MARCO VAN BASTEN, IL CIGNO CHE HA SMESSO DI CANTARE TROPPO PRESTO

CALCIO
Marco van Basten con il “Pallone d’Oro” ’92 – da:acmilan.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il 3 aprile 1982 è un sabato qualunque, a primavera appena sbocciata, e nel Campionato olandese l’Ajax sta tentando di tornare sul trono che quasi le spetta di diritto, dopo aver dovuto abdicare l’anno prima allo strapotere di una AZ ’67 Alkmaar allenata dal tecnico tedesco George Kessler, capace, nella stessa stagione, di giungere anche alla doppia Finale di Coppa Uefa, arrendendosi di fronte agli inglesi dell’Ipswich Town.

Per cercare di riconquistare la leadership perduta, il Club di Amsterdam riesce a far rientrare in Patria, dopo otto anni di esilio tra Spagna e Nord America, il “figliol prodigoJohan Cruijff, oramai 34enne, chiamato a far da “chioccia” ad un gruppo di giovani promesse “under 21”, tra cui si annoverano il terzino Sonny Silooy, i centrocampisti Frank Rijkaard e Gerald Vanenburg, assieme al danese Jesper Olsen, mentre in attacco brilla il biondo Win Kieft.

Quel sabato, al vecchio Stadio “De Meer”, l’impegno non è dei più proibitivi, in quanto l’Ajax ospita il NEC Nijmegen, compagine di medio-bassa classifica e che al riposo è già sotto per 0-2, con il risultato sbloccato proprio da Cruijff dopo 7’ e raddoppio di Schoenaker alla mezzora.

Cruijff che, però, chiede il cambio nell’intervallo e leggenda vuole che sia proprio lui a suggerire al tecnico tedesco Kurt Linder, alla sua unica stagione al Club e che certamente “subisce” il carisma del “Profeta del goal”, il nome del suo sostituto, facendo il nome di un 17enne di belle speranze.

Nasce così la carriera da professionista di Marco van Basten da Utrecht, dove vede i natali il 31 ottobre 1964, ad una settimana di distanza dal trionfo del suo (al momento …) più celebre cittadino a livello sportivo, ovverossia il judoka Anton Geesink che conquista la medaglia d’oro nella Categoria Open alle Olimpiadi di Tokyo, di fronte ai Maestri giapponesi di cui sconfigge in Finale l’idolo di casa.

Per sapere chi fosse quell’imberbe ragazzino (di età, ma non di statura …) sarebbe servito seguire le squadre giovanili della sua città natale, essendo passato attraverso i’EDO e l’UVV, dove milita dai 6 ai 15 anni, per poi accasarsi nell’estate ‘80 allo USV Elinkwijk, formazione da cui l’Ajax lo preleva l’anno seguente.

A dire il vero, non che altri non si fossero accorti delle sue qualità, primo fra tutti il famoso tecnico olandese Leo Beenhakker che all’età di 13 anni cerca invano di tesserarlo per il Feyenoord, di cui cura il settore giovanile per poi, ironia della sorte, passare proprio ad allenare l’Ajax nel biennio 1979-’81 e dunque trasferirsi in Spagna, alla guida del Real Saragozza, proprio mentre van Basten approda ad Amsterdam …

Ci mette comunque poco, il futuro “Pallone d’Oro”, a farsi apprezzare dai suoi nuovi tifosi, visto che al 67’, esattamente a metà ripresa, sigla il punto del 3-0 – la gara finisce poi con un largo 5-0 a favore dei “lancieri” – per quella che, a tutti gli effetti, è la sua prima rete ufficiale a livello professionistico.

Impegnato com’è a tenere a bada il tentativo di rimonta del PSV Eindhoven – schiantato due settimane dopo allo “Stadio Olimpico” per 3-0 nel match che, di fatto consegna il titolo a Cruijff & Co. – il tecnico Kessler rinuncia nel prosieguo del torneo a valersi delle prestazioni del giovanissimo attaccante, visto peraltro che può contare sulla forma smagliante di un Kieft che, con le sue 32 reti realizzate, si aggiudica la “Scarpa d’oro” come miglior Cannoniere europeo.

Ed anche se, per gli statistici, a van Basten viene attribuito il titolo ’82, riteniamo che lui per primo non se lo senta suo, per poi iniziare a ritagliarsi uno spazio ben più importante a partire dalla stagione successiva, in cui scende in campo in 20 occasioni, di cui 13 da titolare e mette a segno 9 reti, fornendo pertanto un valido contributo alla conferma quale squadra Campione d’Olanda, cui abbina la conquista della KNVB-Beker (la Coppa nazionale), superando nella doppia Finale – con due 3-1, sia esterno che tra le mura amiche – proprio il NEC Nijmegen, indubbiamente “squadra del destino” nella vita sportiva del non ancora 19enne Marco.

E’ tempo di cambiamenti, in casa Ajax, dove come tecnico Aad de Mos ha rilevato Linder, e per van Basten è il momento dell’investitura a leader del reparto offensivo, visto che Wim Kieft – il quale alle 32 reti del 1982 ne aveva aggiunte 19 l’anno seguente – si trasferisce in quella che, all’epoca, è considerata “l’Eldorado del Calcio”, vale a dire la nostra Serie A, dove anche i Club di non grandi dimensioni possono assicurarsi talenti di livello e, nel caso in esame, il biondo centravanti approda nientemeno che al Pisa.

Ma se ne va anche Cruijff, che quasi come una forma di risarcimento per le vittorie ottenute a loro spese tra la metà degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, conclude la sua straordinaria Carriera con un’ultima stagione a Rotterdam nelle file degli “storici” rivali del Feyenoord e, come se la sua presenza sia un talismano, i biancorossi portuali tornano ad aggiudicarsi il titolo a 10 anni esatti di distanza per quello che di Cruijff è, viceversa il suo nono a livello personale, decimo se si considera anche la Liga spagnola del 1974.

Ed, ai cronisti che gli chiedono, al momento dell’addio, quale possa essere il futuro dell’Ajax senza di lui, il sornione Johan non ha dubbi nel rispondere, con un sorrisetto stampato sul volto e pronunciando due semplici sillabe: “van Basten”.

Che Cruijff sia un grande conoscitore di calcio nessuno lo può contestare, che non ci volesse molto a riconoscere nel 20enne di Utrecht le stimmate del Campione è altrettanto ovvio, ma crediamo che non avrebbe mai pensato che una tale investitura ufficiale di “suo erede” sarebbe giunta in modo così eclatante e proprio ai suoi danni, ovverossia il 18 settembre ’83 allorché Ajax e Feyenoord si affrontano allo “Stadio Olimpico” di Amsterdam, impianto che ai “lancieri” viene concesso solo per tale occasione, al fine di riempirne la relativa capienza di 40mila spettatori.

Anche se poi, come detto, il titolo della Eredivisie andrà al Feyenoord, il pomeriggio di quella domenica Cruijff subisce l’onta della più umiliante sconfitta della sua carriera, un 8-2 (!!) in cui a fare la parte del leone è proprio van Basten, autore di una tripletta.

Un’annata senza trofei è dura da mandar giù in casa Ajax, anche se van Basten può consolarsi con il titolo – il primo di quattro consecutivi – di Capocannoniere, con una media superiore ad un goal a partita, esattamente 28 reti in 26 gare disputate, per poi confermarsi l’anno seguente, allorché le sue 22 reti in 33 incontri contribuiscono al ritorno al titolo per il Club di Amsterdam.

Di questo ragazzo che segna goal a grappoli si accorge anche il Commissario Tecnico della nazionale Kees Rijvers – l’allenatore del primo grande PSV della seconda metà degli anni ’70 – che lo fa esordire il 7 settembre ’83 a Groningen nel successo per 3-0 sull’Islanda in un incontro valido per le qualificazioni agli Europei ’84, per poi andare per la prima volta a segno due settimane dopo siglando la rete olandese nel pari per 1-1 contro il Belgio in amichevole.

La vittoria in Campionato fa sì che per van Basten si schiudano le porte per l’esordio in Coppa dei Campioni, ma il sorteggio tutt’altro che benevolo che accoppia l’Ajax agli ostici lusitani del Porto ne determina l’uscita (0-2 e 0-0) già al primo turno, ragion per cui vi è spazio per riscattarsi in Campionato per una compagine che però alterna vittorie roboanti a prestazioni sconcertanti, come dimostrano le 7 sconfitte complessive rispetto alla sola dl un PSV Eindhoven che dà inizio al suo secondo ciclo vincente, con tanto di sei titoli in sette stagioni.

Le 125 reti complessivamente realizzate in 34 partite testimoniano la filosofia di calcio di Cruijff che fa il suo esordio come allenatore e van Basten ne beneficia con i 37 centri in 26 incontri che gli consentono di aggiudicarsi la “Scarpa d’Oro” europea, per poi incrementare la sua collezione di trofei con la vittoria della KNVB-Beker superando 3-0 in Finale il RBC Roosendaal.

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Rovesciata di van Basten contro l’AZ ’67 – da:visport.nl

Atteggiamento che l’Ajax mantiene anche nella stagione successiva, causa anche la perdita di due pedine fondamentali quali Ronald Koeman in difesa e Vanenburg a centrocampo, andati a rinforzare il PSV Eindhoven che, difatti, si conferma Campione, così come van Basten Capocannoniere nuovamente – e per la terza volta in quattro anni – con una media superiore ad un goal a partita (31 centri in 27 presenze), ma è il finale di stagione a riservare sorprese per il protagonista della nostra storia.

In Italia, difatti, dal febbraio 1986 una Società gloriosa, ma sull’orlo del fallimento, come il Milan era stato rilevato da un imprenditore di successo quale Silvio Berlusconi, il quale nel suo primo mercato estivo non aveva badato a spese, accaparrandosi le prestazioni di giocatori quali il portiere Giovanni Galli, il difensore Dario Bonetti, il centrocampista Roberto Donadoni e gli attaccanti Daniele Massaro e Giuseppe Galderisi, investimenti che non avevano sortito l’effetto sperato, con i rossoneri che concludono al quinto posto a pari punti con la Sampdoria, riuscendo a strappare la qualificazione per la Coppa Uefa solo grazie al vittorioso spareggio con i blucerchiati.

Della rosa milanista fanno parte, a scadenza di contratto, i due inglesi Ray Wilkins e Mark Hateley, ed ecco quindi farsi avanti la necessità di pensare alla coppia di stranieri per la stagione successiva e caso vuole che al Presidente rossonero vengano fatte visionare delle cassette che propongono le reti del centravanti olandese e dire che si tratti di “amore a prima vista” è sin troppo facile …

Oltretutto, al Milan scoprono che van Basten è in scadenza di contratto, ragion per cui, una volta convinto ad accettare l’offerta del Club per trasferirsi in Italia, all’Ajax deve essere riconosciuto solo l’indennizzo all’epoca previsto dalle norme Uefa, pari ad 1,8miliardi di vecchie lire, “bruscolini” per un Campione di tale livello, a cui viene abbinato il più reclamizzato connazionale Ruud Gullit, per strappare il quale al PSV Eindhoven Berlusconi deve stavolta mettere mano al portafoglio, staccando un assegno da ben 13,5miliardi, cifra record al momento per il Club di via Turati.

Raggiunto l’accordo per il trasferimento nel Bel Paese, van Bastem non è certo il tipo di andarsene “senza salutare” ed, oltre alle 31 reti già ricordate – che però risultano ininfluenti nella corsa al titolo, nuovamente appannaggio del PSV Eindhoven – ha in serbo due graditissimi regali d’addio per i suoi tifosi.

Dapprima, scende in campo il 13 maggio ’87 allo Stadio Olimpico di Atene per la Finale di Coppa delle Coppe – manifestazione in cui è già andato a segno 5 volte nei primi quattro turni – contro i tedeschi del Lokomotiv Lipsia, sfida che è decisa da una sola rete, messa a segno al 21’ da chi se non da colui per il quale è già stato coniato l’appellativo de “Il Cigno di Utrecht” per testimoniarne la grazia e l’eleganza, che va a chiudere, imperioso sul primo palo, con un colpo di testa a schiacciare alle spalle del portiere avversario un invitante cross dal fondo di John van’t Schip.

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L’Ajax festeggia la Coppa delle Coppe ’87 – da:footballwhispers.com

E, dopo aver consentito al Club che lo ha lanciato di tornare a festeggiare un Trofeo Continentale che in bacheca mancava dalla Finale di Belgrado ’73 di Coppa dei Campioni, ecco che il 5 giugno ’87 tocca ad un’altra Finale, quella della KNVB-Beker che si disputa a L’Aja, contro i padroni di casa del Den Haag (che non sarebbe altro che la dizione olandese de L’Aja …), in un ambiente non proprio favorevole, visto che spesso i confronti tra le due compagini vedono verificarsi scontri tra tifosi.

Sfida “rognosa”, verrebbe da dire, e che si conferma tale, con Boere a replicare all’iniziale vantaggio di Bosman (John, non quel Jean-Marc, giocatore belga che poi darà vita alla famosa sentenza che rivoluziona il mondo del calcio …), al quale tocca il compito di prolungare la sfida ai supplementari, siglando a 7’ dal termine il punto del 2-2 dopo che a portare in vantaggio il Den Haag era stato l’inglese Tony Morley, giunto in Olanda a giocarsi gli ultimi spiccioli di carriera dopo i fasti all’Aston Villa con tanto di conquista della Coppa dei Campioni ’82.

E, come un pittore che rifinisce con il suo tocco un quadro dipinto da un allievo, così van Basten delizia per un’ultima volta i propri tifosi con la doppietta che, a cavallo tra la fine del primo e l’inizio del secondo supplementare, spegne i sogni di gloria dei padroni di casa per il 4-2 definitivo che gli consente altresì di concludere la stagione alla stupefacente quota di 44 reti complessive (31 in campionato, 7 in Coppa e 6 in Europa) mai più raggiunta in seguito.

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Van Basten con la KMVB-Beker ’87 – da:wikipedia.org

Medie che sarebbero potute essere ancor maggiori se il 1986 non si fosse dimostrato un’annata infelice da un punto di vista strettamente sanitario per van Basten che è colto da un’epatite virale a marzo che gli fa saltare quasi tutta la parte finale della stagione, per poi subire il 7 dicembre, nel match esterno con il Groningen, un infortunio alla caviglia destra per il quale, uscito dal campo alla mezzora, è costretto ad operarsi in Svizzera per poi far rientro in campo dopo tre mesi, a fine marzo ’87 non avendo disputato solo poche partite in virtù della lunga pausa invernale presente in Olanda.

Marco sbarca in Italia lasciando in Olanda un’eredità “mostruosa” di 153 reti in 172 gare complessivamente disputate (media 0,89 a partita …!!) per approdare in un Milan i cui tifosi già sognano di tornare agli antichi splendori che non vedono i rossoneri conquistare il titolo dallo “Scudetto della Stella” del 1979, avendo nel frattempo dovuto subire l’onta anche di due retrocessioni in Serie B ed a far fantasticare vi sono anche le immagini delle prestazioni dei due olandesi che vengono riproposte dalle Tv di Mediaset, il network del Patron Berlusconi, il quale, dal canto suo, gioca molte delle sue fiches su di un tecnico emergente, tal Arrigo Sacchi da Fusignano che, con il suo Parma, compagine Cadetta, è stato capace, in tre gare di Coppa Italia della stagione precedente, di non far segnare un solo goal al Milan, andando per di più ad espugnare per due volte il terreno di San Siro.

Ce n’è più che a sufficienza per convincere Berlusconi che sia lui “l’uomo della provvidenza”, a cui affidare i suoi ragazzi, e pazienza se è costretto ad accettare che a fargli compagnia approdino a Milanello anche Mussi, Bianchi e Bortolazzi, regalando peraltro al nuovo tecnico l’ultima “ciliegina” con l’acquisto di Carlo Ancelotti dalla Roma – pur se anch’esso con già due gravi infortuni alle spalle – mentre è Sacchi a richiedere, venendo accontentato, il tesseramento dall’Udinese del mediano Angelo Colombo, pedina fondamentale nello scacchiere del tecnico romagnolo.

Van Basten che si presenta ai suoi nuovi tifosi il 23 agosto ’87 a San Siro per la gara inaugurale del Girone eliminatorio di Coppa Italia contro il Bari e – curiosamente proprio come all’esordio nell’Ajax contro il NEC Nijmegen – la gara si conclude sul medesimo punteggio di 5-0 ed anche stavolta tocca a lui realizzare la terza rete, cui ne sue una seconda nel successo per 2-1 a Como, la doppietta con cui il Milan si impone 2-0 a Monza ed una quinta nel pari interno per 2-2 con la “bestia nera” Parma, passato ora tra le mani di Zeman.

Tutto pronto quindi, per l’esordio in Campionato, che avviene il 13 settembre a Pisa, con i rossoneri a sbloccare in avvio con Donadoni e quindi, dopo il temporaneo pareggio di Cecconi per i nerazzurri toscani, toccare al duo olandese Gullit (con un imperioso colpo di testa) e van Basten, trasformando un rigore fatto ripetere due volte, fissare il punteggio sul 3-1 definitivo.

Un avvio da sogno, perfetto, anzi troppo, perché possa durare, specie per il centravanti olandese che sembra l’ombra di sé stesso, incapace di ripetere le giocate che lo hanno reso famoso in Patria ed il perché è presto detto, dipende da un problema alla caviglia sinistra che lo costringe a sottoporsi ad un altro intervento chirurgico che lo tiene fuori dal terreno di gioco per cinque mesi e mezzo.

Fortunatamente per il Milan, dopo un avvio stentato, gli schemi di Sacchi vengono a poco a poco assimilati ed il distacco dal Napoli Campione d’Italia progressivamente a ridursi sino a 4 punti a 6 giornate dal termine, quando il 10 aprile ’88 a San Siro i rossoneri ospitano un Empoli alla disperata ricerca di punti salvezza e van Basten fa la sua riapparizione accomodandosi in panchina.

Ma la gara non si sblocca, e Sacchi “gioca la carta” dell’olandese inserendolo in avvio di ripresa al posto di Virdis, venendone ripagato con quello che lo stesso van Basten definirà come “il goal più importante” della sua carriera, realizzato al 61’ allorché, ricevuta palla poco fuori area, con una finta di corpo sbilancia il proprio avversario diretto per crearsi lo spazio giusto per una conclusione potente ed angolata che non lascia spazio a Drago, potendo così esibirsi in un’esultanza liberatoria.

Mancano cinque giornate al termine e, complice un calo dei partenopei, l’1 maggio il Milan ha l’occasione, nello scontro diretto al San Paolo, di sopravanzarli in Classifica, con van Basten ancora a partire dalla panchina, per poi essere inserito in avvio di ripresa al posto di Donadoni, con Sacchi a giocarsi il tutto per tutto dopo che in chiusura di primo tempo una magistrale punizione calciata da Maradona aveva annullato l’iniziale vantaggio rossonero siglato da Virdis.

Mossa azzeccata, in quanto sono proprio ancora Virdis e lo stesso olandese a mettere a segno nel secondo tempo le due reti che consentono al Milan di guadagnare la testa della Classifica per poi tornare a festeggiare uno scudetto atteso da nove, lunghissimi anni.

Una stagione cui, per van Basten, non manca neppure il lieto fine – come se si trattasse di una fiaba di Andersen – costituito dai Campionati Europei in programma in Germania, per i quali viene convocato dal Commissario Tecnico Rinus Michels assieme agli altri due centravanti Bosman (che con l’Ajax ha realizzato 25 reti, suo massimo in carriera per singola stagione …) e Kieft, rientrato al PSV Eindhoven dopo l’esperienza in Italia e che di reti ne ha totalizzate 29 aggiudicandosi il tris costituito da Campionato, KNVB-Beker e Coppa dei Campioni.

Una concorrenza interna da paura che induce Michels a puntare su Bosman nella gara d’apertura contro l’Urss per poi “viraresu van Basten nella decisiva sfida con l’Inghilterra, venendo ripagato con una tripletta – fantastica la rete a fine primo tempo che sblocca il risultato, piroetta su se stesso spalle rivolte alla porta che manda in confusione Adams per poi fulminare Shilton con un diagonale di sinistro – per il 3-1 che elimina gli inglesi, dovendo poi ringraziare il subentrato Kieft che, ad 8’ dal termine, realizza l’unica rete nel match contro l’Eire che certifica il passaggio alle Semifinali.

Semifinale che vede l’Olanda opposta ad Amburgo ai padroni di casa tedeschi, per quella che si annuncia come una rivincita della Finale di Monaco ai Mondiali ’74 e che ha, curiosamente, l’identica sequenza di reti, ma a parti invertite, con la Germania, stavolta, a passare in vantaggio su rigore con Matthaeus per essere raggiunta da Ronald Koeman sempre dal dischetto prima che, con la sfida orientata verso i supplementari, van Basten estragga dal cilindro una magia che gli consente di anticipare in scivolata Kohler su lancio di Wouters ed infilare in diagonale l’esterrefatto Immel.

Colpo da maestro – che Kohler non gli perdonerà mai, “vendicandosi” sulle sue martoriate caviglie nelle sfide Milan-Juve della nostra Serie A – che impallidisce rispetto a quanto van Basten è capace di fare in Finale contro l’Unione Sovietica di Valeriy Lobanovski, per un confronto tra “Fautori del Calcio totale” con l’olandese Michels, il creatore del grande Ajax della seconda metà degli anni ’60, nonché già Commissario Tecnico ai ricordati Mondiali di Germania ’74.

Con analogo teatro lo “Olympiastadion” di Monaco di Baviera come 14 anni prima, accade che al 9’ della ripresa, con l’Olanda in vantaggio per 1-0 grazie ad un colpo di testa di Gullit sul finire del primo tempo, un’azione di rimessa veda Arnold Muhren eseguire un lungo spiovente dalla sinistra che pesca van Basten in posizione defilata, all’altezza del vertice dell’area di porta, ma spostato vicino alla linea dell’area di rigore.

Qualunque “essere normale” avrebbe stoppato la sfera per poi cercare il dribbling sul difensore e procurarsi lo spazio per la conclusione, ma l’istinto del non ancora 24enne di Utrecht gli consiglia di tentare la conclusione al volo, di quelle che si è soliti definire “da posizione impossibile”, solo che il suo destro disegna una traiettoria perfetta che va ad insaccarsi nell’angolo opposto a quello di tiro con una parabola che scavalca l’attonito Dasaev …

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Il favoloso goal di van Basten contro l’Urss in Finale – da:telegrafi.com

Una rete che consacra van Basten ai vertici assoluti del Calcio europeo se non mondiale e che, oltre a consentire all’Olanda di aggiudicarsi quello che, a tutt’oggi, è l’unico Trofeo della sua Storia, fa sì che, a fine anno al centravanti rossonero sia assegnato il prestigioso trofeo del “Pallone d’Oro” messo in palio dal settimanale francese “France Football” succedendo al connazionale Gullit, terzo olandese ad ottenere tale riconoscimento in un podio che vede lo stesso Gullit al secondo e Frank Rijkaard al terzo posto.

Già Rijkaard, colui per il quale Sacchi entra in rotta di collisione con il Presidente Berlusconi che si era nuovamente “innamorato”, stavolta dell’argentino Claudio Borghi, ma che alla fine vede spuntarla il tecnico di Fusignano il quale ha saggiamente individuato nel creolo il metronomo ideale per far fare al suo Milan il definitivo salto di qualità a livello internazionale per riportare in Italia quella Coppa dei Campioni che manca da 40 anni, allorché i rossoneri sconfissero 4-1 in Finale a Madrid proprio l’Ajax di un 22enne Cruijff, con tripletta di uno scatenato Pierino Prati ed il Capitano Rivera a costruirsi le preferenze per l’assegnazione del “Pallone d’Oro” a fine anno.

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Van Basten con il “Pallone d’Oro” 1988 – da:ilpost.it

Un van Basten rigenerato dallo strepitoso finale della precedente stagione si presenta alla ribalta internazionale con una quaterna nel 5-2 ai malcapitati bulgari del Vitosha (ex Levski) Sofia per poi ottenere una mano dalla buona sorte allorché, nella gara di ritorno del secondo turno a Belgrado contro la Stella Rossa la stessa viene interrotta al 57’ per nebbia sul punteggio di 1-0 per i padroni di casa che avrebbe significato eliminazione per i rossoneri.

La ripetizione del giorno dopo, con un Milan incerottato e privo di molti dei suoi uomini migliori, cui si aggiunge Donadoni colpito duro alla testa e rimpiazzato da Gullit a metà servizio, vede una grande prova d’orgoglio degli uomini di Sacchi che, dopo essere passati in vantaggio con un colpo di testa di van Basten, neutralizzato da Stojkovic appena 4’ dopo, riescono ad emergere nella lotteria dei calci di rigore dove il protagonista stavolta è Giovanni Galli che neutralizza le conclusioni di Savicevic e Mrkela.

Con il Campionato deciso a favore dell’Inter che Trapattoni conduce alla quota record di 58 punti (siamo ancora nell’epoca dei 2 punti a partita …), van Basten sfritta le giornate in calendario per affinare la sua “confidenzacon il goal mettendone a segno 19 – secondo a pari merito con Careca alle spalle del nerazzurro Aldo Serena che ne colleziona 22 – in attesa delle decisive sfide primaverili in Coppa.

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Il trio olandese del Milan 1989 – da:wikipedia.org

Superati gli ostici tedeschi del Werder Brema ai Quarti (0-0 in Germania, 1-0 a San Siro con rigore di van Basten …), il Milan è atteso da quella che per tutti è considerata una “Finale anticipata” contro un Real Madrid che, a propria volta, non alza il trofeo dal 1966 e quella che va in scena al “Santiago Bernabeu” la sera del 5 aprile ’89 è forse la migliore esibizione rossonera sotto la guida tecnica di Sacchi, al di là del pareggio di 1-1, per la dimostrazione di non subire alcun timore reverenziale verso le leggendarie “merengues”.

Ingiustamente sotto di una rete (Hugo Sanchez al 41’) per quello che stanno dimostrando in campo ed ancor più per una regolarissima rete di Gullit annullata per un inesistente fuorigioco, a 12’ dal termine il fato rende giustizia ai rossoneri grazie ad un’altra magia del loro n.9 che, a 12’ dal termine, si “inventa letteralmente” un incredibile colpo di testa in torsione da appena dentro l’area su di un cross quasi rasoterra di Tassotti dalla destra che sorprende Sanchis per l’esecuzione ed il portiere Buyo per la traiettoria, venendone scavalcato, con la sfera che tocca la parte interna della traversa per andarsi lentamente ad insaccare dopo aver sfiorato la schiena dell’estremo difensore madrileno, aprendo la diatriba se considerarla rete di van Basten oppure autorete di Buyo.

Quel che conta è che si tratta del punto del pareggio che schiude al Milan le porte della Finale con il Real schiantato 5-0 a San Siro in una serata di “calcio totale” in cui vanno a segno Ancelotti, Raijkaard e Gullit nel primo tempo e van Basten e Donadoni nella ripresa, per poi divenire quasi una formalità la Finale del 24 maggio ’89 a Barcellona davanti ad 80mila tifosi impazziti di gioia e ripagati dalle doppiette olandesi siglate da Gullit e van Basten per il 4-0 conclusivo che non concede replica alcuna ai rumeni della Steaua Bucarest.

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La rete del 2-0 di van Basten nella Finale contro la Steaua – da:truefootball10.blogspot.com

E’ un Milan “stellare”, al quale nessun obiettivo sembra poter essere precluso, grazie soprattutto alla presenza del suo straordinario fuoriclasse che, a fine anno, replica la vittoria nel “Pallone d’Oro” in un podio nuovamente colorato di rossonero, con Franco Baresi e Rijkaard alle piazze d’onore, e che si prefigge un impressionante “grande slam” per la stagione a seguire, costituito da Super Coppa Uefa, Coppa Intercontinentale, Scudetto, Coppa Italia e Coppa dei Campioni.

Solo che, in un’ideale, quanto mai sfortunata, staffetta di infortuni tra olandesi, viene a mancare pressoché per l’intera stagione Gullit e, con Virdis ceduto al Lecce, buon per i rossoneri che sia tornato a rinforzare l’attacco il “figliol prodigo” Daniele Massaro dopo un anno trascorso alla Roma.

Le cose però in Campionato si mettono male, il Milan incappa in 4 sconfitte nelle prime 10 giornate, per poi mettere in fila, da inizio novembre ’89 a marzo ’90, un intero girone da imbattuto che gli consente di ritrovarsi, dai -6 (10 a 16 punti) rispetto al Napoli alla decima giornata, a +2 (42 a 40) a 7 turni dal termine, avendo nel frattempo restituito ai partenopei lo 0-3 dell’andata al San Paolo, striscia che, come ovvio che sia, ha un suo indiscusso protagonista in van Basten, che in detto lasso di tempo realizza ben 17 reti …

Ma, all’improvviso, la “macchina perfetta” si inceppa ed, al contrario di quel che era avvenuto l’anno precedente, il mese di marzo inizia a presentare il conto di una stagione logorante – nel frattempo il Milan aveva centrato i primi due obiettivi, superando il Barcellona nella doppia sfida (1-1 ed 1-0) per la Super Coppa Uefa ed i colombiani del Nacional Medellin, grazie ad una rete di Evani al 119’ a Tokyo per la Coppa Intercontinentale – le cui prime avvisaglie giungono con il pari per 0-0 “strappato” a Torino il 28 febbraio ’90 nella Finale d’andata della Coppa Italia contro la Juventus.

Costretto a confrontarsi su due fronti, con gli impegni di Coppa Campioni contro Malines a marzo e Bayern Monaco ad aprile, i rossoneri si fanno raggiungere in campionato dal Napoli che poi li supera alla penultima giornata in un’altra “fatal Verona” in cui saltano i nervi sia a Sacchi che allo stesso van Basten, cacciati dall’arbitro Rosario Lo Bello, per poi, quattro giorni dopo a San Siro, essere sconfitti 1-0 dalla Juventus nel ritorno della Finale di Coppa Italia …

Una stagione iniziata con squilli di tromba e che sta per concludersi con un clamoroso flop vede l’ultima speranza riposta nella seconda Finale consecutiva di Coppa dei Campioni – Trofeo che non vede da 10 anni (Nottingham Forest nel 1979-’80) una suqdra confermare il titolo dell’anno precedente – in programma il 23 maggio ’90 al Prater di Vienna, avversaria il Benfica di Sven Goran Eriksson.

La conclusione anticipata del Campionato per i Mondiali di Italia ’90 consente a Sacchi di avere quasi un mese a disposizione per “ricaricare le pile” ai suoi giocatori, nonché di giocarsi la “carta Gullit”, recuperato per l’occasione, anche se la gara si dimostra una sfida a scacchi tra due formazioni che tendono più a controllarsi che non a superarsi.

E’ opinione diffusa che solo un episodio possa sbloccarla e questo giunge a metà ripresa, allorché Costacurta serve van Basten sulla tre quarti avversaria giusto per fargli, ancora una volta, trovare la giocata d’ingegno che, con un tocco vellutato a seguire di interno destro, smarca Rijkaard per una ficcante penetrazione in area per poi superare con un tocco di esterno destro Silvino in uscita, per il punto che decide l’incontro e mantiene i rossoneri sul tetto d’Europa.

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La rete decisiva di Rijkaard nella Finale ’90 con il Benfica – da:ilcalcio racconta.it

Ancora una stagione da incorniciare per van Basten che – se non eguaglia il record di 33 reti complessive del 1989 (sicuramente più “pesanti” rispetto alle 44 di due anni prima in Olanda …) conquista con 19 centri il titolo di capocannoniere – non si conferma però ai Mondiali di Italia ’90 che si traducono in una cocente delusione per i Campioni europei “Orange”, eliminati negli Ottavi 1-2 dalla Germania, complici dissidi interni allo spogliatoio tra le “stelle” della formazione ed il tecnico Leo Beenhakker, che aveva finalmente avuto la possibilità di guidare quel ragazzino di cui si era innamorato quando aveva 13 anni …

Contrasti con allenatore che divampano anche in casa rossonera, con van Basten e Sacchi a giungere alla rottura definitiva non sopportando l’olandese la rigida e ferrea disciplina del tecnico di Fusignano, sfociati nella sua peggior stagione in rossonero (appena 11 le reti segnate …) di cui si ricorda una sola, spettacolare esibizione in occasione del ritorno a Tokyo per la Finale della Coppa Intercontinentale, avversari stavolta i paraguaiani dell’Olimpia di Asuncion.

Con il Milan in vantaggio per 1-0 grazie ad un colpo di testa di Rijkaard su cross di Gullit in chiusura di primo tempo, van Basten manda agli archivi i 5’ forse più geniali della Storia del calcio, allorché dapprima si presenta n area defilato sulla destra su preciso lancio di Tassotti, opera un dribbling a rientrare che disorienta il portiere Almeida per poi battere a rete una palla che, deviata con un braccio da un difensore, termina sul palo per il comodo tocco in goal di Stroppa al 61’ e quindi 4’ dopo, recupera palla poco oltre l’area avversaria, si “beve” letteralmente con una finta un difensore e lascia partire un morbido e delizioso pallonetto dai 16 metri che si infrange anch’esso sul medesimo palo alla destra di un Almeida letteralmente ipnotizzato e consente a Rijkaard la deviazione in rete di testa in tuffo per il 3-0 definitivo.

Una tal dimostrazione di classe, grazia e leggerezza determina il secondo appellativo per l’olandese, che da “Cigno” diviene per molti “il Nureyev del Calcio” ed è difficile dar loro torto, ivi compreso il Presidente Berlusconi che, chiamato a fine stagione – conclusa nel più infelice dei modi con la “vergogna di Marsiglia” che costa al Milan un anno di esclusione dalle Coppe Europee – a decidere tra lui e Sacchi, non ha dubbi, affidando la panchina al pragmatico Fabio Capello.

Ad un Milan “Stella europea e mondiale” va stretto il misero Scudetto vinto in quattro anni di gestione del tecnico romagnolo e, senza l’impegno europeo, diviene un’autentica macchina infernale, tanto da concludere il Campionato imbattuto – pur non eguagliando il record dei 58 punti dei “cugini” nerazzurri, fermandosi, si fa per dire, a quota 56 – e con qualcosa come 74 reti realizzate, comprese goleade come il 5-0 rifilato al Napoli a San Siro od il 5-1 interno ai Campioni in carica della Sampdoria, per concludere in bellezza con un roboante 8-2 all’ultima giornata a Foggia, in cui van Basten mette a segno una doppietta per portare il suo totale a quota 25, una cifra che il Capocannoniere del nostro Torneo non raggiungeva dal 1966 con il brasiliano Vinicio.

Tutto molto, troppo bello affinché potesse durare, in quanto il “Cigno di Utrecht” ha il suo tallone d’Achille nelle fragili caviglie, già naturalmente portate a sopportare, con la loro esile costituzione, un fisico di m.1,88 per 80 chili, cui si aggiungono le “attenzioni” dei rudi difensori avversari che cercano in qualche modo di limitarne le giocate, cosa della quale sono a conoscenza anche in Società, laddove Berlusconi esagera nel mercato estivo facendo giungere a Milanello Eranio, Lentini oltre ad un trio di stranieri composto da Boban, Papin e Savicevic da portare a sei il relativo parco, laddove il regolamento ne consente l’utilizzo solo di tre a partita.

Un po’ un “insulto alla miseria” che attira non poche antipatie verso il Club di via Turati nonché qualche problema di gestione al tecnico Capello, ma che, nel contempo, rafforza la “Leggenda degli Invincibili”, visto che i rossoneri riprendono il cammino da dove era stato interrotto, ovverossia confermandosi macchina da goal – in alcuni casi concedendosi qualche licenza di troppo, come alla seconda giornata a Pescara dove passano da un vantaggio di 2-1 a 2-4 prima che ci pensi il “Nureyev del calcio”, con una tripletta, a certificare il successo per 5-4 – come dimostrano il 7-3 rifilato alla Fiorentina al Comunale, così come il 5-3 alla Lazio a San Siro e lo “One Man Showdi van Basten l’8 novembre ’92 con la quaterna che consente al Milan di espugnare per 5-1 il San Paolo.

Ma quello che sembra oro dall’esterno non lo è nei meandri delle tartassate caviglie di van Basten, che concede a sé stesso ed ai tifosi un’ultima straordinaria passerella il 25 novembre successivo, in un palcoscenico degno della circostanza quale l’incontro della neonata Champions League contro gli svedesi del Goteborg in cui cala un poker per il 4-0 conclusivo con due perle di rara bellezza, costituita la prima di una finta al limite dell’area che sbilancia la difesa avversaria e gli consente di concludere in spaccata sotto la traversa lo scambio con Papin e la seconda arpionando un cross arretrato di Eranio con una rovesciata dal limite dell’area che va a spengersi nell’angolo basso alla sinistra di ravelli, più che sufficienti per convincere i giurati del “Pallone d’Oro” a premiarlo per la terza volta, raggiungendo così a quota tre il suo idolo d’infanzia Johan Cruijff.

La caviglia sta però per presentare il conto finale, e dopo non essere rientrato alla ripresa di Milan-Ancona del 13 dicembre, van Basten va a farsi nuovamente operare a Saint Moritz per una convalescenza che si ipotizza di due/tre mesi, mentre al contrario i tempi si allungano, rientrando solo a fine aprile nello 0-0 di Udine per poi realizzare, il 9 maggio ’93 ad Ancona, l’ultima rete della sua carriera nel successo rossonero per 3-1, curiosamente a danno di Nista, il portiere contro cui aveva segnato il suo primo goal nella Serie A italiana sei anni prima.

Il Milan, che aveva perso l’imbattibilità in Campionato dopo 58 giornate, conferma ugualmente il titolo della stagione precedente, mentre i suoi compagni consegnano a van Basten una terza Finale di Coppa con un cammino di 10 vittorie su altrettanti match disputati, 23 reti segnate e solo una subita, avversaria allo “Olympiastadion” di Monaco di Baviera l’Olympique Marsiglia da cui i rossoneri avevano prelevato Jean-Pierre Papin in estate.

Non è facile la scelta degli undici da mandare in campo per Capello – vigendo anche in Europa la norma che limita a tre il numero degli stranieri – e con Rijkaard intoccabile, il tecnico friulano decide di rischiare van Basten al centro dell’attacco, con Papin in panchina e Gullit in tribuna.

Serata triste, con i francesi che si impongono per 1-0 (rete di Boli di testa su angolo al 43’) e van Basten a lasciare anzitempo il terreno di gioco a 5’ dal termine per far posto ad Eranio in quella che, a tutti gli effetti, è la sua ultima apparizione ufficiale …

Seguono una nuova operazione e due anni di un calvario tra speranze e delusioni circa un possibile rientro sino a che, il 17 agosto ’95, van Basten non getta la spugna annunciando ufficialmente il suo ritiro dall’attività agonistica per poi presentarsi la sera dopo, in occasione della tradizionale sfida a San Siro tra Milan ed Juventus per il “Trofeo Berlusconi”, in jeans, camicia rosa e giacchetto di camoscio a salutare il suo pubblico con un ultimo, malinconico giro di campo e quel braccio destro alzato tante volte ad ogni rete realizzata a ringraziare per gli applausi ricevuti, anche da parte dei tifosi avversari, poiché i Campioni, quelli veri, non hanno confini.

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La sera dell’addio di van Basten a San Siro – da:magliarossonera.it

L’Amministratore Delegato del Milan, Adriano Galliani commenta l’evento con le parole “Il Calcio perde il suo Leonardo da Vinci”, mentre il famoso drammaturgo Carmelo Bene, di nota fede rossonera e da consumato attore, si spinge ben oltre adducendo che “il lutto per il suo ritiro anticipato non si è estinto e mai si estinguerà”, mentre a noi piace ricordarne le gesta da fuoriclasse autentico del Calcio mondiale con la lettura che ne fa il giornalista di “Repubblica”, Emanuele Gamba, allorché descrive van Basten come “il più raffinato ed elegante centravanti del calcio moderno, l’unico che sapesse danzare sulle punte di un fisico ciclopico …!!

Una sola cosa da aggiungere …., Chapeau …!!

 

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LA TRIONFALE DISCESA LIBERA DI HARTI WEIRATHER AI MONDIALI DI SCHLADMING 1982

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Weirather all’arrivo della discesa libera – da steiermark.orf.at

articolo di Nicola Pucci

La Planai di Schladming, per chi ha avuto la fortuna di potervi esibire sopra, appartiene al Gotha delle piste da sci. E se da anni è sede di gare di Coppa del Mondo, accolse pure nel 1982 la XXVII edizione dei Campionati del Mondo.

Pensate voi cosa possa significare per gli austriaci, che fin dalla nascita si cibano a pane e discesa libera, trionfare proprio in questa specialità ad una grande rassegna internazionale. Ne sa qualcosa il “Kaiser“, al secolo Franz Klammer, che sei anni prima, a far data 1976, vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Innsbruck assurgendo al rango di eroe nazionale. Ed ora, a Schladming, gli asburgici attendono un altro aquilotto del Wunderteam bianco-rosso sul gradino più alto del podio. Ovviamente in discesa libera, perché le altre prove, quelle di slalom tanto per capirsi, in Casa Austria son roba per pischelli e non certo per i fenomeni della velocità.

La stagione in corso porta in dote, quando il 6 febbraio i discesisti, alle ore 12, si lanciano dal cancelletto di partenza, buone indicazioni per i padroni di casa. Franz Klammer, che dal 1975 al 1978 ha dominato la scena per poi eclissarsi complici alcuni problemi familiari, è tornato a vincere nella gara di apertura sulle nevi francesi di Val d’Isere, così come il giovane e promettente Erwin Resch, poco più che 20enne, ha colto sulla Saslong di Val Gardena la prima affermazione in Coppa del Mondo. Se poi Harti Weirather nel giro di otto giorni si è preso il lusso di battere tutti sui due tracciati che da sempre fanno la storia dello sci alpino, quelli di Kitzbhuel e di Wengen, ecco che gli austriaci avanzano prepotentemente la loro candidatura a far loro anche il titolo mondiale, anche perché poi il quarto discesista, Peter Wirnsberger, ha pure lui buone carte da giocare. Sono infatti imbattuti dal 1974, quando David Zwilling battè proprio Klammer a St.Moritz, con Josef Walcher poi vincitore quattro anni dopo a Garmisch. Tenuto conto che Leonhard Stock, poco più che un carneade, ha colto a sua volta a sorpresa l’oro ai Giochi di Lake Placid, ecco che l’Austria è il paese vincitore delle ultime quattro discese libere in sede olimpica o mondiale, e giocando in casa ha tutta l’intenzione di far cinquina.

La concorrenza è nondimeno agguerrita, ed ha nei canadesi Steve Podborski, vincitore a Crans Montana e della seconda prova sulla Streif, e in Ken Read, tre volte terzo in stagione, i pretendenti più autorevoli. In casa Svizzera ci si affida a Peter Muller per riportare in patria un titolo importante che manca dalla vittoria olimpica di Bernhard Russi a Sapporo 1972, con Conradin Cathomen e Tony Buergler altri alfieri di spicco della nazionale rossocrociata, mentre l’Italia, che non va a podio dalla vittoria di Herbert Plank a Lake Louise il 4 marzo 1980, dismessi gli sci il campione di Vipiteno, guarda soprattutto al futuro, con Much Mair, all’esordio in una grande competizione, che capeggia una pattuglia che comprende anche Giuliano Giardini, Mauro Cornaz ed Oskar Delago. Tra gli outsiders si annoverano discesisti che vengono da paesi senza tradizione invernale, come il britannico Konrad Bartelski, secondo in Val Gardena, e i sovietici Vladimir Makeev e Valeri Tsyganov, quest’ultimo vincitore ad Aspen nel marzo 1981.

58 atleti sono attesi alla competizione, che si sviluppa lungo i 3.401 metri della Planai. La giornata è splendida ed illuminata da un sole abbacinante, e al parterre c’è profumo di vittoria in casa Austria. Col pettorale numero 1 si lancia Cathomen, e la sua sciata è tanto veloce quanto redditizia da fissare il tempo di 1’55″58. Sarà difficile fare meglio. Dopo lui l’Austria gioca la prima carta importante, Erwin Resch, che transita con 0″08 centesimi di ritardo all’intermedio, svantaggio che poi al traguardo aumenta a 0″15 centesimi. Come vedremo, gli varrà il terzo gradino del podio finale.

La sfida tra i migliori si gioca sul filo dei centesimi, tocca alla Svizzera provare a far saltare il banco, con Muller, pettorale numero 3, che sbaglia qualcosa di troppo chiudendo a 0″42 centesimi da Cathomen, e il giovanissimo ma promettente Franz Heinzer, poco più che 19enne, che scende a valle con il numero 5 e con il tempo di 1’55″98 dovrà accontentarsi di un amaro quarto posto. Ma l’attesa è tutta rivolta al re, Franz Klammer, che col numero 7 si lancia con il solito ardore. All’intermedio il ritardo è contenuto, solo 0″17 centesimi che rimandano la decisione alla picchiata finale ma qui il “Kaiser“, lontano parente del fuoriclasse imbattibile di un tempo, va leggermente lungo nella “S” che immette sullo schuss d’arrivo e al traguardo il cronometro boccia le sue ambizioni, piazzandolo solo in settima posizione. E dopo che Makaeev è andato in presentat-arm sul salto all’arrivo riuscendo comunque a tagliare il traguardo, e il canadese Dave Murray, lontano dai primi, ha rivelato che non è giornata per i “Crazy Canuks” canadesi, non va meglio a Stock, pettorale numero 10, che finisce nelle retrovie, ed allora, per salvare una situazione che va facendosi compromessa, ecco che con il pettorale numero 11 al cancelletto di partenza si presenta Harti Weirather.

Classe 1958, di Reutte nel Tirolo, Weirather si cimenta già da qualche anno sul palcoscenico della Coppa del Mondo, e se il 15 dicembre 1980, dopo esser giunto nono alle Olimpiadi di Lake Placid, ha colto in Val Gardena il primo successo in carriera, nel proseguimento dell’anno il suo rendimento è cresciuto ancora, consentendogli di mettere i suoi sci davanti a quelli degli altri sia a St.Anton che ad Aspen e far sua la coppetta di specialità. Ma è la stagione in corso, appunto con le vittorie di Kitzbhuel e Wengen, che lo ha consacrato campione tra i più forti e completi, e sulla Planai sta per disegnare un capolavoro. L’alfiere del Wunderteam biancorosso scia veloce già nella parte alta, non commettendo imperfezioni e passando all’intermedio con il miglior tempo, 1’13″92, ovvero otto centesimi meglio di Cathomen, per poi buttarsi a capofitto fin sulla linea d’arrivo,  trascinato dall’incitamento di una nazione intera, segnando in 1’55″10 un  tempo che migliora di ben 0″48 centesimi il limite fissato da Cathomen. Che scala in seconda posizione.

L’Austria è in delirio, Podborski e Read, che con i pettorali 14 e 15 chiudono le discese del primo gruppo di merito, non tengono fede al loro rango di discesisti di prima fascia non andando oltre il nono e quattrdicesimo posto e quando anche Much Mair, pettorale numero 19, conclude la sua prima partecipazione iridata in una pur dignitosa decima posizione con un ritardo di 1″75, è tempo per l’Austria di brindare al successo.

Harti Weirather sale sul tetto del mondo, a coronamento di due stagioni da campionissimo, e se poi, dopo quella trionfale discesa, troverà solo un’ultima vittoria a Pontresina per poi retrocedere nelle classifiche di merito, pazienza. Un oro mondiale val proprio una Messa… e poi, buon sangue non mente, se è vero che la figlia Tina ha già fatto meglio, almeno in Coppa del Mondo, con nove vittorie parziali e le coppette di specialità in supergigante nel 2017 e nel 2018.

IL QUADRIENNIO D’ORO DELL’OLANDA DELL’HOCKEY SU PRATO

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Una fase della finale delle Olimpiadi di Sydney 2000 tra Olanda e Corea – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Ormai esaurito il filone d’oro sull’asse India-Pakistan che aveva visto le due squadre asiatiche dominare la scena dell’hockey prato dall’edizione olimpica di Amsterdam del 1928 a quella di Los Angeles del 1984, con le eccezioni della vittoria della Germania a Monaco nel 1972 e della Nuova Zelanda a Montreal quattro anni dopo, nuove realtà si affacciano con prepotenza alla ribalta. Una di queste è l’Olanda, che dopo esser salita sul podio proprio negli anni del dominio indiano (seconda nel 1928 e nel 1952 e terza nel 1936 e nel 1948), torna competitiva a Seul nel 1988 quando trova nuovamente posto sul gradino più basso del podio, alle spalle della Gran Bretagna e della Germania Ovest.

In effetti l’Olanda ha buonissima tradizione, se è vero che può vantare in palmares anche due titoli mondiali conquistati nel 1973, quando nell’edizione casalinga di Amstelveen, trascinata dalle reti di Ties Kruize, batte 4-2 ai calci di rigore in finale la stessa India, e nel 1990, quando si prende il lusso di andare a trionfare a Lahore, in Pakistan, superando all’atto decisivo proprio i padroni di casa per 3-1 grazie alla doppietta di Floris Jan Bovelander e al sigillo definitivo di Gijs Weterings, a rimontare l’iniziale rete di Ahmed. Ma la vetrina olimpica manca ai neederlandesi, e nel quadriennio che va dal 1996 al 2000 i “tulipaniconfezionano un en-plein da autentici padroni dell’hockey su prato.

La prima gemma data 1996, ed ha come teatro l’Alonzo Herndon Stadium di Atlanta, sede delle Olimpiadi. Reduce dall’amaro quarto posto di Barcellona 1992, quando il Pakistan si prese la rivincita dello smacco di due anni prima vincendo 4-3 la finale di consolazione per il terzo posto, e battuta nuovamente ai Mondiali di Sydney del 1994 quando ancora il Pakistan si impone 4-3, stavolta ai calci di rigore, nella finale per la medaglia d’oro, l’Olanda si presenta all’appuntamento a cinque cerchi con l’intenzione infine di rompere il sortilegio olimpico, e ci riesce compiutamente dominando Germania e Spagna, entrambe costrette ad arrendersi con il punteggio di 3-1 nelle due, ultime decisive sfide per il titolo, trascinata dalle reti di Taco van den Honert, miglior marcatore della rassegna con 7 reti .

E quando poi, due anni dopo, davanti al pubblico amico di Utrecht, i ragazzi in maglia arancione si concedono un tris iridato battendo nuovamente la Spagna in una finale drammatica risolta solo al tempo supplementare, 3-2, ecco che l’Olanda di coach Maurits Gijsbreght Hendriks, che a dicembre 1998 ha rilevato il testimone da Roelant Wouter Oltmansquando si tratta di mettere in palio il titolo olimpico nella prima edizione dei Giochi del nuovo Millennio, quella di Sydney 2000, è la grande favorita a completare un fantastico quadriennio d’oro.

13 squadre partecipano al torneo di hockey su prato maschile alle Olimpiadi di Sydney 2000. Oltre all’Australia padrona di casa, sono presenti l’Olanda, appunto campione in carica, e la Germania (che vinse il titolo a Barcellona nel 1992) in rappresentanza per l’Europa, l’India che è campione asiatica, il Canada in qualità di vincitrice dei Giochi Panamericani del 1999, Spagna, Pakistan, Corea del Sud, Polonia, Inghilterra, Malesia e Argentina, che hanno conquistato il diritto al torneo di qualificazione olimpica disputato a Osaka a marzo. 

Le contendenti sono divise in due gironi, con le prime due classificate che accedono agli scontri incrociati di semifinale. Nel primo raggruppamento il Pakistan, forte di una enorme tradizione che è valsa due titolo olimpici (1960 e 1968), chiude in testa con due vittorie (8-1 con l’Inghilterra e proprio con l’Olanda, 2-0 con reti di Abbas e Javad) e tre pareggi, precedendo i campioni uscenti che, complice anche un inatteso pareggio per 0-0 con la Malesia, realizzano otto punti come la Germania ma si qualificano per una miglior differenza reti, +3 contro +1. Nel secondo gruppo, invece, l’Australia domina la concorrenze con tre vittorie e due pareggi, rimontando situazioni di svantaggio con India (2-2), Spagna (2-2), Argentina (2-1) e Corea del Sud (2-1), dopo il 4-0 iniziale con la Polonia. Corea del Sud e India chiudono appaiate a quota otto punti, con lo stesso coefficiente gol segnati/gol subiti, 9 a 7, ma sono gli asiatici ad accedere alle semifinali in virtù del successo nella sfida diretta, 2-0 con reti di Song Seung-Tae e Kang Keon-Wook.

Le due semifinali sono intense seppur avare di segnature, con la stessa Corea del Sud che sorprende il Pakistan 1-0 con la rete decisiva di Song Seung-Tae a pochi minuti dalla fine, e l’Olanda che deve ricorrere ai calci di rigore dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari per avere la meglio dell’Australia, infine sconfitta 5-4 con errore di Livermore proprio all’ultimo tiro.

Finale dunque tra Olanda e Corea del Sud il 30 settembre al Sydney Olympic Park Hockey Centre, e stavolta la gara è avvincente. La Corea del Sud trova per prima la via della rete con l’immancabile sigillo di Song Seung-Tae al 9′, ma è la serata di Stephan Veen che prima pareggia al 20′, poi segna altre due reti per l’allungo sul 3-1 dell’Olanda, 38′ e 64′. La Corea del Sud non si arrende e nel giro di due minuti, 66′ e 68′, ristabilisce la parità con Kim Kyung-Seok e Kang Keon-Wook che fissano il risultato sul 3-3 che rimanda la decisione ai calci di rigore. E qui, se è proprio Song Seung-Tae a sbagliare, Veen da parte sua completa la sua partita della vita con la trasformazione che vale il 5-4 definitivo e assegna la medaglia d’oro all’Olanda.

L’Australia chiude sul podio, terza dopo la vittoria per 6-3 con il Pakistan nella finalina, mentre l’argentino Jorge Lombi con 13 reti è il miglior marcatore del torneo, ma quel che rimane negli annali è che sul trono d’Olimpia, ancora una volta, siedono i tulipani (pure vincitori di tre edizioni del Champions Trophy, nel 1996, nel 1998 e nel 2000) ed è l’apogeo di un dominio come mai nessuno in Europa era stato capace di fare

ORESTE PERRI, PRIMO CAMPIONE MONDIALE DELLA STORIA DEL KAYAK AZZURRO

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Oreste Perri in allenamento – da:docplayer.it

Articolo di Giovanni Manenti

Se la specialità della Canoa sprint è entrata di prepotenza nelle case degli italiani solo nel corso della “Edizione del Centenario” dei Giochi di Atlanta ’96 grazie alle imprese dei vari Antonio Rossi, Beniamino Bonomi e Daniele Scarpa, non molti sono a conoscenza del fatto che, dietro a questi straordinari risultati, vi è la mano di colui che, più di ogni altro, ha dedicato la propria intera esistenza a tale disciplina.

Costui, altri non è che Oreste Perri, nato a Castelverde, in provincia di Cremona, il 27 luglio 1951 ed il quale, come spesso accade negli sport del remo, viene indirizzato alla pratica di detta disciplina su consiglio medico per superare una qual certa gracilità di costituzione giovanile.

Consiglio che il giovane Oreste prende sin troppo alla lettera, dimostrando altresì una spiccata predisposizione a pagaiare tanto che, a soli 16 anni entra a far parte della “Canottieri Bissolati” di Cremona, storico sodalizio sportivo della città lombarda dove cresce sotto l’attenta guida del tecnico Renato Poli tanto che, 18enne, fa parte degli equipaggi del K-2 e K-4 1000metri, che si laureano entrambi Campioni italiani juniores nella rassegna di Orbetello ’69, stagione in cui viene selezionato quale componente del K-4 1000metri ai Campionati Europei Seniores di Mosca, armo che conclude al nono posto.

Ma è il successivo decennio quello in cui Perri emerge come uno dei più forti canoisti nel panorama remiero mondiale, iniziando con il dominare i Campionati Italiani assoluti ’70 con tre titoli nel K-1 1000 e 10mila metri, nonché nel K-4 1000metri per poi fare parte dell’equipaggio del K-4 10mila metri che si piazza quinto alla rassegna iridata di Copenaghen.

Perri, a cui l’attività fisica ha consentito di metter su un fisico di m.1,82 per 92kg., è una sorta di ”autodidatta stakanovista” della canoa, in quanto si sottopone in solitario a massacranti allenamenti lungo il corso del fiume Po, il che lo porta a letteralmente dominare una sorta di “maratona in acqua”, vale a dire la Roma-Fiumicino sulla distanza di 36km. nel 1971, anno in cui è ancora componente del K-4 10mila metri ai Campionati Mondiali di Belgrado, conclusi al sesto posto.

L’anno seguente sono in programma i Giochi di Monaco ’72 ed Oreste Perri viene selezionato dal tecnico rumeno Gheorghe Cojocaru per andare a completare, assieme ad Alberto Ughi, Pierangelo Congiu e Mario Pedretti, l’armo del K-4 1000 metri che si presenta in Baviera con l’ambizione di salire sul podio.

Esordio non propriamente felice, per il quartetto azzurro, che si vede costretto a ricorrere ai ripescaggi dopo essere finito quarto per soli 0”04 centesimi (3’19”69 a 3’19”77) rispetto all’armo svedese nella prima batteria, per poi “rimediare” agevolmente e qualificarsi per le semifinali in programma l’8 settembre ’72.

Inseriti nella terza serie – dopo che le prime due avevano visto il successo degli equipaggi di Romania ed Unione Sovietica con i rispettivi tempi di 3’09”98 e 3’09”68 – i canoisti italiani sono chiamati a confrontarsi con il quartetto norvegese Campione olimpico in carica, il quale ribadisce la propria volontà di replicare l’oro di Città del Messico ’68 imponendosi nel tempo di 3’08”72 ed il terzo posto azzurro alle spalle della Germania Ovest vale comunque loro l’accesso alla Finale del giorno dopo, 9 settembre.

Atto conclusivo in cui ad emergere sono quattro armi, tra cui è quello sovietico infine a distaccarsi con un margine che mantiene sino al traguardo, concludendo il proprio chilometro in 3’14”02 – ricordiamo a coloro che non fossero molto avvezzi a questo tipo di disciplina, che riscontri cronometrici così difformi tra una gara e l’altra sono spesso figli delle condizioni del bacino di regata – mentre la lotta per l’argento ed il bronzo si gioca sul filo dei centesimi ed ad uscire beffata è la canoa italiana, che conclude quarta in 3’15”60, a 0”33 centesimi dal bronzo norvegese ed a 0”53 centesimi dall’argento conquistato dalla Romania.

Una delusione immensa per Perri – prima dimostrazione di come la “Gloria Olimpica” rappresenti per lui una barriera invalicabile che   lo perseguiterà anche negli anni a seguire – che però reagisce nell’unica maniera a lui conosciuta, e cioè intensificando quanto più possibile il suo livello di allenamento, il che lo porta ad acquisire una capacità di resistenza sulle lunghe distanze che pochi riescono ad eguagliare.

Tale mole di lavoro ed indomito spirito di sacrificio danno i loro risultati in occasione dei Campionati Mondiali ’74 che si svolgono a Xochimilco, un sobborgo di Città del Messico, prima volta in cui la rassegna iridata ha luogo al di fuori del Vecchio Continente.

Iscritto nelle prove individuali del K-1 1000 e 10mila metri che più gli si addicono stante una qual certa caratteristica di individualismo che lo contraddistingue, Perri dimostra di poter dire la sua cogliendo il bronzo sulla più breve distanza alle spalle dell’ungherese Geza Csapo e del polacco Grzegorz Sledziewski, i quali confermano l’identico piazzamento dell’edizione precedente di Tampere ’73, dove sul gradino più basso del podio era salito il sovietico Aleksandr Shaparenko, viceversa dominatore sui 10 chilometri.

Canoista di origine ucraina al quale è proprio Perri ad impedire la soddisfazione del bis iridato – lui che, peraltro, conta già quattro medaglie d’oro e tre di bronzo ai mondiali – superandolo in Finale per quello che, a tutti gli effetti, è un evento “storico” per il panorama del remo azzurro, trattandosi del primo titolo iridato per i nostri colori nella storia della manifestazione, giunta alla sua undicesima edizione.

Sono in molti a ritenere – e probabilmente è una giusta chiave di lettura – che il canoista padano sia stato favorito dall’altitudine della capitale messicana, lui che della resistenza ha fatto il suo cavallo di battaglia, ma per i più scettici, la conferma viene l’anno seguente, allorché i Mondiali si disputano, per la seconda volta nella loro storia, a Belgrado dopo l’edizione del ’71 in cui, come ricorderete, Perri si era classificato sesto quale componente dell’equipaggio del K-4 10mila metri.

In un’edizione in cui Csapo torna sul trono iridato del K-1 m.500 dopo essere stato detronizzato l’anno prima in Messico dal rumeno Vasile Diba a cui rende la pariglia, il già citato polacco Sledziewski spera che tocchi finalmente a lui compiere identico percorso sulla distanza del K-1 m.1000 dopo due argenti consecutivi, visto che ad ospitare l’evento è la stessa Belgrado in cui si era laureato Campione mondiale nel ’71.

A lottare con lui a colpi di pagaia sino al traguardo è però Perri e la sfida è talmente incerta ed entusiasmante che neppure il fotofinish riesce a decifrare chi tra i due abbia avuto la meglio, così da assegnare salomonicamente ad entrambi la medaglia d’oro ex aequo, dubbi che, al contrario, non si verificano sulla distanza dei 10km., dove l’azzurro ribadisce la propria superiorità bissando il titolo iridato di Città del Messico dell’anno precedente e lasciando a debita distanza il tedesco occidentale Erich Pasch, al suo terzo argento iridato, ed il polacco Kazimierz Nikin, che occupano le piazze d’onore.

Rassegna iridata di Belgrado ’75 che, per i colori azzurri, non si limita alle sole imprese del 24enne cremonese in quanto, sulla sua scia, la coppia formata da Danio Merli e Giorgio Sbruzzi coglie un inatteso argento nella gara del K-2 10mila metri, unica altra volta che un italiano oltre a Perri sale su di un podio mondiale nel corso degli anni ’70 ed ’80 …!!

Il titolo conquistato da Perri sulla distanza del K1 m.1000 alimenta le speranze in casa azzurra in vista dell’appuntamento costituito dai Giochi di Montreal ’76, pur con l’indubbio handicap dovuto al fatto che il programma olimpico non prevede, a differenza di quello iridato, gare superiori ai m.1000 – avendo la prova sui 10mila metri fatto parte dello stesso unicamente per quattro edizioni, da Berlino ’36 sino a Melbourne ’56 – con ciò togliendo al nostro portacolori una importante, se non quasi certa, chance di medaglia …

Costretto così a far buon viso a cattivo gioco, Perri viene iscritto sulle prove del K-1 m.500 e m.1000, riuscendo peraltro a raggiungere la Finale anche sulla più breve distanza in cui non è chiaramente a proprio agio, pur concludendo la stessa non meglio che settimo in 1’50”27 rispetto all’1’46”41 con cui il rumeno Diba corona la sua eccellente carriera.

Unico, comunque, della nostra spedizione in Canada a raggiungere l’atto conclusivo, Perri intende vendere cara la pelle, dopotutto in veste di Campione iridato in carica, nella gara del K-1 m.1000, ad iniziare dalle batterie dove, inserito nella prima delle stesse, si permette di battere (3’55”67 a 3’57”46) una leggenda della specialità quale il più volte ricordato ungherese Csapo, mentre le altre due sono appannaggio del 20enne tedesco orientale Rudiger Helm – bronzo sulla più corta distanza – e della “vecchia conoscenza” Shaparenko.

Perri che si conferma anche il 29 luglio ’76, data in cui sono in programma le tre semifinali, infliggendo stavolta una netta sconfitta (3’50”19 a 3’51”69) nientemeno che a Diba, nel mentre le altre due serie confermano come, per la Finale in calendario due giorni dopo, sia schierato alla partenza il meglio del meglio della specialità, visto che nella seconda si impone il co-Campione mondiale polacco Sledziewski su Helm (3’46”88 a 3’47”82) così come nella terza a prevalere (3’44”77 a 3’45”30) è Csapo su Shaparenko.

Quando i nove finalisti si allineano alla partenza del 31 luglio ’76 alle ore 16:00 locali, i citati migliori sei mettono sul tavolo – a parte Helm data la sua giovane età – un totale di qualcosa come 18 titoli iridati, con il più medagliato dei quali, ovverossia l’ungherese Csapo, a cercare di colmare l’unica lacuna nel proprio invidiabile Palmarès.

Ed è difatti il magiaro a prendere decisamente la testa in avvio, mentre più prudente è l’atteggiamento di Helm che, quasi fosse un campione consumato invece di avere 20 anni ancora da compiere, transita quarto ai m.250 per poi risalire al secondo posto a metà gara e quindi sferrare l’attacco decisivo nella parte conclusiva, andando a cogliere un probabilmente insperato successo – il che non è altro che il primo di una lunghissima serie futura – che impedisce per soli 0”64 centesimi (3’48”20 a 3’48”84) a Csapo di mettere la classica “ciliegina sulla torta” ad una comunque straordinaria ed invidiabile carriera.

Le speranze di Perri che, viceversa, si sarebbe senza dubbio accontentato anche di un “semplice” podio, sono vanificate nel finale dal più giovane rumeno Diba, che lo precede di 1”48 (3’49”65 a 3’51”13) per un secondo, amaro quarto posto olimpico davanti a Shaparenko, nel mentre Sledziewski incorre in una controprestazione, concludendo mestamente non meglio che ottavo, addirittura …

Delusione che il 26enne di Cremona sfoga a modo suo, ovverossia con il terzo titolo mondiale consecutivo sulla distanza a lui preferita del K-1 10mila metri alla successiva rassegna iridata di Sofia ’77, dove coglie anche quel tanto sperato bronzo non raggiunto alle Olimpiadi nel K-1 m.1000, dove la sfida per l’oro vede stavolta il giovane Helm doversi accontentare dell’argento rispetto al rumeno Diba che fa doppietta dopo il titolo sulla più corta distanza del K-1 m.500.

Con l’edizione nella Capitale bulgara si conclude la collezione di medaglie di Perri nella rassegna iridata, costituita da 4 medaglie d’oro e 2 di bronzo che neppure un Campione del calibro di Antonio Rossi è riuscito ad eguagliare, “fermandosi” (si fa per dire …) a 3 Ori, altrettanti argenti ed un bronzo, pur se l’alfiere di Lecco ha dalla sua i tre trionfi olimpici tra Atlanta ’96 e Sydney ‘00 che lo proiettano ai vertici assoluti della specialità in Italia.

Perri però non vuole abbandonare l’attività senza tentare per un’ultima volta la carta olimpica, iscrivendosi alla sua terza esperienza nella Rassegna a cinque cerchi nell’edizione di Mosca ’80 nella sola gara del K-1 m.1000, dove è l’unico dei suoi grandi rivali delle passate sfide iridate ad essere ancora presente, centrando per la quarta volta in altrettante circostanze in cui è sceso in acqua la Finale olimpica, per la quale il boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter non ha valenza alcuna, visto che anche ai Mondiali di Bonn dell’anno precedente a salire sul gradino più alto del podio erano stati solo atleti dell’Europa orientale, con la sola eccezione del K-2 m.1000 vinto dalla coppia norvegese formata da Einar Rasmussen ed Olaf Soyland.

Il più anziano dei 9 finalisti, Perri rende comunque onore al rispetto che si è guadagnato in un decennio di gare in giro per il pianeta, concludendo degnamente la sua carriera sportiva con un dignitoso quinto posto in 3’51”95 in una Finale interamente dominata dal tedesco orientale Helm, il quale conferma l’oro di Montreal trionfando in 3’48”77 con 1”43 di vantaggio sul francese Alain Lebas, che raggiunge sul bacino moscovita il punto più alto della sua attività agonistica.

Non crediate però che aver attaccato la pagaia al chiodo interrompa il rapporto d’amore che lega Perri con la canoa, visto che, non riuscendo più a salire su di un podio olimpico o mondiale, la Federazione pensa bene di affidargli, a conclusione delle Olimpiadi di Los Angeles ’84, l’incarico di Commissario Tecnico del Kayak Sprint, impegno che il 33enne cremonese prende quanto mai sul serio, iniziando a raccogliere un primo parziale frutto del proprio lavoro con il bronzo della coppia Francesco Uberti e Daniele Scarpa nel K-2 10mila metri ai Mondiali di Malines ’85, per poi guidare ben 6 spedizioni azzurre alle Olimpiadi, dai Giochi di Seul ’88 sino all’edizione di Pechino ’08.

E, per una sorta di rivincita delle delusioni subite da atleta, ecco che il lavoro di Perri viene ripagato con ben 12 medaglie conquistate tra settore maschile e femminile, di cui 4 Ori, 5 argenti e 3 bronzi, oltre a qualcosa come 9 medaglie d’oro iridate …

Uomo abituato alle grandi sfide, Perri si cimenta anche in politica, lasciando l’incarico in Federazione per assumere per un quinquennio – da giugno 2009 ad egual mese del ’14 – il ruolo di Sindaco di Cremona, sconfiggendo al ballottaggio (51,51% a 48,49%) il primo cittadino uscente Gian Carlo Corada, candidato del Centrosinistra, mentre lui si era candidato nelle file di una lista civica, appoggiata dal Popolo delle Libertà e dalla Lega Nord.

Un compito che, come si può facilmente intuire, Perri svolge con il massimo impegno, avendo egli stesso ad evidenziare la grande differenza tra l’attività sportiva e quella politica, allorché afferma come “essere un Campione è qualcosa di gratificante, e che appaga la tua ambizione, ma tutto finisce lì, mentre invece, quando assume la carica anche solo di un semplice Sindaco, ecco che occorre razionalità per rendersi conto che, al contrario non si è arrivati da nessuna parte” …

Concluso il proprio mandato, Perri rientra nell’ambito sportivo venendo eletto nel maggio 2015 Presidente del Comitato Regionale lombardo del CONI succedendo a Pierluigi Marzorati, per poi, è cronaca recente, tornare ad occuparsi a tempo pieno dello scopo principale della sua vita, essendo stato scelto dal Consiglio Federale della Canoa Sprint per assumere nuovamente l’incarico di Direttore Tecnico del settore, motivando la stessa per “le sue comprovate capacità tecniche, il carisma e la leadership, oltre che per la credibilità di cui gode nel mondo della canoa e non solo …”.

L’aver puntato ancora su Perri in tale ruolo è sintomo dell’esigenza avvertita dalla Federazione di avviare un programma che sia in grado di riportare la canoa azzurra ai vertici della specialità dopo i trionfi a cavallo del cambio di secolo, soprattutto in vista delle qualificazioni olimpiche del prossimo anno, con la speranza di poter rinverdire i fasti del passato, anche se la specialità è cambiata, come aveva avuto modo di rilevare lo stesso ex campione mondiale, allorché ebbe a dichiarare come “all’epoca in cui gareggiavo i migliori erano coloro che più di ogni altro riuscivano a spostare in avanti la soglia del dolore, la gara era sofferenza e chi riusciva a “morire in barca” vinceva, mentre al mondo d’oggi i metodi e sistemi di allenamento sono molto più sofisticati, pur se l’impegno e la disponibilità al sacrificio restano sempre i valori più importanti …

Non possiamo certo sapere quale sarà l’esito di questa nuova avventura intrapresa dell’oramai 67enne bandiera della nostra canoa, ma di una cosa siamo certi, ovverossia che non lascerà nulla di intentato per ottenere il massimo dai propri atleti per quella che si presenta, forse, come la più difficile, ma al tempo stesso affascinante, sfida della sua vita …!!

 

1938, L’ANNO DEL PRIMO GRANDE SLAM FIRMATO DA DON BUDGE

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Don Budge in azione a Wimbledon – da tennisworldusa.com

articolo di Nicola Pucci

Non me ne vogliano Rafael Nadal, Roger Federer e Novak Djokovic, che in era recente, e seppur in anni differenti, sono riusciti a conquistare gloria in tutte e quattro le prove dello Slam; e non si rammarichi troppo neanche Rod Laver, che nel 1962 e nel 1969 fece l’en-plein stagionale trionfando in successione in Australia, a Parigi, a Wimbledon e a New York. Ma se c’è un campionissimo che prima di ogni altro è stato capace di firmare il Grande Slam, quel tennista risponde al nome di Donald Budge, che nel 1938, poco prima che la Seconda Guerra Mondiale imponesse l’alt ai campioni della racchetta, fece filotto e si guadagnò gloria imperitura.

Budge, di origini scozzesi, nato ad Oakland, in California, il 13 giugno 1915, approccia il 1938 già vantando lo status di miglior giocatore del mondo. In effetti, se Bill Tilden, Fred Perry ed Ellsworth Vines già da qualche tempo fanno cassetta tra i professionisti, il 23enne americano ne prende il posto in vetta alle classifiche mondiali dell’epoca, già conquistando nel 1937 il titolo sia a Wimbledon, dove batte senza problemi il “barone” Von Cramm con un netto 6-3 6-4 6-2, che a Forest Hills, dove ancora una volta ha la meglio del fuoriclasse tedesco, stavolta in cinque set.

Dotato di un servizio potente e di un meraviglioso rovescio, Budge avrebbe a sua volta gran desiderio di passare professionista, ma ha il suo personale appuntamento con la storia del tennis, anche perché, dopo aver riportato la Coppa Davis negli Stati Uniti come non accadeva dal 1926, ambisce a difendere almeno una volta “l’insalatiera d’argento“, così come sfidare gli australiani a casa loro ad inizio stagione, per competere poi con ambizioni di vittoria al Roland-Garros come un americano non fa dal 1932 quando Gregory Mangin giunse ai quarti di finale, per infine, sulla strada dei quattro Major consecutivi, bissare sia a Londra che agli US Open.

Agli antipodi del mondo, Budge è accompagnato dall’abituale partner di doppio, Gene Mako, ed in verità non si attende certo di avere la strada spianata. Bromwich, McGrath, Quist e Crawford, accreditate delle teste di serie dalla numero 4 alla numero 7, giocano in casa e puntano a far loro il titolo, i due tedeschi Von Cramm ed Henner Henkel sono i pretendenti numero 2 e 3 del torneo e Budge, che comanda il seeding australiano, dopo aver viaggiato per tre settimane in nave ed aver preparato l’evento senza troppe ansie, è in forma quanto basta per tener fede al pronostico che lo vede favorito. Sul suo cammino trova solo giocatori di casa, ma né Les Hancock (6-2 6-3 6-4), né Harold Whillans (6-1 6-0 6-1), né Leonard Schwartz (6-4 6-3 10-8), né lo stesso Adrian Quist (6-4 6-2 8-6) possono opporsi allo strapotere dell’americano che il 31 gennaio, giorno della finale, trova dall’altra parte del net John Bromwich. La sfida non ha storia, e con l’altrettanto inequivocabile 6-4 6-2 6-1 Budge incamera gli Australian Open, mettendo il primo tassello verso la realizzazione del Grande Slam.

Imbarcatosi il giorno dopo alla volta dell’Europa, Budge punta il mirino sul Roland-Garros, dove a giugno non trova né Von Cramm, vincitore nel 1936 ma impossibilitato a partecipare perché tenace oppositore in patria del nazionalsocialismo, né lo stesso Henkel, detentore del titolo ma assente per infortunio, né tantomeno gli australiani che disertano in massa l’appuntamento parigino. Per Budge l’unico serio ostacolo è rappresentato dalla scarsa attitudine alla terra battuta, superficie sulla quale quasi mai si è esibito, anche se qualche rischio verso la finale lo corre. Come ad esempio al secondo turno, quando cede un set all’indiano Mohammed-Khan, o ancor più agli ottavi di finale, quando deve ricorrere al quinto set per avere la meglio dello jugoslavo Franjo Kukuljevic. Dopodiché il cammino è in discesa e se ai quarti di finale Budge spenge le illusioni transalpine battendo Bernard Destremau, ultimo francese rimasto in corsa e che a fine partita non manca di affermare che Donald “è una meraviglia di equilibrio, potenza e stile“, con un netto 6-4 6-3 6-4, altrettanto severamente smorza il pericolo proveniente dall’Europa dell’Est, con l’altro jugoslavo Josip Palada sconfitto in semifinale 6-2 6-3 6-3 e il cecoslovacco Roderich Menzel costretto ad arrendersi all’atto decisivo l’11 giugno, 6-3 6-2 6-4 in soli 58 minuti di dominio assoluto. Siamo a due, e pazienza se con l’amico Mako si vede stoppare nella finale del doppio dalla coppia di casa composta dallo stesso Destremau e da Yvon Petra, che si impongono in quattro set.

Qualche settimana dopo l’appuntamento è fissato sui prati londinesi di Wimbledon, e qui Budge, campione in carica e vincitore del gustoso antipasto del Queen’s, ha tutte le carte in regola per far valere la legge del più forte. Il suo gioco di sposa perfettamente con la superficie, il servizio funziona, le voleè sono efficaci e i due colpi da fondocampo non lasciano scampo agli avversari, costretti ad inchinarsi al numero del 1 mondo, siano essi i due britannici Kenneth Gandar-Dower ed Henry Billington, l’irlandese George Lyttleton-Rogers o l’altro inglese Ronnie Shayes, tutti velocemente spazzati via in tre set. Quando poi anche il cecoslovacco Frantisek Cejnar, 6-3 6-0 7-5, e lo jugoslavo Franjo Puncec, 6-2 6-1 6-4, si fanno da parte quasi senza lottare, ecco che il 2 luglio, sul Centre Court più famoso del mondo, Budge trova a sbarrargli la strada, o almeno a provare a farlo, il beniamino di casa, Bunny Austin, già finalista nel 1932 sconfitto da Vines. Figurarsi, Budge fa un sol boccone dell’emozionatissimo ed inadeguatissimo londinese, che racimola la miseria di quattro giochi per il 6-1 6-0 6-3 che ad oggi rimane una delle finali più scontate della storia di Wimbledon. E come l’anno precedente, Budge completa il tris con il successo in doppio con Mako e in doppio misto con Alice Marble.

Siamo a tre trionfi, ed ormai il sogno Grande Slam comincia a diventare quasi una certezza. A Donald manca ormai l’ultima tacca, ovvero gli US Open, di cui è detentore del titolo nonché finalista nel 1936 sconfitto da Fred Perry 10-8 al quinto set, da giocarsi davanti al pubblico amico. Nel frattempo, grazie anche al contributo decisivo del giovane 19enne Bobby Riggs, Budge ad inizio settembre bissa il successo in Coppa Davis portando in dote i due punti in singolare contro Bromwich e Quist e pur perdendo in doppio contro gli stessi avversari, e a fine mese, quando si presenta a Forest Hills, ha proprio in Riggs, testa di serie numero 2, il rivale più accreditato. Ma il talento di Donald non ha eguali, così come il suo gioco è tanto perfetto da lasciare solo le briciole a chi prova ad opporsi, ed in effetti Van Horn, Kamrath, Hare, Hopman e Sidney Wood in semifinale, travolto con un triplice 6-3, possono solo vestire i panni dell’arrendevole sparring-partner di turno. Il 24 settembre, al West Side Tennis Club, Budge è pronto a fare la storia, e curiosamente dall’altra parte della rete trova l’amico di una vita, lo stesso Gene Mako, che si toglie la soddisfazione di strappare al fuoriclasse californiano un set, il secondo, 8-6 rimontando da 2-5 sotto. Ma non può bastare, Budge è il più forte e con il conforto del 6-2 6-1 nei due set successivi cala il poker.

Il Grande Slam, termine che il reporter del New York Times, John Kieran, forgiò all’inizio del settembre 1933 quando Jack Crawford ebbe la possibilità di afferrare tutti e quattro i Majors perdendo però da Fred Perry in finale proprio a Forest Hills, è servito, per la prima volta nella storia del tennis, e Donald Budge entra nella leggenda. Poi andrà a far cassetta con gli altri professionisti, ma questa è davvero tutta un’altra faccenda.

CHARLIE HICKCOX, IL PRIMO GRANDE INTERPRETE DEI MISTI NEL NUOTO

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Charlie Hickcox – da:gettyimages.ca

Articolo di Giovanni Manenti

Come più volte ho avuto modo di partecipare, per coloro che hanno la bontà di seguirmi, il primo passo del Nuoto verso una maggiore visibilità a livello internazionale avviene in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico ’68, dove il programma viene finalmente allargato dalle 10 gare in calendario in campo maschile a Tokyo ’64 – in cui, bontà loro, erano già stati aggiunti i m.400misti e la staffetta 4x100sl rispetto all’edizione di Roma ’60 – sino a raggiungere le 15 prove, grazie all’inserimento dei m.200sl, la seconde gare a stile dorso, rana e farfalla ed i 200misti a far coppia con la doppia distanza.

Pertanto, l’ultima prova a vedersi ammettere ai Giochi è proprio quella dei misti, che fa il suo esordio a Tokyo per poi comprendere le gare sia sulle distanze dei 200 che dei 400 metri quattro anni dopo alla “Alberca Olimpica Francisco Marquez” della Capitale messicana.

E, quando una specialità fa capolino in una manifestazione così importante come la Rassegna a cinque cerchi, è giocoforza andare a cercare colui che può esserne il primo protagonista, vista la mancanza di raffronto con edizioni precedenti, fatta salva la sola gara sinora svoltasi in detto ambito sui 400 metri a Tokyo ’64 e che aveva visto primeggiare l’americano Richard Roth, il quale, a dispetto di un attacco di appendicite a tre giorni dalla gara, si impone dominando la Finale nel nuovo record mondiale di 4’45”4 che migliora di 3”2 il suo stesso limite stabilito a fine lugli del medesimo anno.

Altresì chiaramente, quando gli atleti si cimentano in una nuova specialità, i limiti della stessa sono sconosciuti ed i relativi record migliorati con frequenza ed il citato Roth – che avrebbe potuto tranquillamente fare “doppietta” a Tokyo qualora fosse stata inserita anche la gara dei m.200misti, di cui deteneva il primato assoluto con 2’14”9 – si vede cancellato dall’Albo d’oro dapprima sulla più corta distanza, allorché il connazionale Greg Buckingham scende per ben tre volte, tra il 1966 ed il ’67, sotto i 2’14” netti, sino al 2’11”3 del 23 agosto ’67.

Anno, il 1967, che vede però salire alla ribalta un 20enne dell’Arizona, tal Charles Buchanan “Charlie” Hickcox, studente all’Università di Indiana e che pertanto ha l’opportunità di far parte dei celebri “Indiana Hoosiers”, sotto la guida dell’ancor più famoso tecnico James “Doc” Sullivan, Capo Allenatore del Team Usa per quattro edizioni consecutive dei Giochi, da Tokyo ’64 sino a Montreal ’76.

Hickcox, nato il 6 febbraio 1947 a Phoenix, popolosa Capitale dell’Arizona, deve a Sullivan i suoi successi, visto che, dall’alto della sua esperienza, non tarda ad accorgersi delle elevate potenzialità del ragazzo che in breve tempo scala le gerarchie degli “Hoosiers” sino a divenirne il Capitano e guidare la sua Università a tre titoli NCAA consecutivi di squadra tra il 1967 ed il ’69, tanto da far dichiarare al tecnico come “allenare sia un piacere ed è sicuramente molto più facile quando Charlie è il tuo Capitano”.

Capace di aggiudicarsi, in un triennio, ben 7 titoli NCAA ed addirittura 9 AAU, Hickcox, al pari di ogni altro mistista che si rispetti, ha un singolo stile in cui eccelle e nel suo caso trattasi del dorso, per il quale si presenta ai “Giochi Pan Americani” che si svolgono a fine luglio ’67 a Winnipeg, in Canada.

In tale occasione, Hickcox si aggiudica con largo margine la Finale dei m.100 dorso in 1’01”19, per poi essere superato dal canadese Ralph Hutton (2’12”55 a 2’13”05) sulla doppia distanza e quindi completare la propria esperienza canadese con un secondo oro quale insolito componente, in seconda frazione, di una staffetta 4x200sl in cui figurano leggende del Nuoto americano dell’epoca, ovverossia Don Schollander- che nella gara individuale realizza il record mondiale di 1’56”01 – e Mark Spitz che, bontà sua, i primati assoluti li fa registrare su entrambe le distanze dei 100 e 200 metri farfalla.

Ma è un mese dopo, in occasione delle Universiadi di Tokyo ’67 che il 20enne dell’Arizona balza prepotentemente alla ribalta internazionale, allorché alla doppietta sui 100 e 200 metri dorso aggiunge anche i relativi record mondiali, infliggendo al connazionale ed ex primatista Doug Russell la sconfitta sulla più corta distanza (59”3 ad 1’00”0) il 28 agosto per poi concedere la replica il giorno dopo sui 200 metri, nuotati in 2’09”4, primo atleta a scendere sotto la barriera dei 2’10” netti per migliorare un limite (2’10”3) che il connazionale Jed Graef averva stabilito nella Finale dei Giochi di Tokyo ’67.

Non contento di ciò, oltre ad aver dato il proprio contributo al successo della staffetta 4x200sl, il 31 agosto Hickcox è doppio protagonista nella staffetta 4x100mista, in quanto nuota in prima frazione a dorso in 59”1, così limando di altri 0”2 decimi il proprio fresco primato, e lancia i suoi compagni Ken Merten, Doug Russell e Ken Walsh al record mondiale di 3’57”2, anche in questo caso rispetto al precedente realizzato nella medesima piscina in occasione delle Olimpiadi di tre anni prima.

Quattro Ori su altrettante gare disputate con in più tre record individuali ed uno in staffetta sembrerebbero più che sufficienti per vedersi assegnare il premio di “Swimmer of the Year” (“Nuotatore dell’Anno”) dalla prestigiosa rivista americana “Swimming World”, che, al contrario gli preferisce Mark Spitz per le sue imprese ai citati “Giochi Pan Americani”, un giudizio che verrà clamorosamente ribaltato a fine anno seguente, allorché Spitz è atteso quale grande star alle Olimpiadi di Città del Messico, dove va all’assalto di possibili 6 medaglie d’oro, naufragando miseramente.

Uno Hickcox che, viceversa, sembrerebbe orientato a giocarsi le sue carte a dorso, ma l’emergere in Germania Orientale di colui che per un decennio risulterà il dominatore indiscusso della specialità, vale a dire Roland Matthes, che toglie all’americano il record sui 100 metri appena 21 giorni dopo nuotando la distanza in 58”4 per poi appropriarsi anche di quello sui 200 con il tempo di 2’07”9 realizzato l’8 novembre ’67 a Lipsia, induce l’esperto coach Sullivan a dirottare il suo allievo sui misti

E, d’altronde, Hickcox può vantare su di un enorme vantaggio a dorso ed è in grado, quale stileliberista che proviene dai m.200sl, di “tenere la distanza” in una prova massacrante quale quella dei m.400misti, ragion per cui vale la pena tentare, con la prima, importante verifica in occasione degli “Olympic Trials” che hanno luogo a Long Beach, in California, dal 30 agosto al 3 settembre ’68.

E la risposta che il tecnico ottiene il primo giorno di gare, in cui sono previste batterie e Finale dei m.400misti, ha qualcosa dello sbalorditivo, visto che la specialità, nei primi 7 mesi dell’anno, aveva, come suol dirsi, fatto “passi da gigante”, con il già ricordato record di 4’45”4 stabilito da Roth ai Giochi di Tokyo ’64 ad essere migliorato tre volte, dapprima di un solo 0”1 decimo da parte del sovietico Andrej Dunaev e quindi, a distanza di due settimane l’uno dall’altro, il 6 luglio a Santa Clara dal primatista dei 200 Greg Buckingham con 4’45”1 ed ultima replica, il 20 a Los Angeles, di Gary Hall che scende sino a 4’43”4.

Un’autentica promessa del Nuoto Usa – poi solo in parte mantenuta, in quanto ai numerosi primati realizzati non hanno fatto riscontro altrettante medaglie conquistate – il 17enne Hall è visto come l’avversario più pericoloso per Hickcox, con il quale ha peraltro modo di confrontarsi già in batteria, inseriti entrambi nella quinta serie in cui Hall ripete il suo tempo record di 4’43”4 (4’43”45 con il rilevamento elettronico …), solo per vedersi superare dal suo rivale che, nuotando in 4’43”3 (4’43”35 elettronico …), si appropria del primato e mette in allarme gli osservatori in vista della Finale del pomeriggio.

Intenzionati a presentare ai Giochi una squadra in grado di far man bassa di medaglie – cosa che poi, in effetti, si verifica con 52 allori nei settori maschili e femminili sugli 87 disponibili – per i Dirigenti Usa vi è una particolare attenzione per l’esito della sfida da non restare assolutamente delusi, allorché si pensi che il quarto classificato, Peter Williams, resta fuori dai Giochi nonostante abbia nuotato abbondantemente (4’41”83) sotto il record mondiale …!!

Immaginatevi cosa è successo davanti a lui, con Hall a migliorarsi sino a 4’40”63 che gli vale solo la terza piazza, in quanto Buckingham conferma la sua veste di specialista dei misti toccando in 4’40”25 mentre Hickcox “riscrive la storia” sulla distanza, primo nuotatore ad infrangere il muro dei 4’40” netti con uno stratosferico 4’38”91, pur se omologato in 4’39”0 quale nuovo primato assoluto.

Con questo splendido “biglietto da visita”, il Capitano degli Hoosiers scende in acqua il giorno dopo per la rivincita sui m.200misti, in cui Buckingham intende far valere la propria veste di primatista mondiale, ma le avvisaglie in batteria non sono delle più favorevoli, dato che Hickcox fa registrare il miglior tempo di 2’12”04, oltre 1”50 migliore del 2’13”58 in cui nuota Williams e del 2’14”50 di John Ferris, con il primatista mondiale ed Hall a “nascondersi”, qualificandosi con i rispettivi sesto e settimo migliori tempi.

Con una dimostrazione anche di una maggiore resistenza, dato l’impegno del giorno prima, Hickcox non fa sconti al pomeriggio, andando a trionfare facendo fermare i cronometri sui 2’10”57 (arrotondato a 2’10”6) che migliorano il primato di Buckingham, il quale fa leva sulla sua esperienza per centrare in 2’12”39 il terzo posto che vale il pass olimpico alle spalle del 19enne Ferris (2’11”59), mentre Hall conclude non meglio che sesto in 2’14”48.

Essendosi candidato come il maggior pretendente alla vittoria olimpica, Hickcox non rinuncia a tentare la carta della selezione anche a dorso, centrando l’obiettivo sui 100 metri vinti in 59”7 per poi pagare dazio alle fatiche sulla doppia distanza, dove Hall si prende una parziale rivincita escludendolo per appena 0”19 centesimi (2’09”50 a 2’09”69) dalla terza piazza utile nella Finale vinta da Jack Horsley in 2’08”74 con 0”08 centesimi sul Mitchell Ivey.

Poco male, comunque, visto che, oltretutto l’oro sui m.200 dorso avrebbe rappresentato una sorta di chimera, dato che il 14 agosto ’69 a Lipsia, Matthes si era migliorato sino a 2’07”5 tempo assolutamente fuori della portata di Hickcox, il quale fa il suo esordio ai Giochi di Città del Messico il 19 ottobre 1968, giorno di batterie dei 200 misti con la Finale in programma il giorno seguente.

Logicamente, essendo la prima volta che tale gara fa parte del programma olimpico, i 2’16”1 con cui Hickcox si aggiudica la prima batteria rappresentano anche il relativo record, peraltro di brevissima durata in quanto già nella terza serie il connazionale Ferris nuota in 2’14”6 e meglio del primatista mondiale fa anche Buckingham nella sesta batteria con 2’15”6, con i tre rappresentanti Usa ad aver comunque realizzato le migliori prestazioni, il che fa presagire una monopolizzazione del podio nella Finale del 20 ottobre …

Previsione facile e quanto mai rispettata, con il solo peruviano Juan Carlos Bello ad insidiare il “tris a stelle e strisce”, concludendo quarto in un comunque soddisfacente 2’13”7, mentre l’esito delle batterie viene rovesciato, con Ferris a retrocedere al terzo posto, preceduto di 0”3 decimi (2’13”0 a 2’13”3) da Buckingham e Hickcox, regale, a confermare i favori del pronostico, affermandosi in 2’12”0.

E, nel mentre Spitz aveva già visto naufragare il suo assalto alle 6 medaglie d’oro con il bronzo sui m.100sl il 19 ottobre, cui segue un ancor più deludente argento sui m.100 farfalla il 21, data la sua veste di primatista mondiale, Hickcox si prepara a cercare di rendere il più possibile dura la vita al fenomeno Matthes sui m.100 dorso, per i quali sono previste al 21 ottobre batterie e semifinali, con la Finale in programma il giorno appresso.

Dopo che nelle batterie del mattino Hickcox era stato l’unico a reggere il rimo del tedesco orientale (1’01”0 ed 1’01”1 i rispettivi tempi), nelle semifinali i due avversari si impongono nelle rispettive serie con tempi più modesti – 1’01”6 Hickcox nella prima ed 1’01”3 Matthes nella seconda, trascinando dietro di sé gli altri due rappresentanti Usa Larry Barbiere e Ronald Mills, con 1’01”6 ed 1’01”8 – con il chiaro intento di risparmiarsi per la Finale del giorno dopo.

Ed anche se i tre americani migliorano tutti i rispettivi riscontri cronometrici del giorno avanti, con Barbiere ai margini del podio in 1’01”1, Mills a fregiarsi del bronzo con 1’00”5 ed Hickcox a nuotare in 1’00”2 che gli vale l’argento, non può esservi competizione con il leggendario dorsista della Germania Est, il quale fa gara a sé, andando a concludere in un eccellente 58”7, a soli 0”3 decimi dal proprio record mondiale.

A parziale scusante del 21enne di Phoenix, ancorché Matthes si fosse dimostrato imbattibile, come poi lo sarà anche negli anni a seguire, il fatto che al mattino avesse dovuto disputare le batterie dei m.400misti, in cui il trio Usa nuovamente a scoprire le proprie carte, con Buckingham ad imporsi nella seconda serie in 4’57”3 ed Hickcox nella terza in 4’56”2, tempo eguagliato da Hall facendo sua la quinta ed ultima batteria, in cui giunge secondo con 4’57”5 il canadese Sandy Gilchrist, unico altro degli otto finalisti ad essere sceso sotto i 5’ netti.

Per coloro che stanno leggendo con un minimo di attenzione e non di sfuggita queste righe sarà già balzata agli occhi l’enorme differenza di prestazioni tra i tempi delle Selezioni di Long Beach ed i responsi cronometrici di Città del Messico, ma occorre a questo punto precisare che, come successo nelle gare di atletica, la rarefazione dell’aria dovuta agli oltre 2mila metri della Capitale messicana favorisca le prove sulle distanze brevi mentre, al contrario, diventi un pesante fardello più le prove sono lunghe ed impegnative, prova ne sia che si sono verificati anche casi di collassi in acqua.

Fatta questa doverosa premessa e non potendosi pertanto attendere grandi risultati cronometrici nella Finale del 23 ottobre ’68, considerato peraltro come dette condizioni di disagio valgano per tutti i concorrenti in gara, la sfida tra Hickcox ed Hall – che dato l’identico miglior tempo in batteria occupano le corsie centrali – vede i due amici/rivali procedere di pari passo per più o meno le intere otto vasche, dato che entrambi hanno nello stile a rana il loro punto debole, mentre Hickcox si fa preferire a dorso ed il 17enne del North Carolina a farfalla, così che la decisione avviene negli ultimi 100 metri nuotati a stile libero, in cui il primatista mondiale si assicura quel minimo margine che gli consente di concludere in 4’48”40, 0”3 decimi meglio di Hall, mentre stavolta la tripletta Usa viene impedita dal tedesco occidentale Michael Holthaus che precede di un soffio Buckingham sul filo dei centesimi nella lotta per il bronzo, nonostante vengano entrambi accreditati del medesimo tempo di 4’51”4 arrotondato al decimo di secondo.

Con due Ori ed un argento già al collo, per Hickcox si preannuncia ancora una sfida contro Matthes nell’ultima gara del programma olimpico, vale a dire la staffetta 4×100 mista, in programma il 26 ottobre ’68, probabilmente utile anche per far pendere l’ago della bilancia a favore dell’uno o dell’altro al momento della scelta di chi premiare come “Nuotatore dell’anno” a fine stagione, riconoscimento per il quale non è da escludere anche l’australiano Mike Wenden, già autore della doppietta sui m.100 e 200sl (con tanto di record mondiale sulla più breve distanza …), nonché argento con la staffetta 4x200sl e bronzo con il quartetto della 4x100sl.

Una sfida ai massimi livelli, dunque, che Matthes fa di tutto per aggiudicarsi, visto che nuota la prima frazione a dorso in 58”0 così da migliorare il suo stesso limite mondiale e lanciando i propri compagni con un considerevole vantaggio di 2”4 sul quartetto Usa, visto che Hickcox dà il cambio in seconda posizione dopo aver concluso in 1’00”4 la sua ultima fatica, ma gli altri componenti della staffetta tedesco orientale non sono all’altezza del loro leader, tutto il contrario degli americani, che fanno registrare il tempo complessivo di 3’54”9 che, oltre alla conquista della medaglia d’oro, toglie alla Germania Est (seconda con 3’57”5) anche il record mondiale stabilito l’anno prima a Lipsia con 3’56”5.

Tre medaglie d’oro ed una d’argento olimpiche e tre record mondiali individuali stabiliti nel corso della stagione fanno sì che la rivista “Swimming World” alla fine preferisca (forse anche con un “pizzico” di partigianeria …) Hickcox a Matthes su a chi assegnare il premio di “Nuotatore dell’anno”, un riconoscimento che, al di là della grandezza del tedesco orientale, non si può certo dire che il 21enne americano abbia usurpato.

Matthes avrà modo di fare collezione di record e trofei nel corso della sua lunga carriera, mentre Hickcox al contrario, come accadeva in quegli anni alla quasi totalità dei nuotatori americani, abbandona lo sport agonistico nel 1969 una volta laureatosi in Legge, potendo svolgere la stessa esclusivamente durante gli anni del College, per poi dedicarsi a tutte altre attività.

Ed, a succedergli nell’Albo d’oro dei primati, non poteva essere altri che Gary Hall, il quale migliora in tre occasioni quello sui 200misti e quattro il record sulla distanza doppia, solo per fallire miseramente l’appuntamento olimpico di Monaco ’72, dove conclude non meglio che quarto sui 200 ed addirittura quinto sui 400misti …

D’altronde, non è da tutti abbinare record a medaglie, e poter così assurgere all’imperitura “Gloria Olimpica” che caratterizza solo i più grandi di ogni epoca …

 

DIETRICH THURAU, IL PREDESTINATO CHE FU PIU’ SREGOLATEZZA CHE GENIO

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Dietrich Thurau in maglia gialla al Tour de France 1977 – da fnp.de

articolo di Nicola Pucci

Credo che molti, tra addetti ai lavori ed appassionati del pedale, una volta chiusa nel 1971 la carriera di Rudy Altig, avessero puntato ben più di qualche centesimo su Dietrich Thurau quale naturale erede del “toro di Mannheim“. E a giochi fatti, ovvero nel 1988 quando il campioncino tedesco si farà da parte, potranno a buona ragione pensare di aver perso la scommessa.

Già, perché questo ragazzo che vide la luce a Francoforte il 9 novembre 1954, aveva tutto, ma proprio tutto, per eccellere nel ciclismo: talento naturale, colpo di pedale, stile e fisico da granatiere. Ma pure un carattere bizzoso ed incostante, irascibile e ribelle, che gli precluse un palmares ben più congruo alle attese di quello infine messo in cassaforte.

Thurau agli inizi di carriera corre prevalentemente su pista, cogliendo numerose affermazione nelle Sei Giorni, evidenziando doti non comuni sia a cronometro che in volata. Proprio in linea conquista nel 1971 il titolo nazionale juniores, che è solo il primo di una collezione invidiabile, per poi, nell’ultimo anno da dilettante, mettersi al collo la medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre ai Mondiali di Montreal del 1974 quando assieme a Gunther Schumacher, Peter Vonhof e Hans Lutz si tiene alle spalle i cugini della Germania Est e la Cecoslovacchia.

La classe di Thurau non passa certo inosservata e nel 1975 il colosso olandese Ti-Raleigh lo fa passare professionista, venendone subito ripagato con le vittorie al Tour de l’Oise, al Gran Premio di Fourmies e al campionato tedesco su strada, bissando il trionfo l’anno dopo.

A Dietrich non manca niente per diventare una stella di prima grandezza del ciclismo internazionale, adattissimo com’è alle grandi corse in linea così come alla competizioni contro il tempo, facendosi nondimeno rispettare anche in salita e non mancando certo di uno spunto veloce. E proprio nel 1976, alla prima esperienza in un grande giro, la Vuelta, che si corre a primavera, Thurau ha modo di mettersi in luce vincendo il prologo di Estepona, che gli permette di indossare subito la maglia amarillo di leader della classifica, vincendo poi le tappe di Nules, Reinosa, al Santuario de Oro e la cronometro finale di San Sebastiano, vestendo per altri sei giorni le insegne del primato ed infine conquistando la maglia a punti, terminando al quarto posto in classifica generale a soli 3″ dal terzo gradino del podio su cui sale, al posto suo, lo spagnolo José Nazabal.

E se il 1976 è dunque promettente in ottica futura, ancor meglio le cose vanno l’anno dopo quando Thurau non solo colleziona ben 19 vittorie parziali, ma, dopo aver dominato la Vuelta Andalusia in cui trionfa in ben otto delle dieci tappe, aver battuto Patrick Sercu, con cui fa coppia alle Sei Giorni, al Gran Premio di Harelbeke, ed esser giunto terzo alla Liegi-Bastogne-Liegi, si guadagna immensa popolarità sulle strade del Tour de France quando, dominando il prologo di Fleurance ed imponendosi successivamente sui traguardi di Pau, spianando Aspin, Tourmalet e Aubisque, e Chamonix, e nelle cronometro di Bordeaux e degli Champs Elysees, veste la maglia gialla per ben 19 tappe e chiude infine al quinto posto della classifica generale con un distacco di 12’24” dal vincitore, Bernard Thevenet, al bis dopo il successo del 1975, risultando primo sia nella classifica dei giovani che in quella della gran combinata e meritandosi l’ammirazione di Jacques Chirac, allora sindaco di Parigi, che dichiara che “neppure Adenauer ha fatto tanto quanto Thurau per rinforzare l’amicizia tra Francia e Germania!

Ai Mondiali di San Cristobal Thurau, che nel frattempo è diventato una star in Germania tanto da venir premiato a fine anno quale sportivo di riferimento, giunge al traguardo in compagnia di Francesco Moser, ma da questi viene battuto nello sprint a due, fallendo l’assalto alla maglia arcobaleno.

Poco più che 23enne e già con due eccellenti partecipazioni nelle prime due grandi corse a tappe disputate, oltre ad esser salito sul podio in una classica-monumento così come al campionato del mondo, Thurau nel 1978 è atteso alla definitiva consacrazione, anche perché debutta la stagione con quattro vittorie parziali e il successo finale all’Etoile de Besseges, corsa francese che segna l’inizio del calendario europeo. Ma, seppur riesca a far sua una classica di prestigio come il Campionato di Zurigo, terminando altresì secondo alla Liegi-Bastogne-Liegi, triplicando al Giro d’Italia con la vittoria nel prologo di Saint-Vincent quel che era già stato capace di fare sia alla Vuelta che al Tour de France, le cose non vanno come sarebbe lecito attendersi da così tanto talento, ed il carattere ribelle, che si sposa perfettamente ad un aspetto fisico che fanno del “Bel Didì“, alto, biondo e con gli occhi che conquistano, l’oggetto del desiderio del pubblico femminile, costa a Thurau una carriera da fuoriclasse.

Trova modo, sia chiaro, nel 1979 di far infine sua la Liegi-Bastogne-Liegi, prendendosi il lusso di lasciare Bernard Hinault ad un minuto di distacco, ma a far parlare sono soprattutto alcune scorrettezze, come quella con cui al Mondiale di Valkenburg nello stesso 1979 manda a terra Giovanni Battaglin nel convulso arrivo allo sprint che regala l’iride a Jan Raas e allo stesso Thurau un altro secondo posto, e tre squalifiche, 1980, 1985 e 1987, per positività ad un test antidoping e per aver aggredito un commissario di corsa, proprio su quelle strade del Tour de France che nel 1977 avevano fanno presagire un futuro radioso.

Proprio dopo il fattaccio olandese, Thurau, che ha conquistato a Saint Priest l’ultima sua vittoria alla Grande Boucle e sempre nella stagione 1979 si mette in saccoccia Ruta del Sol e Giro di Germania, imbocca velocemente la china discendente, cambiando ripetutamente maglia, mostrando con il terzo posto alla Parigi-Roubaix del 1980 quel che sarebbe potuto essere ed invece non è stato, e deliziando ancora il pubblico italiano nel 1983 quando, difendendo i colori della Del Tongo, contribuisce alla seconda vittoria di Giuseppe Saronni alla Corsa Rosa, chiudendo a sua volta al quinto posto della classifica generale.

Poi, a corollario di ben 29 vittorie nelle Sei Giorni, l’aver provato a far fesso il Tour de France, una sorta di “reato di lesa maestà”, anche se negli anni a venire affermerà che “nessuno scala l’ Alpe d’Huez ad acqua zuccherata“, convince Dietrich Thurau, nel 1988, che è l’ora di appendere la bicicletta al chiodo. Già, proprio quel mezzo che aveva annunciato al mondo un possibile fuoriclasse, ma che in definitiva si è rivelato ben più sregolatezza che genio.

 

LORENZO ZANON E L’OCCASIONE MONDIALE CONTRO LARRY HOLMES

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Una fase del match tra Zanon e Holmes – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

E’ proprio vero che, prima o poi, l’occasione che può cambiarti la vita capita a tutti. Basta sapere attendere. E Lorenzo Zanon, peso massimo lombardo di Novedrate, classe 1951, non si sottrae a questa semplice seppur universale norma esistenziale, anche se poi quella chance, come vedremo tra poco, non saprà sfruttarla fino in fondo.

Qualche cenno biografico, tanto per cominciare. Lorenzo è figlio di Gino, padovano che nel Secondo dopoguerra emigra in Lombardia in cerca di un futuro che non sia solo lavorare la terra. E qui, in effetti, la famiglia trova la sua collocazione sociale, tanto che il piccolo Lorenzo cresce, bene, e grande e grosso com’è già alla tenera età di sette anni si avvicina alla boxe, antica passione in casa Zanon. Il percorso agonistico porta Lorenzo a conquistare il titolo giovanile dei pesi massimi nel 1969, il che gli vale in regalo una “500” fiammante ma pure un grave incidente con frattura della gamba destra. Zanon parrebbe destinato a non poter più salire sul ring, ma la tempra è quella del duro che non si arrende e due anni dopo, a far data 1971, Lorenzo è nuovamente competitivo guadagnandosi l’argento ai campionati italiani di Roma.

L’anno dopo il passaggio al professionismo è quasi una scelta obbligata, con Ermanno Festorazzi che si arrende ai punti per la prima di una serie di 14 vittorie che valgono a Zanon l’opportunità, il 26 maggio 1975, di combattere a Milano con Giuseppe Ros per il titolo italiano dei pesi massimi. Il lombardo vince ai punti ed inizia una carriera ad alto livello che se lo costringe qualche mese dopo a cedere la cintura a Dante Cane, lo vede pure mettersi in gioco oltreoceano andando a sfidare nel 1977, al Caesars Palace di Las Vegas, Ken Norton e Jerry Quarry, non proprio due pugili qualunque, con cui perde non prima di aver venduta cara la pelle.

Zanon ha eccellente tecnica, difettando forse in potenza, ma quel che avviene dopo l’esperienza americana ha del controverso, con un inatteso stop mai del tutto chiarito da parte della Federazione pugilistica italiana che lo tiene inattivo per più di un anno. Nel frattempo, tuttavia, Lorenzo si allena, e quando può tornare a boxare sul ring, si aprono le porte della sfida continentale con l’uruguaiano naturalizzato spagnolo Alfredo Evangelista, un tempo scaricatore al porto di Montevideo e già affrontato e battuto a Bilbao il 4 febbraio 1977, che a Torino il 18 aprile 1978 si arrende ai punti alla boxe troppo più brillante del lombardo. Zanon mette in palio il titolo qualche mese dopo contro il forlivese Attilio Righetti, facendo match pari e conservando la cintura, per poi il 10 ottobre 1979, a Torino, affrontare un altro iberico, Felipe Rodriguez.

Quel che avviene il 10 ottobre segna doppiamente la carriera di Zanon, che se in serata conserva per decisione unanime dei giudici la palma di miglior peso massimo d’Europa, pure vede recapitato in mattinata al suo manager Umberto Branchini il telegramma che lo elegge sfidante del campione del mondo Larry Holmes, imbattuto e detentore del titolo WBC.

Inizialmente il combattimento è programmato a Tokyo, in dicembre, ma Don King, pigmalione di Holmes, chiede una borsa spropositata ed infine, tra conferme e smentite, viene stabilita altra data, 3 febbraio 1980, ed altra sede, ancora il Caesars Palace di Las Vegas. L’evento in Italia assume valenza storica, perchè sono ben 46 anni, ovvero da quando Prima Carnera nel 1934 aveva ceduto la corona a Max Baer, che un tricolore non si batte per il titolo dei pesi massimi.

Holmes è ovviamente il grande favorito, non solo per l’imbattibilità da professionista che ammonta a 32 vittorie consecutive, ma anche per quel che è stato capace di mostrare nelle precedenti cinque sfide iridate con gli stessi Norton ed Evangelista, Ossie Ocasio, Mike Weawer e Earnie Shavers, tutti facilmente fatti fuori. Una vera e propria forza della natura, contro la quale Zanon può opporre fantasia, coraggio e resistenza.

Ed in effetti il match, che in molti ritengono possa risolversi in una carneficina, è troppo sbilanciato dalla parte di Holmes, a cui sono garantiti 600.000 dollari contro i 125.000 dollari dello sfidante, seppur per le prime tre riprese Zanon sfoggi un jab da lustrarsi gli occhi. Il campione del mondo non si scompone e al quarto round colpisce ripetutamente al volto l’italiano che barcolla, cade al tappeto tre volte, si rialza, viene contato da Roy Solis ma resiste stoicamente. Non solo, al quinto round tenta l’azzardo attaccando il campione del mondo e meritandosi la stima e l’apprezzamento del pubblico, riuscendo a far sua quella ripresa. Ma è solo un sussulto, ferito nello smisurato orgoglio e stizzito per l’impertinenza del rivale, Holmes abborda la sesta ripresa con veemenza, fin quando Roy Solis, complice un portentoso destro risolutivo del campione del mondo, non può far altro che interrompere il match e decretare la vittoria dell’americano.

17 minuti e 39 secondi, tanto è durato il sogno iridato di Lorenzo Zanon. Certo, poco più di un battito di ciglio, ma è stato bello lo stesso… sfido chiunque a riuscire a fare altrettanto.

ANTON GEESINK, IL JUDOKA CHE FECE PIANGERE UNA NAZIONE AI GIOCHI DI TOKYO 1964

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Geesink sul podio di Tokyo ’64 – da:wedstrijd.tips

Articolo di Giovanni Manenti

Quando il 26 maggio 1909, nella riunione del CIO svoltasi a Monaco di Baviera, Tokyo viene scelta come sede della XVIII Edizione delle Olimpiadi dell’era moderna – dopo che una precedente assegnazione per i Giochi del 1940 non aveva avuto luogo a causa degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale – ecco che il Comitato Olimpico giapponese inoltra la richiesta di introdurre nel programma due discipline molto popolari nel Paese del Sol Levante, quali il Judo e la Pallavolo, quest’ultima ammessa con entrambi i Tornei, sia maschile che femminile.

E se qualche dubbio poteva nascere sul ritardo con cui uno Sport come il Volley, che già aveva alle spalle ben cinque rassegne iridate e praticato in larga parte del pianeta, detta eccezione non aveva valore per il Judo, trattandosi di una disciplina tipicamente giapponese, nata nel 1880 e risalendo al 1882 la prima scuola di detta arte marziale.

Così fieri delle loro tradizioni, anche nello stilare il calendario degli eventi nulla viene lasciato al caso, visto che il 23 ottobre ’64, in pratica l’ultimo giorno di gare, dato che all’indomani sono previste solo due gare di equitazione e la cerimonia di chiusura, il programma prevede l’ultimo turno dei Tornei di Pallavolo e la Finale della “Categoria Open” di Judo, il tutto per celebrare al meglio le due settimane di festa dello Sport Olimpico.

Disciplina, il judo, che nella sua prima apparizione ai Giochi, vede inserite quattro categorie, ovverossia dei Pesi Leggeri (sino a 68kg.), Pesi Mediomassimi (sino ad 80kg.), Pesi Massimi (oltre 80kg.) ed Open, a cui possono partecipare atleti di ogni corporatura, e che rappresenta l’eccellenza di questo antico Sport.

Con già un en plein di medaglie costituito dalle vittorie di Takehide Nakatani nei Pesi Leggeri, il quale impiega 1’15” per avere la meglio in Finale sullo svizzero Eric Hanni, Isao Okano nei Mediomassimi, al quale bastano 1’36” per avere ragione del tedesco Wolfgang Hofmann nell’incontro per il titolo, ed Isao Inokuma tra i Massimi, pur se in questo caso per decisione arbitrale al termine dei 10’ di combattimento, le speranze giapponesi per un “cappotto” sono affidate ad Akio Kaminaga, Campione nazionale nella Categoria Open nel 1960, ’61 e nell’anno olimpico.

Kaminaga aveva altresì preso parte alla seconda edizione dei Campionati Mondiali, svoltasi il 30 novembre ’58 a Tokyo così come la prima del 3 maggio ’56, dove si era aggiudicato la medaglia d’argento nella Categoria Open (peraltro l’unica presente nella Rassegna iridata …), sconfitto in Finale dal connazionale Koji Sone, ma per il pubblico che gremisce il “Nippon Budokan”, quel 23 ottobre ’64, il pericolo maggiore aveva già avuto modo di presentarsi.

Già terzo, difatti, nell’edizione inaugurale del Torneo iridato – sconfitto in semifinale dal giapponese Yoshihiko Yoshimatsu, a propria volta superato nell’incontro per il titolo dal connazionale Shokichi Natsui – e quinto in quella successiva, dove era uscito ai Quarti contro un altro nipponico, Kimiyoshi Yamashiki, il gigante olandese Anton Geesink (2 metri per 115kg.) aveva interrotto il monopolio del Sol Levante nella Rassegna iridata di Parigi svoltasi il 2 dicembre ’61 …

Una vera e propria “strage di maestri”, quella avvenuta sul tatami della Capitale transalpina, visto che nel suo percorso sino al titolo iridato Geesink elimina nei Quarti proprio Kaminaga, per poi fare altrettanto con Hitoshi Koga in Semifinale ed avere quindi ragione nell’incontro conclusivo del Campione in carica Koji Sone, così da rappresentare ben più di una semplice minaccia, bensì un vero e proprio spauracchio in prospettiva olimpica.

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Il successo di Geesink su Sone ai Mondiali di Parigi ’61 – da:pinterest.co.uk

Anton Geesink nasce il 6 aprile 1934 ad Utrecht, quarta città olandese per numero di abitanti, da una famiglia di modeste condizioni economiche, tanto che già a 12 anni è costretto ad abbandonare gli studi per contribuire al relativo sostentamento in veste di operaio edile, praticando calcio e nuoto nel tempo libero.

Ed è proprio durante l’intervallo di una partita che, assistendo ad una dimostrazione di judo, il giovane Anton ne resta talmente affascinato da capire che quella sarà la disciplina a cui dedicarsi per la sua intera attività agonistica.

Di giorno sui cantieri, alla sera ad allenarsi sul tatami, Geesink non ci mette molto ad imporsi all’attenzione generale, visto che a dicembre ’52, appena 18enne, conquista il primo dei suoi 21 (!!) titoli europei nella categoria “Primo Dan” nella Rassegna Continentale di Parigi, località che, evidentemente, può considerare come un importante crocevia della propria carriera.

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Un’immagine di Geesink 22enne, nel 1956 – da:sportgeschiedenis.nl

Quando si presenta alle Olimpiadi di Tokyo, a 30 anni compiuti, Geesink ha già all’attivo 20 titoli europei, e da sei edizioni degli stessi, sale sul gradino più alto del podio in entrambe le Categorie dei Pesi Massimi ed Open, leader di un movimento che in Patria fa proseliti, visto che nell’ultima occasione, svoltasi a Berlino il 26 aprile ’64, sconfigge nelle due Finali altrettanti connazionali, ovverossia Martin Poglajen ed Henny Schaefer rispettivamente, pur se nessuno dei due gli fa compagnia nel viaggio in Oriente.

Al Torneo olimpico non sono molti gli atleti a prendere parte alla Categoria Open, con soli 9 iscritti, suddivisi in tre Gruppi che qualificano i vincitori alle Semifinali, mentre i secondi sono destinati al repechage per definire il quarto semifinalista.

Non sappiamo quanto voluto, ma Geesink e l’idolo di casa Kaminaga vengono inseriti nel medesimo Gruppo, unitamente al britannico David Petherbridge, con quest’ultimo ad essere facilmente sconfitto dai due pretendenti al titolo, nel mentre il confronto diretto vede prevalere, per decisione arbitrale, l’olandese, così determinando la necessità per Kaminaga di dover passare dai ripescaggi per mantenere vive le proprie ambizioni.

Gli altri due Gruppi qualificano per le semifinali l’australiano Theodore Boronovskis, con l’irlandese John Ryan al ripescaggio, ed il tedesco Hans Glahn, il quale beneficia dell’infortunio subito dall’americano Ben Campbell, così costretto a cedere il suo posto nel ripescaggio al malcapitato filippino Thomas Ong, protagonista, suo malgrado, di due eventi a loro modo memorabili nella Storia del Judo ai Giochi.

Opposto a due avversari troppo più forti di lui, Ong viene sconfitto per “uchi-mata” (“falciata colpendo l’interno della coscia”) da Ryan dopo appena 6”, un record destinato ben presto a crollare allorché Kaminaga impiega soli 4” per aggiudicarsi l’incontro per “taiotoshi” (“caduta del corpo”), mentre il confronto serio tra l’irlandese ed il giapponese vede prevalere quest’ultimo ai punti.

Con gli abbinamenti delle semifinali ad opporre Geesink a Boronovskis, l’olandese non impiega più di tanto a portare a termine il compito, visto che l’australiano regge il confronto per appena 12”, venendo sconfitto per “sasae-tsuri-komi-ashi” (letteralmente “trattenuta del piede con il sollevamento del corpo”), mentre una maggiore resistenza oppone Glahn a Kaminaga, prima che quest’ultimo ne abbia ragione dopo 4’10” dall’inizio dell’incontro, dovendo il tedesco subire anch’esso un “taiotoshi”.

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L’atterramento di Boronovskis da parte di Geesink – da:gettyimages.it

Ed eccoci finalmente giunti al momento da tutti pronosticato e tanto atteso da milioni di giapponesi, perché se Geesink ha fatto strage di loro connazionali ai Mondiali di Parigi, è altrettanto vero che nessun judoka si è sinora imposto sul loro territorio, ed anche il successo ottenuto nelle eliminatorie, per minima superiorità, non induce a previsioni così pessimistiche sulle sorti di Kaminaga, il quale è anzi animato da un forte desiderio di rivalsa.

C’è però un piccolo retroscena da svelare e che non depone propriamente a merito del Campione giapponese, anche se umanamente comprensibile, vale a dire l’aver nascosto alla propria Federazione di aver subito un infortunio ai legamenti di un ginocchio poco prima dell’inizio dei Giochi, dando così un vantaggio a colui che, proprio di favori, non è che ne avesse bisogno …

Certo, allorché i due atleti si rivolgono il tradizionale inchino al centro del tatami, la differenza di statura appare evidente, con il giapponese a non raggiungere i 180 centimetri rispetto ai due metri del gigante olandese, ma tecnica contro potenza vede spesso la prima avere la meglio nel judo e quella a cui assistono gli spettatori che gremiscono le tribune del “Nippon Budokan” quel pomeriggio del 23 ottobre ’64 è una di quelle sfide che restano impresse e che nobilitano la storia di questa disciplina, nonché un indiscusso spot pubblicitario per uno Sport appena entrato nel programma olimpico, e che, difatti, non viene incluso quattro anni dopo a Città del Messico ’68, per poi trovare definitiva collocazione a far tempo dall’edizione di Monaco ’72 …

Il temperamento e la innata disposizione al sacrificio di ogni rappresentante del Sol Levante che si rispetti consentono comunque di potersi godere un incontro quanto mai equilibrato, con Kaminaga non disposto a cedere ed a controbattere agli attacchi dell’olandese il quale, non intendendo attendere l’eventuale giudizio arbitrale (che non fornisce mai certezze specie se a competere vi è un atleta di casa …), cerca la soluzione prima del limite, trovandola dopo 9’22” dall’inizio del match allorché riesce ad inchiodare l’avversario al tappeto con un “kesa-gatame” (“controllo a fascia trasversale”), con ciò ponendo fine alle speranze di un intero popolo.

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La schienata vincente di Anton Geesink – da:gettyimages.co.uk

Oramai superata la trentina, Geesink – accolto al ritorno in Patria alla stregua di un eroe omerico, dato che la sua è la sola seconda medaglia d’oro olandese dopo quella del quartetto della 100km. a squadre di ciclismo – vede interrompersi una striscia decennale di successi continentali non andando oltre due bronzi (nelle categorie Pesi Massimi ed Open) ai Campionati Europei ’65 di fine aprile a Madrid, ma rende onore all’oro olimpico conquistando il titolo iridato nei Pesi Massimi ai Mondiali di Rio de Janeiro di metà ottobre mietendo un’altra vittima giapponese in Finale, vale a dire Mitsuo Matsunaga.

E, per un combattente nato come lui, non poteva certo dare l’addio all’attività agonistica con il neo delle due sconfitte continentali, ed ecco pertanto Geesink fornire un’ultima dimostrazione della propria forza ed indiscussa superiorità conquistando il suo 21esimo alloro nella Categoria Open ai Campionati Europei di Roma ’67, dove il 13 maggio sconfigge in Finale il sovietico Anzor Kiknadze in un torneo che vede mettersi al collo la medaglia di bronzo al connazionale Willem Ruska, che di Geesink diviene il degno erede, capace di conquistare la medaglia d’oro sia nella categoria dei Massimi che in quella Open alle Olimpiadi di Monaco ’72.

Probabilmente sulla decisione di Geesink di porre fine alla propria carriera incide anche la circostanza di non vedere la sua disciplina inclusa nel programma olimpico dei Giochi di Città del Messico ’68, ma resta comunque il fatto che, a 33 anni suonati, avesse già in ogni caso raggiunto l’apice del successo, certificato altresì dall’essere uno dei pochissimi judoka a cui la Federazione Internazionale aveva riconosciuto il massimo grado di cintura nera-10 Dan …

Per anni l’indiscusso idolo sportivo della propria città natale, Geesink non poteva, all’epoca, certo sapere che, ad una settimana di distanza dal suo trionfo giapponese, il 31 ottobre 1964, una coppia di sposi avrebbe messo al mondo, proprio ad Utrecht, un certo Marco van Basten, in grado di spodestarlo nelle gerarchie dei tifosi …

Che si sia trattato, di un segno del destino …?? Mah, chi può saperlo …

 

GYOZO KULCSAR, IL “PAGANINI” DELLA SPADA OLIMPICA

KRISSZ, Grigorij; Kulcsár Gyõzõ; SACCARO, Gianluigi
Gyozo Kulcsar sul podio di Città del Messico ’68 – da:brunomarzi.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nella ultracentenaria Storia delle Olimpiadi, l’Ungheria ha sinora colto 175 medaglie d’oro, che la pongono all’ottavo posto della Classifica assoluta, ma se andiamo ad analizzare tale dato, ci rendiamo conto che la “parte del leone” la fanno tre discipline, ovverossia la Scherma, il Nuoto e la Pallanuoto, sommando i cui ori si giunge a quasi il 42% del totale.

In particolare, per quanto riguarda la Scherma, la nazione magiara può vantare una straordinaria striscia di imbattibilità nella specialità della Sciabola, in cui, dopo la vittoria dell’Italia nella prova a squadre ai Giochi di Parigi ’24, resta imbattuta per sette edizioni consecutive, con i suoi portacolori a fare ancor meglio, visto che il gradino più alto del podio è appannaggio di uno spadista ungherese per 9 volte consecutive, con il leggendario Rudolf Karpati – quattro volte Oro a squadre dal 1948 al ’60 – ad imporsi a Melbourne ’56 ed a Roma ’60.

In un periodo in cui la Scherma non ha ancora raggiunto il livello di globalizzazione attuale, sono le “quattro sorelle” (Italia, Francia, Ungheria ed Unione Sovietica) a spartirsi il bottino di medaglie, con i cugini transalpini a farsi preferire nel Fioretto – l’oro a squadre è una questione italofrancese da Anversa ‘20 sino a Melbourne ’56 – così come nella Spada, dove il dominio si prolunga anche all’edizione di Roma ’60, per poi vedere emergere anche in questa specialità le lame magiare, guidate dal talento di Gyiozo Kulcsar.

Kulcsar nasce a Budapest il 18 ottobre 1940 ed ha la fortuna, durante l’infanzia, di potersi trasferire con la famiglia in Svezia e Germania onde sfuggire agli orrori della Seconda Guerra Mondiale per poi iniziare a cimentarsi in pedana dall’età di 15 anni, mettendosi in evidenza al punto da essere selezionato per le Olimpiadi di Tokyo ’64, in cui la prova individuale di Spada si svolge proprio nel giorno del suo 24esimo compleanno.

La scelta sui partecipanti alla gara individuale – dove l’Ungheria è alla disperata ricerca della sua prima medaglia olimpica – ricade sull’esperto Istvan Kausz e sul 22enne Zoltan Nemere, oltre che su Kulcsar e nel primo turno i tre magiari superano le rispettive “Poule ad 8”, pur se Nemere con uno score di 6-1, Kausz di 4-3 e Kulcsar di 5-2, venendo sconfitto per 5-3 dal tedesco Franz Rompza e per 5-2 dal nostro Giuseppe Delfino, già Oro a squadre ad Helsinki ’52, Melbourne ’56 e Roma ‘60, edizione quest’ultima a cui abbina anche l’Oro individuale, dopo essere stato argento quattro prima in Australia.

Al pomeriggio del 18 ottobre, si torna in pedana per il secondo turno, che risulta fatale a Kausz, mentre avanzano sia Nemere (4-2) che Kulcsar, il quale si aggiudica la “Poule A” con 5 vittorie – tra cui la rivincita (5-3) su Delfino – ed una sola sconfitta, 2-5 contro lo svedese Hans Kagfrwall.

Qualificato per la fase ad eliminazione diretta del giorno dopo, in cui non vi è possibilità di appello, Kulcsar cade abbastanza inaspettatamente contro un altro svedese, Orvar Lindwall, che lo estromette dalla competizione superandolo 10-6, e stessa sorte tocca a Nemere, che si arrende 7-10 al britannico Henry Hoskyns, così da confermare la “maledizione olimpica” della Spada per i colori magiari.

Ungheria che si vede costretta a cercare il riscatto nella Prova a squadre, dove 8 anni prima a Melbourne ’56 era riuscita a salire per l’unica volta sul podio, arrendendosi solo allo strapotere azzurro, sconfitta 3-9 nella Poule finale a quattro, dopo aver avuto ragione per 10-6 della Gran Bretagna e per 9-7 della Francia, mentre ai Giochi di Roma, quattro anni dopo, aveva patito la delusione della sconfitta di misura (7-8) in Semifinale contro la Gran Bretagna, perdendo poi l’assalto per il bronzo (5-9) contro l’Unione Sovietica.

Con una formazione che, oltre ai tre protagonisti della prova individuale, comprende anche gli esperti Arpad Barany e Tamas Gabor, di 33 e 32 anni rispettivamente, i primi due confronti contro Iran e Giappone non costituiscono problema alcuno, superati in scioltezza (14-1 ed 11-4), con Kulcsar a non conoscere sconfitta nei suoi 8 assalti disputati.

Costretta dalla posizione nel ranking a disputare un ulteriore incontro con l’Austria per accedere ai Quarti di finale, la formazione ungherese liquida la pratica con un comodo 8-1 in cui Kucsar peraltro fatica per far sue le sfide contro Roland Losert (5-3) e Rudolf Trost (5-4), ma l’obiettivo raggiunto comporta il doversi concentrare sulla sfida del giorno appresso contro i sovietici, che spesso in casa magiara va ben oltre il mero fatto sportivo …

E, per far pendere l’ago della bilancia in proprio favore, c’è bisogno di un Kulcsar al massimo della concentrazione, visto che il più giovane Nemere subisce l’emozione del momento vincendo uno solo dei suoi quattro assalti, scontando altresì un pesante 0-5 contro Grigory Kriss.

Kriss che porta il quarto successo in casa sovietica grazie al 5-2 con cui liquida Barany (il quale peraltro fornisce un contributo fondamentale con due vittorie al pari di Gabor), prima di incrociare le lame con un Kulcsar che ha ritrovato la migliore condizione e, dopo aver superato 5-3 Khabarov e 5-4 Kostava, infligge alla medaglia d’oro della prova individuale un severo 5-1 che chiude i conti sul punteggio di 8-4 per l’Ungheria, che torna così in Semifinale per la terza edizione consecutiva.

A cercare di sbarrare la strada verso la sfida per il tanto agognato Oro si frappone ora la Francia, mentre l’altra Semifinale vede i Campioni olimpici in carica azzurri affrontare la Svezia (liquidata con un tranquillo 8-2), ed un Kulcsar oramai padrone della pedana trova difficoltà solo contro Claude Bourquard, sconfitto 5-4, nel mentre sia Yves Dreyfus che Claude Brodin non lo sfiorano neppure, entrambe umiliati per 5-0.

Le tre vittorie di Kulcsar, unite alle due a testa di Nemere, Gabor e Kausz (preferito dal tecnico Bela Bay a Barany …) determinano il 9-3 conclusivo per portare la sfida ad un’Italia che da 12 anni non conosce sconfitta, con la speranza che Kausz e Gabor ritrovino lo smalto che aveva loro consentito di disputare la Finale individuale ai Mondiali di Buenos Aires ’62, con il titolo iridato appannaggio del primo.

Certo, a 30 anni abbondantemente superati non è che si possa essere al top della carriera, ma d’altronde in casa Italia è ancora lì a tirare Delfino, che di primavere ne conta ben 42 (!!) ed anche Giovan Battista Breda e Gianfranco Paolucci non è che siano alle prime armi con i loro 33 e 30 anni rispettivamente, così che il meno esperto tra gli azzurri è il 26enne Gianluigi Saccaro, quarto nella gara individuale.

E quanto conti la forza della gioventù in una prova così massacrante lo dimostra il fatto che, mentre Kausz riesce solo a strappare un pari (5-5) a Breda a fronte di due sconfitte contro Saccaro e Paolucci e Gabor porta alla causa la vittoria (5-4) contro Delfino – oltre ad un pari (5-5) con Saccaro dovendosi arrendere 2-5 a Breda – a fare la differenza sono il 22enne Nemere che infila tre successi contro Saccaro (5-2), Delfino (5-3) e Paolucci (5-1), per poi lasciare a Kulcsar il compito di chiudere definitivamente i conti …

Giunto alla sfida contro l’Italia con una striscia di 16 vittorie e nessuna sconfitta, il 24enne Gyozo completa il suo “percorso immacolato” non concedendo sconti né a Breda, Saccaro e Delfino (tutti battuti per 5-2) così come a Paolucci, l’ultmo ad arrendersi, sconfitto 5-4.

E se si tratta comunque di un Oro a squadre, difficilmente si vede un contributo così determinante di un singolo componente come nel caso di Kulcsar – 20 vittorie in altrettanti assalti, con un differenziale di 100-44 (!!) quanto a stoccate a segno e ricevute – a cui va anche tutta l’ammirazione di “uno che se ne intende” quale il nostro Delfino, che non ha difficoltà ad ammettere come gli ungheresi abbiano, nella circostanza, dimostrato “una tecnica sopraffina ed una tattica di approccio che ha variato il modo di duellare sinora visto in pedana”, aggiungendo però come “fosse strano che nessuno di loro sia mai riuscito ad emergere nella gara individuale in sede olimpica” …

Già, una tara – od un tabù, come meglio credete – che bisogna cercare di sfatare al più presto, ricordando che non solo alcun spadista ungherese non abbia ancora vinto un oro olimpico, ma che soprattutto non si sia ancora visto un solo magiaro salire sul podio nel corso della cerimonia di premiazione della gara di Spada.

E, con Kausz, Gabor e Barany a fare i conti con la carta d’identità, le speranze al riguardo, in vista del prossimo appuntamento a cinque cerchi di Città del Messico ’68 non possono che riporsi sui due protagonisti della Finale a squadre di Tokyo, ovverossia Kulcsar e Nemere, coi rispettivi 28 e 26 anni, pertanto nel pieno della maturità fisica ed agonistica, con quest’ultimo ad essersi aggiudicato il titolo iridato ai Campionati mondiali di Parigi ’65, prendendosi la rivincita sul britannico Hoskyns, che lo aveva eliminato ai Giochi di Tokyo.

Mentre l’Italia ha, per così dire, “riposto le spade” – bisognerà attendere 32 anni, ai Giochi di Atlanta ’96, per ritrovare gli azzurri sul gradino più alto del podio nella prova a squadre, mentre a livello individuale l’attesa sarà ben più lunga, datando Pechino ’08 con il successo di Matteo Tagliariol – ad uscire prepotentemente alla ribalta sono gli spadisti sovietici, che hanno visto Aleksey Nikanchikov laurearsi Campione mondiale sia a Mosca ’66 che a Montreal ’67, edizione quest’ultima in cui ha sconfitto in Finale la medaglia d’oro di Tokyo Kriss ed insieme hanno conquistato il titolo a squadre.

Con una formula rivoluzionata che prevede una “Poule finale a 6”, Kulcsar non ha difficoltà a superare i primi due raggruppamenti eliminatori – conclusi entrambi a punteggio pieno con 25 stoccate a favore e 12 subite in ognuno dei due – che fanno come “vittima illustre” il bicampione iridato Nikanchikov, nel mentre accedono al Girone finale gli altri due sovietici in lizza, il già ricordato Kriss e Viktor Modzolevsky, unitamente al nostro Saccaro, all’austriaco Herbert Polzhuber ed al francese Jean-Pierre Allemand.

Gli assalti per l’assegnazione delle medaglie sono in programma il 22 ottobre ’68, a quattro anni esatti di distanza dall’oro a squadre di Tokyo, nonché quattro giorni dopo il 28esimo compleanno di Kulcsar, il quale allunga, compresa la citata prova a squadre in Giappone, la propria striscia di assalti vincenti sino a quota 34, superando Saccaro, Modzolevsky, Polzhuber ed Allemand, prima di arrendersi solo all’ultima stoccata (4-5) al campione uscente Kriss, che però, a propria volta, viene sconfitto dall’azzurro, così che, a completamento del “Girone all’italiana” i tre spadisti si ritrovano con 4 vittorie ed una sconfitta a testa, avendo ognuno di loro avuto la meglio sul resto dei finalisti.

Nonostante il conto delle stoccate (24-14) sia favorevole all’ungherese rispetto al sovietico (25-19) ed all’azzurro (21-19), il regolamento prevede la disputa di uno spareggio a tre dove a Kulcsar potrebbe pesare la perduta imbattibilità, ma così non è, riscattando la sconfitta rifilando a Kriss un 5-3 cui segue il 5-2 con cui sconfigge Saccaro, potendo finalmente essere il primo spadista del suo Paese a salire sul gradino più alto del Podio olimpico nella prova individuale, con l’argento appannaggio di Kriss che conclude in parità (5-5) il suo assalto con l’azzurro, ma si fa preferire per il maggior numero di stoccate complessivamente portate.

Una superba prestazione – costituita da 16 vittorie ed una sola sconfitta su 17 assalti – che non può, con il solo Kulcsar, essere sufficiente a garantire la conferma dell’Oro olimpico a squadre, visto che gli altri due connazionali nella gara individuale si erano classificati non meglio che nono (il 25enne Csaba Fenyvesi, di cu sentiremo ancora parlare …) ed addirittura 17esimo l’atteso Nemere, e che alle porte si preannuncia la sfida con lo squadrone sovietico.

La formula della gara a squadre vede le 20 nazioni iscritte suddivise in 5 Gironi da quattro squadre ciascuno, con le prime due ad accedere alla fase successiva, compito che l’Ungheria, abbinata ad Austria (8-3), Messico (11-4) ed Australia (14-2) non ha alcuna difficoltà ad eseguire – con Kulcsar tenuto a riposo nella sfida contro gli oceanici – per poi fare altrettanto nel turno successivo contro Polonia (9-5) e Germania Est (9-3) che determina l’accesso alla Finale per l’oro contro l’Unione Sovietica, la cui umiliante vittoria per 7-0 sugli azzurri fa sì che l’Italia venga esclusa dalle medaglie per la prima volta dal 1912 …

Finale che, peraltro, non si mette bene per gli ungheresi, visto che, dopo un’iniziale successo di Nemere su Kriss, lo stesso viene sconfitto da Vitebskiy, così come tocca a Fenyvesi e Pal Schmitt – con quest’ultimo a divenire in seguito il primo Campione olimpico ad essere eletto Presidente del proprio Paese, circostanza avvenuta nell’agosto 2010 – perdere i loro assalti e, con l’Urss avanti 3-1, la svolta della gara avviene al quinto assalto, che vede Kulcsar (che aveva chiuso in parità il duello con Smolyakov …) affrontare Kriss, contro il quale chiude definitivamente i conti dopo una vittoria a testa nella gara individuale, ridando slancio e morale ai propri compagni che dall’1-3 si portano sul 5-3 per poi concludere sul 7-4 definitivo.

I Giochi di Città del Messico rappresentano la definitiva consacrazione per Kulcsar, non solo dal punto di vista delle medaglie conquistate, ma soprattutto per la sua eleganza in pedana, del quale si dice che la spada rappresenti la parte estesa del braccio tanto è un tutt’uno, così come il sorriso sempre stampato sul volto diviene quell’alone di sicurezza che incute timore e rispetto ai suoi avversari.

E che la scherma sia un’arte per persone istruite che sappiano mantenere il dovuto sangue freddo nei momenti decisivi dei singoli assalti è confermato dal fatto che tutti i componenti della formazione ungherese sono laureati, con Kulcsar ad aver scelto la branca di Ingegneria, anche se poi, in effetti, non eserciterà granché preferendo dedicarsi all’insegnamento della disciplina a lui tanto cara, facendo anche per diverso tempo tappa in Italia, a Vercelli, da dove ha forgiato Campioni quali Maurizio Randazzo e Paolo Milanoli  …

Più importante, per lui, concentrarsi sugli impegni agonistici, con un altro appuntamento da non perdere quale le Olimpiadi di Monaco ’72, che tornano a disputarsi verso fine agosto, così da poter festeggiare con tranquillità il Compleanno a casa invece che in giro per il mondo a tirar stoccate, con il compito di difendere l’oro del Messico in una gara individuale dove gli fanno compagnia Fenyvesi e Schmitt.

Con l’allargamento della partecipazione ad un sempre maggior numero di schermidori, la gara individuale in Baviera assume contorni massacranti, ad iniziare da un primo turno in cui i 72 spadisti iscritti sono suddivisi in 12 Gruppi da 6 atleti che ne qualificano ben 4 alla fase successiva – Kulcsar chiude con un 4-1 così come Schmitt, mentre l’inizio di Fenyvesi è in sordina con 3 vittorie e 2 sconfitte – dove i 48 rimasti vengono nuovamente divisi in Gironi da 6 atleti da cui ne vengono promossi 3 – e qui tutti e tre gli ungheresi concludono con una sconfitta a testa – per far sì che i 24 ancora in gara si sfidino in altri cinque assalti che mietono come vittima Schmitt, mentre migliora la sua condizione Fenyvesi (4-1) e Kulcsar accede ai Gironi di Semifinale con un 3-2 nonostante sia l’unico a sconfiggere (5-4) lo “storico” avversario Kriss.

Con già 15 assalti alle spalle, il giorno seguente, 5 settembre ’72, vanno in scena gli assalti valevoli per le due “Poule a 6” di Semifinale che qualificano i primi tre per il Girone conclusivo che assegna le medaglie, e la notte porta consiglio al Campione olimpico in carica che ritrova il suo miglior slancio, necessario per mettere in riga, uno dopo l’altro, il francese Brodin ed il tedesco est Melzig (5-3 ad entrambi), lo svizzero Giger (5-2) ed i sovietico Paramonov (5-4), prima di concedersi un turno di riposo (0-5) contro lo svedese Rolf Edling, a qualificazione già assicurata.

Nell’altra Poule si verifica l’inatteso crollo di Kriss, desolatamente ultimo con una sola vittoria all’attivo, mentre Fenyvesi rischia anch’esso una clamorosa eliminazione dopo aver perso i primi due assalti contro il rumeno Anton Pongratz (2-5) ed il francese Jacques La Degaillerie (3-5), per poi far suoi i tre successivi, compreso l’ultimo (5-3) contro il più volte ricordato Kriss.

E’ opinione comune che Kulcsar, ancorché alle soglie dei 32anni, sia in grado di ripetere l’impresa di Città del Messico, ma la Poule finale segna il definitivo riscatto di Fenyvesi, anch’egli nativo della Capitale, ma di tre anni più giovane, il quale strappa a La Degaillerie il pari (5-5) per poi non conoscere avversari imponendosi nettamente sugli altri finalisti, con tre vittorie per 5-1 (compresa la rivincita su Pongratz) ed una per 5-2 su Kulcsar, il quale, dal canto suo, deve accontentarsi del bronzo, arrendendosi 3-5 anche a La Degaillerie, il quale spreca la chance di contestare l’oro a Fenyvesi facendosi battere 3-5 da Pongratz.

Con stavolta l’oro ed il bronzo della gara individuale tra i componenti della formazione che scende in pedana per la gara a squadre, si fa difficoltà a non ritenere l’Ungheria  favorita per confermare per la terza edizione consecutiva il titolo già conquistato a Tokyo ’64 e Messico ’68, anche se l’inizio è scioccante, con una sconfitta per 5-10 contro gli svedesi che si confermano l’autentica “bestia nera” per i magiari, compreso Kulcsar che rimedia tre sconfitte, compresa la replica dello 0-5 contro Edling della gara individuale.

Saggiamente, il tecnico tiene fuori Kulcsar nelle sfide contro Germania Ovest (10-4) e Danimarca (16-0), per poi averlo riposato il giorno seguente, 9 settembre ’92, in cui sono previsti Quarti, Semifinale e Finale, tornati a disputarsi con la formula dell’eliminazione diretta.

Nei Quarti, la sfida con i polacchi non ha storia, troppo netto è il divario in pedana, ed il 9-1 conclusivo serve a Kulcsar per “ritrovare il braccio”, con tre facili vittorie per 5-3, 5-0 e 5-2, necessarie in vista dell’eterna sfida contro i sovietici che stavolta si presenta in Semifinale.

Il contributo di Kulcsar è comunque positivo, con 2 vittorie (5-3 sia su Zazitski che su Valetov), un pareggio per 5-5 contro Paramonov ed una sconfitta per 3-5 nella “sfida infinita” contro Kriss, ma ad essere decisivo è Fenyvesi, con le sue “quattro vittorie quattro” – a conferma che l’Oro individuale non è stato casuale – per il successo 8-5 che schiude le porte per la terza Finale consecutiva, avversaria la sorprendente Svizzera che, con identico punteggio, ha eliminato la Francia.

Con i sovietici a sfogare la loro delusione sui transalpini (9-4) e far sì che Kriss concluda il suo bilancio olimpico con un Oro ed un Argento individuale ed un Argento ed un Bronzo a squadre, il pericolo di sottovalutare gli elvetici non coinvolge gli esperti magiari, e se Kulcsar contribuisce con l’identico percorso della Semifinale – vittorie per 5-3 su Kauter e Lotscher, pari (5-5) con Evéquoz e sconfitta per 4-5 contro Giger – Fenyvesi infligge due 5-2 ad Evéquoz e Lotscher per poi risultare inefficace la sconfitta (4-5) patita con Kauter, in quanto ci pensano Schmitt ed Erdos, anch’essi con due vittorie a testa, a garantire l’ampio margine per l’8-4 conclusivo con cui l’Ungheria resta ben salda sul primo gradino del podio olimpico per la terza edizione consecutiva.

Una formazione che si presenta al completo anche quattro anni dopo ai Giochi di Montreal ’76, visto che i ricambi non sono considerati all’altezza – come confermato dal fatto che Erdos e Fenyvesi vengono addirittura schierati anche nella gara di Fioretto a squadre – ma non si possono impunemente sfidare le leggi del tempo, e questa volta tocca alla Svezia di Edling fare la voce grossa, dapprima eliminando 9-4 nei Quarti l’Unione Sovietica e quindi fare altrettanto con l’Ungheria (8-6) in Semifinale per poi aver ragione nella sfida conclusiva per 8-5 della Germania Ovest, mentre a Kulcsar & Co. tocca subire la voglia di rivincita elvetica, con la Svizzera ad imporsi con un netto 9-3 che manda giù dal podio il Team magiaro.

Con l’edizione di Montreal ’76 cala il sipario sulla “Grande epoca della scherma ungherese“, che in Canada si porta a casa una sola medaglia in campo maschile, provate ad indovinare grazie a chi, ma Kucsar ovviamente, che sfiora, a quasi 36 anni di età, un clamoroso bis dell’oro di Messico ’68 in quanto nella “Poule Finale a 6” conclude a pari merito (3 vittorie e 2 sconfitte a testa) coi tedeschi occidentali Alexander Pusch ed Hans-Jurgen Hehn, dovendosi accontentare della medaglia di bronzo nel barrage a tre, subendo due sconfitte (3-5 da Pusch e 2-5 da Hehn) con il 21enne Pusch ad aggiudicarsi l’oro con il 5-4 sul connazionale, di 10 anni più anziano.

Per Kulcsar resta comunque l’orgoglio di essere sempre andato a medaglia nelle quattro edizioni dei Giochi a cui ha partecipato, con un bottino complessivo di quattro Ori e due Bronzi che ne fanno uno dei più medagliati nella gloriosa Storia delle Olimpiadi …