FEYENOORD-CELTIC 1970, LA PRIMA VOLTA DELL’OLANDA SUL TETTO D’EUROPA

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Il Feyenoord in trionfo – da twitter.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata Volante

Un club olandese per la prima volta sul trono d’Europa: è il Feyenoord a centrare il prestigioso traguardo nella finale del 1970, disputata allo Stadio di San Siro a Milano, grazie al 2-1 sul Celtic Glasgow nei tempi supplementari. Vittoria nel complesso meritata degli olandesi, anche se il match è stato per larghi tratti equilibrato. Sul piano tecnico, non è stata una grandissima finale, però si è trattato di una partita intensa, emozionante e vibrante. Una delle chiavi del match è stata la miglior qualità del centrocampo del Feyenoord, davvero ben assortito, con tre interpreti – i nazionali olandesi Jansen e Van Hanegem e l’austriaco Hasil – davvero di ottimo livello.

Feyenoord: Graafland – Romeijn, Laseroms (1ts 12′ Haak), Israel, Van Duivenbode – Jansen, Hasil, Van Hanegem – Wery, Kindvall, Moulijn. All: Happel.
Celtic: Williams – Hay, Brogan, Mc Neill, Gemmell – Johnstone, Murdoch, Auld (st 32′ Connelly), Lennox – Hughes, Wallace. All: Stein.

Arbitro: Concetto Lo Bello (Italia)

Primo tempo
5′ tiro-cross insidioso di Hay da destra, Graafland abbranca in presa.
9′ triangolo largo Kindvall-Wery-Kindvall, che prende la mira dal lato destro dell’area e calcia sul primo palo, Williams si tuffa e devia in angolo.
16′ Wallace mette dentro correggendo una palla vagante, ma è in fuorigioco e l’arbitro annulla.
28′ tiro a effetto dal limite di Van Hanegem, Williams blocca in presa plastica.
29′ GOL CELTIC Punizione dal limite per gli scozzesi, dopo un fallo su Wallace. Murdoch tocca leggermente indietro per Gemmell, rasoiata a filo d’erba e pallone che piega le mani a Graafland infilandosi in rete.
31′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi nella trequarti offensiva, sul lato destro. Batte Wery, che crossa in mezzo, una serie di colpi di testa favorisce Israel che da solo, sempre di testa, batte Williams con una palombella arcuata.
36′ cross pericoloso di Gemmell a spiovere da sinistra, né Wallace né Graafland riescono a intervenire, il palla sfila a lato di pochissimo. Partita finora estremamente equilibrata.
38′ sponda aerea di Moulijn per Kindvall, tiro di prima intenzione, pallone fuori di un metro.
40′ spunto di Johnstone a destra, cross sul primo palo, Graafland anticipa Hughes, pronto per il tapin, in modo provvidenziale.

Secondo tempo
2′ Feyenoord vicinissimo al 2-1: Hasil, liberato al tiro da un compagno, colpisce il palo dal limite.
4′ Gemmell per Auld a sinistra, tiro-cross pericoloso, Graafland costretto ad alzare in corner.
19′ splendida azione corale del Feyenoord, forse la più bella del match: palla tutta rasoterra da Romijn a Van Hanegem, quindi a sinistra per Van Duivenbode, diagonale a pelo d’erba del terzino sinistro fuori di un niente. Gli olandesi appaiono più incisivi in questo secondo tempo, Celtic un po’ spento.
26′ Fallo su Wallace nella trequarti offensiva del Celtic. Batte la punizione Auld, che fa partire una traiettoria stranissima a campanile, Graafland si rifugia in angolo.
38′ grande opportunità per Wery, che lanciato in verticale da Jansen, manda a lato in diagonale. Finale di partita di nuovo abbastanza in equilibrio.

Primo tempo supplementare
1′ clamoroso errore in disimpegno di Van Duivenbode, Hughes intercetta e si invola verso la porta, ma si fa murare il diagonale da Graafland, che poi recupera il pallone sulla linea.
8′ rimessa laterale di Kindvall per Hasil, da questi a Van Duivenbode, che supera un avversario e quasi al limite scocca un destro a uscire che sfiora il palo lontano.
11′ cross da sinistra di un giocatore del Celtic, sponda aerea di Hughes per Wallace, colpo di testa neutralizzato da Graafland.

Secondo tempo supplementare
2′ Feyenoord ancora vicinissimo al gol: Hasil lancia Kindvall, che entra in area, supera un avversario e calcia di punta, Williams riesce a respingere di piede e a opporsi poi in modo magistrale al successivo tentativo di Wery.
8′ possesso palla prolungato del Feyenoord, che sembra avere molte più energie in questo finale. Jansen pesca Kindvall in area, diagonale a bruciapelo, palla sul fondo.
11′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi a metàcampo: Van Hanegem lancia il pallone in area, Mc Neill scivola all’indietro e tocca il pallone con le mani, ma Kindvall alle sue spalle riesce a controllarlo e a fulminare Williams in uscita con un tocco a mezza altezza.
13′ Kindvall difende palla egregiamente e serve nello spazio Hasil, che arriva in corsa da dietro e calcia di prima intenzione sull’uscita di Williams: traversa piena. Il Feyenoord legittima il vantaggio.

LE PAGELLE DEL FEYENOORD
IL MIGLIORE KINDVALL 7: difficile, in una squadra molto collettiva come il Feyenoord, individuare un giocatore che si stacchi nettamente sugli altri. Premiamo lui per il gol decisivo, che regala agli olandesi un traguardo storico, e per la grande mole di lavoro in prima linea, dove si trova spesso da solo a lottare contro gli arcigni difensori scozzesi.
Hasil 7: centrocampista tecnico e raffinato. Colpisce due legni e dirige il traffico in mezzo al campo, vincendo il duello con i dirimpettai avversari.
Van Hanegem 6,5: si sacrifica molto in fase di copertura, ma quando può si fa notare anche nella metàcampo avversaria. Dal suo piede nasce il gol decisivo di Kindvall. Cuore e guida di questa squadra.
Jansen 6,5: si completa a meraviglia con Hasil e Van Hanegem. Corre per due, recupera palloni ed è anche bravo a impostare. Non c’è dubbio che il reparto migliore di questo Feyenoord sia il terzetto di centrocampo.
Israel 6,5: leader difensivo, non si risparmia mai e timbra di testa il gol che vale il pareggio.

LE PAGELLE DEL CELTIC
IL MIGLIORE JOHNSTONE 6,5: cresce con il passare dei minuti e dai suoi piedi nascono sempre spunti interessanti. Molto difficile portargli via palla, non è solo un giocatore abile nel dribbling, ma anche intelligente e disciplinato tatticamente.
Williams 6,5: alcuni buoni interventi, soprattutto nel secondo tempo supplementare quando ipnotizza Kindvall e Wery.
Gemmell 6,5: per un’ora gioca ad alti livelli, poi cala. Firma un gol sfruttando il solito tiro mortifero da fuori e fa piovere un paio di insidiosissimi palloni in mezzo all’area.
Auld 5,5: primo tempo piuttosto in ombra, poi migliora, ma non lascia segni tangibili: nel cuore del centrocampo dominano gli avversari. Esce per infortunio.
Mc Neill 5: non una prestazione negativa, però rovina tutto con l’errore che spiana a Kindvall la strada per il 2-1.

IL VICENZA ED UN SOGNO INFRANTO AD UN PASSO DALLA FINALE

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Vialli in azione nella semifinale di andata – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Provinciale di lusso, come è usanza appellare le squadre non facenti parte delle metropoli, ma che si ritagliano spazi importanti nelle massime serie calcistiche, è un termine che ben si addice alla ultracentenaria storia del Vicenza Calcio, fondato difatti nel 1902, ed i cui apici si possono racchiudere in tre ben distinti momenti.

Il primo, più che un momento è un periodo, lungo, lunghissimo, alla stregua di un eterno amore, e che vede i colori biancorossi far bello sfoggio di sé per 20 lunghi anni nella nostra serie A, dalla promozione al termine del torneo cadetto ’55, dominato e concluso con 8 punti di vantaggio sui “cugini” del Padova, sino alla stagione ’75, al termine della quale si consuma un’amara retrocessione.

Occorre avere i capelli bianchi e forse anche qualcosa di più per ricordarsi quell’epoca gloriosa, quando passare indenni dal “Romeo Menti” non era impresa facile neppure per i blasonati squadroni, così come al vicino “Appiani” dove imperversava il Padova del Paron” Rocco e dei suoi manzi, oppure alla non lontana Ferrara, città in cui la Spal viveva anch’essa il suo periodo di massimo splendore, sotto la guida del Presidentissimo Paolo Mazza, cui oggi è, doverosamente, intitolato lo stadio.

Erano gli anni di fedeltà assoluta di giocatori che ne hanno segnato la storia, calcistica e non solo, divenendone assolute bandiere nell’onorare la maglia in cui campeggiava il simbolo del “Lanerossi” (marchio indelebile di riconoscimento …), dal portiere Luison (con Bardin a rilevarne il ruolo da fine anni ’60) ai difensori Zoppelletto, Savoini, Volpato, Carantini e Stenti, ai centrocampisti De Marchi, Fontana, Tiberi e Menti – quest’ultimo nipote del compianto Romeo Menti, perito nella sciagura di Superga con il “Grande Torino”, ed al quale è intitolato lo stadio – ed agli attaccanti Campana (l’avvocato futuro presidente dell’AIC …) e Vastola, oltre al più famoso di tutti, e cioè il brasiliano “O’ lione” Luis Vinicio, capace, nel 1966, di laurearsi capocannoniere con 25 reti, precedendo nomi altisonanti quali Sormani, Mazzola ed Altafini, contribuendo al sesto posto finale dei biancorossi, loro miglior piazzamento di sempre, eguagliando analogo risultato ottenuto due anni prima, nel ’64, quando Vinicio, bontà sua, si era “limitato” a 18 centri.

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Formazione Lanerossi anni Vicenza metà anni 1960 – da wordpress.com

Al posto del grande amore – il cui ricordo avrà sicuramente fatto inumidire gli occhi a chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona – si sovrappone la passione, quella che ti inebria, ti travolge, ti fa credere di vivere un sogno od una realtà sino a poco tempo prima inimmaginabile, e che si materializza a brevissima distanza dalla retrocessione tra i cadetti, con l’avvento sulla panchina veneta di Giovan Battista Fabbri, il quale propone un’idea di gioco talmente rivoluzionaria, ma soprattutto redditizia, che tutti guardano al Vicenza come ad un modello cui ispirarsi.

Succede, difatti, che Fabbri capitalizzi al massimo il gioco sulle fasce – quelli che oggi si chiamano esterni basso od alti, ma che al tempo altri non erano che terzini e fluidificanti – con sovrapposizioni veloci che mandavano in crisi gli accorgimenti tattici degli avversari e, in special modo, diventavano manna dal cielo per un rapinatore d’area di rigore qual si dimostra in quegli anni Paolo Rossi, pronto a raccogliere gli inviti che gli provenivano dai lati esterni del campo e rinverdire i fasti di Vinicio.

Stiamo parlando della stagione ’77, in cui il Vicenza si aggiudica il torneo cadetto e Rossi si laurea capocannoniere realizzando 21 delle complessive 48 reti messe a segno dalla squadra, confermandosi poi l’anno seguente nella massima divisione, quando le sue 24 reti gli valgono il titolo di miglior marcatore del torneo, nonché la selezione per i Mondiali di Argentina ’78 (dove diverrà “Pablito” …), mentre il Vicenza si piazza in un impensabile secondo posto dopo aver tenuto testa alla Juventus per buona parte del campionato.

Come sempre, una delle chiavi di lettura per decifrare tali imprese, deriva dalla possibilità per il tecnico di schierare quasi sempre gli stessi undici, non potendo contare su di un parco riserve all’altezza delle squadre più attrezzate per questo tipo di torneo e vale la pena ricordare, per i più smemorati, quale fosse la formazione base di quello che passa alla storia come il “Real Vicenza” per la bellezza e spettacolarità del suo gioco, e che quindi andiamo a ricapitolare con Ernesto Galli tra i pali, Lelj e Callioni terzini, Prestanti stopper e Giorgio Carrera libero, centrocampo composto da Guidetti, Giancarlo Salvi e Faloppa, con due ali piccole, tecniche ed imprevedibili quali Cerilli e Filippi al servizio del rifinitore Paolo Rossi.

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Formazione Lanerossi Vicenza stagione 1977-1978 – da wikipedia.org

Le passioni però, a differenza dei grandi amori, si bruciano in fretta, e così l’anno seguente il Vicenza deve subire l’onta della retrocessione per una peggior differenza reti rispetto a Bologna ed Atalanta e nonostante Rossi contribuisca con 15 reti alla causa biancorossa, con l’attaccante che si accasa, al termine di una mai troppo ben chiarita operazione di mercato messa in atto dal presidente Giussy” Farina, al Perugia che proprio il Vicenza aveva imitato, conquistando anch’esso un inaspettato secondo posto alle spalle del Milan della “stella”.

Vi sembrerà strano, ma tutto quanto sinora descritto altro non è che una premessa, al terzo periodo da incorniciare di storia biancorossa, quello a noi più vicino, rifacendosi a 20 anni orsono e che, al pari del biennio di fine anni ’70, anche stavolta ha per protagonista un allenatore, tal Francesco Guidolin da Castelfranco Veneto, il quale si siede sulla panchina vicentina nell’estate ’94, reduce da una negativa esperienza all’Atalanta, dove era stato esonerato dopo 10 giornate.

Pur se portandosi in dote il “peccato originale” di una carriera da calciatore quasi interamente disputata con la maglia gialloblù del Verona – sfortunatamente per lui trasferitosi al Venezia proprio nell’anno dello scudetto con Bagnoli alla guida – Guidolin non tarda a farsi apprezzare, conducendo sin dalla prima stagione il Vicenza alla promozione in A, divisione dalla quale i biancorossi mancavano proprio dalla ricordata retrocessione del ’79, per poi ottenere, l’anno seguente, un più che onorevole piazzamento, con il nono posto finale a sole cinque lunghezze dalla zona Uefa.

Si giunge così all’estate 1996, in cui il Vicenza opera un’oculata campagna di rafforzamento, sostituendo, nel parco stranieri, lo svedese Bjorklund con il 17enne camerunese Wome e mantenendo in organico gli uruguaiani Mendez ed Otero, con quest’ultimo che si conferma miglior realizzatore della squadra con 13 reti, una in più rispetto alle 12 della precedente stagione.

Ed il Vicenza, avendo oramai pienamente assimilato gli schemi di Guidolin, sembra per buona parte del girone di andata in grado di ripetere le gesta della compagine “targata G.B. Fabbri”, per poi cedere nel girone di ritorno quando, al contrario, si sta profilando un’opportunità che sarebbe delittuoso lasciarsi sfuggire.

Avviene, difatti, che mercoledì 27 novembre ’96, con il Vicenza in testa alla classifica di A con 20 punti, i biancorossi affrontino nel ritorno dei quarti di Coppa Italia un Milan che sta facendo i conti con l’usura dei suoi tanti campioni ed una infelice conduzione tecnica di Tabarez, e lo 0-0 con cui si conclude la gara del “Menti”, consenta ai veneti – in virtù dell1-1 dell’andata a San Siro – di staccare il biglietto per le semifinali in programma il successivo febbraio, in cui sono abbinati al Bologna, mentre l’altra sfida oppone l’Inter al Napoli.

In campionato, le due squadre viaggiano di pari passo, tant’è che quando si incontrano al “Menti” per il match di andata del 6 febbraio ’97 sono staccate appena da un punto (Bologna 31 e Vicenza 30) ed anche le sfide di coppa si svolgono all’insegna dell’equilibrio, con la gara in terra veneta risolta da una rete di Murgita allo scadere della prima frazione di gioco, mentre quando 19 giorni dopo si affrontano nel ritorno al “Dall’Ara”, tocca al “bomber di coppa” Giovanni Cornacchini siglare in extremis il punto dell’1-1 che evita il ricorso ai supplementari e consente, per la prima – e, sinora, unica – volta, alla compagine biancorossa di disputare la finale della coppa nazionale, a cui accede anche il Napoli che, a sorpresa, ha sconfitto l’Inter ai calci di rigore dopo due gare finite entrambe in parità, sull’1-1.

L’appuntamento per la gara di andata – in programma al “San Paolo” – è fissato per l’8 maggio con i partenopei (copia alquanto scolorita della formazione di maradoniana memoria) non ancora certi della permanenza in A, ma che comunque onorano l’impegno capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Pecchia al 21’ che determina il risultato, con la tegola per Guidolin dell’infortunio patito da Otero nel finale di gara, tanto da escluderlo per il “retour match” del 29 maggio in un “Romeo Menti” riempito in tutta la sua capienza e pronto a festeggiare un evento che definire storico è quasi un eufemismo.

Avranno da soffrire, e non poco, però, i supporters biancorossi, visto che la gara – dopo che Maini mette a segno, curiosamente al 21’, stesso minuto della rete di Pecchia dell’andata, il punto che pone la sfida su di un piano di assoluta parità – si prolunga sino ai supplementari e, quando lo spettro della lotteria dei calci di rigore inizia ad aleggiare sui monti Berici, ecco materializzarsi il vantaggio, costruito al 118’ da una punizione di Beghetto respinta corta da Taglialatela solo per consentire ad un altro Rossi (Maurizio stavolta) di cogliere l’appuntamento con la storia per la rete del 2-0 poi addirittura arrotondata prima del triplice fischio finale dal goal in contropiede siglato dal giovane Iannuzzi.

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Vittoria Coppa Italia 1997 – da altervista.org

Per un club come il Vicenza, che sino a cinque anni prima vivacchiava in terza serie ci sarebbe da essere più che contenti, ma questo vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche del proprio tecnico, e cioè di un Guidolin che non dà mai nulla di scontato e vuole vivere da protagonista ogni sua avventura, anche se trattasi di una Coppa europea, ai cui nastri di partenza si allineano le vincenti delle rispettive coppe nazionali e che rispondono al nome di Chelsea, Stoccarda e Betis Siviglia, per citare quelle dei paesi calcisticamente più all’avanguardia.

Con la solita campagna estiva oculata, giungono in prestito dal Milan il difensore Coco ed il centrocampista Ambrosini, dalla Lazio Baronio e dall’Inter l’attaccante Arturo Di Napoli, mentre vengono acquistati a titolo definitivo i difensori Dicara e Stovini, i centrocampisti Schenardi e Zauli e l’attaccante Pasquale Luiso, reduce da un’ottima stagione al Piacenza.

Presentatosi alla ribalta internazionale con l’umiltà di un liceale alla prima lezione universitaria, il Vicenza si scrolla di dosso i timori riverenziali sin dal primo turno, in cui impiega meno di mezz’ora per regolare per 2-0 al “Menti (reti di Luiso ed Ambrosetti) i polacchi del Legia Varsavia, vantaggio poi difeso in trasferta con Zauli a spegnere, nel finale, le velleità di rimonta degli avversari, nate con il vantaggio di Kaprczak al 56’.

Superato lo scoglio dell’esordio, alla compagine di Guidolin, per poter accedere alla fase primaverile della competizione, occorre superare lo scoglio degli ucraini dello Shakter Donetzk, che non sono ancora la formazione zeppa di brasiliani da incutere timore ai più forti club europei negli anni a venire, ma comunque una squadra di tutto rispetto che fornisce buona parte dei propri giocatori alla nazionale del proprio Paese.

Ciò nondimeno, la sera del 23 ottobre ’97 nella fredda Donetzk, a riscaldare gli animi dei tifosi biancorossi ci pensa ancora Luiso che apre e chiude la marcature con una doppietta al 1’ ad all’89’, decisiva per il 3-1 finale intervallato dalle reti di Beghetto e Zubov a ridosso dell’ora di gioco, il che rende il ritorno al “Menti” poco più che una formalità, con Luiso che si incarica nuovamente di sbloccare il risultato, poi fissato sul 2-1 conclusivo in virtù del momentaneo pari di Atelkin e dalla rete di Viviani che certifica il passaggio del turno.

Presentatosi al banchetto delle grandi d’Europa – ai quarti sono difatti ancora in lizza sia lo Stoccarda che il Chelsea ed il Betis Siviglia, quest’ultime però sorteggiate tra di loro – in punta di piedi, il Vicenza fa la voce grossa quando si trova ad affrontare, il 5 marzo in Olanda, il Roda Kerkrade, dopo aver conquistato in campionato una fondamentale vittoria in chiave salvezza superando 2-1 il Brescia tra le mura amiche e, con la mente sgombra da cattivi pensieri, la trasferta nei Paesi Bassi si rivela poco più di una formalità, con le squadre che vanno al riposo già sul 3-0 (doppietta di Luiso che, come al solito, ha aperto le marcature, inframezzata da uno spunto di Belotti), con Otero ad arrotondare ulteriormente il punteggio nella ripresa, lasciando agli stralunati olandesi solo la consolazione del punto della bandiera con Peeters.

Il ritorno due settimane dopo a Vicenza si rivela una autentica passerella per i ragazzi di Guidolin, che seppelliscono gli avversari con un 5-0 che non ammette repliche ed in cui vanno a segno cinque marcatori diversi, dopo che, ovviamente, è toccato al solito Luiso l’incarico di sbloccare l’incontro, cui hanno fatto seguito le reti di Firmani, Mendez, Ambrosetti e Zauli.

Vicenza in semifinale, roba da non credere, anche se a riportarti alla realtà è un abbinamento da far tremare i polsi e proprio contro il Chelsea degli italiani Di Matteo, Zola e Vialli che, dal canto suo, ha fatto fuori d’autorità gli spagnoli del Betis vincendo 2-1 a Siviglia e completando il lavoro nel ritorno a “Stamford Bridge” con il 3-1 in cui mettono la loro firma proprio Di Matteo e Zola.

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Contrasto tra Viall e un difensore nella semifinale di andata – da unibet.it

Anche i londinesi, però, non possono dormire sonni tranquilli, considerando come il Vicenza giunga all’appuntamento più importante della sua secolare storia da imbattuto, con 5 vittorie ed un pari nelle gare sinora disputate ed uno score di 17 reti segnate contro appena 4 subite, e ne hanno conferma il 2 aprile ’98 davanti ai 19.319 (pari alla capienza ufficiale, ma in realtà sono molti di più) spettatori che gremiscono gli spalti del vecchio “Romeo Menti”, quando al quarto d’ora di gioco Zauli firma una rete da cineteca con una palla arpionata al limite dell’area e scaraventata nell’angolino opposto dopo un dribbling a rientrare, successivamente difesa strenuamente dai tentativi di rimonta degli inglesi per un 1-0 che, in virtù della norma relativa al valore doppio delle reti segnate in trasferta, appare un buon viatico in vista del ritorno.

Il colpo d’occhio di “Stamford Bridge” due settimane dopo, non è certo da meno, con quasi 34.000 spettatori a supportare i “Blues” nell’impresa di accedere alla seconda finale di coppa europea della loro storia, creando la tipica, assordante, atmosfera dei campi inglesi, ma che si trasforma in un silenzio glaciale poco dopo la mezz’ora quando Luiso – e chi se non lui – mette a segno l’ottavo centro del suo personale cammino in Europa, cogliendo l’angolino alto alla destra della porta difesa da De Goey con una potente conclusione dal limite.

Il vantaggio ospite sta a significare che il Chelsea per approdare in finale debba realizzare tre reti, e sarebbe quanto mai importante mantenere tale risultato sino all’intervallo, ma purtroppo, dopo appena tre minuti, una conclusione dal limite di Zola non è trattenuta da Brivio, così consentendo all’uruguaiano Poyet di riportare le sorti del match in parità.

Incontro che si fa incandescente ad inizio ripresa, quando sono gli italiani a cambiare l’andamento della sfida, con Vialli ad involarsi lungo l’out destro per poi eseguire un perfetto cross su cui si presenta all’appuntamento vincente proprio il più piccolo dei ventidue, vale a dire Zola, il cui perentorio colpo di testa non lascia scampo all’estremo difensore veneto.

Con 40’ scarsi ancora da giocare l’esito dell’incontro resta quanto mai incerto, poiché i minuti passano ed il Vicenza resiste, ed è a questo punto che Vialli – che ricopre il ruolo di allenatore-giocatore – si gioca la carta dell’esperienza, inserendo il veterano di tante battaglie Mark Hughes in luogo del mediano Morris, mossa che lo ripaga 5’ minuti dopo, quando su di una rimessa lunga di De Goey, lo stesso attaccante gallese si trova a contendere la palla di testa a Dicara, ed approfittando di un rimpallo a lui favorevole, riesce a piazzare la sfera nell’angolino basso alla sinistra di Brivio per il punto del 3-1 che rovescia le sorti della qualificazione a favore degli inglesi.

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Hughes segna la rete del 3-1 al ritorno – da dailymail.co.uk

Manca meno di un quarto d’ora al termine, Guidolin si gioca il tutto per tutto inserendo Otero per Schenardi e Di Napoli per Di Carlo, ma oramai le forze, fisiche e mentali, sono al limite e l’espulsione di Ambrosini nel finale rappresenta il colpo di grazia ai sogni biancorossi.

Biancorossi che possono consolarsi con Luiso capocannoniere della manifestazione con 8 reti e con l’aver perso una sola gara e contro la squadra che poi vincerà il trofeo superando in finale lo Stoccarda per 1-0 (rete di Zola), nonché per essersi resi protagonisti di un’impresa che resterà indelebile nella gloriosa storia del club vicentino.

Certo, però, che proprio Zola e Vialli, vabbè…

BORUSSIA-WERDER BREMA 1971, IL PALO CHE CAMBIO’ IL CALCIO TEDESCO

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Un tentativo di rimettere in piedi la porta – da spiegel.de

Il 3 aprile 1971 la Germania è teatro di una sfida calcistica destinata a cambiare la storia dello sport del pallone. È in atto la 27esima giornata della Bundesliga e il Borussia Monchengladbach, in piena corsa per confermare il titolo conquistato l’anno prima, ha bisogno di vincere contro il Werder Brema, squadra che naviga a metà classifica. A pochi minuti dal termine, decisamente a sorpresa però, il risultato è bloccato sulla parità, 1-1, in virtù di un’autorete di Koppel al 7′ e il pareggio firmato da Hasebrink al 16′. Un insuccesso, che in caso di conferma al triplice fischio finale, consentirebbe al Bayern di rimanere in corsa per il Deutsche Meisterschale, il trofeo assegnato a chi si impone in campionato e che per la squadra bavarese sarebbe il secondo dopo quello messo in bacheca nel 1969.

Corre il minuto 88 e viene fischiata una punizione in favore del Monchengladbach. Al tiro si presenta Netzer, il più talentuoso dei suoi, seppur il Borussia annoveri tra le sue file altri campioni, Heynckes, Vogts e Bonhof su tutti. Il biondo centrocampista della Nazionale scaglia un missile verso la porta difesa da Bernard, che si oppone alla fucilata ma va a sbattere contro il palo. Sulla respinta si avventa Laumen per ribadire il pallone in porta, ma è troppo veloce: liscia la palla e si impiglia nella rete proprio vicino al palo appena colpito da Bernard. Patatrac. Troppi impatti, la porta non regge l’urto e crolla. L’arbitro Meuser, alla quarta direzione in Bundesliga, prova a rimetterla in piedi, aiutato in questo dai volenterosi giocatori del Werder, ma ogni sforzo risulta vano.

Al contrario gli atleti del Monchengladbach, padrone di casa, non sembrano avere grande interesse nel risolvere il problema. Ed il motivo è palese. Non avendo i dirigenti a disposizione un palo di riserva, i giocatori si limitano ad osservare arbitro e avversari provare a sistemare la porta. La partita viene sospesa a soli 120 secondi dalla sua conclusione e a differenza di quel che accade oggigiorno, all’epoca le gare interrotte venivano ripetute dall’inizio. Un bel colpo per il tecnico Weisweiler e i suoi ragazzi, che avrebbero quindi nuovamente 90′ per vincere la partita e non solo pochi secondi per sbloccare un risultato che li penalizza. Questo lo sanno bene. L’arbitro Meuser però riporta nel referto la scarsa collaborazione dei giocatori di casa e il giudice sportivo, qualche settimana dopo, assegna la vittoria a tavolino al Werder Brema, 2-0.

Apriti cielo. Scoppia lo scandalo. Ad approfittarne è il Bayern, quel giorno sconfitto anch’esso a Kaiserslautern, 2-1, che resta in corsa per il titolo, ad un solo punto dagli avversari, 37 contro 38. Il sospetto è che si voglia favorire il club bavarese, che proprio in quegli anni sta cominciando la sua ascesa, forte di fuoriclasse del calibro di Beckenbauer, Gerd Muller, Sepp Maier. Le società tedesche colgono l’occasione al balzo e decidono che da lì in poi si giocherà solo con i pali in alluminio. E questa è un’innovazione senza precedenti. Così come è storia che il Monchengladbach vincerà ugualmente il titolo all’ultima giornata, prima a riuscirci per due anni di seguito, quando il Bayern, che condivide la testa della classifica con i renani ma ha una miglior differenza reti, perderà inopinatamente a Duisburg, 2-0 per una doppietta di Budde, ed il Borussia passerà di quaterna a Francoforte, con due reti di  Jupp Heynckes e due sigilli di Netzer e Koppel.

Da quel giorno quel famoso palo è ancora custodito nel museo del club, mentre Laumen, uno capace nondimeno di segnare 121 reti in 267 partite di Bundesliga, è per tutti “spacca porta“. E il Borussia Monchengladbach, dopo la porta frantumata, conoscerà l’anno dopo anche il “fattaccio della lattina” nel match di Coppa dei Campioni con l’Inter… ma questa è un’altra storia e ne riparleremo, è una promessa.

LA VITA SPERICOLATA DI “LONG JOHN” CHINAGLIA

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Chinaglia e Maestrelli, coppia vincente – da magliarossonera.it

Articolo di Giovanni Manenti

Credo che pochi calciatori abbiano potuto vantare, nella loro vita, una carriera così turbolenta, costellata da indubbi successi e fama internazionale, ma al tempo stesso segnata da atteggiamenti rissosi ed arroganti, di cui ha poi fatto le spese ad attività agonistica conclusa, con operazioni finanziarie ai limiti – e ben oltre – della legalità nel tentare scalate a vari club pallonari, come il leader della Lazio scudettata nel 1974, il primo nella storia del club biancoceleste, vale a dire il centravanti Giorgio Chinaglia.

Giorgio è costretto a “conquistarsi a morsi” la vita sin da adolescente, in quanto, poco tempo dopo la sua nascita, avvenuta a Carrara il 24 gennaio 1947, i genitori e la sorella maggiore Rita decidono, in quell’Italia dilaniata dai tragici eventi bellici della seconda guerra mondiale, di trasferirsi in Galles dove il padre Mario trova lavoro in miniera ed il piccolo Giorgio è svezzato da nonna Clelia, prima di ricongiungersi egli stesso alla famiglia all’età di 8 anni.

Come ogni buon emigrante nostrano che si rispetti, il padre, con i primi risparmi apre la più classica attività per un italiano all’estero, vale a dire un ristorante sotto l’insegna “Mario’s Bamboo Restaurant” a Cardiff ed il figlio Giorgio, che oltre a frequentare la scuola si diletta anche nel praticare sia il calcio che il rugby (sport nazionale, quest’ultimo, in Galles), dà a propria volta una mano alla sera come cameriere nel locale di famiglia.

Le origini italiane lo fanno propendere più per il calcio, ed all’età di 17 anni, Chinaglia firma il suo primo contratto da professionista con lo Swansea, debuttando il 13 febbraio 1965 nel pareggio interno a reti bianche contro il Portsmouth, sua unica presenza in una stagione che si conclude con la retrocessione del club in terza divisione.

Andata delusa la speranza di poter, l’anno successivo, trovare maggior spazio in prima squadra – saranno solo quattro le presenze, condite dalla sua unica rete realizzata in terra inglese, nella sconfitta esterna per 1-2 a Bounemouth –, Chinaglia inizia a mostrare i segni di insofferenza tipici del suo carattere, inducendo la famiglia a cedere l’attività e tornarsene in Italia per consentire al figlio di prestare il servizio militare e favorirne la carriera da calciatore, che, difatti, prosegue con un anno alla Massese e due all’Internapoli, entrambe militanti in Serie C, ma dove, diversamente a quanto avvenuto oltremanica, viene impiegato con continuità.

Con la fortuna di trovare nella formazione partenopea un compagno con cui legherà il resto della sua carriera in Italia, quale Giuseppe Wilson, e, come allenatore, nel suo secondo anno all’Internapoli, il famoso ex centravanti brasiliano Luis Vinicio che ne affina le qualità tecniche in un fisico possente di m.1,86 per 80 chili, Chinaglia va a segno 14 volte con la squadra che termina il Campionato al terzo posto, con ciò attirando le attenzioni della neopromossa Lazio che lo acquista, unitamente a Wilson, l’estate seguente, quale rinforzo per l’attacco in vista del prossimo torneo di massima divisione.

E l’impatto di Chinaglia con la Serie A italiana, nel 1969, non è assolutamente da disprezzare, con la Lazio che chiude all’ottavo posto ed il centravanti a realizzare 12 reti, quale miglior marcatore per la sua squadra, anche se identica fortuna non ottiene la stagione seguente con i biancocelesti, allenati da Juan Carlos Lorenzo, che retrocedono tra i cadetti e Chinaglia a limitare il proprio bottino di goal a soli 9 centri, cui vanno però aggiunte le 7 reti che consentono alla Lazio, nel giugno 1971, di conquistare la Coppa delle Alpi, tra cui la doppietta nella finale vinta per 3-1 contro il Basilea.

Grandi cambiamenti in vista per il 23enne Giorgio, sia dal punto di vista professionale che privato, in quanto in questa seconda veste convola a nozze con Connie Eruzione (mai cognome si sarebbe adattato meglio al focoso carattere del marito), figlia di un ex sergente americano che si era stabilito in Italia – nonché cugina del giocatore di hockey su ghiaccio Mike Eruzione, autore della decisiva rete che assegnerà agli Stati Uniti la vittoria sull’Unione Sovietica alle Olimpiadi di Lake Placid 1980 – mentre sul campo fa la conoscenza di colui che, a pieno titolo, può considerare il suo secondo padre, e cioè il tecnico pisano Tommaso Maestrelli, reduce da tre ottime stagioni al Foggia, e che assume la guida tecnica dei biancocelesti nell’estate 1971.

Il sodalizio dà immediatamente i suoi frutti, con la Lazio che risale prontamente in A e Chinaglia a vincere la classifica di capocannoniere del torneo cadetto con 21 centri – assieme a Massa ed Abbondanza, firmano in tre 40 delle 48 reti complessivamente realizzate dalla squadra – mettendo le basi della formazione che, con gli innesti di Garlaschelli, Re Cecconi e Frustalupi ed al lancio in pianta stabile nell’undici titolare di un giovane Vincenzo D’Amico, dapprima sfiora lo scudetto nel 1973 e poi lo conquista nel 1974, stagione in cui Chinaglia va a segno per 24 volte quale cannoniere principe della massima divisione e certificando, con la trasformazione di un calcio di rigore alla penultima giornata contro il Foggia, la matematica conquista del tricolore.

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Il calcio di rigore trasformato da Chinaglia che consegna lo scudetto 1974 alla Lazio – da since1900.it

Stagione in cui Chinaglia si rende anche protagonista di due triplette in Coppa Uefa, la prima nel 3-0 all’Olimpico contro il Sion al primo turno, e la seconda nella vittoria casalinga per 4-2 a spese degli inglesi dell’Ipswich Town, inutile per la qualificazione stante lo 0-4 maturato all’andata, ma che porta dietro di sé il negativo risvolto delle intemperanze dei tifosi laziali, con conseguente squalifica per un anno dalle competizioni internazionali da parte della Uefa, il che significa che la Lazio non può partecipare alla successiva Coppa dei Campioni in forza del titolo appena conquistato.

La parabola di Chinaglia in maglia biancoceleste sta per volgere al termine, in relazione all’abbandono della panchina di Maestrelli per gravi motivi di salute – che purtroppo lo condurranno alla morte ad inizio dicembre 1976 – ed al desiderio di ricongiungersi alla moglie, nel frattempo rientrata negli Stati Uniti e dalla quale avrà tre figli, convincendolo ad accettare le offerte dei New York Cosmos per andare a giocare nella NASL.

In quegli anni il “soccer” – come viene chiamato negli Usa per differenziarlo dal loro “vero” football, che si gioca con la palla ovale – cerca di ritagliarsi uno spazio in un panorama sportivo che non lo adora e la scelta delle dirigenze si sposta sull’acquisto di celebrità oramai sul viale del tramonto, da Best a Cruijff, da Deyna ad Eusebio, da Cubillas a Gerd Mueller, per finire alle stelle brasiliane Pelè e Carlos Alberto che militano proprio nella formazione newyorkese, assieme a Franz Beckenbauer.

Con tutti ex campioni di oltre trent’anni di età, è sin troppo logico che un arzillo e potente 28enne come Chinaglia non abbia difficoltà ad affermarsi, tanto più dopo aver dovuto affrontare le rocciose difese nostrane, ed andando talmente a nozze con gli sprovveduti difensori indigeni da trovarsi a realizzare qualcosa come 193 reti in sole 213 gare di “regular season” disputate negli otto anni vissuti negli States, che gli valgono quattro titoli consecutivi di capocannoniere dal 1978 al 1981, cui aggiunge quattro “Soccer Bowl“.

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Esultanza di Chinaglia dopo una delle tante reti realizzate per i New York Cosmos – da goal.blogs.nytimes.com

Già, perché fedeli alla formula degli sport in voga negli Usa, anche nel calcio vengono introdotti i playoff a fine stagione, con la disputa della finalissima alla stessa stregua del football, e Chinaglia è protagonista nel 1977 (vittoria per 2-1 contro Seattle, con una rete), 1978 (vittoria per 3-1 contro Tampa Bay, andando ancora a segno), 1980 (3-0 contro Fort Lauderdale, con una doppietta a suo nome, stagione in cui realizza 18 reti n 8 gare di playoff, compresi 7 centri nell’8-1 contro Tulsa), ed infine, dopo aver perso per 0-1 la finale del 1981 contro Chicago, ottiene il suo quarto ed ultimo titolo l’anno seguente, sconfiggendo per 1-0 Seattle ed ancora grazie ad una sua rete, risultando così l’uomo più decisivo nella storia del club, per poi abbandonare l’attività agonistica nel 1983, potendo contare al suo attivo qualcosa come 320 reti realizzate in sole gare di campionato, cui vanno aggiunte le 50 nelle, peraltro più importanti, partite dei playoff.

Per poter meglio comprendere il cammino post agonistico di Chinaglia, occorre fare un passo indietro e tornare ai suoi trascorsi in Italia, quando il suo carattere scontroso ed irrequieto lo porta a frequenti scontri con i compagni di squadra, i cui dissidi a livello di spogliatoio venivano “saldati” nel corso di epiche sfide nella partitella del giovedì, sapientemente sfruttata da Maestrelli per appianare eventuali dissapori e ritrovare l’unità del gruppo per l’appuntamento domenicale di campionato, così come non passa certo inosservato il “vaffa” rivolto al Commissario Tecnico Valcareggi ai Mondiali di Germania 1974 in occasione della sua sostituzione nella gara d’esordio contro Haiti, peraltro proprio contro l’allenatore che lo aveva fatto esordire il 21 giugno 1972, al termine del torneo cadetto disputato con la Lazio, nell’amichevole di Sofia contro la Bulgaria e conclusa per 1-1 grazie alla rete segnata al debutto da “Long John“.

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Il famoso “vaffa” di Chinaglia dopo la sostituzione con Haiti ai Mondiali 1974 – da storiedicalcio.altervista.org

Quasi sicuramente, nella sua esperienza nella capitale, Chinaglia deve aver avviato alcune frequentazioni poco raccomandabili, poiché altrimenti non si spiega come mai, a carriera appena conclusa – ed oramai da quattro anni cittadino americano a tutti gli effetti – decida di tornare alla Lazio per assumerne la presidenza, nel mentre negli Usa rileva dalla “Warner Communications” parte delle azioni dei New York Cosmos, iniziative entrambe negative per sopraggiunti problemi finanziari, con la NASL a chiudere i battenti nel 1985 e Chinaglia a rassegnare le dimissioni da primo dirigente nel 1986, subentrandogli Gianmarco Calleri.

Esperienza che non si conclude in modo indolore per l’ex centravanti, che nel 1996 si vede condannare dalla giustizia italiana a due anni di reclusione per i reali di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio riconducibili alla gestione della fallita “Fin Lazio“, proprietaria della società biancoceleste.

Da allora in poi, il nome di Chinaglia – nel frattempo separatosi dalla moglie – viene associato più ad eventi giudiziari che non all’attività di commentatore radiofonico che svolge quotidianamente negli States per la “Sirius Satellite Radio” di New York, balzando ai (dis)onori della cronaca, in quanto, dopo aver tentato inutilmente nel 2004 l’acquisto del Foggia, nella primavera del 2006 viene iscritto nel registro degli indagati dalla DDA di Napoli, con l’accusa di aver agevolato l’accusa della camorra e, nell’ottobre del medesimo anno, la Guardia di Finanza richiede un’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti per irregolarità nel tentativo di ottenere il pacchetto di maggioranza della Lazio, contestandogli il reato di riciclaggio per conto del clan camorristico appartenente alla famiglia dei Casalesi.

Ordinanza non eseguita in quanto Chinaglia risiede negli Stati Uniti ed il reato ascrittogli non è tale da includere la richiesta di estradizione, ciò nondimeno i guai con la nostra giustizia per l’ex idolo dei tifosi biancocelesti sono ben lungi dal concludersi, venendo condannato nel novembre del 2007 al pagamento di una multa di 4.2 milioni di €uro su richiesta della Consob, quale responsabile di manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza del riferito organo di controllo in relazione alle voci ad arte messe in giro, e poi rivelatesi false, circa l’intenzione di un gruppo farmaceutico ungherese di rilevare il pacchetto di maggioranza della Lazio,sSocietà che, ricordiamolo, risulta quotata in Borsa.

Non vi è pertanto da stupirsi più di tanto se – dopo essere stato colpito da un nuovo mandato di arresto per riciclaggio nel 2008 – una vita così vissuta sul filo del rasoio abbia determinato uno stato di stress tale da procurargli un infarto che, alcuni giorni dopo un suo ricovero ospedaliero, pone fine alla sua esistenza l’1 aprile 2012 nella sua casa di Naples (ironia della sorte, la traduzione inglese di Napoli, da cui peraltro la città prende proprio spunto), in Florida, all’età di appena 65 anni.

In suo ricordo, i tre figli avuti dalla moglie Connie, hanno dato vita in America alla “Giorgio Chinaglia Foundation“, associazione no-profit che si occupa di dare assistenza ai bambini bisognosi, mentre le sue spoglie riposano a Roma, nel cimitero di Prima Porta, accanto alla tomba del suo maestro Tommaso Maestrelli, il quale da “padre buono” quale è sempre stato nei confronti del suo “Giorgione“, ci piace pensare che lo abbia rimproverato con un affettuoso…  “ma ne valeva proprio la pena?

JOHAN CRUIJFF, IL PROFETA DEL CALCIO TOTALE

 

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Johan Cruijff – da blog.sentieriselvaggi.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando la sera del 28 maggio 1969, sul terreno del “Santiago Bernabeu” di Madrid, il Milan conquista la sua seconda Coppa dei Campioni schiantando per 4-1 gli olandesi dell’Ajax Amsterdam, sono in pochi a ritenere che quel ragazzo di poco più di vent’anni che, sì, fa un gran movimento, corre, si danna l’anima ed è difficile da marcare, possa poi divenire l’alfiere della più grande rivoluzione che il calcio abbia mai dovuto conoscere, trasformandone per sempre la fisionomia.

Già, perché quella sera le luci della ribalta sono tutti per lui, l’ex “Golden Boy” ed ora maturo Gianni Rivera, il quale dirige da par suo l’orchestra rossonera fornendo a Pierino Prati gli assist per la seconda e quarta rete della sua personale tripletta – ultimo giocatore ad esservi riuscito in una finale di Coppa Campioni/Champions League – per poi fregiarsi a fine anno del “Pallone d’Oro” messo in palio dalla rivista “France Football“, primo italiano a riuscire in tale impresa, se si esclude l’italoargentino Sivori nel 1961.

Non è dato sapere cosa sia passato quella notte nella testa del citato giovane olandese, tale Hendrik Johannes “Johan” Cruijff, nato ad Amsterdam il 25 aprile 1947, ma di certo, avrà rimuginato nella sua mente come fare per arrivare egli stesso a raggiungere un tale traguardo, pensiero che gli sarà rimbalzato nel vedere assegnare a Rivera il prestigioso riconoscimento della rivista francese.

Oddio, non è che il futuro “Profeta del gol fosse uno sconosciuto nella regione dei polder al di sotto del livello del mare, e che la sua potesse essere una carriera da predestinato se ne ha sentore sin dal giorno del suo debutto, il 15 novembre 1964 a 17 anni, nel successo esterno per 3-1 dei “lancieri” sul campo del Groningen, cui la settimana successiva fa seguito la sua prima rete con la divisa biancorossa nella netta vittoria casalinga per 5-0 contro il PSV Eindhoven.

Non era stata un’infanzia facile quella di Johan e di suo fratello Heini, figli di una coppia che gestisce un negozio di frutta e verdura, sufficiente per tirare avanti con dignità, ed i due rampolli dividono il loro tempo tra scuola, compiti ed interminabili partite a calcio per le strade della metropoli olandese, dove Johan affina le sue innate qualità tecniche, saltando come birilli gli amici e consentendogli di entrare, sin dal compimento del suo decimo anno, nelle formazioni giovanili dell’Ajax, assieme al fratello, che ricopre il ruolo di stopper.

Che l’adolescente Johan avesse già le stimmate del leader se ne accorge ben presto il presidente degli ajacidi, quando, colpito a 12 anni dalla perdita del padre per un infarto, riesce a convincerlo ad affidare alla madre – che nel frattempo ha dovuto cedere l’attività e vendere l’abitazione – i lavori di pulizia al vecchio stadio “De Meer“, nonché a servire al bar durante le partite, mentre lui abbandona gli studi per seguire quella che ritiene essere la strada che il destino gli ha assegnato.

E, nonostante faccia ancora parte delle formazioni giovanili, il piccolo Johan viene preso sotto osservazione da Vic Buckingham, tecnico inglese sbarcato ad Amsterdam proprio nel 1959 per guidare la prima squadra, il quale, intuendone le potenzialità, lo sottopone ad un programma di allenamenti specifici per rafforzarne la muscolatura, cosa della quale Cruijff trae immediato beneficio, tant’è che nella sua prima stagione a livello allievi senza “qualcosa” come 74 (!!!) reti, firmando poi nel 1964 il suo primo contratto da professionista.

E se Cruijff deve a Buckingham – il quale, dopo il rientro in patria allo Sheffield Wednesday, torna alla guida dell’Ajax nell’estate 1964 giusto in tempo per verificare i progressi del ragazzo e farlo esordire in prima squadra – il suo potenziamento atletico che lo rende inafferrabile nel prosieguo della carriera, è con un altro tecnico che Johan compie il definitivo salto di qualità, vale a dire Rinus Michels, a sua volta ex attaccante del club nell’immediato dopoguerra e capace di realizzare 122 reti che gli valgono due titoli di campione olandese, nel 1947 e dieci anni dopo, nel 1957.

Michels sostituisce Buckingham nel corso della più travagliata stagione dei lancieri, conclusa con un inglorioso terz’ultimo posto in classifica, a tre soli punti dalla retrocessione in “Eerste Divisie” (la serie B olandese), ed il suo compito di risollevare una squadra che non vince il titolo dal 1960 sembra alquanto improbo, visto che può contare su solo tre giocatori di livello superiore, e cioè il difensore Wim Suurbier, il centrocampista Sjaak Swart e l’attaccante Klaas Nuninga.

Ma il neo tecnico ha dalla sua alcune carte importanti da giocare, prima fra tutte il recupero dell’esperto Co Prins, fermato l’anno precedente da una serie di infortuni, quindi il rientro da due anni al Feyenoord – con cui si era laureato campione d’Olanda la stagione precedente – di Henk Groot, soprattutto, il lancio in pianta stabile in prima squadra della 22enne ala sinistra Piet Keizer e del “gioiellino di casa” Johan Cruijff.

L’alchimia raggiunta, con un gioco votato all’offensiva, paga immediatamente i suoi frutti, con l’Ajax che torna al titolo, celebrato il 18 maggio 1966 con il successo per 2-0 sui rivali storici del Feyenoord allo Stadio Olimpico, che apre i suoi battenti solo per tale sfida, risultando il “De Meer” inadeguato per contenere gli spettatori che vogliano assistervi, con Cruijff che fornisce il proprio contributo con 16 reti in 19 gare disputate.

Inizia così a prendere forma il “fenomeno Ajax, una squadra che incanta, aggiungendo altri due titoli consecutivi, sempre a spese del Feyenoord, nel 1967 (realizzando 122 reti (!!!), di cui 33 portano la firma di Cruijff, 25 di Swart e 23 di Nuninga) e nel 1968 (con Cruijff ancora “top scorer” con 27 centri), mentre le prime esperienze europee vedono i “lancieri” fermarsi una prima volta ai quarti, dopo aver dato una severa lezione al Liverpool negli ottavi, sconfitto 5-1 ad Amsterdam, e la seconda risultare sfavoriti dal sorteggio, che li oppone al primo turno al Real Madrid, dal quale escono sconfitti con l’onore delle armi (1-1 in casa, 1-2 solo ai supplementari al Bernabeu).

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Cruijff in azione – da storiedicalcio.altervista.org

Sono comunque esperienze contro squadre di livello che fanno crescere, soprattutto in esperienza, la squadra, che nel 1969 diviene la prima compagine dei Paesi Bassi a guadagnare la finale di una Coppa europea, eliminando nel percorso il Benfica del sempre valido Eusebio dando una dimostrazione di grande maturità quando, dopo essere stati sconfitti in casa per 1-3, gli olandesi ribaltano il risultato al ritorno a Lisbona, portandosi sul 3-0 dopo mezz’ora con un Cruijff scatenato autore di una doppietta, solo per subire nel finale la rete di Torres che rimanda il passaggio del turno al match di spareggio disputato in campo neutro, a Parigi, dove sono necessari i tempi supplementari dopo che lo 0-0 di partenza non si sblocca, e nella mezz’ora ulteriore, ancora Cruijff e Danielsson con una doppietta chiudono definitivamente il conto.

L’impegno europeo incide sull’esito del campionato, che vede l’Ajax stavolta abdicare a beneficio del Feyenoord, risultando fatale la sconfitta interna per 1-2 contro il PSV Eindhoven a quattordici giorni dalla finale di Coppa Campioni contro il Milan, rimandando l’appuntamento con il titolo all’anno seguente.

Ora, se c’è una cosa che non è mai mancata a Cruijff, oltre all’innata classe, è anche una determinazione al limite del parossismo nel volersi affermare, e non c’è niente che lo stimoli di più che vedere vincere avversari che ritiene inferiori alla propria squadra ed è questo il caso che si verifica a maggio 1970 quando, a dispetto dell’essere tornati sul trono d’Olanda, vede conquistare la Coppa dei Campioni ai rivali del Feyenoord, superando il Celtic Glasgow per 2-1 nella finale di Milano, avendo oltretutto eliminato nel loro cammino proprio i detentori del Milan che avevano umiliato i “lancieri” l’anno prima.

E’ questo un affronto che innalza a livelli impensabili l’orgoglio ed il “super ego” di Cruijff – che con il suo Ajax si era dovuto arrendere in semifinale di Coppa delle Fiere contro l’Arsenal, poi vincitrice del trofeo – e, archiviata la stagione con l’accoppiata Scudetto/Coppa nazionale e 33 reti complessive realizzate in 46 gare disputate, pianifica con Michels il programma per la successiva campagna europea.

Con una formazione che ha raggiunto l’equilibrio in tutti i reparti, con l’inserimento di Stuy in porta, del possente libero Hulshoff in difesa e di Gerrie Muhren e Johan Neeskens a centrocampo, Cruijff – che nella nuova stagione indossa per la prima volta la celebre “maglia numero 14, un vezzo tale da renderlo ancora più unico – è libero di spaziare a proprio piacimento nel settore offensivo, sfruttando le sue doti di velocità e controllo della sfera che lo rendono immarcabile, unite ad un talento insuperabile nella visione di gioco sia nel fornire preziosi assist ai compagni che nel dettare il passaggio per la conclusione da parte sua, il tutto inquadrato in una lettura della singola gara che non ha eguali, come dallo stesso Johan rappresentato con le parole… “Ogni allenatore parla di movimento, dice di correre sempre, ma io dico, viceversa, non correte molto. Il calcio è un gioco in cui si gioca con il cervello e bisogna trovarsi nel posto giusto nel momento giusto, né troppo tardi, né troppo presto….

Così oliata e tirata a lucido, la formazione biancorossa si spiana la strada verso la sua seconda finale europea attraverso altrettanti 3-0 inflitti allo Stadio Olimpico – che oltre alla sfida contro il Feyenoord nel “derby d’Olanda“, ospita pure le gare internazionali – a Basilea negli ottavi, Celtic ai quarti ed Atletico Madrid in semifinale, per poi cogliere l’alloro più importante in un palcoscenico d’eccezione quale lo Stadio di Wembley a Londra, al cospetto di un Panathinaikos allenato da un’altra leggenda del calcio mondiale, il “colonnello” Ferenc Puskas, che deve inchinarsi alle reti di Van Dijk e del subentrato Haan, e pazienza se del titolo olandese, nel frattempo, se ne è riappropriato il Feyenoord – viceversa ingloriosamente eliminato al primo turno dai rumeni dell’UT Arad – al quale Cruijff & Co. stanno per rifilare uno scherzetto mica male.

Dalla consacrazione sul campo, giunge anche quella della critica internazionale, che incorona Cruijff con una votazione plebiscitaria in occasione dell’assegnazione del “Pallone d’Oro” 1971, ottenendo 116 voti, più del doppio del secondo classificato, l’azzurro Sandro Mazzola, che ne raggranella 57.

L’anno seguente, con ancora due squadre iscritte alla Coppa dei Campioni, la relativa finale, vista la crescita del calcio “made in Holland“, viene assegnata dalla UEFA proprio a Rotterdam, nella “tana del Feyenoord, e la rivalità in patria tra i due club raggiunge picchi elevatissimi, dato che, tra l’altro, Michels ha ritenuto compiuto il suo lavoro nella costruzione di un modello vincente, venendo attratto dalle sirene catalane del Barcellona, con la designazione del rumeno Stefan Kovacs, reduce da un quadriennio alla guida della Steaua Bucarest, quale suo sostituto.

Ma la squadra, oramai, recita il copione a memoria, con ulteriori due innesti di prestigio quali Ruud Krol ed Arie Haan in pianta stabile tra i titolari, e la stagione 1972 si rivela come ineguagliabile nella storia del club, che fa suo il campionato staccando nettamente di 8 punti i consueti rivali e scavalcando nuovamente quota 100 reti realizzandone 104 (con Cruijff ancora “top scorer” con 24 centri), cui aggiunge l’11 maggio la conquista della coppa nazionale (la KNVB Beker) superando 3-2 il Den Haag nella finale disputata proprio a Rotterdam, dove, 20 giorni dopo, punta a confermarsi campione d’Europa contro l’Inter, nel mentre la squadra di casa è stata eliminata dal Benfica ai quarti con un pesante 5-1 a Lisbona.

Vi è da dire che, come l’Ajax furoreggia in patria quanto a reti realizzate, viceversa in Europa sfrutta la propria solidità difensiva, con una linea che mette in pratica a memoria la tattica del fuorigioco, tant’è che subisce appena tre reti nelle otto gare disputate per giungere all’atto conclusivo, ed il doppio confronto di semifinale contro il Benfica viene risolto dall’unica rete messa a segno da Swart nella gara di andata.

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Una fase di Ajax-Inter – da mimmorapisarda.it

Difesa che si dimostra impenetrabile anche il 31 maggio a Rotterdam, ma anche la corrispondente retroguardia nerazzurra regge bene l’urto guidato da un Cruijff ispirato come non mai, nonostante la stretta marcatura di Oriali, capitolando solo ad inizio ripresa grazie proprio all’astuzia di Johan nello sfruttare un’uscita a vuoto di Bordon per poi chiudere il conto nel finale con un azzeccato colpo di testa che non lascia scampo all’estremo difensore italiano, potendo così festeggiare in casa dei rivali storici e superare nuovamente quota 30 reti in stagione, cui unisce, a settembre, la conquista della Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Independiante e, il gennaio successivo, la Super Coppa europea a spese dei Glasgow Rangers.

Ora, ricordiamoci l’aspetto indubbiamente un po’ altezzoso di Johan ed a cosa debba aver pensato quando, al termine di una stagione irripetibile in cui ha conquistato tutto ciò che era possibile, si vede addirittura escludere dal podio del “Pallone d’oro” 1972, interamente monopolizzato dal trio tedesco formato da Franz Beckenbauer, Gerd Mueller e Guenther Netzer, componenti della nazionale vincitrice dell’Europeo, un affronto da “lavare col sangue” e l’occasione gliela fornisce l’urna della UEFA, abbinando il suo Ajax bicampione d’Europa al Bayern di Monaco nei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1973, coi vari Maier, Breitner, Beckenbauer, Hoeness e Mueller incapaci di reggere le sfuriate offensive di un Ajax che li travolge 4-0 allo Stadio Olimpico, per poi far fuori anche Real Madrid in semifinale e Juventus nell’atto conclusivo a Belgrado, per un tris di vittorie che non si registrava dai tempi del grande Real di Di Stefano & Co.

Stavolta non ci sono dubbi, il secondo “Pallone d’Oro” trova spazio nella sala dei trofei di casa Cruijff, ancora una volta con una schiacciante superiorità nelle votazioni (96 preferenze contro le 47 di Dino Zoff), ed è anche il momento di cambiare aria, attirato dal suo mentore Michels che ripone in lui le speranze di riportare in Catalogna una vittoria nella Liga che per il Barcellona manca da 14 anni, dall’epoca di Helenio Herrera, per intendersi.

Ancora una volta è l’ostinazione di Cruijff ad averla vinta, poiché l’Ajax aveva stretto un accordo con il Real Madrid (una sorta di “caso Di Stefano” degli anni ’50 al contrario), ed impuntandosi ottiene quanto desiderato, presentandosi al “Camp Nou” in veste di nuovo Messia, dato che al suo esordio la squadra è terz’ultima – firma del contratto ritardata per valutare bene ogni clausola da parte del suocero miliardario Cos Corver, commerciante di diamanti – ma basta una sua doppietta all’esordio nel 4-0 contro il Granada per far sì che i “blaugranasi riapproprino del titolo con largo margine, con Johan autore di una rete in acrobazia nella gara vinta 2-1 contro l’Atletico di Madrid che resta a vita nell’immaginario dei tifosi catalani – ed è utilizzata da Sandro Ciotti quale copertina del film documentario “Il Profeta del Gol“, uscito nel 1976 – così come l’umiliazione inflitta agli odiati “blancos” nel “Super Clasico” di ritorno del 17 febbraio 1974, umiliati con un pesantissimo 0-5 al Santiago Bernabeu.

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Il gol contro l’Atletico Madrid – da olimpopress.it

Manca ancora però un importante tassello alla carriera di Cruijff, vale a dire portare ai vertici del calcio mondiale anche la nazionale olandese che, pur con lui in squadra, non è riuscita a superare i gironi di qualificazione sia agli Europei 1968 e 1972 che ai Mondiali del 1970 in Messico, ma la musica cambia in occasione dei Mondiali di Germania 1974, quando l’Olanda riesce finalmente a staccare il biglietto per la fase finale, pur se solo grazie alla miglior differenza reti rispetto al Belgio, i cui incontri si sono conclusi entrambi a reti inviolate, e con il contributo di 7 reti messe a segno da Cruijff.

La selezione olandese sbarca in Germania con lo “zoccolo duro” formato dall’ossatura dell’Ajax con l’aggiunta del “catalano” Cruijff potendo anche contare sulla presenza di Michels in panchina e tale edizione dei Mondiali passa alla storia come quella della “rivoluzione nel calcio moderno” per l’esempio di calcio totale messo in pratica dagli olandesi – visti anche con un pizzico di ironia per la gestione “aperta” del ritiro, con moglie e fidanzate al seguito e coppe di champagne ai bordi delle piscine – con questo loro movimento armonico che li porta, da un lato, a scattare all’unisono in avanti per la conquista della palla disorientando gli avversari che spesso cadono nella trappola del fuorigioco e, dall’altro, a poter contare su un movimento in fase offensiva tale da non concedere punti di riferimento alle opposte difese, di cui l’indiscusso regista e finalizzatore altri non è che il “divino” Johan, dal che nasce l’appellativo, tutt’altro che fantasioso, di “Arancia meccanica” in onore al colore della divisa nazionale ed al celebre film di Stanley Kubrick, uscito nel 1971.

Il modo di giocare degli olandesi incanta pubblico e critica, giungendo all’atto conclusivo con 14 reti realizzate ed una sola subita (peraltro in un 4-1 contro la Bulgaria), pur dovendo subire l’amarezza della sconfitta contro i fortissimi padroni di casa della Germania Ovest, in una gara in cui Cruijff, scientificamente colpito alle caviglie dal mastino Vogts, mostra il suo lato peggiore, innervosendosi oltre misura tanto da rischiare di essere cacciato dal direttore di gara, l’inglese Taylor, con ciò facendo il gioco dei suoi avversari, e stavolta avrebbe sinceramente fatto a meno del “contentino” riservatogli con l’assegnazione del suo terzo Pallone d’Oro (primo giocatore a riuscirvi) a fine anno, avendo senz’altro preferito essere al posto del secondo classificato, il Kaiser Beckenbauer, nel sollevare al cielo la Coppa del Mondo.

Il 1974 rappresenta l’apice della carriera di Cruijff, che non riesce a rinverdire al Barcellona i fasti della prima stagione, per poi emigrare, a 30 anni compiuti, negli Stati Uniti ad insegnare calcio nella mediocre NASL infarcita di vecchie glorie, per poi far ritorno ad inizio anni ’80 in Olanda e dare il proprio contributo a tre titoli consecutivi, i primi due con l’Ajax ed il terzo, l’ultimo dei 9 complessivamente conquistati, con la maglia dei rivali del Feyenoord, quasi a mo’ di compensazione per i tanti “sgarbi” commessi in passato.

Ma il legame con la Catalogna resta forte, ed, appese le scarpe al chiodo e dedicatosi alla carriera di allenatore, Cruijff ripercorre le stesse tappe da giocatore, portando in tre anni nella bacheca dell’Ajax due Coppe d’Olanda e la Coppa delle Coppe 1987 vinta in finale contro il Lokomotiv di Lipsia grazie ad una rete di Marco van Basten – il quale aveva esordito coi lancieri proprio entrando al suo posto nell’aprile 1982, anch’egli all’età di 17 anni, in un ideale passaggio di consegne – per poi approdare al Barcellona nell’estate 1988 con il compito di restituire un’immagine vincente ad un club che, dalla Liga vinta nel 1974 con l’olandese, aveva messo in carniere un solo ulteriore titolo nel 1985 sotto la guida di Terry Venables.

Cruijff trasferisce in terra spagnola la sua filosofia di calcio, ben racchiusa nella frase “il gioco innanzitutto ed i risultati arriveranno, costruendo negli 8 anni in cui siede sulla panchina azulgrana un ciclo vincente antesignano del presente, che porta il Barcellona a conquistare la Coppa delle Coppe 1989, la Copa del Rey l’anno successivo e ad inanellare quattro titoli di campione nazionale consecutivi (dal 1991 al 1994) con l’aggiunta di altre tre finali europee, sconfitto dal Manchester United nel 1991 in Coppa delle Coppe, vittorioso – prima volta nella storia del club – in Coppa Campioni 1992 a spese della Sampdoria (ancora a Wembley, teatro della sua prima Coppa vinta da giocatore ) e subendo un impensabile tracollo due anni dopo, travolto 0-4 dal Milan di Capello ad Atene, quel Milan che già lo aveva umiliato da giocatore 25 anni prima a Madrid.

Il suo brutto vizio di abusare delle sigarette lo costringe a fermarsi nel 1996 a causa di ripetuti attacchi cardiaci subiti, dedicandosi all’attività dirigenziale soprattutto improntata nella selezione dei giovani e nella cultura applicata alla Masia (struttura che ospita i giocatori che fanno parte del vivaio del Barcellona), con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, per poi dover combattere l’ultima sfida della sua vita contro un tumore al polmone emerso nell’ottobre 2015 da cui esce sconfitto il 24 marzo 2016, rendendo quanto mai profetiche le sue parole dettate ad inizio anni ’90 ad avvenuta applicazione di due bypass coronarici, quando contribuì ad una battaglia contro il fumo recitando lo slogan… “Nella mia vita ho avuto solo due vizi: uno, il calcio, mi ha dato tutto, l’altro, il fumo, stava per togliermelo….

E alla fine, purtroppo, ci è riuscito.

QUANDO L’ATALANTA ENTRO’ NELL’ELITE DEL CALCIO EUROPEO

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Una formazione dell’Atalanta – da ilposticipo.it

Articolo di Giovanni Manenti

La Coppa delle Coppe – o, per meglio dire, la “Coppa dei vincitori di coppa”, come più correttamente indicato sia nella versione transalpina “Coupe des Vainquers de Coupe” che nell’accezione d’oltremanica “Cup Winners’ Cup” – è una manifestazione continentale che ha avuto 40 anni di vita, dal 1960 sino a fine millennio, venendo poi “stritolata” dall’allargamento delle partecipanti alla Champions League che ne hanno svilito il relativo significato, così che le eventuali vincenti delle varie coppe nazionali che non trovano spazio nel torneo principe del calcio europeo vengono dirottate nella neo costituita Europa League.

Ed è un peccato, poiché nei suoi anni d’oro aveva una sua rilevanza ben definita, dato che in Coppa dei Campioni si affrontavano le vincenti dei vari campionati, così come in detto torneo potevano confrontarsi le compagini che l’anno prima avevano conquistato la coppa nazionale, consentendo anche a squadre non di primissimo piano una ribalta internazionale, specie in paesi come l’Inghilterra, ad esempio, dove la FA Cup assume un prestigio anche superiore al titolo di campioni della prima divisione, tant’è che nel corso degli anni ’70 ben tre formazioni inglesi di seconda divisione – il Sunderland nel 1973, il Southampton nel 1976 ed il West Ham nel 1980 – conquistarono il trofeo sul verde terreno di Wembley a danno delle più blasonate Leeds, Manchester United ed Arsenal rispettivamente, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla rassegna europea l’anno successivo.

In Italia, come ben si sa, il valore della manifestazione non è certo pari al fascino di quella inglese, ma neppure della “Coupe de France” o della “Copa del Rey” spagnola, colpa anche di una formula che, per esigenze televisive, privilegia le grandi onde consentire loro di arrivare senza eccessivi sforzi alla parte conclusiva del torneo, per non parlare poi del fatto che la stessa è stata ripresa a pieno regime solo nel 1958, sua 11esima edizione quando, tanto per capirsi, viene disputata a Wembley la 77esima finale della Coppa d’Inghilterra.

E le sorprese, nel nostro panorama, sono alquanto limitate, tanto che solo due squadre possono vantare una storia molto particolare, la prima riguardante il Napoli che, a dispetto dei successi degli anni a venire, è l’unica formazione di Serie B a conquistare il trofeo nel 1962, sconfiggendo 2-1 in finale la Spal in un’edizione alquanto snobbata dalle grandi, con il Milan futuro campione d’Italia eliminato in casa dal Modena, così come l’Inter di Herrera da parte del Novara e la Juventus a cedere in semifinale, nettamente sconfitta per 4-1 dalla Spal.

Napoli che abbina la conquista della coppa alla promozione in Serie A, così che la sua partecipazione all’edizione 1962/63 della Coppa delle Coppe avviene comunque come formazione della massima divisione – tra l’altro con un cammino onorevole, arrendendosi ai quarti contro l’OFK Belgrado solo al termine dell’incontro di spareggio – cosa che, viceversa, non avviene per l’Atalanta, che è pertanto l’unica compagine italiana ad aver partecipato ad una competizione europea nel corso di una stagione disputata tra i cadetti.

Non è per i nerazzurri bergamaschi la loro prima esperienza in assoluto in Europa, dato che gli stessi si erano aggiudicati la Coppa Italia l’anno seguente all’impresa degli azzurri partenopei, superando per 3-1 in finale a Milano il Torino grazie ad una tripletta di Domenghini, venendo esclusi al primo turno del torneo 1963/64 dai portoghesi dello Sporting di Lisbona (tenete bene a mente questo nome) al termine di tre combattutissimi incontri che, dopo il successo interno dei lombardi per 2-0 e la riscossa dei lusitani per 3-1 al ritorno (all’epoca non esisteva la regola delle reti segnate in trasferta), vedono l’Atalanta soccombere solo ai tempi supplementari nello spareggio di Barcellona del 14 ottobre 1963 rispetto ad uno Sporting che, peraltro, conquista il trofeo superando in finale l’MTK Budapest, anche in questo caso ricorrendo alla ripetizione della gara, dopo il rocambolesco 3-3 con cui si conclude il primo incontro.

Devono trascorrere 24 anni perché l’Atalanta si trovi a disputare un’altra finale di Coppa Italia, e ciò avviene al termine della stagione 1986/87 in cui, per obiettività, i bergamaschi sono avvantaggiati dai sorteggi – all’epoca ancora integrali – che consentono loro di eliminare, in rapida successione, squadre non di primissimo piano quali la Casertana agli ottavi, il Parma ai quarti e la Cremonese nel “derby” lombardo in semifinale, per poi doversi ritrovare ad affrontare nella finale, da disputarsi con partite di andata e ritorno, il fantastico Napoli di Maradona, che giunge all’atto conclusivo con lo sbalorditivo record di aver vinto tutti ed undici gli incontri – i cinque del girone eliminatorio ed i sei delle doppie sfide di ottavi, quarti e semifinale – sin qui disputati, con un impressionate score di 28 reti realizzate a fronte di appena cinque subite.

Di fronte a tale corazzata, ben poca resistenza può opporre un’Atalanta oltretutto con il morale sotto i tacchi per la retrocessione in B maturata all’ultima giornata con la sconfitta esterna ad opera della Fiorentina, ma ciò nonostante l’undici di Sonetti non sfigura all’andata al San Paolo, capitolando solo al 67′ grazie da una rete di Renica, cui seguono i centri di Muro e Bagni per il 3-0 conclusivo, poi ribadito con il successo dei partenopei in terra lombarda con la rete di Giordano a 5′ dal termine che suggella un cammino insuperabile di tredici vittorie su altrettante gare di coppa disputate.

Ma, poiché con tale trofeo il Napoli realizza l’accoppiata scudetto/coppa, tocca all’Atalanta difendere i colori nazionali nella successiva edizione della Coppa delle Coppe, pur trovandosi anche nella necessità di riconquistare la massima serie in un torneo che vede ai nastri di partenza società blasonate del calibro di Bologna, Lazio, Lecce, Catanzaro, Bari, Brescia ed Udinese.

Si potrebbe pensare che la manifestazione internazionale rappresenti un fastidioso ostacolo rispetto alla – per certi versi – più importante missione della immediata risalita in A, ma in casa orobica la si pensa diversamente e, dopo un iniziale sorteggio favorevole che vede la “Dea” abbinata ai gallesi del Merthyr Tydfil, superati grazie al 2-0 al “Comunale” che ribalta l’1-2 dell’andata, già agli ottavi il cammino inizia a farsi più complicato, abbinata agli ostici greci dell’OFI Creta.

Le due gare sono in programma il 20 ottobre 1987 nell’isola greca, con il ritorno in Italia per il 5 novembre, e l’Atalanta le affronta tra la sesta e la nona giornata di andata di un torneo cadetto iniziato un po’ con il freno a mano tirato, con tre pareggi nelle prime giornate, cui hanno fatto seguito la sconfitta a Parma ed un convincente successo interno per 4-1 sulla Sambenedettese.

Prima della trasferta nell’Egeo, però, la squadra del nuovo tecnico Mondonico deve affrontare una difficile trasferta a Lecce, conclusa con un pari per 1-1 definito nei minuti finali (vantaggio ospite con Garlini, replica giallorossa di Panero), buon viatico in vista del match di andata di coppa, dove in un ambiente come di consueto ostile, i nerazzurri riescono a non perdere la testa, limitando i danni alla rete di Persias messa a segno dopo poco più di un quarto d’ora di gioco.

Sconfitta sicuramente rimediabile, ma con la “spada di Damocle” costituita da un’eventuale rete avversaria al ritorno, il che comporterebbe la necessità di realizzare almeno tre reti per accedere ai quarti di finale, appuntamento al quale i nerazzurri si preparano con un altro pareggio esterno ad Arezzo ed una franca vittoria interna per 2-0 sul Modena nel giorno di Ognissanti, ritrovandosi così al quinto posto in classifica con 9 punti, ad una sola lunghezza dal Padova che occupa la quarta piazza, ultima utile per la promozione in A.

L’ambiente è pertanto carico per la sera del 5 novembre, allorquando una rete di Nicolini a metà della prima frazione di gioco “annulla” il risultato dell’andata e, in una ripresa giocata con accortezza, è il bomber stagionale Oliviero Garlini – che chiuderà l’annata a 22 centri complessivi – a siglare il punto del 2-0 a poco più di un quarto d’ora dal termine, poi difeso senza eccessivi affanni da Piotti & Co. per il tripudio dei 15mila presenti ed appuntamento a marzo per i quarti di finale.

Fase successiva della manifestazione che offre ai bergamaschi l’occasione di “saldare un vecchio conto” quando dall’urna appare il nome dello Sporting Lisbona (ricordate lo spareggio dell’ottobre 1963?), con stavolta però la gara di andata da disputarsi in terra lombarda il 2 marzo 1988 ed il ritorno due settimane dopo nel vecchio “Estadio José Alvalade”, capace di contenere oltre 70mila spettatori.

Ma c’è tempo per pensarci, per quattro mesi Mondonico ed i suoi ragazzi devono concentrare le energie sul campionato cadetto, nel quale, liberi da impegni infrasettimanali, concludono il girone ascendente in seconda posizione con 24 punti, a tre lunghezze dalla capolista Bologna e con altrettante di vantaggio su di un terzetto composto da Lazio, Lecce e Catanzaro, che occupano la quinta piazza.

Le prime tre giornate del ritorno vedono l’Atalanta collezionare due pareggi esterni ed una vittoria tra le mura amiche che, se da una parte le consentono di ridurre a due punti il distacco dal Bologna, dall’altra mantengono le tre lunghezze di vantaggio su di un terzetto composto da Bari, Lazio e Cremonese ad occupare la terza posizione e, in vista del primo scontro con i lusitani, ben gradita è la sosta del torneo prevista per il 31 gennaio.

I dieci giorni di riposo permettono a Mondonico di presentare una formazione tirata a lucido per l’appuntamento internazionale, pur con la tegola di non poter schierare per infortunio il suo attaccante principe Garlini, circostanza che lo fa optare per uno schieramento più prudente, inserendo Ivano Bonetti all’ala sinistra, con Cantarutti centravanti e sfruttando la classe e l’esperienza dello svedese Glenn Stromberg.

Dopo un inizio di partita in cui i nerazzurri attendono gli avversari i quali, come d’uso nel calcio portoghese, mantengono il possesso della palla senza peraltro creare grandi occasioni da rete, la prima vera opportunità capita a Cantarutti che con una mezza girata di sinistro mira l’angolo alla sinistra di Rui Correia solo per esaltare i riflessi dell’estremo difensore, il quale deve però soccombere proprio in chiusura di tempo quando l’arbitro tedesco Kirschen assegna ai padroni di casa un calcio di rigore per intervento di mano sulla linea di Venancio a seguito di una convulsa azione in area, massima punizione che Nicolini si incarica di trasformare con la palla che si infila nell’angolino alla destra di Rui Correia, che pure ne aveva intuito la traiettoria.

Aver sbloccato il risultato proprio in chiusura di tempo è il massimo che l’Atalanta potesse aspettarsi, avendo la possibilità di controllare a suo piacimento le azioni nel corso di una ripresa in cui giganteggia Stromberg e con i portoghesi in grado di impensierire in una sola occasione Piotti grazie ad un colpo di testa di Silvinho – subentrato in avvio di secondo tempo allo spento Marlon – ben neutralizzato dall’estremo difensore orobico, sino a quando, a 10′ dal termine, una deviazione di testa a seguire dello svedese non consente a Cantarutti di sfruttare una indecisione di Venancio (davvero una serata da dimenticare per lui) e battere per la seconda volta Rui Correia, tra il tripudio dei 25mila spettatori nerazzurri in comprensibile delirio per il 2-0.

Vantaggio più che rassicurante, dato anche il fatto di aver mantenuto la rete inviolata, ma da non sottovalutare le capacità di riscossa dei biancoverdi al cospetto dei loro 55mila tifosi che assiepano le tribune del “José Alvalade” il successivo 16 marzo, nella speranza di una “remontada” non inusuale a quelle latitudini.

I nerazzurri, che nel frattempo superano 2-1 il Parma tra le mura amiche ed impattano a reti bianche a San Benedetto del Tronto – così mantenendosi in piena corsa per la promozione – si presentano però all’appuntamento più importante della loro storia ancora privi di Garlini e con l’aggiunta di dover fare a meno anche di Stromberg, un’assenza sulla carta forse ancor più determinante del loro cannoniere, il che induce Mondonico a rinforzare il centrocampo, lasciando al solo Cantarutti il compito di dar fastidio alla retroguardia dei padroni di casa.

La tattica del tecnico di Cremona dà i suoi frutti, impedendo agli attaccanti dello Sporting di creare vere e proprie azioni da rete, limitandosi a tiri dalla distanza alquanto velleitari e costringendo Piotti ad un solo intervento di una qual certa difficoltà, tant’è che lo 0-0 con cui le due squadre vanno al riposo rispecchia l’esatto andamento dell’incontro.

Come logico aspettarsi, nella ripresa, non avendo più nulla da perdere, i lusitani aumentano il ritmo delle loro azioni ed i palloni scaraventati nell’area nerazzurra iniziano a non contarsi più, sino a che l’attaccante olandese Peter Houtman raccoglie di testa uno spiovente da destra su calcio piazzato per disegnare una parabola beffarda che sorprende Piotti per il punto dell’1-0 alla metà esatta del secondo tempo.

Ci si attende venti e passa minuti di fuoco, così è in effetti, con la gara che vive una prima svolta importante quando il direttore di gara austriaco Brumnmeier ravvisa una carica da parte di Mario Jorge su Piotti in uscita su traversone da destra, rendendo inutile la deviazione in rete di testa a porta vuota, ancora di Houtman.

La mancata concessione della rete innervosisce i giocatori di casa, mentre i nerazzurri mantengono la calma e, con Nicolini, riescono a smarcare Cantarutti sulla sinistra, il quale, approfittando dello sbilanciamento della difesa biancoverde, ha gioco facile nel superare l’estremo difensore Damas, uscitogli incontro fuori dall’area, per depositare la sfera nella porta sguarnita per la rete che sancisce l’1-1 definitivo e l’approdo alle semifinali, massimo risultato ottenuto dalla “Dea” a livello internazionale nella sua ultracentenaria storia.

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La celebrazione dell’impresa con lo Sporting Lisbona – da vbtv.it

Con l’avvenuto “regolamento dei conti” a 24 anni di distanza con lo Sporting, l’Atalanta sfiora addirittura l’impresa di approdare in finale, venendo eliminata dai belgi del Malines – poi vincitori del trofeo, come avvenne nel 1964 con la formazione portoghese – dopo aver accarezzato il sogno nel match di ritorno quando, dopo l’1-2 dell’andata in terra belga, un penalty di Garlini in chiusura di tempo illude gli addirittura 40mila presenti sugli spalti, solo per vedere ribaltare il risultato nella ripresa grazie ai centri di Rutjes ed Emmers.

Poco male, comunque, poiché resta l’orgoglio di aver tenuto alto il buon nome del calcio nostrano pur essendo una squadra di seconda divisione, e, quel che più conta, aver fatto vivere ai propri tifosi una cavalcata esaltante in una stagione poi, fortunatamente, conclusa anche con la risalita in A, conquistata all’ultima giornata con il successo interno per 1-0 a spese del Messina, rete di Garlini, naturalmente…

MARIO CORSO, IL “PIEDE SINISTRO DI DIO”

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Mario Corso al tiro – da interfc.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Ricordate il fumetto delle avventure del mago piú famoso? Ebbene Lee Falk, l’ideatore, se avesse vissuto negli anni ’60 lo avrebbe associato all’uomo della famosa punizione della “foglia morta“. Il sinistro vellutato che carezzava la palla e la accompagnava con lo sguardo fino in fondo alla rete avversaria era per tutti i tifosi Mariolino Corso.

Mario Corso nasce il 25 agosto del 1941 a San Michele Extra, quartiere di Verona, durante il secondo conflitto mondiale, tra un bombardamento e l’altro. Un mancino, formidabile, dotato di tecnica sopraffina e accostato anche a Dio, in poche parole: un genio. Mario aveva un unico difetto, non un grande dinamismo in campo, che gli valse il soprannome affibbiatogli dal grande Gianni Brera: “participio passato del verbo correre” in virtù del suo cognome.

Gli esordi, da piccolo, lo vedono tra le fila dell’Azzurra Verona, società del rione San Giovanni in Valle, e subito si mette in mostra. Tanto che torna nella sua San Michele, all’Audace. Ma qualcuno nota che questo non amante podista ha dei numeri, e gli osservatori dell’Inter lo segnalano agli uomini mercato nerazzurri. Nel 1957 il grande salto: l’Inter acquista Claudio Guglielmoni, il giocatore di maggior talento, e ottiene nell’ambito dell’operazione anche Da Pozzo e il nostro Corso. Nelle casse dell’Audace finiscono 9 milioni di vecchie lire.

Per Mariolino il primo contratto da professionista: per giocare nell’Inter percepirà 70 mila lire al mese, una grande cifra per quei tempi. Quando era poco più che sedicenne, Bisogno, l’allenatore della Beneamata, lo porta in prima squadra e lo fa debuttare in nerazzurro nel 1958 in una gara di Coppa Italia contro il Como. I nerazzurri si impongono per 3-0, e “Mandrake” segna il gol del 2-0.

In serie A fa il suo esordio il 23 novembre, nel 5-1 casalingo contro la Sampdoria. Una settimana dopo a Bologna il suo primo gol in serie A. Ma in campo non ha una posizione fissa, gira, vaga per il campo e quando ha un’ispirazione delizia con i suoi lanci millimetrici, passaggi smarcanti, e perché no anche qualche gol. Il suo sinistro conquista il pubblico meneghino, tanto da essere simbolo di quella che diventerà la Grande Inter. Angelo Moratti e la moglie se lo coccolano, e gli perdonano ogni estro fuori e dentro il campo.

Difficile dare un ruolo al numero 11 nerazzurro. Era forte come un attaccante esterno, ma non lo era, era formidabile centrocampista di manovra, ma non lo era, non aveva doti per difendere a centrocampo, si metteva sul lato del campo per aspettare la palla, in posizione di ala, ma non lo era.

Arriva come allenatore l’uomo che fece grande la squadra di Moratti: Helenio Herrera. Semplicemente “Il Mago“. Uomo duro, spigoloso, e certamente un comandante per i suoi giocatori. Tutto passa da lui, tutti devono pendere dai suoi dettami… e da Mariolino. No, non chiedetegli di correre, gli altri devono farlo per lui, lui pensa a fare e far fare gol ai suoi podisti personali.

Ma due maghi all’Inter sono di troppo. Si racconta che Herrera mal sopportava la sua svogliatezza in campo, ma soprattutto il suo carisma nello spogliatoio e la più alta considerazione da parte dei Moratti. Allora ogni fine campionato lo metteva in cima alla lista dei cedibili. Puntualmente, come un orologio svizzero, ogni anno Moratti lo convinceva a tenerlo.

Il genio era il genio. Pensate che la signora Erminia, in un’intervista, confessò che non andava allo stadio solo per Corso, ma se lui giocava ci andava più volentieri, perché sicuramente si sarebbe divertita.

Il suo piede sinistro era un misto di bastone, uncino, pennello e stecca da biliardo. Non sapevi mai cosa potesse accadere quando la sfera di cuoio era ai suoi piedi. Il genio era nella scala del calcio, e poco importava se non aiutava nella fase difensiva. Il genio doveva divertire e divertirsi.

Mariolino lo faceva benissimo, era croce e delizia. Era unico in tutto. Visto così sembra come un pezzo pregiato messo tra l’argenteria di casa, invece Corso ha dato lustro ai suoi anni in nerazzurro, portando la squadra talvolta oltre le proprie possibilità. Si racconta che al Santiago Bernabeu, sotto una pioggia torrenziale, contro l’Indipendiente si carica la squadra sulle spalle e le permette di vincere la sua prima Coppa Intercontinentale con un gol nei tempi supplementari. Il suo gol con la famosa punizione a foglia morta segna la riscossa dell’Inter nella rimonta contro il Liverpool a San Siro.

Tra il 1963 e il 1971 vinse ben 4 scudetti, 2 coppe dei Campioni e 2 Intercontinentali. Giocò in maglia nerazzurra 15 stagioni collezionando 502 presenze e 94 gol. Con Suarez l’intesa era perfetta, ma quando il vecchio lascia l’Inter nel 70/71, ne diviene l’indiscusso regista sfornando una grandissima stagione sotto il profilo della qualità e della continuità. Risultato? Dietro al Milan di 7 punti, l’Inter rimonta e vince il suo 11mo scudetto. Il derby di quel finale di stagione lo vede protagonista. Segna il gol del vantaggio, tanto per cambiare su punizione, ma questa volta beffa Cudicini con un rasoterra sotto la barriere. Niente foglia morta. Quando si dice il genio. Poi contrariamente alle sue qualità vince un contrasto con Gianni Rivera e si invola verso la porta avversaria per il definitivo 2-0.

Ma come detto Corso non era amato da Herrera: una volta durante un pre-partita il “Mago” esorta la squadra ad una vittoria. La definisce: vittoria certa. Corso, con voce beffarda si inserisce e dice: “Mister, sentiamo magari come la pensano quelli dello spogliatoio accanto. I compagni di squadra scoppiano in una risata, Mazzola dirà che sotto sotto Herrera abbia accennato un sorriso.

La sua fama di mangia-allenatori trova conferma nelle voci che parlano della rivolta della squadra contro Heriberto Herrera. Culminata con l’esonero dell’argentino, e al suo posto Invernizzi. Era l’anno della rimonta sul Milan. Le due successive annate di Invernizzi non furono magiche, anzi a dir poco fallimentari. L’Inter subirà anche il cambio di proprietà. Angelo Moratti vende ad Ivanoe Fraizzoli, richiama sulla panchina Helenio Herrera. La lista delle cessioni vede al primo posto lui nuovamente. Ma Fraizzoli non è Moratti e accontenta il “Mago“.

Corso va al Genoa. Siamo nel 1973. Ma come nei fumetti di Mandrake, il funambolico Mariolino riesce ad avere l’ultima parola. Genoa-Inter a Marassi: risultato finale 1-1 ma Corso segna con un colpo di testa. La vendetta sul “Mago” lo vede vincitore.

L’anno seguente pone fine alla sua carriera, un grave infortunio lo costringe ad un’operazione alla tibia ed una lunga convalescenza. Ritorna in squadra dopo la rimozione della placca, ma a causa della ricomposizione imperfetta si spezzò di nuovo in allenamento. Il Genoa retrocede.

A livello di Nazionale colleziona 23 presenze e 4 gol ma non prenderà mai parte ad alcuna competizione mondiale e continentale. Il suo esordio in un amichevole contro l’Inghilterra nel 1961. Sconfitta per 3-2. Contro Israele, valida per le qualificazioni ai Mondiali del Cile 1962, con una doppietta mette a segno i suoi primi gol in azzurro. Viene escluso però per la spedizione ai Mondiali, a causa di un suo forte contrasto con il C.T. Giovanni Ferrari, a capo di una triade con Helenio Herrera e Paolo Mazza (presidente della Spal). Ritorna dopo la disfatta cilena in nazionale contro la Svizzera, segnando pure. Ma fu escluso anche dai Mondiali del 1966 e dall’Europeo del 1968.

Da allenatore dopo aver vinto lo scudetto con la “Primavera” del Napoli, guida il Lecce ed il Catanzaro. Viene richiamato all’Inter nel settore giovanile, e nel novembre del 1985 il presidente Ernesto Pellegrini esonera Castagner dalla prima squadra e la consegna a Corso. Il suo esordio è indimenticabile per gli amanti dei geni del calcio: Inter-Juventus 1-1. L’Inter passa in vantaggio con lo “Zio” Bergomi dopo un solo minuto. Al settimo del secondo tempo la Juventus pareggia: rigore calciato da Platini, Zenga riesce ad intercettarlo con la gamba… la palla si impenna… e ricade sulla testa del fuoriclasse bianconero per il pareggio.

I giornali il giorno seguente misero in risalto, non tanto il risultato ed i complimenti a Corso per come aveva giocato l’Inter, ma si sprecarono i paragoni fra Corso e Platini in quanto ad inventiva. Quella stagione l’Inter si classificò al sesto posto ed ottenne una qualificazione alla Coppa Uefa. Corso lascia e va al Mantova a vincere il campionato di Serie C2. L’anno seguente i lombardi terminano la stagione al sesto posto. Nel 1988/89 viene chiamato a Barletta in B dove centra la salvezza.

Ultima panchina nel 1991/92 dove in coppia con Nils Liedholm subentra a Fascetti nel Verona non riuscendo a centrare la salvezza.

Siamo stati sconfitti dal piede sinistro di Dio“: Mandi Gyula (C.T.Israele).

VITTORIO POZZO, IL GIORNALISTA CAMPIONE DEL MONDO

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Vittorio Pozzo con l’Italia campione del mondo 1938 – da italianfootballdaily.com

Articolo di Giovanni Manenti

Immaginate ad inizio nuovo millennio, dopo le dimissioni di Zoff a seguito delle polemiche seguite al secondo posto dell’Italia agli Europei in Olanda, che la FIGC avesse dato l’incarico ad uno dei migliori giornalisti dell’epoca – cito, a solo mo’ d’esempio, ad un Gianni Mura, piuttosto che ad un Marino Bartoletti od un Roberto Beccantini – e che questi, non solo avesse accettato, ma addirittura senza neppure pretendere di essere ricompensato per la mansione svolta!

Roba da non credere, vero, ed invece, una settantina di anni prima, un evento del genere si verifica, ed il bello è che colui che prende in mano le redini della Nazionale – il giornalista de “La Stampa” Vittorio Pozzo – non solo diviene un caso più unico che raro nella oltre centenaria storia pallonara, semplicemente è tuttora l’allenatore più vincente, potendo vantare al suo attivo ben due Coppe Rimet consecutive, nel 1934 in Italia e quattro anni dopo in Francia.

La domanda che sorge spontanea è come ciò sia potuto avvenire, e, nel dare una risposta, dobbiamo risalire al periodo in questione ed a come veniva vissuto e gestito all’epoca uno sport per certi versi ancora a livelli pionieristici, dove era sufficiente una grande passione e, soprattutto, dove la disponibilità ad acculturarsi, apprendere e migliorare le tecniche e tattiche di gioco poteva risultare un’arma vincente, come poi in effetti si è rivelato.

Pozzo nasce a Torino agli albori del mese di marzo 1886 da famiglia agiata (il padre è un imprenditore edile trasferitasi da Biella nel capoluogo piemontese per costruirvi un palazzo vicino a Porta Susa), una condizione che permette al giovane Vittorio di dedicarsi con profitto agli studi non meno che all’attività sportiva, arrivando a praticare,  oltre che il tamburello, anche atletica leggera e financo il calcio in Piazza d’Armi, dove nel 1933 verrà inaugurato lo Stadio Municipale “Benito Mussolini”, poi divenuto nel dopoguerra lo “Stadio Comunale”.

Dotato di fervida intelligenza e facilità di apprendimento, Pozzo lascia ben presto l’atletica leggera per dedicarsi al calcio, ancora agli albori nel nostro paese e, grazie agli studi di lingue (alla fine riuscirà a parlarne, più o meno correntemente, addirittura nove) ed alle possibilità di effettuare viaggi all’estero, specie in Inghilterra, la “madre del football”, se ne appassiona al punto da farne una ragione di vita, sia dal punto di vista tecnico – giocherà per un anno nella squadra riserve del Grasshoppers Zurigo per poi militare per cinque stagioni nel Torino, di cui era stato uno dei soci fondatori nel 1906 – che da quello tattico, acquisendo appunti, notizie e visionando allenamenti e giocatori tanto da crearsi un personale, fornitissimo archivio.

Ed è a questo giovane di appena 26 anni, che ha nel frattempo ultimato gli studi, che la Federazione affida l’incarico di guidare la Nazionale olimpica ai Giochi di Stoccolma 1912, a soli due anni dall’esordio degli azzurri contro la Francia, cavandosela onorevolmente, con la sconfitta solo ai tempi supplementari contro la Finlandia, per poi assumere, al ritorno in patria, la veste di direttore tecnico del Torino, che concilia con il lavoro (quello vero) ottenuto alla “Pirelli” e la collaborazione già intrapresa con il quotidiano torinese “La Stampa”, ma eventi di natura extra sportiva stanno per cambiare radicalmente il pensiero ed il modo di affrontare la vita di Pozzo.

Difatti, all’entrata in guerra dell’Italia nel primo evento bellico mondiale, si arruola come tenente nel corpo degli alpini ed una tale esperienza lo segna in modo profondo, accrescendo in sé lo spirito patriottico e rafforzando la morale austera del sacrificio, da un lato, ed apprendendo l’importanza del cameratismo e della solidarietà tra gli uomini, dall’altro, tutte qualità che metterà poi a frutto nel successivo incarico di Commissario Tecnico.

Nella ricostruzione postbellica, l’Italia calcistica, che era uscita ai quarti di finale alle Olimpiadi di Anversa 1920, si riorganizza e punta ancora sull’adesso più esperto Pozzo per guidare la selezione olimpica ai Giochi di Parigi del 1924, conclusi con l’eliminazione ai quarti da parte della Svizzera in una edizione dove per la prima volta l’Europa può ammirare le gesta dei “maestri” uruguagi dell’epoca, ma questa è un’altra storia.

Ancora una volta, al rientro in patria, Pozzo rassegna le dimissioni, cui poco tempo dopo fa seguito la perdita della moglie per malattia, dedicandosi al calcio esclusivamente come attento cronista, ma quando, con l’avvento del regime fascista, la Nazionale inizia ad avere una propria collocazione a livello internazionale, culminata con il bronzo olimpico ai Giochi di Amsterdam 1928 dopo aver opposto fiera resistenza in semifinale ai campioni della “celeste” che di lì a due anni diverranno i primi campioni del mondo, ecco che i gerarchi intuiscono come il calcio (la parola “Football” viene abolita, al pari di tutte le altre straniere  in nome della purezza della lingua italiana) possa divenire utile mezzo di propaganda ed, in particolare, ne è convinto Leandro Arpinati, già vice segretario del PNF e podestà di Bologna, ed attuale Presidente della Federcalcio, che decide di affidare a Vittorio Pozzo l’incarico di Commissario Tecnico in sostituzione di Carlo Carcano che, dal canto suo, si avvia a conquistare allori con il primo ciclo vincente della Juventus.

Questa scelta verrà fatta pesare in futuro a Pozzo per presunte sue simpatie verso il regime fascista, ma se è pur vero che mai ebbe a dichiararsi antifascista, d’altro canto seppe sempre tenere alla larga i suoi ragazzi dalle ingerenze esterne, in nome della sua sempre pretesa – ed altrettanto ottenuta – autonomia decisionale in materia di convocazioni.

La decisione assunta da Arpinati dà immediatamente i suoi frutti con il primo successo a livello continentale degli azzurri nell’edizione inaugurale della Coppa Internazionale che, all’epoca, stante l’isolazionismo dei paesi britannici, equivaleva ad un vero e proprio campionato europeo, dato che vi partecipavano Italia, Austria, Cecoslovacchia, Svizzera ed Ungheria che si sfidavano in un “girone all’italiana” con partite di andata e ritorno.

Quando Pozzo assume la guida della Nazionale, agli azzurri – che hanno subito due sconfitte contro l’Austria – resta da giocare la sola ultima gara a Budapest contro l’Ungheria e non hanno altra alternativa che la vittoria per la conquista del trofeo e, nel viaggio verso la capitale magiara, il neo Commissario Tecnico sviluppa quella che sarà una sua dote peculiare, vale a dire il far leva sul patriottismo e l’attaccamento alla maglia, portando i convocati a visitare i teatri di battaglia della prima guerra mondiale, con il risultato di ottenere una squillante vittoria esterna per 5-0 con tripletta del “balilla” Meazza.

E’ quello un periodo in cui – non meno che ai giorni nostri – si disquisisce anche di tattica, solo che rispetto ai 4-4-2, 4-3-3, 4-3-2-1 e via dicendo odierni, la dialettica, ben più ampollosa, dato lo stile dell’epoca, ma non per questo meno polemica e convinta, si svolge sulle pagine di giornali e riviste, essendo lungi da venire i dibattiti ed i “talk show” televisivi, ed ha per tema l’applicazione del “Metodo”, tanto caro sia a Pozzo che al suo amico/rivale Hugo Meisl, CT austriaco, in rapporto al “Sistema” (detto anche WM) ideato dal celebre allenatore inglese Herbert Chapman.

Pozzo, che pur ben difficilmente recedeva dalle sue convinzioni, non è però contrario alle innovazioni, tanto da tornare in Inghilterra per studiare il modulo messo in atto dal tecnico dell’Arsenal, restandone ammirato anche se rimanendo fedele alla propria impostazione tattica, in buona parte poiché la ritiene più congeniale – ed i fatti dovevano dargli ragione – agli uomini a sua disposizione, in particolare gli interni Giuseppe Meazza e Giovanni Ferrari, non a caso, gli unici ad essere confermati nello schieramento che vince le due consecutive Coppe Rimet.

Con una impostazione che prevede al centro della manovra il cosiddetto “centromediano metodista”, Pozzo per la salvaguardia del gruppo rinuncia per i Mondiali 1934 al miglior talento in circolazione nel ruolo, vale a dire Fulvio Bernardini, che pure era stato selezionato per la Coppa Internazionale, e, dimostrando una volta di più di credere nel fine ultimo della vittoria, non si fa scrupoli nel farsi affiancare da Carlo Carcano (di cui aveva preso il posto) come assistente, visto che l’asse portante dei ventidue che partecipano alla manifestazione è costituito dai giocatori della Juventus che da quattro anni consecutivi sono Campioni d’Italia.

Ovviamente, il campionato mondiale è visto dal regime come un mezzo straordinario di propaganda e, pur di vincerlo, si trascura anche il fatto che Pozzo faccia utilizzo di “oriundi”gli italo/argentini Luisito Monti, Enrique Guaita e Raimundo Orsi – per la cui convocazione riceve comunque alcune critiche che il Commissario Tecnico rispedisce al mittente uscendosene, in riferimento al fatto che avevano prestato servizio militare nel nostro paese, con un “se possono morire per l’Italia, possono anche giocare per l’Italia!“.

Ed, ancora una volta è l’unità del gruppo la chiave vincente, simboleggiata nel ritiro premondiale dalla decisione di Pozzo di assegnare a Schiavio come compagno di camera proprio Monti che gli aveva spaccato una gamba in una gara di campionato, affinché non ci siano rivalità o dissidi tra i componenti la rosa che doveva tenere alto il nome dell’Italia, così come celebri sono i suoi “sermoni” pre-partita (non si sa quanto graditi ai citati oriundi, ma loro portavano in dono alla causa il loro indiscusso talento) improntati allo spirito patriottico ricordando loro la battaglia del Piave.

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Vittorio Pozzo in trionfo nel 1934 – da gazzetta.it

Cose che al giorno d’oggi strappano più di un sorriso, ma che nel contesto storico del periodo hanno un loro valore, e che si tramutano in una miscela vincente sia in occasione della vittoria nel Mondiale del 1934 – con qualche “ombra” su presunti favori arbitrali, specie avendo riguardo alla semifinale contro l’Austria – che nel successivo trionfo quattro anni dopo in Francia, dove, al contrario, gli azzurri devono avere a che fare con un clima a loro ostile – siamo, purtroppo, alla vigilia della seconda guerra mondiale – che l’undici di Pozzo riesce a trasformare in apoteosi per la bellezza e fluidità del proprio gioco, avendo anche avuto modo, nel frattempo, di aggiudicarsi una seconda Coppa Internazionale nel 1935 e di portare sul gradino più alto del podio olimpico una selezione di giovani universitari ai Giochi di Berlino 1936.

Lo scoppio del secondo evento bellico, con la conseguente abolizione di tutte le manifestazioni internazionali, impedisce di conoscere quale potrebbe essere stato il futuro di quella straordinaria “generazione di fenomeni” (un nome per tutti, il centravanti Silvio Piola, appena 25enne nel 1938 e che continuerà a giocare sino a 50 anni!), mentre è certa la sorte che tocca a Vittorio Pozzo nell’immediato dopoguerra.

Visto come un “uomo di regime”, Pozzo è osteggiato dal “nuovo corso”, ma la sua posizione di tecnico vincente lo rende, almeno inizialmente, immune da epurazioni di sorta, pronto però a scagliarsi contro di lui ai primi eventi negativi, quali le pesanti sconfitte in amichevole a Vienna (1-5 il 9 novembre 1947) e a Torino contro l’Inghilterra (0-4 il 16 maggio 1948 nonostante la presenza in formazione di sette componenti del “Grande Torino“), per poi concludersi là dove tutto era cominciato, vale a dire alle prime Olimpiadi del dopoguerra, a Londra 1948, dove gli azzurri, dopo aver agevolmente superato gli Stati Uniti, soccombono per 5-3 ai quarti di finale contro una Danimarca in cui furoreggiano Pilmark, Karl e John Hansen e Praest, i quali saranno ben presto protagonisti nel nostro campionato.

In Pozzo non verrà mai meno l’amarezza di quell’addio, ribadito con forza nelle sue pungenti parole… “le batterie riaprirono il fuoco dopo Torino (sconfitta contro l’Inghilterra, ndr), con veemenza, con astio, in tutti i modi possibili, ed in me non fece che ribadirsi il proposito di andarmene per i miei privati affari!”.

Resta l’attività di giornalista, che Pozzo prosegue con continuità sino a tarda età, sempre più amareggiato ed offeso per come il “suo” mondo lo avesse isolato, trasformandolo nell’ingombrante residuo di un’epoca da dimenticare, ricordandosi di lui solo nella tragica circostanza in cui viene chiamato per l’ingrato compito di identificare i resti degli sfortunati giocatori del “Grande Torino” periti nella sciagura di Superga.

Valga, a beneficio di ognuno, il ricordo che di Vittorio Pozzo ha fatto Gian Paolo Ormezzano, definendolo come “colui che era riuscito a gestire la Nazionale, che pure il regime voleva usare come strumento di propaganda, tenendola abbastanza lontano dalle pressioni e dalle tresche dei gerarchi. Non fu antifascista, né mai pretese di esserlo, ma non fu nemmeno banditore troppo strumentalizzato da parte del potere, e forse quello fu l’unico modo per evitare che la sua squadra diventasse la Nazionale di Mussolini”.

Con quel costume tipicamente italico, dopo che la sua scomparsa, avvenuta a dicembre 1968 all’età di 82 anni, era passata quasi inosservata, tanto da non intitolargli neppure, nel 1990, il nuovo stadio di Torino – il “Delle Alpi”, per intendersi – la figura di Vittorio Pozzo viene rivalutata postuma, con il “Riconoscimento alla memoria” quando viene inserito, a pieno diritto, nella “Hall of Fame del calcio italiano” istituita nel 2011 su iniziativa della FIGC e della fondazione “Museo del Calcio di Coverciano”, mentre dal 2016 i suoi cimeli sono esposti a Ponderano – paese di origine della famiglia ed in cui riposano le sue spoglie – in un museo a lui dedicato.

E’ proprio vero, secondo un vecchio assioma di Enzo Biagi, che “gli italiani perdonano tutto, tranne il successo!”.

IL DISASTRO AEREO DI MONACO 1958, L’UNICA SFIDA PERSA DA DUNCAN EDWARDS

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Duncan Edwards – da 101greatgoals.com

articolo di Giovanni Manenti

Di sicuro non poteva arrendersi senza almeno averci provato, a vincere la più ardua delle tante battaglie disputate sui campi da gioco, quella in cui era in ballo la sua vita, ma nonostante la forte fibra, la volontà e la tenacia nel non voler mollare, ha dovuto inchinarsi, dopo 15 giorni di terribile agonia presso l’Ospedale di Monaco di Baviera, e, il 21 febbraio 1958, andare a fare compagnia agli altri sette suoi sfortunati compagni periti sul colpo nel disastro aereo di Monaco.

Stiamo parlando di Duncan Edwards, poco più che 21enne all’epoca della tragedia – era nato, difatti, ad inizio ottobre 1936 a Dudley, nella contea di Worcester – ma già affermatosi a livello nazionale ed internazionale come uno dei più forti mediani mai prodotti dal football d’oltre Manica, cresciuto nell’Academy del Manchester United per andare a formare il celebre gruppo dei “Busby Babes” che l’allenatore Matt Busby stava conducendo alla gloria europea, suo grande obiettivo da sempre …

E che Edwards fosse un predestinato, lo dimostra il debutto in prima squadra nell’aprile 1953 a 17 anni non ancora compiuti, stagione in cui conquista, con la formazione giovanile, la “FA Youth Cup“, per poi divenire titolare dal torneo successivo, in un susseguirsi di crescita esponenziale sua, e dei “Red Devils” di conseguenza.

La paziente opera di assemblaggio di una formazione vincente compiuta da Busby dà i suoi frutti e, dopo un quarto ed un quinto posto nella First Division 1954 e 1955, i suoi ragazzi dominano il campionato 1956, vinto con 60 punti (ben undici di vantaggio sul Blackpool, secondo classificato), grazie alla straordinaria vena realizzativa del duo formato da Tommy Taylor e Denis Viollet, autori di 45 reti in due, alle cui spalle dà manforte in mediana Edwards, che conclude la stagione con 33 presenze e tre reti, avendo dovuto saltare due mesi per una terribile influenza.

La conquista del titolo di campione d’Inghilterra – appena il quarto all’epoca per il Manchester United – consente ai “Red Devils” di partecipare alla neonata Coppa dei Campioni, la cui prima edizione è vinta dal Real Madrid di Di Stefano & Co., ed il tecnico Busby, dimostrando una lungimiranza insolita per il calcio britannico, spocchiosamente ancora chiuso in quell’aurea di superiorità per niente scalfita dalle deludenti esperienza della nazionale ai Mondiali del 1950 in Brasile e del 1954 in Svizzera, intuisce come tale competizione sia un ideale trampolino di lancio per far acquistare esperienza ai propri ragazzi ed acquisire fama internazionale al club.

E’ così che, per la successiva stagione, il tecnico inserisce in pianta stabile nell’undici titolare l’interno Liam Whelan, il quale fornisce un contributo forse inaspettato al cammino del Manchester United, mettendo a segno ben 26 reti (contro le 22 di Tommy Taylor e le 16 di Viollet) nel bis del titolo, con ben 64 punti conquistati, durante un torneo in cui fa il suo esordio in prima squadra un altro futuro campione, vale a dire l’allora 19enne Bobby Charlton, che aveva conquistato per tre anni consecutivi la “FA Youth Cup” (nel 1954 e nel 1955 ancora con l’apporto di Edwards, nonostante facesse già parte della prima squadra).

Ma il successo in campionato è solo uno degli obiettivi stagionali dello United, il quale raggiunge anche la finale di FA Cup solo per essere sconfitto 1-2 dall’Aston Villa, ben figurando altresì nella prima esperienza in Coppa Campioni, dove i “Busby Babesraggiungono la semifinale del torneo dopo aver eliminato nei quarti di finale, al termine di due autentiche battaglie, gli spagnoli dell’Athletic Bilbao (3-5 al San Mamès dopo essere stati sotto 0-3 all’intervallo, ribaltato con il 3-0 all’Old Trafford, grazie ad una rete di Berry a 5′ dal termine), per vedersi abbinati ai detentori del trofeo, i “Blancos” del Real Madrid.

Il banco di prova contro l’elite del calcio europeo – con un attacco che schierava il mortifero trio composto da Kopa, Di Stefano e Gento – vede il Manchester sconfitto, ma non umiliato, perdendo 1-3 al Santiago Bernabeu dopo aver chiuso sullo 0-0 il primo tempo, e rimediando con orgoglio un pareggio al ritorno per 2-2 (reti di Taylor e Charlton), dopo essere andati al riposo sotto di due reti.

Ed Edwards, che ha saltato solo una delle otto partite di Coppa Campioni, chiudendo la stagione con 48 presenze complessive e sei reti al proprio conto, è il più determinato a convincere Busby che la strada è quella giusta e che si può tentare l’impresa l’anno successivo, mettendo a frutto il bagaglio di esperienza acquisito in questa prima uscita ed avendo la squadra, oramai, una sua connotazione ben precisa.

Tra l’altro, è anche la stagione che porta ai campionati mondiali in programma in Svezia ad inizio giugno 1958, e la nazionale inglese, di cui fanno parte in pianta stabile i tre “United” Roger Byrne, Tommy Taylor ed, appunto, Duncan Edwards – il quale aveva esordito il 2 aprile 1955 a 18 anni e 183 giorni, un record nel dopoguerra superato solo da Michael Owen nel 1998 – si presenta con ottime credenziali dopo aver vinto a suon di reti il girone di qualificazione contro Danimarca ed Eire, con Edwards sempre presente.

A soli 21 anni, iniziare una stagione con così tanti obiettivi – un possibile tris in campionato, la ricerca della gloria europea e la speranza di ben figurare nel suo primo Mondiale – deve aver rappresentato il massimo per Edwards, che, difatti, nel pieno della sua potenzialità atletica non salta neppure una gara di campionato, così come nei primi due turni di FA Cup (in cui il Manchester dispone per 3-1 del Workington e per 2-0 dell’Ipswich), mancando solo la formalità del ritorno nel primo turno di Coppa dei Campioni contro gli irlandesi dello Shamrock Rovers, umiliati per 6-0 all’andata.

Con Edwards in forma mondiale e Tommy Taylor e Viollet ad andare regolarmente a segno con 16 reti a testa ad inizio febbraio, il Manchester United si presenza alla fase cruciale della stagione ancora in lizza per tutti e tre gli obiettivi, con 36 punti dopo 28 turni di campionato, pur distanziato di sei lunghezze dalla capolista Wolverhampton – che deve però affrontare ad Old Trafford alla penultima giornata –, qualificato al quinto turno di FA Cup, il cui sorteggio ha previsto per il 15 febbraio il match interno contro lo Sheffield Wednesday, e, cosa più importante, ancora in grado di competere in Coppa dei Campioni, dove si è qualificato per i quarti di finale dopo aver eliminato i cecoslovacchi del Dukla Praga.

L’abbinamento dei quarti pone al Manchester come avversario un cliente per nulla facile quale gli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado, eliminati l’anno prima in semifinale dalla Fiorentina del dottor Fulvio Bernardini, e che possono vantare nelle proprie file assi del calibro del portiere Beara e degli attaccanti Kostic e Sekularac.

Che la qualificazione alle semifinali non sia per niente agevole, i “Busby Babes” se ne rendono conto nell’andata disputata il 14 gennaio ad Old Trafford, con gli ospiti a condurre grazie ad una rete di Tasic poco oltre la mezz’ora e rimontati nella ripresa dalle reti di Charlton e Colman per un 2-1 conclusivo poco rassicurante in vista del ritorno, in programma mercoledì 5 febbraio 1958 a Belgrado.

Appuntamento al quale, peraltro, il Manchester United si presenta in eccellenti condizioni, forte dei successi in campionato per 7-2 contro il Bolton tra le mura amiche, e per aver risolto a proprio favore la “battaglia di Highbury” contro l’Arsenal dell’1 febbraio, vinta per 5-4 – ed in cui vanno a segno Taylor (2), Charlton, Viollet ed anche proprio Edwards per il suo sesto centro in 36 presenze e che sarà, purtroppo, anche l’ultimo – e che tiene ancora vive le speranze per un terzo titolo consecutivo.

Rinfrancati nel morale, i giocatori del Manchester United scendono in campo a Belgrado decisi a dar battaglia e, pronti via, Viollet mette a segno dopo appena 2′ di gioco il punto del vantaggio, che Charlton capitalizza con una doppietta a cavallo della mezz’ora che ammutolisce gli oltre 50.000 presenti sugli spalti e manda i “Red Devils” negli spogliatori con un rassicurante vantaggio di tre reti.

Vantaggio oltremodo necessario, poiché nel secondo tempo la Stella Rossa prova a ribaltare le sorti dell’incontro, riuscendovi solo in parte con le reti di Kostic alla prima azione della ripresa e di Tasic su rigore prima dello scoccare del 10′, riscaldando gli animi in tribuna ed in campo, ma il Manchester dimostra di aver acquisito la mentalità necessaria per tener botta, concedendo agli avversari solo il punto del pari a 2′ dal termine, ancora con Kostic.

Raggiunta la semifinale di Coppa Campioni per il secondo anno consecutivo, Matt Busby si coccola i suoi ragazzi di cui può andare orgoglioso, pensando a quale potrà essere il prossimo avversario (all’epoca le gare di Coppa si svolgevano in date sfalsate), con la speranza di evitare nuovamente il Real Madrid, che il 23 gennaio, al Santiago Bernabeu, aveva seppellito sotto una marea di reti (8-0) i malcapitati connazionali del Siviglia, nel mentre l’aereo che sta riportando la squadra in patria fa scalo tecnico a Monaco di Baviera.

Le condizioni meteo sono precarie, nevica e vi è anche una scarsa visibilità ed, al momento di ripartire, per due volte i piloti falliscono il decollo, cosa che fa presagire il pernottamento in Germania prima di riprendere il volo all’indomani, tant’è che Duncan Edwards telegrafa alla fidanzata il seguente messaggio… “Tutti i voli cancellati, partiamo domani, Duncan…“.

Ma il comandante James Thain, preoccupato per il mancato rispetto del piano di volo, rifiuta una simile alternativa, tentando un terzo decollo che si rivela fatale, come aveva drammaticamente previsto una delle vittime, Liam “Billy” Whelan, che viene udito pronunciare la frasestiamo andando a morire, bene, io sono pronto“.

La neve, difatti, aveva provocato uno strato di ghiaccio e fanghiglia sulla pista che compromette le operazioni di partenza, con l’aereo che non riesce a prendere quota, sbandando lungo il tragitto ed andando a schiantarsi contro una casa nelle zone limitrofe all’aeroporto.

Le conseguenze sono devastanti, dei 44 occupanti, 20 muoiono sul colpo tra cu sette componenti della rosa del Manchester (Bent, Byrne, Colman, Jones, Pegg, Taylor e Whelan), mentre altri vengono ricoverati in ospedale, compreso il tecnico Busby e Duncan Edwards, le cui condizioni appaiono disperate.

Con fratture multiple alle gambe ed alle costole ed i reni seriamente danneggiati, i medici del “Rechts der Isar Hospital” di Monaco di Baviera non disperano comunque di salvarlo, contando sulla giovane età e la forte fibra del ragazzo, applicandogli un rene artificiale, che però ne riduce la coagulazione del sangue, generando delle emorragie interne.

Ancora cosciente, Edwards chiede al vice allenatore Jimmy Murphy… “quando è prevista la gara con il Wolverhampton? (penultima di campionato, ndr) Non voglio assolutamente mancare!“, a testimonianza della forza di volontà nel non volersi arrendere ad un destino avverso che, viceversa, aveva già scritto per lui la data della mattina del 21 febbraio 1958 quale suo ultimo giorno nel “grande libro della vita“.

Nessuno potrà mai sapere quali risultati avrebbe potuto ottenere nel prosieguo della carriera Edwards, che ad appena 21 anni contava già 177 presenze nel club e 18 “caps” con la nazionale, così come quali traguardi avrebbe potuto raggiungere quella grandiosa formazione, da due anni campione d’Inghilterra, mentre il fato risparmia Busby dopo due mesi di lotta tra la vita e la morte, lui che dichiara che “avrebbe voluto seguire i suoi ragazzi in cielo…“, probabilmente per consentirgli di realizzare il sogno di portare il Manchester United ad essere la prima squadra inglese a conquistare la Coppa dei Campioni. Proprio nel decennale del tragico evento, nel 1968, e, mentre uno degli scampati alla sciagura, Bobby Charlton, poneva il sigillo con una personale doppietta alla vittoria per 4-1 nella finale contro il Benfica, Busby poteva alzare gli occhi nel cielo di Londra ed immaginare le espressioni sorridenti di Duncan, Geoff (Bent), Roger (Byrne), Eddie (Colman), Mark (Jones), David (Pegg), Tommy (Taylor) e Liam (Whelan) nel fare festa insieme a lui ed alla seconda generazione di “Busby Babes“.

PADRE BAZURCO, IL PRETE CHE FECE PIANGERE I CAMPIONI DELL’ESTUDIANTES

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Il gol di Bazurco contro l’Estudiantes – da calciosudamericano.it

articolo di Massimo Bencivenga

Il 1968 è universalmente indicato come l’anno della contestazione, l’anno della rivolte nelle scuole e nelle università, con i giovani di tutto il mondo desiderosi e smaniosi di cambiare in meglio il mondo.

Nel mondo del calcio sudamericano, il 1968 sarà ricordato come l’anno dell’ascesa dell’Estudiantes, squadra fondata nel 1905 da alcuni studenti. Bene, questa squadra fu la prima a vincere ben tre volte consecutivamente la Coppa Libertadores. In realtà nessun’altra compagine è riuscita nell’impresa, eccezion fatta per l’Indipendiente, che fece un poker.

Giocava così bene, questo Estudiantes? Erano temibili, quasi nessuno voleva giocare contro di loro, ma non per motivi tecnici. L’Estudiantes di quegli anni era una squadra di macellai, di picchiatori senza pietà, nonostante alcuni di loro, come Carlos Bilardo e Raul Madero, stessero studiando medicina, con una sola eccezione: Juan Ramon Veron, detto “La Bruja“, la strega. Era il papà del Juan Veron che ha giocato nella Sampdoria, nella Lazio e nell’Inter.

Bilardo e compagni, con le cattive più che con le buone, difendevano ciò che Veron creava. Era comunque la squadra che, sempre nel 1968, riuscì a vincere la Coppa Intercontinentale avendo la meglio sul Manchester United di Bobby Charlton e del Quinto Beatles George Best.

Contro una simile orda di demoni, guidati da una “strega“, l’unica cosa che può aiutare è il ricorso all’Acqua Santa, a un esorcista. O a un prete. E agli uffici di un prete ricorse il Barcelona Guayaquil, quando, il 29 aprile del 1971, riuscì a battere, nel catino ribollente di Mar de la Plata, i tre volte campioni dell’Estudiantes.

Giocava un prete nel Barcelona, e questi, assistito in un fulminante contropiede da Alberto Spencer, scagliò la sfera alle spalle di Bambi Flores, segnando il gol decisivo. L’Estudiantes non aveva ancora perso in quella edizione della Libertadores, e il gol ammutolì i trentamila del Jorge Luis Hirschi, mentre i radiocronisti ecuadoregni di Radio Atalaya impazzirono di gioia, e dissero: “El toque magistral vuelve inútil la salida del arquero Flores. Benditos sean los botines del padre Bazurco“. Benedetti siano gli scarpini di padre Bazurco.

Ma chi era questo prete-goleador?

Si chiamava Juan Manuel Bazurco, e non era ecuadoregno, bensì spagnolo, basco a voler essere più precisi e nazionalisti. Entrato in seminario, Bazurco si faceva largo anche nelle aree di rigore delle serie minori spagnole, sia pure ruvido tecnicamente, era forte fisicamente e coraggioso.

Nel 1969 fu mandato in Ecuador per parlare di Gesù, ma subito trovò una squadra, nella quale, complice anche la singolarità di avere per centravanti un sacerdote, si mise così in luce da meritarsi le attenzioni del Barcelona Guayaquil, che però, vista la distanza dalla parrocchia, spesso e volentieri dovette fare a meno dei suoi servigi, in quanto non sempre era possibile conciliare l’omelia con la tenzone agonistica.

Non giocò molto, ma quella sera, contro i macellai argentini, Bazurco c’era ed eccome.

La vittoria in terra argentina assunse subito i connotati dell’impresa e del mito, al punto che don Ricardo Chacón, giornalista di punta di El Universo, non trovò di meglio da dire che: “Passeranno molti anni. L’uomo arriverà non solo sulla Luna, ma anche su altri pianeti e in altri sistemi solari, però i tifosi ecuadoriani si ricorderanno sempre della notte in cui il Barcelona sconfisse l’Estudiantes“.

In tutta onestà non so se il Barcelona abbia mai più sconfitto gli argentini dell’Estudiantes, in casa o meno. Ne dubito, e ciò non fa che accrescere il fascino di una partita e un’impresa che pare uscita dalla fantasia e dalla penna di un Osvaldo Soriano o un Eduardo Galeano.

Invece è tutto vero.

E accadde a Mar de La Plata il 29 aprile del 1971.