IL “TRIENNIO D’ORO” EUROPEO DELL’ANDERLECHT ANNI ’70

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La Rosa dell’Anderlecht 1976 – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Concluso – con la definitiva assegnazione al Brasile della Coppa Rimet al termine del Mondiale di Messico ’70 – un decennio caratterizzato, in Europa, dal predominio del calcio latino, manifestato, a livello di Club, dai successi di Real Madrid, Benfica e delle due milanesi, e sancito dalle vittorie nei Campionati Europei della Spagna nel ’64 e dell’Italia nel ’68, ecco che gli anni ’70 si aprono all’insegna della “rivoluzione del calcio totale proposta dall’Olanda in generale e dall’Ajax del fuoriclasse Johan Cruijff in particolare, cui si oppongono le “Panzer Divisionen” tedesche in un duello che raggiunge il culmine nella Finale Mondiale di Monaco ’74.

Sull’onda delle affermazioni degli “orange”, però, cresce parallelamente di livello anche il football dei cugini belgi, i quali anzi ne anticipano i tempi, qualificandosi per le fasi finali dei Mondiali ’70 nel mentre l’Olanda giunge solo terza nel proprio girone, preceduta da Bulgaria e Polonia, così come si qualificano, due anni dopo, per le semifinali del Campionato europeo, classificandosi al terzo posto dopo aver dovuto alzare bandiera bianca in semifinale nei confronti della Germania Ovest di Beckenbauer e Muller.

Emblema in campo nazionale è indubbiamente l’Anderlecht – il cui nome completo è “Royal Sporting Club Anderlecht” – Club fondato nel 1908 e che in patria è una sorte di “Juventus belga” dall’alto dei suoi 34 titoli e nove Coppe nazionali conquistate, assoluto protagonista degli anni ’60 con la vittoria di 6 scudetti, di cui 5 consecutivi dal 1964 al ’68, cui però non hanno fatto riscontro analoghe positive performance in campo europeo, con il miglior risultato in Coppa dei Campioni costituito dall’eliminazione ai Quarti di finale dell’edizione ’66 ad opera del Real Madrid, poi vincitore per la sesta volta del Trofeo, mentre a fine decennio, proprio quando in patria si afferma per tre anni consecutivi lo Standard Liegi, i “bianco malva” raggiungono l’atto conclusivo della Coppa delle Fiere, solo per essere sconfitti dall’Arsenal (3-1 a Bruxelles, 0-3 a Londra) nella doppia Finale.

Leader indiscusso di tale formazione – e da molti giudicato, non a torto, il più forte calciatore belga di ogni epoca – è la mezz’ala d’attacco Paul Van Himst, una carriera interamente spesa indossando la maglia degli “anderlechtois” con cui, dal 1959 al ’75, disputa 566 incontri complessivi (di cui 457 di Campionato), con ben 309 reti all’attivo, delle quali 236 in gare di Prima Divisione, il quale ha il solo difetto, se così si può dire, di esser capitato nel periodo sbagliato, ritirandosi, ironia della sorte, proprio alla vigilia dei successi europei del Club.

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Paul Van Himst in azione – da rsca.be

Il dominio dell’Anderlecht viene però offuscato, ad inizio anni ’70, dalla crescita esponenziale di un’altra formazione con cui divide la ribalta nazionale ed europea per l’intero decennio, vale a dire il Bruges (o Club Brugge, secondo la dizione fiamminga …), il quale, dopo un titolo conquistato nella notte dei tempi – si parla del 1920 – ne aggiunge ben cinque tra il 1973 ed il 1980, divenendo altresì uno spauracchio in campo continentale, dove, trascinato dai vari Bastijns, Cools e Vandereyken, giunge in Finale di Coppa Uefa ’76 e Coppa dei Campioni ’78, solo per essere, entrambe le volte, sconfitto dagli inglesi del Liverpool.

Con il Bruges a primeggiare in campionato, l’Anderlecht si “rifugia” nella seconda manifestazione nazionale, vale a dire la Coppa del Belgio, che in tale periodo si aggiudica per 4 delle complessive 9 volte in cui il Trofeo fa bella vista di sé nella bacheca societaria, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla competizione europea della Coppa delle Coppe, competizione in cui fa il suo esordio in maniera peraltro alquanto deludente, venendo eliminato al primo turno dell’edizione ’74 dallo Zurigo, nonostante all’andata una tripletta dell’olandese Rensenbrink avesse ribaltato il doppio vantaggio svizzero, poi vincitore al ritorno per 1-0 su calcio di rigore.

Abbiamo già parlato dell’addio al calcio giocato di Van Himst al termine della stagione ’75, che conclude salutando il proprio pubblico con la vittoria per 1-0 in Finale di Coppa sull’Anversa che consente all’Anderlecht una seconda chance per la conquista del Trofeo, e ricordiamo anche l’incidenza sul calcio belga del credo lanciato dai “nuovi profeti” olandesi, circostanza che non viene sottovalutata dalla dirigenza del Club, la quale affida nell’estate ’75 la panchina al tecnico batavo Hans Croon, già operante in Belgio alla guida di Waregem – condotto sorprendentemente alla vittoria della Coppa nazionale nel ’74 – e Lierse, con cui l’anno precedente aveva concluso il Campionato in un’onorevole settima posizione.

Ma se Croon può dare quel pizzico di olandesità alla squadra, ancora maggior sostanza ed esperienza la portano in dote gli acquisti dal Feyenoord dell’attaccante Peter Ressel e, soprattutto, l’innesto a centrocampo del pilastro dell’Ajax e della Nazionale arancione Arie Haan, con cui la Società della Capitale va a comporre un quartetto olandese che già vede presenti il portiere Jan Ruiter (in forza al Club dal ’71) ed il già citato attaccante Robbie Rensenbrink, prelevato nell’estate ’71 proprio dai rivali del Bruges.

Con questa perfetta commistione tra belgi ed olandesi – potendo altresì contare su uno “zoccolo duro” di esperienza costituto dagli anziani Van Binst, Vandendaele, Broos e Dockx, nonché sul talento emergente di Munaron, Coeck, Vercauteren e Van der Elst – l’Anderlecht si presenta ai nastri di partenza della Coppa delle Coppe ’76 che vede partecipare, come vincitrici dei principali tornei nazionali, squadre importanti quali l’Eintracht Francoforte, il West Ham, l’Atletico Madrid, la Fiorentina ed il Celtic Glasgow, senza dimenticare l’insidia, sempre presente, derivante dalle squadre dell’est Europa.

Ed è proprio una formazione dell’Europa orientale, il Rapid Bucarest, a tenere a battesimo la formazione belga, che esce sconfitta all’andata per una sfortunata autorete di Thijssen, riuscendo comunque a ribaltare la situazione al ritorno grazie a Van Binst in chiusura di primo tempo ed ad un rigore di Rensenbrink ad inizio ripresa.

Rotto il ghiaccio, il successivo abbinamento prevede la sfida contro gli slavi del Borac Banja Luca, la cui pratica viene sbrigata all’andata con un netto 3-0 (doppietta di Rensenbrink ed acuto di Coeck) che concede agli avversari la platonica soddisfazione di affermarsi per 1-0 al ritorno, in un turno che vede l’eliminazione a sorpresa della Fiorentina, mentre lo scontro tra Atletico Madrid ed Eintracht di Francoforte privilegia quest’ultimo, capace di aggiudicarsi entrambi i match.

Con l’appuntamento per i quarti di finale previsto per la successiva primavera, in casa dei “Reali” non si nasconde la soddisfazione per un sorteggio che li vede accoppiati ai gallesi del Wrexham, squadra militante nella Terza Divisione inglese, e che invece si rivela più ostico del previsto, dato che al “Parc Astrid” concede la sola rete in apertura di Van Binst ed, al ritorno, pareggia le sorti del doppio confronto all’ora di gioco, prima che Rensenbrink, a meno di un quarto d’ora dal termine, spazzi via i fantasmi dei supplementari.

L’approdo in semifinale conferma una certa qual fortuna nei sorteggi, evitando Eintracht e West Ham per affrontare i tedeschi orientali del Sachsering Zwickau capitanati dal mitico estremo difensore Jurgen Croy e che, dopo aver eliminato la Fiorentina, si sono permessi il lusso di sbattere fuori dalla competizione anche il Celtic Glasgow di Kenny Dalglish.

Questa volta, però, non vi sono sorprese di sorta, con l’Anderlecht convinto della propria forza e che non lascia scampo alcuno ai suoi avversari, grazie al raggiunto affiatamento tra le due punte Van der Elst e Rensenbrink che si incaricano di realizzare tutte e cinque le reti (3-0 nella ex Ddr, 2-0 al ritorno) che certificano la qualificazione per la finale di Bruxelles del 5 maggio ’76, avversari i londinesi del West Ham di Trevor Brooking, che hanno avuto ragione dei tedeschi dell’Eintracht Francoforte.

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Finale Coppa delle Coppe ’76 – da dhnet.be

Di fronte agli oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune dello “Stadio Heysel”, la finale non tradisce le attese, con gli inglesi a passare per primi in vantaggio poco prima della mezz’ora grazie ad Holland, abile a sfruttare una palla vagante in area, punteggio riequilibrato in chiusura di tempo da Rensenbrink che approfitta di un clamoroso errore della difesa avversaria, per mettere in rete a porta sguarnita un assist di Ressel.

E quando, in avvio di ripresa, la coppia Rensenbrink-Van der Elst confeziona la rete del raddoppio, con il giovane belga a fintare su di un avversario per poi collocare la palla nell’angolo alto alla destra dell’incolpevole Marvin Day, è opinione comune che l’inerzia della gara sia oramai dalla parte dei belgi, i quali, però, devono fare i conti con la nota combattività anglosassone, che si materializza con il punto del pari realizzato di testa sotto misura al 68’ da Keith Robson.

Tutto da rifare, dunque, con poco più di 20’ a disposizione, ma quando si hanno al proprio arco due frecce quali i più volte ricordati Rensenbrink e Van der Elst tutto è possibile e, difatti, dopo appena 5’, l’olandese si procura un calcio di rigore che lui stesso si incarica di trasformare, lasciando poi al più giovane compagno di reparto l’onore di chiudere definitivamente la contesa a 3’ dal termine con un assolo in contropiede degno del miglior George Best con tanto di difensore e portiere avversari messi a sedere per il deposito della sfera nella porta sguarnita.

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Rensenbrink trasforma il rigore del 3-2 – da skyrock.com

La prima, storica, vittoria di un Club belga nelle Coppe europee – mentre il Bruges viene sconfitto in Finale di Coppa Uefa dal Liverpool – viene completata con il bis in Coppa nazionale con un netto 4-0 a spese del Lierse, ex squadra allenata da Croon, il quale non viene però confermato, con il suo posto alla guida del Club preso dal “guru” del calcio belga, vale a dire quel Raymond Goethals che, nei suoi anni alla guida dei “Roten Teufels” (i “Diavoli Rossi”), aveva ridato prestigio alla Squadra Nazionale.

Il primo impegno sarebbe da “far tremare i polsi” a chiunque, trattandosi del doppio confronto per la Super Coppa Uefa contro i tre volte Campioni d’Europa del Bayern Monaco, ma non certo ad una vecchia volpe come Goethals che, limitati i danni all’Olympia Stadion, con Muller a siglare all’88’ la rete della vittoria dopo l’iniziale vantaggio belga con Haan, impartisce una vera e propria lezione di calcio ai celebrati tedeschi con un 4-1 targato Rensenbrink (doppietta), Van der Elst ed ancora Haan.

Con un organico interamente confermato, in campo nazionale l’Anderlecht dà vita ad un serrato testa a testa con i campioni del Bruges, risolto a favore di questi ultimi, con i quali si qualifica altresì per la Finale di Coppa, mentre a livello continentale la squadra, oramai acquisita coscienza dei propri mezzi, si sbarazza con non poche difficoltà dei “cugini olandesi” del Roda Kerkrade (2-1 a Bruxelles con reti di Vercauteren e Rensenbrink negli ultimi 2’ di gioco, 3-2 al ritorno dove tocca a Van der Elst realizzare una doppietta negli ultimi 10’), per poi maramaldeggiare a spese dei malcapitati turchi del Galatasaray (doppio 5-1, di cui 4 reti portano la firma di Rensenbrink).

Gli accoppiamenti dei quarti ripropongono una sfida agli inglesi, stavolta rappresentati dal Souhampton che, ancorché giochi in Seconda Divisione, si è permesso il lusso di sconfiggere nella “FA Cup Final” il favorito Manchester United, ed il vantaggio di 2-0 (a firma olandese, Ressel e Rensenbrink) maturato all’andata, viene vanificato al “The Dell” dai centri di Peach e MacDougall, prima che ci pensi Van der Elst, a 7’ dal termine, a siglare il goal qualificazione.

Semifinali che mettono in vetrina la “crème de la crème” continentale, visto che si affrontano, da un lato Amburgo ed Atletico Madrid, e dall’altro Anderlecht e Napoli, con i madrileni che, per il secondo anno consecutivo, vedono il loro cammino infrangersi contro i tedeschi, i quali ribaltano, con un netto 3-0, maturato nella prima mezz’ora di gioco, l’1-3 maturato all’andata al “Vicente Calderon”.

Al “San Paolo” di Napoli, con 90mila tifosi partenopei ad incitare i propri beniamini, i padroni di casa si impongono di misura, grazie ad uno spunto vincente del terzino Bruscolotti a 9’ dal fischio finale, ma una condotta di gara accorta al ritorno, consente all’Anderlecht di staccare il biglietto per la seconda finale consecutiva, con una rete per tempo siglate da Thijssen e Van der Elst.

Lo scenario, stavolta, è quello dello Stadio Olimpico di Amsterdam, dove l’11 maggio ’77 Anderlecht ed Amburgo si affrontano per una sfida decisiva che viene risolta nel finale di gara quando Steffenhagen viene sgambettato in area per la conseguente massima punizione trasformata dall’estrema sinistra Volkert per il vantaggio tedesco, poi arrotondato ad 1’ dal termine con il più classico dei contropiedi ancora orchestrato da Volkert, il quale consegna a Magath una comoda palla da depositare in rete per il 2-0 definitivo.

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Volkert trasforma il rigore dell’1-0 – da eupallog-cineteca.blogsport.it

E così, un’annata iniziata in gloria con la vittoria in Super Coppa Uefa, si conclude con un “tris” di piazzamenti, visto che, dopo il secondo posto in Campionato e la sconfitta in Europa, i “Bianco malva” capitolano anche di fronte al Bruges con un rocambolesco 4-3 nella Finale di Coppa del Belgio, che però consente loro di partecipare nuovamente alla Coppa delle Coppe, visto che i rivali hanno centrato l’accoppiata Scudetto/Coppa.

Avventura che l’Anderlecht affronta proponendo tra i pali l’olandese Nico De Bree, acquistato dal Molenbeek, e promuovendo Vercauteren come perno insostituibile del centrocampo, mentre la difesa viene rinforzata con l’innesto di Johnny Dusbaba, prelevato dall’Ajax ed in attacco viene prelevato, pure lui dal Molenbeek, il danese Benny Nielsen.

In campionato, la lotta con il Bruges è sempre più serrata, ma ancora una volta tocca all’undici di Goethals soccombere, anche se per il minimo distacco di un solo punto (51 a 50), con entrambe le squadre che avrebbero meritato il titolo per la loro indiscutibile forza, dimostrata in campo europeo, dove conquistano le rispettive finali di Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe.

Quest’ultima manifestazione, vede l’Anderlecht, dopo un iniziale allenamento contro il Lokomotiv Sofia (8-1 complessivo), abbinata al secondo turno proprio ai detentori dell’Amburgo (rinforzati dall’acquisto della stella del Liverpool Kevin Keegan …) e mai “vendetta” è stata più dolce del successo per 2-1 conquistato al “Volksparkstadion” davanti ad oltre 55mila tifosi tedeschi, grazie ad una rete di Rensenbrink a 2’ dal termine, poi difeso al ritorno, concluso sull’1-1 (reti di Van der Elst e dello stesso Keegan).

Al ritrovo di marzo, ai belgi toccano in sorte gli “ammazzagrandiportoghesi del Porto, che al primo turno hanno fatto fuori il Colonia ed al secondo il Manchester United, rifilando ai “Red Devils” un umiliante 4-0 allo “Estadio do Dragao”, dove anche l’Anderlecht paga dazio in virtù di una rete del fortissimo centravanti lusitano Fernando Gomes, per poi restituire il favore con tanto di interessi al ritorno, con un 3-0 che porta la firma di Rensenbrink, Nielsen e Vercauteren.

Con tutte le grandi già uscite nei turni precedenti, il livello delle semifinali non è di valore eccelso, abbinando all’Anderlecht gli olandesi del Twente Enschede, mentre l’altra sfida vede opposti Dinamo Mosca ed Austria Vienna, ed i belgi danno conferma della loro maggior compattezza difensiva rispetto al recente passato, facendo loro entrambi i confronti (1-0 in Olanda, rete del danese Nielsen, che ha scalzato nelle gerarchie Ressel nel ruolo di centravanti, e 2-0 al ritorno, grazie ai centri degli “ingrati” Haan e Rensenbrink), dando così appuntamento ai propri tifosi al “Parc des Princes” di Parigi il 3 maggio ’78 per la terza Finale consecutiva che li vede opposti all’Austria Vienna, vincitrice ai calci di rigore sulla Dinamo Mosca dopo due paritetici 2-1.

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Finale Coppa delle Coppe 1978 – da altervista.org

Sulla carta, si tratterebbe di una sfida impari – pur se gli austriaci possono contare su giocatori di indubbio valore quali il difensore Robert Sara, il centrocampista Herbert Prohaska ed il centravanti uruguaiano Julio Morales – ma le sorprese nelle Finali possono sempre essere all’ordine del giorno, anche se la rete con cui Rensenbrink sblocca il risultato dopo appena 13’ contribuisce a far svanire i primi dubbi, che poi vengono definitivamente cancellati con il micidiale uno-due in chiusura di tempo siglato ancora da Rensenbrink e Van Binst per il 3-0 con cui le squadre vanno al riposo e che fa sì che la ripresa sia poco più di una passerella in cui il punto del 4-0 messo a segno da Van Binst a 9’ dal termine rappresenta la classica “ciliegina sulla torta”.

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Scambio di gagliardetti tra i capitani Rensenbrink e Sara – da altervista.org

Per concludere in bellezza un ciclo trionfale, resta un “dispetto” da compiere ai danni degli arcirivali del Bruges che, per la seconda volta in tre anni, hanno dovuto soccombere di fronte al Liverpool, ed il fatto che tocchi proprio all’Anderlecht sfidare i “Rossi di Anfield” in Super Coppa Europea, mette quel classico pepe alla sfida, la cui gara di andata si disputa il 4 dicembre ’78 al “Parc Astrid” e vede gli uomini di Goethals – che nel frattempo hanno ulteriormente rafforzato il proprio potenziale offensivo con l’acquisto dell’olandese Ruud Geels dall’Ajax – aggiudicarsela per 3-1 in virtù delle reti realizzate da Vercauteren, Van der Elst e Rensenbrink, cui gli inglesi oppongono il solo centro di Case per il provvisorio pareggio.

Un vantaggio non certo rassicurante, dovendosi recare nella “tana di Anfield”, ma che l’Anderlecht riesce a gestire e, dopo il goal di Hughes a dare speranza alla “Kop” nel primo tempo, ci pensa Van der Elst al 71’ a zittire i 24mila presenti, rendendo vano il consueto spunto del “super sub” David Fairclough a soli 3’ dal termine.

Con questo quarto trofeo europeo in tre anni, si conclude il ciclo vincente dell’Anderlecht, che si era visto eliminare al secondo turno di Coppa delle Coppe dal Barcellona orfano di Cruijff dopo il 3-0 maturato all’andata, subendo analogo punteggio al ritorno e poi cedendo ai calci di rigore, ma resta per sempre impressa l’immagine di una squadra che ha saputo fondere insieme le due “anime” del calcio belga ed olandese in una organizzazione di gioco quasi perfetta …

ARMANDO PICCHI, IL “CAPITANO” CHE NON HA MAI RINNEGATO LE SUE ORIGINI

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Armando Picchi – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

In principio fu Valentino Mazzola, il capostipite della “storica” figura del Capitano, un ruolo che al giorno d’oggi ha perso gran parte del proprio significato, a parte la foto di rito ad inizio gara con i direttori di gara per la scelta del campo e lo scambio dei gagliardetti, visto che oramai con l’arbitro si possono permettere di discutere tutti e ventidue i giocatori e che gli stessi – specie nelle squadre di vertice – sono oramai diventati “aziende di se stessi”, contornati come sono da procuratori e sponsor che ne curano i relativi interessi coi vertici societari.

Ma, 50 o 60 anni fa non era assolutamente così, i giocatori erano sottoposti al vincolo, dell’Associazione Calciatori si era ben lontani dal parlarne, e quindi la figura del Capitano assumeva un ruolo importante all’interno dello spogliatoio poiché, oltre all’essere l’unico deputato ad interloquire con il direttore di gara, era anche colui che intratteneva i rapporti sia con il tecnico che, soprattutto, con la dirigenza, ed in particolare il Presidente, in specie per quanto riguardava gli ingaggi ed i premio partita, una specie di sindacalista, dunque.

E come il citato Valentino Mazzola aveva ricoperto al meglio tale ruolo nel “Grande Torino” dei cinque scudetti consecutivi, così un’altra epica figura ne avrebbe ricalcato le orme in un’altra eccezionale formazione, capace di dominare in campo nazionale per un quinquennio – con la conquista di tre scudetti che sarebbero potuti essere tranquillamente cinque consecutivi – ma con l’aggiunta della massima gloria in campo internazionale, campione d’Europa e del Mondo, tanto da fregiarsi anch’essa dell’appellativo di “Grande Inter”.

Stiamo ovviamente parlando di Armando Picchi da Livorno, nato nella città portuale toscana il 20 giugno 1935 ed alla quale resterà per sempre legato nella sua pur breve e tragica esistenza, anche quando i successi a livello mondiale lo porteranno a calcare i campi più disparati d’Europa e Sudamerica.

Ultimo di quattro fratelli, “l’Armandino” – un soprannome che nella sua città gli resterà appiccicato a vita – a differenza degli altri componenti la famiglia, non eccelle sui banchi di scuola, ma del resto poteva anche essere comprensibile, avendo come punto di riferimento, nonché idolo per un ragazzino di neanche 10 anni, il fratello maggiore Leo, di 14 primavere più anziano di lui, che nel primo Dopoguerra campeggiava all’Ardenza nel ruolo di elegante centrocampista, tanto da essere scelto dal Torino per la rifondazione della squadra dopo la tragedia di Superga del ’49.

Inseparabili, Leo e Armandino, che il fratello maggiore se lo coccolava portandoselo in giro sulla canna della bicicletta, con immancabile destinazione i “Bagni Fiume” dove si forgiavano i “veri Campioni” con interminabili partite nel “gabbione” – specialità tipicamente livornese, al pari del cacciucco, trattandosi, per chi non lo sapesse, di un campo in cemento recintato con porte minuscole e dove la palla non esce mai – dove le sfide vedevano misurarsi i grandi amici di Armando, il “Lupo” Balleri e Mauro Lessi.

Quando si ha un idolo, come nel caso di Leo, il sogno è quello, un giorno, di ripercorrerne le gesta e così, mentre il fratello maggiore – lui sì, anche studente modello, tanto da prendere la laurea in farmacia che utilizza per aprire una tale attività in città – tira gli ultimi calci sul prato dell’Ardenza, ritirandosi a fine stagione ‘54 con gli amaranto in Serie C, ecco che l’anno seguente tocca ad Armandino debuttare alla terz’ultima giornata di un Campionato che vede il Livorno conquistare la Promozione tra i Cadetti.

Gioia di breve durata, poiché al termine del successivo Campionato, concluso al penultimo posto, gli amaranto si ritrovano nuovamente tra gli allora Semiprofessionisti, con Picchi che inizia a ritagliarsi sempre più spazio in prima squadra, ma nel ruolo di mezz’ala però, prima che il tecnico Ugo Conti lo retroceda a terzino a far coppia con Lessi e Balleri a presidiare il centro area.

Il cambio tattico dà i suoi frutti e, nella stagione 1958-’59, conclusa dagli amaranto al quinto posto, non sono pochi gli osservatori che pongono il loro sguardo su quella difesa così ben organizzata, ivi compresi quelli della Fiorentina, ma alla fine a spuntarla è la Spal del Presidentissimo Paolo Mazza, che si porta a casa la coppia Picchi-Balleri nell’estate ’59.

Esordire in Serie A a 24 anni e per di più in una provinciale come la formazione estense, sembra ben lungi dal far presagire un futuro di successi, ma la splendida stagione disputata e conclusa con il quinto posto finale, miglior piazzamento della storia spallina, fa sì che lo scaltro Mazza intenda immediatamente “monetizzare” l’investimento dell’anno precedente, accettando di buon grado le offerte pervenutegli da Inter e Torino, con conseguente trasferimento dell’Armandino in nerazzurro e del “Lupo” ai granata.

L’approdo di Picchi all’Inter nell’estate ’60 coincide con l’arrivo sulla panchina del “Mago” Helenio Herrera, reduce dai trionfi catalani con i “blaugrana” del Barcellona, fortemente voluto da Angelo Moratti, Presidente nerazzurro dal 1955 e che, sinora, non era ancora riuscito a far girare a suo favore la supremazia cittadina del suo amico/rivale Rizzoli (Angelo pure lui …) che, con lui alla guida, aveva visto il Milan aggiudicarsi gli Scudetti del 1955, ’57 e ’59, mentre l’ultima stagione era toccato alla Juventus festeggiare, con i nerazzurri quarti a 15 punti di distacco.

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Armando Picchi ed Helenio Herrera – da wikipedia.org

Convinto che la scelta del “Mago” sia quella giusta, Moratti si svena per venire incontro alle elevate pretese del tecnico quanto ad ingaggio, ed i primi risultati sono alquanto confortanti, pur incappando l’Inter, alla 7.ma giornata, in una inaspettata sconfitta per 1-2 all’Appiani contro il Padova “catenacciaro” del Paron Rocco, contro il quale Herrera si troverà a rivaleggiare nei suoi successivi anni milanesi.

Sconfitta che giunge alla vigilia dell’appuntamento maggiormente sentito da Moratti, vale a dire il derby, in programma la settimana successiva, 20 novembre ’60, e che fornisce una svolta tattica importante per Herrera, in quanto, rimasto colpito dalla prestazione del libero biancoscudato Blason, si convince ad impiegare in tal ruolo proprio Balleri che, dietro consiglio di Picchi, l’Inter preleva dal Torino nel mercato autunnale, facendolo esordire proprio nel derby, che l’Inter si aggiudica per 1-0 con una rete in chiusura di primo tempo realizzata, pensate un po’, dall’Armandino, lesto a riprendere una corta respinta della barriera su punizione di Lindskog e trafiggere in diagonale Ghezzi, per quella che resterà la sua unica rete in Campionato con la maglia nerazzurra.

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Picchi, Lo Bello e Rivera, il “Derby” anni ’60 – da magliarossonera.it

L’Inter viaggia spedita in vetta alla Classifica, chiudendo l’andata in testa con 26 punti e tre di vantaggio sul Milan, ma nel mese di marzo incappa in una serie negativa di quattro sconfitte consecutive – comprese un secondo 1-2, stavolta interno, ancora contro il Padova e la sconfitta nel derby con analogo punteggio – che le fanno perdere la testa della Classifica ed, anche se l’esito del Torneo sarà inficiato dalla decisione della Lega in ordine al match di Torino con la Juventus – inizialmente dato vinto ai nerazzurri per 2-0 per invasione di campo per poi disporne la ripetizione a giochi ormai fatti – inizia a farsi opinione comune negli ambienti nerazzurri che i metodi di allenamento maniacali di Herrera portino i giocatori ad esaurire anzitempo le energie.

Un tarlo che, nella mente di Moratti, prende sempre più consistenza l’anno successivo, quando la storia si ripete, con i nerazzurri Campioni d’inverno con largo margine – 27 punti rispetto ai 23 di Fiorentina e Bologna ed ai 22 del Milan – e protagonisti di un crollo verticale nel ritorno, chiudendo la Stagione al secondo posto ed oltretutto alle spalle del Milan, guidato da quel Rocco, “bestia nera” di Herrera.

Con il tecnico impegnato nei Mondiali in Cile alla guida della Spagna, Moratti pensa seriamente alla sua sostituzione puntando su quell’Edmondo Fabbri protagonista del “Miracolo Mantova”, condotto dalla Serie D sino alla Massima Serie, ma in soccorso del “Mago” arriva proprio Picchi, il quale, da buon toscano, aveva intuito come Herrera avesse già trovata la soluzione “interna”, proprio con lo spostamento del “Capitano” – cui aveva nel frattempo anche consegnato i relativi gradi – nel ruolo di libero, sostituendolo a terzino con quel Burgnich prelevato dal Palermo e troppo frettolosamente “scaricato” dalla Juventus.

Già, e qui torniamo alla premessa, Herrera forse non è mai stato un tattico d prim’ordine – di lui si è sempre detto che non era in grado di leggere le partite – ma sicuramente un grande motivatore, psicologo e, soprattutto, conoscitore di uomini, date anche le proprie vicissitudini derivanti da un’infanzia vissuta in miseria, e non poteva passargli inosservato il carisma di Picchi, che lo faceva essere leader nonché allenatore in campo di una squadra che, oramai per tradizione consumata nel tempo, doveva essere considerata difficile da gestire.

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Inter Campione d’Italia 1962/63 – da piramidedicambridge.com

E Picchi, capitano silenzioso e forsanche timido fuori dal campo, sul rettangolo di gioco si trasforma, formando con Guarneri una insuperabile coppia centrale difensiva, dispensando consigli ai compagni e mettendo in pratica impeccabili chiusure sugli attaccanti lanciati a rete, divenendo il primo direttore, in fase difensiva, di un’orchestra la cui bacchetta veniva poi passata al genio calcistico di Luisito Suarez per dar vita ad una formazione che – compreso il lancio in prima squadra di Facchetti (altra geniale intuizione del Mago …), l’esplosione del talentuoso Sandrino Mazzola, la velocità dell’ala brasiliana Jair e l’estro a fasi alterne di Corso – per cinque anni domina in Italia, in Europa e nel Mondo, vincendo anche meno di quel che forse avrebbe meritato.

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Picchi, alla destra di Facchetti con la Coppa, festeggia la vittoria sul Real Madrid – da thesun.co.uk

Ma in una squadra così infarcita di campioni, il rispetto da parte dei compagni uno se lo deve conquistare, ed anche su questo aspetto Picchi si dimostra trascinatore, sia nel relazionarsi con il tecnico ed il Presidente per la gestione dei premi e degli ingaggi – lo stesso Moratti ammetterà che l’Armandino pensava più ai propri compagni che a se stesso, atteggiamento tipico della generosità livornese – che nel dare l’esempio sugli infuocati campi di Coppa dei Campioni e, soprattutto, nelle due trasferte sudamericane sul campo degli argentini dell’Independiente, dove più che partite di calcio si giocavano vere e proprie guerre, nel corso delle quali non era raro sentire il Capitano appellarsi allo spirito di patria per incoraggiare i compagni ed invitarli a non mollare, nonostante l’ambiente ostile e financo pericoloso.

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Scambio di gagliardetti tra Picchi e Coluna, Finale di Coppa Campioni ’65 – da wikipedia.org

Un atteggiamento, quello di Picchi, apparentemente schivo, ma che dentro di sé aveva forgiati la tempra ed il carattere dell’uomo di mare, in cui, anni dopo, si rispecchierà un altro grande leader dei “cugini” come Franco Baresi, nel mentre l’Armando riesce anche nell’impresa – dopo averli bonariamente presi in giro in allenamento – di portare, durante le ferie estive – che, puntualmente trascorreva nella sua amata Livorno, con al massimo qualche “puntatina” all’Isola d’Elba, altro che le vacanze esotiche del giorno d’oggi – i più celebrati campioni della “Grande Inter per cimentarsi nel “gabbione”, lì dove “veramente si vede chi ha le palle …!!”, per la gioia dei ragazzini dell’epoca che potevano ammirare da vicino giocatori così affermati, compreso addirittura Suarez (!!), ai quali immancabilmente si univano gli “amici di sempre” Lessi e Balleri.

E, soprattutto, Picchi è sempre stato esempio di una grande professionalità, che lo ha portato ad accettare qualsiasi decisione, anche la più amara, come per lo scarso impiego in Nazionale da parte di Fabbri (che, da buon rancoroso, forse non gli aveva perdonato di avergli impedito il suo mancato arrivo sulla panchina nerazzurra), il quale arriva a convocare per i Mondiali in Inghilterra addirittura la riserva Landini della retroguardia interista, ma lasciandolo fuori dai ventidue selezionati, ed altrettanto per essere stato scaricato da Herrera al termine dell’infausta stagione ’67 culminata con la perdita dello Scudetto a Mantova all’ultima giornata, la sconfitta in Finale di Coppa Campioni ad opera del Celtic e l’eliminazione in semifinale di Coppa Italia – ultima partita disputata da Picchi in maglia nerazzurra – proprio contro quel Padova che gli aveva dato la prima delusione nel novembre ’60.

A 32 anni suonati e con un palmarès di assoluto rispetto, Picchi avrebbe potuto concludere la carriera ed, invece, accetta di buon grado il compito di far da chioccia al neopromosso Varese del Presidente Borghi che, grazie al proprio contributo ed all’esplosione in attacco del giovane Pietro Anastasi, finisce il Campionato in un’eccellente ottava posizione, e, da un punto di vista personale, riguadagnandosi il posto in Nazionale, con nel mirino i Campionati Europei ’68.

Schierato dal nuovo Tecnico Ferruccio Valcareggi in tutte e sei le gare del Girone di qualificazione contro Cipro, Romania e Svizzera, Picchi scende in campo da titolare anche nell’andata dei quarti di finale a Sofia contro la Bulgaria per quella che sarà la sua ultima presenza in Azzurro, a causa di un violentissimo scontro di gioco con Jakimov, che pone di fatto fine alla sua carriera calcistica, pur rientrando l’anno seguente al Varese del quale assume anche la guida tecnica nel finale di Campionato, non riuscendo però ad evitarne il ritorno tra i Cadetti.

Picchi avrebbe voluto proseguire almeno un altro anno per inseguire il sogno di disputare in Messico quel Mondiale che gli era stato negato da Fabbri quattro anni prima, ma il suo ingaggio non venne suggerito da nessun allenatore di Serie A, temendo, non a torto, di allevarsi in casa un possibile sostituto e quindi, fatto buon viso a cattivo gioco, quale luogo migliore per sfogare la propria amarezza che ritornare a respirare il salmastro della sua Livorno, a cui non può certo dire di no quando gliene viene offerta la panchina, a fine dicembre ’69, con gli amaranto al quart’ultimo posto in classifica nel Campionato di B.

Ottima occasione per dimostrare le proprie qualità che Picchi non si lascia sfuggire, conducendo la squadra del cuore ad una più che tranquilla salvezza, concludendo il Torneo al nono posto, tanto da attirare le attenzioni del Presidente juventino Boniperti che sta mettendo le basi – dopo i nefasti anni ’60 trascorsi ad ammirare i trionfi delle milanesi – per il ciclo bianconero degli anni ’70 e non ha dubbi nel ritenere il 35enne livornese l’uomo giusto cui affidare il compito della ricostruzione.

Allenatori Juventus
Picchi nelle vesti di allenatore Juventus – da wikipedia.org

Un compito al quale Picchi si avvicina con la solita, consueta, professionalità e dedizione – pur vivendo, sul piano umano, una difficile situazione familiare per una infezione causata alla moglie Francesca in occasione del parto cesareo del loro secondo figlio, Gianmarco, circostanza che fece temere per la vita della giovane – quando iniziano a manifestarsi le avvisaglie del terribile male al quale lui, Capitano di tante battaglie, dovrà arrendersi, spengendosi alla soglia dei 36 anni, il pomeriggio del 26 maggio ’71, proprio mentre alla sera i “suoi ragazzi” sarebbero scesi in campo per la Finale di andata di Coppa delle Fiere, contro gli inglesi del Leeds.

La notizia non fu comunicata ai giocatori per non disturbarli, ma ci pensò il cielo ad onorarne la memoria, con un violento temporale che indusse il direttore di gara a sospendere l’incontro, mentre la salma dello sfortunato Armandino veniva trasportata dalla Casa di Cura di San Romolo (frazione di Sanremo), dove era ricoverato, alla sua città natale, dove i familiari avevano predisposto per il mattino del 28, i funerali in forma strettamente privata.

Ma se Picchi non aveva mai dimenticato la “sua” Livorno, come è possibile pensare che i livornesi potessero dimenticare il “loro” Armandino, ed appena si sparge la notizia circa le volontà della famiglia, si verifica una sorta di sollevazione popolare – con a capo il Sindaco, i lavoratori portuali e le maestranze dei cantieri Orlando – affinché le esequie si tenessero in un orario in cui chiunque vi potesse partecipare per dare un ultimo, commosso saluto al “Capitano”, sollecitazione alla quale la famiglia non si oppone, con la funzione svoltasi alle 17,30 presso la Cappella della Misericordia gremita da rappresentanti di tutto il mondo calcistico ed una folla di quasi 20mila persone ad attendere il feretro all’uscita, dato che i negozi erano chiusi per l’occasione.

Livorno dedicherà allo sfortunato Armando il proprio stadio e, nel ricordarne la figura, il pensiero va a come sarebbe stato felice, l’Armandino, di tirar su – a sua immagine e somiglianza – quel Gaetano Scirea che il giorno della sua scomparsa era appena divenuto maggiorenne e che sarebbe approdato alla Juventus nell’estate ’74 solo per essere accomunato al “Capitano”, oltre che per classe, carisma e vittorie, anche per analoga, tragica e prematura scomparsa, manco a dirlo, alla stessa età di 36 anni.

La domanda, cui non ci è concessa risposta, è sempre la stessa …. “Ma perché, mio Dio, perché …??”

IL GOLDEN GOL DI ORLANDINI CHE REGALO’ L’EUROPEO UNDER 21 NEL 1994 ALL’ITALIA

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L’Under 21 vince il titolo europeo 1994 – da figc.it

articolo di Massimo Bencivenga

C’erano i mostri in terra di Francia nel 1994, solo che ancora non lo sapevamo.

L’Italia di Maldini padre, fresca campionessa Under 21, andò a giocarsi la Final Four in terra di Francia insieme ai padroni di casa, alla Spagna e al Portogallo. L’Italia non era malaccio in senso assoluto, ma arrivò a quella fase finale non da favorita. Per tutti la finale annunciata era Francia-Portogallo. I lusitani si sbarazzarono della Spagna.

L’Italia si trovò contro il dinamismo di Makelele, la ieratica classe di Dugarry, il piede del trottolino Pedros. In realtà, in quella partita nessuno riuscì ad apprezzare le movenze di un ragazzo di origine berbera, con gli occhi di ghiaccio e il piede magnetico; il calciatore che il mondo avrebbe conosciuto come Zizou.

Già, c’era anche Zidane contro la Francia operaia di Maldini, quella dei Colonnese e dei Delli Carri in difesa, assieme a Cannavaro e a un Panucci relagato a battitore libero. Marcolin, Scarchilli, Carbone e Beretta a centrocampo, Vieri e Muzzi in attacco.

La partita fu una battaglia, che divenne guerra di trincea dopo l’espulsione di Delli Carri. Con un Muzzi immenso a fare l’esterno di centrocampo e l’attaccante di supporto a Vieri. Va detto che questo atteggiamento epico non fece che esaltare le virtù difensive di Cannavaro e le chiusure eleganti di Panucci, roba che fece pensare a Scirea e Baresi.

Sia come sia, anche con un pizzico di fortuna, e con mischie risolte alla grande da Toldo, che si produsse anche in buone parate, si arrivò ai rigori. Makelele si fece parere il rigore da Toldo, mentre Panucci, Vieri, Beretta, Marcolin e il piccolo Benny Carbone furono implacabili. Montpellier si colorò d’azzurro. Ah, quella Francia l’allenava il sedicente astrologo Domenech; chissà se ha mai previsto che avrebbe perso, contro l’Italia e sempre ai rigori, anche un Mondiale.

Il 20 aprile si giocò la finale sempre a Monpellier. Maldini si affidò agli stessi undici con solo qualche aggiustamento: Cherubini al posto di Delli Carri e Inzaghi al posto di Vieri. Il Portogallo era una generazione di campioni, senza se e senza ma. In quella compagine giocavano elementi che erano stati campioni europei under 16 nel 1989 e gente che aveva vinto il mondiale under 20 nel 1991. Vincevano a mano a mano che crescevano.

Il craque, diciamo così, era uno che non tanti ricordano, ma che da promessa giovanile sembrava essere destinato a lasciare un segno. Così non è stato. Lui, il craque, si chiamava Joao Viera Pinto, e per la verità è uno dei pochi a potersi fregiare per due volte del titolo di Campione del Mondo Under 20, avendo vinto anche nel 1989, mentre Figo, appena un anno più giovane, vinceva l’Europeo Under 16.

Già, perché se Viera Pinto giocò una partita normale contro gli azzurrini, due lusitani rendevano scintillanti giocate semplici; il pallone cercava contento quei piedi, convinto che sarebbe stato accarezzato e indirizzato meglio. Il pallone sembrava amare i piedi di Luis Figo e di uno dei più grandi passatori di tutti i tempi: Rui Costa.

C’erano i mostri, dicevo. Noi ne avevamo uno, ma non l’avevamo neanche convocato. E allora ci toccò la solita partita da battaglia e trincea, con Muzzi questa volta a fare, più di Carbone, il centrocampista.

Il gioco lusitano era avvolgente, languido come una samba, tranquillo come un boa che sa che, prima o poi, riuscirà a stringere le spire sulla preda. Lo stellone d’Italia fece la sua comparsa quando Cannavaro rischiò un autogol comico, con palla sul palo a Toldo battuto. Si arrivò ai supplementari.

Maldini, a sei minuti dalla fine dei regolamentari, grosso modo il tempo concesso a Rivera a Mexico 1970 contro il Brasile, sostituì Inzaghi non già con Vieri, bensì con Pierluigi Orlandini, un tornante, all’epoca si diceva ancora così, dell’Atalanta. L’idea era quella di spostare al centro dell’attacco uno stremato ed epico Roberto Muzzi (forse il migliore azzurro della fase finale) e mettere forze fresche sulla fascia.

Il fattaccio avvenne al minuto 97. I luistani persero palla e Orlandini la recuperò nella terra di nessuno tra centrocampo e difesa avversaria. Prese palla, sul centro destra italiano e si guardò intorno. Non trovando soluzioni vicine avanzò trotterellando palla al piede. Non trovando ancora soluzioni, caricò il sinistro per battere a rete da lontano. La parabola terminò in rete e avvenne la cosa strana. Non ci si rese subito conto che la partita era terminata. Già, perché da poco tempo era entrato in uso la regola del Golden Gol. Una regola che avremmo sperimentato sulla nostra pelle contro la Francia nel 2000.

Orlandini trovò il tiro della vita quel giorno, ma era un buon giocatore che avrebbe meritato miglior fortuna.

A questo punto vi starete chiedendo chi era il mostro lasciato a casa. Inizio con il dire che quando dico mostro intendo l’accezione latina del termine, che sta per prodigio, meraviglia, portento. Ecco, il mostro che Maldini provò ma che non si portò alla fase finale in Francia si chiamava Alessandro Del Piero.

FRANCIA-BRASILE 1986, TRA ZICO E PLATINI IL RIGORE DECISIVO E’ DI FERNANDEZ

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La gioia di Platini dopo il gol dell’1-1 – da storiedicalcio.altervista.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Un match bellissimo, tra i più spettacolari mai visti ai Mondiali. Francia-Brasile del 1986 è un concentrato infinito di emozioni, azioni mozzafiato e colpi di scena continui. Vincono i francesi ai rigori, anche se probabilmente meritavano di più i brasiliani, capaci di produrre un numero superiore di occasioni da rete e colpire ben due pali, traditi dal loro simbolo Zico che spreca un penalty a metà ripresa e infine sfortunati nei tiri dal dischetto, nonostante l’errore dell’altro campionissimo, Platini, e con il gol di Bellone irregolare (la palla entra in rete dopo aver sbattuto sul palo e sulla testa del portiere Carlos).

Francia: Bats – Amoros, Bossis, Battiston, Tusseau – Giresse (st 39′ Ferreri), Fernandez, Tigana – Platini – Rocheteau (pts 11′ Bellone), Stopyra.
Brasile: Carlos – Josimar, Julio Cesar, Edinho, Branco – Alemao, Elzo, Socrates – Junior (pts 1′ Silas) – Muller (st 27′ Zico), Careca.

Primo tempo
1′ scambio rapido Platini-Giresse-Platini, la difesa brasiliana ferma l’azione, arriva in corsa da dietro Amoros, conclusione rasoterra violentissima fuori di poco.
8′ fallo di Socrates su Tigana sulla trequarti. Punizione per la Francia, altro missile improvviso di Amoros, Carlos blocca in due tempi. Inizio subito a ritmi elevati.
15′ occasione pazzesca per il Brasile. Da Muller, la palla arriva a Careca, che libera Socrates solo davanti a Bats, tiro a mezza altezza, il portiere francese respinge d’istinto, Socrates recupera ancora il pallone e rimette in mezzo per Careca, anticipato da Bats in corner.
17′ Socrates per Careca al limite, conclusione un po’ strozzata, Bats blocca.
18′ GOL BRASILE Sontuoso scambio, tutto di prima, tra Muller e Junior, da questi assist a Careca, che appena dentro l’area fa partire un tracciante violentissimo, la palla si infila sotto la traversa. Azione favolosa dei brasiliani, gol stupendo.
20′ Platini innesca Giresse a destra, conclusione alta di un metro sulla traversa.
25′ Giresse apre a destra per Amoros, cross basso in area, Rocheteau viene anticipato da un intervento un po’ goffo di Carlos, un difensore brasiliano libera in angolo.
31′ scambio di prima Tigana-Platini-Giresse, palla in area per Rocheteau, anticipato all’ultimo da Josimar. Calcio champagne dei francesi, che ora provano a spingere con maggiore intensità.
35′ Brasile vicinissimo al 2-0 in contropiede. Lungo lancio di Socrates per Careca, che brucia sullo scatto Bossis, arriva sul fondo, cross basso sul secondo palo, Muller arriva in corsa e colpisce in pieno il palo esterno.
41′ GOL FRANCIA Triangolo Giresse-Amoros-Giresse, palla a Rocheteau a destra, cross deviato, Stopyra manca la deviazione al centro dell’area piccola, sbuca a sinistra Platini che realizza.

Secondo tempo
3′ da Alemao a Elzo, quindi a Junior, che avanza e dalla trequarti lascia partire una cannonata a mezza altezza, Bats respinge.
6′ fallo di Bossis su Careca al limite, sul lato sinistro. Punizione di Socrates direttamente in porta, Bats mette in angolo con i pugni.
7′ retropassaggio avventato di Branco, ne approfitta Stopyra, che entra in area e lascia a Rocheteau, conclusione in girata fuori sul primo palo. La partita è sempre molto bella e non accenna a calare di intensità.
10′ Junior stende da dietro Stopyra sulla trequarti. Platini batte per Bossis, cross in area, colpo di testa di Stopyra sul fondo.
16′ break di Muller, che sorprende la difesa francese, cross sul secondo palo, Bossis anticipa Careca all’ultimo, subendo poi fallo dall’attaccante brasiliano.
20′ Tigana triangola con Rocheteau, si inserisce palla al piede nella difesa brasiliana a velocità doppia e si presenta solo davanti a Carlos; il portiere brasiliano riesce a opporsi al tiro di Tigana con il corpo.
21′ partita stupenda, adesso è il Brasile a rendersi pericoloso. Palla morbida di Alemao al limite per Socrates, che stoppa e tocca indietro a Junior, controllo in corsa e gran sventola di destro, Bats respinge da campione.
26′ splendido cross, con il contagiri, di Josimar da destra, imperioso stacco di Careca, traversa piena. Il Brasile ai punti meriterebbe qualcosa in più.
29′ Branco sale a centrocampo e appoggia a Zico, appena entrato. Zico restituisce il pallone a Branco, nel frattempo inseritosi in area, con un assist immaginifico; Branco scarta Bats, che lo atterra. Rigore ineccepibile. Sul dischetto si presenta lo stesso Zico, che però calcia troppo centralmente e Bats devia.
32′ Giresse a destra allunga a Bossis, che supera un avversario, avanza indisturbato e quasi al limite lascia partire un destro fortissimo a mezza altezza, Carlos devia in tuffo in calcio d’angolo.
34′ la Francia recupera palla, Platini tocca al suo fianco per Amoros, che calcia di prima intenzione, la palla sfiora il palo alla sinistra di Carlos. Match di una bellezza unica.
37′ spettacolare triangolo Careca-Zico-Careca, che entra in area, ma calcia troppo debolmente e Bats respinge.
39′ ancora Josimar scatenato sulla fascia destra, cross a centro area perfetto per Zico, che schiaccia di testa, Bats vola e salva la propria porta.
41′ Platini allunga a sinistra per Rocheteau, palla sul lato sinistro dell’area a Bossis, che rimette in mezzo, Carlos esce male, la porta è vuota ma Rocheteau manca l’aggancio ed Elzo libera.
45′ ancora uno splendido suggerimento al limite per Junior, che arriva in corsa e spara alle stelle.

Primo tempo supplementare
5′ percussione centrale di Rocheteau, che calcia a botta sicura, tiro respinto in spaccata da Julio Cesar, recupera Stopyraa destra, altro tentativo murato in corner da Edinho.
10′ tentativo da fuori di Elzo, palla alta di un metro.
13′ Careca appoggia a Silas, conclusione da lontano, pallone sul fondo.
14′ filtrante di Zico per Silas, anticipato da Bats in uscita, recupera ancora Silas, palla indietro ad Alemao, tiro-cross alto.
15′ Josimar per Silas, cross in area, colpo di testa di Socrates, Bats neutralizza. Il Brasile è tornato a spingere con insistenza.

Secondo tempo supplementare
8′ corner da sinistra di Giress, messo fuori dalla difesa brasiliana. Recupera Tigana, che allarga a destra per Platini, cross vellutato in area, Giresse manca l’aggancio, sbuca in area alle sue spalle Stopyra, che tenta una deviazione volante, Carlos riesce a salvare.
10′ Zico apre a destra per Alemao, che avanza e quasi dal limite scocca un destro violento, Bats devia in corner.
11′ lancio con il contagiri di Platini per Stopyra, che elude la trappola del fuorigioco e si invola verso la porta, supera Carlos al limite, il portiere brasiliano sbilancia però Stopyra, che perde l’equilibrio e viene rimontato da Edinho. Proteste vibranti dei francesi, capitanati da Platini, con l’arbitro, che però lascia correre. Il fallo su Stopyra era comunque evidente.
12′ spunto di Careca a destra, cross sul secondo palo, un giocatore brasiliano manca di un soffio la deviazione vincente. La partita si accende nuovamente in questo finale.

Rigori
Socrates (B): parato da Bats con un volo sulla destra. 0-0 BRASILE
Stopyra (F): gol, palla sotto la traversa. 1-0 FRANCIA
Alemao (B): gol, palla nell’angolino sinistro. 1-1 BRASILE
Amoros (F): gol, palla nell’angolino sinistro. 2-1 FRANCIA
Zico (B): gol, palla a sinistra, Bats spiazzato. 2-2 BRASILE
Bellone (F): gol. La palla colpisce il palo alla sinistra di Carlos, sbatte sulla testa del portiere brasiliano e finisce in rete. Il rigore è da annullare, ma viene convalidato. 3-2 FRANCIA
Branco (B): gol, tiro centrale, Bats spiazzato. 3-3 BRASILE
Platini (F): tiro altissimo. 3-3 FRANCIA
Julio Cesar (B): palo, sulla destra di Bats. 3-3 BRASILE
Fernandez (F): gol, palla nell’angolino destro. 4-3 FRANCIA

LE PAGELLE DELLA FRANCIA
IL MIGLIORE BATS 8: ci saranno stati portieri più forti e famosi, ma pochissimi, nella storia dei Mondiali, hanno giocato una partita come la sua. Commette un solo errore, quando atterra Branco e causa il rigore, ma per il resto è insuperabile. I brasiliani ci provano in tutti i modi, ma lui riesce sempre a fiaccare ogni tentativo con parate di tutti i tipi, da vicino e da lontano. E, tanto per gradire, neutralizza anche un rigore a Socrates nella lotteria finale.
Amoros 7: partita di grande spessore e personalità sulla corsia di destra. Attento in fase difensiva, temibile quando avanza e nei tiri dalla distanza. Mette anche lo zampino nell’azione del gol francese. Certamente il più positivo della difesa.
Platini 7: ha il merito di realizzare il gol dell’1-1. Spreca pochissimi palloni e certi lanci sono uno spettacolo, in particolare quello che manda in porta Stopyra nei supplementari. Dà comunque sempre l’idea di fare il minimo indispensabile e risparmiarsi, una sensazione personalissima che ho già avuto modo di evidenziare in altre partite dei Mondiali. Sbaglia il suo rigore, fatto insolito per uno preciso come lui, che però non risulta decisivo.
Rocheteau 7: una spina nel fianco della difesa brasiliana. Non segna, ma corre per tre e impegna a fondo i suoi avversari. Di pregevole fattura il cross che porta al gol di Platini. Zanzara.
Bossis 5,5: il meno brillante della sua squadra, anche se cresce con il passare dei minuti e si rende utile in attacco. In difesa però soffre tremendamente il dinamismo e la fisicità di Careca.

LE PAGELLE DEL BRASILE
IL MIGLIORE CARECA 7,5: fisico, tecnica e istinto del predatore. Quando viene servito a dovere, non tradisce. Cala un po’ nella seconda parte di gara, ma lascia un segno netto sulla partita, non soltanto per un gol stupendo, ma anche per la traversa e la forza d’urto con cui mette a ferro e fuoco la difesa francese. E’ certamente il migliore del Brasile in questo Mondiale, con 5 gol realizzati.
Julio Cesar 7: mezzo voto in meno per il rigore fallito, che si rivela decisivo. Ma in difesa è un muro, impeccabile in marcatura e abile a giocare spesso d’anticipo. Colosso.
Josimar 7: sulla sua fascia di appartenenza non ce n’è per nessuno. Chiude bene i varchi dietro e spinge che è una meraviglia, dimostrando piedi raffinati, evento non sempre scontato in un difensore.
Alemao 7: un trattore, che corre ovunque e cresce strada facendo. Ha grande dinamismo e splendido senso tattico e sa inserirsi con pericolosità in avanti.
Zico 6: da un lato, ci sono alcuni passaggi in verticale che sono pura poesia calcistica; dall’altro, c’è quel maledetto rigore al 29′ del secondo tempo, calciato molto male (non da lui) e sbagliato, che avrebbe potuto portare il Brasile in semifinale. Incompiuto.
Socrates 5,5: con la palla tra i piedi, sa il fatto suo e nessuno può obiettare sulle sue squisite doti tecniche. Però sembra giocare troppo da fermo, un peccato che appare evidente in un match che va a ritmi sostenuti. Chiude una partita in chiaroscuro, sbagliando il primo rigore della serie conclusiva.

HRISTO STOICHKOV, LA CLASSE RIBELLE

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Hristo Stoichkov con la maglia del Barcellona – da indipendent.co.uk

articolo tratto da Una questione di centimetri

Con la sua classe poteva giocare in qualsiasi posizione dalla trequarti in su: mitico rifinitore, incredibile assist-man, ma anche un grande goleador. Con la maglia numero 8, che lo ha sempre contraddistinto, non possiamo che parlare di Hristo Stoichkov.

Il fuoriclasse bulgaro è stato uno dei giocatori più controversi di tutta la storia del calcio. Hristo si è fatto conoscere, non solo per le sue grandi doti da calciatore, anche per il suo carattere irascibile che lo ha reso protagonista di diverbi e scontri con arbitri e giocatori e di rapporti tesi con i suoi allenatori ma la sua classe è andata oltre il suo lato più spigoloso.

Esplose giovanissimo e, con il suo CSKA Sofia, regnò in Bulgaria segnando valanghe di goal, e questo fu solo l’inizio della sua gloriosa carriera.

Per consegnarsi all’eternità del mondo del pallone sbarca a Barcellona facendo parte di una squadra ricca di stelle dove riuscì comunque a farsi largo e lasciare il segno da protagonista.

In Catalogna vinse a ripetizione la Liga spagnola fino a diventare con i blaugrana campione d’Europa nel 1992. Con quel titolo pensò di far suo anche il Pallone d’Oro ma dovette fare i conti con un certo Marco Van Basten che quell’anno gli strappò dalle mani il trofeo per una manciata di punti. Probabilmente quell’edizione l’avrebbe meritata il bulgaro ma “l’Ayatollah” e il Ballon d’Or avevano un appuntamento con il destino.

Con gli Azulgrana continuò a dare spettacolo in coppia con il brasiliano Romario e nell’edizione 1993/94 della Champions League ebbe la possibilità di bissare il successo del ’92. Da favoriti ad Atene sfidarono il Milan privo della coppia centrale difensiva titolare composta da Baresi e Costacurta. Fu una debacle per gli spagnoli che persero nettamente per 4-0.

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Stoichkov in azione con la Bulgaria ai Mondiali del 1994 – da goal.com

Dopo la cocente sconfitta, Hristo volò con la sua nazionale negli Usa per giocare i Mondiali. La Bulgaria fu una delle sorprese della Coppa del Mondo e Stoichkov il suo trascinatore. Superarono il girone eliminatorio grazie alla vittoria contro l’Argentina e ai quarti fecero fuori la Germania campione in carica.

Dovettero cedere in semifinale contro l’Italia perdendo anche la finale per il 3°-4° posto ma rendendosi comunque protagonisti di un’impresa unica e Hristo vinse pure la classifica cannonieri in compagnia del russo Salenko con 6 goal.

Con in tasca la liga spagnola, una finale di Coppa Campioni e un’entusiasmante “cavalcata mondialenel 1994 si presentò come il super favorito alla rassegna del Pallone d’Oro e questa volta lo fece suo. Non ci fu partita per gli avversari con gli italiani Baggio e Maldini a completare il podio. Il bulgaro raggiunse l’apice della sua carriera che andò poi man mano in declino.

Nel 1995 arrivò al Parma ma la sua esperienza italiana fu fallimentare. Tornò subito al Barcellona continuando a regalare sprazzi della sua classe facendo il panchinaro di lusso.

Nel 1998 fece un fugace ritorno in patria per poi concludere la sua carriera negli Stati Uniti dopo aver giocato in Arabia Saudita e in Giappone.

Hristo Stoichkov fu un giocatore carismatico dal grande temperamento e un vero ribelle ma la sua classe lo ha reso un immortale del calcio, un fuoriclasse che tutti ricorderanno anche negli anni avvenire.

IL LAVAPIATTI E L’IMPRESARIO DI POMPE FUNEBRI CHE FECERO PIANGERE I MAESTRI INGLESI

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Il gol di Gaetjens – da calciomemory.com

articolo di Massimo Bencivenga

La storia di oggi è un omaggio ai Davide che sconfiggono i Golia, alle imprese dei piccoli contro i grandi. E’ un omaggio al ritorno in serie A della Spal. Ed è pensando ai ferraresi che m’è venuto in mente di raccontare quel che accadde al Mondiale del 1950, il Mondiale del Maracanazo.

Il Mondiale del 1950 fu il primo del dopoguerra, e come ben sapete si giocò in Brasile. La Germania Ovest non fu ammessa a partecipare per essere stata responsabile della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia, fresca della tragedia di Superga, fu invitata, anche perché portava la Coppa in qualità di squadra detentrice. E per la prima volta decisero di cimentarsi nella tenzone iridata anche i maestri inglesi.

La sorte li volle pescati nel girone insieme agli Usa. Gli inglesi erano una buona squadra, imperniata su Wright e Ramsey dietro e a centrocampo, con gente come Finney e Mortensen (sì, proprio quello che ha il copyright sul “gol alla Mortensen”) in avanti. E poi avevano lui: Stanley Matthews. C’era un Matthews nella sfida Inghilterra-Italia 3-2 del 1934, quando Meazza segnò una doppietta; e c’era un Matthews in Italia-Inghilterra 0-4 del 1949. Ed era lo stesso Matthews. Lo stesso Matthews che nel 1956, a 41 anni, vinse il primo Pallone d’Oro, un riconoscimento più alla carriera che effettivo per un’ala destra che ha attraversato i decenni con la solita finta. Quella alla quale abboccavano tutti.

La prima partita, gli inglesi la vinsero per 2-0 sul Cile. La seconda, con gli Usa, che nel frattempo ne presero tre dalla Spagna, sembrava una formalità. Gli statunitensi si comportavano come un’allegra brigata in libera uscita. Il capitano era McIlvenny, in difesa c’era uno rude che si chiamava Charlie Colombo, in porta Frank Borghi, impresario di pompe funebri e in avanti Joe Gaetjens. Figlio di un tedesco e una haitiana, Gaetjens emigrò dai Caraibi negli States per studiare, ma finì a fare il lavapiatti perché non fu ammesso a scuola. Lavorava e giocava a calcio. Centravanti. Bravo di testa. Gli statunitensi non avevano neanche una divisa, giocavano con una maglia che somigliava a quella del River Plate, forse perché l’eco della Maquina era giunta anche in Nordamerica.

Matthews si tirò fuori dalla contesa, dicendo, sdegnato, che non si sarebbe mai abbassato a giocare con sudditi o ex sudditi. L’arbitro della partita fu un italiano, che si prese un doppio taccuino, convinto che la partita sarebbe finita in goleada per i figlia d’Albione.

Il giorno dopo, il Daily Express uscì con: Inghilterra 10 – Stati Uniti 1. Si trattò di un Epic Fail di dimensioni siderali. Perché gli Usa vinsero per 1-0. Con gol di testa, alquanto strambo in realtà, proprio del lavapiatti Gaetjens nel primo tempo. Nella ripresa, i maestri inglesi provarono a pareggiare, ma non vi riuscirono, anche grazie agli interventi del becchino Borghi.

Nella storia degli Usa c’è perlomeno un altro becchino famoso. E non sto parlando del wrestler Undertaker. No, il becchino che dico io si chiamava Almon Strowger. Almon Strowger era un impresario funebre del Missouri vissuto sul finire del 1800. E con ciò? I primi telefoni funzionavano attraverso un “centralino”, con delle persone che mettevano, manualmente, in comunicazione chiamante e ricevente. Bene, successe che venne presa come impiegata l’amante del suo concorrente, che passava ogni richiesta di funerale all’amato. Almon Strowger si trovò a un bivio: o s’inventava qualcosa o sarebbe andato fallito. S’inventò qualcosa: il primo commutatore automatico per la telefonia della storia.

Ma torniamo a noi. Joe Gaetjens morì nel 1964, probabilmente ucciso dagli squadroni della morte haitiani: i tristemente famosi Tonton Macoutes, ma sarà per sempre ricordato come l’uomo che fece piangere gli amanti del calcio dell’Inghilterra. Inghilterra che anche circa 100 anni prima, nel 1851, era ben convinta di portare a casa la Coppa della Cento Ghinee. Coppa delle Cento Ghinee che andò invece allo shooner statunitense America.

Era l’alba della Coppa America di vela. Ma questa è un’altra soria.

ATLETICO MADRID-CAGLIARI 1970, SENZA RIVA SVANISCE IL SOGNO EUROPEO DEI SARDI

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I due capitani Calleja e Cera – da wikipedia.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Senza la sua stella Riva, indisponibile, il Cagliari crolla 3-0 nel ritorno degli ottavi della Coppa Campioni 1970-71 e saluta la competizione. Dopo la vittoria per 2-1 nella gara di andata, la squadra allenata da Manlio Scopigno si arrende seccamente ai campioni di Spagna dell’Atletico Madrid. L’assenza di Riva è stata senz’altro pesante, ma non basta per spiegare una prestazione davvero incolore degli italiani contro un Atletico che non è sembrata squadra impossibile da superare. Sarebbero probabilmente bastati un pizzico di convinzione e mordente in più al Cagliari per giocarsi le chances di qualificazione fino in fondo.

Atletico Madrid: Rodri – Melo, Jayo, Santamaria, Calleja – Ufarte, Adelardo, Irureta, Fernandez – Aragones – Garate. All: Domingo.
Cagliari: Albertosi – Martiradonna (st 23′ Nastasio), Mancin, Cera, Niccolai, Tomasini – Greatti (st 1′ Poli), Domenghini, Nenè, Brugnera – Gori. All: Scopigno.

Arbitro: Ronald Jones (Inghilterra)

Primo tempo
5′ cross di Fernandez dalla trequarti sinistra, Albertosi smanaccia in corner.
8′ altro traversone di Fernandez, Albertosi allontana di pugno e poi si oppone al missile da fuori di Calleja. Cagliari un po’ troppo chiuso in questo avvio.
15′ scambio Ufarte-Melo a destra, cross di quest’ultimo sempre per Ufarte che nel frattempo si è inserito in area e colpisce al volo: palla a lato di poco.
19′ Nenè per Domenghini, tiro in corsa, palla fuori sul primo palo.
29′ cross di Abelardo dalla trequarti destra, colpo di testa di Irureta sul secondo palo, la palla esce di poco. Il copione è sempre lo stesso: l’Atletico Madrid fa la partita, Cagliari in difesa.
33′ GOL ATLETICO MADRID: Lunga azione nell’area del Cagliari, cross di Calleja da sinistra, un difensore italiano libera di testa, palla ad Aragones, che controlla e fredda Albertosi sul primo palo con un tocco d’esterno destro.
39′ Cera per Nenè, tentativo da lontano, palla fuori di un metro. Timida reazione del Cagliari, l’Atletico Madrid controlla.

Secondo tempo
26′ GOL ATLETICO MADRID: Abelardo lancia sulla destra Ugarte, che entra in area e viene steso platealmente da Tomasini: il giocatore italiano, già ammonito per un fallo su Melo qualche minuto prima, viene espulso. Dal dischetto batte Aragones, che infila il “sette” dove Albertosi non può arrivare.
38′ primo vero tentativo del Cagliari nella ripresa: cross da sinistra di un giocatore italiano, palla respinta, Domenghini calcia al volo dal limite, palla alta di pochissimo.
40′ Garate per Fernadenz a sinistra, cross insidiosissimo, Albertosi devia con una mano; contro-cross di Ugarte, Garate non riesce a indirizzare verso la porta. La partita si è accesa un po’ nel finale dopo una lunghissima fase di stallo.
42′ Fernandez pesca Garate in area con un tocco filtrante, l’attaccante spagnolo è solo davanti ad Albertosi, ma manda clamorosamente a lato. Il Cagliari ha oramai staccato la spina.
45′ GOL ATLETICO MADRID: Contropiede vincente degli spagnoli. Da Irureta a Garate, che entra in area e serve in mezzo Aragones, il quale non ha difficoltà a realizzare: per lui si tratta di una splendida tripletta. Inutili proteste dei giocatori del Cagliari per un precedente fallo non fischiato su Domenghini. I tifosi spagnoli invadono il campo per festeggiare, pensando che la partita sia finita: l’arbitro impiega qualche minuto prima di far riprendere il gioco.

LE PAGELLE DELL’ATLETICO MADRID
IL MIGLIORE ARAGONES 7,5: realizza la tripletta decisiva che spinge l’Atletico Madrid ai quarti. Apre le danze con il gol più bello, un colpo d’esterno che beffa Albertosi sul primo palo; raddoppia su rigore e chiude i giochi con un comodo tapin. La sua grande notte.
Fernandez 7: una spina nel fianco della difesa cagliaritana. Dai suoi piedi nascono diverse giocate pericolose. Continuo e pungente per tutto l’incontro.
Adelardo 7: altro giocatore chiave. Avvia l’azione del primo gol, mette lo zampino nel secondo, abbina fosforo e temperamento.
Garate 6,5: un gol divorato, tanto movimento e l’assist per il 3-0 di Aragones. Guizzante.

LE PAGELLE DEL CAGLIARI
IL MIGLIORE CERA 6: difficile, davvero, trovare un migliore tra i sardi. La prestazione della squadra di Scopigno è stata davvero deludente. Premiamo lui perché è uno degli ultimi a mollare e perché sbaglia pochi palloni, cercando di svolgere al meglio la fase di contenimento e quella di impostazione della manovra.
Domenghini 5,5: viaggia a corrente alternata. E’ suo il tiro più pericoloso (probabilmente l’unico realmente degno di menzione) del Cagliari in tutto il match. Però è troppo innamorato del pallone e molte volte finisce per perderlo.
Nenè 5,5: è il migliore dei sardi nel primo tempo, ma nella ripresa si spegne gradatamente.
Brugnera 5: dovrebbe essere il sostituto di Riva in appoggio alla punta Gori (anche per lui voto 5), non si vede mai.

JOSEF MASOPUST, IL DRIBBLING GENIALE DELL’EST EUROPA

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Josef Masopust – da isport.blesk.cz

articolo tratto da Una questione di centimetri

Ai Mondiali in Cile del 1962, Cecoslovacchia e Brasile si sfidarono per la prima volta nei gironi di qualificazione. Pelé si infortunò, ma rimase in campo sino all’ultimo minuto (a quei tempi non esistevano le sostituzioni). Ad un certo punto si ritrovò con la palla tra i piedi e davanti a sé Masopust, ma il ceco attese che il fuoriclasse del Brasile passasse la palla ad un compagno: non era nelle sue intenzioni duellare con un avversario infortunato.

Edson Arantes do Nascimento (o se preferite “O Rei”) sull’episodio ha dichiarato più volte: “È stato uno dei gesti più belli del calcio. Un atto di fair play, del quale oggi si parla tanto. Una vera dimostrazione di rispetto per le persone, un gesto che non dimenticherò mai”.

Josef Masopust non è stato solo un grande campione ma anche un grande uomo.

Una carriera trascorsa quasi totalmente in patria esordendo nel 1950, all’età di 17 anni, nella file del Teplice. Dopo due anni passò al Dukla Praga, complice una normativa del campionato cecoslovacco che consentiva alla quarta squadra di Praga di acquistare automaticamente qualsiasi giocatore che aveva prestato servizio nell’esercito cecoslovacco. Josef, nel 1952, svolse il servizio militare perciò venne “arruolato” nel club fondato proprio all’interno dell’esercito.

Grazie a questa norma alquanto singolare, il Dukla si assicurò tanti campioni, nonché il calciatore più importante della sua storia.

In una società che iniziò a monopolizzare il calcio in patria, si fece largo un giovane centrocampista con grandi doti tecniche, che eccelleva, in particolare, nel dribbling e negli assist e che non disdegnava quelle sortite offensive che lo resero prolifico anche sotto porta.

Un motorino instancabile, forte fisicamente e con una grande intelligenza, tutte doti che gli consentirono di imporsi a grandi livelli. Fortissimo nell’anticipo e nell’intercettare i palloni vaganti, fece le fortune del suo club, illuminato dal suo mediano dalla tecnica brillante.

Su di lui misero gli occhi le squadre più importanti d’Europa ma, a causa del regime a cui erano soggetti i paesi oltre la Cortina di Ferro, non gli fu concesso il trasferimento e non ebbe la fortuna di misurarsi nei campionati più importanti del mondo.

Suo malgrado, fece il profeta in patria collezionando ben 8 scudetti e 3 coppe di Cecoslovacchia. Nonostante tutto, riuscì a farsi notare dal mondo del pallone grazie alle sortite europee della sua squadra, la quale raggiunse la semifinale di Coppa Campioni nel 1966/67, ma soprattutto grazie alla maglia della sua nazionale, consacrandosi come uno dei migliori giocatori dell’epoca.

Dopo aver partecipato ai mondiali del 1958 in Svezia e alla prima edizione dei campionati europei del 1960 (ottenendo un ottimo terzo posto sconfiggendo i padroni di casa della Francia), nella Coppa del Mondo del 1962 fu protagonista di un exploit tale da trascinare la Cecoslovacchia sino alla fine della competizione.

In un girone di ferro, i cechi dovettero duellare contro il Brasile campione in carica e la Spagna stellare dei madridisti Di Stefano, Gento e Puskas e dell’interista Suarez. Grazie ad un pareggio contro i carioca e alla vittoria contro le furie rosse passarono il turno. Dopo aver eliminato ai quarti l’Ungheria e in semifinale la Jugoslavia arrivò addirittura in finale.

Nell’atto conclusivo della manifestazione ritrovarono il Brasile che avevano bloccato sullo 0-0 nella fase a gironi. Fu proprio Josef Masopust a portare in vantaggio i cecoslovacchi con un rasoterra che trafisse Gilmar. Ma la gioia durò pochi minuti e alla fine i carioca ebbero la meglio per 3-1 conquistando la loro seconda Coppa Rimet.

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Masopust con il Pallone d’Oro – da sportreview.it

Nonostante la sconfitta, i cechi furono accolti in patria come degli eroi e Masopust, grazie alla straordinaria cavalcata Mondiale, riuscì a consacrarsi al mondo del pallone e la sua classe uscì anche dai confini della Cecoslovacchia e dell’Europa. Lui fu il cuore pulsante di quella squadra e il suo trascinatore e, tutto questo, gli valse il giusto riconoscimento del Pallone d’Oro che conquistò proprio alla fine di quella annata.

Fu capace di mettersi alle spalle Eusebio, uno dei goleador più forti della storia e protagonista nella vittoria della Coppa Campioni del suo Benfica contro il grande Real, e tanti campioni del tempo che ebbero la fortuna di giocare in club decisamente più prestigiosi del suo Dukla Praga.

Dopo la consacrazione Mondiale, ebbe una grande considerazione da tutto il mondo del calcio che gli valse anche l’invito alla partita di addio al calcio di Stanley Matthews e le lodi di tanti campioni di ogni epoca: Pelé ammirava il suo dribbling tanto da ritenerlo un brasiliano mancato e per Platini è stato fonte d’ispirazione.

Il canto del cigno avvenne in Belgio con la maglia del Molenbeek dopo che gli fu concessa la possibilità di trasferirsi all’estero grazie a tutto ciò che aveva dato al calcio del suo paese e, con il passaggio al club belga, diventò formalmente professionista all’età di 37 anni: strano a dirsi per un campione come Masopust.

Nel 2000 fu eletto come miglior giocatore ceco del secolo a dimostrazione che i tanti anni trascorsi non hanno cancellato le imprese di uno dei talenti più cristallini di sempre dell’est Europa.

Il 29 giugno 2015 si è spento a Praga all’età di 84 anni ed è stato un grande colpo per tutto il calcio. Josef Masopust ci ha lasciati ma ha donato in eredità al mondo del pallone la sua leggenda di uomo e calciatore che lo rende un immortale della storia di questo sport.

SUPERGA, UN COLPO AL CUORE DELL’ITALIA, NON SOLO GRANATA

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Il “Grande Torino” – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Non credevamo di amarli tanto”, è il titolo che campeggia sull’edizione di martedì 10 maggio 1949 del settimanale satirico sportivo “Tifone” e, più di ogni altro quotidiano che aveva già commemorato la sciagura di Superga avvenuta sei giorni prima, sintetizza il sentimento che pervade l’intera penisola non appena inizia a propagarsi la ferale notizia che il “Grande Torino” non c’era più, essendosi andato a schiantare sulle mura della Basilica posta sulla collina che sovrasta il capoluogo piemontese.

Questo perché il Torino rappresentava, al di là di ogni campanilismo, un simbolo di un’Italia che si stava risollevando dalle laceranti ferite degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, con i suoi strascichi di violenza interna tra gli appartenenti al vecchio regime fascista ed il nuovo che avanza, alle prese altresì con una crisi economica di difficile soluzione, con il Presidente del Consiglio De Gasperi a mettere la faccia a difesa del Paese alla Conferenza di Pace di Parigi dell’agosto ’46 e poi chiedere aiuti agli Stati Uniti nell’ambito del così detto “Piano Marshall”.

E lo sport, in questi casi, aiuta un popolo alla ricerca della propria identità nazionale, che ha bisogno di identificarsi in personaggi puliti ed anche, se vogliamo, di distrarsi dalle problematiche del quotidiano, ed ecco che gli italiani riprendono ad appassionarsi per le aspre lotte sulle strade del Giro d’Italia tra i due campioni delle due ruote, Gino Bartali e Fausto Coppi, che difatti si classificano primo e secondo della citata corsa a tappe nel ’46, per poi invertire i ruoli l’anno seguente, quando è il “Campionissimo” ad imporsi.

Talmente importante, il ruolo dello sport, che leggenda vuole che il 14 luglio ’48, giorno dell’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti, l’insurrezione popolare venga smorzata dalla notizia dell’impresa sulle Alpi da parte di Bartali che strappa la maglia gialla a Louison Bobet per andare a conquistare il suo secondo Tour de France, così come, due settimane dopo, la fratellanza tra i popoli sancita dal Barone De Coubertin nella sua “carta olimpica” di fine ‘800, ritrova la sua ragione di esistere con l’apertura dei primi Giochi del dopoguerra, allo Stadio Wembley di Londra, dove, tra l’altro, l’Italia ben figura con 27 medaglie totali, di cui 8 del metallo più pregiato.

Ed il calcio, che, giova ricordarlo, aveva interrotto i propri eventi a livello sia nazionale che internazionale con l’Italia due volte Campione del Mondo in virtù dei titoli conquistati a Roma ’34 e Francia ’38, riparte faticosamente nell’autunno ’45 con la disputa di un torneo diviso in due gironi – settentrionale e centromeridionale – per gli ovvi disagi derivanti da comunicazioni, stradali e ferroviarie, danneggiate dagli eventi bellici.

Si ricomincia con il Torino a difendere il titolo conquistato nel 1943, dopo essere giunto alle spalle della Roma la stagione precedente, superato dai giallorossi alla terz’ultima giornata, quando la formazione guidata dal “fornarino” Amedeo Amadei opera il sorpasso decisivo approfittando della sconfitta per 1-3 subita dai granata in Laguna di fronte al Venezia, battuta d’arresto quanto mai fondamentale per il futuro destino della compagine del Presidente Ferruccio Novo.

Già, perché è proprio in occasione di quella sconfitta che Novo si convince della necessità di rinforzare la squadra portando all’ombra della Mole la coppia di mezze ali veneziana, composta da Ezio Loik e Valentino Mazzola, per i quali sborsa la cifra record, per l’epoca, di un milione e 250 mila lire, battendo la concorrenza della Juventus, che non era disposta ad andare oltre quota 800mila, e potendo anche contare sull’aiuto del Commissario Tecnico Vittorio Pozzo – con un passato al Torino sia da giocatore che da allenatore – che rassicura i due giocatori circa il fatto che indossare la maglia granata sia la scelta migliore.

A completare il centrocampo, Novo inserisce un’altra fondamentale pedina nel mediano Giuseppe Grezar, triestino di nascita e prelevato dal club alabardato, costruendo una intelaiatura che, però, inizialmente stenta a carburare, tanto che a sei giornate dal termine del campionato ’43 il Torino è secondo, staccato di tre punti dalla sorprendente capolista Livorno.

Novo decide per l’avvicendamento in panchina, al posto dell’ungherese Kuttik chiama l’ex mediano granata Antonio Janni e, grazie al favore da parte dei “cugini” bianconeri, che sconfiggono 3-0 il Livorno alla 25.ma giornata ed al successivo stop degli amaranto a Roma due turni dopo, il Torino può operare il sorpasso per poi dover attendere sino all’87’ dell’ultima di Campionato a Bari affinché Mazzola mettesse a segno l’unica rete dell’incontro che certifica il primo Scudetto dell’epoca del “Grande Torino”.

Torino che ancora proprio grande non è, tant’è che nel ricordato torneo di inizio dopoguerra – disputato in due fasi, con i rispettivi raggruppamenti nord e centrosud che qualificano le prime quattro squadre per la disputa del girone finale ad otto, con partite di andata e ritorno giocatesi tra fine aprile e fine luglio ’48 – si trova ancora una volta nella condizione di dover inseguire, visto che alla terz’ultima giornata incappa in una sonora sconfitta per 2-6 sul campo dell’Inter consentendo alla Juventus, vittoriosa per 3-1 sul Milan, di acquisire un vantaggio di due lunghezze in vista del derby in programma il 21 luglio al Filadelfia.

Una rete dell’ex bianconero Gabetto risolve il match ed, all’ultima giornata, mentre i granata travolgono per 9-1 il Livorno, la Juventus non va oltre il pari a Napoli ed il Torino si conferma Campione d’Italia per quella che resta l’ultima edizione di un “Toro normale”.

Ciò in quanto i granata, che già nel primo torneo postbellico avevano rinnovato la difesa con l’acquisto del portiere Valerio Bacigalupo dal Savona e del terzino Aldo Ballarin dalla Triestina, nonché rinforzato il centrocampo con l’innesto di Eusebio Castigliano dallo Spezia, completano ora l’organico con il rientro dell’ala Romeo Menti dal prestito alla Fiorentina e l’inserimento del jolly Danilo Martelli, utilizzabile sia in difesa che a centrocampo, dal Brescia.

E, difatti, i risultati di un amalgama così perfetta non tardano ad arrivare con il Torino a dominare le due stagioni successive, con i tornei ’47 e ’48 vinti rispettivamente con 10 (63 a 53) ed addirittura 16 (65 a 49) punti di vantaggio su Juventus e Milan rispettivamente, e l’attacco granata a funzionare a meraviglia, tanto da superare quota 100 reti realizzate sia nella prima occasione, con 104 (Valentino Mazzola 29, Gabetto 19 ed Ossola 13 …), sino a toccare quota 125 (!!) nella seconda, con ancora Mazzola e Gabetto a primeggiare, con 25 e 23 reti al loro conto, seguiti da Menti e Loik con 16 centri a testa.

Una squadra così non può che colpire l’immaginario collettivo, tanto più che, all’epoca, ci si doveva affidare ai resoconti radiofonici e della carta stampata, qualora non si avesse la fortuna di assistere direttamente alle gare dalle tribune del Filadelfia a Torino o non si fosse riusciti a trovare il biglietto quando il Torino giocava in trasferta, facendo quasi sempre registrare il “tutto esaurito” per poter ammirare dal vivo le gesta di quei campioni di cui tanto si era letto o sentito parlare.

E, quando si tocca l’immaginario, in un periodo in cui non vi erano sostituzioni, ecco che sciorinare i nomi di quella fortissima squadra era quasi un esercizio quotidiano nei bar, ritrovi e circoli frequentati dagli sportivi, da Bacigalupo tra i pali, la coppia di terzini Ballarin e Maroso, l’insuperabile mediana composta da Grezar, Rigamonti e Castigliano, con Loik a dar manforte alle ali – Menti, Ossola e Ferraris II – che si giocavano due delle tre maglie a disposizione, per concludere con il centravanti Guglielmo Gabetto, al quale poteva essere perdonata la precedente militanza in bianconero, per la regolarità con cui andava puntualmente a segno.

E poi c’era “lui”, il “Capitano per eccellenza”, Valentino Mazzola, di cui era diventato celebre il gesto di rimboccarsi le maniche durante gli incontri al Filadelfia, quale atteggiamento convenuto con i compagni di squadra per far capire che era giunto il momento di “darci sotto” ed, incoraggiati dagli squilli di Oreste Bolmida, il leggendario “trombettiere granata, gli undici scesi sul terreno di gioco facevano capire ai malcapitati avversari che per loro non ci sarebbe stato scampo.

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Il capitano Valentino Mazzola – da lastampa.it

Con quattro titoli consecutivi vinti, il Torino era diventato la squadra da battere e le rivali non stanno certo a guardare passivamente lo strapotere granata, dandosi, al contrario, battaglia sul mercato per rinforzare i loro organici, specialmente avendo riferimento oltre frontiera, ed ecco che l’Inter si aggiudica le prestazioni del fenomenale attaccante ungherese Istvan Nyers, oltre ad aver prelevato dalla Roma il centravanti Amadei, e la Juventus risponde con l’ingaggio del centravanti danese John Hansen, bronzo olimpico a Londra ’48 con la sua Nazionale, mentre al Milan giunge, ma solo a gennaio ’49, l’ariete svedese Gunnar Nordahl.

Il Torino, al contrario, mantiene uno stile autarchico, un po’ per riconoscenza verso questi grandi campioni e poi perché trovarne di meglio sembra assai difficile, ed il Presidente Novo si limita ad acquistare il 27enne francese Emile Bongiorni, attaccante del Racing Club Parigi, da utilizzare qualora Gabetto, che va per i 33, dovesse lamentare un vistoso calo di forma, mentre a gennaio ’49 giunge a Torino l’ungherese naturalizzato boemo Julius Schubert, prelevato dallo Slovan Bratislava ed, in teoria, “vice” Mazzola.

Ed, in effetti, il torneo ’49 è un po’ più equilibrato dei precedenti, con l’Inter, soprattutto, a trarre vantaggio dalla citata nuova coppia di attaccanti – che finiranno ai primi due posti della graduatoria cannonieri, Nyers a quota 26 ed Amadei a 22 – mentre il Filadelfia continua a dimostrarsi fortino inespugnabile, con la sola Triestina a conquistare un pari e tutte le altre regolarmente sconfitte, così che, a cinque giornate dal termine, la classifica vede i granata saldamente al primo posto con 51 punti, seguiti dall’Inter a quattro lunghezze di distanza, con l’ultima speranza per i nerazzurri di scucire il tricolore dalle maglie degli “imbattibili” riposta nel confronto diretto in programma il turno successivo a Milano.

Occorre, a questo punto, fare un piccolo passo indietro e riportarsi agli spogliatoi dello Stadio Marassi di Genova dove, domenica 27 febbraio ’49, si era disputata l’amichevole tra le nazionali di Italia e Portogallo, la prima del “dopo Vittorio Pozzo”, vinta dagli azzurri per 4-1 ed al termine della quale il capitano lusitano Francisco Ferreira e bandiera del Benfica, in non buone condizioni economiche, chiede a Mazzola la possibilità di disputare una gara amichevole a Lisbona tra i rispettivi Club di appartenenza, il cui ricavato sarebbe andato a suo favore.

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I capitani Mazzola e Ferreira – da footballcollection.com

Figuriamoci se un generoso come Mazzola è in grado di dir di no ad un amico, ed accetta l’offerta, dovendo però ora farsi carico di ottenere il nulla osta da Novo, il quale non è certo nelle condizioni di poter negare qualsiasi cosa che il “suo” capitano gli chieda, ma d’altro canto non vuole perdere l’occasione di puntare al quinto scudetto consecutivo, ragion per cui – considerato che la data della gara è fissata per martedì 3 maggio, in quanto in Portogallo il Campionato finiva ad inizio aprile – condiziona la partenza per Lisbona ad un risultato positivo a Milano nello scontro diretto contro i nerazzurri.

Gara, disputata sabato 30 aprile, che, ironia della sorte, proprio Mazzola non disputa, rilevato nel ruolo di mezz’ala sinistra dal citato Schubert e, senza il loro leader, i granata si preoccupano più di arginare il potenziale offensivo interista che non a pungere, ottenendo comunque lo 0-0 che mantiene invariato il distacco e consente loro di onorare la promessa fatta da Valentino.

E’ una sorta di “viaggio premio” per una squadra di fenomeni assoluti e, come sempre accade in queste situazioni, il fato ci mette del suo, in quanto fra i 18 giocatori che prendono l’aereo per Lisbona restano a terra il terzino Sauro Tomà, infortunato al menisco, il giovane Luigi Giuliano (da quell’anno aggregato alla prima squadra), bloccato da un’influenza, mentre Ballarin intercede presso il Presidente affinché il proprio fratello Dino partecipi alla trasferta in luogo del secondo portiere Renato Gandolfi, che ha così salva la vita.

Analogamente, a Vittorio Pozzo viene preferito, su richiesta della dirigenza granata, Luigi Cavallero quale inviato de “La Stampa” – gli altri giornalisti al seguito sono Renato Casalbore di “Tuttosport” e Renato Tosatti de “La Gazzetta del Popolo” – così come scampa alla morte il celebre radiocronista Nicolò Carosio, bloccato in patria dalla cresima del figlio.

Accolto con tutti gli onori del caso da autorità civiche e sportive portoghesi, il “Grande Torino” disputa, alle ore 18 del 3 maggio ’49 quella che sarà, purtroppo, la sua ultima esibizione, con grande felicità da parte di Ferreira, visto che l’incasso va ben oltre le più rosee aspettative facendo registrare quasi il “tutto esaurito”, mentre il risultato, che è quello che conta di meno in simili occasioni, è quello tipico delle “amichevoli”, con il Benfica ad imporsi per 4-3.

Al mattino dopo, i componenti la trasferta e l’equipaggio del trimotore riprendono il volo destinazione Torino, facendo scalo tecnico a Barcellona dove incontrano a pranzo i giocatori del Milan in viaggio verso Madrid e poi ripartire verso l’Italia, dove però le condizioni atmosferiche sono tutt’altro che buone, specie sul capoluogo piemontese.

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Lo schianto di Superga – da diregiovani.it

Leggenda vuole che l’ipotesi di uno scalo alternativo su Genova o Milano sia stato rifiutato proprio dai giocatori, desiderosi di rientrare a casa il più presto possibile, così come mai totalmente chiarite sono state le cause della tragedia, l’unica, triste, drammatica certezza è che alle ore 17.03 di mercoledì 4 maggio ’49 l’aereo si schianta contro la parete della Basilica di Superga, spezzando in un attimo i sogni di gloria di 18 ragazzi, cui si uniscono tre componenti dello staff tecnico (allenatore Egri Erbstein in testa), tre dirigenti, altrettanti giornalisti e l’intero equipaggio, nessun sopravvissuto, e non poteva essere altrimenti.

Non appena la notizia si propaga lungo la penisola, dalle Alpi sino alla Sicilia, è come se l’Italia intera si bloccasse, incredula di fronte a cotanta tragedia, così come immensa è la folla che, due giorni dopo, assiste alle esequie, oltre un milione di persone assiepate lungo le vie di Torino a rendere l’estremo saluto al corteo funebre che sfilava per la città con all’interno le salme dei “Campionissimi”, il cui ingrato compito di riconoscerli era toccato a Vittorio Pozzo.

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I funerali del “Grande Torino” – da wikipedia.org

Quindici giorni dopo, prende il via il Giro d’Italia che Fausto Coppi, amico di molti giocatori granata, onora nel migliore dei modi precedendo Bartali dopo aver compiuto l’impresa nella famosa tappa Cuneo-Pinerolo che si aggiudica con quasi 12’ di vantaggio sul rivale, ma con la morte nel cuore – condivisa con tutti gli sportivi italiani – visto che ad applaudirlo, nella successiva cronometro che si conclude a Torino, non ci sono i Ballarin, Maroso e tutti gli altri.

Il “Grande Torino” non c’è più, resta il mito e la leggenda, nonché il riconoscimento postumo ed in colpevole ritardo, ma non per questo meno valido, della FIFA che, proprio in ricordo delle loro gesta, dal 2015 ha proclamato il 4 maggio come “Giornata Mondiale del gioco del calcio”.

E, miglior omaggio, pensiamo che proprio non potesse esser loro riservato…

FEYENOORD-CELTIC 1970, LA PRIMA VOLTA DELL’OLANDA SUL TETTO D’EUROPA

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Il Feyenoord in trionfo – da twitter.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata Volante

Un club olandese per la prima volta sul trono d’Europa: è il Feyenoord a centrare il prestigioso traguardo nella finale del 1970, disputata allo Stadio di San Siro a Milano, grazie al 2-1 sul Celtic Glasgow nei tempi supplementari. Vittoria nel complesso meritata degli olandesi, anche se il match è stato per larghi tratti equilibrato. Sul piano tecnico, non è stata una grandissima finale, però si è trattato di una partita intensa, emozionante e vibrante. Una delle chiavi del match è stata la miglior qualità del centrocampo del Feyenoord, davvero ben assortito, con tre interpreti – i nazionali olandesi Jansen e Van Hanegem e l’austriaco Hasil – davvero di ottimo livello.

Feyenoord: Graafland – Romeijn, Laseroms (1ts 12′ Haak), Israel, Van Duivenbode – Jansen, Hasil, Van Hanegem – Wery, Kindvall, Moulijn. All: Happel.
Celtic: Williams – Hay, Brogan, Mc Neill, Gemmell – Johnstone, Murdoch, Auld (st 32′ Connelly), Lennox – Hughes, Wallace. All: Stein.

Arbitro: Concetto Lo Bello (Italia)

Primo tempo
5′ tiro-cross insidioso di Hay da destra, Graafland abbranca in presa.
9′ triangolo largo Kindvall-Wery-Kindvall, che prende la mira dal lato destro dell’area e calcia sul primo palo, Williams si tuffa e devia in angolo.
16′ Wallace mette dentro correggendo una palla vagante, ma è in fuorigioco e l’arbitro annulla.
28′ tiro a effetto dal limite di Van Hanegem, Williams blocca in presa plastica.
29′ GOL CELTIC Punizione dal limite per gli scozzesi, dopo un fallo su Wallace. Murdoch tocca leggermente indietro per Gemmell, rasoiata a filo d’erba e pallone che piega le mani a Graafland infilandosi in rete.
31′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi nella trequarti offensiva, sul lato destro. Batte Wery, che crossa in mezzo, una serie di colpi di testa favorisce Israel che da solo, sempre di testa, batte Williams con una palombella arcuata.
36′ cross pericoloso di Gemmell a spiovere da sinistra, né Wallace né Graafland riescono a intervenire, il palla sfila a lato di pochissimo. Partita finora estremamente equilibrata.
38′ sponda aerea di Moulijn per Kindvall, tiro di prima intenzione, pallone fuori di un metro.
40′ spunto di Johnstone a destra, cross sul primo palo, Graafland anticipa Hughes, pronto per il tapin, in modo provvidenziale.

Secondo tempo
2′ Feyenoord vicinissimo al 2-1: Hasil, liberato al tiro da un compagno, colpisce il palo dal limite.
4′ Gemmell per Auld a sinistra, tiro-cross pericoloso, Graafland costretto ad alzare in corner.
19′ splendida azione corale del Feyenoord, forse la più bella del match: palla tutta rasoterra da Romijn a Van Hanegem, quindi a sinistra per Van Duivenbode, diagonale a pelo d’erba del terzino sinistro fuori di un niente. Gli olandesi appaiono più incisivi in questo secondo tempo, Celtic un po’ spento.
26′ Fallo su Wallace nella trequarti offensiva del Celtic. Batte la punizione Auld, che fa partire una traiettoria stranissima a campanile, Graafland si rifugia in angolo.
38′ grande opportunità per Wery, che lanciato in verticale da Jansen, manda a lato in diagonale. Finale di partita di nuovo abbastanza in equilibrio.

Primo tempo supplementare
1′ clamoroso errore in disimpegno di Van Duivenbode, Hughes intercetta e si invola verso la porta, ma si fa murare il diagonale da Graafland, che poi recupera il pallone sulla linea.
8′ rimessa laterale di Kindvall per Hasil, da questi a Van Duivenbode, che supera un avversario e quasi al limite scocca un destro a uscire che sfiora il palo lontano.
11′ cross da sinistra di un giocatore del Celtic, sponda aerea di Hughes per Wallace, colpo di testa neutralizzato da Graafland.

Secondo tempo supplementare
2′ Feyenoord ancora vicinissimo al gol: Hasil lancia Kindvall, che entra in area, supera un avversario e calcia di punta, Williams riesce a respingere di piede e a opporsi poi in modo magistrale al successivo tentativo di Wery.
8′ possesso palla prolungato del Feyenoord, che sembra avere molte più energie in questo finale. Jansen pesca Kindvall in area, diagonale a bruciapelo, palla sul fondo.
11′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi a metàcampo: Van Hanegem lancia il pallone in area, Mc Neill scivola all’indietro e tocca il pallone con le mani, ma Kindvall alle sue spalle riesce a controllarlo e a fulminare Williams in uscita con un tocco a mezza altezza.
13′ Kindvall difende palla egregiamente e serve nello spazio Hasil, che arriva in corsa da dietro e calcia di prima intenzione sull’uscita di Williams: traversa piena. Il Feyenoord legittima il vantaggio.

LE PAGELLE DEL FEYENOORD
IL MIGLIORE KINDVALL 7: difficile, in una squadra molto collettiva come il Feyenoord, individuare un giocatore che si stacchi nettamente sugli altri. Premiamo lui per il gol decisivo, che regala agli olandesi un traguardo storico, e per la grande mole di lavoro in prima linea, dove si trova spesso da solo a lottare contro gli arcigni difensori scozzesi.
Hasil 7: centrocampista tecnico e raffinato. Colpisce due legni e dirige il traffico in mezzo al campo, vincendo il duello con i dirimpettai avversari.
Van Hanegem 6,5: si sacrifica molto in fase di copertura, ma quando può si fa notare anche nella metàcampo avversaria. Dal suo piede nasce il gol decisivo di Kindvall. Cuore e guida di questa squadra.
Jansen 6,5: si completa a meraviglia con Hasil e Van Hanegem. Corre per due, recupera palloni ed è anche bravo a impostare. Non c’è dubbio che il reparto migliore di questo Feyenoord sia il terzetto di centrocampo.
Israel 6,5: leader difensivo, non si risparmia mai e timbra di testa il gol che vale il pareggio.

LE PAGELLE DEL CELTIC
IL MIGLIORE JOHNSTONE 6,5: cresce con il passare dei minuti e dai suoi piedi nascono sempre spunti interessanti. Molto difficile portargli via palla, non è solo un giocatore abile nel dribbling, ma anche intelligente e disciplinato tatticamente.
Williams 6,5: alcuni buoni interventi, soprattutto nel secondo tempo supplementare quando ipnotizza Kindvall e Wery.
Gemmell 6,5: per un’ora gioca ad alti livelli, poi cala. Firma un gol sfruttando il solito tiro mortifero da fuori e fa piovere un paio di insidiosissimi palloni in mezzo all’area.
Auld 5,5: primo tempo piuttosto in ombra, poi migliora, ma non lascia segni tangibili: nel cuore del centrocampo dominano gli avversari. Esce per infortunio.
Mc Neill 5: non una prestazione negativa, però rovina tutto con l’errore che spiana a Kindvall la strada per il 2-1.