TYSON-BONECRUSCHER SMITH, TANTO RUMORE PER NULLA

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Una fase del match – da boxrec.com

articolo di Massimo Bencivenga

E‘ storia recente il match, se così lo vogliamo chiamare, tra Mayweather jr e McGregor, con Pretty Boy a scherzare e a regalare, dopo la noia dell’incontro con Pacquiao, un ultimo (?) saggio delle sue qualità, quelle che ha troppo spesso centellinate.

Mayweather-McGregor è stato un evento mediatico di livello planetario. Come lo fu del resto il match con Manny.

Il primo match da me visto e presentato come una resa dei conti tra grandissimi fu quello tra Iron Mike, ossia Tyson, e un certo Spaccaossa.

Capite bene che, e parliamo del marzo del 1987, un evento del genere, con un incontro all’ultimo sangue tra uno che sembrava la nuova pietra di paragone con i grandissimi e uno che aveva quel grandguignolesco soprannome non poteva non stuzzicare la mia fantasia di bimbo. Anche se parteggiavo spudoratemente per il giovanissimo campione mi aspettavo una battaglia all’ultimo pugno.

Del resto, come si dice?, è il valore dell’avversario a dare la misura del campione.

In verità, al di là del nomignolo, James Smith, si chiamava così lo Spaccaossa, non era poi questo grandissimo pugile; certo aveva un buon pugno, ma una mascella fragilina, perlomeno a quei livelli, e una tenuta mentale non proprio granitica, debolezza che gli aveva fatto perdere qualche match già vinto.

Una debolezza psicologica che non trova riscontro nel suo curriculum scolastico, atteso che Smith, cosa abbastanza rara per i tempi, era anche laureato.

A ogni modo James “Bonecrusher” Smith era campione Wba, mentre Tyson era Wbc.

Ci sarebbe molto da dire sul percorso ellittico che lo portò alla chance mondiale con Witherspoon, ma non è questo il momento. Anzi, vinse anche un po‘ a sorpresa.

Don King fece la sua parte e organizzò il match tra il più grande picchiatore in circolazione, il suo protetto Mike, che arrivò al match con 28 incontri vinti, 26 dei quali per ko, e James, che vantava 19 vittorie (14 per ko) e 5 sconfitte. In palio le corone, e il tentativo di portare Iron Mike all’unificazione.

Tanto rumore per nulla. James era più alto di Mike, ma non sfruttò mai il suo allungo, del resto non era uno schermidore. Né si vide quasi mai balenare il pugno che aveva frantumato la mascella di Marvis Frazier e mandato per le terre Frank Bruno.

Niente di tutto questo, “Bonecrushernon fece altro che scappare e legare per tutto il match, con una melina stucchevole volta unicamente a non dar spazio e tempo alle combinazioni sottomisura destro-sinistro di Mike Tyson.

Bonecruscher” si sottrasse alla tenzone, riuscendo a essere aggressivo verbalmente e non, solo a gong fermo; ci furono non pochi pugni e spintoni a secondi fermi in quel match, una cosa non proprio da noble art.

Al settimo round Tyson finì giù, ma solo perché sbilanciato dalla troppa foga e dall’irritazione.

Il round successivo fu molto duro per Smith, che sembrò sul punto di cedere. Ma resistette a quel round e ai quattro successivi.

Nel dodicesimo Tyson gli fece la lingiaccia per tentare di scuotere quell’atteggiamento prudente e imbolsito ma niente, “Bonecruschercercò di buttare giù Tyson negli ultimi 20 secondi, dove ci fu la battaglia che il mondo aspettava.

Alla fine il verdetto fu unanime. Tyson ebbe la sua seconda corona, e qualche mese dopo, sempre ai punti, ma in maniera un po‘ più sofferta si prese al terza, l’Ibf, sconfiggendo un sorprendente Tony Tucker, che fece più dello spaccaossa.

Tanto rumore per nulla, diceva il Bardo. E per fare un buon match bisogna essere in due.

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ARTURO MERZARIO, IL COWBOY AL VOLANTE CHE SALVO’ LAUDA DALLE FIAMME

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Arturo Merzario – da targaflorio.info

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Arturio Merzario, detto Arturo, non avrà un palmares d’eccellenza. Ma l’istrionico personaggio, con l’inseparabile cappello da cowboy, è stato protagonista di una carriera curiosa e interminabile che, nell’arco di cinquant’anni, lo ha portato a correre in qualsiasi disciplina, dalle vetture turismo alla Formula 1… e Niki Lauda gli deve la vita.

Merzario inizia a correre nei primi anni sessanta con la Giulietta Spider del padre, riuscendo poi anche a gareggiare (e vincere) in un rally di Sardegna nel 1963, spostandosi successivamente nelle competizioni turismo, dove sfiora il titolo italiano e quello europeo, che lo vede terzo in classifica nel 1967. Con i successi nella categoria Sport Prototipi attira l’attenzione della Ferrari, con la quale si impone subito in numerose competizioni, tra cui la Targa Florio accoppiato a Sandro Munari e la 1000 Km di Spa con Brian Redman.

A quel punto Enzo Ferrari gli offre la possibilità di debuttare in Formula 1 e Merzario, sull’ostico circuito di Brands Hatch, nel 1972, arriva sesto all’esordio partendo dal nono tempo in griglia, guadagnando così il primo punto iridato, mentre al Nurburgring si classifica dodicesimo. Le rosse di Maranello in quel periodo subiscono particolarmente la concorrenza dei team inglesi e non risultano particolarmente competitive, nel 1973 Merzario inizia la stagione con due quarti posti in Brasile e Sudafrica, mentre nel resto dell’anno non riesce a ripetere quei risultati giungendo non meglio che settimo in Francia e in Austria, sul circuito dell’Osterreichring, dove con il sesto tempo in qualifica aveva lasciato sperare in un risultato di prestigio.

L’anno dopo la  Ferrari, ingaggiando Lauda e Regazzoni, gli offre un contratto per correre stabilmente con le ruote coperte e la possibilità di gareggiare sporadicamente in Formula 1, ma il pilota lombardo, nato a Civenna l’11 marzo 1943, rifiuta, accordandosi con la Iso-Williams, con la quale ottiene due piazzamenti a punti nel 1974, sesto in Sudafrica partendo dalla seconda fila con il terzo tempo, miglior risultato in qualifica della carriera, e quarto a Monza, lasciando il team nel corso della stagione successiva, deluso dai risultati e in lite con la dirigenza. Trova nondimeno il tempo per disputare il Gran Premio d’Italia con la Fittipaldi classificandosi undicesimo a quattro giri dal vincitore, proprio Clay Regazzoni con la Ferrari.

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Merzario al Gran Premio di Monaco del 1978 – da pinterest.com

Nei due anni seguenti Merzario è assoldato dalla March, prima schierate da Williams e poi privatamente, distinguendosi per l’eroismo dimostrato al Nurburgring il 1 agosto 1976 quando salva la vita a Lauda gettandosi tra le fiamme per estrarlo dalla Ferrari; in pista invece non arrivano risultati, collezionando una lunga serie di ritiri a fronte di un solo nono posto in Francia, decide così di tentare la strada del pilota costruttore, in un epoca difficile in quanto la Formula 1 sta virando verso un maggior apporto tecnologico e sta diventando più professionale, quindi poco incline alle ambizioni dei privati. Non a caso Merzario affronta infatti parecchie difficoltà, lottando per la qualificazione in ogni gran premio, senza mai riuscire ad arrivare a punti, ritirando il team alla fine del 1979 e chiudendo così la carriera in Formula 1.

Dopo una breve esperienza come costruttore in Formula 2, dove ha raggiunto ottimi risultati con Necchi e Gartner, prosegue la carriera di pilota fino ai giorni nostri, cogliendo vittorie anche in età avanzata per la media dei piloti, diventando tra l’altro nel 2010 presidente onorario della Scuderia del Portello, dedicata alla conservazione e preparazione dei modelli sportivi e storici dell’Alfa Romeo.

IL VOLO TRAGICAMENTE SPEZZATO DI ELENA MUKHINA, L’ANTI COMANECI

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La tomba di Elena Mukhina a Mosca – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando il panorama femminile della Ginnastica Artistica è piacevolmente sconvolto dall’arrivo della fenomenale, non ancora 15enne, rumena Nadia Comaneci in occasione delle Olimpiadi di Montreal ’76, a sorridere molto meno sono i Dirigenti della Federazione Sovietica, i quali, dopo il ritiro della fuoriclasse cecoslovacca Vera Caslavska, avevano iniziato gli anni ’70 facendo man bassa di medaglie, sia ai Giochi di Monaco ’72 che, ancor più, ai Campionati Mondiali di Varna ’74, grazie al fantastico trio composto da Ludmilla Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim.

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Il fortissimo team dell’URSS di inizio anni ’70 – da thoughtco.com

Una presenza, quella della Comaneci, oltretutto quanto mai scomoda in vista dell’appuntamento olimpico di quattro anni dopo in programma proprio nella capitale moscovita e l’imperativo di ben figurare è stampato a chiare lettere nella mente dei componenti la Federazione – dirigenti e tecnici – ed occorreva, pertanto, cercare di trovare un rimedio nel quadriennio di preparazione.

Rimedio che, per loro buona sorte, gli Allenatori sovietici hanno già in casa, nella figura della giovane Elena Mukhina, nata a Mosca l’1 giugno 1960, non selezionata per la Rassegna Olimpica e, viceversa, messasi in luce l’anno seguente ai Campionati Europei di Praga ’77, dove giunge alle spalle della Comaneci nel Concorso Generale Individuale, per poi conquistare ben tre medaglie d’Oro alla Trave, Parallele Asimmetriche (a pari merito con la rumena) e Corpo Libero (a pari merito con la connazionale Maria Filatova), cui unisce il Bronzo al Volteggio.

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Elena Mukhina – da elalminardemelilla.com

Un ottimo biglietto da visita su cui poter lavorare, in vista del più importante appuntamento mondiale costituito dalla Rassegna Iridata di Strasburgo ’78, dove la 18enne moscovita fornisce una delle più sbalorditive prestazioni nella Storia della Manifestazione, aggiudicandosi il titolo nel Concorso Generale Individuale in un podio interamente monopolizzato dalle ginnaste sovietiche, con la Mukhina Oro con 78,725 punti – formati da un 9,85 alla Trave, 9,90 sia alle Parallele Asimmetriche che al Volteggio e 9,95 al Corpo Libero – davanti alle compagne Kim (Argento con 78,575) e Shaposhnikova (Bronzo con 77,875), così relegando ai margini della zona medaglie la Comaneci, non meglio che quarta con 77,725 punti, una graduatoria che consente, per quanto ovvio, alle sovietiche di conquistare anche la vittoria nel Concorso Generale a Squadre.

Con sole due atlete per Nazione a poter disputare le Finali alle singole specialità, la Mukhina è esclusa dal volteggio – dove si afferma la Kim davanti alla Comaneci – andando però a medaglia nelle altre tre prove, con l’Argento alla Trave per il minimo scarto di 0,025 millesimi (19,625 a 19,600) rispetto alla Comaneci ed alle parallele Asimmetriche, in cui il titolo va all’americana Marcia Frederick (19,800 a 19,725) e quindi dividere il gradino più alto del podio con la connazionale Kim al Corpo Libero, dove sfiorano la perfezione, totalizzando entrambe il punteggio di 19,775.

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La Mukhina si esibisce al corpo libero ai Mondiali ’78 – da gettyimages.ae

In particolare, la Mukhina dimostra di saper abbinare grazia e potenza nell’esecuzione dell’esercizio al Corpo Libero, secondo la più classica delle tradizioni della Scuola Sovietica, in cui introduce un innovativo doppio salto mortale all’indietro che, nel Glossario della Disciplina, ne prende il nome, venendovi inserito come il “Salto Mukhina” e tuttora classificato come “E” (il massimo livello) nel Codice dei Punti assegnati dalle Giurie.

Un tale livello di perfezione non dovrebbe avere bisogno di ulteriori miglioramenti, ma il fatto che agli Europei di Copenaghen ’79 la Mukhina venga sconfitta dalla Comaneci proprio al Corpo Libero – facendo, viceversa, suo l’Oro alle parallele Asimmetriche – fa sì che il suo Allenatore Mikhail Klimenko la sproni ad inserire nella sua esecuzione il “Salto Thomas”, così chiamato dal suo ideatore, l’americano Kurt Thomas, in occasione della sua esibizione al Corpo Libero che gli vale la medaglia d’Oro ai Mondiali di Strasburgo ’78.

La ginnasta sovietica è però reticente, in quanto, durante una tournée post-europei in Gran Bretagna, si era rotta una caviglia, incidente che le era costato due operazioni chirurgiche e la rinuncia ai Mondiali ’79 di Fort Worth, negli Stati Uniti (dove Thomas conferma il titolo al Corpo Libero), e, con l’arto non ancora perfettamente a posto, inserire un elemento di così elevata difficoltà poteva essere altamente rischioso, ma ciò nondimeno era costretta a sottoporsi ai massacranti allenamenti di ben 8 ore al giorno per farsi trovare al top della forma all’appuntamento Olimpico.

E, sforza oggi, sforza domani, ecco che il 4 luglio 1980, a due settimane esatte dall’apertura dei Giochi di Mosca, accade l’irreparabile, allorquando, nel provare per l’ennesima volta tale combinazione al Corpo Libero, la caviglia della 20enne ginnasta non le fornisce la spinta necessaria per la perfetta esecuzione dell’esercizio, cadendo malamente a terra senza riuscire a rialzarsi.

Trasportata d’urgenza all’Ospedale Militare di Minsk, città dove era in corso il collegiale della squadra sovietica, la sfortunata ragazza non ha la possibilità di essere ricoverata per mancanza di strutture adeguate, venendo pertanto trasferita in elicottero a Mosca, dove è sottoposta ad intervento chirurgico solo tre giorni dopo, al termine del quale la diagnosi è impietosa: frattura dell’osso del collo e paralisi totale sia degli arti superiori che inferiori.

Costretta all’immobilità più completa, non sappiamo se la Mukhina abbia comunque avuto modo di vedere le gare olimpiche, in cui la “sua” specialità del Corpo Libero premia ex aequo le sue grandi rivali, la connazionale Kim e la rumena Comaneci con l’eccellente punteggio di 19,875 per entrambe, di sicuro vi è il fatto che la Federazione Sovietica cerca di mettere a tacere l’accaduto in ordine alle reali condizioni dell’atleta, scoperte quasi per caso, due anni dopo, a seguito dell’insistenza del Presidente del CIO, Juan Antonio Samaranch, di consegnarle di persona la “Medaglia d’Argento al Valore Olimpico”, facendo così scoprire al mondo intero l’effettiva situazione della sfortunata atleta, costretta su di una sedia a rotelle, completamente incapace di muoversi.

Abituata a non arrendersi, negli anni a seguire la Mukhina cerca di recuperare l’uso quantomeno di parte del proprio corpo, sottoponendosi a numerosi tentativi di riabilitazione, purtroppo senza ottenere beneficio alcuno, sino a spengersi, vittima di un arresto cardiaco figlio della sua condizione di tetraplegica, alle soglie del Natale 2006, il 22 dicembre, ad appena 46 anni di età.

Ora, non è certo compito nostro fare dei facili moralismi – che, oltretutto, suonerebbero come un’offesa alla memoria della sfortunata ginnasta – resta però l’interrogativo, la cui risposta la lasciamo alle personali riflessioni di ciascuno, in merito al fatto se sia più o meno corretto cercare di forzare le possibilità fisiche di un atleta al solo fine di ottenere quello che poi, in fondo, non è altro che un mero titolo sportivo

SONJA HENIE, IL CIGNO CHE DANZAVA SUL GHIACCIO

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Sonja Henie – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

Mi accorgo, e me ne scuso con i lettori, di non essermi ancora occupato di pattinaggio su ghiaccio. Disciplina che per gesto tecnico e purezza di stile meriterebbe sempre una vetrina d’eccezione, ed allora colgo la palla al balzo e rimedio al torto raccontando di una regina scandinava che illuminò la scena di un bagliore abbacinante. Sonja Henie.

La bimba nasce ad Oslo, in Norvegia, l’8 aprile 1912, e per correttezza è bene ricordare che le fatiche del pane quotidiano, così come gli stenti della prima guerra mondiale, le sono sconosciute. In effetti Sonja è figlia di mamma Selma, donna tra le più affascinanti di Norvegia e ricchissima di famiglia per aver ereditato fattorie e bestiame, e di papà Wilhelm, che commercia in pellicce ed è campione del mondo di ciclismo di durata su pista. Proprio il padre avvia lei e il fratello Leif allo sport, ma se il maschietto pratica l’hockey su ghiaccio, la piccina dirotta le sue capacità sul pattinaggio denunciando già da infante un talento fuori dal comune.

A cinque anni partecipa ad una gara per bambini e con la vittoria si guadagna un premio a lei tra i più cari, un tagliacarte d’argento con perline, per poi esser già campionessa nazionale all’età di 9 anni. La rappresentativa del suo paese gli mette gli occhi addosso e per il 1924 viene selezionata, non ancora 12enne, per i primi Giochi invernali, programmati a Chamonix a fine gennaio. Inizialmente pare che Sonja non debba partecipare, ma il padre si accolla le spese del viaggio dell’intera comitiva a la Henie si presenta all’appuntamento. Giunge ottava su otto partecipanti in una gara vinta dall’austriaca Herma Szabo, nondimeno l’esercizio nel libero (in cui è accreditata del sesto miglior punteggio) è tanto convincente che gli addetti ai lavori prevedono per lei un futuro luminoso. Il tempo darà loro ragione.

Non ci vuol molto, in effetti, per vederla primeggiare ovunque si presenti, con il sorriso che ammalia, la grazia innata e, pioniera del genere, indossando un gonnellino corto che non manca proprio di deliziare la platea maschile. Gli insegnamenti in musica e danza della madre le hanno regalato quel qualcosa in più delle altre che si esprime ogni qualvolta si esibisce sul ghiaccio, una sorta di balletto senza pecche che demolisce la concorrenza. In patria non ha ovviamente avversarie, e già ai Mondiali del 1926 a Stoccolma chiude in seconda posizione alle spalle della stessa Szabo, che le concede dieci anni di differenza d’età.

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La Henie alle Olimpiadi di Chamonix del 1924 – da gettyimages.com

Sonja è pronta a rilevare il testimone e dal 1927, edizione di Oslo dove ad onor del vero è favorita dal fatto che i cinque giudici sono tutti norvegesi, inizia la collezione di ben 10 titoli iridati consecutivi che la vedranno respingere l’attacco a lei portato da una lunga serie di sfidanti, tra queste le due britanniche Cecilia Colledge e Megan Taylor che ne raccoglieranno l’eredità una volta che Sonja deciderà di passare al professionismo. Dal 1931 al 1936 vince sei edizioni di fila degli Europei, rassegna nata solo nel 1930, e che la vedono più volte impegnata dalle altre austriache di grido, Fritzi Burger e Liselotte Landbeck, ma è in sede olimpica che la Henie assurge al rango di campionessa immortale.

Quattro anni dopo Chamonix, Sonja si presenta nelle vesti di favorita alle Olimpiadi di St.Moritz del 1928, forte del titolo mondiale dell’anno prima. Non c’è proprio gara, la superiorità della norvegese è tanto evidente già dagli obbligatori, il 14 febbraio, seppur il giudice americano le preferisca le due connazionali Loughran e Vinson, mentre nell’esercizio libero solo la francese Andrée Joly e Fritzi Burger sono meritevoli di starle alla pari secondo il giudice belga e quello tedesco: il responso finale dice Henie 2452,25 punti contro i 2248,50 della Burger e la prima medaglia d’oro olimpica è al collo della ragazza di Oslo. Non ancora, comunque, 16enne.

Nel 1932 la Henie vola a Lake Placid a difendere il titolo, e tra le avversarie trova una ragazzina inglese, appunto la Colledge, che a 11 anni e 74 giorni registra il record di precocità di partecipazione ai Giochi che ancora oggi resiste imbattuto. Non è lei, ovviamente, l’avversaria più pericolosa, quelle rispondono invece ai nomi di Vinson e Burger che si alternano alle spalle della campionessa norvegese negli esercizi obbligatori e liberi, per infine una classifica che ancora una volta non ammette repliche: Henie prima con 2302,5 punti, Burger nuovamente seconda con 2167,1 punti e Vinson sul terzo gradino del podio con 2158,5 punti. Bis olimpico e già la storia del pattinaggio su ghiaccio accoglie Sonja nel mito.

Per il tris consecutivo, che mai nessuna riuscirà ad eguagliare, basta attendere altri quatto anni. Garmisch 1936, in quella Germania nazista che Sonja ha manifestamente dimostrato di gradire quando, l’anno prima, in un’esibizione a Berlino al cospetto del Fuhrer, ha salutato infine al grido di “heil Hitler“. E qui la storia si fa interessante, oltrechè complicata, perchè la giovane Colledge è cresciuta tanto da render vita dura alla regina del ghiaccio. Negli obbligatori, infatti, la britannica è incollata alla Henie per l’inezia di 25,1 punti. Si decide tutto nell’esercizio libero, il 15 febbraio, e qui la Colledge, dopo un formale saluto nazista, si blocca perchè gli addetti hanno sbagliato musica. Cade appena dopo aver iniziato, nondimeno la prestazione è eccellente e costringe la Henie a dover dare il meglio di sè per un punteggio, migliore di appena 19,5 punti di quello della rivale, che le vale la terza medaglia d’oro ai Giochi, 2971,4 punti contro 2926,8.

Qui cala il sipario sulla vita sportiva del cigno del ghiaccio, per aprirsi la pagina del professionismo e di una carriera da star del cinema d’Oltreoceano che la ricopre d’oro e dollari. Sonja diventa una stella ancor più di prima grandezza, assoldata dalla 20th Century Fox, infilando un successo dietro l’altro esattamente come era stata capace di fare pattinando. Già, perchè se qualcuno pensa che sia stata la più grande di sempre credo proprio che non dica un’eresia.

 

 

IL FANTASTICO “TRIS AZZURRO” AGLI EUROPEI DI STOCCARDA’86

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Il podio tricolore dei 10mila a Stoccarda 1986 – da atletidisagiati.it

articolo di Giovanni Manenti

Se ai ragazzi nati a cavallo del nuovo millennio – e che ora hanno già raggiunto o stanno per raggiungere la maggiore età – si parlasse di un’Italia in grado di dominare in Europa e farsi altresì ben valere a livello mondiale in atletica leggera nella specialità del mezzofondo, i più educati ed eruditi potrebbero risponderti con i versi finali della celebre canzone “Il Vecchio ed il Bambino” del Prof. Francesco Guccini, vale a dire “mi piaccion le fiabe, raccontane altre …”.

Ed invece, proprio come in ogni favola che si rispetti e che i nonni, almeno un tempo, raccontavano ai nipotini, l’incipit è proprio quello di “c’era una volta”, perché sì, è tutto vero, una trentina di anni fa, gli anni ’80 hanno visto gli atleti azzurri primeggiare nel mezzofondo prolungato (siepi comprese) e sino alla Maratona.

Dopo i primi sintomi di risveglio del decennio precedente, peraltro circoscritti al solo perimetro continentale, caratterizzati dagli exploit dei vari Franco Arese, Giuseppe Cindolo, Mariano Scartezzini sulle siepi e la meteora Venanzio Ortis – capace comunque di conquistare l’Oro sui 5 e l’Argento sui 10mila metri agli Europei di Praga ’78 – inizia per la nostra Atletica il periodo delle “vacche grasse”, che si traduce in pista nelle imprese del “ragioniere” Alberto Cova, cui fanno degna cornice le prove di Salvatore Antibo e Stefano Mei sulle corse piane, mentre Francesco Panetta ed Alessandro Lambruschini si affermano sulle siepi, per poi finire alla strada con il trio di maratoneti composto dai leggendari Gelindo Bordin, Gianni Poli ed Orlando Pizzolato.

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Il vittorioso arrivo di Ortis sui 5000 a Praga 1978 – da wordpress.com

Una sfilza di nomi che ai più maturi ed appassionati di Atletica Leggera siamo convinti stano facendo venire gli occhi lucidi, e già che siamo in tema di ricordi e commozione, andiamo a celebrare quella “storica” impresa che non ha eguali nel panorama nostrano ed andata in scena in occasione dei Campionati Europei di Stoccarda 1986 dove in una gara l’intero podio è monopolizzato dai colori bianco, rosso e verdi.

Prima di allora, difatti, mai l’Italia era riuscita, nelle prove su pista, a portare due suoi rappresentanti sul podio, mentre, per quanto attiene alle specialità in pedana, la favolosa coppia formata dai discoboli Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi aveva fatto sì che i due conquistassero rispettivamente l’Oro e l’Argento in ben tre edizioni consecutive della rassegna continentale, le prime dalla ripresa dell’attività dopo la Seconda Guerra Mondiale, vale a dire Oslo ’46, Bruxelles ’50 e Berna ’54, ma si sta parlando della notte dei tempi.

Ma torniamo alla nostra “favola divenuta realtà” del mezzofondo azzurro, che ha come palcoscenico, come ricordato, Stoccarda – ed in particolare il “Neckarstadion”, così denominato poiché sorge a poca distanza dal fiume Neckar che attraversa la città, e che ospita anche gli incontri di calcio della squadra locale – e come data il 26 agosto 1986, giorno di apertura dei Campionati Europei ed il cui programma, come al solito, prevede i 10mila metri quale prima Finale in pista.

Gara unica, senza eliminatorie, in cui l’Italia cala il suo “tris d’assi” composto dai già citati Cova, Mei ed Antibo, i quali si presentano sulla linea di partenza sicuramente facenti parte del ristretto lotto dei favoriti, unitamente all’eterno rivale di Cova, vale a dire il finnico Martti Vainio (il quale è chiamato altresì a riscattarsi dopo la squalifica per doping subita alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, dove era giunto al traguardo alle spalle di Cova), il portoghese Domingos Castro, l’irlandese John Treacy (argento olimpico sulla Maratona) e la consueta pattuglia britannica, capace sempre di ben figurare.

L’alfiere azzurro non può che essere Alberto Cova, il “ragioniere” classe 1958 che predilige le vittorie ai tempi, acuto lettore di ogni situazione in gara e che presenta, come biglietto da visita, il “tris di successi” consecutivi sulla distanza, che lo ha visto, in rapida successione, trionfare agli Europei ’82 di Atene in 27’41”03 ed ai Mondiali di Helsinki ‘83 in 28’01”04 precedendo, in entrambi i casi, il tedesco orientale Werner Schildhauer, per poi completare l’opera con l’Oro olimpico dei Giochi di Los Angeles ’84 in 27’47”54, affermazioni a cui Cova aggiunge la “doppietta” sui 5 e 10mila metri in Coppa Europa a Mosca ’85, circostanza che gli consente di chiudere al quarto posto sui 5mila ed al secondo quarto sui 10mila metri nel Ranking di fine anno della rivista “Track & Field News”, a testimonianza della volontà di confermare il titolo di quattro anni prima ad Atene.

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Il trionfo di Cova sui 10mila ai Mondiali di Helsinki 1983 – da postpopuli.it

A fargli da scudieri, il siciliano Salvatore “Totò” Antibo, di quattro anni più giovane, già compagno di avventura alle Olimpiadi californiane, in cui viene beffato per soli 0”04 centesimi (28’06”46 a 28’06”50) dal keniano Musyoki nella volata apparentemente per il quarto posto, ma che avrebbe viceversa valso il Bronzo per la successiva squalifica di Vainio, giunto secondo, risultato positivo all’esame antidoping, ed il più giovane del gruppo, vale a dire lo spezzino Stefano Mei, classe 1963, proveniente dal mezzofondo veloce ed alla sua prima gara sui 10.000 in una grande Manifestazione Internazionale, avendo sinora dato il meglio di sé sui 1500 ed i 5000 metri, prova, quest’ultima, che lo aveva visto giungere secondo in 14’05”99 alle spalle dell’americano Doug Padilla, quale rappresentante dell’Europa nella quarta Edizione della Coppa del Mondo, svoltasi a Canberra ad inizio ottobre ’85.

Alla partenza si presentano in 24 atleti e, come da copione, l’incarico di sgretolare il lotto dei concorrenti lungo i 25 giri della pista se lo assume il lungo e dinoccolato (m.1,92 per 74kg.) finlandese Vainio, pur non imprimendo alla gara un ritmo particolarmente elevato, prova ne sia che, a soli due giri dalla conclusione, è ancora al comando un gruppetto composto da otto atleti – oltre al citato finnico ed ai nostri tre rappresentanti, vi sono pure il portoghese Domingos Castro, l’irlandese Treacy, il francese Prianon ed il “carneade” svedese Mats Erixon, con un personale di 27’56”56 sulla distanza risalente a quattro anni prima – e tocca ad Antibo incaricarsi di dare una “scrollata” alla gara ad 800 metri dal termine.

L’iniziativa del 26enne di Altofonte dà i suoi frutti, con Cova e Mei a seguirlo in tale iniziativa, mentre Vainio perde progressivamente terreno ed il solo Domingos, dei gemelli portoghesi Castro (partecipa alla prova anche Dionisio, che conclude all’11esimo posto …), è in grado di rispondere all’accelerazione dei tre azzurri, ed al suono della campana dell’ultimo giro vi è da decidere chi del quartetto di testa resterà escluso dal podio, con Vainio oramai fuori dai giochi e superato anche da Treacy ed Erixon ed il transalpino Prianon irrimediabilmente attardato.

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Il trio azzurro all’attacco – da thegreatdistancerunners.de

Cova prende la testa, seguito da Mei che lo affianca a metà del rettilineo di fronte, per un attimo i due si guardano prima che sia lo spezzino – il quale, provenendo dal mezzofondo veloce, ha uno spunto migliore di quello del compagno – a prendere decisamente l’iniziativa con un allungo al quale il Campione in carica cerca di resistere, provando ad attaccarlo all’uscita dell’ultima curva per poi arrendersi al successivo cambio di ritmo di Mei che va a trionfare in 27’56”79 davanti a Cova che si accontenta, per una volta, dell’Argento, e che, cavallerescamente, applaude all’impresa dell’amico/rivale appena superata la linea del traguardo, mentre alle loro spalle la generosità di Antibo viene premiata con il Bronzo che va a completare l’en plein azzurro, con l’esausto Castro che viene superato proprio negli ultimi metri, dallo svedese Erixon che si porta a casa, con il quarto posto, il miglior risultato della sua carriera agonistica.

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L’arrivo di Mei a braccia alzate – da gettyimages.it

Primo Mei, secondo Cova e terzo Antibo, roba da non credere quando i nostri tre alfieri si presentano sul podio per la cerimonia di premiazione, un evento mai verificatosi e che, purtroppo, crediamo forse mai più si verificherà, e che serve anche da “apripista” per una edizione dei Campionati Europei in cui il nostro fondo e mezzofondo si consolida ai vertici continentali, con ancora gli Argenti di Panetta sui 3000 siepi e di Mei sui 5000 metri, stretto nella morsa dei britannici Jack Buckner, primo, e Tim Hutchings, terzo, e, soprattutto, la splendida doppietta nella Maratona, che vede Gelindo Bordin ed Orlando Pizzolato varcare assieme l’entrata del “Neckarstadion” per poi classificarsi nell’ordine, non senza ricordare l’impresa della emiliana Laura Fogli che si arrende solo rispetto alla specialista portoghese Rosa Mota nella Maratona femminile.

Eh, sì, davvero una bella favola, sulla cui scia la ricordata generazione prosegue ancora sino alla fine del decennio, per poi progressivamente spegnersi sino al nulla attuale – se si esclude il pisano Daniele Meucci ed altre maratonete al femminile – in ordine al quale siamo tutti ad interrogarci per cercare di capirne i motivi.

1928, IL GRANDE SLAM DEI MOSCHETTIERI DI FRANCIA

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I Moschettieri del tennis francese – da lacoste.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1928 tutti gli ingredienti per dare consistenza al concetto di Grande Slam sono pronti, anche se dovrà passare qualche anno prima che l’idea si concretizzi in via definitiva.

E’ l’anno, tanto per cominciare, in cui viene costruito l’impianto del Roland-Garros, reso necessario dopo che la Francia, la stagione precedente, battendo gli Stati Uniti 3-2 a Filadelfia nella finale di Coppa Davis, ha interrotto il dominio di Regno Unito, Usa e Australasia che durava fin dal giorno dell’introduzione della principale rassegna tennistica a squadre, ovvero il 1900. Parigi deve dotarsi di un stadio comparabile a quello già esistente a Wimbledon, in modo che la Federazione transalpina possa vantare un impianto degno della manifestazione e dei suoi protagonisti. L’inverno, pertanto, è speso nella costruzione del nuovo stadio da 13.000 posti, alla Porte d’Auteuil nei pressi del Bois de Boulogne, dedicato allo memoria di un eroe dell’aviazione morto in battaglia nel corso della Prima Guerra Mondiale, Roland Garros appunto, amico di Emile Lesueur, presidente dello Stade Français che insieme al Racing Club de Paris ha il compito di portare a termine l’opera di costruzione.

Insomma, non più solo Australia, Inghilterra e Stati Uniti, ma anche la Francia ormai è una potenza tennistica che si prepara a disegnare la stagione perfetta. Si comincia con gli Open d’Australia, abitualmente disputati nel mese di dicembre, e i padroni di casa attendono l’evento per confermare il dominio che li vede ininterrottamente vincitori del singolare maschile da otto anni, a dispetto delle difficoltà riscontrate in quella stessa Coppa Davis che non fanno loro dal 1919. La Federazione australiana invita i francesi all’evento e Jean Borotra, insieme a Jacques Brugnon e al giovane Christian Boussus, aderiscono con entusiasmo, imbarcandosi per un lungo viaggio agli antipodi che dura sette mesi, passando anche per Sudamerica, Sudafrica e Nuova Zelanda. “Parigi val bene una messa“, è proprio il caso di dirlo, perchè Borotra sbanca il lotto vincendo il singolare maschile (primo francese a riuscire nell’impresa) battendo uno dopo l’altro Harry Hopman, Jack Crawford e Jack Cummings in finale in cinque set, per poi imporsi anche in doppio con Brugnon e nel doppio misto accoppiato all’australiana Daphne Akhurst.

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Henri Cochet – da gettyimages.com

Dal 27 maggio al 7 giugno il Roland-Garros è infine pronto ad ospitare per la prima volta gli Internazionali di Francia su terra battuta. Gli occhi di tutti sono rivolti ai “Quattro Moschettieri” – Lacoste, campione in carica per il memorabile 11-9 al quinto set con Bill Tilden l’anno prima, Cochet, che vinse nel 1926, Borotra e Brugnon – che davanti al pubblico amico sono ben decisi a far valere la legge del più forte. Manca proprio Tilden, il numero 1 del mondo, ma gli australiani sono di ritorno, nuovamente competitivi, e la sfida è aperta. Lacoste, testa di serie numero 1, incrocia lungo il suo cammino un giovanotto timido e di belle speranze, Jack Crawford, battendolo ai quarti di finale con un netto 6-0 6-1 7-5; John Hawkes si spinge fino alle semifinali, eliminando a sua volta Brugnon ai quarti in cinque set prima di cedere, pure lui con punteggio inequivocabile, 6-2 6-4 6-1, allo stesso Lacoste. In finale Renè trova Cochet e come già successo due anni prima i due campioni danno vita ad una sfida memorabile, infine appannaggio di Henri che bissa la vittoria del 1926 imponendosi in quattro set, 5-7 6-3 6-1 6-3, terzo trionfo parigina considerando anche il successo del 1922 quando Cochet ebbe la meglio di Jean-Pierre Samazeuilh. Soprannominato “il mago“, mai Cochet meritò quell’appellativo più del giorno della finale. La Francia, poi, completa un’altra tripletta, con Borotra/Brugnon campioni di doppio e lo stesso Cochet re in doppio misto assieme alla britannica Eileen Bennett Whittingstall.

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Lacoste a Wimbledon – da wtop.com

Curiosamente Wimbledon sembra dover essere una passeggiata per i francesi, che hanno vinto le ultime quattro edizioni, due con Borotra e una a testa Lacoste e Cochet che è detentore del titolo. Tilden c’è, seppur ormai 35enne, ed è l’avversario più accreditato. Agli ottavi di finale la Francia è presente con ben sette giocatori, con Borotra che batte Crawford in cinque set, Lacoste che fa altrettanto con l’idolo di casa Bunny Austin, Brugnon e Boussus che in quattro set prevalgono su Patterson ed Edgar Moon, e Cochet che demolisce l’argentino Ronald Boyd in tre rapidi set, 6-4 6-1 6-3. Ai quarti di finale, oltre ai cinque transalpini, accedono lo stesso Tilden, l’azzurro Uberto De Morpurgo e l’altro americano John Hennessey, ma solo Bill, battendo Borotra in quattro set, riesce ad infiltrare come previsto il dominio dei “Moschettieri“, con Cochet che elimina in semifinale in quattro set il 20enne Boussus, sorprendente vincitore ai quarti di finale di un Brugnon in scadente stato di forma. Lacoste-Tilden vale l’altro biglietto d’ingresso alla finale, e a chiusura di un match serrato infine ad imporsi è il francese, in cinque set, facendo suoi i due ultimi parziali. Lacoste e Cochet, dunque, si ritrovano avversari dopo la sfida sulla terra parigina, ma stavolta il risultato si ribalta e Renè, 6-1 4-6 6-4 6-2, prende la sua rivincita battendo l’amico/rivale ed iscrivendo per la seconda volta il suo nome all’albo d’oro più prestigioso del tennis. Cochet si consola poi con la vittoria in doppio, quando con Brugnon batte Hawkes/Patterson in tre set, 13-11 6-4 6-4.

Dopo l’intermezzo di Coppa Davis, che ha visto Tilden, inizialmente accusato di professionismo ma poi miracolosamente riqualificato amatore, battere Lacoste ma non poter impedire alla Francia, nello scenario festante del Roland-Garros, di far sua l’insalatiera d’argento per il secondo anno consecutivo (4-1 in risultato finale), Cochet attraversa l’Atlantico per partecipare agli US Open, tradizionale appuntamento a cui non prende invece parte Lacoste, vincitore delle due ultime edizioni, affaticato dai successi a Wimbledon e in Coppa Davis. Per la prima volta nella storia del tennis un giocatore, Jacques Brugnon, è in lizza per completare il filotto di quattro vittorie nelle quattro prove dello Slam, in questo caso nel torneo di doppio. Dopo Australia e Roland-Garros con Borotra e Wimbledon con Cochet, il francese punta all’en-plein ma in semifinale, con Cochet, si trovano la strada sbarrata dagli americani Lott/Hennessey, in un match che si interrompe per il temporale sul 4-4 del quinto set per riprendere il giorno dopo quando le due coppie, di comune accordo, decidono di ricominciare dall’inizio. I francesi sarebbero decisamente superiori, ma incamerano la miseria di soli sei giochi e il sogno di Brugnon sfuma. Poco importa, in definitiva, perchè la prova di singolare non regala invece sorprese, complice anche l’assenza di Tilden nuovamente accusato di professionismo e quindi impossibilitato a partecipare. Cochet si conferma il giocatore più forte del momento, battendo in finale l’americano Frank Hunter in cinque set.

E così, se Brugnon fallisce il Grande Slam personale in doppio, l’exploit riesce ai “Moschettieri di Francia in singolare, quattro vittorie su quattro. Se a questo si aggiunge il trionfo anche in Coppa Davis, non ci sono proprio dubbi: il 1928 è l’anno bleu-blanc-rouge!

 

REGGIE MILLER, IL “CECCHINO” CHE OSO’ SFIDARE MICHAEL JORDAN

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Reggie Miller – da nba.com

articolo di Giovanni Manenti

Specie da quando lo sport – di qualunque disciplina – ha visto privilegiare l’aspetto fisico su quello puramente tecnico, vedere atleti dalle caratteristiche morfologiche alquanto esili primeggiare di fronte a “Marcantoni” di ben altra corporatura è diventata merce sempre più rara.

Deve essere stato questo il pensiero ricorrente nella mente dei tifosi quando, ai Draft svoltisi a New York il 22 giugno 1987, la Dirigenza degli Indiana Pacers, avendo l’undicesimo ordine di scelta al primo turno, si indirizza sulla guardia Reggie Miller, proveniente dalla celebre UCLA, del peso di appena 88kg. se raffrontato agli oltre 2 metri di altezza, tanto che iniziano a circolare voci sul fatto che ciò sia dipeso dal fatto che egli è il fratello minore di Cheryl, una della più famose cestiste americane, Oro ai Giochi di Los Angeles ’84 con la Nazionale Usa.

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Cheryl e Reggie Miller – da pinterest.com

In effetti, qualche legittimo dubbio può derivare se si va a leggere la biografia di Reggie, nato il 24 agosto 1965 a Riverside, in California, con malformazioni alle anche che gli impediscono di camminare regolarmente, tanto che nei primi anni è costretto ad indossare tutori ad entrambe le gambe, problema fortunatamente risolto grazie alla crescita in altezza del ragazzo, che resta comunque di aspetto gracile a confronto – a solo titolo esemplificativo – di uno Scottie Pippen (m.2,03 per 103kg.) anch’egli della medesima selezione.

Quello che, però, sfugge ai supporters dei Pacers – ma non era passato sotto traccia agli osservatori della franchigia – è il fatto che, dalla stagione precedente, nella NCAA era stato introdotto il “tiro da 3 punti”, specialità che aveva subito visto Miller come protagonista, mettendo a segno 69 “triple” da oltre la fatidica linea, tra cui spicca la conclusione nella gara contro Notre Dame del 24 gennaio ’87 che regala ad UCLA il successo per 61-59 a 10” dalla sirena, così come, a distanza di un mese, il 28 febbraio contro i Campioni di Louisville, Miller realizza 33 punti nel solo secondo tempo, tuttora record per il College californiano.

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Miller al college in maglia UCLA – da wordpress.com

Referenze da non sottovalutare, anche se spesso l’impatto con i Professionisti della NBA è di tutt’altra natura, ma non è questo il caso di Reggie che, in una carriera protrattasi per ben 18 stagioni restando sempre fedele ai colori di Indiana, conferma le sue qualità di cecchino implacabile, sia nel tiro da tre che, soprattutto, nell’essere determinante nei momenti decisivi delle gare.

Pur costretto a pagare lo scotto del debutto tra i Pro – nelle sue due prime stagioni con i Pacers, che avevano chiuso con un record di 41-41 la stagione ’87, manca la qualificazione ai Playoff – le medie realizzative di Miller migliorano anno dopo anno, ed i suoi 24,6 punti di media del ’90 (suo massimo per singola stagione in “Regular season”) consentono ad Indiana di tornare a disputare la post season, solo per essere eliminati al primo turno dai Detroit Pistons di Isiah Thomas, poi vincitori del titolo NBA.

Nel triennio successivo Indiana si conferma ancora squadra da “Fifty-fifty” – chiudendo le rispettive stagioni con i record di 41-41, 40-42 ed ancora 41-41 che non le consentono di andare oltre il primo turno dei Playoff – per poi cambiare decisamente rotta nell’estate ‘93 con l’arrivo alla guida dei Pacers del tecnico Larry Brown, reduce da ottime annate alla guida dei San Antonio Spurs e dei Los Angeles Clippers, ed i risultati sono subito evidenti, con Indiana a concludere la “regular season” con un record di 47-35 che vale il quinto posto nel ranking della Eastern Conference, posizione sfruttata superando 3-0 gli Orlando Magic al primo turno e, successivamente, gli Atlanta Hawks, Campioni della Central Division, per 4-2 ribaltando il fattore campo sfavorevole con il successo esterno per 96-85 in gara-1, acquisendo così il diritto di affrontare i New York Knicks nella Finale di Conference..

Quella tra Knicks e Pacers è una rivalità che si prolunga anche negli anni a venire, ed a questo punto è necessario aprire una finestra non solo sugli aspetti tecnici, ma anche caratteriali di Miller, il quale sul parquet – forsanche per “compensare” le sue ridotte potenzialità fisiche – non perde occasione per provocare verbalmente i suoi avversari con l’intento di innervosirli, così come non le manda certo a dire a qualche tifoso esagitato, ancor meglio se famoso come il regista Spike Lee, accanito fan newyorkese e che, al pari di Jack Nicholson a Los Angeles, ha da sempre un posto riservato a bordo campo.

Accade, difatti, con le due squadre sul 2-2 nella serie dopo aver rispettato il fattore campo nei primi quattro incontri, che in gara-5 al Madison Squadre Garden i Knicks si sentano padroni del risultato, conducendo per 70-58 alla fine del terzo quarto, senza aver fatto però i conti con Miller, il quale, dopo aver sino ad allora messo a segno 14 punti a referto, si scatena nell’ultimo parziale realizzando ben 25 punti per un totale di 39 (con 6 su 11 nel tiro da tre) che manda su tutte le furie l’indiavolato Spike Lee, il quale non trova di meglio che coprire di insulti Reggie, il quale, per quanto ovvio, risponde per le rime portandosi le mani al collo come per invitare Lee ad “impiccarsi”, gesto che diventa famoso nella Storia della Nba e non manca di portare critiche alla guardia di Indiana.

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Il celebre gesto rivolto da Miller a Spike Lee – da nba.24.it

New York riesce a ribaltare la situazione, facendo sua la serie per 4-3 solo per poi subire analoga sconfitta in Finale contro gli Houston Rockets, ma intanto la sfida personale di Miller contro di loro, che si esalta ogni qualvolta va in scena sul parquet del Madison Squadre Garden, si arricchisce, l’anno seguente, di un altro spettacolare capitolo.

Chiusa la stagione regolare con un ruolino di 52-30 che vale ad Indiana il titolo della Central Division e terzo di Conference dietro agli Orlando Magic delle giovani stelle Penny” Hardaway e Shaquille O’Neal ed ai Knicks, con i quali il confronto si ripropone pertanto nella semifinale di Conference, ancora con New York a beneficiare del vantaggio del fattore campo.

Un vantaggio che svanisce già in gara-1 e nel modo più impensabile, visto che i Knicks sono avanti 105-99 a soli 18” dalla sirena, quando Miller cava dal cilindro una serie di giocate incredibili, dapprima dimezzando il distacco con una delle sue oramai famose “bombe”, per poi andare a pressare e recuperare palla sulla rimessa sotto canestro, palleggiare per portarsi oltre la “linea dei 24 piedi” (7,24 in misura metrica …) e scagliare il tiro del pareggio a quota 105, e quindi – dopo che John Starks fallisce entrambi i tiri liberi per un fallo subito da Mitchell – tocca a lui patire identica sorte, ma con esito ben diverso, restando freddo dalla lunetta per i due punti che valgono il 107-105 finale che rischia di provocare un esaurimento nervoso a Spike Lee.

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Miller marcato da Starks in Knicks-Pacers 105-107 (gara1 playoff ’95)  – da si.com

Stavolta Indiana capitalizza al meglio il successo esterno, costretta però a bissarlo in gara-7 dopo che l’orgoglio dei Knicks aveva fatto sì che, a loro volta, si imponessero in gara-6 per 92-82 alla Market Square Arena, con ancora Miller protagonista con 29 punti (e 3 su 5 da tre …) nel 97-95 decisivo, solo per arrendersi nella Finale della Eastern Conference agli Orlando Magic, che hanno la meglio al termine di 7 combattutissimi incontri, in cui viene rispettato il fattore campo, a loro favorevole.

Il biennio successivo, caratterizzato dal ritorno a giocare con i suoi Chicago Bulls da parte del figliol prodigo Michael Jordan, è avaro di soddisfazioni per la franchigia, eliminata al primo turno da Atlanta ’96 ed addirittura incapace di qualificarsi per i Playoff l’anno successivo, periodo nel quale le migliori soddisfazioni per Miller giungono dalla sua esperienza con la Nazionale Usa, con cui vince i Campionati Mondiali di Canada ’94 spazzando via in Finale la Russia con un più che eloquente 137-91, per poi mettersi al collo la medaglia d’Oro ai Giochi di Atlanta ’96 grazie al suo determinante contributo, con 20 punti realizzati, nella finale vinta per 95-69 sulla Serbia.

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Miller assieme ai compagni sul podio di Atlanta ’96 – da basket-infos.com

Le due deludenti stagioni costano il posto a Larry Brown, avvicendato sulla panchina dei Pacers dal simbolo del basket nell’Indiana, vale a dire Larry Bird, il quale, dopo il rientro alla base di Mark Jackson nel corso della precedente stagione, intende – da grande tiratore quale è stato nei suoi 13 anni di carriera NBA – aumentare le “bocche da fuoco” della propria squadra ingaggiando dai Golden State Warriors il 34enne Chris Mullin (uomo da quasi 18mila punti in carriera), al fine di liberare Miller dalle “attente” marcature avversarie.

E’ tutt’altro che una squadra giovane quella di Indiana, visto che anche Miller va per i 33 ed il centro olandese Rik Smits (curiosamente, nato il 23 agosto, un giorno prima di Reggie …) per i 32, ma proprio per questo Bird sa che, se vuole dare una chance per il titolo ai suoi “vecchietti”, non può inserire giovani, sia pur di talento, ma che devono maturare ed integrarsi nel basket professionistico.

Una strategia che paga, visto che i Pacers passano da un record negativo di 39-43 del ’97 ad un 58-24 superato solo da Jordan & Co., contro i quali, loro malgrado, sono costretti a confrontarsi nella Finale della Eastern Conference, dopo aver eliminato i Cleveland Cavaliers e, tanto per cambiare, i Knicks, ma stavolta senza “spargimento di sangue”, tanto netta è la superiorità dei Pacers, che si impongono per 4-1.

Nessun dubbio su chi siano i favoriti della serie, ma per Miller è l’ultima occasione, dato che MJ si ritirerà a fine stagione, di provare a fare uno sgambetto al “Campione dei Campioni”, nei cui confronti applica anche la sua consueta tattica fatta di provocazioni, dandogli del “vecchio” e “finito” e così via, alle quali Jordan replica con il suo solito sorrisino, lasciando al campo la migliore risposta.

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Jordan e Miller a confronto – da grantland.com

La serie vede l’assoluto rispetto del fattore campo, con i Bulls a portarsi avanti per 2-0 e desiderosi di chiudere quanto prima la questione nei due impegni alla Market Square Arena, ma Jordan non ha fatto i conti con il desiderio di Miller di non voler sfigurare rispetto a lui e proprio davanti al pubblico amico, ragion per cui – per se non al meglio della forma per un fastidio alla caviglia – si incarica di realizzare 28 punti in gara-3 (contro i 30 di Michael), di cui 13 nell’ultimo quarto, compresi di due liberi per il 107-105 definitivo, mettendo altresì a segno 5 “bombe” su 7 tentativi, per poi “sbeffeggiare” proprio Jordan in gara-4, con i Bulls avanti di 1 a 0”7 decimi dalla sirena, liberandosi della sua marcatura dopo aver ricevuto palla da una rimessa laterale e violentare la retina con la tripla che vale il 96-94 finale, anche se poi la serie si chiude sul 4-3 per Chicago, con Indiana ad essere comunque l’unica squadra ad averla portata a gara-7 in una serie di Playoff negli ultimi tre Tornei NBA vinti, il che non è affatto cosa da poco.

Il ritiro di Jordan ed il trasferimento di Pippen ad Houston determinano il crollo di Chicago all’ultimo posto nella stagione ’99, che si apre con Indiana tra le favorite per la conquista dell’anello, e la squadra di Bird fa suo il titolo della Central Division – pur con un programma dimezzato a seguito del “braccio di ferro” tra la Lega e l’Associazione Giocatori che fa sì che il Torneo abbia inizio il 5 febbraio ’99 con sole 50 gare di “regular season” – per poi passare indenne i primi due turni dei playoff contro Milwaukee (3-0) e Philadelphia (4-0) e quindi affrontare con i favori del pronostico New York, oltretutto costretta a rinunciare ad Ewing per infortunio, nella Finale della Eastern Conference, ma due successi per 93-90 in gara-1 e 101-94 in gara-5 sul parquet di Indiana rovesciano le sorti della serie, consentendo ai Knicks di qualificarsi per l’atto conclusivo, solo per vedersi nettamente sconfitti (4-1) dai San Antonio Spurs delle “Torri” Tim Duncan e David Robinson.

Gli anni passano, e le speranze per Miller, alla soglia dei 35 anni, di disputare quantomeno una serie finale per il titolo, si affievoliscono sempre più, ma allo scadere del secondo millennio, la crescita nel quintetto base della guardia Jalen Rose, che rende 8 anni di età a Reggie, fa sì che i due si alternino nel ruolo di “cecchino”, concludendo con la stessa media di 18 punti a partita una “regular season” che, per la prima volta, vede i Pacers con il miglior score (56-26) di Conference, con l’opportunità di affrontare nuovamente i Knicks in Finale dopo aver, curiosamente, eliminato i medesimi avversari della stagione precedente, vale a dire i Bucks al primo turno ed i Sixers al secondo.

Questa volta il fattore campo del nuovo impianto denominato “Conseco Fieldhouse” è determinante e, comunque, onde evitare i rischi di una pericolosa gara-7, è sempre Miller a sobbarcarsi l’onere di chiudere la serie sul 4-2 con un’altra grande prestazione sul suo palcoscenico preferito del Madison Square Garden, realizzando 34 punti (con 5 su 7 da tre …) per il 93-80 conclusivo che certifica il pass per la Finale assoluta contro i Los Angeles Lakers.

Ma, così come Miller & Co. avevano dovuto inchinarsi di fronte al passo d’addio di Jordan, stavolta scontano la voglia di vittoria della nuova coppia leader della Lega, formata da Shaquille O’Neal e dal 22enne Kobe Bryant, che conducono Los Angeles al titolo per 4-2, nonostante Miller, orgoglioso come non mai, realizzi una media di 24,3 punti – con picchi di 33 nella vittoriosa (100-91) gara-3 e di 34 nella decisiva gara-4, persa 118-120 al supplementare – ben assecondato da Rose, che chiude a quota 23 di media.

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Miller in difesa su Bryant nelle finali NBA 2000 – da solecollector.com

Per Miller la finale contro i Lakers rappresenta il classico “canto del cigno”, a cui si abbina anche l’abbandono di Bird dalla conduzione tecnica, con la panchina che viene assegnata ad Isiah Thomas invece che a Rick Carlisle, il vice di Bird, come da quest’ultimo suggerito, e le ultime 5 stagioni di Miller ai Pacers vedono Indiana (con Carlisle richiamato in panchina nel 2003 da Bird, nel frattempo divenuto General Manager della franchigia) avere un ultimo sussulto nel 2004, sconfitti 4-2 nelle Finali della Eastern Conference dai Detroit Pistons, guidati, ironia della sorte, da quel Larry Brown che aveva contribuito, e non poco, alla crescita del giovane Reggie a metà anni ’90.

Miller si ritira a 40 anni, con un bottino di 25.279 punti realizzati (media 18,2 a partita), di cui però 2.560 derivanti da tiri oltre l’arco dei 24 piedi, che lo pongono, attualmente, al secondo posto della specifica “Graduatoria All Time”, preceduto dal solo Ray Allen con 2.972, ma con un maggior numero di gare disputate, tant’è che la percentuale dei due “bombardieri” è pressoché similare (40% Allen, 39,5% Miller), mentre per quanto riguarda il suo atteggiamento provocatorio tenuto sui vari parquet della NBA, non c’è niente di meglio che leggere quanto dallo stesso Miller riportato nel libro scritto assieme al giornalista di ESPN Gene Wojciechowski, a commento della stagione ’95 dei Pacers, ed il cui titolo, “I Love Being The Enemy” (“Adoro la parte del Nemico”), è tutto un programma ….

E, d’altronde, cosa altro ci si poteva aspettare…?

CINO CINELLI, IL RE DI LOMBARDIA E SANREMO CHE DIVENNE COSTRUTTORE

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Cino Cinelli vince la Milano-Sanremo 1943 – da valdelsasportiva.it

articolo di Nicola Pucci

Pensate voi cosa dovesse significare guadagnarsi la pagnotta e magari anche qualche trofeo importante negli anni compressi dalla Seconda Guerra Mondiale e con avversari del calibro di un Gino Bartali già affermato e di un Fausto Coppi in rampa di lancio.

Cino Cinelli, ad esempio, che nasce il 9 febbraio 1916 nelle campagne attorno a Firenze, esattamente a Montespertoli, settimo di una nidiata di dieci fratelli. Il padre, piccolo proprietario terriero che fatica a sfamare le bocche che ha messo al mondo, intrattiene rapporti con i fascisti al potere così come con i comunisti condannati ad un’opposizione fuorilegge, e la cosa, oltremodo imbarazzante se non pericolosa, costringe la numerosa famiglia a continui spostamenti, seppur sempre nella zone alle porte del capoluogo toscano, e per il piccolo Cino l’adolescenza ha i tratti della turbolenza.

Il ragazzo scopre la bicicletta in età infantile, quando con i due fratelli maggiori Gino ed Arrigo deve macinare chilometri per andare a scuola a Firenze, e la loro natura competitiva trasforma sovente la quotidiana routine su due ruote in vere e proprie sfide all’ultimo colpo di pedale. Con qualche pugno, talvolta, a definire la tenzone familiare. Gino e Arrigo rivelano buone doti, e, a dispetto della resistenza del padre, cominciano a gareggiare a livello locale, al punto che il giovane Cino racconterà con orgoglio il giorno in cui fu testimone del primo successo di Gino.

Ispirato dai fratelli il minore dei tre Cinelli vorrebbe a sua volta correre in bicicletta, ma la realtà racconta di un padre che si oppone, che in difficoltà economica obbliga Cino a lasciare la scuola per trovare, 14enne, un impiego come aiutante di un medico, non proprio disposto ad “ospitare” nel suo studio un aspirante ciclista. Metteteci poi un fisico non troppo robusto e resistente, ed è pure ovvio che l’attività agonistica gli sia inizialmente preclusa.

La fortuna, si sa, aiuta gli audaci. Almeno così direbbe il proverbio. Ed ecco che Cino, un bel giorno, alla guida di una bicicletta un po’ troppo grande per lui, carambola contro un automobile in una strada di campagna, ad onor del vero fatto insolito per quei tempi. Prontamente rimessosi in piedi, senza danni ma temendo l’ira dell’uomo al volante, si imbatte invece in un conducente gentiluomo, che non solo lo consiglia come riparare la bicicletta e di prestare maggior attenzione in futuro, ma gli elargisce pure qualche generosa banconota. Il dado è tratto, Cino può comprarsi la bicicletta da corsa che ha sempre sognato e la sua avventura di ciclista vincente nasce quel giorno.

Lascia il lavoro presso lo studio medico per impegnarsi con un editore, che ne forgia la passione per la lettura e ne asseconda l’inclinazione sportiva, lasciandogli il tempo necessario per allenarsi. Debutta tra gli amatori e nel 1931 si toglie lo sfizio di anticipare per il secondo posto di una gara locale un fiorentinaccio dal naso irregolare e il temperamento gagliardo, un tale Gino Bartali. Non sarà l’ultima volta che riuscirà nell’impresa.

Negli anni successivi Cino riesce a sposare efficacemente l’impiego con la casa editrice con l’attività di ciclista amatore, fino al 1937 quando, ormai 21enne, la vita, sotto forma di una nuova direzione dell’azienda, lo mette davanti ad un bivio: o il lavoro o lo sport. Avrebbe dovuto optare per una professione in un momento in cui l’economia stentava, oppure diventare professionista senza la certezza di avere un futuro da ciclista, privo di sponsor e con i soli premi come eventuale fonte di guadagno. Ma Cino confida nel sostegno del fratello Gino e nelle sue capacità atletiche, ed ancora una volta la fortuna è dalla sua parte: lascia il lavoro e da individuale vince subito due corse, la Coppa Andrea Boero e il Circuito dell’Appennino.

Nel 1938 viene assoldato dalla Frejus, debuttando sulle strade del Giro d’Italia che lo vedono trionfare nelle tappe con arrivo a Roma (davanti ai compagno di squadra Olimpio Bizzi) e Ravenna (battendo Raffaele Di Paco), per concludere in una onorevolissima 12esima posizione.

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Cino Cinelli – da icon.panorama.it

Il ragazzo ci sa fare, decisamente. Veloce allo sprint, abile passista, se la cava anche quando la strada si impenna sotto le ruote, e per dimostrarlo sceglie l’appuntamento più prestigioso, il Giro di Lombardia del 1938. Qui ritrova l’amico/rivale da lui battuto in età adolescenziale, Gino Bartali, di due anni più anziano, che nel frattempo è già diventato una stella di prima grandezza, vincendo due Giri d’Italia e vestendo qualche mese prima l’ultima maglia gialla del Tour de France. Il 23 ottobre, lungo i 232 chilometri che vanno da Milano a… Milano, sotto il cielo grigio, “Ginettaccio” è il grande favorito, già primo nel 1936, terzo nel 1935 e secondo nel 1937, ma Cinelli è più sveglio, non lascia la sua ruota e infine sul traguardo del “Vigorelli” lo brucia di un soffio cogliendo una vittoria che lo eleva al rango di campione.

La scommessa di Cino è vinta. Il ciclismo diventa il suo pane, la Bianchi non se lo lascia sfuggire e seppur in concomitanza con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, Cinelli mette in bacheca un discreto numero di successi di prestigio. Come ad esempio il Giro di Campania del 1939, ancora battendo Bartali, o la tappa di Pisa al Giro d’Italia dello stesso anno, concluso in 9a posizione a 26’10” da Giovanni Valetti, vestendo pure la maglia rosa per sette giorni, oppure ancora la Tre Valli Varesine del 1940 quando costringe Fausto Coppi al terzo posto, e il Giro del Piemonte, sempre del 1940, quando ad arrendersi è Aldo Bini.

Ma se c’è una corsa che più di ogni altra certifica la classe di Cino Cinelli nel condurre una bicicletta e nel forzare sui pedali, quella è senza dubbio, per stessa ammissione del diretto interessato, la Milano-Sanremo del 1943. Il 19 marzo il tempo è più che buono e la temperatura accettabile quando alle otto e un quarto le autorità meneghine danno il via ai cinquantacinque partenti. Al seguito della corsa c’è solamente un ristrettissimo numero di vetture, perchè son tempi di guerra e il ciclismo non è proprio una priorità. Ma si corre e gli atleti si danno battaglia, con la selezione che lungo i 281,5 chilometri e le 8 ore di fatica si ha nella zona dei Capi. Qui i più freschi tentano di sparare le loro ultime cartucce, ma ormai tutti hanno capito che si va verso uno sprint di gruppo. Una ventina di corridori si attrezzano, infatti, per arrivare nelle migliori condizioni possibili sotto lo striscione d’arrivo. Diventa allora determinante il gioco di squadra. La Bianchi non chiede di meglio che prendere in mano le operazioni, ma anche la Legnano è ottimamente rappresentata con Favalli, Ricci e Bartali. L’uomo più temuto è il velocista Quirino Toccaceli che corre per il giovane gruppo della Olmo, trovandosi però senza compagni di squadra. Ad un paio di chilometri dal traguardo, Fiorenzo Magni, Leoni e Servadei si sacrificano per la causa bianco-celeste e tirano magistralmente la volata per Cinelli che non si lascia sfuggire l’occasione mettendo la sua ruota davanti a tutti.

E’ l’apoteosi per Cino, la guerra però impone il suo tributo fermando i giochi sul più bello e la carriera del ragazzo di Montespertoli si chiude praticamente qui. Pur non ancora 30enne, Cinelli decide che è il caso di mettere a frutto le conoscenze acquisite in materia di componenti per bicicletta, dismettendo le vesti del corridore per assumere quelle prima di ideatore, poi di imprenditore di se stesso, dando il proprio nome a tondini in acciaio e barre e stringendo una proficua collaborazione con Tullio Campagnolo. Per poi costruire a sua volta biciclette. Diventando pure il primo presidente dell’Associazioni dei Corridori, da lui stesso fondata. Un vincente, insomma, così come vincente è stato sotto i traguardi di Lombardia e Sanremo.

SAMBO E BARAN, IL DUE CON CHE APRI’ LA STRADA AI FRATELLI ABBAGNALE

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Sambo, Cipolla e Baran – da oasport.it

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di canottaggio, inevitabilmente il pensiero corre in direzione dei leggendari “fratelloni d’Italia“, al secolo Giuseppe e Carmine Abbagnale, che assieme al timoniere Peppino Di Capua hanno infiammato i cuori tricolori grazie alle loro imprese olimpiche e alle indimenticabili telecronache di Giampiero Galeazzi, capaci in carriera di conquistare due ori ed un argento ai Giochi nella specialità del due con. Ma senza bisogno di scomodare i giurassici Ercole Olgeni e Giovanni Scatturin, che in compagnia di Guido De Filip trionfarono alle Olimpiadi di Anversa del 1920, c’è un altro armo che fece risuonare le note dell’Inno di Mameli, quello composto da Primo Baran e Renzo Sambo, che con il decisivo apporto di Bruno Cipolla colse l’oro ai Giochi di Città del Messico del 1968.

In verità quella messicana è un’edizione dei Giochi avara di successi per l’Italia (solo otto anni dopo a Montreal faremo ancor peggio con soli due ori…), che sale sul gradino più alto del podio con Pierfranco Vianelli nella corsa individuale su strada di ciclismo e con Klaus Dibiasi nei tuffi dalla piattaforma 10 metri, ma una bella soddisfazione giunge proprio dal canottaggio, che rinvigorisce una buona tradizione che dai tempi di Olgeni-Scatturin ha visto gli azzurri trionfare nel quattro con ad Amsterdam nel 1928, nel quattro senza a Londra nel 1948 ed ancora con il quattro con a Melbourne nel 1956.

Renzo Sambo e Primo Baran sono due ragazzi trevigiani, l’uno un omone di 190 centimetri per 90 chilogrammi, classe 1942 che esercita l’attività di orafo per gentile intercessione del sindaco della città, l’altro di un anno più giovane e che dopo i trascorsi nel ciclismo fatica come magazziniere per guadagnarsi la pagnotta. Entrambi appartengono al Dopolavoro Ferroviario di Treviso e si allenano nelle acque tortuose del fiume Sile, ed è qui che maturano quella classe e quell’esperienza che li porta in cima al mondo. Bruno Cipolla è di Cuneo, ha solo 16 anni e studia alle Magistrali, e quel 19 ottobre 1968, sul podio, piangerà tutta la sua emozione di giovanissimo medagliato d’oro della storia olimpica italiana.

L’armo azzurro non rappresenta però una sorpresa, nelle acque del canale di Cuemanco a Xochimilco, in quanto aveva già conquistato il bronzo ai Campionati Mondiali al lago di Bled del 1966 battuti da Olanda e Francia e l’oro europeo a Vichy – competizione che, di fatto, è equiparabile al Mondiale – l’anno precedente i Giochi quando Cipolla era subentrato ad Enrico Pietropolli, a sua volta sostituto di Giorgio Conte che agli Europei di Duisburg del 1965 aveva vinto l’argento.

Eppure i due canottieri veneti rischiano di non andarci nemmeno in Messico perché nell’anno preolimpico 1967 si sono rifiutati di allenarsi collegialmente lontano da Treviso, tanto da subire minacce di squalifica da parte della Federazione: l’oro di Vichy smorza le polemiche, i tre amici salgono sull’aereo in destinazione Distrito Federal e sarà la loro fortuna.

Sambo e Baran, che conoscono il campo di regata proprio per avervi disputato la gara preolimpica, non hanno problemi nel primo turno eliminatorio, qualificandosi direttamente alle semifinali senza bisogno del ripescaggio, con il secondo miglior tempo dietro all’armo tedesco orientale formato da Helmut Wollmann e Wolfgang Gunkel. Inseriti nella seconda semifinale, vincono la loro batteria scendendo sotto il limite degli 8′ e con un netto margine su Danimarca e Germania Ovest, mentre nell’altra regata sono ancora i Tedeschi Est a prevalere con un ridotto margine sull’Olanda, che dell’armo che vinse ai Mondiali di Bled ha solo Hadriaan Van Nees accoppiato stavolta a Herman Suselbeek, mentre più staccati finiscono gli Stati Uniti di Bill Hobbs e Richard Edmunds.

L’esito delle eliminatorie fa presagire un duello tra Italia e Germania Est per la medaglia d’oro, ma al momento delle operazioni di peso che preliminarmente fanno da prologo alla sfida in acqua, Cipolla non riesce a mandare l’ago della bilancia oltre i prescritti cinquanta chilogrammi. Pertanto, pur di non gareggiare con un’antipatica zavorra allacciata alla schiena, pensa bene di mettersi a bere acqua fino al raggiungimento dei fatidici 50. In gara, inaspettatamente, sono proprio i tedeschi i primi a cedere, dopo aver condotto in testa i primi 500 metri, non reggendo il ritmo dei colpi in acqua di Italia ed Olanda che si staccano per andare a contendersi la prima posizione. Van Nees e Suselbeek rilevano il testimone per remare al comando fino ai 1.500 metri quando, con Cipolla a dettare i tempi delle vogate e Sambo e Baran ad eseguire come meglio non si potrebbe, superano l’imbarcazione “orange“, che ha in Rody Rijnders l’esterrefatto timoniere che si vede scavalcare, per andare infine a tagliare il traguardo con un vantaggio di quasi 2″, 8’04″81 contro 8’06″80, mentre i tedeschi orientali, in chiaro crollo fisico per i problemi legati all’altura e forsanche psicologico, perdono anche il bronzo per l’inezia di 15/100 a beneficio dell’equipaggio danese composto da Jorn Krab e Harry Jorgensen.

L’Italia è campione olimpico del due con, 48 anni dopo Olgeni/Scatturin e 16 anni ad aprire la strada ai fratelli Abbagnale che rinnoveranno l’appuntamento con la medaglia d’oro nel 1984 a Los Angeles. Il premio? Un milione di lire dal Coni da dividersi in tre e una Fiat 500, che Sambo cambierà con una 850, lui che in quel macchinino proprio non riuscirà ad entrare per la stazza imponente. Poco male, quel che conta è che abbia messo braccia e gambe nell’armo che gli ha regalato l’immortalità sportiva, a lui, Baran e Cipolla. E ora chi li dimentica?

I “FAVOLOSI ANNI ’80” DEL GOTEBORG A LIVELLO EUROPEO

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Goteborg vincente in Coppa Uefa nel 1987 – da oldscottishfootball.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Non si può certo dire che – sport nordici a parte – il calcio sia una disciplina sconosciuta in Svezia, paese, al contrario, capace di sfornare fior di campioni, soprattutto a partire dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, che vede la Nazionale scandinava conquistare la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Londra ’48, con un attacco che schiera il futuro trio rossonero composto da Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, per poi far buona figura ai successivi Campionati Mondiali del ’50 in Brasile e giungere sino alla Finale dell’edizione da lei stessa ospitata, arrendendosi solo al Brasile di Pelè & Co.

Non male, peraltro, anche la generazione degli anni ’70, capace di qualificarsi per tre edizioni consecutive dei Mondiali (1970, ’74 e ’78) quando le partecipanti erano solo 16 e non 32 come al giorno d’oggi, in cui emergono il portiere Ronnie Hellstroem, il difensore Bjorn Nordqvist (primo calciatore a superare le 100 presenze in Nazionale …), il centrocampista Bo Larsson e, soprattutto, la schiera di attaccanti, formata da Conny Torstensson, Ove Kindvall, Ralf Edstrom e Roland Sandberg.

Ma, non diciamo di successi, ma anche solo di apparizioni in Semifinale nelle grandi manifestazioni europee a livello di Club, manco a parlarne, un po’ perché le stesse hanno avuto inizio quando l’assoluta “Generazione di Fenomeni” degli anni ’40 e ’50 era oramai agli sgoccioli della propria attività, e, più che altro, poiché i talenti venivano ingaggiati dalle ricche Società del Continente ed in particolare italiane, tra cui, oltre al già citato trio rossonero, giova ricordare Lennart Skoglund, Hans Jeppson, Arne Selmosson e Kurt Hamrin, i quali hanno fatto bella mostra di sé nella nostra Serie A, deliziando i tifosi di Inter, Napoli, Lazio, Roma, Fiorentina e Milan.

Desta pertanto non poca sorpresa il fatto che, nel ’79, la formazione del Malmoe sia non solo la prima compagine svedese a raggiungere una Semifinale nelle tre grandi Manifestazioni Continentali (Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa delle Fiere/Uefa), ma addirittura a qualificarsi per l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni – invero agevolata da sorteggi non impossibili, avendo dovuto affrontare, cammin facendo, i francesi del Monaco, i sovietici della Dynamo Kiev, i polacchi del Wisla Cracovia e gli austriaci dell’Austria Vienna – solo per essere sconfitti con il minimo scarto, da un’altra debuttante, vale a dire il Nottingham Forest di Brian Clough, in virtù di una rete messa a segno da Trevor Francis in chiusura di primo tempo.

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La rete di Francis che decide Nottingham Forest-Malmoe – da itv.com

Nel frattempo, però, si sta formando, sul suolo svedese, l’ossatura di una squadra destinata a stravolgere le gerarchie del calcio europeo, ed affidata ad un giovane tecnico poco più che 30enne e da un mediocre passato come calciatore nel ruolo di difensore, vale a dire Sven-Goran Eriksson, che proprio da questo suo inizio in Patria si costruisce la fama di apprezzato allenatore sino a guidare, in seguito, compagini famose quali Benfica, Roma, Fiorentina, Sampdoria e Lazio, per poi approdare sulla panchina della Nazionale inglese.

Il Club in questione altri non è che l’IFK Goteborg, abbreviazione di Idrottsforeningen Kamraterna Goteborg (vale a dire, Compagnia delle Associazioni Sportive Goteborg), fondato nel 1904, con nel suo conto già 7 titoli di Campione svedese, ma che, dopo l’ultimo torneo vinto nel 1969, addirittura retrocede l’anno seguente, conoscendo durante gli anni ’70, il periodo peggiore della sua ora più che centenaria Storia, con ben sei stagioni in seconda divisione, prima di riconquistare la Massima Serie nel 1976.

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Una prima formazione Göteborg anni ’80 – da corriere.it

Si può quindi ben comprendere come venga accolta quale manna dal cielo dai tifosi dei “Blavitt” (i biancoblù), la conquista della – tra l’altro prima – Coppa di Svezia (la “Svenska Cupen”) nella primavera ’79, addirittura superando con un perentorio 6-1 i rivali del Atvidabergs nella Finale disputata nel tradizionale impianto del “Rasundastadion” di Stoccolma, preludio ad un finale di stagione – ricordiamo che in Svezia il Campionato si disputa nell’anno solare, da aprile ad ottobre – concluso al secondo posto, ad una sola lunghezza di distacco dai Campioni dell’Halmstadts BK.

Tale successo nella Coppa nazionale consente al Goteborg di riaffacciarsi in Europa – a 9 anni di distanza dall’ingloriosa uscita al primo turno della Coppa dei Campioni, umiliata il 16 settembre ’70 tra le mura amiche per 0-4 dal Legia Varsavia di Deyna e Gadocha, che si afferma anche al ritorno per 2-1, a 14 giorni di distanza – stavolta impegnato in Coppa delle Coppe, dove Eriksson mette in mostra una più che organizzata fase difensiva, il che permette alla formazione svedese di capitalizzare al massimo l’unica rete di Holm che decide l’andata dei Sedicesimi di finale contro gli irlandesi del Waterford, chiudendo il ritorno sull’1-1, e quindi di limitare al minimo i danni nell’insidiosa trasferta in terra ellenica contro il Panionios, il cui 0-1 viene ribaltato al ritorno grazie ai centri di Nordin e Tord Holmgren, per poi nulla poter opporre allo strapotere dell’Arsenal che, nell’andata dei Quarti, travolge per 5-1 ad Highbury un Goteborg che si era addirittura portato in vantaggio con Torbjorn Nilsson, decretandone la relativa uscita di scena.

Un’esperienza comunque utile per i ragazzi di Eriksson, pur se la partecipazione alla Coppa Uefa dell’anno seguente si conclude al primo turno, ancora a causa di un pesante 1-5 esterno contro gli olandesi del Twente Enschede, cui la doppietta del “solito” Nilsson al ritorno non è sufficiente a ribaltare l’esito del doppio confronto, mentre sul fronte interno la stagione ’80 vede il Goteborg concludere il Torneo al terzo posto, a tre punti dall’Osters Campione, il quale si ripete l’anno seguente con i “Blavitt” stavolta secondi, ma a quattro punti di distacco.

La squadra sta comunque sempre più prendendo confidenza dei propri mezzi ed assimilando le direttive tattiche di Eriksson, fiducia che viene incrementata dai primi turni della Coppa Uefa 1981-’82 – che, ribadiamo, si disputano mentre il Campionato è alle strette finali – in cui il Goteborg dispone dapprima a proprio piacimento dei “cugini” finnici dell’Haka Valkeakoski (3-2 esterno ed agevole 4-0 al ritorno all’Ullevi), per poi incontrare non poche difficoltà per eliminare gli austriaci dello Sturm Graz (2-2 in trasferta con doppietta di Torbjorn Nilsson a recuperare lo 0-2 iniziale e 3-2 al ritorno grazie ad un rigore trasformato da Fredriksson all’89’) e quindi disporre dei rumeni della Dinamo Bucarest (doppio successo, 3-1 in casa ed 1-0 in trasferta, ancora “targato” Nilsson, autore di 3 reti nel doppio confronto), prima della pausa invernale per rivedersi a marzo in occasione dei quarti di finale che oppongono agli svedesi i temibili spagnoli del Valencia.

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Torbjorn Nilsson, capocannoniere in Coppa Uefa nel 1982 – da fotbollsmamma.se

E, come le formazioni scandinave sono avvantaggiate nei turni iniziali delle Coppe europee per il fatto di essere maggiormente rodati grazie alla calendarizzazione dei loro Campionati, così, nella decisiva fase primaverile delle stesse, scontano il fatto di essere ancora nella fase di preparazione, il che comunque non impedisce al Goteborg di dar battaglia al “Mestalla”, in una gara che si risolve in un quarto d’ora di fuoco, con gli spagnoli a portarsi avanti con il danese Arnesen dopo appena 5’, per vedersi raggiunti e superati da un micidiale uno-due nell’arco di 2’ firmato Ruben Svensson e, tanto per cambiare, Nilsson, prima che ancora Arnesen sigli il punto del definitivo 2-2 poco dopo il 15’ del primo tempo, un risultato che al ritorno i ragazzi di Eriksson mettono al sicuro con un franco 2-0 siglato da Tommy Holgrem e da un rigore di Fredriksson.

Giunti alle fasi conclusive del torneo, per il Goteborg si presenta lo spauracchio costituito dai tedeschi del Kaiserslautern, che nel turno precedenti si erano permesso il lusso di umiliare nientemeno che il Real Madrid, ribaltando al “Betzembergstadion” l’1-3 patito al Santiago Bernabeu infliggendo ai “Blancos” una delle loro più pesanti sconfitte in campo europeo, un 5-0 che non ammette repliche.

Oltretutto, a difesa dei pali della porta tedesca, vi è una vecchia conoscenza del calcio svedese, vale a dire quel Ronnie Hellstrom per 77 volte titolare del ruolo in Nazionale, ma che deve capitolare all’andata in terra renana di fronte alla rete di Corneliusson che ristabilisce la parità dopo l’iniziale vantaggio teutonico con Hofeditz, rimandando la decisione circa il passaggio del turno al ritorno in Svezia, sentenza che necessita del prolungamento ai supplementari dopo l’1-1 al 90’ che rispecchia il risultato dell’andata e che viene decretata da un calcio di rigore trasformato al 103’ ancora da Fredriksson, sempre implacabile dal dischetto.

Seconda squadra scandinava della storia a raggiungere una Finale europea dopo il già citato Malmoe, il Goteborg, a detta degli addetti ai lavori, non dovrebbe far altro che rispettare il ruolo della vittima sacrificale di fronte ai “Panzer” dell’Amburgo, da 4 anni a contendere al Bayern la leadership in Patria, con i successi in Bundesliga ’79 ed ’82 ed il secondo posto nel 1980 ed ’81 alle spalle dei bavaresi, nonché sconfitti nella Finale di Coppa dei Campioni ’80, e che possono contare tra le proprie file fior di nazionali, quali il terzino Manfred Kaltz, il difensore centrale Dittmar Jakobs, il centrocampista Felix Magath ed il centravanti Horst Hrubesch, quest’ultimo realizzatore in Finale della doppietta con cui la Germania si era aggiudicato il Campionato Europeo ’80 contro il Belgio.

Lascia pertanto alquanto perplessi l’atteggiamento rinunciatario messo in mostra dagli anseatici nella gara di andata del 5 maggio allo Stadio Ullevi, punito da una rete di Tod Holmgren a 3’ dal termine che regala al Goteborg uno stretto margine da amministrare al ritorno in terra tedesca, atteggiamento giustificato dai media con la necessità di non sprecare eccessive energie, visto che sono anche in lotta per il titolo, con due soli punti di vantaggio sul Colonia a quattro giornate dal termine della Bundesliga.

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La rete di Holmgren che decide l’incontro – da twb22.blogspot.it

Vantaggio che resta invariato quando di turni ne restano solo due, ed i 60mila che gremiscono il 19 maggio ’82 il Volksparkstadion di Amburgo si attendono di poter festeggiare il loro secondo Trofeo continentale, dopo la Coppa delle Coppe conquistata nel ’77 a spese dell’Anderlecht, dovendosi però render conto che l’impresa è molto più difficile del previsto, specie quando, poco prima della mezz’ora, Corneliusson raccoglie al volo un traversone dalla sinistra di Holmgren per trafiggere Stein, facendo sì che adesso ai tedeschi servano ben tre reti se vogliono alzare la Coppa.

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Il rigore del definitivo 3-0 trasformato da Fredriksson – da ndr.de

Impresa che diventa materialmente impossibile nel momento in cui, poco dopo l’ora di gioco, Torbjorn Nilsson, lanciato in contropiede, beffa la retroguardia amburghese per trafiggere ancora Stein e siglare il suo personale nono goal che lo rende il Capocannoniere della Manifestazione, con il freddo Fredriksson a chiudere definitivamente i discorsi trasformando, 4’ dopo, un rigore concesso per fallo sullo stesso Nilsson per il 3-0 conclusivo che incorona Eriksson ed i suoi ragazzi sul trono d’Europa.

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Si festeggia la conquista della Coppa Uefa 1982 – da ifkgoteborg.se

Stagione che per il tecnico svedese ed i suoi ragazzi è ben lungi dal considerarsi conclusa, visto che al trionfo in Europa seguono la conquista della Coppa nazionale (3-2 in Finale all’Osters) ed il ritorno al titolo a 13 anni di distanza dall’ultimo successo, superando in volata l’Hammarby di un solo punto.

L’aver ottenuto uno storico “Triplete” determina non solo l’abbandono di Eriksson, il quale va a sedersi sulla panchina del Benfica, ma anche il consueto “saccheggio” dei migliori elementi da parte di altri Club Europei, con Nilsson ad accasarsi al Kaiserslautern, Corneliusson ad approdare allo Stoccarda per poi vestire, per 5 anni consecutivi, i colori del Como, e Stromberg a seguire il tecnico al Benfica solo per trasferirsi, ad un anno di distanza, in Italia e divenire un beniamino dei tifosi dell’Atalanta, di cui indossa la relativa maglia per ben 8 stagioni di seguito, finendovi la carriera.

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Stromberg in maglia Goteborg – da zonacesarini.it

Ovvio che questo è il destino delle zocietà che sono costrette a cedere i pezzi pregiati per esigenze di bilancio, ma dover ricostruire quasi da zero l’organico non è impresa facile e difatti, nonostante il Goteborg si confermi Campione anche nei successivi anni ’83 ed ’84, sul fronte internazionale lo scotto viene pagato con l’eliminazione al primo turno di Coppa delle Coppe ad opera degli ungheresi dell’Ujpest a settembre ’82, e miglior sorte non ottiene il ritorno in Coppa dei Campioni, pur se il sorteggio non è certo benevolo, abbinando agli svedesi i giallorossi della Roma (poi Finalista …) al primo turno, arrendendosi a Falçao & Co. per 0-3 all’Olimpico, ma salvando l’onore con il successo per 2-1 al ritorno.

Una miglior sorte consente al Goteborg di avanzare sino ai quarti di finale della Coppa Campioni ’85, superando per la norma delle reti segnate in trasferta i belgi del Beveren agli Ottavi, dopo aver sommerso sotto una valanga di reti (17-0 il conto complessivo …!!) i malcapitati lussemburghesi dell’Avenir Beggen al primo turno, solo per essere eliminati in primavera dal Panathinaikos, risultando fatale la sconfitta interna per 0-1 all’andata.

A questo punto, la dirigenza svedese punta sul ritorno in panchina di Gunder Bengtsson, già vice di Eriksson, di cui aveva preso il posto nella parte conclusiva del vittorioso Campionato ’82 quando il tecnico di Torsby aveva preso la strada di Lisbona, e che, nel frattempo, ha vissuto esperienze alla guida dei norvegesi del Valerengen e dei portoghesi del Nacional.

La scelta si rivela quanto mai azzeccata, in quanto, alla sua prima stagione, riesce a condurre il Goteborg sino alla semifinale di Coppa dei Campioni dopo aver eliminato i bulgari del Trakia Plovdiv (3-2 e 2-1), i turchi del Fenerbahçe (4-0 ed 1-2) e gli scozzesi dell’Aberdeen (2-2 esterno e 0-0), compiendo la clamorosa impresa di sconfiggere 3-0 all’andata il Barcellona (doppietta del figliol prodigo Nilsson ed acuto di Holmgren), solo per vedersi rendere la pariglia al Camp Nou (tripletta di “Pichi” Alonso) ed uscire ai calci di rigore.

Una cocente delusione, che però Bengtsson trasforma in motivazione affinché i giocatori diano il massimo di sé nella successiva – e, sulla carta, più abbordabile – Coppa Uefa, con la speranza di rinverdire i fasti di 5 anni prima, affrontata con una squadra il cui più esperto è il difensore Glenn Hysen, già protagonista, al pari di Tord Holmgren, del successo del 1982 e rientrato alla base dopo un’esperienza in Olanda nel Psv Eindhoven, mentre in attacco, ritiratosi Nilsson, si fa affidamento sulla maturazione del centravanti Stefan Pettersson e sulle capacità realizzative del non più giovane Lennart Nilsson, prelevato dall’Elfsborg.

L’inizio è dei più promettenti, con i cechi del Sigma Oloumuc spazzati via con un secco 4-0 dopo l’1-1 in trasferta all’andata, così come il 2-0 all’Ullevi viene amministrato al ritorno contro i tedeschi orientali dello Stahl Brandeburgp ai Sedicesimi, e la fase ascendente del Torneo si conclude alla grande con un doppio successo (1-0 in trasferta e 4-0 tra le mura amiche) contro i belgi del Gent, con quattro giocatori diversi ad andare a segno, a dimostrazione della bontà degli schemi di Bengtsson.

Il risveglio, a primavera, è però da incubi, a seguito dell’abbinamento contro gli italiani dell’Inter dalla pressoché impenetrabile difesa imperniata su Zenga, Bergomi, Ferri e Passarella, e, difatti, l’andata in Svezia si conclude sullo 0-0 di partenza, e quando, al ritorno a San Siro, una clamorosa autorete di Fredriksson sblocca il risultato a favore dei nerazzurri, è opinione comune che il cammino del Goteborg sia ai titoli di coda, ma la rete del pari di Pettersson a meno di un quarto d’oro dal termine, abile a ribadire in rete una corta respinta di Zenga su precedente colpo di testa, rovescia le sorti della qualificazione, consentendo agli svedesi di accedere alla loro semifinale consecutiva a livello europeo, avversari gli austriaci del Tirol Innsbruck che, a loro volta, avevano fatto fuori l’altra italiana, il Torino.

Ancora l’incontro di andata si risolve in una goleada per gli svedesi, che travolgono per 4-1 i loro avversari, ma stavolta l’esito al ritorno rispetto a 12 mesi prima è ben diverso, con una rete di Michael Andersson (prelevato dall’Hammarby) a decidere l’incontro e consentire l’accesso alla seconda Finale della storia del Club, avversari gli scozzesi del Dundee United che, a loro volta, si sono trasformati in “Giants killing” (come si usa dire nella terra di Albione), avendo eliminato dapprima il Barcellona di Mark Hughes e Hary Lineker nei Quarti e quindi il Borussia Monchengladbach in semifinale, in entrambi i casi espugnando il campo delle rivali.

Un avversario, pertanto, da affrontare con le molle, sicuramente meno temibile rispetto all’Amburgo del lustro precedente, ma che fa della difesa il suo punto di forza (una sola rete subita dal Barcellona ed una dal Borussia nei precedenti doppi confronti …), in cui spiccano i nazionali Malpas, Narey ed Hegarty, e, del resto, anche il tasso tecnico della compagine svedese è di gran lunga inferiore a quello di inizio anni ’80.

Peraltro, la gara di andata, disputata il 6 maggio ’87 allo Stadio Ullevi, ricalca a grandi linee la sfida con l’Amburgo, con le squadre decise a non scoprirsi troppo ed, ora come allora, è sufficiente una sola rete, messa a segno da Stefan Pettersson, il quale raccoglie di testa un corner da sinistra al 38’, a sancire il successo della formazione scandinava.

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Le squadre scendono in campo al ritorno a Dundee – da gettyimages.co.uk

Un vantaggio minimo, da difendere con le unghie e con i denti due settimane dopo al Tannadice Park di Dundee, ma che viene capitalizzato al massimo allorché, a metà primo tempo, Lennart Nilsson ripaga i soldi spesi per il suo ingaggio raccogliendo un rilancio lungo della difesa, per liberarsi al limite dell’area di rigore e scagliare un velenoso destro rasoterra che coglie impreparato il portiere avversario, Billy Thomson.

Ed anche se, allo scoccare dell’ora di gioco, Clark realizza il punto del pari per i padroni di casa, nei successivi 30’ la difesa svedese tiene ed il capitano Glenn Hysen può orgogliosamente alzare al cielo il Trofeo, prima di decidere anche lui di monetizzare le proprie qualità, accasandosi dapprima alla Fiorentina e quindi al Liverpool.

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Fredriksson ed Hysen festeggiano la conquista della Coppa – da uefa.com

Per il Goteborg gli anni di gloria non sono certo finiti, visto che in sette anni, dal 1990 al ‘96, si aggiudica per ben 6 volte (con la sola eccezione del ’92) il titolo nazionale, ma l’allargamento delle partecipanti alla neonata Champions League non consente più di eccellere a livello continentale, fatto salvo il cammino nell’edizione ’95 allorquando, inserito in un Girone con Barcellona, Manchester United e Galatasaray, si classifica sorprendentemente al primo posto, per poi essere eliminato dal Bayern ai Quarti solo per le reti segnate in trasferta, restando così solo i “Favolosi anni ‘80” quelli che consegnano la squadra svedese alla Gloria Continentale …