IL TRIONFO EUROPEO DEL MAGDEBURGO SU UN POVERO DIAVOLO

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Il Magdeburgo festeggia la conquista della Coppa – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Il 1974 rappresenta l’anno di grazia del calcio nella ex Germania Est in quanto, oltre all’unica partecipazione della propria Nazionale ai Campionati Mondiali che si svolgono proprio sul suolo tedesco, pur se organizzati dai cugini della parte occidentale, un suo Club riesce nella storica ed ineguagliata impresa di conquistare una Coppa europea, nella fattispecie la Coppa delle Coppe.

Come sempre accade, tale successo non è episodico, ma giunge a conclusione di un periodo in cui le squadre della ex DDR iniziano ad essere temute in campo continentale, non a caso due anni prima la Dinamo Berlino, nella medesima competizione, aveva sfiorato l’accesso alla Finale di Barcellona, eliminata solo ai calci di rigore da un’altra Dinamo, quella di Mosca, dopo due gare concluse entrambe sull’identico risultato di parità, 1-1.

I primi anni del decennio in questione sono anche i più produttivi, dal punto di vista dei trofei conquistati, per la protagonista della nostra storia, vale a dire il Magdeburgo – o l’Fc Magdeburg nell’accezione tedesca – il quale conquista i suoi tre unici titoli nazionali nel 1972, ’74 e ’75 avendo sino ad allora messo in bacheca solo la Coppa in due stagioni consecutive, nel 1964 e ’65, anno che peraltro coincide con la retrocessione dalla Oberliga (la serie A della Germania Est) nonostante il buon cammino in Europa, eliminato ai quarti di finale dagli inglesi del West Ham, poi vincitori del torneo.

Quella che può sembrare una disgrazia, si rivela al contrario una fortuna per il Club del capoluogo sassone, che viene rifondato staccandosi dall’Aufbau Mageburg, al quale era stato aggregato dal 1957, assumendo la già citata denominazione di 1.Fc Magdeburg e conquistando l’immediata risalita nell’elite del calcio nazionale, con il primo tangibile risultato derivante dalla vittoria di una terza Coppa nel ’69, superando 4-0 in Finale a Dresda il Karl-Marx-Stadt, pur se il ritorno in Europa si era arenato al secondo turno, eliminato dai portoghesi dell’Academica Coimbra.

Il ricordato successo nell’Oberliga ’72 – ottenuto con tre punti di vantaggio (38 a 35) sulla Dinamo Berlino – spalanca al Magdeburgo le porte della Coppa dei Campioni in cui, dopo una facile eliminazione dei finlandesi del TPS Turku (6-0 casalingo, 3-1 in Scandinavia), fa una prima conoscenza con il calcio italiano, venendo sorteggiato con la Juventus e, pur eliminato – i bianconeri giungeranno per la loro prima volta in Finale, sconfitti per 0-1 dall’Ajax – non sfigura, rimediando due sconfitte con il minimo scarto, 0-1 al Comunale (rete di Anastasi al ’68), identico punteggio con cui si conclude anche il match di ritorno dove a deciderne le sorti è un acuto di Cuccureddu ad inizio ripresa, un’esperienza di cui saprà far tesoro…

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La rosa del Magdeburgo inizio anni ’70 – da altervista.org

E, mentre nel ’73 tocca alla Dinamo Dresda far suo il titolo della Oberliga, il Magdeburgo alza al cielo la sua quarta Coppa nazionale – altresì detta FDGB Pokal, acronimo di “Freier Deutscher Gewerkschaftsbund Pokal” (traducibile con “Coppa della libera Federazione Sindacale Tedesca”) – superando in Finale il Lokomotiv Lipsia per 3-2 in un altalenante sequenza di reti che lo vedono dapprima andare sotto in avvio per una rete di Frenzel e quindi, dopo aver chiuso il primo tempo sull’1-1 grazie al centro di Zapf, tocca al suo giocatore più rappresentativo, Jurgen Sparwasser, dirimere la contesa con la doppietta che rende vano il punto del provvisorio pareggio realizzato da Altmann per il Lipsia.

Ma se, da una parte, vi è un calcio – ed una squadra, in particolare, il Magdeburgo appunto – in un evidente percorso di crescita, dall’altra, intesa come la formazione che gli contenderà il trofeo nella Finale di Rotterdam, vi è una Società alla fine di un ciclo vincente sia in patria che a livello internazionale, vale a dire il Milan di Rocco e Rivera uscito malissimo dalla precedente stagione, ad onta delle due Coppe conquistate.

Non era stata, difatti, sufficiente la conquista della Coppa delle Coppe (1-0 in Finale contro gli inglesi del Leeds, rete di Chiarugi in avvio) e la successiva vittoria ai calci di rigore contro la Juventus nella Finale di Coppa Italia per cancellare l’amarezza e la delusione per il mancato scudetto della “agognata Stella, sfuggito ai rossoneri nella tristemente famosa sconfitta per 3-5 patita all’ultima giornata in quel di Verona, che aveva consegnato alla Juventus di Vycpalek il 15esimo titolo della loro storia, portando all’abbandono da parte di tre senatori della vecchia guardia, vale a dire il portiere Cudicini, ritiratosi per limiti di età, lo stopper Rosato, trasferitosi al Genoa e l’attaccante Prati, ceduto forse con eccessiva fretta alla Roma, pur se contro la non trascurabile (per l’epoca) somma di 650milioni di lire.

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Il Milan vincitore della Coppa delle Coppe ’73 – da altervista.org

Ma, soprattutto, si è ad un “punto di non ritorno” nei rapporti tra Nereo Rocco ed il Presidente Albino Buticchi, culminati con la decisione del Paron di passare la mano al suo fedele vice Cesare Maldini dopo l’ottava giornata di un Campionato che il Milan concluderà stancamente in un’anonima settima posizione, considerato altresì che la campagna acquisti estiva – che aveva portato a vestire la maglia rossonera il portiere Pizzaballa (scambiato con Pierangelo Belli) dal Verona, il mediano Bianchi dall’Atalanta, il tornante Bergamaschi dal Verona e l’ala di punta Turini dal Como – si rivela poco meno che fallimentare.

In questo contesto, però, come spesso le è accaduto nella sua ultracentenaria storia, la società di via Turati trova nel contesto internazionale il suo fertile terreno, a cominciare dall’autorità con cui si sbarazza al primo turno degli ostici slavi della Dinamo Zagabria (3-1 a San Siro, doppietta di Bigon ed acuto di Chiarugi, ed 1-0 al ritorno, con ancora Chiarugi a chiudere definitivamente i conti in avvio), per poi compiere l’impresa di espugnare per 2-0 (doppietta di Bigon) il Prater di Vienna contro il Rapid dopo lo 0-0 all’andata a Milano, e quindi darsi l’appuntamento in Coppa in primavera.

Nel frattempo, anche il Magdeburgo aveva esordito nel torneo e, dopo aver eliminato al primo turno gli olandesi del NAC Breda (0-0 esterno a cui segue il 2-0 in terra tedesca, certificato da due reti in 3’ di Tyll ed Hoffman poco dopo l’ora di gioco), si trova sull’orlo del baratro dopo lo 0-2 rimediato negli ottavi di finale in Cecoslovacchia da parte del Banik Ostrava.

Occorre un’impresa al ritorno fissato al 7 novembre ’73 allo “Ernst Grube Stadion” – fare tre goal senza subirne alcuno, vista la mannaia della norma relativa alle reti segnate in trasferta – ed il risultato viene riportato in parità allorché la giovane promessa (poi non completamente mantenuta) Martin Hoffmann sigla all’84’ il punto del 2-0 dopo il rigore trasformato da Abraham che aveva aperto le marcature, che manda le due squadre ai supplementari dove chi, se non lui, vale a dire Sparwasser, mette a segno al 104’ il centro che vuole dire accesso ai quarti di finale, dove l’urna, invero benevola, assegna ai tedeschi orientali i bulgari del Beroe Stara Zagora, così come la buona sorte strizza l’occhio anche al Milan, abbinato ai non certo irresistibili greci del PAOK Salonicco.

Un turno che, per le future finaliste, si risolve in pratica già nelle gare di andata, in quanto i rossoneri travolgono per 3-0 a San Siro i malcapitati greci con reti dell’antesignana BBC (Bigon, Benetti e Chiarugi) ed il Magdeburgo ha la meglio per 2-0, pur dovendo attendere sino al 70’ per sbloccare il risultato, nel confronto casalingo contro i bulgari e gli incontri di ritorno hanno il solo compito di attestare i rispettivi passaggi del turno, con il Milan a replicare per due volte al vantaggio greco per il 2-2 conclusivo (di Bigon e Tresoldi le reti rossonere) ed il Magdeburgo a smorzare con Hermann l’illusione dei tifosi bulgari alla rete del vantaggio messa a segno su rigore da Vutov, per il definitivo 1-1.

L’esito del sorteggio per le semifinali non è altrettanto favorevole per il Milan, al quale tocca lo spauracchio del Borussia Moenchengladbach, formazione che nella  prima metà degli anni ’70 contende al Bayern Monaco la leadership in terra tedesca, in cui militano alcune colonne portanti della Nazionale, quali Vogts, Wimmer, Bonhof, Stielike ed Heynckes, oltre alla guizzante ala danese Allan Simonsen, pur se il suo giocatore più rappresentativo, Gunter Netzer, aveva lasciato il Club, attirato dalle sirene (e dalle pesetas) del Real Madrid.

Va meglio al Magdeburgo, al quale tocca in sorte lo Sporting Lisbona, e l’andamento del doppio confronto inizia a pendere dalla parte tedesco orientale allorché, all’andata in terra lusitana, il solito Sparwasser sblocca il risultato poco dopo l’ora di gioco, pur se Manaca, a meno di un quarto d’ora dal termine, ristabilisce la parità per un 1-1 che aumenta comunque le possibilità di accedere alla Finale per il Magdeburgo, dubbi che diventano certezze allorquando al ritorno, davanti a 35mila spettatori, tocca a Pommerenke aprire le marcature quando ancora non è scoccato il 10’ di gioco e la successiva rete di Sparwasser al 70’ rende ininfluente la rete di Marinho 8’ minuti dopo, utile solo ad accorciare le distanze ed a far venire qualche palpitazione di troppo ai tifosi biancocelesti.

Sull’altro fronte, le problematiche in casa rossonera sono ben lungi dall’essere risolte e, dopo che Rocco aveva abbandonato a fine febbraio anche il ruolo di Direttore Tecnico, tocca pure a Cesare Maldini alzare bandiera bianca dopo cinque sconfitte consecutive del Milan (tra cui un umiliante 1-5 nel derby), con la guida della prima squadra assegnata ad un giovane Giovanni Trapattoni, il quale è costretto a sedersi per la prima volta in panchina proprio nella gara di andata a San Siro contro il temibilissimo Borussia, reduce da un cammino in Coppa che lo aveva portato a realizzare qualcosa come 28 reti nelle sei gare sin qui disputate contro le appena 4 subite.

Non è dato sapere se sia stato il grande amore per i colori rossoneri od il desiderio di ammirare i campioni che compongono la formazione tedesca, a far sì che oltre 60mila spettatori si riversino sugli spalti di San Siro quel 10 aprile ’74, fatto sta che il Milan sembra resuscitare dall’inferno dove era sprofondato e, sfoggiando forse la miglior partita di tutta la stagione, regola con un 2-0 il Borussia grazie alla reti di Bigon al 18’ ed al raddoppio di Chiarugi poco prima dell’ora di gioco, un vantaggio difeso con le unghie e con i denti al ritorno a Dusseldorf (terreno dove il Borussia disputa le più importanti gare di Coppa per la maggior capienza dello stadio), cedendo solo per 0-1 in virtù di una sfortunata autorete di Sabadini.

Ora, sia chiaro, un confronto tra il Milan ed il Magdeburgo solo pochi anni prima sarebbe stato improponibile, tanto netta era la differenza tecnica tra le due compagini, ma ora, con molti giocatori avanti con l’età, primo tra tutti il veterano tedesco Schnellinger, a disputare la sua penultima gara in rossonero, le diatribe interne alla Società e, per ultimo, l’assenza di Chiarugi, unica vera punta di ruolo dell’attacco rossonero, le differenze sono praticamente annullate.

Per di più – a dimostrare l’interesse per detto atto conclusivo, in programma l’8 maggio 1974 allo Stadio “De Kujp” di Rotterdam – le tribune si dimostrano desolatamente vuote, con soli 5mila spettatori (in larga parte italiani) presenti, mentre la Tv di Stato, impegnata a mandare in onda in prima serata accese tribune politiche in vista della votazione referendaria relativa all’abrogazione del divorzio che si sarebbe svolta la domenica successiva, trasmette l’incontro solo in differita, con l’unica possibilità di assistervi in diretta legata alla sintonizzazione sui canali della Tv svizzera o di Tele Capodistria.

Una “sorta di presagio” di come andrà a finire, con Trapattoni che decide di confermare nel ruolo di stopper, a fianco di Schnellinger, il giovane 21enne Enrico Lanzi, che non si era mal comportato nell’inferno di Dusseldorf, mentre il posto di Chiarugi viene rilevato dall’altrettanto giovane attaccante Tresoldi, proprio i due ruoli, ironia della sorte, che avrebbero potuto ricoprire Rosato e Prati, viceversa ceduti in estate.

Ecco, quindi, che il Trap opta per un undici che vede schierato Pizzaballa in porta, Anquilletti e Sabadini terzini; Lanzi stopper e Schnellinger libero, con l’altro giovane Aldo Maldera avanzato a mediano, Bergamschi tornante con Benetti e Rivera mezze ali, Bigon centravanti a far coppia in attacco con Tresoldi.

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I capitani Zapf e Rivera prima dell’incontro – da altervista.org

Per i tedeschi, viceversa, un’occasione da non sprecare per completare il loro “Anno d’Oro”, visto che hanno appena conquistato il loro secondo titolo nazionale, con 39 punti e 3 di vantaggio sul Carl Zeiss Jena, impostando una gara sulla velocità e la vigoria fisica che la miglior condizione atletica consente loro, ed il primo frutto viene colto in chiusura della prima frazione di gioco, allorché Hoffman recupera una palla vagante a centrocampo e, con la difesa rossonera scoperta, si invola sulla sinistra per poi mettere un’invitante palla rasoterra al centro dell’area per l’avanzante Sparwasser, anticipato in scivolata da Lanzi, il cui tocco però termina in fondo alla rete, eludendo il disperato intervento di Pizzaballa per evitare l’autorete.

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L’esultanza di Sparwasser all’autorete di Lanzi – da kicker.de

Lo 0-1 con cui si conclude il primo tempo rappresenta una mazzata per i rossoneri, le cui lente trame di attacco non riescono a far breccia nell’attenta difesa avversaria, e quando ad un quarto d’ora dal termine, il mediano Seguin, inseritosi in area sulla destra, raccoglie un preciso spiovente per fulminare in diagonale Pizzaballa, il sipario cala definitivamente sulla partita e la possibilità per il Milan di confermare il titolo conquistato l’anno precedente.

Per i rossoneri, un amaro addio alle competizioni internazionali – dovranno attendersi ben 15 anni affinché il Milan torni in una Finale europea, con il successo in Coppa dei Campioni a spese della Steaua Bucarest – ed un segno premonitore di quanto, poco più di un mese dopo, accadrà alla Nazionale vice campione del mondo quattro anni prima in Messico, eliminata al primo turno dei Mondiali tedeschi.

Per il calcio della ex Repubblica Democratica Tedesca, al contrario, un importante segnale di vitalità che porta la propria Nazionale all’impresa di sconfiggere i rivali occidentali nella famosa sfida al “Volksparkstadion” di Amburgo, risolta, manco a dirlo, da una rete di Sparwasser, mentre, a livello di club, due altre formazioni della parte orientale del paese riusciranno in seguito a raggiungere la Finale di Coppa delle Coppe, pur se con minor fortuna, trattandosi del Carl Zeiss Jena (sconfitto 1-2 dalla Dinamo Tbilisi nel 1981) e del Lokomotiv Lipsia, costretto ad inchinarsi di fronte ad una rete di van Basten nella Finale del 1987 contro l’Ajax.

E quindi, considerata la successiva riunificazione della Germania, nessun’altra compagine potrà mai eguagliare l’impresa del Magdeburgo, di essere stata l’unica squadra tedesco orientale ad aggiudicarsi una Coppa europea.

 

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PERU’-AUSTRIA 4-2, LA PARTITA CHE I SUDAMERICANI NON DOVEVANO VINCERE A BERLINO 1936

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Un’uscita del portiere peruviano Vadivieso – da theguardian.com

articolo tratto da Rovesciata Volante a cura di Davide Rota

In un’intervista rilasciata al quotidiano Repubblica, lo scrittore uruguayano Eduardo Galeano indica la gara Perù-Austria (4-2) delle Olimpiadi di Berlino 1936, come la più emozionante di tutti i tempi. L’illustre letterato sudamericano aggiunge anche alcuni particolari, dicendo che, essendo la (debole) Germania già eliminata, il regime nazista puntava tutto sull’Austria. Inoltre, alla gara, giocata a Monaco di Baviera, sarebbe stato presente sugli spalti Adolf Hitler in persona, che avrebbe ordinato la ripetizione dell’incontro.

Il Fuhrer, secondo quanto Galeano ha raccontato più volte parlando di quel match, non avrebbe digerito che a far fuori i suoi “ariani” fosse stato un quintetto d’attacco tutto di colore. Per quanto Galeano sia un ottimo scrittore e un valido appassionato di football, la sua versione dei fatti presenta molte inesattezze, come hanno fatto rilevare alcuni storici dello stesso calcio peruviano.

Intanto la gara si giocò l’8 agosto 1936 a Berlino, non all’Olympiastadion, ma nel più piccolo stadio dell’Hertha. Nessuna cronaca riporta la presenza di Hitler sugli spalti ed è difficile pensare che… nessuno l’avesse notato o che non si potesse scrivere, visto il forte senso di propaganda di quel periodo. Inoltre, nel Perù giocavano solo tre giocatori neri e appena uno in attacco.

Detto ciò, in pochi (o forse nessuno) sono ancora riusciti a dare una spiegazione al clamoroso annullamento della partita: il Perù stava perdendo addirittura 0-2 nel primo tempo, pareggiò nei 90′ e vinse ai supplementari, trascinato anche dalle prodezze di Teodoro “Lolo” Fernandez. La motivazione ufficiale dell’annullamento della partita (valida per i quarti) dice che fu a causa delle frequenti invasioni di campo della panchina e dei sostenitori sudamericani, alcuni dei quali colpirono ripetutamente i giocatori austriaci. Purtroppo è difficile trovare cronache dettagliate dell’incontro, soprattutto prive di censura.

Pare che il giorno dopo la decisione di ripetere la gara, la delegazione peruviana fu invitata nella sede del Comitato Olimpico per una difesa, ma non si presentò, c’è chi dice per protesta, chi perché arrivò in ritardo, a causa di una manifestazione nazista. Intanto, a Lima, veniva presa d’assalto l’ambasciata tedesca e bruciate le bandiere di Germania e Norvegia (l’arbitro della sfida era norvegese).

I peruviani si ritirarono (o furono estromessi) dal torneo: furono ricondotti in Italia, da dove partirono via nave per il viaggio di ritorno. L’Austria perse invece la finalissima per mano dell’Italia di Vittorio Pozzo, che per l’occasione aveva allestito un’agguerrita (e competitiva) formazione di giovani studenti, una sorta di Under 23 ante-litteram che conquistò il primo e finora unico oro olimpico della storia calcistica azzurra.

Berlino (Hertha-Platz) 8 agosto 1936:
Perù-Austria 4-2 dts
Reti: Werginz 22′, Steinmetz 36′ (A), Alcalde 75′, Villanueva 81′ 119, T.Fernandez 116′ (P).
Perù: Valdivieso – A.Fernandes, V.Lavalle – Tovar, S.Castillo, Jordan – T.Alcalde, Magallanes, T.Fernandez, Villanueva, Morales.
Austria: E.Kainberger – Kargl, Kunz – Krenn, Wallmuller, Hofmeister – Werginz, Laudon, Steinmetz, Kitzmuller, Fuchsberger.
Arbitro: T.Kristiansen (Norvegia).
Note: spettatori 5mila.

EGIDIO CALLONI, CHE POI COSI’ “SCIAGURATO” NON ERA …

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Calloni in azione in un derby – da eurosport.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel corso degli anni ’70, quando il calcio non era ancora globalizzato e, soprattutto, non inquinato da frotte di personaggi che attraverso reti di amicizie e conoscenze varie, mercanteggiano sul valore (vero o presunto) di vari ragazzi che intendono farsi strada in tale disciplina, era buon uso per le “cosiddette Grandi”, valutare – attraverso la propria, autonoma, cerchia di osservatori – la crescita dei giovani nelle serie inferiori, con un occhio di riguardo verso la prosperosa zona del lonbardo-veneto.

In particolare, delle Società lombarde, Atalanta e Cremonese avevano stretto un patto di collaborazione più con la Juventus, mentre Como. Varese, Brescia e Monza erano serbatoi ai quali si rifornivano in prevalenza le due milanesi, ragion per cui le gare di queste squadre erano molto spesso seguite da una frotta di talent scout alla ricerca del “Campione del futuro”.

Ancor meglio, ovviamente, se questi Club disputano un Campionato da protagoniste, come è il caso del Varese nel Torneo Cadetto 1973-’74 che vede i biancorossi – guidati in panchina dalla “bandiera” Pietro Maroso, fratello dello sfortunato Virgilio, perito nella sciagura di Superga – conquistare la quarta ed ultima promozione in serie A della loro storia, alla quale contribuisce in modo determinante la coppia di attaccanti formata dal centravanti Egidio Calloni e dall’ala sinistra Giacomo Libera, autori il primo di 16 reti che gli valgono altresì il titolo di capocannoniere, mentre il secondo va a segno in 9 occasioni.

Ed ecco che, come falchi, si proiettano sui due giovani sia il Milan che l’Inter, desiderose di rinverdire i fasti degli anni ’60 rispetto ad una Juventus che ha anticipato i tempi del rinnovamento e sta dominando la scena nel panorama nazionale, con Calloni che firma per i rossoneri e Libera che andrà a vestire la maglia nerazzurra dalla stagione successiva.

Curiosa la storia di Egidio Calloni, nato a Busto Arsizio l’1 dicembre 1952 e protagonista del nostro racconto odierno, in quanto cresciuto proprio nel settore giovanile interista, per poi essere prelevato dal Varese non ancora 18enne e da questo “girato” per un anno al Verbania in Serie C, dove il futuro attaccante milanista dimostra di avere confidenza con il goal andando a segno 15 volte, circostanza che conforta la dirigenza biancorossa a puntare su di lui per il successivo biennio, una fiducia, come abbiamo visto, ben ripagata.

Da parte rossonera, viceversa, con la beffa della “fatal Verona” del maggio ’73 si conclude in pratica un ciclo che aveva visto il Milan, con il ritorno di Nereo Rocco in panchina, ritornare ai vertici del calcio internazionale, e l’anno seguente, in cui alla guida della squadra si erano alternati lo stesso Paron, Cesare Maldini e Trapattoni, la stagione si era chiusa in un’anonima settima posizione, con ancora la “vecchia guardia” formata da Anquilletti, Sabadini, Biasiolo, Benetti, Bigon, Rivera e Chiarugi a tirar la carretta, visto che gli inserimenti dei giovani Bergamaschi e, soprattutto in attacco, Turini e Vincenzi non avevano fornito gli auspicati risultati.

Anche da punto di vista societario, conclusa l’era dei Carraro alla presidenza, la guida è nel frattempo passata dall’Avv. Federico Sordillo al petroliere spezzino Albino Buticchi, il quale, dopo il positivo esordio con la conquista della Coppa Italia e della Coppa delle Coppe ’73, si doveva scontrare con la carta d’identità di alcuni suoi giocatori, procedendo alla cessione di Prati alla Roma e con il successivo ritiro, per ragioni di età, del tedesco Karl-Heinz Schnellinger, ultimo straniero a vestire la maglia rossonera sino alla riapertura delle frontiere.

Il mercato dell’estate ’74, comunque, oltre all’arrivo di Calloni al centro dell’attacco, vede anche importanti innesti in difesa, con l’acquisto del portiere Albertosi dal Cagliari e dei difensori Bet dal Verona e Zecchini dal Torino, mentre come tornante di destra si punta sul giovane Duino Gorin, prelevato anch’egli dal Varese, dove si era dimostrato più che valido assist man per Calloni.

L’esordio ufficiale in rossonero giunge per Calloni l’1 settembre ’74 in occasione del match inaugurale del girone eliminatorio contro il Brescia, concluso sullo 0-0, e sono della settimana successiva le sue due prime reti con la nuova maglia, a sancire il 2-0 con cui il Milan si impone a Perugia, per poi rimandare l’appuntamento con la Coppa a fine stagione, incombendo il Campionato, in cui Calloni debutta alla seconda giornata nella sconfitta per 1-2 patita dai rossoneri a Torino contro la Juventus.

L’inizio del Torneo è deludente, in quanto al riferito stop contro i bianconeri fanno da contorno due deludenti pari interni con Sampdoria e Fiorentina, prima che sia proprio Calloni, con la rete messa a segno a 6’ dal termine all’Olimpico contro la Roma, a fornire il primo acuto di una stagione – che vede anche l’arrivo alla guida tecnica di Gustavo Giagnoni, reduce da tre ottime annate alla guida del Torino – “senza infamia e senza lode” per il Club di via Turati, conclusa al quinto posto con 36 punti, a 7 lunghezze dalla Juventus Campione d’Italia al termine di un avvincente duello con il Napoli.

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Calloni esulta dopo uno dei suoi due goal alla Ternana: – da altervista.org

Per Calloni, comunque, 11 reti in 26 presenze, anche se per lui inizia a farsi strada quella che da molti viene definita come la “sindrome da San Siro”, una evidente eccessiva pressione rispetto a quel pubblico dal palato fine che poco o nulla perdona, tant’è che dei riferiti centri, solo quattro giungono alla “Scala del calcio”, dove si sblocca solo all’ultima giornata del girone di andata, con la doppietta in tre minuti ad inizio ripresa che decide il match vinto per 3-1 sulla Ternana.

A parziale compensazione, giunge la rete di apertura nel derby di ritorno contro l’Inter e vinto nettamente per 3-0 dai rossoneri, nonché la consolazione che i “cugini” se la passano ancor peggio, visto che concludono la stagione al nono posto a quota 30 ed il loro cannoniere principe Boninsegna si ferma a quota 9 reti.

Una superiorità che il Milan ribadisce a Campionato concluso, con la fase finale della Coppa Italia – affrontata senza Rivera, in aperto contrasto con Buticchi, che vorrebbe cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala – che vede i rossoneri vincere il proprio Girone di semifinale contro Inter (1-0 e 0-0 nei derby), Bologna (1-0 interno, rete di Calloni, e 4-1 al “Dall’Ara”, doppietta di Calloni) ed Juventus, piegata 1-0 a San Siro, con successiva, ininfluente sconfitta per 1-2 al ritorno, con il Milan già qualificato per la Finale dell’Olimpico contro la Fiorentina.

Partita rocambolesca, piena di rovesciamenti di fronti e di alternanza di reti, che infine premia per 3-2 i viola, grazie allo spunto del subentrato Rosi appena 2’ dopo che l’ex Chiarugi aveva siglato il punto del provvisorio pareggio per i rossoneri.

Già, Chiarugi, l’ex “cavallo pazzo” viola, con cui Calloni trova una più che soddisfacente intesa, confermata dal buon esito della stagione successiva, anche se in casa rossonera più che alle questioni del campo si guarda alle faccende a livello dirigenziale, con Rivera ad avere la meglio nella querelle con Buticchi, così da determinare l’allontanamento di Giagnoni – che aveva avallato la cessione del Capitano – in favore della promozione a tecnico della prima squadra di Trapattoni, affiancato dal ritorno di Rocco come Direttore Tecnico.

Con una rosa pressoché immutata – fatto salvo il ritorno in rossonero di Nevio Scala dopo un’esperienza biennale all’Inter – e la crescita di Aldo Maldera, la differenza la fa la ritrovata serenità in seno alla squadra ed il buon senso che unisce l’accoppiata Trapattoni/Rocco contribuisce al resto, in un Campionato in cui il Milan non può oggettivamente competere con lo strapotere delle due torinesi – e vinto dai granata, i cui tifosi tornano così a gioire a 27 anni dalla tragedia di Superga – e che peraltro conclude ad un più che onorevole terzo posto e con Calloni che si conferma “top scorer” incrementando a 13 reti la sua quota realizzativa, tra cui la rete di apertura nel derby di andata, vinto per 2-1 sui cugini, i quali terminano la stagione al quarto posto, a una lunghezza di distanza.

Sul settore Coppe, il Milan esce da quella nazionale nel girone di semifinale, allorché in panchina siede Barison in quanto Trapattoni ha ceduto alle lusinghe bianconere portate da Boniperti, mentre in campo internazionale i rossoneri, impegnati in Coppa Uefa, eliminano, grazie ad un rigore trasformato da Calloni, gli inglesi dell’Everton al primo turno, gli irlandesi dell’Athlone Town al secondo e gli insidiosi sovietici dello Spartak Mosca agli ottavi di finale (grazie al 4-0 della gara di andata a San Siro, in cui Calloni mette a segno una doppietta), per poi arrendersi ai quarti di fronte al Bruges di Ernst Happel, sfiorando, dopo lo 0-2 esterno nelle Fiandre, la clamorosa impresa portandosi sul 2-0 al ritorno, prima che una rete di Hinderyckx ad un quarto d’ora dal termine, facesse svanire ogni speranza.

Occorre, a questo punto, fare un’analisi obiettiva e senza pregiudizi di sorta di queste prime due stagioni in rossonero del protagonista della nostra storia, ricordando come, all’epoca, si disputasse un Campionato di serie A a 16 squadre – con conseguenti 30 partite rispetto alle 38 odierne – e che vigeva la “marcatura ad uomo”, tant’è che erano ben pochi gli attaccanti capaci di andare in “doppia cifra” a fine stagione.

A riprova di quanto detto, nel suo anno di esordio nella Massima Divisione, le 11 reti messe a segno da Calloni lo vedono porsi al quinto posto della Classifica Marcatori, vinta da Pulici del Torino a quota 18 davanti a Savoldi del Napoli con 15 centri, mentre la stagione successiva le 13 realizzazioni lo collocano al quarto posto, ad una sola lunghezza da Savoldi ed a due dalla coppia formata da Graziani del Torino e Bettega della Juventus, con il solo Pulici a fare gli straordinari, confermandosi leader a quota 21.

Questo per dire che, se si aggiungono le reti messe a segno in Coppa, i 17 centri del ’75 ed i 19 del ’76 rappresentano un bottino niente affatto trascurabile per un attaccante, tutto sommato ancora giovane, visti i 24 anni ancora da compiere a fine stagione ’76, e che avrebbe probabilmente dovuto ritrovarsi in una Società con meno beghe interne.

Alla Presidenza, difatti, subentra Vittorio Duina ed alla guida tecnica viene chiamato Pippo Marchioro, reduce dall’esaltante stagione con il Cesena, condotto ad uno straordinario sesto posto, ma che non riesce a legare con i giocatori, Rivera in primis (al quale assegna la maglia n.7), mentre a livello di rosa avvengono due scambi scellerati, con Benetti ceduto alla Juventus per Capello e Chiarugi al Napoli per Giorgio Braglia.

Quest’ultimo raggranella appena tre presenze in Campionato, comportando lo spostamento di Calloni all’ala sinistra per far posto, nel ruolo di centravanti, al neoacquisto Silva proveniente dall’Ascoli per una manovra d’attacco che non riesce a trovare sbocchi, in una stagione che vive la sua prima svolta in chiave negativa alla quinta giornata quando i rossoneri ospitano la Juventus a San Siro, venendo sconfitto in rimonta 2-3 dopo essersi trovato sul 2-0 dopo poco più di un quarto d’ora di gioco, con Calloni ad aver aperto le marcature.

Nelle successive 10 gare sino a fine girone di andata, il Milan vince solo ad inizio gennaio ’77 all’Olimpico contro la Lazio (rete decisiva ancora di Calloni) ed il pari a reti bianchi contro il fanalino di coda Cesena, costa la panchina a Marchioro, venendo richiamato in fretta e furia Rocco al capezzale rossonero, pur se la situazione – dopo un illusorio 3-0 interno sulla Sampdoria e due pareggi per 1-1 a Firenze ed in casa contro il Napoli (tris di gare in cui Calloni va a segno) – non migliora, tanto che, a due giornate dal termine, il Milan è al terz’ultimo posto della graduatoria, per poi raggiungere la salvezza grazie ai successi su Catanzaro e Cesena.

La disabitudine a trovarsi a lottare per non retrocedere ha indubbiamente costituito una pressione psicologica sulla testa dei giocatori, acuita dalla “mazzata” subita in Coppa Uefa allorché negli ottavi di finale, opposti agli spagnoli dell’Athletic di Bilbao – che poi sfideranno in Finale la Juventus – stanno compiendo il miracolo di sovvertire l’1-4 dell’andata portandosi sul 3-0 grazie ad una doppietta di Calloni, per poi subire, a 4’ dal termine, la rete di Madariaga su rigore che certifica il passaggio del turno da parte della compagine basca.

Che vi fosse anche un problema psicologico nella mente dei giocatori è dimostrato dall’esito della fase finale di Coppa Italia, in cui il Milan riporta Calloni nella sua posizione naturale di centravanti, affiancato da un Braglia risorto come per incanto, visto che già dalla prima gara del girone di semifinale (3-1 al Napoli a San Siro), i due vanno a segno, confermandosi poi nelle successive gare che qualificano il Milan per la Finale meneghina del 3 luglio ’77 contro l’Inter e che i rossoneri si aggiudicano per 2-0 (rete di apertura di Aldo Maldera ad inizio ripresa e sigillo di Braglia ad 1’ dal termine), per l’unico trofeo vinto da Calloni in carriera, il quale si laurea altresì Capocannoniere della manifestazione, con 6 reti alla pari con Braglia.

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Calloni esulta coi compagni dopo la vittoria in Coppa Italia – da wikipedia.org

In una stagione così travagliata, il bottino complessivo di 15 reti non è certo da disprezzare per Calloni, il quale si appresta però a vivere l’annata più deludente della sua esperienza in rossonero, nonostante la Società si sia data un assetto stabile con l’avvento alla Presidenza dell’industriale brianzolo Felice Colombo ed un’oculata campagna di ringiovanimento della rosa, grazie al “saccheggio” del trio monzese costituito da Antonelli, Buriani e Tosetto – di cui solo quest’ultimo risulterà al di sotto delle attese – ed al definitivo lancio in prima squadra di Collovati in difesa, mentre in panchina torna Nils Liedholm, il quale, a fine stagione, fa esordire un 19enne di grande avvenire, tale Franco Baresi.

La squadra disputa un Campionato più che dignitoso, giungendo quarta con 37 punti, con alcune “perle” come il 3-1 rifilato all’Inter nel derby di andata ed il 5-1 interno sulla Fiorentina, ma altrettanto non si può dire per Calloni, che aveva peraltro esordito alla grande, siglando, da subentrato, la rete del pareggio all’90’ sul campo della Fiorentina, alla quale fa seguito un solo altro centro, nel successo esterno per 2-1 a Foggia, non riuscendo viceversa a trovare mai la via del goal davanti al pubblico amico.

Liedholm lo difende, assicurando che “fa cose straordinarie in allenamento, ma per lui il pubblico di San Siro rappresenta un blocco psicologico insuperabile”, a cui certo non contribuisce la raffinata e sarcastica penna di Gianni Brera che per lui conia l’appellativo di “Sciagurato Egidio” preso a prestito dai “Promessi Sposi” di manzoniana memoria ed, allorché Calloni si presenta sul dischetto del calcio di rigore in occasione del derby di ritorno contro l’Inter, la respinta di Bordon sul suo tentativo di trasformazione sancisce l’addio del centravanti alla maglia rossonera, indossata per l’ultima volta il 17 maggio ’78 nella vittoria per 3-0 sulla Juventus al Comunale di Torino nel Girone di semifinale di Coppa Italia, propiziata proprio da una sua rete al 56’ che apre le marcature.

Calloni raccoglie le sue cose nell’armadietto di Milanello per accasarsi al Verona, portando in dote le 54 reti messe a segno nella sua militanza in rossonero, sostituito da Chiodi nell’anno della conquista dello storico “Scudetto della Stella” del Milan, anche se il bolognese non è che faccia granché meglio, con appena 7 reti (di cui 6 su calcio di rigore …), ma le strade del centravanti brianzolo e del Milan sono ancora lunghe da dividersi definitivamente.

Difatti, chi, se non lui, rischia di “rompere le uova nel paniere” al trionfo rossonero allorché alla 27.ma giornata, scendendo con il già retrocesso Verona a San Siro, gela il pubblico con la rete con cui gli scaligeri concludono in vantaggio il primo tempo, solo per essere rimontati nella ripresa dalle reti di Rivera e Novellino che spianano la strada del decimo scudetto, per poi prendersi un’ancor più ghiotta rivincita negli anni a seguire.

La pur discreta stagione a Verona, con 8 reti all’attivo, e la successiva anonima a Perugia (in cui, per l’unica volta in carriera, non va a segno), consigliano difatti a Calloni di accettare l’offerta del Palermo e di scendere di Categoria, avendo così l’opportunità di incontrare di nuovo il Milan, precipitato all’inferno a causa del primo “Scandalo Scommesse” del nostro amato calcio e che ha visto coinvolti anche i rosanero, che affrontano il Torneo cadetto partendo da una penalizzazione di 5 punti.

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La rete di Calloni che decide Palermo-Milan di Coppa Italia – da altervista.org

A dare una ghiotta opportunità di riscatto a Calloni è anche la buona sorte, visto che il Palermo viene sorteggiato nel girone di qualificazione di Coppa Italia assieme proprio ad Inter e Milan, ed il suo ritorno a San Siro il 31 agosto ’80 lo vede siglare la rete di apertura della clamorosa vittoria per 2-1 dei rosanero a spese dei nerazzurri ed, appena tre giorni dopo, è sua l’unica rete che decide l’incontro alla “Favorita” contro i rossoneri, una doppia rivincita nello spazio di 72 ori, ma non è ancora finita ….

Succede, infatti che, dopo aver saltato la gara di andata a San Siro (conclusa sullo 0-0), al ritorno il Milan si presenti a Palermo solitario in vetta al Campionato cadetto, ma reduce dallo scivolone interno per 0-1 contro la Sampdoria ed, una eventuale seconda sconfitta, potrebbe generare qualche allarme in casa rossonera.

Il Palermo, dal canto suo, non può certo essere in vena di favori, in quanto a causa della citata penalizzazione è pur sempre ultimo in graduatoria con 19 punti, assieme a Taranto e Monza, ad una lunghezza dal Vicenza ed a due dal Varese che lo precedono, ed ecco pertanto l’importanza che riceve la visita della capolista alla “Favorita”.

Ed, ad incanalare la sfida sui binari favorevoli ai rosanero ci pensa proprio Calloni, che sblocca il risultato dopo appena 5’, raddoppia al 32’ su rigore e, dopo che Buriani aveva dimezzato il distacco trasformando a propria volta un tiro dagli 11 metri, si incarica di completare la sua personale tripletta con la terza rete al 38′ per il definitivo 3-1 che lo consacra “Re per una Notte” di tutti gli sportivi palermitani.

Con questa impresa, e le 11 reti complessivamente messe a segno, Calloni contribuisce alla salvezza dei rosanero – nel mentre il Milan conquista ugualmente la promozione in A – circostanza che gli vale l’ultimo scampolo nell’elite del calcio nazionale con una stagione al Como, conclusa con la retrocessione in B assieme proprio ai rossoneri e che, di fatto, ne pone fine alla carriera, proseguita poi con due fugaci esperienze in Interregionale con Ivrea e Mezzomerico, prima di dare il definitivo addio al mondo del calcio.

Mondo nel quale Calloni continua anche in seguito ad essere usato come antipatico “termine di paragone” ogni qualvolta un attaccante spreca malamente occasioni di fronte alla porta avversaria, ancor meglio se con la maglia rossonera, ma, se andiamo a rileggere con un occhio più benevolo la sua carriera, alla fine ci accorgiamo che quell’appellativo di “sciaguratoè forse più colpa dei suoi genitori che lo hanno chiamato Egidio che non propriamente suo, fosse stato battezzato Andrea o Stefano, chi lo sa…

 

RAYMOND KOPA, MIGLIORE DI PELE’ AI MONDIALI DEL 1958

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Kopa con la maglia del Real Madrid – da nytimes.com

articolo di Massimo Bencivenga

La recente Caporetto della Nazionale italiana ha portato alla luce un anno sportivo sinora forse poco noto: il 1958. Un anno, peraltro, che, sportivamente e non, ha una sua importanza.

Fu l’anno che non andammo ai mondiali, pur schierando nell’ultima partita valida, a Belfast contro l’Irlanda del Nord, anche i due eroi del Maracanazo, ossia Ghiggia e il sommo Schiaffino. Che poi così in disarmo non dovevano neanche essere, visto che Schiaffino a maggio fu a una manciata di minuti dal portare il Milan a vincere la Coppa dei Campioni del 1958.

Il buon Pepe stava per compiere un’altra impresa, poi il gol decisivo di Gento passò proprio in mezzo alle sue gambe. E amen. Tenete presente il Real Madrid, perché ne riparleremo.

E poco più di due settimane dopo quel tragico 15 gennaio 1958, gli americani risposero ai sovietici mandando in orbita il loro primo satellite.

Per gli appassionati di calcio, quelli ferrati ma non troppo, il 1958 è e rimane l’anno dell’apparizione di Pelè. Ai Mondiali di Svezia. Dove noi non andammo.

Quelli più ferrati in cose calcistiche sanno però che il miglior calciatore di quel mondiale non fu Edson Arantes do Nascimento, ma un altro, che di cognome faceva Kopaszewski. Ma tutti lo conoscevano come Kopa, Raymond Kopa. E’ un nome che difficilmente vien fuori adesso. E che in futuro sarà sempre più dimenticato. Ed è un peccato.

La prima volta che mi imbattei in questo Kopa fu quando, in quinta elementare, mi feci comprare il diario di Maradona e lessi che l’argentino, fresco campione del mondo, era accostato già a campionissimi quali Andrade, Puskas, Masopoust, Cruyff, Di Stefano. Inutile dire che non conoscevo nessuno di questi, ma quel pomeriggio, quelle righe, sono scolpite nella mia memoria.

Se il nome di Kopa è destinato a essere dimenticato con il tempo, va detto che il mondo del calcio ha seriamente rischiato di non vedere la minuscola figura, era alto poco più di un metro e sessanta. E sarebbe stato un mondo decisamente più brutto, meno allegro, almeno nel mondo del calcio.

Come si può ben intuire dal nome, Kopa, classe 1931, era di origini polacche. Aveva 17 anni, si sentiva portato per il calcio, ma bisognava mangiare. E allora lavorava in una miniera. Come e con il padre. Aveva sempre 17 anni quando un suo fraterno amico morì, travolto da una frana. Quel giorno morì un minatore e nacque un campione. Quel giorno buttò via gli attrezzi da minatore dicendo: “Non vi impugnerò mai più”. La madre fu con lui. Meglio digiuni che senza l’affetto di un figlio.

Poco dopo arrivò secondo in una gara di rigori (lo so, che razza di gara!!! Ma all’epoca si facevano anche così i provini non con il test di Cooper) e fu notato dai dirigenti della SCO Angers. Tecnicamente dotatissimo, Kopa si affermò ben presto e tempo due anni eccolo approdare al ben più prestigioso Stade Reims. Raymond Kopa divenne non solo un calciatore, ma un autentico fuoriclasse.

Il grande pubblico scoprì quel geniale centravanti brevilineo, tutto finte e tunnel, in un Francia-Inghilterra 7-1 del 1952 che fece storia; i “maestri del calcio” umiliati in terra di Francia. Quel giorno un giornalista lo battezzò “il Napoleone del calcio”. E così rimase. Wicks, lo stopper dei figli d’Albione, finì la partita con le lacrime agli occhi e con le gambe attorcigliate nel vano tentativo di seguire le finte di Kopa.

In lacrime, dopo un Francia-Germania del 1954, finì anche Posipal; si racconta che il difensore teutonico, che pure era riuscito a fermare Kocsis (la miglior testa d’Europa dopo Churchill), entrò singhiozzando negli spogliatoi, in preda ad una crisi isterica.

Kopa portò di peso lo Stade Reims alla finale della prima Coppa dei Campioni; andarono anche in vantaggio, ma niente poterono i transalpini contro lo strapotere di Di Stefano e compagni che s’imposero di misura per 4-3.

Santiago Bernabeu lo vide e non se lo fece scappare. Al Real nel suo ruolo c’era un certo Alfredo Di Stefano, che costrinse il “Napoleone del calcio” a giocare ala. Ricamò calcio anche lì. E Kopa c’era anche nella finale del 1958 contro il Milan di Schiaffino.

E c’era ai mondiali svedesi, dove giocò da par suo. Lasciato il posto di centravanti al Real, si trovò così bene nella nuova posizione più arretrata che scelse di giocare in quel ruolo anche in nazionale. Ricamò giocate e tunnel, assist e funambolismi. E fu così efficace che non solo contribuì a portare la Francia alle semifinali del mondiale svedese, ma contribuì anche all’exploit, sinora mai eguagliato e difficilmente uguagliabile, di Just Fontaine, che marcò 13 reti in quella kermesse mondiale.

Di quel mondiale in terra di Svezia fu eletto miglior calciatore; nel Mondiale che rivelò al mondo il talento di Pelè il migliore fu Raymond Kopa che, a coronamento di un anno magico, ricevette anche il Pallone d’Oro 1958 succedendo nell’albo al compagno-rivale Di Stefano.

Nel 1959 finì secondo nella stessa classifica di France Football, dietro alla Saeta Rubia.

Questo, e tanto altro, è stato Kopa, fondatore anche di un sindacato di calciatori, gli ultimi schiavi nelle sue parole. Forse esagerate.

Piccolo, magro, aveva il cipiglio di chi nella vita ha dovuto subito imparare a difendersi e arrangiarsi, una caratteristica peculiare che, eccezion fatta per il Real, dove dovette dividere classe e leadership con gente come Di Stefano e il colonnello Puskas, lo vide sempre essere un trascinatore. Calcisticamente spparteneva alla genìa dei Sivori, dei Maradona, dei giocolieri da circo che riuscono non solo a primeggiare ma a far diventare grandi anche chi giocava accanto a loro.

Ma se quel giorno non ci fosse stato quel lutto?

COPA DEL REY 1981 E LA DOPPIETTA DI QUINI AGLI “AMICI” DEL GIJON

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Schuster e Quini con la Copa del Rey – da lavozdeasturias.es

articolo di Nicola Pucci

Gijon è una ridente cittadina delle Asturie, che si affaccia sul Golfo di Biscaglia, e che in Spagna è nota per esser sede non solo di raffinerie di petrolio, il che ne fa la sua fortuna, ma anche di esser stata eletta da Luis Sepulveda come sua residenza europea. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta conobbe anche gloria calcistica, grazie alle prodezze di Enrique Castro Quini, uno dei bomber più prolifici del calcio iberico, che trascinò la squadra ad alcuni piazzamenti di prestigio in campionato, ad esempio il secondo posto del 1979 alle spalle del Real Madrid ed il terzo dell’anno dopo, ancora una volta dietro ai “merengues” e alla Real Sociedad.

Il 1981, altresì, è una stagione particolare per Quini, che ha lasciato l’estate precedente lo Sporting Gijon attratto dai denari e dal prestigio del Barcellona, che abbisogna di un attaccante di grido per tornare a far sua la Liga che manca dal 1974 quando Crujiff era la stella incontrastata e Rinus Michels l’impareggiabile guida tecnica. E Quini, sotto porta, ci sa proprio fare, se è vero che nei dodici anni di permanenza nelle Asturie ha segnato 214 reti, risultando “Pichichi” proprio nel 1974 con 20 reti, nel 1976 con 21 reti e nel 1980 con 24 reti.

A Barcellona Quini non pare pagar dazio al cambio di casacca e all’acclimatamento in una grande metropoli, se è vero che la squadra catalana diretta da Helenio Herrera è saldamente in corso per la vittoria finale in campionato, da disputarsi in un arrivo in volata con Real Sociedad, Real Madrid, Atletico Madrid e Valencia. Il 1 marzo, però, accade un fatto clamoroso, ancorchè increscioso: Quini, dopo esser stato protagonista con una tripletta nel 6-0 rifilato all’Hercules che consente al Barcellona di rimanere a due lunghezze dall’Atetico Madrid capolista, avversaria la settimana dopo nello scontro diretto, viene rapito da tre uomini che lo tengono prigioniero per 25 giorni. In questo lasso di tempo i “blaugrana” lasciano per strada ogni chances di far loro il titolo, incamerando solo un punto in quattro partite, e seppur una volta ritrovata libertà e tornato in campo Quini sia decisivo con 20 reti che gli regalano per la quarta volta il trofeo di “Pichichi” del torneo.

Vabbè, il campionato è andato, così come qualche mese prima era svanito il sogno in Coppa Uefa con un clamoroso 0-4 casalingo con i tedeschi del Colonia dopo l’1-0 in trasferta firmato proprio da Quini. Ma c’è ancora un traguardo stagionale da inseguire, ed è la Copa del Rey che vede il Barcellona camminare sicuro contro il Lleida (2-1 e 5-1), il Barakaldo (2-0 e 1-1), il Castilla (5-3 4-1) e il Rayo Vallecano (3-0 e 3-1), prima del doppio confronto in semifinale con l’Atletico Bilbao (2-0 e 2-1), che spalanca ai catalani le porte della finalissima.

E chi c’è il 18 giugno 1981 allo Stadio Vicente Calderon di Madrid, a contrastare il Barcellona che insegue il 19esimo titolo (!!!) in 25 finali di Copa del Rey? Ovviamente lo Sporting Gijon, che ha fatto fuori Turon, Ponferradina e Levante prima di realizzare l’impresa con il Real Madrid ai quarti, battuto 3-2 al Santiago Bernabeu dopo l’1-1 della sfida di andata. Il 2-0 casalingo contro il Siviglia, protetto poi con lo 0-0 in Andalusia, regala agli asturiani la prima finala della propria storia, curiosamente senza più il suo giocatore più rappresentativo di sempre, trovandoselo invece davanti come nemico all’atto decisivo.

In effetti la sfida è eccitante, e Vicente Miera, che dopo l’esperienza di un anno all’Espanol è tornato a Gijon per guidare una squadra sulla cui panchina si è già seduto dal 1976 al 1979, vuol provare a ripetere l’impresa già riuscita in campionato, quando le reti di Ferrero ed Aguilar permisero ai biancorossi di avere la meglio per 2-1, anche se poi al ritorno Quini non ebbe pietà degli ex-compagni con la doppietta che valse il 3-1. Ma il bello deve ancora venire.

In finale l’allenatore del Gijon si affida all’inventiva di “El Torito” Uria, francobollato da Zuviria per un duello che si annuncia entusiasmante, e alla rapidità in attacco dell’argentino Enzo Ferrero, che in campionato ha segnato 15 reti, ben assistito da Abel, altrettanto prolifico con 13 reti, con Maceda a comandare la difesa. Quini è ovviamente il terminale offensivo più temuto, con il danese Simonsen, pallone d’oro nel 1977, libero di spaziare lungo tutto il fronte d’attacco nonostante Cundi lo segua come un’ombra, e il tedesco Schuster, gran protagonista della vittoria della Germania agli Europei in Italia del 1980, in cabina di regia. Insomma, per un tempo le due avversarie si equivalgono, con il Barcellona che in principio prova ad approfittare dell’iniziale nervosismo degli asturiani non certo abituati all’importanza di un match di finale, e il Gijon che piano piano esce dal guscio, consapevole della forza dei suoi giocatori offensivi, sempre in grado di produrre gioco e mettere in difficoltà la retroguardia blaugrana. Ma l’intervallo è vicino e il risultato pare dover essere ancora in equilibrio, ancorato allo 0-0 di partenza.

Pare… perchè proprio all’ultimo minuto Quini, fin a quel momento assente dal match ma al solito pronto a piazzare la zampata del bomber di razza, è abile nel farsi trovare pronto all’appuntamento per battere Rivero, forse in dubbia posizione di fuorigioco, e firmare l’1-0. Miera non si arrende di certo, lascia Cundi negli spogliatoi e ad inizio ripresa presenta al suo posto Pedro, decisamente più votato all’attacco, e la mossa sortisce gli effetti sperati al 50′ quando Maceda, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, infila Artola per l’1-1 che ristabilisce la parità.

Il Barcellona accusa il colpo, il Gijon crede all’impresa e la sfida diventa vibrante. Pedro, cuore asturiano autentico, avrebbe voglia di infierire sulla blasonata avversaria, e l’appoggio dei 50.000 spettatori presenti sugli spalti che palesemente tifano per i biancorossi sembra poter produrre la sorpresa.

Sembra… perchè dall’altro parte c’è sempre lui, Quini, che se è chiamato a buttarla dentro non si fa certo pregare. Ed ancora una volta, insensibile all’antica amicizia, al 59′ il “Pichichi“, con Redondo a terra, non perdona, battendo Rivero in uscita e portando di nuovo avanti il Barcellona. E quando poco dopo Esteban, a chiusura di un’azione personale, affonda nella difesa rivale e firma il 3-1 che sarà poi definitivo, il Gijon potrebbe ritenersi definitivamente al tappetto.

Potrebbe… perchè i ragazzi di Miera hanno l’occasione della vita, attesa da quel 1905 quando il club venne fondata, e tanto vorrebbero poter riaprire la partita. Ma, dopo alcune buone chances, il tiro di Joaquin si infrange sul palo ad Artola battuto e su quel legno, anche, si spengono i sogni di vittoria degli asturiani.

Il successo arride al Barcellona e Quini il giro d’onore, con la coppa tra le mani, può finalmente farlo. Ma non ditelo dalle parti di Gijon, perchè quella sera il “Pichichi” indossava la maglietta sbagliata…

IL PRIMO QUINQUENNIO VINCENTE DELLA JUVENTUS 1931-’35

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La Juventus Campione d’Italia 1934 – da wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Quando, il 6 ottobre 1929, si disputa la prima giornata del Campionato di Serie A a girone unico, con ciò dando ufficialmente l’addio al cosiddetto “periodo pionieristico” del nostro Calcio – anche se, ad onor del vero, già dal 1926 le varie compagini disputavano dei tornei, sia pur suddivise geograficamente, per poi dar vita alla fase finale per l’assegnazione dello Scudetto – il relativo Albo d’Oro vede al comando il glorioso Genoa con 9 titoli – da quello inaugurale del 1898 all’ultimo, conquistato nel 1924, occasione in cui, per la prima volta, viene cucito sulle maglie della squadra vincitrice il “triangolino tricolore” – seguito dall’altrettanto gloriosa Pro Vercelli a quota 7 e che aveva chiuso con la vittoria nel 1922 la sua epoca vincente.

A debita distanza, seguono le “tre grandi del Calcio italiano”, con il Milan a tre titoli – ma, dopo quello conquistato nel 1907, dovranno passare ben 44 anni prima che i tifosi rossoneri possano nuovamente tornare a gioire – ed Inter e Juventus, assieme al Bologna a quota due ciascuna, con l’ultimo torneo prima della nuova formula appannaggio dei rossoblù del celebre centravanti Schiavio, vincitori della Finale contro il Torino, dopo che le due squadre avevano dominato i rispettivi gironi, i granata con 6 punti di vantaggio sul Milan ed i felsinei con addirittura 8 sulla Juventus.

Fatta questa succinta cronistoria dell’ante girone unico, il primo torneo, che vede schierate ai nastri di partenza 18 squadre, vede il trionfo dell’Ambrosiana-Inter, guidata in panchina dall’ungherese Arpad Weisz, le cui origini ebraiche lo porteranno alla tragica fine nel 19444 nel campo di concentramento di Auschwitz, e, soprattutto, sul rettangolo di gioco dal Balilla” Giuseppe Meazza, il quale si laurea altresì capocannoniere del campionato con ben 31 reti in 33 gare disputate.

E’ un torneo che l’Ambrosiana domina, ritrovandosi a quattro giornate dal termine in testa con 47 punti, ben 6 di vantaggio su Juventus e Genova (così costretto a ribattezzarsi per le leggi del regime dell’epoca), con il Torino quarto a quota 36, anche se i successivi tre turni vedono i nerazzurri milanesi doversi recare a Torino contro i granata e quindi ospitare, in rapida successione, Genova ed Juventus all’Arena di Milano.

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Giuseppe Meazza – da wikipedia.org

L’inaspettato crollo per 4-1 dell’Ambrosiana di fronte al Torino, fa rinascere qualche speranza in casa rossoblù, che nella stessa giornata eliminano la Juventus dal giro scudetto superandola a Marassi per 2-0, in vista dello scontro diretto del 15 giugno 1930 a Milano, nel quale, trascinato da un Levratto in giornata di grazia, il Genoa si porta in vantaggio dapprima per 2-0 e quindi per 3-1 prima che il non ancora 20enne Meazza, con una sua personale tripletta, certifichi il definitivo 3-3 che consegna di fatto lo scudetto ai nerazzurri, festeggiato la domenica successiva con il successo per 2-0 sulla Juventus, reti di Viani – sì proprio lui, il futuro tecnico e dirigente di successo degli anni ’50 e ’60 – e di Conti, guizzante ala destra della nostra Nazionale durante tutti gli anni ’20.

Già, la Juventus, di cui è difficile pensare che agli albori degli anni ’30 possa contare nella propria bacheca appena due soli titoli, nonostante possa già contare tra le sue file la prima “filastrocca” costituita dal “trio portiere più terzinicomposto da Gianpiero Combi, prodotto del vivaio, Virginio Rosetta – strappato alla Pro Vercelli nel ’23 dando vita ad un vero e proprio caso per lo stipendio di ben 50mila lire offerto al giocatore dalla dirigenza bianconera – ed Umberto Caligaris, acquistato dal casale nell’estate ’28.

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Il trio Combi, Rosetta, Caligaris – da juventus.com

Altrettanto forte è la linea offensiva, irrobustita, proprio nell’anno del girone unico, con l’arrivo di due oriundi argentini, la mezzala Renato Cesarini e la funambolica ala sinistra Raimundo “Mumo” Orsi, che già aveva fatto faville in patria con la divisa de “Los Diablos Rojos” dell’Independiente, ed in cui spende gli ultimi spiccioli di carriera il più celebre della nidiata dei Cevenini, Luigi, con un brillante passato interista.

Già dal 1924 divenuta di proprietà della famiglia Agnelli, con Edoardo, figlio del capostipite e fondatore della FIAT Giovanni, a rilevare l’incarico di Presidente da Gino Olivetti, la più famosa dinastia imprenditoriale dello stivale aveva, nei suoi primi sei anni al comando, potuto festeggiare la sola conquista del titolo nel 1926, ma, con i già ricordati innesti dei due fuoriclasse argentini, stava prendendo forma quella formazione che, per un lustro, dominerà la scena nazionale.

Il primo, importante passo, avviene con l’affidare la guida tecnica della squadra, al posto dello scozzese William Aitken, a Carlo Carcano, non ancora 40enne varesino con un passato da mediano con l’Alessandria, condotta l’anno prima ad un più che dignitoso sesto posto in campionato, nonché fautore, assieme a Vittorio Pozzo, di cui è amico e con il quale collabora in occasione dei Mondiali del ’34 in Italia, dello schema tattico denominato “Metodo”, applicato dal tecnico austriaco Hugo Meisl, per 25 anni alla guida della Nazionale del suo Paese.

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Giovanni Ferrari – da wikimedia.org

Ma c’era una lacuna da colmare, dal punto di vista della rosa, vale a dire trovare un giocatore che facesse da trait d’union tra una difesa ben organizzata ed un attacco eccessivamente offensivo, con elementi poco propensi al sacrificio, ed ecco che tale falla viene colmata con l’inserimento a centrocampo di Giovanni Ferrari, consigliato dallo stesso Carcano avendolo allenato l’anno precedente all’Alessandria, il quale incarna il ruolo del primo vero regista del Calcio italiano, dotato di tecnica sopraffina e, soprattutto, di una visione di gioco che non ha eguali all’epoca, tanto che Ettore Berra così lo celebra su “Il Calcio Illustrato”: “Ferrari è, non solo il miglior giocatore della sua generazione, ma è l’uomo che insegna a tutti come si giochi per la squadra e non solo per il proprio tornaconto, come si inizi un’azione e come ci si comporti negli sviluppi della stessa”, in pratica una manna per Cevenini, Orsi e Munerati, là davanti.

Al centro dell’attacco, la Juventus rileva dal Padova il non più giovane Giovanni Vecchina, il quale in ogni caso, ben supportato da cotanto “ben di Dio”, fornisce il suo contributo di 16 reti alla conquista del titolo, che la Juventus si aggiudica con 55 punti e 4 di vantaggio sulla Roma, frutto di ben 25 vittorie, 5 pareggi e solo 4 sconfitte, di cui una, clamorosa, alla 22esima giornata, per 0-5 sul vecchio campo del “Testaccio” proprio contro i giallorossi capitanati da Fulvio Bernardini, evento talmente epico da costituire la trama di un film.

Per una sorta di “contrappasso dantesco”, la matematica certezza del primo scudetto targato Carcano giunge alla penultima giornata restituendo il favore dell’anno precedente all’Ambrosiana, sconfitta per 1-0 con rete al 38’ di Orsi, rendendo vano il successo esterno della Roma sul campo del Milan.

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La Juventus Campione nel ’31 – da wikipedia.org

Ma se uno degli adagi che recita “l’appetito vien mangiando” ben si appropria ad una squadra di calcio, questa è proprio la Juventus, le cui fameliche fauci si rendono conto che stanno per addentare un boccone sempre più grosso e, soprattutto, che hanno la possibilità di scrivere una pagina importante nella Storia del Football italiano.

Ed ecco che allora, a sostegno delle geometrie di Ferrari in fase di impostazione – il quale, peraltro, non disdegna neppure la conclusione personale, come dimostra il fatto di essere sempre andato ampiamente in doppia cifra nei suoi primi quattro anni in bianconero, a suggello della completezza del giocatore – sbarca in Italia, reduce dal primo Mondiale disputatosi in Uruguay nel ’30 e vinto dai padroni di casa per 4-2 in Finale sull’Argentina, un altro perno nello scacchiere del “Metodo” e che va a ricoprire il ruolo di centromediano, vale a dire l’oriundo argentino Luisito Monti, non proprio un filiforme – visto che anche in Sudamerica è soprannominato “Doble Ancho”, più o meno traducibile con “armadio a due ante” – ma che costituisce una insormontabile diga davanti alla difesa, ben supportato a lato da un altro neoacquisto, il mediano Bertolini, anch’egli, guarda caso, proveniente dall’Alessandria.

Con il centrocampo organizzato “a sua immagine e somiglianza”, Carcano può guidare la squadra dalla panchina con il pilota automatico, avendo peraltro necessità di richiamare all’ordine i suoi in occasione di due passi falsi nel corso del girone di andata – consueto stop, alla quinta giornata, sconfitta per 0-2 a Roma contro i giallorossi con doppietta di Bernardini e, più inatteso, flop casalingo il 27 dicembre ’31 rispetto alla Lazio, che si porta sul 2-0 quando non è ancora trascorso il 10’ per poi far sua la gara per 2-1 – che si conclude con capolista uno straordinario ed imbattuto Bologna, capace di conquistare 29 punti con 12 vittorie e 5 pareggi, con i bianconeri a tre lunghezze di distacco.

Avendo pareggiato per 1-1 il match di andata al “Littoriale” in programma all’11esima giornata, i bianconeri giungono alla sfida nel ritorno dopo aver operato il sorpasso due settimane prima, in virtù della rocambolesca sconfitta dei felsinei per 3-4 (doppietta in 2’ di Serantoni tra il 74’ ed il 75’ a rovesciare il 3-2 a favore dei rossoblù) sul campo dell’Ambrosiana e contemporaneo successo juventino per 4-2 sulla Triestina, con le due squadre che scendono in campo l’1 maggio ’32 a Torino divise da un sol punto (41 a 40) a favore dei ragazzi di Carcano.

E’ un Bologna che può contare in attacco sull’apporto di Maini e Reguzzoni, nonché, in particolare, del centravanti Schiavio – che, a fine stagione, divide il titolo di capocannoniere con il viola Petrone, entrambi a quota 25 – e ben deciso a vender cara la pelle, visto che al riposo si trova in vantaggio per 2-1 grazie ai centri proprio di Maini e Schiavio, intervallati dal provvisorio pareggio di Orsi su rigore, prima che sia il meno celebrato dei bianconeri, il già citato Vecchina, ad incaricarsi di ribaltare il punteggio nella ripresa, con una doppietta per il 3-2 finale che significa scudetto, poi raggiunto a quota 54, con Orsi miglior realizzatore con 19 centri, ben affiancato da Ferrari con 17, Vecchina 15 e Munerati 14, a conferma di un gioco di squadra che non ha confronti.

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La Juventus campione nel 1932 – da wikipedia.org

All’epoca, Juventus e Bologna sono, assieme all’Ambrosiana, la migliore espressione del nostro calcio, esportata anche all’estero, raggiungendo le stesse le semifinali dell’allora importante “Mitropa Cup” – in un certo senso antesignana della successiva Coppa dei Campioni, in quanto vi militano formazioni di Italia, Austria, Cecoslovacchi ed Ungheria, basta vedere l’esito dei Mondiali del 1934 e ’38 – che si disputano nell’estate ’32, con i bianconeri che schierano il neo acquisto Pietro Sernagiotto, proveniente dal Brasile.

Subita una pesante sconfitta per 0-4 a Praga contro lo Slavia il 6 luglio, quattro giorni dopo i bianconeri si portano sul 2-0 all’intervallo nel match di ritorno, ma l’atteggiamento rinunciatario ed ostruzionistico dei giocatori cecoslovacchi indispettisce a tal punto il pubblico che inizia a lanciare sassi in campo, uno dei quali colpisce il celebre portiere Planicka, facendo sì che i giocatori dello Slavia abbandonino in campo, restando poi chiusi per ore negli spogliatoi, salvati dall’intervento delle forze dell’ordine contro una folla inferocita, con il risultato che entrambe le squadre vengono escluse dal torneo che il Bologna, vincitore sul First Vienna nell’altra semifinale, così si aggiudica senza colpo ferire.

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Felice Placido Borel – da wikipedia.org

Quella delle competizioni europee sembra proprio una maledizione sul capo della compagine bianconera che, come avverrà anche nel seguito della sua gloriosa storia, trova riscatto in campionato, con l’edizione 1932-’33 dominata senza eccessivi patemi e la cui più lieta notizia è data dall’esplosione di un 18enne attaccante con le stimmate juventine portate indosso sin dalla nascita, in quanto figlio di uno dei pionieri della Juventus, tal Ernesto Borel, il cui rampollo Felice Placido, detto “Farfallino” per l’agilità e l’eleganza delle sue movenze, mette a segno qualcosa come 29 reti in sole 28 presenze, una in più di Schiavio e che gli valgono il titolo di massimo goleador per il terzo titolo bianconero consecutivo, con 54 punti rispetto ai 46 dell’Ambrosiana giunta seconda ed un’invidiabile differenza reti, con 83 a favore ed appena 23 subite, a dimostrazione della forza della difesa ben presidiata da Monti.

Se è pur vero che tradizione vuole una Juventus penalizzata in campo europeo, è altrettanto acclarato come una Nazionale vincente non possa fare a meno dei talenti bianconeri, ed il primo a testimoniare questa costante è Vittorio Pozzo che, affiancato dal fido Carcano, convoca per i Mondiali di Roma ’34 ben 9 giocatori che, un mese prima si sono aggiudicati il loro quarto titolo consecutivo, impresa sino ad allora mai compiuta da nessun altro Club.

Come spesso accaduto nella storia della compagine juventina, un titolo vinto di rincorsa, visto a che a metà percorso è l’Ambrosiana a guidare il gruppo con 26 punti rispetto ai 23 dei bianconeri, mentre il Bologna, handicappato da un infortunio a Schiavio che lo tiene fuori per quasi metà campionato, esce subito di scena, ed il sorpasso si compie a quattro turni dal termine, il 15 aprile ’34, quando i nerazzurri cadono a Firenze per 0-1 (rete proprio dell’ex Viani, vatti a fidare degli amici …) e la Juventus travolge per 4-1 la Lazio, concludendo l’annata – fatalmente compressa data la concomitanza con il Mondiale – a quota 53 e con Borel a confermarsi capocannoniere con addirittura 32 reti in 34 partite.

Borel fa parte, assieme a Combi, Rosetta, Caligaris, Monti, Varglien, Bertolini, Ferrari ed Orsi, dei convocati di Pozzo per il primo Mondiale disputato dagli Azzurri, ma il Commissario Tecnico, fedele ad alcuni suoi principi, gli preferisce il più esperto Schiavio, così come del celebre trio difensivo resta il solo Combi – peraltro anch’egli subentrato al titolare Carlo Ceresoli, infortunatosi ad un braccio durante la preparazione – con Monzeglio ed Allemandi a rimpiazzare Rosetta e Caligaris, ma il motore della squadra poggia sul centrocampo bianconero, orchestrato da Monti Bertolini e Ferrari, così come in attacco Pozzo non rinuncia ad Orsi, il quale sigla a 9’ dal termine, la fondamentale rete che manda l’Italia ai supplementari nella Finale contro la Cecoslovacchia di Planicka, poi risolta da una rete di Schiavio.

Con l’orgoglio del titolo iridato, i bianconeri affrontano in estate la Mitropa Cup, arrivando ancora una volta in semifinale, dove gli austriaci dell’Admira Vienna si dimostrano un ostacolo insormontabile per la Juventus, sconfitta 1-3 all’andata ed incapace di andare oltre il 2-1 casalingo al ritorno disputato il 29 luglio 1934, data importante in quanto segna l’ultima partita disputata da Gianpiero Combi, il quale pone fine alla sua carriera dopo 351 gare di solo campionato quale estremo difensore.

L’abbandono di Combi apre la strada ad una serie di avvenimenti che, di fatto, pongono fine al “quinquennio bianconero”, unitamente al logorio della “vecchia guardia” visto che anche Rosetta e Caligaris hanno abbondantemente superato la trentina, così come Monti ed Orsi, ed i soli innesti di Valinasso in porta, Foni e Depetrini in difesa e Serantoni a centrocampo non sono sufficienti a garantire quell’aurea di imbattibilità degli anni precedenti.

Come non bastasse, il 9 dicembre ’34, dopo la disputa dell’ottava giornata, con la Juventus seconda in classifica a due punti dalla Fiorentina, scoppia, clamoroso, il “caso Carcano”, con l’allenatore allontanato, ufficialmente per “motivi personali”, ma in realtà si erano fatte troppo insistenti le voci di una presunta omosessualità del tecnico, circostanza intollerabile in epoca fascista, con alcuni dirigenti a denunciare al Presidente Edoardo Agnelli tali ambiguità di rapporti, specie nei confronti di un giovane sudamericano, ed il massimo dirigente si assume la decisione di sostituirlo con Carlo Bigatto, ex bandiera bianconera.

In quest’ultimo torneo, viene fuori un’altra delle caratteristiche che più hanno marcato la storia del club bianconero, vale a dire quella voglia di non arrendersi mai, di cercare sempre la vittoria anche quando si è oramai “a pancia piena” come nel caso di giocatori pluricampioni e molti dei quali altresì con il titolo mondiale in tasca, ma questa loro tenacia viene infine premiata proprio all’ultima giornata, affrontata alla pari con l’Ambrosiana a quota 42 punti (il torneo si era nel frattempo ridotto a 16 squadre …) e decisa in virtù del successo per 1-0 con rete di Ferrari a 9’ dal termine sul campo della Fiorentina, mentre i nerazzurri, non ci crederete, cadono a Roma contro la Lazio e proprio per 4-2, anticipando così di 67 anni il tragico (da un punto di vista sportivo, s’intende …) esito 5 maggio ’02 per i tifosi della beneamata.

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Il Presidente Edoardo Agnelli – da wikipedia.org

I bianconeri hanno un’ultima possibilità di abbinare ai trionfi sulla penisola un alloro europeo arrivando nuovamente in semifinale della Mitropa Cup per affrontare i cecoslovacchi dello Sparta Praga, ma proprio alla vigilia della gara di andata nella capitale boema, vengono raggiunti dalla ferale notizia della scomparsa, il 14 luglio ’35, in un incidente aereo a soli 43 anni, di Edoardo Agnelli, così gettando nello sconforto più completo la squadra che soccombe per 0-2 ed anche se al ritorno si impone per 3-1 anche sulla scia emotiva, il match di spareggio non ha storia, con i cechi che si affermano per 5-1.

Il peggior modo per far calare il sipario sulla prima squadra leggendaria del nostro calcio, che torna a conquistare un titolo solo nel 1950, guarda caso dopo che, tre anni prima, un altro componente della famiglia Agnelli, l’Avvocato Gianni, figlio di Edoardo, era tornato alla Presidenza del Club, mentre il “dimenticato” Carcano, resta, con il 69% di percentuale di vittorie, l’allenatore con il miglior score nella ultra centenaria storia della società bianconera, insidiato in quest’ultima fase da Allegri, ma in questo caso il capitolo non è ancora concluso …

 

ERNST HAPPEL, IL GIRAMONDO INVENTORE DEL CALCIO TOTALE

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Ernst Happel coi trofei del 1983 vinti ad Amburgo – da spiegel.de

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’70, il mondo pallonaro si innamora del nuovo verbo predicato dall’Ajax Amsterdam di Giovannino Cruijff e trasmigrato in Nazionale nella celebre “Arancia meccanica che sbalordisce ai Campionati del Mondo di Germania ’74 solo per arrendersi in Finale ai padroni di casa, il merito di questa rivoluzionaria maniera di stare in campo viene attribuito al tecnico batavo Rinus Michels, che siede sulla panchina orange dopo aver guidato i “Lancieri” alla conquista della loro prima Coppa dei campioni nel ’71 e rilanciato il Barcellona ai vertici del calcio spagnolo nella sua successiva esperienza in terra iberica.

Non è uomo di molte parole e che ama la ribalta mediatica, Ernst Happel, allenatore austriaco il quale preferisce di gran lunga i fatti ed i responsi del campo ai discorsi di circostanza e tantomeno alle polemiche che, nel calcio come in ogni altro sport, valgono meno di zero rispetto agli albi d’oro ed ai palmarès, e quindi abbozza, proseguendo sulla sua strada di tecnico di valore assoluto già intrapresa da oltre 10 anni e che deve ancora essere lastricata di ulteriore gloria e successi.

Happel nasce a Vienna il 29 novembre 1925 ed entra a far parte del settore giovanile del Rapid Wien con cui debutta a 17 anni per poi disputarvi l’intera carriera – fatta salva una parentesi di due anni al Racing Club di Parigi – sino al ritiro, nel 1959 a 34 anni, potendo vantare la conquista di sei titoli nazionali e la coppa vinta nel 1946.

Gioca da difensore, Happel, ma già nei suoi anni da calciatore dimostra una statura diversa dal prototipo dell’epoca, non limitandosi a stroncare le iniziative avversarie, bensì ad impostare l’azione grazie ad un’abilità nel palleggio ed ad una visione di gioco inusuale, tanto da diventare in poco tempo il beniamino dei tifosi che assiepano le tribune del celebre stadio “Prater” i quali gli affibbiano due soprannomi che da soli sono più che sufficienti a definirne le caratteristiche, vale a dire “Achille” per il fisico statuario e la combattività mostrata in campo e “Mago” per la qualità delle sue giocate.

E, nel momento del bisogno, Happel non disdegna neppure di andare a segno e non solo in quanto deputato alla trasformazione dei calci di rigore – un suo penalty realizzato al 90’ della Finale contro i connazionali del Wacker certifica il 3-2 con cui il Rapid si aggiudica la Mitropa Cup ’51 – come dimostrato nella gara di ritorno degli ottavi della Coppa dei Campioni ’57, svoltasi il 14 novembre ’56 al Prater contro il Real Madrid detentore del trofeo.

La partita di andata si era conclusa sul punteggio di 4-2 per i “blancos” (doppiette di Di Stefano e Marcial), nettamente favoriti per il passaggio del turno, e potete pertanto immaginarvi lo stupore, primi fra tutti dei 60mila che gremiscono gli spalti del Prater, allorché a primo tempo non ancora concluso il risultato è completamente ribaltato grazie ad una tripletta messa segno proprio da Happel (di cui una sola rete su rigore …), il che costringe Di Stefano agli straordinari per siglare nella ripresa il punto dell’1-3 che manda le due squadre – all’epoca non vigeva la norma delle reti segnate in trasferta – allo spareggio, poi vinto dal Real Madrid per 2-0.

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Happel in Nazionale ai Mondiali ’58 – da orf.at

Conclusa l’attività agonistica – che lo vede anche disputare 51 partite con la maglia della Nazionale, venendo selezionato per i Mondiali di Svizzera ’54 (che l’Austria conclude al terzo posto) e di Svezia ’58 – Happel viene nominato Direttore Sportivo del Rapid, visto che sulla panchina siede da due anni il suo ex compagno di squadra Robert Korner, il quale aveva dato l’addio al calcio giocato nel ’57, un incarico indubbiamente di prestigio, ma che non consente all’ex difensore di poter esprimere il proprio credo calcistico che, nel frattempo, sta maturando nella sua mente.

Ed ecco che allora, fedele a quella che sarà poi in seguito la sua caratteristica di “eterno giramondo” – od anche “Zingaro della panchina”, avendo riferimento non certo alle sue origini, bensì al fatto di non aver fissa dimora quanto a tecnico – Happel emigra in Olanda alla guida dell’ADO Den Haag, terreno fertile per poter mettere in pratica le proprie concezioni tattiche, e che, comunque, conduce sin dalla prima stagione alla Finale della Coppa nazionale (persa 0-3 contro il Willem II) per poi ottenere lusinghieri piazzamenti (terzo nel 1965 e ’66, quarto nel ’67 e ’68) in Campionato, sino alla perla della conquista della Coppa d’Olanda nel ’68, sconfiggendo in Finale per 2-1 proprio l’Ajax che con Michels alla guida è da tre anni campione nazionale.

Ed è in virtù di questo successo che la dirigenza del Feyenoord – Club di Rotterdam ed acerrimo rivale dei biancorossi di Amsterdam – si convince ad affidarne la panchina al tecnico austriaco, in previsione dell’impegno in Coppa dei Campioni, competizione che, a dispetto della semifinale raggiunta nel ’63 (e sconfitto dal Benfica di Eusebio & C.), aveva visto gli olandesi ingloriosamente eliminati al primo turno sia nel ’62 che nel ’66.

Compito senza alcun dubbio gravoso, ma ben lungi dallo spaventare un soggetto quale Happel a cui anzi non sembra vero di poter mettere in pratica il proprio credo costituito dalla difesa a zona, accorciamento delle distanze tra i reparti e continuo movimento tendente ad occupare ogni zona del campo, con una squadra dalla maggior caratura e qualità tecnica.

Affidata – a sua immagine e somiglianza, ricordando i tempi da giocatore al Rapid Wien – la regia difensiva al capitano ed esperto difensore centrale Rinus Israel e potendo contare a centrocampo sulla potenza e la classe di Wim van Hanegem, Happel inizia l’avventura europea travolgendo (12-2 e 4-0) i malcapitati islandesi del KR Reykjavik, per poi ricevere un dono sgradito dall’urna che vede il Feyenoord abbinato negli ottavi ai Campioni in carica del Milan, capitanati dal prossimo Pallone d’Oro Gianni Rivera.

Ma, se si vuole puntare in alto, si deve essere pronti a superare qualsiasi ostacolo e, difatti, dopo aver contenuto il passivo sullo 0-1 nella gara di andata in un San Siro semivuoto – a testimonianza dello scarso appeal di cui la compagine olandese al tempo godeva – una rete di Jansen in apertura del match di ritorno al “de Kuip” pareggia i conti ed il sigillo di van Hanegem a 9’ dal termine sancisce l’eliminazione dei rossoneri dal torneo e dà altresì l’inizio ad una sorta di “maledizione” per gli italiani ogni qualvolta incontrano il tecnico austriaco.

Superato lo scoglio più difficile, il Feyenoord giunge all’appuntamento conclusivo, che fa tornare gli olandesi a San Siro – stavolta ben più gremito, con oltre 53mila spettatori sugli spalti – per affrontare i temibili scozzesi del Celtic Glasgow, da cinque anni campioni nazionali e già vincitrici del trofeo nel ’67 ai danni dell’Inter.

Gara dura, nervosa che Happel indirizza nel giusto binario dopo il “botta e risposta” alla mezz’ora del primo tempo siglato da due difensori (vantaggio di Gemmell per il Celtic al 30’, replica di Israel 2’ dopo), contenendo la maggior forza fisica degli scozzesi e, con l’incontro andato ai tempi supplementari, estraendo dal cilindro la classe cristallina dello svedese Ove Kindvall che, a 3’ dal termine dei prolungamenti, supera con un tocco delizioso il portiere avversario per il punto del definitivo 2-1 che porta per la prima volta sul trono d’Europa una formazione olandese.

Vittoria che spiana la strada ai successivi trionfi dell’Ajax indicando loro il percorso da compiere – anche se dall’alto della loro alterigia mai lo ammetteranno – ed a cui Happel fa seguire il successo nella Coppa Intercontinentale, uscendo indenne dalla “Bombonera” di Buenos Ayres di fronte ai tristemente famosi argentini (chiedere al Milan per referenze …) dell’Estudiantes dopo essere riuscito a rimontare uno svantaggio di due reti, per poi chiudere il conto con l’1-0 al ritorno, nonché la conquista del Campionato olandese 1971.

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Happel con Coppa Campioni ed Intercontinentale – da altervista.org

Oramai l’impronta sul calcio olandese è data, e per Happel si prospettano nuove sfide, accettando l’offerta del Siviglia, all’epoca militante in Seconda Divisione, al solo scopo di confrontarsi con una nuova realtà ed acquisire ancora maggiore esperienza e, dopo aver condotto il club andaluso alla Promozione nella Liga del ’75, ecco il ritorno nelle Fiandre per assumere la guida del club belga del Bruges.

Già, il Belgio, quella Nazionale da molti definita “la brutta copia dell’Olanda” con quel suo pressing asfissiante, un’applicazione ferrea della tattica del fuorigioco in difesa e contro la quale l’Italia non riesce a venire a capo durante i Campionati Europei ’80 che i “Diavoli rossi” perdono solo all’ultimo minuto in Finale contro la Germania, da dove credete che abbia preso spunto, se non dalla ragnatela ideata da Happel nei suoi tre anni in cui siede sulla panchina del Bruges e, non a caso, coincidenti con altrettanti titoli nazionali.

E’ il triennio in cui la rivale storica dell’Anderlecht giunge consecutivamente ad altrettante Finali di Coppa delle Coppe – facendo suo il trofeo nel ’76 (4-2 al West Ham) e nel ’78 (4-0 all’Austria Vienna), venendo viceversa sconfitto per 0-2 dall’Amburgo nel ’77 – ma Happel non è certo da meno, considerato che il suo Bruges partecipa alle ben più competitive Coppa Uefa ’76 e Coppa dei Campioni nei due anni successivi.

Sfortuna vuole che i belgi trovino sul loro cammino il formidabile Liverpool che nello stesso arco di tempo conquista le rispettive Coppe (Uefa nel ’76 e Campioni nel ’77 e ’78), ma in due circostanze all’appuntamento decisivo deve vedersela proprio con la “Banda Happel” che, nel frattempo, continua a mietere vittime tricolori.

Nell’edizione ’76 della Coppa Uefa, difatti, devono cedere le armi sia la Roma agli ottavi (doppio 0-1 in casa e trasferta) che il Milan ai quarti (sconfitta 0-2 in terra fiamminga e rete di Hynderyckx ad annullare la rimonta rossonera al ritorno firmata da Bigon e Chiarugi) prima che Happel vada vicino a compiere il suo capolavoro nella gara di andata della Finale disputatasi ad Anfield e che vede il Bruges portarsi sul 2-0 dopo meno di un quarto d’ora, solo per essere rimontato nello spazio di 6’ all’altezza dell’ora di gioco da un tris firmato da Ray Kennedy, Case e Keegan su rigore in fronte ad una “Kop” delirante, con ancora Keegan a siglare su punizione la rete dell’1-1 al ritorno che consegna al Liverpool la seconda Coppa Uefa della loro storia.

Altra vittima illustre cade nella rete di Happel nell’edizione ’77 della Coppa dei Campioni, sotto forma del Real Madrid, eliminato agli ottavi, per poi subire analoga sorte da parte del Borussia Monchengladbach ai quarti, evitando così di ripetere la Finale contro il Liverpool (che piega per 3-1 proprio i tedeschi allo Stadio Olimpico di Roma) che, viceversa, si ripropone l’anno successivo a Wembley, dopo che in semifinale era toccato stavolta alla Juventus subire la “dura legge di Happel, venendo eliminata con un 2-0 ai supplementari che ribalta lo 0-1 dell’andata al Comunale di Torino.

Nello stadio londinese, il Bruges riesce a disorientare i campioni in carica per oltre un’ora prima che il nuovo idolo Kenny Dalglish (che in estate aveva preso il posto di Keegan, trasferitosi all’Amburgo) trovi lo spiraglio giusto per scardinare il muro difensivo predisposto dal tecnico viennese e consegni al Liverpool la seconda Coppa Campioni consecutiva, ma le imprese del Bruges e del suo allenatore non passano certo inosservate nel resto del Continente, tanto da far ritenere alla Federazione olandese che possa essere lui l’uomo giusto per guidare l’anarchica selezione arancione in vista dei Mondiali di Argentina ’78.

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Happel sulla panchina dell’Olanda – da 11freunde.de

E’ un’Olanda in parte rifondata quella che sbarca in Argentina, con van Hanegem fuori per limiti di età e Cruijff per bizze varie, con Krol spostato da terzino a difensore centrale, ma che può sempre contare su giocatori del calibro di Neeskens ed Haan a centrocampo e di Rep e Rensenbrink in attacco, e che Happel conduce sapientemente alla Finale contro i padroni di casa, senza aver avuto pietà dei suoi connazionali austriaci – spazzati via per 5-1 nel secondo girone eliminatorio – e men che meno dell’Italia e dei suoi 9/11 di maglia bianconera che appena due mesi prima avevano subito identica sorte nella semifinale di Coppa Campioni.

Leggenda vuole che Happel, negli spogliatoi dello “Estadio Monumental” di Buenos Ayres, a pochi minuti dal fischio d’inizio della Finale mondiale, si sia rivolto ai suoi giocatori con le semplici parole “Signori, vinciamo …!!”, il che non è poi tanto incredibile se rapportato alla scarsa loquacità del personaggio e, del resto, solo il palo al 90’ colpito da Rensenbrink impedisce all’Olanda – che non aveva perso la testa dopo lo svantaggio iniziale formato da Kempes ed era giunta al pareggio con Nanninga all’81’ – di far suo il titolo, poi perso 3-1 ai supplementari – ed al tecnico austriaco di riuscire là dove Michels, quattro anni prima, aveva fallito.

Happel, dopo aver guidato per un biennio lo Standard Liegi, approda in Germania nell’estate ’81 per sedersi sulla panchina del miglior Amburgo della storia dai tempi del mitico Uwe Seeler, e, manco a dirlo, centra subito una doppia affermazione in Bundesliga nel 1982 ed ‘83 con una compagine che ha nel portiere Uli Stein, nel terzino fluidificante Manfred Kaltz, nel regista Felix Magath e nell’attaccante Horst Hrubesch i suoi punti di forza.

Ma ad Happel i successi nazionali contano relativamente, è l’Europa quella con cui vuole confrontarsi ed anche con l’Amburgo raggiunge al primo tentativo la Finale di Coppa Uefa ’82 (stavolta senza alcun scalpo nostrano …) contro gli svedesi dell’IFK Goteborg guidati da Sven Goran Eriksson, commettendo per una volta l’errore di una gara rinunciataria nel match di andata in Svezia, venendo punito da una rete di Holmgren a 3’ dal termine, per poi subire il micidiale contropiede svedese al ritorno, concluso con un netto 3-0 per la formazione di Eriksson.

Una lezione di cui Happel tiene conto nell’affrontare, l’anno seguente, la ben più prestigiosa Coppa dei Campioni, manifestazione in cui giunge per la terza volta in Finale per affrontare la favorita Juventus, forte dell’ossatura della Nazionale italiana Campione del mondo a Spagna ’82, irrobustita dalla presenza degli assi stranieri Platni e Boniek, e che ha compiuto un percorso da imbattuta, con ben 19 reti realizzate nelle 8 partite disputate, mentre i tedeschi fanno della difesa il loro punto di forza, con appena 5 reti subite.

Non è lecito sapere quanto abbia contribuito, nella testa e nelle gambe dei giocatori bianconeri e del loro tecnico Giovanni Trapattoni, la vista di Happel sulla panchina dei loro avversari per giustificare l’opaca prestazione nel match conclusivo di Atene, deciso da un beffardo tiro a spiovere di Magath dal vertice sinistro dell’area dopo appena 9’, una rete che ha il potere di far smarrire completamente l’orientamento ai campioni juventini e, di contro, fare il gioco dei tedeschi, la cui ragnatela fa sì che le occasioni per rimontare siano nulle o quasi, così che Happel diviene il primo tecnico – successivamente imitato da altri quattro allenatori, vale a dire Carlo Ancellotti, Ottmar Hitzfeld, José Mourinho ed Jupp Heynckes – a compiere l’impresa di aggiudicarsi la “Coppa dalle grandi orecchie” con due squadre diverse.

Con il passare degli anni, Happel avverte la nostalgia di casa ed eccolo allora – dopo aver salutato Amburgo con la conquista della DFB Pokal ’87 superando per 3-1 in Finale gli Suttgarter Kickers – accettare l’offerta di allenare lo Swarovski Tirol, con cui firma il contratto nell’estate ’87 e conduce alla doppietta Campionato/Coppa nazionale nel 1989 ed ad un secondo titolo nel ’90, classificandosi alla piazza d’onore nella Bundesliga austriaca nel ’91, divenendo così uno dei soli sei allenatori – gli altri sono Tomislav Ivic, Trapattoni, Mourinho, Ancellotti ed Eric Gerets – ad aver vinto il titolo di campione nazionale in almeno quattro Paesi diversi.

Perché un tale genio della panchina debba limitarsi a fornire il proprio contributo solo ad un Club devono esserselo chiesto i dirigenti della Federazione austriaca che, difatti, gli affidano la conduzione della Nazionale a gennaio ’92, incarico che Happel accetta – raccogliendo il grido di dolore del Presidente della “Fussball Bund”, Beppo Mauhart, e le pressioni addirittura del Cancelliere Franz Vanitzky – nonostante siano già presenti le avvisaglie del male che di lì a poco ne segna la fine.

Uomo, come più volte ricordato, di pochissime, ma dirette, parole, Happel non le manda a dire nella conferenza stampa di presentazione, con l’affermazione che “il calcio austriaco è caduto così in basso che non può che migliorare”, chiosando poi con il metodo da applicare, nel ribadire come “I miei quattro comandamenti sono sempre gli stessi, vale a dire, correre, correre, correre e disciplina”.

Comandamenti che Happel non fa in tempo a far assimilare ai suoi giocatori, visto che il tumore allo stomaco che lo affligge lo costringe a cicli di chemioterapia che ne deturpano il volto e ne modifichino tragicamente i lineamenti, ma ciò nonostante non abbandona sino all’ultimo il proprio impegno e quello sport che ama e che è stato tutta la sua vita, guidando per l’ultima volta la Nazionale il 28 ottobre ’92 nel successo interno per 5-2 su Israele – a sole due settimane dalla scomparsa, avvenuta il 14 novembre all’età di 67 anni – in cui è seduto sulla panchina del “Prater” che, dall’anno successivo, gli viene intitolato divenendo lo “Ernst Happel Stadion”.

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La lapide in memoria di Happel al “Prater” – da howlingpixel.com

Omaggio doveroso che la sua Vienna non poteva che riconoscere a colui che in quello stadio ha scritto pagine gloriose del calcio austriaco e che, non ha caso, è stato inserito al nono posto della “Classifica dei Migliori Allenatori” di ogni epoca, da parte della rivista specializzata “World Soccer”, anche se, “quel Rinus Michels” al secondo posto deve averlo, da lassù, un po’ contrariato.

JUAN ALBERTO SCHIAFFINO, LA PERFEZIONE DEL NUMERO 10

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Juan Alberto Schiaffino – da storiedicalcio.altervista.org

articolo tratto da Una questione di centimetri

Nel 1947 Carl Barks diede vita ad un personaggio dei fumetti, un personaggio amato dal pubblico, e inviso a suo nipote, l’eterno sfigato per eccellenza, Paperino Paolino. Il personaggio in questione, è apparso anche nelle riviste Forbes, come “Personaggio di fantasia” più ricco del mondo, carattere simile ad Ebenizer Scrooge, avido protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens. Paperon de’ Paperoni, era questo, un imprenditore, finanziere, manager, magnate e banchiere, ma tirchio fino al limite del sopportabile, e portato alla ribalta dal genio di Walt Disney. Nel suo modo di dar peso ai soldi, a noi italici viene facile accostarne le origini alla Liguria, esattamente a Genova. Nessun italiano dà più peso ai soldi di un genovese, una parsimonia elevata all’ennesima potenza.

Proprio dalla costa est di Genova, esattamente Levante, nei primi anni del 1900, Alberto, un uomo, di professione macellaio, come tanti altri, si imbarca su una nave direzione Sud America, per cercare quella fortuna del sogno americano. A Montevideo, mise le radici e la famiglia Schiaffino iniziò a parlare un misto di italiano e spagnolo, capibile, perché ridotto al minimo indispensabile. Il figlio Raul Gilberto, impiegato dell’ippodromo di Montevideo, sposa Maria Eusebia, una donna casalinga, che diede alla luce prima Raul e poi in una fresca Montevideo il 28 luglio del 1925 Juan.

Juan Alberto Schiaffino.

Il piccolo Juan era chiuso, introverso, testardo ed incline alle bizze ed ai colpi di testa, ma non disdegnava le sue due passioni: il calcio e le marachelle. Proprio per le sue marachelle, la madre le diede il nomignolo di Pepe, che poi ne caratterizzerà la sua vita. Pepe nella vita privata ed in campo. Sin dall’età di 8 anni si mise in mostra a Pocitos, dove si era trasferita la famiglia, nei campetti improvvisati, tanto che qualcuno si accorge delle sue capacità già spiccate. Le entrate in famiglia non bastano, e Juan inizia a lavorare come fornaio, commesso in cartoleria, e operaio in una fabbrica di alluminio.

Il Palermo, squadra fondata da siciliani trapiantati, lo fa giocare con i pari età, ma dopo essere passato dal Olimpia nel 1937, dove gioca ala destra, arriva la prima grande squadra: il Nacional. Qui vi gioca fino all’estate del 1943, quando suo fratello Raul, già da due anni al Penarol, lo convince a partecipare al Torneo a Las Acacias, sempre a Montevideo. Qua il Penarol, testa nuovi potenziali giocatori, e Juan impressiona per la visione di gioco, la posizione in campo tatticamente da grandi , e doti atletiche fuori dalla norma. “Oye chico, eres bueno. Podria hablar con sus padres?“.

E fu così che il piccolo Juan entra nelle giovanili del Penarol. E’ fantastico, vederlo giocare, apprezzato da compagni, avversari e pubblico. Destro sinistro, non ci sono differenze, esile di fisico, ma la sua posizione sempre azzeccata, gli fa guadagnare dove non può con il fisico. Viene spostato a centrocampo, e dirige le operazioni di gioco con la maestria e la classe di un direttore d’orchestra. Questo gli vale il nomignolo di Pequeno Maestro, Piccolo Maestro, per differenziarlo dal Gran Maestro del Penarol: Josè Piendibene.

In men che non si dica già nel 1945 è nella squadra dei grandi.

Vi gioca 227 gare, tutte da protagonista, e vince tutto il possibile: 5 campionati Uruguaiani, 5 Tornei Competencia (ossia un torneo organizzato nei primi mesi dell’anno solare in preparazione del vero e proprio campionato di prima divisione) e 8 volte il Torneo de Honor Cousenier, ossia un torneo giocato tra squadre Argentine e Uruguaiane.

La sua intelligenza in campo è proverbiale, tanto che sembra un veterano.

Anche la “Celeste” si innamora di Schiaffino, e il 29 dicembre 1945 allo Stadio del Centenario, gioca 13 minuti finali della partita contro l’Argentina, incanta e fornisce al fratello Raul l’assist per il pareggio finale: 1-1.

Ma “Pepe” ci mette poco a conquistarsi il posto in squadra, ma è schiacciato dal peso del Capitan, il vecchio Obdulio Varela, che lo vede ancora come ragazzino, e da qui sono famose le liti in campo. Ma Juan è importante per il centrocampo Uruguajo, nessuno come lui sa disegnare geometrie di calcio, nessuno ha il suo tempismo. Ed è così che nel 1950 lo troviamo protagonista del mondiale di calcio in Brasile, quel mondiale che passa alla storia come: Maracanazo ’50.

Si raccontano varie storie su quel mondiale, fra cui la famosa cinquina segnata nell’8-0 alla Bolivia da uno scatenato Schiaffino. In realtà Juan smentisce l’attribuzione, in realtà ha segnato solo 2 gol.

Si arriva alla partita finale, il 16 luglio 1950: stadio Maracanà.

Record di spettatori ancora imbattuto: 200 mila sugli spalti. I giornali brasiliani il mattino hanno titolato: CAMPEONES, con la foto della squadra. Manca solo il risultato che prevede sicuramente la vittoria dei brasiliani, ma non nel punteggio. Basta anche un pareggio, in quanto quella è l’ultima partita di un girone finale dove i verdeoro hanno battuto Spagna e Svezia, mentre i Celesti hanno vinto contro gli iberici e pareggiato con gli svedesi.

Pareggio? Siamo il Brasile, abbiamo la Ginga, sappiamo solo vincere. Al gol di Friaca, sembra fatta. Lo stadio si trasforma in una balera, la torcida prende corpo. Capitan Varela prende il pallone da dentro la porta, guarda i suoi e si avvia a centrocampo per battere, dicendo: “Vamos a ganar!

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Il gol contro il Brasile – da scoopnest.com

L’Uruguay prima segna il pareggio con un gran gol di Schiaffino su assist di Ghiggia, e lo stesso allenatore Brasiliano capisce che è un segnale. “Fu l’imprevisto che mise a tacere le nostre ambizioni” e poi i due si ripetono a parti inverse: Ghiggia stende il Brasile e consegna l’Uruguay alla storia del calcio. Sugli spalti il silenzio è surreale, lo stesso Juan dirà: “Al fischio finale, piangemmo dalla gioia e la tensione che accumulammo durante la partita. Fu una liberazione, pensammo alle nostre famiglie in Uruguay. I nostri avversari piangevano per l’amarezza della disfatta. Ad un certo punto provai tristezza per loro“. Quel giorno il Brasile cade nel dramma: 34 suicidi e 56 attacchi cardiaci.

Ma il mondiale del 1954 in Svizzera lo mette in vetrina.

I maggiori club europei mandano i propri osservatori. Schiaffino segna subito all’esordio contro la Cecoslovacchia (2-0), per poi meravigliare contro la Scozia nel 7-0 finale. Ai quarti l’Uruguay trova e batte con una magistrale partita, e con gol di Pepe, l’Inghilterra per 4-2. In semifinale… beh, la semifinale li contrappone alla grande Ungheria di Puskas. La partita passa alla storia, viene definita dalla stampa la partita del secolo, prima di venir scalzata nel 1970 dalla famosa Italia-Germania 4-3. La sfida vede la vittoria per 4-2 dei magiari dopo i tempi supplementari. Lo stesso Gianni Brera, presente come giornalista, definisce “Uruguay-Ungheria la più bella partita che abbia mai visto giocare: ho imparato di più in quelle due ore che in vent’anni di calcio giocato e criticamente scritto“. L’Uruguay perde anche la finale per il 3/4 posto contro l’Austria, ma a Schiaffino si aprirono le porte del paese delle sue origini.

Ci prova il Genoa, ma invano, Juan è curioso di scoprire le origini del nonno, ma ad un prezzo giusto, in pratica guadagnare più di quanto prende al Penarol. Il Genoa fa dietrofront, il dirigente di allora lo definisce “Un Uruguaiano più geneovese di loro“. Altre sirene europee si fanno sentire, ma è il Milan a prenderlo, per una cifra intorno ai 52 milioni di lire, ed un contratto migliore di quello del Penarol ossia 15 milioni di lire a stagione. In patria la notizia è accolta come un lutto nazionale, il giornale di Montevideo titola: “SE NOS FUE’ EL DIOS DEL FUTBOL. IRREPARABILE PERDIDA” (“IL DIO DEL PALLONE CI HA LASCIATO. UNA PERDITA IRREPARABILE“).

Al Milan vedono arrivare questo giocatore, pensano ad uno scherzo: 70 kg appena di peso e magrolino, non è che sia un fisico alla maciste. “Ma siamo sicuri che è quello là? Il campione del mondo uruguajo?“. Fa capire a tutti che forse non è da considerare uno scherzo, già alla prima di campionato, il 19 settembre del 1954. E’ lui, il campione. Milan- Triestina. Finisce 4-0 per i rossoneri, Juan segna una doppietta e dispensa calcio come pochi hanno fatto in quello stadio.

JUAN ALBERTO SCHIAFFINO
Schiaffino con la maglia del Milan – da elaguante.uy

Bela Guttmann, allenatore rossonero, impone disciplina e Pepe non è che veda di buon occhio questa storia. Il Milan viaggia a vele spiegate, con Schiaffino, Cesere Maldini, e il gigante svedese Gunnar Nordhal. Juan ha 29 anni e sembra un giovincello. Il Milan se la vede con il Bologna, che ne ostacola il cammino.

In un pomeriggio piovoso di gennaio, durante Milan-Udinese, ha la brillante idea di inveire più volte contro l’arbitro Corallo, tanto da strafare. Strofinandogli dinanzi agli occhi il pollice e l’indice, lo guarda e dice: “Voi arbitri Italiani siete tutti venduti“. Sacrosante le 5 giornate che gli vengono inflitte dal giudice sportivo.

A febbraio, nonostante la prima posizione, Hector Puricelli (guarda caso anche lui uruguajo) viene chiamato dal presidente Rizzoli a sostituire l’ungherese. Ne seguono parecchie polemiche.

Puricelli, alla sua prima esperienza su una panchina, è soprannominato “Testina d’oro” per i suoi gol di testa. Al Bologna si alterna l’Udinese. Ma il campionato va ai rossoneri con un turno d’anticipo, proprio sui friulani, che poi vengono retrocessi per illecito sportivo. 28 gare 15 gol, non male per un centrocampista.

Il Milan l’anno seguente, sotto la guida di Puricelli, non va oltre il secondo posto. Schiaffino nel suo contratto ha richiesto di avere il lunedì libero, lo utilizza per andare a fare operazioni bancarie (compra e rivende valuta) in Svizzera, si dice che in tal modo abbia aumentato il suo appannaggio del 20%. La sua oculatezza negli affari è nota, e gli permette di avere appartamenti a Milano e nella terra elvetica.

Si racconta un aneddoto curioso. Il sabato precedente alla partita Genoa-Milan, si trova nella città ligure con Nordhal ed un altro compagno di squadra. Il vento è freddo o gelido. Lo svedese vedendo un bar, propone ai due di entrare per un caffè. Rispondono affermativamente e si avviano. Schiaffino giunto alla porta del bar, chiede: “paga la società vero?“. Nordhal lo guarda e gli regala risposta deludente: “No Pepe, in questo caso ognuno sborsa di suo“. Juan li guarda e li sorprende con un dribbling dei suoi: “No a ripensarci bene, il caffè mi rende nervoso, andate voi, io vi aspetto fuori“.

La sua discendenza da terra ligure fa capolino. Il suo spirito risparmiatore ha il sopravvento, paragonarlo a Paperon de Paperoni è il minimo.

Nel 1956/57 arriva al Milan, come allenatore, Gipo Viani. Il rapporto con Schiaffino, non decolla, gioca perché è irrinunciabile, non rispetta appieno i compiti datigli e va sempre alla ricerca caparbia del gol. Nonostante ciò il Milan vince il tricolore.

Lascia i rossoneri dopo 149 gare e 47 gol, ma anche dopo aver ricevuto applausi a scena aperta per le sue giocate, non solo dal proprio pubblico, ma anche da quello avversario, come accade a Firenze dopo un cambio di campo millimetrico.

Gianni Brera scrive in un commento: “Non insegue la palla, è la palla ad inseguire lui. Forse non è mai esistito un regista di tanto valore, Schiaffino pareva nascondere torce elettriche nei piedi. Illuminava e inventava gioco con la semplicità che è propria dei grandi. Aveva innato il senso geometrico, trovava la posizione quasi d’istinto“.

E cosi nel 1960 passa alla Roma. In realtà, a causa di un errore del presidente della Roma, è vittima di un equivoco già nel 1957. Il presidente giallorosso Renato Sacerdoti dà l’annuncio dell’ingaggio di Juan l’11 giugno di quell’anno per 100 milioni di lire, peccato che abbia dimenticato di trattare con il Milan. Ma nel 1960 si fa per 102 milioni. Schiaffino ha 35 anni ed il fisico non è più quello di un tempo, quindi arretra la sua posizione a libero. Vista la sua posizione sempre impeccabile viene coniato il termine: LIBERO SCIENTIFICO.

Durante la prima stagione vince la Coppa delle Fiere, la stagione successiva lascia per sempre il calcio. Nella capitale gioca 39 partite segnando tre gol.

Ma un mistero lega Schiaffino all’Italia, e precisamente alla nazionale Italiana. Nel 1958, grazie alle sue origini liguri, ottiene il passaporto italiano e quindi il c.t. Alfredo Foni lo convoca per la qualificazione ai mondiali dello stesso anno. Belfast è l’ultima delle sue 4 apparizioni, l’Italia perde 2-1 con l’Irlanda del Nord e per la prima volta non si qualifica alla fase finale dei mondiali. E proprio con Schiaffino in campo, questo è il grande mistero. Si ritira nella sua Montevideo.

Prova con deludenti risultati ad allenare, ma capisce subito che il suo campo è un altro: gli affari. Ha un senso innato per fare i soldi e quindi da buon “genovese” fa fruttare il suo capitale.

Per tutta la vita dal 1942 ha avuto accanto a sé una sola donna, Angelica, conosciuta un pomeriggio sopra un autobus. Da quel giorno non si sono mai lasciati, tranne una parentesi di pochi mesi nel 2002. Quelli che vedono la dipartita di lei fino al 13 novembre, quando la raggiunge per giocare in paradiso.

Questa volta il Dio del pallone non ha lasciato solo l’Uruguay, ma il mondo intero.

CON I SUOI PASSAGGI MAGISTRALI ORGANIZZAVA IL GIOCO DELLA SQUADRA COME SE STESSE OSSERVANDO IL CAMPO DAL PUNTO PIU’ ALTO DELLA TORRE DELLO STADIO
EDUARDO GALEANO

“KING” GEORGE WEAH, IL CAMPIONE CHE RESE ONORE ALL’AFRICA

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George Weah in azione – da ilfattoquotidiano.it

articolo tratto da Una questione di centimetri

Fece la storia del Pallone d’Oro, non solo per la sua immensa classe, che lo ha reso un immortale del mondo del calcio, ma anche per essere stato il primo calciatore non europeo ad aver vinto il trofeo. Ecco a voi George Weah.

Il talentuoso liberiano unì alla tecnica sopraffina una forza fisica invidiabile, il che lo rese un centravanti unico nel suo genere. Estro, velocità e fisico prestante al servizio della squadra: il precursore dell’attaccante del calcio moderno.

In Liberia lavorò da centralinista mentre cullava il sogno di diventare un giocatore professionista militando in alcune squadre del suo paese fino a ricevere un’offerta dai camerunensi del Tonnerre Yaoundé, il primo trampolino che poté rendere quel sogno realtà. La chiamata nel calcio che conta non tardò ad arrivare e, dopo un una sola annata in Camerun, il Monaco di Arsène Wenger mise sotto contratto King George.

Nel Principato Weah riuscì ad incidere sin da subito ma, nonostante il suo contributo, la squadra non fece il pieno di trofei. Nel 1991 conquistò la Coppa di Francia, il suo primo trofeo in terra francese, e raggiunse il punto più alto con i monegaschi la stagione successiva mettendo a segno 18 reti in campionato e guadagnando la finale di Coppa delle Coppe poi persa contro il Werder Brema.

Lasciò i biancorossi per approdare al Paris Saint Germain e a Parigi si consacrò come uno dei migliori attaccanti del mondo. Nel 1993/94 vinse uno scudetto da protagonista e l’avventura europea in Coppa delle Coppe si arrestò in semifinale contro l’Arsenal.

Nel 1995 George dimostrò al mondo intero tutto il suo valore. Il PSG fu protagonista di una grande cavalcata in Champions League vincendo a punteggio pieno il suo girone lasciandosi alle spalle il Bayern Monaco e superando nei quarti di finale il Barcellona di Romario e Stoichkov. I francesi gettarono la spugna in semifinale contro il Milan, proprio contro quel “Diavolo” che si innamorò di King George. Weah fu il capocannoniere di quella edizione di Champions e ciò gli valse la chiamata rossonera e non solo.

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Weah con il Pallone d’Oro – da pianetamilan.it

France Football variò il regolamento del Ballon d’Or dando ai giocatori di nazionalità extra-europea la possibilità di ambire al trofeo e George si trovò al posto giusto nel momento giusto. La vittoria del Pallone d’Oro del liberiano fu netta, arrivando davanti a gente del calibro di Klinsmann e Litmanen, grande protagonista dell’Ajax campione d’Europa. George sollevò al cielo il Pallone d’Oro in maglia rossonera e, nello stesso anno, fu nominato anche Fifa World Player e calciatore africano dell’anno.

Il ’95 fu nel segno di George Weah. Diventò il pupillo dei tifosi rossoneri risultando decisivo sin dalla sua prima partita, quando a Padova fece goal e mandò a rete Franco Baresi, che siglò l’ultimo goal della sua eterna carriera da storico capitano rossonero.

Contribuì alla vittoria di due scudetti regalando tante emozioni, come nell’occasione della fantastica sgroppata che fece l’8 settembre del 1996 quando, contro il Verona, sfruttò un calcio d’angolo a favore degli avversari avventurandosi in un coast to coast memorabile. Nessun giocatore scaligero fu in grado di arrestare la corsa del liberiano: 90 metri di puro atletismo, classe e fantasia. Con gli occhi di un tredicenne vidi una giocata meravigliosa, una folle corsa verso la porta saltando gli avversari come birilli. Uno spot unico per il calcio, tutto ciò che un bambino può desiderare di vedere durante una partita di calcio.

A fine carriera sbarcò in Inghilterra giocando per il Chelsea, con il quale vinse un FA Cup, e il Manchester City. Dopo la parentesi inglese tornò in Francia giocando con la maglia del Marsiglia e dimostrando a tutti che la classe non ha età.

Attirato dai petroldollari, chiuse la sua carriera nel 2001/02, negli Emirati Arabi con l’Al-Jazira regalando ai suoi tifosi 13 reti in 8 apparizioni.

Grazie al suo talento rese onore a tutto il continente africano.

George è stato un giocatore immenso, e prima ancora di essere il calciatore che tutti abbiamo imparato ad ammirare, è stato ed è un grande uomo. Se poi diventasse pure Presidente della Liberia…

IL GORNIK ZABRZE E LA COPPA DELLE COPPE SFIORATA NEL 1970

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Il Gornik festeggia la conquista della Coppa polacca nel ’68 – da roosevelta81.pl

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’70, nel panorama del Calcio mondiale irrompe la Polonia, capace di far suo il titolo olimpico ai Giochi di Monaco ’72 e, due anni dopo, di strabiliare in occasione dei Campionati Mondiali svoltisi ancora in Germania, conquistando un brillante terzo posto dopo aver eliminato l’Inghilterra nel girone di qualificazione e l’Italia nel gruppo eliminatorio, gli addetti ai lavori vanno, come di consueto, alla scoperta di questo “Nuovo Mondo” per ricercarne le radici.

E se, rispetto ad una tendenza tipica delle Nazioni dell’Est Europa, la Polonia non si affida al blocco di un solo Club – come era avvenuto per l’Ungheria del ’54 con la Honved e per la Cecoslovacchia del ’62 con il Dukla Praga e, negli anni a seguire, sarebbe successo per la stessa Unione Sovietica con la Dynamo Kiev – in quanto le sue stelle sono sparse tra il Lodz (Tomaszewki), Wisla Cracovia (Szimanowski), Gwardia Varsavia (Zmuda), Stal Mielic (Lato) e Legia Varsavia (Deyna), in Patria vi era pur sempre una formazione capace di dettare legge, riuscendo anche ad esportare il proprio stile al di fuori dei confini, vale a dire il Gornik Zabrze, rappresentato alla Rassegna mondiale da tre soli elementi, il coriaceo difensore Pawel Gorgon, il centrocampista Henryk Wieczorek ed il giovane attaccante Andrzej Szarmach.

Proprio quest’ultimo, acquistato nell’estate ’72 dall’Arka Gdynia, compagine di Seconda Divisione con cui si era messo in evidenza con 17 reti messe a segno, era andato a rimpiazzare al centro dell’attacco del Gornik il cannoniere principe del calcio polacco, vale a dire Wlodzimierz Lubanski, il quale dopo aver contribuito alla qualificazione mondiale con una delle due reti nel 2-0 rifilato all’Inghilterra, era stato costretto a dare forfait a causa di un infortunio.

Lubanski aveva comunque fatto in tempo ad innalzare ai vertici del Calcio nazionale un Club, come quello del Gornik, fondato appena nel 1948 dalla fusione di varie Società presenti nella città di Zabrze, sino al 1945 appartenente alla Germania nazista, ed il cui nome, Gornik appunto, significa minatore in polacco, a celebrare un territorio è ricco di miniere di carbone e ferro.

E, con il suo potente centravanti a furoreggiare in attacco – tanto da aggiudicarsi per quattro anni consecutivi la Classifica dei Cannonieri dal 1966 al ’69, rispettivamente con 23, 18, 24 e 22 reti – il Gornik domina la scena per un decennio, conquistando sette titoli nazionali, di cui cinque consecutivi dal 1963 al ’67 aggiungendone altri due nel 1971 e ’72, nonché sei edizioni della Coppa polacca, nel 1965 e per cinque anni di seguito, dal 1968 al ’72.

Una tale supremazia in Patria, aveva però bisogno di una conferma a livello europeo, e le prime cinque apparizioni nella Coppa dei Campioni vedono però il Gornik subire una specie di maledizione ceca, venendo eliminato, rispettivamente al secondo ed al primo turno, dal Dukla Praga nelle edizioni 1964 e ’65 e dallo Sparta Praga nel secondo turno del ’66, mentre l’anno seguente è un’altra formazione dell’Est, vale a dire il CSKA Sofia, ad estromettere i polacchi dalla maggiore competizione continentale, sempre al secondo turno, con il miglior cammino compiuto nel ’68, stagione in cui il Gornik raggiunge i quarti di finale, solo per essere eliminato, con onore, dal Manchester United (0-2 in terra inglese, 1-0, rete di Lubanski, al ritorno) che poi solleverà la Coppa nella Finale di Wembley contro il Benfica.

Molto meglio ripiegare – non per scelta, ovviamente, ma in quanto avendone maturato il diritto, con la conquista delle citate cinque coppe nazionali consecutive – sulla più accessibile Coppa delle Coppe, anche se alla prima occasione, nell’edizione 1968-’69, il Gornik, al pari di Dinamo Mosca, Spartak Sofia, Union Berlino e Gyori ETO, è costretto a rinunciarvi per le tensioni politiche susseguenti alla “Primavera di Praga e che, ironia della sorte, vedrà proprio la formazione cecoslovacca dello Slovan di Bratislava sollevare il Trofeo superando, a sorpresa, per 3-2 il più quotato Barcellona nella Finale di Basilea.

Ed, in ogni caso, il successo dello Slovan Bratislava, prima squadra dell’Europa orientale ad affermarsi in detta competizione, contribuisce a far da stimolo al Gornik per affrontare con maggior convinzione l’edizione successiva, dove, oltre ai detentori del trofeo, sono presenti ai nastri di partenza, altre temibili concorrenti quali l’inglese Manchester City, l’altra cecoslovacca Dukla Praga, gli spagnoli dell’Athletic Bilbao, gli italiani della Roma, i Glasgow Rangers ed i tedeschi occidentali dello Schalke 04.

In un primo turno che vede uscire di scena entrambe le rappresentati della Cecoslovacchia – i detentori dello Slovan per mano della Dinamo Zagabria, ed il Dukla da parte dell’Olympique Marsiglia – con anche i baschi dell’Athletic eliminati dal Manchester City, il Gornik, da parte sua, non ha eccessiva difficoltà a superare lo scoglio costituito dai greci dell’Olimpiakos, sprecando un vantaggio di due reti all’andata, conclusa sul 2-2, per poi dominare il ritorno con un 5-0 in cui Lubanski fa da spettatore, riservandosi le munizioni per turni più impegnativi.

E che delle reti del suo cannoniere principe, il Gornik abbia bisogno, lo si dimostra negli ottavi di finale quando alla formazione polacca vengono abbinati i temibilissimi scozzesi dei Glasgow Rangers, già finalisti nel ’67 e che poi faranno loro il trofeo nel ’72, ai quali Lubanski rifila una fondamentale doppietta nella gara di andata, disputata sul terreno del Ruch Chorzow in quanto capace di contenere 80mila tifosi entusiasti nel vedere il leader dell’attacco dei “Minatori” sbloccare il risultato dopo appena 5’, raddoppiato da Szarynski quando sono appena passati 10’ di gioco, e quindi, dopo che Persson aveva accorciato le distanze, chiudere il discorso con la rete del definitivo 3-1 a 3’ dal termine.

Rete, quest’ultima, particolarmente importante, visto che al ritorno ad Ibrox Park, tocca ai Rangers sbloccare il risultato in apertura, per poi scoprirsi alla ricerca del raddoppio ed essere castigati dal contropiede polacco che porta dapprima al pareggio con Olek poco dopo l’ora di gioco, e quindi alle reti della tranquillità siglate da Lubanski al 77’ e da Skowronek all’81’ per la replica del 3-1 dell’andata che schiude al Gornik le porte dei Quarti di finale, dove li attende a primavera la sfida contro i bulgari del Levski Sofia, guidati a loro volta dal centravanti della Nazionale, Georgi Asparoukhov, fase del torneo alla quale accedono anche Manchester City, Schalke 04 e Roma.

E, come previsto, nell’incandescente ambiente che attende il Gornik a Sofia il 4 marzo 1970, la gara si trasforma in una battaglia, pur se la rete di Szoltysik dopo appena 5’ sembra incanalarla verso un percorso quanto mai gradito alla formazione del tecnico Michal Matyas – al suo unico anno sulla panchina del Gornik – solo per vedersi rimontare a cavallo della mezz’ora da un primo acuto di Asparoukhov e dal raddoppio di Panov per i bulgari, cui pone rimedio al 7’ della ripresa Banas per il punto del momentaneo 2-2 prima che l’ultima parola spetti ancora ad Asparoukhov, il quale sigla ad 1’ dal termine la rete del definitivo 3-2 su cui il Levski fonda le proprie speranze in vista del ritorno, previsto tra due settimane.

Speranze che vengono cullate per tutto il primo tempo nel ritorno davanti a 100mila spettatori, prima che Lubanski, e chi se non lui, spezzi l’equilibrio della contesa portando in vantaggio i suoi in chiusura della prima frazione di gioco, una rete replicata da Banas in avvio di ripresa per un vantaggio difeso coi denti dopo che Kirilov accorcia le distanze allo scadere dell’ora di gioco per così accedere per la prima volta alle semifinali di una manifestazione europea in virtù del maggior numero di reti segnate in trasferta, livello al quale si qualificano anche le più accreditate Roma, Schalke 04 e Manchester City.

Dall’urna dell’Uefa vengono estratti i nomi di Roma-Gornik e Manchester City-Schalke 04 per i rispettivi abbinamenti di semifinale e, mentre gli inglesi ribaltano lo 0-1 dell’andata travolgendo per 5-1 i tedeschi della Ruhr al ritorno a Maine Road, tra giallorossi e polacchi va in scena una delle più drammatiche, sportivamente parlando, sfide della storia delle Coppe europee.

Accade, difatti, che dopo un’attenta gara di andata disputata l’1 aprile 1970 in un Olimpico gremito da 80mila spettatori e conclusa sull’1-1 con Salvori a replicare ad inizio ripresa al vantaggio polacco con Banas alla mezz’ora del primo tempo, nel ritorno a Chorzow sia la Roma a portarsi in vantaggio grazie ad un rigore trasformato da Capello dopo appena 9’ di gioco e poi, sapientemente guidata in panchina dal “Mago” Helenio Herrera, che quanto ad organizzazione difensiva non ha da imparare niente da nessuno, resistere ai veementi attacchi polacchi sin quasi al fischio finale.

Ma, proprio quando i giallorossi già pregustano l’accesso in Finale, ecco che al 90’ un contatto sul limite dell’area romanista viene giudicato dall’arbitro spagnolo Ortiz de Mendibil, anche per le vibranti proteste dei giocatori polacchi che lo attorniano, passibile della massima punizione, rigore che Lubanski si incarica di trasformare, mandando le squadre ai tempi supplementari, dove è ancora lui a sbloccare il risultato dopo appena 5’ per il 2-1 che manda in delirio i 90mila assiepati sulle tribune, solo per farli ammutolire quando è stavolta Scaratti, spintosi in avanti alla disperata ricerca del pari, a piazzare un gran destro dal limite su di una corta respinta della difesa per il punto del definitivo 2-2 proprio mentre sta per scoccare il 120’.

Rete che però, all’epoca, non vale per il computo dei goal segnati in trasferta e, così, Roma e Gornik sono costretti a disputare un terzo match di spareggio, in programma una settimana dopo sul campo neutro di Strasburgo, dove è ancora Lubanski a schiodare il punteggio dallo 0-0 di partenza portando in vantaggio i suoi a fine primo tempo, con la Roma a replicare ad inizio ripresa con un contestato rigore trasformato ancora da Capello per l’1-1 che non si sblocca neppure dopo i supplementari, rendendo necessaria la assai poco sportiva soluzione del sorteggio, che aveva favorito i giallorossi negli ottavi contro gli olandesi del PSV Eindhoven e che stavolta, viceversa, sorride ai polacchi che possono programmare la trasferta a Vienna al glorioso Prater per la sfida conclusiva contro gli inglesi del Manchester City.

Stadio viennese che, peraltro, offre un desolante scenario, non raggiungendo le 8mila presenze – all’epoca, era pressoché impossibile per i tifosi delle squadre dell’Est Europa uscire dai propri confini – la sera del 29 aprile 1970 quando l’austriaco Paul Sciller dà il fischio d’inizio alla contesa, che per il Gornik assume ben presto i contorni dell’incubo, con dapprima Kostka a salvare il risultato su di una conclusione ravvicinata di Lee e poi con l’estremo difensore a non trattenere una conclusione dal limite dello stesso Lee, così consentendo a Neil Young di portare in vantaggio i “Citizens” dopo appena 12’ di gioco.

Vantaggio che viene raddoppiato in chiusura di tempo quando è lo stesso Young a soffiare palla ad un maldestro difensore polacco per involarsi da solo verso la porta avversaria solo per vedersi affrontare e stendere da Kostka, con conseguente calcio di rigore realizzato da Lee nonostante una pessima esecuzione che per poco non viene intercettata con le gambe dal portiere avversario.

Con due reti di scarto a proprio favore all’intervallo, il Manchester non ha difficoltà a controllare la gara nella ripresa, altresì caratterizzata da un violento acquazzone che rende il campo di difficile praticabilità, in cui l’orgoglio del Gornik porta solo alla rete di Oslizlo a metà della seconda frazione di gioco, insufficiente a ristabilire la parità, così consentendo al Club inglese di conquistare quello che, a tutt’oggi, resta il loro unico Trofeo internazionale.

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I giocatori del Manchester City in trionfo – da manchestereveningnews.co.uk

Per il Gornik e Lubanski, la magra soddisfazione di essere l’unica compagine polacca ad aver raggiunto una Finale europea e, per l’attaccante, quella di laurearsi Capocannoniere della manifestazione con 8 reti, una circostanza, quest’ultima, replicata anche nella stagione successiva dove il Gornik raggiunge i Quarti di finale solo per essere accoppiato nuovamente al Manchester City per quella che si sarebbe potuta rivelare una ghiotta occasione per una auspicata rivincita.

Ed invece, dopo un confortante successo casalingo per 2-0, maturato nel primo tempo grazie ai centri di Lubanski al 34’ e di Wilczek al 40’, ecco che al ritorno gli inglesi restituiscono il favore con l’identico punteggio che rende necessario un terzo incontro di spareggio, andato in scena a Copenaghen il 31 marzo 1971 e che arride al Manchester City con un 3-1 favorito dal doppio vantaggio all’intervallo di Young e Booth e quindi, dopo che sempre Lubanski in avvio di ripresa aveva dato qualche speranza ai suoi dimezzando lo svantaggio, l’acuto di Lee poneva fine alla contesa.

In conclusione, se qualcuno si chiede come mai nella città mineraria di Zabrze non vi siano tifosi delle due rispettive squadre di Manchester, la risposta è sin troppo facile, o no?