VASILY ALEKSEYEV, L’IMBATTUTO SUPERMAN DEL SOLLEVAMENTO PESI

Vasily Alexeyev
Alekseyev ai vittoriosi Campionati Europei 1970 – da:neilleifer.com

Articolo di Giovanni Manenti

Il motto latino “Citius!, Altius!, Fortius!” (“Più veloce, più in alto, più forte”), assunto – assieme alla fiamma olimpica ed ai cinque cerchi – quale simbolo delle “Olimpiadi dell’Era Moderna” ben identifica quali siano gli obiettivi da perseguire per ogni singolo atleta che partecipi ai Giochi e, d’altro canto, anche chi, tra loro, risulterà il beniamino del pubblico …

Questo perché le relative affermazioni stanno ad indicare, rispettivamente, quale sia “L’Uomo più veloce del Pianeta”, al pari, tralasciando il salto in alto, “L’uomo più forte” oppure “più potente”, ed è questa la ragione perché, pur con le numerose specialità che compongono Sport come l’Atletica Leggera, il Nuoto od il Ciclismo, ad attrarre l’immaginario collettivo siano le gare sui m.100 piani, al pari dei m.100sl o della velocità su pista di dette Discipline.

Analogamente, per quel che riguarda i forzuti, gli stessi sono ovviamente suddivisi per Categorie di peso, ma, con tutto il rispetto per i vari Robinson, Monzon, Hagler o Leonard, ad appassionare le platee sono i pugili dei Pesi Massimi, le cui Storie divengono spesso leggenda, si tratti di Joe Louis piuttosto che di Rocky Marciano, per poi giungere alle celebri sfide tra Muhammad Alì, Joe Frazier e George Foreman e sino ai più recenti Larry Holmes, Evander Holyfield e Mike Tyson …

Questo perché il “Mito di Ercole” vive tuttora ed alla gente piace identificarsi con chi è in grado di “dominare il Mondo” dall’alto della sua forza, un qualcosa che trova la sua massima espressione in un’altra Disciplina olimpica, vale a dire il Sollevamento Pesi, in cui colui che è in grado di issare sulla propria testa il bilanciere a maggiore caratura simbolizza un altro personaggio della Mitologia greca, ovvero Atlante, condannato da Zeus a tenere sulle spalle l’intera volta celeste …

Poiché, anche in questo Sport i sollevatori vengono suddivisi per Categorie di Peso, si potrebbe obiettare circa chi debba detenere un tale primato, visto che, ad esempio, il turco Naim Suleymanoglu – vincitore di tre Ori olimpici e cinque titoli iridati – è stato capace in carriera di stabilire un record mondiale di 342,5kg., nonostante misurasse appena 151 centimetri per 60 chili, ovvero oltre 5 volte e mezzo il proprio peso corporeo, ma alla gente piace più conoscere quanti siano i chili complessivi sollevati da un essere umano e poco si interessa delle caratteristiche morfologiche dell’atleta.

Ecco, quindi, perché, al pari di quel che avviene per il Pugilato, anche nell’Atletica Pesante le maggiori attenzioni sono rivolte ai protagonisti della Categoria dei Massimi, autentici Colossi che alzano sopra le proprie spalle bilancieri da oltre 200 chili con invidiabile naturalezza, anche se detta Categoria subisce uno smembramento successivamente alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 …

Sino a tale edizione – sia dei Giochi che dei Campionati Mondiali ed Europei – la Categoria dei Massimi era riservata ad atleti di oltre 90 chili di peso, ma dalle successive Rassegne Continentale ed Iridata del 1969, viene istituita un’ulteriore Categoria dei Pesi Supermassimi, riservata a coloro che sulla bilancia fanno muovere l’ago oltre i 110 chili, limite restato valido sino al 1992, per poi scendere a 108 e quindi a 105, salvo essere ripristinato a 109 chili dalla presente stagione.

Peraltro, detta specialità, a partire da inizio anni ’60 e per i due successivi decenni, è stata patrimonio esclusivo dei sollevatori sovietici, attraverso un ideale passaggio del testimone, che vede Aleksey Medvedev (Campione Mondiale nel 1957 e ’58), lasciare la propria eredità a Yury Vlasov, quattro titoli iridati consecutivi per lui, oltre all’Oro ai Giochi di Roma e l’argento quattro anni dopo a Tokyo, dove viene beffato in modo tutt’altro che leale dal compagno di squadra Leonid Zhabotinsky, il quale prosegue nella scia di successi sovietici, affermandosi ai Mondiali di Teheran ’65 e Berlino Est ’66, per poi bissare l’Oro olimpico ai Giochi di Città del Messico.

Nel frattempo, sia Vlasov che Zhabotinsky, assoluti dominatori del decennio, fanno incetta di titoli nazionali, con il primo a salire sul gradino più alto del podio per un quinquennio consecutivo (dal 1959 al ’63), per poi lasciare tale onore al secondo per i successivi cinque anni (con la sola eccezione del 1966, quando ad affermarsi è Viktor Andreev …), sino al 1969.

Anno importante, il 1969, non solo per lo sbarco dell’uomo sulla Luna, ma perché, come ricordato, vede l’istituzione della Categoria dei Super Massimi, il cui primo titolo continentale va al belga Serge Reding con un totale di 570 chili nelle tre alzate, precedendo il sovietico Stanislav Batischev, mentre nella Rassegna Iridata che si svolge a fine settembre a Varsavia, entrambi scalano di una posizione (secondo e terzo rispettivamente …), poiché ad imporsi è l’americano Joseph Dube, con un totale di kg.577,5.

Si potrebbe presumere che, con la fine degli anni ’60, abbia termine anche l’egemonia sovietica, visto che anche il titolo iridato dei Massimi, da otto edizioni di loro esclusiva pertinenza, se lo aggiudica un altro atleta americano, ovvero Bob Bednarski, il quale ha la meglio sull’estone Jaan Talts, con tanto di primato mondiale con un totale di 555 chilogrammi.

Ma, proprio nel corso dei Campionati sovietici del 1968, in preparazione ai Giochi di Città del Messico e che Zhabotinky si aggiudica con un totale di 585 chili, fa la sua apparizione sul podio, classificandosi terzo, il 26enne Vasily Alekseyev per quella che è la sua unica gara ad alto livello in cui non si afferma, destinato a divenire il dominatore assoluto degli anni ’70, molto più dei suoi predecessori …

Alekseyev nasce il 7 gennaio 1942 a Pokrovo-Siskino, nella Russia occidentale, ed, incredibile a credersi, in gioventù pratica – ed anche con discreto successo – la Pallavolo, prima di dedicarsi, dalla maggiore età, alla pesistica, per poi trasferirsi nel 1966 a Rostov sotto la guida del tecnico Rudolf Plyukfelder, ma dopo il, per lui, deludente risultato dei Campionati sovietici, decide di fare a meno di un allenatore, caso più unico che raro di “self made man”.

Non avendo una stazza naturale pari ai suoi avversari, Alekseyev, alto m.1,86, si irrobustisce a suon di allenamenti e pasti sostanziosi, sino ad accumulare una massa corporea di 160 chili, alla quale in ogni caso abbina quell’elasticità figlia delle origini pallavolistiche, il che lo porta ad un insieme di forza ed agilità da renderlo assolutamente imbattibile.

Prima di addentrarci nelle sue vittorie, occorre fare una precisazione riguardante lo svolgimento delle gare di Sollevamento Pesi che, all’epoca, prevedevano, oltre che allo “strappo” ed allo “slancio” oggi in vigore, una terza serie di alzate, ovvero la “distensione, abolita dopo lo svolgimento delle Olimpiadi di Monaco 1972 …

Ed, allorché Alekseyev, fiducioso sui propri metodi di allenamento, si presenta il 28 giugno 1970 sulla pedana dei Campionati Europei che si svolgono a Szombathely, in Ungheria, ha già al suo attivo 10 record mondiali, essendo stato il primo a raggiungere (il 18 marzo a Minsk) e quindi a superare l’ammontare complessivo di 600 chili nelle tre specialità.

Il 28enne del Distretto di Ryazan dimostra come il divario tra lui ed i suoi avversari sia di un livello tale che riuscire a colmarlo rappresenta un’impresa davvero titanica, imponendosi nella distensione con il primato assoluto di kg.217,5 per poi farsi precedere (172,5 a 170 kg.) nello strappo dal finlandese Kalevi Lahdenranta e quindi mettere tutti d’accordo con un’alzata di 225 chili (altro record) nello slancio, per un totale di kg.612,5 che rappresenta l’ennesimo record mondiale.

Trasferitosi a fine settembre a Columbus, nell’Ohio, per prendere parte alla sua prima Rassegna iridata, Alekseyev patisce nella distensione e nello strappo – in entrambi i casi preceduto, da Reding e Lahdenranta rispettivamente – per poi fare la differenza nello slancio con un’alzata record di 227,5 chili (che per gli standard Usa è quanto mai significativa, poiché diviene il primo ad alzare 500 libbre …) per eguagliare il totale di 612,5 ottenuto agli Europei.

Occorre, a questo punto, una doverosa precisazione per quanto concerne i record mondiali stabiliti da Alekseyev (saranno 80 in totale, lui che aspirava a toccare quota 100 …) e cioè che il “centellinare” gli stessi – ricordiamo che è l’atleta stesso a chiedere l’aumento progressivo del bilanciere da sollevare – è da porre in relazione al fatto che per ogni primato riceve dai 700 ai 1500 dollari di premio da parte del Governo, e quindi ….

Dopo aver pertanto stabilito altri 9 record entro fine anno 1970, Alekseyev si presenta ai Campionati Europei di Sofia 1971 vantando un record complessivo di 625,0 chili nelle tre alzate, per trovarsi di fronte, nella gara in programma il 27 giugno, il 21enne tedesco occidentale Rudolf Mang, grande speranza del proprio Paese in vista dell’appuntamento olimpico dell’anno seguente …

Mang si dimostra il migliore del lotto nello strappo con 175 chili (rispetto ai 172,5 del Campione in carica …), ma l’incontrastata superiorità di Alekseyev nelle altre due specialità lo portano ad una nuova serie di primati, con 225 chili nella distensione e due volte nello slancio, dapprima con kg.231,0 e quindi alzandone 232,5 così che anche il record mondiale complessivo viene superato con 627,5 sino a 630 chili, lasciando le piazze d’onore a Batishchev e Mang, anch’essi sopra “quota 600” con 607,5 e 602,5 chili, rispettivamente.

Nel suo percorso di aggiungere chili a chili, Alekseyev si reca a fine settembre a Lima per difendere il proprio titolo iridato dopo aver portato il record complessivo delle tre alzate a 640 chili il 24 luglio a Mosca e nella Capitale peruviana il suo più temibile rivale si rileva l’americano Ken Patera, pur se la vittoria del sovietico non è mai in discussione, essendosi dimostrato il migliore in ognuna delle tre specialità, per un totale di 635,0 chili, lasciando il 29enne dell’Oregon a quota 592,5.

Distacchi che, in una Disciplina quale il Sollevamento Pesi destano sensazione, con Alekseyev a festeggiare nel modo migliore i 30 anni compiuti a gennaio allorché, il 15 aprile 1972 a Tallinn, realizza la sua miglior performance in carriera, grazie ai kg.236,5 nella distensione, cui ne unisce 171,0 nello strappo e 237,5 nello slancio per un totale sbalorditivo di 645,0 chilogrammi per un record che, venendo abolita la distensione, è destinato a restare ineguagliato …

Ma una cosa sono i primati ed un’altra le medaglie, ed il trono aureo su cui è seduto il 30enne sovietico rischia di vacillare in occasione dei Campionati Europei che si svolgono nella seconda metà di maggio 1972 a Costanza, in Romania, nel corso dei quali è costretto, suo malgrado, a prendere atto della crescita di Mang, il quale lo precede sia nella distensione (230,0kg. a 225,0) che nello strappo (177,5 a 175,0), così da presentarsi all’ultima prova dello slancio con un non trascurabile vantaggio di 7,5 chili …

Il tedesco solleva kg.222,5 (ben 7,5 in più rispetto ai 215,0 dell’anno precedente a Sofia …), che risultano peraltro insufficienti rispetto ai 10 chili in più alzati da Alekseyev, il quale stavolta ottiene il suo terzo titolo continentale per il ridotto margine (632,5 a 630,0) di soli 2,5 chili ma, soprattutto, lo mette in allarme in vista delle Olimpiadi in programma ad inizio settembre a Monaco di Baviera.

Chiamato a confermare la serie vincente dei suoi connazionali – mentre Talts si impone tra i Massimi – Alekseyev mette subito un’ipoteca sulla Medaglia d’Oro con i kg.235,0 ottenuti nella distensione (10 in più di Mang), per poi sollevare 175 chili nello strappo rispetto ai 170,0 di Mang (e fallendo l’ultimo tentativo con il bilanciere posizionato a kg.180,0 …) …

Senza nessun altro che possa insidiarli, un barlume di speranza tra i tifosi di casa appare nell’ultima prova dello slancio, dato che il Campione mondiale ed europeo fallisce la misura di entrata a 225,0 chili – ricordiamo che, anche se al momento Alekseyev vanta un margine di 15 chili sul suo avversario da gestire, non è consentito per regolamento diminuire il carico sul bilanciere nei successivi tentativi – mentre Mang solleva con successo 215,0 chili …

Si tratta solo di un attimo di deconcentrazione, poiché subito dopo Alekseyev fa la misura per poi alzare anche 230,0 chili per un totale di kg.640,0 (a soli 5 chili dal suo primato mondiale …) per un record olimpico anch’esso destinato a restare in eterno.

Dall’anno seguente, pertanto, la tabella dei primati deve essere riparametrata sulle due sole prove di strappo e slancio e, tanto per mettere le cose in chiaro, il primo record mondiale viene stabilito dal 31enne sovietico il 18 giugno 1973 a Madrid in occasione del suo quarto trionfo continentale consecutivo, risultando il migliore sia nello strappo (177,5kg.) che nello slancio (240,0) per un totale di 417,5 chili che relega a doverosa distanza sia l’eterno piazzato Batishchev che Mang, i quali concludono con 395,0 e 387,5 chili rispettivamente.

Più combattuto l’esito dei Mondiali che si svolgono a settembre a L’Avana, dove il tedesco accumula un vantaggio (180,0 a 177,5) di 2,5 chili nello strappo solo per vederselo recuperare dai 225 chili sollevati da Alekseyev nello slancio, sufficienti a confermare il titolo iridato, pur con il ridotto margine (402,5 a 400,0) di soli 2,5 chili sul tedesco, al quale “regala” otto anni in termini di età.

Si potrebbe pensare all’inizio della parabola discendente per l’oramai 32enne pesista, ma gli intensi allenamenti invernali danno i loro frutti già nella primavera del 1974, sotto forma del record mondiale di 420,0 chili (di cui 241,0 nello slancio) ottenuto il 28 aprile a Tbilisi, ideale “biglietto da visita” per presentarsi il 6 giugno a Verona per il suo quinto titolo europeo consecutivo, con tanto di incremento a 422,5 chili del primato assoluto, stavolta grazie ai kg.187,5 alzati nello strappo.

Ancora una sede esotica, viceversa, per la Rassegna Iridata, che si svolge a fine settembre a Manila, con esito sempre più scontato, visto che Alekseyev incrementa a 425,0 chili (185,0 + 240,0) il proprio record assoluto, infliggendo un distacco di ben 35 chili (!!) al belga Reding, il quale completa nella Capitale delle Filippine il proprio Palmarès (un argento olimpico, quattro iridati, un Oro, un argento e due bronzi europei), luogo dove, l’anno seguente, verrà colpito da un infarto che ne causa il decesso a soli 33 anni,

Per Alekseyev l’obiettivo principale è costituito dal bis olimpico, in preparazione del quale non lesina impegno e sacrificio per presentarsi al meglio il 23 settembre 1975 davanti al proprio pubblico di Mosca per un’edizione dei Campionati Europei valevole anche quale Rassegna Iridata …

Occasione in cui il 33enne del Distretto di Ryazan dimostra quanto sia importante essere preparati su entrambe le prove che compongono il risultato complessivo, dato che i suoi kg.187,5 nello strappo sono migliorati dai 195,0 del bulgaro Hristo Plachkov (il quale si ferma a 225,0 nello slancio), così come essere preceduto (242,5 a 240,0 chili) dal tedesco orientale Gerd Bonk nello slancio, non gli impedisce di raggiungere un totale di 427,5 chili che, oltre al titolo, rappresenta anche l’ennesimo Record mondiale.

Primato che, prima della fine anno, Alekseyev incrementa a 430,0 chili l’11 novembre ad Arkhangelsk, per poi incentrare la preparazione dell’anno seguente esclusivamente sul bis olimpico, in relazione al quale salta i Campionati Europei di Berlino Est – che vedono l’affermazione di Bonk (432,5 a 430,0 chili) su Plachkov – per presentarsi tirato a lucido sulla pedana della “St. Michel Arena” di Montreal il 27 luglio 1976 …

E l’esito è di quelli che lasciano a bocca aperta, in quanto – a dispetto dei suoi 34anni in confronto dei soli 25 di Bonk – il “Superman” del Sollevamento Pesi si pone già al comando dopo lo strappo con 186,0 chili, per poi aggiungerne altri 255,0 che rappresentano il primato mondiale nello slancio per un ulteriore record olimpico e mondiale di 440,0 chilogrammi, anche in questo caso lasciando i due tedeschi orientali Bonk ed Helmut Losch a completare il podio con rispettivi distacchi di 35 e 52,5 chili.

Per Alekseyev si sta oramai avvicinando il momento del crepuscolo, anche se gli ultimi acuti giungono ad inizio settembre 1977, allorché realizza a Podolsk il suo “Personal Best” in carriera nelle due alzate con un totale di 445,0 chili, per poi imporsi con 430,0 chili (185,0 ù 245,0) a Stoccarda nella Rassegna Continentale che vale anche come Iridata, e quindi sollevare 256,0 nello slancio ad inizio novembre a Mosca per il suo ultimo Record mondiale.

Alekseyev completa il proprio Palmarès con il suo ottavo titolo europeo conquistato ad Havirov in Cecoslovacchia a giugno 1978 con un totale (180,0 + 235,0) di 415,0 chili, per poi infortunarsi nel corso dei Campionati Mondiali che si svolgono ad inizio ottobre a Gettysburg, in Pennsylvania, circostanza che gli fa saltare l’intera stagione successiva.

Per l’invincibile pesista sarebbe anche giunto il momento del ritiro, la carta d’identità non fa sconti a nessuno, ma il richiamo delle Olimpiadi di Mosca è troppo forte per rinunciarvi ed allora eccolo davanti al proprio pubblico, posizionarsi davanti al bilanciere da 180,0 chili per l’esercizio dello strappo, sulla pedana dello “Izmailovo Sports Palace” della Capitale sovietica …

Ma il tentativo non riesce, e Alekseyev abbandona con un gesto di stizza l’impianto, peraltro ben sapendo di non poter più competere ai massimi livelli, ma d’altronde cosa volete aspettarvi da uno che ha sempre avuto un elevatissimo livello di autostima, che legge i romanzi di Jack London ed ascolta i dischi di Tom Jones e che si considera, non solo il migliore al Mondo nella propria specialità (e, su questo, nulla quaestio …), ma anche di non avere rivali come cuoco, giardiniere, muratore, cantante e giocatore di biliardo in tutta l’Unione Sovietica …

Un “tantino” esagerato, dite …?? Può darsi, ma certo che riteniamo sia meglio non contraddirlo, visto che avrebbe potuto sollevarci di peso e scaraventarci a chissà quale distanza …

 

 

VOLMARI ISO-HOLLO, ULTIMO ESPONENTE DELL’EPOCA D’ORO DEL MEZZOFONDO FINLANDESE

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Iso-Hollo (al centro), dopo la Finale dei m.3000 siepi a Berlino ’36 – da:wikipedia.org  

Articolo di Giovanni Manenti

In ogni Disciplina, molto spesso vi sono singole specialità che vengono contrassegnate dal dominio dei rappresentanti di una sola Nazione per un periodo circoscritto, così da rappresentare un’epoca ben definita e, nel caso che andiamo ad esaminare, difficile trovarne uno altrettanto ben delineato come quello del Mezzofondo prolungato tra le due Guerre a favore dei corridori finlandesi …

Difatti, lasciando da parte prove cadute in disuso come i m.3000 a squadre o la Corsa campestre (sia individuale che a squadre …) e limitando la nostra analisi alle attuali gare sui 5 e 10mila metri, oltre ai m.3000 siepi, delle quindici medaglie d’Oro (cinque per ogni specialità) assegnate alle Olimpiadi tra i Giochi di Anversa 1920 e l’edizione di Berlino 1936 ben 12 sono state messe al collo di mezzofondisti provenienti dal Paese scandinavo.

Una superiorità che – se si allarga al totale dei podi – si fa addirittura più imbarazzante, dato che dei 45 atleti a salirvi, ben 26 hanno fatto sì che issasse la “Bandiera dalla Croce Blu” in occasione delle varie cerimonie di premiazione, così che fanno quasi più Storia coloro che sono riusciti ad interrompere una tale egemonia che non i nomi dei mezzofondisti finnici …

Vale la pena ricordarli, visto che sono salomonicamente divisi uno per ogni singola prova, con il più famoso dei quale ad essere il francese Joseph Guillemot, che ai Giochi di Anversa si prende il lusso di rivaleggiare con il “leggendario” Paavo Nurmi – in tale occasione unico finlandese a farsi onore – superandolo (14’55”6 a 15’00”0) sui m.5000, per poi essere sconfitto in volata (31’45”8 a 31’47”2) sulla doppia distanza.

Dieci chilometri che rappresentano la gara in cui gli specialisti finlandesi ottengono in due delle ricordate cinque Rassegne Olimpiche sia Oro che argento (ed a Berlino 1936 monopolizzano l’intero podio), con il solo polacco Janusz Kusocinski l’unico capace di interrompere detta serie vincente, imponendosi ai Giochi di Los Angeles 1932.

Per quel che concerne, infine, i m.3000 siepi, dopo l’affermazione ad Anversa del britannico Percy Hodge in un podio che non contempla atleti finlandesi, nelle successive quattro edizioni si assiste ad una sorta di “Campionato nazionale”, dato che in tre circostanze gli stessi conquistano Oro ed argento ed, a Berlino 1936, fanno altresì proprie le tre medaglie.

Un monopolio destinato a svanire con la ripresa dell’attività a conclusione del Secondo Conflitto Mondiale e che mai più avrà modo di ripresentarsi sotto tale forma, con l’unica eccezione del mezzofondista Lasse Viren, il quale centra l’accoppiata 5/10mila metri in ben due edizioni consecutive dei Giochi, ovvero Monaco 1972 e Montreal 1976, pur se nella seconda occasione favorito dall’assenza degli atleti africani.

Un’epoca, pertanto, caratterizzata dal più celebre mezzofondista scandinavo di tutti i tempi, vale a dire il già ricordato Nurmi – che in tre edizioni dei Giochi (1920-’28) conquista 9 Medaglie d’Oro e 3 d’argento, comprese le riferite prove a squadre e di corsa campestre – cui fa da degno partner il connazionale Ville Ritola che, da canto suo, completa un Palmarès di tutto rispetto costituito da 5 Ori e tre argenti tra Parigi 1924 ed Amsterdam ’28, sino al protagonista della nostra Storia odierna, al quale va l’ideale compito di concludere un ciclo di successi irripetibile, grazie alle proprie esibizioni alle Olimpiadi di Los Angeles 1932 e di Berlino 1936.

Volmari Iso-Hollo nasce il 5 gennaio 1907 ad Ylojarvi, nella Regione di Pirkanmaa, e sin da adolescente si dedica all’attività sportiva, dedicandosi peraltro allo Sci, Ginnastica e financo il Pugilato sino a che non viene introdotto alla pratica dell’Atletica Leggera a seguito del suo arruolamento nell’esercito, dimostrando sin da subito una chiara predisposizione per le corse di resistenza …

Capace di cimentarsi in ogni singola specialità dai m.400 sino alla Maratona, Iso-Hollo abbandona con il tempo il mezzofondo veloce – dove vanta quali migliori risultati 3’54”3 sui m.5000 e 4’18”2 sul Miglio – per dedicarsi ai 5 e 10mila metri ed, in particolare, ai m.3000 siepi, dove ha modo di inserirsi ai vertici assoluti.

Probabilmente, Iso-Hollo avrebbe avuto delle buone chances anche nella Corsa campestre, in cui si laurea Campione nazionale nel 1932 e ’36, se detta prova non fosse stata eliminata dal Programma olimpico a far tempo dall’edizione di Parigi 1924, per poi riuscire a guadagnare la selezione per i Giochi di Los Angeles 1932 grazie ai suoi strabilianti miglioramenti cronometrici proprio nella stagione che porta all’appuntamento californiano …

Sceso, difatti sui m.5000 a 14’18”4 – che rappresenta il suo “Personal Best” in carriera sulla distanza – il 19 giugno 1932 ad Helsinki, Iso-Hollo è costretto a confrontarsi con la propria Federazione in relazione al Calendario dei Giochi, che prevede il 31 luglio 1932 la disputa della Finale dei 10mila metri, l’1 agosto batterie ed il giorno successivo la Finale dei m.3000 siepi, data in cui sono altresì in programma le batterie dei m.5000, con la Finale fissata al 5 agosto …

Un calendario volto, come anche logica ammette, a favorire coloro che desiderano “doppiare” le distanze piane dei 5 e 10mila metri, ma che mal si addice al finlandese che intende partecipare anche alle siepi, così che la scelta cade sui soli 10mila metri, così da evitare sovrapposizioni di eventi nello stesso giorno …

E, del resto, non è che sui m.5000 la Finlandia sia proprio sprovvista di talenti, potendo contare sul primatista mondiale Lauri Lehtinen, fresco di record grazie al 14’17”0 stabilito nella citata corsa che vede Iso-Hollo realizzare la sua miglior prestazione assoluta sulla distanza, ancorché riesca ad assicurarsi la Medaglia d’Oro togliendo in 14’30”0 il primato olimpico a Nurmi, solo al termine di una accesa volata con il britannico Ralph Hill.

Terzo giunge l’altro finnico Lauri Virtanen che, a fine luglio, aveva partecipato assieme ad Iso-Hollo alla gara inaugurale sulla doppia distanza, il cui primato mondiale appartiene tuttora a Nurmi con il 30’06”2 realizzato a fine agosto 1924 ad Helsinki …

In una Finale che si trasforma ben presto in una gara ad eliminazione, la lotta per la Medaglia d’Oro si restringe al solo finlandese che si trova a rivaleggiare con il polacco Janusz Kusocinski, all’epoca guardiano in un parco di Varsavia, con la coppia a viaggiare di conserva sino alla campana dell’ultimo giro, mentre Virtanen completa la sua prova nella “terra di nessuno”, ovvero correndo in solitario per aggiudicarsi la medaglia di bronzo …

All’attacco dei 400 metri conclusivi, Kusicinski – il quale finirà torturato ed ucciso dalla Gestapo il 21 giugno 1940 mentre svolgeva compiti per la resistenza anti nazista del proprio Paese – si produce in un perentorio allungo, prendendo un buon margine che rischia di veder recuperato sul rettilineo finale dal ritorno di Iso-Hollo, mantenendo comunque la distanza sufficiente (30’11”4 a 30’12”6) per garantirgli la Medaglia d’Oro, con entrambi a scendere sotto il precedente Record olimpico di 30’18”8 stabilito quattro anni prima da Nurmi ad Amsterdam, mentre il tempo del finlandese rappresenta la sua miglior prestazione in carriera sulla distanza.

Completata la sua prima fatica, all’indomani il 25enne finlandese guida il terzetto composto anche da Verner Toivonen e Martti Matilainen che affronta la prova dei m.3000 siepi, con la speranza di replicare l’esito della precedente edizione di Amsterdam ’28, con a salire sul podio i connazionali Touvo Lukola, Nurmi ed Ove Andersen, con il primo a stabilire altresì il primato mondiale con 9’21”8, ancorché la IAAF inizi a conteggiare i record solo a far tempo dal 1954.

All’epoca dei Giochi di Los Angeles 1932, il primato “ufficioso” appartiene all’americano George Lermond – il quale muore da eroe il 6 luglio 1940, perdendo la vita nel tentativo di salvare il figlio più piccolo da un incendio cha aveva colpito la propria abitazione, dopo esser riuscito nell’intento con gli altri due figli maggiori – con 9’08”4, mentre il riferito Record olimpico di Lukola viene migliorato già nella prima delle due batterie da parte del britannico Tom Evenson con 9’18”8, per poi essere disintegrato da Iso-Hollo che fa registrare il tempo di 9’14”6 nella seconda …

Con i favori del pronostico dalla sua parte, l’unico vero dubbio che si pongono gli addetti ai lavori riguarda il tempo con cui il 25enne finlandese si aggiudicherà un Oro talmente scontato, circostanza questa che non potremo mai sapere, poiché la Finale del 2 agosto 1932 andata in scena al “Memorial Coliseum” fa registrare un evento che non ha eguali nella Storia dei Giochi …

Oramai facendo corsa a sé, Iso-Hollo ritiene di aver concluso la propria fatica quando il cartello dei “contagiri” posto in prossimità della linea d’arrivo segna ancora “1”, così che completa un ulteriore giro per andare a concludere in solitario, ma con un tempo di 10’33”4 che appare subito inverosimile …

Era successo che il Giudice incaricato della registrazione dei passaggi – e che era stato chiamato in sostituzione dell’addetto designato, ammalatosi – si era “dimenticato” di modificare il cartello al primo passaggio, ragion per cui gli atleti furono costretti a percorrere 3.460 metri in luogo dei m.3000 previsti, con il maggior disappunto per l’americano Joe McCluskey che, transitato secondo alla distanza canonica, viene superato (10’46”0 a 10’46”2) da Evenson nel giro suppletivo.

A dire il vero, i Giudici manifestano la loro disponibilità a far ripetere la gara all’indomani, ma gli atleti, stremati, oppongono un cortese rifiuto e la cosa finisce lì, divenendo più un aneddoto storico da tramandare ai posteri che non un esito da inserire nelle statistiche olimpiche.

Personaggio caratteristico, Iso-Hollo rappresenta l’altra faccia del mezzofondista nordico che ottiene primati e vittorie grazie ad allenamenti massacranti (come nel caso di Nurmi e Ritola …), interpretando viceversa l’attività sportiva nel più “Decoubertiano” possibile dei significati, ovvero con un distacco tipico dei dilettanti inglesi dei tempi eroici, correndo più per divertimento che per altro …

Chiaramente, non potremo mai sapere sino a quali limiti si sarebbe potuto spingere, ma la prova tangibile delle sue qualità è dimostrata dal fatto che i suoi migliori tempi in carriera vengono ottenuti solo alle Olimpiadi, quando, è il caso di dire, occorre “unire l’utile al dilettevole”, con per utile intendersi la “Gloria Olimpica”.

Difatti, nel quadriennio post olimpico, il suo miglior risultato è rappresentato dai 9’09”4 con cui corre i m.3000 siepi il 28 maggio 1933 a Lahti, tempo praticamente identico a quello ufficioso di 9’09”2 con cui era stato cronometrato al passaggio ai 3mila metri a Los Angeles, per poi presentarsi ai Giochi di Berlino 1936 iscritto sulle medesime gare di Los Angeles …

Con un programma alquanto strano, il calendario del mezzofondo prolungato, oltre alla gara inaugurale dei 10mila metri prevista per il 2 agosto 1936 senza disputa di batterie, vede al giorno successivo le batterie dei m.3000 siepi, la cui Finale è però stabilita a distanza di 5 giorni, l’8 agosto, dopo che (il 4 ed il 7 rispettivamente) erano andate in scena batterie e Finale dei m.5000.

In casa finlandese, si spera di tornare a completare l’en plein già fatto registrare a Parigi 1924 ed Amsterdam ’28 (in queste due occasioni aggiungendovi anche l’Oro sui m.1500) sulle tre prove del Mezzofondo prolungato, ed il primo riscontro non potrebbe essere più confortante, con le tre bandiere finlandesi issate sui rispettivi pennoni per la cerimonia di premiazione della Finale dei 10mila metri, vinta da Ilmari Salminen – già Campione europeo sulla distanza nella prima edizione della Rassegna Continentale di Torino ’34 e che, l’anno seguente, riuscirà a migliorare in 30’05”6 il primato di Nurmi a distanza di 13 anni – con il tempo di 30’15”4 precedendo in volata Arvo Askolache conclude in 30’15”6, mentre Iso-Hollo completa il podio con il bronzo in 30’20”2.

29enne finlandese che, all’indomani, non spreca eccessive energie per garantirsi l’accesso alla Finale dei m.3000 siepi, facendo sua la seconda batteria dove precede (9’34”0 a 9’34”8) l’americano Harold Manning che il 12 luglio, in occasione degli “Olympic Trials”, aveva stabilito la “miglior prestazione mondiale” con il tempo di 9’08”2, per poi avvertire il peso della responsabilità in vista dell’atto conclusivo, dato che anche la gara dei m.5000 si risolve in un trionfo per i propri colori, con Gunnar Hockett a precedere con il record olimpico (14’22”2 a 14’25”8) il primatista mondiale e Campione uscente Lehtinen …

Allorché, pertanto, al pomeriggio dell’8 agosto 1936, i 12 finalisti – con Matilainen e Kaarlo Tuominen a completare il trio finlandese – si schierano alla partenza della Finale sulla pista dello “OlympiaStadion” di Berlino, a dettare l’andatura, ad un ritmo inferiore ai passaggi del record assoluto, sono i tre scandinavi, i quali non vogliono correre rischi, per scrollarsi di dosso, oltre a Manning, anche il tedesco Alfred Dompert, che si era fatto apprezzare in batteria, precedendo (9’27”2 a 9’28”4) Matilainen nella prima serie …

Ma il celebre detto che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare” ben si addice ad Iso-Hollo che sarà pure uno che corre per divertimento, ma quando c’è da far sul serio non si tira certo indietro, così che il “treno” imposto dai finlandesi vede cedere per primo Manning, quinto all’arrivo in 9’11”2, mentre ad impedire un ulteriore “cappotto” scandinavo si pone Dompert, il quale ha ben poco da rimproverarsi, visto che scende sotto il precedente limite mondiale, con un 9’07”2 buono solo per garantirgli il bronzo precedendo un Matilainen (9’09”0) non visto di buon grado dagli Dei dell’Olimpo, restando per la seconda edizione consecutiva ai margini del podio …

Definite le posizioni di rincalzo, la “sfida in famiglia” per l’Oro si risolve a tempo di record a favore di Iso-Hollo, il quale (9’03”8 a 9’06”8), il quale diviene così il primo – e sinora l’unico, poiché il keniano Ezekiel Kemboi conquista i suoi due Oro a distanza di otto anni, da Atene 2004 a Londra 1912 – siepista a bissare il titolo.

Conclusa l’esperienza olimpica, Iso-Hollo rallenta l’attività iniziando ad accusare problemi fisici in quanto affetto da reumatismi, per poi interromperla a seguito dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale dopo aver fatto registrare un buon 9’08”8 a fine luglio 1939 a Stoccolma, prima di dare il definitivo addio alle gare con un’esibizione nel 1945 a Stoccolma.

Con lui si conclude un Capitolo importante nella Storia del Mezzofondo Mondiale per quanto riguarda l’Atletica finlandese, penalizzata dagli eventi bellici che non consentono a due suoi validi esponenti – Taisto Maki, primo uomo ad infrangere la barriera dei 30’ netti sui 10 chilometri e Viljo Heino – di prendere parte alle cancellate edizioni di Giochi nel 1940 e ’44, mentre alla ripresa con le Olimpiadi di Londra 1948, con l’altra barriera dei 9’ netti sui m.3000 siepi ad essere stata violata dallo svedese Erik Elmsater nel 1944, correndo la distanza in 8’59”6, l’eredità finlandese viene rilevata dai confinanti svedesi, toccando a loro, stavolta, riempire i tre gradini del podio, ancorché il vincitore Thore Sjostrand non riesca, concludendo in 9’04”8 a far meglio di Iso-Hollo a Berlino …

Con la sola, “piccola” differenza, che la superiorità svedese si esaurisce in tale occasione, ben poca cosa rispetto all’epopea dei “cugini” finlandesi, il cui periodo, senza con questo voler far torto agli altri medagliati, è racchiuso in un arco temporale che ha come chiavi d’accesso e di chiusura due soli nomi, Paavo Nurmi da un lato e Volmari Iso-Hollo dall’altro, e scusate se è poco …

A BARCELLONA ’92 VA IN SCENA L’ULTIMA RECITA USA NELLA RANA MASCHILE

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Mike Barrowman festeggia Oro e record mondiale a Barcellona ’92 – da:gettyimages.ie

Articolo di Giovanni Manenti

Che gli Stati Uniti siano i dominatori nel panorama internazionale per quanto riguarda il nuoto è un dato di fatto indiscutibile, certificato dai numeri che – nel medagliere olimpico relativo al solo settore maschile – li vedono essersi aggiudicati ben 314 (!!!) podi (la seconda miglior classificata è l’Australia con 102), con una differenza ancor più netta qualora si abbia riferimento ai soli ori, pari a 143 rispetto ai soli 33 australiani.

Ma, se si va a scomporre il dato tra i vari stili – escludendo le staffette –, ci si accorge che anche nello strapotere Usa esiste una falla, costituita dalla rana, dove i rappresentanti dello Zio Sam sono saliti in sole 9 occasioni sul gradino più alto del podio nelle 38 gare disputate nella storia dei Giochi, con una percentuale del 25%, qualora si eliminino le finali sui 100 e 200 metri di Mosca 1980, a cui gli Stati Uniti non hanno partecipato per il noto boicottaggio.

E se negli stili a dorso e farfalla tale percentuale di vittorie supera il 60% e sui misti va oltre il 50%, nello stile libero, dove la concorrenza, specie quella australiana, è maggiore, sfiora comunque il 40%.

Che la rana rappresenti il “tallone d’Achille” del nuoto americano lo dimostra anche il fatto che ai Giochi di Montreal ’76, la più forte spedizione di ogni epoca, capace di aggiudicarsi 12 delle 13 prove in programma – con quattro podi monopolizzati ed 11 record mondiali stabiliti –, fallisce il clamoroso en plein proprio per la mancata affermazione sui 200 rana, dove ad imporsi è lo scozzese David Wilkie.

Analogamente, 8 anni dopo a Los Angeles – edizione che, in campo maschile, ha risentito in termini marginali dell’assenza degli atleti dell’Europa dell’Est, data la presenza di australiani, tedeschi occidentali e canadesi –, al successo di Steve Lundquist sulla più corta distanza, fa riscontro un podio dei 200 rana dove gli americani brillano per la loro assenza, così che, da quando il programma olimpico ha previsto la disputa di entrambe le prove, mai gli specialisti Usa sono riusciti ad imporsi in tutte e due in una stessa edizione.

Situazione destinata ulteriormente a peggiorare ai successivi Giochi di Seul 1988, in cui ad emergere sono i ranisti ungheresi, destinati a svolgere un ruolo di primo piano nel successivo decennio, con i rappresentanti a stelle e strisce per la prima volta fuori dalle medaglie su entrambe le distanze, con il miglior risultato colto da Richard Schroeder (sesto sui 100) e dal non ancora 20enne Mike Barrowman sui 200, ai margini del podio per soli 0”24 centesimi (2’15”21 a 2’15”45) rispetto allo spagnolo Sergio Lopez Mirò, nella gara vinta dall’ungherese Jozsef Szabo con il primato europeo di 2’13”52.

Ed è proprio su quest’ultimo, che l’anno precedente aveva conquistato l’argento ai Giochi Panamericani di Indianapolis sulla medesima distanza – peraltro l’unica su cui si cimenta pressoché esclusivamente, non ritenendosi sufficientemente competitivo sui 100 metri –, che gli Stati Uniti fanno affidamento in vista del successivo decennio, dopo che negli anni ’70 la loro punta di diamante era stata John Hencken (bronzo sui 100 ed oro sui 200 a Monaco ’72, ed oro sui 100 ed argento sui 200 a Montreal ’76, oltre ad identico risultato ottenuto ai Mondiali di Belgrado ’73), mentre gli anni ’80 avevano visto brillare la stella di John Moffet e Steve Lundquist.

Oltretutto, la specialità dei 200 rana era stata monopolizzata, quanto a primati mondiali, da soli tre interpreti in oltre 15 anni, ovvero i già ricordati Hencken e Wilkie ed il canadese Victor Davis, con quest’ultimo ad aver migliorato il record sino a 2’13”34 in occasione della finale olimpica di Los Angeles del 2 agosto 1984, tuttora ineguagliato alla chiusura dei Giochi di Seul, al pari di quello di 1’01”65 stabilito da Lundquist sulla più corta distanza nel corso della stessa rassegna.

E che sia Barrowman l’uomo su cui puntare in vista dei prossimi impegni si manifesta in tutta la sua evidenza l’anno seguente nel corso dei “Campionati Pan Pacifici” che si svolgono a Tokyo, allorché oltre al successo sui 200 rana precedendo il connazionale Nelson Diebel, si riappropria in solitario del primato mondiale, nuotando la distanza in 2’12”89, esattamente un solo centesimo in meno dei 2’12”90 realizzati il 4 agosto 1989 in occasione dei Campionati AAU ed eguagliati due settimane dopo dal britannico Nick Gillingham nel corso dei Campionati Europei di Bonn.

Uno stile che, dopo cinque anni di stasi cronometrica, si risveglia improvvisamente, dato che nella rassegna continentale, l’altro britannico Adrian Moorhouse fa suo il primato sui 100 con il tempo di 1’01”49, per poi curiosamente ripetere tale risultato al centesimo in altre due occasioni, a gennaio ’90 ad Auckand, in Nuova Zelanda, in occasione dei “Commonwealth Games” e quindi il successivo 26 luglio a Londra, mentre Barrowman si migliora sino a 2’11”53 sulla doppia distanza il 20 luglio ’90 durante i Campionati AAU di Seattle.

Il primo, importante riscontro circa i rispettivi progressi, avviene ad inizio gennaio ’91 allorché è in programma a Perth, in Australia, la sesta edizione dei Campionati Mondiali, dove gli Stati Uniti schierano Erich Wunderlich e Kirk Stacke sui 100 rana, con quest’ultimo a far compagnia al primatista mondiale anche sulla doppia distanza.

La gara dei 100 metri, con batterie e finale in programma il 7 gennaio ’91, conferma l’inferiorità americana rispetto ai migliori interpreti della specialità, con il solo Wunderlich a qualificarsi per la finale per concludere poi non meglio che quinto in 1’02”05, mentre la sfida per l’oro vede l’ungherese Norbert Rozsa, che in batteria aveva eguagliato il record di Moorhouse (quarto 1’01”49 in 18 mesi!), far proprio il primato in 1’01”45, precedendo il britannico, che conclude in 1’01”58.

Stackle, giunto ottavo nella finale B, fallisce quattro giorni dopo l’accesso anche all’atto conclusivo dei 200 con il nono tempo in batteria a pari merito con l’azzurro Postiglione, che lo precede altresì nella finale B vinta dall’australiano Rodney Lawson, mentre Barrowman si dimostra il migliore del lotto, centrando in batteria il record dei Campionati in 2’13”82, davanti a Gillingham ed a Szabo, e Rozsa si qualifica con il sesto tempo.

Al pomeriggio delll’11 luglio 1991, gli Stati Uniti si affidano pertanto al loro campione per tornare a festeggiare un titolo iridato sulla distanza dopo l’estemporaneo successo di Nick Nevid a Berlino 1978 – mentre sui 100 rana possono contare sulle vittorie dei “soliti noti”, ovvero Hencken nel 1973 a Belgrado e Lundquist nel 1982 a Guayaquil –, ed il 22enne del Michigan (ancorché sia nato il 4 dicembre 1968 ad Asuncion, capitale del Paraguay) non tradisce le attese.

Con Rozsa a confermarsi il migliore tra gli europei, tanto da abbinare all’oro sui 100 anche l’argento sulla doppia distanza per precedere con largo margine (2’12”03 a 2’13”12) Gillingham, dal canto suo Barrowman fornisce una prova di schiacciante superiorità, andando a concludere nel nuovo primato mondiale di 2’11”23, così da avvicinare la fatidica “barriera dei 2’10” netti”.

Oramai le gerarchie della rana sembrano delineate, ovvero il magiaro a proprio agio sulla più corta distanza e l’americano senza rivali sui 200 metri, un assioma che trova conferma nelle rispettive rassegne continentali che si svolgono in contemporanea a fine agosto e che rappresentano una sorta di “Prova Generale” in vista dell’appuntamento olimpico di Barcellona 1992.

Ai Campionati Europei di Atene, difatti, Rozsa si impone sui 100 in 1’01”49 (ancora!!!) su Moorhouse ed il nostro Gianni Minervini, dopo che in batteria si era riappropriato con il tempo di 1’01”29 del primato mondiale in solitario, dato che l’11 giugno a Mosca il sovietico Vasili Ivanov aveva eguagliato il precedente record di 1’01”45 stabilito a Perth.

Ungherese che, successivamente, si aggiudica l’argento sulla doppia distanza, beffato per soli 0”03 centesimi (2’12”55 a 2’12”58) da Gillingham, prima di contribuire al bronzo della staffetta 4×100 mista, mentre dall’altra parte dell’Oceano il divario appare imbarazzante.

Iscritto, difatti, su entrambe le prove ai “Campionati Pan Pacifici” di Edmonton per compensare il vuoto sui 100 metri, Barrowman – che ai Campionati AAU di Fort Lauderdale aveva portato il proprio record a 2’10”60 – coglie il suo unico risultato di prestigio sulla più corta distanza in 1’02”02, in un arrivo serrato con l’australiano Phil Rogers ed il giapponese Akira Hayashi, che concludono in 1’02”09 e 1’02”14 rispettivamente, per poi non avere rivali nella sua gara preferita, chiusa in 2’11”96, e quindi completare un tris d’oro con il successo nella staffetta 4×100 mista.

L’esito della rassegna, con i relativi riscontri cronometrici, convince Barrowman ad evitare la selezione sui 100 metri in occasione degli “Olympic Trials” che si svolgono ad inizio marzo 1992 ad Indianapolis – una data che fa discutere vista la lontananza di quasi 5 mesi rispetto ai Giochi – e che fanno, quale consueta “vittima illustre”, Wunderlich, il quale giunge terzo (e quindi fuori dalla spedizione in Catalogna) in entrambe le finali, che viceversa mettono in evidenza, a sorpresa, un ritrovato 21enne Diebel, il quale si impone sui 100 con il primato Usa di 1’01”40, a soli 0”11 centesimi dal record mondiale di Rozsa.

Il primatista mondiale dei 200 metri, al contrario, non manifesta altrettanta brillantezza, prova ne sia che ottiene il pass olimpico con un tempo di 2’13”54, ben 3” superiore al proprio primato, ed oltretutto venendo battuto dal “carneade” Roque Santos che, nell’Indiana, vive quel giorno il suo “quarto d’ora di gloria”.

Probabile che Barrowman si sia risparmiato per poi svolgere un’adeguata preparazione in allenamento in vista dei Giochi, ma improvvisamente, una piccola crepa si apre nelle certezze della Federazione Usa, cosi come, di contro, nasce una speranza di medaglia sui 100 metri grazie alla prestazione di Diebel.

Ma, come sempre, il responso definitivo lo si affida al campo – o, per meglio dire, in questi casi, alla piscina –, con l’impianto “Bernat Picornell” di Barcellona ad aprire i battenti il 26 luglio 1992, con la prima delle due prove a rana del programma ad essere i 100 metri, con batterie e finale in programma tra mattina e pomeriggio della stessa giornata inaugurale.

Non essendo all’epoca previste le semifinali, a rischiare grosso è proprio il primatista mondiale magiaro che, inserito nell’ottava ed ultima serie, se la prende un po’ troppo comoda (terzo con 1’02”25 alle spalle del sovietico Dmitry Volkov e dell’australiano Rogers), acciuffando l’accesso alla finale pomeridiana per l’inezia di 0”03 centesimi in meno del tempo fatto registrare dal connazionale Karoly Guttler.

Diebel, dal canto suo, ottiene il terzo miglior tempo in batteria, concludendo la propria serie preceduto da Hayashi, così che al pomeriggio le corsie centrali sono occupate da Volkov e dal giapponese, con Gillingham in sesta, Moorhouse in settima e Rozsa in ottava.

L’americano, pertanto, non ha dal suo lato i punti di riferimento dei due britannici e del primatista mondiale, che nuotano all’esterno opposto, se non quello di Volkov, che nuota alla sua sinistra e impone il proprio ritmo sino a metà gara, seguito dal connazionale Ivanov in seconda corsia, così che Diebel, in mezzo ai due, può regolare la propria andatura.

Dopo la virata di metà gara, le bracciate dei due sovietici si fanno progressivamente più pesanti, mentre a sorpresa non sono mai in lizza per il podio i due britannici Gillingham e Moorhouse, che concludono rispettivamente settimo ed ottavo, il che favorisce Rozsa nella sua caccia alla medaglia d’oro, se non fosse che Diebel tiene botta andando a toccare per primo nel nuovo record olimpico di 1’’01”50 che migliora l’1’01”65 di Lundquist a Los Angeles nel 1984, mentre il bronzo se lo aggiudica Rogers, a soli 0”08 centesimi (1’01”68 ad 1’01”76) dall’ungherese.

Storia particolare, quella di Diebel, nato a Hinsdale, nell’Illinois, il 9 novembre 1970 e che, dopo la separazione dei genitori quando aveva 12 anni, ha vissuto una gioventù di eccessi tra alcool, marijuana e frequenti litigi, sino ad essere espulso da scuola.

Per sua fortuna, iscritto alla “Peddie School”, un liceo privato Hightstown, in New Jersey, viene iniziato al nuoto da Chris Martin quando ha già 17 anni, dimostrando sin da subito innate qualità che lo portano a concludere in un onorevole quinto posto la finale dei Trials in vista dei Giochi di Seul 1988, per poi migliorarsi sino al trionfo olimpico di Barcellona, cui abbina l’oro con la staffetta 4x100mista.

In ogni caso, gli Stati Uniti conquistano la loro quarta medaglia d’oro sui 100 rana da quando la gara è stata inserita nel programma olimpico, ma la debacle dei due britannici e la prova sotto tono di Rozsa contribuiscono a temere per lo “scontato” successo di Barrowman, dato che nella rassegna a cinque cerchi le sorprese sono sempre all’ordine del giorno.

Con la prospettiva, pertanto, di cogliere un’accoppiata sinora mai avvenuta nelle sette edizioni dei Giochi in cui sono previste entrambe le distanze, la pressione è ora tutta sulle spalle del primatista mondiale, il quale peraltro si dimostra in buona condizione sin dalle batterie che si svolgono al mattino del 29 luglio 1992, allorché, inserito nella settima ed ultima serie insieme proprio a Rozsa, fa registrare il miglior tempo di 2’11”40 che migliora il record olimpico di Davis stabilito a Los Angeles ’84, trascinandosi dietro l’ungherese in 2’12”95, mentre la precedente serie era stata vinta da Gillingham in 2’13”42.

Ad ogni buon conto, nella finale pomeridiana Barrowman rompe gli indugi sin dal tuffo in acqua, transitando al comando sia alla prima virata (30”45) che a metà gara, nuotata in 1’03”91 (0”22 centesimi sopra il passaggio del suo record mondiale) con Gillingham a stretto contatto e Rozsa leggermente dietro.

Con il podio già delineato, salvo crolli improvvisi, l’americano incrementa l’andatura nella terza frazione, così che alla virata dei 150 metri (1’37”12) è in condizione di attaccare il suo stesso record, visto che il margine si è ridotto a soli 0”13 centesimi, in ciò aiutato dalla strenua resistenza di Gillingham e Rozsa che non mollano di un centimetro.

Ed è così che, all’arrivo, Barrowman tocca nello straordinario tempo di 2’10”16, mentre i suoi avversari hanno ben poco da rimproverarsi, pur se a Gillingham resta l’amarezza di una gara sempre condotta in seconda posizione solo per essere superato dall’ungherese nelle ultime bracciate, staccato di soli 0”06 centesimi per i rispettivi tempi di 2’11”23 e 2’11”29 che, peraltro, valgono loro il primato europeo e britannico.

Con questo doppio successo, sia Diebel che Barrowman si ritirano dall’attività, lasciando campo libero agli specialisti di altre nazioni, ma certo non potevano immaginare che le loro sarebbero state le ultime medaglie d’oro olimpiche conquistate dal proprio paese nello stile a rana, considerato che, nelle successive 6 edizioni dei Giochi, gli Stati Uniti raccolgono solo tre argenti e due bronzi sui 100 metri, ed addirittura appena un argento ed un bronzo sulla doppia distanza.

E ciò, nonostante la presenza di uno dei migliori specialisti al mondo di inizio nuovo millennio, vale a dire Brendan Hansen, capace di stabilire due primati mondiali sui 100 e tre sui 200, ma con la grande sfortuna di essere coetaneo del fuoriclasse giapponese Kosuke Kitajima – colui che, a distanza di oltre 10 anni, migliora il primato di Barrowman divenendo il primo ranista ad infrangere la “barriera dei 2’10” netti” – con il quale dà vita ad epiche sfide che, curiosamente, vedono il nipponico prevalere ai Giochi e l’americano in occasione delle rassegne iridate.

Ma, questa, è un’altra storia che avremo quanto prima modo di raccontarvi, statene certi…

 

 

GIAMPIERO BONIPERTI, UNA VITA SPORTIVA CON UN SOLO, GRANDE AMORE

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Giampiero Boniperti in maglia Juventus – da:supersport.it

Articolo di Giovanni Manenti

Molti possono essere i motivi per un’esistenza longeva, la prima delle quali è chiaramente una vita sana, senza eccessi di alcun tipo, ma la Medicina ha oramai riconosciuto come tenersi attivi sia un’altra fondamentale componente e, sotto questo punto, riteniamo che il protagonista della nostra Storia odierna abbia ben pochi rivali, dato che ad oltre 70 anni è ancora un Parlamentare Europeo ed a quasi 80 è sempre in grado di fornire preziosi consigli al “Grande Amore della sua Vita” …

Già, perché anche gli affetti sono una componente importante nella crescita interiore di ogni persona ed, oltre a quelli strettamente familiari, Giampiero Boniperti ha vissuto un legame indissolubile verso una “Vecchia Signora” di nome Juventus, della quale è stato protagonista sia da calciatore che da Dirigente.

Nato il 4 novembre 1928 a Barengo, piccolo Comune di meno di mille anime in Provincia di Novara, Boniperti si mette in luce addirittura ad 11 anni allorché frequenta il “Collegio De Filippi” di Arona, mettendo a segno una quaterna nel solo primo tempo in una sfida “prestigiosa” (sic) tra gli “interni” e gli “esterni” dell’Istituto, con Don Paolo Granzini a profetizzare per il piccolo Giampiero un futuro da Campione …

Cresciuto quindi nelle file delle formazioni locali del Barengo e del Momo Novarese, a proporre Boniperti alla Juventus, nell’immediato Secondo Dopoguerra, è un medico torinese, tale Egidio Perone, con le due citate Società a dividersi l’importo di 60mila Lire corrisposto dal Club bianconero.

L’esordio in prima squadra avviene il 2 marzo 1947 al “Comunale” contro il Milan, con Boniperti a scendere in campo nel ruolo di centravanti in sostituzione del titolare Mario Astorri – 23 presenze e 17 reti per lui, nel suo unico anno in bianconero – ma il debutto non convince, con la Juventus ad uscire sconfitta per 1-2, ed il giovane novarese torna a schierarsi con le riserve …

Fortuna vuole che, pur giungendo seconda, il divario tra la Juventus ed il “Grande Torino” sia tale da non poter nutrire ambizioni di Scudetto, così che il tecnico ed ex bianconero Renato Cesarini decide di dar fiducia ad alcuni giovani nelle ultime giornate di Campionato, e Boniperti non si lascia scappare questa seconda opportunità, siglando una doppietta nel successo esterno per 3-0 sul campo della Sampdoria, per poi andare ancora a segno contro Venezia e Lazio, così da guadagnarsi il ruolo da titolare per la successiva stagione, con buona pace di Astorri, dirottato all’Atalanta.

Un azzardo di cui la Dirigenza bianconera non avrà certo a pentirsi, visto che già la successiva stagione – con il titolo oramai monopolizzato dal Torino – Boniperti si laurea Capocannoniere del Campionato andando 27 volte a segno nelle 40 gare di calendario, precedendo la coppia granata Valentino Mazzola e Gabetto, ferma a 25 e 23 centri rispettivamente.

L’anno seguente, che coincide con la tragica “Sciagura di Superga” che consegna all’immortalità quella schiera di Campioni, Boniperti ha le ultime occasioni di confrontarsi con il “Capitano” verso cui ha sempre nutrito una forte ammirazione, anche se nei quattro derby disputati non solo non ha mai vinto, ma non è neppure riuscito ad andare in goal, ragion per cui lui, bianconero sino all’osso, raccoglie come un onore il fatto di essere selezionato tra una rappresentativa di giocatori della Serie A denominata “Torino Simbolo” ed indossare quindi la gloriosa maglia granata in un’amichevole contro il River Plate, disputata il 26 maggio 1949 per raccogliere fondi a favore delle famiglie delle vittime dell’incidente aereo.

La tragedia che colpisce la Società granata lascia spazio per un cambio al vertice del nostro Calcio ed inaugura altresì l’era dei Campioni stranieri, inizialmente provenienti dalla Scandinavia, in quanto Svezia e Danimarca protagoniste alle Olimpiadi di Londra 1948, e così mentre gli svedesi prediligono Milano – Gren Nordahl e Liedholm si accasano al Milan, Skoglund all’Inter – i danesi scelgono Torino, ed ad indossare i colori bianconeri giungono John Hansen e Karl Aage Praest …

Questi ultimi, compongono assieme a Boniperti un “trio delle meraviglie” che porta la Juventus a festeggiare un titolo che mancava da ben 15 anni, ed il loro contributo è certificato dalle complessive 60 reti (28 Hansen, 21 Boniperti e 11 Praest) messe a segno, anche se il titolo di Capocannoniere va al rossonero Gunnar Nordhal, con il Milan a piazzarsi secondo a 5 punti di distacco.

Milan che, l’anno seguente, torna a far felici i propri tifosi a 44 (!!) anni di distanza dall’ultimo Scudetto, mentre l’attacco bianconero si arricchisce di un terzo danese, Karl Aage Hansen (nessun legame di parentela con John), che porta quest’ultimo a realizzare 23 reti, cui se ne aggiungono 22 di Boniperti, 20 di John Hansen e 16 di Praest, per un totale di 81 sui 103 centri complessivi dei bianconeri …

Per la Juventus il riscatto arriva già nel 1952, stagione che la vede dominare il Campionato, concluso con largo margine (60 a 53) sui rossoneri, con in più John Hansen ad interrompere la serie di Nordahl quale Capocannoniere del Torneo, titolo da lui vinto con 30 reti rispetto alle 26 dello svedese, per quello che, comunque, resta per un quinquennio l’ultimo Scudetto dei bianconeri, costretti a cedere il passo alle due milanesi ed alla sorprendente Fiorentina del “Dottor Bernardini”.

Nel frattempo, a Boniperti si erano anche schiuse le porte della Nazionale, con cui debutta il 9 novembre 1947 nella netta sconfitta per 1-5 sull’Austria in Amichevole, per poi realizzare il 22 maggio 1949, a meno di tre settimane dalla tragedia di Superga, la sua prima rete in Azzurro nel successo per 3-1 a Firenze ancora contro gli austriaci, così da essere selezionato per i Mondiali del 1950 in Brasile, dove scende in campo nella gara contro la Svezia che l’Italia perde per 2-3, così da abdicare dal trono di “Regina della Coppa Rimet” …

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Boniperti ai Mondiali di Svizzera ’54 – da:storiedicalcio.altervista.org

Purtroppo, gli anni ’50 rappresentano il punto più basso nella Storia della nostra Nazionale – eliminata al primo turno dai padroni di casa ai Mondiali di Svizzera ’54 ed incapace di qualificarsi per la successiva edizione di Svezia ’58 – così che le soddisfazioni in maglia azzurra, per complessive 38 apparizioni con 8 reti all’attivo, non sono per Boniperti pari a quelle ottenute in bianconero, pur con due curiose coincidenze, ovvero di concludere la sua esperienza ancora contro l’Austria come al debutto e l’aver realizzato proprio in detta circostanza, giocata il 10 dicembre 1960 a Napoli, l’ultima sua rete in azzurro così da aver segnato sia negli anni ’40 che nei ’50 e ’60.

Con la Juventus, viceversa, il ritorno ai vertici coincide con il mercato estivo 1957, che vede sbarcare all’ombra della Mole due fuoriclasse quali l’argentino Enrique Omar Sivori – reduce dallo straripante successo nella Copa America assieme agli altri due componenti del “Trio degli Angeli della faccia sporca”, Antonio Valentin Angelillo, accasatosi all’inter, ed Humberto Maschio, acquistato dal Bologna – ed il centravanti gallese John Charles, prelevato dal Leeds United …

Questo secondo potente trio d’attacco, comporta un cambiamento di ruolo in campo per Boniperti – che già, dopo le 19 reti dell’anno dello Scudetto ’52, aveva visto ridursi il proprio contributo realizzativo – andando a ricoprire la veste di interno destro (per la quale Gianni Brera conia il termine centrocampista, sino ad allora mai usato …) in un attacco completato dal 17enne Bruno Nicolè, Charles, Sivori e Stacchini …

La differenza la fanno i due neo acquisti, grazie alle loro 50 reti – 28 per Charles, con tanto di titolo di Capocannoniere, e 22 per Sivori – che consentono alla Juventus di laurearsi per la decima volta Campione d’Italia e potersi così fregiare dell’ambita “Stella da apporre sulle proprie maglie, per poi dar vita ad un quadriennio di trionfi che vedono i bianconeri conquistare altri due Scudetti nel 1960 e ’61, oltre alla Coppa Italia nel 1959 e ’60, a spese rispettivamente di Inter e Fiorentina.

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Boniperti saluta i tifosi dopo lo Scudetto del 1960 – da:wikipedia.org

Unica pecca nel percorso di Boniperti da calciatore – ricorderà in seguito che il suo sogno da bambino era quello di indossare anche solo per una volta la maglia bianconera in una partita di A, beh ha fatto decisamente meglio, con 444 presenze e 178 reti all’attivo – resta il negativo rendimento nelle Coppe Europee, che visto con gli occhi di oggi fa ritenere inspiegabile come una formazione con tali fuoriclasse possa aver subito due clamorosi rovesci (0-7 a Vienna ad inizio ottobre ’58 ed 1-4 a Sofia a metà ottobre ’60) al primo turno di Coppa dei Campioni …

Migliore fortuna ha il percorso dei bianconeri nell’edizione 1961-’62, eliminati ai Quarti solo allo spareggio dal Real Madrid, dopo essere stati la prima squadra a violare il sacro tempio del “Santiago Bernabeu”, ma a quel momento Boniperti aveva già appeso le scarpe al chiodo, consegnate al Massaggiatore Crova il 10 giugno 1961 al termine della “gara farsa” contro la Primavera dell’Inter mandata in campo per protesta e conclusa sul punteggio di 9-1.

Una carriera iniziata contro una milanese e conclusa contro l’altra e, particolare ancor più curioso, tenendo a battesimo l’esordio in A di un non ancora 18enne Sandro Mazzola, primogenito dell’indimenticabile Valentino, come dire che il cerchio, idealmente, si chiude …

Ma non finisce certo il rapporto di fedeltà con la Società bianconera che, costretta a subire – in Italia come in Europa – l’egemonia di Inter e Milan nel corso dell’intero decennio (fatto salvo uno Scudetto arraffato all’ultima giornata nel 1967, più per demeriti dei nerazzurri che non per meriti propri …), decide di affidare al suo ex giocatore più rappresentativo l’incarico di procedere alla ricostruzione di una formazione vincente.

Per molti il passaggio dal campo alla scrivania può divenire traumatico, ma non per Boniperti che, grazie al suo passato da calciatore, tratta in prima persona gli acquisti più importanti, oltre a definire i termini dei contratti di ingaggio, dopo essere stato inizialmente affiancato dal coetaneo Italo Allodi, dal quale apprende gli ultimi trucchi del mercato …

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Boniperti e Agnelli in tribuna a Torino – da:arenacalcio.it

Ed ecco che l’opera di ringiovanimento porta immediatamente i suoi frutti, con il lancio in prima squadra del promettente attaccante del vivaio Roberto Bettega (mandato una stagione a “farsi le ossa” a Varese in B dal Maestro Nils Liedholm …), per poi sposare una linea di condotta aziendale che, in un periodo di conflitti sociali, indirizza verso l’acquisto giocatori meridionali per incrementare il processo di integrazione con la classe operaia della FIAT …

Atteggiamento che porta a vestire il bianconero il sardo Cuccureddu, il pugliese Franco Causio ed i siciliani Pietro Anastasi e Giuseppe Furino, oltre a realizzare alcuni importanti scambi quali quello dei portieri con il Napoli, che vede Dino Zoff prendere la strada per Torino in cambio di Carmignani, per non parlare della triplice transazione con la Roma che porta a vestire la maglia della Juventus Spinosi, Capello e Fausto Landini, in cambio di Roberto Vieri, Del Sol e Zigoni.

E poi ci sono gli Allenatori, per i quali Boniperti dimostra un particolare intuito, visto che dopo il quinquennio di Heriberto Herrera in panchina, punta le sue fiches sul 35enne ex gloria nerazzurra Armando Picchi, a cui affida la rinnovata Juventus nell’estate 1970, di cui non potremo mai sapere quali sarebbe potuto essere l’esito, visto la prematura, tragica scomparsa del tecnico livornese l’anno seguente …

L’opera di rinascita iniziata da Picchi viene completata da Vycpalek e Parola, grazie ai quali la Juventus torma padrona in Italia – Scudetti nel 1972, ’73 e ’75, seconda nel 1974 e ’76 – ma non in Europa, pur avendo raggiunto la sua prima Finale di Coppa dei Campioni nel 1973, solo per essere sconfitta 0-1 dall’Ajax di Cruijff.

Difficile dire di no a Boniperti, ma qualcuno ci è riuscito ed un altro ci ha provato, entrambi facenti riferimento alla Sardegna, vale a dire Gigi Riva che ha sempre rifiutato il pressante corteggiamento degli emissari bianconeri ed un 20enne Virdis che non si sentiva ancora pronto per il grande passo, salvo poi cedere alle insistenze (ed ai milioni di contratto …) del “Presidentissimo” …

Conoscitore dei segreti del Calcio come pochi, Boniperti non tarda ad intuire che due sia pur brave persone come Vycpalek e Parola sono oramai inadeguate al nuovo modo di interpretare il Calcio, ed eccolo, puntuale, puntare su di un altro tecnico emergente, ovvero Giovanni Trapattoni che, fattesi le ossa come vice di Rocco al Milan, ha condotto i rossoneri ad un più che onorevole terzo posto nel Torneo 1976 che vede la Juventus sperperare un vantaggio di 5 punti sui granata.

Oltre a Trapattoni, la “rivoluzione bonipertiana” porta a due scambi sensazionali, ovvero Anastasi per Boninsegna con l’Inter e Capello per Benetti con il Milan, così da costituire la Juventus “Sturm und Drang” che, con la crescita dei giovani Scirea (prelevato nel 1974 dall’Atalanta) e Tardelli (acquistato dal Como l’anno seguente) ed il lancio del 19enne promettente Antonio Cabrini, disputa forse la miglior stagione della sua Storia, visto che la conclude con lo “Scudetto Record” a quota 51 punti (ed una sola lunghezza di vantaggio sui “Cugini” granata …), cui unisce il primo Trofeo Internazionale, in virtù della conquista della Coppa Uefa ’77, unica Società italiana a compiere l’impresa con una rosa composta interamente da giocatori italiani.

Già, perché con l’inizio degli anni ’80 avviene anche la riapertura delle frontiere che consente il tesseramento dei giocatori stranieri, ed anche in questa occasione Boniperti vede giusto, assicurandosi le prestazioni dell’irlandese Liam Brady, regista raffinato che in due stagioni (1981 e ’82) contribuisce alla conquista di altrettanti Scudetti, salvo poi mettere in imbarazzo Boniperti al momento in cui il Presidente è costretto a comunicargli di non poter rinnovare il contratto, avendo già tesserato, quale secondo straniero, il polacco Zbigniew Boniek, reduce da un ottimo Mondiale di Spagna ’82, mentre l’Avvocato Agnelli, a sua insaputa, aveva direttamente concluso l’acquisto del francese Michel Platini …

Scelta, quella di Agnelli, peraltro quanto mai azzeccata, visto che il fuoriclasse transalpino – “l’abbiamo acquistato per un tozzo di pane, ma poi ci abbiamo messo sopra un bel po’ di caviale …!!”, avrà modo di chiosare l’Avvocato – contribuisce finalmente a sfatare il “tabù continentale” e, dopo la delusione della sconfitta nella Finale di Coppa dei Campioni ’83 contro l’Amburgo, la Juventus infila una serie di successi, costituiti dalla affermazioni in Coppa delle Coppe e Super Coppa Uefa ’84, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale ’85, pur nella tristezza derivante dalla tragedia dell’Heysel, oltre ad incrementare il Palmarès interno, aggiudicandosi la Coppa Italia ’83 e gli Scudetti nel 1984 ed ’86.

Boniperti resta in carica sino al febbraio 1990, quando rassegna le proprie dimissioni dopo 19 anni di Presidenza ininterrotti – nel corso dei quali ha anche seguito la gestione della “Sisport”, Polisportiva del Gruppo Fiat che ha annoverato tra le sue file Campioni del calibro di Pietro Mennea e Sara Simeoni – e della sua esperienza si avvale immediatamente il Presidente della FIGC Antonio Matarrese per nominarlo Capo Spedizione della Nazionale ai Mondiali organizzati dall’Italia e che vedono gli Azzurri concludere al terzo posto, salvo essere richiamato a distanza di un anno per assumere la veste di Amministratore Delegato dopo la sciagurata stagione con Maifredi allenatore …

L’oramai 63enne novarese punta sull’usato sicuro, richiamando in panchina Giovanni Trapattoni, con cui si aggiudica il suo ultimo Trofeo, vale a dire la Coppa Uefa 1993, per poi non trovarsi più a proprio agio in un Calcio che non gli appartiene, con le trattative di mercato e di contratto coi giocatori a svolgersi per il tramite dei mediatori, lui che era abituato a concludere i rinnovi nell’arco di una giornata con una visita a Villar Perosa …

Di un “Mondo che cambia” se ne avvede anche Umberto Agnelli, il quale ritiene più adatta alla nuova realtà la coppia formata da Antonio Giraudo e Luciano Moggi, che sicuramente non incontravano il favore di Boniperti, visto che lascia il proprio Ufficio nell’estate ’94 senza neppure salutare i nuovi arrivati, tanto aveva da prepararsi al suo nuovo incarico di Europarlamentare, eletto nelle file di “Forza Italia” e svolto dal 1994 al 1999.

Ed, anche in questo caso, alla luce dei successivi eventi, non possiamo negare che il buon Giampiero non ci avesse visto giusto …

 

IL TITOLO 2011 DEI DALLAS MAVERICKS CHE INCORONA DIRK NOWITZKI STELLA DELLA NBA

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Dirk Nowitzki con il Trofeo che celebra il titolo NBA 2011 – da:ibtimes.com

Articolo di Giovanni Manenti

Maggior Stato degli Usa quanto a superficie (se si esclude l’Alaska) e secondo per popolazione alle spalle della California, a fine anni ’70 il Texas ha già due sue rappresentati nella Lega Professionistica di Basket, vale a dire gli Houston Rockets ed i San Antonio Spurs, circostanza che rende titubante l’allora Commissioner della NBA Larry O’Brien a concedere l’allargamento delle Società iscritte, dato anche che la stagione 1979 ha visto chiudere in perdita 18 delle 22 franchigie ed il crollo dell’audience televisivo …

Ma con il cambio alla Presidenza che porta all’insediamento di David Stern, grazie al quale si deve la rinascita e successiva crescita esponenziale del Basket Professionistico negli Usa, ecco che anche Dallas riesce ad ottenere l’accesso a far tempo dalla stagione 1980-’81, alla quale si presenta con Dick Motta in veste di Coach ed una rosa quanto mai giovane, dfestinata a pagare dazio all’esordio.

Concluso il debutto con il peggior record (15-67) assoluto della Lega, i Mavericks (il cui nome è stato scelto con un sondaggio tra i tifosi …) mantengono Motta alla guida per altre sei stagioni, riuscendo a concludere con un record positivo dal 1984 al 1987 con conseguenti qualificazioni ai Playoff, mentre nel 1987 le 55 vittorie a fronte di sole 27 sconfitte garantiscono loro il titolo di Campioni della Midwest Division, solo per essere eliminati (3-1) dai Seattle Supersonics al primo turno della “post season”.

Un esito insoddisfacente – considerata la presenza in quintetto di Campioni quali Rolando Blackman, Mark Aguirre e Sam Perkins – che costa la panchina a Motta, sostituito da John McLeod il quale, nonostante un record (53-29) leggermente inferiore, conduce Dallas alla Finale della Western Conference per dare filo da torcere ai favolosi Los Angeles Lakers dell’epoca, sconfitti 3-4 nella serie che vede esaltarsi Aguirre con 24,7 punti, 6,6 rimbalzi e 3,0 assist di media a partita.

Tale risultato, invece di rappresentare un ideale trampolino di lancio per successive affermazioni, diviene al contrario l’apice del primo periodo della franchigia nel Panorama Professionistico Usa, dato che vi fa seguito un decennio in cui i Mavericks falliscono puntualmente la qualificazione ai Playoff, con una rotazione alla guida tecnica che vede accomodarsi in panchina Richie Adubato, Gar Heard, Quinn Buckner e quindi, dopo il ritorno per un biennio di Dick Motta, Jim Cleamons, prima che a cercare di risollevarne le sorti sia chiamato Doug Nelson, reduce da esperienze a Milwaukee, San Francisco e New York, avendo ricevuto in tre occasioni il premio quale “NBA Coach od the Year”.

Nelson si insedia alla guida nell’autunno 1997, ereditando una formazione che da sette anni conclude anzitempo la stagione, e ciò che è peggio, per i tifosi, vi è il fatto che nel biennio 1994-’95, complice il temporaneo ritiro di Michael Jordan, ad aggiudicarsi il titolo sono stati i rivali degli Houston Rockets, grazie al determinante apporto di Hakeem “The Dream” Olajuwon …

Un affronto al quale fa seguito, nella “stagione dimezzata” 1999 a causa dello sciopero dei giocatori, il primo successo della loro Storia anche per i San Antonio Spurs di Gregg Popovich e delle “Torri Gemelle” Tim Duncan e David Robinson, così che a Dallas iniziano a convincersi di essere destinati a recitare il ruolo di “parenti poveri” del Texas.

Difficile, difatti, pensare ad una rapida inversione di tendenza, visto che a nulla è servita la seconda scelta del Draft ’94 Jason Kidd, trasferitosi a Phoenix nel 1996, così come non sembra dare validi risultati il tesseramento nel 1998 di Steve Nash nel ruolo di playmaker e, tutto sommato, resta ancora una scommessa la scelta relativa al 20enne Centro tedesco Dirk Nowitzki, giunto in Texas dal Wurzburg …

Ma la svolta viene dall’alto, ovvero con il cambio di proprietà, allorché a metà gennaio 2000 la franchigia viene acquistata per 285milioni di Dollari dal 42enne miliardario Mark Cuban, il cui carisma e capacità motivazionali rivitalizzano Società, area tecnica e tifosi, i quali rappresentano il valore aggiunto dei Mavericks, certificato dallo straordinario record che vede lo “American Airlines Center” registrare il “tutto esaurito” per ben 18 stagioni consecutive da dicembre 2001 a dicembre 2019 per 731 gare consecutive, che si incrementano a 798 se si aggiungono le partite dei Playoff.

Questa ventata di energia positiva porta Dallas a completare stagioni positive, con record di 53-29 nel 2001 e 57-25 l’anno seguente (entrambe concluse con l’eliminazione nelle semifinali di Conference …), per poi centrare per la prima volta l’obiettivo delle 60 vittorie nel 2003, in cui Nowitzki comincia a rendere per il proprio valore, facendo registrare medie di 25,1 punti, 9,9 rimbalzi e 3,0 assist a partita.

Vi è però un problema per l’accesso alla Finale per il titolo, ovvero superare lo scoglio dei rivali di San Antonio che, conclusa a pari merito la “regular season”, si impongono 4-2 nella Finale della Western Conference, nonostante Dallas avesse invertito il vantaggio del fattore campo in gara-1, andando ad espugnare 113-110 lo “SBC Center”, grazie alla straordinaria serata (38 punti e 15 rimbalzi …) di Nowitzki.

Gli Spurs hanno la particolare caratteristica di apprezzare gli anni dispari, tant’è che, dopo il ricordato successo del 1999, nel primo decennio del nuovo secolo fanno loro l’anello nel 2003, ’05 e ’07, così che per gli avversari della costa occidentale conviene concentrarsi sulle stagioni pari.

Ed è ciò che, difatti, avviene a Dallas, coi Mavericks che, dopo altre due buone stagioni (52-30 nel 2004 e 58-24 l’anno seguente …) vivono il loro primo assalto al vertice della NBA nel 2006, allorché in luogo di Nelson siede in panchina Avery Johnson …

Replicato il record di 60-22 del 2003, secondo miglior risultato di Conference dopo il 63-19 di San Antonio, con Nowitzki ad elevare a 26,6 la sua media punti a partita (miglior risultato in carriera per singola stagione …), nei Playoff Dallas riesce, dopo un facile 4-0 su Memphis, a scrollarsi finalmente di dosso il “Tabù San Antonio”, riuscendo finalmente ad avere la meglio dopo aver sprecato un vantaggio di 3-1 nella serie, grazie al successo esterno per 119-111 al supplementare in gara-7, con Nowitzki autore di 37 punti …

Superati sullo slancio (4-2) i Phoenix Suns dell’ex Steve Nash, così da conquistare il primo titolo della Western Conference della loro Storia, i Mavericks si apprestano ad affrontare nella Finale assoluta i Miami Heat, sulla cui panchina ha preso posto da metà dicembre 2005 Pat Riley, già quattro volte Campione coi Lakers …

Con il fattore campo a proprio favore e la formula 2-3-2 per ciò che concerne la ripartizione delle sfide, Dallas sembra poter essere pronta a centrare l’obiettivo massimo, portandosi (90-80 e 99-85) sul 2-0, per poi cedere nelle tre trasferte in Florida, con gara-5 persa 100-101 al supplementare dopo aver condotto 51-43 all’intervallo lungo e Wade aver impattato sul 93 pari a 2”8 dalla sirena.

Con ancora le possibilità di far proprio il titolo in virtù dei residui incontri da disputare sul parquet amico, Dallas spreca un vantaggio di 46-36 in gara-6 a 3’31” dalla fine del secondo quarto, per poi lottare punto a punto nel finale di partita, prima che Dwayne Wade si erga a protagonista della serata coi suoi 36 punti che certificano il 95-92 conclusivo che consegna a Miami il suo primo titolo.

Con la magra consolazione di vedere Johnson premiato come “NBA Coach of the Year”, i Mavericks vivono una stagione sconvolgente l’anno seguente, dato che concludono la stessa con il miglior record (67-15) della loro storia, nonché dell’intera Lega, che comporta il titolo della “Southwest Division” e l’assegnazione a Nowitzki (24,6 punti, 8,9 rimbalzi e 3,4 assist di media …) del premio di “MVP della Regular season”, primo atleta europeo ad ottenere un tale riconoscimento.

Tutto sembra collimare per una seconda scalata verso la conquista dell’agognato anello, ma incredibilmente Dallas si fa sorprendere (2-4) al primo turno dei Playoff dai Golden State Warriors che avevano concluso la stagione con un record di quasi parità (42-40), anche se vi è un particolare assolutamente non trascurabile e cioè che 3 delle 15 sconfitte del quintetto di Johnson erano giunte proprio contro i Warriors, allenati, guarda caso, da quel Nelson che dei Mavericks conosceva ogni segreto …

Una delusione difficile da digerire, ma lo Sport insegna a guardare avanti e, nella successiva stagione che conclude il triennio di Avery Johnson sulla panchina, si registra il rientro dell’oramai 35enne “figliol prodigo” Jason Kidd, che nel suo peregrinare per varie stazioni della NBA ha collezionato solo due Finali perse nel 2002 e ’03 con la maglia dei New Jersey Nets, contro Lakers e Spurs rispettivamente.

Eliminati al primo turno dei Playoff 2008 (1-4 da New Orleans), Cuban decide di affidare la guida tecnica al 48enne Rick Carlisle, reduce da positive esperienze a Detroit ed Indiana, pur se la prima stagione non modifica granché l’andamento della precedente, visto il record di 50-32 ed uscita (1-4) nella semifinale della Western Conference contro Denver dopo essersi presa la platonica soddisfazione di eliminare (4-1) al primo turno San Antonio.

Per Dallas ed i suoi affezionatissimi tifosi si fa sempre più largo l’idea che trattasi di una “perfetta incompiuta, capace di grandi imprese cui seguono inattese cadute di rendimento, come testimonia la stagione 2010, conclusa con un record di 55-27 (e conseguente titolo della “Southwest Division” …), solo per vedersi sbattuta fuori al primo turno dei Playoff (2-4) da San Antonio che riscatta immediatamente l’esito della precedente stagione.

Riteniamo che neppure il più ottimista dei supporters dei Mavericks abbia potuto neanche lontanamente immaginare l’esito della stagione 2010-’11, iniziata con un quintetto base dall’età media di 32 anni, guidato da un playmaker quale Jason Kidd che va per i 38 anni, mentre per il 32enne Nowitzki, oramai alla sua tredicesima stagione nella NBA, appare difficile ipotizzare che possa mantenere a lungo i suoi elevati standard di rendimento …

In ogni caso, per lo stangone tedesco (m.2,13 per 111kg.) un’importante iniezione di fiducia giunge dal prolungamento del contratto sottopostogli che prevede una permanenza in Texas per un ulteriore quadriennio alla “modica cifra” di 80milioni di Dollari, mentre dalle operazioni di mercato giunge il rinforzo sotto i tabelloni costituito dal Centro Tyson Chandler, proveniente da Charlotte.

L’inizio del Torneo è devastante, Dallas si aggiudica 24 dei primi 29 incontri disputati, per poi soffrire di un infortunio al ginocchio patito a fine dicembre 2010 da Nowitzki (che lo porta a saltare 9 partite), a cui si aggiunge quello ben più grave di Caron Butler nel giorno di Capodanno 2011, costringendolo ai box per il resto della stagione …

Infortuni che indubbiamente incidono sull’esito della stagione regolare – nelle 9 gare di assenza di Nowitzki, Dallas se ne aggiudica solo due – conclusa con un record di 57-25, ma che forse consegnano ai Playoff un tedesco più riposato, dalle cui prestazioni dipende peraltro l’esito degli stessi.

Il primo turno vede i Mavericks affrontare Portland, chiudendo la serie sul 4-2 grazie al successo per 103-96 in gara-6 in Oregon con Nowitzki a mettere a referto 33 punti (11 su 17 dal campo ed 11 su 11 dalla lunetta), oltre ad 11 rimbalzi e 4 assist, per poi ricevere una grossa spinta al morale dall’esito della seconda sfida contro i Lakers di Kobe Bryant e Pau Gasol, spazzati via per 4-0 nonostante il fattore campo sfavorevole, e quindi prepararsi ad affrontare per il titolo della Western Conference la rivelazione Oklahoma del mortifero trio costituto da James Harden, Kevin Durant e Russell Westbrook …

L’esperienza del quintetto di Carlisle ha la meglio sulla gioventù dei poco più che 20enni appena citati e, dopo un passaggio a vuoto in gara-2 (sconfitta interna per 100-106), immediatamente pareggiato con il successo per 93-87 di gara-3 in Oklahoma, Nowitzki fa valere la propria legge in una superba esibizione di gara-4, ancora alla “Chesapeake Energy Arena”, caratterizzata da 40 punti, frutti di 12 su 20 dal campo (di cui 2 su 3 dalla distanza) e 14 su 15 ai tiri liberi, per poi chiudere il contro con il 100-96 di gara-5 che conclude la serie sul 4-1.

Per un curioso caso del destino, la seconda (e sinora ultima …) Finale NBA nella Storia della franchigia vede ancora come avversari i Miami Heat, anch’essi per la seconda volta giunti all’atto conclusivo, potendo altresì contare sul vantaggio del fattore campo …

Sulla carta, la formazione affidata per il terzo anno ad Erik Spoelstra risulta superiore a quella di cinque anni fa, potendo contare sul “Trio delle Meraviglie” composto, oltre che da Wade, anche da Chris Bosh e dal “prescelto” LeBron James, al suo primo anno in Florida, ma le motivazioni che animano i giocatori di Dallas, consapevoli di essere di fronte alla loro ultima occasione per la conquista del titolo, sono in grado di annullare qualsiasi gap di età, qualità tecniche e calendario …

L’esordio avviene a fine maggio 2011 alla “American Airlines Arena” di Miami, con gli Heat a far loro il primo round 92-84 grazie al fondamentale contributo dei “Big Three” che da soli mettono a referto il 70% dei punti della propria squadra, per poi ritrovarsi di fronte sul medesimo parquet a due giorni di distanza …

Quella che può essere considerata la “gara chiave” della serie, si decide nell’ultimo quarto, allorché i Mavericks, sotto di 15 (73-88) a 7’14” dalla sirena, piazzano un primo parziale di 8-0 per poi, ritrovatisi ancora in svantaggio 81-90 a 4’10” dal termine, vedere salire in cattedra Nowitzki, il quale si incarica di mettere a segno i canestri del -2 e della parità a 90, prima di violentare la retina con una conclusione dalla lunga distanza per il +3 quando mancano 26”7 alla conclusione …

Spoelstra chiede timeout, alla ripresa del gioco Chalmers rende la pariglia con un tiro da tre per il 93-93, prima che sia ancora Nowitzki, allo scadere dei 20” a disposizione per andare a canestro a siglare i due punti decisivi quando il cronometro segna 3”6 alla sirena.

Ma le emozioni non sono certo finite, poiché Miami si riappropria del vantaggio del campo andando a vincere 88-86 in gara-3 in Texas – e nonostante un’altra monumentale serata (34 punti ed 11 rimbalzi) del suo leader indiscusso – anche se la serie viene riportata in parità dall’esito di gara-4, favorevole a Dallas con un 86-83 maturato anch’esso nell’ultimo quarto, rimontando da -9 (65-74) e nonostante un Nowitzki impreciso (6 su 19) al tiro …

Più convincente il successo di gara-5, conclusa sul 112-103 coi Mavericks sempre avanti nel punteggio e micidiali nelle conclusioni dalla distanza (13 su 19 per un incredibile 68,4% …!!), così da potersi recare in Florida avanti 3-2 nella serie e l’opportunità di chiudere la stessa, stessa situazione in cui si erano trovati, al contrario, gli Heat cinque anni prima …

La stanchezza della sesta gara in 12 giorni fa sì che sia Nowitzki che Wade abbiano le polveri bagnate (9 su 27 per 21 punti totali per il primo e 6 su 16 per 17 punti il secondo …) ed a mettere il sigillo all’affermazione di Dallas pensa anche stavolta l’artiglieria pesante a disposizione di Carlisle, vale a dire il 3 su 5 si Stevenson, il 3 su 7 di Jason Terry ed il 2 su 3 di Kidd da oltre il perimetro, per una vittoria 105-95, maturata grazie al 28-21 del terzo parziale, che rende il 12 giugno una sorta di Festa Nazionale dalle parti di Dallas.

A coronamento di una tale impresa, Dirk Nowitzki viene incoronato quale “MVP dei Playoff”, anche se stavolta è stato preceduto, quale rappresentante del Vecchio Continente, dal francese Tony Parker, che se lo era aggiudicato nel 2007 …

Per il lungo tedesco, a 13 anni dal suo sbarco, appena 20enne, sul suolo americano, si tratta della definitiva consacrazione quale stella di prima grandezza nel Panorama del Basket Professionistico Usa, mentre per i suoi tifosi è e resterà per sempre un idolo a cui si sono aggrappati per poter finalmente non soffrire di complessi di inferiorità rispetto ad Houston e San Antonio, un affetto che Nowitzki ha ricambiato continuando ad indossare la sua canottiera con il n.41 sino ad oltre 40 anni di età …

E poi c’è chi sostiene che i matrimoni indissolubili non esistono …

E’ DELL’AMBROSIANA-INTER DI MEAZZA IL PRIMO SCUDETTO DELLA SERIE A A GIRONE UNICO

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Una formazione dell’Ambrosiana Campione d’Italia 1930 – da:wikipedia.org

Articolo di Giovanni Manenti

Dopo la prima fase pionieristica del nostro Calcio, che possiamo dirsi conclusa con l’avvento della “Grande Guerra“, alla cessazione delle ostilità la macchina organizzativa riprende a muoversi, ancorché ostacolata dalle caratteristiche geografiche della Penisola, che nel corso degli anni ’20 non consentono ancora facili spostamenti tra Nord e Sud …

Ciò comporta che, dal 1921 sino al 1926, si disputino in pratica due Campionati, suddivisi tra Lega Nord e Lega Sud, con le due vincenti ad affrontarsi nella sfida per l’assegnazione dello Scudetto, appuntamento peraltro dal valore sportivo poco significativo, data la marcata superiorità – tecnica ed economica – delle Società settentrionali, che non lasciano scampo alle avversarie.

Questa suddivisione scompare a partire dalla Stagione 1926-’27, allorché viene istituita la Divisione Nazionale, con le 20 squadre suddivise in due Gironi da 10 formazioni ciascuno, le cui prime tre accedono ad un Girone Finale a 6 per determinare la Società Campione d’Italia, occasione utile a confermare la citata differenza tra le due zone dell’Italia, dato che si iscrivono solo Alba Audace e Fortitudo Roma (che poi si fondono nell’attuale A.A. Roma …), oltre al Napoli, fra le meridionali.

I due Tornei 1927 e ’28 sono vinti dal Torino di Baloncieri, Rossetti e Libonatti – anche se il titolo del 1927 viene revocato per un presunto illecito – per poi, nella stagione successiva, venir predisposto il piano per la costituzione del primo Campionato a Girone Unico, come già da tempo in vigore, oltre che in Inghilterra, anche nei Paesi danubiani (Austria, Ungheria e Cecoslovacchia) ai vertici europei dell’epoca, mentre più o meno contestuali sono la nascita di analoghi Tornei in Spagna (1928-’29) e Francia, dove prende il via nel 1932-’33 …

Pertanto, al fine di poter addivenire alla formazione di due Campionati di Serie A e B, la Divisione Nazionale è strutturata, nel 1928-’29, in due Gironi da 16 squadre ciascuno, con le vincenti a disputare quella che diviene l’ultima Finale per l’assegnazione del titolo – vinto dal Bologna per 1-0 sul Torino nello spareggio disputato a Roma il 7 luglio 1929 dopo una vittoria per parte nei precedenti confronti – mentre a formare la nuova Serie A a Girone Unico avrebbero dovuto concorrere le prime 8 classificate di ogni Gruppo …

Abbiamo usato il condizionale poiché nel Girone B si classificano a pari merito all’ottavo posto Lazio e Napoli, che disputano pertanto un incontro di spareggio a Milano, concluso sul 2-2 dopo i tempi supplementari ed, al fine di evitare eccessivamente il protrarsi della stagione e per favorire altresì la Triestina, giunta nona nell’altro Girone, il Consiglio Federale decide di allargare da 16 a 18 il numero delle squadre partecipanti al primo Torneo a Girone Unico della nostra Serie A.

Come già avuto modo di precisare, la differenza tra Nord e Sud del nostro Calcio a tale epoca è netta – non per nulla il primo Scudetto al di sotto dell’Emilia-Romagna se lo aggiudicherà la Roma solo nel 1942 – prova ne sia che, delle 18 iscritte, 5 sono lombarde (Ambrosiana-Inter, Milan, Brescia, Cremonese e Pro Patria), 4 piemontesi (Juventus, Torino, Alessandria e Pro Vercelli), due a testa per Emilia (Bologna e Modena) e Lazio (Lazio e Roma) ed una ciascuna a rappresentare Liguria (Genoa 1893), Veneto (Padova), Friuli Venezia Giulia (Triestina), Toscana (Livorno) e Campania (Napoli).

I dieci precedenti Tornei degli anni ’20 hanno visto la conclusione dei cicli vincenti di Pro Vercelli (settimo scudetto conquistato nel 1922) e Genoa, giunto ad un passo dalla Stella del decimo Scudetto con le affermazioni nel 1923 e ’24 per poi dar luogo ad una infuocata ed interminabile Finale (durata ben 5 incontri …!!) con il Bologna nel 1925 per aggiudicarsi il titolo della Lega Nord, prima di lasciare spazio a nuove realtà quali i rossoblù, appunto, Torino ed Juventus, con quest’ultima ad aggiudicarsi il suo secondo titolo nel 1926, così da raggiungere l’Inter (rinominata Ambrosiana per volontà del Regime …), che si era imposta nel 1910 e 1920 …

E’ viceversa scomparso dai vertici del Calcio nazionale il Milan che, dopo essersi laureato tre volte Campione d’Italia sino al 1907, dovrà attendere ben 44 anni prima che i suoi tifosi possano continuare a festeggiare la conquista di uno Scudetto, così che i favori del pronostico, in sede di previsione per la nuova, storica Stagione, sono orientati sulle due finaliste della precedente, oltre che su di una Juventus che sta mettendo le basi del suo primo ciclo vincente.

All’epoca, il mercato estivo è pressoché inesistente, e sono proprio i bianconeri che mettono a segno il miglior colpo con la cessione di Vojak al Napoli per far posto al tesseramento dei due oriundi italo-argentini Renato Cesarini e Raimundo Orsi, mentre a rinforzare adeguatamente l’organico del Genoa giunge l’acquisto dell’attaccante Banchero, proveniente dall’Alessandria …

Non un grosso credito viene assegnato all’Ambrosiana, la quale ha concluso al penultimo posto il Girone Finale ad 8 del 1928 e non meglio che sesta il Girone B della Divisione Nazionale 1929 (a 12 punti dal Bologna) e che, pertanto, sembra poter fare più affidamento alla cabala (Campione nel 1910 e nel 1920 …) che non sulle qualità tecniche della propria rosa.

Ma vi sono due aspetti fondamentali da non sottovalutare, ovvero la crescita dell’appena 20enne Giuseppe Meazza (detto il “Balilla”), già in grado di mettere a segno 12 reti nella stagione d’esordio nel 1928 e ben 33 l’anno seguente, nonché, particolare forse ancor più importante, il ritorno in panchina del Tecnico ungherese Arpad Weisz che, assieme agli austriaci Hugo Meisl (il creatore del celebre “Wunder Team”) ed Hermann Felsner, rappresentano la massima espressione continentale in tema di conduzione tattica.

Il Campionato prende il via la prima domenica di ottobre 1929 e, per gli amanti delle statistiche, la prima rete della Serie A a Girone Unico la sigla il vercellese Luigi Baiardi, che dopo appena 3’, porta in vantaggio la Pro nel match interno contro il Genoa, poi concluso sul 3-3, mentre spicca la netta sconfitta dei Campioni in carica del Bologna, travolti per 0-3 dalla Lazio allo “Stadio della Rondinella” di Roma.

L’inizio del Torneo non è felice per l’Ambrosiana che, dopo una battuta d’arresto per 0-1 a Vercelli alla seconda giornata, incappa in due sconfitte consecutive (0-2 a Roma contro i giallorossi ed 1-2 interno con la Triestina) che la collocano a metà del Girone di andata in quarta posizione con 11 punti – a pari merito con Bologna, Napoli e Torino – ed un distacco di 4 lunghezze dalla capolista Genoa, che precede Juventus ed Alessandria.

Da tale data, però, la formazione di Weisz ingrana la quinta e, grazie ad una serie di ben 19 (!!) partite utili consecutive (15 vittorie e soli 4 pareggi), si porta saldamente al comando con 5 e 6 punti rispettivamente (45 a 40 e 39) su Genoa e Juventus, quando mancano solo 6 turni alla conclusione del Campionato …

In particolare, l’Ambrosiana mette a segno l’allungo vincente tra fine Girone di andata ed inizio del ritorno, allorché supera 4-1 il Genoa in campo esterno (doppietta di Meazza, Rivolta su rigore e Conti), per poi sommergere tra le mura amiche Modena (5-1), Livorno (6-2, doppiette di Meazza e Blasevich) e restituire con gli interessi la sconfitta dell’andata alla Pro Vercelli, travolta per 4-0, con ancora Meazza ad andare due volte a segno.

In questa abbuffata di reti manca però il match di Torino con la Juventus, originariamente in programma al penultimo turno del Girone ascendente e rinviato per neve, con la Classifica a presentare all’epoca bianconeri e rossoblù genoani affiancati a pari merito a 22 punti, coi nerazzurri staccati di una sola lunghezza …

Incontro che viene recuperato mercoledì 19 marzo 1930, con la Juventus ancora a mantenere (29 a 28) il punto di vantaggio sull’Ambrosiana e due sulla coppia formata da Alessandria e Genoa, e l’esito della sfida, risolta a favore dei nerazzurri per 2-1 grazie alla decisiva rete di Visentin allo scoccare dell’ora di gioco, appena 5’ dopo che Della Valle aveva pareggiato il vantaggio iniziale di Meazza, determina la svolta decisiva del Campionato.

Difficile pensare ad un rilassamento dei nerazzurri proprio nella fase conclusiva del Torneo, ma non sarebbe la successivamente appellata “Pazza Inter” se non avesse modo di far palpitare i propri tifosi, così che, il 29 maggio 1930, Meazza & Co. incappano nella quarta sconfitta stagionale, sconfitti 1-3 dal Napoli, peraltro assolutamente ininfluente per la Classifica date le contemporanee cadute di Genoa (pesante 1-4 a Brescia) ed Juventus, addirittura battuta 0-1 a domicilio dalla pericolante Triestina, che si aggiudica l’intera posta grazie ad un centro di De Manzano a 2’ dal termine …

Scampato il pericolo, l’Ambrosiana fa un ulteriore passo decisivo verso il suo terzo Scudetto la domenica successiva, in cui affossa (5-1) il Brescia ed incrementa a 6 punti (47 a 41) il proprio margine in Classifica sulla Juventus che, nel frattempo, ha affiancato un Genoa incapace di andare oltre il 2-2 interno contro il Napoli.

Mancano solo quattro giornate al termine, e con 8 punti ancora in palio, ne bastano 3 ai nerazzurri per la matematica certezza del titolo, pur se devono ancora disputare i confronti diretti con le due inseguitrici, da disputare peraltro davanti al proprio pubblico, così come al turno successivo è prevista la sfida tra rossoblù e bianconeri a Marassi …

Il successo genoano per 2-0 (reti nel finale di Banchero e Levratto) elimina la Juventus dal discorso Scudetto e, viceversa, accende un filo di speranza per il “Grifone” in vista dello scontro diretto di Milano, visto che l’Ambrosiana crolla a Torino, seccamente sconfitta per 1-4 dai granata.

L’appuntamento è fissato per domenica 15 giugno 1930 al “Campo Virgilio Fossati” di via Goldoni a Milano per una gara che, in caso di vittoria, darebbe all’Ambrosiana la matematica certezza dello Scudetto, mentre i rossoblù, allenati dal celeberrimo “Figlio di Dio” Renzo De Vecchi, hanno a disposizione un solo risultato per alimentare residue speranze …

Una sfida che attira il pubblico delle grandi occasioni, anche troppo per la struttura dell’impianto, e quando, prima dell’inizio della partita, un aereo sorvola troppo radente le tribune, il movimento contemporaneo degli spettatori provoca il crollo delle gradinate in legno, per quella che sembra al momento una tragedia, ma che, per fortuna, si risolve in circa 200 feriti senza conseguenze mortali.

L’arbitro Albino Carraro di Padova decide, in accordo con i due Capitani, di dare ugualmente inizio all’incontro, e non si può certo dire che i liguri non le provino tutte, dato che dopo meno di un quarto d’ora si sono già portati sul 2-0 (Levratto al 4’ e Bodini al 14’), per poi vanificare la rete di Meazza che dimezza le distanze con il secondo centro personale di Levratto per il punto del momentaneo 3-1 …

Non poche perplessità e timori serpeggiano in tribuna al cospetto di una squadra visibilmente stanca dopo la grande ricorsa di metà Campionato, ma quando il collettivo non aiuta, occorre affidarsi alle prodezze del singolo, e questi Weisz ha il vantaggio di annoverarlo tra le proprie file …

Tocca quindi al “Peppin” – già 28 volte a segno nelle precedenti 31 giornate, nonché autore, il 27 aprile 1930, di una tripletta nei primi 4’ nel match vinto per 6-0 sulla Roma – togliere le castagne dal fuoco, dapprima replicando 2’ dopo alla rete di Levratto e quindi riportando in equilibrio l’incontro al 53’ per la sua personale tripletta …

Ma le emozioni non sono finite, poiché ad 8’ dal termine il Direttore di gara concede al Genoa un calcio di rigore che potrebbe riaprire il discorso Scudetto, ma Banchero, che si incarica della trasformazione per il rifiuto di calciare da parte di Levratto, spedisce il pallone a lato ed al fischio finale restano quattro i punti che separano le due squadre a due soli turni dalla conclusione.

Sospeso la domenica successiva per l’impegno della Nazionale – sconfitta 2-3 in amichevole a Bologna dalla Spagna, con Meazza ad indossarne per la quinta volta la maglia dopo l’esordio con doppietta il 9 febbraio 1930 nel successo per 4-2 sulla Svizzera, nonché reduce dal tris messo a segno ad inizio maggio nel clamoroso 5-0 inferto all’Ungheria a Budapest che consegna all’Italia la prima edizione della Coppa internazionale – il Campionato riprende il 29 giugno con la disputa della penultima giornata destinata a passare alla Storia poiché l’Ambrosiana, liquidando per 2-0 (32’ Viani, 67’ Conti) una Juventus oramai in disarmo, può confermarsi come la “Formazione dei decenni”, aggiungendo ai titoli del 1910 e 1920, anche quello del 1930, che assume una valenza particolare, dato che è il primo della nuova formula a Girone Unico …

Scudetto al quale si unisce il trionfo di Meazza quale Capocannoniere con 31 reti nelle 33 gare disputate, mentre a retrocedere sono Padova e Cremonese, a conclusione di un Torneo che lascia il più grande rammarico tra i tifosi genoani poiché rappresenta l’ultima occasione presentatasi al glorioso “Grifone” – classificatosi secondo a due soli punti di distacco – per la conquista della “Stella del Decimo Scudetto” …

 

LA BELLA STORIA DI MILKHA SINGH, STELLA DELL’ATLETICA LEGGERA INDIANA

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L’indiano Milkha Singh ai Giochi di Roma 1960 – da:bbc.com

Articolo di Giovanni Manenti

Negli Sport individuali, i cui praticanti trovano la loro massima consacrazione attraverso l’affermazione ai Giochi Olimpici, è consuetudine identificare una singola Disciplina con l’atleta di ogni Paese che maggiormente l’ha onorata …

Limitandoci, nel racconto odierno, alla “Regina di tutti gli Sport”, vale a dire l’Atletica Leggera, è evidente che, riferendoci agli Stati Uniti, il pensiero non possa che andare a Carl Lewis o Michael Johnson, così come per la Gran Bretagna a Sebastian Coe, al pari di Pietro Mennea e Sara Simeoni per ciò che concerne i colori azzurri.

Si tratta, in ogni caso, di atleti che hanno scritto pagine di storia importanti nelle loro rispettive specialità, coronate con successi olimpici, mentre può sembrare strano che l’icona dell’Atletica Leggera possa essere, in un Paese senza tradizioni in detta Disciplina, addirittura un atleta che non è mai neppure salito su di un podio ai Giochi e, nonostante questo, divenire una sorta di “Eroe nazionale” sportivo.

Ovviamente, il tutto va contestualizzato sul rapporto che detta Nazione ha con l’Atletica Leggera e, trattandosi dell’India, ciò non deve stupire, visto che il proprio “Cavallo di battaglia” nella Storia della Rassegna a cinque cerchi è costituito dall’Hockey su prato, che non a caso ha portato in dote ben 8 delle 9 medaglie d’Oro olimpiche indiane, con tanto di sei affermazioni consecutive dai Giochi di Amsterdam 1928 sino all’edizione di Melbourne ’56, serie interrotta quattro anni dopo a Roma 1960 per la sconfitta in Finale contro i cugini pakistani.

E non tragga in inganno il fatto che nel Medagliere complessivo dei Giochi l’India risulta aver conquistato due argenti in Atletica Leggera, visto che gli stessi sono stati ottenuti, sui m.200 piani ed ad ostacoli nell’edizione di Parigi 1900, da Norman Pritchard che, pur essendo nato a Calcutta, era a tutti gli effetti un cittadino britannico …

Ben diversa è la Storia, per certi versi anche drammatica, del protagonista del nostro racconto odierno, ovvero il velocista Mikhla Singh, di cui non è neppure ben chiara la data di nascita, visto che alcune fonti lo danno come nato il 17 ottobre ed altre il 21 novembre 1935.

L’unica certezza è la località di nascita, ovvero Govindpura, un modesto villaggio posto a 10 chilometri di distanza dalla città Muzaffargarh, nella Provincia del Punjab, semplicemente uno dei 15 figli di una famiglia di religione Sikh, 8 dei quali, peraltro, morti prematuramente …

Ma, dove non interviene miseria e povertà, a decimarne la famiglia giunge la guerra in atto tra le diverse identità religiose indù, sikh e mussulmane nel periodo di divisione dell’ex Colonia britannica tra India e Pakistan, avvenuta nel 1947 e ’48, che vede il 12enne Milkha testimone delle atrocità di cui restano vittime i genitori, assieme ad un fratello e due sorelle.

Sfuggito alle persecuzioni nei confronti di indù e sikh, Milkha Singh si rifugia per un certo periodo presso la famiglia della sorella Ishvar a Delhi, per poi transitare tra un campo profughi ed una colonia di reinsediamento, sempre a Delhi, iniziando a maturare l’idea di darsi al banditismo, comune in quegli anni di caos assoluto nel Paese …

Per sua fortuna, Singh accoglie il suggerimento del fratello Malkhan di arruolarsi nell’Esercito, tentativo coronato da successo nel 1951 e che apre al giovane le porte dell’Atletica Leggera mentre è in servizio presso il Centro di Ingegneria Meccanica.

A favorire l’approccio di Singh a tale disciplina – “venivo da un villaggio sperduto, non avevo idea di cosa fossero le corse su pista e men che meno le Olimpiadi …”, avrà modo di dichiarare in seguito – è il fatto che da bambino era solito percorrere a piedi una distanza di 10 chilometri al giorno per andare e tornare da Scuola, così che, in occasione di una prova di Corsa Campestre obbligatoria per le nuove reclute, si classifica sesto e viene accettato nella squadra di Atletica dell’Esercito.

Ma, a dispetto dell’allenamento forzato da adolescente sulle lunghe distanze, le qualità migliori di Singh emergono nella velocità, forse uno dei primi atleti a cimentarsi sulla doppia distanza dei m.200 e 400 piani, che poi troverà la sua massima espressione durante gli anni ’90 grazie all’americano Michael Johnson.

Il giro di pista, in particolare, è storicamente terreno di conquista da parte degli specialisti Usa, anche se nell’immediato Secondo Dopoguerra sono costretti a cedere la loro indiscussa leadership al “Trio delle Meraviglie” giamaicano formato da George Rhoden, Herb McKinley ed Arthur Wint, salvo riappropriarsi del proprio ruolo alle Olimpiadi di Melbourne ’56, in cui ad imporsi in 46”7 (46”86 elettronico) è Charlie Jenkins.

Edizione australiana che vede altresì il debutto ai Giochi di un 21enne spaesato Milkha Singh, il quale paga lo scotto dell’inesperienza venendo eliminato al primo turno sia sui m.200 (quarto in batteria in 22”3) che sulla doppia distanza, altrettanto quarto in 48”9 …

Al di là del deludente esito cronometrico, la trasferta nell’emisfero australe si rivela quanto mai fruttuosa per il giovane indiano, il quale ha l’occasione di confrontarsi proprio con Jenkins sul tema delle pratiche di allenamento, ottenendo preziosi consigli che non tarda a mettere in pratica per scalare in fretta le gerarchie internazionali, specie sul giro di pista.

Già a fine 1957, difatti, Singh è in grado di far registrare il tempo di 46”7 sui m.400 (oltre 2” in meno di quanto corso alle Olimpiadi …), per poi far sì che si possa parlare di lui l’anno seguente che, a livello di allori, rappresenta il migliore della carriera …

Senza rivali, difatti, ai “Giochi nazionali”, dove si impone sui m.200 e 400 piani, Singh fornisce un’ottima impressione ai “Giochi Asiatici” che si svolgono a Tokyo nell’ultima settimana di Maggio 1958, dove replica l’affermazione su entrambe le distanze coi rispettivi tempi di 21”6 (record della Rassegna …) e 47”0, così da poter effettuare il viaggio in Galles, a Cardiff, per misurarsi con gli specialisti britannici nella sesta edizione dei “Commonwealth Games”.

A dire il vero, non sono certo questi ultimi i più pericolosi avversari – basti pensare che nelle gare di corsa conquistano l’Oro solo con la staffetta 4×100 inglese – bensì il sudafricano Malcolm Spence (da non confondere con il quasi coetaneo giamaicano Mal Spence …), giunto sesto in 48”3 nella Finale dei Giochi di Melbourne …

Ad ogni buon conto, ad avere la meglio è il non ancora 23enne Singh, il quale conferma i propri progressi imponendosi il 24 luglio 1958 in 46”71 nella Finale disputata sulla distanza inglese delle 440yd, precedendo Spence ed il canadese Terry Tobacco, che concludono in 46”90 e 47”05, rispettivamente.

Tale stagione ad eccellenti livelli fa sì che, nella “Top Ten” del Ranking Mondiale stilata a fine anno dalla prestigiosa rivista Usa “Track & Field News”, Singh figuri al quarto posto, alle spalle degli americani Glenn Davis (che si fa preferire sui m.400 ostacoli …) ed Eddie Southern, nonché del citato Spence, il quale a Cardiff aveva contribuito alla vittoria sudafricana nella Staffetta del miglio.

Sicuramente, fa un certo effetto veder comparire un atleta indiano in detta Classifica di merito – e del resto, resta sino ad oggi l’unico del proprio Paese, non solo sui m.400, ma in ogni prova su pista – con Singh a puntare al “bersaglio grosso”, vale a dire le Olimpiadi di Roma ’60, in preparazione delle quali d registrare nel 1959 tempi di 20”8 sui m.200 e di 46”3 sulla doppia distanza, per poi presentarsi ad inizio settembre 1960 allo “Stadio Olimpico” della nostra Capitale, iscritto sul solo giro di pista …

Il programma prevede quattro turni, con batterie e Quarti previsti al mattino e pomeriggio del 3 settembre, mentre le semifinali vanno in scena a distanza di due giorni e la Finale fissata per il 6 settembre, circostanza che consente a Singh di poter dosare le energie con una inattesa sagacia tattica …

In batteria, difatti, giunge secondo in 47”6 alle spalle dell’americano Jack Yerman, vincitore dei Trials Usa in 46”3, mentre Spence fa registrare il miglior tempo di 46”7 assieme al tedesco Manfred Kinder, stesso piazzamento ottenuto al pomeriggio nella prima serie dei Quarti, giungendo spalla a spalla con l’altro tedesco Karl Kaufmann con il medesimo tempo di 46”5, con le altre appannaggio dei tre rappresentanti Usa, con Otis Davis, in particolare, ad eguagliare in 45”9 il record olimpico, precedendo Spence, che conclude in 46”1.

Si ha l’impressione che la gara sia in grado di fornire risultati di rilievo assoluto, una previsione che diviene certezza allorché, nel corso delle due semifinali, Davis migliora con 45”5 (45”62 elettronico) il primato olimpico, avendo la meglio su Singh che, cronometrato in 45”9 (ancorché il rilievo elettronico risulti pari a 46”08), abbatte per la prima volta in carriera la “barriera del 46” netti” …

Nella seconda serie giunge la risposta di Kaufmann con 45”7 (45”88 elettronico), che si trascina dietro Spence con 45”8 (46”01 elettronico), così che, essendo all’epoca (nonché per l’ultima volta …) l’accesso alla Finale riservato ad appena 6 concorrenti, il pronostico per il podio è riservato ai soli quattro capaci di scendere sotto i 46” netti, uno dei quali destinato a restarne ai margini …

L’atto conclusivo si svolge alle 15:45 del 6 settembre 1960 e tale data potrebbe essere destinata ad entrare nella Storia dell’Atletica indiana, con i sei finalisti disposti, dall’interno verso l’esterno, con Kaufmann, Young, Davis, Spence, Singh e Kinder, ed in avvio la rivalità tra l’indiano ed il sudafricano fa sì che entrambi diano il meglio nella prima metà della gara, con Spence a transitare ai 200 metri addirittura in 21”2, mentre Davis si produce nell’allungo decisivo nella seconda curva, coperta in 10”8 così da presentarsi in netto vantaggio all’ingresso in rettilineo …

Con gli atleti a correre al di sotto del primato mondiale di 45”2 dell’americano Lou Jones e risalente a fine giugno 1956, negli ultimi appoggi Davis è visibilmente imballato, così da consentire il recupero a Kaufmann, il quale si getta sul filo di lana per uno degli arrivi più emozionanti nella Storia dei Giochi, mentre Spence, anch’egli a corto di fiato, riesce comunque a respingere il tentativo di rimonta da parte di Singh, che forse ha peccato nel voler tenere il ritmo del sudafricano nella prima parte.

Il verdetto del fotofinish premia Davis, anche se sia il 28enne dell’Alabama che il 24enne tedesco vengono accreditati del medesimo tempo di 44”9 pari al nuovo primato olimpico e mondiale – con il cronometraggio elettronico a vedere (45”07 a 45”08) un solo 0”01 centesimo a favore di Davis – mentre a Spence e Singh vengono riconosciuti i rispettivi tempi di 45”5 e 45”6 (45”60 e 45”73 elettronici), che per il velocista indiano rappresenta un record nazionale destinato a durare per quasi 40 anni.

L’esito dei Giochi permette a Singh di replicare il quarto posto nel Ranking di fine anno, per poi entrare per un’ultima volta nella “Top Ten” nel 1962, piazzandosi in nona posizione, frutto delle vittorie in 46”9 nella gara individuale e con la staffetta 4×400 ai “Giochi Asiatici” di fine agosto a Giakarta, in Indonesia.

Ed è proprio la staffetta del miglio la prova che vede Singh scendere per l’ultima volta in pista alle Olimpiadi, non potendo peraltro impedire l’eliminazione del quartetto indiano, quarto in 3’08”8 nella prima batteria ai Giochi di Tokyo ’64, per poi ritirarsi dall’attività agonistica e proseguire nella carriera militare, per la quale i successi sportivi hanno avuto sicuramente il loro peso.

Ma Milkha Singh non è ricordato in patria solo per le sue imprese sportive, in quanto la sua lealtà e correttezza lo portano a divenire una sorta di “Eroe positivo” o, quantomeno, un ambasciatore dello Sport, tanto da assumere la Direzione della sezione sportiva al Ministero della Pubblica Istruzione del Punjab, distinguendosi altresì con la donazione delle medaglie da lui conquistate alla Nazione e che ora fanno bella mostra di sé in un “Museo dello Sport” a Patiala, nel Punjab, assieme ad un paio di scarpe dallo stesso usate alle Olimpiadi, mentre le scarpette della Finale di Roma sono state anch’esse donate da Singh in occasione di un’asta benefica organizzata dall’attore Rahul Bose.

Sposatosi nel 1962 con la Capitano della squadra di Volley femminile, Singh ha tre figlie ed un maschio, Jeev che si è dedicato al Golf, avendo poi adottato nel 1999 un bambino di 7 anni figlio di un militare caduto in battaglia tra gli eserciti indiano e pakistano.

Una vita indubbiamente ricca di avventura, che ha portato Singh e la propria figlia Sonia Sanwalka a tradurla in una autobiografia, dal titolo, abbastanza scontato, “The Race of my Life” (“La corsa della mia vita”), pubblicata nel 2013 e da cui è stato tratto il film “Bhaag Milkha Bhaag”, che ha riscosso un enorme successo in patria ed i cui diritti sono stati ceduti gratuitamente dall’autore, inserendo però una clausola che parte degli utili dovessero essere devoluti al “Milkha Singh Charitable Trust”, organizzazione fondata nel 2003 al fine di assistere gli sportivi che non hanno le possibilità economiche di praticare le loro Discipline.

In conclusione, non appare per nulla sorprendente che a questo “Campione filantropo” sia stata eretta una statua che lo raffigura durante la Finale dei “Commonwealth Games” di Cardiff 1958, opera attualmente custodita presso il “Madame Tussauds Museum” di New Delhi.

E, del resto, la Stampa specializzata non ha esitato a descrivere Milkha Singh come “il miglior atleta che l’India abbia mai prodotto”, anche se, come sempre caustici, gli inglesi, nel 2012 “The Indipendent” se ne era uscito con l’affermazione che “l’olimpionico più celebrato in India non è altro che uno splendido perdente … !!”.

Forse, all’autore dell’articolo, andrebbe ricordata la canzone di Francesco De Gregori, visto “che non è mica da questi particolari che si giudica un Campione …!!”, specie se Campione lo è stato di vita, più che in pista …

 

IL “DREAM TEAM” DELLA PALLAVOLO BRASILIANA DI INIZIO SECOLO

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Una fase della Finale Brasile-Italia ai Giochi di Atene ’04 – da:volleybox.net

 

Articolo di Giovanni Manenti

Come molte altre Discipline, anche la Pallavolo, con l’avvento della globalizzazione e conseguente allargamento delle Nazioni praticanti, ha visto spostato l’ago della bilancia che, in special modo nel settore maschile, si è trasferito da un dominio pressoché assoluto da parte dei rappresentanti dell’Europa Orientale – 4 Ori su 5 olimpici e 10 titoli iridati su altrettante edizioni dei Mondiali – verso Occidente, con la definizione di tre distinti periodi …

Durante gli anni ’80, difatti, dopo i successi dell’Unione Sovietica ai Giochi di Mosca ’80 ed alla Rassegna Iridata di Argentina ’82, si registra la prepotente nascita del Volley Usa – sino ad allora assolutamente a secco di medaglie – che, trascinato da Jeff Stork, Karch Kiraly e Steve Timmos, si aggiudica l’Oro alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 e Seul ’88, inframezzato dal titolo iridato di Parigi ’86.

Inutile ricordare a chi tocchi raccoglierne l’eredità nel successivo decennio, vale a dire la “Generazione di Fenomeni” in Maglia Azzurra che, sotto la guida di Julio Velasco, fa incetta di allori, con tre titoli iridati (1990, ’94 e ’98), quattro europei (1989, ’93, ’95 e ’99) ed 8 World League, sfuggendole solo l’Oro olimpico, perso in un drammatico tiebreak nella Finale dei Giochi di Atlanta ’96 contro l’Olanda.

Proprio l’alloro olimpico è quello che, dopo i citati successi americani, ha visto una maggiore rotazione al vertice, con la Medaglia d’Oro di Barcellona ’92 appannaggio del Brasile (al suo primo successo di prestigio), per poi toccare alla citata Olanda nel ’96 ed alla Jugoslavia a Sydney 2000 riportare in auge il Volley dell’Est Europa.

Ma è con l’inizio del nuovo Millennio che le gerarchie mondiali vedono tornare ad imporsi un’unica formazione, che impone la sua superiorità sia a livello iridato che olimpico, inanellando una serie di successi pari a quella del sestetto azzurro, con in più (e non è poco …) l’affermazione anche nella Rassegna a Cinque Cerchi …

E, come nel caso dell’Italia, il primo passo per mettere le basi di un ciclo vincente resta quello di una continuità alla guida in panchina, ottenuta grazie alla nomina a Commissario Tecnico dell’allenatore della Nazionale Femminile brasiliana, vale a dire il 42enne Bernardo Rocha de Rezende, meglio conosciuto come Bernardinho, che ne assume la conduzione nel 2001, dopo che il Brasile è reduce dalla delusione dell’eliminazione ai Quarti di Finale (1-3 dai rivali storici dell’Argentina) ai Giochi di Sydney 2000.

Secondariamente, valutare su quali degli anziani del Gruppo poter ancora contare, e la scelta va su due reduci dell’Oro di Barcellona, ovvero il palleggiatore Mauricio Lima e lo schiacciatore Giovane Gavio, a cui affiancare altri quattro componenti della rosa ai Giochi di Sydney – Giba, Dante, Gustavo e Nalbert – così da avere pronto il sestetto base per affrontare i Mondiali 2002 che si svolgono proprio in Argentina, con la possibilità pertanto di ricucire la ferita olimpica.

Un Torneo, quello iridato, molto più lungo di quello olimpico data la presenza di ben 24 formazioni, suddivise in 6 Gironi da 4 squadre ciascuno, da cui si qualificano per la Fase successiva le prime due e le quattro migliori terze, così da ridurre il numero a 16 che danno vita ad altri quattro Gruppi composti da altrettante squadre, con le prime due a qualificarsi, finalmente, per la Fase ad eliminazione diretta.

Inserito nel Gruppo E assieme a Stati Uniti, Egitto e Venezuela, il Brasile non ha ovviamente alcuna difficoltà a venire a capo delle gare contro queste ultime, venendo viceversa sconfitto, al termine del più avvincente incontro della prima Fase, dagli Stati Uniti (2-3, parziali di 22-25, 25-20, 27-25, 31-33, 12-15) dopo oltre due ore di gioco.

Nella seconda Fase, inserito nel Girone assieme a Francia, Olanda e Repubblica Ceca, il sestetto di Bernardinho non fa sconti, liquidando le avversarie con altrettanti 3-0, mentre si registrano le clamorose eliminazioni degli Usa (sconfitti 2-3 dalla Grecia …!!) e della Polonia, a propria volta sconfitta 1-3 dal Portogallo, a dimostrazione di quanto evidenziato in premessa circa l’allargamento della base del Volley a livello internazionale …

Logicamente, il cammino di Grecia e Portogallo si arresta ai Quarti, entrambe sconfitte con eloquenti 3-0 da Russia ed Jugoslavia rispettivamente, così come i padroni di casa argentini si arrendono 1-3 di fronte alla crescita della Pallavolo francese – per la prima volta semifinalista tra Olimpiadi e Mondiali – mentre la sfida più avvincente oppone il Brasile ai tre volte Campioni Iridati dell’Italia …

Ed in quello che si può definire il “passaggio del testimone” tra le due formazioni, sono quasi 9mila gli spettatori che assistono all’evento, il 9 ottobre 2002 allo “Orfeo Superdomo” di Cordoba, non rimpiangendo certo il prezzo del biglietto, visto che i due sestetti danno vita ad un eccellente spettacolo prolungatosi per quasi due ore, al termine del quale il Brasile la spunta per 3-2 (25-23, 25-23, 23-25, 26-28, 15-13) con i quattro set ed il tiebreak conclusi tutti con lo scarto minimo di due punti, ed i verdeoro a mettere in mostra una maggior compattezza di squadra, per bilanciare la serata di grazia di Alessandro Fei tra gli Azzurri.

Già con diverse favorite fuori dai giochi, le semifinali oppongono la Russia alla Francia – con la prima a venire a capo della sfida solo per 3-2 (15-9 al tiebreak) – mentre al Brasile, dopo i Campioni del Mondo, toccano i Campioni olimpici in carica della Jugoslavia, per un match altrettanto equilibrato, a dispetto del 3-1 conclusivo, come testimoniano i parziali di 26-24, 22-25, 27-25, 25-23 a favore dei ragazzi di Bernardinho, che così giungono a disputare la seconda Finale iridata della loro storia, dopo quella di 20 anni prima, curiosamente ancora in Argentina e venendo sconfitti 0-3 dall’allora Unione Sovietica, mentre stavolta avversaria è la Russia …

Ci sarebbero tutte le componenti per i debiti scongiuri, e, del resto, l’andamento del match conferma il previsto equilibrio, con stavolta oltre 10mila spettatori ad assistervi il 13 ottobre 2002 al “Luna Park” di Buenos Aires, ed i primi due set a volar via sul piano di parità (al 25-23 per la Russia, il Brasile risponde con il 27-25 del secondo parziale), con Bernardinho a sostituire Mauricio in regia con Ricardinho …

Tale mossa porta i verdoro ad aggiudicarsi (25-20) il terzo set, ma non ad impedire la riscossa russa, trascinata da Sergey Tetiukhine (22 punti totali per lui …), che fa suo (25-23) il quarto parziale, rimandando la decisione al tiebreak, che vede il Brasile imporsi per 15-13, ringraziando un monumentale Nalbert, il quale mette a referto 23 punti, con 20 attacchi a segno su 34, due ace ed un muro vincente.

Sfatato il tabù del titolo iridato, Bernardnho va ora alla ricerca del bis olimpico a distanza di 12 anni dall’Oro di Barcellona ’92, confermando di fatto i componenti la spedizione argentina, così da affidarsi ancora all’esperienza del 36enne Mauricio e del 34enne Giovane, per poi contare sulla crescita di Nalbert, Giba, Anderson e André Heller, nonché dei più giovani André Nascimiento, Dante e Ricardinho …

Teatro del Torneo Olimpico 2004 è il “Peace and Friendship Stadium” di Atene, con una formula molto più snella che vede le 12 squadre iscritte suddivise in due Gironi da 6, con le prime quattro a qualificarsi per la Fase ad eliminazione dirette con abbinamenti incrociati per i Quarti.

Come di norma in questi casi, ai padroni di casa ellenici viene riservato un Gruppo “abbordabile”, dove sono presenti anche Serbia, Argentina, Polonia, Francia e Tunisia, nulla a che vedere con la composizione del secondo Girone, in cui sono inseriti Brasile, Italia, Russia, Stati Uniti, Olanda e la sola Australia a far da squadra materasso …

Occorre fare buon viso a cattivo gioco e, comunque, il Brasile si assicura il primo posto con un turno di anticipo dopo aver regolato per 3-1 Australia e Olanda, 3-0 la Russia e con il consueto 3-2 (33-31 al tiebreak …!!) l’Italia, grazie ad una prestazione mostruosa (26 punti, con 21 attacchi a segno su 37, 3 muri e 2 ace) di Giba, per poi concedersi una ininfluente sconfitta per 1-3 contro gli Stati Uniti che garantisce a questi ultimi il terzo posto nel Girone.

La ricordata disparità nella composizione dei due Gironi viene platealmente alla ribalta nei Quarti, dove tutti e quattro i sestetti del Girone dell’Italia approdano in semifinale, compresa la Russia che, da quarta, infligge un 3-1 ai Campioni olimpici in carica della Serbia, mentre gli Azzurri superano per 3-1 l’Argentina, il Brasile dispone con facilità (3-0, parziali di 25-22, 27-25, 25-18) della Polonia e gli Stati Uniti si vendicano della sconfitta patita ai Mondiali dai padroni di casa ellenici, al termine peraltro della sfida più combattuta, risolta solo per 17-15 al tiebreak …

Due “classici”, pertanto, nobilitano le semifinali olimpiche e, mentre i verdeoro dimostrano come l’1-3 contro gli Usa nel Girone fosse frutto di un comprensivo rilassamento, liquidando la pratica in poco più di un’ora con un convincente 3-0 (25-16, 25-17, 25-23), inattesa giunge, quantomeno nell’entità numerica, la vittoria per 3-0 dell’Italia sulla Russia, ridicolizzata con parziali imbarazzanti di 25-16, 25-17 e 25-16 che non ammettono repliche …

Con il Tecnico Azzurro Giampaolo Montali a puntare su di un sestetto base che vede Vermiglio in regia, Papi e Giani opposti, Fei e Sartoretti schiacciatori e Mastrangelo centrale, l’Italia si presenta così alla seconda Finale olimpica della sua Storia, con il convincente successo sulla Russia ad alimentare rinnovate ambizioni di sfatare il tabù dei Giochi, pur trovandosi ad affrontare un Brasile all’apice della propria condizione …

Bernardinho replica mandando in campo Ricardinho quale palleggiatore, oltre a Dante, Gustavo, André Heller ed André Nascimento, ma soprattutto con un Giba immarcabile, “top scorer” anche della Finale con i suoi 20 punti e le illusioni dell’Italia a durare lo spazio di un set, allorché si impone per 26-24 nel secondo parziale dopo aver ceduto 16-25 il primo, per poi assistere impotente al 25-20 e 25-22 che incoronano il Brasile sul trono di Olimpia, al pari di Giba quale “Miglior Giocatore del Torneo”.

Oramai insediatosi al vertice del Ranking Mondiale – compreso, al pari dell’Italia di Velasco, il dominio assoluto in World League, che si aggiudica per 8 volte dal 2001 al 2010 – il Brasile è atteso alla conferma in occasione della Rassegna Iridata che si svolge in Giappone dal 17 novembre al 3 dicembre 2006, con la consueta formula massacrante, che vede stavolta le 24 formazioni iscritte suddivise in quattro Gironi da 6 squadre ciascuno, con le prime quattro ad accedere alla seconda fase costituita da altri due Gironi da 8 squadre, da cui escono le quattro semifinaliste.

Inserito nel Gruppo B assieme a Francia, Germania, Cuba, Grecia ed Australia, il Brasile conclude lo stesso a pari merito (4 vittorie ed una sconfitta, 1-3 contro la Francia …) con transalpini e tedeschi, assicurandosi il primo posto per una miglior differenza set, per poi far parte, nelle seconda Fase, del Girone assieme a Bulgaria, Italia, Stati Uniti e Repubblica ceca, oltre alle qualificate del proprio Gruppo eliminatorio …

Con a portarsi dietro i risultati della prima fase, il sestetto di Bernardinho, ingrana la giusta marcia, asfaltando Stati Uniti (3-0, parziali di 25-19, 25-18, 25-23), Repubblica Ceca (3-0, 25-22, 25-20, 26-24) ed Italia (3-0, 25-23, 25-20, 25-20), trovando una sola maggior resistenza contro la sorprendente Bulgaria, cui cede un set (3-1, 25-22, 20-25, 25-22, 25-16), grazie alla conferma di Giba quale stella di assoluta grandezza.

Dall’altro Girone, emerge la sorprendente Polonia, unica squadra sinora imbattuta del Torneo, con soli due set persi, entrambi nel match vinto 3-2 contro la Russia, con quest’ultima estromessa dal giro medaglie a seguito della sconfitta per 0-3 patita nel Girone della prima fase contro la Serbia.

Sono pertanto Polonia-Bulgaria e Brasile-Serbia le due semifinali che vanno in scena il 2 dicembre 2006 allo “Yoyogi National Stadium” di Tokyo e Bernardinho, che non apporta alcuna variante al suo sestetto di fiducia composto da Ricardinho, Dante, Gustavo, i due André e Giba, fa affidamento alla potenza di quest’ultimo (ancora “top scorer” con 19 attacchi vincenti su 30 tentativi) per liquidare la pratica con un 3-1 più netto di quel che sembra, poiché, tranne il passaggio a vuoto (15-25 nel secondo set), gli altri parziali 5-19, 25-22, 25-12) dimostrano inequivocabilmente la superiorità dei Campioni olimpici e mondiali in carica.

Identico punteggio di 3-1 con cui la Polonia liquida, sia pur con maggior difficoltà (25-20, 26-28, 25-23, 25-23 i relativi parziali) la Bulgaria nel derby dell’Europa orientale, così che il sestetto allenato dall’argentino Raul Lozano si ritrova a disputare nuovamente la Finale iridata a 32 anni di distanza dal successo del 1974 in Messico.

Ma, come accaduto all’Italia due anni prima nella Finale olimpica, le speranze della vigilia si scontrano con la dura realtà del parquet giapponese, con i polacchi schiantati in appena 70’ con un 3-0 i cui parziali di 25-12, 25-22, 25-17 certificano in termini evidenti quale sia stata la superiorità del sestetto verdeoro, con Bernardinho a non eseguire neppure un cambio per garantirsi il secondo titolo iridato consecutivo, mentre, manco a dirlo, il premio di “Miglior Giocatore del Torneo” spetta a Giba.

Un’autentica “macchina da punti”, con un meccanismo di gioco perfettamente oliato, questo è il Brasile che si presenta ai Giochi di Pechino 2008 con la speranza di essere la prima a confermare il titolo olimpico a 20 anni di distanza da analoga impresa compiuta dagli Stati Uniti – sia pur con il vantaggio del successo di Los Angeles ’84 facilitato dall’assenza delle formazioni del blocco sovietico – avendo come unica variante di rilievo nel sestetto base la presenza di Marcelo in regia in luogo di Ricardinho.

Con l’immutata formula di due Gironi composti da 6 squadre ciascuno, con le prime quattro ad accedere ai Quarti con abbinamenti incrociati, al Brasile tocca nuovamente il raggruppamento più ostico, di cui fanno parte anche Polonia, Russia e Serbia, oltre a Germania Egitto, e che difatti si dimostra quanto mai equilibrato, coi verdeoro ad aggiudicarsi il primo posto solo per la miglior differenza set rispetto a Russia e Polonia, grazie al 3-0 rifilato nel match conclusivo, dopo aver subito una sconfitta per 1-3 contro il sestetto di Alekno, in parte giustificata dall’assenza di Giba.

La vittoria nel Girone consente al Brasile di affrontare nei Quarti una non certo irresistibile Cina che, a dispetto dei 13mila spettatori che la incitano dal “Capital Gymnasium”, oppone una quanto mai debole resistenza, arrendendosi in poco più di un’ora di gioco con parziali di 25-17, 25-15, 25-16 che la dicono lunga sulla differenza di valori in campo …

Ben più accesi gli altri confronti, con l’Italia a guadagnare la sua quarta semifinale consecutiva al termine di oltre due ore di gioco (3-2, parziali di 25-19, 25-22, 18-25, 26-28 e 17-15) sui vice Campioni del Mondo della Polonia, grazie al positivo apporto di Gavotto, Cisolla e Bovolenta, identico punteggio con cui gli Stati Uniti superano la Serbia (3-2, 15-12 al tiebreak), mentre la Russia fa valere la sua maggiore esperienza nel liquidare 3-1 la Bulgaria.

Ancora semifinali di altissimo livello, che propongono l’eterna sfida tra Italia e Brasile e mettono di fronte Russia e Stati Uniti per una gara che non ha più i contorni dell’epoca della “Guerra fredda” tra le due superpotenze, ma resta comunque affascinante …

E, contro le previsioni della vigilia, ad avere la meglio sono proprio gli americani, che vengono a capo di una sfida complicata dopo aver sprecato il vantaggio di due set (25-22, 25-21) facendosi rimontare sul 2-2 (25-27 e 22-25 i punteggi del terzo e quarto parziale), prima di chiudere per 15-13 a proprio favore il tiebreak, in un match dove ha la meglio la varietà di schemi degli Usa rispetto all’attacco russo, impostato pressoché esclusivamente su Maxim Mikhailov, peraltro autore di ben 31 punti.

Ritrovatisi per l’ennesima volta di fronte, la sfida tra Italia e Brasile dura lo spazio di un set, giusto il tempo per far illudere gli Azzurri che si aggiudicano 25-19 il primo parziale, salvo poi crollare sulle bordate di Giba, Gustavo ed i due André, cedendo 3-1 coi successivi set conclusi sul 25-18, 25-21 e 25-22 a favore dei verdeoro.

E, come era capitato due anni prima nella Finale iridata di Tokyo, al sestetto di Bernardinho tocca affrontare una formazione sinora imbattuta, ancorché vanti i favori del pronostico, che sembra confermato dal 25-20 con cui porta a casa il primo set, per poi assistere ad un “black out” prolungato al quale contribuisce la serata assolutamente negativa di André Nascimento con due soli punti a referto, nonché l’opposizione difensiva americana su Giba (12 soli attacchi vincenti su 38 tentativi), così che gli Usa portano a casa il loro terzo titolo olimpico – eguagliando il primato dell’Unione Sovietica – imponendosi per 25-22, 25-21 e 25-23 nei successivi parziali per il 3-1 conclusivo.

Bernardinho non è tipo che accetti la sconfitta con molta filosofia, capisce che è giunto il momento di ringiovanire la rosa, a cominciare dal palleggiatore, per il quale si trova la “soluzione in casa”, vale a dire promuovendo nel ruolo il proprio figlio Bruno de Rezende, mentre del resto del Gruppo restano solo Giba, promosso Capitano, Dante, Murilo e Rodrigao, per cercare di eguagliare il tris consecutivo di titoli iridati dell’Italia, visto che i Mondiali 2010 si svolgono proprio nel Bel Paese …

Con una formula ulteriormente rinnovata – 24 squadre suddivise in 6 gruppi da quattro, con le prime tre a qualificarsi per dar vita ad ulteriori 6 Gironi da tre da cui escono 12 formazioni ripartite in quattro Gironi che qualificano le sole prime alle semifinali – si intuisce come risulta essere fondamentale farsi trovare pronti nei momenti cruciali del Torneo, ed il Brasile è inserito nel Gruppo B della prima Fase, assieme a Cuba, Spagna e Tunisia, da cui passa al secondo turno dopo aver patito una sconfitta per 1-3 contro i ritrovati caraibici, da 12 anni fuori dal giro medaglie.

Un andamento estenuante, solo per eliminare formazioni di seconda fascia, con l’unica sorpresa della mancata qualificazione alla terza fase da parte della Polonia, peraltro costretta a confrontarsi con Brasile e Bulgaria, subendo comunque altrettanti pesanti 0-3, così come accade al sestetto dell’astuto Bernardinho nel match con la Bulgaria, ininfluente per il passaggio del turno …

Finalmente si fa sul serio, ed i quattro gironi dei Quarti promuovono la rinnovata Italia di Anastasi (3-1 sia a Stati Uniti che alla Francia), la Serbia (3-1 sia a Russia che Argentina), Cuba (3-1 alla Spagna ed avvincente 3-2 alla Bulgaria dopo essersi trovata sotto 1-2 ed aver vinto 30-28 il quarto set) ed un Brasile stavolta favorito dagli accoppiamenti, ma che soffre oltre ogni previsione per aver ragione 3-2 (25-20, 22-25, 23-25, 25-21, 15-8) della Repubblica Ceca, per poi disporre facilmente (3-0, parziali di 25-17, 25-20, 25-19) di una Germania che, a propria volta, aveva battuto i cechi.

Sicuramente si tratta del peggior Brasile di questo primo decennio del nuovo Secolo, anche perché costretto a rinunciare per infortunio all’oramai 34enne Giba, ma proprio nel corso della Rassegna Bernardinho apporta il cambio in regia, affidando definitivamente il ruolo al figlio Bernardo dopo la deludente prova di Fabricio contro la Bulgaria.

In ogni caso, arriva pur sempre la quinta qualificazione consecutiva (tra Olimpiadi e Mondiali) in semifinale ed a cercare di impedire l’accesso all’atto conclusivo ai verdeoro non può che esservi, come da copione oramai abituale, un’Italia giunta a questo punto del Torneo da imbattuta, con 21 set vinti e solo 6 persi, ma ricorderete cosa anticipato in presentazione della Manifestazione, vale a dire che occorre trovarsi nella giusta condizione al momento cruciale …

Ed è quel che accade al Brasile, che contro gli Azzurri ritrova forza e concentrazione, con Leandro (24 punti, con 21 attacchi vincenti su 28 tentativi …!!) a non far rimpiangere Giba ed il netto 3-1 (parziali di 25-15, 25-22, 23-25, 25-17) lo dimostra in termini assolutamente eloquenti, mentre nell’altra semifinale Cuba viene a capo di un match quanto mai ostico (3-2, parziali di 22-25, 25-17, 31-29, 22-25, 16-14) contro la Serbia, mettendo in mostra la coppia di martelli costituita da Wilfredo Leon Venero e Yoandy Leal Hidalgo, autori di 44 punti in due.

L’appuntamento con la Storia – ovvero eguagliare il tris iridato azzurro 1990-’98 – è fissato per il 10 ottobre 2010 al “Palalottomatica” di Roma dinanzi a 12mila spettatori, tra i quali vi è una nutrita partecipazione di calciatori brasiliani militanti nella nostra Serie A, ma i pronostici di un match equilibrato saltano a causa dei numerosi errori commessi dai caraibici (ben 27 rispetto ai soli 14 dei verdeoro), così che per il Brasile è quasi una formalità concludere in poco più di un’ora un incontro senza storia, come testimoniano i relativi parziali di 25-22, 25-14, 25-22 per il 3-0 certificato da una schiacciata di Leandro, miglior realizzatore della serata con 19 punti, mentre la palma di “Miglior Giocatore del Torneo” va a Murilo.

Con questo successo, si conclude un decennio da favola per il Volley brasiliano, con quattro successi su cinque Finali disputate, oltre alle ricordate 8 vittorie nella World League, ma non viene posta fine alla permanenza del Brasile ai vertici del Volley internazionale, che lo vedono ancora finalista sconfitto dalla Russia ai Giochi di Londra 2012, per poi fallire di un soffio il poker iridato (sconfitto 1-3 in Finale dai padroni di casa della Polonia ai Mondiali ’14) e quindi conquistare il terzo Oro olimpico nel 2016 davanti al proprio pubblico a Rio de Janeiro, superando in Finale, caso mai aveste qualche dubbio, ancora l’Italia …

 

LIA MANOLIU E QUELLA GLORIA OLIMPICA FORTEMENTE VOLUTA

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Una giovane Lia Manoliu negli anni ’50 – da commons.wikimedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Per ogni sportivo che pratichi una delle discipline simbolo dei Giochi, la massima aspirazione di una carriera è senza alcun dubbio quella di riuscire un giorno a salire sul gradino più alto di un podio olimpico, anche se l’impresa è tutt’altro che facile.

Oltre a dover essere un’atleta in grado di competere ai massimi livelli, difatti, vi è da considerare la concorrenza costituita dalle avversarie ed il fatto che la rassegna a cinque cerchi si svolge ogni quattro anni e quindi le possibilità non sono poi molte, dovendo farsi trovare nella condizione giusta al momento giusto.

Vi sono atlete per le quali un risultato così prestigioso viene ottenuto alla prima partecipazione, altre a cui l’oro sfuggirà nonostante eccellenti prestazioni – emblematico al riguardo il caso della giamaicana Merlene Ottey, la quale, a dispetto delle sue 7 partecipazioni ai Giochi, raccoglie 3 argenti e 6 bronzi –, ed infine chi, come la protagonista della nostra storia odierna, non vuole arrendersi alla cattiva sorte e, sfidando i limiti imposti dall’anagrafe, riesce con grinta e perseveranza a centrare l’obiettivo.

Un’autentica amante dell’attività sportiva, la rumena Lia Manoliu, che nasce il 25 aprile 1932 nella capitale Bucarest, pratica in gioventù il tennis per poi dedicarsi a basket e volley prima di rendersi conto che, anche a causa della sua morfologia (a maturazione completa misura m.1,79 per 85kg.), la disciplina a lei più congeniale sono i lanci, ed in particolare il disco, dove alla potenza muscolare può abbinare l’agilità acquisita nelle altre pratiche sportive.

E non impiega molto, la “ragazzona, a mettersi in luce, tanto che appena 20enne – dopo che nel 1950 aveva fatto segnare la misura di m.41,44 quale primato personale – è selezionata quale rappresentante del proprio paese alle Olimpiadi di Helsinki 1952 che, per sfortuna sua e delle altre partecipanti, segnano l’esordio ai Giochi dell’Unione Sovietica.

Superpotenza nei concorsi in campo femminile (e nei lanci in particolare), l’Urss monopolizza il podio, con Nina Ponomaryova a far sua la medaglia d’oro essendo l’unica delle finaliste ad andare oltre la fettuccia dei 50 metri, scagliando il disco al nuovo record olimpico m.51,42 per poi strappare alla connazionale Nina Dumbadze il primato mondiale 20 giorni dopo la conclusione dei Giochi con un lancio di m.53,61.

Misure al momento inarrivabili per la 20enne Lia, che peraltro si fa onore concludendo in un dignitoso sesto posto con m.42,65 ottenuti al secondo tentativo, pur avendo in stagione una miglior prestazione di m.43,68, così da poter guardare al futuro con un certo ottimismo, anche se il suo obiettivo primario, al momento, è quello di avvicinarsi prima possibile alla barriera dei 50 metri.

Un percorso di crescita che passa attraverso i Campionati Europei di Berna 1954, dove la situazione al vertice non cambia, con il terzetto sovietico a spartirsi le medaglie e Ponomaryova a far suo il titolo con m.48,02, mentre il miglior lancio di m.43,86 vale alla Manoliu non meglio che la settima posizione, pur se ad inizio ottobre aggiunge due metri a questa misura, che la colloca però ancora 16esima a livello mondiale.

Nel corso dell’anno olimpico, che porta ai Giochi di Melbourne che si disputano a fine novembre 1956, la rumena incrementa il proprio personale sino a m.47,24 ottenuti ad inizio ottobre a Bucarest, ma nella finale olimpica non è in grado di scagliare l’attrezzo oltre m.43,90 che le valgono solo il nono posto, mentre ai vertici la specialità – con il primato mondiale fissato a m.57,04 dalla Dumbadze – progredisce, pur nella sorprendente sconfitta delle sovietiche per mano della cecoslovacca Olga Fikotova – protagonista di una celebre storia d’amore con il martellista americano Hal Connolly di cui vi abbiamo già dato conto – la quale frantuma il record olimpico con la misura di m.53,69 lasciando alle rappresentanti di Mosca le sole piazze d’onore.

Oramai 24enne, la Manoliu vive nel successivo quadriennio che porta alle Olimpiadi di Roma 1960 il periodo della sua maturazione agonistica, che la porta ad aggiudicarsi tre edizioni consecutive dei Giochi dei Balcani dal 1958 al ’60, rassegna quest’ultima che la vede affermarsi con la misura di m.52,09 dopo aver stabilito il proprio personale con m.53,21 il 12 giugno a Varsavia, così da poter affrontare la pedana dello “Stadio Olimpico” con rinnovate ambizioni.

Con le qualificazioni in programma il 3 settembre 1960 e la finale due giorni dopo, la 28enne rumena non ha difficoltà a lanciare al primo tentativo il disco oltre la misura di m.47,00 stabilita per l’accesso alla finale, in cui si porta in testa nel primo turno di lanci con m.52,36 rispetto ai m.51,64 della sovietica Tamara Press – già oro nel getto del peso –, con altre 5 atlete a superare i 50 metri, mentre l’oramai 31enne Ponomaryova si ferma al di sotto dei 45 metri.

L’illusione che la campionessa olimpica di Helsinki sia in giornata no viene spazzata via in un amen, visto che già nella seconda serie si porta al comando con m.52,42 per poi allungare a m.53,39 al terzo tentativo, mentre alle sue spalle nessuna delle altre finaliste riesce a migliorarsi dopo il lancio d’esordio.

E così, mentre la sovietica pone fine ad ogni discussione scagliando l’attrezzo a m.55,10 alla quinta prova per il nuovo record olimpico (cui segue un sesto lancio di m.54,42), per la rumena il sogno di un argento – prima medaglia olimpica nel lancio del disco per il suo paese – si infrange sulla spallata di m.52,59 all’ultimo turno da parte della Press che peraltro, dal canto suo, una settimana dopo, sulla stessa pedana, porta il primato mondiale a m.57,15.

La soddisfazione per il bronzo olimpico viene in parte mitigata per la Manoliu dalla considerazione che ai propri miglioramenti le avversarie replicano con lanci ancora più lontani, ma questa è la legge dello sport a cui bisogna adattarsi, e nel successivo quadriennio mette in fila un tris (1962-’64) di titoli nazionali, con il miglior risultato di m.53,51 ottenuto nell’anno olimpico, così come si impone ai Giochi dei Balcani sia nel 1962 (m.51,66) che l’anno seguente con m.53,00 mentre prosegue il suo rapporto conflittuale con la rassegna continentale dove, dopo aver saltato l’edizione di Stoccolma ’58, fallisce addirittura la qualificazione alla finale quattro anni dopo a Belgrado.

La costanza di rendimento oltre i 50 metri della rumena stride peraltro con le bordate della sovietica Press che, nel corso del quadriennio post olimpico, migliora in altre quattro occasioni il primato mondiale sino ai m.59,29 ottenuti il 18 maggio 1963 a Mosca, che ne fanno la logica favorita in vista dell’appuntamento olimpico che si svolge a Tokyo nella seconda decade di ottobre 1964.

Con la gara del lancio del disco a svolgersi in un’unica giornata (qualificazioni alle 10:00 ora locale e finale a partire dalle 14:30), la 32enne Manoliu centra l’accesso all’atto conclusivo superando la misura limite di m.50,00 al secondo tentativo con m.53,64 mentre desta sorpresa la bulgara Virzhiniya Mikhaylova che scaglia l’attrezzo a m.54,94 candidandosi per il podio e, al contrario, la Ponomaryova – alla sua quarta Olimpiade – riesce a qualificarsi per il rotto della cuffia con i m.50,18 ottenuti al terzo ed ultimo lancio a sua disposizione.

Ponomaryova che paga dazio ai suoi 35 anni e, pur migliorandosi al pomeriggio sino a m.52,48, non si qualifica per gli ulteriori tre lanci conclusivi, concludendo la sua esperienza ai Giochi in undicesima posizione, mentre al vertice la classifica, come quasi sempre accade nei lanci, si delinea già nei primi turni, con a portarsi in testa la tedesca orientale Ingrid Lotz con la misura di m.57,21 che rappresenta il nuovo record olimpico.

La Manoliu replica con m.55,90 solo per essere superata al secondo tentativo dalla Mikhaylova con m.56,56 mentre stupisce in negativo il percorso della primatista mondiale Tamara Press che, prima dei tre ulteriori lanci a disposizione, si trova in quarta posizione con m.55,38.

La fase conclusiva della finale di Tokyo ’64 è una delle più emozionanti nella storia dei Giochi, visto che nella quarta serie sia Manoliu che la bulgara si migliorano (m.56,09 e m.56,70 rispettivamente), mentre al penultimo turno la sovietica trova la coordinazione giusta per beffare di soli 6 centimetri la tedesca Lotz, grazie al lancio di m.57,27 che le assicura la medaglia d’oro, al pari della rumena che riesce a far atterrare il disco a m.56,97 per relegare la Mikhaylova ai margini del podio e far suo il secondo bronzo consecutivo.

E’ indubbio che, con la carta d’identità a segnare 32 anni, le speranze di coronare il sogno olimpico appaiono ridotte al lumicino per la Manoliu, tanto più che l’anno seguente la Press sfiora i 60 metri portando il primato mondiale a m.59,70, e di questo sono più che convinti anche i dirigenti della Federazione rumena di atletica leggera che nell’inverno 1967 – dopo che anche agli Europei di Budapest ’66 aveva fallito l’accesso alla finale – le comunicano di non potersi più allenare nei centri federali, giusto a causa della sua età.

Un’assoluta mancanza di rispetto verso una bandiera – assieme alla saltatrice in alto Iolanda Balas – dell’atletica rumena degli anni ’60, ma che rappresenta la molla giusta affinché la oramai 36enne Manoliu, punta sull’orgoglio, risponda da par suo, aggiudicandosi sia il suo settimo titolo nazionale con m.58,14 al pari della sesta affermazione ai Giochi dei Balcani ’68 ad Atene con il suo miglior lancio stagionale di m.59,22.

Logico che sulla scorta di tali prestazioni la partecipazione della Manoliu alla sua quinta Olimpiade sia fuori discussione, anche se sulle sue possibilità di successo – dopo il ritiro della Press – incombe l’ombra della tedesca occidentale Liesel Westermann che, a meno di due mesi dall’apertura dei Giochi di Città del Messico, si riappropria del primato mondiale con un lancio di m.62,54 dopo essere stata la prima discobola a superare la fettuccia dei 60 metri ad inizio novembre ’67 con m.61,26 solo per vedersi togliere il record dalla connazionale della parte orientale Christine Spielberg, capace di scagliare l’attrezzo a m.61,64.

Insomma, uscite di scena le sovietiche, ecco emergere le tedesche, come dire che invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, con in più l’aggravante per la Manoliu di presentarsi sulla pedana dell'”Estadio Olimpico Universitario” di Città del Messico con il braccio destro non in perfette condizioni.

Con il medico della Nazionale a comunicarle di non avere a disposizione più di un buon lancio per tentare l’assalto alle medaglie, un pizzico di buona sorte viene incontro alla Manoliu con la presenza di sole 15 atlete iscritte, così che non vengono svolte le qualificazioni e le atlete si presentano in pedana alle 15:30 ora locale del 18 ottobre 1968 per dare inizio alla gara.

Difficile sapere cosa sia passato per la mente della 36enne rumena allorché si appresta ad eseguire il suo primo lancio (sapendo che, con ogni probabilità, sarà anche l’ultimo) e come abbia potuto trovare la giusta concentrazione e coordinazione, fatto sta che il disco da lei lanciato atterra a m.58,28 per il nuovo record olimpico.

Più facile immaginare la tensione nello starsene seduta da una parte ad assistere ai lanci delle sue avversarie, prime fra tutte la primatista mondiale Westermann che al secondo tentativo le si avvicina con m.57,76 per poi forzare con il solo risultato di ottenere tre nulli ed un solo ulteriore lancio valido di m.55,78 insufficiente a scalzare la Manoliu dal gradino più alto del podio per una gloria olimpica fortemente voluta e, finalmente, conquistata.

Incredibile a dirsi, il trionfo olimpico, invece di essere accolto come il coronamento di una strepitosa carriera, invoglia la Manoliu a proseguire l’attività, tanto da ottenere l’anno seguente il suo miglior piazzamento agli Europei con il quarto posto nell’edizione di Atene 1969 con m.57,38 mentre il ricambio generale sovietico non tarda a riproporsi, con oro e argento appannaggio di Tamara Danilova (m.59,28 record dei campionati) e Lyudmila Muravyova rispettivamente, per poi partecipare al suo ultimo Campionato Europeo due anni dopo ad Helsinki, che incorona la nuova dominatrice della specialità, vale a dire la sovietica Faina Melnik, che nell’occasione stabilisce anche il relativo primato mondiale facendo atterrare il disco alla fantastica distanza di m.64,22.

E, a proposito di primati, la Manoliu – che il 4 luglio 1971 a Bucarest aveva finalmente abbattuto il “tabù dei 60 metri” con un lancio di m.60,68 – intende stabilirne uno, ovvero divenire, con la partecipazione, oramai 40enne, ai Giochi di Monaco 1972, la prima atleta femminile a gareggiare in 6 edizioni delle Olimpiadi.

E, come il buon vino che più invecchia e più migliora, la rumena si presenta sulla pedana dell'”OlympiaStadion” di Monaco di Baviera forte dell’aver stabilito il suo Personal Best in carriera con un lancio di m.62,06 eseguito il 13 maggio 1972 a Bucarest, così come realizza nell’arengo olimpico il suo miglior risultato ai Giochi con la misura di m.58,50 ancorché le valga solo la nona posizione.

Ad attività conclusa, la Manoliu resta un’icona dello sport rumeno, venendo premiata nel 1974 dall’UNESCO con il Premio Fair Play, per il suo sostegno agli ideali di lealtà sportiva, mentre in patria assume la carica dapprima di vice presidente e quindi, a far tempo dal 1990, di presidente del comitato olimpico rumeno, oltre a far parte del comitato femminile della IAAF per 20 anni, dal 1976 al ’95, raggiungendo una popolarità tale che, alla caduta del regime del dittatore Ceausescu, la porta anche a far parte del senato rumeno dal 1990 sino al ’92.

E siamo certi che la Manoliu avrebbe voluto dare ancora il proprio contributo di esperienza al mondo dell’atletica leggera che ha rappresentato praticamente l’intera sua vita, così come al comitato olimpico, se non si fosse spenta il 9 gennaio 1998, a soli 65 anni, vittima di un attacco cardiaco susseguente ad un’operazione chirurgica per rimuovere un tumore al cervello.

Per comprendere l’impatto della discobola sullo sport del proprio paese, nel 2012 viene inaugurato a Bucarest un complesso sportivo che comprende anche lo Stadio Nazionale che ospita le gare della rappresentativa rumena, impianto che viene intitolato alla compianta Lia Manoliu.

E pensare che, se fosse stato per i suoi dirigenti… vabbè, tutti possiamo sbagliare.

 

GLI EUROPEI DI FRANCIA 1984 CHE CORONANO LA STAGIONE MAGICA DI PLATINI

hidalgo platini
I due Michel, Platini e Hidalgo, al termine del vittorioso Europeo ’84 – da sport.sky.it

articolo di Giovanni Manenti

Nel calcio, ancorché si tratti dello sport di squadra più popolare al mondo, piace all’immaginario collettivo identificare in un singolo giocatore un periodo di successi di una singola formazione, quand’anche dedicare allo stesso un particolare torneo o competizione.

Ecco quindi che, a mo’ d’esempio, del Grande Torinospesso si associa la dizione il “Torino di Valentino Mazzola“, così come alla Grande Ungheriasi unisce l'”Ungheria di Puskas” e così via, sino a definire un evento come un Mondiale con il suo principale attore, ed allora vedi nascere il Mondiale di Paolo Rossi, riferendosi al successo azzurro nel 1982 ed, ancor più, il Mondiale di Maradona per quel che concerne la vittoria argentina quattro anni dopo in Messico.

Ma, senza nulla togliere a questi fuoriclasse, crediamo di non far loro torto nel ritenere come non vi sia, quantomeno nel Vecchio Continente – perché in Sudamerica non si può certo negare il periodo d’oro di inizio anni ’60 delSantos di Pelè – un calciatore che abbia maggiormente legato il proprio nome alla sua Nazionale – ed in buona parte anche alla Juventus – quale Michel Platini, di cui andiamo oggi a trattare, con particolare riferimento a quello che è universalmente passato alla storia come L’Europeo di Platini.

Per meglio comprendere quale sia stato l’impatto di Platini sulle vicende della Nazionale transalpina occorre tornare a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio del successivo decennio, allorché la Francia gode del suo momento di maggior fulgore nel contesto internazionale grazie alle contemporanee affermazioni a livello di club dello Stade de Reims – sei titoli ed una Coupe de France tra il 1949 ed il ’62 e due finali di Coppa dei Campioni nel 1956 e ’59 –, da cui il commissario tecnico Albert Batteux attinge a piene mani, venendo ripagato con il terzo posto ai Mondiali di Svezia 1958 (con Just Fontaine capocannoniere con 13 reti) ed il quarto nella prima edizione degli Europei 1960.

Da allora, un ventennio di buio assoluto, senza alcuna qualificazione per le fasi finali della rassegna continentale ed una fugace apparizione ai Mondiali di Inghilterra ’66 con immediata eliminazione, frutto di un pari per 1-1 contro il Messico e due sconfitte per 1-2 da parte dell’Uruguay e 0-2 dai padroni di casa.

In tale periodo non c’è pertanto da stupirsi se il calcio viene largamente soppiantato dal rugby come sport di squadra nazionale, visto che “Les Coqs” si aggiudicano 6 tornei del prestigioso Cinque Nazioni ed in altre tre occasioni dividono il trofeo, mentre per la disciplina con la palla rotonda si è in attesa di una sorta di Messia che ne possa risollevare le sorti.

E costui vede la luce il 21 giugno 1955 a Joef, cittadina di poco più di 5mila abitanti, nell’attuale Grand Est della Francia, regione recentemente costituita dall’accorpamento di Alsazia, Champagne-Ardenne e Lorena e che si trova geograficamente al confine con il Lussemburgo.

Ancorché abbastanza gracile di costituzione, Platini mette in evidenza sin dalla giovinezza una straordinaria intelligenza calcistica, allorché dalla formazione locale si trasferisce nell’estate 1972, appena 17enne, all’AS Nancy Lorraine, principale club calcistico dell’allora Lorena, mettendosi in evidenza nella squadra B tanto da esordire nella Ligue 1 ad inizio maggio ’73, non ancora 18enne.

Platini brucia in fretta le tappe e, a dispetto della retrocessione in Deuxieme Division dell’anno seguente, dimostra la sua confidenza con il goal grazie ai 17 centri che consentono al Nancy l’immediata risalita nell’elite del calcio francese nel 1975, per poi piazzare due stagioni da 22 e 25 reti rispettivamente che portano la formazione lorenese a concludere a ridosso delle prime, settima e quarta rispettivamente.

Ovviamente, di questa nuova stella del “Foot” (come viene definito il calcio oltralpe) non può non beneficiarne la Nazionale – che non è che abbondi di talenti –, ed ecco quindi che l’appena 21enne Michel ne indossa per la prima volta la maglia a fine marzo 1976, bagnando l’esordio con una rete nel pari per 2-2 al “Parc des Princes” contro la Cecoslovacchia.

Ottenuta la qualificazione ai Mondiali di Argentina ’78 in un girone comprendente Eire e Bulgaria, a Platini l’aria di casa inizia a farsi stretta, ma non vuole lasciare i suoi primi e più affezionati tifosi – a cominciare dal nonno Francesco e dal padre Aldo, i cui nomi non sono traduzioni, essendo i Platini emigrati in Francia, ma di origini piemontesi, di Agrate Conturbia, provincia di Novara per l’esattezza – senza aver loro regalato un trofeo, riportando in Lorena la Coupe de France che era stata vinta solo nel 1944, in tempo di guerra.

E, ovviamente, non può che farlo alla sua maniera, ovvero mettendo a segno 6 reti nel cammino che porta il Nancy alla finale del 13 maggio 1978 al “Parc des Princes” contro il Nizza, riservandosi la settima per decidere l’incontro poco prima dell’ora di gioco.

Ma se in Lorena si festeggia, per Platini è ora di rispondere alla selezione del commissario tecnico Michel Hidalgo per i Mondiali di Argentina, dove la Francia è inserita nel “Gruppo di Ferro” assieme ai padroni di casa, Italia ed Ungheria.

L’esperienza si conclude al termine del girone, ma i transalpini non sfigurano, tutt’altro, cedendo di misura per 1-2 sia contro l’Italia che di fronte all’Argentina, match in cui Platini sigla al 60’ la rete del provvisorio pareggio, sua prima in una rassegna iridata, per poi superare 3-1 l’Ungheria nell’inutile ultima sfida, anche se dal Sudamerica si avverte che qualcosa sta cambiando in seno alla Nazionale, con una intelaiatura che comprende Battiston, Bossis e Tresor in difesa, Henry Michel e Bathenay a centrocampo e Rocheteau, Lacombe e Six in attacco.

Ma in Francia si aspettano di più da colui già denominato L’enfant prodige del calcio transalpino e Platini viene ritenuto, ancorché 23enne, come il maggior responsabile della precoce eliminazione, anche se, con la sua proverbiale nonchalance, se ne infischia altamente, molto meno viceversa dell’infortunio che gli procura una triplice frattura del malleolo, procuratasi, ironia della sorte, proprio giocando contro il Saint-Etienne.

Fortunatamente, Platini recupera pienamente, ma non può dare il suo contributo alle qualificazioni per gli Europei di Italia ’80 a cui la Francia non accede (strano, ma non era colpa sua l’eliminazione in Argentina?), mentre l’intervenuto trasferimento nell’estate ’79 al Saint-Etienne – con cui si aggiudica un secondo titolo della Ligue 1 nel 1981 e subisce due sconfitte in finale di Coupe de France nel 1981 ed ’82 – consente di affinare l’intesa coi compagni di Nazionale, visto che ai Mondiali di Spagna ’82 sono ben 6 i convocati da parte di Hidalgo.

Un Mondiale per il quale la Francia si è qualificata (assieme al Belgio) in un girone estremamente equilibrato che vede l’eliminazione della due volte finalista Olanda, e che i transalpini affrontano con il freno a mani tirato, sconfitti 1-3 dall’Inghilterra al debutto, per poi qualificarsi come seconda solo in virtù di un risicato pareggio per 1-1 con la Cecoslovacchia.

Occorre precisare che, in una manifestazione come i Mondiali, un pizzico di buona sorte non guasta, ed il mancato rispetto dei pronostici da parte delle favorite fa sì che, nella seconda fase a gironi da tre squadre, si incontrino Brasile (primo), Italia ed Argentina (seconde) in un gruppo, così come Germania Ovest, Spagna ed Inghilterra in un altro.

Ecco, pertanto, che la partenza a rilento viene compensata dall’inserimento in un girone molto più abbordabile con Austria (1-0, rete di Genghini) ed Irlanda del Nord, travolta 4-1 con doppiette di Giresse e Rocheteau.

Il primo posto porta in dote la qualificazione per le semifinali, evento che a tali latitudini non si verificava da ben 24 anni, e l’avversaria altri non è che la Germania Ovest, contro la quale l’appuntamento è fissato per la sera dell’8 luglio 1982 all'”Estadio Ramon Sanchez Pizjuan” di Siviglia per stabilire chi delle due affronterà in finale l’Italia, che nel pomeriggio si è sbarazzata della Polonia.

Evidentemente abituata alle “semifinali thriller“, la formazione tedesca manda in scena un “remake” della “Partita del Secolo” contro gli Azzurri a Città del Messico nel 1970, con anche stavolta le maggiori emozioni condensate nei supplementari, dove la Francia spreca un vantaggio di due reti facendosi raggiungere sul 3-3 e quindi superare per 5-4 ai rigori, con Platini, già a segno dal dischetto durante i tempi regolamentari, a non fallire la propria trasformazione.

La Francia conclude poi quarta, sconfitta 2-3 dalla Polonia nella finalina di consolazione, a cui Platini non partecipa, venendo dato corretto spazio alle seconde linee, ma al ritorno dall’avventura spagnola avviene la svolta determinante per la sua carriera, in quanto su trattativa personalmente portata avanti dall’avvocato Gianni Agnelli, la Juventus ne acquista il cartellino sborsando al Saint-Etienne la modica cifra di 250 milioni di vecchie lire, circostanza che porterà l’avvocato ad una delle sue proverbiali e famose battute “Lo abbiamo comprato per un tozzo di pane, ma poi ci abbiamo messo sopra del caviale…“, alludendo al contratto sottoscritto dal francese.

Ad ogni buon conto, gli esordi di Platini nella nuova realtà non sono dei più facili, un po’ la condizione fisica non ottimale ed in parte problemi di inserimento lo portano a concludere il girone di andata con sole 4 reti all’attivo, con i “benpensanti” a chiedersi se non sia stato un rischio per i bianconeri aver rinunciato ad un giocatore oramai ben collaudato negli schemi di Trapattoni quale l’irlandese Liam Brady.

Platini risponde da par suo nella fase conclusiva del campionato, mettendo a segno 12 reti – sarebbero state 14 se due non fossero state cancellate dal giudice sportivo che assegna lo 0-2 a tavolino all’Inter nella gara conclusasi 3-3 sul campo – sufficienti a fargli comunque vincere la classifica dei cannonieri con 16 centri ed una lunghezza di vantaggio su Altobelli e Penzo, anche se per lo scudetto è tardi, prendendo la strada di Roma, nonostante il doppio successo negli scontri diretti coi giallorossi.

Vi sarebbe peraltro modo di riscattare la stagione, visto che la Juventus torna, a 10 anni di distanza, per la seconda volta in finale di Coppa dei Campioni, ma quella sera ad Atene anche Platini, al pari dei suoi compagni, non riesce ad entrare in partita e, senza il suo contributo, i bianconeri escono amaramente sconfitti per 0-1 nella sfida con i tedeschi dell’Amburgo.

Nuovamente, gli scettici iniziano a domandarsi se l’oramai 28enne francese non soffra la pressione degli appuntamenti importanti e, forse, se lo chiede anche la dirigenza bianconera, in primis il presidente Giampiero Boniperti, visto che l’acquisto è stato eseguito a sua insaputa, pur se il positivo finale di stagione (esito della Coppa Campioni a parte) induce all’ottimismo in vista della successiva, che per il capitano dell'”Equipe de France” ha un obiettivo primario, ovvero il Campionato Europeo per Nazioni che si svolge nel proprio paese e per il quale, di conseguenza, non ha da disputare gare di qualificazione.

Platini può pertanto dedicare le sue energie solo ed esclusivamente alle sorti della Juventus, iniziando il campionato 1983-’84 come aveva concluso il precedente, vale a dire con una doppietta nel 7-0 all’esordio contro l’Ascoli, per poi condurre i bianconeri, al termine della consueta sfida con la Roma, alla conquista del loro 21esimo scudetto, impreziosito dalle 20 reti personali che gli valgono il secondo titolo di capocannoniere, precedendo di un solo centro, “noblesse oblige, nientemeno che Zico, in forza all’Udinese.

Le superbe prestazioni del francese fanno sì che, a fine anno 1983, addirittura un plebiscito da parte dei giurati (110 voti rispetto ai 26 dello scozzese Kenny Dalglish) gli assegni il “Ballon d’Or” messo in palio dalla prestigiosa rivista “France Football, secondo esponente del proprio paese ad aggiudicarsi il riconoscimento, dopo Raymond Kopa nel 1958.

Oramai calatosi alla perfezione nello scacchiere tattico bianconero, Platini incastona un’ulteriore gemma nella sua “Stagione d’Oro” grazie al secondo successo continentale della Juventus, vale a dire la conquista della Coppa delle Coppe superando 2-1 il Porto nella finale di Basilea del 16 maggio 1984.

Giusto il tempo di un brindisi coi compagni, e via a rispondere alla chiamata di Hidalgo per quello che è l’appuntamento di una vita, ovvero consegnare alla Francia il primo trofeo della sua storia, ad 80 anni esatti dal primo match ufficiale della Nazionale, giocato l’1 maggio 1904 a Bruxelles contro il Belgio e concluso sul 3-3.

La formula del Campionato Europeo, migliorata rispetto a quella di quattro anni prima in Italia grazie all’inserimento delle semifinali incrociate tra le prima classificate dei due gironi da quattro squadre ciascuno, oltre all’abolizione dell’inutile sfida per il terzo posto, vede pertanto i padroni di casa inseriti nel Gruppo A assieme a Belgio, Jugoslavia e la sorprendente Danimarca che nel girone di qualificazione ha eliminato l’Inghilterra, espugnando 1-0 Wembley grazie ad un rigore di Simonsen.

Altra assenza eccellente è quella dell’Italia campione del mondo, giunta non meglio che quarta in un girone che promuove la Romania, mentre l’Olanda resta fuori solo per un minor numero di reti segnate a parità di punti (13) e differenza reti (+16) rispetto ad una Spagna che, nell’ultima gara contro Malta, si impone con un quanto mai discutibile 12-1 (!!!).

Ad inaugurare la manifestazione, il 12 giugno 1984 al “Parc des Princes“, spetta ai padroni di casa, i quali toccano con mano la crescita esponenziale del calcio danese, frutto di una generazione che consente al tecnico tedesco Piontek di poter fare affidamento su talenti del calibro di Arnesen, Lerby, Simonsen, Michael Laudrup ed Elkjaer, oltre al poderoso capitano Morten Olsen quale perno difensivo.

La sfida è quanto mai equilibrata e si sta trascinando verso un giusto 0-0, allorché Platini cala dal cilindro una conclusione da fuori area su di una corta respinta della difesa danese e che, complice anche una leggera deviazione, impedisce a Qvist l’intervento e consegna alla Francia il primo successo nel torneo, mentre anche il Belgio bagna l’esordio con una vittoria per 2-0 sulla Jugoslavia.

Fiamminghi che, quattro giorni dopo, sono attesi dalla sfida contro i confinanti francesi allo “Stade de la Beaujoire” di Nantes, occasione in cui Platini, al pari di un attore teatrale, sciorina tutto il proprio repertorio, frutto della sua inarrivabile intelligenza calcistica, che lo porta a leggere in anticipo lo svolgimento dell’azione per farsi trovare sempre al posto giusto nel momento giusto.

E trascorrono solo 4’ affinché i difensori belgi se ne rendano conto, con una punizione dai 30 metri che Platini tocca sulla destra a beneficio di Battiston, il quale esplode una cannonata che viene respinta dalla traversa sino al limite dell’area proprio dove il capitano si era portato, così da raccogliere la sfera e trafiggere Pfaff per il punto dell’1-0, vantaggio poi incrementato sino al 3-0 all’intervallo grazie ai centri di Giresse (splendido dai e vai con Tigana) e Fernandez.

Implacabile nei calci piazzati, Platini arrotonda lo score sul 4-0 a 15’ dal termine trasformando un rigore concesso per fallo di Pfaff su Six, per poi mettere il punto esclamativo sul 5-0 conclusivo con un superbo colpo di testa su cross dalla destra di Giresse, nel mentre la Danimarca si rimette in corsa rifilando analogo punteggio alla malcapitata Jugoslavia.

Danesi che all’ultima giornata compiono l’impresa di recuperare da 0-2 per sconfiggere 3-2 il Belgio ed accedere alle semifinali, mentre il confronto tra i padroni di casa e l’oramai eliminata Jugoslavia che va in scena il 19 giugno 1984 allo “Stade Geoffroy Guichard” di Saint-Etienne si trasforma in un autentico “one man show” da parte del 29enne Platini.

Con gli jugoslavi a chiudere in vantaggio il primo tempo per 1-0, il nr.10 per eccellenza non può tradire proprio i suoi vecchi tifosi ed eccolo quindi rispondere presente ad un invito di Ferreri per il punto dell’1-1 allo scoccare dell’ora di gioco, per poi, appena due giri di lancetta dopo, esibirsi in quella che non sarebbe proprio la “specialità della casa“, ovvero una deviazione in tuffo di testa su cross dalla destra di Battiston, con la palla ad infilarsi nell’angolo basso alla destra di Simovic e quindi concludere il suo “quarto d’ora da favola” con la sua seconda tripletta consecutiva, stavolta svolgendo il compito a lui più caro, ovvero trasformare in rete una punizione dal limite, con Stojkovic ad incaricarsi di siglare la rete del 3-2 conclusivo.

Ma se da una parte il Gruppo A vede realizzate ben 23 reti in 6 incontri, per una media di quasi 4 reti a partita, tutto l’opposto avviene nell’altro girone, composto da Germania, Spagna, Portogallo e Romania, dove a farla da padrone sono le difese con appena 9 centri e che vede clamorosamente eliminata la Germania Ovest che, dopo il pari a reti bianche con il Portogallo ed il successo di misura per 2-1 sulla Romania, viene beffata dalla Spagna per una rete messa a segno dal libero Maceda proprio al 90’, con gli iberici a qualificarsi per primi assieme ai cugini portoghesi.

Semifinali che si aprono il 23 giugno 1984 con la sfida tra Francia ed il quanto mai insidioso Portogallo, per la quale è designato lo “Stade Velodrome” di Marsiglia, dove accorrono quasi 55mila spettatori per incitare i “Galletti” verso quella che sarebbe la prima finale di un importante torneo internazionale della loro storia, ma la formazione allenata da Fernando Cabrita ha tutt’altro che l’intenzione di svolgere il ruolo di vittima sacrificale, anche se le cose si mettono bene per l’undici di Hidalgo, grazie ad una potente punizione del terzino sinistro Domergue che si infila nell’angolo alto alla destra di Bento, immobile.

La Francia cerca di chiudere i conti nella ripresa, ma dapprima Fernandez, stupendamente lanciato da Platini, si vede ribattere la sua conclusione da Bento in uscita, e quindi è lo stesso estremo difensore portoghese ad esaltarsi su di una bordata da fuori di Giresse, con quest’ultimo a trovarsi successivamente a tu per tu con il portiere avversario che gli chiude lo specchio su di un tiro ravvicinato.

La porta avversaria sembra stregata, un diagonale al volo ancora di Giresse esce di poco, per poi toccare a Platini esibirsi in un pezzo d’autore al limite dell’area, in cui si libera con una magia di un difensore e scaglia un pallone destinato sotto l’incrocio solo per consentire nuovamente a Bento di compiere l’ennesima prodezza e quindi, come spesso accade nel calcio, subire la beffa della rete del pareggio.

Dapprima è Fernando Gomes a vedere una sua conclusione a botta sicura respinta sulla linea in coabitazione tra Bats e Fernandez e quindi tocca a Jordao gelare il pubblico a poco più di 15’ dal termine raccogliendo di testa un preciso cross dalla sinistra di Chalana per il punto dell’1-1 con cui le due squadre vanno ai supplementari, anche perché un inserimento in profondità di Platini, perfettamente assistito da Giresse, lo vede contrato in uscita da Bento, il quale riesce, da terra, a toccare la conclusione di Six sulla respinta quel tanto che basta perché la palla si impenni e vada ad incocciare sulla traversa.

Cupi fantasmi iniziano ad aleggiare sul “Velodrome, specie quando, all’8’ del primo tempo supplementare, Jordao concede il bis, raccogliendo al volo di destra un cross di Chalana per una conclusione anche fortunata, in quanto il pallone batte per terra assumendo una traiettoria imparabile per Bats, che successivamente si oppone ad un’incursione di Nené, così da tenere vive le speranze francesi.

Ma il cronometro scorre inesorabile e la difesa portoghese fa buona guardia sino a che ancora Domergue festeggia nel migliore dei modi il suo 27esimo compleanno riuscendo a trovare lo spiraglio giusto al 114’ per superare Bento e riportare le sorti dell’incontro in parità, nonché ridare nuova linfa ai suoi, anche se oramai la decisione sembra doversi affidare alla lotteria dei calci di rigore.

La differenza in questi frangenti la fanno gli episodi e questi sono procurati dai fuoriclasse e, nella circostanza, ad essere premiata è la caparbietà di Tigana che, raccolta palla sulla tre quarti avversaria, si esibisce in un imperioso affondo che lo porta ad effettuare un assist a rientrare dove, puntuale all’appuntamento, si fa trovare Platini (ricordate, l’uomo giusto al momento giusto…) il quale controlla con freddezza la sfera prima di scaraventarla in porta eludendo una muraglia composta da tre difensori.

E’ il 119’, la Francia è per la prima volta in finale di una grande manifestazione internazionale e ad attenderla, il 27 giugno 1984 al “Parc des Princes” di Parigi, è la Spagna che ha avuto ragione ai calci di rigore della Danimarca, dopo l’1-1 dei tempi regolamentari, risultando fatale l’errore di Elkjaer.

Hidalgo apporta una sola variante rispetto all’undici iniziale sceso in campo contro il Portogallo, ovvero l’inserimento di Bellone che già aveva rilevato Six nel corso dei supplementari, mentre sull’altro fronte Miguel Munoz sconta due assenze importanti quali quelle di Maceda (a segno anche contro i danesi) e Gordillo.

Da un punto di vista squisitamente tecnico non c’è partita, con la Francia a poter disporre del suo celebre “quadrilatero di centrocampo” costituito da Fernandez, Tigana, Giresse e Platini, ma gli spagnoli puntano sulla loro organizzazione difensiva (tre sole reti sinora subite) e la gara è bloccata, con le squadre a guadagnare gli spogliatoi sullo 0-0 di partenza.

Occorre il solito episodio per sbloccare l’incontro, e questo si materializza al 57’ sotto forma di una punizione poco oltre il limite sinistro dell’area spagnola, della cui esecuzione si incarica, e non potrebbe essere altrimenti, Platini.

Anziché calciare a scavalcare la barriera, la conclusione del capitano transalpino l’aggira con il pallone a giungere apparentemente innocuo tra le braccia di Arconada che, incredibilmente, se lo fa sfuggire e lo stesso prolunga la sua traiettoria oltre la linea di porta rendendo vano il tentativo di recupero dell’estremo difensore basco.

I minuti finali creano apprensione sugli spalti in virtù dell’espulsione all’85’ di Le Roux per doppio cartellino giallo, ma a sollevare gli animi giunge, con tutta la Spagna protesa alla ricerca del pari, la rete del raddoppio siglata in contropiede solitario da Bellone, smarcato da un preciso lancio di Tigana.

Tocca pertanto a Platini, in veste di capitano, essere il primo francese a sollevare il trofeo, oltretutto quanto mai di buon auspicio, poiché a distanza di 6 settimane anche la Nazionale Olimpica trionfa aggiudicandosi la medaglia d’oro ai Giochi di Los Angeles ’84 superando con l’identico punteggio di 2-0 il Brasile in finale.

Per il 29enne della Lorena, la conclusione di una stagione irripetibile, scudetto, titolo di capocannoniere, vittoria in Coppa delle Coppe e campione europeo con la Francia, il che determina la quanto mai logica conferma del Ballon d’Or 1984 con largo margine (117 voti a 57) sul valido compagno di Nazionale Jean Tigana.

Per Platini, che non ha mai fatto della prestanza fisica il suo punto di forza, inizia una lenta parabola discendente, che gli consente comunque di incrementare il proprio palmarès aggiudicandosi la Supercoppa Uefa a spese del Liverpool nel gennaio ’85 e la quanto mai amara Coppa dei Campioni nella tragica serata dell’Heysel di fine maggio ’85 – dopo essersi laureato per il terzo anno consecutivo capocannoniere della Serie A con 18 reti, una in più di Altobelli –, in virtù della quale disputa e vince anche la Coppa Intercontinentale, tutti allori che gli garantiscono il suo terzo “Ballon d’Or” consecutivo, precedendo (127 voti a 71) il danese Elkjaer.

L’ultimo acuto de Le Roi, come oramai viene chiamato in Francia, giunge con la conquista in volata dello scudetto 1986 a spese della Roma, mentre ai Mondiali in Messico ’86 si deve arrendere ancora in semifinale contro la Germania, stavolta con un più netto 0-2, prima di completare con 72 gettoni e 41 reti la sua esperienza in Nazionale.

L’addio al calcio avviene a conclusione del campionato di Serie A 1986-’87 che la Juventus conclude al secondo posto alle spalle del Napoli di Maradona, quasi un simbolico “passaggio di consegne” tra due campioni che si sono sempre stimati.

Platini lascia in eredità al mondo del calcio una dote di 313 reti realizzate nelle 584 gare a livello di club complessivamente disputate (media 0,54 a partita, niente male per un centrocampista) e, nel commento ai microfoni dell’Ente di Stato alla fine della sua ultima partita Juventus-Brescia 3-2 del 17 maggio 1987, è racchiusa tutta l’essenza del suo essere “Ho giocato nel Nancy perché era la mia città, nel Saint-Etienne in quanto la migliore di Francia e nella Juventus poiché la migliore al Mondo!.

Chapeau, “Roi Michel“, ma non dimenticare anche “L’Europeo di Platini“…