GEORGE MIKAN, LA PRIMA STELLA NEL FIRMAMENTO DELLA NBA

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George Mikan – da ballislife.com

articolo di Giovanni Manenti

C’è poco da fare, ogni sport – individuale o di squadra che sia – per entrare nell’immaginario collettivo ha bisogno, sin dall’era pionieristica, di personaggi con cui lo si possa identificare, così è successo per l’americano Johnny Weissmuller (il futuro Tarzan di hollywoodiana memoria) nel nuoto, ed altrettanto al finlandese Paavo Nurmi per l’atletica leggera, piuttosto che ad Alfredo Binda nel ciclismo ed a Giuseppe Meazza nel calcio.

A detta regola non sfugge neppure la neonata Lega Professionistica di Basket americana, Paese che negli anni ’20 e ’30 aveva viceversa celebrato due leggende del baseball quali Babe Ruth e lo sfortunato Lou Gehrig, dominatori nelle rispettive decadi con i New York Yankees, che nell’immediato dopoguerra si identifica con la prima stella di valore assoluto, vale a dire il centro George Mikan, capace di vincere cinque titoli NBA nei primi anni ’50 con la maglia dei Minneapolis Lakers, prima dinastia in tale disciplina.

Mikan, nato a Joliet, nell’Illinois, il 18 giugno 1924, sfrutta le sue enormi potenzialità fisiche – è alto m.2,08 per 111 chili – per emergere in un Sport che, strano a credersi ai giorni nostri, all’epoca era considerato più adatto ai giocatori di media statura, ritenendo i colossi del calibro del nostro personaggio odierno più adatti a discipline quali la Lotta od il Pugilato, in quanto poco agili e sgraziati nei movimenti che il Basket viceversa impone.

Una condizione a cui non sembra sfuggire neppure Mikan, il quale oltretutto sconta anche una leggera zoppia derivante da un grave incidente ad un ginocchio subito da ragazzo che lo costringe a letto per oltre un anno e mezzo, venendo escluso dalla squadra di Basket del proprio liceo e scartato dall’Università di Notre Dame, circostanza che lo fa ripiegare sulla “DePaul University”, dove incontra colui che darà una svolta alla propria carriera da giocatore.

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Mikan a colloquio con Meyer – da playitusa.com

E’ infatti il coach Ray Meyer il primo ad accorgersi delle enormi potenzialità di quel ragazzo intelligente e fisicamente ben piazzato, ma ancora troppo timido e maldestro nell’esecuzione dei fondamentali, sottoponendolo a dure sedute di allenamento per migliorarne la tecnica di tiro e l’abilità a rimbalzo, così da trasformare in pochi mesi Mikan in un giocatore aggressivo e convinto dei propri mezzi, orgoglioso più che vergognarsene della sua altezza (nonché della miopia, che lo porta a gareggiare con gli occhiali …), da cui avrebbe potuto trarre indubbio vantaggio.

Abbinando agli insegnamenti sul parquet anche esercizi tipici del pugilato, lezioni di ballo e salto della corda per migliorarne il più possibile l’agilità e, sul lato dei fondamentali, insistendo affinché fosse in grado di eseguire ganci a canestro con entrambe le mani, Meyer riesce a costruire un centro dalle potenzialità devastanti, capace di dominare il panorama universitario nel biennio 1944-’45 che conclude in entrambi i casi quale “Top Scorer” con medie rispettivamente di 23,9 e 23,1 punti a partita, con l’apice raggiunto al “National Invitation Tournament” del 1945, che DePaul si aggiudica con irrisoria facilità e che vede Mikan votato come l’MVP della rassegna in forza dei 120 punti realizzate nelle tre gare disputate, tra cui spiccano i 53 punti messi a referto nella semifinale contro Rhode Island, curiosamente pari al totale realizzato dagli avversari, visto che l’incontro si conclude sul 97-53 (!!!).

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Mikan riceve il premio di MVP al NIT del 1945 – da gettyimages.it

Con la propria maglia n.99 ritirata dalla DePaul University, per Mikan si schiude la porta del sasket professionistico, in cui entra firmando nell’estate 1946 per i Chicago American Gears dell’allora denominata National Basketball League, con un impatto alquanto positivo per un esordiente, con una media di 16,5 punti a partita ed incrementata a 19,7 nelle tre gare di Playoff che consegnano il titolo alla squadra di Chicago.

Titolo che Mikan conferma anche l’anno successivo, quando però è già passato ai Minneapolis Lakers in modo alquanto rocambolesco, dato che a Maurice White, proprietario dei Gears viene in mente l’idea di costituire una propria Lega dal nome altisonante di “Professional Basketball League of America”, progetto che abortisce dopo appena un mese ed i suoi giocatori vengono ripartiti tra le altre 11 franchigie della NBL, e sorte vuole che a beneficiare dei servigi di Mikan sia il Club di Minneapolis.

Con indosso la maglietta della Società del Minnesota, Mikan ha l’occasione di dividere i compiti in attacco con l’ala grande Jim Pollard, formando un duo devastante che consente al potente centro di chiudere la “regular season” a 21,3 punti di media, per poi incrementare, al solito, il proprio livello realizzativo alla quota di 24,4 nei playoff, conclusi con il successo per 3-1 sui Rochester Royals.

L’anno seguente, un’altra scissione avviene all’interno del non ancora ben allineato basket americano, con le franchigie di Minneapolis, Rochester, Fort Wayne ed Indianapolis ad andare a formare, assieme alle corrispettive di New York, Boston, Philadelphia e Chicago, la “Basketball Association of America” (BAA) che, a distanza di un anno, ingloba anche le restanti compagini della NBL per dar vita alla attuale NBA.

Per Mikan, comunque, questo o quello per me pari son, visto che continua ad imperversare sotto canestro, concludendo la stagione regolare con 28,3 punti di media, pur se i Lakers registrano il secondo miglior record della Lega (44-16) preceduti per una sola vittoria dai Rochester Royals che, nei playoff vengono eliminati per 2-0 grazie al successo di misura (80-79) colto in gara-1 sul parquet avversario, dove Mikan risulta devastante con i suoi 32 punti, cui abbina i 31 di gara-2 dove i Lakers non hanno difficoltà a piegare 67-55 la resistenza dei Royals ed accedere così alla Finale per il titolo contro i Washington Capitols, al tempo allenato da un certo Red Auerbach che farà la storia di questo sport con i Boston Celtics.

La serie, al meglio delle 7 gare, si apre con due successi casalinghi per Minneapolis che poi espugna anche il parquet avversario in gara-3 portandosi ad un passo dal titolo, allorquando, in gara-4, proprio Mikan si rompe il polso, consentendo ai Capitols di ridurre lo svantaggio assicurandosi i successivi incontri casalinghi e quindi tornare a Minneapolis per gara-6 dove Mikan, sceso in campo con un’abbondante fasciatura alla mano, si conferma ancor più devastante con i suoi 29 punti per il 77-56 che consegna ai Lakers il loro secondo titolo consecutivo.

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Il trio di attacco dei Lakers, con Pollard, Mikan e Mikkelsen – da twincities.com

Oramai Mikan è leggenda, e l’ingresso negli anni ’50 non può che confermare la sua indiscussa supremazia nel panorama del basket americano, tanto che per limitarne il dominio sotto canestro la NBA raddoppia le dimensioni della “area dei tre secondi” al fine di tenerlo il più possibile lontano dalla retina, ma ciò che ne accresce ancor più la popolarità è la geniale trovata dei proprietari del Madison Square Garden di New York che, prima di una gara che vede la squadra locale affrontare i Lakers, espongono la classica insegna luminosa tipica degli impianti americani per pubblicizzare un evento e che riporta la scritta “New York Knickerbockers vs. George Mikan”, il che la dice sin troppo lunga in merito al suo strapotere sul parquet.

Con, finalmente, stabilizzata la situazione a livello federale con la creazione della NBA (“National Basketball Association”), la stagione inaugurale della nuova Lega vede Minneapolis e Rochester concludere a braccetto la “regular season” con il medesimo, impressionante record di 51-17, e Mikan guidare ancora da par suo la classifica dei realizzatori con 27,4 punti di media a partita, con un record di 51 punti nella gara, peraltro persa per 77-83, in casa dei Royals, avendo pertanto da solo messo a segno il 66% dei punti della propria squadra.

Ma, mentre Rochester cade a sorpresa nel primo turno dei playoff di fronte a Fort Wayne, Minneapolis si presenta esente da sconfitte all’appuntamento con la serie per il titolo contro i Syracuse Nationals, i quali hanno il vantaggio del fattore campo avendo concluso la stagione regolare con un record di 51-13, immediatamente saltato con il successo dei Lakers in gara-1 per 68-66 grazie ad un’altra straordinaria prestazione di Mikan che, con i suoi 37 punti messi a referto, realizza, come di consueto, più della metà dei punti per la propria squadra, per poi – dopo che i successivi quattro incontri vedono il successo delle formazioni ospitanti, con la serie allungata sul 3-2 – mettere il sigillo al primo titolo NBA della storia con i suoi 40 punti nel 110-95 di gara-6 che conclude la contesa.

E se Mikan continua ad imperversare violentando la retina, tanto che nel successivo torneo 1950-’51 tocca la media di 28,4 punti a partita (la più alta per singola stagione in carriera), per una volta tocca ai Royals avere l’ultima parola, superando Minneapolis 3-1 nella finale della Western Division, nonostante sia sempre il centro dell’Illinois l’ultimo ad arrendersi, con i 32 punti messi a segno nella decisiva gara-4, persa per 75-80, così consentendo a Rochester di assicurarsi l’unico titolo della loro storia, superando 4-3 in Finale i New York Knicks.

Mai sottovalutare l’orgoglio di un campione ferito, ed anche se dalla successiva stagione la NBA introduce la già ricordata variazione del limite dell’area sotto canestro, portandolo da sei a dodici piedi – principalmente su richiesta di Joe Lapchick, coach dei New York Knicks, il quale vive la presenza sul parquet di Mikan come una sorta di nemesi – la sostanza non cambia poiché, se pur il 27enne gigante vede forzatamente ridotta la propria media punti, i suoi Lakers inanellano un tris di titoli consecutivi dal 1952 al 1954, come a dire che, invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.

E, visto che dalla stagione precedente la NBA aveva iniziato a registrare anche le statistiche dei rimbalzi, se Mikan perde la leadership come realizzatore – la cui classifica nel ’52 è appannaggio di Paul Arizin dei Philadelphia Warriors con 25,4 punti di media rispetto ai 23,8 dell’occhialuto centro di Minneapolis – lo stesso si afferma nella graduatoria dei rimbalzisti, portando a casa 13,5 rimbalzi di media a partita, confermando detta superiorità anche nel ’53 con 14,4 mentre l’anno successivo i suoi 14,3 rimbalzi di media sono superati da Harry Gallatin, di New York, che ne raccoglie 15,3 suo massimo in carriera per singola stagione.

Dopo queste divagazioni, sempre utili, comunque, a comprendere lo spessore del personaggio, torniamo alle vicende sul parquet, che vedono i Lakers, dopo aver chiuso la stagione regolare con un record di 40-26, prendersi una ghiotta rivincita contro i Royals nella finale della Western Division, restituendo loro il 3-1 subito l’anno prima, per poi affrontare per il titolo proprio i New York Knicks, il cui coach, ricordate, era stato il promotore di quella che in America viene ribattezzata come la “Mikan Rule” (la “regola Mikan”) per cercare di limitarne il rendimento.

La serie è di quelle che passano alla storia, conclusa solo nella decisiva gara-7 dopo che New York, affermandosi per 80-72 in gara-2 a Minneapolis, aveva volto a proprio favore il fattore campo, salvo perderlo immediatamente quando sono i Lakers ad espugnare il Madison Square Garden per 82-77 in gara-3 per poi vedere le squadre di casa avere la meglio, portando la serie sul 3-3 prima dell’ultima e decisiva gara-7 in programma nella più popolosa città del Minnesota.

E, con Mikan leader quanto a rimbalzi in tutti e sette gli incontri disputati, la sfida conclusiva si risolve in un trionfo per i Lakers che dominano la gara, con il loro centro a mettere a referto 22 punti e 19 rimbalzi per l’82-65 che riporta Minneapolis ai vertici della NBA.

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Mikan festeggia uno dei titoli coi Lakers – da croatia.org

Fatto intendere a Lapchick che non può essere una variazione regolamentare a ridurre la devastante impronta che Mikan ha oramai impresso ad uno sport che, anche grazie a lui, sta sempre più prendendo piede negli States, niente di meglio che ribadire il concetto quando le due squadre si ritrovano nuovamente di fronte per le Finali del 1953, pur se Minneapolis era dovuta ricorrere a gara-5 per superare 3-2 Fort Wayne nella finale della Western Division.

Stavolta, i Lakers sembra quasi giochino come il gatto con il topo, concedendo agli avversari di sorprenderli in casa in gara-1 per 96-88 per poi, dopo aver pareggiato i conti in gara-2, prendersi il gusto di andare ad espugnare il Madison Square Garden con tre successi consecutivi, in cui Mikan è protagonista nella gara-4 che risulta quella decisiva, visto il 71-69 con cui si conclude e che lo vede autore di 27 punti, mentre nel 91-84 di gara-5 che chiude la sfida sul 4-1 per Minneapolis si concede n turno di riposo con appena 14 punti a referto.

Con il peso degli anni che inizia a farsi sentire – Mikan va verso i 30, Pollard, di due anni più anziano, li ha già superati – la stagione 1953-’54 vede comunque Minneapolis realizzare il miglior record in “regular season” con 46-26 anche se la media realizzativa del suo poderoso centro scende per l’unica volta al di sotto dei 20 punti, attestandosi a quota 18,1, per poi prepararsi ad affrontare un’altra epica sfida nella finale per il titolo, proprio contro quei Syracuse Nationals contro cui, nel ’50, si era inaugurata la prima stagione NBA.

Una serie durissima, in cui il fattore campo salta come i tappi di spumante a Capodanno, e che vede Syracuse espugnare Minneapolis in gara-2 per portarsi sull’1-1 solo per spronare Mikan a dare il meglio di se stesso nella successiva gara-3, in cui i suoi 30 punti risultano determinanti nel successo per 81-67 che riporta l’inerzia della serie a favore dei Lakers, i quali, dopo essersi assicurati anche gara-5 sul parquet avverso portandosi sul 3-2 con le ultime due sfide davanti al pubblico amico, soccombono in gara-6 per 63-65 nonostante Mikan giochi praticamente da solo, con i suoi 30 punti realizzati, rimandando i festeggiamenti a gara-7 in cui a fare la parte del leone, una volta tanto, sono i suoi compagni, distribuendo tra loro i punti del 87-80 che pone fine alla contesa.

Per il ragazzo timido, introverso e maldestro che aveva varcato la soglia della “DePaul University” dieci anni prima, si tratta della definitiva consacrazione attraverso un percorso che apre una strada nuova nel basket professionistico e che sarà seguito, anche con maggior successo e risalto, visto anche l’interesse successivamente rivolto dai “Media” a tale disciplina, dai vari Bill Russell, Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, i quali non potranno peraltro che ringraziare Mikan per il contributo fornito nella crescita del movimento, ed, in particolare, del ruolo di centro nell’economia di squadra.

 

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NIKOLAI ANDRIANOV, UNA STELLA RUSSA NEL FIRMAMENTO GIAPPONESE

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Nikolai Andrianov – da nytimes.com

articolo di Giovanni Manenti

Dalle Olimpiadi di Helsinki ’52, data in cui l’Unione Sovietica partecipa per la prima volta alla Rassegna a Cinque Cerchi e sino alla disgregazione dell’Impero Sovietico, per 40 anni i suoi rappresentanti hanno fatto bella presenza di sé in una disciplina, la ginnastica, da cui hanno ricavato il maggior numero di medaglie d’Oro (ben 73) rispetto alle 395 complessivamente conquistate.

E sé, in questo lasso di tempo, vale a dire sino ai Giochi di Seul ’88 compresi, nel settore femminile a contrastarne il dominio – dimostrato dal fatto che, fatta salva l’edizione di Los Angeles ’84 dove erano assenti, le ragazze sovietiche non si sono mai fatte sfuggire l’Oro nel Concorso Generale a Squadre – è stata la grandezza di due singole, per quanto straordinarie, ginnaste, ed il riferimento, per quanto ovvio, è relativo alla cecoslovacca Vera Caslavska ed alla rumena Nadia Comaneci, la circostanza assume un aspetto ben diverso in campo maschile.

Settore dove, dopo il dominio assoluto dei vari Chukarin, Shakhlin e Titov nel corso degli anni ’50, la corazzata sovietica si vede costretta a fronteggiare non un singolo atleta, bensì un intero sistema costituito da quella che, probabilmente, è stata la più eccelsa generazione di ginnasti di ogni epoca, figli dell’Impero del Sol Levante e che, con Takashi Ono nelle vesti di apripista ai Giochi di Melbourne ’56, ha poi avuto in Yukio Endo, Sawao Kato ed Akinori Nakayama i suoi più celebrati protagonisti, senza nulla togliere agli altri componenti di uno squadrone come quello nipponico, a propria volta dominatore per un ventennio nel Concorso Generale a Squadre, loro appannaggio dall’edizione di Roma ’60 sino a Montreal ’76.

Il raffronto, impietoso, è presto fatto, in quanto dai 5 ori a 4 a favore dei ginnasti sovietici ai Giochi di Roma nel 1960, si passa ad un 5 a 1 per i giapponesi nell’edizione casalinga di Tokyo ’64, superiorità ribadita con 6 medaglie d’oro conquistate a Città del Messico ’68 contro le 2 appannaggio di Mikhail Voronin per l’Urss sino al, per certi versi mortificante, esito della Rassegna di Monaco ’72 in cui, al di là del computo degli Ori, comunque sempre largamente a favore (5 contro 2) dei ginnasti giapponesi, gli stessi monopolizzano l’intero podio del Concorso Generale Individuale (vinto da Sawao Kato precedendo i compagni Eizo Kenmotsu ed Akinori Nakayama), un exploit che non resta isolato, in quanto replicato sia negli esercizi alla Sbarra ed alle Parallele.

Una situazione a dir poco insostenibile all’interno della Federazione Sovietica, che a tale strapotere – sia in sede Olimpica che Mondiale – aveva saputo opporre solo il talento del già citato Voronin, capace, bontà sua, di conquistare ben 7 medaglie (2 Ori, 4 Argenti ed un bronzo) ai Giochi di Città del Messico ’68, dopo aver portato a casa due medaglie d’Oro – Concorso Generale Individuale ed Anelli – e due d’Argento alla Rassegna Iridata di Dortmund ’66.

Troppo poco, per frenare l’onda d’urto nipponica che, alla successiva edizione di Monaco ’72 conquista, nelle sette singole specialità individuali, ben 15 delle 21 medaglie messe in palio (!!), anche se, proprio nella Rassegna bavarese, si accende la luce della speranza per il Team sovietico, sotto le sembianze del 20enne Nikolai Andrianov, il quale si aggiudica la prova al Corpo Libero, mettendosi alle spalle un codazzo di giapponesi, costituito, nell’ordine, da Nakayama, Shigeru Kasamatsu e Kenmotsu.

Ed, essendo lui il protagonista della nostra Storia odierna, andiamo a conoscerlo un po’ più a fondo, questo meraviglioso ginnasta che vede la luce a metà ottobre 1952 – non a caso a tre mesi di distanza dalle prodezze di Viktor Chukarin, con 4 Ori e 2 Argenti, ai Giochi di Helsinki ’52 in cui l’Urss fa la sua prima apparizione nel panorama olimpico – a Vladimir, città russa di oltre 300mila abitanti posta sul fiume Klyazma, a 200km. ad est della Capitale moscovita.

Perfettamente strutturato (m.1,66 per 60kg.) dal punto di vista morfologico, il giovane Nikolai inizia a praticare lo Sport che lo renderà famoso dall’età di 11 anni nella sua città natale, presso uno dei tanti “Burevestnik” (Centri Sportivi) sparsi nel vastissimo territorio dell’Unione Sovietica, mettendosi per la prima volta in evidenza agli Europei di Madrid ’71 dove dimostra la sua più grande qualità, vale a dire di essere in grado di esprimersi al meglio in qualsiasi specialità (con una sottilissima, minor predisposizione per la Sbarra), tronandosene in Patria con un bottino di sei medaglie, equamente ripartite tra i tre metalli, con l’Oro al Volteggio ed al Cavallo con Maniglie, l’Argento agli Anelli ed alle Parallele ed il Bronzo nel Concorso Generale Individuale ed al Corpo Libero).

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Andrianov ai Giochi di Monaco ’72 – da worldofgymnasticc.net

Questa sua dote di non avere punti deboli, consente ad Andrianov di classificarsi al quarto posto nel concorso generale individuale ai Giochi di Monaco ’72 – con il Bronzo, appannaggio di Nakayama, a sfuggirli per soli 0,125 millesimi di punto (114,325 a 114,200 – nonché di acquisire il diritto a partecipare a quattro delle sei Finali relative alle singole specialità dove, oltre al già ricordato Oro al Corpo Libero, aggiunge il Bronzo al Volteggio.

In seno alla Federazione Sovietica non ci vuole molto a capire di avere in casa l’unico personaggio che ha le potenzialità per contrastare lo strapotere dei rappresentanti del Sol Levante, ansiosi di valutarne i progressi nelle successive grandi Manifestazioni Internazionali previste nel quadriennio post olimpico al fine di raggiungere l’apice della condizione in vista dei Giochi di Montreal ’76 – appuntamento che, nel clima della “Guerra Fredda” tra le due Super Potenze, assume una rilevanza che va ben oltre il mero lato sportivo – considerato altresì come nel 1973 proprio Mosca ospiti anche le Universiadi.

E la risposta di Andrianov è delle migliori che ci si possa aspettare, confermando la sua duttilità sia ai Campionati Europei di Grenoble ’73 – dove è a medaglia in cinque eventi, con l’Oro al Corpo Libero ed al Volteggio e l’Argento nel Concorso Generale Individuale, agli Anelli ed alle Parallele – che alla citata Rassegna Universitaria, in cui il computo degli allori conquistati sale a sei, con quattro Ori e due Argenti.

Ma il vero banco di prova per valutare la crescita di Andrianov è costituito, per quanto ovvio, dal confronto con i “Maestri” giapponesi in programma a Varna, in Bulgaria, sede dei Campionati Mondiali ’74, in cui il protagonista assoluto è Kasamatsu, il quale, oltre all’Oro nel Concorso Generale a squadre, fa suo anche quello Individuale, cui unisce i titoli al Corpo Libero ed alle Parallele.

E se il giapponese è la stella della Rassegna Iridata, Andrianov ne è il degno comprimario, ancora una volta capace di raggranellare ben sei medaglie e, se è pur vero che solo agli Anelli sale sul gradino più alto del podio – oltretutto dividendolo con il rumeno Danut Grecu – ne vanno altresì sottolineati i miglioramenti nelle altre singole specialità, visto che nelle ulteriori cinque circostanze in cui il 22enne russo va a medaglia si tratta in ogni caso di Argento, con un distacco di appena 0,125 millesimi di punto (115,500 a 115,375) rispetto a Kasamatsu nel Concorso Generale Individuale, così come ad Andrianov sfugge l’Oro al Volteggio ed alle Parallele, per soli 0,075 e 0,050 millesimi rispettivamente, di fronte a Kasamatsu e Kenmotsu.

I margini, insomma, si sono sensibilmente ridotti, e le speranze di poter validamente contrastare lo Squadrone Nipponico a Montreal ’76 cominciano a farsi quasi certezze in casa sovietica, ancor più confortati dalla Prova Generale messa in atto in occasione della Rassegna Continentale di Berna ’75, dove il dominio di Andrianov è assoluto, certificato dal mettersi al collo, oltre che nel Concorso Generale Individuale, la medaglia d’Oro anche al Corpo Libero, Parallele, Volteggio e persino nella poco amata Sbarra, con l’aggiunta dell’Argento al Cavallo con Maniglie.

Tutto è pronto, dunque, la sfida è lanciata e scenario più degno non può esservi del “Forum” di Montreal, impianto che ospita le gare di Ginnastica della XXI Edizione dei Giochi dell’Era Moderna e che passa alla storia del “Grande Romanzo delle Olimpiadi” per le strepitose esibizioni della non ancora 15enne rumena Nadia Comaneci, prima ginnasta a vedersi assegnati ben cinque 10 per le sue fantastiche evoluzioni che rattristano i volti delle tre fuoriclasse sovietiche Ludmila Tourischeva, Olga Korbut e Nellie Kim.

Ma, come la ragazzina rumena infrange i sogni di gloria dello squadrone sovietico nel settore femminile, così ci si augura, da quelle parti, che identico percorso possa compiere il più attempato (stiamo parlando di un quasi 24enne, che per la Ginnastica inizia ad essere un’età quasi adulta …) Andrianov al cospetto del team giapponese che si presenta alla Rassegna canadese con una formazione rinnovata, priva delle stelle Nakayama e Kasamatsu, ma pur sempre guidata dal 30enne Sawao Kato, il quale, a dispetto delle primavere, è alla ricerca di un’impresa mai riuscita ad alcun ginnasta, vale a dire fare suo l’Oro nel Concorso Generale Individuale per tre Edizioni consecutive dei Giochi, dopo le affermazioni a Città del Messico ’68 ed a Monaco ’72.

Che il gap tra le due Nazioni leader assolute della disciplina si sia sensibilmente ridotto se ne ha una prima, chiara dimostrazione nella prova a squadre che, come di consueto, apre il programma ginnico ed in cui l’Urss si porta al comando dopo gli Esercizi Obbligatori (286,80 punti a 286,30), solo per vedersi sfuggire di misura la vittoria al termine degli Esercizi Liberi, per una risicata (576,85 a 576,45) conferma del quinto Oro Olimpico consecutivo da parte del Team giapponese.

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Andrianov alle parallele a Montreal ’76 – da gettyimages.it

Circostanza che suona molto più di un “capannello d’allarme” per il sogno a cinque cerchi di Sawao Kato, visto che Andrianov si porta in dote, nella prova valida per il Concorso Generale Individuale, il miglior punteggio di 58,250 raccolto nella gara a squadre, per un vantaggio di 0,30 centesimi sul giapponese, che affronta le sei distinte specialità partendo da una base di 57,950, distacco che non riesce a colmare e che, al contrario, il 24enne russo dilata sino ad un punto esatto (116,65 a 115,65) grazie alle esibizioni agli Anelli (valutata 9,75 rispetto al 9,45 di Kato) ed al Volteggio, in cui il divario è costituito dal 9,80 assegnato dai Giudici ad Andrianov rispetto al 9,55 del giapponese.

La ribadita caratteristica del ginnasta sovietico nel non aver punti deboli, fa sì che il medesimo acquisisca il diritto a disputare cinque delle sei Finali individuali ai singoli attrezzi – esclusa, come di consueto, la poco gradita Sbarra – nelle quali va altrettante volte a ricevere medaglie alle rispettive Cerimonie di Premiazione, tanto da risultare l’atleta più medagliato dell’intera Rassegna Olimpica, con 4 Ori, 2 Argenti ed un Bronzo.

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Andrianov oro al corpo libero – da gettyimages.it

Le singole specialità lo vedono, difatti, confermare l’Oro di Monaco ’72 al Corpo Libero, con il minimo scarto consentito (19,450 a 19,425) sul compagno Vladimir Marchenko, per poi imporsi sul suo degno successore, il connazionale Aleksandr Dityatin (19,650 a 19,550) agli Anelli e quindi prendersi la grande soddisfazione di mettersi alle spalle i giapponesi Tsukahara ed Hiroshi Kajiyama (19,450 punti a 19,375 e 18,275 rispettivamente) nel Volteggio, dovendosi inchinare solo all’immensa classe di Kato alle Parallele (19,675 a 19,500) ed infine conquistare il Bronzo al Cavallo con Maniglie, unico attrezzo in cui il successo non arride ad un atleta sovietico o giapponese, in quanto vede l’affermazione dell’ungherese Zoltan Magyar.

E così, grazie alle superbe esibizioni del proprio “Figlio della Grande Madre Russia”, l’Unione Sovietica può riprendersi lo scettro della Ginnastica in campo maschile, con 4 Ori, 3 Argenti ed un Bronzo, rispetto ai 3 Ori, 4 Argenti e 3 Bronzi degli storici rivali giapponesi, nei cui confronti le sciagurate decisioni politiche in ordine ai rispettivi boicottaggi dei Giochi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84 tolgono il gusto di un successivo confronto in tale sede, dato che l’esito dei Mondiali di Strasburgo ’78 certifica un Giappone ben lungi dall’abdicare, con la conferma dell’Oro a Squadre e di altri tre titoli individuali con Kenmotsu alle Parallele, Kasamatsu alla Sbarra ed il giovane Junichi Shimizu al Volteggio, con l’Unione Sovietica ad opporre, ci mancherebbe, ancora una volta il solo Andrianov, in grado di far suo il Concorso Generale Individuale davanti a Kenmotsu (117,200 a 116,550), cui unisce il successo agli Anelli e gli Argenti al Volteggio ed alle Parallele.

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Andrianov agli anelli ai Mondiali di Strasburgo ’78 – da gettyimages.it

Per Andrianov, l’edizione dei Giochi di Mosca ’80 – in assenza del Giappone ed anche degli Stati Uniti, Paese in cui il movimento ginnico sta iniziando a prendere sempre più piede dopo decenni di buio assoluto – si trasforma nella doverosa passerella che un Campione del suo stampo merita di ricevere dal proprio pubblico, occasione altresì per passare lo scettro al nuovo astro sovietico Aleksandr Dityatin, non senza aver incrementato il proprio carniere di medaglie, oltre allo scontato Oro nella Prova a Squadre, con il successo (19,825 a 19,800) sullo stesso Dityatin al Volteggio, dopo averlo costretto ad impegnarsi a fondo, come è giusto che sia, per far sua la vittoria nel Concorso Generale Individuale che il 23enne di Leningrado si aggiudica con 118,650 punti rispetto ai 118,225 di Andrianov, le cui esibizioni vengono accolte da un’ovazione del pubblico che gremisce gli spalti del Palazzo dello Sport “Luzhniki”, a prescindere dalla validità delle singole prestazioni.

E, d’altronde, cosa altro si potrebbe tributare ad una sorta di “Eroe Greco” che, petto in fuori e lancia in resta, ha avuto il coraggio di affrontare, praticamente da solo, un esercito nemico di elevata portata come quello giapponese, riuscendo altresì nell’impresa di sconfiggerlo, nella “Battaglia di Montreal”?

MELISSA BELOTE, L’AMERICANA CHE TENTA DI FRENARE L’ONDA DELLE WALCHIRIE

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Melissa Belote – da washingtontimes.com

articolo di Giovanni Manenti

Come abbiamo più volte avuto modo di evidenziare, lo spartiacque – e mai il termine è più appropriato, parlando di Nuoto – per l’entrata di tale disciplina nell’era moderna è costituito dal biennio 1972-’73 per una doppia serie di motivi, legati il primo al vorticoso aggiornamento delle tabelle dei Record – basti pensare che ai Giochi di Monaco ’72 ogni gara, sia in campo maschile che femminile, ha visto cadere un primato, olimpico o mondiale – ed il secondo dipendente dall’allargamento del calendario natatorio sia in relazione alle prove in programma che alla creazione dei Campionati Mondiali, la cui prima edizione va in scena a Belgrado ’73.

Ed in questo panorama si inserisce, di prepotenza, l’onda d’urto delle “Walchirie” della Germania Est, a far tempo dalla citata introduzione della rassegna iridata di Belgrado ’73, dove le stesse si aggiudicano, in campo femminile, ben 10 delle 14 gare in programma, dopo che l’anno prima, ai Giochi di Monaco ’72, nessuna ragazza tedesco orientale era salita sul gradino più alto del Podio Olimpico, una circostanza che, se unita ad identico flop verificatosi cinque anni dopo in occasione dei Mondiali di Berlino ’78, alimenta non pochi dubbi sul fatto che i Dirigenti della ex Ddr temessero controlli accurati sulle proprie atlete da parte dei “cugini” occidentali.

Fatta questa doverosa premessa per inquadrare il periodo storico della nostra storia odierna, è facile intuire quanto sia stato difficile, per il resto delle nuotatrici degli altri Paesi, cercare di contrastare lo strapotere delle teutoniche cresciute a latte ed anabolizzanti, ragion per cui chi vi riesce, o quantomeno, tenta di farlo sino all’ultima stilla di energia, merita di essere degnamente ricordato.

E’ il caso, nello specifico, dell’americana Melissa Belote, per una volta tanto non una californiana, essendo nata a Washington il 16 ottobre 1956, pur se poi cresciuta a Springfield, in Virginia, dove si iscrive alla “Robert E. Lee High School” avendo così modo di manifestare la propria predisposizione per il nuoto ed, in particolare, per la specialità del Dorso.

Non ha ancora 16 anni, la Belote, quando si presenta da outsider agli “Olympic Trials” di Chicago ad inizio agosto ’72, con la speranza di riuscire ad ottenere la selezione per i Giochi di Monaco in programma alla fine del mese e siamo convinti che la prima a stupirsi sia proprio lei quando si aggiudica la gara dei 100 dorso con il tempo di 1’07”06 precedendo la ben più accreditata Susie Atwood, che tocca in 1’07”18, pur se ancora ben distante dal primato mondiale di 1’05”6 della sudafricana Karen Muir, la quale ha la sola grande sfortuna di appartenere ad un Paese cui è vietata la partecipazione alle Olimpiadi per le ben note vicende legate alla politica di apartheid praticata dal proprio Governo.

E lo stupore della giovane Melissa si trasforma in meraviglia allorquando, sulla doppia distanza, nuota in batteria nel tempo di 2’20”64 che abbassa di quasi 1” il precedente record mondiale della Atwood stabilito a metà agosto ’69, per poi aggiudicarsi la Finale, ancora precedendo la citata ex primatista, fermando i cronometri sul 2’21”77.

Con queste credenziali la liceale della Virginia si presenta all’appuntamento nella “Schwimmhalle” di Monaco di Baviera, decisa a farsi valere nel suo primo confronto con l’elite del nuoto mondiale, obiettivo per il quale dimostra di essere ben preparata sin dalle batterie dei 100 dorso in programma al mattino dell’1 settembre ’72, dove realizza con 1’06”60 il secondo miglior tempo alle spalle dell’ungherese Andrea Gyarmati, per poi scendere ad 1’06”08 nella prima delle due Semifinali del pomeriggio, precedendo la Atwood, mentre l’ungherese si aggiudica la seconda serie.

Il tardo pomeriggio del giorno seguente, alle ore 18:50, la Belote scende in acqua per la partenza dalla corsia centrale prendendo subito la testa in avvio per virare ai 50 metri in 31”18 (0”18 centesimi sopra il passaggio mondiale della Muir) e quindi resistere nella vasca di ritorno al tentativo di rimonta della Gyarmati, andando a cogliere l’Oro con il Record Olimpico di 1’05”78, mantenendo gli 0”18 centesimi di ritardo rispetto al limite della sudafricana, seconda miglior prestazione mondiale all’epoca.

Tale successo, consente alla 16enne americana di essere schierata nella prima frazione a dorso della staffetta 4x100mista, gara in programma il giorno successivo ed in cui la Atwood nuota in batteria, portando un primo vantaggio al quartetto americano con il suo 1’06”24 rispetto all’olandese Enith Brigitha, che completa la sua frazione in 1’06”35, distacco che poi le sue compagne Catherine Carr, Deena Dearduff e Sandra Neilson dilatano sino al 4’20”75 che frantuma di quasi 5” il precedente limite mondiale degli stessi Stati Uniti.

Per completare un fantastico “Tris d’Oro”, alla Belote manca adesso solo il suggello sui 200 dorso, distanza in cui si presenta nella veste di detentrice del primato mondiale, ma dove deve cercare di far fronte al desiderio di riscatto della connazionale Atwood, cui ha strappato il record ai Trials, la quale, nelle qualificazioni del mattino del 4 settembre, piazza un primo acuto nella seconda batteria con il tempo di 2’22”13 che migliora il primato olimpico stabilito quattro anni prima a Città del Messico, solo per assistere alla risposta della sua amica/rivale che scende sino a 2’20”58 nel far sua la quinta ed ultima batteria, con ciò migliorando il suo fresco limite mondiale.

Tale prestazione lascia pochi dubbi circa l’esito della Finale del tardo pomeriggio, in cui la Atwood dimostra peraltro classe e temperamento nello stabilire il suo “Personal Best” facendo fermare i cronometri al di sotto del primato mondiale con il suo 2’20”38 che le vale l’Argento e serve da stimolo affinché la Belote possa migliorarsi sino a divenire la prima nuotatrice ad abbattere la barriera dei 2’20” netti, andando a toccare in 2’19”19, il che sta a significare che, nell’arco di un mese, la ragazzina americana ha tolto oltre 2”30 al precedente limite assoluto.

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La Belote mostra i tre ori vinti a Monaco ’72 – da connctionnewspapers.com

Tre medaglie d’oro conquistate nell’arco di tre giorni, con due primati mondiali individuali ed uno in staffetta ritoccati, fanno della Belote la seconda stella della Rassegna a Cinque Cerchi bavarese in campo femminile, offuscata solo dall’impresa dell’ancor più giovane (di poco più di un mese) australiana Shane Gould, di cui saremo a trattare prossimamente, nonché una validissima pretendente a confermarsi in vista della prima edizione dei Campionati Mondiali, in programma l’anno seguente a Belgrado, dal 31 agosto al 9 settembre ’73.

Ma, come detto in premessa, sulla Rassegna Iridata si abbatte, con la violenza di uno tsunami, la tremenda “Ondata delle Walchirie” delle Germania Est, le quali – stile libero a parte, dove si impone la sola Kornelia Ender sui 100sl – fanno man bassa nelle altre specialità, addirittura con le doppiette (ai Mondiali è consentita la partecipazione di soli due atleti per gara, norma che sarà poi introdotta anche in sede olimpica, a far tempo dai Giochi di Los Angeles ’84) sui 200 rana, 100 e 200 farfalla e 200 e 400 misti, oltre ad aggiudicarsi le Staffette 4x100sl e 4x100mista.

Resta scoperto il dorso, dove nella parte orientale della Germania è emerso nel corso della stagione un talento anch’esso molto precoce e destinato a far parlare di sé ancora per qualche anno, vale a dire Ulrike Richter che il 18 agosto, a 14 anni da poco compiuti, ha migliorato in 1’05”39 il primato mondiale della sudafricana Muir sui 100 dorso ed ora avanza la propria candidatura a scalzare dal trono la Belote che, alla soglia dei 17 anni, si sente improvvisamente anziana.

E se qualcuno avesse avuto qualche dubbio su quali fossero le intenzioni della “teenager” sassone, è lei stessa a fugarle nella prima gara che la vede impegnata, vale a dire la Staffetta 4x100mista in cui, nella Finale del 4 settembre ’73, nuota la prima frazione a dorso abbassando il suo freschissimo primato mondiale ad 1’04”99, così lanciando verso l’Oro uno dei più forti quartetti di ogni epoca della ex Ddr – di cui fanno parte anche Renate Vogel a rana, Rosemarie Kother a farfalla e Kornelia Ender a stile libero – che conclude la gara in uno strepitoso tempo di 4’16”84 che polverizza di quasi 4” il record stabilito appena un anno prima dalle ragazze statunitensi ai Giochi di Monaco ’72.

La Belote, che ha conquistato l’argento nella sua veste di prima frazionista della staffetta Usa (penalizzata oltre misura dalla frazione a rana …) si rende conto che sarà un’impresa, il giorno appresso, insidiare il successo della più giovane rivale, la quale, sin dalle batterie del mattino, evidenzia la sua superiorità nuotando le due vasche in 1’06”08, pur se l’ungherese Gyarmati non le è lontana, facendo fermare i cronometri in 1’06”10 mentre l’americana Campionessa Olimpica in carica fa registrare il terzo miglior tempo in 1’06”23.

Ma le batterie sono una cosa, e la Finale del pomeriggio un’altra, con la tedesca orientale a menare le danze con irridente superiorità sino a concludere sotto l’1’06” – riferimento inarrivabile per le altre – facendo suo il primo Oro individuale della Carriera in 1’05”43, con la Belote a salvare l’Argento in 1’06”11 dall’attacco della canadese Wendy Cook, la quale si accomoda sul gradino più basso del podio con il Bronzo in 1’06”27, lasciandone ai margini l’ungherese Gyarmati.

Fortuna vuole, per l’americana, che, data la giovanissima età, alla Richter venga risparmiata la prova sulla doppia distanza dei 200 dorso, per la quale sono selezionate Christine Herbst ed Andrea Eife, le quali, pur raggiungendo la Finale, non riescono a raggiungere il podio classificandosi rispettivamente al quarto e quinto posto, per l’unica gara – assieme a quella dei 400sl, con Oro ed Argento alle americane Heather Greenwood e Keena Rothhammer ed il bronzo all’azzurra Novella Calligaris – in cui non si alza una bandiera della ex Ddr alla cerimonia di premiazione.

Forte, peraltro, della sua doppa veste di Campionessa Olimpica e primatista mondiale sulla distanza, la Belote fa valere tale suo “status” sin dalle batterie, dove è largamente la migliore in 2’20”58 rispetto alla canadese Cook ed alla Gyarmati, che si qualificano con i rispettivi tempi di 2’23”12 e 2’23”59.

Una superiorità che la quasi 17enne nuotatrice della Virginia non ha difficoltà a ribadire nella Finale in programma il pomeriggio del 7 settembre ’73, replicando il tempo del mattino per conquistare senza eccessive difficoltà anche il titolo iridato in 2’20”52, mentre alle sue spalle, un po’ a sorpresa, emerge l’olandese Enith Brigitha, notoriamente più a suo agio nello stile libero, che si aggiudica l’Argento in 2’22”15 davanti alla Gyarmati, che conclude in 2’22”48.

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La Richter, al centro, festeggia con Brigitha e Gyarmati – da wikimedia,org

Per la Belote il tempo delle medaglie si conclude qui, in quanto non si presenta alle selezioni per i Mondiali di Cali ’75 – dove, per inciso, la Richter conferma gli Ori sui 100 dorso e con la Staffetta 4x100mista, cui aggiunge il Bronzo sui 200 dorso – essendo impegnata negli esami di maturità, per poi tentare la selezione ai Giochi di Montreal ’76 ai Trials di Long Beach di metà luglio (quando sta frequentando la “Arizona State University”), fallendo l’impresa sulla più breve distanza, dove conclude non meglio che quarta pur in un discreto 1’05”94 (ma, nel frattempo, le gerarchie si muovono sin troppo rapidamente, con la Richter ad essere già scesa sino ad 1’01”51 …!!) ed, al contrario, centrarla sulla sua gara preferita, i 200 dorso, dove tocca in seconda posizione in 2’18”71, un sensibile miglioramento rispetto ai tempi con cui si è laureata Campionessa olimpica e mondiale, ma a distanza siderale dal primato mondiale di 2’12”47 che la tedesca est Birgit Treiber ha stabilito, l’anno prima, ai Mondiali di Cali, dopo che il suo limite era stato migliorato dalla Richter ai Campionati Europei di Vienna ‘74.

E, con le gerarchie della specialità talmente ben definite, che nella Piscina Olimpica di Montreal – edizione dei Giochi che passa alla Storia per l’ineguagliato primato di 12 Ori su 13 gare da parte degli Stati Uniti in campo maschile, cui le tedesche est rispondono con un 11 su 13 nel settore femminile – si registra l’identico podio, con la Richter Oro, la connazionale Birgit Treiber Argento e la canadese Nancy Garapick Bronzo su entrambe le distanze, l’oramai 20enne Belote può consolarsi con il fatto di essere l’unica rappresentante Usa a qualificarsi per la finale, dove si piazza non meglio che quinta migliorando con 2’17”27 il tempo realizzato ai Trials, pur se la tedesca viaggia a velocità a lei non più accessibili, con il suo 2’13”43 con cui sopravanza la connazionale e primatista mondiale Treiber, Argento con 2’14”97.

Per la Belote cala il sipario sulla sua attività agonistica, potendo così dedicarsi allo studio e laurearsi in Scienza delle Comunicazioni e quindi tornare ad occuparsi anche di nuoto in veste di Tecnico, con il vantaggio di serbare per sempre il ricordo di essere stata una delle ultime a cercare di fermare quell’uragano tedesco orientale che per oltre un decennio ha travolto tale disciplina in campo femminile.

IL VOLO TRAGICAMENTE SPEZZATO DELLA “FARFALLA GRANATA” GIGI MERONI

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Gigi Meroni in azione – da uomonelpallone.it

articolo di Giovanni Manenti

Non è difficile immaginare quali possano essere stati i pensieri di un ragazzo 24enne, giunto all’apice della popolarità grazie alla sua attività di calciatore professionista, quando la sera di domenica 15 ottobre 1967 si appresta a rincasare, accompagnato dal compagno di squadra Poletti, reduce da una convincente vittoria del suo Torino contro la Sampdoria.

Il desiderio di abbracciare la compagna Cristiana, raccontarle la giornata vissuta al “Comunale”, non completamente positiva per lui, visto che era stato espulso dall’arbitro Torelli di Milano, rilassarsi in vista della settimana che precede l’appuntamento clou della stagione, vale a dire il derby contro i “cugini” bianconeri, nonché Campioni d’Italia in carica, della Juventus:  tutti questi possono essere i pensieri mentre Gigi Meroni, perché è di lui che stiamo ovviamente parlando, si sta incamminando verso casa, avendo appena telefonato a Cristiana per comunicarle l’imminente arrivo visto che è sprovvisto delle chiavi, un rientro che purtroppo la compagna non riesce a gustare, così come gli sportivi italiani non possono più apprezzarne le funamboliche qualità sui verdi terreni di gioco.

Per Luigi “Gigi” Meroni, nato a Como il 24 febbraio 1943, l’esistenza non è mai stata facile, rimasto orfano di padre all’età di due anni, con la madre costretta a crescere con fatica i tre figli con il proprio lavoro di tessitrice, al quale anche l’adolescente Gigi collabora dimostrando una qual certa disposizione nella veste di disegnatore di cravatte di seta, nonché prendendo passione per la pittura.

Ma il lato estroso del ragazzo si manifesta ancor meglio sui campi di gioco, formandosi presso l’Oratorio di San Bartolomeo – negli anni ’50 erano proprio gli oratori le fucine dei futuri campioni, con molti prelati nelle vesti di veri e propri “talent scout” a raccomandare questo o quel giovane promettente alle squadre professionistiche – da cui approda nelle Giovanili del Como, all’epoca militante in Serie B.

Formazione lariana in cui Meroni fa il suo esordio il 14 maggio ’61, a 18 anni ancora da compiere, il 14 maggio 1961 nella gara interna contro il Verona, persa per 1-2, per poi iniziare a ritagliarsi uno spazio da titolare l’anno seguente, concluso dal Como al 14esimo posto, con 24 presenze e 3 reti, di cui la prima realizzata nel debutto stagionale in Campionato, il 22 ottobre 1961, alla settima giornata, indossando la maglia numero 7 ed andando a segno al 7’ per il vantaggio nella gara interna contro il Napoli, poi conclusa sull’1-1.

Fortuna vuole che in quel Torneo, che promuove alla Massima Serie Genoa, Napoli e Modena, con i rossoblù a dominare la Stagione dall’alto dei 54 punti conquistati, i dirigenti genoani restino impressionati dall’estro di quel ragazzo capace di far impazzire il suo diretto controllore Bagnasco, al punto da indurlo a commettere l’autorete che decide in favore del Como l’incontro disputato in riva al Lario il 4 marzo ’62, convincendosi che l’innesto di Meroni quale rinforzo in vista del successivo Campionato di Serie A sia un’idea da prendere decisamente in considerazione.

Ed ecco quindi che, nell’estate ’62, Meroni approda all’ombra della Lanterna sotto la guida del Tecnico Renato Gei che ne centellina le presenze, probabilmente per non rischiare di bruciare un ragazzo di appena 19 anni – considerando altresì che, al tempo, non erano previste sostituzioni e, quindi, si trattava di presenze vere, valide per tutti i 90’ – inserendolo in formazione per il debutto assoluto in A l’1 novembre ’62, nella gara interna contro l’Inter persa per 1-3 e confermandolo la domenica successiva, conclusa con un pesante rovescio (0-5) in trasferta a Firenze.

Con i rossoblù impegnati nella lotta per evitare il ritorno tra i Cadetti, a Meroni viene data maggiore fiducia nel Girone di Ritorno, vestendo la maglia da titolare in 11 occasioni, di cui 8 consecutive nelle altrettante ultime giornate, fornendo un importante contributo alla sofferta salvezza, conseguita solo all’ultimo turno – dopo che il 5 maggio ’62 il ragazzo comasco aveva sbloccato, al 20’ della ripresa, il risultato nella fondamentale vittoria interna sul Vicenza per quella che rappresenta la sua prima rete nella Massima Serie – grazie al successo interno per 1-0 sul Bologna e la contemporanea sconfitta del Napoli a Bergamo contro l’Atalanta.

Saper apprezzare le qualità di Meroni viene molto più facile ad un Tecnico sudamericano, quale è l’argentino Benjamin Santos, chiamato nell’estate ’63 a rimpiazzare Gei sulla panchina rossoblù, il quale – con un passato al Torino quale giocatore negli anni della ricostruzione post Superga e successivamente da Allenatore per due stagioni e poco più – non ha difficoltà a concedere un sempre maggior spazio all’estrosa ala destra, venendo ripagato con 5 reti che, in un attacco asfittico come quello genoano, lo fanno risultare come “top scorer” a pari merito con Locatelli e Bean, in un Campionato comunque concluso con un eccellente ottavo posto e caratterizzato, sul fronte difensivo, dal record d’imbattibilità del portiere Mario Da Pozzo stabilito con 791 minuti tra l’ottava e la 18esima giornata.

Il nome di Meroni inizia, nel frattempo, a circolare sui taccuini degli osservatori della maggiori Società italiane, primo tra tutti quello di Beppe Bonetto, General Manager di un Torino rilevato, l’estate precedente, da Orfeo Pianelli, desideroso di riportare i granata in auge nel panorama calcistico nostrano e che, dopo aver ingaggiato il primo anno Nereo Rocco, fresco di vittoria in Coppa dei campioni con il Milan, come allenatore, inserisce due rinforzi sulle ali nel mercato estivo ’64, dal nome uguale ed il cognome assonante, Luigi Simoni ed, appunto, Meroni.

Ed a Genova, sponda rossoblù, la cosa non viene certo presa bene, in un’estate che già vede i tifosi genoani dover piangere la perdita del tecnico Santos, perito il 21 luglio in un incidente stradale mentre era in vacanza a La Coruna, cercando in ogni modo di impedire il trasferimento, per definire il quale Pianelli arriva a spendere una cifra vicina al mezzo miliardo di vecchie Lire, una cifra considerevole per un ragazzo di 21 anni che deve ancora confermarsi ad alti livelli.

Ma la scommessa del trio Pianelli-Rocco-Bonetto è immediatamente vinta, con i granata a disputare la loro miglior stagione del dopo Superga che si conclude al terzo posto, alle spalle delle due milanesi dominatrici nel periodo, con Meroni, unico sempre presente di tutta la rosa, a sfornare assist per i compagni d’attacco Ferrini, Hitchens e Simoni, nonché ad andare egli stesso 5 volte a segno, con la prima gioia in maglia granata giunta alla 14esima giornata, a suggellare con una doppietta il 4-0 interno a spese del Cagliari.

Un’annata, quella del 1964-’65, che vede anche l’esordio del Torino in uno dei tre principali Tornei Continentali, vale a dire la Coppa delle Coppe, attraverso un esaltante cammino in cui Meroni, al solito, non salta neppure un incontro, ed i granata vengono eliminati ad un passo dalla Finale, cedendo ai tedeschi del Monaco 1860 solo allo spareggio, resosi necessario dopo il 2-0 interno al Comunale e la sconfitta per 1-3 (all’epoca non era ancora stata introdotta la norma del valore doppio delle reti segnate in trasferta) in Baviera, a conferma della validità dell’impianto di squadra, con i tifosi che iniziano nuovamente a sognare.

Sogni che, però, si scontrano con la realtà delle due successive Stagioni, concluse dal Torino al decimo e settimo posto, nonostante il costante e sempre più incisivo contributo di Meroni, il quale incrementa la sua quota realizzativa a 7 reti nel ’66 ed a 9 (suo massimo stagionale nella, purtroppo, breve carriera …) nel ’67, ivi compresa una spettacolare perla costituita da un beffardo destro a giro nell’angolo alto alla sinistra di Sarti che schiude ai granata le porte per il successo per 2-1 a San Siro contro l’Inter il 12 marzo ’67 a 10 turni dalla conclusione, primo “campanello d’allarme” per i nerazzurri di Herrera che poi perdono il titolo all’ultima giornata a favore della Juventus, quella stessa Società bianconera che in estate si era fatta avanti a suon di miliardi per cercare di strappare al Torino il giovane talento oramai affermatosi, trattativa da cui l’Avvocato Agnelli si ritira quando si rende conto delle conseguenze che potrebbero derivare in fabbrica, dove gli operai di fede granata iniziano già a boicottare la catena di montaggio della nuova “Fiat 128”.

Ma se le cose non vanno bene in casa granata, per Meroni c’è la soddisfazione della chiamata in Nazionale da parte del Commissario Tecnico Edmondo Fabbri, che lo fa esordire il 19 marzo ’66 a Parigi in un’amichevole contro la Francia conclusa a reti bianche, per poi schierarlo nelle quattro amichevoli pre-mondiali di giugno ’66, in cui la guizzante ala destra va anche due volte a segno (nel 6-1 di Bologna contro la Bulgaria e nel 3-0 contro l’Argentina davanti al proprio pubblico, a Torino) e quindi inserirlo nella lista dei selezionati per il Mondiale inglese, dove Meroni scende in campo nella sconfitta per 0-1 contro l’Unione Sovietica.

La successiva eliminazione per mano della Corea del Nord e l’allontanamento di Fabbri dalla panchina della Nazionale, fanno sì che quella contro l’Urss rappresenti l’ultima apparizione di Meroni in maglia azzurra, venendogli successivamente preferito Domenghini nel ruolo di tornante a destra, in quanto favorisce maggior copertura, ma per il 24enne comasco il rapporto con il Tecnico di Castel Bolognese doveva vivere di un’altra, ahimè brevissima, stagione.

Era difatti successo che i tifosi imputassero a Rocco ed al suo calcio giudicato eccessivamente difensivo le due precedenti annate deludenti, e così a Pianelli – consapevole che i granata non erano ancora squadra da competere per il titolo – viene la geniale intuizione di rilanciare il Tecnico esiliato dopo la “fatal Corea”, dato che Fabbri aveva sempre fatto praticare alle proprie squadre un gioco arioso e divertente, anche se la scelta viene accolta dalla tifoseria con gli inevitabili sorrisini ironici.

Occorre, essendo prossimi al capolinea della nostra storia, precisare che, peraltro, all’integerrimo Fabbri non è che andasse tanto a genio lo stile di vita del “Beatle” Meroni, ad iniziare dal look con capelli lunghi a caschetto e barba spesso incolta, dagli occhiali scuri a goccia e dagli abiti eccentrici, che abita in una mansarda assieme ad una ragazza straniera e per giunta già sposata e che si diletta nel tempo libero ad imbrattare tele che, a suo dire, hanno una valenza artistica, il tutto in un’Italia che non ha ancora accolto la “moda beat” che, viceversa, già imperversa nel Regno Unito e di cui è emblema l’alter ego Oltremanica del “Gigi”, vale a dire il talentuoso e parimenti eccentrico nordirlandese del Manchester United, tale George Best.

Atteggiamenti che, per principio, non è che entusiasmassero neppure il “Paron”, il quale, in ogni caso, non mancava di sottolineare come il comportamento di Meroni, sia in allenamento che alla domenica, fosse assolutamente irreprensibile, cosa della quale si rende perfettamente conto anche Fabbri che, difatti, punta su di lui per alimentare un attacco che ha trovato nel centravanti Combin, prelevato dalla Juventus l’anno precedente, l’attaccante giusto per raccoglierne i preziosi assist.

Pagato lo scotto a Vicenza alla prima giornata (0-1, zampata di “O’ Lione” Luis Vinicio), il Torino si rimette in carreggiata con il successo interno per 2-0 sul Brescia, in cui è Meroni ad aprire le marcature, un positivo pareggio esterno per 1-1 a Firenze ed una franca vittoria per 4-2 sulla Sampdoria al “Comunale” recante la firma di uno scatenato Combin, autore di una tripletta, miglior viatico in vista del derby di sette giorni dopo contro la Juventus fresca di scudetto.

Una “stracittadina” che, però, si disputa in un clima di generale commozione, con le squadre che entrano in campo in un silenzio irreale, in quanto manca il protagonista più atteso, lo stravagante, eccentrico Meroni che esattamente sette giorni prima aveva trovato una tragica fine travolto da un auto mentre, assieme al compagno Poletti che ne esce miracolosamente illeso, sta attraversando a piedi Corso Umberto, restando praticamente ucciso sul colpo, un auto, ironia della sorte, guidata da un 19enne neopatentato, Attilio Romero, che 33 anni dopo diverrà Presidente proprio della Società granata.

Ed ecco allora levarsi, con un accorato senso di colpa postumo, attorno alla figura di questo giovane tragicamente scomparso le lodi dei “Media” che lo avevano censurato per i suoi comportamenti extra calcistici, tra le quali spiccano le scuse rivoltegli da Gian Paolo Ormezzano, noto giornalista di fede granata, per “non aver saputo rintracciare, nelle pieghe del beat innocuo, che vestiva in una certa maniera, che si faceva crescere i capelli, la barba ed i baffi, il ragazzo libero ed intelligente che aveva saputo spartire con esattezza la sua vita, tra interessi personali validi e l’attività di calciatore schietto e corretto”.

Un’esistenza breve, ma vissuta in piena libertà, fuori dagli schemi conformisti che la società dell’epoca richiedeva e che, addirittura, vede la Diocesi di Torino opporsi al funerale religioso di un “peccatore pubblico”, in quanto Meroni conviveva con la sua compagna Cristiana Uderstadt, una ragazza di origine polacca che era ancora formalmente sposata con un regista romano, sebbene fosse in attesa dell’annullamento del matrimonio da parte della Sacra Rota, un divieto al quale Don Francesco Ferraudo, Cappellano del Torino Calcio, non si adegua, celebrando il rito a cui sono presenti oltre 20mila persone, incurante delle dure critiche ricevute dai suoi Superiori.

E l’ultimo saluto, i suoi compagni – ed in particolare Combin che si dimostra distrutto di fronte al feretro dello sfortunato amico – glielo porgono con una straordinaria prestazione nel derby, prima gara del “dopo Meroni”, risolto a loro favore con un 4-0 in cui il centravanti franco argentino pone la sua firma con una tripletta ed il poker completato, a 3’ dal termine, da Carelli, il quale indossa la maglia n. 7 e che va a raccogliere il pallone in fondo alla rete per alzarlo al cielo in segno di dedica per chi quella “stracittadina” non potrà più giocarla …

 

AI MONDIALI DI BERLINO ’78, SI ACCENDE LA STELLA DI SALNIKOV

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Vladimir Salnikov – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Sulla base dei risultati, per certi versi sorprendenti, delle gare di nuoto alle Olimpiadi di Montreal ’76 – che vedono gli Stati Uniti sfiorare un clamoroso enplein in campo maschile, con 12 Ori sulle 13 gare in programma (unica eccezione il successo dello scozzese David Wilkie sui 200 rana), mentre nel settore femminile sono le tedesche orientali a far la voce grossa, aggiudicandosi ben 11 prove, ad esclusione dei 200 rana e della staffetta 4x100sl – sono in molti a chiedersi, tra gli addetti ai lavori, quale possa essere l’esito della terza edizione dei campionati Mondiali, in programma due anni dopo, data una così eclatante disparità di forze nei due distinti campi.

Oltretutto, tale rassegna iridata si svolge proprio nel cuore della Repubblica Democratica Tedesca, pur se organizzata dalla zona occidentale della capitale Berlino, e l’attenzione mediatica è in gran parte rivolta sul fenomeno delle “ragazzone” tedesco orientali – già in grado di far loro 10 delle 14 gare disputate ai precedenti Mondiali di Cali ’75 – sulla validità delle cui prestazioni già iniziano ad aleggiare dubbi circa l’uso di sostanze illecite.

Ed invece, in maniera parimenti clamorosa, i Mondiali di Berlino rappresentano un inaspettato flop della lunga “ondata delle Walchirie”, le quali raggranellano un solo misero Oro con Barbara Krause sui 100sl rispetto al dominio americano con ben 9 successi e la palma della “Regina della manifestazione” appannaggio della appena 15enne Tracy Caulkins, che se ne torna in Patria con al collo ben 5 medaglie d’Oro ed una d’Argento.

Ovviamente, i maldicenti sostengono che tale negativo esito – mai più riscontrato sino alla scomparsa dellosStato filo sovietico – sia da addebitare in parte al ricambio di nuotatrici che non possono sopportare a lungo l’uso di sostanze dopanti e, d’altro canto, dal timore di severi controlli da parte dei “cugini occidentali” inducendo il Ministero dello Sport a sospendere, quantomeno temporaneamente, la somministrazione di illeciti additivi.

Fatta questa premessa per dovere di cronaca, andiamo ora ad analizzare quanto, viceversa, avviene in campo maschile, tenendo conto che, oltre al riferito dominio Usa, ai Giochi di Montreal ’76 erano stati migliorati ben 12 primati mondiali su 13 gare disputate, con l’unico Record a reggere a tale impressionante forza d’urto, il 54”27 di Mark Spitz risalente ai Giochi di Monaco ’72, solo sfiorato dal connazionale Matt Vogel, che si afferma in 54”35.

Difficile, pertanto, pensare ad un ulteriore abbattimento di primati a getto continuo, cosa che, in effetti accade, con soli due record individuali a cadere – ed entrambi nella specialità dei misti, rispettivamente con il canadese Graham Smith sui 200 e l’americano Jesse Vassallo sulla doppia distanza – tanto più che gli Stati Uniti usano la rassegna iridata quale banco di prova in un’ottica di ringiovanimento della squadra in vista del più importante appuntamento olimpico di Mosca ’80, ancora non sapendo – ahi loro – che il Presidente Jimmy Carter avrà la geniale idea di boicottare i Giochi.

Un rinnovamento che, peraltro, nelle gare di nuoto è molto più rapido sulle brevi distanze che non nelle prove di mezzofondo quali i 400 ed i 1500sl in quanto, trattandosi di gare di resistenza, l’esperienza conta molto di più e non di rado si sono visti campioni durare anche per periodi superiori ai 10 anni.

Caso vuole, invece, che il periodo in esame produca un veloce ricambio anche su dette distanze, basti pensare che l’americano Tim Shaw, che ai Mondiali di Cali ’75 conquista tre Ori sui 200, 400 e 1500sl, l’anno seguente, ai Giochi di Montreal ’76, deve accontentarsi di un misero Argento sui 400sl, di fronte al nuovo talento emergente Brian Goodell, che fa sue entrambe le gare sui 400 e 1500sl, con i rispettivi primati mondiali di 3’51”93 e 15’02”40.

Goodell che, però, impegnato negli esami di maturità, resta a casa ed al suo posto vengono selezionati Jeff Float e Bill Forrester per i 400sl, mentre sui 1500sl l’unico in grado di competere per il podio è Bobby Hackett, già oro ai “Pan American Games” di Città del Messico ’75 ed Argento dietro a Goodell ai giochi di Montreal ’76 su detta distanza.

Con l’incremento a 15 delle gare previste dal programma mondiale rispetto a quanto vigente in sede olimpica, gli Stati Uniti si confermano padroni aggiudicandosi ben 11 prove (8 Individuali e le 3 Staffette), peraltro ben ripartite tra i vari componenti della spedizione in terra tedesca, così che risalta ancor più all’occhio la prestazione di un 18enne di Leningrado, deciso ad infrangere il tabù derivante dal fatto che, tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, mai nessun nuotatore sovietico fosse ancora riuscito a conquistare una medaglia d’Oro, sia a stile libero che nelle altre specialità.

Tocca quindi a Vladimir Salnikov cercare di sfatare questa tradizione negativa, lui che già si era timidamente affacciato tra i “Grandi della specialità” passando quasi inosservato ai Giochi di Montreal ’76, dove aveva concluso al quinto posto la Finale dei 1500sl, pur avendo realizzato il primato europeo fermando il cronometro sui 15’29”45, tempo che impallidisce rispetto al già citato record mondiale stabilito da Goodell.

Due anni sono un lasso di tempo che consente un ampio margine di miglioramento nel Nuoto – specie se vissuti nell’età compresa tra i 16 ed i 18 anni, come nel caso del sovietico – e Salnikov dà già una prima, considerevole limatura al proprio record, facendo suo l’Oro sui 1500sl ai Campionati Europei di Jonkoping ’77 migliorandosi sino a 15’16”45.

Tempo che, se pur lontano dal limite mondiale di Goodell, è già più che sufficiente per aspirare ad una medaglia nella rassegna iridata, in previsione della quale Salnikov intensifica anche gli allenamenti sulla velocità oltre che sulla resistenza, al fine di presentarsi competitivo anche nella più breve prova dei 400sl, dove la concorrenza a stelle e strisce è più agguerrita.

Con la gara più lunga dell’intero programma in calendario, come di prassi, nell’ultima giornata della Manifestazione, Salnikov disputa i suoi primi 400sl in un grande evento, e che, nelle due precedenti edizioni della rassegna iridiata avevano visto il successo degli americani Rick DeMont a Belgrado ’73 con il record mondiale di 3’58”18 e del già ricordato Tim Shaw a Cali ’75, abbassando il primato dei Campionati a 3’54”88.

Il dubbio se il longilineo, ma robusto sovietico (m.1,81 per 74kg.) fosse in grado di cimentarsi ai massimi livelli anche su tale più breve distanza, viene fugato allorquando è proprio Salnikov ad avere la meglio, in un appassionante finale di gara, sulla coppia americana, con tutti e tre i medagliati a scendere sotto il record dei Campionati, ma ciò che fa maggiormente scalpore è il tempo fatto registrare dal debuttante sovietico, pari a 3’51”94, appena un solo 0”01 centesimo peggio del crono con cui Goodell si era aggiudicato la Finale ai Giochi di Monaco ’76, pur se l’americano aveva poi ritoccato tale limite portandolo a 3’51”56 proprio in detta piscina, in occasione di un meeting Usa-Ddr del 27 agosto ’77.

Inutile pensare a cosa sarebbe potuta essere una sfida tra l’americano ed il sovietico, in quanto, come suole dirsi, gli assenti hanno sempre torto, e, comunque, per Salnikov questo suo primo titolo mondiale, confortato da un lusinghiero riscontro cronometrico, è la giusta carica per imporsi, peraltro stavolta senza eccessiva difficoltà stante il divario frapposto tra sé stesso ed i più diretti avversari, anche nella prova sui 1500sl che conclude il programma individuale, andando a toccare in scioltezza in 15’03”99, lasciando lo jugoslavo Borut Petric a quasi 17” di distacco e l’americano Hackett, terzo, a quasi 20”.

Nasce così, all’interno della piscina in cui si assiste all’inatteso crollo delle tedesche orientali, la leggenda di Salnikov, il quale conferma la vecchia tesi che sulle grandi distanze si dura più a lungo, dominando la scena internazionale nel successivo decennio sia a livello di record mondiali che di medaglie conquistate – a cui mancano, per mera volontà politica, quelle di Los Angeles ’84 a causa del contro boicottaggio imposto dall’Unione Sovietica – tanto da meritarsi l’appellativo di “Zar delle Piscine”, mai definizione più appropriata verso colui che per primo ha iscritto anche l’Unione Sovietica nel computo delle Nazioni vittoriose nel panorama natatorio internazionale.

LA TEODORA RAVENNA, DINASTIA DEL VOLLEY FEMMINILE DI CASA NOSTRA

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Azione di attacco della Teodora Ravenna – da fuoricampo.info

articolo di Giovanni Manenti

I Media americani, che quanto ad enfasi non hanno nulla da imparare da chicchessia, sono soliti definire con il termine “Dinasty” (“Dinastia”) la supremazia assoluta di una squadra per un periodo prolungato in una qualsivoglia disciplina sportiva, ed, al riguardo, due classici esempi sono costituiti dai New York Giants di Baseball, capaci di aggiudicarsi 8 “World Series” in 12 Stagioni (dal 1947 al 1958) ed, ancor più, i Boston Celtics di Basket, Campioni NBA in ben 11 occasioni su 13 Stagioni (dal 1957 al 1969).

Termine indubbiamente un po’ forzato, preso a prestito dalle Case regnanti Europee, ma che indubbiamente rende l’idea e che, nel nostro piccolo, non abbiamo alcuna difficoltà ad abbinare a quella che, in effetti, è stata una superiorità a dir poco imbarazzante messa in mostra dalle ragazze dell’Olimpia Ravenna di Volley, le quali compiono un’impresa da Guinness dei Primati aggiudicandosi ben 11 Scudetti consecutivi dal 1981 al ’91.

Terreno fertile per gli amanti della pallavolo, l’Emilia-Romagna può già vantare svariati titoli nazionali con le squadre modenesi (ve ne sono addirittura tre a contendersi la leadership), cui si aggiungono Reggio Emilia e Parma, allorquando Ravenna si affaccia nella Massima Divisione nell’autunno ’76, sulla scia degli ottimi risultati a livello giovanile – Campione d’Italia Under 16 nel 1974 e ’75, cui nel ’78 si aggiunge il Titolo Juniores – raggiunti da una Società fondata solo nel 1965 per iniziativa di una Professoressa di Educazione Fisica, Alfa Garavini.

Giusto il tempo di prendere confidenza con l’elite del volley nostrano e, in capo a cinque anni, ecco che le ragazze ravennati pongono le basi della citata “Dinastia” aggiudicandosi i titoli nel 1981 ed 1982 grazie anche al contributo dello sponsor, la Diana Docks.

Ed è proprio dalla sponsorizzazione che giunge la svolta decisiva, con l’entrata in Società del potente Gruppo Agroalimentare Ferruzzi, che abbina alla squadra il nome dell’Olio Teodora, modificando altresì il colore delle divise, da bianco-celeste a giallo-rosso, e, soprattutto, fornendo il sostegno finanziario necessario per reggere a così alti livelli per oltre un decennio.

Ma, come ogni grande orchestra che si rispetti ha bisogno di un Maestro che la diriga, così alla base dei successi ravennati vi è una figura carismatica che vi lega il proprio nome, nella persona del Tecnico Sergio Guerra, il quale – alla stregua di quanto compiuto da “RedAuerbach ai Boston Celtics – ne è la guida e punto di riferimento, denominato, ma lui lo considera un vanto, “l’ultimo artigiano” della Pallavolo italiana, vale a dire quella di fine anni ’70, non ancora legata alle attenzioni scientifiche, in campo maschile, di un Carmelo Pittera né al lavoro psicologico che avrebbe successivamente apportato Julio Velasco, così come ancora lontano dall’onda computerizzata e specializzata con cui, sempre nel settore maschile, gli Stati Uniti avrebbero posto fine al dominio sovietico.

Dominio che, viceversa, prosegue in casa romagnola per l’intero decennio ’80 e che ha anche modo di espandersi oltre i confini italiani, con, sulla carta, l’impari confronto con le Campionesse dell’Est Europa – e sovietiche in particolare – rispetto alle quali le ragazze di Guerra partivano anche con un non trascurabile handicap di centimetri riguardo all’altezza.

Come ogni buon “artigiano” che si rispetti, Guerra sa bene che le fondamenta sono necessarie per costruire qualcosa di produttivo (che, in ambito sportivo, si traduce in “vincente” …) e, in questo caso, la fertile terra romagnola è di indiscutibile aiuto, visto che i ricordati primi due titoli di inizio anni ’80 sono conquistati con la presenza di sole ragazze della “Terra del Liscio” ed altresì quasi tutte di Ravenna e dintorni.

Certo, l’ingresso della Ferruzzi agevola il compito, consentendo l’inserimento anche di giocatrici straniere, ma sul punto Guerra – consapevole di quanto sia importante la coesione e l’affiatamento del Gruppo – non è che ne approfitti più di tanto, qualora si consideri che nei suoi 11 anni di dominio assoluto, tessera solo sei ragazze d’oltralpe, la prima delle quali è la bulgara Svetana Bojurina, che giunge 30enne a Ravenna con già alle spalle un Palmarès di assoluto rispetto costituito da tre titoli ed altrettante Coppe bulgare, oltre alla Coppa dei Campioni ’79 ed alla Coppa delle Coppe ’82, tutti Trofei vinti con il CSKA Sofia.

Bojurina si ferma tre anni a Ravenna – per quanto ovvio coincidenti con gli Scudetti del 1983, ’84 ed ’85 – e fornisce un importante contributo di esperienza, utile alla crescita soprattutto mentale della squadra che, difatti, si trova a dover disputare lo spareggio con le rivali della Nielsen Reggio Emilia per aggiudicarsi il terzo titolo consecutivo, avendo le due squadre concluso la stagione ’83 (ultima prima dell’introduzione dei Playoff) con 20 vittorie e 2 sconfitte a testa, ma sul neutro di Bologna, il 18 aprile ’83, le ravennati confermano il doppio successo ottenuto in Campionato, con un 3-0 che non ammette repliche.

Altro tassello importante per la costruzione di un ciclo vincente è avere a disposizione uno “zoccolo duro” su cui poter contare e far sempre riferimento, sia da parte del Tecnico, ma anche delle compagne, e su questo lato Guerra può dormire sonni tranquilli, visto che ha a disposizione la “più ravennate che ci possa essere”, al secolo Manuela “Manu” Benelli, alzatrice che delle anguste mura del “Palasport Angelo Costa” ha fatto la sua seconda casa, cui vanno aggiunte la centrale Liliana “Lily” Bernardi e la opposta Prati, tutte presenti negli 11 anni costellati di successi.

Successi per i quali vale la pena di spendere qualche cifra prima di allargare i nostri orizzonti, con un’imbattibilità sui parquet italiani che si protrae dal 15 marzo 1985 sino all’8 dicembre 1987 per qualcosa come 74 partite consecutive (Playoff compresi) senza conoscere sconfitta, parola depennata dal Vocabolario romagnolo, mentre il terreno di casa resta inviolato per 79 gare di fila, a dimostrazione di una tenuta fisica e mentale che ha dello straordinario.

Già, perché le ragazze di Guerra non si limitano a fungere da “schiacciasassi” in un Campionato che per loro rappresenta poco più di un allenamento – ed al quale, tanto per gradire, abbinano pure la conquista di 6 Coppe Italia (1980, ’81, ’84, ’85, ’87 e ’91) – ma puntano al “bersaglio grosso”, vale a dire la vittoria nella Coppa dei Campioni, Trofeo patrimonio esclusivo delle formazioni dell’Est Europeo, ed, in particolare, delle sovietiche CSKA Mosca ed Uralocka di Ekaterimburg, le quali costituiscono pressoché integralmente, specie la seconda, la Nazionale Sovietica.

Una rincorsa che parte da lontano per un successo da costruire poco a poco, facendo esperienza nel dover ingoiare i bocconi amari di quattro secondi posti consecutivi – dal 1984 al 1987 – prima di poter assaporare la gioia del trionfo nelle “Final Four” svoltesi a Salonicco dal 19 al 21 febbraio ’88, ed a cui accedono, oltre alle giallorosse di casa nostra, le detentrici dell’Uralocka, le bulgare del CSKA Sofia e le tedesche orientali della Dynamo Berlino.

Con l’impressione, comunque, di rappresentare un vaso di coccio rispetto a tanti vasi di ferro, specie per quanto riguarda le ragazze sovietiche – il cui sestetto composto da Valentina Ogiyenko, Yelena Volkova, Irina Smirnova, Irina Parkhomchuk, Marina Nikulina e Svetlana Korytova andrà a comporre l’ossatura portante della Nazionale che, sette mesi dopo, conquisterà il titolo olimpico ai Giochi di Seul ’88 – le ravennate fanno tesoro delle esperienze passate e, dopo aver schiantato le bulgare del CSKA Sofia con un 3-0 i cui parziali (15-4, 15-6, 15-2) non danno adito a recriminazioni di sorta, dimostrano di “esserci di testa” nella semifinale contro le tedesche orientali della Dynamo Berlino, facendo loro la gara con un inequivocabile 15-4 nel quinto e decisivo set dopo quattro parziali all’insegna dell’equilibrio, per così poter disputare la loro quinta finale consecutiva.

Al cospetto delle “quasi” invincibili sovietiche – alle quali l’anno precedente le ragazze di Guerra si erano dovute inchinare per 1-3 dopo essersi aggiudicate il primo set – l’esito sembra ricalcare quanto già visto in passato, data la facilità con cui le avversarie si impongono (15-7) nel primo set, ma stavolta la musica è diversa e sono Benelli & Co. a restituire con gli interessi lo svantaggio iniziale per un trionfo che non ha precedenti nella Storia del Volley azzurro, con i successivi tre set vinti per 15-10, 15-9 e 15-11 per il coronamento di un sogno che pareva, ai più, irrealizzabile.

E’ altresì sin troppo logico che una tale supremazia non dovesse trovare riscontro anche a livello federale, dove la Nazionale Italiana è a digiuno di medaglie sin dalla sua fondazione, ed ecco che, in previsione dei Campionati Europei di Stoccarda ’89, sullo stile usato in Urss con le ragazze dell’Uralocka, ben 7 componenti della formazione di Guerra – oltre alle veterane Benelli, Bernardi, Prati e Zambelli, vi sono le più giovani Bertini, Mele e Chiostrini – con in più la Flamigni, che aveva lasciato il gruppo da due stagioni, trasmigrano in maglia azzurra, alla diretta guida del loro Tecnico, il quale, l’anno precedente, aveva ottenuto un prezioso Argento nella Rassegna Continentale Juniores potendo contare su sei delle “sue” ragazze (le già citate Bertini, Mele e Chiostrini, promosse in Nazionale A, con l’aggiunta di Fanara e delle sorelle Saporiti).

Il titolo non sfugge alle Campionesse Olimpiche dell’Unione Sovietica, nei confronti delle quali le Azzurre si inchinano in Semifinale con un pesante 0-3 (10-15, 7-15, 8-15), ma altrettanto netto è il punteggio con cui le ragazze di Guerra fanno loro la gara per il Bronzo, visti i parziali di 15-5, 15-6, 15-3 con cui travolgono 3-0 la Romania, per quella che, oltre ad essere la prima, resta anche l’unica medaglia dell’Italia al femminile per 10 anni, sino ad un altro terzo posto conquistato agli Europei di Roma ’99.

E, se il ciclo scudettato si conclude nel ’92, non così avviene a livello continentale, visto che, dopo il successo del 1988 ed altre due sconfitte in Finale – sempre per 1-3 e sempre contro le “odiate” sovietiche dell’Uralocka nei due anni successivi – modo migliore per porre la parola fine ad un periodo talmente straordinario da far fatica a credere che possa essere esistito non può esservi che riconquistare il Trofeo proprio nel Palazzetto di casa, dove a fine febbraio ’92, il sestetto ravennate dapprima umilia le ora divenute russe dell’Uralocka per 3-0 (15-8, 15-7, 15-7), per poi riservare lo stesso trattamento alle tedesche del CJD Feuerbach (15-10, 15-4, 15-6 i parziali) e quindi richiedere il sostegno del proprio, caloroso ed appassionato, pubblico per aver ragione delle croate dell’HAOK Mladost al termine di una sfida infinita, come dimostrano i parziali di 15-11, 10-15, 15-12, 6-15, 15-10 a suggello del 3-2 conclusivo.

E c’è pure il tempo, prima che scorrano i titoli di coda su di una delle più belle favole che lo Sport Italiano abbia registrato, per far proprio, a metà novembre ’92, anche il Campionato Mondiale per Club, svoltosi in Italia, ad Jesi, precedendo formazioni prestigiose quali le brasiliane della Asqua di Fiori Minas e, tanto per cambiare, le solite russe dell’Uralocka.

Una bella favola, indubbiamente, che ci conclude a seguito dell’abbandono del Gruppo Ferruzzi quale sostegno finanziario, ma che, rispetto alle fiabe, trattandosi di eventi reali e tangibili, non può non nascondere un segreto, che cercano di svelare i maggiori protagonisti di questa “Epopea d’Oro” del Volley ravennate in occasione della festa per il 50esimo Anniversario dalla Fondazione del Club, ed ecco che suonano importanti le parole della “storicaCapitana Manu Benelli, “La cosa che forse da fuori non sanno, è che gli allenamenti erano uno spasso, anche se si lavorava duramente, ci siamo fatti delle grandi risate”.

Solo allegria, quindi, non sarebbe neanche rispettoso per chi ha conquistato così tanti allori, ed a proposito giunge la precisazione di Lily” Bernardi, “Lavoravamo molto e ci divertivamo anche, è vero, ma alla base c’era la passione, la determinazione a raggiungere determinati risultati, un gruppo unito non sempre fatto di amiche nella vita, ma tutte orientate nel centrare i medesimi obiettivi”.

Già meglio, diremmo, ma il tocco finale non può che spettare all’artefice di tanti successi, vale a dire il tecnico Sergio Guerra, purtroppo scomparso poco tempo dopo la cerimonia, il 14 settembre 2015 all’età di 71 anni, il quale sottolinea come “sia difficile spiegare quale possa essere stato il nostro segreto, di sicuro non ci siamo mai accontentati, non abbiamo mai guardato indietro a ciò che avevamo vinto, ma sempre avanti verso nuovi traguardi da raggiungere

Ecco, ora ci siamo, lavoro, divertimento, passione, determinazione e voglia di vincere, ecco il “Cocktail” perfetto per costruire un ciclo vincente o, come direbbero in America, una “Dinasty” ….

 

MIKE CONLEY, OVVERO LA RABBIA E L’ORGOGLIO DI UN CAMPIONE

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Mike Conley – da grizzlybearblues.com

articolo di Giovanni Manenti

In un’epoca sempre più marcata dalla specializzazione, è raro vedere atleti in grado di competere in prove diverse dell’atletica leggera che non siano, ovviamente, le corse piane, ed il riferimento è relativo ai concorsi, dove vi sono stati protagonisti nei similari eventi del getto del peso e lancio del disco, piuttosto che nel salto in lungo e salto triplo.

Il protagonista della nostra storia odierna è uno dei più validi esponenti di tutti i tempi nel settore salti, visto che è stato in grado – in una carriera durata ben 15 anni, dal 1982 al ’96 – di realizzare “Personal Best” quali m.8,46 nel lungo e m.17,87 nel triplo all’aperto, nonché, rispettivamente di m.8,31 e m.17,76 (tuttora record Usa) nelle gare indoor, pur avendo dovuto subire una delle più grandi delusioni che un atleta possa provare, ma alla quale ha saputo reagire come solo i grandi campioni sono in grado di fare.

Stiamo parlando di Mike Conley, nato a Chicago, nell’Illinois il 5 ottobre 1962, il quale è atleta versatile, tanto che al liceo gioca a basket nel ruolo di guardia, attività che pratica anche al primo anno di college all’Università di Arkansas, per poi dedicarsi anima e cuore all’atletica leggera, con il personale primato di vincere ben 16 titoli universitari NCAA tra le due specialità.

Nei suoi 15 anni di attività, fatto salvo l’anno di esordio del 1982, nei successivi 14 Conley raggiunge per 9 volte il n.1 del ranking Usa nel salto triplo (ed il n.2 nelle restanti 5 occasioni), stagioni in cui rientra sempre nella “Top Ten” stilata dalla rivista “Track & Field News”, classificandosi al primo posto in sei circostanze, nonché occupando la seconda, terza e quarta posizione in due occasioni ciascuna, a dimostrazione di una straordinaria continuità di rendimento.

In un paese dove è più difficile – e proprio Conley ne sarà amaro testimone in negativo – ottenere la qualificazione ai Trials che non vincere una medaglia, il non ancora 21enne Mike decide, nei suoi primi anni di attività, di giocare le proprie carte su due tavoli, come dimostra ai Campionati AAU di Indianapolis ’83, validi anche quale selezione per i primi Mondiali di atletica leggera in programma ad Helsinki nel medesimo anno, ottenendo il pass sia nel salto in lungo (terzo con m.8,38 nella gara vinta da Carl Lewis con m.8,79) che nel salto triplo, dove giunge alle spalle di Willie Banks con la misura di m.17,21.

Alla sua prima importante manifestazione internazionale, Conley peggiora il risultato dei Trials nella finale del triplo dell’8 agosto ’83, non andando oltre i m.17,13 che gli valgono la delusione di restare ai margini del podio, considerando come l’Argento ed il Bronzo vadano, rispettivamente, a Banks ed al nigeriano Agbebaku con la medesima misura di m.17,18 ampiamente alla sua portata, mentre irraggiungibile, al momento, è il livello del polacco Zdzislaw Hoffmann, che si aggiudica la prova con m.17,42.

Consolazione nel non tornare dal viaggio in Scandinavia a mani vuote giunge, per Conley, dal Bronzo nella Finale del Salto in Lungo con m.8,12 andando a completare un Podio interamente di marca americana, con Lewis regale con i suoi m.8,55 seguito da Jason Grimes che piazza un miglior salto di m.8,29.

L’esperienza iridata consiglia a Conley di tentare la doppia chance anche agli “Olympic Trials” che si svolgono al “Coliseum” di Los Angeles, dove due mesi dopo si svolgeranno le Olimpiadi ’84, dimostrando un notevole miglioramento nel Salto Triplo, gara che si aggiudica con la misura di m.17,50, mentre nel Lungo non raggiunge neppure gli 8 metri, fallendo così la doppia selezione, ma tanto in detta specialità l’Oro è una questione privata tra Carl Lewis e Larry Myricks, ragion per cui non vi è da dolersene granché …

Maggiore, e ben più cocente, delusione giunge al contrario nel pomeriggio del 4 agosto 1984 in occasione della Finale Olimpica, alla quale Conley si presenta con il miglior risultato (pari a m.17,36) ottenuto in qualificazione e che lo pone come legittimo candidato al gradino più alto del Podio – data anche l’assenza degli atleti del “blocco sovietico” per il tristemente noto boicottaggio – ma, ancora una volta, la tensione e la pressione del “grande evento” giocano un brutto scherzo al non ancora 22enne dell’Illinois, il quale non riesce a replicare alla misura di esordio di m.17,26 raggiunta dal connazionale Al Joyner fermandosi a m.17,18 al terzo tentativo per poi forzare nelle restanti tre prove a sua disposizione, concluse con altrettanti nulli ed un Argento quanto mai amaro.

Fortunatamente, Conley non è il tipo da scoraggiarsi di fronte alle avversità – ne darà una splendida testimonianza più tardi – e quindi intensifica gli allenamenti per non farsi più sorprendere in tali situazioni, a cominciare dai Campionati AAU di Indianapolis ’85, dove si aggiudica il suo primo titolo, ma nel Salto in Lungo, beneficiando dell’assenza di Lewis e di un vento favorevole oltre il consentito, che lo fa atterrare a m.8,53 mentre la più che ragguardevole misura di m.17,71 ottenuta nel Triplo viene vanificata dai sensazionali, triplici balzi di Willie Banks (atleta, lui sì, che sparisce nelle grandi competizioni) che lo portano a sfiorare la barriera dei 18 metri, realizzando con m.17,97 il nuovo Record Mondiale che migliora i m.17,89 raggiunti 10 anni prima dal brasiliano Joao Carlos de Oliveira.

Con la seconda edizione dei Mondiali in programma a Roma ’87, Conley si piazza al secondo posto nei Campionati AAU di Eugene ’86 sia nel Lungo (m.8,63 a soli 4cm. da “Sua Maestà” Lewis) che nel Triplo, dove i m.17,84 (ventosi) non sono sufficienti a superare Charlie Simpkins, che fa suo il titolo con m.17,91, per poi presentarsi in ottime condizioni alla stagione successiva.

Anno che, per Conley, si apre sotto i migliori auspici, cogliendo il suo primo Oro con il successo, ad inizio marzo ’87, ai Mondiali Indoor di Indianapolis dove, con m.17,54, si aggiudica la Finale del Salto Triplo a spese del sovietico Oleg Protsenko, per poi aggiudicarsi il suo primo titolo americano in detta specialità ai Campionati AAU di San José ’87 con il suo “Personal Best” di m.17,87 grazie al quale supera i suoi consueti avversari Banks e Simpkins, aggiungendovi il terzo posto nel Lungo alle spalle dei “soliti” Lewis e Myricks, il che gli consente di essere selezionato per entrambe le gare ai Mondiali di Roma ’87, visto che i Campionati valevano anche come Trials.

Rassegna iridata alla quale Conley si presenta dopo aver bissato l’oro dei Mondiali Indoor ai “Pan American Games” di Indianapolis ’87, in cui precede ancora Banks con un triplo salto di m.17,31 facendo intendere di avere tutte le carte in regola per affermarsi a livello assoluto.

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Conley ai Mondiali di Roma ’87 – da gettyimages.it

Anche stavolta, però, il gradino più alto del Podio continua a sfuggirgli, pur non avendo molte recriminazioni da fare, in quanto non è stata una sua controprestazione a determinarne l’esito, avendo raggiunto la ragguardevole misura di m.17,67 che gli vale l’Argento, bensì la straordinaria esibizione del bulgaro Khristo Markov – già Campione Europeo l’anno prima a Stoccarda ’86 con m.17,66 – il quale va a sfiorare il recente limite di Banks realizzando la misura di m.17,92 all’epoca, per quanto ovvio, Record Europeo.

Una sfida, quella del bulgaro, che Conley è pronto a raccogliere l’anno successivo in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, alle quali si prepara confermando il titolo americano ai Campionati AAU di Tampa di metà giugno con la misura di m.17,35 ancora davanti a Banks (cui unisce il secondo posto nel Lungo) per poi affrontare, il mese successivo, i temutissimi “Olympic Trials” di Indianapolis, dove si consuma il “fattaccio”.

Accade, difatti, che la finale sia condizionata da folate di vento pazzesche che rendono di difficile interpretazione i risultati, ad iniziare da Banks che, al primo tentativo, aiutato da un vento di 4,9m/s, supera i 18 metri portandosi al comando con m.18,06.

Posizione di leader che non viene mai scalfita, ma quel che conta, è conquistare gli altri due posti utili per il pass olimpico e, prima dell’ultimo turno di salti, tali posizioni sono occupate da Robert Cannon (m.17,63 con vento di 4.3m/s) e da Conley, con una misura di appena 1cm. inferiore, ma ottenuta con un minor aiuto (3,3m/s) dagli agenti atmosferici, mentre fuori dai Giochi, al momento, sono il Campione Olimpico in carica Al Joyner (m.17,58), Kenny Harrison, Ray Kimble e Simpkins, addirittura in settima posizione con un miglior salto misurato in m.17,19.

In questa “Roulette Russa” condizionata da Eolo più che dalle prestazioni dei singoli, Banks beneficia di una raffica di 5,2m/s che lo fa atterrare a m.18,20, una spinta pari a quella che riceve Simpkins per passare dal settimo al secondo posto con m.17,93 lascando così a Conley un ultimo, disperato, tentativo per cercare di superare quel centimetro che lo separa dalla selezione olimpica.

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Banks in azione a Seul ’88 – da wikipedia.org

Già penalizzato dal fatto che il suo miglior tentativo abbia usufruito di un aiuto inferiore a quello dei suoi diretti avversari, Conley atterra oltre i m.17,65 ma i Giudici stabiliscono che abbia toccato la sabbia con la parte posteriore del corpo, arretrandone la misura a m.17,55 il che vuol dire niente viaggio in Corea nonostante il ricorso presentato dall’atleta, ma le ferree regole alla base di quell’infernale macchina che sono i Trials non prevedono deroghe ed a Conley che, sfiduciato, conclude due giorni dopo non meglio che quinto il tentativo di qualificarsi nel Salto in Lungo, non resta che assistere in Tv alla debacle dei propri compagni, con Cannon che neppure si qualifica per la Finale Olimpica, mentre Simpkins e Banks concludono, rispettivamente al quinto (m.17,29) e sesto posto (m.17,03) la gara che conferma la superiorità di Markov, il quale, con m.17,61 raggiunti alla prima prova, mette in fila tre specialisti sovietici e completa la sua personale tripletta costituita dai titoli Europeo, Mondiale ed Olimpico consecutivi.

Da una botta così, pensiamo che sia difficile per chiunque rialzarsi, ma la natura e le doti di combattente di Conley emergono proprio in questa circostanza, ad iniziare dalla successiva primavera quando conferma il Titolo iridato ai Mondiali Indoor di Budapest ’89 con la misura di m.17,65 – a cui unisce il Bronzo nel Lungo con m.8,11 nella gara vinta da Myricks con m.8,37 – per poi far sua per la terza volta consecutiva la gara ai Campionati AAU di Houston ’89 con m.17,50.

In un paese, però, in grado di sfornare campioni a getto continuo, in particolare in alcune specialità come i salti, ecco che la concorrenza interna si avvale di un altro pericoloso avversario, vale a dire il 26enne Kenny Harrison, il quale, dopo aver vinto il Titolo Nazionale nel ’90, si conferma ai Campionati AAU dell’anno successivo, che valgono anche come selezione per i Mondiali di Tokyo ’91, facendo sua la prova con la misura di m.17,32 davanti a Conley, che non va oltre i m.17,03.

E che quella di Harrison sia qualcosa di ben più serio che una semplice minaccia, se ne ha la riprova nella Rassegna Iridata giapponese, che il suo più giovane connazionale si aggiudica per soli 3cm. di differenza (m.17,78 a m.17,75) rispetto al sovietico Leonid Voloshin, con il “nostro” a concludere degnamente al terzo posto con m.17,62 ma che, ancora una volta, vedono sfuggirgli la medaglia di metallo più pregiato.

Una “maledizione” che per Conley, oramai prossimo alla soglia dei 30 anni, sembra difficile da sfatare, pur se, per una volta, una mano gliela fornisce la buona sorte che, sotto forma di una serie di infortuni che ne condizionano il rendimento, fa sì che Harrison non riesca a qualificarsi per i Giochi di Barcellona ’92 agli “Olympic Trials” di New Orleans, dove, viceversa, Simpkins ha ancora il vento dalla sua con un m.17,86 da 3,9m/s, rispetto ai m.17,68 di Conley, ma con vento ampiamente entro la norma.

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Conley in azione ai Giochi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Questa volta l’occasione è sin troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire e, difatti, nella Finale del 3 agosto 1992, spara subito un m.17,63 al secondo tentativo che lo porta al comando, con un solo brivido all’ultimo turno di salti, quando Simpkins raggiunge m.17,60 che gli valgono l’Argento ed, oramai liberato da ogni pressione psicologica, Conley celebra l’ottenuta Gloria Olimpica con un triplice, lunghissimo balzo che viene misurato in m.18,17 il che rappresenterebbe il nuovo Record Mondiale, nonché il primo uomo al Mondo a superare la barriera dei 18 metri, se non fosse che l’anemometro rivela una bava di vento leggermente superiore (2,1m/s) al massimo consentito e, non si può certo dire che tra l’americano ed il Dio dei Venti sia mai corso buon sangue.

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Conley ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da gettyimages.it

Per Conley c’è ancora un ultimo conto da regolare, e cioè quello con il titolo iridato, il quale viene immediatamente saldato, dopo essersi nuovamente laureato Campione americano con m.17,69 davanti al ristabilito Harrison nella gara di Eugene ’93 che vale come selezione ai Mondiali di Stoccarda ’93, dove si impone con m.17,86 (sua seconda miglior prestazione “All Time”, ad un solo centimetro dal suo “Personal Best”), precedendo il russo Voloshin (m.17,65) ed un “certo” Jonathan Edwards, Bronzo con m.17,44.

Potrebbe essere giunto il momento di dire “basta”, ma Conley, che tanto ha dovuto penare per raggiungere i due titoli ai quali aspirava, sa che il compito di un Campione è quello di difenderli e, pertanto, dopo essersi confermato in Patria ai Campionati AAU di Knoxville ’93 (m.17,51 su Harrison, m.17,14) e di Sacramento ’95, si presenta alla Rassegna Iridata di Goteborg ’95 per rendere doveroso omaggio al britannico Edwards, il quale si impone con lo straordinario Record di m.18,29 tuttora vigente con Conley non meglio che settimo con m.16,96 per poi salutare i suoi tanti tifosi in occasione delle Olimpiadi di Atlanta ’96.

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Conley ad Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Qualificatosi ai Trials svoltisi sulla stessa pedana che poi ospita i Giochi, alle spalle di un Harrison tornato al “top” della forma, Conley cerca di concludere la propria eccellente Carriera con almeno un Podio che, a quasi 34 anni, varrebbe Oro, impresa che gli viene impedita, per soli 4cm. (m.17,44 a m.17,40), dal cubano Yoelbi Quesada, mentre ai vertici la sfida tra Harrison ed Edwards si risolve a favore del primo che, dopo un salto d’esordio a m.17,99, atterra al terzo tentativo a m.18,09 che vale il Record Olimpico tuttora ineguagliato, nonché ancor oggi la terza miglior prestazione di ogni epoca, con il britannico Argento con la sia pur ragguardevole misura di m.17,88.

Cala così il sipario su di una delle più appassionanti storie che l’atletica leggera è solita regalare, da cui si trae la morale di quanto la costanza, la volontà ed il temperamento siano componenti imprescindibili affinché ci si possa definire “Campioni”, anche a costo di lottare contro avversari che non siano quelli con cui ci si misura in pedana, quali gli agenti atmosferici e la proverbiale “cecità” della Federazione Usa, la quale spesso opera anche a scapito dei propri interessi, come nel caso di Conley nel 1988.

SILVIO PIOLA, IL “RE DEL GOAL” INNAMORATO DELL’AZZURRO

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Piola, in maglia Novara, celebra la sua 300.ma rete – da foxsports.it

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, ci sono stati anche in anni più recenti esempi di calciatori italiani che hanno legato il proprio nome a Club non di prima fascia, pur essendo titolari fissi in Nazionale – i casi più eclatanti sono quelli di Gigi Riva con il Cagliari, Giancarlo Antognoni con la Fiorentina, sino a Francesco Totti con la Roma – rifiutando a più riprese le offerte loro avanzate dalle potenti Società del Nord, ma crediamo che il caso di Silvio Piola sia il più emblematico di tutti, in quanto si tratta del tuttora detentore del primato assoluto quanto a reti messe a segno nella nostra Serie A.

Silvio nasce per sbaglio a Robbio, in provincia di Pavia, sul finire del settembre 1913, in quanto i suoi genitori vi si erano temporaneamente trasferiti per motivi di lavoro, in quanto commercianti di tessuti, per poi fare ritorno a Vercelli l’anno seguente e dove il ragazzo, seguito dallo zio Giuseppe Cavanna (fratello della madre), portiere della Pro Vercelli, muove i primi passi, sino a convincere il Tecnico ungherese Jozsef Nagy a farlo debuttare in prima squadra poco più che 16enne, il 16 febbraio 1930, nel corso del primo “Campionato a Girone Unico” nella Storia della nostra Serie A, per poi promuoverlo come titolare a partire dalla successiva stagione.

Per la gloriosa Società piemontese – che, a fine anni ’20, è seconda nell’Albo d’Oro quanto a Scudetti conquistati, sette, dietro al solo Genoa con 9 – i tempi del puro dilettantismo stanno oramai per finire e, nonostante l’apporto del giovane attaccante, fa fatica ad emergere oltre una posizione di media Classifica, circostanza che genera contrasti tra la Dirigenza e Piola, il quale ambisce a trasferirsi in Club più importanti, prima fra tutte l’Ambrosiana che intende trasferire nel proprio attacco quella che poi diventerà l’asse portante della Nazionale ai Campionati Mondiali del 1938, vale a dire la coppia formata da “Peppin” Meazza ed, appunto, il centravanti vercellese.

Con la creazione del Campionato a Girone Unico, le spese triplicano, con il sobbarcarsi di trasferte sempre più lunghe e pernottamenti in albergo che incidono sui bilanci delle Società del Nord ed, in particolare, della Pro Vercelli, la quale, per motivi di bilancio, è costretta a cedere, nell’estate ’33, il difensore Mario Zanello al Torino ed il centrocampista Teobaldo Depetrini alla Juventus, ma riguardo a Piola, il Presidente Secondo Ressia è categorico: “Mai lo cederemo, neppure per tutto l’oro del Mondo, perché il giorno che saremo costretti a cederlo, quel giorno segnerà il tramonto della Pro Vercelli”.

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Piola alla Pro Vercelli – da lasesia.vercelli.it

Parole che, poi si trasformano in realtà – riguardo al tramonto della “Pro” – dopo che il tira e molla tra il Presidente e l’allora 20enne attaccante si risolve con l’assicurazione da parte del primo di non ostacolare una sua cessione a fine stagione 1933-‘34, che i biancoscudati concludono al settimo posto, loro miglior piazzamento dalla riforma dei Campionati, con Piola autore di 15 centri, tra cui le 6 reti realizzate il 29 ottobre ’33 nel successo interno per 7-2 a spese della Fiorentina, record tuttora ineguagliato nella nostra Serie A, se si esclude la “sestina” messa a segno da Sivori nella famosa gara Juventus-Inter 9-1 del 10 giugno ’61, in cui i nerazzurri schierano la formazione giovanile.

Chiarito che il futuro di Piola è al di fuori dei confini vercellesi – senza di lui, la Pro conclude all’ultimo posto nel ’35 per non far mai più ritorno nell’Elite del nostro Calcio, con ciò avverando la previsione del Presidente Ressia – in molti si attendono la “fumata bianca” relativa alla stipula dell’atto di cessione alla ricordata Ambrosiana che, dopo la conquista del titolo nel ’30, era stata costretta ad assistere al dominio della Juventus con quattro Scudetti consecutivi, ed alle cui spalle era giunta nel 1933 e ’34.

Solo che, non occorre certo ricordarlo, siamo nel periodo del massimo fulgore dell’Era fascista ed, anche se Mussolini non è interessato al Calcio – salvo averlo usato a mo’ di propaganda in occasione della vittoriosa organizzazione dei Mondiali ’34 – l’eco di tale successo crea un’ondata di euforia nei gerarchi romani dell’epoca, primo fra tutti il potentissimo Generale Giorgio Vaccaro che, da Vice Presidente della Lazio, era diventato nel 1933 Segretario Generale del CONI, nonché Presidente della FIGC, succedendo a Leandro Arpinati.

E’ del tutto intuibile, pertanto, che non ci possa essere stata una trattativa vera e propria, bensì una imposizione giunta dall’alto affinché il promettentissimo attaccante andasse a vestire la maglia biancoceleste della Lazio, agevolata anche dal fatto che Piola stesse svolgendo il servizio militare di leva a Cuorgné, luogo da dove ne viene ordinato l’immediato trasferimento a Roma, presso il Ministero degli Esteri.

Ad onor del vero, Piola cerca di opporsi a tale cessione, consapevole di quanto avrebbe giovato alla sua crescita calcistica il far coppia con Meazza all’Ambrosiana, ma poi, come logico che fosse, accetta le condizioni offertegli – contratto da 70mila Lire annue, poi incrementato a 38mila Lire mensili a far tempo dal 1938, dopo la conquista del secondo Mondiale da parte dell’Italia – mentre alla Pro Vercelli viene corrisposta una somma superiore a 200.000 Lire.

Su cosa abbia di tanto “speciale” questo centravanti vercellese è presto detto; innanzi tutto possiede delle lunghe leve, inusuali per l’epoca, che gli consentono di prodursi in poderose accelerazioni, da classico ariete d’area di rigore, ma dotato altresì di una completezza tecnica che gli permette di partecipare alla manovra nonché di cimentarsi in ogni tipo di conclusione a rete, formidabile il tiro dalla distanza, micidiale il colpo di testa e spettacolare la rovesciata.

Pur con un tale bagaglio tecnico a disposizione, non è comunque un giocatore, per quanto valido, a poter risolvere da solo i problemi di una squadra che aveva concluso la precedente Stagione al decimo posto, a ben 22 punti di distacco dalla Juventus Campione d’Italia, e nei due successivi Tornei, ancorché Piola segni, rispettivamente, 21 e 19 reti, la Lazio termina ancora distante dal vertice, con un quinto ed un settimo posto finale.

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Piola crea scompiglio nella difesa giallorossa in un derby Roma-Lazio – da sslaziofans.it

Ed anche se le cose migliorano nel ’37, con la Lazio finalmente a ritagliarsi uno spazio importante con la conquista del secondo posto alle spalle del Bologna, grazie ai rinforzi in attacco con gli acquisti di Riccardi e Busani dall’Alessandria e di Camolese e Costa dal Vicenza, che consentono a Piola di laurearsi Capocannoniere con 21 reti, le sue nove Stagioni vissute nella Capitale non portano i trionfi auspicati dalla Dirigenza biancoceleste, ma in soccorso del morale del centravanti interviene un coloro simile, ma leggermente più acceso, vale a dire l’azzurro.

Già entrato nel mirino del Commissario Tecnico Vittorio Pozzo che aveva assistito di persona alla citata sua impresa contro la Fiorentina, il debutto di Piola in Nazionale avviene quasi per caso, a causa di un problema muscolare che affligge Meazza alla vigilia della trasferta di Vienna contro l’Austria per una gara valida per la Coppa Internazionale – una sorta di Campionato Europeo ante litteram, al quale partecipano le formazioni di Italia, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria e Svizzera – e che racchiude praticamente il meglio, se escludiamo quest’ultima, del Calcio Mondiale dell’epoca, visto l’isolazionismo dei Paesi britannici.

Con Pozzo che era solito scegliere i suoi titolari fra le squadre del Nord – altra circostanza che aveva fatto tentennare Piola rispetto al trasferimento alla Lazio – è il Generale Vaccaro ad insistere con il Commissario Tecnico affinché venisse affidato a Piola il ruolo di centrattacco nella delicata trasferta viennese contro il “Wunderteam” di Hugo Meisl, dagli azzurri mai sconfitto al celebre “Prater”, riuscendo a convincere il titubante Pozzo, il quale temeva, data la giovane età del laziale, appena 21enne, “che potesse crollare di fronte ad un impegno così importante, cosa che avrebbe avuto conseguenze disastrose per il morale ed il resto della sua carriera”.

In un’epoca in cui non sono previste sostituzioni, le scelte di un Tecnico sono definitive, e la risposta di Piola è pari a quella di coloro che hanno le stimmate del Campione, visto che è una sua doppietta – realizzata al 51’ ed 81’ minuto davanti a 60mila viennesi – a sfatare il “tabù del Prater” ed a consegnare all’Italia, quel 24 marzo ’35, una vittoria per 2-0 che poi si rivela determinante nella conquista della Coppa, vinta dall’Italia con 11 punti, due in più degli austriaci.

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Piola a segno in Nazionale – da 1000cuorirossoblu.it

La carriera di Piola, successivamente a tale sbalorditivo esordio – che, come sottolineato da Pozzo, ne ha rappresentato “la relativa svolta, temevo per lui, ed invece ha trionfato, così da divenire, acquistando personalità, una delle figure più caratteristiche del nostro gioco” – viene pertanto ricordata per le sue imprese in Nazionale più che per le vicende di casa nostra in maglia biancoceleste, pur laureandosi una seconda volta Capocannoniere, ancora con 21 reti messe a segno in appena 22 partite, al termine della Stagione 1942-’43, ultima prima dell’interruzione per la Guerra, il che lo fa essere a tutt’oggi il massimo Goleador della Lazio, con 143 reti realizzate nei 9 Tornei di Serie A disputati.

Ma è l’azzurro, come detto, il colore che più si addice al centravanti vercellese, il quale entra in pianta stabile quale leader dell’attacco della Nazionale nel biennio 1936-’38, in cui segna 5 reti in quattro gare della Coppa Internazionale, sospesa a causa dell’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista ed il cui Trofeo viene assegnato, con una cervellotica decisione, all’Ungheria in quanto in testa alla Classifica, con 10 punti in 7 partite al momento dell’interruzione, peccato solo che l’Italia sia seconda a quota 7, ma con appena 4 gara disputate, e quindi potenzialmente in grado di superare i magiari.

Delusione che, in casa azzurra, viene immediatamente e largamente compensata con la conferma del Titolo Mondiale nell’edizione di Francia ’38, alla cui vittoria il contributo di Piola è determinante, in quanto è lui a realizzare, nei supplementari, il punto del definitivo 2-1 nella gara d’esordio contro la Norvegia, per poi mettere a segno la doppietta che, nei Quarti, elimina i padroni di casa francesi dopo che le due squadre erano andate al riposo sul punteggio di 1-1 e quindi coronare il suo fantastico Mondiale con altre due reti (imitato da Colaussi …) per il 4-2 in Finale proprio contro l’Ungheria di Sarosi e Zsengeller, che consente a Capitan Meazza di ricevere per la seconda volta la prestigiosa Coppa Rimet.

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Piola in azione nella semifinale mondiale contro il Brasile – da youtube.com

Purtroppo, gli eventi bellici del Secondo Conflitto Mondiale non consentono l’organizzazione delle due successive edizioni nel 1942 (per la quale si era candidato il Brasile, dove poi si svolgeranno, nel ’50, i primi Mondiali del dopoguerra …) e nel ’46, così come l’attività in patria è ridotta, con Piola che, tornato al Nord nelle file della Juventus, non viene confermato dopo il Torneo del ’47, concluso dai bianconeri al secondo posto, pur se a debita distanza dal “Grande Torino” – nelle cui file Piola aveva disputato il “Torneo Alta Italia” 1943-’44, formando una straordinaria coppia di attacco con Gabetto, avendo Loik e Valentino Mazzola come mezze ali – a causa degli oramai quasi 34 anni e della fiducia, peraltro ben riposta, nel giovane Boniperti da parte della Dirigenza bianconera.

Indeciso se smettere di giocare e dedicarsi alla sua grande passione, la caccia, essendo anche un esperto cinofilo, Piola viene convinto dal Presidente Delfino Francescoli ad accasarsi al Novara, militante nella Serie Cadetta, il quale fa leva sull’orgoglio del Campione con le parole: “Cavaliere (a seguito del successo mondiale …), si prenda la sua rivincita, venga con noi a Novara, che tornerà subito in A …!!”, assieme alle quali chissà che non abbia inciso sulla decisione il fatto che anche il Novara indossasse la maglia azzurra …

E, come erano state premonitrici, 14 anni prima, le parole del Presidente della Pro Vercelli, altrettanto lo sono, stavolta in chiave positiva, quelle di Francescoli, visto che il Novara vince il Campionato, grazie anche al contributo di Piola, con le 16 reti messe a segno nelle 30 partite disputate, il quale può così prendersi delle ghiotte rivincite nelle successive sei stagioni giocate in Serie A (concluse con altrettante salvezze dei piemontesi) e dimostrando, nelle Stagioni ’51 e ’52, alla soglia dei 40 anni, di poter reggere il confronto con i goleador d’importazione che spopolano nella nostra Serie A – i vari Nordahl, Nyers, John Hansen e Wilkes, tanto per intenderci – mettendo a segno 19 e 18 reti rispettivamente, nonché stabilendo il record, tuttora vigente, di essere il giocatore più anziano ad aver realizzato una tripletta nel nostro Campionato, il 19 novembre ’50, nella vittoria interna per 4-2 ai danni, ironia della sorte, proprio della Lazio.

CALCIO: SILVIO PIOLI
Piola a segno col Novara contro il Milan – da ansa.it

Le sue ottime stagioni al Novara convincono i Selezionatori Beretta e Meazza (proprio lui …!!) a concedere a Piola un’ultima passerella in Azzurro a quattro anni e mezzo dall’ultima convocazione, schierandolo al centro dell’attacco, ovviamente con i gradi di Capitano, nell’amichevole disputata il 18 maggio 1952 al Comunale di Firenze contro l’Inghilterra, facendolo divenire, a 38 anni e 7 mesi, il più anziano giocatore ad aver indossato la maglia azzurra, record poi superato da Dino Zoff, mentre regge ancora il primato del miglior quoziente reti, pari a 0,88 per gara, relativo alle sue 30 reti realizzate in soli 34 incontri, rispetto allo 0,83 di Gigi Riva, dato da 35 centri, ma in 42 partite.

L’ultima delle sue 274 reti in Serie A – Record solo recentemente avvicinato da Totti, fermatosi a quota 250, considerando poi che alcuni ne considerano 290, sommandovi quelle segnate nella “Divisione Nazionale” 1945-’46, mentre assomma a quota 333 il numero d reti tenendo altresì conto delle 27 messe a segno con il Torino nel “Torneo Alta Italia” 1943-’44 e le 16 in B con il Novara – viene realizzata da Piola nel match del 7 febbraio ’54 contro il Milan e decisiva per l’1-1 finale e che ha rappresentato per ben 53 anni un primato assoluto di longevità, dati i suoi 40 anni e 131 giorni, e superato, per una sorta di “contrappasso dantesco”, proprio da un rossonero, e per giunta un difensore – uno di quelli che, all’epoca, sarebbe stato deputato a marcarlo – vale a dire “Billy” Costacurta che, il 19 maggio 2007 all’età di 41 anni e 25 giorni, si permette di compiere il “delitto di lesa maestà”, realizzando la più inutile delle reti nella più inutile delle partite, realizzando un calcio di rigore nella sconfitta interna per 2-3 contro l’Udinese da parte di un Milan infarcito di riserve in vista della Finale di Champions League contro il Liverpool.

Particolare di poco conto, comunque, per un Campione che se ne era già andato ad inizio ottobre ’96, a pochi giorni dal compimento del suo 83esimo compleanno, purtroppo afflitto dal Morbo di Alzheimer, ed al quale, doverosamente, sia la Pro Vercelli che il Novara hanno intitolato il proprio Stadio – tributo che, a memoria, riteniamo sia stato concesso solo ad Artemio Franchi, alla cui memoria sono intitolati i campi di Firenze e Siena – mentre il più grande attestato di stima per le sue qualità tecniche, lo lasciamo ad uno che molto più di noi se ne intende, vale a dire Nils Liedholm che, sceso in campo con il Milan nella gara della sua ultima rete, ebbe così a commentarne la prestazione: “alla sua età possiede ancora un fisico poderoso e riesce a far ammattire gli avversari e, nonostante avesse sempre due giocatori addosso, è riuscito ugualmente a farci goal con una delle sue famose rovesciate in bicicletta …!!!”.

C’è ben poco da aggiungere, se non … “Chapeau” …!!!

MARJORIE GESTRING, DAI BANCHI DI SCUOLA ALLA GLORIA OLIMPICA

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Marjorie Gestring – da ballecourbe.co

articolo di Giovanni Manenti

Quando, ad inizio anni ’90, la disciplina dei tuffi viene ridisegnata, in campo femminile, dalla prepotente invasione delle specialiste cinesi, grande sensazione desta la presenza di una delle più grandi tuffatrici di ogni epoca, vale a dire Fu Mingxia, la quale si aggiudica il titolo iridato dalla Piattaforma ai Mondiali di Perth ’91 all’età di 12 anni e 5 mesi, mentre l’anno successivo, bissa tale Oro nella medesima gara alle Olimpiadi di Barcellona ’92, a 20 giorni dal compimento del 14esimo anno, per l’esattezza quindi a 13 anni e 345 giorni di età.

La circostanza suscita abbastanza clamore – anche per le indubbie qualità della ragazzina cinese, tali da rasentare in molte occasioni la perfezione assoluta – ma, come sempre accade in questi casi, l’andare a spulciare i libri dei record fa sì che si verifichi come il suo, rispetto all’età, non sia un primato assoluto in sede olimpica, poiché, ai Giochi di Berlino ’36 vi è stata chi è riuscita a fare ancor meglio.

E questa “Campionessa di precocità” altri non è che l’americana Marjorie Gestring, nata a Los Angeles, in California, il 18 novembre 1922 e che raggiunge la Gloria Olimpica nella gara dei tuffi dal Trampolino il 12 agosto 1936, esattamente all’età di 13 anni e 268 giorni, primato ancor oggi imbattuto.

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L’adolescente Marjorie Gestring sui banchi di scuola – da wikipedia.org

Cresciuta in una città dove nuotare e/o tuffarsi per ogni bambino è come per un pari età di Rio de Janeiro giocare a Calcio, Marjorie si mette in luce vincendo un Meeting a Chicago nella primavera dell’anno olimpico, per poi staccare il biglietto per i Giochi berlinesi agli “Olympic Trials” che qualificano per il viaggio in Europa anche la 21enne Dorothy Poynton-Hill (già Oro dalla Piattaforma quattro anni prima a Los Angeles) e la 19enne Katherine Rawls, che alla rassegna californiana si era messa al collo la Medaglia d’Argento dal Trampolino alle spalle della connazionale Georgia Coleman.

Sono anni in cui il Podio olimpico – sia nei Tuffi dal Trampolino di 3 metri che dalla Piattaforma di 10 metri – è quasi sempre interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che ne hanno fatto la loro dimora nelle quattro edizioni (da Anversa 1920) in cui è stata inserita nel programma olimpico anche la gara dal Trampolino, mentre i tuffi dalla Piattaforma risalgono a Stoccolma 1912, e non vi è ragione di dubitare che tale regola possa venire infranta in terra tedesca.

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Il trio Usa composto da Rawls, Gestring e Poynton-Hill – da gettyimages.it

Le cronache dell’epoca non sono in grado di documentare se la piccola Marjorie abbia o meno assistito alle evoluzioni, alle Olimpiadi svoltesi nella sua città natale, delle compagne con cui si trova a condividere l’esperienza del suo primo viaggio all’estero, ma in ogni caso ci piace pensare che quantomeno l’eco delle loro imprese possa essere stata d’aiuto nel convincerla a cimentarsi in tale disciplina.

Di sicuro, una spinta a far bene per il trio di ragazze selezionate per la gara dal Trampolino, giunge loro dall’assistere, il 10 e l’11 agosto 1936, all’esibizione dei loro colleghi maschi, i quali confermano quanto già avvenuto quattro anni prima a Los Angeles, vale a dire far alzare solo bandiere a stelle e strisce in occasione della cerimonia di premiazione, con Oro, Argento e Bronzo dai medesimi conquistato.

Il giorno dopo, di primo mattino, alle ore 8:00, è prevista la gara femminile, un orario in cui la ragazzina californiana è solita – ma non certo d’agosto, quando le Scuole sono chiuse – varcare la soglia del proprio Istituto per andare a sedersi in aula, ma stavolta l’attende un impegno ben più arduo, vale a dire tenere alto l’onore del proprio Paese e, soprattutto, cercare di non sfigurare rispetto alle più esperte e medagliate compagne.

E’ uso comune dire che uno dei punti di forza degli adolescenti sia quel pizzico di incoscienza che in circostanze come questa sicuramente non guasta, ma comunque, quella dei tuffi è una specialità nella quale non si può certo bluffare, e se non si hanno qualità, non solo tecniche, ma soprattutto mentali, ben difficilmente si può pensare di emergere.

Ed, a tal proposito, ad emergere nella Finale Olimpica del 12 agosto 1936, sono le due americane Gestring e Rawls sin dai primi tuffi – la Poynton-Hill, a dispetto dell’Argento dal Trampolino conquistato ai Giochi di Amsterdam ’28, predilige la Piattaforma, dove difatti bissa a Berlino l’Oro dell’edizione californiana dei Giochi – costituiti da una serie di tre “Esercizi Obbligatori”, al termine dei quali la Rawls è al comando con uno strettissimo margine (42,81 a 42,67) sulla più giovane connazionale, con la terza rappresentante americana ad aver già accumulato un distacco superiore ai due punti.

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La Gestring in azione nella finale olimpica – da gettyimages.it

Tocca adesso alla seconda serie di tre tuffi liberi, e la sfida tra le due ragazze americane assume contorni degni di un film giallo diretto dal “Mago del brivido” Alfred Hitchcock che già si sta facendo largo nel panorama hollywoodiano, con la non ancora 14enne Gestring a prendere la testa con un’esibizione che le porta in dote 16,20 punti che, rapportati ai 15,20 raggranellati dalla Rawls, le consentono di scavalcarla in vetta alla Graduatoria provvisoria, sia pur con un margine (58,87 a 58,01) inferiore ad un punto.

Il quinto e penultimo tuffo – con la Rawls valutata 15,40 dai Giudici rispetto al 14,40 assegnato alla Gestring – inverte nuovamente l’ordine al comando della gara, con la prima ora a comandare, sia pur con il ristrettissimo margine di 0,14 punti (73,41 a 73,27) sulla più giovane compagna, con la decisione circa l’assegnazione delle medaglie rimandata all’ultima prova.

E, mentre la Poynton-Hill consolida la terza piazza, concludendo la sua gara con il punteggio complessivo di 82,36 punti che le garantisce il Bronzo, l’ultimo tuffo della Rawls viene valutato dalla Giuria con un 14,94 per un totale di 88,35 punti, il che vuol dire che la poco più che adolescente Marjorie deve superare quota 15,10 se vuole aggiudicarsi l’Oro, impresa che le riesce con un tuffo che le vede assegnato il punteggio di 16,00 per così trionfare con il totale complessivo di 89,27 punti e confermare la supremazia Usa nella specialità che, per la quinta volta consecutiva, vede un podio interamente a stelle e strisce.

Cavallerescamente, la Rawls, a cui per la seconda volta sfugge l’Oro Olimpico dopo il secondo posto di quattro anni prima a Los Angeles, è la prima a congratularsi con la neo campionessa, la quale probabilmente non ha ancora ben realizzato la portata della sua impresa, pur se sul podio, in occasione della cerimonia di premiazione, non tradisce alcuna emozione, e d’altronde senza un carattere di ferro è ben difficile riuscire in una disciplina che richiede la massima concentrazione.

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La cerimonia di premiazione – da pinterest.com

La Gestring non è, come qualcuno potrebbe supporre, la classica “Meteora” nel firmamento dei tuffi, visto che si aggiudica per tre anni consecutivi, dal 1938 al ’40, il titolo americano nella specialità dal Trampolino, ma per sua sfortuna, nonché per il resto dell’umanità, gli eventi bellici relativi alla Seconda Guerra Mondiale le impediscono di confermarsi ai vertici assoluti, a causa della cancellazione delle edizioni dei Giochi del 1940 e 1944.

Caparbia e decisa a voler ripetere l’esperienza olimpica, la oramai 25enne Marjorie tenta di qualificarsi per i Giochi di Londra ’48, fallendo di poco l’impresa classificandosi quarta ai Trials, e così, nel mentre il terzetto americano sbarcato nella Capitale inglese tiene alto il buon nome dello Zio Sam confermando una volta di più il monopolio del Podio, alla Gestring non resta che abbandonare le scene e dedicarsi alla famiglia, visto che nel 1943 aveva contratto matrimonio con un compagno di College ad UCLA.

Ed, oltretutto, non può neppure godersi gli ultimi “spiccioli di celebrità” derivanti dalla verifica che il suo record di precocità non era stato scalfito dalla cinese Fu Mingxia poiché, proprio pochi mesi prima dell’apertura dei Giochi di Barcellona, il 20 aprile 1992, la Gestring, non ancora 70enne, lasciava questo mondo a causa di un fortuito incidente domestico.

YORDANKA DONKOVA, LA BULGARA REGINA DEGLI OSTACOLI ALTI

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Yordanka Donkova – da gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Tra le più – se non “la più” – difficili specialità dell’Atletica Leggera, vi è sicuramente la gara sugli ostacoli alti (per una distanza di 110 metri per i maschi e di 100 metri per le femmine), in cui occorre abbinare velocità, ritmo e tecnica nel superare le barriere non potendosi concedere il più piccolo margine di errore, pena clamorose eliminazioni o mancati successi, uno per tutti vedasi il caso dell’americana Gail Devers, inciampata sull’ultimo ostacolo nella Finale ai Giochi di Barcellona ’92 quando sembrava avere oramai l’Oro in tasca.

Ragion per cui, è difficile trovare atleti di entrambi i sessi capaci di ad inanellare una serie consecutiva di prestazioni tali da farli sempre salire sul podio nelle grandi manifestazioni, ed una in grado di compiere questo tipo di impresa, in un arco temporale durato oltre un decennio, è l’ostacolista bulgara Yordanka Donkova, protagonista della specialità a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio della decade successiva.

Nata a Gorni Bogrov, un sobborgo della Capitale Sofia, il 28 settembre 1961, da piccola Yordanka subisce l’amputazione delle ultime falangi di tre dita della mano destra a causa di un incidente domestico, forse uno stimolo in più per affermarsi a livello sportivo in una prova in cui, fino ad allora, le sue connazionali non avevano certo brillato.

Presentatasi, a 19 anni non ancora compiuti, alle Olimpiadi di Mosca ’80, la Donkova acquisisce esperienza, fallendo l’accesso alla Finale con il sesto posto nella prima delle due Semifinali, conclusa con il tempo di 13”39, che poi mette a frutto due anni dopo, dapprima conquistando il Bronzo sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Milano ’82 e quindi migliorandosi sino a 12”54 per far suo l’Argento agli Europei di Atene ’82, vinti dalla polacca Lucyna Kalek, che in 12”45 eguaglia il Record dei Campionat.

Oramai la strada è segnata, ed anche se, dopo aver confermato il bronzo sui 60hs agli Europei Indoor di Goteborg ’84, la cui vittoria va ancora alla polacca Kalek, la Donkova non può partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles per il “contro boicottaggio” da parte dei Paesi del Blocco Sovietico, non passa molto perché di lei si parli a livello mondiale.

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Donkova in azione al Meeting di Berlino ’85 – da gettyimages.co.uk

Ciò avviene nel suo “Anno di Grazia” 1986, in cui – dopo aver concluso al secondo posto del Ranking Mondiale della rivista “Track & Field News” a fine anno 1982 ed ’84 – la 25enne bulgara compie un’impresa degna del miglior Jesse Owens di antica memoria.

Accade, difatti, che, dopo aver eguagliato il 13 agosto ’86 il record mondiale di 12”36 stabilito dalla polacca Grazyna Rabsztyn sei anni prima, la Donkova si presenti quattro giorni dopo al Meeting di Colonia, in preparazione degli imminenti Campionati Europei in programma a fine mese a Stoccarda, dovendosi cimentare, dato l’elevato numero delle partecipanti, in una batteria per accedere alla successiva Finale.

Orbene, senza batter ciglio la bulgara corre l’eliminatoria n 12”35 – così appropriandosi in toto del primato mondiale, migliorato di un solo 0”01 centesimo – per poi, ad un’ora di distanza, essere la prima donna al Mondo ad infrangere la barriera dei 12”30 facendo sua la gara in 12”29 (!!).

Inutile dire che, a distanza di poco più di 10 giorni, sulla pista di Stoccarda non possa essere che lei la favorita d’obbligo per l’Oro sui 100hs ai Campionati Europei, e la Donkova tiene fede alle attese imponendosi con largo margine, segnando il Record dei Campionati in 12”38 (con vento contrario di 0,7m/s), rispetto alla tedesca orientale Cornelia Oschkenacht ed alla connazionale Ginka Zagorcheva, che concludono la gara in 12”55 e 12”70 rispettivamente.

La Donkova conclude il suo “Mese di Sogno” presentandosi, una settimana dopo, il 7 settembre ’86, al Meeting di Lubiana, dove onora il fresco titolo europeo togliendo altri 0”03 centesimi al proprio limite mondiale, portato a 12”26 e concludendo, per quanto ovvio, la Stagione al primo posto del Ranking Mondiale, ma …

Come in tutte le belle storie, “c’è sempre un ma …”, e questa volta è rappresentato da un’inaspettata concorrenza interna da parte della ricordata connazionale Zagorcheva – che, peraltro, aveva concluso il 1985 ai vertici della specialità e che nella prima edizione di Campionati Mondiali di Helsinki ’83 aveva conquistato la Medaglia di Bronzo – la quale vive, a propria volta, il suo “Anno di Gloria”.

E sì che la Stagione si era in ogni caso aperta ancora nel “segno di Yordanka” che, al terzo tentativo, riesce a conquistare il Titolo Europeo Indoor sui 60hs nella Rassegna Continentale di Lievin ’87, imponendosi in 7”79 davanti alla tedesca est Gloria Siebert ed alla stessa Zagorcheva, da lei nuovamente preceduta 15 giorni dopo in occasione della Prima Edizione dei Campionati Mondiali Indoor, svoltasi ad Indianapolis ’87, anche se a mettere d’accordo le due amiche/rivali ed ad aggiudicarsi l’Oro è l’altra tedesca orientale, Cornelia Oschkenacht in 7”82, precedendo la Donkova di soli 0”03 centesimi, con la Zagorcheva ancora Bronzo, ma ben più staccata, in 7”99.

Di sicuro le prestazioni della Zagorcheva – oltretutto di tre anni più anziana, essendo dell’aprile ’58 – non facevano prevedere ciò che, viceversa, si verifica l’8 agosto ’87 allorquando, in un Meeting a Drama, in Grecia, migliora di un 0”01 centesimo il Primato Mondiale della connazionale, portandolo a 12”25 e ponendo una serie candidatura al gradino più alto del Podio in occasione dei Campionati Mondiali di Roma ’87 che si sarebbero svolti a distanza di un mese.

Non va però dimenticata anche la pericolosa concorrenza portata dalle due già citate tedesche orientali Oschkenacht e Siebert, le quali, ancorché con “personali” superiori a quelli delle due bulgare, hanno dalla loro un elevato grado di combattività, come dimostrano le due Semifinali, in cui si impongono davanti, rispettivamente, a Zagorcheva (12”65 a 12”75) ed a Donkova (12”68 a 12”76), tal che, sui blocchi di partenza della Finale in programma il 4 settembre ’87 sulla pista dello Stadio Olimpico, le quattro favorite sono schierate alternate, con Donkova in terza corsia, Siebert in quarta, Zagorcheva in quinta ed Oschkenacht in sesta, con le altre spettatrici non paganti, visto che poi la quinta (la francese Anne Piquereau) giungerà ad oltre 0”30 centesimi dalla peggiore del quartetto.

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Donkova in azione nella semifinale Mondiale di Roma ’87 – da gettyimages.co.uk

Allo sparo dello starter, Donkova cerca di sorprendere le avversarie in avvio, venendo peraltro raggiunta al secondo ostacolo dalla Zagorcheva, la quale non sbaglia alcun appoggio per andare a trionfare nel tempo di 12”34 che migliora di 0”01 centesimo quanto realizzato quattro anni prima dalla tedesca est Bettine Jahn nella prima edizione dei Mondiali ad Helsinki ’83, mentre la Donkova subisce la rimonta delle due tedesche orientali, restando ai margini del podio per una manciata di centesimi, visto che il fotofinish assegna l’Argento alla Siebert in 12”44 ed il Bronzo alla Oschkenacht in 12”46 rispetto al 12”49 della bulgara.

Una delusione invero cocente – laddove si consideri altresì che, per la quasi 30enne Zagorcheva, si tratta dell’unica vittoria in carriera in manifestazioni internazionali di livello assoluto – ed alla quale la Donkova ha una sola maniera per cercare di porvi rimedio, vale a dire centrare l’obiettivo della gloria olimpica l’anno seguente ai Giochi di Seul ’88.

E, visto che le due bulgare sembrano volersi dividere le Stagioni – le dispari alla Zagorchyeva, che chiude il 1987 ai vertici del ranking Mondiale come già avvenuto nel 1985, e le pari alla Donkova – le premesse per riuscire nell’impresa ci sono tutte, tanto più che, in vista delle Olimpiadi coreane, il 21 agosto ’88 Yordanka si riappropria del Record Mondiale correndo la distanza in 12”21 al meeting nazionale di Stara Zagora, con ciò ribadendo la propria candidatura all’Oro ai “Giochi della riappacificazione” dopo i due assurdi boicottaggi di Mosca ’80 e Los Angeles ’84.

Con tutto il meglio dell’ostacolismo mondiale presente alla Rassegna a Cinque Cerchi, una prima, ulteriore iniezione di fiducia giunge alla Donkova dalla eliminazione al primo turno della rivale in patria, la quale, infortunata, non conclude la sua batteria, uscendo così di scena, mentre Yordanka fa registrare il miglior tempo nella prima giornata in 12”47, per poi affermarsi nella prima delle due Semifinali, alle ore 11:00 del mattino (ora locale) del 30 settembre ’88, superando in 12”58 la Siebert, mentre nella seconda è la Oschkenacht ad imporsi in 12”63 davanti alla collega occidentale Claudia Zaczkiewicz, serie che vede un’altra eliminazione eccellente nella sovietica Ludmila Narozhilenko – la quale avrà modo di rifarsi negli anni a seguire con i colori svedesi ed il cognome Engquist a seguito della separazione e del nuovo matrimonio contratto – che perde il ritmo sulla penultima barriera e cade malamente a terra, ricordate cosa si diceva in premessa …??

Con gli occhi puntati sulle corsie centrali, occupate da Siebert in quarta, Donkova in quinta ed Oschkenacht in sesta, in attesa della partenza prevista per le 13:10 ora locale, non vi sono soverchi dubbi sul fatto che l’oro al collo se lo possa mettere solo una di queste tre, tutto sta stabilire quale sia l’ordine di arrivo, anche se le sorprese, come appena visto, in una gara ad ostacoli sono sempre all’ordine del giorno.

Ma, stavolta, la concentrazione di Yordanka è massima, scattando subito in testa allo sparo dello starter e disputando una gara stilisticamente perfetta senza neppure sfiorare alcuna delle 10 barriere situate sula pista, circostanza che le consente di imporsi con largo margine nel nuovo Record Olimpico di 12”38 relegando a debita distanza Siebert (Argento in 12”61), mentre il gradino più basso del podio è appannaggio della tedesca occidentale Zaczkiewicz in 12”75, con la Oschkenacht, una volta realizzato di non poter competere per una medaglia, a rialzarsi concludendo all’ottavo ed ultimo posto.

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Il vittorioso arrivo della Donkova a Seul ’88 – da gettyimages.it

Messe a posto le cose, la Donkova onora l’Oro olimpico confermando il Titolo Europeo Indoor ai Campionati de L’Aja ’89 imponendosi in 7”87 sulla sovietica Narozhilenko, prima di dedicarsi ad attività personali ben più importanti, quali il matrimonio e la conseguente gravidanza, dando alla luce il 3 febbraio ’91 il figlio Zhivko (Atanasov), il quale svolge una discreta carriera da calciatore in qualità di difensore.

Saltate pertanto le stagioni 1990 e ’91, la Donkova, ancorché avendo superato la trentina, intende però onorare e difendere il titolo olimpico conquistato quattro anni prima a Seul, presentandosi ai Giochi di Barcellona ’92 dopo aver, a marzo del medesimo anno, dimostrato di poter essere sempre competitiva con il Bronzo sui 60hs conquistato ai Campionati Europei Indoor di Genova ’92, gara vinta dalla ancora Narozhilenko.

Bulgara che non intende cedere lo scettro senza lottare, come conferma con il secondo posto in Semifinale alle spalle dell’americana LaVonna Martin, gara alla quale non prende il via la Narozhilenko per il riacutizzarsi di un problema alla coscia, anche se è opinione diffusa che per la Finale, in programma due ore dopo, vi sia una sola, netta favorita, vale a dire l’altra americana Gail Devers, che si è già messa al collo la medaglia d’Oro sui 100 metri piani.

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Donkova alle Olimpiadi di Barcellona ’92 – da gettyimages.it

Ed, in effetti, la cosa sembra potersi realizzare per 90 dei 100 metri previsti, con la Devers a prendere decisamente la testa sin dall’uscita dai blocchi, salvo inciampare, probabilmente per troppa sicurezza ed una piccola mancanza di concentrazione (ahi, ahi, “do you remember …?”) proprio sull’ultima barriera superando la linea del traguardo per inerzia, mentre la prima ad approfittare della circostanza è la carneade greca Voula Patoulidou, che, nel proprio personalissimo “Giorno dei Giorni”, si aggiudica un inaspettato Oro Olimpico in 12”64, con l’altra americana LaVonna Martin a precedere, per un solo 0”01 centesimo (12”69 a 12”70) la Donkova, la quale deve a propria volta “ringraziare” la Devers, senza la cui caduta non avrebbe potuto arricchire il suo medagliere.

Palmarès che si completa, due anni dopo, con il terzo Oro sui 60hs ai Campionati Europei Indoor di Parigi ’94, vinti fermando i cronometri sul 7”85, per poi dare l’addio all’attività agonistica con un ultimo Podio in occasione degli Europei di Helsinki ’94, beffata al fotofinish nella lotta per l’Argento dalla russa Yulya Graudyn, dato che il riscontro cronometrico assegna 12”93 ad entrambe, mentre a laurearsi Campionessa in 12”72 è la connazionale Svetla Pishtikova, che le rende 7 anni di età.

A 33 anni, dopo aver chiuso la Stagione al terzo posto del Ranking Mondiale, anche per la Donkova giunge il momento di dare l’addio alla pista, avendo comunque modo di dare alla luce, due anni appresso, una coppia di gemelle, Daniela e Denislava, per poi cadere nell’oblio degli addetti ai lavori, salvo tornare di prepotenza alla ribalta allorché, il 20 luglio 2016, al Meeting di Londra, l’americana Kendra Harrison le toglie un Record Mondiale che resisteva da ben 28 anni, migliorandolo di appena 0”01 centesimo con 12”20, così facendo tornare alla mente le imprese di una bulgara che raramente conosceva sconfitte.