I LIMITI UMANI DEI RECORD DI USAIN BOLT AI MONDIALI DI BERLINO 2009

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Usain Bolt celebra il record mondiale sui m.100 – da:bbc.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il motto olimpico mediato dal latino di “Citius!, Altius!, Fortius!” (“Più veloce!, più in alto!, più forte!”) ben definisce come mai l’Atletica Leggera sia considerata la “Regina dei Giochi”, essendo l’unica Disciplina in cui queste tre caratteristiche si fondono tra le varie specialità …

E’ però indubbio che, senza nulla togliere ai saltatori ed ai lanciatori, ciò che più affascina l’immaginario collettivo sia la velocità, in quanto non a caso a chi detiene il record mondiale sui m.100 piani viene assegnata l’etichetta di “Uomo più veloce del Mondo”, nonché usato anche a livelli scientifici onde stabilire sin dove l’essere umano possa spingersi.

In detta ottica, in un passato non molto lontano vi era la caccia ad abbattere la “barriera dei 10” netti” – limite che, peraltro ancor oggi distingue la normalità dall’eccellenza, laddove si consideri come negli ultimi 50 anni, ovvero dal 9”95 realizzato dall’americano Jim Hines ai Giochi di Città del Messico ’68, solo 143 atleti vi sono riusciti, ultimo in ordine di tempo il nostro Filippo Tortu con il suo 9”99 fatto registrare il 22 giugno 2018 a Madrid – per poi assistere a progressi alquanto limitati.

Difatti, il citato record di Hines resiste per ben 15 anni, prima che il connazionale Calvin Smith lo migliori a 9”93 e – fatta salva la parentesi del canadese Ben Johnson, i cui primati di 9”83 d fine agosto ’87 e di 9”79 ai Giochi di Seul ’88 sono cancellati per doping – tocchi poi a Carl Lewis limare di un 0”01 centesimo il citato record nella ricordata Finale olimpica nella Capitale coreana …

In sostanza, nell’arco di un ventennio il progresso è stato di appena 0”03 centesimi, per poi subire una qual certa accelerazione nel corso degli anni ’90 in cui – dopo il 9”86 di Lewis ai Mondiali di Tokyo ’91 ed il 9”84 del canadese Donovan Bailey ai Giochi di Atlanta ’96 – tocca ad un altro sprinter a “stelle e striscesuperare la barriera dei 9”80 netti, nella figura di Maurice Green che scende sino a 9”79 ad Atene nel giugno 1999.

Un miglioramento, pertanto, di 0”13 centesimi nell’arco di un decennio induce gli esperti ad interrogarsi se ci si stia avvicinando ai limiti massimi velocità che un atleta può esprimere e, del resto, l’inizio del nuovo millennio sembra suffragare una tale ipotesi, visto che sino al 2008, quindi a 40 anni dell’impresa di Hines, il record viene migliorato di appena 0”05 centesimi e sempre per merito del giamaicano Asafa Powell, uno dei tanti atleti che, in carriera, non riesce ad abbinare le medaglie ai record, dato che nella prova individuale sale sul podio solo in occasione di due Rassegne iridate, occupandone però solo il gradino più basso …

Assunto, quest’ultimo, che trova la sua più concreta dimostrazione in occasione dei Mondiali di Osaka 2007, in cui il velocista caraibico si presenta in veste di detentore del primato di 9”77, solo per concludere non meglio che terzo in 9”96 alle spalle dell’americano Tyson Gay, Oro con il tempo di 9”85 e del rappresentante della Bahamas Derrick Atkins, argento con il record nazionale di 9”91, salvo poi strabiliare il panorama della velocità coprendo la distanza in 9”74 il successivo 9 settembre al Meeting di Rieti, chiara conferma di come Powell non fosse in grado di reggere la pressione delle grandi Manifestazioni.

Sulla pista giapponese – che incorona Gay quale “Principe della velocità” con tre medaglie d’Oro al proprio conto – si mette però altresì in luce un altro giamaicano, vale a dire il 21enne Usain Bolt che, dopo aver chiuso al quarto posto del Ranking Mondiale 2005 e 2006 stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” per quel che riguarda i 200 metri piani, si presenta ad Osaka forte del 19”75 fatto registrare il 24 giugno a Kingston in occasione dei Campionati nazionali.

La sfida con Gay si risolve, ed anche nettamente (19”76 a 19”91) a favore dell’americano, con tanto di record dei Campionati, ma Bolt lascia comunque un’impressione altamente positiva, considerata l’ancor giovane età, e non sono in pochi a predirne discreti margini di miglioramento, anche se ben difficilmente avrebbero pensato nei termini che poi, viceversa, dimostra di possedere.

Conclusa la stagione al secondo posto del Ranking Mondiale (ovviamente alle spalle di Gay …), Bolt non figura però ancora nella “Top Ten” dei 100 metri piani, che lo vede a fine 2007 aver corso una sola volta la distanza in 10”03 a metà luglio, nel mentre molto meglio è andato sui m.400, confortato dal 45”28 ottenuto a maggio a Kingston, che resta il suo “Personal Best” in carriera sul giro di pista.

L’esordio sui 100 metri ed il buon risultato ottenuto sul giro di pista impongono al giovane talento ed al suo coach Glen Mills di stabilire durante il periodo invernale che cosa Bolt intenda “fare da grande”, fermi restando i m.200 la distanza base, ed il tecnico, pur inizialmente convinto delle potenzialità del suo assistito sui 400 metri piani, rendendosi conto dell’oggettiva difficoltà di una preparazione adeguata in vista delle Olimpiadi di Pechino in programma l’anno seguente, si lascia convincere dal tentare la carta della “velocità pura”.

Le perplessità di Mills derivano dalla struttura fisica di Bolt (m.,95 per 94k.) che, soprattutto per l’elevata altezza, avrebbero potuto creare dei seri problemi specie in partenza, ma viene smentito dall’impegno e l’attenzione ai dettagli che il suo assistito mette negli allenamenti, circostanze che gli consentono di affinare la tecnica, in particolare con una frequenza di corsa più efficiente accompagnata da un sempre migliore bilanciamento.

Con questa tecnica di allenamento, inizialmente focalizzata sulla più breve distanza, per poi dedicarsi alla resistenza necessaria per affrontare i 200 metri, ecco che l’alba del 2008 vede un Bolt presentarsi in gran spolvero sin dai primi appuntamenti stagionali e, dopo aver sfiorato il primato mondiale di Powell correndo in 9″76 (ancorché aiutato da un vento vicino al limite di 1,8m/s) ad inizio maggio a Kingston, ottiene lo scopo di “terrorizzare” gli sprinters americani andando a centrare, a fine dello stesso mese, il nuovo record assoluto di 9”72 al Meeting di New York, e quindi aggiudicarsi i Campionati nazionali in 9”85.

Il tutto, ovviamente, senza perdere di vista i 200 metri, dove si migliora ancora sino a 19”67 corsi a metà luglio ad Atene, lanciando la sfida al record di 19”32 di Michael Johnson che resiste dai Giochi di Atlanta ’96, pur se il divario sembra ancora oggettivamente piuttosto difficile da colmare …

Favorito dalle non buone condizioni fisiche di Gay – che ai Trials di Eugene si qualifica per i soli 100 metri con un 9”68 ventoso, ma a Pechino esce di scena in semifinale – per Bolt sulla pista dello “Stadio Nazionale” l’unico avversario da battere resta il cronometro, ed anche contro lo stesso riesce ad avere la meglio, allorché il 16 agosto, a cinque giorni dal suo 22esimo Compleanno, si regala il nuovo record mondiale migliorando il suo stesso limite sino a 9”69, infliggendo al secondo, Richard Thompson di Trinidad, un distacco di 0”20 centesimi che non si registrava dai Giochi di Los Angeles ’84, allorché fu Carl Lewis (9”99 a 10”19) a porre un analogo margine tra lui ed il connazionale Sam Graddy …

Tolti 0”03 centesimi al suo precedente primato di fine maggio, Bolt si prepara ad un’impresa ben più difficile, ovvero migliorarsi di ben 0”35 centesimi per eguagliare il record di Johnson sulla doppia distanza, peraltro a lui più congeniale per la ricordata morfologia che, pur penalizzandolo in curva, gli consente poi di aprire al massimo il compasso delle sue lunghe leve distendendosi nel rettilineo …

Risparmiatosi nei turni precedenti – miglior risultato il 20”09 in semifinale – al pari peraltro anche degli sprinter americani, tra cui il Campione Olimpico di Atene 2004 in carica Shawn Crawford, Bolt manda in scena nella Finale del 20 agosto una performance strabiliante, grazie anche al rappresentante delle Antille Olandesi Churandy Martina che, partendo davanti in sesta corsia, lo impegna in curva per poi cedere al pari degli altri finalisti di fronte all’imperiosa galoppata del giamaicano, conclusa in uno straordinario tempo di 19”30, che per soli 0”02 centesimi cancella Johnson dall’Albo dei record.

Essersi migliorato nel corso di 12 mesi di 0”34 centesimi sui m.100 e di 0”45 centesimi sulla doppia distanza determina l’esplosione del “Fenomeno Bolt” a livello scientifico e di addetti ai lavori, nel mentre presso i tifosi ed il grande pubblico scoppia la “Bolt Mania”, in larga parte derivante anche dall’atteggiamento sfrontato, da “Showman” navigato tenuto dal fuoriclasse caraibico, il quale si presenta sui blocchi di partenza senza la benché minima apprensione, come se dovesse andare a fare una passeggiata invece di sfidare i migliori velocisti al Mondo, improvvisando siparietti davanti alle telecamere, culminanti con l’immancabile gesto di mimare un arco dal quale scagliare una freccia, figura simbolica della propria velocità.

Aspetto teatrale a parte, i tecnici e gli scienziati si interrogano se i tempi ottenuti dal giamaicano possano o meno rappresentare un limite delle umane possibilità, verificando come i 9”69 impiegati per coprire i 100 metri significhino una velocità media di 37,15 Km/h, ancorché era stato rilevato come, in occasione della vittoria olimpica di Bailey ai Giochi di Atlanta ’96 in 9”84, il velocista canadese abbia toccato ai 60 metri una punta massima di velocità pari a 43,6 km/h.

Ma, soprattutto, considerata l’ancor giovane età di Bolt, viene spontanea la domanda circa quanti e quali margini di miglioramento possieda nelle gambe, ragion per cui vi è un’enorme attesa per la “controprova” prevista per l’anno seguente in occasione dei Campionati Mondiali che si svolgono a Berlino dal 15 al 23 agosto 2009.

Appuntamento al quale Bolt si presenta dopo aver conquistato i titoli nazionali a fine giugno coi rispettivi tempi di 9”86 sui m.100 e di 20”25 (ma con un vento contrario di 2m/s) sulla doppia distanza, vantando quali personali stagionali il 9”79 ottenuto il 17 luglio a Parigi ed il 19”59 realizzato il 7 luglio a Losanna.

Il suo più agguerrito rivale, ovvero un Tyson Gay – che non ha bisogno di passare dai Trials Usa, in quanto Campione del Mondo su entrambe le distanze – desideroso di riscattarsi dopo i malanni che ne hanno condizionato la precedente stagione, non è comunque da meno, visto che il 10 luglio si impone sui m.100 al “Golden Gala” di Roma in 9”77, dopo che il 30 maggio, nella tappa del Grand Prix di New York, aveva corso i 200 metri in 19”58 per quello che resta il suo “Personal Best” in Carriera su detta prova.

Non sappiamo se il velocista giamaicano sia o meno superstizioso, ma di certo non deve dispiacergli che il programma della rassegna Iridata berlinese ricalchi esattamente, quanto a date, quello olimpico di Pechino, nel senso che anche in questo caso sono previsti per i 100 metri batterie e Quarti il 15 agosto e semifinali e Finale il giorno successivo, proprio come l’anno prima …

Le batterie del mattino di Ferragosto sono poco più che un riscaldamento per i favoriti, con Gay a far registrare il miglior tempo di 10”16 rispetto al 10”20 del Campione olimpico, meglio del quale fa anche il britannico Dwain Chambers, che si aggiudica in 10”18 la quarta serie, mentre nei Quarti al pomeriggio vedono già i primi tempi al di sotto dei 10”, con a farsi preferire Asafa Powell, che si impone nella terza serie in 9”95 rispetto al 9”98 di Gay nella quarta, con Bolt, sornione come non mai, che si fa addirittura precedere da Daniel Bailey (10”02 a 10”03) nella quinta ed ultima serie …

Come un “gatto che gioca col topo”, il velocista giamaicano scopre le proprie carte al pomeriggio del 16 agosto, allorché, in due semifinali tirate allo spasimo con ben 6 degli 8 qualificati a scendere sotto i 10” netti, si impone nella prima in 9”89 su Bailey e l’altro americano Darvis Patton, che concludono in 9”96 e 9”98 rispettivamente, mentre alla seconda, idealmente, viene chiesto di scegliere chi debba assumersi il ruolo di “sfidante ufficiale” tra Gay e Powell, compito che va al primo in 9”95 rispetto al 9”98 dell’ex primatista mondiale …

Sono le 21:35 del 16 agosto 2009 allorché gli 8 finalisti si allineano sui blocchi di partenza della pista color azzurro dello “Olympiastadion” di Berlino, che vede i tre favoriti posti uno accanto all’altro di corsia, con Bolt in quarta, Gay in quinta e Powell in sesta, con la sensazione in tribuna che, data la concorrenza di un Gay in ritrovate splendide condizioni, il fresco Record Mondiale potrebbe anche cadere …

Alla presentazione degli atleti, Bolt si manifesta come sempre sicuro di sé, anche se riduce le sue “macchiette” salvo la simulazione della freccia scoccata dall’arco, mentre Gay è di una concentrazione elevata ai massimi livelli, cosa che solo in parte lo premia, in quanto il primatista mondiale sfodera la miglior partenza della sua vita e, portandosi al comando già 20 metri dopo l’avvio, ha così l’opportunità di aprire al massimo il compasso delle sue lunghe leve – giova ricordare la notevole differenza di altezza (m.1,95 ad 1,80) rispetto all’americano che per il resto della gara fa la figura di un Willy Coyote che insegue Bip Bip, con quest’ultimo travestito da Usain Bolt che sul filo di lana fa fermare i cronometri su di uno straordinario 9”58, togliendo ben 0”11 centesimi al già sbalorditivo primato di Pechino, il tutto per una velocità di 37,6 km/h e con un vento a favore di 0,9m/s assolutamente nella norma …!!

E non vi è certo da dire che alle sue spalle abbiano corso al risparmio, visto che Gay centra in 9”71 il primato Usa e Powell, che completa il podio, realizza con 9”84 il suo miglior tempo stagionale, con altresì altri due esponenti del Caribe, Bailey e Richard Thompson, a finire ai margini della zona medaglie in 9”93 …

La realtà è una sola, e cioè che Bolt è semplicemente fuori dalla portata di ogni altro essere umano, ragion per cui ci si attende da lui la replica in occasione della prova sulla doppia distanza – anch’essa a replicare le stesse date di Pechino – dove un ulteriore vantaggio gli viene concesso dal forfait di Gay, infortunatosi all’inguine nel tentativo di star dietro al giamaicano nella Finale dei 100 metri, americano che vive nel 2009 la miglior stagione della sua carriera, come certifica il “Personal Best” di 9″69 centrato il successivo 20 settembre a Shanghai e che resta tuttora il Record Usa. 

Il dubbio se, per ottenere una grande prestazione cronometrica, sia meglio avere lo stimolo di avversari di livello, come nel caso di Gay e Powell sui 100 metri, oppure il poter correre rilassati sapendo che il successo è pressoché scontato, ci pensa lo stesso Bolt a toglierlo quattro giorni più tardi …

Affrontati, come al solito, batterie e Quarti in assoluta souplesse, il primatista mondiale si impone nella prima semifinale del 19 agosto in un per lui comodo 20”08, rallentando ampiamente negli ultimi appoggi, ma pur sempre lasciando il 20enne panamense Alonso Edward a 0”14 centesimi, mentre l’americano Shawn Crawford – Oro sulla distanza ai Giochi di Atene ’04 ed argento l’anno precedente a Pechino – conclude terzo in 20”35 …

Meglio di lui fa il connazionale Wallace Spearmon, che, nella seconda semifinale, precede (20”14 a 20”26) l’altro giamaicano Steve Mullings, così da avanzare la sua candidatura quanto meno per il podio in vista della Finale prevista per il giorno appresso, 20 agosto 2009, alle ore 20:35 …

Figuriamoci se Bolt – che il giorno dopo compie 23 anni – non abbia intenzione di farsi un altro bel regalo per il suo Compleanno e, stavolta inserito in quinta corsia, con Spearmon in quarta ed Edward in sesta, lo stesso è già bell’e confezionato all’uscita dalla curva, dopo che alla partenza, considerando il lotto degli avversari non alla sua altezza, si era esibito in tutto il suo repertorio di Showman davanti alle telecamere per la gioia del pubblico presente …

All’ingresso in rettilineo, difatti, Bolt può già vantare un vantaggio incolmabile su Crawford che, partito in ottava corsia, ha sfruttato al meglio la curva più ampia per poi essere rimontato nella seconda parte di gara il fenomenale giamaicano ha come unico rivale il cronometro, visto che ad ogni sua falcata il divario sugli avversari si dilata, sino al andare a concludere in un ancor più strabiliante 19”19 – anche in questo caso togliendo gli stessi 0”11 centesimi al suo precedente primato – considerato che ha corso la Finale con un vento contrario di 0,3m/s …!!

Ed, al solito, nella sua scia anche gli altri danno il meglio di sé stessi, con Edward a far suo negli ultimi metri uno splendido argento nel suo “Personal Best” di 19”81, precedendo Spearmon che brucia (19”85 a 19”89) nella lotta per il bronzo un Crawford imballatosi nella parte conclusiva.

Anche in questo caso la velocità media di Bolt è stata di 37,5 km/h, e successive analisi della gara sui 100 metri consentono di rilevare come la sua punta massima abbia raggiunto i 45 km/h, più o meno in grado di tener testa ad un’utilitaria …

Se davvero il “Super Man” giamaicano abbia o meno raggiunto in quell’occasione i limiti umani non sta a noi dirlo – anche se i suoi migliori tempi in seguito saranno rispettivamente i 9”63 ed il 19”32 con cui si è imposto ai Giochi di Londra 2012 – certo che anche quando l’americano Bob Beamon saltò in lungo m.8,90 ai Giochi di Città del Messico ’68 venne affermato che “aveva saltato nel XXI Secolo”, quando poi nel 1991 a Tokyo il connazionale Mike Powell raggiunse m.8,95 …

Quel che è sicuro è che, per intanto, sono già trascorsi 10 anni, e di un altro Bolt all’orizzonte non se ne vede l’ombra …

 

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IGOR CASSINA, IL “RE DELLA SBARRA” CHE INCANTO’ AI GIOCHI DI ATENE 2004

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Igor Cassina con l’Oro di Atene – da:riviera24.it

Articolo di Giovanni Manenti

Disciplina presente in tutte le edizioni delle Olimpiadi dell’Era Moderna, la Ginnastica Artistica ha visto l’Italia tra le protagoniste sino agli anni ‘30, grazie soprattutto alle esibizioni dei suoi due pionieri Alberto Braglia – Oro nel Concorso Generale Individuale sia ai Giochi di Londra 1908 che Stoccolma ’12 – e Romeo Neri, vincitore di tre medaglie d’Oro ai giochi di Los Angeles ’32, ben coadiuvati da altri validissimi ginnasti, visto che gli Azzurri riescono ad aggiudicarsi in ben quattro occasioni – Stoccolma 1912, Anversa ’20, Parigi ’24 e Los Angeles ’32 – il titolo nel Concorso Generale a Squadre, evento mai più ripetutosi in seguito.

E’ così che, all’alba del secondo, tragico conflitto mondiale, l’Italia può vantare 11 medaglie d’Oro, un bottino che, dal secondo Dopoguerra ad oggi è stato arricchito di appena altre 3 successi, e tutti in campo maschile, dato che nel settore femminile il Bel Paese può contare solo sulla leggendaria impresa delle “Piccole Ginnaste Pavesi”, medaglia d’argento nel Concorso Generale a Squadre ai Giochi di Amsterdam 1928.

Chiaro che, con la partecipazione dei fuoriclasse sovietici a far tempo dall’edizione di Helsinki 1952 e la successiva ascesa negli anni ’60 e ’70 dei ginnasti giapponesi, gli spazi sul podio si sono quanto mai ridotti, e l’unico periodo in cui l’Italia riesce ad emergere è costituito dai Giochi di Roma, dove conquista il suo ultimo podio nel Concorso Generale a Squadre – alle spalle delle inavvicinabili Giappone ed Unione Sovietica – e mette in mostra la classe e l’eleganza di Franco Menichelli che, dopo aver vinto il bronzo anche al Corpo Libero, alla successiva Rassegna di Tokyo ’64 si aggiudica l’Oro nella medesima specialità, cui aggiunge l’argento agli anelli ed il bronzo alle Parallele.

Menichelli resta peraltro l’ultimo ginnasta “completo” nel panorama nazionale, dovendo attendersi oltre 30 anni per ritrovare un altro azzurro capace di salire sul gradino più alto di un podio olimpico, l’immenso Yuri Chechi, autentico dominatore di un singolo attrezzo, tanto da meritarsi l’appellativo di “Signore degli Anelli”, specialità dove trionfa ad Atlanta ’96 dopo aver già conquistato quattro titoli iridati consecutivi dal 1993 al ’96, cui ne aggiunge un quinto l’anno seguente a Losanna …

Un Chechi sfortunato negli appuntamenti olimpici, in quanto deve rinunciare per infortunio ai Giochi di Barcellona ’92 e Sydney 2000, per poi concludere la sua favolosa carriera facendo suo il bronzo nell’edizione di Atene 2004, rassegna in cui la 14esima (e, sinora, ultima …) medaglia d’Oro per il nostro Paese se la aggiudica il protagonista della nostra Storia odierna, al termine di una esibizione alla Sbarra che stupisce sia gli spettatori presenti che gli esperti, al pari dei milioni di italiani che non riescono a credere ai propri occhi, incollati ai televisori, nell’ammirare le evoluzioni dell’allora 27enne brianzolo.

Già, perché Igor Cassina nasce il 15 agosto 1977 a Seregno, ridente centro industriale e commerciale di oltre 45mila anime – e, non a caso è figlio di un designer proprietario di una Fabbrica di Mobili, settore trainante del luogo – per poi dedicarsi sin dall’infanzia alla Ginnastica dopo una breve esperienza nel Judo, tanto da disputare la sua prima gara già all’età di 9 anni, prima di restare “fulminato” dalla classe di uno dei maggiori talenti naturali prodotti dalla Scuola Sovietica, ovvero Dmitrij Bilozerchev, capace di aggiudicarsi tre medaglie d’Oro alle Olimpiadi di Seul 1988.

Non sappiamo quanto abbia inciso l’ammirazione verso il fuoriclasse moscovita nella decisione di Cassina di applicarsi con tenacia e sacrificio in detta Disciplina, ma è certo che i risultati non tardano ad arrivare, dato che nel 1994 si aggiudica il titolo italiano assoluto alla Sbarra, primo ad ottenere un tale risultato nonostante faccia ancora parte della Categoria Juniores, visti i suoi 17 anni.

Concentratosi nella specialità della Sbarra, Cassina fa il suo esordio iridato ai Mondiali ’99 che si svolgono a Tianjin, in Cina, senza riuscire a conquistare l’accesso alla Finale, al pari di quel che accade l’anno seguente in occasione dei “Giochi di Fine Millennio” di Sydney 2000, in cui il pur valido punteggio di 9,687 ottenuto in qualifica, non è sufficiente ad entrare tra gli 8 finalisti, risultando appena sedicesimo, a dimostrazione del livello di eccellenza che vige in tali Manifestazioni …

L’ingresso nel nuovo secolo rappresenta però la svolta definitiva della carriera del giovane brianzolo, che a far tempo dalla Rassegna Iridata di Gand 2001 inizia a scalare le gerarchie ai vertici della specialità.

Già migliorato sino alla 17esima posizione nel Concorso Generale Individuale (aveva chiuso la graduatoria al 36esimo posto l’anno precedente a Sydney …), Cassina giunge quarto nella Finale alla Sbarra, per poi, l’anno seguente, salire finalmente per la prima volta sul podio cogliendo il bronzo ai Campionati Europei di Patrasso, in Grecia, con il punteggio di 9,687 alle spalle del francese Florent Maree (argento con 9,712) e del beniamino di casa, nonché due volte Campione mondiale, Vlasios Maras, Oro con 9,812.

Oramai 25enne, Cassina è consapevole che quella dei Giochi di Atene 2004 è verosimilmente l’unica occasione in cui può sperare di raggiungere la “Gloria Olimpica” e, con la Ginnastica oramai non più “patrimonio esclusivo” di poche Nazioni elette, ma facente parte della globalizzazione planetaria, la concorrenza è sempre più agguerrita, ragion per cui occorre “inventare” qualcosa di nuovo se si vuole aspirare ai vertici …

Specialità, quella della Sbarra, altamente spettacolare, in quanto i ginnasti svolgono il proprio esercizio ad un’altezza di m.2,75 attraverso una serie di evoluzioni che hanno come base la sbarra stessa di m.2,40 di larghezza e 28mm. di diametro, attorno alla quale eseguono passaggi che prevedono il rilascio e la presa dell’attrezzo, con il rischio, sovente, di fallire quest’ultima con ciò ricadendo sui materassini che coprono la pedana.

Ecco, pertanto, che Cassina mette a punto una particolare figura artistica – altamente spettacolare nonché innovativa in quanto nessuno prima di lui l’aveva provata – che consiste nell’eseguire un “Kovacs” (che prende il nome da un famoso ginnasta ungherese …) teso, ma con la variante di un avvitamento a 360° sull’asse longitudinale.

Detto così non è ben capibile, ce ne rendiamo conto, e per questo, a lettura ultimata invitiamo ad andare sul portale Youtube per vedere l’esercizio del nostro Campione, il quale si presenta ai Giochi di Atene 2004 come uno dei favoriti per la medaglia d’Oro, soprattutto dopo che, l’anno precedente ai Mondiali di Anaheim, in California, il titolo iridato gli era sfuggito per l’inezia di 0,025 millesimi (9,775 a 9,750) rispetto al giapponese Takehiro Kashima, ma con la soddisfazione di aver preceduto il fuoriclasse russo Alexei Nemov …

Ed allorché, il 14 agosto 2004 – il giorno antecedente il suo 27esimo Compleanno – Cassina si presenta sulle pedane dello “Olympic Indoor Hall” della Capitale ateniese per le qualificazioni alle successive Finali di ogni singola specialità, sa benissimo che qualsiasi speranza di medaglia è legata alla perfetta esecuzione del citato movimento che la Federazione Internazionale ha già certificato con il suo nome, un onore sinora mai toccato ad un ginnasta italiano …

Il suo esercizio viene premiato con un 9,775 che rappresenta il secondo miglior punteggio assoluto alle spalle del giapponese Isao Yoneda (9,800) ed alla pari con l’altro rappresentante del Sol Levante Daisuke Nakano, il che sta a significare che il Campione Mondiale in carica, Takehiro Kashima (9,737) è escluso dalla Finale in quanto possono accedervi due soli atleti per Nazione, così come il già ricordato greco Maras, non meglio che 13esimo con 9,725 …

Il fatto che non siano presenti i due vincitori delle ultime tre edizioni dei Mondiali significa ben poco, visto che sono della partita il cinque volte Campione iridato e quattro olimpico, Nemov, oltre all’americano Paul Hamm – fresco di gloria nel Concorso Generale Individuale e che gareggia assieme al fratello gemello Morgan – oltre ai due citati giapponesi e senza trascurare un altro validissimo futuro esponente della specialità, ovvero il tedesco Fabian Hambuchen, all’epoca appena 17enne …

La Finale del 23 agosto 2004 è movimentata dal giudizio di 9,725 attribuito dalla Giuria all’esercizio di Nemov, che trova in totale disaccordo il pubblico presente, che prende a rumoreggiare tanto che la gara deve essere interrotta per diversi minuti, prima che i Giudici di Malaysia e Canada rivedano il proprio punteggio, così che la media complessiva si eleva a 9,762 peraltro insufficiente per ambire al podio, valendo al russo solo la quinta posizione …

E, dopo che lo stesso Nemov, con un gesto di grande sportività, invita il pubblico a calmarsi per consentire la prosecuzione della gara, tocca a Paul Hamm dare prova del suo valore con un esercizio premiato con 9,800 il che sta a significare che il nostro Cassina, il quale scende in pedana immediatamente dopo, è chiamato a rasentare la perfezione …

L’esibizione del 27enne brianzolo è perfetta, sia nelle evoluzioni che nell’atterraggio, con una unanimità di vedute da parte dei sei Giudici (due 9,850 e quattro 9,800), per un 9,813 che significa Oro in una specialità dove mai l’Italia era salita sul gradino più alto del podio – miglior risultato l’argento di Romeo Neri ai Giochi di Amsterdam 1928 – medaglia che oltretutto è altresì la 500esima conquistata per il nostro Paese alle Olimpiadi estive.

L’Oro di Atene rappresenta l’apice della carriera per Cassina – il quale, a settembre dello stesso anno, viene anche insignito del titolo di “Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana” da parte dell’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi – che ha comunque occasione di incrementare il proprio Palmarès con l’argento ai Campionati Europei di Debrecen ‘05 (dove inizia a brillare la stella di Hambuchen, Oro per soli 0,013 millesimi …) ed il bronzo alla Rassegna Continentale di Amsterdam ’07, prima di mettere in palio il titolo olimpico ai Giochi di Peschino ’08.

Nella Capitale cinese, l’oramai 31enne azzurro fornisce nuovamente una prova all’altezza della propria fama, pur non riuscendo a centrare il podio, che gli sfugge per soli 0,200 millesimi (15,875 a 15,675) rispetto ad Hambuchen, nel mentre l’Oro se lo aggiudica il beniamino di casa Zou Kai, che riesce a prevalere per l’inezia di appena 0,025 millesimi (16,200 a 16,175) sull’americano Jonathan Horton.

L’anno seguente, alla Rassegna Iridata di Londra 2009, il 21enne cinese conferma la propria netta superiorità cogliendo il primo dei suoi due titoli iridati alla Sbarra, mentre Cassina completa la propria collezione di medaglie con il bronzo alle spalle dell’olandese Epike Zonderland.

Oramai, per Cassina si avvicina il momento del ritiro, che avviene a maggio 2011 al termine dei Campionati italiani dopo che, l’anno prima, si era dedicato a completare il ciclo di Studi conseguendo la Laurea in “Scienze Motorie e dello Sport”, la cui tesi dal titolo “L’Esperienza Sportiva come occasione di crescita per la Persona”, viene premiata con la massima votazione di 110 e lode …

igor-cassina-264303.660x368Cosa volete che fosse, per uno che ha convinto i Giudici ad assegnargli la Medaglia d’Oro olimpica, dover affrontare una commissione d’esame universitaria ….

L’ORCO SEISENBACHER E QUEL TERRIBILE SEGRETO DIETRO AI SUOI SUCCESSI

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Peter Seisenbacher celebra la vittoria di Seul ’88 – da:gettyimages.ca

Articolo di Giovanni Manenti

Talvolta, capita di veder primeggiare un rappresentante di una Nazione che non vanta una secolare tradizione in una particolare Disciplina Sportiva, come nel caso dell’Austria, Paese che vede i propri allori a livello internazionale principalmente – se non quasi totalmente – condensati negli Sport Invernali, prova ne sia che, a fronte di appena 18 medaglie d’Oro conquistate alle Olimpiadi estive, fanno da contrasto le ben 64 volte che un atleta austriaco è salito sul gradino più alto del podio nelle Rassegne invernali.

Figuriamoci poi, se la Disciplina in cui ad emergere è un atleta d’Oltralpe è addirittura un’Arte marziale, nella fattispecie il Judo. Sport che nella parte occidentale del Vecchio Continente conta i maggiori proseliti in Francia, seguita da Italia ed Olanda, tanto che, essendo entrato a far parte del programma olimpico dai Giochi di Tokyo 1964, per i primi 20 anni alcun judoka austriaco è in grado di andare a medaglia …

Questa striscia negativa viene sfatata alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 – peraltro un’edizione “dimezzata” a causa del “contro boicottaggio” imposto da Mosca ai Paesi dell’impero sovietico in risposta all’analoga decisione assunta quattro anni prima dal Presidente Usa Jimmy Carter riguardo ai Giochi moscoviti – dove il primo a rompere tale tabù è il 25enne Josef Reiter, che il 5 agosto 1984 coglie la medaglia di bronzo nella Categoria sino a 65 chilogrammi.

Ma è tre giorni dopo che, finalmente, anche l’inno austriaco risuona nell’impianto della “California State University”, allorché ad affermarsi nei Pesi Medi (con limite ad 86kg.) è il 24enne viennese Peter Seisenbacher.

Al di là dell’assenza degli esponenti dell’Europa Orientale, Seisenbacher, nato nella Capitale austriaca il 25 marzo 1960, non è certo uno “sconosciuto” nel panorama internazionale, visto che già nel 1980 aveva conquistato l’argento a Campionati Europei di metà maggio svoltisi proprio a Vienna, sconfitto in Finale dal sovietico Alexander Yatskevich, successivamente bronzo ai Giochi moscoviti, dove l’austriaco paga l’inesperienza, uscendo al primo turno contro il nordcoreano Pak Jong-Chol.

Rassegna Continentale che vede Seisenbacher andare ancora a medaglia – dopo un settimo posto nell’edizione di Rostock ’82 – sia a Parigi ’83, dove è nuovamente argento, dovendosi ancora arrendere ad un judoka sovietico, stavolta Vitaly Pesniak, mentre ai Mondiali di Mosca che si svolgono ad ottobre del medesimo anno, sfiora il podio, classificandosi quinto, con il successo che arride al tedesco orientale Detlef Ultsch.

In vista dell’appuntamento clou della stagione seguente, ovvero le Olimpiadi di Los Angeles ’84, i Campionati Europei di inizio maggio a Liegi lo vedono salire sul gradino più basso del podio, nel mentre la vittoria arride ancora a Pesniak, che supera in Finale il rappresentante della Germania Est Roland Borawski, atleti che, chiaramente, non possono partecipare ai Giochi californiani per i ricordati motivi …

Ma, anche in assenza dei forti esponenti della Scuola dell’Europa Orientale, il campo dei partecipanti è pur sempre di primissimo livello, visto che sono iscritti nella Categoria dei Pesi Medi proprio gli altri tre medagliati della Rassegna Iridata dell’anno precedente, vale a dire l’argento francese Fabien Canu, oltre al giapponese Seiki Nose (già argento ai Mondiali di Maastricht ’81) e l’americano Robert Berland, che si erano divisi la terza piazza …

Con quest’ultimo a poter contare sul vantaggio di gareggiare nel proprio Paese, lo stesso raggiunge la Finale per l’Oro avendo la meglio in semifinale ai punti sul brasiliano Walter Carmona, ma nella parte alta del Tabellone il cammino di Seisenbacher ha dell’impressionante, visto che si aggiudica i suoi quattro incontri tutti per “ippon (l’equivalente del ko nel Pugilato …) ed a farne le spese sono, in rapida sequenza, lo jugoslavo Stanko Lopatic (che resiste 1’31”), il cinese Chang (addirittura sconfitto dopo 0’45” …!!), per poi toccare identico destino sia a Nose (4’23”) che a Canu, che deve arrendersi dopo 2’01” …

Una tale ecatombe di possibili pretendenti alla medaglia d’Oro, fa sì che il beniamino di casa Berland – indubbiamente favorito dalla composizione dei due Gruppi – non possa certo affrontare a cuor leggero il massiccio austriaco (m.1,86 per 86kg.), che difatti lo schiena dopo appena 2’26” per divenire il primo (e sinora unico …) rappresentante del proprio Paese a conquistare la medaglia d’Oro nel Judo.

Il ritorno dell’Austria nel Medagliere olimpico – l’ultimo Oro risaliva ai Giochi di Roma ’60, quando era toccato ad Hubert Hammerer trionfare nel tiro con la carabina da tre posizioni – fa sì che Seisenbacher venga eletto “Atleta dell’anno” a fine stagione, succedendo ad un “Mito dello Sci” quale il discesista Franz Klammer, titolo che replica anche l’anno successivo, allorché si afferma ai Campionati Mondiali di fine settembre ’85 a Seul, dopo aver conquistato il bronzo alla Rassegna Continentale di Hamar.

E se il successo olimpico poteva dare adito a qualche perplessità circa l’assenza degli esponenti dell’Europa Orientale, stavolta il 25enne viennese fuga ogni dubbio, dato che in semifinale ha la meglio sul più volte ricordato Pesniak, per poi all’atto conclusivo prendersi la rivincita sul bulgaro Georghi Petrov, che lo aveva sconfitto nel Quarto di Finale ai Campionati Europei.

Oramai divenuto senza mezzi termini “l’uomo da battere” nella sua Categoria, l’anno seguente, in occasione degli Europei di Belgrado, Seisenbacher vuole “strafare e, non contento di essersi aggiudicato il suo unico titolo continentale battendo in Finale l’olandese Ben Spijkers, si iscrive anche alla “Categoria Open” (ovvero senza limiti di peso), in cui raggiunge comunque l’atto conclusivo, cedendo solo al tedesco orientale Henry Stohr, a propria volta argento nei Pesi Massimi.

L’obiettivo dichiarato del judoka austriaco è quello di tentare il bis olimpico, in vista del quale non va però oltre due medaglie di bronzo alle Rassegne Continentali di Parigi ’87 (sconfitto in semifinale dal britannico Densign White (già quinto a Los Angeles) e di Pamplona ’88, dove divide il gradino più basso del podio con Spijkers, mentre la sfida per l’Oro vede prevalere Canu su White, così confermando l’esito della Finale dell’anno precedente.

Non si può pertanto dire che Seisenbacher si presenti alle Olimpiadi di Seul ’88 in veste di grande favorito, pur restando un elemento da tener d’occhio, anche se i favori del pronostico sono più orientati sul più volte citato francese Canu che, oltre ai due successi continentali, può vantare anche il titolo iridato conquistato ai Mondiali di Essen, superando in Finale, curiosamente, proprio quel nordcoreano Pak Jong-Chol che aveva inflitto all’austriaco la sconfitta all’esordio a Mosca 1980 …

Con nella Poule A inseriti sia Spijkers che White, oltre al sempre valido ungherese Janos Gyani, ad emergere vittorioso e qualificato per la Finale è il sovietico Vladimir Shestakov, il quale ai Quarti supera il britannico per yusei-gachi (superiorità) ed in semifinale l’olandese per koka, ovvero ai punti, ma con un minor divario rispetto allo yuko …

Al Campione olimpico in carica, viceversa, toccano nella Poule B due “clienti” di tutto rispetto, vale a dire il giapponese Akinobu Osako ed il plurimedagliato a livello europeo e mondiale Canu, icona del Judo transalpino, ritrovandosi ad affrontare quest’ultimo dopo essersi sbarazzato in meno di 2’ complessivi del portoricano Jorge Bonnet e dell’idolo di casa, il sudcoreano Kim Seung-Gyu …

La sfida con il coetaneo francese (nato esattamente un mese dopo, il 23 aprile 1960) rappresenta la svolta del Torneo olimpico, con l’austriaco a prevalere di misura per yuko, stessa sorte riservata in semifinale ad Osako, reduce dall’aver schienato in 2’26” il cinese Liu Junlin …

L’appuntamento con la Gloria”, che lo consegnerebbe ai posteri della Disciplina è dunque fissato per il tardo pomeriggio del 29 settembre 1988 contro Shestakov, il quale non riesce a mettere in difficoltà l’austriaco, con Seisenbacher a sedersi per la seconda volta consecutiva sul “Trono di Olimpia” affermandosi grazie alla superiorità dimostrata sul tatami e sancita dai Giudici con lo yusei-gachi che ne decreta la vittoria.

Quello di Seul è l’ultimo incontro disputato da Seisenbacher, che si ritira dall’attività a 28 anni dopo essere stato per la terza volta eletto quale “Atleta austriaco dell’anno”, per dedicarsi all’attività di allenatore, con la speranza di forgiare altri atleti in grado di ben figurare nel panorama olimpico.

Ed i primi risultati iniziano a giungere con Patrick Reiter che, pur non conquistando alcun alloro olimpico, è comunque capace di aggiudicarsi gli Europei di Birmingham ’95 nella Categoria sino a 78kg., cui unisce altri tre bronzi continentali e due iridati, questi ultimi ai Mondiali di Chiba ’95 e di Parigi ’97, in entrambi i casi uniche medaglie conquistate dall’Austria.

Con l’inizio del nuovo Secolo a brillare è la stella del superleggero Ludwig Paischer, il quale fa incetta di medaglie agli Europei – 2 Ori (2004 e ’08), un argento (2005) e tre bronzi (2003, ’06 e ’09) – a cui unisce l’argento ed il bronzo iridato (rispettivamente al Cairo ’05 ed a Rio de Janeiro ’07) e, soprattutto, l’argento olimpico ai Giochi di Seul ’08, secondo miglior risultato ottenuto da un judoka austriaco dopo le imprese di Seisenbacher.

Tecnico austriaco che nel 2009 si trasferisce in Georgia sino al 2012 per svolgere le mansioni di responsabile della Nazionale, che con lui ottiene un bronzo ai Mondiali di Parigi 2011 e la medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Londra 2012 grazie a Lasha Shavdatuashvili che si afferma nei Pesi mezzi leggeri, oltre a due Ori, 3 argenti e 4 bronzi ai Campionati Europei.

Nonostante questi ottimi risultati, Seisenbacher si allontana ancora di più dal suo Paese di origine, andando a prestare servizio in Azerbaijan, una decisione apparentemente incomprensibile, ma che anticipa una triste realtà che prende definitivamente corpo l’anno seguente, nel 2014 …

Dopo anni, difatti, in cui circolavano alcune voci sulla condotta del Campione austriaco, nel giugno 2014 alcune donne presentano denuncia penale contro di lui con l’accusa di averle violentate quando erano ancora minorenni od addirittura bambine …

Sulla scorta delle relative indagini, ad inizio ottobre 2016 Seisenbacher viene formalmente accusato dalla Procura di Vienna dello stupro di due ragazze appena 14enni all’epoca dei fatti – risalenti al periodo tra il 1999 ed il 2002 in cui allenava presso un Club di Judo di Vienna – e di un altro tentativo, fortunatamente non andato a buon fine, nei confronti di una ragazza di 16 anni.

La prima delle due ragazze aveva addirittura solo 11 anni allorché nel 1999 Seisenbacher avrebbe iniziato ad abusare di lei, atti poi perpetrati sino al 2001, mentre il secondo caso si riferisce al 2004 ed il tentativo fallito si sarebbe verificato nel 2001 in Croazia durante un periodo di allenamento.

Ovviamente, trattandosi di un personaggio di elevata notorietà in Patria, le indagini sono state molto accurate e minuziose, e l’accusa formale è stata mossa solo dopo aver ascoltato le testimonianze di molte sue ex allieve, con conseguente fissazione al dicembre 2016 del relativo processo.

Ma la più evidente prova di colpevolezza la fornisce lo stesso ex Campione Olimpico, allorché non si presenta alle udienze in Tribunale rifugiandosi all’estero, circostanza che lo fa divenire un ricercato a tutti gli effetti con spiccato a suo carico un mandato di cattura internazionale, con l’Interpol a mettersi sulle sue tracce in Europa, Kazakistan, Stati Uniti e persino Dubai …

Considerato un soggetto pericoloso, Seisenbacher riesce a sfuggire alla cattura per oltre sei mesi, sino a che viene individuato ed arrestato da una Squadra Speciale americana il 2 agosto 2017 a Kiev, Capitale dell’Ucraina, dove è attualmente in prigione in attesa di essere estradato in Austria e sottoposto a regolare processo, per il quale, se ritenuto colpevole, rischia sino a 10 anni di carcere …

Davvero il modo peggiore per finire, come suole dirsi, “dagli altari alla polvere …” …

 

VLADIMIR BEARA, IL “PORTIERE BALLERINO” DIVENUTO LEGGENDA

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Un plastico intervento di Vladimir Beara – da:twitter.com

Articolo di Giovanni Manenti

Nel periodo intercorrente tra le due Guerre, il panorama calcistico del Vecchio Continente, per quel che riguarda il ruolo di estremo difensore, è caratterizzato da “Tre Stelle di prima grandezza”, vale a dire l’azzurro Giampiero Combi, il cecoslovacco Frantisek Planicka – non a caso a difesa della porta delle rispettive Nazionali nella Finale Mondiale del 1934 – e la “leggenda spagnolaRicardo Zamora, al cui nome è stato successivamente legato il premio annuale per il portiere meno battuto della Liga.

Ad inizio del secondo Dopoguerra, si fanno apprezzare due estremi difensori accomunati da uno stesso, tragico destino, ovvero l’italiano Valerio Bacigalupo, colonna del “Grande Torino” che perde la vita assieme ai suoi compagni nella “Sciagura di Superga” del 4 maggio 1949, e l’inglese Frank Swift il quale, a propria volta, perisce nel disastro aereo di Monaco di Baviera del febbraio 1958 assieme a buona parte dei giocatori del Manchester United di ritorno dalla trasferta di Coppa dei Campioni a Belgrado, alla quale aveva partecipato in veste di giornalista …

Il successivo decennio vede il nostro Calcio proseguire nella tradizione di produrre validissimi portieri – si possono citare i coetanei Bepi Moro e Leonardo Costagliola, al pari di Giovanni Viola, Lorenzo Buffon, Giorgio Ghezzi e sino a Giuliano Sarti – ma per quel che concerne la ribalta internazionale, tutti loro devono fare i conti coi “Terribili anni ‘50” della nostra Nazionale, eliminata al primo turno ai Mondiali di Brasile ’50 e Svizzera ’54 ed addirittura non qualificatasi per l’edizione di Svezia ’58.

Una sorte simile tocca al portiere tedesco Bert Trautmann che, catturato durante la Seconda Guerra Mondiale, si accasa al Manchester City per ben quindici anni, circostanza che gli preclude le porte della Nazionale.

Ed è così che, assieme all’estremo difensore del Barcellona Antoni Ramallets – 6 volte Campione di Spagna con gli azulgrana ed in 5 occasioni vincitore del citato “Premio Zamora” come portiere meno battuto della Liga – si fanno apprezzare a livello internazionale due esponenti di quel “Calcio danubiano” ancora in auge nel corso di tale decennio, vale a dire l’ungherese Gyula Grosics e lo jugoslavo Vladimir Beara

Ed è di quest’ultimo, nato il 2 novembre 1928 a Zelovo, cittadina in prossimità di Sinj, nell’attuale Croazia, che intendiamo quest’oggi raccontarne la storia, di come, dalle ceneri del conflitto bellico possa essere uscito un portiere destinato a divenire leggenda non solo all’interno del proprio Paese.

Figlio di genitori (Jakov e Marija) di etnia serba, il piccolo Vladimir ha solo due mesi allorché, con un colpo di Stato, il re Alessandro I – Monarca del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni – avoca a sé tutti i poteri per sedare i dissidi esistenti sia tra le varie correnti politiche così come tra i diversi gruppi etnici, dando vita al Regno di Jugoslavia, la cui esistenza, dopo le varie vicende belliche, termina con la costituzione della “Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia”, nata sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, al comando del Maresciallo Tito, Josip Broz all’anagrafe …

Vissuta, pertanto un’infanzia devastata dalle invasioni e dai bombardamenti, il giovane Vladimir manifesta una passione all’apparenza insolita per un ragazzo, ma molto meno se rapportata a quanto avviene nelle Regioni dei Balcani, ovvero quella per la Danza Classica, sognando di divenire un giorno una Stella in grado di esibirsi magari al prestigioso “Teatro Bolshoi” di Mosca …

E’ anche appassionato di Calcio, ma solo come tifoso della formazione di Spalato, l’Hajduk, della quale non perde una partita e spesso si trova anche ad assistere agli allenamenti con alcuni amici, circostanza, quest’ultima, che rappresenta la svolta della sua vita.

Accade difatti che un pomeriggio, a 19 anni da poco compiuti, al termine di una di queste sessioni di allenamento, con i giocatori a doversi allenare nei tiri da fermo (rigori e punizioni …), non vi sia alcun portiere al momento disponibile, ragion per cui l’allenatore chiede ai ragazzi presenti se uno di loro se la sentisse di prendere il posto tra i pali …

Vladimir, convinto che l’agilità acquisita nelle lezioni di Danza possa favorirlo, impedendogli di far brutta figura, si offre volontario, tra lo stupore ed i sorrisi ironici degli amici che lo avevano accompagnato al campo, ma che sono i primi a doversi ricredere vedendo il loro compagno esibirsi in tutta una serie di interventi che sbalordiscono anche i tecnici della formazione croata, i quali non ci pensano due volte a proporre alla Dirigenza il tesseramento del ragazzo, cui viene fatto immediatamente firmare il relativo contratto.

Ed è così, un po’ per caso ed un po’ per fortuna, che inizia la carriera agonistica di colui che è tuttora ricordato come il miglior portiere jugoslavo di ogni epoca, pressoché da subito soprannominato “Balerina sa celicnim sakama”, ovvero “Il ballerino dalle mani d’acciaio”, per la caratteristica dovuta alla sua presa ferrea.

Non impiega molto, Beara, a rilevare tra i pali della porta dell’Hajduk il titolare Branko Stintic, divenendo a tutti gli effetti padrone del ruolo a far tempo dal Torneo 1948-’49 concluso al terzo posto, a tre punti di distacco dal Partizan Belgrado, per poi cogliere il primo successo della sua carriera l’anno seguente, in cui la Federazione adotta il calendario sovietico con disputa del Campionato da marzo a novembre ed in cui non salta neppure un incontro, subendo appena 13 reti sulle 18 gare disputate …!!

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Una formazione dell’Hajduk Spalato – da:https://pcsd.forumfree.it

Anno solare a metà del quale sono previsti i Mondiali ’50 in Brasile, ai quali la Jugoslavia si è qualificata sperando 3-2 la Francia ai tempi supplementari in uno spareggio e che vedono Beara aggregato alla spedizione in Sudamerica quale riserva del leggendario portiere della Stella Rossa Belgrado, Srdan Mrkusic, oramai 35enne.

Ed anche se la Jugoslavia esce a testa alta dalla Manifestazione – due successi a spese di Svizzera (3-0) e Messico (4-1) a fronte dell’onorevole sconfitta per 0-2 contro il Brasile padrone di casa – il futuro è nelle mani del 22enne di Spalato, che debutta con la propria Nazionale l’8 ottobre 1950 subentrando, in un ideale passaggio di consegne, proprio a Mrkusic nella umiliante sconfitta per 2-7 patita al “Prater” di Vienna contro l’Austria, per poi prenderne definitivamente il posto dalla gara successiva.

Torniamo però un passo indietro per quel che riguarda il ricordato soprannome, il quale unisce la sua innata passione per la danza ad una presa che non ha eguali, almeno all’epoca, e per cui deve ringraziare lo “Zio Luka”, ovvero Luka “Barba” Kaliterna, suo primo tecnico all’Hajduk, il quale lo sottopone ad allenamenti che prevedono l’afferrare al volo una sfera ridotta delle dimensioni di una palla da baseball.

Ma queste indubbie doti hanno bisogno di una ribalta internazionale per essere apprezzate, e questa giunge nel luogo più adatto, vale a dire il prestigioso scenario di “Highbury” a Londra, dove la Jugoslavia scende in campo il 22 novembre 1950, presunta “vittima sacrificale” di un’Inghilterra alla ricerca di rifarsi una verginità dopo la vergogna dell’eliminazione ai Mondiali brasiliani, sconfitta 0-1 dai Dilettanti degli Stati Uniti …

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Beara battuto da Lofthouse nel 2-2 del novembre ’50 – da:gettyimages.it

Ed invece, sia gli spettatori che i “media” britannici devono arrendersi di fronte alla serie di innumerevoli interventi con cui Beara – di 22 anni compiuti da venti giorni – si oppone agli attacchi degli avanti dei “Tre Leoni”, culminati con una deviazione a tempo scaduto su di un’incursione dell’ala destra Hancocks, contribuendo in maniera decisiva al risultato di parità (2-2) con cui si conclude l’incontro, all’indomani del quale il suo nome appare su tutti i “tabloid” londinesi, così da divenire non più “ballerino”, bensì “Velocki”, ovvero “Il grande Beara”.

E mentre in Patria, con un Torneo 1952 ancora riformato, strutturato su due Gironi con accesso ad una Poule Scudetto, Beara è protagonista di un nuovo titolo con 15 reti subite nelle 16 gare in Calendario, la giovane Nazionale jugoslava si presenta alle Olimpiadi di Helsinki affidandosi alle prodezze del proprio estremo difensore per fare una buona figura …

Con le squadre dell’Europa dell’Est notoriamente avvantaggiate nel poter schierare le proprie formazioni migliori in quanto i relativi giocatori vantano uno “status” di Dilettanti, la Jugoslavia si fa avanti nel Torneo con una rocambolesca eliminazione dell’Unione Sovietica negli Ottavi, superata per 3-1 nel replay dopo che il primo incontro si era concluso sul 5-5 avendo sprecato un vantaggio di 3-0 all’intervallo e di 5-1 ad un quarto d’ora dal termine, per poi accedere alla Finale grazie al successo per 3-1 sulla Selezione olimpica tedesca …

L’atto conclusivo, svoltosi il 2 agosto 1952 allo “Stadio Olimpico” della Capitale finlandese vede la Jugoslavia opposta ad un avversario praticamente imbattibile, ovvero la “Grande Ungheria” con in porta Grosics, ma soprattutto, un attacco da far tremare le gambe a qualsiasi estremo difensore, vedendosi parare davanti Campioni del calibro di Puskas, Kocsis, Hidegkuti e Czibor …

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Beara impegnato nella Finale Olimpica contro l’Ungheria – da:urheilumuseo.fi

L’Oro, come da pronostico, va ai magiari, i quali devono però sudare le proverbiali “sette camicie” per riuscire a superare Beara il quale si toglie anche lo sfizio, durante la prima frazione di gioco, di parare un calcio di rigore a Puskas – altra “specialità della casa” – prima che sia lo stesso “Ocsi” (“compagno”) a sbloccare il risultato al 70’, arrotondato da Czibor a 2’ dal termine.

Le prestazioni di Beara non passano certo inosservate, tant’è che viene selezionato per la gara tra Inghilterra e “Resto d’Europa” che si disputa il 21 ottobre 1953 a Wembley per celebrare i 90 anni della “Football Association”, sfida che lo vede subentrare ad inizio ripresa all’austriaco Zeman e, dopo aver subito la rete del provvisorio 3-3 da Mullen, difendere il nuovo vantaggio dei rappresentanti del vecchio Continente siglato da Kubala al 63’ sino al 90’, allorché un generoso rigore concesso ai padroni di casa e trasformato da Ramsey non sancisce il “salomonico” pareggio per 4-4.

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Una parata di Beara in Inghilterra-Resto d’Europa – da:gettyimages.ca

Oramai titolare indiscusso del ruolo in Nazionale, Beara può fare il suo esordio ai Mondiali di Svizzera ’54, dove esce imbattuto dalla sfida vinta per 1-0 contro la Francia ed erige le barricate di fronte al Brasile, arrendendosi solo a 20’ dal termine a Didi che sigla il punto dell’1-1 che qualifica entrambe le formazioni ai Quarti che vedono la Jugoslavia sconfitta 0-2 dai futuri Campioni della Germania, con Beara tradito da un’autorete in avvio del compagno Horvat e superato da Rahn a 5’ dal termine.

Nel frattempo l’Hajduk è sempre protagonista in Campionato – secondo nel ’53, allorché è stata ripresa la formula autunno/primavera, a soli due punti dalla Stella Rossa – per poi tornare a trionfare nel 1955 con Beara a disputare 20 delle 26 gare in programma, prima che il rapporto con la squadra del suo cuore debba, giocoforza, interrompersi …

Accade, difatti, che il già ricordato Mrkusic, estremo difensore della Stella Rossa ed oramai superata la soglia dei 40 anni, abbandoni l’attività, ed essendo la “Crvena Zvezda” il Club più titolato e sotto il diretto controllo del Maresciallo Tito, il relativo trasferimento di Beara a difesa della porta non viene neppure posto in discussione, anche se il primo anno fa da riserva a Srboljub Krivokuca – il quale ne prende il posto anche in 6 occasioni in Nazionale (tre delle quali sostituendolo a gara iniziata …) – contribuendo così marginalmente alla conquista del titolo ’56, per poi invertire le gerarchie nel successivo quadriennio che lo vede aggiudicarsi altri tre titoli (1957, ’59 e ’60), nonché la Coppa nazionale nel 1958 e ’59.

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Beara con la Stella Rossa Belgrado – da:telegraf.rs

Avvicinandosi al compimento dei 30 anni, Beara disputa il suo terzo Mondiale (secondo da titolare …) nell’edizione di Svezia ’58, che lo vede non subire sconfitte nel Girone eliminatorio, mentre nella sconfitta ai Quarti per 0-1 contro la Germania Ovest il suo posto tra i pali è preso da Krivokuca, sua riserva alla Stella Rossa prima di trasferirsi all’OFK Belgrado.

Beara conclude la sua esperienza in Nazionale l’11 ottobre 1959 nella sconfitta per 2-4 contro l’Ungheria a Belgrado, sostituito ad inizio ripresa da Milutin Soskic, estremo difensore del Partizan Belgrado, potendo vantare 59 presenze con 77 reti al passivo, per poi chiedere inutilmente alla propria Federazione il nulla osta per trasferirsi in Italia, permesso che gli viene accordato solo al compimento dei 32 anni, così da potersi accasare in Germania dapprima nelle file dell’Alemannia Aachen e quindi del Viktoria Colonia dove, nel 1964 a 36 anni, pone fine alla sua attività agonistica.

E dalla Germania parte la seconda parte della sua vita sportiva, attraverso la frequentazione di un Corso per allenatore all’Università dello Sport di Colonia, grazie al quale Beara si cimenta nell’attività di tecnico in giro per il pianeta tra Germania, Austria ed Olanda prima di ottenere la soddisfazione – quale vice di Slavko Lustica – di contribuire alla vittoria del Campionato jugoslavo 1971 da parte del “suo” Hajduk, un titolo che nella bacheca del Club di Spalato mancava proprio dal 1955, quando a difenderne i pali era appunto Beara …

Vissuta un’esperienza anche in Africa, alla guida della Nazionale del Camerun, Beara ha l’occasione di insegnare i rudimenti della tecnica del portiere ad un giovane Thomas N’Kono, da cui apprende i segreti del mestiere per poi divenire uno dei più famosi ed apprezzati estremi difensori del Continente Nero, ultima eredità di una “leggenda” quale il serbo/croato è stato per il suo Paese.

Proprio le rivalità etniche che hanno martoriato l’ex Jugoslavia dopo la morte di Tito, sfociate nella tragica guerra civile di inizio anni ’90, non hanno pietà neppure della morte di Beara, avvenuta a Spalato l’11 agosto 2014 a tre mesi dal compimento degli 86 anni, in quanto a causa delle sue origini serbe non viene concessa alla sua famiglia la sepoltura nel Cimitero in cui aveva desiderato riposare …

Ma se ne viene disputato il corpo, non altrettanto può dirsi del suo ricordo, ammirato e celebrato come uno dei più grandi esponenti del ruolo della sua epoca, tanto che il giornalista scozzese Bob Wilson – che un po’ se ne intende avendo giocato in porta all’Arsenal – lo descrive come “un atleta che sapeva coniugare estetica allo spettacolo, impressionante nei suoi interventi a mezza altezza con il corpo perfettamente bilanciato, mentre ai piedi sembrava avere una molla per come era sempre pronto a scattare su ogni pallone …!!

Resta comunque del leggendario portiere sovietico Lev Jascin, in occasione della consegna del “Pallone d’Oro” assegnatogli nel 1963 dalla rivista francese “France Football”, il miglior riconoscimento al valore ed alla bravura del suo collega, allorquando dichiara: “Voi premiate me, ma il miglior portiere al Mondo è Vladimir Beara …

Che, nel frattempo, si stava godendo gli ultimi spiccioli di gloria al Viktoria Colonia, nella Oberliga Ovest del Campionato tedesco …

 

HASELY CRAWFORD E QUEL LAMPO SUI 100 METRI AI GIOCHI DI MONTREAL 1976

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Hasely Crawford – da:athleticsontario.ca

Articolo di Giovanni Manenti

Al giorno d’oggi siamo oramai sin troppo abituati a vedere trionfare nelle gare di velocità in Atletica Leggera rappresentanti caraibici, dai vari giamaicani capitanati da “Sua Maestà” Usain Bolt, per non tacere dei rappresentanti di Bahamas, Trinidad & Tobago, senza parlare addirittura del minuscolo Stato di Saint Kitts and Nevis, il cui portacolori Kim Collins riesce a beffare i favoriti nella Finale sui 100 metri ai Campionati Mondiali di Parigi …

Ben diverso è stato, viceversa, l’andamento nel corso del Secondo Dopoguerra, dove a dettar legge erano pressoché esclusivamente gli sprinter Usa, lasciando ai rappresentanti del Caribe le briciole, costituite dal bronzo sui 100 e 200 metri del panamense Lloyd LaBeach ai Giochi di Londra 1948, oltre agli argenti sui m.100 del giamaicano Herbert McKenley ad Helsinki ’52 e del cubano Enrique Figuerola a Tokyo ’64.

C’era stata, invero, una doppia delusione in occasione delle Olimpiadi di Roma 1960, dove a prevalere su entrambe le distanze – il tedesco Armin Hary sui m.100 ed il nostro Livio Berruti sui m.200 – erano stati esponenti del Vecchio Continente, per poi toccare al sovietico Valery Borzov fare doppietta su entrambe le distanze ai Giochi di Monaco ’72, con il dubbio di come sarebbe potuta andare a finire la sfida sui 100 metri se gli americani Eddie Hart e Rey Robinson non avessero saltato per negligenza i Quarti di Finale.

In ogni caso, si trattava pur sempre di sconfitte patite sul suolo europeo, e la successiva edizione dei Giochi fissata a Montreal 1976 era attesa all’interno del Team Usa come l’occasione del riscatto, potendo, specialmente sui 100 metri, schierare un terzetto di tutto rispetto proveniente dai Trials – ancorché privo del miglior sprinter del momento, Steve Williams, infortunatosi nel corso dei Campionati AAU – e costituito da Harvey Glance, Steve Riddick e Johnny Jones, pur dovendosi confrontare con il Campione Olimpico in carica Valery Borzov e, soprattutto, con il giamaicano Donald Quarrie, il quale ha all’attivo tempi di 9”9 e 19”8 manuali su entrambe le distanze.

Poco credito è, viceversa, dato al rappresentante di Trinidad & Tobago Hasely Crawford, nato a Marabella il 16 agosto 1950, il quale, dopo aver conquistato la medaglia di bronzo sui m.100 ai “Commonwealth Games” di Edimburgo ’70 in 10”33 alle spalle della coppia giamaicana formata da Don Quarrie e Lennox Miller, si era qualificato per la Finale sulla stessa distanza ai Giochi di Monaco ’72, dovendo peraltro abbandonare nel corso della gara per uno stiramento muscolare …

Classificatosi al secondo posto del Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” al termine della stagione 1973 per effetto di un 100 metri corso in 10”1 a Kingston, Crawford sparisce dalle scene l’anno seguente per poi ripresentarsi nel 1975 dove corre per due volte in patria la distanza in 9”8 e 9”9 manuali ma con vento oltre la norma, e quindi coglie l’argento ai “Giochi Panamericani” di Città del Messico ’75 in 10”21, alle spalle del cubano Silvio Leonard, primo con 10”15.

Ciò consente al velocista caraibico di riapparire al quinto posto del Ranking Mondiale di fine stagione, guidato da Steve Williams, ma che per le ragioni suddette non è presente ai Giochi, e preceduto altresì da Borzov, Quarrie e Leonard nell’ordine …

Considerato pertanto un “outsider” tale da ambire ad un posto sul podio e nulla più, Crawford si presenta nella Metropoli canadese intenzionato comunque a ben figurare, tanto da iscriversi su entrambe le prove veloci, pur privilegiando la più corta distanza, date anche le caratteristiche morfologiche (m.1,87 per 90kg.), più adatte allo sprint puro.

Superati in scioltezza i primi due turni – in cui si mette in evidenza Glance con 10”23, mentre Crawford precede (10”29 a 10”39) Borzov nella terza serie e Quarrie precede (10”33 a 10”36) Riddick nella prima, con la grande sorpresa dell’eliminazione di Leonard, non meglio che quinto nella seconda – il 24 luglio 1976, giorno in cui si disputano semifinali alle ore 15:30 e la Finale alle 17:00, il velocista di Trinidad è inserito nella seconda serie a Quarrie ed agli americani Riddick e Jones, mentre nella prima tocca a Glance saggiare le condizioni del campione in carica Borzov, oramai quasi 27enne …

Un capitolo a parte merita il caso del cubano Leonard, uno dei grandi favoriti della vigilia che, in occasione del riferito successo ai Giochi Panamericani ’75, si era seriamente infortunato subito dopo il vittorioso arrivo, con conseguente difficoltà a ritrovare una condizione di forma accettabile in vista dell’appuntamento olimpico, dieci giorni prima del quale si procura altresì un taglio al piede calpestando accidentalmente una bottiglia di acqua di colonia …

E, mentre Glance conferma il suo buon stato di forma, imponendosi con largo margine (10”24 a 10”30) sul sovietico, Crawford inizia a far ricredere gli esperti sulla sua veste di solo “possibile outsider”, visto che regola (10”22 a 10”26) Quarrie, con Jones terzo in 10”30 e Riddick clamorosamente escluso dalla Finale, quinto in 10”33 …

Già con due pretendenti al podio (Leonard e Riddick) usciti di scena e la più volte ricordata assenza di Steve Williams, imbattuto in stagione prima dell’infortunio che lo estromette dai Giochi, ovvio che le chances aumentano, anche se per Crawford giunge la cattiva notizia di essere sorteggiato in prima corsia, non certo la migliore in ottica medaglie …

Consapevole di avere comunque a disposizione “l’occasione della vita”, Crawford gioca anche la carta dell’intimidazione rispetto alla giovane coppia americana formata da Glance e Jones (di 19 e 18 anni, rispettivamente …) nella camera di attesa prima della chiamata ai blocchi di partenza, una tattica che certo non scalfisce due “vecchie volpi” come Quarrie e Borzov, ma che fa presa sui giovani Usa, “guardando i quali negli occhi, si vedevano che erano battuti in partenza …”, dirà in seguito il velocista del Caribe …

Con Borzov a lui vicino in terza corsia, Quarrie in quarta e Glance in quinta, Crawford sa bene che, senza precisi punti di riferimento, l’unica cosa che può fare è correre più veloce che può, senza tanti calcoli, anche se allo sparo dello starter i più veloci a mettersi in moto sono i brevilinei Glance e Borzov, per poi essere raggiunti e superati da Quarrie il quale sta per assaporare la gioia del suo primo Oro olimpico quando viene affiancato da un treno quale il 26enne Crwaford che lo precede sul filo di lana per un solo, misero 0”01 centesimo (10”06 a 10”07), con l’esperienza di Borzov ad avere la meglio sulla gioventù di Glance nella lotta per il gradino più basso del podio.

Alla gioia indescrivibile di Crawford – “sui blocchi ero convinto di poter precedere Borzov, ma sono rimasto poi sorpreso dall’essere riuscito a prevalere su di un fuoriclasse quale Quarrie …“, questo il suo commento a fine gara – fa riscontro la delusione in tribuna di Leonard, immortalato dalle telecamere in un’espressione sconsolata che la dice tutta sulla grande occasione mancata per il cubano in una Finale ampiamente alla sua portata.

Per Crawford, che si qualifica anche per la Finale dei m.200, vinta da Quarrie in 20”23 e dove subisce un nuovo infortunio muscolare, si tratta dell’apice della carriera – in seguito sarà bronzo in 10”09 ai “Commonwealth Games” di Edmonton ’78 alle spalle di Quarrie e dello scozzese Allan Wells (10”03 a 10”07), dove è anche secondo con la staffetta 4×100 preceduto solo dal quartetto scozzese – visto che ai successivi Giochi di Mosca viene eliminato ai Quarti di Finale con 10’”28, per poi tentare la sorte, oramai 34enne, anche nell’edizione di Los Angeles ’84, fermandosi anche stavolta ai Quarti, ma con un tempo ben peggiore di 10”56.

Ciò che, in ogni caso, non potrà mai essere cancellato – oltre a far parte ancora per tre anni della “Top Ten” del ranking Mondiale (secondo nel 1976, settimo nel ’77 e quarto nel ’78 …) – è l’orgoglio di essere stato il primo atleta di ogni disciplina a conquistare una medaglia d’Oro per il proprio Paese, il quale dovrà aspettare ben 32 anni per vedere analogo risultato raggiunto dalla staffetta 4×100 all’edizione di Pechino 2008 …

E, non a caso, nella sua città natale, lo Stadio per le gare di Atletica porta il suo nome …

 

PAUL BIEDERMANN E QUEI RECORD STRAORDINARI CON QUALCHE LEGITTIMO DUBBIO

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Paul Biedermann – da:swimswam.com

Articolo di Giovanni Manenti

L’edizione di Roma 2009 dei Campionati Mondiali di Nuoto passa alla Storia sia per l’elevatissimo numero di record stabiliti – 13 in campo maschile e 14 in quello femminile – che per aver indotto la FINA ad abolire, con decorrenza dal successivo 1 gennaio 2010, i cosiddetti “costumi gommati” in poliuretano che li avevano favoriti, al punto che, a tutt’oggi, a distanza di 10 anni, ne resistono ancora 8 in campo maschile – e con due, quelli di Michael Phelps sui m.100 e 200 farfalla migliorati solo alla recente edizione di Gwangiu 2019 – mentre nel settore femminile resiste unicamente il primato sui m.200sl della nostra Federica Pellegrini,

Quanto suindicato consente però di fare un distinguo, nel senso che una cosa è se tali primati vengono migliorati da chi già li deteneva – come nel caso di Phelps sui m.100 e 200 farfalla oppure del connazionale Peirsol sui m.200 dorso, al pari di Ryan Lochte sui m.200 misti, dallo stesso ulteriormente abbassato due anni dopo a Shanghai – rispetto al vedere emergere nuotatori che, anche se non proprio sconosciuti, non riescono successivamente a salire sul gradino più alto del podio sia in sede olimpica che iridata.

Ed il caso più emblematico è quello costituito dal tedesco Paul Biedermann, nato il 7 agosto 1986 ad Halle, in Sassonia, nell’allora Repubblica Democratica Tedesca e specialista delle medie distanze (200 e 400 metri) a stile libero, il quale a fine anno 2008 risulta nono nelle Classifiche mondiali sui m.200sl ed addirittura 21esimo sulla doppia distanza …

Biedermann si mette in luce non ancora 18enne ai Campionati Europei Juniores di Lisbona 2004, dove completa un “tris di successi” imponendosi sia sui m.200sl (1’48”62) che sui m.400sl (3’51”52) al pari di un’insolita partecipazione ai m.1500sl, che si aggiudica comunque in 15’18”94.

Un “inizio col botto” al quale però, lo stileliberista tedesco non fa riscontrare i progressi sperati negli anni a venire, ottenendo i migliori risultati sulla distanza da lui preferita, ovvero i m.200sl, in cui conclude non meglio che settimo ai Campionati Europei di Budapest ’06 in 1’48”99 (ad oltre 3” abbondanti dal tempo del vincitore Pieter van den Hoogenband, primo in 1’45”65), pur realizzando a novembre del medesimo anno 1’48”05, suo primato personale all’epoca.

Situazione che non muta l’anno seguente, in occasione della Rassegna Iridata di Melbourne ’07 in cui, sempre iscritto sui soli m.200sl, si qualifica per la Finale con il settimo tempo, replicato all’atto conclusivo pur scendendo sino ad 1’48”09, ma incrementando il divario dal vincitore, nella fattispecie Phelps che, con 1’43”86 stabilisce il relativo primato mondiale, per poi non riuscire a centrare l’accesso alla Finale della staffetta 4x200sl, con il quartetto tedesco primo degli esclusi in 7’19”22.

In vista dell’appuntamento costituito dalle Olimpiadi di Pechino ’08, Biedermann, oramai divenuto l’uomo di punta del Team tedesco a stile libero, viene iscritto su entrambe le distanze dei m.200 e 400sl, oltre a far parte delle staffette 4×100 e 4x200sl, un impegno che lo vede però ottenere, anche in questo caso, un raccolto inferiore alle attese, nonostante si presenti nella Capitale asiatica forte del titolo europeo sui m.200sl conquistato alla Rassegna Continentale di Eindhoven, migliorandosi ancora sino ad 1’46”59.

Il problema per il 22enne sassone sta nel fatto che ai suoi miglioramenti gli avversari replicano limando in misura maggiore i propri personali, e l’esordio al “Beijing National Aquatics Centre” del 9 agosto 2008, nella giornata inaugurale del programma natatorio, è quanto di peggio potesse aspettarsi, facendo registrare addirittura il 18esimo tempo nelle batterie dei m.400sl, nuotati in 3’48”03.

Una delusione a cui fa seguito, all’indomani, il flop della staffetta 4x100sl, classificatasi con il peggior tempo in qualificazione, con Biedermann a ritrovare una parvenza di buonumore nelle semifinali dei m.200sl, in cui realizza 1’46”41, valido per l’accesso alla Finale del 12 agosto con il sesto miglior tempo …

Sicuramente, non si può dire che il tedesco non faccia di tutto per esprimersi ai suoi massimi livelli, visto che anche nell’atto conclusivo abbassa il proprio limite personale sino ad 1’46”00 – migliorandosi così di oltre 2” rispetto alle due precedenti stagioni – che gli vale la quinta posizione, ma là davanti vanno come schegge e Phelps, nel suo percorso verso l’incredibile record di 8 medaglie d’Oro, va a toccare nel nuovo primato assoluto di 1’42”96, con in più la scarsa assistenza dei propri compagni di staffetta nella 4x200sl – negli anni ’80 il punto di forza dello squadrone tedesco – che conclude appena 12esima in batteria.

Capirete, pertanto, come Biedermann non potesse essere considerato tra i pretendenti al titolo iridato su dette distanze in occasione dei Campionati Mondiali di Roma 2009, che si aprono il 26 luglio alla “Piscina del Foro Italico” con la disputa di batterie al mattino e Finale al pomeriggio dei m.400sl, distanza il cui record assoluto è detenuto con il tempo di 3’40”08 dall’imbattuto australiano Ian Thorpe, stabilito il 30 luglio 2002 in occasione dei “Commonwealth Games” di Manchester …

Quello che si tuffa in acqua al mattino di quella domenica 26 luglio è un Biedermann completamente diverso da quello visto l’anno precedente a Pechino, visto che stampa, nella nona ed ultima batteria, un tempo di 3’43”01 che, oltre ad essere il migliore tra i partecipanti, rappresenta altresì il nuovo Record europeo, con un miglioramento impensabile rispetto alle sue precedenti esibizioni …

Con solo il cinese Zhang Lin – argento l’anno prima sulla distanza ai Giochi di Pechino e che poi vincerà i m.800sl con il record di 7’32”12, anch’esso tuttora imbattuto – ed il tunisino Oussama Mellouli – Oro a Pechino sui m.1500sl, bissato a Roma, dove giunge altresì alle spalle di Zhang sui m.800sl – a scendere sotto il limite dei 3’44” netti, nel mentre il Campione olimpico sudcoreano Park Tae-Hwan viene eliminato a sorpresa con appena il 12esimo tempo, l’attesa regna sovrana in previsione della Finale pomeridiana, pur ritenendo in molti che Biedermann sia già giunto al limite delle proprie possibilità, anche perché il divario rispetto al record di Thorpe è pur sempre di quasi 3” …

Pur se maggiormente a proprio agio sulle più lunghe distanze – in seguito si esibirà con ottimi risultati anche nei 5 e 10km. di Fondo in mare aperto – è il tunisino Mellouli a dettare il ritmo in Finale, transitando a metà gara in 1’50”44, trascinando nella sua scia Zhang, che vira in 1’50”71, nel mentre il passaggio di Biedermann è cronometrato in 1’51”02, ben più alto dell’1’49”74 del giorno prima, con ciò avvalorando la tesi che avesse sparato tutte le sue cartucce in batteria …

Nessuna previsione si rivela più sbagliata, in quanto il mezzofondista sassone, applicando la tattica del “Negative Split”, ovvero nuotare le frazioni dopo metà gara più veloci rispetto alle prime, già ai 300 metri raggiunge il cinese, mentre Mellouli peraltro incrementa (2’46”29 a 2’47”17) il proprio margine intesta alla gara, ridotto a soli 0”35 centesimi (3’13”95 a 3’14”30) all’ultima virata, prima che Biedermann inneschi il turbo per nuotare gli ultimi 50 metri in uno sbalorditivo 25”77 che gli consente di rimontare il nordafricano, che comunque conclude nel nuovo primato continentale di 3’41”11, e sopravanzarlo nettamente …

Ma è quando appare sul tabellone il tempo del vincitore che è difficile credere ai propri occhi, ovvero 3’40”07, un solo 0”01 centesimo in meno di quanto nuotato sette anni prima da Thorpe per un Record ritenuto inattaccabile, soprattutto da chi fa registrare un miglioramento di tale portata rispetto ai 3’48” e spiccioli di Pechino.

Con la Germania a rinunciare, per manifesta inferiorità, a presentare una staffetta 4x100sl, Biedermann è ora atteso alla “Prova del Nove” sui m.200sl dove lo attende la sfida con il Campione olimpico e primatista mondiale Phelps, le cui batterie e semifinali si disputano il giorno successivo e la relativa Finale il 28 luglio …

Già in batteria i due si “punzecchiano” (1’45”30 ad 1’45”60 a favore del tedesco), per poi toccare a Biedermann uscire allo scoperto nella seconda semifinale pomeridiana, dopo che l’americano si era aggiudicata la prima in 1’45”23, nuotando la distanza in 1’43”65 che, oltre ad essere il primato europeo, migliora altresì il Record dei Campionati stabilito proprio da Phelps in 1’43”86 due anni prima a Melbourne, tempo che all’epoca era anche primato assoluto …

Ovvio che, dopo quanto visto sulla doppia distanza, nessuno si azzarda più a fare previsioni negative circa le possibilità del tedesco non solo di avere la meglio sul pluricampione olimpico in Finale, ma anche di privarlo del record mondiale stabilito l’anno precedente nella Capitale cinese, la maggiore curiosità derivante da quale tattica i due contendenti intenderanno mettere in pratica …

Con anche il russo Danila Izotov – che in semifinale ha fatto registrare, in scia al tedesco, il record nazionale di 1’45”09 – a fare da “terzo incomodo”, Biedermann rompe gli indugi sin dal tuffo in acqua, virando in 24”23 ai primi 50 metri per poi transitare in 50”12 a metà gara rispetto ai 50”25 di Phelps, peraltro ancora pienamente in corsa per l’Oro, nel mentre Izotov appare già fuori dai giochi con il suo 51”24 …

Una gara che notoriamente si decide nella terza vasca, vede Biedermann coprire detta frazione in 26”18 rispetto ai 26”46 di Phelps, per poi esplodere letteralmente nei 50 metri finali, nuotati in 25”70 per andare a bissare il successo sulla doppia distanza, così come ottenere il suo secondo record mondiale, fermando i cronometri sull’1’42”00 (quasi 1” in meno del primato di Phelps), mentre il fuoriclasse Usa deve accontentarsi dell’argento con un comunque sempre ragguardevole 1’43”22 (di soli 0”26 centesimi superiore a quanto ottenuto a Pechino) ed Izotov, da parte sua, a migliorarsi ancora sino ad 1’43”90.

La sfida tra Biedermann e Phelps ha un’appendice nella prima frazione della staffetta 4x200sl, dove il tedesco è ancora capace di nuotare le quattro vasche in 1’42”81 rispetto all’1’44”49 dell’americano che, peraltro, ben supportato dai compagni di squadra, contribuisce alla conquista del titolo iridato con il tempo complessivo di 6’58”55, anch’esso limite tuttora ineguagliato, mentre il quartetto tedesco conclude quinto, pur con il primato nazionale di 7’03″19.

Che questi risultati non potessero essere superati con l’abolizione dei costumi in poliuretano era scontato, ma ciò che stupisce – e lascia alcuni dubbi sulle prestazioni di Biedermann – è come lo stesso non sia più stato in grado in seguito di dare continuità a dette prestazioni (visto che l’uso o l’abolizione dei costumi era comunque un qualcosa di paritetico per tutti i partecipanti …) nelle successive Manifestazioni, eccezion fatta per le Rassegne Continentali, dove è ancora Oro sui m.200sl (1’46”06) ed argento sui m.400sl (3’46”30 alle spalle del francese Yannick Agnel) e con la staffetta 4x200sl agli Europei di Budapest 2010.

Atteso, viceversa, a confermare i titoli iridati ai Mondiali di Shanghai 2011, Biedermann si deve accontentare del gradino più basso del podio sia sui m.400sl (3’44”14 nella Finale vinta dal redivivo sudcoreano Park Tae-Hwan sul 20enne cinese Sun Yang) che sui m.200sl, nuotati in 1’44”88 alle spalle della coppia americana Lochte/Phelps, per poi piazzarsi quarto con la staffetta 4x200sl.

Medagliato, comunque, in ottica iridata, a Biedermann manca un analogo riconoscimento in sede olimpica, ragion per cui prepara con cura l’appuntamento di Londra 2012 dimostrandosi, almeno sulla carta, all’altezza del compito in base all’esito dei Campionati Europei svoltisi a Debrecen il maggio precedente, dove ottiene i titoli continentali sia sui m.200sl (1’46”27) che sui m.400sl (3’47”84), al pari della staffetta 4x200sl, prima in 7’09”17 davanti al quartetto italiano.

Con un calendario molto simile (inteso come date) a quello della sua “Settimana di Gloria” romana, Biedermann ritorna però a livelli di quattro anni prima a Pechino nella gara d’esordio sui m.400sl, non riuscendo a superare le batterie al mattino del 28 luglio 2012 al “London Aquatics Centre” della Capitale inglese, concluse in un’anonima 13esima posizione in 3’48”50, tempo addirittura superiore a quello nuotato in Cina, mentre la Finale vede la rivincita di Sun Yang su Park Tae-Hwan (3’40”14, record olimpico a soli 0”07 centesimi dal primato del tedesco, a 3’42”06) nel “Derby asiatico”.

Con  una, per certi versi, irritante analogia, anche la Finale dei m.200sl vede per Biedermann ricalcare l’esito di Pechino, classificandosi anche stavolta quinto in 1’45”53 mentre tra i due litiganti Sung e Park ad avere la meglio è proprio Agnel che va a trionfare in 1’43”14, con i due asiatici ad accomodarsi sul secondo gradino del podio, accomunati dallo stesso tempo di 1’44”83.

Oramai, pur con una dignitosa prestazione con la staffetta 4x200sl – quarta in 7’06”59, a soli 0”29 centesimi dal podio – la stella di Biedermann si sta offuscando e, dopo aver saltato i Mondiali di Barcellona 2013, riesce a cogliere il suo ultimo titolo continentale ai Campionati Europei di Berlino 2014, quale ultimo frazionista della staffetta 4x200sl, nel mentre nella gara individuale si vede beffare, per l’inezia di soli 0”02 centesimi (1’45”78 ad 1’45”80) dal serbo Velimir Stjepanovic.

Il desiderio di riempire la propria bacheca anche con una medaglia olimpica, spinge Biedermann a proseguire sino ai Giochi di Rio de Janeiro 2016, passando per la Rassegna Iridata di Kazan ’15 dove emette l’ultimo ruggito che lo porta a salire sul podio in 1’45”38 nella Finale dei m.200sl, vinta a sorpresa dal britannico James Guy (1’45”14 ad 1’45”20) su Sun Yang, mentre la staffetta 4x200sl conclude in quinta posizione.

Quasi un segno del destino, Biedermann scende in acqua nella Piscina Olimpica della Metropoli brasiliana per le batterie al mattino e semifinali al pomeriggio proprio il 7 agosto 2016, ovvero il giorno in cui compie 30 anni, facendosi il regalo, in 1’45”69, di garantirsi l’accesso alla sua terza Finale olimpica consecutiva sui m.200sl, dimostrandosi ancora capace, dopo i due quinti posti di Pechino e Londra, di concludere in sesta posizione in 1’45”84, mentre l’Oro è appannaggio di Sun Yang (1’44”65 ad 1’45”20) sul sudafricano Chad le Clos.

L’addio alle competizioni avviene all’indomani, il 9 agosto 2016, nuotando in 1’46”09 l’ultima frazione della staffetta 4x200sl che vede la Germania piazzarsi sesta con il tempo di 7’07”28, mentre sicuramente un pizzico di invidia deve provarlo nel vedere il suo rivale di Roma Michael Phelps ancora sul gradino più alto del podio, a dispetto dei suoi 31 anni suonati …

Cala così il sipario sulla carriera di uno stileliberista di indubbio valore – i suoi 6 titoli europei, con 3 argenti, lo stanno a testimoniare – che però ha brillato ai massimi livelli una sola estate (o meglio, una sola settimana, verrebbe da dire …) durante la quale è salito ai vertici assoluti, sia come titoli che, soprattutto, come riscontri cronometrici, indubbiamente grazie all’aiuto dei costumi poi vietati, ma con il legittimo dubbio che – visti gli spropositati miglioramenti ottenuti, specie sui m.400sl – non fosse proprio tutta “farina del suo sacco” …

Ed in questo non l’ha aiutato l’unione affettiva con la connazionale Britta Steffen, di tre anni più anziana ed anch’essa originaria dell’ex Germania Est, dominatrice sulle brevi distanze dei m.50 e 100sl – Oro sia ai Giochi di Pechino ’08 che ai Mondiali di Roma ’09 – e non poco chiacchierata, pur se i suoi primati sono già stati superati, a differenza di quelli, ancora resistenti, di Biedermann …

Ma, forse, siamo solo noi che, come ci affiora, anche solo lontanamente, il ricordo della Germania Orientale, siamo portati a pensar male …

 

MARIA BUENO, LA LEGGENDA BRASILIANA DEL TENNIS ANNI ’60

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Maria Bueno al Torneo di Wimbledon 1968 – da:gettyimages.co.uk

Articolo di Giovanni Manenti

Il 1958 è “L’Anno della Gloria” per il popolo brasiliano, quello in cui, grazie all’esplosione del non ancora 18enne Pelé, la “Seleçao” si aggiudica il suo primo titolo mondiale nell’edizione svoltasi in Svezia nel corso del mese di giugno, rimarginando, almeno in parte, la ferita inflitta dal “Maracanazo” di otto anni prima che aveva posto nello sconforto più assoluto un’intera Nazione.

Passa così in sott’ordine il fatto che una giovane connazionale, non ancora 19enne, avesse fatto il suo ingresso nel Circuito internazionale del Tennis affermandosi agli “Internazionali d’Italia”, superando in Finale (3-6, 6-3, 6-3) l’australiana Lorraine Coghlan, così come che, nel successivo mese di luglio, la stessa trionfasse, in coppia con l’americana Althea Gibson, nella Finale del Doppio al prestigioso Torneo londinese di Wimbledon, avendo la meglio in due set (6-3, 7-5) sulle statunitensi Margaret duPont e Margaret Varner.

D’altronde è capibile, con i Campioni del Mondo rientrati dall’Europa ed un titolo da festeggiare, chi volete che si interessasse ad uno Sport da cui sinora il Paese sudamericano non aveva ricevuto alcun alloro, al pari del resto di quasi ogni altra disciplina, visto, ad esempio, che alle Olimpiadi, il Brasile aveva sino a quell’epoca vinto solo tre medaglie d’Oro, due delle quali grazie al leggendario triplista Adhemar Ferreira da Silva, affermatosi sia ai Giochi di Helsinki ’52 che nella successiva edizione di Melbourne ’56 …

Ma per i prossimi Mondiali di Calcio si devono aspettare quattro anni, nel panorama olimpico il Brasile resterà a digiuno di medaglie d’Oro sino a Mosca 1980, ed ecco allora che – mentre il Santos di Pelé fa collezione di Trofei in Patria e nel Mondo, aggiudicandosi due “Copas Libertadores” ed altrettante Coppe Intercontinentali – anche nel “Pais de Futebol” vi è spazio per ammirare le esibizioni di questa giovane promessa che in pochissimo tempo scala le gerarchie del Tennis internazionale.

Nata a San Paolo l’11 ottobre 1939, Maria Esther Andion Bueno cresce in una famiglia che vive di tennis, ad iniziare dal padre, uomo d’affari che si diletta a praticarlo in un Club di cui è Socio, nonché dal fratello maggiore Pedro, il quale però non riesce ad emergere neppure a livello nazionale.

La piccola Maria inizia a prendere in mano la racchetta ad appena sei anni presso il “Clube de Regatas Tiete” di San Paolo, dimostrando un’innata predisposizione tanto che, pur senza ricevere un’adeguata istruzione con un Maestro a lei assegnato, già a 12 anni si aggiudica il suo primo Torneo di Categoria, a 15 anni è Campionessa nazionale nel singolo ed a 17 anni si afferma nel prestigioso Torneo dello “Orange Bowl” in Florida, tra le juniores.

Non vi è pertanto da stupirsi dei suoi progressi non appena sbarcata nel Vecchio Continente l’anno seguente, dove – a parte il citato successo sul campo del Foro Italico – raggiunge la semifinale nel singolo al Roland Garros (sconfitta 6-2, 1-6, 2-6 dalla britannica Shirley Bloomer) ed i Quarti a Wimbledon, dove cede 3-6, 5-7 rispetto all’altra britannica Ann Haydon, Torneo poi vinto dalla sua compagna di Doppio Gibson, che conferma il titolo dell’anno precedente.

Una Gibson che compie identico percorso agli US Open, in cui la 19enne paulista si arrende ancora ai Quarti (1-6, 2-6) contro l’americana Beverly Baker Fleitz, ed, in coppia con la Bueno, raggiunge la Finale nel Doppio, ma, a differenza di quanto avvenuto sull’erba londinese, stavolta le due cedono (6-2, 3-6, 4-6) di fronte alle connazionali Jeanne Arth e Darlene Hard, nel mentre la brasiliana raggiunge l’ultimo atto anche nel Doppio Misto, in cui fa coppia con l’americano Alex Olmedo, anche in questo caso superata (3-6, 6-3, 7-9) dalla coppia austro-americana formata da Neale Fraser e Margaret DuPont.

Un avvio di carriera ben più che promettente, ma che impallidisce al confronto di ciò che Maria riesce a compiere l’anno seguente, in quella che, a tutti gli effetti, può essere considerata la “Stagione della Consacrazione” ai massimi vertici del Tennis mondiale.

Dopo aver, difatti, esordito al Roland Garros venendo eliminata nei Quarti (6-2, 4-6, 2-6) dalla sudafricana Sandra Reynolds, la quale, assieme alla connazionale Renée Schuurman, la elimina allo stesso stadio del Torneo anche nel Doppio, la non ancora 20enne Bueno si presenta a Wimbledon quale sesta testa di serie del Tabellone, che vede ai primi due posti le tenniste di casa Christine Truman ed Angela Mortimer …

Con la prima delle due ad uscire al quarto turno per opera della messicana Yola Ramirez, fatale anche per l’americana Fleitz – testa di serie n.3 ed eliminata dalla tedesca Edda Buding – la sudamericana acquista confidenza e sicurezza circa le proprie capacità man mano che i turni si susseguono e, dopo aver sconfitto in rimonta sia la tedesca Margot Dittmayer (4-6, 6-1, 6-1) che l’americana Mimi Arnold (5-7, 6-3, 6-1), eccola accedere ai Quarti dopo aver disposto con sufficiente autorità (6-1, 7-5) della neozelandese di origini maori Ruia Morrison …

Quella della regolarità è una delle principali qualità della brasiliana che, nei primi 26 Tornei dello Slam disputati, raggiunge sempre la soglia dei Quarti di Finale, turno che sull’erba londinese, la vede superare agevolmente, con un doppio 6-3, la citata tedesca Buding, mentre è fatale alla seconda testa di serie, la ricordata Mortimer, che cede alla sudafricana Reynolds (5-7, 6-8) al termine di un’autentica battaglia …

Cresciuta nel corso del Torneo, la Bueno infligge una pesante lezione (6-2, 6-4) all’americana Sally Moore in semifinale, dove abbandona i sogni di gloria anche la sudafricana, sconfitta con un doppio 4-6 dall’americana Darlene Hard, alla sua seconda Finale a Wimbledon dopo essere stata sconfitta due anni prima dalla connazionale Gibson, che le aveva negato anche la gioia di trionfare agli US Open ’58, ed ora ritiratasi dalle scene …

Per nulla intimorita dalla maggior esperienza della sua avversaria – che, come già ricordato, l’anno precedente l’aveva sconfitta, in coppia con la Gibson, nella Finale del Doppio agli US Open – la Bueno mette in mostra il suo miglior tennis aggiudicandosi il suo primo Trofeo nel Singolare in soli due set con il punteggio di 6-4, 6-3, lasciando all’americana la “consolazione” di imporsi nel Doppio assieme alla inseparabile Arth, Torneo in cui, una volta tanto, la brasiliana era uscita di scena al primo turno, al contrario di quanto avviene nel Doppio Misto, in cui, facendo coppia con l’australiano Fraser, raggiunge la Finale solo per essere sconfitta (4-6, 3-6) proprio dalla Hard assieme alla “leggenda” australiana Rod Laver.

Il trionfo nella Capitale inglese fa sì che agli US Open, in programma a Forest Hills dal 4 al 14 settembre 1959, la Bueno si veda assegnare la testa di serie n.1, seguita da Reynolds, Truman ed Hard, con quest’ultima decisa a riscattare la sconfitta in Finale dell’anno precedente …

Chi, senza dubbio, riscatta l’esito del negativo Torneo di Wimbledon è la “enfant prodige” inglese Truman che, appena 18enne, si era imposta al Roland Garros, la quale raggiunge la Finale senza perdere neppure un set, letteralmente “spazzando via” l’americana Knode (6-1, 6-2) nei Quarti e non avendo altresì pietà in semifinale (6-2, 6-3) della connazionale Ann Haydon, che a propria volta aveva eliminato la Reynolds nei Quarti …

Con il “seeding” rispettato – tre delle prime quattro teste di serie a raggiungere le semifinali – l’altra sfida vede la Bueno, sino a questo punto “impensierita” solo al quarto turno dalla Arth, superata in rimonta (4-6, 6-3, 7-5) rinnovare il testa a testa con la Hard, uscita vincitrice a fatica (5-7, 9-7, 6-3) dal “Derby americano” con la connazionale Karen Hantze, ma anche stavolta deve abbandonare il sogno di trionfare in Singolare sull’erba di casa, subendo una netta sconfitta per 2-6, 4-6 che consegna alla brasiliana la sua seconda Finale consecutiva in un Torneo dello  Slam.

Con la gioventù a farla da padrona – la Bueno avrebbe compiuto 20 anni tra meno di un mese, la Truman ne ha fatti 18 ad inizio gennaio – la Finale del 14 settembre sull’erba del “West Side Tennis Club” a Forest Hills, nel Queens, sobborgo newyorkese, risulta meno equilibrata di quanto si potesse pensare, visto che la tennista sudamericana fa valere la propria classe nel primo set, fatto suo con un netto 6-1, per poi chiudere l’incontro portandosi a casa anche il secondo parziale per 6-4, così da divenire la prima non Nordamericana ad aggiudicarsi i British e gli US Open nella stessa stagione, al termine della quale raggiunge altresì la prima posizione nel Ranking Mondiale.

Premiata dalla “Associated Press” come “Female Athlete of the Year” – un riconoscimento assegnato per la seconda volta ad un’atleta non americana dopo la “Mammina volante” olandese Fanny Blankers-Koen nel 1948 – Maria fa ritorno in Brasile acclamata come una sorta di eroina nazionale e, visto che gli echi del trionfo mondiale della “Seleçao” si stanno oramai affievolendo, toccano a lei stavolta gli onori della ribalta, venendo ricevuta dal Presidente della Repubblica per poi sfilare per le vie di San Paolo, applaudita dai propri concittadini.

Ma, se vincere non è mai facile, confermarsi è ancor più difficile, dato che, raggiunto il vertice della Classifica mondiale, divieni automaticamente “l’avversaria da battere” ed, inoltre, non puoi esimerti dal prendere parte a tutti i Tornei, con conseguente esordio anche agli Australian Open che si svolgono a gennaio 1960 …

Ed è sull’erba del “Milton Courts” di Brisbane che la sudamericana fa per la prima volta la conoscenza con colei da cui sarà divisa da una fiera rivalità nel corso della prima metà degli anni ’60, vale a dire la non ancora 18enne australiana Margaret Smith (nata il 16 luglio 1942 nel Nuovo Galles del Sud), che la sconfigge (5-7, 6-3, 4-6) nei Quarti, per poi andare a vincere il primo dei suoi 24 (!!) titoli in Singolare dello Slam, un record tuttora ineguagliato, solo avvicinato da Serena Williams, giunta a quota 23.

Ma la partecipazione agli Open d’Australia segna una tappa importante nella carriera della Bueno, poiché la stessa compie un’impresa finora mai realizzata, ovvero di essere la prima tennista ad aggiudicarsi il “Grande Slam” nei quattro Tornei di Doppio – successivamente imitata solo dalla coppia Martina Navratilova/Pam Shriver nel 1984 e da Martina Hingis nel 1998 – iniziando tale avventura affermandosi a Brisbane assieme alla Truman, avendo la meglio in Finale per 6-2, 5-7, 6-2 sulle tenniste di casa Smith/Coghlan.

Una stagione iniziata con il piede (o meglio, il braccio …) giusto per la Bueno e che prosegue in crescendo, in quanto la vede giungere in semifinale al Roland Garros, superata (3-6, 2-6) dalla Hard, poi vincitrice del Torneo, con cui decide di “unire le forze” in Doppio, dando vita ad una coppia pressoché imbattibile, come se ne rendono per prime conto la Haydon e l’americana Patricia Ward, sconfitte 6-2, 7-5 in Finale, con la brasiliana ad aggiudicarsi anche il suo unico titolo dello Slam nel Doppio Misto, in coppia con l’australiano Bob Howe, infliggendo alla britannica (assieme all’australiano Roy Emerson) un secondo smacco, facendo suo il match per 1-6, 6-1, 6-2.

Attesa al pari di una regina nel “Tempio del Tennis” di Wimbledon, ove le viene assegnata la testa di serie n.1, la Bueno asfalta senza tanti complementi tutte coloro che le si parano davanti – 6-3, 6-2 alla belga Mercelis, 6-2, 6-1 alla norvegese Schirmer, addirittura un doppio 6-0 (!!) al quarto turno all’australiana Hellyer ed un mortificante doppio 6-1 alla beniamina di casa Mortimer nei Quarti – prima di rinnovare in semifinale la sfida con l’altra britannica Truman …

L’orgoglio della 19enne inglese la porta, dopo aver subito un pesante 0-6 nel primo set, a strappare alla n.1 del Ranking mondiale il secondo parziale per 7-5, illudendo il pubblico del Campo Centrale di poter compiere l’impresa, sogno immediatamente svanito con il netto 6-1 del terzo set, mentre dalla parte bassa del Tabellone si qualifica per la Finale la rediviva sudafricana Reynolds, capace di eliminare (6-1, 2-6, 6-1) la Hard nei Quarti e la Haydon (6-3, 2-6, 6-4) in semifinale …

Sudafricana che resiste solo nel primo set, perso per 8-6, per poi cedere di schianto (6-0) nel secondo e consentire alla Bueno di bissare il titolo dell’anno precedente, per poi infliggere alla Reynolds una seconda, cocente, umiliazione con il 6-4, 6-0 con cui, assieme all’oramai inseparabile Hard, si aggiudica la Finale del Doppio contro la coppia sudafricana composta anche dalla Schuurman.

Brasiliana che potrebbe entrare nella storia con un “en plein” solo eguagliabile qualora facesse suo anche il titolo nel Doppio Misto, ma stavolta la separazione dalla Hard gioca a favore di quest’ultima, che, assieme a Rod Laver, ha la meglio sulla coppia vincitrice al Roland Garros, al termine di una sfida che infiamma il pubblico presente, come testimonia il relativo andamento di 13-11, 3-6, 8-6 del punteggio.

Oramai assurta a stella assoluta del Circuito, la Bueno non tradisce le attese anche agli US Open che si disputano nell’ultima settimana di agosto 1960, raggiungendo anche in questo caso tutte e tre le Finali delle specialità a cui è iscritta, dando nuovamente vita ad un esaltante incontro nella Finale del Singolo contro la compagna di doppio Hard, cui tocca stavolta avere la meglio imponendosi per 6-4, 10-12, 6-4 …

Una combattente come poche, è ovvio che in coppia con l’americana le altre abbiano poche chances, ed ecco pertanto completato il “Grande Slam” concedendo due soli giochi alle malcapitate Haydon/Catt, superate con un doppio 6-1, mentre nel Doppio Misto il cambio di partner con il messicano Antonio Palafox si dimostra improduttivo, in quanto ad affermarsi per 6-3, 6-2 è la coppia formata da Fraser e dall’oramai 42enne leggenda del Tennis americano Margaret Osborne duPont.

Ricapitolando, tra Singolo, Doppio e Doppio Misto, la Bueno disputa in stagione 9 Finali – 2 in Singolo, 4 in Doppio e 3 in Doppio Misto – sulle 12 a disposizione, vincendone 6, il che è ben più che sufficiente per confermarsi per il secondo anno consecutivo ai vertici del Ranking Mondiale.

Riuscita nell’arco di soli 24 mesi a riscrivere le gerarchie di detto Sport, sino ad allora dominato da giocatrici di lingua anglofona – fossero esse americane, australiane, britanniche o sudafricane – il Mondo del tennis inizia ad interrogarsi su cosa abbia di diverso questa giovane sudamericana, in grado di mettere in riga tutte le altre …

Sicuramente le ha giovato uno stile di gioco audace ed aggressivo, prima fra le tenniste a seguire il proprio servizio a rete privilegiando la sua abilità di colpire la pallina a volo, tanto che il più celebre commentatore Usa del settore, tale Bud Collins – uno, per capirsi, pari al nostro Rino Tommasi e che ne ha senz’altro viste di partite, considerato come sia scomparso nel 2016, ad 87 anni – coniò per lei la definizione di “giocatrice balistica e sgargiante …”, avendo riferimento sia alla precisione dei colpi, ma anche all’eleganza con cui era solita presentarsi sui campi da gioco, con tenute appositamente disegnate per lei.

Di contro, questo suo tipo di gioco quanto mai dispendioso ed il non voler rinunciare a qualsiasi specie di Torneo, dal Singolare ai Doppi, costano alla Bueno una serie di infortuni al braccio ed alle gambe che la limitano nel successivo biennio, in cui torna ad affermarsi agli Internazionali d’Italia 1961 superando in Finale 6-4, 6-4 l’australiana Lesley Turner, per poi abbandonare anzitempo la stagione dopo il Roland Garros, dove è eliminata nei Quarti del Singolare con un doppio 3-6 dall’ungherese Zsuzsi Kormoczy, per poi doversi ritirare nella Finale del Doppio.

Recuperata una forma decente in tempo per la successiva stagione, l’oramai 22enne paulista testa la ritrovata condizione nella Finale degli Internazionali d’Italia 1962, dove è protagonista di una delle più avvincenti Finali che si ricordino al Foro Italico, avversaria la Smith che si impone (8-6, 5-7, 6-4) in tre tiratissimi set, così da dare il via ad una accesa rivalità che infiammerà il successivo triennio.

Rientrata da imbattuta a Wimbledon, la Bueno vede il suo percorso interrompersi in semifinale, sconfitta 4-6, 3-6 dalla cecoslovacca Vera Sukova, così come allo stesso livello nel Torneo del Doppio, dove ad affermarsi, con un doppio 6-3, è la coppia sudafricana formata da Sandra Price e dalla Schuurman.

Più o meno analogo percorso compie un mese dopo agli US Open, dove ad impedirle l’accesso alla Finale, al termine di un altro combattutissimo (8-6, 3-6, 4-6) match, è ancora la Smith che poi fa suo il titolo a spese (9-7, 6-4) della compagna di Doppio Hard, con la quale, rispetto al Torneo londinese, raggiunge la relativa Finale, solo per essere sconfitte dalla coppia americana formata da Billie Jean Moffitt e da Karen Hantze Susman.

Non sono in pochi a ritenere che per la Bueno, al di là dell’ancor giovane età, sia già iniziata la parabola discendente, ma gli scettici devono ricredersi già a far tempo dalla successiva stagione in cui, rinunciando al pari della precedente a presentarsi sia in Australia – dove la Smith inanella una serie di 7 successi consecutivi dal 1960 al 1966 – che a Parigi, torna ad assaporare il gusto della vittoria in Doppio a Wimbledon – dopo essere stata eliminata (2-6, 5-7) nei Quarti dalla futura stella del Tennis Mondiale Moffitt (poi sconfitta 3-6, 4-6 in Finale dalla Smith) – allorché con la fidata Hard ha la meglio al termine di un combattutissimo incontro (8-6, 9-7) sulla coppia australiana formata dalla Smith e da Robyn Ebbern.

Il successo sull’erba londinese rappresenta la molla necessaria affinché la brasiliana possa riacquistare la fiducia in sé stessa necessaria affinché l’8 settembre 1963 sia in grado di affrontare con la giusta determinazione la Smith nella Finale degli US Open, riuscendo ad avere la meglio per 7-5, 6-4 pur dovendo cederle lo scettro nella rivincita della Finale del Doppio di Wimbledon, allorché è la coppia australiana ad imporsi (4-6, 10-8, 6-3) al termine di un altro match indimenticabile …

Oramai rigenerata, la Bueno vive un’altra “Stagione da Sogno” nel 1964, che la vede stranamente a secco di Finali nel Doppio, ma in compenso caratterizzata dal raggiungere l’atto conclusivo in tutti e tre i Tornei dello Slam a cui partecipa, a cominciare dal Roland Garros, in cui la Finale persa (7-5, 1-6, 2-6) contro la Smith rappresenta il suo miglior risultato in carriera sulla terra rossa parigina.

Ma i suoi Tornei preferiti sono oramai universalmente riconosciuti il British e l’US Open, e tornare a distanza di 4 anni a disputare la Finale sul “Campo Centrale” di Wimbledon rappresenta pur sempre un’emozione unica, tanto più che l’avversaria non può che essere ancora la Smith, costretta stavolta a cedere non senza aver dato comunque battaglia, come testimonia (6-4, 7-9, 6-3) l’andamento del punteggio.

Un successo che la Bueno replica agli US Open con una facilità disarmante, favorita anche dall’uscita prematura di scena di tutte le sue più pericolose avversarie, tanto da ritrovarsi all’atto conclusivo senza aver lasciato neppure un set, analogo trattamento riservato alla meteora Carole Graebner – al suo miglior risultato in carriera in Singolare – che viene travolta senza pietà con un eloquente 6-1, 6-0 che non ammette repliche di sorta.

Tornata al vertice del ranking Mondiale di fine stagione, la sudamericana – oramai una Star al pari di una diva di Hollywood in Patria – mette insieme altre due buone stagioni, che la vedono raggiungere la sua unica Finale agli Australian Open, dove l’1 febbraio 1965 si arrende per infortunio alla Smith sul 5-7, 6-4, 5-2 a favore della beniamina di casa, così come è ancora in grado di affermarsi per la terza ed ultima volta agli Internazionali d’Italia (6-1, 1-6, 6-3) sull’americana Nancy Richey) e di raggiungere la semifinale al Roland Garros, dove è sconfitta (6-2, 4-6, 6-8) dalla 23enne australiana Lesley Turner che poi ha la meglio (6-3, 6-4) anche sulla più quotata connazionale Smith, con quest’ultima a cogliere il titolo nel Doppio Misto (6-4, 6-4) in coppia con Ken Fletcher sulla Bueno affiancata dall’australiano John Newcombe.

Il ritorno da Campionessa in carica davanti al pubblico londinese che l’adora è una carica non da poco che consente alla Bueno di raggiungere la sua quarta Finale dopo un’aspra battaglia (6-4, 5-7, 6-3) con la Moffitt in semifinale, prima di dover cedere (4-6, 5-7) in quella che oramai è la “sfida annunciata” con la Smith, per poi avere comunque l’ultima parola affermandosi, proprio in coppia con l’americana, nella Finale del Doppio, avendo facilmente la meglio (6-2, 7-5) sulle francesi François Durr e Janine Lieffrig, e quindi arrendersi (2-6, 3-6) alla Moffitt nella semifinale degli US Open, toccando stavolta all’americana “subire la legge” della Smith (8-6, 7-5) all’atto conclusivo.

Una stagione che si ripete quasi in fotocopia l’anno seguente, in cui la sudamericana è ancora semifinalista (sconfitta 6-4, 5-8, 3-6 dall’inglese Ann Jones) a Parigi, raggiunge la sua quinta Finale in otto apparizioni a Wimbledon – dove è sconfitta per 3-6, 6-3, 1-6 dalla Moffitt ora maritata King – e conferma il successo in Doppio, stavolta in coppia con l’americana Richey, avendo la non trascurabile soddisfazione di superare le australiane Smith/Judy Tergat con il punteggio di 6-3, 4-6, 6-4.

Lo sguardo è ora rivolto agli US Open, dove stavolta però la storia cambia, visto che, dopo aver avuto la meglio in una lunghissima semifinale (6-2, 10-12, 6-3) sull’americana Casals, la Bueno si aggiudica il suo quarto titolo avendo la meglio in Finale sulla compagna di Doppio Richey con un netto 6-3, 6-1, contribuendo a consolarla con il successo nel Doppio, al cui atto conclusivo sconfiggono (6-3, 6-4) una delle più forti coppie dell’epoca, ovvero quella formata da Moffitt-King e Casals.

Il ritorno per l’ultima volta ai vertici del Ranking Mondiale di fine anno rappresenta “il canto del cigno” per la Bueno, che nel Torneo di Wimbledon 1967 – dopo aver raggiunto la sua quinta Finale al Foro Italico, sconfitta con un doppio 3-6 dalla Turner – vede interrotta la sua striscia di presenze almeno nei Quarti dei Tornei dello Slam a cui ha partecipato, “onore” che spetta (2-6, 6-2, 6-3) alla Casals, riuscendo comunque, in detta edizione, a raggiungere ancora la Finale del Doppio, dovendo peraltro subire (11-9, 4-6, 2-6) la rivincita da parte della coppia Moffitt-King/Casals, così come la King, avendo l’australiano Owen Davidson come partner, la supera nella Finale del Doppio Misto in cui fa coppia con l’altro australiano Fletcher, al termine di un interminabile terzo set, concluso sul 15-13 dopo il 3-6, 6-2 dei precedenti parziali.

L’ultimo acuto – e diremmo degna conclusione di una straordinaria carriera – la Bueno lo mette a segno durante gli US Open 1968, Torneo in cui, dapprima raggiunge la semifinale nel Singolare (sconfitta 6-3, 4-6, 2-6 dalla King), e quindi si allea con l’acerrima rivale Smith (ora divenuta anch’essa Signora Court) per formare l’unica coppia in grado di sconfiggere le americane King/Casals, e ciò avviene al termine della consueta, accesissima Finale come il punteggio di 4-6, 9-7, 8-6 testimonia.

Ritiratasi dalle scene, la Bueno – in cui onore i “Correios do Brasil” (le Poste brasiliane) emettono nel 1959 uno speciale francobollo a ricordo del suo primo successo a Wimbledon – avvia l’esperienza di commentatrice sportiva per il canale brasiliano SPORT TV, nel mentre risale al 1978 il suo inserimento nella “International Tennis Hall of Fame”, un anno prima della sua “rivale” Margaret Smith-Court, così come nel 2015 viene intitolato a suo nome il “Centro Olimpico di Tennis” di Rio de Janeiro, in previsione dei Giochi che si sarebbero svolti l’anno seguente …

Uno Sport come il Tennis in cui le cifre e le statistiche non dicono tutto, ma certamente quasi, la Carriera di Maria Esther Bueno si racchiude in 12 Finali di Singolare nei Tornei dello Slam, con 7 vittorie e 5 sconfitte (3 su 5 a Wimbledon e 4 su 5 agli US Open) ed in 11 successi a fronte di 5 sconfitte in Doppio, potendo vantare un 5 su 6 a Wimbledon ed un 4 su 7 agli US Open, nonché nell’essere stata per quattro volte (nel 1959, ’60, ’64 e ’66) ai vertici del Ranking Mondiale di fine anno.

Ma, soprattutto, ha insegnato al resto del pianeta che il Tennis non è una Disciplina riservata alle giocatrici di lingua anglofona, anche se si dovrà attendere la fine degli anni ’70 per vedere affermarsi la cecoslovacca d’origine Martina Navratilova, pur se naturalizzata statunitense.

Tutte, comunque, aride considerazioni rispetto al tributo riservatole dal pubblico del Roland Garros il 9 giugno 2018 prima dell’inizio della Finale tra la rumena Simona Halep e l’americana Sloane Stephens, con un minuto di applausi alla notizia che, il giorno precedente, Maria si era dovuta arrendere ad un avversario più forte di lei, una rarissima forma di carcinoma della pelle, all’età di 78 anni …

E, crediamo che, da lassù, non possa essere riuscita a trattenere le lacrime …

 

LA STORICA VITTORIA SULLA FRANCIA CHE SPIANO’ ALL’ITALIA L’AMMISSIONE AL “SEI NAZIONI”

 

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Una fase della gara Francia-Italia del 22 marzo 1997 a Grenoble – da:mondiali.it

Articolo di Giovanni Manenti

Sino a che l’Italia non è stata ammessa tra le grandi del Rugby europeo attraverso l’allargamento a sei partecipanti dell’originario “Cinque Nazioni”, Torneo riservato alle quattro formazioni britanniche ed alla Francia, il nostro XV ha vissuto in una sorta di “limbo”, sotto forma di “migliore delle altre”, ma non ancora all’altezza di far parte dell’elite continentale.

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I Capitani Prat e Rosi prima della Finale del ’54 – da:wikipedia.org

La discriminante, in tale situazione, è costituita dal “Campionato Europeo per Nazioni” – anche se allargato anche a Marocco e Tunisia – che, a far tempo dal 1965, dopo che nel 1952 2 1954 se ne erano disputate due edizioni che avevano sempre visto la Francia avere la meglio in Finale sull’Italia (17-8 il 17 maggio 1952 all’Arena di Milano e 39-12 il 24 aprile 1954 allo “Stadio Olimpico” a Roma …) ospitava le migliori formazioni del Continente, ad esclusione delle riferite “Big Five”, ivi compresa la Francia A, che, in realtà, a dispetto del nome, altri non era che la seconda squadra transalpina rispetto a quella impegnata nel Torneo del “Cinque Nazioni” …

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Un’altra immagine della gara dell’Olimpico del 24 aprile 1954 — da:wikipedia.org

In questa ottica, con una Manifestazione che prevedeva altresì retrocessioni e promozioni dalla Prima alla Seconda Divisione, l’Italia subisce l’onta del declassamento nel 1971 per poi tornare a farvi parte dall’edizione 1974-’75 conclusa al terzo posto alle spalle di Romania e Francia.

Da lì in avanti, gli Azzurri collezionano sempre dei buoni piazzamenti, a partire dal secondo posto dell’anno seguente, concluso con tutte vittorie a parte la “consueta” sconfitta per 11-23 rispetto alla Francia, così come analogo risultato ottengono sia nel 1982 che nel 1983, in quest’ultima occasione imponendo ai “cugini” il pari per 6-6 il 6 febbraio ’83 a Rovigo …

Con la creazione della Coppa del Mondo di Rugby, la cui prima edizione si disputa nell’emisfero australe tra maggio e giugno ’87, l’Italia ha finalmente l’occasione di misurarsi anche con le migliori formazioni britanniche che l’avevano sino ad allora snobbata, pur se in Nuova Zelanda detta opportunità sfuma in quanto gli Azzurri sono inseriti in un Gruppo composto, oltre che dai padroni di casa, dalle Isole Fiji e dall’Argentina, tornandosene a casa dopo aver superato i figiani per 18-15, ma pesando la sconfitta per 16-25 rispetto ai sudamericani.

Il buon comportamento alla Rassegna iridata, fa sì che all’Italia venga concesso l’onore di sfidare una formazione britannica, e questo esordio avviene l’ultimo giorno dell’anno 1988, allorché l’Italia si reca al “Lansdowne Road” di Dublino per affrontare l’Irlanda, da cui viene sconfitta per 35-16, realizzando un’unica meta con Massimo Brunello nel corso della ripresa …

Gli anni ’90 sono quelli della definitiva consacrazione del Rugby azzurro, che ai Mondiali ’91 può confrontarsi con l’Inghilterra, essendo inserito nello stesso Girone eliminatorio assieme a Nuova Zelanda e Stati Uniti, pur rimediando una netta sconfitta per 36-6, nel mentre più onorevole è la resa rispetto agli “All Blacks”, che si impongono per 31-21, con Marcello Cuttitta e Massimo Bonomi a violare in due occasioni la loro linea di meta.

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Una fase della sfida Inghilterra-Italia ai Mondiali ’91 – da:gettyimages.it

Nel frattempo, l’Italia è nettamente la “migliore del resto del Continente” nel Campionato europeo, visto che nell’edizione 1990-’92, strutturata con gare di andata e ritorno tra le cinque Nazioni partecipanti – Francia, Italia, Romania, Unione Sovietica e Spagna – il XV azzurro ottiene solo vittorie tranne che con la selezione transalpina, da cui viene sconfitta per 9-15 il 2 marzo ’91 a Roma e cede solo 18-21 il 16 febbraio ’92 a Tarbes, avendo peraltro di fronte la “France Espoirs”, dato che il giorno prima la Nazionale era impegnata nel “Cinque Nazioni” contro l’Inghilterra …

Analogo piazzamento gli azzurri ottengono nell’edizione 1992-’94 dove, dopo aver vinto a punteggio pieno il proprio Girone preliminare, sfiorano il successo nella Fase Finale in cui sconfiggono i “rivali storici” per 16-9 a Treviso, ma vedono vanificato tale successo dal pesante rovescio per 12-26 subito all’ultima giornata a Bucarest contro una Romania che, nel raggruppamento preliminare, era stata viceversa superata per 22-3 a Roma, così consegnando per l’ennesima volta il titolo alla Francia per una miglior differenza punti, vista la vittoria per 51-0 ottenuta sui balcanici in una sfida in cui, peraltro, avevano schierato la loro miglior formazione.

Chiaramente questa possibilità per i transalpini di poter scegliere a loro piacimento quale formazione mandare in campo in detta Manifestazione ne falsa la relativa regolarità e, difatti, a far tempo dall’inizio del nuovo millennio il Torneo assume una sua dimensione più condivisibile, con l’esclusione dallo stesso sia dell’Italia che della Francia, in quanto impegnate nel Torneo allargato del “Sei Nazioni”.

In detto periodo, peraltro, l’Italia si era comportata dignitosamente nella terza edizione dei Campionati Mondiali svoltisi in Sudafrica tra maggio e giugno ’95, venendo nuovamente inserita nel Girone eliminatorio assieme all’Inghilterra, contro cui si arrende con l’onore delle armi per 20-27, realizzando due mete con Massimo Cuttitta e Paolo Vaccari, prendendosi altresì la rivincita nei confronti dell’Argentina, superata 31-25 grazie ad una prestazione super dell’oriundo Diego Dominguez, argentino di origine, che segna una delle tre mete azzurre (le altre due sono di Mario Gerosa e Vaccari), cui aggiunge due trasformazioni e quattro calci piazzati in mezzo ai pali …

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La gara Inghilterra-Italia ai Mondiali ’95 – da:gettyimages.it

L’Italia comincia così ad essere sempre più apprezzata a livello internazionale, prova ne sia che – dopo che l’Argentina si è presa la rivincita nella “Coppa Latina” disputatasi ad ottobre ’95 superandoci per 26-6, Torneo in cui gli Azzurri tornano ad affrontare la selezione principale della Francia rimediando una sconfitta per 22-34 – anche Nuova Zelanda e Sudafrica inseriscono il Bel Paese nel loro Tour di fine anno in Europa, così come nel 1996 l’Italia disputa due “test match” contro il Galles – 26-31 a Cardiff il 16 gennaio, con un’orgogliosa ripresa dopo aver chiuso sullo 0-21 il primo tempo, e 22-31 a Roma il 5 ottobre – per poi ricevere l’onore di affrontare in due altri “test match” l’Inghilterra il 23 novembre nel “tempio” di Twickenham (pesante sconfitta per 21-54, anche in questo caso dopo essere andati al riposo sullo 0-28) e la Scozia il 14 dicembre a Murrayfield, stavolta sprecando una buona occasione dopo aver chiuso in vantaggio 12-8 il primo tempo solo per venire superati 22-29 nella ripresa.

I tempi iniziano ad essere maturi per l’inserimento dell’Italia tra le “Grandi d’Europa”, soprattutto dopo che, il 4 gennaio 1997, gli Azzurri compiono l’impresa di andare a vincere per 37-29 a Dublino contro l’Irlanda, di cui violano in quattro occasioni (Marcello Cuttitta, Domiguez e due volte Vaccari) la linea di meta, ma per assumere una decisione definitiva occorre attendere l’esito dell’edizione 1995-’97 del Campionato Europeo per Nazioni …

Con una formula ogni volta rivoluzionata, stavolta la stessa prevede la suddivisione dei 10 Paesi partecipanti in due Gironi da cinque squadre ciascuno, con il Gruppo A composto da Francia, Spagna, Russia, Marocco e Tunisia ed il Gruppo B da Italia, Romania, Portogallo, Polonia e Belgio, con gare di sola andata e disputa della Finale per il titolo fra le vincenti dei due raggruppamenti.

La differenza dei valori tra Francia ed Italia ed il resto delle iscritte è talmente netta che i “Galletti” si aggiudicano la sfida contro la Spagna, seconda classificata, per 81-9 (!!) nella gara disputata a Barcellona, schierando nelle altre occasioni la Rappresentativa militare, mentre anche gli Azzurri fanno scendere in campo la Rappresentativa universitaria, con la sola aggiunta del Capitano Massimo Giovanelli, contro il Belgio e la Formazione B contro la Polonia, dopo essersi aggiudicata la prima posizione grazie ai successi per 40-3 contro la Romania – incontro disputatosi il 21 ottobre ’95 a Buenos Aires nell’ambito della citata Coppa Latina – e per 64-3 a Lisbona contro il Portogallo.

Qualificatesi come da pronostico per l’atto conclusivo, Francia ed Italia si affrontano pertanto il 22 marzo 1997 allo “Stade Lesdiguières” di Grenoble, davanti a 15mila spettatori e con la direzione di gara affidata all’arbitro irlandese David McHugh …

Per il XV transalpino si tratta della prima uscita dopo aver portato a termine il “Grande Slam”, ovvero essersi aggiudicato tutti e quattro gli incontri, nel Torneo del “Cinque Nazioni”, concluso una settimana prima con il netto successo per 47-20 sulla Scozia, ma la crescita della Nazionale azzurra fa sì che venga schierata una formazione di primissima scelta, con ben 8 reduci dalla sfida contro gli uomini delle “Highlands” ed altri tre che ne avevano indossato la maglia in occasione dell’ultimo incontro ufficiale tra le due squadre, il già ricordato 34-22 dell’ottobre ’95 a Buenos Aires per la Coppa Latina.

Si tratta dunque di un “Test match” a tutti gli effetti, senza alcuna scusa in caso di sconfitta da parte transalpina, con la sola concessione costituita dall’affidarne la guida, rispetto al tecnico della prima squadra Jean-Claude Skrela, ad una vecchia conoscenza del Rugby nostrano, vale a dire quel Pierre Villepreux che già aveva allenato la nostra Nazionale dal 1978 al 1981, al pari del Benetton Treviso dal 1990 al ’92, nel mentre, per aggiungere un altro po’ di sale alla sfida, sulla panchina azzurra siede il francese Georges Coste, in carica da fine agosto 1993 …

Gara che si mette subito bene per gli azzurri, che si portano sul 7-0 dopo soli 5’ grazie ad una meta di Ivan Francescato trasformata da Dominguez, per poi subire il pari francese poco prima del quarto d’ora di gioco per una meta tecnica decretata dal Direttore di gara irlandese e trasformata dal mediano di apertura David Aucagne, per poi toccare ai due n.10 esibirsi con la loro precisione al piede con due calci piazzati a segno per entrambi, portando il punteggio sul 13-13 alla mezzora prima della svolta del match.

E’ difatti il 34’ allorché il centro Julian Gardner – oriundo australiano naturalizzato italiano per via della nonna originaria del Bel Paese – deposita l’ovale in meta per la conseguente trasformazione di Dominguez che manda le due squadre al riposo sul punteggio di 20-13 a favore degli Azzurri, la spinta necessaria per affrontare con il giusto temperamento la ripresa …

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Un’altra fase del match di Grenoble – da:mondiali.it

Con le rispettive linee offensive ad avere la meglio sugli opposti schieramenti difensivi, tocca all’interno centro transalpino Pierre Bondouy, alla sua seconda presenza con i “Bleus”, riportare in equilibrio le sorti dell’incontro con una meta realizzata al 52’ e trasformata da Aucagne, ma da quel momento, allorché si poteva prevedere ce la Francia prendesse il predominio delle azioni, sono viceversa gli Azzurri a suonare per 20’ una sinfonia dolcissima per i nostri colori, che si traduce in una meta di Gianbattista Croci trasformata da Dominguez, cui fanno seguito due calci piazzati in mezzo ai pali da parte dello stesso mediano di apertura e si conclude con una quarta meta messa a segno al 74’ da Vaccari e puntualmente trasformata da Dominguez che sancisce l’aver doppiato nel punteggio (40-20) una Francia quanto mai frastornata …

Le energie spese e l’orgoglio transalpino fanno sì che il XV di Villepreux riduca le distanze nel finale, dapprima con una meta di Sadourny e quindi con Bondouy a concedere il bis a tempo scaduto per quelle che risulteranno le sue due uniche mete realizzate in Nazionale, la cui trasformazione da parte di Aucagne certifica nel 40-32 per l’Italia il risultato finale, con grande gioia per il tecnico di Perpignan George Coste per aver inflitto ai propri connazionali la loro prima sconfitta a livello di “test match” e per di più sul terreno amico.

Francia che non tarda a riscattare la sconfitta patita, superando 30-19 il XV azzurro il 18 ottobre dello stesso anno ad Auch nell’ambito della Coppa Latina, ma oramai la nostra non è più una Nazionale da affrontare con le “seconde scelte” e, non a caso, l’anno seguente l’Italia viene ufficialmente ammessa a partecipare al più antico Torneo della palla ovale, che dall’edizione 2000 assume pertanto la denominazione di “Sei Nazioni, una decisione in buona parte figlia anche della “storica” vittoria conseguita a Grenoble quel 22 marzo 1997 …

Come dire che “piccoli rugbisti crescono …

 

LA “RESA DEI CONTI” TRA CAVIC E PHELPS AI MONDIALI DI ROMA 2009

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L’esultanza di Phelps dopo la Finale dei m.100 farfalla – da:nytimes.com

Articolo di Giovanni Manenti

Reduce dalla straordinaria impresa compiuta alle Olimpiadi di Pechino 2008, in cui era riuscito a superare il record di 7 medaglie d’oro stabilito dal connazionale Mark Spitz ai Giochi di Monaco 1972, l’americano Michael Phelps è l’atteso protagonista, l’anno seguente, in occasione della 13esima edizione dei Campionati Mondiali, in programma a Roma dal 26 luglio al 2 agosto 2009.

Un’impresa, quella portata a termine dal “Kid di Baltimora” attraverso 5 vittorie in gare individuali e 3 in staffetta, con l’aggiunta di ben 7 primati mondiali ed uno olimpico, ma con una “macchia” costituita dall’esito della Finale dei m.100 farfalla, sua ultima fatica a titolo individuale, la cui vittoria era stata contestata dalla federazione serba, il cui rappresentante Milorad Cavic aveva in effetti toccato per primo, ma senza imprimere la necessaria forza per far scattare i sensori, così che il successo era arriso all’americano per un solo 0”01 centesimo (50”58 a 50”59) di differenza …

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Il contestato arrivo ai Giochi di Pechino ’08 – da:nytimes.com

La Rassegna iridata alla Piscina del Foro Italico della Capitale, è pertanto l’occasione propizia sia per una rivincita che per l’assalto, da parte di entrambi, al “muro dei 50” netti”, da tempo in grado di crollare ed ancor più avvicinato da Phelps in occasione dei Trials di Indianapolis del 9 luglio 2009, in cui aveva tolto il primato al connazionale Ian Crocker, scendendo sino a 50”22.

Due considerazioni prima di scendere nel dettaglio della sfida, ovvero che quella di Roma passa alla storia come l’edizione dei “costumi gommati”, tant’è che cadono qualcosa come 13 primati assoluti in campo maschile ed altri 14 nel settore femminile, per poi evidenziare come nella Capitale cinese il fuoriclasse Usa si fosse presentato sui blocchi di partenza della Finale dei m.100 farfalla dopo essere sceso ben 17 volte in acqua (Finali di staffetta comprese) contro le sole tre occasioni del suo avversario.

A Roma, viceversa, Phelps riduce la sua partecipazione eliminando le due gare dei misti, per la gioia del suo amico Ryan Lochte che se le aggiudica entrambe, facendogli però il dispetto di togliergli il record mondiale sulla più corta distanza dei 200 metri, nuotati in 1’54”10 …

Primato che il 24enne di Baltimora – presentatosi in Italia quale detentore di 5 primati assoluti individuali sui m.200sl, m.100 e 200 farfalla e m.200 e 400 misti – si vede portar via anche nella sua prima Finale individuale, ovvero i m.200sl, dove ad imporsi il 28 luglio 2009 è il tedesco Paul Biedermann, che nuota la distanza nel tempo di 1’42”00 che resiste tuttora, con Phelps a doversi accontentare dell’argento in 1’43”22, al di sopra del suo precedente limite di 1’42”96 stabilito a Pechino.

Americano che ha modo di riscattarsi all’indomani, allorché si impone con autorità sui m.200 farfalla, lasciando a debita distanza il polacco Pawel Korzeniowski ed abbassando il suo stesso limite ad 1’51”51, un primato che resterà ineguagliato per un decennio.

Nel frattempo, Cavic ha modo di “scaldare le batterie” cimentandosi nella prova sui m.50 farfalla non contemplata nel programma olimpico, in cui si aggiudica l’Oro nella Finale del 27 luglio con il record dei Campionati di 22”67, a soli 0”22 centesimi dal limite di 22”43 nuotato quattro mesi prima dallo spagnolo Rafael Munoz, giunto terzo in 22”88, preceduto anche dall’australiano Matt Target con 22”73.

Con una medaglia d’Oro a testa, pertanto, Phelps e Cavic sono pronti a darsi battaglia sulla distanza intermedia dei m.100 farfalla, le cui batterie e semifinali sono in programma il 31 luglio 2009 e la Finale il giorno appresso …

Chiaramente avvantaggiato da tre giorni di riposo e con sole tre gare nuotate oltretutto sulla più corta distanza dei 50 metri, Cavic è intenzionato a “vendicare” lo smacco di Pechino, ma di contro ha un Phelps che vuol dimostrare come lo stretto margine ai Giochi fosse figlio di un “Tour de Force” senza precedenti, mentre stavolta è sceso in acqua solo 8 volte (staffette comprese …) rispetto alle 15 dell’anno precedente …

Ognuno con le rispettive, giustificate aspirazioni, quello che si annuncia come l’appuntamento clou della Rassegna iridata romana non lascia delusi gli spettatori, media ed addetti ai lavori, visto che già nelle batterie del mattino il 25enne serbo (di un anno ed un mese esatti più anziano di Phelps …) piazza un 50”56 nella sua batteria precedendo l’altro americano Tyler McGill che conclude in 50”90, stesso tempo realizzato da Phelps nell’ultima serie …

Le semifinali del pomeriggio vedono l’americano far sua la prima serie in 50”48 davanti al già ricordato Munoz che conclude in 50”59, ma nella seconda Cavic dà fondo a tutte le sue energie – anche in maniera inutile e persino eccessiva, diremmo – facendo registrare il nuovo record mondiale tanto da andare ad un passo dal superare la  fatidica “barriera dei 50” netti”, visto che ferma i cronometri sul tempo di 50”01.

Con il giorno intercorrente tra la semifinale e la Finale a far sì che si spendessero fiumi d’inchiostro e di parole su come la sfida si sarebbe conclusa, con l’unico aspetto condiviso praticamente da tutti che il muro dei 50” netti abbia oramai le ore contate, si analizzano anche i passaggi dello straordinario record del serbo, il quale ha nuotato i primi 50 metri imperiosi, virando in 22”83 (tempo, ricordiamo, inferiore a quello realizzato da Munoz per conquistare il bronzo nella gara individuale …) per poi pagare dazio nella vasca di ritorno, coperta in 27”18 …

Chiaro che la provenienza dei due rivali porta Cavic a “sparare il tutto per tutto” nella prima parte per poi cercare di resistere al prevedibile ritorno di Phelps, il quale ha nella “subacquea” successiva alla virata di metà gara il proprio punto di forza e dove ha costruito gran parte dei propri successi …

Analogamente, si vanno ad esaminare i dettagli della Finale di Pechino 2008, ed in quella circostanza il passaggio dell’americano fu quanto mai lento (24”04) rispetto al 23”42 del serbo, che nuotò la vasca di ritorno pressoché nello stesso tempo (27”17) del suo fresco record mondiale, ragion per cui, in fase di pronostico, gli esperti concludono che Phelps dovrà cercare in ogni modo di limitare il probabile svantaggio di metà gara per poi cercare la rimonta nella parte conclusiva …

Non ci è dato sapere quali fossero le quote dei Bookmakers a favore dell’uno o dell’altro, di certo per i restanti finalisti non vi è alcuna speranza di vittoria, con il solo spagnolo Munoz a coltivare fondate speranze di podio, il che sarebbe un modo più che dignitoso di concludere la rassegna iridata, facendo sue due medaglie di bronzo.

Ma quando i due fieri avversari salgono sui blocchi di partenza, Cavic in quarta e Phelps in quinta corsia, non c’è più tempo per chiacchiere e recriminazioni di alcun genere, visto che in una sorta di “duello western” – fortunatamente senza spargimento di sangue – siamo oramai giunti alla “resa dei conti

Allo sparo dello starter, il tempo di reazione di Phelps (0”69) è leggermente migliore (0”72) di quello di Cavic, che peraltro mantiene fede alle aspettative nuotando i primi 50 metri allo stesso livello (22”69 rispetto ai 22”67 del 27 luglio …) della Finale sulla relativa distanza, nonché 0”14 centesimi in meno del suo passaggio record del giorno prima, ma l’americano non si fa distaccare più di tanto, virando in 23”36 (quasi 0”70 centesimi in meno di quanto fatto registrare l’anno precedente a Pechino …), pur transitando in quarta posizione – preceduto anche da Munoz e dall’australiano Andrew Lauterstein con 23”24 e 23”28 rispettivamente – per cui l’unica certezza è che stiamo per assistere al crollo di un altro primato mondiale …

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Il momento in cui Phelps supera Cavic – da:flickr.com

Uscito come previsto in seconda posizione dalla subacquea, Phelps inizia il suo inesorabile recupero nei confronti di un Cavic che, ancora davanti ai 75 metri, cede nelle sole ultime bracciate, andando comunque al di sotto del suo fresco limite, visto che realizza il suo “Personal Bestin carriera di 49”95, al pari del “Kid di Baltimora”, che viceversa scende – grazie ad una seconda vasca stratosferica, cronometrata in 26”46 – sino a 49”82, un primato che resta imbattuto per un intero decennio, mentre Munoz si comporta egregiamente, andando a cogliere il suo secondo bronzo con il Record nazionale di 50″41.

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Phelps e Cavic con le rispettive medaglie – da:depositphotos.com

Con questo esito si conclude la “controversia” su chi fosse il “Re della Farfalla”, una supremazia che Phelps ribadisce confermando sia il titolo iridato due anni dopo a Shanghai in 50”71 – nel frattempo, dall’1 gennaio 2010, la FINA aveva vietato l’uso dei costumi in poliuretano – che quello olimpico, affermandosi ai Giochi di Londra in 51”21 sul sudafricano Chad le Clos che lo aveva beffato per soli 0”05 centesimi (1’52”96 ad 1’53”01) sulla doppia distanza, impedendogli un clamoroso poker tra gli Ori di Atene ’04 e Pechino ’08 e quello, successivo, di Rio de Janeiro ’16 …

Il tutto mentre a Londra Milorad Cavic assisteva, impotente, all’ennesimo trionfo del suo rivale concludendo ai margini del podio in 51”81, ma nessuno, siamo pur certi, potrà mai togliergli dalla mente che a Pechino, porca miseria, aveva vinto lui …!!

 

LA “FINALE DEI VELENI” TRA GERMANIA ED INGHILTERRA AI MONDIALI 1966

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Il Capitano Bobby Moore in trionfo con la Coppa Rimet – da:beesotted.com

Articolo di Giovanni Manenti

Quel sabato – e non poteva essere diversamente, trattandosi del giorno dedicato da secolare tradizione al Calcio oltremanica – 30 luglio 1966 non rappresenta “una data”, bensì “la data” attesa da 20 anni da un intero popolo e che viene presentata ad arte da media e tabloid, sbandierando a destra e a manca il celebre slogan “Football is coming home” (“Il Calcio è tornato a casa”) per simboleggiare come sia quasi un diritto divino, per l’Inghilterra organizzatrice del Mondiale, far suo il titolo iridato …

Sicuramente va riconosciuto agli inglesi il fatto di aver dato al Football regole ed identità ben precise, ricordando come sia la FA Cup il torneo più antico del Mondo, con la prima Finale svoltasi nel lontanissimo 1872, per poi, grazie al loro Impero Navale, aver esportato detta Disciplina in ogni angolo del Pianeta, ma oramai un tale tributo era già stato ampiamente riconosciuto ed occorreva adeguarsi alla cruda realtà.

Una realtà quantomai spietata, che certifica come la Nazionale dei “Tre Leoni” non sia sinora andata oltre i Quarti di finale dei Mondiali a cui ha partecipato a far tempo dall’edizione del 1950 in Brasile, dove, per prima, va incontro ad una delle grandi sorprese della Storia della Manifestazione.

Innanzi tutto, occorre precisare come non sia vero che l’Inghilterra non avesse preso parte alle prime edizioni dei Mondiali dall’alto del suo “altezzoso isolamento”, semplicemente non poteva in quanto, all’epoca, non era iscritta alla FIFA, Ente organizzatore della competizione, “accontentandosi” di sfidare i relativi Campioni – come nel caso del successo per 3-2 a Londra sull’Italia del 14 novembre 1934, seguito dal pari per 2-2 a Milano del 13 maggio 1939 – per arrogarsi il titolo di “Maestri del Football”.

Potete pertanto immaginare la frustrazione regnante tra i “sudditi del Re” (al tempo era sempre regnante Giorgio VI, padre dell’attuale Regina Elisabetta II) allorché giunge loro la notizia che la propria Nazionale – solcata per il Sudamerica con rinnovate ambizioni, data la presenza in squadra di indiscussi Campioni quali Billy Wright, Stanley Matthews, Stan Mortensen, Jackie Milburn e Tom Finney, oltre al 30enne terzino destro del Tottenham, Alf Ramsey, di cui avremo modo di riparlare – è stata sconfitta per 0-1 dagli Stati Uniti il 29 giugno 1950, a seguito di una rete del giocatore haitiano Joe Gaetjens …

Considerate le difficoltà di comunicazione di quei giorni, molti credettero che vi fosse stato un banale errore di trascrizione, e cioè che il risultato fosse 10-1, ed invece era tutto vero, così che la successiva sconfitta per 0-1 contro la Spagna del “Pichichi” Zarra segna l’ingloriosa eliminazione al primo turno.

Non che le cose siano andate molto meglio nelle edizioni successive – sconfitta 2-4 dall’Uruguay nel 1954 ai Quarti, 0-1 dall’Unione Sovietico nella gara di spareggio nel 1958 ed 1-3 dal Brasile ancora ai Quarti nel 1962 in Cile – con l’unica, pesante, attenuante, costituita dalla tragedia aerea di Monaco di Baviera del febbraio 1958 che aveva decimato i celebri “Busby Babes” del Manchester United, su tutti Duncan Edwards ed il centravanti Tommy Taylor, autore di ben 8 reti nelle quattro gare del Girone eliminatorio europeo.

Le ripetute delusioni mondiali costano il posto al Commissario Tecnico Walter Winterbottom (in carica dal 1946 al 1962 …), sostituito dal già ricordato 42enne emergente Alf Ramsey, reduce dall’aver compiuto l’impresa alla guida dell’Ipswich Town di conquistare il titolo di Campione d’Inghilterra da neopromosso dalla Second Division …

Un innovatore dal punto di vista tattico, Ramsey è il primo a convincersi che il vecchio modulo tradizionale inglese, con due ali di ruolo che non rientrano a dar manforte al centrocampo, aspettando di ricevere il pallone sui piedi, è oramai desueto e, forte dell’esperienza vissuta sulla propria pelle quel 25 novembre 1953 allorché la “Grande Ungheria” travolse l’Inghilterra 6-3 a Wembley, si ispira alla formula danubiana, grazie anche alle qualità dei giocatori a sua disposizione.

Nel ruolo di “centravanti arretrato alla Hidegkuti”, difatti, può affidarsi tranquillamente ad una stella di uguale talento quale Bobby Charlton, così come i due interni offensivi – pur se non paragonabili a Kocsis e Puskas in valore assoluto – offrono indubbie garanzie realizzative, trattandosi di Jimmy Greaves e Roger Hunt, mentre il punto più difficile resta quello di trovare due ali in grado di svolgere anche un ruolo di copertura e, non potendo cambiare la mentalità dei più anziani, Ramsey cava dal cilindro la soluzione con i giovani Alan Ball e Martin Peters, di 21 e 22 anni rispettivamente …

Tale innovazione, unita all’esperienza del reparto difensivo, imperniato sul portiere Gordon Banks, i terzini Cohen e Wilson e la coppia centrale formata da Jack Charlton e dal Capitano Bobby Moore, con a protezione un mastino quale mediano che risponde al nome di Nobby Stiles, fa sì che l’Inghilterra, pur senza strafare, superi il Girone eliminatorio al primo posto e senza subire reti, frutto del pari a reti bianche con l’Uruguay e due successi, entrambi per 2-0 su Messico (di Charlton ed Hunt le reti) e Francia, con doppietta di Hunt …

Una Fase a Gironi che vede cadere due delle favorite per il titolo, ovvero il Brasile che, invecchiato e con un Pelé a mezzo servizio, oltre ad un Garrincha in netto declino, viene eliminato da Portogallo ed Ungheria con un duplice 1-3, e l’Italia, indecorosamente esclusa dal Torneo dalla Corea del Nord.

Con il Portogallo – o, per meglio dire, la sua stella, nonché “Pallone d’Oro” in carica Eusebio, autore di una spettacolare quaterna che ribalta lo 0-3 iniziale in un 5-3 a proprio favore – a qualificarsi per le Semifinali a spese dei sorprendenti nordcoreani e l’Unione Sovietica a fare altrettanto (2-1) nei confronti dell’Ungheria, occorre aprire una piccola parentesi sulle altre due sfide Europa-Sudamerica che vedono affrontarsi Inghilterra ed Argentina da un lato e Germania Ovest ed Uruguay dall’altro.

Da quando, difatti, è stata istituita dalla FIFA la Coppa Intercontinentale per Club tra le formazioni vincenti delle due rispettive maggiori Manifestazioni Continentali – la Coppa dei Campioni per l’Europa e la Copa Libertadores per il Sudamerica – i match di andata e ritorno a campi invertiti vedono le gare svolte nell’America latina vere e proprie battaglie sia in campo che sugli spalti, con molti giocatori del Vecchio Continente a rischiare seriamente per la propria incolumità fisica, circostanza alla quale si era aggiunto il clima non propriamente “ospitale” riservato alle Nazionali europee quattro anni prima in Cile …

Ciò per dire che vi era una sorta di “disegno dall’altoaffinché, oltre al Brasile che aveva visto la propria stella Pelé sottoposto ad ogni tipo di intervento proditorio, anche Argentina ed Uruguay non dovessero andare molto avanti nel Torneo, e l’esito delle due gare dei Quarti lo testimonia ampiamente, ivi compreso lo “scambio” dei Direttori di gara, con il tedesco Rudolf Kreitlein ad arbitrare l’Inghilterra e l’inglese Jim Finney a fare altrettanto con la Germania …

Nella sfida di Wembley tra inglesi ed argentini, questi ultimi restano in 10 per una mai del tutto compresa espulsione del loro Capitano Antonio Rattin poco oltre la mezz’ora di gioco, per poi cedere, nonostante l’inferiorità numerica solo a 12’ dal termine grazie ad una rete di testa di Geoff Hurst – in campo in sostituzione del titolare Jmmy Greaves, infortunatosi nel match contro la Francia – oltretutto in sospetta posizione di fuorigioco …

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La rete di Hurst contro l’Argentina – da:parade.com

Altrettanto, non tragga in inganno il 4-0 rifilato dai tedeschi agli uruguaiani, in quanto nei primi 10’ di gioco dapprima un conclusione da fuori di Cortes viene respinta dalla traversa e quindi un colpo di testa di Rocha destinato all’incrocio viene deviato sulla linea con una mano da Schnellinger senza che la terna faccia una piega, per poi imprecare anche alla sfortuna con una conclusione senza pretese di Held che trova sulla sua strada una fortuita deviazione di Haller che spiazza Mazurkiewicz …

Afferrato come tocchi loro il ruolo di “vittime sacrificali”, gli uruguaiani non ci stanno e, nella ripresa, restano addirittura in 9 per le espulsioni del Capitano Troche al 49’ e del centravanti Silva al 54’, prima che la Germania possa dilagare nei soli 20’ conclusivi.

Ottenuto il loro scopo, Germania Ovest ed Inghilterra affrontano, nelle rispettive semifinali, Unione Sovietica e Portogallo, con la prima sfida a decidersi a ridosso dell’intervallo allorché Haller porta in vantaggio i tedeschi con una violenta conclusione sul palo alla sinistra di Jascin e quindi, un giro di lancette dopo, è Chislenko a farsi cacciare per un calcetto da dietro ad Held, punito forse con eccessiva severità dal nostro Concetto Lo Bello …

Nella ripresa, il raddoppio da fuori area di Beckenbauer su cui Jascin non è esente da colpe pone di fatto fine alla contesa, il cui aspetto numerico viene definito dalla platonica rete della bandiera messa a segno da Porkujan a 2’ dal termine.

La sera dopo, a Wembley, va in scena forse la più bella gara del Mondiale, con l’Inghilterra a presentarsi con una porta ancora inviolata al cospetto di un Portogallo guidato dalla “Pantera Nera” Eusebio, già autore di ben 7 reti …

Sfida che mette di fronte il “Pallone d’Oro” uscente e colui che ne rileverà il ruolo a fine anno – e per un solo punto (81 ad 80) di distacco – vale a dire Bobby Charlton che, portati in vantaggio i suoi alla mezzora raccogliendo una corta respinta di uscita di José Pereira su Hunt lanciato a rete, replica a 10’ dal termine con un fendente imparabile dal vertice destro del limite dell’area lusitana …

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L’esultanza di Charlton dopo aver segnato al Portogallo – da:themational.ae

Anche in questo caso, solo per le statistiche serve la rete messa a segno da Eusebio ad 8’ dal termine trasformando un rigore decretato dall’arbitro francese Schwinte per un fallo di mano di Jack Charlton ad evitare che un colpo di Torres terminasse oltre la linea, pur se tale tiro dal dischetto ha il pregio di interrompere a 442’ il record di imbattibilità iniziale in un Mondiale da parte di Gordon Banks.

Tutto è pronto, dunque, per lo svolgimento della Finale, in programma alle ore 15:00 agli ordini del Direttore di gara svizzero Gottfried Dienst, coadiuvato quali guardalinee dal cecoslovacco Karol Galba e dal sovietico Tofik Bakhramov, ed al cospetto di oltre 96mila spettatori nonché, seduta sul palco d’onore, di Sua Maestà la Regina Elisabetta II con a fianco il Principe Consorte Filippo d’Edimburgo.

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Le formazioni a centrocampo – da:standard.co.uk

Quella che sta per andare in scena sul terreno del “Wembley Stadium” è la dodicesima sfida tra le due Nazionali – risalendo la prima al 20 aprile 1908 a Berlino – ed i precedenti non sono tali da infondere eccessive speranze ai tifosi di parte tedesca, ancorché si sia sinora trattato di gare amichevoli, considerato che nelle precedenti occasioni hanno raccolto solo due pareggi a fronte di ben 9 sconfitte, tra le quali, a parte uno 0-9 subito ad Oxford nel 1909, spicca un rovescio casalingo per 3-6 patito a Berlino a metà maggio 1938.

Particolare da non trascurare, tra i 22 che scendono in campo, solo Alan Ball da una parte e Franz Beckebauer dall’altra sono nati dopo la fine del secondo conflitto mondiale, mentre tutti gli altri hanno un ricordo più o meno nitido dei bombardamenti rispettivamente subiti dalla “RAF – Royal Air Force” e dalla “Luftwaffe“, il che contribuisce a far assumere alla sfida dei connotati ancor più incandescenti …

Dal punto di vista strettamente tecnico, il Commissario Tecnico tedesco Helmut Schon opera un solo cambio rispetto alla formazione vittoriosa sull’Unione Sovietica, restituendo ad Hottges il suo ruolo di terzino destro in luogo di Lutz che lo aveva sostituito nell’occasione, mentre Ramsey è alle prese con un problema non da poco, ovvero se continuare a dare fiducia al giovane Hurst (decisivo con l’Argentina ed autore dell’assist per la seconda rete di Charlton con il Portogallo …), oppure rischiare Greaves, dichiarato recuperato dall’infortunio patito nell’ultima gara del Girone eliminatorio …

Una scelta non facile, dato che si tratta del “Top Scorer” della First Division (uno, tanto per capire, autore di 37, 35 e 29 reti nei Tornei 1963, ’64 e ’65 …) e che, ricordiamolo sempre, all’epoca non sono previste sostituzioni di sorta, ma forse ricordando l’errore di Sebes – che, nella Finale di Berna del 1954 proprio contro l’Ungheria, fece scendere in campo un Puskas non completamente ristabilito con il risultato a tutti noto – Ramsey opta per la conferma di Hurst, anche perché Greaves non è che sia visto poi tanto di buon occhio all’interno dello spogliatoio.

Tutte disquisizioni che lasciano il tempo che trovano allorché Dienst dà il fischio d’avvio alla contesa che non tradisce certo le attese, considerato che il risultato si sblocca già dopo 12’ allorché Haller approfitta di una corta respinta di Wilson su cross dalla sinistra di Held per controllare la sfera e quindi far partire un preciso diagonale che manda la stessa ad insaccarsi nell’angolo basso alla destra di Banks per il punto dell’1-0 …

Peggior inizio non potrebbe esservi, ma c’è una curiosa statistica a sollevare il morale del pubblico di casa, vale a dire il fatto che sinora – eccezion fatta per l’edizione di Francia 1938 in cui l’Italia si è imposta per 4-2 sull’Ungheria – in tutte le altre circostanze la squadra passata in vantaggio ha poi perso la Finale.

Anche se, con ogni probabilità, a far ritornare il buonumore sugli spalti alla fazione inglese contribuisce ben di più il pari ottenuto appena 6’ dopo grazie all’astuzia di Bobby Moore nel calciare immediatamente una punizione dalla trequarti di campo così da trovare smarcato in area il compagno di Club (entrambi militano nel West Ham …) Hurst che, indisturbato, mette a segno di testa la rete del pareggio …

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Il punto del provvisorio 1-1 messo a segno da Hurst – da:standard.co.uk

Come nel loro DNA le due squadre non si risparmiano, Banks ha il suo daffare per respingere due conclusioni di Overath ed Emmerich, mentre sull’altro fronte Hunt non mantiene fede alla sua fama di “goalscorer” fallendo una facile occasione, così che le due formazioni vanno al riposo sul punteggio di 1-1.

La ripresa è condizionata dall’immancabile pioggia londinese, che rende allentato il campo di gioco, ma ciò non toglie energie agli atleti, in specie ad uno scatenato Ball che fa valere il vantaggio della carta d’identità, imperversando su entrambe le fasce sino a che, conquistato un corner, la sfera non arriva ad Hurst la cui conclusione è deviata da Hottges perché divenga la più invitante delle palle goal per lo smarcatissimo Peters che, dal limite dell’area di porta, non può certo sbagliare …

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La rete del momentaneo 2-1 realizzata da Peters – da:pinterest.it

E’ il 78’, mancano solo 12’ al fischio finale e Ramsey in panchina sta probabilmente realizzando come le sue scelte abbiano pagato fior di dividendi – Hurst a segno, le due “false ali” Ball e Peters protagoniste nell’azione del raddoppio – pur consapevole del famoso detto che “i tedeschi non muoiono mai …”, come ha ben presto modo di accorgersene …

Siamo difatti agli sgoccioli, manca 1’ al 90’ quando Jack Charlton concede un calcio di punizione per fallo su Seeler nel contendere un pallone aereo, e sulla relativa punizione calciata da Emmerich si registra una serie di batti e ribatti dettato dalla paura, con Cohen a deviare la sfera verso Held, il cui tiro cross verso la porta difesa da Banks incoccia nelle gambe di uno Schnellinger protesosi in avanti – evidentemente a fare le prove di quanto, viceversa, riuscitogli quattro anni dopo in Messico contro gli Azzurri – ma incapace di controllare la palla (con anche un sospetto tocco di mano …) che, per sua fortuna, perviene allo stopper Weber che, in spaccata e da pochi passi, infila la porta sguarnita, 2-2 e tempi supplementari, la prima volta che ciò accade nella Storia della Manifestazione, ed anche l’ultima per quanto attiene alla sola “Coppa Jules Rimet”.

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La rete del 2-2 realizzata da Weber – da:standard.co.uk

Gli atleti di entrambe le formazioni sono esausti, il terreno reso pesante e l’impossibilità di procedere a sostituzioni da parte degli allenatori non agevola di sicuro, e si ha la sensazione che solo un episodio possa sbloccare la situazione di stallo venutasi a creare.

Previsione azzeccata, ma nessuno si sarebbe mai aspettato “quel tipo di episodio”, una circostanza di cui ancora si parla ad oltre 50 anni di distanza, ovvero il “goal non goal” assegnato ad Hurst all’11’ del primo tempo supplementare …

E’ ancora l’infaticabile Ball a lavorare da par suo un pallone lungo l’out destro e quindi, quasi dalla linea di fondo, servire rasoterra verso il centro dell’area Hurst che aggancia la sfera e, guadagnatosi spazio verso destra, lascia partire un tiro di rara potenza dal basso verso l’alto che vede Tilkowski appena accennare alla parata, con la palla a sbattere contro la parte inferiore della traversa e rimbalzare con violenza sulla linea prima che Weber anticipi Hunt deviando la stessa in corner, sopra la traversa.

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Il tiro di Hurst per la rete del 3-2  … – da:history.com

Al di qua od oltre la linea …??”, questo è quanto si chiedono i quasi 100mila spettatori, mentre sul terreno di gioco ovviamente gli opposti schieramenti parteggiano per i rispettivi interessi, tant’è che l’arbitro svizzero Dienst ricorre all’ausilio dell’assistente sovietico Bakhramov, posizionato da quella parte del campo …

La velocità dell’azione, come confermano le immagini televisive, è tale che non è umanamente possibile che il guardalinee possa aver visto con certezza dove ha rimbalzato la sfera e quella che è chiamato a prendere diviene una decisione per così dire “politica”, ovvero se favorire i padroni di casa ed, al contempo, danneggiare i non certo amati tedeschi che, fra l’altro, avevano eliminato proprio l’Unione Sovietica in semifinale, il che fa a molti ritenere che la scelta di Bakhramov non fosse delle più felici.

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… e la conclusione della stessa – da:vimeo.com

Peraltro, c’è anche da dire che il segnalinee è nato nel 1925 a Baku, in Azerbaigian, e magari più che di una rivalsa per un torto sportivo subito dall’Urss, può aver avuto un peso specifico l’occupazione tedesca del suo Paese nel corso del secondo conflitto mondiale al fine di mettere le mani sui fondamentali giacimenti di petrolio, in ogni caso la sua risposta è “Da”, è goal per la gioia degli inglesi …

Per i tedeschi è il colpo del “Knock down”, nei restanti minuti cercano disperatamente di riequilibrare le sorti dell’incontro sino a che, proprio in chiusura, con oramai tutti i difensori spinti all’attacco, un lungo rilancio di Moore pesca Hurst (ancora lui …!!) pronto a lanciarsi in perfetta solitudine verso la porta difesa da Tilkowski e trafiggerlo con un sinistro che si infila all’incrocio e che, come lui stesso riconoscerà in seguito, “aveva la sola intenzione di scagliare la sfera il più lontano possibile, in attesa del triplice fischio finale ….!!”.

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Hurst scarica in rete il punto del definitivo 4-2 – da:standard.co.uk

Di sicuro, mentre il Capitano Bobby Moore va a ricevere la preziosa statuetta dalla mani della sua Regina, non si può dire che, per quanto espresso durante i 120’ di gioco, l’Inghilterra non abbia meritato la vittoria, pur se la stessa è stata propiziata dal “più controverso goal” nella Storia della Manifestazione, e che ha fatto sì che gruppi di scienziati (fisici e matematici …) si siano scervellati per anni per stabilire con esattezza se la palla fosse entrata o meno, senza peraltro mai giungere ad una conclusione incontrovertibile.

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Il Capitano Moore riceve la Coppa Rimet dalla Regina – da:foufourtwo.com

Quel che è certo è che Alf Ramsey ha mantenuto fede alla promessa, accolta con un certo scetticismo dai media in occasione della sua conferenza stampa nel giorno del suo insediamento, e cioè che “ho accettato questo incarico nella piena convinzione di riuscire a vincere i Campionati Mondiali …!!”.

Sull’altra sponda, la “più dolce delle vendette” viene consumata nell’edizione successiva di Messico 1970, in cui è stavolta la Germania Ovest ad eliminare nei Quarti i Campioni in carica dell’Inghilterra, superandoli 3-2 ai supplementari dopo essere stata in svantaggio per 0-2 ad inizio ripresa, con ciò ponendo fine al ciclo della più forte generazione dei “Tre Leoni” di ogni epoca …

Londra, “Wembley Stadium”, sabato 30 luglio 1966, ore 15:00
Inghilterra – Germania Ovest 4-2 dts (1-1, 2-2)
Reti: Hurst 18’, 101’, 120’, Peters 78’; Haller 12’, Weber 89’
Inghilterra: Banks, Cohen, Wilson; Stiles, Jack Charlton Moore; Ball, Hurst, Bobby Charlton, Hunt, Peters. Commissario Tecnico: Alf Ramsey.
Germania Ovest: Tilkowski; Hottges, Schnellinger; Beckenbauer, Schulz, Weber; Held, Haller, Seeler, Overtah, Emmerich. Commissario Tecnico: Helmut Schon.
Arbitro: Gottfried Dienst (Svizzera)