore Jaroslav Smidl, ma non la Ruini, che mantiene uno schieramento autoctono, anche per la successiva stagione.

E, del resto, quando puoi contare su di un trio formato da Mattioli, Nencini e Salemme (che in tre superano già le 200 presenze in Nazionale …) è difficile poter trovare di meglio – considerato altresì che i giocatori dell’Est Europa, gli unici in grado di dare “quel qualcosa in più”, possono espatriare solo al compimento dei 30 anni, tant’è che anche le citate altre formazioni abbandonano l’idea – ragion per cui Bellagambi si affida al proprio “zoccolo duro” per invertire le sorti dell’annata precedente.

Cosa che, puntualmente, si verifica e proprio negli esatti termini descritti in quanto, dopo essersi divise le vittorie nei confronti diretti (3-0 per la Ruini a Firenze, 3-2 per la Panini a Modena), sono i Campioni d’Italia stavolta a scivolare, curiosamente con lo stesso identico punteggio (1-3) dei toscani nel Torneo ’70, sul parquet di Parma, così che la Classifica finale stavolta recita Ruini p.42 (21 vittorie ed una sconfitta) rispetto ai 40 dei modenesi.

Un duopolio, quello tra Ruini e Panini, che si esalta ancor di più, qualora ve ne fosse stato bisogno, nella stagione ’72, che vede i due sestetti dominare lungo tutto lo Stivale, senza lasciare scampo ad ogni avversaria che incontrano sul loro cammino (da Trieste sino a Catania), salvo dividersi ancora una volta la posta nei confronti diretti, che vedono il predominio del fattore campo (3-2 a Firenze e 3-1 a Modena), ragion per cui, avendo concluso il Campionato a parità di punti, si rende nuovamente necessario ricorrere ad uno spareggio per l’assegnazione del titolo, che premia stavolta in maniera inequivocabile la formazione di Anderlini che si impone con un netto 3-0 (15-13, 15-5, 15-10) nella sfida andata in scena a Roma il 31 marzo ’72.

Con solo le briciole per le altre, l’ultima stagione ai vertici per la Ruini si apre con la sorpresa di vedere un’altra toscana tornare a disputare il massimo Campionato, vale a dire la formazione universitaria del CUS Pisa che ha rilevato il titolo sportivo dalla Zoli di Pontedera e di cui fanno parte Campioni del calibro di Fabio Innocenti, Fabrizio Nassi ed Alessandro Lazzeroni, destinati a lasciare anch’essi il segno nella Storia della nostra Nazionale.

Un derby che, al Palazzetto del CUS di Piazza dei Cavalieri, il sestetto sempre diretto da Bellagambi si aggiudica con difficoltà 3-2, con i neopromossi pisani a concludere la stagione in un’onorevole quarta posizione, mentre la lotta al vertice vede l’inserimento, assieme alle due rivali, anche di Bologna che, facendo leva sulla potenza dello schiacciatore Giorgio barbieri e potendo ancora contare sull’abilità in fase di costruzione di Zanetti, infligge due sconfitte sul proprio parquet sia alla Ruini (3-0) che alla Panini (3-2), ricevendo analoga moneta in campo avverso, così come avviene, oramai di prammatica, nei confronti diretti tra fiorentini e modenesi.

Pertanto, con due vittorie ed altrettante sconfitte a testa nella “Classifica avulsa” tra le tre pretendenti al titolo, a “rompere le uova nel paniere” alle due compagini emiliane sono Trieste, che infligge alla Lubiam Bologna la terza sconfitta superandola per 3-2, mentre tocca a Parma fare identico scherzetto alla Panini andandone a violare il campo con un netto 3-1, così consentendo alla Ruini, che compie, viceversa, “percorso netto” contro le altre avversarie – con la sola Parma, a parte il già riferito “derby toscano”, a tentare il colpo grosso, venendo in entrambi gli incontri sconfitta per 2-3 – di conquistare il quinto ed ultimo Scudetto della sua gloriosa, ancorché breve storia.

Quella che, a giusta ragione, sarebbe dovuta essere una stagione di festa, si traduce al contrario nell’inizio della fine per la Società toscana, a causa dell’allargamento del panorama del Volley nostrano, non più circoscritto all’asse tosco-emiliano a seguito dell’ingresso delle grandi Metropoli, da Roma a Torino, la cui prima avvisaglia è costituita dalla “Ariccia Volley Club” che, grazie agli investimenti dell’imprenditore Giovanni Cianfanelli, si assicura le prestazioni dei due assi Mattioli e Salemme, così come fa giungere nella Capitale il talento americano Kirk Kilgour, purtroppo per lui poi vittima di un successivo gravissimo incidente in allenamento a gennaio ’76 che lo rende paralizzato.

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Nencini – da:wikipedia.org

Con i soli Fanfani e Nencini a “reggere la baracca”, Bellagambi non può evitare la retrocessione da Campione d’Italia – con sole 10 vittorie sulle 26 gare di calendario – mentre la Panini, senza la sua più agguerrita avversaria, domina il Torneo ’74 concluso con 6 punti di vantaggio sulla Lubiam Bologna e la citata Ariccia, al cui sestetto si aggiunge, l’anno seguente, anche Nencini per ricostituire lo “storico trio” che tanta gloria aveva portato alla città di Dante, mentre la Ruini salva la categoria poiché Bologna, in grave crisi finanziaria, rinuncia ad iscriversi al successivo Campionato.

Torneo, quello ’75, che vede la stridente realtà di una Ruini – il cui parquet, ricorderete, era “off limits” per chiunque vi entrasse – incapace di vincere una sola gara, consegnando lo scettro di formazione leader a livello regionale al CUS Pisa (per la seconda volta in tre anni a piazzarsi al quarto posto …), rispetto al trionfo dei suoi tre ex con l’Ariccia che si aggiudica il suo primo titolo subendo una sola sconfitta a Torino, con quest’ultimo a concludere a due sole lunghezze di distanza, complice una battuta d’arresto per 2-3 a Modena contro la rinata “Villa d’Oro”.

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Il ritorno di Mattioli

Cala così il sipario di una delle più belle realtà del nostro Volley degli anni ’60, mentre Mattioli, Nencini e Salemme aggiungono in bacheca un quinto titolo affermandosi anche nel ’77 con la Federlazio, che aveva rilevato il titolo sportivo dall’Ariccia trasferendosi definitivamente nella Capitale, per poi, il fiorentino doc Andrea Nencini e quello d’adozione Mario Mattioli – che durante il periodo romano avevano altresì fatto parte, così come Salemme, della Nazionale azzurra debuttante ai Giochi di Montreal ’76 e conclusi all’ottavo posto – saldare il debito di riconoscenza con il Capoluogo toscano facendovi ritorno nell’estate ’82 per accasarsi al CUS Firenze, contribuendo, con Mattioli nelle vesti di allenatore-giocatore, alla storica Promozione in Serie A1, salvo poi retrocedere l’anno seguente.

Un gesto di affetto per la città che li aveva lanciati ai vertici di uno sport tanto amato, e che per Mattioli aveva un valore ancor maggiore, visto che proprio a Firenze è nato il figlio Francesco, a cui ha trasmesso la passione per questa disciplina e che lo ha visto anch’esso calcare i parquet della Massima Serie con le maglie di Verona, Trento e Latina.

Conclusione migliore non poteva esservi, per la Storia di una Società che ha fatto innamorare e sognare gli appassionati non solo fiorentini, figlia di un’epoca ancora dilettantistica rispetto al successivo subentro di realtà imprenditoriali alle quali una formazione che faceva capo ai Vigili del Fuoco non era chiaramente in grado di poter economicamente competere.

Non ci tacciate di inguaribili nostalgici, ma a noi questa epoca di puro dilettantismo senza il valzer delle sostanziose cifre che ancor più oggi girano nell’ambiente, un po’ ci manca …

 

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GIBA, LO SCHIACCIATORE MIRACOLATO GIUSTIZIERE DELL’ITALIA

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La stella brasiliana Giba – da:volleywood.net

Articolo di Giovanni Manenti

Personalmente, sono sempre rimasto affascinato dai nomi ispanico/portoghese per quella loro lunghezza originariamente simbolo di nobiltà, e se, così di primo acchito, fossi a proporvi quello di Gilberto Amauri de Godoy Filho, immagino che per molti il pensiero andrebbe ad un “hidalgo” tipico della letteratura spagnola, anche se, pur per altre strade, un “conquistador” lo diverrà, ma senza uccidere nessuno …

Fortunatamente, a quelle latitudini, così come in Sudamerica, è in uso l’abbreviazione di nomi così impossibili da pronunciare per intero e, passando da un estremo all’altro, ecco che il nostro Gilberto diviene improvvisamente Giba, molto più noto agli sportivi, specie se trattasi di appassionati di Volley.

Gilberto Amauri de Godoy Filho, detto Giba, nasce a Londrina, nello Stato brasiliano del Paranà, il 23 dicembre 1976, ma la sua vita sarebbe potuta durare ben poco qualora non fosse stato in grado di sconfiggere la leucemia diagnosticatagli ad appena sei mesi, fortunatamente debellata quale primo segno, poiché non sarà l’unico, che il fato ha per lui programmi ben diversi.

Trasferitosi con la famiglia a Curitiba, Gilberto sviluppa un fisico imperioso, che lo porta a raggiungere m.1,94 per 85 chili e, come ogni giovane brasiliano che si rispetti, si accosta ad uno degli Sport con la palla, indirizzando la sua preferenza verso la Pallavolo, che inizia a praticare a buon livello all’età di 17 anni, con la particolarità di cambiare Club in Patria ogni stagione, dal 1993 con il Curitibano sino al 2000, allorché milita nel Minas di Belo Horizonte, con cui si aggiudica il suo unico titolo brasiliano.

Nel frattempo, Giba scala in fretta le gerarchie nell’ambito della squadra Nazionale, con cui si aggiudica il Campionato Mondiale Under 19, nonché i titoli sudamericani nella stessa categoria ed Under 21, allori più che sufficienti a spalancargli le porte della Nazionale Maggiore, in cui fa il suo esordio 18enne conquistando il Campionato sudamericano che si disputa in Brasile nel ’95, primo di una serie di 9 affermazioni consecutive.

Non selezionato per le Olimpiadi di Atlanta ’96, Giba vede per la seconda volta il suo “angelo custode” prendersi cura di lui, restando miracolosamente illeso da un incidente stradale allorché con la sua auto, dirigendosi verso Curitiba, sbanda precipitando in un burrone per un dislivello di 30 metri, per poi fare il suo esordio in una massima competizione internazionale partecipando ai Mondiali di Giappone ’98, dove ha l’occasione del suo primo confronto con un’Italia passata sotto la guida del suo connazionale Paulo Roberto de Freitas “Bebeto”, contro cui si gioca l’accesso alla Finale.

Sfida che vede gli azzurri, detentori del titolo iridato dopo i successi del 1990 e ’94, imporsi per 3-2 (15-10, 13-15, 15-11, 10-15, 15-10 i relativi parziali) per poi andare a confermarsi superando all’ultimo ostacolo la Jugoslavia per 3-0, mentre il Brasile paga lo sforzo della tirata semifinale cedendo anche rispetto a Cuba per 1-3 nella gara per il bronzo, per poi presentarsi con rinnovate ambizioni all’appuntamento olimpico di fine millennio ai Giochi di Sydney 2000.

Ed, in effetti, il percorso iniziale dei gialloverdi è di quelli che farebbe ben sperare, concludendo a punteggio pieno e con un solo set perso il Girone eliminatorio – comprese vittorie per 3-0 su Cuba ed Olanda – che qualifica per i Quarti con abbinamenti incrociati, ma, a sorpresa, il “derby sudamericano” con l’Argentina, giunta quarta nell’altro raggruppamento, vede quest’ultima prevalere con un 3-1 (17-15, 25-21, 25.19, 27-25) che estromette Giba ed i suoi compagni dalla lotta per le medaglie, concludendo la rassegna al sesto posto.

Messosi alle spalle il XX Secolo, il nuovo millennio si apre per il Brasile sotto i migliori auspici, sulla cui panchina siede ora Bernardinho (al secolo Bernardo Rocha de Rezende …), attraverso la conquista della World League, torneo che aveva sinora visto la compagine sudamericana trionfare una sola volta nel 1993, e che viceversa si aggiudica nell’edizione ’01 con le Fasi Finali a disputarsi a Katowice, in Polonia, e l’atto conclusivo contro un’Italia reduce dai successo nel ’99 e 2000 si conclude con un netto 3-0, in cui parziali di 25-15, 25-22 e 25-19 sono tali da non lasciare spazio a recriminazioni di sorta.

Iniezione di fiducia più che necessaria per affrontare, l’anno seguente, i Mondiali ’02 che si disputano in Argentina, Rassegna in cui il Brasile può contare solo un secondo posto, curiosamente colto proprio nel medesimo Paese venti anni prima, sconfitto 0-3 in Finale dall’allora Unione Sovietica, giungendovi dopo essere stato sconfitto 1-3 dalla Russia nella Finale di World League svoltasi a Belo Horizonte.

Anche Giba, però, ha deciso di dare una svolta alla propria attività professionale, accettando di trasferirsi in Italia per affinare le proprie capacità offensive, così da accasarsi a Ferrara con cui conclude la stagione regolare all’ottavo posto, ultimo utile per accedere ai Playoff dove riesce nell’impresa di eliminare la favorita Macerata prima di arrendersi a Modena in semifinale.

Torneo iridato come sempre molto lungo, in cui il Brasile supera la prima fase nonostante una battuta d’arresto per 2-3 contro gli Stati Uniti, per poi imporsi con altrettanti 3-0 nei tre incontri del secondo turno così da accedere alle gare ad eliminazione diretta, abbinato ai tre volte Campioni uscenti dell’Italia.

Una delle sfide più incerte ed appassionanti tra queste due superpotenze del Volley mondiale vede il Brasile – trascinato in attacco da Henrique con 12 punti, Nalbert e Giba con 11 ciascuno – portarsi sul 2-0 dopo essersi aggiudicato entrambi i primi due set per 25-23, solo per vedersi rimontato dagli azzurri guidati da Anastasi, che si impongono per 25-23 e 28-26 nei due successivi parziali, rimandando la decisione al tiebreak dell’ultimo set che il Brasile si aggiudica per 15-13 per uno “score” complessivo di 114-112 che pone fine all’egemonia azzurra in sede iridata.

Superato lo scoglio dei Campioni in carica – che concludono al quinto posto – per il Brasile si prospetta la gara contro la sempre ostica Jugoslavia di Miljkovic e Nicola Grbic, nonché oro ai Giochi di Sydney 2000, ostacolo che viene oltrepassato grazie ad una magistrale prestazione in attacco di Giba che mette a terra ben 14 palloni per un comunque sofferto 3-1 (26-24, 22-25, 27-25, 25-23) che schiude le porte per la seconda Finale iridata nella storia della Nazionale brasiliana, avversari i “figli” dell’allora Urss, ovvero la Russia.

Ritrovarsi in Finale a 20 anni di distanza e sullo stesso parquet con in pratica gli stessi avversari – la Russia era pressoché l’intero bacino fornitore dei giocatori all’Unione Sovietica – appare per il sestetto di Bernardinho come un segno del destino, ed in un’altra “sfida infinita” che sfora le due ore di gioco (rispetto ad 1.54’ della gara contro l’Italia …) a fare la parte dei protagonisti sono i due martelli Nalbert, autore di 23 punti, con 20 attacchi vincenti su 34 tentativi, e Giba che, dal canto suo, porta alla causa 18 punti, con 17 palle a terra su 30 schiacciate, determinanti per un successo per 3-2 quanto mai incerto come dimostrano i parziali di 23-25, 27-25, 25-20, 23-25 prima del 15-13 nel tiebreak decisivo.

L’aver sfatato il “tabù iridato” rende il Brasile uno dei maggiori candidati alla medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene ’04 al fine di rinverdire il trionfo di Barcellona ’92, tanto più che la formazione di Bernardinho si è confermata ai massimi livelli affermandosi nelle edizioni ’03 (3-2 in Finale alla Serbia) e ’04 della World League, in quest’ultimo caso avendo la meglio a Roma sull’Italia per 3-1, con Giba a confermare la propria veste di “giustiziere” degli azzurri, con 20 punti totali, di cui 14 in attacco, 4 a muro e 2 in battuta.

La consueta suddivisione delle 12 squadre partecipanti in due Gironi da 6 con le prime quattro a qualificarsi per i Quarti di finale con abbinamenti incrociati, fa sì che Italia e Brasile siano inserite nel medesimo Gruppo B – un Girone di ferro che comprende anche Russia e Stati Uniti – con Giba ancora protagonista nel confronto diretto, risolto 33-31 nel tiebreak del quinto set, mettendo a segno ben 26 punti, frutto di 21 attacchi vincenti, 3 muri e 2 battute andate a buon fine.

Quanto i due raggruppamenti fossero disomogenei lo dimostra il fatto che nei Quarti di finale le quattro qualificate del Girone di Italia e Brasile hanno la meglio sulle avversarie provenienti dall’altro Gruppo, così riproponendosi in semifinale sfide già viste, con il Brasile opposto agli Usa e l’Italia alla Russia.

Un’Italia ancora alla ricerca dell’unico titolo che ancora manca nel suo straordinario Palmarès, ovvero la medaglia d’oro olimpica, supera con inaspettata facilità (3-0, con parziali di 25-16, 25-17 e 25-16 che non ammettono repliche) l’ostacolo russo, così come fa il Brasile nei confronti del sestetto americano, imponendosi con un altrettanto netto 3-0 (25-16, 25-17, 25-23 i rispettivi parziali) che vede, manco a dirlo, Giba protagonista con 12 attacchi vincenti su 21 tentativi.

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Un attacco di Giba contro gli Usa nella Semifinale di Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ritrovarsi alla ricerca dell’oro olimpico da sempre agognato contro coloro che hanno posto fine alla loro striscia vincente iridata, non è proprio il massimo per il sestetto azzurro, alla cui guida è ora Giampaolo Montali, ma nulla possono, se non strappare il secondo set per 26-24, contro un Brasile che gioca a memoria appoggiando il proprio attacco su di uno scatenato Giba, capace di mettere ancora a segno 20 punti nel trionfo gialloverde, certificato dai punteggi di 25-15, 25-20 e 25-22 dei parziali vinti nel 3-1 conclusivo.

Un trionfo anche personale per il 27enne di Londrina, premiato come MVP del Torneo, il quale ha pure cambiato casacca a livello di Club, trasferendosi da Ferrara a Cuneo per un quadriennio, ottenendo come miglior risultato il primo posto nella “regular season” 2007 solo per essere eliminato da Piacenza nelle semifinali Playoff, formazione viceversa sconfitta 3-1 l’anno prima nella Finale di Coppa Italia.

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Attacco vincente di Giba nella Finale contro l’Italia ad Atene ’04 – da:gettyimages.in

Ma per Giba il “suo Club” è la Nazionale con cui, nel puntare alla riconferma del titolo iridato, ribadisce la superiorità con altri due successi nelle edizioni della World League ’05, dove supera in Finale per 3-1 (14-25, 25-14, 25-19, 25-16 i parziali) i padroni della Serbia, e 2006, in cui a cedere in Finale è la sorprendente Francia, che si porta sul 2-0 (25-22, 25-23), prima che si scateni la furia di Giba che, con 29 punti totali, di cui 23 in attacco, 5 a muro ed uno in battuta, ribalta l’esito dell’incontro con il 25-22 e 25-23 con cui si concludono il terzo e quarto set, prima del 15-13 nel tiebreak decisivo, venendo, manco a dirlo, premiato come MVP del Torneo.

Campionati Mondiali che si svolgono a fine anno ’06 in Giappone, a partire da metà novembre, ed il consueto, lungo e massacrante calendario vede il sestetto sempre guidato da Bernardinho giungere alle semifinali avendo lasciato un solo incontro alla Francia (1-3) nella Fase iniziale, per poi carburare nel secondo turno, in cui mette a segno tre vittorie per 3-0 – compresa quella con l’Italia, in cui Giba si “diverte” ancora una volta a perforare la nostra difesa, mettendo a terra ben 18 attacchi vincenti su 27 tentativi – ed una per 3-1 contro la Spagna.

Semifinale che vede ripetersi la sfida contro la Serbia dei fratelli Grbic e di un Miljkovic che fa di tutto (17 attacchi vincenti) per frenare il rullo compressore brasiliano che, con Giba ancora primattore con 19 punti, fa suo l’incontro per 3-1 (25-19, 15-25, 25-22, 25-12) per andare ad affrontare in Finale una Polonia che sta mettendo le basi per i recenti successi, ma stavolta ancora troppo inesperta per poter pensare di impensierire la formazione sudamericana, che si impone con relativa facilità, come dimostra l’andamento dei tre set (25-12, 25-22, 25-17) sufficienti per confermare il titolo iridato, e Giba ad essere premiato come MVP del Torneo.

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Giba in attacco ai Mondiali di Giappone ’06 – da:gettyimages.in

Giunto al compimento dei 30 anni a tre settimane dal bis iridato avendo oramai vinto tutto ciò che c’era da conquistare – e, nel frattempo, si è pure sposato il giorno di Natale 2003 con la pallavolista rumena Cristina Pirv, unione da cui nascono i figli Nicoll e Patrick – a Giba non è ancora andata via la voglia di cercare nuove sfide, a cominciare dall’allungare a cinque la striscia di World League consecutive affermandosi anche nell’edizione ’07, la cui Fase finale si disputa ancora a Katowice e dove a soccombere nel match decisivo è la Russia che, dopo aver conquistato il primo set per 25-18, soccombe (25-23, 28-26, 25-22) nei tre successivi parziali, prima di abdicare l’anno successivo, curiosamente ancora quando il Torneo si conclude in Brasile, addirittura scendendo dal podio, dopo le sconfitte per 0-3 contro gli Usa in semifinale e per 1-3 con la Russia nella sfida per il bronzo.

Un esito che potrebbe far presagire un Brasile non all’altezza di difendere il titolo olimpico ai successivi Giochi di Pechino ’08, ai quali Bernardinho si presenta confermando 8 dei 12 componenti la rosa vittoriosa quattro anni prima ad Atene, ed anche stavolta tocca ai Campioni iridati avere in sorte il Girone peggiore, composto anche da Russia, Serbia e Polonia, superato peraltro classificandosi al primo posto pur con il consueto passo falso, stavolta rispetto alla Russia.

Giunto alla fase in cui non sono più concesse distrazioni, il Brasile non ha alcuna difficoltà ad avere la meglio per 3-0 sui padroni di casa cinesi (25-17, 25-15, 25-16 gli evidenti parziali), per poi ritrovarsi ad affrontare ancora una volta l’Italia in semifinale, mentre l’altra sfida oppone gli Stati Uniti alla Russia.

E quella che, per gli azzurri, è oramai una sorta di “maledizione vivente”, si manifesta nuovamente davanti ai loro occhi sotto forma dei 17 punti (15 attacchi vincenti e 2 muri) che Giba, “allenatosi” nel match contro la Cina, mette a segno per il 3-1, dopo l’illusorio successo dell’Italia per 25-19 nel primo set (25-18, 25-21, 25-22 l’esito dei successivi parziali), che certifica la sua seconda Finale olimpica consecutiva, avversari gli Stati Uniti, venuti a capo di una palpitante sfida contro la Russia, risolta 15-13 al tiebreak.

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Giba esulta dopo un punto contro l’Italia a Pechino ’08 – da:gettyimages.in

Appuntamento al quale il sestetto americano giunge a 20 anni esatti dalla loro precedente Finale olimpica, curiosamente svoltasi anch’essa in una Capitale asiatica, ovvero ai Giochi di Seul ’88, con l’intenzione di confermare la recente vittoria nella World League, cosa che puntualmente avviene in quanto, diversamente dal solito, è stavolta il Brasile ad aggiudicarsi per 25-20 il primo set, per poi dare battaglia nei restanti parziali, ma un Giba meno decisivo del solito (appena 12 attacchi vincenti su 38 tentativi) non riesce ad impedire il ritorno degli Stati Uniti sul gradino più alto del podio, affermandosi per 25-22, 25-21, 25-23 nel 3-1 finale.

Oramai 32enne, con alle spalle una lunga e logorante carriera, l’apporto di Giba alla causa della sua Nazionale si riduce e, dopo un biennio in Russia nelle file dell’Iskra Odincovo, torna in Patria per poter essere maggiormente a disposizione per i grandi Tornei internazionali, a cominciare dall’edizione ’09 della World League, nuovamente appannaggio dei gialloverdi che superano 3-2 in Finale la Serbia (22-25, 25-23, 25-22, 23-25, 15-12 i relativi parziali), con il “martello” pur sempre in grado di dare un fattivo contributo dall’alto dei suoi 13 punti messi a segno, anche se il ruolo di leader in attacco è oramai passato sulle spalle di Leandro.

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Giba festeggia la vittoria nella World League ’09 – da:gettyimages.in

Una situazione ancor più confermata l’anno seguente, allorché il Brasile conclude un decennio da favola con l’ottava affermazione su 10 edizioni della World League ed eguagliando altresì l’impresa dell’Italia mettendo in fila il suo terzo titolo iridato consecutivo nella Rassegna ’10 ospitata proprio dal nostro Paese ed in cui Giba, nominato Capitano, svolge più una veste di vice allenatore che non di protagonista sul parquet, non scendendo neppure in campo nella semifinale vinta per 3-1 (25-15, 25-22, 23-25, 25-17) contro gli azzurri, in cui il “nuovo mostro” è il citato Leandro, in grado di mettere a punto 21 attacchi vincenti su 28 tentativi (percentuale del 75% …!!), mentre la Finale vede il sestetto di Bernardinho avere la meglio sulla ritrovata Cuba – a 20 anni dall’ultima sfida per il titolo contro l’Italia a Rio de Janeiro – con un 3-0 (25-22, 25-14, 25-22 i relativi parziali), con ancora Leandro devastante con 19 punti totali, anche se la palma di MVP del Torneo va al compagno di squadra Murilo Endres.

Giba ha comunque ancora un ruolo fondamentale nell’edizione ’11 della World League, disputatasi a Gdansk, in Polonia, dove, per una volta, il tiebreak non sorride al Brasile, bensì alla Russia che si impone per 15-11 dopo quattro combattutissimi set (23-25, 27-25, 25-23, 22-25), con il quasi 35enne nativo del Paranà a mettersi in evidenza con 16 punti (12 in attacco, 2 muri ed altrettante battute vincenti …), prima di assistere a quella che può definirsi la sua “passerella d’addio” nell’anno olimpico 2012.

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Giba alle Olimpiadi di Londra ’12 – da:gettyimages.in

Dopo aver, difatti, disputato la sua ultima World League che il Brasile conclude al sesto posto, i Giochi di Londra ’12 rappresentano il capolinea dell’avvenuta in Nazionale – costituita da ben 319 presenze – di un Giba che non scende in campo nei due 3-0 rifilati nei Quarti ed in semifinale ad Argentina ed Italia rispettivamente, per poi esser giocato da Bernardinho come “carta della disperazione” nella Finale contro la Russia che sembrava poter riportare i gialloverdi alla conquista dell’oro dopo aver vinto piuttosto nettamente (25-19, 25-20) i primi due set, ma aver perso ai vantaggi (27-29) il terzo parziale è la molla che dà la carica ai rappresentanti del vecchio Continente per far loro il quarto per 25-22 e quindi concludere agevolmente per 15-9 il decisivo tiebreak.

La rinuncia alla Nazionale non comporta però il ritiro dall’attività agonistica per Giba, che prosegue stancamente per altre due stagioni sino al definitivo abbandono annunciato nell’agosto 1994 a 37 anni, dopo aver concluso altresì la parentesi affettiva con la moglie, la quale ottiene il divorzio a seguito della scoperta di una relazione tra il campione e la modella Maria Luiza Dautt avuta durante il periodo in cui ha giocato in Argentina con il Bolivar e che poi sposa nel 2013 …

Questioni sentimentali a parte, Giba sfrutta la sua enorme popolarità acquisita in patria dedicandosi al sociale a favore dei bambini orfani ed affetti da forme tumorali, quasi volersi sdebitare verso il prossimo per la buona sorte che lo ha fatto guarire dopo pochi mesi di vita dalla leucemia, ma per il Volley azzurro resterà sempre colui che più di ogni altro è stato capace di distruggere i sogni di vittoria ad inizio del XXI secolo …

Una sorta di “giustiziare miracolato”, degno del più nobile degli hidalgo …

IL TRIENNIO VINCENTE NEL VOLLEY DELLA POLONIA A META’ ANNI ’70

 

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Una fase del match tra Cuba e Polonia ai Giochi di Montreal ’76 – da:volleyray.wordpress.com

articolo di Giovanni Manenti

Il doppio, recente trionfo della Polonia alle ultime due edizioni dei Campionati Mondiali di Volley maschili 2014 e ’18 può far credere, a chi non fosse appassionato di detto Sport, che tale disciplina abbia trovato spazio nel Paese dell’Est Europa solo negli ultimi anni, mentre invece se spostiamo l’orologio del tempo indietro di una quarantina d’anni ci rendiamo conto di una realtà ben diversa …

Patrimonio indiscusso della parte orientale del Vecchio Continente, dalla nascita delle prime manifestazioni internazionali (Europei nel 1948, Mondiali l’anno successivo) e sino a fine anni ’60 a far la parte del leone in campo maschile erano soprattutto Unione Sovietica e Cecoslovacchia – tre titoli europei a testa, quattro a due in favore dell’Urss quanto a rassegne iridate – nel mentre in sede olimpica, dove il Volley è ammesso solo dall’edizione di Tokyo ’64, le prime due medaglie d’oro sono appannaggio della formazione sovietica.

Che qualcosa stia iniziando a muoversi quanto a una più equa distribuzione delle vittorie – se si tirano le somme, su 14 grandi manifestazioni, l’Urss se ne è aggiudicate ben 9, mentre in campo femminile solo le giapponesi sono in grado di tener loro testa – lo si intuisce dall’esito dei Mondiali ’70 che si svolgono in Bulgaria e che vedono un’impietosa debacle del sestetto sovietico, iniziata con la sconfitta per 1-3 subita nel Girone eliminatorio da parte della Germania Est e proseguita nel Girone finale per l’assegnazione delle medaglie, allorché, dopo due successi contro Belgio (3-0) e Giappone (3-1), i quattro volte Campioni iridati incappano in una per loro inconsueta serie di quattro sconfitte consecutive che li relegano in sesta posizione.

Si tratta dell’unica volta, nelle 12 Rassegne iridate disputate sotto la vecchia denominazione dal 1949 al ’90, prima della disgregazione dell’impero sovietico, che l’Urss non va a medaglia – l’oro, per la cronaca, se lo aggiudica la Germania Est sui padroni di casa della Bulgaria grazie ad una soffertissima vittoria per 3-2 (15-11, 13-15, 15-7, 4-15, 15-13 i relativi parziali) nel confronto diretto all’ultima giornata – un “campanello d’allarme” al quale sembra aver posto rimedio già dall’anno successivo, allorché ai Campionati Europei ’71 che si svolgono in Italia, conferma il titolo di quattro anni prima, pur concedendo una brutta sconfitta per 0-3 contro la Cecoslovacchia all’ultimo turno, peraltro a Torneo già vinto.

La “prova del nove” la si ha l’anno seguente in occasione delle Olimpiadi di Monaco ’72 allorché l’Unione Sovietica deve difendere i titoli conquistati nelle sole due precedenti edizioni – in entrambi i casi concludendo il Girone con 8 vittorie ed una sola sconfitta (1-3 contro il Giappone a Tokyo ’64 e 2-3 contro gli Stati Uniti a Città del Messico ’68) dal che si evince come risulti imbattuta contro formazioni europee – con una formula che però, essendo stata allargata la partecipazione a 12 squadre, è stata variata introducendo la Fase ad eliminazione diretta.

Suddivise, difatti, in due Gironi da sei compagini ciascuna, le prime due di ogni raggruppamento accedono alle semifinali incrociate, con successive sfide per l’oro tra le vincenti ed il bronzo tra le perdenti, circostanza che non sembra influire più di tanto sulle prestazioni del sestetto sovietico che infila cinque vittorie su altrettanti confronti nel Gruppo A, ivi compresi il 3-1 alla Bulgaria (seconda nel Girone) ed il 3-0 alla Cecoslovacchia, soffrendo solo all’ultima giornata per aver ragione per 3-2 (11-15, 15-12, 15-12, 10-15, 15-13) sulla Polonia di Edward Skorek.

Altrettanto imbattuto il Giappone della stella Katsutoshi Nekoda nell’altro Girone, dove si garantisce l’accesso alla semifinale la Germania Est, che diviene pertanto la sfidante dell’Unione Sovietica in semifinale, infliggendo ai “Maestri” la prima sconfitta ai Giochi da parte di una formazione europea attraverso una severa lezione come testimoniano i parziali di 15-6, 15-8, 13-15, 15-9 nel 3-1 conclusivo che condanna l’Urss alla Finale per il bronzo in cui ha nuovamente ragione, stavolta con un più netto 3-0, sulla Bulgaria, così come il ripetersi della sfida tra giapponesi e tedesco orientali vede ancora prevalere il sestetto asiatico che sale per la sua prima, nonché unica, volta sul gradino più alto di un podio olimpico.

Cosa c’entri tutto questo con la Nazionale polacca è presto detto, trattasi di un’introduzione, un po’ lunga se vogliamo, per far capire ai lettori quale fosse lo scenario in cui la Polonia si trova a confrontarsi nei primi anni ’70, visto che le sue precedenti esperienze olimpiche l’avevano vista classificarsi quinta nel ’68 ed appena nona nel ’72 (assente ai Giochi di Tokyo ’64), così come non era mai salita su di un podio iridato – essendo stati i suoi migliori piazzamenti tre quarti posti, peraltro risalenti alle edizioni del 1949, ’56 e ’60 – e l’unica medaglia sinora raccolta si riferisce al bronzo agli Europei ’67 svoltisi in Turchia.

Non certo un Palmarès da poterla inserire nel ristretto lotto delle favorite – ricordiamo le sue tre ultime prestazioni, quinta ai Mondiali ’70, sesta agli Europei ’71 e nona alle Olimpiadi ’72 – in vista della Rassegna iridata in programma in Messico dal 12 al 28 ottobre ’74 alle quale sono iscritte 24 formazioni suddivise in 6 Gironi da quattro squadre ciascuno che qualificano le prime due alla seconda Fase.

Gli scarsi risultati ottenuti in questo inizio di anni ’70 avevano indotto la Federazione polacca ad affidare la conduzione tecnica della propria Nazionale ad un giovane allenatore, tale Hubert Wagner di appena 32 anni (già presente nella rosa dei partecipanti ai Giochi di Città del Messico ’68 …) per cercare di risollevarne le sorti, impegno che prende tremendamente sul serio dimostrandosi estremamente esigente negli allenamenti dei suoi giocatori, convinto che il “gap” con le altre formazioni dipenda principalmente da una minore preparazione fisica, specie sul piano della resistenza laddove le sfide si prolunghino sino al quinto set.

Non certo favorita dal sorteggio – ma d’altronde, con i citati precedenti, non poteva pretendere di meglio – la Polonia è inserita nel Gruppo F che si disputa a Toluca, assieme alla “cenerentola” Egitto, Stati Uniti ed Unione Sovietica, così da poter immediatamente saggiare gli eventuali progressi ottenuti in un anno e passa di allenamenti sotto il nuovo tecnico.

Senza alcun problema l’esordio contro i nordafricani, confortanti risposte vengono a Wagner dal convincente successo per 3-1 (15-10, 13-15, 15-10, 15-6 i parziali) sugli Stati Uniti ancora ben lontani dalla formazione che dominerà la scena nel successivo decennio, per poi trovare conferma nella sfida contro l’Urss a cui infliggono la medesima sconfitta di quattro anni prima in Bulgaria con l’identico punteggio di 3-1, ma con parziali ancor più netti di 15-9, 6-15, 15-6 e 15-11 …

Un’importante iniezione di fiducia in vista della seconda Fase, che vede le 12 formazioni rimaste in lizza suddivise in tre Gironi da quattro squadre ciascuna, con stavolta la relativa composizione a favorire il sestetto polacco, inerito nel primo Gruppo assieme a Germania Est, Messico e Belgio, laddove si pensi alle sfide che propone il secondo raggruppamento tra Urss, Cecoslovacchia, Cuba e Brasile, con ancorale prime due classificate a qualificarsi per il Girone finale a sei per l’assegnazione del titolo.

Costretta dal calendario ad affrontare subito i Campioni mondiali in carica della Germania orientale, la Polonia “si leva il dente” con una prestazione straordinaria che annichilisce i propri avversari con un 3-0 i cui parziali di 15-4, 15-6, 15-2 sono tali da non ammettere repliche, per poi concedere il bis contro il Belgio e lasciare un set ai combattivi padroni di casa messicani e poter quindi accedere al Girone finale in compagnia della stessa Germania Est, ripresasi dal tremendo shock subito, nonché di Cecoslovacchia ed Unione Sovietica, qualificate dal secondo Girone, e Giappone e Romania, provenienti dal terzo raggruppamento.

Una sfida, pertanto, dell’Europa dell’Est, con cinque sue rappresentanti, ai Campioni olimpici giapponesi, ed in cui quanto di buono fatto sinora viene completamente annullato in quanto si riparte tutte alla pari e, per i ragazzi di Wagner, il calendario impone subito la “sfida chiave” contro l’Unione Sovietica, in programma il 22 ottobre a Città del Messico ed il cui esito, non ci vuol molto a capirlo, avrebbe condizionato il resto della Poule per le medaglie.

E quanto i due sestetti siano ben consapevoli dell’importanza dell’incontro lo dimostra chiaramente l’andamento dello stesso, con la Polonia a scappar via solo per essere sempre ripresa (16-14, 9-15, 15-6, 12-15) e rimandare la decisione al quinto, inappellabile set dove il lavoro in palestra di Wagner dà i suoi frutti, visto il netto 15-7 con cui i sovietici alfine capitolano.

Non solo sui muscoli, però, ma anche sulla testa dei propri giocatori deve aver lavorato il 33enne tecnico di Poznan, visto che, scesi nuovamente in campo il giorno dopo per affrontare una Cecoslovacchia già all’ultima spiaggia dopo la sconfitta per 2-3 contro la Germania Est, si ritrovano sotto 2 set a zero, persi entrambi con il minimo scarto, 13-15 e 14-16 …

Con davanti lo spettro di una sconfitta per 0-3 – che, oltre a vanificare il successo ottenuto sull’Urss avrebbe potuto compromettere il podio avendo riferimento alla differenza set in un Girone di massimo equilibrio, dato che tutte e tre le gare della prima giornata si erano concluse sul 3-2 (compresa la vittoria del Giappone sulla Romania …) – la reazione di Skiba & Co. è veemente, dimostrando la loro superiorità nei tre successivi parziali, chiusi sul 15-6, 15-10 e 15-5, così da trovarsi dopo due giornate in testa alla Classifica a pari punti con il Giappone, a propria volta vittorioso per 3-1 sulla Germania Est, stesso punteggio con cui l’Unione Sovietica si impone sulla Romania.

In un torneo che non concede tregua, il 24 ottobre si presenta per la Polonia la “delicata” sfida contro una Germania Est che deve riscattare il pesantissimo passivo (12-45 …!!) subito al debutto nella Rassegna iridata, e questa volta Wagner deve “richiamare all’ordine” i propri atleti, oramai convinti di aver la vittoria in tasca dopo i facili 15-7, 15-9 con cui portano a casa i primi due set …

Come nel caso del tennis quale Sport individuale, anche nella Pallavolo non si è mai vincitori sino a che l’ultima palla non tocca terra, ed i cali di concentrazione sono il peggior nemico, cosa della quale approfittano i Campioni in carica per aggiudicarsi (15-13 e 15-12) il terzo e quarto parziale, così costringendo agli straordinari una Polonia che per il terzo giorno di fila resta in campo per tutti e cinque i set, pur ritrovando la giusta condizione fisica e mentale per chiudere il match su di un netto 15-5.

Unica formazione ad aver disputato 15 set nei primi tre turni del Girone finale, il giorno di riposo giunge quanto mai propizio, sia per ricaricare le pile che per focalizzare nelle menti dei giocatori come si stia loro presentando un’occasione unica per laurearsi Campioni mondiali, visto che il Giappone è crollato sotto i colpi dell’Unione Sovietica con uno 0-3 che, peraltro, non rende giustizia all’equilibrio della sfida, come i singoli parziali di 15-10, 16-14, 18-16 testimoniano.

Favorita dalla Classifica, che la vede prima con 6 punti rispetto ai 4 di Urss e Giappone, ma in difficoltà quanto a differenza set (9-6 rispetto all’8-4 sovietico) qualora dovesse verificarsi un arrivo a pari punti, la Polonia è consapevole che per fregiarsi del titolo iridato deve necessariamente vincere le due restanti partite, non potendo immaginare passi falsi dell’Unione Sovietica contro Germania Est e Cecoslovacchia.

In assenza di scontri diretti, al ritorno in campo, tutte e tre le pretendenti alle medaglie si aggiudicano i rispettivi incontri, 3-0 Urss e Polonia contro rispettivamente Germania Est e Romania e 3-1 il Giappone sulla Cecoslovacchia, il che determina già, ad una giornata dalla conclusione del Torneo, la composizione del podio, visto che la Classifica recita: Polonia p.8 (12-6 differenza set), Urss p.6 (11-4) e Giappone p.6 (9-7), ma con ancora il confronto tra i Campioni olimpici giapponesi ed i polacchi da doversi disputare.

Ed, allorché le due squadre scendono sul parquet, avendo l’Urss facilmente disposto 3-0 della Cecoslovacchia, portando pertanto a 14-4 la propria differenza set, il conto è presto fatto, ovverossia che una vittoria, con qualsiasi punteggio, da parte della Polonia sul Giappone regalerebbe alla stessa il titolo mondiale, mentre in caso inverso sarebbero proprio i sovietici a tornare ai vertici assoluti, con in più il fatto che un eventuale successo per 3-0 dei pallavolisti del Sol Levante relegherebbe la formazione di Wagner al terzo posto dopo aver vinto 11 match consecutivi su altrettanti disputati.

Un’eventualità, quest’ultima, che può iniziare a prospettarsi nel momento in cui i Campioni olimpici si aggiudicano il primo parziale per 15-13, ma ancora una volta la reazione polacca non si fa attendere, e già l’esito del secondo e terzo set, chiusi sul 15-7 e 15-11 in loro favore, li rassicura circa il fatto di aver quantomeno l’argento al collo …

Resta da compiere l’ultimo, decisivo passo e, pur di fronte ad un Giappone che, storicamente, non molla mai lottando su ogni palla sino a che la gara non è conclusa, la prospettiva del titolo a portata di mano è una motivazione troppo forte per i ragazzi di Wagner che, seppure costretti a lottare come non mai, riescono a strappare il quarto parziale per 17-15 e poter quindi festeggiare il primo trionfo della Storia pallavolistica del proprio Paese.

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La Polonia Campione del Mondo ’74 – da:poland2014.fivb.org

Viene logico chiedersi se Wagner abbia fatto o meno una “rivoluzione” nella selezione della rosa che aveva chiuso desolatamente nona due anni prima alle Olimpiadi di Monaco ’72 ed invece si scopre che di quella squadra ben 7 componenti sono ancora presenti, con in più il reinserimento di Skiba, già titolare ai Giochi di Messico ’68, e la fiducia concessa ai giovani Wieslaw Czaja e Miroslaw Rybaczewski, entrambi 22enni, nonché al 21enne Tomasz Wojtowicz, oltre ad un “pizzico di esperienza” portata dal 25enne Wlodzimierz Sadalski, a conferma che non erano gli uomini a mancare, ma la preparazione non adeguata.

Come sempre accade, se vincere è difficile, confermarsi lo è ben di più, specie quando non puoi più contare sull’effetto sorpresa e divieni la cosiddetta “squadra da battere”, esperienza che la Polonia vive sulla propria pelle in occasione dei Campionati Europei ’75 che si svolgono in Jugoslavia, con 12 formazioni iscritte – tanto per rendersi conto della sproporzione tra la parte orientale ed occidentale del Vecchio Continente in campo pallavolistico, 8 a 4 il rispettivo conto delle partecipanti – e suddivise in tre Gironi di quattro squadre ciascuno, con le prime due di ogni Gruppo a qualificarsi per il Girone finale a sei.

Oddio, non è che la prima fase proponga ai Campioni iridati eccessive problematiche, inserita in un Girone concluso con altrettanti successi per 3-0 contro Jugoslavia (45-23 il computo dei punti totali), Italia (45-23) ed Ungheria (45-26), in attesa di verificare lo stato di forma di un’Unione Sovietica animata da un più che legittimo desiderio di riscatto dopo l’amaro argento della Rassegna iridata.

Rivincita che trova puntuale conferma nel netto 3-0 (15-12, 15-10, 15-7 i relativi parziali) inflitto al sestetto polacco nella gara d’esordio della Poule finale che stabilisce sin da subito le gerarchie continentali, con l’Urss a conquistare il suo quinto titolo europeo nelle nove edizioni sin qui disputate, circostanza che non smuove più di tanto Wagner il quale, dopo il secondo posto finale, dichiara senza mezzi termini: “di andare ai Giochi di Montreal ’76 con l’unico obiettivo della medaglia d’oro ….

E, del resto, la Polonia si presenta all’appuntamento olimpico con ben nove/dodicesimi della formazione Campione del Mondo, con gli unici inserimenti costituiti dagli esperti Bronislaw Bebel e Zbigniew Lubiejewski, entrambi 27enni, e dal giovane Lech Lasko, il “cucciolo” della compagnia con i suoi 20 anni, mentre a far da chioccia è il 32enne martello Skorek, che si presenta in Canada fresco del titolo italiano conquistato nelle vesti di allenatore/giocatore della Panini Modena.

In un Torneo molto meno massacrante rispetto a quello iridato, con sole 10 formazioni partecipanti, le stesse vengono suddivise in due Gironi da 5 squadre cadauno con una formula che ricalca quella di quattro anni prima a Monaco, ovverossia con le prime due a qualificarsi per le semifinali incrociate le cui perdenti gareggiano per il bronzo e le vincenti si affrontano in Finale per la medaglia d’oro.

Di contro, ciò sta a significare che non vi sono margini di recupero in caso di un eventuale passo falso, determinando la massima attenzione e concentrazione in ogni singolo incontro, con la Polonia, come di consueto oramai, a debuttare di rincorsa, facendosi sorprendere dai sudcoreani nei primi due set (12-5 e 6-15) per poi ritrovare il filo del gioco ed imporsi facilmente nei restanti parziali, chiusi sul 15-6, 15-6 e 15-5.

Passata la paura e liquidati con irrisoria facilità i padroni di casa canadesi, altro ostacolo di tutto rispetto si presenta sotto forma della compagine cubana anch’essa aspirante alla medaglia d’oro ed ancora il match vede i ragazzi di Wagner andare sotto per 0-2 (13-15, 10-15), prima di riportare la sfida in parità affermandosi 15-6 e 15-9 nei successivi parziali e quindi rimandare il tutto al quinto e decisivo, nonché emozionantissimo set che si conclude sul 20-18 dopo una lunga ed interminabile lotta “punto a punto”.

Assicuratosi il primo posto nel Girone a punteggio pieno (con Cuba seconda …), ecco che le semifinali propongono la sfida incrociata con i Campioni di Monaco ’72 del Giappone, a loro volta superati nell’altro Girone da un’Unione Sovietica ansiosa di rivincite che, nel confronto diretto, si è imposta con un netto 3-0, come dimostrano i relativi parziali di 15-9, 15-10, 15-9.

Sfida da “dentro o fuori”, dunque, quella coi nipponici che intendono, a loro volta, saldare il conto rispetto alla sconfitta patita due anni prima ai Mondiali di Messico ’74 e che non delude gli appassionati che il 29 luglio ’76 assistono all’incontro dalla tribune del “Paul Sauvé Centre” della metropoli canadese, con i due sestetti a scendere sul parquet già sapendo che, in caso di successo, dovranno affrontare nella Finale per la medaglia d’oro l’Urss che ha strapazzato per 3-0 (15-12, 15-7, 15-8) la formazione caraibica del micidiale attaccante Ernesto Martinez.

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Una fase della Semifinale Urss-Cuba – da:volleyray.files.wordpress.com

Quanto importante sia l’aver oramai assuefatto i propri giocatori a metabolizzare la lunghezza di un incontro sulla durata dei cinque set, Wagner ne ha un’ulteriore prova nella sfida contro i nipponici, ancora una volta – ed è la terza nel corso del torneo olimpico – a decidersi nell’ultimo parziale, dopo che i precedenti si sono chiusi con l’oramai solito primo set appannaggio degli avversari (15-17), per poi reagire nei due successivi, chiusi agevolmente con un doppio 15-6 prima di scontare la tenacia asiatica che porta il Giappone ad imporsi per 15-10 al quarto, e quindi “restituire” identico punteggio nell’ultimo parziale che certifica la prima Finale olimpica per la formazione dell’Europa orientale.

Ritrovarsi il giorno dopo a sfidare un’Urss “assetata di sangue”, che non ha ancora perso un solo set, con una differenza punti stratosferica di 180-90 (il che sta a significare una media di 15-7,5 punti per set disputato …!!) ed inoltre con ben 10 set in più nelle gambe, sembra un’impresa titanica per Skorek & Co., che hanno comunque ben assimilato il “credo” del loro tecnico ed, al di là di una comprensibile stanchezza, sono consapevoli della propria forza e, soprattutto, preparati ad affrontare e, possibilmente, superare, ogni situazione di temporanea difficoltà che l’incontro potrebbe presentare …

Cosa che, puntualmente accade, con l’Urss – nelle cui file, oltre alla stella Kondra, militano un giovanissimo futuro campione quale Aleksandr Savin ed un “certoVyacheslav Zaytsev, padre di quell’Ivan che, nato in Italia, fa attualmente parte del sestetto azzurro – a far suo il primo set per 15-11 così come il terzo per 15-12 dopo la ristabilita situazione di parità con il 15-13 con cui la Polonia si era aggiudicata il secondo parziale.

Nel fare un paragone con una disciplina individuale come il Pugilato, si ha l’impressione che il sestetto polacco trasmetta in uno Sport di squadra quella caratteristica di alcuni protagonisti della “Noble Art” che emergono allorquando il match si allunga, circostanza che anche stavolta non viene meno durante il quarto set dove si decide virtualmente la sfida …

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Una fase della Finale Polonia-Urss – da:volleyray.files.wordpress.com

Con nessuna delle due rivali a voler cedere di un millimetro, il parziale si prolunga ai vantaggi, e quando l’azione decisiva consente alla Polonia di farlo suo per 19-17, inizia a serpeggiare tra i presenti la convinzione che l’inerzia del match possa cambiare padrone, cosa che in effetti accade con il netto 15-7 (unico dell’intero incontro in cui una delle due squadre non raggiunge quota 10 …) che completa la “missione” che Wagner si era prefisso e conferma, una volta di più, la solidità fisica e mentale dei suoi ragazzi.

Consapevole di aver raggiunto il massimo traguardo, Wagner lascia l’incarico e, senza di lui, la Nazionale scivola all’ottavo posto ai Mondiali di Italia ’78 ed al sesto della Rassegna iridata di Argentina ’82, mentre alle Olimpiadi “dimezzate” di Mosca ’80 si ferma ai margini del podio, sconfitta 1-3 dalla Romania nella Finale per il bronzo, ma intanto il seme era stato lanciato ed anche se per ritrovare una Polonia sul gradino più alto del podio di una grande Manifestazione internazionale bisognerà attendere sino agli Europei di Turchia ’09 (3-1 in Finale alla Francia …), non possono esservi dubbi su come il triennio vincente del sestetto di Wagner abbia segnato una tappa importante, per non dire fondamentale, nella crescita del movimento pallavolistico dell’intero Paese

 

HIROFUMI DAIMATSU, IL “DEMONE” DELLE RAGAZZE GIAPPONESI ORO NEL VOLLEY AI GIOCHI DI TOKYO 1964

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Hirofumi Daimatsu ed il sestetto di Volley giapponese – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con il programma olimpico ad arricchirsi di nuove discipline ad ogni edizione, in occasione dei Giochi di Tokyo 1964 vengono introdotti due nuovi Sport che trovano nel Paese del Sol Levante una grande diffusione, vale a dire il Judo e la Pallavolo, con quest’ultima ad inaugurare entrambi i Tornei, sia maschile che femminile.

Un ritardo, quello del Volley che ai giorni nostri può sembrare inspiegabile vista la popolarità assunta da tale disciplina e che, in effetti, giunge nell’arengo olimpico dopo la disputa di ben 5 edizioni dei Campionati Mondiali nel settore maschile e di quattro in quello femminile, ma bisogna anche considerare che, all’epoca, il CIO non era di così “manica larga” come viceversa sta avvenendo in questi ultimi anni.

Uno sport, quello del Volley, che vede a cavallo degli anni ’60 il dominio incontrastato delle Nazioni dell’Europa orientale in campo maschile, prova ne sia che nelle riferite cinque edizioni della Rassegna iridata le stesse hanno occupato tutte e quattro le prime posizioni, con la “parte del leone” spettante, come logico, all’Unione Sovietica – con 4 vittorie ed un terzo posto – con la più temibile avversaria costituita dalla Cecoslovacchia, Campione Mondiale nel 1956 in Francia ed argento nelle altre quattro occasioni.

Un duello, quello tra sovietici e cecoslovacchi, che ha modo di ripetersi anche nella Capitale giapponese, in un Torneo che vede allinearsi al via 10 formazioni con una formula tanto semplice quanto massacrante, vale a dire confrontarsi l’una contro l’altra in un “Girone all’italiana”, con assegnazione delle medaglie dalla Classifica risultante.

Con gli atleti a dover disputare 9 incontri in 11 giorni, la resistenza fisica è un fattore determinante quanto la tecnica di gioco, così che nel duopolio Urss-Cecoslovacchia si inserisce, a sorpresa, anche il Giappone padrone di casa – che peraltro, due anni prima, in occasione dei Mondiali di Mosca ’62, si era piazzato al quinto posto, appena a ridosso delle formazioni dell’Est Europa – il quale paga a caro prezzo un “passaggio a vuoto” alla seconda giornata con un pesante 0-3 (anche nei parziali, 12-15, 8-15, 12-15) contro l’Ungheria che impedisce di lottare per la medaglia d’oro.

Giappone però che, dopo una seconda sconfitta contro la Cecoslovacchia per 1-3, ha quantomeno la soddisfazione di rendere incerto l’esito finale infliggendo il 19 ottobre ’64 ai sovietici (che avevano concluso imbattuti la Rassegna iridata di due anni prima …) l’unica sconfitta del Torneo, un peraltro netto 3-1, come testimoniano i parziali di 14-16, 15-5, 15-8, 15-10 in loro favore e che vale ai nipponici la medaglia d bronzo.

Unione Sovietica che era reduce dalla sofferta vittoria del giorno prima per 3-2 sulla Cecoslovacchia (15-9, 15-8, 5-15, 10-15, 15-7 i relativi parziali) e che, pertanto, deve solo ad un miglior quoziente set – incrementato con altrettanti 3-0 nelle ultime giornate contro Stati Uniti, Bulgaria e Brasile – la conquista del primo titolo olimpico della Storia dei Giochi, essendo terminata a pari punti (8 vittorie ed una sola sconfitta) con la Cecoslovacchia, ma con 25 set vinti a fronte di 5 persi rispetto ai 26-10 dei suoi avversari.

Ma se il Torneo maschile aveva rispettato il pronostico della vigilia, una grande attesa vi era tra il pubblico asiatico per l’esito di quello femminile, in cui nutrivano malcelate ambizioni di successo, dato che proprio il sestetto nipponico aveva interrotto, due anni prima a Mosca, l’egemonia sovietica costituita da altrettanti successi nelle prime tre edizioni dei Campionati Mondiali.

E, del resto, sono speranze ben riposte, vista la schiacciante superiorità messa in mostra durante la rassegna iridata, conclusa con 9 vittorie su altrettanti incontri, di cui ben 8 per 3-0 con l’unica formazione in grado di strappare un set alle micidiali giapponesi ad essere proprio quella sovietica, potendosi peraltro definire come un “incidente di percorso”, dato che quel 20 ottobre ’62 sul parquet della Capitale moscovita va in scena un autentico massacro, che, dopo il primo set perso 14-16, vede le tre volte Campionesse mondiali annichilite sotto un bombardamento i cui parziali di 15-7, 15-11 e 15-3 non ammettono repliche.

Ma quel trionfo, che faceva seguito all’argento di due anni prima in Brasile, nascondeva dietro di sé un’ombra, che stavolta non era costituita dall’uso di sostanze illecite, quanto dai metodi, per certi versi altrettanto “mostruosi” e sicuramente quantomeno deprecabili, ai quali sottoponeva le sue atlete il tecnico Hirofumi Daimatsu, una sorta di aguzzino nei loro confronti.

Un ex Comandante dell’esercito imperiale giapponese, Daimatsu, conosciuto in Patria come “orco” o “demone” per i suoi brutali metodi di allenamento, assume nel 1954 la guida della squadra della Filiale di Kaizuka della “Nichibo” – una fabbrica di filati che chiama a raccolta le migliori pallavoliste tra le sue impiegate/operaie con lo scopo dichiarato di allestire la miglior squadra del Paese e le cui componenti costituiranno poi in pratica l’intera ossatura della Nazionale giapponese – sottoponendo le atlete a massacranti allenamenti ogni singolo giorno dell’anno, fatta salva una breve vacanza nel periodo coincidente con le festività di fine anno, incurante delle problematiche relative al ciclo mestruale e con sessioni che duravano dalle 16:30 sino a mezzanotte con un solo brevissimo intervallo di 15 minuti …

In tale arco temporale le ragazze – che dalle 8 del mattino sino alle 4 del pomeriggio lavoravano in ufficio od in fabbrica presso l’azienda – vengono sottoposte ad affinare un esercizio tipico della filosofia di Daimatsu, ovverossia il “kaiten reeshibu” (“ruotare e ricevere”), preso a prestito dal judo, che consiste nel tuffarsi sul pavimento per difendersi dalla schiacciata avversaria e quindi ruotare immediatamente su sé stesse per recuperare l’assetto ed essere in grado di ricevere il pallone, una tecnica che l’allenatore impone di ripetere talmente tante volte sino a che le atlete non sono più in grado di rialzarsi e vicine alle lacrime.

A quel punto, gli “incoraggiamenti” di Daimatsu verso le proprie allieve sono del tipo “Vedi che non sei buona per la Pallavolo, tanto vale che ti arrendi …”, oppure “se preferisci stare a casa con tua madre, allora te ne puoi andare …” – il che ci riporta alla mente alcune uscite del Sergente Foley nel Film Cult “Ufficiale e Gentiluomo” del 1982, allorché aveva il compito di addestrare le reclute – ma è indubbio che tutti concordano nel ritenere una tale pratica, definita “satsujin taiso” (“addestramento omicida”) come una vera e propria forma di tortura.

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Articolo di Sports Illustrated sui “metodi” di Daimatsu – da:theolympians.co

Daimatsu ammette che, sì, i suoi metodi sono “un po’ crudeli” (bontà sua …), ma che gli stessi si rendono necessari non solo per affinare la tecnica individuale, ma anche per accrescere lo spirito combattivo, utile per prevalere contro l’Unione Sovietica, le cui atlete sono di parecchi centimetri più alte in media e fisicamente più robuste delle sue, e, d’altronde, può anche presentare, come “biglietto da visita”, l’incredibile striscia di 258 vittorie consecutive delle sue ragazze della “Nichibo” tra il 1959 ed il ’66.

Opinione su cui si potrebbe a lungo discutere, alla cui base probabilmente incide il passato di militare di Daimatsu e la conseguente avversione del suo Paese nei confronti del regime comunista imperante all’epoca nell’Unione sovietica, pur se non va altresì sottaciuto come le sue giocatrici, una volta divenute adulte e createsi una vita propria, abbiano difeso con fermezza il loro allenatore contro ogni critica affermando di essere state ben consapevoli dei suoi metodi e di averli completamente accettati.

Ad ogni modo, quello che conta per il tecnico è la conquista dell’Oro olimpico in un Torneo ben più limitato rispetto a quello iridato, con sole 6 Nazioni (oltre ad Urss e Giappone, ne fanno parte Polonia, Romania, Stati Uniti e Corea del Sud) iscritte, il cui svolgimento è pari a quello maschile, vale a dire con le sei formazioni ad affrontarsi in un Girone all’italiana con la relativa Classifica finale a stabilire il podio ed il relativo calendario, non certo a caso, prevede la sfida titanica tra le due superpotenze all’ultima giornata.

E che il divario tra sovietiche e giapponesi ed il resto del lotto sia visibilmente impari lo dimostrano i risultati che entrambe fanno registrare prima del ”big match” per l’assegnazione della medaglia d’oro, visto che l’Unione Sovietica inanella quattro vittorie per altrettanti 3-0 (tra cui un imbarazzante 15-0, 15-6, 15-0 inflitto alla Corea del Sud) con un totale di 180 punti ad appena 52 subiti, con ciò facendo intendere di non voler interpretare il ruolo della “vittima sacrificale” rispetto alle neocampionesse mondiali.

Giappone che, dal canto suo, è ancor più devastante con i suoi tre successi per 3-0 su Stati Uniti (15-1, 15-5, 15-2 i relativi parziali), Romania (15-7, 15-3, 15-8) e Corea del Sud (15-3, 15-2, 15-4), gare in cui le avversarie non riescono mai a superare quota 8 in un singolo set, prima di “prendersi un set di riposo” nell’incontro che, il 18 ottobre, l’oppone alla Polonia ed in cui, dopo essersi aggiudicati i primi due parziali con la consueta, irrisoria facilità (15-4 e 15-5), le ragazze si addormentano nel terzo, perso 13-15, per poi rimettere le cose a posto nel quarto set, vinto in scioltezza per 15-2, così da presentare alla sfida decisiva con uno score di 193 punti realizzati a fronte di appena 61 subiti.

Le aride cifre che emergono dal raffronto tra le gare con le altre partecipanti al Torneo – definirle “avversarie” renderebbe loro eccessivo onore vista l’imbarazzante differenza di valori – potrebbero far pensare ad un atto conclusivo quanto mai incerto, vista la sostanziale parità delle rispettive differenze punti di +128 per il sestetto sovietico e di +132 per quello nipponico, ma se le ragazze di Daimatsu riuscissero ad esprimersi come due anni prima a Mosca, il pronostico appare viceversa scontato.

E del resto, nientemeno che l’autorevole (nonché unico …) giornale moscovita “Pravda” si era talmente entusiasmato dalle esibizioni del sestetto nipponico, in specie per la pregevole tecnica del recupero palla a fronte dei tentativi a rete delle atlete di casa, da coniare per lo stesso il simpatico appellativo di “Streghe d’Oriente” (“Toyo no majo” in giapponese …) come se nel loro modo di giocare vi fosse qualcosa di esoterico, pur se qualche superficiale osservatore aveva avuto il coraggio di asserire che tale successo iridato non fosse stato altro che il classico “colpo di fortuna” e che, difficilmente, le giapponesi avrebbero potuto confermarsi in sede olimpica, ancorché sul parquet amico.

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Daimatsu e le sue “Streghe d’Oriente” – da:theolympians.co

Leader del Gruppo – perché con un tecnico di tale specie, vi è chiaramente bisogno di un’atleta che faccia da collante tra lui e le altre giocatrici – è la centrale Masae Kasai, che con i suoi 174cm. è la più alta della squadra, la quale aveva deciso, oramai 29enne, di abbandonare l’attività agonistica dopo il successo iridato del ’62 a Mosca e convolare a nozze, ma che invece viene convinta a guidare il sestetto anche ai Giochi di Tokyo al punto che è lei a farsi promotrice presso le sue compagne, in prossimità dell’evento (per il quale avevano ottenuto uno specifico permesso dall’azienda dove lavoravano …), di estendere le ore di allenamento dalle 15:00 sino a quasi le 2:00 o le 3:00 del mattino seguente.

Oltretutto, “la sfida che non può essere persa” e che va in scena al “Komazawa Gymnasium” di Tokyo alle ore 19:35 locali del 23 ottobre ’64, davanti a 4mila spettatori che riempiono l’impianto in ogni ordine di posti, è l’ultima possibilità per il Giappone di incrementare il suo bottino di medaglie d’oro, già giunto a quota 15 ma che aveva visto l’umiliazione, nella stessa giornata, della sconfitta del judoka Akio Kaminaga nella categoria Open da parte del colosso olandese Anton Geesink, con ciò aumentando la pressione sulle ragazze, al punto che una di esse se ne esce con l’inequivocabile frase: “se perdiamo, è meglio che lasciamo il Paese …!!”.

Evento che viene trasmesso in diretta Tv, così che le strade sono completamente vuote creando un panorama surreale nella metropoli giapponese, nel mentre al Palazzetto non fa mancare la sua presenza neppure la Principessa Michiko Shoda, moglie dell’erede al trono imperiale Akihito, prima cittadina comune ad andare in sposa ad un membro della famiglia imperiale e che si faceva apprezzare, oltre che per la sua bellezza, per la sua straordinaria eleganza, con i suoi raffinati abiti a due pezzi, le semplici collane di perle, il portamento perfetto, così da essere da esempio tra le donne giapponesi.

C’era senza dubbio una pressione difficile da sopportare per il sestetto giapponese, ma mai come in questo caso il duro lavoro, anche mentale, di Daimatsu dà i propri frutti, ed il superiore gioco di squadra delle sue giocatrici, a supportare una Kasai praticamente insuperabile sotto rete, fa sì che i primi due set filino via con parziali di 15-11 e 15-8, con a fare riscontro ad ogni punto delle padroni di casa le fragorose urla dei tifosi sugli spalti e le ripetute inquadrature televisive della Principessa Michiko in tribuna …

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Una fase del match decisivo contro l’Urss – da:fivb.com

Ma la Pallavolo è uno sport in cui non puoi cantar vittoria sino a che non tocca terra l’ultima palla, ed ecco che l’orgoglio delle sovietiche fa sì che le stesse si portino in vantaggio sino a 13-9 nel terzo parziale, prima che Daimatsu chiami a raccolta le sue “allieve”, invitandole a non perdere la calma ed a non affannarsi nel recuperare lo svantaggio, giocandosi la rimonta punto su punto (ricordiamo che all’epoca era in vigore il “cambio palla” …), cosa che le stesse eseguono mettendo a segno 6 punti consecutivi per il 15-13 conclusivo che certifica il trionfo tanto atteso nel tripudio generale.

Ed al punto decisivo, le giocatrici si lasciano finalmente andare in salti e lacrime di gioia, così come i commentatori, gli spettatori ed anche la bella Principessa (che, per una volta perde la sua famosa compostezza, ma la possiamo perdonare …) si alzano in piedi ad applaudire e festeggiare, al pari dei milioni incollati davanti ai teleschermi, per un evento che, avendo fatto registrare uno share del 66,8%, rappresenta tuttora il secondo programma più visto nella Storia della Tv nazionale giapponese.

In contrasto con dette scene di giubilo vi è, da un lato, il comprensibile sconforto delle giocatrici sovietiche, le quali scendono nello spogliatoio e, chiusa la porta alle spalle, si lasciano andare in un dirotto pianto per sfogare tutta la loro frustrazione, e, dall’altro, l’immagine di un Daimatsu che, al raggiungimento dell’obiettivo di cogliere l’oro olimpico che si era prefissato, viene ripreso in piedi, da solo, mentre le sue ragazze festeggiano a metà campo, trattenendosi dall’abbracciarle od anche semplicemente stringere loro la mano.

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Le ragazze sovietiche lasciano meste il campo – da:theolympians.co

Potrebbe sembrare il classico atteggiamento del “Sergente di Ferro”, ma forse, in cuor suo, voleva semplicemente lasciare loro l’onore della ribalta, ben consapevole dei sacrifici che avevano dovuto sopportare per raggiungere un tale traguardo e che, nelle classiche rivisitazioni di fine Secolo, è stato catalogato nella Storia dello Sport giapponese del Novecento al quinto posto tra le dieci migliori imprese.

Come dire che, in fondo, anche i “Demoni” hanno un’anima …

 

ANDREA ZORZI, LO “ZORRO” CHE LASCIAVA IL SEGNO SUI PARQUET DEL VOLLEY MONDIALE

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Andrea Zorzi ad Atlanta ’96 – da:trentotoday.it

Articolo di Giovanni Manenti

Se il celebre personaggio immaginario creato dallo scrittore americano Johnston McCulley era solito “firmare” le proprie imprese tracciando una zeta con la propria spada, un “eroe sportivo” – ma, al contrario, quanto mai reale – si è fatto carico del ruolo di “giustiziere” sui parquet di mezzo Mondo a cavallo degli anni ’90, lasciando il segno con l’inaudita potenza delle proprie schiacciate, tanto da fornire un devastante contributo ai successi della denominata “Generazione di Fenomeni”.

Lo “Zorro di casa nostra”, il cui soprannome è stato facile da ideare facendo riferimento al suo cognome, altri non è che Andrea Zorzi, nato a Noale (Ve) il 29 luglio 1965 ed, incredibili a dirsi, approdato alla Pallavolo in età abbastanza avanzata.

Predilige giocare a Calcio, difatti, il giovane Andrea, ma il suo fisico – che lo rende simile ad un Ibrahimovic dei giorni nostri – mal si addice a tale disciplina, specie per il numero di piede, un 47, alquanto inusuale per “addomesticare” il pallone, tant’è che al Liceo gli viene caldamente consigliato di scegliere tra il Basket od il Volley.

Novello Duca di Mantova (“questa o quella per me pari son”, da “Il Rigoletto” di Giuseppe Verdi …), per il 16enne Andrea entrambi gli Sport non fanno granché differenza e la scelta cade sulla Pallavolo solo perché, parole sue, “avevo l’opportunità di praticarla più vicino a casa” ed ecco quindi che ad avere il privilegio di accoglierlo è la palestra di Trebaseleghe (Pd), dove disputa il suo primo Campionato di Serie C2 nelle file della Silvellese.

Categoria in cui la sola corporatura (alla completa maturazione Zorzi diviene un atleta di m.2,01 per 102kg.) è sufficiente a fare la differenza, ma non ancora ad affinarne la tecnica, invero quanto mai grezza, ed ecco che si rende necessario affidare questo masso di marmo ad un Michelangelo od un Donatello capace di trarne fuori una scultura degna di nota.

Trasferitosi nell’estate ’82 a Padova in A2, Zorzi vi disputa tre Campionati con il miglior risultato la quarta posizione nel 1984, iniziando peraltro a dimostrare la sua devastante potenza in attacco, ed anche se con ancora molto da imparare sia in fase di palleggio che di ricezione, Parma crede nelle sue potenzialità, aggiudicandosene le prestazioni nell’estate ’85.

Il ritrovarsi “dal limbo al Paradiso”, con compagni di squadra del calibro di Gianni Lanfranco, Giovanni Errichiello, Piero Rebaudengo e Paolo Vecchi, che avevano scritto la storia della nostra Pallavolo, porta Zorzi al definitivo salto di qualità, grazie anche, se non soprattutto, alla pazienza ed alla costanza del tecnico polacco Aleksandr Skiba – uno, per capirsi, Campione del Mondo nel ’74 ed oro olimpico nel ’76 con la propria Nazionale – il quale comprende la volontà di affermarsi del 20enne Andrea, come lui stesso ricorda, dopo essersi esibito in un bagher orribile: “Skiba apprezzò il fatto che io fossi diventato rosso in volto per l’imbarazzo, intuì il mio desiderio di emergere e mi seppe accompagnare nel percorso di crescita”.

Miglioramenti visibili, che anche se non portano frutti immediati a livello di Club – la prima stagione a Parma si conclude con l’eliminazione ai Quarti dei playoff da parte di Falconara – convincono il Commissario Tecnico azzurro Silvano Prandi a convocare per la prima volta Zorzi per l’amichevole contro la Grecia del 12 agosto ’86 a Bormio, con successivo inserimento nella lista dei 12 in vista del Mondiale di fine settembre in Francia.

Sono lontani i fasti del secondo posto di Roma ’78, e l’Italia conclude la Rassegna iridata in undicesima posizione, aprendo e chiudendo la stessa con due 3-0 a spese della Cina, ma subendo nel cammino altrettanti, impietosi 0-3 da parte di Francia, Bulgaria, Brasile e Cecoslovacchia, prima di arrendersi 2-3 al Giappone nella semifinale dal nono al dodicesimo posto.

La stagione seguente segna un’ulteriore svolta nella carriera di Zorzi in quanto, insoddisfatta per la prestazione al Mondiale, la Federazione affida la panchina azzurra proprio a Skiba, il quale lascia il posto ad inizio febbraio ’87 a Giampaolo Montali, uno dei due tecnici con cui lo schiacciatore veneto ottiene i suoi maggiori successi, l’altro lo scopriremo pressoché subito.

Promosso alla guida della prima squadra proveniente dalle Giovanili, ancorché sia appena 27enne, Montali è l’artefice del secondo “Periodo d’Oro” della formazione parmense dopo i trionfi “targati” Claudio Piazza che avevano portato a due Scudetto (1981 ed ’82) ed a due Coppe dei Campioni (1984 ed ’85) consecutive, anche se in Campionato trova di fronte un ostacolo che si rivela insormontabile, vale a dire gli “eterni rivali” modenesi.

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Zorzi a Parma – da:ioacquaesapone.it

Per tre stagioni consecutive, difatti, dal 1987 al 1989, la lotta per il titolo al termine dei Playoff vede andare in scena il “Derby della via Emilia”, probabilmente il più sentito confronto a livello di campanile nella storia della nostra Pallavolo, dando luogo a sfide epiche in cui i 12 giocatori in campo danno l’anima sino all’ultimo pallone giocabile, come dimostrato dall’esito del 1987, allorché Parma (abbinata “Santal”), pur con il vantaggio del fattore campo, esce sconfitta per 3-2 dopo cinque tiratissime gare (3-0, 2-3, 3-2, 1-3, 0-3) ed il netto 0-3 subito nella quinta e decisiva partita davanti ai propri tifosi è davvero difficile da mandar giù.

Stesso epilogo l’anno successivo, con stavolta i modenesi a fruire del vantaggio del fattore campo ed anche stavolta si deve ricorrere alla quinta e decisiva gara in un “PalaPanini” riempito sino all’inverosimile per festeggiare il 3-2 con cui i “canarini” si confermano Campioni, il che accade anche nel 1989, ma stavolta in maniera più netta poiché, dopo due vittorie per 3-1 a testa, in gara-3 il sestetto modenese guidato da Julio Velasco espugna il “PalaRaschi” per 3-0 per poi ripetere analogo risultato davanti al proprio pubblico.

Un vero e proprio incubo, la figura del “guru” argentino per Zorzi, il quale accoglie con un misto di gioia e timore la notizia che allo stesso viene affidato, a conclusione della stagione ’89, il ruolo di Commissario Tecnico della Nazionale, con cui Zorzi aveva partecipato alle Olimpiadi di Seul ’88 che avevano visto il ritorno di Carmelo Pittera alla guida, senza peraltro eccessivi miglioramenti, visto che anche i Giochi coreani si concludono con l’Italia classificatasi non meglio che nona tra le 12 iscritte, ma che rappresentano una tappa importante dal punto di vista affettivo pr il protagonista della nostra storia odierna, visto che è proprio in quella circostanza che fa la conoscenza con Giulia Staccioli, Campionessa italiana di ginnastica ritmica e che diverrà poi sua moglie …

Divagazioni sentimentali a parte, il non ritrovarsi Velasco sulla panchina modenese durante il Campionato può essere un bel sollievo, ma quale sarà l’impatto con il tecnico in occasione del primo raduno azzurro, si chiede Zorzi, restando peraltro stupito dal primo colloquio che l’argentino ha con lui – come del resto con gli altri convocati – dopo il discorso di prammatica rivolto a tutto il gruppo, allorché gli viene chiesto in cosa ritenesse dover migliorare.

La risposta per il 24enne vento è pressoché scontata, vale a dire palleggio, ricezione, ma il commento di Velasco è spiazzante: “Tu sei schiacciatore, no …?? Ed allora devi migliorare nello schiacciare …!!”, il che stava a significare come il tecnico argentino pretendesse la perfezione in ogni singola specialità in cui eccellevano i suoi ragazzi, preferendo atleti al top nel loro specifico ruolo che non dei “generalisti” che fossero bravi in tutto, ma senza emergere in una singola fase di gioco …

Non è, peraltro, che con Montali Parma (ora divenuta “Maxicono”) fosse rimasta a guardare, conquistando nel biennio 1988-’89 due Coppe delle Coppe consecutive, aggiudicandosi altresì la prima edizione, svoltasi proprio nel capoluogo emiliano, del Campionato Mondiale per Club ’89, con la soddisfazione di sconfiggere la celebre “Armata rossa” del CSKA Mosca che, per tre anni di seguito, aveva “giustiziato” gli odiati rivali della Panini Modena in Finale di Coppa dei Campioni, facendo provar loro le stesse amarezze subite da Zorzi & Co. nei Playoff Scudetto.

Ma ora, Velasco è dalla sua parte e non rinuncia certo alle prestazioni di colui che sta per divenire “Zorro” a tutti gli effetti, a cominciare dagli Europei in programma da fine settembre ’89 in Svezia, manifestazione dove l’Italia, negli ultimi 40 anni, ha ottenuto come miglior risultato appena un misero quarto posto nell’edizione ’83 svoltasi in Germania Est.

Ma il vento è fortunatamente cambiato e, con un sestetto titolare che vede il tecnico argentino puntare su tre suoi “fidati” ex giocatori provenienti dalla Panini, vale a dire Bernardi, Andrea Lucchetta e Cantagalli, a cui affianca Tofoli in regia, Gardini centrale e Zorzi quale schiacciatore opposto, l’Italia si aggiudica il proprio Girone eliminatorio che dà accesso alle semifinali, pur facendo registrare la “consueta” sconfitta contro la Francia (13-15 al quinto set) nell’ultimo turno, una delle classiche “bestie nere” per gli azzurri a livello continentale.

L’altro Girone vede il previsto cammino senza ostacoli di un’Unione Sovietica a punteggio pieno e che non ha alcuna intenzione di scendere da quel trono europeo che detiene da oltre 20 anni (e cioè dall’edizione ’67 in Turchia …!!), così che all’Italia tocca l’Olanda in semifinale mentre i Campioni in carica devono vedersela contro i padroni di casa svedesi.

Quella che va in scena il 30 settembre a Stoccolma è forse lo specchio di ciò che Velasco pretende dai suoi giocatori, una sorta di “gara perfetta” che vede il sestetto dei Paesi Bassi annichilito con un 3-0 i cui impietosi parziali di 15-7, 15-3, 15-2 stanno a dimostrare l’enorme differenza dei valori in campo.

E se, alla vigilia, l’argento era considerato il traguardo massimo raggiungibile, la notizia del clamoroso successo per 3-2 (17-15 al quinto …) dei padroni di casa contro l’Unione Sovietica fornisce a Velasco un’occasione da non perdere per portare gli azzurri al primo trionfo internazionale della loro Storia tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, essendo a questo punto necessario mantenere alta la concentrazione, visto che la Svezia è pur sempre alla loro portata, avendola già superata con un netto 3-0 (15-8, 15-9, 15-8) nel Girone eliminatorio.

Velasco è categorico nel catechizzare i suoi ragazzi prima della sfida decisiva dell’1 ottobre ’89, ricordando loro come: “A questo punto, non possiamo più accontentarci solo dell’argento, senza farci intimidire dal pubblico, visto che molti di voi sanno benissimo che a Modena e Parma quando si gioca la Finale playoff la pressione è molto più alta …!!”.

Ahi, Zorzi, il tecnico argentino è andato a mettere il classico “dito nella piaga”, l’avrà mica fatto per darti un ulteriore sprone, chissà, ma di fatto, dopo un primo set letteralmente buttato via con gli azzurri che si fanno rimontare da 10-4 sino a 14-16 per il delirio dei 15mila (!!) spettatori presenti, la sfida prende la strada che tutti si auguravano, con l’Italia a dominare il secondo parziale (15-7) e respingere il tentativo di rimonta svedese nel terzo, dove sul 14-13 per Lucchetta & Co. una schiacciata di Bengt Gustafson – compagno di squadra di Zorzi per tre anni a Parma e premiato come “Miglior Giocatore del Torneo” – viene chiamata fuori dagli arbitri, con ciò portando gli azzurri sul 2-1 e segnando di fatto la resa da parte dei padroni di casa che perdono nettamente per 15-7 anche il quarto set che laurea l’Italia per la prima volta Campione Continentale.

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Italia Campione d’Europa 1989 – da:pallavolissimo.com

Ci siamo dilungati su questo successo perché esso rappresenta, oltre che il primo trionfo in maglia azzurra per Zorzi, una pietra fondamentale nel suo “triennio d’oro”, che lo vede nel ’90 disputare una stagione costellata solo da successi, ad iniziare, finalmente, dalla conquista dello Scudetto avendo stavolta la meglio in tre sole partite di una Modena “targata” Philips ed orfana di Velasco – ma, curiosamente, trionfatrice in Coppa dei Campioni dove l’argentino si era sempre arreso all’ultimo atto – cui unisce la Coppa Italia, la terza Coppa delle Coppe consecutiva e la Super Coppa Europea.

Un “grande Slam” impressionante, cui, a livello di Nazionale, si unisce la vittoria nella prima edizione della World League, la cui Fase Finale si svolge in Giappone e vede Zorzi protagonista assoluto, facendo “innamorare” di sé il pubblico del Sol Levante (femminile in particolare …), tanto da essere premiato come “Miglior Giocatore” di un Torneo che vede l’Italia superare in semifinale l’Unione Sovietica al termine di 5 tiratissimi set (15-12, 16-17, 15-11. 14-16, 15-9) e quindi liquidare in Finale l’Olanda con un 3-0 che non rende onore al comportamento dei nostri avversari che, dopo aver perso 15-7 il primo parziale, impegnano gli azzurri nei due successivi, entrambi chiusi sul 16-14.

Per completare un’annata da sogno, mancherebbe solo il titolo mondiale, impresa quanto mai ardua visto che, se l’Orso sovietico è stato ammansito (ma non ucciso, sia ben chiaro …) dall’altra parte dell’Oceano ci attendono le due fortissime sudamericane che rispondono al nome di Cuba e Brasile, con quest’ultima addirittura nelle vesti di padroni di casa.

Quale sia stato l’andamento del Torneo è risaputo, con l’Italia a subire uno schiaffo salutare da Despaigne & Co. nell’ultima gara del Girone eliminatorio, un imbarazzante 0-3 (13-15, 9-15, 8-15) che Velasco sfrutta per caricare i suoi che, dopo essere passati sul cadavere di Cecoslovacchia ed Argentina con due 3-0 che non ammettono repliche, compiono due imprese che restano impresse a forti tinte nella Storia del nostro Volley, imponendosi 3-2 (6-15, 15-9, 15-8, 8-15, 15-13) sul Brasile al “Maracanazinho di fronte ad una “torcida” impressionante per far loro svanire i sogni di gloria, per poi ripetersi in Finale su Cuba, sconfitta per 3-1 con il 16-14 di un quarto set interminabile con ben 8 match ball per gli azzurri puntualmente annullati dal fenomenale Despaigne, prima che Bernardi possa piazzare la schiacciata vincente.

Ma il vero “eroe” della Finale è proprio Zorzi, che da allora diviene per tutti “Zorro”, quello che lascia il segno, come testimoniano le sue 50 azioni vincenti (2 punti in battuta, 3 muri e 45 attacchi) nel corso del match, meglio anche del fuoriclasse cubano, fermatosi a 46, un’esibizione di potenza e precisione assoluta nata dopo che, contro il Brasile, Velasco ne avesse centellinato l’utilizzo, a dimostrazione di come il tecnico argentino sapesse motivare i propri uomini …

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L’Italia Campione del Mondo nel ’90 – da:lenius.it

Mondiale disputatosi ad ottobre ’90 al quale però Zorzi partecipa in rappresentanza di un altro Club, avendo ceduto – anche per l’abbandono di Montali dalla guida di Parma – nel corso dell’estate alle lusinghe della neonataMediolanum” Milano – al pari di altre icone del nostro Volley quali Franco Bertoli, Claudio Galli e l’amico fraterno Andrea Lucchetta – sotto l’egida di Silvio Berlusconi, intenzionato a fare del Milan una “polisportiva” (acquisisce anche il settore Rugby ed Hockey su ghiaccio …) alla stregua dei famosi Club spagnoli quali Real Madrid e Barcellona, anche se poi il progetto avrà breve durata.

Una scelta indubbiamente remunerativa sotto l’aspetto economico – “Mi ha consentito di far tanti bei soldini …!“, chiosa Zorzi – ma molto meno soddisfacente dal punto di vista dei risultati, visto che nel quadriennio di permanenza a Milano, la formazione guidata per le prime due stagioni dall’americano Doug Beal e nelle successive dall’argentino Raul Lozano, riesce a disputare in sole due occasioni la Finale Playoff per lo Scudetto, sconfitta da Parma nel ’93 e da Treviso (allenata da Montali …) nel ’94, due “nemesi” non da poco per un vincente come l’oramai quasi 30enne schiacciatore veneto.

Poca consolazione giunge dai successi internazionali che ne arricchiscono il Palmarès con altri due Campionati mondiali per Club vinti nel ’90 e ’92, così come la conquista della sua quarta Coppa delle Coppe nel ’93, così come in chiaroscuro sono le due stagioni del nuovo decennio con la Nazionale azzurra, visto che l’Italia si conferma aggiudicandosi altre due World League consecutive nel ‘91 a Milano (3-0 a Cuba in Finale, con Zorzi nominato ancora una volta come “Miglior Giocatore del Torneo) e nel ’92 a Genova, con ancora i cubani sconfitti 3-1 in Finale, ma dovendo abdicare nei due Tornei più importanti.

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Zorzi MVP World League – da:isolafelice.com

L’Unione Sovietica riprende, difatti, quello che per lei è considerata una sorta di “diritto” divino, vale a dire la leadership continentale, sconfiggendo 3-0 l’Italia nella Finale di Berlino ’91 – anche se, a livello personale, per Zorzi il 1991 è un anno da mettere in bacheca, visto che viene premiato dalla FIVB (Fédération Internationale de Volleyball) quale “Miglior Giocatore al Mondo – mentre molto più amara e deludente è la sconfitta patita ad opera dell’Olanda nei Quarti di Finale alle Olimpiadi di Barcellona ’92, con gli azzurri in vantaggio 2 set ad 1 a subire un impensabile black out nel quarto parziale (perso 2-15 …!!) e poi essere l’ultima vittima di un regolamento assurdo che li vede perdere 16-17 il quinto e decisivo set, norma successivamente modificata esigendo un divario di due punti tra le due formazioni.

Nettamente migliore dal punto di vista azzurro il successivo biennio, che a livello di Club, come già ricordato, per Zorzi porta a due Finali Scudetto perse – saranno 6 in totale a fine carriera – con l’Italia a piegare la resistenza olandese agli Europei di Turku ’91 con un 15-9 al quinto set dopo essersi fatti rimontare da un vantaggio di 2-0 maturato nei primi due parziali e prendersi un’ancor più ghiotta rivincita sugli “orange” nella Finale iridata di Atene ’94, allorché Blangé & Co. vengono umiliati, dopo i primi tre parziali equilibrati (15-10, 11-15, 15-11 a favore degli azzurri), rifilando loro un impietoso 15-1 nel quarto ed ultimo set, così, tanto per vendicare il 2-15 di Barcellona.

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L’Italia Campione del Mondo ’94 – da:pallavolissimo.com

Anche stavolta, però, la rassegna continentale svoltasi in Grecia vede Zorzi partecipare sotto nuovi colori, chiamato nell’estate ’94 dal suo vecchio coach Gian Paolo Montale a rafforzare un attacco stellare della Sisley Treviso, che può allineare, oltre a Tofoli in veste di palleggiatore, delle “bocche da fuoco” senza eguali formate da Bernardi, Zorzi ed il fuoriclasse olandese Ron Zwerwer, con l’aggiunta di Andrea Gardini come centrale.

Quattro sesti dell’Italia Campione del Mondo fanno sì che Treviso faccia sua la prima Coppa dei Campioni della sua Storia, superando nella Finale tutta italiana di Vienna – una costante che si verifica da tre stagioni consecutive – i tre volte Campioni europei di Ravenna, ma, ironia della sorte, ancora una volta Zorzi vede sfumare il sogno Scudetto, superato nella Finale Playoff dal suo “peggior nemico” Modena (ora abbinata “Las Daytona”, che si impone dominando (3-0, 3-0, 3-1) in tre incontri nonostante la Sisley avesse il vantaggio del fattore campo.

Un tabù infine sfatato l’anno seguente, allorché ad arrendersi a Treviso nella Finale Scudetto (solo il secondo in carriera per Zorzi …) sono i piemontesi dell’Alpitour Cuneo, anche se quel 1996 porta con sé la più amara delusione per la celebre “Generazione di Fenomeni”.

Confermatasi, difatti, Campionessa Europea ad Atene ’95 superando ancora l’Olanda all’atto conclusivo in un match appassionante e di elevato livello tecnico (13-15, 15-10, 11-15, 15-12, 15-11, per un totale di 69-63 a favore degli azzurri che la dice lunga sull’equilibrio dell’incontro), l’Italia si presenta da favorita ai Giochi di Atlanta ’96, intenzionata a colmare l’unica lacuna nel proprio ciclo vincente – sino ad allora costituito da 2 titoli mondiali, 3 europei ed un secondo posto e ben 5 World League – solo per trovarsi nuovamente di fronte, per la terza volta consecutiva tra Mondiale, Europeo ed Olimpiadi, il sestetto olandese.

Giunti all’atto conclusivo imbattuti (5 vittorie per 3-0 nel Girone eliminatorio, compreso un 15-8, 15-8, 15-13 rifilato proprio agli arancioni del CT Joop Alberda), cui fanno seguito due 3-1 ai danni rispettivamente di Argentina ed Jugoslavia nei Quarti ed in Semifinale, gli azzurri subiscono la più cocente delle sconfitte, a nulla valendo il fatto di aver totalizzato (71 a 66) più punti degli avversari, i quali hanno l’ultima parola affermandosi 17-15 al termine di un quinto e drammatico set …

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Una fase della Finale Olanda-Italia ad Atlanta ’96 – da:fvb.com

Questa sconfitta incide altresì pesantemente sulla decisione di Zorzi di abbandonare l’attività agonistica, ma non come molti hanno ritenuto di precisare per la delusione dell’oro sfuggito, ma poiché, come dallo stesso confessato di “non aver provato quella rabbia che solitamente mi permetteva di reagire alle sconfitte, ed allora se per me vincere o perdere ogni volta che scendo in campo deve essere uguale, meglio lasciare a chi ha più motivazioni di me …!!

La Finale di Atlanta non è comunque l’ultima volta che “Zorro” indossa la maglia azzurra, proseguendo per il resto dell’anno solare, in cui, ben magra soddisfazione, l’Italia si aggiudica il World Super Challenge disputato a novembre in Giappone, mettendo sotto tutte e cinque le sue avversarie, compresi i neo Campioni olimpici olandesi, schiantati con un 3-0 (15-6, 15-8, 15-12) che non sappiamo se abbia dato più gioia o rabbia ai nostri ragazzi.

Anno concluso, così come si chiude la lunga parentesi azzurra di Zorzi costituita da ben 325 presenze – curiosamente tante quante quelle di Velasco in panchina, che cede il posto a Bebeto – mentre a livello di Club pone fine alla propria carriera con due ultime stagioni nelle file della Lube Banca Marche Macerata, condotta in entrambi i casi alle semifinali Playoff, eliminata da Modena (ma guarda un po’ …) nel ’97 e da Cuneo nel ’98.

Anche il Volley, come Basket, Baseball e Football americano, vive molto di numeri e statistiche, e quelle di Zorzi recitano di un “martello” capace di contribuire a 206 vittorie su 281 incontri di Serie A1 disputati (media 73,30%), grazie a 7.839 punti costituiti da 6.726 attacchi punti, 637 muri e 476 battute vincenti …

Che ne dite, Zorro” l’avrà o no “lasciato il segno” …?? La risposta a dire il vero, è sin troppo facile …

IL BIENNIO 1948-’49 DI ESORDIO DEL VOLLEY A LIVELLO INTERNAZIONALE

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Una fase del Mondiale di Praga ’49 – da:fivb.org

Articolo di Giovanni Manenti

Se c’è uno Sport di squadra che ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni del XX Secolo questo è indubbiamente la Pallavolo, per molto tempo viceversa incapace di darsi una propria regolamentazione a livello internazionale, basti pensare che la FIVB (Federation Internationale de Volleyball) viene fondata ad aprile 1947 a Parigi, nel mentre la nascita della FIFA per il Calcio risale addirittura al maggio 1904 ed anche la FIBA, per ciò che concerne il Basket, vede le sue origini nel 1932 a Ginevra.

Da ciò ne consegue che le maggiori competizioni internazionali hanno visto una diversa collocazione temporale, con il Calcio ad apparire alle Olimpiadi addirittura sin dal 1900, per poi avere il proprio Campionato Mondiale nel 1930, mentre la Pallacanestro debutta ai Giochi nell’edizione di Berlino ’36 e nel 1935 in Svizzera si disputano i primi Campionati Europei, per non parlare poi della Pallanuoto, che esordisce nella Rassegna a cinque cerchi già dall’edizione di Parigi 1900 e si dota di analoga competizione a livello continentale sin dal 1926.

Il Volley, al contrario, deve attendere sino al 1964 per essere accettato quale disciplina olimpica, su espressa richiesta del Giappone, Paese organizzatore dell’edizione svoltasi a Tokyo, con l’unico vantaggio, rispetto agli altri Sport di squadra sopra elencati, di debuttare contemporaneamente sia a livello maschile che femminile, nel mentre negli altri casi le ragazze hanno dovuto attendere il 1976 (Basket), 1996 (Calcio) e 2000 (Pallanuoto) per poter anch’esse entrare a far parte della grande famiglia olimpica.

Compreso, pertanto, come l’era pionieristica del Volley risalga all’immediato dopoguerra, l’Italia è uno dei Paesi all’avanguardia nel Vecchio Continente, avendo un proprio Campionato nazionale istituito nel 1946 e partecipato, quale una delle 14 Nazioni fondatrici, alla nascita della Federazione Internazionale e celebrando tale avvenimento con l’incontro inaugurale del sestetto azzurro, il 19 aprile 1947 a Parigi, contro la Francia.

Particolare curioso, sia la Nazionale azzurra di Calcio – il 15 maggio 1910 all’Arena Civica di Milano – che quella di Pallacanestro – il 4 aprile 1926, sempre a Milano – avevano anch’esse debuttato contro i transalpini, ma mentre nelle altre due discipline il successo era arriso ai nostri colori, per 6-2 e 23-17 rispettivamente, nel caso della Pallavolo sono i padroni di casa ad imporsi per 3-1, con parziali di 15-9, 15-3, 9-15, 15-6.

L’Italia approfitta del soggiorno in Francia per disputare altre tre gare amichevoli contro selezioni locali, con risultati altalenanti, visto che al successo per 3-1 contro il Toulouse del 21 aprile fa riscontro la sconfitta per 2-3 a Montpellier e quindi il riscatto, sempre al termine di cinque set, il 25 aprile a Cannes contro una rappresentativa della Costa Azzurra.

E, come ogni fase pionieristica di qualsiasi Sport, anche il Volley in Italia ha bisogno di identificarsi in personaggi che siano punti di riferimento e, nel caso della Nazionale azzurra, questi rispondono ai nomi di Pietro Bernardi e, soprattutto, di Angelo Costa, i primi due Commissari Tecnici, con Costa a guidare da solo il nostro sestetto nel biennio 1948-’49.

Con un passato da giocatore e grande appassionato di tale disciplina, l’Italia della Pallavolo deve tantissimo a Costa, il quale, rientrato dalla Campagna di Russia, mette le proprie competenze al servizio della formazione della Robur Ravenna negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, dimostrando sin da subito indubbie qualità di motivatore e notevoli capacità tecniche.

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La Robur Ravenna (Costa al centro, in tuta), Campione d’Italia 1946 – da:wikipedia.org 

Doti che mette in particolare risalto allorché, dopo la liberazione della città nel dicembre ’44, la quasi totalità della prima squadra passa al Partito Comunista, che fonda una nuova Società dal titolo emblematico, la “Garibaldina”, mentre Costa – di marcata fede cattolica – resta solo con il fido Capitano Orfeo Montanari, ma non per questo si dà per vinto ed, allestendo una formazione di giovani di belle speranze, riesce a plasmarla al punto che, in occasione delle Fasi Finali del primo Campionato Italiano, svoltesi dal 15 al 17 agosto 1946 a Sestri Ponente, in Liguria, la “Robur Ravenna” fa suo lo Scudetto, un’impresa che replica anche nei tre anni successivi, con un quinto titolo nel 1952.

E’ pertanto sin troppo logico che i migliori e più esperti componenti del sestetto Campione d’Italia – oltre al citato Montanari, ne fanno parte anche Ermanno Baccarini, Mario Saragoni e Tazzari – vadano a comporre l’ossatura anche della Nazionale, chiamata al primo importante impegno internazionale costituito dai Campionati Europei, la cui edizione inaugurale si svolge proprio nel nostro Paese, a Roma, ad un anno di distanza dalla fondazione della Federazione Internazionale, desiderosa di recuperare l’handicap rispetto agli altri Sport di squadra.

L’allocazione della manifestazione continentale nella Capitale fa addirittura sì che, viste le origini cattoliche di alcuni Gruppi sportivi, lo stesso Pontefice Pio XII riceva in vaticano la Robur Ravenna con diversi giocatori azzurri per congratularsi con loro, un evento che, al di là dell’emozione per l’incontro con il Santo Padre, sta a significare un tangibile riconoscimento da parte di una così alta autorità verso una disciplina ancora tutta da sviluppare,

Ovviamente, l’aspetto organizzativo e la preparazione sono ancora a livello diremmo quasi primordiale, ma per la prima volta gli Azzurri vanno in ritiro per circa un mese, ad agosto, allenandosi sui campi dell’Assi Giglio Rosso di Firenze agli ordini del livornese di origini parmensi Renzo Del Chicca in qualità di preparatore atletico e da considerare, al pari di Costa, uno dei padri della nostra Pallavolo.

Il Torneo, al quale partecipano peraltro solo 6 squadre, di cui una sola dell’Est Europa – vale a dire una Cecoslovacchia di un livello nettamente superiore a tutte le altre – si svolge nell’arco di soli due giorni, dal 24 al 26 agosto 1948, e si disputa sui campi del Foro Italico, riassettati alla meglio dopo gli eventi bellici che avevano trasformato la zona in un ammasso di macerie.

La Cecoslovacchia conferma sin da subito la propria indiscussa superiorità superando con irrisoria facilità sia l’Olanda che il Portogallo nella giornata inaugurale del 24 agosto – lasciando loro appena 13 e 17 punti complessivi nei rispettivi 3-0 loro inflitti – un cammino peraltro condiviso anche da Francia (3-1 al Portogallo e 3-0 al Belgio) ed Italia, con gli Azzurri che superano facilmente per 3-0 (parziali di 15-8, 15-5 -15-6) il Belgio all’esordio, e con identico punteggio anche l’Olanda, soffrendo solo nel terzo set, vinto per 15-13, dopo i comodi 15-4 e 15-5 dei primi due parziali.

Con le tre favorite a punteggio pieno, la seconda giornata vede gli Azzurri confermarsi a spese del Portogallo, superato con il terzo 3-0 consecutivo (15-8, 15-9, 15-10 i relativi parziali), mentre la Francia deve, suo malgrado, rendersi conto dell’abisso esistente tra la Pallavolo dell’Europa Occidentale rispetto a Paesi dell’Est, subendo una vera e propria umiliazione dalla Cecoslovacchia, che si afferma con un 3-0 sancito dagli imbarazzanti punteggi di 15-7, 15-5, 15-5 dei singoli set.

Consapevoli che la sfida finale contro i cechi è fuori portata, la gara di apertura della terza e conclusiva giornata tra Azzurri e francesi è una sorta di spareggio per le piazze d’onore ed, in effetti, si rivela come la più equilibrata dell’intero Torneo, con la nostra “bestia nera” ad avere ancora una volta la meglio al termine di cinque combattutissimi set che vedono i transalpini prevalere per 3-2, con parziali di 15-8, 8-15, 15-9, 15-17, 15-13, nonostante il tifo che, sugli spalti, fanno numerosi marinai di leva, i quali assistono all’incontro per incoraggiare il romano Fanesi, il quale milita proprio nella formazione della Marina.

A presenziare vi sono altresì il Presidente del CONI Giulio Onesti – il quale ricoprirà detta carica sino al 1978 – ed il francese Paul Libaud, primo Presidente della neonata Federazione Internazionale, con il sestetto azzurro che, altresì affaticato per i cinque set disputati contro la Francia, può solo fare da spettatore non pagante nell’incontro conclusivo contro la Cecoslovacchia, la quale si impone agevolmente per un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-5, 15-5 sono tali da non ammettere repliche, con l’unico vantaggio, soprattutto per il Tecnico Costa, di prendere appunti in merito alle evoluzioni tecnico-tattiche dei suoi avversari, che si esprimono in attacco mettendo in mostra numerosi “trenini” (vale a dire il doppio salto sulla palla veloce del palleggiatore con il primo a fintare la schiacciata poi eseguita dal secondo …) e si difendono addirittura con due uomini a muro, cose mai viste alle nostre latitudini.

Un terzo posto – che al di là della scarsa partecipazione resta comunque il miglior risultato azzurro nella Rassegna Continentale sino all’avvento dell’era Velasco ed il primo successo conseguito nel 1989 – ed in più il Capitano Montanari votato come secondo miglior giocatore del Torneo, non sono certo sufficienti a cullarsi sugli allori, visto che l’anno seguente il calendario internazionale prevede a settembre la disputa della prima edizione dei Campionati Mondiali, la cui organizzazione è affidata alla Cecoslovacchia.

Anticipando in questo caso di un anno il Basket – la cui Rassegna Iridata viene inaugurata nel 1950 in Argentina – la FIVB manda in scena una Manifestazione che altro non è che un “Campionato Europeo allargato, visto che nessun’altra Nazione al di fuori del Vecchio Continente vi partecipa, mentre ben più nutrita è la rappresentanza delle formazioni dell’Est, che vedono iscritte, oltre ai padroni di casa, anche Unione Sovietica, Polonia, Bulgaria, Ungheria e Romania.

Le quattro squadre della parte occidentale sono le stesse che hanno disputato gli Europei in Italia, con la sola esclusione del Portogallo, e gli Azzurri cercano di fare le cose per bene con un raduno collegiale ad aprile a Vercelli, cui fanno seguito due incontri amichevoli in due giorni consecutivi a Parigi contro l’ostica Francia che, dopo una prima sconfitta per 1-3, riusciamo finalmente a sconfiggere il 24 aprile ’49 al termine della consueta, combattuta sfida, risolta con un 3-2 sancito dai punteggi di 10-15, 15-11, 15-9, 12-15, 15-12 dei relativi parziali.

Allenamento quanto mai utile, visto che alla Rassegna Iridata le 10 formazioni iscritte sono divise in due Gironi da 3 squadre ed uno da 4, con le prime due a qualificarsi per la Poule Finale a 6 e gli Azzurri sono inseriti nel Gruppo 2 assieme a Bulgaria ed, appunto, Francia.

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Fase di un altro match dei Mondiali 1949 – da:sialdeporte.com

La spedizione italiana raggiunge Praga dopo un estenuante viaggio in treno della durata di due giorni, con cambio a Vienna in quanto lo scartamento dei binari nei Paesi dell’Est è più largo di quelli occidentali e le gare si disputano al Palazzo del Ghiaccio, per l’occasione ricoperto da strati di cemento e terra battuta, mentre del gruppo storico della Robur Ravenna restano Baccarini e Tazzari, cui si uniscono i compagni di squadra Paolo Borghi e Fabbri, con il non più giovane Capitano Montanari dispensato in quanto prossimo al matrimonio ed all’abbandono dell’attività agonistica.

L’esordio, con un calendario ben più diluito, avviene il 10 settembre contro i bulgari, i quali fanno valere la loro superiorità fisica e tecnica, imponendosi per 3-1 (parziali di 15-7, 13-15, 15-4, 15-9), un risultato tutto sommato accettabile vista la differenza delle forze in campo, tanto più che, il giorno dopo, i balcanici riservano un trattamento ben peggiore ai francesi, travolti con un 3-0 i cui parziali di 15-8, 15-7, 15-2 si commentano da soli.

Resta, a questo punto, la ormai abituale sfida coi transalpini per decidere chi tra le due compagini acquisirà il diritto ad entrare nella Poule Finale a 6 e l’Italia, vuoi per la miglior figura fatta contro la Bulgaria, che per il recente successo riportato a Parigi, affronta l’incontro con quell’eccesso di confidenza che si rivela fatale in quanto, dopo il successo ai vantaggi per 16-14 nel primo set, crolla cedendo i successivi per 10-15, 5-15, 13-15 facendo imbufalire il tecnico Costa, le cui urla echeggiano sino in Romagna, ed alle quali fa seguito, per punizione, la chiusura a chiave degli atleti nelle loro camere.

Relegati alla Poule per i piazzamenti dal settimo al decimo posto assieme a Belgio, Olanda ed Ungheria – quest’ultima unica esclusa dal Girone per il titolo delle sei squadre dell’Est Europa presenti – gli Azzurri si riscattano con due convincenti successi per 3-0 contro Belgio ed Olanda, con ciò ricalcando l’esito delle sfide ai campionati Europei dell’anno precedente, per poi subire nuovamente il divario rispetto alla parte orientale del Vecchio Continente venendo sconfitti per 3-0 dall’Ungheria (parziali di 15-12, 15-2, 15-10) che li relega in ottava posizione, mentre anche la Francia non ha miglior sorte contro gli squadroni dell’Est, rimediando un solo set nei 5 incontri disputati, che designano l’Unione Sovietica come prima Campione del Mondo di Volley, grazie al successo per 3-1 sui padroni di casa della Cecoslovacchia nell’ultima giornata.

L’Italia conclude così il suo primo biennio a livello internazionale con il rammarico di essere sempre giunta alle spalle di una Francia che poteva essere alla sua portata, ma, con il senno di poi, occorre anche rimarcare come questo ottavo posto iridato che tanto ha fatto infuriare il Commissario Tecnico Costa – il quale lascia l’incarico al termine della stagione – si rileverà in seguito come il miglior piazzamento azzurro in tale manifestazione per ben 40 anni, non essendo mai andata oltre la quattordicesima posizione nelle successive edizioni, sino all’exploit di Roma ’78, quando il sestetto allenato da Carmelo Pittera conquista una quanto mai inaspettata medaglia d’argento.

Come dire che gli inizi, ancorché a livello pionieristico, erano incoraggianti, è negli anni successivi che il Volley azzurro si è perso per strada …

 

ANDREA LUCCHETTA, IL “DR. JEKYLL E MR. HYDE” DEL VOLLEY AZZURRO

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Andrea Lucchetta, giocatore e telecronista – da:blogdisport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando uno Sport come la pallavolo, tradizionalmente patrimonio delle fasce più giovani sia di praticanti che di tifosi – non a caso è l’unico praticato con una certa regolarità nelle Scuole Medie Superiori italiane – riesce a “far presa” sul grande pubblico grazie alle imprese di quella che è stata dichiarata la “Generazione di Fenomeni” che per un decennio intero imperversa in ogni angolo del Pianeta, esso ha anche bisogno di un leader carismatico in cui gli appassionati possano identificarsi.

E nessuno, a cavallo tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, ha saputo meglio interpretare il ruolo come Andrea Lucchetta, tanto serio, concentrato e trascinante sul parquet quanto istrione, goliardico, fuori dalle righe ogni volta che la palla toccava terra per l’ultimo punto che decideva ogni singola partita.

Trevigiano di nascita, essendo nato nel Capoluogo veneto il 25 novembre 1962, ma modenese d’adozione, Lucchetta muove i primi passi con l’Astori Mogliano Veneto in Seconda Divisione per poi transitare per un anno a Treviso in Serie A2 prima di fare il grande passo approdando nella storica formazione della Panini Modena a far tempo dall’estate 1981.

E’ un periodo, quello di inizio degli anni ‘80, in cui ai vertici della nostra Pallavolo duellano i sestetti di Torino – che si aggiudica gli Scudetti del 1979, ’80 come Klippan, 1981 ed ’84 come Robe di Kappa – capace anche di essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1980, e di Parma, che sotto il marchio Santal fa suoi i titoli del 1982 ed ’83, oltre ad una fantastica doppietta consecutiva in Coppa dei Campioni nel 1984 ed ’85.

Ce n’è sin troppo a sufficienza per scatenare lo smisurato orgoglio di Lucchetta a spronare i suoi compagni nel cercare di rompere l’egemonia degli storici rivali parmensi, non essendo sufficienti a placarne la sete di vittorie le tre Coppe CEV consecutive conquistate dal 1983 al 1985, trattandosi della terza Manifestazione continentale a livello di Club, anche se proprio il 1985 è la stagione in cui si mettono le basi per i successivi trionfi, con la sconfitta nella Finale Playoff contro Bologna (3-1, 1-3, 1-3 l’esito delle sfide, dopo aver concluso al primo posto la “regular season” …) cui segue la vittoria della Coppa Italia, la cui fase finale si disputa a Chieti dal 7 al 9 giugno, ed i modenesi, guidati per il secondo anno dall’ex palleggiatore Andrea Nannini, fanno loro il trofeo superando 3-0 Bologna, 3-1 Milano e 3-2 Parma.

Nel frattempo, Lucchetta ha anche modo di entrare nel giro della Nazionale, con cui debutta il 15 luglio 1982 in un’amichevole a Chieti contro l’Unione Sovietica persa 2-3 dagli Azzurri, collezionando 10 presenze in quella prima stagione che lo vede però escluso dai selezionati per i Campionati Mondiali che si svolgono in Argentina ad ottobre e che l’Italia conclude in una deludente 14esima posizione.

Senz’altro migliore la prima esperienza olimpica dove l’Italia, sempre guidata da Carmelo Pittera ed approfittando dell’assenza per boicottaggio delle Nazioni dell’ex blocco sovietico, conquista nell’edizione di Los Angeles ’84 la sua prima medaglia ai Giochi, superando 3-0 il Canada nella Finale per il bronzo, con una formazione in cui è presente anche il solo omonimo Pier Paolo Lucchetta, in forza al Parma, ma non legato ad Andrea da alcun vincolo di parentela.

La svolta, non solo per Lucchetta e per Modena, ma per l’intero movimento pallavolistico nostrano, giunge nell’estate ’85, allorché si verifica l’avvicendamento sulla panchina emiliana tra Nannini ed il tecnico argentino Julio Velasco, al quale sono legate le successive fortune del Club e della Nazionale.

Con già uno “zoccolo duro” formato dagli esperti Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, cui si uniscono i veterani “Pupo” Dall’Olio e Di Bernardo nonché i “martelli” argentini Esteban Martinez e Raul Quiroga, ed al quale si aggrega una giovane speranza del volley azzurro che risponde al nome dell’allora appena 17enne Lorenzo Bernardi, al primo impatto Modena mette a segno un fantastico tris, costituito dal ritorno al successo in Campionato per uno Scudetto che mancava da 10 anni, prendendosi una ghiotta rivincita su Bologna, sconfitta nettamente in tre sole partite (3-2, 3-1, 3-2), trionfo preceduto dalla conquista della Coppa delle Coppe a spese dei rumeni della Steaua Bucarest e seguito dal bis in Coppa Italia, dove nelle Finali di Arona dal 6 all’8 giugno ’86, ad arrendersi sono Bologna, Parma ed Ugento, alle quali i modenesi riservano identico trattamento, superandole con altrettanti 3-1.

La stagione ’86 apre un quadriennio di successi incontrastati sul suolo italiano, visto che la Panini Modena fa suoi anche i tre successivi Campionati del 1987, ’88 ed ’89, ed in queste ultime due stagioni realizza altresì l’accoppiata con la Coppa Italia, ma trova un tabù insormontabile nell’ambita Coppa dei Campioni, competizione nella quale il desiderio di unirsi a Torino e Parma quale terza squadra italiana a fregiarsi del trofeo si scontra per tre edizioni consecutive contro l’armata rossa costituita dalla leggendaria formazione del CSKA Mosca, che ha la meglio nella Finale ’87 disputata ad Hertogenbosch (3-1, parziali di 15-8, 8-15, 15-7, 15-2), così come nel 1988 a Lorient con un ancor più netto 3-0 e l’anno successivo al Pireo dove gli uomini di Velasco, dopo essersi illusi con il 15-10 con cui si aggiudicano il primo set, cedono per 3-1 con gli eloquenti punteggi di 15-12, 15-5, 15-4 dei successivi parziali a favore dei sovietici.

Ma, per un Club con alterne fortune tra Italia ed estero – pur se la presenza di Modena sino al termine di tutte le competizioni ne dimostra l’indubbia solidità – qualcosa si muove anche a livello di Nazionale dove la Federazione, dopo altre due deludenti esibizioni ai Mondiali di Francia ’86 (undicesima su 16 partecipanti), agli Europei di Belgio ’87 (nona su 12 iscritte) ed alle Olimpiadi di Seul ’88 (ancora nona su 12 partecipanti), offre la conduzione proprio al tecnico della Panini Julio Velasco, il quale accetta l’incarico.

Ed, in un batter d’occhio, “il brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno, tanto che, al primo grande appuntamento costituito dagli Europei di Svezia ’89, l’Italia si laurea per la prima volta nella sua storia Campione continentale – poteva sinora vantare un bronzo nell’edizione inaugurale della Manifestazione svoltasi proprio nel Bel Paese nel lontano 1948 – superando in Finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13, 15-7) i padroni di casa svedesi, dopo aver inflitto in semifinale un pesante “cappotto” all’Olanda, disintegrata con un 3-0 i cui parziali di 15-7, 15-3, 15-2 la dicono lunga sulla superiorità del sestetto azzurro.

E Velasco, che fa affidamento sul suo “trio delle meraviglie” di Modena, di cui conosce a menadito pregi (molti …) e difetti (pochi …) e composto da Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, non può che affidare a quest’ultimo, che nella Finale con la Svezia giunge a quota 208 presenze in maglia azzurra, i gradi di Capitano, un ruolo sul quale è doveroso fermarsi un attimo.

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Andrea Lucchetta Capitano Azzurro – da:hall-of-fame.federvolley.it

Già, perché nel Volley il “Capitano” assume un ruolo rilevante, data la mutevole inerzia che una gara può assumere durante il relativo andamento, dove le variazioni nel punteggio sono all’ordine del giorno ed anche le formazioni più esperte possono vivere una sorta di “Blackout” di cui gli avversari sono sempre pronti ad approfittare, ed ecco allora che è utilissima la presenza in campo di un giocatore che sia in grado di tenere alta la concentrazione, capace di spronare ed incitare i propri compagni in caso di difficoltà, nonché di assumersi in prima persona la responsabilità di andare a chiudere i punti nel momento decisivo dell’incontro.

E, come “la migliore delle navi necessita del migliore dei capitani”, lo stesso si verifica anche per l’Italia che, non ancora, ma non per molto, sta per divenire “la migliore delle Nazionali” in circolazione, ed Andrea Lucchetta impersona al meglio questa figura di leader carismatico, di cui dà piena dimostrazione nel 1990, il suo “anno magico.

Con Velasco impegnato a tempo pieno con la Nazionale, sulla panchina di Modena (per il primo anno non più Panini, bensì Philips …) siede il croato Vladimir Jankovic, mentre il sestetto titolare, oltre ai confermatissimi Bernardi, Bertoli, Cantagalli e Lucchetta, può contare sulle prestazioni dell’americano Doug Partie – in rosa già dalla precedente stagione dopo aver fatto parte del Team Usa oro ai Giochi di Seul ’88 – mentre in cabina di regia già dall’estate ’86 a dirigere le operazioni vi è il palleggiatore Fabio Vullo, prelevato da Torino.

Con Jankovic in panchina, si invertono le prestazioni di Modena, nel senso che, se dopo quattro titoli nazionali consecutivi deve alzare bandiera bianca in Finale Playoff contro Parma, riesce al contrario a centrare l’obiettivo europeo sempre sfuggito a Velasco, trionfando l’11 marzo ’90 ad Amstelveen, in Olanda, al termine di una esaltante sfida contro i francesi del Frejus, i quali avevano clamorosamente eliminato il CSKA Mosca, risolta al quinto set con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9.

Del successo nella massima competizione continentale a livello di Club da parte del sestetto modenese – al pari della terza vittoria consecutiva in Coppa delle Coppe da parte di Parma – ne beneficia anche Velasco, il quale attinge da dette formazioni (oltre che dal Sisley Treviso) la base per comporre la selezione in vista degli appuntamenti internazionali previsti dal calendario, che si aprono con la prima edizione della World League, che l’Italia si aggiudica nelle Finali di Osaka, dove il 14 luglio sconfigge, al termine di un match tiratissimo concluso sul 3-2 (15-12, 16-17, 15-11, 14-16, 15-9), l’Unione Sovietica in semifinale, per poi rifilare un ben più netto 3-0 (15-7, 16-14, 16-14) all’Olanda in Finale.

Ma ben diverso è l’impegno che attende gli azzurri a metà ottobre in Brasile, per la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione in cui l’Italia può vantare solo il “miracoloso” argento conquistato nel 1978, anno in cui la rassegna si svolgeva in Italia, in cui gli Azzurri di Pittera superano per 3-1 Cuba in semifinale, prima di cedere nettamente all’Unione Sovietica nell’atto conclusivo.

Una sfida, quella contro Despaigne & Co., che si ripete per due volte al “Maracanazinho”, dapprima nel Girone eliminatorio, con i cubani ad imporsi nettamente per 3-0, e quindi nella Finale del 28 ottobre, dopo che gli Azzurri, in evidente crescita di condizione, avevano superato la Cecoslovacchia negli Ottavi, l’Argentina nei Quarti ed i padroni di casa del Brasile in semifinale.

E proprio la sfida contro i verde oro, in un Palazzetto di Rio de Janeiro gremito in ogni ordine di posti da una “torcida” costituita da non meno di 25mila tifosi a fare un tifo scatenato per i propri beniamini, chiarisce alla perfezione il concetto poc’anzi enunciato circa l’importanza di un leader in campo come il “Capitano”.

In una sfida emozionante come poche, con continui ribaltamenti nel risultato, Lucchetta tira su il morale dei suoi compagni dopo il 15-6 a favore dei padroni di casa nel primo set, li sprona a non mollare dopo che l’Italia ha fatto suoi nettamente il secondo e terzo parziale (15-9 e 15-8 rispettivamente …), per poi assumersi la responsabilità del punto decisivo nel tiebreak del quinto set, dopo che il Brasile aveva riequilibrato le sorti del match con il 15-8 del quarto set nel quale, sul 12-5, Velasco toglie Barnardi, Cantagalli e Gardini per farli riposare in vista dell’ultimo atto.

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Lucchetta in attacco contro il Brasile – da:modenatoday.it

E qui, con la due squadre a darsi battaglia punto a punto, con il Brasile a recuperare da 5-9 per portarsi sul 13-14, si gioca l’azione decisiva, con il palleggiatore Tofoli che, ricevuta palla da una perfetta ricezione di Bernardi, sorprende il muro avversario, che si aspetta un’alzata in banda per Cantagalli, servendo al contrario una “veloce” al centro proprio per Lucchetta, il quale piazza la schiacciata vincente che manda gli azzurri alla sfida con la Nazionale caraibica.

Ed eccoci quindi al citato 28 ottobre ’90, data “storica” per il Volley azzurro, posto di fronte al più forte sestetto cubano della storia, guidato da quel fenomeno di Joel Despaigne – “rapidissimo, eccellente saltatore, con un braccio molto veloce e grandissime capacità fisco-atletiche”, così lo descrive Andrea Zorzi – ma è ancora Lucchetta a spronare i suoi compagni prima dell’incontro, ai quali predica di “tirar fuori la voglia di riscattare la sconfitta nel Girone eliminatorio, di onorare i colori del nostro Paese, perché non possiamo deludere i tifosi che si aspettano la vittoria” …

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Lucchetta in attacco contro il muro cubano – da:gazzetta.it

Parole che hanno il potere di scuotere l’ambiente, anche dopo la consueta partenza ad handicap del primo set, perso 12-15, per poi aggiudicarsi i due successivi per 15-11 e 15-6 e quindi giungere alla fase decisiva del quarto set, dove il punteggio resta ancorato a lungo sul 15-14 per gli azzurri con una serie infinita di cambi palla dove ogni volta è “El Diablo” Despaigne ad assumersi l’onere di spengere i sogni di gloria azzurri, sino a che …

Sino a che, sulla battuta proprio di Lucchetta, dopo che Cuba aveva annullato ben 8 “match ball” al sestetto italiano, “El Mago” Diago, palleggiatore di livello assoluto, si rivolge ancora a Despaogne per cercare di prolungare l’incontro, ma la conclusione del martello caraibico, leggermente “sporcata” dal muro azzurro, viene neutralizzata da “Lucky” con un tuffo prodigioso sulla sua sinistra, così consentendo a Tofoli, sul prosieguo dello scambio che i cubani non erano riusciti a chiudere, di alzare la palla a Bernardi in zona 4 per mettere a terra il punto decisivo che certifica il titolo iridato per la formazione di Velasco.

Con questa impresa, Lucchetta – che viene eletto MVP del Torneo – completa un anno da favola, ed è lo stesso Capitano a chiarire cosa voglia dire raggiungere un traguardo che ti eri prefisso per tutta la carriera, allorché dichiara, dopo la cerimonia di premiazione, come “una volta sul podio, con la Coppa in mano, ho realizzato che il sogno di una vita era divenuto realtà, chiedendomi a questo punto cosa potessi ancora chiedere, e la gioia si è trasformata nella tristezza dell’attimo fuggente, sentendomi svuotato completamente …”.

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La Nazionale Campione del Mondo ’90 – da:oasport.it

Sia chiaro, quella di “Lucky” non è certo una dichiarazione di resa, visto che è solo a metà della sua carriera agonistica, con i successivi anni ’90 che lo vedono abbandonare Modena – dopo il disimpegno della famiglia Panini, che non poteva reggere il confronto con i colossi economico-finanziari della Mediolanum, Benetton e Gruppo Ferruzzi che erano sbarcati nel mondo del volley – accasandosi per quattro stagioni proprio a Milano, assieme a Bertoli, Galli e Zorzi, vincendo la Coppa delle Coppe ’93 e due Mondiali per Club, nel 1990 e nel ’92, per poi trasferirsi a Cuneo dove, sotto la sapiente guida di Silvano Prandi, mette la sua esperienza, come quella di Fefè De Giorgi e Galli, al servizio dei giovani Samuele Papi e Cristian Casoli, così da consentire al Club piemontese, grazie anche all’apporto dello spagnolo Rafael Pasqual e del serbo Vladimir Grbic, di portare a termine due eccellenti stagioni.

Nel 1996, difatti, l’Alpitour Traco Cuneo si aggiudica la Coppa Italia, superando 3-2 in Finale, al termine di cinque tiratissimi set (15-13, 15-17, 13-15, 15-12, 15-13 i relativi parziali) la Sisley Treviso, nonché la Coppa delle Coppe a spese dell’Olympiakos Pireo, successo replicato l’anno seguente con le “Final Four” disputate proprio a Cuneo dove, tra l’esultanza dei propri tifosi, i greci vengono spazzati via con un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-7, 15-5 crediamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

E’ questo l’ultimo trofeo in carriera conquistato da Lucchetta, che cessa l’attività agonistica nel 2000 dopo una stagione a Roma ed il ritorno per tre anni in quella Modena che lo aveva svezzato e quindi adottato, mentre a livello di Nazionale, dopo aver contribuito a portare a casa altre due World League nel 1991 e ’92, la sua esperienza termina con i Giochi di Barcellona ’92, dove l’Italia conclude quinta dopo l’amara sconfitta per 3-2 ai Quarti contro l’Olanda, e la sfida vinta contro il Giappone per 3-0 il 7 agosto ’92 (a 10 anni dall’esordio …) rappresenta la sua presenza n.292 con la maglia azzurra.

Ma, se ben ricordate, c’è “l’altra faccia” del n.12 azzurro, quella del “Lucky” istrione ed estroverso, quello che la gente riconosce per quel suo taglio di capelli a spazzola ed in diagonale (acconciatura appositamente creata dall’hair stylist modenese Carla Bergamaschi …) che ne rappresenta una sorta di “marchio di fabbrica”, il Lucchetta terrore dei telecronisti – chiedere al “povero” Lorenzo Dallari per informazioni – poiché è praticamente impossibile strappargli un’intervista seria al termine di un incontro, forse una forma di scaricare la tensione e l’adrenalina accumulata durante la gara, ma a smentire questa sua caratteristica viene in soccorso (qualora ce ne fosse bisogno …) il compagno di Nazionale Andrea Zorzi, il quale ne tratteggia un profilo ben diverso, vale a dire quello di “un Andrea che dorme poco e pensa molto, che in ritiro è sempre molto silenzioso e concentrato, perché lui è uno che si innamora di quello che fa e ciò che ha incontrato nella vita, è fatto così e non può fare altrimenti …!!

Grande “Lucky”, e noi ti amiamo soprattutto per questo, sia nella versione del “Dr. Jekyll” di Capitano indomito e coraggioso, che in quella di “Mr Hyde” con cui intendi sdrammatizzare un ambiente che è pur sempre uno sport, e le tue successive esperienze al termine della carriera, di valido telecronista e di aiuto ai bambini, nonché il modo con cui le stai affrontando, non fanno che confermare le parole di Zorzi …

DMITRY FOMIN, IL MARTELLO DELL’EST TERRORE DEI PARQUET ITALIANI

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Dmitry Fomin – da:rbth.com

Articolo di Giovanni Manenti

Al di là delle indubbie capacità tecniche e fisiche, una importante componente per l’affermazione a livello internazionale di un singolo atleta è costituita dall’epoca in cui esso vive la propria attività agonistica, sia in relazione alla valenza dei propri avversari, ma anche al contesto storico del Paese di nascita.

Quest’ultima considerazione vale, principalmente, per gli atleti dell’ex blocco sovietico, che, grazie al crollo dell’ideologia comunista nel 1991, hanno potuto liberamente trasferirsi nella parte occidentale del Vecchio Continente per mettere a frutto le proprie competenze.

Uno dei casi più emblematici al riguardo, e che ha tangibilmente contribuito alle fortune di due prestigiosi Club della nostra pallavolo, è quello dell’ucraino Dmitry Fomin, approdato in Italia nel 1992, a conclusione delle Olimpiadi di Barcellona, nel pieno della sua maturità atletica.

Nato difatti a Sebastopoli, in Crimea che faceva all’epoca parte dell’Unione Sovietica, il 21 gennaio 1968 e figlio di un marinaio, il giovane Dmitry si avvia alla pallavolo durante gli anni scolastici e, favorito dalla sua maggiore altezza (a sviluppo completato mette su un fisico di m.2,00 per 97kg.) rispetto ai propri compagni, non fatica ad emergere, tanto che, dopo gli esordi nel Lokomotiv Kiev, nel 1989 fa già parte della più gloriosa squadra di volley di ogni tempo, vale a dire il CSKA Mosca.

Coniugare la parola CSKA con il verbo vincere è sin troppo facile oltre cortina, visto che quando il 21enne Fomin entra a farne parte il Club ha “appena vintoil suo 19esimo titolo nazionale negli ultimi 20 anni (solo nel 1984 non riesce nell’impresa …) ed ha in bacheca già 12 Coppe dei Campioni, per cui non è certo difficile aggiungere altri due Campionati Sovietici nel 1990 e ’91, nonché iniziare a fare conoscenza con le compagini italiane nella più prestigiosa Manifestazione europea per Club.

Con l’altrettanto gloriosa formazione della Panini Modena che nel 1990 corona il sogno di laurearsi Campione d’Europa dopo tre Finali consecutive perse proprio contro la compagine moscovita – a sorpresa eliminata al secondo turno dai francesi del Frejus, poi sconfitti 2-3 in Finale dai modenesi – i due sestetti tornano a scontrarsi nella Fase a Gironi che qualifica le prime due di ogni Gruppo alla “Final Four” in programma nella città emiliana il 9 e 10 marzo ’91.

L’esito dei due incontri arride a Fomin & Co., che si impongono nettamente a Mosca (3-0, con parziali di 15-11, 15-7, 15-8) per poi far loro anche il match al “Pala Panini” grazie al 17-16 del tiebreak del quinto e decisivo set, così da accedere alla semifinale contro i francesi del Cannes, nel mentre l’altro abbinamento vede la sfida fratricida tra le due rivali storiche emiliane, vale a dire Modena e Parma.

Con le due gare senza storia, che vedono le nette affermazioni dell’armata sovietica e di Parma, che schianta Modena con un 3-0 i cui parziali di 15-12, 15-4, 15-8 la dicono lunga sulla superiorità dimostrata dai ragazzi di Bebeto, tocca a questi ultimi fare i conti con la devastante potenza sotto rete di Fomin, ben spalleggiato dai compagni Andrey Kuznetsov ed Igor Runov, argento alle Olimpiadi di Seul con la Nazionale Sovietica, così che il Palazzetto dello Sport modenese ha l’occasione di assistere ad un assaggio di quello che, per un decennio, sarà il terrore dei parquet della penisola, con il CSKA a tornare sul tetto d’Europa con un 3-1 più netto di quanto si possa pensare, visto che il solo secondo set vinto dagli emiliani per 17-15 è largamente compensato dai netti 15-6, 15-3 e 15-10 con cui i moscoviti si aggiudicano gli altri parziali.

Anno 1991 che è ancora ben lungi dal concludersi per il 23enne Fomin, visto che se a livello di Club ha confermato la supremazia assoluta della propria squadra, tocca ora confrontarsi con la propria Nazionale con la “Generazione di Fenomeni” azzurra che il tecnico argentino Julio Velasco ha portato in due anni a vincere i Campionati Europei ’89 ed i Mondiali in Brasile nel ’90.

Prima occasione di confronto è data dalla World League, con le due squadre inserite nel medesimo Girone – assieme a Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud – a dare vita a quattro intensissime sfide, che vedono concludersi con un 3-2 a testa le gare svoltesi a Mosca e, viceversa, due successi (per 3-2 e 3-1) dell’Italia sul suolo amico, con entrambe le formazioni peraltro qualificate per la “Final Four” in programma a Milano a fine luglio ’91 assieme ad Olanda e Cuba, provenienti dall’altro raggruppamento.

World League che, per il secondo anno consecutivo si aggiudica l’Italia superando per 3-0 in Finale Cuba che aveva impedito all’Unione Sovietica il ripetersi della sfida con il sestetto azzurro, essendo stata sconfitta per 2-3 (12-15 al tiebreak) dai caraibici, rinviando pertanto l’appuntamento ai Campionati Europei in programma a settembre ’91 in Germania.

Inserite in due distinti Gironi, Italia ed Urss si qualificano per le semifinali incociate entrambe a punteggio pieno (15-1 la differenza set per gli azzurri, 15-3 per i sovietici), così come non hanno difficoltà a regolare i padroni di casa tedeschi (3-1, parziali di 15-12, 15-4, 11-15, 15-6) gli azzurri, facendo altrettanto i sovietici contro l’Olanda, piegata 3-0 con un 15-8 periodico, così che è enorme l’attesa per la sfida decisiva in programma al Palazzetto dello Sport di Berlino il 15 settembre ’91.

Ed è la stessa Italia laureatasi Campione del Mondo, con Tofoli in regia, Andrea Lucchetta, Bernardi, Giani opposti, Zorzi schiacciatore ed Andrea Gardini centrale, a doversi stavolta inchinare alle bordate che da ogni posizione Fomin – non a caso eletto “Miglior Giocatore del Torneo” – indirizza loro, facendo sì che l’incontro si concluda con un netto 3-0 (parziali 15-11, 17-15, 15-9) in cui gli azzurri tengono botta solo nel secondo set.

Per Fomin l’anno solare si conclude come meglio non potrebbe, vale a dire con un altro trionfo – e relativo doppia corona di “Miglior Attaccante” e “Miglior Giocatore Assoluto” – alla Coppa del Mondo disputata a fine novembre ’91 in Giappone, con l’Urss a subire una sola sconfitta per 1-3 dagli Stati Uniti, bilanciata dal netto successo per 3-0 su Cuba, a propria volta vincitrice con analogo punteggio sugli Usa così da consegnare il titolo all’Unione Sovietica per una miglior differenza set.

Prima di approdare in Italia a fine estate ’92, sia Fomin – che vi partecipa sotto la bandiera della “Comunità degli Stati Indipendenti” – che gli Azzurri di Velasco, falliscono l’appuntamento olimpico di Barcellona ’92 dove erano attesi da protagonisti e che, viceversa, li vede entrambi uscire ai Quarti di Finale, coi primi sconfitti ancora una volta dagli Stati Uniti per 1-3 ed i secondi dall’Olanda per 2-3 (con il discusso 16-17 al tiebreak del quinto set, ultima volta in cui non vige la regola dello scarto di due punti …), formazioni che si candidano al ruolo di “bestie nere” delle rispettive Nazionali.

L’approdo nel Bel Paese fa sì che Fomin si accasi al Messaggero Ravenna, con l’ingrato compito – assieme ai brasiliani Renan Dal Zotto e Giovane, provenienti rispettivamente da Parma e Padova e medaglia d’Oro con la loro Nazionale ai Giochi di Barcellona ’92 – di non far rimpiangere la coppia americana formata da Karch Kiraly e Steve Timmons, grazie alla quale il sestetto di Daniele Ricci si era laureato Campione d’Italia, d’Europa e del Mondo.

Trovandosi stavolta come compagni di squadra Margutti, Masciarelli e Gardini – avversari nelle sfide con le rispettive Nazionali – Fomin non tradisce le attese, consentendo alla formazione romagnola di dominare l’edizione ’93 della Coppa dei Campioni, conclusa da imbattuta, con 6 vittorie su altrettanti incontri nel Girone di accesso alle “Final Four” in programma al Pireo a marzo, dove non ha difficoltà a regolare per 3-1 in semifinale i belgi dello Zelik per poi ribadire la propria superiorità nel “derby” tutto italiano con Parma, pur se i relativi parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 stanno a testimoniare come l’equilibrio sul parquet sia stato ben più evidente di quanto il 3-0 conclusivo potrebbe far intendere.

Fatta propria anche la Supercoppa Europea ’93 e conquistata la sua terza Coppa dei Campioni bissando nel ’94 il successo dell’anno precedente ancora a spese di Parma per poi raggiungere ancora la Finale nel ’95, dovendosi stavolta inchinare nella terza sfida tricolore consecutiva rispetto al Sisley Treviso, per Fomin giunge il momento, a seguito del dissesto del “Gruppo Ferruzzi”, di lasciare Ravenna andando ad indossare proprio i colori di Treviso, non prima di aver partecipato alla seconda esperienza olimpica della sua carriera.

Con un comportamento parallelo a quello dell’Italia di Velasco, anche la Russia – per cui l’oramai 28enne di Sebastopoli decide di gareggiare rispetto all’Ucraina, proprio Paese di origine, stante la pochezza a livello internazionale di detta Nazionale – vede migliorare nell’edizione di Atlanta ’96 il proprio piazzamento rispetto ai Giochi di Barcellona ’92, ma ancora insufficiente a fregiarsi della medaglia d’oro.

Inserite, difatti, nel medesimo Girone, nel mentre gli Azzurri concludono lo stesso a punteggio pieno senza aver perso neppure un set, il sestetto russo incappa in tre sonore battute d’arresto, oltre che con l’Italia, anche con Olanda ed Jugoslavia, il che lo relega al quarto posto con conseguente abbinamento nei Quarti di Finale con Cuba, qualificatasi come prima nell’altro raggruppamento, pur con una sconfitta nel peraltro ininfluente ultimo incontro con il Brasile.

Contro la compagine caraibica, la Russia ritrova lo smalto perso, con Fomin protagonista con 8 punti e 24 attacchi vincenti per il 3-0 (15-13, 17-15, 15-11 i relativi parziali), che la proietta in semifinale dove però si trova la strada sbarrata da un’Olanda all’apice della sua storia e che, dopo averla superata con un 3-0 i cui parziali di 15-6, 15-6, 15-10 sono tali da non ammettere repliche, fa svanire in Finale anche i sogni di Gloria Olimpica degli Azzurri, sconfitti 3-2 al termine di una sfida intensissima conclusa per 17-15 al tiebreak del quinto e decisivo set.

Accasatosi a Treviso, Fomin ritrova Gardini, con cui aveva condiviso la sua prima stagione a Ravenna ed assieme al quale forma una forza d’attacco impressionante, potendo altresì contare sulle prestazioni dell’azzurro Lorenzo Bernardi e dell’olandese Ron Zwerver, il tutto alimentato in regia dalle sapienti mani del palleggiatore azzurro Paolo Tofoli, pur se la prima stagione vede i veneti soccombere di fronte a Modena nella sfida tricolore al termine di cinque combattutissime sfide.

E’ quello, della seconda metà degli anni ’90, il periodo di maggior gloria a livello internazionale del Club modenese – non più abbinato alla gloriosa “Panini”, avendo ora assunto la denominazione di “Las Daytona” prima ed “Unibon” successivamente – che si laurea per tre stagioni consecutive (nel 1996, ’97 e ’98) Campione d’Europa, succedendo proprio a Treviso che si era aggiudicato la Coppa Campioni nel ’95.

Per Fomin, che ha nel proprio palmarès già tre Coppe dei Campioni, è giunto il momento di rinverdire tale bacheca ed ecco quindi che, dopo aver conquistato nel ’98 sia lo Scudetto, al termine di tre sole sfide (3-0, 3-1 e 3-1) con Cuneo, stessa sorte toccata a Modena in semifinale, che la Coppa CEV, tutto è pronto per dare nuovamente l’assalto alla principale Manifestazione Continentale a livello di Club.

Con uno dei più forti sestetti mai visto nei Palasport italiani, con l’olandese Blangé in regia, Benardi, Fomin e Papi – quest’ultimo, 25enne, proveniente da Cuneo in sostituzione dell’olandese Zwerver – schiacciatori uniti ai centrali Gravina e Gardini (a dispetto dei suoi 33 anni …), Treviso domina la stagione in Italia, concludendo la “regular season” con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta per poi non conoscere ostacoli nei Playoff conclusi con un doppio successo (3-0 e 3-2) su Modena in Finale, a cui unisce anche il trionfo europeo a spese dei belgi del Noliko Maaseik con un netto 3-0 in una competizione in cui si applica per la prima volta il “Rally Point System.

Il XX secolo si conclude per Treviso con due importanti cambi nel relativo sestetto titolare, con lo jugoslavo Nikola Grbic a rilevare Blangé nel ruolo di palleggiatore, nel mentre la partenza di Gardini è compensata dall’arrivo dell’argentino Marcos Antonio Milinkovic, un mutamento che, se determina il dover abdicare in Italia dopo due Scudetti consecutivi, in virtù della sorprendente sconfitta nei Quarti di Finale contro Palermo (giunto ottavo nella stagione regolare …), non impedisce a Fomin di aggiudicarsi la qua quinta personale Coppa dei Campioni, la cui Fase Finale si disputa proprio a Treviso e, finalmente, i 5mila spettatori che assiepano le tribune del “Palaverde” possono festeggiare il trionfo dei loro beniamini, che hanno la meglio per 3-1 nel match conclusivo sui tedeschi del Friedrichshafen, con Lorenzo Bernardi eletto MVP delle “Final Four.

Anche per Fomin, oramai 32enne, gli anni iniziano a pesare, ed il nuovo millennio si inaugura per Treviso con l’avvicendamento in panchina di Daniele Bagnoli, approdato a Modena e sostituito dall’argentino Raul Lozano, tecnico proprio di quel sorprendente Palermo che aveva eliminato Treviso nei playoff dell’anno precedente, cui fanno seguito l’arrivo del 36enne Fabio Vullo quale regista in luogo di Grbic, mentre a potenziare l’attacco a muro giunge un altro olandese, stavolta nella figura di Bas van der Goor, proveniente da Modena a rimpiazzare Milinkovic.

Ma, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, con Treviso ancora protagonista sia in Italia che all’estero, tornando a conquistare lo Scudetto – che per l’ucraino di nascita rappresenta il quinto della sua straordinaria carriera – con una Fase dei Playoff immune da sconfitte, che vede cadere ai propri piedi una dietro l’altra, dapprima Montichiari (3-1 esterno, seguito da 3-1 e 3-0 al “Palaverde”), quindi Modena (altro 3-1 esterno cui fanno seguito due 3-0 sul parquet amico) per poi toccare a Milano subire la superiorità trevigiana in Finale, lottando al Palalido dove spreca un vantaggio di 2 set a 0 facendosi rimontare sino al 15-13 nel tiebreak del quinto e decisivo set, cui seguono due successi, entrambi per 3-1 al “Palaverde” che laureano per la quinta volta Treviso Campione d’Italia.

Anche in Europa il cammino è positivo, nel tentativo di emulare Modena con un tris di successi consecutivo, fallito proprio all’ultimo, decisivo appuntamento della Finale parigina del 24 marzo ’01 contro i padroni di casa del Paris, che si impongono per 3-2 al termine di una sfida avvincente e combattutissima come dimostrano i relativi parziali di 25-22, 17-25, 22-25, 25-23, 15-13 a favore del Club transalpino.

E’ questo il canto del cigno per Fomin, il quale, nella sua decima ed ultima stagione in Italia non riesce più ad essere così determinante come in passato, tanto che la Sisley non riesce a superare la Fase a Gironi della ridenominata Champions League, nel mentre in Campionato giunge a disputare l’ennesima Finale Scudetto, avversaria stavolta Modena, che ha la meglio in quattro partite, con la sfida decisiva dell’8 maggio ’02 al “Pala Panini” risolta ancora al tie break con un 20-18 che dimostra la volontà di non mollare da parte dei Campioni in carica.

Con la sua uscita dalle scene – gioca un altro anni in Giappone per poi abbandonare definitivamente l’attività nel 2006 a 38 anni dopo tre stagioni alla Dynamo Tatransgaz – il Campionato italiano perde con Fomin uno dei protagonisti che più gli hanno dato lustro per capacità fisiche, qualità tecniche e correttezza sportiva, ma di sicuro le avversarie avranno tirato un sospiro di sollievo, bersagliate come erano state lungo un intero decennio dal più forte martello straniero che abbia mai calcato i nostri parquet …

 

L’ITALIA MONDIALE DI VOLLEY 1998, ULTIMA RECITA DI UN GRUPPO SENZA EGUALI

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L’Italia campione del mondo nel 1998 – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Après moi le deluge” (“Dopo di me il diluvio”) è una frase attribuita a Luigi XV, Re di Francia, e successivamente entrata nel linguaggio comune quale espressione per testimoniare la fine di un ciclo, sia esso politico, economico e financo sportivo.

In quest’ultimo campo, quello di nostra competenza, un simile paragone può accostarsi alla Nazionale italiana di Pallavolo, assurta ai massimi vertici internazionale grazie all’avvento in panchina del tecnico argentino Julio Velasco, sotto la cui guida gli azzurri – non a caso ribattezzati “I 12 uomini d’oro” – si aggiudicano in 8 anni due Campionati Mondiali, tre Europei e cinque World League, oltre ad altri tornei minori, fallendo solo il traguardo olimpico, sfumato al tiebreak della Finale contro l’Olanda ai Giochi di Atlanta ’96.

Sconfitta che segna l’addio di Velasco, non tanto alla Nazionale bensì al settore, accettando la sfida di cercare di risollevare anche le sorti del Volley femminile azzurro, ma con lui lasciano anche quattro colonne che hanno fatto la storia di tale disciplina, vale a dire Tofoli, Cantagalli, Bernardi e Zorzi, e l’opera di prosecuzione nella striscia di vittorie appare quanto mai difficoltosa.

Il Presidente Federale Magri, alle prese con la scelta del possibili sostituto, assume una decisione che si rivelerà vincente, contattando Paulo Roberto de Freitas, ma per tutti “Bebeto, quale uomo giusto per un’ideale continuazione nel percorso tecnico impostato dal suo predecessore.

Bebeto, 46enne brasiliano di Rio de Janeiro, ha alle spalle la dovuta esperienza, avendo vestito, da giocatore, per un decennio la maglia della Nazionale verde oro in qualità di palleggiatore, per poi averla guidata a due argenti, ai Mondiali di Argentina ’82 (sconfitto 0-3 in Finale dall’Unione Sovietica) ed ai Giochi di Los Angeles ’84, in cui soccombe ai padroni di casa degli Stati Uniti nell’atto conclusivo.

Ma, soprattutto, Bebeto conosce il nostro Volley, essendo stato per 5 anni allenatore della Maxicono Parma, condotta alla vittoria di due scudetti consecutivi nel 1992 e ’93 ed, anche in quel caso, raccogliendo una pesante eredità, vale a dire quella di Gian Paolo Montali, che aveva portato il Club parmense ai vertici assoluti in campo internazionale.

E, quella che per alcuni non poteva che essere un’opera di ricostruzione, diviene viceversa una prosecuzione nel cammino intrapreso da Velasco, grazie alla crescita del movimento pallavolistico azzurro che, alle spalle della Nazionale maggiore, ha saputo allevare un settore giovanile in grado di fornire i giusti ricambi, ed ecco allora il rientro in gruppo del 21enne Rosalba a far compagnia ai veterani Meoni, Gravina, Giani, nonché all’inossidabile Gardini che, a differenza degli altri già ricordati, ha deciso di continuare a servire la causa azzurra.

Le principali novità sono costituite dall’inserimento in rosa di Giombini e, soprattutto, di Hristo Zlatanov – figlio di quel Dimitar per anni fiero avversario dell’Italia con la maglia della Nazionale bulgara – e che, vivendo da oltre un decennio in Italia, potrebbe ottenere il passaporto italiano ma, in attesa di ricevere la relativa documentazione, la Federazione Internazionale dispone che possa giocare solo le partite di World League che si svolgono in Italia.

World League – trofeo al quale l’Italia è abbonata, avendolo vinto in cinque delle ultime sette occasioni – che rappresenta il debutto di Bebeto in una grande manifestazione internazionale, con gli Azzurri inseriti in un Girone di qualificazione che comprende anche Cina, Spagna ed Jugoslavia.

Gruppo che l’Italia si aggiudica totalizzando 10 vittorie e due sconfitte – entrambe al tiebreak, ad Alicante contro la Spagna l’8 giugno ’97 dopo aver recuperato da 0-2 ed a Belgrado nell’ultimo, ininfluente incontro, anche in questo caso dopo essere stata sotto due set a zero – così da affrontare le “Final Six” assieme a Cuba, Olanda, Brasile e Bulgaria, nonché ai padroni di casa della Russia, che hanno luogo dal 30 giugno al 5 luglio al Palasport Olimpico di Mosca.

Con ancora Zlatanov inutilizzabile, Bebeto seleziona un altro giovane schiacciatore, il 22enne Cristian Casoli in forza a Cuneo, ma l’inizio della Fase finale è in salita in quanto l’Olanda, nostra tradizionale “bestia nera”, ci infligge un’altra sconfitta, stavolta più netta rispetto alla Finale olimpica, un 1-3 con parziali di 11-15, 13-15, 15-8, 10-15, ragion per cui la seconda uscita è già una sfida “da dentro o fuori” e, per il tecnico brasiliano, non potrebbe essere più delicata, dovendo gli azzurri affrontare proprio la “sua” Seleçao, oltretutto guidata da Radames Lattari, per anni collaboratore dello stesso Bebeto.

Risvolti sentimentali che, per fortuna, vengono spazzati via dalla reazione dei suoi ragazzi, che si impongono con un convincente 3-0 (15-12, 15-8, 15-12 i relativi parziali), in cui giganteggia Claudio Bonati, appena alla sua presenza numero 16 in azzurro, e si impone altresì Damiano Pippi nel nuovo ruolo di “libero”, vale a dire un giocatore che indossa una maglia diversa da quella dei propri compagni e che può subentrare a chiunque in seconda linea, senza poter battere né schiacciare.

La buona prova contro i sudamericani viene confermata dall’ancor più netto successo, sempre per 3-0 (parziali 15-11, 15-5, 15-9), contro la Bulgaria, nel mentre l’Olanda, dopo aver superato anche i padroni di cassa russi per 3-2, cede di schianto proprio con il Brasile, uno 0-3 che le costa la Finale per il titolo, in quanto giunge a pari punti con Italia e Cuba, ma viene estromessa per la peggiore differenza set.

E gli azzurri, che si erano garantiti l’accesso alla Finale superando 3-1 Cuba all’ultimo turno, rimontando il 14-16 del primo set, con tre affermazioni per 15-11, 15-12, 15-8 nei successivi parziali, si ritrovano così, ad un giorno di distanza, ad affrontare nuovamente il sestetto caraibico, ottenendo una vittoria più schiacciante, attraverso un 3-9 i cui parziali (15-8, 15-5, 15-10) sono la chiara testimonianza della superiorità dimostrata dall’Italia sul parquet moscovita.

Avendo dimostrato di poter dare alla Nazionale continuità di risultati, Bebeto si accinge a confermare il titolo europeo del ’95 alla rassegna continentale che va in scena dal 6 al 14 settembre proprio in casa dei fieri antagonisti olandesi, con l’Italia inserita nel Gruppo A assieme a Russia, Jugoslavia, Slovacchia, Germania e Grecia, un Girone pertanto tutt’altro che facile.

Cosa che gli azzurri provano sulla loro pelle allorché, dopo il facile esordio con la Grecia, si trovano ad affrontare una Jugoslavia che può contare sui fratelli Nikola e Vladimir Grbic che giocano nel nostro Campionato, rimediando una severa lezione (0-3 con parziali di 13-15, 9-15, 5-15), il che rimanda le possibilità di accesso alle semifinali alla sfida contro la Russia, in programma l’11 settembre.

Ed, ancora una volta, messa con le spalle al muro, l’Italia sforna una prestazione di altissima qualità, annichilendo Olikhver & Co. con un 3-0 che non ammette repliche (15-6, 15-10, 15-12 i relativi parziali), ma il secondo posto nel Girone significa semifinale incrociata con i padroni di casa olandesi, che si sono imposti nell’altro Gruppo con 5 vittorie per 3-0 in altrettanti incontri.

Sfida che non ha storia, con l’Olanda ad imporsi ad Eindhoven con un netto 3-0 (parziali 15-9, 15-6, 15-13), per poi riservare analogo trattamento alla Jugoslavia in Finale, concedendo loro un unico set, per quello che, a tutt’oggi, è l’unico successo a livello continentale per la Nazionale “orange“, nel mentre l’Italia può solo consolarsi con il bronzo, superando agevolmente 3-1 il sestetto francese.

Un bilancio del primo anno di gestione del tecnico brasiliano non da disprezzare, ma ecco che la stagione successiva si apre all’insegna di una serie di problematiche, la prima delle quali relativa al calendario, in quanto l’appuntamento cruciale, vale a dire i Campionati Mondiali dove l’Italia deve difendere i due titoli di Brasile ’90 e Grecia ’94, sono in programma in Giappone a metà novembre 1998 e ciò determina un forte contrasto tra Federazione e Lega di Serie A, che Bebeto cerca di ricomporre proponendo un piano che prevede gli allenamenti dei Nazionali durante la settimana per poi giocare nel weekend con i rispettivi Club, ipotesi bocciata dalle rispettive Società di appartenenza.

Ed, in una situazione di chiara difficoltà, con anche il leader carismatico Giani ad intervenire criticando duramente la Federazione tanto da essere deferito e poi “graziato” per ragion di Patria, Bebeto sbotta ed annuncia le proprie dimissioni a Mondiale finito, per poi compiere alcune scelte nella selezione dei 12 convocati che appaiono a dir poco sorprendenti, ma che si riveleranno viceversa vincenti

Dapprima si ricorda di Mirko Corsano, che a Parma teneva in piedi la ricezione, per assegnargli il ruolo di libero, mal digerito da Pippi, e quindi richiama il 37enne Fefè De Giorgi quale vice palleggiatore rispetto a Meoni, nonostante la sua ultima apparizione in azzurro risalga al ’95, ritenendolo l’unico in grado di variare l’andamento di una partita.

Per una competizione di tale livello, il tecnico brasiliano ritiene Zlatanov ancora privo della necessaria esperienza internazionale e, nonostante abbia oramai acquisito la cittadinanza italiana, viene lasciato a casa così come Giombini, mentre il livello di assuefazione a certe manifestazioni viene implementato dalla convocazione di Gravina, ancorché reduce da problemi alla schiena, Pasinato e Bracci, il quale accetta di tornare in azzurro, avendo lasciato al termine dei Giochi di Atlanta ’96.

Il sestetto titolare è pertanto presto fatto, con Meoni in regia e Giani opposto, Papi e Bracci schiacciatori di banda e Gardini e Gravina centrali, una formazione di tutto rispetto, in cui quello con minor numero di presenze in Nazionale è Meoni con 117, tanto che è ancora Giani a sbilanciarsi, affermando “siamo i più forti e lo dimostreremo in Giappone, vincendo…!!!”.

Le perplessità nascono, per quanto ovvio, dalla non più giovane età di alcuni dei protagonisti, una realtà alla quale è possibile dover pagare dazio in un torneo che prevede incontri a cadenza pressoché giornaliera e di una lunghezza estenuante, che gli azzurri approcciano comunque con il piede (e le mani, verrebbe da dire …) giusto, disponendo con irrisoria facilità di Canada e Thailandia, così come degli Stati Uniti (a cui viene regalato il terzo parziale rispetto ai 15-4, 15-7 e 15-7 con cui si concludono gli altri set) per poi andare a disputare un massacrante Girone ad 8 squadre che comprende anche Russia, Olanda ed Jugoslavia.

Gruppo equilibrato sulla carta e che altrettanto si dimostra sul parquet dei Palazzetti dello Sport di Chiba ed Hamamatsu, con Italia, Jugoslavia e Russia a concludere a pari merito con 6 vittorie ed una sconfitta a testa, frutto delle sfide incrociate, che vedono l’Italia sconfiggere 3-1 la Russia e perdere 0-3 dalla Jugoslavia, a propria volta sconfitta 1-3 dai russi all’ultima giornata che si rivela altresì decisiva per le sorti degli Azzurri, impegnati con la loro “rivale storica” dell’Olanda, da cui erano stati umiliati non più tardi di un anno fa.

Quella con gli arancioni è la partita della svolta, in quanto lo straripante successo del sestetto di Bebeto – un 3-0 “firmato” 15-2, 15-7, 15-1 – oltre a scacciare un tabù contribuisce ad aumentare l’autostima e la consapevolezza del gruppo di potersi ancora sedere sul trono del Mondo, ancorché il secondo posto nel Girone (+14 di differenza set rispetto al +15 della Jugoslavia ed al +11 della Russia, pertanto esclusa dalle semifinali), determini l’incrocio con un Brasile sinora sempre vittorioso nei 10 incontri disputati, e con soli 3 set persi.

La memoria non può che fatalmente tornare all’identica sfida di otto anni prima al “Maracanazinho” di Rio de Janeiro, in cui gli azzurri di Velasco ebbero la meglio per 3-2 al termine di una gara epica che schiuse loro le porte della vittoriosa Finale contro Cuba, ed anche stavolta le emozioni non sono da meno.

L’Italia parte bene, aggiudicandosi 15-10 il primo set e sembra in grado di gestire anche il secondo parziale, allorché Bebeto sostituisce Papi, la squadra si innervosisce ed il Brasile raggiunge la parità sul 15-13, per poi subire il ritorno azzurro grazie ad una mossa indovinata del tecnico brasiliano che inserisce De Giorgi in regia in luogo di Meoni, così che l’Italia fa suo il terzo parziale per 15-11, ma è ancora presto per cantar vittoria, poiché l’inserimento di Giba da parte carioca fa sì che la decisione per l’accesso in Finale sia rimandata al tiebreak, vista l’affermazione per 15-10 dei sudamericani nel quarto set.

L’esperienza di Bebeto, allorquando si rende conto che la sfida è indirizzata verso il quinto set, fa sì che tolga Bracci per farlo riposare in vista dei punti decisivi, decisione quanto mai azzeccata, visto che il 32enne toscano di Fucecchio risulta determinante schiacciando a terra due invitanti alzate di De Giorgi sul punteggio di 11-8 in nostro favore, per poi chiudere la contesa sul 15-10 che certifica la terza Finale iridata consecutiva, la quarta a distanza di 20 anni da quell’Italia-Cuba di Roma ’78, avversaria ancora una volta la Jugoslavia, che sembra aver rilevato il posto dell’Olanda nella veste della più ostica rivale degli azzurri.

Slavi che, a loro volta, approdano in Finale dopo un convincente 3-1 a spese di Cuba ed intendono migliorare, con il titolo mondiale, una striscia che li ha visti conquistare il bronzo olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 e l’argento europeo alla rassegna continentale di Olanda ’97.

Teatro della sfida che va in scena il 29 novembre ’98 è lo “Yoyogi Stadium” di Tokyo, un immenso impianto costruito con la forma esterna di una nave, ed il cambio di parquet rispetto allo 0-3 di Hamamatsu fa sì che anche l’esito risulti diametralmente opposto.

Caricati a mille, gli azzurri partono forti sotto rete, con Gravina ad opporsi a Nikola Grbic e Papi a fare lo stesso con Batez, ed il “muro a tre” dell’Italia fa la differenza nel primo parziale, chiuso sul 15-12 con Pasinato a siglare il punto decisivo con un perfetto “mani e fuori”.

L’aver portato a casa il primo set è un’iniezione di fiducia non indifferente per il sestetto azzurro che, con Corsano superbo nel ruolo di libero, mette una tale pressione nei suoi attacchi e nella difesa a muro che la formazione di Zoran Gajic raccoglie la miseria di appena 5 punti nel secondo parziale, con l’Italia che vede avvicinarsi il traguardo del terzo titolo iridato consecutivo, un’impresa sinora mai riuscita neanche allo squadrone sovietico degli anni ’60 ed ’80 …

Importante, in questi casi, è mantenere ai massimi livelli la concentrazione, senza cali di alcun genere, cosa che gli azzurri confermano al cambio di campo nel terzo parziale, in cui a salire sugli scudi è il 25enne marchigiano Samuele Papi, le cui poderose schiacciate non riescono ad essere fermate dal muro jugoslavo, così che è quasi una logica conseguenza che sia proprio lui a siglare il punto del trionfo raccogliendo una risposta lunga della difesa avversaria su battuta al salto di Bracci, eludendo il muro con un intelligente tocco a rete in zona due per il 15-10 definitivo.

Il trionfo in terra asiatica sancisce l’ultimo titolo dell’Italia in una grande manifestazione – Olimpiadi o Mondiali – a livello planetario, e chiude definitivamente un’epoca che sarà ricordata a lungo come indimenticabile ed irripetibile per il Volley azzurro, ed il solo fatto di essere stati in grado di averla vissuta e testimoni di un Gruppo di una solidità fisica, tecnica e mentale come pochi altri sport di squadra hanno saputo dimostrare, non può che suonare a legittimo orgoglio per tutto il movimento pallavolistico nostrano…

 

PORTO RAVENNA VOLLEY, DALL’ANONIMATO AL TETTO DEL MONDO

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“Il Messaggero” Ravenna nel 1991 – da ravennaedintorni.it

articolo di Giovanni Manenti

Non è mai facile costruire una formazione vincente negli Sport di squadra, in genere ci vogliono anni prima che ogni tassello, tra dirigenza, tecnico e giocatori vada al suo posto per completare il puzzle, ed anche se, in una disciplina come la Pallavolo ciò può risultare più semplice, quanto accaduto a cavallo degli anni ’90 al Messaggero Ravenna ha del prodigioso.

Uno dei principali ingredienti è la passione radicata nel territorio e su questo l’Emilia Romagna è un terreno più che fertile, in cui molti giovani non sono altro che casa, scuola e palazzetto, tanto da consegnare al panorama pallavolistico leggende assolute quali Modena, Parma e Bologna.

Ma anche Ravenna può dire la sua, allorché – nell’era pionieristica del volley nostrano – ha visto la Robur Ravenna conquistare i primi quattro titoli consecutivi (dal 1946 al ’49) nell’immediato secondo Dopoguerra, cui se ne è aggiunto un quinto nel 1952, prima che l’anno seguente la Società si sciogliesse proseguendo l’attività limitatamente al solo settore giovanile.

Il volley ravennate torna in auge negli anni ’60 grazie al “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Natale Casadio”, costituito nel 1963 e protagonista di buoni piazzamenti in Serie A ad inizio anni ’70 – con tre quinti posti consecutivi dal 1971 al ’73 – mantenendo la Categoria sino ad inizio anni ’80 grazie alla sponsorizzazione con la locale Cassa di Risparmio, per poi retrocedere in Serie A2 al termine della stagione ’83.

La prima svolta avviene nel 1987, allorché un appassionato quale Giuseppe Brusi, assieme ad una cordata di imprenditori locali, fonda il “Porto Ravenna Volley”, rilevando il titolo sportivo dalla Casadio e potendosi così iscrivere al Campionato di Serie A2 1987-’88.

In una formazione composta per la quasi totalità da giocatori nati nella provincia romagnola e guidata dal tecnico Daniele Ricci, già ex giocatore del Casadio nel ruolo di palleggiatore, bastano pochi ritocchi – costituiti principalmente dall’acquisto dello schiacciatore croato Nurko Causevic, proveniente dal Mladost Zagabria e dal rientro all’ovile dell’esperto palleggiatore Gianmarco Venturi, ravennate doc, dopo sei stagioni in cui ha vestito i colori di Sassuolo, Modena e Bologna, affinché la nuova compagine giungesse seconda nel Girone A della Serie A2 (alle spalle del Sisley Treviso, anch’esso di fresca costituzione …), per poi aggiudicarsi il playoff per l’accesso al successivo torneo di A1.

Il ritorno sui parquet della Massima Divisione, con l’ingresso della Conad quale sponsor e l’acquisto da Milano dell’universale americano Aldis Berzins, consente al sestetto di Ricci di ben figurare nelle prime due stagioni, concluse al settimo ed ottavo posto della “regular season”, solo per essere, in entrambi i casi, eliminato ai Quarti di finale da Modena in due sole partite (0-3 ed 1-3 nel 1989 ed un doppio 0-3 nel ’90), per poi vivere, nella successiva estate, quello che è un vero e proprio cambiamento “epocale”.

Con l’avvento, difatti, delle grosse realtà imprenditoriali, attratte da un movimento in crescita esponenziale e che, giova ricordarlo, ha visto la Nazionale Azzurra guidata da Julio Velasco laurearsi Campione d’Europa nel 1989 e Mondiale l’anno seguente, ecco l’ingresso di Ravenna nella sfera di influenza del “Gruppo Ferruzzi” di Raul Gardini, così come i Benetton sono alla guida di Treviso e Milano grava nell’orbita del “Gruppo Mediolanum” che fa capo alla famiglia Berlusconi.

Ed, in un batter di ciglia, un movimento alquanto statico quanto a trasferimenti di giocatori, diviene peggio di ciò che avviene in ambito calcistico e Ravenna è la prima a beneficiare di questo apporto finanziario, visto che, a parte lo sponsor che diviene il quotidiano romano “Il Messaggero”, approda in Romagna parte del meglio del volley azzurro, segnatamente nei ruoli di Fabio Vullo, proveniente da Modena, quale palleggiatore, Roberto Masciarelli, prelevato da Falconara ed il 25enne Andrea Gardini, uno dei più, se non il più, forte centrale italiano di tutti i tempi, strappato ai rivali di Treviso.

A completare un “sestetto d’oro” – nel quale l’unico reduce delle passate stagioni è il 22enne faentino Stefano Margutti – giungono da oltre Oceano due protagonisti del ciclo d’oro del volley Usa, che in quattro anni è salito ai vertici del Volley mondiale con la conquista dell’oro olimpico sia ai Giochi di Los Angeles ’84 che a Seul ’88, inframezzato dal titolo iridato di Parigi ’86, vale a dire la “leggenda” Karch Kiraly – non ha caso eletto, assieme all’azzurro Lorenzo Bernardi, “Giocatore del XX Secolo” – e lo schiacciatore Steve Timmons.

Con la guida tecnica affidata ancora a Ricci nel segno della continuità, Ravenna si dimostra un’inarrestabile schiacciasassi, visto che nelle 26 gare della stagione regolare si afferma in 25 occasioni, realizzando l’en plein esterno e cedendo solo 2-3 al “PalaDeAndré” (intitolato a Mauro, Dirigente del Gruppo Ferruzzi e fratello del celebre cantautore genovese …) contro la Mediolanum Milano all’ultima giornata.

Con Modena in fase calante, eliminata da Parma ai Quarti dei Playoff, le due semifinali vedono da un lato Parma spengere i sogni di gloria di Milano e Ravenna avere la meglio su Treviso al termine di un’avvincente serie, per poi, al contrario, disporre facilmente in Finale della Maxicono Parma per 3-0 (3-2, 3-0 e 3-0) nel derby emiliano-romagnolo, riportando lo Scudetto nella città che ospita le spoglie del “Divin Poeta” Dante Alighieri a quasi 40 anni di distanza dall’ultimo titolo.

Per Ravenna si tratta di una stagione trionfale, visto che appena due mesi prima aveva messo in bacheca anche la sua prima – nonché unica, al pari dello Scudetto – Coppa Italia, superando in Finale Milano con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-12, 15-13, 15-9 la dicono lunga sulla superiorità dei ragazzi di Ricci.

Ma, una sia pur storica accoppiata Scudetto/Coppa Italia, è ben poca cosa per una formazione che, grazie soprattutto al carisma di Kiraly, ha nel suo DNA la vocazione internazionale, e la prima prova di ciò la si ha pochi mesi più tardi, allorché “Il Messaggero” è chiamato a disputare il Campionato Mondiale per Club, in programma a San Paolo, in Brasile, dal 22 al 27 ottobre ’91.

E, contro ogni pronostico, vista la presenza della fortissima compagine sovietica del CSKA Mosca, Campione d’Europa in carica dopo aver vinto cinque delle ultime sei edizioni della Coppa dei Campioni, nonché dei padroni di casa della Banespa, il sestetto ravennate raggiunge la Finale per affrontare proprio il Club paulista.

Per nulla intimorito di fronte ad una platea di 13mila spettatori il sestetto base di Ricci, composto da Vullo in regia, Kiraly universale, Timmos e Margutti schiacciatori di banda e Masciarelli e Gardini centrali, sfodera una prestazione ai limiti della perfezione, aggiudicandosi l’incontro per 3-1 che non rende giustizia alla superiorità ravennate, visti i parziali di 15-7 e 15-9 con cui si aggiudicano il primo e terzo set, avendo i brasiliani fatto loro il secondo per 15-11, per poi chiudere il match sul 15-13 del quarto con una schiacciata vincente di chi se non di Kiraly il quale, manco a dirlo, si aggiudica il premio di MVP della manifestazione.

Considerato che la formazione romagnola aveva partecipato al torneo quale invitata, con l’insolito risultato di divenire Campione del Mondo senza aver vinto il titolo europeo, detta lacuna viene immediatamente colmata al culmine di un cammino che non eguali in Coppa dei Campioni, potendo solo essere eguagliato, ma mai superato.

Accade, infatti, che, dopo essersi facilmente sbarazzata con un doppio 3-0 degli olandesi della Dynamo Apeldoorn nel turno preliminare, Ravenna faccia altrettanto bottino pieno nel Girone a quattro che qualifica le prime due per le “Final Four” in programma in Grecia a fine febbraio ’92, superando sul suo cammino anche gli ostici greci dell’Olympiakos, andando a violare il loro parquet per 3-2 al termine di un incontro incandescente (15-12, 9-15, 6-15, 15-7, 15-12 i parziali) per poi replicare con un secco 3-0 in Romagna, così da concludere la Poule a punteggio pieno ed affrontare in semifinale i francesi del Cannes, giunti alle spalle del CSKA Mosca nell’altro raggruppamento.

I Palazzetti greci, svolgendosi le gare di Finale al porto del Pireo, non sono il massimo dell’accoglienza per le formazioni che vengono da fuori, ed ad accorgersene sono proprio i detentori sovietici, che vengono letteralmente “spazzati via” con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-8, 15-7, 15-4 non ammettono repliche di sorta, nel mentre “Il Messaggero” compie disciplinatamente, e senza eccessiva fatica, il proprio dovere di favorito nel piegare con un altrettanto netto 3-0 (15-9, 15-9, 15-11) il sestetto transalpino.

Si potrebbe ritenere, visto anche il precedente nella fase di qualificazione, che la Finale del 29 febbraio ’92 possa rappresentare una sfida al calor bianco tra italiani e greci, ma anche stavolta, così come avvenuto in Brasile, il pur assordante tifo ellenico non può che alzarsi in piedi ed applaudire la devastante prestazione di Kiraly & Co. che annichiliscono i loro avversari con un travolgente 3-0 in cui parziali di 15-4, 15-9, 15-4 non possono dare adito a recriminazioni di alcun tipo.

E pazienza se le scorie di una stagione così massacrante – che avrà come appendice i Giochi di Barcellona ’92, che vede i ravennati Gardini, Vullo e Masciarelli convocati da Velasco, così come Timmons a disputare la sua terza Olimpiade – vengono pagate in Campionato, dove le “solite quattro” raggiungono le semifinali playoff, con identico abbinamento dell’anno precedente ed identica superiorità di Parma (3-1 su Milano) e Ravenna (3-2 su Treviso), con però esito opposto dell’atto conclusivo, dove è il Maxicono Parma a prendersi una straripante rivincita, chiudendo la sfida dopo soli tre incontri, tutti e tre risolti per 3-0.

E così, nell’edizione ’93 della Coppa dei Campioni sono due le formazioni italiane iscritte, Ravenna quale detentrice del titolo e Parma quale vincitrice dello Scudetto, il che può far presumere la possibilità di un’allettante sfida nella parte conclusiva della manifestazione, che il sestetto di Ricci affronta dovendo fare a meno della sua coppia americana, tornata in Patria ma più che degnamente sostituita, dato anche l’allargamento del tesseramento dei giocatori stranieri, con i brasiliani Renan Dal Zotto, da tre anni in forza a Parma, e Giovane Gavio, prelevato da Padova, cui si aggiunge, in attacco, un devastante Dmitry Fomin, stella del CSKA Mosca e potuto tesserare grazie alla disgregazione dell’impero sovietico.

Aver indebolito le dirette rivali del Maxicono e del CSKA (pur se quest’ultima non partecipa alla Coppa Campioni, sostituita dall’Avtomobilist di San Pietroburgo) può essere un indubbio vantaggio per il sestetto di Ricci che, nel turno preliminare, non è certo favorito dalla buona sorte, vedendosi abbinato al Radiotechnik Riga, una delle migliori formazioni dell’ex Urss ed ora iscritto in rappresentanza della Lettonia, ostacolo comunque superato con un franco successo per 3-0 (15-6, 15-4, 15-8) in terra baltica, bissato con un 3-2 al “PalaDeAndré”, per poi incontrare ancora l’Olympiakos nel Girone di qualificazione alle “Final Four”.

Oramai la “bestia nera” degli ellenici, Ravenna conferma tale connotato con una doppia vittoria, per 3-1 (8-15, 15-4, 15-12, 15-8) ad Atene ed ancor più netta in terra di Romagna (3-0 con parziali di 15-7, 15-6, 15-9) e poter quindi affrontare da imbattuta le Finali che si svolgono a metà marzo ’93 ancora al Pireo, i cui incroci vedono gli ateniesi sfidare Parma, mentre ad “Il Messaggero” toccano i belgi dello Zellik.

Vinto facilmente il primo set per 15-6, i ragazzi di Ricci si “addormentano” nel secondo, subendo un insolito parziale di 5-15 prima di riprendere il controllo del match nei due successivi, chiusi sul 15-12 e 15-7 per il 3-1 conclusivo che significa seconda Finale consecutiva, nonché una succosa rivincita della sfida Scudetto contro Parma, a propria vittoriosa per 3-1 sull’Olympiakos.

Ed il 12 marzo ’93, al “Palazzetto della pace e dell’amicizia” del porto ellenico, gli spettatori neutrali possono godersi una sfida senza esclusioni di colpi tra le due formazioni italiane, e non tragga in inganno il 3-0 che certifica la conferma sul trono europeo per Ravenna, in quanto lo stesso non rende giustizia alla prestazione al sestetto guidato dal tecnico brasiliano Bebeto ed orchestrato dall’olandese Peter Blangè in regia, con gli Azzurri Giani, Gravina e Bracci nel ruolo di martelli, come testimoniano i parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 che fissano il risultato.

Oramai al vertice del Volley internazionale, una tragedia sconvolge la serenità del Club ravennate, vale a dire il suicidio di Raul Gardini, avvenuto a luglio ’93 a causa della crisi finanziaria del “Gruppo Ferruzzi-Montedison, con conseguente recesso dell’importante sponsor, ma la squadra inizialmente non ne risente, pur con la perdita di Gardini tornato a Treviso e, grazie alle superbe prestazioni di Vullo, Giovane, Masciarelli, Fomin e dei giovani Sartoretti e Bovolenta, riesce a completare un fantastico tris di successi in Coppa dei Campioni, nuovamente a spese dei corregionali di Parma, in un torneo che elimina i Gironi per somigliare maggiormente alla Coppa Campioni calcistica.

Ed ecco, quindi, che Ravenna, ammessa direttamente agli Ottavi quali detentrice del trofeo, non ha alcuna difficoltà a sbarazzarsi degli olandesi del Piet Zoomers Eerbeek con un doppio 3-0, per poi giocarsi l’accesso alle “Final Four” contro i turchi dell’Halkbank di Ankara, contro cui subiscono, nella gara di andata disputata il 9 febbraio ’94 nella Capitale turca, la loro prima, nonché unica, sconfitta nella storia della manifestazione, un 1-3 ribaltato una settimana dopo al “PalaDeAndré” con un 3-0 dai parziali inequivocabili di 15-12, 15-8, 15-7.

Curiosamente, a far compagnia al sestetto di Ricci, sono le stesse formazioni dell’edizione precedente e con i medesimi abbinamenti, con la differenza che i belgi dello Zellik stavolta giocano in casa, disputandosi la Fase conclusiva a Bruxelles, ma ciò non è sufficiente in quanto la superiorità delle due italiane è talmente evidente che sia l’Olympiakos – sconfitto 3-0 dal Maxicono con parziali di 15-7, 15-8, 15-4 invero imbarazzanti – che la compagine fiamminga, con un altrettanto netto 3-0 (15-8, 15-10, 15-8), vengono travolte, per far sì che il derby emiliano-romagnolo si svolga ancora una volta in terra straniera e per il più prestigioso trofeo a livello continentale.

Pur se i favori del pronostico, alla vigilia, pendono dalla parte emiliana, rinforzatasi con l’arrivo dello schiacciatore brasiliano Carlao, l’orgoglio dei “vecchi guerrieri” ravennati ha una volta di più la meglio, regolando i rivali con un altro 3-0, sancito dai parziali di 15-10, 17-15, 15-10 a favore di Vullo & Co.

Con questa impresa si conclude il ciclo di un’epoca irripetibile, con un titolo mondiale e tre trionfi europei in cui Ravenna ha perso un solo incontro, ed anche se la Società prosegue per alcuni anni a livelli più che dignitosi – tra cui spicca la conquista, nel 1997, della Coppa CEV con ancora un 3-0 (15-7, 15-12, 15-10) grazie ad una formazione di giovani, composta, oltre che dallo sfortunato Bovolenta, divenuto Capitano, anche da Rosalba, Giombini e Lirutti, assieme al russo Goriochev ed all’esperto francese Chambertin – a fine secolo è costretta a rinunciare all’attività ai massimi livelli, cedendo il proprio titolo sportivo all’emergente Trento.

Ma, per coloro che hanno avuto il privilegio di vedere all’opera Campioni del calibro di Vullo, Gardini, Masciarelli e Sartoretti, affiancati da autentici interpreti ad altissimo livello del volley mondiale quali di due americani Timmons e Kiraly, il sovietico Fomin ed i brasiliani Dal Zotto e Giovani, i ricordi di quelle imprese vivranno per sempre come ricordi indelebili impossibili da dimenticare