INGRID KRAMER, LA TEDESCA CHE INTERRUPPE IL DOMINIO USA NEI TUFFI

Rom, XVII. Olympiade, Ingrid Krämer
Ingrid Kramer in azione dalla Piattaforma ai Giochi di Roma ’60 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Se vi è una Disciplina che, più di ogni altra, ha inizialmente visto il dominio assoluto degli specialisti americani nel panorama olimpico, questa è indiscutibilmente costituita dai Tuffi, in misura paritetica sia nel settore maschile che in quello femminile, con la sola differenza che, tra queste ultime, contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, vi è stata una minor rotazione di protagoniste …

Il tutto sino a fine anni ’50, visto che nella gara dal Trampolino l’Oro non è mai sfuggito alle ragazze d’oltre Oceano dalla sua istituzione ai Giochi di Anversa 1920, mentre dalla Piattaforma tale “dittatura” decorre dall’edizione successiva di Parigi ’24, per poi mettere in mostra formidabili tuffatrici quali Elizabeth Becker, Georgia Colemen, Dorothy Pointon, Katherine Rawls e Vicki Draves, le cui rispettive bacheche brillano di medaglie.

Ma, pur se validissime specialiste, le loro imprese impallidiscono di fronte al talento della californiana Patricia “Pat” McCormick (di cui abbiamo già trattato …), capace di compiere la straordinaria impresa di aggiudicarsi la Medaglia d’Oro sia dal Trampolino che dalla Piattaforma in due edizioni consecutive dei Giochi, ovvero ad Helsinki ’52 e Melbourne ’56, un risultato mai ottenuto da nessun altra prima di allora, e ritenuto destinato a durare nel tempo …

Curiosamente, ad accompagnare la McCormick sul podio della Piattaforma, erano state, in entrambe le citate Rassegne, le medesime connazionali Juno Jean Stover (poi maritata Irwin) e Paula Jean Myers (Pope da sposata), le quali si erano scambiate le piazze d’onore, con la prima bronzo ad Helsinki ed argento a Melbourne e la seconda ad ottenere i risultati inversi.

Ed il ritiro della “leggendaria” McCormick rappresenta l’occasione per le stesse – al di là di una non più giovanissima età, addirittura avvicinandosi ai 32 anni la Stover-Irwin ed ai 26 la Myers-Pope (entrambe li avrebbero compiuti a novembre – di provare a salire sul gradino più alto del Podio ai Giochi di Roma ’60, che per la più anziana delle due rappresenta la quarta partecipazione olimpica, sempre dalla Piattaforma, mentre la Myers-Pope tenta per la prima volta anche l’avventura dal Trampolino, con la speranza di poter emulare la più titolata connazionale …

Non potevano sapere, le due tuffatrici americane, che a contrastare i loro ambiziosi progetti avrebbe provveduto una 17enne tedesca orientale – ancorchè alle Olimpiadi di Roma 1960, così come a Tokyo ’64, i due Statti tedeschi gareggino sotto un’unica bandiera rappresentante la Germania unita – destinata a raccogliere a pieno titolo l’eredità della McCormick.

Ingrid Kramer nasce il 29 luglio 1943 a Dresda, in Sassonia, in pieno conflitto mondiale, sopravvivendo, assieme alla sua famiglia al terribile bombardamento alleato scatenato sulla sua città nel febbraio 1945, affacciandosi sulla ribalta internazionale a 15 anni da poco compiuti in occasione dei Campionati Europei di Budapest ’58, in cui si classifica ai margini del podio nella prova dal Trampolino, quarta nella gara vinta dalla sovietica Ninel Krutova e non meglio che ottava dalla Piattaforma.

Ma ha ben presto modo di riscattarsi, a cominciare da quando si presenta al pomeriggio del 26 agosto 1960 nella Piscina del Foro Italico di Roma per i tuffi di qualificazione nella gara dal Trampolino, da cui devono scaturire le 16 atlete che avanzano al secondo turno …

Che la giovane tedesca sia un osso duro, la Myers-Pope se ne accorge sin da subito, allorché la medesima scava subito un divario di 3,56 punti (56,23 a 52,67) dopo la serie di quattro tuffi, punteggio valido per il computo definitivo, per poi incrementare tale margine sino ad 6,41 punti nella serie di tre tuffi eseguiti al mattino del successivo 27 agosto, in cui l’americana è penalizzata dal un punteggio parziale di 37,35 che la fa scivolare addirittura in quarta posizione, mentre al comando la Kramer veleggia dall’alto dei suoi 98,60 punti, precedendo la già ricordata Krutova, momentaneamente seconda a quota 92,19 davanti alla canadese Irene MacDonald (bronzo quattro anni prima a Melbourne …) con 91,23 punti …

Per vedersi sfuggire l’Oro la Kramer dovrebbe incorrere in clamorosi errori nei tre tuffi che aprono la serie conclusiva al pomeriggio, alla quale accedono le 8 migliori della Classifca provvisoria, circostanza che non solo non si verifica, ma che la vede altresì conquistare il miglior punteggio parziale di 57,21 così da raggiungere un totale di 155,81 punti per un divario di oltre 14 punti nei confronti dell’orgogliosa Myers-Pope, la quale recupera la seconda posizione con 141,24 punti complessivi, piazzandosi davanti alla britannica Elizabeth Ferris, che vede così premiata la propria regolarità aggiudicandosi il bronzo a quota 139,09 nel mentre scivolano all’indietro sia Kutrova che MacDonald, che concludono in quinta e sesta posizione rispettivamente.

Un successo che non può che stimolare la giovane tedesca orientale in vista della prova dalla Piattaforma le cui qualificazioni sono in programma due giorni dopo, ma che non toglie ambizioni alla sua più diretta rivale americana, la quale ha colto un significativo argento in una gara in cui era iscritta per la prima volta in sede olimpica, con la fondata speranza, nella sua specialità preferita della Piattaforma, di poter aggiungere il metallo più pregiato all’argento ed al bronzo conquistati nelle due precedenti edizioni dei Giochi.

Una speranza che, chiaramente, condivide anche con la connazionale Stover-Irwin, ma quest’ultima si gioca buona parte delle proprie chances di vittoria nell’esecuzione dei quattro tuffi che il 29 agosto servono per stabilire le 12 tuffatrici che accedono alla serie conclusiva del giorno dopo, ottenendo un punteggio di 51,90 che la relega in sesta posizione, nel mentre la sfida al vertice vede emergere le tre favorite, con ancora la Kramer a totalizzare il miglior punteggio di 56,30 con un margine (54,70) di 1,60 punti rispetto alla Myers-Pope, mentre Kutrova insegue a quota 53,38 punti …

Sfida che si infiamma al pomeriggio del 30 agosto, allorché – con soli due tuffi a disposizione per ogni finalista – la prima esecuzione della tedesca orientale è premiata dai giudici con 16,50 mentre l’americana sfoggia la sua migliore esibizione, ottenendo dalla Giuria un 17,68 così che le due rivali sono ora divise (72,80 a 72,38 …) da appena 0,42 centesimi di punto, in attesa dell’ultimo, decisivo tuffo …

Si potrebbe pensare che la maggior esperienza della quasi 26enne Myers-Pope possa risultare una decisiva discriminante nei confronti della poco più che ragazzina Ingrid, ma non si è Campionesse per caso ed ecco che la 17enne sassone risponde con il suo miglior tuffo che, valutato 18,48 dalla Giuria, le consente di respingere l’assalto dell’americana – peraltro autrice a propria volta di un’eccellente esecuzione premiata con 16,56 dai giudici – e di aggiudicarsi anche l’Oro dalla Piattaforma, sia pur per il ristretto margine (91,28 ad 89,94) di 1,34 punti, con Kutrova a consolidare la sua terza piazza a quota 86,99 mentre la Stover-Irwin risale sino in quarta posizione con 83,59 punti.

Curioso il percorso di quest’ultima nelle sue quattro partecipazioni olimpiche (da Londra ’48, non ancora 20enne, a Roma ’60), in cui ottiene, nella sola prova dalla Piattaforma a cui si iscrive, un quinto, terzo, secondo e quarto posto rispettivamente, sfuggendole pertanto solo il gradino più alto del podio …

Molto più gratificante, chiaramente, il percorso della Myers-Pope, capace di andare a medaglia in ogni sua esibizione a cinque cerchi, ma i tre argenti ed un bronzo conquistati non sono altro che figli dell’aver dovuto incontrare sulla sua strada dapprima la McCormick e quindi la Kramer, come dire che la buona sorte non le ha certo sorriso …

Senza l’assillo della concorrenza delle americane, per la Kramer – che nel 1960 era stata curiosamente eletta “Atleta dell’Anno” sia nella parte Orientale che Occidentale della Germania, per la seconda avendo gareggiato a Roma per la “Germania Unificata” – diviene una sorta di “gioco da ragazze” affermarsi in entrambe le specialità ai successivi Campionati Europei ’62, che oltretutto si svolgono a Lipsia, in Germania Est, imponendosi con largo margine sia dal Trampolino (153,57 a 137,78) sulla connazionale Christiane Lanzke, mentre dalla Piattaforma i suoi 107,96 punti risultano ampiamente sufficienti a tenere a bada le velleità della Krutova, che deve accontentarsi dell’argento a quota 95,92.

L’obiettivo cui puntare, per l’oramai 21enne tuffatrice, nel frattempo divenuta Signora Engel, avendo contratto matrimonio con il lottatore Hein, è chiaramente quello di emulare l’impresa di Pat McCormick, ovvero bissare il doppio Oro dal Trampolino e Piattaforma in due edizioni consecutive dei Giochi, così da presentarsi come logica favorita alle Olimpiadi di Tokyo 1964.

Anche in questo caso, il programma prevede che si svolga per prima la gara dal Trampolino, con una modifica apportata al regolamento, in quanto riduce a due sole le serie di tuffi, la cui prima viene disputata al mattino dell’11 ottobre 1964 alla Piscina del “National Gymnasium” della Capitale nipponica, consistendo in 7 esibizioni, di cui cinque obbligatorie e due libere, al termine delle quali la Kramer-Engel è già al comando con 94,69 punti, tallonata da un rinnovato trio Usa che vede classificate, nell’ordine, Patsy Willard (92,68 e che era giunta quarta a Roma ‘60), Jeanne Collier (89,94) e Sue Gossick, con 89,29 punti …

Al pomeriggio, per i tre tuffi conclusivi, ai quali partecipano le prime nove atlete classificate, il pericolo costituito dalla Willard, staccata di soli 2 punti, viene scacciato dalle prime due esecuzioni, nelle quali la tedesca (che ancora gareggia, per l’ultima volta, sotto la bandiera della Germania unificata …) ottiene 15,87 e 17,16 punti, mentre le esibizioni dell’americana vengono rispettivamente valutate 15,12 e 14,30 dalla Giuria, mentre la Collier, dopo un disastroso tuffo che le frutta appena 11,50 punti, si riscatta alla seconda prova ottenendo un eccellente 19,50 …

Prima dell’ultimo tuffo, pertanto, la Kramer-Engel ha oramai l’Oro in tasca, con un parziale di 127,72 punti, mentre alle sue spalle la lotta per l’argento si infiamma tra le tre americane, racchiuse in poco più di tre punti, dai 122,10 della Willard ai 120,94 della Collier ed ai 118,99 della Gossick …

La tedesca orientale non rischia, ed il 17,28 con cui viene valutata la sua ultima prova è ampiamente sufficiente per confermare l’Oro di Roma con un totale di 145,00 punti, mentre la sfida per il podio vede la Gossick autoeliminarsi fallendo l’ultimo tentativo a sua disposizione (conclude quarta con 129,70) ed, al contrario, la Collier superare la Willard (138,36 a 138,18) per l’inezia di appena 0,18 centesimi di punto.

Tornata a competere a distanza di quattro giorni per la prova dalla Piattaforma, la Kramer-Engel deve vedersela con un rinnovato trio di avversarie sia da parte americana che sovietica – tra cui spiccano Lesley Bush da una parte e Galina Alekseyeva dall’altra – una situazione che, clamorosamente, data la sua veste di favorita, la penalizza nei turni di qualificazione al mattino del 15 ottobre, al termine dei quali, nonostante si qualifichino per la serie pomeridiana le prime 12 classificate, il podio è virtualmente già definito …

Sono solo le riferite tre tuffatrici, difatti, ad aver superato quota 50 punti, solo che al comando si trova l’americana Bush con 53,78 punti, poco più di 0,70 centesimi di punto avanti alla Alekseyeva, penalizzata da un orrenda prima esecuzione che le frutta appena 8,80 punti, ma poi ripresasi con in particolare il suo quarto tentativo valutato ben 19,24, mentre la Campionessa in carica per una volta svolge il “compitino” senza infamia e senza lode, raggranellando 52,98 punti, che peraltro la tengono ancora ben in lizza per la vittoria, dato il distacco dalla Bush di soli 0,80 centesimi di punto …

Le tre candidate alle medaglie racchiuse in meno di un punto rendono quanto mai incandescente la sessione pomeridiana, che alla prima prova a loro disposizione vede solo la Kramer-Engel recuperare la seconda posizione rispetto alla sovietica, riducendo peraltro di poco il distacco (67,08 a 66,47) rispetto all’americana, la quale “mette in cassaforte” la Medaglia d’Oro nel secondo tuffo, che le vale 17,76 punti rispetto ai 15,38 della Alekseyeva ed ai 15,18 della tedesca orientale, che ora deve piuttosto difendere l’argento visti i soli 0,37 centesimi (81,65 ad 81,28) che la separano dalla sovietica …

Ma non si conquistano tre Ori olimpici a caso, e con un rigurgito d’orgoglio il suo ultimo tentativo le vale 16,80 punti così da tenere a distanza la Alekseyeva, pur se non sufficienti a colmare il distacco dalla Bush che, con una prova in tutta sicurezza si garantisce il gradino più alto del podio con un totale di 99,80 punti, con tanti ringraziamenti da parte della connazionale McCormick che vede ineguagliata la sua impresa, mentre le due rappresentanti dell’Est Europa giungono alle sue spalle con 98,45 e 97,60 punti rispettivamente …

Un tipo alquanto eccentrico, la bella Ingrid, abituata a tuffarsi con disinvoltura non solo dai trampolini ma anche negli affari di cuore, visto che, divorziata da Engel, si presenta ai Giochi di Città del Messico ’68  – in cui per la prima volta la Germania Est gareggia da indipendente – sotto il cognome del secondo marito Gulbin, a modo suo anche questo un record, pur se, iscritta alla sola prova dal Trampolino, non va oltre il quinto posto, con il successo ad arridere proprio all’americana Sue Gossick, che a Tokyo era rimasta ai margini del podio.

Ritiratasi dall’attività agonistica al termine delle Olimpiadi messicane, la Kramer non smette di essere un punto di riferimento sportivo per il proprio Paese, divenendo un tecnico di successo, sotto la cui guida crescono tuffatori del calibro di Martina Jaschke (argento ai Mondiali di Berlino ’78 ed Oro ai Giochi di Mosca ’80 dalla Piattaforma) ed Jan Hempel, argento dalla Piattaforma ai Giochi di Atlanta ’96 …

A seguito della riunificazione della Germania nel 1991, la Kramer perde l’incarico statale, ma non la sua veste di tecnico, che esercita contemporaneamente al lavoro di impiegata bancaria, portando nuovamente a medaglia altri atleti quali Heiko Meyer ed Annett Gamm, così che il suo contributo al mondo dei tuffi risulta coprire un arco temporale di circa mezzo secolo …

Ed, ovviamente, la stessa – altresì eletta “Atleta dell’anno” nell’ex Ddr per altri tre anni consecutivi, dal 1062 al ’64 – non può che ricevere l’onore di essere inserita nella “International Swimming Hall of Fame” a far tempo dal 1975, a far bella compagnia non solo alla McCormick, di cui aveva sfiorato l’impresa, introdotta nel 1965, ma anche alle due sue avversarie Myers-Pope (introdotta nel 1979 e, purtroppo, prematuramente scomparsa nel 1995 a soli 60 anni di età …) e Stover-Irwin, inserita l’anno seguente …

Come a testimoniare che le vittorie assumono maggior prestigio se ottenute a spese di avversarie di tutto rispetto …

 

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IL “VENI, VIDI, VICI” DI PAULO ROBERTO FALCAO, IDOLO GIALLOROSSO

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Falcao festeggia, con Tancredi e Superchi, lo Scudetto ’83 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Quarant’anni, dal punto di vista sportivo, rappresentano un’eternità per una tifoseria appassionata come quella della Capitale, sponda giallorossa, nel non vedere la Roma, propria squadra del cuore, riuscire a conquistare l’agognato Scudetto, cucito sulle proprie maglie solo nella stagione 1941.42, in cui precede di tre punti il Torino e di quattro un Venezia che annovera tra le sue file la coppia di mezze ali formata da Ezio Loik e Valentino Mazzola che, ingaggiati l’estate seguente dai granata, andranno a completare il mosaico di quel “Grande Torino” che solo il fato poté sconfiggere …

Era, quella, la Roma del “fornaretto” Amedeo Amadei e del portiere Guido Masetti, che con la conquista del titolo andava a coronare il decennio degli anni ’30 durante il quale, grazie alla presenza in rosa di giocatori del calibro di Fulvio Bernardini, Raffaele Costantino, Attilio Ferraris ed Enrico Guaita, si era classificata seconda alle spalle della Juventus nel 1931 e giunta addirittura ad un sol punto di distacco dal Bologna nel 1936, stagione in cui la coppia di terzini è formata dai Campioni del Mondo ’34 Monzeglio ed Allemandi.

Al termine del secondo conflitto mondiale, inizia per il Club della Capitale il periodo buio degli anni ’50, caratterizzato dall’onta – l’unica nella quasi centenaria Storia societaria – della retrocessione in B nel 1951, peraltro riscattata dall’immediata risalita nella Massima Serie, senza più comunque riemergere ai vertici del Calcio nazionale, fatta salva la conquista di due Coppe Italia nel 1964 e ’69 (con conseguente semifinale di Coppa delle Coppe l’anno seguente …) e della Coppa delle Fiere 1961, unico Trofeo internazionale in bacheca, oltre al Torneo Anglo-Italiano del 1972.

Sono anche anni di scelte sbagliate, soprattutto per ciò che concerne l’acquisto di calciatori stranieri, molti dei quali arrivano a vestire il giallorosso agli sgoccioli delle rispettive carriere, vedasi al proposito i casi di Nyers, Gunnar Nordahl, Schiaffino e John Charles tra i più eclatanti, ma anche, alla chiusura delle frontiere dopo i Mondiali di Inghilterra ’66, dei vari Peirò, Jair, Del Sol ed Amarildo, tutti oramai ad aver varcata la soglia dei 30 anni.

E poi, vi è la componente politica per quel che concerne la Dirigenza di una squadra legata a doppio filo con la Democrazia Cristiana, Partito dominante in Italia nel Secondo Dopoguerra, che porta alla presidenza nel 1965 il “braccio destro” di Giulio Andreotti, ovvero Franco Evangelisti, per poi toccare, dopo il triennio con a capo del Club Alvaro Marchini, a Gaetano Anzalone reggerne il timone nel corso degli anni ’70, durante i quali, nonostante in panchina si alternino fior di allenatori quali Helenio Herrera, Nils Liedholm e Gustavo Giagnoni, la squadra non decolla – con in più lo smacco di vedere i rivali cittadini della Lazio conquistare lo Scudetto nel 1974 – ad eccezione di un estemporaneo terzo posto nel 1975, Stagione in cui si affacciano alla ribalta due giovani quali Bruno Conti ed Agostino Di Bartolomei, destinati a cambiarne le sorti in breve tempo …

Ma la svolta determinante giunge con l’ingresso alla Presidenza dell’Ing. Dino Viola – anch’egli politicamente legato alla corrente andreottiana della Democrazia Cristiana – il quale rileva la Società da Anzalone nel maggio 1979, al termine di una stagione che aveva visto la Roma giungere dodicesima con 26 punti, appena due sopra la zona retrocessione.

Viola opera in maniera oculata sul mercato, dapprima riconsegnando la panchina al tecnico Nils Liedholm, fresco vincitore dello “Scudetto della Stella” con il Milan, per poi seguire le indicazioni del tecnico acquistando dal Catanzaro l’esperto libero Maurizio Turone – che il “Barone” aveva già avuto nel periodo in rossonero – cui affianca a centrocampo l’ex nazionale Romeo Benetti, mentre una ventata di freschezza deriva dall’acquisto dal Parma del 20enne Carlo Ancelotti (vincendo la concorrenza dell’Inter …) così come di talento con il rientro dal prestito al Genoa del fuoriclasse Bruno Conti, il quale vestirà i colori giallorossi per tutto il successivo periodo della sua Presidenza …

Con in più, nel corso del Torneo, il lancio di Franco Tancredi tra i pali in sostituzione di Paolo Conti, il lavoro del tecnico svedese fa già vedere i suoi frutti, avendo altresì l’opportunità di attingere al sempre florido settore giovanile, da cui pesca Paolo Giovannelli, Roberto Scarnecchia e Guido Ugolotti, concludendo la stagione in un onorevole sesto posto, per poi assicurarsi il primo Trofeo della nuova Dirigenza con la conquista della Coppa Italia, vinta in Finale all’Olimpico ai calci di rigore contro il Torino, dopo essersi presa la soddisfazione di umiliare, nei Quarti, il Milan Campione d’Italia con un netto 4-0 conseguito a San Siro.

Messa la prima pietra del nuovo ciclo, Viola è ora chiamato alla “scelta che non può sbagliare”, ovvero su quale asso straniero puntare a seguito della riapertura delle frontiere stabilita dalla FIGC, ancorché limitata ad un solo giocatore per squadra …

La fantasia e l’immaginazione del popolo giallorosso è notoriamente sconfinata, così come facili sono a diffondersi le notizie più clamorose anche se prive di un qualsiasi certo fondamento, ed è così che, nella Capitale, si sparge la voce di un possibile arrivo alla Roma del fuoriclasse brasiliano Zico, circostanza viceversa mai seriamente oggetto di trattative …

Ecco, pertanto, che viene accolto con un certo qual scetticismo il “Piano B”, che porta all’ombra del Colosseo un altro brasiliano, ma molto meno conosciuto a livello internazionale, nonostante che in Patria si sia già fatto notare, tanto da avere, all’epoca dell’acquisto da parte del Presidente Viola, già collezionato 14 presenze con la Nazionale brasiliana …

Nato il 16 ottobre 1953 a Xanxere nello Stato di Santa Catarina, Paulo Roberto Falcao ha sangue italiano nelle vene in quanto la madre è di origini calabresi, mentre il padre discende da famiglia portoghese ed, in ogni caso, ha classe da vendere, un tocco di palla sopraffino unito ad un’invidiabile visione di gioco che lo fa essere al posto giusto al momento giusto, sia che si tratti di fornire l’assist ad un compagno che andare direttamente alla conclusione a rete.

In Brasile, Falcao si mette in evidenza nelle file dell’Internacional di Porto Alegre, Club che, grazie alla sua presenza, si aggiudica i soli tre titoli del Brasileirao della sua Storia, trionfando nel 1975, ’76 e ’79, oltre alla conquista di ben 5 titoli statali (dal 1973 al ’76 e nel ’79), per poi giungere altresì in Finale della “Copa Libertadores” 1980, sconfitto nel doppio confronto (0-0 a Porto Alegre, 0-1 a Montevideo) dagli uruguaiani del Nacional …

L’incontro di ritorno, svoltosi il 6 agosto 1980 allo “Estadio Centenario” della Capitale uruguaiana, rappresenta l’ultima gara in cui Falcao indossa la maglia dei “Colorado”, per poi sbarcare in Italia forte anche del premio “Bola de Ouro” (“Pallone d’Oro”) che la rivista specializzata “Placar” assegna ogni anno al miglior giocatore del Campionato brasiliano, un riconoscimento assegnato al centrocampista per due stagioni consecutive, nel 1978 e ’79.

Non proprio l’ultimo arrivato, dunque, collante ideale per andare a completare un centrocampo di tutto rispetto, formato altresì da Di Bartolomei, Ancelotti e Bruno Conti, ideale per innescare le qualità realizzative del centravanti Pruzzo, che difatti, dalle 9 e 12 reti delle sue due prime stagioni in giallorosso, si migliora fino a 18 centri che gli valgono il titolo di Capocannoniere del Torneo …

Con il 27enne brasiliano nelle vesti di Direttore d’Orchestra, la Roma torna ad essere competitiva in Campionato, dando vita per un quadriennio ad un’accesa rivalità con la Juventus bonipertiana, che non lesina scintille dentro e fuori dal campo, per la gioia di Aldo Biscardi e delle sue interminabili puntate de “Il Processo del Lunedì” …

La prima puntata va in scena nel Torneo di esordio di Falcao in Italia, con i giallorossi a stentare inizialmente – clamoroso uno 0-4 al San Paolo contro il Napoli alla quinta giornata, cui fa seguito il secondo (ed ultimo …) scivolone tre settimane dopo a Cagliari – per poi infilare una serie di risultati utili grazie ai quali, a fine Girone di andata, si ritrovano in testa alla Classifica con 20 punti ed una lunghezza di vantaggio sull’Inter e due sulla coppia formata da Juventus e Napoli.

Una prima svolta si verifica nel mese di marzo, dove il successo per 1-0 all’Olimpico sulla Roma elimina i nerazzurri (sconfitti pure all’andata per 4-2 a San Siro …) dalla lotta per il titolo, che vede viceversa ancora competere sia Juventus che Napoli, tant’è che, a 5 giornate dal termine, le tre squadre sono appaiate in testa alla Classifica con 35 punti a testa …

Con gli azzurri a fare “harakiri” il turno successivo in casa contro il già retrocesso Perugia, la Juventus guadagna una lunghezza di vantaggio in virtù del pari esterno della Roma ad Ascoli, mantenuto la domenica seguente prima dello scontro diretto in programma a Torino alla terz’ultima giornata, e che, concluso a reti bianche, passa alla storia per il divenuto celebre “Goal di Turone, realizzato nel finale di gara ed annullato per un millimetrico (inesistente, secondo fonti giallorosse, ma all’epoca non esisteva il VAR …) fuorigioco segnalato dal guardalinee …

Ma anche se lo Scudetto torna a Torino dopo tre anni di astinenza, la stagione conferma la ritrovata competitività di una Roma in cui il contributo di Falcao, da un punto di vista strettamente numerico, è di 25 presenze e 3 reti (contro Bologna, Udinese ed Avellino …), ma quello che le cifre non possono testimoniare è il positivo impatto sul gioco giallorosso, con il più il suggello di un nuovo successo in Coppa Italia, ancora contro il Torino e nuovamente ai calci di rigore, essendosi la doppia sfida conclusa con due pareggi per 1-1, in cui è proprio il brasiliano a realizzare il quinto e decisivo tiro dal dischetto.

L’aspetto più negativo è costituito dal definitivo ritiro dall’attività agonistica di Francesco “Kawasaki” Rocca, per sostituire il quale, nel mercato estivo 1981, viene ingaggiato il forte difensore Sebino Nela dal Genoa, mentre a dar man forte sulle fasce giunge il romano Odoacre Chierico, cresciuto nell’Inter e svezzato da due Campionati al Pisa tra i Cadetti.

Il Torneo 1981.82, iniziato sotto i migliori auspici, con Falcao e Pruzzo sugli scudi, con il primo a mettere a segno la sua prima doppietta in maglia giallorossa nel 2-1 sul Cagliari all’Olimpico, nonché l’ancor più importante centro che, al 4’ della ripresa, consente alla Roma di andare a vincere in casa della Juventus alla settima giornata, vive di due circostanze negative …

La prima è costituita dal grave infortunio occorso ad Ancelotti nel turno precedente contro la Fiorentina che lo tiene lontano dal terreno di gioco per il resto della stagione, mentre la seconda vede protagonista proprio Falcao nella gara del 22 novembre 1981 a San Siro contro l’Inter, valida per la nona giornata, appuntamento a cui la Roma si presenta in veste di capolista con 13 punti, seguita ad una lunghezza dalla Juventus ed a due dai nerazzurri …

Accade, difatti, che dopo un inizio scoppiettante che vede le due squadre già sul 2-2 (Beppe Baresi ed un rigore di Beccalossi da una parte, Bruno Conti e Pruzzo dall’altra …) prima della mezzora di gioco, un intervento del centrocampista brasiliano (il cosiddetto “carrillo” in Sudamerica …) e considerato regolare in Brasile, venga, al contrario, giudicato passibile di espulsione da parte dell’arbitro Agnolin, con l’Inter ad approfittare delle superiorità numerica per aggiudicarsi la sfida con Altobelli a metà ripresa e polemiche a non finire, anche se poi Falcao non viene squalificato dal Giudice Sportivo.

Non sono peraltro sufficienti questi due episodi a giustificare il crollo verticale nel Girone di ritorno di una Roma comunque ancora ben posizionata in Classifica – terza alla pari dell’Inter con 20 punti, ad una sola lunghezza dalla Juventus ed a due dalla Fiorentina – al termine dell’andata, e che viceversa colleziona cinque sconfitte nella parte discendente del Torneo, ivi compreso un umiliante 0-3 all’Olimpico contro la Juventus che si conferma Campione d’Italia.

La stagione appena conclusa vede altresì la novità della presenza degli sponsor sulle maglie delle formazioni di Serie A, con il Club giallorosso a scegliere la nota marca di pasta “Barilla”, un binomio destinato a durare oltre un decennio, mentre i successivi Mondiali di Spagna ’82 fanno sì che il cuore dei tifosi romanisti sia diviso a metà allorché, il 5 luglio allo “Estadio Sarrià” di Barcellona, si sfidano Italia e Brasile per la gara che decide l’accesso alle semifinali del Torneo …

Ed un Falcao che, proprio grazie alle sue prestazioni in giallorosso, aveva riguadagnato il ruolo di titolare nel centrocampo della Seleçao di Telé Santana, assieme a stelle del calibro di Socrates, Eder e Toninho Cerezo, dimostra appieno tutto il proprio valore, dapprima andando a segno nei larghi successi Scozia e Nuova Zelanda, e quindi quale autore della rete che, a metà ripresa del match contro gli azzurri, riequilibra le sorti dello stesso con un gioiello per il punto del momentaneo 2-2, per poi toccare al nostro Paolo Rossi sentenziare l’uscita di scena dei sudamericani.

Con un Falcao desideroso di riscatto ed un Bruno Conti galvanizzato dal successo iridato, l’estate 1982 porta in dono al Club del Presidente Viola gli ultimi tasselli per completare un puzzle vincente, vale a dire i rinforzi in difesa grazie al prestito dalla Sampdoria del granitico Pietro Vierchowod ed all’acquisto del terzino ex rossonero Aldo Maldera, determinante nell’anno dello Scudetto della Stella con Liedholm, mentre a centrocampo, con la possibilità di tesserare un secondo straniero, giunge dall’Austria Vienna il centrocampista Herbert Prohaska, destinato a dare equilibrio al reparto e coprire le puntate offensive del brasiliano …

E, con l’avvenuto recupero di Ancelotti, tocca al tecnico svedese calare la “mossa a sorpresa”, ovvero quella di scalare Di Bartolomei da centrocampista a difensore centrale, così che la fisionomia della “formazione base” è ben definita, con Tancredi tra i pali, Nela e Maldera terzini, Vierchowod e Di Bartolomei difensori centrali, un centrocampo composto da Bruno Conti, Falcao, Ancelotti e Proahska, mentre a dare una mano a Pruzzo in attacco è chiamato il 23enne Maurizio Iorio, reduce da un’eccellente stagione al Bari tra i Cadetti.

Liedholm sente di avere in mano un gruppo in grado di poter competere per il titolo e, dopo un passo falso alla terza giornata a Marassi contro la neopromossa Sampdoria – che, nei primi tre turni, si permette di mettere sotto, nell’ordine, Juventus, Inter e Roma – si presenta con rinnovate ambizioni il 24 ottobre 1982 al “Comunale” di Torino per affrontare i Campioni d’Italia, gara che, dopo l’iniziale vantaggio giallorosso con Chierico dopo appena 5’ di gioco, viene ribaltata nella ripresa dalle reti di Platini e Scirea per i bianconeri …

E’ questa l’ultima sconfitta della Roma prima della sfida al ritorno, inanellando una serie di 14 risultati utili consecutivi (7 successi ed altrettanti pareggi …) che la isolano in vetta alla Classifica con 31 punti ed un margine di quattro lunghezze sul sorprendente Verona e cinque sulla Juventus, che scende all’Olimpico domenica 6 marzo 1983, alla 22esima giornata …

Con gli scaligeri impegnati a Catanzaro – dove vengono sconfitti per 1-2 – un’eventuale vittoria consentirebbe alla Roma di cucirsi ben più di mezzo Scudetto sulla maglia, un’eventualità che sembra concretizzarsi allorché è proprio “Il Divino” (come oramai è soprannominato dai propri tifosi …) a portare i giallorossi in vantaggio poco oltre l’ora di gioco …

A riportare sulla terra i sogni dei tifosi ci pensa “Le Roi” Michel Platini, che dapprima trasforma imparabilmente una punizione dal limite quando mancano appena 7’ al fischio finale e quindi scodella un pallone in mezzo all’area che l’avanzato stopper Brio tramuta nella rete del definitivo 2-1 che riapre i giochi, portando i bianconeri a tre sole lunghezze di distacco in graduatoria …

Ed è qui che emergono, oltre alle indiscusse qualità tecniche, anche quelle di leader di Falcao che, la settimana dopo, nella delicata trasferta di Pisa, mentre la Juventus è attesa dal turno casalingo contro l’Avellino, trascina letteralmente i suoi con una prestazione sontuosa coronata da una splendida rete di testa che apre le marcature nel successo per 2-1 che tiene i bianconeri a distanza e che, complice la clamorosa sconfitta (da 2-0 a 2-3 in 5’) della Juventus nel Derby con il Torino a sei giornate dal termine del Campionato, spiana la strada al secondo trionfo tricolore, cui la matematica dà il proprio “imprimatur” alla penultima giornata, con Pruzzo a siglare la rete del pari per 1-1 a Marassi contro il suo Genoa.

Stagione che vede Falcao collezionare 27 presenze impreziosite da 7 reti (il suo massimo nei quattro anni in Italia …) e, soprattutto, schiude alla Roma le porte della Coppa dei Campioni, la più importante Manifestazione per Club a livello europeo e che, per la prima volta nella sua Storia, la vede ai nastri di partenza.

In tale ottica, il mercato estivo – che vede il forzato ritorno di Vierchowod, per fine prestito, alla Sampdoria con contestuale rientro di Dario Bonetti – si incentra su due importanti innesti di esperienza, vale a dire la sostituzione di Prohaska, rientrato a Vienna, con il compagno di Nazionale di Falcao, Toninho Cerezo, proveniente dall’Atletico Mineiro, nel mentre, nonostante la buona stagione disputata, Iorio viene ceduto al Verona per far posto al Campione del Mondo Francesco Graziani, prelevato dalla Fiorentina …

Una stagione che si presenta, pertanto, quanto mai impegnativa, è funestata da un nuovo infortunio, stavolta al ginocchio sinistro, occorso ad Ancelotti ad inizio dicembre ’83 nella sfida di Torino contro la Juventus – conclusa sul 2-2 grazie ad una splendida rete in rovesciata al 90’ di Pruzzo su assist di Chierico – che lo costringe a saltare il resto dell’annata, che vede comunque i giallorossi unici degni avversari dei bianconeri, e Liedholm a riproporre Di Bartolomei a centrocampo, per dare spazio in difesa alla giovane promessa Righetti …

Falcao continua a dettare i tempi di gioco da par suo, collezionando altre 27 presenze con 5 reti all’attivo, con le speranze di una conferma del titolo a svanire alla quint’ultima giornata, allorché all’Olimpico si presenta una Juventus forte di tre punti (37 a 34) di vantaggio e reduce dall’aver sconfitto, nel turno precedente, la Fiorentina grazie ad un rigore trasformato al 90’ da Vignola …

Le possibilità di riaprire il discorso Scudetto si infrangono sulla ferrea difesa bianconera, e lo 0-0 con cui si conclude l’incontro consegna di fatto alla truppa di Trapattoni il suo terzo titolo in quattro anni, con peraltro entrambe le compagini a confermare la propria superiorità a livello nazionale grazie al cammino nelle Manifestazioni Europee che porta i bianconeri ad aggiudicarsi la Finale di Coppa delle Coppe contro il Porto e la Roma a tentare analoga sorte nell’atto conclusivo della Coppa dei Campioni.

Un percorso che vede la Roma debuttare all’Olimpico il 14 settembre 1983 per affrontare gli svedesi dell’IFK Goteborg, superati per 3-0 – con la prima, “storica” rete in Coppa dei Campioni realizzata da Vincenzi al 50’, cui seguono i centri di Conti e Cerezo – per poi ridurre i danni al ritorno (sconfitta per 1-2), prima di affrontare negli Ottavi gli ostici bulgari del CSKA Sofia …

Ostacolo superato grazie ad una magia di Falcao che segna l’unica rete che consente ai giallorossi di cogliere il primo successo esterno nella manifestazione, con analogo esito al ritorno, dove tocca a Graziani siglare il punto della vittoria a 10’ dal termine e quindi darsi appuntamento in primavera, dove l’urna ha abbinato la Roma ai tedeschi orientali della Dinamo Berlino …

La gara di andata si svolge ilo 7 marzo 1984 all’Olimpico, ed ancora una volta il successo giallorosso matura nell’ultimo quarto di gara, con Graziani a sbloccare il risultato a metà ripresa, per poi toccare a Pruzzo mettere a segno il punto del 2-0 a 15’ dal termine e quindi a Cerezo siglare la rete del definitivo 3-0 proprio in chiusura, un bottino quanto mai rassicurante, ma non del tutto, avendo Società e tifosi bene in mente l’esito del Sedicesimo di Coppa delle Coppe ’81, allorché la Roma crollò 0-4 in Germania Est di fronte al Carl Zeiss Jena dopo analoga vittoria all’andata …

Il maggior tasso di esperienza attuale e, soprattutto, la rete di Oddi ad inizio ripresa, fanno sì che le due reti tedesche nel finale di gara servano solo per le statistiche, con l’approdo in semifinale a rappresentare l’ultimo ostacolo in vista della Finale, già programmata proprio all’Olimpico per il 30 maggio 1984.

Avversari gli scozzesi del Dundee United, formazione quanto mai scorbutica, specie tra le mura amiche, e la Roma se ne accorge a proprie spese, subendo una brutta sconfitta per 0-2 maturata nella ripresa al termine di una gara interpretata pressoché esclusivamente in chiave difensiva …

Al ritorno serve un’impresa, come quella che 19 anni prima era riuscita all’Inter contro il Liverpool, ribaltando l’1-2di Anfield con un 3-0 a San Siro, e considerato che il 25 aprile, data designata per l’incontro, in Italia è giorno festivo, lo stesso viene disputato al pomeriggio, ritenendo l’aspetto climatico favorevole ai padroni di casa …

E così avviene, con un Pruzzo in gran spolvero che già nel primo tempo realizza la doppietta che riequilibra le sorti del doppio confronto, per poi essere ancora l’attaccante ligure a procurarsi poco prima dell’ora di gioco il calcio di rigore che Di Bartolomei, con freddezza, trasforma per il 3-0 che significa la tanto agognata Finale davanti al proprio pubblico, con l’unica amarezza costituita dall’ammonizione comminata a Maldera ad inizio ripresa che costa al terzino la relativa squalifica.

Per realizzare un sogno atteso da un’intera città (o quasi, sponda laziale no di sicuro …) c’è però da avere ragione dei favoriti della Manifestazione, ovvero gli inglesi del Liverpool, che vantano già tre Coppe nella loro bacheca e puntano al “Poker, con Liedholm a sopperire all’assenza di Maldera inserendo Dario Bonetti al centro della difesa a far coppia con Righetti, così da spostare Nela a sinistra con Nappi preferito ad Oddi nel ruolo di terzino destro, mentre Di Bartolomei è confermato a centrocampo assieme a Falcao, Cerezo e Bruno Conti …

In casa giallorossa si confida molto su colui che, da “Divino”, è già divenuto “Ottavo Re di Roma” per i tifosi, un titolo che, in passato, era stato assegnato al già ricordato Amadei, ma proprio Falcao risulta impalpabile nella sfida più importante, stretto nella morsa dei centrocampisti inglesi, mentre che per la Roma non sia una serata baciata dalla buona sorte lo dimostra il fatto che, dopo il vantaggio inglese con Neal (su cui pesa il dubbio di un fallo su Tancredi in uscita …) ed il pareggio di Pruzzo in chiusura di tempo, nella ripresa sono costretti ad uscire per infortunio lo stesso attaccante e Cerezo, così da avere due rigoristi in meno nel momento decisivo della sfida …

Serie dei tiri dal dischetto che arride al Liverpool che, dopo l’iniziale errore di Nicol, manda a bersaglio i successivi quattro tentativi, mentre la Roma è tradita proprio dai sue Campioni del Mondo Conti e Graziani, mentre per il pubblico anche Falcao, al pari di Papa Celestino V, diviene colui che “per viltà fece il gran rifiuto …”, in quanto accusato di non aver voluto calciare il penalty …

Si fa molto presto a passare da idoli a responsabili per la folla, con il brasiliano a giustificare il fatto che era deputato a calciare l’ultimo tiro dal dischetto, solo che non vi è stata la possibilità in quanto sarebbe stato in ogni caso ininfluente, ma comunque quell’ombra sul suo passaggio a Roma resta, facendo saltar fuori anche le sue “scappatelle” sentimentali in una Roma che, se non più sinonimo della “Dolce Vita” di felliniana memoria, mantiene sempre intatto il proprio fascino ….

E, del resto, non si tratta solo di voci o pettegolezzi, visto che il Campione sudamericano, già sposato in Patria e padre di Paulinho, è poi costretto a riconoscere un secondo figlio, Giuseppe, nato da una relazione in Italia con tale Maria Flavia Frontoni, mentre può essere solo una trovata pubblicitaria il fatto che la nota pornostar Moana Pozzi dichiari nella sua autobiografia di aver avuto rapporti con Falcao …

Poca consolazione lascia, dopo la delusione in Europa, la conquista di un’altra Coppa Italia (stavolta a spese, 1-1 al “Bentegodi” ed 1-0 all’Olimpico, del Verona …), in quanto non si conclude pertanto benissimo l’avventura romana del fuoriclasse di Santa Catarina che, complice anche il ritorno di Liedholm sulla panchina rossonera, entra in collisione con il Presidente Dino Viola, salutando la Capitale a fine anno 1984, peraltro nel modo migliore, ovvero andando a segno il 16 dicembre nel successo della Roma per 2-1 nel “Derby del Sud” al San Paolo contro il Napoli, portandosi come ricordo un totale di 152 presenze complessive e 27 reti (di cui 107 e 22, rispettivamente, in Campionato …), ma soprattutto lasciando indelebile il ricordo, per tutti coloro che hanno avuto modo di apprezzarne le qualità, di un giocatore che si è elevato largamente sopra la media dei partecipanti alla nostra Serie A …

E, non a caso, allorché la Roma ha istituito la propria “Hall of Fame”, Falcao è stato tra i primi 11 calciatori ad esservi stato inserito …

Come giusto che fosse …

 

JIM HINES, IL PRIMO UOMO AD INFRANGERE LA BARRIERA DEI 10″ SUI 100 METRI PIANI

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La vittoria di Hines sui m.100 a Città del Messico ’68 – da:Lincolnjournalstar.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il 14 ottobre 1968, in occasione della Finale dei 100 metri piani alle Olimpiadi di Città del Messico, rappresenta una data “storica” nel panorama dell’Atletica Leggera mondiale ed, in particolare, per quel che riguarda lo sprint, poiché mette una parola fine, con l’introduzione del cronometraggio elettronico, al proliferare di primatisti su detta distanza …

Sino ad allora, difatti, la rilevazione manuale dei tempi, arrotondata al 0”1 decimo di secondo, aveva fatto sì che, a fine maggio di detto anno, si potessero contare ben 8 atleti cronometrati in 10”0 e, pertanto, co-primatisti mondiali, essendo, per quanto ovvio, impossibile che avessero viceversa corso tutti nello stesso tempo, qualora si fosse tenuto conto anche dei centesimi ….

Prima di addentrarsi nello specifico racconto di detto storico evento, occorre evidenziare alcune circostanze che fanno sì che la seconda metà degli anni ’60 sia caratterizzata da un’improvvisa accelerazione delle prestazioni in detto specifico comparto, oltre alla premessa che le rilevazioni manuali sono state considerate con un margine di circa 0”24 centesimi inferiore rispetto all’effettivo tempo realizzato da ogni singolo atleta, ciò avendo riferimento al tempo di reazione del cronometrista (posizionato sulla linea del traguardo …) rispetto al colpo di pistola dello starter.

Va poi considerata la variazione della composizione delle piste, che dalla terra battuta usata sino a metà anni ’60 – con l’ultima Olimpiade disputata in tali condizione ad essere l’edizione di Tokyo 1964 – viene sostituita con il ben più veloce tartan ed infine, ultima ma non ultima, anzi proprio il contrario, l’elevato incremento di sprinter di colore che, a poco a poco, riducono la presenza di velocisti bianchi, tant’è che nel successivo decennio se ne possono contare solo tre – vale a dire il sovietico Valery Borzov, il nostro Pietro Mennea ed il britannico Allan Wells – in grado di tener loro testa.

Su quest’ultimo punto, alcuni potranno obiettare che già nel 1932 ai Giochi di Los Angeles e quattro anni dopo a Berlino, Eddie Tolan e Jesse Owens avevano dominato lo sprint, ma si trattava di eventi episodici, mentre, dopo la vittoria sui 100 e 200 metri di Bobby Morrow a Melbourne ’56 e l’argento di David Sime sui m.100 a Roma nel 1960, nei successivi 60 anni nessun atleta americano bianco è più salito su di un podio olimpico.

Questo grazie alla possibilità per gli afroamericani di aver accesso illimitato alle Università Usa, avvenuto durante gli anni ’60, ivi compresi gli Stati del Sud dove ancora era in vigore la segregazione razziale pur essendo stata abolita la schiavitù, considerazione peraltro solo in parte influente, visto che, per la prima volta nella Storia dei Giochi, ai blocchi di partenza della Finale dei m.100 a Città del Messico si presentano otto atleti tutti di colore (!!) e solo tre, come al massimo consentito, sotto la bandiera dello Zio Sam.

Per ritornare all’aspetto puramente statistico, il primo atleta ad essere accreditato del tempo di 10” netti è il tedesco Armin Hary, il quale realizza tale impresa a Zurigo il 21 giugno 1960, meno di tre mesi prima di laurearsi Campione olimpico a Roma in 10”2 manuale, per poi toccare al canadese Harry Jerome (eliminato in semifinale sulla pista dello Stadio Olimpico, ma bronzo a Tokyo quattro anni dopo …) ottenere identico risultato il 15 luglio 1960 e quindi doversi attendere quattro anni affinché sia il venezuelano Horacio Esteves a godere della comproprietà del primato, ottenuto il 15 agosto 1964 a Caracas …

Giusto tre mesi dopo, ecco che, con ogni probabilità – qualora già allora si fosse fatto utilizzo della rilevazione elettronica – esce alla ribalta colui che, ad ogni buon conto, può legittimamente considerarsi il più forte sprinter sulla terra battuta, vale a dire l’americano Bob Hayes, di cui già abbiamo trattato, che nella Finale ai Giochi di Tokyo si impone eguagliando il record mondiale manuale, ma fermando i cronometri sui 10”06 ancorché non ufficiali.

Con l’introduzione delle piste in tartan, emergono anche degli “illustri sconosciuti” quali il sudafricano Paul Nash che realizza il suo 10” netti il 2 aprile 1968, al pari dell’americano Oliver Ford, che conosce il suo “Quarto d’ora di Gloria” il 31 maggio 1968 ad Albuquerque, mentre di altro spessore sono gli ultimi due co-primatisti, che avevano ottenuto il loro risultato l’anno precedente …

Il più anziano, e già ben noto nel panorama internazionale, è il cubano Enrique Figuerola – quarto in 10”3 nella Finale di Roma ’60 ed argento in 10”2 dietro ad Hayes quattro anni dopo a Tokyo – il quale ottiene il suo “Personal best” in carriera il 17 giugno 1967 a Budapest, mentre l’altro è il protagonista della nostra storia odierna.

Trattasi di James Ray “Jim” Hines, che nasce il 10 settembre 1946 a Dumas, in Arkansas, per poi crescere ad Oakland, in California, dove frequenta la “McClymonds High School, dove ha l’opportunità di essere convinto dal tecnico Jim Coleman a rinunciare al baseball sino ad allora praticato, per dedicarsi allo sprint …

Una scelta che si rivela vincente, ancor più allorché, entrato 18enne alla “Texas Southern University” di Houston, Hines ha l’opportunità di essere allenato nientemeno che proprio da Bobby Morrow, l’ultimo americano bianco ad aggiudicarsi una Medaglia d’Oro olimpica nella velocità, ed i risultati non tardano ad arrivare.

Già nel 1966 Hines entra nella “Top Ten” dei 100 metri stilata dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, classificato al settimo posto per aver corso le 100yd in 9”3 dopo essere stato battuto (pur se accreditati entrambi dello stesso crono di 9”4) da Charlie Greene nella Finale dei Campionati AAU, titolo che, viceversa, si aggiudica con il tempo di 9”3 l’anno successivo, stagione in cui, nell’arco di 15 giorni, si appropria di due record mondiali …

Dapprima, il 13 maggio ad Houston, Hines corre le 100yd in 9”1 per poi aggregarsi al “Gruppo dei 10” netti” sulla distanza metrica, risultato ottenuto il 27 maggio 1967 a Modesto, imprese largamente sufficienti a scalzare Greene dal vertice del Ranking Mondiale di fine anno, anche se quest’ultimo, il 16 giugno a Provo, eguaglia il tempo sulle 100yd, peraltro con rilevazione elettronica pari a 9”21 (precedendo il giamaicano Lennox Miller, cronometrato in 9”32) che risulterà ineguagliata sino a fine maggio 2010.

Hines, Greene e Miller sono i pronosticati per il podio a Città del Messico, i cui Giochi si svolgono a metà ottobre come nell’edizione precedente a Tokyo, se non fosse che il 20 giugno 1968, in occasione dei Campionati AAU che si svolgono a Sacramento, va in scena quella che viene definita “The Night of Speed”, ovvero “La Notte della Velocità”, i cui echi rimbalzano ad ogni angolo del pianeta …

Avviene, difatti, che Hines ottiene un 9”8 in batteria, ma aiutato da un vento di 2,8m/s oltre la norma, utile però a far capire che è la serata giusta, in quanto nella prima delle due semifinali, diviene il primo uomo a correre la distanza in meno di 10”0, venendo cronometrato in 9”9 al pari del secondo arrivato, Ronnie Ray Smith, pur se i rilevamenti elettronici assegnano 10”03 al vincitore e 10”14 a Smith, così da confermare quanto sia oramai anacronistico il cronometraggio manuale …

Ma non finisce qui, poiché nella seconda semifinale si attende, e puntualmente giunge, la risposta di Charlie Greene, manco a farlo apposta anch’egli accreditato di 9”9, pur se il rilevamento elettronico gli assegna 10”10, ragion per cui non si può negare che il “vero ed unico” primatista sia il non ancora 22enne dell’Arkansas, pur se la Finale non conferma le attese, con Greene a precedere di un soffio Hines in 10”0, seguiti da Miller, il francese di colore Roger Bambuck, originario della Guadalupa, e Ronnie Ray Smith, che concludono nell’ordine, vedendosi tutti assegnato il tempo di 10”1.

I Campionati AAU non hanno però nulla a che vedere – quantomeno all’epoca – con gli “Olympic Trials”, la cui Finale dei m.100 si svolge il 10 settembre 1968 ad Echo Summit, nella Sierra Nevada, a 2.250 metri di altezza per abituare gli atleti alle stesse condizioni che troveranno nella Capitale messicana …

Attesa con grande curiosità dopo quanto avvenuto a Sacramento meno di tre mesi prima, la gara conferma la superiorità di Hines e Greene, che si aggiudicano le prime due piazze con i rispettivi tempi di 10”0 (10”11) e 10”1 (10”15), mentre il terzo posto utile per la gara individuale ai Giochi penalizza il fresco co-primatista mondiale Ronnie Ray Smith, che si vede beffato per soli 0”02 centesimi (10”20 a 10”22) da Mel Pender, nonostante entrambi vengano accreditati del medesimo tempo manuale di 10”1.

Sulla pista dello “Estadio Olimpico Universitario” di Città del Messico, gli atleti iscritti alla più veloce gara del programma sono chiamati a disputare batterie e Quarti il 13 ottobre 1968, mentre il giorno successivo devono presentarsi sui blocchi di partenza alle 16:00 ora locale per le due semifinali e due ore dopo per la Finale …

Con i primi due turni a non far registrare alcuna sorpresa, l’atmosfera si riscalda in occasione delle semifinali – che vedono alla partenza i tre americani, così come il terzetto cubano, oltre ai già citati Jerome, Bambuck e Miller – la cui prima serie vede Hines primeggiare in 10”08 davanti a Bambuck (10”11, suo “Personal Best” in carriera) e Jerome (10”17), mentre il cubano Figuerola, non meglio che quinto alle spalle di Pender (10”21 a 10”23), vede sfumare il sogno della sua terza Finale olimpica …

A seguire, Greene e Miller vanno a braccetto, con il primo a prevalere (10”13 a 10”15) per soli 0”02 centesimi, mentre il lotto degli 8 finalisti è completato dall’unico cubano qualificato, vale a dire Pablo Montes (10”19) e dal rappresentante del Madagascar, Jean-Louis Ravelomanantsoa, il quale per un solo 0”01 centesimo (10”26 a 10”27) toglie all’ivoriano Gaoussou Koné la soddisfazione di una seconda Finale olimpica consecutiva, dopo il sesto posto in 10”4 a Tokyo 1964 …

Sono le ore 18:00 locali quando i finalisti si allineano sui blocchi di partenza, con Greene in prima corsia, Hines in terza, con a fianco Miller ed il terzo americano Pender, mentre a Bambuck è assegnata la sesta corsia, in attesa dello sparo dello starter che, secondo quanto riferito successivamente da Hines, lo vede mettersi in moto come mai in carriera …

In ogni caso è Pender, già finalista (settimo) quattro anni prima a Tokyo, ad avvantaggiarsi in partenza, sfruttando la sua corporatura più tozza rispetto agli altri protagonisti, per poi essere raggiunto a metà gara dai suoi due connazionali prima che, dai 70 metri in avanti, la progressione di Hines diventi irresistibile per chiunque, andando a tagliare il filo di lana in 9”95, mentre Greene, vistosi inesorabilmente battuto, molla negli appoggi finali quel tanto che basta a Miller per soffiargli la medaglia d’argento (10”04 a 10”07), e con Bambuck, penalizzato da una partenza disastrosa, a recuperare solo sino al quinto posto, preceduto (10”14 a 10”16) anche dal cubano Montes.

Con questo successo si chiude l’era del cronometraggio manuale, pur se lo stesso resterà in vigore per altri 8 anni – durante i quali altri sei atleti si vedranno assegnare il tempo di 9”9 – prima che la IAAF ufficializzi che, a far tempo dall’1 gennaio 1977, saranno ratificati solo i tempi elettronici, assegnando al 9”95 di Hines a Città del Messico il valore di unico record sulla distanza, un primato peraltro destinato ancora a resistere, prima che sia un altro americano, Calvin Smith, a scendere a 9”93 il 3 luglio 1983 a Colorado Springs …

Peraltro, non potremo mai sapere quali fossero i limiti del neo primatista mondiale – il quale si aggiudica anche l’Oro con la staffetta 4×100 con l’altrettanto record mondiale di 38”24 – in quanto a fine Olimpiadi Hines si fa attrarre dal Football Professionistico firmando per i Miami Dolphins per poi trasferirsi ai Kansas City Chiefs per un’esperienza che ne avrà forse rimpinguato il conto corrente, ma quanto mai deludente sotto l’aspetto agonistico – solo 11 gare disputate in tre stagioni – tanto da essere giudicato come il decimo peggior giocatore nella Storia della NFL …

Fortunatamente, nella “Storia dell’Atletica Leggera” una collocazione ben precisa Jim Hines l’ha e vi rimarrà per sempre, vale a dire di essere stato il primo uomo ad essere cronometrato in meno di 10” netti sui 100 metri piani, sia con il rilevamento manuale che elettronico …

E questo primato, nessuno potrà mai portarglielo via …

FRANCIA-INGHILTERRA ED UNA RIVALITA’ INFINITA ANCHE OLTRE I CONFINI EUROPEI

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Una fase della semifinale Francia-Inghilterra ai Mondiali 2003 – da:theguardian.com

Articolo di Giovanni Manenti

Fortunatamente, non siamo più in epoca medievale, in cui Francia ed Inghilterra dettero vita alla “Guerra dei Cent’Anni” (in realtà durata ben 116, dal 1337 al 1453, ma è indubbio che tra le due Nazioni sia sempre in vigore una malcelata rivalità che, spostandosi in ambito sportivo, trova la sua massima espressione nel Calcio e nel Rugby .

E se, per quel che concerne il Football, i transalpini sono riusciti negli ultimi 30 anni a superare i cosiddetti “Maestri” d’Oltremanica, potendo vantare due titoli iridati ed altrettanti continentali a fronte della sola affermazione inglese nell’edizione dei Mondiali ’66 disputati a casa propria, allorché si tratti della palla ovale, il bilancio pende, pur se non di molto, a favore del “XV della Rosa” ….

Se, difatti, l’Inghilterra ha un netto vantaggio (28 vittorie a 17) nell’ambito del prestigioso Torneo del “Cinque Nazioni – poi allargato anche all’Italia dall’inizio del nuovo secolo – occorre precisare come la Francia abbia partecipato ad un numero minore di edizioni (assente dal 1883 al 1909 e dal 1932 al 1939), così che la percentuale di vittorie dei britannici è pari al 22,95% rispetto al 19,32% dei “Galletti”.

Ma, da 30 anni a questa parte, la sfida tra le due migliori formazioni del Vecchio Continente si è spostata su di un altro livello, ovvero nell’ambito della Coppa del Mondo che ha visto la prima edizione svolgersi nel 1987 in Oceania, Manifestazione in cui si sono sinora affrontate in 5 occasioni sulle otto possibili …

E, del resto, che Francia ed Inghilterra siano le due rappresentative europee di maggior lignaggio lo dimostra il fatto che, a differenza di Galles, Scozia ed Irlanda, sono le uniche ad aver raggiunto, per tre volte a testa, la Finale di tale competizione, con la sola, non trascurabile differenza, che i sudditi della Regina sono riusciti ad alzare il Trofeo nel 2003 (unica formazione del Vecchio Continente ad aver sinora compiuto una tale impresa …) a fronte di due sconfitte nel 1991 e 2007, mentre i transalpini hanno solo sfiorato il titolo, cedendo in Finale alla Nuova Zelanda nell’edizione inaugurale e nel 2011 ed all’Australia nel 1999.

Di contro, la Francia può vantare il fatto di essere l’unica formazione europea ad avere sempre raggiunto almeno i Quarti di finale in ogni edizione sin qui disputata, avendo al suo attivo anche un terzo posto nel 1995, proprio a spese dell’Inghilterra, mentre quest’ultima ha fallito clamorosamente un tale traguardo oltretutto in veste di Paese organizzatore nel 2015, pagando a carissimo prezzo la sconfitta (25-28) subita contro il Galles nel Girone eliminatorio che comprendeva anche l’Australia …

Peraltro, le riferite cinque sfide andate in scena durante la Rassegna Iridata, hanno sempre avuto la caratteristica del “win or die” (“vincere o morire”, per usare un termine caro agli anglosassoni …), ovvero svoltesi nell’ambito della Fase ad eliminazione diretta, dato che mai, sino all’edizione attualmente in corso in Giappone, le due formazioni erano state inserite in uno stesso raggruppamento …

Ma, a fare giustizia del sorteggio – che prevedeva anche la presenza dell’Argentina, terza nel 2007 e quarta nel 2011 – così da formare il classico “Girone di Ferro”, vi ha pensato il tifone che ha determinato la cancellazione del Match in programma quest’oggi alle ore 17:15 locali, assegnando ad entrambe le squadre due punti a testa, così da mantenere l’Inghilterra vincitrice del Girone, con la Francia seconda, ma che avrebbe invertito i ruoli in caso di vittoria.

Tale decisione comporta altresì che, inserite in due diverse parti del Tabellone ad eliminazione diretta, le due “rivali storiche” potranno incontrarsi solo ed esclusivamente in una eventuale Finale, difficile che ciò possa avverarsi, ma che quantomeno renderebbe giustizia alla mancata disputa del riferito incontro …

Fatta una tale premessa, andiamo a ripercorrere quelle che sono state le ricordate sfide in sede mondiale tra i due XV, saltata nell’edizione inaugurale, in cui, come riferito, la Francia raggiunge l’atto conclusivo dopo una stupenda vittoria in semifinale per 30-24 sull’Australia, mentre l’Inghilterra esce ai Quarti, eliminata ancora (16-3) per mano del Galles.

Trasferitisi quattro anni dopo in Europa, per un Torneo organizzato da tutti e cinque i Paesi partecipanti al “Cinque Nazioni”, l’Inghilterra giunge seconda nel proprio Girone, alle spalle dei Campioni uscenti della Nuova Zelanda (da cui è sconfitta 12-18 nel confronto diretto …), mentre la Francia va sul velluto nel suo raggruppamento, così che il primo appuntamento in sede iridata ha luogo il 19 ottobre 1991 al “Parc des Princes” di Parigi, davanti ad oltre 45mila spettatori che non attendono altro che vedere i loro beniamini proseguire nella competizione …

Che vi siano dei “conti da regolare” tra i rispettivi schieramenti lo si intuisce sin dalle prime schermaglie e, dopo un vivace testa a testa tra Skinner e Champ, è quest’ultimo, assieme all’estremo Serge Blanco, ad assestare un paio di diretti in faccia all’ala inglese Heslop, che il direttore di gara neozelandese David Bishop punisce con un semplice calcio di punizione, che l’estremo Jon Webb si incarica di piazzare in mezzo ai pali, per poi ripetersi 3’ dopo per un placcaggio irregolare del n.8 transalpino Cecillon, così che l’Inghilterra si trova sul 6-0 dopo appena 10’ di gioco …

Vantaggio degli ospiti a cui, nel primo tempo, la Francia oppone solo due piazzati a segno da parte del mediano di apertura Thierry Lacroix, dopo che l’Inghilterra era però riuscire a violare la linea difensiva avversaria grazie a Rory Underwood, bravo a finalizzare una devastante percussione di Jerry Guscott per una meta che, sia pur non trasformata, manda le squadre al riposo sul punteggio di 10-6 per gli inglesi, dato che, all’epoca, la meta vale ancora 4 punti invece dei 5 odierni …

Meta che i padroni di casa restituiscono dopo poco più di 10’ dall’inizio della ripresa, per merito del mediano di mischia Fabien Galthie che recupera una palla vagante nell’area di meta per offrire all’ala Jean-Baptiste Lafond un assist semplicemente da depositare nell’angolo sinistro dell’attacco francese per i punti del pari sul 10-10 visto che, anche in questo caso, la trasformazione non va a buon fine …

Con una sfida su di un piano di perfetto equilibrio, lo stesso si sblocca a soli 5’ dal termine, dopo che sia Webb che Rob Andrew non avevano centrato i pali su due calci di punizione, allorché stavolta il piede di Webb non trema nel trasformare un piazzato da poco oltre la metà campo, per poi toccare al Capitano Will Carling mettere il punto sulla contesa trascinando l’ovale oltre la linea di meta a tempo scaduto, per la successiva trasformazione di Webb per il 19-10 conclusivo che schiude all’Inghilterra le porte delle semifinali.

Dopo aver avuto la meglio per 9-6 in un match più combattuto che bello contro la Scozia, gli inglesi si arrendono nella Finale di Twickenham, sconfitti 6-12 dall’Australia di Michael Lynagh e David Campese, per poi darsi appuntamento per la rivincita coi transalpini quattro anni dopo in Sudafrica, con la Nazionale ospitante alla sua prima partecipazione ai Mondiali dopo l’avvenuta cessazione del regime di apartheid a lungo vigente nel Paese …

Nell’emisfero australe, Francia ed Inghilterra si confermano le migliori formazioni del Vecchio Continente raggiungendo entrambe le semifinali, per poi non riuscire a progredire ed evitare quella che per tutti era la “Finale annunciata”, ovvero la sfida tra gli Springbocks padroni di casa ed i favoriti All Blacks, trascinati dalla stella Jonah Lomu, un gigante di m.1,96 per 120kg., della cui potenza fa le spese la difesa inglese, travolta da quattro sue mete per un umiliante 45-29 conclusivo, “addolcito” solo nella ripresa, visto che al rientro delle squadre negli spogliatoi per l’intervallo la Nuova Zelanda era avanti per 25-3 …

Sicuramente molto più onorevole la sconfitta per 15-19 della Francia opposta ai padroni di casa su di un terreno a limiti della praticabilità per un abbondante temporale, e con il dubbio di una meta negata ai transalpini proprio in finale di gara, una superiorità che “Les Bleus” ribadiscono nella Finale per il terzo posto, dove l’equilibrio regnato fino all’ora di gioco viene rotto da una meta di Olivier Roumat e quindi, proprio in chiusura, toccare all’ala Emile Ntamack arrotondare, con una seconda meta, il punteggio sul 19-9 conclusivo, che restituisce pari pari la sconfitta di Parigi del 1991.

Confronto che viene a mancare quattro anni dopo in Europa, per “colpa” dell’Inghilterra che, ancora una volta inserita nel Girone eliminatorio con la Nuova Zelanda, ne viene sconfitta 16-30, così da ritrovarsi opposta ai Campioni in carica del Sudafrica ai Quarti, rimediando una ancor più pesante debacle (21-44), mentre la Francia compie l’impresa di essere la prima Nazione del Vecchio Continente a sconfiggere gli All Blacks ai Mondiali, superandoli per 43-31 con una clamorosa rimonta dopo essere stati sotto per 10-24 al 6’ della ripresa …

Particolare curioso, i transalpini raggiungono per la seconda volta la Finale (peraltro venendo nettamente sconfitti 12-35 dall’Australia …) nelle due edizioni in cui non hanno incrociato i tradizionali rivali, evento che, viceversa, avrà modo di ripetersi nei successivi tre Tornei del nuovo Millennio.

Ed è indiscutibile che la sfida più importante in assoluto tra quelle sinora andate in scena nel corso della Rassegna Iridata sia quella disputata il 16 novembre 2003 al “Telstra Stadium” di Sydney davanti ad oltre 82mila spettatori, in quanto chiamata a decidere a quale, delle due compagini del Vecchio Continente, sarebbe toccato sfidare per l’assegnazione del titolo, sei giorni dopo, i padroni di casa dell’Australia che, 24 ore prima, si erano aggiudicati per 22-10 il “Derby dell’Oceania” contro gli All Blacks …

E’ un periodo di gran splendore dei rispettivi schieramenti, avendo la Francia completato il “Grande Slam” nell’aggiudicarsi il “Sei Nazioni” 2002, imitata dall’Inghilterra nell’edizione successiva, ed altresì giunte a questo punto del Torneo da imbattute e con grande dimostrazione di superiorità, acclarata da parte del “XV della Rosa” con il largo successo per 25-6 sul Sudafrica nel Girone eliminatorio, nel mentre i transalpini sommergono l’Irlanda nei Quarti andando quattro volte in meta per un eloquente 43-21, frutto del parziale di 27-0 con cui le due squadre erano andate al riposo.

L’Inghilterra, viceversa, aveva sfatato, non senza qualche apprensione di troppo, il “tabù Galles” potendo fare affidamento sul piede magico del proprio mediano di apertura Jonny Wilkinson, che centrando i pali con 6 calci piazzati ed un drop, oltre che a trasformare la fondamentale meta di William Greenwood ad inizio ripresa, ribalta l’iniziale vantaggio dei “Dragoni” – andati al riposo sul 10-3 a proprio favore frutto di due mete di Steve Jones e Charvis – per il 28-17 definitivo …

Ed anche nello scontro diretto, a fare la differenza è la precisione al piede di Wilkinson, che oltre a trasformare 5 calci di punizione, sfrutta al massimo la propria abilità di finalizzare le azioni offensive dei suoi che, incapaci di sfondare il muro difensivo francese, affidano al suo sinistro chirurgico l’esecuzione di ben 3 drop vincenti (suo massimo in carriera per singolo incontro …) che rendono vana l’unica meta dell’incontro realizzata da Serge Betsen in apertura di gara e trasformata dal mediano d’apertura Frederic Michalak per l’effimero vantaggio di 7-3, poi trasformatosi nel successo britannico per 24-7.

Un Wilkinson che poi, in Finale contro l’Australia, sarà autore, all’ultimo minuto dei tempi supplementari, dello “storico” drop (l’ottavo del Torneo …) che certifica il trionfo inglese per 20-17, primo e sinora unico successo di una formazione del Vecchio Continente, nel mentre la sfida tra le deluse Francia e Nuova Zelanda valevole per il terzo posto arride a quest’ultima per un 40-13 caratterizzato da ben 6 mete.

Detentrice del Trofeo e chiamata ad onorare la sua posizione di Campione in carica, l’Inghilterra non appare nelle migliori condizioni nel Girone eliminatorio dei Mondiali 2007, dove subisce un umiliante 0-36 da parte del Sudafrica, mentre ancor peggio è la situazione della Francia, organizzatrice del Torneo e che viene viceversa sorpresa nel match inaugurale dalla crescita esponenziale del Rugby argentino – che porta la rappresentativa sudamericana ad essere ammessa nel 2012 a partecipare al “Tri Nations” con le altre formazioni dell’emisfero australe per dar vita al ”Rugby Championship” – con i “Pumas” ad imporsi per 17-12 grazie alla precisione di Felipe Contepomi, capace di trasformare quattro dei sei calci piazzati a sua disposizione …

Un inizio così titubante sembra il preludio a che le due migliori formazioni europee debbano svolgere il ruolo di “vittime sacrificali” nei Quarti di finale, rispettivamente opposte ad Australia per il “remake” della Finale 2003 ed alla Nuova Zelanda, viceversa fornendo due clamorose sorprese …

L’auspicata rivincita da parte dei Wallabies di Gregan e Mortlock, difatti, non si concretizza, pur se l’ala Tuqiri replica la meta che aveva aperto l’atto conclusivo a Sydney quattro anni prima, ma Wilkinson non ha ancora perso la buona abitudine di centrare i pali e le sue quattro trasformazioni sui sette tentativi avuti a disposizione sono sufficienti a capovolgere il pronostico per una quanto mai sudata vittoria inglese per 12-10, favorita, al contrario, da un solo piazzato tra i pali messo da Mortlock sulle quattro opportunità a proprio favore …

Ma ancor più sorprendente è l’impresa dei padroni di casa, che il 6 ottobre 2007 al “Millennium Stadium” di Cardiff si dimostrano nuovamente la “bestia nera” (è proprio il caso di dire …) degli All Blacks – grandi favoriti del Torneo e che nel Girone eliminatorio avevano realizzato 77 punti di media contro appena 9 subiti – ed anche stavolta ribaltando uno svantaggio di 3-13 all’intervallo per poi trovarsi ancora sotto 13-18 per la meta di So’oialo al 63’ su cui pesa come un macigno la mancata trasformazione di Luke McAlister, data l’avvenuta sostituzione di Dan Carter per infortunio …

Di tale errore approfitta il XV di Bernard Laporte – in carica dal 1999 ed alla sua ultima esperienza alla guida dei “Bleus” – per realizzare, 6’ dopo, la meta del pareggio con Jauzion, ben lanciato da una percussione di Michalak, pur con il sospetto di un “passaggio in avanti” in avvio di azione, con il piede di Elissalde a non tremare per i due punti aggiuntivi che fissano il risultato finale sul 20-18 che certifica altresì l’unica eliminazione al Quarti dei neozelandesi nella Storia della Manifestazione …

Con inoltre la novità di vedere una sola delle “Big Three” dell’emisfero australe in semifinale – evento verificatosi solo in detta edizione – le rinfrancate Francia ed Inghilterra si danno appuntamento, il 13 ottobre 2007, per l’attesa rivincita, da parte transalpina, della semifinale di quattro anni prima a Sydney, potendo stavolta contare sul vantaggio del fattore campo, svolgendosi l’incontro allo “Stade de France” di Parigi Saint-Denis (che nove anni prima aveva incoronato la Francia Campione del Mondo di Calcio …), di fronte ad oltre 80mila spettatori …

Sfida che non si mette bene per i padroni di casa, con l’ala inglese Josh Lewsey a sfruttare, dopo meno di 2’, un errato recupero dell’ovale da parte dell’estremo francese Damien Traille per schiacciare in meta all’altezza della bandierina, per un vantaggio poi neutralizzato da due piazzati in mezzo ai pali del mediano di apertura Lionel Beauxis che consentono ai transalpini di andare al riposo sul 6-5 a proprio favore.

Ma le speranze di vendicare la sconfitta di Sydney, incrementate dal terzo centro (su altrettanti tentativi …) di Beauxis in avvio di ripresa, vengono mortificate dalla presenza di Wilkinson che, dopo aver a propria volta riportato avanti i suoi 11-9 con due calci di punizione, il secondo dei quali a 5’ dal termine, cava dal cilindro la “specialità della casa”, ovvero il micidiale drop che, 3’ dopo, pone fine alla contesa per il 14-9 conclusivo.

E se, per la seconda volta consecutiva, l’aver battuto la Francia significa accesso alla Finale – nel mentre i transalpini replicano il quarto posto australiano venendo nuovamente sconfitti dall’Argentina per 34-10 nel match per il bronzo – stavolta per l’Inghilterra l’esito è diverso poiché, chiamati ad affrontare ancora il Sudafrica, riescono solo a rendere più incerta la sfida, decisa solo dai calci piazzati dove il protagonista è l’estremo degli Springbocks Percy Montgomery, il quale centra i pali in tutte e quattro le occasioni a sua disposizione, cui ne aggiunge una quinta François Steyn, mentre Wilkinson può opporre le sole sue due trasformazioni per il 15-6 che incorona per la seconda volta il Sudafrica sul tetto del Mondo.

Eccoci, dunque, all’ultimo atto del nostro racconto, trasferendoci in Nuova Zelanda per l’edizione 2011 che, nelle speranze degli organizzatori, dovrà vedere gli All Blacks tornare ad alzare la “William Webb Ellis Cup” a distanza di 24 anni dal primo, e sinora unico, successo …

E, tanto per scaricare la tensione, i padroni di casa sono inseriti nello stesso Girone eliminatorio della Francia, il cui tabù viene scacciato con ben 5 mete per un 37-17 che non depone certo a favore della buona condizione dei “Bleus, i quali rischiano una clamorosa eliminazione con la sconfitta per 14-19 subita contro Tonga al turno successivo dovendo solo ringraziare il Canada che aveva superato gli isolani 25-20, così qualificandosi per i Quarti solo in virtù dei punti di bonus …

Più autorevole il percorso dell’Inghilterra che, inserita in un raggruppamento con Argentina e Scozia, supera entrambe per 13-9 e 16-12, così da concludere il Girone al primo posto ed essere abbinata nei Quarti alla Francia, proprio come avvenuto nella prima occasione, a Parigi nel 1999 …

Scesi in campo con i favori del pronostico – dato anche il successo per 17-9 fatto registrare a fine febbraio nel “Sei Nazioni” – l’Inghilterra subisce al contrario l’aggressività e la velocità transalpina, tanto da essere talmente tramortita da andare al riposo senza aver segnato neppure un punto, a dispetto dei due piazzati in mezzo ai pali del mediano di mischia Dimitri Yachvili e delle due mete messe a segno dall’ala Vincent Clerc e dall’estremo Maxime Médard, dovendo ringraziare la mancata trasformazione delle stesse affinché il punteggio all’intervallo sia fermo ad un comunque quanto mai scoraggiante 0-16 …

Il tentativo di rimonta inglese si arena sulla meta dell’estremo ben Foden al 15’ della ripresa, ancorché trasformata da Wilkinson, visto che un drop del subentrato François Trinh-Duc ad 8’ dal termine spenge le residue velleità britanniche, e la meta in chiusura dell’ala Mark Cueto serve solo a ridurre il passivo ad un 19-12 che manda, contro ogni pronostico, la Francia in semifinale.

Che la buona sorte veda ora di buon occhio i transalpini lo conferma l’esito della semifinale contro il Galles, con questi ultimi a restare con un uomo in meno per l’espulsione del Capitano Sam Warburton dopo appena 18’ coi “Dragoni” in vantaggio per 3-0, così consentendo alla precisione del mediano di apertura Morgan Parra di costruire un vantaggio di 9-3, difeso con le unghie e coi denti per il 9-8 conclusivo dopo che una meta di Mike Phillips al 58’ aveva ridotto al minimo lo scarto …

Quasi un segno del destino, la Nuova Zelanda – facile vincitrice per 33-10 sull’Argentina ai Quarti e convincente nel 20-6 rifilato all’Australia in semifinale – si trova ancora a disputare la Finale proprio contro quella Francia con cui era scesa in campo per il titolo nell’edizione inaugurale, il 20 giugno 1987 ad Auckland, imponendosi con un largo 29-9 …

Lo scenario è il medesimo, ovvero lo “Eden Park” della Metropoli neozelandese, diversa l’affluenza di pubblico, con oltre 60mila spettatori ad assistere all’evento rispetto ai pochi più di 48mila di 24 anni prima, ma soprattutto diversi sono gli All Blacks, che, costretti a schierare come mediano di apertura – a causa degli infortuni del titolare Dan Carter e del suo sostituto Colin Slade – la terza scelta Aaron Cruden, perdono anch’egli dopo poco più di mezz’ora, rimpiazzato da Stephen Donald …

In una tale situazione di emergenza, la sola meta messa a segno da Tony Woodcock al 15’ per il 5-0 con cui le due squadre vanno al riposo non può certo essere un margine di sicurezza, pur se proprio Donald, in avvio di ripresa centra i pali con un piazzato per l’8-0 immediatamente annullato da una meta del Capitano francese Thierry Dusautoir (nominato “Man of the Match”) che, trasformata da Trinh-Duc, riduce il distacco ad un solo, misero punto che gli All Blacks difendono con tutte le loro forze sino al fischio finale, mentre i piazzati ed il drop tentati dal 25enne rimpiazzo di Parra, anch’egli costretto ad uscire dopo soli 23’ di gioco, vanno a vuoto, vedendo così svanire la più ghiotta occasione per i transalpini di laurearsi Campioni nella Storia della Manifestazione.

La “sfida nella sfida” tra Inghilterra e Francia, viceversa, vede al momento i britannici in vantaggio per 3 vittorie a due, essendosi affermati nelle due semifinali del 2003 e 2007 e nel Quarto di finale del 1991, nel mentre a favore dei rivali sono andate la Finale per il terzo posto in Sudafrica nel 1995 e l’ultimo incontro ai Quarti del Torneo 2011 …

Quest’oggi avremmo dovuto assistere al sesto confronto, ma forse è giusto così, Inghilterra-Francia non è degna di essere disputata in un Girone eliminatorio, incontro che avrebbe solo definito il primo posto nel raggruppamento, meritando un palcoscenico ben più nobile ed accattivante ….

Non crediamo che ciò possa avvenire nella corrente edizione, visto che si può verificare solo in Finale, ma dato che quattro anni fa, e proprio sul suolo inglese, per la prima volta il quadro di semifinaliste ha rispecchiato “The Rugby Championship”, con ad essersi qualificate le quattro partecipanti a tale Torneo, con netta vittoria (34-17) della Nuova Zelanda sull’Australia, hai visto mai …

GRANT HILL, L’EREDE DI MICHAEL JORDAN FERMATO DALLA MALASORTE

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Grant Hill con i Detroit Pistons – da:sportingnews.com

Articolo di Giovanni Manenti

Con la gloriosa era dei “Bad Boys” – capaci di tre Finali NBA consecutive, con tanto di due titoli “back to back” nel 1989 e ’90 – oramai al crepuscolo, non essendo riusciti i Detroit Pistons a qualificarsi per la “post season” nelle ultime due stagioni, con oltretutto il secondo peggior record (20-62) della Lega nel ’94, da parte della franchigia si guarda con malcelato ottimismo al Draft di fine giugno ad Indianapolis, dove ha a disposizione la terza scelta assoluta …

Ed, al pari di Dallas, che scelgono per secondi, dopo che Milwaukee si orienta sull’ala piccola Glenn Robinson, entrambe le Società si assicurano i servigi di due 21enni molto simili tra loro, che hanno nei rispettivi Dna quelle caratteristiche di “giocatore completo” di cui la NBA sarà sempre più alla ricerca negli anni a seguire, rispetto alla specializzazione dei ruoli che l’aveva sinora caratterizzata, e che, ai nostri giorni, trova la sua massima espressione nel fenomenale LeBron James …

E così, mentre i Mavericks si orientano su Jason Kidd, proveniente dalla “University of California”, a Detroit approda una delle stelle maggiormente attese nel panorama professionistico Usa, oltretutto reduce dall’aver conquistato due titoli NCAA consecutivi con “Duke University del leggendario “Coach K” (al secolo Mike Krzyzewski …) nel 1991 e ’92, contro Kansas (72-65) e Michigan (71-51) rispettivamente.

Costui altri non è che Grant Hill, nato a Dallas, in Texas, il 5 ottobre 1972 nonché figlio d’arte in quanto il padre Calvin era stato una stella dei Dallas Cowboys di Football, con cui si era aggiudicato il Super Bowl nel 1971, il quale aveva scelto l’Università di Duke contro il parere dei genitori, visto che la madre avrebbe preferito che frequentasse Georgetown, mentre da parte paterna la preferenza andava ad “University of North Carolina” …

In ogni caso, la scelta di Grant si rivela tutt’altro che errata, visto che, sotto la guida di Krzyzewski – uno, per intendersi, capace di centrare con Duke 12 “Final Four” del Torneo NCAA aggiudicandosi cinque titoli, nonché di guidare la Nazionale Usa ai trionfi olimpici nel 2008, ’12 e ’16 ed iridati nel 2010 e ’14 – ha modo di affinare le proprie qualità di giocatore completo, come confermano le aride statistiche che lo vedono il primo nella Storia del Torneo Universitario a collezionare oltre 1.900 punti, 700 rimbalzi e 400 assist nel quadriennio in cui vi prende parte, pari a medie di 14,9 punti, 6,0 rimbalzi e 3,6 assist a partita, che lo portano a disputare una terza Finale anche nel 1994, uscendo stavolta sconfitto 72-76 da Arkansas.

Oltretutto, la NBA si appresta a vivere la prima stagione senza la sua stella di prima grandezza, ovvero Michael Jordan che, assieme a Scottie Pippen, aveva condotto i Chicago Bulls a tre titoli consecutivi nel 1991-’93, e non potendo ancora sapere che il “Figliol prodigo” vi avrebbe fatto ritorno a distanza di 18 mesi, i media sono alla spasmodica ricerca di un suo potenziale sostituto …

Pressione che Hill scarica con una eccellente stagione per un esordiente, ancorché Detroit modifichi di poco la sua classifica – chiusa con un record di 28-54, con sole altre 5 formazioni a far peggio – ma i suoi 19,9 punti di media, uniti a 6,4 rimbalzi e 5,0 assist a partita, fanno sì che rivaleggi con Kidd per l’assegnazione del titolo di “Rookie of the Year (“Matricola dell’Anno”), al punto che salomonicamente, viene assegnato ad entrambi, con la curiosità che anche il padre Calvin aveva ricevuto la stessa nomina nel suo anno d’esordio (1969) nel Football …

Le successive cinque stagioni sino a fine secolo, vedono Hill andare regolarmente oltre i 20 punti di media in “regular season”, con la punta di 25,8 nel 2000 che rappresenta altresì il suo “Season High” in carriera, statistiche a cui si sommano l’elezione in cinque dei suoi sei anni a Detroit allo “All Star Game“, così come viene inserito nel 1997 nello “All-NBA First Team” e, nelle restanti occasioni nello “All-NBA Second Team”, il che sta a significare che nel suo periodo con i Pistons, Hill è sempre stato considerato tra i primi 10 giocatori della Lega Professionistica Usa.

In più, le sue caratteristiche di giocatore completo si esaltano allorché si consideri come, sommando le percentuali di punti, rimbalzi (record di 9,8 nel ’96) ed assist (record di 7.3 nel ’97) nei primi 6 anni nella NBA risultano inferiori solo a quelle fatte registrare da “personaggi” che rispondono al nome di Oscar Robertson, Larry Bird e LeBron James, così tanto per chiarire …

Tutto questo nonostante, però, con i Pistons Hill non riesca ad andare oltre il primo turno dei Playoff in quattro circostanze – sconfitto 0-3 da Orlando nel ’96, 2-3 da Atlanta nel ’97 (serie in cui realizza 23,6 punti di media …) e nel ’99 e 0-3 da Miami nel 2000 – così che l’unica gioia del periodo è costituita dalla conquista della Medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Atlanta ’96 quale componente del “Dream Team 2, di cui fanno parte cinque reduci (Charles Barkley, Karl Malone, Scottie Pippen, David Robinson e John Stockton) dai Giochi di Barcellona ’92.

Il ruolo di “Shooting Guard”, ovvero di guardia più votata al tiro che non una “Point Guard” come Kidd, viceversa dedicata più alla costruzione di gioco, faceva sembrare come se Hill fosse stato costruito, dall’alto dei suoi m.2,03 per 102kg., per dominare la scena in un gioco che stava divenendo sempre più fisico ad ogni livello, mentre in passato le battaglie sotto i tabelloni erano in pratica riservate ai soli Centri o Pivot che dir si voglia …

L’esperienza a Detroit si conclude nell’agosto 2000, con il trasferimento ad Orlando in cambio di Chucky Atkins e Ben Wallace, sicuramente quanto mai conveniente per Hill che sottoscrive un contratto da quasi 93 milioni di dollari per 7 anni, molto meno per i Magic che potranno godere molto poco delle relative prestazioni, mentre anche i Pistons beneficiano dalla trattativa, tornando a disputare due Finali NBA consecutive, aggiudicandosi il titolo nel 2004 (4-1 sui Lakers …) e venendo sconfitti l’anno seguente solo a gara-7 contro San Antonio.

Vi è da rilevare che le prime avvisaglie sulla fragilità fisica del 27enne guardia texana si erano avute nel finale della “regular season”, allorché il 15 aprile 2000 Hill si era slogato una caviglia contro Philadelphia, per poi subire una ricaduta in gara-2 del primo turno dei Playoff contro Miami, circostanza che gli impedisce altresì di partecipare ai “Giochi di fine Millennio” a Sydney …

Il sogno, per la franchigia della Florida, era quello di comporre una sorta di “Big Three” abbinando Hill e Tim Duncan a Tracy McGrady, acquistato da Toronto, ma mentre Duncan decide di prolungare il proprio contratto con San Antonio, neppure il restante binomio va a buon fine, a causa dei ripetuti problemi alle caviglie, che fanno sì che il neo acquisto proveniente da Detroit disputi non più di 4 gare nel 2001, 14 nel 2002 e 29 nel 2003, allorché la sua stagione si conclude il 16 gennaio con la sconfitta per 93-108 a Washington, incontro che lo vede in campo per 12’ con 0-4 al tiro e due liberi realizzati.

La decisione è quella di affidarsi alle mani del chirurgo per cercare di risolvere la situazione, intervento che rischia di costargli la vita per un’infezione batterica debellata a forza di antibiotici che costringono Hill a saltare l’intera successiva stagione, per poi tornare a calcare il parquet amico il 3 novembre 2004 nel successo per 93-92 a cui contribuisce con 20 punti …

Sembra la fine di un calvario, tant’è che Hill viene selezionato, per la settima ed ultima volta, per lo “All Star Game” di febbraio ’05, pur se Orlando fallisce l’accesso ai Playoff, ma l’anno seguente viene nuovamente bloccato, stavolta da un’ernia che ne riduce a sole 21 le apparizioni in campo, per poi ritrovare un minimo di condizione nel 2007, allorché porta a termine una stagione da 14,4 punti di media a partita e disputa i suoi unici Playoff con i Magic, peraltro venendo spazzati via 0-4 proprio dai Detroit Pistons.

Scaduto il contratto con Orlando ed oramai vicino alla soglia dei 35 anni, Hill medita il ritiro per poi accettare l’offerta dei Phoenix Suns allenato dall’ex playmaker di Milano Mike D’Antoni, con l’intenzione di cercare di dare il proprio contributo, per quanto possibile, alle sorti della franchigia ….

Ed invece, come per incanto, in una sorta di “Araba fenice”, Grant Hill rinasce, riuscendo nel periodo in Arizona a tornare a disputare un’intera stagione con 30’ (nonché con oltre 10 punti …) di media a partita, grazie sicuramente all’aver superato i problemi fisici, ma anche all’accoglienza riservatagli dalla Dirigenza dei Suns, che gli consentì di indossare la “sua” maglietta m.33 – da sempre usata sin dai tempi del College – nonostante la stessa fosse stata ritirata in onore di Alvan Adams.

Incredibilmente quindi, dopo aver prolungato per un quinquennio la sua permanenza a Phoenix, Hill può disputare una serie di Playoff che non lo veda eliminato al primo turno, e ciò avviene nel 2010, mentre viaggia verso le 38 primavere, dopo che i Suns concludono la “regular season” con il terzo miglior record (54-28) della Western Conference ed Hill ad essere sceso in campo nel quintetto iniziale in 81 (!!) delle 82 gare in calendario, facendo registrare medie più che rispettabili di 11,3 punti, 5,5 rimbalzi e 2,4 assist a partita …

Chiamato, assieme al play Steve Nash, a far da chioccia alle ben più giovani stelle Amar’e Stoudemire e Jason Richardson, Hill mette a frutto la propria esperienza risultando il miglior rimbalzista (8,3 di media, con punte di 12 in gara-4 e gara-6 …) nella serie vinta 4-2 contro Portland al primo turno, per poi mettere a segno 11,8 punti di media (con un massimo di 18 in gara-2 e gara-3) nel “cappotto” di 4-0 inflitto ai San Antonio Spurs nelle Semifinali di Conference, prima di cedere con l’onore delle armi (2-4) nella Finale della Western Conference di fronte ai Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Pau Gasol.

La sfida contro i Lakers rappresenta l’ultimo acuto di un Grant Hill che, dopo altre due stagioni in Arizona, firma per i Los Angeles Clippers un contratto da poco meno di due milioni di dollari, concludendo la sua carriera nella NBA il 3 maggio 2013 (a 40 anni abbondanti …), scendendo in campo a Memphis nella sconfitta per 105-118 che sancisce l’eliminazione dei Clippers da parte dei Grizzlies al primo turno dei Playoff.

Difficile fare un riepilogo della carriera di un grande talento come Grant Hill, se non affidarsi alle sue stesse parole che la suddividono in tre distinti periodi, ovvero: “gli anni ’90, con Duke e Detroit, considerati di largo successo ed accomunati da un sentimento misto di soddisfazione ed occasioni mancate, cui sono seguiti gli anni ad Orlando, chiaramente negativi con il rimpianto di non aver potuto dimostrare il proprio valore, ed infine il periodo a Phoenix con l’orgoglio di essere stato in grado di competere ad alti livelli sino a 40 anni, ricevendo l’ammirazione da parte degli altri giocatori della Lega per come era riuscito a contribuire alle sorti della franchigia …!!” …

Ed è sicuramente per questo che, nonostante non abbia mai vinto un titolo – e neppure disputato una Finale NBA – la Lega Professionistica Usa ha comunque voluto onorarlo inserendolo nel 2018 nella prestigiosa “Naismith Memorial Hall of Fame”, una sorta di premio ad un giocatore che ha comunque fatto sognare, lasciando un segno indelebile del suo passaggio nel Basket americano …

E, del resto, quali debbano essere i criteri per essere eletti nella “Arca della Gloria” è stato sintetizzato dal giornalista americano Howard Beck allorché ha dichiarato che, a suo parere, un tale onore: “debba spettare a qualsiasi giocatore se il periodo da lui vissuto non possa essere descritto senza la sua presenza, indipendentemente dai titoli o meno conquistati …!!”.

Pensiamo che nessuno possa negare che l’impatto di Grant Hill nella “Storia della NBA” sia stato un qualcosa da tramandare a futura memoria, pur senza essere riuscito a raccogliere il testimone dell’eredità di Michael Jordan, pur avendone tutte le qualità necessarie …

Ma, molto spesso, queste da sole non bastano, se non assistite dalla buona sorte …

 

MISTY MAY E KERRI WALSH, L’INVINCIBILE COPPIA DEL BEACH VOLLEY MONDIALE

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Kerri Walsh e Misty May festeggiano l’Oro di Pechino ’08 – da:gettyimages.com.au

Articolo di Giovanni Manenti

Nella distinzione tra Sport individuali e di squadra, vi è una “via di mezzo”, vale a dire specialità in cui a praticarla è una coppia, in quanto l’affiatamento tra i due componenti deve essere tale da muoversi all’unisono, sia che si tratti di atti tesi in una stessa direzione, come nel caso del Canottaggio o del Tandem nel Ciclismo su pista – prova questa oramai desueta – al pari, viceversa, di muoversi su di un campo da gioco, circostanza molto evidente nel Doppio a Tennis …

Diviene, pertanto, fondamentale trovare nel binomio un affiatamento ai limiti della perfezione il che fa sì che lo stesso diventi un qualcosa di quasi insuperabile nella propria Disciplina, tra cui l’esempio più eclatante, dato anche il legame di parentela, è costituito dai fratelli americani Bob e Mike Bryan, capaci in 15 anni, tra il 2003 ed il 2017, di disputare 30 Finali del Doppio nei Tornei del Grande Slam di Tennis, aggiudicandosene ben 16 a fronte di 14 sconfitte.

Ma un altro Sport è stato capace, dalla fine del Secolo scorso, di esaltare il “Gioco di coppia” come pochi altri in passato, ovvero il Beach Volley, entrato a far parte del Programma Olimpico a far tempo dai Giochi di Atlanta 1996 e che, dall’anno seguente, ha visto disputarsi anche i Campionati Mondiali a cadenza biennale …

Solo che si è assistito ad una netta differenza tra il settore maschile e quello femminile, con il primo a vedere una notevole alternanza di coppie a prevalere, basti pensare che, in 12 edizioni dei Mondiali sin qui disputati, solo il brasiliano Emanuel Rego può vantare tre affermazioni, ma sempre con un compagno diverso, vale a dire José Loiola a Parigi ’99, Ricardo Santos a Rio de Janeiro ’03 ed Alison Cerutti a Roma ’11, con quest’ultimo unico altro giocatore a fare un bis iridato, a L’Aja ’15, in coppia con Bruno Oscar Schmidt.

Disputandosi, viceversa, ogni quattro anni, le Olimpiadi non hanno ancora visto alcun giocatore fregiarsi di una doppia Medaglia d’Oro, con i ricordati Emanuel Rego ad aggiudicarsi la Finale dei Giochi di Atene ’04 con il compagno Ricardo Santos, così come analoga impresa compie Alison Cerutti nell’edizione di Rio de Janeiro ’16, bissando anch’egli il titolo iridato dell’anno precedente con il compagno Bruno Oscar Schmidt.

Uno scenario completamente stravolto in campo femminile, dove la specialità vede non tanto il dominio delle giocatrici americane e brasiliane – Paesi dove il Beach Volley è una sorta di istituzione, sulle rispettive spiagge californiane e di Copacabana – che a livello iridato si aggiudicano le prime otto edizioni dei Mondiali, quanto di coppie che, a differenza di ciò che si verifica tra i maschi, restano unite e quanto mai affiatate tra di loro …

Dopo, difatti, la funzione pionieristica svolta dalla leggendaria brasiliana Sandra Pires – primo Oro olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 in coppia con Jackie Silva e successivamente capace, oltre al bronzo ai Giochi di Sydney 2000 con Adriana Samuel, di far suo il titolo iridato di Los Angeles ’97 ancora con la Silva, cui aggiunge il quarto posto nel ’99 con la Samuel e l’argento di Klagenfurt ’01 in coppia con Tatiana Minello – sale alla ribalta, in casa sudamericana, la coppia formata da Shelda Bede ed Adriana Behar che conquista i titoli iridati a Parigi ’99 e Klagenfurt ’01, facendosi peraltro sorprendere dalle padrone di casa, le australiane Natalie Cook e Kerri Pottharst, che le sconfiggono nella Finale dei Giochi di Sydney 2000.

Sino all’ingresso nel nuovo millennio, non vi è traccia di ragazze americane sul podio olimpico, mentre a livello iridato gli Usa possono contare al massimo due argenti – conquistati dalle coppie Lisa Arce/Holly McPeak a Los Angeles ’97 e da Annett Davis/Jenny Johnson Jordan a Parigi ’99 – ma ai Giochi di Sydney aveva fatto la sua prima comparsa l’allora 23enne Misty Elizabeth May, nata a Los Angeles il 30 luglio 1977, classificatasi quinta assieme alla McPeak, sconfitte 14-16 ai Quarti dalle citate brasiliane Pires e Samuel …

Ma dall’anno seguente le cose cambiano, in quanto la May trova in Kerri Lee Walsh, nata anch’essa in California, a Santa Clara, il 15 agosto 1978, la compagna ideale, pur se l’esordio internazionale non è dei più felici, visto che ai Mondiali di Klagenfurt ’01 non vanno oltre il nono posto, nonostante fossero state ammesse alla Rassegna iridata come testa di serie n.6 …

Poco male, comunque, poiché questo iniziale passo falso è la molla giusta per far sì che nelle successive sei stagioni non vi sia nessuna altra coppia in grado di insediare il loro trono ai vertici internazionali, sia che si tratti di Campionati Mondiali al pari di Giochi Olimpici.

Questa straordinaria striscia vincente – una sorta di “Dinasty” degna della Nazionale Sovietica nella Pallavolo Indoor – si apre con l’edizione 2003 della Rassegna Iridata, dove le due californiane impediscono a Shelda ed Adriana di ottenere il terzo titolo consecutivo, superandole 2-0 in Finale proprio a casa loro, vale a dire a Rio de Janeiro, gustoso antipasto in vista dell’attesa rivincita prevista l’anno seguente, in occasione dei Giochi di Atene 2004.

Decise finalmente ad interrompere il digiuno Usa nel settore femminile, Misty e Kerri si aggiudicano a punteggio pieno e senza perdere neppure un parziale – gli incontri si disputano al meglio dei tre set, di cui i primi due a 21 ed il tiebreak a 15 – al pari delle brasiliane, per poi non concedere sconti sia negli Ottavi (2-0, 21-11, 21-18) contro le cinesi Tian/Wang che nei Quarti (2-0, 21-19, 21-14) rispetto alla coppia canadese Dumont/Martin.

Nel frattempo, Shelda ed Adriana (come noto, così come nella Pallavolo Indoor, le brasiliane amano usare il nome di battesimo …) incontrano una qual certa difficoltà nel superare al tiebreak (2-1, 18-21, 21-16, 15-11) le sorelle bulgare Tzvetelina e Petia Yanchulova negli Ottavi, per poi spengere i sogni di gloria della veterana 31enne Sandra Pires, in coppia con Ana Paula Connelly (2-1, 15-21, 21-13, 15-13) ai Quarti, e presentarsi così in Semifinale per la rivincita di Sydney contro la Cook, stavolta a far coppia con Nicole Sanderson …

Missione compiuta, con un 2-0 (21-17, 21-16) che fa ritenere la Finale contro il duo americano, a propria volta analogamente vittorioso (2-0, 21-18, 21-15) sulle connazionali McPeak ed Elaine Youngs, quanto mai incerta, dato che, tra l’altro, si affrontano le prime due teste di serie del Tabellone …

Niente di più falso, poiché la sfida che va in scena il 24 agosto 2004 si risolve in un monologo delle due californiane, che si impongono nettamente in due soli set (21-17, 21-11) così da confermare la loro leadership a livello internazionale.

Una superiorità ribadita nelle due successive Rassegne Iridate in vista dell’appuntamento olimpico di Pechino 2008, periodo in cui avvengono degli importanti cambiamenti sia a livello personale delle due pallavoliste che per ciò che concerne le loro avversarie …

Entrambe, difatti, convolano a nozze, con Misty May a divenire la Signora Treanor a novembre 2004 dall’unione con Matt, giocatore di Baseball, cui fa seguito, l’anno seguente, il matrimonio di Kerri Walsh con il giocatore professionista di Beach Volley Casey Jennings, mentre a livello agonistico alla coppia brasiliana Shelda ed Adriana si contrappongono le connazionali Juliana Felisberta e Larissa França, con anche le cinesi a crescere di rendimento, in particolare Tian Jan e Wang Fei, desiderose di riscattare il deludente cammino ateniese …

Tutte circostanze che non impediscono in ogni caso a May-Treanor e Walsh-Jennings di imporsi anche ai Mondiali di Berlino ’05 (2-0 in Finale a Larissa e Juliana, con Shelda ed Adriana a concludere quinte, mentre le cinesi conquistano il bronzo), per poi fornire una eloquente dimostrazione di superiorità due anni dopo, alla Rassegna Iridata di Gstaad ’07, dove la rivalità con cinesi e brasiliane raggiunge vette impensabili.

Favorite dall’essere teste di serie m.1 nel Tabellone, le due californiane superano a punteggio pieno e senza perdere neppure un set il Girone eliminatorio per poi, nella Fase ed eliminazione diretta – che vede la definitiva abdicazione di Shelda ed Adriana, superate 2-1 (19-21, 21-12, 15-13) nei Sedicesimi dalla solita australiana Cook in coppia con Tamsin Barrett – sconfiggere le svizzere Kuhn/Schwer (21-19, 21-18), le connazionali Wacholder/Turner (21-17, 21-16) e le tedesche Claasen/Roder (21-10, 22-20) ai Quarti, così da comporre il quadro delle quattro semifinaliste, formato altresì da Larissa/Juliana e da Tian/Wang, anch’esse senza aver ancora perduto un set, e dalla seconda coppia cinese costituita da Xue Chen e Zhang Xi, che ha eliminato ai Quarti (2-1, 17-21, 21-16, 15-11) le americane Branagh/Youngs …

Con le migliori del seeding a giocarsi il titolo iridato, May e Walsh si sbarazzano con sufficiente facilità delle cinesi Xue/Zhang (2-0, 21-14,21-19), mentre la sfida tra le seconde e le terze del tabellone non tradisce le attese, dando vita ad un incontro giocato punto a punto come testimonia l’esito finale che premia le cinesi (2-1, 23-25, 21-19, 15-11) rispetto alla coppia brasiliana, con Larissa/Juliana a consolarsi facendo proprio il bronzo al termine di un altro match equilibratissimo (2-1, 19-21, 21-19, 18-16) contro Xue/Zhang …

Da un quadriennio senza rivali, la coppia californiana è attesa a verificare la crescita del Beach Volley asiatico, dimostrando ancora una volta quanto ampio sia il gap tra le due formazioni, disputando il miglior incontro del Torneo che consente loro, oltre che di umiliare (2-0, 21-16, 21-10) Tian/Wang, anche di aggiudicarsi il terzo titolo iridato consecutivo, impresa sfuggita a Shelda ed Adriana e, sinora, non ancora eguagliata.

Resta ora da vedere quale potrà essere la tenuta delle “Fantastiche Due” in occasione dei Giochi di Pechino 2008 che affrontano dall’alto delle rispettive 31 (la May) e 30 (la Walsh) primavere, rispetto alle più giovani cinesi Tian Jia e Wang Fei, di 27 e 24 anni, con in più dalla loro il vantaggio del fattore campo, con le gare che si disputano al “Beach Volley Ground” presso il “Chaoyang Park” di Pechino …

Con ogni Paese a poter schierare al massimo due formazioni, l’equilibrio internazionale non subisce variazioni di sorta, visto che entrambe le coppie americane, cinesi e brasiliane raggiungono i Quarti, con a far loro compagnia le sempre ostiche australiane Cook/Bennett e le sorelle austriache Doris e Stefanie Schwaiger …

Queste ultime vengono stritolate (2-0 con un doppio 21-12) da Tian/Wang, mentre Xue/Zhang dispongono (2-0, 21-17, 21-13) delle americane Branagh/Youngs per dar vita ad un “Derby in famiglia” in semifinale, nel mentre nella parte bassa del tabellone l’oramai 33enne Cook deve cedere il passo (0-2, 22-24, 14-21) alla coppia brasiliana formata da Talita Antunes e Renata Ribeiro e la sfida più interessante, con Larissa orfana di Juliana a far coppia con Ana Paula, vede la coppia carioca cedere 0-2 (18-21, 15-21) di fronte alle “invincibili” May/Walsh …

Identica sorte che tocca, ed anzi ancor più nettamente, a Talita e Renata in semifinale (2-0, 21-12, 21-14), mentre la sfida tutta cinese infiamma il pubblico della Capitale, risolvendosi solo al tiebreak, in cui Xue/Zhang cedono di schianto (8-15) di fronte alle più esperte Tian/Wang dopo aver accarezzato il sogno della Finale, essendosi imposte nel primo parziale 24-22 e ceduto il secondo 27-29, consolandosi con il successo (21-19, 21-17) sulle brasiliane che assicura loro la medaglia di bronzo …

Ma è la sfida per l’Oro, quella che va in scena alle ore 11:00 locali del 21 agosto 2008, a catalizzare le attenzioni ed infiammare il pubblico che gremisce le tribune nonostante la stessa si svolga sotto un autentico temporale (alquanto usuale a dette latitudini …), ma nonostante l’impegno profuso dalle due cinesi, esse poco possono opporre allo strapotere delle veterane Usa che confermano l’Oro di Atene imponendosi con un doppio 21-18.

Ricapitolando, due Ori olimpici senza perdere un solo set ed un tris consecutivo di titoli iridati sono numero già più che sufficienti per entrare nel “Gotha della specialità”, ma a questa splendida Storia manca un ultimo capitolo, quello più sorprendente e che schiuderà di diritto a Misty May-Treanor e Kelli Walsh-Jennings le porte dell’Immortalità.

Con la più giovane Kelli a prendersi un paio d’anni di pausa, al solo fine di mettere al mondo i figli Jospeh Michael e Sundance Thomas, nati rispettivamente a maggio 2009 e 2010, anche Misty rinuncia a prendere parte ai Mondiali di Stavanger ’09 in assenza della fidata compagna – Rassegna che peraltro arride per la quarta edizione consecutiva agli Usa, grazie alla coppia formata da April Ross e Jennifer Kessy che si impone in Finale (2-0, 30-28, 23-21) sulla ricostituita formazione Larissa/Juliana – per poi tornare assieme a gareggiare in occasione dei Mondiali di Roma 2011.

Oramai 34enne la May-Treanor, di solo un anno più giovane la Walsh-Jennings, ma con due maternità alle spalle, non sono in pochi ad interrogarsi su quali possibilità le due californiane abbiano in un contesto che si sta sempre più globalizzando, con altre realtà ad emergere nel panorama internazionale, anche se la loro malcelata prospettiva è quella di riabituarsi alla competizione ai più alti livelli per poi dare l’assalto, l’anno seguente ai Giochi di Londra 2012, al terzo Oro olimpico consecutivo …

In più, vi è anche la “concorrenza interna” delle connazionali Kessy/Ross che non vogliono cedere il titolo appena conquistato, ma allorché, dopo aver vinto, come di consueto, il Girone eliminatorio senza aver lasciato neppure un set alle avversarie, le due veterane dispongono con irrisoria facilità (21-13, 21-12) delle britanniche Mullin-Dampney nei Sedicesimi, si fa più convinta l’ipotesi che per il podio si dovrà fare i conti anche con loro …

E che non abbiano intenzione di cedere senza lottare, lo dimostra l’esito dell’Ottavo di finale contro le tedesche Goller/Ludwig, in cui si impongono al tiebreak (2-1, 21-19, 18-21, 15-11), così come nei Quarti ristabiliscono la gerarchia interna eliminando (2-1, 21-18, 18-21, 15-10) le Campionesse in carica Kessy/Ross, mentre anche la terza coppia Usa, formata da Lauren Fendrik e Brooke Hanson, esce di scena, sconfitta con onore (1-2, 13-21, 21-17, 12-15) dalla ritrovata coppia Larissa/Juliana, al primo set perso nel Torneo …

Per la prima volta da 8 anni ad avere un’intrusa tra le semifinaliste, ovvero le rappresentanti della Repubblica Ceca Hajeckova/Klapalova, queste ultime vengono letteralmente “spazzate via” (21-14, 21-13) dalle brasiliane, mentre il confronto generazionale tra le californiane e le cinesi Xue/Zhang (mediamente 10 anni più giovani …) vede trionfare l’esperienza delle bicampionesse olimpiche, le quali si impongono 2-1 (21-17, 15-21, 15-10) per così staccare il biglietto per la loro quarta Finale iridata …

Andate oltre le più rosee previsioni, visto che “l’appetito vien mangiando”, Misty e Kelli tentano l’impresa, costringendo le rivali al tiebreak dopo aver recuperato, aggiudicandosi nettamente il secondo parziale 21-13, il 17-21 del primo set, per poi cedere solo ai vantaggi (14-16) per un argento che, date le circostanze e le premesse, vale quanto un Oro.

In ogni caso, se la Rassegna Iridata doveva rappresentare una sorta di “Prova Generale” in vista delle Olimpiadi di Londra 2012, la stessa può dirsi ampiamente superata a pieni voti, ed il Tabellone del Torneo ai Giochi londinesi testimonia come la lotta alle medaglie sia oramai ristretta, almeno in sede di pronostico, alle “Fab Four”, ovvero Larissa/Juliana, Xue/Zhang e le due coppie americane …

Il più corto calendario olimpico, con sole 24 coppie iscritte, registra già una prima sorpresa nei Gironi eliminatori, in quanto, mentre americane e brasiliane concludono i rispettivi raggruppamenti a punteggio pieno, le cinesi subiscono una battuta d’arresto contro le russe Vasina/Vozakova (n.23 del ranking …!!), il che le penalizza negli accoppiamenti degli Ottavi, anche se poi si riprendono alla grande (21-12, 21-11) all’altra coppia russa Komyakova/Ukolova, mentre Vasina/Vozakova cedono di fronte alle già ricordate sorelle austriache Schwaiger, poi nettamente sconfitte ai Quarti dalle cinesi (21-18, 21-11) …

Stesso cammino,viceversa, per le altre tre coppie favorite, che giungono alle previste semifinali senza aver perso neppure un set, e con un percorso, per le oramai leggendarie americane (ricordo, di 35 e 34 anni rispettivamente …), addirittura più sontuoso che nelle passate edizioni, visto che concedono appena 27 punti (21-15, 21-12) alle olandesi Keizer/van Iersel e 26 alle (doppio 21-13) alle azzurre Greta Cicolari e Marta Menegatti …

Gli abbinamenti che decidono la sfida per l’Oro pongono di fronte la coppia Usa Kessy/Ross a quella formata da Larissa/Juliana, riuscendo le prime ad avere la meglio sulle Campionesse Mondiali dopo aver rimontato il 15-21 del primo parziale, facendo loro il secondo set 21-19 ed il tiebreak 15-12, mentre May/Walsh devono far ricorso al loro smisurato orgoglio per avere ancora ragione di Xue/Zhang al termine di due combattutissimi set, conclusi entrambi sul 22-20 …

E così, mentre Larissa/Juliana vanno a completare il podio grazie al 2-1 (11-21, 21-19, 15-12) sulle costernate cinesi, a Jennifer Kessy ed April Ross si offre l’occasione per vendicare la sconfitta ai Quarti dell’anno precedente ai Mondiali, così da abbinare al titolo iridato del 2009 anche l’Oro olimpico, una speranza che si infrange ben presto sui muri della Walsh ed i recuperi della May che, lungi dallo scontare la fatica della semifinale del giorno prima, entrano nella Storia con il doppio 21-16 che la sera dell’8 agosto 2012 le incorona per la terza volta consecutiva Campionesse olimpiche.

A fine stagione Misty May si ritira dall’attività, toccando ora a lei la veste di madre, per la quale concepisce ad inizio giugno 2014 la figlia Malia Barbara, cui nel novembre 2017, segue un parto gemellare di altre due femmine, Mele Alizarin e Mia Kanoelani, così da eguagliare la sua fedele partner di gioco anche quanto a prole …

Già perché è giusto sapere che Kelli Walsh aveva disputato le Olimpiadi di Londra 2012 incinta di cinque settimane, per poi dare alla luce la figlia Scout Margery ad inizio aprile 2013, solo che lei, a differenza di Misty, non intende ancora abbandonare l’attività, ripresentandosi ai Mondiali de L’Aja 2015 facendo coppia con April Ross solo per cedere 1-2 (19-21, 21-17, 13-15) di fronte alle cinesi Wang/Yue nei Sedicesimi, per poi dire definitivamente basta partecipando alla sua quarta Olimpiade, oramai 38enne, a Rio de Janeiro 2016, riuscendo incredibilmente a completare il suo Palmarès con il bronzo, assieme alla Ross, conquistato superando 2-1 (17-21, 21-17, 15-9) Larissa, stavolta in coppia con Talita, dopo essere state sconfitte in semifinale (0-2, 20-22, 18-21) dall’altra coppia brasiliana formata da Agatha Bednarczuk e Barbara Seixas de Freitas, a propria volta superate nella sfida per l’Oro dalle tedesche Laura Ludwig e Katarina Walkenhorst, che divengono così le prime rappresentanti del Vecchio Continente a salire sul gradino più alto del podio olimpico …

Era destino che, quel gradino, Kerri dovesse salirlo solo insieme all’inseparabile Misty …

 

TOM JAGER, IL VELOCISTA DELLE PISCINE SUI 50 METRI STILE LIBERO

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Il primatista dei m.50sl Tom Jager – da:gettyimages.es

Articolo di Giovanni Manenti

Qualsiasi Disciplina individuale, oltre a primati e medaglie, ha da sempre costituito un punto di riferimento affinché si potesse stabilire, fra le varie specialità, chi fosse “L’uomo più veloce del Mondo”, così come il più resistente od il più forzuto, arrivando anche, in epoca peraltro più remota rispetto ai giorni nostri, ad organizzare addirittura sfide tra atleti ed animali, cavalli in particolare …

Tra tutte queste tipologie di sfide, quella che indubbiamente ha da sempre colpito maggiormente l’immaginario collettivo è quella della velocità, non per niente la gara forse in assoluto più attesa del programma olimpico è la Finale dei m.100 piani, che non di rado vede il vincitore unire all’Oro il primato mondiale, e nelle ultime edizioni “nobilitata” dalla presenza del giamaicano Usain Bolt, il quale, proprio nelle Finali dei Giochi di Berlino 2008 e Londra ’12 ha fatto registrare, rispettivamente, la terza e la seconda “Miglior prestazione di ogni epoca”, precedute solo dal record assoluto di 9”58 dal medesimo stabilito il 16 agosto 2009 ai Campionati Mondiali di Berlino.

Quello che privilegia l’Atletica Leggera è il fatto di ottenere tali primati senza alcun ulteriore ausilio che non siano una pista e delle scarpette chiodate, diversamente da ciò che può avvenire guidando una moto od un’auto di Formula 1, ma altrettanto vale dei record stabiliti nelle gare di Ciclismo, mentre nel caso del Nuoto, di cui stiamo per occuparci, esiste la componente costituita dall’acqua in cui gli atleti si cimentano …

In più, la gara per quasi un secolo più veloce del programma natatorio sono stati i 100 metri stile libero, distanza da coprire in due vasche, con conseguente virata a metà gara, il che toglie non poco quell’idea di “sprint” che viceversa sprigiona su di una pista di atletica od anche in un’accesa volata tra ciclisti, sia essa in strada o su pista.

Per adeguarsi, occorreva pertanto che la FINA (Fèdération Internationale de Natation) inserisse anch’essa nel proprio programma una prova di velocità e la scelta non poteva che ricadere, giocoforza, sui 50 metri stile libero, ovvero la distanza di una intera vasca olimpica, unica gara in cui non è prevista la virata, da nuotare tutta d’un fiato a bracciate più forsennate che si può.

Decisione che comporta per la prima volta l’inserimento dei m.50sl in sede olimpica in occasione dei Giochi di Seul 1988 – unico stile dove è rimasta, mentre in occasione dei Campionati Mondiali o di altre Manifestazioni Continentali, detta distanza è contemplata anche a rana, dorso e farfalla – facendo peraltro la sua prima apparizione ai “Campionati Pan Pacifici” di Tokyo ’85, per poi essere replicata ai Mondiali di Madrid ’86 ed agli Europei di Strasburgo 1987.

Ed, in quanto non facente parte del programma olimpico, detta distanza era stata sino ad allora snobbata dai più forti nuotatori a stile libero, con un rigurgito di interesse solo nel corso del 1980, allorché il relativo record mondiale, detenuto dal tedesco Klaus Steinbach con 23”70 nuotati il 23 luglio 1979 a Friburgo, viene migliorato in ben sei occasioni prima che ad appropriarsene con il tempo di 22”54, fosse, il 15 agosto 1981, il “carneade” americano Robin Leamy, uno che in carriera ha solo nuotato frazioni di staffetta 4x100sl …

Il primo atleta, pertanto, a conquistare un titolo importante sulla nuova distanza è il californiano Matt Biondi, il quale si impone in 22”73 nella prima edizione dei “Campionati Pan Pacifici” che si svolgono a metà agosto 1985 a Tokyo, Rassegna in cui si aggiudica anche i m.100sl e le tre staffette, dopo che poco meno di un mese prima, il record assoluto era passato nelle mani dello svizzero Dano Halsall, capace di togliere 0”02 centesimi al limite di Leamy, con i suoi 22”52 nuotati il 21 luglio a Bellinzona, in occasione dei Campionati nazionali elvetici.

Chiaro che quando nasce una nuova specialità non se conoscono immediatamente i relativi riferimenti cronometrici, e la stessa diviene altresì “preda” di nuotatori che, sino ad allora avevano trovato poco o punto spazio sulla doppia distanza ed è questo il caso del protagonista della nostra Storia odierna, che passa in un attimo da poco più che “illustre sconosciuto” a protagonista del Nuoto Usa …

Costui, altri non è che Thomas Michael “Tom” Jager, già abbastanza avanti con gli anni, essendo nato il 6 ottobre 1964 ad East St. Louis, nell’Illinois, pur avendo l’opportunità di gareggiare per i celebri “UCLA Bruins” della rinomata Università di Los Angeles, sotto i cui colori si aggiudica i titoli NCAA sulle 100yd (1983 ed ’84) e 50yd (1984 ed ’85) a stile libero, nonché delle 100yd a dorso nel 1984 …

In tale veste di studente universitario, Jager partecipa alle Universiadi di Edmonton ’83, dove coglie l’argento sui 100 metri sia a stile libero che a farfalla (oltre che con la staffetta 4x100sl), per poi fallire la selezione per i Giochi di Los Angeles ’84, ai cui Trials giunge quinto nella Finale dei m.100sl in 50”48, disputando solo le batterie sia della staffetta 4x100sl che 4×100 mista.

Avendo già superato i 20 anni, Jager vede nella nuova specialità un’occasione da non lasciarsi sfuggire, affinando gli allenamenti sulla velocità delle proprie bracciate, tanto che già a fine anno 1985 si appropria del record mondiale con il tempo di 22”40 stabilito il 6 dicembre ad Austin, in Texas.

E per Matt Biondi, che già pregustava di aver a disposizione un’ulteriore gara quanto mai utile per arricchire il proprio medagliere, il ritrovarsi “il nemico in casa” non deve essere del tutto piacevole, pur dopo aver cercato di ristabilire le gerarchie in occasione dei Trials in vista dei Campionati Mondiali di Madrid, allorché il 26 giugno 1986 ferma i cronometri sul nuovo primato di 22”33 …

Con i due amici/rivali iscritti sulle due gare veloci a stile libero, il 19 agosto Biondi domina la Finale dei m.100sl andando a toccare in 48”94, mentre ad Jager sfuma per soli 0”06 centesimi (49”73 a 49”79) l’argento a beneficio del francese Stephan Caron, per poi contribuire entrambi – Jager in prima frazione ed il californiano a chiudere – al netto successo della staffetta 4x100sl in 3’19”89 del 21 agosto …

Resta solo da confrontarsi sulla “gara sprint” dei m.50sl, in cui batterie e Finale sono in programma all’indomani, con la possibilità altresì di verificare le ambizioni e la potenzialità dell’ex primatista mondiale Halsall …

Ma l’esito delle qualificazioni del mattino pone alla ribalta il secondo elvetico, ovvero Stefan Volery (già quinto sulla doppia distanza …), il quale fa meglio di Jager di 0”04 centesimi (22”62 a 22”66), nel mentre Halsall e Biondi fanno registrare il quarto e quinto tempo rispettivamente, preceduti anche da Peng Siong Ang, rappresentante di Singapore …

Musica del tutto diverso nella Finale pomeridiana, dove tocca stavolta ad Jager imporre la sua supremazia, andando a vincere in un eccellente 22”49 e con ampio margine su Halsall e Biondi, con l’elvetico a precedere il californiano (22”80 a 22”85) di 0”05 centesimi, mentre Volery scivola in quinta posizione, alle spalle di Ang.

L’intrusione di Jager su tale prova rischia di mandare a monte i piani di un Biondi che si sta preparando per cercare di eguagliare l’impresa delle sette Medaglie d’Oro olimpiche stabilita da Mark Spitz ai Giochi di Monaco ’72, per la quale la “Prova Generale” è costituita dai Campionati Pan Pacifici” che si disputano in Australia, a Brisbane, a metà agosto 1987 …

Una Rassegna alla quale Biondi si prepara eguagliando il proprio limite mondiale di 22”33 ai Campionati Nazionali di fine luglio a Clovis e validi anche quali selezioni per tale Manifestazione che lo vede nuovamente, ed altresì ancora nettamente, sconfitto da Jager, il quale, aggiudicandosi la Finale in 22”32, gli toglie anche il primato assoluto, sia pur per un solo centesimo.

Roba da non perderci il sonno in vista del ricordato appuntamento olimpico, anche perché il non ancora 24enne dell’Illinois, in occasione dei Campionati primaverili di Orlando, abbassa ulteriormente a 22”23 il limite mondiale, per poi precedere Biondi anche agli “Olympic Trials” di Austin, facendo registrare un eccellente 22”26 rispetto al 22”50 del californiano, pur fallendo la selezione per la doppia distanza, dove giunge terzo nella gara che vede Biondi stabilire il mondiale con 48”42 …

Nel frattempo, però, il record assoluto dei m.50sl aveva momentaneamente cambiato padrone, in quanto a farlo suo era stato, il 10 aprile 1988 ad Indianapolis, il sudafricano Peter Williams in 22”18, un potenziale aspirante al podio in Corea, ma impossibilitato a gareggiare per il bando al proprio Paese da parte del CIO, che verrà tolto solo quattro anni dopo, nell’edizione di Barcellona 1992 …

Peraltro, il sogno delle sette Medaglie d’Oro per Biondi svanisce in fretta, alla “Jamsil Indoor Swimming Pool” di Seul, non andando oltre il bronzo nella sua gara inaugurale sui m.200sl, per poi essere clamorosamente battuto per un solo 0”01 centesimo (53”00 a 53”01) dal rappresentante del Suriname Anthony Nesty nella Finale dei m.100 farfalla …

Probabilmente liberatosi dalla pressione che un tale impegno comportava, Biondi domina il 22 settembre la Finale dei m.100sl con il record olimpico di 48”63, per poi contribuire il giorno dopo, assieme ad Jager inserito in terza frazione, al record mondiale della staffetta 4x100sl in 3’16”53 …

Con il suo connazionale ad averlo battuto sulla più corta distanza del programma olimpico nelle due ultime occasioni – Campionati Mondiali ’86 e Pan Pacifici ’87 – Biondi sa di dover sciorinare una prestazione super il 24 settembre se vuole almeno portarsi a casa 5 medaglie d’Oro, il che costituirebbe la seconda miglior prestazione di ogni epoca dopo la ricordata di Spitz 16 anni prima, così da mettere in chiaro le sue intenzioni già nelle batterie del mattino, vinte in 22”39 …

Ed, al pomeriggio, nonostante Jager nuoti in 22”36, Biondi “restituisce” il favore dell’anno precedente, abbinando all’Oro anche il relativo primato assoluto (ancorché fosse in possesso del sudafricano Williams, come riferito …), andando a toccare in 22”14, mentre a completare il podio è il sovietico Gennadiy Prigoda, il quale precede la coppia svizzera formata da Halsall e Volery, divisi questi ultimi da un solo 0”01 centesimo.

Con il record ad avvicinarsi sempre più alla soglia dei 22” netti, la prossima sfida è tra chi sarà il primo nuotatore al mondo ad infrangere tale barriera e, nonostante Biondi sia di un anno esatto più giovane – è nato, difatti, l’8 ottobre 1965 – del compagno di squadra, è anche quello che per primo imbocca il viale del tramonto, anche per la maggior attività cui si è sottoposto nel corso degli anni …

Lo “specialista” Jager, viceversa, che svolge una preparazione incentrata esclusivamente sui m.50 e 100 stile libero – distanze su cui ottiene 10 titoli nazionali individuali AAU, cinque sulle 50yd, quattro sui m.50 ed uno sulle 100yd – approfitta dell’assenza di Biondi ai “Campionati Pan Pacifici” di Tokyo ’89 per riprendersi il record mondiale, aggiudicandosi la Finale dei m.50sl in 22”12, con oltre 0”4 decimi di vantaggio sull’australiano Andrew Baildon, per poi essere deputato a concludere, in quarta frazione, la staffetta 4x100sl che fa sua l’Oro in 3’17”75.

Chiamato a difendere il titolo iridato sui m.50sl ai successivi Campionati Mondiali che, essendo in programma a Perth, in Australia, slittano dal consueto periodo estivo 1990 ad inizio gennaio ’91, Jager sfrutta la stagione senza grandi Manifestazioni internazionali per entrare nella Storia il 24 marzo ’90 allorché, in occasione dei Campionati primaverili Usa che si svolgono a Nashville in Tennessee, infrange in due occasioni “la barriera dei 22” netti”, nuotando la distanza in 21”98 in batteria ed in un fantastico 21”81 in Finale, per un record destinato a durare oltre un decennio …

Con un Biondi tornato alle gare in vista dell’appuntamento olimpico di Barcellona 1992 – che rappresenta il capolinea per entrambi gli atleti – lo stesso conferma il titolo iridato di quattro anni prima a Madrid sui m.100sl, infliggendo quasi mezzo secondo di distacco (49”18 a 49”83) allo svedese Tommy Werner, per poi voler giocare le proprie carte tre giorni dopo, il 12 gennaio 1991, allorché sono in programma batterie e Finale dei m.50sl …

Coppia americana che si mette in luce già al mattino, con Biondi a far meglio (22”42 a 22”56) di Jager, con Halsall terzo in 22”77, ma al pomeriggio le parti si ribaltano ed il primatista mondiale riscatta la sconfitta olimpica imponendosi con un vantaggio (22”16 a 22”26) di 0”10 centesimi, con Prigoda a confermarsi il migliore del vecchio Continente, ancora bronzo come a Seul in 22”62.

Divisi nella gara individuale, ma uniti in staffetta, la coppia Jager/Biondi apre e chiude la 4x100sl che non ha difficoltà alcuna ad imporsi in 3’17”15, per poi rinnovare la sfida in occasione dei “Campionati Pan Pacifici” che si svolgono a fine agosto ad Edmonton, in Canada …

Copione che, per quanto riguarda lo stile libero, si ripete alla perfezione, con ancora Biondi ad imporsi sui m.100sl, entrambi a contribuire al successo della staffetta 4x100sl, mentre la Finale dei m.50sl è ancora una volta appannaggio di Jager, anche se Biondi riduce stavolta a 0”09 centesimi (22”21 a 22”30) il relativo distacco.

Una carriera in buona parte parallela, trova la sua degna conclusione alle Olimpiadi di Barcellona ’92, a cui i due velocisti americani si presentano dopo aver dato vita alla più veloce gara sui m.50sl in occasione dei Trials di Indianapolis di inizio marzo, allorché a prevalere di misura (22”12 a 22”17) è Biondi, il quale fa registrare, al momento, il suo “Personal Best” sulla distanza, oltre a qualificarsi anche sui m.100sl …

Ma i “Sogni di Gloria” della coppia a stelle e strisce si infrangono per l’apparizione nel panorama natatorio di colui che è destinato a raccoglierne l’eredità, ovvero il russo Alexander Popov, già Campione europeo sui m.100sl l’anno precedente ad Atene in 49”18 e ben deciso a ribaltare le gerarchie della velocità …

I tre giorni decisivi sono quelli del 28, 29 e 30 luglio 1992, dove gli spettatori presenti sulle tribune delle “Piscines Bernat Picornell” del capoluogo catalano assistono al passaggio di consegne tra il Team Usa e la nuova stella del Nuoto mondiale …

Dapprima, il 28 luglio, Biondi subisce l’umiliazione di restare escluso dal podio, concludendo la Finale dei m.100sl non meglio che quinto in 49”53, preceduto per 0”02 centesimi dal compagno Jon Olsen – che così gli toglie il posto nella frazione a stile libero della staffetta 4×100 mista, che vede Biondi nuotare la sola batteria – mentre l’Oro va a Popov con il record nazionale di 49”02 sul brasiliano Gustavo Borges ed il francese Caron, che concludono in 49”43 e 49”50 rispettivamente …

Il giorno seguente è in programma la staffetta 4x100sl e, contando sull’orgoglio e lo spirito di rivalsa del “Campione ferito”, Biondi risponde positivamente contribuendo, con una frazione interna di 48”69, cui ne segue una da 49”72 di Jager, alla conquista dell’Oro da parte del quartetto Usa, nonostante il 47”83 stampato da Popov in chiusura …

Si conclude quindi il 30 luglio 1992 la carriera ad alti livelli di Biondi ed Jager, i quali, dominatori per un quinquennio della specialità dei m.50sl, vedono ora il loro trono insidiato dal non ancora 21enne russo, che già nelle batterie del mattino si fa preferire realizzando il miglior tempo di 22”21 rispetto al 22”32 di Biondi ed al 22”45 di Jager, Finale alla quale accede anche l’ex primatista mondiale sudafricano Peter Williams, ora che il proprio Paese è stato riammesso ai Giochi …

E’ opinione comune che, se vogliono ambire alla vittoria, i due americani debbano nuotare intorno ai 22” metti se non meno, e mentre Jager conclude terzo in 22”30 per quello che è il suo unico bronzo in carriera sulla distanza, Biondi ha ben poco da rimproverarsi, in quanto la sua vasca è cronometrata nel “Personal Best” di 22”09 sulla distanza, purtroppo per lui non sufficiente ad impensierire Popov che, in 21”91, diviene al momento il secondo nuotatore del pianeta a scendere sotto i 22” netti.

A conclusione dei Giochi, Biondi abbandona l’attività agonistica, di Jager si torna ad avere notizie in occasione dei “Giochi Panamericani” di Mar del Plata ’95, dove completa, oramai 31enne, il proprio Palmarès con il bronzo sui m.50sl in 22”75 e fornendo il proprio contributo all’Oro della staffetta 4x100sl, avendo peraltro già lasciato la propria eredità di “uomo più veloce del mondo” in buone mani, ovvero in quelle del connazionale Gary Hall Jr., il quale, dopo l’argento sui m.50 e 100sl sia ai Mondiali di Roma ’94 che ai Giochi di Atlanta ’96 alle spalle dell’imbattibile Popov, riporta gli Stati Uniti ai vertici della specialità conquistando la Medaglia d’Oro sui m.50sl sia a Sydney 2000 che ad Atene 2004 …

Ah, dimenticavo, a migliorare il record mondiale di Jager sui m.50sl, provvede, “noblesse oblige”, Popov l’1 giugno 2000 con il tempo di 21”64 in preparazione dei “Giochi di fine Millennio” …

 

ABDON PAMICH, L’ESULE CAMPIONE OLIMPICO LEGATO ALLE SUE ORIGINI

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Pamich lanciato verso l’Oro a Tokyo ’64 – da:repubblica.it

Articolo di Giovanni Manenti

Questa, tra le tante altre che ho avuto il piacere di raccontare, è davvero una gran bella Storia, che dentro di sé porta la voglia, il desiderio di riscatto da una infanzia figlia degli orrori della Guerra, le difficoltà nel farsi accettare come se non fosse lui stesso italiano e quindi, allorché proprio grazie allo Sport diviene celebre, sfruttare questa sua notorietà per far sì che resti vivo il ricordo dei suoi coetanei che vissero il dramma di quei tragici giorni …

Il protagonista non può che essere lui, Abdon Pamich, il dominatore della Marcia Azzurra per un ventennio, il quale nasce il 3 ottobre 1933, a quasi 10 anni di distanza dall’avvenuta annessione della città all’Italia datata 27 gennaio 1924, un’appartenenza al tricolore di, purtroppo, breve durata …

Porto strategico sulla costa dalmata, nel periodo della Seconda Guerra Mondiale la città è occupata da truppe degli eserciti italiano e tedesco, subendo l’applicazione delle leggi razziali con conseguente deportazioni nei campi di concentramento dei residenti di religione ebraica, tra cui molti amici del futuro campione olimpico.

“Si viveva bene, a Fiume”, ricorda Pamich, “nonostante la contemporanea presenza di italiani, croati ed ungheresi, una città cosmopolita in cui non vi erano difficoltà di convivenza, ovviamente sino a che non è scoppiata la Guerra …

Con la disfatta delle forze dell’ASSE e la conseguente presa della città da parte dell’esercito jugoslavo del Maresciallo Tito, Fiume viene annessa alla neonata Repubblica Federale di Jugoslavia con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 e, per molti dei relativi abitanti, non resta che abbandonare il luogo natio.

Avevo 13 anni quando sono dovuto andare via”, ricorda con malcelata tristezza Pamich, “tutti i miei sogni di adolescente svaniscono in un lungo esodo iniziato nel settembre 1947 di cui non si poteva conoscere quale sarebbe stata la fine, costretto ad abbandonare una vita spensierata fatta di studio, nuoto, gite in barca ed escursioni in montagna, già all’epoca appassionandomi a camminare all’aria aperta, talora anche per 12 ore …”.

Infranti i sogni di gioventù, il giovane Abdon si ritrova assieme al fratello maggiore Giovanni – avendo lasciato nella sua Fiume (ora divenuta Rijeka, in croato …) la madre ed i due fratelli più piccoli, mentre il padre era già emigrato per cercare lavoro e poter ricomporre il nucleo familiare – in un Centro Profughi a Novara dove trascorre un anno in condizioni indicibili per il freddo, la mancanza di coperte per scaldarsi e costretto a cibarsi esclusivamente con riso e lenticchie, prima di aver la fortuna di ricongiungersi coi genitori e gli altri fratelli e trasferirsi a Genova.

Ed è lì che scatta la molla, per lui che avrebbe voluto fare il pugile, Disciplina a cui si era appassionato grazie allo zio, arbitro ed organizzatore di incontri, seguendo viceversa le orme del fratello maggiore che già si dedica alla Marcia, pur abbandonandola ben presto per dedicarsi alla Medicina, divenendo uno stimato ed apprezzato chirurgo.

Anche lo studio è un modo indiscutibile per emergere e favorire l’integrazione di questi “giuliano dalmati” non proprio bene accetti, inizialmente, nel resto del Bel Paese, nonché tacciati di fascisti (“ma mio padre non aveva mai preso neppure la tessera del Partito …”, chiosa Pamich) in quanto fuggiti dalla realtà socialista della Repubblica Federale jugoslava, ed il futuro marciatore ne approfitta per conseguire la Laurea in Psicologia.

Ma mai come in questi casi il tempo è galantuomo, con il trascorrere degli anni certe tensioni si affievoliscono, anche perché vi è un Paese da ricostruire e, nel frattempo, Pamich passa da “profugo” a Campione, un passo per lui abbastanza breve, visto il suo approccio alla specialità iniziato a 18 anni per poi iniziare ad affinare la propria tecnica grazie ai sapienti consigli del tecnico Giuseppe Malaspina, un ex marciatore al quale l’inizio del Secondo Conflitto Mondiale aveva impedito di partecipare alle Olimpiadi del 1940, assegnate alla città di Tokyo, quasi un segno del destino …

Pamich è un allievo modello, non lesina fatica ed energie in allenamento, ma ha un tallone d’Achille negli arrivi in volata, una delle ragioni per cui in carriera privilegia la prova sui 50km. rispetto alla più breve distanza dei 20 chilometri, ma ciò nonostante non trascura di effettuare uno stage in Inghilterra, dove gli atleti sono abituati a tenere un ritmo alto di gara per evitare arrivi affollati, un’esperienza che risulta quanto mai utile negli anni a seguire …

Riservando la prova sui 20km. pressoché esclusivamente per l’assegnazione del titolo italiano – che Pamich fa suo in ben 13 occasioni, di cui 12 consecutive dal 1959 al 1969, per aggiungerne un ultimo nel 1971 – il fiumano inizia a farsi un nome anche all’estero aggiudicandosi la più massacrante delle gare che fanno parte del programma di Atletica Leggera (ricordiamo che la Maratona si disputa su di una distanza di 42,195 chilometri …) in Cecoslovacchia, dove mette in fila Campioni Olimpici ed europei, dopo che alla Rassegna Continentale di Berna ’54, poco più che 20enne, si era piazzato settimo in 4.49’06”4.

E se il 1955 è l’anno in cui conquista la sua prima medaglia d’Oro, affermandosi ai Giochi del Mediterraneo con il tempo di 5.03’33”, e pone le basi per 14 anni di titoli consecutivi (dal 1955 al 1968) sulla 50km. ai Campionati italiani, la stagione seguente lo vede esordire alle Olimpiadi, che si disputano a fine novembre 1956 a Melbourne, in Australia …

A 23 anni da poco compiuti, Pamich non sfigura, tutt’altro, sui 50 chilometri dove, quattro anni prima ad Helsinki, si era affermato Pino Dordoni, accarezzando anche per qualche chilometro il sogno di salire sul podio, prima di essere superato nelle fasi conclusive dal leggendario svedese John Ljunggren – già Oro sulla distanza ai Giochi di Londra 1948, nonché Campione Europeo ad Oslo ’46 ed argento a Bruxelles ’50 – con il successo appannaggio del neozelandese Norman Read, che conclude la propria fatica nel tempo di 4.30’42”8 precedendo il sovietico Yevgeniy Maskinskov, mentre Pamich impiega 4.39’ netti, dovendosi poi attendere oltre 11’ prima che giunga al traguardo il quinto classificato.

Una indubbia prova di spessore – cui, quattro giorni dopo, fa seguire il piazzamento in undicesima posizione sui 20 chilometri, unica volta che prende parte a tale gara alle Olimpiadi – a cui Pamich fa seguire una ancor più valida prestazione in occasione dei Campionati Europei di Stoccolma ’58, in cui scende a 4.19’58”6 per cogliere un brillante argento, preceduto solo dal già citato Maskinskov, che lo precede di poco più di 1’.

Inutile nascondere che in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, Pamich – inserito a pieno titolo nel ristretto lotto dei candidati alle medaglie – speri di conquistare la Medaglia d’Oro in quella che è altresì l’ultima apparizione ai Giochi del già ricordato Dordoni (che a Melbourne aveva optato per i 20km. concludendo non meglio che nono …), ma a metà della gara che si disputa al primo pomeriggio del 7 settembre 1960, il fiumano, prossimo al compimento dei 27 anni, transita in settima posizione, ad oltre 3’ di distacco dal leader, il britannico Don Thompson, con circa 1’30” di vantaggio sull’eterno Ljunggren a dispetto dei 41 anni che lo svedese avrebbe compiuto da lì a due giorni …

Situazione che muta nei 10 chilometri successivi, con lo scandinavo ad attaccare decisamente così da sopravanzare Thompson al passaggio ai 35km., mentre alle loro spalle l’azzurro risale in quarta posizione, pur mantenendo un distacco di quasi 3’30”, preceduto dal sovietico Aleksandr Shcherbina che segue la coppia di testa distanziato di poco più di 1’, ed il vincitore di Melbourne, Norman Read, viceversa ritiratosi …

Gli ultimi 15 chilometri divengono una doppia sfida tra Thompson e Ljunggren da una parte, che fanno a gara a superarsi al comando della gara sino a che, alla fine, a prevalere è il 27enne londinese, che conclude con il Record olimpico di 4.25’30”0, lasciando a 17” Ljunggren che, dopo l’Oro di Londra ’48 ed il bronzo di Melbourne ’56, completa così la propria collezione di medaglie ai Giochi, mentre l’azzurro è protagonista di un eccellente finale che lo porta dapprima a sopravanzare il sovietico per assicurarsi il gradino più basso del podio e quindi a ridurre il distacco dal primo a meno di 2’30”, tagliando il traguardo in 4.27’55”4.

Sicuramente un buon risultato, che però non soddisfa del tutto un Pamich che a 5 chilometri dall’arrivo si era anche portato ad 1’18” dalla coppia di testa prima che il britannico sferrasse l’attacco decisivo, ma che diviene l’ultima delusione prima di un quinquennio denso solo di Gloria e trionfi, dal quale non è assolutamente esente la nomina di Dordoni (che a Roma aveva concluso in un’onesta settima posizione …) quale Responsabile della Nazionale Italiana di Marcia …

Sotto la guida dell’ex Campione olimpico piacentino, Pamich compie l’ultimo gradino di quel salto di qualità che lo porta a divenire praticamente invincibile sulla distanza dei 50 chilometri, tant’è che già una settimana dopo il compimento dei 27 anni, il 16 ottobre 1960 a Ponte San Pietro, stabilisce in 4.03’02” la miglior prestazione mondiale su strada, per poi aggiudicarsi, l’anno seguente, la prima edizione del “Lugano Trophy” prendendosi la rivincita su Thompson, al quale infligge (4.25’38” a 4.30’35”) quasi 5’ di distacco.

E’ solo l’inizio del “Periodo magico” del marciatore giuliano – giunto oramai alla completa maturazione psicofisica e tattica – che ai Campionati Europei di Belgrado ’62 (proprio nella Capitale della Repubblica jugoslava che lo aveva costretto all’esilio …) sbaraglia il campo dei partenti, cogliendo il titolo continentale con il tempo di 4.19’46”6, lasciando a quasi 5’ di distacco il sovietico Grigoriy Panichkin, mentre Thompson completa il podio in 4.29’00”2, così da assumere il ruolo di favorito in vista delle Olimpiadi di Tokyo che si svolgono nel mese di ottobre 1964 …

Un appuntamento che Pamich e Dordoni preparano minuziosamente, consapevoli che a 31 anni da poco compiuti difficilmente potrà esserci un’altra occasione altrettanto propizia – pur se lo stakanovista Ljunggren è ancora della partita nonostante i quasi 46 anni, classificandosi 16esimo sui 50 e 19esimo sui 20 chilometri per la sua quinta partecipazione ai Giochi – e la gara che prende il via alle 12:20 ora locale del 18 ottobre 1964 si presenta con pioggia e freddo alquanto indigesti per tutti i concorrenti, ma non per chi a certe situazioni ambientali è maggiormente abituato …

E chi meglio di un fiumano trapiantato a Genova e di un inglese di Colchester potevano trovarsi a proprio agio in una tale condizione climatica, così che sono proprio Pamich ed il 25enne britannico Vincent Paul Nihill a prendere decisamente la testa, viaggiando di pari passo, gomito a gomito, verso il traguardo, allorché si verifica un “incidente di percorso” destinato a passare alla Storia …

Già, perché il portacolori azzurro che, senza tema di smentita, aveva bevuto ad un rifornimento un sorso di the freddo, inizia ad accusare problemi intestinali per liberarsi dei quali è costretto, suo malgrado a fermarsi, versione questa confermata dallo stesso marciatore a gara conclusa, ma smentita da Alfredo Pigna nel suo libro “Il Romanzo delle Olimpiadi” che, viceversa, parla di uno stimolo incontrollabile ad urinare causato dall’effetto diuretico della bevanda …

Quale che sia l’esatta dinamica, resta il fatto che la sosta comporta per Pamich la perdita di circa 40 metri da Nihill quando oramai mancano circa 12 chilometri all’arrivo, ma “l’essersi liberato dal peso” fa sì che il distacco venga colmato in men che non si dica per poi andarsi a prendere quell’Oro da tanto tempo sognato a ricompensa dei molti sacrifici sostenuti assieme alla moglie Maura e per fare un bel regalo ai figli Tamara e Sennen …

E quando, dopo l’ingresso nello “Stadio Nazionale” della Capitale giapponese, percorsi gli ultimi metri sulla pista per l’ultima volta in terra battuta, Pamich si lancia andare ad un plateale gesto di rabbia strappando con le mani il fatidico filo di lana, non sono in pochi a ritenere tale atteggiamento figlio della sua condizione di profugo, mentre è lui stesso a precisare che il riferimento è solo ed esclusivamente relativo a sfogare la tensione per un successo che stava rischiando banalmente, ancora una volta, di svanire …

Trionfo – l’unico dell’Italia in tale edizione dei Giochi per quel che concerne l’Atletica Leggera, che vede Salvatore Morale conquistare il bronzo nella Finale dei m.400hs – che bissa quello già citato ottenuto dal suo allenatore Dordoni ad Helsinki 12 anni prima ed il cui valore è accentuato dal tempo di 4.11’12”4 che rappresenta il nuovo Record Olimpico, con Nihill a concludere staccato di 19” e la Svezia a vedere un altro suo rappresentante sul podio, toccando stavolta ad Ingvar Pettersson mettersi al collo la medaglia di bronzo.

Raggiunto l’apice della carriera, Pamich non smette di marciare, e se l’anno seguente, nella terza edizione del “Lugano Trophy” che si svolge a Pescara, si deve accontentare del terzo posto in 4.06’40” alle spalle dei tedeschi orientali Christoph Hohne (il quale si impone anche nel 1967 e nel ’70) e Burkhard Leuschke, è ancora lui a confermare il titolo europeo di Belgrado, imponendosi nella Rassegna Continentale di Budapest ’66 con il tempo di 4.18’42” sulla coppia sovietica costituita da Gennady Agapov e dal già ricordato Shcherbina.

Un Pamich che vorrebbe ben figurare anche in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico ’68, ma è costretto al ritiro al 20esimo chilometro, lasciando l’onere di tenere alto il buon nome dell’Italia al 23enne Vittorio Visini, che conclude in un’onorevole sesta posizione, suo miglior piazzamento ai Giochi, visto che, quattro anni dopo a Monaco ’72, si classifica settimo sui 50 ed ottavo sui 20 chilometri, per poi replicare tale piazzamento sulla medesima distanza anche nell’edizione di Montreal ’76.

Pamich, viceversa, dopo essersi ritirato, al pari di Visini, ai Campionati Europei di Atene ’69, in cui si afferma Hohne in 4.12’32”8, ed essersi classificato ottavo due anni dopo nella Rassegna Continentale di Helsinki ’71, dove a primeggiare è il sovietico Benjamin Soldatenko su Hohne, riceve quello che lui stesso riconosce essere il massimo onore che il Comitato Olimpico Italiano potesse concedergli, ovvero ricoprire il ruolo di  portabandiera azzurro alla Cerimonia d’Apertura dei Giochi di Monaco 1972, che rappresentano la sua quinta partecipazione, pur se il finale è amaro, venendo squalificato mentre si trova in 15esima posizione nella prova vinta dall’atleta di casa Bernd Kannenberg su Soldatenko, con, per la prima volta nella Storia dei Giochi, entrambi i marciatori a concludere sotto le 4 ore, con 3.56’11”6 e 3.58’24”0 rispettivamente.

Ma, per uno che ha dedicato l’intera sua vita agonistica a marciare, l’appendere le scarpette al chiodo non vuol certo significare fermarsi, anche perché vi è una famiglia da mantenere – “ed, “all’epoca lo Sport era solo fatica, sacrificio e divertimento, mica ti portava i soldi …”, chiosa lui – ed eccolo quindi trovare impiego dapprima alla “Esso”, quindi alla “Finmeccanica” ed infine alla “SIP”, senza però staccarsi definitivamente dal Mondo dello Sport, mettendo a frutto le sue due lauree in psicologia e sociologia che fanno sì che venga chiamato in tale veste a dare supporto alla Nazionale Italiana di Pallamano.

C’è però un vuoto profondo nella sua vita che Pamich intende assolutamente colmare ed è il ricordo della sua città Fiume e della sua gente che non vuole che vada disperso, ed eccolo quindi protagonista quale collaboratore della “Società di Studi Fiumani”, ben lieto di non far mancare, fin quando gli è stato possibile, la sua presenza ogni qualvolta si sono celebrate delle commemorazioni organizzate dalla “Comunità degli Esuli Giuliani e Dalmati” in ogni parte della Penisola, lui che di quei profughi è stato quello che ha ottenuto maggiore notorietà.

E da chi volete che sia nata l’idea affinché il 10 febbraio di ogni anno – in ricordo del giorno del 1947 in cui fu sottoscritto il trattato di Parigi che assegnava Fiume alla Repubblica di Tito – si disputi a Roma, nel Quartiere Giuliano-Dalmata, la “Corsa del Ricordo, come a simboleggiare quella che è stata la “Lunga Marcia” di Pamich, che nulla a che vedere con quella storica di Mao Tse Tung, ma che per il giovane fiumano ha, viceversa, rappresentato dapprima lo sbocco verso la libertà, e quindi verso la Gloria sportiva …

Senza sapere se l’oramai quasi 90enne Abdon conosca il messaggio lasciato dalla scrittrice cilena Isabel Allende, crediamo di fargli piacere dedicandogli la frase della stessa: “Non esiste separazione definitiva, sinché vive il ricordo …!!” …

 

BOCA-RIVER, UNA RIVALITA’ CENTENARIA CHE ANCORA RESISTE

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Un intervento di Passarella su Maradona in un “Superclasico” del 1981 – da:thesefootballtimes.co 

Articolo di Giovanni Manenti

La rivalità è, nella maggior parte dei casi, “il sale del Calcio”, ovvero quella che fa attendere la stesura dei calendari per vedere in quali date le rispettive formazioni sono chiamate ad incontrarsi e quindi, da parte delle opposte fazioni, a prepararsi a ciò che, spesso e volentieri, è una sfida che trascende il mero ambito sportivo …

Alcune di esse sono figlie della fama delle rispettive Società di appartenenza, vedi in Italia tra la Juventus e le due milanesi, oppure in Germania ai tempi in cui al potentissimo Bayern Monaco si opponevano dapprima il Borussia Monchengladbach e quindi l’Amburgo, anche se, sotto questo aspetto, nulla può superare il “Clasico” tra Real Madrid e Barcellona che, al di là dell’indiscutibile bacheca di Trofei vinti dai due Club, trova radici dai tempi della “Guerra Civile Spagnola” coi nazionalisti della Capitale ad opporsi ai Repubblicani della Catalogna, che ancor oggi sognano l’indipendenza …

E poi, vi sono i “Derby Cittadini”, quelli che, per ovvie ragioni, non potranno mai venir meno, e che in Europa raggiungono l’apice a Belgrado tra Stella Rossa e Partizan, al pari di Istanbul, dove a fronteggiarsi sono Galatasaray – alfiere della parte occidentale della città – e Fenerbahce, viceversa confinante con la zona asiatica, per non parlare dell’aspetto religioso che per decenni ha contraddistinto lo “Old Firm” di Glasgow, con i rispettivi Club ad ingaggiare solo giocatori cattolici (il Celtic) o protestanti (i Rangers), comportamento anacronistico fortunatamente cessato (peraltro solo a fine anni ’80 …!!) con l’acquisto del cattolico Mo Johnston da parte dei Rangers.

Ma se in Europa, con il passare del tempo, alcuni eccessi si sono attenuati, ciò non può dirsi di quanto accade in Sudamerica, e precisamente in Argentina, per quel che concerne il “Superclasico” della Capitale Buenos Aires, ovvero la sfida tra Boca Juniors e River Plate, divisi da una rivalità ultracentenaria che non accenna ad attenuarsi, come dimostra quanto accaduto in occasione della Finale della “Copa Libertadores” (l’equivalente della “Champions League” europea …) dello scorso anno …

Per la prima volta, difatti, chiamate a disputarsi il Trofeo in Finale – che in Sudamerica si disputa con gare di andata e ritorno – dopo che la partita sul campo del Boca si era conclusa sul 2-2, il ritorno allo “Estadio Monumental” vede i tifosi del River aggredire il pullman dei giocatori rivali che si stava recando all’impianto, spaccandone i vetri per poi lanciare attraverso gli stessi dello spray urticante, una sorta di “vendetta” che chiariremo in seguito …

Morale della favola, dopo una serie di contrasti, riunioni e polemiche, viene assunta la decisione di far disputare l’incontro di ritorno addirittura oltre Oceano e, quasi obbligatoriamente, la sede scelta non può essere che il “Santiago Bernabeu” di Madrid dove, il 9 dicembre 2018, il River Plate fa suo il Trofeo affermandosi per 3-1 ai supplementari.

Capirete, pertanto, come questa rivalità sia ben lungi dal sopirsi, anche se le sue origini hanno radici datate oltre un secolo, in una sorta di dramma teatrale in cui gli italiani (ed, in particolare i genovesi …) svolgono la loro buona parte …

Molti, difatti, non sanno che entrambe le Società sono state fondate nel medesimo “Barrio” (“rione” in italiano …), ovvero “La Boca, zona portuale in cui dimorano i primi migranti europei tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e dove altresì attraccano molte navi provenienti dall’Inghilterra, che, oltre alle merci, esportano anche il “Football”, Sport per poveri che immediatamente fa innamorare i giovani sudamericani, i quali ne apprendono talmente bene i fondamentali che leggenda vuole riescano in poco tempo a battere puntualmente i marinai britannici.

Cominciano così a fiorire come margherite Club più o meno organizzati, tra i quali si possono citare il Lomas Athletics, cinque volte Campione tra il 1893 ed il 1898, salvo poi sparire nel 1909 per dedicarsi esclusivamente al Rugby, e soprattutto l’Alumni, vincitore di ben 10 titoli tra il 1900 ed il 1911 per poi dileguarsi senza lasciare traccia alcuna.

E’ altresì evidente come, in un tale proliferare di Società, si potesse addivenire ad una fusione tra le stesse, come accade tra i “Rosales” ed il “Santa Rosa” che, su proposta dell’italiano Livio Ratto, uniscono le proprie forse dando vita, a fine maggio 1901, al “Club Atletico River Plate”.

Nome anglofono che deve la sua origine al fatto che, trovandosi Buenos Aires sulle rive del Rio de la Plata (il “Fiume d’argento”, con traduzione letterale …), sulle casse che i mercantili inglesi scaricano al porto campeggi la scritta “The River Plate” per indicarne la destinazione al momento dell’imbarco, un’idea nata da tal Pedro Martinez e che trova l’accordo degli altri Soci, divenendo quasi un vezzo per il Club, la cui divisa è inizialmente completamente bianca, per poi venire aggiunta una banda trasversale rossa al fine di renderla un po’ più colorata, così da divenirne il simbolo imperituro.

Non passa molto tempo affinché veda la luce anche il Club rivale, nato ad inizio aprile 1905 su iniziativa di un gruppo di giovani genovesi, i quali, molto più modestamente, chiamano la nuova Società “Club Atletico Boca Juniors” dal nome del quartiere, mentre i classici colori gialloblù adottati hanno come matrice il porto, in quanto uno dei Soci fondatori, Juan Brichetto, vede un giorno attraccare una nave svedese battente la bandiera gialla con croce blu, restandone affascinato.

Le origini italiane, e genovesi in particolare, restano tuttora ben salde a dispetto del tempo trascorso, e sia gli abitanti del quartiere che i tifosi del Boca vivono ancora un legame profondo con la “Città della Lanterna”, tanto che il loro appellativo resta quello di “Xeneizes”, dalla storpiatura al plurale del termine dialettale “zeneize” che significa, appunto, genovese.

Quante e quali siano state le sfide non ufficiali tra le due squadre non è dato a sapere, l’unica certificata come prima è quella del 24 agosto 1913 che vede il successo del River per 2-1, con la prima rete in assoluto nella “Storia del Superclasico” siglata dal centromediano Candido Garcia per la formazione vincitrice.

Non è però che le due formazioni in assoluto più titolate di Argentina inizino da subito a far valere la propria superiorità, così come occorre che trascorrano diversi anni affinché la rivalità si accenda, in quest’ultimo caso a causa di una scissione federale durata per otto anni (dal 1919 al 1926) tra la “Asociacion Argentina de Football” (a cui resta iscritto il Boca …) e la “Asociacion Amateurs de Football” (a cui aderisce il River Plate …), con conseguente disputa di due distinti Tornei che vedono i gialloblù affermarsi in cinque occasioni (1919, ’20, ’23, ’24 e ’26), mentre il River coglie il suo primo successo nel 1920, ma le cose sono destinate ben presto a cambiare …

Ed è un cambiamento che sigla per sempre una rivalità che non potrà più essere cancellata, in quanto il River, dopo essersi quasi subito trasferito nel barrio Palermo, dove vivono gli immigrati italiani, nei primi anni ’20 sposta la propria sede a Nord della città, ovvero nel ricco quartiere Nunez, atteggiamento che viene visto come superbo ed arrogante da parte della comunità italiana, avendo i Dirigenti rinnegato le proprie origini, dal che nasce il soprannome, dal significato dispregiativo, di “Los Millonarios” (ovvero “I Milionari”), cui peraltro il River Plate fa onore acquistando nel 1932 dal Tigre, pagandolo a peso d’oro, il 23enne attaccante Bernabé Ferreira.

Uno dei pochi giocatori a poter vantare in Carriera più reti che partite di Campionato giocate (206 in 198 gare, per la precisione …), Ferreyra contribuisce a suon di centri alla conquista dei titoli nel 1932, ’36 e ’37, prima che il River Plate componga lo storico attacco denominato “La Maquina (vale a dire “La Macchina” …), formato da Juan Carlos Munoz, José Manuel Moreno, Adolfo Pedernera, Angel Labruna e Felix Loustau, grazie al quale si impone nei Tornei 1941, ’42, ’45 e ’47 …

In una siffatta situazione, non potendo competere coi rivali in fatto di capacità finanziarie, il Boca diviene il simbolo della parte operaia della città, nonché del proletariato dell’intera argentina, così che, se “Los Millonarios” privilegiano le giocate ad effetto ed i virtuosismi, alla tifoseria bocaense ci si esalta per coloro che si comportano in campo come autentici gladiatori, caratteristiche che perdurano tutt’oggi, ancorché chiaramente mitigate dall’evoluzione del gioco, ma che riaffiorano in particolar modo negli scontri diretti …

Nel periodo d’oro del River, anche il Boca ha comunque modo di mettere in bella mostra un suo gioiello, ovvero il centravanti Francisco Varallo (175 reti in 195 presenze in Campionato …) grazie al quale si aggiudica i titoli nel 1931, ’34 e ’35, per poi toccare ad un uruguaiano, Severino Varela, contribuire in maniera determinante alla conquista della “Primera Division” 1943 e ’44, rispettivamente con uno e due punti di vantaggio sugli “odiati” rivali.

Nel frattempo, le due Società si sono anche dotate dei rispettivi impianti di gioco, ovvero lo “Estadio Monumental” (successivamente intitolato allo storico Presidente Antonio Vespucio Liberti nel 1986 …) per ciò che concerne il River Plate, capace di contenere oltre 70mila spettatori, ed il più contenuto “Estadio Alberto José Armando”, così ribattezzato nel 2002 dopo che inizialmente aveva assunto la denominazione di “Estadio Camilo Cichero”, in onore di un altro Presidente del Boca, ancorché universalmente conosciuto come “La Bombonera” per il tifo caloroso dei propri supporters ….

Purtroppo per il Boca, il titolo del 1944 – cui fanno seguito tre secondi posti consecutivi – è l’ultimo prima di un periodo corrispondente all’intero decennio successivo in cui l’unico acuto è costituito dal successo nel 1954, mentre gli anni ’50 vedono il predominio del River Plate, nonostante il fuoriclasse Alfredo Di Stefano preferisca le pesetas del Real Madrid, che, trascinato da Omar Sivori, si afferma nel 1952, ’53 e quindi per un triennio consecutivo dal 1955 al ’57 prima che il “Cabezon” sia attratto anch’egli dai maggiori ingaggi del Calcio europeo, accasandosi alla Juventus.

Ma, come successo per il Boca, tocca ora al River masticare amaro, visto che devono trascorrere addirittura 18 anni prima di tornare a trionfare in Patria, aggiudicandosi nel 1975 entrambi i Tornei annuali, vale a dire il “Metropolitano” ed il “Nacional, introdotti a far tempo dal 1967, per poi divenire, dalla stagione 1991-’92, “Apertura” e “Clausura”.

Questo raddoppio di competizioni deve essere preso in considerazione allorché si valutano i titoli nazionali complessivi della due squadre – che ad oggi parlano di 36 successi a 33 a favore del River – rispetto agli altri Paesi dove si laurea un solo Campione a stagione, ma in ogni caso servono ad accentuare, qualora ve ne fosse bisogno, la relativa rivalità.

Il periodo non propriamente felice dei due Club – nonostante che il Boca Juniors inizi positivamente gli anni ’60 (in cui il River Plate colleziona ben 8 secondi posti …!!) affermandosi nel 1962, 1964 e ’65, per poi far suoi i titoli del “Nacional” nel 1969 e ’70 – coincide altresì con la nascita della “Copa Libertadores”, la cui prima edizione si svolge nel 1960 e che vede i Club argentini particolarmente in evidenza …

Sono, difatti, l’Independiente a conquistare il Trofeo nel 1964 e ’65, per poi, dopo l’affermazione del Racing Club nel 1967, toccare all’Estudiantes mettere in fila un tris di successi consecutivi dal 1968 al ’70, e quindi tornare in auge l’Independiente che, addirittura, fa ancor meglio, imponendosi dal 1972 al ’75 per un poker che non ha tuttora riscontro nella Storia della Manifestazione.

E le due “Grandi”, che fine hanno fatto …?? Tocca per prima al Boca avvicinarsi al titolo, conquistando la Finale nel 1963, solo per arrendersi (2-3 al Maracana ed 1-2 a “La Bombonera”) di fronte all’invincibile Santos di quegli anni, per poi identica sorte essere riservata al River Plate tre anni dopo, superato in tre turni dagli uruguaiani del Penarol, trascinati dal centravanti ecuadoriano Alberto Spencer, detentore del primato di maggior numero di reti realizzate nella competizione.

Una rivalità che, pertanto, esce ora dalle mura domestiche per estendersi in tutto il Sudamerica e che vede la prima sfida andare in scena nell’edizione 1966, allorché il 10 febbraio il River supera 2-1 il Boca al “Monumental”, per poi essere sconfitto 0-2 al ritorno, ma con entrambe le squadre qualificate per la fase successiva, dove hanno modo di incontrarsi nuovamente con “Los Millonarios” a qualificarsi per la Finale (poi sconfitti, come già ricordato …) nonostante il 2-2 casalingo e la sconfitta per 0-1 a “La Bombonera” …

La discutibile regola della CONMEBOL (Confederacion Sudamericana de Futbol) che impone a formazioni dello stesso Paese di incontrarsi nel medesimo , fa sì che la sfida si ripeta nel 1970 (2 vittorie, un pari ed una sconfitta a favore del River …), per poi divenire fondamentale nell’edizione 1977, allorché il successo per 1-0 dei “Xeneizes” (rete di Roberto Mouzo all’87’) ed il successivo pari a reti bianche, qualificano il solo Boca Juniors che poi si aggiudica il Trofeo superando nello spareggio ai calci di rigore i brasiliani del Cruzeiro, e quindi far sua anche la Coppa Intercontinentale (2-2 e 3-0) a spese del Borussia Monchenglafbach.

Si tratta di un Boca a cui la ribalta internazionale si addice, come conferma il bis ottenuto l’anno successivo, in cui si qualifica per la Finale eliminando nel Girone di semifinale proprio i rivali, oltretutto affermandosi 2-0 al “Monumental” (reti di Mastrangelo e Salinas) nell’ultima giornata, per poi disporre facilmente (0-0 e 4-0) dei colombiani del Deportivo Cali nell’atto conclusivo.

Un trofeo che, dopo che il Boca raggiunge la Finale anche per il terzo anno consecutivo (stavolta sconfitto 0-2 e 0-0 dall’Olimpia di Asuncion …) vede trionfare anche il River Plate a distanza di 10 anni l’uno dall’altro, vale a dire nel 1986 superando (2-1 ed 1-0) l’America di Cali – cui abbina la conquista della Coppa Intercontinentale (1-0 alla Steaua Bucarest) – e nel 1996, in cui ha la meglio ancora sugli stessi colombiani, i quali vantano il poco simpatico record di aver perso tutte e quattro le Finali cui hanno partecipato.

E, mentre con l’inizio degli anni ’90 e successiva entrata nel nuovo Millennio i due Club fanno a gara ad aggiudicarsi i titoli nazionali, ancorché multipli sino al 2012 (13 per il River e 12 per il Boca …), non sono pochi i Campioni che ne vestono i colori, pur se molti di loro destinati alle più remunerative frontiere europee, ed in tale ottica si possono ricordare per il River Plate: Norberto Alonso, l’uruguaiano Enzo Francescoli, “El Caudillo” Daniel Passarella, Ariel Ortega, Ramon Diaz (poi tecnico di successo, con 6 titoli e la Copa Libertadores ‘96 …), Ubaldo Fillol, Hernan Crespo e Reinaldo Merlo.

Da parte del Boca Juniors non si è certo da meno, avendo potuto contare sulle prestazioni del “Pibe de OroDiego Armando Maradona (ancorché ai massimi livelli per una sola stagione …), Juan Roman Riquelme, Carlos Tevez, Martin Palermo (miglior marcatore nella Storia del Club con 236 reti …), “El LocoHugo Gatti (con 765 presenze il giocatore più presente della Liga argentina …), Gabriel Batistuta, Juan Sebastian Veron, Walter Samuel, Nicolas Burdisso e Guillermo Barros Schelotto.

Un Boca che ad inizio anni 2000, con l’avvento in panchina del tecnico Carlos Bianchi (un passato da giocatore al Velez Sarsfield, poi condotto da allenatore a tre titoli nazionali, oltre che alla conquista di Copa Libertadores e Coppa Intercontinentale nel 1994 …), ritorna protagonista sulla scena internazionale, risultando capace, in cinque stagioni, di raggiungere in quattro occasioni la Finale della Libertadores, facendo suo il titolo nel 2000 (dopo aver avuto ragione nei Quarti, 1-2 e 3-0, sul River …), 2001 e ’03, venendo viceversa sconfitto nella Finale 2004 dai colombiani dell’Once Caldas, non senza aver però eliminato il River Plate 5-4 ai rigori (1-0, 1-2 i relativi confronti …) in semifinale …

Formazione di Bianchi che unisce ai trionfi continentali anche la conquista della Coppa Intercontinentale facendo due vittime illustri quali il Real Madrid nel 2000 (2-1 con doppietta nei primi 6’ di Martin Palermo) ed il Milan nel 2004 (3-1 ai rigori dopo l’1-1 al termine dei supplementari …) per poi raggiungere quota 6 nel computo delle Libertadores a spese (3-0 e 2-0) dei brasiliani del Gremio, ma subendo stavolta la rivincita del Milan (2-4 nel Mondiale per Club.

In tutto questo sfarzo di trionfi bocaensi, il River Plate, di contro, incappa nel suo “annus horribilis” del 2011 che decreta la retrocessione in “Primera B Nacional” per la prima volta in 110 anni esatti di Storia …

Al capezzale de “Los Millonarios” giungono anche giocatori famosi ancorché a fine carriera, quale in particolare l’ex juventino David Trezeguet, che con le sue 13 reti in 19 incontri contribuisce all’immediata risalita nell’elite del calcio nazionale – soddisfazione incrementata dalla sconfitta del Boca contro il Corinthians nella Finale della Libertadores – cui fa seguito l’altrettanto istantaneo ritorno ai vertici, con il successo nel torneo 2014 ed il trionfo nella Libertadores 2015, nella maniera forse maggiormente desiderata da ogni “Millonario” ….

Accade, difatti, che River Plate e Boca Juniors si debbano incontrare agli Ottavi della Manifestazione, con la gara di andata disputata l’8 maggio 2015 al “Monumental” e vinta dai padroni di casa per 1-0 grazie ad un rigore di Carlos Sanchez ad 8’ dal termine, dovendo poi rendere visita ad una settimana di distanza ai propri avversari a “La Bombonera” …

E qui, dopo che il primo tempo si conclude sullo 0-0, ecco che al ritorno in campo dei giocatori, i tifosi gialloblù attaccano quelli del River con dello spray al peperoncino, impedendo loro di proseguire l’incontro che viene, giustamente, assegnato agli ospiti con il punteggio di 3-0, consentendo di proseguire il cammino sino al successo nella doppia Finale (0-0 e 3-0) contro i messicani del Tigres.

Un affronto che i tifosi del River hanno voluto vendicare la scorsa stagione, come già riportato all’inizio, mentre il Boca Juniors, dal canto suo, sta dominando in Campionato, essendosi aggiudicato le edizioni 2015, ’17 e ’18, ma a questo punto è logico che la rivalità si stia spostando sul fronte internazionale, tra due formazioni che, sinora, si sono incontrate ben 248 volte in gare ufficiali, con leggera supremazia del Boca Juniors con 88 successi a fronte degli 82 dei rivali e di 78 pareggi, e, limitandoci alle sole partite di Copa Libertadores, ecco che il computo delle 26 sfide vede ancora prevalere il Boca di misura, con 10 vittorie contro le 8 del River ed altrettanti pareggi …

Ecco perché questa sera, alle ore 21:30 locali (le 2:30 del mattino del 2 ottobre in Italia …) si apprestano a scendere in campo allo “Estadio Monumental Antonio Vespucio Liberti” di Buenos Aires, agli ordini dell’arbitro brasiliano Raphael Claus, non solo due semplici squadre di Calcio, bensì due simboli che uniscono due diversi modi di interpretare la vita, “I Ricchi ed i Poveri”, verrebbe da dire, anche se, per quanto ovvio, queste differenze della prima metà del secolo scorso si sono largamente attenuate …

E che “Superclasico” sia, alla buon’ora …!!

 

L’INATTESO TRIONFO DEL SETTEBELLO AZZURRO AI GIOCHI DI ROMA 1960

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Il Settebello azzurro Oro ai Giochi di Roma 1960 – da:lucapelosi.com

Articolo di Giovanni Manenti

Allorché il 25 settembre 1960 il Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Gronchi pronuncia, dalla Tribuna d’Onore dello Stadio Olimpico di Roma, la rituale formula di apertura della XVII edizione delle Olimpiadi dell’era moderna, vi è la speranza che si possa, nel Team Azzurro, sfatare il tabù di non essere ancora riusciti a salire sul podio sia nel programma natatorio che nei tuffi …

Speranza quanto mai vana, in quanto nelle gare svoltesi nella Piscina del “Foro Italico” il miglior piazzamento lo ottiene Fritz Dennerlein con il quarto posto nella Finale dei m.200 farfalla – e dovranno attendersi ancora 12 anni prima che ai Giochi di Monaco 1972 tocchi alla padovana Novella Calligaris infrangere tale tradizione negativa – mentre nei Tuffi non si va oltre il sesto posto di Lamberto Mari dal Trampolino, ma, in questo caso, è alle porte l’era della fantastica coppia formata da Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto.

Non resta, quindi, che affidarci alla Pallanuoto, unica specialità non a secco di medaglie olimpiche, avendo già trionfato ai Giochi di Londra 1948 per poi conquistare il bronzo nell’edizione successiva di Helsinki ’52, mentre a Melbourne, nel 1956, deve accontentarsi della quarta piazza.

Sono gli anni, peraltro, del dominio assoluto delle “Quattro sorelle”, ovvero Italia, Jugoslavia, Unione Sovietica ed Ungheria, con quest’ultima, in particolare, ad aver conquistato uno dei primi due posti (quattro Ori e due argenti, per la precisione …) nelle ultime sei edizioni, da Amsterdam 1928 sino a Melbourne ’56 …

Con l’ingresso della corazzata sovietica nel panorama olimpico in occasione dei Giochi di Helsinki ’52, le riferite quattro superpotenze avevano visto l’Ungheria trionfare nelle due ultime occasioni, in cui la Jugoslavia coglie l’argento e l’Italia, come anticipato, giungere terza in Finlandia e quarta in Australia, mentre la prima medaglia l’Urss la guadagna con il bronzo di Melbourne.

Difficile solo ipotizzare qualsiasi altra formazione in grado di insidiare la sfida per le medaglie, come del resto aveva dimostrato l’esito del Campionato Europeo disputatosi nel 1958 in una Budapest ancora sconvolta dai tragici fatti della “Rivoluzione di ottobre” del 1956, con ancora i magiari a dominare la scena concludendo a punteggio pieno il Girone Finale, mentre le altre tre si superano a vicenda concludendo con una vittoria e due sconfitte a testa per una Classifica che ricalca l’esito dei Giochi di Melbourne, con l’Italia fuori dal podio solo per una peggior differenza reti.

Azzurri che sono affidati all’esperta guida proprio di un tecnico ungherese, Andrés “Bandy” Zolyomy, al quale viene riconosciuto il merito di aver fondato le basi della Pallanuoto italiana nonché spagnola, da lui allenata ai Giochi di Londra ’48 ed Helsinki ’52, per poi tornarvi a conclusione dell’esperienza nel bel Paese, il quale si trova a dover fare i conti con alcune importanti defezioni …

In un’epoca, difatti, dove alcuni atleti conciliano il Nuoto con la Pallanuoto, Paolo Pucci e Fritz Dennerlein decidono di dedicarsi esclusivamente alle specialità natatorie, così come sono costretti ad abbandonare la Nazionale, ma per motivi di lavoro, dovendosi recare all’estero, anche Enzo Cavazzoni e Maurizio D’Achille, così che il tecnico magiaro si vede privare in un colpo solo di quattro componenti della formazione titolare …

A completare un quadro che più deprimente non potrebbe essere, giunge un incidente stradale di cui è vittima Gianni Lonzi, il quale è costretto ad abbandonare temporaneamente l’attività, salvo recuperare in tempo per le Olimpiadi romane, mentre dal lato positivo vi è la crescita del 22enne Eraldo Pizzo, colonna della Pro Recco e destinato a far suo ogni tipo di record in fatto di record e longevità in piscina, che si presenta a Roma forte dei titoli italiani conquistati nel 1950 e ‘60 …

Zolyomy seleziona, dopo aver rinunciato a Parodi e Merello al termine di uno stage svolto ad inizio agosto, 12 giocatori per il Torneo Olimpico, vale a dire Amedeo Ambron, Danio Bardi, Giuseppe D’Altrui e Brunello Spinelli (Fiamme Oro), Salvatore Gionta e Giancarlo Guerrini (SS Lazio), Franco Lavoratori ed Eraldo Pizzo (Pro Recco), Gianni Lonzi (RN Florentia), Luigi Mannelli (Canottieri Napoli), Rosario Parmegiani (Pegli) e Dante Rossi (Nervi), un Team di un’età media poco superiore ai 20 anni, e che l’esperto tecnico pone al riparo dalle aspettative dei media.

E’ infatti “Bandy” a dichiarare ai media di non farsi troppe illusioni, visto che “siamo una squadra giovane, tecnicamente inferiori alle migliori e forse anche poco complementare, date le assenze di Pucci e Dennerlein, dovendo affrontare corazzate quali i maestri magiari e la crescita di Urss ed Jugoslavia, posso solo garantire che faremo del nostro meglio …”.

Come dire che, se fosse confermato il quarto posto di Melbourne sarebbe già un risultato confortante, considerata anche la presenza di valide outsider quali Germania, Olanda, Stati Uniti e Romania …

In ogni caso, allorché il 25 agosto 1960, stesso giorno dell’apertura dei Giochi, il Torneo ha inizio, le 16 compagini partecipanti vengono inserite in quattro distinti Gironi – le cui testa di serie sono, per quanto ovvio, Italia, Unione Sovietica, Jugoslavia ed Ungheria – da quattro squadre cadauno, le cui prime due classificate accedono alla Fase successiva.

Con una formula mutuata dal Basket, si svolgono quindi due Gironi (sempre formati da quattro squadre ciascuno …) in cui le ammesse si portano dietro il risultato della prima fase, da cui emergono nuovamente le prime due classificate che danno vita al Girone Finale a quattro, anche in questo caso partendo dall’esito dello scontro diretto già disputato.

Tutte e quattro le “favorite d’obbligo” concludono a punteggio pieno i rispettivi Gironi, anche se è l’Ungheria a fornire la migliore impressione, vista la differenza reti di 27-9 a proprio favore, mentre l’Italia, inserita nel Gruppo A, fatica all’esordio contro l’ostica Romania, superata 4-3 non senza difficoltà, per poi avere facilmente la meglio su Giappone e Repubblica Araba Unita, sconfitte per 8-1 e 9-4 rispettivamente …

Gli azzurri vanno quindi a comporre il Girone di Semifinale assieme alla Romania, partendo da 2 punti, al pari dell’Urss, in virtù del successo sovietico per 5-4 sulla Germania, mentre l’altro raggruppamento è composto da Jugoslavia e Olanda (2-1 per gli slavi) e da Ungheria e Stati Uniti (7-2 per i magiari il confronto diretto), così che i pronostici della vigilia risultano ampiamente rispettati.

L’Italia scende in acqua alle 22:30 del 30 agosto per affrontare la Germania dopo che, quattro ore prima, l’Urss era venuta a capo per 3-2 della sfida contro i rumeni, ragion per cui, in caso di vittoria, sarebbe già garantito l’accesso alla Poule Finale a quattro …

Incontro che il Settebello fa suo grazie ad una super difesa che nulla consente agli attaccanti avversari, per poi toccare a Parmegiani, in chiusura di prima frazione, e quindi a Pizzo con una doppietta, siglare il definitivo 3-0 che manda l’Italia alla sfida contro l’Unione Sovietica, fondamentale in chiave medaglia d’Oro, poiché, come già ricordato, il risultato concorre a formare la Classifica del Girone Finale …

E’ la mezzanotte del 31 agosto allorché le due formazioni scendono in acqua per quella che verrà poi definita “la partita perfetta” da parte degli azzurri che, dopo aver colpito un palo con Bardi, si portano in vantaggio con Pizzo dopo 8’16” del primo tempo (all’epoca gli incontri erano suddivisi in due sole frazioni da 10′ ciascuno a differenza dei quattro parziali da 7′ come adesso …), per poi toccare a Pizzo mettere il sigillo allo stesso minuto della ripresa, anche se “l’Eroe di giornata” è il portiere Dante Rossi, capace di opporsi ad ogni tentativo avversario, ergendosi a vero protagonista della serata.

Il giorno successivo, gli Azzurri sono in tribuna per assistere al paritetico scontro tra Jugoslavia ed Ungheria che, con grande sorpresa, vede i magiari soccombere per 1-2, così che la Classifica di partenza del Girone Finale vede: Italia p.2 (2-0), Jugoslavia p.2 (2-1), Ungheria p.0 (1-2) ed Urss p.0 (0-2).

Il fatto di giocare in casa fa sì che l’Italia scenda sempre in acqua sempre per seconda, vantaggio non indifferente, specie dopo che, nella prima gara del 2 settembre, Unione ed Ungheria si dividono (3-3) la posta, il che sta a significare che un’eventuale successo sulla Jugoslavia avrebbe il profumo dell’Oro …

Avversaria tutt’altro che malleabile, la Jugoslavia, in cui emergono il portiere Milan Muskatirovic, dall’alto dei suoi 193cm., misura ragguardevole per l’epoca, al pari di Hrvoje Kadic, Zlatko Simenc (che si diletta anche nella Pallamano …) e Zdravko Jezic, gloria balcanica e portabandiera per il proprio Paese ai Giochi di Helsinki 1952, ma Zolyomy sa come motivare i propri giocatori …

Oramai la formazione base è ben chiara, con Dante Rossi in porta e quindi, quali giocatori di movimento, il Capitano Giuseppe D’Altrui, Eraldo Pizzo, Gianni Lonzi, Franco Lavoratori, Danio Bardi e Rosario Parmegiani, ed è proprio quest’ultimo ad esaltarsi come “match winner” della sfida, dopo che “Bandy” aveva minacciato di lasciarlo fuori non avendo gradito un suo eccessivo rilassamento nella sfida coi sovietici.

Probabilmente, l’astuto tecnico magiaro aveva giocato d’astuzia per pungolare il suo giocatore, in ogni caso ottiene il risultato sperato, dato che trascorre appena 1’ ed il 23enne napoletano scarica tutta la sua rabbia in una conclusione che non lascia scampo a Muskatirovic, per il vantaggio con cui le due squadre vanno al riposo …

Con la conquista dell’Oro ad un passo, l’Italia riesce nella ripresa a rimediare al pareggio jugoslavo su rigore dopo 7’12”, riconquistando il vantaggio ancora con Parmegiani a pochi secondi dal 9’ di gioco per poi mantenere i nervi saldi negli ultimi 60” e portare a casa una vittoria quanto mai preziosa.

Quando manca, difatti, solo l’ultimo turno, con le sfide Urss-Jugoslavia ed Italia-Ungheria, la Classifica vede ora gli Azzurri ad un passo dal titolo con p.4 (4-1), seguiti da Jugoslavia p.2 (3-3), Ungheria p.1 (4-5) ed Unione Sovietica p.1 (3-5) …

Oltretutto, poiché l’Italia è chiamata a giocare la sua gara contro i magiari ad avvenuta conclusione della sfida tra sovietici ed jugoslavi, qualora questi ultimi non dovessero fare bottino pieno, avrebbe già al collo la medaglia d’Oro ancor prima di scendere in acqua, cosa che, in effetti, accade, visto che ad affermarsi è l’Unione Sovietica per 4-3 che così scavalca in Classifica i propri avversari e regala al Settebello il trionfo olimpico.

Sfida che riveste, al contrario, una fondamentale importanza per l’Ungheria che, in caso di sconfitta, resterebbe fuori dal podio olimpico come non le accade dai Giochi di Amsterdam 1928, mentre con il pareggio relegherebbe fuori dal podio la Jugoslavia ed un’eventuale vittoria le consegnerebbe l’argento, ragion per cui resta da valutare il comportamento degli Azzurri …

Italia che però intende completare il Torneo quantomeno da imbattuta, avendo sinora vinto tutte e sei le gare disputate, e spinta sull’orgoglio dopo l’iniziale doppio vantaggio magiaro (Felkai 1’49”, Domotor 3’45”), rimette le sorti dell’incontro in parità grazie ai centri di Parmegiani (5’38”) e Lavoratori (6’55”), prima che ancora Domotor ad 8’44” del primo tempo fissi il punteggio sul 3-2 prima dell’intervallo …

Tocca a Bardi, trasformando un penalty a 3’ dalla fine dell’incontro, gelare gli ungheresi che, per la prima volta da 32 anni, devono accontentarsi del bronzo olimpico, in virtù del 3-3 con cui la gara si conclude, per una Classifica Finale che così recita: Italia p.7 (2-1-0, 7-4), Unione Sovietica p.3 (1-1-1, 7-8), Ungheria p.2 (0-2-1, 7-8) ed Jugoslavia p.2 (1-0-2, 6-7), con la curiosità che l’Urss, iniziato il Girone all’ultimo posto, è riuscita a far suo l’argento.

Un successo frutto della grande opera di Zolyomy – il quale guiderà l’Italia anche quattro anni dopo ai Giochi di Tokyo dove si classifica quarta – mentre le sue rivali di Roma si divideranno “da buone amiche” i titoli nelle successive edizioni, con l’Ungheria a tornare ai vertici nel 1964, la Jugoslavia a cogliere il primo successo a Città del Messico ’68, al pari dell’Unione Sovietica che raggiunge analogo risultato a Monaco 1972 …

L’Italia, viceversa, dovrà attendere ben 32 anni per tornare a festeggiare la Gloria Olimpica nella incredibile ed emozionante Finale contro la Spagna ai Giochi di Barcellona 1992, per quello che resta, a tutt’oggi, l’ultimo successo azzurro, ma quel che è certo è che il ricordo di quelle “Dolci Notti Romane” resterà per sempre indelebile in coloro che l’hanno vissuto …