FRANCIA-CROAZIA 1998 E LA DOPPIETTA DI THURAM CHE SPENSE I SOGNI DI UN POPOLO FERITO

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La rete del definitivo 2-1 di Thuram – da:obvisper.blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il 30 maggio 1992 è la data in cui tutto finisce (od inizia, dipende dai punti di vista …), in quanto in tale giorno viene assunta la Risoluzione n. 757 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito al conflitto in corso nella ex Repubblica Federale jugoslava e che, fra le altre sanzioni, ne limita l’attività sportiva.

Il giorno seguente, sia la FIFA che l’UEFA sospendono la Jugoslavia da ogni manifestazione a carattere internazionale, così che la stessa non può partecipare alle Fasi Finali dei Campionati Europei che si sarebbero disputati a far tempo dal successivo 10 giugno in Svezia, così come alle qualificazioni per i Campionati Mondiali di Usa ’94, dove era stata inserita nel quinto Girone europeo, assieme a Grecia, Russia, Ungheria, Islanda e Lussemburgo.

Come noto, l’esclusine dai Campionati Europei ebbe a determinare una delle più clamorose sorprese della storia della Manifestazione in quanto, richiamata al suo posto la Danimarca che si era classificata alle spalle della Jugoslavia nel Girone eliminatorio, la stessa compie l’impresa di vincere il titolo continentale, ma ciò che a noi interessa è quanto accade negli anni successivi.

Con la citata risoluzione, viene di fatto a sparire una delle più interessanti realtà nel panorama calcistico europeo, proprio nel periodo forse della sua massima espressione quanto a livello di talenti, visto che la Jugoslavia era reduce dal più che lusinghiero Mondiale di Italia ’90, concluso con l’eliminazione ai Quarti di Finale dall’Argentina solo ai calci di rigore e nella fase di qualificazione agli Europei di Svezia ’92 aveva ottenuto 7 vittorie ed una sola sconfitta, il tutto inframezzato dalla vittoria della Stella Rossa di Belgrado nella Coppa dei Campioni ’91, unica formazione del proprio Paese a compiere una simile impresa.

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La Jugoslavia ai Mondiali di Italia ’90 – da:pesmitidelcalcio.com

Era, tanto per capirsi, la generazione dei vari Jugovic, Prosinecki, Boban, Mihajlovic, Pancev e Savicevic, poi tutti – ad eccezione di Prosinecki, che scelse l’esperienza spagnola – a lungo protagonisti (Pancev escluso …) nella nostra Serie A durante il successivo decennio, ma le tensioni etniche poi sfociate nel drammatico conflitto bellico ne impedivano una logica prosecuzione.

Ed ecco, allora, che dalle ceneri della dissolta Jugoslavia nascono nuove realtà calcistiche, la cui più rappresentativa è costituita dalla Croazia, Paese che, nelle citate qualificazioni ai Campionati Europei di Svezia ’92, già forniva alla Nazionale unita giocatori del calibro di Robert Jarni, Zvonimir Boban, Robert Prosinecki, Mario Stanic e Davor Suker, con quest’ultimo ad esordire proprio in tali eliminatorie, andando a segno nel 7-0 contro le Isole Far Oer.

Con una tale, solida base di partenza è sin troppo logico che la ritrovata Nazionale croata – la quale aveva già avuto una sua breve vita dal 1940 al 1944, sfidando, tra le altre, anche l’Italia, venendone sconfitta per 0-4 il 5 aprile ’42 – sia la prima ad emergere dalla diaspora susseguente al dissolversi della Jugoslavia, e proprio gli azzurri sono i primi a rendersene conto, essendo sorteggiati nel medesimo Girone di qualificazione per gli Europei di Inghilterra ’96, con una doppietta di Suker ad infliggere ai vice Campioni del Mondo una sconfitta interna per 2-1 il 16 novembre ’94 a Palermo, anche se poi entrambe le formazioni si qualificano per la fase finale nel Regno Unito, con il match di ritorno a Spalato concluso sull’1-1, recando ancora la firma di Suker per i croati, Capocannoniere del Girone con 12 reti messe a segno.

Centravanti croato che sta anch’egli vivendo un’esperienza all’estero – come del resto quasi tutti i selezionati per la Rassegna continentale, con soli 7 dei 22 convocati a giocare in patria – essendo tesserato per il Siviglia e che si conferma anche agli Europei, siglando una doppietta nel 3-0 inflitto alla Danimarca, cui segue la rete del provvisorio pareggio nella sfida dei Quarti di Finale contro la Germania che sancisce l’eliminazione della formazione slava da parte dei futuri Campioni continentali.

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L’esultanza di Suker dopo la rete contro la Germania ad Euro ’96 – da:gettyimages.it

Un’esperienza quanto mai utile in vista del prossimo appuntamento, costituito dalle qualificazioni per i Mondiali di Francia ’98, in cui la Croazia è inserita, ironia della sorte, nel primo Girone assieme alle limitrofe Slovenia, Bosnia-Erzegovina e Grecia, nonché proprio a quella Danimarca che, nel ’92 come ricordato, aveva beneficiato della squalifica dell’allora Jugoslavia per aggiudicarsi il titolo europeo.

Una formazione, quella danese, che potendo contare sull’esperienza del portiere Schmeichel e sulla classe dei fratelli Laudrup, fa suo il primo posto che determina l’automatica qualificazione alle Fasi Finali del Mondiale, nel mentre la Croazia – sconfitta 1-3 a Copenaghen dopo il pari interno per 1-1 a Spalato, in entrambi i casi con Suker a segno – deve ricorrere allo spareggio fra le seconde, venendo opposta all’Ucraina e staccando il biglietto per la rassegna iridata grazie al 2-0 del match di andata disputato a Zagabria, mentre al ritorno una rete di Boksic annulla il vantaggio iniziale di Shevchenko per i padroni di casa.

Edizione dei Campionati del Mondo alla quale partecipa anche la Jugoslavia – o, per meglio dire, quel che resta di essa, visto che sotto tale denominazione gareggiano solo calciatori di Serbia e Montenegro – e che la Francia torna ad ospitare a 60 anni di distanza dai Mondiali del 1938 vinti dall’Italia, con la speranza per i padroni di casa di riscattare la delusione della mancata qualificazione sia ad Italia ’90 – decisivo il pareggio esterno per 1-1 a Cipro – che ad Usa ’94, con l’ancor più clamorosa doppia sconfitta interna nelle ultime due sfide del Girone, contro Israele e Bulgaria.

Una rapida occhiata ai selezionati delle due formazioni slave fa capire le qualità e  potenzialità dei giocatori nati in tali territori, con la Croazia a schierare il suo “trio delle meraviglie” composto da Boban, Suker e Prosinecki e la Jugoslavia a non essere da meno, rispondendo con personaggi del calibro di Mihajlovic, Jugovic, Stankovic, Stojkovic e Savicevic, tanto per rendere l’idea.

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La Croazia scesa in campo contro l’Argentina – da:gettyimages.it 

Inserite in due Gironi dove ricoprono la veste di “seconde favorite”, sia Croazia che Jugoslavia rispettano il pronostico, con i primi a piazzarsi alle spalle dell’Argentina oramai “vedova” di Maradona, venendo sconfitti per 0-1 nello scontro diretto dopo aver battuto per 3-1 la Giamaica (Stanic, Prosinecki e Suker i marcatori) e per 1-0 il Giappone con sigillo di Suker, mentre i secondi fanno altrettanto, terminando secondi rispetto alla Germania solo per una peggiore differenza reti, dopo aver sprecato nel confronto diretto, concluso sul 2-2, il doppio vantaggio conseguito grazie alle reti di Mijatovic e Stojkovic.

Il secondo posto nel Girone eliminatorio impone il doversi confrontare, agli Ottavi ad eliminazione diretta, con una formazione vincitrice di un altro raggruppamento, ed in questo caso un pizzico di buona sorte viene in aiuto ai croati, visto che nel Gruppo G di loro riferimento, la Romania precede l’Inghilterra, cosa che non avviene per la Jugoslavia, costretta viceversa a confrontarsi con l’Olanda, prima nel Gruppo E.

E, per un’amara eliminazione da parte di quest’ultima, che si arrende agli arancioni per una rete nei minuti di recupero messa a segno da Davids dopo che Komljenovic aveva annullato l’iniziale vantaggio di Bergkamp, il compito di tenere alto il buon nome del calcio slavo resta sulle spalle della Croazia, a cui è sufficiente un rigore trasformato da Suker a fine primo tempo per avere ragione della sempre ostica formazione rumena.

Giunta ai Quarti di Finale, alla Croazia si presenta l’occasione per riscattare la sconfitta subita due anni prima a Manchester, dovendo affrontare i Campioni d’Europa in carica della Germania che già erano caduti a questa fase del Torneo iridato quattro anni prima negli Stati Uniti ad opera della Bulgaria.

E, quella che va in scena il 4 luglio ’98 allo “Stade de Gerland” di Lione, rappresenta la fine di un’epoca per la Nazionale tedesca – che schiera ancora i Campioni del Mondo di Italia ’90 Kohler, Matthaus, Hassler e Klinsmann – annientata da una Croazia superlativa che, dopo aver concluso la prima frazione di gioco in vantaggio per 1-0 grazie ad uno spunto di Jarni, infierisce nel finale arrotondando il punteggio grazie alle reti di Vlaovic e dell’immancabile sigillo di Suker, giunto a quota 4 in Classifica Cannonieri.

Per un intero popolo, a cui il Calcio sta ridando risalto e dignità dopo gli orrori della guerra, si sta materializzando un sogno inimmaginabile alla vigilia, anche se ora, per accedere alla Finale, occorre superare lo scoglio più duro, costituito dai padroni di casa della Francia, la cui sfida è programmata per le ore 21:00 dell’8 luglio ’98 allo “Stade de France” di Paris Saint-Denis, il nuovo impianto costruito per l’occasione e posto a meno di 10 chilometri dal centro della capitale transalpina.

Oddio, non che i “Galletti” abbiano granché entusiasmato sino a questo punto, non avendo avuto soverchie difficoltà ad imporsi in un Girone eliminatorio piuttosto agevole con Danimarca, Sudafrica ed Arabia Saudita, concludendo lo stesso a punteggio pieno (unica gara impegnativa contro i danesi, risolta per 2-1 grazie al decisivo centro di Petit) ed in cui la maggiore nota (negativa …) ed in cui la notizia di maggior risalto è costituita dalla pressoché periodica sciocchezza commessa da Zidane, il quale si fa cacciare al 71’ di Francia-Arabia Saudita per fallo di reazione, così da subire una  squalifica per due giornate.

The French national soccer team poses for the official team picture at Clairfontaine, southern Paris..
La rosa della Francia ai Mondiali ’98 – da:huffingtonpost.fr

La formazione guidata da Aimé Jacquet fa della difesa il suo punto di forza, imperniata sul portiere Fabien Barthez, gli esterni Lilian Thuram e Bixente Lizarazu ed una coppia centrale di tutto rispetto, costituita da Marcel Desailly e Laurent Blanc, contro la quale è quasi impossibile fare breccia per gli attaccanti avversari.

Una sicurezza difensiva che trova piena conferma nelle sfide degli Ottavi e dei Quarti di Finale, che la Francia si aggiudica contro Paraguay ed Italia rispettivamente, dovendo ricorrere nel primo caso al “Golden Goal” siglato proprio da Blanc a 6’ dalla fine dei tempi supplementari, mentre contro gli Azzurri, conclusi senza reti anche i prolungamenti, la decisione circa l’accesso alle semifinali è demandata ai calci di rigore, dove risulta l’errore di Di Biagio, mentre è ancora Blanc a realizzare l’ultimo tiro dal dischetto.

Una Francia, pertanto, difficile da scardinare in difesa – nelle cinque partite sinora disputate ha subito una sola rete, per giunta su rigore, da parte di Michael Laudrup – ma poco pungente in attacco, visto che Jacquet, anche nel match contro la Croazia, tiene inizialmente in panchina sia Henry che Trezeguet, privilegiando uno schieramento con una sola punta di ruolo, un Guivarch più fisico che tecnico, con al contrario un centrocampo di spessore formato dal Capitano Didier Deschamps, oltre a Petit, Karembeu e Djorkaeff, a supporto di uno Zidane al quale è concessa piena libertà d’azione.

Sul fronte opposto, il tecnico bosniaco Miroslav Blazevic dà piena fiducia (e come avrebbe potuto fare altrimenti …) agli stessi undici titolari che avevano disintegrato la Germania, affidandosi in attacco alla coppia formata da Vlaovic e Suker, alimentata da un quadrilatero di centrocampo in cui orchestra il Capitano Boban con a fianco Asanovic, Stanic ed Jarni.

E, come quasi sempre accade quando la posta in gioco è altissima, le prime fasi di gioco sono di studio, così che i 76mila spettatori presenti non hanno modo di esaltarsi particolarmente durante la prima frazione di gioco, visto che le due sole emozioni (per così dire …) sono costituite da due conclusioni da fuori di Zidane, con le due squadre che vanno al riposo sul più scontato degli 0-0 di partenza, ma avranno modo di rifarsi con gli interessi in avvio di ripresa.

Accade difatti, che nemmeno 60” dopo la ripresa del gioco, un lancio in profondità di Asanovic peschi solo smarcato in area francese proprio Davor Suker – uno che non è certo il caso di perdere di vista …. – il quale non si lascia scappare l’occasione di arpionare la sfera e scaraventarla alle spalle di un Barthez in disperata uscita per il punto del vantaggio croato …

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Suker ha appena portato la Croazia in vantaggio – da:gettyimages.co.uk

In uno stadio piombato in un silenzio irreale, a risollevare il morale dei supporter francesi ed a riequilibrare le sorti dell’incontro giunge uno di quei “miracoli sportivi” che solo il Calcio sa regalare, ergendo a protagonista assoluto della sfida colui che con il goal non è che abbia tanta dimestichezza, visto che nelle precedenti 36 occasioni in cui ha indossato i colori della propria Nazionale non era mai andato a segno.

Il soggetto in questione altri non è che il difensore del Parma Lilian Thuram – che in genere opera come centrale, ma che Jacquet ha spostato a terzino destro – il quale “rimette le cose a posto” nello spazio di un solo minuto, allorché approfitta di una imperdonabile leggerezza proprio di Boban, il Capitano croato, il quale ritarda il disimpegno al limite della propria area facendosi soffiare la palla da Thuram il quale, con un rapido uno-due con Djorkaeff, si ritrova a tu per tu con Ladic trafiggendolo per la rete del pareggio.

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La rete del pareggio siglata da Thuram – da:sport24info.ma 

Potete ben capire come il “botta e risposta” nell’arco di un solo giro di lancette dell’orologio abbia potuto spostare l’inerzia dell’incontro, con un colpo psicologico difficile da digerire per i croati e per il suo Capitano in particolare, che viene difatti sostituito da Maric al 65’, prima che tocchi ancora al difensore originario della Guadalupa divenire l’autentico “eroe di giornata” per i colori transalpini.

E’ infatti ancora Thuram, oramai divenuto padrone della fascia destra in chiave offensiva, a proporsi ancora in attacco, scambiare la palla con Zidane ricevendo il passaggio di ritorno al vertice dell’area croata e quindi, liberatosi di un difensore avversario, lasciar partire un diagonale di sinistro tanto violento quanto preciso che va ad insaccarsi nell’angolo basso alla destra di Ladic, vanamente proteso in tuffo.

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La rete decisiva di Thuram vista da altra angolazione – da:gettyimages.co.uk

E’ il 70’, mancano ancora 20 minuti di sofferenza per il popolo francese, visto che, dopo appena 4’, tocca all’esperto Blanc commettere la stupidaggine di giornata colpendo al volto un avversario in attesa dell’esecuzione di un calcio da fermo, il che gli costa l’espulsione (ed il saltare la Finale contro il Brasile …), ma la difesa francese, rinforzata da Leboeuf subentrato a Djorkaeff, resiste ai disperati attacchi croati e, dopo oltre 4’ di recupero concessi dal Direttore di gara spagnolo Garcia Aranda, può festeggiare l’accesso all’atto conclusivo che poi, come noto, farà suo con il 3-0 rifilato ad un Brasile con Ronaldo a mezzo servizio.

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L’espulsione comminata a Blanc – da:gettyimages.it

Per la Croazia resta l’amara delusione di essere giunta ad un passo dal coronare un sogno, solo in parte stemperata dalla conquista del terzo posto, ottenuto superando per 2-1 l’Olanda grazie alle reti di Prosinecki e, soprattutto, di Suker che con tale centro si aggiudica la Classifica dei Cannonieri con 6 centri, essendo andato a segno in 6 delle 7 gare disputate.

Sono passati 20 anni da quell’8 luglio 1998 ed ora la Croazia, ritornata ai vertici del Calcio continentale grazie ad un quadrilatero di centrocampo di tutto rispetto, formato da Rakitic, Brozovic, Modric e Perisic, ha l’occasione per riscattare quella sconfitta affrontando nuovamente la Francia, ma stavolta nella Finale che vale il titolo, avendo peraltro già migliorato il proprio miglior piazzamento di sempre nella manifestazione.

Ma siamo sicuri che ciò non è assolutamente di appagamento per la formazione croata, che proverà a regalare un’immensa gioia ad un popolo di poco più di 4milioni di abitanti, a condizione di non trovarsi di fronte ad “un altro Thuram” che, per chi non fosse a conoscenza di tale particolare curiosità, detiene il record di presenze nella Nazionale francese con ben 142 gare disputate tra il 1994 ed il 2008, ma con sole due reti realizzate, ma vi rendete conto …??

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LO SCUDETTO DEL VERONA 1985, STORIA DI UN “MIRACOLO” PROGRAMMATO

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Il trionfo del Verona a Bergamo – da guerinsportivo.it

articolo di Giovanni Manenti

Molto spesso – per non dire quasi sempre, specie in ambito calcistico – in occasione di vittorie contro pronostico di squadre non favorite alla vigilia, si abusa del termine “Miracolo” per definire una tale impresa, una accezione che non risparmia neppure lo storico” Scudetto conquistato dall’Hellas Verona nella stagione 1984-’85.

Crediamo peraltro di essere nel giusto allorché ci permettiamo di confutare una tale affermazione, poiché, a nostro avviso, si può parlare di “miracolo” (sempre in termini sportivi, ovviamente …), quando ciò accade in maniera del tutto inaspettata, come nel caso, a mo’ d’esempio, della Danimarca Campione d’Europa ’92 allorché non avrebbe neppure dovuto prendere parte alla Rassegna Continentale oppure, sempre nell’ambito della stessa competizione, nel caso della Grecia nel 2004, vale a dire compagini che non avevano certo programmato un tale successo.

Nel caso del Verona, viceversa, l’aver scalato i vertici del Calcio nazionale è frutto di una oculata programmazione da parte del proprietario Ferdinando Chiampan – pur se la Presidenza, di fatto, era affidata a Celestino Guidotti – e che, come vedremo, trae origine da scelte appropriate destinate, un tassello alla volta, a completare il puzzle dimostratosi poi vincente.

Una formazione, quella scaligera, che aveva vissuto l’intero decennio ’70 con dignitose stagioni nella Massima Divisione – dove era stata promossa al termine del Campionato Cadetto ’68 assieme a Palermo e Pisa, con tanto di Nils Liedholm come allenatore – fatta salva una discutibile retrocessione a tavolino nel ’74 per illecito sportivo, prontamente sanata con un’immediata risalita in Serie A, Categoria dalla quale era retrocessa nel ’79, ponendo così fine all’era del Presidente Saverio Garonzi.

Fanno seguito due anonime stagioni in Serie B, con addirittura il rischio della retrocessione in C1 nel 1981, scampato per un solo punto nonostante la guida tecnica di Giancarlo Cadè – che al Club gialloblù ha legato gran parte della sua esperienza da allenatore, essendo la stessa la sua quarta esperienza sulla panchina scaligera dopo quelle del 1964-’65, 1968-’69 e del biennio 1972-’74 – per poi invertire la rotta nell’estate seguente.

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Il Verona della promozione in A nel 1982 – da wikipedia.org

La prima decisione, che si rivelerà fondamentale per l’intero “Decennio d’oro” veronese, è quella di scegliere come tecnico il 46enne milanese Osvaldo Bagnoli, reduce dall’aver conquistato la Promozione in A con il Cesena, per poi procedere ad un’operazione di ringiovanimento della rosa che, nella stagione precedente, comprendeva giocatori oramai sul viale del tramonto, quali il portiere Paolo Conti, il terzino Roversi ed il centrocampista Franzot, mantenendo il solo Fedele, ancorché vantasse 34 primavere.

La migliore eredità lasciata da Cadè era stata quella di aver contribuito alla definitiva crescita del giovane libero Tricella, difensore di scuola interista approdato 20enne nella città di Romeo e Giulietta, confermato titolare nel ruolo da Bagnoli, nel mentre tra i pali avviene lo scambio di portieri con la Sampdoria, con Conti a trasferirsi in blucerchiato e Garella a compiere il percorso inverso.

Fondamentale a centrocampo è l’arrivo del regista Antonio Di Gennaro, prelevato dal Perugia dopo gli esordi in maglia viola, dove era “chiuso” da Antognoni, ma ancor di più, rispetto all’asfittica stagione precedente in attacco – con il migliore ad essere D’Ottavio con 5 reti – l’aver puntato su di una coppia nuova di zecca costituita dagli esperti Gibellini e Penzo, entrambi reduci da un’annata non esaltante, rispettivamente con le maglie di Spal e Brescia.

L’aria di Verona è però rigenerante per i due attaccanti, che in due realizzano 27 reti, decisive per centrare l’immediata Promozione in A, maturata al termine di un girone di ritorno da incorniciare, dopo aver concluso la fase ascendente al quarto posto con 21 punti, con anche Sampdoria e Pisa a far compagnia alla formazione scaligera, prima con 48 punti rispetto ai 47 delle altre due promosse.

Il mercato estivo ’82 assume una rilevanza importante per le successive fortune del Club scaligero, in quanto approdano alla corte di Bagnoli, provenienti dalla Roma, l’esperto difensore Spinosi ed il terzino sinistro Luciano Marangon, così come il terzino/mediano Volpati prelevato dal Brescia, mentre due pedine fondamentali nello scacchiere del tecnico milanese si rivelano il centrocampista ex viola Sacchetti e l’ala tornante Pierino Fanna, quest’ultimo fresco di Scudetto conquistato con la Juventus.

Partecipare alla Massima Divisione consente altresì di operare sul mercato stranieri, e se la scelta del polacco Zmuda si rivela infelice (due sole presenze per lui …), ben diverso è il rendimento del “Globe trotter” del calcio mondiale, vale a dire il nazionale brasiliano Dirceu prelevato dall’Atletico Madrid e che delizia, con le sue giocate, il palato fine degli spettatori del “Bentegodi”.

In una Serie A che vive l’inizio del suo massimo splendore, sulla scia del trionfo degli azzurri al Mondiale di Spagna ’82, con ciò determinando l’arrivo nel Bel Paese di assi del calibro di Michel Platini, Boniek, Hansi Muller, Trevor Francis, Passarella solo per citarne alcuni e che vanno ad unirsi ai già presenti Falcao, Brady, Prohaska e Daniel Bertoni, la lotta al vertice è caratterizzata dall’aspro duello tra Juventus e Roma dei due leader indiscussi Platini e Falcao, con la Fiorentina a recitare la parte del “terzo incomodo” stante il periodo non felice in casa interista e l’addirittura “profondo rossonero” dei cugini del Milan, tornati nel Purgatorio della Serie B dopo esservi una prima volta finiti a causa del “Calcio Scommesse”.

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Penzo al tiro in Verona-Juventus 2-1 del 26 settembre ’82 – da larena.it

Di fronte a cotanto consesso, il tecnico Bagnoli presenta sul relativo palcoscenico una formazione brillante, dal gioco vivace, imperniata sulla tecnica dei suoi uomini guida Di Gennaro (impiegato come centravanti arretrato vista la presenza del brasiliano …), Dirceu e Fanna, le cui giocate sono manna dal cielo per Penzo – in pratica l’unica punta di ruolo dell’attacco scaligero – che le trasforma in così tante reti (saranno 15 a fine Torneo …) da sfiorare il titolo di Capocannoniere stagionale, giungendo a pari merito con Altobelli ed ad una sola lunghezza di distacco da “Le Roy” Platini.

E’ un Verona che conquista le simpatie dei tifosi neutrali, e che al termine del girone di andata è nientemeno che ad un sol punto (22 a 21) dalla Roma Campione d’inverno, per poi pagare dazio nel ritorno anche perché Bagnoli insiste su di un undici base – tre giocatori risultano sempre presenti, quattro saltano una sola partita, altri due collezionano 28 presenze e gli ultimi due 26 – da recitare a memoria, portando comunque a termine la stagione in una eccellente quarta posizione, mentre i giallorossi si aggiudicano lo Scudetto per la seconda volta nella loro storia.

Stagione che si sarebbe potuta concludere in gloria se il cammino in Coppa Italia avesse avuto un esito diverso nell’atto conclusivo, visto che i gialloblù arrivano a disputare la doppia Finale contro la Juventus dopo aver eliminato nei Quarti il Milan – rocambolesco 3-3 al ritorno a San Siro con rete decisiva di Penzo ad 1’ dal termine dopo il 2-2 del “Bentegodi” – ed aver riservato identica sorte al Torino in semifinale, riuscendo nell’impresa di ribaltare lo 0-1 casalingo andando a vincere 2-1 al “Comunale” con ancora Penzo “giustiziere” con la rete decisiva siglata al 77’.

Ma ad una Juventus uscita con le ossa rotte da una stagione che l’ha vista superata dalla Roma in Campionato e sconfitta per 0-1 dall’Amburgo nella Finale di Coppa dei Campioni resta la sola “consolazione” della conquista della Coppa Italia – briciole per il Club del Presidente Boniperti – anche se la gara di andata in terra veneta si conclude con la vittoria scaligera per 2-0 (di nuovo Penzo e Volpati a decidere l’incontro …), il che fa sognare i tifosi gialloblù, solo per subire un’atroce beffa al ritorno a Torino dove, dopo un’iniziale rete di Paolo Rossi, la difesa regge sino a quando Platini non decide di ergersi a protagonista, siglando a 9’ dal termine la rete che prolunga la sfida ai supplementari, per poi deciderla con il punto del 3-0 al 119’, quando la decisione ai calci di rigore sembrava oramai scritta.

Ed è proprio il 30enne attaccante di Chioggia – che alle 15 reti in Campionato aveva sommato i 7 centri in Coppa Italia – “l’uomo mercato” dell’estate 1983, venendo acquistato dalla Juventus in sostituzione di Bettega emigrato in Canada, con l’approdo a Verona della punta Galderisi (chiuso in bianconero da Paolo Rossi …) e di Storgato, mentre in difesa importanti innesti sono costituiti dall’approdo del terzino Ferroni dalla Sampdoria e dello stopper Silvano Fontolan dal Como.

Partito Dirceu destinazione Napoli, Di Gennaro può appropriarsi a pieno titolo del ruolo di regista della squadra, mentre in attacco Bagnoli sperimenta una coppia veloce e scattante costituita, oltre che da Galderisi, da Maurizio Iorio, neo Campione d’Italia con la Roma, acquistato in comproprietà coi giallorossi, nel mentre deludente si rivela l’acquisto dal Milan dello scozzese Joe Jordan, che non si integra tanto da collezionare 12 presenze con una sola rete all’attivo.

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Di Gennaro, regista-scudetto – da pinterest.de

Atteso alla conferma dopo l’eccellente stagione da neo promossa, il Verona non smentisce le proprie caratteristiche di “squadra sbarazzina” grazie al movimento del trio offensivo formato da Fanna, Galderisi ed Iorio ed alimentato da Di Gennaro, facendo vittime illustri al “Bentegodi” dove, per “par condicio”, cadono sia la Roma all’ultima di andata (1-0, rete di Di Gennaro) che la Juventus a sette turni dal termine (2-1, con Iorio e Galderisi a ribaltare il vantaggio iniziale firmato Platini), così da concludere il Campionato in un onorevole sesto posto – ed Iorio terzo nella Classifica Cannonieri con 14 centri – nel mentre la Juventus si prende la rivincita sulla Roma, e dare ancora una volta il meglio di sé in Coppa Italia.

Quel Trofeo che già nel 1976 aveva visto gli scaligeri giungere in Finale all’Olimpico solo per essere pesantemente sconfitti per 4-0 dal Napoli di Savoldi, continua a rappresentare una sorta di tabù invalicabile, visto che anche stavolta il Verona deve subire la voglia di riscatto da parte di una Roma che, come i bianconeri l’anno precedente, è reduce dal secondo posto in Campionato e dall’amara sconfitta ai rigori nella Finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, con le due sfide che vedono i giallorossi prevalere per 1-0 al ritorno dopo l’1-1 dell’andata in terra veneta.

A questo punto della storia, è sin troppo evidente che, stante la crescita esponenziale del movimento calcistico nel Bel Paese – che porterà l’Italia a dominare a livello internazionale con i propri Club sino a fine anni ’90 – se si vogliono coltivare aspirazioni di vertice non si possa prescindere dall’inserire in rosa una coppia di stranieri di livello, cosa che per il Club scaligero avviene nell’estate ’84 grazie a due azzeccatissime mosse del Direttore Sportivo, nonché vecchia gloria gialloblù da giocatore, Emiliano Mascetti.

L’ex centrocampista riesce, difatti, a consegnare al tecnico Bagnoli due giocatori di assoluto affidamento, vale a dire il terzino/mediano Hans Peter Briegel, pilastro della Nazionale tedesca, prelevato dal Kaiserslautern, e l’attaccante danese Preben Elkjaer Larsen, messosi in mostra agli Europei ’84 con la sua Nazionale, e proveniente dai belgi del Lokeren.

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I giocatori festeggiano una rete di Briegel nell’anno dello scudetto – da wikipedia.org

Con questi due innesti, Bagnoli ha l’opportunità di rinforzare il centrocampo e potenziare l’attacco – al quale anche lo stesso Briegel fornisce un importante contribuito quanto a reti realizzate – grazie alla straripante potenza fisica (m.1,83 per 74kg.) dell’attaccante danese, che ben si combina con l’agilità di Galderisi, visto che Iorio era stato riscattato dalla Roma a fine stagione, mentre Jordan se ne era tornato a godere gli ultimi spiccioli di gloria nel regno Unito.

Una coppia di attaccanti così ben assortita, diventa ben presto l’incubo delle difese avversarie, con in più, rispetto al passato, l’opportunità di validi ricambi sia in difesa con Ferroni che a centrocampo, dove Sacchetti ha modo di alternarsi con Bruni, altro giocatore di scuola viola, in forza già dalla passata stagione, pur se ben nove undicesimi della formazione titolare scendono in pratica sempre in campo durante l’intero torneo.

E, con una Roma a prendersi una “pausa di riflessione” tanto da concludere il Campionato in un’anonima settima posizione e la Juventus a concentrarsi più sull’obiettivo europeo costituito dalla Coppa dei Campioni – poi vinta nella tristemente famosa “notte dell’Heysel” – per il Verona qualche speranza ai nastri di partenza del torneo è lecito cullarla, un sogno che poi si trasforma in realtà man mano che i turni si susseguono.

A cominciare dalla netta vittoria casalinga per 3-1 all’esordio contro un Napoli in cui debutta un certo Diego Armando Maradona, anche se è il successo per 2-0 sulla Juventus alla quinta giornata – con tanto di rete del raddoppio di Elkjaer con una scarpa sola – a far intuire le potenzialità della squadra, che si ritrova da sola al comando con 9 punti, seguita ad una lunghezza dalla Sampdoria in cui si è appena costituita la coppia Vialli e Mancini in attacco ed a due da Torino e Milan.

E, con una difesa pressoché insuperabile, dove Garella para di tutto ed i tutti i modi (chi se ne frega dello stile, conta l’efficacia …), tanto da incassare solo 6 reti nelle prime 14 uscite, il Verona subisce la sua prima sconfitta stagionale proprio all’ultima giornata di andata, un 1-2 al “Partenio” contro l’Avellino che le consente comunque di chiudere il girone ascendente con il platonico titolo di Campione d’inverno a quota 22 punti, pur se l’Inter di uno scatenato Altobelli ed affiancato da Rummenigge (non so se mi spiego …) insegue ad un solo punto di distacco.

Lo scatto decisivo avviene tra la 19.ma e la 24.ma giornata, allorché gli scaligeri, dopo aver impattato per 1-1 sia con l’Inter al “Bentegodi” che con la Juventus al Comunale, regolano di misura per 1-0 (rete di Elkjaer a 15’ dal termine …) la Roma tra le mura amiche per poi superare nettamente i viola a Firenze e la Cremonese in casa ed uscire indenne dall’insidioso terreno di Marassi contro la Sampdoria, così da accumulare un vantaggio di ben 6 lunghezze (36 a 30) su di un quintetto di inseguitrici formato da Juventus, Torino, Inter, Milan e Sampdoria, quando mancano appena sei giornate al termine.

In città è difficile contenere l’euforia che si percepisce ad ogni angolo, già si respira aria di festa, ma a raffreddare gli entusiasmi giunge l’inaspettata sconfitta interna per 1-2 contro il Torino in una gara condizionata da un errore dal dischetto dopo 5’ da parte di Galderisi, così che il vantaggio in Classifica si riduce a 4 punti con la prospettiva, la domenica successiva, di dover andare a rendere visita a San Siro al Milan, fortunatamente uscito sconfitto dal confronto diretto di Marassi contro la Sampdoria.

In questi frangenti del Campionato, con la fatica a farsi sentire e gli attaccanti non più luci come in avvio, diviene fondamentale la tenuta difensiva ed il reparto, sapientemente orchestrato alla stregua di un veterano da parte del 26enne Tricella – alla sua terza stagione consecutiva senza saltare neppure un incontro, il che testimonia anche la correttezza del suo stare in campo – regge l’urto degli avanti rossoneri nella sfida conclusa a reti bianche, così come resta inviolato nei due successivi turni casalinghi contro Lazio e Como che fruttano tre punti fondamentali, con Fanna a siglare al 78’ l’unica rete nel successo contro i biancocelesti capitolini.

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Elkjaer e Baresi a confronto in Milan-Verona ’85 – da tggialloblu.it

Mancano a questo punto due soli turni al termine del Campionato, ed il Verona è riuscito a mantenere i 4 punti di vantaggio sulle avversarie, ridottesi alle sole Inter e Torino, ragion per cui è sufficiente un pari nella gara in programma il 12 maggio 1985 a Bergamo contro la già salva Atalanta per dare allo Scudetto i crismi dell’ufficialità.

Una data, quella citata, che resta per sempre impressa nella memoria di tutti coloro, dirigenti, tecnico, giocatori e tifosi, che hanno avuto la fortuna di viverla e che si lasciano andare al 90’ – con il risultato di 1-1 fissato dalle reti di Perico ed Elkjaer – alle consuete scene di giubilo, ma che per una Società che mai le ha vissute (e forse mai più le vivrà in futuro …) rappresentano un qualcosa di indimenticabile.

 

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Atalanta-Verona 1-1, è Scudetto …!! – da:panorama.it

 

Così come indimenticabili sono i festeggiamenti che, la domenica seguente, ultima di Campionato, accompagnano i giocatori nel fatidico giro d’onore al termine del successo per 4-2 sull’Avellino, il che determina una Classifica Finale che recita Verona primo con 43 punti (15 vittorie, 13 pareggi e solo 2 sconfitte, secondo miglior attacco con 42 reti e miglior difesa con sole 19 reti al passivo), seguito da Torino ed Inter, a quota 39 e 38 punti rispettivamente.

Riteniamo doveroso, in conclusione, riportare, con presenze e reti, l’intero elenco dei nomi di “coloro che fecero l’impresa”, e ribadiamo impresa poiché, come avrete avuto modo di sincerarvi da voi stessi, di tutto si può parlare, tranne che di “Miracolo” …!!

Formazione Titolare: Garella (30 presenze, -19 reti); Volpati (30, 0), Luciano Marangon (29, 2); Tricella (30, 0), Fontolan (28, 1), Briegel (27, 9); Fanna (29, 2), Bruni (27, 1), Galderisi (29, 11), Di Gennaro (29, 4), Elkjaer (23, 8). Riserve: Spuri (1, -), Ferroni (20, 0), Fabio Marangon (3, 0), Donà (12, 0), Sacchetti (15, 1), Turchetta (16, 0). Allenatore: Osvaldo Bagnoli.

WILLIAM FOULKE, IL PESO MASSIMO DEI PORTIERI, TRA LEGGENDA E REALTA’

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Willie Foulke – da:duepuntidinostalgia.blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

In un’epoca come quella odierna, in cui i calciatori vengono sottoposti ad ogni tipo di esame e controllo sulla loro idoneità fisica, pronti ad eliminare il solo chilo superfluo allorché questo superi il cosiddetto “peso forma”, si fa una certa fatica a pensare che – sia pur 120 anni fa, a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX Secolo – ci sia stato addirittura un portiere chiamato a difendere, ed oltretutto vittoriosamente, i pali di una squadra professionistica pur giungendo a pesare oltre 150 chili …!!

Questo, che potrebbe essere etichettato come “Fenomeno da baraccone” anche se nel corso della sua storia vedremo che parte della stessa assume toni leggendari come si conviene in casi del genere, altri non è che William Foulke, soprannominato “Fatty” (“grassone”) per via delle sue dimensioni, che nasce il 12 aprile 1874 a Dawley, nelle Midlands Occidentali.

Conclusi gli studi primari, il giovane Willie trova lavoro quale minatore nella “Blackwell Colliery”, dilettandosi a giocare nella squadra aziendale con buoni risultati, visto che una recensione del “Derby Daily Telegraph” al termine di una gara nella “Derbyshire Cup” contro l’Ilkeston Town alla vigilia di Natale 1893, lo pone all’attenzione dello Sheffield United, da un anno partecipante alla First Division della “Football League”, che se ne aggiudica le prestazioni sborsando la cifra di 20 sterline nell’estate 1894.

Un trasferimento che fa le fortune sia del giocatore che del Club, visto che Foulke, dopo il debutto in prima squadra ad inizio settembre ’94 nel vittorioso match per 2-1 contro il West Bromwich Albion, disputa 29 delle 30 gare di Campionato, contribuendo al miglioramento del piazzamento dello United dal decimo al sesto posto in Classifica, per poi saltare solo cinque gare nei successivi tre Tornei di First Division che lo Sheffield conclude al secondo posto nel ’97 per poi centrare il suo primo titolo di Campione inglese nel ’98, stagione in cui subisce 31 reti.

Celebrato dalla rivista “Scottish Sport”, che nell’edizione del dicembre ’95 lo descrive affermando come “Con Foulke, lo United ha trovato ciò di cui aveva bisogno, in quanto a dispetto delle dimensioni si mostra a suo completo agio tra i pali”, occorre anche ricordare come, al suo arrivo a Sheffield, venisse notato più per l’altezza di m.1,93 – alquanto insolita per i tempi, con l’altezza media di circa m.1,65 per gli uomini – che non per il peso corporeo, in quanto i suoi poco più di 80 chili erano assolutamente nella norma, come testimoniano le foto dell’epoca.

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Foulke allo Sheffield nel 1895 – da:pinterest.co.uk

Ed anche sotto l’aspetto economico il trasferimento per Willie è una manna, visto che arriva a guadagnare sino a 3 sterline a settimana, con un bonus di 50 scellini per ogni vittoria esterna e di 5 per ogni vittoria interna o pareggio in campo avverso, somme che potrebbero far sorridere, ma da rapportare al salario medio settimanale di un operaio che raggiungeva una sola sterlina, mentre anche i più specializzati facevano fatica ad ottenere più di 2,50 sterline.

Il problema, per “Fatty” Foulke, è che, oltre ad aumentare il proprio stipendio, vanno di pari passo i chili che, stagione dopo stagione, vedono soffrire l’ago della bilancia sino a raggiungere in poco tempo il quintale senza porre fine a tale crescita esponenziale che lo porta, senza soluzione di continuità a toccare i 130, quindi i 140 per poi fermarsi (si fa per dire …) attorno ai 150 chili, 336 libbre secondo la misurazione anglosassone.

Ma quel che stupisce è il fatto che, ciò nonostante, Foulke non perde granché delle sue doti di agilità, come dimostrano i suoi successi con il Club, che, oltre alle citate ottime stagioni in Campionato – dove giunge secondo anche nell’ultimo Torneo del XIX secolo, alle spalle dell’Arsenal – si fa ben valere pure nella Manifestazione più antica del Calcio Mondiale, vale a dire la prestigiosa FA Cup, di cui raggiunge la Finale in tre occasioni su quattro anni a cavallo del cambio di secolo.

Ed è proprio nell’ultima occasione – dopo che lo Sheffield si era aggiudicato per la prima volta il Trofeo nel 1899 superando 4-1 in Finale il Derby County ed era stato viceversa sconfitto nel 1901 per 1-3 dal Tottenham nella ripetizione della Finale dopo il 2-2 della sfida disputata al Crystal Palace – che si lega un episodio che la dice lunga sul temperamento di “Fatty” Bill.

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Una fase della FA CUP Final del 1901 – da:gettyimages.it

Accade difatti che nella Finale dell’edizione 1902, svoltasi il 19 aprile sul campo del Crystal Palace contro il Southampton e terminata sul punteggio di 1-1 in virtù di un centro realizzato da Wood per i Saints a 2’ dal termine dell’incontro per il punto del pareggio, questa rete non fosse andata molto a genio, per una ritenuta posizione di fuorigioco, al mastodontico portiere il quale, accortosi mentre fa la doccia che il Direttore di gara, tale Tom Kirkham, sta uscendo dagli spogliatoi, non si cura del suo aspetto ed, ancora svestito, si proietta contro il malcapitato per chiarire a modo suo la questione, con ciò inducendo l’impaurito arbitro a nascondersi in un ripostiglio e buon per lui che siano intervenuti compagni di squadra e dirigenti della Football Association per indurre Foulke a più miti consigli nel mentre stava già abbattendo la porta dello sgabuzzino.

Trattandosi di tempi eroici, Foulke non viene squalificato, potendo così giocare la ripetizione che va in scena una settimana dopo e vede lo Sheffield affermarsi per 2-1 e portarsi così a casa la seconda delle complessive quattro FA Cup conquistate nella propria storia.

Quella contro il Southampton non è ovviamente l’unica intemperanza nella carriera di Foulke – a causa della cui chiamiamola “esuberanza” viene penalizzato nei rapporti con la Nazionale, con una sola presenza, il 29 marzo 1897, nel successo per 4-0 dell’Inghilterra sul Galles – vista la sua abitudine di sedersi sulla traversa (all’epoca in cui pesava 81 chili …) durante gli incontri, per poi variare tale atteggiamento aggrappandosi ad essa sino a che in una circostanza non spezzò in due la stessa, a causa del suo “dolce peso”.

Le qualità tecniche restano però invidiabili, essendo Foulke il primo portiere ad essere dotato di un poderoso calcio di rinvio come pure di un preciso rilancio con la mano, così come il coraggio nelle uscite – ricordiamo che in Inghilterra, non solo all’epoca, ma sino a metà anni ’50, era consentito agli attaccanti di caricare i portieri avversari in possesso di palla – tanto da essere etichettato nel 1898 come “il miglior portiere al Mondo” (britannico, verrebbe da aggiungere, visto che in molti Paesi il calcio era ancora agli albori …) ed una prova di ciò la si ha nel novembre del medesimo anno, allorché l’attaccante del Liverpool George Allan ha la poco brillante idea di cercare di intimidirlo.

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Foulke terrore degli avversari – da:twitter.com

Incurante delle conseguenze, Foulke non gradisce la carica che il 23enne scozzese gli porta mentre ha appena recuperato la sfera e, per tutta risposta, lo afferra per una gamba sollevandolo di peso facendolo poi ricadere pesantemente a terra, anche se ciò costa l’assegnazione del calcio di rigore da parte dell’arbitro e che, trasformato, fa sì che i Reds si aggiudichino l’incontro per 2-1.

E non da meno sono i rapporti con i compagni di difesa, pesantemente redarguiti (eufemismo …) qualora non facciano appieno il loro dovere, con Foulke ad inscenare anche spettacoli durante i 90’ che lo portano ad abbandonare per protesta la porta lasciando esterrefatti gli stessi attaccanti avversari, salvo poi tornare sui propri passi.

Un indiscutibile “show man” ante litteram, questo portiere di inizio XX secolo, dedito molto alla cucina, ma anche alla bottiglia e così, i suoi sempre più continui screzi con il pubblico e l’aumento di peso, inducono la Dirigenza dello Sheffield a cederlo nell’estate 1905 – dopo che aveva perso il posto in squadra a beneficio di Joe Lievesley – al neocostituito Chelsea per difenderne i pali nel Campionato di esordio in Seconda Divisione.

Usato forse più come attrazione che non per effettive esigenze di squadra, avendo abbondantemente superato le 300 libbre (circa 136kg. …), all’oramai 31enne Foulke vengono altresì assegnati i gradi di Capitano che comunque dimostra di ben meritare, respingendo ben quattro calci di rigore e mantenendo la propria porta inviolata in metà (i celebri “clean sheets” del calcio d’oltre Manica …) delle 34 gare di Campionato disputate, con il Chelsea a concludere la sua prima stagione in un onorevole terzo posto, anche se proprio nell’unico anno vissuto a Londra iniziano a circolare le leggende sul suo conto.

Succede, infatti, che nelle gare interne Foulke piazzi due ragazzini alle opposte estremità dei propri pali, versione ufficiale poiché, con la sua mole, non ha alcuna intenzione di sobbarcarsi l’ulteriore onere di chinarsi per andare a raccogliere i palloni a fondo campo – con ciò peraltro introducendo una figura, quella dei “raccattapalle”, che diventerà storica nel Calcio futuro – ma vi è anche chi sostiene che tale decisione fosse stata presa per evidenziare ancor di più la propria stazza al fine di intimidire gli attaccanti avversari, una situazione alla quale contribuisce prendendo spesso in braccio i ragazzini e chiacchierando con loro, pur durante lo svolgimento delle partite.

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Foulke al Chelsea – da:twitter.com

 

Ma il peso – più fisico che dell’età – fa sì che l’esperienza al Chelsea duri l’arco di soli dodici mesi, accasandosi al Bradford City con cui, nel 1907 a 33 anni, conclude una carriera che lo ha visto disputare 355 gare di solo Campionato, che superano quota 400 se vi aggiungono le presenze in FA Cup e tornei vari.

La seconda leggenda su Foulke riguarda la sua prematura scomparsa, avvenuta il primo maggio 1916 all’età di appena 42 anni, anche qui ufficialmente per cirrosi epatica, come riportato dal referto medico, anche se altre fonti indicano in una polmonite contratta sulle spiagge di Blackpool dove si guadagnava da vivere sfidando i turisti a segnargli su calcio di rigore la causa del decesso, di certo è che, altrettanto curiosamente, viene registrato all’anagrafe dei defunti con il cognome “Foulkes”, così come alla nascita era stato indicato in “Foulk”, mentre in realtà la dizione corretta era Foulke.

Ma, di tutte le leggende, quella più nota attribuita alla sua persona (od al personaggio, come sarebbe più logico asserire …) si riferisce al celebre coro “Who ate all the pies ?” (“Chi ha mangiato tutte le torte ?”) che, secondo “The Penguin Book of Cliches”, avrebbe iniziato a risuonare negli Stadi inglesi a partire dal 1894, a cominciare proprio dai tifosi dello Sheffield United.

L’origine del coro sta nel fatto che è abitudine dei fans britannici consumare dolci allo Stadio sia prima che durante l’intervallo delle partite ed il coro ironico viene lanciato dalle tribune per dileggiare un giocatore avversario che si dimostra in evidente sovrappeso, per cui l’equazione tifosi dello Sheffield/Willie Foulke è presto coniata .

C’è però un “falso storico” in tale affermazione da prendere in considerazione, dovuto ad una serie di circostanze, di cui la prima costituita dal fatto che, all’epoca, vale a dire nel 1894, Foulke era ancora un atleta “normale”, pesando solo 81 chili, tanto che i suoi soprannomi erano “il lungagnone” od “il polpo” per la lunghezza delle braccia che gli consentivano di afferrare e rimandare il pallone.

Ma la seconda è quella decisiva, relativa al fatto che la base musicale su cui tale coro viene intonato riflette il brano “Knees up Mother Brown”, che è stato inciso nel 1918, addirittura due anni dopo la scomparsa di Foulke, ma, come sostengono gli Americani, “mai rovinare una bella Storia con la Verità …!!

L’AMBURGO E LA RIMONTA FOLLE CON IL REAL MADRID NELLA SEMIFINALE DI COPPA DEI CAMPIONI 1980

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Kaltz in azione – da soccernostalgia.blogspot.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Al termine di una delle partite più belle di sempre nella storia della Coppa Campioni, l’Amburgo annichilisce il Real Madrid, ribalta lo 0-2 dell’andata firmato da una doppietta di Santillana nel secondo tempo e si qualifica per la finale del 1980. La squadra tedesca domina l’incontro dall’inizio alla fine, e quando accelera affonda nell’impresentabile difesa spagnola come una lama nel burro. Per emozioni, facilità nell’andare in porta e numero di occasioni sembra di assistere a una partita del ventennio 1950-1970, quando il talento individuale dominava su concetti come fisicità, tatticismo e collettivismo che presero piede in modo maggiore negli Anni ’70. Trascinato dalla forza straripante di Manfred Kaltz, che sulla fascia destra fa quel che vuole, e dalla potenza devastante in attacco del gigantesco Horst Hrubesch, e pur con la sua stella Kevin Keegan non al massimo della condizione fisica, l’Amburgo dopo soli 19 minuti di gioco ha già recuperato il doppio svantaggio, per poi allungare in chiusura di tempo dopo la provvisoria ed illusoria rete dell’1-2 firmata da Cunningham, “colored” (all’epoca si chiamavano così) inglese in forza alla squadra madrilista. Nel secondo tempo gli iberici provano a rientrare in corsa ma infine si arrendono di cinquina, fallendo l’appuntamento con una finale da giocarsi in casa allo Stadio Santiago Bernabeu, sfida a cui accedono invece i tedeschi, che verranno poi battuti di misura dal Nottingham Forest di Brian Clough che con una rete decisiva di Robertson bisseranno il successo dell’anno precedente.

Amburgo: Kargus – Jakobs, Buljian, Nogly – Kaltz, Memering, Magath, Hidien – Keegan, Hrubesch, Reimann. All: Zebec.
Real Madrid: Remon (pt 30′ Gonzales) – Garcia, Pirri, Benito, Camacho – De Los Santos, Stielike, Del Bosque – Juanito (st 43′ Roberto), Santillana, Cunningham. All: Boskov.

Primo tempo
2′ Amburgo subito in avanti. Percussione di Kaltz a destra, tiro-cross basso, Remon respinge di piede, contro-cross di Jakobs, Hrubesch segna in spaccata. L’arbitro però annulla per un fuorigioco dell’attaccante tedesco.
5′ Keegan sfugge alla guardia di Garcia a destra, cross basso in area, Hrubesch calcia di prima intenzione: palla alta di pochissimo. Tedeschi scatenati in questo avvio.
6′ ancora Keegan con un cross da destra, girata in area di Hrubesch, Remon riesce a deviare in modo abbastanza fortunoso.
9′ punizione di Memering da sinistra, palla in area, colpo di testa di Jakobs da ottima posizione: fuori. Il Real Madrid fatica a entrare in partita.
12′ GOL AMBURGO: Fallo durissimo di Garcia su Keegan in area. Rigore ineccepibile: sul dischetto si presenta Kaltz, tiro forte e centrale che spiazza Remon.
14′ errore incredibile di Bulijan, che perde palla sul passaggio di Kargus, ne approfitta Santillana, ma Kargus non si fa sorprendere dal tiro a mezza altezza dell’attaccante spagnolo.
16′ progressione di Kaltz che salta due uomini, entra in area e cade, forse toccato al momento del tiro. L’arbitro lascia correre, ma le immagini poi lasciano spazio a pochi dubbi: era ancora rigore.
17′ cross di Keegan da sinistra deviato da Benito, la palla colpisce la traversa, Reimann si tuffa di testa e colpisce a botta sicura, Remon si ritrova miracolosamente il pallone tra le braccia. Il Real non è in campo: rischia di subire gol tutte le volte che l’Amburgo spinge.
19′ GOL AMBURGO: Reimann da destra pesca in area Hrubesch, l’attaccante tedesco incorna di testa e realizza. I tedeschi stanno giocando a un ritmo impressionante.
21′ Santillana di testa prova a scuotere il Real, ma Kargus c’è.
25′ finalmente ecco il Real Madrid: staffilata da lontanissimo di Cunningham, traversa piena; sulla respinta ci prova Juanito, Kargus devia.
30′ infortunio per il portiere spagnolo Remon, sostituito da Gonzales.
31′ GOL REAL MADRID: Traversone dalla trequarti sinistra di Camacho, Kargus esce a vuoto, palombella morbida di Cunningham e palla in fondo al sacco.
32′ i tedeschi si rigettano in avanti: hanno bisogno di segnare due gol per passare. Punizione di Magath, colpo di testa di Hrubesch, Gonzales blocca.
35′ Juanito innesca Cunningham che segna, ma l’arbitro aveva già fermato l’azione per fuorigioco.
41′ GOL AMBURGO: Hidien converge da sinistra, tiro respinto, palla a Kaltz sul fronte destro, missile terra-aria, la palla si infila nell’angolo opposto non dando scampo a Gonzales.
42′ il Real Madrid non ci sta: conclusione violenta di Stielike dal limite dopo un corner, Kargus abbranca in due tempi.
44′ corner da sinistra di Reimann, testa di Hrubesch, grande deviazione di Gonzales che toglie la palla da sotto la traversa con un prodigioso colpo di reni, la palla rimane in campo e si accende una mischia furibonda nell’area piccola spagnola, tentativo di Keegan sul fondo.
45′ Ancora Hrubesch da fuori, para a terra Gonzales.
49′ GOL AMBURGO: Keegan apre a sinistra per Memering, cross e colpo di testa vincente di Hrubesch, che brucia i due centrali del Real, ancora una volta imballatissimi. Si chiude un primo tempo pazzesco, uno spot per il calcio.

Secondo tempo
1′ subito Real pericoloso con Juanito, tiro rasoterra dal limite, Kargus si allunga e devia in corner.
4′ fallo su Memering quasi al limite: punizione angolata di Keegan, Gonzales si getta sulla sua destra e tocca in corner. Dalla bandierina batte Reimann, testa di Jakobs e palla sulla parte alta della traversa.
11′ lungo triangolo Magath-Kaltz-Magath, staffilata di quest’ultimo dal limite, palla fuori di un metro.
15′ scambio Juanito-Pirri-Juanito, che entra in area sul lato destro e calcia in porta, Kargus respinge.
23′ Reimann per Hrubesch, che resiste a una carica e calcia sull’uscita di Gonzales, il portiere spagnolo riesce a bloccare.
24′ cross da destra di Memering, un difensore del Real anticipa Reimann, ma la palla giunge a Hrubesch all’altezza del dischetto, tiro violento in corsa: alto. Altra grande occasione per l’Amburgo.
31′ Kaltz supera Santillana sulla destra ed entra in area, il giocatore spagnolo lo strattona da dietro e lo fa cadere. Il rigore pare evidente, ma l’arbitro incredibilmente ammonisce Kaltz per simulazione.
35′ lungo rilancio della difesa tedesca, Keegan scatta in posizione regolare e si invola verso la porta, ma il suo tiro d’esterno sul primo palo termina sul fondo.
37′ fallo su Keegan al limite: punizione bassa di Memering, Gonzales neutralizza in due tempi. Il Real Madrid sembra oramai uscito mentalmente dalla partita, l’Amburgo ha in pugno la qualificazione.
39′ espulso Del Bosque per un pugno sulla testa di Keegan: decisione ineccepibile, Real in dieci.
45′ GOL AMBURGO: Contropiede dei tedeschi, da Hidien a Hrubesch, palla in mezzo all’area a Memering, che tutto solo non ha problemi a freddare Gonzales.

LE PAGELLE DELL’AMBURGO
IL MIGLIORE KALTZ 8: padrone assoluto della fascia destra: spinge, arretra e riparte a una velocità impressionante. Puntuale nei cross, efficace nei dribbling, sempre propositivo nel dialogare con i compagni. Impreziosisce una prestazione da ricordare con una doppietta d’autore, trasformando il rigore con freddezza e infilando una cannonata dal limite.
Hrubesch 8: con più puntualità sottoporta avrebbe potuto segnare un poker, forse un pokerissimo. Svolge un lavoro impressionante in prima linea, cogliendo sempre impreparata la difesa del Real e mettendo due sigilli fondamentali per il trionfo anseatico. Suo anche l’assist per il 5-1 di Memering.
Magath 7: motore e cervello dell’Amburgo, dirige il traffico con abile maestria e gioca sempre al servizio della squadra.
Keegan 7: va a sprazzi e manca un gol non da lui, però è un rebus per la difesa spagnola. Si procura il rigore e avvia l’azione del quarto gol.
Jakobs 7: colosso difensivo, insuperabile di testa, bravo anche a farsi vedere in avanti con buona continuità.

LE PAGELLE DEL REAL MADRID
IL MIGLIORE CUNNINGHAM 6,5: gioca un ottimo primo tempo, segnando un gol di pregevole fattura e colpendo una traversa con una sassata inaudita. Di fatto, sono sue le insidie maggiori che il Real porta all’Amburgo. Nella ripresa cala decisamente.
Juanito 6: uno dei pochi a salvarsi, uno degli ultimi a mollare, probabilmente il più apprezzabile degli spagnoli come spirito di sacrificio e impegno.
Santillana 4,5: all’andata era stato l’uomo decisivo. Al ritorno è un pianto: non vede biglia in avanti e rischia di provocare un rigore per un fallo sull’imprendibile Kaltz.
Benito 4: emblema di una difesa spagnola che concede autostrade su autostrade agli attaccanti tedeschi. Seppellito.
Del Bosque 3: il pugno sulla testa di Keegan è l’amarissima ciliegina finale su una prestazione da dimenticare, perennemente e completamente fuori dal gioco.

ARGENTINA-INGHILTERRA 1986, L’ETERNA SFIDA DAI MILLE RISVOLTI

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La celebre rete di mano di Maradona – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché, conclusa la Fase a Gironi del Campionato Mondiale di Messico ’86, le combinazioni degli incontri ad eliminazione diretta evidenziano come l’Argentina, qualora avesse superato i rivali storici dell’Uruguay nel “derby sudamericano” degli Ottavi di finale, avrebbe dovuto affrontare la vincente della gara tra Inghilterra e Paraguay, l’attenzione dei media di tutto il Mondo si riversa su quella che sarebbe potuta essere una sfida epocale sotto molteplici punti di vista.

Evento che, puntualmente si verifica, visto che una rete di Pasculli è sufficiente alla Albiceleste per avere ragione di un Uruguay in versione alquanto modesta rispetto ai fasti degli anni ’50, mentre la ritrovata vena realizzativa di Lineker – che sigla una doppietta dopo essere andato a segno tre volte nel precedente match contro la Polonia – consente all’Inghilterra di avere facilmente la meglio per 3-0 sull’altra sudamericana, il che permette alle due squadre di poter “saldare i conti” che erano rimasti in sospeso dalla controversa sfida andata in scena esattamente 20 anni prima nell’edizione della rassegna iridata svoltasi proprio sul suolo britannico.

Cosa accadde quel 23 luglio 1966, con Inghilterra ed Argentina ad affrontarsi allo Stadio di Wembley per i Quarti di finale è presto detto, visto che da parte sudamericana tale match è tuttora etichettato come “El Robo del Siglo” (“Il furto del Secolo”), in quanto la formazione guidata dal tecnico Juan Carlos Lorenzo resta in 10 uomini dopo appena 35’ a causa dell’espulsione del proprio capitano Antonio Rattin, decretata dal Direttore di gara tedesco Rudolf Kreitlein per le sue reiterate proteste, determinando la sospensione dell’incontro per diversi minuti in quanto il giocatore si rifiuta di lasciare il campo e deve essere scortato negli spogliatori dalla Polizia.

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La contestata espulsione di Rattin – da:dailymail.co.uk

Con il sospetto che inglesi e tedeschi – che nello stesso giorno eliminano per 4-0 l’Uruguay solo dopo che lo stesso è rimasto in 9 uomini ed era stato negato un clamoroso calcio di rigore per fallo di mano sulla linea di porta di Schnellinger – abbiano complottato contro le formazioni sudamericane anche quale forma di “vendetta” per il trattamento subito dalle europee quattro anni prima in Cile, a rincarare la dose giunge la rete che decide l’incontro, messa a segno da Hurst a 12’ dal termine con un preciso colpo di testa, ma in sospetta posizione di fuorigioco, talché un giornale argentino se ne esce pubblicando l’immagine del leone Willie, la Mascotte ufficiale della rassegna, vestito da pirata a simboleggiare l’evento.

Ed a placare gli animi non contribuisce certo l’atteggiamento del Commissario Tecnico inglese Alf Ramsey, il quale impedisce ai propri giocatori di scambiarsi le maglie a fine gara con gli argentini, da lui descritti come “animali” secondo quanto riportato dai media, i quali riferiscono come lo stesso, nel corso della conferenza post match, abbia dichiarato che “è un vero peccato vedere perso il grande talento dell’Argentina, noi siamo in grado di mettere in mostra il nostro miglior calcio contro il giusto modo di opporvisi, vale a dire una squadra che si confronta sul piano del gioco e non che si comporta come animali …!!”.

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Il CT Ramsey si oppone allo scambio delle maglie – da:theguardian.com

Capirete pertanto, quale possa essere il sentimento di rivincita da parte degli argentini, tanto più che allo stesso si uniscono vicende ben più tragiche rispetto ad una semplice partita di calcio e che vedono coinvolte le rispettive Nazioni, vale a dire una vera e propria Guerra nel senso più stretto del termine.

Tale scontro bellico – della durata di due mesi e mezzo – si svolge dal 2 aprile al 14 giugno 1982 ed ha come obiettivo il possesso delle Isole Falkland (o Malvinas, secondo l’accezione spagnola …) che vengono attaccate dalle truppe argentine su iniziativa del Generale Leopoldo Galtieri, all’epoca Presidente del Paese sudamericano, con l’intento di fare affidamento sul sentimento nazionalistico del proprio popolo, che ne rivendicava la sovranità, al fine di spostarne l’attenzione dalla devastante crisi economica che lo affliggeva e che stava generando una contestazione su larga scala contro la Giunta Militare che lo governava.

Ma, ancorché colte di sorpresa dall’attacco argentino, le autorità britanniche non misero molto tempo a replicare, inviando nell’Atlantico Meridionale una task force che in men che non si dica ribalta le sorti del conflitto costringendo gli argentini alla resa, grazie soprattutto alla schiacciante superiorità aerea e navale, con un bilancio da parte sudamericana che parla di 649 morti, oltre mille feriti ed 11mila prigionieri, un’autentica disfatta che costringe Galtieri a dimettersi da capo del Governo in vista di un successivo processo di democratizzazione che troverà il suo sbocco con l’elezione a Presidente del socialista Raul Ricardo Alfonsin nel dicembre 1983.

Chiaramente, tali vicende non coinvolgono in alcun modo i protagonisti della sfida che va in scena alle ore 12:00 locali del 22 giugno 1986 allo “Estadio Azteca” di Città del Messico, dato anche il fatto che i giocatori più rappresentativi della formazione argentina giocano in Europa ed hanno già avuto diverse occasioni di confrontarsi con i propri avversari a livello di Club, ma indubbiamente servono ai Media per creare un clima di particolare attesa verso l’opinione pubblica.

Per quanto ovvio da prevedere, la rivalità e l’ostilità tra le due opposte tifoserie non tarda a manifestarsi fuori dal rettangolo di gioco, con scontri tra i rispettivi schieramenti che determinano diversi ricoveri in Ospedale ed il furto di bandiere della “Union Jack” da parte dei “barra bravas” (la definizione spagnola di ultras od hooligans …), i quali li esporranno come trofei specie durante le gare interne disputate dal Boca Juniors nella propria tana, la celebre “Bombonera” di Buenos Ayres.

E non si lascia certo sfuggire l’occasione di rivangare tale evento il “Lider Maximo” della compagine biancoceleste, vale a dire il proprio Capitano Diego Armando Maradona che, dopo la delusione di quattro anni prima in Spagna, è consapevole che, a quasi 26 anni di età ed al top della maturazione fisica e mentale, la rassegna messicana può consegnargli un’opportunità unica per laurearsi Campione del Mondo, arringando i propri compagni nello spogliatoio nei minuti immediatamente antecedenti il fischio d’inizio.

Per fortuna, durante l’arco dei 90’ di gioco, sono proprio i ventidue scesi in campo a dimostrare la maggiore maturità e sportività, dando luogo ad una sfida combattuta ed avvincente, ma sempre nei limiti della lealtà e correttezza agonistica, per la quale il principale appunto deve essere rivolto alla Commissione Arbitrale della FIFA che, onde evitare polemiche di sorta, evita di designare una terna europea o sudamericana, affidando la Direzione di gara al tunisino Alì Bennaceur, coadiuvato dai guardalinee Berny Ulloa Morera del Costarica e dal bulgaro Bogdan Dotchev, una scelta che se può considerarsi “politicamente corretta”, all’atto pratico si rivela deleteria per la scarsa attitudine degli stessi a dirigere sfide di un tale livello.

Dal punto di vista degli undici titolari, il Tecnico inglese Bobby Robson conferma in toto la formazione che ha sconfitto il Paraguay, affidandosi all’esperienza del 37enne Shilton tra i pali e contando su di un quadrilatero di centrocampo che abbina alla forza fisica di Peter Reid e Trevor Steven, la dinamicità di Steve Hodge e la tecnica di Glenn Hoddle per supportare la coppia di attacco formata da Peter Beardsley e Gary Lineker, con quest’ultimo il lizza per il titolo di Capocannoniere della Manifestazione, con già cinque reti al suo attivo.

Bilardo, dal canto suo, opera due sole varianti rispetto al vittorioso incontro contro la “Celeste, vale a dire l’avvicendamento quale terzino sinistro di Olarticoechea rispetto a Garre e, soprattutto, la rinuncia – a dispetto dall’aver realizzato la sola rete dell’incontro – del centravanti Pasculli per opporre al centrocampo inglese un pari numero di avversari con l’inserimento di Hector Enrique, così da disporre di un’unica punta fissa nella persona dell’attaccante del Real Madrid Jorge Valdano e consentendo a Maradona di svariare a suo piacimento lungo tutto l’arco offensivo.

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I due Capitani, Maradona e Shilton, prima del fischio d’inizio – da:thesun.ie

Con i riflettori puntati sulle due riferite stelle – Maradona da una parte e Lineker dall’altra – le due formazioni disputano un primo tempo guardingo, nel corso del quale i principali pericoli per la porta di Shilton giungono dai calzi piazzati affidati al sensibile piede mancino del “Pibe de Oro”, anche se proprio all’Inghilterra capita al 13’ la più ghiotta occasione per passare in vantaggio, complice un’azzardata uscita di Pumpido che perde palla, consentendo a Beardsley, da posizione defilata, di calciare nella porta sguarnita fallendo il bersaglio di pochissimo.

Maradona conferma di essere ispirato, giostrando a tutto campo per trovare spazio e saltare in dribbling i propri avversari che non sono in grado di dedicare un uomo alla sua stretta sorveglianza – come viceversa farà Beckenbauer in Finale con Matthaus – costringendo Fenwick al fallo da ammonizione, ma nonostante le sue buone intenzioni, all’intervallo il risultato è ancora bloccato sullo 0-0 di partenza.

Uno “score” a reti bianche che non dura molto in avvio di ripresa, allorché – tra il 51’ ed il 55’ – vanno in scena “i 5 minuti più famosi della Storia dei Mondiali” ed in cui la veste del protagonista non può che essere del primattore, vale a dire lui, Diego Armando Maradona.

Il primo atto si verifica con la goffa complicità di Steve Hodge che, trovatosi al limite della propria area, intercetta un tentativo di scambio stretto tra Maradona e Valdano alzando un campanile che pone Shilton nella condizione di uscire per respingere di pugno, solo per vedersi anticipare dal fuoriclasse argentino per quello che è il punto del vantaggio, se non fosse che …

Già, solo che la rete è viziata da un astuto, quanto clamoroso fallo di mano di Maradona, il quale sopperisce al divario di quasi 20cm. in altezza colpendo la sfera con un pugno per toglierla dalla disponibilità del portiere inglese, cosa della quale l’arbitro tunisino non si avvede (così come il suo collaboratore di linea, meglio posizionato in verità …) concedendo la rete, con “El Dies” che successivamente rivela di aver invitato i propri compagni ad abbracciarlo, visto che nessuno si era mosso, nel timore che il Direttore di gara potesse tornare sulla sua decisione.

Fortunato nell’aver commesso una simile irregolarità a Shilton piuttosto che a Schumacher – abbiamo il fondato dubbio che, in questa seconda ipotesi, Maradona avrebbe potuto porre fine alla propria carriera … – il 26enne boarense è altrettanto consapevole di non poter macchiare la propria immagine con una tale prodezza negativa e, sapendo di averne le possibilità, mette in atto l’unico modo a sua disposizione per rimediare, vale a dire mostrare all’intero Pianeta del Football, dopo il peggio, anche il meglio del suo repertorio.

Occasione che non tarda a materializzarsi, trascorrendo appena 4’ prima che Maradona raccolga la sfera poco oltre la propria metà campo per poi inventarsi una progressione che non ha eguali nella Storia dei Mondiali, durante la quale supera come birilli quattro difensori inglesi con una serie di finte e controfinte, per poi presentarsi davanti a Shilton venutogli incontro in disperata uscita, evitarlo con uno spostamento di corpo e quindi depositare il pallone nella porta vuota con un morbido tocco di esterno sinistro.

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Lo straordinario raddoppio di Maradona – da:wikiwand.com

Oltre alla meraviglia di questa prodezza individuale, che non a caso viene successivamente celebrata come “Il Goal del Secolo“,  resta ben presente nella memoria la cronaca della rete da parte dei cronisti argentini con la loro consueta enfasi nel descrivere certe azioni, nel mentre all’Inghilterra va riconosciuto il pregio di non crollare di fronte al doppio colpo da ko ricevuto, ed anzi, con l’inserimento da parte di Robson di due ali di ruolo quali Chris Waddle e Peter Barnes in luogo di Steven e Reid, così da schierare un inusuale 4-2-4 rischiando il tutto per tutto, riesce anche a tornare in partita.

Ed il merito è da ascrivere al nuovo entrato Barnes, che si esibisce in una penetrazione sul lato sinistro dell’attacco inglese, per poi crossare un invitante pallone a centro area che Lineker si incarica di trasformare per quella che diviene la sua sesta rete del Torneo, decisiva per l’assegnazione del titolo di Capocannoniere, con un goal di vantaggio proprio su Maradona, che replica la propria personale doppietta anche in semifinale ai danni del Belgio.

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La rete vdell’1-2 siglata da Lineker – da:gettyimages.co.uk

Mancano però soli 9’ al termine dell’incontro e l’Argentina – che nel frattempo è corsa ai ripari inserendo il difensore Tapia in luogo di Burruchaga – riesce a portare in termine la vittoria che le consente di accedere alla Semifinale, non prima che i suoi tifosi non abbiano avvertito un brivido correre lungo la loro schiena allorché Barnes replica la precedente azione solo per calibrare stavolta un traversone troppo sul secondo palo che, con Pumpido superato dalla traiettoria, non viene raccolto dal “rapace” Lineker lanciatosi in tuffo per un impatto invero alquanto problematico.

Ovviamente, la sfida non si conclude al fischio finale del Direttore di gara, avendo un logico prolungamento nel dopo gara, con Maradona letteralmente assediato dai cronisti di ogni testata radiotelevisiva e della carta stampata, dopo che le immagini televisive avevano “smascherato” in termini inequivocabili la propria scorrettezza in occasione della rete del vantaggio sudamericano.

Non era facile uscire da una simile, delicata situazione, ma l’asso argentino ha la prontezza di spirito per trovare la chiave giusta per smorzare gli animi con la più famosa dichiarazione mai pronunciata nel corso di una conferenza stampa, asserendo che: “El primero Goal …?? Un poco con la cabeza de Maradona y un otro poco con la mano de Dios …!!” (la traduzione riteniamo sia assolutamente inutile …) dal che la sua “marachella” passa alla Storia come la rete realizzata grazie alla “Mano di Dio”.

Ovviamente, rispetto a 20 anni prima, le parti si invertono, con la Stampa britannica stavolta a lamentare di essere stata defraudata della possibilità di vincere la Coppa del Mondo, mentre sulla sponda sudamericana non vi è critica, bensì soddisfazione proprio per il modo come la gara si era sbloccata, dando altresì – come giusto che fosse – ampio risalto alla successiva, indiscutibile, assoluta prodezza del proprio fenomeno.

L’Argentina trarrà massimo giovamento da questo successo, visto che una settimana dopo, il 29 giugno ’86, replica la controversa vittoria di 8 anni prima con il secondo titolo mondiale della propria Storia superando 3-2 in Finale la Germania Ovest, nel mentre l’Inghilterra se ne torna a casa ancora con il rammarico di non essere riuscita a capitalizzare, così come quattro anni prima in Spagna, il talento di una delle sue migliori generazioni di calciatori, che troverà poi la sua conclusione quattro anni dopo ad Italia ’90, con un’amarissima eliminazione ai calci di rigore in semifinale contro i “soliti” tedeschi …

 

I FAVOLOSI ANNI ’50 DELLO STADE DE REIMS, GLORIA DEL CALCIO FRANCESE

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I giocatori del Reims celebrano uno dei tanti trionfi degli anni ’50 – da stade-de-reims.com

articolo di Giovanni Manenti

Se il primo “Periodo d’orodella Nazionale francese di Calcio a cavallo degli anni ’80 – onorevoli sconfitte con Italia ed Argentina ai Mondiali ’78, quarto posto nell’edizione di Spagna ’82 e terzo nella successiva di Messico ’86, intervallati dal titolo continentale conquistato agli Europei ’84 – era figlio dei buoni risultati ottenuti a livello europeo dalle “tre sorelleSaint-Etienne, Bordeaux ed Olympique Marsiglia, il merito dell’estemporaneo podio conquistato 20 anni prima alla rassegna iridata di Svezia ’58 è pressoché unicamente da ascrivere alle imprese compiute durante tale decennio dallo Stade de Reims, che in detto periodo racchiude l’intera sua collezione di successi.

Fondato nel 1931, il Club della città dello champagne ottiene l’ammissione al Campionato di Prima Divisione alla ripresa del medesimo dopo gli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, in virtù sia del suo buon comportamento durante tale periodo nei vari Tornei non ufficiali che dell’allargamento da 14 a 16 delle formazioni partecipanti, avendo altresì provveduto ad intitolare il proprio Stadio alla memoria di Auguste Delaune, sportivo e politico francese, iscritto al Partito Comunista, torturato ed ucciso dai nazisti nel 1943 a soli 35 anni.

Lo Stade de Reims dimostra comunque sin da subito di meritare tale promozione classificandosi al quinto posto nel ’46 per poi giungere secondo l’anno successivo, a quattro punti di distacco (53 a 49) dal Roubaix Campione e dando luogo ad un arrivo in volata nel Torneo ’48, alla fine appannaggio dell’Olympique Marsiglia con 48 punti, precedendo Lille e Stade de Reims, che concludono a quota 47 e 46 rispettivamente.

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Lo Stade de Reims di fine anni ’40 – da stade-de-reims.com

I tempi sono oramai maturi affinché il Club possa affermarsi all’interno dei confini nazionali e, difatti, le ultime due stagioni che vanno a chiudere la triste decade degli anni ‘40 vedono il Club del Presidente Victor Canard, in carica dall’immediato secondo dopoguerra, centrare il titolo di Campione di Francia nel ’49, che vede il Lille ancora una volta beffato per un punto (48 a 47), allorché i biancorossi allenati da Henri Roessler – che proprio a Reims aveva concluso la propria carriera da giocatore – infilano una serie di 12 vittorie nelle ultime 14 giornate per far loro il primo titolo della propria Storia.

Un titolo al quale l’anno seguente, dopo aver abdicato in Campionato con il terzo posto alle spalle di Bordeaux ed ancora Lille, fa bella coppia la conquista della prestigiosa Coupe de France, vinta superando nella Finale del 14 maggio ’50 allo “Stade de Colombes” il Racing Club de Paris per 2-0, successo maturato nel finale grazie alle reti di Meano all’81’ e di Petittfils 2’ dopo, pur se il protagonista della manifestazione è l’attaccante olandese Bram Appel, alla sua prima stagione a Reims ed autore di ben 11 reti.

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I Capitani Batteux e Lamy prima della finale Reims-Paris del ’50 – da stade-de-reims.com

Il doppio trionfo segna una importante svolta nella guida tecnica della compagine, in quanto a Roessler subentra, nel ruolo di allenatore, il capitano e veterano Albert Batteux che ha appena attaccato le scarpe al chiodo, il quale condurrà la squadra sino alla fine del suo storico ciclo.

Il primo importante contributo che il nuovo tecnico fornisce ai suoi amati colori avviene allorché, nel corso di un incontro amichevole con l’Angers, militante in Seconda Divisione, si accorge delle qualità del 20enne attaccante di origini polacche Raymond Kopa, convincendo il dirigente Henri Germain – che poi assumerà il ruolo di Presidente a partire dal 1953 – a sborsare quanto richiesto dal Club della Loira per assicurarsene le prestazioni.

Investimento che non tarda a dare i suoi frutti, visto che, dopo una prima stagione di ambientamento, che il Reims conclude al quarto posto come nel 1951, l’anno successivo le qualità della guizzante ala destra – a propria volta autore di 13 reti – ed i suoi invitanti assist a centro area sono manna dal cielo per la miglior stagione al Club di Appel, che va a segno in ben 30 occasioni e, soprattutto, regalano ai biancorossi il loro secondo titolo nazionale, grazie ai 48 punti conquistati, con quattro di vantaggio sul Sochaux e, soprattutto, dando dimostrazione di un’impressionante macchina da goal, con le 86 reti realizzate, ad una media di 2,5 a partita.

Tale successo consente altresì allo Stade de Reims di partecipare per la seconda volta – dopo l’edizione del ’49 dove era stato nettamente battuto 0-5 dal Barcellona – alla Coppa Latina, torneo che vede iscritte le vincenti dei Campionati di Italia, Francia, Spagna e Portogallo, e che per l’occasione è organizzato dal paese lusitano.

Abbinato ai Campioni spagnoli del Valencia, lo Stade de Reims ha la meglio per 2-1 per poi affrontare nella Finale disputata il 7 giugno ’53 allo “Estadio da Luz” di Lisbona, il Milan del celebre trio “Gre-No-Li” formato dagli svedesi Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm ed infliggere ai rossoneri una cocente sconfitta per 3-0 con Kopa sugli scudi in quanto autore di una doppietta, inframezzata da un acuto di Francis Meano.

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Lo Stade de Reims vincitore della Coppa Latina ’53 – da stade-de-reims.com

Oramai una realtà nel panorama calcistico transalpino, lo Stade de Reims “subisce” per una volta, nel 1954, la beffa da parte del Lille che, dopo essere giunto quattro volte secondo dal 1948 al ’51, si aggiudica finalmente il suo secondo Scudetto con un solo punto di vantaggio (47 a 46) sulla coppia formata dalla formazione di Batteux ed il Bordeaux, per poi rifarsi la stagione successiva facendo suo il titolo con 4 punti di vantaggio (44 a 40) sul Sochaux.

E’, quella del 1955, una stagione importante per il Club poiché coincide con l’esplosione dell’attaccante delle Giovanili René Bliard, che si laurea altresì Capocannoniere del Torneo con 30 reti, nonché con l’acquisto dal Le Havre del centrocampista offensivo Michel Hidalgo – futuro Commissario Tecnico della Francia Campione d’Europa nel 1984 – il quale fornisce un importante contributo alla causa andando a segno in 11 occasioni.

Ma, oltre all’importanza del terzo titolo conquistato, l’effetto principale è costituito dal fatto che dalla successiva stagione prende il via la massima competizione continentale per squadre di Club, vale a dire la Coppa dei Campioni, di cui il Reims ha un gustoso antipasto nella partecipazione alla Coppa Latina – che per effetto di tale novità verrà poi abolita nel 1957 – svoltasi proprio in Francia a fine giugno ’55 e che lo vede superare nuovamente il Milan in semifinale per 3-2 con “supplementari ad oltranza” che vedono Leon Glovacki realizzare la rete decisiva addirittura al 138’ (!!) per poi soccombere nella Finale del 26 giugno al “Parc des Princes”, opposto al Real Madrid di Di Stefano e Gento, che si impone grazie ad una doppietta dell’argentino naturalizzato spagnolo Hector Rial.

Rossoneri e “blancos” che sono anch’essi ai nastri di partenza del debutto della neonata manifestazione continentale, per onorare la quale lo Stade de Reims conclude la stagione in patria in un’anonima decima posizione – il punto più basso dell’intero decennio – nonostante il buon apporto della coppi di attaccanti formata da Bliard e Glovacki, con 19 e 12 reti rispettivamente.

Quel che non raccoglie sul suolo nazionale, lo Stade de Reims lo capitalizza a livello europeo, pur in una prima edizione di Coppa Campioni con appena 16 partecipanti ed alcune formazioni a declinare l’invito in favore delle seconde classificate, e comunque un primo saggio delle proprie potenzialità lo fornisce nei Quarti di Finale allorché, dopo aver eliminato dell’Aarhus al primo turno, è opposto all’MTK Budapest che, ancorché partecipante in luogo della più celebre Honved Budapest, annovera pur sempre nelle sue file tre vice Campioni del Mondo quali Peter Palotas, Mihaly Lantos e Nandor Hidegkuti.

La gara d’andata, disputata il 14 dicembre ’55 al “Parc des Princes” davanti ad oltre 36mila spettatori vede l’attacco biancorosso esprimersi al meglio, orchestrato da un Kopa in forma smagliante che manda quattro volte a segno i suoi compagni (doppietta di Leblond ed acuti di Glovacki e Bliard) per il 4-2 conclusivo, difeso al ritorno due settimane dopo a Budapest con una prova di forza ancora superiore, visto che il primo tempo si conclude con il Reims in vantaggio per 3-1 (Glovacki e doppietta di Bliard), poi incrementato ad inizio ripresa da Templin, prima di concedere una inutile rimonta ai padroni di casa sino al 4-4 definitivo che apre ai francesi le porte della semifinale.

Un piccolo aiuto viene loro offerto dalla buona sorte, visto l’accoppiamento con gli scozzesi dell’Hibernian di Edimburgo, superati grazie a due vittorie (2-0 a Parigi ed 1-0 in Scozia), nel mentre Milan e Real Madrid – a dimostrazione, peraltro, della valenza della Coppa Latina a quell’epoca – si scannano tra di loro, coi rossoneri a resistere al Santiago Bernabeu sino al 2-2 della mezz’ora prima di cedere 2-4, non risultando sufficiente il 2-1 del ritorno a San Siro per ribaltare l’esito della sfida.

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Lo Stade de Reims finalista di Coppa Campioni ’56 – da stade-de-reims.com

Con il vantaggio di disputare la prima Finale della Coppa dei Campioni a Parigi, il 13 giugno ’56 va in scena al “Parc des Princes” la ripetizione della Finale della Coppa Latina dell’anno precedente, in cui l’undici di Batteux gioca sul fattore sorpresa, partendo subito all’attacco tanto da trovarsi sul 2-0 dopo appena 10’ di gioco, grazie alle reti di Leblond e Templin, prima che i madrileni riordinassero le idee e riescano a chiudere il primo tempo in parità grazie ai centri di Di Stefano e Rial.

Per molti dei presenti, la gara è oramai incanalata in favore delle “merengues”, tanto che ci si attende una loro facile supremazia nella ripresa, ma così non è in quanto poco dopo l’ora di gioco tocca ad Hidalgo portare ancora avanti i Campioni di Francia, gioia peraltro di poca durata, poiché appena 5’ è Marquitos a riequilibrare le sorti dell’incontro prima che sia ancora Rial ad 11’ dal termine a siglare il punto del definitivo 4-3 che consegna al Real Madrid la prima delle sue cinque Coppe consecutive e rende comunque onore al Reims ed al Calcio francese nel suo complesso.

Real al quale non è comunque sfuggita la classe e le qualità di Raymond Kopa, e già all’epoca era praticamente impossibile rifiutare un’offerta che giungesse da tali latitudini, sia per i Dirigenti del Club – che difatti incassano la non trascurabile somma di 52milioni di vecchi franchi – che per lo stesso giocatore, che vede decuplicato il proprio ingaggio.

E se per la guizzante ala destra il triennio vissuto a Madrid è quello della definitiva consacrazione – con la conquista di tre Coppe dei campioni, nonché del “Pallone d’Oro” 1958 – non si può certo dire che il Presidente Germain abbia investito male quanto ricavato dalla sua cessione, visto che ciò consente l’arrivo al Club degli attaccanti Jean Vincent e Just Fontaine, provenienti rispettivamente da Lille e Nizza nell’estate ’56, nonché, l’anno successivo, di Roger Piantoni, acquistato dal Nancy.

Quello composto da Bliard, Fontaine, Piantoni e Vincent è in assoluto uno dei più forti attacchi della storia non solo del Club, per quanto ovvio, ma dell’intero Calcio francese e, dopo il terzo posto in Campionato, una lampante dimostrazione la si ha nella successiva stagione ’58, che vede lo Stade de Reims dominatore assoluto abbinando al quarto titolo nazionale – vinto con 7 punti di margine (48 a 41) sul Nimes e ben 89 reti realizzate, con Fontaine Capocannoniere con 34 centri, degnamente affiancato da Piantoni e Bliard che chiudono a quota 17 e 15 rispettivamente – anche la Coupe de France, conquistata superando nella Finale del 18 maggio ’58 lo stesso Nimes per 3-1, grazie ad una doppietta di Bliard ed al solito sigillo di Fontaine.

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Lo Stade de Reims del “double” nel 1958 – da stade-de-reims.com

Il 1958 è anche l’anno dei Campionati Mondiali, la cui organizzazione è affidata alla Svezia, mentre alla guida dei “Bleus” è chiamato lo stesso Albert Batteux, allenatore del Reims, il quale attinge a piene mani dai “suoi ragazzi”, convocando per la rassegna iridata il portiere Dominique Colonna (anche se poi gli preferisce quale titolare nel ruolo Claude Abbes del Saint-Étienne …), il regista difensivo, nonché capitano Robert Jonquet, il centrocampista Armand Penverne ed il trio d’attacco composto da Fontaine, Piantoni e Vincent, cui può, coi colori della Nazionale, affiancare il madridista Kopa, con Bliard l’unico ad essere sacrificato in favore della 21enne ala del Lens, Maryan Wisnieski.

Il cosiddetto “Calcio champagne” di marca transalpina trova la sua massima rappresentazione proprio ai Mondiali svedesi, dandone prova lampante sin dall’esordio contro il Paraguay, schiantato per 7-3 con un tabellino dei marcatori in cui vanno a segno tutti e cinque gli attaccanti, pur se Fontaine si fa preferire con una tripletta, cui fa seguire una doppietta nel match perso 2-3 con la Jugoslavia ed una sesta rete nel 2-1 rifilato alla Scozia che vale l’accesso ai Quarti di Finale.

Con già il miglior attacco del Torneo grazie alle 11 reti messe a segno nel Girone eliminatorio, la Francia si conferma nel primo turno ad eliminazione diretta con il 4-0 (doppietta di Fontaine, acuti di Wisnieski e Piantoni) rifilato all’Irlanda del Nord che le schiude l’accesso alla semifinale contro il Brasile, dove resta in partita sino all’intervallo, chiuso sull’1-2 (ancora Fontaine a segno) prima di dover fare i conti con un non ancora 18enne Pelè che le rifila una tripletta in poco più di 20’, con la sola rete allo scadere di Wisniski ad “addolcire” la pillola del 2-5 conclusivo.

Tale exploit della futura “Perla nera” a parte, a livello europeo la Francia si dimostra la migliore, come testimonia il devastante 6-3 con cui si aggiudica la Finale per il terzo posto a spese dei campioni del Mondo in carica della Germania Ovest, consentendo a Fontaine, autore di uno straordinario poker, di portare a termine la sua missione con 13 reti all’attivo, record tutt’ora insuperato, mentre occorreranno 28 anni prima che un’altra Nazionale francese ottenga un analogo piazzamento, nell’edizione di Messico ’86.

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Just Fontaine celebrato a fine Mondiali ’58 – da talksport.com

Con 17 delle 23 reti realizzate al Mondiale di “marca Stade de Reims” (cui si potrebbero aggiungere i 3 centri di Kopa …), la formazione francese si allinea ai nastri di partenza della quarta edizione della Coppa dei Campioni in veste di seria pretendente a cercare di ostacolare il dominio madridista, che ha fatto suo per tre volte consecutive il Trofeo, e le premesse sono soddisfacenti, visto che al primo turno i malcapitati nordirlandesi dell’Ards vengono schiantati da un 4-1 esterno di sola marca Fontaine, cui segue il 6-2 tra le mura amiche, con le reti equamente distribuite, due a testa, tra Bliard, Fontaine e Piantoni.

Anche il secondo turno è poco più che una formalità, visto l’abbinamento con i modesti finlandesi dell’HPS Helsinki, le cui sfide, oltretutto, si disputano entrambe in Francia a causa del clima e tocca stavolta a Vincent fare, per una volta, da protagonista, con la sua personale tripletta nel 4-0 dell’andata, mentre Fontaine mette la sua firma con una doppietta nella gara di ritorno.

Alla ripresa del Torneo a marzo ’59, lo Stade de Reims è chiamato ad impegni ben più ardui, nonché a compiere una vera e propria impresa nei Quarti allorché, abbinato ai belgi dello Standard Liegi, subisce una sconfitta per 0-2 all’andata difficile da rimontare, tanto più che al ritorno, chiuso il primo tempo a reti inviolate, Piantoni si vede ribattere dal portiere belga Nicolay un calcio di rigore al 10’ della ripresa.

Con poco più di 20’ a disposizione per ribaltare l’esito del doppio incontro, è lo stesso Piantoni a riscattarsi con la rete del vantaggio, prima che tocchi al solito Fontaine il compito di “salvatore della patria” con una doppietta, di cui la seconda rete messa a segno all’88’, che regala ai biancorossi l’accesso alle semifinali (ed al 26enne attaccante la corona di Miglior Marcatore della Manifestazione con 10 reti all’attivo …), dove, come tre anni prima, la buona sorte strizza loro l’occhiolino, con un abbinamento non certo irresistibile con gli svizzeri dello Young Boys Berna, mentre nell’altra sfida va in scena il “derby fratricida” tra Real ed Atletico Madrid.

E così, mentre ai detentori del Trofeo è necessaria una gara di spareggio per avere la meglio sui “cugini”, il Reims non ha eccessive difficoltà a ribaltare al ritorno lo 0-1 patito in terra elvetica con un 3-0 che consente loro di replicare la sfida del ’56 contro un Real, con il “piccolo particolare” che, stavolta, Kopa veste la maglia avversaria.

Atto conclusivo che si disputa il 3 giugno ’59 al “Neckarstadion” di Stoccarda, ma che risulta molto meno avvincente di quello andato in scena tre anni prima, con il Real a passare in vantaggio già al primo minuto con Mateos, il quale fallisce al quarto d’ora un calcio di rigore facendosi ipnotizzare da Colonna e mandando su tutte le furie il Presidentissmo Bernabeu che, nell’intervallo, si precipita negli spogliatoi chiedendo spiegazioni sul perché non lo avesse calciato Di Stefano.

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Finale Real Madrid-Stade de Reims ’59 – da stade-de-reims.com

Tocca alla “saeta rubia” tranquillizzare il massimo dirigente madrileno, garantendo come non vi siano preoccupazioni per il risultato finale e difatti, al rientro in campo, si incarica di siglare il punto del 2-0 che spegne ogni speranza transalpina e consegna la quarta Coppa consecutiva al Real.

Con l’approssimarsi della conclusione del decennio, anche la stella dello Stade de Reims tende ad affievolirsi, pur se nelle sue file rientra il “figliol prodigo” Kopa proprio dopo la sfida nella Finale di Coppa dei Campioni, complice anche un grave infortunio che costa una doppia frattura al centravanti Fontaine nel corso del match del 20 marzo 1960 contro il Sochaux, ed anche se ciò non impedisce ai biancorossi di mettere in bacheca il loro quinto titolo nazionale, determina di fatto la fine della carriera, a soli 27 anni, del fortissimo attaccante, che anche in detta stagione era andato a segno 28 volte in altrettanti incontri, peraltro sufficienti a fargli vincere per la seconda volta la Classifica dei Cannonieri, nonché ben coadiuvato dai propri compagni di reparto, visto che Piantoni realizza 18 reti e Vincent e Kopa 14 a testa.

Privo del suo attaccante principe, lo Stade de Reims non va oltre il secondo turno della Coppa dei Campioni ’61, eliminato dagli inglesi del Burnley, per poi vivere il proprio “canto del cigno” nel 1962 con la conquista del sesto ed ultimo titolo di Campione di Francia della propria storia, stagione in cui si mette in luce il marocchino Hassan Akesbi, autore di 23 reti che gli valgono il titolo di Capocannoniere, Trofeo che, l’anno prima, era stato di pertinenza di Piantoni con 28 reti.

Ma, oramai, la carta d’identità inizia a pretendere il conto, ed i 30 anni suonati di Kopa, Vincent e Piantoni fanno sì che, dopo un ultimo significativo Torneo nel ’63, concluso al secondo posto a tre punti dai Campioni del Monaco – nel mentre l’avventura in Coppa dei Campioni termina ai Quarti di Finale, eliminato dal Feyenoord – la bella favola dello Stade de Reims abbia fine in concomitanza con l’addio del tecnico Batteux e l’umiliante retrocessione al termine della stagione ’64.

E’ comunque indubbio, che niente potrà mai cancellare il “Decennio d’Oro” della forse più forte squadra transalpina di ogni epoca a livello di Club, sicuramente quella che, grazie al suo gioco spumeggiante, tutto votato all’attacco, non ha che fatto degna pubblicità alla propria città, non a caso denominata “Patria dello champagne” …!!

 

ROGER MILLA, L’AMBASCIATORE SENZA ETA’ DEL CALCIO AFRICANO

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Roger Milla ad Italia ’90 – da:starsandstripesfc.com

Articolo di Giovanni Manenti

Presenza della Nazionale egiziana ai Mondiali di Italia ’34 a parte – e che comunque si comportò in modo più che onorevole, uscendo al primo turno sconfitta 2-4 dall’Ungheria dopo aver chiuso il primo tempo sul 2-2 – occorre rifarsi all’edizione di Messico ’70 per ritrovare un Paese africano alle Fasi finali della rassegna iridata, Continente che poi, grazie sia all’allargamento delle partecipanti che alla politica di Blatter tesa all’accaparramento di voti per la propria conferma a Presidente della FIFA, ha visto il proprio contingente aumentare progressivamente sino alle cinque squadre attualmente iscritte.

E se nel 1970 il Marocco, grazie al pareggio per 1-1 con la Bulgaria, conquista il primo punto nella Storia della Coppa Rimet per l’Africa, quattro anni dopo lo Zaire dimostra come sia ancora elevato il “gap” rispetto al calcio più evoluto degli altri Continenti, con tre desolanti sconfitte, con zero reti all’attivo, prima che, nell’edizione di Argentina ’78, tocchi alla Tunisia fare un’ottima figura, superando per 3-1 il Messico ed imponendo il pari a reti bianche nientemeno che ai Campioni del Mondo in carica tedeschi, uscendo a testa alta al termine del girone eliminatorio solo per una sconfitta di misura (0-1) contro la Polonia.

Tale buona prestazione, unitamente all’allargamento da 16 a 24 squadre delle finaliste, determina che, a partire dall’edizione di Spagna ’82, siano due le compagini africane a potersi qualificare per le Fasi finali del Mondiale, con Algeria e Camerun a fare la loro ottima figura, con i secondi ad essere eliminati da imbattuti ed i primi a sfiorare la clamorosa impresa di accedere al secondo turno dopo aver sorprendentemente sconfitto per 2-1 la Germania, evento che, viceversa, si registra quattro anni dopo in Messico allorché, con l’instaurazione degli Ottavi di Finale, il Marocco si aggiudica addirittura il proprio Girone che comprende squadre del calibro di Inghilterra, Polonia e Portogallo, per poi essere eliminato dalla Germania in virtù di una rete di Matthaus a 2’ dal termine.

Ecco che i tempi sono maturi affinché una formazione del Continente Nero possa aspirare ad un posto nell’elite del Calcio mondiale, raggiungendo almeno i Quarti di Finale che significa stare tra le prime 8 squadre del Pianeta, evento che, puntualmente, si verifica per la prima volta ad Italia ’90 grazie al Camerun ed al suo indiscusso leader, nonché protagonista della nostra storia odierna, vale a dire il centravanti Roger Milla.

Gli esordi e l’affermazione in patriaRoger Milla, il cui vero nome all’anagrafe è Albert Roger Mooh Miller, nasce il 20 maggio 1952 ad Yaoundé, Capitale del Camerun, e, dopo aver debuttato appena 17enne nelle file dell’Eclair Douala, si trasferisce ai più celebri Léopards della medesima città, con la cui maglia inizia a farsi valere quale prolifico attaccante, contribuendo – con 25 e 20 reti rispettivamente – alla conquista, nel 1972 e ’73, degli unici due titoli nazionali di tale Club, dal quale approda nell’estate ’75 al Tonnerre Yaoundé con un “biglietto da visita” di 89 reti in 116 gare di Campionato.

Nei tre anni vissuti con la formazione della Capitale, Milla – oltre a confermare le proprie doti realizzative, mettendo a segno 69 reti in 87 incontri di Campionato – conquista un trofeo internazionale, sfuggitogli con i Léopards, eliminati in Semifinale della Coppa dei Campioni d’Africa ’73, aggiudicandosi la Coppa delle Coppe africana ’75 superando nella doppia Finale (1-0 e 4-1) la formazione ivoriana della Stella Club d’Adjamé, per poi sfiorare il bis l’anno seguente, dovendo stavolta soccombere all’atto conclusivo (1-4 e 1-0) di fronte ai nigeriani della Shooting Stars di Ibadan.

L’avventura francese ed i primi successi con la Nazionale – Per Milla, oramai 25enne e con oltre 160 reti all’attivo in patria – nonché insignito del “Pallone d’Oro africano” 1976 dopo essere giunto secondo l’anno precedente alle spalle del marocchino Ahmed Faras – giunge il momento di uscire dai confini nazionali per vivere l’esperienza all’estero e la destinazione non può che essere la Francia, ideale approdo per i calciatori africani vista la padronanza della lingua per i numerosi Paesi ex Colonie transalpine, il che ne favorisce il relativo inserimento.

Prima tappa al Valenciennes, che anche grazie alle sue 6 reti in 28 presenze evita di un soffio la retrocessione in Division 2 e consentono a Milla di accasarsi al Monaco dove peraltro, chiuso in attacco dal trio composto da Christian Dalger, Albert Emon e Delio Onnis, le sue presenze si limitano a sole 17 apparizioni in Campionato con appena 2 reti realizzate, pur fornendo il proprio contributo alla conquista della Coupe de France ‘80, superando 3-1 l’Orleans nella Finale in cui subentra al 55’ sul punteggio di 2-1 per i monegaschi.

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Milla al Monaco con la Coupe de France 1980 – da:pinterest.com

Un sodalizio che non può chiaramente durare, ed ecco che nell’estate seguente Milla approda alla formazione corsa del Bastia, trasferimento grazie al quale ha l’occasione di bissare il successo nella Coppa nazionale, di cui è assoluto protagonista con ben 8 reti messe a segno, ivi compresa la doppietta con cui, negli Ottavi di Finale, elimina proprio quel Monaco che non ha creduto nelle sue qualità, per poi, nel turno successivo, risultare decisivo nell’impresa con cui il Bastia ribalta lo 0-3 dell’andata a Martigues, dando il la alla rimonta con la rete d’apertura al 17’ ed il punto del 3-0 al 63’ nel 5-0 definitivo, e quindi porre il sigillo nella vittoria per 2-1 in Finale contro il Saint-Etienne.

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Roger Milla solleva la Coupe de France 1981 – da:poteaux-carres.com

Tale successo consente a Milla di mettere il suo marchio anche nelle Competizioni Europee a livello di Club, realizzando tre reti nella Coppa delle Coppe ’82, stagione che si rivela comunque fondamentale per l’apporto fornito alla sua Nazionale, risultando determinante – con una rete sia all’andata che al ritorno – nella sfida decisiva contro il Marocco del novembre ’81 che qualifica per la prima volta il Camerun alle Fasi Finali del Mondiale, in programma in Spagna, ed in cui il Camerun è inserito nel Gruppo 1, assieme ad Italia, Polonia e Perù.

Anno particolarmente curioso, il 1982, per il Camerun ed il suo centravanti, in quanto – essendo in programma, dal 5 al 19 marzo in Libia anche la Coppa d’Africa per Nazioni – in entrambe le occasioni la formazione dei “Leoni indomabili” viene eliminata nel Girone eliminatorio, da imbattuta e con gli stessi identici punteggi (due 0-0 ed un 1-1), e, cosa ancor più singolare, in entrambe le circostanze l’unica rete è realizzata dallo stesso giocatore, Gregoire M’Bida, altresì coetaneo di Milla.

Le due stagioni successive vedono Milla fondamentale nella salvezza del Bastia nel 1983 – quart’ultimo con 32 punti, uno solo in più del Tours, poi sconfitto nello spareggio con il Nimes – grazie alle 13 reti realizzate (suo massimo in carriera in Division 1 francese …) per poi conquistare il titolo di Campione d’Africa nell’edizione ’84 disputatasi in Costa d’Avorio, in cui va a segno nel 2-0 del Camerun contro i padroni di casa, grazie alla vittoria per 3-1 in Finale contro la Nigeria.

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Il Camerun festeggia il successo in Coppa d’Africa ’84 – da:arabic.sport360.com

Il declino, le delusioni e la rinascita, sia in Francia che con la Nazionale – La riconoscenza, purtroppo, non fa parte del mondo del Calcio, ed una stagione sotto tono al Bastia (la quarta con il Club corso …) è sufficiente per non vedersi confermato dalla Dirigenza a fine torneo ’84, adducendo a parziale giustificazione di tale decisione i continui viaggi in Camerun per rispondere alle chiamate della Nazionale, dichiarazione che fa infuriare il 32enne attaccante, il quale se ne esce con un “vengo giudicato solo dalle apparenze, la verità è che i grandi Club non credono nelle mie qualità …!!”, accettando l’offerta del prestigioso Saint-Etienne, nel frattempo scivolato in Division 2.

Le due stagioni con “les Verts” contribuiscono a ridare il sorriso a Milla, anche se le sue 22 reti nel 1985 non sono sufficienti a garantirne il ritorno nell’elite del calcio francese, traguardo viceversa raggiunto l’anno seguente, non sappiamo quanto sufficiente a lenire due grosse delusioni a livello di Nazionale, costituite dalla mancata qualificazione ai Mondiali di Messico ’86 (sconfitta 1-4 ed 1-1 dallo Zambia al secondo turno) e dalla beffa nella Coppa d’Africa ’86 disputata a marzo in Egitto, dove trascina letteralmente il Camerun sino alla Finale andando a segno in tutte e quattro le gare disputate – tra cui il fondamentale punto dell’1-1 all’89’ contro il Marocco e l’unica rete che decide la semifinale contro la Costa d’Avorio – prima dell’atto conclusivo contro i padroni d casa egiziani, che si conclude sullo 0-0 per poi vedere questi ultimi prevalere 5-4 ai calci di rigore.

Non confermato al Saint-Etienne promosso in Division 1, nell’estate ’86 a 34 anni, Milla accetta l’offerta del Montpellier prendendosi una ghiotta rivincita proprio su quel Bastia che lo aveva scaricato, contribuendo con le sue 18 reti alla Promozione in Division 1 – nel mentre il Club corso conclude non meglio che quinto ad 11 punti di distacco – per poi vivere con la Società occitana le sue due ultime stagioni ai vertici del calcio francese che vedono i blu-arancioni concludere in un’eccellente terza posizione nel 1988 da neopromossi ed al nono posto il Campionato successivo.

Nel frattempo, Milla era tornato sul trono d’Africa nell’edizione ’88 della Coppa per Nazioni, disputata a marzo in Marocco, in cui mette a segno le uniche due reti del Camerun nel Girone eliminatorio (1-0 all’Egitto ed 1-1 contro la Nigeria), per poi non saltare neppure un minuto delle successive sfide contro i padroni di casa in semifinale ed ancora la Nigeria in Finale, entrambe concluse sul risultato di 1-0 a favore dei “Leoni indomabili”, prestazioni che gli valgono il secondo posto a fine anno nella Classifica del “Pallone d’Oro africano”, alle spalle dello zambiano Kalusha Bwalya.

La straordinaria avventura di Italia ‘90 – Il secondo trionfo in Coppa d’Africa fa sì che Milla decida di lasciare la Nazionale, con tanto di partita d’addio disputatasi il 2 gennaio 1989 allo “Stade Omnisports” della Capitale Yaoundé davanti ad oltre 100mila spettatori, per poi, una volta giunto a scadenza di contratto con il Montpellier, scegliersi il suo “buen retiro” nell’isola di Reunion, nell’Oceano Indiano, dove veste la maglia del Club più titolato, vale a dire il JS Saint-Pierroise, con cui, manco a dirlo, vince il titolo nazionale nel 1990.

Tutto si sarebbe atteso, il buon Roger, tranne il fatto che il Presidente della Federazione camerunese convincesse il Selezionatore sovietico Valery Nepomnyashchy ad inserirlo nella lista dei 22 convocati per il Mondiale di Italia ’90, edizione alla quale il Camerun si era qualificato mettendo in mostra le doti realizzative di François Omam-Biyik, a propria volta tesserato per un Club francese, il Laval.

Relegato in panchina nel match d’esordio contro i Campioni del Mondo in carica dell’Argentina, Milla assiste alla prima impresa dei “Leoni Indomabili”, allorché è proprio lo stesso Omam-Biyik, a metà ripresa, a mettere a segno l’unica rete che decide l’incontro, per poi toccare a lui la ribalta allorché, nella seconda gara del Girone, contro una Romania che all’esordio aveva regolato 2-0 l’Unione Sovietica, mette a segno la doppietta che stende i balcanici.

Entrato in campo al 58’ sul punteggio ancora inchiodato sullo 0-0 di partenza, Milla mette a frutto tutta la sua esperienza, andando a contrastare un incerto Andone su di un rilancio dalla propria metà campo, così da avere la meglio nel conquistare la sfera e, senza porre tempo in mezzo, scagliarla di precisione alle spalle del portiere avversario per il punto dell’1-0 a meno di un quarto d’ora dal termine, rete festeggiata con una sua personale danza (la “Makossa”) davanti alla bandierina del calcio d’angolo, un’immagine che resta uno dei simboli dell’edizione italiana della rassegna iridata.

ITA: World Cup 1990 - Cameroon v Colombia
La celebre “Mokassa” di Roger Milla – da.sportmedia.mk

Anche perché non resta fine a se stessa, dato che a 4’ dal termine il 38enne attaccante concede il bis, grazie ad un inserimento in area sulla destra, con cui supera in velocità lo stranito Andone e scaraventa alle spalle di Lung una cannonata di destro assolutamente imparabile, rendendo vana la successiva rete della bandiera di Balint all’88’, il che consente al Camerun – si badi bene, sinora imbattuto in una Fase finale del Mondiale – di garantirsi l’accesso agli Ottavi con un turno di anticipo.

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La rete del raddoppio di Milla contro la Romania – da:gettyimages.it

Imbattibilità che la compagine africana perde all’ultima gara – un pesante 0-4 contro l’Unione Sovietica che però non modifica la situazione del Girone, con il Camerun primo davanti a Romania ed Argentina e sovietici eliminati – dovendosi ora spostare a Napoli per il match ad eliminazione diretta contro la Colombia di Francisco Maturana, in programma il 23 giugno ’90.

Data che resterà “storica” per la Nazionale del Camerun, con il tecnico Nepomnyashchy a giocarsi anche stavolta la “carta Milla” ad inizio ripresa, facendolo entrare al 54’ al posto di Mfede, ma la gara necessita dei prolungamenti non avendo alcuna delle due formazioni sbloccato il risultato di partenza, così come al termine del primo tempo supplementare.

Ma è all’inizio del secondo che Milla “entra nella leggenda, conquistando palla sul lato sinistro dell’area di rigore avversaria, per poi superare con una agilità e naturalezza imbarazzante un difensore sudamericano prima di freddare con un sinistro chirurgico l’estroso portiere colombiano René Higuita e quindi avviarsi alla bandierina per la sua oramai divenuta classica danza.

Higuita che paga a caro prezzo la sua esuberanza, allorché, appena 2’ dopo, raccolta una palla vagante nella sua trequarti di campo, la scambia con il compagno Perea per poi avventurarsi in un dribbling proprio ai danni di Milla, il quale non aspetta altro per soffiargli la sfera e depositarla nella porta oramai sguarnita, con i 50mila presenti allo Stadio San Paolo a dedicargli un’autentica ovazione nel mentre svolge il consueto rituale presso la bandierina.

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Milla va a depositare la palla del 2-0 contro la Colombia – da:gettyimages.fr

Prima squadra africana a qualificarsi ai Quarti di finale di un Mondiale, nonché miglior piazzamento della propria storia nella rassegna iridata, il Camerun sfiora la grande impresa ancora al San Paolo contro l’Inghilterra, ribaltando l’iniziale vantaggio di Platt e quindi sognare un clamoroso accesso alla semifinale, prima che il sogno venga infranto da una doppietta di Lineker, grazie a due calci di rigore dal medesimo trasformati, a 7’ dal termine ed all’ultimo minuto del primo tempo supplementare per il 3-2 definitivo che conclude la straordinaria esperienza italiana di Milla, il quale conclude al terzo posto con 4 reti nella Classifica Cannonieri della Manifestazione e raccoglie un plebiscito a fine anno, quando viene per la seconda volta insignito (a 14 anni di distanza …!!) del “Pallone d’Oro africano con ben 209 voti rispetto ai 64 dell’algerino El-Ouazzani.

Un finale di carriera da record – non ci vuole certo molto ad immaginare come in patria Milla sia oramai considerato un idolo, circostanza che lo invoglia a prolungare la carriera tornando per quattro anni a vestire la maglia del Tonnerre Yaoundé, lasciato 12 anni prima per emigrare in Francia, senza perdere il “vizio del goal”, tanto che in quattro anni ne realizza ben 89 in 117 gare di Campionato, così da convincere il tecnico francese Henri Michel ad inserirlo, a dispetto degli oramai 42 anni, tra i 22 selezionati anche per i Mondiali di Usa ’94, sua terza partecipazione.

Un’edizione da incubo, quella americana per i “Leoni Indomabili” che non fanno certo onore al proprio soprannome, i quali, dopo aver sfiorato la vittoria all’esordio (2-2 contro la Svezia) ed aver subito una netta sconfitta per 0-3 contro i futuri Campioni del Brasile, crollano di fronte alla Russia, venendo sconfitti con un umiliante 1-6 in un match che passa alla storia per due ordini di motivi, vale a dire la “cinquina” dell’attaccante Oleg Salenko – unico ad aver realizzato tale exploit in una Fase finale di un Mondiale – e l’età di Milla, che a 42 anni e 38 giorni, è tuttora il giocatore più anziano ad essere andato a segno in tale Manifestazione, nel mentre il record di anzianità per essere sceso in campo gli è stato soffiato ai recenti Mondiali brasiliani dal portiere colombiano Faryd Mondragon, allorché il 24 giugno ’14 viene mandato a sostituire il titolare Ospina a 5’ dal termine della sfida contro il Giappone, all’età di 43 anni e 3 giorni.

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Roger Milla ed Oleg salenko dopo Russia-Camerun ad Usa ’94 – da:eurosport.fr

Il 4 dicembre ’94, Milla veste per l’ultima volta i colori della sua Nazionale, disputando tutti i 90’ di un match amichevole a Johannesburg contro il Sudafrica, potendo vantare un totale di 77 presenze, con 43 reti all’attivo, secondo nella “Graduatoria All-Time” dietro a Samuel Eto’o, autore di 56 centri, ma con una media (0,56 a 0,47) superiore rispetto all’attaccante di Barcellona ed Inter, mentre a livello di Club, attacca le scarpette al chiodo dopo un paio di stagioni in Indonesia, accasandosi al Pelita Jaya di Giakarta ed al Putra Samarinda, concludendo una impareggiabile carriera quanto a gare di Campionato, con qualcosa come 413 reti nelle 747 occasioni in cui è sceso in campo.

Nessun stupore, pertanto, se l’ex tennista francese Yannick Noah, poi divenuto cantante, dedica a Milla ed ai “Leoni Indomabili” il brano “Saga Africa” (1991), così come del fatto che il rapper francese di origine senegalese MHD (abbreviazione di Mohamed Sylla) componga un singolo intitolato “Roger Milla”, nel cui videoclip si vede l’attaccante camerunese ballare la celebre Makossa, un titolo poi replicato anche dal cantante congolese Pépé Kalle, a palese dimostrazione di come le imprese di Roger abbiano esulato dal confine del proprio Paese per abbracciare l’intero Continente Africano.

E non può esservi altresì alcun dubbio sul fatto che Roger Milla abbia ricoperto a pieno diritto il più autentico ruolo di “Ambasciatore del calcio africano” in ogni angolo del Pianeta …

MONDIALI 1958, LA PRIMA VOLTA DELL’URSS PER UN’ALTRA DELUSIONE INGLESE

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Una fase di Urss-Inghilterra -da football-please.com

articolo a cura di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Ai Mondiali in Svezia del 1958 Urss ed Inghilterra hanno chiuso il girone D appaiate a quota 3 punti, alle spalle del Brasile. I sovietici solo alla loro prima esperienza iridata, ed esordiscono l’8 giugno a Goteborg proprio contro i britannici, in cerca dell’affermazione dopo aver conosciuto l’onta della clamorosa eliminazione contro gli Stati Uniti in Brasile nel 1950 e ai quarti contro l’Uruguay quattro anni dopo in Svizzera. Il match finisce 2-2 grazie alle reti di Simonyan e Aleksandr Ivanov rimontate da Kevan ed un rigore di Finney all’85, rendendo così necessario uno spareggio per decidere chi tra la squadra di Lev Jascin e quella di Billy Wright debba così affrontare la Svezia padrona di casa nei quarti di finale. Si gioca nuovamente allo Stadio Ullevi di Goteborg, al cospetto di oltre 23.000 spettatori, e ad imporsi, infine, è proprio l’Urss, per 1-0 al termine di una partita non bella, dai ritmi bassi, in cui gli inglesi creano più gioco ma non trovano mai il varco giusto per capitalizzare la loro superiorità. A decidere è così un gol di Ilyin al 23′ del secondo tempo che promuove i suoi e boccia per l’ennesima volta i sogni di grandezza dell’undici di Winterbottom.

Urss: Jascin, Kesarev, Kuznetsov, Voinov, Krijevski, Tsarev, Aputkin, V. Ivanov, Simonian, Falin, Iljin. All: Kacalin.
Inghilterra: Mc Donald, Howe, Banks, Clayton, Wright, Slater, Brabrook, Broadbent, Kevan, Haynes. All: Winterbottom.
Arbitro: Dusch (Germania)

Primo tempo
2′ tiro di Aputkin dal lato destro dell’area, palla a lato.
4′ cross da destra di Ivanov sul secondo palo, Simonian calcia fuori da buona posizione.
8′ l’Urss gioca meglio e fa girare bene il pallone: conclusione di Simonian da fuori area, alta.
10′ ancora sovietici pericolosi sull’asse Simonian-Aputkin: pallonetto del primo per il secondo che è solo davanti a Mc Donald sul versante destro dell’area piccola, tiro, respinge il portiere inglese.
15′ si fa vedere l’Inghilterra: punizione di Court da sinistra, Jascin respinge.
21′ Aputkin serve Voinov, tiro fuori dal limite.
27′ Tsarev pesca Ilijn, che fa saltare il portiere inglese Mc Donald, Simonian però a porta vuota non riesce a capitalizzare l’assist del compagno, fermato dalla difesa inglese.
36′ prima conclusione pericolosa degli inglesi con Broadbent, Jascin neutralizza in due tempi.
38′ Brabrook da due passi manca la deviazione vincente, Jascin si ritrova comodamente il pallone tra le mani.
44′ l’Inghilterra sembra avere ora preso in mano le redini del match: lancio di Slater per Broadbent, che fallisce il tapin nell’area piccola per un soffio.

Secondo tempo
1′ tiro di Brabrook da fuori, devia Jascin.
3′ l’Inghilterra prosegue nel suo forcing. Errore di Kuznetsov, ne approfitta Brabrook che scaglia un preciso fendente dal limite: palo pieno.
6′ ancora un palo per Brabrook: lanciato in velocità da Kevan, l’attaccante inglese tutto solo davanti a Jascin colpisce il montante in diagonale.
14′ l’Inghilterra vive sugli spunti di Brabrook, che si invola sulla fascia destra, scarta un avversario, entra in area, vince un rimpallo e realizza di sinistro. Il gol viene però annullato, forse per un fallo di mano del giocatore inglese al momento dell’ultimo controllo.
22′ GOL URSS: L’Inghilterra esaurisce la spinta e l’Urss alla prima palla utile colpisce. Rinvio sbagliato di Mc Donald, Ilijn recupera il pallone, allarga a Voronin, da questi a Voinvo, assist in area ancora per Ilijn che resiste alla carica di un difensore inglese e segna.
24′ chance per Kevan che supera Kesarev e tenta un diagonale dal versante sinistro: Jascin para.
26′ Iljin crossa da sinistra, contro-cross da destra, Ivanov non ci arriva per un soffio.
37′ punizione per l’Inghilterra, si accende una mischia nell’area sovietica, la palla sfila fuori.
29′ calcio piazzato liftato di Ivanov, buona risposta di Mc Donald.
43′ Voinov va vicino al 2-0 con un tracciante da fuori.

I MIGLIORI
Voinov (Urss): presenza costante in diverse azioni, motore del centrocampo russo con Ivanov, serve l’assist decisivo a Ilyin che non ha difficoltà a segnare.
Brabrook (Inghilterra): commette un paio di errori clamorosi a tu per tu con Jascin, d’accordo, ma è l’anima degli inglesi, l’unico che crea superiorità numerica. Una volta che lui esaurisce le batterie, il gioco inglese si addormenta.

MILAN-BARCELLONA 1994 E LO SCACCO MATTO DI CAPELLO A CRUIJFF

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articolo di Giovanni Manenti

Allorché a fine Campionato 1991 il tecnico rossonero Arrigo Sacchi si presenta nella sede di via Turati per imporre il celebre aut aut “via lui o via io …!!”, riferendosi nientemeno che a Marco van Basten, con il risultato di ottenere il più cordiale dei “prego, si accomodi …”, una qual certa perplessità suscita nell’ambiente calcistico nostra la decisione della Dirigenza del Milan di affidare la panchina a Fabio Capello.

Già tecnico della Primavera – con cui aveva vinto la Coppa Italia di categoria nel 1985 per poi essere chiamato a rilevare Nils Liedholm alla guida della prima squadra nelle ultime sei giornate della successiva stagione, conclusa con il successo sulla Sampdoria nello spareggio per un posto in Coppa Uefa – Capello si era difatti ritagliato, negli anni successivi, un ruolo dirigenziale nell’ambito della Polisportiva Mediolanum ideata dal Presidente Berlusconi, e questo suo improvviso ritorno sulla scena calcistica in qualità di allenatore aveva colto di sorpresa gli addetti ai lavori.

Mai scelta, peraltro, si rivela più azzeccata, visto che al tecnico giuliano viene consegnata una “corrazzata” a cui serve solo essere lasciata quella libertà che la visione maniacale ed ossessiva del “Vate di Fusignano” aveva imprigionato nella rigidità dei suoi schemi, ancorché avessero arricchito la sala trofei rossoneri di ben sei Coppe Internazionali nell’arco di due sole stagioni.

Con il vantaggio di non dover competere in Europa a causa della squalifica per i noti “fatti di Marsiglia”, Capello impiega ben poco a trasformare il Milan nella “Squadra degli invincibili”, concludendo imbattuto il suo primo torneo da Tecnico e con il “vituperato” van Basten a disputare forse la sua migliore stagione in rossonero, coronata con il titolo di Capocannoniere a quota 25 reti.

Lasciata la Juventus – riaffidatasi a Giovanni Trapattoni – ad 8 lunghezze (56 a 48, si era ancora nell’epoca dei due punti a vittoria) di distanza, in casa rossonera si studia il modo di tornare sul tetto d’Europa rinforzando, forse anche in maniera eccessiva, una rosa già altamente competitiva.

Lasciato intatto l’unico reparto che si muove come un orologio, vale a dire la difesa, vengono rinforzati sia il centrocampo con l’innesto di Eranio dal Genoa, il rientro del croato Boban dal prestito al Bari, l’acquisto di De Napoli dalla formazione partenopea e l’ingaggio che molto fa discutere del giovane talento granata Gianluigi Lentini dal Torino, mentre in attacco vengono affiancati alla coppia van Basten-Massaro il fantasista montenegrino Dejan Savicevic, proveniente dalla Stella Rossa Belgrado, ed il centravanti dell’Olympique Marsiglia Jean-Pierre Papin, da cinque stagioni consecutive leader della Classifica dei Marcatori del Campionato francese.

Un insulto alla miseria”, verrebbe correttamente da dire, anche per il “parco stranieri” che viene elevato a sei (gli altri tre, per quanto ovvio, formano il “trio tulipano” costituito da Rijkaard, Gullit e van Basten) quando al massimo ne possono essere schierati non più di tre, sia in Campionato che in Coppa dei Campioni, che proprio dall’edizione 1992-’93 assume l’odierna denominazione di Champions League.

Non è facile ruotare una rosa di così elevata qualità, ma Capello dimostra le sue elevate qualità di sapiente gestore di uomini ed il Milan non sembra assolutamente risentirne, anzi tutt’altro, visto che sino a dicembre la macchina rossonera assume più le sembianze di un Caterpillar che schiaccia e travolge tutto ciò che gli si presenta di fronte, sia sul fronte nazionale che estero.

Con un van Basten che prosegue sull’onda delle magie della stagione precedente (con già 12 reti messe a segno nelle prime 9 giornate di Campionato ed altre 6 in Champions …) i rossoneri danno spettacolo su ogni campo – rocambolesco 5-4 a Pescara dopo essere stati sotto 2-4, con tripletta vincente dell’olandese, 7-3 a Firenze contro i viola, 5-3 a San Siro sulla Lazio e 5-1 al San Paolo sul Napoli con poker del “cigno di Utrecht” – ecco che, all’improvviso, una tegola pesante quanto un macigno si abbatte sul Milan.

Dopo aver, difatti, deliziato la platea di San Siro mettendo a segno tutte e quattro le reti che consentono al Milan di superare l’ostacolo Goteborg nella gara d’esordio della Fase a gironi di Champions League ed a lui, personalmente, di vedersi assegnare il terzo “Ballon d’Or” della sua strepitosa carriera, Marco van Basten si arrende al dolore lancinante che gli provoca la sua caviglia, non rientrando in campo dopo l’intervallo di Milan-Ancona, disputata il 13 dicembre ’92 allo Stadio “Giuseppe Meazza”.CALCIO

Con il suo cannoniere principe fuori dai giochi, Capello corre ai ripari modificando l’assetto tattico e proponendo un Milan più coperto e prudente, così che dalla squadra tritasassi che si proponeva per segnare una rete in più degli avversari, si passa ad una formazione accorta che pensa a subire una rete in meno degli avversari, atteggiamento che paga, specie in campo europeo.

Dopo la vittoria per 2-1 sul campo del PSV Eindhoven nella settimana che precede il forfait dell’olandese, difatti, il Milan regola il Porto con due 1-0, stesso risultato con cui espugna Goteborg, per poi toccare all’attaccante di scorta Marco Simone trovare la sua serata di gloria con la doppietta rifilata al PSV Eindhoven al ritorno, per un Milan che approda trionfalmente alla Finale di Monaco di Baviera avendo infilato 10 vittorie su altrettante gare disputate e con una sola rete al passivo, avversaria proprio l’Olympique Marsiglia da cui era stato acquistato quel Papin che si rivela acquisto quanto mai utile vista la forzata assenza dell’olandese.

Questo maggior dispendio di energie viene in parte pagato in Campionato, dove, dopo aver chiuso l’andata ancora imbattuto a quota 31 punti (ed 8 di vantaggio sui cugini dell’Inter …), il Milan vede posta fine alla sua striscia di imbattibilità durata ben 58 partite, con la sconfitta per 0-1 (rete di Asprilla al 58’) contro il Parma a San Siro, respingendo il tentativo di rimonta dei nerazzurri con il pari in rimonta nel derby del 10 aprile ’93 (rete di Gullit a 7’ dal termine) e quindi confermare il titolo con 4 punti di vantaggio (50 a 46) sull’Inter affidata ad Osvaldo Bagnoli.

Scudetto che giunge matematicamente alla penultima giornata, dopo che al mercoledì il Milan era sceso in campo all’Olympiastadion di Monaco di Baviera, in una serata in cui Capello deve fare una delle scelte più difficili della sua carriera.

Il 25 aprile, infatti, nel match esterno di Udine, era riapparso in squadra, subentrando al 52’ a Savicevic, Marco van Basten reduce dall’intervento chirurgico alla caviglia, per poi, la giornata successiva, segnare ad Ancona una delle tre reti del successo del Milan per 3-1, nonché l’ultima delle 125 complessive realizzate nelle sue sei stagioni in maglia rossonera.

Tenuto successivamente a riposo in vista della Finale di Coppa, ma con ancora dubbi sulle sue reali condizioni di forma, alla vigilia Capello è indeciso se rischiarlo o meno, avendo l’alternativa Papin a disposizione, ma non se la sente di rinunciare al talento dell’olandese, portandosi comunque l’attaccante francese in panchina per ogni evenienza, scelta che comporta – per il limite dei tre stranieri – l’esclusione di Gullit, confinato in tribuna.

Un cammino strepitoso ed ineguagliato prima di una Finale europea (10 partite ed altrettante vittorie, 23 reti realizzate e solo una subita …!!) si infrange sul colpo di testa di Boli al 43’ del primo tempo che consegna la Coppa ai francesi e segna la fine dell’era olandese al Milan, con Rijkaard a tornare all’Ajax e Gullit ad accasarsi alla Sampdoria.

Da buon pragmatico, il tecnico bisiaco sa di non poter essere in grado di riproporre il gioco spumeggiante di “ante infortunio van Basten” e va quindi sul sicuro, vale a dire la piena affidabilità che gli fornisce il reparto difensivo, imperniato sui “Quattro Moschettieri” Tassotti, Costacurta, Baresi e Maldini, cui è stato affiancato come rinforzo il promettente 20enne Christian Panucci, prelevato dal Genoa, grazie al quale il portiere Sebastiano Rossi conquista il record di imbattibilità di 929’, restato ineguagliato per 22 stagioni prima che a superarlo giungesse nel 2016 Gigi Buffon portandolo a 974 minuti.

Sul fronte stranieri, per rimpiazzare Rijkard Capello chiede ed ottiene l’acquisto del francese Marcel Desailly, meno tecnico dell’olandese, ma più potente, da utilizzare quale frangiflutti davanti alla difesa, mentre in attacco escogita una formula del tutto nuova per la filosofia di calcio rossonera, vale a dire l’invenzione di Boban nel ruolo di centravanti arretrato (o “falso nueve” come piace chiamarlo al giorno d’oggi, secondo l’accezione spagnola …), con Donadoni e Savicevic ad inventare sulle fasce e Massaro unico terminale offensivo.

In Campionato, pertanto, fioccano gli “1-0, goal di Massaro”, che diventano l’etichetta della stagione del Milan, il quale perde un record impressionante di imbattibilità esterna durato due Campionati consecutivi e 38 gare complessive, venendo sconfitto per 2-3 a fine ottobre ’93 dalla Sampdoria a Marassi dopo aver chiuso il primo tempo in vantaggio per 2-0 e subito nella ripresa la “vendetta” dell’ex Gullit, autore della rete del definitivo sorpasso, ma il terzo Scudetto consecutivo non è mai in discussione, certificato dal successo per 2-1 nel derby di ritorno alla 28.ma giornata, deciso dal solito Massaro all’89’, per effetto del quale i rossoneri possono vantare un vantaggio di 9 punti (46 a 37) sulla coppia formata da Juventus e Sampdoria e dedicarsi quindi all’obiettivo principale, vale a dire riscattare la beffa subita in Champions League l’anno prima.

Con una formula leggermente variata, che prevede una “mini semifinale”, in quanto le vincenti dei Gironi della seconda Fase sono chiamate a disputare una gara di sola andata sul proprio campo contro la seconda dell’altro Gruppo – trovata talmente astrusa che difatti nasce e muore con tale edizione – e l’assenza dei Campioni in carica del Marsiglia, travolti dallo scandalo di partite comprate che porta sul banco degli accusati il discusso Presidente Bernard Tapie, il Milan si qualifica per la Fase a Gironi dopo aver eliminato gli svizzeri dell’Aarau (1-0 esterno, rete di Papin e 0-0 a San Siro) ed i danesi del Copenaghen, con un comodo 6-0 in Scandinavia, replicato dall’1-0 al Meazza, così da presentarsi con ancora la difesa imbattuta alla fase decisiva del torneo.

Inseriti nel Gruppo B assieme ai Campioni portoghesi del Porto, ai tedeschi del Werder Brema ed ai belgi dell’Anderlecht, i rossoneri fanno capire sin dalle prime uscite che per i propri tifosi ci sarà da soffrire vista l’anemia del proprio attacco, con l’unico guizzo costituito dal successo interno per 3-0 sul Porto, nel mentre si concludono con altrettanti 0-0 le sfide con l’Anderlecht ed è Savicevic a salvare il Milan nei due incontri contro la formazione tedesca, mettendo a segno al 68’ a San Siro la rete del definitivo 2-1, per poi siglare l’ancor più importante punto dell’1-1 al “Weserstadion” a soli 16’ dal termine, in una gara in cui si erge a baluardo estremo Sebastiano Rossi, le cui reti subite dal Werder saranno le uniche di tutta la manifestazione.

Trovatosi all’ultima giornata in testa alla Classifica con 7 punti ed una sola lunghezza di vantaggio sul Porto, ma con la prospettiva di recarsi nella città lusitana per evitare di essere scavalcato e quindi costretto a confrontarsi con il Barcellona in una per nulla agevole semifinale secca al Camp Nou, il Milan regge all’urto dei portoghesi ed il terzo 0-0 su sei gare disputate certifica il primo posto ed il diritto a disputare la semifinale a San Siro contro i francesi del Monaco, giunti alle spalle degli azulgrana nell’altro Girone.

Che Milan e Barcellona siano le favorite d’obbligo – non tanto per il fatto di giocare la gara in casa, ma per l’indiscussa superiorità tecnica e di esperienza rispetto alle avversarie – è pressoché scontato, e difatti, i due 3-0 con cui rossoneri ed catalani regolano rispettivamente Monaco e Porto parrebbe non lasciar dubbi in proposito, se non che la gara del Meazza lascia strascichi di non poco conto.

Accade difatti che, dopo che il Milan si era portato in vantaggio con un perentorio stacco di testa di Desailly su azione di calcio d’angolo dopo appena 14’, in due minuti verso la fine del primo tempo cali il gelo più assoluto sullo Stadio di San Siro, in quanto al 38’ l’arbitro tedesco Bernd Heynemann sanziona con il giallo un intervento di Capitan Baresi che, diffidato, si vede costretto a saltare la Finale di Atene, cui 2’ dopo si somma l’espulsione diretta comminata a Costacurta, il che, oltre a privare i rossoneri della loro coppia centrale difensiva in caso di approdo all’atto conclusivo, crea anche legittima preoccupazione per l’esito della gara in corso.

Nubi, queste ultime, fortunatamente spazzate via da un siluro di Albertini su punizione ad inizio ripresa che va ad infilarsi nell’angolo alto alla sinistra dell’estremo difensore francese Ettori, per poi calare il tris con un potente diagonale di Massaro al 65’, ma già negli spogliatoi Capello deve iniziare a pensare su come organizzare la difesa contro un’avversaria che si presenta con una coppia d’attacco mica da ridere, formata dal brasiliano Romario (colui che, l’anno prima, era stato l’unico a battere Rossi con la maglia del PSV Eindhoven prima della Finale di Monaco di baviera …) e dal bulgaro Stoichkov.

Barcellona che, oltretutto, si presenta ad Atene forte di ben quattro Liga spagnole consecutive vinte e con in panchina il suo ex giocatore Johan Cruijff che è riuscito, in qualità di tecnico, a portare la sua filosofia di calcio al Club catalano, consentendo agli azulgrana di conquistare la prima Coppa dei Campioni della loro Storia superando per 1-0 a Wembley la Sampdoria nel ’92.

E’ pertanto un Cruiff spavaldo, quello che si presenta alla conferenza stampa pre-partita, predicando la bontà del suo modo di intendere calcio – la stagione appena conclusa ha visto il Barcellona mettere a segno 91 reti (30 Romario, Capocannoniere, 16 Stoichkov ed 11 Koeman) – rispetto all’atteggiamento tattico ultra difensivo messo in atto da Capello, sicuro che il campo dimostrerà a chiare note quanto da lui asserito, dichiarazioni che, con ogni probabilità, trovano il conforto anche nella forzata assenza della coppia centrale difensiva rossonera, nonché della Nazionale azzurra in procinto di volare negli Stati Uniti per i Mondiali di Usa ’94.

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Per Capello, che ha altri problemi di formazione da risolvere più che stare ad ascoltare le “sentenze” di Cruijff, la soluzione è pressoché obbligata, poiché gli viene meno anche l’ipotesi di arretrare Desailly al centro della difesa, in quanto deve rinunciare pure ad Eranio, il quale ha subito la rottura del tendine d’Achille – infortunio che preclude al centrocampista la selezione per i Mondiali – ragion per cui deve affidarsi all’esperienza e forza di volontà di Filippo Galli (solo 8 presenze per lui in Campionato, di cui appena 5 da titolare), formando la coppia di terzini con Tassotti a destra e Panucci a sinistra e spostando Maldini nell’inusuale ruolo di difensore centrale.

Sul fronte opposto, Cruijff non ha di questi problemi, schierando davanti a Zubizarreta il quartetto difensivo formato da Ferrer, Nadal, Ronald Koeman (il “giustiziere” della Samp due anni prima …) e Sergi, cui unisce il quadrilatero di centrocampo con Guardiola, Amor, Bakero e Beguiristain ad alimentare le due “bocche da fuoco” Stoichkov e Romario.

Tocca all’arbitro inglese Philip Don dare il calcio d’inizio, la sera del 18 maggio ’94 allo Stadio “Spiros Luis” di Atene, ad una delle più entusiasmanti esibizione di una formazione italiana nella Storia delle Finali di Coppa dei Campioni/Champions League, con il Barcellona imbrigliato a centrocampo, dove giganteggiano Albertini, Boban e Desailly, affidando all’estro di Donadoni e Savicevic il compito di innescare il terminale offensivo Massaro.

E, con l’attacco azulgrana incapace di far male alla retroguardia rossonera, in cui Filippo Galli dà un’ulteriore dimostrazione di cosa potrebbe essere stata la sua carriera qualora non fosse stata condizionata dai ripetuti infortuni, tanto che Rossi, contrariamente alle previsioni della vigilia, trascorrerà una serata di ordinaria amministrazione, i rossoneri prendono fiducia man mano che trascorrono i minuti e lo svariare sulle due fasce di Donadoni e Savicevic disorienta la statica retroguardia catalana, così che non vi è da sorprendersi se, alla metà esatta della prima frazione di gioco, il montenegrino si beve con irrisoria facilità Nadal con un tocco a seguire di esterno sinistro, penetra in area sulla destra resistendo al contrasto di Guardiole che lo sbilancia e, da terra, colpisce il pallone per quello che non si sa se voler essere un tiro od un assist, fatto sta che la palla perviene sul palo opposto per il più comodo dei tocchi nella porta sguarnita da parte dell’immancabile Massaro, 1-0 e Cruijff con lo sguardo perso nel vuoto.

Manovra rossonera che trova la propria sublimazione in chiusura di primo tempo, coi giocatori di Capello che operano una fitta serie di passaggi senza far veder palla agli avversari, sino a che la stessa non perviene a Donadoni appostato sulla fascia sinistra, il quale lascia sul posto con una fina Ferrer, penetra in area e, dalla line a di fondo, serve un perfetto assist a rientrare per il sinistro di Massaro che non lascia scampo a Zubizarreta per il punto del 2-0 con cui le due squadre vanno al riposo, mentre le telecamere, impietose, immortalano l’espressione attonita di Cruijff e del suo vice Rexach che non sanno più a che Santo votarsi.

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Nell’intervallo, ci si interroga in tribuna su quali contromosse il tecnico olandese starà studiando per sovvertire l’esito della contesa, e quali che siano le stesse, i suoi giocatori non hanno certo il tempo di metterle in pratica, poiché al rientro in campo il Milan mette a segno un micidiale uno-due che manda il Barcellona al tappeto.

Accade, infatti, che non sono ancora trascorsi due giri di lancette dall’inizio del secondo tempo che il “Genio” Savicevic approfitta della confusione totale in cui versa Nadal (per completezza di cronaca, zio del fuoriclasse spagnolo Rafa Nadal, tennista di livello assoluto …), per soffiargli un pallone sulla linea del fallo laterale, per poi inventarsi letteralmente, appena da fuori area, spostato sulla destra, un diabolico pallonetto di sinistro, data l’assenza di compagni in area da servire, che va ad infilarsi nell’angolo alto alla destra di un Zubizarreta che scarica sulla palla terminata in rete, nonché sul compagno di reparto, tutta la sua rabbia ed impotenza.

Con un vantaggio di tre reti – e Capello, impassibile in panchina, mani in tasca e testa alta mentre tutti gli altri vicino a se festeggiano, a godersi nel suo intimo il sapore della rivincita – il resto della gara si rivela poco più che una passeggiata per i rossoneri, i quali calano il poker poco prima dell’ora di gioco allorché ancora Savicevic, lanciato da Albertini, si presenta davanti a Zubizarreta solo per vedere la sua conclusione respinta da palo, ma i catalani sono oramai talmente frastornati che non riescono a completare il disimpegno, così che consentono a Desailly di impadronirsi della sfera sulla tre quarti offensiva, chiedere l’uno-due ad Albertini che gli restituisce palla per poter anch’esso iscriversi nel tabellino dei marcatori con una conclusione ad effetto di interno destro sul quale l’estremo difensore azulgrana nulla può, 4-0 ed ultima mezz’ora da trascorrere in attesa solo del fischio finale del direttore di gara.

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Ed, al termine, tocca a Tassotti, in veste di Capitano per l’occasione data l’assenza di Franco Baresi, alzare al cielo la “Coppa dalle grandi Orecchie” che per la quinta volta vede il Milan iscritto nel relativo Albo d’Oro, mentre per Capello è altresì l’occasione di prendersi un’ulteriore rivincita su Cruijff a 21 anni di distanza da quando si erano già incontrati, in qualità di giocatori, in una Finale di Coppa dei Campioni, Ajax-Juventus ’73 a Belgrado ed allora ebbero la meglio per 1-0 gli olandesi.

 

OLYMPIQUE LIONE, OVVERO QUANDO LA PROGRAMMAZIONE DA’ I SUOI FRUTTI

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Uno dei tanti successi del Lione – da:dreamteamfc.com

Articolo di Giovanni Manenti

I recenti successi in serie della Juventus nel Campionato Italiano ci hanno dato lo spunto per andare a compiere un’escursione oltralpe al fine di “pescare” alcune situazioni analoghe quanto a sequenza, ma con particolarità totalmente diverse.

Esclusi i tornei in cui il titolo è patrimonio esclusivo di una od al massimo due squadre – Celtic e Rangers in Scozia, Benfica e Porto in Portogallo, per non parlare della Dinamo Kiev in Ucraina o del “famigerato” norvegese Rosenborg, cui il “Vate di Fusignano” Arrigo Sacchi ha avuto l’ardire di paragonare i bianconeri, suscitando l’ira dei relativi tifosi – o di compagini come il Bayern Monaco che, al pari della Juventus, vantano una tale superiorità tecnica, dirigenziale e finanziaria da far divenire la Bundesliga un campo di allenamento per le aspirazioni europee, ecco che proprio dal Paese a noi più vicino, vale a dire la Francia, emerge una realtà che ha molto fatto parlare di sé con l’avvento del nuovo secolo.

Istituito nel 1932, “Le Championnat” ha conosciuto la sua prima vera dinastia in un decennio tra metà anni ’60 ed il pari periodo dei ’70, in cui la formazione dominante sul territorio transalpino era “Le Verts” del Saint-Etienne, capaci di assicurarsi quattro titoli consecutivi dal 1967 al ’70 ed altri tre dal 1974 al ’76, nonché di ben figurare anche a livello internazionale, finalisti di Coppa dei Campioni ’76 contro il Bayern Monaco che li aveva eliminati in semifinale l’anno precedente.

Un altro tentativo di imporre una sorta di “dittatura” al torneo francese lo pone in atto l’Olympique Marsiglia del discusso Presidente Bernard Tapie, e che, a cavallo degli anni ’90, si aggiudica quattro Campionati consecutivi dal 1989 al ’92, per poi vedersi revocato per illecito sportivo un quinto nel ’93, proprio la stagione in cui il Marsiglia conquista, a spese del Milan, l’unica Coppa dei Campioni vinta da un Club francese, dopo essere stato sconfitto in Finale, due anni prima, dagli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado.

Il tracollo, finanziario e conseguentemente sportivo, di Tapie e del suo Marsiglia, genera un decennio di fine XX secolo all’insegna dell’equilibrio e dell’alternanza, prima che sulla sua scena appaia la compagine protagonista della nostra storia odierna.

L’Olympique Lione (o “Lyonnais”, secondo la corretta accezione francese …) come è attualmente conosciuto, vede la propria nascita nel 1950 a seguito di una scissione tra le due sezioni di Calcio e Rugby all’interno del Club “Lyon Olympique Universitaire” (LOU), che era stato fondato nel lontano 1896 e la cui componente calcistica risale a tre anni dopo, nel 1899.

Nel successivo trentennio, pur potendo contare su alcuni buoni giocatori, quali Serge Chiesa, Aimé Mignot, Ernest Schultz, Yves Chauveau ed Angel Rambert, nonché i due attaccanti principe nella Storia del Club, vale a dire Fleury Di Nallo (222 reti in 494 presenze tra il 1960 ed il ‘74) e Bernard Lacombe, andato a segno 149 volte nelle 230 occasioni in cui ha indossato la divisa dell’Olympique, il Lione non riesce a conquistare alcun titolo di Campione di Francia – miglior piazzamento due terzi posti nel 1974 e ’75 – entrando negli Albi d’Oro solo grazie ai tre successi in “Coupe de France” nel 1964, ’67 e ’73.

 

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Di Nallo e Lacombe (n.9) festeggiano la Coppa ’73 – da:thevintagefootballclub.blogspot.it

 

Ancor peggio, le cose vanno con l’inizio degli anni ’80, allorché il Club conosce l’onta della retrocessione nel 1983, giunto penultimo con appena 28 punti, un Purgatorio da cui risale solo sei anni più tardi, aggiudicandosi il Girone B della Seconda Divisione con 68 punti, appena due di vantaggio sul Nimes, per poi concludere il “decennio orribile” con un piazzamento all’ottavo posto al ritorno nell’elite del calcio transalpino, sotto la guida tecnica di quel Raymond Domenech che sfiderà l’Italia nella Finale dei Mondiali 2006 in Germania quale Commissario Tecnico dei transalpini.

Ma l’artefice principale della rinascita lionese è il Presidente Jean Michel Aulas, brillante imprenditore ed Amministratore Delegato di CEGID, Società operante nel settore dell’Informatica, il quale assume la guida del Club a metà giugno ’87 per mantenerla tutt’oggi ad oltre 30 anni di distanza, e, come spesso accade in tutte le dinastie di successo, la continuità societaria rappresenta le fondamenta su cui poter costruire i successi.

 

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Il Presidente Aulas all’epoca dell’acquisizione del Club – da:youtube.com

 

Successi per ottenere i quali Aulas non si fa scrupoli nel cambiare allenatori, alternando sulla panchina lionese, dopo la conclusione nel ’93 del rapporto con Domenech, dapprima Jean Tigana per un biennio, quindi per un breve periodo Guy Stéphan, per poi essere l’idolo dello “Stade de Gerland”, vale a dire Bernard Lacombe, ad assumerne le redini nell’ottobre ’96 e gettare le basi per il successivo ciclo vincente.

E, con l’ex centravanti della Nazionale francese alla guida, inizia la scalata al vertice dell’allora denominata “Division 1”, con il terzo posto conquistato nel ’99 con 63 punti, pur se a debita distanza dal Bordeaux, Campione a quota 72.

E’ la scarsa prolificità dell’attacco l’aspetto più carente, mentre la scelta di Gregory Coupet, prelevato nell’estate ’97 dal Saint-Etienne, si rivela quanto mai felice, dimostrandosi uno dei migliori portieri transalpini della sua generazione, ed ecco che, per la stagione successiva, il reparto offensivo viene potenziato attraverso l’acquisto dal Barcellona dell’attaccante brasiliano Sonny Anderson, con già un’esperienza nel torneo transalpino nelle file di Olympique Marsiglia e Monaco.

Il ritorno in Francia del 29enne sudamericano paga immediatamente i suoi frutti, con le 23 reti realizzate che gli valgono il titolo di Capocannoniere dell’ultimo torneo del XX Secolo, pur se il Lione non migliora la sua posizione di terzo in Classifica, lanciando peraltro in prima squadra, nella fase conclusiva della stagione, il 20enne Sidney Gouvou, destinato ad essere il partner perfetto di Anderson.

 

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Anderson in Champions League contro l’Olimpiakos – da:gettyimages.co.uk

 

Ma per l’ambizioso Aulas, che sin dal suo insediamento ai vertici societari sognava un Olympique protagonista oltre che in patria anche in Europa, questi piazzamenti non possono certo essere sufficienti, e per Lacombe è fatale la doppia eliminazione nei tornei continentali, dapprima dal modesto Maribor nel terzo turno preliminare di Champions League, per poi subire un’incredibile debacle nel ritorno dei 16esimi di finale della Europa League, allorché il Lione, vittorioso all’andata per 3-0, viene travolto 0-4 al ritorno in Germania dai tedeschi del Werder Brema.

Tocca quindi a Jacques Santini – uno dei protagonisti del ciclo vincente del Saint-Etienne negli anni ’70 – assumere la conduzione tecnica ed i miglioramenti sono tangibili, grazie anche all’inserimento tra i titolari del versatile brasiliano Edmilson, proveniente dal San Paolo ed utilizzabile sia come centrocampista che quale difensore centrale, con il Lione che giunge a ridosso del Nantes, staccato di quattro punti (68 a 64) nella corsa al titolo, ed Anderson a confermarsi altresì Miglior Marcatore con 22 reti all’attivo, ma conquistando anche il primo trofeo dell’era Aulas in virtù del successo per 2-1 sul Monaco nella Finale della Coppa di Lega, maturato nei supplementari con una rete del subentrato Patrick Muller al 118’.

 

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Edmilson e Anderson con la Coppa di Lega ’01 – da:lyonmag.com

 

La vecchia teoria che “le vittorie aiutano a vincere” trova pieno riscontro nella stagione successiva, ai cui nastri di partenza il Lione si presenta come una delle serie candidate al titolo, avendo altresì disputato una buona Champions League ’01 (eliminato nella seconda Fase a Gironi pur essendo terminato a pari punti con l’Arsenal), ma soprattutto con il completamento del “trio brasiliano” grazie all’inserimento a centrocampo di Juninho Pernambucano – così chiamato per distinguerlo dal quasi coetaneo Juninho Paulista, sulla base dello Stato di provenienza – il quale rappresenterà il fulcro dei successi dell’Olympique in questo inizio di nuovo millennio.

Con una formazione più equilibrata, in grado di mettere a segno 62 reti contro le sole 32 subite, ed una più omogenea ripartizione delle stesse, con anche Govou ad andare in doppia cifra a quota 10 rispetto alle 14 di Anderson, il Lione può finalmente festeggiare il primo titolo di “Champion de France” della sua Storia, a poco più di 50 anni dalla fondazione, precedendo di due lunghezze (66 punti a 64) il sorprendente Lens, e pazienza se il cammino in Europa non è stato dei più esaltanti.

Ma, con il “pallino” della ribalta internazionale sempre presente come un chiodo fisso, Aulas ritiene più adatto a tale compito un altro tecnico, e così Santini viene rilevato in panchina da Paul Le Guen, con un passato di valido calciatore nelle file del Paris Saint Germain, il quale assume la guida del Club nell’estate 2002, proprio nella stagione in cui la massima Divisione francese assume l’attuale denominazione di Ligue 1.

 

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L’arrivo di Paul Le Guen (a sin.) – da:numelyo.bm-lyon.fr 

 

Prendere la guida di una nuova formazione non è mai facile, specie per un tecnico alle prime armi come il 38enne Le Guen, con una sola esperienza alle spalle allo Stade Rennais, ed inevitabilmente paga dazio in Europa, riuscendo comunque a confermare, sia pure a fatica, il titolo nazionale, vinto con un solo punto di distacco (68 a 67) sul Monaco, pur avendone acquisito la matematica certezza ad una giornata dal termine grazie al pareggio per 1-1 sul campo del Montpellier, e nonostante aver subito una doppia sconfitta da parte del Club del Principato (1-3 in casa e 0-2 al “Louis II”).

Con il 2003 si conclude anche la permanenza di Anderson – che firma 12 reti, con Juninho a precederlo a quota 13 e Luyndula a seguirlo con 11 centri – ragion per cui si rende necessario intervenire sul mercato per trovare un degno sostituto e la scelta conferma la linea brasiliana introdotta dalla Società, ricadendo sull’attaccante del Bayern Monaco Giovane Elber, ancorché abbia oramai superato la trentina.

Tocca alla grande delusa della stagione precedente, vale a dire ii Monaco, fare da lepre nella parte ascendente del torneo 2004, concludendo l’andata in testa con 43 punti ed il Lione staccato di 5 lunghezze, per poi recuperare il distacco nel ritorno, così come il Paris Saint Germain, il cui risveglio è però tardivo, ed il successo sull’Olympique per 1-0 al “Parc des Princes” alla penultima giornata è solo una magra consolazione, poiché al termine dei 90’ a festeggiare sono proprio Juninho & Co., in virtù della contemporanea sconfitta dei monegaschi a Rennes per 1-4.

Il terzo titolo consecutivo in carniere si accompagna ad un discreto percorso in Europa, con il Lione ad aggiudicarsi il proprio Girone eliminatorio di Champions League, per poi eliminare gli spagnoli della Real Sociedad agli Ottavi e quindi cedere nei Quarti al Porto poi vincitore del trofeo, torneo che consente di fare esperienza ai giovani Mahamadou Diarra e Florent Malouda, nel mentre la campagna estiva vede la sostituzione di Edmilson, attratto dalle sirene del Barcellona, con il connazionale Cris proveniente dal Cruzeiro, così come un altro importante tassello in difesa è costituito dall’acquisto di Eric Abidal dal Lille, ed in attacco viene messo a segno un importante colpo con l’arrivo della punta Sylvain Wiltord, prelevato dall’Arsenal.

La sapiente strategia di Aulas di sostituire ogni stagione tre o quattro pedine nello scacchiere che ruota intorno al perno costituito da Juninho – il quale fornisce altresì un importante contributo in fase realizzativa grazie all’abilità con cui trasforma calci di punizione anche da ragguardevole distanza – consente alla formazione di non sentirsi mai totalmente appagata, come conferma l’esito del Campionato ’05, assolutamente dominato dall’alto dei 79 punti conquistati, con ben 12 lunghezze di vantaggio sul Lille, grazie soprattutto ad una difesa pressoché impenetrabile con le sue sole 22 reti subite, ben protetta da un centrocampo dove, assieme a Juninho e Diarra, si fa valere un 24enne Michael Essien, destinato a fine stagione a partire destinazione Chelsea di José Mourinho.

 

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La festa per la conquista del titolo 2005 – da:dreamteamfc.com

 

Archiviato il quarto titolo consecutivo, resta ancora il rammarico della “eterna incompiuta”, vale a dire la tanto agognata Champions League, stavolta ancor più amara in quanto, superata la Fase a Gironi e “vendicata” la beffa del ’99 contro i tedeschi del Werder Brema – umiliato con un 3-0 in terra tedesca ed addirittura per 7-2 allo “Stade de Gernad” – giunge l’eliminazione ancora ai Quarti, stavolta per mano del PSV Eindhoven, ma solo ai calci di rigore dopo due gare concluse sull’identico risultato di parità di 1-1.

Per Aulas, diviene a questo punto fondamentale affidarsi ad un tecnico che abbia la dovuta esperienza a livello internazionale, e la scelta cade su Gerard Houllier, che aveva condotto il Liverpool ai successi in Europa League e Super Coppa Uefa nel 2001, con la speranza di aver indovinato la persona giusta.

Con il nuovo tecnico in panchina, la sostituzione di Essien con Tiago Mendes a centrocampo e l’innesto di nuova linfa in attacco con l’acquisto, secondo tradizione oramai consolidata, del brasiliano Fred proveniente dal Cruzeiro, il Campionato si rivela sempre più una sorta di “diversivo” per l’Olympique, che mette in bacheca il suo quinto titolo nella stagione ’06 migliorandosi sino a totalizzare 84 punti, ben 15 di vantaggio sul Bordeaux, ma in Europa …

In Champions League, la “maledizione dei Quarti di Finale” colpisce ancora, complice anche un sorteggio non propriamente favorevole, visto che il Lione aveva dominato il proprio Girone (concluso imbattuto rifilando anche un netto 3-0 interno al Real Madrid) e riscattato l’eliminazione dell’anno prima per mano del PSV Eindhoven con un doppio successo (1-0 in terra olandese ed un sonoro 4-0 interno, parole e musica di Tiago, doppietta, Wiltord e Fred), vedendosi accoppiato ai vice Campioni d’Europa del Milan.

Sogno di accedere alle semifinali che il Lione culla per quasi un’ora in quanto, dopo lo 0-0 allo “Stade de Gerland”, la rete messa a segno da Diarra poco dopo la mezz’ora di gioco al ritorno a San Siro, che pareggia l’iniziale vantaggio rossonero di Inzaghi al 25’, sarebbe sufficiente per il passaggio del turno in virtù della valenza del goal segnato in trasferta, speranza che svanisce proprio in dirittura d’arrivo allorché dapprima ancora Inzaghi e quindi Shevchenko realizzano, all’88’ ed al 90’ rispettivamente, i punti del definitivo 3-1.

 

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Una formazione del Lione nella stagione ’07 – da:gettyimages.ca

 

Ma un personaggio di così larghe vedute come Aulas non può certo trascurare un importante serbatoio societario quale il Settore Giovanile, dal quale hanno già visto un primo approccio in prima squadra due talenti quali Hatem Ben Arfa e Karim Benzema, mentre sul fronte acquisti l’unico rinforzo di rilievo è costituito dal tesseramento del centrocampista Jeremy Toulalan, proveniente dal Nantes.

E, d’altronde, di quali rinforzi deve avere bisogno una squadra che inanella una serie di 9 vittorie consecutive già nel Girone di andata del torneo 2007 – con la sconfitta per 0-1 patita a Rennes ad impedire di eguagliare il record detenuto da Stade de Reims, Saint-Etienne e Bordeaux – chiuso alla quota record di 50 punti (frutto di 16 vittorie, due pareggi e la sola, ricordata, sconfitta …) per poi concludere in scioltezza a quota 81, con ben 17 lunghezze di vantaggio sul Marsiglia.

E’ solo l’Europa a dare dispiaceri al proprietario lionese, con ancora una squadra italiana, stavolta avente le sembianze della Roma, a fermarne in cammino agli Ottavi, imponendosi 2-0 in Francia dopo lo 0-0 dell’Olimpico, e per Aulas si fa avanti il convincimento che la superiorità in patria non sia sufficiente al confronto con le più importanti formazioni europee.

Meglio allora limitare i costi e dare fiducia alla coppia 20enne costituita dai già citati Ben Arfa e Benzema che, con l’avvento in panchina di Alain Perrin al posto di Houllier, trovano maggiore spazio, soprattutto il secondo, che mette in mostra tutta la sua classe cristallina che si traduce nelle 20 reti realizzate che gli valgono, oltre al primo posto nella Classifica Cannonieri, anche il riconoscimento di “Miglior Giocatore del Torneo”, mentre il Lione inanella il suo settimo titolo consecutivo, vinto con un minor margine (79 a 75 punti) rispetto al Bordeaux, ma impreziosito dall’accoppiata con la Coppa nazionale, impresa sinora mai riuscita negli anni precedenti.

 

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Juninho Pernambucano al Lione – da:agentianonimi.com

 

Con una formazione che vede nelle proprie file anche l’azzurro Fabio Grosso fresco di titolo mondiale con l’Italia a spese proprio della Francia, la Finale del 24 maggio 2008 allo “Stade de France” di Saint-Denis vede la squadra di Perrin superare per 1-0 – anche stavolta, come in occasione della Coppa di Lega del 2001 contro il Momaco, risolta ai supplementari da una rete di Govou – proprio quel Paris Saint Germain, tra l’altro allenato dall’ex Paul Le Guen, che, con l’avvento ai vertici del miliardario qatariota Nasser Al-Khelaifi, porrà di fatto fine al trionfale ciclo dell’Olympique Lyon, la cui conclusione altresì coincide, forse non a caso, con l’addio da parte di Juninho, il quale lascia Lione con un personale “score” di ben 100 reti realizzate nelle 344 gare disputate.

Olympique che, negli anni a seguire, ha confermato la propria politica di buona gestione del Club, non potendo certo competere con le spese folli della proprietà parigina, ritagliandosi i propri spazi con la conquista della sua quinta “Coupe de France” nel ’12 e numerosi buoni piazzamenti in Campionato – terzo nel 2009, ’11 e ’13, nonché secondo nel 2010, ’15 e ‘16 – potendo così vantare l’appellativo di “prima tra le normali” Società transalpine, ma con un vantaggio in più, vale a dire che l’impresa compiuta da Aulas ed i suoi collaboratori (dirigenti, tecnici e giocatori …) resterà per sempre nella Storia non solo del Club, ma altresì della Francia intera …