IL TRIS “LAST MINUTE” DEL MANCHESTER UNITED STAGIONE 1999

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Il Manchester festeggia la Champions League 1999 – da:sportbible.com

Articolo di Giovanni Manenti

Da quando nel 2009 il Barcellona di Pep Guardiola ha messo in fila Liga, Copa del Rey e Champions League – peraltro abbinandovi pure Super Coppa di Spagna, Super Coppa Uefa e Coppa del Mondo per Club per un record, pertanto, solo eguagliabile – il riuscire a conquistare nella stessa stagione titolo e coppa nazionale unitamente alla massima Manifestazione continentale per Club ha assunto il nome di “triplete” in omaggio alla lingua spagnola, ma la formazione azulgrana non ha certo il merito di essere stata la prima a compiere una tale impresa …

Curiosamente, a dispetto dei 13 trionfi dei “rivali storici” del Real Madrid, questi ultimi non sono mai riusciti a centrare tutti i tre i trionfi in un’unica stagione, così come il Liverpool – dominatore della decade tra metà degli anni ’70 e metà anni ’80 – si è dovuto fermare ad un passo nel 1977 (vittoria in Campionato e nell’allora Coppa dei Campioni, sconfitto in Finale di FA Cup dal Manchester United …) e minor valore ha il tris ottenuto dal Club di Anfield nel 1984, allorché al titolo ed alla Coppa dei Campioni unisce il successo nella League Cup, la seconda coppa nazionale per importanza.

Curiosamente, anche il Bayern di Muller e Beckenbauer degli anni ’70 non riesce a completare detto tris di successi, a differenza di quanto ottenuto dal Club bavarese nel 2013 sotto la guida di Jupp Heynckes, dopo che il rinominato “triplete” era già stato portato a termine dall’Inter di José Mourinho nel 2010 ed ancora lo sarà da parte del Barcellona di Luis Enrique nel 2015.

Per poter quindi risalire alla “primogenitura” di una tale impresa occorre riportarsi ad oltre 50 anni fa, esattamente al 1967, allorché gli scozzesi del Celtic Glasgow vivono una stagione che non ha riscontro nella storia del Calcio delle Highlands, in quanto ai trionfi nei confini nazionali – Scottish First Division, Scottish FA Cup e Scottish League Cup – uniscono la sorprendente conquista della Coppa dei Campioni, prima formazione britannica ad aggiudicarsi il Trofeo, sino ad allora territorio esclusivo delle squadre latine, superando 2-1 l’Inter nella Finale di Lisbona.

Ecco quindi che, Oltremanica, una simile combinazione assume la denominazione di “treble” (che poi non vuol dire altro che triplo, al pari del “triplete” spagnolo …), cui successivamente si accodano due formazioni olandesi – vale a dire il formidabile Ajax di Johan Cruijff nel 1972 (abbinandovi anche la conquista della Super Coppa europea e della Coppa Intercontinentale …) ed il PSV Eindhoven nel 1988 – prima che nel 1999 anche un Club inglese riesca ad iscriversi in tale glorioso Albo d’Oro e di cui quest’oggi ne ripercorriamo il relativo cammino che, come vedrete, sarà di quelli non indicati ai tifosi dei “Red Devils” deboli di cuore …

Tornato sotto la guida di Sir Alex Ferguson a rinverdire i fasti degli anni ’60, riportando ad Old Trafford nel 1993 – stagione di debutto dell’attuale Premier League – un titolo che mancava da ben 26 (!!) anni, il Manchester diviene il dominatore assoluto dell’ultima decade del XX secolo, visto che dal 1993 al 2001 in 9 edizioni solo in due occasioni non riesce a laurearsi Campione, nel 1995 superato di un solo punti (89 ad 88) dal Blackburn Rovers di Kenny Dalglish e nel 1998, dove ad imporsi è l’Arsenal del neoallenatore francese Arsene Wenger.

Proprio l’acerrima rivalità tra i due tecnici tocca vertici altissimi nella successiva stagione, che il Manchester affronta mettendo a segno due colpi importanti nella sessione estiva di mercato, vale a dire mettendo sotto contratto l’arcigno difensore centrale olandese Jaap Stam, prelevato dal PSV Eindhoven e l’attaccante di colore Dwight Yorke, proveniente dall’Aston Villa …

Con un centrocampo impostato sui “Fab FourRoy Keane, David Beckham, Paul Scholes e Ryan Giggs ed il neo acquisto a far coppa con Andy Cole in attacco, mentre la difesa è imperniata sull’affidabilissimo portiere Peter Schmeichel e sulla consolidata coppia di terzini formata da Gary Neville e Denis Irwin, il Manchester United non brilla eccessivamente nella fase ascendente del Torneo, visto che a metà cammino occupa la terza posizione con 38 punti, a due lunghezze di distacco dalla coppia Chelsea/Aston villa e con due punti, al contrario, di vantaggio sull’Arsenal, il tutto a causa dei gravosi impegni in Champions League che hanno già comportato tre sconfitte, tra cui il pesante 0-3-0 del confronto diretto (parole e musica di Adams, Anelka e Ljungbewrg …) contro la formazione di Wenger, disputatosi il 20 settembre 1998 ad Highbury.

Formazioni peraltro entrambe impegnate in Champions League con esiti diametralmente opposti, in quanto lo United, oltre ad aver dovuto superare il turno eliminatorio (2-0 e 0-0 ai polacchi del LKS Lodz), riesce a sopravvivere ad un sorteggio spietato che lo vede inserito nel “Gruppo della morte” assieme a Bayern Monaco e Barcellona, concludendo lo stesso imbattuto con quattro pareggi mozzafiato (1-1 e 2-2 coi tedeschi e due incredibili 3-3 coi catalani, facendosi rimontare da 2-0 in casa e da 2-1 e 3-2 al Camp Nou) e due comode vittorie (6-2 esterno e 5-0 tra le mura amiche) contro la cenerentola Brondby.

Di contro l’Arsenal, impegnato in un Girone sulla carta più agevole con Dynamo Kiev, Lens e Panathinaikos quali compagni d’avventura, conclude lo stesso in una deludente terza posizione, riuscendo a sconfiggere la sola formazione ateniese e su cui pesa come un macigno l’inattesa battuta d’arresto interna per 0-1 contro i modesti francesi …

Ciò sta peraltro a significare che ad inizio gennaio 1999, allorché si disputa il terzo turno della FA Cup, i “Gunners” non hanno altri impegni oltre al Campionato, nel mentre i “Red Devils” ad inizio marzo dovranno scendere nuovamente in campo per i Quarti della più prestigiosa Manifestazione continentale …

Oltretutto, con gli abbinamenti della Coppa nazionale affidati ad un sorteggio libero, la buona sorte non sorride di certo alla formazione di Sir Alex, visto che, dopo il relativamente agevole esordio con il Middlesbrough – ancorché non tragga in inganno il 3-1 finale, visto il vantaggio ospite con Townsend al 52’, con il ribaltamento avvenuto solo ad 8’ dal termine grazie ad un rigore trasformato da Irwin ed acuto conclusivo di Giggs al 90’ – al turno successivo sono opposti agli acerrimi rivali del Liverpool …

E questo match, andato in scena ad “Old Trafford” il 24 gennaio 1999, traccia in maniera sin troppo eloquente quella che sarà la caratteristica determinante della stagione dei “Red Devis”, ovvero far sue le sfide decisive nei minuti finali, visto che, dopo il vantaggio di Michael Owen dopo appena 3’ minuti di gioco, la rimonta avviene grazie al pari di Yorke a 2’ dal 90’, per poi toccare al “super sub” Ole Gunnar Solskjaer – detto anche “Baby Face Killer” per le sue qualità di mettere a segno le reti quando non vi è più tempo per recuperare, abbinate al volto di “eterno bambino” – siglare il punto del 2-1 allorché a Liverpool già pregustavano il replay ad Anfield.

In fase di previsione, più agevole l’impegno del quinto turno, ancora in programma ad Old Trafford contro una formazione di Terza Divisione quale il Fulham, anche se poi alla fine la sfida è risolta solo grazie alla rete di Andy Cole poco prima dello scoccare della mezz’ora di gioco, ma va anche considerato che il successivo mercoledì 17 febbraio è in programma la sfida che potrebbe risultare decisiva per l’esito della Premier League, visto che lo United – avendo inanellato quattro vittorie consecutive contro Leicester, Charlton, Derby County e Nottingham Forest (quest’ultima con un 8-1 esterno …!!) – si è portato in testa alla Graduatoria con una lunghezza sul Chelsea e due sull’Arsenal …

Match che, viceversa, si conclude sul nulla di fatto, con l’1-1 conclusivo firmato dai rispettivi centravanti Anelka e Cole, per poi prepararsi ad un “infuocato” inizio marzo dopo aver chiuso il mese di febbraio a quota 54 punti, con il Chelsea che non molla ad una lunghezza di distanza e l’Arsenal che perde leggermente terreno in virtù del pari esterno per 1-1 a Newcastle …

Per capire il “Tour de force” a cui sono sottoposti Beckham & Co., il calendario propone loro il 3 marzo l’andata dei Quarti di Champions League contro l’Inter, il 7 il Quarto di FA Cup opposti proprio al Chelsea “Italiano” di Zola, Di Matteo e Vialli quale tecnico – il che fa sì che la gara di Premier ad Anfield venga posticipata al 5 maggio successivo – il 10 il replay a “Stamford Bridge” visto che il match sul campo amico si conclude sullo 0-0, il 13 la trasferta a Newcastle ed il 17 il ritorno di Champions League a San Siro contro i nerazzurri …

Roba da perderci la testa, ma che invece lo United supera affidandosi alla forza della propria difesa, visto che in questi cinque incontri subisce solo due reti, qualificandosi alle Semifinali di FA Cup grazie al 2-0 nel replay a “Stamford Bridge” frutto di una doppietta di Yorke, ed a quelle di Champions League facendo tesoro del 2-0 maturato all’andata (con ancora Yorke a risultare decisivo con la sua doppietta …) e toccare quindi a Scholes spengere a 2’ dal termine ogni speranza di rimonta nerazzurra, illusasi con il vantaggio di Ventola poco dopo l’ora di gioco.

Per non essere da meno del compagno di reparto, tocca ad Andy Cole farsi carico di mettere a segno le due reti che rimontano il match del “St. James’ Park” dopo l’iniziale vantaggio in apertura di Solano per i “Magpies”, ed è così che l’avventura continua, spostandosi ad inizio aprile allorché l’urna abbina al Manchester ancora una formazione italiana, stavolta la Juventus, reduce da tre Finali consecutive di Champions League (gare da disputarsi il 7 ed il 21 del mese …), nel mentre anche il sorteggio di FA Cup non è certo benevolo, mettendo di fronte le due rivali in Campionato, gara da disputarsi l’11 aprile sul campo neutro del “Villa Park” di Birmingham …

Ecco quindi il Manchester presentarsi al secondo dei “due mesi della verità” con un vantaggio di quattro punti (63 a 59) sull’Arsenal in Campionato dopo aver completato entrambe 30 turni, con il Chelsea oramai tagliato fuori a quota 53 pur con una gara da recuperare, per poi affrontarsi nell’infuocata sfida di FA Cup, con l’Arsenal ad aver ridotto le distanze ad una sola lunghezza, approfittando di un turno di riposo degli avversari …

Le due semifinali del 1999 passano alla Storia non tanto per il primo incontro, conclusosi sullo 0-0, ancorché lo United possa recriminare per una rete di testa di Roy Keane al 38’ ingiustamente annullata, quanto per le mille emozioni che offre il replay, disputato sullo stesso campo tre giorni dopo, il 14 aprile …

Privo di Andy Cole in attacco, Ferguson schiera in avanti la coppia formata da Solskjaer e dal 33enne, ma sempre valido Teddy Sheringham, ed è proprio quest’ultimo a propiziare la rete del vantaggio, servendo un pallone smarcante che Beckham tramuta in goal con una delle sue micidiali conclusioni da fuori …

Avendo inizialmente rinunciato anche a Scholes e Giggs, il tecnico inserisce l’ala gallese al 61’ in luogo di Blomqvist, prima che l’inerzia della gara improvvisamente cambi a causa di una conclusione da fuori di Bergkamp che, leggermente deviata da Stam, sorprende Schmeichel per il punto dell’1-1 al 69’, cui segue la consueta sciocchezza di Roy Keane che si fa espellere 5’ dopo per una entrata fallosa su Overmars che gli costa il secondo cartellino giallo …

Ferguson corre ai ripari inerendo Scholes al posto di Sheringham al fine di ridare compattezza al centrocampo, ma ogni speranza di qualificazione alla Finale di Wembley sembra sul punto di svanire allorché, proprio in chiusura di gara, l’arbitro David Elleray concede all’Arsenal un rigore per atterramento di Parlour da parte di Phil Neville …

Sul dischetto si porta Bergkamp, ma il suo tiro, seppur forte ed angolato, è a mezz’altezza e Schmeichel, tuffandosi sulla propria sinistra, riesce nella deviazione mantenendo vive le speranze dei suoi con la gara che si prolunga ai supplementari, in cui Ferguson si gioca anche la carta Yorke, che entra al posto di Solskjaer …

Ed è al 4’ del secondo tempo supplementare che si registra il “capolavoro di Ryan Giggs”, con l’estremo gallese a raccogliere un errato disimpegno all’altezza del centrocampo spostato sulla sinistra, portarsi verso l’area superando in slalom ben quattro avversari e quindi fulminare Seaman con una potente conclusione sul primo pallo dal basso verso l’alto che non lascia scampo all’estremo difensore, per quello che viene giustamente premiato come “Goal of the Season” dalla stampa specializzata.

Conquistato il diritto a scendere in campo il 22 maggio a Wembley per la Finale di FA Cup contro il Newcastle, che ha eliminato 2-0 il Tottenham grazie ad una doppietta di Shearer, nel frattempo il Manchester deve superare l’ostacolo Juventus in Champions League, recandosi il 21 aprile a Torino dopo l’1-1 dell’andata, con Giggs a rimediare, guarda caso ancora al 90’, al vantaggio bianconero di Conte nel primo tempo …

Formazione italiana che da febbraio ha in panchina Carlo Ancelotti, chiamato a rimpiazzare Marcello Lippi, e che appare in grado di staccare per il quarto anno consecutivo il biglietto della Finale allorché una doppietta di Filippo Inzaghi la porta sul 2-0 dopo appena 10’, ma mai dare per scontato un risultato quando si ha di fronte un Manchester che già poco dopo la mezz’ora rovescia a proprio favore l’esito del doppio confronto, grazie ad una rete di testa di Roy Keane al 24’ ed al pareggio di Yorke al 34’, per poi toccare ad Andy Cole, ad 8’ dal termine, mettere il sigillo alla qualificazione con il punto del definitivo 3-2.

Con due appuntamenti già fissati in calendario – la ricordata Finale di FA Cup del 22 maggio e l’atto conclusivo della Champions League il successivo 26 maggio al Camp Nou di Barcellona – lo United può dedicare le massime energie alla fase finale di Premier League dove, a due turni dalla conclusione, si trova a pari punti (75 a testa) con l’Arsenal, che ha approfittato di tre pareggi della capolista per affiancarla in vetta alla Classifica …

Con una differenza reti altresì pari (+42 per entrambe), diviene determinante la sconfitta patita dall’Arsenal nel posticipo di martedì 11 maggio, allorché i “Gunners – imbattuti da 19 turni – cadono sul terreno del Leeds complice una rete messa a segno a 4’ dal termine dall’olandese Jimmy Floyd Hasselbaink, così che il giorno dopo, nel recupero a Blackburn, al Manchester è sufficiente un pari a reti bianche per accumulare il minimo vantaggio di una sola lunghezza da mantenere all’ultima giornata in programma domenica 16 maggio ad Old Trafford, ospite il comunque ostico Tottenham, nel mentre i londinesi affrontano l’Aston Villa ad Highbury …

L’illusione di un “miracolo” dura lo spazio di 20’, tra il vantaggio degli “Spurs” al 24’ con Les Ferdinand ed il micidiale uno-due a cavallo dell’intervallo messo a segno da Beckham al 42’ e da Andy Cole al 47’ per il 2-1 che certifica il 12esimo titolo dello United, rendendo buona solo per le statistiche la rete realizzata al 66’ da Kanu per il successo dei “Gunners”.

Messo in bacheca il primo Trofeo, i ragazzi di Sir Alex sono ora attesi ai 10 giorni che potrebbero consegnarli alla Storia, con il primo appuntamento fissato per sabato 22 maggio sul terreno di Wembley per affrontare il Newcastle nella Finale di FA Cup dinanzi alla solita cornice di oltre 79mila spettatori …

Gara per la quale il tecnico scozzese decide di risparmiare Stam ed Yorke in vista della sfida di Champions League del successivo mercoledì, tanto che all’uscita di Roy Keane dopo soli 9’ per infortunio, opta per l’inserimento di Sheringham, scelta quanto mai azzeccata visto che l’attaccante lo ripaga mettendo a segno, appena due giri di lancetta dopo, il punto dell’1-0 traducendo in goal un delizioso lancio smarcante di Beckham, per poi toccare a Scholes siglare al 53’ la rete della sicurezza con una potente conclusione dal limite che non lascia scampo a Steve Harper, così che il più prestigioso Trofeo d’Oltremanica va a fare bella vista di sé per la decima volta nell’apposita Sala di Old Trafford.

Quella che però attende lo United la sera di mercoledì 26 maggio 1999 al “Camp Nou” di Barcellona, arbitro l’italiano Pierluigi Collina, è la sfida più dura, avversari i tedeschi del Bayern Monaco, desiderosi di tornare a rinverdire i fasti degli anni ’70 dopo l’amarezza di due Finali perse, 0-1 contro l’Aston Villa nel 1982 ed 1-2 contro il Porto nel 1987 …

Formazione bavarese che si è qualificata per l’atto conclusivo dopo aver eliminato l’ultima grande versione della Dynamo Kiev “targata” Andriy Schevchenko, che in estate lascia il Club per accasarsi al Milan, e che può contare in difesa sull’esperienza dell’estremo difensore Oliver Kahn e del 38enne fuoriclasse Lothar Matthaus, riciclato nel ruolo di libero, mentre a centrocampo si fanno apprezzare Jeremies, Effenberg e, soprattutto, Mario Basler, il quale si incarica di sbloccare il risultato dopo appena 5’ trasformando un calcio di punizione dal limite sul quale Schmeichel neppure accenna alla parata …

D’altro canto, Ferguson è costretto a far di necessità virtù, ed anche se alle ali può contare sull’estro di Beckham e Giggs ed in attacco si affida alla collaudata coppia Yorke/Cole (53 reti stagionali in due …), l’assenza nella zona nevralgica del campo di Roy Keane e Scholes (entrambi squalificati …) lo porta a schierare al loro posto Nicky Butt e Jesper Blomqvist, per quanto validi non all’altezza dei titolari …

Dopo che la difesa bavarese ha ben controllato gli attacchi inglesi per tutta la durata del primo tempo, corso via senza eccessive emozioni, la ripresa vede ergersi ad indiscusso protagonista Peter Schmeichel che salva a ripetizione i suoi dal tracollo, apponendosi alla grande alle conclusioni di Jancker, Effenberg e Scholl, quando non sono il palo e la traversa a salvarlo da un delizioso pallonetto dello stesso Scholl e da una rovesciata di Jancker, mentre sul versante opposto Kahn è chiamato a sventare solo in splendida coordinazione un colpo di testa del subentrato Solskjaer …

Oltre al norvegese, mandato in campo da Ferguson a 9’ dal termine in luogo di Cole, il più titolato tecnico della Storia del Club aveva già giocato, a metà ripresa, la carta Sheringham al posto di Blomqvist, ma, come appena descritto, erano state molte più le occasioni di raddoppio per il Bayern che non le possibilità per lo United di pervenire al pareggio …

Tutto sembra oramai perso allorché, dopo che Hitzfeld commette forse il più grande errore della sua carriera di eccellente allenatore, togliendo dapprima Matthaus all’80’ e quindi Basler all’89’ per inserire Fink e Salihamidzic rispettivamente, vanno in scena i 60” più incredibili negli oltre 60 anni di Storia della Manifestazione …

Accade difatti che, con il Manchester a gettare letteralmente “il cuore oltre l’ostacolo”, Kahn venga impegnato negli ultimi minuti più che nell’intero arco del match, dapprima per bloccare a terra sulla sua sinistra una conclusione angolata di Sheringham e quindi fare altrettanto su una deviazione velenosa di testa di Solskjaer, dopo che Yorke aveva clamorosamente “ciccato” un invitante pallone a centro area …

Ma, nel frattempo, il cronometro scorre e siamo già oltre il 90’ allorché sugli sviluppi di un corner da sinistra con anche Schmeichel trasferitosi nell’area avversaria, la palla perviene a Giggs che, da fuori area, lascia partire un tiro senza pretese e destinato ad uscire sul fondo, che però Sheringham, da autentico predatore di area di rigore, devia di quel tanto affinché la sfera si insacchi nell’angolino basso alla destra di un attonito Kahn

Disperazione nelle file tedeschi ed euforia sulla panchina inglese, che si trasforma in gioia indescrivibile allorché, appena 60” dopo, Solskjaer conquista un secondo corner della cui battuta si incarica Beckham con una parabola a centro area dove Sheringham svetta più in alto di tutti per prolungarne la traiettoria sotto misura dove, in spaccata, giunge chi se non lui, ovvero “Baby face Killer” Solskjaer, il cui intervento manda la sfera ad insaccarsi sotto la traversa per il punto del definitivo 2-1 con Collina che non fa neppure riprendere il gioco, fischiando la fine della contesa.

Ecco quindi che, nel modo più rocambolesco possibile, anche il Manchester United si iscrive – unico Club inglese ad esservi sinora riuscito – nella ristretta lista di coloro che hanno centrato il “Treble” (o “Triplete”, se preferite …) che, per come si è concretizzato, può tranquillamente assumere il connotato di “Last Minute” …

 

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HEYSEL, 29 MAGGIO 1985, QUANDO 39 VITE VALGONO MENO DI UNA COPPA …!!

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Il titolo all’indomani del quotidiano torinese – da:lastampa.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando succedono tragedie che lasciano il segno nella mente di ognuno di noi – a solo titolo esemplificativo ricordo la Strage di Capaci dove perse la vita il Giudice Giovanni Falcone assieme alla moglie ed a tre uomini della scorta oppure l’attentato alle Torri Gemelle a New York – resta impresso il ricordo di dove fossimo e cosa stessimo facendo nel momento in cui apprendiamo la notizia …

Sicuramente molto più semplice, per ogni sportivo ed appassionato di calcio, è ricordare dove si trovava la sera di mercoledì 29 maggio 1985, in cui stava per disputarsi l’evento clou della stagione calcistica europea, ovvero la Finale di Coppa dei Campioni tra le due formazioni più accreditate alla vigilia, vale a dire gli inglesi del Liverpool, detentori del Trofeo, e la Juventus, vincitrice l’anno precedente della Coppa delle Coppe e finalista due anni prima ad Atene contro l’Amburgo …

E, difatti, allorché al primo turno si registra l’eliminazione sia dei Campioni di Spagna che di Germania – peraltro non “le solite note”, bensì l’Athletic di Bilbao, sorpreso (2-3, 0-0) dai francesi del Bordeaux, e lo Stoccarda, fatto fuori (1-1, 2-2) dai bulgari del Levski Sofia – solo un sorteggio che le accoppiasse prima dell’atto conclusivo poteva impedire che la Finale fosse tra le due favorite d’obbligo.

Due soli momenti di rispettiva apprensione durante il loro cammino – un 3-1 interno contro il Benfica difeso con lo 0-1 allo “Estadio da Luz” negli ottavi per i “Reds”, e la sconfitta per 0-2 a Bordeaux nella semifinale di ritorno per i bianconeri che rischia di mandare in fumo il 3-0 dell’andata a Torino – e quindi italiani ed inglesi sono pronti a darsi battaglia sul terreno dello Stadio Heysel di Bruxelles …

Battaglia “sportiva”, ovviamente, tra due squadre che si temono e si rispettano – e che già avevano avuto modo di incontrarsi il 16 gennaio 1985 a Torino per contendersi la Super Coppa Uefa, con vittoria della Juventus per 2-0, doppietta di Boniek – ma che mai avrebbero pensato che una partita di calcio avesse potuto generare quella che, a tutti gli effetti, diviene tristemente famosa come “la strage dell’Heysel”.

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Scirea festeggia la Super Coppa UEFA – da:youtube.com

Già, l’Heysel, ed è da qui che iniziano le “dolenti note”, in quanto trattasi di un impianto assolutamente inadeguato per ospitare un evento di tale portata, trattandosi di una struttura risalente al 1929 ed inaugurata l’anno successivo, pertanto vetusta ed obsoleta, nonché priva di uscite di sicurezza in caso di incidenti e delle più semplici pareti divisorie.

Abituati ad altri e più adeguati scenari, sia il Presidente bianconero Giampiero Boniperti che l’Amministratore Delegato del Liverpool Peter Robinson, invano fanno pressione sull’UEFA affinché sposti la sede della Finale, considerando che la stessa oppone due tra le più fori compagini europee e la disponibilità di impianti ben più capienti e sicuri quali il “Camp Nou” di Barcellona ed il “Santiago Bernabeu” di Madrid …

Ma i massimi dirigenti europei non intendono sentire ragioni, probabilmente fidandosi del fatto che lo “Stadio Heysel” aveva già ospitato incontri di massimo livello, oltre alla Finale dei Campionati Europei per Nazioni del 1972 tra Germania Ovest ed Unione Sovietica, vi si erano difatti disputati gli ultimi atti della Coppa dei Campioni 1958, 1966 e 1974 e di Coppa delle Coppe 1964, 1976 e 1980, così come l’Anderlecht, non più tardi di 24 mesi prima, vi aveva giocato la gara di andata della doppia Finale di Coppa Uefa contro proprio gli inglesi del Tottenham, e quindi, di che preoccuparsi …??

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Lo Stadio Heysel come si presentava nel maggio 1985 – da:quellidiviafiladelfia.org

Si saprà in seguito che il sopralluogo degli ispettori UEFA all’impianto era durato non più di 30’, ma ritorniamo, invece, ai ricordi di chi scrive che, come milioni di italiani, si appresta ad assistere all’evento accendendo la Tv – la ripresa è prevista su Rai2, telecronista Bruno Pizzul – ed, invece delle consuete scene pre-partita, coi giocatori che effettuano il riscaldamento in campo ed i rispettivi tifosi ad incoraggiarli con canti e cori, vede apparire sullo schermo immagini di cui a fatica riesce a comprenderne il significato …

Già, perché circa un’ora prima dell’inizio della gara (fissato per le 20,15 …) qualcosa di grave era accaduto nella curva riservata ai supporters inglesi, ma non dagli stessi interamente riempita, essendo rimasto invenduto il “settore Z”, dei cui biglietti erano entrati in possesso spettatori tranquilli e meno abituati ad ogni sorta di “guerriglia” – come magari sarebbero stati preparate le frange ultras bianconere, viceversa occupanti la curva opposta – tanto che fra di loro, oltre a tifosi italiani ve ne sono anche di altre nazionalità …

Oltretutto, a dividerli dalla preponderante tifoseria inglese vi sono solo due basse reti metalliche, e superale le quali è in pratica un gioco da ragazzi per i famigerati “Hooligans” che vedono la presenza di “estranei” nella loro curva come una sorta di affronto e, circa un’ora prima dell’orario previsto per l’inizio della sfida, si lanciano all’attacco sfondando le reti divisorie per “conquistare detto spazio” (“take an end”), come se fosse un territorio da occupare in tempo di guerra …

Impauriti da tale violenza e, ribadiamo, assolutamente impreparati ad una tale evenienza stante il loro carattere pacifico non facendo parte di alcuna frangia estremista del tifo, gli spettatori si danno alla fuga impauriti, alcuni di loro provano a rifugiarsi sul terreno di gioco, dove le “solerti” forze dell’ordine belghe, assolutamente impreparate a fronteggiare un tale evento, non trovano di meglio che manganellare i tifosi che cercano una via di salvezza sul campo, di fatto rispedendoli sulle tribune dove, nel frattempo, si sta consumando la tragedia …

Presi dal panico, difatti, centinaia di tifosi si ammassano sul muro di recinzione dello Stadio – alcuni di loro si lanciano anche volontariamente nel vuoto con un balzo di 10 metri – con il risultato che lo stesso, formato da calcestruzzo e, si scoprirà in seguito, in parte indebolito dai varchi che taluni vi avevano creato a calci per entrare gratis, crolla sotto il peso della gente con scene allucinanti di persone che vengono schiacciate dal relativo peso, mentre altre vengono calpestate dalla folla impazzita che cerca una via di scampo sia verso l’esterno che entro il terreno di gioco.

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Una drammatica immagine degli incidenti – da:crono.news

Una visione apocalittica, alla quale un battaglione della Polizia belga, di stanza a meno di un chilometro dall’impianto, riesce in qualche modo a riportare la calma, presentandosi però allo Stadio solo mezz’ora dopo l’inizio degli incidenti, della cui gravità iniziano a rendersi conto anche i tifosi bianconeri occupanti la curva opposta, i quali divellano la rete di recinzione, pronti a volersi fare giustizia da sé, ma oramai – e per fortuna, sottolineo io – il campo è presidiato dalle forze dell’ordine e le due tifoserie non vengono mai a contatto.

Ecco, è questo lo scenario che si presenta innanzi a coloro che, come me, pensavano di dover assistere ad una splendida serata di Sport, mentre invece, con le notizie che si rincorrono circa lo stato dei feriti, iniziano a circolare le prime voci circa la possibile presenza di morti, ed un sempre più imbarazzato Bruno Pizzul, in stretto contatto con Gianfranco De Laurentiis dagli studi di Roma, commenta gli avvenimenti in tempo reale con una professionalità encomiabile nel cercare di non creare il panico soprattutto tra chi in Italia ha dei parenti allo Stadio …

Anche alcuni giocatori bianconeri – già in tenuta da gioco, essendo trascorso l’orario di inizio della partita – si presentano presso la curva dei propri sostenitori invitandoli a mantenere la calma e restare tranquilli onde non peggiorare la situazione, mentre i vertici della Uefa, alla presenza dei Dirigenti dei due Club, discutono se sia il caso o meno di disputare la partita, per poi – su invito anche dello stesso Ministro degli Interni e delle forze dell’ordine belghe – optare per far giocare l’incontro, soprattutto per consentire di ripristinare l’ordine all’esterno della struttura, portare soccorso ai feriti ed evitare ulteriori scontri, avendo così due ore a disposizione per organizzare un servizio d’ordine per il deflusso delle opposte tifoserie a gara conclusa …

 

A dare la comunicazione agli spettatori sono, dal microfono dello speaker dello Stadio i due Capitani, Phil Neal e Gaetano Scirea, che usano una frase da tenere a mente, vale a dire “giochiamo per voi”, nel senso che loro per primi si rendono conto che quella che sta per andare in scena, in uno scenario irreale, tutto può essere considerato, tranne che una “vera” partita di calcio …

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I Capitani Neal e Scirea prima dell’inizio – da: saladellamemoriaheysel.it

Decisione non da tutti condivisa, peraltro, come dalla Tv tedesca che annulla la trasmissione dell’incontro, mentre quella austriaca la riproduce senza audio ed anche il nostro Pizzul manifesta il proprio disappunto, annunciando ai telespettatori che, costretto a compiere il proprio dovere, cercherà di commentare “nel modo più neutro, impersonale ed asettico possibile …” …

Sono le 21,40 vale a dire 1h e 25’ dopo il canonico orario dell’incontro, allorché il Direttore di gara svizzero André Daina dà il fischio d’inizio ad un match che il sottoscritto guarda in poltrona come inebetito, lo sguardo assente, il pensiero rivolto al dramma che si sta consumando all’esterno del settore Z – con le prime notizie di vittime a trovare sempre più conferma – e le azioni di gioco, peraltro assai poche nel corso della prima frazione di gioco, a scivolare via senza alcuna impressione visiva.

Quanto durerà questa farsa …??”, rimugino nella mente, e come avranno deciso di concluderla è il pensiero che mi assilla, ritenendo che nell’intervallo qualcosa debba succedere, e la risposta giunge puntuale poco prima dell’ora di gioco, allorché uno dei lanci di oltre 60 metri per cui va famoso l’asso francese Michel Platini trova Boniek pronto a lanciarsi verso l’area avversaria venendo sgambettato da Gillespie prima che possa entrarvi …

Le immagini testimoniano come il fallo sia avvenuto un buon metro/metro e mezzo fuori area, ma all’arbitro svizzero, posizionato ad oltre 25 metri di distanza, non pare vero di fischiare il penalty, ghiotta occasione per indirizzare la partita verso coloro che dovranno piangere per le loro vittime …

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Il rigore trasformato da Platini – da:dailymail.co.uk

Sul dischetto si porta Platini, esecuzione perfetta, Grobbelaar da una parte e palla dall’altra per una successiva esultanza forse un tantino eccessiva da parte de “Le Roi”, “ma fa parte della recita, penso io, occorre far credere che tutto si stia svolgendo regolarmente …”, per la rete che decide la sfida, con il compianto Capitano Scirea a ricevere a fine gara quella che è, dopo due Finali perse – entrambe per 0-1, nel 1973 a Belgrado contro l’Ajax e 10 anni dopo ad Atene contro l’Amburgo – la prima Coppa dei Campioni vinta dal Club di Piazza Crimea.

Con lo Stadio oramai blindato dalle forze dell’ordine, le operazioni di deflusso avvengono senza incidenti, coi tifosi inglesi scortati all’Aeroporto per il rientro in Patria, ma intanto si fanno i conti degli incidenti e gli stessi forniscono un esito agghiacciante: 39 morti (di cui 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi ed un irlandese …) e qualcosa come circa 600 feriti più o meno gravi, fortunatamente senza andare nei giorni successivi ad incrementare il numero delle vittime …

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Un’immagine dei drammatici soccorsi – da:gazzetta.it

Conclusa la pagina della “mera cronaca”, inizia il “valzer delle responsabilità” per quanto accaduto, con l’UEFA, in termini quanto mai ipocriti, a rifiutare qualsiasi addebito, additando come “unici responsabili” dell’accaduto i tifosi inglesi, per i quali la prima a rivoltarsi contro è la “Lady di ferro” Margaret Thatcher, che chiede immediatamente alla Federazione inglese di escludere i propri Club da ogni competizione europea per poi lanciarsi nella sua “personale battaglia” contro gli hooligans, peraltro largamente vinta …

Ovviamente, per salvare la faccia, anche l’UEFA, gli organizzatori dell’evento, i proprietari dello Stadio Heysel e la Polizia belga vengono indagati quali corresponsabili dell’accaduto, ma dopo un’istruttoria di 18 mesi, il Giudice belga Marina Coppieters decide che la responsabilità è solamente ed esclusivamente da attribuire ai tifosi inglesi, e così l’ultimo capitolo della farsa è completato, con i parenti delle vittime a richiedere inutilmente un risarcimento alla UEFA, sempre negato.

La stessa UEFA usa il “pugno duro” nei confronti dei Club inglesi, escludendoli dalle Coppe Europee per un periodo di cinque anni – analogo provvedimento non viene esteso dalla FIFA alla Nazionale, che può quindi prendere parte sia ai Campionati Mondiali di Messico ’86 che di Italia ’90, oltre che agli Europei di Germania ’88 – con, per il Liverpool, l’estensione del bando di ulteriori tre anni, poi ridotti ad uno soltanto, talché il Club di Anfield si ripresenta ai nastri di partenza dell’edizione 1991-’92 della Coppa Uefa dove, quasi un segno del destino, viene eliminato ai Quarti proprio da una squadra italiana, ovvero il Genoa, tra l’altro prima formazione del nostro Paese ad espugnare il leggendario “Anfield Stadium” …

CONCLUSIONI:

Quella sinora descritta è l’arida ed amara cronaca della più grande tragedia del Calcio continentale, ma avendo trattato l’argomento in buona parte in prima persona, mi sento in dovere di esprimere il mio personale parere su tali avvenimenti, con l’obiettività che chi ha la pazienza di seguirmi spero mi riconosca, e pertanto:

– non possono sussistere dubbi che la scelta dello Stadio Heysel pone la UEFA di fronte ad una sorta di “responsabilità morale premeditata” in quanto assolutamente inidoneo ad ospitare un avvenimento del genere, tanto più che, come ricordato all’inizio, la Finale tra Juventus e Liverpool era la più pronosticabile;

– alla stessa si unisce la dimostrata (purtroppo …) incapacità della Polizia belga nel gestire gli incidenti – vengono addirittura impiegati soldati a cavallo …!! – non essendo preparati a fronteggiare una tale situazione;

– parimenti si sarebbe dovuta evitare la vendita dei biglietti del “Settore Z”, sapendo che non vi era una parete divisoria adeguata rispetto alla tifoseria avversaria, ed anche in questo caso la UEFA non può nascondere le proprie responsabilità;

– che la responsabilità delle vittime sia da attribuire ai tifosi inglesi è palesemente scontato, ma sorge il dubbio sul fatto che gli stessi fossero solo fans del Liverpool, visto che i “Reds” erano alla loro quinta Finale in nove anni e, nelle precedenti occasioni, mai si erano registrati incidenti di una tale gravità;

– difatti, è stato successivamente appurato che tra i supporters d’Oltre Manica vi erano i famigerati “Headhunters” (“Cacciatori di teste”, un nome che è tutto in programma …), frangia più violenta del tifo del Chelsea, assieme ad altri hooligans che usano le gare in Continente per sfogare i propri istinti malsani;

– a mio parere, la decisione di disputare l’incontro è l’unica che potesse essere presa nella circostanza, in quanto consentendo ai tifosi di concentrarsi su quanto avveniva in campo – “Giochiamo per voi …”, ricordate l’appello di Neal e Scirea – da un lato si elimina il rischio di ulteriori incidenti e, dall’altro, si consente di portare soccorso ai feriti con maggiore ordine e tranquillità, oltre ad organizzare il deflusso degli spettatori a fine partita;

– quello che avrebbe dovuto fare l’UEFA, dal punto di vista sportivo, sarebbe stato di dichiarare che “la gara si era disputata pro-forma”, cancellando il verdetto sul campo (vi immaginate cosa poteva succedere se avesse vinto il Liverpool, gli sarebbe stata consegnata la Coppa …??) ed assegnando comunque il Trofeo alla Juventus per “squalifica” del Club inglese, come avvenuto diverse volte in passato nel nostro Campionato, quando gli incontri sono stati portati a termine dalla terna arbitrale per poi assegnare la vittoria per 2-0 a tavolino;

– solo che questa, a mio giudizio giuridicamente corretta, decisione, avrebbe comportato, di fatto, una “ammissione di responsabilità” da parte del Massimo Ente calcistico europeo, che aveva, al contrario, tutto l’interesse a far emergere che “tutto si era svolto nella massima regolarità …!!”.

Per concludere, nel ribadire la legittimità dell’assegnazione della Coppa dei Campioni alla Juventus, non ho gradito, non tanto l’esultanza in campo (ci poteva stare …), ma quella all’atterraggio all’Aeroporto di Caselle, esponendo il Trofeo in bella vista, con grave mancanza di rispetto per le 39 vittime ed i loro familiari …

Infine, a quei malati di mente che ancora, pur a distanza di 34 anni da quella tragica sera, si “divertono” ad infangare la memoria di qui poveri morti, vorrei ricordare un solo nome, Andrea Casula, che ai loro aridi cuori probabilmente non dirà niente, ma che è la più giovane vittima dell’Heysel, visto che all’epoca non aveva ancora compiuto 11 anni …

Se vi è rimasta una sola briciola di umanità, pensateci …

Ma, forse, sto perdendo il mio tempo …

 

6 MAGGIO 1979, LO SCUDETTO DELLA STELLA ROSSONERA

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La festa sugli spalti per la Stella rossonera – da:pianetamilan.it

Articolo di Giovanni Manenti

E’ un corteo festoso, quello che si snoda da vari punti d’Italia con come unica convergenza lo Stadio “San Siro” in Milano, Domenica 6 maggio 1979, perché c’è un evento troppo importante da festeggiare per “Il Grande Popolo rossonero, il quale, abituato alle beffe di inizio decennio, sa che quest’oggi nulla e nessuno potrà impedire di festeggiare la conquista del tanto atteso Scudetto …

Un titolo dal sapore particolare, perché si tratta del decimo, grazie al quale anche il Milan potrà cucirsi sulle maglie la “Stella” che simboleggia tale impresa, come già hanno fatto nel 1966 i “cugini” nerazzurri e sin dal lontano 1958 la Juventus che, da due stagioni detentrice del titolo, si avvia addirittura alla conquista della seconda Stella, avendo già collezionato 18 successi.

E molti tra coloro che stanno raggiungendo lo Stadio erano pronti a festeggiare anche sei anni prima, il 20 maggio 1973, data passata alla Storia come quella della “Fatal Verona, coi rossoneri a subire un’imprevista e clamorosa sconfitta per 3-5 così da essere scavalcati proprio all’ultimo minuto dalla Juventus grazie ad una rete di Cuccureddu all’Olimpico, ed i vari striscioni, sciarpe e bandiere, la maggior parte dei quali con già stampata l’effige della Stella, ad essere malinconicamente arrotolati e/o ammainati …

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Rocco e Trapattoni a testa bassa a Verona il 20 maggio ’73 – da:magliarossonera.it

E poi c’è anche “lui”, la bandiera, il protagonista assoluto di 20 anni di Storia rossonera, il Capitano, l’ex Golden Boy che vuole chiudere come meglio non potrebbe una carriera che lo ha visto indossarne per 658 volte la maglia, ovvero Gianni Rivera che, nato nell’agosto 1943, a 20 ani non ancora compiuti aveva conquistato la Coppa dei Campioni a Wembley nel 1963 ed al quale era mancato il citato bis della Stella 10 anni dopo.

Rivera che è anche l’unico, assieme al “fedelissimo” Albertino Bigon, reduce degli undici che erano scesi in campo quell’infausto pomeriggio al “Bentegodi”, a poco a poco se ne erano andati tutti, chi per aver chiuso la carriera come Cudicini, Zignoli, Rosato, Sogliano e Schnellinger ed altri per aver progressivamente lasciato il Milan, a partire da Prati e Vecchi, per poi proseguire con Benetti e Chiarugi, scambiati nell’estate 1976 rispettivamente ad Juventus e Napoli per le poco felici contropartite di Capello e Braglia, sino ad Anquilletti e Biasiolo, trasferitisi nelle rispettive sessioni di mercato estivo ed autunnale 1977 al Monza ed al Lecce, ed infine concludere con Sabadini e Turone, che prendono la via di Catanzaro proprio nell’estate ’78, stagione che porterà al citato Scudetto.

Un Milan che, dopo la beffa di Verona, vive un periodo oscuro, caratterizzato da quattro avvicendamenti alla Presidenza, con il petroliere Albino Buticchi a passare la mano nel 1975 a Bruno Pardi e quindi al triestino Vittorio Duina, prima che a sedersi al comando di via Turati fosse l’imprenditore brianzolo Felice Colombo nell’estate 1977.

Analogo tourbillon in panchina, dove la coppia triestina composta da Cesare Maldini con Nereo Rocco come Direttore Tecnico viene per un anno rilevata da Gustavo Giagnoni, reduce da ottimi risultati alla guida del Torino, esperienza infelice per i continui dissidi con Rivera, cui segue una buona stagione in cui viene lanciato Giovanni Trapattoni, con i rossoneri a concludere al terzo posto ed il lungimirante Boniperti ad accaparrarsi il 37enne di Cusano Milanino, così che al Milan si decide di puntare su di un altro emergente, Pippo Marchioro, reduce dall’aver condotto il Como alla Promozione in A nel 1975 ed il Cesena al miglior piazzamento della propria Storia, con il sesto posto al termine della Stagione 1976 e conseguente qualificazione per la Coppa Uefa …

Scelta che si rivela infelice, complice anche i riferiti scambi che privano la squadra di due importanti pedine quali Benetti e Chiarugi, con Marchioro ad essere esonerato a fine Girone di andata – ironia della sorte, dopo un pari a reti bianchi a San Siro proprio contro il Cesena – con il Milan undicesimo con 13 punti, a ben 12 lunghezze dalla coppia Juventus e Torino che si sarebbero giocate lo Scudetto a quote siderali.

Richiamato in fretta e furia Rocco al capezzale rossonero, le cose non è che vadano granché meglio per una formazione che in 30 giornate di Campionato raccoglie la miseria di sole 5 vittorie, basti solo pensare che, alla conclusione del 28esimo turno, dopo la sconfitta per 0-2 a Torino contro i granata, il Milan sarebbe virtualmente retrocesso, e solo il fatto che il Calendario gli offra come ancora di salvezza le sfide contro Catanzaro e Cesena, le uniche due che lo seguono, fa sì che con due vittorie la “Stagione del terrore” si concluda al decimo posto con 27 punti, anche se poi viene allietata dalla conquista della Coppa Italia a spese dell’Inter, sconfitta per 2-0 nella Finale di San Siro.

La paura passata fa sì che in Società vi sia la svolta partendo dal manico, in quanto, oltre al già riferito cambio a livello dirigenziale con l’avvento di Colombo alla Presidenza, anche per l’aspetto tecnico ci si affida ad una guida sicura, vale a dire l’ex rossonero Nils Liedholm che aveva già guidato il Milan a metà anni ’60 per poi far bene sia a Verona e Varese – con due Promozioni in A – e che, dopo un positivo biennio alla Fiorentina ad inizio anni ’70, è reduce da quattro stagioni nella Capitale alla guida della Roma, durante le quali viene altresì insignito del prestigioso Premio del “Seminatore d’Oro” nel 1975 …

Peraltro, la campagna estiva 1977 è di “vacche magre”, visto che si concretizza essenzialmente in un “maxi scambio” con il Monza – peraltro reduce da una straordinaria Stagione Cadetta con la Promozione in A fallita solo all’ultima giornata – in quanto a fronte del trasferimento al Club brianzolo di Anquilletti, Gorin, Silva e Vincenzi, giungono a vestire la maglia rossonera il 22enne Ruben Buriani ed i 24enni Roberto Antonelli ed Ugo Tosetto, con solo quest’ultimo a disattendere le aspettative.

Contrariamente alle previsioni, è un Milan che piace, addirittura impone il pari per 1-1 a Torino ai Campioni della Juventus e fa suo per 3-1 il Derby di andata grazie ad uno scatenato Buriani autore di una doppietta, tanto da ritrovarsi, dopo 10 giornate, da solo in testa alla Classifica con 16 punti e ben tre lunghezze di vantaggio sulla Juventus e quattro sul Torino …

Tutto troppo bello per essere vero, e difatti, due brutte sconfitte (0-2 a Roma con la Lazio e 0-1 con il Napoli a San Siro …) in chiusura di andata riportano il Milan a quella che è la realtà, concludendo comunque il Torneo in un’onorevole quarta posizione con 37 punti, a due sole lunghezze da Vicenza e Torino, appaiate alle spalle della Juventus confermatasi campione d’Italia.

Indubbiamente l’arrivo di Liedholm porta in dote quella serenità di cui aveva bisogno l’ambiente e così, dopo aver gettato le basi al primo anno, il Tecnico svedese ha l’opportunità di completare l’organico secondo quelle che sono le sue idee di gioco, sfruttando al massimo il Settore Giovanile anche a scapito di dolorose rinunce verso coloro che avevano in questi anni a contribuire a “tenere a galla” la gloriosa Società rossonera …

Sull’altare, difatti, dei prodotti del vivaio Fulvio Collovati – classe 1957 che già aveva modo di esordire ad inizio ottobre ’76 – ed Aldo Maldera (peraltro già titolare da tre stagioni …) viene definitivamente sacrificato Giuseppe “Tato” Sabadini, da ben anni (e 244 presenze complessive …) in rossonero, destinazione Catanzaro al pari di Mauro “Ramon” Turone, per quest’ultimo al fine di non fare ombra a “El Piscinin”, ovvero il 18enne e futuro condottiero Franco Baresi, da Liedholm fatto esordire il 23 aprile 1978, nel successo esterno per 2-1 a Verona.

Una grossa scommessa, quest’ultima, per il Tecnico svedese, che ottiene dal Mercato estivo due importanti rinforzi a centrocampo, vale a dire il mediano Walter De Vecchi, proveniente, tanto per cambiare, dal Monza ed il fantasista Walter Novellino, che aveva ben impressionato l’anno prima nel Perugia di Castagner, oltre a sfoltire l’attacco facendo a meno dello sfortunato Calloni, così come del giovane Gaudino e di un Tosetto non ambientatosi a Milanello, a fronte dei quali veste i colori rossoneri la 22enne promessa emiliana Stefano Chiodi, reduce da tre positive stagioni al Bologna.

L’intento di Liedholm è chiaro, ben sapendo di poter difficilmente contare per l’intero Torneo su di un Rivera che si sta avviando al compimento dei 36 anni, gli è necessario un attaccante di peso in grado di “fare reparto” e far altresì salire la squadra, favorendo gli inserimenti a turno sia del trio di mezzali offensive formato da Antonelli, Bigon e Novellino, che del fluidificante terzino sinistro Maldera, il quale vive una stagione degna del miglior Facchetti degli anni ’60, con De Vecchi e Buriani a far legna a centrocampo, nella speranza che la difesa tenga …

Una retroguardia imperniata sul quasi 40enne portiere Albertosi, ancora più che valido a dispetto dell’età, che ha l’incarico di guidare colui che potrebbe essere tranquillamente suo figlio, ovvero il libero Franco Baresi, mentre a terzino destro funge l’altro “gioiello del vivaio” Collovati e nel ruolo di stopper si alternano Aldo Bet, Simone Boldini e Giorgio Morini, quest’ultimo in realtà “adattato” stante la sua naturale veste di mediano …

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Una Formazione del Milan nell’anno della Stella – da:wikipedia.org

Con questo organico – che per nove undicesimi resta pressoché invariato per tutto il Campionato, con ben quattro (Albertosi, Maldera, baresi e Novellino …) sempre presenti – il Milan inizia il Torneo con buon passo, scandito soprattutto dal successo per 3-0 a Roma sui giallorossi alla seconda giornata (reti di Maldera e doppietta di Chiodi su rigore) e dalle vittorie consecutive di fine ottobre a Bergamo contro l’Atalanta per 3-1 (stessi marcatori dell’Olimpico …) ed a San Siro contro la Fiorentina, il cui rotondo 4-1 è aperto da Minoia per quella che resta la sua unica rete in Serie A e completato da un tris di Bigon.

Dopo il primo mese e cinque turni di Campionato alle spalle, il Milan si trova solitario Capoclassifica con 9 punti, seguito ad una lunghezza dal sorprendente Perugia ed a due dal Napoli, mentre i Campioni in carica della Juventus pagano un avvio stentato con soli 5 punti in graduatoria, complice anche la sconfitta interna subita proprio dalla “Banda di Castagner” …

Per i bianconeri, pertanto, la sfida in programma coi rossoneri il 5 novembre 1978 al “Comunale” è di vitale importanza per recuperare posizioni, e la stessa si racchiude nello spazio di soli 5’, in quanto passa alla storia per l’intervento proditorio commesso da Tardelli su Rivera secondi dopo il fischio di inizio – dal Direttore di gara D’Elia sanzionato con un’ammonizione a carico dello juventino – e viene decisa da una rete di Bettega abile a trasformare al volo alle spalle di Albertosi un cross da destra di Causio leggermente sfiorato da Benetti.

Liedholm incassa il colpo con la consueta flemma, ed il primo stop stagionale viene immediatamente assorbito dal successo della settimana successiva grazie ad un’incornata di Maldera ad inizio ripresa in un Derby aspro e caratterizzato dall’espulsione di Altobelli per un pugno a Collovati.

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La rete di Maldera che decide il Derby di andata – da:magliarossonera.it

Rimessosi in carreggiata, ma non ancora riguadagnato il vertice della Classifica, appannaggio del sempre più sorprendente Perugia, il Milan vive il periodo migliore del Torneo, cogliendo 6 vittorie e due pareggi sino alla fine del Girone di andata, al termine del quale si ritrova al comando solitario con 25 punti (+2 in media inglese) e 3 lunghezze di vantaggio sugli umbri e ben 5 sulla coppia formata da Inter e Torino, con la Juventus oramai irrimediabilmente staccata a quota 17 punti …

E’ questa la fase del Campionato in cui emergono come protagonisti due personaggi se vogliamo inattesi, ovvero il già citato Maldera, che oltre al derby decide anche la sfida di Bologna, oltre ad aprire le marcature nei successi di Vicenza ed interno sulla Lazio – così da posizionarsi a quota 6 reti a fine andata, alla pari con Bigon – e “l’uomo della ProvvidenzaWalter De Vecchi, mediano dotato di una discreta botta da fuori, grazie alla quale segna il unto del pari per 1-1 a Napoli e realizza l’unica rete che decide in apertura la sfida interna contro il Torino.

Usi alle delusioni del passato, i tifosi rossoneri tengono il profilo basso senza farsi soverchie illusioni, dopo tutto la mancanza di una punta di ruolo in grado di garantire dalle 15 alle 20 reti stagionali alla lunga potrebbe farsi sentire, ed a rafforzare questo convincimento giunge, come un fulmine a ciel sereno, la sconfitta per 0-1 alla prima di ritorno al “Partenio” contro il neopromosso Avellino – terreno “tabù” per il Milan, che nelle 8 visite vi raggranella solo 3 pareggi a fronte di 5 capitomboli – in parte attenuata dal fatto che sia Perugia, Inter e Torino non vanno oltre il pareggio …

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La rete di Romano che condanna il Milan al “Partenio” – da:sportavellino.it

E’ un Milan che, comunque, ha perso la brillantezza della fase ascendente, supera solo grazie ad un rigore di Antonelli la Roma a San Siro, ringrazia nuovamente Maldera per il successo di Ascoli e si aggiudica una partita rocambolesca ad inizio marzo 1979 al “Comunale” contro i viola per 3-2, frutto ancora del punto di apertura del terzino e di una doppietta di Bigon, risultati che comunque consentono ai rossoneri di poter gestire un “tesoretto” di 4 punti (32 a 28) su di un Perugia tuttora imbattuto, seguito da Torino, Inter ed Juventus nell’ordine.

A confortare i sostenitori, al momento di entrare nella fase decisiva del Torneo, vi è il Calendario che, per un mese esatto vede il Milan giocare a San Siro, dovendo ospitare la Juventus e quindi, dopo il Derby di ritorno con l’Inter, toccare a Vicenza e Napoli andare a far visita ai rossoneri, ragion per cui, uscire bene da questa serie vorrebbe dire avere una mano sull’agognato Scudetto …

Due vicende, peraltro, una tecnica e l’altra morale, hanno caratterizzato il mese appena concluso, vale a dire la “tegola” capitata sul capo del lanciatissimo Perugia per il grave infortunio occorso al centrocampista Franco Vannini nella sfida interna del 4 febbraio contro l’Inter e che, di fatto, ne conclude anzitempo la carriera e, per parte milanista, l’addio al “Paron” Nereo Rocco, venuto a mancare il 20 successivo a 67 anni ancora da compiere, un personaggio a cui molti in casa rossonera non possono che essere riconoscenti …

Nel momento in cui le forze vengono a mancare, è buona norma affidarsi alla difesa ed il saggio Liedholm non rischia più di tanto nello 0-0 contro la Juventus, ma poco può fare una settimana dopo contro gli scatenati nerazzurri che, oltre al prestigio nella “stracittadina”, sperano ancora di poter riaprire il discorso Scudetto …

Privo di Collovati, Antonelli e Rivera (per poi dover fare a meno anche dell’infortunato Bet, sostituito da Boldini …), il Tecnico rispolvera Capello – alla sua prima gara da titolare in stagione assegnandogli i compiti di regia che il friulano esegue senza sbavature – ma il ritmo aggressivo dell’Inter obbliga Albertosi agli straordinari, ivi compresa la respinta ad inizio ripresa di un rigore calciato da Altobelli, ma nulla può, poco dopo, su di un tocco sotto misura di “Lele” Oriali.

E’ un Milan incapace di reagire, e quando, a 12’ dal termine, una deviazione in corsa di Altobelli su cross dal fondo di Pasinato fissa il punteggio sul 2-0 non sono pochi coloro che, di fede rossonera, iniziano ad avviarsi verso l’uscita …

Oramai servirebbe un miracolo e, nelle vesti del propiziatore, appare proprio lui “Provvidenza” De Vecchi, che dapprima trasforma in rete con un violento rasoterra una punizione dal limite che dà nuova speranza ai suoi e quindi, quando manca meno di 1’ al termine, concede il bis raccogliendo una corta respinta della difesa così da fulminare da fuori area, ancora rasoterra e nello stesso angolo, un Bordon immobile.

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La rete di De Vecchi all’89’ del Derby di ritorno – da:calciomercato.com  

Scampato pericolo, ma non guarita la squadra che, attesa da due impegni interni sulla carta tutt’altro che proibitivi contro Vicenza e Napoli – entrambe a metà Classifica – riesce nell’impresa di restare a secco e raccogliere la miseria di un punto, visto che, dopo lo 0-0 imposto dai veneti, è la rete del partenopeo Majo al 40’ a far cadere l’imbattibilità interna dei rossoneri.

Mancano solo 6 giornate alla fine ed i fantasmi tornano ad aleggiare su Milanello, non nuovo a subire incredibili rimonte – e sono in molti a ricordare che, allo stesso punto del Torneo, sei anni prima nel 1973, il Milan vantava 38 punti, 3 di vantaggio sulla Lazio e 5 sulla Juventus e tutti sanno come andò a finire – e stavolta il distacco è anche più ridotto, appena due punti di margine sul sempre indenne da sconfitte Perugia e quattro sulla coppia formata da Inter e Torino, con in più la poco piacevole prospettiva di andare ad incontrare, una dietro l’altra, proprio Perugia e Torino in campo avverso.

Quello che preoccupa maggiormente, oltre al calo fisico, è la già ricordata assenza di un attaccante che possa risolvere le partite, prova ne sia che negli ultimi quattro turni le uniche due reti portano la firma dello “Avvocato del Diavolo” Walter De Vecchi (così ribattezzato da Beppe Viola per i suoi studi di Giurisprudenza …) …

In ogni caso c’è poco da fare, occorre rimboccarsi le maniche ed, in vista della trasferta a Pian di Massiano dell’8 aprile 1979, l’ordine è categorico, “vietato perdere” onde non farsi raggiungere dagli umbri che, forse, pagano l’inesperienza a certi livelli, trovandosi a “disputare un gioco più grande di loro” e la sfida si esaurisce nell’arco di soli due minuti a cavallo del quarto d’ora di gioco, decisa da due tiri dal dischetto assegnati dall’arbitro Agnolin, con Casarsa a replicare al vantaggio rossonero con Chiodi.

Superato il primo ostacolo, si profila peraltro il secondo, visto che il match nullo, oltre che a mantenere immutato il distacco tra le prime, ha altresì consentito al Torino, corsaro a Napoli grazie ad un acuto del giovanissimo Maurizio Iorio, di portarsi a tre lunghezze dalla Capolista, con l’intenzione di giocarsi le proprie chances nello “scontro diretto” del turno successivo, anticipato al sabato per le concomitanti festività pasquali …

Per i tifosi rossoneri, macerati dal dubbio se siano costretti a vivere una Pasqua di Passione piuttosto che di Resurrezione, la miglior sorpresa giunge dall’autorevole prestazione dei propri beniamini, ritrovatisi come d’incanto, e grazie ad una doppietta del sempre più “top scorer” Bigon ed al consueto calcio di rigore trasformato con freddezza da Chiodi – sono 6 in totale senza alcun errore, a fronte di un’unica rete su azione – il 3-0 maturato al “Comunale” inizia a profumare di Scudetto, anche se il Perugia non molla, non perde mai ed è sempre lì, a soli due punti di distacco …

Mancano però solo quattro giornate al termine ed un Calendario che propone al prossimo turno la sfida interna contro un Verona già retrocesso, anche se poi gli scaligeri ospiteranno il Perugia mentre il Milan va a Catanzaro dove la settimana prima si erano recati proprio gli umbri, così che le due formazioni si ritrovano ad essere, loro malgrado, arbitre dello Scudetto per le citate “sfide incrociate” …

Per l’incontro a San Siro del 22 aprile contro il Verona – prima del quale viene osservato un minuto di raccoglimento per la tragica fine dell’ex rossonero Paolo Barison, scomparso in settimana a soli 43 anni, vittima di un incidente stradale – Liedholm è costretto a rinunciare a Chiodi, sostituito con il rientro di Rivera dopo un intero Girone di assenza (l’ultima partita disputa proprio al “Bentegodi” all’andata …), così da schierare un attacco che prevede, dal 7 all’11, Novellino, Bigon, Antonelli, Rivera e Buriani, una anomalia che poteva uscire solo dal cilindro di “Mastro Liddas”, ferme restando ovviamente le qualità tecniche dei singoli componenti.

Ma quella che sarebbe dovuta essere poco più che una formalità, rischia di trasformarsi nel peggiore degli incubi allorché le formazioni vanno al riposo sul punteggio di 1-0 per gli ospiti, ed addirittura grazie alla rete messa a segno dall’ex Egidio Calloni, che stavolta quanto mai “sciagurato” appare agli occhi dei suoi vecchi tifosi, permettendosi di rovinarne i sogni di gloria …

Sui volti in tribuna le espressioni sono tutt’altro che rilassate – il Perugia è in vantaggio a Catanzaro ed ha virtualmente completato l’aggancio – ed a rendere l’atmosfera leggermente più distesa non può essere che “lui”, che per un disegno del destino, si incarica, in avvio di ripresa, di scaraventare alle spalle di Superchi il pallone che rappresenta non solo il suo unico centro stagionale in Campionato, ma altresì la rete n.164 messa a segno dal Capitano in 19 anni di militanza rossonera.

Il passaggio dalla paura all’ansia (palo di Maldera …) e quindi alla gioia, si completa a 6’ dal termine allorché Novellino – dopo che a Catanzaro il Perugia è stato raggiunto sul pari dal subentrato Renzo Rossi – incorna da pochi passi sotto la traversa un calibrato cross dalla destra di Buriani per il punto del 2-1 che vale il +3 in Classifica sugli umbri, coi cugini staccati di quattro lunghezze …

Vantaggio che si dilata ulteriormente la domenica seguente, visto che, all’harakiri interno dell’Inter (1-2 contro la Roma), fa riscontro un Perugia che si fa raggiungere a 9’ dal termine dal Verona al “Bentegodi”, così che il Milan, viceversa autoritario a Catanzaro, 3-1 aperto da Maldera che torma al goal dopo 8 turni di digiuno e completato da Novellino ed Antonelli, si porta ad un rassicurante margine di 4 punti quando mancano oramai solo 180’ alla conclusione del Torneo.

Capirete ora perché non può esservi altro che un’aria di festa quel 6 maggio 1979 a San Siro, ospite un Bologna in piena lotta per non retrocedere, al quale un pari (sufficiente per la matematica conquista della Stella …) può andare più che bene per poi giocarsi il tutto per tutto nell’ultima gara interna al “Dall’Ara” …

Ma figuriamoci se un regista così puntiglioso non voleva completare la propria opera con un’ultima suspense, costituita dall’inagibilità parziale del secondo anello per lavori di ristrutturazione e viceversa occupato dalla straripante folla che non vuole perdersi un evento atteso da tanto, troppo tempo …

I giocatori di entrambe le squadre sono sul terreno di gioco da una mezz’ora buona, ma l’arbitro, Menicucci di Firenze, non può fischiare l’inizio della gara senza autorizzazione del Questore che, per motivi di ordine pubblico, pretende che gli spazi indebitamente occupati siano lasciati liberi …

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L’appello di Rivera ai tifosi – da:milannight.com

Ha fatto tanto, per il “suo” Milan, Gianni Rivera, ed ora gli tocca anche questa, ovvero accogliere l’invito delle Forze dell’Ordine, farsi portare un microfono per esortare i tifosi ad obbedire, pena la mancata disputa dell’incontro e conseguente sconfitta a tavolino …

Bene o male, la situazione infine si sblocca, l’appello del Capitano viene raccolto e, dopo 90’ di una noia mortale, lo 0-0 conclusivo consente al Milan di festeggiare la conquista della Stella ed al Bologna di continuare a sperare.

Ovviamente, negli spogliatoi i più commossi sono Rivera e lo stesso Bigon – i “reduci” di quel 20 maggio 1973 al “Bentegodi” – ed altrettanto chiaramente il Capitano, che a giugno annuncerà il suo ritiro dall’attività agonistica, non può non dedicare un sentito pensiero al “Paron” venuto a mancare proprio nella stagione dell’agognata “Stella”.

Di una cosa, forse, Rivera non si è accorto, vale a dire che se il nefasto 1973 gli aveva impedito di mettere in fila gli anni della sua nascita (1943) e della prima Coppa dei Campioni (1963) – forse proprio perché vi era il salto di un decennio nella sequenza – questo 1979 rappresenta la “summa” della sua carriera, iniziata nel giugno 1959, proseguita con la conquista della seconda Coppa dei Campioni e l’assegnazione del “Pallone d’Oro” nel 1969 e conclusa con il traguardo che tutti i tifosi aspettavano in gloria.

Per chi non crede nella numerologia, eccovi serviti …

 

RICARDO BOCHINI, “EL MAESTRO” CHE HA ISPIRATO MARADONA

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Bochini in azione contro il Liverpool nel 1984 – da:catenaccioecontropiede.it

Articolo di Giovanni Manenti

Pur se il Padreterno lo ha dotato di un talento naturale come pochi altri al Mondo, anche “El Dies” (“Il Dieci”) per antonomasia del Futbol argentino, al secolo Diego Armando Maradona, ha avuto, come ogni ragazzo, il suo idolo giovanile, che, se non è molto conosciuto n Italia, soprattutto per le poche apparizioni in Nazionale, nel suo Paese è una sorta di icona …

Costui altri non è che Ricardo Bochini, detto “El Bocha”, di quasi sette anni più anziano di Maradona, essendo nato il 25 gennaio 1954 a Zarate, città di poco meno di 100mila anime nel Nordest della Provincia di Buenos Aires, e che, tra le altre cose, vanta un record di fedeltà raramente riscontrabile in Sudamerica, vale a dire aver svolto l’intera sua carriera – durata ben 20 stagioni – con un solo Club, ovvero l’Independiente, con cui ha condiviso il periodo di maggior fulgore.

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Maradona posa con Bochini ai tempi dell’Argentinos Juniors – da:xenem.com.ar

E sono proprio le imprese dei “Diablos Rojos”, dominatori della “Copa Libertadores” di inizio anni ’70, a far innamorare il giovane Diego di quel ”numero 10” all’apparenza tracagnotto e sgraziato, ma che aveva una visione di gioco ed un’intelligenza calcistica senza pari, per mettere in pratica la quale non aveva bisogno di correre, anzi, come spesso da lui sostenuto “il fatto che un giocatore dotato di talento debba anche sudare in campo mi sembra una contraddizione …”.

Certo, rimodulata al Calcio di oggi, un’affermazione del genere appare alla stregua di una bestemmia, ma all’epoca, con marcature meno asfissianti e pressing pressoché inesistente, una tale asserzione poteva avere dei proseliti, specie per l’ideatore e successivamente rifinitore de “La pausa”, che tradotto in termini più comprensibili, starebbe a significare “il passaggio ritardato” …

Di cosa si trattasse è semplice, vale a dire non disfarsi della palla “di prima”, ma attendere quell’attimo che serve a far muovere la difesa avversaria per poi “inventare” il passaggio filtrante in modo da trovare il compagno nella posizione ideale per calciare a rete, una tecnica che lo stesso Maradona avrà modo di utilizzare, specialmente nell’occasione più importante.

E, del resto, uno dei più grandi estimatori di Bochini resta altresì l’altra “vedette” argentina del periodo, ovverossia l’attaccante Jorge Valdano, il quale non si fa scrupoli nel sottolineare come: “il fantasista dell’Independiente si può paragonare ad un ladro che cerca la combinazione per aprire una cassaforte, in questo caso rappresentata dalla difesa avversaria, e con un solo tocco riusciva nell’intento …!!”.

Come detto, la formazione di Avellaneda – dopo aver già conquistato due Libertadores a metà anni ’60, con successive sfide (perse …) con la “Grande Inter” del Mago Herrera per la Coppa Intercontinentale – vive ad inizio anni ’70 il suo periodo di massimo splendore, ed allorché Bochini fa il suo debutto in “Primera Divsion” il 25 giugno 1972 subentrando, appena 18enne, ad Hugo Saggiorato ad un quarto d’ora dal termine della sfida persa per 0-1 contro l River Plate, i “Diablos Rojos” si erano già laureati, un mese prima, per la terza volta Campioni del Sudamerica, superando nella doppia Finale (0-0 e 2-1) i peruviani dell’Universitario di Lima, grazie ad una doppietta di Eduardo Maglioni.

Le imprese continentali distraggono l’Independiente dai tornei nazionali – all’epoca in Argentina si disputavano due Tornei, il “Metropolitano” ed il “Nacional” – con Bochini a mettere a segno la sua prima rete ancora in una sconfitta, stavolta per 1-2 nel derby contro il Racing Club, al 3’ della ripresa del match disputato il 19 novembre 1972 …

Nel frattempo, la formazione allenata da Roberto Ferreiro aveva fallito per la terza volta – dopo le citate sfide contro l’Inter – l’assalto alla Coppa Intercontinentale, contro il fantastico Ajax Amsterdam dell’epoca, con gli olandesi ad impartire una severa lezione al ritorno allo “Olympiastadion” (3-0, con acuto di Neeskens e doppietta di Rep …) dopo l’1-1 dell’andata al “Doble Visera” …

E Bochini, ritenuto ancora troppo giovane per tali appuntamenti, ha l’opportunità di assistere dalla tribuna alle evoluzioni di un certo Johan Cruijff – sua la rete di apertura in Argentina – così da non smentirsi neppure in detta circostanza allorché, richiesto di un parere sulla stella olandese, se ne esce con un “Corre mucho, pero juega bien …!!”, a ribadire la stranezza che un giocatore di tale tecnica dovesse anche sobbarcarsi un così massacrante lavoro su e giù per il terreno di gioco.

Dinamicità a parte, ad accorgersi per prima delle qualità di Bochini è una squadra italiana, vale a dire la Juventus, che affronta l’Independiente in gara unica disputatasi allo “Stadio Olimpico” di Roma a fine novembre 1973 per l’assegnazione della Coppa Intercontinentale.

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I Capitani Salvadore e Santoro prima della Finale di Roma ’73 – da:wikipedia.org

A dire il vero, tale diritto sarebbe toccato all’Ajax, che però, come aveva già aveva fatto due anni prima lasciando il proprio posto ai finalisti greci del Panathinaikos, rifiuta i rischi ambientali della trasferta in Sudamerica, mentre la Società bianconera ottiene che il Trofeo venga messo in palio con una sola sfida …

Bochini, che aveva fatto il suo ingresso nello spareggio contro i cileni del Colo Colo vinto per 2-1 ai supplementari a 20’ dal termine, risulta decisivo per l’esito della sfida poiché – dopo che nella prima frazione di gioco la traversa e gli interventi di Santoro avevano impedito alla Juventus di portarsi in vantaggio, per poi toccare a Causio sprecare nella ripresa la più ghiotta delle occasioni sparando alto sopra la traversa un calcio di rigore – ecco che, a 10’ dal termine, uno scambio stretto con il 18enne Daniel Bertoni, lo porta a trovarsi davanti a Zoff in uscita, scavalcandolo con un morbido pallonetto per la rete del definitivo 1-0 che conclude l’incontro.

Quella “magia” – che consente all’Independiente di fregiarsi per la prima volta del Trofeo – rappresenta una sorta di “esame di laurea” superato a pieni voti per Bochini, che da quella sera romana non avrà più rivali in squadra per quanto attiene alla ambita “camiseta n.10”, mentre i “Diablos Rojos”, con lui in cabina di regia, allungano a quattro la striscia di vittorie consecutive nella “Copa Libertadores” …

Nella Finale 1974, avversari i brasiliani del San Paolo, dopo la sconfitta per 1-2 al “Morumbi” nella gara di andata, è proprio Bochini a suonare la carica sbloccando il risultato poco dopo la mezz’ora al ritorno, rete poi raddoppiata da Balbuena ad inizio ripresa, ma poiché le norme dell’epoca non consideravano la differenza reti nel doppio confronto, si rende necessario uno spareggio, deciso da un rigore trasformato da Pavoni sul campo neutro di Santiago del Cile.

Regola della differenza reti viceversa applicata in Coppa Intercontinentale e stavolta – con ancora i finalisti dell’Atletico Madrid a prendere il posto del Bayern Monaco, vincitore della Coppa dei Campioni – ad avere la meglio è la compagine europea, che ribalta lo 0-1 patito ad Avellaneda con il 2-0 del “Vicente Calderon”, con la rete decisiva messa a segno, a 4’ dal termine, ironia della sorte, proprio da un argentino, l’ala Ruben Ayala.

Poco male, comunque, perché la delusione è assorbita con il successo continentale del 1975 contro i cileni dell’Union Espanola ed, ancora una volta, occorre la disputa di un terzo incontro, nonostante al ritorno alla “Doble Visera” la formazione ancora guidata da Ferreiro avesse ribaltato con un netto 3-1 (di Bertoni l’ultima rete …) lo 0-1 patito all’andata …

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Bochini assieme a Daniel Bertoni – da:pinterest.es

Disputato sul neutro di Asuncion, lo spareggio conferma la superiorità dei “Dianlos Rojos” che archiviano la pratica grazie ad una rete per tempo siglate da Ruiz Moreno ed ancora da Bertoni, il “puntero” con cui Bochini trova un’intesa perfetta, come dimostrano i 21 e 22 centri che il futuro viola mette a segno nelle stagioni 1976 e ’77, prima di laurearsi Campione del Mondo con la Nazionale nel 1978 e quindi non restare insensibile al richiamo delle sirene europee, accasandosi in Spagna, al Siviglia …

La striscia vincente nella “Copa Libertadores” si interrompe nel 1976, con il River Plate ad impedire ai rivali l’accesso alla quinta Finale consecutiva superandoli per 1-0 nello spareggio del 16 luglio grazie ad una rete di Pedro Gonzales a 5’ dal fischio di chiusura, non prima però che Bochini vi avesse lasciato il segno.

Accade, difatti, che il 26 maggio precedente, nella sfida interna contro gli uruguaiani del Penarol, la stessa fosse decisa in avvio di ripresa da un incredibile spunto de “El Maestro” che, raccolta la palla in una insolita posizione di ala destra, fa fuori orizzontalmente lungo tutto l’arco dell’area di rigore ben 9 (!!) avversari per poi trafiggere il portiere avversario con un diagonale di sinistro dal vertice opposto dell’area di rigore.

Ed è il medesimo Bochini – il quale alla quantità preferisce la qualità delle segnature – a considerare quella come la più spettacolare (e vorrei vedere …) delle reti da lui realizzate in carriera ed, in ogni caso, visto che l’avventura internazionale è, per il momento, conclusa, tanto vale buttarsi sul Campionato, visto che per quel che riguarda tale competizione siamo ancora al palo …

Il tanto agognato titolo giunge nel 1977 e nel modo più rocambolesco possibile, ovvero dapprima giungendo secondo a soli due punti di distacco (63 a 61) dal River Plate nel “Metropolitano” – in cui Bochini disputa 40 delle 44 gare in programma con 4 reti all’attivo – e quindi giungendo alla Finale del “Nacional”, Torneo che si disputa in quattro Gironi, con le vincenti a qualificarsi per le Semifinali …

Avversaria il Talleres di Cordoba e l’andata giocata alla “Doble Visera” si conclude sull’1-1, stesso risultato che sta maturando al ritorno allorquando, a soli 15’ dal termine, i padroni di casa realizzano la rete del 2-1 viziata da una presunta irregolarità che scatena le rabbiose reazioni dei giocatori dell’Independiente, al punto che il Direttore di gara ne espelle ben tre …

Con soli 8 uomini in campo e meno di un quarto d’ora da giocare, le speranze di Bochini di aggiudicarsi il titolo sembrano ridotte al lumicino, se non che tocca proprio a lui, su assist di Bertoni, realizzare il punto del 2-2 che, grazie stavolta alle reti realizzate in trasferta, fa sì che il successo arrida ai “Diablos Rojos”.

Ci voleva solo uno con la sua calma per poter gestire una situazione simile, per poi concedere il bis l’anno seguente, allorché in Finale (0-0 e 2-0) ad arrendersi è stavolta il River Plate e vi è da chiedersi, a questo punto, come mai Bochini non venga preso in considerazione dal Commissario Tecnico Menotti in fase di selezione dei ventidue per i Mondiali di Argentina.

In una rosa che non prevede “fantasisti” – lo stesso Maradona, ancorché non ancora 18enne, viene lasciato a casa – “El Flaco” preferisce un centrocampo più di sostanza e movimento per alimentare il trio d’attacco composto da Bertoni, Luque e Kempes, ed, a pensarci bene, l’ulteriore inserimento de “El Bocha” appare in effetti un lusso e poi, visto l’esito della rassegna, chi vince ha sempre ragione …

Ma per “El Maestro” – che intanto continua a scendere regolarmente in campo, saranno ben 638 le presenze totali in “Primera Division”, record assoluto per un singolo Club – le soddisfazioni sono ancora lungi dal concludersi, visto che nel 1983, pur sfuggendogli il “Nacional” (sconfitto 0-2 e 2-1 in Finale dall’Estudiantes …), riesce ad affermarsi nel “Metropolitano” con un solo punto di vantaggio (48 a 47) sul San Lorenzo de Almagro.

Tale successo consente all’Independiente – che nelle edizioni 1978 e 1979 era stato eliminato, rispettivamente, dai connazionali del River Plate e del Boca Juniors – di tornare a disputare l’edizione 1984 della “Copa Libertadores”, Torneo che la vede per la settima volta giungere alla doppia Finale, avversari questa volta i brasiliani del Gremio, per aver ragione dei quali è sufficiente la rete segnata all’andata a Porto Alegre da Jorge Burruchaga dopo 24’ di gioco, poi difesa con il pari a reti bianche al ritorno.

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Bochini in azione contro il Liverpool nel 1984 – da:catenaccioecontropiede.it 

Con la Coppa Intercontinentale oramai divenuta proprietà giapponese che, grazie allo sponsor Toyota, organizza la stessa in gara unica a dicembre a Tokyo da inizio anni ’80, il confronto è con gli inglesi del Liverpool ed a decidere lo stesso è una rete di Percudani in apertura, coi sudamericani abili nei successivi minuti a tessere una ragnatela che irretisce la formazione europea.

A 30 anni oramai compiuti, per Bochini si può dire che il Calcio sia stato comunque in grado di fornirgli ampie soddisfazioni, ma “c’è chi non dimentica” il suo idolo di gioventù e Maradona, divenuto oramai il “Lider maximo” della formazione albiceleste convince (o, per meglio dire, impone …) al Commissario Tecnico Carlos Bilardo la Convocazione de “El Maestro” tra i ventidue per i Mondiali di Messico 1986 …

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Bochini con l’Argentina ai Mondiali 1986 – da:pinterest.es

E, non contento di ciò, è lo stesso Maradona che, dopo aver realizzato contro il Belgio la doppietta che spiana la Finale all’Argentina, a 5’ dal termine, con un cenno allo stesso Bilardo, comanda la sostituzione, con Bochini a disputare gli unici minuti di un Mondiale nella sua ventennale carriera, ed il primo ad andargli incontro è lo stesso “Pibe de Oro” che, porgendogli la mano, lo saluta con un sentito “Bienvenido Maestro: lo estabamos esperando …!!” (“Benvenuto, Maestro, la stavamo aspettando …!!”).

Un riconoscimento più che doveroso ad un “Monumento” del Calcio argentino e sudamericano in genere, e chissà se, nella Finale, con l’Argentina a sprecare un vantaggio di due reti facendosi raggiungere sul 2-2 dalla Germania Ovest a 10’ dal termine, Maradona non abbia pensato proprio al suo idolo di gioventù ed alla famigerata “pausa”, allorché all’83’ inventa proprio tale tipo di giocata a favore di chi se non di Burruchaga, il quale ben conosce lo schema avendo giocato per un quadriennio a fianco del “Bocha”, e che non si lascia sfuggire l’occasione per involarsi verso la porta di Schumacher e superarlo con un diagonale in uscita.

Bochini gioca ancora sino a 37 anni, ritirandosi nel 1991 dopo aver completato il proprio Palmarès con la conquista di un quarto titolo nel 1989 – uno dei sei Campionati con un unico vincitore, prima di tornare alla vecchia formula con la creazione dei Tornei “Apertura” e “Clausura” – in cui è sempre in grado di disputare 33 delle 38 gare in calendario, con 2 reti all’attivo per un totale di 97 in carriera.

Non ha mai avuto un grande interesse per il goal, Bochini, traendo molta più soddisfazione nello sfornare assist a ripetizione per i compagni di squadra e, d’altronde, ogni buon “Maestro” è sempre felice quando vede i suoi allievi applicare alla perfezione i suoi insegnamenti …

E poi, per segnare, rispetto che a fornire assist, c’è da correre di più …

 

LA BELLA FAVOLA DI ANDREA FORTUNATO TRASFORMATASI IN TRAGEDIA

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Andrea Fortunato in maglia bianconera – da:todaysport.it

Articolo di Giovanni Manenti

… Speriamo che in Paradiso ci sia una squadra di calcio, così che tu possa continuare ad essere felice correndo dietro un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato …!!

Con queste ultime parole il Capitano bianconero Gianluca Vialli conclude il suo commosso messaggio di addio al suo sfortunato compagno di squadra, spentosi il giorno prima a Perugia non ancora 24enne, nella Cattedrale di Salerno, la città in cui era nato il 26 luglio 1971 e da dove era partito per coltivare un sogno, poi piano piano diventato una splendida realtà da sembrare una di quelle “Belle Favole” che si raccontano ai bambini, solo che, stavolta, purtroppo, è venuto a mancare il lieto fine …

Sgombriamo subito il campo da falsi luoghi comuni, Andrea non è stato il classico “Ragazzo con la valigia” meridionale che cerca fortuna al Nord splendidamente celebrato dal cantautore Calabrese Mino Reitano nelle sue struggenti canzoni di fine anni ’60, tutt’altro, provenendo da una famiglia agiata della media borghesia salernitana, il cui padre Giuseppe è cardiologo, mentre la madre Lucia è bibliotecaria, ed i fratelli studiano, il maschio avvocato e la sorella laureata in lingue.

Solo che ad Andrea piace correre dietro ad un pallone e questo lo porta a sognare di potersi affermare in quel mondo così difficile, dove, per tornare alla musica, solo “uno su mille ce la fa …”, ma è testardo Andrea, e dopo che viene notato da osservatori del Como che gli offrono un contratto, riesce a “strappare il sì” paterno e può così iniziare il suo percorso agonistico, a patto però che ottenga quantomeno un diploma, perché, qualora non riuscisse a sfondare …

Ragazzo abituato a non deludere ed a mantenere le promesse, Andrea, trapiantato sulle rive del Lago così caro ad Alessandro Manzoni, si impegna negli allenamenti e passa il tempo libero sui libri, riuscendo, da un lato a conseguire il diploma di ragioniere, e, dall’altro, a convincere il tecnico lariano Giampiero Vitali a farlo esordire tra i Cadetti appena 18enne, il 22 ottobre 1989, subentrando a 10’ dal termine a Rosario Biondo nella sconfitta comasca per 0-1 a Pescara.

Non è una stagione fortunata, per il Como che, nonostante il cambio di tre tecnici – a Vitali subentra dapprima Galeone, poi sostituito a sua volta da Angelo Massola – conclude il Torneo al penultimo posto con conseguente retrocessione in Serie C1, e Fortunato ad essersi comunque ritagliato 16 presenze, tutte dall’inizio dopo il citato esordio.

Quello che può sembrare a prima vista un passo indietro, si dimostra viceversa per Fortunato come un ideale trampolino di lancio, visto che l’anno seguente in C1 si mette in luce in una stagione sfortunata per i lariani – concludono al secondo posto il Girone A a pari punti (44) con il Venezia, ad una sola lunghezza dal Piacenza promosso, per poi essere sconfitti 1-2 dai lagunari nello spareggio per la seconda Promozione – ma proficua per lui, tanto da attirare le attenzioni di un Genoa reduce dalla sua migliore stagione del Dopoguerra, conclusa al quarto posto nella Massima Divisione.

Allenatore è il “Mago della Bovisa” Osvaldo Bagnoli, l’artefice del “Miracolo Verona” allorché aveva condotto gli scaligeri ad uno “storico” e, crediamo, irripetibile Scudetto nel 1985, ma i rapporti con lo Staff tecnico (e l’allenatore in seconda Maddè, in particolare …), non sono ottimali e Fortunato mette in mostra un lato del suo carattere, educato sì, ma non abituato a subire quelli che lui ritiene comportamenti poco corretti, ed al termine di un duro “faccia a faccia” proprio con Maddè, la sua avventura all’ombra della Lanterna sembra essere già giunta al capolinea, con sole tre gare in cui si siede in panchina senza scendere in campo …

Probabilmente Bagnoli – che, per onestà, ha ampie alternative nel ruolo di terzino sinistro, con il brasiliano Branco e l’ex viola Armando Ferroni – avrebbe anche potuto concedere qualche chances al 20enne campano, ma per non turbare gli equilibri di spogliatoio con il suo secondo, acconsente a che Fortunato venga messo sul mercato autunnale.

E qui, la buona sorte sembra strizzargli l’occhio, visto che la destinazione è Pisa, Società all’epoca guidata dal Presidente Romeo Anconetani e che spera, da retrocessa in B al termine della precedente stagione, di ripetere un’impresa riuscitale per quattro volte consecutive (1982, ’85, ’87 e ’90), vale a dire l’immediata risalita nella Massima Divisione …

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Fortunato nell’anno in B al Pisa – da:wikipedia.org

Questa volta, il “miracolo” non si compie, ma Fortunato può dimostrare di essere tutt’altro che un “bluff”, macinando chilometri su quella fascia sinistra e saltando una sola partita dal suo esordio in nerazzurro di fine novembre ’91 a Padova, con il Pisa che conclude la stagione in un comunque onorevole sesto posto, a cinque punti dalla zona promozione …

Il Presidente genoano Spinelli – uno che sa come valorizzare (nonché commercializzare …) i propri giovani – non smette di seguire le prestazioni del ragazzo e, sulla scorta delle relazioni sempre positive sul suo conto, e data anche la partenza di Bagnoli destinazione Inter, non ha dubbio alcuno nel riscattare Fortunato per presentare, ai nastri di partenza della Stagione 1992-’93 la coppia di terzini più giovane e promettente dell’intera Serie A, vale a dire Panucci a destra e Fortunato a sinistra.

Entrambi i “gioiellini” non deludono le attese, al contrario della squadra che non riesce ad uscire dalle sabbie mobili del fondo Classifica, con il solito valzer di allenatori, visto che a Bruno Giorgi subentra, a novembre ’92, Luigi Maifredi reduce dalla negativa esperienza alla Juventus per poi toccare all’ex bandiera rossoblù Claudio Maselli sedersi in panchina ad inizio marzo ’93 con il Genoa al terz’ultimo posto alla pari con il Brescia.

 

Quando una Società è in difficoltà, ma ha nelle sue file due giovani promettenti come la citata coppia di terzini, è una logica conseguenza che appaiano le “sirene incantatrici” dei grandi Club – Juventus in primis, che vorrebbe acquistare entrambi – pronti ad avanzare le loro offerte e Spinelli, uno che alle “palanche” non è mai stato insensibile, sembrerebbe orientato a privarsi del solo Panucci, visto che Fortunato sta disputando un Torneo eccellente, in cui salta una sola delle 34 gare in calendario …

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Andrea Fortunato con il Genoa in A nel 1992-’93 – da:wikipedia.org

Solo che Panucci ha già accettato l’offerta del Milan – non se ne pentirà, conquistando l’anno seguente Scudetto e Champions League – quale sostituto dell’oramai anziano Tassotti, e leggenda vuole che Fortunato, al quale non desta alcuna impressione il passaggio in una grande squadra, faccia un po’ le bizze con il suo Presidente, riuscendogli a strappare una mezza promessa che, se riesce ad aiutare a salvare il Genoa, non porrà ostacoli al suo trasferimento in bianconero …

Se ricordate quanto fatto con il padre Giuseppe in merito al diploma di ragioniere, Andrea è uno che le promesse le mantiene, e quando, a due giornate dal termine, il Genoa si ritrova 13esimo con 28 punti ed una sola lunghezza di vantaggio su di un trio composto da Fiorentina, Udinese e Brescia (con Ancona e Pescara già condannate alla retrocessione …), il destino del “Grifone” è affidato alla trasferta di Bergamo contro l’Atalanta ed alla sfida con il Milan all’ultimo turno a Marassi …

Ed è proprio Fortunato – che già il 18 aprile ’93 aveva portato alla causa rossoblù un punto d’oro siglando la rete del pareggio (sua prima in A …) nell’1-1 a Torino contro i granata – a realizzare la rete che sblocca il risultato a Bergamo (gara che poi il Genoa si aggiudica per 2-1), nonché ancora lui, a 10’ dal termine, a mettere a segno il punto del definitivo 2-2 contro i Campioni d’Italia del Milan che certifica salvezza avendo mantenuto il ricordato punto di vantaggio (31 a 30) sul medesimo trio, con la Fiorentina condannata per una peggiore Classifica avulsa con Udinese e Brescia e quest’ultima a soccombere 1-3 nello spareggio con i friulani.

Promessa mantenuta anche da parte di Spinelli, che in estate cede, per la bella cifra di 10miliardi di Lire, Fortunato alla Juventus, fortemente voluto dal tecnico Trapattoni – fresco dall’aver riportato i bianconeri ai vertici europei con la conquista della Coppa Uefa – e che vede nel 22enne salernitano il possibile erede di Cabrini, che aveva abbandonato il Club nell’estate 1989 …

Per Andrea il coronamento di un sogno inseguito sin da bambino, essendo la Juventus la squadra del cuore e proprio Antonio Cabrini il Campione a cui si era sempre ispirato, quasi non potendo credere che ora, a soli 22 anni, quella maglia bianconera recante il n.3 sia proprio sulle sue spalle e, determinato come è cresciuto, non sarà facile per nessuno togliergliela di dosso.

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Andrea Fortunato alla Juventus nel 1993-’94 – da:juventusnews24.com

E, difatti, la stagione nasce sotto tutti i migliori auspici, anche se c’è pur sempre un Milan che intende mettere assieme un “tris consecutivo” di Scudetti dopo essersi affermato nelle due precedenti stagioni, e comunque, al giro di boa di metà Campionato, i giochi sono tutt’altro che conclusi, con Juventus e Sampdoria appaiate a quota 23 punti, a tre sole lunghezze dai rossoneri …

Ed, inoltre, su Fortunato ha messo gli occhi pure il Commissario Tecnico della Nazionale Arrigo Sacchi, che sta preparando la spedizione per i Mondiali di Usa ’94, uno al quale “gli esterni che consumano le fasce” sono sempre andati a genio, ed ecco che il 22 settembre 1993, approfittando di uno dei rarissimi infortuni di Paolo Maldini, Andrea riesce ad indossare anche il n.3 azzurro nella trasferta in Estonia di qualificazione per i Mondiali, che l’Italia si aggiudica per 3-0.

Tutto bello, bellissimo, forse anche troppo, quando però qualcosa inizia ad incepparsi, le corse di Andrea sulla corsia sinistra non sono più così prorompenti, il 6 marzo 1994 è in programma al “Delle Alpi” la sfida Scudetto contro il Milan, avanti di 6 punti (40 a 34), ultima possibilità per rientrare in gioco, ed invece sono i rossoneri ad imporsi per 1-0 (rete di Eranio …), con la tifoseria che rumoreggia e non capisce …

Lo “scenario” è già bello e confezionato, Andrea si è montato la testa, il trasferimento alla Juventus, invece che come un punto di partenza, lo considera di arrivo, si sente appagato, forse anche si dà alla “bella vita”, tutte ipotesi – fantasiose per chi non lo conosce a fondo – che portano il pubblico a fischiarlo e persino a deriderlo per le sue prestazioni in campo, con un tifoso che arriva un pomeriggio addirittura a schiaffeggiarlo al termine di un allenamento, così per “fargli capire cosa voglia dire giocare nella Juventus …”.

Questa deve essere stata l’offesa più dura da buttare giù per un Fortunato che non ha mai pensato di poter sostituire nell’immediatezza Cabrini, replicando alle provocazioni dei media con: ”non riesco a capire perché vogliate sempre portare avanti questo paragone, stiamo parlando di uno che è stato il migliore terzino del Mondo, e prima di raggiungere i suoi livelli, se mai ci riuscirò, ne dovrà passare del tempo …” …

Quel tempo che, purtroppo, un destino maligno ed avverso non gli concede, poiché, a stagione conclusa, mentre gli Azzurri si preparano a disputare il Mondiale oltre Oceano – Sacchi lo ha aspettato sino all’ultimo, ma poi anche lui non ha potuto che arrendersi al palese scadimento di forma – il continuare a sentirsi stanco ed accusare persistenti febbriciattole, non convince il Dr. Riccardo Agricola, Medico sociale del Club bianconero, a far ricoverare Fortunato presso l’Ospedale “Le Molinette” di Torino per una serie di analisi ed accertamenti approfonditi …

Ed il responso è di quelli che lascia agghiacciati, Andrea è affetto da leucemia acuta linfoide, ed in un attimo, tutti i sogni scompaiono all’improvviso e si presenta davanti una battaglia terribile da combattere non contro un avversario in campo, ma contro un “nemico invisibile” che ti sta consumando dentro.

Andrea è giovane, forte e deciso a vincere la sua battaglia, lotta e combatte come quando doveva strappare la palla ad un avversario e lanciarsi in veloci contropiedi, il suo fisico inizialmente reagisce bene, i valori tornano normali, ma i medici sanno che l’unica speranza di salvezza è un trapianto di midollo spinale per il quale non si riescono a trovare donatori compatibili.

Si cerca allora una soluzione alternativa, con il trasferimento a Perugia – dove il compagno di squadra Ravanelli mette a disposizione la sua casa per i suoi genitori e la fidanzata Lara, che non mancano di stargli vicino – e proprio nel giorno del suo 23esimo compleanno, il 26 luglio 1994, vengono infuse ad Andrea  le cellule sane della sorella Paola, una speranza che si rivela vana in quanto il suo organismo non è in grado di assorbirle, ed il rigetto induce a provare con analogo intervento sfruttando stavolta le cellule del padre Giuseppe, con risultati molto più confortanti, visto che a metà ottobre lascia la struttura ospedaliera, anche se preoccupa il fatto che la febbre non accenna a sparire del tutto …

Nel frattempo i compagni – oltre al citato Ravanelli, anche Baggio e Vialli in particolare non mancano di fargli pervenire il loro appoggio con continui messaggi e telefonate di incoraggiamento – stanno lottando anche per lui per riportare la Juventus (a digiuno di Scudetti da ben 9 anni …) ai vertici del Calcio nazionale ed Andrea ritiene doveroso ripagarli del loro affetto andando a trovarli agli allenamenti per poi seguire dalla tribuna la gara di Marassi contro la Sampdoria la sera del 26 febbraio 1995, gara che i bianconeri si aggiudicano per 1-0 con rete di Vialli a 10’ dal termine …

Forse, in una serata invernale e fredda, assistere a quell’incontro può essere stata un’imprudenza, o forse un ulteriore segno del destino che l’ultima volta in cui Fortunato mette piede in uno Stadio sia stata proprio in quell’impianto da cui era partita la sua rincorsa al sogno bianconero, sta di fatto che, esattamente due mesi dopo, una banale influenza con complicazioni polmonari risulta letale per un fisico come quello di Andrea, la cui malattia aveva ridotto pressoché al minimo le difese immunitarie.

Per chi scrive, il ricordo di come apprende la notizia rappresenta un pugno allo stomaco – il 25 aprile è notoriamente giorno festivo – con un comunicato lapidario apparso sulla pagina “Ultim’ora” del Televideo Rai, da farti restare attonito seduto sul divano, con il primo sentimento di incredulità e sbigottimento a fare a poco a poco spazio al pensiero su come la vita sia cattiva ed ingiusta, quando il destino si accanisce su persone in giovane età a cui toglie ogni speranza futura …

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Una bella immagine di Andrea sognante …. – da:gazzettafannews.it

Era veramente una gran “Bella Favola”, la tua, Andrea, di quelle da raccontare ai nipotini in età avanzata, ma alla quale, purtroppo, è mancato il lieto fine, così da trasformarla in tragedia …

Un ultimo, commosso abbraccio, “Ragazzo dai bei capelli”, come ti avevano soprannominato …

HECTOR SCARONE, “EL MAGO” CHE RINUNCIO’ AI SOLDI PER AMOR DI PATRIA

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Hector Pedro Scarone – da:pallonateinfaccia.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nessun dubbio sul fatto che il Football – quantomeno nella sua accezione moderna – sia nato in Inghilterra, dove risalgono la più antica competizione a livello di Club, la sempre prestigiosa “Football Association Challenge Cup”, la cui prima edizione data addirittura 1871-’72, così come nel 1888 viene creata la “Football League”, con conseguente disputa del relativo Campionato, vinto, per la cronaca, dal Preston North End …

Ma, una volta superata l’era pionieristica di tale nuova disciplina ed “esportata” la stessa nel resto dell’Europa, ecco che – in parte a causa dell’isolazionismo da parte delle Nazioni britanniche – nel periodo tra le due guerre il Calcio assume una connotazione ben diversa, prendendo piede altresì oltre Oceano e, particolarmente, in Sudamerica.

E, così come erano stato gli inglesi a far conoscere il Football nel resto del Vecchio Continente, Italia in particolare, ecco che sono proprio gli emigranti del Bel Paese, in cerca di fortuna lontano dalla terra natia, a dare un sensibile contributo alla crescita del rinominato “Futbol” in Sudamerica.

E ad emergere in questo periodo è una Nazione che del Futbol ha fatto la sua ragione di vita, ovverossia l’Uruguay, la cui rappresentativa – la “Celeste” per antonomasia – domina un intero decennio, gli anni ’20, cogliendo allori in ogni luogo del pianeta …

Nereo Rocco era poco più di un bambino allorché la “Celeste” metteva già in pratica quello che lui avrebbe successivamente definito “l’asse portante” di una squadra che volesse ambire ai vertici del calcio, ovvero dotarsi di un granitico difensore, un eccellente centrocampista ed una punta che garantisse il giusto quantitativo in fatto di realizzazioni.

Per la difesa, nessun dubbio sul carisma del leader, “El Gran Mariscal” (“Il grande Maresciallo”) José Nasazzi, capitano della “Seleccion” bicampione olimpica e vincitrice della prima edizione dei Mondiali nel 1930, ed altrettanto può dirsi del primo giocatore universale della storia del Calcio, vale a dire “La Maravilla Negra” (“La Meraviglia nera”), al secolo José Leandro Andrade, peraltro unico giocatore di colore di quella fantastica formazione.

E poi, c’è lui, “El Mago”, attaccante dalla classe purissima abbinata ad un tiro di rara potenza e precisione, capace di scegliere la soluzione personale al pari di mettersi al servizio dei compagni, come dimostra il suo modificare la posizione in campo da punta centrale a mezzala offensiva, da molti ritenuto il più forte giocatore offensivo della storia del “Futbol” al di qua del Rio de La Plata che, per chi non fosse pratico di geografia, è il fiume che separa le due acerrime rivali di Argentina ed Uruguay e sulle cui rive sorgono le rispettive Capitali, Buenos Aires a Nordovest e Montevideo a Sudest …

Questo “lui”, altri non è che Hector Pedro Scarone, il quale nasce proprio a Montevideo a fine novembre 1898, figlio di emigranti liguri, dal cui padre, Giuseppe, acquisisce “la pasion por el Futbol”, poiché quest’ultimo lo porta, assieme al fratello maggiore Carlos – di ben 10 anni più grande – ad assistere alle gare dell’allora CURCC (“Central Uruguay Railway Cricket Club”), Società per la quale non poteva non tifare, visto che era stata fondata da impiegati ed operai delle “Ferrovie dell’Uruguay Centrale” per cui lavorava …

E maggiore soddisfazione non può esservi, per papà Giuseppe, allorché il figlio Carlos indossa proprio la maglia di quel Club che, di lì a poco, avrebbe mutato il suo nome in quello per cui è universalmente conosciuto, vale a dire il Penarol, salvo varcare pressoché immediatamente il confine per accasarsi al Boca Juniors – dove gli stipendi erano indubbiamente più invitanti – senza peraltro convincere appieno la Dirigenza bocaense, così da far ritorno “a stretto giro di posta”, ma portandosi dietro un “tradimento” a livello familiare.

Carlos Scarone, difatti, non torna ad indossare la maglia dell’oramai ridenominato Penarol, ma si accasa ai “rivali storici” del Nacional Montevideo, “Los Tricolores” (“I Tricolori”) per effetto del bianco, azzurro e rosso che compone le loro divise di gioco, formazione di cui fa la fortuna nelle successive 13 stagioni, periodo nel corso del quale contribuisce a suon di reti (152 in 227 gare disputate …) alla conquista di ben 8 titoli nazionali.

Sicuramente un ottimo attaccante, il maggiore dei fratelli Scarone, ma quanto a tecnica individuale non vi è confronto con quanto riesce a dimostrare sul rettangolo di gioco Hector, il quale, affascinato dalle imprese di Oscar, entra anch’egli a far parte delle formazioni giovanili del Nacional, scalando peraltro talmente in fretta le gerarchie che già nel 1916, non ancora 18enne, fa il suo esordio in prima squadra e contribuisce alla conferma del titolo conquistato l’anno precedente.

Per Hector Scarone non passa molto tempo affinché si schiudano le porte della Nazionale, che a quei tempi, eccezion fatta per la “Copa America” – prima grande Manifestazione a livello continentale, essendo il “British Home Championship”, inaugurato nel 1884, riservato alle sole rappresentative d’oltremanica – disputava esclusivamente incontri contro l’Argentina ed è pertanto scontato che, proprio contro la “Albiceleste”, il 2 settembre 1917 al “Parque Central” di Montevideo (lo stadio del Nacional …), la non ancora 19enne futura stella del calcio uruguagio faccia il suo esordio, gara risolta a favore dei padroni di casa grazie ad una rete di Angel Romano a 7’ dal termine …

Un esordio che fa da apripista alla convocazione per la successiva seconda edizione della ricordata “Copa America, con l’Uruguay, detentore del titolo vinto l’anno precedente in Argentina, ricopre la veste di Paese organizzatore ed alla quale partecipano altresì Argentina, Cile e Brasile.

Con un fronte offensivo per il quale il Commissario Tecnico Ramon Platero si affida ai trio di “Artilheros” del Nacional, costituito, oltre che dai due Scarone, anche dal citato Romano – il quale, con una carriera parallela a quella del maggiore dei due fratelli, mette a segno 167 reti nelle 389 gare disputate con il Club – la “Celeste” non ha difficoltà alcuna a confermarsi Campione, infliggendo due pesanti 4-0 sia al Cile (doppiette di Romano e Carlos Scarone) che al Brasile (ancora doppietta di Romano ed una rete a testa per i due fratelli), prima che tocchi al più giovane del trio mettere il suggello con l’unico centro che, al 62’, decide la sfida con l’Argentina …

Una competizione, quella della “Copa America”, che diviene terreno di fertile conquista per i rappresentanti dei “Tricolores”, che, dopo aver concluso a pari merito con il Brasile l’edizione 1919 solo per poi essere sconfitti dai verdeoro in un’interminabile gara di spareggio, risolta dal leggendario Arthur Friednreich al 122’ di un incontro durato 150’ per la disputa di ben quattro tempi supplementari (!!), tornano a sollevare il Trofeo l’anno seguente, per l’ultimo Torneo disputato da Carlos ed al quale Hector non prende parte, con Romano a far la parte del leone con tre reti all’attivo.

Uruguay che, orfano dei due “fratelli terribili”, conclude al terzo posto le due successive edizioni, nel mentre a livello di Club il Nacional si alterna con il Penarol nell’affermarsi sul fronte interno, facendo suoi i titoli del 1917, ’19, ’20 e ’22, lasciando ai rivali quelli del 1918 e del ’21 …

Si arriva quindi ad una prima “spaccatura” nel sempre turbolento clima che caratterizza il Futbol sudamericano, derivante dall’aver trasgredito, da parte del Penarol e del Central, al divieto di incontrare, sia pur in gare amichevoli, i Club argentini aderenti alla “Asociacion Amateurs de Football”, con conseguente espulsione degli stessi da parte della “Asociacion Uruguaya de Football” …

Per tutta risposta le ridette Società danno vita alla “Federacion Uruguaya de Football”, a cui aderiscono altre 30 formazioni, che disputano per un biennio un Torneo parallelo, vinto nel 1923 dall’Atletico Wanderers e, l’anno seguente, dallo stesso Penarol, mentre il Nacional, privo dei suoi principali avversari, non ha alcuna difficoltà a confermarsi Campione anche in tale arco temporale.

Ciò comporta altresì che i giocatori dei “Club dissidenti” non siano convocati per gli impegni della “Celeste” relativi sia alle edizioni 1923 e ’24 della “Copa America” al pari della prima volta in cui una formazione sudamericana partecipa alle Olimpiadi, facendo il proprio debutto ai Giochi di Parigi 1924.

Chiamato ad organizzare la settima edizione del Torneo Continentale, l’Uruguay, alla cui guida è ora Leonardo De Lucca, non risente della forzata mancanza degli “Aurinegros”, concludendo il Torneo a punteggio pieno grazie stavolta più alla forza della sua difesa – dove giganteggia “El Mariscal” Nasazzi, al suo primo trionfo da Capitano e fa altresì il suo esordio “La Maravilla negra” Andrade – che alle qualità degli attaccanti, come testimoniano i successi per 2-1 sul Brasile e per 2-0 sia su Argentina che Cile, con Scarone ad andare a segno solamente in quest’ultima gara …

La Manifestazione mette però in evidenza un altro attaccante di origini italiane, vale a dire Pedro Petrone, di 6 anni e mezzo più giovane di Scarone e con il quale fa coppia a partire dalla successiva stagione, per poi seguirne le orme anche nel trasferimento, anni più tardi, nel Paese che aveva dato i natali ai propri genitori.

Nel frattempo, la “Celeste” prepara la spedizione nel vecchio Continente, sbarcando nella Capitale transalpina per competere alle Olimpiadi di Parigi 1924, unica formazione, assieme agli Stati Uniti, ad essersi sobbarcata la traversata atlantica, per quella che è altresì la prima partecipazione in assoluto del Paese sudamericano alla Rassegna olimpica nel suo complesso.

E l’Europa ha così l’occasione di ammirare una straordinaria macchina da goal, le cui esibizioni lasciano a bocca aperta e che vedono il duo Petrone/Scarone nel ruolo di protagonisti, a partire dal primo turno (7-0 alla Jugoslavia, acuto di Scarone e doppietta di Petrone), cui segue il successo per 3-0 (identica ripartizione tra i due) sugli Stati Uniti agli Ottavi e l’ancor più netto 5-1 (una doppietta a testa, oltre ad un centro di Romano) sui padroni di casa ai Quarti …

In semifinale, l’Uruguay trova la sua unica resistenza, costituita da un’Olanda che chiude in vantaggio il primo tempo (acuto di Pijl alla mezzora …), per poi essere raggiunta poco dopo l’ora di gioco da Cea e quindi, allorché il Direttore di gara assegna un calcio di rigore ai sudamericani a 9’ dal termine, non vi è alcun dubbio tra i compagni su chi debba incaricarsi della trasformazione …

Sul dischetto, ovviamente, va Hector Pedro Scarone, il quale non lascia scampo al portiere avversario van der Meulen per il punto che vuol dire Finale per l’Oro, in cui a far la parte della vittima sacrificale è la Svizzera, asfaltata con un 3-0 (Petrone, Cea e Romano) che non lascia spazio a recriminazioni di sorta, con Petrone a laurearsi Capocannoniere del Torneo con 7 reti rispetto alle 5 di Scarone ed alle 4 di Cea.

E’ questa la sola medaglia conquistata dall’Uruguay ai Giochi parigini, per poi, il successivo ottobre, tornare ad ospitare la “Copa America”, in cui conferma la sua superiorità, pur non andando oltre lo 0-0 nel “Clasico” contro l’Argentina, anche per l’assenza di Scarone, infortunatosi nel secondo match contro il Paraguay.

Ma se le cose vanno a gonfie vele con la “Celeste”, altrettanto non può diverso a livello di Club, in quanto il caos a livello federale imperversa, con la stagione 1925 addirittura annullata per decisione del Governo, che intende riportare il Futbol alla normalità con il ripristino di una sola Federazione …

E così, nel mentre la situazione si evolve con la definitiva soppressione della “aventiniana” “Federacion Uruguaya de Football” ed il riconoscimento della “Asociacon Uruguaya de Football” come l’unico Ente calcistico del Paese, il Nacional sfrutta l’anno di interruzione dell’attività per svolgere una lunga tournée – durata ben 190 giorni, da febbraio ad agosto, per quella che passa alla storia del Club come “La Gira de 1925” – in Europa, dove l’anno prima la qualità del calcio uruguagio era stata ammirata in sede olimpica, e molte squadre del vecchio Continente fanno a gara per misurarsi con i “Migliori del Mondo” …

Un’occasione da non perdere per fare pubblicità al Club ed al calcio sudamericano in generale, nonché per mettersi in mostra ai migliori talenti, ai quali si era aggiunto l’anno prima “El Manco” Hector Castro, così chiamato perché privo della mano destra, amputata per un incidente sul lavoro allorché 13enne, lavorava in una segheria …

Spettacolo doveva essere e spettacolo è, con il Nacional ad aggiudicarsi 26 delle 38 gare disputate, con 7 pareggi ed appena 5 sconfitte, e per rendersi conto come suonasse alla perfezione l’equazione “Tricolores”=”Celeste”, la formazione di Hector Scarone si impone con punteggi roboanti contro le Nazionali di Olanda (7-0), Francia (6-0), Belgio (5-1) e Svizzera, superata due volte, per 5-2 e 5-1 …

Ovvio che i maggiori Club europei cercano di accaparrarsi tali fuoriclasse e su Scarone mette gli occhi nientemeno che il Barcellona, che lo tessera nel 1926 e grazie al cui apporto conquista la Coppa di Spagna, per poi sottoporgli un ricchissimo contratto da professionista all’alba dell’introduzione, in terra iberica, del primo Campionato a Girone Unico, nella Stagione 1928-’29 …

Ed è qui che il figlio di emigranti liguri compie quella “scelta di vita” che ai giorni nostri appare incomprensibile, vale a dire rinunciare ai soldi per non perdere lo “status da dilettante” e, conseguentemente, non poter difendere, con la propria Nazionale, il titolo olimpico in occasione dei prossimi Giochi di Amsterdam ’28, una decisione che appare ancor meno comprensibile laddove si consideri che, in ogni caso, Scarone una medaglia d’Oro l’aveva già in bacheca …

Un’altra epoca ed un altro Calcio, senza ombra d dubbio, di cui in ogni caso ne beneficia la “Celeste”, che può così ripresentarsi sul palcoscenico olimpico assieme alla sua indiscutibile Stella, non prima di essersi aggiudicata la sua sesta “Copa America” nel 1926, edizione conclusa a punteggio pieno ed in cui emerge a protagonista la coppia “Tricolor” formata dai due Hector, “El Manco” ed “El Mago”.

Pur se la palma del capocannoniere va al cileno David Arellano con 7 reti, Scarone vive la sua “Giornata di Gloria” mettendo a segno una cinquina nel 6-0 rifilato alla Bolivia, imitato da Castro con il poker realizzato nel 6-1 al Paraguay, per poi concludere appaiati a quota 6, un’autentica “macchina da gol che si appresta a confermarsi ai Giochi di Amsterdam ’28, non fosse altro che per “vendicare” la beffa subita l’anno prima in “Copa America”, dove la sfida decisiva nel “Clasico” viene risolta a favore dell’Argentina per 3-2 grazie ad una sfortunata autorete di Canavessi a 5’ dal termine, dopo che Scarone, con una doppietta, aveva tenuto in gara i suoi compagni. 

Le Olimpiadi di Amsterdam rappresentano, a tutti gli effetti, l’antipasto della prima edizione dei campionati Mondiali che si sarebbero disputati due anni dopo proprio a Montevideo, ma con un livello tecnico e di partecipazione indubbiamente superiore, data la presenza, oltre che dei campioni in carica, anche di Argentina e Cile (pur se quest’ultimo eliminato nel turno preliminare dal Portogallo …) per ciò che riguarda il Sudamerica, e del meglio che il Vecchio Continente può proporre – Inghilterra a parte, of course, e con le sole assenze di Austria ed Ungheria – visto che sono della partita Italia, Germania e Spagna.

Ma, ancora una volta, il decennio costituito dagli anni ’20 ribadisce come il divario tra le due scuole sia ben lungi dall’essere colmato, prova ne sia il percorso sia della “Celeste” – 2-0 agli Ottavi ai padroni di casa olandesi (Scarone ed Urdinaran gli autori delle reti) ed un più netto 4-1 (tripletta di Petrone ed acuto di Castro) alla Germania nei Quarti – che, ancor più roboante, della “Albiceleste” che, dopo un imbarazzante 11-2 rifilato agli Stati Uniti (poker di Tarasconi e tripletta di Cherro …), rifila un 6-3 anche al Belgio, in cui l’attaccante del Boca Juniors si conferma con una seconda quaterna.

Giunte alle semifinali, l’Argentina è favorita dall’essere abbinata al sorprendente Egitto, contro il quale Tarasconi si “limita” (bontà sua …) ad una tripletta nel 6-0 conclusivo, mentre all’Uruguay tocca una quanto mai ostica Nazionale azzurra che annovera tra le sue file Campioni del calibro di Combi, Rosetta, Caligaris, Bernardini, Baloncieri, Schiavio e Levratto …

Una sfida in tutto e per tutto degna di una Finale mondiale e che vede l’Italia portarsi in vantaggio dopo 9’ con il granata Baloncieri, solo per vedersi travolta nell’arco di soli 20’ dalla furia dell’attacco sudamericano, tre volte a segno con Cea, Campiolo e, manco a dirlo, Scarone, riuscendo comunque a restare in partita sino al 90’ grazie al punto del definitivo 3-2 messo a segno da Levratto allo scoccare dell’ora di gioco.

E così, mentre l’Italia sfoga la propria amarezza sui malcapitati nordafricani, sommersi sotto un eloquente 11-3 nella sfida per il bronzo, ecco che la Finale da tutti attesa, un “Clasico” in terra straniera, va in scena il 10 giugno 1928 allo “Stadio Olimpico” di Amsterdam, alla presenza di oltre 28mila spettatori, i quali hanno la possibilità di gustarsi una seconda esibizione visto che, dopo che ad inizio ripresa Ferreira ha pareggiato il vantaggio iniziale di Petrone, i tempi supplementari non sono stati sufficienti a decretare una vincitrice …

Tutto da rifare, quindi, ed ecco Argentina ed Uruguay ripresentarsi sul medesimo palcoscenico tre giorni dopo, con ancora la parte a nord del Rio de la Plata ad andare per prima a segno con Figueroa per un vantaggio durato lo spazio di poco più di 10’ prima che il capitano della “Albiceleste” Luisito Monti non impatti con una delle sue proverbiali conclusioni da fuori …

Risultato di parità che non si sblocca durante i secondi 45’ e, quando sono in molti a pensare ad un nuovo prolungamento, ecco ad un quarto d’ora dal termine toccare a “El Mago” cavare dal cilindro la soluzione vincente sotto forma di una cannonata da circa 40 metri che non lascia scampo ad Angel Bossio per il punto del 2-1 che consegna all’Uruguay quella che, a tutt’oggi, è la sua sola seconda medaglia d’Oro nella Storia dei Giochi e consacra Hector Pedro Scarone, oramai prossimo alla soglia dei 30 anni, come stella di assoluto valore …

Resta un ultimo scalino da superare per coronare una straordinaria Carriera, vale a dire regalare ai propri tifosi la gioia del titolo iridato nella prima edizione dei Campionati Mondiali che, come ricordato, si disputano proprio in Uruguay nel 1930, Sede scelta per ricordare i 100 anni dalla promulgazione della Costituzione del Paese, con tanto di costruzione a tempo di record dell’impianto, denominato appunto “Estadio Centenario”.

In una rassegna, come già riferito, di un valore tecnico largamente inferiore a quello olimpico – delle formazioni europee, si sobbarcano la trasferta in Sudamerica solo Jugoslavia, Francia, Romania e Belgio, non certo il meglio che il Vecchio Continente possa offrire all’epoca – proprio Scarone ne avverte la grande responsabilità, colto da una crisi nervosa che gli impedisce di scendere in campo all’esordio, coi padroni di casa ad avere ragione a fatica del Perù, superato per 1-0 colo grazie ad una rete di Cea a metà ripresa …

Rimessosi in condizione di giocare, Scarone fornisce il proprio contributo al netto 4-0 sulla Romania che qualifica la “Celeste” alle semifinali, avversaria l’unica europea rimasta in lizza, la Jugoslavia, spazzata via con un eloquente 6-1, stesso punteggio con cui l’Argentina de “El Filtrador” Guillermo Stabile, centravanti dell’Huracan, si sbarazza degli Stati Uniti …

E’ fine luglio 1930, il 30 per l’esattezza, allorché oltre 68mila spettatori si danno convegno sulle tribune dello “Estadio Centenario” per assistere alla Finale da tutti pronosticata, e per Hector Pedro Scarone, il figlio di emigranti liguri, la stessa rappresenta altresì la sua gara numero 52 con la maglia del Paese che lo ha adottato e trattato come un figlio – ben 30 delle quali disputate contro i rivali storici – così da sentirsi addosso una pesante responsabilità, pur potendo contare su altri tre compagni di squadra nell’undici che scende in campo, vale a dire Andrade, Castro e Cea …

Incaricato della sua marcatura è un “mastino” come Luisito Monti, uno che non va tanto per il sottile, ma l’intelligenza calcistica de “El Mago” è tale che si trasforma da goleador a rifinitore, evitandone il duro tackle per fornire a Dorado la rete del vantaggio al 12’, anche se poi l’Argentina reagisce e conclude in vantaggio 2-1 la prima frazione di gioco …

Onde evitare polemiche e discussioni, si era giunti alla salomonica decisione che la Finale venisse giocata il primo tempo con un pallone portato dagli ospiti ed il secondo dai padroni di casa e non è dato sapere se la circostanza sia stata o meno così determinante, fatto sta che nella ripresa l’Uruguay ribalta il risultato grazie a tre reti che portano la firma di Cea, iriarte e Castro, con Scarone ancora n veste di “assistman” in una circostanza, così che il primo trionfo mondiale della “Celeste” porta al suo interno il marchio indelebile dei “Tricolores” …

Oramai pagati tutti i debiti di riconoscenza in patria, Scarone può finalmente emigrare all’estero, scegliendo come ovvio la terra dei suoi avi e compiendo la traversata atlantica nell’estate 1931 assieme al compagno di squadra Petrone, con quest’ultimo ad accasarsi alla Fiorentina, mentre l’oramai 33enne Hector approda all’Ambrosiana-Inter, la cui dirigenza sogna un tandem da favola con la stella nerazzurra Peppino Meazza …

Purtroppo, la carta d’identità reclama i suoi diritti, ed una serie di infortuni limita a sole 14 presenze l’avventura meneghina di Scarone – comunque impreziosita da 7 reti all’attivo – per poi vivere altre due stagioni in Italia, vestendo la maglia rosanero del Palermo, prima di fare ritorno in Sudamerica dove pone fine alla sua straordinaria Carriera, nel 1939 a 41 anni di età, giocandosi gli ultimi spiccioli di gloria ancora davanti ai suoi tifosi del Nacional …

Questa è la cronaca dell’esperienza agonistica di uno dei più forti attaccanti che mai abbiano vestito i colori della “Celeste”, ma da sola non riesce a rendere merito a quelle che sono state le qualità tecniche di Scarone, quanto, al contrario, è stato in grado di esprimere “il Balilla” Meazza con queste parole:

Venne all’Inter a 33 anni ed era ancora il migliore di tutti; faceva cose che noi altri potevamo solo immaginare e non oso neppure pensare cosa potesse essere stato 10 anni prima, quando era al top della forma fisica e tecnica. Sinceramente, non sono uno che nella sua carriera non ha affrontato e visto molti altri calciatori, ma a parer mio Scarone resterà sempre inarrivabile …!!

E, detto da uno che di Mondiali ne ha vinti due, c’è da credergli …!!

 

IL DECENNIO “BELLO E MALEDETTO” DEL LEEDS UNITED DI DON REVIE

1969-70 Legends Line-Up
Una formazione del Leeds stagione 1969.70 – da:ozwhitelufc.net.au

Articolo di Giovanni Manenti

Negli Sport di squadra, si parla molto spesso di “Ciclo vincente” per indicare un periodo – di solito oscillante tra i 5 ed i 10 anni – in cui una formazione ha dominato la scena, generalmente nel panorama interno, meglio se poi allo stesso si aggiungono anche dei Trionfi a livello internazionale.

E, dato che stiamo parlando di Calcio britannico, tre esempi possono essere sufficienti a far comprendere il concetto, vale a dire gli scozzesi del Celtic Glasgow – che dal 1966 al ’74 si aggiudica nove titoli consecutivi, oltre a 5 Scottish FA Cup ed altrettante Scottish League Cup, aggiungendovi anche lo storico successo in Coppa dei Campioni ’67 ed una seconda Finale nel 1970 – al pari del Liverpool – che, dal canto suo, dal 1973 al 1984 mette in fila 8 titoli nazionali, una FA Cup, 4 League Cup consecutive, ma soprattutto 4 Coppe dei Campioni, due Coppe Uefa ed una Super Coppa Uefa – così come, in tempi più recenti, il Manchester United di Sir Alex Ferguson, che in addirittura in un ventennio, dal 1993 al 2013, ha arricchito la propria bacheca di ben 13 titoli nazionali, 5 FA Cup, 4 League Cup ed, a livello internazionale, due Champions League (con altre due Finali perse), una Coppa Intercontinentale ed una Coppa del Mondo per Club.

Tutta questa premessa necessaria per introdurre il racconto di un decennio ai massimi vertici del Calcio inglese e continentale di un Club per il quale detto periodo rappresenta l’indiscusso apice della sua ultracentenaria Storia, concluso il quale ha una sola altra occasione per festeggiare, cogliendo il terzo titolo di Campione della First Division nel 1992, curiosamente l’ultima edizione prima dell’introduzione, dalla stagione successiva, della Premier League …

Il fatto è che in questo decennio in cui il Leeds United – i più attenti lettori avranno già capito che è a detto Club che ci stavamo riferendo – si assicura la quanto mai antipatica etichetta di “perdente di successo”, poiché, ai soli 6 successi (quattro interni e 2 continentali) raccolti, affianca una serie incredibile di piazzamenti, costituiti da 5 secondi posti in Campionato e 3 Finali di FA Cup perse sul fronte interno, così come altrettante Finali di Coppe europee che lo vedono soccombere.

Un qualcosa da mandare al manicomio qualsiasi tifoso de “The Whites” (“I Bianchi”, dal colore della divisa), come se sul Club di Elland Road gravasse una sorta di maledizione che il breve racconto di tale decennio fa meglio comprendere, visto che alcuni Trofei sfuggono loro in modo talmente beffardo da far pensare che, veramente, ci sia stata una specie di congiunzione astrale negativa al riguardo.

Ma andiamo con ordine, il Leeds United viene rifondato nel 1919, n quanto il precedente Leeds City Fc, nato nel 1904, era stato radiato dalla Football League a causa di alcuni pagamenti illegali relativi al tesseramento di giocatori nel periodo del primo conflitto mondiale, ma durante il periodo intercorrente tra le due Guerre, la squadra non riesce ad emergere dal un grigio anonimato, potendo vantare, quale miglior piazzamento, un ottavo posto nella stagione 1932-’33.

Ancor peggio le cose vanno nell’immediato Secondo Dopoguerra, visto che al termine del primo Campionato postbellico il Leeds retrocede in Second Division dove staziona per ben 9 stagioni prima di ottenere la Promozione nel 1956, salvo far ritorno nel purgatorio a distanza di quattro anni.

Una Società, pertanto, di pressoché nulle tradizioni nella Patria degli inventori del Football – ed il cui unico giocatore ad elevarsi dalla mediocrità è il “Gigante buono” John Charles, che tra il 1949 ed il 1957 realizza ben 150 reti prima di fare le fortune della Juventus nel Campionato italiano – e ben pochi avrebbero creduto che, viceversa, con l’inizio degli anni ’60, il “brutto anatroccolo” si sarebbe trasformato in uno splendido cigno – la comparazione non è casuale, avendo come riferimento il bianco candore della divisa da gioco – in grado di incutere timore alle grandi del Calcio d’oltremanica.

Anche perché, il ritorno in Second Division vede il Leeds navigare nelle zone basse della Classifica, così che la Dirigenze assume, nel marzo 1961, quella che diviene la “decisione della svolta” per le sorti del Club, ovverossia licenziare il Manager Jack Taylor ed affidare la squadra al 34enne Don Revie che proprio ad Elland Road sta consumando gli ultimi spiccioli di carriera …

E così, quattro giorni dopo l’uscita di scena di Taylor, Revie assume le vesti di Player/Manager alquanto in uso in Inghilterra, pur se i suoi esordi non sono certo confortanti, visto che il Leeds, dopo aver concluso in 14esima posizione la stagione ’61, riesca seriamente di sprofondare per la prima volta nella sua Storia in Third Division l’anno seguente, riuscendo a salvarsi grazie ad un positivo finale di Torneo, al termine del quale Revie attacca definitivamente le scarpette al chiodo per assumere la veste di allenatore a tempo pieno.

In questa sua nuova veste, il Tecnico sposa appieno la filosofia della Società di attingere al vivaio per migliorare la qualità della prima squadra, che al suo arrivo poteva contare su due soli giocatori di spessore, vale a dire il roccioso mediano scozzese Billy Bremner ed il centrale difensivo Jack Charlton, fratello maggiore del più celebre Bobby, inserendo, a partire dalla successiva stagione, giocatori che ne faranno la storia nel decennio a seguire.

Non è assolutamente un caso che una delle chiavi di lettura per comprendere il “Periodo d’Oro” del Leeds sia proprio quello di aver creato un gruppo unito e coeso al proprio interno – basti solo pensare che ben 9 dei 10 giocatori che occupano la “Graduatoria All Time” di presenze complessive del Club (unico “intruso” Gary Kelli del periodo 1992-’07 …) appartengano a tale epoca, con la curiosità dei due citati Jack Charlton e Bremner separati (773 a 772) da una sola gara a favore del primo – e già dall’autunno ’62 entrano a far parte in pianta stabile della rosa della prima squadra il 17enne portiere Gary Sprake, il 18enne terzino Paul Reaney (terzo nella Classifica con 748 gettoni a suo conto …) ed il 19enne mediano Norman Hunter, che a fine carriera conterà 726 apparizioni con il Club, quarto quanto a presenze complessive …

Questa “ventata di gioventù” porta il Leeds a concludere il Torneo ’63 al quinto posto, a soli quattro punti dalla Promozione, obiettivo che viene centrato la stagione successiva, allorché si aggiudica la Second Division con 63 punti, frutto di 24 vittorie, 15 pareggi e 3 sole sconfitte, in cui un ruolo importante lo riveste il talentuoso 23enne centrocampista irlandese Johnny Giles, prelevato dal Manchester United.

E, proprio contro i “Red Devils” il Leeds inaugura la poco augurabile striscia di eventi negativi che ne caratterizza l’intero decennio ai vertici del Calcio britannico, provare per credere, con il tutto a nascere a fine marzo ’65, allorché le due formazioni si incontrano sabato 27 ad Hillsborough, per la semifinale di FA Cup, mentre sono entrambe in lizza per la conquista del titolo …

La gara si conclude sullo 0-0 e quattro giorni dopo, nel replay disputato al City Ground di Nottingham, è il Leeds ad imporsi per 1-0 grazie ad una rete di Bremner, per quella che è la prima Finale di FA Cup della sua storia, con appuntamento fissato a Wembley per il successivo 10 maggio, avversario il Liverpool.

Resta tutto aprile da gestire per la volata finale per la conquista del titolo, con una Classifica che, ad inizio mese, vede il Leeds al comando con 50 punti su 34 gare disputate, con lo United – in cui disputa la sua prima stagione da titolare un tale George Best – ad inseguire a quota 49, ma con una partita giocata in più.

In 30 giorni in cui le due squadre sono costrette a disputare 8 e 7 incontri rispettivamente, il Leeds si gioca la possibilità di far suo il primo titolo della storia sabato 17, allorché ospita ad Elland Road il Manchester United davanti al record di oltre 52mila spettatori, solo per subire la maggiore esperienza della formazione guidata da Matt Busby, che si impone per 1-0, grazie ad una rete di Connelly nel primo tempo, così vendicando l’eliminazione in Coppa.

La sconfitta ha un contraccolpo mortale per il Leeds che, appena due giorni dopo, sprofonda 0-3 a Sheffield contro il Wednesday, dando definitivamente addio alle speranze di vittoria del titolo, e non tragga in inganno la conclusione a pari merito a quota 61 con il Manchester – curiosamente con identica ripartizione di 26 vittorie, 9 pareggi e 7 sconfitte – poiché quest’ultimo, laureatosi Campione per un nettamente migliore quoziente reti (2,282 ad 1,596) perde l’ultimo incontro a Birmingham contro l’Aston Villa a titolo oramai conquistato …

Resta comunque da disputare la Finale di FA Cup di fronte ai consueti 100mila spettatori di Wembley contro un Liverpool che non ha ancora il Trofeo in bacheca, avendo perso le due precedenti disputate nel lontano 1914 e quindi nel 1950, mentre per il Leeds si tratta di un esordio assoluto.

Ed anche stavolta, nonostante la formazione di Bill Shankly si dimostri superiore, la beffa è in agguato, poiché la gara si prolunga ai supplementari dopo che al 90’ il risultato è ancora bloccato sullo 0-0 di partenza e, dopo che Bremner pareggia la rete di Hunt al 93’, tocca ad Ian St. John impedire che la sfida vada al replay, incornando in tuffo un cross dalla destra di Callaghan, a 3’ dal termine dell’extra time.

L’esito di questa prima stagione – titolo sfumato a 4 giornate dal termine, sconfitta nella Finale di FA Cup a 3’ dal termine dei supplementari – è quanto mai emblematico di cosa il futuro prossimo ha da riservare al Club di Don Revie, anche se, trattandosi di un ritorno ai vertici e della relativa giovane età media della rosa, il tutto viene preso con sufficiente filosofia, ma il peggio deve ancora venire …

L’anno seguente è caratterizzato da un’altra importante “New entry” in prima squadra, vale a dire l’inserimento come titolare del 19enne scozzese Peter Lorimer – che alla fine risulta il “Top Scorer” di ogni epoca con 238 reti messe a segno in 703 gare (sesto assoluto …) complessivamente disputate – contribuendo ad un’altra più che positiva stagione che vede il Leeds confermarsi secondo nella League, anche se stavolta a debita distanza (61 punti a 55) dal Liverpool, e fare la sua prima apparizione in Europa.

Poiché, all’epoca, alle due principali Manifestazioni continentali, vale a dire la Coppa dei Campioni e la Coppa delle Coppe, il cui accesso è riservato ai vincitori dei rispettivi titoli e Coppe nazionali, giocoforza i piazzamenti del Leeds comportano per lo stesso la partecipazione alla terza competizione, ovvero la Coppa delle Fiere, poi sostituita dal 1971 con la Coppa Uefa.

Ecco quindi che i ragazzi di Revie dimostrano di essere capaci di farsi onore anche al di fuori dei confini nazionali, raggiungendo imbattuti le semifinali – dopo aver eliminato formazioni di un certo valore, quali Torino, Valencia ed Ujpest – per affrontare gli spagnoli del Real Saragozza che infliggono loro la prima sconfitta per 0-1 all’andata in terra iberica, rimediata grazie al 2-1 interno che rende necessario (all’epoca non vigeva la norma del valore doppio delle reti in trasferta …) un incontro di spareggio disputato l’11 maggio con il favore del fattore campo, reso peraltro vano dalla superiorità messa in mostra dalla compagine aragonese, che si impone con un netto 3-1.

Ancora una volta, un’uscita di scena a pochi passi dalla gloria, ma anche in questo caso, trattandosi dell’esordio europeo, le scusanti vi sono tutte, ed allora tanto vale pensare ad affrontare con il giusto approccio la stagione successiva, in cui inizia a muovere i primi passi in prima squadra un’altra importante pedina dello scacchiere di Don Revie, e cioè il polivalente 22enne Paul Madeley, utilizzabile sia in difesa che a centrocampo, a conclusione della cui carriera andrà ad occupare la quinta posizione con 725 presenze complessive nella “Graduatoria All Time” …

In Campionato, il Leeds si mantiene fra le prime, pur concludendo lo stesso al quarto posto con 55 punti, a 5 lunghezze dai vincitori dello United, dedicando maggiori energie alle Coppe, che lo vedono sconfitto 0-1 al Villa Park di Birmingham dal Chelsea nella semifinale di FA Cup per una rete segnata da Tony Hateley, il padre di Mark di successiva, rossonera memoria, mentre il cammino in Europa è più confortante.

Con ancora il Valencia a cadere vittima dei “Bianchi” al secondo turno ed, una volta tanto, la buona sorte a dar loro una mano, allorché eliminano ai Quarti di Finale il Bologna (0-1 ed 1-0) solo grazie al lancio della monetina, ecco che la formazione di Revie si trova a disputare l’atto conclusivo, dopo aver superato (4-2 e 0-0) gli scozzesi del Kilmarnock in semifinale, tra fine agosto ed inizio settembre ’67, poiché la Dinamo Zagabria, loro avversaria, ha disputato il precedente turno – in cui ha clamorosamente sovvertito uno 0-3 esterno contro l’Eintracht Francoforte con un 4-0 al ritorno in Croazia – tra il 7 ed il 14 giugno.

Sicuramente non il miglior modo di iniziare la nuova stagione il vedersi nuovamente sfuggire la possibilità di conquistare un trofeo, vista la sconfitta per 0-2 a Zagabria e lo 0-0 del ritorno, il che consente di far un primo, provvisorio bilancio di questo iniziale triennio ai vertici, che consta di due secondi posti in Campionato, e due Finali, una di FA Cup e l’altra di Coppa delle Fiere, perse, oltre ad un paio di eliminazioni in semifinale …

Ce n’è abbastanza affinché si possa sperare che la tendenza si inverta, anche se, forse, uno dei limiti del Leeds è proprio quello di voler competere in ogni manifestazione, così da avere nelle fasi decisive delle stesse giocatori logorati da una stagione massacrante, ma tant’è …

Certo che, con una formazione in cui disputa la sua ultima, nonché miglior stagione, Jimmy Greenhoff e che vede compiere il salto di qualità da parte sia del terzino sinistro Terry Cooper che dal centrocampista Eddie Gray – cui farà compagnia, cinque anni dopo, il fratello minore Frank – nonché rinforzare il reparto offensivo con l’acquisto dallo Sheffield del centravanti Mick Jones, alcun traguardo sembra essere vietato, ed, in effetti, l’anno 1968 confermerebbe questa teoria.

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Leeds ed Arsenal scendono in campo a Wembley per la Finale di League Cup ’68 – da:twitter.com

In una stagione, pertanto, in cui il Leeds scende in campo per disputare ben 68 incontri (incluse le due citate gare di Finale di Coppa delle Fiere …), finalmente un primo Trofeo va ad arricchire la bacheca di Elland Road, al termine di un trionfale percorso nella League Cup costellato di sole vittorie – tra cui quella nella doppia semifinale (1-0 e 3-2) contro il Derby County dell’odiato Brian Clough – e concluso con il successo per 1-0 sull’Arsenal nella Finale disputata a Wembley il 2 marzo ’68, grazie ad una rete messa a segno da Cooper dopo 20’ di gioco.

Sfatato un tabù, il Leeds inizia l’anno 1968 con un analogo positivo cammino in FA Cup, la cui prima vittima, al terzo turno, è ancora il Derby County (sconfitto per 2-0), per poi non conoscere ostacoli sino alla sfida con l’Everton in semifinale, in programma il 27 aprile ad Old Trafford …

Parallelamente, il Leeds non conosce sconfitta alcuna neppure in Coppa delle Fiere, pur favorito da una serie di sorteggi favorevoli che, dopo aver eliminato gli ostici jugoslavi del Partizan Belgrado al secondo turno, mettono sulla loro strada negli Ottavi e nei Quarti due formazioni scozzesi, entrambe eliminate (1-0 ed 1-1 l’Hibernian, 0-0 e 2-0 i Glasgow Rangers), per poi essere abbinati ad una terza formazione delle Highlands, ovvero il Dundee, nelle semifinali in programma l’1 ed il 15 maggio.

Abbiamo evidenziato tutte queste date poiché, dopo la giornata di Campionato disputatasi il 20 aprile, la Classifica recita: Manchester United p.54 (39 gare giocate), Leeds p.53 (38), Manchester City p.50 (38) e Liverpool p.48, ma con sole 37 gare disputate, un finale di Torneo quanto mai incerto, ma con solo il Leeds impegnato su tre fronti …

Un calendario massacrante che presenta immediatamente il conto, poiché il successivo martedì 23 Bremner & Co. vengono sconfitti 2-3 a Stoke e nel weekend tocca all’Everton estrometterli dalla FA Cup superandoli per 1-0, per poi dover affrontare, il sabato successivo, il Liverpool ad Elland Road, dopo aver dovuto viaggiare in Scozia per l’andata delle semifinali di Coppa delle Fiere contro il Dundee.

Uscito indenne per 1-1 dal Dens Park, la sfida con i Reds risulta determinante per il finale di stagione, in quanto la sconfitta interna per 1-2 dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo, toglie ogni speranza di aggiudicarsi il titolo, così da potersi concentrare sull’appuntamento internazionale per il quale, grazie ad una rete di Eddie Gray a 9’ dal termine, il Leeds ottiene la qualificazione alla sua seconda Finale consecutiva, avversari gli ungheresi del Ferencvaros.

Anche stavolta, però, visto il prolungarsi della stagione e la disputa delle Fasi Finali del Campionato Europeo per Nazioni a cui l’Inghilterra partecipa, le due gare previste sono in programma all’inizio della successiva, e stavolta sono gli inglesi a festeggiare, capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Jones al 41’ del primo tempo della gara di andata, resistendo al ritorno a Budapest grazie alla forza di una difesa oramai ampiamente consolidata.

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La rete di Mick Jones contro il Ferencvaros – da:dailymail.co.uk

Finalmente non rimasti a bocca asciutta dopo le delusioni del passato, nello Yorkshire si ritiene che sia giusto pensare anche al quanto mai prestigioso titolo di Campioni d’Inghilterra, anche perché consentirebbe di partecipare all’ancor più famosa competizione internazionale della Coppa dei Campioni, e, con un raggiunto perfetto mix di gioventù ed esperienza, il Torneo ’69 si trasforma in poco più di una passerella, tralasciando le Coppe nazionali.

Con due soli passi falsi nel proprio cammino, i tifosi del Leeds possono finalmente festeggiare la vittoria nella League, giunta grazie a due pareggi entrambi a reti bianche conquistati alla terz’ultima e penultima giornata a Liverpool, dapprima a Goodison Park contro l’Everton e quindi ad Anfield, per una Classifica finale che li vede primi con ben 67 punti – frutto di 27 vittorie, 13 pareggi e 2 sconfitte, 66 reti fatte (Jones “Top scorer” con 14 …) e solo 26 subite – e 6 lunghezze di vantaggio sul Liverpool e 10 sull’Everton.

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La formazione del Leeds Campione d’Inghilterra 1969 – da:ozwhitelufc.net.au

Il percorso in Coppa delle Fiere si arresta ai Quarti di finale, con l’Ujpest Dosza a vendicare i propri connazionali, ma chi se ne importa, visto che dall’anno prossimo il confronto sarà con le big d’Europa, con ancora un finale di stagione quanto mai thrilling

Attrezzatosi per questo più impegnativo confronto con un ulteriore innesto in attacco di un giocatore destinato a far la storia del Club, vale a dire il 23enne Allan Clarke prelevato dal Leicester, il Leeds inizia la stagione con ambiziosi obiettivi, condivisi anche dalla stragrande maggioranza dei propri tifosi sulla spinta dei successi dei due anni precedenti, non immaginando che la sorte ha per un loro in serbo il ritorno alle vecchie (cattive) abitudini …

Abbandonata anzitempo la League Cup, la formazione di Don Revie si presenta al rush finale di primavera in lotta per il titolo, visto che dopo il turno andato in scena il 28 febbraio ’70, si trova in testa con 51 punti in 34 partite, due in più di un Everton che, però, ha una gara in meno, così come deve affrontare nei Quarti di Coppa Campioni i belgi dello Standard Liegi ed il Manchester United in semifinale di FA Cup.

I doppi impegni di Coppa fanno sì che le energie dei giocatori vengano ridotte al lumicino dopo un “Tour de force” quanto mai massacrante – in ordine cronologico, successo a Liegi per 1-0 il 4 marzo, pareggio 0-0 nella semifinale di FA Cup il 14 marzo, vittoria per 1-0 al ritorno con lo Standard il 18 marzo, ancora pari a reti bianche nel replay di FA Cup del 23 e successo per 1-0 nel secondo replay del 26 marzo – così che, dopo un pari per 0-0 a Liverpool il 7 ed una vittoria esterna per 2-1 a Wolverhampton il 21 marzo, mentre l’Everton ha fatto “filotto” con quattro vittorie in altrettanti incontri disputati, la Classifica veda quest’ultimo a quota 57 in 37 gare, rispetto ai 54, ma con una gara in meno, da parte del Leeds …

L’aver giocato 7 partite nello spazio di soli 22 giorni fa sì che il doppio turno pasquale – con gare in programma sabato 28 e lunedì 30 marzo – risulti fatale per “The Whites”, sconfitti a domicilio dallo Sheffield United e travolti 1-4 a Derby, così che l’Everton, che allunga a 6 gare la propria striscia vincente, prende il definitivo vantaggio per poi far suo il titolo a quota 66 punti contro i 55 di un Leeds oramai concentrato solo sulle Coppe.

Con un calendario accorciato in vista dei Mondiali di Messico ’70 – in cui l’Inghilterra è chiamata a difendere il titolo conquistato quattro anni prima a Londra – Finale di FA Cup e semifinale di Coppa dei Campioni (avversari gli scozzesi del Celtic Glasgow) intrecciano le rispettive date, con l’andata di quest’ultima competizione a disputarsi l’1 aprile e che vede i biancoverdi espugnare 1-0 Elland Road grazie ad una rete di Connelly in apertura, per poi dover scendere in campo l’11 aprile a Wembley per contendere al Chelsea la FA Cup, a cinque anni di distanza dalla sfida contro il Liverpool.

Ancora una volte la dea bendata volge le spalle al Leeds che, due volte in vantaggio, viene puntualmente raggiunto dai londinesi, con Houseman a pareggiare in chiusura di primo tempo la rete d’apertura di Jack Charlton, mentre ancor più male fa il pari di Hutchinson all’86’, appena 2’ dopo che Jones aveva siglato il punto del provvisorio 2-1, con necessità quindi di disputare la ripetizione.

Prima però, c’è da rendere visita al Celtic, ed ad Hampden Park proprio lo scozzese Bremner dimostra di voler vendere cara la pelle, realizzando al 14’ la rete che riporta in equilibrio le sorti della sfida, prima che, nella ripresa, ci pensino Hughes e Murdoch a ribaltarne l’esito, in un match che consegna alla compagine diretta da Jock Stein la sua seconda (nonché ultima) Finale della massima Manifestazione continentale, e passa altresì alla Storia per aver ospitato sulle tribune ben 136.505 spettatori, record di sempre per una gara europea di Club.

La Football Association, bontà sua, concede al Leeds due settimane di tempo prima di rigiocare la ripetizione della Finale di FA Cup, che va in scena mercoledì 29 aprile ’70, ultimo atto di una stagione che ha visto il Leeds scendere 62 volte in campo, e, manco a dirlo, nuovamente spreca il vantaggio maturato nella prima frazione di gioco con Jones al 35’, facendosi raggiungere da una rete di Osgood a 12’ dal termine, per poi deporre le armi nei supplementari, allorché è Webb a decidere la sfida che manda il Trofeo ad arricchire la bacheca di Stamford Bridge.

Magra soddisfazione vedere quattro dei propri giocatori – Cooper, Jack Charlton, Hunter e Clarke – essere selezionati da Alf Ramsey per i Mondiali messicani, occorre cancellare immediatamente “il ritorno ai Santi Vecchi”, già dalla stagione successiva, in cui, usciti prematuramente dalle Coppe nazionali, le forze dei ragazzi di Don Revie sono concentrate solo su Campionato e Coppa delle Fiere …

In quella che è oramai divenuta la sua competizione preferita – nelle precedenti quattro edizioni, una vittoria, due Finali, una semifinale ed un Quarto di Finale – il Leeds anche stavolta raggiunge la semifinale, avversario il Liverpool, con le due sfide ad andare in scena nel bel mezzo della lotta per il titolo, da mesi una lotta a due con l’Arsenal …

Dopo il successo sul Burnley per 4-0 del 3 aprile ’71, il Leeds guida la graduatoria con 56 punti in 36 partite, seguito dai “Gunners” a quota 50, ma con ben 3 gare in meno, così che, dopo il pari esterno per 1-1 a Leicester, l’andata di Coppa delle Fiere ad Anfield del 14 aprile – ancorché vinta per 1-0 grazie ad una rete del solito Bremner – inserita tra i turni di Campionato contro Huddersfield (0-0 esterno) e West Bromwich (sconfitta 1-2 in casa), consente all’Arsenal di prendere il largo in testa alla Classifica, rendendo vane le ultime tre vittorie (tra cui proprio l’1-0 interno sui futuri Campioni), con l’ennesima beffa di vedersi sfuggire il titolo (65 a 64) per un punto …

Fortunatamente, quantomeno, il minimo vantaggio conseguito ad Anfield viene difeso con successo nel pari a reti bianche del ritorno, così come il Leeds ottiene il secondo Trofeo continentale della sua Storia avendo la meglio nella doppia Finale (2-2 esterno ed 1-1 ad Elland Road) sugli italiani della Juventus, solo grazie alla introdotta norma del valore doppio delle reti in trasferta.

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I giocatori del Leeds festeggiano la conquista della Coppa delle Fiere ’71 – da:pinterest.it

Con l’abolizione della vecchia Coppa delle Fiere, viene disputata una gara tra il Barcellona (vincitore di tre edizioni) ed il Leeds, affermatosi nell’ultima, per la definitiva assegnazione del Trofeo, sfida andata in scena il 22 settembre 1971 al Camp Nou, con i catalani risultati vincitori per 2-1, mentre la successiva stagione si apre con una clamorosa uscita di scena al primo turno della neonata Coppa Uefa, visto che il 2-0 conquistato all’andata contro i belgi del Lierse viene rovesciato al ritorno con uno 0-4 che rappresenta la più pesante sconfitta in Europa di tale periodo.

Il vantaggio di tale debacle sta nel fatto che ora è possibile concentrarsi solo sulle competizioni nazionali, ed il cammino in FA Cup è di quelli benauguranti, poiché dopo aver eliminato il Liverpool (0-0 e 2-0 al replay) al quinto turno, il resto è in discesa, sino alla semifinale del 15 aprile 1972 ad Hillsborough contro il Birmingham, travolto 3-0 per giungere alla terza Finale negli ultimi 8 anni, in programma il 6 maggio a Wembley, avversari i detentori dell’Arsenal …

Lo stesso 15 aprile si disputa la terz’ultima giornata d calendario del Campionato, al termine della quale il Derby County ha un punto di vantaggio (56 a 55) sul Manchester City, seguiti da Liverpool e Leeds a quota 54 e 53 punti rispettivamente, ma con una e due gare da recuperare.

Un finale come mai si era visto in First Division, con il Manchester City a fare da harakiri venendo sconfitto 1-2 il 18 ad Ipswich, pur riscattandosi superando 2-0 il Derby nello scontro diretto di sabato 22, mentre anche il Leeds alterna una sconfitta esterna a Newcastle al successo per 1-0 sul West Bromwich, mentre il Liverpool supera 2-0 l’Ipswich …

Con il Manchester City a guidare la Classifica a quota 57 ma avendo completato il proprio calendario, seguono il Derby ed il Liverpool a 56 ed il Leeds a 55, con il programma che prevede l’1 maggio lo scontro diretto Derby-Liverpool ed i finalisti di FA Cup ad ospitare il Chelsea, facendo appieno il proprio dovere mentre la sfida al vertice premia per 1-0 la formazione di Brian Clough che se ne va in ferie provvisoriamente in testa con 58 punti, ma avendo ultimato le gare a propria disposizione, ritenendo quanto mai difficile poter festeggiare, visto che l’8 maggio sono in programma i recuperi di Leeds (secondo a quota 57) in casa di un tranquillo Wolverhampton e Liverpool (quarto con 56 punti), impegnato ad Highbury contro l’Arsenal.

Per i ragazzi di Don Revie si prospetta la ghiotta occasione di realizzare il “double” (accoppiata titolo/FA Cup, molto sentita oltremanica …) ed, al terzo tentativo, finalmente anche il prato di Wembley arride loro, grazie all’unico acuto della Finale messo a segno da Allan Clarke al 53’ raccogliendo di testa un cross teso da parte di Mick Jones.

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Don Revie con la FA Cup 1972 – da:rivistaundici.com

Ma non c’è tempo per festeggiare, un altro importante appuntamento li attende, e le speranze dei tifosi assumono già i caratteri delle celebrazioni allorché Bremner al Molineux Ground sigla la rete che manda le squadre al riposo, considerando altresì che la gara tra Arsenal e Liverpool è ferma sullo 0-0 …

Ma mentre la gara di Highbury non si sblocca, facendo così svanire i sogni di gloria dei Reds, in casa dei Wolves si consuma il dramma di un Leeds – al quale per far suo il titolo basterebbe un pareggio dato il miglior quoziente reti – incapace di mantenere il vantaggio, facendosi rimontare grazie ai centri di Dougan e Munro che così consegnano il titolo ad un Brian Clough che, sarcasticamente, ringrazia.

Come tutte le belle favole, anche la “Storia d’Amore” tra Don Revie ed il Leeds sta per volgere al tramonto, non senza aver però regalato al tecnico altri due durissimi bocconi amari da mandar giù, da catalogare sotto la voce “Maledizione di Maggio” che sembra perseguitare il Club, se non ci credete, fate un po’ voi …

La parte finale della stagione 1973, in cui il Leeds abbandona prematuramente ogni pretesa di titolo, poi conquistato dai “Reds”, con la sconfitta per 0-2 ad Anfield alla quart’ultima giornata, può comunque riservare non poche soddisfazioni, visto che i successi (entrambi per 1-0) sul Derby County nei Quarti e sul Wolverhampton in Semifinale (curiosamente le due formazioni che avevano determinato la mancata conquista del titolo l’anno prima …) schiudono per la quarta volta, nonché seconda consecutiva, le porte di Wembley per la Finale di FA Cup, avversaria una compagine di Second Division, il Sunderland, mentre un cammino immune da passi falsi fa sì che il Leeds raggiunga la Finale di Coppa delle Coppe, contro però una delle più forti squadre europee, vale a dire gli italiani del Milan …

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La rete di Porterfield che decide la Finale di FA Cup 1973 – da:joe.co.uk

La prima ad andare in scena, sabato 5 maggio sul verde prato dello “Empire Stadium”, è la Finale di FA Cup, ma contro ogni più azzardata previsione, a prevalere sono i biancorossi di Bob Stokoe, ai quali è sufficiente una rete di Ian Porterfield al 32’ per alzare il Trofeo, poi egregiamente difesa dall’estremo difensore Jimmy Montgomery nel corso della ripresa …

Un colpo basso inaspettato, ma l’undici di Revie ha tali risorse che, 11 giorni dopo, il 16 maggio a Salonicco, è pronta a sfidare i rossoneri per l’atto conclusivo di Coppa delle Coppe, che li lascia sconfitti e schiumanti rabbia, allorché, dopo il vantaggio iniziale di Chiarugi su punizione al 5’ di gioco, il resto dell’incontro si trasforma in un assedio alla retroguardia milanista, dove giganteggia il portiere Vecchi, in serata di grazia, e l’arbitro greco Christos Michas a chiudere un occhio in più di un’occasione su qualche trattenuta sospetta in area rossonera …

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Una fase della Finale Milan-Leeds di Coppa delle Coppe ’73 – da:gettyimages.no 

Una doppia amarezza che il Leeds sfoga l’anno seguente in Campionato, forse avendo capito come sia meglio concentrare le forze su di un solo obiettivo, raggiunto in maniera esaltante, stabilendo il record di ben 29 gare iniziali senza conoscere sconfitta, prima di concludere il Torneo con 62 punti e 5 di vantaggio sui Campioni in carica del Liverpool.

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Il Leeds Campione d’Inghilterra nel 1974 – da:ozwhitelufc.net.au

Delusioni a parte, il lavoro di Don Revie alla guida de “The Whites” non può non essere apprezzato, ed è ciò che pensa anche la Football Association, allorché gli offre l’incarico di sostituire Sir Alf Ramsey alla guida della Nazionale inglese dopo la mancata qualificazione ai Mondiali di Germania ’74.

Al suo posto, però, la Dirigenza compie la scelta meno opportuna, vale a dire quella di chiamare il “nemico giurato” di Don Revie, vale a dire proprio Brian Clough, il quale, dall’alto del suo ego smisurato, intende rivoluzionare tutti i metodi di allenamento e tattiche sinora utilizzate, con il risultato di mettersi contro lo spogliatoio per un’avventura durata lo spazio di appena 44 giorni

In sua sostituzione viene chiamato Jimmy Armfield, il quale guida con saggezza la squadra verso quello che potrebbe essere il “degno epilogo” di un decennio comunque da incorniciare, ovverossia la Finale di Coppa dei Campioni dopo un percorso senza ostacoli che aveva visto l’eliminazione, una dopo l’altra, di squadre del calibro di Zurigo, Ujpest, Anderlecht e Barcellona, anche se l’avversario più temibili, vale a dire i Campioni in carica del Bayern Monaco, l’attende in Finale il 28 maggio ’75 a Parigi.

Forse per Revie è stata una fortuna l’esere stato chiamato ad allenare la Nazionale, essendosi così risparmiato forse la più grande amarezza nella Storia del Club, con ancora il direttore di gara, stavolta il francese Michel Kitabdjan, a sorvolare nel primo tempo su di un mani di Beckenbauer in area e sull’apparso ancor più netto atterramento di Allan Clarke da parte del Capitano bavarese.

Chiuso sullo 0-0 il primo tempo, poco dopo l’ora di gioco è Maier ad ergersi protagonista nel respingere una conclusione da pochi passi dell’onnipresente Bremner, per poi toccare al guardalinee segnalare una posizione di fuorigioco passivo dello stesso mediano scozzese ed invalidare la rete messa a segno da Lorimer a metà ripresa, e le leggi spietate del Calcio non ammettono deroghe, così che tocca poi a Roth sbloccare il risultato con una conclusione dal limite al 71’ e quindi a “Der Bomber” Gerd Muller arrotondare il risultato a 9’ dal termine …

L’andamento della gara fa infuriare i tifosi presenti sugli spalti del “Parc des Princes”, lasciandosi andare ad alcune intemperanze e gli incidenti causati comportano una squalifica di 4 anni a livello internazionale che, di fatto, pone la parola fine al “Decennio di Gloria” del Club dello Yorkshire …

Che dire, se siete giunti sino a questo punto del racconto, immagino che vi sarete fatti da soli una vostra idea, ovvero “Squadra di Fenomeni” bersagliata dalla malasorte, oppure compagine che non è stata capace di gestire energie fisiche e nervose nei momenti decisivi delle varie stagioni …??

Ad ognuno lascio ampia libertà di scelta …

 

GIULIANO TACCOLA, LA TRISTE STORIA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

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Giuliano Taccola – da:asromamuseo.com

Articolo di Giovanni Manenti

Si respira un’aria nuova a Roma, sponda giallorossa, nell’estate 1968, un’aria di speranza per risollevarsi da un quinquennio dove la squadra si era al massimo piazzata all’ottavo posto in Campionato, ed anche il ricordo della Coppa Italia conquistata a novembre ’64 è oramai sbiadito, considerato poco più di un episodio fine a se stesso …

Cosa stia portando questa ventata di euforia è presto detto, il Presidente Franco Evangelisti – “Democristiano doc”, braccio destro di Giulio Andreotti – ha passato la mano ad Alvaro Marchini, affermato imprenditore edile della Capitale che, come primo atto, ingaggia, in sostituzione del “Mago di Turi” Oronzo Pugliese, nientemeno che il “Mago vero”, vale a dire Helenio Herrera, giunto al capolinea della sua gloriosa esperienza milanese alla guida della “Grande Inter”.

Herrera porta con sé un esperto mediano come il peruviano Benitez e tre giovani di belle speranze quali l’ala D’Amato e la coppia di difensori centrali formata da Aldo Bet e Sergio Santarini, così come la mediana viene rinforzata con l’acquisto di Salvori dall’Atalanta, mentre l’attacco non ha bisogno di grossi rinforzi, potendo contare sull’esperienza di una “vecchia conoscenza” del Tecnico argentino, ovvero Joaquin Peirò, uno degli artefici dei successi internazionali dei nerazzurri, e sulla crescita di un 25enne di belle speranze, che la stagione precedente, al suo esordio in giallorosso, si era fatto ben valere.

Costui è Giuliano Taccola, pisano di Uliveto Terme, frazione del Comune di Vicopisano, dove nasce il 28 giugno 1943 e che, dopo essersi distinto a livello giovanile, viene acquistato dal Genoa appena 16enne per poi essere mandato a farsi le ossa dapprima ad Alessandria e Varese e quindi in Serie C con Entella e Savona.

Ed è in terra ligure che il poco più che 20enne Taccola mette in mostra le sue doti di attaccante, andando 7 volte a segno con il Club di Chiavari e, soprattutto, contribuendo con 13 centri alla più che “storica” (in quanto unica …) Promozione del Savona in B nel ’66, venendo notato da “uno che di Calcio se ne intende” come Fulvio Bernardini, che lo segnala alla Dirigenza giallorossa.

Prima che l’affare vada in porto, però, Taccola torna a vestire, stavolta quale titolare della prima squadra, la maglia rossoblù del Genoa, con cui disputa un intero Torneo Cadetto e quindi, nell’estate ’67, può finalmente presentarsi per la sua prima esperienza in una Società ambiziosa come la Roma.

E l’esordio nella Massima Serie è di quelli che non si scordano, sia per il palcoscenico, nientemeno che San Siro con di fronte proprio l’Inter di Herrera, che per l’esito, poiché in quella prima giornata disputatasi il 24 settembre 1967 è giusto Taccola a replicare, dopo soli 2’, alla rete di Facchetti che aveva portato in vantaggio i nerazzurri, siglando il punto dell’1-1 con cui l’incontro si conclude …

Non si tratta di un exploit isolato comunque, poiché Taccola si conferma nell’arco dell’intera Stagione, conclusa come “Top Scorer” giallorosso con 10 centri e la particolarità che, tranne l’ultima rete realizzata a Torino contro i granata nel turno conclusivo del Torneo, tutti gli altri risultano decisivi per le sorti delle gare, fornendo così un contributo determinante ad una tranquilla salvezza di quella che è oramai definita una “Rometta”, decima con 27 punti, 5 sopra la zona retrocessione.

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Taccola a segno nel successo per 1-0 a Ferrara sulla Spal – da:cinquantamila.it

A 25 anni da poco compiuti, logico attendersi da Taccola un ulteriore salto di qualità per la stagione successiva, ed anche in questo caso la risposta giunge con una puntualità impressionante, visto che molti spettatori non hanno probabilmente ancora trovato posto a sedere nella sempre sentitissima sfida del 29 settembre ’68 alla prima giornata contro la Fiorentina all’Olimpico, allorché il centravanti giallorosso ha già trafitto l’estremo difensore viola Superchi, al suo primo anno da titolare a seguito della cessione di Albertosi al Cagliari, per quella che è altresì la prima rete in assoluto del Campionato.

Pazienza se poi, nella ripresa, la Fiorentina – che a fine Campionato festeggia il suo secondo Scudetto – ribalta il risultato grazie alle reti di Amarildo e Maraschi, perché Taccola è già proiettato alla gara della domenica successiva, che il Calendario ha messo in programma a casa sua, vale a dire all’Arena Garibaldi contro il neopromosso Pisa, che disputa il suo primo Torneo nella Massima Divisione dall’instaurazione del Girone Unico.

Con i suoi amici e compaesani a seguirlo dalle tribune, Taccola dà un dispiacere ai tifosi nerazzurri, incaricandosi, poco prima della mezzora di gioco, di pareggiare il punto del vantaggio siglato da Piaceri per i padroni di casa, prima che tocchi a Salvori ribaltare definitivamente il risultato per il 2-1 conclusivo, per poi continuare ad andare a rete con regolarità impressionante.

In un attacco in cui è schierato a fianco di Peirò, con Capello e Ciccio Cordova a supporto, il 25enne pisano si trova a meraviglia, prova ne siano le 7 reti che mette a segno nelle 11 partite disputate sulle prime 12 di Calendario – salta l’ottavo turno, trasferta a Verona, che vede i giallorossi sconfitti per 0-2 – con tanto di centri decisivi, come suo solito, nei successi per 2-1 contro Bologna e Vicenza e nel pareggio imposto per 1-1 all’Olimpico ai Campioni d’Italia e futuri Campioni d’Europa del Milan.

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La rete del pari di Taccola in Roma-Milan 1-1 – da:magliarossonera.it

La domenica successiva al pari contro i rossoneri, Taccola realizza, proprio al 90’, quasi un segno del destino, il punto della bandiera nella sconfitta per 1-2 patita dalla Roma a Varese per quella che è l’ultima rete della sua breve e sfortunata carriera, gara disputatasi il 22 dicembre ’68, alla vigilia della sosta per le festività natalizie, che vede la Roma in un’anonima posizione di centro Classifica, anche se a soli 3 punti dal quarto posto, visto che per la lotta allo Scudetto hanno già spiccato il volo, facendo corsa a sé, Cagliari, Milan e Fiorentina.

Sino a qui tutto bene, sembra il racconto di una stagione che per un ragazzo sta procedendo come meglio non potrebbe – e c’è già chi ne parla in ottica azzurra, anche se la concorrenza, Anastasi e Boninsegna in testa, certo non manca – ma c’è un però, Giuliano non sta bene, soffre di febbri improvvise ed insistenti, ed il periodo di sosta è l’ideale per approfondire la situazione clinica che, dopo vari consulti, arriva alla conclusione che ciò deriva da una forte infiammazione alle tonsille, che devono essere asportate.

L’operazione ha luogo il 5 febbraio 1969, ma l’intervento si rivela più complesso del previsto a causa di varie emorragie ed il chirurgo che lo esegue prescrive al giocatore un mese di riposo assoluto, avvisandolo altresì che, a suo giudizio, sarebbe opportuno saltare il resto della stagione, per presentarsi al meglio, completamente recuperato, alla successiva …

Il problema è andare a riferire il fatto ad Herrera – uno che del lato umano dei suoi calciatori interessa poco meno che niente, ritenendoli solo utili a perseguire il suo scopo – il quale non ci sta a perdere il suo giocatore per così tanto tempo, così che i medici lo curano con massicce doti di antibiotici, poiché il ragazzo riprende anzitempo gli allenamenti, ma alla sera la febbre si fa nuovamente sentire.

Ed a poco servono le “incazzature” del medico che lo ha operato allorché, alla visita di controllo, vede Taccola visibilmente provato, cinque chili sotto peso in quanto debilitato dagli antibiotici, al punto che, in una gara con l’allora “De Martino” (la squadra riserve …) addirittura sviene in campo.

Il chirurgo gli impone di fermarsi, pena la sua incolumità fisica, prescrivendo al giocatore anche una lastra ai polmoni, ma lo staff medico giallorosso, su pressione del tecnico, non sente ragioni, ed Herrera lo manda in campo il 7 marzo 1969 a Marassi contro la Sampdoria, per quella che è l’ultima ora su di un campo della Serie A della sua vita, sostituito da Salvori al 61’ per una botta ricevuta al malleolo.

La stagione entra nel vivo, a metà marzo la Roma è attesa dalla trasferta contro un Cagliari secondo in Classifica assieme al Milan ad un solo punto (31 a 30) di distacco dalla Fiorentina capolista, ed Herrera, con una Roma che da tre turni non va a segno ed è attesa il mercoledì successivo dalla trasferta a Brescia per l’andata dei Quarti di Coppa Italia, vorrebbe poter contare sul suo cannoniere – che, a dispetto delle sole 12 gare giocate, risulterà a fine Torneo il “top scorer” stagionale – convocandolo per la gara in Sardegna, nonostante avesse ripreso gli allenamenti solo il martedì precedente.

Taccola è riluttante, ma poi si lascia convincere, con l’assicurazione di Herrera che lo avrebbe impiegato solo a partita in corso, per poi averlo a disposizione per la gara di Coppa, ma il sabato sera ha nuovamente la febbre, la notte non si sente bene, ma il medico sociale rifiuta il ricovero all’Ospedale per accertamenti, semplicemente avverte (bontà sua …) Herrera che non è assolutamente il caso di schierarlo in campo.

E così, Taccola assiste dalla tribuna alla buona prestazione dei giallorossi che impongono il pari per 0-0 ad un Cagliari che l’anno seguente si sarebbe laureato Campione d’Italia, per poi scendere negli spogliatoi a fine gara per festeggiare assieme ai suoi compagni, laddove si compie il dramma …

Inizialmente scherza, come si conviene ad ogni ragazzo della sua età, beve un’aranciata, ma dopo pochi minuti avverte un malore e si accascia perdendo conoscenza …

Viene sdraiato sul lettino dei massaggi, gli viene praticata la “solita” iniezione – come se fosse la panacea che risolve qualsiasi problema – invece di chiamare subito un’ambulanza, ma per il povero Giuliano non c’è più nulla da fare, si spegne sopraffatto da una crisi cardiorespiratoria tra lo sgomento e lo sconcerto dei suoi compagni che in pochi attimi sono passati dalla gioia al più cupo dolore.

Sconvolti, non sanno che fare, finché a scuoterli non ci pensa ancora Herrera, che con un cinismo da brividi, impone loro: “Andiamo via, oramai è morto e non possiamo farci più niente, mercoledì abbiamo un’altra partita …!!”, già perché oramai Taccola non serviva più a raggiungere i suoi scopi, una decisione alla quale si oppongono con fermezza i soli Sirena, D’Amto e Cordova (quest’ultimo particolarmente affezionato a Giuliano, con cui divideva la camera in Albergo …) i quali restano, assieme al Direttore Sportivo Vincenzo Biancone, accanto alla salma dello sfortunato compagno …

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Un’immagine felice della famiglia Taccola – da:asromaultras.org

La Roma perde 0-1 a Brescia – anche se poi supera il turno al ritorno ed addirittura si aggiudica la Coppa primeggiando nel Girone Finale a quattro in cui risulta decisiva, ironia della sorte, proprio la vittoria per 2-1 a Cagliari con doppietta di Peirò – ma sulla morte del giocatore si apre il capitolo delle responsabilità, con una vedova, Marzia Nannipieri, una ragazza di appena 23 anni ma con già due figli di 4 e 6 anni a carico, a reclamare invano giustizia …

Il Calcio, purtroppo, vive al suo interno di una malevola omertà in merito ai non certo infrequenti casi di morte prematura di giocatori, e, dato che l’autopsia sul corpo dello sfortunato Giuliano non riesce a stabilire con esattezza quali siano state le cause che hanno determinato la crisi che lo ha condotto alla morte, il caso viene archiviato come “tragica fatalità”, anche se poi, a distanza di molti, troppi anni, si è passati ad un’ipotesi di omicidio preterintenzionale, forse eccessiva, ma in parte riteniamo più rispondente alla verità rispetto alla prima.

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La prima pagina del Corsport – da:asromaultras.org

Alcuni aspetti, difatti, restano inconfutabili, e cioè che Taccola non si era ripreso dall’operazione subita alle tonsille e che Herrera e lo Staff medico giallorosso avevano disatteso le indicazioni del chirurgo che aveva prescritto al giocatore quantomeno “un mese di riposo assoluto, come se la salute di un atleta contasse meno che niente, “carne da macello” verrebbe da aggiungere, utile solo per dare il massimo contributo possibile nel corso dei 90’ trascorsi sul terreno di gioco …

L’ipotesi più probabile resta quella avanzata dal Massaggiatore giallorosso dell’epoca Giorgio Rossi – ovviamente a distanza di anni – il quale sostiene che Taccola sia morto per “Shock anafilattico da eccesso di antibiotici, e sotto questo punto di vista riteniamo che non siano in pochi, all’interno del Club, ad avere la cosiddetta “coscienza sporca” …

Una Società, quella giallorossa, che ha sempre cercato di far cadere nel dimenticatoio l’accaduto, negando altresì qualsiasi aiuto alla vedova ed ai figli – “il Presidente Viola mi aveva garantito un impiego alla Filiale di Pisa della Banca di Roma”, ricorda Marzia Nannipieri, “così come anche il Presidente Sensi aveva promesso un sostegno economico da parte del Club” – che hanno vissuto periodi di una povertà estrema, come se quella triste pagina della Storia giallorossa non si fosse mai consumata …

Ed anche se questa sera, 16 marzo 2019, in occasione del 50esimo anniversario della scomparsa del giocatore, la Roma giocherà a Ferrara contro la Spal indossando una maglia ricordo della tragedia, ci sembra che, sinceramente, sia veramente troppo, troppo poco …

ISTVAN NYERS, L’APOLIDE DAL SINISTRO MAGICO, PRIMO GRANDE STRANIERO INTERISTA

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Istvan Nyers trasforma un calcio di rigore – da:110.inter.it

Articolo di Giovanni Manenti

Chissà se si sia ispirato proprio a lui il celebre cantautore Vasco Rossi, di nota fede interista – che quando nasceva, giovedì 7 febbraio 1952, stava compiendo il suo proficuo lavoro con la maglia della “Beneamata”, essendo andato a segno sia domenica 3 febbraio nel successo esterno per 3-1 sulla Triestina e si sarebbe ripetuto ad una settimana di distanza partecipando alla “goleada” (5-0) di San Siro contro il Palermo – quando ha composto “Vita spericolata”, ma certo il titolo gli calza a pennello …

Perché il “Lui”, di cui raccontiamo quest’oggi l’incredibile storia, calcistica ed umana, è stato il primo grande straniero della storia del Club meneghino, il classico “genio e sregolatezza” che fa innamorare i tifosi e disperare tecnici e, soprattutto, Dirigenti per gli sbalzi d’umore, la vita non proprio consona di atleta fuori dal campo e le continue richieste di denaro che non basta mai, anche perché viene puntualmente dilapidato.

Ma, d’altronde, cosa si può pretendere da un soggetto “senza arte né parte”, a cominciare dall’essere “cittadino del mondoin quanto apolide, che non è una malattia, semplicemente la situazione di colui che è privo di nazionalità, e questo a causa del suo girovagare e, più che altro, fuggire.

Sì fuggire, è sempre stato questo il filo conduttore della vita di Istvan Nyers, la cui famiglia è originaria di una zona dell’Ungheria settentrionale ai confini con la Slovacchia dove ad inizio anni ’20, dopo la fine della “Grande Guerra” ed il conseguente disfacimento dell’Impero austroungarico, esistono forti contrasti etnici per la maggioranza rom, ragion per cui è conveniente emigrare, ed il padre si rifugia in Francia, dove trova lavoro in una zona mineraria della Lorena.

Ed è qui, in una cittadina dal nome strano, Freyming-Merlebach, posta al confine orientale con la Germania, che il 25 marzo 1924 nasce Istvan (in ungherese, che poi sarebbe Etienne in francese, vale a dire Stefano nella lingua del Paese di Dante …), il quale fa rientro con la famiglia nel Paese di origine, a Subotica, sin dalla prima infanzia, a causa della grave crisi economica legata alla “Grande depressione” dopo il crollo di Wall Street del 1929.

Altra città di confine, Subotica, che alla fine del primo Conflitto Mondiale passa dall’Impero austroungarico al Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, per poi essere annessa nel 1941 – in piena Seconda Guerra Mondiale – all’Ungheria alleata della Germania nazista con scontri che causano migliaia di vittime e la deportazione di larga parte della comunità ebrea.

In questo coacervo di etnie e religioni cresce il giovane Istvan, il quale si allena anche in palestra prendendo lezioni di pugilato e costruendosi un fisico poderoso al quale però abbina una eleganza nei movimenti non comune dalle sue parti, unita ad un tiro quanto mai micidiale per potenza e precisione.

Ha 17 anni, Istvan, allorché è tesserato per il Szabadkai Vasutas, compagine di Subotica che milita nelle Divisioni inferiori ungheresi a causa della riferita annessione della città, per poi trasferirsi al più celebre Club della Capitale Budapest, vale a dire l’Ujpest con cui ha difficoltà a trovare posto in squadra per il suo carattere irrequieto ed indisciplinato, solo che quando viene schierato risulta sempre determinante, come testimoniano le 17 reti in altrettante gare disputate che consentono di vincere il Torneo 1946.

E’ anche convocato in Nazionale, Istvan, debuttando a fine settembre ’45 nel facile successo in amichevole per 7-2 sulla Romania in cui va anche a segno, così come realizza una delle due reti nella sconfitta per 2-3 dell’Ungheria a Vienna contro l’Austria del 14 aprile ’46, data importante in quanto segna la prima, importante svolta della sua carriera …

Ad assistere alla gara vi è, infatti, un emissario del Tecnico del Club francese dello Stade Français, neopromosso nella Massima Divisione transalpina ed a caccia di talenti per rinforzarne la rosa, il quale contatta Nyers a fine partita offrendogli un contratto di tutto rispetto se paragonato a quanto percepisce attualmente ed il 22enne non sta a pensarci su due volte, mettendo in atto la seconda cosa che gli riesce meglio, oltre a far impazzire i difensori avversari, vale a dire fuggire …

Non torna difatti a Budapest coi compagni di Nazionale, bensì si rifugia su di un camion militare cecoslovacco con destinazione Praga, una sorta di diserzione che gli costa la perdita della cittadinanza ungherese, così come la possibilità di continuare a giocare per quella che diverrà di lì a poco la “Aranycsapat” (“La Squadra d’Oro”) – di cui fanno già parte Nandor Hidegkuti e Ferenc Puskas – destinata ad incantare il Vecchio Continente sino alla rivolta del 1956 sedata nel sangue e conseguente emigrazione all’estero dei suoi giocatori più rappresentativi.

Nella Capitale ceca, Nyers trova un ingaggio al Viktoria Zizkov dove lo raggiunge l’allenatore dello Stade Français, nientemeno che l’ancora non troppo celebre, ma lo diverrà a breve, Helenio Herrera – che quanto a vicissitudini di vita tribolata ha ben poco da invidiare al giovane ungherese – per condurlo con sé in Francia.

Solo che al Club del sobborgo di Praga non va tanto giù di perdere un simile talento, compiendo il gesto alquanto subdolo di ritirargli il passaporto al fine di impedirgli di espatriare, anche se Nyers ci prova lo stesso, al seguito di Herrera e della fedele compagna Anna, sorella di un suo compagno di squadra al Vasutas, Ivan Zvekanovic.

Tentativo velleitario, in quanto alla frontiera viene fermato poiché sprovvisto di documenti, mentre il futuro “Mago” è condotto presso l’ambasciata francese dove Herrera mette una volta di più in mostra le sue indubbie qualità di sapersela cavare in qualsiasi circostanza, e cioè convincendo l’Ambasciatore transalpino di essere stato incaricato di reclutare calciatori apolidi (come, al momento, è Nyers …) per la Nazionale del suo Paese, dove oltretutto Istvan è nato e può richiederne la relativa cittadinanza.

L’Ambasciatore si fa convincere, firma il lasciapassare ed il trio può proseguire destinazione Parigi, lasciandosi alle spalle il primo, importante capitolo della vita di Istvan, l’apolide …

Ed il 18 agosto 1946, all’esordio nella Capitale, Nyers fa subito capire che l’investimento è destinato a dare buoni frutti, presentandosi al suo nuovo pubblico mettendo a segno una tripletta nel 4-1 inflitto all’Olympique Marsiglia, per poi concludere il primo Torneo fuori dal suo Paese d’origine con 21 reti in 35 partite che contribuiscono al più che dignitoso quinto posto per una formazione neopromossa.

Piazzamento che si ripete nel ’48, con Nyers ad andare a segno altre 13 volte nelle 27 gare disputate, ma sul quale hanno già posto gli occhi alcune delle più importanti Società europee, quali il Barcellona, il Torino e l’Inter, ed a spuntarla alla fine è proprio quest’ultima, al quale Helenio Herrera, che di Nyers oltre al Tecnico è anche il Manager, fa così il suo primo favore – lautamente ricompensato, del resto – senza poter ancora immaginare che, a distanza di 12 anni, toccherà proprio a lui sedersi sulla panchina ambrosiana.

A trattare l’affare per i nerazzurri è il Presidente Carlo Masseroni, industriale nel settore delle calzature ed al timone della “Beneamata” dal 1942, e che non è per nulla contento dell’andamento della squadra, la quale – pur in un’epoca in cui a dominare è il “Grande Torino” – ha appena concluso in decima e dodicesima posizione le stagioni 1947 e ’48 dalla ripresa dei Campionati, a 27 e 29 punti rispettivamente di distanza dalla corazzata granata.

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Il Presidente interista Carlo Masseroni – da:110.inter.it

Un qualcosa di inconcepibile per una Società blasonata come quella nerazzurra, e l’arrivo di Nyers – accompagnato da aloni leggendari, quali la capacità di correre i 100 metri in meno di 11”, una tecnica sopraffina in grado di mandare in confusione i più forti difensori ed un tiro al fulmicotone, frutto di traduzioni orali, poiché di filmati all’epoca, manco si parla – è la scintilla giusta per risvegliare il tifo dei delusi tifosi ambrosiani …

A contribuire al quale ci pensa il carattere spavaldo ed un tantino sfrontato dello stesso Etienne – che invano ha sperato di ottenere, nonostante la relativa richiesta avanzata, la cittadinanza francese – il quale, sceso dall’aereo allo scalo di Linate, si presenta al folto numero di giornalisti radunatosi per accoglierlo, con poche, ma significative parole: “Me voici, le grand Etienne …!!” (“Eccomi, il grande Stefano …!!”).

Già, perché, anche se l’ostracismo ai nomi stranieri è oramai cessato con la caduta del regime fascista, ad un idolo dei tifosi quel nome francese non va tanto a genio ed ecco che, ben presto, Nyers assume il suo terzo nome, non più Istvan od Etienne, divenendo per tutti Stefano, come del resto ben si conviene ad un apolide, uno che è solo cittadino del Mondo.

Ma Stefano ha anche un modo tutto suo per presentarsi ai nuovi tifosi, alla stessa stregua di come deliziò i supporters parigini, ovverossia andando a segno al 39’, 55’ e 77’ con una tripletta all’esordio alla prima giornata nel successo interno per 4-2 a San Siro contro una Sampdoria che si era portata due volte in vantaggio, andando al riposo sul 2-1 in proprio favore.

Schierato all’ala sinistra, Nyers si trova a proprio agio con le altre due punte Benito Lorenzi ed Amedeo Amadei, un trio da 62 reti in Campionato di cui 26 messe a segno da “Stefano” che così si aggiudica la Classifica dei Cannonieri (precedendo il compagno Amadei che ne sigla 22 …) evidenziando altresì una caratteristica quanto mai gradita ai tifosi del “Biscione”, vale a dire quella di andare regolarmente in goal nei derby contro i rivali cittadini del Milan, inaugurando la serie con il punto dell’1-0 nella sfida dell’andata poi vinta per 2-0 (bis di Lorenzi …), cui segue una doppietta al ritorno che evita la sconfitta nel confronto concluso 4-4 (con i rossoneri che conducevano 4-2 trascinati dal neoacquisto Gunnar Nordahl …).

1948-49 Campionato, 30 aprile 1949 Inter - Torino 0-0 una fase di gioco dell' ultima partita del Torino prima di Superga
Inter-Torino 0-0 – da:storiainter.com

Per l’Inter è l’anno della rinascita, concluso al secondo posto alle spalle dell’ultima recita del “Grande Torino”, contro cui disputa, il 30 aprile ’49 quella che è la loro ultima partita prima della tragedia di Superga di quattro giorni dopo, incontro che termina sullo 0-0 lasciando invariato il distacco di 4 punti tra le due formazioni.

 

Ed è lo stesso Nyers a rendere omaggio a quegli sfortunati ragazzi raccontando l’andamento della sfida in cui non era riuscito ad andare a segno sottolineando “di non aver mai sinora incontrato nella mia carriera difensori così forti quali Ballarin e Maroso …!!”.

Con l’inizio degli anni ’50 e la ripresa dell’Italia verso quello che poi sarà definito come il “Boom economico” del successivo decennio, inizia il flusso di campioni stranieri nei grossi Club – segnatamente Inter, Juventus e Milan dopo la sciagura aerea che ha cancellato i granata – ed ecco che a Nordahl vengono a fare compagnia in rossonero i connazionali Gunnar Gren e Nils Liedholm, mentre i bianconeri puntano sulla coppia danese formata da John Hansen e Karl Aage Praest.

Anche Masseroni non sta a guardare, affiancando al citato trio l’olandese Faas Wilkes, e l’attacco nerazzurro sfiora le 100 reti nel ’50, con Nyers a far da mattatore con 30 centri in 36 incontri, anche se il titolo di Capocannoniere va al “Pompierone” Nordahl, che lo precede a quota 35 e lo Scudetto se lo aggiudica la Juventus, davanti a rossoneri e nerazzurri, con questi ultimi a far impazzire i propri tifosi facendo loro lo “storico derby” del 6 novembre ’49 allorché, sotto per 1-4 dopo 20’, riescono nell’impresa di ribaltare il risultato sino al 6-5 conclusivo, con Nyers a contribuire con una doppietta.

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Il famoso derby Inter-Milan 6-5 – da:storiedicalcio.altervista.com

E’ un’Inter spumeggiante, che si diverte in campo e fa divertire i propri tifosi, e che nel ’51 – anno in cui a vestire la maglia nerazzurra giunge un altro fuoriclasse svedese, vale a dire Lennart Skoglund – va per 107 volte a segno, ma lo Scudetto sfuma per un sol punto (60 a 59) rispetto ad un Milan che torna a festeggiare a distanza di 44 anni dall’ultimo titolo e con Nyers, autore di 31 reti (suo massimo in carriera per singola stagione …) a far ancora da scudiero ad un Nordahl che ne realizza 34 da par suo, pur avendo ancora una volta messo il suo sigillo (gli altri due centri sono di Skoglund …) nel successo per 3-2 nel derby di andata.

Nel frattempo però, Nyers sfrutta il lauto ingaggio per darsi alla bella vita, gli piace vestire bene, guidare macchine costose e, soprattutto, è attratto dalla vita mondana, frequentatore di tabarin e soprattutto delle sale da gioco, dove basta dargli un po’ di corda esaltando le sue doti tecniche di “Grand Eitienne” ed eccolo seduto ai tavoli di poker dove lascia, puntualmente, somme non trascurabili …

A tali frequentazioni notturne, Stefano e la moglie Anna aprono anche un’attività in pieno centro quale Atelier di abiti di lusso, a Milano si sente a proprio aggio come ricorda in seguito: “Città meravigliosa, perfetta per me, vi avevo trovato la mia giusta dimensione …”.

Sul campo continua ad incantare, anche nel ’52 realizza 23 reti (terzo tra i Marcatori alle spalle di John Hansen e Nordahl …) in 29 gare disputate, così come terza giunge l’Inter in Campionato, alle spalle di Juventus e Milan, sotto la guida dell’ex Campione Mondiale Aldo Olivieri, circostanza che non può far felice Masseroni, il quale vuole vedere rientrare, sotto forma di successi, gli investimenti fatti.

La svolta giunge nell’estate ’52, allorquando alla guida tecnica viene chiamato un altro ex Campione azzurro del 1938, vale a dire Alfredo Foni, il quale cambia radicalmente impostazione alla squadra, “prima non prenderle” è il suo mantra, ed una formazione che nelle ultime due stagioni aveva realizzato la bellezza di 107 ed 85 reti, conclude il Campionato alla misera cifra di 46 (!!), ma grazie alle sole 24 subite riporta il titolo nella bacheca nerazzurra a distanza di 13 anni.

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Alfredo Foni, il Tecnico degli Scudetti 1953 e ’54 – da:spaziointer.it

In tale “miseria”, Nyers si conferma peraltro per il quinto anno consecutivo il “top Scorer” nerazzurro con 15 reti all’attivo, ma la conquista dello Scudetto tanto atteso è per lui l’occasione giusta per “battere cassa” con il Presidente e chiedere un aumento dell’ingaggio, anche perché i debiti (di gioco e commerciali …) iniziano a pesare.

Così non si presenta al ritiro precampionato, ma Masseroni non molla di un centimetro, lui manco per idea, lasciando la moglie a curare il negozio e trasferendosi a Sanremo – caso strano città dove ha sede un Casinò – minacciando altresì di abbandonare l’Italia e fare ritorno in Jugoslavia, visto che si sta avviando alla soglia dei 30 anni.

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Una formazione nella Stagione dello Scudetto ’53 – da:inter.it

Cosa che effettivamente fa, iniziando ad allenarsi con la Stella Rossa di Belgrado, ed alla fine il braccio di ferro si risolve, con Nyers a riaffacciarsi ad Appiano Gentile anche se Masseroni, dopo avergli affibbiato una salata multa, pretende che venga lasciato fuori squadra, visto che bene o male la squadra a fine ottobre ’53 è pur sempre in testa alla Classifica con 12 punti dopo 7 giornate, una lunghezza di vantaggio sul Napoli e due sulla coppia formata da Fiorentina ed Juventus, con il Milan ad inseguire a quota 9.

Ma domenica 1 novembre è in programma il derby ed un’eventuale vittoria dei rossoneri li porterebbe ad un solo punto di distacco, così che Foni avrebbe intenzione di schierare Nyers all’ala sinistra per quello che sarebbe il suo debutto stagionale e, supportato da alcuni Dirigenti, sfida le possibili ire presidenziali mandandolo in campo, con Masseroni che, saputo della decisione, deserta l’appuntamento.

Per “l’apolide dal piede magico” è come se si trattasse di un nuovo esordio e, memore di quanto avvenuto nei precedenti con lo Stade Français e la stessa Inter, pensa bene di risolverlo alla sua maniera, ovvero decidendo la sfida ad inizio ripresa con una doppietta nell’arco di quattro minuti (50’ e 54’) per poi completare l’opera al 73’ trasformando il rigore del definitivo 3-0 per la gioia incontenibile dei tifosi sulle tribune di San Siro.

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Nyers in trionfo dopo lo Scudetto ’54 – da:mimmorapisarda.it

Ma anche se ha riconquistato l’affetto del pubblico, la frattura con la Dirigenza è oramai insanabile ed a fine stagione Nyers si trasferisce alla Roma lasciando in dote ben 133 reti in 182 gare di Campionato disputate che lo rendono tuttora il terzo miglior marcatore nella Storia del Club (alle spalle dei soli Meazza e Lorenzi) e primo quanto a giocatori provenienti dall’estero.

Oramai sul viale del tramonto, a dispetto dei soli 30 anni sui quali gravano però le avventure extra calcistiche, Nyers fornisce peraltro un soddisfacente contributo nel biennio in cui indossa i colori giallorossi in un attacco che lo vede schierato all’ala sinistra con Alcides Ghiggia sul fronte opposto e Carletto Galli in veste di centravanti, mettendo a segno 11 e 9 reti rispettivamente che contribuiscono ai due piazzamenti a ridosso delle prime, terzi nel ’55 (con l’Inter a classificarsi ottava …) e sesti nel ’56.

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Al Lecco, in Serie B – da:resegoneonline.it

Vorrebbe continuare a giocare, ci prova in Spagna presentandosi al Barcellona del suo vecchio mentore Helenio Herrera, ma è proprio quest’ultimo a bocciarlo, ritenendolo oramai “troppo logoro e discontinuo”, si accontenterebbe di un contratto a gettone all’Inter, ma l’unica offerta concreta proviene dal Lecco che lo tessera ad aprile ’59 e, dopo aver sfiorato la Promozione in A giungendo terzo nel Torneo Cadetto, contribuisce l’anno seguente alla prima “storica” salita dei lariani nella Massima Divisione, per poi chiudere con il calcio giocato nel 1961 a 37 anni, con un’ultima stagione al Marzotto Valdagno in B …

 

Prova nuovamente a dedicarsi al commercio, stavolta nel settore degli elettrodomestici e delle opere d’arte, ma i risultati son sempre i soliti, assegni e cambiali a vuoto, sottrazione di merci che gli valgono denunce varie e condanne nelle aule dei Tribunali, con lui che periodicamente scompare per sottrarsi ai creditori salvo poi riapparire all’improvviso.

No, essere apolide non è una malattia – anche in Italia, come in Francia, le sue richieste per ottenere la cittadinanza vengono ignorate – bensì un modo di concepire la propria esistenza ed un rapporto malsano con il denaro del quale, una volta trasferitosi a Bologna, dove sembra avere trovato una certa pace, riferisce: “Qualche milione l’ho buttato, ma la mia ricchezza erano le amicizie …”, forse male selezionate, ci permettiamo di precisare, visto che troppo spesso se ne approfittavano.

Per certi versi, una sorta di George Best ante litteram, che sicuramente si è goduto la vita ed ha deliziato con le sue giocate quei tifosi che non hanno mai smesso di amarlo, prima di ritirarsi a Subotica perché capisce che quella è la sua vera casa, e dove si spenge il 9 marzo 2005, a due settimane dal compimento degli 81 anni …

Ma non ha “scelto” una data a caso, poiché il 9 marzo 1908, quasi cent’anni prima, veniva fondata l’Inter, il Club che lui stesso ha definito “una squadra meravigliosa, piena di artisti, ed in cui tutti eravamo grandi amici …!!”.

E dove, aggiungiamo noi, ha saputo trovare quell’affetto sincero che la sua vita di apolide gli ha quasi sempre negato …

 

HUGO GATTI, “EL LOCO” DEL FUTBOL ARGENTINO CHE DISSE NO A VIDELA

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Hugo Gatti – da:storiedicalcio.altervista.org

Articolo di Giovanni Manenti

Alla domanda sul perché ci si rechi allo Stadio per assistere ad un incontro di Calcio le risposte possono essere le più variegate, dall’amore per questo Sport, alla passione per la squadra della propria città, così come al tifo per una determinata formazione, tutte circostanze che, specie nel panorama sudamericano, concorrono a formare un pathos che ha pochi eguali nel resto del Pianeta.

Ma per oltre un ventennio in Argentina, specialmente dalle parti di Buenos Aires, si va allo Stadio per un motivo in più, in quanto vi è un’attrazione particolare, quella per cui si è solito dire che “da sola vale il prezzo del biglietto”, ovvero la possibilità di conciliare l’evento sportivo con il personalissimo show di El Loco” (“Il Matto”), come è oramai conosciuto, solo che, a differenza di una pièce teatrale o di uno spettacolo di cabaret, non esistono copioni, lui improvvisa …

El Loco” in questione, anche se molti di voi lo avranno già capito, altri non è che Hugo Orlando Gatti, il quale nasce il 19 agosto 1944 a Carlos Tejedor, centro di poco più di 10mila anime nella zona nordoccidentale della Provincia di Buenos Aires, ultimo di una nidiata di fratelli e, come accade a quelle latitudini, trascorre l’infanzia più tirando calci ad un pallone che non sui banchi di scuola.

Si cimenta però come attaccante, e non come estremo difensore – quello che, al contrario, sarà il suo ruolo per l’intera carriera – anche se lui stesso avrà poi modo di precisare: “Io non mi sento un portiere, bensì un attaccante messo tra i pali”, ma è anche grazie a tale posizione che può permettersi le esibizioni che, altrimenti, gli sarebbero negate in mezzo al campo.

La svolta circa la decisione definitiva di intraprendere la professione di estremo difensore giunge a Gatti allorché, all’età di 16 anni, assiste ad un match del River Plate, a difesa della cui porta vi è una “leggenda” del Calcio argentino e dei tifosi dei “Los Millonarios” in particolare, ovvero Amadeo Carrizo, una sorta di “folgorazione sulla via di Damasco”, visto che l’allora 34enne portiere interpreta il ruolo in maniera ben diversa dai colleghi dell’epoca, vale a dire, oltre ad essere stato il primo ad indossare i guanti, permettersi di uscire al di fuori dell’area di rigore e sfruttare il calcio di rinvio come un’opportunità per rilanciare l’azione offensiva.

Detto fatto, da quel giorno anche Gatti intuisce “cosa fare da grande”, debuttando in Primera Division non ancora 18enne nelle file dell’Atlanta di Buenos Aires, così da mettere sin da subito in evidenza doti di agilità non comuni, tanto che, nel breve volgere di un paio di stagioni, eccolo varcare la soglia dello “Estadio Monumental” per contendere il posto di titolare al River Plate proprio al suo idolo Carrizo.

Nel biennio all’Atlanta, Gatti ha modo di sperimentare le tecniche messe in atto da Carrizo, ovviamente implementandole, visto che, oltre a fungere da “secondo libero”, spesso si esibisce in dribbling fuori dall’area nei confronti degli attaccanti avversari che lasciano sconcertati i propri tifosi, un personaggio che ama il rischio in tutte le sue forme, ma che comunque tra i pali è estremamente affidabile, eccome …

Chiaramente, però, non è mai facile scalzare nel cuore dei tifosi colui che per loro è un idolo, e nelle cinque stagioni trascorse al River, Gatti si ritaglia appena 77 presenze in Campionato, pur vivendo una particolare situazione durante uno dei tanti “Super Clasicos” tra “Los Millonarios” e “Los Xeneizes” (“I Genovesi”) del Boca Juniors, in assoluto la più feroce rivalità calcistica che esista al Mondo.

Difatti, dopo aver a lungo scaldato la panchina nei primi tre anni al River, la stagione 1967 inverte le gerarchie – dato anche il fatto che Carrizo ha oramai superato le 40 primavere – e Gatti disputa ben 28 gare da titolare, tra cui quella “incriminata” che vede “Los Millonarios” recarsi allo “Estadio Alberto José Armando”, ma universalmente conosciuto come “La Bombonera”, per sfidare i gialloblù del Boca Juniors.

All’epoca – per referenze chiedere alle squadre europee, Milan in testa, che si recavano in Sudamerica per la disputa della Coppa Intercontinentale – ritrovarsi a difendere la propria porta con alle spalle un gruppo di “aficionados” inferociti non è certo il massimo che un estremo difensore possa augurarsi, e Gatti, oltretutto appartenente agli “odiati” rivali, non sfugge certo ad una tale circostanza, venendo preso di mira da un nutrito lancio di tutto quello che capita loro per mano, in particolare biglie e lattine.

Non è dato sapere come gli sia capitata tra le mani – probabilmente rintracciata all’interno dello Stadio in uno sgabuzzino degli attrezzi – ma uno di questi “buontemponi” scaglia in direzione dell’estremo difensore addirittura una scopa, quasi forse in segno di dileggio, non potendo certo immaginare quale potesse esserne la reazione.

Noncurante del fitto lancio di oggetti che lo riguardano, Gatti raccoglie la scopa e, dato che i terreni di gioco argentini sono notoriamente coperti da stelle filanti, coriandoli quand’anche non rotoli di carta igienica, si mette con una “nonchalance” degna di un perfetto inglese, a spazzare la propria area di rigore, ovviamente con la partita in corso, un atteggiamento che spiazza gli stessi tifosi avversari i quali non possono che apprezzare il sangue freddo dell’estremo difensore e, sciogliendosi in risa, lo applaudono pure …

Ecco, quel giorno, nasce la “Leggenda del Loco”, di colui che ha osato sfidare una delle più agguerrite tifoserie sudamericane e probabilmente del resto del Pianeta, leggenda che Gatti stesso non smette di alimentare, a cominciare dall’abbigliamento, bandana colorata in testa, maglie di colori sempre sgargianti e calzettoni rigorosamente abbassati.

Ma Gatti vuole giocare, più che vincere – nel quinquennio al River non sono giunti Trofei, solo due secondi ed un terzo posto in Campionato – e nonostante il ritiro di Carrizo a fine anno 1968, lui accetta l’offerta del Gymnasia y Esgrima di La Plata, Club di cui diviene l’indiscusso leader negli anni della maturità (fisica, ovviamente, perché quella mentale non arriva praticamente mai …), vestendone i colori per 6 stagioni dal 1969 al 1974.

Formazione, quella platense, che non emerge da un’anonima posizione di centro Classifica, ma ideale per Gatti per le proprie esibizioni, anche se i suoi atteggiamenti, tollerati a livello di Club, visto che la sua presenza garantisce un incremento di spettatori, mal si conciliano con l’immagine della Nazionale, ed ecco che lo stesso non viene preso in considerazione dal Commissario Tecnico Adolfo Pedernera che, in occasione delle qualificazioni per i Mondiali di Messico ’70, gli preferisce il portiere del Racing Club Avellaneda, Agustin Mario Cejas, con il risultato che la Seleccion manca l’accesso alla Rassegna iridata, unica circostanza in cui una tale, nefasta evenienza si verifica dal 1954 sino ai giorni nostri.

Ostracismo che si ripete anche quattro anni dopo, allorché il preferito del Tecnico Omar Sivori è Daniel Alberto Carnevali, ma almeno l’Argentina ottiene la qualificazione per i Mondiali di Germania ’74, mentre nella formazione platense Gatti mette in mostra un’altra delle sue peculiarità, ovverossia quella di specializzarsi nella veste di “para rigori” – saranno 26 in totale in carriera, record condiviso con il rivale Ubaldo Fillol – neutralizzandone ben 3 su 5 calciatigli contro nella sola stagione 1972.

Un portiere di tali qualità, pur condannabile per i suoi eccessi, non può comunque restare a difendere i pali di una squadra “normale” come il Gymnasia y Esgrima ed ecco che, in suo soccorso, giunge una delle icone del Futbol argentino, vale a dire il Tecnico Juan Carlos Lorenzo che, quale Selezionatore della Nazionale argentina, lo aveva fatto esordire nell’agosto ’67 contro il Paraguay, dopo averlo inserito tra i 22 per i Mondiali di Inghilterra ’66, ancorché il titolare fosse Antonio Roma, estremo difensore del Boca Juniors.

Un “giramondo della panchina” – con esperienze anche in Italia, segnatamente nella Capitale, avendo allenato sia la Lazio che la Roma – Lorenzo fa il suo ritorno in patria nel 1975 dopo un biennio in Spagna alla guida dell’Atletico Madrid, accasandosi all’Union de Santa Fe, Club ambizioso che mira ad insediarsi tra le grandi, ed il primo acquisto che chiede è proprio l’oramai trentenne Gatti.

Una stagione positiva, quella dell’Union nel 1975, conclusa in un’onorevole quarta posizione, al termine della quale, però, Lorenzo viene contattato dalla Dirigenza del Boca Juniors, da qualche anno di troppo a secco di Trofei, offerta che il Tecnico accetta alla sola condizione che assieme a lui giunga a difendere la porta bocaense proprio “El Loco” Hugo Gatti.

Una trattativa che impegna oltre misura il Presidente de “Los Xeneizes”, Alberto José Armando – proprio colui al quale è intestata “La Bombonera” – contro il collega Manuel Corral, visti i sacrifici da quest’ultimo fatti per costruire una rosa di tutto rispetto che comprende, tra gli altri, giocatori del calibro di Victorino Cocco, Ruben Sune, Roberto Telch, Miguel Tojo, Victor Trossero ed Ernesto Mastrangelo, ma data l’irremovibilità di Lorenzo il lungo “braccio di ferro” viene infine vinto dal Boca Juniors con elevato salasso finanziario, fortunatamente ben ripagato.

Che non fosse facile strappare Gatti all’Union de Santa Fe dipendeva anche dal fatto che era oramai entrato nel cuore dei tifosi, soprattutto per aver confermato le proprie qualità di essere in grado di ipnotizzare i rigoristi avversari allorché si presentavano alla trasformazione dagli 11 metri, avendone neutralizzati ben 4 nella sua unica stagione al Club, tra cui uno decisivo in una sfida contro il River Plate, “vittima” una stella come Norberto Alonso, contro cui si era già positivamente opposto due anni prima con il Gymnasia y Esgrima.

Ci sarebbe però un “piccolo problema” da risolvere, vale a dire la diffidenza dei supporters del Boca verso un giocatore che ha avuto l’ardire di indossare la maglia del River, ma a questo aveva già posto rimedio “El Loco”, da sempre simpatizzante per i colori gialloblù, allorché viene allo scoperto in una partita del 1973.

Tornato a calcare il terreno di gioco de “La Bombonera” a difesa della porta del Gymnasia y Esgrima, Gatti viene, come al solito, “calorosamente” accolto da una sequela di fischi ed improperi di ogni genere, cosa alla quale risponde da par suo, lasciando ovviamente incustodita la porta per recarsi sotto la curva – la leggendaria “Numero 12” a simbolizzare l’apporto del tifo quale dodicesimo uomo in campo – e togliersi la maglia per evidenziare una T-shirt dai colori “azul y oro”, ovvero quelli del Club bocaense …!!

Non si può pensare che fosse una mossa a sommo studio, non potendo certo all’epoca immaginare che, a distanza di tre anni, sarebbe stato dalla loro parte, e poi di Gatti tutto si può dire tranne che non sia sincero e tradisca i propri sentimenti, e ritrovarsi, alla soglia dei 32 anni ad indossare i colori della squadra di cui è tifoso, rappresenta uno stimolo in più per impegnarsi al massimo a dispetto dell’età.

Ed i risultati non tardano ad arrivare, visto che a seguire Gatti a Buenos Aires è anche l’attaccante dell’Union de Santa Fe Mastrangelo, e l’estremo difensore si trova a guidare una difesa di eccellenti qualità, imperniata sugli esperti Francisco Sa, prelevato dall’Independiente, il canterano Armando Ovide e Vicente Pernia, da tre anni al Boca dopo essersi messo in evidenza con l’Estudiantes La Plata, ed in cui da un biennio brilla il terzino offensivo Alberto Tarantini.

Con in più anche la “Numero 12” dalla sua parte, Gatti è protagonista di una stagione straordinaria che da sola ripaga l’investimento profuso da Armando, come al solito dando il meglio di sé quando le partite contano, fedele al motto “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare” e che, anche se non coniato apposta per lui, gli calza a pennello, come dimostra l’esito del Campionato Metropolitano ’76.

Conclusa, difatti al quarto posto la fase preliminare – ma che non dà alcun beneficio, se non quello di qualificare le 12 squadre che danno poi vita al Girone per il titolo – nella seconda il Boca Juniors conclude imbattuto, con 8 vittorie e 3 pareggi nelle 11 gare disputate, 18 reti realizzate ed appena 8 subite, per poi ripetersi nel Campionato Nacional che, al contrario, vede una Fase ad eliminazione diretta dopo i Gironi preliminari, a cui accedono le migliori 8 formazioni.

Per capire la forza della difesa organizzata da Lorenzo, che già nel Girone di qualificazione subisce solo 10 reti in 16 partite, valgano i risultati delle sfide ad eliminazione diretta, con il Boca Juniors ad avere la meglio per 2-1 sul Banfield ai Quarti, eliminare per 1-0 l’Huracan in semifinale ed infine aggiudicarsi la sfida per il titolo ancora per 1-0 nel più classico dei “Super Clasicos”, avendo la meglio sui “rivali storici” del River Plate.

Per Gatti è la definitiva consacrazione, oramai guai a parlarne male nel quartiere bairense perché ne potrebbe andare a rischio anche la propria vita, nonostante l’accoppiata stagionale non sia stata stavolta caratterizzata da miracoli sui tiri dal dischetto, ma “El Loco” ha un’altra sorpresa in serbo al riguardo …

I successi in ambito nazionale, difatti, spalancano al Boca la partecipazione alla “Copa Libertadores”, massimo Torneo sudamericano a livello di Club – sulla stregua della Coppa dei Campioni del Vecchio Continente – e che “Los Xeneizes” non si sono mai aggiudicato nella loro Storia, con la speranza che stavolta possa essere l’occasione giusta.

Inserito in un “Girone di ferro” sulle rive del Rio de la Plata, essendo costituito dalle formazioni argentine di River Plate e Boca Juniors e da quelle uruguaiane di Penarol e Defensor Montevideo, la solidità difensiva dei gialloblù fa ancora la differenza, visto che nei sei incontri disputati – con una sola squadra a qualificarsi per i Gironi di semifinale – Gatti mantiene la porta imbattuta e le due sfide con il River, che aprono e chiudono il programma si risolvono con l’1-0 del 9 marzo ’77 a “La Bombonera”, risolto da Roberto Mouzo all’87’ dopo che “El Caudillo” Daniel Passarella, Capitano de “Los Millonarios” era stato espulso, ed un pari a reti bianche nella gara di ritorno del 18 maggio ’77.

Nell’arco di un mese, tra metà luglio e metà agosto, si disputa il Girone di semifinale – sempre con gare di andata e ritorno – composto da Boca, i paraguaiani del Libertad di Asuncion ed i colombiani del Deportivo Cali, con la qualificazione alla Finale assicurata con le due vittorie per 1-0 sulla Libertad (quella interna porta la firma di Pavon a 10’ dal termine di un match aspro caratterizzato da ben tre espulsioni) e da due pareggi, entrambi per 1-1, contro il Deportivo, caratterizzati dalla caratteristica dell’undici di Lorenzo di andare sempre a segno nelle fasi conclusive degli incontri, visto che a Cali Sa impatta proprio al 90’ il vantaggio colombiano di Scotta ed al ritorno è Mouzo a siglare il punto del pari a poco più di un quarto d’ora dal termine.

A contendere il Trofeo al Boca sono i Campioni in carica del Cruzeiro, che l’anno precedente avevano sconfitto in Finale proprio il River Plate, e riuscire ad avere la meglio sui brasiliani sarebbe pertanto motivo di ulteriore orgoglio per gli “aficionados” bocaensi, che il 6 settembre ’77 si danno appuntamento in 60mila per riempire “La Bombonera” nella gara di andata, risolta come di consueto per 1-0, anche se stavolta la rete decisiva di Veglio giunge dopo appena 3’ di gioco.

A soli 5 giorni di distanza, l’11 settembre a Belo Horizonte, va in scena la gara di ritorno e Gatti deve arrendersi ad una fucilata del terzino della Seleçao Nelinho che a 13’ dal termine fa svanire i sogni di gloria argentini, rimandando ogni decisione al match di spareggio in campo neutro che si disputa appena tre giorni dopo, il 14 settembre ’77, con scenario il glorioso “Estadio del Centenario” di Montevideo.

Facciamo un paio di rapidi conti, prima dello spareggio Gatti ha disputato 11 incontri – gli è stata risparmiata la gara contro il Deportivo Cali in quanto il Boca era già qualificato – ed in totale ha subito appena 2 reti (!!), così che non vi è da stupirsi se anche la sfida senza appello si prolunga sino al 120’ senza che nessuna delle due squadre riesca a violare la porta avversaria.

Decisione pertanto rimandata ai calci di rigore, ed è qui che “El Loco” compie il suo capolavoro, proprio nell’attimo in cui non vi è possibilità di appello …

Difatti, le prime quattro serie dal dischetto vedono i relativi tiri andare a segno e, sul punteggio di 4-4 tocca a Dario Luis Felman mandare la sfera alle spalle del portiere brasiliano Raul per il rigore del 5-4 e, se si vuole evitare che la sfida si prolunghi ad oltranza, tocca a Gatti cercare di compiere il miracolo allorché sul dischetto si porta Lazaro Wanderley per i detentori del titolo.

Fermo al centro della porta, ginocchia piegate in avanti per prepararsi allo scatto, Gatti non dà alcun punto di riferimento al suo avversario, aspettandone la mossa come in una partita a poker o di scacchi, per poi lanciarsi alla propria sinistra e respingere la conclusione a mezza altezza, invero non troppo angolata, del brasiliano e consegnare al proprio Club il primo Trofeo internazionale della sua storia.

Oramai entrato nella “Arca della Gloria” del Club bairense, resta per Gatti da sciogliere il nodo della Nazionale, alla cui guida, a seguito del fallimentare Mondiale di Germania ’74, è ora Luis Cesar Menotti, reduce dall’aver condotto l’Huracan al successo nel Metropolitano ’73.

El Flaco” la pensa come Lorenzo ed, a dispetto delle 30 e passa primavere, convoca Gatti per la Copa America ’75, schierandolo come titolare nelle quattro gare disputate dalla “Albiceleste”, pur eliminata a causa di una doppia sconfitta (1-2 a Belo Horizonte, doppietta di Nelinho, e 0-1 a Rosario) contro il Brasile, per poi continuare a dar lui fiducia anche nel successivo biennio.

In particolare, passa alla storia l’amichevole disputata il 20 marzo 1976 a Kiev contro l’allora Unione Sovietica, in una serata caratterizzata da un freddo polare con un vento gelido che ti penetra nelle ossa, e che l’Argentina fa sua grazie ad una rete di Kempes nel primo tempo, vantaggio poi difeso da alcuni pregevoli interventi di Gatti, il quale, intervistato a fine partita, confessa “di aver messo vicino al palo una borraccia, contenente però vodka e non acqua, avendo così modo di mandarne giù un po’ ogni qualvolta sentivo di rischiare di morire assiderato …!!”.

Uscita tipica di un personaggio che, ad esempio, in un match contro l’Independiente – dato che “non stava succedendo nulla, era una partita di una noia mortale …!!”, chiosa – se ne esce con la brillante idea di togliersi scarpe e calzettoni per arrampicarsi sul palo e sedersi sulla traversa (!!), ma non vi avevamo detto all’inizio che sapere che “El Loco” scendeva in campo era condizione più che sufficiente per spendere bene i soldi del biglietto …

Per tornare però all’odio/amore verso la Seleccion, occorre contestualizzare il periodo storico, che vede da fine marzo 1976 l’Argentina cadere sotto la dittatura militare del Generale Jorge Rafael Videla, con le tragiche conseguenze a tutti conosciute, ma che ritiene l’organizzazione dei Mondiali ’78 un’occasione da non lasciarsi scappare per fornire al Mondo un’immagine diametralmente diversa del Paese …

In un tale contesto, difficile per un antifascista convinto come Hugo Gatti dover accettare di difendere la porta (e dunque gli interessi di Videla …) nel corso della Rassegna iridata, e forse quanto mai provvidenziale giunge un grave infortunio al ginocchio verso fine 1977 che costringe Menotti a sostituirlo tra i pali Ubaldo “Pato” Fillol, estremo difensore del River Plate …

Sull’effettiva gravità – o quanto sia stato, viceversa, diplomatico – tale infortunio si è molto discusso in Argentina, visto che Gatti riprende il suo posto al Boca ma, misteriosamente, “marca visita” ogni volta che deve rispondere alla chiamata della Nazionale, fatto sta che Menotti, irritato dalla situazione, lo esclude dalla lista dei selezionati per il Mondiale, ponendo definitivamente termine all’esperienza del 34enne portiere con la “Albiceleste”.

Anche in questo caso, si è molto parlato circa il fatto che Gatti mal avrebbe accettato di fare da secondo a Fillol – con il quale vive una profonda rivalità, a dispetto dei 6 anni di differenza di età – ma più probabilmente è Menotti a fare la scelta saggia (al contrario, ad esempio, di quel che fece Bearzot a Messico ’86 con Giovanni Galli e Tancredi …), puntando su un unico titolare, così da manifestargli la propria fiducia.

El Loco” fa buon viso a cattivo gioco, “sposando” la decisione del Tecnico, quantomeno a livello ufficiale, dichiarando pubblicamente ai media di “non essere più un ragazzino, Fillol è ora migliore di me e con lui quale estremo difensore l’Argentina vincerà i Mondiali …”.

Frasi di circostanza, perché, in realtà, Gatti proprio Fillol non lo sopporta, non perché gli abbia fatto qualcosa di male, semplicemente in quanto sono uno l’opposto dell’altro, sia da un punto di vista comportamentale “Pato (“Papero” …) è perfetto per questo regime, lui è gentile, corretto, mai una frase fuori posto, educato, rappresenta un prototipo da imitare, mentre io sono il genio e la follia allo stato puro, un soggetto che, se possibile, è meglio evitare …!!”, ma anche tecnico, allorché evidenzia come “rispetto a me, io le gare le vivo, lui semplicemente le gioca come qualsiasi altro componente della squadra, basandosi sulla calma e sulla prudenza, così da evitare alcune delle reti prese da me, comunque sempre meno di quelle che io ho salvato proprio per i rischi che ho corso …!!”.

In ogni caso, come pronosticato da Gatti, l’Argentina e Fillol vincono “il Mondiale della vergogna” – sia per le questioni umanitarie legate ai casi dei “desaparecidos” che per alcuni favori concessi ai padroni di casa – ma “la vendetta è un piatto che si mangia freddo”, recita un vecchio adagio, ed il 1978 non è privo di soddisfazioni anche per “El Loco” ed il suo Boca Juniors …

Dapprima, ha l’opportunità di disputare, quale vincitore della Copa Libertadores, la Coppa Intercontinentale, per la quale ad affrontare gli argentini, data la rinuncia del Liverpool, sono i tedeschi del Borussia Monchengladbach, squadra che annovera nelle sue file Campioni del calibro di Berti Vogts, Wimmer, Bonhof, Simonsen ed Heynckes, con la gara di andata, svoltasi il 21 marzo ’78 a Buenos Aires, che vede l’undici guidato da Udo Lattek strappare un prezioso risultato di parità per 2-2, reti di Mastrangelo in avvio e di Ribolzi ad inizio ripresa, dopo che durante la prima frazione di gioco i centri di Hannes e Bonhof avevano ribaltato il risultato.

Partita alla quale, però, non partecipa Gatti, sostituito tra i pali da Santos, mentre il ritorno, a causa della preparazione e successiva disputa dei Mondiali, slitta addirittura all’1 agosto, avendo luogo a Karlsruhe contro un Borussia diverso poiché, nel frattempo, Bonhof si è trasferito al Valencia, mentre Wimmer ed Heynckes hanno dato l’addio al calcio giocato …

Anche il Boca, a dire il vero, schiera solo 6 reduci dalla gara di andata, ma tra i cinque cambi vi è Gatti, il quale si incarica di far buona guardia agli attacchi di un Borussia che, colpito a freddo da Felman dopo appena 2’, dimostra tutte le sue lacune difensive facendosi cogliere impreparata poco dopo la mezz’ora di gioco, con Mastrangelo prima e Salinas poi ad arrotondare il punteggio sino al 3-0 conclusivo.

Archiviata anche la Coppa Intercontinentale, vi è ora da confermarsi ai vertici sudamericani attraverso la Copa Libertadores che – sospesa a fine maggio in concomitanza con il Mondiale argentino – entra nella sua Fase decisiva con l’ingresso del Boca Juniors, Campione uscente, dal Girone di Semifinale in cui deve affrontare i brasiliani dell’Atletico Mineiro e proprio gli acerrimi rivali del River Plate con, sfida nella sfida, quella tra “El Loco” e “l’usurpatore” Fillol.

Calendario birbante, ad inaugurare il programma è, il 19 settembre ’78 a “La Bombonera”, proprio il “Super Clasico” che si conclude con l’altrettanto “classico” nulla di fatto a reti bianche, per poi ritrovarsi all’ultima giornata allorché tocca a “Los Xenezis” rendere visita a “Los Millonarios”, con la piccola differenza di aver fatto bottino pieno contro i brasiliani (2-1 a Belo Horizonte, doppietta di Bordon, e 3-1 tra le mura amiche, decisa da un’autorete di Toninho Cerezo e dai centri di Mastrangelo e Salinas), rispetto ad una vittoria ciascuno da parte del River.

Ciò sta a significare che per accedere alla Finale, al Boca basterebbe un pareggio, ma perché non togliersi la soddisfazione di umiliare i rivali, i quali, irretiti dalla superiorità della formazione di Lorenzo, terminano addirittura l’incontro in nove per le espulsioni di Saporiti e Merlo allorché l’esito della contesa è già compromesso in virtù dei centri dei soliti Mastrangelo e Salinas.

Avversari in Finale i colombiani del Deportivo Cali, la sfida si risolve sin troppo facilmente e, dopo lo 0-0 dell’andata, in cui Gatti è sostituito tra i pali da Carlos Alberto Rodriguez, al ritorno, che va in scena il 28 novembre ’78 in una “Bombonera” gremita sino all’inverosimile, può partecipare al trionfo dei propri compagni attraverso il comodo 4-0 al quale partecipano Hugo Omar Perotti con una doppietta, oltre ai consueti acuti di Mastrangelo e Salinas.

Questi successi internazionali – l’edizione 1978 della Coppa Intercontinentale non si disputa in quanto le squadre inglesi da tempo rifiutano di competere – certificano che, tra Libertadores ed il ritorno con il Borussia, Gatti ha subito appena 4 reti in 18 gare disputate, a conferma che sarà anche un eccentrico, istrione, financo provocatore, ma quando c’è da far sul serio non si tira certo indietro …

Chiaramente, anche per Gatti occorre iniziare a fare i conti con la carta d’identità, pur se c’è qualcosa d’altro che inizia a dargli fastidio, ovvero la crescita di un “Fenomeno del Futbol” che ne oscura la popolarità in Patria, circostanza difficile da sopportare per uno come lui abituato ad avere tutti i riflettori puntati addosso …

Questo genio del pallone risponde al nome di Diego Armando Maradona, fatto esordire a 10 giorni dal compimento dei 16 anni dall’Argentinos Juniors, proprio mentre il Boca è impegnato a realizzare il “doblete” Metropolitano/Nacional ’86, e che da lì a pochi mesi è già una stella nel firmamento argentino, anch’egli in “preallarme” per i Mondiali ’78 e poi escluso dai selezionati, prendendosi comunque la rivincita conducendo per mano, assieme a Ramon Diaz, l’Argentina alla conquista del Mondiale Under 20 nel 1979.

Sentitosi ferito nel proprio smisurato “Super Ego” dalle attenzioni riservate a questo non ancora 20enne tarchiato, tutto riccioli neri che quasi ne nascondono le fattezze, anche “El Loco” commette l’imperdonabile errore prima di una gara contro l’Argentinos Juniors nel 1980 – anno, per inciso, in cui il futuro “Pibe de Oro” ottiene il proprio record personale per singola stagione, con 43 reti messe a segno in 45 incontri (!!) – di avvicinarglisi provocandolo con “Ehi, “Gordito” (“cicciotello”), mica penserai di farmi fare la fine degli altri portieri, io sono Hugo Gatti ed a me non segni …!!”.

Quale che sia l’esito di quell’improvvida uscita è risaputo, con l’Argentinos Juniors ad imporsi per 5-3 e Maradona a realizzare 4 reti, tra cui una quasi dalla bandierina del calcio d’angolo con una traiettoria beffarda che scavalca Gatti e va ad infilarsi nell’angolo opposto dopo aver baciato il palo di destra, capita ….

Fortuna per “El Loco” che l’anno successivo Maradona se lo ritrova come compagno di squadra, ultimo anno prima del suo approdo in Europa nelle file del Barcellona, e le sue 28 reti sono determinanti affinché il Boca torni ad imporsi in patria facendo suo il Torneo Metropolitano, ultimo alloro della carriera di Gatti, che con il Club non riesce più a conquistare ulteriori Trofei nonostante vi militi sino al 1988, allorché si ritira a 44 anni di età, con l’ultima partita giocata l’11 settembre contro il Deportivo Armenio per la sua presenza numero 765 in Primera Division, record tuttora ineguagliato.

Appese le scarpe (ed i guanti …) al chiodo, le caratteristiche di Showman di Gatti sono pane per i denti dei media che se lo contendono come commentatore radiotelevisivo, sapendo che con lui al microfono l’audience è assicurato, allorché si lascia andare a commenti “poco simpatici” sulla categoria dei giornalisti, per i quali non si capacita come “possano parlare di Calcio se la stragrande maggioranza di loro non ha mai giocato a pallone”, per poi rincarare la dose se a fare delle osservazioni critiche sia una donna, domandandosi “da quando in qua il gentil sesso capisce di Calcio …”, così come non ha peli sulla lingua se ne viene richiesta l’opinione sui protagonisti in campo, come nel caso del suo erede al Boca Juniors, Roberto “Pato” Abbondanzieri, definito “un mediocre che non so come faccia a giocare in Nazionale”, avendone anche per il tecnico olandese Louis van Gaal “uno che in Argentina durerebbe al massimo due settimane …” …

Questo, in sintesi, nel bene e nel male, è Hugo “El Loco” Gatti, uno che al ritorno della democrazia nel suo Paese, ammette di non aver accettato di partecipare al Mondiale argentino in quanto “non volevo essere complice di un sistema che intendeva sfruttare il Calcio per coprire i suoi vergognosi crimini”, senza per questo non accusare i suoi compagni di Nazionale che non hanno avuto il suo stesso coraggio, a parte Carrascosa, che abbandonò il ritiro, Tarantini che ebbe il coraggio di domandare al Dittatore quale fosse stata la sorte di alcuni suoi amici e, soprattutto, Mario Kempes il quale si rifiutò sempre di stringere la mano a Videla, per poi sottolineare, con una punta di legittimo orgoglio, che “io e Maradona (ma non era “Gordito” …?) eravamo i due più forti giocatori argentini all’epoca, così da poterci vantare di essere stati i più grandi “non Campioni del Mondo” di allora …!!“.

Di tutto si può dire di Gatti, ma non che non abbia dimostrato sempre coerenza nelle sue scelte di uomo libero e fuori dagli schemi e se, a volte, gli viene chiesto se si pente di alcuni suoi eccessi, con quel ghigno da indio, si ottiene la più logica delle risposte, ovvero che “il pubblico faceva dei sacrifici economici non indifferenti per comprare il biglietto con cui assistere alle mie partite, era quantomeno giusto che almeno lo facessi divertire …!!”.

Tra tutti gli aggettivi che gli sono stati coniati addosso, pittoresco, audace, coraggioso, innovatore, istrionico, provocatore, forse quello che più lo caratterizza è il più semplice, ovverossia “Unico”, perché di altri grandi portieri è pieno il panorama calcistico, ma di Hugo “El Loco” Gatti non potrà mai essercene un altro …!!