OLANDA-ITALIA 1978 E QUEI DUE TIRI DA LONTANO CHE SORPRESERO ZOFF

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Una fase di gioco – da pinterest.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Olanda-Italia è una partita decisiva per accedere alla finalissima dei Mondiali in Argentina del 1978. Entrambe hanno battuto l’Austria e pareggiato con la Germania Ovest, dunque arrivano al match a quota tre punti. Agli “orange” basta il pari per qualificarsi, in virtù di una miglior differenza reti; l’Italia deve vincere. Nel primo tempo, gli azzurri segnano grazie ad un’autorete di Brands che nel tentativo di anticipare Bettega infila nella propria porta, e dominano la gara, non lasciando agli avversari neppure lo straccio di un tiro in porta. La partita sembra dunque nelle mani dell’Italia, ma nel secondo tempo incredibilmente le parti si capovolgono: l’Olanda pareggia subito con lo stesso Brands con un tiro da fuori area e poi controlla il gioco, l’Italia è incapace di rendersi pericolosa e la squadra di Happel procede spedita verso la finale, trovando anche la rete del 2-1 definitivo con un’altra conclusione da lontano di Haan che beffa Zoff, apparso incerrto.

Olanda: Schrijvers (pt 21′ Jongbloed) – Jansen, Krol, Brandts, Poortvliet – Haan, Neeskens, W. de Kerckhof – Rep (st 20′ van Kraay), R. de Kerckhof, Rensenbrink.
Italia: Zoff – Scirea – Cuccureddu, Gentile, Cabrini – Benetti (st 32′ Graziani), Zaccarelli, Tardelli – Causio (st 1′ C. Sala), Bettega – Rossi.

Primo tempo
5′ corner per l’Italia da destra, dopo un cross di Tardelli deviato. Palla in mezzo all’area, Rossi anticipa il suo marcatore e colpisce di testa, ma il pallone termina alto.
8′ Bettega a centrocampo lascia a Causio, lancio d’esterno, a sinistra, per lo scatto di Cabrini, che entra in area e calcia di prima intenzione, pallone alto. L’Italia è partita in modo più aggressivo.
10′ Neeskens perde un sanguinoso pallone nella propria trequarti, ne approfitta Causio che si invola verso la porta, prova a servire Rossi, ma Schrijvers esce e anticipa l’attaccante italiano.
11′ cross di Brandts dalla trequarti sinistra, Rensenbrink di testa, in tuffo, sfiora l’incrocio dei pali.
18′ splendida azione palla a terra dell’Italia, che sta giocando molto meglio. Bettega al limite pesca di prima Tardelli a sinistra, cross basso sul secondo palo che inganna tutta la difesa olandese, Causio manca di un niente il tapin vincente.
20′ GOL ITALIA Fallo di Brandts su Bettega sul fronte sinistro dell’attacco italiano. Punizione, la palla giunge ancora a Bettega che scambia con Benetti. Neeskens, per anticipare Rossi, svirgola all’indietro, si inserisce Bettega che è oramai solo davanti a Schrijvers, Brandts interviene in scivolata e infila clamorosamente la propria porta. Vantaggio meritato per l’Italia. Schrijvers nell’azione si fa male, esce in barella ed entra Jongbloed.
22′ fallo di Brandts su Rossi a metàcampo. Punizione, Tardelli tocca per Causio, lungo lancio in area, Krol respinge di testa a campanile, Rossi lo brucia e tocca sul secondo palo, grande riflesso di Jongbloed che riesce a deviare il pallone in corner.
23′ calcio d’angolo a destra per l’Italia. Causio scodella in mezzo all’area, la difesa olandese allontana, palla a Benetti, che si coordina e lascia partire una staffilata, Jongbloed abbranca in presa.
33′ prima, potenziale, occasione da gol per l’Olanda. Cuccureddu perde palla a destra, ne approfitta Neeskens, che suggerisce centralmente per Rep, palla immediata in area a Rensenbrink, che tira e colpisce il palo. L’arbitro però aveva fischiato un fuorigioco.
46′ punizione per l’Italia, Causio serve Cabrini, cross sul secondo palo, sponda aerea di Bettega per Rossi, colpo di testa e parata a una mano di Jongbloed. Anche in questo caso, però, l’azione era stata fermata per fuorigioco. Si chiude un primo tempo che ha visto l’Italia dominare in lungo e in largo. L’Olanda si è segnalata solo per un gioco molto duro.

Secondo tempo
3′ fallo del neo-entrato Claudio Sala su Haan a centrocampo. Punizione di Krol, lungo pallone in area, stacco imperioso di Neeskens, Zoff è costretto ad alzare in corner. L’Olanda ha cominciato il secondo tempo in modo più deciso.

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Il gol dell’1-1 di Brands – da gettyimages.com

5′ GOL OLANDA rimessa laterale a sinistra per l’Olanda, Poortvliet serve Krol, palla in area, la difesa italiana respinge, dopo una fase un po’ confusa Brandts scaglia un destro di inaudita potenza che si infila all’incrocio. Zoff sembra comunque un po’ sorpreso.
12′ fallo di Jansen su Rossi sulla trequarti. Cabrini batte per un compagno sul lato sinistro, cross, sponda di Bettega e tapin vincente di Rossi. Ma l’azione era ferma per fuorigioco.
25′ W. de Kerckhof riceve palla a sinistra, direttamente da una rimessa di Jongbloed, supera due italiani e dal limite prova a sorprendere Zoff sul primo palo, il portiere italiano è attento e neutralizza.
31′ GOL OLANDA Fallo di Benetti su W. de Kerckhof a centrocampo. Punizione di Krol, che tocca ad Haan, proiettile dalla trequarti, la palla sbatte sul palo e finisce in rete sorprendendo Zoff.
34′ Neeskens per Haan, da questi a sinistra per Rensenbrink, che ha spazio, si accentra, ma il suo tiro termina largo di un metro. L’Olanda ora ha preso fiducia.
36′ spunto di Neeskens, che entra in area sul lato destro, palla indietro a un compagno, tiro un po’ fiacco, Zoff para.
38′ Neeskens ruba ancora il tempo a Gentile, va via di forza, cross basso, Zoff anticipa tutti. Altro pericolo nato dai piedi sapienti di Neeskens.
39′ rimaessa laterale per l’Olanda a destra, cross in mezzo all’area, Scirea si addormenta, Rensenbrink lo anticipa e colpisce di testa in tuffo, Zoff abbranca in presa. L’Olanda vince e va in finale. L’Italia chiude in completa confusione un match che nel primo tempo sembrava poter far comodamente suo.

LE PAGELLE DELL’OLANDA
IL MIGLIORE NEESKENS 7: dopo un primo tempo difficile, in cui commette qualche errore di troppo (da uno di questi nasce anche il gol del vantaggio italiano), nella ripresa è l’assoluto trascinatore dell’Olanda. Quando lui sale di colpi, tutta la manovra ne trae beneficio. Ha piedi buoni, grande intelligenza tattica e un invidiabile senso del gioco e del collettivo. Dopo il maestro Cruijff, si conferma il più dotato della generazione d’oro olandese.
Haan 7: a centrocampo fa il suo senza mai risparmiarsi. Corona una prestazione tutta grinta e solidità con un gol meraviglioso, da lontanissimo, che sorprende Zoff e permette ai suoi di staccare definitivamente il pass per la finalissima.
Krol 6,5: nel primo tempo Paolo Rossi lo fa diventare matto. Nella ripresa, quando il baricentro dell’Italia si abbassa, lui può uscire palla al piede e dare manforte alle azioni d’attacco. Dalla sua rimessa laterale nasce l’1-1, dalla sua punizione battuta corta ad Haan il 2-1.
Rensenbrink 6: sfiora due gol di testa, nel primo tempo la mira è imprecisa, nella ripresa è bravo Zoff. Gioca molto al servizio della squadra, arretrando e preferendo usare la sciabola del fioretto.
Rep 5,5: un po’ fuori dal gioco, non trova mai il tempo e lo spazio per fare male. Sostituito a metà ripresa.

LE PAGELLE DELL’ITALIA
IL MIGLIORE ROSSI 6,5: regge praticamente da solo il peso dell’attacco italiano. Nel primo tempo è un assoluto rebus per Krol e compagni, sguscia via da tutte le parti, e crea non pochi pericoli. Nella ripresa è lasciato da solo a lottare contro la difesa schierata, ma non si tira mai indietro.
Causio 6,5: sostituzione inspiegabile, a meno che non si sia trattato di problemi fisici. Per un tempo, fa ammattire la difesa olandese, con lanci, aperture e assist al bacio. Poi entra Claudio Sala al suo posto e l’Italia smarrisce tutto lo spirito d’iniziativa della prima frazione. Solo un caso?
Bettega 6: propizia la rete del vantaggio e lotta su tutti i palloni come un leone. Anche lui nel primo tempo è assolutamente dominante, poi cala come il resto dei compagni.
Scirea 6: commette una sola leggerezza, nel finale quando si fa bruciare da Rensenbrink a risultato oramai acquisito. Per il resto, organizza con sagacia e qualità il reparto, tentando a volte anche di salire senza palla per dare una mano nella costruzione del gioco.
Zoff 5,5: sulle conclusioni ravvicinate è sempre attentissimo. Da lontano si lascia però sorprendere dai tiri di Brandts e Haan. Sul primo, soprattutto, sembra sulla traiettoria, ma il pallone va più veloce e lo passa, senza lasciargli scampo.
Gentile 5,5: solido e preciso con la difesa schierata. Ma quando viene puntato nell’uno contro uno, in particolar modo da Neeskens, va sempre in difficoltà.
Tardelli 5,5: dopo un primo tempo su ottimi livelli, nella ripresa va in totale sofferenza al pari degli altri due compagni di reparto (Benetti e Zaccarelli), non riuscendo più a garantire supporto nelle due fasi di gioco.

LUCIDIO SENTIMENTI IV, IL PORTIERE CHE SAPEVA SEGNARE

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Una parata di Sentimenti IV – da unaquestionedicentimetri.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Quest’anno avrebbe compiuto 97 anni, Lucidio Sentimenti IV, detto “Cochi”, che nacque a Bomporto, nel modenese, il 1 luglio del 1920. Quarto di cinque fratelli, tutti calciatori.

Si racconta che la sua storia sia cominciata con una lettera, scritta di suo pugno: “Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a quindici lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere”.

Tozzo, ma agile e dalle doti atletiche di rilievo, non aveva il fisico perfetto per fare il portiere, ma del portiere aveva l’occhio, riusciva a leggere con anticipo i movimenti degli avversari e possedeva un colpo di reni davvero eccezionale. Allo stesso tempo era dotato di un piede eccelso. Ed un tiro niente male.

Aveva il fisico per fare qualunque ruolo, e così fu ingaggiato dal Modena, a soli 16 anni, in un ruolo da definire, qualche volta portiere, altre volte attaccante. Ala destra. Ed impressionò. Si guadagna la serie A al primo tentativo ma l’anno dopo non riesce tuttavia ad evitare la retrocessione dei “canarini”, pur disputando un’ottima stagione.

Fu così notato dalla Juventus, che era in cerca di un buon portiere. Era l’estate del 1942. Sentimenti IV passò ai bianconeri. Lucidio, che della Juventus era tifoso, ci avrebbe ritrovato suo fratello Vittorio, Sentimenti III.

L’inizio non fu proprio dei migliori, ma riuscì ad affermarsi diventando il portiere titolare dei bianconeri per 4 stagioni.

Passerà alla Lazio, dove, il 21 febbraio 1954, si toglierà lo sfizio di parare un rigore niente meno che a Boniperti, suo ex compagno di squadra, e chiuderà la sua carriera da calciatore professionista tra le file del Vicenza nel 1956-57, ad eccezione di una breve parentesi col Talmone Torino nel 1959.

Il mito di questo portiere si è tramandato negli anni, tra record personali, curiosità ed aneddoti.

Primo portiere rigorista d’Italia, è tutt’ora l’estremo difensore che ha realizzato più gol nel campionato di serie A, ben 5. Detiene il curioso record di essere stato l’unico calciatore ad aver disputato partite ufficiali di Serie A sia come portiere che come giocatore di movimento, come ala destra.

Di Sentimenti IV sono note le “uscite di piede”, per le quali diventò celebre: era solito tuffarsi con i piedi uniti, anziché con le braccia e con la faccia sia per evitare incidenti ma soprattutto per arrivare prima sul pallone. Un intervento al limite del lecito, ma calcolato al millesimo. Questa tecnica rimase il suo marchio di fabbrica per tutta la sua carriera, e nessun portiere è stato in grado di ripeterla nel tempo.

Non a caso di lui Gianni Brera scrisse: «Freddissimo determinista, dotato di una astuzia luciferina».

Il 17 maggio 1942, in occasione della sfida Napoli-Modena, Lucidio incrociò il fratello Arnaldo, Sentimenti II, portiere dei partenopei, che aveva collezionato ben 9 rigori parati consecutivamente. Lucidio realizzò il rigore per gli emiliani interrompendo la striscia positiva del fratello che, sentendosi offeso, lo rincorse per tutto il campo tra l’ilarità dei presenti. A causa di questo episodio i due fratelli non si parlarono per due anni. Tant’è che anni dopo Lucidio in un’intervista ricorderà quell’episodio del rigore come uno dei più tristi della sua carriera.

Sentimenti IV fu anche portiere della Nazionale di calcio italiana. Con alterne fortune. Esordì l’11 novembre 1945 contro la Svizzera, subendo quattro gol. Altri tre ne subì il 9 novembre 1947, al Prater Stadium di Vienna, complici vento e nebbia. Ma fu anche l’unico giocatore titolare non del Grande Torino a disputare la partita contro l’Ungheria, l’11 maggio dello stesso anno. Partecipò anche alla spedizione brasiliana dei Mondiali del 1950, giocando da titolare l’incontro con la Svezia. Deterrà il record di giocatore più anziano ad aver indossato la maglia della Nazionale in un mondiale fino al 2014, anno della sua morte.

La sua eccessiva sicurezza sui tiri da lontano spesso lo portava a prendere dei gol balordi da fuori area. Ai tempi in cui militava con la Lazio, i tifosi lo accusarono di essere miope, tanto da spingere la società a fargli sostenere una visita oculistica.

Chiusa la carriera da giocatore, iniziò quella da allenatore. Del settore giovanile. Cominciando al Cenisia, squadra dilettantistica del torinese con cui aveva appeso definitivamente le scarpe al chiodo nel 1960, per poi passare ad allenare le giovanili della Juventus per quasi 30 anni, fino al sopraggiungere dell’età per la pensione. Continuò a dedicarsi ai ragazzi a livello locale, diventando responsabile del settore giovanile della Sisport, la società sportiva gestita dalla Fiat.

In una intervista rilasciata a Maurizio Ternavasio, nell’agosto del 1988, alla domanda sulla sua carriera da allenatore risponderà: «La tappa è stata unica, ma molto felice: una volta conseguito, infatti, il patentino di allenatore di prima categoria, entrai nel settore giovanile della Juventus, dove lavorai quasi trent’anni, con lunghe parentesi come allenatore dei portieri della prima squadra e come allenatore in seconda quando titolari della panchina erano Rabitti prima e Vycpálek poi. E giuro di non aver mai provato alcun rimpianto per non aver arricchito la mia esperienza altrove».

L’Avvocato Agnelli ebbe per lui parole di elogio, dirà in un’intervista che Sentimenti IV è stato il più grande portiere che lui abbia visto giocare alla Juventus.

E la Juventus riuscì a celebrarlo degnamente prima della sua morte. L’8 settembre 2011 fu il più anziano calciatore vivente a cui la Juventus assegnò una stella celebrativa nella Walk of Fame dello Juventus Stadium; il suo ingresso in campo, a 91 anni compiuti, fu salutato da un’ovazione dei 41 000 spettatori presenti.

Lo speaker dello Stadium lo annunciò così: “Testimone della nostra storia, un nome che tutti quanti abbiamo sentito: è bello che questo campo nasca con il suo sorriso a centrocampo. Una leggenda juventina e una leggenda del calcio in tutto il mondo“.

Ma nonostante la sua lunga carriera, costellata di record ed aneddoti degni dei grandi campioni, Lucidio non riuscì ad ottenere nessun trofeo, segno che talvolta il destino gioca dei brutti scherzi proprio nei momenti più importanti.

Chiudiamo con un aneddoto da lui stesso raccontato in un’intervista: “Primissimi anni cinquanta, incontro Lazio-Milan, terminato 1-1. Passò in vantaggio il Milan grazie ad un autogoal di mio fratello nonché compagno di squadra Sentimenti III, quindi su rigore pareggiò Sentimenti V (anch’egli giocava al mio fianco) e a pochi minuti dalla fine il sottoscritto parò un rigore dei rossoneri. E il giorno dopo quasi tutti i giornali portavano un titolo del tipo: Lazio-Milan, tutto fatto in famiglia”.

ALBERTO SPENCER, LA “CABEZA MAGICA” DELLA LIBERTADORES

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Alberto Spencer – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Iniziata con cinque anni di ritardo rispetto alla omologa manifestazione europea, la “Copa Libertadores” altro non è, per il Sudamerica, che la versione oltre Oceano della Coppa dei Campioni, competizione anch’essa densa di fascino, di sfide al calor bianco nonché, come ovvio, di grandi protagonisti, poiché sono loro i primi attori sul terreno verde.

Sicuramente più affascinante sino a metà/fine anni ’80 – prima cioè che i ricchi Club europei saccheggiassero a piene mani dei migliori talenti le formazioni argentine, brasiliane ed uruguaiane – la “Libertadores” ha visto primeggiare squadre leggendarie, a partire dal Santos di Pelè (e non solo …) sino al trio argentino formato da Estudiantes (tre titoli consecutivi dal 1968 al ’70), Independiente (detentrice del record assoluto di vittorie, con 7, di cui 4 consecutive, dal 1972 al ’75) per finire al Boca Juniors (il quale vanta il maggior numero di Finali disputate, ben 10, con 6 vittorie a suo favore).

Formazioni che poi davano vita a sfide all’ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo …) in occasione dei confronti con le vincitrici della Coppa dei Campioni Europea, andati in scena sino al 1979 con partite di andata e ritorno nei rispettivi Continenti, per poi – un po’ per l’intervento del ricco sponsor Toyota, e molto perché i Club europei si rifiutavano di mettere a repentaglio l’incolumità dei propri giocatori nelle infuocate “arene” sudamericane – disputarsi in un unico incontro a Tokyo per l’aggiudicazione della “Coppa Intercontinentale”, ad oggi sostituita con il “Campionato Mondiale per Club”, allargato a formazioni di tutti e cinque i Continenti.

Nella succinta cronistoria della “Libertadores”, abbiamo volutamente tralasciato di elencare le due Società principe e rivali storiche del calcio uruguaiano, vale a dire il Penarol ed il Nacional, entrambe di Montevideo, che hanno caratterizzato il “Periodo d’oro” del Calcio sulle sponde del Rio de la Plata, con i primi ad eguagliare il primato Bocaense quanto a Finali disputate (ma con un’esatta divisione tra vittorie e sconfitte) ed i secondi a rispondere, da par loro, con 6 Finali, anch’esse conclusesi con analogo esito, quanto a vittorie e sconfitte.

Questo perché la nostra storia odierna riguarda un giocatore ai più sconosciuto, ma che ha fatto la storia della “Libertadores” e, soprattutto, le fortune dei gialloneri del Penarol – i quali erano stati lesti ad accaparrarselo dopo averlo visto in un quadrangolare disputato a Guayaquil, sborsando la somma di 13mila dollari, con cui, all’epoca, si poteva acquistare un aereo – visto che nelle 9 partecipazioni sulle prime 11 edizioni del Trofeo, dal 1960 al ’70, il Club di Montevideo giunge per ben sei volte all’atto conclusivo, laureandosi Campione nel 1960, ’61 e ’66, e venendo sconfitto nel ’62 dal Santos al termine della più esaltante sfida finale che si ricordi, nel ’65 dall’Independiente e nel ’70 dall’Estudiantes.

Il perché tale fortissimo attaccante – che detiene l’inattaccabile record di reti realizzate nella manifestazione, con 54 centri nelle 87 gare disputate – non abbia raggiunto la notorietà internazionale dei suoi compagni di squadra dell’epoca, dal celebre portiere Ladislao Mazurkiewicz, ai difensori Matosas e Gonçalves, ai centrocampisti Caetano, Forlan e la “stella assolutaPedro Rocha, per finire con gli attaccanti Luis Cubilla e José Sasia, è presto detto, ciò deriva dal fatto che egli non era di nazionalità uruguaiana, bensì proveniente dal ben più modesto Ecuador, e, pertanto, con una pressoché nulla conoscenza a livello di Nazionale, dato che la formazione ecuadoregna, pur potendo contare sulla sua presenza, non era riuscita a qualificarsi per le fasi finali dei Mondiali di Cile ’62 ed Inghilterra ’66.

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Tipica esultanza di Spencer dopo un goal – da youtube.com

Il personaggio in questione altri non è che Alberto Spencer, nato nel 1937 ad Ancon – paese a ridosso dell’Oceano Pacifico e che deve la notorietà al fatto che nel lontano 1911 gli allora coloni inglesi vi estrassero la prima goccia di quel petrolio che, a tutt’oggi, rappresenta la fortuna della Nazione – in una data significativa, e cioè il 6 dicembre, giorno di San Nicolàs, festa nazionale perché coincide con la fondazione della Capitale, Quito.

Attaccante di razza, specialista soprattutto in elevazione, come lo stesso Pelè non ebbe fatica ad ammettere, asserendo che “Il mio colpo di testa è buono, ma quello di Spencer è spettacolare, non so come faccia a toccarla in quel modo”, da cui deriva il soprannome di “Cabeza Magica” e che consente di togliere le castagne dal fuoco in varie occasione ai Carboneros, come sottolinea l’anziano Abbadie “Facevo tre accelerazioni, mettevo in area due cross, Alberto segnava due volte e la partita era finita …”.

E, se di Spencer non se ne è sentito parlare – lui del quale il giornalista francese François Thebaud ebbe a scrivere “l’unico che si avvicina, per qualità e stile, a Pelè” – tranne che nel ristretto cerchio sudamericano, lo si deve al fatto che per lui sono sempre esistiti valori ben superiori al mero guadagno sportivo, prova ne sia che, praticamente acquistato dall’Inter di Angelo Moratti per una cifra favolosa, rinuncia all’ultimo momento al trasferimento in Italia “per non dare un dispiacere ai Tifosi del Penarol” (!!), così come rifiuta di prendere la nazionalità uruguaiana più volte offertagli, con l’aggiunta, per quanto ovvio, di un bel gruzzolo di pesos a rimpinguare il conto in Banca.

Origini che, peraltro, erano per un quarto inglesi ed un quarto giamaicane, in quanto il padre, Don Walter Spencer, era un londinese di colore di discendenza dell’isola caraibica che aveva messo su famiglia in Ecuador dove lavorava alla “Anglo Oilfields Company”, circostanza che fece fare un tentativo di averlo tra le proprie file addirittura anche ad Alf Ramsey, CT della Nazionale inglese futura Campione del Mondo dopo averlo visto all’opera in una gara amichevole tra i “Tre Leoni” e la “Celeste” (uniche occasioni in cui Spencer accettava di indossarne la maglia, trattandosi di partite dimostrative), disputata a Wembley nel maggio ’64, vinta dai “Bianchi di Albione” per 2-1 ed in cui non furono in pochi in tribuna ad annuire sul fatto che avesse le stesse movenze della famosa “Perla Nera”.

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Spencer implacabile sotto porta – da foot123,fr

Fama che, in Europa, il poco più che 20enne attaccante di colore si era fatta a seguito della sua partecipazione, con il Penarol, alle prime due sfide della neonata Coppa Intercontinentale, visto che, come già ricordato, il Club della capitale uruguaiana era giunto in Finale nelle prime tre edizioni della “Libertadores”, aggiudicandosene le prime due.

E che la “Copa” potesse divenire il terreno di caccia preferito da Spencer lo si intuisce sin dalla gara d’esordio – la prima in assoluto della manifestazione – disputata il 19 aprile ’60 a Montevideo nel celebre “Estadio Centenario” che, 30 anni prima, aveva celebrato il trionfo della “Celeste” sui rivali storici dell’Argentina nella Finale dei primi Campionati Mondiali, ed in cui i malcapitati boliviani del Jorge Wilstermann vengono sommersi sotto una caterva di reti, di cui 4 portano la firma del centravanti giallonero, nel 7-1 conclusivo con cui il Penarol fa sua la partita.

Di ben altro spessore, sono le due reti che Spencer mette a segno nella gara di spareggio – dopo due pari, per 1-1 e 0-0, non vigendo la regola che assegna valore doppio alle reti realizzate in trasferta – contro gli argentini del San Lorenzo de Almagro, giocata il 29 maggio seguente, con cui il Penarol conquista i diritto a disputare la Finale, la seconda delle quali messa a segno ad 1’ dal termine, dopo che Sanfilippo aveva rimediato al vantaggio maturato poco dopo l’ora di gioco.

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Penarol Campione nel ’60 – da twitter.com

Ed è ancora Spencer a siglare l’unica rete che decide la gara di andata contro i paraguaiani dell’Olimpia di Asuncion, per poi lasciare a Cubilla il compito di mettere a segno, ad 8’ dal termine del ritorno, il punto dell’1-1 per la conquista del Trofeo, che, come conseguenza, determina il primo contatto con il calcio europeo, esame che peraltro, vede il club uruguaiano bocciato senza appello dai fuoriclasse del Real Madrid che, dopo lo 0-0 dell’andata a Montevideo, travolgono al “Santiago Bernabeu” per 5-1 (doppietta di Puskas, Di Stefano, Herrera e Gento) il Penarol, il cui onore è salvato, manco a dirlo, da Spencer.

Quella delle reti “last minute” è una caratteristica che Spencer non perde neppure l’anno seguente, quando è ancora lui a mettere a segno all’89’ l’unico goal che decide la Finale di andata contro i brasiliani del Palmeiras (tra le cui file figurano la “leggendaDjalma Santos e due conoscenze del nostro calcio, l’ex viola Julinho ed il futuro bianconero Cinesinho …), poi difeso al ritorno con l’1-1 che certifica il bis in “Libertadores” e l’opportunità di prendersi la rivincita verso il calcio europeo, stavolta rappresentato dal Benfica, vincitore della Coppa dei campioni a spese del Barcellona.

Riscatto pieno, poiché dopo lo 0-1 dell’andata a Lisbona (rete di Coluna), i portoghesi vengono travolti per 5-0 al ritorno (rigore di Sasia, doppiette del peruviano Joya ed, ovviamente, di Spencer), pur se le assurde regole del confronto, in vigore sino al 1968, portano le due compagini a disputare una terza gara di spareggio, disputatasi ancora a Montevideo il 19 settembre ’61, che vede il Penarol affermarsi per 2-1 grazie ad una doppietta di Sasia, inframezzata dal momentaneo pareggio di Eusebio, e poter così conquistare il prestigioso trofeo.

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Il Penarol festeggia la conquista della Intercontinentale ’61 – da conmebol.cpm

Dicevamo, però, della rivalità – più che altro alimentata dai media – con il fenomeno Pelè, di tre anni più giovane, e non può esservi occasione migliore di confronto tra i due fuoriclasse che la sfida diretta in occasione della Finale della “Libertadores” ‘62, la terza consecutiva per il Penarol e, viceversa, la prima per il Santos, che, andata in scena tra fine luglio ed inizio agosto, esemplifica il meglio ed il peggio della manifestazione sudamericana.

Difatti, dopo il successo esterno dei brasiliani per 2-1 a Montevideo (doppietta di Coutinho nel primo tempo, con replica di Spencer a 15’ dal termine), il match di ritorno è caratterizzato dalle intemperanze del pubblico di casa, culminate – dopo che il Santos aveva chiuso in vantaggio per 2-1 la prima frazione di gioco, rete di Spencer per gli uruguaiani – ad inizio ripresa con il lancio di una bottiglia che colpisce l’arbitro cileno Carlos Robles, quando il risultato era stato ribaltato dalla seconda rete di Spencer al 4’ e dall’acuto di Sasia 2’ dopo.

Interrotto per 50’, il match riprende “pro forma” per altri 30’, durante i quali il Santos perviene all’effimero pareggio con Pepe ed il direttore di gara è costretto a rettificare la propria decisione di concedere un rigore al 79’ a favore del Penarol, trasformandolo in una punizione dal limite, sinché all’82’ Robles decide di porre fine a quella che non si può certo più definire una partita di calcio, con la Federazione Sudamericana ad assegnare la vittoria agli uruguaiani e fissare un match di spareggio per fine agosto sul campo neutro dello “Estadio Monumental” di Buenos Ayres, per la cui direzione viene invitata una terna olandese, capeggiata dall’arbitro Leopold Horn.

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Il Penarol che nel ’62 sfida il Santos di Pelè – da conmebol.com

Ed ecco che, a derimere la contesa, dopo che era stato assente nei due precedenti incontri, vi pensa Pelè, il quale, dopo un’autorete di Caetano che aveva aperto le marcature, si incarica di mettere il proprio sigillo con una doppietta siglata in avvio di ripresa ed ad 1’ dal termine, per certificare il 3-0 con cui il Santos fa suo il Trofeo.

Dopo che il Penarol – ma non Spencer, che salta la stagione per infortunio – si era preso la rivincita sul Santos eliminandolo in Semifinale nell’edizione ’65 (4-5 a San Paolo, 3-2 a Montevideo e 2-1 nello spareggio a Buenos Ayres), solo per essere sconfitto in Finale dagli argentini dell’Independiente, c’è un’altra rivincita da compiere, per addivenire alla quale occorre però riconquistare il Trofeo Continentale, cosa della quale si incarica Spencer in occasione delle Finali dell’anno seguente contro gli argentini del River Plate, nelle cui file militano due ex gialloneri, vale a dire il difensore Matosas e l’attaccante Cubilla.

Fatto proprio per 2-0 il match di andata a Montevideo (con la rete di apertura siglata dal 36enne ex Genoa e Lecco, Julio Cesar Abbadie) e sconfitto per 3-2 al ritorno (doppietta di Onega ed acuto di Sarnari per i “Milionarios”, repliche di Rocha e Spencer per gli uruguagi), il Penarol deve ricorrere allo spareggio di Santiago del Cile per aggiudicarsi la Coppa, cosa che si verifica al termine di una gara al cardiopalmo che vede il River chiudere il primo tempo in vantaggio per 2-0, solo per essere raggiunto nell’arco di sei minuti dal centro di Spencer al ’65 e dall’autorete dell’ex Matosas, con la decisione rinviata ai supplementari, dove è ancora l’eccezionale attaccante a portare per la prima volta avanti i suoi al 102’, prima che tocchi a Rocha, 7’ più tardi, mettere la parola fine alla contesa.

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Penarol vincitore “Libertadores” ’66 – da pesmitidelcalcio.com

Ora il Penarol è pronto a consumare la vendetta nei confronti di quel Real Madrid che lo aveva umiliato sei anni prima, e per far ciò chiede il consueto aiuto al proprio “artilhero”, il quale non si fa certo pregare, mettendo a segno la doppietta che certifica il 2-0 del match di andata a Montevideo, risultato con il quale si chiude anche il ritorno al Bernabeu davanti ad oltre 70mila spettatori e sotto la direzione dell’arbitro italiano Lo Bello, anch’egli spettatore in prima fila dello show di Spencer che, dapprima si procura un rigore trasformato da Rocha e quindi si incarica di matare i “Blancos” con il punto del raddoppio in chiusura di primo tempo.

Oramai superata la trentina, a Spencer ed al suo Penarol si offrono altre tre occasioni per allargare la bacheca dei trofei, venendo sconfitti in semifinale nel ’68 (edizione in cui Spencer realizza 10 reti in 14 partite …) dal Palmeiras e nel ’69 dal Nacional nel derby “fratricida”, per poi far pesare oltre misura la propria assenza nella doppia Finale nel ’70 contro gli argentini dell’Estudiantes, che completano un tris di successi consecutivo, in una edizione in cui comunque mette a segno 7 reti nelle 9 gare disputate.

Autore complessivamente di 326 reti con la maglia del Penarol (con cui si aggiudica ben 7 titoli nazionali nei 12 anni di militanza in maglia giallonera), Spencer conclude la carriera tornando in patria per vestire la divisa del Barcelona di Guayaquil, e quindi tentare la carriera di allenatore con scarsi risultati, mentre molto meglio svolge, sfruttando la sua enorme popolarità in Uruguay, l’attività diplomatica, che lo porta ad essere nominato Console onorario nel Paese che per anni ne ha ammirato le gesta da calciatore.

Spencer accusa un malore nel 2006, trasferendosi negli Stati Uniti, a Cleveland, per curarsi, ma uno scompenso cardiaco se lo porta via il 3 novembre a pochi giorni dal compimento dei 68 anni e, nell’orazione funebre, l’ex Presidente uruguagio Julio Maria Sanguinetti, lo ricorda affermando “Era uno di quei tipi che danno dignità alla razza umana”, ma siamo convinti che ad Alberto siano piaciute di più le parole pronunciate, nella stessa occasione, dal figlio Walter “L’unica ricchezza alla quale abbia mai aspirato è la felicità …!!

E come dargli torto?

L’EPOCA D’ORO DELLA SPAL DEL PATRON PAOLO MAZZA

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Formazione della Spal stagione 1961.62 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La recente impresa compiuta dalla formazione allenata da Leonardo Semplici, capace di effettuare in due sole Stagioni il doppio salto di Categoria, dall’anonimato della Lega Pro sino ai vertici del Calcio nazionale, riporta alla mente quello che, viceversa, è stato il “Periodo d’Oro” della S.P.A.L. (acronimo che sta a significare Società Polisportiva Ars et Labor) di Ferrara, coinciso con la presenza alla guida di colui che, più di ogni altro Presidente di Club di Provincia, ne ha caratterizzato le vicende, vale a dire il Commendatore Paolo Mazza, uno che di calcio ne capiva, eccome, e con il quale non era neppure tanto facile fare affari, a meno che, ovviamente, non tornassero a suo favore.

GLI INIZI DELL’ERA MAZZA – Anche perché Mazza, nell’epoca ancora sufficientemente pionieristica del nostro calcio, poteva discuterne con cognizione di causa, avendo lui stesso svolto la professione di allenatore, guidando anche la formazione estense nella stagione 1936.37 ad un onorevole terzo posto nel Girone A della Serie C, mettendo le basi per la Promozione tra i Cadetti dell’anno successivo con Euro Riparbelli in panchina, per poi riprendere la responsabilità tecnica della squadra nel triennio 1939-’42, prima di assumerne la Presidenza, a partire dalla ripresa dell’attività sportiva alla fine della Seconda Guerra Mondiale, avendo nel frattempo sviluppato una florida attività imprenditoriale con la sua Azienda di Impiantistica nel settore elettrico.

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Il Presidente Paolo Mazza – da ilposticipo.it

LA PRIMA, “STORICA”, PROMOZIONE IN A – Con la ristrutturazione dei campionati alla ripresa dell’attività post-bellica, la Spal viene inserita nella Serie Cadetta – suddivisa, nelle Stagioni 1946.47 e 1947.48, in tre Gironi a livello geografico – che la vede tra le protagoniste, con il terzo posto conquistato nel ’48, alle spalle di Padova e Verona, che le consente di far parte del successivo Torneo a Girone unico che ricompatta la Penisola dopo le ferite inferte dal conflitto mondiale, ed alimenta altresì in Mazza le ambizioni per far sì che anche la “sua creatura” debba far parte dell’elite del calcio nazionale.

Conoscitore dello sport pallonaro in quanto ex allenatore, capace di far quadrare i conti per le sue doti di imprenditore, Mazza è la persona giusta per stare alla guida di una Società di Provincia – tanto da meritarsi l’appellativo, tra il serio ed il faceto di “Mago di campagna” affibbiatogli dai suoi esimi colleghi Presidenti – per la quale il bilancio è avversario forsanche più pericoloso delle stesse avversarie, e la soluzione è sempre la solita, vale a dire vendere i pezzi pregiati ed andare alla ricerca di nuovi talenti, come avvenuto nel ’47, con le cessioni di Ballico, Dalle Vacche, Diotallevi, Gardini e Zorzi, e l’anno successivo, quando a lasciare il club estense sono Bacchetti, Brandolin e, soprattutto, la coppia di attaccanti formata da De Lazzari e Pandolfini (autori di 35 reti in due) – con il primo ceduto alla Lazio ed il secondo alla Fiorentina per 16 milioni, dopo che ne era costati appena tre – ma, ciò nonostante, il rendimento in Campionato non diminuisce, anzi.

Chiamato ad allenare la formazione biancoceleste l’ex mediano granata e della Nazionale azzurra Antonio Janni – che già si era fatto una buona esperienza conquistando due promozioni con il Varese e guidando il “Grande Torino” nelle ultime sei gare nella stagione del suo primo Scudetto – lo stesso mette in mostra un gioco d’attacco entusiasmante, con ben 95 reti realizzate, ma ancora con un precario equilibrio tattico che determina il quarto posto finale con 55 punti alle spalle delle promosse Napoli ed Udinese, e del Legnano, terzo a quota 57.

Le premesse per il salto di Categoria ci sarebbero tutte, anche se le ricordate “esigenze di bilancio” determinano l’improrogabile cessione alla Triestina della coppia di attaccanti composta da De Vito e Ciccarelli – autori di 22 e 17 reti rispettivamente – rimpiazzati da Alberto Fontanesi e Renato Dini (nel mentre vengono confermati Trevisani e Colombi), ai quali Mazza aggiunge il suo primo colpo straniero “a buon mercato”, prelevando dal KB Copenaghen il centravanti danese Niels Bennike.

Rivoluzionare sempre la formazione titolare determina il dover pagare dazio nelle prime giornate della stagione successiva, e così avviene anche nell’autunno ’50, quando la Spal incappa in altrettante sconfitte consecutive nelle prime tre trasferte – di cui, l’ultima, un mortificante 2-5 in casa del Seregno – ma proprio da detto rovescio nasce la striscia di ben 20 turni di imbattibilità (con 18 vittorie e 2 pareggi …!!) che issano la Spal in vetta alla graduatoria – già a fine girone di andata vanta un vantaggio di 4 punti sul Legnano, secondo, e di 7 sulla terza, il Vicenza – per andarsi a conquistare la Promozione con ben cinque turni di anticipo, grazie alla vittoria per 2-1 all’Ardenza sul Livorno.

IL DECENNIO NELLA MASSIMA SERIE – Ora che il sogno è diventato realtà, occorre consolidare l’obiettivo raggiunto, compito che viene affidato per altre tre stagioni ad Janni – il quale aveva, nel Torneo della Promozione, dato un perfetto equilibrio alla squadra, con ben quattro attaccanti in doppia cifra a fronte di una difesa perforata appena 37 volte – e che il tecnico piemontese svolge alla perfezione, dimostrando sin dalla gara d’esordio, pari per 1-1 sul campo dei futuri scudettati della Juventus grazie ad un rigore trasformato da Bennike a 20’ dal termine, che diviene pertanto la prima “storica” rete spallina nella Massima Divisione, che anche le “grandi” dovranno fare i conti con la sua squadra, capace di imporre il nulla di fatto con analogo punteggio anche all’Inter a Ferrara ed al Milan a San Siro, e che costruisce una comoda salvezza grazie alla ritrovata solidità difensiva, imperniata sul giovane portiere Bugatti, prelevato dal Seregno, mentre in attacco, ceduti Dini al Verona e Trevisani alla Fiorentina, Mazza va a pescare addirittura in Turchia, tesserando dal Besiktas l’attaccante Bulent che, con i suoi 13 centri, dimostra la validità dell’acquisto.

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La formazione scesa in campo a Torino alla 1.a giornata – da gelocal.it

Janni conclude il suo mandato con un altro Campionato di tutto riposo nel ‘53, in cui l’ottavo posto finale è in larga parte merito del “fortino di casa”, dove gli estensi subiscono solo due sconfitte, collezionando 22 dei 32 punti complessivamente totalizzati, nonché della crescita dell’estremo difensore Bugatti, il quale subisce solo 37 reti ed al quale, come potrete facilmente immaginare, tocca il “sacrificio” di trasferirsi al Napoli per ben 55 milioni, in una campagna estiva che vede anche i trasferimenti di Fontanesi alla Lazio e del ricordato danese Bennike al Genoa e che, se da una parte consente di mettere a posto il bilancio, dall’altra pone in difficoltà il tecnico che riesce a salvare la squadra dalla retrocessione in B nel ’54 solo al termine degli spareggia tre con Udinese e Palermo, con la rete “spazza incubi” messa a segno da Bernardin ad 11’ dal termine della gara contro i rosanero.

Retrocessione che, però, si materializza l’anno successivo, visto che Mazza non ha perso tempo a capitalizzare la rete del 26enne mediano spezzino, cedendo Bernardin all’Inter per una cospicua contropartita in denaro, quando la Spal conclude l’anno ’55 in penultima posizione, ma in suo soccorso giunge la condanna per illecito sportivo di Catania ed Udinese, con ciò consentendo alla Società emiliana di mantenere la Categoria, alla quale si aggiungono, promosse dalla Serie Cadetta, altre due belle realtà della Provincia italiana dell’epoca, vale a dire Padova e Lanerossi Vicenza che, assieme ai biancocelesti, formano un triangolo geografico a distanza ravvicinata dal quale, anche per le grandi, è bene tenersi alla larga.

Cosa che, puntualmente, avviene già nel ’56, con Padova a 34 punti, Vicenza e Spal a 33 (addirittura alla pari con Torino ed Juventus …!!) a guadagnarsi la permanenza in Serie A, posizioni sostanzialmente confermate anche nella successiva stagione, al termine della quale le oramai note “esigenze di bilancio” determinano la cessione al Napoli della coppia di attacco formata dai 22enni Beniamino Di Giacomo (scovato al Castelfidardo e successivo Campione d’Italia con l’Inter …) e Carlo Novelli, autori di 30 reti in due stagioni, sacrificio che viene pagato in ambito sportivo con una pessima stagione che vede la Spal sfiorare la retrocessione in B nel ’58, classificandosi al terzultimo posto, pur se in compagnia di Genoa, Sampdoria, Alessandria e Lazio, proprio nell’anno in cui il Padova di “Paron Rocco” coglie un eccezionale terzo posto ad una sola lunghezza dalla Fiorentina, giunta seconda alle spalle della Juventus del trio Boniperti, Charles e Sivori.

Situazione che non migliora nel ’59, anno in cui la Spal conferma la terzultima posizione – mentre Padova e Vicenza concludono il Campionato a braccetto al settimo posto – pur mettendo in mostra altri giovani di valore, come il 20enne esordiente Saul Malatrasi, destinato a scalare i vertici internazionali con il Milan, ed il 22enne attaccante Orlando Rozzoni, i quali divengono, difatti, i protagonisti in uscita del mercato venendo rispettivamente ceduti alla Fiorentina ed alla Lazio, sessione estiva che, però, vede Mazza compiere il suo “capolavoro”, prelevando dal Livorno la forte coppia di difensori formata da Costanzo Balleri ed Armando Picchi e rinforzando il centrocampo con l’acquisto dalla Triestina dell’argentino ex interista Oscar Massei, che diverrà per un decennio il punto di riferimento della formazione estense.

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L’argentino Oscar Massei, 244 presenze con la Spal – da ilposticipo.it

Con l’inserimento in mediana di un altro giovane talento, il 20enne Dante Micheli, ed il ritorno in attacco di Novelli dopo due anni all’ombra del Vesuvio, a far coppia con il confermato Morbello, ecco che la Spal può finalmente lottare alla pari con le sue rivali di Provincia, concludendo gli anni ’50 con uno straordinario quinto posto, alla pari con Padova e Bologna e dietro solo ad Juventus, Fiorentina, Milan ed Inter, non so se ci siamo capiti, suo miglior piazzamento della storia.

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Formazione anno ’60, quinta in campionato – da wikipedia.org

GLI ANNI ’60, LA COPPA SFIORATA ED IL DECLINO – L’euforia per il risultato raggiunto, viene immediatamente mitigata dalla necessità di far cassa per sistemare il deficit finanziario ed ecco che Balleri prende la strada di Torino sponda granata, Micheli approda alla Fiorentina (ma farà ritorno l’anno seguente) e Picchi va a contribuire alla nascita della “Grande Inter”, seguito, a novembre anche dal centravanti Morbello, ed il pur esperto tecnico Ferrero compie già un miracolo ad evitare, per un sol punto, la disputa degli spareggi per evitare la retrocessione in B a giugno ’61.

Mazza si rende conto che, per mantenere la Categoria, con il Calcio italiano sempre più all’avanguardia ed in cui fanno bella mostra di sé numerosi campioni stranieri, il solo “fiuto” nello scovare giovani talenti – tanto per non smentirsi, comunque, lancia in pri8ma squadra il 22enne difensore Adolfo Gori che, due anni dopo, sarà ceduto alla Juventus assieme all’attaccante Carlo Dell’Omodarme – non può bastare e, pertanto, nell’operazione che porta il difensore Bozzao alla corte bianconera, ottiene in cambio l’esperto Sergio Cervato, che per tre stagioni fornirà un importante contributo alla causa biancoceleste.

Ed anche se la stagione ’62 è figlia ancora una volta di patimenti e conferma il declino del famoso “trio delle meraviglie”, con Spal e Vicenza appaiate al quartultimo posto, mentre il Padova, terzultimo, torna in B a distanze di 7 anni dalla promozione, ecco che ai biancocelesti si presenta un’occasione unica per dare un senso ad un’annata travagliata, attraverso la conquista della Coppa Italia.

Manifestazione alla cui Finale accedono, dopo aver eliminato in una interminabile serie di calci di rigore il Verona al primo turno, espugnato per 2-1 il campo del Vicenza negli ottavi grazie ad una rete di Massei nel finale, sconfitto 3-1 il Novara tra le mura amiche nei quarti e compiuto l’impresa di superare addirittura per 4-1 la Juventus nella semifinale disputata a Ferrara il 31 maggio 1962.

E’ vero che i bianconeri sono privi di Mora e Sivori, selezionati per i Mondiali del ’62 in Cile – spedizione di cui farà parte, in qualità di Commissario Tecnico, anche Mazza assieme a Giovanni Ferrari – ma possono pur sempre contare su giocatori del calibro di Anzolin, Castano, Bercellino, Leoncini, Stacchini, Charles e Nicolé che tutto si sarebbero aspettato tranne che si ritrovarsi sotto 0-2 per un micidiale uno-due poco dopo la mezz’ora firmato da Micheli e Dell’Omodarme, con il futuro juventino a realizzare il punto del 3-0 al 69’ e l’ex Cervato a completare l’opera 3’ dopo trasformando. Come su solito, un calcio di rigore.

Tale inatteso trionfo fa però sì che gli estensi si presentino all’Olimpico per la Finale del 21 giugno in veste di favoriti, tanto più che l’avversaria è il Napoli neopromosso in Serie A, ma l’eccessiva confidenza gioca un brutto scherzo ai biancocelesti che, dopo aver immediatamente replicato con Micheli all’iniziale vantaggio partenopeo messo a segno dal “core ingrato” ferrarese Gianni Corelli, non riescono a reagire alla decisiva rete messa a segno da Ronzon a 12’ dal termine.

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I giocatori del Napoli festeggiano la conquista della Coppa Italia ’62 – da wikipedia.org

Sfumata la grande occasione di mettere un importante trofeo in bacheca e, dopo una dignitosa stagione ’63 conclusa all’ottavo posto a pari merito con l’Atalanta, le dolorose cessioni di Gori e Dell’Omodarme fanno sì che stavolta la retrocessione in B sia inevitabile, concludendo l’anno ’64 con appena 24 punti ed un disastroso ruolino esterno, ma quello che sembra un “de profundis” per la Società estense, si dimostra viceversa un trampolino di lancio per un pronto riscatto, costituito dall’immediato ritorno nella Massima Divisione al termine di una emozionante lotta con Brescia, Napoli (anch’esse promosse) e Lecco, con quest’ultimo incapace di andare oltre lo 0-0 interno nell’ultima giornata contro il Modena, mentre la Spal subisce al 90’ la rete della sconfitta in quel di Potenza, così evitando un drammatico spareggio.

Soddisfazione alla quale il “Patron” Mazza accomuna l’inserimento in prima squadra di due giovanissimi prodotti del vivaio, settore al quale ha sempre rivolto un occhio di riguardo, e che rispondono ai nomi di Luigi Pasetti e del ben più noto Fabio Capello, i quali contribuiscono alle due consecutive salvezze nei tornei ’66 e ’67 prima dell’ultimo capitolo che pone la parola fine al romanzo della “Epoca d’Oro della Spal di Paolo Mazza” al termine di una stagione che vede la squadra affidata a Francesco Petagna scontare le cessioni estive di Capello alla Roma e di Bosdaves al Napoli, il grave infortunio subito in precampionato da Dell’Omodarme che ne condiziona il proseguimento dell’attività ed il pedaggio anagrafico da pagare da parte dei vari Massei, Bean, Bozzao e Rozzoni, con l’amara considerazione che, alla fine di una stagione conclusa al terzultimo posto a tre lunghezze di distanza da Atalanta e Vicenza, nel mese di giugno sono proprio dette squadre a partecipare, assieme alla Spal, alla “Coppa dell’Amicizia italo-svizzera” che i biancocelesti si aggiudicano con due larghi successi a spese del San Gallo (2-0) e del Neuchatel Xamax (3-0) grazie al rientro dall’infortunio di Dell’Omodarme, a segno in entrambe le gare, a dimostrazione di una stagione “segnata” in partenza.

Modo migliore, comunque, non poteva esserci per concludere un periodo che è rimasto indelebile nella memoria dei tifosi spallini che hanno avuto la fortuna di viverlo e che i più giovani si augurano, a 40 anni esatti di distanza, di poter, a loro volta provare altrettante emozioni e soddisfazioni attraverso la riconquistata Serie A, ben sapendo, quantomeno, di avere un “tifoso speciale” in mezzo a loro, quel Paolo Mazza al quale è stato, sin troppo doverosamente, intitolato lo Stadio di Ferrara e che potrà, pertanto, da lassù, sentir riecheggiare il proprio nome alla presentazione di un incontro della Massima Divisione con protagonista la “sua amatissima” Spal …

BORUSSIA MONCHENGLADBACH-INTER 1971, IL REPLAY DELLA SFIDA DELLA LATTINA E’ NEL SEGNO DI BORDON

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I due capitani Mazzola e Netzer – da panorama.it

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Con grande sofferenza, l’Inter elimina il Borussia Monchengladbach negli ottavi della Coppa Campioni 1971-72. I nerazzurri, forti del 4-2 maturato a San Siro, resistono sulle barricate, strappando uno 0-0 che vale oro. In realtà, si tratta però della terza partita tra le due squadre: il Borussia aveva infatti vinto in casa contro l’Inter per 7-1, ma sul 2-1 per i tedeschi Boninsegna fu colpito da una lattina provenienti dagli spalti e l’Uefa decise poi di rigiocare l’incontro. Il grande protagonista di questa terza sfida è il portiere interista Ivano Bordon, che para un rigore e sventa tutte le minacce portate dai tedeschi, mettendo in cassaforte la qualificazione dei nerazzurri ai quarti di finale.

Borussia Monchengladbach: Kleff – Vogts, Sieloff, Danner (st 1′ Wittkamp), Muller (st 47′ Wlocha) – Wimmer, Netzer, Bonhof – Kulik, Heynckes, Le Fevre.
Inter: Bordon – Burgnich – Bellugi, Giubertoni, Facchetti – Frustalupi, Bedin, Oriali – S. Mazzola – Ghio (st 28′ Pellizzaro) – Boninsegna.

Primo tempo
2′ corner a rientrare da sinistra di Netzer, traiettoria molto insidiosa, Bordon smanaccia.
16′ Bonhof entra in area da sinistra e viene atterrato da Mazzola. E’ rigore. Sieloff però calcia centralmente e basso, Bordon neutralizza.
19′ punizione di Netzer da destra, colpo di testa in tuffo di Le Fevre, che colpisce l’incrocio dei pali. Il Borussia Mg adesso spinge con maggiore decisione.
20′ fallo su Netzer quasi al limite: punizione dello stesso Netzer, conclusione telefonata, Bordon c’è.

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Il rigore di Seelof neutralizzato da Ivano Bordon – da borussia.de

22′ spettacolare tentativo in rovesciata di Boninsegna, dopo una discreta azione di contropiede dell’Inter: palla alta. Partita molto piacevole finora.
24′ Le Fevre ruba palla a un giocatore dell’Inter e si invola a tutta velocità verso la porta, conclusione dal limite, Bordon sicuro.
25′ altra azione da manuale dei tedeschi, tiro a effetto di Netzer, Bordon si tuffa e blocca. Match di grande qualità finora.
27′ punizione di Netzer da sinistra, palla allontanata dalla difesa interista, recupera il pallone a destra Danner, a questi a Muller e di nuovo a Netzer, che scarta un difensore e calcia dal limite: alto non di molto.
37′ accelerazione pazzesca a destra di Vogts, che semina due uomini e crossa rasoterra nel cuore dell’area piccola, nessuno è pronto per la deviazione da pochi passi e l’azione sfuma.
42′ dubbio contatto nell’area interista tra Giubertoni e Heynckes, ma l’arbitro non se la sente di fischiare un altro rigore per i tedeschi.
48′ sontuoso triangolo Vogts-Kulik-Vogts, che entra in area e cade nel contatto con Mazzola. Il tedesco protesta invocando il penalty, ma l’intervento del capitano interista stavolta pare sul pallone.

Secondo tempo
4′ triangolo sulla destra Facchetti-Boninsegna-Facchetti, tiro-cross di quest’ultimo, Kleiff sicuro in presa.
7′ da Netzer a Sieloff, sventola da fuori, Bordon devia.
10′ Kulik per Sieloff, che carica ancora il sinistro da lontano, conclusione rasoterra e angolata, Bordon tocca di quel tanto che basta per deviare in angolo. Il Borussia Mg ha ripreso in mano le operazioni.
12′ break dell’Inter e tentativo da destra, improvviso, di Frustalupi: Kleff respinge.
13′ cross da destra di Kulik, colpo di testa nell’area piccola di Wittkamp, alto. Altra clamorosa occasione per il Borussia Mg.
14′ Mazzola perde palla, ne approfitta Sieloff, che spara ancora dal limite: Bordon c’è. Dopo quasi un’ora di gioco, i ritmi indiavolati dei tedeschi non accennano a diminuire.
17′ punizione morbidissima di Netzer dal versante sinistro, palla fuori di poco sul palo lontano.
28′ Boninsegna innesca Mazzola, che vince un contrasto e si invola verso la porta, diagonale strozzato dal limite, pallone sul fondo. Buona opportunità per l’Inter.
34′ altro contatto dubbio nell’area interista, il quarto della partita, tra Frustalupi e Le Fevre, che era stato lanciato da un pallone geniale di Netzer. Proteste dei tedeschi, ma l’arbitro fa proseguire. Il rigore poteva starci.
39′ cross da sinistra di Le Fevre, Wittkamp controlla all’altezza dell’area piccola e spara a bruciapelo, Bordon con i piedi si supera, poi Facchetti allontana. Prosegue senza sosta l’assedio del Borussia Mg.
40′ Le Fevre apre a sinistra per Muller, cross per Wittkamp, che gira di prima intenzione sul secondo palo, Bordon si tuffa e devia: la porta dell’Inter è stregata!
45′ infortunio a Muller dopo un contrasto con Boninsegna: il tedesco è costretto a uscire dal campo.

LE PAGELLE DEL BORUSSIA MONCHENGLADBACH
IL MIGLIORE NETZER 7,5: architrave della manovra tedesca, mette il suo piedino magico in ogni azione d’attacco, sfiora il gol con bordate da lontano, crea gioco a getto continuo. Ha fisico, dinamismo, visione di gioco e tecnica sopraffina: un centrocampista completo, di grandissima qualità. L’unico suo limite è che, forse, a volte, si specchia troppo.
Le Fevre 7: una spina nel fianco della difesa nerazzurra, i suoi spunti e i suoi cross dal lato mancino sono spesso un rebus. Meriterebbe maggior fortuna.
Vogts 6,5: gioca un primo tempo maiuscolo, per intensità, grinta e spinta sulla fascia. Nella ripresa, commette qualche errore di troppo in fase di appoggio e viene ben limitato dalla difesa italiana.
Bonhof 6: ha il merito di procurarsi il rigore, poi gioca molto sotto traccia, in aiuto al genio di Netzer.
Sieloff 5,5: uno dei migliori nelle file tedesche, come un diesel cresce nella ripresa e si fa vedere con continuità e pericolosità nella metàcampo interista. Ma quel rigore sbagliato (calciato malissimo tra l’altro) pesa come un macigno.
Heynckes 5: discreto movimento, zero tiri in porta. Sovrastato fisicamente da Giubertoni, non la vede mai.

LE PAGELLE DELL’INTER
IL MIGLIORE BORDON 8: un muro sui cui sbatte sistematicamente il Borussia Mg. Effettua almeno tre interventi di grande spessore, sempre perfetto nelle uscite, para un rigore. Il simbolo della qualificazione interista.
Giubertoni 7: rivelazione assoluta, tiene al minimo sindacale lo spauracchio Heynckes e domina su ogni pallone aereo.
Facchetti 6: messo in difficoltà da Vogts nel primo tempo, nella ripresa si assesta. Si fa vedere un paio di volte anche in attacco, ma non è giornata per le consuete sgroppate palla al piede…
Mazzola 6: prestazione di grande cuore e sacrificio, i giocatori tedeschi faticano a portargli via il pallone. Peccato solo per il rigore procurato, davvero in modo ingenuo. Ma per il resto dà il suo contributo.
Boninsegna 6: lotta da solo contro la difesa schierata, cerca il gol con una rovesciata spettacolare, nella ripresa manda in porta Mazzola con un buon pallone rasoterra.
Ghio 5: il peggiore dell’Inter, non riesce mai a dare una mano a Boninsegna in avanti, si vede con il contagocce e nella ripresa viene sostituito.

LA COPA AMERICA 1957 DEL TRIO DEGLI “ANGELI CON LA FACCIA SPORCA”

Argentina 1957.04.3.Lima,Peru.CA GR-Argentina v Brazil 3-0 Big1
Argentina campione del Sudamerica 1957 – da soccernostalgia.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

La tragica fine del “Grande Torino”, perito nella sciagura aerea di Superga nel maggio ’49, apre per il calcio italiano una nuova frontiera in cui, specie in attacco, a farla da protagonisti sono calciatori stranieri, che i vari “talent scout” dei maggiori club vanno a visionare e selezionare, generalmente – con i ridotti mezzi di trasporto dell’epoca – approfittando delle grandi manifestazioni internazionali.

Ed allora, sulla scorta del primo torneo svoltosi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, vale a dire le Olimpiadi di Londra ’48 – vinto dalla Svezia per 3-1 in finale sulla Jugoslavia, con la Danimarca medaglia di bronzo – ecco approdare al Milan il famoso trio svedese “Gre-No-Li” (Gren, Nordahl e Liedholm), così come la Juventus si veste danese ingaggiando John Hansen e Carl Aage Praest, cui si aggiunge l’altro Hansen, Karl Aage, mentre all’Inter fanno coppia lo svedese Lennart Skoglund e l’olandese Faas Wilkes, oltre all’apolide Istvan Nyers.

Di sudamericani, neanche l’ombra, neppure dopo la conclusione del Mondiale ’50 in Brasile, mentre un altro scandinavo è destinato a destare scalpore, cioè lo svedese Hasse Jeppson, giunto in Italia per giocare nell’Atalanta e l’anno seguente divenuto il primo giocatore ad essere pagato oltre 100 milioni, quando ad accaparrarselo è il Napoli del Comandante Lauro.

Per assistere allo sbarco nella nostra Serie A di due fuoriclasse del Rio de la Plata, occorre attendere la fine dei Mondiali di Svizzera ’54, al termine dei quali si accasano, rispettivamente al Milan ed alla Roma, gli uruguaiani Juan Alberto Schiaffino ed Alcide Ghiggia, i “giustizieri” del Brasile nell’epilogo della Coppa del Mondo ’50, andato in scena al Maracanà di Rio de Janeiro.

Ed anche se, l’anno seguente, sono l’altro brasiliano Julinho e l’argentino Miguel Montuori a contribuire alla conquista del primo, storico, scudetto viola, l’apporto sudamericano al nostro campionato maggiore risulta sempre marginale, ragion per cui non può che destare sorpresa il contemporaneo arrivo in Italia, nell’estate ’57, di tre calciatori argentini, vale a dire Humberto Maschio, Anton Valentin Angelillo ed Enrique Omar Sivori, che si accingono a vestire le rispettive maglie di Bologna, Internazionale e Juventus.

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Maschio, Angelillo e Sivori alla “Copa America” 1957 – da wordpress.com

Per capire dove tali giocatori siano stati scoperti, occorre varcare l’Oceano e recarsi in Perù, dove nel corso di un mese, dal 7 marzo al 6 aprile ’57, si è disputata la 25esima edizione dell’attuale “Copa America, ma che al tempo era ancora denominata “Campeonato Sudamericano de Futbol” (assumerà l’odierna denominazione solo dal 1975), torneo che l’Argentina si aggiudica dando dimostrazione di una superiorità persino imbarazzante.

La maggiore manifestazione sudamericana per squadre nazionali aveva visto la nascita nel 1916 e, come logico, era inizialmente toccato alla formidabile formazione della “Celeste” uruguagia – campione Olimpica a Parigi ’24 ed Amsterdam ’28, nonché Mondiale nel ’30 – fare la parte del leone, aggiudicandosi sei delle prime 10 edizioni, contro le due a testa di Brasile ed Argentina.

Argentina che, però, negli anni a seguire, riduce le distanze facendo suoi i tornei del 1927, ’29, ’37 e ’41, per poi approfittare del poderoso attacco del River Plate degli anni ’40, denominato “La Maquina” per la perfezione delle loro giocate, trasmigrando in maglia “Albiceleste” il celebre trio composto da Pedernera, Labruna e Lostau che consente la vittoria di tre edizioni consecutive nel 1945, ’46 e ’47 – con alla guida quale Commissario Tecnico Guillermo Stabile, “El Filtrador” degli anni ’20 nonché capocannoniere dei campionati Mondiali ’30 con 8 reti all’attivo – potendo altresì contare, nell’ultima occasione, sulla presenza al centro dell’attacco di Alfredo Di Stefano per quelle che saranno le sue sole sei presenze in Nazionale, corroborate da altrettante segnature.

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Da sinistra Munoz, Moreno, Pedernera, Labruna e Loustau – da wikipedia.org

La grave crisi che colpisce il calcio argentino tra la fine degli anni ’40 e l’inizio del decennio successivo, con molti giocatori ad emigrare nei “Millionaros”, squadra professionistica colombiana, tra cui gli stessi Pedernera e Di Stefano, determina la rinuncia, da parte della Federazione, sia alle edizioni 1949 e ’53 del “Campionato Sudamericano” che alle qualificazioni per i campionati Mondiali di Brasile ’50 e Svizzera ’54, così che la vittoria nell’edizione ’55 disputatasi in Cile (peraltro assai rimaneggiata, con sole sei squadre iscritte e la mancata partecipazione del Brasile) viene salutata come una sorpresa, il cui artefice è l’attaccante dell’Independiente Rodolfo Micheli, capace di realizzare 8 reti nelle 5 gare disputate, compresa quella, decisiva, nell’1-0 contro i padroni di casa cileni nell’ultima gara del torneo.

Ciò in quanto la formula è assai diversa da ogni altra competizione similare per squadre nazionali, prevedendo la disputa di un girone all’italiana in cui ogni formazione incontra le altre per poi stilare la classifica che premia con il trofeo chi abbia totalizzato più punti, e, nel caso in questione, l’Argentina ne totalizza 9 (frutto di 4 vittorie ed un pareggio), rispetto ai 7 del Cile.

Conclusa al terzo posto l’edizione straordinaria dell’anno seguente svoltasi in Uruguay e vinta dai padroni di casa, il confermatissimo Commissario Tecnico Stabile vara una “Seleccion” nuova di zecca, confermando dei ventidue dell’edizione del ’55 i soli Pedro Rodolfo Dellacha (altresì capitano), Federico Vairo ed Osvaldo Hector Cruz, mentre l’anno prima era stato convocato anche Enrique Omar Sivori al posto di Cruz.

L’indiscutibile forza di quella formazione è nel reparto offensivo, in cui la manovra, alimentata sulle fasce dagli esterni Oreste Omar Corbatta a destra ed il citato Cruz a sinistra, viene poi finalizzata al meglio dal trio centrale formato da Humberto Maschio, Anton Valentin Angelillo ed il già ricordato Sivori, ai quali la stampa locale affibbia il soprannome de “Los Angeles con caras sucias” (“Gli angeli dalla faccia sporca”) per il loro atteggiamento irriverente nei confronti degli avversari, prendendo a spunto il titolo dell’omonimo film americano del 1938 con James Cagney ed Humphrey Bogart.

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Da sinistra Corbatta, Maschio, Angelillo, Sivori e Cruz – da wordpress.com

E che quei “ragazzacci” (l’unico un po’ più in su con l’età è Cruz, 26enne) ci prendano gusto ad irridere gli avversari, se ne ha conferma sin dalla gara d’esordio del torneo – cui partecipano 7 delle 10 squadre affiliate alla CONMEBOL (“Confederacion Sudamericana de Futbol”), con la rinuncia delle sole Bolivia, Paraguay e Venezuela – disputata il 13 marzo ’57, allorquando, opposti ai malcapitati colombiani, li sommergono sotto una caterva di reti per un inequivocabile punteggio finale di 8-2 in cui la parte del leone la fa Maschio, autore di ben 4 centri.

Oddio, non è che, peraltro, anche il Brasile – che sta preparando la squadra per i prossimi Mondiali di Svezia ’58 e che allinea, tra i selezionati, il portiere Gilmar, i terzini Djalma e Nilton Santos, il centrale Zozimo ed il regista di centrocampo Didì, mentre in attacco è, per ora, relegato tra le riserve un “certoGarrincha – scherzi in fatto di goleade, visto che sotto i colpi dei suoi “artilheros” crollano per 7-1 l’Ecuador ed addirittura per 9-0 la Colombia (con 5 reti di Evaristo che, in estate, prenderà anch’esso la strada dell’Europa, destinazione Barcellona), solo per poi arrendersi, come di consueto, di fronte ai loro nemici storici dell’Uruguay che si impongono per 3-2.

Argentina che, al contrario, prosegue con assoluta regolarità il proprio cammino senza conoscere ostacoli di sorta, come dimostra il 3-0 rifilato all’Ecuador (doppietta di Angelillo ed acuto di Sivori) il 17 marzo, per poi infliggere tre giorni dopo un’autentica lezione alla “Celeste” nel derby del Rio de la Plata, sconfitta per 4-0 grazie alla doppietta di Maschio ed alle reti di Angelillo e Sanfilippo, per poi prepararsi allo scontro decisivo contro il Brasile liquidando con un 6-2 che non ammette repliche (doppiette di Angelillo e Maschio) il Cile, proprio nel giorno in cui i verdeoro vengono superati dall’Uruguay.

La “Seleçao”, guidata da Osvaldo Brandao, si riscatta tre giorni dopo, superando il 31 marzo di misura i padroni di casa peruviani grazie ad un rigore di Didì messo a segno al 73’ e si accingono ad affrontare una “Albiceleste”, sinora sempre vittoriosa, con 8 punti in classifica (frutto di 4 vittorie e della ricordata sconfitta) ed una differenza reti di +17 (23 goal fatti e 6 subiti), assolutamente identica a quella degli argentini (21 reti fatte e solo 4 subite), che però devono ancora incontrare il Perù nell’ultima gara che conclude il torneo.

Ed il 3 aprile ’57, allo “Estadio Nacional” di Lima, davanti a 55mila spettatori e sotto la direzione dell’arbitro inglese Robert Turner (tutti i direttori di gara sono europei, onde evitare contestazioni di sorta) va in scena un incontro spettacolare, il cui risultato finale di 3-0 a favore dell’Argentina non rende merito alla prestazione del Brasile, sempre in partita e che solo nel finale, sbilanciato alla ricerca del pari, viene trafitto dalle reti di Maschio e Cruz dopo che, a metà della prima frazione di gioco era stato Angelillo a portare avanti i suoi sfruttando un assist di Sivori dopo un’azione ficcante lungo l’out sinistro di Cruz.

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I calciatori argentini festeggiano la vittoria sul Brasile – da losandes.com.ar

 

Il rotondo successo sui rivali storici rappresenta la consacrazione di una formazione – e del suo tecnico Stabile, che colleziona il suo sesto trionfo personale in veste di allenatore – capace di sfruttare le capacità tecniche e la velocità di due ali micidiali, tra cui si distingue maggiormente l’esterno destro Corbatta – soprannominato “El Loco”, il che è tutto dire – ma considerato in patria un autentico fenomeno, il miglior “puntero” (attenzione, questa dizione non sta per attaccante puro, quello è il “delantero”, bensì come ala ficcante) di ogni epoca e paragonabile a livello mondiale solo a Garrincha, mentre il trio centrale è una perfetta alchimia tra la tecnica sopraffina e l’estro del non ancora 22enne, ma già stella del River Plate, El Cabezon” Sivori (premiato come miglior giocatore del torneo), la potenza realizzativa del non ancora 20enne centravanti del Boca Juniors Angelillo e l’accortezza tattica dell’interno offensivo del Racing di Avellaneda, Humberto Maschio, capocannoniere della manifestazione con 9 reti, rispetto alle 8 di Angelillo.

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Sivori in azione con il River Plate – da cariverplate.com.ar

E se il trasferimento in Italia è stato sicuramente fruttuoso per il trio degli “Angeli con la faccia sporca”, altrettanto non può dirsi per le fortune della “Albiceleste” che, con i soli Corbatta e Cruz rimasti a formare l’attacco ai Mondiali di Svezia ’58 – dove viene addirittura richiamato il 40enne Angel Labruna (!!) – viene ingloriosamente eliminata al primo turno dopo un’ingloriosa sconfitta per 1-6 subita dalla Cecoslovacchia, proprio mentre il Brasile, con l’inserimento nell’undici titolare dei giovani Garrincha e, soprattutto, Pelè, si laurea per la prima volta Campione del Mondo.

Un solo vantaggio resta, ed è ben narrato dalla consueta, nostalgica, retorica tipica dei cronisti sudamericani, e cioè quello di aver potuto ammirare – anche se per il solo breve spazio di appena 30 giorni – una espressione di gioco di tale armoniosità e perfezione che mai più sarà raggiunta da una Nazionale argentina, epoche di Passarella, Maradona e Messi comprese, ed a cui mai come in questo caso forniscono conforto i numeri che certificano, pur nella ristrettezza temporale in cui hanno indossato la “Camiseta Albiceleste”, le 12 reti in altrettante presenze per Maschio, così come gli 11 centri a parità di partite giocate da Angelillo, mentre Sivori può vantarsi di essere andato a segno 9 volte nei 19 incontri disputati con la propria Nazionale.

E, da un innamorato del calcio come chi scrive, lasciatemi dire che un velo di tristezza viene anche dall’aver visto questi fenomeni appassire con indosso – nella spasmodica “caccia all’oriundo” in voga all’epoca – la maglia azzurra della Nazionale italiana.

JUARY E QUEL BALLETTO INTORNO ALLA BANDIERINA

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Juary e il balletto intorno alla bandierina – da museogrigio.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Singin in the rain” è un film uscito nelle sale americane nel 1952, di Stanley Donen e Gene Kelly. In Italia lo conosciamo come “Cantando sotto la pioggia“. Ad un certo punto del film, che piace ad ogni generazione di spettatori, Gene Kelly (nella parte di Don Lockwood) inizia a cantare la canzone che porta il titolo del film, esibendosi in una danza allegra e spettacolare, con il suo ombrello. 30 anni dopo, o giù di lì, arriva in Italia un brasiliano che dopo ogni gol si esibisce in una danza di gioia folkloristica intorno alla bandierina del calcio d’angolo. Ci gira intorno e con il suo sorriso rende omaggio alla dea del gol.

Siamo nel 1980, la Federcalcio decide di riaprire le frontiere per permettere alle squadre di serie A di poter tesserare un giocatore straniero. L’Avellino, del presidente Antonio Scibilia, decide di tesserare quel ballerino carioca del gol, Juary. Ogni squadra ha la sua bandiera, il suo giocatore simbolo, l’Avellino ebbe la sua bandierina danzante. I tifosi intonavano dai gradoni del “Partenio“: “SARA’ COSI’….JUARY, JUARY“.

Sao Joao de Meriti è un comune dello stato di Rio De Janeiro, in Brasile. Il mare, il sole, l’allegria carioca, la vita che si vive è la fortuna del giorno, come quando ti siedi a tavola a ristorante e ti portano il menù giornaliero, puoi scegliere fra le varie portate consigliate. Il sorriso e la sopravvivenza alla “povertà” era il piatto forte. Siamo nel 1959, 9 anni dopo il “Maracanazo” ed uno dopo la rinascita dei verdeoro al mondiale di Svezia in cui iniziò a brillare nel firmamento calcistico la stella brasiliana di “Dico“, o come lo conoscevano tutti: Pelè.

Il 16 giugno viene alla luce Jorge, più conosciuto come Juary. Come ogni famiglia, la povertà e il lavoro saltuario, ne facevano il marchio di fabbrica per forgiare ragazzi forti e pronti a cercare di emergere, e Jorge ci riesce. A scuola, ci va ogni tanto, ma al campetto, a giocare al calcio, la presenza è costante. Inizia nel Santos, sin dalle giovanili, tutti notano la sua velocità e la sua precisione nel segnare, un po’ come il famoso Aristoteles del film “L’allenatore nel pallone“. Tutti stravedono per il giovane Juary. Tanto che nel 1976 fa il suo esordio in prima squadra.

Ci rimane per tre anni, in cui accende con 18 gol i cuori dei tifosi brasiliani, ma nel 1978 accade qualcosa che cambia il corso della sua storia. Si gioca Santos-San Paolo. Un derby. All’ingresso in campo dello stadio Cicero Pompeu de Toledo che era conosciuto come Murumbi, lo avvicina il 29enne radiocronista Osmar Santos. Questo signore era la voce che raccontava in modo romanzesco le partite di calcio del campionato brasiliano, creatore di neologismi calcistici e nomignoli. Qualcuno di vecchia data, ricorderà le immagini televisive di allora in Italia, con il suo famosissimo urlo “GOOOOOOOOOOOOOOOOOOLLLLLLLLL!” ad ogni segnatura di qualsiasi squadra. Chiese, quel giorno, a Juary: “Se segni hai in mente qualcosa di speciale?“. “Qualcosa mi inventerò“.

Beh, è qua che accade la magia. Juary segna un gol e corre verso la bandierina del corner iniziando a girarci intorno tre volte danzando a ritmo di samba. Ma non finisce qua, segna altri due gol e va alle altre bandierine e si ripete la stessa scena. Peccato che ne lasci una quarta inviolata. Fortuna del San Paolo, che perde il derby per 3-1. La gente allo stadio impazzì.

Quell’anno il Santos vinse il “Paulista“, con i suoi 14 gol. Juary lascia l’anno dopo il Santos a causa di una crisi economica della società che è costretta a fare cassa, approda al UAG di Guadalajara in Messico, dove si fa apprezzare per la velocità sulla fascia. Quella stagione, lo vede anche convocato nelle uniche due partite in nazionale, in Coppa America. Due spezzoni contro Bolivia e Argentina.

La sua esultanza gli diede fama, passò alla storia come “Il bomber della bandierina“. Le sue prodezze arrivano via Tv, grazie all’emittente Tele 37 anche in Italia. E ad Avellino, quel volpone di Luis Vinicio, dopo averne parlato con il Presidente Sibilia, lo convince ad acquistarlo. Siamo nel 1980.

Juary dopo un estenuante viaggio transoceanico Messico-Madrid-Roma, il 23 giugno arriva in Italia, Avellino lo attende. Ora per come ci dice lo stesso attaccante, firmò senza sapere dove dovesse andare, non aveva la minima idea di dove si trovasse Avellino, ma l’Italia sì, o meglio l’Europa.

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Juary in maglia Avellino – da museogrigio.it

Un piccolo aneddoto… non fu esattamente voluto da Juary il suo arrivo in Irpinia. Il campionato messicano era terminato, e Juary stava per andare in vacanza. Viene convocato in dirigenza, e con mille complimenti, gli chiedono di andare in Italia con un collaboratore della società per visionare alcuni ragazzi, sapendo che lui aveva anche fiuto per i talenti. Si imbarcano e sull’aereo gli vengono offerti un po’ troppi drink. E’ sbronzo e all’arrivo in Italia chiede esattamente cosa ci fosse venuto a fare. “Ti abbiamo ceduto all’Avellino“. “Ceduto a chi? Avellino? Scusate, ma dove si trova?“. Un’auto li prese all’aeroporto di Roma e via velocissima ad Avellino.

700 mila dollari (590 milioni di lire circa) avevano fatto gola ai messicani.

Il presidente irpino appena lo vide non era granchè entusiasta, lo guarda scettico: “Vinì (Vinicio), io volevo n’attaccante e tu m’ha portato a chist’cà, secondo te chist’è nò jocatore?”. “Presidente questo è un bravo calciatore, lo metta sotto contratto“. “Vabbuò, io il contratto glielo faccio, ma se non va buono, te ne mann’ prima a te e po’ a iss“.

20 milioni di vecchie lire a stagione, e netti. Per quei tempi niente male.

Gli interrogativi nascono subito, squadra lenta e macchinosa, ma Juary cosa ci incastra? L’unico che crede in lui, oltre a Vinicio, è Josè Altafini, che ne decanta le doti a scanso della statura. Ma i guai arrivano dal Messico, non arriva il transfert all’Avellino, costringendolo a saltare i primi due impegni di Coppa Italia. Il 31 agosto arriva il tranfert e l’esordio in maglia verde del brasiliano. Coppa Italia contro il Catania. Pochi minuti e già segna nel 4-1 agli etnei, e si invola a danzare in cerchio alla bandierina. Il pubblico inizia ad amare il brasiliano danzante.

Il campionato vede applicate le sentenze del calcio scommesse, e l’Avellino parte con un handicap di 5 punti. La prima di campionato, nonostante la vittoria per 2-1 in quel di Brescia, non è esaltante per il brasiliano, tanto che rimane in campo i primi 45 minuti. Non incide. La sua prima rete, alla quarta giornata con il gol-vittoria sul Cagliari (2-1).

Dopo 11 giornate con 5 gol è alle spalle di Pruzzo con 9 reti, Altobelli 8 e Graziani 7. Gongola Sibilia che con il folletto danzante, in poche giornate ha ridotto il gap. Anzi, si prende i meriti: “Ho speso bene i miei soldi, l’ho pagato 700 milioni, ed ora vale 4 miliardi!“. Ricordate quando lo vide per la prima volta?

Ma il 18 gennaio 1981, in uno scontro fortuito con il portiere Bordon (Inter), si infortuna gravemente al ginocchio destro. Prova a tornare ad allenarsi dopo un mese, ma il ginocchio fa di nuovo crack: menisco e legamenti. Campionato finito: 4 mesi di convalescenza e terapia di recupero. L’Avellino si salva anche senza la sua perla nera. Anche a dispetto del terremoto che colpì l’Irpinia nei mesi precedenti.

Ritorna in campo la stagione successiva in Coppa Italia contro l’Inter, ma un nuovo infortunio alla prima di campionato lo costringe ad uscire dal campo, contro la Roma all’Olimpico, dopo soli 10 minuti: fortissima distorsione alla caviglia sinistra. Esce in un pianto a dirotto.

Ritorna dopo un mese e mezzo contro il Cesena al Partenio, e segna il gol di apertura nella vittoria dei Lupi verdi.

Alla 12ma l’Avellino espugna San Siro (Milan) aprendo le marcature con Juary, che questa volta, in via eccezionale, si dirige ad abbracciare Sibilia seduto in panchina, in segno di riconoscimento. “E’ stato un padre per me“. Beh, un padre particolare, Sibilia fu accostato alla camorra, vista la sua amicizia con Raffaele Cutolo.

Un giorno, il presidente, si reca in tribunale, e chiede al giovane brasiliano di seguirlo, in una visita ad un amico che chiedeva di conoscerlo, ne ammirava le doti calcistiche ed era ansioso di stringergli la mano ed avere un suo autografo. Juary non vide niente di ostativo ad andare. Incontra proprio Don Raffaele Cutolo, gli consegna la maglia ed una medaglietta, ma il mago Sibilia, non disse mai il suo nome, se non nelle presentazioni.

Il brasiliano saprà molto tempo dopo chi fosse quel suo tifoso speciale, e leggerà sui giornali di leggende su quell’incontro e del buon Luigi Necco che fu “gambizzato” dai camorristi.

Torna a segnare gol pesanti e le squadre importanti mettono gli occhi sul brasiliano, per la gioia del Presidente.

22 presenze e 8 gol, un buon bottino. Arriva l’Inter e piazza il colpo: 2 miliardi di lire e acquista il bomber.

In realtà volevano Shachner del Cesena, ma poi alla fine presero me. A Milano mi mancava il calore delle gente del sud, ad Avellino ero un re, all’Inter uno dei tanti. Sarei dovuto rimanere ad Avellino un altro po’, non ero pronto per una grande squadra“. Del suo primo scorcio nerazzurro ricordiamo pochissimo, tanto che lo stesso attaccante dice: “vagavo per il campo, come se fossi a spasso per Milano, senza cappotto e in maglietta e pantaloncini, ero congelato, ho tenuto i guanti fino a primavera per paura dei geloni alle mani“.

Il sole ed il calore della “sua” Avellino erano un ricordo. In nerazzurro, con Marchesi come tecnico, gioca 21 gare e segna 2 gol. Uno dei quali nella nebbia di San Siro contro il Catanzaro. “La domenica che segnai al Catanzaro c’era così tanta nebbia che del gol ce ne accorgemmo soltanto io e l’arbitro”. L’esperienza milanese non lascia speranze, e dopo un’anno va in provincia ad Ascoli (27 gare e 5 gol) e Cremonese (19 per 2 gol). Siamo nel 1985 e sembra che per il “bomber della bandierina” iniziassero a scorrere i titoli di coda, quando per 40 mila dollari il Porto lo acquista.

In due stagioni Juary vince Campionato, Coppa di Portogallo, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale nella neve di Tokyo contro il Penarol. Ma la finale europea merita menzione. Sì, la famosa finale al Prater di Vienna del 27 maggio 1987 in cui il Porto batte il Bayern 2-1. I tedeschi passano in vantaggio con un colpo di testa di Kogl. L’allenatore tedesco Udo Lattek sente il trionfo bavarese vicino, pensa sia tutto in discesa. Artur Jorge, rompe gli indugi e ad inizio ripresa toglie il centrocampista Quim per far posto al “bomber della bandierina“.

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Juary segna in finale di Coppa dei Campioni – da zonacesarini.net

Juary inizia a spaventare la difesa tedesca con un diagonale dopo un assolo. Entra in area e mette al centro dove trova Rabat Majer che di tacco pareggia i conti. Quel gol entrerà nella storia come il “Tacco di Allah“. Poco dopo su un cross dalla sinistra Juary si avventa sulla palla che ha superato il portiere dei bavaresi, il belga Jean Marie Pfaff, e con un piatto a mezza altezza insacca per il 2-1 finale. Juary fu il primo brasiliano a segnare in una finale di Coppa dei Campioni.

Corre verso la bandierina del corner come sempre, ma una volta raggiunta, si ferma e si inginocchia dinanzi ai propri tifosi, alzando le braccia al cielo, come a rendergli omaggio. E’ raggiunto da Futre che lo abbraccia per festeggiare. Il Porto è sul tetto d’Europa. I draghi alzano la coppa delle grandi orecchie al cielo.

Dal 1988 per Juary inizia il declino, con il ritorna in patria, al Portuguesa; poi di nuovo in Europa al Boavista (fugace esperienza) e chiude con Santos, Moto Club e Vitoria Club, prima del suo ritiro dal rettangolo di gioco nel 1992.

Nel 2005 l’Avellino lo chiama ad allenare la squadra “Berretti“. Fa molte esperienze su varie panchine dei settori giovanili, fra cui Napoli. Nella sua Avellino fonda anche una scuola calcio, la Selecao Footbal Club, che però lascerà nel 2010 per andare a Sestri Levante ad allenare la squadra impegnata nel campionato di Eccellenza. Nel 2012 centra la promozione in serie D. Al suo arrivo a Sestri Levante, pensava che avrebbe vissuto di anonimato, invece tutti si ricordavano quando trent’anni prima festeggiava alla bandierina. Ogni abitante aveva un suo autografo e su ogni smartphone c’era un selfie con lui. Ma non solo, quando va in trasferta solita storia: autografi e foto. Torna nel 2013 nel suo Brasile, lavora per il Santos, si occupa del settore giovanile. Lui che, come dissero i dirigenti del Guadalajara, aveva fiuto per i talenti. Ma questa volta non lo vendono ubriacandolo. Juary a volte va nelle favellas a vedere le partite genuine dei ragazzini, porta palloni da regalare e a volte segnala un ragazzo o due. Magari un giorno un altro brasileiro segnerà e festeggerà come lui. Magari.

IL PRATO VERDE E’ CASA MIA.

UN URLO CHE MI FA IMPAZZIR….

SARA’ COSI’ JUARY JUARY IN MEZZO A NOI QUI”

Sarà così – 1981, canta Juary

IL “TRIENNIO D’ORO” EUROPEO DELL’ANDERLECHT ANNI ’70

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La Rosa dell’Anderlecht 1976 – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Concluso – con la definitiva assegnazione al Brasile della Coppa Rimet al termine del Mondiale di Messico ’70 – un decennio caratterizzato, in Europa, dal predominio del calcio latino, manifestato, a livello di Club, dai successi di Real Madrid, Benfica e delle due milanesi, e sancito dalle vittorie nei Campionati Europei della Spagna nel ’64 e dell’Italia nel ’68, ecco che gli anni ’70 si aprono all’insegna della “rivoluzione del calcio totale proposta dall’Olanda in generale e dall’Ajax del fuoriclasse Johan Cruijff in particolare, cui si oppongono le “Panzer Divisionen” tedesche in un duello che raggiunge il culmine nella Finale Mondiale di Monaco ’74.

Sull’onda delle affermazioni degli “orange”, però, cresce parallelamente di livello anche il football dei cugini belgi, i quali anzi ne anticipano i tempi, qualificandosi per le fasi finali dei Mondiali ’70 nel mentre l’Olanda giunge solo terza nel proprio girone, preceduta da Bulgaria e Polonia, così come si qualificano, due anni dopo, per le semifinali del Campionato europeo, classificandosi al terzo posto dopo aver dovuto alzare bandiera bianca in semifinale nei confronti della Germania Ovest di Beckenbauer e Muller.

Emblema in campo nazionale è indubbiamente l’Anderlecht – il cui nome completo è “Royal Sporting Club Anderlecht” – Club fondato nel 1908 e che in patria è una sorte di “Juventus belga” dall’alto dei suoi 34 titoli e nove Coppe nazionali conquistate, assoluto protagonista degli anni ’60 con la vittoria di 6 scudetti, di cui 5 consecutivi dal 1964 al ’68, cui però non hanno fatto riscontro analoghe positive performance in campo europeo, con il miglior risultato in Coppa dei Campioni costituito dall’eliminazione ai Quarti di finale dell’edizione ’66 ad opera del Real Madrid, poi vincitore per la sesta volta del Trofeo, mentre a fine decennio, proprio quando in patria si afferma per tre anni consecutivi lo Standard Liegi, i “bianco malva” raggiungono l’atto conclusivo della Coppa delle Fiere, solo per essere sconfitti dall’Arsenal (3-1 a Bruxelles, 0-3 a Londra) nella doppia Finale.

Leader indiscusso di tale formazione – e da molti giudicato, non a torto, il più forte calciatore belga di ogni epoca – è la mezz’ala d’attacco Paul Van Himst, una carriera interamente spesa indossando la maglia degli “anderlechtois” con cui, dal 1959 al ’75, disputa 566 incontri complessivi (di cui 457 di Campionato), con ben 309 reti all’attivo, delle quali 236 in gare di Prima Divisione, il quale ha il solo difetto, se così si può dire, di esser capitato nel periodo sbagliato, ritirandosi, ironia della sorte, proprio alla vigilia dei successi europei del Club.

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Paul Van Himst in azione – da rsca.be

Il dominio dell’Anderlecht viene però offuscato, ad inizio anni ’70, dalla crescita esponenziale di un’altra formazione con cui divide la ribalta nazionale ed europea per l’intero decennio, vale a dire il Bruges (o Club Brugge, secondo la dizione fiamminga …), il quale, dopo un titolo conquistato nella notte dei tempi – si parla del 1920 – ne aggiunge ben cinque tra il 1973 ed il 1980, divenendo altresì uno spauracchio in campo continentale, dove, trascinato dai vari Bastijns, Cools e Vandereyken, giunge in Finale di Coppa Uefa ’76 e Coppa dei Campioni ’78, solo per essere, entrambe le volte, sconfitto dagli inglesi del Liverpool.

Con il Bruges a primeggiare in campionato, l’Anderlecht si “rifugia” nella seconda manifestazione nazionale, vale a dire la Coppa del Belgio, che in tale periodo si aggiudica per 4 delle complessive 9 volte in cui il Trofeo fa bella vista di sé nella bacheca societaria, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla competizione europea della Coppa delle Coppe, competizione in cui fa il suo esordio in maniera peraltro alquanto deludente, venendo eliminato al primo turno dell’edizione ’74 dallo Zurigo, nonostante all’andata una tripletta dell’olandese Rensenbrink avesse ribaltato il doppio vantaggio svizzero, poi vincitore al ritorno per 1-0 su calcio di rigore.

Abbiamo già parlato dell’addio al calcio giocato di Van Himst al termine della stagione ’75, che conclude salutando il proprio pubblico con la vittoria per 1-0 in Finale di Coppa sull’Anversa che consente all’Anderlecht una seconda chance per la conquista del Trofeo, e ricordiamo anche l’incidenza sul calcio belga del credo lanciato dai “nuovi profeti” olandesi, circostanza che non viene sottovalutata dalla dirigenza del Club, la quale affida nell’estate ’75 la panchina al tecnico batavo Hans Croon, già operante in Belgio alla guida di Waregem – condotto sorprendentemente alla vittoria della Coppa nazionale nel ’74 – e Lierse, con cui l’anno precedente aveva concluso il Campionato in un’onorevole settima posizione.

Ma se Croon può dare quel pizzico di olandesità alla squadra, ancora maggior sostanza ed esperienza la portano in dote gli acquisti dal Feyenoord dell’attaccante Peter Ressel e, soprattutto, l’innesto a centrocampo del pilastro dell’Ajax e della Nazionale arancione Arie Haan, con cui la Società della Capitale va a comporre un quartetto olandese che già vede presenti il portiere Jan Ruiter (in forza al Club dal ’71) ed il già citato attaccante Robbie Rensenbrink, prelevato nell’estate ’71 proprio dai rivali del Bruges.

Con questa perfetta commistione tra belgi ed olandesi – potendo altresì contare su uno “zoccolo duro” di esperienza costituto dagli anziani Van Binst, Vandendaele, Broos e Dockx, nonché sul talento emergente di Munaron, Coeck, Vercauteren e Van der Elst – l’Anderlecht si presenta ai nastri di partenza della Coppa delle Coppe ’76 che vede partecipare, come vincitrici dei principali tornei nazionali, squadre importanti quali l’Eintracht Francoforte, il West Ham, l’Atletico Madrid, la Fiorentina ed il Celtic Glasgow, senza dimenticare l’insidia, sempre presente, derivante dalle squadre dell’est Europa.

Ed è proprio una formazione dell’Europa orientale, il Rapid Bucarest, a tenere a battesimo la formazione belga, che esce sconfitta all’andata per una sfortunata autorete di Thijssen, riuscendo comunque a ribaltare la situazione al ritorno grazie a Van Binst in chiusura di primo tempo ed ad un rigore di Rensenbrink ad inizio ripresa.

Rotto il ghiaccio, il successivo abbinamento prevede la sfida contro gli slavi del Borac Banja Luca, la cui pratica viene sbrigata all’andata con un netto 3-0 (doppietta di Rensenbrink ed acuto di Coeck) che concede agli avversari la platonica soddisfazione di affermarsi per 1-0 al ritorno, in un turno che vede l’eliminazione a sorpresa della Fiorentina, mentre lo scontro tra Atletico Madrid ed Eintracht di Francoforte privilegia quest’ultimo, capace di aggiudicarsi entrambi i match.

Con l’appuntamento per i quarti di finale previsto per la successiva primavera, in casa dei “Reali” non si nasconde la soddisfazione per un sorteggio che li vede accoppiati ai gallesi del Wrexham, squadra militante nella Terza Divisione inglese, e che invece si rivela più ostico del previsto, dato che al “Parc Astrid” concede la sola rete in apertura di Van Binst ed, al ritorno, pareggia le sorti del doppio confronto all’ora di gioco, prima che Rensenbrink, a meno di un quarto d’ora dal termine, spazzi via i fantasmi dei supplementari.

L’approdo in semifinale conferma una certa qual fortuna nei sorteggi, evitando Eintracht e West Ham per affrontare i tedeschi orientali del Sachsering Zwickau capitanati dal mitico estremo difensore Jurgen Croy e che, dopo aver eliminato la Fiorentina, si sono permessi il lusso di sbattere fuori dalla competizione anche il Celtic Glasgow di Kenny Dalglish.

Questa volta, però, non vi sono sorprese di sorta, con l’Anderlecht convinto della propria forza e che non lascia scampo alcuno ai suoi avversari, grazie al raggiunto affiatamento tra le due punte Van der Elst e Rensenbrink che si incaricano di realizzare tutte e cinque le reti (3-0 nella ex Ddr, 2-0 al ritorno) che certificano la qualificazione per la finale di Bruxelles del 5 maggio ’76, avversari i londinesi del West Ham di Trevor Brooking, che hanno avuto ragione dei tedeschi dell’Eintracht Francoforte.

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Finale Coppa delle Coppe ’76 – da dhnet.be

Di fronte agli oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune dello “Stadio Heysel”, la finale non tradisce le attese, con gli inglesi a passare per primi in vantaggio poco prima della mezz’ora grazie ad Holland, abile a sfruttare una palla vagante in area, punteggio riequilibrato in chiusura di tempo da Rensenbrink che approfitta di un clamoroso errore della difesa avversaria, per mettere in rete a porta sguarnita un assist di Ressel.

E quando, in avvio di ripresa, la coppia Rensenbrink-Van der Elst confeziona la rete del raddoppio, con il giovane belga a fintare su di un avversario per poi collocare la palla nell’angolo alto alla destra dell’incolpevole Marvin Day, è opinione comune che l’inerzia della gara sia oramai dalla parte dei belgi, i quali, però, devono fare i conti con la nota combattività anglosassone, che si materializza con il punto del pari realizzato di testa sotto misura al 68’ da Keith Robson.

Tutto da rifare, dunque, con poco più di 20’ a disposizione, ma quando si hanno al proprio arco due frecce quali i più volte ricordati Rensenbrink e Van der Elst tutto è possibile e, difatti, dopo appena 5’, l’olandese si procura un calcio di rigore che lui stesso si incarica di trasformare, lasciando poi al più giovane compagno di reparto l’onore di chiudere definitivamente la contesa a 3’ dal termine con un assolo in contropiede degno del miglior George Best con tanto di difensore e portiere avversari messi a sedere per il deposito della sfera nella porta sguarnita.

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Rensenbrink trasforma il rigore del 3-2 – da skyrock.com

La prima, storica, vittoria di un Club belga nelle Coppe europee – mentre il Bruges viene sconfitto in Finale di Coppa Uefa dal Liverpool – viene completata con il bis in Coppa nazionale con un netto 4-0 a spese del Lierse, ex squadra allenata da Croon, il quale non viene però confermato, con il suo posto alla guida del Club preso dal “guru” del calcio belga, vale a dire quel Raymond Goethals che, nei suoi anni alla guida dei “Roten Teufels” (i “Diavoli Rossi”), aveva ridato prestigio alla Squadra Nazionale.

Il primo impegno sarebbe da “far tremare i polsi” a chiunque, trattandosi del doppio confronto per la Super Coppa Uefa contro i tre volte Campioni d’Europa del Bayern Monaco, ma non certo ad una vecchia volpe come Goethals che, limitati i danni all’Olympia Stadion, con Muller a siglare all’88’ la rete della vittoria dopo l’iniziale vantaggio belga con Haan, impartisce una vera e propria lezione di calcio ai celebrati tedeschi con un 4-1 targato Rensenbrink (doppietta), Van der Elst ed ancora Haan.

Con un organico interamente confermato, in campo nazionale l’Anderlecht dà vita ad un serrato testa a testa con i campioni del Bruges, risolto a favore di questi ultimi, con i quali si qualifica altresì per la Finale di Coppa, mentre a livello continentale la squadra, oramai acquisita coscienza dei propri mezzi, si sbarazza con non poche difficoltà dei “cugini olandesi” del Roda Kerkrade (2-1 a Bruxelles con reti di Vercauteren e Rensenbrink negli ultimi 2’ di gioco, 3-2 al ritorno dove tocca a Van der Elst realizzare una doppietta negli ultimi 10’), per poi maramaldeggiare a spese dei malcapitati turchi del Galatasaray (doppio 5-1, di cui 4 reti portano la firma di Rensenbrink).

Gli accoppiamenti dei quarti ripropongono una sfida agli inglesi, stavolta rappresentati dal Souhampton che, ancorché giochi in Seconda Divisione, si è permesso il lusso di sconfiggere nella “FA Cup Final” il favorito Manchester United, ed il vantaggio di 2-0 (a firma olandese, Ressel e Rensenbrink) maturato all’andata, viene vanificato al “The Dell” dai centri di Peach e MacDougall, prima che ci pensi Van der Elst, a 7’ dal termine, a siglare il goal qualificazione.

Semifinali che mettono in vetrina la “crème de la crème” continentale, visto che si affrontano, da un lato Amburgo ed Atletico Madrid, e dall’altro Anderlecht e Napoli, con i madrileni che, per il secondo anno consecutivo, vedono il loro cammino infrangersi contro i tedeschi, i quali ribaltano, con un netto 3-0, maturato nella prima mezz’ora di gioco, l’1-3 maturato all’andata al “Vicente Calderon”.

Al “San Paolo” di Napoli, con 90mila tifosi partenopei ad incitare i propri beniamini, i padroni di casa si impongono di misura, grazie ad uno spunto vincente del terzino Bruscolotti a 9’ dal fischio finale, ma una condotta di gara accorta al ritorno, consente all’Anderlecht di staccare il biglietto per la seconda finale consecutiva, con una rete per tempo siglate da Thijssen e Van der Elst.

Lo scenario, stavolta, è quello dello Stadio Olimpico di Amsterdam, dove l’11 maggio ’77 Anderlecht ed Amburgo si affrontano per una sfida decisiva che viene risolta nel finale di gara quando Steffenhagen viene sgambettato in area per la conseguente massima punizione trasformata dall’estrema sinistra Volkert per il vantaggio tedesco, poi arrotondato ad 1’ dal termine con il più classico dei contropiedi ancora orchestrato da Volkert, il quale consegna a Magath una comoda palla da depositare in rete per il 2-0 definitivo.

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Volkert trasforma il rigore dell’1-0 – da eupallog-cineteca.blogsport.it

E così, un’annata iniziata in gloria con la vittoria in Super Coppa Uefa, si conclude con un “tris” di piazzamenti, visto che, dopo il secondo posto in Campionato e la sconfitta in Europa, i “Bianco malva” capitolano anche di fronte al Bruges con un rocambolesco 4-3 nella Finale di Coppa del Belgio, che però consente loro di partecipare nuovamente alla Coppa delle Coppe, visto che i rivali hanno centrato l’accoppiata Scudetto/Coppa.

Avventura che l’Anderlecht affronta proponendo tra i pali l’olandese Nico De Bree, acquistato dal Molenbeek, e promuovendo Vercauteren come perno insostituibile del centrocampo, mentre la difesa viene rinforzata con l’innesto di Johnny Dusbaba, prelevato dall’Ajax ed in attacco viene prelevato, pure lui dal Molenbeek, il danese Benny Nielsen.

In campionato, la lotta con il Bruges è sempre più serrata, ma ancora una volta tocca all’undici di Goethals soccombere, anche se per il minimo distacco di un solo punto (51 a 50), con entrambe le squadre che avrebbero meritato il titolo per la loro indiscutibile forza, dimostrata in campo europeo, dove conquistano le rispettive finali di Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe.

Quest’ultima manifestazione, vede l’Anderlecht, dopo un iniziale allenamento contro il Lokomotiv Sofia (8-1 complessivo), abbinata al secondo turno proprio ai detentori dell’Amburgo (rinforzati dall’acquisto della stella del Liverpool Kevin Keegan …) e mai “vendetta” è stata più dolce del successo per 2-1 conquistato al “Volksparkstadion” davanti ad oltre 55mila tifosi tedeschi, grazie ad una rete di Rensenbrink a 2’ dal termine, poi difeso al ritorno, concluso sull’1-1 (reti di Van der Elst e dello stesso Keegan).

Al ritrovo di marzo, ai belgi toccano in sorte gli “ammazzagrandiportoghesi del Porto, che al primo turno hanno fatto fuori il Colonia ed al secondo il Manchester United, rifilando ai “Red Devils” un umiliante 4-0 allo “Estadio do Dragao”, dove anche l’Anderlecht paga dazio in virtù di una rete del fortissimo centravanti lusitano Fernando Gomes, per poi restituire il favore con tanto di interessi al ritorno, con un 3-0 che porta la firma di Rensenbrink, Nielsen e Vercauteren.

Con tutte le grandi già uscite nei turni precedenti, il livello delle semifinali non è di valore eccelso, abbinando all’Anderlecht gli olandesi del Twente Enschede, mentre l’altra sfida vede opposti Dinamo Mosca ed Austria Vienna, ed i belgi danno conferma della loro maggior compattezza difensiva rispetto al recente passato, facendo loro entrambi i confronti (1-0 in Olanda, rete del danese Nielsen, che ha scalzato nelle gerarchie Ressel nel ruolo di centravanti, e 2-0 al ritorno, grazie ai centri degli “ingrati” Haan e Rensenbrink), dando così appuntamento ai propri tifosi al “Parc des Princes” di Parigi il 3 maggio ’78 per la terza Finale consecutiva che li vede opposti all’Austria Vienna, vincitrice ai calci di rigore sulla Dinamo Mosca dopo due paritetici 2-1.

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Finale Coppa delle Coppe 1978 – da altervista.org

Sulla carta, si tratterebbe di una sfida impari – pur se gli austriaci possono contare su giocatori di indubbio valore quali il difensore Robert Sara, il centrocampista Herbert Prohaska ed il centravanti uruguaiano Julio Morales – ma le sorprese nelle Finali possono sempre essere all’ordine del giorno, anche se la rete con cui Rensenbrink sblocca il risultato dopo appena 13’ contribuisce a far svanire i primi dubbi, che poi vengono definitivamente cancellati con il micidiale uno-due in chiusura di tempo siglato ancora da Rensenbrink e Van Binst per il 3-0 con cui le squadre vanno al riposo e che fa sì che la ripresa sia poco più di una passerella in cui il punto del 4-0 messo a segno da Van Binst a 9’ dal termine rappresenta la classica “ciliegina sulla torta”.

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Scambio di gagliardetti tra i capitani Rensenbrink e Sara – da altervista.org

Per concludere in bellezza un ciclo trionfale, resta un “dispetto” da compiere ai danni degli arcirivali del Bruges che, per la seconda volta in tre anni, hanno dovuto soccombere di fronte al Liverpool, ed il fatto che tocchi proprio all’Anderlecht sfidare i “Rossi di Anfield” in Super Coppa Europea, mette quel classico pepe alla sfida, la cui gara di andata si disputa il 4 dicembre ’78 al “Parc Astrid” e vede gli uomini di Goethals – che nel frattempo hanno ulteriormente rafforzato il proprio potenziale offensivo con l’acquisto dell’olandese Ruud Geels dall’Ajax – aggiudicarsela per 3-1 in virtù delle reti realizzate da Vercauteren, Van der Elst e Rensenbrink, cui gli inglesi oppongono il solo centro di Case per il provvisorio pareggio.

Un vantaggio non certo rassicurante, dovendosi recare nella “tana di Anfield”, ma che l’Anderlecht riesce a gestire e, dopo il goal di Hughes a dare speranza alla “Kop” nel primo tempo, ci pensa Van der Elst al 71’ a zittire i 24mila presenti, rendendo vano il consueto spunto del “super sub” David Fairclough a soli 3’ dal termine.

Con questo quarto trofeo europeo in tre anni, si conclude il ciclo vincente dell’Anderlecht, che si era visto eliminare al secondo turno di Coppa delle Coppe dal Barcellona orfano di Cruijff dopo il 3-0 maturato all’andata, subendo analogo punteggio al ritorno e poi cedendo ai calci di rigore, ma resta per sempre impressa l’immagine di una squadra che ha saputo fondere insieme le due “anime” del calcio belga ed olandese in una organizzazione di gioco quasi perfetta …

ARMANDO PICCHI, IL “CAPITANO” CHE NON HA MAI RINNEGATO LE SUE ORIGINI

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Armando Picchi – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

In principio fu Valentino Mazzola, il capostipite della “storica” figura del Capitano, un ruolo che al giorno d’oggi ha perso gran parte del proprio significato, a parte la foto di rito ad inizio gara con i direttori di gara per la scelta del campo e lo scambio dei gagliardetti, visto che oramai con l’arbitro si possono permettere di discutere tutti e ventidue i giocatori e che gli stessi – specie nelle squadre di vertice – sono oramai diventati “aziende di se stessi”, contornati come sono da procuratori e sponsor che ne curano i relativi interessi coi vertici societari.

Ma, 50 o 60 anni fa non era assolutamente così, i giocatori erano sottoposti al vincolo, dell’Associazione Calciatori si era ben lontani dal parlarne, e quindi la figura del Capitano assumeva un ruolo importante all’interno dello spogliatoio poiché, oltre all’essere l’unico deputato ad interloquire con il direttore di gara, era anche colui che intratteneva i rapporti sia con il tecnico che, soprattutto, con la dirigenza, ed in particolare il Presidente, in specie per quanto riguardava gli ingaggi ed i premio partita, una specie di sindacalista, dunque.

E come il citato Valentino Mazzola aveva ricoperto al meglio tale ruolo nel “Grande Torino” dei cinque scudetti consecutivi, così un’altra epica figura ne avrebbe ricalcato le orme in un’altra eccezionale formazione, capace di dominare in campo nazionale per un quinquennio – con la conquista di tre scudetti che sarebbero potuti essere tranquillamente cinque consecutivi – ma con l’aggiunta della massima gloria in campo internazionale, campione d’Europa e del Mondo, tanto da fregiarsi anch’essa dell’appellativo di “Grande Inter”.

Stiamo ovviamente parlando di Armando Picchi da Livorno, nato nella città portuale toscana il 20 giugno 1935 ed alla quale resterà per sempre legato nella sua pur breve e tragica esistenza, anche quando i successi a livello mondiale lo porteranno a calcare i campi più disparati d’Europa e Sudamerica.

Ultimo di quattro fratelli, “l’Armandino” – un soprannome che nella sua città gli resterà appiccicato a vita – a differenza degli altri componenti la famiglia, non eccelle sui banchi di scuola, ma del resto poteva anche essere comprensibile, avendo come punto di riferimento, nonché idolo per un ragazzino di neanche 10 anni, il fratello maggiore Leo, di 14 primavere più anziano di lui, che nel primo Dopoguerra campeggiava all’Ardenza nel ruolo di elegante centrocampista, tanto da essere scelto dal Torino per la rifondazione della squadra dopo la tragedia di Superga del ’49.

Inseparabili, Leo e Armandino, che il fratello maggiore se lo coccolava portandoselo in giro sulla canna della bicicletta, con immancabile destinazione i “Bagni Fiume” dove si forgiavano i “veri Campioni” con interminabili partite nel “gabbione” – specialità tipicamente livornese, al pari del cacciucco, trattandosi, per chi non lo sapesse, di un campo in cemento recintato con porte minuscole e dove la palla non esce mai – dove le sfide vedevano misurarsi i grandi amici di Armando, il “Lupo” Balleri e Mauro Lessi.

Quando si ha un idolo, come nel caso di Leo, il sogno è quello, un giorno, di ripercorrerne le gesta e così, mentre il fratello maggiore – lui sì, anche studente modello, tanto da prendere la laurea in farmacia che utilizza per aprire una tale attività in città – tira gli ultimi calci sul prato dell’Ardenza, ritirandosi a fine stagione ‘54 con gli amaranto in Serie C, ecco che l’anno seguente tocca ad Armandino debuttare alla terz’ultima giornata di un Campionato che vede il Livorno conquistare la Promozione tra i Cadetti.

Gioia di breve durata, poiché al termine del successivo Campionato, concluso al penultimo posto, gli amaranto si ritrovano nuovamente tra gli allora Semiprofessionisti, con Picchi che inizia a ritagliarsi sempre più spazio in prima squadra, ma nel ruolo di mezz’ala però, prima che il tecnico Ugo Conti lo retroceda a terzino a far coppia con Lessi e Balleri a presidiare il centro area.

Il cambio tattico dà i suoi frutti e, nella stagione 1958-’59, conclusa dagli amaranto al quinto posto, non sono pochi gli osservatori che pongono il loro sguardo su quella difesa così ben organizzata, ivi compresi quelli della Fiorentina, ma alla fine a spuntarla è la Spal del Presidentissimo Paolo Mazza, che si porta a casa la coppia Picchi-Balleri nell’estate ’59.

Esordire in Serie A a 24 anni e per di più in una provinciale come la formazione estense, sembra ben lungi dal far presagire un futuro di successi, ma la splendida stagione disputata e conclusa con il quinto posto finale, miglior piazzamento della storia spallina, fa sì che lo scaltro Mazza intenda immediatamente “monetizzare” l’investimento dell’anno precedente, accettando di buon grado le offerte pervenutegli da Inter e Torino, con conseguente trasferimento dell’Armandino in nerazzurro e del “Lupo” ai granata.

L’approdo di Picchi all’Inter nell’estate ’60 coincide con l’arrivo sulla panchina del “Mago” Helenio Herrera, reduce dai trionfi catalani con i “blaugrana” del Barcellona, fortemente voluto da Angelo Moratti, Presidente nerazzurro dal 1955 e che, sinora, non era ancora riuscito a far girare a suo favore la supremazia cittadina del suo amico/rivale Rizzoli (Angelo pure lui …) che, con lui alla guida, aveva visto il Milan aggiudicarsi gli Scudetti del 1955, ’57 e ’59, mentre l’ultima stagione era toccato alla Juventus festeggiare, con i nerazzurri quarti a 15 punti di distacco.

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Armando Picchi ed Helenio Herrera – da wikipedia.org

Convinto che la scelta del “Mago” sia quella giusta, Moratti si svena per venire incontro alle elevate pretese del tecnico quanto ad ingaggio, ed i primi risultati sono alquanto confortanti, pur incappando l’Inter, alla 7.ma giornata, in una inaspettata sconfitta per 1-2 all’Appiani contro il Padova “catenacciaro” del Paron Rocco, contro il quale Herrera si troverà a rivaleggiare nei suoi successivi anni milanesi.

Sconfitta che giunge alla vigilia dell’appuntamento maggiormente sentito da Moratti, vale a dire il derby, in programma la settimana successiva, 20 novembre ’60, e che fornisce una svolta tattica importante per Herrera, in quanto, rimasto colpito dalla prestazione del libero biancoscudato Blason, si convince ad impiegare in tal ruolo proprio Balleri che, dietro consiglio di Picchi, l’Inter preleva dal Torino nel mercato autunnale, facendolo esordire proprio nel derby, che l’Inter si aggiudica per 1-0 con una rete in chiusura di primo tempo realizzata, pensate un po’, dall’Armandino, lesto a riprendere una corta respinta della barriera su punizione di Lindskog e trafiggere in diagonale Ghezzi, per quella che resterà la sua unica rete in Campionato con la maglia nerazzurra.

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Picchi, Lo Bello e Rivera, il “Derby” anni ’60 – da magliarossonera.it

L’Inter viaggia spedita in vetta alla Classifica, chiudendo l’andata in testa con 26 punti e tre di vantaggio sul Milan, ma nel mese di marzo incappa in una serie negativa di quattro sconfitte consecutive – comprese un secondo 1-2, stavolta interno, ancora contro il Padova e la sconfitta nel derby con analogo punteggio – che le fanno perdere la testa della Classifica ed, anche se l’esito del Torneo sarà inficiato dalla decisione della Lega in ordine al match di Torino con la Juventus – inizialmente dato vinto ai nerazzurri per 2-0 per invasione di campo per poi disporne la ripetizione a giochi ormai fatti – inizia a farsi opinione comune negli ambienti nerazzurri che i metodi di allenamento maniacali di Herrera portino i giocatori ad esaurire anzitempo le energie.

Un tarlo che, nella mente di Moratti, prende sempre più consistenza l’anno successivo, quando la storia si ripete, con i nerazzurri Campioni d’inverno con largo margine – 27 punti rispetto ai 23 di Fiorentina e Bologna ed ai 22 del Milan – e protagonisti di un crollo verticale nel ritorno, chiudendo la Stagione al secondo posto ed oltretutto alle spalle del Milan, guidato da quel Rocco, “bestia nera” di Herrera.

Con il tecnico impegnato nei Mondiali in Cile alla guida della Spagna, Moratti pensa seriamente alla sua sostituzione puntando su quell’Edmondo Fabbri protagonista del “Miracolo Mantova”, condotto dalla Serie D sino alla Massima Serie, ma in soccorso del “Mago” arriva proprio Picchi, il quale, da buon toscano, aveva intuito come Herrera avesse già trovata la soluzione “interna”, proprio con lo spostamento del “Capitano” – cui aveva nel frattempo anche consegnato i relativi gradi – nel ruolo di libero, sostituendolo a terzino con quel Burgnich prelevato dal Palermo e troppo frettolosamente “scaricato” dalla Juventus.

Già, e qui torniamo alla premessa, Herrera forse non è mai stato un tattico d prim’ordine – di lui si è sempre detto che non era in grado di leggere le partite – ma sicuramente un grande motivatore, psicologo e, soprattutto, conoscitore di uomini, date anche le proprie vicissitudini derivanti da un’infanzia vissuta in miseria, e non poteva passargli inosservato il carisma di Picchi, che lo faceva essere leader nonché allenatore in campo di una squadra che, oramai per tradizione consumata nel tempo, doveva essere considerata difficile da gestire.

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Inter Campione d’Italia 1962/63 – da piramidedicambridge.com

E Picchi, capitano silenzioso e forsanche timido fuori dal campo, sul rettangolo di gioco si trasforma, formando con Guarneri una insuperabile coppia centrale difensiva, dispensando consigli ai compagni e mettendo in pratica impeccabili chiusure sugli attaccanti lanciati a rete, divenendo il primo direttore, in fase difensiva, di un’orchestra la cui bacchetta veniva poi passata al genio calcistico di Luisito Suarez per dar vita ad una formazione che – compreso il lancio in prima squadra di Facchetti (altra geniale intuizione del Mago …), l’esplosione del talentuoso Sandrino Mazzola, la velocità dell’ala brasiliana Jair e l’estro a fasi alterne di Corso – per cinque anni domina in Italia, in Europa e nel Mondo, vincendo anche meno di quel che forse avrebbe meritato.

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Picchi, alla destra di Facchetti con la Coppa, festeggia la vittoria sul Real Madrid – da thesun.co.uk

Ma in una squadra così infarcita di campioni, il rispetto da parte dei compagni uno se lo deve conquistare, ed anche su questo aspetto Picchi si dimostra trascinatore, sia nel relazionarsi con il tecnico ed il Presidente per la gestione dei premi e degli ingaggi – lo stesso Moratti ammetterà che l’Armandino pensava più ai propri compagni che a se stesso, atteggiamento tipico della generosità livornese – che nel dare l’esempio sugli infuocati campi di Coppa dei Campioni e, soprattutto, nelle due trasferte sudamericane sul campo degli argentini dell’Independiente, dove più che partite di calcio si giocavano vere e proprie guerre, nel corso delle quali non era raro sentire il Capitano appellarsi allo spirito di patria per incoraggiare i compagni ed invitarli a non mollare, nonostante l’ambiente ostile e financo pericoloso.

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Scambio di gagliardetti tra Picchi e Coluna, Finale di Coppa Campioni ’65 – da wikipedia.org

Un atteggiamento, quello di Picchi, apparentemente schivo, ma che dentro di sé aveva forgiati la tempra ed il carattere dell’uomo di mare, in cui, anni dopo, si rispecchierà un altro grande leader dei “cugini” come Franco Baresi, nel mentre l’Armando riesce anche nell’impresa – dopo averli bonariamente presi in giro in allenamento – di portare, durante le ferie estive – che, puntualmente trascorreva nella sua amata Livorno, con al massimo qualche “puntatina” all’Isola d’Elba, altro che le vacanze esotiche del giorno d’oggi – i più celebrati campioni della “Grande Inter per cimentarsi nel “gabbione”, lì dove “veramente si vede chi ha le palle …!!”, per la gioia dei ragazzini dell’epoca che potevano ammirare da vicino giocatori così affermati, compreso addirittura Suarez (!!), ai quali immancabilmente si univano gli “amici di sempre” Lessi e Balleri.

E, soprattutto, Picchi è sempre stato esempio di una grande professionalità, che lo ha portato ad accettare qualsiasi decisione, anche la più amara, come per lo scarso impiego in Nazionale da parte di Fabbri (che, da buon rancoroso, forse non gli aveva perdonato di avergli impedito il suo mancato arrivo sulla panchina nerazzurra), il quale arriva a convocare per i Mondiali in Inghilterra addirittura la riserva Landini della retroguardia interista, ma lasciandolo fuori dai ventidue selezionati, ed altrettanto per essere stato scaricato da Herrera al termine dell’infausta stagione ’67 culminata con la perdita dello Scudetto a Mantova all’ultima giornata, la sconfitta in Finale di Coppa Campioni ad opera del Celtic e l’eliminazione in semifinale di Coppa Italia – ultima partita disputata da Picchi in maglia nerazzurra – proprio contro quel Padova che gli aveva dato la prima delusione nel novembre ’60.

A 32 anni suonati e con un palmarès di assoluto rispetto, Picchi avrebbe potuto concludere la carriera ed, invece, accetta di buon grado il compito di far da chioccia al neopromosso Varese del Presidente Borghi che, grazie al proprio contributo ed all’esplosione in attacco del giovane Pietro Anastasi, finisce il Campionato in un’eccellente ottava posizione, e, da un punto di vista personale, riguadagnandosi il posto in Nazionale, con nel mirino i Campionati Europei ’68.

Schierato dal nuovo Tecnico Ferruccio Valcareggi in tutte e sei le gare del Girone di qualificazione contro Cipro, Romania e Svizzera, Picchi scende in campo da titolare anche nell’andata dei quarti di finale a Sofia contro la Bulgaria per quella che sarà la sua ultima presenza in Azzurro, a causa di un violentissimo scontro di gioco con Jakimov, che pone di fatto fine alla sua carriera calcistica, pur rientrando l’anno seguente al Varese del quale assume anche la guida tecnica nel finale di Campionato, non riuscendo però ad evitarne il ritorno tra i Cadetti.

Picchi avrebbe voluto proseguire almeno un altro anno per inseguire il sogno di disputare in Messico quel Mondiale che gli era stato negato da Fabbri quattro anni prima, ma il suo ingaggio non venne suggerito da nessun allenatore di Serie A, temendo, non a torto, di allevarsi in casa un possibile sostituto e quindi, fatto buon viso a cattivo gioco, quale luogo migliore per sfogare la propria amarezza che ritornare a respirare il salmastro della sua Livorno, a cui non può certo dire di no quando gliene viene offerta la panchina, a fine dicembre ’69, con gli amaranto al quart’ultimo posto in classifica nel Campionato di B.

Ottima occasione per dimostrare le proprie qualità che Picchi non si lascia sfuggire, conducendo la squadra del cuore ad una più che tranquilla salvezza, concludendo il Torneo al nono posto, tanto da attirare le attenzioni del Presidente juventino Boniperti che sta mettendo le basi – dopo i nefasti anni ’60 trascorsi ad ammirare i trionfi delle milanesi – per il ciclo bianconero degli anni ’70 e non ha dubbi nel ritenere il 35enne livornese l’uomo giusto cui affidare il compito della ricostruzione.

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Picchi nelle vesti di allenatore Juventus – da wikipedia.org

Un compito al quale Picchi si avvicina con la solita, consueta, professionalità e dedizione – pur vivendo, sul piano umano, una difficile situazione familiare per una infezione causata alla moglie Francesca in occasione del parto cesareo del loro secondo figlio, Gianmarco, circostanza che fece temere per la vita della giovane – quando iniziano a manifestarsi le avvisaglie del terribile male al quale lui, Capitano di tante battaglie, dovrà arrendersi, spengendosi alla soglia dei 36 anni, il pomeriggio del 26 maggio ’71, proprio mentre alla sera i “suoi ragazzi” sarebbero scesi in campo per la Finale di andata di Coppa delle Fiere, contro gli inglesi del Leeds.

La notizia non fu comunicata ai giocatori per non disturbarli, ma ci pensò il cielo ad onorarne la memoria, con un violento temporale che indusse il direttore di gara a sospendere l’incontro, mentre la salma dello sfortunato Armandino veniva trasportata dalla Casa di Cura di San Romolo (frazione di Sanremo), dove era ricoverato, alla sua città natale, dove i familiari avevano predisposto per il mattino del 28, i funerali in forma strettamente privata.

Ma se Picchi non aveva mai dimenticato la “sua” Livorno, come è possibile pensare che i livornesi potessero dimenticare il “loro” Armandino, ed appena si sparge la notizia circa le volontà della famiglia, si verifica una sorta di sollevazione popolare – con a capo il Sindaco, i lavoratori portuali e le maestranze dei cantieri Orlando – affinché le esequie si tenessero in un orario in cui chiunque vi potesse partecipare per dare un ultimo, commosso saluto al “Capitano”, sollecitazione alla quale la famiglia non si oppone, con la funzione svoltasi alle 17,30 presso la Cappella della Misericordia gremita da rappresentanti di tutto il mondo calcistico ed una folla di quasi 20mila persone ad attendere il feretro all’uscita, dato che i negozi erano chiusi per l’occasione.

Livorno dedicherà allo sfortunato Armando il proprio stadio e, nel ricordarne la figura, il pensiero va a come sarebbe stato felice, l’Armandino, di tirar su – a sua immagine e somiglianza – quel Gaetano Scirea che il giorno della sua scomparsa era appena divenuto maggiorenne e che sarebbe approdato alla Juventus nell’estate ’74 solo per essere accomunato al “Capitano”, oltre che per classe, carisma e vittorie, anche per analoga, tragica e prematura scomparsa, manco a dirlo, alla stessa età di 36 anni.

La domanda, cui non ci è concessa risposta, è sempre la stessa …. “Ma perché, mio Dio, perché …??”

IL GOLDEN GOL DI ORLANDINI CHE REGALO’ L’EUROPEO UNDER 21 NEL 1994 ALL’ITALIA

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L’Under 21 vince il titolo europeo 1994 – da figc.it

articolo di Massimo Bencivenga

C’erano i mostri in terra di Francia nel 1994, solo che ancora non lo sapevamo.

L’Italia di Maldini padre, fresca campionessa Under 21, andò a giocarsi la Final Four in terra di Francia insieme ai padroni di casa, alla Spagna e al Portogallo. L’Italia non era malaccio in senso assoluto, ma arrivò a quella fase finale non da favorita. Per tutti la finale annunciata era Francia-Portogallo. I lusitani si sbarazzarono della Spagna.

L’Italia si trovò contro il dinamismo di Makelele, la ieratica classe di Dugarry, il piede del trottolino Pedros. In realtà, in quella partita nessuno riuscì ad apprezzare le movenze di un ragazzo di origine berbera, con gli occhi di ghiaccio e il piede magnetico; il calciatore che il mondo avrebbe conosciuto come Zizou.

Già, c’era anche Zidane contro la Francia operaia di Maldini, quella dei Colonnese e dei Delli Carri in difesa, assieme a Cannavaro e a un Panucci relagato a battitore libero. Marcolin, Scarchilli, Carbone e Beretta a centrocampo, Vieri e Muzzi in attacco.

La partita fu una battaglia, che divenne guerra di trincea dopo l’espulsione di Delli Carri. Con un Muzzi immenso a fare l’esterno di centrocampo e l’attaccante di supporto a Vieri. Va detto che questo atteggiamento epico non fece che esaltare le virtù difensive di Cannavaro e le chiusure eleganti di Panucci, roba che fece pensare a Scirea e Baresi.

Sia come sia, anche con un pizzico di fortuna, e con mischie risolte alla grande da Toldo, che si produsse anche in buone parate, si arrivò ai rigori. Makelele si fece parere il rigore da Toldo, mentre Panucci, Vieri, Beretta, Marcolin e il piccolo Benny Carbone furono implacabili. Montpellier si colorò d’azzurro. Ah, quella Francia l’allenava il sedicente astrologo Domenech; chissà se ha mai previsto che avrebbe perso, contro l’Italia e sempre ai rigori, anche un Mondiale.

Il 20 aprile si giocò la finale sempre a Monpellier. Maldini si affidò agli stessi undici con solo qualche aggiustamento: Cherubini al posto di Delli Carri e Inzaghi al posto di Vieri. Il Portogallo era una generazione di campioni, senza se e senza ma. In quella compagine giocavano elementi che erano stati campioni europei under 16 nel 1989 e gente che aveva vinto il mondiale under 20 nel 1991. Vincevano a mano a mano che crescevano.

Il craque, diciamo così, era uno che non tanti ricordano, ma che da promessa giovanile sembrava essere destinato a lasciare un segno. Così non è stato. Lui, il craque, si chiamava Joao Viera Pinto, e per la verità è uno dei pochi a potersi fregiare per due volte del titolo di Campione del Mondo Under 20, avendo vinto anche nel 1989, mentre Figo, appena un anno più giovane, vinceva l’Europeo Under 16.

Già, perché se Viera Pinto giocò una partita normale contro gli azzurrini, due lusitani rendevano scintillanti giocate semplici; il pallone cercava contento quei piedi, convinto che sarebbe stato accarezzato e indirizzato meglio. Il pallone sembrava amare i piedi di Luis Figo e di uno dei più grandi passatori di tutti i tempi: Rui Costa.

C’erano i mostri, dicevo. Noi ne avevamo uno, ma non l’avevamo neanche convocato. E allora ci toccò la solita partita da battaglia e trincea, con Muzzi questa volta a fare, più di Carbone, il centrocampista.

Il gioco lusitano era avvolgente, languido come una samba, tranquillo come un boa che sa che, prima o poi, riuscirà a stringere le spire sulla preda. Lo stellone d’Italia fece la sua comparsa quando Cannavaro rischiò un autogol comico, con palla sul palo a Toldo battuto. Si arrivò ai supplementari.

Maldini, a sei minuti dalla fine dei regolamentari, grosso modo il tempo concesso a Rivera a Mexico 1970 contro il Brasile, sostituì Inzaghi non già con Vieri, bensì con Pierluigi Orlandini, un tornante, all’epoca si diceva ancora così, dell’Atalanta. L’idea era quella di spostare al centro dell’attacco uno stremato ed epico Roberto Muzzi (forse il migliore azzurro della fase finale) e mettere forze fresche sulla fascia.

Il fattaccio avvenne al minuto 97. I luistani persero palla e Orlandini la recuperò nella terra di nessuno tra centrocampo e difesa avversaria. Prese palla, sul centro destra italiano e si guardò intorno. Non trovando soluzioni vicine avanzò trotterellando palla al piede. Non trovando ancora soluzioni, caricò il sinistro per battere a rete da lontano. La parabola terminò in rete e avvenne la cosa strana. Non ci si rese subito conto che la partita era terminata. Già, perché da poco tempo era entrato in uso la regola del Golden Gol. Una regola che avremmo sperimentato sulla nostra pelle contro la Francia nel 2000.

Orlandini trovò il tiro della vita quel giorno, ma era un buon giocatore che avrebbe meritato miglior fortuna.

A questo punto vi starete chiedendo chi era il mostro lasciato a casa. Inizio con il dire che quando dico mostro intendo l’accezione latina del termine, che sta per prodigio, meraviglia, portento. Ecco, il mostro che Maldini provò ma che non si portò alla fase finale in Francia si chiamava Alessandro Del Piero.