IL GORNIK ZABRZE E LA COPPA DELLE COPPE SFIORATA NEL 1970

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Il Gornik festeggia la conquista della Coppa polacca nel ’68 – da roosevelta81.pl

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’70, nel panorama del Calcio mondiale irrompe la Polonia, capace di far suo il titolo olimpico ai Giochi di Monaco ’72 e, due anni dopo, di strabiliare in occasione dei Campionati Mondiali svoltisi ancora in Germania, conquistando un brillante terzo posto dopo aver eliminato l’Inghilterra nel girone di qualificazione e l’Italia nel gruppo eliminatorio, gli addetti ai lavori vanno, come di consueto, alla scoperta di questo “Nuovo Mondo” per ricercarne le radici.

E se, rispetto ad una tendenza tipica delle Nazioni dell’Est Europa, la Polonia non si affida al blocco di un solo Club – come era avvenuto per l’Ungheria del ’54 con la Honved e per la Cecoslovacchia del ’62 con il Dukla Praga e, negli anni a seguire, sarebbe successo per la stessa Unione Sovietica con la Dynamo Kiev – in quanto le sue stelle sono sparse tra il Lodz (Tomaszewki), Wisla Cracovia (Szimanowski), Gwardia Varsavia (Zmuda), Stal Mielic (Lato) e Legia Varsavia (Deyna), in Patria vi era pur sempre una formazione capace di dettare legge, riuscendo anche ad esportare il proprio stile al di fuori dei confini, vale a dire il Gornik Zabrze, rappresentato alla Rassegna mondiale da tre soli elementi, il coriaceo difensore Pawel Gorgon, il centrocampista Henryk Wieczorek ed il giovane attaccante Andrzej Szarmach.

Proprio quest’ultimo, acquistato nell’estate ’72 dall’Arka Gdynia, compagine di Seconda Divisione con cui si era messo in evidenza con 17 reti messe a segno, era andato a rimpiazzare al centro dell’attacco del Gornik il cannoniere principe del calcio polacco, vale a dire Wlodzimierz Lubanski, il quale dopo aver contribuito alla qualificazione mondiale con una delle due reti nel 2-0 rifilato all’Inghilterra, era stato costretto a dare forfait a causa di un infortunio.

Lubanski aveva comunque fatto in tempo ad innalzare ai vertici del Calcio nazionale un Club, come quello del Gornik, fondato appena nel 1948 dalla fusione di varie Società presenti nella città di Zabrze, sino al 1945 appartenente alla Germania nazista, ed il cui nome, Gornik appunto, significa minatore in polacco, a celebrare un territorio è ricco di miniere di carbone e ferro.

E, con il suo potente centravanti a furoreggiare in attacco – tanto da aggiudicarsi per quattro anni consecutivi la Classifica dei Cannonieri dal 1966 al ’69, rispettivamente con 23, 18, 24 e 22 reti – il Gornik domina la scena per un decennio, conquistando sette titoli nazionali, di cui cinque consecutivi dal 1963 al ’67 aggiungendone altri due nel 1971 e ’72, nonché sei edizioni della Coppa polacca, nel 1965 e per cinque anni di seguito, dal 1968 al ’72.

Una tale supremazia in Patria, aveva però bisogno di una conferma a livello europeo, e le prime cinque apparizioni nella Coppa dei Campioni vedono però il Gornik subire una specie di maledizione ceca, venendo eliminato, rispettivamente al secondo ed al primo turno, dal Dukla Praga nelle edizioni 1964 e ’65 e dallo Sparta Praga nel secondo turno del ’66, mentre l’anno seguente è un’altra formazione dell’Est, vale a dire il CSKA Sofia, ad estromettere i polacchi dalla maggiore competizione continentale, sempre al secondo turno, con il miglior cammino compiuto nel ’68, stagione in cui il Gornik raggiunge i quarti di finale, solo per essere eliminato, con onore, dal Manchester United (0-2 in terra inglese, 1-0, rete di Lubanski, al ritorno) che poi solleverà la Coppa nella Finale di Wembley contro il Benfica.

Molto meglio ripiegare – non per scelta, ovviamente, ma in quanto avendone maturato il diritto, con la conquista delle citate cinque coppe nazionali consecutive – sulla più accessibile Coppa delle Coppe, anche se alla prima occasione, nell’edizione 1968-’69, il Gornik, al pari di Dinamo Mosca, Spartak Sofia, Union Berlino e Gyori ETO, è costretto a rinunciarvi per le tensioni politiche susseguenti alla “Primavera di Praga e che, ironia della sorte, vedrà proprio la formazione cecoslovacca dello Slovan di Bratislava sollevare il Trofeo superando, a sorpresa, per 3-2 il più quotato Barcellona nella Finale di Basilea.

Ed, in ogni caso, il successo dello Slovan Bratislava, prima squadra dell’Europa orientale ad affermarsi in detta competizione, contribuisce a far da stimolo al Gornik per affrontare con maggior convinzione l’edizione successiva, dove, oltre ai detentori del trofeo, sono presenti ai nastri di partenza, altre temibili concorrenti quali l’inglese Manchester City, l’altra cecoslovacca Dukla Praga, gli spagnoli dell’Athletic Bilbao, gli italiani della Roma, i Glasgow Rangers ed i tedeschi occidentali dello Schalke 04.

In un primo turno che vede uscire di scena entrambe le rappresentati della Cecoslovacchia – i detentori dello Slovan per mano della Dinamo Zagabria, ed il Dukla da parte dell’Olympique Marsiglia – con anche i baschi dell’Athletic eliminati dal Manchester City, il Gornik, da parte sua, non ha eccessiva difficoltà a superare lo scoglio costituito dai greci dell’Olimpiakos, sprecando un vantaggio di due reti all’andata, conclusa sul 2-2, per poi dominare il ritorno con un 5-0 in cui Lubanski fa da spettatore, riservandosi le munizioni per turni più impegnativi.

E che delle reti del suo cannoniere principe, il Gornik abbia bisogno, lo si dimostra negli ottavi di finale quando alla formazione polacca vengono abbinati i temibilissimi scozzesi dei Glasgow Rangers, già finalisti nel ’67 e che poi faranno loro il trofeo nel ’72, ai quali Lubanski rifila una fondamentale doppietta nella gara di andata, disputata sul terreno del Ruch Chorzow in quanto capace di contenere 80mila tifosi entusiasti nel vedere il leader dell’attacco dei “Minatori” sbloccare il risultato dopo appena 5’, raddoppiato da Szarynski quando sono appena passati 10’ di gioco, e quindi, dopo che Persson aveva accorciato le distanze, chiudere il discorso con la rete del definitivo 3-1 a 3’ dal termine.

Rete, quest’ultima, particolarmente importante, visto che al ritorno ad Ibrox Park, tocca ai Rangers sbloccare il risultato in apertura, per poi scoprirsi alla ricerca del raddoppio ed essere castigati dal contropiede polacco che porta dapprima al pareggio con Olek poco dopo l’ora di gioco, e quindi alle reti della tranquillità siglate da Lubanski al 77’ e da Skowronek all’81’ per la replica del 3-1 dell’andata che schiude al Gornik le porte dei Quarti di finale, dove li attende a primavera la sfida contro i bulgari del Levski Sofia, guidati a loro volta dal centravanti della Nazionale, Georgi Asparoukhov, fase del torneo alla quale accedono anche Manchester City, Schalke 04 e Roma.

E, come previsto, nell’incandescente ambiente che attende il Gornik a Sofia il 4 marzo 1970, la gara si trasforma in una battaglia, pur se la rete di Szoltysik dopo appena 5’ sembra incanalarla verso un percorso quanto mai gradito alla formazione del tecnico Michal Matyas – al suo unico anno sulla panchina del Gornik – solo per vedersi rimontare a cavallo della mezz’ora da un primo acuto di Asparoukhov e dal raddoppio di Panov per i bulgari, cui pone rimedio al 7’ della ripresa Banas per il punto del momentaneo 2-2 prima che l’ultima parola spetti ancora ad Asparoukhov, il quale sigla ad 1’ dal termine la rete del definitivo 3-2 su cui il Levski fonda le proprie speranze in vista del ritorno, previsto tra due settimane.

Speranze che vengono cullate per tutto il primo tempo nel ritorno davanti a 100mila spettatori, prima che Lubanski, e chi se non lui, spezzi l’equilibrio della contesa portando in vantaggio i suoi in chiusura della prima frazione di gioco, una rete replicata da Banas in avvio di ripresa per un vantaggio difeso coi denti dopo che Kirilov accorcia le distanze allo scadere dell’ora di gioco per così accedere per la prima volta alle semifinali di una manifestazione europea in virtù del maggior numero di reti segnate in trasferta, livello al quale si qualificano anche le più accreditate Roma, Schalke 04 e Manchester City.

Dall’urna dell’Uefa vengono estratti i nomi di Roma-Gornik e Manchester City-Schalke 04 per i rispettivi abbinamenti di semifinale e, mentre gli inglesi ribaltano lo 0-1 dell’andata travolgendo per 5-1 i tedeschi della Ruhr al ritorno a Maine Road, tra giallorossi e polacchi va in scena una delle più drammatiche, sportivamente parlando, sfide della storia delle Coppe europee.

Accade, difatti, che dopo un’attenta gara di andata disputata l’1 aprile 1970 in un Olimpico gremito da 80mila spettatori e conclusa sull’1-1 con Salvori a replicare ad inizio ripresa al vantaggio polacco con Banas alla mezz’ora del primo tempo, nel ritorno a Chorzow sia la Roma a portarsi in vantaggio grazie ad un rigore trasformato da Capello dopo appena 9’ di gioco e poi, sapientemente guidata in panchina dal “Mago” Helenio Herrera, che quanto ad organizzazione difensiva non ha da imparare niente da nessuno, resistere ai veementi attacchi polacchi sin quasi al fischio finale.

Ma, proprio quando i giallorossi già pregustano l’accesso in Finale, ecco che al 90’ un contatto sul limite dell’area romanista viene giudicato dall’arbitro spagnolo Ortiz de Mendibil, anche per le vibranti proteste dei giocatori polacchi che lo attorniano, passibile della massima punizione, rigore che Lubanski si incarica di trasformare, mandando le squadre ai tempi supplementari, dove è ancora lui a sbloccare il risultato dopo appena 5’ per il 2-1 che manda in delirio i 90mila assiepati sulle tribune, solo per farli ammutolire quando è stavolta Scaratti, spintosi in avanti alla disperata ricerca del pari, a piazzare un gran destro dal limite su di una corta respinta della difesa per il punto del definitivo 2-2 proprio mentre sta per scoccare il 120’.

Rete che però, all’epoca, non vale per il computo dei goal segnati in trasferta e, così, Roma e Gornik sono costretti a disputare un terzo match di spareggio, in programma una settimana dopo sul campo neutro di Strasburgo, dove è ancora Lubanski a schiodare il punteggio dallo 0-0 di partenza portando in vantaggio i suoi a fine primo tempo, con la Roma a replicare ad inizio ripresa con un contestato rigore trasformato ancora da Capello per l’1-1 che non si sblocca neppure dopo i supplementari, rendendo necessaria la assai poco sportiva soluzione del sorteggio, che aveva favorito i giallorossi negli ottavi contro gli olandesi del PSV Eindhoven e che stavolta, viceversa, sorride ai polacchi che possono programmare la trasferta a Vienna al glorioso Prater per la sfida conclusiva contro gli inglesi del Manchester City.

Stadio viennese che, peraltro, offre un desolante scenario, non raggiungendo le 8mila presenze – all’epoca, era pressoché impossibile per i tifosi delle squadre dell’Est Europa uscire dai propri confini – la sera del 29 aprile 1970 quando l’austriaco Paul Sciller dà il fischio d’inizio alla contesa, che per il Gornik assume ben presto i contorni dell’incubo, con dapprima Kostka a salvare il risultato su di una conclusione ravvicinata di Lee e poi con l’estremo difensore a non trattenere una conclusione dal limite dello stesso Lee, così consentendo a Neil Young di portare in vantaggio i “Citizens” dopo appena 12’ di gioco.

Vantaggio che viene raddoppiato in chiusura di tempo quando è lo stesso Young a soffiare palla ad un maldestro difensore polacco per involarsi da solo verso la porta avversaria solo per vedersi affrontare e stendere da Kostka, con conseguente calcio di rigore realizzato da Lee nonostante una pessima esecuzione che per poco non viene intercettata con le gambe dal portiere avversario.

Con due reti di scarto a proprio favore all’intervallo, il Manchester non ha difficoltà a controllare la gara nella ripresa, altresì caratterizzata da un violento acquazzone che rende il campo di difficile praticabilità, in cui l’orgoglio del Gornik porta solo alla rete di Oslizlo a metà della seconda frazione di gioco, insufficiente a ristabilire la parità, così consentendo al Club inglese di conquistare quello che, a tutt’oggi, resta il loro unico Trofeo internazionale.

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I giocatori del Manchester City in trionfo – da manchestereveningnews.co.uk

Per il Gornik e Lubanski, la magra soddisfazione di essere l’unica compagine polacca ad aver raggiunto una Finale europea e, per l’attaccante, quella di laurearsi Capocannoniere della manifestazione con 8 reti, una circostanza, quest’ultima, replicata anche nella stagione successiva dove il Gornik raggiunge i Quarti di finale solo per essere accoppiato nuovamente al Manchester City per quella che si sarebbe potuta rivelare una ghiotta occasione per una auspicata rivincita.

Ed invece, dopo un confortante successo casalingo per 2-0, maturato nel primo tempo grazie ai centri di Lubanski al 34’ e di Wilczek al 40’, ecco che al ritorno gli inglesi restituiscono il favore con l’identico punteggio che rende necessario un terzo incontro di spareggio, andato in scena a Copenaghen il 31 marzo 1971 e che arride al Manchester City con un 3-1 favorito dal doppio vantaggio all’intervallo di Young e Booth e quindi, dopo che sempre Lubanski in avvio di ripresa aveva dato qualche speranza ai suoi dimezzando lo svantaggio, l’acuto di Lee poneva fine alla contesa.

In conclusione, se qualcuno si chiede come mai nella città mineraria di Zabrze non vi siano tifosi delle due rispettive squadre di Manchester, la risposta è sin troppo facile, o no?

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IL VOLO TRAGICAMENTE SPEZZATO DELLA “FARFALLA GRANATA” GIGI MERONI

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Gigi Meroni in azione – da uomonelpallone.it

articolo di Giovanni Manenti

Non è difficile immaginare quali possano essere stati i pensieri di un ragazzo 24enne, giunto all’apice della popolarità grazie alla sua attività di calciatore professionista, quando la sera di domenica 15 ottobre 1967 si appresta a rincasare, accompagnato dal compagno di squadra Poletti, reduce da una convincente vittoria del suo Torino contro la Sampdoria.

Il desiderio di abbracciare la compagna Cristiana, raccontarle la giornata vissuta al “Comunale”, non completamente positiva per lui, visto che era stato espulso dall’arbitro Torelli di Milano, rilassarsi in vista della settimana che precede l’appuntamento clou della stagione, vale a dire il derby contro i “cugini” bianconeri, nonché Campioni d’Italia in carica, della Juventus:  tutti questi possono essere i pensieri mentre Gigi Meroni, perché è di lui che stiamo ovviamente parlando, si sta incamminando verso casa, avendo appena telefonato a Cristiana per comunicarle l’imminente arrivo visto che è sprovvisto delle chiavi, un rientro che purtroppo la compagna non riesce a gustare, così come gli sportivi italiani non possono più apprezzarne le funamboliche qualità sui verdi terreni di gioco.

Per Luigi “Gigi” Meroni, nato a Como il 24 febbraio 1943, l’esistenza non è mai stata facile, rimasto orfano di padre all’età di due anni, con la madre costretta a crescere con fatica i tre figli con il proprio lavoro di tessitrice, al quale anche l’adolescente Gigi collabora dimostrando una qual certa disposizione nella veste di disegnatore di cravatte di seta, nonché prendendo passione per la pittura.

Ma il lato estroso del ragazzo si manifesta ancor meglio sui campi di gioco, formandosi presso l’Oratorio di San Bartolomeo – negli anni ’50 erano proprio gli oratori le fucine dei futuri campioni, con molti prelati nelle vesti di veri e propri “talent scout” a raccomandare questo o quel giovane promettente alle squadre professionistiche – da cui approda nelle Giovanili del Como, all’epoca militante in Serie B.

Formazione lariana in cui Meroni fa il suo esordio il 14 maggio ’61, a 18 anni ancora da compiere, il 14 maggio 1961 nella gara interna contro il Verona, persa per 1-2, per poi iniziare a ritagliarsi uno spazio da titolare l’anno seguente, concluso dal Como al 14esimo posto, con 24 presenze e 3 reti, di cui la prima realizzata nel debutto stagionale in Campionato, il 22 ottobre 1961, alla settima giornata, indossando la maglia numero 7 ed andando a segno al 7’ per il vantaggio nella gara interna contro il Napoli, poi conclusa sull’1-1.

Fortuna vuole che in quel Torneo, che promuove alla Massima Serie Genoa, Napoli e Modena, con i rossoblù a dominare la Stagione dall’alto dei 54 punti conquistati, i dirigenti genoani restino impressionati dall’estro di quel ragazzo capace di far impazzire il suo diretto controllore Bagnasco, al punto da indurlo a commettere l’autorete che decide in favore del Como l’incontro disputato in riva al Lario il 4 marzo ’62, convincendosi che l’innesto di Meroni quale rinforzo in vista del successivo Campionato di Serie A sia un’idea da prendere decisamente in considerazione.

Ed ecco quindi che, nell’estate ’62, Meroni approda all’ombra della Lanterna sotto la guida del Tecnico Renato Gei che ne centellina le presenze, probabilmente per non rischiare di bruciare un ragazzo di appena 19 anni – considerando altresì che, al tempo, non erano previste sostituzioni e, quindi, si trattava di presenze vere, valide per tutti i 90’ – inserendolo in formazione per il debutto assoluto in A l’1 novembre ’62, nella gara interna contro l’Inter persa per 1-3 e confermandolo la domenica successiva, conclusa con un pesante rovescio (0-5) in trasferta a Firenze.

Con i rossoblù impegnati nella lotta per evitare il ritorno tra i Cadetti, a Meroni viene data maggiore fiducia nel Girone di Ritorno, vestendo la maglia da titolare in 11 occasioni, di cui 8 consecutive nelle altrettante ultime giornate, fornendo un importante contributo alla sofferta salvezza, conseguita solo all’ultimo turno – dopo che il 5 maggio ’62 il ragazzo comasco aveva sbloccato, al 20’ della ripresa, il risultato nella fondamentale vittoria interna sul Vicenza per quella che rappresenta la sua prima rete nella Massima Serie – grazie al successo interno per 1-0 sul Bologna e la contemporanea sconfitta del Napoli a Bergamo contro l’Atalanta.

Saper apprezzare le qualità di Meroni viene molto più facile ad un Tecnico sudamericano, quale è l’argentino Benjamin Santos, chiamato nell’estate ’63 a rimpiazzare Gei sulla panchina rossoblù, il quale – con un passato al Torino quale giocatore negli anni della ricostruzione post Superga e successivamente da Allenatore per due stagioni e poco più – non ha difficoltà a concedere un sempre maggior spazio all’estrosa ala destra, venendo ripagato con 5 reti che, in un attacco asfittico come quello genoano, lo fanno risultare come “top scorer” a pari merito con Locatelli e Bean, in un Campionato comunque concluso con un eccellente ottavo posto e caratterizzato, sul fronte difensivo, dal record d’imbattibilità del portiere Mario Da Pozzo stabilito con 791 minuti tra l’ottava e la 18esima giornata.

Il nome di Meroni inizia, nel frattempo, a circolare sui taccuini degli osservatori della maggiori Società italiane, primo tra tutti quello di Beppe Bonetto, General Manager di un Torino rilevato, l’estate precedente, da Orfeo Pianelli, desideroso di riportare i granata in auge nel panorama calcistico nostrano e che, dopo aver ingaggiato il primo anno Nereo Rocco, fresco di vittoria in Coppa dei campioni con il Milan, come allenatore, inserisce due rinforzi sulle ali nel mercato estivo ’64, dal nome uguale ed il cognome assonante, Luigi Simoni ed, appunto, Meroni.

Ed a Genova, sponda rossoblù, la cosa non viene certo presa bene, in un’estate che già vede i tifosi genoani dover piangere la perdita del tecnico Santos, perito il 21 luglio in un incidente stradale mentre era in vacanza a La Coruna, cercando in ogni modo di impedire il trasferimento, per definire il quale Pianelli arriva a spendere una cifra vicina al mezzo miliardo di vecchie Lire, una cifra considerevole per un ragazzo di 21 anni che deve ancora confermarsi ad alti livelli.

Ma la scommessa del trio Pianelli-Rocco-Bonetto è immediatamente vinta, con i granata a disputare la loro miglior stagione del dopo Superga che si conclude al terzo posto, alle spalle delle due milanesi dominatrici nel periodo, con Meroni, unico sempre presente di tutta la rosa, a sfornare assist per i compagni d’attacco Ferrini, Hitchens e Simoni, nonché ad andare egli stesso 5 volte a segno, con la prima gioia in maglia granata giunta alla 14esima giornata, a suggellare con una doppietta il 4-0 interno a spese del Cagliari.

Un’annata, quella del 1964-’65, che vede anche l’esordio del Torino in uno dei tre principali Tornei Continentali, vale a dire la Coppa delle Coppe, attraverso un esaltante cammino in cui Meroni, al solito, non salta neppure un incontro, ed i granata vengono eliminati ad un passo dalla Finale, cedendo ai tedeschi del Monaco 1860 solo allo spareggio, resosi necessario dopo il 2-0 interno al Comunale e la sconfitta per 1-3 (all’epoca non era ancora stata introdotta la norma del valore doppio delle reti segnate in trasferta) in Baviera, a conferma della validità dell’impianto di squadra, con i tifosi che iniziano nuovamente a sognare.

Sogni che, però, si scontrano con la realtà delle due successive Stagioni, concluse dal Torino al decimo e settimo posto, nonostante il costante e sempre più incisivo contributo di Meroni, il quale incrementa la sua quota realizzativa a 7 reti nel ’66 ed a 9 (suo massimo stagionale nella, purtroppo, breve carriera …) nel ’67, ivi compresa una spettacolare perla costituita da un beffardo destro a giro nell’angolo alto alla sinistra di Sarti che schiude ai granata le porte per il successo per 2-1 a San Siro contro l’Inter il 12 marzo ’67 a 10 turni dalla conclusione, primo “campanello d’allarme” per i nerazzurri di Herrera che poi perdono il titolo all’ultima giornata a favore della Juventus, quella stessa Società bianconera che in estate si era fatta avanti a suon di miliardi per cercare di strappare al Torino il giovane talento oramai affermatosi, trattativa da cui l’Avvocato Agnelli si ritira quando si rende conto delle conseguenze che potrebbero derivare in fabbrica, dove gli operai di fede granata iniziano già a boicottare la catena di montaggio della nuova “Fiat 128”.

Ma se le cose non vanno bene in casa granata, per Meroni c’è la soddisfazione della chiamata in Nazionale da parte del Commissario Tecnico Edmondo Fabbri, che lo fa esordire il 19 marzo ’66 a Parigi in un’amichevole contro la Francia conclusa a reti bianche, per poi schierarlo nelle quattro amichevoli pre-mondiali di giugno ’66, in cui la guizzante ala destra va anche due volte a segno (nel 6-1 di Bologna contro la Bulgaria e nel 3-0 contro l’Argentina davanti al proprio pubblico, a Torino) e quindi inserirlo nella lista dei selezionati per il Mondiale inglese, dove Meroni scende in campo nella sconfitta per 0-1 contro l’Unione Sovietica.

La successiva eliminazione per mano della Corea del Nord e l’allontanamento di Fabbri dalla panchina della Nazionale, fanno sì che quella contro l’Urss rappresenti l’ultima apparizione di Meroni in maglia azzurra, venendogli successivamente preferito Domenghini nel ruolo di tornante a destra, in quanto favorisce maggior copertura, ma per il 24enne comasco il rapporto con il Tecnico di Castel Bolognese doveva vivere di un’altra, ahimè brevissima, stagione.

Era difatti successo che i tifosi imputassero a Rocco ed al suo calcio giudicato eccessivamente difensivo le due precedenti annate deludenti, e così a Pianelli – consapevole che i granata non erano ancora squadra da competere per il titolo – viene la geniale intuizione di rilanciare il Tecnico esiliato dopo la “fatal Corea”, dato che Fabbri aveva sempre fatto praticare alle proprie squadre un gioco arioso e divertente, anche se la scelta viene accolta dalla tifoseria con gli inevitabili sorrisini ironici.

Occorre, essendo prossimi al capolinea della nostra storia, precisare che, peraltro, all’integerrimo Fabbri non è che andasse tanto a genio lo stile di vita del “Beatle” Meroni, ad iniziare dal look con capelli lunghi a caschetto e barba spesso incolta, dagli occhiali scuri a goccia e dagli abiti eccentrici, che abita in una mansarda assieme ad una ragazza straniera e per giunta già sposata e che si diletta nel tempo libero ad imbrattare tele che, a suo dire, hanno una valenza artistica, il tutto in un’Italia che non ha ancora accolto la “moda beat” che, viceversa, già imperversa nel Regno Unito e di cui è emblema l’alter ego Oltremanica del “Gigi”, vale a dire il talentuoso e parimenti eccentrico nordirlandese del Manchester United, tale George Best.

Atteggiamenti che, per principio, non è che entusiasmassero neppure il “Paron”, il quale, in ogni caso, non mancava di sottolineare come il comportamento di Meroni, sia in allenamento che alla domenica, fosse assolutamente irreprensibile, cosa della quale si rende perfettamente conto anche Fabbri che, difatti, punta su di lui per alimentare un attacco che ha trovato nel centravanti Combin, prelevato dalla Juventus l’anno precedente, l’attaccante giusto per raccoglierne i preziosi assist.

Pagato lo scotto a Vicenza alla prima giornata (0-1, zampata di “O’ Lione” Luis Vinicio), il Torino si rimette in carreggiata con il successo interno per 2-0 sul Brescia, in cui è Meroni ad aprire le marcature, un positivo pareggio esterno per 1-1 a Firenze ed una franca vittoria per 4-2 sulla Sampdoria al “Comunale” recante la firma di uno scatenato Combin, autore di una tripletta, miglior viatico in vista del derby di sette giorni dopo contro la Juventus fresca di scudetto.

Una “stracittadina” che, però, si disputa in un clima di generale commozione, con le squadre che entrano in campo in un silenzio irreale, in quanto manca il protagonista più atteso, lo stravagante, eccentrico Meroni che esattamente sette giorni prima aveva trovato una tragica fine travolto da un auto mentre, assieme al compagno Poletti che ne esce miracolosamente illeso, sta attraversando a piedi Corso Umberto, restando praticamente ucciso sul colpo, un auto, ironia della sorte, guidata da un 19enne neopatentato, Attilio Romero, che 33 anni dopo diverrà Presidente proprio della Società granata.

Ed ecco allora levarsi, con un accorato senso di colpa postumo, attorno alla figura di questo giovane tragicamente scomparso le lodi dei “Media” che lo avevano censurato per i suoi comportamenti extra calcistici, tra le quali spiccano le scuse rivoltegli da Gian Paolo Ormezzano, noto giornalista di fede granata, per “non aver saputo rintracciare, nelle pieghe del beat innocuo, che vestiva in una certa maniera, che si faceva crescere i capelli, la barba ed i baffi, il ragazzo libero ed intelligente che aveva saputo spartire con esattezza la sua vita, tra interessi personali validi e l’attività di calciatore schietto e corretto”.

Un’esistenza breve, ma vissuta in piena libertà, fuori dagli schemi conformisti che la società dell’epoca richiedeva e che, addirittura, vede la Diocesi di Torino opporsi al funerale religioso di un “peccatore pubblico”, in quanto Meroni conviveva con la sua compagna Cristiana Uderstadt, una ragazza di origine polacca che era ancora formalmente sposata con un regista romano, sebbene fosse in attesa dell’annullamento del matrimonio da parte della Sacra Rota, un divieto al quale Don Francesco Ferraudo, Cappellano del Torino Calcio, non si adegua, celebrando il rito a cui sono presenti oltre 20mila persone, incurante delle dure critiche ricevute dai suoi Superiori.

E l’ultimo saluto, i suoi compagni – ed in particolare Combin che si dimostra distrutto di fronte al feretro dello sfortunato amico – glielo porgono con una straordinaria prestazione nel derby, prima gara del “dopo Meroni”, risolto a loro favore con un 4-0 in cui il centravanti franco argentino pone la sua firma con una tripletta ed il poker completato, a 3’ dal termine, da Carelli, il quale indossa la maglia n. 7 e che va a raccogliere il pallone in fondo alla rete per alzarlo al cielo in segno di dedica per chi quella “stracittadina” non potrà più giocarla …

 

PORTAGALLO-BRASILE 1966, IL TRIONFO DI EUSEBIO E IL CROLLO DELLO ZOPPICANTE PELE’

PORTOGALLO - BRASILE 3-1, le carezze portoghesi a Pele'
Pelè a terra davanti a Eusebio – da storiedicalcio.altervista.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Il Brasile si arrende 3-1 a un ottimo Portogallo e saluta il Mondiale 1966 in Inghilterra. Partita a senso unico: i portoghesi, trascinati da un Eusebio in stato di grazia, gestiscono a piacimento, dominando il primo tempo sul piano territoriale e controllando nella ripresa i timidi e inconcludenti tentativi degli avversari. A pesare su un Brasile, che si conferma a fine ciclo, è soprattutto l’infortunio di Pelé, già in campo non al meglio per le botte ricevute nella sfida con la Bulgaria e poi costretto dal 30° in avanti a giocare zoppo e fasciato. Forse sarebbe cambiato poco, anche se il Re fosse stato sano, ma di certo quella è stata la mazzata definitiva sulle possibilità verdeoro di confermare il doppio titolo mondiale del 1958 e del 1962.

Portogallo: Pereira – Moras, Baptista, Vicente, Hilario – Graça, Coluna – Josè Augusto, Eusebio, Torres, Simoes. Allenatore: Gloria.
Brasile: Manga – Fidelis, Brito, Orlando, Rildo – Denilson, Lima – Jairzinho, Pelé, Silva, Paranà. Allenatore: Feola.

Arbitro: McCabe (Inghilterra)

Primo tempo
1′ Manga neutralizza a fatica una punizione di Eusebio calciata dal lato sinistro dell’attacco portoghese.
2′ triangolo Eusebio-Simoes-Eusebio, sempre sul versante mancino, Eusebio entra in area, diagonale sul secondo palo fuori di un soffio.
5′ altra punizione da sinistra di Eusebio, la palla sorvola la traversa.
9′ Pelé, già non al meglio della condizione fisica, viene steso al limite dell’area, resta a terra e si rende necessario l’intervento dei medici. Pelé si rialza ed è lui a battere il calcio di punizione, la palla sbatte sulla barriera e si impenna all’indietro, il portiere portoghese Pereira fa sua la sfera, ma viene toccato da un brasiliano: va a terra, fingendo di aver ricevuto un colpo al volto. Gioco piuttosto spezzettato, gara nervosa.
14′ cross rasoterra di Simoes da sinistra per Eusebio, tiro a mezza altezza, para Manga.
15′ GOL PORTOGALLO Simoes avanza sul lato mancino, arriva al limite, pesca Eusebio con un filtrante a sinistra, l’attaccante portoghese va sul fondo, crossa nell’area piccola, Manga respinge, ma Simoes di testa è il più lesto di tutti a raccogliere di testa e segnare.
17′ altro calcio piazzato di un Eusebio ispiratissimo, pallone alto non di molto.
18′ Graça tenta di sorprendere Manga da fuori, ma il portiere brasiliano è attento. Il Portogallo è padrone del campo.
26′ GOL PORTOGALLO punizione da destra di Coluna, che fa spiovere un bel pallone in area, sponda aerea di Torres per Eusebio che sottoporta, sempre di testa, anticipa Orlando e batte Manga.
28′ si vede, finalmente, il Brasile. Spunto di Paranà a sinistra, cross pericoloso respinto dalla difesa portoghese.
30′ ancora un fallo durissimo su Pelé al limite dell’area portoghese. O Rey rimane a terra per qualche minuto, poi si rialza zoppicando in modo evidente e viene portato fuori dal terreno di gioco con l’aiuto dei medici. Rientra con una fasciatura, ma continuerà a zoppicare, menomato: sarà così per tutta la partita.
36′ Jairzinho tenta un dribbling in area dal lato sinistro e cade. Timide proteste, ma il rigore pare proprio non esserci.
37′ lancio dalle retrovie, Jairzinho entra in area e impegna severamente Pereira con una conclusione potente. E’ finora la miglior occasione dei brasiliani.
42′ splendida azione personale di Eusebio, che parte sulla corsia mancina, semina un paio di avversari, si accentra, ma calcia alle stelle.
45′ punizione al limite di Silva, palla alta non di tanto.

Secondo tempo
5′ Simoes ruba palla a Fidelis, rientra, poi lascia a Eusebio che si incunea in area sul lato sinistro, bruciando in velocità ancora Fidelis, tiro da posizione defilata, Manga respinge e Fidelis si rifugia in calcio d’angolo.
8′ palla in area di Lima per Paranà che travolge Pereira: il portiere resta a terra, gioco interrotto.
19′ Eusebio supera in velocità un paio di avversari per vie centrali e tenta un tiro dalla distanza, pallone fuori.
20′ chance per Jairzinho che entra in area sul lato destra, ma spara altissimo.
24′ violente punizione di Eusebio dal fronte destro dell’attacco portoghese, Manga devia in corner.
28′ GOL BRASILE scambio tra Rildo e Paranà a sinistra, Rildo al limite controlla, diagonale forte rasoterra, palla nell’angolino imprendibile. Un gol casuale, comunque: il Brasile non è praticamente mai riuscito a impensierire davvero il Portogallo, che ha fin qui controllato agevolmente la partita.
29′ Josè Augusto prova a battere Manga da sinistra, conclusione alta.
40′ GOL PORTOGALLO duetto in velocità tra Eusebio e Josè Augusto, Eusebio dal lato destro dell’area calcia sul primo palo, Manga mette in angolo. Dal corner, cross in mezzo, un difensore brasiliano libera di testa non benissimo, la palla danza nell’area piccola, Eusebio arriva in corsa e di collo destro infila di potenza.
42′ Pelé travolge un difensore portoghese che rimane a terra. Battibecco tra giocatori brasiliani e portoghesi, interviene l’arbitro. E’ la resa del Brasile bi-campione mondiale.

LE PAGELLE DEL PORTOGALLO
IL MIGLIORE EUSEBIO 8: due gol, accelerazioni brucianti, potenza ed eleganza. Impossibile portargli via il pallone, quando parte in velocità semina il panico. Mette lo zampino in tutte le azioni più pericolose del Portogallo. Prestazione mostruosa.
Coluna 6,5: si vede più in fase difensiva che offensiva, dove ha il solo merito di calciare la punizione da cui nasce il gol del 2-0, però lotta con grinta su tutti i palloni, non lasciando un metro agli affondi brasiliani e guidando i compagni con buona personalità.
Simoes 6,5: apre le danze, è sempre una spina nel fianco della difesa brasiliana, manda più volte in crisi il povero Fidelis.

LE PAGELLE DEL BRASILE
IL MIGLIORE MANGA 6,5: evita un passivo più pesante con ottimi interventi, non facendo rimpiangere l’istituzione Gilmar.
Paranà 6: nel primo tempo è il migliore del Brasile, l’unico che cerca di portare pericoli alla porta di Pereira con iniziative e affondi soprattutto dal lato mancino.
Jairzinho 5,5: una conclusione pericolosa, un altro paio di chances sciupate, alterna buone cose a errori. Prova spesso a puntare l’uomo, ma dà l’idea di tenere troppo palla e mettersi poco al servizio del collettivo.
Pelé sv: il Re è nudo. Già fiaccato da problemi fisici, dalla mezz’ora in poi gioca zoppo e con una fasciatura a causa di un intervento tremendo di un avversario: l’assenza delle sostituzioni però lo costringe a rimanere in campo tutta la partita. Tocca pochi palloni e non ne spreca mezzo, però è al 30% e gioca solo da fermo.

SILVIO PIOLA, IL “RE DEL GOAL” INNAMORATO DELL’AZZURRO

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Piola, in maglia Novara, celebra la sua 300.ma rete – da foxsports.it

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, ci sono stati anche in anni più recenti esempi di calciatori italiani che hanno legato il proprio nome a Club non di prima fascia, pur essendo titolari fissi in Nazionale – i casi più eclatanti sono quelli di Gigi Riva con il Cagliari, Giancarlo Antognoni con la Fiorentina, sino a Francesco Totti con la Roma – rifiutando a più riprese le offerte loro avanzate dalle potenti Società del Nord, ma crediamo che il caso di Silvio Piola sia il più emblematico di tutti, in quanto si tratta del tuttora detentore del primato assoluto quanto a reti messe a segno nella nostra Serie A.

Silvio nasce per sbaglio a Robbio, in provincia di Pavia, sul finire del settembre 1913, in quanto i suoi genitori vi si erano temporaneamente trasferiti per motivi di lavoro, in quanto commercianti di tessuti, per poi fare ritorno a Vercelli l’anno seguente e dove il ragazzo, seguito dallo zio Giuseppe Cavanna (fratello della madre), portiere della Pro Vercelli, muove i primi passi, sino a convincere il Tecnico ungherese Jozsef Nagy a farlo debuttare in prima squadra poco più che 16enne, il 16 febbraio 1930, nel corso del primo “Campionato a Girone Unico” nella Storia della nostra Serie A, per poi promuoverlo come titolare a partire dalla successiva stagione.

Per la gloriosa Società piemontese – che, a fine anni ’20, è seconda nell’Albo d’Oro quanto a Scudetti conquistati, sette, dietro al solo Genoa con 9 – i tempi del puro dilettantismo stanno oramai per finire e, nonostante l’apporto del giovane attaccante, fa fatica ad emergere oltre una posizione di media Classifica, circostanza che genera contrasti tra la Dirigenza e Piola, il quale ambisce a trasferirsi in Club più importanti, prima fra tutte l’Ambrosiana che intende trasferire nel proprio attacco quella che poi diventerà l’asse portante della Nazionale ai Campionati Mondiali del 1938, vale a dire la coppia formata da “Peppin” Meazza ed, appunto, il centravanti vercellese.

Con la creazione del Campionato a Girone Unico, le spese triplicano, con il sobbarcarsi di trasferte sempre più lunghe e pernottamenti in albergo che incidono sui bilanci delle Società del Nord ed, in particolare, della Pro Vercelli, la quale, per motivi di bilancio, è costretta a cedere, nell’estate ’33, il difensore Mario Zanello al Torino ed il centrocampista Teobaldo Depetrini alla Juventus, ma riguardo a Piola, il Presidente Secondo Ressia è categorico: “Mai lo cederemo, neppure per tutto l’oro del Mondo, perché il giorno che saremo costretti a cederlo, quel giorno segnerà il tramonto della Pro Vercelli”.

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Piola alla Pro Vercelli – da lasesia.vercelli.it

Parole che, poi si trasformano in realtà – riguardo al tramonto della “Pro” – dopo che il tira e molla tra il Presidente e l’allora 20enne attaccante si risolve con l’assicurazione da parte del primo di non ostacolare una sua cessione a fine stagione 1933-‘34, che i biancoscudati concludono al settimo posto, loro miglior piazzamento dalla riforma dei Campionati, con Piola autore di 15 centri, tra cui le 6 reti realizzate il 29 ottobre ’33 nel successo interno per 7-2 a spese della Fiorentina, record tuttora ineguagliato nella nostra Serie A, se si esclude la “sestina” messa a segno da Sivori nella famosa gara Juventus-Inter 9-1 del 10 giugno ’61, in cui i nerazzurri schierano la formazione giovanile.

Chiarito che il futuro di Piola è al di fuori dei confini vercellesi – senza di lui, la Pro conclude all’ultimo posto nel ’35 per non far mai più ritorno nell’Elite del nostro Calcio, con ciò avverando la previsione del Presidente Ressia – in molti si attendono la “fumata bianca” relativa alla stipula dell’atto di cessione alla ricordata Ambrosiana che, dopo la conquista del titolo nel ’30, era stata costretta ad assistere al dominio della Juventus con quattro Scudetti consecutivi, ed alle cui spalle era giunta nel 1933 e ’34.

Solo che, non occorre certo ricordarlo, siamo nel periodo del massimo fulgore dell’Era fascista ed, anche se Mussolini non è interessato al Calcio – salvo averlo usato a mo’ di propaganda in occasione della vittoriosa organizzazione dei Mondiali ’34 – l’eco di tale successo crea un’ondata di euforia nei gerarchi romani dell’epoca, primo fra tutti il potentissimo Generale Giorgio Vaccaro che, da Vice Presidente della Lazio, era diventato nel 1933 Segretario Generale del CONI, nonché Presidente della FIGC, succedendo a Leandro Arpinati.

E’ del tutto intuibile, pertanto, che non ci possa essere stata una trattativa vera e propria, bensì una imposizione giunta dall’alto affinché il promettentissimo attaccante andasse a vestire la maglia biancoceleste della Lazio, agevolata anche dal fatto che Piola stesse svolgendo il servizio militare di leva a Cuorgné, luogo da dove ne viene ordinato l’immediato trasferimento a Roma, presso il Ministero degli Esteri.

Ad onor del vero, Piola cerca di opporsi a tale cessione, consapevole di quanto avrebbe giovato alla sua crescita calcistica il far coppia con Meazza all’Ambrosiana, ma poi, come logico che fosse, accetta le condizioni offertegli – contratto da 70mila Lire annue, poi incrementato a 38mila Lire mensili a far tempo dal 1938, dopo la conquista del secondo Mondiale da parte dell’Italia – mentre alla Pro Vercelli viene corrisposta una somma superiore a 200.000 Lire.

Su cosa abbia di tanto “speciale” questo centravanti vercellese è presto detto; innanzi tutto possiede delle lunghe leve, inusuali per l’epoca, che gli consentono di prodursi in poderose accelerazioni, da classico ariete d’area di rigore, ma dotato altresì di una completezza tecnica che gli permette di partecipare alla manovra nonché di cimentarsi in ogni tipo di conclusione a rete, formidabile il tiro dalla distanza, micidiale il colpo di testa e spettacolare la rovesciata.

Pur con un tale bagaglio tecnico a disposizione, non è comunque un giocatore, per quanto valido, a poter risolvere da solo i problemi di una squadra che aveva concluso la precedente Stagione al decimo posto, a ben 22 punti di distacco dalla Juventus Campione d’Italia, e nei due successivi Tornei, ancorché Piola segni, rispettivamente, 21 e 19 reti, la Lazio termina ancora distante dal vertice, con un quinto ed un settimo posto finale.

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Piola crea scompiglio nella difesa giallorossa in un derby Roma-Lazio – da sslaziofans.it

Ed anche se le cose migliorano nel ’37, con la Lazio finalmente a ritagliarsi uno spazio importante con la conquista del secondo posto alle spalle del Bologna, grazie ai rinforzi in attacco con gli acquisti di Riccardi e Busani dall’Alessandria e di Camolese e Costa dal Vicenza, che consentono a Piola di laurearsi Capocannoniere con 21 reti, le sue nove Stagioni vissute nella Capitale non portano i trionfi auspicati dalla Dirigenza biancoceleste, ma in soccorso del morale del centravanti interviene un coloro simile, ma leggermente più acceso, vale a dire l’azzurro.

Già entrato nel mirino del Commissario Tecnico Vittorio Pozzo che aveva assistito di persona alla citata sua impresa contro la Fiorentina, il debutto di Piola in Nazionale avviene quasi per caso, a causa di un problema muscolare che affligge Meazza alla vigilia della trasferta di Vienna contro l’Austria per una gara valida per la Coppa Internazionale – una sorta di Campionato Europeo ante litteram, al quale partecipano le formazioni di Italia, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria e Svizzera – e che racchiude praticamente il meglio, se escludiamo quest’ultima, del Calcio Mondiale dell’epoca, visto l’isolazionismo dei Paesi britannici.

Con Pozzo che era solito scegliere i suoi titolari fra le squadre del Nord – altra circostanza che aveva fatto tentennare Piola rispetto al trasferimento alla Lazio – è il Generale Vaccaro ad insistere con il Commissario Tecnico affinché venisse affidato a Piola il ruolo di centrattacco nella delicata trasferta viennese contro il “Wunderteam” di Hugo Meisl, dagli azzurri mai sconfitto al celebre “Prater”, riuscendo a convincere il titubante Pozzo, il quale temeva, data la giovane età del laziale, appena 21enne, “che potesse crollare di fronte ad un impegno così importante, cosa che avrebbe avuto conseguenze disastrose per il morale ed il resto della sua carriera”.

In un’epoca in cui non sono previste sostituzioni, le scelte di un Tecnico sono definitive, e la risposta di Piola è pari a quella di coloro che hanno le stimmate del Campione, visto che è una sua doppietta – realizzata al 51’ ed 81’ minuto davanti a 60mila viennesi – a sfatare il “tabù del Prater” ed a consegnare all’Italia, quel 24 marzo ’35, una vittoria per 2-0 che poi si rivela determinante nella conquista della Coppa, vinta dall’Italia con 11 punti, due in più degli austriaci.

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Piola a segno in Nazionale – da 1000cuorirossoblu.it

La carriera di Piola, successivamente a tale sbalorditivo esordio – che, come sottolineato da Pozzo, ne ha rappresentato “la relativa svolta, temevo per lui, ed invece ha trionfato, così da divenire, acquistando personalità, una delle figure più caratteristiche del nostro gioco” – viene pertanto ricordata per le sue imprese in Nazionale più che per le vicende di casa nostra in maglia biancoceleste, pur laureandosi una seconda volta Capocannoniere, ancora con 21 reti messe a segno in appena 22 partite, al termine della Stagione 1942-’43, ultima prima dell’interruzione per la Guerra, il che lo fa essere a tutt’oggi il massimo Goleador della Lazio, con 143 reti realizzate nei 9 Tornei di Serie A disputati.

Ma è l’azzurro, come detto, il colore che più si addice al centravanti vercellese, il quale entra in pianta stabile quale leader dell’attacco della Nazionale nel biennio 1936-’38, in cui segna 5 reti in quattro gare della Coppa Internazionale, sospesa a causa dell’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista ed il cui Trofeo viene assegnato, con una cervellotica decisione, all’Ungheria in quanto in testa alla Classifica, con 10 punti in 7 partite al momento dell’interruzione, peccato solo che l’Italia sia seconda a quota 7, ma con appena 4 gara disputate, e quindi potenzialmente in grado di superare i magiari.

Delusione che, in casa azzurra, viene immediatamente e largamente compensata con la conferma del Titolo Mondiale nell’edizione di Francia ’38, alla cui vittoria il contributo di Piola è determinante, in quanto è lui a realizzare, nei supplementari, il punto del definitivo 2-1 nella gara d’esordio contro la Norvegia, per poi mettere a segno la doppietta che, nei Quarti, elimina i padroni di casa francesi dopo che le due squadre erano andate al riposo sul punteggio di 1-1 e quindi coronare il suo fantastico Mondiale con altre due reti (imitato da Colaussi …) per il 4-2 in Finale proprio contro l’Ungheria di Sarosi e Zsengeller, che consente a Capitan Meazza di ricevere per la seconda volta la prestigiosa Coppa Rimet.

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Piola in azione nella semifinale mondiale contro il Brasile – da youtube.com

Purtroppo, gli eventi bellici del Secondo Conflitto Mondiale non consentono l’organizzazione delle due successive edizioni nel 1942 (per la quale si era candidato il Brasile, dove poi si svolgeranno, nel ’50, i primi Mondiali del dopoguerra …) e nel ’46, così come l’attività in patria è ridotta, con Piola che, tornato al Nord nelle file della Juventus, non viene confermato dopo il Torneo del ’47, concluso dai bianconeri al secondo posto, pur se a debita distanza dal “Grande Torino” – nelle cui file Piola aveva disputato il “Torneo Alta Italia” 1943-’44, formando una straordinaria coppia di attacco con Gabetto, avendo Loik e Valentino Mazzola come mezze ali – a causa degli oramai quasi 34 anni e della fiducia, peraltro ben riposta, nel giovane Boniperti da parte della Dirigenza bianconera.

Indeciso se smettere di giocare e dedicarsi alla sua grande passione, la caccia, essendo anche un esperto cinofilo, Piola viene convinto dal Presidente Delfino Francescoli ad accasarsi al Novara, militante nella Serie Cadetta, il quale fa leva sull’orgoglio del Campione con le parole: “Cavaliere (a seguito del successo mondiale …), si prenda la sua rivincita, venga con noi a Novara, che tornerà subito in A …!!”, assieme alle quali chissà che non abbia inciso sulla decisione il fatto che anche il Novara indossasse la maglia azzurra …

E, come erano state premonitrici, 14 anni prima, le parole del Presidente della Pro Vercelli, altrettanto lo sono, stavolta in chiave positiva, quelle di Francescoli, visto che il Novara vince il Campionato, grazie anche al contributo di Piola, con le 16 reti messe a segno nelle 30 partite disputate, il quale può così prendersi delle ghiotte rivincite nelle successive sei stagioni giocate in Serie A (concluse con altrettante salvezze dei piemontesi) e dimostrando, nelle Stagioni ’51 e ’52, alla soglia dei 40 anni, di poter reggere il confronto con i goleador d’importazione che spopolano nella nostra Serie A – i vari Nordahl, Nyers, John Hansen e Wilkes, tanto per intenderci – mettendo a segno 19 e 18 reti rispettivamente, nonché stabilendo il record, tuttora vigente, di essere il giocatore più anziano ad aver realizzato una tripletta nel nostro Campionato, il 19 novembre ’50, nella vittoria interna per 4-2 ai danni, ironia della sorte, proprio della Lazio.

CALCIO: SILVIO PIOLI
Piola a segno col Novara contro il Milan – da ansa.it

Le sue ottime stagioni al Novara convincono i Selezionatori Beretta e Meazza (proprio lui …!!) a concedere a Piola un’ultima passerella in Azzurro a quattro anni e mezzo dall’ultima convocazione, schierandolo al centro dell’attacco, ovviamente con i gradi di Capitano, nell’amichevole disputata il 18 maggio 1952 al Comunale di Firenze contro l’Inghilterra, facendolo divenire, a 38 anni e 7 mesi, il più anziano giocatore ad aver indossato la maglia azzurra, record poi superato da Dino Zoff, mentre regge ancora il primato del miglior quoziente reti, pari a 0,88 per gara, relativo alle sue 30 reti realizzate in soli 34 incontri, rispetto allo 0,83 di Gigi Riva, dato da 35 centri, ma in 42 partite.

L’ultima delle sue 274 reti in Serie A – Record solo recentemente avvicinato da Totti, fermatosi a quota 250, considerando poi che alcuni ne considerano 290, sommandovi quelle segnate nella “Divisione Nazionale” 1945-’46, mentre assomma a quota 333 il numero d reti tenendo altresì conto delle 27 messe a segno con il Torino nel “Torneo Alta Italia” 1943-’44 e le 16 in B con il Novara – viene realizzata da Piola nel match del 7 febbraio ’54 contro il Milan e decisiva per l’1-1 finale e che ha rappresentato per ben 53 anni un primato assoluto di longevità, dati i suoi 40 anni e 131 giorni, e superato, per una sorta di “contrappasso dantesco”, proprio da un rossonero, e per giunta un difensore – uno di quelli che, all’epoca, sarebbe stato deputato a marcarlo – vale a dire “Billy” Costacurta che, il 19 maggio 2007 all’età di 41 anni e 25 giorni, si permette di compiere il “delitto di lesa maestà”, realizzando la più inutile delle reti nella più inutile delle partite, realizzando un calcio di rigore nella sconfitta interna per 2-3 contro l’Udinese da parte di un Milan infarcito di riserve in vista della Finale di Champions League contro il Liverpool.

Particolare di poco conto, comunque, per un Campione che se ne era già andato ad inizio ottobre ’96, a pochi giorni dal compimento del suo 83esimo compleanno, purtroppo afflitto dal Morbo di Alzheimer, ed al quale, doverosamente, sia la Pro Vercelli che il Novara hanno intitolato il proprio Stadio – tributo che, a memoria, riteniamo sia stato concesso solo ad Artemio Franchi, alla cui memoria sono intitolati i campi di Firenze e Siena – mentre il più grande attestato di stima per le sue qualità tecniche, lo lasciamo ad uno che molto più di noi se ne intende, vale a dire Nils Liedholm che, sceso in campo con il Milan nella gara della sua ultima rete, ebbe così a commentarne la prestazione: “alla sua età possiede ancora un fisico poderoso e riesce a far ammattire gli avversari e, nonostante avesse sempre due giocatori addosso, è riuscito ugualmente a farci goal con una delle sue famose rovesciate in bicicletta …!!!”.

C’è ben poco da aggiungere, se non … “Chapeau” …!!!

SANTIAGO “GHITO” VERNAZZA, IL PRIMO IDOLO ROSANERO

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da figurinecalciatoripalermo.it

articolo di Giovanni Manenti

Gli anni ’50 non sono dei più facili per il Palermo Calcio, che oscilla tra le posizioni di bassa classifica in Serie A, dovendo altresì fare i conti con diverse retrocessioni, per poi, magari, risalire più o meno prontamente nella massima divisione, una specie di “pendolo” – ci sia concessa l’espressione – tra le due categorie, una condanna a cui non sfugge al termine della stagione 1954, conclusa al penultimo posto con 26 punti, a pari merito con Spal ed Udinese, rendendosi pertanto necessari gli spareggi per determinare chi, delle tre, andrà a fare compagnia al Legnano.

Spareggi che risultano fatali ai rosanero, sconfitti per 2-1 dalla Spal il 20 giugno ’54 all’Olimpico dopo il pari contro l’Udinese, per poi riassaporare i terreni della Massima Serie con la conquista della Promozione al termine del Campionato Cadetto ’56, concluso al secondo posto con 47 punti, alle spalle dell’Udinese, a quota 49, con la speranza di riuscire a mantenere la Categoria negli anni a seguire.

Speranza che fatica a materializzarsi, visto che a fine anno solare ’56, la squadra, affidata alla guida di Ettore Puricelli, si ritrova al penultimo posto in Classifica con 10 punti conquistati in 13 gare disputate, frutto di 3 vittorie, 4 pareggi e 6 sconfitte, e con appena 10 reti segnate, in un reparto a cui non fornisce l’apporto sperato l’argentino Walter Gomez, prelevato dal River Plate via Milan, e che, viceversa, in Sudamerica aveva spopolato nelle file dei “Milionarios”.

La dirigenza rosanero cerca di porre rimedio a questa carenza in attacco facendo giungere in Italia il compagno di reparto al River di Gomez, vale a dire l’argentino Santiago Vernazza, un’alta destra dal tiro potente che, ci si augura, possa restituire nuova linfa all’asfittico reparto avanzato.

Vernazza, nato a Buenos Aires il 23 settembre 1928, è uno dei più talentuosi giocatori dell’epoca in Patria, formatosi nelle Giovanili del Platense, con cui si mette in luce nelle stagioni 1949 e ’50, realizzando rispettivamente 20 e 18 reti, così da attirare le attenzioni del River Plate, che lo acquista per completare una linea di attacco che possa rinverdire i fasti della “Maquina” degli anni ’40, visto che sia Pedernera che Di Stefano si erano fatti attrarre dalle lusinghe colombiane, andando a vestire i colori del “Club Deportivo Los Millonarios” di Bogotà.

Compito che la guizzante ala destra svolge come meglio non potrebbe, lui il più giovane di una linea offensiva composta, oltre che dai quasi coetanei Juan José Pizzuti ed il già citato uruguaiano Gomez, dagli oramai “anzianiAngel Labruna e Felix Loustau, realizzando, nella stagione d’esordio, 21 reti che lo consacrano capocannoniere del torneo ’51, per poi fornire il proprio contributo di reti ed assist nella conquista dei campionati argentini nel 1952, ’53, ’55 e ’56, avendo altresì l’opportunità di giocare a fianco di Omar Sivori, futura stella della Juventus.

Guito” (diminutivo di Santiago, poi modificato in “Ghito” nella traduzione dallo spagnolo all’italiano dai tifoso rosanero) è descritto in Patria, con la consueta enfasi dei cronisti di scuola latino/sudamericana, come uno che “tenia un canòn en su botin derecho” (“che aveva un cannone nella scarpa destra“) per quanto impressionanti erano le sue reti dalla media distanza oppure le conclusioni ad incrociare una volta penetrato in area di rigore.

Un “biglietto da visita” niente male, dunque, e si può pertanto ben comprendere la  sorpresa e la delusione della dirigenza palermitana allorquando, al suo esordio alla “Favorita” il 13 gennaio 1957, in occasione della gara Palermo-Sampdoria, valida per la 15esima giornata del girone di andata, Vernazza viene fischiato dal pubblico, sicuramente scontento dell’andamento del torneo – i rosanero sono al penultimo posto in classifica con 11 punti – e che, con ogni probabilità, si attendeva un rinforzo di maggior spessore.

Giova ricordare come, a fine anni ’50, non è che vi fosse la possibilità di attingere a notizie riguardanti calciatori stranieri rispetto a quanto, viceversa, avviene al giorno d’oggi, figuriamoci se poi addirittura provenienti dal Sudamerica, ma comunque Vernazza impiega poco tempo a trasformare quei fischi in applausi e la diffidenza e lo scetticismo in un affetto molto prossimo all’amore da parte degli appassionati sostenitori rosanero.

E ciò, nonostante la pessima stagione del Palermo che, concluso il Girone di Andata al penultimo posto con 13 punti, uno in più del Torino ed al pari del Vicenza, ne racimola appena 9 nel Ritorno per concludere il Campionato staccatissimo dal resto delle avversarie, pur se l’apporto di Vernazza in fatto di reti è lusinghiero, essendo andato a segno 11 volte in 19 presenze, con i primi centri realizzati il 3 marzo ’57 nel pareggio esterno per 2-2 a Marassi contro il Genoa, caratterizzato da analoga doppietta, sul fronte rossoblù, di un altro platense, l’uruguaiano Julio Cesar Abbadie, impresa cui fanno seguito, una settimana dopo, la prima rete realizzata alla “Favorita” nel 3-1 rifilato dai rosanero all’Atalanta ed, a distanza di 16 giorni, la doppietta che stende il Bologna facendo sognare i tifosi in un miracolo che viceversa non si realizza, in virtù dei soli 2 punti raccolti – vittoria interna sulla Triestina per 2-1 con doppietta, manco a dirlo di Vernazza – nelle ultime 10 giornate.

Non vi è, in ogni caso modo migliore, per entrare nel cuore dei tifosi di ogni club che si rispetti, specie per uno straniero, che quello di accettare di seguire il destino della propria squadra anche in caso di retrocessione – non va dimenticato che stiamo parlando, come già ricordato, di un giocatore reduce da 4 titoli di Campione argentino con il River Plate – e l’attaccamento ai colori rosanero dimostrato da Vernazza nelle due successive Stagioni tra i Cadetti fa sì che il legame con la tifoseria diventi indissolubile.

Già, perché il ritorno in B – con la conferma, oltre che di Vernazza, anche di Gomez al centro dell’attacco, peraltro con pessimi riscontri, date le sole 4 reti messe a segno dall’uruguaiano – si dimostra più arduo del previsto e, a dispetto del cambio di ben tre allenatori (si inizia con Pietro Rava per poi richiamare Kossovel dopo 8 giornate e quindi concludere con Carlo Rigotti nel girone di ritorno), la classifica finale vede i rosanero concludere in una deludente sesta posizione, ad 8 lunghezze dal Bari, secondo in graduatoria e che si aggiudica lo spareggio per la A contro il Verona, penultimo nella massima divisione, e ciò a dispetto del buon apporto di reti di Vernazza, che va a segno in 12 occasioni, largamente il migliore dei suoi.

L’estate ’58 porta consiglio alla Dirigenza rosanero, che non perde tempo nel contattare una “Vecchia Gloria” della Favorita, vale a dire il boemo Cestmir Vycpalek che ne aveva indossato con profitto la maglia nelle quattro stagioni a cavallo dell’inizio anni ’50 tutte concluse con altrettante salvezze in Serie A, il quale ha appena dato l’addio al calcio giocato dopo 6 anni al servizio del Parma, offrendogli pertanto la panchina siciliana.

Il cammino non è peraltro facile, visto che al giro di boa di metà stagione il Palermo si trova quarto in Classifica a quota 22 punti, rispettivamente 5 e 4 in meno di Atalanta e Lecco che capeggiano la graduatoria, tenuto a galla dalle prodezze di Vernazza già ben 13 volte a segno, compresa una delle imprese che lo consacrano definitivamente nell’immaginario collettivo dei tifosi rosanero, allorquando, l’11 gennaio ’59, una sua tripletta negli ultimi 6’ di gioco ribalta lo 0-1 casalingo con il Como nel 3-1 conclusivo, con tutto lo Stadio in piedi ad osannarlo.

Con la squadra che progressivamente trova il proprio equilibrio nel corso del Torneo, le prodezze di Vernazza sono meno necessarie, pur se alla fine si laurea Capocannoniere con 19 reti – primo straniero a realizzare una tale impresa nel nostro Campionato cadetto – ed il Palermo può festeggiare il ritorno nella Massima Serie con una giornata di anticipo, concludendo la Stagione a quota 49 punti, due in meno dell’Atalanta, ma con 4 lunghezze di vantaggio sul Lecco.

Il confronto con l’Elite del Calcio Italiano resta peraltro arduo, pur se il Palermo si gioca sino all’ultimo le sue carte nella lotta salvezza – che vede aumentato a tre il numero delle retrocessioni – con alcune “perle” dell’argentino, quali la trasformazione in goal di un calcio di punizione da circa 40 metri (il famoso “cannone nella scarpa destra”, ricordate …?) nella doppietta rifilata all’Alessandria, sconfitta per 4-0 alla “Favorita”, il quale si conferma il “Top Scorer” con 9 reti, facendo anche un’altra singolare esperienza.

Difatti, dopo che proprio grazie a due sue prodezze nello spazio di 7 giorni (1-0 al Milan su rigore il 24 aprile ed analogo 1-0 contro l’Atalanta l’1 maggio ’59, gare entrambe disputate alla “Favorita”) il Palermo si trova in piena lotta salvezza a 5 turni dal termine, in virtù del terz’ultimo posto in Classifica a quota 22 punti assieme al Napoli, con una lunghezza di vantaggio sull’Alessandria, mentre il Genoa è oramai irrimediabilmente condannato, la successiva sconfitta esterna nel confronto diretto contro i “grigi” induce la Dirigenza palermitana a sollevare Vycpalek dall’incarico in vista della trasferta di San Siro contro l’Inter.

Ed, in attesa di affidare la panchina all’ex mediano rosanero Eliseo Lodi, ecco che la guida tecnica alla “Scala del Calcio” spetta proprio a Vernazza in veste di Allenatore/giocatore e diciamo che non se la cava poi male, tornandosene a casa con un rocambolesco 3-3 in cui mette la sua firma con la rete che dà il via alla rimonta del Palermo dopo il 3-1 con cui si era concluso il primo tempo, per quella che è la sua ultima rete con la maglia rosanero, visto che i tre, pur buoni, successivi risultati (vittoria 1-0 sul Vicenza, pareggio esterno 1-1 a Marassi contro il Genoa ed analogo pari interno con la Juventus) non evitano la retrocessione, per un solo punto (27 a 28) rispetto all’Udinese.

Superata largamente la trentina, stavolta Vernazza non rifiuta le lusinghe provenienti dal Milan, trasferendosi in rossonero per dare un più che lusinghiero contributo – con le sue 14 reti realizzate, secondo solo ad Altafini con 22 centri – al secondo posto di fine stagione, a soli 4 punti di distacco dalla Juventus Campione d’Italia, per poi concludere la carriera con due più anonime Stagioni al Lanerossi Vicenza e quindi tornarsene in Patria per far ciò che meglio gli riesce, vale a dire aprire una “Scuola Calcio” a Buenos Ayres per insegnare ai ragazzi la magica “Arte del Futebol”.

Ma c’è chi di lui non si è dimenticato, e sono i tifosi rosanero i quali, nei rituali riconoscimenti coincidenti con l’entrata nel nuovo millennio, chiamati ad eleggere il giocatore palermitano del XX Secolo, non hanno avuto dubbi nel far primeggiare “Ghito” nel Referendum appositamente creato, per poi tributargli un’autentica ovazione in occasione della premiazione avvenuta il 5 aprile 2009 prima della gara contro il Torino al “Renzo Barbera”, in cui gli viene consegnata una maglia con su scritto il suo nome, un evento che commuove Vernazza, ad 80 anni suonati, il quale ricambia un tale affetto con le parole: “Mi sento un siciliano nel Cuore e ciò che provo si consolida sempre più con il passare degli anni, ragion per cui ringrazio Dio per avermi dato la possibilità di tornare a Palermo, quella che considero la mia città …!”.

Lasciateci dire che è praticamente impossibile non amare un personaggio così ed a noi, nel nostro piccolo, ci sembra doveroso omaggiarlo con questo modesto ricordo proprio oggi, che taglia il traguardo degli 89 anni

 

ZIZINHO, IL MAESTRO BRASILIANO CHE VIDE SCHIAFFINO VINCERE LA COPPA DEL MONDO

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Zizinho con la maglia del San Paolo – da soy502.com

articolo di Massimo Bencivenga

C’è stato un trait d’union tra l’Onta del Maracanazo e il Pelè patrimonio nazionale del Brasile. Qualcuno che traghettò la gioia di un popolo dalle sforbiciate di Leonidas sino ai ghirigori di Neymar. L’elemento in comune si chiamava Tomás Soares da Silva, meglio noto come Zizinho, oppure come O Mestre Ziza.

E Maestro lo era sul serio, visto che Pelé lo prese a suo esempio e idolo; e per una volta devo dire che Pelé ha imbroccato il paragone, perché davvero Zizinho è stata la pietra angolare sulla quale è stata edificata la fantastica genia dei mulati, come si dice da quelle parti, capaci di unire estro e fantasia a una coordinazione neuromuscolare fuori dall’ordinario. Così era Pelè, così era Ronaldo, così Ronadinho. Così è Neymar. E così era Zizinho.

Spesso giocava con il numero 8 sulla camiseta, ma era un 10 a tutto tondo, come si usava all’epoca, ossia uno dei componenti della linea d’attacco, né più né meno di Labruna, il 10 della Maquina Platense; né più né meno di come sarebbe stato Ferenc Puskas, il colonnello dell’Aranycsapat, la Squadra d’Oro, l’Ungheria allenata da Sebes.

Nacque, forse, il 14 settembre 1921 a São Gonçalo, nel Grande Rio de Janeiro, ma i genitori si trasferono a Niteroi, dove iniziò a giocare; o forse dovrei dire officiare, visto che c’era qualcosa di sacro nel suo calcio. Sia come sia, il Flamengo iniziò a notare quel gracile attaccante del club Byron, e lo prese nel 1939.

Nel Flamengo, il giovane Zizinho, si trovò a osservare due autentici mostri sacri, noti anche in Italia. Il grande attaccante Leonidas e il terzino Domingos da Guaita. Il primo non giocò contro l’Italia la semifinale a Marsiglia dei Mondiali del 1938, perché leggermente infortunato non per leggerezza come vuole la vulgata; il secondo invece per effetto di una leggerezza perse il pallone che diede il là alla vittoria azzurra.

Si narra che in un allenamento, l’allenatore, davanti ai tifosi, mandò uno svogliato Leonidas a farsi la doccia sostituendolo con il giovanissimo Zizinho. Il ragazzo prese palla, scartò tre quattro persone e fece gol. E poi rifece tutto. Avversari saltati come birilli e nuova marcatura. Fortunati quei tifosi che assistettero in diretta all’esplosione di una Supernova. Dovevo farmi notare, pare abbia detto in seguito per giustificare un egoismo che non ebbe mai, essendo stato anche un eccezionale assistman.

Se tutto ciò può appartenere alla leggenda, per certo abbiamo le parole del giornalista e inviato della Gazzetta dello Sport Giordano Fatori, che dopo averlo visto giocare ai Mondiali del 1950 non trovò di meglio che scrivere: “il calcio di Zizinho mi ricorda Da Vinci a dipingere un lavoro raro“. Già, perché Zizinho entrò sin dal 1942 nell’orbita della Selecao, con prima marcatura all’Ecuador.

Tra il 1942 e il Maracanazo ci furono non poche soddisfazioni. Mentre l’Europa era messa a ferro e fuoco dalla Seconda Guerra Mondiale, in Sudamerica si giocò con regolarità, o meglio, con il concetto di regolarità che è ordinario a quelle latitudini. Non si giocarono i Mondiali in quegli anni, ma alcune edizioni della Copa America. E che edizioni!

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Zizinho in Nazionale – da efemeridesdoefemello.com

Formidabile quella del 1945, con due linee d’attacco leggendarie a darsi battaglia. Da un lato gli argentini Mario Boyé, Norberto Méndez, René Pontoni, Rinaldo Martino e Felix Loustau; Osmar Tesourinha, Thomaz Zizinho, Heleno de Freitas, Jair Pinto e Ademir de Menezes per il Brasile. Le due squadre fecero strage di reti, ma nello scontro diretto la spuntò l’Argentina per 3-1, con hat-trick ante litteram di Méndez. Nel 1947, la Seleccion perse per strada Pontoni, ma il sostituto si rivelò ben più che all’altezza. Anche perché si chiamava Alfredo Di Stefano. Nel 1949, complice l’assenza dell’Argentina, per via di una serrata dei calciatori nei confronti della Federazione, con Adolfo Pedernera tra i più facinorosi, il Brasile di Zizinho e Ademir, la Punta de Lanza, l’attaccante che fece cambiare modulo difensivo a tanti allenatori, maramaldeggiò vincendo in scioltezza la Copa America organizzata in casa. Un po‘ le prove per il Mondiale del 1950.

Ma prima del Maracanazo ci fu un altro trauma nella vita sportiva di Zizinho. Il Flamengo lo cedette prima dei Mondiali al Bangu Atlético Clube per 800 mila cruzeiros, una cifra record per il Brasile ai tempi. Ma soprattutto lo vendette senza consultare Zizinho, che si ritrovò ad abbandonare la squadra e la camiseta del cuore dopo tre titoli e qualcosa come 145 gol in 318 partite.

Nel Mondiale casalingo Zizinho giocò da par suo, dribblando e lanciando, irridendo l’avversario e segnando, assistendo nei gol il formidabile Ademir o il guizzante Friaca. Andò tutto bene, sino a quel giorno nefasto. Quando con tanta classe in campo, su un lato come sull‘altro, a vincere furono le parole di Obdulio Varela, quel Los de afuera son de palo consegnate alla leggenda, nonché le manoni dello stesso, quando nell’intervallo le mise addosso a Schiaffino inchiodandolo alle sue responsabilità. Ti chiamano El Dios, facci vincere, pare disse a Pepe. Che fece spallucce, perché lui era così.

Nonostante la sconfitta, Zizinho fu ritenuto il miglior calciatore della kermesse iridata. Ma qualcosa s’era ormai rotto. Non era solo il Maracanazo. Zizinho ebbe sempre a dire di non saper cosa lo addolorò di più in quel fatale 1950, se la sconfitta con l’Uruguay o la cessione del Flamengo.

Si vendicò a modo suo, quando nella prima partita contro il Flamengo guidò il Bangu in un roboante 6-0. Giocò bene anche lì, segnando altri 122 gol, riuscendo a diventare l’idolo di un giovanissimo Edson Arantes do Nascimiento, ma anche a fallire, per diatribe con la Federazione, la convocazioni ai Mondiali svizzeri del 1954, i primi visti in mondovisione, possiamo dire. Dove tutti avrebbero potuto ammirare la sua classe, e confrontarla con quella di Schiaffino e Puskas.

Nel 1957 passò al San Paolo, dove giocò cosi bene che Feola stava lì lì per convocarlo per i Mondiali svedesi del 1958, quelli dove esplose Pelè.

Il capitolo con la nazionale, inaugurato come detto nel 1942 si chiuse, e sempre contro l’Argentina, la nazionale che lo tenne a battesimo nel debutto, nel 1957, con 53 partite, 30 gol e la vittoria in Copa America del 1949, competizione nella quale è ancora il bomber all-time con 17 confirmed kill. Giocò ancora qualche anno, anche in Cile, ma poi smise. Provò a fare l’allenatore, ma il suo calcio non era qualcosa che si potesse insegnare.

O’Mestre Ziza morì l’8 febbraio 2002. Il suo calcio no, perché è passato per Pelè e Romario, Ronaldo e Ronaldihno e attualmente ha un pregevole alfiere in Neymar.

 

IL “DECENNIO D’ORO” DELLA DINAMO KIEV DI LOBANOVSKY

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I giocatori della Dinamo festeggiano la Coppa Coppe ’86 – da soccerfootballwhatever.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo di massimo splendore dello sport nella disciolta Unione Sovietica, prima della disgregazione dell’Impero avvenuta nel 1991, le varie Federazioni potevano attingere a piene mani – nel formare le selezioni che avrebbero partecipato ai massimi Tornei Internazionali – oltre che dalla “Grande Madre” Russia, anche da atleti provenienti dalla singole Repubbliche, oggi divenute indipendenti.

E, per quanto riguarda gli Sport di Squadra, due di esse potevano considerarsi come fucine di talenti superiori a quelli formatisi tra Mosca e Leningrado, vale a dire, come poi dimostrato dal confronto dei risultati ottenuti nel periodo postcomunista, la Lituania nel basket e l’Ucraina nel calcio.

Interessandoci, quest’oggi, di quest’ultima disciplina, all’interno della Repubblica ucraina il tutto si riconduceva, in pratica, ad un’unica Società, e cioè la Dinamo Kiev, non a caso detentrice del Record di Campionati vinti (ben 13) nella Storia del Campionato Sovietico, la cui prima Edizione si è svolta nel 1936 con conclusione, per quanto ovvio, nel 1991.

Fondata nel 1927 su disposizione del Ministero dell’Interno sovietico, allo scopo di costituire anche in Ucraina – come già avvenuto in Russia ed in Georgia, rispettivamente con la Dinamo Mosca e la Dinamo Tbilisi – una squadra del Corpo di Polizia, cui appunto il nome “Dinamo” fa riferimento, la Dinamo Kiev è la prima a rompere, nel 1961, l’egemonia delle formazioni moscovite che, sino ad allora, avevano monopolizzato la vittoria nel Campionato Sovietico, con 9 titoli conquistati dalla già ricordata Dinamo, 7 dallo Spartak (Società del sindacato operaio, talché viene ribattezzata “Squadra del Popolo”) e 5 dal CSKA, emanazione delle Forze dell’Esercito, mentre l’anno precedente si era affermata la Torpedo, altra Società a base operaia, proprio spuntandola sulla formazione ucraina.

Questo successo resta la classica “rondine che non fa primavera” sino a che sulla panchina della Dinamo non appare il primo Tecnico capace di dare una ben precisa impronta al gioco della squadra, e che risponde al nome di Viktor Maslov, proprio colui che aveva guidato la Torpedo Mosca alla storica accoppiata Campionato/Coppa nel 1960.

Uno degli Allenatori più vincenti nella Storia del Calcio Sovietico – potrà, a fine carriera, vantare 4 titoli nazionali e 6 Coppe (record) vinte – Maslov conduce la Dinamo Kiev alla conquista di tre Campionati consecutivi, dal 1966 al ’68, e di due Coppe nel ’64 e nel ’66, dando così formalmente inizio all’Epoca d’Oro del Club Ucraino, che poi troverà la sua consacrazione nel decennio successivo.

E’ comunque, quello vissuto da Maslov sulla panchina della Dinamo Kiev, il periodo in cui la formazione della Capitale ucraina inizia a fornire i propri giocatori alla Nazionale dell’Unione Sovietica, all’epoca tra le grandi del Calcio Continentale, visto che dei 22 selezionati per i Mondiali di Inghilterra ’66 – che l’Urss conclude al quarto posto, sconfitto in semifinale 2-1 dalla Germania Ovest – ne fanno parte il portiere Viktor Bannikov (ancorché terza scelta dopo Yashin e Kavasaschvili), il terzino Leonid Ostrovski, il centrocampista Joszef Szabo e le punte Valery Porkuyan e Viktor Serebryanikov.

Una partecipazione che trova conferma quattro anni dopo in Messico, dove la linea d’attacco della Dinamo viene trasferita in blocco in Nazionale, con Anatoliy Puzach, Volodymyr Muntjan, Anatoliy Byshovets, il già ricordato Serebryanikov e Vitaliy Khmelnytskyi, avventura che si conclude con l’eliminazione ai Quarti di finale contro l’Uruguay.

Tornato Maslov alla Torpedo Mosca e dopo l’intermezzo triennale di Aleksandr Sevidov – con cui la Dinamo si aggiudica con largo margine il titolo nel ’71, per poi giungere seconda nel 1972 e ’73 – ecco che per la Società ucraina prende corpo quella che diviene una “svolta epocale” nella Storia sia del Club che dell’intero Calcio Sovietico, con l’approdo alla guida tecnica di Valery Lobanovsky, già ex calciatore di buon livello della Dinamo a cavallo degli anni ’60, protagonista nelle vittorie del titolo ’61 e della Coppa ’64, i cui metodi di allenamento rivoluzionano il Calcio di oltre cortina.

Lobanovsky sta al calcio sovietico come Rinus Michels a quello olandese, nel senso che sono entrambi promotori del cosiddetto “Calcio totale”, privilegiando anch’egli l’impiego di “giocatori universali” che sappiano adattarsi a più ruoli, mettendo in campo una varietà di schemi tesa a disorientare le difese avversarie, circostanza che, quantomeno in patria, produce subito effetti più che positivi, dato che, sotto la sua direzione, la Dinamo Kiev pone subito il suo sigillo sul resto della concorrenza, affermandosi nei Campionati 1974, ’75 e ’77.

Poiché le fortune di ogni allenatore sono spesso legate a doppio filo anche alla presenza di fuoriclasse nelle proprie formazioni, al di là di ogni considerazione sulla bontà dei metodi di allenamento e delle varianti tattiche di Lobanovsky, non si può negare che egli sia stato senza alcun dubbio avvantaggiato dall’esplosione di uno dei più grandi talenti mai espressi dal Calcio ucraino, vale a dire Oleg Blokhin, classe 1952, i cui quasi 20 anni di militanza nel Club ne hanno fatto le indiscusse fortune.

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Oleg Blokhin, stella della Dinamo Kiev – da gettyimages.co.uk

Ala sinistra di una potenza fisica e tecnica micidiale, capace di realizzare oltre 200 reti in sole gare di Campionato, Blokhin si laurea Capocannoniere del Torneo Sovietico in cinque delle sue prime sei Stagioni da titolare, contribuendo in maniera determinante ai successi del Club che intende esportare la propria filosofia di gioco per affermarsi anche a livello internazionale.

Con l’Unione Sovietica che, a livello di Coppe Europee, esce dall’autarchia solo a metà degli anni ’60, pagando dazio nella più importante competizione, vale a dire la Coppa dei Campioni/Champions League, in cui nessuna squadra sovietica è mai giunta neppure alla Finale, la Dinamo Kiev “targata Lobanovsky” si arrende nell’edizione ’73 solo al cospetto del Real Madrid ai Quarti di finale, dopo aver eliminato gli austriaci del Wacker Innsbruck ed i polacchi del Gornik Zabrze, mentre l’anno successivo, iscritta alla Coppa Uefa, subisce una cocente eliminazione agli Ottavi da parte dello Stoccarda, dilapidando un vantaggio di 2-0 conseguito all’andata, ribaltato nel finale di gara al Neckarstadion con uno 0-3 che brucia non poco.

Una delusione da cui Lobanovsky trae lo spunto vincente per il primo vero “Anno di Gloria” del Club ucraino, capace di confermare in Patria il titolo del 1974, con 5 punti di vantaggio sui corregionali dello Shaktar Donetz, ed affrontare la sua terza diversa manifestazione europea, la Coppa delle Coppe, con la ferma intenzione di riscattare la beffa della precedente stagione.

Una squadra ben equilibrata in tutti i reparti e che, cosa non da poco, sa adeguarsi al modo di giocare delle avversarie – di cui Lobanovsky conosce anche il più minimo dettaglio, aggiornando in modo quasi maniacale il proprio archivio personale per non lasciare nulla al caso – per cui, se affronti squadre chiuse che cercano di distruggere anziché costruire, ti limiti a costruire la vittoria con lo “stretto indispensabile”, come con i bulgari del CSKA Sofia che vengono eliminati al primo turno con un doppio 1-0, in entrambi i casi firmato, manco a dirlo da Blokhin.

Se, viceversa, incontri squadre disposte a giocarsi la partita a viso aperto, ben vengano ed a farne le spese, negli Ottavi di finale, sono i tedeschi dell’Eintracht Francoforte che, in vantaggio per 2-1 all’andata in Germania, vengono superati nel finale di gara da due reti in 4’ siglate da Blokhin e dall’eterno Muntjan, mentre al ritorno a Kiev è sufficiente una doppietta in poco più di mezz’ora da parte di Onischenko per chiudere il discorso qualificazione e darsi appuntamento a primavera.

Con la ripresa del Torneo a Campionato sovietico non ancora iniziato, le conseguenti difficoltà vengono spazzate via dal doppio successo sui turchi del Bursaspor (1-0 in trasferta, 2-0 al ritorno) che schiude a Lobanovsky ed ai suoi ragazzi le porte della Semifinale contro i temibili olandesi del PSV Eindhoven dei gemelli René e Willy van de Kerkhof, ben coadiuvati in attacco dallo svedese Ralf Edstrom e dal micidiale Willy van der Kuylen, autore in carriera di qualcosa come 308 reti con il Club.

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La Dinamo scesa in campo ad Eindhoven nella semifinale di ritorno – da gameofthepeople.com

Lobanovsky chiama a raccolta i suoi, è consapevole che per aver ragione degli avversari – ricordiamo che siamo nel ’75, l’anno seguente alla strabiliante esibizione della “Arancia Meccanica” di Cruijff & Co. e della ferrea applicazione del suo “Calcio totale” ai Mondiali di Germania ‘74 – occorre disputare la “Partita perfetta” in vista della gara di andata tra le mura amiche e che, per l’occasione, richiama sugli spalti 100mila spettatori, venendo ripagato con forse la miglior prestazione del periodo, con il risultato sbloccato dopo poco più di un quarto d’ora da Onishenko, raddoppiato alla mezz’ora da Kolotov e triplicato poco prima dell’ora di gioco da Blokhin, per un 3-0 che non ammette repliche e che consente di affrontare con serenità il ritorno ad Eindhoven, dove l’orgoglio ferito degli olandesi partorisce l’effimera vittoria per 2-1 che non incide sulle sorti della qualificazione.

Seconda squadra sovietica della Storia ad accedere ad una Finale europea – tre anni prima vi era giunta la Dinamo Mosca in Coppa delle Coppe, venendo sconfitta per 3-2 dai Glasgow Rangers – Lobanovsky sa che, dopo aver eliminato squadre ben più toste, non può lasciarsi sfuggire la grande occasione affrontando nella Finale di Basilea gli ungheresi del Ferencvaros, ormai lontani parenti di quelli che furono i fasti del calcio danubiano e, con una precisione quasi scientifica, ricalcando anche a livello di minuti, la gara contro il PSV Eindhoven, la sfida non ha storia con il 3-0 conclusivo (17’ e 38’ Onishenko, 66’ Blokhin) che consente alla Dinamo Kiev di scrivere la più importante pagina nel Romanzo del Calcio Sovietico.

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La festa per la conquista delle Coppa ’75 – da soccerfootballwhatever.blogspot.it

Romanzo che si arricchisce di altri due importanti capitoli, il primo costituito dalla doppia sfida, in gare di andata e ritorno, contro i fortissimi tedeschi bicampioni d’Europa del Bayern Monaco con in palio la Super Coppa Uefa, risolta a favore della formazione ucraina grazie alle prodezze di Blokhin, il quale realizza sia l’unica rete del successo esterno all’Olympiastadion il 9 settembre 1975, che la doppietta con cui al ritorno a Kiev il 6 ottobre, ancora davanti ad oltre 100mila tifosi entusiasti, si chiude il discorso, che, per l’asso ucraino ha comunque una dolce appendice con l’assegnazione, a fine stagione, del “Ballon d’Or” messo in palio dalla prestigiosa rivista “France Football” con una sorta di plebiscito, ben 122 preferenze rispetto alle 42 di Beckenbauer ed alle 27 di Cruijff, non proprio gli ultimi arrivati.

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La vittoria nelle Super Coppa Uefa ’75 – da altervista.com

Ed anche se la scalata alla massima competizione europea non riesce a completarsi – amara eliminazione nei Quarti dell’edizione ’76, con il Saint Etienne che ribalta ai supplementari lo 0-2 dell’andata, così come l’anno dopo sono i tedeschi del Borussia Monchengladbach a spezzare in Semifinale il sogno della conquista della Coppa dei Campioni – in Patria i successi non si fermano, con la conquista del titolo nel 1980 ed ’81 e della Coppa nazionale negli anni 1974, ’78 ed ’82, facendo della Dinamo Kiev un prototipo da trasferire in blocco anche in Nazionale, visto che sono ben 8 i suoi giocatori selezionati per i Mondiali di Spagna ’82, con l’eliminazione al secondo turno da parte della Polonia.

Una delle prerogative di Lobanovsky è anche quella di seguire scrupolosamente la crescita dei ragazzi delle Giovanili, inserendoli poi gradualmente in prima Squadra, così da avere sempre giocatori che si adattano ai suoi schemi tattici e continuità di rendimento e risultati, una politica che paga con l’inizio degli anni ’80, dopo che con la fine del decennio precedente si erano ritirati campioni del calibro di Rudakov e Muntjan (nel ’77), Fomenko ed Onishenko (nel ’78) mentre avrebbero appeso le scarpe al chiodo entro breve Konkov nel 1981 e Kolotov nel 1982, con il solo Blokhin, peraltro alla soglia dei 30 anni, a rappresentare la “vecchia guardia”.

Ma la nuova generazione non ha nulla da invidiare alla precedente, e, dopo un normale periodo di assestamento, prosegue la striscia vincente del Club, portando a casa i titoli nel 1985, ’86 e ’90, nonché la Coppa nel 1985, ’87 e ’90, anche se la Coppa dei Campioni resta un tabù – sconfitta ai Quarti dall’Aston Villa nel 1982 e dall’Amburgo nel 1983 (in entrambi i casi poi vincitrici del Trofeo …) e, per la seconda volta nella Storia, in Semifinale dal Porto nel 1987, ironia della sorta anch’esso poi vincitore in Finale – ma, per fortuna, si può sempre rimediare in Coppa delle Coppe, manifestazione in cui la Dinamo Kiev torna ad iscriversi nell’edizione 1986.

Dell’attacco di 10 anni prima, formato da Muntjan, Onishenko, Kolotov, Burjak (trasferitosi nel 1984 alla Torpedo Mosca) e Blokhin resta solo quest’ultimo, che va per i 34 anni, ed al loro posto troviamo Jaremchuk, Demjanenko, Zavarov e Belanov, ma la musica con cambia, con gli olandesi dell’Utrecht a mettere paura al primo turno, portandosi in vantaggio al ritorno a Kiev dopo il 2-1 dell’andata solo per essere poi travolti da quattro reti a firma Blokhin, Jaremchuk, Zavarov ed Jevtushenko, la solita coralità del gioco predicato da Lobanovsky, mentre più facile è la qualificazione a spese dei rumeni della Universitatea di Craiova (2-2 all’andata in trasferta, comodo 3-0 al ritorno), per rivedersi alla ripresa del Torneo a primavera.

Con Lobanovsky che appronta la propria squadra come meglio non potrebbe, in vista anche dei Mondiali di Messico ’86, il Quarto di finale che oppone la Dinamo ai malcapitati austriaci del Rapid Vienna si trasforma in un autentico massacro (4-1 al Prater, 5-1 davanti ai soliti 100mila spettatori che stanno nuovamente ammirando una squadra fantastica) e, fedele alla politica del “copia incolla” del suo Tecnico, anche la semifinale di andata a Kiev contro il Dukla Praga si risolve in un netto 3-0 (doppietta di Blokhin ed acuto di Zavarov, con pratica archiviata dopo poco più di mezz’ora) serenamente difeso al ritorno, concluso in parità sull’1-1, per andare a sfidare il 2 maggio ’86 a Lione, i temibili spagnoli dell’Atletico Madrid.

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La rete di Zavarov che sblocca la finale ’86 – da gettyimages.it

E’ una formazione priva di grandi individualità, quella guidata dall’esperto Luis Aragonès, che ha nella difesa il suo punto forte, imperniata sui nazionali Tomas ed Arteche e con il Campione del Mondo argentino Fillol a difesa della porta, e la Dinamo Kiev riesce a far saltare il banco andando in vantaggio dopo appena 5’ con Zavarov, per poi controllare la gara ed arrotondare il punteggio nel finale grazie alle reti di Blokhin ed Jevtuschenko per il 3-0 conclusivo che ricalca pari pari il risultato della Finale del ’75 contro il Ferencvarios, ed anche in questo caso, a fine anno, è uno dei giocatori di Lobanovsky, in questo caso Igor Belanov, a vedersi assegnare il “Ballon d’Or.

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Si festeggia la conquista della Coppa ’86 – da fadynamo.kiev.ua

Prima del dissolvimento dell’impero sovietico, a Lobanovsky mancherebbe un alloro con la “sua” Nazionale targata Dinamo Kiev, impresa che tenta senza riuscirvi ai Mondiali di Messico ’86, uscendo agli Ottavi contro il Belgio al termine di una gara rocambolesca che vede l’Urss in vantaggio 1-0 e 2-1 per poi soccombere 4-3 ai tempi supplementari (la tripletta realizzata da Belanov contribuisce in modo determinante alla successiva assegnazione del Trofeo di Miglior Giocatore Europeo dell’Anno), per poi sfiorarla nei successivi Europei di Germania ’88, in cui giunge all’atto conclusivo dopo aver eliminato con un netto 2-0 l’Italia in Semifinale, schierando una formazione con 7/11 della Dinamo Kiev (Demjanenko, Rats, Mikhailichenko, Zavarov, Litvoschenko, Belanov e Protassov) che si inchina solo al duo rossonero formato da Gullit e van Basten, che confeziona l’unico titolo (tra Europei e Mondiali) vinto dall’Olanda.

Era forse destino che, tra fautori del “calcio totale”, l’ultima pagina la dovessero scrivere due maestri di tale concetto, quali Michels da una parte e Lobanovsky dall’altra… 

IL DEBUTTO “IN BIANCO” DELLA NAZIONALE AZZURRA DI CALCIO

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La prima Nazionale del 15 maggio 1910 – da wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Il Calcio, nel Bel Paese, nasce ufficialmente il 15 marzo 1898 con la fondazione a Torino della FIGC (Federazione Italiana Gioco Calcio), per poi dar luogo, il successivo 8 maggio, all’assegnazione del primo Titolo di Campione d’Italia attraverso quello che non può certo definirsi un Campionato, svolgendosi in una sola giornata, con appena quattro squadre partecipanti, e che vede la vittoria arridere al Genoa, per il primo dei suoi 9 Scudetti, anche se il prestigioso distintivo tricolore da applicare sulle maglie della squadra Campione verrà utilizzato solo a partire dal 1924, stagione curiosamente coincidente con l’ultima affermazione del Grifone rossoblù.

Il torneo, però, fatica a decollare quanto a partecipanti, laddove si pensi che, 10 anni dopo, siamo ancora al punto di partenza, con sole 4 squadre – Andrea Doria, US Milanese, Juventus e Pro Vercelli – a disputarsi il titolo 1908, anche a seguito della rinuncia, per protesta, delle tre migliori formazioni dell’epoca, vale a dire Genoa, Milan e Torino, avverso la decisione della Federazione di bandire dalla competizione i giocatori stranieri

Un “braccio di ferro” risolto con la costituzione di due tornei paralleli e cioè il Campionato Federale al quale le Società potevano far disputare le gare anche ai calciatori stranieri ed il Campionato Italiano a cui dovevano partecipare solo formazioni composte da giocatori italiani, un “pasticciaccio” di breve durata, finché nel 1911 la questione si risolve tornando ad un Campionato Unico al quale anche gli stranieri possono partecipare, data anche la circostanza che, nel frattempo, rispetto agli esordi, la componente autoctona delle singole formazioni aveva assunto la netta prevalenza.

C’era però ancora un divario da colmare rispetto alla quasi totalità degli altri Paesi europei, vale a dire il fatto che l’Italia non avesse ancora una propria Squadra Nazionale, circostanza viceversa già concretizzatasi – a parte quanto avvenuto in Gran Bretagna, dove il primo incontro tra Inghilterra e Scozia risale addirittura al 1870 – anche negli Stati a noi limitrofi, con la prima sfida tra Francia e Svizzera datata 12 febbraio 1905, mentre Austria ed Ungheria si erano incontrate tra di loro in 10 occasioni a far tempo dalla gara inaugurale del 12 ottobre 1902, così come risale al 30 aprile 1905 il primo incontro tra Belgio ed Olanda e la stessa Germania aveva debuttato nel 1908 affrontando la Svizzera.

Una lacuna colmata, grazie alla fattiva opera dei milanesi Luigi Bosisio ed Arturo Baraldi – rispettivamente Presidente e Segretario della FIGC – i quali, agli albori del 1910, ritengono sia giunto il momento affinché l’Italia abbia la sua rappresentativa nazionale anche nel Calcio, dandone l’annuncio, con la consueta enfasi del periodo, con la pubblicazione sul numero del 13 gennaio 1910 di “Football”, la rivista ufficiale della Federazione, del seguente articolo “LA SQUADRA NAZIONALE ITALIANAQuest’anno anche l’Italia avrà la sua squadra nazionale composta da soli giuocatori italiani. La FIGC ha a questo d’uopo incaricato la Commissione Tecnica Arbitrale di mettere assieme una squadra che degnamente sappia rappresentare i colori d’Italia, colla speranza che la vittoria arrida agli undici valorosi atleti”.

Al giorno d’oggi, ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate a pensare che la formazione della Nazionale venga decisa dagli arbitri, ma occorre riportarsi al periodo ancora pionieristico del nostro Calcio, in cui non esisteva ancora la figura dell’Allenatore come lo vediamo ai nostri giorni, e quindi i Direttori di gara vennero ritenuti i più esperti per valutare il tasso tecnico dei giocatori – anche perché loro stessi ex calciatori – e la relativa Commissione, formata da Alberto Crivelli, Agostino Recalcati, Giuseppe Gama Malcher, Giannino camperio ed Umberto Meazza, nomina quest’ultimo quale Allenatore e sceglie l’undici titolare per la partita inaugurale, da disputarsi il 15 maggio 1910 contro la Francia all’Arena Civica di Milano.

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L’Arena Civica di Milano, teatro della sfida – da altervista.org

Una selezione, in verità, neanche tanto difficile, visto che nel panorama nazionale si era affacciata la prima grande realtà a livello di Club, vale a dire la Pro Vercelli che, utilizzando solo ed esclusivamente giocatori italiani, si era già affermata nei Campionati del 1908 e 1909 e stava rivaleggiando con l’Inter per l’assegnazione del Titolo 1910.

A rompere le classiche “uova nel paniere” alla neonata Commissione Tecnica giunge, inaspettata, una controversia legata all’esito del Campionato che, disputato per la prima volta in una sorta di Girone Unico – peraltro limitato a sole formazioni dello scacchiere ligure, lombardo e piemontese – con 9 squadre partecipanti che si incontrano tra di loro in gare di andata e ritorno, vede l’Inter e la Pro Vercelli terminare alla pari in classifica con 25 punti a testa, complice una clamorosa sconfitta per 0-4 dei nerazzurri alla penultima giornata sul campo del Genoa.

Si rende pertanto necessaria la disputa di una gara di spareggio che la Pro Vercelli chiede, ed ottiene, venga disputata sul proprio terreno in virtù di una miglior differenza reti rispetto alla formazione milanese, venendosi però a creare una controversia sulla data di svolgimento della stessa, in quanto le originarie date del 17 e 24 aprile 1910 non vengono accettate dai piemontesi dovendo prestare alcuni dei loro giocatori a Tornei tra squadre militari, ed il Presidente vercellese, Luigi Bozino, riceve assicurazioni dal Presidente della FIGC in ordine all’ulteriore slittamento all’1 maggio.

Posticipo al quale, stavolta, si oppone l’Inter, ottenendo soddisfazione dalla decisione assunta dal Consiglio Federale, il quale conferma nel 17 aprile 1910 la data per lo svolgimento dell’incontro, data anche la preoccupazione della Federazione per l’eccessiva vicinanza alla gara d’esordio della Nazionale, evento al quale pretende che i giocatori giungano con il dovuto riposo e relativa preparazione, un atteggiamento che non viene gradito dalla Dirigenza della Pro Vercelli che, per tutta risposta, manda in campo la formazione giovanile composta da ragazzini tra gli 11 ed i 15 anni (!!), subendo una scontata umiliazione da parte dei più esperti calciatori interisti, che si affermano con il sonoro risultato di 10-3.

Il comportamento – assai poco sportivo, invero – della Pro Vercelli, venne pesantemente sanzionato dalla Federazione, la quale, nella seduta dell’1 maggio, ne squalifica i giocatori sino a fine anno 1910 (sentenza questa successivamente ridotta per consentire la regolare disputa del Campionato successivo), condannandoli ad una multa di 200 Lire a testa e, quel che più conta in questo frangente, inibendo loro la partecipazione a gare della Nazionale, circostanza quest’ultima che non avrà senz’altro fatto piacere alla Commissione Tecnica incaricata di scegliere gli undici da mandare in campo appena due settimane dopo.

Costretti a far buon viso a cattivo gioco, i selezionatori scelgono una strada molto democratica, allestendo due distinte formazioni, definite dei “probabili” e dei “possibili”, che si affrontano i due incontri, il 5 ed 8 maggio 1910, sempre sul terreno di gioco dell’Inter, ed entrambi risolti a favore dei “probabili” con i rispettivi punteggi di 4-1 e 4-2, il che li rende i primi giocatori della storia a rappresentare i colori italiani a livello internazionale, con l’unica eccezione di Bontadini, dell’Ausonia, al cui posto viene preferito Enrico Debernardi, centrocampista del Torino.

Già, i colori, altro bell’argomento, dato che oramai gli “Azzurri” sono sinonimo di Nazionale Italiana di qualsiasi disciplina, ma all’esordio non era ancora stato trovato un accordo su quale dovesse essere la divisa ufficiale, ed ecco che gli uomini al comando del Tecnico Meazza scendono in campo in maglia bianca, vale a dire la divisa di coloro che ancora non avevano una precisa identità, mentre i calzoncini sono per metà bianchi (sei) e per metà neri (cinque) e, per ciò che riguarda i calzettoni, ognuno indossa quelli del rispettivo Club di appartenenza.

Al fine, però, di non fare la figura dei miserabili, come avrebbe denotato la maglia bianca indossata, sul petto dei giocatori appare, secondo le cronache dell’epoca, un taschino tricolore che, in realtà, come confermato dal portiere Mario De Simoni, altro non era che un nastrino coi colori della nostra bandiera, appuntato in qualche modo sopra la divisa.

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La prima divisa mostrata da Rizzi e Treré – da magliarossonera.it

Risolte alla bell’e meglio le varie problematiche relative all’allestimento della formazione e della divisa da gioco, occorreva ora pensare alla Francia nostra avversaria, la quale, come ricordato, aveva debuttato sei anni prima e che, alla vigilia dell’incontro, poteva già contare su 15 incontri ufficiali disputati, pur se con un ruolino tutt’altro che onorevole, essendosi risolti con sole tre vittorie a fronte di un pari all’esordio contro il Belgio nel maggio 1904 e ben 11 sconfitte e, prima di varcare le Alpi per affrontare l’Italia, è reduce da 8 battute d’arresto consecutive, ivi compresi tre rovesci per 0-12, 0-11 ed 1-10 contro i “Maestri” inglesi ed uno sconcertante 1-17 interno di fronte alla Danimarca.

Un’avversaria, insomma, alla teorica portata della nostra rappresentativa, pur con tutti i rischi ed i dubbi che comporta una gara di esordio, in ordine al quale l’autorevole quotidiano milanese “Il Corriere della Sera”, nell’edizione di domenica 15 maggio 1910 con cui presenta la sfida, nel chiamare a raccolta i tifosi per questo “incontro da considerarsi di primissima importanza negli annali del nostro Football”, si sbilancia in un pronostico asserendo che “senza peccare d’immodestia, non è il caso di escludere per oggi una vittoria italiana”.

L’appello del “Corriere” viene raccolto dagli sportivi milanesi, che si presentano in 4mila all’Arena Civica di Milano per assistere all’incontro, in programma alle ore 15,30 e diretto dall’inglese Harry Goodley, uno dei tanti britannici che, trasferitosi in Italia per lavoro, avevano dato il loro fattivo contributo alla nascita e crescita del movimento calcistico nel nostro Paese.

Ed ancor meglio fanno i giocatori, dei quali viene scelto il terzino 28enne dell’Andrea Doria, Francesco Calì, per svolgere le funzioni di Capitano, con l’attaccante del Milan Pietro Lana ad entrare per tre volte nella Storia, dapprima avendo l’onore di aprire le marcature dopo appena 13’ e poi per essere il primo giocatore italiano a trasformare un calcio di rigore ad 1’ dal termine dell’incontro, che fissa nel 6-2 il risultato finale in cui Lana è altresì autore di una tripletta – avendo messo a segno anche il punto del provvisorio 3-1 intorno all’ora di gioco, dopo che il transalpino Sellier, in avvio di ripresa, aveva dimezzato le distanze rispetto al 2-0 con cui le squadre erano andate al riposo – risultando pertanto anche il primo marcatore multiplo nella ultracentenaria Storia della nostra Nazionale.

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L’articolo de “La Gazzetta dello Sport” a ricordo di Lana – da magliarossonera.it

Un tale roboante esordio fa illudere la Federazione circa la forza della nostra selezione, accettando, appena 11 giorni dopo, la sfida contro l’Ungheria a Budapest, dalla quale se ne tornano a casa con una severa ed umiliante lezione visto l’1-6 conclusivo, con la rete della bandiera messa a segno da Rizzi a 2’ dal termine dell’incontro, ancorché, per le note ragioni sopra esposte, l’Italia faccia ancora a meno dei giocatori della Pro Vercelli, con la cui presenza, il 6 gennaio 1911, allorquando i magiari rendono visita agli “Azzurri” – visto che questo è l’incontro in cui debutta la tradizionale maglia delle nostre rappresentative nazionali – all’Arena Civica di Milano, l’esito è ben diverso, non tanto nella vittoria, che arride sempre ai nostri avversari, ma di sicuro nel punteggio, in quanto l’Italia si arrende solo di fronte ad una rete di Schlosser messa a segno a metà della prima frazione di gioco.

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La prima maglia azzurra indossata dall’Italia il 6/1/1911 – da magliarossonera.it

 

E, per concludere, riportiamo, a futura memoria, il tabellino della storica prima partita della Nazionale:

Milano, Arena Civica, domenica 15 maggio 1910, ore 15,30
ITALIA 6 (Lana 13’, 59’ e rig. 89’, Fossati 20’, Rizzi 66’, Debernardi 82’) – FRANCIA 2 (Sellier 49’, Ducret 62’)
ITALIA: De Simoni (US Milanese); Varisco (US Milanese), Calì (Andrea Doria, cap.); Treré (Ausonia), Fossati (Inter), Capello (Torino); Debernardi (Torino), Rizzi (Ausonia), Cevenini I (Milan), Lana (Milan), Boiocchi (US Milanese). Allenatore: Umberto Meazza.
FRANCIA: Tessier; Mercier, Sollier; Rigal, Ducret, Vascout; Mouton, Sellier, Bellocq, Ollivier, Jourde (cap.). Allenatore: Chailloux.
Arbitro: Harry Goodley (Inghilterra)

I “FAVOLOSI ANNI ’80” DEL GOTEBORG A LIVELLO EUROPEO

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Goteborg vincente in Coppa Uefa nel 1987 – da oldscottishfootball.blogspot.it

articolo di Giovanni Manenti

Non si può certo dire che – sport nordici a parte – il calcio sia una disciplina sconosciuta in Svezia, paese, al contrario, capace di sfornare fior di campioni, soprattutto a partire dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, che vede la Nazionale scandinava conquistare la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Londra ’48, con un attacco che schiera il futuro trio rossonero composto da Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, per poi far buona figura ai successivi Campionati Mondiali del ’50 in Brasile e giungere sino alla Finale dell’edizione da lei stessa ospitata, arrendendosi solo al Brasile di Pelè & Co.

Non male, peraltro, anche la generazione degli anni ’70, capace di qualificarsi per tre edizioni consecutive dei Mondiali (1970, ’74 e ’78) quando le partecipanti erano solo 16 e non 32 come al giorno d’oggi, in cui emergono il portiere Ronnie Hellstroem, il difensore Bjorn Nordqvist (primo calciatore a superare le 100 presenze in Nazionale …), il centrocampista Bo Larsson e, soprattutto, la schiera di attaccanti, formata da Conny Torstensson, Ove Kindvall, Ralf Edstrom e Roland Sandberg.

Ma, non diciamo di successi, ma anche solo di apparizioni in Semifinale nelle grandi manifestazioni europee a livello di Club, manco a parlarne, un po’ perché le stesse hanno avuto inizio quando l’assoluta “Generazione di Fenomeni” degli anni ’40 e ’50 era oramai agli sgoccioli della propria attività, e, più che altro, poiché i talenti venivano ingaggiati dalle ricche Società del Continente ed in particolare italiane, tra cui, oltre al già citato trio rossonero, giova ricordare Lennart Skoglund, Hans Jeppson, Arne Selmosson e Kurt Hamrin, i quali hanno fatto bella mostra di sé nella nostra Serie A, deliziando i tifosi di Inter, Napoli, Lazio, Roma, Fiorentina e Milan.

Desta pertanto non poca sorpresa il fatto che, nel ’79, la formazione del Malmoe sia non solo la prima compagine svedese a raggiungere una Semifinale nelle tre grandi Manifestazioni Continentali (Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa delle Fiere/Uefa), ma addirittura a qualificarsi per l’atto conclusivo della Coppa dei Campioni – invero agevolata da sorteggi non impossibili, avendo dovuto affrontare, cammin facendo, i francesi del Monaco, i sovietici della Dynamo Kiev, i polacchi del Wisla Cracovia e gli austriaci dell’Austria Vienna – solo per essere sconfitti con il minimo scarto, da un’altra debuttante, vale a dire il Nottingham Forest di Brian Clough, in virtù di una rete messa a segno da Trevor Francis in chiusura di primo tempo.

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La rete di Francis che decide Nottingham Forest-Malmoe – da itv.com

Nel frattempo, però, si sta formando, sul suolo svedese, l’ossatura di una squadra destinata a stravolgere le gerarchie del calcio europeo, ed affidata ad un giovane tecnico poco più che 30enne e da un mediocre passato come calciatore nel ruolo di difensore, vale a dire Sven-Goran Eriksson, che proprio da questo suo inizio in Patria si costruisce la fama di apprezzato allenatore sino a guidare, in seguito, compagini famose quali Benfica, Roma, Fiorentina, Sampdoria e Lazio, per poi approdare sulla panchina della Nazionale inglese.

Il Club in questione altri non è che l’IFK Goteborg, abbreviazione di Idrottsforeningen Kamraterna Goteborg (vale a dire, Compagnia delle Associazioni Sportive Goteborg), fondato nel 1904, con nel suo conto già 7 titoli di Campione svedese, ma che, dopo l’ultimo torneo vinto nel 1969, addirittura retrocede l’anno seguente, conoscendo durante gli anni ’70, il periodo peggiore della sua ora più che centenaria Storia, con ben sei stagioni in seconda divisione, prima di riconquistare la Massima Serie nel 1976.

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Una prima formazione Göteborg anni ’80 – da corriere.it

Si può quindi ben comprendere come venga accolta quale manna dal cielo dai tifosi dei “Blavitt” (i biancoblù), la conquista della – tra l’altro prima – Coppa di Svezia (la “Svenska Cupen”) nella primavera ’79, addirittura superando con un perentorio 6-1 i rivali del Atvidabergs nella Finale disputata nel tradizionale impianto del “Rasundastadion” di Stoccolma, preludio ad un finale di stagione – ricordiamo che in Svezia il Campionato si disputa nell’anno solare, da aprile ad ottobre – concluso al secondo posto, ad una sola lunghezza di distacco dai Campioni dell’Halmstadts BK.

Tale successo nella Coppa nazionale consente al Goteborg di riaffacciarsi in Europa – a 9 anni di distanza dall’ingloriosa uscita al primo turno della Coppa dei Campioni, umiliata il 16 settembre ’70 tra le mura amiche per 0-4 dal Legia Varsavia di Deyna e Gadocha, che si afferma anche al ritorno per 2-1, a 14 giorni di distanza – stavolta impegnato in Coppa delle Coppe, dove Eriksson mette in mostra una più che organizzata fase difensiva, il che permette alla formazione svedese di capitalizzare al massimo l’unica rete di Holm che decide l’andata dei Sedicesimi di finale contro gli irlandesi del Waterford, chiudendo il ritorno sull’1-1, e quindi di limitare al minimo i danni nell’insidiosa trasferta in terra ellenica contro il Panionios, il cui 0-1 viene ribaltato al ritorno grazie ai centri di Nordin e Tord Holmgren, per poi nulla poter opporre allo strapotere dell’Arsenal che, nell’andata dei Quarti, travolge per 5-1 ad Highbury un Goteborg che si era addirittura portato in vantaggio con Torbjorn Nilsson, decretandone la relativa uscita di scena.

Un’esperienza comunque utile per i ragazzi di Eriksson, pur se la partecipazione alla Coppa Uefa dell’anno seguente si conclude al primo turno, ancora a causa di un pesante 1-5 esterno contro gli olandesi del Twente Enschede, cui la doppietta del “solito” Nilsson al ritorno non è sufficiente a ribaltare l’esito del doppio confronto, mentre sul fronte interno la stagione ’80 vede il Goteborg concludere il Torneo al terzo posto, a tre punti dall’Osters Campione, il quale si ripete l’anno seguente con i “Blavitt” stavolta secondi, ma a quattro punti di distacco.

La squadra sta comunque sempre più prendendo confidenza dei propri mezzi ed assimilando le direttive tattiche di Eriksson, fiducia che viene incrementata dai primi turni della Coppa Uefa 1981-’82 – che, ribadiamo, si disputano mentre il Campionato è alle strette finali – in cui il Goteborg dispone dapprima a proprio piacimento dei “cugini” finnici dell’Haka Valkeakoski (3-2 esterno ed agevole 4-0 al ritorno all’Ullevi), per poi incontrare non poche difficoltà per eliminare gli austriaci dello Sturm Graz (2-2 in trasferta con doppietta di Torbjorn Nilsson a recuperare lo 0-2 iniziale e 3-2 al ritorno grazie ad un rigore trasformato da Fredriksson all’89’) e quindi disporre dei rumeni della Dinamo Bucarest (doppio successo, 3-1 in casa ed 1-0 in trasferta, ancora “targato” Nilsson, autore di 3 reti nel doppio confronto), prima della pausa invernale per rivedersi a marzo in occasione dei quarti di finale che oppongono agli svedesi i temibili spagnoli del Valencia.

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Torbjorn Nilsson, capocannoniere in Coppa Uefa nel 1982 – da fotbollsmamma.se

E, come le formazioni scandinave sono avvantaggiate nei turni iniziali delle Coppe europee per il fatto di essere maggiormente rodati grazie alla calendarizzazione dei loro Campionati, così, nella decisiva fase primaverile delle stesse, scontano il fatto di essere ancora nella fase di preparazione, il che comunque non impedisce al Goteborg di dar battaglia al “Mestalla”, in una gara che si risolve in un quarto d’ora di fuoco, con gli spagnoli a portarsi avanti con il danese Arnesen dopo appena 5’, per vedersi raggiunti e superati da un micidiale uno-due nell’arco di 2’ firmato Ruben Svensson e, tanto per cambiare, Nilsson, prima che ancora Arnesen sigli il punto del definitivo 2-2 poco dopo il 15’ del primo tempo, un risultato che al ritorno i ragazzi di Eriksson mettono al sicuro con un franco 2-0 siglato da Tommy Holgrem e da un rigore di Fredriksson.

Giunti alle fasi conclusive del torneo, per il Goteborg si presenta lo spauracchio costituito dai tedeschi del Kaiserslautern, che nel turno precedenti si erano permesso il lusso di umiliare nientemeno che il Real Madrid, ribaltando al “Betzembergstadion” l’1-3 patito al Santiago Bernabeu infliggendo ai “Blancos” una delle loro più pesanti sconfitte in campo europeo, un 5-0 che non ammette repliche.

Oltretutto, a difesa dei pali della porta tedesca, vi è una vecchia conoscenza del calcio svedese, vale a dire quel Ronnie Hellstrom per 77 volte titolare del ruolo in Nazionale, ma che deve capitolare all’andata in terra renana di fronte alla rete di Corneliusson che ristabilisce la parità dopo l’iniziale vantaggio teutonico con Hofeditz, rimandando la decisione circa il passaggio del turno al ritorno in Svezia, sentenza che necessita del prolungamento ai supplementari dopo l’1-1 al 90’ che rispecchia il risultato dell’andata e che viene decretata da un calcio di rigore trasformato al 103’ ancora da Fredriksson, sempre implacabile dal dischetto.

Seconda squadra scandinava della storia a raggiungere una Finale europea dopo il già citato Malmoe, il Goteborg, a detta degli addetti ai lavori, non dovrebbe far altro che rispettare il ruolo della vittima sacrificale di fronte ai “Panzer” dell’Amburgo, da 4 anni a contendere al Bayern la leadership in Patria, con i successi in Bundesliga ’79 ed ’82 ed il secondo posto nel 1980 ed ’81 alle spalle dei bavaresi, nonché sconfitti nella Finale di Coppa dei Campioni ’80, e che possono contare tra le proprie file fior di nazionali, quali il terzino Manfred Kaltz, il difensore centrale Dittmar Jakobs, il centrocampista Felix Magath ed il centravanti Horst Hrubesch, quest’ultimo realizzatore in Finale della doppietta con cui la Germania si era aggiudicato il Campionato Europeo ’80 contro il Belgio.

Lascia pertanto alquanto perplessi l’atteggiamento rinunciatario messo in mostra dagli anseatici nella gara di andata del 5 maggio allo Stadio Ullevi, punito da una rete di Tod Holmgren a 3’ dal termine che regala al Goteborg uno stretto margine da amministrare al ritorno in terra tedesca, atteggiamento giustificato dai media con la necessità di non sprecare eccessive energie, visto che sono anche in lotta per il titolo, con due soli punti di vantaggio sul Colonia a quattro giornate dal termine della Bundesliga.

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La rete di Holmgren che decide l’incontro – da twb22.blogspot.it

Vantaggio che resta invariato quando di turni ne restano solo due, ed i 60mila che gremiscono il 19 maggio ’82 il Volksparkstadion di Amburgo si attendono di poter festeggiare il loro secondo Trofeo continentale, dopo la Coppa delle Coppe conquistata nel ’77 a spese dell’Anderlecht, dovendosi però render conto che l’impresa è molto più difficile del previsto, specie quando, poco prima della mezz’ora, Corneliusson raccoglie al volo un traversone dalla sinistra di Holmgren per trafiggere Stein, facendo sì che adesso ai tedeschi servano ben tre reti se vogliono alzare la Coppa.

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Il rigore del definitivo 3-0 trasformato da Fredriksson – da ndr.de

Impresa che diventa materialmente impossibile nel momento in cui, poco dopo l’ora di gioco, Torbjorn Nilsson, lanciato in contropiede, beffa la retroguardia amburghese per trafiggere ancora Stein e siglare il suo personale nono goal che lo rende il Capocannoniere della Manifestazione, con il freddo Fredriksson a chiudere definitivamente i discorsi trasformando, 4’ dopo, un rigore concesso per fallo sullo stesso Nilsson per il 3-0 conclusivo che incorona Eriksson ed i suoi ragazzi sul trono d’Europa.

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Si festeggia la conquista della Coppa Uefa 1982 – da ifkgoteborg.se

Stagione che per il tecnico svedese ed i suoi ragazzi è ben lungi dal considerarsi conclusa, visto che al trionfo in Europa seguono la conquista della Coppa nazionale (3-2 in Finale all’Osters) ed il ritorno al titolo a 13 anni di distanza dall’ultimo successo, superando in volata l’Hammarby di un solo punto.

L’aver ottenuto uno storico “Triplete” determina non solo l’abbandono di Eriksson, il quale va a sedersi sulla panchina del Benfica, ma anche il consueto “saccheggio” dei migliori elementi da parte di altri Club Europei, con Nilsson ad accasarsi al Kaiserslautern, Corneliusson ad approdare allo Stoccarda per poi vestire, per 5 anni consecutivi, i colori del Como, e Stromberg a seguire il tecnico al Benfica solo per trasferirsi, ad un anno di distanza, in Italia e divenire un beniamino dei tifosi dell’Atalanta, di cui indossa la relativa maglia per ben 8 stagioni di seguito, finendovi la carriera.

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Stromberg in maglia Goteborg – da zonacesarini.it

Ovvio che questo è il destino delle zocietà che sono costrette a cedere i pezzi pregiati per esigenze di bilancio, ma dover ricostruire quasi da zero l’organico non è impresa facile e difatti, nonostante il Goteborg si confermi Campione anche nei successivi anni ’83 ed ’84, sul fronte internazionale lo scotto viene pagato con l’eliminazione al primo turno di Coppa delle Coppe ad opera degli ungheresi dell’Ujpest a settembre ’82, e miglior sorte non ottiene il ritorno in Coppa dei Campioni, pur se il sorteggio non è certo benevolo, abbinando agli svedesi i giallorossi della Roma (poi Finalista …) al primo turno, arrendendosi a Falçao & Co. per 0-3 all’Olimpico, ma salvando l’onore con il successo per 2-1 al ritorno.

Una miglior sorte consente al Goteborg di avanzare sino ai quarti di finale della Coppa Campioni ’85, superando per la norma delle reti segnate in trasferta i belgi del Beveren agli Ottavi, dopo aver sommerso sotto una valanga di reti (17-0 il conto complessivo …!!) i malcapitati lussemburghesi dell’Avenir Beggen al primo turno, solo per essere eliminati in primavera dal Panathinaikos, risultando fatale la sconfitta interna per 0-1 all’andata.

A questo punto, la dirigenza svedese punta sul ritorno in panchina di Gunder Bengtsson, già vice di Eriksson, di cui aveva preso il posto nella parte conclusiva del vittorioso Campionato ’82 quando il tecnico di Torsby aveva preso la strada di Lisbona, e che, nel frattempo, ha vissuto esperienze alla guida dei norvegesi del Valerengen e dei portoghesi del Nacional.

La scelta si rivela quanto mai azzeccata, in quanto, alla sua prima stagione, riesce a condurre il Goteborg sino alla semifinale di Coppa dei Campioni dopo aver eliminato i bulgari del Trakia Plovdiv (3-2 e 2-1), i turchi del Fenerbahçe (4-0 ed 1-2) e gli scozzesi dell’Aberdeen (2-2 esterno e 0-0), compiendo la clamorosa impresa di sconfiggere 3-0 all’andata il Barcellona (doppietta del figliol prodigo Nilsson ed acuto di Holmgren), solo per vedersi rendere la pariglia al Camp Nou (tripletta di “Pichi” Alonso) ed uscire ai calci di rigore.

Una cocente delusione, che però Bengtsson trasforma in motivazione affinché i giocatori diano il massimo di sé nella successiva – e, sulla carta, più abbordabile – Coppa Uefa, con la speranza di rinverdire i fasti di 5 anni prima, affrontata con una squadra il cui più esperto è il difensore Glenn Hysen, già protagonista, al pari di Tord Holmgren, del successo del 1982 e rientrato alla base dopo un’esperienza in Olanda nel Psv Eindhoven, mentre in attacco, ritiratosi Nilsson, si fa affidamento sulla maturazione del centravanti Stefan Pettersson e sulle capacità realizzative del non più giovane Lennart Nilsson, prelevato dall’Elfsborg.

L’inizio è dei più promettenti, con i cechi del Sigma Oloumuc spazzati via con un secco 4-0 dopo l’1-1 in trasferta all’andata, così come il 2-0 all’Ullevi viene amministrato al ritorno contro i tedeschi orientali dello Stahl Brandeburgp ai Sedicesimi, e la fase ascendente del Torneo si conclude alla grande con un doppio successo (1-0 in trasferta e 4-0 tra le mura amiche) contro i belgi del Gent, con quattro giocatori diversi ad andare a segno, a dimostrazione della bontà degli schemi di Bengtsson.

Il risveglio, a primavera, è però da incubi, a seguito dell’abbinamento contro gli italiani dell’Inter dalla pressoché impenetrabile difesa imperniata su Zenga, Bergomi, Ferri e Passarella, e, difatti, l’andata in Svezia si conclude sullo 0-0 di partenza, e quando, al ritorno a San Siro, una clamorosa autorete di Fredriksson sblocca il risultato a favore dei nerazzurri, è opinione comune che il cammino del Goteborg sia ai titoli di coda, ma la rete del pari di Pettersson a meno di un quarto d’oro dal termine, abile a ribadire in rete una corta respinta di Zenga su precedente colpo di testa, rovescia le sorti della qualificazione, consentendo agli svedesi di accedere alla loro semifinale consecutiva a livello europeo, avversari gli austriaci del Tirol Innsbruck che, a loro volta, avevano fatto fuori l’altra italiana, il Torino.

Ancora l’incontro di andata si risolve in una goleada per gli svedesi, che travolgono per 4-1 i loro avversari, ma stavolta l’esito al ritorno rispetto a 12 mesi prima è ben diverso, con una rete di Michael Andersson (prelevato dall’Hammarby) a decidere l’incontro e consentire l’accesso alla seconda Finale della storia del Club, avversari gli scozzesi del Dundee United che, a loro volta, si sono trasformati in “Giants killing” (come si usa dire nella terra di Albione), avendo eliminato dapprima il Barcellona di Mark Hughes e Hary Lineker nei Quarti e quindi il Borussia Monchengladbach in semifinale, in entrambi i casi espugnando il campo delle rivali.

Un avversario, pertanto, da affrontare con le molle, sicuramente meno temibile rispetto all’Amburgo del lustro precedente, ma che fa della difesa il suo punto di forza (una sola rete subita dal Barcellona ed una dal Borussia nei precedenti doppi confronti …), in cui spiccano i nazionali Malpas, Narey ed Hegarty, e, del resto, anche il tasso tecnico della compagine svedese è di gran lunga inferiore a quello di inizio anni ’80.

Peraltro, la gara di andata, disputata il 6 maggio ’87 allo Stadio Ullevi, ricalca a grandi linee la sfida con l’Amburgo, con le squadre decise a non scoprirsi troppo ed, ora come allora, è sufficiente una sola rete, messa a segno da Stefan Pettersson, il quale raccoglie di testa un corner da sinistra al 38’, a sancire il successo della formazione scandinava.

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Le squadre scendono in campo al ritorno a Dundee – da gettyimages.co.uk

Un vantaggio minimo, da difendere con le unghie e con i denti due settimane dopo al Tannadice Park di Dundee, ma che viene capitalizzato al massimo allorché, a metà primo tempo, Lennart Nilsson ripaga i soldi spesi per il suo ingaggio raccogliendo un rilancio lungo della difesa, per liberarsi al limite dell’area di rigore e scagliare un velenoso destro rasoterra che coglie impreparato il portiere avversario, Billy Thomson.

Ed anche se, allo scoccare dell’ora di gioco, Clark realizza il punto del pari per i padroni di casa, nei successivi 30’ la difesa svedese tiene ed il capitano Glenn Hysen può orgogliosamente alzare al cielo il Trofeo, prima di decidere anche lui di monetizzare le proprie qualità, accasandosi dapprima alla Fiorentina e quindi al Liverpool.

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Fredriksson ed Hysen festeggiano la conquista della Coppa – da uefa.com

Per il Goteborg gli anni di gloria non sono certo finiti, visto che in sette anni, dal 1990 al ‘96, si aggiudica per ben 6 volte (con la sola eccezione del ’92) il titolo nazionale, ma l’allargamento delle partecipanti alla neonata Champions League non consente più di eccellere a livello continentale, fatto salvo il cammino nell’edizione ’95 allorquando, inserito in un Girone con Barcellona, Manchester United e Galatasaray, si classifica sorprendentemente al primo posto, per poi essere eliminato dal Bayern ai Quarti solo per le reti segnate in trasferta, restando così solo i “Favolosi anni ‘80” quelli che consegnano la squadra svedese alla Gloria Continentale …

OLANDA-ITALIA 1978 E QUEI DUE TIRI DA LONTANO CHE SORPRESERO ZOFF

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Una fase di gioco – da pinterest.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Olanda-Italia è una partita decisiva per accedere alla finalissima dei Mondiali in Argentina del 1978. Entrambe hanno battuto l’Austria e pareggiato con la Germania Ovest, dunque arrivano al match a quota tre punti. Agli “orange” basta il pari per qualificarsi, in virtù di una miglior differenza reti; l’Italia deve vincere. Nel primo tempo, gli azzurri segnano grazie ad un’autorete di Brands che nel tentativo di anticipare Bettega infila nella propria porta, e dominano la gara, non lasciando agli avversari neppure lo straccio di un tiro in porta. La partita sembra dunque nelle mani dell’Italia, ma nel secondo tempo incredibilmente le parti si capovolgono: l’Olanda pareggia subito con lo stesso Brands con un tiro da fuori area e poi controlla il gioco, l’Italia è incapace di rendersi pericolosa e la squadra di Happel procede spedita verso la finale, trovando anche la rete del 2-1 definitivo con un’altra conclusione da lontano di Haan che beffa Zoff, apparso incerto.

Olanda: Schrijvers (pt 21′ Jongbloed) – Jansen, Krol, Brandts, Poortvliet – Haan, Neeskens, W. de Kerckhof – Rep (st 20′ van Kraay), R. de Kerckhof, Rensenbrink.
Italia: Zoff – Scirea – Cuccureddu, Gentile, Cabrini – Benetti (st 32′ Graziani), Zaccarelli, Tardelli – Causio (st 1′ C. Sala), Bettega – Rossi.

Primo tempo
5′ corner per l’Italia da destra, dopo un cross di Tardelli deviato. Palla in mezzo all’area, Rossi anticipa il suo marcatore e colpisce di testa, ma il pallone termina alto.
8′ Bettega a centrocampo lascia a Causio, lancio d’esterno, a sinistra, per lo scatto di Cabrini, che entra in area e calcia di prima intenzione, pallone alto. L’Italia è partita in modo più aggressivo.
10′ Neeskens perde un sanguinoso pallone nella propria trequarti, ne approfitta Causio che si invola verso la porta, prova a servire Rossi, ma Schrijvers esce e anticipa l’attaccante italiano.
11′ cross di Brandts dalla trequarti sinistra, Rensenbrink di testa, in tuffo, sfiora l’incrocio dei pali.
18′ splendida azione palla a terra dell’Italia, che sta giocando molto meglio. Bettega al limite pesca di prima Tardelli a sinistra, cross basso sul secondo palo che inganna tutta la difesa olandese, Causio manca di un niente il tapin vincente.
20′ GOL ITALIA Fallo di Brandts su Bettega sul fronte sinistro dell’attacco italiano. Punizione, la palla giunge ancora a Bettega che scambia con Benetti. Neeskens, per anticipare Rossi, svirgola all’indietro, si inserisce Bettega che è oramai solo davanti a Schrijvers, Brandts interviene in scivolata e infila clamorosamente la propria porta. Vantaggio meritato per l’Italia. Schrijvers nell’azione si fa male, esce in barella ed entra Jongbloed.
22′ fallo di Brandts su Rossi a metàcampo. Punizione, Tardelli tocca per Causio, lungo lancio in area, Krol respinge di testa a campanile, Rossi lo brucia e tocca sul secondo palo, grande riflesso di Jongbloed che riesce a deviare il pallone in corner.
23′ calcio d’angolo a destra per l’Italia. Causio scodella in mezzo all’area, la difesa olandese allontana, palla a Benetti, che si coordina e lascia partire una staffilata, Jongbloed abbranca in presa.
33′ prima, potenziale, occasione da gol per l’Olanda. Cuccureddu perde palla a destra, ne approfitta Neeskens, che suggerisce centralmente per Rep, palla immediata in area a Rensenbrink, che tira e colpisce il palo. L’arbitro però aveva fischiato un fuorigioco.
46′ punizione per l’Italia, Causio serve Cabrini, cross sul secondo palo, sponda aerea di Bettega per Rossi, colpo di testa e parata a una mano di Jongbloed. Anche in questo caso, però, l’azione era stata fermata per fuorigioco. Si chiude un primo tempo che ha visto l’Italia dominare in lungo e in largo. L’Olanda si è segnalata solo per un gioco molto duro.

Secondo tempo
3′ fallo del neo-entrato Claudio Sala su Haan a centrocampo. Punizione di Krol, lungo pallone in area, stacco imperioso di Neeskens, Zoff è costretto ad alzare in corner. L’Olanda ha cominciato il secondo tempo in modo più deciso.

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Il gol dell’1-1 di Brands – da gettyimages.com

5′ GOL OLANDA rimessa laterale a sinistra per l’Olanda, Poortvliet serve Krol, palla in area, la difesa italiana respinge, dopo una fase un po’ confusa Brandts scaglia un destro di inaudita potenza che si infila all’incrocio. Zoff sembra comunque un po’ sorpreso.
12′ fallo di Jansen su Rossi sulla trequarti. Cabrini batte per un compagno sul lato sinistro, cross, sponda di Bettega e tapin vincente di Rossi. Ma l’azione era ferma per fuorigioco.
25′ W. de Kerckhof riceve palla a sinistra, direttamente da una rimessa di Jongbloed, supera due italiani e dal limite prova a sorprendere Zoff sul primo palo, il portiere italiano è attento e neutralizza.
31′ GOL OLANDA Fallo di Benetti su W. de Kerckhof a centrocampo. Punizione di Krol, che tocca ad Haan, proiettile dalla trequarti, la palla sbatte sul palo e finisce in rete sorprendendo Zoff.
34′ Neeskens per Haan, da questi a sinistra per Rensenbrink, che ha spazio, si accentra, ma il suo tiro termina largo di un metro. L’Olanda ora ha preso fiducia.
36′ spunto di Neeskens, che entra in area sul lato destro, palla indietro a un compagno, tiro un po’ fiacco, Zoff para.
38′ Neeskens ruba ancora il tempo a Gentile, va via di forza, cross basso, Zoff anticipa tutti. Altro pericolo nato dai piedi sapienti di Neeskens.
39′ rimaessa laterale per l’Olanda a destra, cross in mezzo all’area, Scirea si addormenta, Rensenbrink lo anticipa e colpisce di testa in tuffo, Zoff abbranca in presa. L’Olanda vince e va in finale. L’Italia chiude in completa confusione un match che nel primo tempo sembrava poter far comodamente suo.

LE PAGELLE DELL’OLANDA
IL MIGLIORE NEESKENS 7: dopo un primo tempo difficile, in cui commette qualche errore di troppo (da uno di questi nasce anche il gol del vantaggio italiano), nella ripresa è l’assoluto trascinatore dell’Olanda. Quando lui sale di colpi, tutta la manovra ne trae beneficio. Ha piedi buoni, grande intelligenza tattica e un invidiabile senso del gioco e del collettivo. Dopo il maestro Cruijff, si conferma il più dotato della generazione d’oro olandese.
Haan 7: a centrocampo fa il suo senza mai risparmiarsi. Corona una prestazione tutta grinta e solidità con un gol meraviglioso, da lontanissimo, che sorprende Zoff e permette ai suoi di staccare definitivamente il pass per la finalissima.
Krol 6,5: nel primo tempo Paolo Rossi lo fa diventare matto. Nella ripresa, quando il baricentro dell’Italia si abbassa, lui può uscire palla al piede e dare manforte alle azioni d’attacco. Dalla sua rimessa laterale nasce l’1-1, dalla sua punizione battuta corta ad Haan il 2-1.
Rensenbrink 6: sfiora due gol di testa, nel primo tempo la mira è imprecisa, nella ripresa è bravo Zoff. Gioca molto al servizio della squadra, arretrando e preferendo usare la sciabola del fioretto.
Rep 5,5: un po’ fuori dal gioco, non trova mai il tempo e lo spazio per fare male. Sostituito a metà ripresa.

LE PAGELLE DELL’ITALIA
IL MIGLIORE ROSSI 6,5: regge praticamente da solo il peso dell’attacco italiano. Nel primo tempo è un assoluto rebus per Krol e compagni, sguscia via da tutte le parti, e crea non pochi pericoli. Nella ripresa è lasciato da solo a lottare contro la difesa schierata, ma non si tira mai indietro.
Causio 6,5: sostituzione inspiegabile, a meno che non si sia trattato di problemi fisici. Per un tempo, fa ammattire la difesa olandese, con lanci, aperture e assist al bacio. Poi entra Claudio Sala al suo posto e l’Italia smarrisce tutto lo spirito d’iniziativa della prima frazione. Solo un caso?
Bettega 6: propizia la rete del vantaggio e lotta su tutti i palloni come un leone. Anche lui nel primo tempo è assolutamente dominante, poi cala come il resto dei compagni.
Scirea 6: commette una sola leggerezza, nel finale quando si fa bruciare da Rensenbrink a risultato oramai acquisito. Per il resto, organizza con sagacia e qualità il reparto, tentando a volte anche di salire senza palla per dare una mano nella costruzione del gioco.
Zoff 5,5: sulle conclusioni ravvicinate è sempre attentissimo. Da lontano si lascia però sorprendere dai tiri di Brandts e Haan. Sul primo, soprattutto, sembra sulla traiettoria, ma il pallone va più veloce e lo passa, senza lasciargli scampo.
Gentile 5,5: solido e preciso con la difesa schierata. Ma quando viene puntato nell’uno contro uno, in particolar modo da Neeskens, va sempre in difficoltà.
Tardelli 5,5: dopo un primo tempo su ottimi livelli, nella ripresa va in totale sofferenza al pari degli altri due compagni di reparto (Benetti e Zaccarelli), non riuscendo più a garantire supporto nelle due fasi di gioco.