IL LAVAPIATTI E L’IMPRESARIO DI POMPE FUNEBRI CHE FECERO PIANGERE I MAESTRI INGLESI

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Il gol di Gaetjens – da calciomemory.com

articolo di Massimo Bencivenga

La storia di oggi è un omaggio ai Davide che sconfiggono i Golia, alle imprese dei piccoli contro i grandi. E’ un omaggio al ritorno in serie A della Spal. Ed è pensando ai ferraresi che m’è venuto in mente di raccontare quel che accadde al Mondiale del 1950, il Mondiale del Maracanazo.

Il Mondiale del 1950 fu il primo del dopoguerra, e come ben sapete si giocò in Brasile. La Germania Ovest non fu ammessa a partecipare per essere stata responsabile della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia, fresca della tragedia di Superga, fu invitata, anche perché portava la Coppa in qualità di squadra detentrice. E per la prima volta decisero di cimentarsi nella tenzone iridata anche i maestri inglesi.

La sorte li volle pescati nel girone insieme agli Usa. Gli inglesi erano una buona squadra, imperniata su Wright e Ramsey dietro e a centrocampo, con gente come Finney e Mortensen (sì, proprio quello che ha il copyright sul “gol alla Mortensen”) in avanti. E poi avevano lui: Stanley Matthews. C’era un Matthews nella sfida Inghilterra-Italia 3-2 del 1934, quando Meazza segnò una doppietta; e c’era un Matthews in Italia-Inghilterra 0-4 del 1949. Ed era lo stesso Matthews. Lo stesso Matthews che nel 1956, a 41 anni, vinse il primo Pallone d’Oro, un riconoscimento più alla carriera che effettivo per un’ala destra che ha attraversato i decenni con la solita finta. Quella alla quale abboccavano tutti.

La prima partita, gli inglesi la vinsero per 2-0 sul Cile. La seconda, con gli Usa, che nel frattempo ne presero tre dalla Spagna, sembrava una formalità. Gli statunitensi si comportavano come un’allegra brigata in libera uscita. Il capitano era McIlvenny, in difesa c’era uno rude che si chiamava Charlie Colombo, in porta Frank Borghi, impresario di pompe funebri e in avanti Joe Gaetjens. Figlio di un tedesco e una haitiana, Gaetjens emigrò dai Caraibi negli States per studiare, ma finì a fare il lavapiatti perché non fu ammesso a scuola. Lavorava e giocava a calcio. Centravanti. Bravo di testa. Gli statunitensi non avevano neanche una divisa, giocavano con una maglia che somigliava a quella del River Plate, forse perché l’eco della Maquina era giunta anche in Nordamerica.

Matthews si tirò fuori dalla contesa, dicendo, sdegnato, che non si sarebbe mai abbassato a giocare con sudditi o ex sudditi. L’arbitro della partita fu un italiano, che si prese un doppio taccuino, convinto che la partita sarebbe finita in goleada per i figlia d’Albione.

Il giorno dopo, il Daily Express uscì con: Inghilterra 10 – Stati Uniti 1. Si trattò di un Epic Fail di dimensioni siderali. Perché gli Usa vinsero per 1-0. Con gol di testa, alquanto strambo in realtà, proprio del lavapiatti Gaetjens nel primo tempo. Nella ripresa, i maestri inglesi provarono a pareggiare, ma non vi riuscirono, anche grazie agli interventi del becchino Borghi.

Nella storia degli Usa c’è perlomeno un altro becchino famoso. E non sto parlando del wrestler Undertaker. No, il becchino che dico io si chiamava Almon Strowger. Almon Strowger era un impresario funebre del Missouri vissuto sul finire del 1800. E con ciò? I primi telefoni funzionavano attraverso un “centralino”, con delle persone che mettevano, manualmente, in comunicazione chiamante e ricevente. Bene, successe che venne presa come impiegata l’amante del suo concorrente, che passava ogni richiesta di funerale all’amato. Almon Strowger si trovò a un bivio: o s’inventava qualcosa o sarebbe andato fallito. S’inventò qualcosa: il primo commutatore automatico per la telefonia della storia.

Ma torniamo a noi. Joe Gaetjens morì nel 1964, probabilmente ucciso dagli squadroni della morte haitiani: i tristemente famosi Tonton Macoutes, ma sarà per sempre ricordato come l’uomo che fece piangere gli amanti del calcio dell’Inghilterra. Inghilterra che anche circa 100 anni prima, nel 1851, era ben convinta di portare a casa la Coppa della Cento Ghinee. Coppa delle Cento Ghinee che andò invece allo shooner statunitense America.

Era l’alba della Coppa America di vela. Ma questa è un’altra soria.

ATLETICO MADRID-CAGLIARI 1970, SENZA RIVA SVANISCE IL SOGNO EUROPEO DEI SARDI

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I due capitani Calleja e Cera – da wikipedia.org

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Senza la sua stella Riva, indisponibile, il Cagliari crolla 3-0 nel ritorno degli ottavi della Coppa Campioni 1970-71 e saluta la competizione. Dopo la vittoria per 2-1 nella gara di andata, la squadra allenata da Manlio Scopigno si arrende seccamente ai campioni di Spagna dell’Atletico Madrid. L’assenza di Riva è stata senz’altro pesante, ma non basta per spiegare una prestazione davvero incolore degli italiani contro un Atletico che non è sembrata squadra impossibile da superare. Sarebbero probabilmente bastati un pizzico di convinzione e mordente in più al Cagliari per giocarsi le chances di qualificazione fino in fondo.

Atletico Madrid: Rodri – Melo, Jayo, Santamaria, Calleja – Ufarte, Adelardo, Irureta, Fernandez – Aragones – Garate. All: Domingo.
Cagliari: Albertosi – Martiradonna (st 23′ Nastasio), Mancin, Cera, Niccolai, Tomasini – Greatti (st 1′ Poli), Domenghini, Nenè, Brugnera – Gori. All: Scopigno.

Arbitro: Ronald Jones (Inghilterra)

Primo tempo
5′ cross di Fernandez dalla trequarti sinistra, Albertosi smanaccia in corner.
8′ altro traversone di Fernandez, Albertosi allontana di pugno e poi si oppone al missile da fuori di Calleja. Cagliari un po’ troppo chiuso in questo avvio.
15′ scambio Ufarte-Melo a destra, cross di quest’ultimo sempre per Ufarte che nel frattempo si è inserito in area e colpisce al volo: palla a lato di poco.
19′ Nenè per Domenghini, tiro in corsa, palla fuori sul primo palo.
29′ cross di Abelardo dalla trequarti destra, colpo di testa di Irureta sul secondo palo, la palla esce di poco. Il copione è sempre lo stesso: l’Atletico Madrid fa la partita, Cagliari in difesa.
33′ GOL ATLETICO MADRID: Lunga azione nell’area del Cagliari, cross di Calleja da sinistra, un difensore italiano libera di testa, palla ad Aragones, che controlla e fredda Albertosi sul primo palo con un tocco d’esterno destro.
39′ Cera per Nenè, tentativo da lontano, palla fuori di un metro. Timida reazione del Cagliari, l’Atletico Madrid controlla.

Secondo tempo
26′ GOL ATLETICO MADRID: Abelardo lancia sulla destra Ugarte, che entra in area e viene steso platealmente da Tomasini: il giocatore italiano, già ammonito per un fallo su Melo qualche minuto prima, viene espulso. Dal dischetto batte Aragones, che infila il “sette” dove Albertosi non può arrivare.
38′ primo vero tentativo del Cagliari nella ripresa: cross da sinistra di un giocatore italiano, palla respinta, Domenghini calcia al volo dal limite, palla alta di pochissimo.
40′ Garate per Fernadenz a sinistra, cross insidiosissimo, Albertosi devia con una mano; contro-cross di Ugarte, Garate non riesce a indirizzare verso la porta. La partita si è accesa un po’ nel finale dopo una lunghissima fase di stallo.
42′ Fernandez pesca Garate in area con un tocco filtrante, l’attaccante spagnolo è solo davanti ad Albertosi, ma manda clamorosamente a lato. Il Cagliari ha oramai staccato la spina.
45′ GOL ATLETICO MADRID: Contropiede vincente degli spagnoli. Da Irureta a Garate, che entra in area e serve in mezzo Aragones, il quale non ha difficoltà a realizzare: per lui si tratta di una splendida tripletta. Inutili proteste dei giocatori del Cagliari per un precedente fallo non fischiato su Domenghini. I tifosi spagnoli invadono il campo per festeggiare, pensando che la partita sia finita: l’arbitro impiega qualche minuto prima di far riprendere il gioco.

LE PAGELLE DELL’ATLETICO MADRID
IL MIGLIORE ARAGONES 7,5: realizza la tripletta decisiva che spinge l’Atletico Madrid ai quarti. Apre le danze con il gol più bello, un colpo d’esterno che beffa Albertosi sul primo palo; raddoppia su rigore e chiude i giochi con un comodo tapin. La sua grande notte.
Fernandez 7: una spina nel fianco della difesa cagliaritana. Dai suoi piedi nascono diverse giocate pericolose. Continuo e pungente per tutto l’incontro.
Adelardo 7: altro giocatore chiave. Avvia l’azione del primo gol, mette lo zampino nel secondo, abbina fosforo e temperamento.
Garate 6,5: un gol divorato, tanto movimento e l’assist per il 3-0 di Aragones. Guizzante.

LE PAGELLE DEL CAGLIARI
IL MIGLIORE CERA 6: difficile, davvero, trovare un migliore tra i sardi. La prestazione della squadra di Scopigno è stata davvero deludente. Premiamo lui perché è uno degli ultimi a mollare e perché sbaglia pochi palloni, cercando di svolgere al meglio la fase di contenimento e quella di impostazione della manovra.
Domenghini 5,5: viaggia a corrente alternata. E’ suo il tiro più pericoloso (probabilmente l’unico realmente degno di menzione) del Cagliari in tutto il match. Però è troppo innamorato del pallone e molte volte finisce per perderlo.
Nenè 5,5: è il migliore dei sardi nel primo tempo, ma nella ripresa si spegne gradatamente.
Brugnera 5: dovrebbe essere il sostituto di Riva in appoggio alla punta Gori (anche per lui voto 5), non si vede mai.

JOSEF MASOPUST, IL DRIBBLING GENIALE DELL’EST EUROPA

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Josef Masopust – da isport.blesk.cz

articolo tratto da Una questione di centimetri

Ai Mondiali in Cile del 1962, Cecoslovacchia e Brasile si sfidarono per la prima volta nei gironi di qualificazione. Pelé si infortunò, ma rimase in campo sino all’ultimo minuto (a quei tempi non esistevano le sostituzioni). Ad un certo punto si ritrovò con la palla tra i piedi e davanti a sé Masopust, ma il ceco attese che il fuoriclasse del Brasile passasse la palla ad un compagno: non era nelle sue intenzioni duellare con un avversario infortunato.

Edson Arantes do Nascimento (o se preferite “O Rei”) sull’episodio ha dichiarato più volte: “È stato uno dei gesti più belli del calcio. Un atto di fair play, del quale oggi si parla tanto. Una vera dimostrazione di rispetto per le persone, un gesto che non dimenticherò mai”.

Josef Masopust non è stato solo un grande campione ma anche un grande uomo.

Una carriera trascorsa quasi totalmente in patria esordendo nel 1950, all’età di 17 anni, nella file del Teplice. Dopo due anni passò al Dukla Praga, complice una normativa del campionato cecoslovacco che consentiva alla quarta squadra di Praga di acquistare automaticamente qualsiasi giocatore che aveva prestato servizio nell’esercito cecoslovacco. Josef, nel 1952, svolse il servizio militare perciò venne “arruolato” nel club fondato proprio all’interno dell’esercito.

Grazie a questa norma alquanto singolare, il Dukla si assicurò tanti campioni, nonché il calciatore più importante della sua storia.

In una società che iniziò a monopolizzare il calcio in patria, si fece largo un giovane centrocampista con grandi doti tecniche, che eccelleva, in particolare, nel dribbling e negli assist e che non disdegnava quelle sortite offensive che lo resero prolifico anche sotto porta.

Un motorino instancabile, forte fisicamente e con una grande intelligenza, tutte doti che gli consentirono di imporsi a grandi livelli. Fortissimo nell’anticipo e nell’intercettare i palloni vaganti, fece le fortune del suo club, illuminato dal suo mediano dalla tecnica brillante.

Su di lui misero gli occhi le squadre più importanti d’Europa ma, a causa del regime a cui erano soggetti i paesi oltre la Cortina di Ferro, non gli fu concesso il trasferimento e non ebbe la fortuna di misurarsi nei campionati più importanti del mondo.

Suo malgrado, fece il profeta in patria collezionando ben 8 scudetti e 3 coppe di Cecoslovacchia. Nonostante tutto, riuscì a farsi notare dal mondo del pallone grazie alle sortite europee della sua squadra, la quale raggiunse la semifinale di Coppa Campioni nel 1966/67, ma soprattutto grazie alla maglia della sua nazionale, consacrandosi come uno dei migliori giocatori dell’epoca.

Dopo aver partecipato ai mondiali del 1958 in Svezia e alla prima edizione dei campionati europei del 1960 (ottenendo un ottimo terzo posto sconfiggendo i padroni di casa della Francia), nella Coppa del Mondo del 1962 fu protagonista di un exploit tale da trascinare la Cecoslovacchia sino alla fine della competizione.

In un girone di ferro, i cechi dovettero duellare contro il Brasile campione in carica e la Spagna stellare dei madridisti Di Stefano, Gento e Puskas e dell’interista Suarez. Grazie ad un pareggio contro i carioca e alla vittoria contro le furie rosse passarono il turno. Dopo aver eliminato ai quarti l’Ungheria e in semifinale la Jugoslavia arrivò addirittura in finale.

Nell’atto conclusivo della manifestazione ritrovarono il Brasile che avevano bloccato sullo 0-0 nella fase a gironi. Fu proprio Josef Masopust a portare in vantaggio i cecoslovacchi con un rasoterra che trafisse Gilmar. Ma la gioia durò pochi minuti e alla fine i carioca ebbero la meglio per 3-1 conquistando la loro seconda Coppa Rimet.

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Masopust con il Pallone d’Oro – da sportreview.it

Nonostante la sconfitta, i cechi furono accolti in patria come degli eroi e Masopust, grazie alla straordinaria cavalcata Mondiale, riuscì a consacrarsi al mondo del pallone e la sua classe uscì anche dai confini della Cecoslovacchia e dell’Europa. Lui fu il cuore pulsante di quella squadra e il suo trascinatore e, tutto questo, gli valse il giusto riconoscimento del Pallone d’Oro che conquistò proprio alla fine di quella annata.

Fu capace di mettersi alle spalle Eusebio, uno dei goleador più forti della storia e protagonista nella vittoria della Coppa Campioni del suo Benfica contro il grande Real, e tanti campioni del tempo che ebbero la fortuna di giocare in club decisamente più prestigiosi del suo Dukla Praga.

Dopo la consacrazione Mondiale, ebbe una grande considerazione da tutto il mondo del calcio che gli valse anche l’invito alla partita di addio al calcio di Stanley Matthews e le lodi di tanti campioni di ogni epoca: Pelé ammirava il suo dribbling tanto da ritenerlo un brasiliano mancato e per Platini è stato fonte d’ispirazione.

Il canto del cigno avvenne in Belgio con la maglia del Molenbeek dopo che gli fu concessa la possibilità di trasferirsi all’estero grazie a tutto ciò che aveva dato al calcio del suo paese e, con il passaggio al club belga, diventò formalmente professionista all’età di 37 anni: strano a dirsi per un campione come Masopust.

Nel 2000 fu eletto come miglior giocatore ceco del secolo a dimostrazione che i tanti anni trascorsi non hanno cancellato le imprese di uno dei talenti più cristallini di sempre dell’est Europa.

Il 29 giugno 2015 si è spento a Praga all’età di 84 anni ed è stato un grande colpo per tutto il calcio. Josef Masopust ci ha lasciati ma ha donato in eredità al mondo del pallone la sua leggenda di uomo e calciatore che lo rende un immortale della storia di questo sport.

SUPERGA, UN COLPO AL CUORE DELL’ITALIA, NON SOLO GRANATA

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Il “Grande Torino” – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Non credevamo di amarli tanto”, è il titolo che campeggia sull’edizione di martedì 10 maggio 1949 del settimanale satirico sportivo “Tifone” e, più di ogni altro quotidiano che aveva già commemorato la sciagura di Superga avvenuta sei giorni prima, sintetizza il sentimento che pervade l’intera penisola non appena inizia a propagarsi la ferale notizia che il “Grande Torino” non c’era più, essendosi andato a schiantare sulle mura della Basilica posta sulla collina che sovrasta il capoluogo piemontese.

Questo perché il Torino rappresentava, al di là di ogni campanilismo, un simbolo di un’Italia che si stava risollevando dalle laceranti ferite degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, con i suoi strascichi di violenza interna tra gli appartenenti al vecchio regime fascista ed il nuovo che avanza, alle prese altresì con una crisi economica di difficile soluzione, con il Presidente del Consiglio De Gasperi a mettere la faccia a difesa del Paese alla Conferenza di Pace di Parigi dell’agosto ’46 e poi chiedere aiuti agli Stati Uniti nell’ambito del così detto “Piano Marshall”.

E lo sport, in questi casi, aiuta un popolo alla ricerca della propria identità nazionale, che ha bisogno di identificarsi in personaggi puliti ed anche, se vogliamo, di distrarsi dalle problematiche del quotidiano, ed ecco che gli italiani riprendono ad appassionarsi per le aspre lotte sulle strade del Giro d’Italia tra i due campioni delle due ruote, Gino Bartali e Fausto Coppi, che difatti si classificano primo e secondo della citata corsa a tappe nel ’46, per poi invertire i ruoli l’anno seguente, quando è il “Campionissimo” ad imporsi.

Talmente importante, il ruolo dello sport, che leggenda vuole che il 14 luglio ’48, giorno dell’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti, l’insurrezione popolare venga smorzata dalla notizia dell’impresa sulle Alpi da parte di Bartali che strappa la maglia gialla a Louison Bobet per andare a conquistare il suo secondo Tour de France, così come, due settimane dopo, la fratellanza tra i popoli sancita dal Barone De Coubertin nella sua “carta olimpica” di fine ‘800, ritrova la sua ragione di esistere con l’apertura dei primi Giochi del dopoguerra, allo Stadio Wembley di Londra, dove, tra l’altro, l’Italia ben figura con 27 medaglie totali, di cui 8 del metallo più pregiato.

Ed il calcio, che, giova ricordarlo, aveva interrotto i propri eventi a livello sia nazionale che internazionale con l’Italia due volte Campione del Mondo in virtù dei titoli conquistati a Roma ’34 e Francia ’38, riparte faticosamente nell’autunno ’45 con la disputa di un torneo diviso in due gironi – settentrionale e centromeridionale – per gli ovvi disagi derivanti da comunicazioni, stradali e ferroviarie, danneggiate dagli eventi bellici.

Si ricomincia con il Torino a difendere il titolo conquistato nel 1943, dopo essere giunto alle spalle della Roma la stagione precedente, superato dai giallorossi alla terz’ultima giornata, quando la formazione guidata dal “fornarino” Amedeo Amadei opera il sorpasso decisivo approfittando della sconfitta per 1-3 subita dai granata in Laguna di fronte al Venezia, battuta d’arresto quanto mai fondamentale per il futuro destino della compagine del Presidente Ferruccio Novo.

Già, perché è proprio in occasione di quella sconfitta che Novo si convince della necessità di rinforzare la squadra portando all’ombra della Mole la coppia di mezze ali veneziana, composta da Ezio Loik e Valentino Mazzola, per i quali sborsa la cifra record, per l’epoca, di un milione e 250 mila lire, battendo la concorrenza della Juventus, che non era disposta ad andare oltre quota 800mila, e potendo anche contare sull’aiuto del Commissario Tecnico Vittorio Pozzo – con un passato al Torino sia da giocatore che da allenatore – che rassicura i due giocatori circa il fatto che indossare la maglia granata sia la scelta migliore.

A completare il centrocampo, Novo inserisce un’altra fondamentale pedina nel mediano Giuseppe Grezar, triestino di nascita e prelevato dal club alabardato, costruendo una intelaiatura che, però, inizialmente stenta a carburare, tanto che a sei giornate dal termine del campionato ’43 il Torino è secondo, staccato di tre punti dalla sorprendente capolista Livorno.

Novo decide per l’avvicendamento in panchina, al posto dell’ungherese Kuttik chiama l’ex mediano granata Antonio Janni e, grazie al favore da parte dei “cugini” bianconeri, che sconfiggono 3-0 il Livorno alla 25.ma giornata ed al successivo stop degli amaranto a Roma due turni dopo, il Torino può operare il sorpasso per poi dover attendere sino all’87’ dell’ultima di Campionato a Bari affinché Mazzola mettesse a segno l’unica rete dell’incontro che certifica il primo Scudetto dell’epoca del “Grande Torino”.

Torino che ancora proprio grande non è, tant’è che nel ricordato torneo di inizio dopoguerra – disputato in due fasi, con i rispettivi raggruppamenti nord e centrosud che qualificano le prime quattro squadre per la disputa del girone finale ad otto, con partite di andata e ritorno giocatesi tra fine aprile e fine luglio ’48 – si trova ancora una volta nella condizione di dover inseguire, visto che alla terz’ultima giornata incappa in una sonora sconfitta per 2-6 sul campo dell’Inter consentendo alla Juventus, vittoriosa per 3-1 sul Milan, di acquisire un vantaggio di due lunghezze in vista del derby in programma il 21 luglio al Filadelfia.

Una rete dell’ex bianconero Gabetto risolve il match ed, all’ultima giornata, mentre i granata travolgono per 9-1 il Livorno, la Juventus non va oltre il pari a Napoli ed il Torino si conferma Campione d’Italia per quella che resta l’ultima edizione di un “Toro normale”.

Ciò in quanto i granata, che già nel primo torneo postbellico avevano rinnovato la difesa con l’acquisto del portiere Valerio Bacigalupo dal Savona e del terzino Aldo Ballarin dalla Triestina, nonché rinforzato il centrocampo con l’innesto di Eusebio Castigliano dallo Spezia, completano ora l’organico con il rientro dell’ala Romeo Menti dal prestito alla Fiorentina e l’inserimento del jolly Danilo Martelli, utilizzabile sia in difesa che a centrocampo, dal Brescia.

E, difatti, i risultati di un amalgama così perfetta non tardano ad arrivare con il Torino a dominare le due stagioni successive, con i tornei ’47 e ’48 vinti rispettivamente con 10 (63 a 53) ed addirittura 16 (65 a 49) punti di vantaggio su Juventus e Milan rispettivamente, e l’attacco granata a funzionare a meraviglia, tanto da superare quota 100 reti realizzate sia nella prima occasione, con 104 (Valentino Mazzola 29, Gabetto 19 ed Ossola 13 …), sino a toccare quota 125 (!!) nella seconda, con ancora Mazzola e Gabetto a primeggiare, con 25 e 23 reti al loro conto, seguiti da Menti e Loik con 16 centri a testa.

Una squadra così non può che colpire l’immaginario collettivo, tanto più che, all’epoca, ci si doveva affidare ai resoconti radiofonici e della carta stampata, qualora non si avesse la fortuna di assistere direttamente alle gare dalle tribune del Filadelfia a Torino o non si fosse riusciti a trovare il biglietto quando il Torino giocava in trasferta, facendo quasi sempre registrare il “tutto esaurito” per poter ammirare dal vivo le gesta di quei campioni di cui tanto si era letto o sentito parlare.

E, quando si tocca l’immaginario, in un periodo in cui non vi erano sostituzioni, ecco che sciorinare i nomi di quella fortissima squadra era quasi un esercizio quotidiano nei bar, ritrovi e circoli frequentati dagli sportivi, da Bacigalupo tra i pali, la coppia di terzini Ballarin e Maroso, l’insuperabile mediana composta da Grezar, Rigamonti e Castigliano, con Loik a dar manforte alle ali – Menti, Ossola e Ferraris II – che si giocavano due delle tre maglie a disposizione, per concludere con il centravanti Guglielmo Gabetto, al quale poteva essere perdonata la precedente militanza in bianconero, per la regolarità con cui andava puntualmente a segno.

E poi c’era “lui”, il “Capitano per eccellenza”, Valentino Mazzola, di cui era diventato celebre il gesto di rimboccarsi le maniche durante gli incontri al Filadelfia, quale atteggiamento convenuto con i compagni di squadra per far capire che era giunto il momento di “darci sotto” ed, incoraggiati dagli squilli di Oreste Bolmida, il leggendario “trombettiere granata, gli undici scesi sul terreno di gioco facevano capire ai malcapitati avversari che per loro non ci sarebbe stato scampo.

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Il capitano Valentino Mazzola – da lastampa.it

Con quattro titoli consecutivi vinti, il Torino era diventato la squadra da battere e le rivali non stanno certo a guardare passivamente lo strapotere granata, dandosi, al contrario, battaglia sul mercato per rinforzare i loro organici, specialmente avendo riferimento oltre frontiera, ed ecco che l’Inter si aggiudica le prestazioni del fenomenale attaccante ungherese Istvan Nyers, oltre ad aver prelevato dalla Roma il centravanti Amadei, e la Juventus risponde con l’ingaggio del centravanti danese John Hansen, bronzo olimpico a Londra ’48 con la sua Nazionale, mentre al Milan giunge, ma solo a gennaio ’49, l’ariete svedese Gunnar Nordahl.

Il Torino, al contrario, mantiene uno stile autarchico, un po’ per riconoscenza verso questi grandi campioni e poi perché trovarne di meglio sembra assai difficile, ed il Presidente Novo si limita ad acquistare il 27enne francese Emile Bongiorni, attaccante del Racing Club Parigi, da utilizzare qualora Gabetto, che va per i 33, dovesse lamentare un vistoso calo di forma, mentre a gennaio ’49 giunge a Torino l’ungherese naturalizzato boemo Julius Schubert, prelevato dallo Slovan Bratislava ed, in teoria, “vice” Mazzola.

Ed, in effetti, il torneo ’49 è un po’ più equilibrato dei precedenti, con l’Inter, soprattutto, a trarre vantaggio dalla citata nuova coppia di attaccanti – che finiranno ai primi due posti della graduatoria cannonieri, Nyers a quota 26 ed Amadei a 22 – mentre il Filadelfia continua a dimostrarsi fortino inespugnabile, con la sola Triestina a conquistare un pari e tutte le altre regolarmente sconfitte, così che, a cinque giornate dal termine, la classifica vede i granata saldamente al primo posto con 51 punti, seguiti dall’Inter a quattro lunghezze di distanza, con l’ultima speranza per i nerazzurri di scucire il tricolore dalle maglie degli “imbattibili” riposta nel confronto diretto in programma il turno successivo a Milano.

Occorre, a questo punto, fare un piccolo passo indietro e riportarsi agli spogliatoi dello Stadio Marassi di Genova dove, domenica 27 febbraio ’49, si era disputata l’amichevole tra le nazionali di Italia e Portogallo, la prima del “dopo Vittorio Pozzo”, vinta dagli azzurri per 4-1 ed al termine della quale il capitano lusitano Francisco Ferreira e bandiera del Benfica, in non buone condizioni economiche, chiede a Mazzola la possibilità di disputare una gara amichevole a Lisbona tra i rispettivi Club di appartenenza, il cui ricavato sarebbe andato a suo favore.

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I capitani Mazzola e Ferreira – da footballcollection.com

Figuriamoci se un generoso come Mazzola è in grado di dir di no ad un amico, ed accetta l’offerta, dovendo però ora farsi carico di ottenere il nulla osta da Novo, il quale non è certo nelle condizioni di poter negare qualsiasi cosa che il “suo” capitano gli chieda, ma d’altro canto non vuole perdere l’occasione di puntare al quinto scudetto consecutivo, ragion per cui – considerato che la data della gara è fissata per martedì 3 maggio, in quanto in Portogallo il Campionato finiva ad inizio aprile – condiziona la partenza per Lisbona ad un risultato positivo a Milano nello scontro diretto contro i nerazzurri.

Gara, disputata sabato 30 aprile, che, ironia della sorte, proprio Mazzola non disputa, rilevato nel ruolo di mezz’ala sinistra dal citato Schubert e, senza il loro leader, i granata si preoccupano più di arginare il potenziale offensivo interista che non a pungere, ottenendo comunque lo 0-0 che mantiene invariato il distacco e consente loro di onorare la promessa fatta da Valentino.

E’ una sorta di “viaggio premio” per una squadra di fenomeni assoluti e, come sempre accade in queste situazioni, il fato ci mette del suo, in quanto fra i 18 giocatori che prendono l’aereo per Lisbona restano a terra il terzino Sauro Tomà, infortunato al menisco, il giovane Luigi Giuliano (da quell’anno aggregato alla prima squadra), bloccato da un’influenza, mentre Ballarin intercede presso il Presidente affinché il proprio fratello Dino partecipi alla trasferta in luogo del secondo portiere Renato Gandolfi, che ha così salva la vita.

Analogamente, a Vittorio Pozzo viene preferito, su richiesta della dirigenza granata, Luigi Cavallero quale inviato de “La Stampa” – gli altri giornalisti al seguito sono Renato Casalbore di “Tuttosport” e Renato Tosatti de “La Gazzetta del Popolo” – così come scampa alla morte il celebre radiocronista Nicolò Carosio, bloccato in patria dalla cresima del figlio.

Accolto con tutti gli onori del caso da autorità civiche e sportive portoghesi, il “Grande Torino” disputa, alle ore 18 del 3 maggio ’49 quella che sarà, purtroppo, la sua ultima esibizione, con grande felicità da parte di Ferreira, visto che l’incasso va ben oltre le più rosee aspettative facendo registrare quasi il “tutto esaurito”, mentre il risultato, che è quello che conta di meno in simili occasioni, è quello tipico delle “amichevoli”, con il Benfica ad imporsi per 4-3.

Al mattino dopo, i componenti la trasferta e l’equipaggio del trimotore riprendono il volo destinazione Torino, facendo scalo tecnico a Barcellona dove incontrano a pranzo i giocatori del Milan in viaggio verso Madrid e poi ripartire verso l’Italia, dove però le condizioni atmosferiche sono tutt’altro che buone, specie sul capoluogo piemontese.

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Lo schianto di Superga – da diregiovani.it

Leggenda vuole che l’ipotesi di uno scalo alternativo su Genova o Milano sia stato rifiutato proprio dai giocatori, desiderosi di rientrare a casa il più presto possibile, così come mai totalmente chiarite sono state le cause della tragedia, l’unica, triste, drammatica certezza è che alle ore 17.03 di mercoledì 4 maggio ’49 l’aereo si schianta contro la parete della Basilica di Superga, spezzando in un attimo i sogni di gloria di 18 ragazzi, cui si uniscono tre componenti dello staff tecnico (allenatore Egri Erbstein in testa), tre dirigenti, altrettanti giornalisti e l’intero equipaggio, nessun sopravvissuto, e non poteva essere altrimenti.

Non appena la notizia si propaga lungo la penisola, dalle Alpi sino alla Sicilia, è come se l’Italia intera si bloccasse, incredula di fronte a cotanta tragedia, così come immensa è la folla che, due giorni dopo, assiste alle esequie, oltre un milione di persone assiepate lungo le vie di Torino a rendere l’estremo saluto al corteo funebre che sfilava per la città con all’interno le salme dei “Campionissimi”, il cui ingrato compito di riconoscerli era toccato a Vittorio Pozzo.

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I funerali del “Grande Torino” – da wikipedia.org

Quindici giorni dopo, prende il via il Giro d’Italia che Fausto Coppi, amico di molti giocatori granata, onora nel migliore dei modi precedendo Bartali dopo aver compiuto l’impresa nella famosa tappa Cuneo-Pinerolo che si aggiudica con quasi 12’ di vantaggio sul rivale, ma con la morte nel cuore – condivisa con tutti gli sportivi italiani – visto che ad applaudirlo, nella successiva cronometro che si conclude a Torino, non ci sono i Ballarin, Maroso e tutti gli altri.

Il “Grande Torino” non c’è più, resta il mito e la leggenda, nonché il riconoscimento postumo ed in colpevole ritardo, ma non per questo meno valido, della FIFA che, proprio in ricordo delle loro gesta, dal 2015 ha proclamato il 4 maggio come “Giornata Mondiale del gioco del calcio”.

E, miglior omaggio, pensiamo che proprio non potesse esser loro riservato…

FEYENOORD-CELTIC 1970, LA PRIMA VOLTA DELL’OLANDA SUL TETTO D’EUROPA

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Il Feyenoord in trionfo – da twitter.com

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata Volante

Un club olandese per la prima volta sul trono d’Europa: è il Feyenoord a centrare il prestigioso traguardo nella finale del 1970, disputata allo Stadio di San Siro a Milano, grazie al 2-1 sul Celtic Glasgow nei tempi supplementari. Vittoria nel complesso meritata degli olandesi, anche se il match è stato per larghi tratti equilibrato. Sul piano tecnico, non è stata una grandissima finale, però si è trattato di una partita intensa, emozionante e vibrante. Una delle chiavi del match è stata la miglior qualità del centrocampo del Feyenoord, davvero ben assortito, con tre interpreti – i nazionali olandesi Jansen e Van Hanegem e l’austriaco Hasil – davvero di ottimo livello.

Feyenoord: Graafland – Romeijn, Laseroms (1ts 12′ Haak), Israel, Van Duivenbode – Jansen, Hasil, Van Hanegem – Wery, Kindvall, Moulijn. All: Happel.
Celtic: Williams – Hay, Brogan, Mc Neill, Gemmell – Johnstone, Murdoch, Auld (st 32′ Connelly), Lennox – Hughes, Wallace. All: Stein.

Arbitro: Concetto Lo Bello (Italia)

Primo tempo
5′ tiro-cross insidioso di Hay da destra, Graafland abbranca in presa.
9′ triangolo largo Kindvall-Wery-Kindvall, che prende la mira dal lato destro dell’area e calcia sul primo palo, Williams si tuffa e devia in angolo.
16′ Wallace mette dentro correggendo una palla vagante, ma è in fuorigioco e l’arbitro annulla.
28′ tiro a effetto dal limite di Van Hanegem, Williams blocca in presa plastica.
29′ GOL CELTIC Punizione dal limite per gli scozzesi, dopo un fallo su Wallace. Murdoch tocca leggermente indietro per Gemmell, rasoiata a filo d’erba e pallone che piega le mani a Graafland infilandosi in rete.
31′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi nella trequarti offensiva, sul lato destro. Batte Wery, che crossa in mezzo, una serie di colpi di testa favorisce Israel che da solo, sempre di testa, batte Williams con una palombella arcuata.
36′ cross pericoloso di Gemmell a spiovere da sinistra, né Wallace né Graafland riescono a intervenire, il palla sfila a lato di pochissimo. Partita finora estremamente equilibrata.
38′ sponda aerea di Moulijn per Kindvall, tiro di prima intenzione, pallone fuori di un metro.
40′ spunto di Johnstone a destra, cross sul primo palo, Graafland anticipa Hughes, pronto per il tapin, in modo provvidenziale.

Secondo tempo
2′ Feyenoord vicinissimo al 2-1: Hasil, liberato al tiro da un compagno, colpisce il palo dal limite.
4′ Gemmell per Auld a sinistra, tiro-cross pericoloso, Graafland costretto ad alzare in corner.
19′ splendida azione corale del Feyenoord, forse la più bella del match: palla tutta rasoterra da Romijn a Van Hanegem, quindi a sinistra per Van Duivenbode, diagonale a pelo d’erba del terzino sinistro fuori di un niente. Gli olandesi appaiono più incisivi in questo secondo tempo, Celtic un po’ spento.
26′ Fallo su Wallace nella trequarti offensiva del Celtic. Batte la punizione Auld, che fa partire una traiettoria stranissima a campanile, Graafland si rifugia in angolo.
38′ grande opportunità per Wery, che lanciato in verticale da Jansen, manda a lato in diagonale. Finale di partita di nuovo abbastanza in equilibrio.

Primo tempo supplementare
1′ clamoroso errore in disimpegno di Van Duivenbode, Hughes intercetta e si invola verso la porta, ma si fa murare il diagonale da Graafland, che poi recupera il pallone sulla linea.
8′ rimessa laterale di Kindvall per Hasil, da questi a Van Duivenbode, che supera un avversario e quasi al limite scocca un destro a uscire che sfiora il palo lontano.
11′ cross da sinistra di un giocatore del Celtic, sponda aerea di Hughes per Wallace, colpo di testa neutralizzato da Graafland.

Secondo tempo supplementare
2′ Feyenoord ancora vicinissimo al gol: Hasil lancia Kindvall, che entra in area, supera un avversario e calcia di punta, Williams riesce a respingere di piede e a opporsi poi in modo magistrale al successivo tentativo di Wery.
8′ possesso palla prolungato del Feyenoord, che sembra avere molte più energie in questo finale. Jansen pesca Kindvall in area, diagonale a bruciapelo, palla sul fondo.
11′ GOL FEYENOORD Punizione per gli olandesi a metàcampo: Van Hanegem lancia il pallone in area, Mc Neill scivola all’indietro e tocca il pallone con le mani, ma Kindvall alle sue spalle riesce a controllarlo e a fulminare Williams in uscita con un tocco a mezza altezza.
13′ Kindvall difende palla egregiamente e serve nello spazio Hasil, che arriva in corsa da dietro e calcia di prima intenzione sull’uscita di Williams: traversa piena. Il Feyenoord legittima il vantaggio.

LE PAGELLE DEL FEYENOORD
IL MIGLIORE KINDVALL 7: difficile, in una squadra molto collettiva come il Feyenoord, individuare un giocatore che si stacchi nettamente sugli altri. Premiamo lui per il gol decisivo, che regala agli olandesi un traguardo storico, e per la grande mole di lavoro in prima linea, dove si trova spesso da solo a lottare contro gli arcigni difensori scozzesi.
Hasil 7: centrocampista tecnico e raffinato. Colpisce due legni e dirige il traffico in mezzo al campo, vincendo il duello con i dirimpettai avversari.
Van Hanegem 6,5: si sacrifica molto in fase di copertura, ma quando può si fa notare anche nella metàcampo avversaria. Dal suo piede nasce il gol decisivo di Kindvall. Cuore e guida di questa squadra.
Jansen 6,5: si completa a meraviglia con Hasil e Van Hanegem. Corre per due, recupera palloni ed è anche bravo a impostare. Non c’è dubbio che il reparto migliore di questo Feyenoord sia il terzetto di centrocampo.
Israel 6,5: leader difensivo, non si risparmia mai e timbra di testa il gol che vale il pareggio.

LE PAGELLE DEL CELTIC
IL MIGLIORE JOHNSTONE 6,5: cresce con il passare dei minuti e dai suoi piedi nascono sempre spunti interessanti. Molto difficile portargli via palla, non è solo un giocatore abile nel dribbling, ma anche intelligente e disciplinato tatticamente.
Williams 6,5: alcuni buoni interventi, soprattutto nel secondo tempo supplementare quando ipnotizza Kindvall e Wery.
Gemmell 6,5: per un’ora gioca ad alti livelli, poi cala. Firma un gol sfruttando il solito tiro mortifero da fuori e fa piovere un paio di insidiosissimi palloni in mezzo all’area.
Auld 5,5: primo tempo piuttosto in ombra, poi migliora, ma non lascia segni tangibili: nel cuore del centrocampo dominano gli avversari. Esce per infortunio.
Mc Neill 5: non una prestazione negativa, però rovina tutto con l’errore che spiana a Kindvall la strada per il 2-1.

IL VICENZA ED UN SOGNO INFRANTO AD UN PASSO DALLA FINALE

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Vialli in azione nella semifinale di andata – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Provinciale di lusso, come è usanza appellare le squadre non facenti parte delle metropoli, ma che si ritagliano spazi importanti nelle massime serie calcistiche, è un termine che ben si addice alla ultracentenaria storia del Vicenza Calcio, fondato difatti nel 1902, ed i cui apici si possono racchiudere in tre ben distinti momenti.

Il primo, più che un momento è un periodo, lungo, lunghissimo, alla stregua di un eterno amore, e che vede i colori biancorossi far bello sfoggio di sé per 20 lunghi anni nella nostra serie A, dalla promozione al termine del torneo cadetto ’55, dominato e concluso con 8 punti di vantaggio sui “cugini” del Padova, sino alla stagione ’75, al termine della quale si consuma un’amara retrocessione.

Occorre avere i capelli bianchi e forse anche qualcosa di più per ricordarsi quell’epoca gloriosa, quando passare indenni dal “Romeo Menti” non era impresa facile neppure per i blasonati squadroni, così come al vicino “Appiani” dove imperversava il Padova del Paron” Rocco e dei suoi manzi, oppure alla non lontana Ferrara, città in cui la Spal viveva anch’essa il suo periodo di massimo splendore, sotto la guida del Presidentissimo Paolo Mazza, cui oggi è, doverosamente, intitolato lo stadio.

Erano gli anni di fedeltà assoluta di giocatori che ne hanno segnato la storia, calcistica e non solo, divenendone assolute bandiere nell’onorare la maglia in cui campeggiava il simbolo del “Lanerossi” (marchio indelebile di riconoscimento …), dal portiere Luison (con Bardin a rilevarne il ruolo da fine anni ’60) ai difensori Zoppelletto, Savoini, Volpato, Carantini e Stenti, ai centrocampisti De Marchi, Fontana, Tiberi e Menti – quest’ultimo nipote del compianto Romeo Menti, perito nella sciagura di Superga con il “Grande Torino”, ed al quale è intitolato lo stadio – ed agli attaccanti Campana (l’avvocato futuro presidente dell’AIC …) e Vastola, oltre al più famoso di tutti, e cioè il brasiliano “O’ lione” Luis Vinicio, capace, nel 1966, di laurearsi capocannoniere con 25 reti, precedendo nomi altisonanti quali Sormani, Mazzola ed Altafini, contribuendo al sesto posto finale dei biancorossi, loro miglior piazzamento di sempre, eguagliando analogo risultato ottenuto due anni prima, nel ’64, quando Vinicio, bontà sua, si era “limitato” a 18 centri.

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Formazione Lanerossi anni Vicenza metà anni 1960 – da wordpress.com

Al posto del grande amore – il cui ricordo avrà sicuramente fatto inumidire gli occhi a chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona – si sovrappone la passione, quella che ti inebria, ti travolge, ti fa credere di vivere un sogno od una realtà sino a poco tempo prima inimmaginabile, e che si materializza a brevissima distanza dalla retrocessione tra i cadetti, con l’avvento sulla panchina veneta di Giovan Battista Fabbri, il quale propone un’idea di gioco talmente rivoluzionaria, ma soprattutto redditizia, che tutti guardano al Vicenza come ad un modello cui ispirarsi.

Succede, difatti, che Fabbri capitalizzi al massimo il gioco sulle fasce – quelli che oggi si chiamano esterni basso od alti, ma che al tempo altri non erano che terzini e fluidificanti – con sovrapposizioni veloci che mandavano in crisi gli accorgimenti tattici degli avversari e, in special modo, diventavano manna dal cielo per un rapinatore d’area di rigore qual si dimostra in quegli anni Paolo Rossi, pronto a raccogliere gli inviti che gli provenivano dai lati esterni del campo e rinverdire i fasti di Vinicio.

Stiamo parlando della stagione ’77, in cui il Vicenza si aggiudica il torneo cadetto e Rossi si laurea capocannoniere realizzando 21 delle complessive 48 reti messe a segno dalla squadra, confermandosi poi l’anno seguente nella massima divisione, quando le sue 24 reti gli valgono il titolo di miglior marcatore del torneo, nonché la selezione per i Mondiali di Argentina ’78 (dove diverrà “Pablito” …), mentre il Vicenza si piazza in un impensabile secondo posto dopo aver tenuto testa alla Juventus per buona parte del campionato.

Come sempre, una delle chiavi di lettura per decifrare tali imprese, deriva dalla possibilità per il tecnico di schierare quasi sempre gli stessi undici, non potendo contare su di un parco riserve all’altezza delle squadre più attrezzate per questo tipo di torneo e vale la pena ricordare, per i più smemorati, quale fosse la formazione base di quello che passa alla storia come il “Real Vicenza” per la bellezza e spettacolarità del suo gioco, e che quindi andiamo a ricapitolare con Ernesto Galli tra i pali, Lelj e Callioni terzini, Prestanti stopper e Giorgio Carrera libero, centrocampo composto da Guidetti, Giancarlo Salvi e Faloppa, con due ali piccole, tecniche ed imprevedibili quali Cerilli e Filippi al servizio del rifinitore Paolo Rossi.

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Formazione Lanerossi Vicenza stagione 1977-1978 – da wikipedia.org

Le passioni però, a differenza dei grandi amori, si bruciano in fretta, e così l’anno seguente il Vicenza deve subire l’onta della retrocessione per una peggior differenza reti rispetto a Bologna ed Atalanta e nonostante Rossi contribuisca con 15 reti alla causa biancorossa, con l’attaccante che si accasa, al termine di una mai troppo ben chiarita operazione di mercato messa in atto dal presidente Giussy” Farina, al Perugia che proprio il Vicenza aveva imitato, conquistando anch’esso un inaspettato secondo posto alle spalle del Milan della “stella”.

Vi sembrerà strano, ma tutto quanto sinora descritto altro non è che una premessa, al terzo periodo da incorniciare di storia biancorossa, quello a noi più vicino, rifacendosi a 20 anni orsono e che, al pari del biennio di fine anni ’70, anche stavolta ha per protagonista un allenatore, tal Francesco Guidolin da Castelfranco Veneto, il quale si siede sulla panchina vicentina nell’estate ’94, reduce da una negativa esperienza all’Atalanta, dove era stato esonerato dopo 10 giornate.

Pur se portandosi in dote il “peccato originale” di una carriera da calciatore quasi interamente disputata con la maglia gialloblù del Verona – sfortunatamente per lui trasferitosi al Venezia proprio nell’anno dello scudetto con Bagnoli alla guida – Guidolin non tarda a farsi apprezzare, conducendo sin dalla prima stagione il Vicenza alla promozione in A, divisione dalla quale i biancorossi mancavano proprio dalla ricordata retrocessione del ’79, per poi ottenere, l’anno seguente, un più che onorevole piazzamento, con il nono posto finale a sole cinque lunghezze dalla zona Uefa.

Si giunge così all’estate 1996, in cui il Vicenza opera un’oculata campagna di rafforzamento, sostituendo, nel parco stranieri, lo svedese Bjorklund con il 17enne camerunese Wome e mantenendo in organico gli uruguaiani Mendez ed Otero, con quest’ultimo che si conferma miglior realizzatore della squadra con 13 reti, una in più rispetto alle 12 della precedente stagione.

Ed il Vicenza, avendo oramai pienamente assimilato gli schemi di Guidolin, sembra per buona parte del girone di andata in grado di ripetere le gesta della compagine “targata G.B. Fabbri”, per poi cedere nel girone di ritorno quando, al contrario, si sta profilando un’opportunità che sarebbe delittuoso lasciarsi sfuggire.

Avviene, difatti, che mercoledì 27 novembre ’96, con il Vicenza in testa alla classifica di A con 20 punti, i biancorossi affrontino nel ritorno dei quarti di Coppa Italia un Milan che sta facendo i conti con l’usura dei suoi tanti campioni ed una infelice conduzione tecnica di Tabarez, e lo 0-0 con cui si conclude la gara del “Menti”, consenta ai veneti – in virtù dell1-1 dell’andata a San Siro – di staccare il biglietto per le semifinali in programma il successivo febbraio, in cui sono abbinati al Bologna, mentre l’altra sfida oppone l’Inter al Napoli.

In campionato, le due squadre viaggiano di pari passo, tant’è che quando si incontrano al “Menti” per il match di andata del 6 febbraio ’97 sono staccate appena da un punto (Bologna 31 e Vicenza 30) ed anche le sfide di coppa si svolgono all’insegna dell’equilibrio, con la gara in terra veneta risolta da una rete di Murgita allo scadere della prima frazione di gioco, mentre quando 19 giorni dopo si affrontano nel ritorno al “Dall’Ara”, tocca al “bomber di coppa” Giovanni Cornacchini siglare in extremis il punto dell’1-1 che evita il ricorso ai supplementari e consente, per la prima – e, sinora, unica – volta, alla compagine biancorossa di disputare la finale della coppa nazionale, a cui accede anche il Napoli che, a sorpresa, ha sconfitto l’Inter ai calci di rigore dopo due gare finite entrambe in parità, sull’1-1.

L’appuntamento per la gara di andata – in programma al “San Paolo” – è fissato per l’8 maggio con i partenopei (copia alquanto scolorita della formazione di maradoniana memoria) non ancora certi della permanenza in A, ma che comunque onorano l’impegno capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Pecchia al 21’ che determina il risultato, con la tegola per Guidolin dell’infortunio patito da Otero nel finale di gara, tanto da escluderlo per il “retour match” del 29 maggio in un “Romeo Menti” riempito in tutta la sua capienza e pronto a festeggiare un evento che definire storico è quasi un eufemismo.

Avranno da soffrire, e non poco, però, i supporters biancorossi, visto che la gara – dopo che Maini mette a segno, curiosamente al 21’, stesso minuto della rete di Pecchia dell’andata, il punto che pone la sfida su di un piano di assoluta parità – si prolunga sino ai supplementari e, quando lo spettro della lotteria dei calci di rigore inizia ad aleggiare sui monti Berici, ecco materializzarsi il vantaggio, costruito al 118’ da una punizione di Beghetto respinta corta da Taglialatela solo per consentire ad un altro Rossi (Maurizio stavolta) di cogliere l’appuntamento con la storia per la rete del 2-0 poi addirittura arrotondata prima del triplice fischio finale dal goal in contropiede siglato dal giovane Iannuzzi.

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Vittoria Coppa Italia 1997 – da altervista.org

Per un club come il Vicenza, che sino a cinque anni prima vivacchiava in terza serie ci sarebbe da essere più che contenti, ma questo vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche del proprio tecnico, e cioè di un Guidolin che non dà mai nulla di scontato e vuole vivere da protagonista ogni sua avventura, anche se trattasi di una Coppa europea, ai cui nastri di partenza si allineano le vincenti delle rispettive coppe nazionali e che rispondono al nome di Chelsea, Stoccarda e Betis Siviglia, per citare quelle dei paesi calcisticamente più all’avanguardia.

Con la solita campagna estiva oculata, giungono in prestito dal Milan il difensore Coco ed il centrocampista Ambrosini, dalla Lazio Baronio e dall’Inter l’attaccante Arturo Di Napoli, mentre vengono acquistati a titolo definitivo i difensori Dicara e Stovini, i centrocampisti Schenardi e Zauli e l’attaccante Pasquale Luiso, reduce da un’ottima stagione al Piacenza.

Presentatosi alla ribalta internazionale con l’umiltà di un liceale alla prima lezione universitaria, il Vicenza si scrolla di dosso i timori riverenziali sin dal primo turno, in cui impiega meno di mezz’ora per regolare per 2-0 al “Menti (reti di Luiso ed Ambrosetti) i polacchi del Legia Varsavia, vantaggio poi difeso in trasferta con Zauli a spegnere, nel finale, le velleità di rimonta degli avversari, nate con il vantaggio di Kaprczak al 56’.

Superato lo scoglio dell’esordio, alla compagine di Guidolin, per poter accedere alla fase primaverile della competizione, occorre superare lo scoglio degli ucraini dello Shakter Donetzk, che non sono ancora la formazione zeppa di brasiliani da incutere timore ai più forti club europei negli anni a venire, ma comunque una squadra di tutto rispetto che fornisce buona parte dei propri giocatori alla nazionale del proprio Paese.

Ciò nondimeno, la sera del 23 ottobre ’97 nella fredda Donetzk, a riscaldare gli animi dei tifosi biancorossi ci pensa ancora Luiso che apre e chiude la marcature con una doppietta al 1’ ad all’89’, decisiva per il 3-1 finale intervallato dalle reti di Beghetto e Zubov a ridosso dell’ora di gioco, il che rende il ritorno al “Menti” poco più che una formalità, con Luiso che si incarica nuovamente di sbloccare il risultato, poi fissato sul 2-1 conclusivo in virtù del momentaneo pari di Atelkin e dalla rete di Viviani che certifica il passaggio del turno.

Presentatosi al banchetto delle grandi d’Europa – ai quarti sono difatti ancora in lizza sia lo Stoccarda che il Chelsea ed il Betis Siviglia, quest’ultime però sorteggiate tra di loro – in punta di piedi, il Vicenza fa la voce grossa quando si trova ad affrontare, il 5 marzo in Olanda, il Roda Kerkrade, dopo aver conquistato in campionato una fondamentale vittoria in chiave salvezza superando 2-1 il Brescia tra le mura amiche e, con la mente sgombra da cattivi pensieri, la trasferta nei Paesi Bassi si rivela poco più di una formalità, con le squadre che vanno al riposo già sul 3-0 (doppietta di Luiso che, come al solito, ha aperto le marcature, inframezzata da uno spunto di Belotti), con Otero ad arrotondare ulteriormente il punteggio nella ripresa, lasciando agli stralunati olandesi solo la consolazione del punto della bandiera con Peeters.

Il ritorno due settimane dopo a Vicenza si rivela una autentica passerella per i ragazzi di Guidolin, che seppelliscono gli avversari con un 5-0 che non ammette repliche ed in cui vanno a segno cinque marcatori diversi, dopo che, ovviamente, è toccato al solito Luiso l’incarico di sbloccare l’incontro, cui hanno fatto seguito le reti di Firmani, Mendez, Ambrosetti e Zauli.

Vicenza in semifinale, roba da non credere, anche se a riportarti alla realtà è un abbinamento da far tremare i polsi e proprio contro il Chelsea degli italiani Di Matteo, Zola e Vialli che, dal canto suo, ha fatto fuori d’autorità gli spagnoli del Betis vincendo 2-1 a Siviglia e completando il lavoro nel ritorno a “Stamford Bridge” con il 3-1 in cui mettono la loro firma proprio Di Matteo e Zola.

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Contrasto tra Viall e un difensore nella semifinale di andata – da unibet.it

Anche i londinesi, però, non possono dormire sonni tranquilli, considerando come il Vicenza giunga all’appuntamento più importante della sua secolare storia da imbattuto, con 5 vittorie ed un pari nelle gare sinora disputate ed uno score di 17 reti segnate contro appena 4 subite, e ne hanno conferma il 2 aprile ’98 davanti ai 19.319 (pari alla capienza ufficiale, ma in realtà sono molti di più) spettatori che gremiscono gli spalti del vecchio “Romeo Menti”, quando al quarto d’ora di gioco Zauli firma una rete da cineteca con una palla arpionata al limite dell’area e scaraventata nell’angolino opposto dopo un dribbling a rientrare, successivamente difesa strenuamente dai tentativi di rimonta degli inglesi per un 1-0 che, in virtù della norma relativa al valore doppio delle reti segnate in trasferta, appare un buon viatico in vista del ritorno.

Il colpo d’occhio di “Stamford Bridge” due settimane dopo, non è certo da meno, con quasi 34.000 spettatori a supportare i “Blues” nell’impresa di accedere alla seconda finale di coppa europea della loro storia, creando la tipica, assordante, atmosfera dei campi inglesi, ma che si trasforma in un silenzio glaciale poco dopo la mezz’ora quando Luiso – e chi se non lui – mette a segno l’ottavo centro del suo personale cammino in Europa, cogliendo l’angolino alto alla destra della porta difesa da De Goey con una potente conclusione dal limite.

Il vantaggio ospite sta a significare che il Chelsea per approdare in finale debba realizzare tre reti, e sarebbe quanto mai importante mantenere tale risultato sino all’intervallo, ma purtroppo, dopo appena tre minuti, una conclusione dal limite di Zola non è trattenuta da Brivio, così consentendo all’uruguaiano Poyet di riportare le sorti del match in parità.

Incontro che si fa incandescente ad inizio ripresa, quando sono gli italiani a cambiare l’andamento della sfida, con Vialli ad involarsi lungo l’out destro per poi eseguire un perfetto cross su cui si presenta all’appuntamento vincente proprio il più piccolo dei ventidue, vale a dire Zola, il cui perentorio colpo di testa non lascia scampo all’estremo difensore veneto.

Con 40’ scarsi ancora da giocare l’esito dell’incontro resta quanto mai incerto, poiché i minuti passano ed il Vicenza resiste, ed è a questo punto che Vialli – che ricopre il ruolo di allenatore-giocatore – si gioca la carta dell’esperienza, inserendo il veterano di tante battaglie Mark Hughes in luogo del mediano Morris, mossa che lo ripaga 5’ minuti dopo, quando su di una rimessa lunga di De Goey, lo stesso attaccante gallese si trova a contendere la palla di testa a Dicara, ed approfittando di un rimpallo a lui favorevole, riesce a piazzare la sfera nell’angolino basso alla sinistra di Brivio per il punto del 3-1 che rovescia le sorti della qualificazione a favore degli inglesi.

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Hughes segna la rete del 3-1 al ritorno – da dailymail.co.uk

Manca meno di un quarto d’ora al termine, Guidolin si gioca il tutto per tutto inserendo Otero per Schenardi e Di Napoli per Di Carlo, ma oramai le forze, fisiche e mentali, sono al limite e l’espulsione di Ambrosini nel finale rappresenta il colpo di grazia ai sogni biancorossi.

Biancorossi che possono consolarsi con Luiso capocannoniere della manifestazione con 8 reti e con l’aver perso una sola gara e contro la squadra che poi vincerà il trofeo superando in finale lo Stoccarda per 1-0 (rete di Zola), nonché per essersi resi protagonisti di un’impresa che resterà indelebile nella gloriosa storia del club vicentino.

Certo, però, che proprio Zola e Vialli, vabbè…

BORUSSIA-WERDER BREMA 1971, IL PALO CHE CAMBIO’ IL CALCIO TEDESCO

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Un tentativo di rimettere in piedi la porta – da spiegel.de

Il 3 aprile 1971 la Germania è teatro di una sfida calcistica destinata a cambiare la storia dello sport del pallone. È in atto la 27esima giornata della Bundesliga e il Borussia Monchengladbach, in piena corsa per confermare il titolo conquistato l’anno prima, ha bisogno di vincere contro il Werder Brema, squadra che naviga a metà classifica. A pochi minuti dal termine, decisamente a sorpresa però, il risultato è bloccato sulla parità, 1-1, in virtù di un’autorete di Koppel al 7′ e il pareggio firmato da Hasebrink al 16′. Un insuccesso, che in caso di conferma al triplice fischio finale, consentirebbe al Bayern di rimanere in corsa per il Deutsche Meisterschale, il trofeo assegnato a chi si impone in campionato e che per la squadra bavarese sarebbe il secondo dopo quello messo in bacheca nel 1969.

Corre il minuto 88 e viene fischiata una punizione in favore del Monchengladbach. Al tiro si presenta Netzer, il più talentuoso dei suoi, seppur il Borussia annoveri tra le sue file altri campioni, Heynckes, Vogts e Bonhof su tutti. Il biondo centrocampista della Nazionale scaglia un missile verso la porta difesa da Bernard, che si oppone alla fucilata ma va a sbattere contro il palo. Sulla respinta si avventa Laumen per ribadire il pallone in porta, ma è troppo veloce: liscia la palla e si impiglia nella rete proprio vicino al palo appena colpito da Bernard. Patatrac. Troppi impatti, la porta non regge l’urto e crolla. L’arbitro Meuser, alla quarta direzione in Bundesliga, prova a rimetterla in piedi, aiutato in questo dai volenterosi giocatori del Werder, ma ogni sforzo risulta vano.

Al contrario gli atleti del Monchengladbach, padrone di casa, non sembrano avere grande interesse nel risolvere il problema. Ed il motivo è palese. Non avendo i dirigenti a disposizione un palo di riserva, i giocatori si limitano ad osservare arbitro e avversari provare a sistemare la porta. La partita viene sospesa a soli 120 secondi dalla sua conclusione e a differenza di quel che accade oggigiorno, all’epoca le gare interrotte venivano ripetute dall’inizio. Un bel colpo per il tecnico Weisweiler e i suoi ragazzi, che avrebbero quindi nuovamente 90′ per vincere la partita e non solo pochi secondi per sbloccare un risultato che li penalizza. Questo lo sanno bene. L’arbitro Meuser però riporta nel referto la scarsa collaborazione dei giocatori di casa e il giudice sportivo, qualche settimana dopo, assegna la vittoria a tavolino al Werder Brema, 2-0.

Apriti cielo. Scoppia lo scandalo. Ad approfittarne è il Bayern, quel giorno sconfitto anch’esso a Kaiserslautern, 2-1, che resta in corsa per il titolo, ad un solo punto dagli avversari, 37 contro 38. Il sospetto è che si voglia favorire il club bavarese, che proprio in quegli anni sta cominciando la sua ascesa, forte di fuoriclasse del calibro di Beckenbauer, Gerd Muller, Sepp Maier. Le società tedesche colgono l’occasione al balzo e decidono che da lì in poi si giocherà solo con i pali in alluminio. E questa è un’innovazione senza precedenti. Così come è storia che il Monchengladbach vincerà ugualmente il titolo all’ultima giornata, prima a riuscirci per due anni di seguito, quando il Bayern, che condivide la testa della classifica con i renani ma ha una miglior differenza reti, perderà inopinatamente a Duisburg, 2-0 per una doppietta di Budde, ed il Borussia passerà di quaterna a Francoforte, con due reti di  Jupp Heynckes e due sigilli di Netzer e Koppel.

Da quel giorno quel famoso palo è ancora custodito nel museo del club, mentre Laumen, uno capace nondimeno di segnare 121 reti in 267 partite di Bundesliga, è per tutti “spacca porta“. E il Borussia Monchengladbach, dopo la porta frantumata, conoscerà l’anno dopo anche il “fattaccio della lattina” nel match di Coppa dei Campioni con l’Inter… ma questa è un’altra storia e ne riparleremo, è una promessa.

LA VITA SPERICOLATA DI “LONG JOHN” CHINAGLIA

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Chinaglia e Maestrelli, coppia vincente – da magliarossonera.it

Articolo di Giovanni Manenti

Credo che pochi calciatori abbiano potuto vantare, nella loro vita, una carriera così turbolenta, costellata da indubbi successi e fama internazionale, ma al tempo stesso segnata da atteggiamenti rissosi ed arroganti, di cui ha poi fatto le spese ad attività agonistica conclusa, con operazioni finanziarie ai limiti – e ben oltre – della legalità nel tentare scalate a vari club pallonari, come il leader della Lazio scudettata nel 1974, il primo nella storia del club biancoceleste, vale a dire il centravanti Giorgio Chinaglia.

Giorgio è costretto a “conquistarsi a morsi” la vita sin da adolescente, in quanto, poco tempo dopo la sua nascita, avvenuta a Carrara il 24 gennaio 1947, i genitori e la sorella maggiore Rita decidono, in quell’Italia dilaniata dai tragici eventi bellici della seconda guerra mondiale, di trasferirsi in Galles dove il padre Mario trova lavoro in miniera ed il piccolo Giorgio è svezzato da nonna Clelia, prima di ricongiungersi egli stesso alla famiglia all’età di 8 anni.

Come ogni buon emigrante nostrano che si rispetti, il padre, con i primi risparmi apre la più classica attività per un italiano all’estero, vale a dire un ristorante sotto l’insegna “Mario’s Bamboo Restaurant” a Cardiff ed il figlio Giorgio, che oltre a frequentare la scuola si diletta anche nel praticare sia il calcio che il rugby (sport nazionale, quest’ultimo, in Galles), dà a propria volta una mano alla sera come cameriere nel locale di famiglia.

Le origini italiane lo fanno propendere più per il calcio, ed all’età di 17 anni, Chinaglia firma il suo primo contratto da professionista con lo Swansea, debuttando il 13 febbraio 1965 nel pareggio interno a reti bianche contro il Portsmouth, sua unica presenza in una stagione che si conclude con la retrocessione del club in terza divisione.

Andata delusa la speranza di poter, l’anno successivo, trovare maggior spazio in prima squadra – saranno solo quattro le presenze, condite dalla sua unica rete realizzata in terra inglese, nella sconfitta esterna per 1-2 a Bounemouth –, Chinaglia inizia a mostrare i segni di insofferenza tipici del suo carattere, inducendo la famiglia a cedere l’attività e tornarsene in Italia per consentire al figlio di prestare il servizio militare e favorirne la carriera da calciatore, che, difatti, prosegue con un anno alla Massese e due all’Internapoli, entrambe militanti in Serie C, ma dove, diversamente a quanto avvenuto oltremanica, viene impiegato con continuità.

Con la fortuna di trovare nella formazione partenopea un compagno con cui legherà il resto della sua carriera in Italia, quale Giuseppe Wilson, e, come allenatore, nel suo secondo anno all’Internapoli, il famoso ex centravanti brasiliano Luis Vinicio che ne affina le qualità tecniche in un fisico possente di m.1,86 per 80 chili, Chinaglia va a segno 14 volte con la squadra che termina il Campionato al terzo posto, con ciò attirando le attenzioni della neopromossa Lazio che lo acquista, unitamente a Wilson, l’estate seguente, quale rinforzo per l’attacco in vista del prossimo torneo di massima divisione.

E l’impatto di Chinaglia con la Serie A italiana, nel 1969, non è assolutamente da disprezzare, con la Lazio che chiude all’ottavo posto ed il centravanti a realizzare 12 reti, quale miglior marcatore per la sua squadra, anche se identica fortuna non ottiene la stagione seguente con i biancocelesti, allenati da Juan Carlos Lorenzo, che retrocedono tra i cadetti e Chinaglia a limitare il proprio bottino di goal a soli 9 centri, cui vanno però aggiunte le 7 reti che consentono alla Lazio, nel giugno 1971, di conquistare la Coppa delle Alpi, tra cui la doppietta nella finale vinta per 3-1 contro il Basilea.

Grandi cambiamenti in vista per il 23enne Giorgio, sia dal punto di vista professionale che privato, in quanto in questa seconda veste convola a nozze con Connie Eruzione (mai cognome si sarebbe adattato meglio al focoso carattere del marito), figlia di un ex sergente americano che si era stabilito in Italia – nonché cugina del giocatore di hockey su ghiaccio Mike Eruzione, autore della decisiva rete che assegnerà agli Stati Uniti la vittoria sull’Unione Sovietica alle Olimpiadi di Lake Placid 1980 – mentre sul campo fa la conoscenza di colui che, a pieno titolo, può considerare il suo secondo padre, e cioè il tecnico pisano Tommaso Maestrelli, reduce da tre ottime stagioni al Foggia, e che assume la guida tecnica dei biancocelesti nell’estate 1971.

Il sodalizio dà immediatamente i suoi frutti, con la Lazio che risale prontamente in A e Chinaglia a vincere la classifica di capocannoniere del torneo cadetto con 21 centri – assieme a Massa ed Abbondanza, firmano in tre 40 delle 48 reti complessivamente realizzate dalla squadra – mettendo le basi della formazione che, con gli innesti di Garlaschelli, Re Cecconi e Frustalupi ed al lancio in pianta stabile nell’undici titolare di un giovane Vincenzo D’Amico, dapprima sfiora lo scudetto nel 1973 e poi lo conquista nel 1974, stagione in cui Chinaglia va a segno per 24 volte quale cannoniere principe della massima divisione e certificando, con la trasformazione di un calcio di rigore alla penultima giornata contro il Foggia, la matematica conquista del tricolore.

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Il calcio di rigore trasformato da Chinaglia che consegna lo scudetto 1974 alla Lazio – da since1900.it

Stagione in cui Chinaglia si rende anche protagonista di due triplette in Coppa Uefa, la prima nel 3-0 all’Olimpico contro il Sion al primo turno, e la seconda nella vittoria casalinga per 4-2 a spese degli inglesi dell’Ipswich Town, inutile per la qualificazione stante lo 0-4 maturato all’andata, ma che porta dietro di sé il negativo risvolto delle intemperanze dei tifosi laziali, con conseguente squalifica per un anno dalle competizioni internazionali da parte della Uefa, il che significa che la Lazio non può partecipare alla successiva Coppa dei Campioni in forza del titolo appena conquistato.

La parabola di Chinaglia in maglia biancoceleste sta per volgere al termine, in relazione all’abbandono della panchina di Maestrelli per gravi motivi di salute – che purtroppo lo condurranno alla morte ad inizio dicembre 1976 – ed al desiderio di ricongiungersi alla moglie, nel frattempo rientrata negli Stati Uniti e dalla quale avrà tre figli, convincendolo ad accettare le offerte dei New York Cosmos per andare a giocare nella NASL.

In quegli anni il “soccer” – come viene chiamato negli Usa per differenziarlo dal loro “vero” football, che si gioca con la palla ovale – cerca di ritagliarsi uno spazio in un panorama sportivo che non lo adora e la scelta delle dirigenze si sposta sull’acquisto di celebrità oramai sul viale del tramonto, da Best a Cruijff, da Deyna ad Eusebio, da Cubillas a Gerd Mueller, per finire alle stelle brasiliane Pelè e Carlos Alberto che militano proprio nella formazione newyorkese, assieme a Franz Beckenbauer.

Con tutti ex campioni di oltre trent’anni di età, è sin troppo logico che un arzillo e potente 28enne come Chinaglia non abbia difficoltà ad affermarsi, tanto più dopo aver dovuto affrontare le rocciose difese nostrane, ed andando talmente a nozze con gli sprovveduti difensori indigeni da trovarsi a realizzare qualcosa come 193 reti in sole 213 gare di “regular season” disputate negli otto anni vissuti negli States, che gli valgono quattro titoli consecutivi di capocannoniere dal 1978 al 1981, cui aggiunge quattro “Soccer Bowl“.

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Esultanza di Chinaglia dopo una delle tante reti realizzate per i New York Cosmos – da goal.blogs.nytimes.com

Già, perché fedeli alla formula degli sport in voga negli Usa, anche nel calcio vengono introdotti i playoff a fine stagione, con la disputa della finalissima alla stessa stregua del football, e Chinaglia è protagonista nel 1977 (vittoria per 2-1 contro Seattle, con una rete), 1978 (vittoria per 3-1 contro Tampa Bay, andando ancora a segno), 1980 (3-0 contro Fort Lauderdale, con una doppietta a suo nome, stagione in cui realizza 18 reti n 8 gare di playoff, compresi 7 centri nell’8-1 contro Tulsa), ed infine, dopo aver perso per 0-1 la finale del 1981 contro Chicago, ottiene il suo quarto ed ultimo titolo l’anno seguente, sconfiggendo per 1-0 Seattle ed ancora grazie ad una sua rete, risultando così l’uomo più decisivo nella storia del club, per poi abbandonare l’attività agonistica nel 1983, potendo contare al suo attivo qualcosa come 320 reti realizzate in sole gare di campionato, cui vanno aggiunte le 50 nelle, peraltro più importanti, partite dei playoff.

Per poter meglio comprendere il cammino post agonistico di Chinaglia, occorre fare un passo indietro e tornare ai suoi trascorsi in Italia, quando il suo carattere scontroso ed irrequieto lo porta a frequenti scontri con i compagni di squadra, i cui dissidi a livello di spogliatoio venivano “saldati” nel corso di epiche sfide nella partitella del giovedì, sapientemente sfruttata da Maestrelli per appianare eventuali dissapori e ritrovare l’unità del gruppo per l’appuntamento domenicale di campionato, così come non passa certo inosservato il “vaffa” rivolto al Commissario Tecnico Valcareggi ai Mondiali di Germania 1974 in occasione della sua sostituzione nella gara d’esordio contro Haiti, peraltro proprio contro l’allenatore che lo aveva fatto esordire il 21 giugno 1972, al termine del torneo cadetto disputato con la Lazio, nell’amichevole di Sofia contro la Bulgaria e conclusa per 1-1 grazie alla rete segnata al debutto da “Long John“.

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Il famoso “vaffa” di Chinaglia dopo la sostituzione con Haiti ai Mondiali 1974 – da storiedicalcio.altervista.org

Quasi sicuramente, nella sua esperienza nella capitale, Chinaglia deve aver avviato alcune frequentazioni poco raccomandabili, poiché altrimenti non si spiega come mai, a carriera appena conclusa – ed oramai da quattro anni cittadino americano a tutti gli effetti – decida di tornare alla Lazio per assumerne la presidenza, nel mentre negli Usa rileva dalla “Warner Communications” parte delle azioni dei New York Cosmos, iniziative entrambe negative per sopraggiunti problemi finanziari, con la NASL a chiudere i battenti nel 1985 e Chinaglia a rassegnare le dimissioni da primo dirigente nel 1986, subentrandogli Gianmarco Calleri.

Esperienza che non si conclude in modo indolore per l’ex centravanti, che nel 1996 si vede condannare dalla giustizia italiana a due anni di reclusione per i reali di bancarotta fraudolenta e falso in bilancio riconducibili alla gestione della fallita “Fin Lazio“, proprietaria della società biancoceleste.

Da allora in poi, il nome di Chinaglia – nel frattempo separatosi dalla moglie – viene associato più ad eventi giudiziari che non all’attività di commentatore radiofonico che svolge quotidianamente negli States per la “Sirius Satellite Radio” di New York, balzando ai (dis)onori della cronaca, in quanto, dopo aver tentato inutilmente nel 2004 l’acquisto del Foggia, nella primavera del 2006 viene iscritto nel registro degli indagati dalla DDA di Napoli, con l’accusa di aver agevolato l’accusa della camorra e, nell’ottobre del medesimo anno, la Guardia di Finanza richiede un’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti per irregolarità nel tentativo di ottenere il pacchetto di maggioranza della Lazio, contestandogli il reato di riciclaggio per conto del clan camorristico appartenente alla famiglia dei Casalesi.

Ordinanza non eseguita in quanto Chinaglia risiede negli Stati Uniti ed il reato ascrittogli non è tale da includere la richiesta di estradizione, ciò nondimeno i guai con la nostra giustizia per l’ex idolo dei tifosi biancocelesti sono ben lungi dal concludersi, venendo condannato nel novembre del 2007 al pagamento di una multa di 4.2 milioni di €uro su richiesta della Consob, quale responsabile di manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza del riferito organo di controllo in relazione alle voci ad arte messe in giro, e poi rivelatesi false, circa l’intenzione di un gruppo farmaceutico ungherese di rilevare il pacchetto di maggioranza della Lazio,sSocietà che, ricordiamolo, risulta quotata in Borsa.

Non vi è pertanto da stupirsi più di tanto se – dopo essere stato colpito da un nuovo mandato di arresto per riciclaggio nel 2008 – una vita così vissuta sul filo del rasoio abbia determinato uno stato di stress tale da procurargli un infarto che, alcuni giorni dopo un suo ricovero ospedaliero, pone fine alla sua esistenza l’1 aprile 2012 nella sua casa di Naples (ironia della sorte, la traduzione inglese di Napoli, da cui peraltro la città prende proprio spunto), in Florida, all’età di appena 65 anni.

In suo ricordo, i tre figli avuti dalla moglie Connie, hanno dato vita in America alla “Giorgio Chinaglia Foundation“, associazione no-profit che si occupa di dare assistenza ai bambini bisognosi, mentre le sue spoglie riposano a Roma, nel cimitero di Prima Porta, accanto alla tomba del suo maestro Tommaso Maestrelli, il quale da “padre buono” quale è sempre stato nei confronti del suo “Giorgione“, ci piace pensare che lo abbia rimproverato con un affettuoso…  “ma ne valeva proprio la pena?

JOHAN CRUIJFF, IL PROFETA DEL CALCIO TOTALE

 

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Johan Cruijff – da blog.sentieriselvaggi.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando la sera del 28 maggio 1969, sul terreno del “Santiago Bernabeu” di Madrid, il Milan conquista la sua seconda Coppa dei Campioni schiantando per 4-1 gli olandesi dell’Ajax Amsterdam, sono in pochi a ritenere che quel ragazzo di poco più di vent’anni che, sì, fa un gran movimento, corre, si danna l’anima ed è difficile da marcare, possa poi divenire l’alfiere della più grande rivoluzione che il calcio abbia mai dovuto conoscere, trasformandone per sempre la fisionomia.

Già, perché quella sera le luci della ribalta sono tutti per lui, l’ex “Golden Boy” ed ora maturo Gianni Rivera, il quale dirige da par suo l’orchestra rossonera fornendo a Pierino Prati gli assist per la seconda e quarta rete della sua personale tripletta – ultimo giocatore ad esservi riuscito in una finale di Coppa Campioni/Champions League – per poi fregiarsi a fine anno del “Pallone d’Oro” messo in palio dalla rivista “France Football“, primo italiano a riuscire in tale impresa, se si esclude l’italoargentino Sivori nel 1961.

Non è dato sapere cosa sia passato quella notte nella testa del citato giovane olandese, tale Hendrik Johannes “Johan” Cruijff, nato ad Amsterdam il 25 aprile 1947, ma di certo, avrà rimuginato nella sua mente come fare per arrivare egli stesso a raggiungere un tale traguardo, pensiero che gli sarà rimbalzato nel vedere assegnare a Rivera il prestigioso riconoscimento della rivista francese.

Oddio, non è che il futuro “Profeta del gol fosse uno sconosciuto nella regione dei polder al di sotto del livello del mare, e che la sua potesse essere una carriera da predestinato se ne ha sentore sin dal giorno del suo debutto, il 15 novembre 1964 a 17 anni, nel successo esterno per 3-1 dei “lancieri” sul campo del Groningen, cui la settimana successiva fa seguito la sua prima rete con la divisa biancorossa nella netta vittoria casalinga per 5-0 contro il PSV Eindhoven.

Non era stata un’infanzia facile quella di Johan e di suo fratello Heini, figli di una coppia che gestisce un negozio di frutta e verdura, sufficiente per tirare avanti con dignità, ed i due rampolli dividono il loro tempo tra scuola, compiti ed interminabili partite a calcio per le strade della metropoli olandese, dove Johan affina le sue innate qualità tecniche, saltando come birilli gli amici e consentendogli di entrare, sin dal compimento del suo decimo anno, nelle formazioni giovanili dell’Ajax, assieme al fratello, che ricopre il ruolo di stopper.

Che l’adolescente Johan avesse già le stimmate del leader se ne accorge ben presto il presidente degli ajacidi, quando, colpito a 12 anni dalla perdita del padre per un infarto, riesce a convincerlo ad affidare alla madre – che nel frattempo ha dovuto cedere l’attività e vendere l’abitazione – i lavori di pulizia al vecchio stadio “De Meer“, nonché a servire al bar durante le partite, mentre lui abbandona gli studi per seguire quella che ritiene essere la strada che il destino gli ha assegnato.

E, nonostante faccia ancora parte delle formazioni giovanili, il piccolo Johan viene preso sotto osservazione da Vic Buckingham, tecnico inglese sbarcato ad Amsterdam proprio nel 1959 per guidare la prima squadra, il quale, intuendone le potenzialità, lo sottopone ad un programma di allenamenti specifici per rafforzarne la muscolatura, cosa della quale Cruijff trae immediato beneficio, tant’è che nella sua prima stagione a livello allievi senza “qualcosa” come 74 (!!!) reti, firmando poi nel 1964 il suo primo contratto da professionista.

E se Cruijff deve a Buckingham – il quale, dopo il rientro in patria allo Sheffield Wednesday, torna alla guida dell’Ajax nell’estate 1964 giusto in tempo per verificare i progressi del ragazzo e farlo esordire in prima squadra – il suo potenziamento atletico che lo rende inafferrabile nel prosieguo della carriera, è con un altro tecnico che Johan compie il definitivo salto di qualità, vale a dire Rinus Michels, a sua volta ex attaccante del club nell’immediato dopoguerra e capace di realizzare 122 reti che gli valgono due titoli di campione olandese, nel 1947 e dieci anni dopo, nel 1957.

Michels sostituisce Buckingham nel corso della più travagliata stagione dei lancieri, conclusa con un inglorioso terz’ultimo posto in classifica, a tre soli punti dalla retrocessione in “Eerste Divisie” (la serie B olandese), ed il suo compito di risollevare una squadra che non vince il titolo dal 1960 sembra alquanto improbo, visto che può contare su solo tre giocatori di livello superiore, e cioè il difensore Wim Suurbier, il centrocampista Sjaak Swart e l’attaccante Klaas Nuninga.

Ma il neo tecnico ha dalla sua alcune carte importanti da giocare, prima fra tutte il recupero dell’esperto Co Prins, fermato l’anno precedente da una serie di infortuni, quindi il rientro da due anni al Feyenoord – con cui si era laureato campione d’Olanda la stagione precedente – di Henk Groot, soprattutto, il lancio in pianta stabile in prima squadra della 22enne ala sinistra Piet Keizer e del “gioiellino di casa” Johan Cruijff.

L’alchimia raggiunta, con un gioco votato all’offensiva, paga immediatamente i suoi frutti, con l’Ajax che torna al titolo, celebrato il 18 maggio 1966 con il successo per 2-0 sui rivali storici del Feyenoord allo Stadio Olimpico, che apre i suoi battenti solo per tale sfida, risultando il “De Meer” inadeguato per contenere gli spettatori che vogliano assistervi, con Cruijff che fornisce il proprio contributo con 16 reti in 19 gare disputate.

Inizia così a prendere forma il “fenomeno Ajax, una squadra che incanta, aggiungendo altri due titoli consecutivi, sempre a spese del Feyenoord, nel 1967 (realizzando 122 reti (!!!), di cui 33 portano la firma di Cruijff, 25 di Swart e 23 di Nuninga) e nel 1968 (con Cruijff ancora “top scorer” con 27 centri), mentre le prime esperienze europee vedono i “lancieri” fermarsi una prima volta ai quarti, dopo aver dato una severa lezione al Liverpool negli ottavi, sconfitto 5-1 ad Amsterdam, e la seconda risultare sfavoriti dal sorteggio, che li oppone al primo turno al Real Madrid, dal quale escono sconfitti con l’onore delle armi (1-1 in casa, 1-2 solo ai supplementari al Bernabeu).

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Cruijff in azione – da storiedicalcio.altervista.org

Sono comunque esperienze contro squadre di livello che fanno crescere, soprattutto in esperienza, la squadra, che nel 1969 diviene la prima compagine dei Paesi Bassi a guadagnare la finale di una Coppa europea, eliminando nel percorso il Benfica del sempre valido Eusebio dando una dimostrazione di grande maturità quando, dopo essere stati sconfitti in casa per 1-3, gli olandesi ribaltano il risultato al ritorno a Lisbona, portandosi sul 3-0 dopo mezz’ora con un Cruijff scatenato autore di una doppietta, solo per subire nel finale la rete di Torres che rimanda il passaggio del turno al match di spareggio disputato in campo neutro, a Parigi, dove sono necessari i tempi supplementari dopo che lo 0-0 di partenza non si sblocca, e nella mezz’ora ulteriore, ancora Cruijff e Danielsson con una doppietta chiudono definitivamente il conto.

L’impegno europeo incide sull’esito del campionato, che vede l’Ajax stavolta abdicare a beneficio del Feyenoord, risultando fatale la sconfitta interna per 1-2 contro il PSV Eindhoven a quattordici giorni dalla finale di Coppa Campioni contro il Milan, rimandando l’appuntamento con il titolo all’anno seguente.

Ora, se c’è una cosa che non è mai mancata a Cruijff, oltre all’innata classe, è anche una determinazione al limite del parossismo nel volersi affermare, e non c’è niente che lo stimoli di più che vedere vincere avversari che ritiene inferiori alla propria squadra ed è questo il caso che si verifica a maggio 1970 quando, a dispetto dell’essere tornati sul trono d’Olanda, vede conquistare la Coppa dei Campioni ai rivali del Feyenoord, superando il Celtic Glasgow per 2-1 nella finale di Milano, avendo oltretutto eliminato nel loro cammino proprio i detentori del Milan che avevano umiliato i “lancieri” l’anno prima.

E’ questo un affronto che innalza a livelli impensabili l’orgoglio ed il “super ego” di Cruijff – che con il suo Ajax si era dovuto arrendere in semifinale di Coppa delle Fiere contro l’Arsenal, poi vincitrice del trofeo – e, archiviata la stagione con l’accoppiata Scudetto/Coppa nazionale e 33 reti complessive realizzate in 46 gare disputate, pianifica con Michels il programma per la successiva campagna europea.

Con una formazione che ha raggiunto l’equilibrio in tutti i reparti, con l’inserimento di Stuy in porta, del possente libero Hulshoff in difesa e di Gerrie Muhren e Johan Neeskens a centrocampo, Cruijff – che nella nuova stagione indossa per la prima volta la celebre “maglia numero 14, un vezzo tale da renderlo ancora più unico – è libero di spaziare a proprio piacimento nel settore offensivo, sfruttando le sue doti di velocità e controllo della sfera che lo rendono immarcabile, unite ad un talento insuperabile nella visione di gioco sia nel fornire preziosi assist ai compagni che nel dettare il passaggio per la conclusione da parte sua, il tutto inquadrato in una lettura della singola gara che non ha eguali, come dallo stesso Johan rappresentato con le parole… “Ogni allenatore parla di movimento, dice di correre sempre, ma io dico, viceversa, non correte molto. Il calcio è un gioco in cui si gioca con il cervello e bisogna trovarsi nel posto giusto nel momento giusto, né troppo tardi, né troppo presto….

Così oliata e tirata a lucido, la formazione biancorossa si spiana la strada verso la sua seconda finale europea attraverso altrettanti 3-0 inflitti allo Stadio Olimpico – che oltre alla sfida contro il Feyenoord nel “derby d’Olanda“, ospita pure le gare internazionali – a Basilea negli ottavi, Celtic ai quarti ed Atletico Madrid in semifinale, per poi cogliere l’alloro più importante in un palcoscenico d’eccezione quale lo Stadio di Wembley a Londra, al cospetto di un Panathinaikos allenato da un’altra leggenda del calcio mondiale, il “colonnello” Ferenc Puskas, che deve inchinarsi alle reti di Van Dijk e del subentrato Haan, e pazienza se del titolo olandese, nel frattempo, se ne è riappropriato il Feyenoord – viceversa ingloriosamente eliminato al primo turno dai rumeni dell’UT Arad – al quale Cruijff & Co. stanno per rifilare uno scherzetto mica male.

Dalla consacrazione sul campo, giunge anche quella della critica internazionale, che incorona Cruijff con una votazione plebiscitaria in occasione dell’assegnazione del “Pallone d’Oro” 1971, ottenendo 116 voti, più del doppio del secondo classificato, l’azzurro Sandro Mazzola, che ne raggranella 57.

L’anno seguente, con ancora due squadre iscritte alla Coppa dei Campioni, la relativa finale, vista la crescita del calcio “made in Holland“, viene assegnata dalla UEFA proprio a Rotterdam, nella “tana del Feyenoord, e la rivalità in patria tra i due club raggiunge picchi elevatissimi, dato che, tra l’altro, Michels ha ritenuto compiuto il suo lavoro nella costruzione di un modello vincente, venendo attratto dalle sirene catalane del Barcellona, con la designazione del rumeno Stefan Kovacs, reduce da un quadriennio alla guida della Steaua Bucarest, quale suo sostituto.

Ma la squadra, oramai, recita il copione a memoria, con ulteriori due innesti di prestigio quali Ruud Krol ed Arie Haan in pianta stabile tra i titolari, e la stagione 1972 si rivela come ineguagliabile nella storia del club, che fa suo il campionato staccando nettamente di 8 punti i consueti rivali e scavalcando nuovamente quota 100 reti realizzandone 104 (con Cruijff ancora “top scorer” con 24 centri), cui aggiunge l’11 maggio la conquista della coppa nazionale (la KNVB Beker) superando 3-2 il Den Haag nella finale disputata proprio a Rotterdam, dove, 20 giorni dopo, punta a confermarsi campione d’Europa contro l’Inter, nel mentre la squadra di casa è stata eliminata dal Benfica ai quarti con un pesante 5-1 a Lisbona.

Vi è da dire che, come l’Ajax furoreggia in patria quanto a reti realizzate, viceversa in Europa sfrutta la propria solidità difensiva, con una linea che mette in pratica a memoria la tattica del fuorigioco, tant’è che subisce appena tre reti nelle otto gare disputate per giungere all’atto conclusivo, ed il doppio confronto di semifinale contro il Benfica viene risolto dall’unica rete messa a segno da Swart nella gara di andata.

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Una fase di Ajax-Inter – da mimmorapisarda.it

Difesa che si dimostra impenetrabile anche il 31 maggio a Rotterdam, ma anche la corrispondente retroguardia nerazzurra regge bene l’urto guidato da un Cruijff ispirato come non mai, nonostante la stretta marcatura di Oriali, capitolando solo ad inizio ripresa grazie proprio all’astuzia di Johan nello sfruttare un’uscita a vuoto di Bordon per poi chiudere il conto nel finale con un azzeccato colpo di testa che non lascia scampo all’estremo difensore italiano, potendo così festeggiare in casa dei rivali storici e superare nuovamente quota 30 reti in stagione, cui unisce, a settembre, la conquista della Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Independiante e, il gennaio successivo, la Super Coppa europea a spese dei Glasgow Rangers.

Ora, ricordiamoci l’aspetto indubbiamente un po’ altezzoso di Johan ed a cosa debba aver pensato quando, al termine di una stagione irripetibile in cui ha conquistato tutto ciò che era possibile, si vede addirittura escludere dal podio del “Pallone d’oro” 1972, interamente monopolizzato dal trio tedesco formato da Franz Beckenbauer, Gerd Mueller e Guenther Netzer, componenti della nazionale vincitrice dell’Europeo, un affronto da “lavare col sangue” e l’occasione gliela fornisce l’urna della UEFA, abbinando il suo Ajax bicampione d’Europa al Bayern di Monaco nei quarti di finale della Coppa dei Campioni 1973, coi vari Maier, Breitner, Beckenbauer, Hoeness e Mueller incapaci di reggere le sfuriate offensive di un Ajax che li travolge 4-0 allo Stadio Olimpico, per poi far fuori anche Real Madrid in semifinale e Juventus nell’atto conclusivo a Belgrado, per un tris di vittorie che non si registrava dai tempi del grande Real di Di Stefano & Co.

Stavolta non ci sono dubbi, il secondo “Pallone d’Oro” trova spazio nella sala dei trofei di casa Cruijff, ancora una volta con una schiacciante superiorità nelle votazioni (96 preferenze contro le 47 di Dino Zoff), ed è anche il momento di cambiare aria, attirato dal suo mentore Michels che ripone in lui le speranze di riportare in Catalogna una vittoria nella Liga che per il Barcellona manca da 14 anni, dall’epoca di Helenio Herrera, per intendersi.

Ancora una volta è l’ostinazione di Cruijff ad averla vinta, poiché l’Ajax aveva stretto un accordo con il Real Madrid (una sorta di “caso Di Stefano” degli anni ’50 al contrario), ed impuntandosi ottiene quanto desiderato, presentandosi al “Camp Nou” in veste di nuovo Messia, dato che al suo esordio la squadra è terz’ultima – firma del contratto ritardata per valutare bene ogni clausola da parte del suocero miliardario Cos Corver, commerciante di diamanti – ma basta una sua doppietta all’esordio nel 4-0 contro il Granada per far sì che i “blaugranasi riapproprino del titolo con largo margine, con Johan autore di una rete in acrobazia nella gara vinta 2-1 contro l’Atletico di Madrid che resta a vita nell’immaginario dei tifosi catalani – ed è utilizzata da Sandro Ciotti quale copertina del film documentario “Il Profeta del Gol“, uscito nel 1976 – così come l’umiliazione inflitta agli odiati “blancos” nel “Super Clasico” di ritorno del 17 febbraio 1974, umiliati con un pesantissimo 0-5 al Santiago Bernabeu.

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Il gol contro l’Atletico Madrid – da olimpopress.it

Manca ancora però un importante tassello alla carriera di Cruijff, vale a dire portare ai vertici del calcio mondiale anche la nazionale olandese che, pur con lui in squadra, non è riuscita a superare i gironi di qualificazione sia agli Europei 1968 e 1972 che ai Mondiali del 1970 in Messico, ma la musica cambia in occasione dei Mondiali di Germania 1974, quando l’Olanda riesce finalmente a staccare il biglietto per la fase finale, pur se solo grazie alla miglior differenza reti rispetto al Belgio, i cui incontri si sono conclusi entrambi a reti inviolate, e con il contributo di 7 reti messe a segno da Cruijff.

La selezione olandese sbarca in Germania con lo “zoccolo duro” formato dall’ossatura dell’Ajax con l’aggiunta del “catalano” Cruijff potendo anche contare sulla presenza di Michels in panchina e tale edizione dei Mondiali passa alla storia come quella della “rivoluzione nel calcio moderno” per l’esempio di calcio totale messo in pratica dagli olandesi – visti anche con un pizzico di ironia per la gestione “aperta” del ritiro, con moglie e fidanzate al seguito e coppe di champagne ai bordi delle piscine – con questo loro movimento armonico che li porta, da un lato, a scattare all’unisono in avanti per la conquista della palla disorientando gli avversari che spesso cadono nella trappola del fuorigioco e, dall’altro, a poter contare su un movimento in fase offensiva tale da non concedere punti di riferimento alle opposte difese, di cui l’indiscusso regista e finalizzatore altri non è che il “divino” Johan, dal che nasce l’appellativo, tutt’altro che fantasioso, di “Arancia meccanica” in onore al colore della divisa nazionale ed al celebre film di Stanley Kubrick, uscito nel 1971.

Il modo di giocare degli olandesi incanta pubblico e critica, giungendo all’atto conclusivo con 14 reti realizzate ed una sola subita (peraltro in un 4-1 contro la Bulgaria), pur dovendo subire l’amarezza della sconfitta contro i fortissimi padroni di casa della Germania Ovest, in una gara in cui Cruijff, scientificamente colpito alle caviglie dal mastino Vogts, mostra il suo lato peggiore, innervosendosi oltre misura tanto da rischiare di essere cacciato dal direttore di gara, l’inglese Taylor, con ciò facendo il gioco dei suoi avversari, e stavolta avrebbe sinceramente fatto a meno del “contentino” riservatogli con l’assegnazione del suo terzo Pallone d’Oro (primo giocatore a riuscirvi) a fine anno, avendo senz’altro preferito essere al posto del secondo classificato, il Kaiser Beckenbauer, nel sollevare al cielo la Coppa del Mondo.

Il 1974 rappresenta l’apice della carriera di Cruijff, che non riesce a rinverdire al Barcellona i fasti della prima stagione, per poi emigrare, a 30 anni compiuti, negli Stati Uniti ad insegnare calcio nella mediocre NASL infarcita di vecchie glorie, per poi far ritorno ad inizio anni ’80 in Olanda e dare il proprio contributo a tre titoli consecutivi, i primi due con l’Ajax ed il terzo, l’ultimo dei 9 complessivamente conquistati, con la maglia dei rivali del Feyenoord, quasi a mo’ di compensazione per i tanti “sgarbi” commessi in passato.

Ma il legame con la Catalogna resta forte, ed, appese le scarpe al chiodo e dedicatosi alla carriera di allenatore, Cruijff ripercorre le stesse tappe da giocatore, portando in tre anni nella bacheca dell’Ajax due Coppe d’Olanda e la Coppa delle Coppe 1987 vinta in finale contro il Lokomotiv di Lipsia grazie ad una rete di Marco van Basten – il quale aveva esordito coi lancieri proprio entrando al suo posto nell’aprile 1982, anch’egli all’età di 17 anni, in un ideale passaggio di consegne – per poi approdare al Barcellona nell’estate 1988 con il compito di restituire un’immagine vincente ad un club che, dalla Liga vinta nel 1974 con l’olandese, aveva messo in carniere un solo ulteriore titolo nel 1985 sotto la guida di Terry Venables.

Cruijff trasferisce in terra spagnola la sua filosofia di calcio, ben racchiusa nella frase “il gioco innanzitutto ed i risultati arriveranno, costruendo negli 8 anni in cui siede sulla panchina azulgrana un ciclo vincente antesignano del presente, che porta il Barcellona a conquistare la Coppa delle Coppe 1989, la Copa del Rey l’anno successivo e ad inanellare quattro titoli di campione nazionale consecutivi (dal 1991 al 1994) con l’aggiunta di altre tre finali europee, sconfitto dal Manchester United nel 1991 in Coppa delle Coppe, vittorioso – prima volta nella storia del club – in Coppa Campioni 1992 a spese della Sampdoria (ancora a Wembley, teatro della sua prima Coppa vinta da giocatore ) e subendo un impensabile tracollo due anni dopo, travolto 0-4 dal Milan di Capello ad Atene, quel Milan che già lo aveva umiliato da giocatore 25 anni prima a Madrid.

Il suo brutto vizio di abusare delle sigarette lo costringe a fermarsi nel 1996 a causa di ripetuti attacchi cardiaci subiti, dedicandosi all’attività dirigenziale soprattutto improntata nella selezione dei giovani e nella cultura applicata alla Masia (struttura che ospita i giocatori che fanno parte del vivaio del Barcellona), con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, per poi dover combattere l’ultima sfida della sua vita contro un tumore al polmone emerso nell’ottobre 2015 da cui esce sconfitto il 24 marzo 2016, rendendo quanto mai profetiche le sue parole dettate ad inizio anni ’90 ad avvenuta applicazione di due bypass coronarici, quando contribuì ad una battaglia contro il fumo recitando lo slogan… “Nella mia vita ho avuto solo due vizi: uno, il calcio, mi ha dato tutto, l’altro, il fumo, stava per togliermelo….

E alla fine, purtroppo, ci è riuscito.

QUANDO L’ATALANTA ENTRO’ NELL’ELITE DEL CALCIO EUROPEO

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Una formazione dell’Atalanta – da ilposticipo.it

Articolo di Giovanni Manenti

La Coppa delle Coppe – o, per meglio dire, la “Coppa dei vincitori di coppa”, come più correttamente indicato sia nella versione transalpina “Coupe des Vainquers de Coupe” che nell’accezione d’oltremanica “Cup Winners’ Cup” – è una manifestazione continentale che ha avuto 40 anni di vita, dal 1960 sino a fine millennio, venendo poi “stritolata” dall’allargamento delle partecipanti alla Champions League che ne hanno svilito il relativo significato, così che le eventuali vincenti delle varie coppe nazionali che non trovano spazio nel torneo principe del calcio europeo vengono dirottate nella neo costituita Europa League.

Ed è un peccato, poiché nei suoi anni d’oro aveva una sua rilevanza ben definita, dato che in Coppa dei Campioni si affrontavano le vincenti dei vari campionati, così come in detto torneo potevano confrontarsi le compagini che l’anno prima avevano conquistato la coppa nazionale, consentendo anche a squadre non di primissimo piano una ribalta internazionale, specie in paesi come l’Inghilterra, ad esempio, dove la FA Cup assume un prestigio anche superiore al titolo di campioni della prima divisione, tant’è che nel corso degli anni ’70 ben tre formazioni inglesi di seconda divisione – il Sunderland nel 1973, il Southampton nel 1976 ed il West Ham nel 1980 – conquistarono il trofeo sul verde terreno di Wembley a danno delle più blasonate Leeds, Manchester United ed Arsenal rispettivamente, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla rassegna europea l’anno successivo.

In Italia, come ben si sa, il valore della manifestazione non è certo pari al fascino di quella inglese, ma neppure della “Coupe de France” o della “Copa del Rey” spagnola, colpa anche di una formula che, per esigenze televisive, privilegia le grandi onde consentire loro di arrivare senza eccessivi sforzi alla parte conclusiva del torneo, per non parlare poi del fatto che la stessa è stata ripresa a pieno regime solo nel 1958, sua 11esima edizione quando, tanto per capirsi, viene disputata a Wembley la 77esima finale della Coppa d’Inghilterra.

E le sorprese, nel nostro panorama, sono alquanto limitate, tanto che solo due squadre possono vantare una storia molto particolare, la prima riguardante il Napoli che, a dispetto dei successi degli anni a venire, è l’unica formazione di Serie B a conquistare il trofeo nel 1962, sconfiggendo 2-1 in finale la Spal in un’edizione alquanto snobbata dalle grandi, con il Milan futuro campione d’Italia eliminato in casa dal Modena, così come l’Inter di Herrera da parte del Novara e la Juventus a cedere in semifinale, nettamente sconfitta per 4-1 dalla Spal.

Napoli che abbina la conquista della coppa alla promozione in Serie A, così che la sua partecipazione all’edizione 1962/63 della Coppa delle Coppe avviene comunque come formazione della massima divisione – tra l’altro con un cammino onorevole, arrendendosi ai quarti contro l’OFK Belgrado solo al termine dell’incontro di spareggio – cosa che, viceversa, non avviene per l’Atalanta, che è pertanto l’unica compagine italiana ad aver partecipato ad una competizione europea nel corso di una stagione disputata tra i cadetti.

Non è per i nerazzurri bergamaschi la loro prima esperienza in assoluto in Europa, dato che gli stessi si erano aggiudicati la Coppa Italia l’anno seguente all’impresa degli azzurri partenopei, superando per 3-1 in finale a Milano il Torino grazie ad una tripletta di Domenghini, venendo esclusi al primo turno del torneo 1963/64 dai portoghesi dello Sporting di Lisbona (tenete bene a mente questo nome) al termine di tre combattutissimi incontri che, dopo il successo interno dei lombardi per 2-0 e la riscossa dei lusitani per 3-1 al ritorno (all’epoca non esisteva la regola delle reti segnate in trasferta), vedono l’Atalanta soccombere solo ai tempi supplementari nello spareggio di Barcellona del 14 ottobre 1963 rispetto ad uno Sporting che, peraltro, conquista il trofeo superando in finale l’MTK Budapest, anche in questo caso ricorrendo alla ripetizione della gara, dopo il rocambolesco 3-3 con cui si conclude il primo incontro.

Devono trascorrere 24 anni perché l’Atalanta si trovi a disputare un’altra finale di Coppa Italia, e ciò avviene al termine della stagione 1986/87 in cui, per obiettività, i bergamaschi sono avvantaggiati dai sorteggi – all’epoca ancora integrali – che consentono loro di eliminare, in rapida successione, squadre non di primissimo piano quali la Casertana agli ottavi, il Parma ai quarti e la Cremonese nel “derby” lombardo in semifinale, per poi doversi ritrovare ad affrontare nella finale, da disputarsi con partite di andata e ritorno, il fantastico Napoli di Maradona, che giunge all’atto conclusivo con lo sbalorditivo record di aver vinto tutti ed undici gli incontri – i cinque del girone eliminatorio ed i sei delle doppie sfide di ottavi, quarti e semifinale – sin qui disputati, con un impressionate score di 28 reti realizzate a fronte di appena cinque subite.

Di fronte a tale corazzata, ben poca resistenza può opporre un’Atalanta oltretutto con il morale sotto i tacchi per la retrocessione in B maturata all’ultima giornata con la sconfitta esterna ad opera della Fiorentina, ma ciò nonostante l’undici di Sonetti non sfigura all’andata al San Paolo, capitolando solo al 67′ grazie da una rete di Renica, cui seguono i centri di Muro e Bagni per il 3-0 conclusivo, poi ribadito con il successo dei partenopei in terra lombarda con la rete di Giordano a 5′ dal termine che suggella un cammino insuperabile di tredici vittorie su altrettante gare di coppa disputate.

Ma, poiché con tale trofeo il Napoli realizza l’accoppiata scudetto/coppa, tocca all’Atalanta difendere i colori nazionali nella successiva edizione della Coppa delle Coppe, pur trovandosi anche nella necessità di riconquistare la massima serie in un torneo che vede ai nastri di partenza società blasonate del calibro di Bologna, Lazio, Lecce, Catanzaro, Bari, Brescia ed Udinese.

Si potrebbe pensare che la manifestazione internazionale rappresenti un fastidioso ostacolo rispetto alla – per certi versi – più importante missione della immediata risalita in A, ma in casa orobica la si pensa diversamente e, dopo un iniziale sorteggio favorevole che vede la “Dea” abbinata ai gallesi del Merthyr Tydfil, superati grazie al 2-0 al “Comunale” che ribalta l’1-2 dell’andata, già agli ottavi il cammino inizia a farsi più complicato, abbinata agli ostici greci dell’OFI Creta.

Le due gare sono in programma il 20 ottobre 1987 nell’isola greca, con il ritorno in Italia per il 5 novembre, e l’Atalanta le affronta tra la sesta e la nona giornata di andata di un torneo cadetto iniziato un po’ con il freno a mano tirato, con tre pareggi nelle prime giornate, cui hanno fatto seguito la sconfitta a Parma ed un convincente successo interno per 4-1 sulla Sambenedettese.

Prima della trasferta nell’Egeo, però, la squadra del nuovo tecnico Mondonico deve affrontare una difficile trasferta a Lecce, conclusa con un pari per 1-1 definito nei minuti finali (vantaggio ospite con Garlini, replica giallorossa di Panero), buon viatico in vista del match di andata di coppa, dove in un ambiente come di consueto ostile, i nerazzurri riescono a non perdere la testa, limitando i danni alla rete di Persias messa a segno dopo poco più di un quarto d’ora di gioco.

Sconfitta sicuramente rimediabile, ma con la “spada di Damocle” costituita da un’eventuale rete avversaria al ritorno, il che comporterebbe la necessità di realizzare almeno tre reti per accedere ai quarti di finale, appuntamento al quale i nerazzurri si preparano con un altro pareggio esterno ad Arezzo ed una franca vittoria interna per 2-0 sul Modena nel giorno di Ognissanti, ritrovandosi così al quinto posto in classifica con 9 punti, ad una sola lunghezza dal Padova che occupa la quarta piazza, ultima utile per la promozione in A.

L’ambiente è pertanto carico per la sera del 5 novembre, allorquando una rete di Nicolini a metà della prima frazione di gioco “annulla” il risultato dell’andata e, in una ripresa giocata con accortezza, è il bomber stagionale Oliviero Garlini – che chiuderà l’annata a 22 centri complessivi – a siglare il punto del 2-0 a poco più di un quarto d’ora dal termine, poi difeso senza eccessivi affanni da Piotti & Co. per il tripudio dei 15mila presenti ed appuntamento a marzo per i quarti di finale.

Fase successiva della manifestazione che offre ai bergamaschi l’occasione di “saldare un vecchio conto” quando dall’urna appare il nome dello Sporting Lisbona (ricordate lo spareggio dell’ottobre 1963?), con stavolta però la gara di andata da disputarsi in terra lombarda il 2 marzo 1988 ed il ritorno due settimane dopo nel vecchio “Estadio José Alvalade”, capace di contenere oltre 70mila spettatori.

Ma c’è tempo per pensarci, per quattro mesi Mondonico ed i suoi ragazzi devono concentrare le energie sul campionato cadetto, nel quale, liberi da impegni infrasettimanali, concludono il girone ascendente in seconda posizione con 24 punti, a tre lunghezze dalla capolista Bologna e con altrettante di vantaggio su di un terzetto composto da Lazio, Lecce e Catanzaro, che occupano la quinta piazza.

Le prime tre giornate del ritorno vedono l’Atalanta collezionare due pareggi esterni ed una vittoria tra le mura amiche che, se da una parte le consentono di ridurre a due punti il distacco dal Bologna, dall’altra mantengono le tre lunghezze di vantaggio su di un terzetto composto da Bari, Lazio e Cremonese ad occupare la terza posizione e, in vista del primo scontro con i lusitani, ben gradita è la sosta del torneo prevista per il 31 gennaio.

I dieci giorni di riposo permettono a Mondonico di presentare una formazione tirata a lucido per l’appuntamento internazionale, pur con la tegola di non poter schierare per infortunio il suo attaccante principe Garlini, circostanza che lo fa optare per uno schieramento più prudente, inserendo Ivano Bonetti all’ala sinistra, con Cantarutti centravanti e sfruttando la classe e l’esperienza dello svedese Glenn Stromberg.

Dopo un inizio di partita in cui i nerazzurri attendono gli avversari i quali, come d’uso nel calcio portoghese, mantengono il possesso della palla senza peraltro creare grandi occasioni da rete, la prima vera opportunità capita a Cantarutti che con una mezza girata di sinistro mira l’angolo alla sinistra di Rui Correia solo per esaltare i riflessi dell’estremo difensore, il quale deve però soccombere proprio in chiusura di tempo quando l’arbitro tedesco Kirschen assegna ai padroni di casa un calcio di rigore per intervento di mano sulla linea di Venancio a seguito di una convulsa azione in area, massima punizione che Nicolini si incarica di trasformare con la palla che si infila nell’angolino alla destra di Rui Correia, che pure ne aveva intuito la traiettoria.

Aver sbloccato il risultato proprio in chiusura di tempo è il massimo che l’Atalanta potesse aspettarsi, avendo la possibilità di controllare a suo piacimento le azioni nel corso di una ripresa in cui giganteggia Stromberg e con i portoghesi in grado di impensierire in una sola occasione Piotti grazie ad un colpo di testa di Silvinho – subentrato in avvio di secondo tempo allo spento Marlon – ben neutralizzato dall’estremo difensore orobico, sino a quando, a 10′ dal termine, una deviazione di testa a seguire dello svedese non consente a Cantarutti di sfruttare una indecisione di Venancio (davvero una serata da dimenticare per lui) e battere per la seconda volta Rui Correia, tra il tripudio dei 25mila spettatori nerazzurri in comprensibile delirio per il 2-0.

Vantaggio più che rassicurante, dato anche il fatto di aver mantenuto la rete inviolata, ma da non sottovalutare le capacità di riscossa dei biancoverdi al cospetto dei loro 55mila tifosi che assiepano le tribune del “José Alvalade” il successivo 16 marzo, nella speranza di una “remontada” non inusuale a quelle latitudini.

I nerazzurri, che nel frattempo superano 2-1 il Parma tra le mura amiche ed impattano a reti bianche a San Benedetto del Tronto – così mantenendosi in piena corsa per la promozione – si presentano però all’appuntamento più importante della loro storia ancora privi di Garlini e con l’aggiunta di dover fare a meno anche di Stromberg, un’assenza sulla carta forse ancor più determinante del loro cannoniere, il che induce Mondonico a rinforzare il centrocampo, lasciando al solo Cantarutti il compito di dar fastidio alla retroguardia dei padroni di casa.

La tattica del tecnico di Cremona dà i suoi frutti, impedendo agli attaccanti dello Sporting di creare vere e proprie azioni da rete, limitandosi a tiri dalla distanza alquanto velleitari e costringendo Piotti ad un solo intervento di una qual certa difficoltà, tant’è che lo 0-0 con cui le due squadre vanno al riposo rispecchia l’esatto andamento dell’incontro.

Come logico aspettarsi, nella ripresa, non avendo più nulla da perdere, i lusitani aumentano il ritmo delle loro azioni ed i palloni scaraventati nell’area nerazzurra iniziano a non contarsi più, sino a che l’attaccante olandese Peter Houtman raccoglie di testa uno spiovente da destra su calcio piazzato per disegnare una parabola beffarda che sorprende Piotti per il punto dell’1-0 alla metà esatta del secondo tempo.

Ci si attende venti e passa minuti di fuoco, così è in effetti, con la gara che vive una prima svolta importante quando il direttore di gara austriaco Brumnmeier ravvisa una carica da parte di Mario Jorge su Piotti in uscita su traversone da destra, rendendo inutile la deviazione in rete di testa a porta vuota, ancora di Houtman.

La mancata concessione della rete innervosisce i giocatori di casa, mentre i nerazzurri mantengono la calma e, con Nicolini, riescono a smarcare Cantarutti sulla sinistra, il quale, approfittando dello sbilanciamento della difesa biancoverde, ha gioco facile nel superare l’estremo difensore Damas, uscitogli incontro fuori dall’area, per depositare la sfera nella porta sguarnita per la rete che sancisce l’1-1 definitivo e l’approdo alle semifinali, massimo risultato ottenuto dalla “Dea” a livello internazionale nella sua ultracentenaria storia.

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La celebrazione dell’impresa con lo Sporting Lisbona – da vbtv.it

Con l’avvenuto “regolamento dei conti” a 24 anni di distanza con lo Sporting, l’Atalanta sfiora addirittura l’impresa di approdare in finale, venendo eliminata dai belgi del Malines – poi vincitori del trofeo, come avvenne nel 1964 con la formazione portoghese – dopo aver accarezzato il sogno nel match di ritorno quando, dopo l’1-2 dell’andata in terra belga, un penalty di Garlini in chiusura di tempo illude gli addirittura 40mila presenti sugli spalti, solo per vedere ribaltare il risultato nella ripresa grazie ai centri di Rutjes ed Emmers.

Poco male, comunque, poiché resta l’orgoglio di aver tenuto alto il buon nome del calcio nostrano pur essendo una squadra di seconda divisione, e, quel che più conta, aver fatto vivere ai propri tifosi una cavalcata esaltante in una stagione poi, fortunatamente, conclusa anche con la risalita in A, conquistata all’ultima giornata con il successo interno per 1-0 a spese del Messina, rete di Garlini, naturalmente…