PAT McCORMICK, L’ANGELO BIONDO DEI TUFFI NEGLI ANNI ’50

1950: A waist-up photo of Pat McCormick, Olympic high diver.
Pat McCormick nel 1950 – da:gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Nessun dubbio sul fatto che, dall’edizione di Anversa 1920, la specialità dei tuffi abbia avuto in sede olimpica un’unica Nazione dominatrice, vale a dire gli Stati Uniti che, in campo maschile, si aggiudicano l’Oro dal Trampolino per ben 11 edizioni consecutive sino ai Giochi di Città del Messico ’68 (ed in 7 occasioni facendo proprio l’intero podio …), mentre il titolo dalla Piattaforma è conquistato dai rappresentanti dello Zio Sam ininterrottamente sino a Tokyo ’64, con il solo messicano Joaquin Capilla ad infrangere la serie a Melbourne 1956 …

Nessuno di loro è però riuscito nell’impresa di bissare il successo in entrambe le prove – con al massimo Sammy Lee e Bob Webster a confermare l’Oro olimpico dalla Piattaforma (nel 1948 e ’52 il primo, nel 1960 e ’64 il secondo …) – rispetto a quanto viceversa compiuto nel settore femminile dalla “divina” Pat McCormick, pressoché imbattibile nel corso degli anni ’50 …

Patricia Joan “Pat” Keller, questo il suo cognome da nubile, nasce il 12 maggio 1930 a Seal Beach, piccolo centro della California sulla costa del Pacifico, ed inizia a specializzarsi nei tuffi sulla falsariga dell’esempio del fratello maggiore Bob.

La svolta della carriera giunge all’età di 17 anni, allorché, nel mentre si esibisce in un Meeting a Long Beach, Pat viene notata da Aileen Allen, che altri non è che l’allenatrice del “Los Angeles Athletic Club”, la quale, intuendone le qualità, la invita a far parte del suo gruppo.

La possibilità di avere un coach che ne migliori la tecnica, così come poter usufruire di strutture ben più qualificate oltre alla presenza, al Club, dei futuri Campioni olimpici quali Vicki Draves e Sammy Lee, fanno sì che in poco tempo la giovane californiana si trasformi da semplice sconosciuta alla imbattibile tuffatrice che tutti avranno modo di ammirare in seguito.

Dopo aver fallito per meno di un punto la qualificazione ai Giochi di Londra 1948 ed aver contratto matrimonio l’anno seguente con John McCormick, anch’egli tuffatore e Campione AAU dalla piattaforma nel biennio 1950-’51, la 19enne Patricia inizia la sua “lunga serie” di trionfi, dapprima in Patria e quindi in giro per il Mondo.

Conquistato, difatti, il titolo AAU dalla Piattaforma nel 1949, l’anno successivo la 20enne californiana si conferma in tale prova abbinandovi i titoli dal Trampolino di 1 e 3 tre metri, mentre nel 1951 realizza un favoloso en plein visto che ai tre successi all’aperto unisce anche le vittorie nelle due gare dal Trampolino ai Campionati Indoor.

Logico quindi che l’oramai 21enne “Signora McCormick” sia attesa nel ruolo di favorita ai “Giochi Panamericani” che si svolgono tra fine febbraio ed inizio marzo 1951 a Buenos Aires, edizione in cui si conferma dalla Piattaforma, venendo peraltro superata dalla connazionale Mary Cunningham (bronzo dai 10 metri …), nella Finale dal Trampolino, per quella che rappresenta la sua unica sconfitta in un quinquennio di sole vittorie …

E non può esservi migliore occasione per dimostrare di non avere rivali nel resto del pianeta che le Olimpiadi di Helsinki 1952, dove la McCormick debutta dal Trampolino il 29 luglio con la serie di cinque tuffi delle eliminatorie, al termine dei quali ha già accumulato un buon margine di oltre quattro punti (71,85 a 67,65) sulla francese Madeleine Moreau, nel mentre la connazionale Zoe Ann Olsen-Jensen – argento quattro anni prima a Londra alle spalle della citata Draves – incappa in un paio di clamorosi errori (valutati 9,48 ed addirittura 3,20 rispettivamente …) che le fanno acciuffare la qualificazione per il classico “rotto della cuffia”, classificandosi all’ottavo ed ultimo posto utile con 54,09 punti …

Poiché all’epoca i punteggi conseguiti in qualificazione vengono conteggiati per l’attribuzione delle medaglie, è sin troppo evidente che i quasi 18 punti di distacco dalla McCormick rappresentano un divario incolmabile, fatta salva una debacle della stessa, che viceversa, nell’ulteriore serie di cinque tuffi del giorno appresso, migliora il proprio livello, ottenendo 75,45 punti per un totale di 147,30 che la incorona medaglia d’oro.

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Il podio del Trampolino ai Giochi di Helsinki ’52 – da:gettyimages.ie

E che, peraltro, la connazionale fosse una temibile avversaria lo dimostrano i 73,48 punti dalla medesima raggranellati nella seconda giornata, il che le consentono di risalire quanto meno sino al bronzo, visto che anche la tuffatrice francese conferma i suoi buoni livelli, mantenendo saldamente la seconda posizione con 139,34 punti complessivi …

Tornata in piscina due giorni dopo, alla McCormick si offre l’opportunità di eguagliare l’impresa compiuta quattro anni prima a Londra dalla ricordata Vicki Draves, la quale era stata la prima tuffatrice ad affermarsi in entrambe le specialità in una stessa edizione dei Giochi, in quanto Elizabeth Becker-Pinkston aveva unito all’Oro dal trampolino di Parigi 1924 il successo dalla Piattaforma quattro anni dopo ad Amsterdam, dopo aver conquistato l’argento nella Rassegna parigina …

Competizione, quella dalla Piattaforma, dove i margini di errore sono ancor più minimi, visto che le tuffatrici hanno a disposizione solo sei esecuzioni (quattro nelle eliminatorie dell’1 agosto e due nelle Finali del giorno successivo …), ma già in qualificazione si intuisce quale sarà l’esito conclusivo, dato il solco di oltre 7 punti (51,25 a 44,22) scavato tra la McCormick e la connazionale Paula Jean Myers, con la terza miglior prestazione appannaggio dell’ultima americana in gara, Juno Stover-Irwin, che conclude a quota 43,60, appena 0,01 centesimo di punto meglio della francese Nicolle Pellissard …

Logico quindi che, alle ore 17,00 del 2 agosto vi sia maggiore attenzione nella lotta per il podio – con sei atlete racchiuse nello spazio di poco più di un punto – e le due americane riescono nell’intento di conservare le rispettive piazze d’onore (con 71,63 e 70,49 punti complessivi), nel mentre la 22enne californiana fa gara a sé, dall’alto (è proprio il caso di dirlo …) della sua indiscussa superiorità, incrementando il proprio margine per un totale di 79,37 punti che, oltre a colorare “a stelle e strisce” l’intero podio, le consente di emulare l’impresa della sua compagna di Club Draves.

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Il podio interamente Usa della Piattaforma ad Helsinki ’52 – da:gettyimages.ie

Oramai una stella di livello assoluto, la McCormick vive il quadriennio post olimpico facendo suoi i titoli AAU dal 1953 al ’56 sia dal Trampolino da uno che da tre metri, nel mentre dalla Piattaforma si afferma nel 1954 e ’56, così da completare una collezione di ben 17 trionfi in soli 8 anni, per poi prepararsi ad un’impresa sinora mai riuscita ad alcun tuffatore di ambo i sessi, vale a dire ripetere l’accoppiata olimpica in due edizioni consecutive dei Giochi.

Le “Prove generali” vengono effettuate a marzo 1955 in occasione dei “Giochi Panamericani” di Città del Messico, dove la McCormick si impone in entrambe le specialità a spese, rispettivamente, delle connazionali Jeanne Stunyo dal Trampolino e del bronzo di Helsinki Stover-Irwin dalla Piattaforma, per poi approfittare del fatto che, collocate nell’emisfero australe, le Olimpiade di Melbourne 1956 si disputano ad inizio dicembre …

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La McCormick ai Campionati AAU 1954 – da:gettyimages.ie

Occasione perfetta per mettere al mondo un figlio, che vede la luce a fine giugno, ma la cui nascita non incide più di tanto sulle prestazioni dell’oramai 26enne californiana, che si presenta all’appuntamento olimpico ben decisa a ribadire la propria superiorità …

Con una formula leggermente modificata per quanto riguarda la gara dal Trampolino, nel senso che i 10 tuffi a disposizione delle atlete sono ripartiti tra 6 nella Fase eliminatoria e 4 nella serie di Finale, al termine delle qualificazioni del 3 dicembre la McCormick ha già un buon margine di 3,55 punti (76,80 a 73,25) sulla canadese Irene MacDonald, alle spalle della quale inseguono le altre due americane Barbara Gilders-Dudeck e la già ricordata Stunyo, a quota 71,47 e 71,04 rispettivamente, con tutte le altre irrimediabilmente tagliate fuori dalla zona medaglie …

Al primo pomeriggio del 4 dicembre 1956, le 12 finaliste si presentano nuovamente in Piscina e la Campionessa olimpica in carica fornisce la sua migliore esibizione in carriera, venendo premiata con il più alto punteggio da parte della Giuria in ciascuno dei suoi quattro tuffi di Finale, il che le consente di dilatare sino ad oltre 16 punti il suo vantaggio in Classifica, raggiungendo quota 142,36 complessiva.

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Il Podio di Melbourne ’56 – da:http://wiki.prov.vic.gov.au

 

Ovviamente più incerta la lotta per le piazze d’onore, che vedono ribaltato l’esito delle eliminatorie grazie alla Stunyo che dalla quarta posizione risale sino a conquistare l’argento con 125,89 punti, nel mentre la MacDonald riesce a stento a salvare il bronzo (121,40 a 120,76) rispetto alla Gilders-Dudeck, così da impedire una ennesima tripletta americana …

Sono in pochi a ritenere che una McCormick in tali smaglianti condizioni di forma non possa centrare il bis anche dalla Piattaforma, ma in una prova che ricalca l’identica formula dell’edizione precedente, anch’essa dimostra di far parte della razza umana e non di un automa, incappando nelle eliminatorie del 6 dicembre in un paio di incertezze che la relegano al quarto posto della Graduatoria parziale con 51,28 punti, ad 1,68 punti dalla connazionale Myers (nel frattempo divenuta Signora Pope) che guida a quota 52,96 nel mentre la terza americana Stover-Irwin è anch’essa penalizzata, concludendo la prima giornata in quinta posizione con 50,81 punti …

Alle spalle della Myers-Pope – curioso il fatto che le tre tuffatrici americane siano le stesse di quattro anni prima ad Helsinki e che siano altresì tutte sposate – si pone la sovietica Raisa Gorokhovskaya con 52,64 punti seguita dalla connazionale Tatyana Vereina a quota 52,19 peraltro destinate la prima ad affondare nei due turni di Finale tanto da concludere non meglio che nona, mentre la seconda non riesce a confermare il “podio virtuale” terminando la prova al quinto posto …

Chi, al contrario, risale in Classifica dal settimo posto dopo le eliminatorie è una “vecchia conoscenza”, ovvero la francese Pellissard, alla quale resta l’amarezza, a distanza di quattro anni, di restare nuovamente ai margini del podio, anche se stavolta con un margine leggermente superiore di 2,78 punti …

Concentriamoci adesso su quel che accade al pomeriggio del 7 dicembre alla Piscina australiana, dove, ricordiamo, la McCormick ha a disposizione due soli tuffi per cercare di ribaltare una situazione che appare compromessa, ma “mai dire mai” allorché si ha a che fare con una Campionessa del suo calibro …

E, del resto, che la concorrenza l’abbia in casa lo dimostra l’esito della prima serie di tuffi, che vede le tre americane ottenere i rispettivi migliori punteggi, ma il 15,40 ottenuto dalla Campionessa in carica risulta sufficiente a portarla al comando con 66,68 punti, 0,24 centesimi appena sopra la Myers-Pope, nel mentre la Stover-Irwin riduce il distacco da quest’ultima, portandosi a quota 65,77 …

Racchiuse in meno di un punto, la pressione gioca un brutto scherzo alla Myers-Pope, la quale dopo l’Oro si vede sfuggire anche l’argento con un ultimo tuffo valutato 15,18 dai Giudici rispetto al 15,87 della Stover-Irwin, che così la beffa per l’inezia (81,64 ad 81,58) di 0,06 centesimi di punto (!!), nel mentre, regale come non mai, la McCormick sfiora la perfezione all’ultimo tuffo della sua carriera, premiato con 18,17 – punteggio più alto ottenuto dalla Piattaforma nelle due edizioni dei Giochi e secondo solo al 18,92 nella serie finale dal Trampolino ad Helsinki 1952 – che le consente di isolarsi a quota 84,85 punti e, soprattutto, entrare nella Storia della Disciplina.

Un’impresa resa ancor più eclatante dalla forza delle sue avversarie – la Stover-Irwin, oltre al bronzo del 1952 ed all’argento del 1956, si era classificata quinta dalla Piattaforma ai Giochi di Londra ’48 e giungerà quarta quattro anni dopo a Roma ’60 oramai 31enne, nel mentre la Myers completa in Italia una collezione di quattro medaglie olimpiche con gli argenti sia dal Trampolino che dalla Piattaforma – e che pone di diritto la tuffatrice nell’elite assoluta della specialità, al punto da ricevere, a fine anno, il prestigioso Trofeo dello “James E. Sullivan Award” riservato al miglior atleta dilettante dell’anno, sola seconda donna ad ottenere tale riconoscimento dopo la nuotatrice Ann Curtis nel 1944 …

Ovviamente inserita nella “International Swimming Hall of Fame” nel 1965, nel frattempo Pat ha reso un altro servigio al proprio Paese, dando alla luce la figlia Kelly, nata il 13 febbraio 1960 e che ricalca le orme materne, specializzandosi nei tuffi dal Trampolino dove – ripercorrendo la strada della famosa genitrice – fa suoi i titoli ai “Giochi Panamericani” di Caracas 1983 ed Indianapolis 1987, dovendo peraltro fare i conti con l’emergere delle fenomenali cinesi in chiave olimpica, arricchendo comunque il “Palmarès di famiglia” con l’argento ai Giochi di Los Angeles 1984 ed il bronzo nella successiva edizione di Seul 1988 …

Come dire, buon sangue non mente …

 

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L’ESORDIO OLIMPICO DEL BEACH VOLLEY AI GIOCHI DI ATLANTA 1996

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Jackie Silva e Sandra Pires Oro nel Beach Volley ad Atlanta 1996 – da:pinterest.it

Articolo di Giovanni Manenti

Con il passare degli anni ed il conseguente evolversi e proliferare di nuove discipline, anche il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) si adegua ed ad ogni nuova edizione dei Giochi allarga il panorama degli Sport ammessi alla Rassegna a cinque cerchi …

Ecco quindi che alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 fanno il loro ingresso il Nuoto Sincronizzato e la Ginnastica Ritmica, così come quattro anni dopo a Seul il Tennis ed il Tennis da Tavolo (o Ping Pong, se preferite), mentre nell’edizione catalana di Barcellona ’92 si assiste per la prima volte alle esibizioni di Baseball e Badminton.

Allorché i Giochi 1996 sono assegnati ad Atlanta, è il settore femminile a farla da padrone, in quanto al Baseball si affianca il Softball (che altro non è che la versione di tale disciplina per le ragazze …), al pari del Football che allarga i propri orizzonti anche al Torneo per le donne, mentre il Ciclismo inserisce le gare di Mountain Bike, così come alla Pallavolo indoor si affiancano i Tornei (maschile e femminile) di Beach Volley …

Disciplina, quest’ultima, tipicamente sviluppatasi sulle immense spiagge della California e del Brasile e, non a caso, sono proprio gli Stati Uniti e la Nazione sudamericana ad eccellere, quantomeno nei primi Tornei, sia in sede olimpica che iridata, visto che i Campionati Mondiali – a cadenza biennale – vedono la loro nascita dall’anno successivo all’ammissione ai Giochi, con la prima edizione disputatasi, guarda caso, a Los Angeles …

Il debutto nella Capitale della Georgia dà altresì alla leggenda del Volley Usa Karch Kiraly – già medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e Seul ’88 con il sestetto del Volley Indoor, oltre ad aver conseguito il titolo iridato ai Mondiali di Parigi 1986 – di essere l’unico pallavolista a poter vantare l’Oro olimpico in entrambe le versioni del Volley, conquistato in coppia con Kent Steffes, superando nella sfida decisiva per 2-0 (12-5, 12-8) i connazionali Mike Dodd e Mike Whitmarsh, al termine di un Torneo dove delude la coppia brasiliana formata da Roberto Lopes e Franco Neto, testa di serie n.1, viceversa eliminata negli ottavi dai norvegesi (!!) Jan Kvalheim e Bjorn Maaseide …

Pronostico che viene, al contrario rispettato nel Torneo femminile che, senza nulla togliere alla bravura di Kiraly & Co., è da sempre maggiormente seguito sia per una maggiore combattività e lunghezza degli scambi che, è inutile negarlo, per l’avvenenza delle giocatrici che si esibiscono in bikini.

Peraltro, le prime due edizioni dei Giochi in cui il Beach Volley fa la sua apparizione nell’arengo olimpico, vedono disputarsi i rispettivi Tornei con gare che prevedono un solo set da aggiudicarsi al raggiungimento dei 15 punti (ovviamente sempre con uno scarto di due lunghezze …) e solo nelle Finali per il bronzo e la medaglia d’Oro, sono previsti due parziali al meglio dei 12 punti, regola questa che viene modificata a partire dalle Olimpiadi di Atene 2004, allorché ogni incontro prevede la conquista di due set al meglio di 21 punti, ed, in caso di parità, la disputa di un tie-break al meglio di 15 …

Fatta questa doverosa premessa, addentriamoci nel Torneo d’esordio femminile che va in scena dal 23 al 27 luglio 1996 al “Clayton County International Park” di Jonesboro, posto a Sud della Capitale georgiana, ed al quale sono iscritte 18 coppie, di cui tre americane, due australiane ed altrettante brasiliane, con il fermo convincimento che il podio non potrà uscire che da detto lotto di partecipanti, considerando che le stesse occupano i primi sei posti del Ranking Mondiale e la sola coppia australiana formata da Liane Fenwick ed Anita Spring partecipa come nona migliore testa di serie.

Il regolamento del Torneo è, in effetti, un po’ complesso – migliora a partire da Atene 2004 allorché gli incontri si disputano su più lunga durata – e ricalca a grandi linee ciò che avviene nel Tennis, con gli accoppiamenti che tengono conto del piazzamento nel “seeding”, ovvero la testa di serie n.1 incontra la n.16, la n.2 la n.15 e così via …

Questo determina innanzitutto che le 18 coppie iscritte si debbano ridurre a 16 ed ecco quindi che le sfide tra le indonesiane Eta Kaize e Timy Yudhani Rahayu e le canadesi Ouellette/Malowney e tra le francesi Lesage/Prawerman e le messicane Eguiluz/Huerta vedono le prime affermarsi per 15-10 e 15-11 rispettivamente.

Concluso detto preliminare, si può dar vita al Tabellone, con gli accoppiamenti degli Ottavi, le cui vincenti accedono ai Quarti e quindi alle semifinali, il cui primo turno non riserva alcuna sorpresa, con tutte le teste di serie ad avere la meglio sulle rispettive avversarie, eccezion fatta per la sfida logicamente più equilibrata, dove le giapponesi Fujita/Takahashi (n.8 del seeding), vengono sconfitte 15-10 dalla coppia australiana Fenwick/Spring, testa di serie n.9, nel mentre la vittoria più agevole spetta alle favorite brasiliane Sandra Pires e Jackie Silva che infliggono un mortificante 15-2 alla coppia indonesiana.

Con le “Sette sorelle” sopra indicate ad essere ancora in lizza (oltre alla coppia tedesca formata da Beate Buhler e Dania Musch …), gli abbinamenti dei Quarti vedono rispettare il Ranking solo dalle due teste di serie n.1 e 2, ancorché le brasiliane Pires/Silva debbano soffrire non poco per avere ragione (15-13) della coppia australiana Fenwick/Spring, mentre più agevole è il successo per 15-6 delle americane Holly McPeak e Nancy Reno sulle ricordate tedesche …

Al contrario, l’altra coppia brasiliana formata da Monica Rodrigues ed Adriana Samuel (testa di serie n.5) la spunta per 15-10 sulle americane Barbra Fontana e Linda Hanley (n.4), al pari delle australiane Natalie Cook e Kerry Pootharst (n.6) che prevalgono con un netto 15-7 sulle altre rappresentanti Usa Gail Castro Kehl e Deborah Richardson, nonostante queste ultime fossero iscritte come terza testa di serie.

Tocca ora alla “sfida in famiglia” tra le due coppie brasiliane e le numero 1 del seeding dimostrano come tale veste non sia affatto usurpata, sbarazzandosi in poco più di mezz’ora, con un netto 15-4, delle connazionali Rodrigues/Samuel, tutto l’opposto della sfida tra australiane ed americane, con le prime ad imporsi per 15-13 dopo oltre un’ora di gioco.

Si potrebbe presumere che  a questo punto le coppie Pires/Silva e Cook/Pottharst si debbano incontrare per il match che vale la medaglia d’Oro, ma così non è, poiché – con una formula che ricalca il torneo di judo – alle formazioni sconfitte nei turni precedenti viene data loro un’altra possibilità di accesso al podio …

Ecco, quindi, che le otto coppie eliminate negli ottavi si incontrano stavolta tra loro, sfide da cui emergono le inglesi Cooper/Glover, le norvegesi Berntsen/Hestad (che superano 15-11 la coppia azzurra formata da Annamaria Solazzi e Consuelo Turetta) e le giapponesi Ishizaka/Nakano nonché l’altro duo del Sol Levante, le già citate Fujita/Takahashi, che vanno pertanto ad affrontare le quattro coppie sconfitte nei Quarti.

Turno che vede ribadire la supremazia delle coppie eliminate nel “Girone delle vincenti” ad esclusione delle americane Castro/Richardson che, a dispetto del loro ruolo di testa di serie n.3, perdono anche questa seconda occasione di inserirsi nella “zona medaglie”, venendo superate 15-11 dalle giapponesi Fujita/Takahashi …

Coppia nipponica che dimostra la correttezza della formula, in quanto, dopo la ricordata sconfitta iniziale, superano con un 15-4 che non lascia adito a recriminazioni di sorta le tedesche Buhler/Musch, mentre le americane Fontana/Hanley hanno la meglio per 15-6 sulle australiane Fenwick/Spring.

A questo punto, Fujita/Takahashi e Fontana/Hanley sono pronte a sfidare le due coppie sconfitte dalle “semifinali delle vincenti” e, se riescono ad avere la meglio, possono a propria volta candidarsi per il podio, impresa che riesce alle americane contro le connazionali McPeak/Reno (15-10 in 49’), ma non alle giapponesi, che cedono 6-15 d fronte alla seconda coppia brasiliana Rodrigues/Samuel …

Finita la trafila dei ripescaggi, possono adesso disputarsi il 26 luglio 1996 le “vere semifinali, in cui le pallavoliste brasiliane ribadiscono la loro indiscussa superiorità, con la coppia Pires/Silva ad impiegare 39’ per avere ragione 15-8 delle americane, mentre a Rodrigues/Samuel bastano appena 27’ per liquidare 15-3 le australiane e prepararsi, all’indomani, alla rivincita contro le connazionali, le uniche, del resto, ad averle sconfitte nel corso del Torneo …

Finali, sia per il bronzo che per il primo titolo di Campionesse Olimpiche nella Storia dei Giochi che si svolgono al meglio dei tre set con chiusura a 12 di ogni singolo parziale, ed al mattino del 27 luglio sono Natalie Cook e Kerri Pottharst a prevalere (12-11, 12-7) sulla coppia “a stelle e strisce, mentre al primo pomeriggio va in scena il “derby carioca” …

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Una fase della Finale per la medaglia d’oro – da:gettyimages.co.nz

Il sogno di ribaltare il pronostico per Monica Rodrigues ed Adriana Samuel dura lo spazio di un set, perso 11-12, perché poi nel secondo parziale, chiuso sul 12-6, la superiorità di Sandra Pires e Jackie Silva è sin troppo evdente, toccando quindi a loro entrare nella Storia come prime Campionesse Olimpiche del Beach Volley femminile …

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Silva e Pires con la medaglia d’Oro – da:flovolleyball.tv

 

Un dominio che le stesse replicano l’anno seguente ai primi Campionati Mondiali di Los Angeles ’97, per poi lasciare spazio alle connazionali Shelda Bede ed Adriana Behar che fanno propri i titoli iridati di Marsiglia ’99 e Klagenfurt 2001 – nel mentre ai Giochi di fine millennio di Sydney 2000 ad imporsi sono le padrone di casa australiane Cook e Pottharst con Adriana/Shelda ad essere sconfitte in Finale e Pires/Samuel a completare il podio – prima che nel panorama internazionale faccia la propria irruzione la “Coppia invincibile”, formata dalle americane Misty May e Kerri Walsh, destinate a dominare la scena per un decennio …

Ma questa, al solito, è un’altra storia …

YURIY SEDYKH, LA LEGGENDA SOVIETICA NEL LANCIO DEL MARTELLO

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Yuriy Sedykh in azione – da:pinterest.it

Articolo di Giovanni Manenti 

La sin troppo facile, scontata e persino banale battuta sul fatto che i migliori al Mondo nel Lancio del Martello non potessero essere che i sovietici, visto come sulla bandiera rossa dell’ex Urss campeggiassero la falce ed il martello simbolo del Comunismo, non può certo giustificare il dominio assoluto che i lanciatori di detto Paese dimostrano in tale specialità sino alla caduta di detto regime …

In questo caso le cifre al riguardo sono spietate, in 7 edizioni delle Olimpiadi – dal 1960 al 1988, esclusi i Giochi di Los Angeles ’84 per il noto contro boicottaggio – solo a Città del Messico 1968 il successo arride all’ungherese Gyula Zsivotzky (peraltro già argento sia a Roma ’60 che a Tokyo ’64), con altresì l’intero podio monopolizzato ai Giochi di Montreal ’76, Mosca ’80 e Seul ’88, così come le uniche tre edizioni dei Mondiali – Helsinki 1983, Roma 1987 e Tokyo 1991 – hanno visto Oro ed argento al collo esclusivamente di atleti sovietici.

Il tutto per non parlare del primato mondiale, che – fatto salvo l’inserimento del tedesco occidentale Karl-Hans Riehm nella seconda metà degli anni ’70 – è poi diventato terreno esclusivo dei due grandi amici/rivali, ovverossia Sergey Litvinov ed Yuriy Sedykh, del quale ultimo trattiamo quest’oggi.

Per valutare lo spessore e l’impatto che ha avuto nella specialità del Lancio del Martello Yuriy Sedykh – che nasce l’11 giugno 1955 a Novocerkassk, città di oltre 100mila abitanti posta nella Provincia (Oblast, in russo …) di Rostov – basti solo il fatto che il medesimo figura per 17 stagioni consecutive nella “Top Ten” del Ranking Mondiale stilato dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News”, occupando in 8 occasioni il primo posto, 3 volte il secondo ed una il terzo …

Un “vincente” come pochi, Sedykh inizia a far parlare di sé nel 1973, allorché ai Campionati Europei Juniores di fine agosto si aggiudica la medaglia d’oro con la misura di m.67,32 per poi migliorarsi l’anno seguente, scagliando per la prima volta l’attrezzo oltre la fettuccia dei 70 metri con i m.70,32 raggiunti ad inizio aprile e quindi migliorare il proprio “personale” sino a m.75,00 il 24 agosto 1975 a Donetsk, circostanza che gli vale la selezione per le Universiadi in programma a Roma nel successivo mese di settembre.

Alla sua prima vera esperienza in una grande Manifestazione internazionale, Sedykh ne paga lo scotto non andando oltre i m.71,32 che gli valgono comunque il bronzo, nel mentre il successo va al connazionale Aleksey Spridonov con m.73,82 raggiunti sulla stessa pedana dello “Stadio Olimpico” dove, l’anno prima, si era laureato Campione europeo con la misura di m.74,20 …

Il 21enne lanciatore russo ha peraltro l’occasione di prendersi la più dolce delle rivincite l’anno seguente, al termine della sua prima “Stagione di Gloria”, dopo che il 1975 aveva visto proporsi ai vertici assoluti il tedesco occidentale Karl-Heinz Riehm, capace di migliorare in ben tre occasioni nella stessa giornata, il 19 maggio a Rehlingen, il record mondiale detenuto dallo stesso Spiridonov portandolo a m.78,50 prima che fosse il connazionale Walter Schmidt a scagliare il martello a m.79,30 …

In Unione Sovietica – così come negli Usa per le gare di velocità, ostacoli e salti – è più difficile ottenere la selezione olimpica che non poi riuscire a salire sul podio, ed in vista dei Giochi di Montreal 1976 la Federazione sovietica decide di affiancare il giovane Yuriy ai più esperti Spiridonov (classe 1951) ed al Campione olimpico in carica, nonché Oro continentale ad Atene 1969 e bronzo ad Helsinki 1971, Anatoly Bondarchuck, nonostante fosse reduce dalla deludente mancata qualificazione alla Finale agli Europei di Roma 1974 …

Sedykh, peraltro, si presenta all’appuntamento olimpico forte di una stagione costellata da sole vittorie, con cinque successi abbinati a misure che vanno da un minimo di m.77,24 ad un massimo di m.78,86 (e, pertanto, a soli 44cm. dal record mondiale …) ottenuti il 12 maggio a Sochi, circostanza che lo pone pertanto tra i più seri candidati per la medaglia d’oro …

Il 26 luglio 1976 però, nelle qualificazioni disputate sulla pedana dello “Stadio Olimpico” della Metropoli canadese, ad avere il “braccio caldo” appare l’ex primatista assoluto Riehm, che ottiene il miglior risultato con un lancio di m.74,46 esattamente 3 metri più lungo di quello di Sedykh, alle cui spalle si posiziona l’oramai 36enne Bondarchuk, detentore del record olimpico con i suoi m.75,50 raggiunti quattro anni prima a Monaco di Baviera …

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Bondarchuk a Montreal ’76 – da:gettyimages.ca

Finale che si disputa due giorni dopo e che, come di norma accade nei lanci, vede i quattro big “sparare le proprie cartucce” al primo tentativo, al punto che i 75 metri raggiunti da Riehm gli valgono appena la quarta posizione provvisoria, con il “vecchio leone” Bondarchuk ad ottenere con m.75,48 la sua miglior misura, nel mentre al comando si porta Spiridonov con m.75,74 appena 10cm. meglio di Sedykh, lanci entrambi superiori al ricordato record olimpico di Bondarchuk …

Gara che si decide già alla seconda prova, allorché il martello di Sedykh atterra a m.77,52 – misura in linea con le sue prestazioni stagionali – lancio che gli vale la medaglia d’Oro, nonostante Spiridonov si migliori sino a m.76,08 con il suo ultimo tentativo e Riehm non riesca per soli 2cm. ad impedire il “tris sovietico” sul podio con un miglior risultato di m.75,46 ottenuto alla quarta prova.

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Sedykh a Montreal ’76 – da:gettyimages.fi

Degna conclusione di un anno da incorniciare e che proietta Sedykh al vertice del Ranking Mondiale, pur se la stagione seguente è inferiore alle attese, con un miglior risultato di m.76,60 ottenuto il 9 maggio a Kiev e due sconfitte – terzo in Coppa Europa ad Helsinki con m.73,60 e quarto nella prima edizione della Coppa del Mondo a Dusseldorf con m.72,20 – in gare che vedono in entrambi i casi primeggiare Riehm con m.75,90 e m.75,64 rispettivamente, così da riprendersi il primo posto del Ranking Mondiale che vede il russo retrocedere in settima posizione.

A poco più di 20 anni, una stagione di transizione ci può stare, visto che Sedykh si riprende immediatamente la leadership nel 1978 sfruttando la propria capacità di dare il meglio di sé in occasione delle grandi Manifestazioni internazionali che, nel caso, sono rappresentate dai Campionati Europei di Praga ad inizio settembre …

Appuntamento al quale si presenta dopo aver raggiunto il 16 agosto al “Weltklasse” di Zurigo la misura di m.79,76 ad un soffio dalla “barriera degli 80 metri” che, viceversa, era stata superata per primo dal “carneade” Boris Zaychuk con un lancio di m.80,14 eseguito il 9 luglio a Mosca, poi migliorato il 6 agosto successivo da Riehm, il quale fa atterrare l’attrezzo a m.80,32 riappropriandosi così del primato …

Zaychuk che, grazie a tale impresa, si guadagna la sua unica presenza di rilievo nella selezione sovietica alla Rassegna Continentale nella Capitale boema, che lo vede concludere in una dignitosa sesta posizione con m.75,62 nel mentre la sfida per il podio si disputa sul filo dei centimetri con il tedesco occidentale a confermarsi “uomo da record” ma non da medaglia, dovendosi accontentare del bronzo con un per lui modesto m.77.02 diversamente da Sedykh che riesce ad avere la meglio per soli 4cm. (m.77,28 a 77,24) sul tedesco orientale Roland Steuk, al suo miglior risultato in carriera.

L’Oro continentale consente a Sedykh di riprendersi la vetta del Ranking Mondiale, ma nel frattempo “piccoli martellisti crescono” in un bacino di smisurata utenza quale quello sovietico, e rispondono ai nomi di Juri Tamm (classe 1957) e Sergey Litvinov, nato a gennaio 1958 …

Ed è proprio quest’ultimo a far registrare un netto miglioramento nella stagione 1979, caratterizzata da sole vittorie ad eccezione del secondo posto in Coppa Europa (m.78,66 a m.76,90) alle spalle di Riehm, e nel corso della quale migliora il proprio “personale” sino a m.79,82 il 24 giugno a Lipsia, per poi affermarsi al “Weltklasse” di Zurigo a metà agosto con m.78,42 e quindi prendersi la rivincita sulla coppia tedesca facendo sua la gara nella seconda edizione della Coppa del Mondo a Montreal con m.78,70 rispetto ai m.75,88 di Riehm ed ai m.74,82 di Steuk …

Dal canto suo, Sedykh aveva risposto con una miglior misura stagionale di m.77,58 a maggio nel corso di una Tournée in Giappone, così che è costretto a cedere ai suoi più accreditati rivali il vertice del Ranking Mondiale retrocedendo al sesto posto, per poi non cederlo più nel successivo triennio, pur essendo gli anni pari quelli preferiti dal lanciatore di Rostov.

Ed una prova lampante se ne ha nel corso del 1980, stagione che ha nei Giochi di Mosca il suo momento clou e che, per il “povero” Riehm, rappresenta viceversa il proprio “Annus Horribilis”, in quanto impossibilitato a confrontarsi con i rivali sovietici in sede olimpica per l’adesione del suo Paese al boicottaggio decretato dal Presidente Usa Jimmy Carter, per poi vedersi anche togliere il record mondiale …

Ciò avviene nel corso del meeting che si svolge a Leselidze il 16 maggio 1980, in cui Sedykh e Tamm fanno a gara a superarsi, con il primo a scagliare l’attrezzo a m.80,38 per poi toccare al secondo lanciare a m.80,46 prima che l’ultima parola spetti al Campione olimpico ed europeo con m.80,64 …

Ma, come spesso accade, “tra i due litiganti il terzo gode”, in quanto appena otto giorni dopo, il 24 maggio a Sochi, tocca a Litvinov far suo il primato assoluto facendo atterrare il martello oltre un metro più avanti, e precisamente a m.81,66 il che fa presagire una Finale olimpica quanto mai incerta e combattuta …

Sicuramente avrebbe potuto dire la sua in un tale contesto di eccezione anche Riehm che, ironia della sorte, disputa la miglior stagione della sua attività agonistica, andando per ben quattro volte oltre la fettuccia degli 80 metri, centrando il proprio “Personal Best” il 30 luglio a Rhede con m.80,80 curiosamente proprio il giorno in cui, a Mosca, si disputano le qualificazioni del Lancio del Martello …

La rappresentanza della parte orientale della Germania – costituita da Steuk e da Detlef Gerstenberg – può solo accontentarsi delle posizioni di rincalzo (quarto e quinto con m.77,54 e 74,60 rispettivamente …), nel mentre la sfida per la medaglia d’Oro si disputa su misure mai raggiunte in passato …

Ed, anche stavolta, la decisione giunge sin dal lancio d’esordio, con Sedykh a togliere ogni velleità (nonché il record mondiale …) a Litvinov scagliando l’attrezzo a m.81,80 con l’ex primatista a rispondere con m.80,64 che gli valgono l’argento, per poi incappare in cinque nulli consecutivi, al contrario di Sedykh che “giustifica” il bis olimpico con altri tre lanci (m.81,46 – 80,98 e 80,70) oltre gli 80 metri, mentre Tamm completa il “podio a falce e martello” (scusate il simpatico gioco di parole …) con i m.78,96 raggiunti al secondo tentativo.

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Sedykh a Mosca 1980 – da:youtube.com

Pur privo di grandi appuntamenti internazionali, il 1981 è, una volta tanto, un anno dispari prolifico per Sedykh, visto che è costellato di sole vittorie con un “primato stagionale” di m.80,18 ottenuti a Tbilisi a fine giugno e da due successi nei confronti di Riehm sia in Coppa Europa a Zagabria (m.77,68 a 75,86) che nella terza edizione della Coppa del Mondo svoltasi a Roma ad inizio settembre, più o meno con lo stesso margine, m.77,42 a 75,60 …

Dopo il bis olimpico, l’oramai 27enne di Rostov va alla conferma del titolo europeo alla Rassegna Continentale di inizio settembre 1982 ad Atene, dove si presenta da imbattuto in stagione, ma avendo però perso il record mondiale, ovviamente da parte di Litvinov, grazie ad un lancio di quasi 84 metri (!!) eseguito il 4 giugno a Mosca, con il trio sovietico ad essere completato da Igor Nikulin in vece di Tamm …

Fedele al motto che recita “I record passano, le medaglie restano”, Sedykh fornisce l’ennesima dimostrazione di grande agonista, visto che, dopo che in qualificazione entrambi gli amici/rivali hanno curiosamente ottenuto la identica misura di m.77,58 (record dei Campionati …), nella Finale del 10 settembre è il suo martello a volare più in alto e lontano di tutti, atterrando a m.81,66 mentre Litvinov si dimostra inferiore alle attese dovendosi accontentare del bronzo, superato (m.79,44 a 78,66) anche da Nikulin.

Il 1983 rappresenta una “data storica” nel panorama dell’Atletica Leggera internazionale, in quanto coincide con la disputa della prima edizione dei Campionati Mondiali, che si svolgono ad Helsinki ad inizio agosto, stagione che vede Litvinov ai vertici assoluti, non conoscendo sconfitta alcuna ed altresì divenendo il primo atleta a superare la fettuccia degli 84 metri, coi m.84,14 ottenuti il 21 giugno a Mosca nel corso delle “Spartakiadi” …

Una superiorità che, stavolta, il 24enne lanciatore russo ribadisce a pieno titolo anche nella Capitale finlandese, aggiudicandosi l’Oro iridato inaugurale della Manifestazione con la misura di m.82,68 ottenuta al primo tentativo – ma legittimato con altri quattro lanci oltre gli 80 metri, di cui m.82,04 alla seconda prova – nel mentre Sedykh deve ritenersi fortunato a mettersi al collo l’argento con m.80,94 visto che la misura di m.81,54 inizialmente data per buona al polacco Zdzislaw Kwasny al suo ultimo tentativo, viene successivamente trasformata in un nullo.

Non sapendo come trascorrere la stagione 1984 a causa del contro boicottaggio sovietico ai Giochi di Los Angeles – dove l’oramai 33enne Riehm getta alle ortiche la sua ultima possibilità di cogliere, una sia pur effimera, “Gloria Olimpica” facendosi beffare per soli 10cm. (m.78,08 a 77,98) dal finlandese Juha Tiainen – Litvinov e Sedykh pensano bene di “divertirsi” a scagliare l’attrezzo il più lontano possibile, raggiungendo misure che fanno impallidire l’esito della Rassegna californiana …

Se il primo, difatti, migliora il proprio “personale” con un lancio di m.85,20 il 3 luglio a Cotk, in Irlanda, lo stesso non rappresenta il nuovo limite assoluto solo perché, nella stessa riunione, Sedykh fa atterrare l’attrezzo a m.86,34 (!!), apice di una annata che lo vede successivamente superare in altre tre occasioni gli 85 metri, così da riguadagnare per la sesta volta in carriera il vertice del Ranking Mondiale.

Pungolato dalle imprese dei suoi connazionali, anche Tamm decide di elevarsi a più alti livelli, vivendo nel 1985 la sua “Stagione di Gloria” costellata di sole vittorie, anche se il “personale stagionale” di m.84,04 è inferiore al suo “Personal Best” in carriera di m.84,40 raggiunto ad inizio settembre dell’anno precedente, ottenendo l’affermazione in Coppa del Mondo a Canberra con m.82,12 comunque sufficiente a scalzare Sedykh dal primo posto del Ranking assoluto …

Oramai superata la soglia dei 30 anni, per Sedykh è il momento di fare il conto della propria collezione di medaglie ed il principale appuntamento dell’anno seguente, ovvero i Campionati Europei di Stoccarda in programma a fine agosto 1986, rappresenta una ghiotta occasione per inanellare un tris di titoli continentali ad oggi ancora ineguagliato.

In una delle migliori stagioni della sua carriera, Sedykh “allunga” il record mondiale a m.86,66 il 22 giugno a Tallinn, Capitale dell’attuale Estonia, per poi presentarsi in Germania per accettare la sfida dei connazionali Litvinov e Nikulin, con specialmente il primo ad aver anch’egli superato – per la prima ed unica volta in carriera – il limite degli 86 metri con il suo “Personal Best” di m.86,04 ottenuto il 3 luglio a Dresda, e che rappresenta tuttora la seconda miglior prestazione di ogni epoca  …

Con il resto degli iscritti a svolgere il compito di “spettatori non paganti”, come al solito il podio è monopolizzato dal trio sovietico, con Nikulin bronzo con m.82,00 mentre l’eccellente lancio di m.85,74 effettuato da Litvinov serve solo da stimolo ad un Sedykh che, scagliando l’attrezzo a m.86,74 ottiene, oltre al terzo titolo continentale consecutivo, anche il suo “Personal Best” in carriera, nonché primato mondiale tuttora ineguagliato ad oltre 30 anni di distanza.

Logicamente tornato al vertice del Ranking mondiale, Sedykh vive un’inattesa stagione sottotono nel 1987, circostanza che, in un Paese dove la concorrenza è quanto mai agguerrita, lo porta a non essere selezionato per la Rassegna Iridata di Roma, senza peraltro che la spedizione sovietica ne risenta più di tanto, con Litvinov a bissare il titolo di Helsinki con m.83,06 e Tamm a fargli da valido scudiero con m.80,84 che gli valgono l’argento.

Impossibilitato, come ricordato, a partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, Sedykh punta ad un’impresa che avrebbe dello straordinario qualora riuscisse a far suo l’Oro ai Giochi di Seul 1988, a 12 anni di distanza dal primo successo a Montreal, dovendo anche stavolta guardarsi più dai suoi connazionali che non dal resto del pianeta.

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Litvinov, Oro ai Giochi di Seul ’88 – da:businessinsider.com 

La Finale nella Capitale coreana ricalca, con risultati opposti, quella dei Campionati Europei di Stoccarda, nel senso che è stavolta Sedykh a dare il meglio di sé con un lancio di m.83,76 all’ultimo tentativo, utile solo per cogliere l’argento al cospetto della stratosferica regolarità di esecuzioni di Litvinov (84,76 – 83,82 – 83,86 – 83,98 – 84,80 – 83,80), tutte e sei migliori del risultato del due volte Campione olimpico, mentre diremmo quasi ovviamente, Tamm completa il podio interamente sovietico.

Fatalmente, le prestazioni di Sedykh iniziano a risentire del confronto con la carta d’identità, il che lo porta a scalare nel Ranking – dopo la seconda posizione del 1988 – prima di mettere a segno l’ultima, trionfale zampata per cogliere l’unico alloro che ancora mancava al suo straordinario Palmarès …

Dopo non essere stato, difatti, selezionato sia per la Coppa del Mondo di Barcellona ’89 che per gli Europei di Spalato ’90, il 36enne di Rostov si ripropone con regolarità sopra gli 80 metri, così da ottenere la selezione per la terza edizione dei Campionati Mondiali, in programma a fine agosto 1991 a Tokyo, con a fargli compagnia le “giovani leve” Andrey Abduvaliyev ed Igor Astapkovich, di 11 e 7 anni più giovani, con quest’ultimo ad essergli succeduto sul trono europeo l’anno precedente …

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Sedykh a Tokyo ’91 – da:masterathletics.net

Nella classica sfida tra “gioventù contro esperienza” è la seconda a farsi preferire e, con la sua seconda miglior prestazione stagionale dopo i m.82,62 di inizio luglio, vale a dire m.81,70 Sedykh colma una lacuna che sarebbe stata insopportabile in una bacheca come la sua, con Astapkovich a doversi accontentare dell’argento con m.80,94 nel mentre Abduvaliyev, non meglio che quinto, avrà modo di rifarsi ampiamente l’anno seguente con l’Oro olimpico ai Giochi di Barcellona ai danni di Astapkovich.

Ma, con tutto il rispetto per Abduvaliyev – che poi ribadisce la sua superiorità su Astapkovich anche nelle rassegne iridate di Stoccarda ’93 e Goteborg ’95 – crediamo che nessuna impresa possa essere paragonata all’essere tornati ad occupare la prima posizione del Ranking Mondiale all’età di 36 anni come è riuscito viceversa a Sedykh, il che consente di ritenere per nulla abusata la definizione di “Leggenda del Lancio del Martello” …

Ah, nel frattempo sono aperte le iscrizioni per chi volesse battere il suo record mondiale di m.86,74 …

 

IL TRIS “LAST MINUTE” DEL MANCHESTER UNITED STAGIONE 1999

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Il Manchester festeggia la Champions League 1999 – da:sportbible.com

Articolo di Giovanni Manenti

Da quando nel 2009 il Barcellona di Pep Guardiola ha messo in fila Liga, Copa del Rey e Champions League – peraltro abbinandovi pure Super Coppa di Spagna, Super Coppa Uefa e Coppa del Mondo per Club per un record, pertanto, solo eguagliabile – il riuscire a conquistare nella stessa stagione titolo e coppa nazionale unitamente alla massima Manifestazione continentale per Club ha assunto il nome di “triplete” in omaggio alla lingua spagnola, ma la formazione azulgrana non ha certo il merito di essere stata la prima a compiere una tale impresa …

Curiosamente, a dispetto dei 13 trionfi dei “rivali storici” del Real Madrid, questi ultimi non sono mai riusciti a centrare tutti i tre i trionfi in un’unica stagione, così come il Liverpool – dominatore della decade tra metà degli anni ’70 e metà anni ’80 – si è dovuto fermare ad un passo nel 1977 (vittoria in Campionato e nell’allora Coppa dei Campioni, sconfitto in Finale di FA Cup dal Manchester United …) e minor valore ha il tris ottenuto dal Club di Anfield nel 1984, allorché al titolo ed alla Coppa dei Campioni unisce il successo nella League Cup, la seconda coppa nazionale per importanza.

Curiosamente, anche il Bayern di Muller e Beckenbauer degli anni ’70 non riesce a completare detto tris di successi, a differenza di quanto ottenuto dal Club bavarese nel 2013 sotto la guida di Jupp Heynckes, dopo che il rinominato “triplete” era già stato portato a termine dall’Inter di José Mourinho nel 2010 ed ancora lo sarà da parte del Barcellona di Luis Enrique nel 2015.

Per poter quindi risalire alla “primogenitura” di una tale impresa occorre riportarsi ad oltre 50 anni fa, esattamente al 1967, allorché gli scozzesi del Celtic Glasgow vivono una stagione che non ha riscontro nella storia del Calcio delle Highlands, in quanto ai trionfi nei confini nazionali – Scottish First Division, Scottish FA Cup e Scottish League Cup – uniscono la sorprendente conquista della Coppa dei Campioni, prima formazione britannica ad aggiudicarsi il Trofeo, sino ad allora territorio esclusivo delle squadre latine, superando 2-1 l’Inter nella Finale di Lisbona.

Ecco quindi che, Oltremanica, una simile combinazione assume la denominazione di “treble” (che poi non vuol dire altro che triplo, al pari del “triplete” spagnolo …), cui successivamente si accodano due formazioni olandesi – vale a dire il formidabile Ajax di Johan Cruijff nel 1972 (abbinandovi anche la conquista della Super Coppa europea e della Coppa Intercontinentale …) ed il PSV Eindhoven nel 1988 – prima che nel 1999 anche un Club inglese riesca ad iscriversi in tale glorioso Albo d’Oro e di cui quest’oggi ne ripercorriamo il relativo cammino che, come vedrete, sarà di quelli non indicati ai tifosi dei “Red Devils” deboli di cuore …

Tornato sotto la guida di Sir Alex Ferguson a rinverdire i fasti degli anni ’60, riportando ad Old Trafford nel 1993 – stagione di debutto dell’attuale Premier League – un titolo che mancava da ben 26 (!!) anni, il Manchester diviene il dominatore assoluto dell’ultima decade del XX secolo, visto che dal 1993 al 2001 in 9 edizioni solo in due occasioni non riesce a laurearsi Campione, nel 1995 superato di un solo punti (89 ad 88) dal Blackburn Rovers di Kenny Dalglish e nel 1998, dove ad imporsi è l’Arsenal del neoallenatore francese Arsene Wenger.

Proprio l’acerrima rivalità tra i due tecnici tocca vertici altissimi nella successiva stagione, che il Manchester affronta mettendo a segno due colpi importanti nella sessione estiva di mercato, vale a dire mettendo sotto contratto l’arcigno difensore centrale olandese Jaap Stam, prelevato dal PSV Eindhoven e l’attaccante di colore Dwight Yorke, proveniente dall’Aston Villa …

Con un centrocampo impostato sui “Fab FourRoy Keane, David Beckham, Paul Scholes e Ryan Giggs ed il neo acquisto a far coppa con Andy Cole in attacco, mentre la difesa è imperniata sull’affidabilissimo portiere Peter Schmeichel e sulla consolidata coppia di terzini formata da Gary Neville e Denis Irwin, il Manchester United non brilla eccessivamente nella fase ascendente del Torneo, visto che a metà cammino occupa la terza posizione con 38 punti, a due lunghezze di distacco dalla coppia Chelsea/Aston villa e con due punti, al contrario, di vantaggio sull’Arsenal, il tutto a causa dei gravosi impegni in Champions League che hanno già comportato tre sconfitte, tra cui il pesante 0-3-0 del confronto diretto (parole e musica di Adams, Anelka e Ljungbewrg …) contro la formazione di Wenger, disputatosi il 20 settembre 1998 ad Highbury.

Formazioni peraltro entrambe impegnate in Champions League con esiti diametralmente opposti, in quanto lo United, oltre ad aver dovuto superare il turno eliminatorio (2-0 e 0-0 ai polacchi del LKS Lodz), riesce a sopravvivere ad un sorteggio spietato che lo vede inserito nel “Gruppo della morte” assieme a Bayern Monaco e Barcellona, concludendo lo stesso imbattuto con quattro pareggi mozzafiato (1-1 e 2-2 coi tedeschi e due incredibili 3-3 coi catalani, facendosi rimontare da 2-0 in casa e da 2-1 e 3-2 al Camp Nou) e due comode vittorie (6-2 esterno e 5-0 tra le mura amiche) contro la cenerentola Brondby.

Di contro l’Arsenal, impegnato in un Girone sulla carta più agevole con Dynamo Kiev, Lens e Panathinaikos quali compagni d’avventura, conclude lo stesso in una deludente terza posizione, riuscendo a sconfiggere la sola formazione ateniese e su cui pesa come un macigno l’inattesa battuta d’arresto interna per 0-1 contro i modesti francesi …

Ciò sta peraltro a significare che ad inizio gennaio 1999, allorché si disputa il terzo turno della FA Cup, i “Gunners” non hanno altri impegni oltre al Campionato, nel mentre i “Red Devils” ad inizio marzo dovranno scendere nuovamente in campo per i Quarti della più prestigiosa Manifestazione continentale …

Oltretutto, con gli abbinamenti della Coppa nazionale affidati ad un sorteggio libero, la buona sorte non sorride di certo alla formazione di Sir Alex, visto che, dopo il relativamente agevole esordio con il Middlesbrough – ancorché non tragga in inganno il 3-1 finale, visto il vantaggio ospite con Townsend al 52’, con il ribaltamento avvenuto solo ad 8’ dal termine grazie ad un rigore trasformato da Irwin ed acuto conclusivo di Giggs al 90’ – al turno successivo sono opposti agli acerrimi rivali del Liverpool …

E questo match, andato in scena ad “Old Trafford” il 24 gennaio 1999, traccia in maniera sin troppo eloquente quella che sarà la caratteristica determinante della stagione dei “Red Devis”, ovvero far sue le sfide decisive nei minuti finali, visto che, dopo il vantaggio di Michael Owen dopo appena 3’ minuti di gioco, la rimonta avviene grazie al pari di Yorke a 2’ dal 90’, per poi toccare al “super sub” Ole Gunnar Solskjaer – detto anche “Baby Face Killer” per le sue qualità di mettere a segno le reti quando non vi è più tempo per recuperare, abbinate al volto di “eterno bambino” – siglare il punto del 2-1 allorché a Liverpool già pregustavano il replay ad Anfield.

In fase di previsione, più agevole l’impegno del quinto turno, ancora in programma ad Old Trafford contro una formazione di Terza Divisione quale il Fulham, anche se poi alla fine la sfida è risolta solo grazie alla rete di Andy Cole poco prima dello scoccare della mezz’ora di gioco, ma va anche considerato che il successivo mercoledì 17 febbraio è in programma la sfida che potrebbe risultare decisiva per l’esito della Premier League, visto che lo United – avendo inanellato quattro vittorie consecutive contro Leicester, Charlton, Derby County e Nottingham Forest (quest’ultima con un 8-1 esterno …!!) – si è portato in testa alla Graduatoria con una lunghezza sul Chelsea e due sull’Arsenal …

Match che, viceversa, si conclude sul nulla di fatto, con l’1-1 conclusivo firmato dai rispettivi centravanti Anelka e Cole, per poi prepararsi ad un “infuocato” inizio marzo dopo aver chiuso il mese di febbraio a quota 54 punti, con il Chelsea che non molla ad una lunghezza di distanza e l’Arsenal che perde leggermente terreno in virtù del pari esterno per 1-1 a Newcastle …

Per capire il “Tour de force” a cui sono sottoposti Beckham & Co., il calendario propone loro il 3 marzo l’andata dei Quarti di Champions League contro l’Inter, il 7 il Quarto di FA Cup opposti proprio al Chelsea “Italiano” di Zola, Di Matteo e Vialli quale tecnico – il che fa sì che la gara di Premier ad Anfield venga posticipata al 5 maggio successivo – il 10 il replay a “Stamford Bridge” visto che il match sul campo amico si conclude sullo 0-0, il 13 la trasferta a Newcastle ed il 17 il ritorno di Champions League a San Siro contro i nerazzurri …

Roba da perderci la testa, ma che invece lo United supera affidandosi alla forza della propria difesa, visto che in questi cinque incontri subisce solo due reti, qualificandosi alle Semifinali di FA Cup grazie al 2-0 nel replay a “Stamford Bridge” frutto di una doppietta di Yorke, ed a quelle di Champions League facendo tesoro del 2-0 maturato all’andata (con ancora Yorke a risultare decisivo con la sua doppietta …) e toccare quindi a Scholes spengere a 2’ dal termine ogni speranza di rimonta nerazzurra, illusasi con il vantaggio di Ventola poco dopo l’ora di gioco.

Per non essere da meno del compagno di reparto, tocca ad Andy Cole farsi carico di mettere a segno le due reti che rimontano il match del “St. James’ Park” dopo l’iniziale vantaggio in apertura di Solano per i “Magpies”, ed è così che l’avventura continua, spostandosi ad inizio aprile allorché l’urna abbina al Manchester ancora una formazione italiana, stavolta la Juventus, reduce da tre Finali consecutive di Champions League (gare da disputarsi il 7 ed il 21 del mese …), nel mentre anche il sorteggio di FA Cup non è certo benevolo, mettendo di fronte le due rivali in Campionato, gara da disputarsi l’11 aprile sul campo neutro del “Villa Park” di Birmingham …

Ecco quindi il Manchester presentarsi al secondo dei “due mesi della verità” con un vantaggio di quattro punti (63 a 59) sull’Arsenal in Campionato dopo aver completato entrambe 30 turni, con il Chelsea oramai tagliato fuori a quota 53 pur con una gara da recuperare, per poi affrontarsi nell’infuocata sfida di FA Cup, con l’Arsenal ad aver ridotto le distanze ad una sola lunghezza, approfittando di un turno di riposo degli avversari …

Le due semifinali del 1999 passano alla Storia non tanto per il primo incontro, conclusosi sullo 0-0, ancorché lo United possa recriminare per una rete di testa di Roy Keane al 38’ ingiustamente annullata, quanto per le mille emozioni che offre il replay, disputato sullo stesso campo tre giorni dopo, il 14 aprile …

Privo di Andy Cole in attacco, Ferguson schiera in avanti la coppia formata da Solskjaer e dal 33enne, ma sempre valido Teddy Sheringham, ed è proprio quest’ultimo a propiziare la rete del vantaggio, servendo un pallone smarcante che Beckham tramuta in goal con una delle sue micidiali conclusioni da fuori …

Avendo inizialmente rinunciato anche a Scholes e Giggs, il tecnico inserisce l’ala gallese al 61’ in luogo di Blomqvist, prima che l’inerzia della gara improvvisamente cambi a causa di una conclusione da fuori di Bergkamp che, leggermente deviata da Stam, sorprende Schmeichel per il punto dell’1-1 al 69’, cui segue la consueta sciocchezza di Roy Keane che si fa espellere 5’ dopo per una entrata fallosa su Overmars che gli costa il secondo cartellino giallo …

Ferguson corre ai ripari inerendo Scholes al posto di Sheringham al fine di ridare compattezza al centrocampo, ma ogni speranza di qualificazione alla Finale di Wembley sembra sul punto di svanire allorché, proprio in chiusura di gara, l’arbitro David Elleray concede all’Arsenal un rigore per atterramento di Parlour da parte di Phil Neville …

Sul dischetto si porta Bergkamp, ma il suo tiro, seppur forte ed angolato, è a mezz’altezza e Schmeichel, tuffandosi sulla propria sinistra, riesce nella deviazione mantenendo vive le speranze dei suoi con la gara che si prolunga ai supplementari, in cui Ferguson si gioca anche la carta Yorke, che entra al posto di Solskjaer …

Ed è al 4’ del secondo tempo supplementare che si registra il “capolavoro di Ryan Giggs”, con l’estremo gallese a raccogliere un errato disimpegno all’altezza del centrocampo spostato sulla sinistra, portarsi verso l’area superando in slalom ben quattro avversari e quindi fulminare Seaman con una potente conclusione sul primo pallo dal basso verso l’alto che non lascia scampo all’estremo difensore, per quello che viene giustamente premiato come “Goal of the Season” dalla stampa specializzata.

Conquistato il diritto a scendere in campo il 22 maggio a Wembley per la Finale di FA Cup contro il Newcastle, che ha eliminato 2-0 il Tottenham grazie ad una doppietta di Shearer, nel frattempo il Manchester deve superare l’ostacolo Juventus in Champions League, recandosi il 21 aprile a Torino dopo l’1-1 dell’andata, con Giggs a rimediare, guarda caso ancora al 90’, al vantaggio bianconero di Conte nel primo tempo …

Formazione italiana che da febbraio ha in panchina Carlo Ancelotti, chiamato a rimpiazzare Marcello Lippi, e che appare in grado di staccare per il quarto anno consecutivo il biglietto della Finale allorché una doppietta di Filippo Inzaghi la porta sul 2-0 dopo appena 10’, ma mai dare per scontato un risultato quando si ha di fronte un Manchester che già poco dopo la mezz’ora rovescia a proprio favore l’esito del doppio confronto, grazie ad una rete di testa di Roy Keane al 24’ ed al pareggio di Yorke al 34’, per poi toccare ad Andy Cole, ad 8’ dal termine, mettere il sigillo alla qualificazione con il punto del definitivo 3-2.

Con due appuntamenti già fissati in calendario – la ricordata Finale di FA Cup del 22 maggio e l’atto conclusivo della Champions League il successivo 26 maggio al Camp Nou di Barcellona – lo United può dedicare le massime energie alla fase finale di Premier League dove, a due turni dalla conclusione, si trova a pari punti (75 a testa) con l’Arsenal, che ha approfittato di tre pareggi della capolista per affiancarla in vetta alla Classifica …

Con una differenza reti altresì pari (+42 per entrambe), diviene determinante la sconfitta patita dall’Arsenal nel posticipo di martedì 11 maggio, allorché i “Gunners – imbattuti da 19 turni – cadono sul terreno del Leeds complice una rete messa a segno a 4’ dal termine dall’olandese Jimmy Floyd Hasselbaink, così che il giorno dopo, nel recupero a Blackburn, al Manchester è sufficiente un pari a reti bianche per accumulare il minimo vantaggio di una sola lunghezza da mantenere all’ultima giornata in programma domenica 16 maggio ad Old Trafford, ospite il comunque ostico Tottenham, nel mentre i londinesi affrontano l’Aston Villa ad Highbury …

L’illusione di un “miracolo” dura lo spazio di 20’, tra il vantaggio degli “Spurs” al 24’ con Les Ferdinand ed il micidiale uno-due a cavallo dell’intervallo messo a segno da Beckham al 42’ e da Andy Cole al 47’ per il 2-1 che certifica il 12esimo titolo dello United, rendendo buona solo per le statistiche la rete realizzata al 66’ da Kanu per il successo dei “Gunners”.

Messo in bacheca il primo Trofeo, i ragazzi di Sir Alex sono ora attesi ai 10 giorni che potrebbero consegnarli alla Storia, con il primo appuntamento fissato per sabato 22 maggio sul terreno di Wembley per affrontare il Newcastle nella Finale di FA Cup dinanzi alla solita cornice di oltre 79mila spettatori …

Gara per la quale il tecnico scozzese decide di risparmiare Stam ed Yorke in vista della sfida di Champions League del successivo mercoledì, tanto che all’uscita di Roy Keane dopo soli 9’ per infortunio, opta per l’inserimento di Sheringham, scelta quanto mai azzeccata visto che l’attaccante lo ripaga mettendo a segno, appena due giri di lancetta dopo, il punto dell’1-0 traducendo in goal un delizioso lancio smarcante di Beckham, per poi toccare a Scholes siglare al 53’ la rete della sicurezza con una potente conclusione dal limite che non lascia scampo a Steve Harper, così che il più prestigioso Trofeo d’Oltremanica va a fare bella vista di sé per la decima volta nell’apposita Sala di Old Trafford.

Quella che però attende lo United la sera di mercoledì 26 maggio 1999 al “Camp Nou” di Barcellona, arbitro l’italiano Pierluigi Collina, è la sfida più dura, avversari i tedeschi del Bayern Monaco, desiderosi di tornare a rinverdire i fasti degli anni ’70 dopo l’amarezza di due Finali perse, 0-1 contro l’Aston Villa nel 1982 ed 1-2 contro il Porto nel 1987 …

Formazione bavarese che si è qualificata per l’atto conclusivo dopo aver eliminato l’ultima grande versione della Dynamo Kiev “targata” Andriy Schevchenko, che in estate lascia il Club per accasarsi al Milan, e che può contare in difesa sull’esperienza dell’estremo difensore Oliver Kahn e del 38enne fuoriclasse Lothar Matthaus, riciclato nel ruolo di libero, mentre a centrocampo si fanno apprezzare Jeremies, Effenberg e, soprattutto, Mario Basler, il quale si incarica di sbloccare il risultato dopo appena 5’ trasformando un calcio di punizione dal limite sul quale Schmeichel neppure accenna alla parata …

D’altro canto, Ferguson è costretto a far di necessità virtù, ed anche se alle ali può contare sull’estro di Beckham e Giggs ed in attacco si affida alla collaudata coppia Yorke/Cole (53 reti stagionali in due …), l’assenza nella zona nevralgica del campo di Roy Keane e Scholes (entrambi squalificati …) lo porta a schierare al loro posto Nicky Butt e Jesper Blomqvist, per quanto validi non all’altezza dei titolari …

Dopo che la difesa bavarese ha ben controllato gli attacchi inglesi per tutta la durata del primo tempo, corso via senza eccessive emozioni, la ripresa vede ergersi ad indiscusso protagonista Peter Schmeichel che salva a ripetizione i suoi dal tracollo, apponendosi alla grande alle conclusioni di Jancker, Effenberg e Scholl, quando non sono il palo e la traversa a salvarlo da un delizioso pallonetto dello stesso Scholl e da una rovesciata di Jancker, mentre sul versante opposto Kahn è chiamato a sventare solo in splendida coordinazione un colpo di testa del subentrato Solskjaer …

Oltre al norvegese, mandato in campo da Ferguson a 9’ dal termine in luogo di Cole, il più titolato tecnico della Storia del Club aveva già giocato, a metà ripresa, la carta Sheringham al posto di Blomqvist, ma, come appena descritto, erano state molte più le occasioni di raddoppio per il Bayern che non le possibilità per lo United di pervenire al pareggio …

Tutto sembra oramai perso allorché, dopo che Hitzfeld commette forse il più grande errore della sua carriera di eccellente allenatore, togliendo dapprima Matthaus all’80’ e quindi Basler all’89’ per inserire Fink e Salihamidzic rispettivamente, vanno in scena i 60” più incredibili negli oltre 60 anni di Storia della Manifestazione …

Accade difatti che, con il Manchester a gettare letteralmente “il cuore oltre l’ostacolo”, Kahn venga impegnato negli ultimi minuti più che nell’intero arco del match, dapprima per bloccare a terra sulla sua sinistra una conclusione angolata di Sheringham e quindi fare altrettanto su una deviazione velenosa di testa di Solskjaer, dopo che Yorke aveva clamorosamente “ciccato” un invitante pallone a centro area …

Ma, nel frattempo, il cronometro scorre e siamo già oltre il 90’ allorché sugli sviluppi di un corner da sinistra con anche Schmeichel trasferitosi nell’area avversaria, la palla perviene a Giggs che, da fuori area, lascia partire un tiro senza pretese e destinato ad uscire sul fondo, che però Sheringham, da autentico predatore di area di rigore, devia di quel tanto affinché la sfera si insacchi nell’angolino basso alla destra di un attonito Kahn

Disperazione nelle file tedeschi ed euforia sulla panchina inglese, che si trasforma in gioia indescrivibile allorché, appena 60” dopo, Solskjaer conquista un secondo corner della cui battuta si incarica Beckham con una parabola a centro area dove Sheringham svetta più in alto di tutti per prolungarne la traiettoria sotto misura dove, in spaccata, giunge chi se non lui, ovvero “Baby face Killer” Solskjaer, il cui intervento manda la sfera ad insaccarsi sotto la traversa per il punto del definitivo 2-1 con Collina che non fa neppure riprendere il gioco, fischiando la fine della contesa.

Ecco quindi che, nel modo più rocambolesco possibile, anche il Manchester United si iscrive – unico Club inglese ad esservi sinora riuscito – nella ristretta lista di coloro che hanno centrato il “Treble” (o “Triplete”, se preferite …) che, per come si è concretizzato, può tranquillamente assumere il connotato di “Last Minute” …

 

TATIANA GUTSU, ED UN ORO FIGLIO DEL CORAGGIO E DELLA PAURA

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Tatiana Gutsu sul podio di Barcellona ’92 – da:eurosport.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il riuscire a cogliere la “Gloria Olimpica” – massima aspirazione di ogni atleta allorché inizia a praticare una qualsiasi disciplina – è da una parte frutto di anni di impegni e relativi sacrifici e, dall’altra, può svanire per un banale infortunio, così come per il più piccolo errore od indecisione nel momento sbagliato …

Al proposito, ne sanno qualcosa gli atleti americani che, specie nel Nuoto ed Atletica Leggera, devono sottostare alla “perfida Legge dei Trials” – per molti di loro più difficili da superare che non poi aggiudicarsi una medaglia d’oro – prove in cui puoi essere primatista mondiale e/o Campione in carica di una singola specialità, ma se non superi dette “Forche Caudine” te ne resti a casa a guardare i Giochi in Tv …

Leggermente più conciliabili, i responsabili delle varie Federazioni sovietiche che, forse, in periodo di “Guerra Fredda”, tengono di più a conquistare allori per primeggiare nel Medagliere che non a difendere i diritti dei singoli atleti, ed una prova di ciò viene data in occasione delle gare di Ginnastica femminile alle Olimpiadi di Barcellona ’92, in cui peraltro, dopo il crollo dell’ideologia comunista e la già acquisita indipendenza delle Repubbliche componenti l’Urss, i vari atleti gareggiano come rappresentanti della “Comunità degli Stati Indipendenti”, per poi, dall’edizione successiva, competere con i rispettivi Paesi di origine.

E’, quella di Barcellona, una rassegna passata alla storia in campo maschile per le superbe evoluzioni dell’allora 20enne bielorusso Vitaly Scherbo, vincitore di ben 6 medaglie d’oro, fuoriclasse indiscusso sulle pedane, ma con uno “scheletro nell’armadio” non di poco conto a livello personale, di cui è, suo malgrado, involontaria vittima la protagonista della nostra Storia odierna …

Quest’ultima altri non è che Tatiana Gutsu, nata ad inizio settembre 1976 ad Odessa, in Ucraina, da genitori di origini rumene – Nazione, quest’ultima, principale rivale delle ginnaste sovietiche – e che si avvicina a tale disciplina sin dall’età di 6 anni per poi iniziare a far parte della Nazionale già dal 1988, prima di essere selezionata per il debutto a livello internazionale in occasione dei Mondiali 1991 in programma ad Indianapolis, negli Stati Uniti.

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Tatiana Gutsu agli esordi – da:gettyimages.co.uk

In una Rassegna Iridata coincidente con il compimento dei suoi 15 anni, la Gutsu si mette in evidenza per la particolare difficoltà degli esercizi da lei proposti e, nell’ultima edizione in cui le ginnaste si presentano sotto la bandiera dell’Unione Sovietica, la stessa contribuisce alla conquista del titolo nel Concorso Generale a Squadre, per poi classificarsi quinta nel Concorso Individuale e cogliere, al contrario, due significativi argenti alle Parallele asimmetriche – seconda con 9,950 alle spalle della nordcoreana Kim Gwang –suk, premiata con il massimo dei voti – ed alla Trave, dove è preceduta (9,962 a 9,950) dalla connazionale Svetlana Boginskaya, con un verdetto che lascia diversi dubbi circa la sua legittimità.

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Tatiana Gutsu ai Mondiali di Indianapolis ’91 – da:gettyimages.co.uk

Chiamata a confermarsi, l’anno seguente, ai Mondiali che si disputano a Parigi a metà aprile 1992 – esperienza ripetuta solo nel 1996, per poi essere abolita negli anni olimpici – la non ancora 16enne ucraina delude non riuscendo a qualificarsi per alcuna delle Finali alle singole specialità (non essendo contemplati nel programma i Concorsi Generali sia individuale che a squadre …), pagando lo scotto delle difficoltà dei suoi esercizi con cadute sia alla Trave che al Corpo Libero …

Tali negativi risultati portano i Dirigenti che devono comporre la selezione per i Giochi di Barcellona a nutrire dei dubbi circa l’inserimento della Gutsu, ma a togliere qualsiasi incertezza al riguardo giungono a proposito i Campionati Europei di Nantes, dove la stessa ribalta l’esito della Rassegna iridata affermandosi – gareggiando per la prima volta sotto i colori dell’Ucraina – sia nel Concorso Generale Individuale così come alle Parallele asimmetriche ed al Volteggio, per poi abbinarvi l’argento alla Trave (ancora alle spalle della Boginskaya, che gareggia per la nativa Bielorussia …) ed il bronzo al Corpo Libero.

Con cinque medaglie su altrettante prove a disposizione, la Gutsu diviene automaticamente una delle favorite in occasione delle Olimpiadi di Barcellona in programma dal 26 luglio al 2 agosto nel Capoluogo catalano, in cui il Team della “Comunità degli Stati Indipendenti” si presenta quanto mai variegato, data la presenza della sola russa Elena Grudneva, rispetto alla citata bielorussa Boginskaya, alle ucraine Gutsu e Tatiana Lysenko ed alle uzbeke Oksana Chusovitina e Rozalia Galiyeva, anche se quest’ultima continuerà poi a gareggiare sotto la bandiera di Mosca …

Rassegna che si apre, come da tradizione, con la disputa del Concorso Generale a Squadre che determina, oltre al relativo podio, anche le 36 ginnaste ammesse alla successiva prova individuale ed agli esercizi delle singole specialità, evento che conferma come, con le cinesi ancora un gradino sotto, la Ginnastica mondiale parli esclusivamente russo, rumeno ed americano, dato che le nove migliori prestazioni giungono da rappresentanti di tali Nazioni …

A conquistare la medaglia d’Oro, al termine di una sfida combattuta sul filo dei millesimi di punto, sono le ragazze della “Comunità degli Stati Indipendenti” che hanno la meglio per u soffio (395,666 a 395,079) sulle rumene, con gli Usa al bronzo con 394,704 ma con la loro portacolori Shannon Miller a far registrare il miglior punteggio complessivo di 79,311 punti rispetto ai 79,287 della Boginskaya ed ai 79,211 della rumena Cristina Bontas …

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Il Team della “CSI” Oro nel Concorso a Squadre – da:pinterest.it

La Gutsu, che fornisce ottime prestazioni sia alle Parallele asimmetriche (prima assoluta con 19,899 su di un massimo di 20,000) che al Corpo Libero (dove realizza il quinto miglior punteggio con 19,850), così da qualificarsi per le Finali di specialità, incorre in una indecisione in occasione della seconda esibizione alla Trave che la porta a ricevere, dopo una prima prova valutata 9,887, un punteggio di 9,425 che, oltre ad escluderla dalla Finale di specialità, la colloca al nono posto della Classifica complessiva con un totale di 78,848 punti, appena alle spalle della Galiyeva, da cui la dividono appena 0,037 millesimi di punto …

Poiché però tra le 36 ginnaste ammesse al Concorso Generale Individuale vi è un limite di sole tre atlete per Nazione, ecco che la Gutsu ne sarebbe esclusa, visto che la seconda migliore è la connazionale Tatiana Lysenko, quinta assoluta con 79,122 punti, ed è a questo punto che i componenti La Federazione presente ai Giochi assumono una quanto mai controversa decisione …

Nel ritenere che la giovanissima ucraina abbia maggiori possibilità di affermarsi nel Concorso Individuale rispetto alla Galiyeva – la quale può definirsi un’ottima generalista, ma senza particolari picchi di eccellenza nelle varie specialità – ecco che “convincono” l’ancor più giovane (15 anni da poco compiuti …) uzbeka a rinunciare in favore della Gutsu, adducendo un infortunio ad un ginocchio, ovviamente appositamente “certificato” da un medico …

Un atteggiamento che non sarebbe stato preso minimamente in considerazione in casa Usa, ligi a non ledere i diritti degli atleti, ma evidentemente possibile in un ambiente dove è difficile resistere alle “pressioni dall’alto”, ed in cui ci ha messo comunque messo del suo anche la Gutsu, visto che la stessa, a differenza della compagna, avrebbe comunque avuto la possibilità di competere per le medaglie nelle due singole specialità del Corpo Libero e delle Parallele asimmetriche, ma è chiaro che l’aspirazione alla “Gloria Olimpica” impedisce qualsiasi forma di “Fair Play” …

Ciò nondimeno, sulle spalle della ragazzina ucraina pesa ora una grande responsabilità, sia per dimostrare come la decisione dei tecnici sia stata quella giusta che nei confronti della compagna alla quale ha tolto il posto, e non si può certo dire che la pressione l’abbia condizionata, anzi tutt’altro …

Difatti, in uno dei più incerti e combattuti Concorsi Generali Individuali nella Storia dei Giochi – in cui, rispetto alle precedenti edizioni, le ginnaste ripartono tutte fa zero, mentre in passato veniva loro assegnato come punteggio base la metà di quanto totalizzato nel Concorso a Squadre (circostanza che, pertanto, gioca indubbiamente a favore della Gutsu …) – le performances delle prime cinque classificate hanno dello straordinario, con uno scarto tra la medaglia d’Oro e l’ultima di loro di appena 0,064 millesimi di punto …!!

L’americana Shannon Miller, che aveva fatto registrare il miglior punteggio nel Concorso Generale a Squadre, si ripete a livelli di eccellenza assoluta, venendo premiata dai Giudici con 9,975 al Volteggio e 9,925 sia alla Trave che alle Parallele asimmetriche, ma ad impedirle di salire sul gradino più alto del podio è una leggera sbavatura al Corpo Libero, pagata con un 9,900 per un totale di 39,725.

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La Gutsu nella sua esibizione alla trave – da:deadspin.com

Con anche le due rumene Lavinia Milosovici (bronzo con 39,687) e Bontas, quarta con 39,674 ed al pari della Boginskaya (quinta per l’inezia di appena 0,001 millesimo di punto in meno …) a lottare sino alla fine per la vittoria finale – Milosovici, in particolare, eguaglia il 9,975 della Miller al Volteggio ed ottiene, assieme alla connazionale Bontas il miglior voto di 9,962 al Corpo Libero – la Gutsu riesce ad avere infine la meglio grazie ai due 9,950 con cui vengono premiate le sue esibizioni al Volteggio ed alle Parallele asimmetriche, cui unisce il 9,912 alla Trave ed il 9,925 al Corpo Libero che, grazie all’indecisione dell’americana, le permette di superarla per il più ridotto margine mai fatto registrare in una Finale Olimpica, vale a dire 0,012 millesimi di punto, avendone totalizzati 39,737.

Favorita d’obbligo anche per l’Oro alle Parallele asimmetriche, l’ucraina ha poco da rimproverarsi, eseguendo un esercizio vicino alla perfezione tanto da essere premiato con 9,975 rispetto al 9,962 della Miller, bronzo, ma nulla potendo opporre all’esibizione della cinese Lu Li che – a sorpresa, avendo sinora visti i propri esercizi a detto attrezzi valutati 9,887 e 9,937 nel Concorso a Squadre e 9,912 in quello individuale – sforna “la prestazione della vita” vedendosi assegnare il 10,000 e portando così a casa l’unica medaglia d’oro sia olimpica che mondiale della sua carriera …

Perfezione che viene raggiunta anche dalla rumena Milosovici al Corpo Libero, dove le viene parimenti assegnato il 10,000 che la colloca sul gradino più alto del podio, nel mentre la connazionale Bontas, Gutsu e Miller devono farsi posto a vicenda per occuparne quello più basso con i loro 9,912 punti, preceduti, un po’ a sorpresa, dall’ungherese Henrietta Onodi, argento con 9,950.

Logico che la Galiyeva sia comunque rimasta quanto mai amareggiata per una decisione che è “stata costretta a subire” ed altresì contraria alle regole, visto che l’infortunio era fasullo, ed anche se il premio in denaro spettante alla Gutsu per l’Oro olimpico viene diviso tra entrambe, le stesse non si rivolgeranno più la parola, avendone peraltro poche occasioni, in quanto la Campionessa abbandona l’attività per trasferirsi negli Stati Uniti e divenire istruttrice di Ginnastica nel Michigan …

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La Gutsu con le sue allieve nel Michigan – da:oasport.it

E’ probabile che, a questo punto del racconto, molti dei lettori stiano provando una qual certa antipatia per la piccola Tatiana, colpevole di aver accettato una decisione a sfavore di una propria compagna, ma è giusto che si evidenzi come la sensibilità tipica dell’età di una adolescente, sia stata condizionata da un grave evento verificatosi giusto un anno prima …

Una ferita che mai più profonda può perforare l’animo di una ragazzina, vale a dire quello di essere violentata, e per di più da chi dovrebbe dare l’esempio al Gruppo e non si tratta, come potreste pensare, del “classico allenatore orco” che si approfitta della sua posizione, bensì della stella del Team, sì proprio lui, avete indovinato, Vitaly Scherbo, il ginnasta capace di aggiudicarsi in carriera 6 medaglie d’oro olimpiche e ben 12 iridate.

Una storia rimasta per anni sepolta nell’intimità più nascosta di Tatiana, che solo nel 2017, divenuta ora moglie e madre, si è decisa a denunciare puntando il dito sull’ex fuoriclasse per la violenza subita nel 1991 durante una trasferta in Germania a Stoccarda, per partecipare ad una riunione internazionale.

Scherbo è il mostro che mi ha rinchiuso nella prigione del silenzio per tutti questi anni”, ha riferito ai media l’oramai 41enne Tatiana, “approfittando della mia giovane età, ma adesso sono molto più forte e nulla potrà impedirmi di pretendere giustizia …!!”.

Accuse che non risparmiano neppure chi era all’epoca a conoscenza dell’abuso, vale a dire l’ucraino Rustam Sharipov (componente anch’egli del Team della “Comunità degli Stati Indipendenti” …) e la sua compagna Tatiana Toropova, verso i quali lancia strali di fuoco, soprattutto verso la sua omonima: “credevo tu fossi mia amica, ed invece ti è mancato il coraggio di sostenermi davanti ad un atto così vigliacco, eri lì, hai sentito tutto e non hai mosso un dito per proteggermi, mentre Rustam ha coperto le spalle del suo amico senza preoccuparsi di difendere una ragazzina di 15 anni …!!

Parole dure come macigni e che fanno tornare indietro nel tempo, ad un quarto di secolo prima, allorché una 16enne è chiamata a misurarsi con le migliori ginnaste del Pianeta mentre nel Team vengono celebrate le imprese del suo violentatore, il “fenomeno” dalle 6 medaglie d’oro, senza poter gridare in faccia al Mondo “l’altra faccia della stella

Ed allora, l’unico modo per cercare di “sopravvivere” è quello di dare tutta se stessa per emergere anche lei, comprendendo ora quell’espressione triste sul podio di Barcellona che mai avrebbe dovuto avere una 16enne con un Oro olimpico al collo …

Ecco, quindi, che il giudizio sul suo comportamento verso la compagna Galiyeva assume tutto un altro aspetto …

 

IL TRISTE RUOLO DI “ETERNO SECONDO” DEL TEDESCO EST WERNER SCHILDHAUER

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Schildhauer battuto da Cova ad Atene ’82 – da:sporting-heroes.net

Articolo di Giovanni Manenti

Con l’introduzione, fortemente voluta dall’allora Presidente della IAAF Primo Nebiolo, dei Campionati Mondiali anche per l’Atletica Leggera – la cui prima edizione si disputa ad Helsinki nella seconda settimana di agosto 1983 – ecco che ai rappresentanti del Vecchio Continente si offre l’opportunità di mettere in fila un affascinante “tris vincente” consecutivo per ogni singola specialità, vale a dire affermarsi alle Rassegne continentali, iridate ed olimpiche che si svolgono ad un anno di distanza l’una dalle altre.

E questo primo filotto è rappresentato dai Campionati Europei di Atene 1982, i ricordati Mondiali finlandesi dell’anno seguente ed i Giochi di Los Angeles 1984, con soli tre atleti ad abbinare al titolo continentale quello iridato e poter quindi aspirare al “fantastico tris”, ovvero l’azzurro Alberto Cova sui 10mila metri, il britannico Daley Thompson nel Decathlon ed il cecoslovacco Imrich Bugar nel Lancio del Disco …

Ma mentre a quest’ultimo il sogno di realizzare lo “storico tris” viene negato dal contro boicottaggio imposto da Mosca ai Paesi del blocco sovietico in risposta all’atteggiamento assunto quattro anni prima dal Presidente Usa Jimmy Carter in relazione ai Giochi svoltisi nella Capitale moscovita, per gli altri due tale impresa viene portata felicemente a termine, sia pur con una sostanziale differenza.

Ciò in quanto ad uno dei più forti specialisti della Storia dell’Atletica nelle prove multiple non viene meno una memorabile sfida con il suo acerrimo rivale tedesco occidentale Jurgen Hingsen – già battuto (8.666 punti ad 8.561) ai Mondiali 1983 – raggiungendo punteggi record di 8.798 ed 8.673 punti rispettivamente, mentre, al contrario, il mezzofondista azzurro non può confrontarsi con il suo “tradizionale” avversario, dato che lo stesso è costretto a rinunciare a quella che sarebbe stata una attesissima “resa dei conti” sulla distanza dei 10 chilometri, sempre a causa del citato boicottaggio …

Il personaggio in questione del quale trattiamo quest’oggi la storia, tramandata ai posteri con la sempre poco gradita etichetta di “eterno secondo”, altri non è che il tedesco orientale Werner Schildhauer, il quale nasce il 5 giugno 1959 a Dessau, in Sassonia per dedicarsi inizialmente alla marcia prima di dirottare verso il mezzofondo ed, in particolare, sulla più lunga distanza in pista, ovverossia i 10mila metri.

Il provenire dalla marcia – dove le prove si disputano sui 20 e 50 chilometri – fa sì che Schildhauer abbia un’elevata capacità di resistenza, alla quale peraltro, rispetto a chi proviene dal mezzofondo veloce, non è in grado di abbinare uno spunto di velocità che lo penalizza in occasione dei grandi eventi internazionali, come avremo modo di descrivere ampiamente …

Costretto a rivaleggiare in Patria con i connazionali Jorg Peter – quattro volte Campione nazionale sui m.5000 (1976-’78 e 1980) e 1977 sui 10mila metri – e, soprattutto, Hansjorg Kunze, di soli sei mesi più giovane, Schildhauer fa parlare una prima volta di sé in occasione dei Campionati Europei Juniores di Donetsk 1977, dove conclude la Finale dei m.3000 alle spalle dello spagnolo José Manuel Abascal (Oro in 7’58”3) precedendo (8’01”0 ad 8’01”2) proprio Kunze.

Al compimento dei 20 anni, il mezzofondista sassone vive la sua prima interessante stagione ai vertici internazionali, al pari di Kunze – dopo i negativi risultati ottenuti alla Rassegna Continentale di Praga 1978 da parte dei rappresentanti dell’ex Ddr, con Peter non meglio che dodicesimo nella Finale dei m.5000 ed il maratoneta Waldemar Cierpinski addirittura 19esimo sulla doppia distanza – venendo entrambi selezionati sia per le Finali di Coppa Europa svoltesi a Torino il 4 e 5 agosto 1979 che per la successiva seconda edizione della Coppa del Mondo in programma a Montreal a fine dello stesso mese …

Kunze, scelto per i m.5000, si fa preferire, affermandosi in 14’12”88 in Coppa Europa e concludendo quarto in 13’39”8 in Coppa del Mondo, mentre Schildhauer, che predilige la prova più lunga, sia piazza quarto in 28’57”68 la gara nel Capoluogo piemontese per poi classificarsi non meglio che sesto con il tempo di 29’15”52 in Canada, nonostante avesse a suo favore un personale stagionale di 28’23”6 fatto registrare a giugno a Lipsia.

Il “primo acuto” di un certo rilievo da un punto di vista cronometrico giunge per Schildhauer a fine maggio 1980, allorché copre i 10mila metri in 27’53”51 a Potsdam, per poi però non ripetersi ai Giochi di Mosca dove conclude non meglio che settimo in 28’10”91 alle spalle di Peter (28’05”53), pur facendo meglio di Kunze che fallisce addirittura la qualificazione alla Finale dei m.5000, distanze su entrambe le quali ad imporsi è il “mezzofondista senza età” etiope Miruts Yifter.

La delusione olimpica è peraltro l’ultimo piazzamento fuori dal podio per uno Schildhauer che, nel successivo quinquennio ha modo di affermarsi come uno dei più forti mezzofondisti nel panorama internazionale, dovendo comunque fare i conti coi suoi due più agguerriti rivali, ovvero i già ricordati Kunze per quel che concerne i confini nazionali ed il nostro Cova in occasione dei grandi appuntamenti …

Avendo riferimento alle “questioni interne”, valga evidenziare come Schildhauer – che, nel frattempo, si cimenta con maggiore assiduità anche sui 5000 metri – ottenga i titoli nazionali 1982 (13’33”54) e 1985 (13’27”16) sulla più breve distanza, rispetto alle cinque affermazioni (1981, 1983-’84 e 1986-’87) di Kunze, mentre nella sua gara preferita mette in fila tre successi consecutivi (1981-’83 con il miglior crono nell’ultima occasione in 27’24”95) per poi ripetersi nel 1985, mentre l’amico/rivale, dopo averne infranto la serie nel 1984 (27’33”10), fa suoi i titoli dal 1986 al 1988, a lampante dimostrazione di come in Germania Est non vi sia posto per nessun altro al di fuori di tale indiscusso duopolio …

Ma se in Patria il confronto si conclude sostanzialmente alla pari, è a livello internazionale che Schildhauer si fa largamente preferire, con il suo primo “Anno di Grazia” datato 1981, stagione in cui Cova – curiosamente di sei mesi più anziano del tedesco, così come, al contrario, Kunze ne è dello stesso arco temporale più giovane – non si è ancora espresso ai suoi massimi livelli.

Ecco pertanto l’oramai 22enne sassone cogliere due importanti successi, dapprima affermandosi in 28’45”89 sui 10mila metri nella Finale di Coppa Europa il 15 agosto a Zagabria – in cui Kunze si classifica terzo sui m.5000 – per poi replicare il 4 settembre a Roma nella terza edizione della Coppa del Mondo, allorché fa sua la gara in 27’38”43 avendo la meglio sull’etiope Mohamed Kedir e l’americano Alberto Salazar (che concludono in 27’39”44 e 27’40”69 rispettivamente …), mentre anche Kunze si fa rispettare, con il secondo posto in volata (14’08”39 a 14’08”54) alle spalle dell’irlandese Eamonn Coghlan.

Tali prestazioni fanno sì che Schildhauer guadagni il vertice del Ranking Mondiale stilato a fine stagione dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” – nel mentre Kunze si classifica terzo sui m.5000 – e ne fanno uno dei più accreditati alla conquista del titolo europeo nella Rassegna Continentale in programma ad Atene ad inizio settembre 1982, dove si iscrive su entrambe le distanze dei 5 e 10mila metri, forte del test eseguito il 18 agosto al “Weltklasse” di Zurigo, dove è battuto di strettissima misura (13’12”53 a 13’12”54) in volata da Kunze per quello che resta il suo “Personal Best” in carriera sui 5 chilometri.

Come di prammatica, la prima gara in programma è quella sui 10mila metri, che va in scena con un’unica prova il 6 settembre 1982 e la stessa viene condotta su buona andatura grazie al portoghese Carlos Lopes che si incarica di dettare il ritmo, così da sgranare progressivamente il lotto dei finalisti sino a farne rimanere sulla sua scia solo Schildhauer, il nostro Cova ed il finlandese Martti Vainio, Campione in carica, allorché mancano due giri al traguardo …

Posizioni che restano sostanzialmente immutate sino all’inizio dell’ultima curva, dove al deciso attacco di Vainio il portoghese cede di schianto, mentre sia Cova che Schildhauer rispondono da par loro con il terzetto che affronta spalla a spalla il rettilineo d’arrivo per dar vita ad una splendida volata che vede il tedesco orientale sopravanzare per primo il finlandese solo per vedersi a sua volta sopravanzato dall’azzurro negli ultimi appoggi, così da restare beffato (27’41”03 a 27’41”21) per soli 0”18 centesimi, con Vainio a concludere terzo in 27’42”51 davanti ad uno sfinito Lopes.

Smaltita la delusione, due giorni dopo Schildhauer non ha difficoltà a qualificarsi per la Finale dei m.5000, in cui il favorito d’obbligo è il britannico Dave Moorcroft, il quale due mesi prima al “Bislett” di Oslo si è impossessato del record mondiale, “rischiando” di essere il primo atleta ad infrangere la “barriera dei 13’ netti”, fermando i cronometri sul tempo di 13’00”41, anche se la lista dei partenti è quanto mai qualificata, comprendendo, oltre a Cova, Kunze e Vainio, anche il tedesco occidentale Thomas Wessinghage e lo svizzero Markus Ryffel, argento quattro anni prima a Praga dietro al nostro Venanzio Ortis …

Gara che si disputai sotto la pioggia, con un ritmo più alto rispetto alla precedente prova e che vede la coppia britannica formata da Moorcroft e Mike McLeod dettare l’andatura, con alle loro sdpalle Wessinghage, Schildhauer, Cova e Vainio pronti a cogliere l’attimo giusto per attaccare, nel mentre Kunze, nelle retrovie, è vittima di una collisione con Cova ed il sovietico Abramov che lo manda fuori pista con conseguente perdita del passo che incide sul prosieguo della corsa …

Cova che, a propria volta – dopo che Vainio si produce in un effimero attacco a quattro giri dal termine, prontamente rintuzzato dalla coppia britannica – si rende protagonista di qualche spinta di troppo a centro gruppo nei confronti ancora di Kunze e dell’austriaco Dietmar Millonig, per una condotta che gli costa la squalifica a fine gara, nel mentre a due giri dal termine è il primatista mondiale che si incarica di allungare il plotone, seguito come un’ombra da Wessinghage, alle cui spalle si portano Schildhauer e l’azzurro …

La gara si anima improvvisamente poco prima della campana dell’ultimo giro grazie al sovietico Dmitriy Dmitriyev che si porta decisamente al comando sopravanzando Moorcroft che appare incapace di reagire, al contrario di Schildhauer che rileva il sovietico al comando per poi vedersi a propria volta superato da un ben più convinto attacco di Wessinghage, il quale affronta l’ultima curva con un buon margine che mantiene tranquillamente sino all’arrivo, concludendo in 13’28”90, mentre il tedesco orientale dimostra straordinarie doti di combattività, recuperando posizioni sul rettilineo d’arrivo sino a cogliere l’argento davanti a Moorcroft (13’30”03 a 13’30”42) con tutti gli altri irrimediabilmente battuti.

Due argenti non valgono un oro”, senza dubbio, ma il 23enne sassone può dirsi comunque soddisfatto di una stagione al termine della quale è comunque classificato al terzo posto del Ranking Mondiale su entrambe le specialità, con la speranza di potersi riscattare l’anno seguente, in occasione della prima edizione dei Campionati Mondiali, in programma ad Helsinki.

Rassegna iridata alla quale “la premiata ditta” Schildhauer/Kunze partecipa dopo aver dato vita ad una spettacolare sfida a fine maggio ad Jena in occasione dei Campionati nazionali, vinta dal primo nel suo “Personal Best” in carriera di 27’24”95 sui 10mila metri – nonché quarta miglior prestazione “All Time” all’epoca – con Kunze a concludere in 27’30”69, nel mentre Cova fa registrare, quale miglior risultato, 27’37”09 (anch’esso suo “Personal Best” in carriera …) a fine giugno al Meeting di Losanna.

Dato il maggior numero di iscritti, vengono disputate due batterie che non creano eccessive sorprese, così che sono in 17 a prendere il via per la Finale del 9 agosto 1983 che, data l’importanza della posta in palio, si corre a ritmi alquanto blandi, tanto che ad 800 metri dalla conclusione sono ancora in 13 a giocarsi il podio, prima che, sul rettilineo d’arrivo del penultimo giro, scottato dalle precedenti esperienze, non sia proprio Schildhauer a prendere decisamente la testa con un attacco quanto mai perentorio …

L’iniziativa del portacolori della Germania Est è quanto mai efficace, visto che il gruppo si sgretola, con a portarsi al suo inseguimento il connazionale Kunze, l’idolo di casa Vainio, il tanzaniano Gidamis Shahanga ed il nostro Cova, con il vantaggio di Schildhauer a scemare progressivamente sino all’ingresso in rettilineo allorché deve resistere all’attacco dell’amico/rivale che sembra in grado di avere la meglio, ma la sua forza di reazione è straordinaria, anche se nulla può rispetto allo sprint conclusivo di Cova negli ultimi 50 metri che lo porta, correndo all’esterno, dalla quinta alla prima posizione in 28’01”04, beffando i due tedeschi orientali (28’01”18 e 28’01”26 rispettivamente), con Vainio non meglio che quarto davanti a Shahanga.

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L’arrivo dei 10mila metri ad Helsinki ’83 – da:thegreatdistancerunners.de

Vedersi sfuggire due medaglie d’oro per 0”32 centesimi (0”18 ad Atene, 0”14 ad Helsinki …) non deve proprio essere il massimo della gioia, ma Schildhauer spera sempre di potersi rifare sulla più corta distanza, in cui parte dal vantaggio dell’assenza sia dell’azzurro che di Moorcroft, al pari di Kunze, il quale non si presenta alla partenza delle batterie, ancorché iscritto …

Qualificatosi senza problemi per la Finale del 14 agosto, in cui sono comunque presenti clienti difficili quali lo stesso Vainio, nonché il Campione europeo di Atene Wessinghage ed i sovietici Dmitriyev ed Abramov, Schildhauer opta stavolta per una tattica più prudente, senza iniziative avventate con la speranza di poter dire la sua in volata, allorché il gruppo dei finalisti affronta in fila indiana gli ultimi 800 metri …

Una tattica forse troppo attendista, visto che al deciso attacco di Dmitriyev a poco più di un giro dal termine, Schildhauer si trova addirittura in ottava posizione, un distacco che risulta impossibile da colmare, al contrario di quanto fa l’irlandese Eamonn Coghlan, proveniente dal mezzofondo veloce, il quale raggiunge il sovietico, in chiaro debito di ossigeno, a metà dell’ultima curva, ne scruta il volto rendendosi conto di come non abbia più la forza di reagire per andare quindi a conquistare il più importante successo della propria carriera in 13’28”53 mentre alle sue spalle Schildhauer raccoglie i resti degli altri finalisti per andare a cogliere un altro argento in 13’30”20 e con Vainio a beffare Dmitriyev proprio sul traguardo per il gradino più basso del podio.

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L’esultanza di Schildhauer per l’argento sui m.5000 – da:mtvuutiset.fi

Uno Schildhauer che, peraltro, conclude la gara a braccia alzate, evidentemente soddisfatto del risultato ottenuto, anche se crediamo che sia ben magra la soddisfazione di avere finalmente la meglio su Cova sei giorni dopo a Londra in Coppa Europa, precedendolo una volta tanto (28’02”11 a 28’02”13) in volata, così come l’aver riconquistato la vetta del Ranking Mondiale di fine anno sui 10mila metri, davanti allo stesso azzurro ed il connazionale Kunze …

Impossibilitato, come ricordato, a partecipare alla “resa dei conti” con Cova alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, Schildhauer ha un’ultima stagione degna di nota nel 1985, allorché si aggiudica i titoli nazionali su entrambe le distanze del mezzofondo prolungato, per poi doversi stavolta inchinare di fronte all’azzurro in Coppa Europa a Mosca e concludere al terzo posto la gara di Coppa del Mondo a Canberra, sempre sui 10mila metri, prima di avere un ultimo sussulto cronometrico correndo i 10 chilometri in 27’56”58 ad inizio luglio 1987 ad Helsinki …

Non è mai bello passare alla storia con l’etichetta di “eterno secondo”, ma sicuramente Schildhauer, con la sua tenacia, impegno e combattività è stato un degno protagonista del mezzofondo di inizio anni ’80, con il dubbio che non potrà mai essere svelato se la decisione di Mosca di rispondere al boicottaggio Usa del 1980 lo abbia sfavorito oppure gli abbia impedito di subire un’ultima, ennesima beffa …

 

JON SIEBEN, E LA DOPPIA BEFFA INFLITTA A GROSS A LOS ANGELES 1984

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Jon Sieben, al centro, sul podio dei m.200 farfalla a Los Angeles ’84 – da:gettyimages.ca

Articolo di Giovanni Manenti

I quanto mai odiosi boicottaggi – ultimo retaggio di una anacronistica “Guerra fredda” tra le due Superpotenze mondiali – hanno fatto sì che, per quanto riguarda il Nuoto, le edizioni dei Giochi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 privassero gli appassionati delle attesissime sfide tra le nuotatrici americane e le colleghe della Germania Est in campo femminile, mentre ben diversa è la situazione del settore maschile …

Difatti, eccezion fatta per lo “Zar delle piscineVladimir Salnikov, specialista del mezzofondo a stile libero e che non avrebbe avuto difficoltà alcuna a confermare in California gli Ori sui m.400 e 1500sl conquistati nella Capitale moscovita, a Los Angeles, a differenza di quanto avvenuto quattro anni prima, si presenta “il meglio del meglio” del Nuoto mondiale in ogni singola specialità, cosa non verificatasi a Mosca per l’assenza, oltre che dei rappresentanti dello Zio Sam, anche dei nuotatori tedeschi occidentali e canadesi.

Tesi confermata dal fatto che nel 1980, in campo maschile, viene migliorato, ovviamente da Salnikov, un solo record mondiale ed appena tre olimpici, mentre in California i primati cadono a bizzeffe, con ben 10 record mondiali, altri due olimpici ed, a parte i m.1500sl – territorio di caccia “esclusivo” del sovietico – solo le due prove a dorso non fanno registrare alcun primato, in larga parte dipeso dalla scarsa concorrenza che l’americano Rick Carey, detentore dei record su entrambe le distanze dei 100 e 200 metri, ha nell’aggiudicarsi i relativi Ori …

In questo scenario, l’attesa “Stella dei Giochi” è il tedesco occidentale Michael Gross, che si presenta a Los Angeles nella sua veste di detentore dei Record mondiali sui m.200sl (1’47”55 realizzato l’8 giugno a Monaco) e sui m.200 farfalla, grazie all’1’57”05 fatto segnare il 26 agosto 1983 ai Campionati Europei di Roma, con l’ambizione di far sue quattro medaglie d’Oro (m.100 e 200 farfalla, m.200 e staffetta 4x200sl) …

Impresa che, per l’appena 20enne tedesco di Francoforte, compiuti il 17 giugno, sembra incanalarsi come meglio non si potrebbe, visto che al debutto sui m.200sl, il 29 luglio, già nelle batterie del mattino migliora in 1’48”03 uno dei pochi record olimpici realizzati a Mosca, vale a dire l’1’49”81 del sovietico Sergey Kopliakov, per poi stabilire nella Finale del pomeriggio il primato assoluto in 1’57”44, togliendo 0”11 centesimi al suo stesso limite.

Sicuramente più arduo cercare il successo il giorno dopo sui m.100 farfalla, dove il favorito d’obbligo è l’americano Pedro Pablo Morales, primatista mondiale con 53”38 e che si dimostra in ottima forma in batteria, migliorando in 53”78 il record olimpico risalente addirittura ai 54”27 con cui nel 1972 a Monaco di Baviera il connazionale Mark Spitz aveva conquistato una delle sue 7 medaglie d’Oro, a cui Gross risponde con il secondo tempo di 54”02, peraltro primato europeo …

La prevista sfida nella Finale del pomeriggio tra i due favoriti posti nelle corsie centrali mantiene fede alle aspettative, con entrambi a scendere sotto il vecchio limite mondiale, con Morales a non potersi rimproverare nulla, nuotando le due vasche in 53”23 (migliorandosi di 0’15 centesimi che rappresentano il record Usa), ma nulla potendo rispetto alla regale superiorità di un Gross che va ad imporsi con lo straordinario tempo di 53”08 per la sua seconda medaglia d’oro.

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Gross esulta per il successo su Morales sui m.100 farfalla – da:gettyimages.ca

A conclusione di giornata però, le certezze del tedesco vengono incrinate dall’esito della staffetta 4x200sl, sicuramente il momento più emozionante ed esaltante per gli spettatori che assiepano le tribune del “McDonald’s Olympic Swim Stadium” della Metropoli californiana, con il quarto frazionista Usa Bruce Hayes a divenire “Re per una notteriuscendo a resistere al tentativo di rimonta di Gross (che nuota gli ultimi 200 metri in 1’46”89 rispetto al tempo di 1’48”41 dell’americano …), fallito per l’inezia di appena 0”04 centesimi (7’15”69 a 7’15”73), con entrambi i quartetti a demolire il precedente primato mondiale di 7’20”40 stabilito dal quartetto tedesco l’anno precedente alla Rassegna Continentale di Roma 1983.

Sicuramente una cocente delusione per Gross che, peraltro, può imputare il mancato “tris d’Ori” ai propri compagni, visto che nessuno degli otto nuotatori impegnati nella Finale ha nuotato una frazione più veloce della sua e, comunque, è opinione comune che la stessa verrà ampiamente compensata dal successo nella gara sui m.200 farfalla, le cui batterie e relativa Finale sono in programma il 3 agosto …

Come ricordato, il fuoriclasse tedesco – soprannominato “Albatros” per l’imponenza della sua statura (m.2,01 per 88kg.) cui unisce una impressionante apertura di braccia (misurata in m.2,25 …!!), fondamentale nello stile a farfalla – si presenta a Los Angeles forte del primato mondiale di 1’57”05 stabilito l’anno prima ai più volte citati Campionati Europei di Roma, ed in batteria dimostra di voler ribadire tale sua superiorità facendo suo il record olimpico in 1’58”72, togliendolo all’americano Mike Bruner che lo aveva stabilito con il tempo di 1’59”23 otto anni prima ai Giochi di Montreal 1976 …

Alle sue spalle si piazzano il sorprendente venezuelano Rafael Vidal (già ottimo quarto nella Finale dei m.100 farfalla …), il quale vive il suo “Giorno dei Giorni” stabilendo il record nazionale in 1’59”15 ed il deluso della Finale sulla più breve distanza, vale a dire Morales, che peraltro nuota la propria batteria in 1’59”15, altrettanto record Usa …

Passa quasi inosservato il miglioramento – con il quarto tempo di 1’59”63 – del 18enne australiano Jon Sieben (li compie il successivo 24 agosto …), presentatosi a Los Angeles con non eccessive credenziali, avendo sinora come miglior risultato in carriera il bronzo in 2’01”24 ottenuto su tale distanza ad inizio ottobre 1982 ai “Commonwealth Games” disputatisi a Brisbane, sua città natale, cui, peraltro, unisce l’Oro con la staffetta 4x100mista …

Considerato come l’americano Morales – di chiare origini caraibiche, essendo figlio di immigrati cubani – si trovi molto più a proprio agio sulla più corta distanza e che Vidal – già autore di un brillante 54”27 sui 100 metri, anch’esso record nazionale – è impensabile possa migliorarsi sino ai tempi nelle braccia del tedesco, i favori del pronostico per la Finale del pomeriggio del 3 agosto 1984 pendono incondizionatamente dalla parte del primatista mondiale ….

Michael Gross che – in quarta corsia sui blocchi di partenza, ha alla sua destra Morales ed alla sinistra Vidal – intende mettere in chiaro sin dall’avvio “la legge del più forte”, prendendo decisamente la testa e virando a metà gara in 56”17 (ancorché 0”26 centesimi al di sopra del suo passaggio mondiale …), inseguito dalla coppia formata da Vidal e Morales, che transitano in 56”54 e 56”73 rispettivamente, mentre il non ancora 18enne australiano è addirittura sesto in 57”79, ad oltre 1”50 di distacco dal tedesco …

Gross che incrementa il proprio vantaggio ai 150 metri, virando in 1’26”01 – riducendo altresì a soli 0”08 centesimi il ritardo rispetto al passaggio in occasione del record di Roma 1983 – mentre Sieben, pur risalendo in quarta posizione, transita in 1’27”80, a ben 1’79” di distanza dal tedesco, ed anche abbastanza staccato da Vidal e Morales, i quali all’ultima virata sono cronometrati in 1’26”87 ed 1’26”99 …

Con una tenue speranza di poter salire sul podio, l’australiano si pone alla caccia della coppia centro-nordamericana, raggiungendola a 25 metri dall’arrivo, ma tutto si sarebbe potuto immaginare tranne il crollo vertiginoso di Gross nell’ultima vasca – nuotata in 31”39, sesto tempo parziale tra gli otto finalisti – così da sopravanzarlo nelle ultime bracciate per quello che rappresenta senza dubbio alcuno il risultato più sorprendente delle gare di Nuoto ai Giochi di Los Angeles, oltretutto confortato dal riscontro cronometrico di 1’57”04 che fa sì che al tedesco (argento in 1’57”40, riuscendo quantomeno a respingere il tentativo di rimonta di Vidal e Morales, rispettivamente terzo e quarto in 1’57”51 ed 1’57”75, peraltro per entrambi record nazionali …) al danno si aggiunga la beffa di vedersi strappare anche il primato mondiale per un solo 0”01 centesimo …!!

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L’esultanza di Sieben all’arrivo dei m.200 farfalla – da:gettyimages.ae

Miracoli” che solo lo scenario olimpico è in grado di creare, laddove si consideri altresì l’elevata differenza strutturale che l’australiano (il quale misura m.1,76 per 74kg.) deve pagare nei confronti del fuoriclasse tedesco, circostanza che viene evidenziata in tutto il suo stridente contrasto in occasione della cerimonia di premiazione, allorché Gross appare ancora più alto di Sieben nonostante questi sia salito sul gradino più alto del podio ..!!

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L’evidente differenza di statura tra Sieben e Gross – da:gettyimages.it

Ciò nonostante Sieben si dimostra niente affatto un “carneade” negli anni a seguire, che lo vedono confermarsi ai vertici della specialità – curiosamente, però, ottenendo i suoi migliori risultati sulla più corta distanza dei 100 metri – mentre Gross si riprende il “mal tolto”, ritornando in possesso del record mondiale che migliora altre tre volte sino al 1’56”24 del 28 giugno 1986 ad Hannover, destinato a durare per quattro anni e mezzo …

Sieben, al contrario, si dimostra all’altezza della fama conquistata, nel corso del mese di agosto 1985 in Giappone, allorché, dapprima stabilisce il primato nazionale in 53”78 giungendo alle spalle (53”69) di Morales sui m.100 farfalla ai “Campionati Pan Pacifici” disputatisi a Tokyo – dove è anche argento con la staffetta 4x100mista – e quindi si toglie la soddisfazione di far suo l’Oro alle Universiadi di Kobe, sempre sulla medesima distanza, mettendo in fila, con il tempo di 53”97, due stelle del calibro dell’americano Matt Biondi e dello stesso Gross, che chiudono in 54”03 e 54”16, rispettivamente.

Assente ai Campionati Mondiali di Madrid 1986 – dove Morales e Gross colgono i rispettivi titoli iridati sui 100 e 200 metri farfalla – Sieben si ripresenta in buone condizioni ai “Campionati Pan Pacifici” che si svolgono a metà agosto 1987 a casa sua a Brisbane, non deludendo i propri tifosi attraverso la conferma dell’ordine di arrivo (argento in 54”21 alle spalle di Morales, regale coi suoi 53”32) di due anni prima nella Capitale giapponese, per poi tentare ancora la “carta olimpica” l’anno seguente ai Giochi di Seul ’88 …
Rassegna a cinque cerchi che si apre “orfana” di Pablo Morales – che nel frattempo, al pari di Gross, si era riappropriato del limite mondiale, nuotando i m.100 farfalla in 52”84 il 23 giugno 1986 ad Orlando, primato destinato a resistere per ben 9 anni – il quale resta vittima dei famigerati “Trials Olimpici” di Austin, dove il terzo posto in 53”52 (!!) lo esclude dai Giochi coreani …

Qualificatosi per la Finale dei m.100 farfalla del 21 settembre 1984 con il quinto tempo di 53”85 ottenuto il giorno prima in batteria, il 22enne australiano ha ben poco da rimproverarsi, vinto che nuota la distanza nel suo “Personal Best” in carriera di 53”33 che, per soli 0”03 centesimi gli impedisce di conquistare il bronzo a spese del britannico Andy Jameson – ma con la “piccola soddisfazione” di precedere ancora una volta Gross, quinto in 53”44, nel mentre la sfida per l’Oro passa alla storia per l’imprevisto successo del rappresentante del Suriname Anthony Nesty che, con l’ultima bracciata, beffa per appena 0”01 centesimo (53”00 a 53”01) il favoritissimo americano Matt Biondi, alla ricerca di emulare l’impresa del connazionale Mark Spitz di collezionare 7 medaglie d’Oro, e che concluderà le sue fatiche, con 5 Ori, un argento ed un bronzo …

Quello di Seul rappresenta l’ultimo acuto di una carriera che vede Sieben concluderla con la partecipazione anche ai Giochi di Barcellona ’92, dove il tempo di 54”73 realizzato in batteria non gli consente di qualificarsi per la Finale dei m.100 farfalla, ma d’altronde aveva già ottenuto quella “Gloria Olimpica” che ogni atleta sogna ad inizio di carriera, in una Finale che resterà per sempre nella “Storia dei Giochi”.

Ed, a proposito di sogni, chissà se per Gross ripensare a quell’Oro clamorosamente perso non abbia, per diverso tempo, rappresentato, al contrario, un vero e proprio incubo …

 

ANGELO SCHIAVIO, IL CANNONIERE CHE GIOCAVA PER PASSIONE

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Angelo Schiavio – da:archiviotinf.blogspot.com

Articolo di Giovanni Manenti

In una vita, sia umana che professionale, sicuramente fortunata come pochi altri, una sola disdetta ha condizionato la carriera calcistica di Angelo Schiavio, centravanti dalle straordinarie capacità realizzative, vale a dire il fatto che la stessa si sia svolta a cavallo della costituzione della Serie A a Girone unico, così che nelle Classifiche dei Marcatori “All Time” vengono tenute in considerazione solo le reti messe a segno dal 1929.30 in poi, che sono pur sempre 109 in 179 presenze nella Massima Divisione …

Ma prima di quel 13 ottobre 1929, in cui Schiavio fa il suo esordio – andando ovviamente a segno – nel nuovo Torneo nel pari interno per 2-2 del Bologna contro la Triestina, il più prolifico attaccante della Storia del Club rossoblù (sua unica squadra nell’intera carriera …) aveva già alle spalle ben 7 Campionati, 12 presenze in Nazionale e la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Amsterdam 1928.

Nato difatti a Bologna il 17 ottobre 1905, Angiolino – pur se all’anagrafe registrato come Angelo, ma così rinominato in quanto stesso nome del padre, un commerciante di abbigliamento trasferitosi da Como nel Capoluogo emiliano per fondare la “Schiavio-Stoppani” – ha il calcio nel sangue, pur se in famiglia tale Sport non è minimamente considerato, fratelli compresi …

Il fatto di far parte di una famiglia agiata non è la sola fortuna che accompagna la vita del più forte centravanti felsineo, visto che a soli sei mesi dalla nascita viene salvato da un enfisema polmonare che lo sta uccidendo solo grazie al tempestivo intervento del Prof. Bartolo Nigrisoli, il quale non si fa scrupoli di operarlo (senza anestesia …!!) incidendogli la schiena per estrargli una costola sotto la scapola destra, causa del problema …

Che si dedicasse al Calcio poteva anche andar bene, ma l’importante era non trascurare gli affari dell’azienda da cui deriva il sostentamento familiare, nella quale era stato inserito dal fratello maggiore Raffaele sin dall’età di 14 anni, avendo abbandonato gli studi.

Mi allenavo una sola volta con la squadra, al giovedì”, ricorda Schiavio, “per il resto dovevo far da solo, corsa al mattino presto e palestra alla sera, dopo il lavoro …”, una routine indubbiamente impegnativa, ma che il giovane Angiolino affronta con ardore tanto è alto il suo sogno di indossare la maglia rossoblù della squadra della sua città …

Dopo aver iniziato a tirare i primi calci nella formazione dilettantistica della Fortitudo, Schiavio viene segnalato al Bologna da due compagni di scuola più grandi di lui che già militano nel Club rossoblù – vale a dire i centrocampisti Gastone Baldi e Pietro Genovesi che gli faranno compagnia per oltre un decennio – all’epoca guidato dal valente tecnico austriaco Hermann Felsner, assunto nel 1920 e che ricopre tale incarico sino al 1931.

Sotto la guida di Felsner, Schiavio migliora i fondamentali nel controllo di palla, ancora un po’ troppo ruvido, e negli scambi coi compagni di reparto, poco essendoci da insegnargli quanto a coraggio e combattività, in quanto in campo si batte come un leone, da autentico “trascinatore” incurante degli interventi degli avversari, una sorta, verrebbe da dire, di “Boninsegna ante litteram” …

Non è comunque facile per un ragazzo di appena 17 anni farsi largo in una compagine che già schiera in attacco due ottimi giocatori quali Giuseppe Della Valle e Cesare Alberti, ma ancora una volta la buona sorte gli dà una mano …

Dapprima sotto forma di un infortunio al menisco occorso nel novembre 1922 al promettente (appena 18enne …) Alberti – 32 reti in 45 presenze per lui – e già in odore di Nazionale, incidente che all’epoca significava l’abbandono dell’attività, anche se il giocatore, sottoposto ad un riuscito intervento chirurgico, torna a giocare nell’ottobre 1924 nelle file del Genoa per poi morire non ancora 22enne il 14 marzo 1926 per una banale infezione virale, e quindi in una circostanza ancor più casuale …

Destino vuole, difatti, che l’ultimo dell’anno del 1922 si disputino al campo bolognese dello “Sterlino” due gare amichevoli, la prima tra la formazione “ragazzi” contro il Wiener Vienna, mentre la seconda vede scendere in campo la prima squadra contro gli ungheresi dell’Ujpest Dosza …

Schiavio compie appieno il proprio dovere (che è quello di far goal …) siglando la doppietta che certifica il successo rossoblù per 2-0 nel primo incontro, per poi ricevere dal tecnico Felsner la richiesta se si sente in grado di scendere in campo anche nel secondo incontro, visto che negli spogliatoi Della Valle è stato colto da un improvviso attacco febbrile …

Figuriamoci se Angiolino si lascia sfuggire l’occasione ed, appena cambiata la maglia intrisa di sudore, gioca la sua prima partita coi “grandi” ed, indovinate un po’, mette a segno l’unica rete dell’incontro, divenendo immediatamente l’idolo dei tifosi felsinei presenti in tribuna, così da creare dubbi all’allenatore se sia o meno il caso di insistere con questo giovane, ma così già brillante attaccante, per non correre il rischio di “bruciarlo”.

Dubbio che dura meno di un mese per poi, dopo una sconfitta del Bologna per 1-2 di metà gennaio 1923 contro lo Spezia sul campo neutro di Pisa, ecco Schiavio schierato al centro dell’attacco per la sua prima gara ufficiale il 28 gennaio 1923 in un Bologna-Juventus concluso sul 4-1 grazie alle doppiette di Bernardo Perin e Della Valle.

Passano tre settimane e giunge anche la prima delle sue oltre 200 reti in rossoblù, messa a segno al 4’ della sfida interna contro il Genoa, pur successivamente vittorioso in rimonta per 2-1, gustoso antipasto dei duelli che caratterizzano le due successive stagioni, dato che all’esordio di Schiavio il Bologna conclude il Girone B della Prima Divisione – Lega Nord al terzo posto, a 12 lunghezze dai liguri che si avviano alla conquista del loro ottavo Scudetto.

Conclusa la prima esperienza con 6 reti in 11 presenze, Schiavio dimostra la legittimità nel ricoprire il ruolo di terminale offensivo dell’attacco rossoblù la seguente stagione, in cui le sue 16 reti nelle 22 gare di Campionato consentono al Bologna di concludere al primo posto, con un punto di vantaggio sul Torino, il Girone B della Prima Divisione – Lega Nord e quindi acquisire il diritto a sfidare i Campioni d’Italia del Genoa, primi nel Girone A, nella Finale della Lega Nord la cui vincente si qualifica per la Finalissima Nazionale con la formazione proveniente dalla Lega Sud …

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Schiavio in maglia Bologna – da:wikipedia.org

Giunto per la prima volta a questo punto del Torneo, il Bologna paga l’inesperienza nella gara di andata disputatasi nel capoluogo ligure contro un Genoa sapientemente guidato dal celebre tecnico inglese William Garbutt, risultando sconfitto per 0-1 per poi non riuscire a ribaltare il risultato al ritorno, al termine di un match giocato su di un terreno al limite della praticabilità e caratterizzato da scontri violenti sia in campo che in tribuna, tant’è che l’arbitro Panzeri di Milano nel suo referto scrive di aver concesso ai locali un calcio di rigore (trasformato da Pozzi per il punto dell’1-1) solo per “calmare gli animi”, così che la Disciplinare assegna ai genoani – che poi hanno la meglio (3-1 ed 1-1) sul Savoia nella Finale Scudetto – la vittoria per 2-0 a tavolino.

Una rivalità quella tra le due formazioni rossoblù che trova il suo apice la stagione successiva allorché, ancora una volta vincitrici dei rispettivi Gironi A e B della Prima Divisione – Lega Nord, Genoa e Bologna si sfidano nella Finale di zona che, a fronte delle previste due partite, si prolunga in cinque incontri dopo che le due gare sui rispettivi campi vedono uscire vittoriose le formazioni ospiti, con il medesimo risultato di 2-1 …

Con la terza sfida annullata dalla FIGC (era finita 2-2 con il Bologna a rimontare uno svantaggio di 0-2 all’intervallo …) ed una quarta, anch’essa conclusa in parità (1-1), caratterizzata da incidenti con tanto di colpi di pistola ed un ferito, alla Federazione non resta che ordinare un quinto match da disputarsi a porte chiuse e che vede i felsinei imporsi per 2-0 così impedendo al Genoa di fregiarsi di quello che sarebbe stato il suo decimo Scudetto, per poi far suo il primo titolo di Campione d’Italia – grazie ad un facile, doppio successo (4-0 e 2-0) sull’Alba Roma, gare disputatesi ad agosto 1925 (!!) – un’impresa che inaugura il periodo dello “Squadrone che tremare il Mondo fa”, protrattosi sino ad inizio anni ’40.

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Una formazione del Bologna Campione d’Italia nel 1925 – da:wikipedia.org

E’, ovviamente, anche l’arco temporale in cui brilla la stella di Schiavio, del quale non può non accorgersi il Commissario Tecnico Vittorio Pozzo, specie dopo quanto compiuto al suo esordio in azzurro, vale a dire la doppietta che il 4 novembre 1925 consente all’Italia di superare 2-1 la Jugoslavia in amichevole a Padova.

Un rapporto, peraltro, quello con la Nazionale, mai profondamente sbocciato, vista la concorrenza, oltre che del compagno di squadra Della Valle, delle stelle Baloncieri, Levratto e Meazza, che Pozzo risolve in occasione delle Olimpiadi di Amsterdam 1928 schierando Baloncieri all’ala destra, Schiavio centravanti e Levratto ala sinistra, con il risultato che l’Italia giunge ad un passo dalla Finale, sconfitta 2-3 dall’invincibile Uruguay degli anni ’20 e che, due anni dopo, avrebbe conquistato il primo titolo della Storia dei Mondiali, per poi sfogare la delusione sull’Egitto nella gara per il bronzo, sommerso 11-3 con il contributo dell’attaccante felsineo, autore di una tripletta.

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L’Italia bronzo ai Giochi di Amsterdam 1928 – da:archiviotinf.blogspot.com

Ma se è poco considerato da Pozzo – disputa tre sole gare della prima edizione della “Coppa Internazionale” 1927-’30, una sorta di Campionato Europeo per Nazioni dell’epoca, vinta dall’Italia – Schiavio non si perde certo d’animo, tanto importante per lui è contribuire alle sorti del “suo” Bologna, che trascina a suon di reti alla conquista del secondo Scudetto, ultimo prima della costituzione del Girone unico …

Già ampiamente in “doppia cifra” – 26 reti nel 1926 e ’28, 15 nel 1927 – negli anni precedenti, nel 1929 Schiavio centra il suo massimo in carriera per singola stagione, andando 29 volte a segno in altrettante gare disputate, comprese le sfide per il titolo contro i Campioni in carica del Torino del “trio delle meraviglie” formato, oltre che dal già citato Baloncieri, anche da Rossetti e dall’italoargentino Julio Libonatti …

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Rete di Schiavio contro la Juventus nell’aprile 1929 – da:wikipedia.org

Con una regola un po’ strana, in cui non si tiene conto del computo delle reti, l’1-0 certificato da Libonatti nella gara di ritorno rispetto al 3-1 (doppietta di Schiavio ed acuto di Della Valle …) inflitto dal Bologna ai granata all’andata, è sufficiente per la disputa di un terzo incontro di spareggio in campo neutro a Roma, che i rossoblù si aggiudicano grazie al centro di Muzzioli ad 8’ dal termine.

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La Formazione del Bologna Campione d’Italia 1929 – da:wikipedia.org

L’inizio degli anni ’30 vede però soffrire uno Schiavio oramai relegato da Pozzo ai margini della Nazionale a causa dell’esplosione di Meazza – e, d’altronde, con il “Balilla” a segnare 12 reti nelle altrettante sue prime apparizioni in azzurro, come dargli torto – mentre in Campionato il Bologna deve accontentarsi di onorevoli piazzamenti alle spalle di una Juventus capace di aggiudicarsi cinque titoli consecutivi, pur continuando a “timbrare” con assiduità, come dimostrano il titolo di Capocannoniere conseguito nel 1932 con 25 reti ed i 28 centri della stagione successiva, preceduto di una sola lunghezza dal bianconero Felice Borel …

In soccorso del centravanti felsineo giunge la sola Manifestazione europea dell’epoca, ovvero la “Mitropa Cup” (riduzione di “Mittel Europa Cup”, in italiano Coppa dell’Europa Centrale …), alla quale, al pari della Coppa Internazionale per Nazioni, partecipano le rappresentanti di Italia, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia …

Ecco allora che, alla sua prima partecipazione, il Bologna si aggiudica l’edizione del 1932 dopo aver eliminato Sparta Praga (5-0 e 0-3) ai Quarti e First Vienna (2-0 e 0-1) in semifinale, per poi vedersi assegnare il trofeo senza colpo ferire a seguito della doppia esclusione delle altre due semifinaliste, Slavia Praga ed Juventus, poiché nel match di ritorno al “Comunale” di Torino, il pubblico di casa, irretito dall’atteggiamento ostruzionistico dei cechi a difesa del 4-0 maturato all’andata (e dopo che i bianconeri avevano chiuso il primo tempo in vantaggio per 2-0 …), inizia a lanciare pietre sul terreno di gioco, una delle quali colpisce alla testa il celebre portiere della Nazionale Frantisek Planicka, ferendolo seriamente …

Lo Slavia per protesta abbandona il campo per ritirarsi negli spogliatoi e rifiutandosi di riprendere l’incontro – e, del resto, in 10 uomini e senza portiere sarebbe stato difficile mantenere il vantaggio nel doppio confronto – ma il Comitato Organizzatore ritenne entrambi i Club colpevoli, estromettendoli dalla competizione.

Nel frattempo, con l’approssimarsi della seconda edizione dei Campionati Mondiali da disputarsi in Italia, il Commissario Tecnico Pozzo inizia a rimuginare su di un’idea per “salvare capra e cavoli” e conciliare il simultaneo impiego di Meazza e Schiavio, vista l’ancor giovane età del non ancora 20enne Borel, ovverossia trasformare l’attaccante dell’Ambrosiana da centravanti ad interno, viste le sue elevate qualità tecniche …

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Schiavio e Meazza in Nazionale – da:storiedicalcioaltervista.org

Mossa che Pozzo prova in occasione della gara d’esordio della terza edizione della Coppa Internazionale, che si disputa il 2 aprile 1933 a Ginevra contro la Svizzera e l’esito non potrebbe essere più confortante, visto che gli Azzurri si impongono per 3-0 con doppietta di Schiavio e punto esclamativo di Meazza …

Centravanti rossoblù che si ripete a distanza di un mese nel 2-0 rifilato a Firenze alla Cecoslovacchia nel secondo turno di detta Manifestazione, per poi fare ancora coppia con Meazza nel pari in amichevole contro l’Inghilterra, convincendo pienamente Pozzo che, nelle gare di avvicinamento al Mondiale prova anche Borel, anch’egli peraltro a segno all’esordio in azzurro.

Per il buon Pozzo, però, vi è un ulteriore “problemino” da risolvere, ovverossia l’odio profondo che intercorre tra Schiavio e l’oriundo italo-argentino Luisito Monti, accasatosi alla Juventus nell’estate 1931 dopo aver disputato con la “Albiceleste” la prima Finale dei Mondiali 1930, persa per 2-4 contro i padroni di casa dell’Uruguay allo “Estadio del Centenario” di Montevideo.

Una acredine che risale ad un’amichevole disputata dal Bologna a Buenos Aires a metà agosto 1929 a causa delle rudezze che il massiccio centromediano era solito riservare ai centravanti avversari, vieppiù rinsaldata per quello che accede domenica 1 maggio 1932 allo Stadio di Corso Marsiglia a Torino, allorché, a 7 giornate dal termine del Torneo, Juventus e Bologna si affrontano nel match che può risultare decisivo per l’assegnazione dello Scudetto, visto che i bianconeri precedono (41 a 40) i rivali di un solo punto …

Orbene, con i felsinei in vantaggio 2-1 verso la fine del primo tempo – grazie alla rete messa a segno da Schiavio al 41’ – i due vengono a contatto e, dopo che il centravanti bolognese resta a terra, Monti lo colpisce intenzionalmente sul ginocchio e le cronache raccontano che solo il campo fangoso, facendo sprofondare la gamba nella melma, impedisce che la carriera dell’azzurro finisca quel giorno

Schiavio viene portato a braccia negli spogliatoi e rientra in campo, in condizioni menomate, solo verso il quarto d’ora della ripresa, con la Juventus ad aver nel frattempo pareggiato con Vecchina che poi, a 12’ dal termine, realizza anche il punto del definitivo 3-2 che, di fatto, consegna ai bianconeri il titolo, ma per l’attaccante bolognese vi è, da una parte, il sollievo per essere miracolosamente scampato ad un infortunio che ne avrebbe con ogni probabilità interrotto l’attività, e, dall’altra, il disprezzo per un “macellaio” come Monti che non si faceva scrupoli se c’era da “eliminare” un avversario.

Ed è in occasioni come queste che salgono alla ribalta le qualità umane del Commissario Tecnico, il quale non intende rinunciare ad una forza d’urto come Schiavio in attacco al pari di un “frangiflutti” quale è Monti per la difesa, ed è lo stesso Pozzo che, successivamente avrà modo di dichiarare: “I due erano divisi ad un duro astio, visti i precedenti, ma mi convinsi che dovevo cercare una riappacificazione per il bene dell’intero gruppo, anche se sapevo che non sarebbe stato facile, dato il carattere spigoloso di entrambi, ma alla fine ci sono riuscito, non sto a raccontare come, e poco per volta li ho portati addirittura a dividere la stessa camera d’albergo duranti i ritiri ed i viaggi all’estero …!!

Il 1934 può a tutti gli effetti essere considerato “L’Anno di Gloria” per il non ancora 29enne “Anzlèn”, come era oramai definito secondo la forma dialettale da tutti i tifosi felsinei, ancorché si presenti alla Rassegna iridata al termine di una delle sue stagioni più scadenti, con sole 9 reti realizzate in 19 presenze, circostanza della quale il Bologna, chiaramente, ne risente concludendo il Campionato al quarto posto …

Ma l’importante è farsi trovare pronto per l’inizio del Mondiale, e quando l’Italia scende in campo il 27 maggio 1934 a Roma contro i modesti americani, chi se non lui apre le marcature al 18’, imitato 2’ dopo da Orsi e quindi mettere già in ghiaccio la qualificazione prima della mezzora con il suo secondo centro per poi fare tripletta nella ripresa nel rotondo 7-1 inflitto agli Usa, unica “passeggiata” in un percorso quanto mai denso di ostacoli …

Nei Quarti, difatti, agli Azzurri tocca la Spagna a difesa della cui porta vi è il “leggendario” Ricardo Zamora ed un confronto quanto mai duro e spigoloso si conclude “senza vincitori né vinti” sul punteggio di 1-1, determinando la ripetizione della gara al giorno dopo, con Pozzo ad operare quattro cambi, tra cui l’inserimento di Borel in luogo dell’attaccante felsineo …

L’Italia supera lo scoglio iberico grazie ad una rete di Meazza dopo soli 11’, identico punteggio con cui in semifinale gli Azzurri – con Schiavio ad aver ripreso il suo posto al centro dell’attacco – eliminano il “Wunder Team” austriaco della stella Mathias Sindelar, per poi affrontare il 10 giugno in Finale a Roma la Cecoslovacchia, i cui pali sono difesi dal già ricordato Planicka …

 

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L’Italia prima della Finale Mondiale del 10 giugno 1934 – da gettyimages.it

Un’intera Nazione si attende il trionfo dei ragazzi di Pozzo, ma quando a meno di un quarto d’ora dalla conclusione l’estrema sinistra Puc porta in vantaggio gli ospiti, il gelo cala sullo “Stadio Nazionale”, e buon per noi che appena 5’ dopo Orsi riequilibra le sorti della sfida, prolungando la stessa ai tempi supplementari …

Ed a chi doveva toccare l’onore si siglare il punto della vittoria se non all’Anzlèn, unico rossoblù schierato da Pozzo oltre al terzino Monzeglio, il quale dopo appena 5’ dall’inizio del primo tempo supplementare riesce, servito da Guaita, ad eludere un paio di difensori con il suo tipico dribbling secco a rientrare per poi trasferire nella sua violenta conclusione di destro tutte le residue energie, così da scoccare un tiro talmente potente che impedisce a Planicka di accennare solo la parata, con l’immagine che lo immortala in ginocchio, quasi in segno di rassegnazione, nel mentre vede il pallone insaccarsi in alto alla sua destra …

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La rete del 2-1 di Schiavio – da:bolognafc.it

Con questa rete, la 15esima in 21 presenze con la maglia azzurra, Schiavio dice addio alla Nazionale, lasciando spazio ad un più che degno erede quale Silvio Piola, ma il suo “Anno di Gloria” è ben lungi dal dirsi concluso, poiché dopo il trionfo mondiale lo attende la Mitropa Cup, allargata a quattro formazioni per Nazione, una sorta di “rivincita a livello di Club” della Rassegna iridata appena terminata.

Stavolta senza aiuti di sorta, il Club emiliano elimina dapprima gli ungheresi del Debreceni (2-0 al “Littoriale”, reti di Reguzzoni e Schiavio, 0-1 al ritorno) e quindi infligge un pesante 6-1 agli austriaci del Rapid Vienna capitanati dal fenomenale goleador Franz “Bimbo” Binder (con Schiavio autore di una doppietta), resistendo al disperato tentativo di rimonta al ritorno al “Prater Stadion” dove Binder si dimostra all’altezza della sua fama realizzando tutte e quattro le reti nel successo per 4-1 del Rapid.

Qualificatosi per le semifinali, al Bologna tocca in sorte il Ferencvaros della stella magiara Sarosi, a cui impone il pari per 1-1 a Budapest, dove Schiavio si fa parare un rigore da Hada, per poi riscattarsi al ritorno mettendo a segno una doppietta nel perentorio 5-1 che certifica la seconda Finale per gli emiliani, avversari gli austriaci dell’Admira Vienna che, eliminando la Juventus, hanno impedito una Finale tutta italiana …

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I Capitano Lyka e Schiavio prima di Ferencvaros-Bologna – da:archiviotinf.blogspot.com

Atto conclusivo anch’esso da disputarsi con il doppio confronto e che per il Bologna sembra essere una formalità dopo che al riposo nella gara di andata a Vienna conducono per 2-0, prima di subire la rimonta austriaca nella ripresa sino al 2-3 definitivo, scarto peraltro largamente ribaltato al ritorno grazie al 5-1 che incorona il Bologna come “Lo Squadrone che tremare il Mondo fa” e Reguzzoni, autore di 10 reti, quale miglior Marcatore del Torneo.

Per Schiavio – che, precisiamo, ha sempre giocato senza percepire alcun ingaggio, fatto salvo in finale di carriera accettare una auto Lancia e qualche premio – il conciliare Sport e lavoro inizia a farsi sempre più pesante, riuscendo peraltro a mettere insieme ancora due soddisfacenti stagioni, che lo vedono realizzare 13 reti nel 1935 e 9 l’anno seguente, che coincide con il ritorno del Bologna allo Scudetto al termine del “quinquennio” bianconero.

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Una Formazione del Bologna Campione nel 1936 – da:wikipedia.org

Oramai il Bologna è una realtà del Calcio italiano e non vi è più bisogno di Anzlèn, che nel 1937 viene fatto scendere in campo dal nuovo tecnico Arpad Weisz nelle sole due ultime giornate, a titolo già acquisito, realizzando entrambe le reti nel 2-0 sul Milan nel turno conclusivo, per quelle che rappresentano le ultime mortificazioni inflitte ad un portiere italiano, ma il leggendario allenatore austriaco ha ancora in serbo una sorpresa per Schiavio, schierandolo titolare nelle tre gare che il Bologna disputa in Francia per il Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi 1937 e, manco a dirlo, si aggiudica, superando, nell’ordine, 4-1 il Sochaux (doppietta di Schiavio), 2-0 lo Slavia Praga (doppietta di Busoni) per poi travolgere 4-1 in Finale gli inglesi del Chelsea grazie ad una tripletta di Reguzzoni ed un acuto di Busoni.

Cala quindi il sipario sulla carriera del primo grande goleador del Calcio Italiano, capace di mettere a segno qualcosa come 250 reti in 364 gare ufficiali – tra Campionato e Coppe internazionali – disputate con la maglia rossoblù, per poi vivere il resto della sua esistenza occupandosi (finalmente a tempo pieno …) dell’azienda di famiglia – nonché sposarsi e divenire comunque anche un imprenditore di successo – senza più tanti legami con il “Grande amore della sua vita”, salvo accettare, nel marasma della crisi del Calcio azzurro degli anni ’50, di far parte a più riprese della Commissione Tecnica per la selezione dei giocatori da convocare in Nazionale …

Difficile descriverlo, un sognatore od un idealista forse, certamente avvantaggiato dal fatto di non avere bisogno del Calcio per vivere più che decorosamente, ma sicuramente un esempio da ricordare ai tanti “Presunti Campioni” di oggi, uno che quando diceva “pur di giocare nel Bologna avrei pagato di tasca mia …”, non pronunciava la classica “frase fatta”, e lo ha dimostrato in 15 anni di straordinaria carriera …

 

LA GLORIA OLIMPICA E MONDIALE DEL VOLLEY POLACCO DI META’ ANNI ’70

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Una fase del match Polonia-Cuba ai Giochi di Montreal 1976 – da:volleyray.com

Articolo di Giovanni Manenti

Inutile sprecare giri di parole, il dato di fatto incontrovertibile è sotto gli occhi di tutti, vale a dire che il panorama della Pallavolo internazionale parla, sino a fine anni ’80, esclusivamente la lingua dell’Europa dell’Est, e segnatamente l’idioma russo, sia a livello di Club che, ancor più, di squadre nazionali …

Prova ne sia che, nelle prime 7 edizioni dei Campionati Mondiali – dalla inaugurale del 1949 in Cecoslovacchia e sino alla Rassegna del 1970, svoltasi in Bulgaria – l’unico Paese a salire sul podio, con un “misero” bronzo conseguito proprio in quest’ultima occasione, è il Giappone, a fronte di 4 successi sovietici, due cecoslovacchi ed uno, a sorpresa, della Germania Est nella citata edizione del 1970, la sola che non vede lo squadrone sovietico andare a medaglia.

Situazione di certo non migliore a livello olimpico – dove tale Disciplina è introdotta dai Giochi di Tokyo 1964 su espressa richiesta del Paese ospitante – visto che nelle tre edizioni (1964, ’68 e ’72) disputatesi, il solo sestetto nipponico è riuscito ad imporsi a Monaco, coronando un percorso che lo aveva visto aggiudicarsi il bronzo all’esordio e l’argento quattro anni dopo (sempre con l’Urss medaglia d’oro), avendo la meglio 3-1 in Finale sulla Germania Est Campione iridata, con l’Unione sovietica costretta ad accontentarsi del gradino più basso del podio …

Si tratta, in sostanza, di una contrapposizione tra Il gioco di alto livello tecnico, vario negli schemi e veloce praticato in Giappone e la straripante potenza fisica degli atleti dell’Est, dato che nella parte occidentale del Vecchio Continente è ancora ben lungi da venire la “rivoluzione copernicana” predicata da Velasco con l’Italia di fine anni ’80 – che negli anni a seguire avrà validi proseliti anche in Olanda, Francia, Spagna e, più recentemente, anche in Belgio – nel mentre oltre Oceano stanno muovendo i primi passi formazioni del calibro di Cuba, Brasile e Stati Uniti, in grado di rendere la Pallavolo uno Sport quanto più globale si possa immaginare.

Ma restiamo, al momento, focalizzati su questo inizio di anni ’70, dove, tra i Paesi dell’Europa orientale – eccezion fatta per l’Ungheria, la quale riversa tutte le proprie energie nella Pallanuoto, una sorta di Sport nazionale magiaro, oltretutto con eccellenti risultati – ve ne è uno che sinora non è riuscito a ritagliarsi un proprio spazio, vale a dire la Polonia …

Quinta, difatti, alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 ed addirittura nona all’edizione successiva di Monaco ’72, la Nazionale polacca può al massimo vantare tre quarti posti iridati, avendo altresì concluso i Mondiali 1970 al quinto posto, quelli, per intendersi, dell’inattesa disfatta sovietica, relegata in un’anomala sesta posizione.

A digiuno, pertanto, di qualsiasi tipo di medaglia sia olimpica che iridata – ed anche in sede di Campionati Europei non c’è da far “salti di gioia”, potendo contare appena su di un bronzo raccolto nell’edizione 1967 svoltasi in Turchia – la Polonia non può che accettare il ruolo di “Parente povera” nel panorama pallavolistico dell’Est Europa che, al contrario, vede, Urss a parte, la Cecoslovacchia vantare un argento ed un bronzo olimpici, due Ori e quattro argenti iridati, nonché tre Ori ed altrettanti argenti a livello continentale.

E fanno meglio anche la Romania (due argenti ed altrettanti bronzi iridati, un Oro, due argenti ed un bronzo continentali), al pari della Bulgaria (un argento e due bronzi ai Mondiali ed un argento ed un bronzo agli Europei), mentre la ricordata Germania Est racchiude il proprio Palmarès nel citato titolo iridato del 1970, cui segue l’argento olimpico di Monaco 1972.

Parimenti, nessuna squadra di Club polacca si è sinora affermata nella più prestigiosa Manifestazione continentale, dove solo nel 1973 il Rzeszow raggiunge la Finale, solo per essere sconfitto dalla “Armata rossa” del CSKA Mosca, il quale guida a tutt’oggi dall’alto la Graduatoria dei Trofei conquistati con ben 13 successi, ancorché l’ultimo risalga al 1991, forse non a caso coincidente con la disgregazione dell’impero sovietico …

Ma qualcosa si sta muovendo nel Paese stretto tra Germania Est ed Unione Sovietica e che, ricordiamo, in un periodo in cui è ancora lontana dal concludersi la “Guerra Fredda” tra i blocchi occidentale ed orientale – ne avremo una chiara testimonianza che, purtroppo, coinvolge anche il Mondo dello Sport con i mai tanto sciagurati boicottaggi dei Giochi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 – non vive al suo interno certo di un rapporto idilliaco nei confronti del regime comunista imposto da Mosca, non fosse altro che per la connotazione profondamente cattolica dei propri abitanti rispetto al disprezzo delle religione tipico della filosofia marxista-leninista, con altresì molti atleti “figli della Seconda Guerra mondiale”, periodo in cui la Polonia ha rischiato seriamente di essere annientata, spartita da un lato dalle forze naziste e, dall’altro, da quelle sovietiche …

Qualcuno dei lettori potrà obiettare che questa divagazione poco ha a che fare con un racconto sportivo, ma la stessa serve a comprendere come in una qualsiasi disciplina gli aspetti motivazionali abbiano una componente fondamentale per raggiungere determinati obiettivi, prova ne sia il divenuto famoso “gesto dell’ombrello” rivolto al pubblico di Mosca dall’astista polacco Wladyslaw Kozakiewicz in occasione del salto a m.5,78 che gli vale la medaglia d’Oro alle Olimpiadi 1980 …

E, così come l’esplosione del Volley azzurro – di cui l’argento iridato di Roma 1978 rappresenta un episodio fine a se stesso – ha un nome e cognome ben precisi nella figura del Tecnico argentino Julio Velasco, altrettanto avviene per la Polonia, con la nomina alla guida della Nazionale di Hubert Wagner, già componente, in qualità di giocatore, della spedizione giunta quinta sia ai Giochi di Città del Messico ’68 che ai Mondiali 1970.

Ereditata la formazione che aveva deluso ai Giochi di Monaco 1972, rimediando solo sconfitte nel Girone eliminatorio contro le “sorelle dell’Est Europa” (0-3 contro la Cecoslovacchia, 2-3 contro Urss e Bulgaria), oltre ad un 1-3 contro la Corea del Sud, così da classificarsi non meglio che nona, Wagner che, come detto, conosce bene la quasi totalità dei giocatori per aver condiviso esperienze olimpiche e mondiali, ritiene gli stessi ancora più che affidabili, confermandone ben 7 – Bosek, Gawlowski, Kabarz, Stefanski, Zarzycki e Gosciniak, oltre al leader e Capitano Edward Skorek – tra i selezionati per i Mondiali che si svolgono dal 12 al 28 ottobre 1974 in Messico …

Ad essi, il neo Commissario Tecnico aggiunge i giovani Czaja, Rybaczewski e Woytowicz, oltre ai più esperti Sadalski e, soprattutto, Aleksander Skiba, già presente sia ai Giochi di Città del Messico 1968 che alla Rassegna iridata 1970, e che verrà ad allenare in Italia a Parma per poi restare nel nostro Paese sino alla prematura scomparsa, avvenuta nel 2000 a soli 55 anni …

Wagner è convinto che i suoi ragazzi abbiano tutte le potenzialità fisiche e tecniche per emergere ai massimi livelli e che la sola cosa su cui debba lavorare è la concentrazione e l’autostima – in ciò confortato dalle sfide ai Giochi di Monaco ’72 contro la Bulgaria (sconfitta 2-3 dopo aver condotto 2 set a 0) e contro l’Unione Sovietica, contro cui giocano alla pari perdendo 2-3 ma con un numero complessivo di punti (67-66) a loro favorevole – compito tutt’altro che proibitivo per chi è nato nel marzo del 1941 ed ha dovuto vivere la propria infanzia in mezzo agli orrori del secondo conflitto mondiale …

Poiché, giocoforza, il Torneo di Volley olimpico deve essere compresso in due settimane con la partecipazione di sole 10/12 squadre, i Mondiali rappresentano, al contrario, una vetrina ben più qualificata, con il doppio di formazioni iscritte, suddivise in sei Gironi da quattro squadre ciascuno, da cui si qualificano le prime due per dar vita ad ulteriori tre Gruppi da quattro squadre, con ancora le migliori due a comporre le “Final Six” che si incontrano nuovamente in un “Girone all’italiana”, ripartendo tutte da zero …

Una Manifestazione, pertanto, quanto mai massacrante, con la Polonia che, in forza degli scarsi risultati sinora conseguiti a livello internazionale non può certo pretendere di essere considerata “testa di serie”, venendo sorteggiata nel Girone di Toluca, assieme ad Urss, Usa ed Egitto …

E’ comunque l’occasione per testare subito gli eventuali progressi del sestetto di Wagner, e le risposte non potrebbero essere più positive, visto che, dopo il comodo 3-0 ai nordafricani, la Polonia supera 3-1 sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica, infliggendo a quest’ultima parziali di 15-9, 6-15, 15-6, 15-11 impensabili solo fino a due anni orsono …

L’aver vinto il proprio Girone consente alla Polonia di poter beneficiare di una seconda fase più agevole, visto che fanno parte del suo Gruppo il Belgio (facile 3-0) ed i padroni di casa del Messico (3-1 molto più combattuto di quanto si potesse pensare …), affrontati dopo aver dato una schiacciante dimostrazione di superiorità contro i Campioni in carica ed argento olimpico della Germania Est, travolta 3-0 con parziali (15-4, 15-6, 15-2) a dir poco imbarazzanti …

Se la formula avesse ricalcato quella in uso più avanti nella Rassegna iridata – e cioè di mantenere i risultati conseguiti nella Fase eliminatoria nel Girone finale – la Polonia avrebbe già avuto un cammino più facile nella corsa verso il podio, ma all’epoca quanto fatto in precedenza non ha valore alcuno, ed ecco che tutte e sei le formazioni qualificate ripartono da zero, incontrandosi l’un l’altra in cinque giorni consecutivi nella Capitale Città del Messico …

Con cinque rappresentanti dell’Europa dell’Est – Urss, Polonia, Germania Est, Cecoslovacchia e Romania – ed il solo Giappone a rappresentare il “Resto del Mondo, la svolta giunge al primo turno, allorché il 22 ottobre 1974 scendono sul parquet i sestetti di Polonia ed Unione Sovietica, sfida che i ragazzi di Wagner fanno loro per 3-2 dopo aver preso il vantaggio nel primo, combattuto parziale (16-14), per poi concedere agli avversari il secondo e quarto set (9-15 e 12-15, rispettivamente), ma dimostrandosi superiori sia nel portarsi sul 2-1 (15-6) che mantenendo la freddezza necessaria per aggiudicarsi 15-7 il quinto e decisivo parziale …

Non aveva torto, il 33enne tecnico di Poznan, nel ritenere che ai suoi ragazzi mancasse solo la convinzione nei propri mezzi, necessaria proprio nei momenti topici di ogni singolo incontro, e che stavolta, al contrario, viene fuori in occasione delle sfide con Cecoslovacchia e Germania Est, entrambe sconfitte 15-5 al quinto set, a dimostrazione altresì di un’eccellente condizione fisica, ma al termine di due match dall’andamento diametralmente opposto …

Contro i cechi, difatti, la Polonia è brava a non vanificare il successo contro l’Urss ritrovandosi sotto per 0-2 (13-15, 14-16), per poi riacquistare gioco e concentrazione per far sì che i successivi parziali (15-6, 15-10, 15-5) non avessero storia, mentre la rivincita contro una Germania Est umiliata nel precedente confronto, li vede riordinare le idee dopo aver sprecato a propria volta un vantaggio di 2-0 (15-7, 15-9) perdendo il terzo e quarto set (13-15, 12-15) sino al decisivo 15-5 dell’ultimo parziale …

Nel frattempo, l’Unione Sovietica si è ripresa alla grande, macinando un successo dietro l’altro su Romania (3-1), Giappone, Germania Est e Cecoslovacchia – tutte spazzate via per 3-0 – così che per la Polonia, che a propria volta non ha avuto difficoltà a far suo per 3-0 il match contro la Romania, diviene decisiva la sfida, in programma il 28 ottobre 1974, contro il Giappone, in quanto al momento di scendere in campo l’Urss (che ha completato il proprio cammino) vanta 9 punti (4 vittorie ed una sconfitta) ed una differenza set di 14-4, mentre il sestetto polacco ha 8 punti frutto di sole vittorie, ma una differenza set peggiore (12-6) ed anche il Giappone – sconfitto solo dai sovietici – può ancora sperare con i suoi 7 punti ed una differenza set di 9-7 …

In pratica, un successo della Polonia le assicurerebbe il titolo iridato, che viceversa andrebbe all’Urss in caso di sconfitta, mentre il Giappone, per assicurarsi l’argento – con tutte e tre le squadre a concludere a pari punti con 4 vittorie ed una sconfitta a testa – necessita una vittoria per 3-0 …

Tutti calcoli che lasciano il tempo che trovano allorché Skorek & Co., dopo aver illuso i propri avversari (ed i sovietici in tribuna …) facendosi sorprendere 13-15 nel primo set, si aggiudicano con autorità il secondo ed il terzo parziale (15-7, 15-11), per poi soffrire, come è doveroso quando si lotta per salire sul “tetto del mondo”, nel quarto set, vinto 17-15 ai vantaggi e passare in un amen, dal “brutto anatroccolo” dell’Europa orientale, ancora a secco di medaglie olimpiche e/o iridate, allo “splendido cigno” che si issa sul gradino più alto del podio.

Una Polonia che non si ferma qui, e dopo essersi dovuta inchinare alla voglia di rivincita sovietica l’anno seguente, in occasione dei Campionati Europei 1975 svoltisi in Jugoslavia – dove l’Urss conferma il titolo conquistato nel 1967 e 1971 – cogliendo peraltro un sempre significativo secondo posto davanti ai padroni di casa ed alla Romania, l’obiettivo di Wagner è quello di puntare al “bersaglio grosso” costituito dalle Olimpiadi di Montreal 1976.

Potendo ancora contare su di uno “zoccolo duro” di ben 9 reduci dal titolo iridato – Bosek, Gawlowski, Kabarz, Rybaczewski, Sadalski, Stefanski, Zarzycki e Wojtowicz, oltre alla “leggendaSkorek, reduce da una stagione quale allenatore/giocatore in Italia alla Panini Modena, conclusa con la conquista dello Scudetto – Wagner vi aggiunge Bebel (già tra i selezionati ai Giochi di Monaco 1972 …), Lubiejewski, reduce dall’argento continentale, ed il 20enne Lasko, per un misto tra giovani ed esperti che si augura possa ben figurare …

Come ricordato, le Olimpiadi, dovendo sottostare a dei criteri di universalità e ristrettezza di tempi, vedono le iscritte ridotte a sole 10 squadre, ed all’Europa toccano quattro posti, appannaggio di Polonia ed Urss quali rispettive Campioni Mondiali ed Europei, oltre a Cecoslovacchia ed Italia, frutto di un Girone di qualificazione svoltosi nel nostro Paese, per quella che è la prima partecipazione ai Giochi per il sestetto azzurro …

Di contro, l’Asia è rappresentata dai Campioni olimpici in carica del Giappone e dalla sempre ostica Corea del Sud, il Nord e Centro America da Cuba, il Sudamerica dal Brasile, oltre ai padroni di casa del Canada ed alla rappresentante africana dell’Egitto, il quale peraltro si ritira dopo la prima gara aderendo al boicottaggio da parte degli altri Paesi del proprio Continente contro l’ammissione della Nuova Zelanda, rea di aver intrattenuto rapporto con il Sudafrica, in cui vive il quanto mai odioso regime di “apartheid” …

Nonostante la veste di Campione mondiale, la Polonia è tutt’altro che favorita dal sorteggio, dato che, a parte la “cenerentola” Canada, deve vedersela con Cuba, Cecoslovacchia e Corea del Sud, e Wagner farebbe volentieri a meno di dover ogni volta “verificare” la tenuta fisica e mentale dei suoi …

Ciò in quanto, già all’esordio, i detentori del titolo iridato si trovano sotto 0-2 (12-15, 6-15) contro i temibili sudcoreani, prima di riordinare le idee ed imporre la “legge del più forte” nei successivi parziali il cui esito (15-6, 15-6, 15-5) non lascia dubbio alcuna circa la legittimità del successo polacco …

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Skorek contro il muro coreano – da:volleyray.com

Allenatosi contro i padroni di casa (3-0 con soli 17 punti concessi agli avversari …), il sestetto di Wagner torna in campo per affrontare Cuba e, manco a dirlo, parte nuovamente “ad handicap” in virtù dei primi due set (13-15, 10-15) appannaggio dei caraibici, prima di riequilibrare le sorti del match nei due successivi parziali (15-6, 15-9) e rimandare ogni decisione al quinto e decisivo set …

Ma chi pensa che l’inerzia della gara abbia oramai preso la strada della formazione dell’Est Europa deve subito ricredersi in quanto, trascinati da un superbo Sarmientos, i cubani ribattono colpo su colpo protraendo la sfida ai vantaggi prima che l’ultima parola tocchi a Skorek per il punto del definitivo 20-18 che, oltre alla vittoria, significa primo posto nel Girone ed accesso alle semifinali incrociate, dopo aver sbrigato la pratica (3-1) contro una Cecoslovacchia ormai “parente povera” dello squadrone capace di rivaleggiare ai vertici del Volley mondiale negli anni ’50 e ’60 …

L’aver concluso imbattuta il proprio Girone significa per la Polonia l’abbinamento con il Giappone, secondo nell’altro Gruppo alle spalle dell’Unione Sovietica (da cui è stato pesantemente battuto per 0-3) che, a propria volta deve vedersela contro Cuba, alleata politicamente, ma che in questo caso cercherà di rendere dura la vita alla formazione delle stelle Vladimir Kondra, Aleksandr Savin, Vladimir Chernyshov e di quel Vyacheslac Zaytsev che, trasferitosi successivamente in Italia, altri non è che il padre di Ivan, bronzo nel 2012 ed argento nel 2016 alle Olimpiadi con la Nazionale azzurra …

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Una fase della semifinale Urss-Cuba – da:volleyray.com

Divagazioni familiari a parte, l’Unione Sovietica – la cui ossatura è principalmente costituita dai giocatori del CSKA Mosca, da tre stagioni consecutive sul trono d’Europa quale vincitore della Coppa dei Campioni, Torneo al quale le formazioni sovietiche non partecipano nell’anno olimpico in preparazione ai Giochi – non ha alcun problema a sbarazzarsi del sestetto caraibico con un netto 3-0 (15-12, 15-7, 15-8 i relativi parziali), mentre ben diverso è il destino dei ragazzi di Wagner …

Pur essendo oramai abituati agli “alti e bassi” dei suoi, il tecnico non ha modo di rilassarsi neppure dopo che, perso il primo set 15-17, la Polonia prende decisamente in mano le redini del gioco, facendo suoi con un doppio 15-6 e successivi parziali, prima che tocchi al Giappone reagire con un 15-10 che rimanda ogni decisione al quinto e decisivo set, che Skorek & Co. si aggiudicano restituendo il 15-10 ai nipponici …

L’appuntamento con la storia e la “Gloria olimpica” è fissato per il 30 luglio 1976 alla “Paul Sauvé Arena” di Montreal e, fermo restando il fondamentale equilibrio tra i due sestetti, gli addetti ai lavori sono a chiedersi quanto possa incidere la tenuta fisica di una Polonia che ha sinora dovuto disputare ben 22 set contro gli appena 12 dei sovietici, che non hanno sinora concesso alcun parziale ai loro avversari …

E la sfida che va in scena è di quelle da prendere come “Spot pubblicitario” per il Volley, con due squadre che lottano accanitamente su ogni pallone ed il punteggio ne è la logica conseguenza, con l’Urss a portarsi sul 2-1 (15-11, 13-15, 15-12), prima che l’incontro tocchi il suo apice nel quarto parziale …

Lo stesso rappresenta, di fatto, l’ago della bilancia della Finale, in quanto, dopo emozioni a non finire, ad aggiudicarselo sono i polacchi per 20-18, ribaltando l’inerzia della gara e confermare la loro superiore forza mentale che li porta a schiantare 15-7 i sovietici nel quinto e decisivo set, l’unico senza storia dell’intero incontro, per quella che, tuttora, è l’unica Medaglia d’Oro olimpica per la Nazione dell’Europa orientale.

La serie vincente termina a causa della decisione di andare ad allenare il Legia Varsavia, lasciando l’incarico a Skiba che, peraltro, conduce la Polonia a quattro argenti consecutivi ai Campionati Europei dal 1977 al 1983 ed al quarto posto ai Giochi di Mosca 1980, dove l’Oro non sfugge ai padroni di casa, per poi vedere il Volley polacco tornare nell’anonimato sino alla recente ripresa costituita dai due titoli mondiali consecutivi conquistati nel 2014 e 2018.

Toccherà ora a questa nuova generazione cercare di rinverdire, l’anno prossimo alle Olimpiadi di Tokyo 2020, i fasti di quel “Triennio di Gloria” che resta in ogni caso indimenticabile nella storia pallavolistica del proprio Paese …

HEYSEL, 29 MAGGIO 1985, QUANDO 39 VITE VALGONO MENO DI UNA COPPA …!!

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Il titolo all’indomani del quotidiano torinese – da:lastampa.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando succedono tragedie che lasciano il segno nella mente di ognuno di noi – a solo titolo esemplificativo ricordo la Strage di Capaci dove perse la vita il Giudice Giovanni Falcone assieme alla moglie ed a tre uomini della scorta oppure l’attentato alle Torri Gemelle a New York – resta impresso il ricordo di dove fossimo e cosa stessimo facendo nel momento in cui apprendiamo la notizia …

Sicuramente molto più semplice, per ogni sportivo ed appassionato di calcio, è ricordare dove si trovava la sera di mercoledì 29 maggio 1985, in cui stava per disputarsi l’evento clou della stagione calcistica europea, ovvero la Finale di Coppa dei Campioni tra le due formazioni più accreditate alla vigilia, vale a dire gli inglesi del Liverpool, detentori del Trofeo, e la Juventus, vincitrice l’anno precedente della Coppa delle Coppe e finalista due anni prima ad Atene contro l’Amburgo …

E, difatti, allorché al primo turno si registra l’eliminazione sia dei Campioni di Spagna che di Germania – peraltro non “le solite note”, bensì l’Athletic di Bilbao, sorpreso (2-3, 0-0) dai francesi del Bordeaux, e lo Stoccarda, fatto fuori (1-1, 2-2) dai bulgari del Levski Sofia – solo un sorteggio che le accoppiasse prima dell’atto conclusivo poteva impedire che la Finale fosse tra le due favorite d’obbligo.

Due soli momenti di rispettiva apprensione durante il loro cammino – un 3-1 interno contro il Benfica difeso con lo 0-1 allo “Estadio da Luz” negli ottavi per i “Reds”, e la sconfitta per 0-2 a Bordeaux nella semifinale di ritorno per i bianconeri che rischia di mandare in fumo il 3-0 dell’andata a Torino – e quindi italiani ed inglesi sono pronti a darsi battaglia sul terreno dello Stadio Heysel di Bruxelles …

Battaglia “sportiva”, ovviamente, tra due squadre che si temono e si rispettano – e che già avevano avuto modo di incontrarsi il 16 gennaio 1985 a Torino per contendersi la Super Coppa Uefa, con vittoria della Juventus per 2-0, doppietta di Boniek – ma che mai avrebbero pensato che una partita di calcio avesse potuto generare quella che, a tutti gli effetti, diviene tristemente famosa come “la strage dell’Heysel”.

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Scirea festeggia la Super Coppa UEFA – da:youtube.com

Già, l’Heysel, ed è da qui che iniziano le “dolenti note”, in quanto trattasi di un impianto assolutamente inadeguato per ospitare un evento di tale portata, trattandosi di una struttura risalente al 1929 ed inaugurata l’anno successivo, pertanto vetusta ed obsoleta, nonché priva di uscite di sicurezza in caso di incidenti e delle più semplici pareti divisorie.

Abituati ad altri e più adeguati scenari, sia il Presidente bianconero Giampiero Boniperti che l’Amministratore Delegato del Liverpool Peter Robinson, invano fanno pressione sull’UEFA affinché sposti la sede della Finale, considerando che la stessa oppone due tra le più fori compagini europee e la disponibilità di impianti ben più capienti e sicuri quali il “Camp Nou” di Barcellona ed il “Santiago Bernabeu” di Madrid …

Ma i massimi dirigenti europei non intendono sentire ragioni, probabilmente fidandosi del fatto che lo “Stadio Heysel” aveva già ospitato incontri di massimo livello, oltre alla Finale dei Campionati Europei per Nazioni del 1972 tra Germania Ovest ed Unione Sovietica, vi si erano difatti disputati gli ultimi atti della Coppa dei Campioni 1958, 1966 e 1974 e di Coppa delle Coppe 1964, 1976 e 1980, così come l’Anderlecht, non più tardi di 24 mesi prima, vi aveva giocato la gara di andata della doppia Finale di Coppa Uefa contro proprio gli inglesi del Tottenham, e quindi, di che preoccuparsi …??

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Lo Stadio Heysel come si presentava nel maggio 1985 – da:quellidiviafiladelfia.org

Si saprà in seguito che il sopralluogo degli ispettori UEFA all’impianto era durato non più di 30’, ma ritorniamo, invece, ai ricordi di chi scrive che, come milioni di italiani, si appresta ad assistere all’evento accendendo la Tv – la ripresa è prevista su Rai2, telecronista Bruno Pizzul – ed, invece delle consuete scene pre-partita, coi giocatori che effettuano il riscaldamento in campo ed i rispettivi tifosi ad incoraggiarli con canti e cori, vede apparire sullo schermo immagini di cui a fatica riesce a comprenderne il significato …

Già, perché circa un’ora prima dell’inizio della gara (fissato per le 20,15 …) qualcosa di grave era accaduto nella curva riservata ai supporters inglesi, ma non dagli stessi interamente riempita, essendo rimasto invenduto il “settore Z”, dei cui biglietti erano entrati in possesso spettatori tranquilli e meno abituati ad ogni sorta di “guerriglia” – come magari sarebbero stati preparate le frange ultras bianconere, viceversa occupanti la curva opposta – tanto che fra di loro, oltre a tifosi italiani ve ne sono anche di altre nazionalità …

Oltretutto, a dividerli dalla preponderante tifoseria inglese vi sono solo due basse reti metalliche, e superale le quali è in pratica un gioco da ragazzi per i famigerati “Hooligans” che vedono la presenza di “estranei” nella loro curva come una sorta di affronto e, circa un’ora prima dell’orario previsto per l’inizio della sfida, si lanciano all’attacco sfondando le reti divisorie per “conquistare detto spazio” (“take an end”), come se fosse un territorio da occupare in tempo di guerra …

Impauriti da tale violenza e, ribadiamo, assolutamente impreparati ad una tale evenienza stante il loro carattere pacifico non facendo parte di alcuna frangia estremista del tifo, gli spettatori si danno alla fuga impauriti, alcuni di loro provano a rifugiarsi sul terreno di gioco, dove le “solerti” forze dell’ordine belghe, assolutamente impreparate a fronteggiare un tale evento, non trovano di meglio che manganellare i tifosi che cercano una via di salvezza sul campo, di fatto rispedendoli sulle tribune dove, nel frattempo, si sta consumando la tragedia …

Presi dal panico, difatti, centinaia di tifosi si ammassano sul muro di recinzione dello Stadio – alcuni di loro si lanciano anche volontariamente nel vuoto con un balzo di 10 metri – con il risultato che lo stesso, formato da calcestruzzo e, si scoprirà in seguito, in parte indebolito dai varchi che taluni vi avevano creato a calci per entrare gratis, crolla sotto il peso della gente con scene allucinanti di persone che vengono schiacciate dal relativo peso, mentre altre vengono calpestate dalla folla impazzita che cerca una via di scampo sia verso l’esterno che entro il terreno di gioco.

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Una drammatica immagine degli incidenti – da:crono.news

Una visione apocalittica, alla quale un battaglione della Polizia belga, di stanza a meno di un chilometro dall’impianto, riesce in qualche modo a riportare la calma, presentandosi però allo Stadio solo mezz’ora dopo l’inizio degli incidenti, della cui gravità iniziano a rendersi conto anche i tifosi bianconeri occupanti la curva opposta, i quali divellano la rete di recinzione, pronti a volersi fare giustizia da sé, ma oramai – e per fortuna, sottolineo io – il campo è presidiato dalle forze dell’ordine e le due tifoserie non vengono mai a contatto.

Ecco, è questo lo scenario che si presenta innanzi a coloro che, come me, pensavano di dover assistere ad una splendida serata di Sport, mentre invece, con le notizie che si rincorrono circa lo stato dei feriti, iniziano a circolare le prime voci circa la possibile presenza di morti, ed un sempre più imbarazzato Bruno Pizzul, in stretto contatto con Gianfranco De Laurentiis dagli studi di Roma, commenta gli avvenimenti in tempo reale con una professionalità encomiabile nel cercare di non creare il panico soprattutto tra chi in Italia ha dei parenti allo Stadio …

Anche alcuni giocatori bianconeri – già in tenuta da gioco, essendo trascorso l’orario di inizio della partita – si presentano presso la curva dei propri sostenitori invitandoli a mantenere la calma e restare tranquilli onde non peggiorare la situazione, mentre i vertici della Uefa, alla presenza dei Dirigenti dei due Club, discutono se sia il caso o meno di disputare la partita, per poi – su invito anche dello stesso Ministro degli Interni e delle forze dell’ordine belghe – optare per far giocare l’incontro, soprattutto per consentire di ripristinare l’ordine all’esterno della struttura, portare soccorso ai feriti ed evitare ulteriori scontri, avendo così due ore a disposizione per organizzare un servizio d’ordine per il deflusso delle opposte tifoserie a gara conclusa …

 

A dare la comunicazione agli spettatori sono, dal microfono dello speaker dello Stadio i due Capitani, Phil Neal e Gaetano Scirea, che usano una frase da tenere a mente, vale a dire “giochiamo per voi”, nel senso che loro per primi si rendono conto che quella che sta per andare in scena, in uno scenario irreale, tutto può essere considerato, tranne che una “vera” partita di calcio …

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I Capitani Neal e Scirea prima dell’inizio – da: saladellamemoriaheysel.it

Decisione non da tutti condivisa, peraltro, come dalla Tv tedesca che annulla la trasmissione dell’incontro, mentre quella austriaca la riproduce senza audio ed anche il nostro Pizzul manifesta il proprio disappunto, annunciando ai telespettatori che, costretto a compiere il proprio dovere, cercherà di commentare “nel modo più neutro, impersonale ed asettico possibile …” …

Sono le 21,40 vale a dire 1h e 25’ dopo il canonico orario dell’incontro, allorché il Direttore di gara svizzero André Daina dà il fischio d’inizio ad un match che il sottoscritto guarda in poltrona come inebetito, lo sguardo assente, il pensiero rivolto al dramma che si sta consumando all’esterno del settore Z – con le prime notizie di vittime a trovare sempre più conferma – e le azioni di gioco, peraltro assai poche nel corso della prima frazione di gioco, a scivolare via senza alcuna impressione visiva.

Quanto durerà questa farsa …??”, rimugino nella mente, e come avranno deciso di concluderla è il pensiero che mi assilla, ritenendo che nell’intervallo qualcosa debba succedere, e la risposta giunge puntuale poco prima dell’ora di gioco, allorché uno dei lanci di oltre 60 metri per cui va famoso l’asso francese Michel Platini trova Boniek pronto a lanciarsi verso l’area avversaria venendo sgambettato da Gillespie prima che possa entrarvi …

Le immagini testimoniano come il fallo sia avvenuto un buon metro/metro e mezzo fuori area, ma all’arbitro svizzero, posizionato ad oltre 25 metri di distanza, non pare vero di fischiare il penalty, ghiotta occasione per indirizzare la partita verso coloro che dovranno piangere per le loro vittime …

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Il rigore trasformato da Platini – da:dailymail.co.uk

Sul dischetto si porta Platini, esecuzione perfetta, Grobbelaar da una parte e palla dall’altra per una successiva esultanza forse un tantino eccessiva da parte de “Le Roi”, “ma fa parte della recita, penso io, occorre far credere che tutto si stia svolgendo regolarmente …”, per la rete che decide la sfida, con il compianto Capitano Scirea a ricevere a fine gara quella che è, dopo due Finali perse – entrambe per 0-1, nel 1973 a Belgrado contro l’Ajax e 10 anni dopo ad Atene contro l’Amburgo – la prima Coppa dei Campioni vinta dal Club di Piazza Crimea.

Con lo Stadio oramai blindato dalle forze dell’ordine, le operazioni di deflusso avvengono senza incidenti, coi tifosi inglesi scortati all’Aeroporto per il rientro in Patria, ma intanto si fanno i conti degli incidenti e gli stessi forniscono un esito agghiacciante: 39 morti (di cui 32 italiani, 4 belgi, 2 francesi ed un irlandese …) e qualcosa come circa 600 feriti più o meno gravi, fortunatamente senza andare nei giorni successivi ad incrementare il numero delle vittime …

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Un’immagine dei drammatici soccorsi – da:gazzetta.it

Conclusa la pagina della “mera cronaca”, inizia il “valzer delle responsabilità” per quanto accaduto, con l’UEFA, in termini quanto mai ipocriti, a rifiutare qualsiasi addebito, additando come “unici responsabili” dell’accaduto i tifosi inglesi, per i quali la prima a rivoltarsi contro è la “Lady di ferro” Margaret Thatcher, che chiede immediatamente alla Federazione inglese di escludere i propri Club da ogni competizione europea per poi lanciarsi nella sua “personale battaglia” contro gli hooligans, peraltro largamente vinta …

Ovviamente, per salvare la faccia, anche l’UEFA, gli organizzatori dell’evento, i proprietari dello Stadio Heysel e la Polizia belga vengono indagati quali corresponsabili dell’accaduto, ma dopo un’istruttoria di 18 mesi, il Giudice belga Marina Coppieters decide che la responsabilità è solamente ed esclusivamente da attribuire ai tifosi inglesi, e così l’ultimo capitolo della farsa è completato, con i parenti delle vittime a richiedere inutilmente un risarcimento alla UEFA, sempre negato.

La stessa UEFA usa il “pugno duro” nei confronti dei Club inglesi, escludendoli dalle Coppe Europee per un periodo di cinque anni – analogo provvedimento non viene esteso dalla FIFA alla Nazionale, che può quindi prendere parte sia ai Campionati Mondiali di Messico ’86 che di Italia ’90, oltre che agli Europei di Germania ’88 – con, per il Liverpool, l’estensione del bando di ulteriori tre anni, poi ridotti ad uno soltanto, talché il Club di Anfield si ripresenta ai nastri di partenza dell’edizione 1991-’92 della Coppa Uefa dove, quasi un segno del destino, viene eliminato ai Quarti proprio da una squadra italiana, ovvero il Genoa, tra l’altro prima formazione del nostro Paese ad espugnare il leggendario “Anfield Stadium” …

CONCLUSIONI:

Quella sinora descritta è l’arida ed amara cronaca della più grande tragedia del Calcio continentale, ma avendo trattato l’argomento in buona parte in prima persona, mi sento in dovere di esprimere il mio personale parere su tali avvenimenti, con l’obiettività che chi ha la pazienza di seguirmi spero mi riconosca, e pertanto:

– non possono sussistere dubbi che la scelta dello Stadio Heysel pone la UEFA di fronte ad una sorta di “responsabilità morale premeditata” in quanto assolutamente inidoneo ad ospitare un avvenimento del genere, tanto più che, come ricordato all’inizio, la Finale tra Juventus e Liverpool era la più pronosticabile;

– alla stessa si unisce la dimostrata (purtroppo …) incapacità della Polizia belga nel gestire gli incidenti – vengono addirittura impiegati soldati a cavallo …!! – non essendo preparati a fronteggiare una tale situazione;

– parimenti si sarebbe dovuta evitare la vendita dei biglietti del “Settore Z”, sapendo che non vi era una parete divisoria adeguata rispetto alla tifoseria avversaria, ed anche in questo caso la UEFA non può nascondere le proprie responsabilità;

– che la responsabilità delle vittime sia da attribuire ai tifosi inglesi è palesemente scontato, ma sorge il dubbio sul fatto che gli stessi fossero solo fans del Liverpool, visto che i “Reds” erano alla loro quinta Finale in nove anni e, nelle precedenti occasioni, mai si erano registrati incidenti di una tale gravità;

– difatti, è stato successivamente appurato che tra i supporters d’Oltre Manica vi erano i famigerati “Headhunters” (“Cacciatori di teste”, un nome che è tutto in programma …), frangia più violenta del tifo del Chelsea, assieme ad altri hooligans che usano le gare in Continente per sfogare i propri istinti malsani;

– a mio parere, la decisione di disputare l’incontro è l’unica che potesse essere presa nella circostanza, in quanto consentendo ai tifosi di concentrarsi su quanto avveniva in campo – “Giochiamo per voi …”, ricordate l’appello di Neal e Scirea – da un lato si elimina il rischio di ulteriori incidenti e, dall’altro, si consente di portare soccorso ai feriti con maggiore ordine e tranquillità, oltre ad organizzare il deflusso degli spettatori a fine partita;

– quello che avrebbe dovuto fare l’UEFA, dal punto di vista sportivo, sarebbe stato di dichiarare che “la gara si era disputata pro-forma”, cancellando il verdetto sul campo (vi immaginate cosa poteva succedere se avesse vinto il Liverpool, gli sarebbe stata consegnata la Coppa …??) ed assegnando comunque il Trofeo alla Juventus per “squalifica” del Club inglese, come avvenuto diverse volte in passato nel nostro Campionato, quando gli incontri sono stati portati a termine dalla terna arbitrale per poi assegnare la vittoria per 2-0 a tavolino;

– solo che questa, a mio giudizio giuridicamente corretta, decisione, avrebbe comportato, di fatto, una “ammissione di responsabilità” da parte del Massimo Ente calcistico europeo, che aveva, al contrario, tutto l’interesse a far emergere che “tutto si era svolto nella massima regolarità …!!”.

Per concludere, nel ribadire la legittimità dell’assegnazione della Coppa dei Campioni alla Juventus, non ho gradito, non tanto l’esultanza in campo (ci poteva stare …), ma quella all’atterraggio all’Aeroporto di Caselle, esponendo il Trofeo in bella vista, con grave mancanza di rispetto per le 39 vittime ed i loro familiari …

Infine, a quei malati di mente che ancora, pur a distanza di 34 anni da quella tragica sera, si “divertono” ad infangare la memoria di qui poveri morti, vorrei ricordare un solo nome, Andrea Casula, che ai loro aridi cuori probabilmente non dirà niente, ma che è la più giovane vittima dell’Heysel, visto che all’epoca non aveva ancora compiuto 11 anni …

Se vi è rimasta una sola briciola di umanità, pensateci …

Ma, forse, sto perdendo il mio tempo …