PETER SNELL, IL MILER CHE NON CONOSCEVA LA PAROLA SCONFITTA

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Peter Snell trionfa negli 800 metri ai Giochi di Tokyo ’64 – da athleticsweekly.com

articolo di Giovanni Manenti

Il ‘900 è indubbiamente stato, tra le altre cose, anche il secolo dello Sport, avendo ricevuto il testimone dall’avvenuta organizzazione delle prime Olimpiadi dell’era moderna svoltesi ad Atene nel 1896 e, con l’inizio del nuovo millennio, in quasi tutti i Paesi del mondo si sono svolte votazioni per eleggere colui che meritasse l’appellativo di “Atleta del XX Secolo”.

Un titolo che, nella stragrande maggioranza dei casi, è andato a personaggi che nelle rispettive discipline e/o specialità hanno primeggiato anche per un lasso di tempo non trascurabile, mentre può, a prima vista, stupire il fatto che in Nuova Zelanda detto onore sia stato appannaggio di un atleta che ha brillato di luce intensa per un solo quinquennio, ma evidentemente ciò è bastato.

La spiegazione, se vogliamo, è anche piuttosto semplice, riportandoci al panorama olimpico, in cui il Paese australe ha colto i suoi maggiori allori nelle discipline di regata, con 24 medaglie nel canottaggio, 22 nella vela e 12 nella canoa, sport sicuramente nobili, ma di minor rilievo, soprattutto mediatico, se rapportati all’atletica leggera, l’indiscussa “Regina degli Sport”.

Ed allora ecco che, delle 10 medaglie d’oro neozelandesi in tale disciplina, ben tre sono conquistate nel mezzofondo veloce da un solo atleta, il quale nella sua breve ma sfolgorante attività agonistica non ha conosciuto altro che vittorie nelle grandi manifestazioni a cui ha partecipato, oltretutto impreziosendo le proprie prestazioni anche con riscontri cronometrici di valore assoluto.

Peter Snell, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce il 17 dicembre 1938 ad Opunake, una cittadina di meno di 1000 abitanti posta sulla costa sudoccidentale della regione di Taranaki nell’isola settentrionale della Nuova Zelanda, e cresce in una famiglia dove lo sport è di casa, in quanto il padre pratica golf e la madre tennis.

Pur con la citata collocazione geografica, da giovane Snell non si dedica a discipline acquatiche, privilegiando tutto ciò che ha a che fare con una palla, cimentandosi in rugby, cricket, golf e tennis, dimostrando un più che discreto talento in quest’ultima specialità, dove si aggiudica diversi tornei a livello scolastico, ma mettendosi altresì in evidenza nella corsa, sempre vincente o piazzato nelle gare studentesche.

Ma dovendo prima o poi decidersi su “cosa fare da grande”, ecco che la svolta nella carriera agonistica di Snell giunge nel ’58, ai tempi del college, quando Michael Macky, uno dei compagni che lo aveva battuto a livello giovanile e che si stava concentrando più sugli studi universitari che non sull’attività sportiva, resta impressionato nell’assistere dalla tribuna alla prestazione del non ancora 20enne con cui realizza il tempo di 1’54” in una gara sugli 800 metri.

Sceso in pista, Macky chiede a Peter chi fosse il suo allenatore ed, avuta la conferma che non vi è nessuno a seguirlo, lo presenta ad Arthur Lydiard, il quale dopo averlo visto alla prova si convince immediatamente delle potenzialità del ragazzo, avventurandosi nella previsione che “con lo spunto di velocità che hai, se ti alleni a dovere sulla resistenza, potresti divenire uno dei nostri migliori mezzofondisti …!!”.

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Snell ed il suo coach Arthur Lydiard – da lydiardfoundation.org

Previsione azzeccata, ma per difetto, in quanto, oltre a divenire il miglior mezzofondista neozelandese dai tempi del leggendario Jack Lovelock, campione olimpico e primatista mondiale ai Giochi di Berlino ’36 sui m.1500 con il tempo di 3’47”8, Snell rivoluziona il settore del mezzofondo veloce a livello mondiale, a partire dalla struttura fisica, che lo vede con una morfologia (m.1,79 per 80kg.) più tarchiata e potente rispetto agli standard dell’epoca, che privilegiano atleti ben più alti e snelli.

Entrato a far parte del gruppo di atleti allenati da Lydiard – tra cui Murray Halberg, che alle Olimpiadi di Roma conquista la medaglia d’oro sui 5000 metri – e convintosi ad abbandonare ogni altra attività sportiva per dedicarsi esclusivamente alla corsa, Snell è di gran lunga il migliore del lotto in allenamento quando si tratta di eseguire le ripetute sui 200 metri, arrivando anche a staccare di cinque metri i suoi compagni, ma ciò su cui il tecnico insiste è la resistenza, per poterne fare un campione di valore assoluto, costringendolo a disputare prove sulle 22 miglia (pari ad oltre 35 km.) sul celebre circuito di Waiatarua.

In una di queste occasioni, opposto tra gli altri al già citato Halberg, Snell manifesta l’intenzione di abbandonare dopo 15 miglia, ma è la stessa futura medaglia d’oro a convincerlo, “se ti fermi ora, non raggiungerai lo scopo dell’allenamento”, ed anche se resta dubbioso su quali vantaggi il percorrere le successive 7 miglia possa fornire al suo rendimento, Snell crede nei metodi di Lydiard, dato che sotto la sua guida le sue prestazioni continuano a migliorare.

Ed oltre ai tempi, arrivano anche i successi, visto che nel marzo ’59 Snell si aggiudica i titoli nazionali sulle 880yd e sul miglio, mentre l’anno seguente giunge quarto ai campionati di corsa campestre sulla distanza di 10km. e realizza il record neozelandese sulle 880yd in 1’49”2, venendo selezionato per la squadra olimpica in vista dei Giochi di Roma ’60 per la gara degli 800 metri.

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Halberg e Snell con la divisa neozelandese a Roma ’60 – da pinterest.com

In meno di 24 mesi, Lydiard riesce a consegnare alla Federazione neozelandese un atleta dal motore oliato a puntino, consapevole che le prove di resistenza a cui lo ha sottoposto, nonostante si tratti di una gara di mezzofondo veloce, servono per sopportare il programma olimpico che prevede la disputa dei primi due turni il 31 agosto (mattino e pomeriggio), le semifinali il giorno appresso e la Finale il 2 settembre.

Le principali insidie, ritiratosi il norvegese Audun Boysen – bronzo ai Giochi di Melbourne ’56, nonché terzo agli Europei di Berna ’54 ed argento alla successiva edizione di Stoccolma ’58 sugli 800 metri – ed assente il campione europeo in carica, il britannico Mike Rawson, giungono dal giamaicano George Kerr, anch’egli dotato di uno spunto veloce, essendo in grado di competere sia sui 400 che sugli 800 metri, distanze su cui si era rispettivamente aggiudicato l’oro e l’argento l’anno prima ai “Pan American Games” di Chicago ’59 e, soprattutto, dalla voglia di riscatto del belga Roger Moens.

Il 30enne fiammingo, difatti, aveva migliorato il record mondiale che il tedesco Rudolf Harbig deteneva sin dal luglio ’39, correndo la distanza in 1’45”7 al meeting di Oslo del 3 agosto ’55 – precedendo il già ricordato Boysen, egli stesso andato in 1’45”9 sotto il precedente limite di 1’46”6 – ma aveva dovuto rinunciare a causa di un banale infortunio in allenamento alle Olimpiadi di Melbourne ’56 e si appresta così a giocarsi sino all’ultima energia la sua “occasione della vita”.

I primi due turni non riservano particolari sorprese, con tutti i migliori qualificati per le semifinali, ivi compreso il terzetto Usa uscito dai Trials di Stanford, la cui selezione era stata vinta da Tom Murphy, colui che l’anno prima aveva preceduto Kerr ai Giochi Panamericani, in 1’46”7 davanti a Jerry Siebert, ma il primo giorno di settembre, nel tiepido pomeriggio romano, è il giamaicano a fare la voce grossa, aggiudicandosi d’autorità la prima semifinale in 1’47”1 (1’47”26 elettronico), nuovo record olimpico, mentre nella seconda un primo testa a testa tra Snell e Moens vede prevalere il neozelandese 1’47”2 ad 1’47”3, distacco amplificato (1’47”34 ad 1’47”49) dalla rilevazione elettronica.

Con, all’epoca, sei soli atleti qualificati per la Finale – ed i tre americani clamorosamente eliminati – i pronostici per il podio sono sin troppo facili, resta solo da vedere di quale metallo saranno le medaglie che Snell, Moens e Kerr si metteranno al collo nella sfida a loro riservata, pur se ad incaricarsi di fare l’andatura per tutto il primo giro è lo svizzero Christian Wagli, seguito dal tedesco Paul Schmidt e da Kerr, mentre la maglia “all black” di Snell è facilmente riconoscibile in quarta posizione, marcato stretto da Moens.

Belga che forza il ritmo ai 600 metri, per poi affiancare Wagli sull’ultima curva e quindi piazzare l’affondo che ritiene decisivo all’ingresso in rettilineo, un allungo di fronte al quale cede Kerr, che replica lo stesso tempo della semifinale, 1’47”1 (1’47”25) che gli vale il bronzo, mentre all’interno esce fuori ad ampie falcate Snell il quale raggiunge e supera Moens sul filo di lana, per un riscontro cronometrico che vede entrambi (1’46”3 ad 1’46”5) frantumare il record olimpico, con un distacco in cui il rilevamento elettronico rende stavolta giustizia a Moens, visto che lo contiene in appena 0”07 centesimi (1’46”48 ad 1’46”55).

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Il vittorioso arrivo di Snell su Moens sui m.800 a Roma ’60 – da runnersworld.com

E’ una “Olimpiade di Gloria” per il mezzofondo del continente australe, in quanto oltre al già ricordato oro di Halberg sui m.5000, si unisce l’impresa in solitario del fenomeno australiano Herb Elliott – già capace di fare doppietta sulle 880yd e sul miglio ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58 – il quale domina i m.1500 con tanto di record mondiale in 3’35”6, indicando così a Snell i termini della prossima sfida.

Elliott, che come tutti gli atleti dei Paesi ricadenti sotto l’egida del Commonwealth britannico, era solito cimentarsi sulle distanze inglesi, deteneva, diremmo per quanto ovvio, il record mondiale sul miglio, stabilito il 6 agosto ’58 a Dublino con il tempo di 3’54”5, primato che Snell migliora di 0”1 decimo, coprendo la distanza in 3’54”4 il 27 gennaio ’62 ed una settimana dopo, il 3 febbraio sulla pista di Christchurch, realizza il doppio record sulle 880yd e, di passaggio, sugli 800 metri, abbassando ad 1’44”3 il precedente limite di Moens.

A Snell i record fanno indubbiamente piacere, poiché servono a testimoniare la propria superiorità, ma ancor maggior valore dà alle medaglie, ed ai “Commonwealth Games” di Perth ’62 insegue l’obiettivo di emulare l’impresa di Elliott (nel frattempo ritiratosi dalle scene …) quattro anni prima a Cardiff nel far suo l’oro sia sulle 880yd che sul miglio, nell’ottica altresì di una sorta di prova generale per tentare analoga accoppiata alle prossime Olimpiadi di Tokyo ’64.

Ancora una volta costretto a misurarsi con Kerr – il quale, dal canto suo, coglie un doppio successo sulle 440yd in 46”74 e con il quartetto giamaicano nella staffetta 4x440yd – Snell pone le basi per l’impresa olimpica aggiudicandosi la Finale delle 880yd con un vantaggio di 0”26 centesimi (1’47”64 ad 1’47”90) sull’atleta caraibico, per poi concedere il bis sul miglio, dove si impone in 4’04”58 sul connazionale John Davies, mentre, come contorno, Halberg fa sua la gara delle 3 miglia superando “l’eterno secondo”, l’australiano Ron Clarke.

Il 25enne neozelandese – n.1 del ranking mondiale sui m.800 nel 1960, ’61 e ’62 – è consapevole che centrare una simile impresa in sede olimpica, che non si registra dai Giochi di Anversa ‘20 dove a compierla fu il britannico Albert Hill, vorrebbe dire entrare nell’immortalità, e per questo trascorre il ’63 pressoché esclusivamente ad allenarsi sulla più lunga distanza del miglio, ben sapendo che il programma olimpico lo porta ad affrontare la gara dei m.1500 dopo la prova sugli 800 metri, pur se per quest’ultima è stato eliminato un turno, con l’inserimento di tre serie di semifinale.

Con i Giochi di Tokyo ’64 a segnare anche l’ingresso – che poi risulterà massiccio quattro anni dopo a Città del Messico – degli atleti africani nelle gare su pista, il keniano Wilson Kiprugut su tutti, pure dagli Stati Uniti si avvertono segnali di risveglio nel mezzofondo, con la crescita di Jerry Siebert e l’emergere di due giovani talenti, il 20enne Tom Farrell, selezionato per gli 800 metri, e l’appena 17enne Jim Ryun, che stacca il biglietto ai Trials di Los Angeles per la più lunga distanza, entrambi a dare comunque il meglio di sé quattro anni dopo in Messico.

Con la prova sugli 800 metri calendarizzata in tre giorni consecutivi, dopo il primo turno eliminatorio di assaggio, le tre semifinali in programma il 15 ottobre sulla pista giapponese rappresentano una severa selezione, con i soli primi due di ogni serie (più i due migliori tempi) a qualificarsi per la Finale, finalmente allargata ad otto atleti, ed, in analogia a quanto accaduto a Roma, è ancora Kerr a dare il meglio di sé a questo stadio della competizione, affermandosi nella seconda semifinale precedendo in volata Kiprugut, ma con il medesimo tempo di 1’46”1 che migliora il record olimpico stabilito a Roma da Snell, il quale, dal canto suo, regola (1’46”9 ad 1’47”0) l’americano Siebert nella prima ed il canadese Bill Crothers – che l’anno prima aveva realizzato i due migliori tempi sul doppio giro di pista – a precedere Farrell nell’ultima serie.

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Snell sferra l’attacco decisivo sui m.800 nella finale di Tokyo ’64 – da time-to-run.com

Con un lotto di finalisti, sulla carta, più competitivo rispetto a quattro anni prima – ed, in effetti, i riscontri cronometrici confermano tale dato di fatto – la maggior esperienza e sicurezza nei propri mezzi di Snell si confermano le armi vincenti, con il primatista mondiale a rompere gli indugi all’attacco dell’ultima curva, sopravanzando i due atleti di colore Kerr e Kiprugut per involarsi a centrare il suo secondo oro consecutivo sulla distanza, mentre alle sue spalle Crothers approfitta di uno sbandamento a seguito di un leggero contatto tra il giamaicano ed il keniano per infilarsi tra i due e cogliere l’argento mentre Kiprugut beffa Kerr sulla linea del traguardo nella lotta per il bronzo, con tutti e quattro i protagonisti a scendere sotto il fresco record olimpico, 1’45”1 per Snell, 1’45”6 per il canadese ed 1’45”9 per entrambi i duellanti per il gradino più basso del podio.

Il giorno dopo il bis olimpico sugli 800 metri, Snell è di nuovo in pista per le batterie dei m.1500, che poi prevedono le semifinali e la Finale a distanza di due giorni l’una dall’altra – il 19 ed il 21 ottobre rispettivamente – e fornisce agli addetti ai lavori l’impressione di essere il più accreditato per il successo finale, vista l’autorità con cui si impone nella prima semifinale in 3’38”8 sul polacco Witold Baran (3’38”9), mentre la seconda è appannaggio dell’americano Dyrol Burleson in un più modesto 3’41”5, serie che qualifica per l’atto conclusivo anche l’altro neozelandese John Davies, argento, ricorderete, dietro a Snell ai “Commonwealth Games” di Perth ’62.

La presenza del compagno di allenamenti si rivela fondamentale nella Finale del 21 ottobre, in quanto è Davies ad incaricarsi di fare l’andatura sino al suono della campana dell’ultimo giro, con Snell, in posizione di attesa tra la terza e la quarta posizione, a piazzare il suo micidiale spunto poco prima dell’ultima curva, un’accelerazione alla quale nessuno degli avversari è in grado di reagire, così consentendo al neozelandese la più facile delle affermazioni con il tempo di 3’38”1 ed un vantaggio abissale sul resto della concorrenza, regolata in volata dal cecoslovacco Josef Odlozil, accreditato di 3’39”6, stesso riscontro cronometrico di Davies che sale anch’egli sul podio, giusto premio per la sua condotta di gara.

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Il trionfo di Snell sui m.1500 a Tokyo ’64 – da neilleifer.com

Che, oltre alla superiorità nei confronti diretti palesata , non abbia rivali al mondo a livello assoluto, Snell lo dimostra il mese successivo la conclusione dei Giochi – in cui, giova ricordare, aveva anche avuto l’onore di essere il portabandiera per il suo Paese alla cerimonia di apertura – allorché, dapprima realizza il record mondiale sulla peraltro poco usuale distanza dei 1000 metri, corsa in 2’16”6 il 12 novembre ad Auckland e quindi, molto più importante, migliora, cinque giorni dopo sulla stessa pista, il proprio limite sul miglio abbassandolo a 3’54”1 (3’54”04 misurato elettronicamente), con un passaggio ai m.1500 cronometrato in 3’37”6 che rappresenta il suo “Personal Best” sulla distanza metrica.

Snell abbandona l’attività dopo un deludente anno ’65 per poi trasferirsi negli Stati Uniti ed ottenere la laurea in fisiologia che gli consente di assumere il successivo incarico di Direttore dello “Human Performance Centre” presso l’Università del Texas a far tempo dal 1990.

Votato, come indicato in premessa, “Atleta neozelandese del XX secolo” e nominato Cavaliere nel 2001, Snell ha anche fatto parte della prima lista di 24 atleti inseriti nel 2012 nella neocostituita “Hall of Fame” da parte della Federazione Internazionale di Atletica Leggera e, particolare non trascurabile, i citati suoi record mondiali sugli 800 ed i 1000 metri sono ancor oggi, a distanza di oltre 50 anni, primati neozelandesi.

Pensiamo che la scelta emersa dalla votazione sia stata proprio quella giusta...

 

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IL TRIONFO EUROPEO DEL MAGDEBURGO SU UN POVERO DIAVOLO

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Il Magdeburgo festeggia la conquista della Coppa – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Il 1974 rappresenta l’anno di grazia del calcio nella ex Germania Est in quanto, oltre all’unica partecipazione della propria Nazionale ai Campionati Mondiali che si svolgono proprio sul suolo tedesco, pur se organizzati dai cugini della parte occidentale, un suo Club riesce nella storica ed ineguagliata impresa di conquistare una Coppa europea, nella fattispecie la Coppa delle Coppe.

Come sempre accade, tale successo non è episodico, ma giunge a conclusione di un periodo in cui le squadre della ex DDR iniziano ad essere temute in campo continentale, non a caso due anni prima la Dinamo Berlino, nella medesima competizione, aveva sfiorato l’accesso alla Finale di Barcellona, eliminata solo ai calci di rigore da un’altra Dinamo, quella di Mosca, dopo due gare concluse entrambe sull’identico risultato di parità, 1-1.

I primi anni del decennio in questione sono anche i più produttivi, dal punto di vista dei trofei conquistati, per la protagonista della nostra storia, vale a dire il Magdeburgo – o l’Fc Magdeburg nell’accezione tedesca – il quale conquista i suoi tre unici titoli nazionali nel 1972, ’74 e ’75 avendo sino ad allora messo in bacheca solo la Coppa in due stagioni consecutive, nel 1964 e ’65, anno che peraltro coincide con la retrocessione dalla Oberliga (la serie A della Germania Est) nonostante il buon cammino in Europa, eliminato ai quarti di finale dagli inglesi del West Ham, poi vincitori del torneo.

Quella che può sembrare una disgrazia, si rivela al contrario una fortuna per il Club del capoluogo sassone, che viene rifondato staccandosi dall’Aufbau Mageburg, al quale era stato aggregato dal 1957, assumendo la già citata denominazione di 1.Fc Magdeburg e conquistando l’immediata risalita nell’elite del calcio nazionale, con il primo tangibile risultato derivante dalla vittoria di una terza Coppa nel ’69, superando 4-0 in Finale a Dresda il Karl-Marx-Stadt, pur se il ritorno in Europa si era arenato al secondo turno, eliminato dai portoghesi dell’Academica Coimbra.

Il ricordato successo nell’Oberliga ’72 – ottenuto con tre punti di vantaggio (38 a 35) sulla Dinamo Berlino – spalanca al Magdeburgo le porte della Coppa dei Campioni in cui, dopo una facile eliminazione dei finlandesi del TPS Turku (6-0 casalingo, 3-1 in Scandinavia), fa una prima conoscenza con il calcio italiano, venendo sorteggiato con la Juventus e, pur eliminato – i bianconeri giungeranno per la loro prima volta in Finale, sconfitti per 0-1 dall’Ajax – non sfigura, rimediando due sconfitte con il minimo scarto, 0-1 al Comunale (rete di Anastasi al ’68), identico punteggio con cui si conclude anche il match di ritorno dove a deciderne le sorti è un acuto di Cuccureddu ad inizio ripresa, un’esperienza di cui saprà far tesoro…

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La rosa del Magdeburgo inizio anni ’70 – da altervista.org

E, mentre nel ’73 tocca alla Dinamo Dresda far suo il titolo della Oberliga, il Magdeburgo alza al cielo la sua quarta Coppa nazionale – altresì detta FDGB Pokal, acronimo di “Freier Deutscher Gewerkschaftsbund Pokal” (traducibile con “Coppa della libera Federazione Sindacale Tedesca”) – superando in Finale il Lokomotiv Lipsia per 3-2 in un altalenante sequenza di reti che lo vedono dapprima andare sotto in avvio per una rete di Frenzel e quindi, dopo aver chiuso il primo tempo sull’1-1 grazie al centro di Zapf, tocca al suo giocatore più rappresentativo, Jurgen Sparwasser, dirimere la contesa con la doppietta che rende vano il punto del provvisorio pareggio realizzato da Altmann per il Lipsia.

Ma se, da una parte, vi è un calcio – ed una squadra, in particolare, il Magdeburgo appunto – in un evidente percorso di crescita, dall’altra, intesa come la formazione che gli contenderà il trofeo nella Finale di Rotterdam, vi è una Società alla fine di un ciclo vincente sia in patria che a livello internazionale, vale a dire il Milan di Rocco e Rivera uscito malissimo dalla precedente stagione, ad onta delle due Coppe conquistate.

Non era stata, difatti, sufficiente la conquista della Coppa delle Coppe (1-0 in Finale contro gli inglesi del Leeds, rete di Chiarugi in avvio) e la successiva vittoria ai calci di rigore contro la Juventus nella Finale di Coppa Italia per cancellare l’amarezza e la delusione per il mancato scudetto della “agognata Stella, sfuggito ai rossoneri nella tristemente famosa sconfitta per 3-5 patita all’ultima giornata in quel di Verona, che aveva consegnato alla Juventus di Vycpalek il 15esimo titolo della loro storia, portando all’abbandono da parte di tre senatori della vecchia guardia, vale a dire il portiere Cudicini, ritiratosi per limiti di età, lo stopper Rosato, trasferitosi al Genoa e l’attaccante Prati, ceduto forse con eccessiva fretta alla Roma, pur se contro la non trascurabile (per l’epoca) somma di 650milioni di lire.

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Il Milan vincitore della Coppa delle Coppe ’73 – da altervista.org

Ma, soprattutto, si è ad un “punto di non ritorno” nei rapporti tra Nereo Rocco ed il Presidente Albino Buticchi, culminati con la decisione del Paron di passare la mano al suo fedele vice Cesare Maldini dopo l’ottava giornata di un Campionato che il Milan concluderà stancamente in un’anonima settima posizione, considerato altresì che la campagna acquisti estiva – che aveva portato a vestire la maglia rossonera il portiere Pizzaballa (scambiato con Pierangelo Belli) dal Verona, il mediano Bianchi dall’Atalanta, il tornante Bergamaschi dal Verona e l’ala di punta Turini dal Como – si rivela poco meno che fallimentare.

In questo contesto, però, come spesso le è accaduto nella sua ultracentenaria storia, la società di via Turati trova nel contesto internazionale il suo fertile terreno, a cominciare dall’autorità con cui si sbarazza al primo turno degli ostici slavi della Dinamo Zagabria (3-1 a San Siro, doppietta di Bigon ed acuto di Chiarugi, ed 1-0 al ritorno, con ancora Chiarugi a chiudere definitivamente i conti in avvio), per poi compiere l’impresa di espugnare per 2-0 (doppietta di Bigon) il Prater di Vienna contro il Rapid dopo lo 0-0 all’andata a Milano, e quindi darsi l’appuntamento in Coppa in primavera.

Nel frattempo, anche il Magdeburgo aveva esordito nel torneo e, dopo aver eliminato al primo turno gli olandesi del NAC Breda (0-0 esterno a cui segue il 2-0 in terra tedesca, certificato da due reti in 3’ di Tyll ed Hoffman poco dopo l’ora di gioco), si trova sull’orlo del baratro dopo lo 0-2 rimediato negli ottavi di finale in Cecoslovacchia da parte del Banik Ostrava.

Occorre un’impresa al ritorno fissato al 7 novembre ’73 allo “Ernst Grube Stadion” – fare tre goal senza subirne alcuno, vista la mannaia della norma relativa alle reti segnate in trasferta – ed il risultato viene riportato in parità allorché la giovane promessa (poi non completamente mantenuta) Martin Hoffmann sigla all’84’ il punto del 2-0 dopo il rigore trasformato da Abraham che aveva aperto le marcature, che manda le due squadre ai supplementari dove chi, se non lui, vale a dire Sparwasser, mette a segno al 104’ il centro che vuole dire accesso ai quarti di finale, dove l’urna, invero benevola, assegna ai tedeschi orientali i bulgari del Beroe Stara Zagora, così come la buona sorte strizza l’occhio anche al Milan, abbinato ai non certo irresistibili greci del PAOK Salonicco.

Un turno che, per le future finaliste, si risolve in pratica già nelle gare di andata, in quanto i rossoneri travolgono per 3-0 a San Siro i malcapitati greci con reti dell’antesignana BBC (Bigon, Benetti e Chiarugi) ed il Magdeburgo ha la meglio per 2-0, pur dovendo attendere sino al 70’ per sbloccare il risultato, nel confronto casalingo contro i bulgari e gli incontri di ritorno hanno il solo compito di attestare i rispettivi passaggi del turno, con il Milan a replicare per due volte al vantaggio greco per il 2-2 conclusivo (di Bigon e Tresoldi le reti rossonere) ed il Magdeburgo a smorzare con Hermann l’illusione dei tifosi bulgari alla rete del vantaggio messa a segno su rigore da Vutov, per il definitivo 1-1.

L’esito del sorteggio per le semifinali non è altrettanto favorevole per il Milan, al quale tocca lo spauracchio del Borussia Moenchengladbach, formazione che nella  prima metà degli anni ’70 contende al Bayern Monaco la leadership in terra tedesca, in cui militano alcune colonne portanti della Nazionale, quali Vogts, Wimmer, Bonhof, Stielike ed Heynckes, oltre alla guizzante ala danese Allan Simonsen, pur se il suo giocatore più rappresentativo, Gunter Netzer, aveva lasciato il Club, attirato dalle sirene (e dalle pesetas) del Real Madrid.

Va meglio al Magdeburgo, al quale tocca in sorte lo Sporting Lisbona, e l’andamento del doppio confronto inizia a pendere dalla parte tedesco orientale allorché, all’andata in terra lusitana, il solito Sparwasser sblocca il risultato poco dopo l’ora di gioco, pur se Manaca, a meno di un quarto d’ora dal termine, ristabilisce la parità per un 1-1 che aumenta comunque le possibilità di accedere alla Finale per il Magdeburgo, dubbi che diventano certezze allorquando al ritorno, davanti a 35mila spettatori, tocca a Pommerenke aprire le marcature quando ancora non è scoccato il 10’ di gioco e la successiva rete di Sparwasser al 70’ rende ininfluente la rete di Marinho 8’ minuti dopo, utile solo ad accorciare le distanze ed a far venire qualche palpitazione di troppo ai tifosi biancocelesti.

Sull’altro fronte, le problematiche in casa rossonera sono ben lungi dall’essere risolte e, dopo che Rocco aveva abbandonato a fine febbraio anche il ruolo di Direttore Tecnico, tocca pure a Cesare Maldini alzare bandiera bianca dopo cinque sconfitte consecutive del Milan (tra cui un umiliante 1-5 nel derby), con la guida della prima squadra assegnata ad un giovane Giovanni Trapattoni, il quale è costretto a sedersi per la prima volta in panchina proprio nella gara di andata a San Siro contro il temibilissimo Borussia, reduce da un cammino in Coppa che lo aveva portato a realizzare qualcosa come 28 reti nelle sei gare sin qui disputate contro le appena 4 subite.

Non è dato sapere se sia stato il grande amore per i colori rossoneri od il desiderio di ammirare i campioni che compongono la formazione tedesca, a far sì che oltre 60mila spettatori si riversino sugli spalti di San Siro quel 10 aprile ’74, fatto sta che il Milan sembra resuscitare dall’inferno dove era sprofondato e, sfoggiando forse la miglior partita di tutta la stagione, regola con un 2-0 il Borussia grazie alla reti di Bigon al 18’ ed al raddoppio di Chiarugi poco prima dell’ora di gioco, un vantaggio difeso con le unghie e con i denti al ritorno a Dusseldorf (terreno dove il Borussia disputa le più importanti gare di Coppa per la maggior capienza dello stadio), cedendo solo per 0-1 in virtù di una sfortunata autorete di Sabadini.

Ora, sia chiaro, un confronto tra il Milan ed il Magdeburgo solo pochi anni prima sarebbe stato improponibile, tanto netta era la differenza tecnica tra le due compagini, ma ora, con molti giocatori avanti con l’età, primo tra tutti il veterano tedesco Schnellinger, a disputare la sua penultima gara in rossonero, le diatribe interne alla Società e, per ultimo, l’assenza di Chiarugi, unica vera punta di ruolo dell’attacco rossonero, le differenze sono praticamente annullate.

Per di più – a dimostrare l’interesse per detto atto conclusivo, in programma l’8 maggio 1974 allo Stadio “De Kujp” di Rotterdam – le tribune si dimostrano desolatamente vuote, con soli 5mila spettatori (in larga parte italiani) presenti, mentre la Tv di Stato, impegnata a mandare in onda in prima serata accese tribune politiche in vista della votazione referendaria relativa all’abrogazione del divorzio che si sarebbe svolta la domenica successiva, trasmette l’incontro solo in differita, con l’unica possibilità di assistervi in diretta legata alla sintonizzazione sui canali della Tv svizzera o di Tele Capodistria.

Una “sorta di presagio” di come andrà a finire, con Trapattoni che decide di confermare nel ruolo di stopper, a fianco di Schnellinger, il giovane 21enne Enrico Lanzi, che non si era mal comportato nell’inferno di Dusseldorf, mentre il posto di Chiarugi viene rilevato dall’altrettanto giovane attaccante Tresoldi, proprio i due ruoli, ironia della sorte, che avrebbero potuto ricoprire Rosato e Prati, viceversa ceduti in estate.

Ecco, quindi, che il Trap opta per un undici che vede schierato Pizzaballa in porta, Anquilletti e Sabadini terzini; Lanzi stopper e Schnellinger libero, con l’altro giovane Aldo Maldera avanzato a mediano, Bergamschi tornante con Benetti e Rivera mezze ali, Bigon centravanti a far coppia in attacco con Tresoldi.

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I capitani Zapf e Rivera prima dell’incontro – da altervista.org

Per i tedeschi, viceversa, un’occasione da non sprecare per completare il loro “Anno d’Oro”, visto che hanno appena conquistato il loro secondo titolo nazionale, con 39 punti e 3 di vantaggio sul Carl Zeiss Jena, impostando una gara sulla velocità e la vigoria fisica che la miglior condizione atletica consente loro, ed il primo frutto viene colto in chiusura della prima frazione di gioco, allorché Hoffman recupera una palla vagante a centrocampo e, con la difesa rossonera scoperta, si invola sulla sinistra per poi mettere un’invitante palla rasoterra al centro dell’area per l’avanzante Sparwasser, anticipato in scivolata da Lanzi, il cui tocco però termina in fondo alla rete, eludendo il disperato intervento di Pizzaballa per evitare l’autorete.

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L’esultanza di Sparwasser all’autorete di Lanzi – da kicker.de

Lo 0-1 con cui si conclude il primo tempo rappresenta una mazzata per i rossoneri, le cui lente trame di attacco non riescono a far breccia nell’attenta difesa avversaria, e quando ad un quarto d’ora dal termine, il mediano Seguin, inseritosi in area sulla destra, raccoglie un preciso spiovente per fulminare in diagonale Pizzaballa, il sipario cala definitivamente sulla partita e la possibilità per il Milan di confermare il titolo conquistato l’anno precedente.

Per i rossoneri, un amaro addio alle competizioni internazionali – dovranno attendersi ben 15 anni affinché il Milan torni in una Finale europea, con il successo in Coppa dei Campioni a spese della Steaua Bucarest – ed un segno premonitore di quanto, poco più di un mese dopo, accadrà alla Nazionale vice campione del mondo quattro anni prima in Messico, eliminata al primo turno dei Mondiali tedeschi.

Per il calcio della ex Repubblica Democratica Tedesca, al contrario, un importante segnale di vitalità che porta la propria Nazionale all’impresa di sconfiggere i rivali occidentali nella famosa sfida al “Volksparkstadion” di Amburgo, risolta, manco a dirlo, da una rete di Sparwasser, mentre, a livello di club, due altre formazioni della parte orientale del paese riusciranno in seguito a raggiungere la Finale di Coppa delle Coppe, pur se con minor fortuna, trattandosi del Carl Zeiss Jena (sconfitto 1-2 dalla Dinamo Tbilisi nel 1981) e del Lokomotiv Lipsia, costretto ad inchinarsi di fronte ad una rete di van Basten nella Finale del 1987 contro l’Ajax.

E quindi, considerata la successiva riunificazione della Germania, nessun’altra compagine potrà mai eguagliare l’impresa del Magdeburgo, di essere stata l’unica squadra tedesco orientale ad aggiudicarsi una Coppa europea.

 

JIM MONTGOMERY ED IL “POKERISSIMO” AI MONDIALI DI BELGRADO ’73

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Jim Montgomery – da tsdhof.org

articolo di Giovanni Manenti

Relegato sino a fine anni ’60 quale parente povero dell’atletica leggera in sede olimpica – con un programma estremamente ridotto, costituito da 7 gare individuali in campo maschile e 6 in quello femminile – il Nuoto si prende la sua rivincita allorché, dopo essere salito alla ribalta per le imprese dei propri rappresentanti ai Giochi di Monaco ’72, anticipa la “regina degli Sportcon l’organizzazione dei primi Campionati Mondiali, assegnati alla città di Belgrado dal 31 agosto al 9 settembre 1973, un evento che in atletica avrà luogo solo ben 10 anni dopo, preceduto dalla Coppa del Mondo, inaugurata a Dusseldorf nel 1977.

Come ogni novità che si rispetti, importante è anche la pubblicità dell’evento attraverso la presentazione dei più attesi e celebrati protagonisti, ed in questo senso la FINA (Federation Internationale de NAtation) si trova spiazzata, non solo per lo scontato abbandono dall’attività agonistica dell’americano Mark Spitz, che aveva proseguito la propria carriera sino a Monaco ’72 per riscattare la pesante delusione dei Giochi di Città del Messico ’68, ma anche per il ritiro dalle scene della fenomenale australiana Shane Gould (tre ori, un argento ed un bronzo a Monaco), appena sedicenne.

Vero, c’era pur sempre il “re del dorso” Roland Matthes, che difatti si conferma anche a Belgrado imbattibile su entrambe le distanze dei 100 e 200metri, aggiungendo i titoli iridati alle quattro medaglie d’oro conquistate tra le Olimpiadi di Città del Messico e di Monaco, ma per poter far sì che la rassegna avesse l’auspicato successo occorre qualcosa di meglio.

E, come in atletica leggera, al di là di ogni impresa in qualsivoglia specialità, colui che più di ogni altro attrae l’immaginario collettivo è l’atleta che si aggiudica la gara dei m.100, in quanto può avvalersi dell’appellativo di “uomo più veloce del mondo”, allo stesso modo le gare di velocità a stile libero rappresentano quelle più attese in campo natatorio, ed ecco allora che in soccorso degli organizzatori giunge da oltre Oceano un 18enne ragazzone del Wisconsin che risulta il protagonista assoluto di questa prima edizione.

Jim Montgomery, poiché è di lui che stiamo parlando, nasce a Madison, Capitale del Wisconsin, a fine gennaio 1955, e già a due anni impara a nuotare, per poi iniziare a gareggiare tra i 7 e gli 8 anni e quindi essere allenato da Jack Pettinger durante gli anni del liceo a Madison e dal celebre James “Doc” Counsilman durante gli anni del college all’Università di Indiana, ruolo che il coach ricopre per ben 34 anni, dal 1957 al ’90.

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Jim Montgomery – da wordpress.com

Deluso dall’esito dei Trials di selezione per le Olimpiadi di Monaco ’72, dove il secondo posto nella propria batteria dei 100sl in 54”08 non era risultato tempo sufficiente ad entrare tra gli otto finalisti, Montgomery si presenta ai Mondiali di Belgrado ’73 ben deciso a riscattarsi, avendo ottenuto la selezione per le gare individuali dei 100 e 200sl (sin dalla prima edizione della rassegna iridata è concessa l’iscrizione di due soli atleti per gara, cosa che in sede olimpica avverrà solo a partire dai Giochi di Los Angeles ’84), il che significa l’automatica partecipazione anche alle rispettive staffette, con la potenziale aggiunta della 4x100mista qualora sia il migliore dei suoi nella Finale dei 100sl, potendo pertanto aspirare alla conquista di 5 medaglie d’oro.

La prova d’esordio è in programma il 4 settembre, con batterie al mattino e Finale al pomeriggio dei 200sl, gara nella quale il record mondiale è stato stabilito l’anno prima a Monaco da Spitz, primo (ed all’epoca, ancora unico) in grado di scendere sotto il muro degli 1’53” netti con il suo 1’52”78, ed a scendere in acqua assieme a Montgomery in rappresentanza degli Stati Uniti è Kurt Krumpholz, sul quale è interessante aprire una parentesi.

Krumpholz, infatti, si era reso protagonista l’anno precedente ai Trials Olimpici di Chicago di una singolare impresa, vale a dire nuotare i 400sl in batteria con il primato mondiale di 4’00”11 – “rischiando” di essere il primo al mondo ad abbattere la barriera dei 4’ netti sulla distanza – solo per concludere non meglio che sesto la Finale in 4’03”82, venendo così escluso dalla rassegna a cinque cerchi.

Un’abitudine che Krumpholz non perde neppure nel debutto mondiale, visto che il suo 1’54”58 in batteria è di gran lunga il miglior tempo dei qualificati per la Finale, con Montgomery a realizzare 1’56”74 ed a schierarsi, di conseguenza, accanto al compagno sui blocchi di partenza delle corsie centrali per la Finale pomeridiana, dove, con tempi logicamente di gran lunga inferiori, le posizioni si invertono, con Montgomery ad aggiudicarsi la medaglia d’oro, sfiorando in 1’53”02 il limite degli 1’53” netti, e Krumpholz a rendergli comunque la vita difficile, cogliendo l’argento in 1’53”61 davanti al tedesco orientale Roger Pyttel, a dire il vero specialista dello stile a farfalla, bronzo con 1’53”97.

Come sempre accade, la gara d’esordio è la più ostica da affrontare in quanto, una volta “rotto il ghiaccio” si acquista morale ed autostima e tutto sempre divenire più facile, un assioma che anche il 18enne del Wisconsin – fisico perfetto per un nuotatore, dall’alto dei suoi m.1,91 per 88kg. ed oltretutto dotato di una forza mentale pressoché unica nell’affrontare le prove, anche le più difficili – coniuga alla perfezione, ad iniziare dalla sua seconda prova, vale a dire la staffetta 4x100sl, in programma il giorno seguente.

Esentato, come di consueto in casa Usa, dal disputare la batteria, Montgomery è schierato in terza frazione nel quartetto degli Stati Uniti – che nuota nel tempo lanciato di 51”17, largamente il migliore dei suoi – che si aggiudica agevolmente il titolo iridato in 3’27”18, con un vantaggio di oltre 4” sull’Unione Sovietica, per poi prepararsi a disputare la staffetta 4x200sl, in programma due giorni dopo, il 7 settembre.

Staffetta in cui, l’abitudine di schierare i rincalzi sta per giocare un brutto scherzo al Team Usa, visto che il proprio quartetto si qualifica per la Finale del pomeriggio solo con l’ottavo ed ultimo tempo disponibile – pur se, occorre precisare, con largo margine di 4” sul Canada – e l’incarico di aprire la sfida viene affidato in prima frazione a Krumpholz, con Montgomery a chiudere, avendo Robin Backhaus e Richard Klatt impegnati nelle frazioni intermedie.

Che tra il primo ed il secondo quartetto degli Stati Uniti vi sia una “leggera differenza” è dimostrato sia da quanto migliorano il tempo in batteria (di oltre 21” …!!) che da come altresì distruggono il record mondiale stabilito l’anno prima da Spitz & Co. a Monaco – tra l’altro questo è l’unico, dei sette primati che il fuoriclasse californiano, tra gare individuali e staffette, aveva realizzato ai Giochi bavaresi, ad essere migliorato nella rassegna iridata di Belgrado – portandolo da 7’35”78 a 7’33”22.

Con un calendario rivedibile, l’ultima giornata del 9 settembre vede la contemporanea disputa sia della gara dei 100sl che della staffetta 4x100mista, con Montgomery impegnato al mattino nelle sole batterie dalla prova individuale, dove realizza il miglior tempo di 52”66, un solo 0”01 centesimo in meno di quanto nuota l’australiano Mike Wenden, desideroso di riscattare la deludente prova delle Olimpiadi di Monaco, concluse con il quinto posto sui 100sl ed il quarto sulla doppia distanza, dopo che si era aggiudicato entrambe le Finali quattro anni prima ai Giochi di Città del Messico ’68.

Wenden, che nella Capitale messicana aveva altresì stabilito l’allora primato mondiale sui 100sl in 52”2, ripete tale prestazione anche in Finale, ma il suo 52”22 è stavolta sufficiente solo a precedere il sovietico Vladimir Bure (bronzo a Monaco in 51”77) ed assicurarsi il gradino più basso del podio, preceduto anche dal francese, nonché campione europeo di Barcellona ’70, Michel Rousseau, che con il suo 52”09 si aggiudica l’argento, mentre Montgomery non ha difficoltà ad imporsi in 51”71 per il suo quarto titolo iridato.

A completare il “pokerissimo” manca solo l’ultima prova, quella della staffetta 4×100 mista, il cui successo non dovrebbe sfuggire al quartetto Usa, visto che schiera in prima frazione a dorso l’argento individuale Mike Stamm, nella seconda a rana l’oro sui 100 John Hencken e nella terza a farfalla l’argento individuale Joe Bottom, con Montgomert, per quanto ovvio, a concludere a stile libero, e così è, infatti, con gli Stati Uniti a trionfare il 3’49”49, precedendo Germania Est e Canada, che concludono in 3’53”25 e 3’56”37, rispettivamente.

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L’esultanza di Montgomery a Montreal ’76 – da indystar.com

Per Montgomery è il coronamento di un sogno, unico ad uscire dalla rassegna iridata con ben 5 medaglie d’oro al collo – un’impresa solo sfiorata in campo femminile dalla tedesca est Kornelia Ender, la quale si aggiudica quattro gare (100sl e 100 farfalla, 4x100sl e 4x100mista) cui unisce l’argento sui 200misti – ideale trampolino di lancio per una carriera durante la quale ottiene, tra gare individuali e staffette, 7 titoli NCAA e 14 nazionali in patria, oltre ad ulteriori medaglie nelle rassegne iridate di Cali ’75 e Berlino ’78 ed il venir soprattutto ricordato per essere stato il primo uomo al mondo a scendere sotto la barriera dei 50” netti sui 100sl, primato di 49”99 che ottiene nella migliore delle occasioni, vale a dire vincendo la Finale ai Giochi di Montreal ’76.

Ma nulla di ciò sarebbe potuto avvenire senza l’exploit che nobilita l’edizione inaugurale dei Campionati Mondiali di Belgrado ’73

FIONA MAY, LA LUNGHISTA CHE VINCEVA PER AMORE

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Fiona May festeggia l’oro ai Mondiali ’01 – da fidal.it

Articolo di Giovanni Manenti

Sono abbastanza frequenti, in uno Sport come l’Atletica Leggera dove i meeting e le grandi manifestazioni internazionali vedono la contemporaneità di gare di entrambi i sessi, che tra atleti belli, giovani e prestanti scocchi la scintilla dell’amore, e data la globalizzazione di tale disciplina, anche tra personaggi di Paesi diversi, dando vita a storie che, talora, stuzzicano la fantasia dei media anche per ragioni non prettamente sportive.

Uno di questi ultimi casi – che fece scalpore in quanto avvenuto in pieno clima di “Guerra fredda” tra le due super potenze Stati Uniti ed Unione Sovietica – coinvolse, alle Olimpiadi di Melbourne ’56, la lanciatrice di disco cecoslovacca Olga Fikotova ed il martellista americano Hal Connolly, i quali festeggiano le rispettive medaglie d’oro scambiandosi la promessa di matrimonio che viene celebrato l’anno seguente a Praga davanti a 40mila curiosi, per poi andare a vivere negli Stati Uniti.

Con una copertura mediatica inferiore (ed anche di medaglie dal lato maschile …), la nostra storia odierna coinvolge la saltatrice in lungo Fiona May, la quale diviene la più medagliata atleta italiana di ogni epoca dopo Sara Simeoni grazie alle avances ed alle insistenze di un focoso saltatore con l’asta di origini siciliane, ma andiamo con ordine.

Fiona May vede la luce il 12 dicembre 1969 a Slough, una industriale cittadina di poco più di 100mila abitanti nei pressi di Londra, figlia di immigrati giamaicani sbarcati in Inghilterra nel ’67 alla ricerca di un lavoro e di un futuro dignitoso per la propria famiglia, prima a Derby e quindi tra le ciminiere della città famosa per la costruzione di mattoni.

E’ il padre Winston, grande appassionato di atletica leggera e rimasto impressionato dal “salto nel futuro” di m.8,90 eseguito da Bob Beamon alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, ad indirizzare la figlia verso questa specialità, per la quale “madre natura” le aveva comunque fornito gli attrezzi giusti, sotto forma di una struttura morfologica (m.1,80 per 63kg.) assolutamente perfetta per una saltatrice, con quelle gambe color ebano talmente lunghe che serviva solo metterle al giusto punto di rodaggio.

La natura, indubbiamente favorisce gli esordi di Fiona, quando a livello giovanile conta più la potenzialità che non la tecnica, e difatti la stessa conquista la medaglia d’oro sia ai Campionati Europei Juniores ’87 svoltisi in patria, a Birmingham, con la misura di m.6.64 ancorché con l’aiuto di vento al di sopra della norma, che ai successivi Campionati Mondiali di categoria di Sudbury ’88, in Canada, dove realizza l’eccellente misura di m.6,88 pur se con una bava di vento (2,1m/s) leggermente superiore al consentito.

Logicamente selezionata per le Olimpiadi di Seul ’88, la May non sfigura di fronte alle leggende della specialità, concludendo la gara con un onorevole sesto posto, frutto di un salto a m.6,62 ottenuto al quinto tentativo, mentre il podio se lo dividono le stelle Jackie Joyner (oro con m.7,40), Heike Drechsler (argento con m.7,22) e la primatista mondiale Galina Chistyakova, che deve accontentarsi del bronzo con m.7,11.

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Fiona May coi colori britannici a Seul ’88 – da athleticsweekly.com

E’ il periodo in cui il salto in lungo vive il suo momento di massimo splendore quanto a prestazioni e per la May la strada, pur se ancora lunga, sembra essere ben indirizzata al fine di colmare il gap che ancora la separa dalle migliori al mondo, ma le successive esibizioni mostrano, al contrario, un inaspettato regresso rispetto alle aspettative, in quanto, dopo il bronzo ai “Commonwealth Games” di Auckland ’90 con m.6,55, la poco più che 20enne londinese incappa in una serie interminabile di cocenti delusioni.

Solo settima, infatti, agli Europei di Spalato ’90 con m.6,77 mentre la tedesca Drechsler vola sino a m.7,30, la May non è addirittura capace di qualificarsi per la Finale ai Campionati Mondiali di Tokyo ’91 e Stoccarda ’93 – le rispettive misure di m.6,54 e m.6,42 realizzate gridano vendetta – ed ancor peggio accade in occasione delle Olimpiadi di Barcellona ’92, dove non ottiene alcuna misura, avendo eseguito tre salti nulli.

Cosa stia accadendo ad una delle migliori promesse dell’atletica mondiale è presto detto, Fiona soffre di “mal d’amore”, in quanto aveva ceduto alle lusinghe del saltatore con l’asta italiano Gianni Iapichino, di soli 9 mesi maggiore di lei, conosciuto in occasione degli Europei juniores di Birmingham ’87 e con il quale aveva acceso una relazione l’anno seguente, ai Mondiali di categoria in Canada.

La lontananza dall’amato non le consente di concentrarsi sull’attività sportiva ed allora occorre prendere una decisione definitiva che, nel caso, è quella di contrarre matrimonio, cerimonia che si svolge il 12 maggio ’93, ed anche se questa non incide sull’esito dei Mondiali tedeschi, permette a Fiona di cambiare radicalmente regime di vita e di allenamenti.

Si trasferisce quindi nel Centro Federale di Formia, sotto la guida del tecnico Giovanni Tucciarone, il quale, consapevole delle enormi potenzialità della ragazza, la sottopone ad un regime alquanto rigido – sveglia alle 8, colazione, seduta di allenamento di circa due ore e mezza, pranzo, riposo pomeridiano sino alle 16, secondo allenamento, fisioterapia, cena e quindi a letto presto – una vita difficile, ma compensata dalla vicinanza del marito e, d’altronde, non vi era altra strada se si voleva recuperare il tempo perso nel triennio precedente.

Ed, una volta messo a puntino, il motore comincia a funzionare alla perfezione, con Fiona che, ottenuta la cittadinanza italiana il 15 luglio ’94, fa giusto in tempo a presentarsi sotto i nuovi colori ai Campionati Europei di Helsinki ’94, dove con un salto di m.6,90 ottenuto alla quarta prova – dopo che il 31 luglio, al Sestriere aveva stabilito con m.6,95 il record italiano, meeting in cui Iapichino realizza il primato nazionale del salto con l’asta con m.5,70 – porta a casa la medaglia di bronzo, con l’argento soffiatole dall’ucraina Inessa Kravets che raggiunge la misura di m.6,99 all’ultimo tentativo, alle spalle dell’inarrivabile Drechsler, oro con m.7,14.

Il bronzo europeo è la molla che fa scattare sempre più lontano le prestazioni della “Signora Iapichino”, la quale ha tante rivincite da prendersi (e tante se ne riprende nei successivi sette anni al vertice della specialità), ora che ha finalmente affinato rincorsa e stacco e può far valere al meglio le indubbie qualità che madre natura le ha fornito.

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Fiona May ai Mondiali di Göteborg ’95 – da sporting-heroes.net

Il successivo appuntamento è dato dai Mondiali di Goteborg ’95, che segnano l’inatteso flop della Drechsler, incapace di qualificarsi per gli ultimi tre salti finali, concludendo al nono posto con m.6,64 una gara che la May aveva già indirizzato in suo favore con i m.6,93 realizzati alla prima prova, per poi, una volta avuta la certezza della medaglia d’oro con l’ultima serie che vede la russa Irina Mushailova migliorarsi sino a m.6,83 e la cubana Niurka Montalvo atterrare a m.6,86, liberarsi da ogni paura con un ultimo salto di m.6,98 che, ancorché ventoso, rappresenta la classica ciliegina sulla torta del primo grande trionfo internazionale.

L’immagine di una Fiona commossa ai microfoni Rai che le fanno la sorpresa di un collegamento telefonico dall’Italia con il marito, al quale risponde in un italiano ancora incerto, fanno il giro del mondo, e dai suoi grandi occhioni velati di lacrime di gioia, traspare tutta la felicità per il risultato raggiunto.

Non è però certo tipo da accontentarsi Fiona e, ligia al famoso adagio che “l’appetito vien mangiando”, eccola presentarsi tra le favorite alle Olimpiadi di Atlanta ’96, alle quali è assente la Drechsler, ma è pur sempre presente l’americana Joyner, decisa a dare nel migliore dei modi l’addio alla sua fantastica carriera davanti al proprio pubblico.

L’azzurra compie appieno il proprio dovere, mettendo in fila una serie di salti validi di cui il più corto è di m.6,68 e piazzando al secondo tentativo il balzo di m.7,02 che le garantisce la medaglia d’argento, poiché proprio nel turno d’esordio, la nigeriana Chioma Ajunwa estrae dal cilindro il salto di m.7,12 che le vale l’unica grande vittoria in carriera, mentre un brivido proviene dalla classe della Joyner che, con la sola ultima prova a sua disposizione, atterra proprio sulla fettuccia dei 7 metri per una doverosa medaglia di bronzo.

Prima medaglia olimpica nel salto in lungo femminile per l’Italia, la May si prende la rivincita sulla nigeriana superandola (m.6,86 a m.6,80) in occasione dei Mondiali Indoor di Parigi ’97, rinviando l’appuntamento ai Mondiali all’aperto di Atene ’97, dove la Ajunwa, dopo aver segnato con m.7,01 il miglior risultato di qualificazione, si infortuna al primo turno di Finale e deve dire addio alla competizione.

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Fiona May ai Mondiali di Atene ’97 – da gettyimages.it

Finale che, viceversa, Fiona apre con un balzo di m.6,91 che la porta in testa alla classifica provvisoria, insidiata dalla russa Lyudmila Galkina con m.6,89, posizione da cui viene scalzata al terzo tentativo da parte della greca Niki Xanthou che atterra a m.6,93 per poi migliorarsi a m.6,94 alla quarta prova, dove la Galkina azzecca il salto a m.7,05 che le vale l’oro, mentre l’azzurra non riesce a migliorarsi, dovendosi accontentare del bronzo, insidiatole all’ultima serie di salti dalla rediviva Drechsler, che si migliora sino a m.6,89.

Per un’agonista come la May, si tratta di un’amara sconfitta, dalla quale comunque ha modo di riscattarsi sin dall’anno successivo, quando è ancora oro ai Campionati Europei Indoor di Valencia ’98, dove stavolta i suoi m.6,91 sono più che sufficienti ad assicurarle il gradino più alto del podio, cosa che, viceversa, non accade nella versione all’aperto della Rassegna Continentale, svoltasi a Budapest ’98, dove la divina Drechsler, pienamente recuperata da una leggera fase di appannamento, mette in carniere il suo quarto titolo europeo consecutivo, che Fiona cerca di contenderle realizzando il proprio “Personal Best”, nonché di gran lunga primato italiano, di m.7,11 utile però solo ad avvicinare i m.7,16 realizzati dalla tedesca alla seconda prova e replicati al terzo tentativo.

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Fiona May con l’amaro argento di Siviglia ’99 – da coni.it

Essere battuta da una fuoriclasse come la Drechsler non è mai un disonore, ben diversa al contrario è la reazione della May rispetto a quello che ella definisce come “il furto di Siviglia”, patito in occasione dei Mondiali ’99 svoltisi nel capoluogo andaluso, gara che la quasi 30enne di origini giamaicane domina sin dal primo turno con un balzo di m.6,92 migliorato sino a m.6,94 al terzo tentativo, prima del “fattaccio” verificatosi nell’ultima serie di salti, allorché l’ex cubana Montalvo, divenuta cittadina spagnola anch’essa a seguito di matrimonio, atterra a m.7,06 che le vale l’oro ed il record nazionale con un’esecuzione che però sembra a molti inficiata da un nullo di battuta, ma così non è per i giudici che le danno la prova valida, con l’azzurra a masticare amaro sentendosi defraudata del suo secondo titolo iridato.

Quel che c’è di buono in queste situazioni è che non vi è il tempo per rimuginare sopra le delusioni poiché un altro appuntamento incombe, ed in questo caso non da poco, trattandosi delle Olimpiadi di fine millennio in programma a Sydney 2000, alle quali la Montalvo non può partecipare essendole negata l’autorizzazione dalla poco sportiva Federazione cubana.

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Fiona May festeggia l’argento olimpico di Sydney 2000 – da coni.it

Ancora una volta sopra la linea dei m.6,90, la misura di m.6,92 ottenuta al terzo tentativo dalla May – in testa alla classifica provvisoria dopo i primi due turni di salti con m.6,82 – viene vanificata dal salto di m.6,99 che nella stessa serie realizza la sua “bestia nera” Drechsler, al suo ultimo successo di una lunghissima e prestigiosa carriera, ma resta pur sempre valida per il secondo argento olimpico consecutivo, niente male avendo già superato la soglia dei 30 anni.

Ce ne sarebbe a sufficienza per dire basta, ma una combattente come Fiona ha ancora da togliersi “un sassolino dalla scarpa” per via dello scippo di Siviglia, un desiderio di rivincita acuito dall’esito dei Mondiali Indoor di Lisbona ’01, quando è ancora la Montalvo, per un solo centimetro (m.6,88 a 6,87), a negarle l’ultimo gradino del podio nella gara vinta dall’americana Dawn Burrell con m.7,03 sulla russa Tatyana Kotova, argento con m.6,98.

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Fiona May in azione ai Mondiali di Edmonton ’01 – da sky.it

Gerarchie che non si spostano di molto – se non per l’assenza della Burrell – in occasione della rassegna iridata di Edmonton ’01, in cui la May mette in fila la sua miglior serie di sempre in una Finale di una grande manifestazione, balzando al comando della gara al secondo turno con m.6,97 per poi azzeccare il salto che vale l’oro al terzo tentativo con m.7,02 e quindi realizzare ancora m.6,97 alla quinta prova, mentre la Kotova, che l’aveva quasi raggiunta con m.7,01 al quarto turno di salti, forza la rincorsa nell’ultima serie generando il nullo che riporta Fiona sul gradino più alto del podio mondiale, e l’odiata Montalvo conclude al terzo posto con m.6,88 ottenuti anch’essi al quarto tentativo.

Ora sì che ci si può prendere una pausa e dedicarsi anche alla famiglia, concependo dopo otto anni di matrimonio la piccola Larissa che nasce nel 2002, ed anche se poi ritorna alle gare, non si può pretendere di più di un onorevole sesto posto ai Mondiali Indoor di Budapest ’04 con m.6,64, identica misura sufficiente, in un contesto ben più modesto, a consentire a Fiona May di dare l’addio all’attività agonistica mettendosi al collo un’ultima medaglia d’oro con il successo ai Giochi del Mediterraneo di Almeria ’05, con la neanche tanto malcelata soddisfazione di precedere proprio la “grande usurpatrice” Montalvo.

Oramai divenuta uno dei volti più celebri ed amati dello sport italiano, Fiona viene attratta dalle lusinghe del tubo catodico, recitando il luogo della protagonista nelle due stagioni della miniserie Tv “Butta la Luna” (2006-’09, Rai1) e partecipando alla terza edizione del talent show “Ballando con le stelle” (2006-’07, Rai1), condotto da Milly Carlucci e che, diremmo quasi ovviamente, si aggiudica in coppia con il ballerino Raimondo Todaro, ottenendo l’81% dei voti, un risultato mai raggiunto nelle altre edizioni, nonché apparendo, insieme alla simpaticissima figlia Larissa, in una serie di spot pubblicitari per il marchio Kinder della Ferrero.

Dopo aver dato alla luce una seconda figlia, Anastasia, nel 2009, le strade di Fiona e del marito si separano nel 2011, dopo 18 anni di matrimonio, una decisione sofferta che l’atleta commenta con “sono stati anni molto belli ed oggi siamo amici per il bene delle nostre figlie, ogni cosa ha la sua fine ed io spero sempre in una bellissima fine …

A proposito, ricordate la “Love story” tra l’americano Connolly e la ceca Fikotova? beh, sposatisi nel 1957, hanno poi divorziato nel ’75, anche loro, guarda caso, dopo 18 anni di matrimonio, che curiosa coincidenza…

 

ELGIN BAYLOR, IL PERDENTE DI SUCCESSO NELLA STORIA DELLA NBA

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Elgin Baylor al tiro contro i Celtics – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel Calcio, la consacrazione per un giocatore avviene con la conquista del titolo di Campione del Mondo, ciò nondimeno questo non vuol dire che non si possa essere stati dei fuoriclasse in carriera anche senza detto trofeo, e gli esempi più eclatanti riguardano fuoriclasse assoluti come Johan Cruijff – che almeno una Finale l’ha disputata, pur perdendola – ed Alfredo Di Stefano, che, viceversa, non è neppure mai sceso in campo in una fase finale di un Mondiale, così come, in tempi recenti, sta accadendo a Lionel Messi, il quale ha un’ultima opportunità l’anno venturo in Russia.

A scusante, vi è il fatto che i Mondiali si disputano solo una volta ogni quattro anni e, pertanto, un po’ come per i nuotatori, i ginnasti ed i praticanti atletica leggera per quanto attiene all’Oro olimpico, le occasioni sono molto meno frequenti rispetto, per ciò che riguarda la nostra storia odierna, alla possibilità di conquistare il titolo di campione nel Basket professionistico americano, che viceversa si assegna a cadenza annuale.

Immaginate poi quale possa essere il livello di frustrazione se, in 13 anni di militanza nella NBA, in una franchigia di spessore quale i Los Angeles Lakers, giungi all’atto conclusivo in ben 8 circostanze, nelle quali ti laurei Campione della Western Conference, solo per venire puntualmente sconfitto dai rivali della costa orientale.

Chi mastica di Basket NBA, ha senz’altro capito che il periodo di riferimento non può che essere quello degli anni ’60, dove a dominare la scena del palcoscenico professionistico americano sono i Boston Celtics di Red Auerbach e Bill Russell, mentre il personaggio in questione è uno dei più devastanti nella Storia della NBA, essendo stato, nel ricordato lasso di tempo della sua attività, inserito per 10 volte nel primo quintetto annuale ed in 11 occasioni selezionato per lo “All Star Game”, incontro che mette di fronte, a metà febbraio, le stelle delle rispettive Conference.

Trattasi, i più smaliziati lo avranno già capito, di Elgin Baylor, nato a Washington a metà settembre 1934, il quale viene scelto come numero1 assoluto al Draft del 1958 dai Minneapolis Lakers, proveniente dall’Università di Seattle, a conclusione di tre anni di College (di cui il primo ad Idaho) in cui mette a segno una media di 31,3 punti a partita.

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Elgin Baylor a Seattle – da gettyimages.it

Con un fisico di m.1,96 per 102kg., Baylor ricopre il ruolo di ala piccola e, per Minneapolis, finiti i “Giorni di Gloria” legati a George Mikan, prima grande stella del basket NBA, lo si ritiene l’uomo giusto in grado di rivitalizzare una squadra che ha  concluso la precedente stagione con un deludente record di 19-53, il peggiore di tutta la Lega.

L’innesto di Baylor paga immediatamente, visto che il 24enne si impone all’attenzione generale confermando le qualità già messe in mostra al College, con 24,9 punti e 15,0 rimbalzi di media a partita, tanto da aggiudicarsi senza discussioni il titolo di “Rookie of the Year” (“Matricola dell’Anno”) e condurre i Lakers al miglioramento del proprio livello (33-39) nella stagione regolare, per poi dare il meglio di sé nei playoff, dove Minneapolis conquista il titolo della Western Division superando 4-2 i St. Louis Hawks del leggendario Bob Pettit.

Memorabili le sfide tra i due in gara-5, dove Minneapolis ribalta lo svantaggio del fattore campo, andando a vincere 98-97 al supplementare sul parquet avversario in un incontro dove sia Pettit che Baylor mettono a referto 36 punti, così come nella decisiva gara-6, vinta 106-104 dai Lakers, sono i 33 punti della matricola a fare la differenza.

La prima Finale NBA per Baylor lo vede opposto, come ricordato, ai Boston Celtics, reduci, nei due anni precedenti, da altrettante sfide contro St. Louis (vittoria 4-3 nel ’57 e sconfitta 2-4 nel ’58) e la voglia di riscatto dei biancoverdi è talmente evidente che i Lakers vengono spazzati via per 4-0, con Russell a dominare sotto i tabelloni con quasi 30 rimbalzi di media a partita, una battaglia impari a cui, nel suo piccolo, Baylor risponde con medie di 22,8 punti ed 11,8 rimbalzi, non male per un esordiente.

Quello di arrivare sempre ad un passo dal successo, è, peraltro, un fardello che Baylor si porta dietro anche dal College, visto che nel suo ultimo anno aveva condotto Seattle alle “Final Four” del Torneo NCAA solo per essere sconfitto in Finale per 84-72 da Kentucky, una maledizione che lo accompagna anche per tutta la carriera professionistica.

Le due successive stagioni vedono l’importante trasferimento della franchigia da Minneapolis a Los Angeles a far tempo dall’estate ’60, mentre i Lakers perdono le due Finali della Western Division, in entrambi i casi per 3-4 al termine di autentiche battaglie contro St. Louis, i quali soccombono poi nella Finale assoluta di fronte ai pressoché invincibili Celtics, anche se la notizia più importante per Baylor è l’inserimento nel quintetto base della seconda scelta al Draft ’60, vale a dire la guardia Jerry West, proveniente dall’Università di West Virginia.

Quello che queste due autentiche “bocche da fuoco” (considerando il fatto che all’epoca non vi era ancora il tiro da 3 punti) riescono a mettere insieme nei successivi quattro anni ha dell’impensabile, ma altrettanto incredibile resta il fatto che, nonostante la presenza di queste due stelle di assoluta grandezza, il titolo prenda comunque sempre la strada del Boston Garden.

I crudi numeri spesso non rendono l’idea di ciò che si verifica realmente sul parquet, ma in questo caso pensiamo siano più che sufficienti a confermare quanto appena detto, ed allora andiamo a sciorinare le prestazioni dei soggetti in questione nel citato quadriennio – 1962, Baylor 38,3 punti e West 30,8 di media per un totale di 69,1 sui 118,5 di squadra; 1963, Baylor 34,0 e West 27,1 per un totale di 61,1 sui 115,5 punti di media dei Lakers; 1964, Baylor 25,4 e West 28,7 per un totale di 54,1 sui 109,7 punti di media del quintetto, e 1965, Baylor 27,1 e West 31,0 per un totale di 58,1 sui 111,9 punti di media di Los Angeles – prestazioni che non restano fine a sé stesse, ma che proiettano i Lakers ai vertici della Lega.

Il 1962, difatti, vede i Lakers concludere la “Regular Season” con un record di 54-26 (secondi solo al 60-20 di Boston) che li porta alla Finale contro i Celtics in cui, per due volte riescono a violare il Boston Garden – 129-122 in gara-2 (con 40 punti di West) e 126-121 in gara-5 che porta la serie sul 3-2 in loro favore – accarezzando il sogno di conquistare il prestigioso anello.

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Baylor in azione al Boston Garden nella gara-5 dei 61 punti – da pinterest.com

Proprio l’andamento di gara-5 è la testimonianza lampante di cosa potesse rappresentare Baylor per un quintetto NBA, visto che la conclude con uno “score personale” di ben 61 punti (!!) – che è a tutt’oggi il massimo punteggio realizzato in una gara di playoff – con l’aggiunta di 22 rimbalzi, una prestazione mostruosa di fronte alla quale si deve inchinare anche “Sua Maestà” Bill Russell.

Purtroppo, però, la maggior esperienza ed il gioco di squadra dei Celtics anche stavolta hanno la meglio, riprendendosi il vantaggio del fattore campo espugnando il parquet californiano in gara-6 con un autorevole 119-105 (a dispetto dei 34 punti a testa di Baylor e West) per poi concludere la serie con una palpitante sfida al Boston Garden che i padroni di casa si aggiudicano per 110-107 al supplementare, nonostante che Baylor realizzi 41 punti (con 22 rimbalzi …) e West 35 – che rappresentano in due il 71% del bottino complessivo dei Lakers – a dimostrazione come negli sport di squadra, spesso il valore dei singoli non risulti sufficiente a conquistare trofei.

Sconfitti in Finale 2-4 nel ’63 ed 1-4 nel ’65, sempre dai Celtics – mentre nel ’64 Los Angeles viene eliminata al primo turno dai St. Louis Hawks – la disputa del titolo “all’ultimo tiro” si ripete nel ’66, stagione in cui Baylor salta per infortunio parte della stagione regolare – conclusa con medie per lui modeste di 16,6 punti e 9,6 rimbalzi a partita – per poi riproporsi al meglio della condizione nella decisiva fase finale, in cui i suoi 28,6 punti e 13,1 rimbalzi di media risultano determinanti, unitamente, per quanto ovvio, ai 34,6 punti di West, per avere la meglio 4-3 su St. Louis nella Finale di Division.

Per la quinta volta opposto in Finale ai Boston Celtics, la maledizione che accompagna Baylor sembra avere tranquillamente la meglio allorché, dopo che i Lakers espugnano il Boston Garden in gara-1 per 133-129 al supplementare (41 messi a referto da West e 36 da Baylor, tanto per gradire …), Russell & Co. restituiscono il favore nei successivi tre incontri, affermandosi in California sia in gara-3 con un netto 120-106 che in gara-4 con un più combattuto 122-117, portando la serie sul 3-1 e la possibilità di chiuderla al Garden due giorni dopo, il 24 aprile ’66.

Sull’orlo della disfatta, i Lakers vengono salvati proprio da Baylor, al quale evidentemente gara-5 in casa dei rivali dà uno stimolo particolare, e memore dei 61 punti realizzati quattro anni prima, stavolta si “limita” a soli 41, impreziositi da 16 rimbalzi, per il 121-117 a favore dei Lakers che allunga la serie, portata poi sino a gara-7 con il convincente successo casalingo per 123-115.

In una affascinante sfida in cui gli attacchi hanno furoreggiato – le tre gare vinte a testa hanno sempre visto la squadra che ha avuto la meglio superare quota 120 punti – il vecchio Red Auerbach, al suo ultimo titolo da allenatore, intuisce come occorra limitare la potenza offensiva dei Lakers, segnatamente nel micidiale duo Baylor/West, ed ecco che la battaglia decisiva si gioca con la difesa dei Celtics a togliere spazi con marcature asfissianti che vedono il match portarsi sul 27-20 a fine primo quarto, 53-38 (!!) all’intervallo lungo e 76-60 a chiusura del terzo parziale, cui il disperato tentativo di rimonta dei Lakers serve solo a rendere ancora più amaro l’ennesimo calice che tocca loro, con il finale di 95-93 a sancire l’ottavo titolo consecutivo da parte dei Boston …!!.

L’anno seguente, in cui per la prima volta dopo 10 stagioni consecutive i Boston Celtics non giungono all’atto conclusivo, sconfitti 4-1 dai Philadelphia 76ers di Wilt Chamberlain nella Finale della Eastern Division, i Lakers subiscono stessa sorte contro i San Francisco Warriors, a loro volta poi battuti dai Sixers nella sfida per l’anello, ma una delle più accese rivalità nella storia del Basket Usa – e che poi avrà modo di riproporsi negli ’80 con le epiche sfide tra Larry Bird da una parte e Magic Johnson dall’altra – va nuovamente in scena per l’aggiudicazione dei titoli del 1968 e ’69, con la novità, in casa Celtics, di Bill Russell nella doppia veste di allenatore/giocatore.

E se la sconfitta del ’68, con la serie chiusa sul 4-2 per Boston grazie ad un roboante successo per 124-109 in gara-6 sul parquet californiano con John Havlicek autore di 40 punti, rientra, tutto sommato, nella logica delle cose, quel che avviene l’anno seguente è roba da far perdere il sonno a qualunque fan dei Lakers.

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Baylor, Chamberlain e West – da prohoopshistory.net

Nell’estate ’68, difatti, i Lakers si assicurano i servigi di Wilt Chamberlain, strappato ai Philadelphia 76ers – contro il quale Baylor aveva dato vita ad epiche sfide, 8.12.’61, Lakers 151 (Baylor 63 punti) – Warriors 147 (Chamberlain 78 punti), 29.12.’61, Warriors 123 (Chamberlain 60) – Lakers 118 (Baylor ’52) e 14.12.’62, Lakers 120 (Baylor 51 punti) – Warriors 118 (Chamberlain 63) – l’unico centro in grado di limitare lo strapotere di Russell a rimbalzo e, con questo “tris d’assi” a disposizione, è opinione comune che Los Angeles, per il secondo anno allenati da Van Breda Kolff, possano riuscire nella titanica impresa di sfilare l’anello dalle dita degli odiati rivali, i quali, a propria volta, disputano una delle loro peggiori stagioni, conclusa al quarto posto della Eastern Division, con un record di 48-34 che non dà loro, stavolta, il vantaggio del fattore campo.

Ma, degni della miglior Araba Fenice, i Celtics non muoiono mai, risorgendo nella “post season” per andare a disputare la dodicesima finale in 13 anni per quella che rimane, senza ombra di dubbio, la più devastante dinastia nella storia dell’NBA, preparandosi così alla loro ultima battaglia a conclusione di un ciclo irripetibile.

Con il vantaggio del fattore campo dalla loro, i Lakers sfruttano appieno tale circostanza imponendosi nei rispettivi incontri casalinghi, cosa che, del resto, fanno anche i Celtics al Boston Garden – sia pur basandosi più sulla difesa come dimostrano l’89-88 di gara-4, frutto di una rimonta nell’ultimo periodo e di una pessima giornata di Baylor al tiro, ed il 99-90 di gara-6 – rimandando la decisione al settimo e decisivo incontro in California.

Al Forum di Inglewood, quel 5 maggio ’69, il proprietario dei Lakers, Jack Kent Cooke compie la più grossa sciocchezza che un dirigente possa fare, vale a dire di “vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, predisponendo i preparativi per la festa per la riconquista del titolo attraverso un programma stampato e collocato sulle poltrone degli spettatori prima della gara.

Ovviamente, tale programma capita nelle mani dei giocatori di Boston che ne prendono visione durante il riscaldamento pre-gara e se c’è una cosa al mondo che non va stuzzicata, questa è proprio il celebre “Orgoglio dei Celtics”, i quali entrano sul parquet con una grinta e determinazione mai vista durante l’intera stagione, il che li porta a condurre 59-56 a metà gara ed addirittura 91-76 alla fine del terzo periodo, chiuso con un parziale di 32-20 a loro favore.

Le energie spese portano ad un calo fisiologico nell’ultimo quarto, in cui Chamberlain dapprima commette il suo quinto fallo (nella NBA si esce a quota sei …) e quindi subisce un leggero infortunio al ginocchio che lo relega in panchina, ma ciò nonostante i Lakers rimontano con la forza della disperazione sino al 102-103 ad 1’33” dal termine, con Van Breda Kolff a negare a Chamberlain la richiesta di rientrare sul parquet, momento in cui Don Nelson azzecca un tiro dalla lunga distanza sul filo dei 24” per il nuovo strappo a 105-102 dei Celtics, che poi si portano sul 108-104 e quindi chiudere la contesa sul 108-106 finale, tra l’incredulità degli attoniti spettatori di fede gialloviola.

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Russell festeggia il trionfo al Forum – da espn.com

Stagione degli addii, in quanto Russell lascia l’attività agonistica, Van Breda Kolff viene messo sul banco degli imputati, avendo “rovinato la festa” al proprietario, con conseguente direzione Detroit e rimpiazzato da John Mullaney, proveniente dall’Università di Providence, ed i Celtics subiscono il cambio generazionale non qualificandosi per la prima volta da tempo immemore ai playoff ’70.

I Lakers, dal canto loro, dopo aver realizzato il secondo miglior record della Western Division con 46-36, si qualificano per la Finale con un perentorio 4-0 nei confronti degli Atlanta Hawks, dove ad attenderli sono i New York Knicks di Willis Reed, Walt Frazier e Bill Bradley, capaci di stampare un 60-22 in “Regular Season” da paura.

In quella che passa alla storia come la “Willis Reed Final”, succede difatti che il poderoso centro newyorkese si infortuni dopo solo 8’ di gioco durante gara-5 al “Madison Square Garden”, match che i suoi compagni riescono comunque a portare a casa sul 107-100 con una straordinaria rimonta nel secondo tempo (erano sotto 40-53 all’intervallo), ma la gravità del problema muscolare alla coscia di Willis fa sì che non possa scendere in campo al Forum, consentendo a Chamberlain di spadroneggiare con 45 punti e 27 rimbalzi per il 135-113 finale che rimanda l’assegnazione del titolo a gara-7, ancora al Madison.

Incontro che si decide prima ancora di cominciare, in quanto l’entrata in campo di Reed, ancorché menomato per la vistosa fasciatura alla coscia, con le sue prime due conclusioni andate entrambe a canestro per i suoi soli 4 punti della serata, hanno l’effetto di surriscaldare l’ambiente e di fornire ai Knicks la carica per annientare i Lakers nei primo due quarti, costruendo un vantaggio di ben 27 punti (69-42) impossibile da colmare, per concludere la sfida sul 113-99 per il primo titolo newyorkese della storia.

Per Baylor, che dal termine della stagione ’65, come ricordato, deve convivere con dei fastidiosi problemi al ginocchio, è la fine del sogno di potersi laureare campione NBA, con il poco invidiabile record di aver perso ben 8 Finali, ritirandosi a fine ottobre ’71, dopo la sconfitta per 105-109 subita contro i Golden State Warriors, avendo accumulato 23.149 punti con una media di 27,4 per gara in stagione regolare – al 29esimo posto assoluto, ma al terzo per media punti, superato solo da Michael Jordan e Chamberlain a quota 30,1 – ed 11.463 rimbalzi, con una media di 13,5 per gara.

Questa è la storia, costituita da numeri, risultati e statistiche, ma contano anche i giudizi ed ecco allora Bill Sharman, che contro Baylor ha giocato e lo ha poi allenato nelle sue ultime due sfortunate stagioni ai Lakers, sostenere come “si può affermare senza riserve come Baylor sia stato il più grande tiratore dall’angolo che abbia mai giocato a basket professionistico”, una sentenza alla quale fa eco il suo fedele compagno Jerry West, il quale ribadisce come “Baylor sia stato uno dei più spettacolari tiratori che questo sport abbia mai conosciuto, e quando sento fare paragoni con i tiratori dei nostri giorni non riesco a trovare uno in grado di competere con lui …!!”.

Peccato solo che i giudizi ed i complimenti non portino trofei e, se volete sapere come è andata a finire la stagione 1971-’72, in cui Baylor si ritira a fine ottobre ’71, la stessa, diremmo quasi ovviamente, si conclude con il successo dei Los Angeles Lakers che si prendono la rivincita sui New York Knicks, sconfitti 4-1, a sentenziare come, oltre al danno, vi si aggiunga anche la beffa…

 

BOBBY MORROW, L’ULTIMO TRIS BIANCO DELLO SPRINT ALLE OLIMPIADI

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Bobby Morrow – da memim.com

articolo di Giovanni Manenti

Le Olimpiadi di Mosca passano alla Storia non solo per il primo, mai troppo deprecabile, boicottaggio dei Giochi imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter, ma anche per essere l’ultima edizione a vedere trionfare due atleti bianchi nelle prove di velocità, con lo scozzese Allan Wells a prevalere sui 100 metri ed il nostro Pietro Mennea a fare altrettanto sulla doppia distanza.

Non solo, dai successivi Giochi di Los Angeles ’84, il podio dei m.100 ha visto salirvi solo ed esclusivamente atleti di colore, mentre l’indiscussa superiorità della “razza nera” viene scalfita sui m.200 dall’estemporaneo successo del discusso sprinter greco Konstantinos Kenteris, il quale si afferma alle Olimpiadi di fine millennio a Sydney 2000, approfittando anche di alcune circostanze indubbiamente a lui favorevoli.

Questi riferimenti statistici, con il giamaicano Usain Bolt a compiere, da Pechino ’08 a Rio de Janeiro ’16, per tre volte consecutivamente l’impresa di centrare gli Ori sui m.100, m.200 e staffetta 4×100 – anche se la vittoria di Pechino è stata poi revocata per la positività di Nesta Carter, primo frazionista del quartetto caraibico – fanno nascere la curiosità di tornare a ritroso nel tempo per verificare quale sia stato l’ultimo atleta bianco a compiere un analogo exploit.

Il primo stop avviene ai Giochi di Monaco ’72, quando il fuoriclasse sovietico Valery Borzov va molto vicino ad eguagliare tale trittico di Ori, con l’affermazione sia sui 100 che sui 200 metri, in parte favorita la prima dalla sbadataggine dei velocisti americani Hart e Robinson che non si presentano alla partenza dei quarti di finale, ma deve subire la voglia di riscatto degli atleti Usa nella staffetta 4×100, conclusa al secondo posto, e quindi la “macchina del tempo” riesce a risalire a colui che è il protagonista del nostro racconto odierno, vale a dire l’americano Bobby Joe Morrow, che riesce a completare tale ineguagliabile tris alle Olimpiadi di Melbourne ’56.

Nato ad Harlingen, nel Texas, il 15 ottobre 1935, e cresciuto con la famiglia che gestisce una fattoria a San Benito, Morrow, come la maggior parte dei ragazzi americani, gioca a football (quello loro, con la palla ovale, tanto per intendersi …) nel periodo in cui frequenta il Liceo alla “San Benito High School”, per poi dedicarsi all’Atletica Leggera una volta iscrittosi alla “Abilene Christian University”.

Qui riesce ad affinare il suo naturale talento per lo sprint, mettendosi in mostra nel 1955 allorché si aggiudica il titolo AAU sulle 100yd con il tempo di 9”5, facendo di lui uno dei favoriti per le selezioni ai Giochi di Melbourne dell’anno seguente, in programma a Los Angeles a fine giugno ’56.

In un biennio che lo vede sconfitto una sola volta sia nel 1955 che nel ’56, tanto da farlo ritenere “il più forte sprinter bianco di ogni epoca”, Morrow non ha difficoltà ad aggiudicarsi entrambe le prove ai Trials, facendo suoi i m.100 in 10”3 precedendo Ira Murchison, e la doppia distanza in 20”6, tempo che eguaglia il record mondiale dei connazionali Thane Baker ed Andy Stanfield, giunti alle sue spalle ed anch’essi pertanto qualificati per i Giochi.

Olimpiadi che, per la prima volta assegnate ad una Nazione dell’emisfero australe, sono in programma nell’inusuale periodo di fine novembre/inizio dicembre ’56, appuntamento al quale i due amici/rivali Morrow e Murchison giungono dopo aver ripetutamente eguagliato il record mondiale di 10”2 sui 100 metri, tempo realizzato dal primo il 19 maggio ed il 22 giugno e dal secondo l’1 giugno, per poi compiere analoga impresa in occasione dei Trials il 29 giugno, nell’aggiudicarsi le rispettive semifinali.

Nessun dubbio, pertanto, su chi siano i favoriti per l’Oro allorché, il 23 novembre ’56 sulla pista del “Melbourne Cricket Ground” gli atleti si presentano per disputare i primi due turni di qualificazione, con semifinale e Finale prevista per il giorno dopo ed, in una curiosa “sfida a rincorrersi”, sia Morrow che Murchison fermano i cronometri sul medesimo tempo di 10”55 nel vincere le rispettive serie dei quarti di finale.

Ma è chiaro che più ci si avvicina alla gara decisiva e maggiore è la pressione sugli atleti, circostanza che sembra comunque non scalfire i due pretendenti al titolo olimpico, visto che nel primo pomeriggio del 24 novembre, Murchison si impone nella prima semifinale in 10”5 (ma 10”79 con il rilevamento elettronico), con Morrow a fare ancor meglio nella seconda, vinta in 10”3 (10”52 elettronico) precedendo il connazionale Baker, che conclude in 10”4 (10”61).

Con tre rappresentanti dello Zio Sam sui sei finalisti che alle ore 17:30 si posizionano sui blocchi di partenza per la Finale della “gara principe” dei Giochi, è opinione comune che si possa assistere ad una, peraltro non del tutto inusuale per l’epoca, tripletta americana, anche se per quanto attiene all’aspetto cronometrico, soffia un forte vento contrario che penalizza l’esito della gara, ma tanto in una Finale olimpica contano solo le medaglie.

Ed è Morrow, partito in corsia centrale, a fare la differenza, prendendo decisamente la testa della gara ai 50 metri per non mollarla più ed andare a vincere in 10”5, mentre alle sue spalle l’avvincente lotta per le piazze d’onore vede prevalere a sorpresa Baker – il quale viene inspiegabilmente accreditato dello stesso tempo manuale di 10”5 di Morrow – sull’ancor più sorprendente australiano Hector Hogan che scalza dal podio il deluso Murchison, i cui reali distacchi sono ben evidenziati dal cronometraggio elettronico, che assegna 10”62 a Morrow, 10”77 sia a Baker che ad Hogan e 10”79 a Murchison.

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Lo sprint vincente di Morrow nella finale dei m.100 – da gettyimages.it

Rotto il ghiaccio, come suole dirsi, per Morrow e Baker, con l’aggiunta di Stanfield in luogo di Murchison, l’appuntamento con la pista è aggiornato al 26 novembre per i primi due turni dei 200 metri, con semifinali e Finale in programma, come di consueto, il giorno appresso, batterie che non creano alcun problema al terzetto americano, così come evidente è la loro superiorità nelle semifinali in programma alle 15:00 del 27 novembre ’56, con Baker a precedere (21”21 a 21”43) Morrow nella prima serie e Stanfield ad affermarsi in 21”35 nella seconda.

Talmente netto è il divario tra i tre atleti “a stelle e strisce” rispetto al resto della concorrenza, che stavolta non possono esservi dubbi sulla composizione del podio, e la maggiore curiosità da parte degli addetti ai lavori, allorquando, due ore dopo, i sei finalisti si presentano sui blocchi di partenza, sta nel cercare di capire se Baker possa rappresentare una vera insidia per Morrow o seppure quest’ultimo si sia nascosto nei turni precedenti.

Dubbi che il 21enne texano fuga sin dall’avvio, imponendo alla gara un ritmo impossibile da sostenere per gli avversari, così da cogliere il suo secondo Oro con il tempo di 20”6 che eguaglia il suo stesso limite mondiale ed il più esperto Stanfield – vincitore della prova quattro anni prima ad Helsinki ’52 – a precedere Baker, accreditati rispettivamente di 20”7 e 20”9 manuali, ma ancora una volta è la rilevazione elettronica a rendere giustizia alla superiorità di Morrow, il quale ferma i cronometri a 20”75 rispetto al 20”97 di Stanfield ed al 21”05 di Baker.

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L’arrivo vincente di Morrow sui m.200 – da gettyimages.it

Dettagli, ovviamente, in quanto ciò che più conta è essere sul gradino più alto del podio in occasione della cerimonia di premiazione, postazione che non può ovviamente sfuggire al quartetto della 4×100 Usa, composto dai tre finalisti della gara individuale oltre a Leamon King, il quarto dei Trials, sempre che non combinino qualche pasticcio nei cambi.

Con un primato mondiale vecchio di 20 anni, in quanto risalente addirittura al 39”8 con cui il leggendario Jesse Owens, assieme ai compagni Metcalfe, Draper e Wykoff, si erano aggiudicati la medaglia d’Oro ai Giochi di Berlino ’36, ecco che per il quartetto Usa si prospetta un’ulteriore affascinante sfida, da loro immediatamente raccolta, con una prova di straordinaria intensità e perfezione nei cambi che li porta a disintegrare il vecchio record, concludendo la Fnale disputata l’1 dicembre ’56 in 39”5 (39”60 con il rilevamento elettronico), un limite che a propria volta resta ineguagliato per i successivi 5 anni.

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Morrow completa il tris con l’oro della 4×100 – da azcentral.com

Al ritorno in patria, Morrow viene ovviamente accolto come un eroe nazionale – non dimentichiamo che a metà anni ’50 la questione razziale è sempre ben viva negli Stati Uniti – ed i media si scatenano nell’andare a cercare i segreti di questo fantastico sprinter, restando esterrefatti, allorché il plurimedagliato confessa loro che alla base dei suoi risultati vi è il fatto di dormire ben 11 ore, asserendo che “ogni mio successo è dovuto al fatto di essere perfettamente rilassato, così da poter spingere al massimo i miei muscoli …!!”.

Altresì un fervente cristiano, Morrow non tenta mai nella sua attività agonistica di anticipare lo sparo dello starter alla partenza, un atteggiamento da lui ritenuto completamente antisportivo e, dopo aver fatto suoi con irrisoria facilità i titoli universitari sia sui 100 che sui 200 metri ai Campionati NCAA del 1956 e ’57, realizza una identica doppietta anche ai Campionati assoluti AAU del 1958, dove si impone in 9”4 sulle 100yd ed in 20”9 sulle 220yd, per poi dare l’addio all’Atletica e tornare a dedicarsi alla sua fattoria in Texas a coltivare grano e cotone assieme alla sua famiglia.

Per un triplice campione olimpico però, il richiamo della Rassegna a cinque cerchi è troppo forte ed allora, perché non provare a qualificarsi per i Giochi di Roma ’60, con la possibilità di visitare la meravigliosa “Città eterna”, e quindi Morrow riprende ad allenarsi in vista delle selezioni previste ad inizio luglio a Stanford.

Consapevole di non avere più lo scatto bruciante necessario per imporsi sulla più breve distanza a causa della inattività, nonostante non abbia ancora raggiunto i 25 anni di età, Morrow concentra la sua preparazione solo sui 200 metri, classificandosi terzo in 20”8 nella prima delle due semifinali in cui Stone Johnson eguaglia in 20”5 il primato mondiale, per poi non ripetere tale tempo in Finale – dove tocca a Ray Norton, precedendo Johnson, eguagliare il record assoluto di 20”5 – conclusa al quarto posto in 21”1 alle spalle anche di Les Carney, che stacca in 20”9 il biglietto per i Giochi, dove, a sorpresa, è il migliore dei suoi, conquistando l’Argento in 20”6 dietro al nostro Berruti che corre anch’egli la distanza nel tempo di 20”5.

Forse, questa volta, i suoi muscoli si erano riposati un po’ troppo

 

GIANNI DE MAGISTRIS, IL “GIGI RIVA” DELLA PALLANUOTO AZZURRA

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Gianni De Magistris – da wpdworld.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando si parla di “Cannonieri”, al giorno d’oggi, il pensiero va immediatamente ai due fenomeni che da qualche anno stanno deliziando le platee di Spagna con i rispettivi Club di Barcellona e Real Madrid, vale a dire Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, i quali, oltre a dividersi i titoli di “Miglior Marcatore della Liga”, hanno entrambi già superato quota 600 reti in carriera.

Orbene, pensate per un attimo a fondere i due fuoriclasse in unico giocatore da oltre mille goal ed avrete il personaggio di cui quest’oggi ci occupiamo – ovviamente non parliamo di Calcio, bensì di un altro Sport, vale a dire la Pallanuoto – ed il signore in questione altri non è che il fiorentino purosangue Gianni De Magistris.

Nato nella città culla del Rinascimento il 3 dicembre 1950, De Magistris è un rarissimo esempio sia di longevità agonistica – avendo praticato la Pallanuoto ai massimi livelli per oltre 20 anni, periodo in cui partecipa a ben cinque Olimpiadi ed alle prime tre edizioni dei Campionati Mondiali – che di rendimento, potendo vantare lo straordinario record di essersi aggiudicato per 16 volte la Classifica di Capocannoniere del Campionato di Serie A, dal 1969 al 1985 …!!

Un’impresa che ha un “buco” relativo al 1974, allorquando, per soddisfare agli obblighi di leva, De Magistris lascia la Rari Nantes Florentia per scendere in acqua con le Fiamme Oro Roma, che disputano il Campionato di Serie B, stagione in cui segna “qualcosa” come 122 reti (!!) ed anche se la categoria è inferiore, si può ben comprendere come possa essergli riconosciuto “ad honorem” il titolo di “Cannoniere principe” anche per quell’anno, visto che nella massima divisione non si va oltre le 40 reti per far propria tale classifica.

La Rari Nantes Florentia, dicevamo, storica ultracentenaria Società di Nuoto e Pallanuoto del capoluogo toscano, fondata nel 1904 e che aveva conosciuto il suo periodo di gloria nell’era pionieristica di tale disciplina, con la conquista di cinque Scudetti in sei anni, dal 1933 al 1938, cui seguono i titoli nel 1940 e ’48, prima che le formazioni liguri – Camogli e quindi Pro Recco del “caimano” Eraldo Pizzo – la facessero da padrone, con la sola Canottieri Napoli di Fritz Dennerlein (da giocatore prima, e tecnico successivamente) a cercare di ostacolarne lo strapotere.

Ma la Florentia – che nella Pallanuoto sta alle compagini liguri e campane come il Cagliari di Gigi Riva stava, nel calcio, alla Juventus ed alle due milanesi – ha a disposizione una carta da giocare che le altre manco se la sognano, il nostro De Magistris che, grazie alle sue reti, trascina la gloriosa Rari Nantes di nuovo ai vertici nazionali, con la conquista dello Scudetto nel 1976, a 28 anni di distanza dall’ultimo trionfo, vinto grazie a 20 vittorie e due sole sconfitte ed un solo punto di vantaggio (40 a 39) sulla Pro Recco.

Una Florentia che nel 1970 rischia addirittura di retrocedere, classificandosi al penultimo posto con 11 punti, due soli in più della nobile decaduta Camogli e che si sta progressivamente avvicinando ai vertici nazionali con il quarto posto ottenuto sia nel 1973 che nel ’75 – per quanto ovvio, l’assenza di De Magistris nel ’74, come ricordato, fa precipitare la squadra al settimo posto – ma è fuor di dubbio che la conquista del titolo è una sorpresa per gli stessi tifosi, giocatori e dirigenti fiorentini.

Un successo che porta a tinte forti la firma di De Magistris, in quanto, al suo ritorno da Roma, gli viene assegnata la veste di Allenatore/giocatore, il che, in pratica, voleva dire che faceva quasi tutto lui, essendo, ovviamente, anche il Capitano di quel “settebello” composto da soli fiorentini (così come, del resto, anche i giocatori della Pro Recco erano tutti del posto …), in un’epoca in cui di stranieri neanche a parlarne, e costruito con una serie di 10 vittorie consecutive nel girone di andata dopo la sconfitta per 1-3 alla prima giornata proprio a Recco.

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De Magistris al tiro – da gonews.it

E, poiché i liguri avevano nel girone ascendente pareggiato contro la Canottieri Napoli, per logica conseguenza alla prima di ritorno, la Rari Nantes ha l’occasione, ospitando la Pro Recco alla Piscina “Costoli (intitolata al nuotatore e pallanotista fiorentino, nonché successivo Dirigente federale Paolo Costoli, tragicamente scomparso nel 1966 nella tragedia aerea di Brema), di operare il sorpasso in Classifica, cosa che accade imponendosi per 7-5 davanti a tribune gremite in ogni ordine di posti, con quasi 8mila persone a tifare per la squadra della loro città, compresi anche molti giocatori della squadra di calcio della Fiorentina, tra cui un giovane 22enne Giancarlo Antognoni.

L’aver riportato il titolo a Firenze – grazie anche alla concomitante sconfitta della Pro Recco a Napoli alla penultima giornata, in cui anche la Florentia incappa nel suo secondo stop stagionale a Civitavecchia – genera inusitate scene di giubilo in città, cosa che non potrebbe verificarsi al giorno d’oggi, peraltro ben meritate, visto che, a torneo concluso, la Rari Nantes realizza l’accoppiata aggiudicandosi anche la Coppa Italia per l’unica volta nella sua storia, superando in Finale a Roma la Canottieri Napoli.

Un successo che non resta fine a se stesso, in quanto dopo altri buoni piazzamenti – terza in Classifica nel 1977 e ’78 e seconda nel ’79 a tre punti di distacco dalla Canottieri Napoli, in un quadriennio in cui i primi tre posti in Campionato sono appannaggio esclusivo delle tre “super potenze” Pro Recco, Florentia e Canottieri Napoli, appunto – De Magistris riesce a bissare l’impresa del ’76 riportando la Rari Nantes per l’ultima, sino ad ora, volta ai vertici nazionali nel 1980, curiosamente anno olimpico come il precedente.

E’ un Campionato in cui le storiche avversarie accusano una flessione tanto da concludere la stagione rispettivamente al quarto (Pro Recco) e quinto (Canottieri Napoli) posto, ma ciò nulla toglie all’impresa della compagine fiorentina che conclude il torneo da imbattuta, collezionando solo tre pareggi a fronte di 19 vittorie, per un totale di 41 punti rispetto ai 37 della FIAT Torino, unica che ha cercato di contrastarne il passo, per quello che è altresì ad oggi l’ultimo titolo di Campione d’Italia conquistato da una Società del capoluogo toscano in uno sport di squadra.

Non abbiamo citato gli anni olimpici a caso, in quanto – così come non a caso era stato fatto il paragone con Gigi Riva ed il suo Cagliari nel Calcio – dei servigi di De Magistris intende ovviamente valersi, al pari del ricordato “Rombo di Tuono”, anche la Nazionale italiana, per la quale viene selezionato, non ancora 18enne, per i Giochi di Città del Messico ’68, per poi esserne il Capitano nelle sue quattro successive apparizioni sino a Los Angeles ’84.

E’ il periodo in cui – prima della disgregazione della ex Jugoslavia, il che ha generato tre formazioni di livello mondiale quali Serbia, Croazia e Montenegro – la pallanuoto a livello internazionale era una questione tra le “magnifiche quattro”, vale a dire l’Ungheria – “Il Brasile della piscina”, parole e musica dello stesso De Magistris – l’Unione Sovietica e la Jugoslavia, contro le quali gli Azzurri danno vita a memorabili sfide tiratissime e senza esclusione di colpi.

De Magistris è la mascotte di quella formazione che si presenta in Messico con nelle proprie file i “senatoriEraldo Pizzo e Gianni Lonzi – quest’ultimo fiorentino come lui – reduci, assieme a Giancarlo Guerrini del “Settebello” che si era imposto ai Giochi di Roma ’60, ma ciò nonostante fornisce il proprio contributo a far sì che l’Italia giunga prima nel proprio raggruppamento, con 6 vittorie (tra cui il 5-4 sulla Jugoslavia) ed un pareggio, precedendo la stessa Jugoslavia, mentre nell’altro girone si impone l’Ungheria a punteggio pieno, avendo piegato 6-5 l’Unione Sovietica, per dar così vita alle classiche “semifinali incrociate”.

L’esito delle stesse, però, ribalta l’andamento dei gironi, con la Jugoslavia ad aver la meglio sugli ungheresi per 8-6 ed i sovietici a far lo stesso contro gli azzurri, imponendosi per 8-5, con l’Italia che poi soccombe per 4-9 di fronte all’Ungheria nella Finale per il Bronzo, con l’amarezza di essere stata l’unica a sconfiggere la Jugoslavia che va a prendersi l’Oro al termine di una combattutissima sfida con l’Unione Sovietica, piegata 13-11 ai supplementari.

Una comunque valida esperienza per il minorenne De Magistris, che se ne torna in Toscana con il contributo di 6 reti realizzate, non male per un esordiente, con l’intenzione di migliorarsi quattro anni dopo ai Giochi di Monaco ’72, dove il programma prevede la suddivisione delle partecipanti in tre raggruppamenti, da cui le prime due accedono ad un girone finale a 6, portandosi dietro il risultato del girone di qualificazione, che vede l’Italia inserita nel Gruppo C assieme all’Unione Sovietica, dalla quale viene sconfitta 1-4 dopo aver chiuso sull’1-0 il primo periodo, per poi naufragare nel girone finale, con i pareggi per 6-6 contro Jugoslavia e 2-2 contro Germania Ovest e le sconfitte, ancorché di misura, contro Ungheria (7-8) e Stati Uniti (5-6) che relegano gli Azzurri al sesto ed ultimo posto, nonostante il fattivo contributo dell’attaccante fiorentino, autore di 11 reti, con l’Oro che va all’Unione Sovietica solo grazie ad una miglior differenza reti (+6 rispetto a +5) nei confronti dell’Ungheria.

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Azzurri in ritiro ad inizio anni ’70 – da waterpoloworld.com

Formula che si ripete l’anno seguente, in occasione dei primi Campionati Mondiali di Nuoto, Pallanuoto e Tuffi che si svolgono a Belgrado ’73, e l’Italia si classifica al quarto posto alle spalle dell’Ungheria, che fa suo il titolo iridato precedendo Unione Sovietica ed Jugoslavia, senza alcuna recriminazione, avendo perso tutti e tre i confronti diretti, mentre due anni dopo, ai Mondiali di Cali, la Jugoslavia si autoelimina venendo esclusa dalla fase finale del torno in quanto un suo giocatore – tale Ratko Rudic che poi guiderà la Nazionale azzurra al trionfo ai Giochi di Barcellona ’92 – viene trovato positivo al controllo antidoping, circostanza che consente all’Itala di “scalare” una posizione ed aggiudicarsi il Bronzo alle spalle di Unione Sovietica (comunque fermata sul 5-5) ed Ungheria, a causa della, diremmo “scontata”, sconfitta per 5-7 contro i magiari.

Ora, è pressoché acclarato che sui 25/26 anni un atleta è nel fior fiore della propria vigoria fisica e se si pensa che De Magistris si presenta, in veste altresì di Capitano della squadra azzurra, alle Olimpiadi di Montreal ’76 fresco del doppio successo in Campionato e Coppa Italia, è facile intuire quale sia anche la condizione mentale con cui compie il viaggio in Canada, con al seguito i compagni di squadra Umberto Panerai ed il fratello minore Riccardo.

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La squadra azzurra argento ai Giochi di Montreal ’76 – da wpdworld.com

Inserita nel raggruppamento con Jugoslavia, Cuba e l’improponibile Iran, l’Italia pareggia 6-6 con gli slavi e supera 8-6 i caraibici per approdare al Girone finale dal quale è sorprendentemente esclusa l’Unione Sovietica – eliminata da Olanda e Romania nel Gruppo B – assieme anche ad Ungheria e Germania Ovest.

Senza che stavolta valga il risultato acquisito in qualificazione, l’Italia affronta cinque sfide ad alto contenuto agonistico ed altrettanto equilibrate, visto che nessuna si conclude con uno scarto superiore ad una sola rete, e la possibilità di puntare all’Oro sfuma nell’incontro inaugurale contro l’Ungheria, che vede gli Azzurri condurre per 4-3, prima che De Magistris, autore di una delle reti, venga definitivamente estromesso dalla contesa per aver raggiunto il limite di tre espulsioni, circostanza che consente ai magiari di ribaltare il punteggio a loro favore sino al 6-5 definitivo.

Riscattatasi con il successo per 5-4 sulla Jugoslavia, l’Italia incappa in un mezzo passo falso con la Romania, la cui sfida si conclude sul 4-4, per poi superare 4-3 la Germania Ovest e quindi affrontare la sorpresa Olanda in un match che, con l’Ungheria oramai sicura dell’Oro, vale l’Argento in caso di vittoria o pareggio, od addirittura l’esclusione dal podio qualora gli azzurri venissero sconfitti.

Ed è in situazioni come queste che si vede il carisma di un capitano, con De Magistris a far la voce grossa in acqua e mettere a segno 2 delle 3 reti – delle 11 in totale realizzate nel torneo olimpico – che consentono all’Italia di pareggiare l’incontro sul 3-3 e di tornare a medaglia a 16 anni di distanza dall’Oro dei Giochi di Roma.

Pur se l’espressione non è certo delle più appropriate, trattandosi di uno sport acquatico, a De Magistris resta da togliersi un “sassolino dalla scarpa” per quell’immeritata sconfitta contro l’Ungheria che ha tolto agli Azzurri la possibilità di conquistare l’Oro olimpico, e l’occasione gli si presenta due anni dopo, ai Mondiali di Berlino ’78, in cui l’Italia, guidata dal suo Capitano, compie il proprio capolavoro.

Concluso il girone eliminatorio a pari punti con l’Urss grazie ai successi per 6-5 sull’Australia e 4-2 sul Canada ed il pareggio per 5-5 contro gli stessi sovietici – risultato, quest’ultimo, che l’Italia si porta dietro nel Girone di semifinale con Romania e Stati Uniti – gli Azzurri, dopo la netta vittoria per 7-2 contro i rumeni, rischiano il tracollo e la conseguente eliminazione dalla Poule finale a quattro per l’assegnazione delle medaglie, ritrovandosi sotto per 1-4 nel decisivo match contro gli Usa prima che proprio De Magistris, in non ottimali condizioni fisiche, tiri fuori gli acuti giusti per portare la sfida sul 4-4 conclusivo che consente all’Italia di entrare nel consueto Gotha della pallanuoto, assieme ad Jugoslavia, Ungheria ed Unione Sovietica.

E, come spesso accade alle spedizioni azzurre di qualsiasi disciplina (calcio in primis …), dallo scampato pericolo di passa al trionfo, grazie ai successi per 6-5 e 5-4 rispettivamente su Jugoslavia ed Urss e, stavolta, è sufficiente il pareggio per 4-4 contro i maestri ungheresi per assicurarsi il primo titolo iridato della storia della nostra pallanuoto, che sarà replicato 16 anni dopo ai Mondiali di Roma ’94 e, successivamente, alla rassegna iridata di Shanghai 2011.

Per De Magistris si tratta del punto più alto della sua carriera in nazionale, che lo vede ancora selezionato, a dispetto dell’età, per i “Giochi dimezzati” sia di Mosca ’80, che l’Italia conclude al settimo posto dopo essere stata esclusa dal Girone finale a sei a causa di un disastroso cammino che la vede sconfitta per 8-6 (nonostante 4 reti del suo Capitano) dall’Unione Sovietica e quindi, dopo un pareggio per 4-4 con la Svezia, soccombere per 4-5 contro la Spagna, con De Magistris a sfogare la rabbia nel girone di consolazione, in cui mette a segno ben 15 della sue 20 reti complessive nel Torneo olimpico.

Con l’ultima apparizione, quale senatore assieme ad Enzo D’Angelo della Canottieri Napoli, anche ai Giochi di Los Angeles ’84 dove, a dispetto dell’assenza delle formazioni del blocco sovietico, l’Italia si piazza nuovamente al settimo posto, eliminata per peggior differenza reti dall’Australia (contro cui pareggia per 8-8) nel girone di qualificazione vinto dalla Germania Ovest, De Magistris completa la sua esperienza nella rassegna a cinque cerchi portando a 59 il totale delle reti segnate nella manifestazione, che segna altresì il suo addio alla calottina azzurra per la quale, in 388 gare disputate, realizza qualcosa come oltre 750 reti, una media da far impallidire qualunque altro pallanuotista.

L’anno seguente, De Magistris conclude anche l’esperienza alla Florentia, solo per disputare due ultime stagioni accasandosi a Bologna in A2 ed a Camogli, per poi porre fine ad una carriera che lo ha visto realizzare 1.880 reti nelle sue 20 stagioni nella massima divisione nazionale, anche se il suo essere toscano, ed anche fiorentino in particolare, gli ha procurato non poche inimicizie a livello federale a causa della sua ben nota “lingua lunga” nel voler sempre parlar chiaro e diretto circa le – peraltro molte – cose che non gli andavano a genio nel mondo della pallanuoto e dello sport italiano principalmente.

Basta rileggere alcune sue dichiarazioni non proprio gentili quali, rispetto alla differenza tra la visibilità della sua disciplina ed il calcio: “Se un calciatore avesse segnato un decimo delle reti da me realizzate sarebbe tra i più famosi e ricchi al mondo; mi capita spesso di passeggiare per Firenze con il mio amico Antognoni, a lui vengono chiesti migliaia di autografi ed a me solo se Giancarlo mi presenta come un Campione, altrimenti …”.

Ma io non mi lamento di questo”, prosegue De Magistris, “ho vissuto con passione il mio sport anche quando ho giocato davanti a solo 200 spettatori, mi dà più fastidio il fatto di essere tenuti in considerazione, media compresi, solo in occasione dei Giochi Olimpici, dove se vinci ottieni un’orgia di titoloni ad otto colonne, mentre in caso contrario tutti a spararti addosso, compresa gente che non ti ha mai visto giocare …!!”.

Ed, ovviamente, ce n’è anche per i vertici federali ed addirittura politici: “Quando l’Italia disputò la Finale mondiale contro la Germania in Spagna, il Presidente Pertini era ben presente in tribuna d’onore, perché non prese l’aereo per venire a festeggiare il nostro titolo iridato ai Mondiali di Berlino ’78 …?? Dopotutto, noi siamo cittadini italiani al pari di Gentile e Cabrini e, tra l’altro, sapevo giocare a scopone anch’io (riferendosi alla celebre partita con Zoff, Causio e Bearzot nel viaggio di ritorno in Italia) …!!”.

Trionfo di Berlino al termine del quale De Magistris si rifiuta di festeggiare con il Presidente del CONI Carraro ed i giornalisti al seguito, asserendo: “Troppo facile salire sul carro dei vincitori senza prima aver seguito la squadra”, ed in più, a tutela di tutti gli sport minori che portano medaglie olimpiche, “io amo il calcio, ma non sopporto il contorno di enfasi attorno alle imprese dei calciatori, quando essi vincono vengono idolatrati, ma anche gli Abbagnale od il tiratore Benelli conquistano Ori ai Giochi, ma non sono nessuno per la gente comune”.

Non c’è quindi da stupirsi se a De Magistris – il più grande interprete, assieme ad Eraldo Pizzo, della pallanuoto italiana – non sia mai stato offerto un posto in Federazione, ed è lui stesso il primo a concordare su questo: “Io sono fatto così, ho pagato per aver detto certo cose che sapevo mi si sarebbero rivoltate contro, anche quando ho vissuto esperienze da allenatore e Direttore sportivo, se avessi dovuto vivere solo di pallanuoto, ora dormirei sotto un ponte, pensate che per la vittoria ai Mondiali di Berlino ’78 abbiamo ricevuto un premio a testa di 3milioni di Lire, al lordo delle tasse …”.

Ed, in ultimo, non poteva mancare una “stoccata” anche ai concittadini della sua amata Firenze: “Quando, prima dei Giochi di Pechino ’08, la torcia olimpica è passata da Firenze e dovevano essere scelte 57 persone per compiere un tragitto di 50 metri ciascuno, il Sindaco, i politici ed i dirigenti sportivi, che mi avevano sempre portato ad esempio come “Simbolo della fiorentinità”, beh, stavolta, guarda caso, si sono dimenticati di uno che di Olimpiadi ne ha disputate ben cinque …!!”

Caro, vecchio, schietto ed integerrimo campione, come si fa a non volerti bene…?

 

EGIDIO CALLONI, CHE POI COSI’ “SCIAGURATO” NON ERA …

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Calloni in azione in un derby – da eurosport.com

articolo di Giovanni Manenti

Nel corso degli anni ’70, quando il calcio non era ancora globalizzato e, soprattutto, non inquinato da frotte di personaggi che attraverso reti di amicizie e conoscenze varie, mercanteggiano sul valore (vero o presunto) di vari ragazzi che intendono farsi strada in tale disciplina, era buon uso per le “cosiddette Grandi”, valutare – attraverso la propria, autonoma, cerchia di osservatori – la crescita dei giovani nelle serie inferiori, con un occhio di riguardo verso la prosperosa zona del lonbardo-veneto.

In particolare, delle Società lombarde, Atalanta e Cremonese avevano stretto un patto di collaborazione più con la Juventus, mentre Como. Varese, Brescia e Monza erano serbatoi ai quali si rifornivano in prevalenza le due milanesi, ragion per cui le gare di queste squadre erano molto spesso seguite da una frotta di talent scout alla ricerca del “Campione del futuro”.

Ancor meglio, ovviamente, se questi Club disputano un Campionato da protagoniste, come è il caso del Varese nel Torneo Cadetto 1973-’74 che vede i biancorossi – guidati in panchina dalla “bandiera” Pietro Maroso, fratello dello sfortunato Virgilio, perito nella sciagura di Superga – conquistare la quarta ed ultima promozione in serie A della loro storia, alla quale contribuisce in modo determinante la coppia di attaccanti formata dal centravanti Egidio Calloni e dall’ala sinistra Giacomo Libera, autori il primo di 16 reti che gli valgono altresì il titolo di capocannoniere, mentre il secondo va a segno in 9 occasioni.

Ed ecco che, come falchi, si proiettano sui due giovani sia il Milan che l’Inter, desiderose di rinverdire i fasti degli anni ’60 rispetto ad una Juventus che ha anticipato i tempi del rinnovamento e sta dominando la scena nel panorama nazionale, con Calloni che firma per i rossoneri e Libera che andrà a vestire la maglia nerazzurra dalla stagione successiva.

Curiosa la storia di Egidio Calloni, nato a Busto Arsizio l’1 dicembre 1952 e protagonista del nostro racconto odierno, in quanto cresciuto proprio nel settore giovanile interista, per poi essere prelevato dal Varese non ancora 18enne e da questo “girato” per un anno al Verbania in Serie C, dove il futuro attaccante milanista dimostra di avere confidenza con il goal andando a segno 15 volte, circostanza che conforta la dirigenza biancorossa a puntare su di lui per il successivo biennio, una fiducia, come abbiamo visto, ben ripagata.

Da parte rossonera, viceversa, con la beffa della “fatal Verona” del maggio ’73 si conclude in pratica un ciclo che aveva visto il Milan, con il ritorno di Nereo Rocco in panchina, ritornare ai vertici del calcio internazionale, e l’anno seguente, in cui alla guida della squadra si erano alternati lo stesso Paron, Cesare Maldini e Trapattoni, la stagione si era chiusa in un’anonima settima posizione, con ancora la “vecchia guardia” formata da Anquilletti, Sabadini, Biasiolo, Benetti, Bigon, Rivera e Chiarugi a tirar la carretta, visto che gli inserimenti dei giovani Bergamaschi e, soprattutto in attacco, Turini e Vincenzi non avevano fornito gli auspicati risultati.

Anche da punto di vista societario, conclusa l’era dei Carraro alla presidenza, la guida è nel frattempo passata dall’Avv. Federico Sordillo al petroliere spezzino Albino Buticchi, il quale, dopo il positivo esordio con la conquista della Coppa Italia e della Coppa delle Coppe ’73, si doveva scontrare con la carta d’identità di alcuni suoi giocatori, procedendo alla cessione di Prati alla Roma e con il successivo ritiro, per ragioni di età, del tedesco Karl-Heinz Schnellinger, ultimo straniero a vestire la maglia rossonera sino alla riapertura delle frontiere.

Il mercato dell’estate ’74, comunque, oltre all’arrivo di Calloni al centro dell’attacco, vede anche importanti innesti in difesa, con l’acquisto del portiere Albertosi dal Cagliari e dei difensori Bet dal Verona e Zecchini dal Torino, mentre come tornante di destra si punta sul giovane Duino Gorin, prelevato anch’egli dal Varese, dove si era dimostrato più che valido assist man per Calloni.

L’esordio ufficiale in rossonero giunge per Calloni l’1 settembre ’74 in occasione del match inaugurale del girone eliminatorio contro il Brescia, concluso sullo 0-0, e sono della settimana successiva le sue due prime reti con la nuova maglia, a sancire il 2-0 con cui il Milan si impone a Perugia, per poi rimandare l’appuntamento con la Coppa a fine stagione, incombendo il Campionato, in cui Calloni debutta alla seconda giornata nella sconfitta per 1-2 patita dai rossoneri a Torino contro la Juventus.

L’inizio del Torneo è deludente, in quanto al riferito stop contro i bianconeri fanno da contorno due deludenti pari interni con Sampdoria e Fiorentina, prima che sia proprio Calloni, con la rete messa a segno a 6’ dal termine all’Olimpico contro la Roma, a fornire il primo acuto di una stagione – che vede anche l’arrivo alla guida tecnica di Gustavo Giagnoni, reduce da tre ottime annate alla guida del Torino – “senza infamia e senza lode” per il Club di via Turati, conclusa al quinto posto con 36 punti, a 7 lunghezze dalla Juventus Campione d’Italia al termine di un avvincente duello con il Napoli.

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Calloni esulta dopo uno dei suoi due goal alla Ternana: – da altervista.org

Per Calloni, comunque, 11 reti in 26 presenze, anche se per lui inizia a farsi strada quella che da molti viene definita come la “sindrome da San Siro”, una evidente eccessiva pressione rispetto a quel pubblico dal palato fine che poco o nulla perdona, tant’è che dei riferiti centri, solo quattro giungono alla “Scala del calcio”, dove si sblocca solo all’ultima giornata del girone di andata, con la doppietta in tre minuti ad inizio ripresa che decide il match vinto per 3-1 sulla Ternana.

A parziale compensazione, giunge la rete di apertura nel derby di ritorno contro l’Inter e vinto nettamente per 3-0 dai rossoneri, nonché la consolazione che i “cugini” se la passano ancor peggio, visto che concludono la stagione al nono posto a quota 30 ed il loro cannoniere principe Boninsegna si ferma a quota 9 reti.

Una superiorità che il Milan ribadisce a Campionato concluso, con la fase finale della Coppa Italia – affrontata senza Rivera, in aperto contrasto con Buticchi, che vorrebbe cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala – che vede i rossoneri vincere il proprio Girone di semifinale contro Inter (1-0 e 0-0 nei derby), Bologna (1-0 interno, rete di Calloni, e 4-1 al “Dall’Ara”, doppietta di Calloni) ed Juventus, piegata 1-0 a San Siro, con successiva, ininfluente sconfitta per 1-2 al ritorno, con il Milan già qualificato per la Finale dell’Olimpico contro la Fiorentina.

Partita rocambolesca, piena di rovesciamenti di fronti e di alternanza di reti, che infine premia per 3-2 i viola, grazie allo spunto del subentrato Rosi appena 2’ dopo che l’ex Chiarugi aveva siglato il punto del provvisorio pareggio per i rossoneri.

Già, Chiarugi, l’ex “cavallo pazzo” viola, con cui Calloni trova una più che soddisfacente intesa, confermata dal buon esito della stagione successiva, anche se in casa rossonera più che alle questioni del campo si guarda alle faccende a livello dirigenziale, con Rivera ad avere la meglio nella querelle con Buticchi, così da determinare l’allontanamento di Giagnoni – che aveva avallato la cessione del Capitano – in favore della promozione a tecnico della prima squadra di Trapattoni, affiancato dal ritorno di Rocco come Direttore Tecnico.

Con una rosa pressoché immutata – fatto salvo il ritorno in rossonero di Nevio Scala dopo un’esperienza biennale all’Inter – e la crescita di Aldo Maldera, la differenza la fa la ritrovata serenità in seno alla squadra ed il buon senso che unisce l’accoppiata Trapattoni/Rocco contribuisce al resto, in un Campionato in cui il Milan non può oggettivamente competere con lo strapotere delle due torinesi – e vinto dai granata, i cui tifosi tornano così a gioire a 27 anni dalla tragedia di Superga – e che peraltro conclude ad un più che onorevole terzo posto e con Calloni che si conferma “top scorer” incrementando a 13 reti la sua quota realizzativa, tra cui la rete di apertura nel derby di andata, vinto per 2-1 sui cugini, i quali terminano la stagione al quarto posto, a una lunghezza di distanza.

Sul settore Coppe, il Milan esce da quella nazionale nel girone di semifinale, allorché in panchina siede Barison in quanto Trapattoni ha ceduto alle lusinghe bianconere portate da Boniperti, mentre in campo internazionale i rossoneri, impegnati in Coppa Uefa, eliminano, grazie ad un rigore trasformato da Calloni, gli inglesi dell’Everton al primo turno, gli irlandesi dell’Athlone Town al secondo e gli insidiosi sovietici dello Spartak Mosca agli ottavi di finale (grazie al 4-0 della gara di andata a San Siro, in cui Calloni mette a segno una doppietta), per poi arrendersi ai quarti di fronte al Bruges di Ernst Happel, sfiorando, dopo lo 0-2 esterno nelle Fiandre, la clamorosa impresa portandosi sul 2-0 al ritorno, prima che una rete di Hinderyckx ad un quarto d’ora dal termine, facesse svanire ogni speranza.

Occorre, a questo punto, fare un’analisi obiettiva e senza pregiudizi di sorta di queste prime due stagioni in rossonero del protagonista della nostra storia, ricordando come, all’epoca, si disputasse un Campionato di serie A a 16 squadre – con conseguenti 30 partite rispetto alle 38 odierne – e che vigeva la “marcatura ad uomo”, tant’è che erano ben pochi gli attaccanti capaci di andare in “doppia cifra” a fine stagione.

A riprova di quanto detto, nel suo anno di esordio nella Massima Divisione, le 11 reti messe a segno da Calloni lo vedono porsi al quinto posto della Classifica Marcatori, vinta da Pulici del Torino a quota 18 davanti a Savoldi del Napoli con 15 centri, mentre la stagione successiva le 13 realizzazioni lo collocano al quarto posto, ad una sola lunghezza da Savoldi ed a due dalla coppia formata da Graziani del Torino e Bettega della Juventus, con il solo Pulici a fare gli straordinari, confermandosi leader a quota 21.

Questo per dire che, se si aggiungono le reti messe a segno in Coppa, i 17 centri del ’75 ed i 19 del ’76 rappresentano un bottino niente affatto trascurabile per un attaccante, tutto sommato ancora giovane, visti i 24 anni ancora da compiere a fine stagione ’76, e che avrebbe probabilmente dovuto ritrovarsi in una Società con meno beghe interne.

Alla Presidenza, difatti, subentra Vittorio Duina ed alla guida tecnica viene chiamato Pippo Marchioro, reduce dall’esaltante stagione con il Cesena, condotto ad uno straordinario sesto posto, ma che non riesce a legare con i giocatori, Rivera in primis (al quale assegna la maglia n.7), mentre a livello di rosa avvengono due scambi scellerati, con Benetti ceduto alla Juventus per Capello e Chiarugi al Napoli per Giorgio Braglia.

Quest’ultimo raggranella appena tre presenze in Campionato, comportando lo spostamento di Calloni all’ala sinistra per far posto, nel ruolo di centravanti, al neoacquisto Silva proveniente dall’Ascoli per una manovra d’attacco che non riesce a trovare sbocchi, in una stagione che vive la sua prima svolta in chiave negativa alla quinta giornata quando i rossoneri ospitano la Juventus a San Siro, venendo sconfitto in rimonta 2-3 dopo essersi trovato sul 2-0 dopo poco più di un quarto d’ora di gioco, con Calloni ad aver aperto le marcature.

Nelle successive 10 gare sino a fine girone di andata, il Milan vince solo ad inizio gennaio ’77 all’Olimpico contro la Lazio (rete decisiva ancora di Calloni) ed il pari a reti bianchi contro il fanalino di coda Cesena, costa la panchina a Marchioro, venendo richiamato in fretta e furia Rocco al capezzale rossonero, pur se la situazione – dopo un illusorio 3-0 interno sulla Sampdoria e due pareggi per 1-1 a Firenze ed in casa contro il Napoli (tris di gare in cui Calloni va a segno) – non migliora, tanto che, a due giornate dal termine, il Milan è al terz’ultimo posto della graduatoria, per poi raggiungere la salvezza grazie ai successi su Catanzaro e Cesena.

La disabitudine a trovarsi a lottare per non retrocedere ha indubbiamente costituito una pressione psicologica sulla testa dei giocatori, acuita dalla “mazzata” subita in Coppa Uefa allorché negli ottavi di finale, opposti agli spagnoli dell’Athletic di Bilbao – che poi sfideranno in Finale la Juventus – stanno compiendo il miracolo di sovvertire l’1-4 dell’andata portandosi sul 3-0 grazie ad una doppietta di Calloni, per poi subire, a 4’ dal termine, la rete di Madariaga su rigore che certifica il passaggio del turno da parte della compagine basca.

Che vi fosse anche un problema psicologico nella mente dei giocatori è dimostrato dall’esito della fase finale di Coppa Italia, in cui il Milan riporta Calloni nella sua posizione naturale di centravanti, affiancato da un Braglia risorto come per incanto, visto che già dalla prima gara del girone di semifinale (3-1 al Napoli a San Siro), i due vanno a segno, confermandosi poi nelle successive gare che qualificano il Milan per la Finale meneghina del 3 luglio ’77 contro l’Inter e che i rossoneri si aggiudicano per 2-0 (rete di apertura di Aldo Maldera ad inizio ripresa e sigillo di Braglia ad 1’ dal termine), per l’unico trofeo vinto da Calloni in carriera, il quale si laurea altresì Capocannoniere della manifestazione, con 6 reti alla pari con Braglia.

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Calloni esulta coi compagni dopo la vittoria in Coppa Italia – da wikipedia.org

In una stagione così travagliata, il bottino complessivo di 15 reti non è certo da disprezzare per Calloni, il quale si appresta però a vivere l’annata più deludente della sua esperienza in rossonero, nonostante la Società si sia data un assetto stabile con l’avvento alla Presidenza dell’industriale brianzolo Felice Colombo ed un’oculata campagna di ringiovanimento della rosa, grazie al “saccheggio” del trio monzese costituito da Antonelli, Buriani e Tosetto – di cui solo quest’ultimo risulterà al di sotto delle attese – ed al definitivo lancio in prima squadra di Collovati in difesa, mentre in panchina torna Nils Liedholm, il quale, a fine stagione, fa esordire un 19enne di grande avvenire, tale Franco Baresi.

La squadra disputa un Campionato più che dignitoso, giungendo quarta con 37 punti, con alcune “perle” come il 3-1 rifilato all’Inter nel derby di andata ed il 5-1 interno sulla Fiorentina, ma altrettanto non si può dire per Calloni, che aveva peraltro esordito alla grande, siglando, da subentrato, la rete del pareggio all’90’ sul campo della Fiorentina, alla quale fa seguito un solo altro centro, nel successo esterno per 2-1 a Foggia, non riuscendo viceversa a trovare mai la via del goal davanti al pubblico amico.

Liedholm lo difende, assicurando che “fa cose straordinarie in allenamento, ma per lui il pubblico di San Siro rappresenta un blocco psicologico insuperabile”, a cui certo non contribuisce la raffinata e sarcastica penna di Gianni Brera che per lui conia l’appellativo di “Sciagurato Egidio” preso a prestito dai “Promessi Sposi” di manzoniana memoria ed, allorché Calloni si presenta sul dischetto del calcio di rigore in occasione del derby di ritorno contro l’Inter, la respinta di Bordon sul suo tentativo di trasformazione sancisce l’addio del centravanti alla maglia rossonera, indossata per l’ultima volta il 17 maggio ’78 nella vittoria per 3-0 sulla Juventus al Comunale di Torino nel Girone di semifinale di Coppa Italia, propiziata proprio da una sua rete al 56’ che apre le marcature.

Calloni raccoglie le sue cose nell’armadietto di Milanello per accasarsi al Verona, portando in dote le 54 reti messe a segno nella sua militanza in rossonero, sostituito da Chiodi nell’anno della conquista dello storico “Scudetto della Stella” del Milan, anche se il bolognese non è che faccia granché meglio, con appena 7 reti (di cui 6 su calcio di rigore …), ma le strade del centravanti brianzolo e del Milan sono ancora lunghe da dividersi definitivamente.

Difatti, chi, se non lui, rischia di “rompere le uova nel paniere” al trionfo rossonero allorché alla 27.ma giornata, scendendo con il già retrocesso Verona a San Siro, gela il pubblico con la rete con cui gli scaligeri concludono in vantaggio il primo tempo, solo per essere rimontati nella ripresa dalle reti di Rivera e Novellino che spianano la strada del decimo scudetto, per poi prendersi un’ancor più ghiotta rivincita negli anni a seguire.

La pur discreta stagione a Verona, con 8 reti all’attivo, e la successiva anonima a Perugia (in cui, per l’unica volta in carriera, non va a segno), consigliano difatti a Calloni di accettare l’offerta del Palermo e di scendere di Categoria, avendo così l’opportunità di incontrare di nuovo il Milan, precipitato all’inferno a causa del primo “Scandalo Scommesse” del nostro amato calcio e che ha visto coinvolti anche i rosanero, che affrontano il Torneo cadetto partendo da una penalizzazione di 5 punti.

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La rete di Calloni che decide Palermo-Milan di Coppa Italia – da altervista.org

A dare una ghiotta opportunità di riscatto a Calloni è anche la buona sorte, visto che il Palermo viene sorteggiato nel girone di qualificazione di Coppa Italia assieme proprio ad Inter e Milan, ed il suo ritorno a San Siro il 31 agosto ’80 lo vede siglare la rete di apertura della clamorosa vittoria per 2-1 dei rosanero a spese dei nerazzurri ed, appena tre giorni dopo, è sua l’unica rete che decide l’incontro alla “Favorita” contro i rossoneri, una doppia rivincita nello spazio di 72 ori, ma non è ancora finita ….

Succede, infatti che, dopo aver saltato la gara di andata a San Siro (conclusa sullo 0-0), al ritorno il Milan si presenti a Palermo solitario in vetta al Campionato cadetto, ma reduce dallo scivolone interno per 0-1 contro la Sampdoria ed, una eventuale seconda sconfitta, potrebbe generare qualche allarme in casa rossonera.

Il Palermo, dal canto suo, non può certo essere in vena di favori, in quanto a causa della citata penalizzazione è pur sempre ultimo in graduatoria con 19 punti, assieme a Taranto e Monza, ad una lunghezza dal Vicenza ed a due dal Varese che lo precedono, ed ecco pertanto l’importanza che riceve la visita della capolista alla “Favorita”.

Ed, ad incanalare la sfida sui binari favorevoli ai rosanero ci pensa proprio Calloni, che sblocca il risultato dopo appena 5’, raddoppia al 32’ su rigore e, dopo che Buriani aveva dimezzato il distacco trasformando a propria volta un tiro dagli 11 metri, si incarica di completare la sua personale tripletta con la terza rete al 38′ per il definitivo 3-1 che lo consacra “Re per una Notte” di tutti gli sportivi palermitani.

Con questa impresa, e le 11 reti complessivamente messe a segno, Calloni contribuisce alla salvezza dei rosanero – nel mentre il Milan conquista ugualmente la promozione in A – circostanza che gli vale l’ultimo scampolo nell’elite del calcio nazionale con una stagione al Como, conclusa con la retrocessione in B assieme proprio ai rossoneri e che, di fatto, ne pone fine alla carriera, proseguita poi con due fugaci esperienze in Interregionale con Ivrea e Mezzomerico, prima di dare il definitivo addio al mondo del calcio.

Mondo nel quale Calloni continua anche in seguito ad essere usato come antipatico “termine di paragone” ogni qualvolta un attaccante spreca malamente occasioni di fronte alla porta avversaria, ancor meglio se con la maglia rossonera, ma, se andiamo a rileggere con un occhio più benevolo la sua carriera, alla fine ci accorgiamo che quell’appellativo di “sciaguratoè forse più colpa dei suoi genitori che lo hanno chiamato Egidio che non propriamente suo, fosse stato battezzato Andrea o Stefano, chi lo sa…

 

CRESCITA, TRIONFI E DECLINO DEL CUS TORINO DI PALLAVOLO

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Una fase della finale scudetto ’84 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La Torino degli anni ’70 vive l’apice della rivalità calcistica, in tempi relativamente recenti, delle sue due squadre, la Juventus ed il Torino, che hanno spodestato, ai vertici dell’italica passione pallonara, la coppia rossonerazzurra costituita dalle due compagini meneghine del Milan e dell’Inter che, nel decennio precedente, si erano portate a casa, tra tutte e due, qualcosa come cinque Scudetti, quattro Coppe dei Campioni e tre Coppe Intercontinentali.

Sono gli anni in cui il “Derby della Mole” richiama su di sé l’attenzione dell’Italia intera, in cui il Torino torna a gioire nel 1976 per un titolo di Campione d’Italia che mancava dal tragico schianto di Superga del ’49, che vede le due rivali giocare un Campionato a sé l’anno seguente, vinto dai bianconeri per un solo punto (51 a 50) sui granata, e coi tifosi di questi ultimi a domandarsi cosa abbia in più il trio Causio-Rossi-Bettega da essere preferito in Nazionale al loro Sala-Graziani-Pulici, oltretutto da un Commissario Tecnico quale Enzo Bearzot, ex “vecchio cuore granata”.

Ma, in tutto questo ambito dove la sfera di cuoio la fa da padrone, un’altra realtà cittadina sta iniziando ad imporsi a livello nazionale e non solo, vale a dire il Cus Torino Volley, Società fondata nel 1952 e che, da metà anni ’60 sta bruciando le tappe, con la promozione in C nel ’65 e l’anno successivo in B, dove resta sino al 1972, stagione al termine della quale giunge l’approdo alla massima serie del campionato nazionale.

Un approccio timido, con sole quattro vittorie sulle 22 gare disputate ed un decimo posto in classifica che evita per soli due punti il ritorno nella serie cadetta, ma che vede il debutto di uno dei più grandi talenti della nostra pallavolo dell’epoca, il torinese purosangue Gianni Lanfranco, appena 16enne centrale di m.1,89 un’altezza che impallidisce se rapportata ai lungagnoni dei tempi nostri, e che, pensate un po’, aveva iniziato la propria attività sportiva in maglia granata nelle Giovanili del Torino, prima di virare sulla pallavolo.

Ci mette poco, comunque, il Cus Torino ad adeguarsi alla massima divisione, ad iniziare dal torneo successivo, dove la compagine allenata da Franco Leone si piazza al quinto posto (con un record di 16 vittorie a fronte di 10 sconfitte), grazie all’innesto in squadra dell’alzatore bulgaro Dimitar Karov, reduce dal quarto posto con la sua Nazionale alle Olimpiadi di Monaco ’72.

Con Karov in regia, a dettare i tempi delle azioni offensive, e Lanfranco a martellare i muri avversari, nel ’75 il Cus Torino si migliora ancora sino a sfiorare la conquista dello Scudetto, concludendo la stagione al secondo posto – all’epoca non erano stati ancora introdotti i playoff per l’assegnazione del titolo – a soli due punti di distacco dall’Ariccia Campione, risultando decisivo, dopo che i due scontri diretti si concludono con un doppio 3-0 a favore delle rispettive squadre ospitanti, il passo falso costituito dalla sconfitta per 1-3 a Modena contro la Villa d’Oro.

Manca oramai pochissimo per toccare i vertici, ed un ulteriore passo in avanti avviene sia con l’ingresso in Società dello sponsor “Klippan”, che con l’incremento di esperienza nel sestetto titolare con l’arrivo del 31enne universale Andrea Nannini, proveniente dalla Panini Modena e con già quattro titoli di Campione d’Italia nel proprio palmarès, a cui sta per aggiungerne un quinto allorché la compagine di Leone si trova a concludere il torneo ’76 a pari merito, ironia della sorte, con la formazione del “Re delle Figurine”, con ciò rendendosi necessaria la disputa dello spareggio il 16 maggio ’76 a Milano, risolto con un netto 3-0 (15-12, 15-12, 15-5 i parziali) a favore dei modenesi, proprio nella stessa domenica in cui la Torino granata festeggia la conquista dello Scudetto nel calcio.

Storia insegna che i successi in uno sport di squadra sono quasi sempre legati alla figura di un tecnico carismatico, ed anche per il Cus Torino vale la stessa verità, grazie all’affidamento della guida tecnica, a partire dall’autunno ’76 al non ancora 30enne Silvano Prandi, il quale aveva concluso la carriera da giocatore proprio con il Cus Torino, nell’anno della promozione in Serie A.

Prandi, uno dei tecnici di maggior successo nella storia della pallavolo italiana – tanto da meritarsi l’appellativo di “Professore” – procede per gradi alla costruzione di quella che sta per divenire la dominatrice di tale disciplina e, sostituito Karov con il palleggiatore cecoslovacco Jiri Svoboda, inserisce nel sestetto titolare altri due giovani di sicuro avvenire ed entrambi del capoluogo piemontese, vale a dire il 18enne alzatore Piero Rebaudengo ed il 17enne centrale Giancarlo Dametto.

A Prandi poco importa di ottenere risultati nel breve termine, per lui è fondamentale costruire una squadra dallo spirito vincente dando tempo ai giovani di maturare e così, dopo un quarto posto nel ’77 ed un terzo nel ’78, e grazie all’occhio lungo costituito dall’aver intuito le potenzialità del 18enne schiacciatore Franco Bertoli, prelevato in Serie C da Udine nell’estate ’77, può finalmente completare il puzzle e presentare all’Italia del Volley la sua “creatura” – costituita, particolare non trascurabile, da soli giocatori italiani e di cui ben 6 su 9 della rosa titolare, nati a Torino od in Piemonte – che consente per la prima volta a Torino di festeggiare uno scudetto anche nella pallavolo.

Ciò avviene al termine della stagione ’79, conclusa dalla Klippan con due sole sconfitte esterne (0-3 a Modena ed 1-3 a Sassuolo contro l’Edilcuoghi), una in meno della Panini Modena, impresa che non si rivela fine a se stessa, visto che l’anno successivo la “Banda Prandi”, sempre rigorosamente autarchica, non solo si conferma Campione d’Italia, nuovamente con un record di 20 vittorie e sole due sconfitte e 6 punti di vantaggio sulla Paoletti Catania, ma si afferma anche laddove la blasonata formazione bianconera della Juventus non era ancora riuscita in campo calcistico.

Ebbene sì, Prandi porta Torino per la prima volta sul tetto d’Europa, superando nella Finale di Ankara, i cecoslovacchi della Stella Rossa di Bratislava con un netto 3-0 proprio il 19 marzo 1980, “Festa del Papà”, come se i suoi “ragazzi” avessero voluto fargli il più gradito dei regali, circostanza che segna non solo il primo trionfo di una squadra italiana nella manifestazione, ma altresì la prima volta che il trofeo, istituito nel 1959, non viene assegnato ad una compagine dell’Europa orientale, anche se, per obiettività di giudizio, occorre ricordare che, negli anni olimpici, le squadre dell’ex Unione Sovietica non partecipano alla competizione.

Quanto questa assenza possa avere inciso se ne ha la riprova l’anno seguente, dopo che importanti cambiamenti avvengono sia a livello societario che tecnico, con l’abbandono, da una parte dello sponsor Klippan, sostituito dalla “Robe di Kappa”, importante maglificio torinese, e dall’altra, con il trasferimento del 24enne Lanfranco alla Santal Parma, rimpiazzato dal bulgaro Dimitar Zlatanov, fresco vincitore dell’Argento olimpico ai Giochi di Mosca ’80, cui fanno seguito gli inserimenti in squadra di altri due interessanti giovani, l’altro Rebaudengo, Paolo, classe ’60, ed il 17enne Guido De Luigi, anch’essi “torinesi doc”.

La perdita di Lanfrancoo non sposta di una virgola le potenzialità del sestetto piemontese che, al contrario, porta a compimento un’annata irripetibile sul fronte interno, vincendo tutte e 22 le gare della stagione 1981 per il proprio terzo titolo consecutivo – con una straordinaria differenza set di 66-7, costituita da 15 affermazioni per 3-0 e 7 per 3-1 – aggiudicato con ben quattro turni di anticipo.

In Coppa Campioni, però, la sorte abbina ai neocampioni d’Europa i fortissimi sovietici del CSKA Mosca ai quarti di finale, turno che dà l’accesso alle “Final Four” per l’assegnazione del trofeo e, stavolta, la compagine torinese deve inchinarsi nel doppio confronto, sconfitta 1-3 in Russia e nuovamente per 2-3 al PalaRuffini nel match di ritorno.

Con l’intenzione di riprovarci l’anno successivo, Prandi deve però confrontarsi sul versante nazionale con la crescita esponenziale di un’altra formidabile compagine con cui per tre anni darà vita a sfide di elevatissimo contenuto sia tecnico che agonistico, vale a dire la Santal Parma che, oltre al “core ‘ngrato” Lanfranco, può contare sul genio del palleggiatore coreano Kim Ho Chul, nonché su altri talenti del calibro di Gianni Errichiello, Marco Negri, Giorgio Goldoni e Pierpaolo Lucchetta.

Per la prima volta, vengono istituiti i playoff al termine della stagione regolare, che la Robe di Kappa conclude comunque al primo posto con un record di 21 vittorie ed una sola sconfitta, una in meno di Parma che – oltre a scambiarsi i reciproci dispetti di andare l’una a violare il parquet dell’altra, in entrambi i casi per 3-2 – incappa in un secondo scivolone esterno nel derby di Sassuolo, superata per 3-1 dall’Edilcuoghi.

Prima però, per Prandi ed i suoi, c’è da andare alla ricerca del ritorno ai vertici del volley continentale, dopo aver centrato l’accesso alle “Final Four” di Parigi grazie al doppio successo per 3-1 a spese della Stella Rossa di Bratislava, andando ad affrontare i greci dell’Olympiakos Atene, il CSKA Mosca ed i campioni in carica della Dinamo Bucarest che, l’anno precedente, avevano sconfitto a sorpresa i moscoviti per 3-2 al termine di un incontro dalle mille emozioni.

Superate senza eccessive difficoltà sia la compagine greca (3-0 con parziali inequivocabili di 15-9, 15-4, 15-7) che quella rumena (3-1, dopo una partenza ad handicap, come dimostrano i parziali, 8-15, 15-11, 15-8, 15-5) ecco che il match decisivo per la conquista del trofeo oppone la Robe di Kappa ai sovietici del CSKA Mosca, desiderosi di tornare sul trono europeo che già in 6 precedenti occasioni li aveva visti trionfare, ed, anche stavolta, la maggior forza fisica ed esperienza del sestetto russo ha la meglio, imponendosi per 3-1, con i torinesi a cercare di rimontare un inizio disastroso (10-15 e 3-15 i parziali dei primi due set) grazie al 15-9 del terzo set per poi lottare sino all’ultimo pallone prima di cedere 14-16 nel quarto e decisivo parziale.

Una delusione alla quale segue quella della fase finale del campionato, al cui atto conclusivo giungono, come ovvio che sia, Torino e Parma, liberatisi con altrettanti doppi 3-0 di Roma e Sassuolo da una parte e di Chieti e Modena dall’altra, ma dopo l’iniziale 3-0 al PalaRuffini, azzerato da analogo punteggio a favore dei parmensi, gli stessi si impongono per 3-1 nel terzo e decisivo match per il quarto titolo della loro storia.

In questa fase iniziale degli anni ’80, Torino e Parma sono le due indiscusse squadre leader del nostro movimento pallavolistico, sia a livello nazionale che europeo, come confermano le due successive stagioni, che le vedono ancora contendersi il titolo di Campione d’Italia, che la Santal fa nuovamente suo nel 1983 dopo aver terminato la stagione regolare alle spalle della Robe di Kappa – che, nel frattempo, ha perso Zlatanov, sostituito dall’americano Tim Hovland, ed inserito in formazione un altro giovane e futuro protagonista del nostro volley, vale a dire il 18enne massese Fabio Vullo, alzatore di classe mondiale – ribaltando, come nell’anno precedente, lo 0-3 in trasferta di gara-1, grazie al successo interno per 3-2 in gara-2 ed all’affermazione per 3-1 nella “bella”.

Uscite entrambe con le ossa rotte dalle rispettive Finali internazionali – sconfitte per 1-3 contro i francesi del Cannes e per 2-3 (dopo aver sprecato un vantaggio di 2-1, perdendo il quarto set 17-19) contro il CSKA Mosca per il Santal nelle “Final Four” di Coppa dei Campioni svoltesi proprio a Parma, ed analoga sconfitta in Finale di Coppa delle Coppe contro i sovietici dell’Avtomobilist di San Pietroburgo per la Robe di Kappa – il riscatto giunge nella stagione 1984, che, per quanto riguarda i fatti di casa nostra, si conclude con la terza sfida consecutiva nella Finale playoff tra Torino e Parma, stavolta appannaggio del Club torinese, a dispetto del trasferimento di Bertoli alla Panini Modena, sostituito dallo svedese Bengt Gustafson, che aveva come di consueto concluso al primo posto la stagione regolare, e che, all’oramai abituale 3-0 di gara-1 al PalaRuffini, abbina in questa occasione un netto 3-1 esterno in gara-2 che chiude definitivamente i conti.

In campo europeo, tocca stavolta alla Santal approfittare dell’assenza delle compagini sovietiche in Coppa dei Campioni in concomitanza con l’anno olimpico – una doppia beffa visto il contro boicottaggio imposto dal governo di Mosca ai Giochi di Los Angeles ’84 – divenendo la seconda squadra italiana ad aggiudicarsi il Trofeo, al quale la Robe di Kappa risponde tornando in Finale di Coppa delle Coppe, ma stavolta aggiudicandosi la manifestazione a spese degli spagnoli del Palma di Maiorca, seconda squadra italiana ad imporsi, dopo la Panini Modena nel 1980.

Nel frattempo, Prandi è stato altresì chiamato a cercare di risollevare le sorti della pallavolo azzurra in campo internazionale e, con lui alla guida, l’Italia ottiene la prima medaglia olimpica della sua storia – ancorché condizionata dall’assenza delle citate Nazioni del blocco sovietico – con il Bronzo conquistato ai Giochi di Los Angeles ’84 alle spalle di Stati Uniti e Brasile, in un’edizione che vede tra i convocati ben sei giocatori di “scuola torinese”, vale a dire Bertoli, Dametto, De Luigi, Lanfranco, Piero Rebaudengo e Vullo.

Purtroppo, con la fine di detta stagione si conclude anche l’abbinamento con la Robe di Kappa e, dopo una stagione in cui torna a giocare come Cus Torino e tre successive annate con l’industria dolciaria “Bistefani” come sponsor, il progressivo abbandono da parte dei migliori giocatori e gli elevati costi di gestione incompatibili con il budget finanziario a disposizione, spingono la Società torinese a rinunciare all’iscrizione al Campionato nell’estate ’88, cedendo il titolo sportivo al Cuneo Volley, mentre Prandi, fedelmente al comando della squadra sino all’ultimo, si accasa a Padova per poi tornare, in seguito, ad allenare proprio Cuneo.

Di quei 16 anni ai vertici della Pallavolo italiana, restano i record, come quello delle 51 partite di campionato vinte consecutivamente (dal 12 gennaio 1980 al 10 marzo ’82), oltre ai 46 successi casalinghi uno di seguito all’altro ed alle 6 stagioni consecutive chiuse al primo posto nella stagione regolare, ma soprattutto, l’essere stata la prima squadra italiana a conquistare la Coppa dei Campioni, portando a Torino un trofeo per il quale, in campo calcistico, la Juventus avrebbe dovuto attendere altri cinque anni…

 

CLYDE DREXLER, COSI’ SPETTACOLARE DA NON VINCERE (QUASI) MAI …

 

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Drexler in maglia Portland – da:slamonline.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

La Storia degli Sport, specie per quanto riguarda le discipline che contemplano il gioco di squadra, è piena di campioni di livello assoluto che nella loro, pur prestigiosa carriera, non sono riusciti a raggiungere l’obiettivo che si erano prefissati, come, nella fattispecie che andiamo ad esaminare quest’oggi, è molto spesso accaduto nel Basket professionistico americano, dove stelle di prima grandezza quali Elgin Baylor ed, in tempi più recenti, Patrick Ewing e Charles Barkley, hanno solo sfiorato la conquista dell’ambito “anello”, simbolo della vittoria del titolo NBA.

Non sfugge a tale regola – o, per meglio dire, ci va vicino, perché alla fine vi riesce – anche il protagonista della nostra storia odierna, vale a dire Clyde “The Glide” Drexler, uno dei più spettacolari giocatori che abbiano mai calcato i parquet nei suoi 15 anni di attività nella Lega Professionistica americana, tanto da essere incluso nella lista dei “50 migliori giocatori della Storia della NBA”.

Nato a New Orleans, in Louisiana, nel giugno 1962, Drexler si trasferisce da ragazzo con la famiglia ad Houston, in Texas, iniziando a giocare a basket al Liceo, con apprezzabili risultati, visto che, una volta ottenuta la maturità nel 1980, sono ben tre i college che vogliono assicurarsi i suoi servigi, e determinante nella scelta della “Houston University” è la raccomandazione che di lui fa l’amico d’infanzia Michael Young ad un assistente del celebre coach Guy Lewis – per 30 anni, dal 1956 al 1986, allenatore della squadra – nonché il desiderio di Clyde di non allontanarsi troppo da casa.

Con entrambi gli amici a far parte degli “Houston Cougars”, Drexler modifica la propria posizione in campo da centro come nell’ultimo anno al Liceo ad ala piccola/guardia (misura m.2,01 per 95kg.) a seguito del reclutamento in squadra dell’ala forte Larry Micheaux e del poderoso centro Hakeem Olajuwon, così da comporre un quartetto – con Young a fungere da playmaker – di elevata spettacolarità, il cui gioco offensivo molto spesso si conclude con il violentare la retina a suon di schiacciate, tant’è che nel biennio 1982-’83 viene coniato per loro l’appellativo di “Phi Slama Jama”.

 

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Drexler ai tempi del College con gli Houston Cougars – da:dailydsports.com

 

Non solo spettacolo fine a se stesso, però, in quanto nel 1982 i Cougars giungono alle “Final Four” che, per Drexler hanno un sapore speciale, visto che si svolgono a New Orleans, la sua città natale, traguardo ottenuto nonostante fossero solo la sesta testa di serie della “Midwest region”, non riuscendo però a raggiungere la Finale per il titolo NCAA, in quanto sconfitti 68-63 in semifinale da North Carolina.

Un appuntamento, al quale Houston va molto più vicino l’anno seguente, l’ultimo al College per Drexler, con i suoi Cougars, stavolta testa di serie n.1 del torneo regionale, che raggiungono per la seconda volta consecutiva le “Final Four”, stavolta in programma ad Albuquerque, nel New Mexico, e l’abbinamento in semifinale contro Louisville genera una delle più spettacolari partite della storia, che Houston fa sua con largo margine (94-81) ed in cui Drexler mette a segno 21 punti, impreziositi da 7 rimbalzi e 6 assist, pur se la sua negativa prestazione in Finale contro North Carolina State, condizionata da quattro falli commessi nel primo tempo e conclusa con appena 4 punti, risulta determinante per la sconfitta (52-54) subita.

Con molta probabilità, le immagini di tale contro prestazione devono avere inciso sulle decisioni delle varie franchigie in occasione del successivo Draft per la scelta dei migliori giocatori universitari da parte delle squadre della NBA, in quanto, se è pur vero che Drexler viene selezionato al primo giro, crea stupore che le prime 13 aventi diritto se lo lascino sfuggire – i soli ad essere scusati, nonostante siano coloro che più di ogni altro hanno avuto modo di osservarne le esibizioni, sono gli Houston Rockets che, avendo la prima scelta, si indirizzano su Ralph Sampson, futuro “Hall of Famer” – consentendo così ai Portland Trail Blazers di assicurarsene le prestazioni.

Peraltro, al suo primo anno da “rookie”, le statistiche di Drexler sembrano dare ragione a coloro che non erano eccessivamente convinti delle sue potenzialità, ricevendo solo poco più di 17 minuti di media a gara e partendo solo in tre occasioni nel quintetto iniziale, pur se Portland conclude con un record di 48-36 che le vale l’accesso ai playoff solo per essere eliminata 2-3 al primo turno da Phoenix.

Ben diverso è, al contrario, l’impatto con le stagioni successive, in cui le prestazioni di Drexler salgono di livello, superando i 20 punti di media nel 1987, ’88 ed ’89, stagione, quest’ultima, in cui registra i propri record in carriera, quanto a media punti, sia nella “regular” (27,2) che nella “post season” (27,7) pur predicando nel deserto, visto che Portland si qualifica per i playoff come ultima nella “Western Conference”, venendo spazzata via al primo turno (0-3) dai Los Angeles Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar.

La presenza dei Lakers – in otto stagioni, sulle dieci degli anni ’80, vincitori della “Western Conference” con successivi cinque titoli NBA – è un indubbio stimolo per le ambizioni di Drexler, ma anche un ostacolo qualora la squadra non riesca a crescere accanto a lui, cosa che, fortunatamente, accade nel “triennio d’oro” dei Trail Blazers, dal 1990 al ‘92, sotto la guida del nuovo tecnico Rick Aldman.

Ecco, allora che, come d’incanto, a fianco di Drexler, sempre più leader indiscusso del club, giunge a maturazione l’indiscutibile talento del playmaker Terry Porter, al suo quinto anno tra i Pro, e migliora le proprie prestazioni sotto i tabelloni la batteria dei lunghi, composta da Jerome Kersey, Buck Williams e Kevin Duckworth, che in tre garantiscono oltre 24 rimbalzi di media a partita, nonché una dote di punti superiore ai  15 testa.

Questa rinnovata coesione, fa sì che la stagione ’90 si concluda con Portland a realizzare il terzo miglior record di conference (59-23) che li porta, dopo aver surclassato (3-0) Dallas nel primo turno dei playoff, ad una durissima semifinale contro i San Antonio Spurs, nelle cui file ha finalmente debuttato The Admiral” David Robinson, il quale aveva rinviato di due anni l’ingresso nella NBA per prestare servizio nella Marina Usa, dal che il soprannome di “Ammiraglio”.

Serie infinita, senza esclusione di colpi, con Porter sugli scudi per Portland – soprattutto in gara-5, sul punteggio di 2-2, quando realizza 38 punti nel fondamentale successo per 138-132 al secondo supplementare dopo che San Antonio aveva recuperato da uno svantaggio di 53-72 a metà gara – e che si risolve solo in gara-7, che i Trail Blazers si aggiudicano 108-105 ancora una volta all’overtime, con Drexler a mettere a segno 22 punti (con 13 rimbalzi e 7 assist) e Porter ad aggiungerne altri 36, comprese tre bombe oltre il perimetro.

La buona notizia che i Phoenix Suns di Tom Chambers e Kevin Johnson hanno, nel frattempo, avuto la meglio sugli oramai stagionati Lakers, apre a Portland la strada verso il titolo della “Western Conference”, con Drexler decisivo nel 120-114 di gara-5 con 32 punti, 10 rimbalzi e 4 assist, per poi chiudere la serie sul 4-2 con il successo per 112-109 in Arizona, che vede Drexler e Porter spartirsi la palma di miglior realizzatore con 23 punti a testa.

Portland – che nella sua storia aveva sinora vinto un solo titolo di conference, nel 1977 – torna così a disputare una Finale per il titolo NBA a 13 anni di distanza, sperando di rinverdire i fasti del trionfo per 4-2 contro i Philadelphia 76ers di Julius Erving, dovendosi scontrare con i campioni in carica dei Detroit Pistons, i famosi “Bad Boys” di Chuck Daly, trascinati dalla loro stella Isiah Thomas, cui fanno degno contorno Joe Dumars, Vinnie Johnson, Mark Aguirre ed i “randellatori” Dennis Rodman, James Edwards e Bill Laimbeer.

 

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Drexler in entrata su Thomas nelle Finali ’90 – da:pinterest.com

 

La maggior esperienza dei Pistons fa la differenza, e l’effimera speranza nata con il successo dei Blazers in gara-2 in Michigan per 106-105 all’overtime, con Drexler protagonista assoluto dall’alto dei suoi 33 punti, viene immediatamente cancellata dai tripli successi di Detroit sul parquet di Portland che sanciscono la chiusura della serie sul 4-1 per Thomas & Co., nonostante Drexler abbia fatto di tutto per impedirne la riconferma del titolo, mettendo a referto statistiche che parlano di 26,4 punti, 7,8 rimbalzi e 6,2 assist di media a partita.

Ma lo sport non ammette rimpianti, persa un’occasione si va subito alla ricerca del riscatto nella stagione successiva, che, per Portland risulta una delle migliori della sua storia, quanto meno con riferimento alla “regular season”, conclusa con il miglior record di conference (63-19) e l’invidiabile prospettiva di poter tornare a lottare per il titolo, con il proprio leader sempre più protagonista, con 21,5 punti, 6,7 rimbalzi e 6,0 assist di media a partita.

Portland giunge nuovamente in Finale di Conference, opposta stavolta ai rinnovati Lakers, i quali hanno coperto l’addio di Kareem con l’inserimento in quintetto base del serbo Vlade Divac e di Sam Perkins, prelevato dai Dallas Mavericks, e la serie, con Portland a poter beneficiare del fattore campo, viene ribaltata subito in gara-1, allorché Los Angeles, con uno strepitoso ultimo quarto, chiuso sul 31-14 e trascinata da un James Worthy autore di 28 punti, espugna il parquet avversario per 111-106, per poi chiudere la serie sul 4-2 resistendo – in gara-6 al Forum di Inglewood – al disperato tentativo di Drexler e Porter (autori di 47 punti in due) di prolungarla, con il 96-95 conclusivo.

Un brutto colpo, per Portland, che nel frattempo ha potenziato il “roster” con l’inserimento di Cliff Robinson quale “sesto uomo”, ma dal quale si riprende confermandosi la formazione leader ad Ovest in virtù del record di 57-25 con cui conclude la stagione 1992 per poi potersi riscattare nel primo turno dei playoff che li vede abbinati proprio ai Lakers, oramai ombra di loro stessi, avendo perso tutti i leader carismatici, ivi compreso Magic Johnson, fermato dalla nota positività al virus HIV.

Non rappresenta quindi, per i Blazers, venire a capo della serie, vinta 3-1, così come avviene al secondo turno contro i Phoenix Suns, eliminati in cinque partite, mentre una maggior resistenza la oppongono gli Utah Jazz – che da lì a pochi anni domineranno la scena ad Ovest – in cui già inizia a far faville una delle più celebri coppie della storia del basket NBA, fornata da John Stockton e Karl Malone, i quali mantengono la serie sul piano del rispetto del fattore campo, per poi cedere sul parquet amico per 97-105 in gara-6 dove coach Rick Adelman si affida al suo quintetto base, con uniche rotazioni concesse al già citato Robinson ed all’esperto Danny Ainge, due volte campione coi Boston Celtics negli anni ’80.

Il secondo titolo della “western conference” in tre anni – e dopo il quale, sino ad oggi, non ne verranno altri – consente a Drexler di dare un ulteriore assalto all’agognato anello, ma di fronte a lui si para il peggior ostacolo che mai potesse capitargli, avente le sembianze del dominatore della scena del basket mondiale negli anni ’90, vale a dire Michael Jordan con i suoi Chicago Bulls, laureatisi campioni l’anno precedente umiliando 4-1 i Lakers dopo l’affermazione degli stessi in gara-1.

 

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La sfida tra Jordan e Drexler nelle Finali ’92 – da:pinterest.com

 

Ma i fuoriclasse non possono certo temere i confronti, ed il fatto che Drexler e Jordan ricoprano lo stesso ruolo, fa sì che ciò costituisca una “sfida nella sfida” che non manca di esaltare e nobilitare la serie – alla quale Drexler giunge dopo aver fatto registrare medie di 25,0 punti, 6,6 rimbalzi e 6,7 assist a partita nella stagione regolare – che Jordan si incarica di aprire mettendo a referto 39 punti (con 6 su 10 dalla linea dei tre punti) per il  122-89 di gara-1, a cui Drexler replica con i 26 punti di gara-2 (con l’aggiunta di 24 messi a segno da Porter), con cui Portland costruisce il successo per 115-104 all’overtime che ribalta a proprio favore il fattore capo.

Illusione di breve durata, visto che in gara-3 al Memorial Coliseum i Bulls riprendono il comando, nonostante la superba prestazione di Drexler, autore di 32 punti e 9 rimbalzi, ma la panchina corta dei Blazers incide sull’esito del confronto e, dopo aver pareggiato i conti in gara-4 grazie ad un maggior apporto di squadra (Drexler e Kersey 21 punti, Robinson 17 e Porter 14) rispetto al recital di Jordan che realizza 32 punti per il 93-88 conclusivo, il successivo incontro certifica la superiorità del più grande giocatore di ogni tempo, capace di infierire con 46 punti (con il 61% al tiro), con Drexler a dover alzare bandiera bianca pur con i suoi 30 punti messi a referto, per poi cercare, inutilmente, di allungare la serie in gara-6, dove i Blazers costruiscono un vantaggio di 79-64 a fine del terzo parziale, prima di subire l’implacabile rimonta di Chicago che, con un ultimo quarto da 33-14, si aggiudicano la gara per 97-93 e chiudono la serie.

 

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Drexler con il Dream Team ai Gioch ’92 – da:pnterest.com

 

Una delle più avvincenti serie della storia delle Finali NBA si chiude con Jordan a 35,8 punti, 4,8 rimbalzi e 6,5 assist di media, a cui, nel suo “piccolo”, Drexler risponde con medie di 24,8 punti, 7,8 rimbalzi e 5,3 assist a partita, e capirete pertanto come non possano esservi dubbi per Coach Chuck Daly, chiamato a guidare il primo “Dream Team” di professionisti Usa alle Olimpiadi di Barcellona ’92, nel selezionare entrambe le stelle, le quali contribuiscono alla più schiacciante esibizione di superiorità di una Nazionale nella rassegna a cinque cerchi.

Le due successive stagioni nella NBA, con il progressivo invecchiamento della squadra – lo stesso Drexler ha oramai superato la trentina – vedono i Blazers qualificarsi, senza infamia e senza lode, per i playoff, venendo in entrambi i casi estromessi al primo turno, circostanza che pone fine all’esperienza di Aldman alla guida di Portland, sostituito da Peter Carlesimo, proveniente dai College di Seton Hall, ma le cose non migliorano granché, nonostante che a metà stagione Drexler viaggi su medie di 22 punti a partita.

Dopo la disputa dell’All Star Game di metà febbraio ’95 – per il quale Drexler non era stato selezionato dopo sette apparizioni consecutive dal 1988 – la Società, riconoscente al suo leader, accetta la sua richiesta di trasferimento ad un Club in grado di poter competere per il titolo, che l’anno precedente, in concomitanza con il temporaneo ritiro dalle scene di Jordan, era stato appannaggio degli Houston Rockets del suo vecchio compagno di università Hakeem Olajuwon, con cui può così tornare a far coppia …
Giusto il tempo di affinare l’intesa dei bei tempi al College, ed ecco che Houston, che aveva concluso la stagione regolare al sesto posto della “western conference”, cambia decisamente marcia nei playoff, ad iniziare dalla sofferta eliminazione 3-2 degli Utah Jazz al primo turno, grazie al successo esterno per 95-91 in gara-5 con una spettacolare rimonta nell’ultimo quarto, dopo che alla fine del terzo parziale i Rockets erano sotto 64-71, targata dalla fantastica coppia Olajuwon (33 punti e 10 rimbalzi) e Drexler (31 punti e 10 rimbalzi anch’egli).

Essere stati ad un soffio dall’eliminazione al primo turno ed averlo viceversa superato, è l’iniezione di fiducia di cui i Rockets hanno bisogno, anche se sulla loro strada si para un altro tandem di valore assoluto, formato da Charles Barkley e Kevin Johnson, entrambi alla ricerca del primo titolo NBA con i loro Phoenix Suns.

Mai come in questo caso, il detto latino “mors tua, vita mea” si addice a questo scontro, dove qualcuno dovrà purtroppo dare addio ai sogni di gloria, e la bilancia pende nuovamente a favore di Houston ed ancora sulla sirena, visto che, avendo oltretutto lo sfavore del fattore campo, riescono a rovesciare una serie che li vedeva sotto per 1-3, facendo loro gara-7 al termine di una sfida sconsigliata ai deboli di cuore, con i Rockets ad imporsi in Arizona per 115-114, e la “premiata ditta” a mettere a referto 29 punti a testa.

Come colui che si trova a dover raggiungere la cima di una montagna e, contemporaneamente, schivare i sassi che gli piovono addosso, ad Houston per poter aspirare a confermare il titolo occorre ora superare, nel “derby texano”, i leader della “regular season”, vale a dire i San Antonio Spurs, serie in cui, rispetto alla citata “sfida nella sfida” tra Drexler e Jordan delle Finali ’92, il confronto si sposta a più alti livelli di altezza, contrapponendo due dei migliori centri della storia della Lega Professionistica, vale a dire Olajuwon da una parte e Robinson dall’altra.

Una sfida che il nigeriano di origine si aggiudica nettamente, con i suoi 35,3 punti e 12,3 rimbalzi di media nella serie, conclusa sul 4-2 con il successo dei Rockets per 100-95 in gara-6 al Summit di Houston, dopo che le precedenti cinque sfide si erano tutte concluse con successi esterni, circostanza inusuale, ma neppure poi tanto, trattandosi di una serie tra città limitrofe.

 

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Olajuwon e Drexler alle Finali NBA del ’95 – da:gettyimages.it

 

Ed ecco che Drexler può tornare per la terza volta a disputare la Finale per il titolo, con l’handicap dell’età (si va per i 33 …), ma con il doppio vantaggio di non aver di fronte Michael Jordan e. di contro, poter contare sulla straordinaria superiorità fisica di Olajuwon, il quale, trovandosi opposto agli Orlando Magic, ha il compito di “tenere a battesimo” per la sua prima serie di una Finale NBA, un 22enne Shaquille O’Neal.

Non sappiamo quanto la lezione sia servita a “Shaq” per i suoi successi futuri, ma il netto 4-0 con cui si conclude la serie (Olajuwon 32,8 punti, 11,5 rimbalzi e 5,5 assist di media, cui Drexler risponde con medie di 21,5 punti, 9,5 rimbalzi e 6,8 assist a partita), fa sì che il fraterno abbraccio a conclusione di gara-4 tra i due vecchi compagni di college sia una delle immagini più belle da consegnare alla memoria di questo meraviglioso Sport.

Drexler pone fine alla carriera nel ’98, dopo aver raggiunto l’anno prima con i Rockets una nuova Finale di Conference, superati 4-2 dagli Utah Jazz con la “macchina Stockton/Malone” ormai oliata alla perfezione, potendo vantare numeri che ne certificano la grandezza – 22.195 punti (20,4 media/gara), 6.677 rimbalzi (6,1 di media) e 6.125 assist (5,6 di media) in 18 anni di carriera – ma che avrebbero significato poco o niente senza la conquista del titolo NBA nel ’95, grazie al fondamentale contributo di Olajuwon.

Quando si dice come sia importante avere un amico …