GIAMPIERO BONIPERTI, UNA VITA SPORTIVA CON UN SOLO, GRANDE AMORE

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Giampiero Boniperti in maglia Juventus – da:supersport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Molti possono essere i motivi per un’esistenza longeva, la prima delle quali è chiaramente una vita sana, senza eccessi di alcun tipo, ma la Medicina ha oramai riconosciuto come tenersi attivi sia un’altra fondamentale componente e, sotto questo punto, riteniamo che il protagonista della nostra Storia odierna abbia ben pochi rivali, dato che ad oltre 70 anni è ancora un Parlamentare Europeo ed a quasi 80 è sempre in grado di fornire preziosi consigli al “Grande Amore della sua Vita” …

Già, perché anche gli affetti sono una componente importante nella crescita interiore di ogni persona ed, oltre a quelli strettamente familiari, Giampiero Boniperti ha vissuto un legame indissolubile verso una “Vecchia Signora” di nome Juventus, della quale è stato protagonista sia da calciatore che da Dirigente.

Nato il 4 novembre 1928 a Barengo, piccolo Comune di meno di mille anime in Provincia di Novara, Boniperti si mette in luce addirittura ad 11 anni allorché frequenta il “Collegio De Filippi” di Arona, mettendo a segno una quaterna nel solo primo tempo in una sfida “prestigiosa” (sic) tra gli “interni” e gli “esterni” dell’Istituto, con Don Paolo Granzini a profetizzare per il piccolo Giampiero un futuro da Campione …

Cresciuto quindi nelle file delle formazioni locali del Barengo e del Momo Novarese, a proporre Boniperti alla Juventus, nell’immediato Secondo Dopoguerra, è un medico torinese, tale Egidio Perone, con le due citate Società a dividersi l’importo di 60mila Lire corrisposto dal Club bianconero.

L’esordio in prima squadra avviene il 2 marzo 1947 al “Comunale” contro il Milan, con Boniperti a scendere in campo nel ruolo di centravanti in sostituzione del titolare Mario Astorri – 23 presenze e 17 reti per lui, nel suo unico anno in bianconero – ma il debutto non convince, con la Juventus ad uscire sconfitta per 1-2, ed il giovane novarese torna a schierarsi con le riserve …

Fortuna vuole che, pur giungendo seconda, il divario tra la Juventus ed il “Grande Torino” sia tale da non poter nutrire ambizioni di Scudetto, così che il tecnico ed ex bianconero Renato Cesarini decide di dar fiducia ad alcuni giovani nelle ultime giornate di Campionato, e Boniperti non si lascia scappare questa seconda opportunità, siglando una doppietta nel successo esterno per 3-0 sul campo della Sampdoria, per poi andare ancora a segno contro Venezia e Lazio, così da guadagnarsi il ruolo da titolare per la successiva stagione, con buona pace di Astorri, dirottato all’Atalanta.

Un azzardo di cui la Dirigenza bianconera non avrà certo a pentirsi, visto che già la successiva stagione – con il titolo oramai monopolizzato dal Torino – Boniperti si laurea Capocannoniere del Campionato andando 27 volte a segno nelle 40 gare di calendario, precedendo la coppia granata Valentino Mazzola e Gabetto, ferma a 25 e 23 centri rispettivamente.

L’anno seguente, che coincide con la tragica “Sciagura di Superga” che consegna all’immortalità quella schiera di Campioni, Boniperti ha le ultime occasioni di confrontarsi con il “Capitano” verso cui ha sempre nutrito una forte ammirazione, anche se nei quattro derby disputati non solo non ha mai vinto, ma non è neppure riuscito ad andare in goal, ragion per cui lui, bianconero sino all’osso, raccoglie come un onore il fatto di essere selezionato tra una rappresentativa di giocatori della Serie A denominata “Torino Simbolo” ed indossare quindi la gloriosa maglia granata in un’amichevole contro il River Plate, disputata il 26 maggio 1949 per raccogliere fondi a favore delle famiglie delle vittime dell’incidente aereo.

La tragedia che colpisce la Società granata lascia spazio per un cambio al vertice del nostro Calcio ed inaugura altresì l’era dei Campioni stranieri, inizialmente provenienti dalla Scandinavia, in quanto Svezia e Danimarca protagoniste alle Olimpiadi di Londra 1948, e così mentre gli svedesi prediligono Milano – Gren Nordahl e Liedholm si accasano al Milan, Skoglund all’Inter – i danesi scelgono Torino, ed ad indossare i colori bianconeri giungono John Hansen e Karl Aage Praest …

Questi ultimi, compongono assieme a Boniperti un “trio delle meraviglie” che porta la Juventus a festeggiare un titolo che mancava da ben 15 anni, ed il loro contributo è certificato dalle complessive 60 reti (28 Hansen, 21 Boniperti e 11 Praest) messe a segno, anche se il titolo di Capocannoniere va al rossonero Gunnar Nordhal, con il Milan a piazzarsi secondo a 5 punti di distacco.

Milan che, l’anno seguente, torna a far felici i propri tifosi a 44 (!!) anni di distanza dall’ultimo Scudetto, mentre l’attacco bianconero si arricchisce di un terzo danese, Karl Aage Hansen (nessun legame di parentela con John), che porta quest’ultimo a realizzare 23 reti, cui se ne aggiungono 22 di Boniperti, 20 di John Hansen e 16 di Praest, per un totale di 81 sui 103 centri complessivi dei bianconeri …

Per la Juventus il riscatto arriva già nel 1952, stagione che la vede dominare il Campionato, concluso con largo margine (60 a 53) sui rossoneri, con in più John Hansen ad interrompere la serie di Nordahl quale Capocannoniere del Torneo, titolo da lui vinto con 30 reti rispetto alle 26 dello svedese, per quello che, comunque, resta per un quinquennio l’ultimo Scudetto dei bianconeri, costretti a cedere il passo alle due milanesi ed alla sorprendente Fiorentina del “Dottor Bernardini”.

Nel frattempo, a Boniperti si erano anche schiuse le porte della Nazionale, con cui debutta il 9 novembre 1947 nella netta sconfitta per 1-5 sull’Austria in Amichevole, per poi realizzare il 22 maggio 1949, a meno di tre settimane dalla tragedia di Superga, la sua prima rete in Azzurro nel successo per 3-1 a Firenze ancora contro gli austriaci, così da essere selezionato per i Mondiali del 1950 in Brasile, dove scende in campo nella gara contro la Svezia che l’Italia perde per 2-3, così da abdicare dal trono di “Regina della Coppa Rimet” …

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Boniperti ai Mondiali di Svizzera ’54 – da:storiedicalcio.altervista.org

Purtroppo, gli anni ’50 rappresentano il punto più basso nella Storia della nostra Nazionale – eliminata al primo turno dai padroni di casa ai Mondiali di Svizzera ’54 ed incapace di qualificarsi per la successiva edizione di Svezia ’58 – così che le soddisfazioni in maglia azzurra, per complessive 38 apparizioni con 8 reti all’attivo, non sono per Boniperti pari a quelle ottenute in bianconero, pur con due curiose coincidenze, ovvero di concludere la sua esperienza ancora contro l’Austria come al debutto e l’aver realizzato proprio in detta circostanza, giocata il 10 dicembre 1960 a Napoli, l’ultima sua rete in azzurro così da aver segnato sia negli anni ’40 che nei ’50 e ’60.

Con la Juventus, viceversa, il ritorno ai vertici coincide con il mercato estivo 1957, che vede sbarcare all’ombra della Mole due fuoriclasse quali l’argentino Enrique Omar Sivori – reduce dallo straripante successo nella Copa America assieme agli altri due componenti del “Trio degli Angeli della faccia sporca”, Antonio Valentin Angelillo, accasatosi all’inter, ed Humberto Maschio, acquistato dal Bologna – ed il centravanti gallese John Charles, prelevato dal Leeds United …

Questo secondo potente trio d’attacco, comporta un cambiamento di ruolo in campo per Boniperti – che già, dopo le 19 reti dell’anno dello Scudetto ’52, aveva visto ridursi il proprio contributo realizzativo – andando a ricoprire la veste di interno destro (per la quale Gianni Brera conia il termine centrocampista, sino ad allora mai usato …) in un attacco completato dal 17enne Bruno Nicolè, Charles, Sivori e Stacchini …

La differenza la fanno i due neo acquisti, grazie alle loro 50 reti – 28 per Charles, con tanto di titolo di Capocannoniere, e 22 per Sivori – che consentono alla Juventus di laurearsi per la decima volta Campione d’Italia e potersi così fregiare dell’ambita “Stella da apporre sulle proprie maglie, per poi dar vita ad un quadriennio di trionfi che vedono i bianconeri conquistare altri due Scudetti nel 1960 e ’61, oltre alla Coppa Italia nel 1959 e ’60, a spese rispettivamente di Inter e Fiorentina.

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Boniperti saluta i tifosi dopo lo Scudetto del 1960 – da:wikipedia.org

Unica pecca nel percorso di Boniperti da calciatore – ricorderà in seguito che il suo sogno da bambino era quello di indossare anche solo per una volta la maglia bianconera in una partita di A, beh ha fatto decisamente meglio, con 444 presenze e 178 reti all’attivo – resta il negativo rendimento nelle Coppe Europee, che visto con gli occhi di oggi fa ritenere inspiegabile come una formazione con tali fuoriclasse possa aver subito due clamorosi rovesci (0-7 a Vienna ad inizio ottobre ’58 ed 1-4 a Sofia a metà ottobre ’60) al primo turno di Coppa dei Campioni …

Migliore fortuna ha il percorso dei bianconeri nell’edizione 1961-’62, eliminati ai Quarti solo allo spareggio dal Real Madrid, dopo essere stati la prima squadra a violare il sacro tempio del “Santiago Bernabeu”, ma a quel momento Boniperti aveva già appeso le scarpe al chiodo, consegnate al Massaggiatore Crova il 10 giugno 1961 al termine della “gara farsa” contro la Primavera dell’Inter mandata in campo per protesta e conclusa sul punteggio di 9-1.

Una carriera iniziata contro una milanese e conclusa contro l’altra e, particolare ancor più curioso, tenendo a battesimo l’esordio in A di un non ancora 18enne Sandro Mazzola, primogenito dell’indimenticabile Valentino, come dire che il cerchio, idealmente, si chiude …

Ma non finisce certo il rapporto di fedeltà con la Società bianconera che, costretta a subire – in Italia come in Europa – l’egemonia di Inter e Milan nel corso dell’intero decennio (fatto salvo uno Scudetto arraffato all’ultima giornata nel 1967, più per demeriti dei nerazzurri che non per meriti propri …), decide di affidare al suo ex giocatore più rappresentativo l’incarico di procedere alla ricostruzione di una formazione vincente.

Per molti il passaggio dal campo alla scrivania può divenire traumatico, ma non per Boniperti che, grazie al suo passato da calciatore, tratta in prima persona gli acquisti più importanti, oltre a definire i termini dei contratti di ingaggio, dopo essere stato inizialmente affiancato dal coetaneo Italo Allodi, dal quale apprende gli ultimi trucchi del mercato …

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Boniperti e Agnelli in tribuna a Torino – da:arenacalcio.it

Ed ecco che l’opera di ringiovanimento porta immediatamente i suoi frutti, con il lancio in prima squadra del promettente attaccante del vivaio Roberto Bettega (mandato una stagione a “farsi le ossa” a Varese in B dal Maestro Nils Liedholm …), per poi sposare una linea di condotta aziendale che, in un periodo di conflitti sociali, indirizza verso l’acquisto giocatori meridionali per incrementare il processo di integrazione con la classe operaia della FIAT …

Atteggiamento che porta a vestire il bianconero il sardo Cuccureddu, il pugliese Franco Causio ed i siciliani Pietro Anastasi e Giuseppe Furino, oltre a realizzare alcuni importanti scambi quali quello dei portieri con il Napoli, che vede Dino Zoff prendere la strada per Torino in cambio di Carmignani, per non parlare della triplice transazione con la Roma che porta a vestire la maglia della Juventus Spinosi, Capello e Fausto Landini, in cambio di Roberto Vieri, Del Sol e Zigoni.

E poi ci sono gli Allenatori, per i quali Boniperti dimostra un particolare intuito, visto che dopo il quinquennio di Heriberto Herrera in panchina, punta le sue fiches sul 35enne ex gloria nerazzurra Armando Picchi, a cui affida la rinnovata Juventus nell’estate 1970, di cui non potremo mai sapere quali sarebbe potuto essere l’esito, visto la prematura, tragica scomparsa del tecnico livornese l’anno seguente …

L’opera di rinascita iniziata da Picchi viene completata da Vycpalek e Parola, grazie ai quali la Juventus torma padrona in Italia – Scudetti nel 1972, ’73 e ’75, seconda nel 1974 e ’76 – ma non in Europa, pur avendo raggiunto la sua prima Finale di Coppa dei Campioni nel 1973, solo per essere sconfitta 0-1 dall’Ajax di Cruijff.

Difficile dire di no a Boniperti, ma qualcuno ci è riuscito ed un altro ci ha provato, entrambi facenti riferimento alla Sardegna, vale a dire Gigi Riva che ha sempre rifiutato il pressante corteggiamento degli emissari bianconeri ed un 20enne Virdis che non si sentiva ancora pronto per il grande passo, salvo poi cedere alle insistenze (ed ai milioni di contratto …) del “Presidentissimo” …

Conoscitore dei segreti del Calcio come pochi, Boniperti non tarda ad intuire che due sia pur brave persone come Vycpalek e Parola sono oramai inadeguate al nuovo modo di interpretare il Calcio, ed eccolo, puntuale, puntare su di un altro tecnico emergente, ovvero Giovanni Trapattoni che, fattesi le ossa come vice di Rocco al Milan, ha condotto i rossoneri ad un più che onorevole terzo posto nel Torneo 1976 che vede la Juventus sperperare un vantaggio di 5 punti sui granata.

Oltre a Trapattoni, la “rivoluzione bonipertiana” porta a due scambi sensazionali, ovvero Anastasi per Boninsegna con l’Inter e Capello per Benetti con il Milan, così da costituire la Juventus “Sturm und Drang” che, con la crescita dei giovani Scirea (prelevato nel 1974 dall’Atalanta) e Tardelli (acquistato dal Como l’anno seguente) ed il lancio del 19enne promettente Antonio Cabrini, disputa forse la miglior stagione della sua Storia, visto che la conclude con lo “Scudetto Record” a quota 51 punti (ed una sola lunghezza di vantaggio sui “Cugini” granata …), cui unisce il primo Trofeo Internazionale, in virtù della conquista della Coppa Uefa ’77, unica Società italiana a compiere l’impresa con una rosa composta interamente da giocatori italiani.

Già, perché con l’inizio degli anni ’80 avviene anche la riapertura delle frontiere che consente il tesseramento dei giocatori stranieri, ed anche in questa occasione Boniperti vede giusto, assicurandosi le prestazioni dell’irlandese Liam Brady, regista raffinato che in due stagioni (1981 e ’82) contribuisce alla conquista di altrettanti Scudetti, salvo poi mettere in imbarazzo Boniperti al momento in cui il Presidente è costretto a comunicargli di non poter rinnovare il contratto, avendo già tesserato, quale secondo straniero, il polacco Zbigniew Boniek, reduce da un ottimo Mondiale di Spagna ’82, mentre l’Avvocato Agnelli, a sua insaputa, aveva direttamente concluso l’acquisto del francese Michel Platini …

Scelta, quella di Agnelli, peraltro quanto mai azzeccata, visto che il fuoriclasse transalpino – “l’abbiamo acquistato per un tozzo di pane, ma poi ci abbiamo messo sopra un bel po’ di caviale …!!”, avrà modo di chiosare l’Avvocato – contribuisce finalmente a sfatare il “tabù continentale” e, dopo la delusione della sconfitta nella Finale di Coppa dei Campioni ’83 contro l’Amburgo, la Juventus infila una serie di successi, costituiti dalla affermazioni in Coppa delle Coppe e Super Coppa Uefa ’84, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale ’85, pur nella tristezza derivante dalla tragedia dell’Heysel, oltre ad incrementare il Palmarès interno, aggiudicandosi la Coppa Italia ’83 e gli Scudetti nel 1984 ed ’86.

Boniperti resta in carica sino al febbraio 1990, quando rassegna le proprie dimissioni dopo 19 anni di Presidenza ininterrotti – nel corso dei quali ha anche seguito la gestione della “Sisport”, Polisportiva del Gruppo Fiat che ha annoverato tra le sue file Campioni del calibro di Pietro Mennea e Sara Simeoni – e della sua esperienza si avvale immediatamente il Presidente della FIGC Antonio Matarrese per nominarlo Capo Spedizione della Nazionale ai Mondiali organizzati dall’Italia e che vedono gli Azzurri concludere al terzo posto, salvo essere richiamato a distanza di un anno per assumere la veste di Amministratore Delegato dopo la sciagurata stagione con Maifredi allenatore …

L’oramai 63enne novarese punta sull’usato sicuro, richiamando in panchina Giovanni Trapattoni, con cui si aggiudica il suo ultimo Trofeo, vale a dire la Coppa Uefa 1993, per poi non trovarsi più a proprio agio in un Calcio che non gli appartiene, con le trattative di mercato e di contratto coi giocatori a svolgersi per il tramite dei mediatori, lui che era abituato a concludere i rinnovi nell’arco di una giornata con una visita a Villar Perosa …

Di un “Mondo che cambia” se ne avvede anche Umberto Agnelli, il quale ritiene più adatta alla nuova realtà la coppia formata da Antonio Giraudo e Luciano Moggi, che sicuramente non incontravano il favore di Boniperti, visto che lascia il proprio Ufficio nell’estate ’94 senza neppure salutare i nuovi arrivati, tanto aveva da prepararsi al suo nuovo incarico di Europarlamentare, eletto nelle file di “Forza Italia” e svolto dal 1994 al 1999.

Ed, anche in questo caso, alla luce dei successivi eventi, non possiamo negare che il buon Giampiero non ci avesse visto giusto …

 

E’ DELL’AMBROSIANA-INTER DI MEAZZA IL PRIMO SCUDETTO DELLA SERIE A A GIRONE UNICO

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Una formazione dell’Ambrosiana Campione d’Italia 1930 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Dopo la prima fase pionieristica del nostro Calcio, che possiamo dirsi conclusa con l’avvento della “Grande Guerra“, alla cessazione delle ostilità la macchina organizzativa riprende a muoversi, ancorché ostacolata dalle caratteristiche geografiche della Penisola, che nel corso degli anni ’20 non consentono ancora facili spostamenti tra Nord e Sud …

Ciò comporta che, dal 1921 sino al 1926, si disputino in pratica due Campionati, suddivisi tra Lega Nord e Lega Sud, con le due vincenti ad affrontarsi nella sfida per l’assegnazione dello Scudetto, appuntamento peraltro dal valore sportivo poco significativo, data la marcata superiorità – tecnica ed economica – delle Società settentrionali, che non lasciano scampo alle avversarie.

Questa suddivisione scompare a partire dalla Stagione 1926-’27, allorché viene istituita la Divisione Nazionale, con le 20 squadre suddivise in due Gironi da 10 formazioni ciascuno, le cui prime tre accedono ad un Girone Finale a 6 per determinare la Società Campione d’Italia, occasione utile a confermare la citata differenza tra le due zone dell’Italia, dato che si iscrivono solo Alba Audace e Fortitudo Roma (che poi si fondono nell’attuale A.A. Roma …), oltre al Napoli, fra le meridionali.

I due Tornei 1927 e ’28 sono vinti dal Torino di Baloncieri, Rossetti e Libonatti – anche se il titolo del 1927 viene revocato per un presunto illecito – per poi, nella stagione successiva, venir predisposto il piano per la costituzione del primo Campionato a Girone Unico, come già da tempo in vigore, oltre che in Inghilterra, anche nei Paesi danubiani (Austria, Ungheria e Cecoslovacchia) ai vertici europei dell’epoca, mentre più o meno contestuali sono la nascita di analoghi Tornei in Spagna (1928-’29) e Francia, dove prende il via nel 1932-’33 …

Pertanto, al fine di poter addivenire alla formazione di due Campionati di Serie A e B, la Divisione Nazionale è strutturata, nel 1928-’29, in due Gironi da 16 squadre ciascuno, con le vincenti a disputare quella che diviene l’ultima Finale per l’assegnazione del titolo – vinto dal Bologna per 1-0 sul Torino nello spareggio disputato a Roma il 7 luglio 1929 dopo una vittoria per parte nei precedenti confronti – mentre a formare la nuova Serie A a Girone Unico avrebbero dovuto concorrere le prime 8 classificate di ogni Gruppo …

Abbiamo usato il condizionale poiché nel Girone B si classificano a pari merito all’ottavo posto Lazio e Napoli, che disputano pertanto un incontro di spareggio a Milano, concluso sul 2-2 dopo i tempi supplementari ed, al fine di evitare eccessivamente il protrarsi della stagione e per favorire altresì la Triestina, giunta nona nell’altro Girone, il Consiglio Federale decide di allargare da 16 a 18 il numero delle squadre partecipanti al primo Torneo a Girone Unico della nostra Serie A.

Come già avuto modo di precisare, la differenza tra Nord e Sud del nostro Calcio a tale epoca è netta – non per nulla il primo Scudetto al di sotto dell’Emilia-Romagna se lo aggiudicherà la Roma solo nel 1942 – prova ne sia che, delle 18 iscritte, 5 sono lombarde (Ambrosiana-Inter, Milan, Brescia, Cremonese e Pro Patria), 4 piemontesi (Juventus, Torino, Alessandria e Pro Vercelli), due a testa per Emilia (Bologna e Modena) e Lazio (Lazio e Roma) ed una ciascuna a rappresentare Liguria (Genoa 1893), Veneto (Padova), Friuli Venezia Giulia (Triestina), Toscana (Livorno) e Campania (Napoli).

I dieci precedenti Tornei degli anni ’20 hanno visto la conclusione dei cicli vincenti di Pro Vercelli (settimo scudetto conquistato nel 1922) e Genoa, giunto ad un passo dalla Stella del decimo Scudetto con le affermazioni nel 1923 e ’24 per poi dar luogo ad una infuocata ed interminabile Finale (durata ben 5 incontri …!!) con il Bologna nel 1925 per aggiudicarsi il titolo della Lega Nord, prima di lasciare spazio a nuove realtà quali i rossoblù, appunto, Torino ed Juventus, con quest’ultima ad aggiudicarsi il suo secondo titolo nel 1926, così da raggiungere l’Inter (rinominata Ambrosiana per volontà del Regime …), che si era imposta nel 1910 e 1920 …

E’ viceversa scomparso dai vertici del Calcio nazionale il Milan che, dopo essersi laureato tre volte Campione d’Italia sino al 1907, dovrà attendere ben 44 anni prima che i suoi tifosi possano continuare a festeggiare la conquista di uno Scudetto, così che i favori del pronostico, in sede di previsione per la nuova, storica Stagione, sono orientati sulle due finaliste della precedente, oltre che su di una Juventus che sta mettendo le basi del suo primo ciclo vincente.

All’epoca, il mercato estivo è pressoché inesistente, e sono proprio i bianconeri che mettono a segno il miglior colpo con la cessione di Vojak al Napoli per far posto al tesseramento dei due oriundi italo-argentini Renato Cesarini e Raimundo Orsi, mentre a rinforzare adeguatamente l’organico del Genoa giunge l’acquisto dell’attaccante Banchero, proveniente dall’Alessandria …

Non un grosso credito viene assegnato all’Ambrosiana, la quale ha concluso al penultimo posto il Girone Finale ad 8 del 1928 e non meglio che sesta il Girone B della Divisione Nazionale 1929 (a 12 punti dal Bologna) e che, pertanto, sembra poter fare più affidamento alla cabala (Campione nel 1910 e nel 1920 …) che non sulle qualità tecniche della propria rosa.

Ma vi sono due aspetti fondamentali da non sottovalutare, ovvero la crescita dell’appena 20enne Giuseppe Meazza (detto il “Balilla”), già in grado di mettere a segno 12 reti nella stagione d’esordio nel 1928 e ben 33 l’anno seguente, nonché, particolare forse ancor più importante, il ritorno in panchina del Tecnico ungherese Arpad Weisz che, assieme agli austriaci Hugo Meisl (il creatore del celebre “Wunder Team”) ed Hermann Felsner, rappresentano la massima espressione continentale in tema di conduzione tattica.

Il Campionato prende il via la prima domenica di ottobre 1929 e, per gli amanti delle statistiche, la prima rete della Serie A a Girone Unico la sigla il vercellese Luigi Baiardi, che dopo appena 3’, porta in vantaggio la Pro nel match interno contro il Genoa, poi concluso sul 3-3, mentre spicca la netta sconfitta dei Campioni in carica del Bologna, travolti per 0-3 dalla Lazio allo “Stadio della Rondinella” di Roma.

L’inizio del Torneo non è felice per l’Ambrosiana che, dopo una battuta d’arresto per 0-1 a Vercelli alla seconda giornata, incappa in due sconfitte consecutive (0-2 a Roma contro i giallorossi ed 1-2 interno con la Triestina) che la collocano a metà del Girone di andata in quarta posizione con 11 punti – a pari merito con Bologna, Napoli e Torino – ed un distacco di 4 lunghezze dalla capolista Genoa, che precede Juventus ed Alessandria.

Da tale data, però, la formazione di Weisz ingrana la quinta e, grazie ad una serie di ben 19 (!!) partite utili consecutive (15 vittorie e soli 4 pareggi), si porta saldamente al comando con 5 e 6 punti rispettivamente (45 a 40 e 39) su Genoa e Juventus, quando mancano solo 6 turni alla conclusione del Campionato …

In particolare, l’Ambrosiana mette a segno l’allungo vincente tra fine Girone di andata ed inizio del ritorno, allorché supera 4-1 il Genoa in campo esterno (doppietta di Meazza, Rivolta su rigore e Conti), per poi sommergere tra le mura amiche Modena (5-1), Livorno (6-2, doppiette di Meazza e Blasevich) e restituire con gli interessi la sconfitta dell’andata alla Pro Vercelli, travolta per 4-0, con ancora Meazza ad andare due volte a segno.

In questa abbuffata di reti manca però il match di Torino con la Juventus, originariamente in programma al penultimo turno del Girone ascendente e rinviato per neve, con la Classifica a presentare all’epoca bianconeri e rossoblù genoani affiancati a pari merito a 22 punti, coi nerazzurri staccati di una sola lunghezza …

Incontro che viene recuperato mercoledì 19 marzo 1930, con la Juventus ancora a mantenere (29 a 28) il punto di vantaggio sull’Ambrosiana e due sulla coppia formata da Alessandria e Genoa, e l’esito della sfida, risolta a favore dei nerazzurri per 2-1 grazie alla decisiva rete di Visentin allo scoccare dell’ora di gioco, appena 5’ dopo che Della Valle aveva pareggiato il vantaggio iniziale di Meazza, determina la svolta decisiva del Campionato.

Difficile pensare ad un rilassamento dei nerazzurri proprio nella fase conclusiva del Torneo, ma non sarebbe la successivamente appellata “Pazza Inter” se non avesse modo di far palpitare i propri tifosi, così che, il 29 maggio 1930, Meazza & Co. incappano nella quarta sconfitta stagionale, sconfitti 1-3 dal Napoli, peraltro assolutamente ininfluente per la Classifica date le contemporanee cadute di Genoa (pesante 1-4 a Brescia) ed Juventus, addirittura battuta 0-1 a domicilio dalla pericolante Triestina, che si aggiudica l’intera posta grazie ad un centro di De Manzano a 2’ dal termine …

Scampato il pericolo, l’Ambrosiana fa un ulteriore passo decisivo verso il suo terzo Scudetto la domenica successiva, in cui affossa (5-1) il Brescia ed incrementa a 6 punti (47 a 41) il proprio margine in Classifica sulla Juventus che, nel frattempo, ha affiancato un Genoa incapace di andare oltre il 2-2 interno contro il Napoli.

Mancano solo quattro giornate al termine, e con 8 punti ancora in palio, ne bastano 3 ai nerazzurri per la matematica certezza del titolo, pur se devono ancora disputare i confronti diretti con le due inseguitrici, da disputare peraltro davanti al proprio pubblico, così come al turno successivo è prevista la sfida tra rossoblù e bianconeri a Marassi …

Il successo genoano per 2-0 (reti nel finale di Banchero e Levratto) elimina la Juventus dal discorso Scudetto e, viceversa, accende un filo di speranza per il “Grifone” in vista dello scontro diretto di Milano, visto che l’Ambrosiana crolla a Torino, seccamente sconfitta per 1-4 dai granata.

L’appuntamento è fissato per domenica 15 giugno 1930 al “Campo Virgilio Fossati” di via Goldoni a Milano per una gara che, in caso di vittoria, darebbe all’Ambrosiana la matematica certezza dello Scudetto, mentre i rossoblù, allenati dal celeberrimo “Figlio di Dio” Renzo De Vecchi, hanno a disposizione un solo risultato per alimentare residue speranze …

Una sfida che attira il pubblico delle grandi occasioni, anche troppo per la struttura dell’impianto, e quando, prima dell’inizio della partita, un aereo sorvola troppo radente le tribune, il movimento contemporaneo degli spettatori provoca il crollo delle gradinate in legno, per quella che sembra al momento una tragedia, ma che, per fortuna, si risolve in circa 200 feriti senza conseguenze mortali.

L’arbitro Albino Carraro di Padova decide, in accordo con i due Capitani, di dare ugualmente inizio all’incontro, e non si può certo dire che i liguri non le provino tutte, dato che dopo meno di un quarto d’ora si sono già portati sul 2-0 (Levratto al 4’ e Bodini al 14’), per poi vanificare la rete di Meazza che dimezza le distanze con il secondo centro personale di Levratto per il punto del momentaneo 3-1 …

Non poche perplessità e timori serpeggiano in tribuna al cospetto di una squadra visibilmente stanca dopo la grande ricorsa di metà Campionato, ma quando il collettivo non aiuta, occorre affidarsi alle prodezze del singolo, e questi Weisz ha il vantaggio di annoverarlo tra le proprie file …

Tocca quindi al “Peppin” – già 28 volte a segno nelle precedenti 31 giornate, nonché autore, il 27 aprile 1930, di una tripletta nei primi 4’ nel match vinto per 6-0 sulla Roma – togliere le castagne dal fuoco, dapprima replicando 2’ dopo alla rete di Levratto e quindi riportando in equilibrio l’incontro al 53’ per la sua personale tripletta …

Ma le emozioni non sono finite, poiché ad 8’ dal termine il Direttore di gara concede al Genoa un calcio di rigore che potrebbe riaprire il discorso Scudetto, ma Banchero, che si incarica della trasformazione per il rifiuto di calciare da parte di Levratto, spedisce il pallone a lato ed al fischio finale restano quattro i punti che separano le due squadre a due soli turni dalla conclusione.

Sospeso la domenica successiva per l’impegno della Nazionale – sconfitta 2-3 in amichevole a Bologna dalla Spagna, con Meazza ad indossarne per la quinta volta la maglia dopo l’esordio con doppietta il 9 febbraio 1930 nel successo per 4-2 sulla Svizzera, nonché reduce dal tris messo a segno ad inizio maggio nel clamoroso 5-0 inferto all’Ungheria a Budapest che consegna all’Italia la prima edizione della Coppa internazionale – il Campionato riprende il 29 giugno con la disputa della penultima giornata destinata a passare alla Storia poiché l’Ambrosiana, liquidando per 2-0 (32’ Viani, 67’ Conti) una Juventus oramai in disarmo, può confermarsi come la “Formazione dei decenni”, aggiungendo ai titoli del 1910 e 1920, anche quello del 1930, che assume una valenza particolare, dato che è il primo della nuova formula a Girone Unico …

Scudetto al quale si unisce il trionfo di Meazza quale Capocannoniere con 31 reti nelle 33 gare disputate, mentre a retrocedere sono Padova e Cremonese, a conclusione di un Torneo che lascia il più grande rammarico tra i tifosi genoani poiché rappresenta l’ultima occasione presentatasi al glorioso “Grifone” – classificatosi secondo a due soli punti di distacco – per la conquista della “Stella del Decimo Scudetto” …

 

GLI EUROPEI DI FRANCIA 1984 CHE CORONANO LA STAGIONE MAGICA DI PLATINI

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I due Michel, Platini e Hidalgo, al termine del vittorioso Europeo ’84 – da sport.sky.it

articolo di Giovanni Manenti

Nel calcio, ancorché si tratti dello sport di squadra più popolare al mondo, piace all’immaginario collettivo identificare in un singolo giocatore un periodo di successi di una singola formazione, quand’anche dedicare allo stesso un particolare torneo o competizione.

Ecco quindi che, a mo’ d’esempio, del Grande Torinospesso si associa la dizione il “Torino di Valentino Mazzola“, così come alla Grande Ungheriasi unisce l'”Ungheria di Puskas” e così via, sino a definire un evento come un Mondiale con il suo principale attore, ed allora vedi nascere il Mondiale di Paolo Rossi, riferendosi al successo azzurro nel 1982 ed, ancor più, il Mondiale di Maradona per quel che concerne la vittoria argentina quattro anni dopo in Messico.

Ma, senza nulla togliere a questi fuoriclasse, crediamo di non far loro torto nel ritenere come non vi sia, quantomeno nel Vecchio Continente – perché in Sudamerica non si può certo negare il periodo d’oro di inizio anni ’60 delSantos di Pelè – un calciatore che abbia maggiormente legato il proprio nome alla sua Nazionale – ed in buona parte anche alla Juventus – quale Michel Platini, di cui andiamo oggi a trattare, con particolare riferimento a quello che è universalmente passato alla storia come L’Europeo di Platini.

Per meglio comprendere quale sia stato l’impatto di Platini sulle vicende della Nazionale transalpina occorre tornare a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del successivo decennio, allorché la Francia gode del suo momento di maggior fulgore nel contesto internazionale grazie alle contemporanee affermazioni a livello di club dello Stade de Reims – sei titoli ed una Coupe de France tra il 1949 ed il ’62 e due finali di Coppa dei Campioni nel 1956 e ’59 –, da cui il commissario tecnico Albert Batteux attinge a piene mani, venendo ripagato con il terzo posto ai Mondiali di Svezia 1958 (con Just Fontaine capocannoniere con 13 reti) ed il quarto nella prima edizione degli Europei 1960.

Da allora, un ventennio di buio assoluto, senza alcuna qualificazione per le fasi finali della rassegna continentale ed una fugace apparizione ai Mondiali di Inghilterra ’66 con immediata eliminazione, frutto di un pari per 1-1 contro il Messico e due sconfitte per 1-2 da parte dell’Uruguay e 0-2 dai padroni di casa.

In tale periodo non c’è pertanto da stupirsi se il calcio viene largamente soppiantato dal rugby come sport di squadra nazionale, visto che “Les Coqs” si aggiudicano 6 tornei del prestigioso Cinque Nazioni ed in altre tre occasioni dividono il trofeo, mentre per la disciplina con la palla rotonda si è in attesa di una sorta di Messia che ne possa risollevare le sorti.

E costui vede la luce il 21 giugno 1955 a Joef, cittadina di poco più di 5mila abitanti, nell’attuale Grand Est della Francia, regione recentemente costituita dall’accorpamento di Alsazia, Champagne-Ardenne e Lorena e che si trova geograficamente al confine con il Lussemburgo.

Ancorché abbastanza gracile di costituzione, Platini mette in evidenza sin dalla giovinezza una straordinaria intelligenza calcistica, allorché dalla formazione locale si trasferisce nell’estate 1972, appena 17enne, all’AS Nancy Lorraine, principale club calcistico dell’allora Lorena, mettendosi in evidenza nella squadra B tanto da esordire nella Ligue 1 ad inizio maggio ’73, non ancora 18enne.

Platini brucia in fretta le tappe e, a dispetto della retrocessione in Deuxieme Division dell’anno seguente, dimostra la sua confidenza con il goal grazie ai 17 centri che consentono al Nancy l’immediata risalita nell’elite del calcio francese nel 1975, per poi piazzare due stagioni da 22 e 25 reti rispettivamente che portano la formazione lorenese a concludere a ridosso delle prime, settima e quarta rispettivamente.

Ovviamente, di questa nuova stella del “Foot” (come viene definito il calcio oltralpe) non può non beneficiarne la Nazionale – che non è che abbondi di talenti –, ed ecco quindi che l’appena 21enne Michel ne indossa per la prima volta la maglia a fine marzo 1976, bagnando l’esordio con una rete nel pari per 2-2 al “Parc des Princes” contro la Cecoslovacchia.

Ottenuta la qualificazione ai Mondiali di Argentina ’78 in un girone comprendente Eire e Bulgaria, a Platini l’aria di casa inizia a farsi stretta, ma non vuole lasciare i suoi primi e più affezionati tifosi – a cominciare dal nonno Francesco e dal padre Aldo, i cui nomi non sono traduzioni, essendo i Platini emigrati in Francia, ma di origini piemontesi, di Agrate Conturbia, provincia di Novara per l’esattezza – senza aver loro regalato un trofeo, riportando in Lorena la Coupe de France che era stata vinta solo nel 1944, in tempo di guerra.

E, ovviamente, non può che farlo alla sua maniera, ovvero mettendo a segno 6 reti nel cammino che porta il Nancy alla finale del 13 maggio 1978 al “Parc des Princes” contro il Nizza, riservandosi la settima per decidere l’incontro poco prima dell’ora di gioco.

Ma se in Lorena si festeggia, per Platini è ora di rispondere alla selezione del commissario tecnico Michel Hidalgo per i Mondiali di Argentina, dove la Francia è inserita nel “Gruppo di Ferro” assieme ai padroni di casa, Italia ed Ungheria.

L’esperienza si conclude al termine del girone, ma i transalpini non sfigurano, tutt’altro, cedendo di misura per 1-2 sia contro l’Italia che di fronte all’Argentina, match in cui Platini sigla al 60’ la rete del provvisorio pareggio, sua prima in una rassegna iridata, per poi superare 3-1 l’Ungheria nell’inutile ultima sfida, anche se dal Sudamerica si avverte che qualcosa sta cambiando in seno alla Nazionale, con una intelaiatura che comprende Battiston, Bossis e Tresor in difesa, Henry Michel e Bathenay a centrocampo e Rocheteau, Lacombe e Six in attacco.

Ma in Francia si aspettano di più da colui già denominato L’enfant prodige del calcio transalpino e Platini viene ritenuto, ancorché 23enne, come il maggior responsabile della precoce eliminazione, anche se, con la sua proverbiale nonchalance, se ne infischia altamente, molto meno viceversa dell’infortunio che gli procura una triplice frattura del malleolo, procuratasi, ironia della sorte, proprio giocando contro il Saint-Etienne.

Fortunatamente, Platini recupera pienamente, ma non può dare il suo contributo alle qualificazioni per gli Europei di Italia ’80 a cui la Francia non accede (strano, ma non era colpa sua l’eliminazione in Argentina?), mentre l’intervenuto trasferimento nell’estate ’79 al Saint-Etienne – con cui si aggiudica un secondo titolo della Ligue 1 nel 1981 e subisce due sconfitte in finale di Coupe de France nel 1981 ed ’82 – consente di affinare l’intesa coi compagni di Nazionale, visto che ai Mondiali di Spagna ’82 sono ben 6 i convocati da parte di Hidalgo.

Un Mondiale per il quale la Francia si è qualificata (assieme al Belgio) in un girone estremamente equilibrato che vede l’eliminazione della due volte finalista Olanda, e che i transalpini affrontano con il freno a mani tirato, sconfitti 1-3 dall’Inghilterra al debutto, per poi qualificarsi come seconda solo in virtù di un risicato pareggio per 1-1 con la Cecoslovacchia.

Occorre precisare che, in una manifestazione come i Mondiali, un pizzico di buona sorte non guasta, ed il mancato rispetto dei pronostici da parte delle favorite fa sì che, nella seconda fase a gironi da tre squadre, si incontrino Brasile (primo), Italia ed Argentina (seconde) in un gruppo, così come Germania Ovest, Spagna ed Inghilterra in un altro.

Ecco, pertanto, che la partenza a rilento viene compensata dall’inserimento in un girone molto più abbordabile con Austria (1-0, rete di Genghini) ed Irlanda del Nord, travolta 4-1 con doppiette di Giresse e Rocheteau.

Il primo posto porta in dote la qualificazione per le semifinali, evento che a tali latitudini non si verificava da ben 24 anni, e l’avversaria altri non è che la Germania Ovest, contro la quale l’appuntamento è fissato per la sera dell’8 luglio 1982 all'”Estadio Ramon Sanchez Pizjuan” di Siviglia per stabilire chi delle due affronterà in finale l’Italia, che nel pomeriggio si è sbarazzata della Polonia.

Evidentemente abituata alle “semifinali thriller“, la formazione tedesca manda in scena un “remake” della “Partita del Secolo” contro gli Azzurri a Città del Messico nel 1970, con anche stavolta le maggiori emozioni condensate nei supplementari, dove la Francia spreca un vantaggio di due reti facendosi raggiungere sul 3-3 e quindi superare per 5-4 ai rigori, con Platini, già a segno dal dischetto durante i tempi regolamentari, a non fallire la propria trasformazione.

La Francia conclude poi quarta, sconfitta 2-3 dalla Polonia nella finalina di consolazione, a cui Platini non partecipa, venendo dato corretto spazio alle seconde linee, ma al ritorno dall’avventura spagnola avviene la svolta determinante per la sua carriera, in quanto su trattativa personalmente portata avanti dall’avvocato Gianni Agnelli, la Juventus ne acquista il cartellino sborsando al Saint-Etienne la modica cifra di 250 milioni di vecchie lire, circostanza che porterà l’avvocato ad una delle sue proverbiali e famose battute “Lo abbiamo comprato per un tozzo di pane, ma poi ci abbiamo messo sopra del caviale…“, alludendo al contratto sottoscritto dal francese.

Ad ogni buon conto, gli esordi di Platini nella nuova realtà non sono dei più facili, un po’ la condizione fisica non ottimale ed in parte problemi di inserimento lo portano a concludere il girone di andata con sole 4 reti all’attivo, con i “benpensanti” a chiedersi se non sia stato un rischio per i bianconeri aver rinunciato ad un giocatore oramai ben collaudato negli schemi di Trapattoni quale l’irlandese Liam Brady.

Platini risponde da par suo nella fase conclusiva del campionato, mettendo a segno 12 reti – sarebbero state 14 se due non fossero state cancellate dal giudice sportivo che assegna lo 0-2 a tavolino all’Inter nella gara conclusasi 3-3 sul campo – sufficienti a fargli comunque vincere la classifica dei cannonieri con 16 centri ed una lunghezza di vantaggio su Altobelli e Penzo, anche se per lo scudetto è tardi, prendendo la strada di Roma, nonostante il doppio successo negli scontri diretti coi giallorossi.

Vi sarebbe peraltro modo di riscattare la stagione, visto che la Juventus torna, a 10 anni di distanza, per la seconda volta in finale di Coppa dei Campioni, ma quella sera ad Atene anche Platini, al pari dei suoi compagni, non riesce ad entrare in partita e, senza il suo contributo, i bianconeri escono amaramente sconfitti per 0-1 nella sfida con i tedeschi dell’Amburgo.

Nuovamente, gli scettici iniziano a domandarsi se l’oramai 28enne francese non soffra la pressione degli appuntamenti importanti e, forse, se lo chiede anche la dirigenza bianconera, in primis il presidente Giampiero Boniperti, visto che l’acquisto è stato eseguito a sua insaputa, pur se il positivo finale di stagione (esito della Coppa Campioni a parte) induce all’ottimismo in vista della successiva, che per il capitano dell'”Equipe de France” ha un obiettivo primario, ovvero il Campionato Europeo per Nazioni che si svolge nel proprio paese e per il quale, di conseguenza, non ha da disputare gare di qualificazione.

Platini può pertanto dedicare le sue energie solo ed esclusivamente alle sorti della Juventus, iniziando il campionato 1983-’84 come aveva concluso il precedente, vale a dire con una doppietta nel 7-0 all’esordio contro l’Ascoli, per poi condurre i bianconeri, al termine della consueta sfida con la Roma, alla conquista del loro 21esimo scudetto, impreziosito dalle 20 reti personali che gli valgono il secondo titolo di capocannoniere, precedendo di un solo centro, “noblesse oblige, nientemeno che Zico, in forza all’Udinese.

Le superbe prestazioni del francese fanno sì che, a fine anno 1983, addirittura un plebiscito da parte dei giurati (110 voti rispetto ai 26 dello scozzese Kenny Dalglish) gli assegni il “Ballon d’Or” messo in palio dalla prestigiosa rivista “France Football, secondo esponente del proprio paese ad aggiudicarsi il riconoscimento, dopo Raymond Kopa nel 1958.

Oramai calatosi alla perfezione nello scacchiere tattico bianconero, Platini incastona un’ulteriore gemma nella sua “Stagione d’Oro” grazie al secondo successo continentale della Juventus, vale a dire la conquista della Coppa delle Coppe superando 2-1 il Porto nella finale di Basilea del 16 maggio 1984.

Giusto il tempo di un brindisi coi compagni, e via a rispondere alla chiamata di Hidalgo per quello che è l’appuntamento di una vita, ovvero consegnare alla Francia il primo trofeo della sua storia, ad 80 anni esatti dal primo match ufficiale della Nazionale, giocato l’1 maggio 1904 a Bruxelles contro il Belgio e concluso sul 3-3.

La formula del Campionato Europeo, migliorata rispetto a quella di quattro anni prima in Italia grazie all’inserimento delle semifinali incrociate tra le prima classificate dei due gironi da quattro squadre ciascuno, oltre all’abolizione dell’inutile sfida per il terzo posto, vede pertanto i padroni di casa inseriti nel Gruppo A assieme a Belgio, Jugoslavia e la sorprendente Danimarca che nel girone di qualificazione ha eliminato l’Inghilterra, espugnando 1-0 Wembley grazie ad un rigore di Simonsen.

Altra assenza eccellente è quella dell’Italia campione del mondo, giunta non meglio che quarta in un girone che promuove la Romania, mentre l’Olanda resta fuori solo per un minor numero di reti segnate a parità di punti (13) e differenza reti (+16) rispetto ad una Spagna che, nell’ultima gara contro Malta, si impone con un quanto mai discutibile 12-1 (!!!).

Ad inaugurare la manifestazione, il 12 giugno 1984 al “Parc des Princes“, spetta ai padroni di casa, i quali toccano con mano la crescita esponenziale del calcio danese, frutto di una generazione che consente al tecnico tedesco Piontek di poter fare affidamento su talenti del calibro di Arnesen, Lerby, Simonsen, Michael Laudrup ed Elkjaer, oltre al poderoso capitano Morten Olsen quale perno difensivo.

La sfida è quanto mai equilibrata e si sta trascinando verso un giusto 0-0, allorché Platini cala dal cilindro una conclusione da fuori area su di una corta respinta della difesa danese e che, complice anche una leggera deviazione, impedisce a Qvist l’intervento e consegna alla Francia il primo successo nel torneo, mentre anche il Belgio bagna l’esordio con una vittoria per 2-0 sulla Jugoslavia.

Fiamminghi che, quattro giorni dopo, sono attesi dalla sfida contro i confinanti francesi allo “Stade de la Beaujoire” di Nantes, occasione in cui Platini, al pari di un attore teatrale, sciorina tutto il proprio repertorio, frutto della sua inarrivabile intelligenza calcistica, che lo porta a leggere in anticipo lo svolgimento dell’azione per farsi trovare sempre al posto giusto nel momento giusto.

E trascorrono solo 4’ affinché i difensori belgi se ne rendano conto, con una punizione dai 30 metri che Platini tocca sulla destra a beneficio di Battiston, il quale esplode una cannonata che viene respinta dalla traversa sino al limite dell’area proprio dove il capitano si era portato, così da raccogliere la sfera e trafiggere Pfaff per il punto dell’1-0, vantaggio poi incrementato sino al 3-0 all’intervallo grazie ai centri di Giresse (splendido dai e vai con Tigana) e Fernandez.

Implacabile nei calci piazzati, Platini arrotonda lo score sul 4-0 a 15’ dal termine trasformando un rigore concesso per fallo di Pfaff su Six, per poi mettere il punto esclamativo sul 5-0 conclusivo con un superbo colpo di testa su cross dalla destra di Giresse, nel mentre la Danimarca si rimette in corsa rifilando analogo punteggio alla malcapitata Jugoslavia.

Danesi che all’ultima giornata compiono l’impresa di recuperare da 0-2 per sconfiggere 3-2 il Belgio ed accedere alle semifinali, mentre il confronto tra i padroni di casa e l’oramai eliminata Jugoslavia che va in scena il 19 giugno 1984 allo “Stade Geoffroy Guichard” di Saint-Etienne si trasforma in un autentico “one man show” da parte del 29enne Platini.

Con gli jugoslavi a chiudere in vantaggio il primo tempo per 1-0, il nr.10 per eccellenza non può tradire proprio i suoi vecchi tifosi ed eccolo quindi rispondere presente ad un invito di Ferreri per il punto dell’1-1 allo scoccare dell’ora di gioco, per poi, appena due giri di lancetta dopo, esibirsi in quella che non sarebbe proprio la “specialità della casa“, ovvero una deviazione in tuffo di testa su cross dalla destra di Battiston, con la palla ad infilarsi nell’angolo basso alla destra di Simovic e quindi concludere il suo “quarto d’ora da favola” con la sua seconda tripletta consecutiva, stavolta svolgendo il compito a lui più caro, ovvero trasformare in rete una punizione dal limite, con Stojkovic ad incaricarsi di siglare la rete del 3-2 conclusivo.

Ma se da una parte il Gruppo A vede realizzate ben 23 reti in 6 incontri, per una media di quasi 4 reti a partita, tutto l’opposto avviene nell’altro girone, composto da Germania, Spagna, Portogallo e Romania, dove a farla da padrone sono le difese con appena 9 centri e che vede clamorosamente eliminata la Germania Ovest che, dopo il pari a reti bianche con il Portogallo ed il successo di misura per 2-1 sulla Romania, viene beffata dalla Spagna per una rete messa a segno dal libero Maceda proprio al 90’, con gli iberici a qualificarsi per primi assieme ai cugini portoghesi.

Semifinali che si aprono il 23 giugno 1984 con la sfida tra Francia ed il quanto mai insidioso Portogallo, per la quale è designato lo “Stade Velodrome” di Marsiglia, dove accorrono quasi 55mila spettatori per incitare i “Galletti” verso quella che sarebbe la prima finale di un importante torneo internazionale della loro storia, ma la formazione allenata da Fernando Cabrita ha tutt’altro che l’intenzione di svolgere il ruolo di vittima sacrificale, anche se le cose si mettono bene per l’undici di Hidalgo, grazie ad una potente punizione del terzino sinistro Domergue che si infila nell’angolo alto alla destra di Bento, immobile.

La Francia cerca di chiudere i conti nella ripresa, ma dapprima Fernandez, stupendamente lanciato da Platini, si vede ribattere la sua conclusione da Bento in uscita, e quindi è lo stesso estremo difensore portoghese ad esaltarsi su di una bordata da fuori di Giresse, con quest’ultimo a trovarsi successivamente a tu per tu con il portiere avversario che gli chiude lo specchio su di un tiro ravvicinato.

La porta avversaria sembra stregata, un diagonale al volo ancora di Giresse esce di poco, per poi toccare a Platini esibirsi in un pezzo d’autore al limite dell’area, in cui si libera con una magia di un difensore e scaglia un pallone destinato sotto l’incrocio solo per consentire nuovamente a Bento di compiere l’ennesima prodezza e quindi, come spesso accade nel calcio, subire la beffa della rete del pareggio.

Dapprima è Fernando Gomes a vedere una sua conclusione a botta sicura respinta sulla linea in coabitazione tra Bats e Fernandez e quindi tocca a Jordao gelare il pubblico a poco più di 15’ dal termine raccogliendo di testa un preciso cross dalla sinistra di Chalana per il punto dell’1-1 con cui le due squadre vanno ai supplementari, anche perché un inserimento in profondità di Platini, perfettamente assistito da Giresse, lo vede contrato in uscita da Bento, il quale riesce, da terra, a toccare la conclusione di Six sulla respinta quel tanto che basta perché la palla si impenni e vada ad incocciare sulla traversa.

Cupi fantasmi iniziano ad aleggiare sul “Velodrome, specie quando, all’8’ del primo tempo supplementare, Jordao concede il bis, raccogliendo al volo di destra un cross di Chalana per una conclusione anche fortunata, in quanto il pallone batte per terra assumendo una traiettoria imparabile per Bats, che successivamente si oppone ad un’incursione di Nené, così da tenere vive le speranze francesi.

Ma il cronometro scorre inesorabile e la difesa portoghese fa buona guardia sino a che ancora Domergue festeggia nel migliore dei modi il suo 27esimo compleanno riuscendo a trovare lo spiraglio giusto al 114’ per superare Bento e riportare le sorti dell’incontro in parità, nonché ridare nuova linfa ai suoi, anche se oramai la decisione sembra doversi affidare alla lotteria dei calci di rigore.

La differenza in questi frangenti la fanno gli episodi e questi sono procurati dai fuoriclasse e, nella circostanza, ad essere premiata è la caparbietà di Tigana che, raccolta palla sulla tre quarti avversaria, si esibisce in un imperioso affondo che lo porta ad effettuare un assist a rientrare dove, puntuale all’appuntamento, si fa trovare Platini (ricordate, l’uomo giusto al momento giusto…) il quale controlla con freddezza la sfera prima di scaraventarla in porta eludendo una muraglia composta da tre difensori.

E’ il 119’, la Francia è per la prima volta in finale di una grande manifestazione internazionale e ad attenderla, il 27 giugno 1984 al “Parc des Princes” di Parigi, è la Spagna che ha avuto ragione ai calci di rigore della Danimarca, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari, risultando fatale l’errore di Elkjaer.

Hidalgo apporta una sola variante rispetto all’undici iniziale sceso in campo contro il Portogallo, ovvero l’inserimento di Bellone che già aveva rilevato Six nel corso dei supplementari, mentre sull’altro fronte Miguel Munoz sconta due assenze importanti quali quelle di Maceda (a segno anche contro i danesi) e Gordillo.

Da un punto di vista squisitamente tecnico non c’è partita, con la Francia a poter disporre del suo celebre “quadrilatero di centrocampo” costituito da Fernandez, Tigana, Giresse e Platini, ma gli spagnoli puntano sulla loro organizzazione difensiva (tre sole reti sinora subite) e la gara è bloccata, con le squadre a guadagnare gli spogliatoi sullo 0-0 di partenza.

Occorre il solito episodio per sbloccare l’incontro, e questo si materializza al 57’ sotto forma di una punizione poco oltre il limite sinistro dell’area spagnola, della cui esecuzione si incarica, e non potrebbe essere altrimenti, Platini.

Anziché calciare a scavalcare la barriera, la conclusione del capitano transalpino l’aggira con il pallone a giungere apparentemente innocuo tra le braccia di Arconada che, incredibilmente, se lo fa sfuggire e lo stesso prolunga la sua traiettoria oltre la linea di porta rendendo vano il tentativo di recupero dell’estremo difensore basco.

I minuti finali creano apprensione sugli spalti in virtù dell’espulsione all’85’ di Le Roux per doppio cartellino giallo, ma a sollevare gli animi giunge, con tutta la Spagna protesa alla ricerca del pari, la rete del raddoppio siglata in contropiede solitario da Bellone, smarcato da un preciso lancio di Tigana.

Tocca pertanto a Platini, in veste di capitano, essere il primo francese a sollevare il trofeo, oltretutto quanto mai di buon auspicio, poiché a distanza di 6 settimane anche la Nazionale Olimpica trionfa aggiudicandosi la medaglia d’oro ai Giochi di Los Angeles ’84 superando con l’identico punteggio di 2-0 il Brasile in finale.

Per il 29enne della Lorena, la conclusione di una stagione irripetibile, scudetto, titolo di capocannoniere, vittoria in Coppa delle Coppe e campione europeo con la Francia, il che determina la quanto mai logica conferma del Ballon d’Or 1984 con largo margine (117 voti a 57) sul valido compagno di Nazionale Jean Tigana.

Per Platini, che non ha mai fatto della prestanza fisica il suo punto di forza, inizia una lenta parabola discendente, che gli consente comunque di incrementare il proprio palmarès aggiudicandosi la Supercoppa Uefa a spese del Liverpool nel gennaio ’85 e la quanto mai amara Coppa dei Campioni nella tragica serata dell’Heysel di fine maggio ’85 – dopo essersi laureato per il terzo anno consecutivo capocannoniere della Serie A con 18 reti, una in più di Altobelli –, in virtù della quale disputa e vince anche la Coppa Intercontinentale, tutti allori che gli garantiscono il suo terzo “Ballon d’Or” consecutivo, precedendo (127 voti a 71) il danese Elkjaer.

L’ultimo acuto de Le Roi, come oramai viene chiamato in Francia, giunge con la conquista in volata dello scudetto 1986 a spese della Roma, mentre ai Mondiali in Messico ’86 si deve arrendere ancora in semifinale contro la Germania, stavolta con un più netto 0-2, prima di completare con 72 gettoni e 41 reti la sua esperienza in Nazionale.

L’addio al calcio avviene a conclusione del campionato di Serie A 1986-’87 che la Juventus conclude al secondo posto alle spalle del Napoli di Maradona, quasi un simbolico “passaggio di consegne” tra due campioni che si sono sempre stimati.

Platini lascia in eredità al mondo del calcio una dote di 313 reti realizzate nelle 584 gare a livello di club complessivamente disputate (media 0,54 a partita, niente male per un centrocampista) e, nel commento ai microfoni dell’Ente di Stato alla fine della sua ultima partita Juventus-Brescia 3-2 del 17 maggio 1987, è racchiusa tutta l’essenza del suo essere “Ho giocato nel Nancy perché era la mia città, nel Saint-Etienne in quanto la migliore di Francia e nella Juventus poiché la migliore al Mondo!.

Chapeau, “Roi Michel“, ma non dimenticare anche “L’Europeo di Platini“…

 

LA DOPPIA CARRIERA DI FERENC PUSKAS, L’ESULE GENIO DEL FOOTBALL

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Ferenc Puskas – da programma.sorrisi.com

articolo di Giovanni Manenti

Siamo onesti, a vederne la figura, tutto di lui ci si può immaginare tranne che sia un atleta di prim’ordine, piuttosto basso, tarchiato (misura m.1,69 per 72kg.), una evidente pancetta sin dalla giovane età, l’esatto contrario insomma dei fisici statuari dei suoi più stimati compagni Hidegkuti e Kocsis, tanto per fare un esempio.

Ma come un pinguino che cammina goffo sulla spiaggia per poi nuotare con una rapidità impressionante non appena si tuffa in acqua, allo stesso modo mettete una sfera di cuoio tra i piedi di Ferenc Puskas e tutte le riserve spariranno in un attimo.

Una storia molto particolare e ricca di colpi di scena, quella di Puskas, che tanto per iniziare non è il suo vero cognome, in quanto il padre è uno svevo di etnia tedesca che si chiama Franz Purczeld, e quando il futuro campione nasce il 2 aprile 1927 a Budapest, dove la famiglia si era trasferita, riceve lo stesso nome del padre, poi trasformato in Ferenc, al pari del cognome, che dal 1937 diviene Puskas.

La famiglia è di modeste origini, ma il padre trasmette al figlio la passione per il calcio, visto che lui stesso svolge il ruolo di allenatore delle giovanili del Kispest (“piccola Pest” in ungherese), di cui il piccolo Ferenc entra a sua volta a far parte all’età di 12 anni, peraltro falsificando il cartellino in quanto l’età minima prevista dai regolamenti è di un anno in più.

D’altronde, la gavetta non se la fa solo agli allenamenti, ma anche nelle interminabili partite in strada coi suoi più fraterni amici, ovvero i fratelli Boszik, dei quali Jozsef, il più talentuoso, sarà per molti anni suo compagno di squadra, sia nel club che nella Nazionale, e Laszlo Kubala, suo coetaneo, mentre di due anni più giovani sono Kocsis e Czibor.

Difficile immaginare che una così ricca generazione nasca nel giro di pochi mesi in una stessa città, che già ha dato i natali ad Hidegkuti (classe 1922), un fattore che determina un’amicizia che si cementa anche fuori dal rettangolo di gioco e che risulta determinante per i successi del calcio magiaro degli anni ’50.

Occorre, peraltro, contestualizzare altresì il periodo storico successivo alla fine della seconda guerra mondiale, con un’Ungheria a divenire dopo pochi anni una Repubblica Popolare sotto il diretto controllo di Mosca, con nomina a primo ministro e segretario del partito comunista Matyas Rakosi, fedele seguace delle dottrine staliniane, il quale impone un regime altamente autoritario e, sulla falsariga dell’esempio sovietico, collettivizza l’agricoltura a beneficio dell’industrializzazione del paese, ma con scarsi risultati produttivi, salvo che vedere la popolazione ridotta alla fame.

In questo contesto, Puskas, che era entrato in prima squadra della Kispest a 16 anni nel 1943, mettendosi subito in mostra per le sue doti realizzative – 35 reti nel 1946, 32 nel 1947, addirittura 50 e 46 nei tornei 1948 e ’49 –, pur non riuscendo a conquistare il titolo, vede la sua società rilevata dal ministero della difesa ungherese, divenendo così la formazione dell’esercito, cambiando denominazione in Honved.

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Un giovane Puskas al tiro con la maglia del Kispest – da wikipedia.org

Già da tempo entrato nell’orbita della Nazionale, con cui debutta il 20 agosto 1945, appena 18enne, bagnando l’esordio con una rete nel successo per 5-2 a Budapest contro l’Austria, Puskas è oramai divenuto il leader sia del proprio club – dove gli è assicurato lo stipendio in qualità di militare, le cui gerarchie scala grazie alle prestazioni sui campi di calcio – che della Nazionale, con Rakosi a non impiegare molto tempo a capire che quest’ultima può essere un ideale veicolo di propaganda del regime per dimostrare la superiorità del socialismo nei confronti dei sistemi capitalistici.

In verità, come visto, è stata una congiunzione astrale favorevole a far nascere una così grande schiera di campioni in un arco temporale tanto ristretto, ma questo per la dirigenza del partito è un aspetto assolutamente secondario ed insignificante, ciò che conta è dimostrare in tutta Europa la bontà dell’ideologia socialista e, perché no, fornire al popolo uno strumento di distrazione dalle miserie quotidiane.

Come logica conseguenza, l’Honved è immediatamente rinforzata con l’ordine perentorio di canalizzarvi i migliori giocatori del paese e, nel 1950, il portiere Gyula Grosics – dichiaratamente anticomunista, ma costretto a far buon viso a cattivo gioco essendo in ballo la sua stessa esistenza –, l’ala Budai e l’attaccante Kocsis vanno a far compagnia a Puskas e Boszik, per poi toccare a Lorant nel 1951 e a Czibor nel 1953.

Una formazione, quella della Honved, che a far tempo dal 1953, ha tra le sue file sette undicesimi della Nazionale e che non conosce, pertanto, ostacoli nel fare incetta di titoli nazionali, affermandosi nel 1949-’50 e nel 1950 – altra idea “staliniana” imposta da Rakosi per uniformare il campionato ungherese a quello sovietico, con le gare a disputarsi da marzo a novembre –, cui seguono i successi nel 1952 e per tre stagioni consecutive dal 1954 al ’56.

Ovviamente, il tandem d’attacco formato da Puskas e Kocsis fa faville – 49 reti in due nel 1950, 51 nel 1951, 58 nel 1952, 51 nel 1953 con altre 16 messe a segno da Czibor, 54 nel 1954 e 55 nel 1955 compreso il contributo di 20 centri di Czibor –, e non vi sono difese che possano loro resistere, ma i successi in patria del club hanno un palcoscenico troppo limitato, questa superiorità necessita di essere esportata.

Ecco quindi che Rakosi, infuriato per una sconfitta per 3-5 a Vienna del 15 maggio 1950, pretende dal commissario tecnico Gusztav Sebes, in carica dall’anno precedente, che un tale evento non debba più ripetersi, come se le vittorie fossero una sorta di atto dovuto.

E’ peraltro evidente che il materiale umano a disposizione di Sebes è di assoluta qualità, ma il tecnico ci mette del suo nel far sentire i giocatori parte di un progetto, anche perché convinto assertore delle ideologie al potere, pur non svolgendo il proprio lavoro con atteggiamenti dispotici, anzi tutt’altro.

In ogni caso, il suggerimento proveniente dall’alto viene preso alla lettera e, nei successivi 11 incontri, l’Ungheria ne vince 9 e ne pareggia due – vi sarebbe una sconfitta per 1-2 a fine maggio ’52 a Mosca contro l’Unione Sovietica, ma la partita, diretta da un arbitro russo, non ha i crismi dell’ufficialità –, ma si tratta solamente di incontri amichevoli, e nello sport, è risaputo, contano i titoli, ragion per cui la prima occasione propizia giunge con le Olimpiadi di Helsinki 1952, il cui torneo di calcio si svolge dal 15 luglio al 2 agosto.

Per la nota questione del dilettantismo previsto dalla carta olimpica, le formazioni dell’Europa dell’est hanno la possibilità di schierare i loro migliori giocatori, i quali giocano per passione in quanto stipendiati dalle strutture militari e/o ministeriali presso cui, in teoria, dovrebbero prestare servizio, così che la manifestazione si riduce ad un confronto tra le migliori squadre d’oltre cortina, prova ne sia che l’oro non sfugge ad una rappresentante della parte orientale del Vecchio Continente per 8 edizioni consecutive.

Altro particolare da non sottovalutare, la rassegna finlandese segna l’ingresso nell’arengo olimpico dell’Unione Sovietica, che anch’essa sfrutta l’aspetto sportivo quale terreno di confronto con l’altra superpotenza costituita dagli Stati Uniti, con il medagliere a fungere da termine di paragone per stabilire quale delle due ideologie (socialista o capitalista) sia da preferire.

Atteggiamenti che possono far sorridere, ma siamo nel bel mezzo della “Guerra Fredda” ed occorre stare al gioco, con la Nazionale magiara, pertanto, chiamata a dover dimostrare sul campo la propria forza, con le notizie provenienti da Helsinki ad essere trasmesse via radio dall’emittente di stato per la celebre voce di Gyorgy Szepesi.

E Rakosi può andare ben fiero dei suoi atleti, che ad Helsinki raccolgono ben 42 medaglie, di cui 16 ori, tanto da collocare l’Ungheria al terzo posto assoluto nel medagliere, preceduta solo da Stati Uniti ed Unione Sovietica, un successo strepitoso a cui anche Puskas & Co. forniscono il loro contributo.

Un po’ come era successo all’Italia in occasione del bis mondiale in Francia nel 1938, la gara d’esordio si rivela la più ostica, con i “cugini” rumeni ad uscire sconfitti solo per 2-1 (Czibor al 21’ e Kocsis al 73’ gli autori delle reti magiare), per poi innestare la quarta ed asfaltare sul proprio cammino, in rapida successione, Italia (3-0, doppietta di Palotas ed acuto di Kocis) agli ottavi, la malcapitata Turchia (7-1, doppiette di Kocsis e Puskas) ai uarti e non miglior sorte tocca in semifinale alla Svezia, travolta per 6-0, con il punteggio già acquisito a 20’ dal termine, dopo che Puskas aveva aperto le marcature al primo minuto e Kocsis non aveva fatto mancare la consueta doppietta.

Manca una sola gara per il raggiungimento dell’obiettivo tanto caro ai dirigenti di partito, solo che l’avversaria non è propriamente tanto malleabile, trattandosi della Jugoslavia che, sul suo cammino, ha eliminato l’Unione Sovietica – 3-1 nella ripetizione dopo che la prima sfida era clamorosamente terminata 5-5 con gli slavi a condurre 5-1 a 15’ dal termine –, per poi superare 5-3 la Danimarca e 3-1 la Germania in semifinale.

Oltretutto, la Jugoslavia vanta anch’essa nelle proprie file campioni di assoluta grandezza, a partire dal leggendario estremo difensore Vladimir Beara, oltre a Cajkovski e Boskov (entrambi futuri ottimi allenatori), Mitic, Vukas e Zebec, quest’ultimo capocannoniere del torneo con 7 reti.

A rassicurare Sebes giunge la sera prima dell’incontro la telefonata di Rakosi, il quale ricorda al tecnico che la sconfitta non sarà tollerata, atteggiamento tipico del totalitarismo, messaggio che il commissario tecnico si guarda bene da trasmettere ai giocatori onde evitare un’eccessiva pressione, avendo già egli stesso provveduto a catechizzare la squadra circa il rischio di prendere sotto gamba la squadra avversaria.

E, in effetti, l’Ungheria che scende in campo alle 19:00 del 2 agosto 1952 allo “Stadio Olimpico” di Helsinki – davanti ad oltre 58mila spettatori che non intendono perdersi lo spettacolo di vedere con i propri occhi i decantati virtuosismi dei funambolici magiari – prende sin da subito il controllo delle operazioni, ma vuoi per l’importanza della posta in palio che per l’organizzazione difensiva avversaria, la manovra non è fluida come nelle precedenti esibizioni.

Ad ogni buon conto, a pochi minuti dalla conclusione della prima frazione di gioco l’arbitro inglese Ellis concede un rigore all’Ungheria e ad incaricarsi della trasformazione non può che essere Puskas, il quale ha un’altissima percentuale di realizzazioni dal dischetto, ma quella sera ha di fronte uno dei migliori portieri di ogni epoca, il quale non concede alternative al fuoriclasse magiaro, restando fermo sulla linea di porta, così che la conclusione risulta abbastanza centrale e le squadre vanno al riposo sullo 0-0 di partenza.

L’intervallo è il momento decisivo per Sebes, il quale deve tenere alto il morale dei suoi giocatori al fine di non far credere loro che si tratti di una “partita stregata” come talvolta accade nel calcio e, soprattutto, rincuorare Puskas per l’errore commesso: può capitare di sbagliare un rigore, l’importante è mantenere alta la concentrazione.

Già, perché il 25enne Ferenc, anche quando non è al massimo della condizione, è sempre in grado con una sua giocata di risolvere in qualsiasi istante una partita, sia con il suo mortifero sinistro che con un passaggio filtrante a favore di un compagno e questo gli altri giocatori lo sanno, tanto che al rientro in campo uno di loro gli passa una mano sulla spalla e gli sussurra Ci farai vincere tu, vero Ocsi…?.

Ocsi (“Fratellino“) è il soprannome affibbiato al piccolo Ferenc dai suoi più anziani compagni di squadra allorché viene chiamato a far parte del Kispest, un nomignolo che non l’abbandonerà mai più, data anche la sua relativamente bassa statura, il quale, notoriamente di poche parole, non risponde, ma abbozza un sorriso furbo su quel volto che dimostra molto più della sua età, come ad essere fiero della fiducia che è ancora riposta in lui.

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La rete dell’1-0 di Puskas in finale con la Jugoslavia – da olympic.org

Occorre però rispondere coi fatti e Puskas è uno d quelli che può sbagliare una volta, ma difficilmente concede il bis e difatti eccolo, allo scoccare del 70’, ricevere un passaggio filtrante in area, superare in dribbling due difensori per poi farsi beffa anche di Beara uscitogli incontro per depositare nella rete sguarnita il punto dell’1-0.

Sugli spalti è il delirio, trattandosi dell’ultima giornata dei Giochi tutti gli inviati dei vari paesi sono in tribuna ad assistere allo spettacolo e la magia di “Ocsi” non può certo passare inosservata, al pari di tutto il torneo disputato dai magiari, con Czibor a mettere il punto esclamativo sul successo con la rete del 2-0 a 2’ dal termine.

Per Sebes è il momento del trionfo, al massimo della gioia per l’alloro conseguito (nonché per lo scampato pericolo dalle ire di Rakosi), al pari del radiocronista Szepesi che, al triplice fischio finale, non lesina enfasi nel pronunciare al microfonoE’ finita, l’Ungheria, alfiere del socialismo, della libertà dei popoli, dei lavoratori, ha vinto l’Olimpiade…!.

Probabile che il messaggio gli fosse stato preparato dall’alto, così che l’intera popolazione potesse ascoltarlo, ma di certo è Szepesi a coniare per gli undici campioni olimpici la definizione di Aranycasapat (“La Squadra d’Oro“), con cui la “Grande Ungheria” sarà tramandata ai posteri.

Rakosi ha ottenuto ciò che voleva, la Nazionale magiara è un’autentica corazzata che non conosce ostacoli, il successo ai Giochi contribuisce a rafforzare l’autostima dei suoi componenti e stuzzica anche l’orgoglio dei “Maestri del Football“, ovvero del segretario della “Football Association” inglese Sir Stanley Rous il quale, durante un summit sportivo nel dicembre 1952 a Crans Montana, in Svizzera, provoca Sebes con un “Allora, quando potremo ospitare i vincitori delle Olimpiadi?.

La risposta del tecnico magiaro non si fa attendere, “quando volete!“, salvo poi pentirsi di aver pronunciato quelle parole senza aver prima sentito il parere dei suoi superiori, nella fattispecie Gyula Hegy, responsabile dell’ufficio dello sport, in una struttura gerarchica dove non è consentito scavalcare chi è al di sopra, ma oramai la frittata è fatta, anche perché Rous ha diffuso la notizia ai quattro venti e, dato che Sebes aveva dato ampia disponibilità di date, fissa l’incontro per il 25 novembre 1953 allì”Empire Stadium” di Wembley, chiaramente, ritenendo tale periodo più favorevole per la Nazionale dei “Tre Leoni” per le proverbiali piogge e poiché il campionato è in pieno svolgimento, al contrario di quello ungherese, oramai concluso.

Altrettanto logicamente, dell’uscita di Sebes è subito informato anche Rakosi, il quale convoca l’allenatore per redarguirlo per la sua incoscienza, sempre per il fatto di mettere a rischio il buon nome ed il prestigio della nazione, qualora l’Ungheria dovesse uscire sconfitta, poiché la “Squadra d’Oro” è un impagabile strumento utile alla propaganda socialista.

Occorre precisare che, sino a tale data, nessuna Nazionale al di fuori del Regno Unito è mai riuscita ad espugnare il prestigioso terreno di Wembley e, di fronte ad un Rakosi infuriato, Sebes gioca di rimessa, uscendone con un “Ma se proprio è uno strumento di propaganda formidabile, pensi cosa direbbe il mondo se vincessimo…“, solo per ricevere la più scontata delle risposte “Va bene, ma si ricordi che risponderà personalmente del risultato!.

Premesso che in occasione dello svolgimento della sfida Rakosi, a seguito della morte del suo idolo Stalin, non è più primo ministro, sostituito dal più moderato Imre Nagy, la storia ricorda come finì la gara, in merito alla quale occorre aprire una parentesi di natura tattica.

Sebes ha a disposizione tre grandissimi attaccanti, Kocsis e Puskas, ma anche Hidegkuti, centravanti del Ferencvaros, e la sua mossa vincente è convincere quest’ultimo ad arretrare il raggio di azione – una sorta di “falso nueve” ante litteram –, così da avere un maggior spazio a propria disposizione per allargare il gioco sulle ali Budai e Czibor, oppure servire in profondità le altre due punte di diamante.

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Puskas e Wright guidano l’entrata in campo a Wembley – da storiedicalcio.altervista.org

Un’innovazione per il periodo che, unitamente alla raffinata tecnica di palleggio degli ungheresi, fa sì che gli inglesi non si raccapezzino durante i 90’ di gioco, subendo una pesantissima sconfitta per 3-6 che vive di due episodi quanto mai significativi.

Il primo avviene al fischio di inizio, con Boszik che recupera palla a centrocampo per servire Hidegkuti qualche metro fuori area il quale, senza esser marcato dallo stopper inglese – abituato ad avere a che fare con centravanti posizionati ben dentro i 16 metri –, ha tutto il tempo di aggiustarsi il pallone, prendere la mira ed infilare lo stesso nell’angolo alto alla destra di Gil Merrick.

La seconda immagine da tramandare ai posteri, con il punteggio sul 2-1 (pari di Sewell al 13’, ancora Hidegkuti al 20’), si verifica al 24’ allorché, dopo una fitta serie di passaggi, Czibor fugge sulla destra per poi servire dal fondo a rientrare Puskas piazzato al vertice destro dell’area di porta.

Ma anziché tentare la conclusione di prima intenzione al volo, accortosi del recupero alla disperata del capitano inglese Billy Wright, “Ocsi” finta il tiro con il destro – logico da quella posizione, ma non è il suo piede preferito – per portarsi la palla di tacco sul sinistro, così da avere lo specchio completamente libero, dato che l’entrata in scivolone manda Wright a vuoto, e poter fulminare Merrick con una potente saetta dal basso verso l’alto.

Oramai l’Ungheria è una “schiacciasassi“, ne sa qualcosa anche l’Italia che, il precedente 17 maggio 1953, aveva ospitato i magiari per la gara conclusiva dell’edizione 1948-’53 della Coppa Internazionale coincidente con l’inaugurazione dello “Stadio Olimpico” di Roma, uscendo sconfitta per 0-3 (Hidegkuti e doppietta di Puskas), mentre ancor più spericolato di Sebes è Rous, il quale sostiene che l’umiliazione di Wembley non è altro che un “incidente di percorso“, così da pretendere la rivincita, che si svolge il 23 maggio 1954 a Budapest, a meno di un mese dall’inizio dei Mondiali di Svizzera.

Mal gliene colse, poiché stavolta il punteggio è ancor più severo (7-1!!!), così che i campioni di Helsinki si presentano alla rassegna iridata con un bilancio post olimpico costituito da 9 vittorie e 3 pareggi e, soprattutto, 43 reti realizzate a fronte di sole 14 subite.

Oro olimpico e vittoria nella Coppa Internazionale, a coronare un periodo indimenticabile manca solo il titolo mondiale, anche se l’edizione del 1954 passa alla storia per tutta una serie di incongruenze, la prima delle quali costituita dalla designazione di due teste di serie nei quattro gruppi di quattro squadre, così che vengono disputate solo due gare a testa invece delle tre previste dal classico girone all’italiana.

L’Ungheria, ovviamente testa di serie, è inserita nel gruppo B assieme a Germania, Turchia e Corea del Sud, con quest’ultima a far da “sparring partner” all’esordio contro i ragazzi di Sebes che si impongono per 9-0 (tripletta di Kocsis e doppiette di Puskas e Palotas), per poi scendere in campo il 20 giugno 1954 contro i tedeschi.

Sepp Herberger, conscio della superiorità degli avversari, imbottisce la squadra di riserve, essendo già sicuro di dover al massimo giocare lo spareggio con la Turchia, già battuta 4-1 all’esordio, per andare avanti nel torneo e, del resto, l’Ungheria è all’apice del suo periodo d’oro e, in particolare, Puskas è, a 27 anni, nel pieno della maturità atletica.

E’ anche uno sbruffone, “Ocsi“, che si diverte a prendersi gioco dei suoi avversari, ed all’entrata in campo, rivolgendosi ad un compagno che parla il tedesco, dice di far presente a Liberich, il suo marcatore, “di guardare la palla adesso perché poi mi sa che non la vedrà più…!.

L’Ungheria ha vita facile, dopo poco più di 20’ si è già portata sul 3-0 (doppietta di Kocsis ed acuto di Puskas) ed il malcapitato Liebrich è fatto oggetto di scherno dal capitano magiaro, tanto da costringerlo ad informare l’interprete in campo (ovvero il citato compagno di Puskas) che “se non la smette gli faccio male, ma male per davvero…!“.

Avvertimento ovviamente non recepito e promessa altrettanto mantenuta, con un intervento a colpo sicuro sulla caviglia destra del fuoriclasse magiaro che rotola a terra, rendendosi conto in quel momento di aver sicuramente esagerato, ma oramai è troppo tardi.

Senza il suo leader, l’Ungheria va avanti (8-3 il risultato finale contro i tedeschi) con difficoltà, anche per una formula talmente assurda che vede le prime classificate dei gironi da una parte del tabellone e le seconde dall’altra, così che per giungere all’atto conclusivo i magiari devono superare due ostacoli non indifferenti quali Brasile ed Uruguay – entrambi battuti per 4-2, ma con i campioni in carica dovendo ricorrere ai supplementari –, mentre l’altra finalista, la Germania, dispone più facilmente di Jugoslavia (2-0) ed Austria, sconfitta per 6-1 in semifinale.

All’epoca non sono previste sostituzioni e, pertanto, la vigilia della finale in programma il 4 luglio 1954 al “Wankdorf Stadion” di Berna è tormentata dai dubbi di Sebes riguardo la decisione se schierare o meno Puskas che ha ripreso a correre dopo l’infortunio, ma è sicuramente al 50% del suo potenziale.

E, d’altronde, mandarlo in campo potrebbe voler dire regalare una pedina importante agli avversari, mentre rinunciandovi (come parte dello spogliatoio, Kocsis in testa, propone) significherebbe assumersi l’intera responsabilità in caso di un’eventuale sconfitta, così che l’unico che potrebbe risolvere la questione è lo stesso Puskas qualora dichiarasse di non essere in condizione di giocare, ma figurarsi se un giocatore del suo orgoglio vuole rinunciare alla “partita della vita“, una finale del Mondiale.

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I capitani Fritz Walter e Puskas prima della finale – da thetrimes.co.uk

Peraltro, sembra che i timori di Sebes siano infondati, vista la facilità con cui l’Ungheria si porta sul 2-0 dopo appena 10’ (proprio di Puskas e di Czibor le reti), solo per vedersi raggiunta già prima del 20’ per merito di Morlock e Rahn.

Affidatasi sempre alla forza del proprio attacco, è notoriamente la difesa il punto debole dell’undici di Sebes – e, del resto, le 3 reti subite dalla Germania e le due da Brasile ed Uruguay lo stanno a certificare –, ma è altrettanto vero che la superiorità ungherese sul rettangolo di gioco è evidente, se non fosse che gli dei del calcio quel pomeriggio hanno deciso diversamente.

Dapprima, sempre nel primo tempo, una conclusione di Hidegkuti colpisce l’interno del palo alla destra di un Turek immobile, poi nella ripresa è lo stesso estremo difensore ad esaltarsi respingendo le conclusioni degli avanti ungheresi, e quando è superato, a salvarlo ci pensa la traversa su di un colpo di testa a spiovere di Kocsis o un suo difensore a respingere sulla linea di porta.

Puntuale come un orologio svizzero (è proprio il caso di dire), giunge a 6’ dal termine la mazzata finale, complice un pallone respinto corto dalla difesa e raccolto da Rahn al limite dell’area, così da poter scoccare il tiro che si insacca nell’angolo basso alla destra di Grosics, vanamente proteso in tuffo.

Nonostante il poco tempo a disposizione, l’Ungheria potrebbe ancora sperare nei supplementari, ma dapprima una rete di Puskas viene annullata per un dubbio fuorigioco segnalato da un guardalinee e quindi, proprio allo scadere, Czibor scarica tutte le residue energie in una conclusione ravvicinata neutralizzata da Turek, per la gioia tedesca e lo sconforto magiaro.

Probabilmente responsabile della sconfitta, nessuno in patria osa peraltro colpevolizzare il “Colonnello” Puskas per aver voluto scendere in campo, visto peraltro che la mattina della finale il quotidiano “Nepsport” se ne era uscito con un commento “con spirito d’animo socialista e senso di responsabilità da capitano, Puskas ce la farà, pur stringendo i denti….

Classici “proclami di regime“, di cui anche in Italia ne sappiamo qualcosa, ma il peggio per il popolo ungherese è ancora da venire, sotto forma di una rivolta spontanea nata da una manifestazione studentesca del 23 ottobre nella capitale Budapest, soffocata nel sangue dalle truppe sovietiche il successivo 4 novembre, per un totale di oltre 3mila vittime, tra militari e civili, oltre alle successive epurazioni e ripristino di un regime dispotico.

Addirittura si sparge la notizia che durante gli scontri Puskas sia rimasto ucciso, fortunatamente infondata, ma ora per molti giocatori, che continuano a giocare all’estero con i propri club (l’Honved si reca il 22 novembre 1956 a Bilbao per l’andata degli ottavi di Coppa dei Campioni), si pone la drammatica domanda su cosa fare del proprio futuro, soprattutto su come poter ricongiungersi alle proprie famiglie.

Le scelte non sono per tutti uguali, Grosics e Boszik, ad esempio, tornano in patria, mentre Kocsis, Czibor e Puskas – quest’ultimo dopo essersi potuto ricongiungere a Milano con la moglie Erzsebet e la figlia Aniko, grazie all’aiuto dell’amico d’infanzia Kubala che già aveva capito tutto in anticipo lasciando il paese nel 1950 – si rifugiano in Spagna, coi primi due ad unirsi a Kubala al Barcellona, mentre Puskas è tesserato dal Real Madrid.

L’ammutinamento è pagato con una squalifica da parte della FIFA, così che Puskas, il quale lascia l’Honved con una dote di 352 reti realizzate in 341 gare di campionato, può tornare a giocare, indossando la celebre “camiseta blanca” del Real Madrid, solo a far tempo dall’autunno 1958.

Oramai 31enne e chiaramente sovrappeso, Puskas non è più in grado di fornire lo stesso apporto in fatto di dinamicità, ma non lasciate spazio al suo mortifero sinistro perché non avrete occasione per riparare, e se ne accorgono ben presto gli estremi difensori iberici, con le 21 reti messe a segno al debutto nella Liga e le 28 del 1960 che lo consacrano capocannoniere del torneo.

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Puskas in azione con la maglia del Real – da dallafontepiupura.wordpress.com

A fare il “lavoro sporco” in attacco ci pensa la “Saeta rubia” argentina Alfredo Di Stefano, il primo vero giocatore a tutto campo della storia del football, e Puskas fornisce un determinante contributo anche in Coppa dei Campioni, siglando due reti decisive nelle semifinali del 1959 contro i rivali cittadini dell’Atletico, per poi rinunciare alla finale di Stoccarda contro lo Stade de Reims per paura di possibili interventi da parte della polizia della vicina Germania Est.

Timori che non lo affliggono l’anno successivo, in cui il Real Madrid conquista la sua quinta coppa consecutiva e Puskas e Di Stefano danno spettacolo nella finale di Glasgow, in cui mettono rispettivamente a segno 4 e 3 reti nel 7-3 conclusivo ai danni dell’Eintracht Francoforte.

Come il buon vino, che più invecchia e più diviene apprezzato, così anche Puskas si avvia alla soglia dei 40 anni aggiudicandosi 5 tornei della Liga (1961-’65) consecutivi, durante i quali non svolge certo la parte del comprimario, laureandosi capocannoniere nel 1961 (27 reti), ’63 (26) e ’64 (20), così come è una sua doppietta a decidere la finale della “Copa del Generalisimo” 1962, in cui il Real supera per 2-1 il Siviglia.

E chi, se non lui, va due volte a segno nei primi 9’ nella gara di ritorno della prima edizione della Coppa Intercontinentale contro il Penarol, vinta per 5-1 dopo lo 0-0 del match di andata, per poi stabilire un curioso record, di cui non va certo fiero, ovvero quello di essere l’unico giocatore a realizzare una tripletta in una finale di Coppa dei Campioni (1962 contro il Benfica) ed uscire sconfitto dal campo per 3-5.

Puskas decide di appendere le scarpe al chiodo nel corso della stagione 1965-’66, che vede il Real Madrid aggiudicarsi la sua sesta Coppa dei Campioni, torneo in cui il magiaro gioca le sole prime tre partite andando comunque 5 volte a segno, così da concludere la sua esperienza in terra di Spagna – dove viene soprannominato “Canoncito” od anche “Pancho“, avendo il primo riferimento alla potenza del suo sinistro e per il secondo non servono spiegazioni – con un totale di 242 reti in 262 gare complessivamente disputate.

Terminata l’attività agonistica, Puskas si cimenta anche come tecnico giramondo, allenando in Europa, Nord e Sudamerica, Asia, Africa ed Australia, con il miglior risultato costituito dalla conquista di due campionati greci nel 1970 e ’72 con il Panathinaikos, da lui condotto alla sorprendente finale di Coppa dei Campioni 1971, dove è sconfitto per 0-2 dall’emergente Ajax di Cruijff proprio su quel terreno di Wembley che lo aveva visto protagonista 18 anni prima.

Ma la gioia più grande “Ocsi” la riceve a seguito del crollo dell’impero sovietico, circostanza che gli consente di fare rientro in patria, dove purtroppo gli viene diagnosticato nel 2000 il morbo di Alzheimer che lo porta alla morte il 17 novembre 2006 alla soglia degli 80 anni.

Il commento conclusivo su cosa abbia rappresentato Puskas nel mondo del calcio lo lasciamo ad uno spagnolo, l’attaccante Amaro Amancio, suo compagno di squadra nelle ultime stagioni al Real “Era diverso da tutti gli altri, faceva cose incredibili e poi trasmetteva calore ed umanità, Pancho era un genio.

E, per una volta, non si è certo trattato di un genio incompreso

 

LA COPPA UEFA 2000 INCORONA IL GALATASARAY PRIMA SQUADRA TURCA A TRIONFARE IN EUROPA

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La festa del Galatasaray per la conquista della Coppa Uefa – da 4tretre.blogspot.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando, con l’edizione 1999 vinta dalla Lazio, la Coppa delle Coppe va in archivio – soppiantata dall’allargamento delle partecipanti alla Champions League –, il panorama delle tre manifestazioni continentali per club – Coppa dei Campioni/Champions League, Coppa delle Coppe e Coppa UEFA – registra l’affermazione di formazioni di 15 diverse nazioni, con la parte del leone a toccare alle “cinque sorelle“, ovvero Italia, Inghilterra, Spagna, Germania ed Olanda.

A tale epoca, difatti, si erano disputate 44 edizioni di Coppa dei Campioni/Champions League, 39 di Coppa delle Coppe e solo 28 di Coppa Uefa, non riconoscendo il massimo organismo europeo la Coppa delle Fiere andata in scena sino al 1971.

A comandare la graduatoria dei paesi che si sono aggiudicati i complessivi 111 trofei è l’Italia con 25 successi, seguita dall’Inghilterra con 22 e quindi dalla Spagna a quota 17, Germania 15, Olanda 10 e via via tutte le altre, con a contare una sola affermazione Jugoslavia e Romania (ma in Coppa dei Campioni), con Germania Est e Cecoslovacchia ad aver visto un loro club conquistare la Coppa delle Coppe.

Non vi è però, sino a fine XX secolo, alcuna rappresentante turca e, del resto, la cosa è anche ben spiegabile, visto che la Nazionale – fatta salva l’ingloriosa partecipazione ai Mondiali di Svizzera 1954, con le due sconfitte per 1-4 e 2-7 contro la Germania – solo nel 1996 era riuscita a qualificarsi per le fasi finali dei Campionati Europei, peraltro concludendo il suo girone a quota zero con tre sconfitte e senza aver realizzato una sola rete.

Il calcio, in Turchia, è monopolio di tre sole società e tutte della stessa città, Istanbul, ovvero Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas, che da sole si spartiscono 56 dei 63 campionati disputati, con il solo Trabzonspor ad aver vissuto il suo periodo di gloria tra la metà degli anni ’70 ed ’80, in cui si aggiudica 6 titoli, mentre l’ultimo, appannaggio del Bursaspor nel 2010, ha la stessa valenza del passaggio della cometa di Halley.

Delle tre grandi, la più titolata è il Galatasaray, club fondato nel 1905 e che è anche il primo a prendere parte ad una competizione continentale, iscrivendosi alla seconda edizione della Coppa dei Campioni, solo per essere eliminato al primo turno (1-3 e 2-1) dai rumeni della Dinamo Bucarest.

Ed è ancora lo stesso club il primo del suo paese a raggiungere i quarti di finale, cosa che accade nel 1963, allorquando, dopo essersi preso la rivincita (1-1 e 3-0) sulla Dinamo Bucarest, si impone agli ottavi (4-1 e 0-1) nei confronti dei polacchi del Polonia Bytom, salvo doversi rendere amaramente conto del gap che ancora lo divide dalle migliori formazioni occidentali, venendo sommerso (1-3 e 0-5) dal Milan, con Altafini a mettere a segno 4 reti nel percorso che lo porta al titolo di capocannoniere del torneo.

Ecco quindi che, mentre il Fenerbahce raggiunge al massimo i quarti in Coppa delle Coppe nel 1964 ed il Besiktas lo stesso livello in Coppa dei Campioni nel 1987, ritroviamo il Galatasaray – dopo un periodo buio che lo vede a digiuno di vittorie in campionato durato ben 14 stagioni – sfiorare addirittura la qualificazione alla finale dell’edizione 1989 della Coppa dei Campioni.

Nel corso del torneo, difatti, dopo aver eliminato Rapid Vienna (1-2 e 2-0), Neuchatel Xamax (recuperando con un 5-0 sul Bosforo lo 0-3 dell’andata) e Monaco (1-0 ed 1-1), a sbarrare loro la strada è ancora una volta una formazione rumena, ovvero la Steaua Bucarest, grazie ad un rotondo 4-0 casalingo, poi difeso con tranquillità al ritorno, concluso sull’1-1.

L’ultima decennio dello scorso secolo è quello della definitiva riscossa per i “Leoni” (“Aslanlar” in lingua originale) che, oltre a conquistare nel 1994 la “doppia stella” per i 10 titoli vinti – traguardo già raggiunto dal Fenerbahce nel 1983 e dal Besiktas nel 1992 –, si fanno apprezzare per il loro cammino nella Champions League 1994, dove accedono alla fase a gironi ad 8 squadre dopo aver eliminato (2-1 e 1-0) il Cork City e quindi compiuto l’impresa di far fuori (3-3 e 0-0) nientemeno che il Manchester United, ribaltando ad “Old Trafford” un iniziale svantaggio di 0-2 dopo 15’ grazie alle reti di Arif Erdem ed alla doppietta di Kubilay Turkilmaz (attaccante con trascorsi in Italia al Bologna), prima del definitivo pareggio di Cantona.

Pazienza se, nel girone di semifinale opposto a Barcellona, Monaco e Spartak Mosca, la formazione turca – all’epoca allenata dal tedesco Reiner Hollmann – concluda all’ultimo posto con 2 pareggi e 4 sconfitte, ma intanto si sono gettate le basi per future affermazioni.

Basi che, come logica comanda, non possono fare a meno di un tecnico di spessore e chi può assumere tale ruolo se non colui che del Galatasaray è stato una bandiera da giocatore, ovvero quel Fatih Tehrim che ne ha indossato la maglia per 11 stagioni consecutive, dal 1974 al 1985 (peraltro proprio nel periodo in cui il club è a secco di vittorie in campionato), meritandosi anche in 51 occasioni la convocazione in Nazionale.

Con Terim a sedersi in panchina nell’estate 1996, l’esordio è subito trionfale, con il club a dominare il campionato, vinto con 8 lunghezze di margine (82 a 74) sul Besiktas e 9 sul Fenerbahce, mentre in Coppa delle Coppe l’avventura si conclude al secondo turno per mano del Paris Saint-Germain, che ribalta con un netto 4-0 al “Parc des Princes” il 2-4 subito all’andata ad Istanbul.

E’ una formazione, quella giallorossa, che fonda la sua forza nella regia del rumeno Gheorghe Hagi, prelevato nella stessa estate dal Barcellona, nonché nella vena realizzativa del centravanti Hakan Sukur, capocannoniere del torneo con 38 reti, e che si prepara a ritentare la sorte nella rimodulata Champions League.

Ristabilite le gerarchie in ambito nazionale – il Galatasaray centra un poker consecutivo affermandosi anche nel 1998, ’99 e 2000 –, l’esperienza nell’edizione 1997-’98 della Champions League, dopo il facile superamento del turno preliminare con il doppio 4-1 inflitto agli svizzeri del Sion, si conclude già nella fase a gironi, dove il club di Terim termina all’ultimo posto, con una vittoria, un pareggio e 4 sconfitte, nel gruppo A vinto dal Borussia Dortmund su Parma e Sparta Praga.

Nel frattempo, la rosa è rinforzata grazie all’acquisto del 23enne centrocampista Umit Davala, così come in difesa viene aggiunta una notevole dose di esperienza con l’ingaggio del 30enne rumeno Gheorghe Popescu, reduce da due stagioni al Barcellona, mentre nell’estate 1998 giunge ad Istanbul l’estremo difensore della Nazionale brasiliana Claudio Taffarel, unitamente alla 22enne promessa Hasan Sas.

Ed i risultati non tardano ad arrivare, soprattutto a livello continentale, visto che il Galatasaray, dopo essersi qualificato per la fase a gironi di Champions League a spese (2-1 e 3-2) del Grasshopper Zurigo, compie un eccellente percorso inserito nel gruppo B assieme a Juventus, Rosenborg ed Athletic Bilbao, imponendo ai bianconeri due pareggi (2-2 a Torino dopo aver condotto per 2-1, ed 1-1) e concludendo lo stesso a pari punti con la stessa Juventus ed i norvegesi, penalizzato dallo 0-3 subito in Scandinavia che lo relega al terzo posto.

L’aver dimostrato di poter essere competitiva anche al cospetto delle grandi d’Europa, fa sì che la società regali a Terim un ultimo tassello in difesa, mettendo sotto contratto nell’estate 1999 il brasiliano Capone (Carlos Alberto Oliveira all’anagrafe), terzino con spiccate propensioni offensive, ma soprattutto risulta determinante la variazione della formula della Champions League che, a seguito della soppressione della Coppa delle Coppe, vede l’incremento ad 8 dei gironi a quattro squadre della prima fase, con le prime due ad essere ammesse ad una seconda fase sempre a gironi, mentre le terze (e qui sta l’importante novità) ad accedere ai sedicesimi di finale della Coppa Uefa.

Superato il terzo turno preliminare grazie alla doppia vittoria (3-0 ed 1-0) sul Rapid Vienna, il Galatasaray è inserito nel gruppo H di Champions League assieme a Milan, Chelsea ed Hertha Berlino, ed il confronto con tre rappresentanti di Italia, Inghilterra e Germania non sembrerebbe dare scampo all’undici di Terim, oltretutto dopo il debutto interno coi berlinesi, in cui rimedia, grazie ad un rigore trasformato da Hagi a 4’ dal termine, un pari per 2-2 dopo essere stato in svantaggio di due reti, cui segue la sconfitta per 1-2 a San Siro contro il Milan.

La successiva sconfitta per 0-1 a “Stamford Bridge” fa sì che, al completamento delle gare di andata, i turchi siano ultimi con un punto rispetto ai 5 di Milan ed Hertha ed ai 4 del Chelsea, così che la loro sorte sembra oramai segnata, specie dopo l’umiliante 0-5 subito tra le mura amiche da parte dei londinesi.

Un solo punto in 4 partite, mentre l’Hertha, superando 1-0 un Milan in crisi di identità, si porta al comando a quota 8 seguito da Chelsea con 7 e dai rossoneri con 5, sfido il più sfegatato tifoso dei “Leoni” ad ipotizzare anche solo la qualificazione alla Coppa Uefa come terza classificata e, invece, nell’arco di una sola settimana, il “brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno capace di espugnare l”OlympiaStadion” di Berlino, frutto di una ripresa all’arma bianca che consente di ribaltare lo 0-1 della prima frazione, parole e musica di Hakan Sukur (doppietta), Tugay Kerimoglu e Okan Buruk per un 4-1 che riapre i giochi, visto che a San Siro Milan e Chelsea si dividono la posta in palio.

Il più equilibrato di tutti ed 8 i gruppi vede, alla vigilia dell’ultima giornata, in programma il 3 novembre 1999, tutte e quattro le squadre in lizza per una qualificazione, visto che la classifica recita Chelsea ed Hertha p.8, Milan p.6 e Galatasaray p.4, con a doversi disputare le sfide tra le prime due a “Stamford Bridge“, mentre i rossoneri sono attesi ad Istanbul.

Per un Milan che non ha mai fallito il superamento della fase a gironi dalla sua istituzione, è necessaria solo la vittoria e sperare che il Chelsea sconfigga i tedeschi per accedere alla seconda fase, mentre con il pareggio otterrebbe solo la qualificazione alla Coppa Uefa, che è l’unico obiettivo alla portata dei giallorossi, che contano sul fattore ambientale, anche se sono solo poco più di 17mila gli spettatori che prendono posto sulle tribune dell'”Ali Sami Yen” di Istanbul.

Con gli inglesi a fare il loro dovere, chiudendo già a fine primo tempo la questione con il 2-0 che è poi anche il risultato finale, la gara per il Galatasaray è tutta in salita poiché, dopo che Capone risponde al vantaggio iniziale di Weah per i rossoneri, ad inizio ripresa la rete del 2-1 di Giunti sembra assicurare ai milanesi l’accesso al prossimo turno, anche perché i minuti passano e la situazione resta invariata.

Zaccheroni capisce le difficoltà dei suoi, si protegge inserendo dapprima Serginho per Guglielminpietro e quindi Boban per Weah, ma quando il peggio pare alle spalle ecco che giunge, a 4’ dal termine, la rete del pareggio messa a segno, come al solito, da Hakan Sukur.

Risultato che scontenta entrambe le squadre, poiché impedisce al Milan di accedere alla seconda fase di Champions League e, al contempo, non serve ai padroni di casa per la qualificazione alla Coppa Uefa, se non fosse che, proprio all’89’, beneficiano di un calcio di rigore che Umit Davala trasforma tra l’indescrivibile pandemonio in campo e sugli spalti.

Assieme alla formazione turca, accedono ai sedicesimi di Coppa Uefa, provenienti dai gironi di Champions League, anche Sturm Graz, Olympiakos, Glasgow Rangers, Spartak Mosca e, soprattutto, l’Arsenal e le due tedesche Borussia Dortmund e Bayer Leverkusen, in un torneo dove sono ancora presenti tutte e cinque – Bologna, Juventus, Parma, Roma ed Udinese – le italiane che della manifestazione hanno fatto terreno di conquista nel decennio precedente, con 8 successi dal 1989 al ’99, di cui due a testa per bianconeri e parmensi, ancora in lizza.

E comunque, al Galatasaray l’esame di italiano tocca sin da subito, opposto ai rossoblu felsinei, superati grazie al 2-1 al ritorno dopo l’1-1 dell’andata al “Renato Dall’Ara, nel mentre si verifica un’ecatombe di tedesche, con l’uscita di scena di Leverkusen, Wolfsburg e Kaiserslautern.

Il sorteggio degli ottavi, che si disputano tra fine febbraio ed inizio marzo 2000, propone per l’undici di Terim la difficile sfida contro il Borussia Dortmund, ma evidentemente le trasferte in Germania – come già avvenuto con l’Hertha a Berlino – risultano quanto mai produttive, visto il 2-0 a firma Hakan Sukur ed Hagi con cui si conclude la sfida al “WestfalenStadion, poi difeso con lo 0-0 del ritorno, mentre, in analogia con quanto accaduto nel turno precedente per le compagini della Bundesliga, a crollare stavolta sono le rappresentanti italiane, con la Roma eliminata (0-0 e 0-1) dal Leeds, il Parma (1-0 e 1-3) dal Werder Brema, l’Udinese (0-1 e 2-1) dallo Slavia Praga e la Juventus a subire una disfatta (0-4) a Vigo contro il Celta dopo l’1-0 dell’andata.

Con ad uscire di scena anche il Monaco e le spagnole Deportivo La Coruna ed Atletico Madrid, la rosa delle qualificate ai quarti resta comunque di tutto rispetto, vista ancora la presenza soprattutto delle due inglesi Arsenal e Leeds, con il Galatasaray a pescare il Maiorca (finalista l’anno precedente in Coppa delle Coppe).

Con l’andata in programma alle Baleari il 16 marzo 2000, la formazione guidata in campo da Hagi conferma la propria predilezione per le gare esterne, tanto da sbloccare il risultato con Arif Erdem in chiusura di primo tempo per poi dilagare nella ripresa grazie alle reti del giovane Emre Belozoglu, Hakan Sukur ed Okan Buruk, concedendo agli isolani solo il punto della bandiera per il 4-1 conclusivo, arrotondato al ritorno con il 2-1 a firma Capone ed ancora Hakan Sukur.

Giunti a questo punto, in casa turca si incomincia a sognare, pur se il pericolo inglese persiste, con Leeds ed Arsenal ancora in corsa dopo aver eliminato Slavia Praga e Werder Brema, con i francesi del Lens a completare il quadro delle semifinali ed il sorteggio ad evitare la sfida britannica, opponendo il Leeds al Galatasaray ed i “Gunners” ai francesi.

Incontri in programma il 6 e 20 aprile 2000 e, mentre i londinesi fanno appieno il loro dovere avendo la meglio (1-0 e 2-1) sui nord transalpini, laLegge di Hakan Sukur si abbatte anche sugli inglesi nella gara di andata ad Istanbul, con l’impianto riempito stavolta in tutti i 30mila posti della relativa capienza, per un 2-0 (di Capone la seconda rete) messo al sicuro al ritorno ad “Elland Road” dalla rete di Hagi su rigore in apertura e dal punto del 2-1 di Hakan Sukur poco prima dell’intervallo, così che la rete di Bakke nella ripresa ha un valore meramente statistico.

Prima formazione turca a raggiungere una finale di una coppa europea, per il Galatasaray sarebbe già motivo di orgoglio, ma la sera di mercoledì 17 maggio 2000 al “Parken” di Copenaghen Terim carica a dovere i suoi, facendo loro presente che non provarci sarebbe un rimpianto che si porterebbero dietro per tutta la vita.

Certo, di fronte hanno una squadra che, sotto la guida di Arsène Wenger, può permettersi di schierare tre quarti della difesa della Nazionale inglese, con Seaman in porta, Lee Dixon e Tony Adams, e, come se non bastasse, a centrocampo opera Patrick Vieira ed il trio offensivo è costituito da Thierry Henry, Dennis Bergkamp e Marc Overnars, tutta gente con una provata esperienza internazionale.

Ma Terim si fida della forza della sua difesa e, particolare non trascurabile, visto che nel calcio la scaramanzia impera e non poco, a dirigere l’incontro è designato lo spagnolo Antonio Lopez Nieto, proprio colui che aveva arbitrato la “gara della svolta contro il Milan.

Con un larghissimo seguito di tifosi che sperano di veder coronata un’impresa a dir poco impensabile, il Galatasaray non dimostra alcun timore reverenziale nei confronti dei più blasonati avversari, e dopo che Taffarel risponde presente su di una conclusione velenosa di Overmars indirizzata all’angolino basso alla sua destra, è Arif Erdem ad avere sul sinistro la più ghiotta occasione del primo tempo, trovandosi solo davanti a Seaman, solo per angolare troppo il diagonale che termina a lato.

Nella ripresa, tocca ad Hakan Sukur avere sul piede la palla del vantaggio, ma la sua conclusione, contrastato da Keown, va ad infrangersi sul palo alla sinistra di Seaman ormai battuto, mentre sul fronte opposto è lo stesso Keown ad alzare sopra la traversa a meno di 5 metri da Taffarel un delizioso assist di Henry che chiedeva solo di essere spinto in fondo alla rete.

Con il punteggio ancora fermo sullo 0-0 di partenza allo scoccare del 90’, si va quindi ai supplementari, dove Hagi pensa bene di commettere un’imperdonabile sciocchezza colpendo con un pugno Adams al termine di un corpo a corpo tra i due con inevitabile espulsione, ma nonostante l’inferiorità numerica la difesa turca regge, anche grazie ad un prodigioso intervento di Taffarel che respinge un colpo di testa a botta sicura di Henry da non più di 6/7 metri dalla linea di porta, per poi opporsi ad una doppia conclusione del francese, senza dubbio il più pericoloso dei suoi.

Tocca quindi ai calci di rigore decidere l’assegnazione del trofeo ed a cercare di sventare le conclusioni dei designati alle esecuzioni sono due dei migliori specialisti quali Seaman e Taffarel, con il Galatasaray oltretutto penalizzato dall’espulsione di Hagi, primo rigorista della squadra.

Ma non c’è tempo per le recriminazioni, ora serve solo calma e sangue freddo ed il primo a portarsi sul dischetto è Ergun Penbe, la cui conclusione a fil di palo supera Seaman nonostante questi ne avesse intuita la traiettoria.

Con la serie dagli 11 metri ad effettuarsi proprio verso la porta alle cui spalle sono assiepati i tifosi turchi, tocca ora al croato Davor Suker (subentrato nei supplementari ad Overmars) incaricarsi della trasformazione, ma la fortuna non è dalla sua in quanto angola troppo il tiro alla sinistra di Taffarel, con la palla a colpire l’interno del palo e quindi percorrere l’intera linea di porta ed uscire dal lato opposto.

Terim intende consolidare il vantaggio acquisito e manda a calciare Hakan Sukur, la cui conclusione è impeccabile, con la palla ad infilarsi sotto la traversa, così come perfetta è l’esecuzione di Parlour per l’Arsenal.

La terza serie risulta decisiva, poiché Umit Davala spiazza Seaman e, sul punteggio di 3-1, Vieira cerca la soluzione di forza, ma il suo tiro, potente e centrale, si schianta contro la traversa, così che a portarsi sul dischetto è l’esperto Popescu, che deve sostituire il suo capitano Hagi, la cui eventuale trasformazione significherebbe la conquista del trofeo.

La tensione è altissima, ma Popescu mantiene la necessaria freddezza per far partire un preciso rasoterra che si infila nell’angolino basso alla destra di un Seaman vanamente proteso in tuffo e l’immagine dell’intera panchina che si catapulta in campo fa parte di quelle scene difficili da dimenticare, mentre a Taffarel spetta la palma, meritatissima, di “Man of the Match“.

Come sempre, noi italiani, malati di esterofilia, ci innamoriamo di tutto ciò che di buono è proposto oltre confine e, nell’estate seguente, Hakan Sukur è ingaggiato dall’Inter, per poi essere seguito l’anno successivo da Emre Belozoglu nella sessione di mercato che porta Umit Davala sulla sponda rossonera, sulla cui panchina si era seduto Fatih Terim, dopo una prima stagione alla Fiorentina.

Ma queste, come si dice in gergo, sono altre storie

 

REAL MADRID-FIORENTINA 1957 ED IL SOGNO VIOLA SVANITO IN FINALE

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I giocatori del Real Madrid festeggiano la conquista della Coppa – da:calcionews24.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si organizza un torneo di una tale portata come la Coppa dei Campioni di calcio, la più prestigiosa manifestazione per club del Vecchio Continente, è sin troppo scontato che si debba pagare lo scotto della prima edizione, tant’è che ai nastri di partenza nel settembre 1955 si presentano solo 16 squadre in rappresentanza di altrettanti paesi e, nella metà dei casi, si iscrivono formazioni diverse dalle vincenti dei rispettivi campionati nazionali, cosa che viceversa avviene per Francia, Germania, Italia e Spagna.

Ma il buon esito della competizione, vinta dagli spagnoli del Real Madrid superando 4-3 i francesi dello Stade de Reims nella finale disputata il 13 giugno 1956 al “Parc des Princes” di Parigi, fa sì che già dalla successiva edizione le nazioni iscritte salgano a 21, con tutte formazioni campioni in patria, per 22 partecipanti, dato che la Spagna iscrive sia i baschi dell’Athletic Bilbao, vincitori della Liga, che il Real Madrid quale detentore del trofeo.

E che la formula sia stata di gradimento lo dimostra la presenza dei campioni d’Inghilterra del Manchester United, in quanto, come d’uso, Oltremanica si vuole “prima vedere e poi decidere” e l’Europa è quasi interamente rappresentata ai massimi livelli.

Sono pochi i paesi che non vi prendono parte, e – a parte le cenerentole Cipro, Malta, Finlandia, Norvegia e le due Irlanda – le uniche assenze veramente di rilievo sono costituite dalla Germania Est, la cui vincitrice dell’Oberliga si iscrive l’anno seguente, così come la Grecia due anni dopo, mentre per vedere una rappresentante dell’Unione Sovietica, occorre addirittura attendere l’edizione 1966-’67.

L’Italia, che aveva visto all’esordio il Milan onorare la competizione raggiungendo le semifinali – dove è eliminato dal Real Madrid, sconfitto 2-4 al “Santiago Bernabeu” dopo aver per due volte rimontato il vantaggio dei padroni di casa, per poi aggiudicarsi 2-1 il ritorno a San Siro –, è rappresentata dalla Fiorentina che il tecnico Fulvio Bernardini ha condotto ad una trionfale cavalcata nella Serie A 1955-’56, conclusa con un distacco record (53 a 41) di 12 punti sui campioni in carica del Milan e fallendo, con la sconfitta per 1-3 a Marassi contro il Genoa all’ultima giornata, un primato di imbattibilità che sarebbe stato straordinario.

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Una formazione viola nel 1956-’57 – da:wikipedia.org

Formazione, quella viola, che – a dispetto delle qualità tecniche dei due stranieri Julinho e Montuori in attacco – fa della difesa il suo punto di forza, come dimostrano le sole 20 reti subite nel corso del campionato, imperniata sul 22enne portiere Giuliano Sarti, che aveva rilevato Costagliola proprio nell’anno dello scudetto, la granitica coppia di terzini costituita da Magnini e da capitan Cervato, oltre alla mediana composta da Chiappella, Orzan e Segato.

Una compagine, pertanto, omogenea e ben equilibrata, che può altresì contare sul dinamismo dell’interno Gratton, la potenza del centravanti Virgili – detto “Pecos Bill” ed autore di 21 reti nell’anno dello scudetto –, mentre all’ala sinistra Bizzarri rileva Prini nel ruolo di titolare, invertendo quello che era stato l’andamento della precedente stagione.

Con la formula a prevedere eliminazione diretta con gare di andata e ritorno, si presenta però un problema che nell’edizione inaugurale era stato superato date le sole 16 formazioni iscritte e che, pertanto, iniziavano direttamente dagli ottavi di finale, mentre stavolta le 22 squadre necessitano di una prima riduzione, e la soluzione è la più elementare possibile.

Nove formazioni, difatti, vengono esentate dal primo turno per sorteggio, oltre al Real Madrid quale detentore del trofeo, e le restanti 12 vengono abbinate per costituire le ulteriori 6 qualificate che andranno ad aggiungersi alle “fortunate” per andare così a formare le partecipanti agli ottavi, e, in questo frangente, la Fiorentina è favorita dalla buona sorte, rientrando tra le escluse dalla prima fatica.

Nel primo turno così concepito, spicca il cappotto dei “Busby Babes” del Manchester United ad un Anderlecht ancora lontano dal raggiungere i fasti degli anni ’70, sconfitto 0-2 a domicilio ed addirittura travolto per 10-0 (poker di Viollet e tripletta di Tommy Taylor) ad “Old Trafford”, così come sorprende che i dilettanti lussemburghesi dello Spora costringano allo spareggio i campioni tedeschi del Borussia Dortmund, con tal Boreux autore di tutte e tre le reti nella sconfitta esterna per 3-4 in Renania, pareggiata con il 2-1 interno, per poi cedere 0-7 nella terza gara, disputata anch’essa a Dortmund, stranezze della Coppa.

La gara più equilibrata è il derby iberico che si disputa tra Athletic Bilbao e Porto, con la compagine basca ad imporsi per 2-1 in Portogallo, per poi trovarsi sotto con identico punteggio al ritorno a ‘La Catedral” di San Mames, prima che nell’ultimo quarto d’ora Arteche completi la sua personale tripletta per il 3-2 definitivo.

Definito così il quadro degli ottavi, alla Fiorentina toccano in sorte gli svedesi del Norrkoping – il club da cui il Milan aveva ingaggiato a fine anni ’40 Nils Liedholm e Gunnar Nordahl –, anch’essi esentati dal primo turno, e le due sfide hanno luogo nell’arco di una settimana, il 21 ed il 28 novembre 1956.

Occorre precisare che, all’epoca, il calendario non era uniforme come adesso, ed è compito delle due società trovare l’accordo per la disputa degli incontri – ovviamente in un arco temporale delimitato – così che, ad esempio, le prime tre qualificate ai quarti si conoscono il 14 novembre e l’ultima addirittura il 20 dicembre, ma questa per un motivo particolare che andremo tra breve a descrivere.

Ad ogni buon conto, i viola sono da una parte sfavoriti in quanto il campionato svedese, iniziato a fine luglio, ha già visto completato il girone di andata per la sosta invernale e pertanto il Norrkoping è più rodato, ma dall’altra, proprio per il periodo, non vi è la possibilità di disputare la gara in Scandinavia, così che il ritorno viene giocato a Roma all’allora “Stadio dei Centomila”, prima di essere ristrutturato per i Giochi del 1960 ed assumere l’attuale denominazione di “Olimpico”.

Per far capire quale fosse all’epoca l’appeal della nanifestazione, al “Comunale” del capoluogo toscano, per la gara di andata, assistono appena 6mila spettatori, con i viola, provi di Gratton e Virgili, a pagare lo scotto dell’esordio subendo dopo appena 8’ la rete di Bild per il vantaggio svedese, fortunatamente rimediata da Bizzarri già al quarto d’ora di gioco, senza però riuscire a far suo l’incontro, cosa che, al contrario, avviene ad una settimana di distanza, grazie al rientro di Virgili che sigla al 16’ l’unica rete che decide il passaggio del turno.

Nelle altre sfide, interessante l’accoppiamento – visto in chiave futura – tra i campioni inglesi e tedeschi, con il Manchester a prevalere di misura (3-2) ad “Old Trafford” dopo aver condotto per 3-0 dopo poco più di mezzora, per poi resistere 0-0 al ritorno e staccare il biglietto per i quarti, mentre i detentori del Real Madrid rischiano, e non poco, di fronte agli austriaci del Rapid Vienna.

Fatta valere, difatti, la “Legge del Bernabeu” – i madrileni subiranno la prima sconfitta casalinga solo nel febbraio 1962 ad opera della Juventus, battuti per 0-1 – con un 4-2 “sporcato” dalla rete di Giesser al 90’ che accende speranze di rimonta agli austriaci, al ritorno al “Prater Stadion” gli spagnoli si ritrovano sotto 0-3 all’intervallo frutto di una tripletta del futuro grande tecnico Ernst Happel, per poi affidarsi alla loro stella Alfredo Di Stefano, che al 60’ sigla la rete che manda la sfida allo spareggio. Inutile ricordare che, al tempo, non vigeva la norma che attribuisce valore doppio alle reti segnate in trasferta.

Spareggio che, guarda caso, si disputa il 12 dicembre 1956 a Madrid e che i padroni di casa fanno loro con un 2-0 maturato già nel primo tempo e davanti a ben 100mila spettatori, decisamente tutt’altra cosa rispetto alle nostre latitudini, mentre avanza anche l’altra formazione spagnola, protagonista, suo malgrado, di una pagina emblematica nella storia della manifestazione.

I baschi sono, infatti, sorteggiati contro la “Grande Honved” di Kocsis e Puskas, ma è dura per tutti farla franca al “San Mamés”, con il risultato finale a premiare per 3-2 l’Athletic Bilbao, un punteggio sicuramente ribaltabile al ritorno, se non fosse che l’Ungheria è devastata dalla violenta repressione delle forze militari sovietiche che hanno soffocato nel sangue la rivolta scoppiata a Budapest tra fine ottobre ed inizio novembre.

I giocatori si rifiutano di rientrare in patria, così che il ritorno si svolge in campo neutro a Bruxelles il 20 dicembre 1956 ed i campioni ungheresi, sfiniti dal peregrinare per mezza Europa disputando amichevoli qua e là per tenersi in forma e, soprattutto, con il pensiero rivolto ai propri familiari rimasti a Budapest, riescono a malapena a salvare l’onore rimontando nel finale una situazione che li vedeva sotto 1-3 per il 3-3 conclusivo che rappresenta l’ultima esibizione di una formazione stellare, con il suo leader Ferenc Puskas a tornare a giocare in Coppa dei Campioni solo il 13 novembre 1958 nelle file del Real Madrid contro i turchi del Besiktas.

Tra le iscritte, sovietiche e tedesche orientali a parte, vi sono tutte le altre rappresentanti dell’Europa dell’Est, che un sorteggio forse un po’ pilotato fa scontrare tra di loro, così che ai quarti accedono solo la Stella Rossa di Belgrado che ha eliminato (4-3 e 2-0) gli olandesi del Roda ed il CSKA Sofia, il quale ha la meglio sui rumeni della Dinamo Bucarest infliggendo loro un imbarazzante 8-1 all’andata, dove a far la parte del leone è Ivan Kolev con tre reti.

Rispetto a quanto accadrà anche nelle edizioni successive, la manifestazione non si ferma, visto che i quarti hanno luogo già a partire da gennaio 1957 e la prima sfida ad andare in scena è quella tra l’Athletic Bilbao ed il Manchester United, con i baschi a far valere il vantaggio del fattore campo con un 5-3 in parte rimediato dagli inglesi nella ripresa dopo il 3-0 all’intervallo, risultando determinante la rete di Whelan all’85’ sul punteggio di 5-2 in ottica qualificazione, visto che al ritorno ad “Old Trafford” la situazione viene ribaltata con un 3-0 a firma Viollet, Tommy Taylor e Berry a firmare il pass per le semifinali a 5’ dal termine.

Come vi sarete sicuramente resi conto, all’epoca – e per diversi anni a venire – vincere in trasferta era un’impresa titanica, con il fattore ambientale a prevalere largamente su quello tecnico, cosa che si verifica anche nella sfida tra Stella Rossa e CSKA, con gli jugoslavi a prendere un vantaggio di due reti (3-1, doppietta del cannoniere Bora Kostic, uno da 158 reti in 267 gare di campionato) all’andata per poi difenderlo con le unghie e con i denti a Sofia, limitando ad 1-2 la sconfitta.

L’unico che riesce a far bottino pieno è il Real Madrid che, scampato il pericolo di una clamorosa eliminazione, non ha pietà dei francesi del Nizza, che pagano pegno (3-0, Joseito e doppietta di Mateos) al “Bernabeu”, per poi cadere (2-3) anche in Costa Azzurra, sotto i colpi di Joseito e Di Stefano.

Non ci siamo, ovviamente, dimenticati della Fiorentina, la quale affronta nell’andata dei quarti gli svizzeri del Grasshoppers – che avevano eliminato i cechi dello Slovan Bratislava – mercoledì 6 febbraio 1957 al “Comunale”, reduce dal 2-1 inflitto alla domenica all’Udinese, in un campionato che vede i viola al secondo posto, a quattro lunghezze dal Milan.

Quel pomeriggio rappresenta il “Giorno di Gloria” per il 22enne Romano Taccola (solo 6 presenze e 2 reti in campionato per lui), il quale, chiamato a sostituire Virgili, si fa trovare pronto all’appello siglando una doppietta nello spazio di 120” tra il 10’ ed il 12’ minuto per mettere al sicuro un risultato già sbloccato da Segato al 3’, anche se poi la rete di Ballaman riaccende qualche speranza in casa zurighese in vista del ritorno.

Speranze annullate dalle prodezze di Julinho e Montuori che portano per due volte in vantaggio la formazione di Bernardini, e pazienza se poi il Grasshoppers raggiunge il pari per 2-2, l’importante è la qualificazione alle semifinali, eguagliando il percorso del Milan della precedente stagione.

Nell’urna, assieme alla Fiorentina, vi sono dunque Real Madrid, Manchester United e Stella Rossa, tutte compagini di primissimo piano, ma crediamo che nessuno si sia lamentato in Piazza della Signoria allorché ai viola toccano in sorte gli jugoslavi, come dire il male minore.

La gara di andata si disputa il 3 aprile 1957 al “Marakana” di Belgrado davanti a 40mila spettatori e Bernardini ha la possibilità di schierare la formazione titolare, con la sola eccezione di Prini a rilevare Bizzarri all’ala sinistra, e la retroguardia viola regge bene l’urto di un attacco in cui svettano le stelle di Kostic e Sekularac, per poi piazzare la zampata vincente ad appena 2’ dal termine dell’incontro, autore della rete, manco a dirlo, proprio Prini che trafigge una leggenda del calcio slavo quale Vladimir Beara.

Fiorentina che – oramai con poche speranze di conferma dello scudetto, trovandosi a 6 punti dal Milan ad altrettante giornate dal termine – difende l’esiguo margine di vantaggio al ritorno in Toscana, portando a termine l’incontro sullo 0-0 di partenza, stavolta aiutata dal proprio pubblico che si fa perdonare le assenze dei primi due incontri (con gli svizzeri si arriva a mala pena a 10mila spettatori), riempiendo gli spalti del “Comunale” con 70mila tifosi, all’epoca primato per una formazione italiana in una gara di Coppa.

Ed ad attenderla in finale non possono che essere le “merengues”, le quali vengono a capo solo nella ripresa della sfida con il Manchester United al “Santiago Bernabeu”, grazie alle reti di Rial e Di Stefano, nonché, soprattutto, al centro di Mateos messo a segno all’83’, ovvero appena 1’ dopo che Tommy Taylor aveva dimezzato le distanze.

Real che, peraltro, fornisce una schiacciante dimostrazione di superiorità al ritorno, allorché disputa una prima frazione sontuosa che lo porta ad andare al riposo sul 2-0 (parole e musica di Kopa e Rial), per poi, sul punteggio complessivo di 5-1 a proprio favore, concedere l’onore delle armi agli inglesi che, dopo la rete al 52’ di Tommy Taylor – vice capocannoniere del torneo con 8 reti alle spalle del compagno di squadra Dennis Viollet con 9 –, raggiungono il pari a 5’ dal termine grazie al 19enne Bobby Charlton, al suo primo centro nella manifestazione.

Prima squadra italiana a raggiungere la finale, la Fiorentina si affida alla sagacia tattica del suo tecnico Fulvio Bernardini per cercare di uscire indenne, la sera di giovedì 30 maggio 1957, dalla “tana del lupo”, ovvero l’impianto del “Santiago Bernabeu” riempito in tutti i 120mila posti disponibili ed alla presenza del Generalissimo Francisco Franco, il quale non vuole certo mancare all’auspicata vittoria che intende ovviamente sfruttare come propaganda per il suo regime.

A dare il via alla contesa, alle ore 20:00, è il fischietto olandese Leo Horn, ed i viola scendono in campo dovendo fare a meno di Chiappella, sostituito da Scaramucci, con Bernardini a preferire Bizzarri a Prini nel ruolo di ala sinistra, mentre il Real si affida soprattutto alla forza del proprio attacco che, al solo nominarlo – Kopa, Mateos, Di Stefano, Rial e Gento –, mette i brividi.

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Un’occasione fallita da Virgili – da:gazzetta.it

Ma la rocciosa difesa italiana, imperniata sul capitano Cervato, alla sua nona stagione in riva all’Arno, non è certo di quelle che si fanno intimorire e ribatte colpo su colpo agli attacchi avversari, mentre in avanti tocca a Julinho tenere in apprensione la difesa spagnola, tanto da essere più volte costretta a raddoppiare su di lui, così che al riposo il risultato è ancora bloccato sullo 0-0 di partenza.

Talora, il giocare davanti al proprio pubblico può risultare un fattore negativo per la troppa pressione, e a metà ripresa sugli spalti ci si rende conto che i viola sono tutt’altro che la “vittima sacrificale’ ritenuta alla vigilia, ad ulteriore conferma che sotto l’aspetto della disposizione tattica e della gestione della partita agli italiani è difficile insegnare qualcosa.

E’ necessario un episodio, come spesso accade nelle finali, per indirizzare la gara in favore di una delle due squadre, e questo si verifica allorchè, nel portarsi in avanti per cercare la rete del vantaggio, la difesa viola si fa trovare imperdonabilmente fuori posizione su di un lancio a favore di Mateos, il quale si avvia a lunghe falcate verso la porta di Sarti, prima che venga recuperato con un intervento in spaccata da parte di Magnini a chiudere la diagonale da destra.

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Il rigore trasformato da Di Stefano – da:it.uefa.com

Il fallo è evidente, come è evidente che esso sia stato commesso fuori area, ma il direttore di gara indica il dischetto del rigore e, con 120mila spettatori a tirare il fiato, Di Stefano non va tanto per il sottile, scegliendo la soluzione di forza che Sarti – peraltro uscito sino quasi al limite dell’area di porta – riesce solamente a sfiorare.

Siamo a poco più di 20’ dal termine, le speranze di rimonta sono alquanto minime, anche se i viola ci provano, ma a tagliare loro le gambe è un contropiede perfettamente orchestrato che porta il velocissimo Gento a tu per tu con Sarti, solo per superarlo con un delizioso pallonetto per il punto del 2-0 che chiude i conti e consente al capitano Munoz di ricevere, direttamente dalle mani di Franco, il prestigioso trofeo.

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Il raddoppio siglato da Gento – da:corriere.it  

Per la Fiorentina resta la consolazione di essere stata la prima formazione italiana a centrare la finale di Coppa dei Campioni, al pari dell’orgoglio di essersi giocata la sfida alla pari contro così celebrati campioni, riconosciuto anni dopo anche da Francisco Gento, allorquando ricorda “senza quel rigore, concesso per fallo avvenuto fuori area, per noi sarebbe stato molto difficile vincere la finale contro i viola”.

Già, peccato che certi riconoscimenti ed ammissioni giungano sempre a scoppio (molto) ritardato…

 

IL TRIONFO DEL PARAGUAY NELLA COPA AMERICA 1979 DI ZICO E MARADONA

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Il Paraguay festeggia la Copa America 1979 – da calciosudamericano.it

articolo di Giovanni Manenti

La Copa America – equivalente del nostro Campionato Europeo per Nazioni per ciò che concerne il Sudamerica – è la più antica manifestazione della storia del calcio per rappresentative nazionali, se si escludono le prime, alquanto pionieristiche, apparizioni in sede olimpica, risalendo la prima edizione addirittura al 1916, nel mentre i Mondiali hanno visto la loro nascita nel 1930 e la nostra rassegna continentale addirittura nel 1960.

Ovviamente, non tutti i paesi affiliati alla CONMEBOL (Confederaciòn sudamericana de Futbol) vi hanno sempre preso parte – nell’edizione inaugurale erano presenti solo le tre grandi Argentina, Brasile ed Uruguay, oltre al Cile –, allargandosi il campo delle iscritte man mano che il torneo prende piede, mentre in altre occasioni si registrano defezioni derivanti da problematiche interne alle singole federazioni od in contrasto con la scelta della nazione organizzatrice.

Tutte “quisquilie” all’ordine del giorno dall’altra parte dell’Oceano e, in ogni caso, le prime 29 edizioni si svolgono con un girone all’italiana tra tutte le formazioni partecipanti con la disputa, in caso di arrivo a pari punti in classifica, di un incontro di spareggio.

Una manifestazione presa molto più sul serio sulle due rive del Rio de La Plata che non in Brasile, dove i campionati regionali – Carioca e Paulista su tutti – interessano più le varie torcida che non una competizione cui non annettono un gran valore, così da inviare quasi sempre una Seleçao composta da giocatori di secondo piano, prova ne sia che, al 1967, si contano 12 successi argentini ed 11 uruguaiani, a fronte di sole tre vittorie brasiliane (una delle quali nel 1949, in preparazione dei Mondiali dell’anno seguente) ed una ciascuna di Perù (1939, Brasile assente), Paraguay (1953, Argentina assente) e Bolivia, che si impone nel 1963 in qualità di paese organizzatore, edizione alla quale rinuncia l’Uruguay.

A peggiorare le cosa, la nascita nel 1960 della Copa Libertadores – torneo per club analogo alla nostra Coppa dei Campioni – contribuisce a svilire maggiormente la qualità delle rose delle nazioni partecipanti, circostanza che determina una sospensione per ben 8 anni della Copa America, la quale torna a disputarsi nel 1975, ma con una formula che ricalca i Campionati Mondiali, ovvero con le 10 aderenti alla CONMEBOL ripartite in tre gironi da tre squadre ciascuno con gare di andata e ritorno, le cui sole vincitrici accedono alle semifinali assieme ai campioni in carica, nel caso l’Uruguay, trionfatore nel 1967.

Questa nuova formula – che pertanto non determina per nessun paese l’onere dell’organizzazione della competizione – premia per la seconda volta il Perù che, forte delle sue stelle Chumpitaz, Soltil, Oblitas e Cubillas (eletto quest’ultimo quale “Miglior Giocatore del Torneo“), si impone in finale sulla Colombia nello spareggio in campo neutro vinto per 1-0 dopo che le due sfide si erano concluse in favore dei “Cafeteros” per 1-0 e dei peruviani per 2-0, ma è noto come, almeno all’epoca, in Sudamerica non si tenesse conto della differenza reti.

Formula, pertanto, che viene replicata quattro anni dopo, nel 1979, in un’edizione che ha il sapore della rivincita rispetto al chiacchierato successo dell’Argentina l’anno precedente nel “Mondiale dei Colonnelli, soprattutto da parte brasiliana, per l’avvenuta eliminazione senza aver subito sconfitte, solo grazie alla quanto mai discussa gara tra padroni di casa e Perù, conclusasi sul 6-0.

Ragion per cui stavolta la CBF (“Confederaçao Brasileira de Futbol“) precetta tutti i suoi migliori elementi, da Leao a Junior, da Amaral ad Edinho, per finire a Zico e Socrates, per riscattare quella che è ritenuta un’ingiustizia – anche se la prima imputata è da considerarsi la FIFA che per i Mondiali del 1978 non prevedeva la disputa delle semifinali, reintrodotte dall’edizione successiva di Spagna 1982 –, tanto più che verdeoro e biancocelesti sono inseriti nel medesimo raggruppamento, assieme alla Bolivia.

Occorre a questo punto precisare che, svolgendosi il torneo da inizio agosto a novembre 1979, non possono giocoforza essere convocati i giocatori che sono tesserati per i club europei, ed a farne maggiormente le spese è proprio l’Argentina, visto che a fine rassegna iridata molti dei suoi migliori elementi – Tarantini, Ardiles, Villa e Bertoni – decidono di monetizzare il fresco titolo mondiale accasandosi in Europa dove già si era trasferito dal 1976 il goleador Mario Kempes.

Detto questo, gli altri due gironi sono composti da Cile, Colombia e Venezuela e da Uruguay, Paraguay ed Ecuador, nel mentre il Perù, campione uscente, attende di conoscere i nomi delle altre tre semifinaliste.

Il primo gruppo a scendere in campo è quello che vede affrontarsi le due acerrime rivali, ma a destare sorpresa è la Bolivia che, sfruttando il vantaggio dell’altitudine oltre 3500 metri della capitale La Paz, rimanda sconfitte ad una settimana di distanza sia Brasile che Argentina con il medesimo punteggio di 2-1, nonostante entrambe fossero passate in vantaggio, pagando poi nella ripresa la riserva di ossigeno.

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Zico e Maradona – da facebool.com

Con i boliviani a quota 4 punti e i due squadroni fermi al palo, la sfida del 2 agosto 1979 al “Maracana” di Rio de Janeiro assume pertanto una vitale importanza, divenendo una sorta di spareggio per poter ancora sperare nel primo posto, e Menotti dà fiducia al non ancora 19enne Diego Armando Maradona, in preparazione altresì del Mondiale Under 20 in programma a fine mese in Giappone e che lo incoronerà protagonista assoluto assieme a Ramon Diaz.

Di fronte ai soliti 130mila della torcida verdeoro, ad imporsi di misura sono i padroni di casa, i quali sbloccano il risultato in apertura con Zico, per poi toccare al 21enne Tita (per una stagione anche in Italia al Pescara) siglare il punto del definitivo 2-1 a 15’ dal termine dopo il provvisorio pareggio di Coscia.

L’Argentina si riscatta ad una settimana di distanza con un franco 3-0 sulla Bolivia (Passarella e Maradona tra i marcatori), che viene altrettanto superata per 2-0 dal Brasile al “Morumbi” di San Paolo, con Tita e Zico a confermarsi tra i marcatori.

A questo punto, tutto ritorna in gioco, poiché la classifica, quando resta da disputare solo il ritorno tra Argentina e Brasile in calendario il 23 agosto 1979 all'”Estadio Monumental” di Buenos Aires, vede il Brasile al comando con p.4 (+2 differenza reti), seguito dalla Bolivia anch’essa a 4 punti, ma con una differenza reti di -3, mentre all’Argentina, ancorché ultima con 2 punti ed una differenza reti di +1, basterebbe imporsi anche con il minimo scarto per accedere alle semifinali.

Menotti, costretto a fare a meno di Maradona partito per il Giappone, lo rimpiazza con Ricardo Bochini, idolo di gioventù del “Pibe de Oro, mentre rinforza il centrocampo con il fido Gallego, ma il divario tecnico con un Brasile che dispone di una linea difensiva composta da Leao, Toninho, Amaral, Edinho e Junior, oltre a fuoriclasse come Socrates e Zico, è stridente e, ancorché la sfida sia come di consueto incandescente senza esclusione di colpi – di cui a farne le spese è Zico, espulso per fallo di reazione all’ennesima “attenzione” ricevuta –, il massimo che gli “albiceleste” riescono a strappare è un risultato di parità, con Passarella ed Osvaldo Diaz a replicare ai vantaggi brasiliani che portano entrambi la firma di Socrates.

Il secondo girone ad andare in scena ha come protagoniste Cile e Colombia che concludono a pari merito con 5 punti a testa rispetto ad un Venezuela che ha salvato l’onore grazie ai due pareggi casalinghi (0-0 coi colombiani ed 1-1 coi cileni), ed a indirizzare la qualificazione a favore dei primi, dopo la sconfitta per 0-1 a Bogotà, è la goleada per 7-0 contro i malcapitati venezuelani, laddove i secondi si erano fermati sul 4-0.

Colombia che, in ogni caso, ha due risultati su tre a disposizione allorché si presenta il 5 settembre 1979 all'”Estadio Nacional” di Santiago che evoca tristi ricordi alle latitudini italiane, ma i padroni di casa, ai quali basterebbe un successo con il minimo scarto per il passaggio del turno, mandano in delirio gli 85mila che si sono dati appuntamento sugli spalti con un 2-0 certificato dalle reti di Caszely al 14’ e Peredo al 58’.

Resta il terzo girone, in cui l’Uruguay – che aveva clamorosamente mancato la qualificazione ai Mondiali di Argentina ’78 – si presenta con una rosa alquanto giovane, ovviamente composta, come al solito, principalmente da giocatori del Nacional e Penarol Montevideo, e che vede il Paraguay partire con il piede giusto, grazie al successo esterno per 2-1 in Ecuador dove, viceversa, paga dazio una settimana dopo la “Celeste, colpita a freddo da due reti in apertura di Tenorio ed Alarcon, cui replica il solo Victorino ad 11’ dal termine.

Paraguay che si conferma anche tra le mura amiche con il 2-0 sull’Ecuador, con quest’ultimo a cedere anche a Montevideo per 2-1 al termine di un match violento caratterizzato da ben tre espulsioni (l’anziano Maneiro per i padroni di casa e Granda e Ron per gli ospiti), così che restano da giocare solo i confronti diretti tra i due volte campioni del mondo e la sorpresa Paraguay, anch’esso, come il Perù quattro anni prima, alla ricerca del suo secondo titolo.

Se questi ultimi si aggiudicassero la gara di andata che si disputa il 20 settembre 1979 nella capitale Asuncion, chiuderebbero in anticipo il discorso, ma la sfida si conclude sullo 0-0 nonostante che l’Uruguay abbia potuto beneficiare per un’ora della superiorità numerica a causa dell’espulsione di Ovelar al 35’, così da avere a disposizione un’insperata occasione di qualificazione sei giorni dopo, pur essendo necessaria una vittoria con due reti di scarto.

Sicuramente, non deve aver giovato molto al morale dei giocatori del commissario tecnico Maspoli scendere in campo all'”Estadio Centenario” di Montevideo accolti da appena 6mila spettatori e, ciò nonostante, riescono a reagire all’iniziale vantaggio ospite con Morel poco dopo la mezzora di gioco, ribaltando l’esito dell’incontro nella ripresa, grazie alle reti di Milar al 54′ su rigore e di Rubén Paz che, con il punto del provvisorio 2-1 messo a segno a 7’ dal termine, riaccende la fiammella della speranza, presto spenta dal pari siglato ancora da Morel a meno di 120” dal triplice fischio finale.

Con le due semifinali ad opporre da una parte Cile e Colombia e dall’altra Brasile e Paraguay a far tempo dalla seconda metà di ottobre 1979, occorre contestualizzare il periodo storico, in quanto alla fine del precedente mese di luglio l’Olimpia di Asuncion, il più titolato club paraguaiano, si era aggiudicata la sua prima Copa Libertadores, superando nella doppia finale (2-0 e 0-0) i ben più affermati argentini del Boca Juniors.

Peraltro il commissario tecnico Ranulfo Miranda attinge solo per tre o quattro giocatori dall’Olimpia, anche per la stanchezza derivante dal vittorioso torneo e, in ogni caso, è la sfida contro il Brasile la più accesa, mentre nei 180’ tra Cile e Perù i detentori del trofeo si fanno sorprendere all’andata all'”Estadio Nacional” di Lima da una doppietta di Carlos Caszely – all’epoca l’attaccante più rappresentativo del proprio paese, capace di mettere a segno 29 reti nelle 49 occasioni in cui indossa la maglia della sua Mazionale, un primato destinato a resistere per ben 16 anni –, per un 2-1 difeso al ritorno concluso a reti bianche.

Ben diverso l’andamento dei match tra Paraguay e Brasile, con i primi a prendere vantaggio nella gara di andata disputata ad Asuncion dove concludono la prima frazione in vantaggio di due reti (ancora Morel e Talavera gli autori delle segnature), mentre per una Seleçao priva di Junior e Zico, ma con tra i titolari Falcao ed Eder che saranno protagonisti tre anni dopo ai Mondiali di Spagna ’82, le speranze di accedere alla finale vengono tenute in vita dal centro del subentrato Palhinha a 10’ dal termine.

Ed anche se la Copa America ha sempre dimostrato di stravolgere i pronostici nel suo oltre un secolo di vita, è opinione diffusa che chi uscirà vincente dal doppio confronto avrà buone possibilità di aggiudicarsi il trofeo, così che tocca al “Maracanà” ed ai suoi 80mila spettatori il compito di trascinare la Seleçao verso l’atto conclusivo, la sera del 31 ottobre 1979.

E non è che i verdeoro non ci provino, solo che alla rete di Falcao al 29’ risponde appena 2’ dopo il più giovane dei Morel, Milciades, così come al rigore della speranza trasformato da Socrates poco dopo l’ora di gioco, fa da contraltare il punto del definitivo 2-2 messo a segno da Julio Cesar Romero, detto “Romerito, uno dei più celebri attaccanti del suo paese, con un futuro nei New York Cosmos nella NASL Usa e nel Fluminense di Rio de Janeiro.

Ecco, pertanto, che per la seconda volta consecutiva nella storia della manifestazione a contendersi il trofeo in finale sono due formazioni al di fuori delle tre grandi, con il calendario a prevedere la gara di andata da disputarsi il 28 novembre 1979 ad Asuncion ed il ritorno ad una settimana di distanza, il 5 dicembre a Santiago del Cile.

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Il Paraguay campione 1979 – da eupallogcinetecaamerica.blogspot.com

Per noi europei risulta sempre difficile da comprendere il regolamento in vigore in Sudamerica che non tiene conto della differenza reti tra i due incontri – norma altrettanto sposata nelle prime 9 edizioni della Coppa Intercontinentale tra le vincenti della Coppa dei Campioni e della Copa Libertadores –, fatto sta che l’indiscussa superiorità dimostrata dal Paraguay all’andata con un netto 3-0, parole e musica di Romerito (doppietta) e Milciades Morel, viene vanificata dall’unico spunto vincente con cui Carlos Rivas decide il ritorno a favore del Cile, così da rendersi necessario un incontro di spareggio in campo neutro.

Il luogo prescelto è l'”Estadio José Amalfitani di Buenos Aires, impianto di gioco del Velez Sarsfield, dove la sera dell’11 dicembre 1979 si danno appuntamento appena 6mila spettatori per quella che, a tutti gli effetti, è la sfida da cui scaturirà la vincente del più importante torneo per Nazionali del continente sudamericano.

Ma tant’è, occorre far buon viso a cattivo gioco e lo spettacolo non è certo di quelli da passare agli annali della storia della manifestazione, con le due formazioni ad annullarsi a vicenda cercando di cogliere un attimo di disattenzione delle rispettive difese per colpire, un evento che non si verifica per gli interi 90’ di gioco, così che al pubblico tocca sorbirsi la condanna di altri 30’ supplementari.

Logico che le motivazioni sugli spalti siano ben diverse con il trascorrere dei minuti, poiché al triplice fischio del direttore di gara brasiliano Arnaldo Cézar Coelho – che, viceversa, riporta alla nostra mente dolci ricordi, avendo arbitrato la finale Italia-Germania Ovest ai Mondiali di Spagna 1982 – a festeggiare sono i giocatori del Paraguay, visto che a questo punto, dopo 300’ di gioco, la differenza reti relativa alle prime due partite assume valore decisivo, bontà loro, mentre come spesso accade in queste occasioni, agli sconfitti resta, quale consolazione, il vedere il proprio elemento Carlos Caszely nominato “Miglior Giocatore del Torneo“.

Per i vincitori si tratta sinora della loro seconda ed ultima affermazione – riuscendo solo nel 2011 a raggiungere la finale, per poi essere pesantemente sconfitti 3-0 dall’Uruguay –, mentre il Cile avrà ampiamente modo di rifarsi, grazie alle due vittorie consecutive nel 2015 e 2016 sempre a danno dell’Argentine, in sfide, in entrambi i casi, risolte ai calci di rigore.

Ah, per la cronaca, dagli anni ’80 in avanti, anche per il Brasile la Copa America inizia ad assumere una qual certa importanza, visto che delle successive 15 edizioni se ne aggiudicano 6, rispetto alle 4 dell’Uruguay ed alle sole due dell’Argentina.

Come si è soliti dire in questi casi, meglio tardi che mai

FRANCO BARESI, LA “GRANDE ANIMA” DEL MILAN DEGLI INVINCIBILI

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Franco Baresi, leggenda rossonera – da unionesarda.it

articolo di Giovanni Manenti

Non era facile, anzi per dirla in tutta onestà era quasi impossibile, intervistarlo, un po’ per la naturale ritrosia, figlia di un’atavica timidezza, e poi anche per quello scarso fil di voce che lo portava a schiarirsela prima di un qualsiasi monosillabo di risposta.

Eppure, di cose ne avrebbe avute da dire, in 20 anni di carriera ai massimi livelli del calcio internazionale, capitano di una delle squadre più forti al mondo per un decennio, solo che a lui i riflettori non sono mai interessati, il suo angolo di terra era quello costituito dalle righe che delimitano il terreno di gioco, dove l’introverso, schivo e taciturno Franco Baresi si trasforma in un autentico gladiatore.

Una sorta, pertanto, di versione moderna del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, che trova sui campi di calcio la sua dimensione perfetta, che lo porta a prendersi le rivincite su di una vita che non è certo stata magnanima sia con lui che con il fratello maggiore Giuseppe (di due anni più anziano) che devono sopportare ciò che di peggio puoi subire negli anni dell’infanzia, vale a dire la perdita, a pochi anni di distanza l’uno dall’altro, di entrambi i genitori.

E così per Franchino – perché questo è il vero nome con cui è registrato all’anagrafe –, nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, comune di poco più di 10mila anime in provincia di Brescia, il calcio diventa lo scopo e l’obiettivo primario della sua esistenza, così da non essere più a carico della sorella maggiore che lo alleva, al punto da presentarsi appena 14enne, assieme al fratello, ad un provino per l’Inter, accompagnati da Guido Settembrino, loro allenatore all’Unione Sportiva Oratorio di Travagliato.

Se prima abbiamo citato un libro, adesso è la volta di un film cult, ovvero Sliding Doors (1998, regia di Peter Howitt) che ci porta ad immaginare quale sarebbe potuta essere la carriera di Franco Baresi se, quel giorno, gli osservatori nerazzurri non avessero deciso di puntare solo sul più formato Giuseppe, scartandolo in quanto ritenuto troppo gracile.

Una definizione di fronte alla quale viene oggi spontaneamente da ridere, pensando ai fior di attaccanti di ogni latitudine che contro quel muro umano si sono scontrati avendo sistematicamente la peggio, ma per sua fortuna, invece di riportarlo a casa per “ripassare più tardi“, già che c’è Settembrino bussa alla porta del Milan, che viceversa lo accoglie in quella che, da quel momento in poi, diviene la sua nuova famiglia.

E non ci mette poi molto, Franco, a mettersi in mostra nelle giovanili rossonere, così che quando il 23 aprile 1978 il Milan deve affrontare in trasferta il Verona al “Bentegodi, il tecnico Nils Liedholm non si preoccupa più di tanto nel consegnargli la maglia nr.6 in sostituzione dell’assente Turone, per quello che rappresenta il suo esordio in prima squadra a pochi giorni dal compimento dei suoi 18 anni.

Baresi se la cava bene, i rossoneri – che la domenica precedente avevano dato addio alle residue speranze di scudetto venendo sconfitti 0-1 a San Siro dall’Atalanta – si impongono per 2-1 ed i complimenti per il giovane esordiente si sprecano, compreso un bel “7” in pagella d parte dell’inviato della “Gazzetta dello Sport, per poi rientrare, timidamente, nei ranghi.

E’, quello, un Milan fatto di senatori quali Albertosi, Biasiolo, Capello, Bigon e Rivera, il “Capitano” per eccellenza, tutta gente a cui il ragazzo al quale nello spogliatoio era stato affibbiato in fretta e furia il soprannome diEl Piscinin (“Il Piccolino“) fatica a dare del tu e che lo tratta con un certo distacco e sufficienza, ma non Rivera, il quale si accorge subito delle qualità del ragazzo, non solo tecniche, ma anche caratteriali, allorché in una gara precampionato tra Milan e Flamengo del successivo mese di agosto, con la sfera tra i piedi dell’ex Pallone d’Oro, si sente apostrofare senza mezzi termini da un “allora, me la passi …, proprio da chi nello spogliatoio diventava rosso dalla timidezza.

E la dirigenza rossonera punta forte su quel “Piscinin“, perché nel mercato estivo cede il libero titolare Ramon Turone al Catanzaro, assieme a Sabadini, affinché Baresi non abbia rivali nel ruolo, una scelta rischiosa ma che dà immediatamente i suoi frutti, visto che Franco forma assieme a Collovati una delle migliori coppie di difensori centrali di un campionato che il Milan si aggiudica per quello che è lo “Scudetto della Stella, stagione durante la quale non salta un solo incontro.

Sembra l’inizio di una bella favola, ma il futuro da roseo fa presto a tingersi di scuro sino a rischiare di sprofondare nel buio più cupo, dapprima con la retrocessione a tavolino l’anno seguente a seguito della prima, clamorosa vicenda del “Calcio Scommesse” nostrano, e quindi, dopo l’immediata risalita in A, per un episodio che ha fatto preoccupare l’intero popolo rossonero.

Con i rossoneri ad essere considerati in seconda fascia per la conquista del titolo – appena dopo Juventus e Roma che se lo erano giocati l’anno prima –, accade difatti che ad inizio ottobre ’81 vengano diramate delle immagini inquietanti di un Baresi sulla sedia a rotelle, ha dolori dappertutto, non riesce a stare in piedi tanto da dover essere ricoverato in ospedale.

In questi casi la riservatezza è d’obbligo, ma proprio la carenza di informazioni fa trapelare la possibilità che possa essere stato colpito da una forma tumorale, ed invece, fortunatamente, si tratta di un virus raro che non aveva capito con chi aveva a che fare, figurati se il giovane campione si sarebbe fatto sconfiggere da un elemento patogeno.

Ciò nondimeno, l’assenza dai terreni di gioco è lunga prima di poter riacquistare una discreta condizione atletica, Baresi rientra a fine gennaio 1982 a Firenze contro i viola in piena corsa per lo scudetto, disputa una gara straordinaria ma non sufficiente ad impedire la sconfitta per 0-1 di un Milan che, senza di lui, è precipitato nei bassifondi della classifica e che, a fine stagione, viene condannato per la seconda volta alla retrocessione tra i cadetti. E Baresi piange… 

Per la prima volta, il gladiatore si lascia sconfiggere dalle lacrime, assieme a molti suoi compagni, negli spogliatoi di Cesena, dopo una vittoria per 3-2 che non serve ad evitare la pagina più nera della gloriosa storia rossonera, e che impone a Baresi anche di prendere delle decisioni importanti.

Già, perché come accade quando un’azienda va in rovina, gli avvoltoi non tardano a fare a gara per accaparrarsi gli atleti migliori, ed in questo caso i pezzi pregiati sono due, vale a dire la coppia difensiva formata da Collovati e Franco Baresi, i quali, nel remake di “Sliding Doors“, prendono due strade separate.

Il 25enne Fulvio – curiosamente nato il 9 maggio, ad un giorno di distanza da Franco –, già perno fisso della Nazionale di Enzo Bearzot, non vuol scendere una seconda volta in B ed accetta l’offerta dell’Inter, la quale oltre al cash cede in prestito al Milan per una stagione Canuti, Pasinato e Serena che contribuiscono al ritorno del “Diavolo” in paradiso, mentre Franco non se la sente di tradire i propri tifosi, ricevendo in cambio, appena 22enne, la fascia di capitano.

Collovati e Baresi sono altresì gli unici due rossoneri inclusi dal commissario tecnico Enzo Bearzot nella lista dei 22 convocati per il Mondiale di Spagna ’82, ma mentre il primo ha il posto da titolare assicurato, Franco vive un’esperienza da turista aggiunto, non potendo pretendere di scavalcare nelle gerarchie il “Libero Gentiluomo” Gaetano Scirea.

Indubbiamente il tempo giocava a favore di Baresi, essendo Scirea di 7 anni più anziano, ma Bearzot si intestardisce nel cercare una soluzione atta a non privarsi di entrambi, cercando di convincere il rossonero a riqualificarsi nel ruolo di mediano, anche se l’esordio in azzurro avviene sabato 4 dicembre 1982 a Firenze contro la Romania (0-0) per l’assenza dello juventino, con lo stesso Baresi che poi, per dovere di cronaca, si presenta il giorno dopo al “Sinigaglia” di Como per il 13mo turno di Serie B contro i lariani. Ma questo è Franco Baresi.

L’esperimento del commissario tecnico va avanti per tutto il 1984, schierando Baresi a mediano nelle numerosi amichevoli in cui è impegnata un’Italia che ha fallito la qualificazione ai Campionati Europei, nonché ai Giochi di Los Angeles ’84 – che la Nazionale olimpica conclude al quarto posto – dove a fungere da libero è Tricella, per poi essere definitivamente accantonato.

Il discorso con la Nazionale riprende dopo la delusione dei Mondiali di Messico ’86 – rassegna in cui Bearzot preferisce Righetti a Baresi come “vice” di Scirea che, dopo l’eliminazione per mano della Francia, dà l’addio alla maglia azzurra – con la nomina a commissario tecnico di Azeglio Vicini, ma nel frattempo la situazione in via Turati si sta facendo critica, con la società del presidente Giuseppe Farina sull’orlo del fallimento.

E’ questa l’ultima occasione per tentare l’assalto a Baresi, con in prima fila stavolta il presidente bianconero Giampiero Boniperti che vede nell’oramai 26enne di Travagliato il degno erede di uno Scirea che sta consumando gli ultimi scampoli della sua straordinaria carriera, ma l’entrata in campo di Silvio Berlusconi – che a fine febbraio 1986 acquisisce il pacchetto azionario del Milan – nega qualsiasi opzione al riguardo, visto che il capitano è il primo punto di forza della compagine rossonera.

Un Baresi che, al suo fianco in difesa, fa da anni coppia con il coetaneo Mauro Tassotti – giunto a Milanello dalla Lazio nell’estate 1980 – e con Filippo Galli, altro prodotto del vivaio rossonero, a cui a far tempo dall’autunno ’85 si aggiunge un “Figlio d’Arte” dal futuro sfavillante, vale a dire Paolo Maldini, il cui padre Cesare aveva avuto l’onore di essere il primo capitano di una formazione italiana a sollevare la Coppa dei Campioni nel lontano 1963.

Le idee rivoluzionare di Berlusconi lo portano a puntare su di un tecnico in ascesa, ovvero il “Vate di Fusignano” Arrigo Sacchi che aveva talmente impressionato il presidente allorché con il suo Parma – formazione militante nella Serie cadetta – si era permesso di espugnare per due volte per 1-0 (3 settembre ’86 e 25 febbraio ’87) il “Meazza” in Coppa Italia.

Sicuramente innovativo come tecnico, ma senza esperienza in un grande club, Sacchi non viene ben digerito dalla squadra, sia per la sua maniacale applicazione degli schemi sia per voler insegnare ai giocatori l’unico spartito che conosce a memoria, ovvero come giocava “il suo Parma“, rifilando loro interminabili sedute di visioni di videocassette delle gara della formazione emiliana, con in particolare Baresi a dover imitare i movimenti del compianto Signorini.

Dove non sono arrivate le amarezze delle retrocessioni e le sirene delle altre maggiori società, sta riuscendovi l’Arrigo da Fusignano, vale a dire convincere Kaiser Franz – oramai non più “Piscinin“, ma con un soprannome più adeguato al suo ruolo, prendendo a paragone un altro grande libero della storia del calcio, vale a dire Beckenbauer, del quale porta lo stesso nome di battesimo – ad andarsene dal Milan.

Ma c’è un piccolo problema, ovvero che Berlusconi è convinto della bontà della sua scelta e, dopo le iniziali difficoltà, la macchina Milan inizia a girare a meraviglia e, complice un calo nel ritorno dei campioni in carica del Napoli, i rossoneri operano il sorpasso sui partenopei nello scontro diretto dell’1 maggio 1988 al San Paolo e festeggiano a fine stagione quello che per Baresi è il secondo scudetto, unico reduce tra coloro che conquistarono la Stella nove anni prima.

E’ l’inizio del Milan dominatore in Italia e nel mondo, con la conquista di due Coppe dei Campioni consecutive nel 1989 e ’90, cui seguono altrettante Supercoppe Uefa e Coppe Intercontinentali, tutti successi che vedono Baresi alzare trofei al cielo e sfiorare la conquista del Pallone d’Oro messo in palio dalla prestigiosa rivista franceseFrance Football, secondo alle spalle del compagno di squadra Marco Van Basten nel 1989, in un podio interamente rossonero con il terzo posto di Frank Rijkaard, un evento che, a livello di club, si sarebbe ripetuto solo nel 2010 con i tre azulgrana Messi, Iniesta e Xavi.

Ai successi con il Milan non fanno però riscontro analoghe soddisfazioni con la Nazionale, con cui Baresi – dopo aver realizzato il 20 febbraio 1988 a Bari la sua unica rete in maglia azzurra aprendo le marcature su rigore nel 4-1 sull’Unione Sovietica in amichevole – disputa da titolare le fasi finali dei Campionati Europei ’88 e dei Mondiali di Italia ’90, esperienze entrambe concluse con l’amarezza dell’eliminazione in semifinale, anche se poi nella rassegna iridata è prevista la finale per il terzo posto, che gli Azzurri si aggiudicano per 2-1 sull’Inghilterra.

Le tensioni nello spogliatoio rossonero tra i giocatori ed il tecnico Sacchi – offuscate dalle vittorie, che rappresentano pur sempre la miglior panacea contro qualunque male – non si attenuano, ed alla prima stagione al di sotto degli standard abituali, con in più l’infausta serata di Marsiglia, i giocatori chiariscono con Berlusconi di essere giunti al limite della sopportazione e, nel consueto “aut aut” o noi o lui, come sempre ad avere la peggio è il tecnico.

Il presidente non può andare contro ad una rivolta simile e, dato che anche Sacchi ammette di volersi prendere un anno sabbatico dopo quattro stagioni tirate al massimo, il gioco è bell’è fatto, con Berlusconi a puntare su di un’altra scommessa, ovvero affidare la squadra al tecnico della Primavera Fabio Capello.

Avendo alle spalle una notevole carriera da giocatore, Capello non fa fatica a capire le esigenze dei giocatori – quello che è stato il limite di Sacchi, non avendo avuto esperienze in tal senso –, nonché di avere per le mani un patrimonio umano immenso sotto l’aspetto sia tecnico che caratteriale, oltretutto motivato dal desiderio di dimostrare cosa fosse in grado di fare, sganciato dal giogo esasperato dell’allenatore romagnolo.

Nasce così la Leggenda degli Invincibili, ovvero di una formazione che non conosce sconfitte nel campionato 1992, concluso con 56 punti – frutto di 22 vittorie e 12 pareggi, con una differenza reti spaventosa di +53, dato il raffronto di sole 21 reti subite rispetto alle 74 segnate – in una stagione che vede Baresi, che al suo fianco al centro della difesa ha ben allevato Billy Costacurta, a rimpiazzare un Filippo Galli limitato da troppi guai fisici, saltare una sola delle 34 gare in programma.

E’ un Milan che si conferma campione anche nel 1993 e ’94 – dopo aver perso, il 21 marzo ’93, sconfitto 0-1 a San Siro contro il Parma, un’imbattibilità in campionato durata ben 58 giornate, primato tuttora ineguagliato – ed è altresì pronto a rituffarsi in Europa per riconquistare un ruolo che sente ormai suo.

A volte, però, la troppa opulenza può risultare dannosa, in quanto nella stagione ’93 Capello si trova a dover gestire un parco di ben 6 stranieri – oltre al trio olandese composto da Gullit, Rijkaard e Van Basten, si sono aggiunti Boban, Papin e Savicevic – quando sia in campionato che in Champions League se ne possono schierare tre al massimo, ancorché ciò risulti positivo dal momento in cui proprio il centravanti olandese, dopo aver realizzato 12 reti in altrettante partite, è costretto ad alzare bandiera bianca a metà dicembre ’92, degnamente rimpiazzato da Papin.

Anche senza la sua stella, il Milan progredisce in Coppa con un cammino incredibile di 10 vittorie su altrettanti incontri disputati – ed uno score di 23 reti segnate ed appena una subita – che lo porta a giocare la sua sesta finale nella manifestazione, avversari i francesi dell’Olympique Marsiglia, appuntamento il 26 maggio ’93 all'”Olympiastadion” di Monaco di Baviera.

Il Ttcnico deve decidere quale trio di stranieri mandare in campo, soprattutto se puntare ancora su di un Van Basten che ha fatto la sua riapparizione disputando tre gare di campionato tra fine aprile e fine maggio per poi essere tenuto a riposo in vista della sfida europea, oppure puntare su Papin che andrebbe a sfidare i suoi vecchi compagni con cui aveva sfiorato la conquista del trofeo nel ’91, sconfitto ai rigori dalla Stella Rossa Belgrado.

Capello opera una scelta prudente che consiste nello schierare dal primo minuto l’olandese, tenendo il francese in panchina pronto all’occorrenza, ma ciò determina la rinuncia a Gullit – spedito in tribuna e con il quale il feeling non è mai stato dei migliori – il quale non la prende bene, così da determinare il suo abbandono dal Milan a fine stagione, al pari del connazionale Rijkaard.

I rossoneri vengono sconfitti per 0-1 e Capello dà l’anno seguente una dimostrazione del suo pragmatismo facendo buon viso a cattivo gioco dato l’addio del trio olandese (forzato, quello di Van Basten), passando da un Milan spumeggiante ad uno sparagnino, sapendo di poter contare su di una difesa pressoché insuperabile.

Con il solo Massaro di punta ed ottenuto a novembre il richiesto rinforzo a centrocampo con il francese Marcel Desailly a riempire il vuoto lasciato da Rijkaard, il tecnico vara la stagione dell'”1-0, gol di Massaro“, visto che laLinea Maginot costituita da Tassotti (o Panucci), Costacurta, Baresi e Maldini subisce la miseria di 15 reti – record assoluto per i tornei a 18 squadre – ed il portiere Sebastiano Rossi stabilisce il record d’imbattibilità riuscendo a tenere inviolata la propria porta per 929’, primato poi superato da Gigi Buffon con 974’ nel 2016.

Un atteggiamento che i rossoneri replicano in Champions League, dove tornano in finale avendo subito appena due reti in 11 gare disputate, ma con il pesante fardello dell’assenza per squalifica della coppia centrale formata da Costacurta e Baresi, trovandosi per di più ad affrontare il Barcellona di Cruijff e del micidiale tandem offensivo costituito da Romario e dal bulgaro Hristo Stoichkov.

Il Milan manda in scena una delle sue esibizioni migliori di ogni epoca, surclassando i catalani per 4-0 e, forse, a Baresi non sarà dispiaciuto, dalla tribuna, vedere il suo compagno di tante battaglie Mauro Tassotti celebrare il rito di alzare il trofeo, un compito da lui più volte svolto in passato.

Stagione che ha il suo epilogo con i Mondiali di Usa ’94 per un’Italia la cui conduzione, da metà novembre ’91, è affidata proprio ad Arrigo Sacchi, con il quale il rapporto continua a non essere idilliaco. Ma comunque, per amor di patria e per il fatto di essere ormai il capitano anche in azzurro, la presenza di Baresi negli Stati Uniti non è in discussione, in una rosa, peraltro, costruita ad immagine e somiglianza del tecnico di Fusignano, dato che ne fanno parte ben 7 giocatori rossoneri e 5 del Parma.

Per Baresi l’azzurro è un colore destinato a non portargli fortuna, visto che è costretto ad uscire ad inizio ripresa della seconda gara contro la Norvegia per la rottura del menisco, un infortunio dal quale, immediatamente operato in artroscopia, riesce a recuperare a tempo di record, tornando in campo a distanza di soli 24 (!!!) giorni per disputare la finale contro il Brasile, data anche l’assenza di Costacurta, squalificato.

Il capitano disputa una gara eroica – la “Gazzetta dello Sport” lo premia addirittura con un “9” –, ma poi i crampi non gli consentono di essere al meglio allorché deve incaricarsi di battere il primo della serie finale di calci di rigore per l’assegnazione della Coppa del Mondo, con la sua conclusione a terminare alta, così come falliscono la loro trasformazione anche Massaro e Baggio, consegnando il trofeo ai sudamericani.

Baresi non regge alla tensione emotiva e si lascia andare in campo ad un pianto disperato, dal quale è consolato proprio da Sacchi in una commovente immagine che fa il giro del mondo, per poi concludere la sua avventura in maglia azzurra ad inizio del successivo settembre contro la Slovenia, per quella che è la sua 81ma presenza, di cui 32 con la fascia di capitano.

Oramai stanno per scorrere i titoli di coda, Baresi completa il proprio palmarès con una terza Supercoppa Uefa e, dopo essere stato sconfitto 0-1 dall’Ajax nella finale di Champions League ’95, contribuendo alla conquista del suo sesto scudetto nel ’96, in una stagione apertasi con la vittoria esterna per 2-1 sul campo del Padova, in cui realizza l’ultima sua rete in maglia rossonera.

Baresi saluta il proprio pubblico ad inizio giugno 1997 scendendo per l’ultima volta in campo a San Siro nella sconfitta per 0-1 contro il Cagliari, portando in dote alla gloriosa storia rossonera qualcosa come 719 presenze – di cui 531 in campionato (470 in Serie A e 61 in B), 97 in Coppa Italia, 72 in Coppe Uefa e 18 in altre manifestazioni – e 33 reti all’attivo, all’epoca primato assoluto per il club, poi superato dal solo Paolo Maldini, a cui cede immediatamente la fascia di capitano.

In suo onore, la società rossonera chiede ed ottiene dalla FIGC l’autorizzazione a ritirare la sua maglia nr.6 alla stregua di quel che accade nel basket NBA, che così non potrà mai più essere indossata da un altro giocatore del Milan, ma se si vuol condensare cosa sia stato Baresi nella storia del club, lasciamo la chiosa conclusiva al cantore delle gesta rossonere dell’era berlusconiana, ovvero il telecronista Carlo Pellegatti.

Abituato ad affibbiare ad ogni giocatore rossonero un fantasioso nomignolo – ad esempio “Vento di Passione” per Shevchenko, al pari di “Smoking bianco” per Kakà od “Alta Tensione” per Pippo Inzaghi –, Pellegatti conia per Baresi l’appellativo di Mahatma (“Grande Anima“), alla stregua di quello che era stato Gandhi nella lotta per l’indipendenza del popolo indiano.

E come poter negarne la correttezza, per uno che in 20 anni di carriera con una sola maglia addosso ha saputo viverne le più grandi gioie ed anche non poche amarezze.

 

LA VITTORIA NELLA LIGUE 1 1964/1965 DEL NANTES, LA SQUADRA DIMENTICATA DEL CALCIO FRANCESE

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Il Nantes campione di Francia nel 1965 – da pesmitidelcalcio.com

articolo di Nicola Pucci

Quando si sconfina in casa dei cugini d’Oltralpe, si ha la tendenza, per la verità non troppo attenta ai fatti della storia, di prendere il Paris Saint Germain quale squadra di riferimento del calcio francese. Ed è anche naturale che sia così, perché è la formazione che da un decennio sta dando la sua impronta al calcio a quelle latitudini, avendo altresì preso il posto dell’Olympique Lione che aveva fatto altrettanto con sette titoli consecutivi nei primi sette anni del Nuovo Millennio.

E se a queste due realtà metropolitane si aggiungono St.Etienne, Marsiglia e Monaco, che capeggiano la graduatoria nazionale rispettivamente con 10, 9 ed 8 vittorie a testa (8 e 7, appunto, sono i successi in campionato per Paris Saint Germain ed Olympique Lione), nonché sono le formazioni che, accanto al Reims che vanta 6 titoli e due finali di Coppa dei Campioni, nel 1956 e nel 1959 in entrambe i casi sconfitto dall’imbattibile Real Madrid, hanno guadagnato l’ultimo atto della più importante rassegna continentale (i “verdi” perdendo con il Bayern, 1-0 nel 1976, la squadra di patron Bernard Tapie perdendo a sua volta la finale del 1991 con la Stella Rossa e vincendo quella di due anni dopo contro il Milan, 1-0 nella sfida di Monaco segnata dallo spegnimento dei riflettori dello stadio, e i monegaschi bastonati dal Porto di Mourinho, 0-3 nel 2004), c’è un’altra squadra ancora, il Nantes, che seppur senza eccellere in Europa (“solo” semifinalista in Coppa delle Coppe nel 1980 e in Coppa dei Campioni nel 1996), ha trionfato a sua volta otto volte in patria. Merita, dunque, che se ne ricordi i successi nazionali, troppo spesso invece destinati a venir dimenticati, con particolare attenzione a quello della stagione 1964/1965, che impreziosisce una bacheca societaria che proprio in quegli anni iniziò a prendere corpo.

Conviene partire da qualche decennio addietro, e più precisamente dal 1943 quando, in piena occupazione tedesca, a Nantes le cinque squadre cittadine, ovvero Saint-Pierre, Stade Nantais U.C., A.C. Batignolles, A.S.O. Nantaise e Mellinet, per impulso di Marcel Saupin, che altri non è che il manager del Mellinet nonché un noto “collaborazionista“,  e di Jean Le Guillou, imprenditore della BTP (settore economico del “bâtiment et des travaux public“) decidono di unire le forze fondando, appunto, il Football Club de Nantes, che ha sede al centro sportivo “La Joneliere“, alle porte della città, e che al termine del secondo conflitto bellico diventa una formazione ammessa a partecipare ai campionati professionistici, vincendo la Division d’Honneur ed entrando a vele spiegate in Seconda Divisione. Dove, dopo un quinto posto iniziale, alloggia per ben 15 stagioni consecutive, fin quando, a far data anno calcistico 1960/1961, José Arribas rileva il posto di allenatore dal cecoslovacco Karel Michlowski, dimessosi dopo che la squadra nella stagione precedente, in testa alla classifica alla fine del girone d’andata, era retrocessa addirittura all’ottavo posto fallendo l’obiettivo della promozione in Prima Divisione. E con il tecnico nato a Bilbao, che per ragioni di budget è stato scelto in quanto alla guida di un club amatoriale, il Noyen-sur-Sarthe, il Nantes va incontro a quello che sarà il primo decennio d’oro della sua storia.

Arribas rivoluziona non solo la squadra, reclutando tra gli altri i giocatori che ne faranno le fortune negli anni a seguire, come l’attaccante Philippe Gondet, ma adotta anche uno stile di gioco, divenuto noto come “jeu à la nantaise“, che privilegia il collettivo e la fase offensiva, il che produrrà risultati importanti. Tanto per cominciare, dopo due prime stagioni interlocutorie, il 1 giugno 1963 infine il Nantes, a coronamento di un cammino che lo ha visto dominare la concorrenza fin dall’inizio del campionato, battendo 3-1 il Sochaux viene promosso in Ligue 1, ironia della sorta proprio alcune settimane dopo la scomparsa del suo storico fondatore, appunto Marcel Saupin, che non avrà dunque il piacere di vedere la sua creatura giocare in Prima Divisione, e al quale viene dedicato lo stadio che oggi, tutti, conoscono con il nuovo nome di “Stade de la Beaujoire“.

Il 1 settembre 1963, dunque, è una data che di diritto entra nell’enciclopedia del calcio della città della Loira Atlantica, perché davanti agli 11.906 spettatori dello stadio a quel tempo ancora chiamato “Malakoffil Nantes debutta in Ligue 1, pareggiando 2-2 contro il Sedan grazie alle prime reti di Jacky Simon, che a fine stagione sarà top-scorer della squadra con 11 reti, e Rafael Santos, aprendo una stagione che vedrà “les canaris” (“i canarini“), così ribattezzati per i colori sociali giallo-verdi, terminare in una più che onorevole ottava posizione, a soli 10 punti dal St.Etienne, campione di Francia nonostante fosse stato appena promosso, a sua volta, in Prima Divisione.

Quel primo campionato in cui Arribas e i suoi ragazzi fanno vedere quel di cui sono capaci è solo il preludio, tanto inatteso quando improvviso, della memorabile pagina di calcio transalpino che il Nantes sta per vergare l’anno dopo, 1964/1965. Stagione che si apre con il St.Etienne, appunto, che difende il titolo, il Monaco che appare ragionevolmente lo sfidante più accreditato in virtù del secondo posto ottenuto alle spalle dei “les verts“, e Lens ed Olympique Lione, rispettivamente terzo e quarto, che coltivano la legittima speranza di migliorare il piazzamento. Ed invece…

… ed invece la stagione, come già la precedente, sovverte completamente i pronostici, con St.Etienne e Monaco che non tengono fede al loro rango scivolando nell’anonimato del centroclassifica e, con alcune grandi del recente passato quali Reims, Nizza, Racing Club e Marsiglia addirittura relegate in Seconda Divisione, nuove protagoniste che si affacciano alla ribalta. Tra queste, proprio il Nantes, che in estate non ha operato grandi colpi sul mercato, inserendo solo due giovani rincalzi a centrocampo, Lionel Lamy e Bernard Maligorne promossi dalla squadra giovanile, ha in André Castel, preso dallo Cherbourg, il nuovo portiere di riserva del titolare Daniel Eon, e in attacco ha aggiunto il maliano Bako Tourè, in arrivo dal Nancy, e il promettentissimo 18enne Joel Prou, a sua volta prodotto dal vivaio.

Ad onor del vero il debutto, il 29 agosto, non è certo dei più rassicuranti in prospettiva futura, se è vero che “les canaris” escono con le ossa rotte dalla trasferta nel Principato di Monaco, perdendo con un netto 4-1 a dispetto del vantaggio firmato da Jacky Simon che trasforma un calcio di rigore in chiusura di primo tempo. Ma quel che parrebbe al primo impegno, non viene invece confermato dalle giornate che seguono, se è vero che il Monaco, pur partito con grandi ambizioni, terminerà solo 12esimo, nel mentre la squadra di Arribas ha modo di riscattarsi già al secondo turno davanti al pubblico amico, quando allo “Stade Malekoff” si presentano i campioni in carica del St.Etienne, a cui viene riservato lo stesso trattamento, roboante 4-1 garantito da una doppietta di Simon e dalle reti dell’argentino Ramon Muller e dell’algerino Sadek Boukhalfa, replicando sette giorni contro il Rouen, 3-0 con un’altra doppietta di Simon, che si conferma bomber di razza, ed il sigillo di Jean-Claude Suaudeau, uno dei cardini del gioco della squadra.

Il neopromosso Sochaux guida dopo tre giornate, a punteggio pieno, agganciato poi dall’Olympique Lione il turno successivo, ma il Nantes inizia già a farsi sotto, rimontando due reti a Lille e facendo ancora valere il fattore campo contro lo Stade Francaise alla quinta giornata, altro 4-2 con reti di Muller, Bernard Blanchet, Boukhalfa e dell’immancabile Simon, già a quota 7 reti in 5 partite.

Tuttavia, la prima parte del campionato registra continui cambi di proprietà in vetta alla classifica, con Sochaux ed Olympique Lione a loro volta agganciati dal Toulon, altra squadra che arriva dalla Seconda Divisione, alla settima giornata, lo stesso Olympique che rimane solo all’ottava giornata, e proprio il Nantes, che passa a Lens 3-0 per poi battere l’Angers 2-1 con reti di Simon e Muller davanti al pubblico amico, che opera il sorpasso la settimana dopo.

Il primato, storico, della squadra di Arribas ha però vita breve, perché la sconfitta di Tolosa, 0-3, consente ancora all’Olympique Lione di tornare al primo posto provvisorio, appaiato al Nimes, per poi, rientrati nei ranghi gli occitani, nuovamente far coppia con l’Olympique in virtù del successo per 3-2 contro lo Strasburgo in un’altalena di punteggio risolta dalla rete decisiva all’81’ di Gilbert Le Chenadec.

Tocca poi ad un’altra protagonista inattesa, il Valenciennes, trascinato dalle reti della coppia composta da Paul Sauvage e Serge Masnaghetti, rilevare Nantes ed Olympique Lione in testa alla classifica, battendo 2-1 nello scontro diretto proprio la squadra di Arribas – complici anche due sfortunate autoreti di Georges Grabowski -, che conosce una fase di relativo appannamento, perdendo in casa con il Rennes, 2-3, ed infilando poi una serie di tre pareggi consecutivi che l’allontana a quattro punti dalla vetta.

Alla 16esima giornata il Nantes fa visita all’Olympique Lione, che capeggia la graduatoria con il Valenciennes, e se l’1-1 a referto, firmato dalle reti di Bruey e Le Chenadec, certifica comunque la competitività dei “les canaris“, il 5-1 casalingo con il Toulon, con doppiette di Simon e Boukhalfa e rete dell’altro argentino in organico, Rafael Santos, chiude il girone d’andata, con Valenciennes ed Olympique Lione in testa a 21 punti, Sochaux e Bordeaux ad inseguire a 20 punti, e Nantes e Nimes, a quota 19 punti, pronte ad approfittare delle incertezze di chi sta loro davanti.

Insomma, il Nantes è in lotta per il titolo, e se questo è sorprendente per quel che erano le attese alla vigilia del campionato, non lo è davvero ora che la squadra di Arribas ha mostrato il suo volto di formazione votata all’attacco, con un centravanti quale Simon che non fallisce un colpo sotto porta, Blanchet, Boukhalfa e Santos che lo assecondano perfettamente completando il quartetto offensivo, Muller e Suaudeau che padroneggiano il centrocampo e il blocco composto da Le Chenadec, Gabriel De Michele, Robert Budzinsky e Robert Siatka a protezione di Daniel Eon, portiere d’esperienza che si rivela estremamente affidabile. In panchina, pronto ad entrare in campo e far valere quelle doti di bomber di razza che l’anno dopo, stagione 1965/1966, produrranno ben 36 reti in 37 partite, Philippe Gondet.

Così come l’inizio del torneo qualche mese prima, la fase discendente del campionato non parte nel migliore dei modi per il Nantes, che perde 0-2 in casa del St.Etienne e si trova ora a quattro punti dal solitario Valenciennes, ma quello a “Geoffroy Guichard” è solo l’ultimo scivolone dei gialloverdi, che da questo momento iniziano una cavalcata, all’insegna di un calcio-champagne che non ha eguali in Francia, destinata a portar lontano. Nelle successive otto giornate, infatti, il Nantes mette assieme quattro vittorie e quattro pareggi, tra cui il fondamentale 2-0 alla 22esima giornata al Bordeaux, che nel frattempo ha rilevato il Valenciennes in testa alla classifica e si era presentato allo “Stade Malenkoff” con quattro punti di vantaggio sui “canarini“. Contro i “girondini” il Nantes esprime il meglio del suo gioco spumeggiante a tuttocampo, segnando con Blanchet e Simon le due reti che riducono a soli due punti il ritardo dalla testa di una classifica che, con ancora 12 giornate da disputare, vede ben otto squadre racchiuse in tre punti e, dunque, in lizza per la conquista del titolo di Campione di Francia.

E se tra queste Nimes, che stante la classifica “corta” addirittura retrocederà in Seconda Divisione, Tolosa, lo stesso Olympique Lione e il Rennes escono poi dai giochi per la vittoria finale, ecco che il Nantes, che, dopo il Bordeaux, batte proprio il Nimes in trasferta 3-0 con doppietta di Simon ed acuto di Santos (-2 dalla vetta), si salva all’ultimo minuto in casa con il Lens grazie al 20esimo gol di Simon (ancora -2 dalla vetta), si fa rimontare due volte dall’Angers (-2 dalla nuova capolista, lo Strasburgo) e demolisce 4-0 il Tolosa grazie alla giornata di gloria di Santos che sigla una tripletta (-1 dal Bordeaux che grazie ad una rete di Didier Couécou ha battuto e scavalcato lo Starsburgo), alla 27esima giornata ospita il Valenciennes, quarto in classifica, che si gioca le ultime speranze di rimanere in corsa. La sfida, al cospetto di quasi 15.000 spettatori, è accesa e mette l’una di fronte all’altra due concezioni diametralmente opposte di intendere il gioco del calcio, quella offensiva di mister Arribas e quella volta al contenimento per poi colpire in contropiede della squadra allenata da Robert Domergue. Santos segna al 26′, e se le parate di Daniel Eon conserveranno il vantaggio fino al triplice fischio di chiusura, la sera dopo, 28 marzo 1965, il Nantes, complice la sconfitta casalinga del Bordeaux con l’Olympique Lione, 0-2, balza al comando della classifica, in coabitazione con lo Strasburgo che nel frattempo si è imposto 3-1 a Rouen grazie ad una tripletta dell’argentino José Farias.

Ormai lanciato, il Nantes non può davvero più nascondersi, il titolo diventa un obiettivo perseguibile, seppur il pesante rovescio della giornata successiva, 0-4 a Rennes, farebbe pensare altrimenti. Ma lo Strasburgo cade a sua volta a Lione, che torna a -2 dalla vetta assieme al Valenciennes che batte il St.Etienne che deve invece definitivamente dire addio al sogno di confermarsi, ed il Bordeaux, pareggiando 1-1 con il Tolosa, non allunga, ed allora, le ultime sei giornate, non possono che trasformarsi in una passerella trionfale per i ragazzi di Arribas, che ingranano la marcia e non lasciano più chances alle rivali.

Il 3-0 casalingo al Sochaux, con doppietta di Simon e sigillo di Santos, coppia d’oro dell’attacco gialloverde, e il 2-2 in rimonta a Sedan, con Simon e Suaudeau a rispondere alle reti di Roy e Cardono, garantiscono infatti il primato in solitudine, complici le concomitanti sconfitte di Bordeaux e Strasburgo che, invece, si vedono rimontare da Lens e Tolosa, e l’1-1 nello scontro diretto proprio contro lo Strasburgo, strappato grazie alla rete di Suaudeau al l’87’ che pareggia l’autorete di Georges Bouet, vale una sorta anticipata di elezione a Campione di Francia.

Perché, se è vero che il Bordeaux, effimeramente, torna in vetta a pari merito con “les canaris“, solo tre partite separano il Nantes dal coronamento di un sogno. E sono tre sfide che i ragazzi di Arribas non sbagliano, anzi, battendo 3-0 l’Olympique Lione con tre reti di uno scatenato Jean Guillot, fuori per quasi tutta la stagione per un grave infortunio ma rientrato al momento opportuno, e passando a Tolone con una rete a soli quattro minuti dal termine di Gondet, nel mentre Valenciennes e Bordeaux, le due concorrenti al titolo, non vanno oltre lo 0-0 nello scontro diretto, garantiscono il risolutivo punto di vantaggio in classifica.

A 90 minuti dal termine del campionato, dunque, il Nantes ha 41 punti contro i 40 punti del Bordeux e i 39 punti del Valenciennes, ma il calendario, per l’ultima gara che vale il titolo, propone alla squadra di Arribas di affrontare davanti al pubblico amico il Monaco, che non ha niente da chiedere al campionato, nel mentre il Bordeaux ospita il St.Etienne, pure lui senza obiettivi da raggiungere, e il Valenciennes va a far visita al Rouen, impelagato invece nella lotta per non retrocedere. E se il Valenciennes, sotto all’intervallo ed infine capace di agguantare il pareggio all’ultimo minuto con una rete di Guillon, chiude infine sul terzo gradino del podio con 40 punti, il Bordeaux, che con De Bourgoing rimonta la rete iniziale di Guy impattando a sua volta per 1-1, non può che aggrapparsi all’esilissima illusione che il Monaco faccia il colpaccio allo “Stade Malaekoff“, che da qualche settimana è stato intitolato, come è giusto che sia, a Marcel Saupin.

Ma il 30 maggio 1965, nel tripudio di oltre 20.000 bandiere gialloverdi, al cospetto di un pubblico appassionato che non attende altro che celebrare come meritano i proprio eroi in maglietta e calzoncini, che corrono abilmente dietro ad un pallone da calcio, il Nantes non fallisce il suo appuntamento con la storia, sbloccando ben presto il risultato con la 26esima rete in campionato di Simon, che si laurea anche miglior cannoniere del torneo, al 9′, per poi raddoppiare con Muller al 14′, per il repentino 2-0 che lascia spazio, solo, alla festa dei “canarini“.

Già, perché la rete del definitivo 2-1 siglata da Bailet all’89’ non cambia di una virgola quella meravigliosa pagina dell’antologia di calcio transalpino che si sta aprendo: quella del “jeu a la nantaise” di José Arribas, un basco alla corte dei Campioni di Francia.

FRANTISEK PLANICKA, LA “RONDINE BOEMA” CON L’ITALIA NEL DESTINO

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Una plastica parata di Planicka – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

In genere, le varie edizioni dei Campionati Mondiali di calcio sono caratterizzate da alcune particolarità, e a tale regola non sfugge neppure la prima rassegna iridata che si disputa in Europa, organizzata dall’Italia nel 1934, per la quale, a scanso di equivoci, precisiamo subito non riguarda il regime fascista all’epoca imperante nel Belpaese.

La questione è molto più legata all’aspetto puramente tecnico, vale a dire che vi prendono parte i tre portieri unanimemente riconosciuti come i migliori del pianeta nel corso degli anni ’30, prova ne sia che essi sono anche i capitani delle rispettive Nazionali.

Più o meno coetanei, uno è l’azzurro Giampiero Combi (classe 1902), celebre estremo difensore della Juventus che, peraltro, i Mondiali non avrebbe dovuto disputarli da titolare, essendogli stato preferito dal commissario tecnico Vittorio Pozzo Carlo Ceresoli dell’Ambrosiana-Inter, ma questi si rompe un braccio durante un allenamento lasciandogli così via libera.

L’altro è l’icona spagnola Ricardo Zamora (nato nel 1901), un’autentica leggenda del ruolo, basti pensare che nella Liga è istituito un particolare premio a lui intitolato per il portiere che subisce meno reti nel corso del campionato, mentre il terzo, leggermente più giovane degli altri, è il protagonista della nostra storia odierna.

Frantisek Planicka nasce difatti a Praga il 2 giugno 1904 e, dopo aver militato in alcune formazioni giovanili della capitale boema, viene convinto a firmare per lo Slavia Praga, uno dei tre principali club del paese, assieme al Dukla ed allo Sparta Praga e che, proprio grazie a lui, vive il periodo più fulgido dell’intera sua storia.

Tesserato nel 1923, Planicka viene promosso titolare nel 1925, bagnando la sua prima stagione a difesa dei pali dello Slavia con la conquista del titolo, un evento che si ripete ben altre sette volte sino al suo ritiro nel 1938, festeggiando consecutivamente l’evento dal 1929 al ’31 e quindi dal 1933 al ’35, prima dell’ultimo trionfo nel 1938.

All’epoca, il ruolo del portiere non gode della preparazione specifica a cui sono sottoposti gli attuali estremi difensori, con preparatori che ne curano lo stile e la reattività, ragion per cui coloro che si stagliano rispetto agli altri è per esclusivo merito di qualità naturali che li portano ad emergere.

E Planicka classe ne ha da vendere, assieme ad un coraggio insolito per i tempi, senza alcun timore qualora debba gettarsi fra i piedi di un avversario che gli si para davanti, così come compensa con l’agilità e le doti acrobatiche un’altezza che, anche per l’epoca, non è il massimo per un portiere, misurando m.1,72 – più o meno al pari di Combi, m.1,74 – ma ben lontano dai m.1,86 di Zamora.

La reattività, il colpo d’occhio ed i voli plastici per afferrare il pallone fanno sì che non passi molto tempo prima che gli venga affibbiato il soprannome di “Rondine Boema“, senza alcun dubbio molto più dolce e romantico dell’alternativo “Gatto di Praga” di matrice inglese.

Ma se, come ricordato, in patria non vi sono rivali per lo Slavia – come testimonia il fatto che ben 12 suoi giocatori figurano tra i 22 selezionati per i Mondiali di Italia 1934 –, Planicka deve la popolarità alle esibizioni a livello continentale che, durante il suo periodo di attività agonistica, abbracciano tre diverse competizioni, ovvero la Mitropa Cup per quanto riguarda il proprio club, e la Coppa Internazionale, oltre ai Mondiali, per ciò che concerne la Nazionale.

Tutte manifestazioni che vedono più volte Planicka affrontare formazioni italiane, oltre alla Nazionale azzurra, come se nella sua carriera il destino avesse voluto inserire il nostro paese come fondamentale punto di riferimento, ad iniziare proprio dall’esordio a difesa della porta cecoslovacca che avviene il 17 gennaio 1926 a Torino, con Combi alla sua sesta presenza in azzurro, incontro che si conclude con la vittoria per 3-1 dell’Italia.

Paradossalmente, al dominio in patria non fa riscontro un altrettanto positivo cammino in Europa per lo Slavia, in un torneo – la cui completa denominazione è Coppa dell’Europa Centrale – al quale peraltro prendono parte le migliori espressioni di quel calcio danubiano che contraddistingue, oltre all’Italia, l’epoca, da Sarosi a Meazza, da Sindelar a Zsengeller, da Orsi a Nejedly a Bican e così via.

Di fronte a cotanti squadroni, Planicka – che detiene con 33 gare disputate il record di presenze nella Mitropa Cup per la sua squadra – sfiora in due occasioni la conquista del trofeo, la prima delle quali nel 1929, allorché si prende la rivincita su Combi sfoderando una prestazione magistrale nel ritorno della sfida contro la Juventus, contribuendo a ribaltare lo 0-1 dell’andata con un pesante 3-0 a firma Frantisek Junek (doppietta) e Bohumil Joska.

Superati in semifinale gli austriaci del First Vienna, lo Slavia Praga crolla a Budapest nella finale di andata contro l’Ujpest sotto un pesante 1-5 maturato nell’ultima mezz’ora dopo che all’intervallo il punteggio era sull’1-1, un passivo impossibile da colmare al ritorno, concluso sul 2-2.

Ancor più beffarda è la situazione che si viene a creare nell’edizione 1932, con ancora l’Italia nel destino, in quanto, agevolmente eliminato il Wacker, lo Slavia impartisce un’altra lezione alla Juventus nell’andata delle semifinali, con i bianconeri travolti 4-0 a Praga, parole e musica di Vlastimil Kopecky (doppietta) ed acuti di Frantisek Svoboda e Adolf Fiala.

Con un tale margine, i cechi si recano il 10 luglio a Torino per disputare la gara di ritorno, dove una Juventus assetata di riscatto si porta sul 2-0 all’intervallo, ma l’atteggiamento rinunciatario ed ostruzionistico dei giocatori dello Slavia indispettisce a tal punto il pubblico che inizia a lanciare sassi in campo, ed a farne le spese è proprio Planicka, che viene colpito alla testa facendo sì che i giocatori dello Slavia decidano di abbandonare il campo (non essendo, peraltro, previste all’epoca sostituzioni), con il risultato che entrambe le squadre vengono escluse dal torneo a beneficio del Bologna che, vincitore sul First Vienna nell’altra semifinale, se lo aggiudica senza colpo ferire.

Nel frattempo, però, non sono mancate le scintille a livello di Nazionali tra Italia e Cecoslovacchia, con quest’ultima a restituire a fine ottobre 1926 in amichevole l’1-3 patito da Planicka all’esordio per poi, dopo un pari per 2-2 a febbraio 1927 a Milano, sempre in amichevole, cominciare a far sul serio nel corso della prima edizione della Coppa Internazionale, un torneo a cui partecipano le tre grandi del calcio danubiano, ovvero Austria, Ungheria e Cecoslovacchia, oltre ad Italia e Svizzera.

Considerato l’isolamento britannico, lo si può a giusta ragione considerare un mini Campionato Europeo per l’epoca, e la prima edizione – che si svolge dal 1927 al 1930 date le difficoltà di trasferimento del periodo e l’intermezzo delle Olimpiadi di Amsterdam 1928 – è appannaggio dell’Italia, che conclude – la formula è quella del girone all’italiana, con gare di andata e ritorno – con 11 punti, uno in più di Austria e Cecoslovacchia, con i confronti diretti con quest’ultima, la cui porta è sempre invariabilmente difesa da Planicka, a concludersi sul 2-2 a Praga (doppiette di Svoboda e Libonatti) ed a favore degli azzurri per 4-2 a Bologna, in una delle rare occasioni in cui a schierarsi tra i pali è Staplik.

La successiva edizione è appannaggio dell’Austria e le due sfide tra Italia e Cecoslovacchia volgono stavolta a favore di quest’ultima che impone agli azzurri il pari per 2-2 a Roma a metà novembre 1931 (ancora Svoboda a segno con una doppietta), per poi imporsi a fine ottobre ’32 a Praga per 2-1 nell’ultima gara del torneo.

La terza edizione – che va in scena dal 1933 al 1935 – rappresenta una sorta di preparazione e successiva rivincita dei Mondiali di Italia 1934, e l’Italia fa le prove generali superando 2-0 la Cecoslovacchia ad inizio maggio ’33 a Firenze, per poi presentarsi alla rassegna iridata reduce da quattro vittorie ed una pesante sconfitta per 2-4 patita l’11 febbraio ’34 a Torino contro il Wunder Team austriaco di Hugo Meisl.

I Mondiali svoltisi nello stivale rappresentano il trionfo del calcio mitteleuropeo, e gli estremi difensori citati in premessa confermano il loro valore, con Combi e Zamora ad affrontarsi nel burrascoso quarto di finale che vede gli azzurri imporsi per 1-0 nella ripetizione della gara, a cui Zamora non partecipa per i colpi subiti nel primo incontro, mentre la sfida tra Austria ed Ungheria volge a favore dei primi che così affrontano l’Italia in semifinale a Milano, sfida risolta da una contestata rete di Guaita.

La Cecoslovacchia, dal canto suo, segue un percorso più lineare, che la vede eliminare con più fatica del previsto (2-1) la Romania all’esordio, per poi avere la meglio per 3-2 sulla Svizzera ai quarti ed infine disporre della Germania in semifinale con un 3-1 che porta la firma di Nejedly, autore di tutte e tre le reti ed infine capocannoniere del torneo con 5 centri.

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Il saluto tra Combi e Planicka prima della finale del 1934 – da fifa.com

Il giorno della verità si consuma il 10 giugno 1934 allo “Stadio Nazionale” di Roma davanti a ben 50mila spettatori e la tribuna d’onore gremita dai gerarchi del partito fascista, Mussolini in testa, per il preannunciato trionfo italiano, ma Planicka è in giornata di grazia e, dopo lo scambio di saluti con l’omologo capitano Combi prima del fischio d’inizio, si oppone da par suo alle conclusioni degli azzurri, prima che, a meno di 20’ dalla conclusione, sia il suo compagno di squadra allo Slavia, l’ala sinistra Antonin Puc – uno da 112 reti in 146 gare di campionato – a portare in vantaggio i suoi.

Sul terreno di gioco cala il silenzio più irreale e l’Italia rischia il colpo del definitivo k.o. allorché una conclusione di Sobotka colpisce il palo, prima che tocchi ad Orsi, a 9’ dal termine, riportare il risultato in parità su di un’azione contestata dai cechi in quanto Ferrari avrebbe, a loro dire, controllato la palla con la mano prima di servire l’assist al compagno.

Si va ai supplementari e, con i ventidue in campo stremati anche per il caldo oltre che per la fatica, la sfida si risolve a favore dell’Italia proprio grazie ad uno dei suoi giocatori più stanchi, vale a dire il centravanti Schiavio che, ricevuto un passaggio da fondo campo di Guaita, scaraventa sulla sfera le ultime residue energie per poi accasciarsi semisvenuto al suolo, non appena vede che il guanto di Planicka, proteso in tuffo, non è riuscito ad intercettare la sua conclusione.

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Oramai superata la trentina, Planicka – al quale viene assegnato, come contentino, il premio di “Miglior Portiere del Torneo – si prende una platonica rivincita con il successo sull’Italia a fine ottobre 1935 nell’ambito della Coppa Internazionale che l’undici di Pozzo si era peraltro già aggiudicata dopo aver restituito all’Austria la sconfitta dell’andata, imponendosi a Vienna per 2-0 grazie ad una doppietta dell’esordiente Silvio Piola, centravanti che sigla anche, il 23 maggio 1937, l’unica rete che decide la sfida di Praga che rappresenta la decima ed ultima occasione in cui Planicka incontra gli azzurri, con un record di 3 vittorie, altrettanti pareggi e 4 sconfitte.

Ma, per l’oramai 34enne estremo difensore, la prosecuzione dell’attività ha in cuor suo un unico scopo, ovvero quello di prendersi la rivincita della contestata sconfitta ai Mondiali 1934, ragion per cui eccolo al proprio posto ai Mondiali che prendono il via in Francia ad inizio giugno 1938, con un tabellone che vede le due Nazionali inserite entrambe nella parte alta e, pertanto, l’eventuale scontro diretto sarebbe previsto per la semifinale.

A dispetto degli anni, Planicka conferma le proprie doti di eccellente portiere nel comodo 3-0 con cui la Cecoslovacchia dispone dell’Olanda al primo turno, per poi dover affrontare ai quarti il Brasile del “Diamante Nero” Leonidas, in quella che passa alla storia come La Battaglia di Bordeaux.

Per la prima volta in un Mondiale, infatti, si verificano ben tre espulsioni – Zézé Procopio dopo appena 14’ e Martim e Rha all’89’ per reciproche scorrettezze –, in una gara caratterizzata da un’inaudita rudezza che vedono Nejedly fratturarsi una gamba e Kostalek colpito allo stomaco.

Lo stesso Nejedly pareggia su rigore il vantaggio di Leonidas alla mezzora di gioco, con la sfida a prolungarsi ai supplementari, che Planicka disputa eroicamente nonostante abbia riportato la frattura del braccio destro e la fuoriuscita della clavicola, riuscendo a mantenere il risultato di parità.

Chiaramente non può scendere in campo due giorni dopo in occasione della ripetizione del match, che i sudamericani si aggiudicano per 2-1, così da vedere, da un lato, svanire l’occasione della tanto agognata rivincita con gli azzurri e, dall’altro, aver contribuito a facilitare il loro percorso verso la conferma del titolo, visto che incontrano, a distanza ancora di due giorni, un Brasile sfiancato da due autentiche battaglie.

Per Planicka quella di Bordeaux è l’ultima delle sue 73 presenze in Nazionale, una cifra elevatissima per l’epoca – basti pensare ai 47 gettoni di Combi ed ai 46 di Zamora –, e che rappresenta un primato destinato a durare per ben 25 anni, prima che a superarlo sia Ladislav Novak nel 1963 ed, ironia della sorte, il grave infortunio patito gli impedisce di disputare l’edizione 1938 della Mitropa Cup che i suoi compagni, con Alexej Boskay a sostituirlo tra i pali, si aggiudicano per la prima ed unica volta nella storia del club.

Lo Slavia Praga, conclusa l’epoca del suo leggendario portiere, si aggiudica altri 5 titoli negli anni ’40, stavolta grazie alle prodezze del proprio cannoniere principe Josef Bican – autore di qualcosa come 417 reti in 236 gare di campionato, aggiudicandosi per 10 volte (di cui 9 consecutive) il titolo di capocannoniere –, per poi cadere nel più grigio anonimato, al punto che Planicka, oramai 90enne, al ricevimento dell’ennesimo riconoscimento, dichiara nel 1994 alla stampa che il suo ultimo desiderio prima di morire sarebbe quello di rivedere la sua squadra vincere il titolo.

Non sappiamo se il suo sogno sia stato o meno ascoltato dagli Dei del calcio, fatto sta a metà maggio 1996 lo Slavia torna a fregiarsi del titolo di campione della Repubblica ceca e due mesi più tardi, il 20 luglio 1996 a 92 anni – ultimo sopravvissuto dei 22 giocatori scesi in campo nella finale Mondiale di Italia 1934 –, Planicka può chiudere gli occhi felice di essere stato esaudito.

A volte, un desiderio vale più di un titolo mondiale