HIROFUMI DAIMATSU, IL “DEMONE” DELLE RAGAZZE GIAPPONESI ORO NEL VOLLEY AI GIOCHI DI TOKYO 1964

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Hirofumi Daimatsu ed il sestetto di Volley giapponese – da:gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con il programma olimpico ad arricchirsi di nuove discipline ad ogni edizione, in occasione dei Giochi di Tokyo 1964 vengono introdotti due nuovi Sport che trovano nel Paese del Sol Levante una grande diffusione, vale a dire il Judo e la Pallavolo, con quest’ultima ad inaugurare entrambi i Tornei, sia maschile che femminile.

Un ritardo, quello del Volley che ai giorni nostri può sembrare inspiegabile vista la popolarità assunta da tale disciplina e che, in effetti, giunge nell’arengo olimpico dopo la disputa di ben 5 edizioni dei Campionati Mondiali nel settore maschile e di quattro in quello femminile, ma bisogna anche considerare che, all’epoca, il CIO non era di così “manica larga” come viceversa sta avvenendo in questi ultimi anni.

Uno sport, quello del Volley, che vede a cavallo degli anni ’60 il dominio incontrastato delle Nazioni dell’Europa orientale in campo maschile, prova ne sia che nelle riferite cinque edizioni della Rassegna iridata le stesse hanno occupato tutte e quattro le prime posizioni, con la “parte del leone” spettante, come logico, all’Unione Sovietica – con 4 vittorie ed un terzo posto – con la più temibile avversaria costituita dalla Cecoslovacchia, Campione Mondiale nel 1956 in Francia ed argento nelle altre quattro occasioni.

Un duello, quello tra sovietici e cecoslovacchi, che ha modo di ripetersi anche nella Capitale giapponese, in un Torneo che vede allinearsi al via 10 formazioni con una formula tanto semplice quanto massacrante, vale a dire confrontarsi l’una contro l’altra in un “Girone all’italiana”, con assegnazione delle medaglie dalla Classifica risultante.

Con gli atleti a dover disputare 9 incontri in 11 giorni, la resistenza fisica è un fattore determinante quanto la tecnica di gioco, così che nel duopolio Urss-Cecoslovacchia si inserisce, a sorpresa, anche il Giappone padrone di casa – che peraltro, due anni prima, in occasione dei Mondiali di Mosca ’62, si era piazzato al quinto posto, appena a ridosso delle formazioni dell’Est Europa – il quale paga a caro prezzo un “passaggio a vuoto” alla seconda giornata con un pesante 0-3 (anche nei parziali, 12-15, 8-15, 12-15) contro l’Ungheria che impedisce di lottare per la medaglia d’oro.

Giappone però che, dopo una seconda sconfitta contro la Cecoslovacchia per 1-3, ha quantomeno la soddisfazione di rendere incerto l’esito finale infliggendo il 19 ottobre ’64 ai sovietici (che avevano concluso imbattuti la Rassegna iridata di due anni prima …) l’unica sconfitta del Torneo, un peraltro netto 3-1, come testimoniano i parziali di 14-16, 15-5, 15-8, 15-10 in loro favore e che vale ai nipponici la medaglia d bronzo.

Unione Sovietica che era reduce dalla sofferta vittoria del giorno prima per 3-2 sulla Cecoslovacchia (15-9, 15-8, 5-15, 10-15, 15-7 i relativi parziali) e che, pertanto, deve solo ad un miglior quoziente set – incrementato con altrettanti 3-0 nelle ultime giornate contro Stati Uniti, Bulgaria e Brasile – la conquista del primo titolo olimpico della Storia dei Giochi, essendo terminata a pari punti (8 vittorie ed una sola sconfitta) con la Cecoslovacchia, ma con 25 set vinti a fronte di 5 persi rispetto ai 26-10 dei suoi avversari.

Ma se il Torneo maschile aveva rispettato il pronostico della vigilia, una grande attesa vi era tra il pubblico asiatico per l’esito di quello femminile, in cui nutrivano malcelate ambizioni di successo, dato che proprio il sestetto nipponico aveva interrotto, due anni prima a Mosca, l’egemonia sovietica costituita da altrettanti successi nelle prime tre edizioni dei Campionati Mondiali.

E, del resto, sono speranze ben riposte, vista la schiacciante superiorità messa in mostra durante la rassegna iridata, conclusa con 9 vittorie su altrettanti incontri, di cui ben 8 per 3-0 con l’unica formazione in grado di strappare un set alle micidiali giapponesi ad essere proprio quella sovietica, potendosi peraltro definire come un “incidente di percorso”, dato che quel 20 ottobre ’62 sul parquet della Capitale moscovita va in scena un autentico massacro, che, dopo il primo set perso 14-16, vede le tre volte Campionesse mondiali annichilite sotto un bombardamento i cui parziali di 15-7, 15-11 e 15-3 non ammettono repliche.

Ma quel trionfo, che faceva seguito all’argento di due anni prima in Brasile, nascondeva dietro di sé un’ombra, che stavolta non era costituita dall’uso di sostanze illecite, quanto dai metodi, per certi versi altrettanto “mostruosi” e sicuramente quantomeno deprecabili, ai quali sottoponeva le sue atlete il tecnico Hirofumi Daimatsu, una sorta di aguzzino nei loro confronti.

Un ex Comandante dell’esercito imperiale giapponese, Daimatsu, conosciuto in Patria come “orco” o “demone” per i suoi brutali metodi di allenamento, assume nel 1954 la guida della squadra della Filiale di Kaizuka della “Nichibo” – una fabbrica di filati che chiama a raccolta le migliori pallavoliste tra le sue impiegate/operaie con lo scopo dichiarato di allestire la miglior squadra del Paese e le cui componenti costituiranno poi in pratica l’intera ossatura della Nazionale giapponese – sottoponendo le atlete a massacranti allenamenti ogni singolo giorno dell’anno, fatta salva una breve vacanza nel periodo coincidente con le festività di fine anno, incurante delle problematiche relative al ciclo mestruale e con sessioni che duravano dalle 16:30 sino a mezzanotte con un solo brevissimo intervallo di 15 minuti …

In tale arco temporale le ragazze – che dalle 8 del mattino sino alle 4 del pomeriggio lavoravano in ufficio od in fabbrica presso l’azienda – vengono sottoposte ad affinare un esercizio tipico della filosofia di Daimatsu, ovverossia il “kaiten reeshibu” (“ruotare e ricevere”), preso a prestito dal judo, che consiste nel tuffarsi sul pavimento per difendersi dalla schiacciata avversaria e quindi ruotare immediatamente su sé stesse per recuperare l’assetto ed essere in grado di ricevere il pallone, una tecnica che l’allenatore impone di ripetere talmente tante volte sino a che le atlete non sono più in grado di rialzarsi e vicine alle lacrime.

A quel punto, gli “incoraggiamenti” di Daimatsu verso le proprie allieve sono del tipo “Vedi che non sei buona per la Pallavolo, tanto vale che ti arrendi …”, oppure “se preferisci stare a casa con tua madre, allora te ne puoi andare …” – il che ci riporta alla mente alcune uscite del Sergente Foley nel Film Cult “Ufficiale e Gentiluomo” del 1982, allorché aveva il compito di addestrare le reclute – ma è indubbio che tutti concordano nel ritenere una tale pratica, definita “satsujin taiso” (“addestramento omicida”) come una vera e propria forma di tortura.

Daimatsu ammette che, sì, i suoi metodi sono “un po’ crudeli” (bontà sua …), ma che gli stessi si rendono necessari non solo per affinare la tecnica individuale, ma anche per accrescere lo spirito combattivo, utile per prevalere contro l’Unione Sovietica, le cui atlete sono di parecchi centimetri più alte in media e fisicamente più robuste delle sue, e, d’altronde, può anche presentare, come “biglietto da visita”, l’incredibile striscia di 258 vittorie consecutive delle sue ragazze della “Nichibo” tra il 1959 ed il ’66.

Opinione su cui si potrebbe a lungo discutere, alla cui base probabilmente incide il passato di militare di Daimatsu e la conseguente avversione del suo Paese nei confronti del regime comunista imperante all’epoca nell’Unione sovietica, pur se non va altresì sottaciuto come le sue giocatrici, una volta divenute adulte e createsi una vita propria, abbiano difeso con fermezza il loro allenatore contro ogni critica affermando di essere state ben consapevoli dei suoi metodi e di averli completamente accettati.

Ad ogni modo, quello che conta per il tecnico è la conquista dell’Oro olimpico in un Torneo ben più limitato rispetto a quello iridato, con sole 6 Nazioni (oltre ad Urss e Giappone, ne fanno parte Polonia, Romania, Stati Uniti e Corea del Sud) iscritte, il cui svolgimento è pari a quello maschile, vale a dire con le sei formazioni ad affrontarsi in un Girone all’italiana con la relativa Classifica finale a stabilire il podio ed il relativo calendario, non certo a caso, prevede la sfida titanica tra le due superpotenze all’ultima giornata.

E che il divario tra sovietiche e giapponesi ed il resto del lotto sia visibilmente impari lo dimostrano i risultati che entrambe fanno registrare prima del ”big match” per l’assegnazione della medaglia d’oro, visto che l’Unione Sovietica inanella quattro vittorie per altrettanti 3-0 (tra cui un imbarazzante 15-0, 15-6, 15-0 inflitto alla Corea del Sud) con un totale di 180 punti ad appena 52 subiti, con ciò facendo intendere di non voler interpretare il ruolo della “vittima sacrificale” rispetto alle neocampionesse mondiali.

Giappone che, dal canto suo, è ancor più devastante con i suoi tre successi per 3-0 su Stati Uniti (15-1, 15-5, 15-2 i relativi parziali), Romania (15-7, 15-3, 15-8) e Corea del Sud (15-3, 15-2, 15-4), gare in cui le avversarie non riescono mai a superare quota 8 in un singolo set, prima di “prendersi un set di riposo” nell’incontro che, il 18 ottobre, l’oppone alla Polonia ed in cui, dopo essersi aggiudicati i primi due parziali con la consueta, irrisoria facilità (15-4 e 15-5), le ragazze si addormentano nel terzo, perso 13-15, per poi rimettere le cose a posto nel quarto set, vinto in scioltezza per 15-2, così da presentare alla sfida decisiva con uno score di 193 punti realizzati a fronte di appena 61 subiti.

Le aride cifre che emergono dal raffronto tra le gare con le altre partecipanti al Torneo – definirle “avversarie” renderebbe loro eccessivo onore vista l’imbarazzante differenza di valori – potrebbero far pensare ad un atto conclusivo quanto mai incerto, vista la sostanziale parità delle rispettive differenze punti di +128 per il sestetto sovietico e di +132 per quello nipponico, ma se le ragazze di Daimatsu riuscissero ad esprimersi come due anni prima a Mosca, il pronostico appare viceversa scontato.

E del resto, nientemeno che l’autorevole (nonché unico …) giornale moscovita “Pravda” si era talmente entusiasmato dalle esibizioni del sestetto nipponico, in specie per la pregevole tecnica del recupero palla a fronte dei tentativi a rete delle atlete di casa, da coniare per lo stesso il simpatico appellativo di “Streghe d’Oriente” (“Toyo no majo” in giapponese …) come se nel loro modo di giocare vi fosse qualcosa di esoterico, pur se qualche superficiale osservatore aveva avuto il coraggio di asserire che tale successo iridato non fosse stato altro che il classico “colpo di fortuna” e che, difficilmente, le giapponesi avrebbero potuto confermarsi in sede olimpica, ancorché sul parquet amico.

Leader del Gruppo – perché con un tecnico di tale specie, vi è chiaramente bisogno di un’atleta che faccia da collante tra lui e le altre giocatrici – è la centrale Masae Kasai, che con i suoi 174cm. è la più alta della squadra, la quale aveva deciso, oramai 29enne, di abbandonare l’attività agonistica dopo il successo iridato del ’62 a Mosca e convolare a nozze, ma che invece viene convinta a guidare il sestetto anche ai Giochi di Tokyo al punto che è lei a farsi promotrice presso le sue compagne, in prossimità dell’evento (per il quale avevano ottenuto uno specifico permesso dall’azienda dove lavoravano …), di estendere le ore di allenamento dalle 15:00 sino a quasi le 2:00 o le 3:00 del mattino seguente.

Oltretutto, “la sfida che non può essere persa” e che va in scena al “Komazawa Gymnasium” di Tokyo alle ore 19:35 locali del 23 ottobre ’64, davanti a 4mila spettatori che riempiono l’impianto in ogni ordine di posti, è l’ultima possibilità per il Giappone di incrementare il suo bottino di medaglie d’oro, già giunto a quota 15 ma che aveva visto l’umiliazione, nella stessa giornata, della sconfitta del judoka Akio Kaminaga nella categoria Open da parte del colosso olandese Anton Geesink, con ciò aumentando la pressione sulle ragazze, al punto che una di esse se ne esce con l’inequivocabile frase: “se perdiamo, è meglio che lasciamo il Paese …!!”.

Evento che viene trasmesso in diretta Tv, così che le strade sono completamente vuote creando un panorama surreale nella metropoli giapponese, nel mentre al Palazzetto non fa mancare la sua presenza neppure la Principessa Michiko Shoda, moglie dell’erede al trono imperiale Akihito, prima cittadina comune ad andare in sposa ad un membro della famiglia imperiale e che si faceva apprezzare, oltre che per la sua bellezza, per la sua straordinaria eleganza, con i suoi raffinati abiti a due pezzi, le semplici collane di perle, il portamento perfetto, così da essere da esempio tra le donne giapponesi.

C’era senza dubbio una pressione difficile da sopportare per il sestetto giapponese, ma mai come in questo caso il duro lavoro, anche mentale, di Daimatsu dà i propri frutti, ed il superiore gioco di squadra delle sue giocatrici, a supportare una Kasai praticamente insuperabile sotto rete, fa sì che i primi due set filino via con parziali di 15-11 e 15-8, con a fare riscontro ad ogni punto delle padroni di casa le fragorose urla dei tifosi sugli spalti e le ripetute inquadrature televisive della Principessa Michiko in tribuna …

Ma la Pallavolo è uno sport in cui non puoi cantar vittoria sino a che non tocca terra l’ultima palla, ed ecco che l’orgoglio delle sovietiche fa sì che le stesse si portino in vantaggio sino a 13-9 nel terzo parziale, prima che Daimatsu chiami a raccolta le sue “allieve”, invitandole a non perdere la calma ed a non affannarsi nel recuperare lo svantaggio, giocandosi la rimonta punto su punto (ricordiamo che all’epoca era in vigore il “cambio palla” …), cosa che le stesse eseguono mettendo a segno 6 punti consecutivi per il 15-13 conclusivo che certifica il trionfo tanto atteso nel tripudio generale.

Ed al punto decisivo, le giocatrici si lasciano finalmente andare in salti e lacrime di gioia, così come i commentatori, gli spettatori ed anche la bella Principessa (che, per una volta perde la sua famosa compostezza, ma la possiamo perdonare …) si alzano in piedi ad applaudire e festeggiare, al pari dei milioni incollati davanti ai teleschermi, per un evento che, avendo fatto registrare uno share del 66,8%, rappresenta tuttora il secondo programma più visto nella Storia della Tv nazionale giapponese.

In contrasto con dette scene di giubilo vi è, da un lato, il comprensibile sconforto delle giocatrici sovietiche, le quali scendono nello spogliatoio e, chiusa la porta alle spalle, si lasciano andare in un dirotto pianto per sfogare tutta la loro frustrazione, e, dall’altro, l’immagine di un Daimatsu che, al raggiungimento dell’obiettivo di cogliere l’oro olimpico che si era prefissato, viene ripreso in piedi, da solo, mentre le sue ragazze festeggiano a metà campo, trattenendosi dall’abbracciarle od anche semplicemente stringere loro la mano.

Potrebbe sembrare il classico atteggiamento del “Sergente di Ferro”, ma forse, in cuor suo, voleva semplicemente lasciare loro l’onore della ribalta, ben consapevole dei sacrifici che avevano dovuto sopportare per raggiungere un tale traguardo e che, nelle classiche rivisitazioni di fine Secolo, è stato catalogato nella Storia dello Sport giapponese del Novecento al quinto posto tra le dieci migliori imprese.

Come dire che, in fondo, anche i “Demoni” hanno un’anima …

 

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ANDREA ZORZI, LO “ZORRO” CHE LASCIAVA IL SEGNO SUI PARQUET DEL VOLLEY MONDIALE

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Andrea Zorzi ad Atlanta ’96 – da:trentotoday.it

Articolo di Giovanni Manenti

Se il celebre personaggio immaginario creato dallo scrittore americano Johnston McCulley era solito “firmare” le proprie imprese tracciando una zeta con la propria spada, un “eroe sportivo” – ma, al contrario, quanto mai reale – si è fatto carico del ruolo di “giustiziere” sui parquet di mezzo Mondo a cavallo degli anni ’90, lasciando il segno con l’inaudita potenza delle proprie schiacciate, tanto da fornire un devastante contributo ai successi della denominata “Generazione di Fenomeni”.

Lo “Zorro di casa nostra”, il cui soprannome è stato facile da ideare facendo riferimento al suo cognome, altri non è che Andrea Zorzi, nato a Noale (Ve) il 29 luglio 1965 ed, incredibili a dirsi, approdato alla Pallavolo in età abbastanza avanzata.

Predilige giocare a Calcio, difatti, il giovane Andrea, ma il suo fisico – che lo rende simile ad un Ibrahimovic dei giorni nostri – mal si addice a tale disciplina, specie per il numero di piede, un 47, alquanto inusuale per “addomesticare” il pallone, tant’è che al Liceo gli viene caldamente consigliato di scegliere tra il Basket od il Volley.

Novello Duca di Mantova (“questa o quella per me pari son”, da “Il Rigoletto” di Giuseppe Verdi …), per il 16enne Andrea entrambi gli Sport non fanno granché differenza e la scelta cade sulla Pallavolo solo perché, parole sue, “avevo l’opportunità di praticarla più vicino a casa” ed ecco quindi che ad avere il privilegio di accoglierlo è la palestra di Trebaseleghe (Pd), dove disputa il suo primo Campionato di Serie C2 nelle file della Silvellese.

Categoria in cui la sola corporatura (alla completa maturazione Zorzi diviene un atleta di m.2,01 per 102kg.) è sufficiente a fare la differenza, ma non ancora ad affinarne la tecnica, invero quanto mai grezza, ed ecco che si rende necessario affidare questo masso di marmo ad un Michelangelo od un Donatello capace di trarne fuori una scultura degna di nota.

Trasferitosi nell’estate ’82 a Padova in A2, Zorzi vi disputa tre Campionati con il miglior risultato la quarta posizione nel 1984, iniziando peraltro a dimostrare la sua devastante potenza in attacco, ed anche se con ancora molto da imparare sia in fase di palleggio che di ricezione, Parma crede nelle sue potenzialità, aggiudicandosene le prestazioni nell’estate ’85.

Il ritrovarsi “dal limbo al Paradiso”, con compagni di squadra del calibro di Gianni Lanfranco, Giovanni Errichiello, Piero Rebaudengo e Paolo Vecchi, che avevano scritto la storia della nostra Pallavolo, porta Zorzi al definitivo salto di qualità, grazie anche, se non soprattutto, alla pazienza ed alla costanza del tecnico polacco Aleksandr Skiba – uno, per capirsi, Campione del Mondo nel ’74 ed oro olimpico nel ’76 con la propria Nazionale – il quale comprende la volontà di affermarsi del 20enne Andrea, come lui stesso ricorda, dopo essersi esibito in un bagher orribile: “Skiba apprezzò il fatto che io fossi diventato rosso in volto per l’imbarazzo, intuì il mio desiderio di emergere e mi seppe accompagnare nel percorso di crescita”.

Miglioramenti visibili, che anche se non portano frutti immediati a livello di Club – la prima stagione a Parma si conclude con l’eliminazione ai Quarti dei playoff da parte di Falconara – convincono il Commissario Tecnico azzurro Silvano Prandi a convocare per la prima volta Zorzi per l’amichevole contro la Grecia del 12 agosto ’86 a Bormio, con successivo inserimento nella lista dei 12 in vista del Mondiale di fine settembre in Francia.

Sono lontani i fasti del secondo posto di Roma ’78, e l’Italia conclude la Rassegna iridata in undicesima posizione, aprendo e chiudendo la stessa con due 3-0 a spese della Cina, ma subendo nel cammino altrettanti, impietosi 0-3 da parte di Francia, Bulgaria, Brasile e Cecoslovacchia, prima di arrendersi 2-3 al Giappone nella semifinale dal nono al dodicesimo posto.

La stagione seguente segna un’ulteriore svolta nella carriera di Zorzi in quanto, insoddisfatta per la prestazione al Mondiale, la Federazione affida la panchina azzurra proprio a Skiba, il quale lascia il posto ad inizio febbraio ’87 a Giampaolo Montali, uno dei due tecnici con cui lo schiacciatore veneto ottiene i suoi maggiori successi, l’altro lo scopriremo pressoché subito.

Promosso alla guida della prima squadra proveniente dalle Giovanili, ancorché sia appena 27enne, Montali è l’artefice del secondo “Periodo d’Oro” della formazione parmense dopo i trionfi “targati” Claudio Piazza che avevano portato a due Scudetto (1981 ed ’82) ed a due Coppe dei Campioni (1984 ed ’85) consecutive, anche se in Campionato trova di fronte un ostacolo che si rivela insormontabile, vale a dire gli “eterni rivali” modenesi.

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Zorzi a Parma – da:ioacquaesapone.it

Per tre stagioni consecutive, difatti, dal 1987 al 1989, la lotta per il titolo al termine dei Playoff vede andare in scena il “Derby della via Emilia”, probabilmente il più sentito confronto a livello di campanile nella storia della nostra Pallavolo, dando luogo a sfide epiche in cui i 12 giocatori in campo danno l’anima sino all’ultimo pallone giocabile, come dimostrato dall’esito del 1987, allorché Parma (abbinata “Santal”), pur con il vantaggio del fattore campo, esce sconfitta per 3-2 dopo cinque tiratissime gare (3-0, 2-3, 3-2, 1-3, 0-3) ed il netto 0-3 subito nella quinta e decisiva partita davanti ai propri tifosi è davvero difficile da mandar giù.

Stesso epilogo l’anno successivo, con stavolta i modenesi a fruire del vantaggio del fattore campo ed anche stavolta si deve ricorrere alla quinta e decisiva gara in un “PalaPanini” riempito sino all’inverosimile per festeggiare il 3-2 con cui i “canarini” si confermano Campioni, il che accade anche nel 1989, ma stavolta in maniera più netta poiché, dopo due vittorie per 3-1 a testa, in gara-3 il sestetto modenese guidato da Julio Velasco espugna il “PalaRaschi” per 3-0 per poi ripetere analogo risultato davanti al proprio pubblico.

Un vero e proprio incubo, la figura del “guru” argentino per Zorzi, il quale accoglie con un misto di gioia e timore la notizia che allo stesso viene affidato, a conclusione della stagione ’89, il ruolo di Commissario Tecnico della Nazionale, con cui Zorzi aveva partecipato alle Olimpiadi di Seul ’88 che avevano visto il ritorno di Carmelo Pittera alla guida, senza peraltro eccessivi miglioramenti, visto che anche i Giochi coreani si concludono con l’Italia classificatasi non meglio che nona tra le 12 iscritte, ma che rappresentano una tappa importante dal punto di vista affettivo pr il protagonista della nostra storia odierna, visto che è proprio in quella circostanza che fa la conoscenza con Giulia Staccioli, Campionessa italiana di ginnastica ritmica e che diverrà poi sua moglie …

Divagazioni sentimentali a parte, il non ritrovarsi Velasco sulla panchina modenese durante il Campionato può essere un bel sollievo, ma quale sarà l’impatto con il tecnico in occasione del primo raduno azzurro, si chiede Zorzi, restando peraltro stupito dal primo colloquio che l’argentino ha con lui – come del resto con gli altri convocati – dopo il discorso di prammatica rivolto a tutto il gruppo, allorché gli viene chiesto in cosa ritenesse dover migliorare.

La risposta per il 24enne vento è pressoché scontata, vale a dire palleggio, ricezione, ma il commento di Velasco è spiazzante: “Tu sei schiacciatore, no …?? Ed allora devi migliorare nello schiacciare …!!”, il che stava a significare come il tecnico argentino pretendesse la perfezione in ogni singola specialità in cui eccellevano i suoi ragazzi, preferendo atleti al top nel loro specifico ruolo che non dei “generalisti” che fossero bravi in tutto, ma senza emergere in una singola fase di gioco …

Non è, peraltro, che con Montali Parma (ora divenuta “Maxicono”) fosse rimasta a guardare, conquistando nel biennio 1988-’89 due Coppe delle Coppe consecutive, aggiudicandosi altresì la prima edizione, svoltasi proprio nel capoluogo emiliano, del Campionato Mondiale per Club ’89, con la soddisfazione di sconfiggere la celebre “Armata rossa” del CSKA Mosca che, per tre anni di seguito, aveva “giustiziato” gli odiati rivali della Panini Modena in Finale di Coppa dei Campioni, facendo provar loro le stesse amarezze subite da Zorzi & Co. nei Playoff Scudetto.

Ma ora, Velasco è dalla sua parte e non rinuncia certo alle prestazioni di colui che sta per divenire “Zorro” a tutti gli effetti, a cominciare dagli Europei in programma da fine settembre ’89 in Svezia, manifestazione dove l’Italia, negli ultimi 40 anni, ha ottenuto come miglior risultato appena un misero quarto posto nell’edizione ’83 svoltasi in Germania Est.

Ma il vento è fortunatamente cambiato e, con un sestetto titolare che vede il tecnico argentino puntare su tre suoi “fidati” ex giocatori provenienti dalla Panini, vale a dire Bernardi, Andrea Lucchetta e Cantagalli, a cui affianca Tofoli in regia, Gardini centrale e Zorzi quale schiacciatore opposto, l’Italia si aggiudica il proprio Girone eliminatorio che dà accesso alle semifinali, pur facendo registrare la “consueta” sconfitta contro la Francia (13-15 al quinto set) nell’ultimo turno, una delle classiche “bestie nere” per gli azzurri a livello continentale.

L’altro Girone vede il previsto cammino senza ostacoli di un’Unione Sovietica a punteggio pieno e che non ha alcuna intenzione di scendere da quel trono europeo che detiene da oltre 20 anni (e cioè dall’edizione ’67 in Turchia …!!), così che all’Italia tocca l’Olanda in semifinale mentre i Campioni in carica devono vedersela contro i padroni di casa svedesi.

Quella che va in scena il 30 settembre a Stoccolma è forse lo specchio di ciò che Velasco pretende dai suoi giocatori, una sorta di “gara perfetta” che vede il sestetto dei Paesi Bassi annichilito con un 3-0 i cui impietosi parziali di 15-7, 15-3, 15-2 stanno a dimostrare l’enorme differenza dei valori in campo.

E se, alla vigilia, l’argento era considerato il traguardo massimo raggiungibile, la notizia del clamoroso successo per 3-2 (17-15 al quinto …) dei padroni di casa contro l’Unione Sovietica fornisce a Velasco un’occasione da non perdere per portare gli azzurri al primo trionfo internazionale della loro Storia tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei, essendo a questo punto necessario mantenere alta la concentrazione, visto che la Svezia è pur sempre alla loro portata, avendola già superata con un netto 3-0 (15-8, 15-9, 15-8) nel Girone eliminatorio.

Velasco è categorico nel catechizzare i suoi ragazzi prima della sfida decisiva dell’1 ottobre ’89, ricordando loro come: “A questo punto, non possiamo più accontentarci solo dell’argento, senza farci intimidire dal pubblico, visto che molti di voi sanno benissimo che a Modena e Parma quando si gioca la Finale playoff la pressione è molto più alta …!!”.

Ahi, Zorzi, il tecnico argentino è andato a mettere il classico “dito nella piaga”, l’avrà mica fatto per darti un ulteriore sprone, chissà, ma di fatto, dopo un primo set letteralmente buttato via con gli azzurri che si fanno rimontare da 10-4 sino a 14-16 per il delirio dei 15mila (!!) spettatori presenti, la sfida prende la strada che tutti si auguravano, con l’Italia a dominare il secondo parziale (15-7) e respingere il tentativo di rimonta svedese nel terzo, dove sul 14-13 per Lucchetta & Co. una schiacciata di Bengt Gustafson – compagno di squadra di Zorzi per tre anni a Parma e premiato come “Miglior Giocatore del Torneo” – viene chiamata fuori dagli arbitri, con ciò portando gli azzurri sul 2-1 e segnando di fatto la resa da parte dei padroni di casa che perdono nettamente per 15-7 anche il quarto set che laurea l’Italia per la prima volta Campione Continentale.

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Italia Campione d’Europa 1989 – da:pallavolissimo.com

Ci siamo dilungati su questo successo perché esso rappresenta, oltre che il primo trionfo in maglia azzurra per Zorzi, una pietra fondamentale nel suo “triennio d’oro”, che lo vede nel ’90 disputare una stagione costellata solo da successi, ad iniziare, finalmente, dalla conquista dello Scudetto avendo stavolta la meglio in tre sole partite di una Modena “targata” Philips ed orfana di Velasco – ma, curiosamente, trionfatrice in Coppa dei Campioni dove l’argentino si era sempre arreso all’ultimo atto – cui unisce la Coppa Italia, la terza Coppa delle Coppe consecutiva e la Super Coppa Europea.

Un “grande Slam” impressionante, cui, a livello di Nazionale, si unisce la vittoria nella prima edizione della World League, la cui Fase Finale si svolge in Giappone e vede Zorzi protagonista assoluto, facendo “innamorare” di sé il pubblico del Sol Levante (femminile in particolare …), tanto da essere premiato come “Miglior Giocatore” di un Torneo che vede l’Italia superare in semifinale l’Unione Sovietica al termine di 5 tiratissimi set (15-12, 16-17, 15-11. 14-16, 15-9) e quindi liquidare in Finale l’Olanda con un 3-0 che non rende onore al comportamento dei nostri avversari che, dopo aver perso 15-7 il primo parziale, impegnano gli azzurri nei due successivi, entrambi chiusi sul 16-14.

Per completare un’annata da sogno, mancherebbe solo il titolo mondiale, impresa quanto mai ardua visto che, se l’Orso sovietico è stato ammansito (ma non ucciso, sia ben chiaro …) dall’altra parte dell’Oceano ci attendono le due fortissime sudamericane che rispondono al nome di Cuba e Brasile, con quest’ultima addirittura nelle vesti di padroni di casa.

Quale sia stato l’andamento del Torneo è risaputo, con l’Italia a subire uno schiaffo salutare da Despaigne & Co. nell’ultima gara del Girone eliminatorio, un imbarazzante 0-3 (13-15, 9-15, 8-15) che Velasco sfrutta per caricare i suoi che, dopo essere passati sul cadavere di Cecoslovacchia ed Argentina con due 3-0 che non ammettono repliche, compiono due imprese che restano impresse a forti tinte nella Storia del nostro Volley, imponendosi 3-2 (6-15, 15-9, 15-8, 8-15, 15-13) sul Brasile al “Maracanazinho di fronte ad una “torcida” impressionante per far loro svanire i sogni di gloria, per poi ripetersi in Finale su Cuba, sconfitta per 3-1 con il 16-14 di un quarto set interminabile con ben 8 match ball per gli azzurri puntualmente annullati dal fenomenale Despaigne, prima che Bernardi possa piazzare la schiacciata vincente.

Ma il vero “eroe” della Finale è proprio Zorzi, che da allora diviene per tutti “Zorro”, quello che lascia il segno, come testimoniano le sue 50 azioni vincenti (2 punti in battuta, 3 muri e 45 attacchi) nel corso del match, meglio anche del fuoriclasse cubano, fermatosi a 46, un’esibizione di potenza e precisione assoluta nata dopo che, contro il Brasile, Velasco ne avesse centellinato l’utilizzo, a dimostrazione di come il tecnico argentino sapesse motivare i propri uomini …

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L’Italia Campione del Mondo nel ’90 – da:lenius.it

Mondiale disputatosi ad ottobre ’90 al quale però Zorzi partecipa in rappresentanza di un altro Club, avendo ceduto – anche per l’abbandono di Montali dalla guida di Parma – nel corso dell’estate alle lusinghe della neonataMediolanum” Milano – al pari di altre icone del nostro Volley quali Franco Bertoli, Claudio Galli e l’amico fraterno Andrea Lucchetta – sotto l’egida di Silvio Berlusconi, intenzionato a fare del Milan una “polisportiva” (acquisisce anche il settore Rugby ed Hockey su ghiaccio …) alla stregua dei famosi Club spagnoli quali Real Madrid e Barcellona, anche se poi il progetto avrà breve durata.

Una scelta indubbiamente remunerativa sotto l’aspetto economico – “Mi ha consentito di far tanti bei soldini …!“, chiosa Zorzi – ma molto meno soddisfacente dal punto di vista dei risultati, visto che nel quadriennio di permanenza a Milano, la formazione guidata per le prime due stagioni dall’americano Doug Beal e nelle successive dall’argentino Raul Lozano, riesce a disputare in sole due occasioni la Finale Playoff per lo Scudetto, sconfitta da Parma nel ’93 e da Treviso (allenata da Montali …) nel ’94, due “nemesi” non da poco per un vincente come l’oramai quasi 30enne schiacciatore veneto.

Poca consolazione giunge dai successi internazionali che ne arricchiscono il Palmarès con altri due Campionati mondiali per Club vinti nel ’90 e ’92, così come la conquista della sua quarta Coppa delle Coppe nel ’93, così come in chiaroscuro sono le due stagioni del nuovo decennio con la Nazionale azzurra, visto che l’Italia si conferma aggiudicandosi altre due World League consecutive nel ‘91 a Milano (3-0 a Cuba in Finale, con Zorzi nominato ancora una volta come “Miglior Giocatore del Torneo) e nel ’92 a Genova, con ancora i cubani sconfitti 3-1 in Finale, ma dovendo abdicare nei due Tornei più importanti.

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Zorzi MVP World League – da:isolafelice.com

L’Unione Sovietica riprende, difatti, quello che per lei è considerata una sorta di “diritto” divino, vale a dire la leadership continentale, sconfiggendo 3-0 l’Italia nella Finale di Berlino ’91 – anche se, a livello personale, per Zorzi il 1991 è un anno da mettere in bacheca, visto che viene premiato dalla FIVB (Fédération Internationale de Volleyball) quale “Miglior Giocatore al Mondo – mentre molto più amara e deludente è la sconfitta patita ad opera dell’Olanda nei Quarti di Finale alle Olimpiadi di Barcellona ’92, con gli azzurri in vantaggio 2 set ad 1 a subire un impensabile black out nel quarto parziale (perso 2-15 …!!) e poi essere l’ultima vittima di un regolamento assurdo che li vede perdere 16-17 il quinto e decisivo set, norma successivamente modificata esigendo un divario di due punti tra le due formazioni.

Nettamente migliore dal punto di vista azzurro il successivo biennio, che a livello di Club, come già ricordato, per Zorzi porta a due Finali Scudetto perse – saranno 6 in totale a fine carriera – con l’Italia a piegare la resistenza olandese agli Europei di Turku ’91 con un 15-9 al quinto set dopo essersi fatti rimontare da un vantaggio di 2-0 maturato nei primi due parziali e prendersi un’ancor più ghiotta rivincita sugli “orange” nella Finale iridata di Atene ’94, allorché Blangé & Co. vengono umiliati, dopo i primi tre parziali equilibrati (15-10, 11-15, 15-11 a favore degli azzurri), rifilando loro un impietoso 15-1 nel quarto ed ultimo set, così, tanto per vendicare il 2-15 di Barcellona.

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L’Italia Campione del Mondo ’94 – da:pallavolissimo.com

Anche stavolta, però, la rassegna continentale svoltasi in Grecia vede Zorzi partecipare sotto nuovi colori, chiamato nell’estate ’94 dal suo vecchio coach Gian Paolo Montale a rafforzare un attacco stellare della Sisley Treviso, che può allineare, oltre a Tofoli in veste di palleggiatore, delle “bocche da fuoco” senza eguali formate da Bernardi, Zorzi ed il fuoriclasse olandese Ron Zwerwer, con l’aggiunta di Andrea Gardini come centrale.

Quattro sesti dell’Italia Campione del Mondo fanno sì che Treviso faccia sua la prima Coppa dei Campioni della sua Storia, superando nella Finale tutta italiana di Vienna – una costante che si verifica da tre stagioni consecutive – i tre volte Campioni europei di Ravenna, ma, ironia della sorte, ancora una volta Zorzi vede sfumare il sogno Scudetto, superato nella Finale Playoff dal suo “peggior nemico” Modena (ora abbinata “Las Daytona”, che si impone dominando (3-0, 3-0, 3-1) in tre incontri nonostante la Sisley avesse il vantaggio del fattore campo.

Un tabù infine sfatato l’anno seguente, allorché ad arrendersi a Treviso nella Finale Scudetto (solo il secondo in carriera per Zorzi …) sono i piemontesi dell’Alpitour Cuneo, anche se quel 1996 porta con sé la più amara delusione per la celebre “Generazione di Fenomeni”.

Confermatasi, difatti, Campionessa Europea ad Atene ’95 superando ancora l’Olanda all’atto conclusivo in un match appassionante e di elevato livello tecnico (13-15, 15-10, 11-15, 15-12, 15-11, per un totale di 69-63 a favore degli azzurri che la dice lunga sull’equilibrio dell’incontro), l’Italia si presenta da favorita ai Giochi di Atlanta ’96, intenzionata a colmare l’unica lacuna nel proprio ciclo vincente – sino ad allora costituito da 2 titoli mondiali, 3 europei ed un secondo posto e ben 5 World League – solo per trovarsi nuovamente di fronte, per la terza volta consecutiva tra Mondiale, Europeo ed Olimpiadi, il sestetto olandese.

Giunti all’atto conclusivo imbattuti (5 vittorie per 3-0 nel Girone eliminatorio, compreso un 15-8, 15-8, 15-13 rifilato proprio agli arancioni del CT Joop Alberda), cui fanno seguito due 3-1 ai danni rispettivamente di Argentina ed Jugoslavia nei Quarti ed in Semifinale, gli azzurri subiscono la più cocente delle sconfitte, a nulla valendo il fatto di aver totalizzato (71 a 66) più punti degli avversari, i quali hanno l’ultima parola affermandosi 17-15 al termine di un quinto e drammatico set …

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Una fase della Finale Olanda-Italia ad Atlanta ’96 – da:fvb.com

Questa sconfitta incide altresì pesantemente sulla decisione di Zorzi di abbandonare l’attività agonistica, ma non come molti hanno ritenuto di precisare per la delusione dell’oro sfuggito, ma poiché, come dallo stesso confessato di “non aver provato quella rabbia che solitamente mi permetteva di reagire alle sconfitte, ed allora se per me vincere o perdere ogni volta che scendo in campo deve essere uguale, meglio lasciare a chi ha più motivazioni di me …!!

La Finale di Atlanta non è comunque l’ultima volta che “Zorro” indossa la maglia azzurra, proseguendo per il resto dell’anno solare, in cui, ben magra soddisfazione, l’Italia si aggiudica il World Super Challenge disputato a novembre in Giappone, mettendo sotto tutte e cinque le sue avversarie, compresi i neo Campioni olimpici olandesi, schiantati con un 3-0 (15-6, 15-8, 15-12) che non sappiamo se abbia dato più gioia o rabbia ai nostri ragazzi.

Anno concluso, così come si chiude la lunga parentesi azzurra di Zorzi costituita da ben 325 presenze – curiosamente tante quante quelle di Velasco in panchina, che cede il posto a Bebeto – mentre a livello di Club pone fine alla propria carriera con due ultime stagioni nelle file della Lube Banca Marche Macerata, condotta in entrambi i casi alle semifinali Playoff, eliminata da Modena (ma guarda un po’ …) nel ’97 e da Cuneo nel ’98.

Anche il Volley, come Basket, Baseball e Football americano, vive molto di numeri e statistiche, e quelle di Zorzi recitano di un “martello” capace di contribuire a 206 vittorie su 281 incontri di Serie A1 disputati (media 73,30%), grazie a 7.839 punti costituiti da 6.726 attacchi punti, 637 muri e 476 battute vincenti …

Che ne dite, Zorro” l’avrà o no “lasciato il segno” …?? La risposta a dire il vero, è sin troppo facile …

IL BIENNIO 1948-’49 DI ESORDIO DEL VOLLEY A LIVELLO INTERNAZIONALE

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Una fase del Mondiale di Praga ’49 – da:fivb.org

Articolo di Giovanni Manenti

Se c’è uno Sport di squadra che ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni del XX Secolo questo è indubbiamente la Pallavolo, per molto tempo viceversa incapace di darsi una propria regolamentazione a livello internazionale, basti pensare che la FIVB (Federation Internationale de Volleyball) viene fondata ad aprile 1947 a Parigi, nel mentre la nascita della FIFA per il Calcio risale addirittura al maggio 1904 ed anche la FIBA, per ciò che concerne il Basket, vede le sue origini nel 1932 a Ginevra.

Da ciò ne consegue che le maggiori competizioni internazionali hanno visto una diversa collocazione temporale, con il Calcio ad apparire alle Olimpiadi addirittura sin dal 1900, per poi avere il proprio Campionato Mondiale nel 1930, mentre la Pallacanestro debutta ai Giochi nell’edizione di Berlino ’36 e nel 1935 in Svizzera si disputano i primi Campionati Europei, per non parlare poi della Pallanuoto, che esordisce nella Rassegna a cinque cerchi già dall’edizione di Parigi 1900 e si dota di analoga competizione a livello continentale sin dal 1926.

Il Volley, al contrario, deve attendere sino al 1964 per essere accettato quale disciplina olimpica, su espressa richiesta del Giappone, Paese organizzatore dell’edizione svoltasi a Tokyo, con l’unico vantaggio, rispetto agli altri Sport di squadra sopra elencati, di debuttare contemporaneamente sia a livello maschile che femminile, nel mentre negli altri casi le ragazze hanno dovuto attendere il 1976 (Basket), 1996 (Calcio) e 2000 (Pallanuoto) per poter anch’esse entrare a far parte della grande famiglia olimpica.

Compreso, pertanto, come l’era pionieristica del Volley risalga all’immediato dopoguerra, l’Italia è uno dei Paesi all’avanguardia nel Vecchio Continente, avendo un proprio Campionato nazionale istituito nel 1946 e partecipato, quale una delle 14 Nazioni fondatrici, alla nascita della Federazione Internazionale e celebrando tale avvenimento con l’incontro inaugurale del sestetto azzurro, il 19 aprile 1947 a Parigi, contro la Francia.

Particolare curioso, sia la Nazionale azzurra di Calcio – il 15 maggio 1910 all’Arena Civica di Milano – che quella di Pallacanestro – il 4 aprile 1926, sempre a Milano – avevano anch’esse debuttato contro i transalpini, ma mentre nelle altre due discipline il successo era arriso ai nostri colori, per 6-2 e 23-17 rispettivamente, nel caso della Pallavolo sono i padroni di casa ad imporsi per 3-1, con parziali di 15-9, 15-3, 9-15, 15-6.

L’Italia approfitta del soggiorno in Francia per disputare altre tre gare amichevoli contro selezioni locali, con risultati altalenanti, visto che al successo per 3-1 contro il Toulouse del 21 aprile fa riscontro la sconfitta per 2-3 a Montpellier e quindi il riscatto, sempre al termine di cinque set, il 25 aprile a Cannes contro una rappresentativa della Costa Azzurra.

E, come ogni fase pionieristica di qualsiasi Sport, anche il Volley in Italia ha bisogno di identificarsi in personaggi che siano punti di riferimento e, nel caso della Nazionale azzurra, questi rispondono ai nomi di Pietro Bernardi e, soprattutto, di Angelo Costa, i primi due Commissari Tecnici, con Costa a guidare da solo il nostro sestetto nel biennio 1948-’49.

Con un passato da giocatore e grande appassionato di tale disciplina, l’Italia della Pallavolo deve tantissimo a Costa, il quale, rientrato dalla Campagna di Russia, mette le proprie competenze al servizio della formazione della Robur Ravenna negli ultimi anni del secondo conflitto mondiale, dimostrando sin da subito indubbie qualità di motivatore e notevoli capacità tecniche.

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La Robur Ravenna (Costa al centro, in tuta), Campione d’Italia 1946 – da:wikipedia.org 

Doti che mette in particolare risalto allorché, dopo la liberazione della città nel dicembre ’44, la quasi totalità della prima squadra passa al Partito Comunista, che fonda una nuova Società dal titolo emblematico, la “Garibaldina”, mentre Costa – di marcata fede cattolica – resta solo con il fido Capitano Orfeo Montanari, ma non per questo si dà per vinto ed, allestendo una formazione di giovani di belle speranze, riesce a plasmarla al punto che, in occasione delle Fasi Finali del primo Campionato Italiano, svoltesi dal 15 al 17 agosto 1946 a Sestri Ponente, in Liguria, la “Robur Ravenna” fa suo lo Scudetto, un’impresa che replica anche nei tre anni successivi, con un quinto titolo nel 1952.

E’ pertanto sin troppo logico che i migliori e più esperti componenti del sestetto Campione d’Italia – oltre al citato Montanari, ne fanno parte anche Ermanno Baccarini, Mario Saragoni e Tazzari – vadano a comporre l’ossatura anche della Nazionale, chiamata al primo importante impegno internazionale costituito dai Campionati Europei, la cui edizione inaugurale si svolge proprio nel nostro Paese, a Roma, ad un anno di distanza dalla fondazione della Federazione Internazionale, desiderosa di recuperare l’handicap rispetto agli altri Sport di squadra.

L’allocazione della manifestazione continentale nella Capitale fa addirittura sì che, viste le origini cattoliche di alcuni Gruppi sportivi, lo stesso Pontefice Pio XII riceva in vaticano la Robur Ravenna con diversi giocatori azzurri per congratularsi con loro, un evento che, al di là dell’emozione per l’incontro con il Santo Padre, sta a significare un tangibile riconoscimento da parte di una così alta autorità verso una disciplina ancora tutta da sviluppare,

Ovviamente, l’aspetto organizzativo e la preparazione sono ancora a livello diremmo quasi primordiale, ma per la prima volta gli Azzurri vanno in ritiro per circa un mese, ad agosto, allenandosi sui campi dell’Assi Giglio Rosso di Firenze agli ordini del livornese di origini parmensi Renzo Del Chicca in qualità di preparatore atletico e da considerare, al pari di Costa, uno dei padri della nostra Pallavolo.

Il Torneo, al quale partecipano peraltro solo 6 squadre, di cui una sola dell’Est Europa – vale a dire una Cecoslovacchia di un livello nettamente superiore a tutte le altre – si svolge nell’arco di soli due giorni, dal 24 al 26 agosto 1948, e si disputa sui campi del Foro Italico, riassettati alla meglio dopo gli eventi bellici che avevano trasformato la zona in un ammasso di macerie.

La Cecoslovacchia conferma sin da subito la propria indiscussa superiorità superando con irrisoria facilità sia l’Olanda che il Portogallo nella giornata inaugurale del 24 agosto – lasciando loro appena 13 e 17 punti complessivi nei rispettivi 3-0 loro inflitti – un cammino peraltro condiviso anche da Francia (3-1 al Portogallo e 3-0 al Belgio) ed Italia, con gli Azzurri che superano facilmente per 3-0 (parziali di 15-8, 15-5 -15-6) il Belgio all’esordio, e con identico punteggio anche l’Olanda, soffrendo solo nel terzo set, vinto per 15-13, dopo i comodi 15-4 e 15-5 dei primi due parziali.

Con le tre favorite a punteggio pieno, la seconda giornata vede gli Azzurri confermarsi a spese del Portogallo, superato con il terzo 3-0 consecutivo (15-8, 15-9, 15-10 i relativi parziali), mentre la Francia deve, suo malgrado, rendersi conto dell’abisso esistente tra la Pallavolo dell’Europa Occidentale rispetto a Paesi dell’Est, subendo una vera e propria umiliazione dalla Cecoslovacchia, che si afferma con un 3-0 sancito dagli imbarazzanti punteggi di 15-7, 15-5, 15-5 dei singoli set.

Consapevoli che la sfida finale contro i cechi è fuori portata, la gara di apertura della terza e conclusiva giornata tra Azzurri e francesi è una sorta di spareggio per le piazze d’onore ed, in effetti, si rivela come la più equilibrata dell’intero Torneo, con la nostra “bestia nera” ad avere ancora una volta la meglio al termine di cinque combattutissimi set che vedono i transalpini prevalere per 3-2, con parziali di 15-8, 8-15, 15-9, 15-17, 15-13, nonostante il tifo che, sugli spalti, fanno numerosi marinai di leva, i quali assistono all’incontro per incoraggiare il romano Fanesi, il quale milita proprio nella formazione della Marina.

A presenziare vi sono altresì il Presidente del CONI Giulio Onesti – il quale ricoprirà detta carica sino al 1978 – ed il francese Paul Libaud, primo Presidente della neonata Federazione Internazionale, con il sestetto azzurro che, altresì affaticato per i cinque set disputati contro la Francia, può solo fare da spettatore non pagante nell’incontro conclusivo contro la Cecoslovacchia, la quale si impone agevolmente per un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-5, 15-5 sono tali da non ammettere repliche, con l’unico vantaggio, soprattutto per il Tecnico Costa, di prendere appunti in merito alle evoluzioni tecnico-tattiche dei suoi avversari, che si esprimono in attacco mettendo in mostra numerosi “trenini” (vale a dire il doppio salto sulla palla veloce del palleggiatore con il primo a fintare la schiacciata poi eseguita dal secondo …) e si difendono addirittura con due uomini a muro, cose mai viste alle nostre latitudini.

Un terzo posto – che al di là della scarsa partecipazione resta comunque il miglior risultato azzurro nella Rassegna Continentale sino all’avvento dell’era Velasco ed il primo successo conseguito nel 1989 – ed in più il Capitano Montanari votato come secondo miglior giocatore del Torneo, non sono certo sufficienti a cullarsi sugli allori, visto che l’anno seguente il calendario internazionale prevede a settembre la disputa della prima edizione dei Campionati Mondiali, la cui organizzazione è affidata alla Cecoslovacchia.

Anticipando in questo caso di un anno il Basket – la cui Rassegna Iridata viene inaugurata nel 1950 in Argentina – la FIVB manda in scena una Manifestazione che altro non è che un “Campionato Europeo allargato, visto che nessun’altra Nazione al di fuori del Vecchio Continente vi partecipa, mentre ben più nutrita è la rappresentanza delle formazioni dell’Est, che vedono iscritte, oltre ai padroni di casa, anche Unione Sovietica, Polonia, Bulgaria, Ungheria e Romania.

Le quattro squadre della parte occidentale sono le stesse che hanno disputato gli Europei in Italia, con la sola esclusione del Portogallo, e gli Azzurri cercano di fare le cose per bene con un raduno collegiale ad aprile a Vercelli, cui fanno seguito due incontri amichevoli in due giorni consecutivi a Parigi contro l’ostica Francia che, dopo una prima sconfitta per 1-3, riusciamo finalmente a sconfiggere il 24 aprile ’49 al termine della consueta, combattuta sfida, risolta con un 3-2 sancito dai punteggi di 10-15, 15-11, 15-9, 12-15, 15-12 dei relativi parziali.

Allenamento quanto mai utile, visto che alla Rassegna Iridata le 10 formazioni iscritte sono divise in due Gironi da 3 squadre ed uno da 4, con le prime due a qualificarsi per la Poule Finale a 6 e gli Azzurri sono inseriti nel Gruppo 2 assieme a Bulgaria ed, appunto, Francia.

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Fase di un altro match dei Mondiali 1949 – da:sialdeporte.com

La spedizione italiana raggiunge Praga dopo un estenuante viaggio in treno della durata di due giorni, con cambio a Vienna in quanto lo scartamento dei binari nei Paesi dell’Est è più largo di quelli occidentali e le gare si disputano al Palazzo del Ghiaccio, per l’occasione ricoperto da strati di cemento e terra battuta, mentre del gruppo storico della Robur Ravenna restano Baccarini e Tazzari, cui si uniscono i compagni di squadra Paolo Borghi e Fabbri, con il non più giovane Capitano Montanari dispensato in quanto prossimo al matrimonio ed all’abbandono dell’attività agonistica.

L’esordio, con un calendario ben più diluito, avviene il 10 settembre contro i bulgari, i quali fanno valere la loro superiorità fisica e tecnica, imponendosi per 3-1 (parziali di 15-7, 13-15, 15-4, 15-9), un risultato tutto sommato accettabile vista la differenza delle forze in campo, tanto più che, il giorno dopo, i balcanici riservano un trattamento ben peggiore ai francesi, travolti con un 3-0 i cui parziali di 15-8, 15-7, 15-2 si commentano da soli.

Resta, a questo punto, la ormai abituale sfida coi transalpini per decidere chi tra le due compagini acquisirà il diritto ad entrare nella Poule Finale a 6 e l’Italia, vuoi per la miglior figura fatta contro la Bulgaria, che per il recente successo riportato a Parigi, affronta l’incontro con quell’eccesso di confidenza che si rivela fatale in quanto, dopo il successo ai vantaggi per 16-14 nel primo set, crolla cedendo i successivi per 10-15, 5-15, 13-15 facendo imbufalire il tecnico Costa, le cui urla echeggiano sino in Romagna, ed alle quali fa seguito, per punizione, la chiusura a chiave degli atleti nelle loro camere.

Relegati alla Poule per i piazzamenti dal settimo al decimo posto assieme a Belgio, Olanda ed Ungheria – quest’ultima unica esclusa dal Girone per il titolo delle sei squadre dell’Est Europa presenti – gli Azzurri si riscattano con due convincenti successi per 3-0 contro Belgio ed Olanda, con ciò ricalcando l’esito delle sfide ai campionati Europei dell’anno precedente, per poi subire nuovamente il divario rispetto alla parte orientale del Vecchio Continente venendo sconfitti per 3-0 dall’Ungheria (parziali di 15-12, 15-2, 15-10) che li relega in ottava posizione, mentre anche la Francia non ha miglior sorte contro gli squadroni dell’Est, rimediando un solo set nei 5 incontri disputati, che designano l’Unione Sovietica come prima Campione del Mondo di Volley, grazie al successo per 3-1 sui padroni di casa della Cecoslovacchia nell’ultima giornata.

L’Italia conclude così il suo primo biennio a livello internazionale con il rammarico di essere sempre giunta alle spalle di una Francia che poteva essere alla sua portata, ma, con il senno di poi, occorre anche rimarcare come questo ottavo posto iridato che tanto ha fatto infuriare il Commissario Tecnico Costa – il quale lascia l’incarico al termine della stagione – si rileverà in seguito come il miglior piazzamento azzurro in tale manifestazione per ben 40 anni, non essendo mai andata oltre la quattordicesima posizione nelle successive edizioni, sino all’exploit di Roma ’78, quando il sestetto allenato da Carmelo Pittera conquista una quanto mai inaspettata medaglia d’argento.

Come dire che gli inizi, ancorché a livello pionieristico, erano incoraggianti, è negli anni successivi che il Volley azzurro si è perso per strada …

 

ANDREA LUCCHETTA, IL “DR. JEKYLL E MR. HYDE” DEL VOLLEY AZZURRO

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Andrea Lucchetta, giocatore e telecronista – da:blogdisport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando uno Sport come la pallavolo, tradizionalmente patrimonio delle fasce più giovani sia di praticanti che di tifosi – non a caso è l’unico praticato con una certa regolarità nelle Scuole Medie Superiori italiane – riesce a “far presa” sul grande pubblico grazie alle imprese di quella che è stata dichiarata la “Generazione di Fenomeni” che per un decennio intero imperversa in ogni angolo del Pianeta, esso ha anche bisogno di un leader carismatico in cui gli appassionati possano identificarsi.

E nessuno, a cavallo tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, ha saputo meglio interpretare il ruolo come Andrea Lucchetta, tanto serio, concentrato e trascinante sul parquet quanto istrione, goliardico, fuori dalle righe ogni volta che la palla toccava terra per l’ultimo punto che decideva ogni singola partita.

Trevigiano di nascita, essendo nato nel Capoluogo veneto il 25 novembre 1962, ma modenese d’adozione, Lucchetta muove i primi passi con l’Astori Mogliano Veneto in Seconda Divisione per poi transitare per un anno a Treviso in Serie A2 prima di fare il grande passo approdando nella storica formazione della Panini Modena a far tempo dall’estate 1981.

E’ un periodo, quello di inizio degli anni ‘80, in cui ai vertici della nostra Pallavolo duellano i sestetti di Torino – che si aggiudica gli Scudetti del 1979, ’80 come Klippan, 1981 ed ’84 come Robe di Kappa – capace anche di essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1980, e di Parma, che sotto il marchio Santal fa suoi i titoli del 1982 ed ’83, oltre ad una fantastica doppietta consecutiva in Coppa dei Campioni nel 1984 ed ’85.

Ce n’è sin troppo a sufficienza per scatenare lo smisurato orgoglio di Lucchetta a spronare i suoi compagni nel cercare di rompere l’egemonia degli storici rivali parmensi, non essendo sufficienti a placarne la sete di vittorie le tre Coppe CEV consecutive conquistate dal 1983 al 1985, trattandosi della terza Manifestazione continentale a livello di Club, anche se proprio il 1985 è la stagione in cui si mettono le basi per i successivi trionfi, con la sconfitta nella Finale Playoff contro Bologna (3-1, 1-3, 1-3 l’esito delle sfide, dopo aver concluso al primo posto la “regular season” …) cui segue la vittoria della Coppa Italia, la cui fase finale si disputa a Chieti dal 7 al 9 giugno, ed i modenesi, guidati per il secondo anno dall’ex palleggiatore Andrea Nannini, fanno loro il trofeo superando 3-0 Bologna, 3-1 Milano e 3-2 Parma.

Nel frattempo, Lucchetta ha anche modo di entrare nel giro della Nazionale, con cui debutta il 15 luglio 1982 in un’amichevole a Chieti contro l’Unione Sovietica persa 2-3 dagli Azzurri, collezionando 10 presenze in quella prima stagione che lo vede però escluso dai selezionati per i Campionati Mondiali che si svolgono in Argentina ad ottobre e che l’Italia conclude in una deludente 14esima posizione.

Senz’altro migliore la prima esperienza olimpica dove l’Italia, sempre guidata da Carmelo Pittera ed approfittando dell’assenza per boicottaggio delle Nazioni dell’ex blocco sovietico, conquista nell’edizione di Los Angeles ’84 la sua prima medaglia ai Giochi, superando 3-0 il Canada nella Finale per il bronzo, con una formazione in cui è presente anche il solo omonimo Pier Paolo Lucchetta, in forza al Parma, ma non legato ad Andrea da alcun vincolo di parentela.

La svolta, non solo per Lucchetta e per Modena, ma per l’intero movimento pallavolistico nostrano, giunge nell’estate ’85, allorché si verifica l’avvicendamento sulla panchina emiliana tra Nannini ed il tecnico argentino Julio Velasco, al quale sono legate le successive fortune del Club e della Nazionale.

Con già uno “zoccolo duro” formato dagli esperti Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, cui si uniscono i veterani “Pupo” Dall’Olio e Di Bernardo nonché i “martelli” argentini Esteban Martinez e Raul Quiroga, ed al quale si aggrega una giovane speranza del volley azzurro che risponde al nome dell’allora appena 17enne Lorenzo Bernardi, al primo impatto Modena mette a segno un fantastico tris, costituito dal ritorno al successo in Campionato per uno Scudetto che mancava da 10 anni, prendendosi una ghiotta rivincita su Bologna, sconfitta nettamente in tre sole partite (3-2, 3-1, 3-2), trionfo preceduto dalla conquista della Coppa delle Coppe a spese dei rumeni della Steaua Bucarest e seguito dal bis in Coppa Italia, dove nelle Finali di Arona dal 6 all’8 giugno ’86, ad arrendersi sono Bologna, Parma ed Ugento, alle quali i modenesi riservano identico trattamento, superandole con altrettanti 3-1.

La stagione ’86 apre un quadriennio di successi incontrastati sul suolo italiano, visto che la Panini Modena fa suoi anche i tre successivi Campionati del 1987, ’88 ed ’89, ed in queste ultime due stagioni realizza altresì l’accoppiata con la Coppa Italia, ma trova un tabù insormontabile nell’ambita Coppa dei Campioni, competizione nella quale il desiderio di unirsi a Torino e Parma quale terza squadra italiana a fregiarsi del trofeo si scontra per tre edizioni consecutive contro l’armata rossa costituita dalla leggendaria formazione del CSKA Mosca, che ha la meglio nella Finale ’87 disputata ad Hertogenbosch (3-1, parziali di 15-8, 8-15, 15-7, 15-2), così come nel 1988 a Lorient con un ancor più netto 3-0 e l’anno successivo al Pireo dove gli uomini di Velasco, dopo essersi illusi con il 15-10 con cui si aggiudicano il primo set, cedono per 3-1 con gli eloquenti punteggi di 15-12, 15-5, 15-4 dei successivi parziali a favore dei sovietici.

Ma, per un Club con alterne fortune tra Italia ed estero – pur se la presenza di Modena sino al termine di tutte le competizioni ne dimostra l’indubbia solidità – qualcosa si muove anche a livello di Nazionale dove la Federazione, dopo altre due deludenti esibizioni ai Mondiali di Francia ’86 (undicesima su 16 partecipanti), agli Europei di Belgio ’87 (nona su 12 iscritte) ed alle Olimpiadi di Seul ’88 (ancora nona su 12 partecipanti), offre la conduzione proprio al tecnico della Panini Julio Velasco, il quale accetta l’incarico.

Ed, in un batter d’occhio, “il brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno, tanto che, al primo grande appuntamento costituito dagli Europei di Svezia ’89, l’Italia si laurea per la prima volta nella sua storia Campione continentale – poteva sinora vantare un bronzo nell’edizione inaugurale della Manifestazione svoltasi proprio nel Bel Paese nel lontano 1948 – superando in Finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13, 15-7) i padroni di casa svedesi, dopo aver inflitto in semifinale un pesante “cappotto” all’Olanda, disintegrata con un 3-0 i cui parziali di 15-7, 15-3, 15-2 la dicono lunga sulla superiorità del sestetto azzurro.

E Velasco, che fa affidamento sul suo “trio delle meraviglie” di Modena, di cui conosce a menadito pregi (molti …) e difetti (pochi …) e composto da Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, non può che affidare a quest’ultimo, che nella Finale con la Svezia giunge a quota 208 presenze in maglia azzurra, i gradi di Capitano, un ruolo sul quale è doveroso fermarsi un attimo.

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Andrea Lucchetta Capitano Azzurro – da:hall-of-fame.federvolley.it

Già, perché nel Volley il “Capitano” assume un ruolo rilevante, data la mutevole inerzia che una gara può assumere durante il relativo andamento, dove le variazioni nel punteggio sono all’ordine del giorno ed anche le formazioni più esperte possono vivere una sorta di “Blackout” di cui gli avversari sono sempre pronti ad approfittare, ed ecco allora che è utilissima la presenza in campo di un giocatore che sia in grado di tenere alta la concentrazione, capace di spronare ed incitare i propri compagni in caso di difficoltà, nonché di assumersi in prima persona la responsabilità di andare a chiudere i punti nel momento decisivo dell’incontro.

E, come “la migliore delle navi necessita del migliore dei capitani”, lo stesso si verifica anche per l’Italia che, non ancora, ma non per molto, sta per divenire “la migliore delle Nazionali” in circolazione, ed Andrea Lucchetta impersona al meglio questa figura di leader carismatico, di cui dà piena dimostrazione nel 1990, il suo “anno magico.

Con Velasco impegnato a tempo pieno con la Nazionale, sulla panchina di Modena (per il primo anno non più Panini, bensì Philips …) siede il croato Vladimir Jankovic, mentre il sestetto titolare, oltre ai confermatissimi Bernardi, Bertoli, Cantagalli e Lucchetta, può contare sulle prestazioni dell’americano Doug Partie – in rosa già dalla precedente stagione dopo aver fatto parte del Team Usa oro ai Giochi di Seul ’88 – mentre in cabina di regia già dall’estate ’86 a dirigere le operazioni vi è il palleggiatore Fabio Vullo, prelevato da Torino.

Con Jankovic in panchina, si invertono le prestazioni di Modena, nel senso che, se dopo quattro titoli nazionali consecutivi deve alzare bandiera bianca in Finale Playoff contro Parma, riesce al contrario a centrare l’obiettivo europeo sempre sfuggito a Velasco, trionfando l’11 marzo ’90 ad Amstelveen, in Olanda, al termine di una esaltante sfida contro i francesi del Frejus, i quali avevano clamorosamente eliminato il CSKA Mosca, risolta al quinto set con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9.

Del successo nella massima competizione continentale a livello di Club da parte del sestetto modenese – al pari della terza vittoria consecutiva in Coppa delle Coppe da parte di Parma – ne beneficia anche Velasco, il quale attinge da dette formazioni (oltre che dal Sisley Treviso) la base per comporre la selezione in vista degli appuntamenti internazionali previsti dal calendario, che si aprono con la prima edizione della World League, che l’Italia si aggiudica nelle Finali di Osaka, dove il 14 luglio sconfigge, al termine di un match tiratissimo concluso sul 3-2 (15-12, 16-17, 15-11, 14-16, 15-9), l’Unione Sovietica in semifinale, per poi rifilare un ben più netto 3-0 (15-7, 16-14, 16-14) all’Olanda in Finale.

Ma ben diverso è l’impegno che attende gli azzurri a metà ottobre in Brasile, per la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione in cui l’Italia può vantare solo il “miracoloso” argento conquistato nel 1978, anno in cui la rassegna si svolgeva in Italia, in cui gli Azzurri di Pittera superano per 3-1 Cuba in semifinale, prima di cedere nettamente all’Unione Sovietica nell’atto conclusivo.

Una sfida, quella contro Despaigne & Co., che si ripete per due volte al “Maracanazinho”, dapprima nel Girone eliminatorio, con i cubani ad imporsi nettamente per 3-0, e quindi nella Finale del 28 ottobre, dopo che gli Azzurri, in evidente crescita di condizione, avevano superato la Cecoslovacchia negli Ottavi, l’Argentina nei Quarti ed i padroni di casa del Brasile in semifinale.

E proprio la sfida contro i verde oro, in un Palazzetto di Rio de Janeiro gremito in ogni ordine di posti da una “torcida” costituita da non meno di 25mila tifosi a fare un tifo scatenato per i propri beniamini, chiarisce alla perfezione il concetto poc’anzi enunciato circa l’importanza di un leader in campo come il “Capitano”.

In una sfida emozionante come poche, con continui ribaltamenti nel risultato, Lucchetta tira su il morale dei suoi compagni dopo il 15-6 a favore dei padroni di casa nel primo set, li sprona a non mollare dopo che l’Italia ha fatto suoi nettamente il secondo e terzo parziale (15-9 e 15-8 rispettivamente …), per poi assumersi la responsabilità del punto decisivo nel tiebreak del quinto set, dopo che il Brasile aveva riequilibrato le sorti del match con il 15-8 del quarto set nel quale, sul 12-5, Velasco toglie Barnardi, Cantagalli e Gardini per farli riposare in vista dell’ultimo atto.

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Lucchetta in attacco contro il Brasile – da:modenatoday.it

E qui, con la due squadre a darsi battaglia punto a punto, con il Brasile a recuperare da 5-9 per portarsi sul 13-14, si gioca l’azione decisiva, con il palleggiatore Tofoli che, ricevuta palla da una perfetta ricezione di Bernardi, sorprende il muro avversario, che si aspetta un’alzata in banda per Cantagalli, servendo al contrario una “veloce” al centro proprio per Lucchetta, il quale piazza la schiacciata vincente che manda gli azzurri alla sfida con la Nazionale caraibica.

Ed eccoci quindi al citato 28 ottobre ’90, data “storica” per il Volley azzurro, posto di fronte al più forte sestetto cubano della storia, guidato da quel fenomeno di Joel Despaigne – “rapidissimo, eccellente saltatore, con un braccio molto veloce e grandissime capacità fisco-atletiche”, così lo descrive Andrea Zorzi – ma è ancora Lucchetta a spronare i suoi compagni prima dell’incontro, ai quali predica di “tirar fuori la voglia di riscattare la sconfitta nel Girone eliminatorio, di onorare i colori del nostro Paese, perché non possiamo deludere i tifosi che si aspettano la vittoria” …

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Lucchetta in attacco contro il muro cubano – da:gazzetta.it

Parole che hanno il potere di scuotere l’ambiente, anche dopo la consueta partenza ad handicap del primo set, perso 12-15, per poi aggiudicarsi i due successivi per 15-11 e 15-6 e quindi giungere alla fase decisiva del quarto set, dove il punteggio resta ancorato a lungo sul 15-14 per gli azzurri con una serie infinita di cambi palla dove ogni volta è “El Diablo” Despaigne ad assumersi l’onere di spengere i sogni di gloria azzurri, sino a che …

Sino a che, sulla battuta proprio di Lucchetta, dopo che Cuba aveva annullato ben 8 “match ball” al sestetto italiano, “El Mago” Diago, palleggiatore di livello assoluto, si rivolge ancora a Despaogne per cercare di prolungare l’incontro, ma la conclusione del martello caraibico, leggermente “sporcata” dal muro azzurro, viene neutralizzata da “Lucky” con un tuffo prodigioso sulla sua sinistra, così consentendo a Tofoli, sul prosieguo dello scambio che i cubani non erano riusciti a chiudere, di alzare la palla a Bernardi in zona 4 per mettere a terra il punto decisivo che certifica il titolo iridato per la formazione di Velasco.

Con questa impresa, Lucchetta – che viene eletto MVP del Torneo – completa un anno da favola, ed è lo stesso Capitano a chiarire cosa voglia dire raggiungere un traguardo che ti eri prefisso per tutta la carriera, allorché dichiara, dopo la cerimonia di premiazione, come “una volta sul podio, con la Coppa in mano, ho realizzato che il sogno di una vita era divenuto realtà, chiedendomi a questo punto cosa potessi ancora chiedere, e la gioia si è trasformata nella tristezza dell’attimo fuggente, sentendomi svuotato completamente …”.

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La Nazionale Campione del Mondo ’90 – da:oasport.it

Sia chiaro, quella di “Lucky” non è certo una dichiarazione di resa, visto che è solo a metà della sua carriera agonistica, con i successivi anni ’90 che lo vedono abbandonare Modena – dopo il disimpegno della famiglia Panini, che non poteva reggere il confronto con i colossi economico-finanziari della Mediolanum, Benetton e Gruppo Ferruzzi che erano sbarcati nel mondo del volley – accasandosi per quattro stagioni proprio a Milano, assieme a Bertoli, Galli e Zorzi, vincendo la Coppa delle Coppe ’93 e due Mondiali per Club, nel 1990 e nel ’92, per poi trasferirsi a Cuneo dove, sotto la sapiente guida di Silvano Prandi, mette la sua esperienza, come quella di Fefè De Giorgi e Galli, al servizio dei giovani Samuele Papi e Cristian Casoli, così da consentire al Club piemontese, grazie anche all’apporto dello spagnolo Rafael Pasqual e del serbo Vladimir Grbic, di portare a termine due eccellenti stagioni.

Nel 1996, difatti, l’Alpitour Traco Cuneo si aggiudica la Coppa Italia, superando 3-2 in Finale, al termine di cinque tiratissimi set (15-13, 15-17, 13-15, 15-12, 15-13 i relativi parziali) la Sisley Treviso, nonché la Coppa delle Coppe a spese dell’Olympiakos Pireo, successo replicato l’anno seguente con le “Final Four” disputate proprio a Cuneo dove, tra l’esultanza dei propri tifosi, i greci vengono spazzati via con un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-7, 15-5 crediamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

E’ questo l’ultimo trofeo in carriera conquistato da Lucchetta, che cessa l’attività agonistica nel 2000 dopo una stagione a Roma ed il ritorno per tre anni in quella Modena che lo aveva svezzato e quindi adottato, mentre a livello di Nazionale, dopo aver contribuito a portare a casa altre due World League nel 1991 e ’92, la sua esperienza termina con i Giochi di Barcellona ’92, dove l’Italia conclude quinta dopo l’amara sconfitta per 3-2 ai Quarti contro l’Olanda, e la sfida vinta contro il Giappone per 3-0 il 7 agosto ’92 (a 10 anni dall’esordio …) rappresenta la sua presenza n.292 con la maglia azzurra.

Ma, se ben ricordate, c’è “l’altra faccia” del n.12 azzurro, quella del “Lucky” istrione ed estroverso, quello che la gente riconosce per quel suo taglio di capelli a spazzola ed in diagonale (acconciatura appositamente creata dall’hair stylist modenese Carla Bergamaschi …) che ne rappresenta una sorta di “marchio di fabbrica”, il Lucchetta terrore dei telecronisti – chiedere al “povero” Lorenzo Dallari per informazioni – poiché è praticamente impossibile strappargli un’intervista seria al termine di un incontro, forse una forma di scaricare la tensione e l’adrenalina accumulata durante la gara, ma a smentire questa sua caratteristica viene in soccorso (qualora ce ne fosse bisogno …) il compagno di Nazionale Andrea Zorzi, il quale ne tratteggia un profilo ben diverso, vale a dire quello di “un Andrea che dorme poco e pensa molto, che in ritiro è sempre molto silenzioso e concentrato, perché lui è uno che si innamora di quello che fa e ciò che ha incontrato nella vita, è fatto così e non può fare altrimenti …!!

Grande “Lucky”, e noi ti amiamo soprattutto per questo, sia nella versione del “Dr. Jekyll” di Capitano indomito e coraggioso, che in quella di “Mr Hyde” con cui intendi sdrammatizzare un ambiente che è pur sempre uno sport, e le tue successive esperienze al termine della carriera, di valido telecronista e di aiuto ai bambini, nonché il modo con cui le stai affrontando, non fanno che confermare le parole di Zorzi …

DMITRY FOMIN, IL MARTELLO DELL’EST TERRORE DEI PARQUET ITALIANI

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Dmitry Fomin – da:rbth.com

Articolo di Giovanni Manenti

Al di là delle indubbie capacità tecniche e fisiche, una importante componente per l’affermazione a livello internazionale di un singolo atleta è costituita dall’epoca in cui esso vive la propria attività agonistica, sia in relazione alla valenza dei propri avversari, ma anche al contesto storico del Paese di nascita.

Quest’ultima considerazione vale, principalmente, per gli atleti dell’ex blocco sovietico, che, grazie al crollo dell’ideologia comunista nel 1991, hanno potuto liberamente trasferirsi nella parte occidentale del Vecchio Continente per mettere a frutto le proprie competenze.

Uno dei casi più emblematici al riguardo, e che ha tangibilmente contribuito alle fortune di due prestigiosi Club della nostra pallavolo, è quello dell’ucraino Dmitry Fomin, approdato in Italia nel 1992, a conclusione delle Olimpiadi di Barcellona, nel pieno della sua maturità atletica.

Nato difatti a Sebastopoli, in Crimea che faceva all’epoca parte dell’Unione Sovietica, il 21 gennaio 1968 e figlio di un marinaio, il giovane Dmitry si avvia alla pallavolo durante gli anni scolastici e, favorito dalla sua maggiore altezza (a sviluppo completato mette su un fisico di m.2,00 per 97kg.) rispetto ai propri compagni, non fatica ad emergere, tanto che, dopo gli esordi nel Lokomotiv Kiev, nel 1989 fa già parte della più gloriosa squadra di volley di ogni tempo, vale a dire il CSKA Mosca.

Coniugare la parola CSKA con il verbo vincere è sin troppo facile oltre cortina, visto che quando il 21enne Fomin entra a farne parte il Club ha “appena vintoil suo 19esimo titolo nazionale negli ultimi 20 anni (solo nel 1984 non riesce nell’impresa …) ed ha in bacheca già 12 Coppe dei Campioni, per cui non è certo difficile aggiungere altri due Campionati Sovietici nel 1990 e ’91, nonché iniziare a fare conoscenza con le compagini italiane nella più prestigiosa Manifestazione europea per Club.

Con l’altrettanto gloriosa formazione della Panini Modena che nel 1990 corona il sogno di laurearsi Campione d’Europa dopo tre Finali consecutive perse proprio contro la compagine moscovita – a sorpresa eliminata al secondo turno dai francesi del Frejus, poi sconfitti 2-3 in Finale dai modenesi – i due sestetti tornano a scontrarsi nella Fase a Gironi che qualifica le prime due di ogni Gruppo alla “Final Four” in programma nella città emiliana il 9 e 10 marzo ’91.

L’esito dei due incontri arride a Fomin & Co., che si impongono nettamente a Mosca (3-0, con parziali di 15-11, 15-7, 15-8) per poi far loro anche il match al “Pala Panini” grazie al 17-16 del tiebreak del quinto e decisivo set, così da accedere alla semifinale contro i francesi del Cannes, nel mentre l’altro abbinamento vede la sfida fratricida tra le due rivali storiche emiliane, vale a dire Modena e Parma.

Con le due gare senza storia, che vedono le nette affermazioni dell’armata sovietica e di Parma, che schianta Modena con un 3-0 i cui parziali di 15-12, 15-4, 15-8 la dicono lunga sulla superiorità dimostrata dai ragazzi di Bebeto, tocca a questi ultimi fare i conti con la devastante potenza sotto rete di Fomin, ben spalleggiato dai compagni Andrey Kuznetsov ed Igor Runov, argento alle Olimpiadi di Seul con la Nazionale Sovietica, così che il Palazzetto dello Sport modenese ha l’occasione di assistere ad un assaggio di quello che, per un decennio, sarà il terrore dei parquet della penisola, con il CSKA a tornare sul tetto d’Europa con un 3-1 più netto di quanto si possa pensare, visto che il solo secondo set vinto dagli emiliani per 17-15 è largamente compensato dai netti 15-6, 15-3 e 15-10 con cui i moscoviti si aggiudicano gli altri parziali.

Anno 1991 che è ancora ben lungi dal concludersi per il 23enne Fomin, visto che se a livello di Club ha confermato la supremazia assoluta della propria squadra, tocca ora confrontarsi con la propria Nazionale con la “Generazione di Fenomeni” azzurra che il tecnico argentino Julio Velasco ha portato in due anni a vincere i Campionati Europei ’89 ed i Mondiali in Brasile nel ’90.

Prima occasione di confronto è data dalla World League, con le due squadre inserite nel medesimo Girone – assieme a Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud – a dare vita a quattro intensissime sfide, che vedono concludersi con un 3-2 a testa le gare svoltesi a Mosca e, viceversa, due successi (per 3-2 e 3-1) dell’Italia sul suolo amico, con entrambe le formazioni peraltro qualificate per la “Final Four” in programma a Milano a fine luglio ’91 assieme ad Olanda e Cuba, provenienti dall’altro raggruppamento.

World League che, per il secondo anno consecutivo si aggiudica l’Italia superando per 3-0 in Finale Cuba che aveva impedito all’Unione Sovietica il ripetersi della sfida con il sestetto azzurro, essendo stata sconfitta per 2-3 (12-15 al tiebreak) dai caraibici, rinviando pertanto l’appuntamento ai Campionati Europei in programma a settembre ’91 in Germania.

Inserite in due distinti Gironi, Italia ed Urss si qualificano per le semifinali incociate entrambe a punteggio pieno (15-1 la differenza set per gli azzurri, 15-3 per i sovietici), così come non hanno difficoltà a regolare i padroni di casa tedeschi (3-1, parziali di 15-12, 15-4, 11-15, 15-6) gli azzurri, facendo altrettanto i sovietici contro l’Olanda, piegata 3-0 con un 15-8 periodico, così che è enorme l’attesa per la sfida decisiva in programma al Palazzetto dello Sport di Berlino il 15 settembre ’91.

Ed è la stessa Italia laureatasi Campione del Mondo, con Tofoli in regia, Andrea Lucchetta, Bernardi, Giani opposti, Zorzi schiacciatore ed Andrea Gardini centrale, a doversi stavolta inchinare alle bordate che da ogni posizione Fomin – non a caso eletto “Miglior Giocatore del Torneo” – indirizza loro, facendo sì che l’incontro si concluda con un netto 3-0 (parziali 15-11, 17-15, 15-9) in cui gli azzurri tengono botta solo nel secondo set.

Per Fomin l’anno solare si conclude come meglio non potrebbe, vale a dire con un altro trionfo – e relativo doppia corona di “Miglior Attaccante” e “Miglior Giocatore Assoluto” – alla Coppa del Mondo disputata a fine novembre ’91 in Giappone, con l’Urss a subire una sola sconfitta per 1-3 dagli Stati Uniti, bilanciata dal netto successo per 3-0 su Cuba, a propria volta vincitrice con analogo punteggio sugli Usa così da consegnare il titolo all’Unione Sovietica per una miglior differenza set.

Prima di approdare in Italia a fine estate ’92, sia Fomin – che vi partecipa sotto la bandiera della “Comunità degli Stati Indipendenti” – che gli Azzurri di Velasco, falliscono l’appuntamento olimpico di Barcellona ’92 dove erano attesi da protagonisti e che, viceversa, li vede entrambi uscire ai Quarti di Finale, coi primi sconfitti ancora una volta dagli Stati Uniti per 1-3 ed i secondi dall’Olanda per 2-3 (con il discusso 16-17 al tiebreak del quinto set, ultima volta in cui non vige la regola dello scarto di due punti …), formazioni che si candidano al ruolo di “bestie nere” delle rispettive Nazionali.

L’approdo nel Bel Paese fa sì che Fomin si accasi al Messaggero Ravenna, con l’ingrato compito – assieme ai brasiliani Renan Dal Zotto e Giovane, provenienti rispettivamente da Parma e Padova e medaglia d’Oro con la loro Nazionale ai Giochi di Barcellona ’92 – di non far rimpiangere la coppia americana formata da Karch Kiraly e Steve Timmons, grazie alla quale il sestetto di Daniele Ricci si era laureato Campione d’Italia, d’Europa e del Mondo.

Trovandosi stavolta come compagni di squadra Margutti, Masciarelli e Gardini – avversari nelle sfide con le rispettive Nazionali – Fomin non tradisce le attese, consentendo alla formazione romagnola di dominare l’edizione ’93 della Coppa dei Campioni, conclusa da imbattuta, con 6 vittorie su altrettanti incontri nel Girone di accesso alle “Final Four” in programma al Pireo a marzo, dove non ha difficoltà a regolare per 3-1 in semifinale i belgi dello Zelik per poi ribadire la propria superiorità nel “derby” tutto italiano con Parma, pur se i relativi parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 stanno a testimoniare come l’equilibrio sul parquet sia stato ben più evidente di quanto il 3-0 conclusivo potrebbe far intendere.

Fatta propria anche la Supercoppa Europea ’93 e conquistata la sua terza Coppa dei Campioni bissando nel ’94 il successo dell’anno precedente ancora a spese di Parma per poi raggiungere ancora la Finale nel ’95, dovendosi stavolta inchinare nella terza sfida tricolore consecutiva rispetto al Sisley Treviso, per Fomin giunge il momento, a seguito del dissesto del “Gruppo Ferruzzi”, di lasciare Ravenna andando ad indossare proprio i colori di Treviso, non prima di aver partecipato alla seconda esperienza olimpica della sua carriera.

Con un comportamento parallelo a quello dell’Italia di Velasco, anche la Russia – per cui l’oramai 28enne di Sebastopoli decide di gareggiare rispetto all’Ucraina, proprio Paese di origine, stante la pochezza a livello internazionale di detta Nazionale – vede migliorare nell’edizione di Atlanta ’96 il proprio piazzamento rispetto ai Giochi di Barcellona ’92, ma ancora insufficiente a fregiarsi della medaglia d’oro.

Inserite, difatti, nel medesimo Girone, nel mentre gli Azzurri concludono lo stesso a punteggio pieno senza aver perso neppure un set, il sestetto russo incappa in tre sonore battute d’arresto, oltre che con l’Italia, anche con Olanda ed Jugoslavia, il che lo relega al quarto posto con conseguente abbinamento nei Quarti di Finale con Cuba, qualificatasi come prima nell’altro raggruppamento, pur con una sconfitta nel peraltro ininfluente ultimo incontro con il Brasile.

Contro la compagine caraibica, la Russia ritrova lo smalto perso, con Fomin protagonista con 8 punti e 24 attacchi vincenti per il 3-0 (15-13, 17-15, 15-11 i relativi parziali), che la proietta in semifinale dove però si trova la strada sbarrata da un’Olanda all’apice della sua storia e che, dopo averla superata con un 3-0 i cui parziali di 15-6, 15-6, 15-10 sono tali da non ammettere repliche, fa svanire in Finale anche i sogni di Gloria Olimpica degli Azzurri, sconfitti 3-2 al termine di una sfida intensissima conclusa per 17-15 al tiebreak del quinto e decisivo set.

Accasatosi a Treviso, Fomin ritrova Gardini, con cui aveva condiviso la sua prima stagione a Ravenna ed assieme al quale forma una forza d’attacco impressionante, potendo altresì contare sulle prestazioni dell’azzurro Lorenzo Bernardi e dell’olandese Ron Zwerver, il tutto alimentato in regia dalle sapienti mani del palleggiatore azzurro Paolo Tofoli, pur se la prima stagione vede i veneti soccombere di fronte a Modena nella sfida tricolore al termine di cinque combattutissime sfide.

E’ quello, della seconda metà degli anni ’90, il periodo di maggior gloria a livello internazionale del Club modenese – non più abbinato alla gloriosa “Panini”, avendo ora assunto la denominazione di “Las Daytona” prima ed “Unibon” successivamente – che si laurea per tre stagioni consecutive (nel 1996, ’97 e ’98) Campione d’Europa, succedendo proprio a Treviso che si era aggiudicato la Coppa Campioni nel ’95.

Per Fomin, che ha nel proprio palmarès già tre Coppe dei Campioni, è giunto il momento di rinverdire tale bacheca ed ecco quindi che, dopo aver conquistato nel ’98 sia lo Scudetto, al termine di tre sole sfide (3-0, 3-1 e 3-1) con Cuneo, stessa sorte toccata a Modena in semifinale, che la Coppa CEV, tutto è pronto per dare nuovamente l’assalto alla principale Manifestazione Continentale a livello di Club.

Con uno dei più forti sestetti mai visto nei Palasport italiani, con l’olandese Blangé in regia, Benardi, Fomin e Papi – quest’ultimo, 25enne, proveniente da Cuneo in sostituzione dell’olandese Zwerver – schiacciatori uniti ai centrali Gravina e Gardini (a dispetto dei suoi 33 anni …), Treviso domina la stagione in Italia, concludendo la “regular season” con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta per poi non conoscere ostacoli nei Playoff conclusi con un doppio successo (3-0 e 3-2) su Modena in Finale, a cui unisce anche il trionfo europeo a spese dei belgi del Noliko Maaseik con un netto 3-0 in una competizione in cui si applica per la prima volta il “Rally Point System.

Il XX secolo si conclude per Treviso con due importanti cambi nel relativo sestetto titolare, con lo jugoslavo Nikola Grbic a rilevare Blangé nel ruolo di palleggiatore, nel mentre la partenza di Gardini è compensata dall’arrivo dell’argentino Marcos Antonio Milinkovic, un mutamento che, se determina il dover abdicare in Italia dopo due Scudetti consecutivi, in virtù della sorprendente sconfitta nei Quarti di Finale contro Palermo (giunto ottavo nella stagione regolare …), non impedisce a Fomin di aggiudicarsi la qua quinta personale Coppa dei Campioni, la cui Fase Finale si disputa proprio a Treviso e, finalmente, i 5mila spettatori che assiepano le tribune del “Palaverde” possono festeggiare il trionfo dei loro beniamini, che hanno la meglio per 3-1 nel match conclusivo sui tedeschi del Friedrichshafen, con Lorenzo Bernardi eletto MVP delle “Final Four.

Anche per Fomin, oramai 32enne, gli anni iniziano a pesare, ed il nuovo millennio si inaugura per Treviso con l’avvicendamento in panchina di Daniele Bagnoli, approdato a Modena e sostituito dall’argentino Raul Lozano, tecnico proprio di quel sorprendente Palermo che aveva eliminato Treviso nei playoff dell’anno precedente, cui fanno seguito l’arrivo del 36enne Fabio Vullo quale regista in luogo di Grbic, mentre a potenziare l’attacco a muro giunge un altro olandese, stavolta nella figura di Bas van der Goor, proveniente da Modena a rimpiazzare Milinkovic.

Ma, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, con Treviso ancora protagonista sia in Italia che all’estero, tornando a conquistare lo Scudetto – che per l’ucraino di nascita rappresenta il quinto della sua straordinaria carriera – con una Fase dei Playoff immune da sconfitte, che vede cadere ai propri piedi una dietro l’altra, dapprima Montichiari (3-1 esterno, seguito da 3-1 e 3-0 al “Palaverde”), quindi Modena (altro 3-1 esterno cui fanno seguito due 3-0 sul parquet amico) per poi toccare a Milano subire la superiorità trevigiana in Finale, lottando al Palalido dove spreca un vantaggio di 2 set a 0 facendosi rimontare sino al 15-13 nel tiebreak del quinto e decisivo set, cui seguono due successi, entrambi per 3-1 al “Palaverde” che laureano per la quinta volta Treviso Campione d’Italia.

Anche in Europa il cammino è positivo, nel tentativo di emulare Modena con un tris di successi consecutivo, fallito proprio all’ultimo, decisivo appuntamento della Finale parigina del 24 marzo ’01 contro i padroni di casa del Paris, che si impongono per 3-2 al termine di una sfida avvincente e combattutissima come dimostrano i relativi parziali di 25-22, 17-25, 22-25, 25-23, 15-13 a favore del Club transalpino.

E’ questo il canto del cigno per Fomin, il quale, nella sua decima ed ultima stagione in Italia non riesce più ad essere così determinante come in passato, tanto che la Sisley non riesce a superare la Fase a Gironi della ridenominata Champions League, nel mentre in Campionato giunge a disputare l’ennesima Finale Scudetto, avversaria stavolta Modena, che ha la meglio in quattro partite, con la sfida decisiva dell’8 maggio ’02 al “Pala Panini” risolta ancora al tie break con un 20-18 che dimostra la volontà di non mollare da parte dei Campioni in carica.

Con la sua uscita dalle scene – gioca un altro anni in Giappone per poi abbandonare definitivamente l’attività nel 2006 a 38 anni dopo tre stagioni alla Dynamo Tatransgaz – il Campionato italiano perde con Fomin uno dei protagonisti che più gli hanno dato lustro per capacità fisiche, qualità tecniche e correttezza sportiva, ma di sicuro le avversarie avranno tirato un sospiro di sollievo, bersagliate come erano state lungo un intero decennio dal più forte martello straniero che abbia mai calcato i nostri parquet …

 

L’ITALIA MONDIALE DI VOLLEY 1998, ULTIMA RECITA DI UN GRUPPO SENZA EGUALI

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L’Italia campione del mondo nel 1998 – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Après moi le deluge” (“Dopo di me il diluvio”) è una frase attribuita a Luigi XV, Re di Francia, e successivamente entrata nel linguaggio comune quale espressione per testimoniare la fine di un ciclo, sia esso politico, economico e financo sportivo.

In quest’ultimo campo, quello di nostra competenza, un simile paragone può accostarsi alla Nazionale italiana di Pallavolo, assurta ai massimi vertici internazionale grazie all’avvento in panchina del tecnico argentino Julio Velasco, sotto la cui guida gli azzurri – non a caso ribattezzati “I 12 uomini d’oro” – si aggiudicano in 8 anni due Campionati Mondiali, tre Europei e cinque World League, oltre ad altri tornei minori, fallendo solo il traguardo olimpico, sfumato al tiebreak della Finale contro l’Olanda ai Giochi di Atlanta ’96.

Sconfitta che segna l’addio di Velasco, non tanto alla Nazionale bensì al settore, accettando la sfida di cercare di risollevare anche le sorti del Volley femminile azzurro, ma con lui lasciano anche quattro colonne che hanno fatto la storia di tale disciplina, vale a dire Tofoli, Cantagalli, Bernardi e Zorzi, e l’opera di prosecuzione nella striscia di vittorie appare quanto mai difficoltosa.

Il Presidente Federale Magri, alle prese con la scelta del possibili sostituto, assume una decisione che si rivelerà vincente, contattando Paulo Roberto de Freitas, ma per tutti “Bebeto, quale uomo giusto per un’ideale continuazione nel percorso tecnico impostato dal suo predecessore.

Bebeto, 46enne brasiliano di Rio de Janeiro, ha alle spalle la dovuta esperienza, avendo vestito, da giocatore, per un decennio la maglia della Nazionale verde oro in qualità di palleggiatore, per poi averla guidata a due argenti, ai Mondiali di Argentina ’82 (sconfitto 0-3 in Finale dall’Unione Sovietica) ed ai Giochi di Los Angeles ’84, in cui soccombe ai padroni di casa degli Stati Uniti nell’atto conclusivo.

Ma, soprattutto, Bebeto conosce il nostro Volley, essendo stato per 5 anni allenatore della Maxicono Parma, condotta alla vittoria di due scudetti consecutivi nel 1992 e ’93 ed, anche in quel caso, raccogliendo una pesante eredità, vale a dire quella di Gian Paolo Montali, che aveva portato il Club parmense ai vertici assoluti in campo internazionale.

E, quella che per alcuni non poteva che essere un’opera di ricostruzione, diviene viceversa una prosecuzione nel cammino intrapreso da Velasco, grazie alla crescita del movimento pallavolistico azzurro che, alle spalle della Nazionale maggiore, ha saputo allevare un settore giovanile in grado di fornire i giusti ricambi, ed ecco allora il rientro in gruppo del 21enne Rosalba a far compagnia ai veterani Meoni, Gravina, Giani, nonché all’inossidabile Gardini che, a differenza degli altri già ricordati, ha deciso di continuare a servire la causa azzurra.

Le principali novità sono costituite dall’inserimento in rosa di Giombini e, soprattutto, di Hristo Zlatanov – figlio di quel Dimitar per anni fiero avversario dell’Italia con la maglia della Nazionale bulgara – e che, vivendo da oltre un decennio in Italia, potrebbe ottenere il passaporto italiano ma, in attesa di ricevere la relativa documentazione, la Federazione Internazionale dispone che possa giocare solo le partite di World League che si svolgono in Italia.

World League – trofeo al quale l’Italia è abbonata, avendolo vinto in cinque delle ultime sette occasioni – che rappresenta il debutto di Bebeto in una grande manifestazione internazionale, con gli Azzurri inseriti in un Girone di qualificazione che comprende anche Cina, Spagna ed Jugoslavia.

Gruppo che l’Italia si aggiudica totalizzando 10 vittorie e due sconfitte – entrambe al tiebreak, ad Alicante contro la Spagna l’8 giugno ’97 dopo aver recuperato da 0-2 ed a Belgrado nell’ultimo, ininfluente incontro, anche in questo caso dopo essere stata sotto due set a zero – così da affrontare le “Final Six” assieme a Cuba, Olanda, Brasile e Bulgaria, nonché ai padroni di casa della Russia, che hanno luogo dal 30 giugno al 5 luglio al Palasport Olimpico di Mosca.

Con ancora Zlatanov inutilizzabile, Bebeto seleziona un altro giovane schiacciatore, il 22enne Cristian Casoli in forza a Cuneo, ma l’inizio della Fase finale è in salita in quanto l’Olanda, nostra tradizionale “bestia nera”, ci infligge un’altra sconfitta, stavolta più netta rispetto alla Finale olimpica, un 1-3 con parziali di 11-15, 13-15, 15-8, 10-15, ragion per cui la seconda uscita è già una sfida “da dentro o fuori” e, per il tecnico brasiliano, non potrebbe essere più delicata, dovendo gli azzurri affrontare proprio la “sua” Seleçao, oltretutto guidata da Radames Lattari, per anni collaboratore dello stesso Bebeto.

Risvolti sentimentali che, per fortuna, vengono spazzati via dalla reazione dei suoi ragazzi, che si impongono con un convincente 3-0 (15-12, 15-8, 15-12 i relativi parziali), in cui giganteggia Claudio Bonati, appena alla sua presenza numero 16 in azzurro, e si impone altresì Damiano Pippi nel nuovo ruolo di “libero”, vale a dire un giocatore che indossa una maglia diversa da quella dei propri compagni e che può subentrare a chiunque in seconda linea, senza poter battere né schiacciare.

La buona prova contro i sudamericani viene confermata dall’ancor più netto successo, sempre per 3-0 (parziali 15-11, 15-5, 15-9), contro la Bulgaria, nel mentre l’Olanda, dopo aver superato anche i padroni di cassa russi per 3-2, cede di schianto proprio con il Brasile, uno 0-3 che le costa la Finale per il titolo, in quanto giunge a pari punti con Italia e Cuba, ma viene estromessa per la peggiore differenza set.

E gli azzurri, che si erano garantiti l’accesso alla Finale superando 3-1 Cuba all’ultimo turno, rimontando il 14-16 del primo set, con tre affermazioni per 15-11, 15-12, 15-8 nei successivi parziali, si ritrovano così, ad un giorno di distanza, ad affrontare nuovamente il sestetto caraibico, ottenendo una vittoria più schiacciante, attraverso un 3-9 i cui parziali (15-8, 15-5, 15-10) sono la chiara testimonianza della superiorità dimostrata dall’Italia sul parquet moscovita.

Avendo dimostrato di poter dare alla Nazionale continuità di risultati, Bebeto si accinge a confermare il titolo europeo del ’95 alla rassegna continentale che va in scena dal 6 al 14 settembre proprio in casa dei fieri antagonisti olandesi, con l’Italia inserita nel Gruppo A assieme a Russia, Jugoslavia, Slovacchia, Germania e Grecia, un Girone pertanto tutt’altro che facile.

Cosa che gli azzurri provano sulla loro pelle allorché, dopo il facile esordio con la Grecia, si trovano ad affrontare una Jugoslavia che può contare sui fratelli Nikola e Vladimir Grbic che giocano nel nostro Campionato, rimediando una severa lezione (0-3 con parziali di 13-15, 9-15, 5-15), il che rimanda le possibilità di accesso alle semifinali alla sfida contro la Russia, in programma l’11 settembre.

Ed, ancora una volta, messa con le spalle al muro, l’Italia sforna una prestazione di altissima qualità, annichilendo Olikhver & Co. con un 3-0 che non ammette repliche (15-6, 15-10, 15-12 i relativi parziali), ma il secondo posto nel Girone significa semifinale incrociata con i padroni di casa olandesi, che si sono imposti nell’altro Gruppo con 5 vittorie per 3-0 in altrettanti incontri.

Sfida che non ha storia, con l’Olanda ad imporsi ad Eindhoven con un netto 3-0 (parziali 15-9, 15-6, 15-13), per poi riservare analogo trattamento alla Jugoslavia in Finale, concedendo loro un unico set, per quello che, a tutt’oggi, è l’unico successo a livello continentale per la Nazionale “orange“, nel mentre l’Italia può solo consolarsi con il bronzo, superando agevolmente 3-1 il sestetto francese.

Un bilancio del primo anno di gestione del tecnico brasiliano non da disprezzare, ma ecco che la stagione successiva si apre all’insegna di una serie di problematiche, la prima delle quali relativa al calendario, in quanto l’appuntamento cruciale, vale a dire i Campionati Mondiali dove l’Italia deve difendere i due titoli di Brasile ’90 e Grecia ’94, sono in programma in Giappone a metà novembre 1998 e ciò determina un forte contrasto tra Federazione e Lega di Serie A, che Bebeto cerca di ricomporre proponendo un piano che prevede gli allenamenti dei Nazionali durante la settimana per poi giocare nel weekend con i rispettivi Club, ipotesi bocciata dalle rispettive Società di appartenenza.

Ed, in una situazione di chiara difficoltà, con anche il leader carismatico Giani ad intervenire criticando duramente la Federazione tanto da essere deferito e poi “graziato” per ragion di Patria, Bebeto sbotta ed annuncia le proprie dimissioni a Mondiale finito, per poi compiere alcune scelte nella selezione dei 12 convocati che appaiono a dir poco sorprendenti, ma che si riveleranno viceversa vincenti

Dapprima si ricorda di Mirko Corsano, che a Parma teneva in piedi la ricezione, per assegnargli il ruolo di libero, mal digerito da Pippi, e quindi richiama il 37enne Fefè De Giorgi quale vice palleggiatore rispetto a Meoni, nonostante la sua ultima apparizione in azzurro risalga al ’95, ritenendolo l’unico in grado di variare l’andamento di una partita.

Per una competizione di tale livello, il tecnico brasiliano ritiene Zlatanov ancora privo della necessaria esperienza internazionale e, nonostante abbia oramai acquisito la cittadinanza italiana, viene lasciato a casa così come Giombini, mentre il livello di assuefazione a certe manifestazioni viene implementato dalla convocazione di Gravina, ancorché reduce da problemi alla schiena, Pasinato e Bracci, il quale accetta di tornare in azzurro, avendo lasciato al termine dei Giochi di Atlanta ’96.

Il sestetto titolare è pertanto presto fatto, con Meoni in regia e Giani opposto, Papi e Bracci schiacciatori di banda e Gardini e Gravina centrali, una formazione di tutto rispetto, in cui quello con minor numero di presenze in Nazionale è Meoni con 117, tanto che è ancora Giani a sbilanciarsi, affermando “siamo i più forti e lo dimostreremo in Giappone, vincendo…!!!”.

Le perplessità nascono, per quanto ovvio, dalla non più giovane età di alcuni dei protagonisti, una realtà alla quale è possibile dover pagare dazio in un torneo che prevede incontri a cadenza pressoché giornaliera e di una lunghezza estenuante, che gli azzurri approcciano comunque con il piede (e le mani, verrebbe da dire …) giusto, disponendo con irrisoria facilità di Canada e Thailandia, così come degli Stati Uniti (a cui viene regalato il terzo parziale rispetto ai 15-4, 15-7 e 15-7 con cui si concludono gli altri set) per poi andare a disputare un massacrante Girone ad 8 squadre che comprende anche Russia, Olanda ed Jugoslavia.

Gruppo equilibrato sulla carta e che altrettanto si dimostra sul parquet dei Palazzetti dello Sport di Chiba ed Hamamatsu, con Italia, Jugoslavia e Russia a concludere a pari merito con 6 vittorie ed una sconfitta a testa, frutto delle sfide incrociate, che vedono l’Italia sconfiggere 3-1 la Russia e perdere 0-3 dalla Jugoslavia, a propria volta sconfitta 1-3 dai russi all’ultima giornata che si rivela altresì decisiva per le sorti degli Azzurri, impegnati con la loro “rivale storica” dell’Olanda, da cui erano stati umiliati non più tardi di un anno fa.

Quella con gli arancioni è la partita della svolta, in quanto lo straripante successo del sestetto di Bebeto – un 3-0 “firmato” 15-2, 15-7, 15-1 – oltre a scacciare un tabù contribuisce ad aumentare l’autostima e la consapevolezza del gruppo di potersi ancora sedere sul trono del Mondo, ancorché il secondo posto nel Girone (+14 di differenza set rispetto al +15 della Jugoslavia ed al +11 della Russia, pertanto esclusa dalle semifinali), determini l’incrocio con un Brasile sinora sempre vittorioso nei 10 incontri disputati, e con soli 3 set persi.

La memoria non può che fatalmente tornare all’identica sfida di otto anni prima al “Maracanazinho” di Rio de Janeiro, in cui gli azzurri di Velasco ebbero la meglio per 3-2 al termine di una gara epica che schiuse loro le porte della vittoriosa Finale contro Cuba, ed anche stavolta le emozioni non sono da meno.

L’Italia parte bene, aggiudicandosi 15-10 il primo set e sembra in grado di gestire anche il secondo parziale, allorché Bebeto sostituisce Papi, la squadra si innervosisce ed il Brasile raggiunge la parità sul 15-13, per poi subire il ritorno azzurro grazie ad una mossa indovinata del tecnico brasiliano che inserisce De Giorgi in regia in luogo di Meoni, così che l’Italia fa suo il terzo parziale per 15-11, ma è ancora presto per cantar vittoria, poiché l’inserimento di Giba da parte carioca fa sì che la decisione per l’accesso in Finale sia rimandata al tiebreak, vista l’affermazione per 15-10 dei sudamericani nel quarto set.

L’esperienza di Bebeto, allorquando si rende conto che la sfida è indirizzata verso il quinto set, fa sì che tolga Bracci per farlo riposare in vista dei punti decisivi, decisione quanto mai azzeccata, visto che il 32enne toscano di Fucecchio risulta determinante schiacciando a terra due invitanti alzate di De Giorgi sul punteggio di 11-8 in nostro favore, per poi chiudere la contesa sul 15-10 che certifica la terza Finale iridata consecutiva, la quarta a distanza di 20 anni da quell’Italia-Cuba di Roma ’78, avversaria ancora una volta la Jugoslavia, che sembra aver rilevato il posto dell’Olanda nella veste della più ostica rivale degli azzurri.

Slavi che, a loro volta, approdano in Finale dopo un convincente 3-1 a spese di Cuba ed intendono migliorare, con il titolo mondiale, una striscia che li ha visti conquistare il bronzo olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 e l’argento europeo alla rassegna continentale di Olanda ’97.

Teatro della sfida che va in scena il 29 novembre ’98 è lo “Yoyogi Stadium” di Tokyo, un immenso impianto costruito con la forma esterna di una nave, ed il cambio di parquet rispetto allo 0-3 di Hamamatsu fa sì che anche l’esito risulti diametralmente opposto.

Caricati a mille, gli azzurri partono forti sotto rete, con Gravina ad opporsi a Nikola Grbic e Papi a fare lo stesso con Batez, ed il “muro a tre” dell’Italia fa la differenza nel primo parziale, chiuso sul 15-12 con Pasinato a siglare il punto decisivo con un perfetto “mani e fuori”.

L’aver portato a casa il primo set è un’iniezione di fiducia non indifferente per il sestetto azzurro che, con Corsano superbo nel ruolo di libero, mette una tale pressione nei suoi attacchi e nella difesa a muro che la formazione di Zoran Gajic raccoglie la miseria di appena 5 punti nel secondo parziale, con l’Italia che vede avvicinarsi il traguardo del terzo titolo iridato consecutivo, un’impresa sinora mai riuscita neanche allo squadrone sovietico degli anni ’60 ed ’80 …

Importante, in questi casi, è mantenere ai massimi livelli la concentrazione, senza cali di alcun genere, cosa che gli azzurri confermano al cambio di campo nel terzo parziale, in cui a salire sugli scudi è il 25enne marchigiano Samuele Papi, le cui poderose schiacciate non riescono ad essere fermate dal muro jugoslavo, così che è quasi una logica conseguenza che sia proprio lui a siglare il punto del trionfo raccogliendo una risposta lunga della difesa avversaria su battuta al salto di Bracci, eludendo il muro con un intelligente tocco a rete in zona due per il 15-10 definitivo.

Il trionfo in terra asiatica sancisce l’ultimo titolo dell’Italia in una grande manifestazione – Olimpiadi o Mondiali – a livello planetario, e chiude definitivamente un’epoca che sarà ricordata a lungo come indimenticabile ed irripetibile per il Volley azzurro, ed il solo fatto di essere stati in grado di averla vissuta e testimoni di un Gruppo di una solidità fisica, tecnica e mentale come pochi altri sport di squadra hanno saputo dimostrare, non può che suonare a legittimo orgoglio per tutto il movimento pallavolistico nostrano…

 

PORTO RAVENNA VOLLEY, DALL’ANONIMATO AL TETTO DEL MONDO

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“Il Messaggero” Ravenna nel 1991 – da ravennaedintorni.it

articolo di Giovanni Manenti

Non è mai facile costruire una formazione vincente negli Sport di squadra, in genere ci vogliono anni prima che ogni tassello, tra dirigenza, tecnico e giocatori vada al suo posto per completare il puzzle, ed anche se, in una disciplina come la Pallavolo ciò può risultare più semplice, quanto accaduto a cavallo degli anni ’90 al Messaggero Ravenna ha del prodigioso.

Uno dei principali ingredienti è la passione radicata nel territorio e su questo l’Emilia Romagna è un terreno più che fertile, in cui molti giovani non sono altro che casa, scuola e palazzetto, tanto da consegnare al panorama pallavolistico leggende assolute quali Modena, Parma e Bologna.

Ma anche Ravenna può dire la sua, allorché – nell’era pionieristica del volley nostrano – ha visto la Robur Ravenna conquistare i primi quattro titoli consecutivi (dal 1946 al ’49) nell’immediato secondo Dopoguerra, cui se ne è aggiunto un quinto nel 1952, prima che l’anno seguente la Società si sciogliesse proseguendo l’attività limitatamente al solo settore giovanile.

Il volley ravennate torna in auge negli anni ’60 grazie al “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Natale Casadio”, costituito nel 1963 e protagonista di buoni piazzamenti in Serie A ad inizio anni ’70 – con tre quinti posti consecutivi dal 1971 al ’73 – mantenendo la Categoria sino ad inizio anni ’80 grazie alla sponsorizzazione con la locale Cassa di Risparmio, per poi retrocedere in Serie A2 al termine della stagione ’83.

La prima svolta avviene nel 1987, allorché un appassionato quale Giuseppe Brusi, assieme ad una cordata di imprenditori locali, fonda il “Porto Ravenna Volley”, rilevando il titolo sportivo dalla Casadio e potendosi così iscrivere al Campionato di Serie A2 1987-’88.

In una formazione composta per la quasi totalità da giocatori nati nella provincia romagnola e guidata dal tecnico Daniele Ricci, già ex giocatore del Casadio nel ruolo di palleggiatore, bastano pochi ritocchi – costituiti principalmente dall’acquisto dello schiacciatore croato Nurko Causevic, proveniente dal Mladost Zagabria e dal rientro all’ovile dell’esperto palleggiatore Gianmarco Venturi, ravennate doc, dopo sei stagioni in cui ha vestito i colori di Sassuolo, Modena e Bologna, affinché la nuova compagine giungesse seconda nel Girone A della Serie A2 (alle spalle del Sisley Treviso, anch’esso di fresca costituzione …), per poi aggiudicarsi il playoff per l’accesso al successivo torneo di A1.

Il ritorno sui parquet della Massima Divisione, con l’ingresso della Conad quale sponsor e l’acquisto da Milano dell’universale americano Aldis Berzins, consente al sestetto di Ricci di ben figurare nelle prime due stagioni, concluse al settimo ed ottavo posto della “regular season”, solo per essere, in entrambi i casi, eliminato ai Quarti di finale da Modena in due sole partite (0-3 ed 1-3 nel 1989 ed un doppio 0-3 nel ’90), per poi vivere, nella successiva estate, quello che è un vero e proprio cambiamento “epocale”.

Con l’avvento, difatti, delle grosse realtà imprenditoriali, attratte da un movimento in crescita esponenziale e che, giova ricordarlo, ha visto la Nazionale Azzurra guidata da Julio Velasco laurearsi Campione d’Europa nel 1989 e Mondiale l’anno seguente, ecco l’ingresso di Ravenna nella sfera di influenza del “Gruppo Ferruzzi” di Raul Gardini, così come i Benetton sono alla guida di Treviso e Milano grava nell’orbita del “Gruppo Mediolanum” che fa capo alla famiglia Berlusconi.

Ed, in un batter di ciglia, un movimento alquanto statico quanto a trasferimenti di giocatori, diviene peggio di ciò che avviene in ambito calcistico e Ravenna è la prima a beneficiare di questo apporto finanziario, visto che, a parte lo sponsor che diviene il quotidiano romano “Il Messaggero”, approda in Romagna parte del meglio del volley azzurro, segnatamente nei ruoli di Fabio Vullo, proveniente da Modena, quale palleggiatore, Roberto Masciarelli, prelevato da Falconara ed il 25enne Andrea Gardini, uno dei più, se non il più, forte centrale italiano di tutti i tempi, strappato ai rivali di Treviso.

A completare un “sestetto d’oro” – nel quale l’unico reduce delle passate stagioni è il 22enne faentino Stefano Margutti – giungono da oltre Oceano due protagonisti del ciclo d’oro del volley Usa, che in quattro anni è salito ai vertici del Volley mondiale con la conquista dell’oro olimpico sia ai Giochi di Los Angeles ’84 che a Seul ’88, inframezzato dal titolo iridato di Parigi ’86, vale a dire la “leggenda” Karch Kiraly – non ha caso eletto, assieme all’azzurro Lorenzo Bernardi, “Giocatore del XX Secolo” – e lo schiacciatore Steve Timmons.

Con la guida tecnica affidata ancora a Ricci nel segno della continuità, Ravenna si dimostra un’inarrestabile schiacciasassi, visto che nelle 26 gare della stagione regolare si afferma in 25 occasioni, realizzando l’en plein esterno e cedendo solo 2-3 al “PalaDeAndré” (intitolato a Mauro, Dirigente del Gruppo Ferruzzi e fratello del celebre cantautore genovese …) contro la Mediolanum Milano all’ultima giornata.

Con Modena in fase calante, eliminata da Parma ai Quarti dei Playoff, le due semifinali vedono da un lato Parma spengere i sogni di gloria di Milano e Ravenna avere la meglio su Treviso al termine di un’avvincente serie, per poi, al contrario, disporre facilmente in Finale della Maxicono Parma per 3-0 (3-2, 3-0 e 3-0) nel derby emiliano-romagnolo, riportando lo Scudetto nella città che ospita le spoglie del “Divin Poeta” Dante Alighieri a quasi 40 anni di distanza dall’ultimo titolo.

Per Ravenna si tratta di una stagione trionfale, visto che appena due mesi prima aveva messo in bacheca anche la sua prima – nonché unica, al pari dello Scudetto – Coppa Italia, superando in Finale Milano con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-12, 15-13, 15-9 la dicono lunga sulla superiorità dei ragazzi di Ricci.

Ma, una sia pur storica accoppiata Scudetto/Coppa Italia, è ben poca cosa per una formazione che, grazie soprattutto al carisma di Kiraly, ha nel suo DNA la vocazione internazionale, e la prima prova di ciò la si ha pochi mesi più tardi, allorché “Il Messaggero” è chiamato a disputare il Campionato Mondiale per Club, in programma a San Paolo, in Brasile, dal 22 al 27 ottobre ’91.

E, contro ogni pronostico, vista la presenza della fortissima compagine sovietica del CSKA Mosca, Campione d’Europa in carica dopo aver vinto cinque delle ultime sei edizioni della Coppa dei Campioni, nonché dei padroni di casa della Banespa, il sestetto ravennate raggiunge la Finale per affrontare proprio il Club paulista.

Per nulla intimorito di fronte ad una platea di 13mila spettatori il sestetto base di Ricci, composto da Vullo in regia, Kiraly universale, Timmos e Margutti schiacciatori di banda e Masciarelli e Gardini centrali, sfodera una prestazione ai limiti della perfezione, aggiudicandosi l’incontro per 3-1 che non rende giustizia alla superiorità ravennate, visti i parziali di 15-7 e 15-9 con cui si aggiudicano il primo e terzo set, avendo i brasiliani fatto loro il secondo per 15-11, per poi chiudere il match sul 15-13 del quarto con una schiacciata vincente di chi se non di Kiraly il quale, manco a dirlo, si aggiudica il premio di MVP della manifestazione.

Considerato che la formazione romagnola aveva partecipato al torneo quale invitata, con l’insolito risultato di divenire Campione del Mondo senza aver vinto il titolo europeo, detta lacuna viene immediatamente colmata al culmine di un cammino che non eguali in Coppa dei Campioni, potendo solo essere eguagliato, ma mai superato.

Accade, infatti, che, dopo essersi facilmente sbarazzata con un doppio 3-0 degli olandesi della Dynamo Apeldoorn nel turno preliminare, Ravenna faccia altrettanto bottino pieno nel Girone a quattro che qualifica le prime due per le “Final Four” in programma in Grecia a fine febbraio ’92, superando sul suo cammino anche gli ostici greci dell’Olympiakos, andando a violare il loro parquet per 3-2 al termine di un incontro incandescente (15-12, 9-15, 6-15, 15-7, 15-12 i parziali) per poi replicare con un secco 3-0 in Romagna, così da concludere la Poule a punteggio pieno ed affrontare in semifinale i francesi del Cannes, giunti alle spalle del CSKA Mosca nell’altro raggruppamento.

I Palazzetti greci, svolgendosi le gare di Finale al porto del Pireo, non sono il massimo dell’accoglienza per le formazioni che vengono da fuori, ed ad accorgersene sono proprio i detentori sovietici, che vengono letteralmente “spazzati via” con un 3-0 i cui eloquenti parziali di 15-8, 15-7, 15-4 non ammettono repliche di sorta, nel mentre “Il Messaggero” compie disciplinatamente, e senza eccessiva fatica, il proprio dovere di favorito nel piegare con un altrettanto netto 3-0 (15-9, 15-9, 15-11) il sestetto transalpino.

Si potrebbe ritenere, visto anche il precedente nella fase di qualificazione, che la Finale del 29 febbraio ’92 possa rappresentare una sfida al calor bianco tra italiani e greci, ma anche stavolta, così come avvenuto in Brasile, il pur assordante tifo ellenico non può che alzarsi in piedi ed applaudire la devastante prestazione di Kiraly & Co. che annichiliscono i loro avversari con un travolgente 3-0 in cui parziali di 15-4, 15-9, 15-4 non possono dare adito a recriminazioni di alcun tipo.

E pazienza se le scorie di una stagione così massacrante – che avrà come appendice i Giochi di Barcellona ’92, che vede i ravennati Gardini, Vullo e Masciarelli convocati da Velasco, così come Timmons a disputare la sua terza Olimpiade – vengono pagate in Campionato, dove le “solite quattro” raggiungono le semifinali playoff, con identico abbinamento dell’anno precedente ed identica superiorità di Parma (3-1 su Milano) e Ravenna (3-2 su Treviso), con però esito opposto dell’atto conclusivo, dove è il Maxicono Parma a prendersi una straripante rivincita, chiudendo la sfida dopo soli tre incontri, tutti e tre risolti per 3-0.

E così, nell’edizione ’93 della Coppa dei Campioni sono due le formazioni italiane iscritte, Ravenna quale detentrice del titolo e Parma quale vincitrice dello Scudetto, il che può far presumere la possibilità di un’allettante sfida nella parte conclusiva della manifestazione, che il sestetto di Ricci affronta dovendo fare a meno della sua coppia americana, tornata in Patria ma più che degnamente sostituita, dato anche l’allargamento del tesseramento dei giocatori stranieri, con i brasiliani Renan Dal Zotto, da tre anni in forza a Parma, e Giovane Gavio, prelevato da Padova, cui si aggiunge, in attacco, un devastante Dmitry Fomin, stella del CSKA Mosca e potuto tesserare grazie alla disgregazione dell’impero sovietico.

Aver indebolito le dirette rivali del Maxicono e del CSKA (pur se quest’ultima non partecipa alla Coppa Campioni, sostituita dall’Avtomobilist di San Pietroburgo) può essere un indubbio vantaggio per il sestetto di Ricci che, nel turno preliminare, non è certo favorito dalla buona sorte, vedendosi abbinato al Radiotechnik Riga, una delle migliori formazioni dell’ex Urss ed ora iscritto in rappresentanza della Lettonia, ostacolo comunque superato con un franco successo per 3-0 (15-6, 15-4, 15-8) in terra baltica, bissato con un 3-2 al “PalaDeAndré”, per poi incontrare ancora l’Olympiakos nel Girone di qualificazione alle “Final Four”.

Oramai la “bestia nera” degli ellenici, Ravenna conferma tale connotato con una doppia vittoria, per 3-1 (8-15, 15-4, 15-12, 15-8) ad Atene ed ancor più netta in terra di Romagna (3-0 con parziali di 15-7, 15-6, 15-9) e poter quindi affrontare da imbattuta le Finali che si svolgono a metà marzo ’93 ancora al Pireo, i cui incroci vedono gli ateniesi sfidare Parma, mentre ad “Il Messaggero” toccano i belgi dello Zellik.

Vinto facilmente il primo set per 15-6, i ragazzi di Ricci si “addormentano” nel secondo, subendo un insolito parziale di 5-15 prima di riprendere il controllo del match nei due successivi, chiusi sul 15-12 e 15-7 per il 3-1 conclusivo che significa seconda Finale consecutiva, nonché una succosa rivincita della sfida Scudetto contro Parma, a propria vittoriosa per 3-1 sull’Olympiakos.

Ed il 12 marzo ’93, al “Palazzetto della pace e dell’amicizia” del porto ellenico, gli spettatori neutrali possono godersi una sfida senza esclusioni di colpi tra le due formazioni italiane, e non tragga in inganno il 3-0 che certifica la conferma sul trono europeo per Ravenna, in quanto lo stesso non rende giustizia alla prestazione al sestetto guidato dal tecnico brasiliano Bebeto ed orchestrato dall’olandese Peter Blangè in regia, con gli Azzurri Giani, Gravina e Bracci nel ruolo di martelli, come testimoniano i parziali di 17-16, 15-13 e 15-12 che fissano il risultato.

Oramai al vertice del Volley internazionale, una tragedia sconvolge la serenità del Club ravennate, vale a dire il suicidio di Raul Gardini, avvenuto a luglio ’93 a causa della crisi finanziaria del “Gruppo Ferruzzi-Montedison, con conseguente recesso dell’importante sponsor, ma la squadra inizialmente non ne risente, pur con la perdita di Gardini tornato a Treviso e, grazie alle superbe prestazioni di Vullo, Giovane, Masciarelli, Fomin e dei giovani Sartoretti e Bovolenta, riesce a completare un fantastico tris di successi in Coppa dei Campioni, nuovamente a spese dei corregionali di Parma, in un torneo che elimina i Gironi per somigliare maggiormente alla Coppa Campioni calcistica.

Ed ecco, quindi, che Ravenna, ammessa direttamente agli Ottavi quali detentrice del trofeo, non ha alcuna difficoltà a sbarazzarsi degli olandesi del Piet Zoomers Eerbeek con un doppio 3-0, per poi giocarsi l’accesso alle “Final Four” contro i turchi dell’Halkbank di Ankara, contro cui subiscono, nella gara di andata disputata il 9 febbraio ’94 nella Capitale turca, la loro prima, nonché unica, sconfitta nella storia della manifestazione, un 1-3 ribaltato una settimana dopo al “PalaDeAndré” con un 3-0 dai parziali inequivocabili di 15-12, 15-8, 15-7.

Curiosamente, a far compagnia al sestetto di Ricci, sono le stesse formazioni dell’edizione precedente e con i medesimi abbinamenti, con la differenza che i belgi dello Zellik stavolta giocano in casa, disputandosi la Fase conclusiva a Bruxelles, ma ciò non è sufficiente in quanto la superiorità delle due italiane è talmente evidente che sia l’Olympiakos – sconfitto 3-0 dal Maxicono con parziali di 15-7, 15-8, 15-4 invero imbarazzanti – che la compagine fiamminga, con un altrettanto netto 3-0 (15-8, 15-10, 15-8), vengono travolte, per far sì che il derby emiliano-romagnolo si svolga ancora una volta in terra straniera e per il più prestigioso trofeo a livello continentale.

Pur se i favori del pronostico, alla vigilia, pendono dalla parte emiliana, rinforzatasi con l’arrivo dello schiacciatore brasiliano Carlao, l’orgoglio dei “vecchi guerrieri” ravennati ha una volta di più la meglio, regolando i rivali con un altro 3-0, sancito dai parziali di 15-10, 17-15, 15-10 a favore di Vullo & Co.

Con questa impresa si conclude il ciclo di un’epoca irripetibile, con un titolo mondiale e tre trionfi europei in cui Ravenna ha perso un solo incontro, ed anche se la Società prosegue per alcuni anni a livelli più che dignitosi – tra cui spicca la conquista, nel 1997, della Coppa CEV con ancora un 3-0 (15-7, 15-12, 15-10) grazie ad una formazione di giovani, composta, oltre che dallo sfortunato Bovolenta, divenuto Capitano, anche da Rosalba, Giombini e Lirutti, assieme al russo Goriochev ed all’esperto francese Chambertin – a fine secolo è costretta a rinunciare all’attività ai massimi livelli, cedendo il proprio titolo sportivo all’emergente Trento.

Ma, per coloro che hanno avuto il privilegio di vedere all’opera Campioni del calibro di Vullo, Gardini, Masciarelli e Sartoretti, affiancati da autentici interpreti ad altissimo livello del volley mondiale quali di due americani Timmons e Kiraly, il sovietico Fomin ed i brasiliani Dal Zotto e Giovani, i ricordi di quelle imprese vivranno per sempre come ricordi indelebili impossibili da dimenticare

 

L’ITALIA CAMPIONE MONDIALE 2002 NEL VOLLEY FEMMINILE

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Le Azzurre festeggiano il titolo mondiale – da mondiali.it

articolo di Giovanni Manenti

Dieci anni esatti rappresentano il “gap temporale” tra l’inizio del “Ciclo d’oro” della nostra Pallavolo a livello maschile ed il raggiungimento dei vertici di tale disciplina anche nel settore femminile, con un trait d’union che riconduce ad uno stesso personaggio, almeno inizialmente, vale a dire il tecnico argentino Julio Velasco.

Affermatosi come allenatore vincente alla guida di Modena, Velasco è protagonista di otto anni di successi – dal 1989 al ’96 – con la Nazionale maschile, fatti di due Campionati mondiali, tre europei, una sfilza innumerevole di World League, World Cup e Tornei vari, cui per essere perfetta manca solo l’oro olimpico, sfuggito al tiebreak della Finale di Atlanta ’96, persa contro l’Olanda.

Oramai rodata ed autosufficiente, la Nazionale maschile viene affidata al tecnico brasiliano Bebeto, mentre a Velasco viene chiesto di cercare di risollevare le sorti azzurre in chiave femminile, visto che prima del ’97 le ragazze non erano mai riuscite a qualificarsi per i Giochi a cinque cerchi, ai Mondiali potevano vantare come miglior piazzamento il nono posto nell’edizione ’86 ed, a livello europeo, l’unico podio era rappresentato dal bronzo ai Campionati di Stoccarda ’89 a spese della Romania, sconfitta 3-0 nella Finale per il terzo e quarto posto, dopo però un’imbarazzante 0-3 patito in semifinale contro la corazzata sovietica, visti i parziali di 10-15, 7-15, 8-15.

A tale podio erano poi seguite due altre apparizioni consecutive in semifinale, nell’edizione di Roma ’91 – sconfitte per 1-3 sia contro l’Olanda che contro la Germania nella sfida per il bronzo – e nella successiva svoltasi nella Repubblica ceca nel ’93, anche stavolta con due battute d’arresto sempre per 1-3, cambiano solo le avversarie, Russia ed Ucraina nella circostanza.

L’arrivo sulla panchina azzurra del duo formato da Velasco e dal suo fedele assistente Angelo Frigoni consente di mettere le basi di quello che sarà poi il trionfo iridato da lì a cinque anni, con un’idea del tecnico argentino, immediatamente sposata dalla Federazione, che ripone in lui la più assoluta fiducia, vale a dire la creazione del “Club Italia”, una Società di proprietà della Federazione stessa, che raccolga le più giovani e promettenti giocatrici nel panorama del Volley nostrano, così da potersi allenare tutto l’anno e cementare un gruppo senza lo stress legato alle competizioni con le proprie Società di appartenenza.

E, mentre “piccole donne crescono” – tra cui Simona Rinieri, Elisa Togut, Anna Vania Mello ed Eleonora Lo Bianco – sul parquet la prima uscita in una importante manifestazione internazionale vede l’Italia confermare il sesto posto del ’95 alla successiva rassegna continentale del ’97 in Repubblica ceca, per poi presentarsi, l’anno seguente, ai Campionati Mondiali in Giappone.

Inserite in un “Girone di ferro” con Bulgaria, Stati Uniti e le inarrivabili cubane, le azzurre dimostrano sin da subito di poter dire la loro, con due 3-0 rifilati sia alle americane che alle balcaniche, per poi cedere, come logico, con analogo punteggio alle caraibiche, e quindi acquisire il diritto alla fase ad eliminazione diretta per il quinto/ottavo posto dopo aver ceduto nettamente per 0-3 (parziali di 3-15, 8-15, 5-15) alla Cina nel secondo turno eliminatorio.

Poule importante affinché le ragazze, guidate da Frigoni che ha rilevato Velasco in panchina, facciano vedere di aver acquisito quello che il tecnico argentino ha sempre definito, con locuzione quanto mai efficace, “l’occhio della tigre”, e le risposte in questo caso sono più che convincenti, visti i due 3-0 rifilati sia all’Olanda (15-7, 15-4, 16-14) che alla Croazia (15-7, 15-10, 15-8) che valgono all’Italia un quinto posto che rappresenta, all’epoca, il loro miglior piazzamento assoluto nella rassegna iridata.

Viste le sconfitte subite solo con formazioni extra europee, le ragazze di Frigoni si presentano con rinnovate ambizioni ai Campionati europei ’99, con il vantaggio altresì di essere organizzati dal nostro Paese, con Roma e Perugia quali sedi degli incontri, ed, inserite nel Gruppo A con Russia, Olanda e Romania, si qualificano per le semifinali incrociate con le prime due del Gruppo B, lottando per buona parte dell’incontro contro le russe della fuoriclasse Yevgenya Artamonova, con queste ultime ad imporsi per 3-1, ma con parziali di 22-25, 25-21, 27-25, 25-19 per un punteggio totale di 99-90 che testimonia l’equilibrio in campo.

Chiamate a scontrarsi con la Croazia in semifinale per cercare la rivincita contro le russe, le azzurre danno vita ad una prova tutto cuore solo per subire l’amarezza di una beffa al tiebreak, perso 13-15, dopo aver messo in mostra la loro miglior pallavolo nei precedenti parziali che le avevano viste in vantaggio 2 set ad 1 (22-25, 25-16, 25-22), prima di cedere il quarto 23-25 e rimandare tutto al decisivo set di spareggio.

Sfogata la delusione con un 3-0 sulle tedesche che eguaglia il bronzo di 10 anni prima – anno in cui Velasco conduceva la Nazionale maschile al trionfo europeo in Svezia – c’è da preparare la spedizione per i Giochi di fine millennio a Sydney 2000, prima partecipazione olimpica nella storia del nostro Volley al femminile, ed a far parte delle selezionate vi sono anche le quattro ricordate ragazze (Rinieri, Togut, Mello e Lo Bianco) provenienti dal Club Italia, che vanno ad unirsi alle già esperte Sabrina Bertini, Darina Mifkova – nata a Praga, ma cresciuta in Italia, a Bergamo – Manuela Leggeri e Maurizia Cacciatori, nonché alla 21enne massese Francesca Piccinini, reduce addirittura da una esperienza in Sudamerica, avendo vestito per una stagione i colori della Rexona di Rio de Janeiro.

L’esperienza a cinque cerchi, però, si rivela un passo indietro per le azzurre, le quali – ancorché inserite in un raggruppamento con Cuba e Russia, che non a caso disputeranno la Finale per l’oro – vengono sconfitte 25-27 al tiebreak del quinto set nel match d’esordio contro la Corea del Sud, per poi fallire l’accesso alla fase ad eliminazione diretta a causa della battuta d’arresto per 1-3 contro le tedesche, nettamente sconfitte l’anno prima in sede europea.

Questa disfatta porta all’avvicendamento sulla panchina azzurra, con la guida tecnica affidata a Marco Bonitta, forte di due Scudetti e, soprattutto, di due Coppe dei Campioni consecutive vinte con Bergamo nel ’99 e nel 2000, ma senza alcuna rivoluzione nei quadri atletici, visto che per gli Europei ’01 in programma in Bulgaria, viene mantenuto lo “zoccolo duro” formato da Lo Bianco, Leggeri, Rinieri, Togut, Mifkova, Cacciatori e Piccinini, con queste due ultime – entrambe toscane, ma di città “rivali”, essendo la Piccinini di Massa e la cacciatori di Carrara – da lui ben conosciute, avendole allenate a Bergamo.

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Antonina Zvetova – da wikipedia.org

L’inserimento del sestetto azzurro nel Gruppo B consente loro di evitare la Russia e le padrone di casa della Bulgaria – tra le quali spadroneggia la 28enne Antonina Zetova, anch’essa conoscenza dei parquet nostrani, militando pure lei a Bergamo, e premia come MVP della manifestazione – nonché di “togliersi qualche sassolino dalle scarpe”, rifilando un umiliante 3-0 alle tedesche (25-19, 25-19, 25-17) e concludendo il girone al primo posto a punteggio pieno, avendo riservato analogo trattamento a Polonia, Ucraina e Croazia, con la sola Olanda a rendere la vita difficile alle ragazze di Bonitta che però, nella circostanza, tirano fuori il carattere, recuperando da 0-2 (20-25, 17-25) una situazione che pareva compromessa, facendo proprio il terzo parziale 26-24 e quindi chiudere in scioltezza, 25-16 e 15-11 al tiebreak.

L’esame di maturità avviene in semifinale, con l’Italia a scendere in campo il 29 settembre ’01, dopo che la Russia si è sbarazzata con un veloce 3-0 delle “cugine” ucraine, per affrontare le padrone di casa, impegno sempre ostico in qualsiasi tipo di manifestazione, ma la dimostrazione di superiorità delle ragazze di Bonitta è tale che l’esito del confronto è di quelli che non ammettono repliche di sorta, come testimoniano i parziali di 25-18, 25-12 e 25-21 che certificano l’accesso alla Finale contro le temutissime russe.

Guidate dal “Guru” Nikolay Karpol – uno dei tecnici più vincenti nella Storia del Volley mondiale – e potendo contare in attacco sulla potenza della 20enne Ekaterina Gamova, una “bestia” di m.2,02 per 82kg., le russe si fanno sorprendere nel set d’avvio della Finale del 30 settembre ’01, perso per 21-25, per poi venire a capo del secondo e terzo parziale lottato dalle azzurre punto a punto sino ai due 25-23 che portano la Russia sul 2-1 per quella che sembra oramai l’inerzia della gara in loro favore.

Nulla di più sbagliato, Piccinini & Co. reagiscono come solo loro sanno fare e si aggiudicando nettamente il quarto set per 25-18, rimandando la decisione per il titolo continentale al decisivo tiebreak.

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Ekaterina Gamova – da fivb.org

Karpol chiama a raccolta le sue giocatrici, evita che il calo di tensione del precedente parziale abbia a ripetersi, e le stesse lo prendono in parola, con un eloquente 15-6 che, se da un lato chiude la contesa, consegnando alla Russia il suo 17esimo titolo continentale (compresi quelli vinti come Unione Sovietica …), dall’altro certifica che le distanze tra i due sestetti sono oramai ridotte al minimo, come testimoniato dal punteggio finale di 104-102 a favore delle nostre avversarie.

E’ pur vero che, se scalati i vertici europei – l’argento di Sofia è il primo raccolto dall’Italia in campo femminile – a livello iridato il confronto si sposta ad altezze stratosferiche, vista la presenza delle pallavoliste di Cuba, Cina, Brasile e del rinnovato movimento Usa, e pertanto sono in ben pochi ad accreditare la truppa di Bonitta di una qualche chance in vista della rassegna iridata di Germania ’02, in programma dal 30 agosto al 15 settembre 2002.

Nell’allestire la selezione per i Mondiali, Bonitta compie la scelta dolorosa di escludere Maurizia Cacciatori – eletta miglior palleggiatrice della manifestazione quattro anni prima in Giappone – affidando la regia all’oramai matura Eleonora Lo Bianco, con Elisa Togut nel ruolo di opposto e Paola Cardullo come libero, nel mentre l’attacco è affidato alle schiacciatrici Rinieri, Mifkova e Piccinini ed alle centrali Leggeri, Paggi e Mello.

Con una rassegna iridata divenuta di elevato spessore, con ben 24 formazioni qualificate suddivise in quattro Gironi da 6 squadre ciascuno, che qualificano alla seconda fase le prime tre classificate, l’Italia è inerita nel Gruppo A assieme alle padroni di casa tedesche, Bulgaria, Giappone, Repubblica ceca e Messico, indubbiamente abbordabile ed, in effetti, l’esito lo dimostra, con le azzurre a compiere “percorso netto” senza perdere neppure un set, accedendo così al secondo turno, costituito da tre Gironi da quattro squadre, da cui accedono alla fase ad eliminazione diretta dei Quarti di finale le prime due e le due migliori terze.

Formula un po’ farraginosa, ma che serve ad alimentare i dubbi della vigilia circa le effettive possibilità di successo per le nostre ragazze, che, inserite nello stesso Gruppo di Cuba e Russia, subiscono la loro prima sconfitta con queste ultime per 2-3 (parziali 18-25, 26-24, 17-25, 25-21, 13-15), massacrate dai 19 attacchi vincenti della Gamova, a cui cercano di opporsi Rinieri e Piccinini, con 16 e 13 palle messe a terra, rispettivamente.

Altrettanto combattuta, a dispetto dell’1-3 finale, è la sfida contro le fuoriclasse cubane – dominatrici del precedente decennio con tre ori olimpici e due mondiali – come testimoniano i parziali di 30-32, 25-17, 22-25, 24-26 e solo il facile successo per 3-0 sulla Grecia consente all’Italia di accedere ai Quarti di finale quale una delle due migliori terze, fase ad eliminazione diretta dove è presente il “Gotha” del Volley mondiale al femminile, comprendendo lo stesso anche Stati Uniti, Brasile, Cina, Bulgaria e Corea del Sud.

Il fatto che la Corea del Sud abbia, a sorpresa, “schiantato” 3-0 la Cina nel secondo turno, fa sì che all’Italia tocchino proprio le asiatiche, venendo altresì inserite nella “parte bassa” del tabellone assieme a Cina e Brasile, mentre nella “parte alta” la Bulgaria è destinata a far da materasso al cospetto di Russia, Cuba e Stati Uniti.

L’11 settembre ’02 a Stoccarda va pertanto in scena la sfida contro le sudcoreane che dà diritto alla “zona medaglie” ed ecco che l’Italia – schierata da Bonitta con il “sestetto base” composto da Lo Bianco, Togut, Rinieri, Leggeri, Mello e Piccinini, con la Cardullo a fungere da libero – sfodera una prestazione monstre, di cui è assoluta protagonista l’opposta Togut con 13 attacchi e 4 muri vincenti, che le consentono di archiviare la pratica in poco più di un’ora con un 3-0 dagli eloquenti parziali di 25-20, 25-22, 25-19.

Gli altri abbinamenti qualificano per le semifinali la Russia, che impiega appena 54’ per aver ragione della Bulgaria, gli Stati Uniti che, a sorpresa, eliminano dalla competizione le cubane “orfane” della stella Regla Torres, oramai ritiratasi, con un però imbarazzante 3-0 (25-22, 25-15, 25-21) e la Cina, la quale riscatta la deludente prestazione contro le sudcoreane, venendo a capo di un match complicatissimo contro le brasiliane, sconfitte 15-9 al tiebreak, dopo essere state sotto per 1-2.

Due giorni di riposo, e quindi tutte a Berlino per le semifinali tra Russia ed Usa da un lato ed Italia e Cina dall’altro, con russe ed americane a scendere per prime sul parquet della Capitale tedesca alle ore 15:00 del 13 settembre ’02 per una sfida al calor bianco, che vede imporsi le ragazze a stelle e strisce dopo una battaglia di 1.43’, durante la quale a far la differenza sono i 18 muri vincenti degli Stati Uniti a contenere una Gamova autrice, comunque, di 18 attacchi a punto, come documentano i parziali di 21-25, 25-23, 25-20, 21-25, 15-8 che vedono svanire i sogni di gloria di Karpol.

Tre ore dopo, a dividersi il parquet sono Italia e Cina, ed ancora una volta, in una rassegna fatta apposta per stravolgere i pronostici, le ragazze di Bonitta dimostrano di aver imparato a sfoderare gli “occhi della tigre” di Velaschiana memoria, ed, in particolare, emerge immensa come non mai Elisa Togut, capace da sola di collezionare 29 punti, frutto di 25 (!!) attacchi vincenti, 3 muri ed una battuta per il 3-1 conclusivo (parziali di 25-21, 25-20, 21-25, 25-23) che schiude all’Italia le porte di una Finale assolutamente inaspettata.

L’atto conclusivo è in programma domenica 15 settembre ’02 alle ore 15:00 alla “Max Schmeling Halle” di Berlino e segna una “data storica” nel panorama del volley femminile azzurro, con le ragazze di Bonitta chiamate ad affrontare le americane che hanno eliminato in successione Cuba e Russia, formazioni dalle quali l’Italia era stata sconfitta, il che fa, per logica conseguenza, pendere l’ago della bilancia in favore degli Stati Uniti, quantomeno in fase di pronostico.

Ma il passato non conta, sono le alzate, i recuperi e le schiacciate che vanno in onda in diretta a fare la differenza, anche se l’inizio del match non è di quelli che inducono all’ottimismo, visto che il primo parziale è nettamente appannaggio degli Stati Uniti per 25-18.

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Elisa Togut, MVP del Torneo

Bonitta ha però dalla sua la “classica arma in più”, nelle sembianze di Elisa Togut, assolutamente inarrestabile – tanto da essere meritatamente premiata a fine torneo come MVP della manifestazione, succedendo ad un “mostro sacro” come la cubana Regla Torres, che si era aggiudicata tale riconoscimento nelle due precedenti edizioni ed appena votata come “Miglior giocatrice del XX Secolo – la quale mette a segno qualcosa come 30 (!!) attacchi vincenti su 54 conclusioni, ben assistita dalla Piccinini che colleziona 14 punti al pari della Mello, così da ribaltare la situazione a nostro favore con due set magistralmente condotti e chiusi sul 25-18 e 25-16.

Lungi dal credere che la sfida sia decisa, il quarto set (il più lungo essendo durato 25’ …) vede la riscossa Usa con le americane ad imporsi 25-22, per rimandare la decisione circa l’assegnazione del titolo iridato al tiebreak, in cui contano le forze mentali e caratteriali non meno che quelle fisiche.

Ma il sestetto di Bonitta non si fa trovare impreparato a questa eventualità, ed in una sfida che, in ogni caso, dovrà vedere una delle due squadre interrompere quella che, sino ad ora, era stata un’egemonia riservata a sole quattro Nazioni – Unione Sovietica, Giappone, Cuba e Cina – a mettere il punto esclamativo sulla partita è ancora (e chi se no, altrimenti …) la Togut con due schiacciate dalla seconda linea che trovano impreparato il muro avversario per certificare il 15-11 che manda le azzurre sul tetto del Mondo.

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Togut, Lo Bianco e Piccinini con la Coppa del Mondo ’02 – da sport.sky.it

Incredibile, un sogno che appariva irrealizzabile si è viceversa avverato, tanto che le ragazze, al loro ritorno in Italia vengono anche ricevute in Capidoglio dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quale legittima testimonianza che, anche se con un decennio di distanza, possono con giustificato orgoglio affermare di non essere state da meno dei loro colleghi maschi.

Anzi, “scusate il ritardo”, verrebbe quasi da dire…

 

L’INVINCIBILE ARMATA DEL VOLLEY FEMMINILE CUBANO DEGLI ANNI ’90

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Il sestetto cubano ai Giochi di Sydney 2000 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di Volley legato all’isola di Cuba, il primo pensiero, giocoforza, va all’indiscusso leader Joel Despaigne, per oltre un decennio protagonista con la sua Nazionale nelle vesti d devastante schiacciatore, tanto da essere nominato “Miglior giocatore dell’anno” nel 1990, al termine dei Campionati Mondiali svoltisi in Brasile e vinti, per la prima volta nella sua Storia, dall’Italia di Velasco, superando 3-1 in Finale proprio il sestetto capitanato da “El Diablo”.

Già, perché quella formazione – pur infarcita di indiscutibili talenti quali l’alzatore Raul Diago ed i due possenti Hernandez, Osvaldo ed Ihosvany – ha avuto “un piccolo difetto”, vale a dire il non aver mai conquistato un oro olimpico od un titolo mondiale, mentre già nel 1978, anno in cui il sestetto caraibico vede svanire i propri sogni iridati al Mondiale in Italia, sempre per mano degli azzurri che hanno la meglio in semifinale per 3-1, nell’allora Unione Sovietica si sta consumando un evento a dir poco storico.

Sono difatti le ragazze cubane a salire inaspettatamente sul gradino più alto del podio in occasione dell’ottava edizione dei Campionati Mondiali, dopo che le precedenti sette avevano visto il successo arridere per quattro volte all’Urss e per tre al Giappone, peraltro con un trionfo che non ammette repliche di sorta, visto che – sotto la guida del “Maestro” Eugenio George Lafita, uno che sarà alla guida della Nazionale femminile per ben 28 anni – si aggiudicano tutte e 10 le partite disputate, con eloquenti parziali in semifinale contro le padroni di casa (3-1, 12-15, 16-14, 15-10, 15-12) ed un ancor più netti in Finale contro le detentrici del titolo giapponesi, schiantate replicando il 3-0 del girone di semifinale come dimostrano i tre set, chiusi sul 15-6, 15-9, 15-10.

Una Nazionale cubana che però non riesce a confermarsi nel successivo decennio – complice anche la mancata partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e di Seul ’88 – periodo in cui appare nel panorama del volley femminile un’altra grande realtà quale la Cina, trascinata dalla fuoriclasse Lang Ping, che si aggiudica la medaglia d’oro ai Giochi californiani ed il bronzo in Corea, il tutto corredato dai titoli mondiali alle rassegne iridate in Perù nel 1982 ed in Cecoslovacchia nel 1986, in quest’ultimo caso superando 3-1 in Finale proprio le ragazze di Lafita, alla loro seconda medaglia iridata della storia.

E, mentre quattro anni dopo a Pechino si chiude il decennio degli anni ’80 con le cinesi ad abdicare davanti al proprio pubblico cedendo 1-3 in Finale contro l’Urss, con Cuba quarta nettamente sconfitta 0-3 dalle sovietiche in semifinale e superata 3-1 dagli Usa nel match per il bronzo, nell’isola caraibica sta prendendo confidenza con i parquet colei che risulterà decisiva per le sorti del sestetto di Lafita nella decade successiva.

Nata a L’Avana il 12 febbraio 1975, Regla Torres inizia a praticare la pallavolo su indicazione della madre all’età di 8 anni e già a 14 entra a far parte della selezione cubana, potendo fare affidamento su di una morfologia (m.1,93 per 75kg.) perfetta per il ruolo di centrale che va ad occupare.

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Una giovane Torres – da:gettyimages.co.uk

La svolta nella sua carriera, nonché l’inizio di quella che sarà definita la “Invincibile armata” nell’arco dell’intero decennio, avviene in occasione della Coppa del Mondo ’91 che si svolge a novembre in Giappone, torneo la cui vittoria dà diritto alla partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona ’92 e che Cuba si aggiudica – con la 16enne Torres ad inaugurare la sua bacheca di trofei – per un miglior quoziente set rispetto alle storiche avversarie di Cina ed Unione Sovietica, classificatesi nell’ordine a parità di punti.

Lafita si rende conto di avere tra le mani un potenziale che sarebbe imperdonabile sprecare, potendo contare sulla potenza di Magaly Carvajal – schiacciatrice da m.1,90 per 77kg., alla cui mano vengono affidati i punti decisivi – e sulla straordinaria elevazione di Mireya Luis che, a dispetto del suo m.1,75 di altezza riesce a colpire la palla sino ad oltre m.3,30, ragazze di 24 e 25 anni rispettivamente, ideali per far da chioccia alla Torres.

In un torneo olimpico altamente elitario, con appena 8 squadre partecipanti che rappresentano il meglio del Volley mondiale al femminile, eccezion fatta per la Spagna iscritta quale Paese organizzatore dei Giochi, le Olimpiadi di Barcellona ’92 rappresentano la ghiotta occasione per Cuba di dimostrare la propria superiorità dopo la rinuncia alle due precedenti edizioni.

Inserita nel Gruppo B assieme a Cina, Brasile ed Olanda, Cuba scopre le sue carte sin dal primo incontro contro le cinesi, superate 3-1 in rimonta (13-15, 15-11, 15-9, 15-11), per poi disporre con identico punteggio delle sudamericane, mentre il successo per 3-0 sulle olandesi garantisce al sestetto di Lafita il primo posto nel Girone e l’automatica qualificazione per le semifinali, al pari della Comunità Stati Indipendenti – denominazione sotto la quale si presentano le Repubbliche dell’ex Unione Sovietica – nel mentre le altre due semifinaliste scaturiscono dalle sfide incrociate tra Stati Uniti-Olanda e Giappone-Brasile.

Con americane e brasiliane ad avere la meglio con il medesimo punteggio di 3-1, alle ragazze di Lafita tocca superare lo scoglio costituito dagli Usa in una gara che mette in mostra la forza di carattere delle ragazze caraibiche, per due volte sotto nel punteggio, nel riportare le sorti dell’incontro in parità (8-15, 15-9, 6-15, 15-5) e quindi piazzare lo spunto decisivo nel quinto set allorché, in svantaggio 8-9, mettono a segno cinque punti consecutivi per il 15-11 conclusivo che vuol dire Finale contro la CSI e, mal che vada, la prima medaglia olimpica del volley femminile cubano, avendo già migliorato il bronzo in campo maschile conquistato a Montreal ’76.

L’8 agosto ’92 è una data storica per la pallavolo cubana, in quanto al “Palau San Jordi” di Barcellona le ragazze cubane riescono, al termine di quattro intensissimi set, come dimostrano i parziali di 16-14, 12-15, 15-12, 15-13 a loro favore, a piegare la resistenza delle ex sovietiche guidate in panchina dal guru Nikolai Karpol – “l’Orso urlante” della pallavolo mondiale e già oro a Mosca ’80 ed a Seul ’88 – dimostrando una maggiore lucidità nelle fasi conclusive dei set, in cui si affidano alla mano esperta della già ricordata Carvajal, non a caso soprannominata “lo sguardo della morte”, per il suo “killer instinct” nei momenti clou delle partite.

Il trionfo del gruppo guidato da Lafita si basa su di un sestetto collaudato che, oltre alle già citate Luis, Cravajal e Torres, può contare sulla presenza di Regla Bell, Marlenys Costa e Lilia Izquierdo, tutte tra l’altro sufficientemente giovani per poter aprire un ciclo vincente, come poi, in effetti, avviene.

Perché se vincere è difficile, ripetersi talora è un’impresa ancor più ardua, allorché assumi il ruolo di favorita d’obbligo in ogni manifestazione, una pressione mentale e fisica che sembra non scalfire minimamente la corazzata caraibica, che continua a fare incetta di trofei, in ordine ai quali ci limitiamo a descrivere le sole due principali manifestazioni, vale a dire Olimpiadi e Mondiali, tralasciando Coppe e tornei vari.

Non è mai facile dover far visita al Brasile ed affrontare la temutissima “torcida carioca” al Maracanazinho di Rio de Janeiro, ed occasione migliore per confermarsi ai vertici mondiali non può esservi della rassegna iridata organizzata nel Paese sudamericano da metà a fine ottobre ’94, kermesse che da un punto di vista strettamente tecnico e qualitativo si può tranquillamente considerare superiore alle Olimpiadi in quanto allargata a 16 squadre.

Archiviata con tre comodi 3-0 a spese di Olanda, Azerbaijan e Perù la fase a gironi, il consolidato sestetto cubano non fa sconti neppure nei confronti ad eliminazione diretta, che lo vedono regolare, ancora per 3-0 sia la Germania nei Quarti che la Corea del Sud (a sorpresa vincitrice sulla Cina per 3-1) in Semifinale, per poi accingersi a superare “la prova del fuococontro le brasiliane padroni di casa in un ambiente al massimo dell’eccitazione, dopo che le stesse erano venute a capo di un complicatissimo match contro la Russia, risolto per 3-2 in loro favore.

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Bell e Torres a muro nella finale contro il Brasile – da italy2014.fivb.org

Ma non ci può essere tifo che tenga contro “la macchina perfetta” di Lafita, con il medesimo sestetto oro a Barcellona che umilia le avversarie con un 3-0 i cui parziali (15-2, 15-10, 15-5) non lasciano spazio a recriminazioni di sorta, per un trionfo che non ha eguali e che può, al limite, essere solo eguagliato, dato che Carvajal & Co. si aggiudicano il titolo senza aver perso neppure un set e con Regla Torres eletta MVP della manifestazione.

Lo “zoccolo duro” formato da Costa, Luis, Izquierdo, Carvajal, Bell ed una sempre più straripante Torres, si presenta ai Giochi di Atlanta ’96, con il fermo intento di confermare l’oro olimpico di quattro anni prima a Barcellona, in un torneo finalmente allargato a 12 squadre suddivise in due Gironi da sei che qualifica le prime quattro alla fase ad eliminazione diretta con abbinamenti incrociati (prime contro quarte e seconde contro terze).

Inserita nel secondo gruppo assieme a Brasile e Russia – non a caso l’argento ed il bronzo iridato – Cuba sembra aver smarrito lo smalto vincente che l’aveva caratterizzata, subendo due severe sconfitte sia contro le sudamericane (0-3, 11-15, 10-15, 4-15) che contro le russe (1-3, 15-10, 6-15, 7-15, 8-15), il che la porta a concludere al terzo posto per un Quarto di finale tutt’altro che semplice contro le padrone di casa degli Stati Uniti, giunte seconde alla spalle della Cina nell’altro raggruppamento.

Ma, fedeli al motto che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”, le martellatrici cubane riprendono il discorso solo momentaneamente interrotto, rifilando un imbarazzante 15-1 alle americane nel primo set, per poi chiudere la pratica sul 3-0 lasciandole a 10 ed a 12 nei due restanti parziali, così da entrare in zona medaglia, unitamente a Russia, Brasile e Cina, tutte a confermare l’esito dei gironi eliminatori.

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Le cubane festeggiano durante il match contro gli Usa – da gettyimages.it

La semifinale rappresenta “la resa dei conti” contro le brasiliane guidate da Bernardinho, uno dei coach più vincenti nella storia del volley mondiale, il quale passa con estrema disinvoltura dall’allenare i maschi e le femmine e che concluderà con la fine secolo l’esperienza quale tecnico delle ragazze per tornare nel settore maschile, dopo l’affronto di due anni prima al Mondiale di casa loro e l’occasione di restituire la sonora sconfitta patita nel girone eliminatorio.

In una sfida da sconsigliare ai deboli di cuore, Torres e le altre devono fare ricorso a tutta la loro volontà e forza d’animo per non cedere di fronte alle scatenate brasiliane, le quali scappano via con un eloquente 15-5 nel primo set e, dopo aver perso il secondo ad 8, si impongono anche nel terzo per 15-10, con il trono cubano a vacillare pericolosamente.

Ma, come ricordato, la forza delle ragazze caraibiche sta nello sfruttare a proprio vantaggio i momenti chiave degli incontri ed, assistite dalla ritrovata vena della Carvajal e della Luis (14 e 13 attacchi vincenti per loro …), riescono a spuntarla per 15-13 nel quarto parziale per poi avere la meglio 15-12 al quinto e poter andare a difendere il titolo contro il ritrovato sestetto cinese, a propria volta vincitore per 3-1 sulla Russia.

La Finale contro la Cina può rappresentare un’occasione unica per la loro coach, Lang Ping, di poter essere la prima a vincere una medaglia d’oro ai Giochi sia come giocatrice che in veste di tecnico, e la cosa sembra potersi materializzare dopo il 16-14 in suo favore del primo set, immediatamente pareggiato con il 15-12 del secondo parziale a favore delle cubane ed il match che si decide al terzo, in cui emerge la Bell (autrice di 20 muri e 15 attacchi vincenti …) per il 17-16 che incanala l’inerzia della sfida verso la conferma dell’oro per Cuba che, sullo slancio, non ha difficoltà a far suo il quarto e decisivo set per 15-6.

Un successo di cui l’artefice principe, il tecnico Eugenio George Lafita non può godere a lungo, venendo esonerato appena tre settimane dopo il bis olimpico, per essersi permesso di muovere critiche circa l’inadeguatezza delle strutture di allenamento nell’isola castrista, con il suo posto rilevato dal vice, Antonio Perdomo.

Un avvicendamento che avrebbe potuto portare conseguenze negative sulle ragazze oramai affezionate al loro “mentore”, evento che viceversa non si verifica nonostante l’abbandono dell’attività da parte della Carvajal, ma la fucina di talenti è ben lungi dall’esaurirsi sull’isola caraibica, ed ecco spuntare una degna sostituta in Taismany Aguero, che nel corso del successivo millennio farà le fortune anche della Nazionale azzurra.

Potendo ancora contare su Bell, Luis, Costa, Izquierdo ed una Torres nel pieno della sua maturità fisico agonistica, Cuba si presenta in Giappone per confermare il titolo iridato ai Campionati Mondiali in programma dal 3 al 12 novembre ’98, con una formula infinita che prevede ben due gironi eliminatori prima di giungere alle semifinali.

Per le ragazze caraibiche poco male poiché, se si esclude una disattenzione nel primo set nel match contro le bulgare, poi travolte per 3-1 (13-15, 15-6, 15-8, 15-8), la “regola del 3-0” asfalta in rapida successione Stati Uniti (45-25), Italia (45-27), Corea del Sud (45-15 ..!!), Cina (45-25) e Croazia (46-31) per poi presentarsi alle sfide per le medaglie a cui accedono, ripetendo le stesse semifinali di due anni prima ad Atlanta, Brasile, Cina e Russia.

Semifinali che si risolvono con identico esito, ma stavolta con parziali più netti a favore di Cuba (3-1, 15-10, 4-15, 15-11, 15-10) e Cina (3-0, 15-4, 15-4, 15-9), le quali rimandano i sogni iridati rispettivamente di sudamericane e russe per sfidarsi nella rivincita della Finale olimpica.

La facilità con cui le cinesi hanno disposto a loro piacimento delle russe consente di ipotizzare una sfida all’ultimo punto, ma così non è in quanto le cubane, trascinate da una Torres in gran spolvero e che, per la seconda volta consecutiva si laurea MVP della manifestazione, travolgono le avversarie sin dall’avvio, con un eloquente 15-4, cui fanno seguito i più combattuti parziali del secondo e terzo set, conclusi sul 16-14 e 15-12 per il secondo titolo mondiale consecutivo, terzo in totale, e con la possibilità di realizzare un en plein – tra Olimpiadi e Mondiali – mai ottenuto da nessuno, vale a dire inanellare cinque successi consecutivi, in occasione dei Giochi di fine millennio a Sydney 2000.

Sono in quattro – Marlenis Costa, Mireya Luis, Regla Bell e Regla Torres – che possono centrare questa incredibile “cinquina”, mentre Lilia Izquierdo può anch’essa mettersi al collo il terzo oro olimpico, non avendo però partecipato alle due vittoriose rassegne iridate, e per riuscire nella titanica impresa, occorre superare il girone eliminatorio, concluso al secondo posto dietro alla Russia, complice una sconfitta per 2-3 (13-15 al tie break del quinto set), il che determina l’abbinamento con la Croazia, terza nel Gruppo A, nei Quarti ad eliminazione diretta.

Esplicata quella che si rivela poco più di una formalità (3-0, 25-18, 25-23, 25-21 data l’introduzione del “rally point system” quale forma di attribuzione del punteggio), ancora una volta alle cubane tocca misurarsi con le brasiliane in Semifinale, mentre l’altra sfida oppone le russe – che hanno superato le vicecampionesse olimpiche e mondiali cinesi con un 3-0 che non rende giustizia all’equilibrio della gara, come dimostrano i parziali di 27-25, 25-23 e 27-25 – alle americane.

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Torres a muro – da volleywood.net

Con l’ultima possibilità per Bernardinho di conquistare un oro olimpico al femminile – ci riuscirà più avanti con gli uomini – il match è di una intensità pazzesca, con le brasiliane a conquistare il primo parziale 29-27, per poi arrendersi nel secondo 19-25 e tornare avanti con il 25-21 del resto, prima che il quarto set, vinto da Cuba 25-19, rimandi la decisione circa l’accesso alla Finale per l’oro al tie break, dove, ancora una volta, l’istinto omicida di Torres & Co. ha la meglio per 15-9 per un punteggio complessivo di 113-104 che vede la Ruiz mettere a segno 18 attacchi vincenti, seguita a quota 14 della Aguero e dalla Torres, quest’ultima capace di realizzare anche 7 punti a muro.

Per chiudere il cerchio resta ora la sfida alla Russia, ancora guidata dallo stesso Nikolai Karpol contro cui tutto era iniziato otto anni prima a Barcellona, con le ragazze dell’Europa orientale venute anch’esse a capo di una estenuante maratona contro gli Stati Uniti, parimenti conclusa al tie break e l’impressione che si ha tra gli addetti ai lavori è che sarà la tenuta fisica a fare la differenza il 30 settembre 2000, allo “Entertainment Center” di Sydney.

 

Opinione confortata dall’equilibrio che regna sovrano nei primi due set, della durata di 23’ e 30’ ciascuno, che però consentono alla Russia di portarsi sul 2-0 (27-25 e 34-32 i relativi parziali), ma come un’araba fenice che risorge sempre dalle proprie ceneri, anche stavolta lo smisurato orgoglio delle cubane fa sì che non si diano per vinte e, fatto loro il terzo set per 25-19, approfittano del crollo fisico e mentale delle loro avversarie per aggiudicarsi in carrozza sia il quarto set per 25-18 che il tie break, che non ha storia, chiuso sul 15-7 per completare il “Decennio d’Oro” del volley cubano al femminile.

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Attacco della Torres in finale contro la Russia – da gettyimages.it

Nessuna altra formazione nel panorama della pallavolo mondiale – sia in campo maschile che in quello femminile – è stata in grado di mettere a segno cinque trionfi in fila tra Olimpiadi e Mondiali, ragion per cui, oltre ad aver dominato il ricordato decennio, credo non vi sia da stupirsi se la Federazione Internazionale di Volley ha decretato, nel 2001, Regla Torres quale “Miglior Giocatrice femminile del Secolo, superando in tale classifica la più volte citata cinese Lang Ping, riconoscimento che, in campo maschile, si sono divisi l’azzurro Lorenzo Bernardi e l’americano Karch Kiraly.

Ed è pertanto doveroso far chiudere alla “Regina del Volley mondiale” questa retrospettiva di un decennio di successi con le sue parole a commento del terzo trionfo olimpico consecutivo: “Tutte le vittorie sono importanti, ma se devo sceglierne una allora dico l’oro di Sydney in quanto giunto al termine di un torneo di altissimo livello con tutte le partecipanti in splendida forma, mentre io ero reduce da due anni di infortuni e non ero affatto sicura di potermi esprimere al meglio, così che vincere l’oro per la terza volta è stato qualcosa di veramente speciale, un momento che resterà per sempre impresso nella mia memoria …!!”.

E, consentici, cara Regla, anche nella memoria di coloro che hanno avuto la fortuna di vederti giocare.

 

FRANCO BERTOLI, LA “MANO DI PIETRA” DEL VOLLEY AZZURRO

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Franco Bertoli – da gazzettadimodena.gelocal.it

articolo di Giovanni Manenti

Pochi altri giocatori possono vantare un impatto così devastante nel panorama del volley continentale quale quello avuto da Franco Bertoli nel corso di oltre un decennio che ha abbracciato gli interi anni ’80, martellando con le sue poderose schiacciate i parquet di mezza Europa e conquistando tutto quello che era possibile vincere, fatta eccezione, per una mera questione anagrafica, per i trionfi in chiave azzurra.

Nato, difatti, a fine aprile 1959 ad Udine, Bertoli è ancora troppo giovane per essere inserito dal Commissario Tecnico Carmelo Pittera tra i selezionati per la fantastica cavalcata azzurra ai Mondiali di Roma ’78, conclusa con un’insperata medaglia d’argento alle spalle della fortissima Unione Sovietica ed, a fine anni ’80, è ugualmente troppo anziano affinché il neo tecnico Julio Velasco, ancorché ne conosca sin troppo bene le qualità avendolo allenato per quattro stagioni a Modena, lo possa far rientrare nella lista dei convocati per le vittoriose campagne degli Europei di Svezia ’89 e dei Mondiali ’90 in Brasile.

Proprio nell’estate ’77, Bertoli approda a Torino proveniente dal suo primo Campionato di A1 a Padova, dove trova un altro “guru” del volley nazionale, vale a dire Silvano Prandi il quale sta costruendo un sestetto vincente che ha nel palleggiatore Piero Rebaudengo, l’universale Giancarlo Dametto ed il talentuoso centrale Gianni Lanfranco – unico del Club a far parte della Nazionale del ’78 – i suoi punti di forza, ai quali l’apporto di Bertoli quale schiacciatore di banda costituisce l’ultimo tassello per la composizione di un puzzle vincente che si aggiudica per tre stagioni consecutive il titolo di Campione d’Italia nel 1979, ’80 ed ’81.

Trionfi ai quali la “Banda Prandi”, come veniva simpaticamente definita, abbina un’impresa storica, vale a dire la conquista della Coppa dei Campioni ‘80, vinta sconfiggendo 3-0 nella Finale di Ankara del 19 marzo i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava, prima compagine italiana a salire ai vertice della massima competizione continentale per Club, nonché novità assoluta nell’Albo d’oro della manifestazione, visto che dalla sua istituzione del 1959, mai il trofeo era stato conquistato da una squadra non appartenente all’Est Europa.

Stagione, quella del 1980, che per Bertoli vede anche il debutto in maglia azzurra, avvenuto l’11 maggio a Zagabria contro la Jugoslavia (sconfitta per 1-3, parziali 6-15, 9-15, 16-14, 10-15), nonché la selezione per le Olimpiadi di Mosca ’80 sempre agli ordini di Pittera, avventura vissuta assieme ai compagni di squadra Dametto e Lanfranco, peraltro piuttosto deludente con gli azzurri che concludono al quinto ed ultimo posto il proprio Girone, alle spalle di Urss, Bulgaria, Cuba e Cecoslovacchia, salvando l’onore con la scontata vittoria sul “materasso” Libia nella sfida per il nono posto.

Sono ancora distanti i tempi in cui Velasco riuscirà a formare i cosiddetti “12 Uomini d’Oro” capaci di conquistare il Mondo, ma, nel frattempo, la crescita del nostro volley passa attraverso le squadre di club, ed a Torino, oltre al terzo titolo consecutivo nonostante la partenza di Lanfranco destinazione Parma, peraltro ben rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, vi è una veste di Campione europeo da difendere, ma stavolta l’abbinamento ai quarti di finale contro il CSKA Mosca non dà scampo ai ragazzi di Prandi, i quali soccombono in entrambi i confronti (1-3 in terra russa, 2-3 al PalaRuffini al ritorno).

Sul fronte interno, si fa sempre più consistente la concorrenza della Santal parma dell’ex Lanfranco, contro il quale Bertoli è costretto a misurarsi nelle Finali Scudetto del 1982 ed ’83, stagioni a partire dalle quali vengono introdotti nel nostro Campionato i Playoff, ed entrambe le sfide si concludono a vantaggio degli emiliani i quali riescono in ambedue le occasioni a ribaltare lo svantaggio del fattore campo, così come non miglior sorte ha l’esito delle “Final Four” di Coppa dei Campioni ’82 disputatesi a Parigi, dove la Robe di Kappa, dopo aver avuto la meglio sull’Olympiakos Atene (3-0, parziali 15-9, 15-4, 15-7) e sulla Dinamo Bucarest (3-1, parziali 8-15, 15-11, 15-8, 15-5), deve arrendersi di fronte alla maggior esperienza e forza fisica del CSKA Mosca, che si impone per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14) per quello che, all’epoca, è il loro settimo trionfo, ma che, negli anni a seguire, diviene un vero e proprio incubo per Bertoli.

Schiacciatore friulano che, al termine della stagione ’83 – che, oltre alla sconfitta nella Finale playoff contro Parma, aveva visto la formazione di Prandi uscire sconfitta anche dalla Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo – decide anch’egli di lasciare Torino destinazione Emilia, e più precisamente Modena, per irrobustire il sestetto di una Panini guidata dall’ex giocatore Andrea Nannini ed in cui stanno emergendo i giovani Andrea Lucchetta e Luca Cantagalli.

Una scelta che, inizialmente, sembra rivelarsi scellerata in quanto, a dispetto della vittoria in Coppa CEV (una sorta di Coppa UEFA se paragonata al Calcio …) a spese dell’altra italiana Gonzaga Milano, in Campionato la Panini Modena conclude la stagione regolare al terzo posto, così da essere abbinata (e sconfitta) dalla Santal Parma nella semifinale playoff, per una terza ripetizione consecutiva della Finale con Torino che stavolta ha la meglio, oltre ad aggiudicarsi anche la Finale di Coppa delle Coppe.

Ma così non è, in quanto per Torino l’accoppiata della stagione ’84 rappresenta il “canto del cigno” a seguito dell’abbandono dello sponsor Robe di Kappa, determinando una progressiva crisi che porterà addirittura il Club a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, nel mentre, una volta uscita di scena la compagine piemontese, il nostro massimo torneo si rivela una sorta di “Campionato Regionale” tra le formazioni dell’Emilia Romagna a cui partecipano, oltre alle “solite note” Modena e Parma, anche Bologna e Ravenna, per quest’ultima grazie all’entrata nell’orbita del “Gruppo Ferruzzi”.

Per Bertoli, però, oramai consacrato quale schiacciatore di valore assoluto anche a livello continentale, vi è un ulteriore importante impegno da assolvere, vale a dire l’appuntamento con le Olimpiadi di Los Angeles ’84, alle quali l’Italia si presenta come unica rappresentante europea, vista la concomitante assenza dei Paesi del blocco sovietico per il noto boicottaggio in risposta a quanto avvenuto da parte degli Usa quattro anni prima a Mosca.

Una presenza, in ogni caso, non certo da comparsa in quanto, l’anno precedente, in occasione dei Campionati Europei svoltisi in Germania Est, proprio gli azzurri – la cui guida era stata affidata a Silvano Prandi – erano stati gli unici a rivaleggiare contro le potenze dell’Est Europa, sfiorando la medaglia di bronzo alle spalle di Unione Sovietica e Polonia e persa solo per una peggiore differenza set rispetto alla Bulgaria, ma soprattutto per l’amara sconfitta nell’ultima gara del Girone finale a sei contro i padroni di casa della Germania Orientale per 2-3 (10-15, 15-6, 15-8, 14-16, 13-15), per Bertoli mitigata dal fatto di essere eletto quale “Miglior Giocatore del Torneo.

Il confronto in sede olimpica con le migliori Nazioni del Nord e Sudamerica, nonché le asiatiche Cina, Giappone e Corea del Sud, vede gli azzurri – tra le cui file Prandi schiera gli ex compagni di Bertoli, Dametto, Lanfranco e Rebaudengo – incappare in una brutta sconfitta contro il Giappone per 2-3 dopo aver sprecato un vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-11, 10-15, 10-15, 14-16) che costa loro il primato nel Gruppo B a beneficio del Canada ed il conseguente abbinamento con il Brasile in semifinale, con conseguente sconfitta, ben più netta dell’1-3 conclusivo, come dimostrano i parziali (15-12, 2-15, 3-15, 5-15) persino umilianti, per poi riscattarsi nella Finale per il bronzo contro il Canada, superato 3-0 (15-11, 15-12, 15-8) per quella che rappresenta la prima medaglia olimpica dell’Italia nella Pallavolo.

Sarà questa l’ultima soddisfazione in chiave azzurra per Bertoli, visto che i successivi Campionati Europei di Olanda ’85 e Belgio ’87 vedono l’Italia classificarsi rispettivamente al sesto e nono posto, ma a livello di Club il meglio deve ancora arrivare.

Difatti, dopo aver confermato il titolo nella Coppa CEV ’85 ed aver malamente gettato alle ortiche il Campionato dopo aver dominato la stagione regolare, perdendo la Finale Playoff ’85 contro la Mapier Bologna, ecco che l’estate seguente porta alla guida della compagine delle celebri “Figurine” colui che risolleverà le sorti del volley italiano, vale a dire l’argentino Julio Velasco.

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Panini Modena stagione 1985-’86 – da modenasportiva.it

Con il 32enne “Pupo” Dall’Olio in regia ed una batteria di attaccanti formata, oltre che da Bertoli, da Cantagalli, Lucchetta e dalla coppia argentina formata da Martinez e Quiroga, cui si sta aggiungendo un 18enne di sicuro avvenire quale Lorenzo Bernardi, la compagine di Velasco, dopo un avvio stentato con tanto di terzo posto finale nella “regular season”, dimostra di aver ben assimilato i dettami del tecnico argentino, spazzando via ogni ostacolo nei playoff – per la prima volta disputati al meglio delle cinque partite – come dimostrano gli esiti della semifinale contro Torino (3-0, 3-1, 3-1) e della rivincita contro Bologna (3-2, 3-1, 3-2) nell’atto conclusivo.

Un sestetto, quello assemblato da Velasco che, fedele a quanto trasmesso dal proprio allenatore, si esalta nelle situazioni più difficili, riuscendo ad inanellare quattro Scudetti consecutivi dal 1986 al 1989, quando il tecnico sudamericano viene chiamato alla conduzione della Nazionale italiana per dare inizio al “Periodo d’Oro” del nostro Volley, ma che, nel frattempo, costruisce una sorta di squadra “invincibile”, avendo avuto altresì l’opportunità di schierare in cabina di regia un altro “pezzo da novanta” della nostra Pallavolo, e cioè il palleggiatore Fabio Vullo, anch’esso proveniente da Torino.

A dimostrazione di quanto testé citato, valgano gli esiti delle sfide scudetto degli anni ’87 ed ’88, entrambe risolte alla quinta e decisiva partita contro i rivali storici di Parma, nel primo caso ribaltando il fattore campo facendo sua per 3-0 l’ultima gara in trasferta e, nel secondo, mantenendo saldi i nervi per aggiudicarsi 3-2 il quinto match al “Pala Panini” dopo che i precedenti quattro incontri avevano visto mantenere fede al fattore campo, mentre il quarto titolo del 1989 ha un esito più netto, visto il 3-1 finale (1-3, 3-1, 3-0, 3-0) nonostante lo svantaggio di dover disputare l’eventuale “bella” in campo avverso.

Ma, come in tutte le belle storie, c’è un però, costituito da una sorta di tabù che attanaglia Velasco ed i suoi ragazzi, in particolare Bertoli per quel che riguarda la loro “bestia nera” a livello continentale che non può che avere le sembianze della corazzata della CSKA Mosca, la quale diviene un ostacolo insormontabile in ottica conquista della tanto agognata Coppa dei Campioni, tanto più che una simile impresa è riuscita, per due stagioni consecutive (1984 ed ’85) ai rivali della Santal Parma, prima squadra italiana addirittura ad aver vinto sul campo di una squadra sovietica, pur non trattandosi del CSKA.

Quella Parma che aveva sfiorato un fantastico tris proprio nell’edizione ’86, sconfitta nell’ultima gara delle “Final Four” disputatesi sul parquet amico, proprio dal CSKA dopo essere stata in vantaggio di 2 set a 0 (15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15), ma sorte migliore non tocca alla Panini Modena.

Per ben tre anni di fila, difatti, il sestetto di Velasco giunge ad un passo dalla conquista del trofeo ed in ognuna di tali occasioni le bordate di Bertoli – cui, non a caso, è appioppato il soprannome di “Mano di pietra” per la potenza delle sue conclusioni sotto rete – cui danno manforte Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, si infrangono sulle mani del muro avversario, ad iniziare dalla decisiva gara delle “Final Four” di Hertogenbosh in cui, con due successi a testa contro i bulgari del CSKA Sofia e gli olandesi del Martinus Amstelveen, la sfida del 27 marzo ’87 vede i modenesi reggere sino ad un set pari (8-15, 15-8), prima di cedere di schianto nei due successivi, persi 7-15 e 2-15.

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Franco Bertoli – da parlandodisport.it

Ancor peggio è l’esito della Finale che dall’edizione ’88 sostituisce il girone finale, conclusa con un netto 3-0 per una formazione, quella sovietica, che porta ben 7 dei suoi componenti (Sapega, Antonov, Sorokalet, Panchenko, Kuznetsov, Runov e Losev) ad essere selezionati per le Olimpiadi di Seul ’88, mentre la sfida decisiva per l’assegnazione della Coppa dei Campioni ’89, disputata l’8 marzo al Pireo, dimostra una volta di più come la maggior prestanza e resistenza fisica degli atleti sovietici sia determinante nell’andamento della gara, in cui, dopo i consueti due primi set in sostanziale equilibrio (15-10 e 12-15), fanno seguito i devastanti parziali di 15-5 e 15-4 per il 12esimo trionfo della formazione dell’esercito russo, non a caso vincitrice di 21 titoli nazionali su 22 edizioni dal 1970 al ’91, con l’unica eccezione del 1984, quando a laurearsi campioni sono i giocatori del Radiotechnik di Riga.

Ma, proprio nella stagione ’90, in cui Modena cede lo scettro in campo nazionale alla Maxicono Parma, arriva il “miracolo” in Coppa Campioni, nonostante la partenza di Velasco, sostituito dal croato Vladimir Jankovic, grazie anche ad un inatteso scivolone dei detentori del trofeo, clamorosamente eliminati al secondo turno dai francesi del Frejus.

Compagine transalpina che si ritrova, assieme ai tedeschi orientali del Lipsia ed ai finlandesi del Varkaus, nel medesimo raggruppamento della Panini Modena, da cui si qualificano le prime due per le semifinali incrociate e l’esito delle due gare di andata e ritorno vede la compagine italiana imporsi sia in campo esterno (3-2, con parziali di 15-7, 14-16, 15-2, 8-15, 15-12) che al “Pala Panini” (secco 3-0, ma con set combattuti, 15-12, 15-12, 17-15) e quindi recarsi nella città olandese di Amstelveen per affrontare in semifinale i bulgari del CSKA Sofia, mentre ai francesi toccano gli spagnoli del Portol di Palma di Maiorca.

La differenza tra le due formazioni divise dalle Alpi è talmente netta che né bulgari (3-0, parziali inequivocabili di 15-8, 15-4, 15-12) né spagnoli (ancor più netto 3-0, con parziali addirittura imbarazzanti di 15-9,15-5, 15-1) costituiscono qualcosa di più di un semplice allenamento, con la “resa dei conti” fissata all’11 marzo ’90 sul parquet del Palazzetto dello Sport olandese.

Ora, è arcinoto come, nelle competizioni ad eliminazione diretta, non vi sia di peggio che affrontare in Finale una squadra già affrontata (e battuta …) nei turni preliminari, e tale sfida non sfugge a detta regola, con il sestetto del Frejus ad opporre una tenace resistenza, dimostrata dall’andamento dei set che vedono Modena sempre avanti per poi essere raggiunta (15-5, 13-15, 15-13, 10-15), prima che la maggior esperienza e voglia di vincere di Bertoli & Co. avesse la meglio nel quinto e decisivo parziale, chiuso sul 15-9 per un indimenticabile abbraccio tra il patron Giuseppe Panini ed il suo “numero 4” che sancisce l’avverarsi di un sogno a lungo inseguito.

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L’abbraccio tra Giuseppe Panini e Bertoli dopo la Coppa ’90

Per Bertoli è la seconda Coppa dei campioni a 10 anni esatti di distanza, per la famiglia Panini il momento per disimpegnarsi da un onere finanziario divenuto insostenibile, ed anche il Capitano matura la decisione di porre fine ad una splendida avventura durata 7 anni per accettare l’offerta della Mediolanum Milano, entrata far parte dell’orbita del “Gruppo Fininvest e che si accaparra i servizi di fior di campioni, quali Lucchetta, Galli, Zorzi, oltre agli americani Dvorak e Ctvrtlik e con cui, in tre stagioni, arricchisce il proprio palmarès con due Campionati mondiali per Club (nel 1990 e ’92) e la Coppa delle Coppe ’93.

Ma Bertoli non poteva concludere la propria attività agonistica se non a Modena, dove fa ritorno nell’estate ’93 per fornire il proprio contributo al successo della sua quinta Coppa Italia nel ’94 – dopo le precedenti vinte, sempre con l’allora Panini, nel 1985, ’86, ’88 ed ’89 – ed avere l’onore di vedere la propria “maglia n. 4” ritirata, così come avviene ai più celebrati Campioni della NBA americana.

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La consegna a Petric della “maglia n.4” – daparlandodisport.it

Un ritiro, quello della maglia intendo, che non sarà definitivo, in quanto a distanza di 10 anni, nell’ottobre 2014, lo schiacciatore serbo Nema Petric, ingaggiato da Modena, chiede alla Società di poter indossare proprio quella “maglia così pesante”, adducendo a motivazione della richiesta il desiderio di ricalcare le orme di colui che è entrato di diritto nella Storia del Club modenese.

Interpellato al riguardo, per Bertoli nulla osta a tale procedura, sentendosi altresì orgoglioso di “prestare” la propria maglia ad un così valente giocatore, per il quale la circostanza porta senza alcun dubbio fortuna, visto che con tale numero contribuisce alla conquista delle Coppe Italia 2015 e ’16, delle Super Coppe Italia negli stessi anni e dello Scudetto ’16 venendo nominato altresì MVP della stagione.

Come dire che, le “stimmate” di un Campione restano attaccate alla propria maglia, chiunque la indossi!