I FRATELLI PANINI ED IL VOLLEY, UNA LUNGA STORIA D’AMORE

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Formazione Panini Modena seconda metà anni ’80 – da:modenasportiva.it

Articolo di Giovanni Manenti

 

Al di fuori delle metropoli, non sono rari in Italia i casi di città che si identificano con grandi Aziende che vi hanno la loro sede – a mero titolo esemplificativo, citiamo Ivrea con la Olivetti e Novara con la De Agostini – e Modena è uno di questi casi, fungendo da punto di riferimento per le celebri “Edizioni Panini Spa” che, a partire dagli anni ’60, hanno deliziato bambini ed, in seguito, schiere di collezionisti con le loro raccolte di figurine, inizialmente dei soli “Calciatori”, poi allargatesi anche ad altri settori.

Una famiglia, quella dei Panini, da sempre indirizzata verso lo Sport e che non ha voluto far mancare il suo concreto appoggio alla città abbinando il proprio nome ad una delle formazioni più vincenti in assoluto del panorama sportivo nazionale, vale a dire la squadra di Pallavolo modenese.

 

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La famosa Edicola della Famiglia Panini a Modena – da:comune.modena.it

 

Occorre ricordare come, nell’immediato secondo dopoguerra, Modena fosse la indiscutibile patria del Volley italiano, potendo contare ben tre squadre di vertice, la “Crocetta Villa d’Oro” (oggi “Villa d’Oro Pallavolo”, militante in Serie B2), la “Minelli” (scioltasi nel 1975 …) e la “Avia Pervia”, le quali si aggiudicano 11 titoli consecutivi (3 ciascuno la Crocetta Villa d’Oro e la Minelli, e 5 la Avia Pervia) di Campione d’Italia dal 1953 al ’63, anno in cui la Avia Pervia si scioglie per problemi economici ed il suo famoso Tecnico, Franco Anderlini, che l’aveva guidata alla conquista dei 5 Scudetti, passa alla guida della “Menegola”, la squadra dei Vigili del Fuoco di Modena, all’epoca militante in Serie B.

Con la fine dell’egemonia modenese e l’emergere di due nuove realtà quali la Ruini Firenze e la Virtus Bologna – che si dividono le vittorie nei successivi 5 Campionati nazionali – ecco che il maggiore dei quattro fratelli Panini, Giuseppe, decide di entrare nel mondo pallavolistico, fondando nel 1966, assieme al fratello Benito, il “Gruppo Sportivo Panni”, che rileva il titolo sportivo della Menegola e, con Anderlini in panchina, in soli due anni passa dalla Serie C alla Massima Divisione nazionale, ai cui vertici si era nel frattempo riaffacciata anche Parma, vincitrice del titolo nel 1969.

 

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La prima formazione della Panini nella stagione 1966.67 – da:modenavolley.it

 

Anderlini completa il proprio percorsa di crescita della formazione modenese – di cui, per quanto ovvio, le “Edizioni Panini” fanno da sponsor sulle maglie, divenendo, a tutti gli effetti, universalmente riconosciuta come “Panini Modena” – restando alla guida del sestetto sino al 1975, avendo modo di ingaggiare, nella prima metà degli anni ’70, epiche sfide con la “Ruini Firenze” (riduzione della completa denominazione di “Gruppo Sportivo Vigili del Fuoco Otello Ruini”), nelle cui file spadroneggiano campioni e glorie della nazionale azzurra quali il palleggiatore Mario Mattioli, il centrale Erasmo Salemme e lo schiacciatore Andrea Nencini.

Ma Anderlini non è certo il tipo capace di farsi intimorire ed ingaggia, con il suo amico Aldo Bellagambi, Tecnico del sestetto fiorentino, una lotta all’ultimo set che vede la Panini Modena aggiudicarsi il suo primo titolo nel ’70, vincendo 21 gare sulle 22 in programma – unica battuta d’arresto, l’1-3 subito in terra toscana, restituito con un netto 3-0 in Emilia – mentre alla Ruini è fatale una seconda sconfitta per 3-1 patita a Parma, per concludere al secondo posto a sole due lunghezze di distanza, in un’epoca in cui non erano ancora previsti i Playoff.

E’ una formazione, quella messa in campo dal Tecnico modenese, che può contare sull’esperienza del 37enne palleggiatore cecoslovacco Josef Musil – Argento e Bronzo olimpico a Tokyo ’64 e Città del Messico ’68 con la propria Nazionale, nonché Campiona Mondiale a Parigi ’56 e Praga ’66 – e dell’universale Andrea Nannini, modenese di nascita, classe 1944, – che aveva debuttato con la Minelli e richiamato all’ovile da Anderlini dopo tre anni a Firenze e la conquista dello Scudetto ’68 con la Ruini – ai quali si aggiungono giovani promesse che diverranno cardini del Club e della Nazionale, quali i non ancora 20enni quali Paolo Montorsi, Stefano Sibani, Rodolfo Giovenzana e, soprattutto, il 17enne Francesco “Pupo” Dall’Olio, che veste per 12 stagioni consecutive la maglia gialloblù nel ruolo di orchestratore del gioco.

 

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Il cecoslovacco Josef Musil, regista del primo Scudetto – da:wikipedia.org

 

L’anno seguente, le parti si invertono nello stesso identico modo, con Ruini e Panini ad aggiudicarsi i rispettivi confronti diretti casalinghi, ma mentre per la formazione fiorentina quella resta l’unica sconfitta del torneo, i modenesi incappano in una seconda battuta d’arresto per 1-3 sul campo di Parma che costa loro il titolo, Scudetto di cui si riappropriano nel ’72 al termine di una appassionante sfida durata 22 giornate ed in cui le due formazioni non hanno rivali, concludendo la stagione a pari merito a quota 42 punti, “scambiandosi i favori” nei confronti diretti (3-1 per la Panini a Modena e 3-2 per la Ruini a Firenze), rendendo così necessario uno spareggio per l’assegnazione del titolo di Campione d’Italia.

Spareggio previsto dal regolamento, quantunque la Panini avesse concluso il Torneo con una migliore differenza set (65-12 rispetto al 64-15 dei suoi avversari), e che ha luogo a Roma il 31 marzo 1972 e si risolve con l’apoteosi per i gialloblù del Commendator Panini, che travolgono i malcapitati rivali con un 3-0 che non ammette repliche, come dimostrano i relativi parziali (15-13, 15-5, 15-10) che evidenziano come vi sia stata incertezza solo nel primo set.

In questo dominio, si inserisce un “terzo incomodo” nelle vesti della Lubiam Bologna, trascinata dal formidabile schiacciatore azzurro Giorgio barbieri, la quale “rompe le uova nel paniere” alle protagoniste dei Tornei precedenti, sconfiggendole entrambe sul parquet di casa, ma a risultare decisive – dato che la classifica avulsa parla di due vittorie e due sconfitte a testa nei confronti diretti tra le tre primattrici – figurano le battute d’arresto dei bolognesi per 2-3 a Trieste ed una ancor più inaspettata dei modenesi, per 1-3 in casa contro gli eterni rivali di Parma, così consegnando alla Ruini il suo terzo ed ultimo Scudetto della propria Storia.

Già, perché da metà anni ’70 anche il mondo del Volley inizia progressivamente ad evolversi, con l’arrivo di sponsor danarosi che offrono lucrosi contratti a giocatori che sino ad allora avevano giocato quasi per puro dilettantismo, e la prima a farne le spese è proprio la formazione fiorentina, che vede il proprio organico saccheggiato dalla formazione romana dell’Ariccia (in seguito Federlazio), che nell’estate ’73 tessera Mattioli e Salemme, ai quali l’anno successivo si aggiunge anche Nencini, determinando, di fatto, lo scioglimento del Club, poi materialmente avvenuto nel 1980.

Di questo cambio di scenario, con i Campioni d’Italia della Ruini addirittura retrocessi al termine della Stagione 1973-’74, ne approfitta la Panini per conquistare il suo terzo Scudetto in una Serie A allargata a 16 squadre e che si dimostra, per i motivi suddetti, più equilibrata, con Anderlini che vince il suo ottavo titolo da Allenatore con 46 punti – frutto di 23 vittorie su 26 incontri – e 6 di vantaggio sulla coppia Ariccia/Bologna.

 

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Una formazione della Panini anni ’70 – da:modenavolley.it

 

Ma anche per la Panini il periodo delle “vacche grasse” sta per concludersi, anche se, dopo l’addio di Anderlini nel ’75 (anno in cui lo Scudetto per la prima volta esce dal territorio Tosco-emiliano approdando nella Capitale con l’Ariccia in cui Mattioli ricopre la doppia funzione di Allenatore(giocatore), la “tradizione degli anni pari”, che vuole la Panini sempre vittoriosa in detti anni, si ripete anche nel ’76 quando, sotto la guida del polacco Edward Skorek – anch’egli nella doppia veste di Allenatore/giocatore – si aggiudica il suo quarto titolo, superando la Klippan Torino nello spareggio di Milano del 16 maggio ’76, con un eloquente 3-0 suggellato dai parziali di 15-12, 15-12, 15-5.

Le gerarchie, fatalmente, cambiano, con l’avvento delle ricordate grandi aziende (la Paoletti a Catania, la Robe di Kappa a Torino, la Santal (facente parte del Gruppo Parmalat) a Parma, e così via …) e per la Panini anche i tradizionali anni pari non portano più scudetti, mentre nei dispari, al massimo, si arriva secondi (nel ’79 ed ’81 alle spalle di Torino, e nel 1985 perdendo la Finale Playoff – instaurati dal 1982 – contro la Mapier Bologna), non risultando sufficienti, per il palato fine dei tifosi modenesi, le vittorie di 3 Coppe Italia (’79, ’80 ed ’85) ed i primi successi internazionali (Coppa delle Coppe ’80 e ben 3 Coppe CEV consecutive, dal 1983 al 1985).

Sono però queste affermazioni in campo europeo a cementare la forza di un Gruppo nel quale, dopo due anni a Milano ed uno a Modena, è rientrato Pupo” Dall’Olio, ora 32enne, ideale leader per un sestetto che, a partire dall’estate ’85, viene affidato al nuovo “guru” del Volley mondiale, vale a dire l’argentino Julio Velasco, sotto la cui guida, i gialloblù rompono un digiuno durato 10 anni, al termine di una stagione equilibratissima, che vede 5 squadre raccolte nell’arco di soli due punti (Bologna e Milano 36 punti, Modena, Parma e Falconara 34) al termine della “regular season”.

 

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Il Tecnico Julio Velasco – da:ilrestodelcarlino.it

 

Ma la forza di Velasco – come poi dimostrerà anche alla guida della Nazionale – è quella di saper tirar fuori il meglio dai suoi giocatori nei momenti chiave, ed i Playoff ’86 si dimostrano una passerella d’onore per i suoi ragazzi, che asfaltano Torino in semifinale in tre sole partite (3-0, 3-1, 3-1) ed analoga sorte tocca in Finale a Bologna che, pur avendo dalla sua il vantaggio del fattore campo, cede anch’essa in tre partite, pur ben più combattute, come dimostrano i risultati di 3-2, 3-1 e 3-2 a favore di Modena.

Si tratta del primo dei quattro Scudetti consecutivi vinti da Velasco nel quadriennio vissuto dal tecnico argentino a Modena prima di prendere in mano le redini della Nazionale, la cui prima Stagione è altresì completata dalla conquista di Coppa Italia e Coppa delle Coppe, avendo la possibilità di poter gestire quella che passerà alla storia come la “Generazione di Fenomeni”, composta, oltre che dal non più giovane Franco Bertoli, da Andrea Lucchetta (classe ’62), Fabio Vullo (’64), Luca Cantagalli (’65) ed un giovanissimo Lorenzo Bernardi, classe ’68, ai quali si affiancano, come stranieri, gli argentini Esteban Martinez (nell’anno ’86), Esteban De palma (anno ’87) e Raoul Quiroga (anni ’86 ed ’88), e l’americano Doug Partie nel 1989.

Squadra fortissima, d’accordo, ma non da meno è l’acerrima rivale di Parma (Santal sino al 1987, poi divenuta Maxicono a seguito della cessione del Club dal Gruppo Parmalat al Gruppo Motta), guidata a propria volta da un altro grande tecnico, Giampaolo Montali, e che nelle sue file annovera l’altra metà della “Generazione di Fenomeni”, composta da Marco Bracci, Andrea Zorzi, Claudio Galli ed Andrea Giani, prova ne siano gli esiti delle sfide nelle tre Finali Playoff vinte da Modena nel 1987 (0-3, 3-2, 2-3, 3-1, 3-0), ’88 (3-0, 1-3, 3-0, 0-3, 3-2) ed ’89 (1-3, 3-1, 3-0, 3-0).

 

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La Panini Modena Campione d’Italia 1988 – da:modenatoday.it

 

C’è un però, come in tutte le grandi famiglie, e quel però riflette la “maledizione della Coppa dei Campioni”, che aveva già visto trionfare la Klippan Torino nel 1980 (pur in assenza delle squadre sovietiche), nonché gli “odiati rivali” di Parma nel 1984 ed ’85, poi sconfitti l’anno successivo nella Fase finale disputatasi proprio nella città emiliana, subendo una clamorosa rimonta da 2-0 a 2-3 (parziali, 15-5, 15-6, 2-15, 9-15, 7-15) contro i formidabili Campioni del CSKA di Mosca.

E sono proprio gli stessi sovietici a negare per tre anni di seguito la gioia del successo a Velasco ed ai suoi ragazzi, imponendosi per 3-1 (15-8, 8-15, 15-7, 15-2) nel 1987 ad Hertogenbosch, in Olanda, cui fa seguito il netto 3-0 del 1988 a Lorient, in Francia ed il 3-1 (10-15, 15-12, 15-5, 15-4) nella Finale ’89, disputatasi in Grecia nella città portuale de Il Pireo.

Il distacco da Velasco, comporta un primo disimpegno da parte della Famiglia Panini, in cui vece subentra in qualità di sponsor la Philips, ed in panchina il croato Vladimir Jankovic, per una stagione che, nonostante il primo posto al termine della “regular season”, vede la formazione modenese cedere finalmente lo scettro – al quarto tentativo consecutivo – alla Maxicono Parma, venendo nettamente sconfitta in tre sole partite nella Finale Playoff, ma, al contrario, trionfare per la prima volta in Coppa Campioni, avendo la meglio, l’11 marzo ’90 ad Amsterdam, sui francesi del Frejus al termine di una combattutissima Finale, come dimostrano i parziali di 15-5, 13-15, 15-13, 10-15, 15-9 a favore di Lucchetta & Co.

 

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Giuseppe Panini festeggia coi suoi ragazzi la Coppa Campioni ’90 – da:gelocal.it

 

Per i fratelli Panini è il giusto premio alla loro passione e generosità dimostrata rispetto ad una città che ha loro permesso di affermarsi a livello imprenditoriale, ma non possono più reggere il confronto con i colossi che sbarcano nel panorama del Volley nazionale, con Raul Gardini alla guida del “Messaggero Ravenna”, Berlusconi a costituire la “Polisportiva Milan/Mediolanum” ed il Gruppo Benetton a foraggiare il “Sisley Treviso“, tant’è che, come era accaduto 17 anni prima alla Ruini, la rosa gialloblù viene letteralmente “saccheggiata”, con Bertoli e Lucchetta a prendere la strada di Milano, Vullo si accasa a Ravenna, mentre Cantagalli ed il “gioiellino” Bernardi si fanno attrarre dalle offerte di Treviso.

E’ giunta quindi l’ora di passare la mano, evento che si formalizza nel ’93 con il passaggio delle quote societarie a Giovanni Vandelli, industriale nel settore delle ceramiche, grazie al quale il Club torna ai passati splendori tanto da mettere in fila ben tre Coppe dei Campioni consecutive, dal 1996 al ’98, ma è fuor di dubbio che, per ogni appassionato di Volley che si rispetti, la squadra di Modena resterà sempre e comunque solo la mitica “Panini” …

URSS-UNGHERIA ED “IL BAGNO DI SANGUE” DI MELBOURNE ’56

 

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Zador scortato dalla Polizia – da:nbcolympics.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

Se le Olimpiadi del 1956 si fossero svolte nel tradizionale periodo estivo di luglio/agosto, la storia che oggi andiamo a raccontare non avrebbe potuto avere come palcoscenico la rassegna a cinque cerchi, ma l’assegnazione dei Giochi alla città di Melbourne aveva fatto sì che, svolgendosi la manifestazione nell’emisfero australe, la stessa avesse luogo dal 22 novembre al 7 dicembre del medesimo anno.

Giochi che vengono preceduti, a livello internazionale, da un evento che sconvolge la mente e gli ideali di molte persone del pianeta, le quali avevano guardato con simpatia, se non addirittura con ammirazione, alla svolta comunista dell’area sovietica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ancor più convinti dopo la morte di Stalin, personaggio sicuramente ben poco democratico quanto a metodi persecutori e repressivi.

Questo cambio di direzione politica, con l’avvento di Nikita Krusciov quale Segretario del PCUS, induce il Primo Ministro ungherese Imre Nagy ad avviare un processo di liberalizzazione non gradito alle autorità sovietiche che lo destituiscono riproponendo in sua vece il predecessore Mtyas Rakosi, appartenente alla “vecchia guardia stalinista”, un avvicendamento che determina la ferma, contraria, presa di posizione da parte del movimento studentesco.

Ed è proprio nel pomeriggio del 22 ottobre ’56 – singolarmente ad un mese esatto dall’apertura dei Giochi di Melbourne – che, da una manifestazione pacifica di alcune migliaia di studenti a sostegno dei loro coetanei della città di Poznan, in Polonia, che avevano visto una loro protesta violentemente repressa dal Governo, nasce una vera e propria rivolta alla quale si uniscono i cittadini della capitale Budapest e che, in pochi giorni, assume una vasta scala a livello nazionale, con milioni di ungheresi a sostenerne la causa, ottenendo il controllo di molte Istituzioni e su larga parte del territorio, consentendo il reintegro di Nagy quale Primo Ministro, il quale accoglie gran parte delle richieste dei dimostranti.

 

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Un’immagine della rivolta – da:gettyimages.com

 

In questo scenario, il gruppo di atleti ungheresi selezionati per le oramai prossime Olimpiadi viene alloggiato in un impianto alla periferia di Budapest, ma abbastanza vicino per sentire i rumori degli spari, domandandosi quale possa essere il loro futuro, sia come cittadini che come sportivi, e sul secondo punto la risposta giunge da Nagy, il quale dichiara il 30 ottobre che devono partire per l’Australia, dove rappresenteranno un Paese libero.

Nagy richiede il sostegno della comunità internazionale nella instaurata lotta per l’indipendenza dal giogo sovietico, ma contro di lui si mette anche il destino, con l’avvio della “crisi di Suez”, iniziata il 29 ottobre con l’occupazione militare del Canale di Suez da parte di Francia, Gran Bretagna ed Israele che, data l’importanza strategica del sito, distrae le Grandi Potenze dalla vicenda magiara, in ordine alla quale, comunque, il neo Primo Ministro prosegue per la sua strada, facendo uscire il proprio Paese dal “Patto di Varsavia” e dichiarando la volontà dell’Ungheria di ottenere la propria indipendenza.

Gli atleti ungheresi partono dunque verso l’Australia – in un tortuoso viaggio via terra della durata di ben tre settimane – con la convinzione che la rivoluzione abbia avuto successo, senza riuscire ad avere più notizie sino al loro arrivo in Oceania, allorquando apprendono dalla stampa locale, tramite Miklos Martin, l’unico rappresentante della Delegazione in grado di capire e parlare l’inglese, che il Paese era stato invaso dalle truppe sovietiche, la rivolta sedata nel sangue e che almeno 3mila persone erano morte negli scontri, mentre Nagy viene arrestato proprio il 22 novembre, giorno della Cerimonia inaugurale dei Giochi, dai quali, per protesta rispetto alla vicenda ungherese, si ritirano Spagna, Svizzera ed Olanda, mentre, per la cronaca, Egitto, Iraq e Libano boicottano la manifestazione in ordine alla citata crisi di Suez.

 

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L’intervento dei carri armati sovietici a sedare la rivolta – da:cnn.com

 

Occorre, adesso, fare un passo indietro per quanto attiene al Torneo di Pallanuoto, disciplina in cui gli ungheresi sono maestri, essendosi laureati Campioni Olimpici a Los Angeles ’32 e Berlino ’36, per poi abdicare di fronte all’Italia a Londra ’48, ma riprendendosi immediatamente lo scettro ad Helsinki ’52, prima edizione dei Giochi a cui partecipa anche l’Unione Sovietica, che conclude in una deludente settima posizione avendo, nel corso del torneo stesso, subito una sconfitta per 5-3 contro i magiari.

Per cercare di ridurre il “gap” tra le due formazioni, la Federazione sovietica adotta un sistema alquanto inusuale, attuabile solo in virtù della propria egemonia politica, vale a dire assistere e far partecipare i propri atleti ai metodi di allenamento degli ungheresi, in quanto, come sottolineato da Viktor Ageyev, membro della squadra sovietica, “all’epoca, essi erano i nostri idoli, ci erano nettamente superiori ed io mi chiedevo come potessimo mai fare a batterli”.

Un’ingerenza, che la Federazione ungherese deve subire “obtorto collo”, e che, come facilmente immaginabile, non è per niente gradita dai giocatori, tra i quali Istvan Hevesi tiene a ricordare, in tono alquanto sarcastico, come “(i sovietici) prendessero nota di qualsiasi cosa noi facessimo, ripetendola perfettamente identica il giorno successivo, non facevano altro che copiarci”.

In preparazione del Torneo Olimpico, le due squadre hanno anche occasione di misurarsi in acqua in due incontri amichevoli (si fa per dire …), di cui il primo, disputatosi a Mosca, e vinto dai padroni di casa grazie ad alcune controversi ed a loro favorevoli decisioni arbitrali, si conclude con una memorabile rissa negli spogliatoi, mentre al secondo, stavolta svoltosi in Ungheria, gli spettatori non trovano di meglio che volgere la schiena alla squadra sovietica al suo ingresso in piscina, nonché di coprirne con una selva di fischi assordanti l’esecuzione dell’inno nazionale.

 

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La Formazione ungherese – da:waterpololegends.com 

 

Ce ne sarebbe già più che a sufficienza per creare la “giusta atmosfera” in occasione di una eventuale sfida in sede olimpica, ma è certo che la repressione nel sangue della rivolta di ottobre esaspera ancor più gli animi, con gli atleti ungheresi che cercano di sfruttare a proprio vantaggio il panorama della rassegna a cinque cerchi per divulgare al mondo intero l’enorme difficoltà psicologica con cui stanno affrontando la manifestazione.

Da un punto di vista strettamente tecnico, l’Ungheria aveva messo a punto, su suggerimento del proprio giocatore Kalman Markovitz, un sistema di marcatura a zona completamente rivoluzionario per l’epoca, ma che stava dando i suoi frutti, visto che nel girone eliminatorio i suoi compagni non avevano avuto difficoltà alcuna a travolgere (per 6-1 e 6-2 rispettivamente) Gran Bretagna e Stati Uniti, confermando poi la validità dello schema infliggendo due paritetiche sconfitte per 4-0 a Germania ed Italia nel Girone finale a sei squadre.

Alla penultima giornata, la Classifica vede l’Ungheria al comando a punteggio pieno con 6 punti, seguita dalla Jugoslavia a 5 (in virtù di un inopinato pareggio per 2-2 con la Germania) e l’Unione Sovietica a quota 4, a causa della sconfitta per 2-3 patita contro gli slavi nel Girone eliminatorio, quando le due rivali scendono in acqua quel fatidico 6 dicembre ’56 per una gara che, per i sovietici, rappresenta la classica “ultima spiaggia” se vogliono alimentare residue speranze di laurearsi Campioni olimpici.

Per molti componenti la squadra magiara, il lato sportivo riveste un’importanza secondaria rispetto al desiderio di vendetta per i fatti avvenuti in Patria, come non nasconde, senza mezzi termini, lo stesso Hevesi “ci hanno sparato addosso, questi bastardi, alimentando dentro di noi il fuoco della vendetta che ci permetterà di non dar loro scampo …!!”.

 

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La Piscina Olimpica di Melbourne – da:heraldsun.com.au

 

 

L’ambiente intorno alla piscina è di per sé abbastanza teso, vista l’attesa che gravita intorno al match, con le tribune gremite da oltre 5mila spettatori, larga parte dei quali costituita da membri della comunità ungherese di Melbourne, giunti per dare supporto ai propri atleti, i quali, dal canto loro, sentono di avere un compito extra sportivo da portare a termine, come riconosce Ervin Zador, il quale sarà poi il protagonista della “scena madre” passata alla storia, “sentivamo che avremmo giocato per l’intero nostro Popolo, gli ungheresi emigrati in Australia nutrivano una profonda ostilità verso i sovietici per tutto ciò che avevano fatto al nostro Paese a partire dal 1945 e l’atmosfera era effettivamente surriscaldata”.

Ma Zador è anche consapevole della superiorità tecnica sua e dei suoi compagni e non intende cadere nella trappola costituita da eventuali provocazioni avversarie, in quanto l’obiettivo è quello di confermare il titolo conquistato ad Helsinki, e, pertanto, ammonisce gli altri componenti la squadra “cerchiamo di capire quale è il loro atteggiamento, se iniziano ad innervosirsi ed a picchiare, allora non giocheranno bene, e se non giocano bene noi li sconfiggeremo facilmente, a condizione di mantenere i nervi calmi”.

Il piano funziona, meno di un minuto dall’inizio dell’incontro ed un giocatore sovietico è già espulso, come in seguito avviene per altri due suoi compagni (ed altrettanti in casa magiara), ma, nel frattempo l’Ungheria si è portata in vantaggio grazie ad un rigore di Gyarmati fatto ripetere due volte – il che contribuisce ad irritare ancor di più gli avversari – per poi dilatare a dismisura il vantaggio grazie ad altre tre reti realizzate da Karpati, Zador e Bolvari che portano il punteggio sul 4-0, mentre dall’altro lato la difesa si dimostra insuperabile.

 

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Una fase del match – da:pinterest.com

 

Ed è a questo punto, con la vittoria ormai in tasca, che gli ungheresi iniziano a provocare gli avversari al suono di “Voi, sporchi bastardi, siete venuti a bombardare il nostro Paese”, al che i sovietici replicano dando dei “traditori” ai rivali, così che i “corpo a corpo” hanno avvio sopra e sotto il livello dell’acqua, quando, a 2’ dalla fine, viene chiesto a Zador di prendersi cura di Valentin Prokopov, senza alcun dubbio il giocatore di maggior talento della formazione sovietica.

Zador accetta di buon grado, non mancando di “ricordare” al suo avversario come non sia “altro che un perdente, la gara sta finendo e tu non fai altro che cercare scuse …”, ed altre amenità del genere, il che provoca la reazione di Prokopov, il quale, esasperato, non trova di meglio che colpire proditoriamente con un pugno l’ungherese al sopracciglio destro, provocandogli un taglio profondo da cui sgorga sangue a fiotti, così colorando di rosso l’acqua della piscina.

 

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Zador insanguinato – da:dailymail.co.uk

 

Apriti Cielo, parte del pubblico, seduto a circa due metri dall’episodio, scavalca le transenne intendendo farsi giustizia sommaria, e buon per tutti che le forze di Polizia, allertate per l’occasione, riescano ad intervenire tempestivamente bloccando i più esagitati e consentendo così al malcapitato arbitro svedese di porre fine all’incontro, con l’Ungheria che, il giorno appresso – pur con Zador impossibilitato a scendere in acqua per la ferita riportata – riesce a sconfiggere la Jugoslavia per 2-1 nell’ultimo, decisivo incontro del Girone, confermando il titolo di campione olimpico.

 

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Gli ungheresi festeggiano l’oro con Zandor incerottato – da:pinterest.com

 

Nel clima imperante di “Guerra Fredda” tra le due superpotenze Usa ed Urss, è sin troppo ovvio che la foto di Zador sanguinante all’uscita dall’acqua venga strumentalizzata, dal che la partita viene etichettata dai media americani come “The Blood in the Water” (“Acqua color Sangue”) ed, in ogni caso, metà dei componenti della squadra ungherese richiedono asilo in Australia, piuttosto che affrontare le incertezze che presenterebbe loro il ritorno in Patria.

Zador, il più o meno involontario protagonista dell’evento ed all’epoca appena 21enne, opta viceversa per un trasferimento negli Stati Uniti, a San Francisco, dove, peraltro, abbandona poco tempo dopo la pallanuoto agonistica stante il mediocre livello di tale disciplina negli “States” per dedicarsi al ruolo di allenatore di nuoto, circostanza che gli consente di avere un ultimo contatto con la Gloria Olimpica, potendo vantarsi di avere fatto crescere, nel corso degli anni ’60, un talento che risponde al nome di Mark Spitz.

Nel 2006, per commemorare il 50esimo anniversario della fallita rivoluzione ungherese, Quentin Tarantino e Lucy Liu hanno prodotto un documentario Usa dal titolo “Freedom’s Fury” (“La violenza della Libertà”), della durata di 90’ contenente anche l’episodio incriminato, il quale è altresì inserito nel film di produzione ungherese “Children of Glory”, uscito nel medesimo anno per la regia di Krisztina Goda.

DEBBIE MEYER, LA “BAMBINA PRODIGIO” DEL NUOTO USA

 

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Debbie Meyer in allenamento a Messico ’68 – da:google.com

 

Articolo di Giovanni Manenti

Come noto, il Nuoto è una disciplina dove per emergere occorre iniziare la relativa pratica sin dalla più tenera età, non essendo rari – anzi tutt’altro, in particolare in campo femminile – i casi di adolescenti che si affermano ai più alti livelli in campo internazionale, ultimo esempio quello dell’americana Katie Ledecky, la quale, dopo aver vinto il suo primo Oro olimpico a Londra ’12 all’età di 15 anni, può oggi contare, a 20 anni da poco compiuti, qualcosa come 14 successi individuali tra Olimpiadi e Campionati Mondiali, nella specialità dello stile libero.

Ma, vista la notorietà e la risonanza che tale Sport ha oramai raggiunto a livello mediatico, per cui la Ledecky è un esempio sulla bocca di tutti, come lo è la nostra Pellegrini oppure lo è stato, in campo maschile, Michael Phelps e tanti altri ancora, sono in pochi a sapere che l’impresa compiuta dall’americana ai recenti Giochi di Rio de Janeiro ‘16, quando è stata capace di far suoi gli Ori sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, aveva avuto un illustre precedente da parte dii una sua connazionale, ancor più giovane di lei, e risalente alle Olimpiadi di Città del Messico ’68.

Questa “Bambina prodigio”, altri non è che Debbie Meyer, venuta alla luce il 14 agosto 1952 ad Annapolis, nel Maryland, la quale inizia a praticare nuoto sin dall’età di 9 anni e frequenta la “Rio Americano High School” a Sacramento, in California, durante i suoi anni di massimo splendore agonistico.

Specialista delle lunghe distanze, dai 400 sino ai 1500sl, la giovane Debbie si impone dei ritmi di allenamento mostruosi – si calcola che nei 7 anni precedenti le sue vittorie olimpiche abbia percorso circa 30mila miglia a nuoto in allenamento – pur mantenendo, all’esterno, l’immagine di una ragazzina semplice ed allegra come tutte le sue coetanee, ma capace, in piscina, di riscrivere le tabelle dei record su tali distanze.

 

American Swimmer, Debbie Meyer at Crystal Palace in 1967
Una giovanissima Meyer – da:pinterest.com

 

I risultati di tali massacranti livelli di preparazione, si manifestano agli occhi degli osservatori internazionali quando, in occasione del meeting di Santa Clara, in California, del 9 luglio 1967, la Meyer, a 15 anni non ancora compiuti, compie la straordinaria impresa di migliorare, in una sola giornata, i record mondiali sia degli 800sl che dei 1500sl, portandoli rispettivamente a 9’35”8 (1”1 in meno del vecchio limite della connazionale Sharon Finneran, stabilito nel settembre ’64) ed a 18’11”1, abbassando di quasi 2” il primato della connazionale Patricia Carreto dell’anno precedente.

Ma una cosa sono i primati realizzati in un meeting, ed un’altra la capacità di confermarsi in grandi manifestazioni internazionali, e la Meyer è chiamata immediatamente a dare prova di ciò meno di tre settimane dopo, in occasione dei Pan American Games” in programma a Winnipeg, in Canada, e che rappresentano per il Team Usa un ideale banco di prova n vista della rassegna olimpica dell’anno successivo ed in cui, tanto per chiarire, il già famoso Don Schollander realizza il record mondiale sui 200sl, mentre “Colui che sarà Leggenda”, vale a dire Mark Spitz, migliora i limiti assoluti su entrambe le distanze a farfalla.

In un tale consesso di fenomeni, per la “mascotte” del gruppo quale è la non ancora 15enne Debbie, ci sarebbe da farsi tremare i polsi, visto che anche in campo femminile il lotto delle partecipanti è di livello assoluto, visto che vengono migliorati ben 7 primati mondiali in gare individuali, ma la giovanissima al suo primo anno di liceo, non è certo il tipo capace di farsi intimorire, visto che non appena si tuffa in acqua l’unico suo traguardo è quello di nuotare più velocemente che può.

Come detto, l’edizione ’67 dei “Pan American Games” assume una rilevante importanza in chiave olimpica, poiché il relativo programma natatorio – ridotto all’osso sino a quattro anni prima a Tokyo ’64 – viene finalmente allargato ad un maggior numero di gare, passando da 7 in campo maschile e 6 in quello femminile a 12 per entrambi i sessi, per quanto attiene alle sole gare individuali, circostanza che fa sì che la Meyer possa aspirare ad iscriversi alle tre prove sulle distanze dei 200, 400 ed 800sl, mentre in precedenza, per le ragazze, era prevista la sola prova sui 400sl, oltre, ovviamente, ai 100sl.

Calcoli, comunque, prematuri, poiché il posto come ben si sa, specie negli Stati Uniti, con i famigerati Trials, bisogna guadagnarselo, e la Meyer avanza la sua immediata candidatura nei citati “Pan American Games”, quando due dei sette record mondiali migliorati portano la sua firma, vale a dire il limite sui 400sl stabilito dalla connazionale Pamela Kruse proprio in occasione del già ricordato Meeting di Santa Clara di inizio mese, che la giovane Debbie distrugge il 27 luglio portandolo a 4’32”64 (con un miglioramento di quasi 4” !!), per poi, due giorni dopo, frantumare il suo fresco primato sugli 800sl, portandolo a 9’22”9, un crono che appare straordinario per gli standard dell’epoca, così come ancor più stupefacente è ciò che la ragazzina realizza ai Campionati Nazionali che si svolgono il mese dopo a Filadelfia, dove è la prima nuotatrice al mondo ad infrangere la barriera dei 18’ netti sui 1500sl (distanza non olimpica per le donne), portando il record ad un sensazionale 17’50”2.

 

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Meyer impegnata ai “Pan American Games” ’67 – da:dailydsports.com

 

Non sono, comunque, rari i casi di giovanissime che esplodono e poi non riescono a confermarsi, in considerazione soprattutto del periodo adolescenziale e della difficoltà di sopportare eccessivi carichi di lavoro in allenamento, ma questa non è assolutamente la condizione della Meyer, la quale, anzi, affronta la stagione olimpica come meglio non potrebbe, avendo tre grandi scogli da superare, e cioè i Campionati Nazionali di inizio agosto ’68 a Lincoln, gli “Olympic Trials” a Los Angeles a fine dello stesso mese e, se qualificata, le Olimpiadi di Città del Messico ad ottobre.

E che, la Meyer abbia intenzione di mettere a frutto la massacrante preparazione invernale, lo si intuisce chiaramente sin dai Campionati Nazionali, dove l’1 agosto migliora il proprio limite sui 400sl in 4’26”7 e, tre giorni dopo, abbassa di altri 5”, portandolo a 9’17”8, il record sugli 800sl, aggiungendo altri due titoli ai complessivi 19 che si aggiudica in carriera (facendo sue le gare dai 400 ai 1500sl per quattro anni consecutivi, dal 1967 al ’70), per poi prepararsi ad affrontare la concorrenza interna ai Trials di fine mese.

Concorrenza che si dimostra agguerrita sulla più breve distanza dei 200sl dove la Meyer è, teoricamente, più attaccabile, con la Linda Gustavson che, nelle batterie del mattino del 24 agosto, migliora il record mondiale fissandolo a 2’07”9, solo per vedersi esclusa dalla selezione olimpica classificandosi non meglio che quarta nella Finale del pomeriggio (mentre ottiene, in ogni caso, la qualificazione sia sui 100 che sui 400sl) che vede, al contrario, trionfare la Meyer, togliendole anche il freschissimo primato, visto che copre le quattro vasche in 2’06”7, suo unico record mondiale stabilito su questa distanza rispetto al totale di 15 realizzati in carriera.

Ottenuta la qualificazione sulla carta più difficile, la Meyer espleta la formalità di staccare il pass olimpico sulle gare a lei più congeniali senza però risparmiarsi, visto che sia sui 400sl del giorno appresso che sugli 800sl del 28 agosto, si incarica di frantumare i suoi stessi limiti, scendendo sino a 4’24”5 sui 400 ed a 9’10”4 sulla più lunga distanza.

 

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Debbie Meyer in azione a Messico ’68 – da:gettyimages.com

 

Inutile dire come tutti gli occhi degli addetti ai lavori, rappresentanti dei media e spettatori compresi, siano tutti orientati su ciò che la “Ragazzina prodigio” possa essere in grado di fare in sede olimpica – pur se va considerato che l’aria rarefatta della Capitale messicana non favorisce grandi prestazioni sulle lunghe distanze – curiosi soprattutto di verificare se la pressione derivante dal ruolo di assoluta favorita in una manifestazione di così elevata grandezza possa o meno incidere sul suo rendimento.

Non è però tanto la pressione – che ha ampiamente dimostrato essere in grado di scrollarsi di dosso con irrisoria facilità – quanto problemi fisici, dovuti ad una intossicazione alimentare, a preoccupare la 16enne Debbie, la quale debutta nel panorama olimpico con le batterie dei 400sl in programma il 19 agosto ’68, al termine delle quali, nuotando in un per lei comodo 4’35”0, realizza largamente il miglior tempo, nonché record olimpico, per poi migliorarsi in 4’31”8 nella Finale del giorno dopo, tenendo a bada il desiderio di rivincita della Gustavson, nettamente battuta con il suo 4’35”5 che le vale l’argento.

 

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Meyer impegnata sui 400sl a Messico ’68 – da:gettyimages.com

 

Rotto il classico ghiaccio, la Meyer è ora pronta a fronteggiare la concorrenza interna sulla prova dei 200sl, sulla quale ha, in effetti, un minor margine di supremazia rispetto alle avversarie, come confermato dalle batterie del 21 ottobre che la vedono sì realizzare il miglior tempo di 2’13”1, ma le connazionali Jane Barkman ed Jan Henne (di cinque anni più anziana di lei) non sono distanti, avendo nuotato in 2’13”6 e 2’13”8 rispettivamente, considerando poi che, per la Meyer, la Finale del giorno dopo sarà preceduta dalle batterie degli 800sl al mattino.

Batterie in cui la Meyer passeggia in 9’42”8, realizzando il secondo miglior tempo dietro all’australiana Karen Moras per risparmiare energie in vista della Finale dei 200sl che, come largamente previsto, vede il podio interamente monopolizzato dalle ragazze americane, che migliorano largamente i tempi ottenuti in qualifica, ma nulla possono la Henne e la Barkman – classificatesi nell’ordine, con 2’11”0 e 2’11”2 rispettivamente – contro lo strapotere della 16enne del Maryland, che si impone, sia pur a fatica, in 2’10”5.

 

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Finale Olimpica di Città del Messico – da:youtube.com

 

Un giorno di riposo per ritemprare le forze e la Meyer è pronta a sostenere la sua ultima fatica, con la Finale sugli 800sl, in cui dà, qualora ce ne fosse bisogno, prova di un’ulteriore dimostrazione della sua schiacciante superiorità nei confronti del lotto delle avversarie, che possono solo assistere al suo personalissimo show che la porta a toccare in 9’24”0 con un vantaggio di quasi 12” (!!) sulla connazionale Pamela Kruse, che chiude in 9’35”7, con l’australiana Moras beffata per un solo 0”1 decimo nella volata per il bronzo che privilegia la messicana Maria Teresa Ramirez per il tripudio del pubblico presente.

 

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I tre Ori vinti dalla Meyer a Messico ’68 – da:Valcomnews.com 

 

Unica disdetta, per la Meyer, deriva dal fatto che il programma olimpico in campo femminile non contempli ancora la disputa della staffetta 4x200sl, che verrà introdotta solo a far tempo dai Giochi di Atlanta ’96, impedendole così di eguagliare il poker di medaglie d’oro realizzato dal connazionale Don Schollander quattro anni prima a Tokyo ’64 (ma con l’aiuto di due staffette), avendo pertanto l’onore di essere la prima nuotatrice a conquistare tre Ori in gare individuali, un record che, limitatamente allo stile libero, sarà eguagliato 48 anni dopo dall’altra “ragazzina terribile” Katie Ledecky, ricordata all’inizio, ma a 19 anni di età rispetto ai 16 della Meyer.

 

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Katie Ledecky e Debbie Meyer oggi – da:nytimes.com

 

Meyer che, non essendovi all’epoca Campionati Mondiali negli anni dispari come ai tempi odierni, prosegue l’attività per altre due stagioni prima di ritirarsi dalle scene, avendo comunque modo di migliorare ancora di 0”2 decimi il proprio limite sui 400sl, portandolo a 4’24”3 in occasione dei Campionati Nazionali del 20 agosto ’70 a Los Angeles, mentre l’anno prima, nella stessa rassegna, si era aggiudicata il titolo sui 1500sl abbassando il suo stesso primato ad un sensazionale 17’19”9, un riscontro cronometrico che, tanto per fare un paragone che rende chiaramente l’idea di cosa abbia rappresentato l’americana nel panorama natatorio internazionale, le avrebbe consentito di lottare sino all’ultima bracciata per l’Oro ai Giochi di Roma ’60 in campo maschile, dato che la vittoria viene conquistata dall’australiano John Konrads in 17’19”6 …!!.

Chissà quale sarebbe stata la carriera di Debbie Meyer se avesse potuto contare sui finanziamenti e sponsor dei nuotatori di oggi, visto che a detta dei tecnici essa, al momento del suo ritiro a 18 anni, non aveva ancora espresso appieno le proprie potenzialità, specie sulle più lunghe distanze ….

SAMUEL MATETE, E LA CACCIA ALL’EREDITA’ DI EDWIN MOSES

 

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Samuel Matete ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:gettyimages.co.uk

 

Articolo di Giovanni Manenti

Quando, nel panorama sportivo, emerge un personaggio capace di dominare – solitamente per un periodo non inferiore ad un decennio – una singola disciplina o specialità, il raffronto che viene fatto dagli addetti ai lavori è su come detta attività venisse svolta prima dell’apparire sulla scena di un tale Campione (il caso del belga Eddy Merckx nel ciclismo, è emblematico al riguardo …), nonché sull’eredità che lo stesso ha lasciato ai futuri protagonisti.

E se il raffronto con il passato, in quanto tale, è abbastanza facile ed ovvio, sono i paragoni con i successivi atleti, chiamati a raccoglierne l’eredità, a creare aspettative intorno alla nascita di un nuovo “Fenomeno” e, per esemplificare il concetto, nulla è più facilmente comprensibile di quanto è accaduto nel Nuoto, Sport che ha compiuto un “fondamentale salto in avanti” ad inizio anni ’70 con l’avvento dell’americano Mark Spitz, e di come per decenni se ne sia ricercato l’erede sin quando sul panorama natatorio non è spuntata la stella di Michael Phelps.

Tali premesse per introdurre la storia odierna, relativa all’Atletica Leggera ed, in particolare, della specialità dei m.400 ad ostacoli, che hanno visto primeggiare tra metà degli anni ’70 ed il decennio successivo, una “Leggenda” che solo il recente giamaicano Usain Bolt nella velocità è stato in grado di eguagliare quanto a dominio assoluto, vale a dire l’americano Edwin Moses, capace di aggiudicarsi ben 122 gare consecutive (di cui 107 Finali) tra il 1977 ed il 1987.

E se, come detto, il raffronto con il passato è facile, essendosi Moses inserito in un contesto in cui la specialità già aveva fatto importanti progressi, con i record mondiali stabiliti in occasione delle rispettive rassegne olimpiche di Città del Messico ’68 (con il britannico David Hemery a coprire la distanza in 48”12) e della successiva di Monaco ’72, dove è, viceversa, l’ugandese John Akii-Bua a portarsi a casa Oro e primato, divenendo, con il tempo di 47”82, il primo uomo ad infrangere la barriera dei 48” netti, ben meno semplice è stabilire chi possa essere in grado di raccoglierne l’eredità, dato che il longilineo atleta dell’Ohio aveva anch’esso mantenuto la tradizione di migliorare il limite assoluto durante la Finale olimpica di Montreal ’76, correndo in 47”64, per poi migliorarlo altre tre volte, sino a sfiorare il muro dei 47” netti, aggiudicandosi la prova in 47”02 il 31 agosto ’83 al meeting di Coblenza.

Eppure, il destino aveva già fatto intuire che a raccogliere il testimone quale primattore della specialità dovesse essere uno dei numerosi americani capaci di cimentarsi ad alto livello sugli ostacoli bassi, oppure il cerchio si sarebbe chiuso con un altro atleta africano a circa 20 anni di distanza dall’impresa del citato Akii-Bua, come dimostrato dal passo d’addio di Moses in occasione dei Giochi di Seul ’88, unica Finale di una grande Manifestazione in cui deve accontentarsi del gradino più basso del podio, preceduto dal connazionale André Phillips e dal senegalese Amadou Dia Ba, i quali, con i rispettivi tempi di 47”19 (Record Olimpico) e 47”23 (Record Africano), avevano dimostrato di averne le possibilità, se non fosse stato per il fatto che entrambi andavano oramai per la trentina, così come il suo grande rivale di tante emozionanti sfide, il tedesco occidentale Harald Schmid, giunto settimo nella circostanza.

Poca rilevanza viene data, nella circostanza, alla prestazione del 22enne americano Kevin Young, classificatosi quarto alle spalle di Moses con 47”56, ed addirittura completamente ignorata la presenza nei turni eliminatori di un giovane dello Zambia, che viene eliminato essendo giunto non meglio che settimo in un modesto 51”06 nella seconda batteria, ed ha comunque modo di osservare da vicino il “divino” Moses, che si sta preparando per la serie successiva.

Questo africano poco più che 20enne, essendo nato il 27 luglio 1968 a Chingola, città ai confini tra lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo, altri non è che Samuel Matete, il quale sembra trarre profitto dalla visione del leggendario fuoriclasse americano, visto che l’anno successivo migliora per ben cinque volte il primato nazionale sino a scendere ad un più che discreto 48”67 il 20 giugno ’89, pur dovendo subire la delusione di concludere non meglio che quinto in 50”34 la sua prima importante Finale, in occasione dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90, in Nuova Zelanda, peraltro disputati nel mese di gennaio, in una gara che vede prevalere l’esperto inglese Kriss Akabusi in 48”89.

Matete ha comunque modo di rifarsi durante la stagione, abbassando per altre quattro volte il proprio limite sino a scendere per la prima volta sotto i 48” quando si aggiudica in 47”91 la Finale del “Grand Prix” ad Atene il 7 settembre ’90, circostanza che lo fa salire sino al secondo del Ranking di fine anno della rivista “Track & Field News”, preceduto dall’americano Danny Harris.

Acquisita piena consapevolezza dei propri mezzi, Matete non è più uno sconosciuto quando si appresta ad affrontare il suo “Anno di Gloria” e della definitiva consacrazione, in cui – ad immagine e somiglianza del suo illustre predecessore – resta imbattuto in tutte e 20 le gare disputate, a cominciare dai remunerativi meeting europei che lo vedono imporsi in 47”87 a Monaco il 3 agosto ’91 e quindi, sulla leggendaria pista del “Letzigrund” di Zurigo, sfiorare il primato mondiale di Moses in occasione del classico appuntamento milionario del “Weltklasse”, dove trionfa appena quattro giorni dopo in una gara degna (se non di più) di una Finale olimpica, vista la presenza dei primi tre di Seul ’88 (Moses escluso, ovviamente) e del capofila stagionale Danny Harris.

 

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Samuel Matete – da:elatleta.com

 

Ed invece è proprio Matete ad avere la meglio, rinvenendo sul rettilineo d’arrivo nei confronti dei due americani Harris ed Young che avevano condotto d’autorità la gara sino all’uscita dalla seconda curva e, con uno sprint di straordinaria bellezza, riesce a fermare i cronometri in 47”10, togliendo a Dia-Ba (anch’esso della partita …) il primato africano che ancora resiste a tutt’oggi anche come quarta miglior prestazione di sempre.

Con queste premesse, è sin troppo logico che Matete venga inserito nella stretta cerchia dei favoriti ai successivi Mondiali di Tokyo ’91 in programma a fine mese, pur se la pattuglia a “stelle e strisce”, composta da Harris, Young e Derrick Adkins, non è certo da sottovalutare, così come il britannico Akabusi ed il giamaicano Wintrop Graham, che lo avevano preceduto l’anno prima ad Auckland.

Con una tattica di gara diametralmente opposta a quanto fatto vedere tre settimane prima a Zurigo, nella Finale del 27 agosto ’91 Matete prende decisamente la testa sin dall’avvio, presentandosi in netto vantaggio sul rettilineo d’arrivo per poi avere la forza di resistere al tentativo di rimonta di Graham ed andare a conquistare la medaglia d’oro in 47”64 (curiosamente, lo stesso tempo realizzato da Moses in occasione della sua prima vittoria olimpica, a Montreal ’76), precedendo Graham ed Akabusi, con il trio americano inaspettatamente nelle posizioni di rincalzo, ed Young finito ancora una volta quarto in 48”01.

 

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Il trionfo di Matete ai Mondiali di Tokyo ’91 – da:sporting-heroes.net 

 

Sbalzato, per quanto ovvio, Harris dal primo posto del ranking mondiale di fine anno, Matete è ora atteso alla conferma in sede olimpica ai Giochi di Barcellona ’92 – dai quali resta escluso Adkins a causa della “spietata legge” dei Trials americani – anche se una tendinite ne limita le prestazioni nella prima parte della stagione, mentre, dall’altra parte dell’Oceano, sia Young (vincitore dei Trials in un convincente 47”89) che Graham affilano le armi per rendergli dura la vita.

E la composizione delle due semifinali vede proprio i tre protagonisti (con Young che giunge nel Capoluogo catalano da imbattuto in stagione ed avendo altresì sconfitto in tre occasioni proprio Matete nei meeting europei di luglio) inseriti nella seconda serie, con Graham ad imporsi di misura sull’americano (47”62 a 47”63), mentre l’ora 24enne rappresentante dello Zambia, qualificatosi per la Finale con il terzo tempo, si vede affiggere una controversia squalifica per invasione di corsia dopo aver urtato nell’ultimo ostacolo.

Una disdetta per Matete che, pur probabilmente incapace di competere per una medaglia a causa dei citati problemi fisici, è costretto ad ammirare dalle tribune l’impresa di Young che, nel più classico “Giorno dei Giorni”, corre la “gara perfettache si conclude con un impensabile riscontro cronometrico di 46”78, primo (e sinora unico …) uomo al mondo ad aver infranto la barriera dei 47” netti, con Graham ed Akabusi a ripetere il podio mondiale, pur se a debita distanza.

 

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Il trionfo di Young a Barcellona ’92 con il record di 46″78 – da:gettyimages.fr

 

Ben magra soddisfazione, per il deluso atleta africano, la vittoria in Coppa del Mondo in 48”88 quale rappresentante del proprio continente, che gli consente quanto meno di risultare al terzo del Ranking mondiale di fine anno, dietro ad Young ed a Graham, potendo comunque contare sulle competizioni in programma nel successivo quadriennio (Mondiali, Commonwealth Games ed Olimpiadi) per cercare di prendersi la rivincita, ad iniziare dalla rassegna iridata di Stoccarda ’93.

Con Akabusi ritiratosi dopo Barcellona, Young, Graham e Matete sono gli indiscussi dominatori della specialità, pur vantando l’americano le maggiori credenziali, confermate da una striscia vincente di 25 vittorie consecutive prima di presentarsi in Europa e venire sconfitto una prima volta da Matete il 23 luglio a Londra, quindi da Graham al “Weltklasse” di Zurigo il 4 agosto, dove è terzo dietro anche allo zambiano, ed infine essere nuovamente superato, quattro giorni dopo a Monaco, dal 25enne africano, con Graham stavolta terzo.

E’ comunque impressione comune che il podio mondiale di Stoccarda sia già composto, manca solo da definirne l’ordine, e, come in occasione della Finale olimpica, Young tira fuori il meglio di sé nell’atto conclusivo, riuscendo a correre nel record dei Campionati di 47”18 (che, al pari del primato olimpico e mondiale, tuttora persiste …), con Matete ad assicurarsi l’avvincente volata per l’Argento, colto in 47”60 (sua miglior prestazione stagionale) ai danni di Graham e del francese Stephane Diagana, terzo e quarto in 47”62 e 47”64, rispettivamente, il che gli consente di chiudere la stagione al secondo posto del ranking, ovviamente preceduto da Young.

 

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Young festeggia il titolo iridato di Stoccarda ’93 – da:gettyimages.fr

 

L’appuntamento iridato è rinviato all’edizione di Goteborg ’95, alla quale Matete giunge dopo essersi assicurato, con relativa facilità, la medaglia d’oro con il tempo di 48”67 ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94, nonché il successo nella Coppa del Mondo a Londra ’94, anno in cui, con il ritiro di Young, riconquista la vetta del Ranking mondiale davanti all’americano Derrick Adkins, il quale, ripresosi dalla delusione dei Trials ’92, raccoglie il testimone dal più celebre connazionale nella sfida all’ostacolista africano, incontrandosi in 11 occasioni (6 a 5 per Matete il relativo esito) e stabilendo tra di loro le 15 migliori prestazioni stagionali.

Logico, pertanto, che ai Mondiali svedesi ci si attenda una lotta a due tra Adkins e Matete, previsione rafforzata dal primo posto degli stessi nelle rispettive semifinali, e confermata nell’atto conclusivo – pur con l’inserimento, quale “terzo incomodo”, del francese Diagana – che vede Adkins, sorteggiato in quarta corsia, prendere la testa della gara sin dall’avvio, tallonato da Matete in terza, il quale riesce a ridurre lo svantaggio nel tratto finale ma senza riuscire a colmarlo del tutto, dovendosi arrendere per 0”95 centesimi (47”98 a 48”03), con Diagana ottimo terzo in 48”14, con conseguente cessione all’americano del primo posto nel ranking mondiale di fine anno.

 

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Adkins e Diagana in azione nella Finale di Göteborg ’95 – da:iaaf.org

 

Se negli anni precedenti, Matete era stato protagonista di una sfida a tre con Young e Graham, ora la lotta è limitata al duello con il solo Adkins, con i due che, tra il 1994 ed ’96, hanno modo di incontrarsi in ben 35 occasioni, con una leggerissima prevalenza (18 a 17) a favore dell’americano, il quale però, conferma la sua superiorità nelle “occasioni che contano”, facendo suo l’Oro anche ai Giochi di Atlanta ’96, in una gara fotocopia della Finale iridata di Goteborg, con Matete, sfavorito anche dalla prima corsia avuta in sorte, sempre ad inseguire il rivale, riducendo il distacco in vista del traguardo, ma pur sempre costretto ad alzare bandiera bianca in 47”78 (suo miglior risultato stagionale) rispetto ai 47”54 che valgono l’oro per Adkins, che si conferma altresì ai vertici mondiali per il secondo anno consecutivo.

 

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Il podio di Atlanta ’96, con Matete, Adkins e Calvin Davis – da:gettyimages.it

 

Il declino dei due rivali è più repentino per Adkins, incapace di qualificarsi per la Finale dei Mondiali di Atene ’97, dove Matete, al contrario, si classifica quinto in 48”11 nella gara che vede l’inizio della riscossa europea con il trionfo di Diagana in 47”70, bissato due anni dopo dall’azzurro Fabrizio Mori superando in 47”72 lo stesso francese alla rassegna di Siviglia ’99, mentre l’attività agonistica del valoroso ostacolista africano, dopo la sua terza vittoria in Coppa del Mondo a Johannesburg ’98 in 48”08, si conclude con la sua quarta partecipazione alle Olimpiadi, fallendo di poco la qualificazione alla Finale dei Giochi di Sydney con il terzo posto nella terza serie di Semifinale, corsa in 48”98 a 32 anni.

La caccia al record di Moses non ha avuto successo, ma Matete può sempre vantarsi di essere l’ostacolista africano più medagliato tra Olimpiadi e Mondiali con un Oro e tre Argenti conquistati nel corso di una Carriera durata 14 anni ed in cui, per 8 stagioni consecutive, ha sempre corso la distanza al di sotto dei 48” netti, con un’ultima punta di 47”91 al meeting di Osaka l’8 maggio ’99, a dimostrazione di un talento puro, nonché di una costanza di rendimento, difficilmente riscontrabili …

COLETTE E LILLIAN, LE AMICHE/RIVALI UNITE DA UN TRAGICO DESTINO

 

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Lillian Board e Colette Besson – da:billo.net

 

Articolo di Giovanni Manenti

Il programma olimpico delle gare di Atletica Leggera non fa più, al giorno d’oggi, particolari distinzioni di sesso, essendo state parificate le medesime specialità sia in campo maschile che in quello femminile, dove perdura solo la ridotta distanza sugli ostacoli alti (100m. invece che 110) ed un minor numero di prove multiple, con l’eptathlon rispetto al decathlon, nonché la marcia, limitata ai 20km. a fronte dei 50 disputati dagli uomini.

Tale parificazione è comunque avvenuta progressivamente nel tempo, basti pensare che sino alle Olimpiadi di Roma ’60 vi erano tre sole gare di corsa piana (100, 200 ed 800 metri), oltre agli 80hs. ed alla sola staffetta 4×100, e che il giro di pista – una delle specialità più classiche dell’Atletica – viene introdotto solo quattro anni dopo, in occasione dei Giochi di Tokyo ’64, e la prima campionessa è la fuoriclasse australiana Betty Cuthbert, unica atleta nella storia della rassegna a cinque cerchi ad aver vinto le prove individuali sui 100, 200 e 400 metri.

In campo europeo, viceversa, i 400 metri vengono inseriti nel programma dei Campionati Continentali sin dall’edizione di Stoccolma ’58, con le sovietiche Mariya Itkina ed Yekaterina Parlyuk ad accaparrarsi Oro ed Argento, con la Itkina capace di confermarsi anche quattro anni dopo, a Belgrado ’62, facendo segnare il tempo di 53”4, deludendo però nell’esordio olimpico, in cui conclude non meglio che quinta, in 54”6, nella ricordata Finale vinta dalla Cuthbert in 52”0, ad un solo 0”1 decimo dal limite mondiale della coreana Shin Geum-dan, sfortunatamente impossibilitata a partecipare ai Giochi per controversie di natura politica.

Quando una nuova specialità si affaccia sul panorama sportivo, i primi anni sono, generalmente, quelli in cui occorre verificare quali atlete intendano prendervi parte e, nel caso specifico, la scelta ricade su coloro provenienti dalla velocità come i 200 metri piuttosto che dalla prova di resistenza sugli 800, ed, in vista dei Giochi di Città del Messico ’68, il movimento europeo inizia ad affilare le armi.

In particolare, la specialità trova proseliti in Francia – Nazione ancora a secco di medaglie d’oro in campo femminile per quanto attiene le gare di corsa, potendo vantare solo i successi della poliedrica Micheline Ostermeyer nel getto del peso e nel lancio del disco a Londra ’48 – dove fiorisce un trio di protagoniste sul giro di pista formato da Monique Noirot, Colette Besson e Nicole Duclos, di cui la prima, la più anziana del trio, essendo nata nel 1941, si mette in evidenza con il Bronzo conquistato in 54”0 agli Europei di Budapest ’66, nella gara vinta dalla cecoslovacca Anna Chmelkova con 52”9.

Un’altra insidia giunge però dall’altra parte della Manica, sotto forma di una “ragazza prodigioche risponde al nome di Lillian Board, nata a Durban, in Sudafrica, il 13 dicembre ’48, e che fa il suo debutto ad alti livelli all’età di 17 anni piazzandosi quinta nella Finale sulle 440yds ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, con l’amarezza però di non essere selezionata per i successivi europei di Belgrado.

 

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Lillian Board – da:gettyimages.it

 

La “Golden Girl” dell’atletica inglese ha comunque modo di rifarsi l’anno seguente, quando si aggiudica la prova sui 400m. in occasione dell’incontro Commonwealth-Usa svoltosi a Los Angeles il 9 luglio ’67 con il tempo di 52”8, cui unisce la vittoria nella Finale di Coppa Europa a Kiev – unica conquistata dalle atlete britanniche – con il tempo di 53”7, precedendo la vicecampionessa europea di Belgrado ’66, l’ungherese Antonia Munkacsi.

Detti risultati fanno della Board, ancorché non ancora 20enne, la favorita sul giro di pista ai Giochi di Città del Messico in programma ad ottobre ’68 nella Capitale nordamericana, mentre sul continente la Federazione francese iscrive alla prova la già ricordata Noirot e la 22enne Colette Besson.

Quest’ultima, nata a Saint-Georges-de-Didonne, in Nuova Aquitania, il 7 aprile 1946, è pressoché semisconosciuta a livello internazionale, avendo al suo attivo, come migliori risultati a fine ’67, 24”7 sui 200 metri e 55”2 sul giro di pista, e si guadagna la selezione olimpica grazie al suo primo titolo sui 400 metri ai Campionati francesi di fine luglio ’68 migliorando di quasi 1” il proprio personale, facendo fermare i cronometri sul 54”3.

 

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Colette Besson – da:alchetron.com

 

Decisa a giocarsi sino in fondo le proprie carte, la Besson trascorre il mese di agosto allenandosi in altitudine a Font-Romeu, sui Pirenei Orientali, città posta ad oltre 2mila metri sul livello del mare, avendo così modo di assuefarsi all’aria rarefatta che troverà nella Capitale messicana, sobbarcandosi anche il sacrificio di dormire in tenda nel campeggio municipale.

Un sacrificio che inizia a dare i propri frutti sin dalle batterie del 14 ottobre, che vedono la Besson aggiudicarsi la prima serie scendendo ancora a 53”1, mentre il giorno dopo, data di disputa delle due semifinali, la francese non si migliora, concludendo la propria gara in 53”6 alle spalle della tedesca Helga Henning (53”3), mentre nella seconda serie la Board scopre le carte facendo registrare il tempo di 52”5 che la conferma come la più seria candidata al titolo olimpico.

Indubbiamente sfavorita dall’assegnazione in sorte della prima corsia, mentre la Besson è in quinta, la Board sembra comunque in grado di far suo l’oro nella Finale del 16 ottobre allorquando raggiunge, all’uscita dell’ultima curva, la cubana Aurelia Penton che si era incaricata di fare l’andatura per i primi 250 metri, pagando però dazio sul rettilineo d’arrivo chiudendo non meglio che quinta, mentre gli spettatori assistono stupefatti all’imperiosa progressione della francese, dalla folta capigliatura corvina spiegata al vento, che, falcata dopo falcata, recupera posizioni e terreno sino ad andare ad appaiare la giovane inglese per superarla sul filo di lana con il tempo di 52”03 rispetto al 52”12 della rivale.

 

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Il vittorioso arrivo della Besson a Città del Messico ’68 – da:billo.net

 

E mentre Colette commuove la Francia intera con le copiose lacrime che calano sul suo grazioso volto in occasione della cerimonia di premiazione, Lillian pensa in cuor suo di far tesoro di questa sconfitta – in larga parte dovuta all’inesperienza legata alla giovane età – già in occasione del prossimo appuntamento, fissato per i Campionati Europei di Atene ’69, dato che ancora, nel programma olimpico, non è prevista la disputa della staffetta 4×400.

 

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Il podio dei 400m. a Città del Messico ’68 – da:billo.net

 

Le lacrime di gioia della Besson fanno posto, ad un anno di distanza, a due cocenti delusioni, pur se due argenti europei non sono proprio da buttare, ma è il modo “che ancor m’offende”, visto che in entrambi i casi viene beffata sul filo dei centesimi, considerando altresì che la Board – capace in carriera di spaziare con ottimi risultati dai 100 metri financo al miglio – si iscrive sugli 800, lasciando alle connazionali Janet Simpson, Rosemary Wright e Jennifer Pawsey il compito di sfidare le francesi.

Già, “le francesi”, perché l’insidia maggiore per la neocampionessa olimpica viene proprio dalla Nicole Duclos, di un anno più giovane di lei, che vive nel ’69 il suo “Anno di Gloria, dapprima facendo suo il titolo nazionale a luglio coprendo la distanza in un eccellente 52”8 – lei, che a fine ’68, vantava un “Personal Best” sul giro di pista di appena 55”9 (!!) – per poi, il mese successivo, migliorarsi ancora sino a fermare i cronometri in un 52”0 che le vale il successo nell’incontro Europa-America, in cui la Besson si classifica terza in 52”7, preceduta anche dall’americana Kathy Hammond con 52”3.

Abituata, comunque, a duellare contro le favorite, la Besson accetta la sfida lanciatale dalla connazionale e le due danno vita ad una delle più memorabili sfide della Storia dei Campionati Europei, catapultandosi assieme sul filo di lana per un arrivo che solo il fotofinish riesce a decifrare, dando ragione alla Duclos per l’inezia di soli 0”02 centesimi (51”77 a 51”79) tempo che, arrotondato al decimo come ancora si usava all’epoca, viene ufficializzato in 51”7 per entrambe, il che vuol dire Record mondiale, destinato a durare per ben 11 anni.

 

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Colette Besson e Nicole Duclos ad Atene ’69 – da:sport-inside.eu

 

Si potrebbe facilmente pensare che, potendo contare sull’Oro e l’Argento della prova individuale, non dovessero sussistere eccessivi problemi a far propria anche la vittoria nella staffetta 4×400 da parte del quartetto transalpino, tanto più che le due britanniche Simpson e Wright hanno concluso la Finale al penultimo ed ultimo posto ben distaccate, con i rispettivi tempi di 53”8 e 54”6, ma ecco che a rinforzare la formazione di Sua Maestà giunge il “carico da 11” costituito dalla Board, la quale, dal canto suo, si è appena messa al collo la medaglia d’oro sugli 800 metri, battendo nettamente i 2’01”5 il resto della concorrenza.

 

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La Board vince gli 800m. agli Europei – da:go-feet.blogspot.it

 

Altra gara da consegnare agli archivi della Storia dell’Atletica Europea, con una sorta di ping-pong tra i due quartetti, con la Francia che sembra lanciata verso una facile vittoria a metà gara, dopo che la Duclos ha corso la frazione interna in uno straordinario 50”9 che le consente di consegnare il testimone alla Eliane Jacq con un cospicuo vantaggio di quasi 2” (1’44”4 ad 1’46”3) sulle britanniche, distacco che la Simpson riduce a soli 0”2 decimi (frazione di 52”1 rispetto al 53”8 della transalpina), così consentendo alla Board di potersi giocare tutte le sue carte nel “testa a testa” con la Besson in ultima frazione.

 

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Il cambio per l’ultima frazione della 4×400 – da:billo.net

 

Per chi mastica di atletica, non è difficile comprendere come quella della Board sia la posizione ideale, dato che in staffetta entrambi gli atleti corrono alla corda dopo la frazione iniziale, potendo fare la corsa sull’avversaria, e l’inglesina non si lascia sfuggire la ghiotta occasione di prendersi la rivincita della sconfitta di Città del Messico, rendendo la pariglia alla Besson superandola in prossimità del traguardo (52”4 a 52”6 i relativi parziali) per un crono finale che assegna la vittoria al quartetto britannico per soli 0”03 centesimi (3’30”82 a 3’30”85) che, come in occasione della gara individuale, viene arrotondato in 3’30”8 che vale il record mondiale per entrambe le staffette, con la Besson che coglie il singolare e pèoco individuale primato di stabilire due limiti mondiali senza aver vinto nessuna delle due gare …!!

 

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L’arrivo spalla a spalla di Board e Besson in Staffetta – da:gettyimages.it

 

La giovane età delle protagoniste – 23 anni la Besson, 22 la Duclos ed addirittura 21 la Board – fa presagire ulteriori appassionanti sfide negli anni a venire, a cominciare dai prossimi Campionati europei in programma ad Helsinki ’71 – unica circostanza in cui la rassegna continentale viene disputata a cadenza biennale in anni dispari, poi tornata con appuntamento quadriennale a far tempo da Roma ’74 – se non fosse che un destino maligno ci mette la coda, condannando la giovane Lillian ad un’atroce morte prematura.

Dopo aver, difatti, iniziato la stagione ’70 con due gare sul miglio, in parte per acquisire resistenza per gli 800 metri, ma anche con l’obiettivo di essere la prima atleta britannica a rappresentare il proprio Paese in tutte le gare di corsa piana dai 100 sino ai 1500 metri (che, all’epoca, costituivano la più lunga distanza consentita in campo femminile …), facendo realizzare un eccellente tempo di 4’44”6 (seconda miglior prestazione nel Regno Unito …) il 16 maggio a Roma, giungendo alle spalle della nostra Paola Pigni, ecco che la Board inizia ad accusare sempre più forti dolori di stomaco, con conseguente dimagrimento, concludendo al terzo posto la gara sugli 800 metri ai Campionati inglesi al Crystal Palace, il 20 giugno successivo, per quella che sarà l’ultima corsa della sua carriera.

Ulteriori e più approfondite analisi rivelano la presenza di una forma tumorale in fase terminale che non lascia alla giovane atleta eccessive speranze di vita, nonostante la stessa tenti il ricovero, a novembre, presso la Clinica del Dr. Josef Issels vicino a Monaco di Baviera per sottoporsi ad una cura sperimentale che, purtroppo, non fornisce alcun esito positivo.

Mentre è ricoverata, Lillian riceve la gradita visita di Colette, alla quale consiglia di non smettere di allenarsi duramente, perché tra Europei ’71 e Giochi di Monaco ’72 dovrà vedersela con lei non appena si sarà ripresa, parole alle quali la francese fatica a non commuoversi, lasciandosi andare ad un dirotto pianto non appena uscita dalla camera dell’amica/rivale, date le drammatiche condizioni fisiche in cui l’aveva trovata.

I sogni di gloria di Lillian si spengono definitivamente il giorno dopo Natale, il 26 dicembre ’70, appena 13 giorni dopo il suo 22esimo Compleanno, avendo vicino a lei, ad assisterla sino alla fine, il proprio fidanzato e famoso ostacolista britannico David Hemery, oro sui 400hs a Città del Messico ’68, il quale poi sposerà la sorella gemella di Lillian, Irene.

Una tragedia che sconvolge a livello emotivo anche la stessa Besson, la quale non riesce più a confermarsi ai livelli del biennio 1968-’69, provando anch’essa a cimentarsi, con scarso successo, sugli 800m. (miglior prestazione 2’03”3 ottenuta nel ’71 e ’72), mentre a livello di Manifestazioni, conclude al settimo posto la Finale sui 400 agli Europei di Helsinki ’71, non completando la staffetta 4×400 per irregolarità nei cambi, per poi far suo l’Oro sui 400 in 53”0 ed il Bronzo sugli 800 in 2’07”2 ai Giochi del Mediterraneo di Izmir ’71 (dove coglie anche l’Argento quale componente della Staffetta 4×100 …), e quindi concludere la carriera ai massimi vertici prendendo parte alle Olimpiadi di Monaco ’72 dove viene eliminata nei Quarti di Finale sui 400 metri, sfiorando una seconda medaglia olimpica con la staffetta 4×400, che conclude la propria prova in 3’27”5 ad un passo dal gradino più basso del podio.

Conclusa l’attività agonistica, la Besson si dedica alla carriera di tecnico per diverse Federazioni africane, ed ha la fortuna di assistere di persona al rinnovarsi di una vittoria olimpica francese in sede olimpica sulla sua distanza preferita, colta da Marie-José Perec ai Giochi di Barcellona ’92, prima che anch’essa resti vittima del “male del secolo”, nella fattispecie un cancro ai polmoni, che le viene diagnosticato nel 2003 e che la porta a spengersi a due anni di distanza, il 9 agosto 2005, all’età di 59 anni, potendosi così ricongiungersi all’amica/rivale Lillian, di gran lunga più sfortunata di lei.

E chissà che, nelle sconfinate praterie celesti, dove non vi sono limiti di età, le due non abbiano riproposto quelle sfide che sulla terra un destino avverso non ha consentito potessero realizzarsi …

ALBERTO SPENCER, LA “CABEZA MAGICA” DELLA LIBERTADORES

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Alberto Spencer – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Iniziata con cinque anni di ritardo rispetto alla omologa manifestazione europea, la “Copa Libertadores” altro non è, per il Sudamerica, che la versione oltre Oceano della Coppa dei Campioni, competizione anch’essa densa di fascino, di sfide al calor bianco nonché, come ovvio, di grandi protagonisti, poiché sono loro i primi attori sul terreno verde.

Sicuramente più affascinante sino a metà/fine anni ’80 – prima cioè che i ricchi Club europei saccheggiassero a piene mani dei migliori talenti le formazioni argentine, brasiliane ed uruguaiane – la “Libertadores” ha visto primeggiare squadre leggendarie, a partire dal Santos di Pelè (e non solo …) sino al trio argentino formato da Estudiantes (tre titoli consecutivi dal 1968 al ’70), Independiente (detentrice del record assoluto di vittorie, con 7, di cui 4 consecutive, dal 1972 al ’75) per finire al Boca Juniors (il quale vanta il maggior numero di Finali disputate, ben 10, con 6 vittorie a suo favore).

Formazioni che poi davano vita a sfide all’ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo …) in occasione dei confronti con le vincitrici della Coppa dei Campioni Europea, andati in scena sino al 1979 con partite di andata e ritorno nei rispettivi Continenti, per poi – un po’ per l’intervento del ricco sponsor Toyota, e molto perché i Club europei si rifiutavano di mettere a repentaglio l’incolumità dei propri giocatori nelle infuocate “arene” sudamericane – disputarsi in un unico incontro a Tokyo per l’aggiudicazione della “Coppa Intercontinentale”, ad oggi sostituita con il “Campionato Mondiale per Club”, allargato a formazioni di tutti e cinque i Continenti.

Nella succinta cronistoria della “Libertadores”, abbiamo volutamente tralasciato di elencare le due Società principe e rivali storiche del calcio uruguaiano, vale a dire il Penarol ed il Nacional, entrambe di Montevideo, che hanno caratterizzato il “Periodo d’oro” del Calcio sulle sponde del Rio de la Plata, con i primi ad eguagliare il primato Bocaense quanto a Finali disputate (ma con un’esatta divisione tra vittorie e sconfitte) ed i secondi a rispondere, da par loro, con 6 Finali, anch’esse conclusesi con analogo esito, quanto a vittorie e sconfitte.

Questo perché la nostra storia odierna riguarda un giocatore ai più sconosciuto, ma che ha fatto la storia della “Libertadores” e, soprattutto, le fortune dei gialloneri del Penarol – i quali erano stati lesti ad accaparrarselo dopo averlo visto in un quadrangolare disputato a Guayaquil, sborsando la somma di 13mila dollari, con cui, all’epoca, si poteva acquistare un aereo – visto che nelle 9 partecipazioni sulle prime 11 edizioni del Trofeo, dal 1960 al ’70, il Club di Montevideo giunge per ben sei volte all’atto conclusivo, laureandosi Campione nel 1960, ’61 e ’66, e venendo sconfitto nel ’62 dal Santos al termine della più esaltante sfida finale che si ricordi, nel ’65 dall’Independiente e nel ’70 dall’Estudiantes.

Il perché tale fortissimo attaccante – che detiene l’inattaccabile record di reti realizzate nella manifestazione, con 54 centri nelle 87 gare disputate – non abbia raggiunto la notorietà internazionale dei suoi compagni di squadra dell’epoca, dal celebre portiere Ladislao Mazurkiewicz, ai difensori Matosas e Gonçalves, ai centrocampisti Caetano, Forlan e la “stella assolutaPedro Rocha, per finire con gli attaccanti Luis Cubilla e José Sasia, è presto detto, ciò deriva dal fatto che egli non era di nazionalità uruguaiana, bensì proveniente dal ben più modesto Ecuador, e, pertanto, con una pressoché nulla conoscenza a livello di Nazionale, dato che la formazione ecuadoregna, pur potendo contare sulla sua presenza, non era riuscita a qualificarsi per le fasi finali dei Mondiali di Cile ’62 ed Inghilterra ’66.

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Tipica esultanza di Spencer dopo un goal – da youtube.com

Il personaggio in questione altri non è che Alberto Spencer, nato nel 1937 ad Ancon – paese a ridosso dell’Oceano Pacifico e che deve la notorietà al fatto che nel lontano 1911 gli allora coloni inglesi vi estrassero la prima goccia di quel petrolio che, a tutt’oggi, rappresenta la fortuna della Nazione – in una data significativa, e cioè il 6 dicembre, giorno di San Nicolàs, festa nazionale perché coincide con la fondazione della Capitale, Quito.

Attaccante di razza, specialista soprattutto in elevazione, come lo stesso Pelè non ebbe fatica ad ammettere, asserendo che “Il mio colpo di testa è buono, ma quello di Spencer è spettacolare, non so come faccia a toccarla in quel modo”, da cui deriva il soprannome di “Cabeza Magica” e che consente di togliere le castagne dal fuoco in varie occasione ai Carboneros, come sottolinea l’anziano Abbadie “Facevo tre accelerazioni, mettevo in area due cross, Alberto segnava due volte e la partita era finita …”.

E, se di Spencer non se ne è sentito parlare – lui del quale il giornalista francese François Thebaud ebbe a scrivere “l’unico che si avvicina, per qualità e stile, a Pelè” – tranne che nel ristretto cerchio sudamericano, lo si deve al fatto che per lui sono sempre esistiti valori ben superiori al mero guadagno sportivo, prova ne sia che, praticamente acquistato dall’Inter di Angelo Moratti per una cifra favolosa, rinuncia all’ultimo momento al trasferimento in Italia “per non dare un dispiacere ai Tifosi del Penarol” (!!), così come rifiuta di prendere la nazionalità uruguaiana più volte offertagli, con l’aggiunta, per quanto ovvio, di un bel gruzzolo di pesos a rimpinguare il conto in Banca.

Origini che, peraltro, erano per un quarto inglesi ed un quarto giamaicane, in quanto il padre, Don Walter Spencer, era un londinese di colore di discendenza dell’isola caraibica che aveva messo su famiglia in Ecuador dove lavorava alla “Anglo Oilfields Company”, circostanza che fece fare un tentativo di averlo tra le proprie file addirittura anche ad Alf Ramsey, CT della Nazionale inglese futura Campione del Mondo dopo averlo visto all’opera in una gara amichevole tra i “Tre Leoni” e la “Celeste” (uniche occasioni in cui Spencer accettava di indossarne la maglia, trattandosi di partite dimostrative), disputata a Wembley nel maggio ’64, vinta dai “Bianchi di Albione” per 2-1 ed in cui non furono in pochi in tribuna ad annuire sul fatto che avesse le stesse movenze della famosa “Perla Nera”.

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Spencer implacabile sotto porta – da foot123,fr

Fama che, in Europa, il poco più che 20enne attaccante di colore si era fatta a seguito della sua partecipazione, con il Penarol, alle prime due sfide della neonata Coppa Intercontinentale, visto che, come già ricordato, il Club della capitale uruguaiana era giunto in Finale nelle prime tre edizioni della “Libertadores”, aggiudicandosene le prime due.

E che la “Copa” potesse divenire il terreno di caccia preferito da Spencer lo si intuisce sin dalla gara d’esordio – la prima in assoluto della manifestazione – disputata il 19 aprile ’60 a Montevideo nel celebre “Estadio Centenario” che, 30 anni prima, aveva celebrato il trionfo della “Celeste” sui rivali storici dell’Argentina nella Finale dei primi Campionati Mondiali, ed in cui i malcapitati boliviani del Jorge Wilstermann vengono sommersi sotto una caterva di reti, di cui 4 portano la firma del centravanti giallonero, nel 7-1 conclusivo con cui il Penarol fa sua la partita.

Di ben altro spessore, sono le due reti che Spencer mette a segno nella gara di spareggio – dopo due pari, per 1-1 e 0-0, non vigendo la regola che assegna valore doppio alle reti realizzate in trasferta – contro gli argentini del San Lorenzo de Almagro, giocata il 29 maggio seguente, con cui il Penarol conquista i diritto a disputare la Finale, la seconda delle quali messa a segno ad 1’ dal termine, dopo che Sanfilippo aveva rimediato al vantaggio maturato poco dopo l’ora di gioco.

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Penarol Campione nel ’60 – da twitter.com

Ed è ancora Spencer a siglare l’unica rete che decide la gara di andata contro i paraguaiani dell’Olimpia di Asuncion, per poi lasciare a Cubilla il compito di mettere a segno, ad 8’ dal termine del ritorno, il punto dell’1-1 per la conquista del Trofeo, che, come conseguenza, determina il primo contatto con il calcio europeo, esame che peraltro, vede il club uruguaiano bocciato senza appello dai fuoriclasse del Real Madrid che, dopo lo 0-0 dell’andata a Montevideo, travolgono al “Santiago Bernabeu” per 5-1 (doppietta di Puskas, Di Stefano, Herrera e Gento) il Penarol, il cui onore è salvato, manco a dirlo, da Spencer.

Quella delle reti “last minute” è una caratteristica che Spencer non perde neppure l’anno seguente, quando è ancora lui a mettere a segno all’89’ l’unico goal che decide la Finale di andata contro i brasiliani del Palmeiras (tra le cui file figurano la “leggendaDjalma Santos e due conoscenze del nostro calcio, l’ex viola Julinho ed il futuro bianconero Cinesinho …), poi difeso al ritorno con l’1-1 che certifica il bis in “Libertadores” e l’opportunità di prendersi la rivincita verso il calcio europeo, stavolta rappresentato dal Benfica, vincitore della Coppa dei campioni a spese del Barcellona.

Riscatto pieno, poiché dopo lo 0-1 dell’andata a Lisbona (rete di Coluna), i portoghesi vengono travolti per 5-0 al ritorno (rigore di Sasia, doppiette del peruviano Joya ed, ovviamente, di Spencer), pur se le assurde regole del confronto, in vigore sino al 1968, portano le due compagini a disputare una terza gara di spareggio, disputatasi ancora a Montevideo il 19 settembre ’61, che vede il Penarol affermarsi per 2-1 grazie ad una doppietta di Sasia, inframezzata dal momentaneo pareggio di Eusebio, e poter così conquistare il prestigioso trofeo.

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Il Penarol festeggia la conquista della Intercontinentale ’61 – da conmebol.cpm

Dicevamo, però, della rivalità – più che altro alimentata dai media – con il fenomeno Pelè, di tre anni più giovane, e non può esservi occasione migliore di confronto tra i due fuoriclasse che la sfida diretta in occasione della Finale della “Libertadores” ‘62, la terza consecutiva per il Penarol e, viceversa, la prima per il Santos, che, andata in scena tra fine luglio ed inizio agosto, esemplifica il meglio ed il peggio della manifestazione sudamericana.

Difatti, dopo il successo esterno dei brasiliani per 2-1 a Montevideo (doppietta di Coutinho nel primo tempo, con replica di Spencer a 15’ dal termine), il match di ritorno è caratterizzato dalle intemperanze del pubblico di casa, culminate – dopo che il Santos aveva chiuso in vantaggio per 2-1 la prima frazione di gioco, rete di Spencer per gli uruguaiani – ad inizio ripresa con il lancio di una bottiglia che colpisce l’arbitro cileno Carlos Robles, quando il risultato era stato ribaltato dalla seconda rete di Spencer al 4’ e dall’acuto di Sasia 2’ dopo.

Interrotto per 50’, il match riprende “pro forma” per altri 30’, durante i quali il Santos perviene all’effimero pareggio con Pepe ed il direttore di gara è costretto a rettificare la propria decisione di concedere un rigore al 79’ a favore del Penarol, trasformandolo in una punizione dal limite, sinché all’82’ Robles decide di porre fine a quella che non si può certo più definire una partita di calcio, con la Federazione Sudamericana ad assegnare la vittoria agli uruguaiani e fissare un match di spareggio per fine agosto sul campo neutro dello “Estadio Monumental” di Buenos Ayres, per la cui direzione viene invitata una terna olandese, capeggiata dall’arbitro Leopold Horn.

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Il Penarol che nel ’62 sfida il Santos di Pelè – da conmebol.com

Ed ecco che, a derimere la contesa, dopo che era stato assente nei due precedenti incontri, vi pensa Pelè, il quale, dopo un’autorete di Caetano che aveva aperto le marcature, si incarica di mettere il proprio sigillo con una doppietta siglata in avvio di ripresa ed ad 1’ dal termine, per certificare il 3-0 con cui il Santos fa suo il Trofeo.

Dopo che il Penarol – ma non Spencer, che salta la stagione per infortunio – si era preso la rivincita sul Santos eliminandolo in Semifinale nell’edizione ’65 (4-5 a San Paolo, 3-2 a Montevideo e 2-1 nello spareggio a Buenos Ayres), solo per essere sconfitto in Finale dagli argentini dell’Independiente, c’è un’altra rivincita da compiere, per addivenire alla quale occorre però riconquistare il Trofeo Continentale, cosa della quale si incarica Spencer in occasione delle Finali dell’anno seguente contro gli argentini del River Plate, nelle cui file militano due ex gialloneri, vale a dire il difensore Matosas e l’attaccante Cubilla.

Fatto proprio per 2-0 il match di andata a Montevideo (con la rete di apertura siglata dal 36enne ex Genoa e Lecco, Julio Cesar Abbadie) e sconfitto per 3-2 al ritorno (doppietta di Onega ed acuto di Sarnari per i “Milionarios”, repliche di Rocha e Spencer per gli uruguagi), il Penarol deve ricorrere allo spareggio di Santiago del Cile per aggiudicarsi la Coppa, cosa che si verifica al termine di una gara al cardiopalmo che vede il River chiudere il primo tempo in vantaggio per 2-0, solo per essere raggiunto nell’arco di sei minuti dal centro di Spencer al ’65 e dall’autorete dell’ex Matosas, con la decisione rinviata ai supplementari, dove è ancora l’eccezionale attaccante a portare per la prima volta avanti i suoi al 102’, prima che tocchi a Rocha, 7’ più tardi, mettere la parola fine alla contesa.

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Penarol vincitore “Libertadores” ’66 – da pesmitidelcalcio.com

Ora il Penarol è pronto a consumare la vendetta nei confronti di quel Real Madrid che lo aveva umiliato sei anni prima, e per far ciò chiede il consueto aiuto al proprio “artilhero”, il quale non si fa certo pregare, mettendo a segno la doppietta che certifica il 2-0 del match di andata a Montevideo, risultato con il quale si chiude anche il ritorno al Bernabeu davanti ad oltre 70mila spettatori e sotto la direzione dell’arbitro italiano Lo Bello, anch’egli spettatore in prima fila dello show di Spencer che, dapprima si procura un rigore trasformato da Rocha e quindi si incarica di matare i “Blancos” con il punto del raddoppio in chiusura di primo tempo.

Oramai superata la trentina, a Spencer ed al suo Penarol si offrono altre tre occasioni per allargare la bacheca dei trofei, venendo sconfitti in semifinale nel ’68 (edizione in cui Spencer realizza 10 reti in 14 partite …) dal Palmeiras e nel ’69 dal Nacional nel derby “fratricida”, per poi far pesare oltre misura la propria assenza nella doppia Finale nel ’70 contro gli argentini dell’Estudiantes, che completano un tris di successi consecutivo, in una edizione in cui comunque mette a segno 7 reti nelle 9 gare disputate.

Autore complessivamente di 326 reti con la maglia del Penarol (con cui si aggiudica ben 7 titoli nazionali nei 12 anni di militanza in maglia giallonera), Spencer conclude la carriera tornando in patria per vestire la divisa del Barcelona di Guayaquil, e quindi tentare la carriera di allenatore con scarsi risultati, mentre molto meglio svolge, sfruttando la sua enorme popolarità in Uruguay, l’attività diplomatica, che lo porta ad essere nominato Console onorario nel Paese che per anni ne ha ammirato le gesta da calciatore.

Spencer accusa un malore nel 2006, trasferendosi negli Stati Uniti, a Cleveland, per curarsi, ma uno scompenso cardiaco se lo porta via il 3 novembre a pochi giorni dal compimento dei 68 anni e, nell’orazione funebre, l’ex Presidente uruguagio Julio Maria Sanguinetti, lo ricorda affermando “Era uno di quei tipi che danno dignità alla razza umana”, ma siamo convinti che ad Alberto siano piaciute di più le parole pronunciate, nella stessa occasione, dal figlio Walter “L’unica ricchezza alla quale abbia mai aspirato è la felicità …!!

E come dargli torto?

LONDRA 1948, LA MALEDIZIONE DELLA MARATONA COLPISCE ANCORA

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Il campione olimpico Delfo Cabrera – da elgrafico.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando gli spettatori che gremiscono le tribune dello Stadio di Wembley assistono, il 7 agosto 1948, alle fasi finali della Maratona olimpica, ad alcuni di loro sembra di rivivere il dramma sportivo che – a distanza di 40 anni – aveva visto protagonista l’italiano Dorando Pietri, pur se non sulla stessa pista visto che, all’epoca, l’arrivo era previsto al “White City Stadium”, poi demolito nel 1985.

Ovviamente, non sono in molti a poter vantare il fatto di essere stati testimoni oculari di tale evento, ma l’eco internazionale che gli venne assegnata all’epoca fece sì che di tale conclusione della più estenuante delle gare di atletica leggera se ne parlasse per anni e, complice anche l’annullamento, a causa degli eventi bellici, delle edizioni dei Giochi del 1916, 1940 e 1944, il suo ricordo non sia ancora consegnato all’oblio.

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Il drammatico arrivo di Pietri nel 1908 – da playingpasts.co.uk

Ma cosa accade, in particolare, quel fatidico giorno, da far ritornare alla mente un così similare evento?

Con pochi punti di riferimento quanto a favoriti, dato che le ferite degli eventi bellici sono ancora troppo fresche, la prova ai Giochi di Londra ’48 sfugge ai pronostici, vista anche l’assenza degli specialisti giapponesi, ed il punto di riferimento più oggettivo è dato dai Campionati Europei di Oslo ’46 dove a trionfare sono gli atleti scandinavi – toccati in maniera più marginale dal dramma della guerra – al termine di una gara di assoluto valore tecnico, con i primi sette che la concludono al di sotto oppure al limite delle 2 ore e 30’.

Ad imporsi è il finlandese Mikko Hietanen in 2.24’55”, seguito dal connazionale Vaino Muinonen con 2.26’08”, con il sovietico Yakov Punko a completare il podio essendo sceso anch’egli sotto le 2.27’, concludendo la propria fatica in 2.26’11.

Di tali protagonisti, però, visto il perdurare dell’assenza in sede olimpica degli atleti sovietici – che vi faranno il loro ingresso solo quattro anni più tardi, in occasione dei Giochi di Helsinki ’52 – è presente il solo Hietanen, il quale va a completare il terzetto finnico iscritto alla gara e composto anche da Viljo Heino (primatista mondiale sui 10mila metri) e da Jussi Kurikkala, polivalente atleta che abbina la corsa allo sci di fondo, tanto da aver conquistato la medaglia d’oro sui 18km. ai Mondiali svoltisi a Zakopane, in Polonia, nel febbraio ’39 e che si presenta ai nastri di partenza forte di un personale di 2.34’47”.

A proposito di tempi, è presente ai nastri di partenza anche il detentore della “miglior prestazione mondiale” sulla distanza, vale a dire il coreano Suh Yun-bok, in virtù delle 2.25’39” con cui si era aggiudicato, ad aprile ’47, la prestigiosa Maratona di Boston, ragion per cui viene incluso di diritto nel ristretto novero dei pretendenti al successo, anche se la pattuglia più agguerrita che si presenta nella Capitale britannica proviene da oltre Oceano, Atlantico però.

Sono difatti gli argentini – i quali hanno avuto la fortuna di non essere stati coinvolti dagli eventi bellici – a voler rinverdire i fasti del trionfo olimpico del loro connazionale Juan Carlos Zabala ottenuto ai Giochi di Los Angeles ’32 ed altresì protagonista quattro anni dopo a Berlino ’36, quando conduce la gara in testa sino a 2/3 del percorso per poi incappare in un crollo che lo porta al ritiro, e che iscrivono alla gara un agguerrito terzetto formato da Eusebio Guinez (ritiratosi nella gara dei 10mila metri), Alberto Sensini e Delfo Cabrera, mentre da non trascurare sono altresì le possibilità di medaglia dei sudafricani Johannes Coleman – ancorché avente superato i 38 anni e che si presenta forte del sesto posto conseguito 12 anni prima a Berlino e della medaglia d’oro conquistata ai “British Empire Games” di Sydney ’38 con un più che discreto riscontro di 2.30’15” – e Syd Luyt, il classico atleta “sempre piazzato”.

Insomma, per un popolo come quello inglese da sempre abituato a scommettere, pensiamo che per i bookmakers sia stata una giornata proficua, come accade quando regna l’incertezza nei pronostici ed a volte escono a sorpresa coloro che nel colorito frasario inglese vengono chiamati gli “underdogs”, vale a dire coloro dei quali non ti saresti mai aspettato un’impresa del genere.

Ed è proprio uno di questi, il 26enne belga Etienne Gailly, uno dei protagonisti della nostra storia, il quale aveva svolto il ruolo di paracadutista nella Seconda Guerra Mondiale, partecipando alla liberazione del proprio Paese a fine 1944, restando comunque profondamente turbato dalla devastazione che il conflitto aveva provocato, facendo voto di conquistare una medaglia d’oro olimpica o di ritirarsi nel provarci, viste le sue buone attitudini nella corsa, anche se quella a cui prende parte quel fatidico 7 agosto, è la sua prima esperienza nella Maratona, una circostanza che pagherà a caro prezzo.

Occorre anche ricordare come una delle componenti che incide maggiormente in una prova così massacrante è costituita dalle condizioni climatiche e quel giorno a Londra fa veramente caldo – circostanza che, sulla carta, favorisce i fondisti argentini e sudafricani, più adatti a sopportare tali temperature – una situazione che incide non poco sullo svolgimento della gara.

Fedele al suo giuramento, comunque, il belga si incarica di fare l’andatura staccando il resto dei 41 atleti che avevano lasciato lo Stadio Olimpico, tanto da formare un solco di 41” su di un terzetto composto dallo svedese Ostling e dagli argentini Guinez e Cabrera (anch’esso alla sua prima esperienza sulla distanza …) al rilevamento dei 25km., momento in cui, come i più esperti sanno, la Maratona spesso si decide.

E la gara olimpica non si discosta da tale copione, con ripetuti colpi di scena che vedono dapprima portarsi al comando il coreano Choi Yoon-Chil (mentre, al contrario, il connazionale e primatista mondiale Suh Yun-bok non è mai della partita, concludendo la propria fatica in quasi 3 ore ad un poco onorevole 27esimo posto …), il quale passa al rilevamento dei 35km. con un vantaggio di 28” su Cabrera, seguito da Reilly e Guinez.

Ma Choi ha approfittato troppo delle sue possibilità, consumando anzitempo le proprie energie, circostanza che lo porta ad essere l’ultimo degli undici che non completano la gara (ivi compreso il Campione Europeo Hietanen …), così che, a 5 chilometri dal traguardo, è Cabrera a guidare la gara con 5” di vantaggio su Reilly, mentre alle loro spalle rinviene il 38enne infermiere gallese Tom Richards, altra inaspettata sorpresa di giornata.

Il belga ha un ultimo sussulto di orgoglio, si porta al comando ed a meno di un chilometro dall’entrata nello Stadio ha un vantaggio di circa 50 metri sull’argentino e di 100 sul britannico, facendovi il suo ingresso in prima posizione, ma oramai allo stremo delle forze, e la sua andatura – anche se in termini meno drammatici di quella dell’azzurro Pietri 40 anni prima – non è più quella di un corridore, bensì di una persona che fatica a camminare, barcollando e voltandosi più volte per vedere il comportamento dei propri avversari.

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Reilly al comando – da pinterest.com

Non ci mette molto, l’argentino Cabrera, a superare l’esausto Reilly dopo pochi metri dall’ingresso nello Stadio, all’inizio del giro di pista, i cui 400 metri di lunghezza si rivelano come i più sofferti e drammatici della vita di atleta del giovane belga, al cui morale non giova certo l’incitamento della folla per il beniamino di casa Richards, che lo raggiunge a 250 metri dall’arrivo, una mazzata che pone lo sfinito Reilly nella condizione addirittura di fermarsi, spronato a riprendere la corsa (si fa per dire …) dai giudici presenti all’evento, nonché dal sostegno del pubblico che, comprendendone il dramma che sta vivendo, gli riserva un’autentica ovazione quando riesce quantomeno a salvare la medaglia di bronzo, concludendo la gara semi incosciente, dovendo essere sorretto dal personale di servizio, mentre Cabrera aveva già concluso vittorioso la prova con un tempo di 2.34’51”6 che la dice lunga sulle condizioni climatiche in cui si era disputata la prova, con Richards Argento in 2.35’07”6, mentre Reilly aveva completato il suo giro di pista all’interno dello Stadio impiegando ben 40” in più del vincitore, con le posizioni di rincalzo a testimoniare l’ottimo livello dei fondisti sudamericani, che piazzano nei primi 10 gli altri due loro iscritti, con Guinez quinto alle spalle dell’esperto sudafricano Coleman e Sensini nono, concludendo anch’esso la prova al di sotto delle 2 ore e 40’.

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Cabrera conclude vittorioso la maratona – da elgrafico.com

Le conseguenze della “Maledizione della Maratona di Londra” non finiscono comunque qui per Reilly – il quale non può neppure presenziare alla cerimonia di premiazione essendo stato trasportato in ospedale per recuperare dalla quasi completa disidratazione – in quanto, dopo aver concluso all’ottavo posto la gara alla rassegna continentale di Bruxelles ’50, il belga viene mandato, assieme al fratello Pierre, a combattere la Guerra di Corea come componente della forza delle Nazioni Uniti, nel corso della quale il congiunto perde la vita, mentre Etienne resta seriamente ferito, con ciò ponendo fine alla sua carriera di fondista, per poi spengersi ad inizio novembre ’71, non ancora 50enne.

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Reilly esausto all’arrivo – da seieditrice.com

Per il vincitore Cabrera, del quale ci siamo sinora occupati marginalmente – e che in Patria stringe amicizia con il futuro dittatore Juan Carlos Peron, ricevendo nel ’49 la “Medaglia del Peronismo” sia per i suoi meriti sportivi che per l’attività svolta a sostegno del Partito Giustizialista – gli anni a seguire ne confermano lo status di eccellente fondista, conquistando la medaglia d’oro ai “Pan American Games” svoltisi nel ’51 nel suo Paese, a Buenos Aires precedendo il connazionale Reinaldo Gorno, per poi presentarsi alla partenza della Maratona ai Giochi di Helsinki ’52 per difendere quel titolo che, per addirittura 64 anni (!!!), risulta l’ultimo oro olimpico di un argentino in una prova individuale, prima che analoga impresa venga compiuta nel taekwondo da tal Sebastian Crismanich ai Giochi, ironia della sorte, proprio di Londra 2012.

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Cabrera portato in trionfo – da gettyimages.it

Ma, nonostante Cabrera concluda la corsa in un più che apprezzabile tempo di 2.26’42”4 che gli vale la sesta posizione, mentre il grande deluso di Londra, il coreano Choi Yoon-chil, si piazza al quarto posto in 2.26’36”0, l’edizione finlandese dei Giochi consacra alla Gloria Olimpica immortale la leggendaria “Locomotiva umanaEmil Zatopek, il quale, dopo essersi aggiudicato le gare in pista sui 5 e 10mila metri, completa un tris ad oggi mai più eguagliato, facendo suo anche l’oro della Maratona con il record olimpico di 2.23’03”2, con l’onore argentino salvato da Gorno, ultimo ad arrendersi andando a conquistare uno splendido argento in 2.25’35”0.

E, per concludere, a beneficio di coloro che credono nella superstizioni, anche l’esistenza di Cabrera non è particolarmente lunga, concludendosi tragicamente a 62 anni a seguito di un incidente stradale verificatosi nella città di Alberti, nella provincia di Buenos Aires, il 2 agosto 1981, a cinque giorni dall’anniversario del suo trionfo nella “Maratona maledetta” per antonomasia …

SAMMY LEE, QUANDO DUE ORI NON BASTANO CONTRO I PREGIUDIZI

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Sammy Lee in esibizione dalla piattaforma – da yomyomf.com

articolo di Giovanni Manenti

C’è un’America di facciata, quella democratica, disponibile all’accoglienza di persone di qualsiasi etnia, pronte a raccogliere la sfida per coronare il “Grande Sogno Americano”, dove a qualunque essere umano è data l’occasione per affermarsi e divenire multimilionario, e poi c’è l’altra versione, quella della quotidianità con cui ti devi scontrare, e non è facile, per chi non è “yankee”, far semplicemente valere i propri diritti, addirittura anche se hai portato in dotazione al Paese che ti ospita ben due medaglie d’oro olimpiche.

E’ questa, se vogliamo anche un po’ triste, la storia del tuffatore Samuel “Sammy” Lee, il quale nasce l’1 agosto 1920 a Fresno, in California, da genitori di origini coreane (il cognome Lee è, al pari di Kim e Park, tra i più comuni a quelle latitudini …), proprietari di un piccolo Ristorante, nonostante che il padre di Sammy avesse conseguito la Laurea in Ingegneria Civile presso lo “Occidental College” di Los Angeles, solo per vedersi rifiutare le domande di lavoro a causa delle sue origini.

Ciò nondimeno, la famiglia Lee non ha mai fatto pesare al figlio questi pregiudizi di ordine razziale, invogliandolo al contrario verso una sempre maggiore integrazione verso i bianchi americani, ed il piccolo Sammy resta affascinato quando, all’età di 12 anni, ha la possibilità di vivere da vicino l’esperienza olimpica in virtù dei Giochi che si disputano proprio a Los Angeles nel 1932, scoprendo poi, durante l’estate, di essere il migliore tra i suoi amici nell’eseguire i tuffi, così convincendosi di poter competere un giorno nella specialità nella grande “Rassegna a cinque cerchi”.

Indubbiamente, Sammy dimostra di saperci fare, ma ancora una volta deve fare i conti con il colore della sua pelle, in quanto, trasferitasi la famiglia ad Highland Park, un sobborgo di Los Angeles, non ha la possibilità di allenarsi regolarmente alla “Brookside Park Plunge” struttura di Pasadena, dato che alla stessa è consentito l’accesso ai latini, asiatici ed afroamericani un giorno solo alla settimana, vale a dire il mercoledì, appositamente chiamato, con una punta di beffarda ironia, lo “International Day”.

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Samuel “Sammy” Lee – da usatoday.com

Bisognoso, al contrario, di una preparazione costante, Sammy è costretto a ripiegare su di una soluzione di fortuna inventata dal suo tecnico, il quale scava una fossa nel cortile della propria casa, riempiendola di sabbia e facendovi allenare il promettente tuffatore, non proprio il massimo per chi ha aspirazioni di vittoria olimpica, e tutto questo, si badi bene, nonostante gli eccellenti risultati scolastici del ragazzo, il quale, dopo essersi diplomato alla “Franklin High School”, si iscrive allo “Occidental College”, già frequentato a suo tempo dal padre, per poi laurearsi in medicina nel 1947 alla “University of Southern California School of Medicine”, un titolo che gli verrà utile in seguito.

Nel frattempo, sotto le attente istruzioni del rinomato coach Jim Ryan, Lee fornisce prova a livello nazionale delle proprie qualità, vincendo i Campionati Usa nel 1942 sia dal trampolino da 3 metri che dalla Piattaforma, primo atleta di colore ad aggiudicarsi un tale titolo nei tuffi, per poi ripetersi nel ’46 in occasione dei Campionati svoltisi a San Diego, dove al bis dalla piattaforma abbina un terzo posto dal trampolino, meritandosi così la selezione per entrambe le prove alla prima Edizione delle Olimpiadi del seco9ndo dopoguerra, in programma a Londra nel 1948.

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Lee e Miller Anderson a Londra ’48 – da wikimedia.org

Iscritto nella gara dal trampolino assieme ai compagni di squadra Bruce Harlan e Miller Anderson – quest’ultimo gravemente ferito ad una gamba durante il conflitto mondiale che gli comporta l’applicazione di placche metalliche alle ossa – Lee ottiene il punteggio di 46,99 nel turno preliminare svoltosi il 30 luglio ’48, secondo miglior risultato alle spalle di Harlan, nettamente primo con 52,28 punti, ed incalzato dal messicano Joaquin Capilla, terzo a quota 46,87, e dall’altro connazionale Anderson, al momento fuori dal podio con 44,65 punti.

Quattro giorni dopo, il 3 agosto, a due dal compimento del suo 28esimo compleanno, Lee totalizza 98,53 punti nei tuffi di Finale, per uno score complessivo di 145,52 che gli consente di tenere alle spalle Capilla, ma non Anderson, il quale realizza la miglior performance di 112,64 punti con cui scavalca sia il messicano che Lee per la conquista dell’argento, nulla potendo rispetto ad Harlan, al quale sono sufficienti 111,36 punti per assicurarsi l’oro in un podio interamente monopolizzato dai tuffatori Usa.

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Lee, Harlan e Anderson, il podio Usa dal trampolino – da gettyimages.it

Incoraggiato dalla medaglia conquistata, Lee si presenta il giorno successivo per le qualificazioni dalla piattaforma – prova in cui gli Stati Uniti iscrivono solo lui ed Harlan – guidando la classifica provvisoria al termine della prima serie di tuffi con il punteggio di 51,51, seguito da Harlan con 48,94 e dallo svedese Lennart Brunnhage con 47,93, mentre Capilla conclude la prima giornata al quinto posto con 44,84 punti.

Il tuffatore centroamericano si ricatta nei salti di Finale del 5 agosto, realizzando 68,68 punti per un totale di 113,52 che gli consente di acciuffare il bronzo, mentre nella sfida al vertice i 73,36 punti ottenuti da Harlan servono al vincitore dal trampolino esclusivamente per consolidare la sua seconda piazza, visto che Lee viene premiato dalla giuria con il miglior punteggio di 78,54 per un totale di 145,52 che gli assicura la tanto desiderata Gloria Olimpica.

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Capilla, Lee ed Harlan, il podio della piattaforma – da gettyimages.it

Raggiunto lo scopo della sua vita, e specializzatosi nei tuffi dalla piattaforma, Lee si presenta in questa specialità quattro anni dopo ad Helsinki, ben deciso a difendere il titolo conquistato a Londra, a dispetto dei suoi oramai 32 anni.

In una prova calendarizzata a ridosso del suo genetliaco, con i tuffi di qualificazione al 31 luglio e la serie finale l’1 agosto ’52, Lee conferma ancora una volta la sua superiorità dai 10 metri, concludendo le eliminatorie con il miglior punteggio di 86,38 nonostante una brutta esecuzione nel suo sesto tentativo, rispetto al 78,46 di Capilla ed al 75,41 del tedesco Gunther Haase, il quale precede di un soffio l’altro americano John McCormack (75,26) nella sfida per il bronzo.

Lee ha dunque la possibilità di festeggiare nel migliore dei modi il proprio compleanno, e non è certo l tipo da lasciarsi sfuggire una simile occasione, oltretutto sigillando la propria schiacciante superiorità ottenendo il massimo punteggio di 20,00 nell’esecuzione del suo ultimo tuffo, che gli consente sia di chiudere in testa anche la seconda serie di tuffi con 69,60 punti (una media di 8,70 per ogni prova …) che, ovviamente, di confermarsi Campione Olimpico – primo tuffatore nella Storia dei Giochi a riuscirvi – incrementando il vantaggio sul comunque sempre eccellente Capilla, che conclude con l’Argento a quota 145,21 e che raccoglierà l’eredità di Lee quattro anni dopo a Melbourne ’56, resistendo all’assalto di Haase che, a propria volta, consolida la sua terza posizione.

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Capilla, Lee ed Haase sul podio olimpico di Helsinki ’52 – da wikimedia.org

Conclusa l’attività agonistica – nella quale non subisce discriminazioni, venendogli altresì assegnato il prestigioso riconoscimento del “James E. Sullivan Award” nel 1953 quale miglior atleta amatoriale assoluto americano – Lee deve peraltro confrontarsi con la vita di tutti i giorni, prestando servizio nel Corpo Medico dell’Esercito Americano in Corea, terra dei suoi avi, dal 1953 al ’55, quale specialista in malattie dell’orecchio, ma nonostante questa sua attività e la notorietà raggiunta per meriti sportivi, deve subire una pesante umiliazione quando a lui ed alla moglie viene rifiutato l’acquisto di una casa a Garden Grove, elegante città posta 55km. a sud di Los Angeles, in un caso addirittura a seguito di una petizione firmata dai suoi potenziali vicini di casa (!!).

A dispetto di queste aberranti vicende personali, Lee dimostra di essere moralmente ben superiore alla grettezza di certi individui, non smettendo mai di lavorare per il bene di quel Paese che sente suo come pochi altri, contribuendo ai successi della tuffatrice Patricia McCormick, la quale riesce nella straordinaria impresa di conquistare l’oro sia dal trampolino che dalla piattaforma in due consecutive Edizioni dei Giochi (Helsinki ’52 e Melbourne ’56), per poi allenare il suo degno erede Bob Webster, che lo eguaglia salendo sul gradino più alto del podio nei tuffi dalla piattaforma a Roma ’60 e Tokyo ’64 e quindi “svezzare”, ospitandolo anche a casa sua, il talentuoso Greg Louganis, che Lee conduce ai Giochi di Montreal ’76 quando ha appena 16 anni, portandolo ad insidiare il terzo oro consecutivo dalla piattaforma dell’Angelo biondo Klaus Dibiasi.

Con il passare degli anni, anche l’America fa ammenda rispetto al trattamento riservato a Lee, che viene inserito nel ’68 nella “International Swimming Hall of Fame”, facendolo quindi sfilare in occasione della Cerimonia di Apertura delle Olimpiadi di Los Angeles ’84 per poi concedergli l’onore di far parte della “Hall of Fame Olimpica Americana” nel ’90, mentre, fuori dall’ambito sportivo, il Distretto Scolastico di Los Angeles gli rende doveroso omaggio intitolandogli una Scuola Elementare nel 2013.

Ed è forse anche per attendere questi giusti e meritati riconoscimenti in vita, che l’esistenza di quel giovane Sammy, che ha saputo imporsi nello sport come nel quotidiano in spregio ad assurdi pregiudizi e discriminazioni, si prolunga sino a spengersi serenamente il 2 dicembre 2016, da tempo malato di Alzheimer, alla ragguardevole età di 96 anni.

L’EPOCA D’ORO DELLA SPAL DEL PATRON PAOLO MAZZA

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Formazione della Spal stagione 1961.62 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La recente impresa compiuta dalla formazione allenata da Leonardo Semplici, capace di effettuare in due sole Stagioni il doppio salto di Categoria, dall’anonimato della Lega Pro sino ai vertici del Calcio nazionale, riporta alla mente quello che, viceversa, è stato il “Periodo d’Oro” della S.P.A.L. (acronimo che sta a significare Società Polisportiva Ars et Labor) di Ferrara, coinciso con la presenza alla guida di colui che, più di ogni altro Presidente di Club di Provincia, ne ha caratterizzato le vicende, vale a dire il Commendatore Paolo Mazza, uno che di calcio ne capiva, eccome, e con il quale non era neppure tanto facile fare affari, a meno che, ovviamente, non tornassero a suo favore.

GLI INIZI DELL’ERA MAZZA – Anche perché Mazza, nell’epoca ancora sufficientemente pionieristica del nostro calcio, poteva discuterne con cognizione di causa, avendo lui stesso svolto la professione di allenatore, guidando anche la formazione estense nella stagione 1936.37 ad un onorevole terzo posto nel Girone A della Serie C, mettendo le basi per la Promozione tra i Cadetti dell’anno successivo con Euro Riparbelli in panchina, per poi riprendere la responsabilità tecnica della squadra nel triennio 1939-’42, prima di assumerne la Presidenza, a partire dalla ripresa dell’attività sportiva alla fine della Seconda Guerra Mondiale, avendo nel frattempo sviluppato una florida attività imprenditoriale con la sua Azienda di Impiantistica nel settore elettrico.

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Il Presidente Paolo Mazza – da ilposticipo.it

LA PRIMA, “STORICA”, PROMOZIONE IN A – Con la ristrutturazione dei campionati alla ripresa dell’attività post-bellica, la Spal viene inserita nella Serie Cadetta – suddivisa, nelle Stagioni 1946.47 e 1947.48, in tre Gironi a livello geografico – che la vede tra le protagoniste, con il terzo posto conquistato nel ’48, alle spalle di Padova e Verona, che le consente di far parte del successivo Torneo a Girone unico che ricompatta la Penisola dopo le ferite inferte dal conflitto mondiale, ed alimenta altresì in Mazza le ambizioni per far sì che anche la “sua creatura” debba far parte dell’elite del calcio nazionale.

Conoscitore dello sport pallonaro in quanto ex allenatore, capace di far quadrare i conti per le sue doti di imprenditore, Mazza è la persona giusta per stare alla guida di una Società di Provincia – tanto da meritarsi l’appellativo, tra il serio ed il faceto di “Mago di campagna” affibbiatogli dai suoi esimi colleghi Presidenti – per la quale il bilancio è avversario forsanche più pericoloso delle stesse avversarie, e la soluzione è sempre la solita, vale a dire vendere i pezzi pregiati ed andare alla ricerca di nuovi talenti, come avvenuto nel ’47, con le cessioni di Ballico, Dalle Vacche, Diotallevi, Gardini e Zorzi, e l’anno successivo, quando a lasciare il club estense sono Bacchetti, Brandolin e, soprattutto, la coppia di attaccanti formata da De Lazzari e Pandolfini (autori di 35 reti in due) – con il primo ceduto alla Lazio ed il secondo alla Fiorentina per 16 milioni, dopo che ne era costati appena tre – ma, ciò nonostante, il rendimento in Campionato non diminuisce, anzi.

Chiamato ad allenare la formazione biancoceleste l’ex mediano granata e della Nazionale azzurra Antonio Janni – che già si era fatto una buona esperienza conquistando due promozioni con il Varese e guidando il “Grande Torino” nelle ultime sei gare nella stagione del suo primo Scudetto – lo stesso mette in mostra un gioco d’attacco entusiasmante, con ben 95 reti realizzate, ma ancora con un precario equilibrio tattico che determina il quarto posto finale con 55 punti alle spalle delle promosse Napoli ed Udinese, e del Legnano, terzo a quota 57.

Le premesse per il salto di Categoria ci sarebbero tutte, anche se le ricordate “esigenze di bilancio” determinano l’improrogabile cessione alla Triestina della coppia di attaccanti composta da De Vito e Ciccarelli – autori di 22 e 17 reti rispettivamente – rimpiazzati da Alberto Fontanesi e Renato Dini (nel mentre vengono confermati Trevisani e Colombi), ai quali Mazza aggiunge il suo primo colpo straniero “a buon mercato”, prelevando dal KB Copenaghen il centravanti danese Niels Bennike.

Rivoluzionare sempre la formazione titolare determina il dover pagare dazio nelle prime giornate della stagione successiva, e così avviene anche nell’autunno ’50, quando la Spal incappa in altrettante sconfitte consecutive nelle prime tre trasferte – di cui, l’ultima, un mortificante 2-5 in casa del Seregno – ma proprio da detto rovescio nasce la striscia di ben 20 turni di imbattibilità (con 18 vittorie e 2 pareggi …!!) che issano la Spal in vetta alla graduatoria – già a fine girone di andata vanta un vantaggio di 4 punti sul Legnano, secondo, e di 7 sulla terza, il Vicenza – per andarsi a conquistare la Promozione con ben cinque turni di anticipo, grazie alla vittoria per 2-1 all’Ardenza sul Livorno.

IL DECENNIO NELLA MASSIMA SERIE – Ora che il sogno è diventato realtà, occorre consolidare l’obiettivo raggiunto, compito che viene affidato per altre tre stagioni ad Janni – il quale aveva, nel Torneo della Promozione, dato un perfetto equilibrio alla squadra, con ben quattro attaccanti in doppia cifra a fronte di una difesa perforata appena 37 volte – e che il tecnico piemontese svolge alla perfezione, dimostrando sin dalla gara d’esordio, pari per 1-1 sul campo dei futuri scudettati della Juventus grazie ad un rigore trasformato da Bennike a 20’ dal termine, che diviene pertanto la prima “storica” rete spallina nella Massima Divisione, che anche le “grandi” dovranno fare i conti con la sua squadra, capace di imporre il nulla di fatto con analogo punteggio anche all’Inter a Ferrara ed al Milan a San Siro, e che costruisce una comoda salvezza grazie alla ritrovata solidità difensiva, imperniata sul giovane portiere Bugatti, prelevato dal Seregno, mentre in attacco, ceduti Dini al Verona e Trevisani alla Fiorentina, Mazza va a pescare addirittura in Turchia, tesserando dal Besiktas l’attaccante Bulent che, con i suoi 13 centri, dimostra la validità dell’acquisto.

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La formazione scesa in campo a Torino alla 1.a giornata – da gelocal.it

Janni conclude il suo mandato con un altro Campionato di tutto riposo nel ‘53, in cui l’ottavo posto finale è in larga parte merito del “fortino di casa”, dove gli estensi subiscono solo due sconfitte, collezionando 22 dei 32 punti complessivamente totalizzati, nonché della crescita dell’estremo difensore Bugatti, il quale subisce solo 37 reti ed al quale, come potrete facilmente immaginare, tocca il “sacrificio” di trasferirsi al Napoli per ben 55 milioni, in una campagna estiva che vede anche i trasferimenti di Fontanesi alla Lazio e del ricordato danese Bennike al Genoa e che, se da una parte consente di mettere a posto il bilancio, dall’altra pone in difficoltà il tecnico che riesce a salvare la squadra dalla retrocessione in B nel ’54 solo al termine degli spareggia tre con Udinese e Palermo, con la rete “spazza incubi” messa a segno da Bernardin ad 11’ dal termine della gara contro i rosanero.

Retrocessione che, però, si materializza l’anno successivo, visto che Mazza non ha perso tempo a capitalizzare la rete del 26enne mediano spezzino, cedendo Bernardin all’Inter per una cospicua contropartita in denaro, quando la Spal conclude l’anno ’55 in penultima posizione, ma in suo soccorso giunge la condanna per illecito sportivo di Catania ed Udinese, con ciò consentendo alla Società emiliana di mantenere la Categoria, alla quale si aggiungono, promosse dalla Serie Cadetta, altre due belle realtà della Provincia italiana dell’epoca, vale a dire Padova e Lanerossi Vicenza che, assieme ai biancocelesti, formano un triangolo geografico a distanza ravvicinata dal quale, anche per le grandi, è bene tenersi alla larga.

Cosa che, puntualmente, avviene già nel ’56, con Padova a 34 punti, Vicenza e Spal a 33 (addirittura alla pari con Torino ed Juventus …!!) a guadagnarsi la permanenza in Serie A, posizioni sostanzialmente confermate anche nella successiva stagione, al termine della quale le oramai note “esigenze di bilancio” determinano la cessione al Napoli della coppia di attacco formata dai 22enni Beniamino Di Giacomo (scovato al Castelfidardo e successivo Campione d’Italia con l’Inter …) e Carlo Novelli, autori di 30 reti in due stagioni, sacrificio che viene pagato in ambito sportivo con una pessima stagione che vede la Spal sfiorare la retrocessione in B nel ’58, classificandosi al terzultimo posto, pur se in compagnia di Genoa, Sampdoria, Alessandria e Lazio, proprio nell’anno in cui il Padova di “Paron Rocco” coglie un eccezionale terzo posto ad una sola lunghezza dalla Fiorentina, giunta seconda alle spalle della Juventus del trio Boniperti, Charles e Sivori.

Situazione che non migliora nel ’59, anno in cui la Spal conferma la terzultima posizione – mentre Padova e Vicenza concludono il Campionato a braccetto al settimo posto – pur mettendo in mostra altri giovani di valore, come il 20enne esordiente Saul Malatrasi, destinato a scalare i vertici internazionali con il Milan, ed il 22enne attaccante Orlando Rozzoni, i quali divengono, difatti, i protagonisti in uscita del mercato venendo rispettivamente ceduti alla Fiorentina ed alla Lazio, sessione estiva che, però, vede Mazza compiere il suo “capolavoro”, prelevando dal Livorno la forte coppia di difensori formata da Costanzo Balleri ed Armando Picchi e rinforzando il centrocampo con l’acquisto dalla Triestina dell’argentino ex interista Oscar Massei, che diverrà per un decennio il punto di riferimento della formazione estense.

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L’argentino Oscar Massei, 244 presenze con la Spal – da ilposticipo.it

Con l’inserimento in mediana di un altro giovane talento, il 20enne Dante Micheli, ed il ritorno in attacco di Novelli dopo due anni all’ombra del Vesuvio, a far coppia con il confermato Morbello, ecco che la Spal può finalmente lottare alla pari con le sue rivali di Provincia, concludendo gli anni ’50 con uno straordinario quinto posto, alla pari con Padova e Bologna e dietro solo ad Juventus, Fiorentina, Milan ed Inter, non so se ci siamo capiti, suo miglior piazzamento della storia.

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Formazione anno ’60, quinta in campionato – da wikipedia.org

GLI ANNI ’60, LA COPPA SFIORATA ED IL DECLINO – L’euforia per il risultato raggiunto, viene immediatamente mitigata dalla necessità di far cassa per sistemare il deficit finanziario ed ecco che Balleri prende la strada di Torino sponda granata, Micheli approda alla Fiorentina (ma farà ritorno l’anno seguente) e Picchi va a contribuire alla nascita della “Grande Inter”, seguito, a novembre anche dal centravanti Morbello, ed il pur esperto tecnico Ferrero compie già un miracolo ad evitare, per un sol punto, la disputa degli spareggi per evitare la retrocessione in B a giugno ’61.

Mazza si rende conto che, per mantenere la Categoria, con il Calcio italiano sempre più all’avanguardia ed in cui fanno bella mostra di sé numerosi campioni stranieri, il solo “fiuto” nello scovare giovani talenti – tanto per non smentirsi, comunque, lancia in pri8ma squadra il 22enne difensore Adolfo Gori che, due anni dopo, sarà ceduto alla Juventus assieme all’attaccante Carlo Dell’Omodarme – non può bastare e, pertanto, nell’operazione che porta il difensore Bozzao alla corte bianconera, ottiene in cambio l’esperto Sergio Cervato, che per tre stagioni fornirà un importante contributo alla causa biancoceleste.

Ed anche se la stagione ’62 è figlia ancora una volta di patimenti e conferma il declino del famoso “trio delle meraviglie”, con Spal e Vicenza appaiate al quartultimo posto, mentre il Padova, terzultimo, torna in B a distanze di 7 anni dalla promozione, ecco che ai biancocelesti si presenta un’occasione unica per dare un senso ad un’annata travagliata, attraverso la conquista della Coppa Italia.

Manifestazione alla cui Finale accedono, dopo aver eliminato in una interminabile serie di calci di rigore il Verona al primo turno, espugnato per 2-1 il campo del Vicenza negli ottavi grazie ad una rete di Massei nel finale, sconfitto 3-1 il Novara tra le mura amiche nei quarti e compiuto l’impresa di superare addirittura per 4-1 la Juventus nella semifinale disputata a Ferrara il 31 maggio 1962.

E’ vero che i bianconeri sono privi di Mora e Sivori, selezionati per i Mondiali del ’62 in Cile – spedizione di cui farà parte, in qualità di Commissario Tecnico, anche Mazza assieme a Giovanni Ferrari – ma possono pur sempre contare su giocatori del calibro di Anzolin, Castano, Bercellino, Leoncini, Stacchini, Charles e Nicolé che tutto si sarebbero aspettato tranne che si ritrovarsi sotto 0-2 per un micidiale uno-due poco dopo la mezz’ora firmato da Micheli e Dell’Omodarme, con il futuro juventino a realizzare il punto del 3-0 al 69’ e l’ex Cervato a completare l’opera 3’ dopo trasformando. Come su solito, un calcio di rigore.

Tale inatteso trionfo fa però sì che gli estensi si presentino all’Olimpico per la Finale del 21 giugno in veste di favoriti, tanto più che l’avversaria è il Napoli neopromosso in Serie A, ma l’eccessiva confidenza gioca un brutto scherzo ai biancocelesti che, dopo aver immediatamente replicato con Micheli all’iniziale vantaggio partenopeo messo a segno dal “core ingrato” ferrarese Gianni Corelli, non riescono a reagire alla decisiva rete messa a segno da Ronzon a 12’ dal termine.

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I giocatori del Napoli festeggiano la conquista della Coppa Italia ’62 – da wikipedia.org

Sfumata la grande occasione di mettere un importante trofeo in bacheca e, dopo una dignitosa stagione ’63 conclusa all’ottavo posto a pari merito con l’Atalanta, le dolorose cessioni di Gori e Dell’Omodarme fanno sì che stavolta la retrocessione in B sia inevitabile, concludendo l’anno ’64 con appena 24 punti ed un disastroso ruolino esterno, ma quello che sembra un “de profundis” per la Società estense, si dimostra viceversa un trampolino di lancio per un pronto riscatto, costituito dall’immediato ritorno nella Massima Divisione al termine di una emozionante lotta con Brescia, Napoli (anch’esse promosse) e Lecco, con quest’ultimo incapace di andare oltre lo 0-0 interno nell’ultima giornata contro il Modena, mentre la Spal subisce al 90’ la rete della sconfitta in quel di Potenza, così evitando un drammatico spareggio.

Soddisfazione alla quale il “Patron” Mazza accomuna l’inserimento in prima squadra di due giovanissimi prodotti del vivaio, settore al quale ha sempre rivolto un occhio di riguardo, e che rispondono ai nomi di Luigi Pasetti e del ben più noto Fabio Capello, i quali contribuiscono alle due consecutive salvezze nei tornei ’66 e ’67 prima dell’ultimo capitolo che pone la parola fine al romanzo della “Epoca d’Oro della Spal di Paolo Mazza” al termine di una stagione che vede la squadra affidata a Francesco Petagna scontare le cessioni estive di Capello alla Roma e di Bosdaves al Napoli, il grave infortunio subito in precampionato da Dell’Omodarme che ne condiziona il proseguimento dell’attività ed il pedaggio anagrafico da pagare da parte dei vari Massei, Bean, Bozzao e Rozzoni, con l’amara considerazione che, alla fine di una stagione conclusa al terzultimo posto a tre lunghezze di distanza da Atalanta e Vicenza, nel mese di giugno sono proprio dette squadre a partecipare, assieme alla Spal, alla “Coppa dell’Amicizia italo-svizzera” che i biancocelesti si aggiudicano con due larghi successi a spese del San Gallo (2-0) e del Neuchatel Xamax (3-0) grazie al rientro dall’infortunio di Dell’Omodarme, a segno in entrambe le gare, a dimostrazione di una stagione “segnata” in partenza.

Modo migliore, comunque, non poteva esserci per concludere un periodo che è rimasto indelebile nella memoria dei tifosi spallini che hanno avuto la fortuna di viverlo e che i più giovani si augurano, a 40 anni esatti di distanza, di poter, a loro volta provare altrettante emozioni e soddisfazioni attraverso la riconquistata Serie A, ben sapendo, quantomeno, di avere un “tifoso speciale” in mezzo a loro, quel Paolo Mazza al quale è stato, sin troppo doverosamente, intitolato lo Stadio di Ferrara e che potrà, pertanto, da lassù, sentir riecheggiare il proprio nome alla presentazione di un incontro della Massima Divisione con protagonista la “sua amatissima” Spal …

MOSES KIPTANUI E QUEI SALTI “OLTRE LA SIEPE”

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Moses Kiptanui – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nella ultracentenaria storia dell’atletica leggera, non vi è specialità che abbia visto un così assoluto dominio da parte di una singola Nazione come 3000 metri siepi, il cui gradino più alto del podio in sede olimpica è sempre stato appannaggio degli atleti keniani a partire dall’edizione di Città del Messico ’68, fatte salve, per quanto ovvio, le rassegne di Montreal ’76 e Mosca ’80 per il semplice fatto che non vi partecipavano a causa dei rispettivi boicottaggi.

Un dominio che si estende anche in chiave iridata dove, a parte le edizioni inaugurali dei Campionati Mondiali – vittorie del tedesco occidentale Ilg ad Helsinki ’83 e dell’azzurro Panetta a Roma ’87 – il successo è sempre arriso ai rappresentanti degli altipiani, e non traggano in inganno, al riguardo, le vittorie del “qatariotaSaif Saaeed Shaheen a Parigi ’03 ed Helsinki ’05, in quanto egli altri non è che il keniano di nascita Stephen Cherono, Campione Mondiale juniores nel ’99 e medaglia d’oro ai “Commonwealth Games” di Manchester ’02 con il suo Paese di origine, prima di trasmigrare sotto l’Emirato arabo per una alquanto disdicevole questione di denaro.

Ciò nondimeno, all’interno di questa “dittatura” – dove, per i comuni mortali, era già un successo riuscire a conquistare un posto sul podio, visto che, per quanto attiene ai soli Giochi olimpici, sia nel ’92 che nel 2004 lo stesso è stato monopolizzato dagli specialisti keniani, ed in altre cinque occasioni gli stessi si sono messi al collo le medaglie d’oro e d’argento – vi è chi è stato in grado di dare una violenta “accelerazione” alla specialità, traghettandola verso una dimensione di eccellenza assoluta.

Costui altri non è che Moses Kiptanui, nato ad Elegeyo ad inizio ottobre ’70, appartenente alla tribù Marakwet, una corporatura (m.1,75 per 60kg.) assolutamente perfetta per un mezzofondista, dal passo leggero e la falcata armoniosa, nonché dotato di una tecnica non comune nel superamento degli ostacoli, da consentirgli di essere il leader incontrastato della specialità nella prima metà degli anni ’90, anche se …

C’è quasi sempre un se, nelle carriere dei grandi Campioni, ma in questo caso il dubitativo si trasforma in una ulteriore dimostrazione di grandezza da parte del fuoriclasse keniano, come andremo ben presto a scoprire, mentre il suo talento emerge già in occasione dei Mondiali juniores di Plovdiv ’91, dove Kiptanui si impone agevolmente nella prova sui 1500 metri piani con il tempo di 3’38”32, mentre la gara delle siepi è appannaggio del suo connazionale – ed addirittura appena 18enne all’epoca – Matthew Birir, un nome che vi consigliamo di tenere a memoria.

E’ bene che i lettori sappiano che, come negli Stati Uniti si svolgono i famigerati Trials per le selezioni degli atleti che dovranno partecipare ad Olimpiadi e Mondiali, una tale pratica viene usata anche in Kenya per le gare di mezzofondo, stante il numero degli atleti di valore potenzialmente in grado di ben figurare a livello internazionale, pur con meno rigidità nelle scelte, non essendo i relativi esiti inappellabili come oltre Oceano.

Particolare abbondanza vi è soprattutto nel settore delle siepi, dove vi sono non meno di cinque/sei atleti in grado di poter aspirare alla vittoria, e selezionarne tre è un compito per niente facile da parte della Federazione keniana che comunque, decisa a far sua la medaglia d’oro anche ai Campionati Mondiali, iscrive all’Edizione di Tokyo ’91 l’esperto 30enne Julius Kariuki, campione olimpico a Seul ’88 e vincitore dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90 ed il sempre affidabile Patrick Sang, con il giovane Kiptanui a completare il relativo terzetto.

Come loro solito, i tre atleti degli altipiani si incaricano di fare l’andatura, imponendo alla gara un ritmo che tende ad eliminare progressivamente il resto della concorrenza, tattica che si rivela vincente anche in terra giapponese, con Kiptanui a mantenere il comando delle azioni, visto che alla campana dell’ultimo giro il solo algerino Azzedine Brahmi non è riuscito a perdere contatto, con il quartetto che affronta compatto la riviera a metà dell’ultima curva, dove cede a sorpresa il campione olimpico Kariuki e Kiptanui si incarica di allungare sul rettilineo finale per andare a conquistare il titolo iridato nel tempo di 8’12”59 precedendo il connazionale Sang, argento in 8’13”44.

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L’arrivo di Kiptanui ai Mondiali di Tokyo ’91 – da gettyimages.it

L’anno seguente, però, all’atto di comporre la formazione per i Giochi olimpici di Barcellona ’92, Kiptanui deve vedersela con la crescita del 20enne Matthew Birir (ricordate, no …?), mentre, al contrario, sono in ribasso le quotazioni sia di Kariuki che di Peter Koech, argento a Seul ’88 e detentore del record mondiale con 8’05”35 stabilito nel 1989, ma oramai 34enne, e, pertanto, desta non poca sorpresa e relativo scalpore la decisione di estromettere dalla rassegna a cinque cerchi proprio Kiptanui a favore, oltre che di Birir, dell’esperto Sang e, soprattutto, di William Mutwol, il quale non ha alcuna particolare prestazione di rilievo a proprio favore.

Una grande delusione per Kiptanui, ma è proprio in queste occasioni che vengono fuori le stimmate del fuoriclasse, poiché, se è pur vero che alla Federazione keniana ben poco si può imputare, considerando che i suoi tre atleti monopolizzano il podio con Birir oro in 8’08”84, Sang ancora argento e Mutwol bronzo, la risposta fornita dal 22enne della tribù di Marakwet è di quelle che non ammettono repliche, visto che il successivo 16 agosto, a 9 giorni dalla prova olimpica, toglie al marocchino Said Aouita il record mondiale sui 3000 metri piani, fissandolo in 7’28”96 al meeting di Colonia, ed, appena tre giorni dopo, fornisce una straordinaria impresa al “Weltklasse” di Zurigo, sulla celebre pista dello Stadio “Letzigrund”, demolendo il primato mondiale di Koech di oltre 3”, portandolo ad 8’02”08, con ciò consentendogli di confermarsi al primo posto del Ranking mondiale stilato dalla rivista “Track & Field News”, nonostante la mancata partecipazione olimpica, in una classifica che vede i mezzofondisti keniani occupare i primi sei posti.

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Kiptanui festeggia il record mondiale a Zurigo – da gettyimages.it

Chiarite inequivocabilmente quali siano le gerarchie all’interno del Team, Kiptanui è ora pronto a difendere il proprio titolo iridato in vista dei Campionati Mondiali di Stoccarda ’93, dove è accompagnato dal fido Sang e da Birir, altra occasione per dimostrare chi sia il migliore tra i due, opportunità che non si lascia sfuggire, disputando come suo solito una gara di testa, cui il solo Sang è in grado di resistere, cercando anche di scrollarsi di dosso la scomoda etichetta “dell’eterno secondo” quando attacca il campione in carica all’uscita dalla riviera a metà dell’ultima curva, solo per stimolare la reazione di Kiptanui, il cui rettilineo finale è, come di consueto, regale, andando a tagliare il traguardo con il tempo di 8’06”36, record dei Campionati, mentre alle spalle di Sang (al terzo argento consecutivo in tre anni …) si piazza un eccellente Alessandro Lambruschini, con Birir, quarto, mai effettivamente in gara per l’oro, tant’è che, a fine stagione, retrocede nel ranking mondiale dal secondo al nono posto.

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Kiptanui, Sang e Lambruschini ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da sporting-heroes.net

In attesa di potersi giocare la propria carta olimpica ai prossimi Giochi di Atlanta ’96, Kiptanui insegue un altro sogno, vale a dire quello di essere il primo atleta al mondo ad infrangere la “barriera degli 8’ netti” sulle siepi, un limite che sino a 20 anni prima sembrava pura utopia, visto che l’altro keniano Ben Jipcho era a malapena riuscito a scendere sotto gli 8’20”, fissando il primato ad 8’19”8 al meeting di Helsinki, ma spero vi siate resi conto che quando Kiptanui si mette in testa un’idea, difficilmente non riesce a realizzarla, intensificando gli allenamenti, specie sulla resistenza, così da presentarsi tirato a lucido per il suo “1995, Anno di Gloria”, in cui esordisce sul piano dimostrando che la preparazione invernale sta dando i suoi frutti, visto che si permette, in occasione del “Golden Gala” di Roma di inizio giugno ’95, di migliorare il primato mondiale dei 5000 metri, togliendolo con 12’55”30 ad un “certo” Haile Gebrselassie.

E così, dopo essersi messo al collo la terza medaglia d’oro iridata ai Mondiali di Goteborg ’95, vinta con irrisoria facilità in una Finale corsa in testa dal primo all’ultimo metro in una sorta di gara ad eliminazione, di cui a farne maggiormente le spese è lo sventurato Birir, il quale riesce nell’impresa di cadere per due volte nel corso dell’ultimo giro per concludere, demoralizzato, in nona posizione, mentre Kiptanui trionfa migliorando in 8’04”16 il record della manifestazione – non lontano dal suo limite mondiale – l’appuntamento con la storia è fissato appena cinque giorni più tardi, sulla “magica” pista del Letzigrund di Zurigo, in occasione del consueto “Weltklasse”, di gran lunga il meeting più ricco ed ambito dagli atleti.

Di certo, a tutti coloro che hanno la fortuna di assistervi dal vivo, resterà per sempre impressa nella mente l’impresa solitaria di Kiptanui, il quale, sostenuto dal caldo tifo del pubblico che assiepa le gradinate del Letzigrund, stampa un ultimo chilometro in 2’45”35 che gli consente di abbattere il “fatidico muro”, fermando i cronometri sul limite di 7’59”18 e poco importa che, nella stessa serata, Gebrselassie si riappropri del primato sui 5000 metri, portandolo ad un altrettanto fantastico 12’44”39.

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Kiptanui abbatte il muro degli 8’00” – da youtube.com

Classificato per il quinto anno consecutivo – e non poteva essere altrimenti – al primo posto del ranking mondiale, a Kiptanui resta ora solo da conquistare la “Gloria olimpica” per poter completare una fantastica carriera, e stavolta non vi sono dubbi circa il suo inserimento in squadra ai Giochi di Atlanta ’96, dove, a fargli compagnia, sono Joseph Keter, alla sua prima convocazione per una grande manifestazione internazionale, ed ancora una volta Matthew Birir, chiamato a difendere l’oro di quattro anni prima a Barcellona.

In fase di pronostico, tutte le previsioni sono orientate sul tre volte campione e primatista mondiale, ritenendo difficile per uno dei suoi connazionali scalzarlo dal suo ruolo di leader indiscusso della specialità, e la Finale nel capoluogo georgiano si svolge secondo i consueti canoni, con il solo “terzo incomodo” costituito ancora una volta dall’azzurro Lambruschini, il quale, alla campana dell’ultimo giro, è ancora attaccato al treno guidato da Kiptanui con alle spalle Keter, mentre Birir ha iniziato a perdere terreno ed è fuori dal gioco delle medaglie.

Ci si attende l‘oramai classico “finish” dell’adesso 26enne fuoriclasse keniano, ma stavolta la sua andatura è meno fluida ed aggressiva del solito e così, mentre Lambruschini alza bandiera bianca accontentandosi di un comunque eccellente terzo posto, la sorpresa viene da Keter, il quale attacca Kiptanui affiancandolo nel superamento della riviera per poi affrontare in testa il rettilineo di arrivo ed andare a trionfare pur nel non eccezionale tempo di 8’07”12, con Kiptanui che conclude in 8’08”33 a quasi 10” dal proprio limite mondiale, mentre Birir difende a stento la quarta piazza dal ritorno dell’americano Marc Croghan.

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Lambruschini, Keter e Kiptanui ad Atlanta ’96 – da edubilla.com

Un’autentica beffa per il keniano, che sente di avere una “maledizione olimpica” che pende sulla sua testa, preparandosi comunque a vivere la sua ultima stagione ad alto livello e che lo vede, a modo suo, comunque protagonista, chiarendo al mondo intero cosa significhi essere un Campione a 24 carati.

Come sempre, il mese di agosto è quello cruciale per l’atletica leggera, prevedendo nella prima settimana la sesta edizione dei Campionati Mondiali, in programma ad Atene ’97, cui fanno seguito i classici “meeting di consolazione” per coloro che restano delusi nell’assegnazione delle medaglie.

Con Kiptanui a tentare un incredibile poker – impresa che, in tempi recenti, riuscirà al connazionale Ezekiel Kemboi, oro da Berlino ’09 a Pechino ’15 – la Federazione gli affianca, come scudieri, Wilson Boit Kipketer e Bernard Barmasai, rispettivamente di tre e quattro anni più giovani di lui e desiderosi di riceverne il testimone per futuri successi, anche se il Re è ben lungi dal voler abdicare, vendendo cara la pelle in una delle più emozionanti “sfide in famiglia” sulla distanza, con i tre keniani a fare nettamente il vuoto alle loro spalle per presentarsi affiancati all’ultima curva e dare vinta ad un entusiasmante sprint che vede prevalere Boit Kipketer in 8’05”84, appena 0”20 centesimi davanti a Kiptanui che brucia di un soffio Barmasai nella lotta per l’argento, pur venendo entrambi accreditati del medesimo tempo di 8’06”04.

Una così appassionante sfida consente agli organizzatori dei successivi meeting di sfregarsi le mani, pregustando una possibile caduta del record mondiale, ed i primi ad approfittare della circostanza sono i responsabili dell’oramai sin troppo ricordato “Weltklasse” di Zurigo, in calendario il 13 agosto e che passerà alla storia per i “tre record infranti nell’arco di 70 minuti”.

E lo spettacolo che i “magnifici tre” mandano in scena è di quelli che non si scordano facilmente, ripetendo l’identico cliché della Finale mondiale, facendo gara a sé fintanto che Boit Kipketer non allunga decisamente all’attacco della riviera sull’ultima curva, per andare a trionfare in solitudine strappando a Kiptanui il record mondiale di soli 0”10 centesimi, fissando il nuovo limite a 7’59”08 che resta altresì il suo “Personal Best” in carriera.

Uno smacco per l’orgoglio smisurato di Kiptanui il quale, consapevole di essere oramai agli sgoccioli della sua attività agonistica, medita l’immediata rivincita, e l’occasione gli si presenta non più tardi di 11 giorni dopo, in terra tedesca, al meeting di Colonia al quale partecipa assieme a Barmasai.

Intenzionato a riappropriarsi del record, Kiptanui non si risparmia conducendo una gara di testa alla quale il solo connazionale è in grado di resistere, con i due che si presentano al suono della campana al di sotto dei 7’ netti, con ciò facendo presagire un possibile crollo del record, cosa che difatti accade, con Kiptanui a forzare decisamente l’andatura, così favorendo Barmasai, il quale, lungi dal farsi scattare, riesce a superarlo in dirittura d’arrivo per andare entrambi a frantumare il fresco primato di Boit Kipketer, con Barmasai a fermare i cronometri in uno straordinario 7’55”72 e Kiptanui a replicare in 7’56”16, per ambedue migliori prestazioni assolute in carriera e tuttora quarta e sesta nella classifica “All Time”.

Per Kiptanui, che a fine anno riguadagna la prima posizione nel Ranking mondiale e che si ritirerà definitivamente dalle scene due stagioni dopo, davvero uno splendido modo di concludere una eccezionale carriera, “anche se” quell’esclusione dalle Olimpiadi di Barcellona resterà per sempre difficile da digerire.