TORINO 1975/1976: LO SCUDETTO DAI TEMPI DI SUPERGA

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Graziani e Pulici – da it.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

La Torino che sventola vessillo granata ha radicato nel cuore il ricordo degli sventurati campioni che persero la vita nel tragico impatto al colle di Superga. Ma c’è un’altra squadra, che a distanza di ventisette anni dal maledetto 4 maggio 1949 ha onorato quei caduti realizzando un capolavoro calcistico.

E’ il Torino del presidente Orfeo Pianelli, abile imprenditore nonchè dirigente sportivo di larghe vedute, che ha rilevato un club alla deriva nel 1962 portandolo nell’elitè del calcio nazionale con investimenti mirati ed un occhio di riguardo al settore giovanile; è il Torino del nuovo allenatore Gigi Radice, fautore del calcio tutto zona mista e pressing che l’Olanda sta esportando in giro per il mondo; è soprattutto il Torino del popolo della Curva Maratona che aspetta con passione unica e immutato amore gli eredi dei grandi del passato.

La Juventus è campione in carica e per la stagione 1975/1976 che va a cominciare è la pretendente più autorevole allo scudetto. Il Napoli sembra poterle tener testa, le milanesi partono in terza fila e in casa granata non si fa mistero di puntare ad una piazzamento di prestigio. In estate la squadra si è rinforzata con Caporale e Pecci in provenienza dal Bologna, e con l’innesto di Patrizio Sala, inesauribile motorino del centrocampo e cugino del capitano Claudio Sala, acquistato dal Monza.

Il 5 ottobre il campionato si mette in marcia e per il Torino il debutto non è certo tra i più promettenti, con la sconfitta di misura a Bologna, 1-0 in virtù di una segnatura di Bertuzzo. Ma i ragazzi di Radice giocano bene, al Comunale di Torino nessuno riesce a farla franca e i granata, trascinati dalle reti di Paolo Pulici – già vincitore l’anno precedente della classifica cannonieri – e del gemello del gol Francesco – detto “ciccio” – Graziani, rimangono in scia a Juventus e Napoli che guidano la classifica.

All’ottava giornata va in scena il derby cittadino con la Juventus, il Torino gioca per calendario in casa e le due reti proprio di Graziani e Pulici nello spazio di tre minuti condannano i bianconeri alla prima sconfitta. Sette giorni dopo Zaccarelli e Graziani sbancano San Siro sponda rossonera e il Torino avanza con decisione la propria candidatura al titolo.

Castellini, detto “giaguaro“, in porta; Santin, Salvadori, Mozzini e Caporale in difesa; Patrizio Sala che corre per due, capitan Claudio Sala maestro del dribbling e del cross, Pecci il ragioniere e Zaccarelli prepotente incursore compongono il centrocampo; ovviamente Pulici e Graziani di punta. Questa è l’ossatura della squadra, che si completa con valide alternative come Gorin, Garritano, Pallavicini, Lombardo, Bacchin e il portiere Cazzaniga, che avranno poco spazio in un’era in cui di turn-over ancora proprio non si parla. Il tutto sotto la sapiente guida del giovane Radice, che al primo tentativo farà subito centro.

Torniamo al campionato, dove il Torino mette in fila cinque successi consecutivi e chiude il girone di andata in seconda posizione a 23 punti, meno tre rispetto alla Juventus che gira a quota 26 punti e sembra dominare il lotto delle concorrenti. Non sarà così. Si riparte con il successo 3-1 sul Bologna firmato da una tripletta di Pulici ma due sconfitte consecutive in trasferta con Perugia e Inter dilatano il disavanzo granata a cinque lunghezze.

Siamo alla ventiduesima giornata. Il Torino, che tra le mura amiche ha sempre vinto, batte la Roma con un gol di Graziani nel giorno in cui la Juventus cade a Cesena e qualcosa si rompe nell’ingranaggio della squadra campione d’Italia. Passa una settimana e il calendario propone il derby di ritorno, stavolta con il fattore campo dalla parte dei bianconeri. E’ la partita della svolta: il Torino vince 2-1, punteggio che verrà mutato nel 2-0 a tavolino per via di una petardo che ha colpito Castellini impedendogli di disputare il secondo tempo, e si trova così a fine serata ad un solo punto dai nemici storici. Altri sette giorni e il sorpasso è cosa fatta, Garritano e Graziani battono il Milan mentre una rete di Bertini condanna la Juventus alla terza sconfitta in fila.

Le ultime giornate non mutano il volto della classifica. Il Torino vede il traguardo finale sempre più a portata di piede, le ombre dei campionissimi di un tempo che furono sbiadiscono al cospetto dei campioni dell’oggi che arrivano ad apoteosi domenica 16 maggio 1976.

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Gigi Radice in trionfo – da storiedicalcio.altervista.org

E’ il giorno in cui i granata hanno appuntamento con la storia: il Torino gioca al Comunale contro il Cesena, ha sempre vinto in casa ma nell’occasione più importante si inceppa. Finisce 1-1 con le reti di Pulici – eletto miglior bomber del campionato con 21 centri – e la sfortunata deviazione di Mozzini che inganna Castellini. La Juventus insegue con un punto di distacco ma cade ancora, a Perugia, sotto i colpi del povero Renato Curi ed al fischio di chiusura, in un tripudio di bandiere granata, il tricolore torna a sventolare sul colle di Superga.

Il Torino è di nuovo campione d’Italia e conquista lo scudetto numero sette, quello più bello. Il lutto è finito ed i martiri di Superga, adesso, possono riposare sereni: hanno trovato i loro degni eredi.

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ROK PETROVIC, SLALOMISTA PRECOCE E SFORTUNATO

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Rok Petrovic – da novice24.net

Mi fa un certo effetto parlare di Rok Petrovic. Sì, perchè una sorte maledetta lo accomuna all’altro grande Petrovic che batteva bandiera jugoslava anni Ottanta, quando ancora di là dell’Adriatico non soffiavano venti di guerra. Se Drazen è stato il fuoriclasse della pallacanestro, Rok ha conosciuto la gloria tra i pali dello slalom. Ed almeno per una stagione è stato il più forte di tutti.

Petrovic nasce a Lubiana, enclave slovena dell’allora Jugoslavia, il 5 febbraio 1966, e ben presto denuncia doti non comuni nel portare a valle un paio di sci. Trionfa più volte al Trofeo Topolino, autentica kermesse mondiale per giovanissime promesse ideata da quel gran maestro di vita e giornalismo che risponde al nome di Rolly Marchi, mettendosi poi al collo un paio di medaglie preziose ai Mondiali juniores del Sestriere nel 1983, oro in slalom e bronzo in gigante.

Petrovic è il talento futuribile più luminoso della squadra balcanica che nella stagione 1984/1985 ha nel veterano Bojan Krizaj il leader indiscusso, ma all’esordio il ragazzo di Lubiana è già in grado di mettersi in luce con un quinto posto tra le porte larghe del gigante di casa a Kranjska Gora dietro a fenomeni del calibro di Zurbriggen, Girardelli e Stenmark – ovvero la crema dello sci mondiale – ed il primo podio in slalom a Park City, a fine stagione, secondo alle spalle di Girardelli.

Petrovic ha baricentro basso ed eccezionale sensibilità nei piedi, disegna traiettorie precise tra i pali snodabili ed esprime una sicurezza che sommata alla naturale potenza degli arti inferiori lo illumina nella stagione successiva come lo slalomista più forte al mondo. Neppure ventenne, il 1 dicembre 1985, debutta nella nuova stagione di Coppa del Mondo dominando il tracciato del Sestriere ed incassando la prima vittoria in carriera. L’annata dello yugoslavo è impeccabile, somma altri quattro successi a Kranjska Gora, pista che ama più di ogni altra, nel classico appuntamento di Wengen, a Lillehammer e infine a Heavenly Valley, conquistando a fine anno la coppa di specialità, primo atleta jugoslavo a riuscire nell’impresa.

Sembra l’abbrivio di una carriera da fuoriclasse assoluto delle nevi, ma non sarà così. La stagione successiva, quella in cui è atteso alla conferma, lo vede invece salire per l’ultima volta su un podio di Coppa del Mondo, lo slalom neanche a dirlo di Kranjska Gora, dopodichè il declino è inatteso ma veloce e senza freni. Petrovic ha altri interessi, tra cui lo studio della psicologia e il desiderio di viaggiare verso terre esotiche, la fama e la ricchezza giunta in coppia con le vittorie forse gli hanno tolto quel quid di furore agonistico necessario per primeggiare… e poi magari anche la relazione con la collega Mateja Svet, altro talento cristallino, lo allontanano definitivamente dal mondo del Circo Bianco a cui dice addio, appena ventitreenne, nel 1989.

L’altra vita, quella lontana dai riflettori del campo di gara e dalle vetrine dello sport, è fatta di una Laurea in educazione fisica conseguita alla Facoltà di Lubiana con una tesi sulle libertà umane nello sport e la passione, coltivata fin da bambino, per le immersioni in mare. E proprio nelle acque della sua Jugoslavia, lui che nel frattempo nel 1991 era diventato sloveno all’alba della sanguinosa dissoluzione della federazione, trova una morte prematura, il 16 settembre 1993, annegando in circostanze mai del tutto chiarite davanti all’isola di Korcula.

Settembre 1993, già, qualche mese dopo l’altro Petrovic, Drazen il signore dei canestri: quando si dice le coincidenze della vita, uniti nella buona e nella cattiva sorte.

DRAZEN PETROVIC: IL MOZART DEL BASKET

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Drazen Petrovic – da promoovertime.com

Lo chiamavano il “Mozart dei canestri” e mai accostamento fu più appropriato. Drazen Petrovic è stato un genio della pallacanestro, assoluto, senza possibilità di smentita, e solo un destino ingrato lo ha strappato alla vita privando la palla a spicchi del suo interprete europeo più formidabile.

Andiamo per gradi. Petrovic nasce a Sebenico, in Croazia, il 22 ottobre 1964, e nella cittadella dalmata che si affaccia sull’Adriatico fin dalla giovanissima età esibisce un talento fuori dal comune nel mettere palla a canestro. Già quindicenne è aggregato alla prima squadra del Sibenik e nel 1982, non ancora maggiorenne, è protagonista con 19 punti nella finale di Coppa Korac, persa con i francesi del Limoges 90-84, delusione che Petrovic si trova a dover incassare pure dodici mesi dopo, sempre contro gli stessi avversari, 94-86 e 12 punti a referto.

Il ragazzo ha classe ed eleganza cestistica in abbondanza, crede ciecamente nei propri illimitati mezzi tanto da far suo il motto “il basket o niente altro” e non impiega molto tempo a vestire i panni di leader del Sibenik che nello stesso anno 1983 è beffato in campionato dal Bosna: Petrovic segna i liberi della vittoria in finale ma la Federazione annulla il risultato decretando la ripetizione del match in campo neutro. Il Sibenik si rifiuta di scendere sul parquet e si vede scippare un titolo che aveva legittimato sul campo.

Il servizio militare nell’ex-Jugoslavia impone obblighi a cui è impensabile sottrarsi e nel frattempo Drazen, nonostante le sirene americane dell’Università di Notre Dame, è nel mirino delle più forti compagini nazionali : si accasa dunque al Cibona, dove già si cimenta il fratello Aza. E’ l’estate del 1984, Drazen ha venti anni e l’Europa del basket sta per accogliere il più grande di tutti, immarcabile nell’uno-contro-uno, dalla dinamica di tiro perfetta, individualista come nessun altro ma anche eccelso uomo-squadra, dall’innato istinto vincente e capace di offrire il meglio nelle sfide che contano. Al primo anno col Cibona Petrovic fa tris, vincendo campionato contro la Stella Rossa, coppa di Yugoslavia contro la Jugoplastika e coppa dei Campioni in finale con il Real Madrid, 87-78 mettendo a canestro 36 punti. La stagione successiva Petrovic vince ancora la massima competizione continentale contro lo Zalgiris Kaunas di un altro fenomeno del basket europeo, Arvidas Sabonis, ma ha del sensazionale la vendetta consumata contro il Limoges, battuto nel girone di semifinale con 51 punti, dieci tiri da tre punti di cui otto consecutivi andati a segno, e dieci assist.

"Once Brothers"
Divac e Petrovic – da basketuniverso.it

Il campionato yugoslavo è ormai una vetrina che sta stretta a Drazen, che assomma record su record come una stagione chiusa a 43.3 punti di media a partita e 112 punti in una singola gara, seppur l’Olimpia Lubiana sia costretta per l’occasione a schierare la formazione juniores. Perde due finali di fila contro Zadar e Partizan, dove debutta Vlade Divac che sarà suo grande amico-nemico, ma fa tris europeo con la vittoria nella Coppa delle Coppe 1987 contro la Scavolini Pesaro, 89-74 e 28 punti, perdendo la Coppa Korac del 1988 contro il Real Madrid, nonostante 47 punti nella sfida di ritorno a Zagabria.

Proprio il club spagnolo offre a Petrovic un contratto principesco e così nell’estate del 1988, già ricco di fama internazionale, titoli continentali e riconoscimenti individuali come il premio di miglior giocatore europeo per il 1986 assegnatogli da Gazzetta dello Sport e Superbasket, Drazen vola a Madrid. La stagione è in chiaro-scuro, con la finale di campionato persa con il Barcellona ma una memorabile vittoria in Coppa delle Coppe contro Caserta di Oscar e Gentile, 62 punti in quella che viene definita come la partita del secolo su suolo europeo.

La Nazionale yugoslava già da tempo gli ha consegnato il timone del comando, anche se le stelle in squadra sono tante, e dopo un paio di medaglie olimpiche, bronzo a Los Angeles 1984 e argento a Seul 1988, è l’ora di collezionare due successi di prestigio agli Europei del 1989 a Zagabria, dove viene eletto miglior giocatore del torneo in una squadra fortissima che comprende anche Divac, Danilovic, Radja e Kukoc, e ai Mondiali del 1990 in Argentina.

Ma i tempi stanno cambiando, le porte del mondo dorato dell’NBA si stanno aprendo al basket europeo e si spalancano per questo straordinario campione che viene ingaggiato dai Portland Trail Blazers. La vita al di là dell’Atlantico non è facile per Petrovic, costretto a partire dalla panchina in una franchigia che nel 1990 guadagna la finale contro i Detroit Pistons. A gennaio 1991 Petrovic viene ceduto ai New Jersey Nets e quando ormai in Yugoslavia infuria la guerra che lo vedrà scismare dai vecchi compagni di nazionale serbi, Divac tra tutti, arriva infine la piena maturazione e la definitiva consacrazione nella Lega più prestigiosa al mondo. In due stagioni complete con i Nets Petrovic disegna basket come solo lui sa fare e produce annate da 20.6 e 22.3 punti di media a partita. E’ una stella ormai, l’America riconosce il suo talento, anche se manca la convocazione all’All Star Game, e il fuoriclasse di Sebenico ha vinto la sua sfida sportiva.

La vita però è ingrata, spesso, con i suoi eroi più acclamati, e di ritorno da un match con la nazionale croata – che nel frattempo nel 1992 si è presa il lusso di mettersi al collo la medaglia d’argento olimpica di Barcellona – il 7 giugno 1993 su un’autostrada tedesca resa viscida dalla pioggia, a neppure 29 anni d’età, Drazen Petrovic va incontro ad una morte prematura.

Fatalità, errore, leggerezza… non ha importanza, fatto è che quella notte il “Mozart dei canestriha smesso di suonare. Ma la sua musica, celestiale, rimane, quella sì, per sempre, nei ricordi di chi ha la pallacanestro nel sangue.

ZOETEMELK, CAMPIONE DEL MONDO A 39 ANNI

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L’arrivo a braccia alzate di Zoetemelk – da uci.ch

La carriera ciclistica di Joop Zoetemelk è tra le più prestigiose del panorama internazionale. La sua bacheca può vantare un Tour de France – 1980, l’anno dell’abbandono notturno a Pau di Hinault – e una Vuelta nel 1979, classiche come la Freccia Vallone, l’Amstel Gold Race – nel 1987, alla veneranda età di 41 anni – e la Parigi-Tours nel 1977 e nel 1979, gare a tappe come la Parigi-Nizza, vinta tre volte, la Tirreno-Adriatico e il Giro di Romandia, pure un paio di campionati nazionali.

Insomma, il passista-scalatore nato a Rijpwetering il 3 dicembre 1946 ha già di che ritenersi soddisfatto della sua parabola agonistica, quando il 1 settembre 1985 si presenta ai nastri di partenza del campionato del mondo di Giavera del Montello, a difesa dei colori della nazionale olandese. 18 giri di un circuito disegnato tra le colline trevigiane che chiamano alla sfida il belga Claude Criquielion, detentore del titolo conquistato l’anno prima al Montjuich, soprattutto i due grandi avversari di quelle stagioni, Moreno Argentin che gioca in casa e l’americano Greg Lemond, già iridato nel 1983 e pronto a far traballare il regno di Bernard Hinault, capitano di una Francia che ha tra le sue punte anche Marc Madiot, vincitore della Roubaix.

Sean Kelly, irlandese, è l’altro favorito della prova, insieme al connazionale Roche, l’Olanda si affida a Van der Poel e Kuiper trionfatore a Sanremo in primavera, la Spagna ha Delgado in rampa di lancio, e tra gli outsiders si annoverano il canadese Bauer, l’australiano Anderson, il portoghese Da Silva e lo svizzero Freuler se potrà giocare le sue carte in volata. Il tracciato è impegnativo ma non durissimo, perfetto per gli scattisti che hanno la sparata nei polpacci, l’Italia corre davanti al pubblico amico ed ha l’obbligo, o quasi, di mettersi al collo la medaglia d’oro.

Argentin, appunto, è il faro della nazionale italiana anche perchè l’altimetria vallonata della prova può ricordare quella della Liegi-Bastogne-Liegi che il ragazzo di San Donà ha dominato qualche mese prima. Accanto a lui il c.t Alfredo Martini schiera i due santoni del ciclismo nostrano, Moser e Saronni, pronti a ricoprire il ruolo di luogotenenti, Corti può agire di rimessa come già fece l’anno prima a Barcellona, Baronchelli è l’uomo d’esperienza, Cassani, Leali, Pozzi, Bombini e Amadori lavoreranno di squadra, Gavazzi e Mantovani sono le ruote veloci in caso di arrivo a ranghi compatti.

Si parte alle 9.30 per una fatica lunga 265,5 chilometri, con 182 metri di dislivello ad ogni tornata che misura 14,75 chilometri ed un caldo-umido che può incidere sui muscoli. La “Salita dei Mondiali“, la Presa V, si affronta dopo pochi chilometri e può far selezione se affrontata di petto per 18 giri, dopodichè qualche sali-scendi e un lungo tratto di pianura che porta al traguardo. Ma la gara ha uno sviluppo tranquillo, senza sussulti, con il controllo delle nazionali più forti, con un ottimo Bombini bravo a chiudere sul tentativo di Veggerby, McCormack, Van der Velde e Arnaud, e la soluzione finale rimandata agli ultimi due passaggi in salita.

Argentin è marcato stretto da Lemond, e viceversa, ma al penultimo giro forza i tempi scremando in avanti un plotone di tredici unita che andrà a giocarsi la vittoria. Hinault, fuori forma, è già sotto la doccia, così come Vanderaerden su cui il Belgio puntava forte, Moser e Saronni rimangono attardati e l’olandese Van der Velde, che qualche anno dopo rischierà il congelamento sul Gavia innevato del Giro d’Italia 1988, è tra i più brillanti. Zoetemelk, vecchio marpione che a marzo si è imposto alla Tirreno-Adriatico e al Tour de France ha avvicinato la top-ten chiudendo in dodicesima poszione, se ne sta tranquillamente a ruota dei migliori, pronto a piazzare il colpo del k.o.

All’ultimo giro ci prova l’irlandese Roche in discesa ma il drappello dei primi rintuzza il suo attacco, Argentin, Lemond e Kelly si guardono e così, a due chilometri dal traguardo, a Bavaria, Zoetemelk ha l’astuzia di partire in contropiede con un allungo perentorio. Corti, già secondo nel 1984, prova ad accodarsi ma non ci riesce, l’olandese spinge senza mai voltarsi indietro e d’esperienza va a prendersi la maglia arcobaleno alla bella età di quasi 39 primavere. Argentin, stanco e in preda allo sconforto, si fa beffare in volata da Lemond e chiude sul terzo gradino del podio, per il soffio di 3secondi, e a distanza di anni rimane la sua delusione più grande anche se 12 mesi dopo si prenderà una sonora rivincita a Colorado Springs.

Sul pennone più alto del Montello sventola la bandiera arancio-bianco-blu dell’Olanda e il buon Joop Zoetemelk, il matusa del gruppo, nel 1985 è il suo profeta.

ROSCOE TANNER, IL BOMBARDIERE CHE MISE PAURA A BORG

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Borg e Tanner – da pinterest.com

Bjorn Borg ha fatto la storia del tennis moderno, questo è assodato. Su terra battuta concedeva neppure le briciole agli avversari, su erba fu invincibile per anni… ma nel suo curriculum ha un paio di concorrenti che proprio non digeriva. E quando leggeva il tabellone di un grande torneo che lo vedeva allineato al via, sperava di non trovarseli fra i piedi.

Uno era Adriano Panatta, che gli complicava la vita con un gioco d’attacco incessante, l’altro sarà John McEnroe, “genius“, che lo costringerà ad un ritiro anticipato. Ma tra i due c’è un terzo cliente scomodo, un certo Roscoe Tanner, che se non ha la fama e l’appeal dei due suddetti, ha prodotto sussulti nell’animo dello svedese di ghiaccio.

Mancino classe 1951, americano di Chattanooga, batteva come un forsennato e le sue traiettorie, che uscivano dalla racchetta con un lancio di palla bassissimo e così difficili da leggere, misero in grossa difficoltà la risposta di rovescio bimane di Borg. E’ l’anno di grazia 1979, lo svedese ha già messo in saccoccia l’ennesimo trionfo parigino – contro un altro che soffriva, il bel paraguaiano Victor Pecci – e nella corsa al poker di Wimbledon trova sulla sua strada Tanner che in precedenza lo ha già sconfitto tre volte.

Borg, campione in carica, numero uno del mondo e prima testa di serie del torneo, ha visto le streghe al secondo turno con l’indiano Amritraj dall’elegante tennis serve-and-volley, avanti 2 set a 1 e 4-1 al quarto set ma incapace di completare il misfatto al quinto, per poi demolire Okker ai quarti di finale e Connors in semifinale. Tanner è il quinto favorito, occupa la parte bassa del tabellone ed approfitta della precoce eliminazione di McEnroe agli ottavi con Tim Gullikson per giungere a suon di aces fino all’atto decisivo, a spese di giocatori del calibro di McNamara, Case, l’argentino Clerc, proprio Tim Gullikson ai quarti, il sorprendente belga Du Prè – che ha infranto il sogno di Adriano Panatta – in semifinale.

L’americano ha un pedigree da erbivoro interessante, se è vero che nel 1977 ha vinto l’unico Slam in carriera proprio sui prati, gli Open d’Australia in gennaio, battendo in finale Guillermo Vilas. Non è quindi un pivello ed ha l’arma paralizzante, un servizio mancino perfetto per i campi di Wimbledon, estretto dal braccio a velocità che avvicinano le 150 miglia orarie: con la racchetta in legno è record clamoroso, che solo Roddick con attrezzi moderni sarà in grado di migliorare molti, ma molti anni dopo.

All’appuntamento che può valere l’immortalità sportiva, sul Centre Court più prestigioso al mondo e sotto gli occhi attenti delle sue generose Maestà, duca e duchessa di Kent, Tanner attacca il trono dello svedese a suon di battute mancine, sortite a rete ed efficaci colpi di volo. Borg sbuffa da dietro, attende che l’uragano si plachi ma dopo un primo set perso al tie-break – introdotto proprio quell’anno -, 7-4, ed un secondo dominato, 6-1, si trova a dover rincorrere l’americano che allunga, 6-3, e pare poter cogliere l’occasione della vita. Ma l’orso scandinavo ha la pellaccia dura, aggiusta la risposta, il servizio di Tanner ha una leggera flessione e la rimonta è cosa fatta: il detentore del titolo si tiene la coppa, 6-3 6-4 gli ultimi due set anche se Tanner sul 4-3 al quinto ha due palle-break che se convertite lo avrebbero rimesso in partita.

L’omone con i riccioli perde ma qualche mese dopo si prenderà una sonora rivincita agli Open Usa, vietando a Borg la possibilità di realizzare il Grande Slam. Il resto della carriera così come della sua vita sarà più ombre che luci… ma è meglio tacerne, quel che conta è che Roscoe Tanner, bombardiere mancino, per un’estate mise paura al re. E non era proprio impresa per tutti.

EUROPEI DI PRAGA 1978: L’APICE DI VENANZIO ORTIS

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L’arrivo di Ortis nei 5000 metri – da aldorossi.altervista.org

La carriera internazionale di Venanzio Ortis ha conosciuto un bagliore di gloria unico… ma che bagliore!

Siamo a Praga, città scossa da fermenti democratici, per gli Europei di atletica leggera del 1978. L’Italia illustra al mondo due fenomeni, Pietro Mennea il barlettano che corre con la velocità di una saetta, e Sara Simeoni la veronese che salta con l’eleganza di un fenicottero. Ma il contorno della spedizione tricolore ha altri talenti su cui fare affidamento per le medaglie.

Il mezzofondo nostrano ha tradizione e per 5000 e 10000 metri si punta su un giovanotto di belle speranze, il friulano di Paluzza – il paese natale di Manuela Di Centa e del fratello Giorgio – Venanzio Ortis, che ha già in curriculum un paio di titoli italiani sulle due distanze ed è primatista dei 5000 metri col tempo di 13minuti 20secondi 80centesimi.

Il 28 agosto ventiquattro concorrenti si presentano al via dei 10000 metri, gara di apertura della principale kermesse continentale. Il finlandese Martti Vainio è il logico favorito di una prova che non ha riscontri in batteria, Ortis si incolla alle sue calcagne e compie un prodigio chiudendo secondo col tempo di 27minuti 31secondi 48centesimi, nuovo record italiano, anticipando di un soffio il sovietico Antipovas, specialista in corsa campestre.

Due giorni dopo l’atleta friulano si cimenta nella doppia distanza, correndo nella terza batteria a fianco del sovietico Fedotkin, dello svizzero Ryffel e dell’irlandese Tracy. Col tempo di 13minuti 26secondi 67centesimi è terzo, quanto basta per qualificarsi alla finale prevista per il 2 settembre. Il solito Vainio e il portoghese Mamede, che in seguito avrà sprazzi di grande classe, sono pretendenti autorevoli al titolo ma se il finnico chiude solo sesto, il lusitano affonda in quindicesima posizione. E così dopo una gara estremamente tattica che coinvolge i migliori, sul rettilineo d’arrivo si giunge compatti e proprio il terzetto di avversari che aveva brillato in batteria accompagna Ortis nello sprint vincente. Venanzio, pettorale numero 192, con il tempo di 13minuti 28secondi 52centesimi taglia il traguardo a braccia alzate rimontando ed anticipando di otto centesimi Ryffel, che termina appaiato a Fedotkin al secondo posto, con Tracy deluso che resta invece ai piedi del podio: “straordinario“, come invoca la voce dell’indimenticato Paolo Rosi in diretta Rai TV.

Per Ortis è l’apice di una carriera che conoscerà troppi infortuni e si chiuderà definitivamente nel 1983. Ma quell’estate del 1978 appartiene per sempre all’albo d’oro dell’atletica italiana… e Venanzio Ortis ha un posto speciale, accanto ai fenomeni.

JOCHEN RINDT, LA MORTE PRIMA DEL TITOLO MONDIALE DI F1

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Jochen Rindt – da pulpaddict.com

L’enciclopedia della Formula 1 cita: “Jochen Rindt è l’unico pilota ad aver vinto un Campionato del Mondo postumo“… ovvero, l’appuntamento con la morte lo ha colto prima di poter celebrare un trionfo annunciato.

E’ balorda la sorte, talvolta. La storia della massima competizione automobilistica, il cui inizio data 1950, è funestata di incidenti e drammatici accadimenti, anche se negli ultimi anni la sicurezza è diventata elemento essenziale ben più di quanto non lo fosse in passato. E’ vero altresì che l’errore in monoposto è il tributo da pagare all’evoluzione della specie – ovvero il mezzo meccanico che progredisce solo e grazie all’aggiustamento dei peccati – e questo tributo troppe volte è sinonimo di vite umane che si spezzano.

Insomma, questa è la sintesi dell’esistenza senza limiti di Jochen Rindt, pilota tedesco di nascita ma austriaco di adozione dopo la morte prematura dei genitori in un bombardamento aereo durante la Seconda Guerra Mondiale. Classe 1942, di Magonza, sviluppa fin dall’adolescenza una passione sfrenata per le automobili e la carriera in Formula 2 è tra le più prolifiche di sempre. Nella categoria si trova nel corso degli anni Sessanta a battagliare con altri campioni che come lui faranno la storia della Formula 1: Stewart, Clark, Hill. Ma ciò non gli impedisce di collezionare un trionfo dietro l’altro.

Nel 1964 debutta in Formula 1, con la Brabham, prendendo parte al solo Gran Premio d’Austria che non lo vede qualificato, ma è l’anno successivo che il massimo teatro agonistico ne impara a conoscere ed apprezzare la guida spericolata, aggressiva e maledettamente efficace. Corre per la Cooper, così come nel 1966 e nel 1967, è velocissimo in prova e conquista i primi punti al Nurburgring, il primo podio a Spa e termina terzo nel Mondiale del 1966. Dopo una stagione con due podi e molti ritiri alla Brabham nel 1968, la sua carriera addiviene ad una svolta con l’ingaggio alla Lotus nel 1969. Graham Hill, già campione del mondo nel 1962 e nel 1968, è il suo compagno di scuderia: entrambi sono competitivi ma nella stagione del dominio assoluto di Jackie Stewart con la Matra, Rindt conquista cinque pole-position e a Watkins Glen taglia per la prima volta da vincitore la linea del traguardo.

E’ l’antipasto del piatto, prelibato, dell’anno dopo, 1970, quando Rindt guadagna i gradi di pilota di punta della Lotus e disegna una stagione da leccarsi i baffi. Vince cinque gare, a Montecarlo il 10 maggio, e poi quattro consecutive, Olanda a Zandvoort, Francia a Clermont-Ferrand, Gran Bretagna a Brands Hatch, Germania a Hockenheim. Una dittatura assoluta, che lo pone in testa alla classifica con ampio margine sugli avversari diretti, Jack Brabham e Denny Hulme su tutti.

Ma la parabola sportiva ed esistenziale di Rindt sta per conoscere il suo epilogo, nel tragico week-end di Monza. Sabato 5 settembre, durante le prove di qualifica, la sua Lotus 72 ha probabilmente un problema all’impianto frenante – mai è stata definita la causa dell’incidente -, sbatte contro il guarda-rail alla curva della Parabolica e nell’impatto, tremendo, il piantone dello sterzo sfonda lo sterno del pilota austriaco, con conseguente arresto cardiaco che ne causa la morte, certificata pochi minuti dopo durante il trasporto in ambulanza.

Nei quattro Gran Premi che seguono, Monza compreso, Jacky Ickx con la sua Ferrari avvicina in classifica Rindt ma il sorpasso non avviene e la classifica finale del Campionato del Mondo 1970 celebra, postuma, la vittoria di Rindt. Che da lassù, almeno, avrà potuto trovar consolazione per una morte prematura.

MONDIALI 1938: ITALIA-BRASILE 2-1 E IL RIGORE DI MEAZZA

Football 16th June 1938. World Cup Finals. Marseille, France. Semi-Final. Italy 2 v Brazil 1. Italy's Silvio Piola bursts through Brazil's Machado (left) and Domingos during the match.
Silvio Piola in azione – da mondpallone.it

Italia-Brasile non è proprio una partita come le altre: proviamo a sommare i titoli mondiali messi insieme dalle due squadre e vedrete che il conto globale, ben nove, già è sufficiente per spiegarne il perchè. Una rivalità calcistica che ha radici lontane, che si perde nelle nebbie del football in bianco-e-nero dei nostri nonni, tanto è vero che il primo capitolo è datato Mondiali di Francia del 1938.

E’ l’Italia del leggendario c.t. Vittorio Pozzo che ha plasmato una squadra di campioni capace di pennellare un quadriennio da favola, con il titolo mondiale casalingo del 1934 e l’alloro olimpico di Berlino del 1936; e’ l’Italia costruita attorno al blocco difensivo della Juventus composto da Foni, Rava e Serantoni;  e’ l’Italia che veste con la maglia azzurra e stemma sabaudo fuoriclasse del calibro del portiere Olivieri, di Biavati che ha inventato il doppio passo, di Piola che a tutt’oggi è il miglior marcatore della storia del campionato italiano; è soprattutto l’Italia di capitan Meazza, fuoriclasse tra i più grandi di sempre del nostro calcio.

Il Brasile, non ancora verde-oro, ha già cominciato ad illustrare al mondo il suo inimitabile calcio-samba, fantasia ed eccellenza nel palleggio allo stato puro, ed è accompagnato, oltrechè da fuoriclasse autentici come il “Diamante neroLeonidas dalle movenze di una pantera e  il fenomenale Domingos da Guia chiamato il “Maestro divino“, anche da una dose eccessiva di presunzione.

Il torneo ha visto l’Italia salvarsi a stento ai supplementari al primo turno con la Norvegia, grazie ad una miracolosa parata di Olivieri nei minuti finali dei tempi regolamentari che ha scongiurato una prematura eliminazione, ed un franco successo sui francesi padroni di casa, 3-1. I sudamericani hanno avuto percorso ancor più impegnativo con il clamoroso 6-5 con la Polonia timbrato da una tripletta di Leonidas, ed un doppio confronto con la Cecoslovacchia, eliminata 2-1 nel match di replay dopo l’1-1 della prima sfida.

Il doppio impegno regala all’Italia due giorni in più di riposo in vista della semifinale con i brasiliani che va in scena allo Stade Velodrome di Marsiglia il 16 giugno. I nostri avversari, poco propensi alla saggezza, sono certi che la partita sarà una formalità in vista della finale ed hanno già in tasca il biglietto aereo con destinazione Parigi, sede dell’atto conclusivo della manifestazione. Di più, l’allenatore Pimenta ha la brillante idea di tenere a riposo Leonidas, nonchè Roberto, in modo da preservarli freschi per la finale. Errore grossolano, perchè l’Italia ha classe da vendere, esperienza come nessun’altra ed una guida, lui sì, che in quanto a saggezza e lungimiranza non è seconda a nessuno.

La sfida è intensa, giocata sul filo dell’equilibrio che si spezza al 51′ grazie ad una magia di Piola che manda in rete Colaussi. Qualche minuto dopo tocca a Meazza lanciare Piola che viene abbattuto in area da Domingos da Guia. L’arbitro Wuethrich assegna il rigore, sul dischetto si presenta Meazza che improvvisa una strana rincorsa, obbligato a tenersi con la mano l’elastico rotto dei pantaloncini. Ma “Peppin” non fallisce la trasformazione, spiazza il portiere Walter che ha fama di para-rigori e firma il 2-0 che assicura all’Italia la qualificazione alla finale. Nei minuti conclusivi Romeu accorcia le distanze ma non c’è più tempo per la rincorsa, il Brasile schiuma rabbia e nel dopo-partita si rifiuterà di cedere i biglietti per il volo per Parigi agli azzurri.

Pazienza. L’Italia andrà in treno a prendersi la seconda Coppa Rimet… ma la lezione è epocale, la modestia ancora una volta prevale sulla vanità.

OLIMPIADI DI GRENOBLE 1968, QUANDO NONES BATTE’ GLI SCANDINAVI

Nones
Franco Nones nella gara olimpica della 30 km – da corriere.it

Una carriera agonistica può inserirsi nella storia dello sport anche in virtù di un’impresa isolata. E’ quel che successe a Franco Nones, la cui parabola a cinque cerchi conobbe un unico, straordinario momento di gloria.

Siamo a Grenoble per le Olimpiadi invernali del 1968, più precisamente nella località di Autrans, e l’azzurro, nel pieno della maturità atletica e sull’onda lunga della medaglia di bronzo conquistata in staffetta due anni prima ai Mondiali di Oslo, disegna il capolavoro che lo elegge tra gli immortali dello sci nordico.

Il ventisettenne di Castello di Fiemme, terzo degli otto figli di Caterina e Lodovico, con buoni trascorsi da ciclista in età adolescenziale, si presenta al cancelletto di partenza della 30 chilometri con l’ambizione di ben figurare, anche se la medaglia appare un’illusione remota. Lo sci di fondo è da sempre territorio di caccia degli scandinavi; Norvegia, Finlandia e Svezia non hanno mai concesso opportunità di inserimento ad altri pretendenti anche se negli ultimi tempi l’Unione Sovietica ha cominciato a disturbarne il dominio. Il finnico Eero Mäntyranta, il fenomeno dell’epoca, è il favorito d’obbligo della distanza, in virtù della tripletta d’oro ai Mondiali di Zapokane 1962, alle Olimpiadi di Innsbruck 1964 e ancora nella kermesse planetaria di Oslo 1966. Il giovane svedese Larsson, che sarà terzo nella 15 chilometri, il norvegese Eggen – che proprio a Oslo si è messo al collo tre ori – e il connazionale Gronningen, che ha già in bacheca tre argenti olimpici, sono gli altri avversari che hanno nel mirino la vittoria.

I concorrenti si trovano a dover percorrere un anello di 10 chilometri da ripetere tre volte e Nones, in smaglianti condizioni di forma nella prova di apertura dello sci nordico, si avvia col suo pettorale numero 26 con eleganza, compostezza e decisione. Raggiunge Larsson ed Eggen partiti prima di lui e già dopo pochi chilometri si ha la sensazione che siamo spettatori di una vicenda sportiva sorprendente ma memorabile per i colori azzurri. La sfida è tra l’italiano, che vola in discesa ed è già in testa al primo passaggio, e il finlandese Mäntyranta, che parte in sordina ma torna sotto con una rimonta furiosa che lo vede transitare al secondo passaggio sul traguardo, ai 20 chilometri, con un distacco esiguo di 4secondi.

Davide contro Golia, Ettore contro Achille, ovvero l’uomo contro un dio… insomma, la battaglia ha i contorni dell’epica e dopo la rincorsa il finlandese conosce la fatica e l’inseguimento non si completa. Nones gioca di testa, non accusa flessioni e a conclusione di un percorso impeccabile chiude in trionfo. Il norvegese Martinsen emerge dalle retrovie e si piazza secondo, con un disavanzo di 49secondi, Mäntyranta perde l’argento e deve accontentarsi del bronzo, ad oltre 1minuto, quinto è Giulio De Florian, che ai Mondiali di Zakopane del 1962 era stato il pioniere tricolore su un podio iridato.

Ma la vetrina olimpica, e la gloria perpetua, appartengono a Franco Nones, che quel 6 febbraio 1968 sale sul trono riservato agli scandinavi ed apre una strada che solo molti anni dopo, con quel fenomeno di scricciolo che risponderà al nome di Stefania Belmondo, l’Italia sarà in grado di replicare.

KARL MALONE, IL POSTINO DEL BASKET NBA

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Karl Malone in azione – da basketinside.com

Lo chiamavanoil postino” perchè, di riffa o di raffa, brutto o bello che fosse, portava sempre a compimento il lavoro. E il suo mestiere di cestista, Karl Malone, lo ha fatto mirabilmente, tra i più efficaci di sempre, con l’unico neo di un anello NBA mai messo al dito.

Ma raccontiamola dal principio la storia di questo gigante dalle proporzioni armoniose, pressochè perfette, 2 metri 06 centimetri per 116 chilogrammi di peso, nato a Summerfield il 24 giugno 1963, che in gioventù indossa la casacca della Louisiana Tech University. Il ragazzo denuncia ben presto un talento raro, ala grande che può giocare spalle a canestro ma con un invidiabile tiro dalla media distanza ed una fisicità esplosiva.

L’NBA lo sceglie al primo giro del 1985, numero tredici in mano agli Utah Jazz, in una sessione che elegge – prima di Karl – Patrick Ewing – che sarà stella parimenti e suo fiero avversario -, Mullin e McDaniel ma anche clamorose bufale come Benjamin, Koncak e Pinckeny. E nella fredda, anonima Salt Lake City Malone disegnarà una carriera favolosa, che si avvia con una stagione da rookie già carica di promesse, 14.9 punti a partita e 8.9 rimbalzi di media a fianco di una stella come Adrian Dantley, un pivottone come Mark Eaton e un giovanotto in regia, scelto l’anno prima, che con lui formerà forse la coppia più performante della storia della Lega.

Già, proprio quel John Stockton – fosforo e intelligenza cestistica allo stato puro – che per i successivi diciotto anni costruisce con Malone le fortune di Utah che ha in panchina un altro fedelissimo, coach Jerry Sloan. I Jazz crescono anno dopo anno, Malone è spesso immarcabile e la sua produttività offensiva lo vede sempre ben oltre i venti punti di media a stagione. Nella stagione 1989-1990 Malone chiude con 31.0 punti a partita, secondo solo a sua maestà Jordan e massimo in carriera, a rimbalzo è sempre in doppia cifra e non fallisce mai l’accesso ai play-off.

Il pick-and-roll, ovvero l’ala grande/centro che blocca a favore del proprio palleggiatore che si trova così libero al tiro, diventa l’azione più gettonata nella manovra di Utah, Stockton to Malone quando il playmaker serve il compagno che nel frattempo taglia verso l’area avversaria per appoggiare a canestro. Lo schema è semplice, forse anche prevedibile, ma Stockton opera una frazione di secondo prima del suo marcatore e Malone in entrata non può essere contenuto.

mal e jorda
Jordan e Malone – da exnba.com

E così Utah vola, anche se sono gli anni del dominio di Chicago e di Jordan. Nell’età della maturità Malone, maglietta numero 32 che verrà ovviamente ritirata a carriera conclusa, che nel frattempo si è meritato ben undici convocazioni consecutive all’All Star Game, che diventeranno quattordici con le altre tre di fine carriera, giunge infine al traguardo più ambito, la finale NBA proprio con i Chicago Bulls. Ma il suo sogno di diventare campione del mondo si infrange contro Jordan, che nel 1997 vince la serie 4-2, e l’anno dopo, proprio strappando palla in gara-6 dalle mani di Malone, mette la parola fine al sogno del “postino“.

Malone continua a segnare a valanga, tanto che i suoi 36.928 punti sono il secondo score di sempre alle spalle di Jabbar, per due volte è MVP dell’anno – 1997 e 1999 – per poi collezionare una serie impressionante di record. Ma ci piace particolarmente ricordare che nelle diciotto stagioni con Utah salta solo nove partite, perchè è ben allenato, ha muscoli da superuomo e coniuga al talento la saggezza di una vita extra-sportiva senza eccessi. Il che, per i campioni NBA, non è proprio una certezza matematica.

Alla veneranda età di 40 anni, saziato anche da due medaglie d’oro olimpiche con il Team Usa, ma non saturo di basket, si trasferisce ai Los Lakers, favoriti per il titolo con un quintetto che si appoggia a Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e Gary Payton. Ma qui la dea bendata ci mette lo zampino, Malone per la prima volta in carriera si infortuna al ginocchio destro saltando metà stagione regolare. Torna in corsa per play-off e finale, la terza contro i Detroit Pistons, ma qui il ginocchio fa di nuovo i capricci, gioca zoppo le prime quattro gare per mancare nella quinta, ultima sfida che lo vede ancora perdente all’atto decisivo.

La meravigliosa storia sportiva di Malone si chiude qui, l’anno dopo è free agent, viene accostato a New York e San Antonio ma il 13 febbraio 2005, al Delta Center che è stata la casa dei suoi successi con Utah, annuncia il suo ritiro dall’attività: il “postino“, svolto come meglio non potrebbe il suo lavoro, saluta e se ne va in pensione.