VLADIMIR BEARA, IL “PORTIERE BALLERINO” DIVENUTO LEGGENDA

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Un plastico intervento di Vladimir Beara – da:twitter.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo intercorrente tra le due Guerre, il panorama calcistico del Vecchio Continente, per quel che riguarda il ruolo di estremo difensore, è caratterizzato da “Tre Stelle di prima grandezza”, vale a dire l’azzurro Giampiero Combi, il cecoslovacco Frantisek Planicka – non a caso a difesa della porta delle rispettive Nazionali nella Finale Mondiale del 1934 – e la “leggenda spagnolaRicardo Zamora, al cui nome è stato successivamente legato il premio annuale per il portiere meno battuto della Liga.

Ad inizio del secondo Dopoguerra, si fanno apprezzare due estremi difensori accomunati da uno stesso, tragico destino, ovvero l’italiano Valerio Bacigalupo, colonna del “Grande Torino” che perde la vita assieme ai suoi compagni nella “Sciagura di Superga” del 4 maggio 1949, e l’inglese Frank Swift il quale, a propria volta, perisce nel disastro aereo di Monaco di Baviera del febbraio 1958 assieme a buona parte dei giocatori del Manchester United di ritorno dalla trasferta di Coppa dei Campioni a Belgrado, alla quale aveva partecipato in veste di giornalista …

Il successivo decennio vede il nostro Calcio proseguire nella tradizione di produrre validissimi portieri – si possono citare i coetanei Bepi Moro e Leonardo Costagliola, al pari di Giovanni Viola, Lorenzo Buffon, Giorgio Ghezzi e sino a Giuliano Sarti – ma per quel che concerne la ribalta internazionale, tutti loro devono fare i conti coi “Terribili anni ‘50” della nostra Nazionale, eliminata al primo turno ai Mondiali di Brasile ’50 e Svizzera ’54 ed addirittura non qualificatasi per l’edizione di Svezia ’58.

Una sorte simile tocca al portiere tedesco Bert Trautmann che, catturato durante la Seconda Guerra Mondiale, si accasa al Manchester City per ben quindici anni, circostanza che gli preclude le porte della Nazionale.

Ed è così che, assieme all’estremo difensore del Barcellona Antoni Ramallets – 6 volte Campione di Spagna con gli azulgrana ed in 5 occasioni vincitore del citato “Premio Zamora” come portiere meno battuto della Liga – si fanno apprezzare a livello internazionale due esponenti di quel “Calcio danubiano” ancora in auge nel corso di tale decennio, vale a dire l’ungherese Gyula Grosics e lo jugoslavo Vladimir Beara

Ed è di quest’ultimo, nato il 2 novembre 1928 a Zelovo, cittadina in prossimità di Sinj, nell’attuale Croazia, che intendiamo quest’oggi raccontarne la storia, di come, dalle ceneri del conflitto bellico possa essere uscito un portiere destinato a divenire leggenda non solo all’interno del proprio Paese.

Figlio di genitori (Jakov e Marija) di etnia serba, il piccolo Vladimir ha solo due mesi allorché, con un colpo di Stato, il re Alessandro I – Monarca del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni – avoca a sé tutti i poteri per sedare i dissidi esistenti sia tra le varie correnti politiche così come tra i diversi gruppi etnici, dando vita al Regno di Jugoslavia, la cui esistenza, dopo le varie vicende belliche, termina con la costituzione della “Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia”, nata sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, al comando del Maresciallo Tito, Josip Broz all’anagrafe …

Vissuta, pertanto un’infanzia devastata dalle invasioni e dai bombardamenti, il giovane Vladimir manifesta una passione all’apparenza insolita per un ragazzo, ma molto meno se rapportata a quanto avviene nelle Regioni dei Balcani, ovvero quella per la Danza Classica, sognando di divenire un giorno una Stella in grado di esibirsi magari al prestigioso “Teatro Bolshoi” di Mosca …

E’ anche appassionato di Calcio, ma solo come tifoso della formazione di Spalato, l’Hajduk, della quale non perde una partita e spesso si trova anche ad assistere agli allenamenti con alcuni amici, circostanza, quest’ultima, che rappresenta la svolta della sua vita.

Accade difatti che un pomeriggio, a 19 anni da poco compiuti, al termine di una di queste sessioni di allenamento, con i giocatori a doversi allenare nei tiri da fermo (rigori e punizioni …), non vi sia alcun portiere al momento disponibile, ragion per cui l’allenatore chiede ai ragazzi presenti se uno di loro se la sentisse di prendere il posto tra i pali …

Vladimir, convinto che l’agilità acquisita nelle lezioni di Danza possa favorirlo, impedendogli di far brutta figura, si offre volontario, tra lo stupore ed i sorrisi ironici degli amici che lo avevano accompagnato al campo, ma che sono i primi a doversi ricredere vedendo il loro compagno esibirsi in tutta una serie di interventi che sbalordiscono anche i tecnici della formazione croata, i quali non ci pensano due volte a proporre alla Dirigenza il tesseramento del ragazzo, cui viene fatto immediatamente firmare il relativo contratto.

Ed è così, un po’ per caso ed un po’ per fortuna, che inizia la carriera agonistica di colui che è tuttora ricordato come il miglior portiere jugoslavo di ogni epoca, pressoché da subito soprannominato “Balerina sa celicnim sakama”, ovvero “Il ballerino dalle mani d’acciaio”, per la caratteristica dovuta alla sua presa ferrea.

Non impiega molto, Beara, a rilevare tra i pali della porta dell’Hajduk il titolare Branko Stintic, divenendo a tutti gli effetti padrone del ruolo a far tempo dal Torneo 1948-’49 concluso al terzo posto, a tre punti di distacco dal Partizan Belgrado, per poi cogliere il primo successo della sua carriera l’anno seguente, in cui la Federazione adotta il calendario sovietico con disputa del Campionato da marzo a novembre ed in cui non salta neppure un incontro, subendo appena 13 reti sulle 18 gare disputate …!!

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Una formazione dell’Hajduk Spalato – da:https://pcsd.forumfree.it

Anno solare a metà del quale sono previsti i Mondiali ’50 in Brasile, ai quali la Jugoslavia si è qualificata sperando 3-2 la Francia ai tempi supplementari in uno spareggio e che vedono Beara aggregato alla spedizione in Sudamerica quale riserva del leggendario portiere della Stella Rossa Belgrado, Srdan Mrkusic, oramai 35enne.

Ed anche se la Jugoslavia esce a testa alta dalla Manifestazione – due successi a spese di Svizzera (3-0) e Messico (4-1) a fronte dell’onorevole sconfitta per 0-2 contro il Brasile padrone di casa – il futuro è nelle mani del 22enne di Spalato, che debutta con la propria Nazionale l’8 ottobre 1950 subentrando, in un ideale passaggio di consegne, proprio a Mrkusic nella umiliante sconfitta per 2-7 patita al “Prater” di Vienna contro l’Austria, per poi prenderne definitivamente il posto dalla gara successiva.

Torniamo però un passo indietro per quel che riguarda il ricordato soprannome, il quale unisce la sua innata passione per la danza ad una presa che non ha eguali, almeno all’epoca, e per cui deve ringraziare lo “Zio Luka”, ovvero Luka “Barba” Kaliterna, suo primo tecnico all’Hajduk, il quale lo sottopone ad allenamenti che prevedono l’afferrare al volo una sfera ridotta delle dimensioni di una palla da baseball.

Ma queste indubbie doti hanno bisogno di una ribalta internazionale per essere apprezzate, e questa giunge nel luogo più adatto, vale a dire il prestigioso scenario di “Highbury” a Londra, dove la Jugoslavia scende in campo il 22 novembre 1950, presunta “vittima sacrificale” di un’Inghilterra alla ricerca di rifarsi una verginità dopo la vergogna dell’eliminazione ai Mondiali brasiliani, sconfitta 0-1 dai Dilettanti degli Stati Uniti …

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Beara battuto da Lofthouse nel 2-2 del novembre ’50 – da:gettyimages.it

Ed invece, sia gli spettatori che i “media” britannici devono arrendersi di fronte alla serie di innumerevoli interventi con cui Beara – di 22 anni compiuti da venti giorni – si oppone agli attacchi degli avanti dei “Tre Leoni”, culminati con una deviazione a tempo scaduto su di un’incursione dell’ala destra Hancocks, contribuendo in maniera decisiva al risultato di parità (2-2) con cui si conclude l’incontro, all’indomani del quale il suo nome appare su tutti i “tabloid” londinesi, così da divenire non più “ballerino”, bensì “Velocki”, ovvero “Il grande Beara”.

E mentre in Patria, con un Torneo 1952 ancora riformato, strutturato su due Gironi con accesso ad una Poule Scudetto, Beara è protagonista di un nuovo titolo con 15 reti subite nelle 16 gare in Calendario, la giovane Nazionale jugoslava si presenta alle Olimpiadi di Helsinki affidandosi alle prodezze del proprio estremo difensore per fare una buona figura …

Con le squadre dell’Europa dell’Est notoriamente avvantaggiate nel poter schierare le proprie formazioni migliori in quanto i relativi giocatori vantano uno “status” di Dilettanti, la Jugoslavia si fa avanti nel Torneo con una rocambolesca eliminazione dell’Unione Sovietica negli Ottavi, superata per 3-1 nel replay dopo che il primo incontro si era concluso sul 5-5 avendo sprecato un vantaggio di 3-0 all’intervallo e di 5-1 ad un quarto d’ora dal termine, per poi accedere alla Finale grazie al successo per 3-1 sulla Selezione olimpica tedesca …

L’atto conclusivo, svoltosi il 2 agosto 1952 allo “Stadio Olimpico” della Capitale finlandese vede la Jugoslavia opposta ad un avversario praticamente imbattibile, ovvero la “Grande Ungheria” con in porta Grosics, ma soprattutto, un attacco da far tremare le gambe a qualsiasi estremo difensore, vedendosi parare davanti Campioni del calibro di Puskas, Kocsis, Hidegkuti e Czibor …

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Beara impegnato nella Finale Olimpica contro l’Ungheria – da:urheilumuseo.fi

L’Oro, come da pronostico, va ai magiari, i quali devono però sudare le proverbiali “sette camicie” per riuscire a superare Beara il quale si toglie anche lo sfizio, durante la prima frazione di gioco, di parare un calcio di rigore a Puskas – altra “specialità della casa” – prima che sia lo stesso “Ocsi” (“compagno”) a sbloccare il risultato al 70’, arrotondato da Czibor a 2’ dal termine.

Le prestazioni di Beara non passano certo inosservate, tant’è che viene selezionato per la gara tra Inghilterra e “Resto d’Europa” che si disputa il 21 ottobre 1953 a Wembley per celebrare i 90 anni della “Football Association”, sfida che lo vede subentrare ad inizio ripresa all’austriaco Zeman e, dopo aver subito la rete del provvisorio 3-3 da Mullen, difendere il nuovo vantaggio dei rappresentanti del vecchio Continente siglato da Kubala al 63’ sino al 90’, allorché un generoso rigore concesso ai padroni di casa e trasformato da Ramsey non sancisce il “salomonico” pareggio per 4-4.

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Una parata di Beara in Inghilterra-Resto d’Europa – da:gettyimages.ca

Oramai titolare indiscusso del ruolo in Nazionale, Beara può fare il suo esordio ai Mondiali di Svizzera ’54, dove esce imbattuto dalla sfida vinta per 1-0 contro la Francia ed erige le barricate di fronte al Brasile, arrendendosi solo a 20’ dal termine a Didi che sigla il punto dell’1-1 che qualifica entrambe le formazioni ai Quarti che vedono la Jugoslavia sconfitta 0-2 dai futuri Campioni della Germania, con Beara tradito da un’autorete in avvio del compagno Horvat e superato da Rahn a 5’ dal termine.

Nel frattempo l’Hajduk è sempre protagonista in Campionato – secondo nel ’53, allorché è stata ripresa la formula autunno/primavera, a soli due punti dalla Stella Rossa – per poi tornare a trionfare nel 1955 con Beara a disputare 20 delle 26 gare in programma, prima che il rapporto con la squadra del suo cuore debba, giocoforza, interrompersi …

Accade, difatti, che il già ricordato Mrkusic, estremo difensore della Stella Rossa ed oramai superata la soglia dei 40 anni, abbandoni l’attività, ed essendo la “Crvena Zvezda” il Club più titolato e sotto il diretto controllo del Maresciallo Tito, il relativo trasferimento di Beara a difesa della porta non viene neppure posto in discussione, anche se il primo anno fa da riserva a Srboljub Krivokuca – il quale ne prende il posto anche in 6 occasioni in Nazionale (tre delle quali sostituendolo a gara iniziata …) – contribuendo così marginalmente alla conquista del titolo ’56, per poi invertire le gerarchie nel successivo quadriennio che lo vede aggiudicarsi altri tre titoli (1957, ’59 e ’60), nonché la Coppa nazionale nel 1958 e ’59.

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Beara con la Stella Rossa Belgrado – da:telegraf.rs

Avvicinandosi al compimento dei 30 anni, Beara disputa il suo terzo Mondiale (secondo da titolare …) nell’edizione di Svezia ’58, che lo vede non subire sconfitte nel Girone eliminatorio, mentre nella sconfitta ai Quarti per 0-1 contro la Germania Ovest il suo posto tra i pali è preso da Krivokuca, sua riserva alla Stella Rossa prima di trasferirsi all’OFK Belgrado.

Beara conclude la sua esperienza in Nazionale l’11 ottobre 1959 nella sconfitta per 2-4 contro l’Ungheria a Belgrado, sostituito ad inizio ripresa da Milutin Soskic, estremo difensore del Partizan Belgrado, potendo vantare 59 presenze con 77 reti al passivo, per poi chiedere inutilmente alla propria Federazione il nulla osta per trasferirsi in Italia, permesso che gli viene accordato solo al compimento dei 32 anni, così da potersi accasare in Germania dapprima nelle file dell’Alemannia Aachen e quindi del Viktoria Colonia dove, nel 1964 a 36 anni, pone fine alla sua attività agonistica.

E dalla Germania parte la seconda parte della sua vita sportiva, attraverso la frequentazione di un Corso per allenatore all’Università dello Sport di Colonia, grazie al quale Beara si cimenta nell’attività di tecnico in giro per il pianeta tra Germania, Austria ed Olanda prima di ottenere la soddisfazione – quale vice di Slavko Lustica – di contribuire alla vittoria del Campionato jugoslavo 1971 da parte del “suo” Hajduk, un titolo che nella bacheca del Club di Spalato mancava proprio dal 1955, quando a difenderne i pali era appunto Beara …

Vissuta un’esperienza anche in Africa, alla guida della Nazionale del Camerun, Beara ha l’occasione di insegnare i rudimenti della tecnica del portiere ad un giovane Thomas N’Kono, da cui apprende i segreti del mestiere per poi divenire uno dei più famosi ed apprezzati estremi difensori del Continente Nero, ultima eredità di una “leggenda” quale il serbo/croato è stato per il suo Paese.

Proprio le rivalità etniche che hanno martoriato l’ex Jugoslavia dopo la morte di Tito, sfociate nella tragica guerra civile di inizio anni ’90, non hanno pietà neppure della morte di Beara, avvenuta a Spalato l’11 agosto 2014 a tre mesi dal compimento degli 86 anni, in quanto a causa delle sue origini serbe non viene concessa alla sua famiglia la sepoltura nel Cimitero in cui aveva desiderato riposare …

Ma se ne viene disputato il corpo, non altrettanto può dirsi del suo ricordo, ammirato e celebrato come uno dei più grandi esponenti del ruolo della sua epoca, tanto che il giornalista scozzese Bob Wilson – che un po’ se ne intende avendo giocato in porta all’Arsenal – lo descrive come “un atleta che sapeva coniugare estetica allo spettacolo, impressionante nei suoi interventi a mezza altezza con il corpo perfettamente bilanciato, mentre ai piedi sembrava avere una molla per come era sempre pronto a scattare su ogni pallone …!!

Resta comunque del leggendario portiere sovietico Lev Jascin, in occasione della consegna del “Pallone d’Oro” assegnatogli nel 1963 dalla rivista francese “France Football”, il miglior riconoscimento al valore ed alla bravura del suo collega, allorquando dichiara: “Voi premiate me, ma il miglior portiere al Mondo è Vladimir Beara …

Che, nel frattempo, si stava godendo gli ultimi spiccioli di gloria al Viktoria Colonia, nella Oberliga Ovest del Campionato tedesco …

 

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LA “FINALE DEI VELENI” TRA GERMANIA ED INGHILTERRA AI MONDIALI 1966

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Il Capitano Bobby Moore in trionfo con la Coppa Rimet – da:beesotted.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quel sabato – e non poteva essere diversamente, trattandosi del giorno dedicato da secolare tradizione al Calcio oltremanica – 30 luglio 1966 non rappresenta “una data”, bensì “la data” attesa da 20 anni da un intero popolo e che viene presentata ad arte da media e tabloid, sbandierando a destra e a manca il celebre slogan “Football is coming home” (“Il Calcio è tornato a casa”) per simboleggiare come sia quasi un diritto divino, per l’Inghilterra organizzatrice del Mondiale, far suo il titolo iridato …

Sicuramente va riconosciuto agli inglesi il fatto di aver dato al Football regole ed identità ben precise, ricordando come sia la FA Cup il torneo più antico del Mondo, con la prima Finale svoltasi nel lontanissimo 1872, per poi, grazie al loro Impero Navale, aver esportato detta Disciplina in ogni angolo del Pianeta, ma oramai un tale tributo era già stato ampiamente riconosciuto ed occorreva adeguarsi alla cruda realtà.

Una realtà quantomai spietata, che certifica come la Nazionale dei “Tre Leoni” non sia sinora andata oltre i Quarti di finale dei Mondiali a cui ha partecipato a far tempo dall’edizione del 1950 in Brasile, dove, per prima, va incontro ad una delle grandi sorprese della Storia della Manifestazione.

Innanzi tutto, occorre precisare come non sia vero che l’Inghilterra non avesse preso parte alle prime edizioni dei Mondiali dall’alto del suo “altezzoso isolamento”, semplicemente non poteva in quanto, all’epoca, non era iscritta alla FIFA, Ente organizzatore della competizione, “accontentandosi” di sfidare i relativi Campioni – come nel caso del successo per 3-2 a Londra sull’Italia del 14 novembre 1934, seguito dal pari per 2-2 a Milano del 13 maggio 1939 – per arrogarsi il titolo di “Maestri del Football”.

Potete pertanto immaginare la frustrazione regnante tra i “sudditi del Re” (al tempo era sempre regnante Giorgio VI, padre dell’attuale Regina Elisabetta II) allorché giunge loro la notizia che la propria Nazionale – solcata per il Sudamerica con rinnovate ambizioni, data la presenza in squadra di indiscussi Campioni quali Billy Wright, Stanley Matthews, Stan Mortensen, Jackie Milburn e Tom Finney, oltre al 30enne terzino destro del Tottenham, Alf Ramsey, di cui avremo modo di riparlare – è stata sconfitta per 0-1 dagli Stati Uniti il 29 giugno 1950, a seguito di una rete del giocatore haitiano Joe Gaetjens …

Considerate le difficoltà di comunicazione di quei giorni, molti credettero che vi fosse stato un banale errore di trascrizione, e cioè che il risultato fosse 10-1, ed invece era tutto vero, così che la successiva sconfitta per 0-1 contro la Spagna del “Pichichi” Zarra segna l’ingloriosa eliminazione al primo turno.

Non che le cose siano andate molto meglio nelle edizioni successive – sconfitta 2-4 dall’Uruguay nel 1954 ai Quarti, 0-1 dall’Unione Sovietico nella gara di spareggio nel 1958 ed 1-3 dal Brasile ancora ai Quarti nel 1962 in Cile – con l’unica, pesante, attenuante, costituita dalla tragedia aerea di Monaco di Baviera del febbraio 1958 che aveva decimato i celebri “Busby Babes” del Manchester United, su tutti Duncan Edwards ed il centravanti Tommy Taylor, autore di ben 8 reti nelle quattro gare del Girone eliminatorio europeo.

Le ripetute delusioni mondiali costano il posto al Commissario Tecnico Walter Winterbottom (in carica dal 1946 al 1962 …), sostituito dal già ricordato 42enne emergente Alf Ramsey, reduce dall’aver compiuto l’impresa alla guida dell’Ipswich Town di conquistare il titolo di Campione d’Inghilterra da neopromosso dalla Second Division …

Un innovatore dal punto di vista tattico, Ramsey è il primo a convincersi che il vecchio modulo tradizionale inglese, con due ali di ruolo che non rientrano a dar manforte al centrocampo, aspettando di ricevere il pallone sui piedi, è oramai desueto e, forte dell’esperienza vissuta sulla propria pelle quel 25 novembre 1953 allorché la “Grande Ungheria” travolse l’Inghilterra 6-3 a Wembley, si ispira alla formula danubiana, grazie anche alle qualità dei giocatori a sua disposizione.

Nel ruolo di “centravanti arretrato alla Hidegkuti”, difatti, può affidarsi tranquillamente ad una stella di uguale talento quale Bobby Charlton, così come i due interni offensivi – pur se non paragonabili a Kocsis e Puskas in valore assoluto – offrono indubbie garanzie realizzative, trattandosi di Jimmy Greaves e Roger Hunt, mentre il punto più difficile resta quello di trovare due ali in grado di svolgere anche un ruolo di copertura e, non potendo cambiare la mentalità dei più anziani, Ramsey cava dal cilindro la soluzione con i giovani Alan Ball e Martin Peters, di 21 e 22 anni rispettivamente …

Tale innovazione, unita all’esperienza del reparto difensivo, imperniato sul portiere Gordon Banks, i terzini Cohen e Wilson e la coppia centrale formata da Jack Charlton e dal Capitano Bobby Moore, con a protezione un mastino quale mediano che risponde al nome di Nobby Stiles, fa sì che l’Inghilterra, pur senza strafare, superi il Girone eliminatorio al primo posto e senza subire reti, frutto del pari a reti bianche con l’Uruguay e due successi, entrambi per 2-0 su Messico (di Charlton ed Hunt le reti) e Francia, con doppietta di Hunt …

Una Fase a Gironi che vede cadere due delle favorite per il titolo, ovvero il Brasile che, invecchiato e con un Pelé a mezzo servizio, oltre ad un Garrincha in netto declino, viene eliminato da Portogallo ed Ungheria con un duplice 1-3, e l’Italia, indecorosamente esclusa dal Torneo dalla Corea del Nord.

Con il Portogallo – o, per meglio dire, la sua stella, nonché “Pallone d’Oro” in carica Eusebio, autore di una spettacolare quaterna che ribalta lo 0-3 iniziale in un 5-3 a proprio favore – a qualificarsi per le Semifinali a spese dei sorprendenti nordcoreani e l’Unione Sovietica a fare altrettanto (2-1) nei confronti dell’Ungheria, occorre aprire una piccola parentesi sulle altre due sfide Europa-Sudamerica che vedono affrontarsi Inghilterra ed Argentina da un lato e Germania Ovest ed Uruguay dall’altro.

Da quando, difatti, è stata istituita dalla FIFA la Coppa Intercontinentale per Club tra le formazioni vincenti delle due rispettive maggiori Manifestazioni Continentali – la Coppa dei Campioni per l’Europa e la Copa Libertadores per il Sudamerica – i match di andata e ritorno a campi invertiti vedono le gare svolte nell’America latina vere e proprie battaglie sia in campo che sugli spalti, con molti giocatori del Vecchio Continente a rischiare seriamente per la propria incolumità fisica, circostanza alla quale si era aggiunto il clima non propriamente “ospitale” riservato alle Nazionali europee quattro anni prima in Cile …

Ciò per dire che vi era una sorta di “disegno dall’altoaffinché, oltre al Brasile che aveva visto la propria stella Pelé sottoposto ad ogni tipo di intervento proditorio, anche Argentina ed Uruguay non dovessero andare molto avanti nel Torneo, e l’esito delle due gare dei Quarti lo testimonia ampiamente, ivi compreso lo “scambio” dei Direttori di gara, con il tedesco Rudolf Kreitlein ad arbitrare l’Inghilterra e l’inglese Jim Finney a fare altrettanto con la Germania …

Nella sfida di Wembley tra inglesi ed argentini, questi ultimi restano in 10 per una mai del tutto compresa espulsione del loro Capitano Antonio Rattin poco oltre la mezz’ora di gioco, per poi cedere, nonostante l’inferiorità numerica solo a 12’ dal termine grazie ad una rete di testa di Geoff Hurst – in campo in sostituzione del titolare Jmmy Greaves, infortunatosi nel match contro la Francia – oltretutto in sospetta posizione di fuorigioco …

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La rete di Hurst contro l’Argentina – da:parade.com

Altrettanto, non tragga in inganno il 4-0 rifilato dai tedeschi agli uruguaiani, in quanto nei primi 10’ di gioco dapprima un conclusione da fuori di Cortes viene respinta dalla traversa e quindi un colpo di testa di Rocha destinato all’incrocio viene deviato sulla linea con una mano da Schnellinger senza che la terna faccia una piega, per poi imprecare anche alla sfortuna con una conclusione senza pretese di Held che trova sulla sua strada una fortuita deviazione di Haller che spiazza Mazurkiewicz …

Afferrato come tocchi loro il ruolo di “vittime sacrificali”, gli uruguaiani non ci stanno e, nella ripresa, restano addirittura in 9 per le espulsioni del Capitano Troche al 49’ e del centravanti Silva al 54’, prima che la Germania possa dilagare nei soli 20’ conclusivi.

Ottenuto il loro scopo, Germania Ovest ed Inghilterra affrontano, nelle rispettive semifinali, Unione Sovietica e Portogallo, con la prima sfida a decidersi a ridosso dell’intervallo allorché Haller porta in vantaggio i tedeschi con una violenta conclusione sul palo alla sinistra di Jascin e quindi, un giro di lancette dopo, è Chislenko a farsi cacciare per un calcetto da dietro ad Held, punito forse con eccessiva severità dal nostro Concetto Lo Bello …

Nella ripresa, il raddoppio da fuori area di Beckenbauer su cui Jascin non è esente da colpe pone di fatto fine alla contesa, il cui aspetto numerico viene definito dalla platonica rete della bandiera messa a segno da Porkujan a 2’ dal termine.

La sera dopo, a Wembley, va in scena forse la più bella gara del Mondiale, con l’Inghilterra a presentarsi con una porta ancora inviolata al cospetto di un Portogallo guidato dalla “Pantera Nera” Eusebio, già autore di ben 7 reti …

Sfida che mette di fronte il “Pallone d’Oro” uscente e colui che ne rileverà il ruolo a fine anno – e per un solo punto (81 ad 80) di distacco – vale a dire Bobby Charlton che, portati in vantaggio i suoi alla mezzora raccogliendo una corta respinta di uscita di José Pereira su Hunt lanciato a rete, replica a 10’ dal termine con un fendente imparabile dal vertice destro del limite dell’area lusitana …

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L’esultanza di Charlton dopo aver segnato al Portogallo – da:themational.ae

Anche in questo caso, solo per le statistiche serve la rete messa a segno da Eusebio ad 8’ dal termine trasformando un rigore decretato dall’arbitro francese Schwinte per un fallo di mano di Jack Charlton ad evitare che un colpo di Torres terminasse oltre la linea, pur se tale tiro dal dischetto ha il pregio di interrompere a 442’ il record di imbattibilità iniziale in un Mondiale da parte di Gordon Banks.

Tutto è pronto, dunque, per lo svolgimento della Finale, in programma alle ore 15:00 agli ordini del Direttore di gara svizzero Gottfried Dienst, coadiuvato quali guardalinee dal cecoslovacco Karol Galba e dal sovietico Tofik Bakhramov, ed al cospetto di oltre 96mila spettatori nonché, seduta sul palco d’onore, di Sua Maestà la Regina Elisabetta II con a fianco il Principe Consorte Filippo d’Edimburgo.

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Le formazioni a centrocampo – da:standard.co.uk

Quella che sta per andare in scena sul terreno del “Wembley Stadium” è la dodicesima sfida tra le due Nazionali – risalendo la prima al 20 aprile 1908 a Berlino – ed i precedenti non sono tali da infondere eccessive speranze ai tifosi di parte tedesca, ancorché si sia sinora trattato di gare amichevoli, considerato che nelle precedenti occasioni hanno raccolto solo due pareggi a fronte di ben 9 sconfitte, tra le quali, a parte uno 0-9 subito ad Oxford nel 1909, spicca un rovescio casalingo per 3-6 patito a Berlino a metà maggio 1938.

Particolare da non trascurare, tra i 22 che scendono in campo, solo Alan Ball da una parte e Franz Beckebauer dall’altra sono nati dopo la fine del secondo conflitto mondiale, mentre tutti gli altri hanno un ricordo più o meno nitido dei bombardamenti rispettivamente subiti dalla “RAF – Royal Air Force” e dalla “Luftwaffe“, il che contribuisce a far assumere alla sfida dei connotati ancor più incandescenti …

Dal punto di vista strettamente tecnico, il Commissario Tecnico tedesco Helmut Schon opera un solo cambio rispetto alla formazione vittoriosa sull’Unione Sovietica, restituendo ad Hottges il suo ruolo di terzino destro in luogo di Lutz che lo aveva sostituito nell’occasione, mentre Ramsey è alle prese con un problema non da poco, ovvero se continuare a dare fiducia al giovane Hurst (decisivo con l’Argentina ed autore dell’assist per la seconda rete di Charlton con il Portogallo …), oppure rischiare Greaves, dichiarato recuperato dall’infortunio patito nell’ultima gara del Girone eliminatorio …

Una scelta non facile, dato che si tratta del “Top Scorer” della First Division (uno, tanto per capire, autore di 37, 35 e 29 reti nei Tornei 1963, ’64 e ’65 …) e che, ricordiamolo sempre, all’epoca non sono previste sostituzioni di sorta, ma forse ricordando l’errore di Sebes – che, nella Finale di Berna del 1954 proprio contro l’Ungheria, fece scendere in campo un Puskas non completamente ristabilito con il risultato a tutti noto – Ramsey opta per la conferma di Hurst, anche perché Greaves non è che sia visto poi tanto di buon occhio all’interno dello spogliatoio.

Tutte disquisizioni che lasciano il tempo che trovano allorché Dienst dà il fischio d’avvio alla contesa che non tradisce certo le attese, considerato che il risultato si sblocca già dopo 12’ allorché Haller approfitta di una corta respinta di Wilson su cross dalla sinistra di Held per controllare la sfera e quindi far partire un preciso diagonale che manda la stessa ad insaccarsi nell’angolo basso alla destra di Banks per il punto dell’1-0 …

Peggior inizio non potrebbe esservi, ma c’è una curiosa statistica a sollevare il morale del pubblico di casa, vale a dire il fatto che sinora – eccezion fatta per l’edizione di Francia 1938 in cui l’Italia si è imposta per 4-2 sull’Ungheria – in tutte le altre circostanze la squadra passata in vantaggio ha poi perso la Finale.

Anche se, con ogni probabilità, a far ritornare il buonumore sugli spalti alla fazione inglese contribuisce ben di più il pari ottenuto appena 6’ dopo grazie all’astuzia di Bobby Moore nel calciare immediatamente una punizione dalla trequarti di campo così da trovare smarcato in area il compagno di Club (entrambi militano nel West Ham …) Hurst che, indisturbato, mette a segno di testa la rete del pareggio …

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Il punto del provvisorio 1-1 messo a segno da Hurst – da:standard.co.uk

Come nel loro DNA le due squadre non si risparmiano, Banks ha il suo daffare per respingere due conclusioni di Overath ed Emmerich, mentre sull’altro fronte Hunt non mantiene fede alla sua fama di “goalscorer” fallendo una facile occasione, così che le due formazioni vanno al riposo sul punteggio di 1-1.

La ripresa è condizionata dall’immancabile pioggia londinese, che rende allentato il campo di gioco, ma ciò non toglie energie agli atleti, in specie ad uno scatenato Ball che fa valere il vantaggio della carta d’identità, imperversando su entrambe le fasce sino a che, conquistato un corner, la sfera non arriva ad Hurst la cui conclusione è deviata da Hottges perché divenga la più invitante delle palle goal per lo smarcatissimo Peters che, dal limite dell’area di porta, non può certo sbagliare …

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La rete del momentaneo 2-1 realizzata da Peters – da:pinterest.it

E’ il 78’, mancano solo 12’ al fischio finale e Ramsey in panchina sta probabilmente realizzando come le sue scelte abbiano pagato fior di dividendi – Hurst a segno, le due “false ali” Ball e Peters protagoniste nell’azione del raddoppio – pur consapevole del famoso detto che “i tedeschi non muoiono mai …”, come ha ben presto modo di accorgersene …

Siamo difatti agli sgoccioli, manca 1’ al 90’ quando Jack Charlton concede un calcio di punizione per fallo su Seeler nel contendere un pallone aereo, e sulla relativa punizione calciata da Emmerich si registra una serie di batti e ribatti dettato dalla paura, con Cohen a deviare la sfera verso Held, il cui tiro cross verso la porta difesa da Banks incoccia nelle gambe di uno Schnellinger protesosi in avanti – evidentemente a fare le prove di quanto, viceversa, riuscitogli quattro anni dopo in Messico contro gli Azzurri – ma incapace di controllare la palla (con anche un sospetto tocco di mano …) che, per sua fortuna, perviene allo stopper Weber che, in spaccata e da pochi passi, infila la porta sguarnita, 2-2 e tempi supplementari, la prima volta che ciò accade nella Storia della Manifestazione, ed anche l’ultima per quanto attiene alla sola “Coppa Jules Rimet”.

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La rete del 2-2 realizzata da Weber – da:standard.co.uk

Gli atleti di entrambe le formazioni sono esausti, il terreno reso pesante e l’impossibilità di procedere a sostituzioni da parte degli allenatori non agevola di sicuro, e si ha la sensazione che solo un episodio possa sbloccare la situazione di stallo venutasi a creare.

Previsione azzeccata, ma nessuno si sarebbe mai aspettato “quel tipo di episodio”, una circostanza di cui ancora si parla ad oltre 50 anni di distanza, ovvero il “goal non goal” assegnato ad Hurst all’11’ del primo tempo supplementare …

E’ ancora l’infaticabile Ball a lavorare da par suo un pallone lungo l’out destro e quindi, quasi dalla linea di fondo, servire rasoterra verso il centro dell’area Hurst che aggancia la sfera e, guadagnatosi spazio verso destra, lascia partire un tiro di rara potenza dal basso verso l’alto che vede Tilkowski appena accennare alla parata, con la palla a sbattere contro la parte inferiore della traversa e rimbalzare con violenza sulla linea prima che Weber anticipi Hunt deviando la stessa in corner, sopra la traversa.

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Il tiro di Hurst per la rete del 3-2  … – da:history.com

Al di qua od oltre la linea …??”, questo è quanto si chiedono i quasi 100mila spettatori, mentre sul terreno di gioco ovviamente gli opposti schieramenti parteggiano per i rispettivi interessi, tant’è che l’arbitro svizzero Dienst ricorre all’ausilio dell’assistente sovietico Bakhramov, posizionato da quella parte del campo …

La velocità dell’azione, come confermano le immagini televisive, è tale che non è umanamente possibile che il guardalinee possa aver visto con certezza dove ha rimbalzato la sfera e quella che è chiamato a prendere diviene una decisione per così dire “politica”, ovvero se favorire i padroni di casa ed, al contempo, danneggiare i non certo amati tedeschi che, fra l’altro, avevano eliminato proprio l’Unione Sovietica in semifinale, il che fa a molti ritenere che la scelta di Bakhramov non fosse delle più felici.

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… e la conclusione della stessa – da:vimeo.com

Peraltro, c’è anche da dire che il segnalinee è nato nel 1925 a Baku, in Azerbaigian, e magari più che di una rivalsa per un torto sportivo subito dall’Urss, può aver avuto un peso specifico l’occupazione tedesca del suo Paese nel corso del secondo conflitto mondiale al fine di mettere le mani sui fondamentali giacimenti di petrolio, in ogni caso la sua risposta è “Da”, è goal per la gioia degli inglesi …

Per i tedeschi è il colpo del “Knock down”, nei restanti minuti cercano disperatamente di riequilibrare le sorti dell’incontro sino a che, proprio in chiusura, con oramai tutti i difensori spinti all’attacco, un lungo rilancio di Moore pesca Hurst (ancora lui …!!) pronto a lanciarsi in perfetta solitudine verso la porta difesa da Tilkowski e trafiggerlo con un sinistro che si infila all’incrocio e che, come lui stesso riconoscerà in seguito, “aveva la sola intenzione di scagliare la sfera il più lontano possibile, in attesa del triplice fischio finale ….!!”.

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Hurst scarica in rete il punto del definitivo 4-2 – da:standard.co.uk

Di sicuro, mentre il Capitano Bobby Moore va a ricevere la preziosa statuetta dalla mani della sua Regina, non si può dire che, per quanto espresso durante i 120’ di gioco, l’Inghilterra non abbia meritato la vittoria, pur se la stessa è stata propiziata dal “più controverso goal” nella Storia della Manifestazione, e che ha fatto sì che gruppi di scienziati (fisici e matematici …) si siano scervellati per anni per stabilire con esattezza se la palla fosse entrata o meno, senza peraltro mai giungere ad una conclusione incontrovertibile.

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Il Capitano Moore riceve la Coppa Rimet dalla Regina – da:foufourtwo.com

Quel che è certo è che Alf Ramsey ha mantenuto fede alla promessa, accolta con un certo scetticismo dai media in occasione della sua conferenza stampa nel giorno del suo insediamento, e cioè che “ho accettato questo incarico nella piena convinzione di riuscire a vincere i Campionati Mondiali …!!”.

Sull’altra sponda, la “più dolce delle vendette” viene consumata nell’edizione successiva di Messico 1970, in cui è stavolta la Germania Ovest ad eliminare nei Quarti i Campioni in carica dell’Inghilterra, superandoli 3-2 ai supplementari dopo essere stata in svantaggio per 0-2 ad inizio ripresa, con ciò ponendo fine al ciclo della più forte generazione dei “Tre Leoni” di ogni epoca …

Londra, “Wembley Stadium”, sabato 30 luglio 1966, ore 15:00
Inghilterra – Germania Ovest 4-2 dts (1-1, 2-2)
Reti: Hurst 18’, 101’, 120’, Peters 78’; Haller 12’, Weber 89’
Inghilterra: Banks, Cohen, Wilson; Stiles, Jack Charlton Moore; Ball, Hurst, Bobby Charlton, Hunt, Peters. Commissario Tecnico: Alf Ramsey.
Germania Ovest: Tilkowski; Hottges, Schnellinger; Beckenbauer, Schulz, Weber; Held, Haller, Seeler, Overtah, Emmerich. Commissario Tecnico: Helmut Schon.
Arbitro: Gottfried Dienst (Svizzera)

 

LA TRISTE FINE DI SANDOR KOCSIS, LEONE IN CAMPO, DEBOLE NELLA VITA

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Sandor Kocsis – da:storiedicalcio.altervista.org

Articolo di Giovanni Manenti

Avrebbe dovuto compiere a distanza di due mesi 50 anni, un traguardo significativo nell’esistenza di qualsiasi essere umano, ma lui, Sandor Kocsis, “Testina d’Oro” della Grande Ungheria, decide che non ci sia proprio nulla da festeggiare, deluso dagli eventi che hanno caratterizzato la sua vita da quel drammatico ottobre 1956, e preferisce finirla lì …

Nato difatti a Budapest il 21 settembre 1929, Kocsis ha rappresentato il terminale offensivo della “Aranycsapat” (la “Squadra d’Oro”), l’Ungheria in grado di dominare il Calcio europeo e mondiale per 8 anni, dal 1948 al 1956 – periodo in cui Kocsis disputa 68 gare con la propria Nazionale, con un ruolino di marcia di ben 54 vittorie, 10 pareggi ed appena 4 sconfitte – pur con la più cocente delle delusioni, ovvero la beffa nella Finale dei Mondiali di Svizzera ’54.

Il debutto in Nazionale avviene non ancora 19enne, il 6 giugno 1948 a Budapest, ovviamente bagnato da una sua doppietta in un comodo 9-0 ai danni della Romania per la Coppa dei Balcani, dopo che Kocsis aveva esordito appena 16enne nel Ferencvaros a fianco di Laszlo Kubala e della leggenda magiara tra le due Guerre, vale a dire Gyorgy Sarosi, ancora capace, a dispetto delle oramai 34 primavere, di mettere a segno 31 reti in 32 gare disputate.

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Un giovane Kocsis con la Nazionale – da:sportskeeda.com

Ed è proprio Kubala, dopo esperienze al Bratislava ed un ritorno in Patria per indossare la maglia del Vasas Budapest, ad intuire per primo come il clima politico in Ungheria non sia dei più favorevoli, fuggendo dal suo Paese per poi divenire una stella della Liga vestendo i colori del Barcellona per quasi un decennio …

Con il ritiro di Sarosi e la fuga di Kubala, Kocsis diviene una pedina fondamentale dell’attacco del Ferencvaros, che difatti si aggiudica il titolo nel 1949 con ampio margine e, soprattutto, realizzando qualcosa come 140 reti in 30 partite, un bottino al quale il non ancora 20enne contribuisce mettendo a segno 33 reti da sempre presente, peraltro “poca cosa” rispetto alle 59 (!!) realizzate dal compagno di reparto Ferenc Deak.

E’ una formazione, quella del Ferencvaros, probabilmente destinata ad imporsi anche negli anni a venire, considerata altresì la presenza di due ali del valore di Budai e Czibor, le quali sfornano cross a ripetizione per le due micidiali punte, ma questo non va tanto a genio ai gerarchi a capo del Governo, che intendono privilegiare la Honved, squadra che fa capo all’esercito, sotto il diretto controllo del Ministero della Difesa …

In un regime dove non vi è altra strada che l’ubbidienza, ecco che alla Honved – che fino a tale data si chiama “Kispest Athletical Club”, derivante dall’omonimo sobborgo posto appena fuori la Capitale magiara – approdano ad inizio 1950 (con il Campionato ad assumere altresì il calendario marzo/novembre al pari del Torneo Sovietico …) sia Budai che Kocsis, con quest’ultimo a far coppia in attacco con “il Colonnello” Ferenc Puskas, il più grande giocatore ungherese di ogni epoca.

Inutile dire che il binomio funziona alla perfezione, ma prima di elencare i successi del Club, occorre fare un passo indietro per capire come possa un giocatore come Kocsis (alto meno di m.1,80 …) essere stato un autentica “Ira d’Iddio” nel gioco aereo …

Chiaramente, non potendo contare su di una struttura fisica adeguata, solo duri e massacranti allenamenti potevano farlo crescere in tale specifico fondamentale, e leggenda vuole che durante gli anni del secondo conflitto mondiale, facesse calciare ai compagni di squadra il pallone contro un muro per poi andare a raccoglierlo di testa per indirizzarlo a suo piacimento, così da abbinare anticipo, tempestività e precisione, tutte caratteristiche messe successivamente a frutto.

Chiusa detta parentesi, l’apporto di Kocsis alle fortune della Honved è quantomeno devastante, la formazione (a far parte della quale nel 1953 si aggiunge anche Czibor …) conquista il titolo nel 1950, ’52, ’54 e ’55 successi ai quali contribuisce aggiudicandosi in tre occasioni – 1951 con 30 reti, 1952 con 36 e 1954 con 33 – la palma di Capocannoniere del Torneo, nel mentre prosegue con profitto anche la carriera in Nazionale.

Compagine, quest’ultima, che è allenata dal tecnico Gusztav Sebes, il quale è alle prese con un problema di ordine tattico, ovvero quello di far convivere lo scoppiettante attacco della Honved con un altro fuoriclasse magiaro, ma che milita nel Voros Lobogo, squadra che aveva fatto suo il titolo nel 1953, con tre punti di margine su Puskas & Co.

Costui altri non è che Nandor Hidegkuti, che predilige il ruolo di interno offensivo, ma Sebes, potendo contare sulla sua duttilità, lo convince a reinventarsi come primo, innovativo centravanti arretrato, tant’è che per molti anni è invalso il detto di “centravanti alla Hidegkuti, prima che venisse soppiantato dal più moderno “falso nueve” di marca spagnola …

Con un attacco, pertanto, composto per quattro/quinti da giocatori della Honved – che contribuisce all’undici titolare della Nazionale anche con il portiere Grosics, il difensore Lorant ed il mediano Boszik – l’Ungheria si presenta da grande favorita ai Mondiali di Svizzera 1954, avendo nel frattempo conquistato la medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Helsinki ’52 superando 2-0 in Finale la Jugoslavia (in un Torneo che vede Kocsis andare 6 volte a segno …) ed essersi altresì aggiudicata l’edizione 1948-’53 della Coppa Internazionale …

La Rassegna iridata conferma la caratteristica di “macchina da goal” della “Aracnysapat”, capace di realizzare 27 reti nelle 5 gare disputate (media di 5,4 a partita …!!) ed in cui la “Parte del Leone” la fa ovviamente Kocsis, che realizza una tripletta all’esordio alla Corea del Sud e rifila addirittura un poker nell’8-3 ad una Germania “camuffata” in una gara che pesa sull’economia del Mondiale per l’infortunio di cui è vittima Puskas.

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Kocsis esulta dopo una rete nel poker rifilato alla Germania – da:taiwannews.com

Senza la propria Stella, tocca a Kocsis assumersi la responsabilità di trascinare l’Ungheria in Finale nelle due successive ben più combattute sfide contro Brasile nel Quarti (4-2 con sua doppietta …) e, soprattutto, contro l’Uruguay nella Semifinale di Losanna …

Campioni in carica, i sudamericani risultano tuttora imbattuti al Mondiale – essendosi aggiudicati i titoli nel 1930 e 1950 senza aver partecipato alle edizioni europee di Italia ’34 e Francia ’38 – e sono altresì alla ricerca del terzo titolo che determinerebbe loro la definitiva assegnazione della Coppa Jules Rimet …

Portatasi sul 2-0 ad inizio ripresa (di Czibor ed Hidegkuti le reti …), l’Ungheria viene raggiunta nell’ultimo quarto d’ora in virtù di una doppietta di Hohberg, così da prolungare la sfida ai tempi supplementari dove chi, se non Kocsis, e come, se non di testa, realizza al 111’ e 118’ i centri con cui si aggiudica il titolo di Capocannoniere del Torneo con 11 reti …

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La Nazionale ungherese ai Mondiali 1954 – da:twitter.com

L’appuntamento con la Gloria è fissato per domenica 4 luglio 1954 al “Wankdorfstadion” di Berna, dove l’Ungheria sembra in grado di replicare il largo successo ottenuto nel Girone eliminatorio contro i tedeschi, ritrovandosi sul 2-0 dopo appena 8’ di gioco, salvo farsi raggiungere ancora prima che scocchi il 20’ e quindi superare dal punto di Rahn a 6’ dal termine per il definitivo 3-2 che consegna alla Germania il primo titolo mondiale della sua storia …

Molto si è romanzato sull’esito di tale Finale e su come i giocatori di Sepp Herberger avessero fatto uso di sostanze stimolanti, al pari della scelta di Sebes di schierare un Puskas non completamente recuperato dall’infortunio, ma un dato incontrovertibile riscontrabile dall’andamento dei confronti ad eliminazione diretta vede un Ungheria partire sempre alla grande – 2-0 dopo 7’ al Brasile, vantaggio al 13’ contro l’Uruguay ed il già ricordato 2-0 in Finale – per poi farsi recuperare nel corso dell’incontro, circostanza che non gioca certo a favore della forza di tale formazione.

Pur con l’amarezza di aver fallito l’appuntamento più importante, Kocsis e la Honved riprendono a mietere reti e successi, così come la Nazionale che si prepara a difendere il titolo olimpico di Helsinki ai Giochi di Melbourne 1956 che, facendo parte dell’emisfero australe, si svolgono nell’inusuale periodo dal 24 novembre al 6 dicembre.

Nelle ultime quattro partite disputate tra il 16 settembre ed il 14 ottobre 1956, l’Ungheria ottiene altrettante vittorie esterne contro Nazioni di livello quali Jugoslavia, Urss, Francia ed Austria, prima che il Paese venisse sconvolto dai tragici fatti costituiti dalla Rivoluzione spontanea che si accende a Budapest il 23 ottobre durante una manifestazione pacifica e che si focalizza contro la dittatura del Segretario del Partito Comunista ungherese Matyas Rakosi …

Una rivolta che vede Mosca usare la forza così da sedarla nel sangue con l’utilizzo dei carri armati, ed a fronte della quale le autorità di regime pensano bene di utilizzare la Honved facendole giocare partite amichevoli in mezza Europa per dimostrare al resto del Continente come tutto si svolga nella più completa normalità, ivi compresa la gara di andata del secondo turno di Coppa dei Campioni che Kocsis & Co. disputano il 22 novembre a Bilbao contro l’Athletic, venendo sconfitti per 2-3 …

Con la situazione nel Paese ristabilita, ma con oramai ogni speranza di “Socialismo democratico” andata delusa, i giocatori della Honved – dopo essere stati eliminati impattando 3-3 nel ritorno disputato in campo neutro a Bruxelles pochi giorni prima di Natale, ma con la mente rivolta a cosa stesse succedendo in patria ai propri familiari – ricevono l’ordine di rientrare in Ungheria, ma non tutti accettano il “cortese invito”, tra cui proprio Kocsis, Puskas e Czibor, mentre Grosics ha un ripensamento dopo un anno all’estero.

Kocsis ha appena compiuto 27 anni e si può dire che la sua sia stata una “vita a due facce”, la cui prima parte termina a fine anno 1956, per poi iniziare una seconda dove sono più le difficoltà e le amarezze rispetto alle soddisfazioni …

Innanzi tutto, la Federazione ungherese pone all’indice i reprobi, denunciando il loro comportamento alla FIFA che non può fare a meno di applicare nei loro confronti una squalifica di due anni, ma Kocsis ha cose più importanti a cui pensare, come il ricongiungersi con la moglie Alice e la figlia Agnese, dopo essersi rifugiato, ironia della sorte, proprio in Svizzera, in quella Berna che era stata teatro della sua più grande delusione calcistica.

Ed in terra elvetica, viene aiutato dal Presidente dello Young Boys – che ha ancora negli occhi le immagini delle sue prodezze ai Mondiali di due anni prima – che gli trova un lavoro come commerciante d elettrodomestici, grazie al quale Kocsis riesce a racimolare i pochi soldi sufficienti per far espatriare i suoi familiari corrompendo alcune guardie di frontiera.

Una nuova vita sta per cominciare, ma Kocsis – che, detto per inciso, ha sempre avuto dipinto in volto uno sguardo triste, come di chi sa di non avere molto da pretendere dal proprio futuro – non l’affronta con lo stesso ardore con cui si gettava sui palloni in area tra un nugolo di avversari, ed il non poter fare ciò che sa far meglio, vale a dire giocare a calcio, lo manda in depressione che sfoga nell’alcool.

Addirittura, dopo essere stato anche arrestato per ubriachezza, pone in atto l’insano gesto di ingerire un tubetto di barbiturici per farla finita, ma il tempestivo intervento della moglie ed una lavanda gastrica lo salvano, mentre finalmente può tornare a giocare all’inizio del 1958 pagando il suo debito di riconoscenza con il Presidente dello Young Boys mettendo a segno 7 reti nelle 11 gare disputate che contribuiscono alla conquista del titolo.

A fine stagione anche le autorità ungheresi – anche per rifarsi un’immagine nei confronti del resto del Mondo – concedono l’amnistia ai giocatori che avevano approfittato della loro presenza all’estero per non fare ritorno in Patria all’epoca della rivoluzione, ma Kocsis non accetta, un po’ perché di certe promesse è sempre bene non fidarsi e soprattutto perché ha sempre degli amici su cui contare.

Questi amici sono il già citato Kubala che, tesserato dal Barcellona, ha già convinto Czibor a raggiungerlo ed ottiene lo stesso scopo anche con Kocsis per un attacco che, composto altresì dal brasiliano Evaristo e dal fuoriclasse spagnolo Luisito Suarez, è in grado di far paura a chiunque …

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Kocsis, Kubale e Czibor al Barcellona – da:europebetweeneastandwest.com

L’approdo di Kocsis al Club catalano non è però dei più felici, visto che nelle due Liga consecutive vinte nel 1959 e ’60 il suo apporto è alquanto limitato – 4 reti in altrettante presenze nella prima stagione e 3 reti in 9 gare disputate nella seconda – anche se si riscatta nella Finale della “Copa del Generalissimo” 1959, in cui realizza una doppietta nel successo per 4-1 sul Granada, come pure marginale è il suo contributo (10 presenze e 4 reti) nel suo terzo Torneo in azulgrana, al contrario di quel che avviene in Coppa dei Campioni …

Ritrovata un’apprezzabile condizione fisica, difatti, il Barcellona è sull’orlo dell’eliminazione nella semifinale di ritorno che si disputa ad Amburgo dopo aver vinto di misura (1-0) il match di andata, prima che sia proprio l’attaccante ungherese a siglare al 90’ la rete dell’1-2 che manda le due squadre – all’epoca non era stata ancora introdotta la norma del valore doppio delle reti segnate in trasferta – allo spareggio di Bruxelles che i catalani si aggiudicano per 1-0 …

Un successo nella più prestigiosa Manifestazione continentale a livello di Club ripagherebbe delle amarezze degli ultimi anni, ma un destino beffardo fa sì che la Finale dell’edizione 1961 si disputi proprio al “Wankdprfstadion” di Berna che evoca sia a Kocsis che a Czibor tristi ricordi e, nonostante siano proprio loro a realizzare le reti del Barcellona, il risultato vede il Barcellona sconfitto per 2-3 (ancora …!!) dai portoghesi del Benfica che subentrano nell’Albo d’Oro al Real Madrid, affermatosi nelle prime cinque edizioni.

Kocsis disputa ancora due buone stagioni nel 1962 e ’64, concluse entrambe a secondo posto con 17 e 12 centri rispettivamente, nel mentre va ancora a segno nella Finale ’63 della “Copa del Generalissimo” in cui il Barcellona supera 3-1 il Real Saragozza, prima di ritirarsi dalle scene nel 1965 potendo vantare l’incredibile score di 296 reti realizzate in 335 gare di solo Campionato.

Ma vi è un altro record, ad oggi tuttora ineguagliato, che certifica in modo impressionante quale sia stata l’incidenza di Kocsis nel rapporto con la sua Nazionale, vale a dire il fatto che nelle già riferite 68 occasioni in cui ne ha indossato la maglia abbia realizzato qualcosa come 75 (!!) reti, per una media di 1,103 goal a partita, il che lo pone al primo posto come coefficiente tra i calciatori che abbiano disputato almeno 43 reti con il proprio Paese, facendo meglio di Gerd Muller – 68 reti in 62 partite, media 1,097 – ed anche di Puskas, il quale, bontà sua, si è fermato ad 84 centri in 85 incontri giocati …

Appese le scarpette al chiodo, Kocsis decide di restare in Spagna, cerca di restare nel Mondo del Calcio allenando per due stagioni l’Hercules di Alicante, ma con scarso successo, dedicandosi quindi all’attività di gestione di un Ristorante nel Capoluogo catalano, sino a che, colpito da forti dolori allo stomaco, non si ricovera in Clinica per accertamenti.

Gli viene diagnosticato un tumore allo stomaco, una battaglia che non si sente più in grado di affrontare con la necessaria determinazione e stavolta non ci sono lavande gastriche che possano salvarlo, lanciandosi nel vuoto dal decimo piano della struttura che lo ospita …

E’ il 22 luglio 1979, ed anche stavolta Sandor gioca d’anticipo, come per anni ha fatto contro i difensori avversari, stavolta contro il più temibile dei nemici, e, sotto un certo punto di vista, ha vinto lui …

 

IL VENTO DELL’EST SUL PRIMO CAMPIONATO EUROPEO PER NAZIONI

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L’Urss Campione d’Europa 1960 – da:agones.gr

Articolo di Giovanni Manenti

Se non si può disconoscere agli inglesi il ruolo di pionieri in moltissime Discipline sportive – ma con il grave limite di un altezzoso isolazionismo nella relativa pratica – allo stesso tempo va riconosciuto alla Francia il merito della divulgazione dello Sport a livello mondiale …

Chi, difatti, se non il Barone Pierre De Coubertin ebbe l’idea di promuovere le “Olimpiadi dell’Era Moderna”, divenute poi la massima rassegna planetaria a livello sportivo ed a chi, se non a Jules Rimet, si deve la creazione dei Campionati Mondiali di Calcio …??

Alla stessa stregua, fu il Direttore de “L’Equipe”, Gabriel Hanot, a lanciare l’idea della Coppa dei Campioni per Club, nata nel 1955 ed alla quale fece seguito la nascita del Campionato d’Europa per Nazioni su iniziativa del Segretario Generale della UEFA, Henry Delaunay, peraltro scomparso tre anni prima che la Manifestazione avesse inizio, portata avanti dal proprio figlio Pierre.

Personaggio a cui viene pertanto intitolato il Trofeo – Coppa Henry Delaunay – messo in palio a favore della squadra della Nazione vincitrice, ma alla prima edizione, così come avvenne 30 anni prima per i Campionati Mondiali, non sono poche le defezioni …

Dapprima, diremmo quasi scontata, l’assenza delle formazioni britanniche – vale a dire Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda del Nord, troppo impegnate nella disputa del “British Home Championship” (“Torneo Interbritannico” …) per potersi degnare di fare tappa sul Continente – cui peraltro fanno seguito le rinunce sia di Italia, ancora a “leccarsi le ferite” della mancata partecipazione ai Mondiali di Svezia ’58, che della Germania Ovest, con pertanto alcune delle più grandi realtà calcistiche europee a disertare la Manifestazione, ivi compresa, a sorpresa, anche la Svezia finalista ai Mondiali disputati in casa …

Di contro, massiccia è la presenza al gran completo delle formazioni dell’Est Europa – Urss, Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Germania Est ed Jugoslavia – sempre pronte a rivendicare una loro superiorità rispetto al resto del Vecchio Continente specie negli Sport di squadra, anche se l’esito delle prime edizioni della ricordata Coppa dei Campioni, con 5 vittorie consecutive del Real Madrid (ed altresì due italiane, altrettante francesi ed una tedesca occidentale a disputare la Finale …) non depone così a loro favore.

Ma i Club occidentali possono contare sull’apporto degli stranieri – spesso anche sudamericani – cosa viceversa impossibile in una competizione per Nazioni ed, in effetti, il relativo svolgimento, quantomeno di questa prima edizione, con rose composte altresì da giocatori tutti militanti in formazioni dei rispettivi Paesi, dà ragione a questa tesi …

Pertanto, con 17 Nazioni iscritte, si rende necessario un turno preliminare per ridurle a 16 ed a farne le spese è la Repubblica d’Irlanda, la quale non riesce a conservare il doppio vantaggio conseguito nella gara di andata, venendo travolta per 0-4 a Bratislava dalla Cecoslovacchia.

Ridotte a 16 le partecipanti, la Formula ricalca quella consolidata della Coppa dei Campioni, con abbinamenti per sorteggio e qualificazione al turno successivo con partite di andata e ritorno, fatto salvo che per le quattro semifinaliste che si affrontano in gara unica per la Fase Finale da disputarsi in un unico Paese.

Un calendario internazionale all’epoca ancora non ben strutturato fa sì che vi sia una notevole discrepanza temporale nella disputa dei relativi incontri – prova ne sia il caso eclatante della sfida tra Unione Sovietica ed Ungheria, con l’andata svoltasi a Mosca il 28 settembre 1958 ed il ritorno a Budapest esattamente un anno dopo (!!) – con gli Ottavi di Finale a concludersi il 25 ottobre 1959 …

La prima squadra a qualificarsi per i Quarti è la Francia, che travolge per 7-1 (doppiette di Fontaine, Vincent e Cisowski ed acuto di Kopa) la Grecia a Parigi per poi pareggiare 1-1 al ritorno, seguita dalla Romania, che dopo un 3-0 sulla Turchia maturato nel finale della gara di andata, rischia ad Istanbul, trovandosi sullo 0-2 a più di mezzora dal termine, portando comunque a casa la qualificazione.

In una settimana – tra il 21 ed il 28 giugno 1959 – si svolgono le gare tra Germania Est e Portogallo, con i lusitani ad imporsi sia a Berlino (2-0) che ad Oporto (3-2) in una serie in cui spicca Coluna, autore di 3 reti, per poi toccare all’Austria staccare il biglietto per i Quarti, allorché il 23 settembre 1959 replicano al “Praterstadion” di Vienna, con un pesante 5-2, il successo per 1-0 colto in trasferta a maggio in Norvegia.

Quattro giorni dopo – ed ad un anno di distanza, come già riferito – l’Unione Sovietica certifica con la vittoria per 1-0 a Budapest il passaggio del turno a spese di un’Ungheria già sconfitta per 3-1 a Mosca, per poi toccare alla Spagna – una delle favorite del Torneo – completare la distruzione della Polonia, superandola per 3-0 a Madrid dopo la lezione impartita a giugno a Chorzow, con un 4-2 impreziosito dalle doppiette dei fuoriclasse Suarez e Di Stefano, quest’ultimo a segno anche al ritorno.

Una Cecoslovacchia che ha disputato il preliminare con l’Irlanda ad inizio maggio 1959 – quando altre formazioni si erano già qualificate per i Quarti (!!) – è di conseguenza costretta a posticipare i propri incontri con la Danimarca e, dopo il pari per 2-2 ottenuto a Copenaghen il 23 settembre dopo essersi trovata sotto per 0-2, definisce la sfida con un pesante 5-1 il 18 ottobre a Brno, anche in questo caso, curiosamente, dopo essere passata in svantaggio.

Resta un’ultima squadra per completare il quadro delle otto qualificate per i Quarti di Finale, e tale biglietto se lo aggiudica la Jugoslavia che, dopo il successo interno per 2-0 a Belgrado, resiste al tentativo di riscossa della Bulgaria a Sofia, grazie alla rete di Mujic che annulla, dopo appena 2’, il vantaggio di Diev per i padroni di casa.

Pur con le “defezioni eccellenti” ricordate in premessa, il quadro delle ammesse ai Quarti è comunque di buon livello, comprendendo formazioni di spessore quali Francia (terza ai Mondiali 1958), Urss ed Jugoslavia (eliminate ai Quarti della citata Rassegna iridata …), Portogallo, Cecoslovacchia, Austria e Romania, oltre alla Spagna, che rappresenta un caso particolare …

Potendo, difatti, contare sui naturalizzati Ladislao Kubala ed Alfredo Di Stefano, le “Furie Rosse” sono in grado di mettere assieme un “attacco da paura” con l’aggiunta di Tejada, Suarez e Gento, il che fa della compagine iberica la netta favorita per la conquista del titolo, se non che “il Diavolo ci mette lo zampino”, sotto forma di un sorteggio maligno che l’abbina proprio all’Unione Sovietica, in pratica il Paese leader dell’ideologia comunista contro il regime franchista del “Generalissimo”, ultimo baluardo fascista dell’Europa occidentale …

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Una formazione della Spagna del 1960 – da:sefutbol.com

Ovvio che tale accoppiamento generi non poche problematiche a livello politico, per cercare di dirimere le quali viene lasciato un maggior lasso di tempo, calendarizzando le due sfide tra fine maggio ed inizio giugno 1960, con l’andata a Mosca ed il ritorno a Madrid …

Nel frattempo, gli altri accoppiamenti hanno esiti molto netti, con la Francia a qualificarsi per prima per la Fase Finale non avendo pietà dell’Austria sia all’andata a Colombes (5-2 con tripletta di Just Fontaine, il Capocannoniere dei Mondiali di Svezia …) che al ritorno al “Praterstadion” di Vienna, con un altrettanto eloquente 4-2.

La Jugoslavia, dal canto suo, rischia contro il Portogallo, trovandosi sotto per 0-2 a Lisbona, prima che una rete di Kostic a 9’ dal termine renda meno problematico il ritorno a Belgrado, dove lo stesso attaccante della Stella Rossa sigla una doppietta ad inizio ripresa nel 5-1 a favore della formazione di Ljubomir Lovric.

Senza difficoltà alcuna, viceversa, la qualificazione della Cecoslovacchia che – nell’arco di una settimana, dal 22 al 29 maggio 1960 – si sbarazza della fragile Romania, risparmiandole una cocente umiliazione, visto che dopo il 2-0 dell’andata a Bucarest, non infierisce dopo essersi trovata al ritorno sul 3-0 quando non è ancora trascorso il 20’ di gioco.

Il citato 29 maggio è altresì la data fissata per la gara di andata tra Unione Sovietica e Spagna, ma Franco vieta ai suoi giocatori di recarsi a Mosca per disputare l’incontro e, come logica conseguenza, l’UEFA non può che prendere la decisione di estromettere gli iberici dalla competizione, con ciò confermano quella sorta di “Maledizione” che ha impedito a Di Stefano di cogliere un successo con una Nazionale nel corso della propria carriera …

Rimasta pertanto l’unica a difendere lo strapotere dell’Europa orientale, la Francia si vede assegnare l’organizzazione della Fase Finale della prima edizione del “Campionato Europeo per Nazioni, un po’ per doveroso omaggio all’ideatore della Manifestazione Henry Delauney e, soprattutto, per le garanzie offerte circa una maggiore esperienza nel proporre eventi del genere …

Detto questo, altri problemi – stavolta di natura tecnica – assillano il Commissario Tecnico Albert Batteux, il quale deve rinunciare per infortunio ai suoi due attaccanti principe, ovvero Just Fontaine, dal quale non si riprenderà mai appieno, ed il polacco naturalizzato francese Raymond Kopa, così che tra i 17 selezionati (date le sole due gare da disputarsi …) gli unici giocatori di un certo spessore sono il difensore Robert Jonquet, il centrocampista Jean-Jacques Marcel e l’attaccante Jean Vincent, quest’ultimo affiancato dal promettente 23enne Maryan Wisnieski, anch’esso di chiari origini polacche.

Di contro, le tre rappresentati dell’Europa dell’Est – che rappresentano, al momento, una importante realtà nel panorama continentale, confermata due anni dopo ai Mondiali in Cile, con la Cecoslovacchia finalista, la Jugoslavia semifinalista e l’Urss eliminata ai Quarti – possono contare su di una maggiore esperienza internazionale, dovuta al fatto di poter partecipare, considerato lo “status” di Dilettanti dei propri giocatori, alle Olimpiadi che, non a caso, hanno visto Urss ed Jugoslavia disputare la Finale ai Giochi di Melbourne ’56, con gli slavi che faranno proprio l’Oro ai Giochi di Roma del successivo mese di settembre …

Ma il tempo delle chiacchiere è finito, quello che conta adesso è il verdetto del campo e la sera del 6 luglio 1960 sapremo già chi saranno le due finaliste, con i padroni di casa francesi a dare il via alla Manifestazione affrontando la Jugoslavia alle ore 20:00 al “Parc des Princes” di Parigi, mentre alle 21:30 tocca ad Unione Sovietica e Cecoslovacchia sfidarsi allo “Stade Velodrome” di Marsiglia.

Con il Calcio a non aver ancora pienamente attecchito nel cuore dei transalpini, visto che poco più di 25mila spettatori – per fare un raffronto, appena due mesi prima, nel ben meno capiente impianto di Colombes, oltre 30mila persone si erano godute il successo per 23-6 dei “Bleus” sull’Irlanda nel “Cinque Nazioni” di Rugby – prendono posto sulle tribune, venendo peraltro ricompensati dall’assistere ad uno dei match più incredibili nella Storia dell’intera Manifestazione …

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L’ingresso in campo di Francia ed Jugoslavia – da:dailymail.co.uk 

Da due squadre votate all’offensiva – chiara dimostrazione il 9-4 complessivo della Francia all’Austria ed il 6-3 rifilato dalla Jugoslavia al Portogallo – era lecito attendersi un match ricco di reti, così che qualcuno storce il naso dal momento che dopo il “botta e risposta” nell’arco di 60”  (al vantaggio di Galic dopo 11’ replica Vincent …) si debba attendere il 43’ prima che il 22enne François Heutte consenta ai padroni di casa di andare al riposo sul 2-1 a proprio favore …

Ma come in una sagra paesana, i “fuochi d’artificio” sono riservati alla ripresa, ed ecco quindi che le tre reti realizzate nella prima frazione di gioco, vengono replicate in poco più di un quarto d’ora del secondo tempo, con gli spettatori a non credere ai propri occhi nel vedere i propri beniamini portarsi dapprima sul 3-1 con Wisnieski al 53’ e quindi, dopo la rete di Zanetic che riduce le distanze, realizzare il punto del 4-2 ancora grazie ad Heutte che, nel corso della Manifestazione, realizza tre dei suoi quattro centri complessivi con la maglia della Nazionale …

Il tempo trascorre e le possibilità di una Francia finalista – evento che non farebbe altro che confermare il trend derivante dal terzo posto mondiale del 1958 e dalla Finale di Coppa dei Campioni disputata dal Reims l’anno seguente – sembrano prendere maggiore vigore sino a che non si entra nell’ultimo quarto d’ora di gioco …

Ovvio che di fronte ad un attacco in cui giostrano Jerkovic, Galic, Sekularac ed il già ricordato Kostic non ci si debba mai rilassare, ma se poi a dar loro una mano provvede anche l’estremo difensore George Lamia – alla sua sesta, nonché penultima, apparizione con la propria Nazionale – quanto mai incerto, ecco che dalla gioia si può passare all’incubo più profondo nello spazio di appena 4’, visto che dopo che l’ala destra Tomislav Knez riduce le distanze al 75’, tocca a Jerkovic (futuro Capocannoniere due anni dopo ai Mondiali in Cile …) realizzare una doppietta nell’arco di un solo giro di lancetta e ribaltare il risultato sino al 5-4 definitivo, impensabile solo pochi minuti prima.

Completamente diverso lo svolgimento della seconda semifinale, dominata in lungo ed in largo dall’Unione Sovietica nonostante la Cecoslovacchia schieri in difesa il celebre portiere Schrojf, unitamente a Novak e Popluhar, e potesse contare sul leggendario Josef Masopust – primo giocatore dell’Europa orientale a ricevere nel 1962 il “Ballon d’Or” messo in palio dalla rivista francese “France Football” – in una sfida che, dopo la rete d’apertura siglata poco oltre la mezz’ora da Valentin Ivanov, 25enne attaccante della Torpedo Mosca, non ha più storia …

E’ lo stesso Ivanov, difatti, ad andare ancora a segno al 56’ a conclusione di un’azione personale che lo porta a dribblare anche l’estremo difensore avversario, per poi toccare a Ponedelnik fissare il punteggio sul definitivo 3-0 con una violenta conclusione di destro al 66’, mentre i frastornati cecoslovacchi sprecano anche la più ghiotta delle occasioni per cercare di rientrare in partita allorché, appena 1’ dopo, Vojta calcia a lato un penalty, forse intimorito dalla presenza tra i pali del “Ragno nero” Lev Jascin.

Cecoslovacchia che si consola con il successo per 2-0 (di Bubnik al 58’ e di Pavlovic all’88’ le reti …) nella Finale per il terzo posto disputatasi il 9 luglio a Marsiglia – davanti a meno di 10mila spettatori (!!) – su di una Francia per la quale disputa l’ultima delle sue 58 partite, con fascia di Capitano al braccio, il 35enne Robert Jonquet, leader di quel Reims per 5 volte Campione nel corso degli anni ’50.

Ma oramai l’attenzione è tutta rivolta alla Finale per il titolo, che va in scena al “Parc des Princes” di Parigi la sera del 10 luglio 1960, dove il Direttore di gara inglese Arthur Ellis – l’arbitro italiano Cesare Jonni aveva diretto sia la semifinale tra Urss e Cecoslovacchia che la sfida per il terzo posto – dà il fischio d’inizio alle ore 21:30 davanti a meno di 18mila spettatori (17.966 per la precisione …), la più bassa capienza nella Storia della Manifestazione, anche se vi incidono, e non poco, le difficoltà di trasferirsi all’estero per i residenti nei Paesi sotto il controllo sovietico …

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I Capitani Netto e Kostic prima della Finale – da:beyondthelastman.com

Per il Commissario tecnico Gavriil Kachalin non vi sono dubbi di formazione, confermando gli undici titolari che hanno schiantato la Cecoslovacchia, nel mentre le quattro reti subite dalla Francia costano il posto al portiere Soskic, rimpiazzato da Blagoje Vidinic, al pari del Capitano Branko Zebec – con un brillante futuro da Tecnico in Germania Ovest – e di Knez, rispettivamente sostituiti da Jovan Miladinovic e da Zeljko Matus, quest’ultimo al suo esordio in Nazionale …

Fini palleggiatori, per nulla intimoriti dalla maggiore fisicità dei propri avversari, gli jugoslavi comandano il gioco nella prima parte, sfiorando il vantaggio con un cross dalla sinistra di Galic per poco non tradotto in goal da una deviazione di testa in tuffo da parte di Jerkovic, per poi riuscire a sbloccare il risultato in chiusura di primo tempo allorché, a parti invertite, un cross dal fondo di Jerkovic viene raccolto sotto misura da Galic, abile ad anticipare di testa il Capitano sovietico Igor Netto e sorprendere sul primo palo Jascin con una precisa deviazione di testa …

Andata al riposo sotto di una rete, l’Urss ha la fortuna di trovare immediatamente il punto del pareggio al 4’ della ripresa, complice un difettoso intervento di Vidinic su conclusione da fuori di Bubukin, la cui corta respinta è raccolta da Slava Metreveli – alla sua quarta rete in 10 presenze in Nazionale – che può così battere a rete a porta sguarnita …

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La rete del pari di Metreveli – da:worldsoccer.com

Raggiunto il pari, l’Unione Sovietica ha la grande occasione per far suo l’incontro a 3’ dal termine dei tempi regolamentari, ed a sprecarla è Ivanov, così che la prima Finale dei campionati Europei è anche la prima che si prolunga ai supplementari, dove stavolta è Jerkovic a fallire la più ghiotta opportunità, non riuscendo a deviare un invitante passaggio a pochi metri dalla porta difesa da Jascin …

E, quanto mai fedele al motto “Goal sbagliato, goal subito”, ecco che a 7’ dal termine dei supplementari giunge, puntuale, la beffa, sotto forma di un’azione insistita sulla fascia sinistra da parte dell’estrema Mikhail Meskhi, il quale calibra un perfetto cross per la testa di Ponedelnik, il quale incorna alla perfezione non lasciando scampo al, questa volta incolpevole, Vidinic.

E’ la rete che sancisce la vittoria sovietica e, mentre il Capitano Igor Netto riceve la “Coppa Henry Delauney” per il successivo giro di campo di prammatica, resta curiosa la storia di Ponedelnik, primo calciatore del suo Paese ad essere convocato in Nazionale nonostante giocasse in Seconda Divisione, per poi bagnare l’esordio, il 19 maggio 1960, con una tripletta nel 7-1 rifilato alla Polonia in amichevole, e quindi confermarsi andando a segno sia in semifinale che in Finale agli Europei, per quelle che erano solo la sua seconda e terza presenza …

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Netto ed i compagni con la Coppa – da:goal.com

Una prima edizione che va pertanto agli archivi nel “Segno dell’Est”, anche se favorito dalla mancata partecipazione di alcune big – ma, come suole dirsi, “gli assenti hanno sempre torto” – e, per quel che concerne, nello specifico, il successo dell’Unione Sovietica, con il dubbio di come sarebbe andata a finire qualora il sorteggio avesse abbinato la Spagna ad un’altra formazione …

Dubbio, solo in parte, fugato dall’esito dell’edizione successiva, in cui la Spagna – chiamata ad organizzare la fase Finale della Manifestazione – supera nell’atto conclusivo per 2-1 proprio una Unione Sovietica che, a scanso di equivoci, è l’indiscussa dominatrice dei primi quattro Campionati Europei, in quanto giunge in semifinale in ogni occasione, e disputa una seconda Finale nel 1972 a Bruxelles, sconfitta 0-3 dalla Germania Ovest.

Ma questa, come sempre si dice in questi casi, è un’altra Storia …

 

ANGELO SORMANI, IL VIAGGIO INVERSO DELL’ORIUNDO RISPETTO AI SUOI AVI

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Sormani con la Coppa dei campioni ed Intercontinentale – da:onefootball.com

Articolo di Giovanni Manenti

Già utili alla causa della Nazionale Azzurra nei vittoriosi Mondiali a cavallo tra le due guerre – Monti, Guaita ed Orsi nel 1934, il solo Andreolo nel 1938 – dell’utilizzo degli “oriundi” si esagera nel Bel Paese nel corso dei successivi anni ’50 e ’60, arrivando, nell’infausta trasferta di Belfast del gennaio 1958 che preclude all’Italia l’accesso ai Mondiali di Svezia, a schierarne ben quattro (Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa) sui cinque componenti il nostro attacco.

Lezione che, però, non induce i club della Massima Divisione ad invertire la rotta, anche perché, con la limitazione a due stranieri per squadra, lo scoprire origini italiane da parte di un calciatore sudamericano non fa altro che “liberare un posto” per tesserare un altro giocatore proveniente da Federazione straniera.

E, in ogni caso, anche la Nazionale continua a farne buon uso, allorché nei successivi Mondiali disputati in Cile nel 1962, sono in quattro ad essere selezionati dal Commissario Tecnico Giovanni Ferrari, di cui tre aventi già indossato la maglia del Paese di provenienza, ovvero Altafini (Campione del Mondo con il Brasile nel 1958), Maschio e Sivori (vincitori della Copa America 1957 con l’Argentina), oltre al protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire Angelo Sormani, l’unico senza precedenti con altre Nazionali.

Figlio di emigranti trasferitisi in Brasile a metà del XIX secolo – il nonno paterno era originario della Garfagnana, quello materno del Veneto – Angelo Benedicto Sormani nasce il 3 luglio 1939 a Jaù, città di poco più di 100mila anime nello Stato di San Paolo e, come tutti i bianchi, ha l’opportunità di crescere dignitosamente, alternando gli studi alla passione per il pallone.

Messosi in luce nelle file della formazione della sua città natale, ma altresì giudizioso sui banchi di scuola, tanto da ottenere il diploma di ragioniere, alla soglia dei 20 anni Angelo è costretto a scegliere tra la professione per cui ha studiato oppure cercare di diventare calciatore professionista, questo a causa delle precarie condizioni di salute del padre Adolpho, non più in grado di provvedere al sostentamento della famiglia.

Ovviamente, a quella età, la speranza è di affermarsi nella disciplina più amata, solo in caso le cose non dovessero andare per il verso giusto si potrebbe pensare alla scrivania, e per Sormani arriva la chiamata addirittura da parte del club destinato a dominare la scena brasiliana per circa un decennio, vale a dire nientemeno che il Santos della stella Pelé, appena sbocciata ai vittoriosi Mondiali in Svezia.

Per il figlio di emigrati è un sogno, ed anche se la sua posizione in campo sarebbe stata proprio la stessa della “Perla nera”, si adatta a svariare lungo tutto il fronte dell’attacco, una qualità che verrà molto utile durante il suo periodo in Italia al Milan, così che di questo ragazzo ben piazzato (m.1,82 per 78kg.) si inizia a parlarne un gran bene, anche perché al fisico abbina una tecnica eccellente, da buon sudamericano, chiaramente.

Ma, non essendo ancora riuscito ad indossare la maglia della Seleçao – all’epoca pressoché unica vetrina per i nostri osservatori a caccia di talenti oltre Oceano – a far conoscere in Italia questo sconosciuto ai più attaccante ci pensa un curioso caso del destino.

Accade, difatti, che a seguirne i primi passi al Santos sia un cugino del Presidente del Mantova Giuseppe Nuvolari, che, vivendo in Brasile, segnala Sormani al congiunto che, di rimando, invita il tecnico di cui si fida ciecamente – il celebre “Mondino” Fabbri, autore del “Miracolo Mantova”, condotto in quattro anni dalla Serie D alla Massima Divisione – a dargli un’occhiata in vista della preparazione della rosa per affrontare la prima stagione in Serie A della Società virgiliana.

Fabbri ha l’occasione di vedere Sormani all’opera nel corso di una Tournée estiva in Europa della formazione paulista e si convince immediatamente come il giocatore faccia al caso suo, divenendo il primo straniero per il successivo Torneo 1961-’62, cui viene affiancata l’ala svizzera Tony Allemann, proveniente dallo Young Boys.

Sempre pronti ad eccedere – nel bene come nel male – i “media” italiani fanno a gara nel saperne di più su questo attaccante 22enne e, scoperte le sue attinenze con “O Rey”, ci mettono un amen ad etichettarlo con la scomoda definizione di “Pelé bianco”, curiosi altresì di verificarne l’impatto all’interno di una formazione neopromossa e che, per la prima volta, calca i palcoscenici della Serie A.

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Sormani al Mantova

Ma il bel gioco arioso e propositivo proposto da Fabbri è l’ideale per le caratteristiche di Sormani, il quale si trova a proprio agio con Allemann, iniziando a far credere che il Presidente Nuvolari abbia colto dal mazzo il “jolly vincente”, visto che il Mantova assolutamente non sfigura al debutto nell’elite del calcio nazionale, concludendo la stagione in una quanto mai onorevole nona posizione, mentre l’attaccante fa ancor meglio, con 16 reti che lo pongono al terzo posto nella classifica dei cannonieri, alle spalle dei soli Altafini e Milani.

Un esordio talmente convincente che, come detto, Sormani – che ha immediatamente ottenuto la cittadinanza italiana per effetto delle già ricordate sue origini – ottiene la convocazione tra i 22 che partono per i Mondiali in Cile, nonostante non abbia ancora mai indossato la maglia azzurra, andando a ricoprire il ruolo di “vice Altafini”.

L’esito della spedizione è sin troppo noto, con l’Italia eliminata già dopo i primi due incontri (0-0 con la Germania Ovest e 0-2 contro i padroni di casa), con Sormani a “beneficiare” della circostanza in quanto viene per la prima volta schierato nell’inutile ultima gara con la Svizzera che l’Italia fa sua per 3-0.

L’ennesima brutta figura rimediata dalla nostra Nazionale comporta il definitivo ostracismo da parte della FIGC nei confronti dei cosiddetti “oriundi”, epurazione dalla quale si salva il solo Sormani per una duplice ragione, la prima in quanto, a differenza degli altri partecipanti alla trasferta cilena, non aveva mai indossato i colori di un altro Paese e la seconda, forse più importante, che, nel tentativo di rilanciare le sorti del nostro calcio a livello internazionale, la stessa Federazione ne affida la guida proprio ad Edmondo Fabbri, il tecnico che più di ogni altro lo conosce.

Nel frattempo, però, Sormani non è più “l’illustre sconosciuto” sbarcato in Italia 22enne assieme alla moglie Julieta (anch’essa di origini italiane) appena sposata prima della traversata, ma un attaccante di valore su cui hanno posto gli occhi i principali club europei, primo fra tutti il Barcellona, il cui nuovo Presidente Enric Llaudet è chiamato “a far pace” coi propri sostenitori dopo la cessione all’Inter del fuoriclasse Luisito Suarez da parte del suo predecessore.

Il massimo dirigente catalano arriva a presentare una “offerta senza limiti” al collega Nuvolari, che fissi lui il prezzo, ma giunta l’indiscrezione alle orecchie della tifoseria virgiliana, poco ci manca che nasca una sorta di “insurrezione spontanea” e, per il momento, la cosa muore lì.

Nonostante il cambio in panchina, con Fabbri rilevato dal leggendario fuoriclasse ungherese Nandor Hidegkuti, proprio la presenza del tecnico danubiano – il primo “falso nueve” della storia del calcio – contribuisce ad affinare, non tanto la tecnica, di per sé sopraffina, quanto il modo di stare in campo di Sormani, divenuto sotto i suoi consigli quello che può definirsi un “attaccante completo”, in grado cioè sia di andare a rete con sufficiente regolarità (anche nella seconda stagione coi virgiliani va a segno in 13 occasioni) che, al tempo stesso, di orchestrare il gioco per i compagni di reparto.

Nuvolari è consapevole di non poter più trattenere Sormani, ma intende con il suo sacrificio allestire comunque una squadra competitiva per cercare di mantenere la categoria per la terza stagione consecutiva, e così alla contropartita economica  inserisce anche una adeguata di natura tecnica.

Ed ecco così che, a prevalere sulle altre, è l’offerta della Roma che, oltre ad un versamento “cash” di 250milioni di vecchie lire, mette sul piatto, quale contropartita, il centrocampista svedese Torbjorn Jonsson ed il prestito del nazionale tedesco Karl-Heinz Schnellinger, appena prelevato dal Colonia.

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L’entrata in campo di Sormani in Italia-Brasile del 1963 – da:wikipedia.org

La valutazione complessiva – unita alle buone prestazioni in Nazionale, che lo vedono impiegato quale centravanti titolare nelle 5 gare disputate dall’Italia nella stagione 1962-’63, impreziosite da due reti, di cui la seconda nell’amichevole del 12 maggio a San Siro proprio contro il Brasile – fa sì che Sormani giunga nella Capitale accompagnato dalla poco gradita etichetta di “Mister Mezzo Miliardo, e da aspettative eccessive circa il suo rendimento.

Viceversa, dopo un avvio folgorante – 3-1 esterno a Bari, cui segue un 6-1 all’Olimpico contro la Sampdoria – una formazione mal costruita e con poco equilibrio, basti pensare all’attacco in cui sono contemporaneamente schierati Alberto Orlando, Sormani, Angelillo e Manfredini, perde via via smalto con il passare delle giornate, concludendo il torneo addirittura appena due punti sopra la zona retrocessione, con l’attaccante italo-brasiliano ad essere coinvolto in tale andazzo, andando a rete in sole 6 occasioni sulle 25 gare disputate.

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Sormani in un Roma-Bologna all’Olimpico – da:asromaultras.org

Forse sarebbe stata necessaria una “prova d’appello”, ma in una società giallorossa quanto mai incerta e nevrotica dell’epoca, non si va tanto per il sottile e così, mentre Schnellinger rientra dal prestito al Mantova – che, per inciso, conclude il campionato a pari punti con la Roma – Sormani viene “sbolognato” alla Sampdoria, formazione con cui tocca il punto più basso della sua esperienza in Italia, con una salvezza risicata ottenuta all’ultima giornata e sole due reti realizzate nelle 30 occasioni in cui scende in campo.

L’unica gioia all’ombra della Lanterna è costituita, per Sormani, dalla nascita del primogenito Adolfo (chiamato come il padre), che vede la luce l’11 agosto 1965, estate che si rivela decisiva per la carriera dell’attaccante, ormai già caduto “dalle stelle alle stalle” secondo l’opinione comune, alla stregua di tanti altri sudamericani incapaci di confermarsi ai livelli attesi.

A favorire questa sua rinascita, involontariamente, è proprio, al contrario, uno degli oriundi che meglio hanno fatto in assoluto nel Bel Paese, vale a dire il già ricordato Altafini che, ai ferri corti con Gipo Viani al Milan, viene ceduto in detta sessione di mercato al Napoli del “Comandante” Achille Lauro, dove va a comporre una “coppia da sogno” con l’altro fuoriclasse italoargentino Omar Sivori, per il delirio dei tifosi partenopei.

E, un po’ a sorpresa, Viani decide di investire sull’oramai 26enne Sormani, in una campagna di rafforzamento che vede vestire il rossonero anche il già citato Schnellinger, prelevato dalla Roma assieme a Nevio Scala e ad un Angelillo, lui sì, oramai avviato sul viale del tramonto.

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Sormani, Angelillo e Schnellinger al Milan nell’estate ’65 – da:milanday.it

Nonostante la stagione non proprio esaltante del club di via Turati – che conclude il campionato non meglio che settimo a ben 12 lunghezze dall’Inter confermatasi Campione d’Italia – la stessa risulta, al contrario, determinante per il morale dell’attaccante che centra il suo miglior risultato in carriera quanto a reti realizzate, andando ben 21 volte a segno – tra cui la doppietta nel successo per 2-1 a San Siro sulla Juventus, una delle sue “vittime” preferite – per un secondo posto tra i Cannonieri, preceduto, ironia della sorte, da un altro brasiliano, il vecchio “O’ Lione” Luis Vinicio, autore di 25 centri con il Vicenza.

Stagione, per i rossoneri, condizionata anche dal grave infortunio patito a Bologna da Bruno Mora e che, di fatto, ne conclude la carriera, toccandoa a Sormani convivere con qualche acciacco di troppo l’anno seguente, che lo porta a collezionare appena 18 presenze e 4 reti, nonché a saltare anche la Finale di Coppa Italia, che il Milan si aggiudica per 1-0 sul Padova, grazie al punto realizzato da Amarildo, alla sua ultima apparizione in rossonero.

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Sormani in goal contro la Juve – da:magliarossonera.it

Due stagioni in “chiaroscuro” non sono certo sufficienti a garantire la conferma per un Sormani che si sta avviando al compimento dei 30 anni, ma al richiamo in panchina del “Paron” Nereo Rocco per cercare di risollevare le sorti di un “Povero Diavolo”, è proprio il tecnico triestino a confermare la propria stima verso il giocatore, soprattutto per la sua duttilità tattica, provvedendo, al contrario, alla sostituzione delle ali, a causa del mancato recupero di Mora, attraverso lo scambio tra Hamrin ed Amarildo con la Fiorentina ed il lancio in prima squadra del giovane Pierino Prati, reduce da una convincente stagione al Savona tra i cadetti.

Quale sia l’esito è noto a tutti, nella prima stagione di ridimensionamento della Serie A da 18 a 16 squadre, il cammino del Milan è quanto mai esaltante, concludendo il Campionato a quota 46 punti, ben 9 di vantaggio sul Napoli e con un attacco capace di andare ben 53 volte a segno, con una perfetta ripartizione delle reti, che vedono Prati leader con 15 centri, seguito da Sormani e Rivera con 11 a testa e da Hamrin che si ferma a quota 8.

Un successo al quale i rossoneri abbinano anche la vittoria in Coppa delle Coppe, alla quale Sormani contribuisce con 5 reti realizzate in 9 presenze, tra cui, fondamentali, la doppietta a Gyoer nel 2-2 contro il Vasas al secondo turno ed il punto che sblocca, ad inizio ripresa, la semifinale di andata a San Siro contro il Bayern Monaco, per un totale stagionale di 19 centri, secondo solo a Prati.

Intenzionato a riportare in via Turati la “Coppa dalle grandi orecchie”, il Milan centra sulla Coppa dei Campioni l’obiettivo primario della successiva stagione che, se da un lato vede la definitiva consacrazione di Prati quale cannoniere principe rossonero, dall’altro ha in Sormani “l’uomo giusto al momento giusto”.

E’ difatti lui a sbloccare il risultato nella semifinale di andata a San Siro contro il Manchester United, conclusa con un 2-0 poi difeso con le unghie e con i denti al ritorno ad “Old Trafford”, per poi incaricarsi, nella Finale disputata al “Santiago Bernabeu” il 28 maggio 1969 contro l’Ajax di un 22enne Johan Cruijff, di spengere ogni velleità di rimonta olandese dopo che, poco dopo l’ora di gioco, un rigore di Vasovic aveva dimezzato lo svantaggio con cui le squadre erano andate al riposo.

Sono passati appena 5’, allorché Sormani, raccolta la sfera sulla linea mediana del campo, si porta verso l’area avversaria e, appena fuori dal limite della stessa, esplode un sinistro secco e preciso che va ad infilarsi nell’angolo basso alla destra di Bals, prima che tocchi a Prati completare l’opera con la sua personale tripletta per il definitivo 4-1.

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Sormani con la Coppa dei Campioni – da:sccopnest.com

Un regalo in anticipo per i suoi 30 anni, al quale Sormani aggiunge, per completare la sua “Annata perfetta”, la doppietta ai danni degli argentini dell’Estudiantes nella gara di andata della Coppa Intercontinentale disputata l’8 ottobre 1969 a San Siro per un 3-0 arrotondato dal neoacquisto Combin poi difeso nella tristemente famosa “Battaglia della Bombonera”, in cui i rossoneri sono fatti oggetto dei peggiori e proditori attacchi alla loro incolumità personale.

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La rete del 3-0 di Sormani qall’Estudiantes a San Siro – da:magliarossonerta.it

Concluso in gloria il quinquennio rossonero, non è però ancora giunta per Sormani l’occasione di abbandonare la scena, così che approda per un biennio al Napoli, dove torna a far coppia con Altafini, per poi vivere una stagione incolore alla Fiorentina e quindi concludere in bellezza la sua esperienza nel calcio dei suoi avi, regalando le ultime delizie tecniche al palato fine dei tifosi biancorossi del Vicenza, così da appendere le scarpette al chiodo nel 1976, a 37 anni, potendo vantare qualcosa come 133 reti nelle 465 gare complessivamente disputate a livello di club.

Ma, a differenza di altri sudamericani, il “cordone ombelicale” con il Paese di origine è oramai completamente tranciato, il percorso inverso rispetto a quello compiuto dai suoi avi – grazie anche al medesimo parere della moglie, che gli dà altri tre figli, Amerigo, Angela e Magda, anch’essa innamoratasi dell’Italia – porta Sormani a dedicarsi, in qualità di allenatore, ai settori giovanili di Napoli e Roma e, ne siamo sicuri, per quei ragazzi sarà stata come una benedizione dal Cielo ascoltare i suoi insegnamenti.

E pensare che se non fosse stato per il cugino del Presidente del Mantova, chissà…

 

AMARILDO, IL VICE PELE’ CHE SALVO’ IL BRASILE AI MONDIALI DI CILE 1962

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Amarildo in maglia rossonera – da:607080ffc.blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se, per ogni atleta che pratichi una qualunque disciplina sportiva, il sogno di una carriera è rappresentato dalla partecipazione (con la speranza di salire sul podio …) alle Olimpiadi, così la massima aspirazione di un calciatore è quella di prendere parte ad un Campionato del Mondo con la propria Nazionale.

Ma se l’atleta, una volta selezionato, sa di essere sicuro di scendere in pista, in pedana od in vasca a seconda dello Sport praticato, detta certezza non vi è per il calciatore, visto che i selezionati sono 22 (divenuti 23 dalle ultime edizioni …) ed a giocare sono solo in undici …

Una possibilità che è quasi una chimera per le riserve del Brasile, finalmente laureatosi Campione del Mondo per la prima volta nella sua Storia ai Mondiali di Svezia ’58 e che ha tutte le carte in regola per concedere il bis quattro anni dopo, visto che, oltretutto, la Rassegna si svolge in Sudamerica, in Cile …

Anche se il Commissario Tecnico è cambiato – da Vicente Feola si è passati ad Aymoré Moreita – e l’età media dei “senatori” inizia ad essere considerevole (Zagalo 30 anni, Gilmar 31, Didi 32, Djalma Santos 33 e Nilton Santos addirittura 37 …) nessun allenatore sano di mente potrebbe rinunciare a quel manipolo di fuoriclasse, al quale può unire il più devastante trio offensivo nella Storia della Seleçao, formato dal 27enne centravanti Vavà, dal funambolico Garrincha e dalla “Perla Nera” Pelé, sbocciato d’incanto quattro anni prima in Svezia non ancora 18enne e che ora è nel pieno della sua maturazione fisica e tecnica …

E, difatti, quando il Brasile scende in campo il 30 maggio 1962 per la gara inaugurale del proprio Girone contro il Messico, sono ben nove i componenti della formazione che aveva sconfitto 5-2 la Svezia nella Finale di Stoccolma, unica variante la coppia di difensori centrali, composta da Mauro e Zozimo in luogo di Bellini (pur essendo anch’egli tra i convocati …) ed Orlando …

Capirete, pertanto, come per gli altri componenti la rosa a disposizione di Moreira l’avventura mondiale rappresenti poco più di una sorta di “viaggio premio”, specie per i tre giovani attaccanti Coutinho, Jair da Costa ed Amarildo, di 19, 22 e 23 anni rispettivamente, e dato altresì che, all’epoca, non sono previste sostituzioni …

Ipotesi confermata dai fatti, in quanto dieci undicesimi (non abbiamo citato il mediano Zito …) di quella formazione scesa in campo all’esordio disputano tutte e sei le gare che consentono al Brasile di confermarsi ai vertici del Calcio mondiale – seconda squadra a bissare il titolo dopo l’Italia del biennio 1934-’38 – a dispetto del fatto che, alla seconda giornata, perda la sua stella più attesa, vale a dire proprio “0’Rey” Pelé, vittima di uno strappo muscolare nella sfida contro la Cecoslovacchia.

Pelé resta in campo per onor di firma, non essendo, come detto, previste sostituzioni, e qui va dato atto alla formazione boema – e, soprattutto, al suo giocatore più rappresentativo, Josef Masopust – di non approfittare della situazione, evitando di entrare decisi su di un giocatore che può appena toccare la palla al compagno più vicino, anche perché il pareggio finale per 0-0 va tutto a loro vantaggio, dopo il successo iniziale per 1-0 sulla Spagna e con l’ultima gara da disputare contro il Messico, già eliminato …

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Pelé infortunato, assieme a Masopust – da:storiedicalcio.altervista.org

In casa sudamericana, viceversa, si deve pensare alla sostituzione di Pelé in vista del match decisivo contro la Spagna, a quota 2 punti, e che, in caso di vittoria, comporterebbe una clamorosa eliminazione al primo turno dei Campioni in carica, e la scelta cade sul protagonista della nostra Storia odierna, ovvero Amarildo …

Nato il 29 giugno 1939 a Campos dos Goytacazes, nello Stato di Rio de Janeiro, Amarildo Tavares de Silveira (questo il suo nome completo …) si afferma in Patria nelle file del Botafogo – con cui realizza, nei vari Tornei disputati, un totale di 136 reti nelle 231 occasioni in cui è stato impiegato – così da debuttare in Nazionale il 30 aprile 1961 nel successo per 2-0 sul Paraguay ed ha alle spalle 6 presenze con la Seleçao prima del Mondiale.

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Amarildo al Botafogo – da:datafogo.blogspot.com

Sulla sua scelta, oltre ad essere la riserva designata di Pelé, pesa anche il fatto di poter contare nella formazione, su ben quattro compagni di squadra, vale a dire Nilton Santos e, soprattutto, tre dei quattro componenti l’attacco, ovvero Garrincha, Didi e Zagalo, per cui l’intesa è quantomeno assicurata …

Curiosamente, la Spagna ha tra i propri convocati due stelle “naturalizzate” di valore assoluto, ancorché entrambe 35enni, quali l’ex ungherese Ferenc Puskas – che torna così a disputare un Mondiale dopo la beffa di Berna del 1954 – e la “Saeta Rubia” argentina Alfredo Di Stefano che però è impossibilitato a scendere in campo a causa di un infortunio, con grande dispiacere di Didi che avrebbe voluto vendicarsi dell’atteggiamento arrogante di “Don Alfredo” tenuto nei suoi confronti nella fugace apparizione al Real Madrid nella stagione 1959-’60 …

Faide personali a parte, c’è una qualificazione in gioco, ed il Brasile inizia a vedere i fantasmi allorché le due squadre vanno al riposo con gli iberici in vantaggio per 1-0 grazie al centro di Adelardo al 35’ e, nella ripresa, i minuti passano ed il risultato non cambia, con anzi la Spagna – per la cronaca guidata in panchina dal “Mago” Helenio Herrera – a recriminare per una rete del raddoppio misteriosamente annullata …

Ma mentre i cronisti brasiliani iniziano a decantare il “De Profundis” per una Seleçao “orfana” di Pelé, ecco che all’improvviso si materializza il “Salvatore della Patria” proprio nella figura di Amarildo – che, come ogni buon carioca che si rispetti, ha il suo bel soprannome, nel caso “O Garoto” (“Il Ragazzo”) per via della sua bassa statura (m.1,69 per 66kg.) oltre che per l’ancor giovane età – il quale dapprima raccoglie un invito dal fondo di Zagalo per siglare sotto misura il punto dell’1-1 al 72’ e quindi concede il bis a 5’ dal termine incornando di precisione un cross dalla destra di Garrincha per il definitivo 2-1 che consente a Moreira di scacciare ogni sorta di incubo.

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L’esultanza di Amarildo al pari contro la Spagna – da:fifa.com

Il Mondiale prosegue con Garrincha ad assumere le vesti di trascinatore in luogo della “Perla nera”, grazie alle doppiette realizzate sia nel 3-1 sull’Inghilterra dei Quarti che nella “Battaglia di Santiago” del 13 giugno 1962 contro i padroni di casa del Cile, vinta per 4-2 e che spalanca al Brasile le porte della sua seconda Finale consecutiva …

Amarildo sembra un po’ sparito dalla scena, lasciata ai compagni di reparto Garrincha e Vavà, ma quando in Finale il Brasile torna ad affrontare la Cecoslovacchia e si trova per la seconda volta in svantaggio nel corso del Torneo in virtù della rete messa a segno da Masopust al quarto d’ora di gioco, chi, se non lui, si incarica di portare immediatamente in parità le sorti dell’incontro dopo appena 2’ con una conclusione angolata quasi dalla linea di fondo che sorprende sul suo palo di destra uno Schroiff che si attendeva un passaggio a centro area …

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Amarildo abbracciato da Garrincha dopo la rete in Finale – da:gettyimages.co.uk

E, con una Cecoslovacchia a tenere comunque botta sino ad oltre metà ripresa, è ancora Amarildo, poco prima dello scoccare del 70’, a lavorare da par suo una palla sul lato sinistro dell’area avversaria, per poi scodellare la stessa con un morbido pallonetto sulla testa dell’avanzato Zito per la rete del vantaggio, arrotondata da Vavà per il definitivo 3-1.

Ed anche se in Brasile il più osannato per il bis iridato resta Garrincha, queste brevi righe sono più che sufficienti a testimoniare quanto determinante sia stato il contributo di “O Garoto” per la conferma del titolo, tanto da non passare inosservato ai numerosi “Talent Scout” nostrani che, incuranti dell’ennesima brutta figura degli azzurri, sono alla ricerca di fuoriclasse per le nostre Società più ricche …

A spuntarla è il Milan, ma con un anno di ritardo rispetto ai rivali cittadini dell’Inter, che acquista Jair Da Costa a fine Mondiale, mentre Amarildo giunge in rossonero solo nell’estate 1963 dopo che il tecnico Moreira ha cercato una improbabile coesistenza tra lo stesso e Pelé, il cui miglior risultato avviene nella sfida del 16 aprile 1963 contro l’Argentina al “Maracanà” dove il Brasile si impone 5-2 con 3 reti di “O Rey” e doppietta di “O Garoto”, per poi essere, quest’ultimo, al centro di un caso di indisciplina nella successiva tournée europea della Seleçao e proprio nello stadio di cui sarà a breve protagonista …

E’ il 12 maggio 1963, difatti, allorché il Brasile si presenta a San Siro per affrontare l’Italia e Moreira schiera in avanti l’intero attacco paulista del Santos dominatore in patria e composto da Dorval, Mengalvio, Coutinho, Pelé e Pepe, con Amarildo ad accomodarsi in panchina …

Poiché però Pelé viene schierato solo per questione di immagine ed attrazione del pubblico allo Stadio, date le sue non buone condizioni fisiche, ecco che dopo meno di mezz’ora è costretto a lasciare il campo, ma Amarildo si rifiuta di prenderne il posto, dimostrando un carattere quanto mai ribelle che lo porterà anche in Italia ad avere non pochi problemi con avversari e classe arbitrale.

Ecco quindi il 24enne di Rio sbarcare in Italia nell’estate 1963 per andare a completare un attacco da favola in un Milan fresco della conquista della Coppa dei Campioni, che lo vede impiegato all’ala sinistra assieme a Mora, Sani, Altafini e Rivera, ed anche in questo caso la presenza di due connazionali quali Sani ed Altafini (ancorché quest’ultimo, in qualità di oriundo, sia oramai considerato italiano a tutti gli effetti …) ne favoriscono l’inserimento …

Il “Buongiorno si vede dal mattino”, dato che al debutto in campionato, il 15 settembre 1963, il Milan si impone per 4-1 a Mantova, con tripletta di Altafini e prima rete sul suolo italiano del “Garoto”, che replica una settimana dopo nel suo esordio a San Siro, completando il 3-0 ai danni del Messina, per poi affrontare, il 16 ottobre 1963 proprio il Santos del suo “rivale” Pelé nella gara di andata della Coppa Intercontinentale

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Amarildo e Pelé prima della Finale Milan-Santos – da:pinterest.it

Quella sera a San Siro va in scena forse la miglior recita di Amarildo in maglia rossonera, le cui due reti trascinano il Milan al successo per 4-2, anche se poi vanificato dalla trasferta in Sudamerica dove, complici anche ambiente ed arbitri chiaramente di parte, il Milan cede per 2-4 e per 0-1 nello spareggio, gare disputate entrambe al “Maracanà” nello spazio di tre giorni.

Il Torneo 1963-’64 si risolve in una lotta a tre tra le due milanesi ed il Bologna, coi rossoneri a concludere al comando il Girone di andata con 27 punti a parità con i felsinei e l’Inter staccata di due lunghezze, per poi restare in lizza per il titolo sino a 6 giornate dal termine, quando proprio una doppietta di Amarildo nel successo per 2-1 sul campo della Juventus vede ancora il Milan a due lunghezze dal Bologna Capoclassifica ed ad una dall’Inter seconda, prima di abbandonare ogni speranza nelle due giornate seguenti, a causa del pari per 0-0 a Bergamo ed all’inopinata sconfitta interna per 0-1 di fronte all’Atalanta …

Eliminato nei Quarti di Coppa dei Campioni dal Real Madrid (1-4 al Bernabeu, 2-0 a San Siro), il Milan conclude la stagione al terzo posto in Campionato, ed Amarildo con 14 reti in 31 gare disputate, per poi vivere la sua migliore annata in rossonero l’anno seguente, in un Torneo caratterizzato dalla lite tra Gipo Viani ed Altafini, con quest’ultimo a non presentarsi al ritiro precampionato, salvo fare ritorno all’ovile a fine gennaio ’65 …

Ed un Milan, con Paolo Ferrario sostituto dell’oriundo italo-brasiliano a far faville nel Girone di andata, concluso con 5 lunghezze di vantaggio (30 a 25) sull’Inter e divenute 7 alla seconda di ritorno, si fa incredibilmente rimontare nonostante il contributo di 14 reti in 27 partite disputate da parte di Amarildo, una delusione che ha come conseguenza la cessione di Altafini al Napoli a fine stagione.

La sostituzione di Altafini con l’altro italo-brasiliano Sormani e, soprattutto, il grave infortunio capitato a Mora a dicembre ’65 nella trasferta di Bologna – quando i rossoneri sono ad un punto dalla coppia di testa formata da Napoli ed Inter – che, di fatto, ne conclude la carriera, fa sì che nelle due stagioni seguenti il Milan non vada oltre un settimo ed ottavo posto, con Amarildo a trasformarsi più in rifinitore che realizzatore, così che nell’estate ’67, stante il mancato recupero della citata ala destra, Nereo Rocco, tornato a sedersi sulla panchina rossonera, avalli lo scambio tra il brasiliano e l’ala svedese della Fiorentina Hamrin, per poi lanciare il 21enne Pierino Prati nel ruolo di ala sinistra.

Ma Amarildo – che aveva lasciato il Brasile con alle spalle la conquista di due Campionati Carioca (1961 e ’62) e di un Torneo Rio-San Paolo nel 1962 con il Botafogo – non poteva andarsene senza un buon ricordo per i propri tifosi, ed eccolo quindi divenire protagonista della Fase Finale di Coppa Italia, dapprima siglando, a 5’ dal termine dei tempi supplementari, la rete del successo rossonero per 2-1 sul campo della Juventus in semifinale, e quindi realizzare, il 14 giugno 1967 nella Finale disputata all’Olimpico, l’unico centro che decide la sfida contro il Padova, così da consegnare al Milan la sua prima affermazione nella Manifestazione in quella che è la sua ultima partita in maglia rossonera …

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Rivera e Amarildo con la Coppa Italia 1967- da:magliarossonera.it

Scambio, quello con i viola, peraltro proficuo per entrambe le Società, in quanto il Milan si aggiudica nel 1968 Scudetto e Coppa delle Coppe, per poi centrare, l’anno seguente, il secondo successo in Coppa dei Campioni, proprio mentre la Fiorentina torna, a 13 anni di distanza, a fregiarsi del titolo di Campione d’Italia, con Amarildo a risultare quanto mai decisivo, visto che 5 delle 6 reti messe a segno servono a conquistare altrettante vittorie.

Ma per l’oramai 28enne brasiliano il periodo trascorso in riva all’Arno ha un significato ancora più importante, poiché gli consente di scoprire l’amore di Fiamma, con cui convola a nozze e che gli darà due figlie, Jennifer e Katiuscia, a cui seguirà il maschio Rildo, anche se la serenità familiare si traduce in intemperanze in campo, portandolo nella sua ultima stagione in maglia viola a collezionare ben tre espulsioni, il che induce la Dirigenza a privarsene accettando l’offerta della Roma …

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Amarildo in ritiro con la Fiorentina – da:wikimedia.org

Decisione affrettata, verrebbe da dire, visto che in maglia giallorossa Amarildo ritrova una certa confidenza con la via della rete, andando 7 volte a segno in 21 gare disputate – pur con le due, immancabili, espulsioni – mentre la Fiorentina si salva per il rotto della cuffia all’ultima giornata, per poi dare l’addio all’Italia dopo aver rischiato di abbandonare il Calcio nella sua seconda stagione nella Capitale, iniziata bene con 3 reti (di cui 2 decisive …) nelle prime 5 giornate, prima che un brutto infortunio lo tenga fuori per tutto il Girone di ritorno …

Rientrato in Brasile con il non lusinghiero record di 10 espulsioni e 32 giornate di squalifica nella nostra Serie A, Amarildo si gode gli ultimi spiccioli di gloria contribuendo alquanto marginalmente (appena 7 presenze e nessuna rete …) alla conquista del “Brasilerao” 1974 da parte del Vasco da Gama prima di ritirarsi definitivamente dal Calcio giocato, ma non dall’ambiente, cercando fortuna in qualità di allenatore, ma senza grandi successi …

Legato indissolubilmente all’Italia, ed in particolar modo alla città dei Medici, Amarildo inizia il suo percorso da tecnico con le Giovanili viola, per poi allenare il Sorso, la Rondinella Firenze, la Turris ed il Pontedera nel Bel Paese, non trascurando esperienze all’estero alla guida dell’Esperance di Tunisi e dell’Al Ain negli Emirati Arabi Uniti, prima di dover affrontare un avversario ben più difficile da sconfiggere …

E’ all’alba dei suoi 70 anni, difatti, che ad Amarildo viene diagnosticato un tumore alla laringe, contro il quale lotta grazie alla vicinanza del figlio Rildo ed all’aiuto economico del suo vecchio Club, il Botafogo: “Perché”, parole sue, “qui in Brasile se non puoi permetterti le cure non hai scampo, e l’Ospedale dove sono stato operato e seguito nella riabilitazione ha un costo spropositato …”, e fortunatamente il male viene debellato.

Non chiede altro di concludere in serenità i suoi ultimi anni, “O Garoto”, il quale ha poi ovviamente fatto pace con Pelé, anche se a porgli l’annosa domanda su chi sia mai stato il miglior calciatore di tutti i tempi, tra la “Perla nera” e Maradona, risponde come la maggior parte dei brasiliani, che mettono al primo posto “Manè”, ovvero Garrincha, colui che più di ogni altro ha scaldato il cuore del popolo carioca, quello delle favelas, degli ultimi, gli emarginati …

Sarà anche perché, oltre agli anni al Botafogo, Amarildo ha condiviso con Garrincha la meravigliosa avventura del vittorioso Mondiale in Cile nel 1962, dove, non va dimenticato, ci fu un “ragazzo” – “O Garoto” appunto – che, nel momento del bisogno, seppe trarre la Seleçao fuori dai guai …

I MONDIALI DI MESSICO 1970 CHE ASSEGNANO AL BRASILE LA COPPA RIMET

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Il Capitano brasiliano Carlos Alberto con la Coppa Rimet – da:guardian.mg

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché la FIFA approva il progetto di varare un Campionato Mondiale di Calcio per Nazioni, lo stesso Ente delega il suo Presidente Jules Rimet il compito di procedere alla realizzazione del Trofeo da assegnare alla formazione vincitrice, incarico che lo stesso affida all’orafo parigino LaFleur, il quale crea la prestigiosa Coppa del Mondo – sogno di ogni Federazione e dei propri giocatori – originariamente chiamata “Victory”, anche se di tale nome si è persa traccia, in quanto, a far tempo dal 1946, assume la denominazione di “Coppa Jules Rmet” in onore del citato Dirigente.

Le norme della citata Manifestazione sanciscono che il Trofeo verrà definitivamente assegnato alla Nazione che, per tre volte (anche non consecutive …) riuscirà ad affermarsi nel neonato Torneo Mondiale e caso vuole che, al termine delle prime quattro edizioni, vi siano già due Paesi in “Pole Position” per tale onore, visto che solo Italia ed Uruguay sono riuscite ad alzare la Coppa al cielo …

In particolare gli Azzurri, Campioni del Mondo nel 1934 e 1938, avrebbero avuto una grossa chance di aggiudicarsi definitivamente il Trofeo considerata la forza dei componenti di quella Nazionale – il centravanti Piola su tutti, ma non solo – se non fossero stati penalizzati dai tragici eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale che hanno fatto sì che venissero cancellate le edizioni del 1942 e 1946 …

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L’Italia Mondiale nel 1938 – da:imgbos.com

Non va comunque sottovalutato il fatto che, dopo l’acclarata superiorità della nostra Nazionale al confronto del cosiddetto “Calcio Danubiano” – ribadita, oltre che dai citati titoli mondiali, anche dai successi nelle edizioni 1930 e 1935 della Coppa Internazionale – la stessa avrebbe dovuto varcare l’Oceano per confrontarsi con le più forti compagini sudamericane, tra cui spiccava all’epoca un’Argentina capace di aggiudicarsi ben quattro “Copa America” in tale periodo, ed assente dalla Rassegna di Francia 1938.

Peraltro, una seconda grave tragedia colpisce gli Azzurri, vale a dire la tristemente famosa “Sciagura di Superga” del 4 maggio 1949, che priva la Nazionale dei componenti la formazione del “Grande Torino”, ragion per cui non sarà mai possibile sapere quale sarebbe stato l’esito dei Mondiali 1950 disputati in Brasile con Valentino Mazzola & Co. a scendere in campo.

Di contro, anche l’Uruguay può vantarsi del fatto di essere imbattuto ai Mondiali, visto che nelle due Rassegne iridate andate in scena sul Vecchio Continente si è rifiutato di partecipare, così da aggiungere al successo ottenuto nella prima edizione del 1930, sconfiggendo 4-2 l’Argentina nello “Estadio del Centenario” a Montevideo, la clamorosa vittoria del 1950 superando per 2-1 il Brasile in quello che passa alla Storia come il “Maracanazo”, determinando una sorta di lutto nazionale per gli oltre 200mila spettatori che gremiscono le tribune dell’impianto di Rio de Janeiro e che non vedevano l’ora di festeggiare il trionfo dei verdeoro …

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La rete decisiva di Ghiggia nel 2-1 asl Brasile nel 1950 – da:twitter.com

E se, per l’Italia, come ricordato, le possibilità di aggiudicarsi il Trofeo vengono ostacolate da eventi extra calcistici quanto mai tragici, l’Uruguay, dal canto suo, vede svanire questa possibilità sul terreno di gioco, in occasione dell’edizione svoltasi in Svizzera nel 1954, arrendendosi solo nei supplementari della semifinale contro la “Grande Ungheria”, a causa di una doppietta di Sandor Kocsis dopo che Hohberg, nel finale dei tempi regolamentari, aveva riequilibrato le sorti dell’incontro andando anch’egli due volte a segno.

Sfumate queste possibilità per avere la Coppa Rimet custodita nelle rispettive bacheche, sia Azzurri che sudamericani vivono un periodo di grigiore – assenti nel 1958, eliminati al primo turno nel 1962 e nei Quarti nel 1966 i rappresentanti del Rio de la Plata, ancor peggio l’Italia, incapace di superare il Girone eliminatorio nel 1950, ’54, ’62 e 1966 ed addirittura non qualificata per l’edizione di Svezia 1958 – il che consente al Brasile (da sempre inizialmente favorito, ma poi incapace di affermarsi …) di far finalmente suo il Trofeo con le vittorie ai Mondiali di Svezia ’58 (che incoronano la nuova stella Pelà …) e, quattro anni dopo, in Cile, così da raggiungere Italia ed Uruguay nel computo dei successi.

Con tre formazioni, dunque, in grado di potersi aggiudicare definitivamente il Trofeo, ecco che l’edizione che va in scena dal 31 maggio al 21 giugno 1970 in Messico comincia ad essere considerata come una delle prime al termine della quale la Coppa Rimet possa avere un solo padrone, visto altresì che tutte e tre le formazioni sono allineate ai nastri di partenza, pur se i favori del pronostico pendono (e ci mancherebbe …) dalla parte della Seleçao, data inoltre la clamorosa mancata qualificazione dell’Argentina, al cui posto è iscritto il Perù (alla sua seconda partecipazione dopo quella nel 1930 in Uruguay …), nel mentre le più accreditate rivali del vecchio Continente sono indicate in Germania Ovest ed Inghilterra, non a caso finaliste quattro anni prima a Wembley …

Per ciò che riguarda i problemi di casa nostra, un’Italia uscita con le ossa rotte da Middlesbrough dopo la sconfitta per 0-1 contro la Corea del Nord – ed a fronte della quale la FIGC assume la decisione del “blocco delle frontiere” per tutelare il patrimonio calcistico nazionale – si è riproposta ai vertici del Calcio continentale dopo 30 anni di delusione, facendo suo il titolo europeo due anni prima a Roma superando per 2-0 nella ripetizione della Finale (conclusa 1-1 dopo i supplementari …) la Jugoslavia, ma i maggiori problemi giungono dalle divisioni interne e relativi “clan” …

Il “pomo della discordia” è, manco a dirlo, Gianni Rivera – che, giova ricordarlo, solo sei mesi prima, a dicembre 1969, era stato insignito del prestigioso premio del “Ballon d’Or” messo in palio dalla rivista “France Football” quale miglior giocatore europeo dell’anno – il quale è quanto mai gradito, date le sue caratteristiche di “assist man” dal fromboliere Gigi Riva, reduce dall’aver realizzato un sogno per un’intera Regione con lo Scudetto vinto con il suo Cagliari.

E, proprio per favorire la sua punta di diamante, il Commissario Tecnico Ferruccio Valcareggi punta sul “blocco sardo”, convocando oltre a “Rombo di Tuono” (appellativo mai più azzeccato coniato da quel genio della penna che risponde al nome di Gianni Brera …) altri suoi cinque – Albertosi, Cera, Niccolai, Gori e Domeghini – compagni di squadra, senza peraltro inserire tra i ventidue una valida alternativa, visto che l’altro attaccante è lo juventino Pietro Anastasi, con il quale ha fatto coppia nella ricordata vittoriosa Finale del Campionato Europeo per Nazioni …

Una pecca alla quale Valcareggi pone rimedio grazie ad un banale infortunio occorso ad Anastasi proprio alla vigilia della partenza per il Messico, a fronte del quale vengono convocati in due, ovvero il centravanti interista Boninsegna e l’ala sinistra rossonera Pierino Prati, con il problema di dover “scartare” un giocatore, decisione che viene presa oltre Oceano …

E qui viene fuori quello che Rivera ritiene un “complotto” ai propri danni, visto che il Commissario Tecnico non si fida dei giocatori di un Milan che in due anni, tra il 1968 e ’69, si è aggiudicato Coppa delle Coppe, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale, al punto che – ferma restando la solidità ed affidabilità della coppia di terzini nerazzurra costituita da Burgnich e Facchetti – come riserva nel ruolo viene preferito il granata Poletti ad Anquilletti, così come inizialmente è varata la coppia di difensori centrali formata dai compagni di squadra nel Cagliari Niccolai e Cera lasciando fuori Rosato …

Ma la classica “goccia che fa traboccare il vaso” per l’ex “Golden Boy” avviene con l’esclusione dal Mondiale, quale “giocatore in sovrannumero”, del suo fedele portatore d’acqua Lodetti, così che da un possibile attacco da lui preferito con Domenghini, Lodetti, Boninsegna, Rivera e Riva, si passa ad un secondo che prevede, in vece dei due rossoneri, l’inserimento di Mazzola e De Sisti nel ruolo di interni …

Capita l’antifona, Rivera minaccia addirittura di abbandonare il ritiro e tornarsene in Italia, e deve volare in Messico il suo “Padre putativo” Rocco per indurlo a più miti consigli, anche se le iniziali prestazioni degli Azzurri sembrano dare ragione al Capitano rossonero, vista la risicata vittoria per 1-0 sulla Svezia all’esordio ed il pari a reti bianche contro l’Uruguay, così che nel terzo e decisivo match contro Israele – avversaria che non dovrebbe incutere alcun timore agli Azzurri, ma i “fantasmi nordcoreani” sono ancora ben lungi dall’essere spariti – Rivera fa per la prima volta il suo ingresso in campo, sostituendo ad inizio ripresa Domenghini, anche se l’Italia non va oltre un non certo esaltante, ulteriore pareggio per 0-0 …

Certo, essere riusciti per la prima volta in 20 anni a superare il Girone eliminatorio – ed addirittura al primo posto, complice la sconfitta dell’Uruguay all’ultimo turno contro la Svezia – dovrebbe un attimino provvedere a rasserenare l’ambiente, ma il fatto che Riva sia ancora a digiuno (e non dimentichiamo che l’intesa con Boninsegna non sia delle più felici, essendo i due stati separati a livello di Club con la cessione di quest’ultimo all’Inter …) ed i dubbi tattici del Mister non inducono all’ottimismo, anche se in difesa l’infortunio occorso a Niccolai nel corso della gara di esordio contro gli svedesi, ha quantomeno consentito di sopperire ad un “Delitto di lesa maestà” riconsegnando a Rosato il ruolo di stopper …

Negli altri Gironi, detto dell’Uruguay che si è dimostrato a pari livello (se non peggio …) degli Azzurri, nonostante la presenza in rosa di fuoriclasse quali il portiere Mazurkiewicz, il Capitano Pedro Rocha e la guizzante ala Luis Cubilla, a fare le cose migliori è la Germania Ovest, autentica “macchina da goal” grazie al proprio centravanti Gerd Muller, autore di ben 7 reti (con due triplette ai danni di Perù e Bulgaria) nel proprio Girone, concluso a punteggio pieno, al pari dei favoriti del Brasile.

Sudamericani che, inseriti nel Girone oggettivamente più ostico, assieme ad Inghilterra, Cecoslovacchia e Romania – il tutto per favorire, come di prassi, i padroni di casa messicani che, al contrario, se la vedono con Unione Sovietica, Belgio ed El Salvador – forniscono una prima dimostrazione delle loro qualità facendo loro per 1-0 (rete di Jairzinho allo scoccare dell’ora di gioco …) il match più atteso contro i Campioni in carica dell’Inghilterra, passato altresì alla Storia per la “Parata del Secolo” effettuata da Gordon Banks su di un colpo di testa della “Perla nera” Pelé.

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La celebre parata di Banks – da:eifmagazine.com

In un modo o nell’altro, comunque, i Gironi eliminatori non determinano clamorose esclusioni, e la fase ad eliminazione diretta pone di fronte gli abbinamenti incrociati tra i Gruppi 1 e 2 ed i Gruppi 3 e 4, dando luogo nei Quarti alle sfide Urss-Uruguay, Italia-Messico, Brasile-Perù e Germania Ovest-Inghilterra in programma il 14 giugno 1970 alle 12:00 ora locale, non proprio il massimo per i giocatori che scendono in campo …

In assoluto, la sfida più noiosa è quella tra i bicampioni del Mondo uruguaiani ed i sovietici, oltretutto prolungatasi sino ai supplementari e decisa da una rete di Esparrago al 117’ su cui vi è il legittimo dubbio che il passaggio a favore del centravanti sudamericano sia avvenuto con la palla ad aver oltrepassato la linea di fondo, ma tant’è e l’Uruguay può continuare a coltivare il sogno di aggiudicarsi definitivamente il Trofeo.

Per quel che riguarda il Brasile, lo stesso si trova a dover affrontare la sorpresa del Torneo, ovvero un Perù in cui brilla la stella dell’appena 21enne Teofilo Cubillas – in assoluto il più grande giocatore di tutti i tempi del proprio Paese – ed oltretutto guidato in panchina da uno che del Brasile conosce ogni angolo più remoto, ovvero quel Didi che ne aveva orchestrato da par suo il centrocampo in occasione dei trionfi iridati del 1958 e ’62 …

I peruviani fanno il possibile per arginare l’attacco della Seleçao, uscendo dal confronto sconfitti per 4-2 ma a testa alta (doppietta di Tostao ed acuti di Rivelino e Jairzinho per i futuri Campioni …), così da dimostrare la validità della propria scuola, nel mentre l’Italia “scopre la staffetta” Mazzola/Rivera …

Nella gara di Toluca, difatti, dove non è mai facile affrontare i padroni di casa (Cile docet al riguardo …) in un Campionato Mondiale, gli Azzurri non disputano una grande prima frazione di gioco, andando sotto dopo meno di un quarto d’ora, salvo rimettere le sorti dell’incontro in equilibrio prima dell’intervallo grazie ad una conclusione di Domenghini deviata nella propria porta da Guzman …

Al rientro in campo delle squadre, gli italiani che assistono alla partita in Tv vedono Rivera uscire dagli spogliatoi in divisa di gioco, il numero 14 sulle spalle, ed al quale ha fatto posto Mazzola, per un’Italia trasformata e che, con Riva finalmente a sbloccarsi con una doppietta, si impone largamente per 4-1 con anche il regista rossonero a finire sul tabellino dei marcatori, ed è quasi inutile rimarcare polemiche e commenti circa il suo utilizzo che si sprecano nel Bel paese.

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L’esultanza azzurra dopo la rete del 3-1 di Rivera – da:

Ma è indubbio che la sfida più affascinante non può essere allo “Estadio Nou Camp” di Leon, dove le “rivali storiche” di Inghilterra e Germania Ovest si fronteggiano per la rivincita della Finale mondiale di quattro anni prima a Wembley, i cui strascichi non sono ancora sopiti per la dubbia rete del 3-2 siglata da Hurst nei supplementari …

Sudditi delle Regina che affrontano la gara con un grave handicap in partenza, costituito dall’assenza tra i pali di Banks – all’apice della sua carriera e con già oltre 60 presenze in Nazionale all’attivo – colto da un virus gastrointestinale (la cosiddetta “Maledizione di Montezuma” …), rimpiazzato dall’estremo difensore del Chelsea Peter Bonetti, alla sua settima (nonché ultima …) gara con i “Tre Leoni” …

Assenza che, peraltro, non sembra incidere più di tanto sull’esito della sfida, visto che, dopo essere passata in vantaggio con Mullery poco dopo la mezz’ora, l’Inghilterra si porta su doppio vantaggio ad inizio ripresa con Peters (a segno anche nella ricordata Finale mondiale …), prima che gli indomiti tedeschi ristabilissero le sorti dell’incontro dapprima con una conclusione da fuori di Beckenbauer e quindi con una beffarda deviazione di nuca da parte di Seeler, prima che toccasse a Muller mettere a segno la zampata decisiva per il definitivo 3-2 al 3’ del secondo tempo supplementare, tutte reti in cui Bonetti avrebbe sicuramente potuto far meglio.

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La decisiva rete dei Muller in Germania-Inghilterra – da:pinterest.it

Con l’Inghilterra a concludere in Messico il suo “Periodo d’oro” – oltre al titolo mondiale si era anche piazzata terza ai Campionati Europei nel 1968 – la Germania Ovest resta l’unica tra le quattro semifinaliste che può impedire la definitiva assegnazione della Coppa Rimet, visto che sono ancora in lizza le tre pretendenti, Italia, Brasile ed Uruguay …

Formazione carioca che ottiene la qualificazione completando la “mini Copa America”, dato che, dopo il Però, elimina anche la terza sudamericana iscritta al Torneo, non senza qualche timore di troppo allorché gli uruguaiani si portano in vantaggio con Cubilla prima dello scoccare del 20’ di gioco …

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Brasile ed Uruguay schierate prima della Semifinale – da:gettyimages.it

I fantasmi del “Maracanazo” vengono scacciati in chiusura di primo tempo da Clodoaldo, per poi assistere ad una ripresa di indiscusso predominio verdeoro, con occasioni da rete a raffica e che trovano la loro concretizzazione solo nell’ultimo quarto d’ora, grazie alle conclusioni vincenti di Jairzinho e Rivelino per il 3-1 definitivo ed arrivederci a domenica 21 giugno per l’atto conclusivo.

In contemporanea, alle ore 16:00 locali (le 24:00 in Italia …) del 17 giugno 1970, allo “Estadio Azteca” di Città del Messico, davanti ad oltre 100mila spettatori, va in scena quella che sarà successivamente ricordata come “El Partido del Siglo” (“La partita del Secolo”) tra Italia e Germania Ovest, che gli Azzurri si aggiudicano al termine di due fasi ben distinte della gara …

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I Capitani Facchetti e Seeler prima della gara – da:twitter.com

La prima, difatti, vede l’Italia portarsi in vantaggio dopo appena 8’ di gioco grazie ad una potente conclusione da fuori area di Boninsegna che non lascia scampo a Maier, per poi difendere l’esiguo vantaggio per i restanti minuti dei tempi regolamentari, con Albertosi sugli scudi ed un Rosato ad effettuare un miracoloso, acrobatico salvataggio sulla linea, il tutto prima che Schnellinger, proprio al 90’, fissasse la rete che manda la decisione ai supplementari con una deviazione in spaccata sotto misura per quella che, ironia della sorte, resta l’unica rete in carriera con la sua Nazionale …

Ed ecco che, una gara che se si fosse conclusa sull’1-0 non sarebbe certo passata agli annali, si trasforma in una sorta di thriller che neppure la fantasiosa mente di un Alfred Hitchcock avrebbe potuto immaginare, con giocatori stravolti dalla fatica a compiere errori grossolani che determinano un’alternanza di reti e nel punteggio – sfido chiunque ad aver scommesso sull’Italia al momento del punto del 2-1 di Muller al 95’, poi fortunatamente ribaltato da Burgnich e Riva già in chiusura del primo “Tiempo Extra (come appariva in sovraimpressione …) – che fa restare incollati ai televisore, a dispetto dell’ora notturna, milioni di italiani, i quali si riversano poi nelle strade a festeggiare allorché Rivera (ovviamente subentrato a Mazzola ad inizio ripresa …) mette a segno la rete del definitivo 4-3 appena 60” dopo essere stato protagonista in negativo, facendosi passare, appostato sul palo alla sinistra di Albertosi, un colpo di testa di Seeler corretto, sempre di testa, da Muller su azione di calcio d’angolo.

Il successo della formazione di Valcareggi fa sì che, domenica 21 giugno 1970 allo “Estadio Azteca” di Città del Messico, la tanto sospirata Coppa Jules Rimet venga definitivamente assegnata ad una delle due finaliste, con l’Italia a disputare la sua terza Finale mondiale a 32 anni di distanza dal trionfo di Parigi nel 1938, mentre per i sudamericani è la loro quarta occasione, se si comprende in tale computo la più volte citata sfida con l’Uruguay del 1950 al Maracanà, dato che, in realtà, la stessa non era altro che l’ultima gara di un Girone finale a cui avevano partecipato anche Spagna e Svezia.

Ovviamente, passato il momento di euforia per una vittoria che ribadisce – dopo il citato successo europeo – il pieno diritto dell’Italia a rientrare tra le “grandi” del panorama calcistico internazionale, ci si pone, sia tra i tecnici che i media, il problema di affrontare un Brasile che sta in tutto e per tutto legittimando il proprio ruolo di “favorito della vigilia”, oltretutto prima formazione, dall’introduzione dei Gironi eliminatori a far tempo dall’edizione 1950, a giungere all’appuntamento conclusivo con sole vittorie al proprio attivo, e tutte ottenute all’interno dei tempi regolamentari …

E sono, giustamente, le enormi energie spese durante i 120’ contro i tedeschi a preoccupare lo staff tecnico azzurro, ed anche se vi è chi, specie tra la carta stampata, invocherebbe la presenza dall’inizio di un Rivera che ha sinora disputato non più di 165’ nel corso del Torneo (in pratica meno di due partite intere …), Valcareggi ripropone lo stesso undici titolare schierato sia nei Quarti contro il Messico che in semifinale contro la Germania Ovest che, nel frattempo, si è aggiudicata il terzo posto superando 1-0 nella “Finalina” l’Uruguay …

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Italia e Brasile schierate prima della Finale – da:google.it

Del resto, anche Zagalo – destinato a divenire il primo giocatore ad aggiudicarsi il titolo mondiale anche come allenatore – conferma la stessa formazione che ha sconfitto l’Uruguay, a dimostrazione di come entrambi i tecnici siano convinti di aver trovato i rispettivi assetti migliori, anche se l’Italia può contare sulla “arma in più” costituita da un Rivera rivelatosi decisivo ogni volta che è subentrato a partita in corso …

Il tempo delle chiacchiere è comunque esaurito allorché alle ore 12:00 locali (le 20:00 in Italia) il Direttore di gara tedesco orientale Rudi Gloeckner dà il fischio d’inizio, davanti ad un pubblico che ha riempito tutti i 107.412 posti a disposizione, non volendo mancare ad un appuntamento così storico come l’assegnazione del più prestigioso Trofeo a livello di Nazionali, e l’inizio della sfida volge a favore dei favoriti sudamericani …

Sono trascorsi, difatti, solo 18’ quando una rimessa laterale è prolungata di prima intenzione da Rivelino il cui cross è raccolto, sul palo opposto, da un Pelé che sfrutta le sue indiscusse qualità acrobatiche per saltare più in alto di Burgnich e schiacciare di testa in rete la palla dell’1-0 …

I foschi presagi di una debacle azzurra vengono scacciati dalla reazione di Capitan Facchetti & Co. che, punti sul vivo, reagiscono ribattendo colpo su colpo sino a trovare – complice un’incertezza della difesa brasiliana, il punto debole della formazione di Zagalo – la rete del pareggio con Boninsegna ad 8’ dal termine della prima frazione di gioco, con le squadre che vanno dunque al riposo con l’esito della sfida ancora perfettamente in bilico e l’Italia a poter ancora “giocare il suo jolly” …

Potete pertanto immaginare lo stupore, specie per i tifosi che gremiscono Circoli, Bar e Ristoranti, oltre ad aggregazioni familiari nelle varie abitazioni, allorché alla ripresa delle ostilità la tanto attesa mossa di Rivera in campo non viene effettuata, in barba anche alla “scaramanzia” che trova largo spazio in ambito calcistico, pur se non va sottaciuto che anche ad inizio del secondo tempo gli Azzurri non sfigurano, anzi tutt’altro, prima che l’inerzia passi decisamente nelle mani dei sudamericani che, dapprima sfiorano il vantaggio ancora con Pelé, che arriva con un attimo di ritardo alla deviazione su di un cross dal fondo di Carlos Alberto e quindi tocca a Rivelino cogliere il palo su punizione, prima che, a metà ripresa, la svolta giunga con una conclusione da fuori area di Gerson che sorprende Albertosi per il punto del vantaggio brasiliano.

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La rete del 2-1 di Gerson a metò ripresa – da:gettyimages.it

A questo punto, la fatica si fa sentire nei muscoli e nella testa degli Azzurri che, sfiduciati, subiscono appena 5’ dopo la rete del 3-1 di Jairzinho che, di fatto chiude la partita, il cui risultato assume i connotati decisivi a 2’ dal fischio finale grazie ad una terrificante conclusione da appena dentro l’area da parte dell’avanzato Capitano Carlos Alberto, al quale tocca il quanto mai gradito compito di salire sul palco a ricevere la Coppa Jules Rimet che, dalla successiva edizione di Germania 1974, sarà sostituita con la “Coppa Fifa”, per la quale non è prevista alcuna definitiva assegnazione.

Conclusioni a margine, riteniamo che non si possa contestare la legittimità del successo brasiliano, una formazione in grado di aggiudicarsi tutte e sei le gare disputate, con un attacco “particolare” – in quanto formato da cinque giocatori che, nei rispettivi Club, indossano tutti la “Maglia numero 10”, a testimonianza, peraltro, del livello tecnico di ciascuno di loro – capace comunque di realizzare ben 19 reti (media 3,16 a partita …), così da compensare qualche distrazione di troppo in difesa …

Per ciò che, viceversa, concerne gli Azzurri, già l’essere tornati a recitare un ruolo di primo piano dopo 20 anni di cocenti delusioni, deve essere visto come un vanto, ed è inutile disquisire su cosa “sarebbe potuto succedere” senza i 30’ minuti supplementari della semifinale o seppure Valcareggi avesse impiegato Rivera oltre i discutibili ultimi 6’ concessigli in Finale, dato che, non essendovi alcuna controprova, altro non sono che parole dettate al vento e su cui ognuno resta comunque libero di pensarla come meglio crede …

Ricordando che, nel 1970, il Film “Sliding Doors” (uscito nelle sale nel 1998 …) era ancora ben lungi dall’essere prodotto …

 

IL TRIS “LAST MINUTE” DEL MANCHESTER UNITED STAGIONE 1999

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Il Manchester festeggia la Champions League 1999 – da:sportbible.com

Articolo di Giovanni Manenti

Da quando nel 2009 il Barcellona di Pep Guardiola ha messo in fila Liga, Copa del Rey e Champions League – peraltro abbinandovi pure Super Coppa di Spagna, Super Coppa Uefa e Coppa del Mondo per Club per un record, pertanto, solo eguagliabile – il riuscire a conquistare nella stessa stagione titolo e coppa nazionale unitamente alla massima Manifestazione continentale per Club ha assunto il nome di “triplete” in omaggio alla lingua spagnola, ma la formazione azulgrana non ha certo il merito di essere stata la prima a compiere una tale impresa …

Curiosamente, a dispetto dei 13 trionfi dei “rivali storici” del Real Madrid, questi ultimi non sono mai riusciti a centrare tutti i tre i trionfi in un’unica stagione, così come il Liverpool – dominatore della decade tra metà degli anni ’70 e metà anni ’80 – si è dovuto fermare ad un passo nel 1977 (vittoria in Campionato e nell’allora Coppa dei Campioni, sconfitto in Finale di FA Cup dal Manchester United …) e minor valore ha il tris ottenuto dal Club di Anfield nel 1984, allorché al titolo ed alla Coppa dei Campioni unisce il successo nella League Cup, la seconda coppa nazionale per importanza.

Curiosamente, anche il Bayern di Muller e Beckenbauer degli anni ’70 non riesce a completare detto tris di successi, a differenza di quanto ottenuto dal Club bavarese nel 2013 sotto la guida di Jupp Heynckes, dopo che il rinominato “triplete” era già stato portato a termine dall’Inter di José Mourinho nel 2010 ed ancora lo sarà da parte del Barcellona di Luis Enrique nel 2015.

Per poter quindi risalire alla “primogenitura” di una tale impresa occorre riportarsi ad oltre 50 anni fa, esattamente al 1967, allorché gli scozzesi del Celtic Glasgow vivono una stagione che non ha riscontro nella storia del Calcio delle Highlands, in quanto ai trionfi nei confini nazionali – Scottish First Division, Scottish FA Cup e Scottish League Cup – uniscono la sorprendente conquista della Coppa dei Campioni, prima formazione britannica ad aggiudicarsi il Trofeo, sino ad allora territorio esclusivo delle squadre latine, superando 2-1 l’Inter nella Finale di Lisbona.

Ecco quindi che, Oltremanica, una simile combinazione assume la denominazione di “treble” (che poi non vuol dire altro che triplo, al pari del “triplete” spagnolo …), cui successivamente si accodano due formazioni olandesi – vale a dire il formidabile Ajax di Johan Cruijff nel 1972 (abbinandovi anche la conquista della Super Coppa europea e della Coppa Intercontinentale …) ed il PSV Eindhoven nel 1988 – prima che nel 1999 anche un Club inglese riesca ad iscriversi in tale glorioso Albo d’Oro e di cui quest’oggi ne ripercorriamo il relativo cammino che, come vedrete, sarà di quelli non indicati ai tifosi dei “Red Devils” deboli di cuore …

Tornato sotto la guida di Sir Alex Ferguson a rinverdire i fasti degli anni ’60, riportando ad Old Trafford nel 1993 – stagione di debutto dell’attuale Premier League – un titolo che mancava da ben 26 (!!) anni, il Manchester diviene il dominatore assoluto dell’ultima decade del XX secolo, visto che dal 1993 al 2001 in 9 edizioni solo in due occasioni non riesce a laurearsi Campione, nel 1995 superato di un solo punti (89 ad 88) dal Blackburn Rovers di Kenny Dalglish e nel 1998, dove ad imporsi è l’Arsenal del neoallenatore francese Arsene Wenger.

Proprio l’acerrima rivalità tra i due tecnici tocca vertici altissimi nella successiva stagione, che il Manchester affronta mettendo a segno due colpi importanti nella sessione estiva di mercato, vale a dire mettendo sotto contratto l’arcigno difensore centrale olandese Jaap Stam, prelevato dal PSV Eindhoven e l’attaccante di colore Dwight Yorke, proveniente dall’Aston Villa …

Con un centrocampo impostato sui “Fab FourRoy Keane, David Beckham, Paul Scholes e Ryan Giggs ed il neo acquisto a far coppa con Andy Cole in attacco, mentre la difesa è imperniata sull’affidabilissimo portiere Peter Schmeichel e sulla consolidata coppia di terzini formata da Gary Neville e Denis Irwin, il Manchester United non brilla eccessivamente nella fase ascendente del Torneo, visto che a metà cammino occupa la terza posizione con 38 punti, a due lunghezze di distacco dalla coppia Chelsea/Aston villa e con due punti, al contrario, di vantaggio sull’Arsenal, il tutto a causa dei gravosi impegni in Champions League che hanno già comportato tre sconfitte, tra cui il pesante 0-3-0 del confronto diretto (parole e musica di Adams, Anelka e Ljungbewrg …) contro la formazione di Wenger, disputatosi il 20 settembre 1998 ad Highbury.

Formazioni peraltro entrambe impegnate in Champions League con esiti diametralmente opposti, in quanto lo United, oltre ad aver dovuto superare il turno eliminatorio (2-0 e 0-0 ai polacchi del LKS Lodz), riesce a sopravvivere ad un sorteggio spietato che lo vede inserito nel “Gruppo della morte” assieme a Bayern Monaco e Barcellona, concludendo lo stesso imbattuto con quattro pareggi mozzafiato (1-1 e 2-2 coi tedeschi e due incredibili 3-3 coi catalani, facendosi rimontare da 2-0 in casa e da 2-1 e 3-2 al Camp Nou) e due comode vittorie (6-2 esterno e 5-0 tra le mura amiche) contro la cenerentola Brondby.

Di contro l’Arsenal, impegnato in un Girone sulla carta più agevole con Dynamo Kiev, Lens e Panathinaikos quali compagni d’avventura, conclude lo stesso in una deludente terza posizione, riuscendo a sconfiggere la sola formazione ateniese e su cui pesa come un macigno l’inattesa battuta d’arresto interna per 0-1 contro i modesti francesi …

Ciò sta peraltro a significare che ad inizio gennaio 1999, allorché si disputa il terzo turno della FA Cup, i “Gunners” non hanno altri impegni oltre al Campionato, nel mentre i “Red Devils” ad inizio marzo dovranno scendere nuovamente in campo per i Quarti della più prestigiosa Manifestazione continentale …

Oltretutto, con gli abbinamenti della Coppa nazionale affidati ad un sorteggio libero, la buona sorte non sorride di certo alla formazione di Sir Alex, visto che, dopo il relativamente agevole esordio con il Middlesbrough – ancorché non tragga in inganno il 3-1 finale, visto il vantaggio ospite con Townsend al 52’, con il ribaltamento avvenuto solo ad 8’ dal termine grazie ad un rigore trasformato da Irwin ed acuto conclusivo di Giggs al 90’ – al turno successivo sono opposti agli acerrimi rivali del Liverpool …

E questo match, andato in scena ad “Old Trafford” il 24 gennaio 1999, traccia in maniera sin troppo eloquente quella che sarà la caratteristica determinante della stagione dei “Red Devis”, ovvero far sue le sfide decisive nei minuti finali, visto che, dopo il vantaggio di Michael Owen dopo appena 3’ minuti di gioco, la rimonta avviene grazie al pari di Yorke a 2’ dal 90’, per poi toccare al “super sub” Ole Gunnar Solskjaer – detto anche “Baby Face Killer” per le sue qualità di mettere a segno le reti quando non vi è più tempo per recuperare, abbinate al volto di “eterno bambino” – siglare il punto del 2-1 allorché a Liverpool già pregustavano il replay ad Anfield.

In fase di previsione, più agevole l’impegno del quinto turno, ancora in programma ad Old Trafford contro una formazione di Terza Divisione quale il Fulham, anche se poi alla fine la sfida è risolta solo grazie alla rete di Andy Cole poco prima dello scoccare della mezz’ora di gioco, ma va anche considerato che il successivo mercoledì 17 febbraio è in programma la sfida che potrebbe risultare decisiva per l’esito della Premier League, visto che lo United – avendo inanellato quattro vittorie consecutive contro Leicester, Charlton, Derby County e Nottingham Forest (quest’ultima con un 8-1 esterno …!!) – si è portato in testa alla Graduatoria con una lunghezza sul Chelsea e due sull’Arsenal …

Match che, viceversa, si conclude sul nulla di fatto, con l’1-1 conclusivo firmato dai rispettivi centravanti Anelka e Cole, per poi prepararsi ad un “infuocato” inizio marzo dopo aver chiuso il mese di febbraio a quota 54 punti, con il Chelsea che non molla ad una lunghezza di distanza e l’Arsenal che perde leggermente terreno in virtù del pari esterno per 1-1 a Newcastle …

Per capire il “Tour de force” a cui sono sottoposti Beckham & Co., il calendario propone loro il 3 marzo l’andata dei Quarti di Champions League contro l’Inter, il 7 il Quarto di FA Cup opposti proprio al Chelsea “Italiano” di Zola, Di Matteo e Vialli quale tecnico – il che fa sì che la gara di Premier ad Anfield venga posticipata al 5 maggio successivo – il 10 il replay a “Stamford Bridge” visto che il match sul campo amico si conclude sullo 0-0, il 13 la trasferta a Newcastle ed il 17 il ritorno di Champions League a San Siro contro i nerazzurri …

Roba da perderci la testa, ma che invece lo United supera affidandosi alla forza della propria difesa, visto che in questi cinque incontri subisce solo due reti, qualificandosi alle Semifinali di FA Cup grazie al 2-0 nel replay a “Stamford Bridge” frutto di una doppietta di Yorke, ed a quelle di Champions League facendo tesoro del 2-0 maturato all’andata (con ancora Yorke a risultare decisivo con la sua doppietta …) e toccare quindi a Scholes spengere a 2’ dal termine ogni speranza di rimonta nerazzurra, illusasi con il vantaggio di Ventola poco dopo l’ora di gioco.

Per non essere da meno del compagno di reparto, tocca ad Andy Cole farsi carico di mettere a segno le due reti che rimontano il match del “St. James’ Park” dopo l’iniziale vantaggio in apertura di Solano per i “Magpies”, ed è così che l’avventura continua, spostandosi ad inizio aprile allorché l’urna abbina al Manchester ancora una formazione italiana, stavolta la Juventus, reduce da tre Finali consecutive di Champions League (gare da disputarsi il 7 ed il 21 del mese …), nel mentre anche il sorteggio di FA Cup non è certo benevolo, mettendo di fronte le due rivali in Campionato, gara da disputarsi l’11 aprile sul campo neutro del “Villa Park” di Birmingham …

Ecco quindi il Manchester presentarsi al secondo dei “due mesi della verità” con un vantaggio di quattro punti (63 a 59) sull’Arsenal in Campionato dopo aver completato entrambe 30 turni, con il Chelsea oramai tagliato fuori a quota 53 pur con una gara da recuperare, per poi affrontarsi nell’infuocata sfida di FA Cup, con l’Arsenal ad aver ridotto le distanze ad una sola lunghezza, approfittando di un turno di riposo degli avversari …

Le due semifinali del 1999 passano alla Storia non tanto per il primo incontro, conclusosi sullo 0-0, ancorché lo United possa recriminare per una rete di testa di Roy Keane al 38’ ingiustamente annullata, quanto per le mille emozioni che offre il replay, disputato sullo stesso campo tre giorni dopo, il 14 aprile …

Privo di Andy Cole in attacco, Ferguson schiera in avanti la coppia formata da Solskjaer e dal 33enne, ma sempre valido Teddy Sheringham, ed è proprio quest’ultimo a propiziare la rete del vantaggio, servendo un pallone smarcante che Beckham tramuta in goal con una delle sue micidiali conclusioni da fuori …

Avendo inizialmente rinunciato anche a Scholes e Giggs, il tecnico inserisce l’ala gallese al 61’ in luogo di Blomqvist, prima che l’inerzia della gara improvvisamente cambi a causa di una conclusione da fuori di Bergkamp che, leggermente deviata da Stam, sorprende Schmeichel per il punto dell’1-1 al 69’, cui segue la consueta sciocchezza di Roy Keane che si fa espellere 5’ dopo per una entrata fallosa su Overmars che gli costa il secondo cartellino giallo …

Ferguson corre ai ripari inerendo Scholes al posto di Sheringham al fine di ridare compattezza al centrocampo, ma ogni speranza di qualificazione alla Finale di Wembley sembra sul punto di svanire allorché, proprio in chiusura di gara, l’arbitro David Elleray concede all’Arsenal un rigore per atterramento di Parlour da parte di Phil Neville …

Sul dischetto si porta Bergkamp, ma il suo tiro, seppur forte ed angolato, è a mezz’altezza e Schmeichel, tuffandosi sulla propria sinistra, riesce nella deviazione mantenendo vive le speranze dei suoi con la gara che si prolunga ai supplementari, in cui Ferguson si gioca anche la carta Yorke, che entra al posto di Solskjaer …

Ed è al 4’ del secondo tempo supplementare che si registra il “capolavoro di Ryan Giggs”, con l’estremo gallese a raccogliere un errato disimpegno all’altezza del centrocampo spostato sulla sinistra, portarsi verso l’area superando in slalom ben quattro avversari e quindi fulminare Seaman con una potente conclusione sul primo pallo dal basso verso l’alto che non lascia scampo all’estremo difensore, per quello che viene giustamente premiato come “Goal of the Season” dalla stampa specializzata.

Conquistato il diritto a scendere in campo il 22 maggio a Wembley per la Finale di FA Cup contro il Newcastle, che ha eliminato 2-0 il Tottenham grazie ad una doppietta di Shearer, nel frattempo il Manchester deve superare l’ostacolo Juventus in Champions League, recandosi il 21 aprile a Torino dopo l’1-1 dell’andata, con Giggs a rimediare, guarda caso ancora al 90’, al vantaggio bianconero di Conte nel primo tempo …

Formazione italiana che da febbraio ha in panchina Carlo Ancelotti, chiamato a rimpiazzare Marcello Lippi, e che appare in grado di staccare per il quarto anno consecutivo il biglietto della Finale allorché una doppietta di Filippo Inzaghi la porta sul 2-0 dopo appena 10’, ma mai dare per scontato un risultato quando si ha di fronte un Manchester che già poco dopo la mezz’ora rovescia a proprio favore l’esito del doppio confronto, grazie ad una rete di testa di Roy Keane al 24’ ed al pareggio di Yorke al 34’, per poi toccare ad Andy Cole, ad 8’ dal termine, mettere il sigillo alla qualificazione con il punto del definitivo 3-2.

Con due appuntamenti già fissati in calendario – la ricordata Finale di FA Cup del 22 maggio e l’atto conclusivo della Champions League il successivo 26 maggio al Camp Nou di Barcellona – lo United può dedicare le massime energie alla fase finale di Premier League dove, a due turni dalla conclusione, si trova a pari punti (75 a testa) con l’Arsenal, che ha approfittato di tre pareggi della capolista per affiancarla in vetta alla Classifica …

Con una differenza reti altresì pari (+42 per entrambe), diviene determinante la sconfitta patita dall’Arsenal nel posticipo di martedì 11 maggio, allorché i “Gunners – imbattuti da 19 turni – cadono sul terreno del Leeds complice una rete messa a segno a 4’ dal termine dall’olandese Jimmy Floyd Hasselbaink, così che il giorno dopo, nel recupero a Blackburn, al Manchester è sufficiente un pari a reti bianche per accumulare il minimo vantaggio di una sola lunghezza da mantenere all’ultima giornata in programma domenica 16 maggio ad Old Trafford, ospite il comunque ostico Tottenham, nel mentre i londinesi affrontano l’Aston Villa ad Highbury …

L’illusione di un “miracolo” dura lo spazio di 20’, tra il vantaggio degli “Spurs” al 24’ con Les Ferdinand ed il micidiale uno-due a cavallo dell’intervallo messo a segno da Beckham al 42’ e da Andy Cole al 47’ per il 2-1 che certifica il 12esimo titolo dello United, rendendo buona solo per le statistiche la rete realizzata al 66’ da Kanu per il successo dei “Gunners”.

Messo in bacheca il primo Trofeo, i ragazzi di Sir Alex sono ora attesi ai 10 giorni che potrebbero consegnarli alla Storia, con il primo appuntamento fissato per sabato 22 maggio sul terreno di Wembley per affrontare il Newcastle nella Finale di FA Cup dinanzi alla solita cornice di oltre 79mila spettatori …

Gara per la quale il tecnico scozzese decide di risparmiare Stam ed Yorke in vista della sfida di Champions League del successivo mercoledì, tanto che all’uscita di Roy Keane dopo soli 9’ per infortunio, opta per l’inserimento di Sheringham, scelta quanto mai azzeccata visto che l’attaccante lo ripaga mettendo a segno, appena due giri di lancetta dopo, il punto dell’1-0 traducendo in goal un delizioso lancio smarcante di Beckham, per poi toccare a Scholes siglare al 53’ la rete della sicurezza con una potente conclusione dal limite che non lascia scampo a Steve Harper, così che il più prestigioso Trofeo d’Oltremanica va a fare bella vista di sé per la decima volta nell’apposita Sala di Old Trafford.

Quella che però attende lo United la sera di mercoledì 26 maggio 1999 al “Camp Nou” di Barcellona, arbitro l’italiano Pierluigi Collina, è la sfida più dura, avversari i tedeschi del Bayern Monaco, desiderosi di tornare a rinverdire i fasti degli anni ’70 dopo l’amarezza di due Finali perse, 0-1 contro l’Aston Villa nel 1982 ed 1-2 contro il Porto nel 1987 …

Formazione bavarese che si è qualificata per l’atto conclusivo dopo aver eliminato l’ultima grande versione della Dynamo Kiev “targata” Andriy Schevchenko, che in estate lascia il Club per accasarsi al Milan, e che può contare in difesa sull’esperienza dell’estremo difensore Oliver Kahn e del 38enne fuoriclasse Lothar Matthaus, riciclato nel ruolo di libero, mentre a centrocampo si fanno apprezzare Jeremies, Effenberg e, soprattutto, Mario Basler, il quale si incarica di sbloccare il risultato dopo appena 5’ trasformando un calcio di punizione dal limite sul quale Schmeichel neppure accenna alla parata …

D’altro canto, Ferguson è costretto a far di necessità virtù, ed anche se alle ali può contare sull’estro di Beckham e Giggs ed in attacco si affida alla collaudata coppia Yorke/Cole (53 reti stagionali in due …), l’assenza nella zona nevralgica del campo di Roy Keane e Scholes (entrambi squalificati …) lo porta a schierare al loro posto Nicky Butt e Jesper Blomqvist, per quanto validi non all’altezza dei titolari …

Dopo che la difesa bavarese ha ben controllato gli attacchi inglesi per tutta la durata del primo tempo, corso via senza eccessive emozioni, la ripresa vede ergersi ad indiscusso protagonista Peter Schmeichel che salva a ripetizione i suoi dal tracollo, apponendosi alla grande alle conclusioni di Jancker, Effenberg e Scholl, quando non sono il palo e la traversa a salvarlo da un delizioso pallonetto dello stesso Scholl e da una rovesciata di Jancker, mentre sul versante opposto Kahn è chiamato a sventare solo in splendida coordinazione un colpo di testa del subentrato Solskjaer …

Oltre al norvegese, mandato in campo da Ferguson a 9’ dal termine in luogo di Cole, il più titolato tecnico della Storia del Club aveva già giocato, a metà ripresa, la carta Sheringham al posto di Blomqvist, ma, come appena descritto, erano state molte più le occasioni di raddoppio per il Bayern che non le possibilità per lo United di pervenire al pareggio …

Tutto sembra oramai perso allorché, dopo che Hitzfeld commette forse il più grande errore della sua carriera di eccellente allenatore, togliendo dapprima Matthaus all’80’ e quindi Basler all’89’ per inserire Fink e Salihamidzic rispettivamente, vanno in scena i 60” più incredibili negli oltre 60 anni di Storia della Manifestazione …

Accade difatti che, con il Manchester a gettare letteralmente “il cuore oltre l’ostacolo”, Kahn venga impegnato negli ultimi minuti più che nell’intero arco del match, dapprima per bloccare a terra sulla sua sinistra una conclusione angolata di Sheringham e quindi fare altrettanto su una deviazione velenosa di testa di Solskjaer, dopo che Yorke aveva clamorosamente “ciccato” un invitante pallone a centro area …

Ma, nel frattempo, il cronometro scorre e siamo già oltre il 90’ allorché sugli sviluppi di un corner da sinistra con anche Schmeichel trasferitosi nell’area avversaria, la palla perviene a Giggs che, da fuori area, lascia partire un tiro senza pretese e destinato ad uscire sul fondo, che però Sheringham, da autentico predatore di area di rigore, devia di quel tanto affinché la sfera si insacchi nell’angolino basso alla destra di un attonito Kahn

Disperazione nelle file tedeschi ed euforia sulla panchina inglese, che si trasforma in gioia indescrivibile allorché, appena 60” dopo, Solskjaer conquista un secondo corner della cui battuta si incarica Beckham con una parabola a centro area dove Sheringham svetta più in alto di tutti per prolungarne la traiettoria sotto misura dove, in spaccata, giunge chi se non lui, ovvero “Baby face Killer” Solskjaer, il cui intervento manda la sfera ad insaccarsi sotto la traversa per il punto del definitivo 2-1 con Collina che non fa neppure riprendere il gioco, fischiando la fine della contesa.

Ecco quindi che, nel modo più rocambolesco possibile, anche il Manchester United si iscrive – unico Club inglese ad esservi sinora riuscito – nella ristretta lista di coloro che hanno centrato il “Treble” (o “Triplete”, se preferite …) che, per come si è concretizzato, può tranquillamente assumere il connotato di “Last Minute” …

 

ANGELO SCHIAVIO, IL CANNONIERE CHE GIOCAVA PER PASSIONE

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Angelo Schiavio – da:archiviotinf.blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

In una vita, sia umana che professionale, sicuramente fortunata come pochi altri, una sola disdetta ha condizionato la carriera calcistica di Angelo Schiavio, centravanti dalle straordinarie capacità realizzative, vale a dire il fatto che la stessa si sia svolta a cavallo della costituzione della Serie A a Girone unico, così che nelle Classifiche dei Marcatori “All Time” vengono tenute in considerazione solo le reti messe a segno dal 1929.30 in poi, che sono pur sempre 109 in 179 presenze nella Massima Divisione …

Ma prima di quel 13 ottobre 1929, in cui Schiavio fa il suo esordio – andando ovviamente a segno – nel nuovo Torneo nel pari interno per 2-2 del Bologna contro la Triestina, il più prolifico attaccante della Storia del Club rossoblù (sua unica squadra nell’intera carriera …) aveva già alle spalle ben 7 Campionati, 12 presenze in Nazionale e la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Amsterdam 1928.

Nato difatti a Bologna il 17 ottobre 1905, Angiolino – pur se all’anagrafe registrato come Angelo, ma così rinominato in quanto stesso nome del padre, un commerciante di abbigliamento trasferitosi da Como nel Capoluogo emiliano per fondare la “Schiavio-Stoppani” – ha il calcio nel sangue, pur se in famiglia tale Sport non è minimamente considerato, fratelli compresi …

Il fatto di far parte di una famiglia agiata non è la sola fortuna che accompagna la vita del più forte centravanti felsineo, visto che a soli sei mesi dalla nascita viene salvato da un enfisema polmonare che lo sta uccidendo solo grazie al tempestivo intervento del Prof. Bartolo Nigrisoli, il quale non si fa scrupoli di operarlo (senza anestesia …!!) incidendogli la schiena per estrargli una costola sotto la scapola destra, causa del problema …

Che si dedicasse al Calcio poteva anche andar bene, ma l’importante era non trascurare gli affari dell’azienda da cui deriva il sostentamento familiare, nella quale era stato inserito dal fratello maggiore Raffaele sin dall’età di 14 anni, avendo abbandonato gli studi.

Mi allenavo una sola volta con la squadra, al giovedì”, ricorda Schiavio, “per il resto dovevo far da solo, corsa al mattino presto e palestra alla sera, dopo il lavoro …”, una routine indubbiamente impegnativa, ma che il giovane Angiolino affronta con ardore tanto è alto il suo sogno di indossare la maglia rossoblù della squadra della sua città …

Dopo aver iniziato a tirare i primi calci nella formazione dilettantistica della Fortitudo, Schiavio viene segnalato al Bologna da due compagni di scuola più grandi di lui che già militano nel Club rossoblù – vale a dire i centrocampisti Gastone Baldi e Pietro Genovesi che gli faranno compagnia per oltre un decennio – all’epoca guidato dal valente tecnico austriaco Hermann Felsner, assunto nel 1920 e che ricopre tale incarico sino al 1931.

Sotto la guida di Felsner, Schiavio migliora i fondamentali nel controllo di palla, ancora un po’ troppo ruvido, e negli scambi coi compagni di reparto, poco essendoci da insegnargli quanto a coraggio e combattività, in quanto in campo si batte come un leone, da autentico “trascinatore” incurante degli interventi degli avversari, una sorta, verrebbe da dire, di “Boninsegna ante litteram” …

Non è comunque facile per un ragazzo di appena 17 anni farsi largo in una compagine che già schiera in attacco due ottimi giocatori quali Giuseppe Della Valle e Cesare Alberti, ma ancora una volta la buona sorte gli dà una mano …

Dapprima sotto forma di un infortunio al menisco occorso nel novembre 1922 al promettente (appena 18enne …) Alberti – 32 reti in 45 presenze per lui – e già in odore di Nazionale, incidente che all’epoca significava l’abbandono dell’attività, anche se il giocatore, sottoposto ad un riuscito intervento chirurgico, torna a giocare nell’ottobre 1924 nelle file del Genoa per poi morire non ancora 22enne il 14 marzo 1926 per una banale infezione virale, e quindi in una circostanza ancor più casuale …

Destino vuole, difatti, che l’ultimo dell’anno del 1922 si disputino al campo bolognese dello “Sterlino” due gare amichevoli, la prima tra la formazione “ragazzi” contro il Wiener Vienna, mentre la seconda vede scendere in campo la prima squadra contro gli ungheresi dell’Ujpest Dosza …

Schiavio compie appieno il proprio dovere (che è quello di far goal …) siglando la doppietta che certifica il successo rossoblù per 2-0 nel primo incontro, per poi ricevere dal tecnico Felsner la richiesta se si sente in grado di scendere in campo anche nel secondo incontro, visto che negli spogliatoi Della Valle è stato colto da un improvviso attacco febbrile …

Figuriamoci se Angiolino si lascia sfuggire l’occasione ed, appena cambiata la maglia intrisa di sudore, gioca la sua prima partita coi “grandi” ed, indovinate un po’, mette a segno l’unica rete dell’incontro, divenendo immediatamente l’idolo dei tifosi felsinei presenti in tribuna, così da creare dubbi all’allenatore se sia o meno il caso di insistere con questo giovane, ma così già brillante attaccante, per non correre il rischio di “bruciarlo”.

Dubbio che dura meno di un mese per poi, dopo una sconfitta del Bologna per 1-2 di metà gennaio 1923 contro lo Spezia sul campo neutro di Pisa, ecco Schiavio schierato al centro dell’attacco per la sua prima gara ufficiale il 28 gennaio 1923 in un Bologna-Juventus concluso sul 4-1 grazie alle doppiette di Bernardo Perin e Della Valle.

Passano tre settimane e giunge anche la prima delle sue oltre 200 reti in rossoblù, messa a segno al 4’ della sfida interna contro il Genoa, pur successivamente vittorioso in rimonta per 2-1, gustoso antipasto dei duelli che caratterizzano le due successive stagioni, dato che all’esordio di Schiavio il Bologna conclude il Girone B della Prima Divisione – Lega Nord al terzo posto, a 12 lunghezze dai liguri che si avviano alla conquista del loro ottavo Scudetto.

Conclusa la prima esperienza con 6 reti in 11 presenze, Schiavio dimostra la legittimità nel ricoprire il ruolo di terminale offensivo dell’attacco rossoblù la seguente stagione, in cui le sue 16 reti nelle 22 gare di Campionato consentono al Bologna di concludere al primo posto, con un punto di vantaggio sul Torino, il Girone B della Prima Divisione – Lega Nord e quindi acquisire il diritto a sfidare i Campioni d’Italia del Genoa, primi nel Girone A, nella Finale della Lega Nord la cui vincente si qualifica per la Finalissima Nazionale con la formazione proveniente dalla Lega Sud …

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Schiavio in maglia Bologna – da:wikipedia.org

Giunto per la prima volta a questo punto del Torneo, il Bologna paga l’inesperienza nella gara di andata disputatasi nel capoluogo ligure contro un Genoa sapientemente guidato dal celebre tecnico inglese William Garbutt, risultando sconfitto per 0-1 per poi non riuscire a ribaltare il risultato al ritorno, al termine di un match giocato su di un terreno al limite della praticabilità e caratterizzato da scontri violenti sia in campo che in tribuna, tant’è che l’arbitro Panzeri di Milano nel suo referto scrive di aver concesso ai locali un calcio di rigore (trasformato da Pozzi per il punto dell’1-1) solo per “calmare gli animi”, così che la Disciplinare assegna ai genoani – che poi hanno la meglio (3-1 ed 1-1) sul Savoia nella Finale Scudetto – la vittoria per 2-0 a tavolino.

Una rivalità quella tra le due formazioni rossoblù che trova il suo apice la stagione successiva allorché, ancora una volta vincitrici dei rispettivi Gironi A e B della Prima Divisione – Lega Nord, Genoa e Bologna si sfidano nella Finale di zona che, a fronte delle previste due partite, si prolunga in cinque incontri dopo che le due gare sui rispettivi campi vedono uscire vittoriose le formazioni ospiti, con il medesimo risultato di 2-1 …

Con la terza sfida annullata dalla FIGC (era finita 2-2 con il Bologna a rimontare uno svantaggio di 0-2 all’intervallo …) ed una quarta, anch’essa conclusa in parità (1-1), caratterizzata da incidenti con tanto di colpi di pistola ed un ferito, alla Federazione non resta che ordinare un quinto match da disputarsi a porte chiuse e che vede i felsinei imporsi per 2-0 così impedendo al Genoa di fregiarsi di quello che sarebbe stato il suo decimo Scudetto, per poi far suo il primo titolo di Campione d’Italia – grazie ad un facile, doppio successo (4-0 e 2-0) sull’Alba Roma, gare disputatesi ad agosto 1925 (!!) – un’impresa che inaugura il periodo dello “Squadrone che tremare il Mondo fa”, protrattosi sino ad inizio anni ’40.

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Una formazione del Bologna Campione d’Italia nel 1925 – da:wikipedia.org

E’, ovviamente, anche l’arco temporale in cui brilla la stella di Schiavio, del quale non può non accorgersi il Commissario Tecnico Vittorio Pozzo, specie dopo quanto compiuto al suo esordio in azzurro, vale a dire la doppietta che il 4 novembre 1925 consente all’Italia di superare 2-1 la Jugoslavia in amichevole a Padova.

Un rapporto, peraltro, quello con la Nazionale, mai profondamente sbocciato, vista la concorrenza, oltre che del compagno di squadra Della Valle, delle stelle Baloncieri, Levratto e Meazza, che Pozzo risolve in occasione delle Olimpiadi di Amsterdam 1928 schierando Baloncieri all’ala destra, Schiavio centravanti e Levratto ala sinistra, con il risultato che l’Italia giunge ad un passo dalla Finale, sconfitta 2-3 dall’invincibile Uruguay degli anni ’20 e che, due anni dopo, avrebbe conquistato il primo titolo della Storia dei Mondiali, per poi sfogare la delusione sull’Egitto nella gara per il bronzo, sommerso 11-3 con il contributo dell’attaccante felsineo, autore di una tripletta.

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L’Italia bronzo ai Giochi di Amsterdam 1928 – da:archiviotinf.blogspot.com

Ma se è poco considerato da Pozzo – disputa tre sole gare della prima edizione della “Coppa Internazionale” 1927-’30, una sorta di Campionato Europeo per Nazioni dell’epoca, vinta dall’Italia – Schiavio non si perde certo d’animo, tanto importante per lui è contribuire alle sorti del “suo” Bologna, che trascina a suon di reti alla conquista del secondo Scudetto, ultimo prima della costituzione del Girone unico …

Già ampiamente in “doppia cifra” – 26 reti nel 1926 e ’28, 15 nel 1927 – negli anni precedenti, nel 1929 Schiavio centra il suo massimo in carriera per singola stagione, andando 29 volte a segno in altrettante gare disputate, comprese le sfide per il titolo contro i Campioni in carica del Torino del “trio delle meraviglie” formato, oltre che dal già citato Baloncieri, anche da Rossetti e dall’italoargentino Julio Libonatti …

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Rete di Schiavio contro la Juventus nell’aprile 1929 – da:wikipedia.org

Con una regola un po’ strana, in cui non si tiene conto del computo delle reti, l’1-0 certificato da Libonatti nella gara di ritorno rispetto al 3-1 (doppietta di Schiavio ed acuto di Della Valle …) inflitto dal Bologna ai granata all’andata, è sufficiente per la disputa di un terzo incontro di spareggio in campo neutro a Roma, che i rossoblù si aggiudicano grazie al centro di Muzzioli ad 8’ dal termine.

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La Formazione del Bologna Campione d’Italia 1929 – da:wikipedia.org

L’inizio degli anni ’30 vede però soffrire uno Schiavio oramai relegato da Pozzo ai margini della Nazionale a causa dell’esplosione di Meazza – e, d’altronde, con il “Balilla” a segnare 12 reti nelle altrettante sue prime apparizioni in azzurro, come dargli torto – mentre in Campionato il Bologna deve accontentarsi di onorevoli piazzamenti alle spalle di una Juventus capace di aggiudicarsi cinque titoli consecutivi, pur continuando a “timbrare” con assiduità, come dimostrano il titolo di Capocannoniere conseguito nel 1932 con 25 reti ed i 28 centri della stagione successiva, preceduto di una sola lunghezza dal bianconero Felice Borel …

In soccorso del centravanti felsineo giunge la sola Manifestazione europea dell’epoca, ovvero la “Mitropa Cup” (riduzione di “Mittel Europa Cup”, in italiano Coppa dell’Europa Centrale …), alla quale, al pari della Coppa Internazionale per Nazioni, partecipano le rappresentanti di Italia, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia …

Ecco allora che, alla sua prima partecipazione, il Bologna si aggiudica l’edizione del 1932 dopo aver eliminato Sparta Praga (5-0 e 0-3) ai Quarti e First Vienna (2-0 e 0-1) in semifinale, per poi vedersi assegnare il trofeo senza colpo ferire a seguito della doppia esclusione delle altre due semifinaliste, Slavia Praga ed Juventus, poiché nel match di ritorno al “Comunale” di Torino, il pubblico di casa, irretito dall’atteggiamento ostruzionistico dei cechi a difesa del 4-0 maturato all’andata (e dopo che i bianconeri avevano chiuso il primo tempo in vantaggio per 2-0 …), inizia a lanciare pietre sul terreno di gioco, una delle quali colpisce alla testa il celebre portiere della Nazionale Frantisek Planicka, ferendolo seriamente …

Lo Slavia per protesta abbandona il campo per ritirarsi negli spogliatoi e rifiutandosi di riprendere l’incontro – e, del resto, in 10 uomini e senza portiere sarebbe stato difficile mantenere il vantaggio nel doppio confronto – ma il Comitato Organizzatore ritenne entrambi i Club colpevoli, estromettendoli dalla competizione.

Nel frattempo, con l’approssimarsi della seconda edizione dei Campionati Mondiali da disputarsi in Italia, il Commissario Tecnico Pozzo inizia a rimuginare su di un’idea per “salvare capra e cavoli” e conciliare il simultaneo impiego di Meazza e Schiavio, vista l’ancor giovane età del non ancora 20enne Borel, ovverossia trasformare l’attaccante dell’Ambrosiana da centravanti ad interno, viste le sue elevate qualità tecniche …

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Schiavio e Meazza in Nazionale – da:storiedicalcioaltervista.org

Mossa che Pozzo prova in occasione della gara d’esordio della terza edizione della Coppa Internazionale, che si disputa il 2 aprile 1933 a Ginevra contro la Svizzera e l’esito non potrebbe essere più confortante, visto che gli Azzurri si impongono per 3-0 con doppietta di Schiavio e punto esclamativo di Meazza …

Centravanti rossoblù che si ripete a distanza di un mese nel 2-0 rifilato a Firenze alla Cecoslovacchia nel secondo turno di detta Manifestazione, per poi fare ancora coppia con Meazza nel pari in amichevole contro l’Inghilterra, convincendo pienamente Pozzo che, nelle gare di avvicinamento al Mondiale prova anche Borel, anch’egli peraltro a segno all’esordio in azzurro.

Per il buon Pozzo, però, vi è un ulteriore “problemino” da risolvere, ovverossia l’odio profondo che intercorre tra Schiavio e l’oriundo italo-argentino Luisito Monti, accasatosi alla Juventus nell’estate 1931 dopo aver disputato con la “Albiceleste” la prima Finale dei Mondiali 1930, persa per 2-4 contro i padroni di casa dell’Uruguay allo “Estadio del Centenario” di Montevideo.

Una acredine che risale ad un’amichevole disputata dal Bologna a Buenos Aires a metà agosto 1929 a causa delle rudezze che il massiccio centromediano era solito riservare ai centravanti avversari, vieppiù rinsaldata per quello che accede domenica 1 maggio 1932 allo Stadio di Corso Marsiglia a Torino, allorché, a 7 giornate dal termine del Torneo, Juventus e Bologna si affrontano nel match che può risultare decisivo per l’assegnazione dello Scudetto, visto che i bianconeri precedono (41 a 40) i rivali di un solo punto …

Orbene, con i felsinei in vantaggio 2-1 verso la fine del primo tempo – grazie alla rete messa a segno da Schiavio al 41’ – i due vengono a contatto e, dopo che il centravanti bolognese resta a terra, Monti lo colpisce intenzionalmente sul ginocchio e le cronache raccontano che solo il campo fangoso, facendo sprofondare la gamba nella melma, impedisce che la carriera dell’azzurro finisca quel giorno

Schiavio viene portato a braccia negli spogliatoi e rientra in campo, in condizioni menomate, solo verso il quarto d’ora della ripresa, con la Juventus ad aver nel frattempo pareggiato con Vecchina che poi, a 12’ dal termine, realizza anche il punto del definitivo 3-2 che, di fatto, consegna ai bianconeri il titolo, ma per l’attaccante bolognese vi è, da una parte, il sollievo per essere miracolosamente scampato ad un infortunio che ne avrebbe con ogni probabilità interrotto l’attività, e, dall’altra, il disprezzo per un “macellaio” come Monti che non si faceva scrupoli se c’era da “eliminare” un avversario.

Ed è in occasioni come queste che salgono alla ribalta le qualità umane del Commissario Tecnico, il quale non intende rinunciare ad una forza d’urto come Schiavio in attacco al pari di un “frangiflutti” quale è Monti per la difesa, ed è lo stesso Pozzo che, successivamente avrà modo di dichiarare: “I due erano divisi ad un duro astio, visti i precedenti, ma mi convinsi che dovevo cercare una riappacificazione per il bene dell’intero gruppo, anche se sapevo che non sarebbe stato facile, dato il carattere spigoloso di entrambi, ma alla fine ci sono riuscito, non sto a raccontare come, e poco per volta li ho portati addirittura a dividere la stessa camera d’albergo duranti i ritiri ed i viaggi all’estero …!!

Il 1934 può a tutti gli effetti essere considerato “L’Anno di Gloria” per il non ancora 29enne “Anzlèn”, come era oramai definito secondo la forma dialettale da tutti i tifosi felsinei, ancorché si presenti alla Rassegna iridata al termine di una delle sue stagioni più scadenti, con sole 9 reti realizzate in 19 presenze, circostanza della quale il Bologna, chiaramente, ne risente concludendo il Campionato al quarto posto …

Ma l’importante è farsi trovare pronto per l’inizio del Mondiale, e quando l’Italia scende in campo il 27 maggio 1934 a Roma contro i modesti americani, chi se non lui apre le marcature al 18’, imitato 2’ dopo da Orsi e quindi mettere già in ghiaccio la qualificazione prima della mezzora con il suo secondo centro per poi fare tripletta nella ripresa nel rotondo 7-1 inflitto agli Usa, unica “passeggiata” in un percorso quanto mai denso di ostacoli …

Nei Quarti, difatti, agli Azzurri tocca la Spagna a difesa della cui porta vi è il “leggendario” Ricardo Zamora ed un confronto quanto mai duro e spigoloso si conclude “senza vincitori né vinti” sul punteggio di 1-1, determinando la ripetizione della gara al giorno dopo, con Pozzo ad operare quattro cambi, tra cui l’inserimento di Borel in luogo dell’attaccante felsineo …

L’Italia supera lo scoglio iberico grazie ad una rete di Meazza dopo soli 11’, identico punteggio con cui in semifinale gli Azzurri – con Schiavio ad aver ripreso il suo posto al centro dell’attacco – eliminano il “Wunder Team” austriaco della stella Mathias Sindelar, per poi affrontare il 10 giugno in Finale a Roma la Cecoslovacchia, i cui pali sono difesi dal già ricordato Planicka …

 

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L’Italia prima della Finale Mondiale del 10 giugno 1934 – da gettyimages.it

Un’intera Nazione si attende il trionfo dei ragazzi di Pozzo, ma quando a meno di un quarto d’ora dalla conclusione l’estrema sinistra Puc porta in vantaggio gli ospiti, il gelo cala sullo “Stadio Nazionale”, e buon per noi che appena 5’ dopo Orsi riequilibra le sorti della sfida, prolungando la stessa ai tempi supplementari …

Ed a chi doveva toccare l’onore si siglare il punto della vittoria se non all’Anzlèn, unico rossoblù schierato da Pozzo oltre al terzino Monzeglio, il quale dopo appena 5’ dall’inizio del primo tempo supplementare riesce, servito da Guaita, ad eludere un paio di difensori con il suo tipico dribbling secco a rientrare per poi trasferire nella sua violenta conclusione di destro tutte le residue energie, così da scoccare un tiro talmente potente che impedisce a Planicka di accennare solo la parata, con l’immagine che lo immortala in ginocchio, quasi in segno di rassegnazione, nel mentre vede il pallone insaccarsi in alto alla sua destra …

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La rete del 2-1 di Schiavio – da:bolognafc.it

Con questa rete, la 15esima in 21 presenze con la maglia azzurra, Schiavio dice addio alla Nazionale, lasciando spazio ad un più che degno erede quale Silvio Piola, ma il suo “Anno di Gloria” è ben lungi dal dirsi concluso, poiché dopo il trionfo mondiale lo attende la Mitropa Cup, allargata a quattro formazioni per Nazione, una sorta di “rivincita a livello di Club” della Rassegna iridata appena terminata.

Stavolta senza aiuti di sorta, il Club emiliano elimina dapprima gli ungheresi del Debreceni (2-0 al “Littoriale”, reti di Reguzzoni e Schiavio, 0-1 al ritorno) e quindi infligge un pesante 6-1 agli austriaci del Rapid Vienna capitanati dal fenomenale goleador Franz “Bimbo” Binder (con Schiavio autore di una doppietta), resistendo al disperato tentativo di rimonta al ritorno al “Prater Stadion” dove Binder si dimostra all’altezza della sua fama realizzando tutte e quattro le reti nel successo per 4-1 del Rapid.

Qualificatosi per le semifinali, al Bologna tocca in sorte il Ferencvaros della stella magiara Sarosi, a cui impone il pari per 1-1 a Budapest, dove Schiavio si fa parare un rigore da Hada, per poi riscattarsi al ritorno mettendo a segno una doppietta nel perentorio 5-1 che certifica la seconda Finale per gli emiliani, avversari gli austriaci dell’Admira Vienna che, eliminando la Juventus, hanno impedito una Finale tutta italiana …

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I Capitano Lyka e Schiavio prima di Ferencvaros-Bologna – da:archiviotinf.blogspot.com

Atto conclusivo anch’esso da disputarsi con il doppio confronto e che per il Bologna sembra essere una formalità dopo che al riposo nella gara di andata a Vienna conducono per 2-0, prima di subire la rimonta austriaca nella ripresa sino al 2-3 definitivo, scarto peraltro largamente ribaltato al ritorno grazie al 5-1 che incorona il Bologna come “Lo Squadrone che tremare il Mondo fa” e Reguzzoni, autore di 10 reti, quale miglior Marcatore del Torneo.

Per Schiavio – che, precisiamo, ha sempre giocato senza percepire alcun ingaggio, fatto salvo in finale di carriera accettare una auto Lancia e qualche premio – il conciliare Sport e lavoro inizia a farsi sempre più pesante, riuscendo peraltro a mettere insieme ancora due soddisfacenti stagioni, che lo vedono realizzare 13 reti nel 1935 e 9 l’anno seguente, che coincide con il ritorno del Bologna allo Scudetto al termine del “quinquennio” bianconero.

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Una Formazione del Bologna Campione nel 1936 – da:wikipedia.org

Oramai il Bologna è una realtà del Calcio italiano e non vi è più bisogno di Anzlèn, che nel 1937 viene fatto scendere in campo dal nuovo tecnico Arpad Weisz nelle sole due ultime giornate, a titolo già acquisito, realizzando entrambe le reti nel 2-0 sul Milan nel turno conclusivo, per quelle che rappresentano le ultime mortificazioni inflitte ad un portiere italiano, ma il leggendario allenatore austriaco ha ancora in serbo una sorpresa per Schiavio, schierandolo titolare nelle tre gare che il Bologna disputa in Francia per il Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi 1937 e, manco a dirlo, si aggiudica, superando, nell’ordine, 4-1 il Sochaux (doppietta di Schiavio), 2-0 lo Slavia Praga (doppietta di Busoni) per poi travolgere 4-1 in Finale gli inglesi del Chelsea grazie ad una tripletta di Reguzzoni ed un acuto di Busoni.

Cala quindi il sipario sulla carriera del primo grande goleador del Calcio Italiano, capace di mettere a segno qualcosa come 250 reti in 364 gare ufficiali – tra Campionato e Coppe internazionali – disputate con la maglia rossoblù, per poi vivere il resto della sua esistenza occupandosi (finalmente a tempo pieno …) dell’azienda di famiglia – nonché sposarsi e divenire comunque anche un imprenditore di successo – senza più tanti legami con il “Grande amore della sua vita”, salvo accettare, nel marasma della crisi del Calcio azzurro degli anni ’50, di far parte a più riprese della Commissione Tecnica per la selezione dei giocatori da convocare in Nazionale …

Difficile descriverlo, un sognatore od un idealista forse, certamente avvantaggiato dal fatto di non avere bisogno del Calcio per vivere più che decorosamente, ma sicuramente un esempio da ricordare ai tanti “Presunti Campioni” di oggi, uno che quando diceva “pur di giocare nel Bologna avrei pagato di tasca mia …”, non pronunciava la classica “frase fatta”, e lo ha dimostrato in 15 anni di straordinaria carriera …

 

HEYSEL, 29 MAGGIO 1985, QUANDO 39 VITE VALGONO MENO DI UNA COPPA …!!

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Il titolo all’indomani del quotidiano torinese – da:lastampa.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando succedono tragedie che lasciano il segno nella mente di ognuno di noi – a solo titolo esemplificativo ricordo la Strage di Capaci dove perse la vita il Giudice Giovanni Falcone assieme alla moglie ed a tre uomini della scorta oppure l’attentato alle Torri Gemelle a New York – resta impresso il ricordo di dove fossimo e cosa stessimo facendo nel momento in cui apprendiamo la notizia …

Sicuramente molto più semplice, per ogni sportivo ed appassionato di calcio, è ricordare dove si trovava la sera di mercoledì 29 maggio 1985, in cui stava per disputarsi l’evento clou della stagione calcistica europea, ovvero la Finale di Coppa dei Campioni tra le due formazioni più accreditate alla vigilia, vale a dire gli inglesi del Liverpool, detentori del Trofeo, e la Juventus, vincitrice l’anno precedente della Coppa delle Coppe e finalista due anni prima ad Atene contro l’Amburgo …

E, difatti, allorché al primo turno si registra l’eliminazione sia dei Campioni di Spagna che di Germania – peraltro non “le solite note”, bensì l’Athletic di Bilbao, sorpreso (2-3, 0-0) dai francesi del Bordeaux, e lo Stoccarda, fatto fuori (1-1, 2-2) dai bulgari del Levski Sofia – solo un sorteggio che le accoppiasse prima dell’atto conclusivo poteva impedire che la Finale fosse tra le due favorite d’obbligo.

Due soli momenti di rispettiva apprensione durante il loro cammino – un 3-1 interno contro il Benfica difeso con lo 0-1 allo “Estadio da Luz” negli ottavi per i “Reds”, e la sconfitta per 0-2 a Bordeaux nella semifinale di ritorno per i bianconeri che rischia di mandare in fumo il 3-0 dell’andata a Torino – e quindi italiani ed inglesi sono pronti a darsi battaglia sul terreno dello Stadio Heysel di Bruxelles …

Battaglia “sportiva”, ovviamente, tra due squadre che si temono e si rispettano – e che già avevano avuto modo di incontrarsi il 16 gennaio 1985 a Torino per contendersi la Super Coppa Uefa, con vittoria della Juventus per 2-0, doppietta di Boniek – ma che mai avrebbero pensato che una partita di calcio avesse potuto generare quella che, a tutti gli effetti, diviene tristemente famosa come “la strage dell’Heysel”.

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Scirea festeggia la Super Coppa UEFA – da:youtube.com

Già, l’Heysel, ed è da qui che iniziano le “dolenti note”, in quanto trattasi di un impianto assolutamente inadeguato per ospitare un evento di tale portata, trattandosi di una struttura risalente al 1929 ed inaugurata l’anno successivo, pertanto vetusta ed obsoleta, nonché priva di uscite di sicurezza in caso di incidenti e delle più semplici pareti divisorie.

Abituati ad altri e più adeguati scenari, sia il Presidente bianconero Giampiero Boniperti che l’Amministratore Delegato del Liverpool Peter Robinson, invano fanno pressione sull’UEFA affinché sposti la sede della Finale, considerando che la stessa oppone due tra le più fori compagini europee e la disponibilità di impianti ben più capienti e sicuri quali il “Camp Nou” di Barcellona ed il “Santiago Bernabeu” di Madrid …

Ma i massimi dirigenti europei non intendono sentire ragioni, probabilmente fidandosi del fatto che lo “Stadio Heysel” aveva già ospitato incontri di massimo livello, oltre alla Finale dei Campionati Europei per Nazioni del 1972 tra Germania Ovest ed Unione Sovietica, vi si erano difatti disputati gli ultimi atti della Coppa dei Campioni 1958, 1966 e 1974 e di Coppa delle Coppe 1964, 1976 e 1980, così come l’Anderlecht, non più tardi di 24 mesi prima, vi aveva giocato la gara di andata della doppia Finale di Coppa Uefa contro proprio gli inglesi del Tottenham, e quindi, di che preoccuparsi …??

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Lo Stadio Heysel come si presentava nel maggio 1985 – da:quellidiviafiladelfia.org

Si saprà in seguito che il sopralluogo degli ispettori UEFA all’impianto era durato non più di 30’, ma ritorniamo, invece, ai ricordi di chi scrive che, come milioni di italiani, si appresta ad assistere all’evento accendendo la Tv – la ripresa è prevista su Rai2, telecronista Bruno Pizzul – ed, invece delle consuete scene pre-partita, coi giocatori che effettuano il riscaldamento in campo ed i rispettivi tifosi ad incoraggiarli con canti e cori, vede apparire sullo schermo immagini di cui a fatica riesce a comprenderne il significato …

Già, perché circa un’ora prima dell’inizio della gara (fissato per le 20,15 …) qualcosa di grave era accaduto nella curva riservata ai supporters inglesi, ma non dagli stessi interamente riempita, essendo rimasto invenduto il “settore Z”, dei cui biglietti erano entrati in possesso spettatori tranquilli e meno abituati ad ogni sorta di “guerriglia” – come magari sarebbero stati preparate le frange ultras bianconere, viceversa occupanti la curva opposta – tanto che fra di loro, oltre a tifosi italiani ve ne sono anche di altre nazionalità …

Oltretutto, a dividerli dalla preponderante tifoseria inglese vi sono solo due basse reti metalliche, e superale le quali è in pratica un gioco da ragazzi per i famigerati “Hooligans” che vedono la presenza di “estranei” nella loro curva come una sorta di affronto e, circa un’ora prima dell’orario previsto per l’inizio della sfida, si lanciano all’attacco sfondando le reti divisorie per “conquistare detto spazio” (“take an end”), come se fosse un territorio da occupare in tempo di guerra …

Impauriti da tale violenza e, ribadiamo, assolutamente impreparati ad una tale evenienza stante il loro carattere pacifico non facendo parte di alcuna frangia estremista del tifo, gli spettatori si danno alla fuga impauriti, alcuni di loro provano a rifugiarsi sul terreno di gioco, dove le “solerti” forze dell’ordine belghe, assolutamente impreparate a fronteggiare un tale evento, non trovano di meglio che manganellare i tifosi che cercano una via di salvezza sul campo, di fatto rispedendoli sulle tribune dove, nel frattempo, si sta consumando la tragedia …

Presi dal panico, difatti, centinaia di tifosi si ammassano sul muro di recinzione dello Stadio – alcuni di loro si lanciano anche volontariamente nel vuoto con un balzo di 10 metri – con il risultato che lo stesso, formato da calcestruzzo e, si scoprirà in seguito, in parte indebolito dai varchi che taluni vi avevano creato a calci per entrare gratis, crolla sotto il peso della gente con scene allucinanti di persone che vengono schiacciate dal relativo peso, mentre altre vengono calpestate dalla folla impazzita che cerca una via di scampo sia verso l’esterno che entro il terreno di gioco.

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Una drammatica immagine degli incidenti – da:crono.news

Una visione apocalittica, alla quale un battaglione della Polizia belga, di stanza a meno di un chilometro dall’impianto, riesce in qualche modo a riportare la calma, presentandosi però allo Stadio solo mezz’ora dopo l’inizio degli incidenti, della cui gravità iniziano a rendersi conto anche i tifosi bianconeri occupanti la curva opposta, i quali divellano la rete di recinzione, pronti a volersi fare giustizia da sé, ma oramai – e per fortuna, sottolineo io – il campo è presidiato dalle forze dell’ordine e le due tifoserie non vengono mai a contatto.

Ecco, è questo lo scenario che si presenta innanzi a coloro che, come me, pensavano di dover assistere ad una splendida serata di Sport, mentre invece, con le notizie che si rincorrono circa lo stato dei feriti, iniziano a circolare le prime voci circa la possibile presenza di morti, ed un sempre più imbarazzato Bruno Pizzul, in stretto contatto con Gianfranco De Laurentiis dagli studi di Roma, commenta gli avvenimenti in tempo reale con una professionalità encomiabile nel cercare di non creare il panico soprattutto tra chi in Italia ha dei parenti allo Stadio …

Anche alcuni giocatori bianconeri – già in tenuta da gioco, essendo trascorso l’orario di inizio della partita – si presentano presso la curva dei propri sostenitori invitandoli a mantenere la calma e restare tranquilli onde non peggiorare la situazione, mentre i vertici della Uefa, alla presenza dei Dirigenti dei due Club, discutono se sia il caso o meno di disputare la partita, per poi – su invito anche dello stesso Ministro degli Interni e delle forze dell’ordine belghe – optare per far giocare l’incontro, soprattutto per consentire di ripristinare l’ordine all’esterno della struttura, portare soccorso ai feriti ed evitare ulteriori scontri, avendo così due ore a disposizione per organizzare un servizio d’ordine per il deflusso delle opposte tifoserie a gara conclusa …

 

A dare la comunicazione agli spettatori sono, dal microfono dello speaker dello Stadio i due Capitani, Phil Neal e Gaetano Scirea, che usano una frase da tenere a mente, vale a dire “giochiamo per voi”, nel senso che loro per primi si rendono conto che quella che sta per andare in scena, in uno scenario irreale, tutto può essere considerato, tranne che una “vera” partita di calcio …

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I Capitani Neal e Scirea prima dell’inizio – da: saladellamemoriaheysel.it

Decisione non da tutti condivisa, peraltro, come dalla Tv tedesca che annulla la trasmissione dell’incontro, mentre quella austriaca la riproduce senza audio ed anche il nostro Pizzul manifesta il proprio disappunto, annunciando ai telespettatori che, costretto a compiere il proprio dovere, cercherà di commentare “nel modo più neutro, impersonale ed asettico possibile …” …

Sono le 21,40 vale a dire 1h e 25’ dopo il canonico orario dell’incontro, allorché il Direttore di gara svizzero André Daina dà il fischio d’inizio ad un match che il sottoscritto guarda in poltrona come inebetito, lo sguardo assente, il pensiero rivolto al dramma che si sta consumando all’esterno del settore Z – con le prime notizie di vittime a trovare sempre più conferma – e le azioni di gioco, peraltro assai poche nel corso della prima frazione di gioco, a scivolare via senza alcuna impressione visiva.

Quanto durerà questa farsa …??”, rimugino nella mente, e come avranno deciso di concluderla è il pensiero che mi assilla, ritenendo che nell’intervallo qualcosa debba succedere, e la risposta giunge puntuale poco prima dell’ora di gioco, allorché uno dei lanci di oltre 60 metri per cui va famoso l’asso francese Michel Platini trova Boniek pronto a lanciarsi verso l’area avversaria venendo sgambettato da Gillespie prima che possa entrarvi …

Le immagini testimoniano come il fallo sia avvenuto un buon metro/metro e mezzo fuori area, ma all’arbitro svizzero, posizionato ad oltre 25 metri di distanza, non pare vero di fischiare il penalty, ghiotta occasione per indirizzare la partita verso coloro che dovranno piangere per le loro vittime …

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Il rigore trasformato da Platini – da:dailymail.co.uk

Sul dischetto si porta Platini, esecuzione perfetta, Grobbelaar da una parte e palla dall’altra per una successiva esultanza forse un tantino eccessiva da parte de “Le Roi”, “ma fa parte della recita, penso io, occorre far credere che tutto si stia svolgendo regolarmente …”, per la rete che decide la sfida, con il compianto Capitano Scirea a ricevere a fine gara quella che è, dopo due Finali perse – entrambe per 0-1, nel 1973 a Belgrado contro l’Ajax e 10 anni dopo ad Atene contro l’Amburgo – la prima Coppa dei Campioni vinta dal Club di Piazza Crimea.

Con lo Stadio oramai blindato dalle forze dell’ordine, le operazioni di deflusso avvengono senza incidenti, coi tifosi inglesi scortati all’Aeroporto per il rientro in Patria, ma intanto si fanno i conti degli incidenti e gli stessi forniscono un esito agghiacciante: 39 morti (di cui 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi ed un irlandese …) e qualcosa come circa 600 feriti più o meno gravi, fortunatamente senza andare nei giorni successivi ad incrementare il numero delle vittime …

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Un’immagine dei drammatici soccorsi – da:gazzetta.it

Conclusa la pagina della “mera cronaca”, inizia il “valzer delle responsabilità” per quanto accaduto, con l’UEFA, in termini quanto mai ipocriti, a rifiutare qualsiasi addebito, additando come “unici responsabili” dell’accaduto i tifosi inglesi, per i quali la prima a rivoltarsi contro è la “Lady di ferro” Margaret Thatcher, che chiede immediatamente alla Federazione inglese di escludere i propri Club da ogni competizione europea per poi lanciarsi nella sua “personale battaglia” contro gli hooligans, peraltro largamente vinta …

Ovviamente, per salvare la faccia, anche l’UEFA, gli organizzatori dell’evento, i proprietari dello Stadio Heysel e la Polizia belga vengono indagati quali corresponsabili dell’accaduto, ma dopo un’istruttoria di 18 mesi, il Giudice belga Marina Coppieters decide che la responsabilità è solamente ed esclusivamente da attribuire ai tifosi inglesi, e così l’ultimo capitolo della farsa è completato, con i parenti delle vittime a richiedere inutilmente un risarcimento alla UEFA, sempre negato.

La stessa UEFA usa il “pugno duro” nei confronti dei Club inglesi, escludendoli dalle Coppe Europee per un periodo di cinque anni – analogo provvedimento non viene esteso dalla FIFA alla Nazionale, che può quindi prendere parte sia ai Campionati Mondiali di Messico ’86 che di Italia ’90, oltre che agli Europei di Germania ’88 – con, per il Liverpool, l’estensione del bando di ulteriori tre anni, poi ridotti ad uno soltanto, talché il Club di Anfield si ripresenta ai nastri di partenza dell’edizione 1991-’92 della Coppa Uefa dove, quasi un segno del destino, viene eliminato ai Quarti proprio da una squadra italiana, ovvero il Genoa, tra l’altro prima formazione del nostro Paese ad espugnare il leggendario “Anfield Stadium” …

CONCLUSIONI:

Quella sinora descritta è l’arida ed amara cronaca della più grande tragedia del Calcio continentale, ma avendo trattato l’argomento in buona parte in prima persona, mi sento in dovere di esprimere il mio personale parere su tali avvenimenti, con l’obiettività che chi ha la pazienza di seguirmi spero mi riconosca, e pertanto:

– non possono sussistere dubbi che la scelta dello Stadio Heysel pone la UEFA di fronte ad una sorta di “responsabilità morale premeditata” in quanto assolutamente inidoneo ad ospitare un avvenimento del genere, tanto più che, come ricordato all’inizio, la Finale tra Juventus e Liverpool era la più pronosticabile;

– alla stessa si unisce la dimostrata (purtroppo …) incapacità della Polizia belga nel gestire gli incidenti – vengono addirittura impiegati soldati a cavallo …!! – non essendo preparati a fronteggiare una tale situazione;

– parimenti si sarebbe dovuta evitare la vendita dei biglietti del “Settore Z”, sapendo che non vi era una parete divisoria adeguata rispetto alla tifoseria avversaria, ed anche in questo caso la UEFA non può nascondere le proprie responsabilità;

– che la responsabilità delle vittime sia da attribuire ai tifosi inglesi è palesemente scontato, ma sorge il dubbio sul fatto che gli stessi fossero solo fans del Liverpool, visto che i “Reds” erano alla loro quinta Finale in nove anni e, nelle precedenti occasioni, mai si erano registrati incidenti di una tale gravità;

– difatti, è stato successivamente appurato che tra i supporters d’Oltre Manica vi erano i famigerati “Headhunters” (“Cacciatori di teste”, un nome che è tutto in programma …), frangia più violenta del tifo del Chelsea, assieme ad altri hooligans che usano le gare in Continente per sfogare i propri istinti malsani;

– a mio parere, la decisione di disputare l’incontro è l’unica che potesse essere presa nella circostanza, in quanto consentendo ai tifosi di concentrarsi su quanto avveniva in campo – “Giochiamo per voi …”, ricordate l’appello di Neal e Scirea – da un lato si elimina il rischio di ulteriori incidenti e, dall’altro, si consente di portare soccorso ai feriti con maggiore ordine e tranquillità, oltre ad organizzare il deflusso degli spettatori a fine partita;

– quello che avrebbe dovuto fare l’UEFA, dal punto di vista sportivo, sarebbe stato di dichiarare che “la gara si era disputata pro-forma”, cancellando il verdetto sul campo (vi immaginate cosa poteva succedere se avesse vinto il Liverpool, gli sarebbe stata consegnata la Coppa …??) ed assegnando comunque il Trofeo alla Juventus per “squalifica” del Club inglese, come avvenuto diverse volte in passato nel nostro Campionato, quando gli incontri sono stati portati a termine dalla terna arbitrale per poi assegnare la vittoria per 2-0 a tavolino;

– solo che questa, a mio giudizio giuridicamente corretta, decisione, avrebbe comportato, di fatto, una “ammissione di responsabilità” da parte del Massimo Ente calcistico europeo, che aveva, al contrario, tutto l’interesse a far emergere che “tutto si era svolto nella massima regolarità …!!”.

Per concludere, nel ribadire la legittimità dell’assegnazione della Coppa dei Campioni alla Juventus, non ho gradito, non tanto l’esultanza in campo (ci poteva stare …), ma quella all’atterraggio all’Aeroporto di Caselle, esponendo il Trofeo in bella vista, con grave mancanza di rispetto per le 39 vittime ed i loro familiari …

Infine, a quei malati di mente che ancora, pur a distanza di 34 anni da quella tragica sera, si “divertono” ad infangare la memoria di qui poveri morti, vorrei ricordare un solo nome, Andrea Casula, che ai loro aridi cuori probabilmente non dirà niente, ma che è la più giovane vittima dell’Heysel, visto che all’epoca non aveva ancora compiuto 11 anni …

Se vi è rimasta una sola briciola di umanità, pensateci …

Ma, forse, sto perdendo il mio tempo …