RORY UNDERWOOD, L’ALA DEL RUGBY INGLESE ABITUATA A VOLARE

England v Ireland - Five Nations Championship
Rory Underwood in azione contro l’Irlanda nel ’94 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Il Rugby è uno sport che prevede, a parte le doti fisiche, una combinazione tra abilità nel gestire la palla ovale con le mani e nel saperla adeguatamente calciare, specialità, quest’ultima, solitamente appannaggio dei mediani di mischia o di apertura, nella stragrande maggioranza dei casi chiamati a trasformare le mete dei compagni od ad incaricarsi di centrare i pali sui calci piazzati, quando non eccellino altresì nel drop, chiave tattica importante contro difese arcigne e ben chiuse.

Ciò porta alla conseguenza che siano proprio costoro a primeggiare nelle Classifiche delle varie Nazioni quanto a punti realizzati – due esempi per tutti, Jonny Wilkinson in casa inglese, dall’alto dei suoi 1.179 a cui hanno contribuito i ben 36 drop messi a segno, e Dan Carter per la Nuova Zelanda, leader mondiale dall’alto dei suoi 1.598 punti, impreziositi da 29 mete rispetto alle sole 6 del collega d’Oltremanica – ma è indubbio che ad entusiasmare il pubblico sono le iniziative di coloro che, con le loro caratteristiche di velocità ed agilità, riescono a depositare l’ovale oltre la fatidica linea di meta, vale a dire le ali.

E. tra coloro che meglio hanno saputo interpretare questo ruolo, un posto di rilievo spetta senza alcun dubbio all’eclettica ala inglese Rory Underwood, per 15 anni terrore delle difese avversarie in patria nelle file del Leicester, nonché per 12 anni titolare indiscusso nel ruolo in Nazionale, di cui indossa la maglia in 85 occasioni, sempre scendendo in campo da titolare, periodo durante il quale realizza 210 punti, tutti frutto delle 49 volte in cui ha saputo depositare l’ovale oltre la linea di meta, record “All Time” ed, al momento, ineguagliabile per il XV della rosa, laddove si pensi che dietro di lui vi è Ben Cohen a quota 31 e, tra coloro in attività, non vi è traccia di chi possa far meglio.

Rory Underwood nasce a Middlesbrough il 19 giugno 1963 ed i suoi tratti somatici stanno a testimoniare le sue doppie origini, in quanto figlio di un ingegnere inglese che, trasferitosi per lavoro in Malaysia, sposa una ragazza di origini cinesi e, dopo aver trascorso l’infanzia nel citato Paese asiatico, fa rientro nel Regno Unito all’età di 13 anni, avendo così modo di frequentare un Istituto privato, la “Barnard Castle School”, nella Contea di Durham, nel Nordest dell’Inghilterra, dove ha occasione di conoscere come compagno di studi Rob Andrew, con il quale dividerà la pressoché intera carriera in Nazionale.

Concluso il liceo, Rory entra a far parte della “RAF College Cranwell”, l’Accademia dell’Aeronautica inglese, dove diviene pilota abbinando il servizio militare all’attività sportiva – all’epoca ancora dilettantistica – che lo vede tesserato per i Leicester Tigers dall’estate ’83 e con i quali trascorre pressoché interamente la sua carriera, fatta salva la stagione dell’addio nelle file dei Bedford Blues.

Delle sue qualità di ala veloce e scattante non tarda ad accorgersene anche il selezionatore Dick Greenwood, che lo fa esordire in Nazionale il 18 febbraio 1984 a Twickenham nel match vinto per 12-9 contro l’Irlanda ed, alla successiva presenza, Underwood va per la prima volta in meta al “Parc des Princes” a Parigi, non potendo peraltro evitare una pesante sconfitta per 18-32 contro i rivali storici francesi.

Non è, quello degli anni ’80, un decennio di gloria per il XV inglese, a dimostrazione del quale valga il fatto che riesce nella non facile impresa di non aggiudicarsi nessuna delle edizioni del prestigioso “Torneo delle Cinque Nazioni”, così come ha vita breve il cammino in occasione della prima edizione della Coppa del Mondo che si svolge in Australia e Nuova Zelanda tra fine maggio e giugno ’87, con l’Inghilterra eliminata nei Quarti dal Galles ed Underwood a mettere a segno le sue prime due mete nella Rassegna iridata nella larga vittoria per 60-7 sul Giappone.

A consolazione della non esaltante performance nell’emisfero australe, giunge per Underwood il primo dei suoi due titoli nazionali con i Tigers al termine della successiva stagione ’88, vinto con un solo punto di vantaggio sui London Wasps, ma per fortuna con l’ingresso nell’ultima decade del XX secolo le cose cambiano e non di poco, grazie all’avvicendamento alla guida tecnica della Nazionale di Geoff Cooke, dopo le deludenti esperienze del già citato Greenwood e del suo successore, Martin Green.

L’anno della svolta è il 1991, in cui è in programma ad ottobre la seconda edizione della Coppa del Mondo, organizzata congiuntamente dai Paesi che partecipano al “Cinque Nazioni”, torneo, quest’ultimo, che l’Inghilterra torna a vincere ad 11 anni di distanza dal suo ultimo successo.

Ed Underwood, che aveva chiuso il 1990 con 25 mete all’attivo nelle 42 presenze in Nazionale sin qui disputate, è protagonista nel “Grande Slam” inglese, andando a segno nella vittoria per 16-7 al “Lansdowne Road” di Dublino del 2 marzo ’91, per poi realizzare l’unica meta della sua squadra nell’ultimo e decisivo match disputato il 16 marzo a Twickneham contro una Francia anch’essa a punteggio pieno, in un incontro che viene ricordato per la straordinaria meta realizzata in avvio di gara – sul punteggio di 3-0 per i padroni di casa – dall’ala francese Philippe Saint-André, non a caso votata “Meta del Secolo” allorché nel 2009 il “Tempio del Rugby” inglese festeggia i suoi 100 anni di vita.

Con Andrew a rimettere le sorti dell’incontro il parità con uno dei suoi drop (saranno 21 in totale in carriera …) e l’estremo Hodgkinson da una parte e l’apertura Camberabero dall’altra infallibili sui piazzati, il break decisivo in chiusura di tempo lo mette a segno Underwood, finalizzando al meglio un’azione alla mano che vede l’ovale passare velocemente dalla mani di Andrew a quelle di Guscott per poi consentire alla guizzante ala di depositare lo stesso oltre la linea di meta per il 18-9 con cui le due squadre vanno al riposo.

Il tentativo di rimonta francese nella ripresa, con due mete di Mesnel e Camberabero, di cui una sola trasformata da quest’ultimo, viene arginato dall’ennesima punizione in mezzo ai pali di Hodgkinson per il sofferto 21-19 conclusivo che porta l’Inghilterra a sollevare nuovamente il trofeo dopo un decennio di amarezze per la gioia dei 61mila presenti sulle tribune, che percepiscono tale successo come di buon auspicio in vista della prossima Coppa del Mondo.

Manifestazione che per il XV di Cooke inizia in salita, in quanto, inserito nel Gruppo 1 assieme a Nuova Zelanda, Italia e Stati Uniti, l’esordio contro gli All Blacks Campioni in carica vede questi ultimi imporsi per 18-12, con conseguente accesso ai Quarti di Finale come seconda nel Girone – senza problemi le altre due sfide contro Italia e Stati Uniti, travolte rispettivamente per 36-6 e 37-9, con Underwood a segno una e due volte rispettivamente – ed incrocio contro una Francia desiderosa di riscattare la sconfitta del “Cinque Nazioni”, potendo contare sul fattore campo, disputandosi l’incontro al “Parc des Princes” di Parigi.

Con l’Inghilterra in vantaggio per 6-3 grazie a due piazzati di Webb cui aveva risposto Lacroix per i padroni di casa, tocca ancora ad Underwood piazzare un primo break, grazie ad una percussione di Guscott che penetra nella retroguardia transalpina per poi aprire sulla sinistra all’accorrente ala per la più agevole delle mete che determina il 10-6 con cui le due squadre vanno al riposo, un divario che poi trova la sua giusta dimensione numerica nella ripresa allorché, dopo che Lafond aveva riequilibrato le sorti dell’incontro con una meta e Webb riportato avanti i suoi centrando i pali su punizione, tocca stavolta al capitano Carling mettere il sigillo all’incontro con una meta nei minuti di recupero, trasformata da Webb per il 19-10 conclusivo che ribadisce la superiorità inglese contro le avversarie del Vecchio Continente.

Un dominio confermato dalla sofferta vittoria per 9-6 in semifinale sulla Scozia al “Murrayfield” di Edimburgo, dove la differenza, con due piazzati a testa di Webb da una parte e Gavin Hastings dall’altra, la fa ancora una volta un drop di Andrew, per poi vedere sfumare il sogno di essere la prima Nazionale Europea a sollevare la Webb Ellis Cup con un’altra sconfitta a Twickenham, in cui l’Inghilterra è superata per 12-6 dall’Australia di Michael Lynagh e David Campese.

La Rassegna iridata serve anche a confermare una specifica particolarità di Underwood per la quale facilita il compito del Commissario Tecnico, vale a dire la possibilità di essere schierato indifferentemente a destra od a sinistra dell’attacco, una duttilità che fa sì che nei primi due match di Coppa del Mondo indossi il n.14 che spetta all’ala destra (con Chris Oti a sinistra), per poi vestire la maglia n.11 di ala sinistra contro Stati Uniti e Francia (rilevato a destra da Nigel Heslop), mantenendo tale ruolo anche in semifinale e Finale quando sull’altro lato del capo operava Simon Halliday.

La presa di coscienza della propria forza viene ribadita in termini imbarazzanti nella successiva edizione del “Cinque Nazioni” ‘92, che l’Inghilterra si aggiudica completando il secondo “Grande Slam” consecutivo con punteggi umilianti per le avversarie – 25-7 ad Edimburgo sulla Scozia, 38-9 interno all’Irlanda, 31-13 contro la Francia al “Parc des Princes” ed addirittura un 24-0 nell’ultima gara a Twickenham a danno del Galles – ed in cui Underwood va a segno in ognuna delle prime tre sfide.

Ma la stagione ’92 passa alla storia per un evento che non si verificava da ben 55 anni, da quando cioè i fratelli Arthur ed Harold Wheatley erano scesi in campo il 20 marzo 1937 a Murrayfield nel match vinto per 6-3 contro la Scozia.

Già, perché Rory ha un fratello, Tony, di 6 anni più giovane, nato nel febbraio ’69 ad Ipoh, allorché la famiglia viveva in Malaysia, ed anch’esso milita come il fratello nei Leicester Tigers, nonché ricopre lo stesso ruolo di ala, solo operando esclusivamente sul fianco destro dell’attacco.

Questa circostanza si verifica in un “test match” di altrettanta importanza storica – dopo che Tony aveva debuttato il mese prima nel 26-13 imposto dall’Inghilterra al Canada a Wembley – in quanto celebra il ritorno sulla scena internazionale del Sudafrica dopo l’abolizione del bando a seguito del regime di apartheid vigente nel Paese, e la gara, andata in scena a Twickenham davanti a 54mila spettatori, vede i padroni di casa prevalere per 33-16 con ad andare in meta il minore degli Underwood, per la prima delle 13 volte in cui potrà vantare questa soddisfazione.

E, sempre a proposito di primati, l’anno seguente, in cui l’Inghilterra abdica nel “Cinque Nazioni” a dispetto del fatto di aver sconfitto sia Francia che Scozia che concludono ai primi due posti, proprio il match contro gli uomini delle “Highlands”, disputato il 6 marzo ’93 a Twickenham e concluso sul 26-12, entra nella storia per essere il primo in cui due fratelli vanno entrambi in meta, evento che si ripete nei due test match dell’autunno ’94 – dopo che l’Inghilterra aveva conclusa seconda il “Cinque Nazioni” per un’inattesa sconfitta interna di misura (12-13) contro l’Irlanda – allorché prima Tony va due volte a segno e Rory uno contro la Romania e poi le parti si invertono, con il maggiore dei due fratelli a fare “doppietta” rispetto all’unico acuto di Tony contro il Canada.

Avere due fratelli a presidiare le corsie esterne è un vantaggio non da poco anche per il nuovo Tecnico Jack Rowell, in carica da inizio giugno ’94, e che lo stesso sfrutta nel migliore dei modi nella stagione ’95, che porta al Mondiale in Sudafrica, e che l’Inghilterra inaugura completando il suo terzo “Grande Slam” nel Torneo continentale, con i due Underwood a dividersi i compiti, vale a dire Tony a contribuire alle vittorie contro Irlanda (20-8 a Dublino con una sua meta) e Francia, travolta 31-10 a Londra grazie anche a due sue realizzazioni, nel mentre Rory va due volte in meta nel 23-9 di Cardiff contro il Galles, lasciando al piede educato di Andrew (7 piazzati ed un drop) l’onore di realizzare tutti i punti nel 24-12 dell’ultima giornata contro la Scozia.

Finalista quattro anni prima e con tre Grandi Slam in un quinquennio nel “Cinque Nazioni”, l’Inghilterra si presenta come una delle favorite al Mondiale sudafricano, un’edizione in cui il XV della Rosa si identifica proprio nei due fratelli ed in Rob Andrew, all’apice della forma a dispetto, come Rory del resto, dei 32 anni ormai suonati.

Le prime due gare del Girone eliminatorio non fanno che confermare questa certezza, visto che il 24-18 sull’Argentina all’esordio è targato esclusivamente dal mediano di apertura – 6 piazzati e due drop – mentre nel più sofferto del previsto 27-20 contro l’Italia di Cutitta e Dominguez, vanno in meta sia Rory che Tony, con Andrew ad incaricarsi di una trasformazione, cui abbina altre 5 punizioni in mezzo ai pali.

Il sorteggio dei Campioni in carica dell’Australia nel Gruppo 1 assieme al Sudafrica – da cui vengono sconfitti 18-27 al debutto – fa sì che nei Quarti di finale l’Inghilterra debba affrontare proprio i Wallabies per la terza volta al Mondiale, riuscendo stavolta a prendersi la rivincita della sconfitta patita a Twickenham imponendosi per 25-22 grazie ad un drop vincente di Andrew nei tempi supplementari, dopo che Tony Underwood aveva messo a segno l’unica meta dell’incontro per i propri colori involandosi in un contropiede da metà campo, per quella che è la prima vittoria nella Rassegna iridata da parte inglese contro una formazione dell’emisfero australe.

Ben diverso, purtroppo, l’esito della semifinale in cui l’Inghilterra viene travolta, 45-29, non tanto dalla Nuova Zelanda quanto dalla furia inarrestabile dell’appena 20enne Jonah Lomu, un gigante di quasi 2 metri per 120 chili, il quale realizza 4 mete travolgendo tutto quello che gli si para davanti, e ne sa qualcosa il “povero” Tony Underwood, letteralmente calpestato in occasione di una delle citate segnature, mentre l’onore della famiglia (e del XV inglese …) viene salvato nella ripresa da Rory, autore di due mete.

Demoralizzata e sconfitta 19-9 dalla Francia nella Finale per il terzo posto, l’Inghilterra conquista il suo quarto “Cinque Nazioni” nel ’96 sopperendo alla sconfitta contro i transalpini al debutto con tre successive vittorie, tra cui quella decisiva per 18-9 ad Edimburgo contro la Scozia, con Rory Underwood – che l’anno prima si era aggiudicato il suo secondo titolo nazionale con Leicester – a concludere la sua esperienza coi colori del proprio Paese nell’incontro dell’ultima giornata, un 28-15 a spese dell’Irlanda, disputatosi il 16 marzo ’96 a Twickenham di fronte a ben 75mila spettatori che, il 3 febbraio, lo avevano visto depositare per la 49.ma ed ultima volta l’ovale oltre la linea di meta nel successo contro il Galles.

A 33 anni, per Rory Underwood l’ora del ritiro è ormai prossima, giocherà un’ultima stagione con i Tigers per poi chiudere la carriera a Bedford, con un record in Nazionale di 85 presenze che lo hanno visto conquistare 55 vittorie a fronte di 28 sconfitte e 2 pareggi, con il già ricordato primato assoluto di 49 mete realizzate – per fare un paragone, meglio di lui, nelle grandi Nazionali, hanno fatto solo il gallese Shane Williams con 58, l’australiano David Campese con 64 ed il sudafricano Bryan Habana con 67 – per un totale di 210 punti, una cifra penalizzata dal fatto che sino al 1991 la meta era valutata 4 punti rispetto ai 5 attuali.

E pensare che Rory Underwood, da molti giudicato una delle più forti ali di ogni epoca, avrebbe potuto fare molto di più se solo si fosse sottoposto (all’apice della forma era alto m.1,77 per 85kg. …) ad un regime alimentare più adeguato per un atleta, visto che il compagno di Nazionale Brian Moore ebbe a dichiarare come “Rory seguisse la più sconvolgente delle peggiori diete mai viste per un atleta di tale livello, abbuffandosi di patatine fritte, hamburger, dolci, gelati e bevendo Coca Cola, comportandosi come un ragazzino, ed il bello è che lo ammetteva pure …!!”.

Ah, bella mia sana e salutare dieta Mediterranea ….

 

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LA SFIDA URSS-CECOSLOVACCHIA NELL’HOCKEY SU GHIACCIO AI GIOCHI DI GRENOBLE 1968 CHE FECE VACILLARE IL TRONO SOVIETICO

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L’Unione Sovietica oro ai Giochi di Grenoble ’68 – da:hockeygods.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’hockey su ghiaccio nel corso degli anni ’60, ha un unico comune denominatore, costituito dal dominio incontrastato dell’Unione Sovietica, il cui sestetto si laurea per cinque anni consecutivamente – dal 1963 al ’67 – Campione del Mondo, pur se il titolo del 1964 è relativo alla conquista della medaglia d’oro in occasione delle Olimpiadi Invernali di Innsbruck.

Ma non sono tanto i titoli consecutivi conquistati quello che impressiona, quanto la dimostrazione di schiacciante superiorità dimostrata nel giungere al successo, a cominciare proprio dal ricordato alloro olimpico, nel cui Girone ad otto, l’armata sovietica non conosce altro che vittorie, concludendo lo stesso a punteggio pieno con 7 vittorie in altrettanti incontri, 54 reti realizzate ed appena 10 subite.

Le rivali di sempre, all’epoca, vale a dire Cecoslovacchia, Svezia e Canada vengono superate rispettivamente per 7-5, 4-2 e 3-2, nel mentre le restanti formazioni subiscono passivi a dir poco umilianti, visto che i soli Stati Uniti “salvano l’onore” contenendo la sconfitta sul 5-1, rispetto ai mortificanti 10-0 inflitti a Germania e Finlandia, per non parlare di quanto patito dalla Svizzera, sommersa sotto un impietoso 15-0.

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L’Urss Campione olimpica ad Innsbruck ’64 – da:hockeygods.com

Una formazione, per intendersi, che ha in Konstantin Loktev (6 reti e 9 assist nel torneo), Viktor Yakushev (9 e 4 rispettivamente), Vyaceslav Starshinov (8 reti e 3 assist) e Boris Mayorov, il quale segna 5 reti e distribuisce analoga quota di assist, le proprie stelle ed in cui fa il suo esordio ai massimi livelli internazionali il 23enne Anatoly Firsov, destinato ad essere per un intero decennio il più forte hockeista al mondo.

Situazione che si ripete l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali ’65 di Tampere, in Finlandia dove, con identica formula, il risultato non cambia, con l’Unione Sovietica ad aggiudicarsi tutte e 7 le gare del Girone, concluso a punteggio pieno con 51 reti realizzate ed appena 13 subite, e che vede la Svezia soccombere per 5-3, il Canada per 4-1 e la Cecoslovacchia, la più fiera avversaria e che schiera nelle sue file sia il leader della Classifica dei Marcatori (che nell’hockey su ghiaccio viene stilata sommando reti ed assist), vale a dire Josef Golonka che conclude con 14 punti, che soprattutto il miglior portiere del Torneo, Vladimir Dzurilla, che si deve inchinare in sole 10 occasioni agli attaccanti rivali, tre delle quali, però nel confronto diretto con l’Urss, perso per 3-1.

Situazione solo leggermente più complicata alla Rassegna iridata ’66 svoltasi in Jugoslavia in cui – a dispetto di una straordinaria differenza reti che la vede andare 55 volte a segno rispetto alla miseria di appena 7 goal subiti – l’Unione Sovietica incappa in un pari per 3-3 contro la Svezia, così che allo scontro con la Cecoslovacchia, a punteggio pieno ed in programma nella giornata conclusiva del Torneo, a quest’ultima basterebbe un risultato di parità per tornare a riassaporare la gioia di un titolo mondiale che manca oramai dall’edizione di Stoccolma ’49.

Già, basterebbe, se non fosse che sulla malcapitata formazione ceca si scateni una forza d’urto inarrestabile costituita dalla coppia di attaccanti formata da Veniamin Alexandrov – miglior marcatore del torneo con 17 punti – ed il già ricordato Loktev, premiato come miglior attaccante della Manifestazione, i quali sono i protagonisti dello schiacciante 7-1 con cui gli avversari vengono liquidati.

Oramai una macchina “schiacciasassi”, l’Unione Sovietica non conosce ostacoli neppure ai successivi Mondiali di Vienna ’67 dove torna ad asfaltare chiunque si presenti al suo cospetto inanellando la solita serie di 7 vittorie su altrettanti confronti, con un’imbarazzante (per le altre …) differenza reti di 58-9 da cui non è esente neppure la Svezia – ancorché medaglia d’argento alla fine – e sommersa sotto un umiliante punteggio di 9-1, mentre a provare a rendere dura la vita allo squadrone sovietico – tra le cui file emerge la stella Firsov che, con 22 punti al proprio attivo, conquista sia il titolo di Miglior marcatore che di Miglior Attaccante del Torneo – provano, con scarso successo, sia il Canada che la Cecoslovacchia, le quali possono solo salvare l’onore contenendo le sconfitte in 1-2 e 2-4 rispettivamente.

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I sovietici festeggiano una delle due reti in Urss-Canada 2-1 ai Mondiali ’67 – da:wikimedia.org 

Se siete abbastanza bravi a far di conto, avrete a questo punto realizzato come, in quattro edizioni, tra Olimpiade e Mondiali, dal 1964 al ’67 l’Unione Sovietica abbia portato a casa 27 vittorie sulle 28 gare disputate, con la sola Svezia ad imporle il pari nella Rassegna iridata ’66, circostanza che non può che indicare quella che oramai è considerata come “L’invincibile Armata” quale logica favorita alla medaglia d’oro anche ai Giochi Invernali in programma in Francia, a Grenoble, dal 6 al 17 febbraio 1968.

A cercare di impedire la prosecuzione della striscia vincente sono le consuete “tre sorelle” che negli ultimi cinque anni hanno cercato inutilmente di riuscire nell’intento, scambiandosi a turno le piazze d’onore – Svezia argento ai Mondiali ’63 e ’67 ed alle Olimpiadi ’64, Cecoslovacchia bronzo ad Innsbruck ’64 ed alla Rassegna iridata ’63, cui seguono gli argenti del 1965 e ’66, mentre il Canada ha occupato il gradino più basso del podio nelle ultime due edizioni dei Campionati del Mondo – impresa tutt’altro che facile anche perché l’Unione Sovietica schiera una formazione di età media sui 26 anni, ma con alle spalle già una grande esperienza internazionale.

Sono infatti ben 9 – oltre ai già citati Firsov, Starshinov ed Aleksandrov, ne fanno parte anche Viktor Konovalenki, Vitalt Davydov, Oleg Zaytsev, Viktor Kuzkin, Boris Mayorov ed Aleksandr Ragulin, con quest’ultimo inserito nella “Formazione ideale” delle ultime tre edizioni dei Mondiali – i selezionati già componenti la formazione medaglia d’oro ad Innsbruck quattro anni prima e, con Firsov a ribadire il suo straordinario stato di forma in attacco, tanto da confermare il doppio premio di Miglior Marcatore ed attaccante del Torneo già aggiudicatosi l’anno prima alla Rassegna iridata, solo ipotizzare un crollo sovietico sembra impresa quanto mai ardua.

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Anatoly Firsov – da:nextews.com

Con la formula immutata a prevedere un Girone all’italiana tra le 8 formazioni che compongono l’elite della specialità – le stesse del Mondiale di Vienna dell’anno precedente, con la curiosità che, per la prima ed unica volta in sede olimpica, sono previste le formazioni di Germania Est ed Ovest, che peraltro concluderanno all’ultimo e penultimo posto, con il sestetto occidentale a prevalere per 4-2 nello scontro diretto – Urss, Cecoslovacchi e Svezia si aggiudicano le loro prime quattro gare, nel mentre il Canada incappa in uno scivolone, venendo sconfitto per 2-5 dalla Finlandia l’8 febbraio alla seconda giornata.

Il quinto turno serve a chiarire la situazione in vetta alla Classifica, con l’Unione Sovietica ad avere ragione a fatica (3-2, grazie ad una doppietta di Firsov) della Svezia, mentre il Canada si riporta in lizza per il podio sorprendendo con analogo punteggio la Cecoslovacchia, dopo aver chiuso in vantaggio di tre reti il secondo parziale, rendendo vano il tentativo di rimonta dei Vice Campioni del Mondo nel terzo periodo, andati a segno con Havel e Nedomansky.

Con una Classifica, pertanto, che dopo cinque turni vede l’Unione Sovietica a punteggio pieno a quota 10 punti, seguita da Cecoslovacchia, Canada e Svezia a quota 8, tutto sembra andare secondo le più logiche previsioni, potendo Firsov & Co. accontentarsi del pareggio nel successivo match che li vede opposti alla penultima giornata ai loro più acerrimi rivali cecoslovacchi.

Occorre ora contestualizzare il momento storico di quell’incontro, che va oltre il mero aspetto sportivo, visto che nella Capitale cecoslovacca era in corso quella che è stata poi definita la “Primavera di Praga”, iniziata con l’insediamento al potere ad inizio gennaio ’68 del Presidente Aleksandr Dubcek, un riformista di origine slovacca il quale cerca di concedere maggiori diritti ai cittadini grazie ad un decentramento parziale dell’economia ed ad un processo di democratizzazione del Paese, a partire dall’allentamento delle restrizioni alla libertà di stampa e di movimento, tutte iniziative lodevoli ma che si scontrano con la volontà di Mosca di imporre la propria autorità sui Paesi satelliti, con conseguente occupazione militare nel successivo mese di agosto …

Non vi era, pertanto, quella sera del 15 febbraio ’68 sulla pista del Palazzo del Ghiaccio di Grenoble ancora uno stato di elevata conflittualità tra i giocatori delle due squadre come era avvenuto, ad esempio, nella celebre sfida di Pallanuoto svoltasi alle Olimpiadi di Melbourne ’56 tra sovietici ed ungheresi dopo la repressione nel sangue della rivolta scoppiata a Budapest tra fine ottobre ed inizio novembre, ma un successo in chiave sportiva sarebbe comunque stato ben salutato dalle parti di Praga e dintorni, anche perché avrebbe interrotto una sequenza di imbattibilità – tra Olimpiadi e Mondiali – che per l’Unione Sovietica durava addirittura dall’8 marzo 1963, sconfitta per 1-2 contro la Svezia padrona di casa alla Rassegna iridata di Stoccolma ’63.

Aggiorniamo la serie, dunque, e dopo quella sconfitta i sovietici inanellano 5 vittorie consecutive – che consentono loro di laurearsi Campioni del Mondo, grazie proprio alla Cecoslovacchia che, all’ultima giornata, superano 3-2 gli svedesi consegnando loro il titolo, a parità di punti, per una migliore differenza reti (+41 rispetto a +34) – cui vanno aggiunte le già citate 28 gare di imbattibilità dei successivi quattro Tornei tra Olimpiade ’64 e le tre rassegne iridate, nonché le cinque partite della competizione in corso, per un totale di 38 incontri senza conoscere non solo l’ombra di una sconfitta, ma con un solo pareggio concesso.

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La Cecoslovacchia ai Giochi di Grenoble ’68 – da:worldhockeyclassic.ru

I numeri, chiaramente non sono tutto, ma l’impresa che la Cecoslovacchia cerca di compiere ha nei suoi connotati un qualcosa di titanico, mentre le due squadre scendono sul ghiaccio dopo che, prima di loro, il Canada ha completato la propria rimonta in Classifica superando per 3-0 la Svezia, ragion per cui un eventuale vittoria ceca determinerebbe una situazione di parità a tre tra i nordamericani e le due formazioni pronte a sfidarsi.

Capitanata da Golonka ed affidata alla sapiente guida del “Generale dell’Hockey su Ghiaccio” Jaroslav Pitner, la formazione ceca gioca la carta sorpresa gettandosi all’attacco nel corso del primo periodo, tattica che si rivela vincente, concludendo tale parziale in vantaggio per 3-1 grazie ai centri di Sevcjik Hejma ed Havel, con poi toccare a Golonka mettere la propria firma al primo tentativo di rimonta sovietico, così che le due squadra affrontano gli ultimi 20’ di gioco con la Cecoslovacchia in vantaggio per 4-2.

L’Orso sovietico non è certo tipo in grado di arrendersi senza giocarsi tutte le proprie chances, e le reti di Mayorov e Polupanov alla ricerca di un pareggio che profumerebbe d’oro stanno lì a dimostrarlo, ma un acuto di Jirik spenge il tentativo di rimonta ed il 5-4 con cui si conclude la sfida rimescola le carte in gioco per quanto concerne l’assegnazione delle medaglie.

Con Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Canada a pari merito a 10 punti e la Svezia oramai tagliata fuori per l’oro (ma non per una medaglia …) con i suoi 8 punti racimolati, l’ultima e decisiva giornata, in programma il 17 febbraio ’68, vede proporsi la sfida tra Cecoslovacchia e Svezia ed, a seguire, quella tra Canada ed Unione Sovietica.

La mutata regola che, in caso di parità, predilige l’esito del confronto diretto in luogo della differenza reti generale, fa sì che la Cecoslovacchia, in caso di vittoria sugli scandinavi, automaticamente ponga fine all’egemonia sovietica che dura da un quinquennio – dopo averne già interrotto a 38 la striscia di imbattibilità nelle grandi manifestazioni internazionali – sperando che l’Urss non incappi in una seconda sconfitta consecutiva contro Canada, poiché in questo caso sarebbero i nordamericani a fregiarsi del titolo iridato.

Una speranza che sta per trasformarsi in certezza, allorché le reti di Golonka ed Hrbaty, consentono alla formazione di Pitner di condurre per 2-1 prima dell’inizio dell’ultimo periodo, poi svanita per il punto del pari siglato da Henriksson che non è sufficiente alla Svezia per entrare nel giro delle medaglie ma, ironia della sorte, proprio quella formazione scandinava che aveva inflitto all’Unione sovietica l’ultima sua precedente sconfitta nel marzo ’63 e l’aveva costretta all’unico pareggio nel quadriennio successivo, le consegna su di un piatto d’argento l’occasione per continuare la propria egemonia ai vertici della specialità.

Opportunità che la compagine allenata dal leggendario tecnico Arkady Chernyshev – quattro Ori olimpici, 11 titoli iridati ed altrettanti europei credo possano bastare – non si lascia sfuggire, e con Firsov tornato protagonista con una sua personale doppietta, cui si aggiungono gli acuti di Mishakov, Starshinov e Zimin, liquida la pratica Canada con un perentorio 5-0 che vale il secondo Oro olimpico consecutivo, ma quanta paura stavolta …

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Firsov realizza una delle sue reti nel match contro il Canada – da:gettyimages.ca

L’Unione Sovietica prosegue così nella sua irrefrenabile serie di arricchire ad ogni stagione il proprio Palmarès, che si interromperà a livello iridato solo nel 1972 ai Mondiali di Praga dove i padroni di casa avranno finalmente modo di prendersi la loro rivincita, nel mentre a livello olimpico si dovranno attendere i Giochi di Lake Placid ’80 per registrare una clamorosa abdicazione, della quale avremo modo di darvi conto a tempo debito.

Per la Cecoslovacchia resta l’amara consolazione di potersi vantare di essere stata la prima ad infliggere una sconfitta all’Armata del Ghiaccio sovietica dopo ben 5 anni di imbattibilità, che se non cancella la delusione per il titolo iridato appena sfiorato, di sicuro ha donato al proprio popolo una ventata di legittimo orgoglio sulla strada dell’auspicato processo di democratizzazione, ahimè, come anticipato, poi non portato a termine …

L’INCREDIBILE RECORD DI DAVID HEMERY SUI 400 METRI OSTACOLI A CITTA’ DEL MESSICO 1968

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Il vittorioso arrivo di Hemery a Messico ’68 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Per molti esperti ed addetti ai lavori, le Olimpiadi di Città del Messico ’68 hanno segnato l’ingresso della “Regina dei Giochi”, vale a dire l’Atletica Leggera, nell’era moderna, grazie all’uso per la prima volta, nella costruzione di piste e pedane dello Stadio Olimpico, di un nuovo materiale sintetico, il tartan che, grazie alla sua caratteristica di non deformarsi, nonché di possedere una notevole elasticità, ebbe un ruolo fondamentale nelle prestazioni degli atleti.

A ciò va aggiunta la rarefazione dell’aria costituita dagli oltre 2mila metri di altitudine della Capitale messicana che, se da un lato rappresentano un ostacolo per le gare di mezzofondo prolungato, dall’altro favoriscono le prestazioni dei velocisti e dei saltatori.

Questa concomitanza di fattori fa sì che – per limitarsi al solo settore maschile – nella settimana che va dal 13 al 20 ottobre 1968 venga migliorata (in un caso eguagliata …)  la cifra record di ben 9 primati mondiali (altri 5 lo sono in campo femminile …), di cui 7 relativi alle gare di corsa dai 100 agli 800 metri, staffette incluse, e due ottenuti sulle pedane del salto in lungo e salto triplo.

Ed anche se proprio questi due ultimi risultati sono quelli che più fanno scalpore – nel triplo, tra qualificazione e Finale, il vecchio record di m.17,03 del polacco Jozef Szmidt viene migliorato ben 5 volte sino ai m.17,39 del sovietico Viktor Sanejev, mentre nel lungo il “salto nel futuro” di m.8,90 dell’americano Bob Beamon migliora di ben 55cm. il precedente primato detenuto dal connazionale Ralph Boston e dal sovietico Igor T er-Ovanesyan – le gare sino al doppio giro di pista non sono assolutamente da meno.

Per la prima ed unica volta nella ultra centenaria Storia dei Giochi, difatti, cadono tutti e 6 i record mondiali delle gare di corsa piana sino ai due giri di pista compresi – 100, 200, 400 ed 800 metri, oltre alle staffette 4×100 e 4×400 – ancorché con miglioramenti cronometrici di minor impatto rispetto a quanto fatto registrare in termini metrici per le citate imprese nei salti.

Sui 100 metri si impone in 9”95 l’americano Jim Hines – 0”08 centesimi in meno del suo stesso primato di 10”03 con cui era stato cronometrato il 20 giugno ’68 a Sacramento, pur se all’epoca la IAAF omologava ancora i record al “decimo di secondo”, e pertanto valutato 9”9 come il precedente – mentre sui m.200 il connazionale Tommie Smith è il primo uomo al mondo a correre la distanza in meno di 20”, tagliando il traguardo in 19”83 rispetto al suo precedente tempo di 20”0 corso a Sacramento nel giugno ’66, peraltro ratificato come primato sulla distanza metrica quando invece era stato realizzato sulle 220yd (m.201,17) e quindi ancor minore, per un miglioramento calcolabile pertanto in circa 0”15 centesimi.

Analogamente, anche sul giro di pista il fresco record stabilito appena un mese prima da Larry James in 44”19 ai Trials americani – in realtà James era giunto alle spalle di Lee Evans, primo con 44”06, ma detto risultato non venne omologato in quanto l’atleta calzava scarpette non regolamentari – ha breve durata in quanto è lo stesso Evans a fare giustizia coprendo per la prima volta la distanza in meno di 44” netti, scendendo sino a 43”86 (ed anche James si migliora con 43”97) con un miglioramento di 0”33 centesimi, mentre sugli 800 metri l’australiano Ralph Doubell eguaglia in 1’44”3 il primato del leggendario mezzofondista neozelandese Peter Snell, anche se il suo 1’44”40 elettrico rappresenta il miglior riscontro cronometrico con la rilevazione elettronica.

Ed altresì, tali imprese – 800 metri a parte – si dimostrano alquanto longeve quanto a durata, visto che il record di Hines sui 100 metri resiste per quasi 15 anni (lo migliora Calvin Smith con 9”93 nel luglio ’83), mentre la medesima pista di Città del Messico vedrà l’azzurro Pietro Mennea far meglio in 19”72 il 12 settembre ’79 rispetto al primato di Smith e si dovranno attendere addirittura 20 anni prima che Harry Reynolds infranga in 43”29 al Meeting di Zurigo del 17 agosto ’88 il favoloso tempo di Evans sul giro di pista, così come resiste a lungo il 2’56”16 della staffetta Usa del miglio, eguagliato al centesimo dal quartetto americano alle Olimpiadi di Seul ’88 e migliorato quattro anni dopo, ai Giochi di Barcellona ’92, portando tale limite a 2’55”74.

I più attenti si saranno resi conto che manca ancora un record – oltre a quello della staffetta 4×100 degli Stati Uniti che si impone in 38”24, tempo abbassato a 38”19 quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72 – ed è quello relativo ai 400 metri ad ostacoli che, oltre al fatto di essere l’unica prova con barriere, si differisce dalle altre per l’incredibile margine con cui il vincitore si impone e distrugge il vecchio record.

Distanza, quella dei m.400hs, che – al pari della corrispondente prova piana per quanto attiene alla barriera dei 44” netti – ha nei 49” netti un muro che sembra invalicabile, risalendo il record mondiale ai 49”1 corsi dall’americano Rex Cawley a Los Angeles nel settembre ’64, sino a quando, proprio in occasione dei Trials olimpici di Echo Summit, località scelta in quanto posta alla medesima altezza di Città del Messico, ad imporsi è Geoff Vanderstock, il quale infrange tale barriera venendo cronometrato in 48”94 (anche se poi l’arrotondamento manuale all’epoca valido per l’omologazione del tempo lo accredita di 48”8), precedendo i connazionali Boyd Gittins (49”27/49”1) e Ron Whitney (49”36/49”2).

Quest’ultimo era considerato uno dei favoriti per l’oro, avendo scalato i vertici del Ranking Mondiale a fine anno 1967 in virtù del titolo AAU sulle 440yd, del titolo ai Giochi Panamericani di Winnipeg ’67 in 50”75 e, soprattutto, del tempo di 49”3 fatto registrare a Los Angeles il 9 luglio.

Ma se oltre Oceano vi è la ferma intenzione di proseguire nella striscia che vede un loro atleta salire sul gradino più alto del podio olimpico dai Giochi di Berlino ’36, anche nel Vecchio Continente non si sta a guardare, con anche l’Italia a vantare un valido pretendente alla medaglia d’oro nella persona di Roberto Frinolli, il quale aveva chiuso al primo posto del Ranking stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” la stagione 1966, in cui si era laureato Campione Europeo con 49”8 a Budapest ed aveva corso la distanza in 49”7 proprio sulla pista di Città del Messico ad ottobre ’66 in occasione di una “preolimpica”.

Non sembrano in grado di entrare nel ristretto lotto dei favoriti, al contrario, i tedeschi occidentali Gerhard Hennige e Rainer Schubert, così come il sovietico Vyacheslav Skomorokhov, mentre maggior credito viene concesso ai rappresentanti del Regno Unito, in particolare John Sherwood – secondo nel Ranking ’67 alle spalle di Whitney e davanti a Frinolli pur con un miglior riscontro cronometrico di 50”2 corso a Tokyo ad inizio settembre – rispetto al 24enne David Hemery, il quale non ha ancora ben deciso “cosa farà da grande”.

Hemery, difatti, nato il 18 luglio 1944 a Cirencester, nella Contea di Gloucester, si alterna nel competere tra i 110 ed i 400 metri ad ostacoli (oppure tra le 120 e le 440yd secondo le misure inglesi …), tant’è che nel 1966 si aggiudica la medaglia d’oro sulle 120yd ai “Commonwealth Games” di Kingston, corse in 14”1, nel mentre ai Campionati Europei di Budapest viene eliminato nella semifinale dei m.110hs, dove giunge quinto in 14”2 alle spalle dell’azzurro Sergio Liani.

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Hemery ai “Commonwealth Games” – da:thecommonoars.com

Fuori dalla “Top Ten” ’67 del Ranking assoluto sia sui 110 che sui 400 metri ad ostacoli, Hemery si presenta alle Olimpiadi messicane in tutto tranne che nel ruolo di favorito per l’oro – anche se proprio nell’anno olimpico, il 15 giugno a Berkeley, si aggiudica il titolo Usa NCAA (David studia alla Boston University …) sui m.400hs in 49”8 precedendo nettamente Gittins e Vanderstock, per poi scendere a 49”6 a Londra, così da indurlo a scegliere la gara sulle barriere basse nella trasferta messicana – e, del resto, è in tale occasione che le gerarchie della specialità verranno riscritte, con ben 7 degli 8 finalisti a realizzare il loro “Personal Best” in carriera …!!

La prova prevede tre turni, batterie il 13 ottobre, semifinali il giorno appresso e la Finale il 15 e sin dall’inizio si intuisce che il fresco record mondiale di Vanderstock è destinato ad avere vita breve, visto che nella terza batteria il connazionale Whitney conferma le proprie ambizioni aggiudicandosi la serie con il tempo di 49”0 che toglie a Glenn Davis il primato olimpico stabilito 8 anni prima in 49”3 sulla pista dello Stadio Olimpico di Roma – nonché trascinando dietro di sé il tedesco Schubert che, con 49”1, stabilisce un momentaneo record europeo – mentre anche Frinolli fa ben sperare, imponendosi in 49”9 nella quarta ed ultima batteria, precedendo proprio Hemery.

Speranze che, in casa azzurra, si tingono di rosa allorché il giorno dopo, nella prima delle due semifinali, il non ancora 28enne romano si impone in 49”2 (49”14 elettronico, nuovo record italiano strappandolo al cognato Salvatore Morale …) in un arrivo che vede i primi quattro – Vanderstock anch’esso cronometrato in 49”2, Sherwood e Schubert, accreditati entrambi del medesimo tempo di 49”3 – nettamente staccati dal resto degli avversari, così come si verifica per i primi tre della seconda serie – Hennige 49”1, Whitney 49”2 ed Hemery 49”3 – mentre il solo Skomorokhov deve impegnarsi per avere la meglio sul filo di lana rispetto all’australiano Gary Knoke.

Sono le 17:35 ora locale di Città del Messico allorché il 15 ottobre 1968 gli otto finalisti si presentano sui blocchi di partenza – poco oltre la mezzanotte in Italia, ma sono molti ancora alzati davanti al televisore sperando almeno in una medaglia da Frinolli, visto che tale edizione dei Giochi si rivelerà una delle più povere per i nostri colori, con sole 3 medaglie d’oro conquistate (nel dopoguerra solo a Montreal ’76 si avrà un bottino inferiore con appena 2 ori …) – per quella che sarà ricordata come la più “sconvolgente” delle Finali olimpiche sulla distanza.

Accade, difatti, che Hemery, a cui è assegnata la sesta corsia e che sinora ha corso al risparmio, prenda un netto vantaggio in avvio, riuscendo a mantenere i 13 passi tra un ostacolo e l’altro sino alla sesta barriera, così da essere cronometrato in 23”3 a metà gara, un tempo sensazionale rispetto al quale in tribuna sono tutti a chiedersi se sarà in grado di reggere sino alla fine.

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Il vittorioso arrivo di Hemery da altra angolazione – da:gettyimages.fr 

All’ingresso in rettilineo, il suo vantaggio è talmente netto da scoraggiare i suoi più diretti avversari – a cominciare proprio da Frinolli che, avendone cercato di tenere il ritmo, scoppia letteralmente nel finale concludendo desolatamente ultimo in 50”13 – visto che il 24enne non cede di un metro e, passando ai 15 passi tra il sesto ed il decimo ostacolo, va a realizzare un’impresa che lascia attoniti gli esperti del settore, facendo fermare i cronometri su di uno stratosferico 48”12 (omologato per 48”1 quale record mondiale …) che toglie ben 0”82 centesimi al primato di Vanderstock, mentre il suo margine sul secondo, pari a 0”91 centesimi, è il più ampio mai registratosi dall’edizione di Parigi ’24, ma si trattava ancora di un’epoca eroica.

Non vi fosse stato Hemery, la Finale di Città del Messico sarebbe stata emozionante per l’assegnazione delle medaglie, visto che alle sue spalle si piazzano, con tanto di record personali, il tedesco Hennige (49”02) e l’altro britannico Sherwood (49”03) a completare il podio, mentre il detronizzato Vanderstock – unico degli 8 finalisti a non migliorarsi nei tre giorni di gare – conclude non meglio che quarto in 49”07 avendo ceduto la piazza d’onore nei soli appoggi conclusivi, ed il sovietico Skomorokhov a precedere (49”12 a 49”27) un altrettanto deluso Whitney.

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Il podio dei m.400hs a Messico ’68

Hemery – che ai Giochi di Città del Messico divide la gioia del successo con la fidanzata Lillian Board, argento sui m.400 piani, poi tragicamente scomparsa a soli 22 anni nel dicembre 1970 vittima di un tumore, con David che successivamente sposerà la sorella gemella Irene – torna in seguito, a dispetto dell’impresa compiuta, all’antico amore delle barriere alte, giungendo secondo dietro all’azzurro Eddy Ottoz nella Finale dei m.110hs ai Campionati Europei di Atene ’69 e bissando il successo di quattro anni prima ai “Commonwealth Games” di Edimburgo ’70, dove si impone in 13”60.

L’ultima apparizione ai massimi livelli di Hemery la si ha ai Giochi di Monaco ’72, dove si ripropone sul giro di pista per difendere il titolo olimpico, ma pur correndo la Finale in un comunque eccellente 48”52 che gli vale il bronzo – preceduto per un solo 0”01 centesimo dall’americano Ralph Mann – deve fare buon viso a cattivo gioco vedendo il sorprendente ugandese John Akii-Bua andare a trionfare togliendoli in 47”82 anche il primato mondiale.

E così, per ironia della sorte, il record stabilito al Messico con più ampio margine rispetto al precedente limite, risulta, al contrario, quello di minor durata, resistendo solo l’arco di un quadriennio tra un’edizione e l’altra dei Giochi …

ANDREA LUCCHETTA, IL “DR. JEKYLL E MR. HYDE” DEL VOLLEY AZZURRO

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Andrea Lucchetta, giocatore e telecronista – da:blogdisport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando uno Sport come la pallavolo, tradizionalmente patrimonio delle fasce più giovani sia di praticanti che di tifosi – non a caso è l’unico praticato con una certa regolarità nelle Scuole Medie Superiori italiane – riesce a “far presa” sul grande pubblico grazie alle imprese di quella che è stata dichiarata la “Generazione di Fenomeni” che per un decennio intero imperversa in ogni angolo del Pianeta, esso ha anche bisogno di un leader carismatico in cui gli appassionati possano identificarsi.

E nessuno, a cavallo tra fine anni ’80 ed inizio anni ’90, ha saputo meglio interpretare il ruolo come Andrea Lucchetta, tanto serio, concentrato e trascinante sul parquet quanto istrione, goliardico, fuori dalle righe ogni volta che la palla toccava terra per l’ultimo punto che decideva ogni singola partita.

Trevigiano di nascita, essendo nato nel Capoluogo veneto il 25 novembre 1962, ma modenese d’adozione, Lucchetta muove i primi passi con l’Astori Mogliano Veneto in Seconda Divisione per poi transitare per un anno a Treviso in Serie A2 prima di fare il grande passo approdando nella storica formazione della Panini Modena a far tempo dall’estate 1981.

E’ un periodo, quello di inizio degli anni ‘80, in cui ai vertici della nostra Pallavolo duellano i sestetti di Torino – che si aggiudica gli Scudetti del 1979, ’80 come Klippan, 1981 ed ’84 come Robe di Kappa – capace anche di essere la prima formazione italiana ad aggiudicarsi la Coppa dei Campioni nel 1980, e di Parma, che sotto il marchio Santal fa suoi i titoli del 1982 ed ’83, oltre ad una fantastica doppietta consecutiva in Coppa dei Campioni nel 1984 ed ’85.

Ce n’è sin troppo a sufficienza per scatenare lo smisurato orgoglio di Lucchetta a spronare i suoi compagni nel cercare di rompere l’egemonia degli storici rivali parmensi, non essendo sufficienti a placarne la sete di vittorie le tre Coppe CEV consecutive conquistate dal 1983 al 1985, trattandosi della terza Manifestazione continentale a livello di Club, anche se proprio il 1985 è la stagione in cui si mettono le basi per i successivi trionfi, con la sconfitta nella Finale Playoff contro Bologna (3-1, 1-3, 1-3 l’esito delle sfide, dopo aver concluso al primo posto la “regular season” …) cui segue la vittoria della Coppa Italia, la cui fase finale si disputa a Chieti dal 7 al 9 giugno, ed i modenesi, guidati per il secondo anno dall’ex palleggiatore Andrea Nannini, fanno loro il trofeo superando 3-0 Bologna, 3-1 Milano e 3-2 Parma.

Nel frattempo, Lucchetta ha anche modo di entrare nel giro della Nazionale, con cui debutta il 15 luglio 1982 in un’amichevole a Chieti contro l’Unione Sovietica persa 2-3 dagli Azzurri, collezionando 10 presenze in quella prima stagione che lo vede però escluso dai selezionati per i Campionati Mondiali che si svolgono in Argentina ad ottobre e che l’Italia conclude in una deludente 14esima posizione.

Senz’altro migliore la prima esperienza olimpica dove l’Italia, sempre guidata da Carmelo Pittera ed approfittando dell’assenza per boicottaggio delle Nazioni dell’ex blocco sovietico, conquista nell’edizione di Los Angeles ’84 la sua prima medaglia ai Giochi, superando 3-0 il Canada nella Finale per il bronzo, con una formazione in cui è presente anche il solo omonimo Pier Paolo Lucchetta, in forza al Parma, ma non legato ad Andrea da alcun vincolo di parentela.

La svolta, non solo per Lucchetta e per Modena, ma per l’intero movimento pallavolistico nostrano, giunge nell’estate ’85, allorché si verifica l’avvicendamento sulla panchina emiliana tra Nannini ed il tecnico argentino Julio Velasco, al quale sono legate le successive fortune del Club e della Nazionale.

Con già uno “zoccolo duro” formato dagli esperti Bertoli, Lucchetta e Cantagalli, cui si uniscono i veterani “Pupo” Dall’Olio e Di Bernardo nonché i “martelli” argentini Esteban Martinez e Raul Quiroga, ed al quale si aggrega una giovane speranza del volley azzurro che risponde al nome dell’allora appena 17enne Lorenzo Bernardi, al primo impatto Modena mette a segno un fantastico tris, costituito dal ritorno al successo in Campionato per uno Scudetto che mancava da 10 anni, prendendosi una ghiotta rivincita su Bologna, sconfitta nettamente in tre sole partite (3-2, 3-1, 3-2), trionfo preceduto dalla conquista della Coppa delle Coppe a spese dei rumeni della Steaua Bucarest e seguito dal bis in Coppa Italia, dove nelle Finali di Arona dal 6 all’8 giugno ’86, ad arrendersi sono Bologna, Parma ed Ugento, alle quali i modenesi riservano identico trattamento, superandole con altrettanti 3-1.

La stagione ’86 apre un quadriennio di successi incontrastati sul suolo italiano, visto che la Panini Modena fa suoi anche i tre successivi Campionati del 1987, ’88 ed ’89, ed in queste ultime due stagioni realizza altresì l’accoppiata con la Coppa Italia, ma trova un tabù insormontabile nell’ambita Coppa dei Campioni, competizione nella quale il desiderio di unirsi a Torino e Parma quale terza squadra italiana a fregiarsi del trofeo si scontra per tre edizioni consecutive contro l’armata rossa costituita dalla leggendaria formazione del CSKA Mosca, che ha la meglio nella Finale ’87 disputata ad Hertogenbosch (3-1, parziali di 15-8, 8-15, 15-7, 15-2), così come nel 1988 a Lorient con un ancor più netto 3-0 e l’anno successivo al Pireo dove gli uomini di Velasco, dopo essersi illusi con il 15-10 con cui si aggiudicano il primo set, cedono per 3-1 con gli eloquenti punteggi di 15-12, 15-5, 15-4 dei successivi parziali a favore dei sovietici.

Ma, per un Club con alterne fortune tra Italia ed estero – pur se la presenza di Modena sino al termine di tutte le competizioni ne dimostra l’indubbia solidità – qualcosa si muove anche a livello di Nazionale dove la Federazione, dopo altre due deludenti esibizioni ai Mondiali di Francia ’86 (undicesima su 16 partecipanti), agli Europei di Belgio ’87 (nona su 12 iscritte) ed alle Olimpiadi di Seul ’88 (ancora nona su 12 partecipanti), offre la conduzione proprio al tecnico della Panini Julio Velasco, il quale accetta l’incarico.

Ed, in un batter d’occhio, “il brutto anatroccolo” si trasforma in uno splendido cigno, tanto che, al primo grande appuntamento costituito dagli Europei di Svezia ’89, l’Italia si laurea per la prima volta nella sua storia Campione continentale – poteva sinora vantare un bronzo nell’edizione inaugurale della Manifestazione svoltasi proprio nel Bel Paese nel lontano 1948 – superando in Finale per 3-1 (parziali 14-16, 15-7, 15-13, 15-7) i padroni di casa svedesi, dopo aver inflitto in semifinale un pesante “cappotto” all’Olanda, disintegrata con un 3-0 i cui parziali di 15-7, 15-3, 15-2 la dicono lunga sulla superiorità del sestetto azzurro.

E Velasco, che fa affidamento sul suo “trio delle meraviglie” di Modena, di cui conosce a menadito pregi (molti …) e difetti (pochi …) e composto da Bernardi, Cantagalli e Lucchetta, non può che affidare a quest’ultimo, che nella Finale con la Svezia giunge a quota 208 presenze in maglia azzurra, i gradi di Capitano, un ruolo sul quale è doveroso fermarsi un attimo.

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Andrea Lucchetta Capitano Azzurro – da:hall-of-fame.federvolley.it

Già, perché nel Volley il “Capitano” assume un ruolo rilevante, data la mutevole inerzia che una gara può assumere durante il relativo andamento, dove le variazioni nel punteggio sono all’ordine del giorno ed anche le formazioni più esperte possono vivere una sorta di “Blackout” di cui gli avversari sono sempre pronti ad approfittare, ed ecco allora che è utilissima la presenza in campo di un giocatore che sia in grado di tenere alta la concentrazione, capace di spronare ed incitare i propri compagni in caso di difficoltà, nonché di assumersi in prima persona la responsabilità di andare a chiudere i punti nel momento decisivo dell’incontro.

E, come “la migliore delle navi necessita del migliore dei capitani”, lo stesso si verifica anche per l’Italia che, non ancora, ma non per molto, sta per divenire “la migliore delle Nazionali” in circolazione, ed Andrea Lucchetta impersona al meglio questa figura di leader carismatico, di cui dà piena dimostrazione nel 1990, il suo “anno magico.

Con Velasco impegnato a tempo pieno con la Nazionale, sulla panchina di Modena (per il primo anno non più Panini, bensì Philips …) siede il croato Vladimir Jankovic, mentre il sestetto titolare, oltre ai confermatissimi Bernardi, Bertoli, Cantagalli e Lucchetta, può contare sulle prestazioni dell’americano Doug Partie – in rosa già dalla precedente stagione dopo aver fatto parte del Team Usa oro ai Giochi di Seul ’88 – mentre in cabina di regia già dall’estate ’86 a dirigere le operazioni vi è il palleggiatore Fabio Vullo, prelevato da Torino.

Con Jankovic in panchina, si invertono le prestazioni di Modena, nel senso che, se dopo quattro titoli nazionali consecutivi deve alzare bandiera bianca in Finale Playoff contro Parma, riesce al contrario a centrare l’obiettivo europeo sempre sfuggito a Velasco, trionfando l’11 marzo ’90 ad Amstelveen, in Olanda, al termine di una esaltante sfida contro i francesi del Frejus, i quali avevano clamorosamente eliminato il CSKA Mosca, risolta al quinto set con parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9.

Del successo nella massima competizione continentale a livello di Club da parte del sestetto modenese – al pari della terza vittoria consecutiva in Coppa delle Coppe da parte di Parma – ne beneficia anche Velasco, il quale attinge da dette formazioni (oltre che dal Sisley Treviso) la base per comporre la selezione in vista degli appuntamenti internazionali previsti dal calendario, che si aprono con la prima edizione della World League, che l’Italia si aggiudica nelle Finali di Osaka, dove il 14 luglio sconfigge, al termine di un match tiratissimo concluso sul 3-2 (15-12, 16-17, 15-11, 14-16, 15-9), l’Unione Sovietica in semifinale, per poi rifilare un ben più netto 3-0 (15-7, 16-14, 16-14) all’Olanda in Finale.

Ma ben diverso è l’impegno che attende gli azzurri a metà ottobre in Brasile, per la dodicesima edizione dei Campionati Mondiali, manifestazione in cui l’Italia può vantare solo il “miracoloso” argento conquistato nel 1978, anno in cui la rassegna si svolgeva in Italia, in cui gli Azzurri di Pittera superano per 3-1 Cuba in semifinale, prima di cedere nettamente all’Unione Sovietica nell’atto conclusivo.

Una sfida, quella contro Despaigne & Co., che si ripete per due volte al “Maracanazinho”, dapprima nel Girone eliminatorio, con i cubani ad imporsi nettamente per 3-0, e quindi nella Finale del 28 ottobre, dopo che gli Azzurri, in evidente crescita di condizione, avevano superato la Cecoslovacchia negli Ottavi, l’Argentina nei Quarti ed i padroni di casa del Brasile in semifinale.

E proprio la sfida contro i verde oro, in un Palazzetto di Rio de Janeiro gremito in ogni ordine di posti da una “torcida” costituita da non meno di 25mila tifosi a fare un tifo scatenato per i propri beniamini, chiarisce alla perfezione il concetto poc’anzi enunciato circa l’importanza di un leader in campo come il “Capitano”.

In una sfida emozionante come poche, con continui ribaltamenti nel risultato, Lucchetta tira su il morale dei suoi compagni dopo il 15-6 a favore dei padroni di casa nel primo set, li sprona a non mollare dopo che l’Italia ha fatto suoi nettamente il secondo e terzo parziale (15-9 e 15-8 rispettivamente …), per poi assumersi la responsabilità del punto decisivo nel tiebreak del quinto set, dopo che il Brasile aveva riequilibrato le sorti del match con il 15-8 del quarto set nel quale, sul 12-5, Velasco toglie Barnardi, Cantagalli e Gardini per farli riposare in vista dell’ultimo atto.

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Lucchetta in attacco contro il Brasile – da:modenatoday.it

E qui, con la due squadre a darsi battaglia punto a punto, con il Brasile a recuperare da 5-9 per portarsi sul 13-14, si gioca l’azione decisiva, con il palleggiatore Tofoli che, ricevuta palla da una perfetta ricezione di Bernardi, sorprende il muro avversario, che si aspetta un’alzata in banda per Cantagalli, servendo al contrario una “veloce” al centro proprio per Lucchetta, il quale piazza la schiacciata vincente che manda gli azzurri alla sfida con la Nazionale caraibica.

Ed eccoci quindi al citato 28 ottobre ’90, data “storica” per il Volley azzurro, posto di fronte al più forte sestetto cubano della storia, guidato da quel fenomeno di Joel Despaigne – “rapidissimo, eccellente saltatore, con un braccio molto veloce e grandissime capacità fisco-atletiche”, così lo descrive Andrea Zorzi – ma è ancora Lucchetta a spronare i suoi compagni prima dell’incontro, ai quali predica di “tirar fuori la voglia di riscattare la sconfitta nel Girone eliminatorio, di onorare i colori del nostro Paese, perché non possiamo deludere i tifosi che si aspettano la vittoria” …

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Lucchetta in attacco contro il muro cubano – da:gazzetta.it

Parole che hanno il potere di scuotere l’ambiente, anche dopo la consueta partenza ad handicap del primo set, perso 12-15, per poi aggiudicarsi i due successivi per 15-11 e 15-6 e quindi giungere alla fase decisiva del quarto set, dove il punteggio resta ancorato a lungo sul 15-14 per gli azzurri con una serie infinita di cambi palla dove ogni volta è “El Diablo” Despaigne ad assumersi l’onere di spengere i sogni di gloria azzurri, sino a che …

Sino a che, sulla battuta proprio di Lucchetta, dopo che Cuba aveva annullato ben 8 “match ball” al sestetto italiano, “El Mago” Diago, palleggiatore di livello assoluto, si rivolge ancora a Despaogne per cercare di prolungare l’incontro, ma la conclusione del martello caraibico, leggermente “sporcata” dal muro azzurro, viene neutralizzata da “Lucky” con un tuffo prodigioso sulla sua sinistra, così consentendo a Tofoli, sul prosieguo dello scambio che i cubani non erano riusciti a chiudere, di alzare la palla a Bernardi in zona 4 per mettere a terra il punto decisivo che certifica il titolo iridato per la formazione di Velasco.

Con questa impresa, Lucchetta – che viene eletto MVP del Torneo – completa un anno da favola, ed è lo stesso Capitano a chiarire cosa voglia dire raggiungere un traguardo che ti eri prefisso per tutta la carriera, allorché dichiara, dopo la cerimonia di premiazione, come “una volta sul podio, con la Coppa in mano, ho realizzato che il sogno di una vita era divenuto realtà, chiedendomi a questo punto cosa potessi ancora chiedere, e la gioia si è trasformata nella tristezza dell’attimo fuggente, sentendomi svuotato completamente …”.

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La Nazionale Campione del Mondo ’90 – da:oasport.it

Sia chiaro, quella di “Lucky” non è certo una dichiarazione di resa, visto che è solo a metà della sua carriera agonistica, con i successivi anni ’90 che lo vedono abbandonare Modena – dopo il disimpegno della famiglia Panini, che non poteva reggere il confronto con i colossi economico-finanziari della Mediolanum, Benetton e Gruppo Ferruzzi che erano sbarcati nel mondo del volley – accasandosi per quattro stagioni proprio a Milano, assieme a Bertoli, Galli e Zorzi, vincendo la Coppa delle Coppe ’93 e due Mondiali per Club, nel 1990 e nel ’92, per poi trasferirsi a Cuneo dove, sotto la sapiente guida di Silvano Prandi, mette la sua esperienza, come quella di Fefè De Giorgi e Galli, al servizio dei giovani Samuele Papi e Cristian Casoli, così da consentire al Club piemontese, grazie anche all’apporto dello spagnolo Rafael Pasqual e del serbo Vladimir Grbic, di portare a termine due eccellenti stagioni.

Nel 1996, difatti, l’Alpitour Traco Cuneo si aggiudica la Coppa Italia, superando 3-2 in Finale, al termine di cinque tiratissimi set (15-13, 15-17, 13-15, 15-12, 15-13 i relativi parziali) la Sisley Treviso, nonché la Coppa delle Coppe a spese dell’Olympiakos Pireo, successo replicato l’anno seguente con le “Final Four” disputate proprio a Cuneo dove, tra l’esultanza dei propri tifosi, i greci vengono spazzati via con un 3-0 i cui parziali di 15-1, 15-7, 15-5 crediamo non abbiano bisogno di ulteriori commenti.

E’ questo l’ultimo trofeo in carriera conquistato da Lucchetta, che cessa l’attività agonistica nel 2000 dopo una stagione a Roma ed il ritorno per tre anni in quella Modena che lo aveva svezzato e quindi adottato, mentre a livello di Nazionale, dopo aver contribuito a portare a casa altre due World League nel 1991 e ’92, la sua esperienza termina con i Giochi di Barcellona ’92, dove l’Italia conclude quinta dopo l’amara sconfitta per 3-2 ai Quarti contro l’Olanda, e la sfida vinta contro il Giappone per 3-0 il 7 agosto ’92 (a 10 anni dall’esordio …) rappresenta la sua presenza n.292 con la maglia azzurra.

Ma, se ben ricordate, c’è “l’altra faccia” del n.12 azzurro, quella del “Lucky” istrione ed estroverso, quello che la gente riconosce per quel suo taglio di capelli a spazzola ed in diagonale (acconciatura appositamente creata dall’hair stylist modenese Carla Bergamaschi …) che ne rappresenta una sorta di “marchio di fabbrica”, il Lucchetta terrore dei telecronisti – chiedere al “povero” Lorenzo Dallari per informazioni – poiché è praticamente impossibile strappargli un’intervista seria al termine di un incontro, forse una forma di scaricare la tensione e l’adrenalina accumulata durante la gara, ma a smentire questa sua caratteristica viene in soccorso (qualora ce ne fosse bisogno …) il compagno di Nazionale Andrea Zorzi, il quale ne tratteggia un profilo ben diverso, vale a dire quello di “un Andrea che dorme poco e pensa molto, che in ritiro è sempre molto silenzioso e concentrato, perché lui è uno che si innamora di quello che fa e ciò che ha incontrato nella vita, è fatto così e non può fare altrimenti …!!

Grande “Lucky”, e noi ti amiamo soprattutto per questo, sia nella versione del “Dr. Jekyll” di Capitano indomito e coraggioso, che in quella di “Mr Hyde” con cui intendi sdrammatizzare un ambiente che è pur sempre uno sport, e le tue successive esperienze al termine della carriera, di valido telecronista e di aiuto ai bambini, nonché il modo con cui le stai affrontando, non fanno che confermare le parole di Zorzi …

FRANCIA-CROAZIA 1998 E LA DOPPIETTA DI THURAM CHE SPENSE I SOGNI DI UN POPOLO FERITO

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La rete del definitivo 2-1 di Thuram – da:obvisper.blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il 30 maggio 1992 è la data in cui tutto finisce (od inizia, dipende dai punti di vista …), in quanto in tale giorno viene assunta la Risoluzione n. 757 da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in merito al conflitto in corso nella ex Repubblica Federale jugoslava e che, fra le altre sanzioni, ne limita l’attività sportiva.

Il giorno seguente, sia la FIFA che l’UEFA sospendono la Jugoslavia da ogni manifestazione a carattere internazionale, così che la stessa non può partecipare alle Fasi Finali dei Campionati Europei che si sarebbero disputati a far tempo dal successivo 10 giugno in Svezia, così come alle qualificazioni per i Campionati Mondiali di Usa ’94, dove era stata inserita nel quinto Girone europeo, assieme a Grecia, Russia, Ungheria, Islanda e Lussemburgo.

Come noto, l’esclusine dai Campionati Europei ebbe a determinare una delle più clamorose sorprese della storia della Manifestazione in quanto, richiamata al suo posto la Danimarca che si era classificata alle spalle della Jugoslavia nel Girone eliminatorio, la stessa compie l’impresa di vincere il titolo continentale, ma ciò che a noi interessa è quanto accade negli anni successivi.

Con la citata risoluzione, viene di fatto a sparire una delle più interessanti realtà nel panorama calcistico europeo, proprio nel periodo forse della sua massima espressione quanto a livello di talenti, visto che la Jugoslavia era reduce dal più che lusinghiero Mondiale di Italia ’90, concluso con l’eliminazione ai Quarti di Finale dall’Argentina solo ai calci di rigore e nella fase di qualificazione agli Europei di Svezia ’92 aveva ottenuto 7 vittorie ed una sola sconfitta, il tutto inframezzato dalla vittoria della Stella Rossa di Belgrado nella Coppa dei Campioni ’91, unica formazione del proprio Paese a compiere una simile impresa.

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La Jugoslavia ai Mondiali di Italia ’90 – da:pesmitidelcalcio.com

Era, tanto per capirsi, la generazione dei vari Jugovic, Prosinecki, Boban, Mihajlovic, Pancev e Savicevic, poi tutti – ad eccezione di Prosinecki, che scelse l’esperienza spagnola – a lungo protagonisti (Pancev escluso …) nella nostra Serie A durante il successivo decennio, ma le tensioni etniche poi sfociate nel drammatico conflitto bellico ne impedivano una logica prosecuzione.

Ed ecco, allora, che dalle ceneri della dissolta Jugoslavia nascono nuove realtà calcistiche, la cui più rappresentativa è costituita dalla Croazia, Paese che, nelle citate qualificazioni ai Campionati Europei di Svezia ’92, già forniva alla Nazionale unita giocatori del calibro di Robert Jarni, Zvonimir Boban, Robert Prosinecki, Mario Stanic e Davor Suker, con quest’ultimo ad esordire proprio in tali eliminatorie, andando a segno nel 7-0 contro le Isole Far Oer.

Con una tale, solida base di partenza è sin troppo logico che la ritrovata Nazionale croata – la quale aveva già avuto una sua breve vita dal 1940 al 1944, sfidando, tra le altre, anche l’Italia, venendone sconfitta per 0-4 il 5 aprile ’42 – sia la prima ad emergere dalla diaspora susseguente al dissolversi della Jugoslavia, e proprio gli azzurri sono i primi a rendersene conto, essendo sorteggiati nel medesimo Girone di qualificazione per gli Europei di Inghilterra ’96, con una doppietta di Suker ad infliggere ai vice Campioni del Mondo una sconfitta interna per 2-1 il 16 novembre ’94 a Palermo, anche se poi entrambe le formazioni si qualificano per la fase finale nel Regno Unito, con il match di ritorno a Spalato concluso sull’1-1, recando ancora la firma di Suker per i croati, Capocannoniere del Girone con 12 reti messe a segno.

Centravanti croato che sta anch’egli vivendo un’esperienza all’estero – come del resto quasi tutti i selezionati per la Rassegna continentale, con soli 7 dei 22 convocati a giocare in patria – essendo tesserato per il Siviglia e che si conferma anche agli Europei, siglando una doppietta nel 3-0 inflitto alla Danimarca, cui segue la rete del provvisorio pareggio nella sfida dei Quarti di Finale contro la Germania che sancisce l’eliminazione della formazione slava da parte dei futuri Campioni continentali.

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L’esultanza di Suker dopo la rete contro la Germania ad Euro ’96 – da:gettyimages.it

Un’esperienza quanto mai utile in vista del prossimo appuntamento, costituito dalle qualificazioni per i Mondiali di Francia ’98, in cui la Croazia è inserita, ironia della sorte, nel primo Girone assieme alle limitrofe Slovenia, Bosnia-Erzegovina e Grecia, nonché proprio a quella Danimarca che, nel ’92 come ricordato, aveva beneficiato della squalifica dell’allora Jugoslavia per aggiudicarsi il titolo europeo.

Una formazione, quella danese, che potendo contare sull’esperienza del portiere Schmeichel e sulla classe dei fratelli Laudrup, fa suo il primo posto che determina l’automatica qualificazione alle Fasi Finali del Mondiale, nel mentre la Croazia – sconfitta 1-3 a Copenaghen dopo il pari interno per 1-1 a Spalato, in entrambi i casi con Suker a segno – deve ricorrere allo spareggio fra le seconde, venendo opposta all’Ucraina e staccando il biglietto per la rassegna iridata grazie al 2-0 del match di andata disputato a Zagabria, mentre al ritorno una rete di Boksic annulla il vantaggio iniziale di Shevchenko per i padroni di casa.

Edizione dei Campionati del Mondo alla quale partecipa anche la Jugoslavia – o, per meglio dire, quel che resta di essa, visto che sotto tale denominazione gareggiano solo calciatori di Serbia e Montenegro – e che la Francia torna ad ospitare a 60 anni di distanza dai Mondiali del 1938 vinti dall’Italia, con la speranza per i padroni di casa di riscattare la delusione della mancata qualificazione sia ad Italia ’90 – decisivo il pareggio esterno per 1-1 a Cipro – che ad Usa ’94, con l’ancor più clamorosa doppia sconfitta interna nelle ultime due sfide del Girone, contro Israele e Bulgaria.

Una rapida occhiata ai selezionati delle due formazioni slave fa capire le qualità e  potenzialità dei giocatori nati in tali territori, con la Croazia a schierare il suo “trio delle meraviglie” composto da Boban, Suker e Prosinecki e la Jugoslavia a non essere da meno, rispondendo con personaggi del calibro di Mihajlovic, Jugovic, Stankovic, Stojkovic e Savicevic, tanto per rendere l’idea.

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La Croazia scesa in campo contro l’Argentina – da:gettyimages.it 

Inserite in due Gironi dove ricoprono la veste di “seconde favorite”, sia Croazia che Jugoslavia rispettano il pronostico, con i primi a piazzarsi alle spalle dell’Argentina oramai “vedova” di Maradona, venendo sconfitti per 0-1 nello scontro diretto dopo aver battuto per 3-1 la Giamaica (Stanic, Prosinecki e Suker i marcatori) e per 1-0 il Giappone con sigillo di Suker, mentre i secondi fanno altrettanto, terminando secondi rispetto alla Germania solo per una peggiore differenza reti, dopo aver sprecato nel confronto diretto, concluso sul 2-2, il doppio vantaggio conseguito grazie alle reti di Mijatovic e Stojkovic.

Il secondo posto nel Girone eliminatorio impone il doversi confrontare, agli Ottavi ad eliminazione diretta, con una formazione vincitrice di un altro raggruppamento, ed in questo caso un pizzico di buona sorte viene in aiuto ai croati, visto che nel Gruppo G di loro riferimento, la Romania precede l’Inghilterra, cosa che non avviene per la Jugoslavia, costretta viceversa a confrontarsi con l’Olanda, prima nel Gruppo E.

E, per un’amara eliminazione da parte di quest’ultima, che si arrende agli arancioni per una rete nei minuti di recupero messa a segno da Davids dopo che Komljenovic aveva annullato l’iniziale vantaggio di Bergkamp, il compito di tenere alto il buon nome del calcio slavo resta sulle spalle della Croazia, a cui è sufficiente un rigore trasformato da Suker a fine primo tempo per avere ragione della sempre ostica formazione rumena.

Giunta ai Quarti di Finale, alla Croazia si presenta l’occasione per riscattare la sconfitta subita due anni prima a Manchester, dovendo affrontare i Campioni d’Europa in carica della Germania che già erano caduti a questa fase del Torneo iridato quattro anni prima negli Stati Uniti ad opera della Bulgaria.

E, quella che va in scena il 4 luglio ’98 allo “Stade de Gerland” di Lione, rappresenta la fine di un’epoca per la Nazionale tedesca – che schiera ancora i Campioni del Mondo di Italia ’90 Kohler, Matthaus, Hassler e Klinsmann – annientata da una Croazia superlativa che, dopo aver concluso la prima frazione di gioco in vantaggio per 1-0 grazie ad uno spunto di Jarni, infierisce nel finale arrotondando il punteggio grazie alle reti di Vlaovic e dell’immancabile sigillo di Suker, giunto a quota 4 in Classifica Cannonieri.

Per un intero popolo, a cui il Calcio sta ridando risalto e dignità dopo gli orrori della guerra, si sta materializzando un sogno inimmaginabile alla vigilia, anche se ora, per accedere alla Finale, occorre superare lo scoglio più duro, costituito dai padroni di casa della Francia, la cui sfida è programmata per le ore 21:00 dell’8 luglio ’98 allo “Stade de France” di Paris Saint-Denis, il nuovo impianto costruito per l’occasione e posto a meno di 10 chilometri dal centro della capitale transalpina.

Oddio, non che i “Galletti” abbiano granché entusiasmato sino a questo punto, non avendo avuto soverchie difficoltà ad imporsi in un Girone eliminatorio piuttosto agevole con Danimarca, Sudafrica ed Arabia Saudita, concludendo lo stesso a punteggio pieno (unica gara impegnativa contro i danesi, risolta per 2-1 grazie al decisivo centro di Petit) ed in cui la maggiore nota (negativa …) ed in cui la notizia di maggior risalto è costituita dalla pressoché periodica sciocchezza commessa da Zidane, il quale si fa cacciare al 71’ di Francia-Arabia Saudita per fallo di reazione, così da subire una  squalifica per due giornate.

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La rosa della Francia ai Mondiali ’98 – da:huffingtonpost.fr

La formazione guidata da Aimé Jacquet fa della difesa il suo punto di forza, imperniata sul portiere Fabien Barthez, gli esterni Lilian Thuram e Bixente Lizarazu ed una coppia centrale di tutto rispetto, costituita da Marcel Desailly e Laurent Blanc, contro la quale è quasi impossibile fare breccia per gli attaccanti avversari.

Una sicurezza difensiva che trova piena conferma nelle sfide degli Ottavi e dei Quarti di Finale, che la Francia si aggiudica contro Paraguay ed Italia rispettivamente, dovendo ricorrere nel primo caso al “Golden Goal” siglato proprio da Blanc a 6’ dalla fine dei tempi supplementari, mentre contro gli Azzurri, conclusi senza reti anche i prolungamenti, la decisione circa l’accesso alle semifinali è demandata ai calci di rigore, dove risulta l’errore di Di Biagio, mentre è ancora Blanc a realizzare l’ultimo tiro dal dischetto.

Una Francia, pertanto, difficile da scardinare in difesa – nelle cinque partite sinora disputate ha subito una sola rete, per giunta su rigore, da parte di Michael Laudrup – ma poco pungente in attacco, visto che Jacquet, anche nel match contro la Croazia, tiene inizialmente in panchina sia Henry che Trezeguet, privilegiando uno schieramento con una sola punta di ruolo, un Guivarch più fisico che tecnico, con al contrario un centrocampo di spessore formato dal Capitano Didier Deschamps, oltre a Petit, Karembeu e Djorkaeff, a supporto di uno Zidane al quale è concessa piena libertà d’azione.

Sul fronte opposto, il tecnico bosniaco Miroslav Blazevic dà piena fiducia (e come avrebbe potuto fare altrimenti …) agli stessi undici titolari che avevano disintegrato la Germania, affidandosi in attacco alla coppia formata da Vlaovic e Suker, alimentata da un quadrilatero di centrocampo in cui orchestra il Capitano Boban con a fianco Asanovic, Stanic ed Jarni.

E, come quasi sempre accade quando la posta in gioco è altissima, le prime fasi di gioco sono di studio, così che i 76mila spettatori presenti non hanno modo di esaltarsi particolarmente durante la prima frazione di gioco, visto che le due sole emozioni (per così dire …) sono costituite da due conclusioni da fuori di Zidane, con le due squadre che vanno al riposo sul più scontato degli 0-0 di partenza, ma avranno modo di rifarsi con gli interessi in avvio di ripresa.

Accade difatti, che nemmeno 60” dopo la ripresa del gioco, un lancio in profondità di Asanovic peschi solo smarcato in area francese proprio Davor Suker – uno che non è certo il caso di perdere di vista …. – il quale non si lascia scappare l’occasione di arpionare la sfera e scaraventarla alle spalle di un Barthez in disperata uscita per il punto del vantaggio croato …

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Suker ha appena portato la Croazia in vantaggio – da:gettyimages.co.uk

In uno stadio piombato in un silenzio irreale, a risollevare il morale dei supporter francesi ed a riequilibrare le sorti dell’incontro giunge uno di quei “miracoli sportivi” che solo il Calcio sa regalare, ergendo a protagonista assoluto della sfida colui che con il goal non è che abbia tanta dimestichezza, visto che nelle precedenti 36 occasioni in cui ha indossato i colori della propria Nazionale non era mai andato a segno.

Il soggetto in questione altri non è che il difensore del Parma Lilian Thuram – che in genere opera come centrale, ma che Jacquet ha spostato a terzino destro – il quale “rimette le cose a posto” nello spazio di un solo minuto, allorché approfitta di una imperdonabile leggerezza proprio di Boban, il Capitano croato, il quale ritarda il disimpegno al limite della propria area facendosi soffiare la palla da Thuram il quale, con un rapido uno-due con Djorkaeff, si ritrova a tu per tu con Ladic trafiggendolo per la rete del pareggio.

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La rete del pareggio siglata da Thuram – da:sport24info.ma 

Potete ben capire come il “botta e risposta” nell’arco di un solo giro di lancette dell’orologio abbia potuto spostare l’inerzia dell’incontro, con un colpo psicologico difficile da digerire per i croati e per il suo Capitano in particolare, che viene difatti sostituito da Maric al 65’, prima che tocchi ancora al difensore originario della Guadalupa divenire l’autentico “eroe di giornata” per i colori transalpini.

E’ infatti ancora Thuram, oramai divenuto padrone della fascia destra in chiave offensiva, a proporsi ancora in attacco, scambiare la palla con Zidane ricevendo il passaggio di ritorno al vertice dell’area croata e quindi, liberatosi di un difensore avversario, lasciar partire un diagonale di sinistro tanto violento quanto preciso che va ad insaccarsi nell’angolo basso alla destra di Ladic, vanamente proteso in tuffo.

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La rete decisiva di Thuram vista da altra angolazione – da:gettyimages.co.uk

E’ il 70’, mancano ancora 20 minuti di sofferenza per il popolo francese, visto che, dopo appena 4’, tocca all’esperto Blanc commettere la stupidaggine di giornata colpendo al volto un avversario in attesa dell’esecuzione di un calcio da fermo, il che gli costa l’espulsione (ed il saltare la Finale contro il Brasile …), ma la difesa francese, rinforzata da Leboeuf subentrato a Djorkaeff, resiste ai disperati attacchi croati e, dopo oltre 4’ di recupero concessi dal Direttore di gara spagnolo Garcia Aranda, può festeggiare l’accesso all’atto conclusivo che poi, come noto, farà suo con il 3-0 rifilato ad un Brasile con Ronaldo a mezzo servizio.

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L’espulsione comminata a Blanc – da:gettyimages.it

Per la Croazia resta l’amara delusione di essere giunta ad un passo dal coronare un sogno, solo in parte stemperata dalla conquista del terzo posto, ottenuto superando per 2-1 l’Olanda grazie alle reti di Prosinecki e, soprattutto, di Suker che con tale centro si aggiudica la Classifica dei Cannonieri con 6 centri, essendo andato a segno in 6 delle 7 gare disputate.

Sono passati 20 anni da quell’8 luglio 1998 ed ora la Croazia, ritornata ai vertici del Calcio continentale grazie ad un quadrilatero di centrocampo di tutto rispetto, formato da Rakitic, Brozovic, Modric e Perisic, ha l’occasione per riscattare quella sconfitta affrontando nuovamente la Francia, ma stavolta nella Finale che vale il titolo, avendo peraltro già migliorato il proprio miglior piazzamento di sempre nella manifestazione.

Ma siamo sicuri che ciò non è assolutamente di appagamento per la formazione croata, che proverà a regalare un’immensa gioia ad un popolo di poco più di 4milioni di abitanti, a condizione di non trovarsi di fronte ad “un altro Thuram” che, per chi non fosse a conoscenza di tale particolare curiosità, detiene il record di presenze nella Nazionale francese con ben 142 gare disputate tra il 1994 ed il 2008, ma con sole due reti realizzate, ma vi rendete conto …??

CAMELIA POTEC E LO SGARBO A FEDERICA AI GIOCHI DI ATENE 2004

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Camelia Potec con l’oro di Atene 2004 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di fine millennio a Sydney 2000 rappresentano, per il Nuoto Azzurro, una “svolta storica”, visto che mai, prima di allora, un atleta italiano di ambo i sessi era salito sul gradino più alto del podio, mentre in Australia i rappresentanti del Bel Paese conquistano addirittura il quarto posto nel medagliere, con ben 6 medaglie, di cui tre d’oro (doppio Fioravanti e Rosolino), una d’argento con Rosolino e due di bronzo, ancora di Rosolino e Rummolo, per un risultato sinora più ripetuto nella Rassegna a cinque cerchi.

L’onda lunga (è proprio il caso di dire …) di un tale – e, per certi versi, inaspettato – exploit prosegue l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali di Fukuoka ’01 dove l’Italia si aggiudica lo stesso numero di medaglie, con Rosolino e Boggiatto oro nei 200 e 400misti, la staffetta 4x200sl d’argento così come Fioravanti sui m.100 rana, cui unisce il bronzo sui m.50 rana, stesso metallo conquistato da Brembilla sui m.400sl, per poi progressivamente scemare nel corso delle successive stagioni.

Ed è allora che in soccorso del nostro movimento natatorio – che in campo femminile era ancora ancorato allo “scricciolo” Novella Calligaris, argento e due volte di bronzo ai Giochi di Monaco ’72, nonché oro ed ancora con due bronzi al collo nell’edizione inaugurale dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73 – appare all’orizzonte colei che ne segnerà un’epoca a stile libero, vale a dire la veneta Federica Pellegrini che nel 2000 aveva appena 12 anni.

Non passa molto tempo perché la ragazzina riesca a bruciare le tappe, venendo aggregata alla spedizione per i Mondiali di Barcellona ’03, dove nuota solo una frazione della staffetta 4x100sl in batteria, ma i suoi progressi divengono esponenziali l’anno seguente, dove già sfiora il podio ai Campionati Europei di Madrid ’04, classificandosi quarta sui m.200sl in 2’00”28 nella gara vinta dalla rumena Camelia Potec in 1’58”20, dopo aver raggiunto, tre giorni prima, anche la Finale dei m.100sl (gara abbandonata in seguito per concentrarsi sui m.200 e 400sl …), conclusa al sesto posto con il tempo di 55”33.

Confortata dal buon esito della Rassegna Continentale, la Federazione iscrive la 16enne Pellegrini alla gara dei 200 metri stile libero alle Olimpiadi di Atene ’04, in quella che è un po’ la “prova regina” di tale specialità, ed il campo delle partecipanti è di quello da far tremare i polsi ad una esordiente, vista la contemporanea presenza della primatista mondiale e Campionessa iridata di Roma ’94 Franziska van Almsick (alla disperata ricerca di quell’oro olimpico sempre sfuggitole …), della costaricana Claudia Poll, oro ad Atlanta ’96 e bronzo a Sydney 2000 sulla distanza, della Campionessa mondiale di Barcellona ’03 Alena Popchanka, dell’americana Dana Vollmer, oro l’anno precedente ai “Giochi Panamericani” di Santo Domingo ’03, nonché dell’intero podio dei recenti Campionati Europei, formato, oltre che dalla citata Potec, anche dalla francese Solenne Figuès e dalla svedese Josefin Lilhage.

In un tale consesso, le batterie al mattino del 16 agosto 2004 disputate nella Piscina del “Centro Acquatico Olimpico” di Atene non creano sorprese di sorta, con Federica a scendere sotto i 2’ netti realizzando con 1’59”80 il quarto miglior tempo di qualificazione, non distante dall’1’59”49 dell’americana Vollmer, seguita ad un solo 0”01 centesimo di distanza dalla veterana Claudia Poll.

Ma è nelle semifinali del pomeriggio che l’azzurra scopre le sue carte, imponendosi nella prima serie con il tempo di 1’58”02 lasciando a debita distanza la cinese Pang Jiaying, in una gara che vede quali vittime eccellenti proprio la Poll, non meglio che quarta in 1’59”79, nonché la citata bielorussa Popchanka, quinta in 1’59”87 ed entrambe escluse dalla Finale in quanto la seconda serie vede ben sei nuotatrici scendere sotto il loro limite, con la sesta, l’australiana Erika Graham, eliminata nonostante avesse nuotato in 1’59”44.

Sono invece della partita la Figuès – che si aggiudica la seconda semifinale in 1’58”65 – la Vollmer, la sorprendente polacca Paulina Barzycka, una van Almsick apparsa lontana parente di colei che due anni prima aveva portato ad 1’56”64 il record mondiale, e la fresca Campionessa europea Potec, giunta quinta ed ad un soffio dall’eliminazione, con il tempo di 1’59”25.

Potete pertanto immaginare quale fosse l’attesa nel Clan italiano per la Finale in programma il giorno dopo, che avrebbe visto la Pellegrini sui blocchi della corsia centrale, con a fianco la Figuès, nel mentre in terza e sesta corsia tocca schierarsi alla cinese Pan Jiaying e l’americana Vollmer, considerate le tre più accreditate rivali per l’azzurra, non immaginando che l’amara sorpresa sarebbe giunta dalla prima corsia, con la rumena Potec.

Già, ma chi è questa Potec, di cui abbiamo più volte ricordato il nome ….?

Orbene, ella è già una nuotatrice affermata rispetto alla nostra Federica, dall’alto dei suoi 22 anni, visto che è nata a Braila, nella parte orientale del proprio Paese, il 19 febbraio 1982, specialista sulle distanze dei 200, 400 ed 800 metri dello stile libero, essendosi messa in mostra appena 15enne con il bronzo sui m.200sl ai Campionati Europei di Siviglia ’97, per poi fare doppietta sui m.200 e 400sl nella successiva edizione di Istanbul ’99 e quindi portare ad una sorprendente vittoria la staffetta 4x200sl rumena alla Rassegna Continentale di Helsinki 2000, dove è bronzo sia sui 200 che sui 400 metri a stile libero.

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Camelia Potec sui m.400sl agli Europei di Istanbul ’99 – da:gettyimages.it 

Il 2000 è anche l’anno dell’esordio olimpico per l’allora 18enne rumena, dove raggiunge la Finale dei m.200sl, conclusa al settimo posto, e contribuisce al quarto posto della staffetta 4x200sl, per poi salire sul gradino più basso del podio sui m.200sl ai Mondiali di Fukuoka ’01 e quindi, ai Campionati Europei di Berlino ’02, giungere alle spalle della van Almsick sui m.200sl in 1’57”80 nella gara in cui la tedesca migliora il suo stesso, già ricordato, primato mondiale.

L’assenza della Potec ai Campionati Mondiali di Barcellona ’03 aveva fatto presagire che essa avesse oramai dato il meglio di sé, ma il ritorno al successo in occasione della Rassegna Continentale di Madrid avrebbe dovuto consigliare di inserirla nel ristretto lotto delle pretendenti alla medaglia d’oro, un errore che, non solo la Pellegrini, ma anche le altre finaliste pagheranno a caro prezzo, visto tra l’altro che appena due giorni prima, il 15 agosto, la rumena aveva confermato il suo ottimo stato di forma fallendo per soli 0”15 centesimi (4’06”19 a 4’06”34) rispetto all’americana Kaitlin Sandeno il podio nella Finale dei m.400sl, vinta dalla francese Laure Manaudou con il record europeo di 4’05”34.

Eccoci dunque, al momento della Finale tanto attesa, quel martedì 17 agosto ’04 che in casa azzurra ci si augura possa essere il giorno in cui far cadere il tabù di una medaglia d’oro nel Nuoto a livello femminile, con la Pellegrini, come suo solito, a far sfogare le altre, con Vollmer e van Almsick a dettare il ritmo all’inizio, virando quasi in contemporanea ai 50 metri (divise da un solo 0”01 centesimo, 27”65 a 27”66 …), mentre è la tedesca ad essere in testa a metà gara, dove passa in 57”64, con l’azzurra in quarta posizione e la rumena in sesta.

La consueta terza vasca di Federica inverte le posizioni al vertice, tant’è che all’ultima virata la stessa è al comando con 1’28”20, con anche la francese Figuès, nella corsia accanto, a recuperare posizioni, e gli ultimi 100 metri vedono ingaggiare un fiero testa a testa tra le due transalpine, mentre Vollmer e van Almsick pagano lo sforzo profuso in avvio, con la nostra portacolori che, respirando a destra, può controllare le bracciate della rivale, ma non accorgersi che alla sua sinistra, viceversa, nella corsia più lontana, la prima, la Potec, che già aveva virato in terza posizione ai 150 metri, sta rinvenendo per andare a toccare in 1’58”03 rispetto all’1’58”22 della Pellegrini ed all’1’58”45 della Figuès.

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Un’incredula Potec dopo il trionfo ai Giochi di Atene ’04 – da:gettyimages.ca

Una rumena che costruisce la sua vittoria con i 29”68 nuotati nell’ultima vasca, rispetto ai 30”02 dell’azzurra ed ai 30”12 della francese, nel mentre desta sorpresa l’incredibile finale della polacca Barzycka che, con gli ultimi 50 metri coperti in 29”61 risale addirittura dall’ottava alla quarta posizione, precedendo in 1’58”62 una delusa van Almsick.

A rendere più amara la mancata vittoria per la Pellegrini vi è la constatazione che il tempo nuotato dalla Potec è di un 0”01 centesimo superiore a quanto da lei fatto registrare in semifinale, ma lo sport è questo e bisogna saper accettare le sconfitte, anche se Federica fa fatica a trattenere la delusione nel corso della cerimonia di premiazione, tutto il contrario, ovviamente, della sua avversaria che con l’oro olimpico raggiunge l’apice della propria carriera, ottenuto dopo aver realizzato l’undicesimo tempo delle 16 qualificate per le semifinali ed il settimo delle 8 finaliste, dimostrando di aver saputo quantomeno dosare meglio delle altre le proprie energie, visto che, bene o male, era l’unica reduce dalle fatiche della prova sui 400 metri stile libero.

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Pellegrini, Potec e Figuès alla premiazione – da:gettyimages.co.uk

Per l’azzurra, comunque, si tratta solo del primo passo verso una carriera senza uguali nel panorama natatorio nazionale – ed anche a livello mondiale, non solo per i 6 record mondiali stabiliti sulla distanza, di cui l’ultimo di 1’52”98 stabilito ai Mondiali di Roma ’09 resiste ancora, ma anche per essere l’unica nuotatrice ad aver disputato 7 Finali iridate tra il 2005 ed il 2017 andando sempre a medaglia (3 ori, altrettanti argenti ed un bronzo …) – nel corso della quale “regola i conti” con la Potec quattro anni dopo, ai Giochi d Pechino 2008, facendo suo l’oro con l’allora primato mondiale di 1’54”82 nella Finale in cui la rumena si piazza quinta, realizzando peraltro il suo “Personal Best” di 1’56”87.

Ma siamo altrettanto convinti, conoscendo Federica, che quella sconfitta di Atene deve continuare a “bruciarle” ancora …

OTIS DAVIS, IL “RITARDATARIO” STELLA DEI GIOCHI DI ROMA 1960

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Il discusso arrivo di Davis e Kaufmann sui m.400 a Roma ’60 – da:ilpost.it

Articolo di Giovanni Manenti

Provate ad immaginare un ragazzo afroamericano cresciuto nel profondo Sud degli Stati Uniti durante gli anni ’40 senza la presenza dei propri genitori, costretto a frequentare un Liceo per soli studenti di colore e, per lo stesso motivo, rifiutato dall’Università dell’Alabama, così da prestare servizio per quattro anni nell’Aviazione Usa impegnato nella Guerra di Corea per poi, al ritorno in patria, trasferirsi sulla costa occidentale per iscriversi al College in Oregon, dove continua a praticare Basket e Football (quello americano, ovviamente …) prima di dedicarsi, quasi per caso, all’Atletica Leggera alla tarda età (per iniziare …) di 26 anni.

Ecco, crediamo che sia difficile per tutti ipotizzare che, appena due anni dopo, questo ragazzo riesca nell’impresa di aggiudicarsi due medaglie d’oro – 400 metri piani e staffetta 4×400 metri – alle Olimpiadi di Roma ’60, con tanto di relativi record mondiali, ed invece è proprio quello che accade al protagonista di una delle più incredibili storie che vi abbiamo mai raccontato.

Otis Davis, questo il suo nome, nasce il 12 luglio 1932 a Tuscaloosa, in Alabama, e non conosce mai, di fatto, i suoi genitori, visto che viene affidato alla nonna materna ed ad una zia, vivendo la propria infanzia a stretto contatto con le problematiche della segregazione razziale esistenti nello Stato, così da trovare conforto solo nello sport, praticando Basket e Football alla “Druid High School”, il Liceo cittadino riservato ai soli ragazzi afroamericani, senza poter, ad inizio anni ’50, iscriversi come avrebbe voluto alla “University of Alabama”, in quanto riservata esclusivamente agli studenti bianchi.

Tale discriminazione porta Otis a lasciare la sua città natale, arruolandosi nella “USA Air Force”, l’Aviazione degli Stati Uniti, dove per un quadriennio presta servizio nella Guerra di Corea, scoppiata proprio alle soglie del suo 18esimo compleanno, al ritorno dalla quale si trasferisce in California per frequentare il “Los Angeles Community College”, dove riprende a giocare a Basket attirando le attenzioni di Steve Belko, coach della “Oregon University”, il quale gli offre una borsa di studio per cambiare Ateneo.

Ancora alla ricerca della propria vera identità, il 25enne Davis – che culla il sogno di poter diventare un giocatore Professionista ed entrare a far parte della Lega americana Nba – accetta l’offerta, ma nonostante la sua abilità sotto canestro, trova difficoltà nell’assimilare le tattiche di gioco di Belko, così da essere spesso relegato al ruolo di riserva.

Chiamato nuovamente ad interrogarsi se potrà avere un futuro in campo sportivo, Davis ha la fortuna di far parte di uno dei più celebri College americani, dove le opzioni certo non mancano, e, soprattutto, di venire adocchiato da Bill Bowerman, uno dei più accreditati (e vincenti …) tecnici di Atletica Leggera a livello universitario, il quale, impressionato dalle qualità di elevazione di Otis, lo invita a cimentarsi nel salto in alto così come nel lungo.

Completamente a digiuno di qualsiasi approccio tecnico a tali specialità, Davis alla sua prima gara nell’alto valica l’asticella posta a 6 piedi (m.1,83) – “non mi ero mai allenato per tale gare e non avevo uno stile particolare, semplicemente ho saltato”, dichiara successivamente – così come supera i 7 metri nel lungo senza apparente difficoltà, ma è nella corsa che può definitivamente affermarsi.

Ed anche se, al riguardo, le versioni sono contrastanti – c’è chi sostiene che sia stato proprio Davis a chiedere a Bowerman di provarlo in pista avendo ritenuto di poter correre più veloce degli studenti che si stavano allenando, mentre per altri è lo stesso coach ad aver proposto tali gare al 26enne Otis in quanto a corto di materiale umano per dette specialità – resta il fatto che è nel 1958 che l’atleta dell’Alabama inizia a dedicarsi alla velocità, cimentandosi in tutte le distanze, dalle 100yd sino alle 440yd.

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Otis Davis ad Oregon University – da:portlandtribune.com

Per quanto ovvio, il suo stile di corsa è tutt’altro che ortodosso – è lo stesso Davis a confessare, “non sapevo nemmeno come posizionarmi sui blocchi di partenza” – ma sicuramente redditizio, visto che si aggiudica entrambe le prove sulle 220yd e 440yd ai Campionati della “Pacific Coast Conference”, fallendo per soli 0”2 decimi il record della propria Università sul giro di pista.

Resosi conto di come i 400 metri (anche se negli Usa si continuano a correre, all’epoca, le 440yd …) siano la gara che più si addice al suo talento, oltretutto assistito da un fisico (m.185 per 74kg.) pressoché perfetto per tale specialità, Bowerman intensifica gli allenamenti di Davis su detta distanza nel corso del 1959, dimostrando evidenti progressi che lo portano ad aggiudicarsi diverse competizioni ad inizio stagione, ma la sua scarsa esperienza e mancanza di un allenamento specifico fanno sì che ai Campionati NCAA si classifichi non meglio che settimo in Finale, per poi fallire la qualificazione ai Campionati Nazionali AAU la settimana seguente.

Il tecnico studia pertanto per Davis una condotta di gara che lo deve portare a tenere il ritmo dei suoi avversari sino all’ingresso in rettilineo per essere pronto allo sprint negli ultimi 100 metri e, per non far mancare il suo appoggio al suo atleta, confeziona per lui un paio di scarpe che saranno poi al centro di una, peraltro sterile, futura controversia visto che ad inizio anni ’60 lo stesso Bowerman, assieme allo sprinter Phil Knight e successivo magnate di successo, fondano nientemeno che la celebre casa di abbigliamento sportivo della Nike.

E’ lo stesso Davis a reclamare tale primato, mentre vi è chi sostiene che il primo paio di scarpe fossero destinate allo stesso Knight, asserendo come “non mi importa di quello che dicono i vari miliardari, Bowerman ha creato il primo paio di scarpe per me, anche se la gente non mi credo. Peraltro, le stesse non si adattavano bene ai miei piedi, erano troppo strette, ma ciò non toglie che io abbia visto con i miei occhi il tecnico prepararle appositamente per me …!!”.

Disquisizioni di abbigliamento a parte, gli insegnamenti di Bowerman fanno sì che Davis – che aveva chiuso il 1959 con il suo miglior risultato di 45”9 piazzandosi quinto, alle spalle del suo omonimo Glenn, specialista degli ostacoli bassi, nel Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News – si aggiudichi i Campionati AAU ’60 svoltisi al “Memorial Stadium” di Bakersfield, in California, con il tempo di 45”8, anche se poi, in occasione dei successivi “Olympic Trials” di Stanford, ad inizio luglio, prenda un po’ troppo alla lettera i consigli del suo tecnico, presentandosi in penultima posizione all’ingresso in rettilineo, per poi riuscire a sopravanzare proprio sul filo di lana Ted Woods e strappare il terzo posto sufficiente per far parte della squadra per la gara individuale ai Giochi di Roma.

Edizione epocale, quella romana, nella centenaria Storia delle Olimpiadi moderne, in quanto è la prima ad essere “commercializzata” a livello televisivo negli Stati Uniti, con un conseguente elevato livello di interesse, stante anche l’utilizzo dei Giochi come termine di paragone e livello di competizione nell’ambito della cosiddetta “Guerra Fredda” in corso all’epoca tra le due superpotenze di Usa ed Urss.

In più, sul fronte interno americano, vi è il netto contrasto tra la presenza in squadra di molti atleti afroamericani come Davis rispetto alle notizie di scontri a sfondo razziale che provengono da quasi tutti gli Stati del Sud allorché il movimento per i diritti civili degli uomini di colore sta sempre più prendendo piede.

Peraltro proprio Davis, che all’Università dell’Oregon è l’unico atleta nero della squadra di Atletica Leggera, non ha mai subito alcuna discriminazione per il colore della sua pelle a confronto di quanto aveva dovuto patire nel corso della sua gioventù in Alabama, e le uniche perplessità sul suo conto sono esclusivamente di ordine tecnico, dovute sia alla sua non più tenera età – all’apertura dei Giochi ha già compiuto 28 anni, tanto da essere uno dei più anziani del Team Usa – che all’inesperienza per affrontare una Manifestazione di così elevata caratura, essendosi avvicinato a tale disciplina da poco più di due anni.

A dire il vero, la specialità dei 400 metri non aveva fatto grandi passi in avanti nel corso degli anni ’50, con il record mondiale appartenente all’americano Louis Jones, stabilito con 45”2 il 30 giugno ’56 in occasione delle Selezioni Olimpiche per i Giochi di Melbourne ’56, dove peraltro si piazza non meglio che quinto nella Finale vinta in 46”7 dal connazionale Charlie Jenkins, e, da un punto di vista cronometrico, la barriera dei 45” netti sembra un limite ancora lungi da superare.

E, del resto, le perplessità sulle possibilità di eccellere da parte di Davis sulla pista dello Stadio Olimpico sono confermate dallo stesso atleta, il quale non nega come “stesse ancora imparando a comprendere bene l’importanza del decalage costituito dalle partenze sfalsate, nonché tutto il resto, vale a dire la migliore tattica da applicare e come correre in corsia”.

Una specie di esordiente, verrebbe da dire, ma con enormi potenzialità insite nel proprio DNA – come peraltro anticipato dall’aver corso i giro di pista in 45”6 (al momento la sua miglior prestazione sulla distanza …) al Meeting di Berna in agosto – ed a fare il resto è la dolce estate romana di quell’inizio di settembre, capace di compiere quel “miracolo sportivo” che solo la “Città eterna” è in grado di produrre …

Ecco, quindi, che il 3 settembre, giorno in cui si svolgono batterie e quarti di finale dei m.400 piani, Davis non ha difficoltà a far sua la nona ed ultima serie con il tempo di 46”8, uno dei soli quattro atleti a scendere sotto i 47” netti, per poi “dare un assaggio” delle proprie potenzialità nel turno successivo, allorché è l’unico a scendere sotto i 46” netti, affermandosi nella quarta ed ultima serie in un 45”9 che eguaglia il record olimpico, mentre le altre tre sono appannaggio degli altri due americani Earl Young (46”1) e Jack Yerman, vincitore dei Trials ma non in perfette condizioni (46”4), nonché del tedesco Carl Kaufmann, quarto due anni prima ai campionati Europei di Stoccolma ’58, che si impone in 46”5 nella prima batteria.

I Giochi di Roma segnano anche un importante novità di cui gli atleti traggono indubbio giovamento, e cioè un giorno di riposo prima delle semifinali in programma il 5 settembre e, soprattutto, il fatto che per la prima volta il programma prevede la disputa della Finale al giorno successivo, ed i relativi riscontri cronometrici lo stanno a dimostrare.

Sceso difatti in pista nella prima delle sue semifinali, Davis si aggiudica la stessa correndo la distanza in 45”5 che è, al momento, il suo “Personal Best” e polverizza il primato olimpico, ma nella seconda serie Kaufmann conferma i propri progressi scendendo anch’esso a 45”7 in una prova di cui è vittima Yerman, alle prese con problemi fisici e desolatamente ultimo.

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Davis si aggiudica la prima semifinale – da:gettyimages.co.uk

Ed anche se i tempi delle fasi eliminatorie non sempre trovano rispondenza all’atto conclusivo, è opinione comune che la sfida per la medaglia d’oro, nella Finale che prende il via alle 15:45 del 6 settembre ’60, sia una questione a due tra l’americano ed il tedesco, il cui affascinante duello fa sì che detta gara segni una “pietra miliare” nella storia della specialità del giro di pista.

Con Kauffmann nella corsia più interna – anche se è la seconda anziché la prima, poiché per l’ultima volta le Finali olimpiche si disputano con solo sei atleti per gara – e Davis in quarta, è il sudafricano Malcolm Spence, posizionato proprio davanti all’americano, a prendere un netto margine tanto da essere cronometrato a metà gara in un impensabile 21”2 con un vantaggio di circa 0”6 decimi su Davis, Kaufmann e l’indiano Milkha Singh, allorché Davis, temendo di non essere in grado di recuperare il distacco, compie l’ultima curva in uno straordinario parziale di 10”8 (!!) che gli consente di superare Spence e presentarsi in rettilineo con un vantaggio di circa 4 metri (e 0”7 decimi …) sul tedesco.

Gli ultimi metri sono qualcosa che più emozionante non si può descrivere, con Kaufmann a rimontare appoggio dopo appoggio, avendo meglio distribuito le forze, e Davis a patire lo sforzo profuso in curva, tant’è che i due si proiettano sul filo di lana all’unisono, ma con la differenza che l’americano taglia lo stesso con il petto, mentre il tedesco si tuffa in un disperato tentativo di conquistare l’oro, superando la linea del traguardo con il proprio viso.

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Il dettaglio dell’arrivo – da:gettyimages.it

Come sempre succede in questi casi, la decisione per i giudici è rimandata all’esame del fotofinish, dal quale si rileva come, in effetti, il naso di Kaufmann sembri sopravanzare il petto di Davis, ma il regolamento impone che valga, ai fini di proclamare la vittoria, quest’ultima parte del corpo, ed ecco pertanto che, dopo una spasmodica attesa di circa un quarto d’ora, il tabellone luminoso dello Stadio Olimpico segnala il successo di Davis, pur se ad entrambi viene assegnato il medesimo tempo di 44”9 che, oltre a rappresentare il nuovo record mondiale, vede altresì scacciato il “tabù dei 45” netti.

Per onestà, il rilevamento elettronico vede un solo 0”01 centesimo a favore dell’americano, con rispettivi tempi di 45”07 e 45”08 – mentre Spence riesce a salvare il bronzo (45”5 a 45”6) dal ritorno di Singh in una Finale che, per la prima volta in assoluto, vede tutti e sei i finalisti concludere sotto i 46” netti – ma all’epoca la IAAF ratificava i primati al decimo di secondo e, pertanto, a tutti gli effetti, a Davis e Kaufmann va il privilegio di aver infranto tale barriera.

Sfida che, comunque, non tarda a ripetersi, visto che due giorni dopo è in programma la Finale della staffetta 4×400 metri, in cui Otis Davis e Kaufmann hanno il compito di correre la quarta e conclusiva frazione.

Con i primi due dei Trials, Yerman ed Young (quest’ultimo giunto sesto nella gara individuale …) ad aprire le danze, il terzo frazionista è Glenn Davis, fresco dall’aver confermato sui m.400hs l’oro di quattro anni prima ai Giochi di Melbourne ’56, il quale dispone con facilità del tedesco Jo Kaiser, consegnando il testimone ad Otis con un rassicurante margine di vantaggio.

Kaufmann si getta alla disperata riconcorsa dell’americano, riuscendo quasi a colmare il distacco prima di dover pagare dazio per lo sforzo compiuto ed, in riserva di ossigeno, lasciare spazio a Davis che va a concludere la prova con il tempo di 3’02”2 (3’02”37 con il rilevamento elettronico …), il che rappresenta il nuovo record olimpico e mondiale, migliorando il 3’03”9 stabilito dal leggendario quartetto giamaicano alle Olimpiadi di Helsinki ’52, con anche il quartetto tedesco a scendere sotto il vecchio primato con il conseguente limite europeo di 3’02”7 (3’02”84).

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L’arrivo della staffetta 4×400 metri – da:iaaf.org

Ed anche se, nel Ranking Mondiale di fine anno, Kaufmann viene preferito a Davis, nonostante le due medaglie d’oro ed annessi record mondiali ed il fatto che sulla pista dello Stadio Olimpico l’americano si sia imposto in tutte e sette le gare (tra individuale e staffetta …) disputate, di certo vi è il fatto che, grazie proprio alla loro rivalità, entrambi sono riusciti a far decollare la specialità del giro di pista anche per effetto di un nuovo modo di interpretare la stessa.

Davis, oramai appagato, chiude la propria attività agonistica l’anno seguente, con il suo secondo titolo AAU sulle 440yd con il tempo di 46”1, con tanto di passaggio in 45”8 ai 400 metri, per poi dedicarsi, una volta conseguita la laurea in educazione fisica alla “Oregon University”, all’insegnamento presso il Liceo di Springfield, viaggiando anche all’estero dove assume la Direzione atletica delle varie basi militari degli Stati Uniti, tra cui, una volta rientro in patria, la “McGuire Air Force Base” nel New Jersey, dedicandosi anche ai ragazzi durante i doposcuola.

Curiosamente, proprio due mesi dopo la fine delle Olimpiadi romane, prende il via sulla rete nazionale televisiva italiana, il famoso programma “Non è mai troppo tardi” che, condotto dal maestro Alberto Manzi, contribuisce in maniera sostanziale a ridurre la piaga dell’analfabetismo nel nostro Paese.

E chissà, se nello scegliere il titolo, l’Ente televisivo ed il conduttore non si siano ispirati proprio alla storia di Otis Davis che, come pochi altri atleti prima e dopo di lui, ha tangibilmente dimostrato come non sia mai “troppo tardi” per eccellere ed affermarsi nello sport come nella vita …

 

YELENA DAVYDOVA, L’ANTI COMANECI AI GIOCHI DI MOSCA 1980

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Yelena Davydova ai Giochi di Mosca ’80 – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Se è indubbio che i due boicottaggi delle edizioni di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 delle Olimpiadi abbiano privato alcune specialità di sfide e confronti di altissimo livello tra esponenti dei due distinti blocchi occidentale e sovietico per le rispettive assenze, in alcune discipline ciò è stato assolutamente indolore, come nel caso della Ginnastica Femminile ai Giochi del 1980.

Basti infatti pensare che, da quando l’Unione Sovietica si è presentata – a far tempo da Helsinki ’52 – alla Rassegna a cinque cerchi, nelle conseguenti 7 edizioni sino a Montreal ’76 non solo la medaglia d’oro del Concorso Generale a squadre non le è mai sfuggita, ma sul podio di detta prova sono sempre salite ginnaste di Paesi dell’Europa orientale, con l’unica eccezione del bronzo conquistato dalle padroni di casa giapponesi a Tokyo ’64.

Dominio assoluto della parte orientale del Vecchio Continente che si replica in termini ancor più schiaccianti nella prova Individuale del Concorso Generale, dove nelle riferite 7 edizioni nessuna ginnasta al di fuori del controllo sovietico è mai riuscita a salire sul podio, con 15 delle 21 medaglie assegnate appannaggio delle rappresentanti di detta Unione, pur se in tre occasioni – a Tokyo ’64 e Messico ’68 grazie alla “divina” cecoslovacca Vera Caslavska, ed a Montreal ’76 dove sboccia l’astro della rumena Nadia Comaneci – non sono riuscite a far loro la medaglia d’oro.

E proprio la presenza della Comaneci impensierisce non poco i Dirigenti della Federazione sovietica in vista dell’organizzazione dei Giochi di Mosca ’80, visto il ritiro dalle scene delle stelle Ludmila Tourischeva ed Olga Korbut, con la sola Nellie Kim reduce del Team che era riuscito a respingere l’assalto all’oro della Romania nel Concorso Generale a squadre quattro anni prima in Canada.

Oddio, non che l’enorme bacino di utenza a cui la Federazione poteva attingere non avesse proposto nel quadriennio post olimpico valide alternative, prime fra tutte Elena Mukhina – della cui tragica vicenda abbiamo già parlato – e Natalia Shaposhnikova che ai Mondiali di Strasburgo ’78 contribuiscono, assieme alla ricordata Kim, a fronteggiare la Comaneci e le sue compagne, facendo proprio il titolo a squadre e monopolizzando il podio del Concorso Generale Individuale, vinto da Mukhina con Kim argento e Shaposhnikova bronzo.

Ma l’anno seguente, alla Rassegna iridata di Fort Worth, negli Stati Uniti, con la Mukhina infortunata, la formazione sovietica aveva dovuto cedere alle rumene lo scettro nella prova a squadre ed anche se la Kim si era aggiudicata il titolo nel Concorso generale Individuale, nessuna ragazza sovietica era riuscita a salire sul gradino più alto del podio nelle singole specialità, qualcosa in più di un campanello d’allarme in vista delle Olimpiadi moscovite.

Preoccupazioni che si trasformano in tragedia allorché, nel disperato tentativo di recuperare la Mukhina, la stessa, a 20 giorni dall’inizio dei Giochi, incappa nell’incidente in allenamento che le procura una invalidità permanente appena ventenne, il che priva la squadra sovietica della sua punta di diamante assieme alla veterana e più volte citata Kim.

Certo, il Team poteva ancora contare sulla Shaposhnikova e su Maria Filatova, una “onesta” comprimaria sempre in grado di fornire il proprio contributo nella prova a squadre – già componente della formazione sia ai Giochi di Montreal ’76 che ai Mondiali di Strasburgo ’78 e Fort Worth ’79 – ma per oscurare la stella Comaneci occorreva quel “qualcosa in più” che si materializza nella figura di Yelena Davydova, che sulle pedane del Palazzetto dello Sport nel Centro Lenin di Mosca affronta la sua prima grande Manifestazione di tale livello internazionale.

Yelena Davydova nasce il 7 agosto 1961 a Voronezh, una città a 500km. a sud di Mosca e si innamora della Ginnastica a 7 anni, assistendo in televisione alle imprese delle connazionali Larisa Petrick e Natalia Kuchinskaya alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, le uniche due in grado di rivaleggiare con la leggendaria ceca Caslavska, tanto da tentare di iscriversi alla Scuola di ginnastica locale, venendo però scartata in quanto ritenuta non in possesso di un fisico adatto per detta disciplina.

Sua madre avrebbe desiderato che Yelena si dedicasse a studiare pianoforte, ma la ragazzina invece di andare a lezione, si reca presso la palestra per sbirciare dalle finestre gli allenamenti delle coetanee per poi cercare di imitarle nelle ore di ginnastica a scuola, facendosi notare da tale Gennady Korshunov, il quale convince il Direttore della Scuola ginnica ad affidare Yelena alle cure di sua moglie, una decisione che gli permette successivamente di divenirne l’allenatore, visti i progressi della giovane ginnasta, che ad 11 anni è già la migliore in assoluto tra le sue compagne.

La crescita della Davydova è esponenziale, nel 1973 vince il suo primo torneo internazionale a livello juniores, l’anno seguente viene chiamata a far parte della Nazionale juniores sovietica e nel 1975 si aggiudica i titoli nazionali di categoria al volteggio ed alle parallele asimmetriche, piazzandosi terza nel Concorso Generale, così da compiere il salto di categoria e competere ai massimi livelli interni.

Nonostante i suoi progressi, Yelena – così come la coetanea Shaposhnikova – non viene selezionata per i Giochi di Montreal ’76, in quanto la “collezionista di medaglie” Larisa Latynina, all’epoca Capo allenatore del Team femminile, è sempre ancorata ad un tipo di ginnastica tradizionale, diverso da quello che stavano proponendo le nuove generazioni e che nella rumena Comaneci trova la sua più alta consacrazione.

Proprio le spettacolari esibizioni della Comaneci – la prima, ricordiamo, ad essere premiata con un “10” in una Olimpiade, collezionandone ben 7 in una sola edizione come quella canadese – aprono la strada ad un nuovo modo di interpretare la ginnastica di cui la Davydova è una delle pioniere, soprattutto per l’elevato grado di difficoltà dei suoi esercizi, continuando a mietere medaglie in competizioni quali la “Chunichi Cup” e la “Tokyo Cup” in Giappone, Paese che di tale disciplina se ne intende, tanto che un cronista commenta le sue prestazioni annotando come “sia la giovane Davydova a meritare una maggior attenzione per la difficoltà delle sue esibizioni, essa rappresenta “l’enfant prodige” dell’Unione Sovietica, dotata di non minor talento rispetto alla Kim, Tourischeva o Filatova”.

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Una 16enne Davydova – da gettyimages.co.au

Un giudizio che viene ribadito in occasione di una tournée in Gran Bretagna da parte della squadra sovietica nel 1977, allorché il “Daily Mirror”, nel programma di presentazione dell’evento, la descrive come “la Davydova sia l’unica ginnasta della squadra ad aver perfezionato uno stile tutto suo particolare (una capriola …) per iniziare l’esercizio alla trave”, ma anche per lei, il destino sta per riservare una brutta sorpresa.

Avviene, difatti, che Yelena riporti un grave infortunio in allenamento, con il distacco della rotula dal suo ginocchio, per il quale le viene suggerito di sottoporsi ad un intervento chirurgico, con il rischio di non poter più competere ai massimi livelli, circostanza che la porta a rifiutare una tale evenienza, curandosi con il riposo e trattamenti omeopatici, per poi aver partita vinta grazie alle sue capacità di recupero ed allo spirito di sacrificio.

Pienamente ristabilitasi dall’infortunio, la Davydova fornisce altre eccellenti prestazioni in Giappone, aggiudicandosi il titolo nel Concorso Generale alla prestigiosa “Chunichi Cup” prevalendo per 0,55 punti sulla tedesca orientale Maxi Gnauck, per poi imporsi alle parallele asimmetriche ed al volteggio alla “Tokyo Cup”, così da essere inserita nella formazione sovietica per i Campionati Mondiali di Strasburgo ’78, dove però, con sua grande amarezza, è relegata al ruolo di riserva, senza pertanto poter dar conto della propria abilità.

Quello verso le grandi Manifestazioni internazionali sembra un tabù invalicabile per l’oramai 18enne Yelena, che è costretta a saltare anche la Rassegna iridata di Fort Worth ’79 a causa di un’influenza, ragion per cui l’appuntamento con le Olimpiadi di Mosca rappresenta per lei la prima vera opportunità a livello planetario per mostrare a tutti le sue qualità.

Occorre però superare le “forche caudine” della Coppa dell’Unione Sovietica che si disputa a Mosca dal 19 al 22 giugno ’80, una sorta di “Trials olimpici” e che quattro anni prima l’avevano vista piazzarsi sesta con conseguente esclusione dalla selezione per Montreal, ma stavolta la Davydova si impone con un vantaggio di 0,50 punti sulla Shaposhnikova, 0,80 su Stella Zakharova ed 1,00 sulla Filatova, tanto che il celebre Coach rumeno Bela Karolyi la investe del ruolo di principale avversaria della sua Comaneci, e non si sbaglierà …

Ed ecco, infine, che il 21 luglio ’80 prende il via la rassegna a cinque cerchi con le tre grandi favorite – Unione Sovietica, Romania e Germania Est – a darsi battaglia sul filo dei millesimi di punto nella Prova a Squadre, da cui le prime tre di ogni formazione si qualificano per il successivo Concorso Generale Individuale, portandosi dietro, come preliminare, il punteggio accumulato nella gara a squadra, diviso per due, mentre alle singole specialità sono ammesse solo due atlete per Nazione.

In effetti, la competizione conferma le previsioni della vigilia, con punteggi altissimi e che vedono l’Unione Sovietica aggiudicarsi l’oro con il punteggio complessivo di 394,900 – con la Shaposhnikova a realizzare la miglior performance con 79,150 seguita dalla Davydova con 79,000 e dalla Kim con 78,950 – precedendo di soli 1,400 punti la Romania – con Emilia Eberle e la Comaneci divise da soli 0,050 punti (79,100 a 79,050) – e di 2,350 la Germania Est, nelle cui file però la Gnauck ottiene il miglior punteggio assoluto con 79,350 punti.

Ciò sta a significare che il 24 luglio, giorno del Concorso Generale Individuale, la tedesca orientale parte con un leggero vantaggio costituito dai suoi 39,675 punti rispetto ai 39,575 della Shaposhnikova, i 39,550 della Eeberle, i 39,525 della Comaneci, i 39,500 della Davydova ed i 39,475 della Kim, in pratica sei ginnaste a caccia dell’oro racchiuse nello spazio di appena 0,200 millesimi di punto.

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Davydova alla trave – da gettyimages.com.au

Davydova debutta alla trave, ottenendo un 9,850 dalla giuria che la mantiene in corsa per la medaglia d’oro, anche se dopo due delle quattro rotazioni la Classifica vede ancora avanti la Gnauck, con la sovietica ad aver recuperato la seconda posizione, precedendo la connazionale Shaposhnikova e la Comaneci, terze a pari merito, ma il momento cruciale deve ancora giungere, allorché le quattro pretendenti al titolo sono ancora a stretto contato prima dell’ultima serie di esercizi, dopo che al turno precedente la Comaneci aveva chiaramente dimostrato di non voler abdicare venendo premiata con un “10” nel suo esercizio alle parallele asimmetriche.

La Gnauck guida ancora con un totale di 69,375 e deve esibirsi al volteggio, la Comaneci è seconda con 69,225 e le tocca l’esercizio alla trave, mentre la Davydova, terza a quota 69,200 conclude la sua fatica alle parallele asimmetriche, con però la differenza che la tedesca orientale è la seconda a scendere in pedana per l’esercizio nella sua rotazione, rispetto alla sovietica che si esibisce per settima e la rumena per ottava.

A questi livelli, un vantaggio di 0,150 punti come quello vantato dalla Gnauck è un margine di sicurezza, in quanto con un 9,85/9,90 al volteggio – nelle due prove nella gara a squadre aveva ricevuto un 9,95 ed un 9,90 – la medaglia d’oro non può sfuggirle, ma è altrettanto vero che un esercizio viceversa valutato, come difatti accade, dai giudici con 9,700 può pregiudicare il più alto gradino del podio.

La prestazione della tedesca orientale lascia quindi aperte le porte ad un sorpasso che pareva improbabile per l’atleta di casa, la quale si appresta al proprio esercizio alle parallele asimmetriche con “la tranquillità e l’equilibrio di una ginnasta molto più anziana ed esperta, ogni suo passaggio è perfetto, da autentica Regina della specialità”, riporta lo “United States Olympic Book” nel descrivere l’esibizione della Davydova, premiata dai giudici con un 9,950 che la porta al comando con un totale di 79,150 punti rispetto ai 79,075 della Gnauck, ma deve ancora scendere in pedana la Comaneci per la prova alla trave …

Per poter confermare l’oro di Montreal alla non ancora 19enne rumena occorre pareggiare lo score di 9,950 della Davydova, ed il suo esercizio – apparso agli addetti ai lavori tutt’altro che impeccabile – rende l’atmosfera all’interno del Palazzetto dello Sport elettrica, visto che trascorrono ben 30 minuti prima che appaia il punteggio assegnato dalla giuria, un 9,850 che significa medaglia d’oro per l’idolo di casa, ed argento a pari merito per Gnauck e Comaneci, mentre la Shaposhnikova si ritrova ai margini del podio per soli 0,050 millesimi di punto, penalizzata da un 9,750 ottenuto al corpo libero.

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Davydova e Comaneci sul podio del concorso generale individuale – da pinterest.co.uk

Con già due medaglie d’oro al collo, la Davydova deve ora vedersela con la voglia di rivincita delle sue avversarie nei due singoli attrezzi (trave e volteggio) per le quali si è qualificata – per ironia della sorte, il suo unico “10” ottenuto nella gara a squadre al corpo libero non le è stato sufficiente per detta specialità, a causa del 9,800 nella prima esibizione, visto che sia Kim che Shaposhnikova avevano ottenuto un 9,90 ed un 9,95 a testa – prove che si risolvono ancora in un duello a tre tra sovietiche, rumene e tedesche orientali.

Penalizzata nel volteggio – dove peraltro parte con il quinto miglior punteggio di 9.90 derivante dai preliminari – con un esercizio valutato 9,675 che le garantisce il solo quarto posto, con la magra consolazione che Gnauck e Comaneci fanno ancor peggio, nel mentre la medaglia s’oro va alla connazionale Shaposhnikova, la Davydova ingaggia un’affascinante sfida con la Comaneci alla trave, dove riesce solo parzialmente a recuperare gli 0,100 millesimi (9,950 a 9,850) di svantaggio derivanti dai preliminari, e la sua performance di 9,900 rispetto al 9,850 della rumena le consente di respingere l’attacco della connazionale Shaposhnikova per l’argento, con le tre ginnaste divise da meno di 0,100 punti (19,800 per la Comaneci, 19,750 e 19,725 rispettivamente per le due sovietiche …).

Chiamata a confermarsi l’anno seguente ai campionati Mondiali ’91 che si svolgono ancora nella Capitale moscovita, la Davydova offre il meglio di sé nella prova a squadre, dove contribuisce al successo della formazione sovietica su Cina e Germania Est totalizzando il più alto punteggio di 78,250 tra tutte le partecipanti, per poi incappare in una controprestazione alla trave nel Concorso Generale Individuale, così da essere relegata sul gradino più basso del podio, dietro alle due connazionali Olga Bicherova e Filatova, rispettivamente oro ed argento.

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Yelena Davydova ai Mondiali ’81 – da wagymnastics.wikia.com

Tale delusione la condiziona anche negli esercizi alle singole specialità – che stavolta la vedono qualificata in tutte e quattro le prove – con una nuova prestazione scadente alla trave, dove conclude non meglio che settima, così come resta ai margini del podio al volteggio, per poi andare a medaglia alle parallele asimmetriche – bronzo con 19,700 punti a pari merito con l’americana Julienne McNamara nella gara vinta dalla Gnauck con 19,900 davanti alla cinese Ma Yanhong – ed arrendersi per 0,075 millesimi di punto (19,850 a 19,775) alla connazionale Natalia Ilienko al corpo libero.

All’età di 20 anni, con tre medaglie olimpiche e quattro mondiali, per la Davydova non sembrerebbe ancora giunto il momento di ritrarsi, ma un infortunio alla caviglia al “Grand Prix” a Roma nel 1982 e notizie di un successivo grave infortunio in allenamento riportate dal quotidiano tedesco “Die Welt” (ancorché non filtrate dalla consueta cortina che circondava all’epoca tutto ciò che avveniva in Unione Sovietica …) fecero sì che – data anche l’ancora recente tragedia che aveva colpito la Mukhina – per prudenza si ponesse termine alla sua attività agonistica.

Ma, altrettanto ovviamente, la Davydova non abbandona l’ambiente della ginnastica, nel 1983 sposa Pavel Filatov, unione da cui nascono due figli, e nel 1991, con il crollo dell’impero sovietico, la famiglia si trasferisce in Canada, dove diviene proprietaria della “Gemini Gymnastic”, un Club con sede in Oshawa, nell’Ontario, per poi tornare a respirare l’aria olimpica in occasione dei Giochi di Londra ’12, quale una dei tecnici della Nazionale canadese, allenando Kristina Vaculik, componente del Team che si classifica quinto nella prova a squadre, e quindi essere presente anche all’edizione di Rio de Janeiro ’16, stavolta in veste di giudice nell’esercizio al corpo libero, prima di essere nominata quale membro della Commissione Tecnica della Federazione Internazionale di Ginnastica Femminile …

Provate a trovarne un’altra, che abbia vissuto la sua disciplina sportiva ricoprendo tutti i ruoli che la stessa prevede, se ne siete capaci …

 

LO SCUDETTO DEL VERONA 1985, STORIA DI UN “MIRACOLO” PROGRAMMATO

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Il trionfo del Verona a Bergamo – da guerinsportivo.it

articolo di Giovanni Manenti

Molto spesso – per non dire quasi sempre, specie in ambito calcistico – in occasione di vittorie contro pronostico di squadre non favorite alla vigilia, si abusa del termine “Miracolo” per definire una tale impresa, una accezione che non risparmia neppure lo storico” Scudetto conquistato dall’Hellas Verona nella stagione 1984-’85.

Crediamo peraltro di essere nel giusto allorché ci permettiamo di confutare una tale affermazione, poiché, a nostro avviso, si può parlare di “miracolo” (sempre in termini sportivi, ovviamente …), quando ciò accade in maniera del tutto inaspettata, come nel caso, a mo’ d’esempio, della Danimarca Campione d’Europa ’92 allorché non avrebbe neppure dovuto prendere parte alla Rassegna Continentale oppure, sempre nell’ambito della stessa competizione, nel caso della Grecia nel 2004, vale a dire compagini che non avevano certo programmato un tale successo.

Nel caso del Verona, viceversa, l’aver scalato i vertici del Calcio nazionale è frutto di una oculata programmazione da parte del proprietario Ferdinando Chiampan – pur se la Presidenza, di fatto, era affidata a Celestino Guidotti – e che, come vedremo, trae origine da scelte appropriate destinate, un tassello alla volta, a completare il puzzle dimostratosi poi vincente.

Una formazione, quella scaligera, che aveva vissuto l’intero decennio ’70 con dignitose stagioni nella Massima Divisione – dove era stata promossa al termine del Campionato Cadetto ’68 assieme a Palermo e Pisa, con tanto di Nils Liedholm come allenatore – fatta salva una discutibile retrocessione a tavolino nel ’74 per illecito sportivo, prontamente sanata con un’immediata risalita in Serie A, Categoria dalla quale era retrocessa nel ’79, ponendo così fine all’era del Presidente Saverio Garonzi.

Fanno seguito due anonime stagioni in Serie B, con addirittura il rischio della retrocessione in C1 nel 1981, scampato per un solo punto nonostante la guida tecnica di Giancarlo Cadè – che al Club gialloblù ha legato gran parte della sua esperienza da allenatore, essendo la stessa la sua quarta esperienza sulla panchina scaligera dopo quelle del 1964-’65, 1968-’69 e del biennio 1972-’74 – per poi invertire la rotta nell’estate seguente.

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Il Verona della promozione in A nel 1982 – da wikipedia.org

La prima decisione, che si rivelerà fondamentale per l’intero “Decennio d’oro” veronese, è quella di scegliere come tecnico il 46enne milanese Osvaldo Bagnoli, reduce dall’aver conquistato la Promozione in A con il Cesena, per poi procedere ad un’operazione di ringiovanimento della rosa che, nella stagione precedente, comprendeva giocatori oramai sul viale del tramonto, quali il portiere Paolo Conti, il terzino Roversi ed il centrocampista Franzot, mantenendo il solo Fedele, ancorché vantasse 34 primavere.

La migliore eredità lasciata da Cadè era stata quella di aver contribuito alla definitiva crescita del giovane libero Tricella, difensore di scuola interista approdato 20enne nella città di Romeo e Giulietta, confermato titolare nel ruolo da Bagnoli, nel mentre tra i pali avviene lo scambio di portieri con la Sampdoria, con Conti a trasferirsi in blucerchiato e Garella a compiere il percorso inverso.

Fondamentale a centrocampo è l’arrivo del regista Antonio Di Gennaro, prelevato dal Perugia dopo gli esordi in maglia viola, dove era “chiuso” da Antognoni, ma ancor di più, rispetto all’asfittica stagione precedente in attacco – con il migliore ad essere D’Ottavio con 5 reti – l’aver puntato su di una coppia nuova di zecca costituita dagli esperti Gibellini e Penzo, entrambi reduci da un’annata non esaltante, rispettivamente con le maglie di Spal e Brescia.

L’aria di Verona è però rigenerante per i due attaccanti, che in due realizzano 27 reti, decisive per centrare l’immediata Promozione in A, maturata al termine di un girone di ritorno da incorniciare, dopo aver concluso la fase ascendente al quarto posto con 21 punti, con anche Sampdoria e Pisa a far compagnia alla formazione scaligera, prima con 48 punti rispetto ai 47 delle altre due promosse.

Il mercato estivo ’82 assume una rilevanza importante per le successive fortune del Club scaligero, in quanto approdano alla corte di Bagnoli, provenienti dalla Roma, l’esperto difensore Spinosi ed il terzino sinistro Luciano Marangon, così come il terzino/mediano Volpati prelevato dal Brescia, mentre due pedine fondamentali nello scacchiere del tecnico milanese si rivelano il centrocampista ex viola Sacchetti e l’ala tornante Pierino Fanna, quest’ultimo fresco di Scudetto conquistato con la Juventus.

Partecipare alla Massima Divisione consente altresì di operare sul mercato stranieri, e se la scelta del polacco Zmuda si rivela infelice (due sole presenze per lui …), ben diverso è il rendimento del “Globe trotter” del calcio mondiale, vale a dire il nazionale brasiliano Dirceu prelevato dall’Atletico Madrid e che delizia, con le sue giocate, il palato fine degli spettatori del “Bentegodi”.

In una Serie A che vive l’inizio del suo massimo splendore, sulla scia del trionfo degli azzurri al Mondiale di Spagna ’82, con ciò determinando l’arrivo nel Bel Paese di assi del calibro di Michel Platini, Boniek, Hansi Muller, Trevor Francis, Passarella solo per citarne alcuni e che vanno ad unirsi ai già presenti Falcao, Brady, Prohaska e Daniel Bertoni, la lotta al vertice è caratterizzata dall’aspro duello tra Juventus e Roma dei due leader indiscussi Platini e Falcao, con la Fiorentina a recitare la parte del “terzo incomodo” stante il periodo non felice in casa interista e l’addirittura “profondo rossonero” dei cugini del Milan, tornati nel Purgatorio della Serie B dopo esservi una prima volta finiti a causa del “Calcio Scommesse”.

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Penzo al tiro in Verona-Juventus 2-1 del 26 settembre ’82 – da larena.it

Di fronte a cotanto consesso, il tecnico Bagnoli presenta sul relativo palcoscenico una formazione brillante, dal gioco vivace, imperniata sulla tecnica dei suoi uomini guida Di Gennaro (impiegato come centravanti arretrato vista la presenza del brasiliano …), Dirceu e Fanna, le cui giocate sono manna dal cielo per Penzo – in pratica l’unica punta di ruolo dell’attacco scaligero – che le trasforma in così tante reti (saranno 15 a fine Torneo …) da sfiorare il titolo di Capocannoniere stagionale, giungendo a pari merito con Altobelli ed ad una sola lunghezza di distacco da “Le Roy” Platini.

E’ un Verona che conquista le simpatie dei tifosi neutrali, e che al termine del girone di andata è nientemeno che ad un sol punto (22 a 21) dalla Roma Campione d’inverno, per poi pagare dazio nel ritorno anche perché Bagnoli insiste su di un undici base – tre giocatori risultano sempre presenti, quattro saltano una sola partita, altri due collezionano 28 presenze e gli ultimi due 26 – da recitare a memoria, portando comunque a termine la stagione in una eccellente quarta posizione, mentre i giallorossi si aggiudicano lo Scudetto per la seconda volta nella loro storia.

Stagione che si sarebbe potuta concludere in gloria se il cammino in Coppa Italia avesse avuto un esito diverso nell’atto conclusivo, visto che i gialloblù arrivano a disputare la doppia Finale contro la Juventus dopo aver eliminato nei Quarti il Milan – rocambolesco 3-3 al ritorno a San Siro con rete decisiva di Penzo ad 1’ dal termine dopo il 2-2 del “Bentegodi” – ed aver riservato identica sorte al Torino in semifinale, riuscendo nell’impresa di ribaltare lo 0-1 casalingo andando a vincere 2-1 al “Comunale” con ancora Penzo “giustiziere” con la rete decisiva siglata al 77’.

Ma ad una Juventus uscita con le ossa rotte da una stagione che l’ha vista superata dalla Roma in Campionato e sconfitta per 0-1 dall’Amburgo nella Finale di Coppa dei Campioni resta la sola “consolazione” della conquista della Coppa Italia – briciole per il Club del Presidente Boniperti – anche se la gara di andata in terra veneta si conclude con la vittoria scaligera per 2-0 (di nuovo Penzo e Volpati a decidere l’incontro …), il che fa sognare i tifosi gialloblù, solo per subire un’atroce beffa al ritorno a Torino dove, dopo un’iniziale rete di Paolo Rossi, la difesa regge sino a quando Platini non decide di ergersi a protagonista, siglando a 9’ dal termine la rete che prolunga la sfida ai supplementari, per poi deciderla con il punto del 3-0 al 119’, quando la decisione ai calci di rigore sembrava oramai scritta.

Ed è proprio il 30enne attaccante di Chioggia – che alle 15 reti in Campionato aveva sommato i 7 centri in Coppa Italia – “l’uomo mercato” dell’estate 1983, venendo acquistato dalla Juventus in sostituzione di Bettega emigrato in Canada, con l’approdo a Verona della punta Galderisi (chiuso in bianconero da Paolo Rossi …) e di Storgato, mentre in difesa importanti innesti sono costituiti dall’approdo del terzino Ferroni dalla Sampdoria e dello stopper Silvano Fontolan dal Como.

Partito Dirceu destinazione Napoli, Di Gennaro può appropriarsi a pieno titolo del ruolo di regista della squadra, mentre in attacco Bagnoli sperimenta una coppia veloce e scattante costituita, oltre che da Galderisi, da Maurizio Iorio, neo Campione d’Italia con la Roma, acquistato in comproprietà coi giallorossi, nel mentre deludente si rivela l’acquisto dal Milan dello scozzese Joe Jordan, che non si integra tanto da collezionare 12 presenze con una sola rete all’attivo.

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Di Gennaro, regista-scudetto – da pinterest.de

Atteso alla conferma dopo l’eccellente stagione da neo promossa, il Verona non smentisce le proprie caratteristiche di “squadra sbarazzina” grazie al movimento del trio offensivo formato da Fanna, Galderisi ed Iorio ed alimentato da Di Gennaro, facendo vittime illustri al “Bentegodi” dove, per “par condicio”, cadono sia la Roma all’ultima di andata (1-0, rete di Di Gennaro) che la Juventus a sette turni dal termine (2-1, con Iorio e Galderisi a ribaltare il vantaggio iniziale firmato Platini), così da concludere il Campionato in un onorevole sesto posto – ed Iorio terzo nella Classifica Cannonieri con 14 centri – nel mentre la Juventus si prende la rivincita sulla Roma, e dare ancora una volta il meglio di sé in Coppa Italia.

Quel Trofeo che già nel 1976 aveva visto gli scaligeri giungere in Finale all’Olimpico solo per essere pesantemente sconfitti per 4-0 dal Napoli di Savoldi, continua a rappresentare una sorta di tabù invalicabile, visto che anche stavolta il Verona deve subire la voglia di riscatto da parte di una Roma che, come i bianconeri l’anno precedente, è reduce dal secondo posto in Campionato e dall’amara sconfitta ai rigori nella Finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, con le due sfide che vedono i giallorossi prevalere per 1-0 al ritorno dopo l’1-1 dell’andata in terra veneta.

A questo punto della storia, è sin troppo evidente che, stante la crescita esponenziale del movimento calcistico nel Bel Paese – che porterà l’Italia a dominare a livello internazionale con i propri Club sino a fine anni ’90 – se si vogliono coltivare aspirazioni di vertice non si possa prescindere dall’inserire in rosa una coppia di stranieri di livello, cosa che per il Club scaligero avviene nell’estate ’84 grazie a due azzeccatissime mosse del Direttore Sportivo, nonché vecchia gloria gialloblù da giocatore, Emiliano Mascetti.

L’ex centrocampista riesce, difatti, a consegnare al tecnico Bagnoli due giocatori di assoluto affidamento, vale a dire il terzino/mediano Hans Peter Briegel, pilastro della Nazionale tedesca, prelevato dal Kaiserslautern, e l’attaccante danese Preben Elkjaer Larsen, messosi in mostra agli Europei ’84 con la sua Nazionale, e proveniente dai belgi del Lokeren.

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I giocatori festeggiano una rete di Briegel nell’anno dello scudetto – da wikipedia.org

Con questi due innesti, Bagnoli ha l’opportunità di rinforzare il centrocampo e potenziare l’attacco – al quale anche lo stesso Briegel fornisce un importante contribuito quanto a reti realizzate – grazie alla straripante potenza fisica (m.1,83 per 74kg.) dell’attaccante danese, che ben si combina con l’agilità di Galderisi, visto che Iorio era stato riscattato dalla Roma a fine stagione, mentre Jordan se ne era tornato a godere gli ultimi spiccioli di gloria nel regno Unito.

Una coppia di attaccanti così ben assortita, diventa ben presto l’incubo delle difese avversarie, con in più, rispetto al passato, l’opportunità di validi ricambi sia in difesa con Ferroni che a centrocampo, dove Sacchetti ha modo di alternarsi con Bruni, altro giocatore di scuola viola, in forza già dalla passata stagione, pur se ben nove undicesimi della formazione titolare scendono in pratica sempre in campo durante l’intero torneo.

E, con una Roma a prendersi una “pausa di riflessione” tanto da concludere il Campionato in un’anonima settima posizione e la Juventus a concentrarsi più sull’obiettivo europeo costituito dalla Coppa dei Campioni – poi vinta nella tristemente famosa “notte dell’Heysel” – per il Verona qualche speranza ai nastri di partenza del torneo è lecito cullarla, un sogno che poi si trasforma in realtà man mano che i turni si susseguono.

A cominciare dalla netta vittoria casalinga per 3-1 all’esordio contro un Napoli in cui debutta un certo Diego Armando Maradona, anche se è il successo per 2-0 sulla Juventus alla quinta giornata – con tanto di rete del raddoppio di Elkjaer con una scarpa sola – a far intuire le potenzialità della squadra, che si ritrova da sola al comando con 9 punti, seguita ad una lunghezza dalla Sampdoria in cui si è appena costituita la coppia Vialli e Mancini in attacco ed a due da Torino e Milan.

E, con una difesa pressoché insuperabile, dove Garella para di tutto ed i tutti i modi (chi se ne frega dello stile, conta l’efficacia …), tanto da incassare solo 6 reti nelle prime 14 uscite, il Verona subisce la sua prima sconfitta stagionale proprio all’ultima giornata di andata, un 1-2 al “Partenio” contro l’Avellino che le consente comunque di chiudere il girone ascendente con il platonico titolo di Campione d’inverno a quota 22 punti, pur se l’Inter di uno scatenato Altobelli ed affiancato da Rummenigge (non so se mi spiego …) insegue ad un solo punto di distacco.

Lo scatto decisivo avviene tra la 19.ma e la 24.ma giornata, allorché gli scaligeri, dopo aver impattato per 1-1 sia con l’Inter al “Bentegodi” che con la Juventus al Comunale, regolano di misura per 1-0 (rete di Elkjaer a 15’ dal termine …) la Roma tra le mura amiche per poi superare nettamente i viola a Firenze e la Cremonese in casa ed uscire indenne dall’insidioso terreno di Marassi contro la Sampdoria, così da accumulare un vantaggio di ben 6 lunghezze (36 a 30) su di un quintetto di inseguitrici formato da Juventus, Torino, Inter, Milan e Sampdoria, quando mancano appena sei giornate al termine.

In città è difficile contenere l’euforia che si percepisce ad ogni angolo, già si respira aria di festa, ma a raffreddare gli entusiasmi giunge l’inaspettata sconfitta interna per 1-2 contro il Torino in una gara condizionata da un errore dal dischetto dopo 5’ da parte di Galderisi, così che il vantaggio in Classifica si riduce a 4 punti con la prospettiva, la domenica successiva, di dover andare a rendere visita a San Siro al Milan, fortunatamente uscito sconfitto dal confronto diretto di Marassi contro la Sampdoria.

In questi frangenti del Campionato, con la fatica a farsi sentire e gli attaccanti non più luci come in avvio, diviene fondamentale la tenuta difensiva ed il reparto, sapientemente orchestrato alla stregua di un veterano da parte del 26enne Tricella – alla sua terza stagione consecutiva senza saltare neppure un incontro, il che testimonia anche la correttezza del suo stare in campo – regge l’urto degli avanti rossoneri nella sfida conclusa a reti bianche, così come resta inviolato nei due successivi turni casalinghi contro Lazio e Como che fruttano tre punti fondamentali, con Fanna a siglare al 78’ l’unica rete nel successo contro i biancocelesti capitolini.

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Elkjaer e Baresi a confronto in Milan-Verona ’85 – da tggialloblu.it

Mancano a questo punto due soli turni al termine del Campionato, ed il Verona è riuscito a mantenere i 4 punti di vantaggio sulle avversarie, ridottesi alle sole Inter e Torino, ragion per cui è sufficiente un pari nella gara in programma il 12 maggio 1985 a Bergamo contro la già salva Atalanta per dare allo Scudetto i crismi dell’ufficialità.

Una data, quella citata, che resta per sempre impressa nella memoria di tutti coloro, dirigenti, tecnico, giocatori e tifosi, che hanno avuto la fortuna di viverla e che si lasciano andare al 90’ – con il risultato di 1-1 fissato dalle reti di Perico ed Elkjaer – alle consuete scene di giubilo, ma che per una Società che mai le ha vissute (e forse mai più le vivrà in futuro …) rappresentano un qualcosa di indimenticabile.

 

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Atalanta-Verona 1-1, è Scudetto …!! – da:panorama.it

 

Così come indimenticabili sono i festeggiamenti che, la domenica seguente, ultima di Campionato, accompagnano i giocatori nel fatidico giro d’onore al termine del successo per 4-2 sull’Avellino, il che determina una Classifica Finale che recita Verona primo con 43 punti (15 vittorie, 13 pareggi e solo 2 sconfitte, secondo miglior attacco con 42 reti e miglior difesa con sole 19 reti al passivo), seguito da Torino ed Inter, a quota 39 e 38 punti rispettivamente.

Riteniamo doveroso, in conclusione, riportare, con presenze e reti, l’intero elenco dei nomi di “coloro che fecero l’impresa”, e ribadiamo impresa poiché, come avrete avuto modo di sincerarvi da voi stessi, di tutto si può parlare, tranne che di “Miracolo” …!!

Formazione Titolare: Garella (30 presenze, -19 reti); Volpati (30, 0), Luciano Marangon (29, 2); Tricella (30, 0), Fontolan (28, 1), Briegel (27, 9); Fanna (29, 2), Bruni (27, 1), Galderisi (29, 11), Di Gennaro (29, 4), Elkjaer (23, 8). Riserve: Spuri (1, -), Ferroni (20, 0), Fabio Marangon (3, 0), Donà (12, 0), Sacchetti (15, 1), Turchetta (16, 0). Allenatore: Osvaldo Bagnoli.

JOSY BARTHEL, IL MEZZOFONDISTA GLORIA ETERNA DEL LUSSEMBURGO

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Il vittorio arrivo di Barthel sui m.1500 ad Helsinki ’52 – da:olympic-century,blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

Se da un punto di vista geografico il Lussemburgo rappresenta poco più di un punto sull’atlante universale – basti pensare che la sua superficie di poco superiore ai 2500mq. è circa un decimo della sola Toscana – in ambito olimpico non se ne sarebbero quasi conosciute le tracce, se non fosse che …

Già, se non fosse che ai Giochi di Helsinki ’52 si scrive una di quelle epiche pagine che fanno amare lo Sport ed, in particolare, la madre di tutte le discipline, vale a dire l’Atletica Leggera, consegnando ai posteri una delle più belle storie che mai abbia raccontato.

Difatti, il medagliere complessivo olimpico del Granducato – affrancatosi come unità politica indipendente dall’Olanda nel 1839 e dalla Germania nel 1867 – registra quattro allori, un oro e tre argenti, ma non devono trarre in inganno le medaglie conquistate dal pur leggendario Marc Girardelli ai Giochi Invernali di Albertville ’92, in quanto lo stesso è austriaco di nascita ed il suo gareggiare sotto i colori lussemburghesi fu solo conseguenza di divergenze tra il padre dello sciatore e la Federazione austriaca.

Al netto di dette medaglie, pertanto, per trovare un alfiere del Granducato su di un podio olimpico occorre risalire alla notte dei tempi, con tale Joseph Alzin ad aver conquistato l’argento nel Sollevamento Pesi, Categoria oltre 82,5 chilogrammi, ai Giochi di Anversa 1920, tra l’altro sfiorando anche l’oro in quanto preceduto dall’azzurro Filippo Bottino per soli cinque chili (265 a 260) di differenza.

Ed, oltretutto, rispetto ai tempi più recenti, il Lussemburgo si presentava all’epoca alla rassegna a cinque cerchi con rappresentative numericamente di rispetto – dopo la citata edizione di Anversa, 51 atleti a Parigi ’24, 49 ad Amsterdam ’28 così come a Berlino ’36, ed anche nell’immediato secondo dopoguerra erano pur sempre in 47 ad iscriversi a  Londra nel 1948 ed in 44 nella “storica” edizione di Helsinki ’52 – avendo saltato, per ovvie difficoltà di trasferimento oltre Oceano, i soli Giochi di Los Angeles ’32, ma di medaglie manco a parlarne.

Doveva essere un altro Joseph, come il suo connazionale 32 anni prima, a rompere la tradizione negativa, ed il nome di questo “eroe sportivo” del Granducato resta per sempre imperituro nella storia agonistica del proprio Paese.

Joseph Barthel, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce a Mamer il 24 aprile 1927 e scopre le proprie qualità di mezzofondista durante la Seconda Guerra Mondiale, tant’è che si aggiudica la prova sugli 800 metri ai Campionati Mondiali Militari svoltisi a Berlino nel 1947, ripetendosi l’anno seguente a Bruxelles, dove realizza la doppietta 800/1500 metri.

Una cosa sono però le competizioni riservate ai militari ed un’altra le massime Manifestazioni internazionali, e Barthel ha modo di rendersene personalmente conto allorché alle prime Olimpiadi del secondo Dopoguerra, svoltesi a Londra nel 1948, riesce sì a qualificarsi per la Finale dei m.1500 solo per fare da spettatore al trionfo dello svedese Henry Eriksson, in quanto conclude non meglio che decimo in un modesto 3’56”9, ove si consideri che l’anno prima Barthel aveva corso la distanza in 3’51”0 a Parigi il 27 settembre ’47, tempo che se replicato lo avrebbe condotto a lottare per il gradino più basso del podio.

Il successivo quadriennio non è certo di quelli che avrebbero potuto far inserire il piccolo “Josy” (m.1,73 per 68 chili) nel lotto dei favoriti ai Giochi di Helsinki ’52 in quanto, dopo una buona stagione post olimpica, in cui corre i 1500 metri in 3’51”5 l’1 ottobre ’49, si dedica alla più breve distanza del doppio giro di pista, con risultati di scarso rilievo, visto che ai Campionati Europei di Bruxelles ’50 conclude desolatamente al nono ed ultimo posto in Finale con il tempo di 1’58”8 dopo aver corso in 1’51”7 in batteria.

Meglio quindi tornare al vecchio amore dei 1500 metri, visto anche che la specialità non ha fatto registrare eccessivi progressi dai tempi dello straordinario mezzofondista svedese Gunder Hagg – la cui sola, grande sfortuna è stata quella della cancellazione delle Olimpiadi del 1940 e ’44 di cui sarebbe stato indubbio protagonista – ancora detentore, ad inizio anni ’50 dei primati mondiali sia sui m.1500 (3’43”0) che sulla distanza inglese del miglio, corso in 4’01”4 a Malmoe il 17 luglio 1945.

E’ peraltro pur vero che qualcosa si sta muovendo in questo inizio del nuovo decennio, prova ne siano le prestazioni dell’olandese Wilhelm Slijkhuis, capace di avvicinare il limite mondiale con il suo 3’43”8 corso ad Anversa il 21 agosto ’49 e poi confermatosi con la medaglia d’oro alla Rassegna Continentale di Bruxelles ’50, dove si impone precedendo in volata (3’47”2 a 3’47”8) il francese di origini algerine Patrick El Mabrouk.

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Josy Barthel in una foto del 1951 – da:gettyimages.it

Ma nell’anno olimpico – con Barthel che non ha ovviamente alcun problema a qualificarsi per i Giochi, visto che si aggiudica per 11 anni consecutivi (dal 1946 al ’56) i titoli nazionali sia sugli 800 che sui 1500 metri – altri seri precedenti si affacciano all’orizzonte, ad iniziare dal 23enne britannico Roger Bannister, il quale nel 1951 fa registrare tempi di 3’48”4 sui m.1500 e di 4’07”8 sul miglio e, soprattutto, il 21enne tedesco Werner Lueg che il 29 giugno ’52 a Berlino, a meno di un mese dall’inizio dei Giochi di Helsinki, eguaglia con 3’43”0 il record mondiale di Hagg, impresa già compiuta dall’altro svedese Lennart Strand a luglio ’47, ma che non è della partita nella Capitale finnica, mentre, al contrario, lo sono i temibili connazionali Olle Aberg, Sture Landqvist ed Ingvar Ericsson.

Pensare che “Josy” potesse competere per il podio – nonostante anch’esso si presenti nella Capitale finlandese essendosi migliorato nel corso della stagione sino a 3’49”8, scendendo per la prima volta sotto la barriera dei 3’50” netti – appare un esercizio di elevata fantasia, così come scarso credito viene dato ai mezzofondisti americani, i quali non si aggiudicano l’oro della specialità addirittura dall’edizione di Londra 1908, allorché ad imporsi era stato Mel Shepperd e, d’altronde, il responso dei Trials di Los Angeles non era stato tale da indurre a facili illusioni, ancorché Bob McMillen, il vincitore, avesse fatto realizzare il suo “Personal Best” di 3’49”3.

Una sorpresa poco piacevole giunge per Bannister, il quale aveva svolto la preparazione in funzione di una prova che avesse previsto batterie e la successiva Finale a distanza di due giorni, mentre all’ultimo momento gli organizzatori modificano il programma inserendo anche le semifinali, così che gli atleti sono costretti a correre tre volte la distanza nello spazio di soli tre giorni.

Le batterie del 24 luglio – corse a ritmo di crociera con il migliore ad essere il citato svedese Aberg in 3’51”0 – fanno però due vittime eccellenti, vale a dire il ricordato Campione Europeo Slijkhuis che, in non buone condizioni fisiche, si ritira nella terza serie e l’ungherese Sandor Iharos, non meglio che quarto nella prima serie ed escluso dalle semifinali.

Secondo turno che, svoltosi il giorno dopo, avrebbe dovuto mettere sul chi va là i più attenti osservatori, visto che, con una maggiore concorrenzialità per garantirsi l’accesso alla Finale, il “piccolo Josy” mette in fila nella seconda serie, corsa in 3’50”4, alcuni dei suoi più temibili avversari, lasciandosi alle spalle la coppia svedese formata da Aberg ed Ericsson, così come McMillen e Bannister, pur se nella prima semifinale l’idolo di casa Denis Johansson infiamma il pubblico presente affermandosi in 3’49”4 sul primatista mondiale Lueg in una gara che risulta fatale al terzo svedese Landqvist, non meglio che ottavo e pertanto fuori dai giochi.

Una data, quella del 26 luglio 1952, che resterà per sempre scritta a carattere cubitali nella Storia sportiva del piccolo Granducato, così come per Barthel essa rappresenta l’apice di una carriera senza ulteriori acuti di rilievo internazionale, ma che ha saputo sfruttare al meglio quello che in gergo suole definirsi vivere il proprio “Giorno dei Giorni”.

E non può certo dirsi che la Finale abbia avuto uno svolgimento tattico, visto il ritmo elevato a cui la stessa viene condotta, con il norvegese Boysen a fare inizialmente l’andatura, ben presto rilevato dal tedesco Rolf Lamers, incaricato di tenere alto il ritmo per favorire il compagno Lueg, visto il record assoluto da quest’ultimo stabilito appena meno di un mese prima.

Atteggiamento che sembra pagare, allorquando il detentore del primato mondiale rileva il compagno in testa al gruppo, imponendo una violenta accelerazione che gli consente di resistere agli attacchi portatigli da Aberg, El Mabrouk e Bannister, scavando un solco di circa 5 metri tra lui ed il resto dei suoi avversari, tanto che sembra che la vittoria non possa sfuggirgli.

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Lueg in testa all’ingresso in rettilineo – da:verkkokauppa.urheilumuseo.fi

Con una impostazione di gara, viceversa, più accorta, senza sprecare energie nel tentativo di reggere il ritmo del battistrada, sia Barthel che McMillan attendono l’attimo buono per piazzare il loro affondo, cosa che puntualmente si verifica allorché, a meno di 60 metri dal traguardo, Lueg paga dazio alla sua tattica sconsiderata, venendo superato dapprima dal lussemburghese e quindi dall’americano, con quest’ultimo a cercare di colmare il distacco da Barthel senza riuscirvi per un soffio, visto che il solo 0”1 decimo che li divide (3’45”1 a 3’45”2) sul filo di lana, è in realtà ben più ridotto ad appena 0”11 centesimi (3’45”28 a 3’45”39) secondo il cronometraggio elettrico, ancorché non ufficiale.

Lueg riesce quantomeno a salvare il bronzo dal ritorno di Bannister, al termine comunque della più veloce Finale dei 1500 metri sinora disputata in sede olimpica, con ben 6 dei 12 finalisti a realizzare la propria miglior prestazione, primi tra tutti i due avversari per l’oro, miglioratisi rispettivamente di 3”7 (Barthel) e di 4”1 McMillen.

Ma è sin troppo logico che al termine di una sfida così appassionante e dall’esito imprevisto alla vigilia, i riflettori siano tutti per “Josy”, di cui sono tramandate ai posteri due immagini che faranno storia, con la prima che lo vede sorridente, quasi incurante della fatica accumulata, come lui stesso avrà a dichiarare: “a 5 metri dal traguardo sentivo che la vittoria era mia e, come avevo sempre sognato in segreto, ho alzato le braccia, mi sono concesso un sorriso ed ho tagliato il filo di lana”.

Occorrono però alcuni minuti prima che, dalla comprensibile gioia ed euforia, Barthel realizzi la portata dell’impresa compiuta ed eccolo allora, seduto su di una panca in mezzo al prato, lasciarsi andare ad un pianto liberatorio, tanto che il suo amico norvegese Boysen si va a sincerare se si fosse per caso infortunato, ricevendo la più candida delle risposte: “No, Audun, sto piangendo perché ho vinto …!!”.

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Barthel commosso alla cerimonia di premiazione – da:twitter.com

Lacrime, stavolta di commozione, che compaiono una seconda volta in occasione della cerimonia di premiazione – anche se la sua vittoria manda in crisi l’organizzazione che non dispone dell’inno del Lussemburgo – un atteggiamento che commuove il pubblico che lo acclama ed al quale Barthel lancia un saluto di ringraziamento dopo essersi asciugato il volto.

Per il 25enne del Granducato, che mai era stato inserito tra i primi 10 del Ranking mondiale da parte della prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, ne raggiunge la vetta a fine stagione, per poi scomparire come meteora a partire dalla stagione successiva, mentre da un punto di vista cronometrico, Barthel conforta la bontà della sua medaglia d’oro realizzando il 4 settembre ’52 davanti ai propri estasiati tifosi la sua miglior prestazione in carriera sulla distanza in 3’44”1, per poi monetizzare la fama acquisita dedicandosi sui circuiti inglesi ed americani a prove sul miglio, ottenendo curiosamente lo stesso tempo di 4’06”4 sia nel 1954 che nel 1955, prima di ritirarsi dalle scene con un’anonima partecipazione ai Giochi di Melbourne ’56, eliminato in batteria con un inguardabile 3’50”6.

Ipotizzare che Barthel, al ritorno in patria, sia elevato a livelli di popolarità mai toccati da nessun altro atleta del Granducato è un esercizio sin troppo facile, ed i riconoscimenti sono talmente tangibili in quanto, oltre ad una preventivabile carica di Presidente della Federazione di Atletica Leggera dal 1962, per un quadriennio (dal 1973 al ’77) è altresì nominato Presidente del Comitato Olimpico Nazionale, ma, quel che meno poteva essere previsto, è quello di assurgere ad impegni di natura politica, visto che per ben 7 anni, dal 1977 al 1984, entra a far parte del Governo, ricoprendo la veste di Ministro in addirittura tre dicasteri, dell’Energia, Ambiente e Trasporti.

La sua natura di mezzofondista fa che anche la sua esistenza si fermi sulla mezza età, scomparendo il 7 luglio 1992 all’età di 65 anni dopo una grave malattia, ed in suo onore sono intitolati sia lo Stadio dove la nazionale lussemburghese di calcio disputa i propri incontri internazionali così come, nella sua città natale di Mamer, il Liceo Tecnico porta il suo nome.

E noi pensiamo che, mai come nel caso del “piccolo Josy”, calzi a pennello il vecchio adagio che recita: “Meglio un Giorno da Leoni, con quel che segue …