LA PRIMA VOLTA SUL PODIO EUROPEO DELL’ITALVOLLEY ROSA

 

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Alzata di Benelli per Bernardi – da volleyacademy.it

articolo di Giovanni Manenti

Così come il periodo d’oro della Nazionale italiana di pallavolo maschile – iniziato con la vittoria agli europei di Stoccolma ’89 e durato per oltre un decennio – aveva avuto come prologo l’inaspettato argento mondiale conquistato a Roma ’78, allo stesso modo l’affermarsi del sestetto azzurro al femminile ai vertici internazionali a partire dalla fine del secolo scorso ha visto mettere il seme con il bronzo conquistato alla rassegna continentale di Stoccarda ’89.

Fino a tale data, difatti, mai una squadra italiana, a livello femminile, era salita sul podio di una importante manifestazione internazionale, in quanto mai qualificata per una Olimpiade – dove il volley è ammesso a far tempo dai Giochi di Tokyo ’64 – una assenza che, peraltro, si protrae sino all’edizione di Sydney 2000, così come poco più che un atto di presenza si rivelano le prime partecipazioni ai campionati mondiali, pur con un qual certo miglioramento dall’umiliante 20esimo posto del ’78, per salire alla 15esima piazza in Perù nel 1982 e sino al nono posto in Cecoslovacchia nel 1986.

Non molto diversa la musica in campo europeo dove, a dispetto delle maggiori qualificazioni alla fase finale, i migliori piazzamenti si verificano proprio nel corso degli anni ’80, decennio in cui le azzurre non scendono mai sotto l’ottavo posto (conseguito nel 1981), per poi classificarsi settime nel 1983, quinte nel 1985 e seste nel 1987, nell’edizione disputatasi i Belgio e vinta dalla Germania Est superando, in una combattutissima finale, le campionesse uscenti dell’Unione Sovietica per 3-2 (8-15, 15-9, 18-20, 15-9, 15-11).

L’anno dopo, in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, le sovietiche si prendono una bella rivincita, schiantando le tedesche orientali per 3-0 nel girone eliminatorio, escludendole dalle semifinali, per poi aggiudicarsi anche la medaglia d’oro in una altrettanto splendida Finale contro le peruviane, sconfitte 17-15 al quinto parziale, dopo aver rimontato uno svantaggio di due set a zero.

Capirete, pertanto, come in terra tedesca (ancorché occidentale …) le favorite d’obbligo non potessero essere che le campionesse d’Europa (Germania Est) ed olimpiche (Urss) in carica e, per le azzurre, l’obiettivo massimo era costituito dal miglioramento del loro miglior piazzamento – il quinto posto di Sittard ’85 – con la speranza di poter, finalmente, salire sul podio.

Per cercare di centrare un simile risultato, da parte della Federazione non può esserci che una sola soluzione, e cioè – al pari, peraltro, di quanto fatto nel settore maschile con Julio Velasco – affidare la conduzione della Nazionale al tecnico che sta spopolando a livello italiano e non solo con la sua Teodora Ravenna, e che risponde al nome di Sergio Guerra.

L’allenatore romagnolo, difatti, oltre ad aver conquistato nel 1989 il suo nono titolo nazionale consecutivo – cui ne seguiranno altri due, nel ’90 e ’91, per un totale di 11 Scudetti uno di fila all’altro – è già stato in grado di far acquisire alle sue ragazze adeguata esperienza internazionale, contrastando lo strapotere in campo europeo della formazione russa dell’Uralocka, contro cui ha disputato le ultime tre Finali di Coppa dei Campioni, restando sconfitta nel 1987 (1-3) e nell’anno degli europei (ancora 1-3), ma capovolgendo il risultato a proprio favore nel 1988, quando stavolta il punteggio conclusivo di 3-1 (parziali di 7-15, 15-10, 15-9, 15-1) arride alle ragazze ravennate.

Ed ecco che la sfida si trasferisce dal livello di club a quello di Nazionali, visto che la rosa della Formazione sovietica – nella quale campeggia la fortissima palleggiatrice Irina Kirillova, considerata una delle più forti di sempre nel suo ruolo e che, a metà degli anni ’90, darà sfoggio della sua classe anche nel campionato italiano, giocando a Modena, Bergamo, Reggio Calabria, Perugia, Chieri e Novara – è composta da ben sette giocatrici della citata Uralocka, e, dall’altra sponda, Guerra risponde inserendo cinque ragazze della sua Ravenna nel sestetto base azzurro, con Manuela Benelli a dettare i tempi di gioco in veste di alzatrice e la più esperta Liliana “Lily” Bernardi nel ruolo di schiacciatrice, che vede anche la presenza della ventenne Sabrina Bertini.

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Liliana Bernardi, a sin., e Manuela Benelli – da ravennanotizie.it

Ed è così che il 2 settembre ’89, data di inizio della rassegna continentale, 12 squadre sono pronte a darsi battaglia, suddivise in due Gironi di sei formazioni ciascuno, che qualificano le prime due di ogni raggruppamento alle semifinali incrociate, ragion per cui ogni speranza di medaglia deriva dall’ottenere un tale piazzamento.

Mentre il Gruppo A si snoda in termini ben definiti, con l’Urss a dominare con cinque vittorie (e tutte per 3-0 …!!) sulle altrettante gare disputate, seguita dalla Romania a quota quattro, Germania Ovest a tre e così via, molto più incerto è lo svolgimento del Girone in cui è inserita l’Italia, visto l’equilibrio regnante alle spalle delle tedesche orientali, con le azzurre a lottare per l’accesso alla semifinale unitamente a Cecoslovacchia e Bulgaria.

Le ragazze di Guerra partono bene, con un convincente successo per 3-0 sulle cecoslovacche (parziali 15-9, 15-11, 15-13) che risulterà determinante per la classifica finale, cui fanno seguito altre due vittorie contro Francia (3-1) e Polonia (3-0), così da vederle in testa al girone al giorno di riposo del 5 settembre, con 6 punti a pari merito con l’Unione Sovietica, mentre la Cecoslovacchia si è rimessa in pista superando per 3-1 la Bulgaria, la quale ha già “scontato” la sconfitta contro le tedesche est.

Alla ripresa del torneo, tocca alle azzurre pagare lo scotto della sfida contro le tedesche d’oltre cortina, subendo un 3-0 che non rispecchia però l’andamento dell’incontro, visto che l’Italia cede di schianto solo nell’ultimo parziale (4-15) dopo aver tenuto testa alle campionesse europee uscenti nei primi due set, persi per 11-15 e 13-15, ed in ogni caso, le previste vittorie di Bulgaria e Cecoslovacchia rispettivamente a danno di Polonia e Francia, mandano ogni decisione all’ultima e decisiva giornata dove, con una graduatoria che recita Germania Est 8, Italia e Cecoslovacchia 6, Bulgaria 4, sono in programma i confronti diretti tra tedesche e ceche e tra azzurre e bulgare.

Le prime a scendere sul parquet sono proprio Italia e Bulgaria, con ciò dando un indubbio vantaggio alle altre avversarie, e l’incontro è quanto mai avvincente, con le ragazze di Guerra a lottare punto su punto, ma costrette a cedere i primi due parziali (12-15 e 14-16), per poi conquistare per 15-12 un terzo set che si rivelerà fondamentale nel computo finale, pur cedendo poi per 15-8 nel quarto parziale che consegna la vittoria alle bulgare.

Con Italia e Bulgaria ad aver concluso il girone a quota 6 punti, resta evidente che una vittoria delle Cecoslovacchia sulla Germania Est qualificherebbe entrambe alla semifinale, ma le tedesche vogliono chiudere in testa il girone per affrontare le molto meno ostiche rumene in semifinale, lasciando ad altri il compito di sfidare la corazzata sovietica, ed i primi due parziali, chiusi sul punteggio di 15-6 e 15-4 per le tedesche, sembrano non lasciare repliche alle loro avversarie.

Le quali, viceversa, si riprendono nei due set successivi – vinti per 15-10 e 15-8 – lasciando all’ultimo e decisivo parziale il compito di decidere le sorti sia dell’incontro che della classifica del Girone, che le ragazze della ex Ddr si aggiudicano per 15-12 garantendosi così il primo posto nel raggruppamento, mentre per capire chi dovrà affrontare le sovietiche in semifinale si deve ricorrere alla differenza set che, a parità di punti (6 a testa), premia l’Italia (10 set vinti contro 7 persi), rispetto a Cecoslovacchia (11-9) e Bulgaria (10-9), da cui si capisce la capitale importanza di quel parziale strappato alle bulgare.

Un altro giorno di riposo e quindi si dà il via alle semifinali con le sfide incrociate tra Urss-Italia e Germania Est-Romania che lasciano poco spazio alle sorprese, dato che entrambe si concludono con due netti 3-0 a beneficio delle favorite – 15-10, 15-7, 15-8 per le sovietiche contro le azzurre, mentre le tedesche devono impegnarsi solo nel primo parziale, vinto 17-15, per poi aver facilmente ragione 15-6 e 15-4 delle rumene – con conseguente ripetizione, per la quarta edizione consecutiva, della oramai abituale Finale tra Urss e Germania Est.

Ma, mentre le due super potenze a livello europeo (in ambito mondiale devono fare i conti con altre realtà quali Cina, Perù e Giappone, non essendosi ancora “svegliate” le americane …) affilano le armi in vista dello scontro decisivo, in casa azzurra si vivono momenti di trepidante ansia poiché si è ben consapevoli che si ha a disposizione una carta importante da giocare per sfatare il tabù del podio sinora mancante in una grande competizione internazionale, oltretutto contro una formazione come quella rumena indubbiamente inferiore a Bulgaria e Cecoslovacchia affrontate nel girone eliminatorio.

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Alzata di Manuela Benelli – da volleyacademy.it

Il Commissario Tecnico Guerra chiama a raccolta le “sue” ragazze di Ravenna, le sprona e motiva con il fatto che campionesse a livello di club come loro non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, necessaria anche a dare ulteriore entusiasmo a tutto il movimento pallavolistico femminile nel nostro Paese, e la risposta che ottiene sul parquet di Stoccarda è di quelle che ogni allenatore desidererebbe ricevere dalle proprie atlete che, concentrate come non mai, disputano una gara perfetta che non lascia scampo alle annichilite rumene, come testimoniano in termini inequivocabili i relativi parziali a favore delle azzurre, le quali si aggiudicano l’incontro con un 3-0 che recita 15-5, 15-6, 15-3, per poi potersi andare a sedere in tribuna a godersi l’atto conclusivo, che termine con la sudata affermazione dell’Unione Sovietica che deve rimontare l’8-15 subito nel primo set, per far suoi i tre successivi coi punteggi di 16-14, 15-13, 15-13 a dimostrazione dell’equilibrio esistente tra i due sestetti.

Dal bronzo di Stoccarda dovranno passare 10 anni esatti affinché le azzurre tornino sul podio continentale, con analogo piazzamento agli Europei di Torino ’99 avendo perso un’occasione più unica che rara in semifinale (sconfitte 15-13 al tie-break del quinto parziale dopo essere state in vantaggio due set ad uno), ma è indubbio che il seme della nascita del volley femminile in Italia è stato posto dalle ragazze di Guerra che, tra l’altro, hanno anche l’occasione per far loro una seconda Coppa dei Campioni nel ’92 con le “Final Four” disputate proprio a Ravenna, al termine di una combattutissima finale contro le croate del Mladost Zagabria, superate 15-10 al quinto set …

IL VICENZA ED UN SOGNO INFRANTO AD UN PASSO DALLA FINALE

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Vialli in azione nella semifinale di andata – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Provinciale di lusso, come è usanza appellare le squadre non facenti parte delle metropoli, ma che si ritagliano spazi importanti nelle massime serie calcistiche, è un termine che ben si addice alla ultracentenaria storia del Vicenza Calcio, fondato difatti nel 1902, ed i cui apici si possono racchiudere in tre ben distinti momenti.

Il primo, più che un momento è un periodo, lungo, lunghissimo, alla stregua di un eterno amore, e che vede i colori biancorossi far bello sfoggio di sé per 20 lunghi anni nella nostra serie A, dalla promozione al termine del torneo cadetto ’55, dominato e concluso con 8 punti di vantaggio sui “cugini” del Padova, sino alla stagione ’75, al termine della quale si consuma un’amara retrocessione.

Occorre avere i capelli bianchi e forse anche qualcosa di più per ricordarsi quell’epoca gloriosa, quando passare indenni dal “Romeo Menti” non era impresa facile neppure per i blasonati squadroni, così come al vicino “Appiani” dove imperversava il Padova del Paron” Rocco e dei suoi manzi, oppure alla non lontana Ferrara, città in cui la Spal viveva anch’essa il suo periodo di massimo splendore, sotto la guida del Presidentissimo Paolo Mazza, cui oggi è, doverosamente, intitolato lo stadio.

Erano gli anni di fedeltà assoluta di giocatori che ne hanno segnato la storia, calcistica e non solo, divenendone assolute bandiere nell’onorare la maglia in cui campeggiava il simbolo del “Lanerossi” (marchio indelebile di riconoscimento …), dal portiere Luison (con Bardin a rilevarne il ruolo da fine anni ’60) ai difensori Zoppelletto, Savoini, Volpato, Carantini e Stenti, ai centrocampisti De Marchi, Fontana, Tiberi e Menti – quest’ultimo nipote del compianto Romeo Menti, perito nella sciagura di Superga con il “Grande Torino”, ed al quale è intitolato lo stadio – ed agli attaccanti Campana (l’avvocato futuro presidente dell’AIC …) e Vastola, oltre al più famoso di tutti, e cioè il brasiliano “O’ lione” Luis Vinicio, capace, nel 1966, di laurearsi capocannoniere con 25 reti, precedendo nomi altisonanti quali Sormani, Mazzola ed Altafini, contribuendo al sesto posto finale dei biancorossi, loro miglior piazzamento di sempre, eguagliando analogo risultato ottenuto due anni prima, nel ’64, quando Vinicio, bontà sua, si era “limitato” a 18 centri.

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Formazione Lanerossi anni Vicenza metà anni 1960 – da wordpress.com

Al posto del grande amore – il cui ricordo avrà sicuramente fatto inumidire gli occhi a chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona – si sovrappone la passione, quella che ti inebria, ti travolge, ti fa credere di vivere un sogno od una realtà sino a poco tempo prima inimmaginabile, e che si materializza a brevissima distanza dalla retrocessione tra i cadetti, con l’avvento sulla panchina veneta di Giovan Battista Fabbri, il quale propone un’idea di gioco talmente rivoluzionaria, ma soprattutto redditizia, che tutti guardano al Vicenza come ad un modello cui ispirarsi.

Succede, difatti, che Fabbri capitalizzi al massimo il gioco sulle fasce – quelli che oggi si chiamano esterni basso od alti, ma che al tempo altri non erano che terzini e fluidificanti – con sovrapposizioni veloci che mandavano in crisi gli accorgimenti tattici degli avversari e, in special modo, diventavano manna dal cielo per un rapinatore d’area di rigore qual si dimostra in quegli anni Paolo Rossi, pronto a raccogliere gli inviti che gli provenivano dai lati esterni del campo e rinverdire i fasti di Vinicio.

Stiamo parlando della stagione ’77, in cui il Vicenza si aggiudica il torneo cadetto e Rossi si laurea capocannoniere realizzando 21 delle complessive 48 reti messe a segno dalla squadra, confermandosi poi l’anno seguente nella massima divisione, quando le sue 24 reti gli valgono il titolo di miglior marcatore del torneo, nonché la selezione per i Mondiali di Argentina ’78 (dove diverrà “Pablito” …), mentre il Vicenza si piazza in un impensabile secondo posto dopo aver tenuto testa alla Juventus per buona parte del campionato.

Come sempre, una delle chiavi di lettura per decifrare tali imprese, deriva dalla possibilità per il tecnico di schierare quasi sempre gli stessi undici, non potendo contare su di un parco riserve all’altezza delle squadre più attrezzate per questo tipo di torneo e vale la pena ricordare, per i più smemorati, quale fosse la formazione base di quello che passa alla storia come il “Real Vicenza” per la bellezza e spettacolarità del suo gioco, e che quindi andiamo a ricapitolare con Ernesto Galli tra i pali, Lelj e Callioni terzini, Prestanti stopper e Giorgio Carrera libero, centrocampo composto da Guidetti, Giancarlo Salvi e Faloppa, con due ali piccole, tecniche ed imprevedibili quali Cerilli e Filippi al servizio del rifinitore Paolo Rossi.

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Formazione Lanerossi Vicenza stagione 1977-1978 – da wikipedia.org

Le passioni però, a differenza dei grandi amori, si bruciano in fretta, e così l’anno seguente il Vicenza deve subire l’onta della retrocessione per una peggior differenza reti rispetto a Bologna ed Atalanta e nonostante Rossi contribuisca con 15 reti alla causa biancorossa, con l’attaccante che si accasa, al termine di una mai troppo ben chiarita operazione di mercato messa in atto dal presidente Giussy” Farina, al Perugia che proprio il Vicenza aveva imitato, conquistando anch’esso un inaspettato secondo posto alle spalle del Milan della “stella”.

Vi sembrerà strano, ma tutto quanto sinora descritto altro non è che una premessa, al terzo periodo da incorniciare di storia biancorossa, quello a noi più vicino, rifacendosi a 20 anni orsono e che, al pari del biennio di fine anni ’70, anche stavolta ha per protagonista un allenatore, tal Francesco Guidolin da Castelfranco Veneto, il quale si siede sulla panchina vicentina nell’estate ’94, reduce da una negativa esperienza all’Atalanta, dove era stato esonerato dopo 10 giornate.

Pur se portandosi in dote il “peccato originale” di una carriera da calciatore quasi interamente disputata con la maglia gialloblù del Verona – sfortunatamente per lui trasferitosi al Venezia proprio nell’anno dello scudetto con Bagnoli alla guida – Guidolin non tarda a farsi apprezzare, conducendo sin dalla prima stagione il Vicenza alla promozione in A, divisione dalla quale i biancorossi mancavano proprio dalla ricordata retrocessione del ’79, per poi ottenere, l’anno seguente, un più che onorevole piazzamento, con il nono posto finale a sole cinque lunghezze dalla zona Uefa.

Si giunge così all’estate 1996, in cui il Vicenza opera un’oculata campagna di rafforzamento, sostituendo, nel parco stranieri, lo svedese Bjorklund con il 17enne camerunese Wome e mantenendo in organico gli uruguaiani Mendez ed Otero, con quest’ultimo che si conferma miglior realizzatore della squadra con 13 reti, una in più rispetto alle 12 della precedente stagione.

Ed il Vicenza, avendo oramai pienamente assimilato gli schemi di Guidolin, sembra per buona parte del girone di andata in grado di ripetere le gesta della compagine “targata G.B. Fabbri”, per poi cedere nel girone di ritorno quando, al contrario, si sta profilando un’opportunità che sarebbe delittuoso lasciarsi sfuggire.

Avviene, difatti, che mercoledì 27 novembre ’96, con il Vicenza in testa alla classifica di A con 20 punti, i biancorossi affrontino nel ritorno dei quarti di Coppa Italia un Milan che sta facendo i conti con l’usura dei suoi tanti campioni ed una infelice conduzione tecnica di Tabarez, e lo 0-0 con cui si conclude la gara del “Menti”, consenta ai veneti – in virtù dell1-1 dell’andata a San Siro – di staccare il biglietto per le semifinali in programma il successivo febbraio, in cui sono abbinati al Bologna, mentre l’altra sfida oppone l’Inter al Napoli.

In campionato, le due squadre viaggiano di pari passo, tant’è che quando si incontrano al “Menti” per il match di andata del 6 febbraio ’97 sono staccate appena da un punto (Bologna 31 e Vicenza 30) ed anche le sfide di coppa si svolgono all’insegna dell’equilibrio, con la gara in terra veneta risolta da una rete di Murgita allo scadere della prima frazione di gioco, mentre quando 19 giorni dopo si affrontano nel ritorno al “Dall’Ara”, tocca al “bomber di coppa” Giovanni Cornacchini siglare in extremis il punto dell’1-1 che evita il ricorso ai supplementari e consente, per la prima – e, sinora, unica – volta, alla compagine biancorossa di disputare la finale della coppa nazionale, a cui accede anche il Napoli che, a sorpresa, ha sconfitto l’Inter ai calci di rigore dopo due gare finite entrambe in parità, sull’1-1.

L’appuntamento per la gara di andata – in programma al “San Paolo” – è fissato per l’8 maggio con i partenopei (copia alquanto scolorita della formazione di maradoniana memoria) non ancora certi della permanenza in A, ma che comunque onorano l’impegno capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Pecchia al 21’ che determina il risultato, con la tegola per Guidolin dell’infortunio patito da Otero nel finale di gara, tanto da escluderlo per il “retour match” del 29 maggio in un “Romeo Menti” riempito in tutta la sua capienza e pronto a festeggiare un evento che definire storico è quasi un eufemismo.

Avranno da soffrire, e non poco, però, i supporters biancorossi, visto che la gara – dopo che Maini mette a segno, curiosamente al 21’, stesso minuto della rete di Pecchia dell’andata, il punto che pone la sfida su di un piano di assoluta parità – si prolunga sino ai supplementari e, quando lo spettro della lotteria dei calci di rigore inizia ad aleggiare sui monti Berici, ecco materializzarsi il vantaggio, costruito al 118’ da una punizione di Beghetto respinta corta da Taglialatela solo per consentire ad un altro Rossi (Maurizio stavolta) di cogliere l’appuntamento con la storia per la rete del 2-0 poi addirittura arrotondata prima del triplice fischio finale dal goal in contropiede siglato dal giovane Iannuzzi.

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Vittoria Coppa Italia 1997 – da altervista.org

Per un club come il Vicenza, che sino a cinque anni prima vivacchiava in terza serie ci sarebbe da essere più che contenti, ma questo vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche del proprio tecnico, e cioè di un Guidolin che non dà mai nulla di scontato e vuole vivere da protagonista ogni sua avventura, anche se trattasi di una Coppa europea, ai cui nastri di partenza si allineano le vincenti delle rispettive coppe nazionali e che rispondono al nome di Chelsea, Stoccarda e Betis Siviglia, per citare quelle dei paesi calcisticamente più all’avanguardia.

Con la solita campagna estiva oculata, giungono in prestito dal Milan il difensore Coco ed il centrocampista Ambrosini, dalla Lazio Baronio e dall’Inter l’attaccante Arturo Di Napoli, mentre vengono acquistati a titolo definitivo i difensori Dicara e Stovini, i centrocampisti Schenardi e Zauli e l’attaccante Pasquale Luiso, reduce da un’ottima stagione al Piacenza.

Presentatosi alla ribalta internazionale con l’umiltà di un liceale alla prima lezione universitaria, il Vicenza si scrolla di dosso i timori riverenziali sin dal primo turno, in cui impiega meno di mezz’ora per regolare per 2-0 al “Menti (reti di Luiso ed Ambrosetti) i polacchi del Legia Varsavia, vantaggio poi difeso in trasferta con Zauli a spegnere, nel finale, le velleità di rimonta degli avversari, nate con il vantaggio di Kaprczak al 56’.

Superato lo scoglio dell’esordio, alla compagine di Guidolin, per poter accedere alla fase primaverile della competizione, occorre superare lo scoglio degli ucraini dello Shakter Donetzk, che non sono ancora la formazione zeppa di brasiliani da incutere timore ai più forti club europei negli anni a venire, ma comunque una squadra di tutto rispetto che fornisce buona parte dei propri giocatori alla nazionale del proprio Paese.

Ciò nondimeno, la sera del 23 ottobre ’97 nella fredda Donetzk, a riscaldare gli animi dei tifosi biancorossi ci pensa ancora Luiso che apre e chiude la marcature con una doppietta al 1’ ad all’89’, decisiva per il 3-1 finale intervallato dalle reti di Beghetto e Zubov a ridosso dell’ora di gioco, il che rende il ritorno al “Menti” poco più che una formalità, con Luiso che si incarica nuovamente di sbloccare il risultato, poi fissato sul 2-1 conclusivo in virtù del momentaneo pari di Atelkin e dalla rete di Viviani che certifica il passaggio del turno.

Presentatosi al banchetto delle grandi d’Europa – ai quarti sono difatti ancora in lizza sia lo Stoccarda che il Chelsea ed il Betis Siviglia, quest’ultime però sorteggiate tra di loro – in punta di piedi, il Vicenza fa la voce grossa quando si trova ad affrontare, il 5 marzo in Olanda, il Roda Kerkrade, dopo aver conquistato in campionato una fondamentale vittoria in chiave salvezza superando 2-1 il Brescia tra le mura amiche e, con la mente sgombra da cattivi pensieri, la trasferta nei Paesi Bassi si rivela poco più di una formalità, con le squadre che vanno al riposo già sul 3-0 (doppietta di Luiso che, come al solito, ha aperto le marcature, inframezzata da uno spunto di Belotti), con Otero ad arrotondare ulteriormente il punteggio nella ripresa, lasciando agli stralunati olandesi solo la consolazione del punto della bandiera con Peeters.

Il ritorno due settimane dopo a Vicenza si rivela una autentica passerella per i ragazzi di Guidolin, che seppelliscono gli avversari con un 5-0 che non ammette repliche ed in cui vanno a segno cinque marcatori diversi, dopo che, ovviamente, è toccato al solito Luiso l’incarico di sbloccare l’incontro, cui hanno fatto seguito le reti di Firmani, Mendez, Ambrosetti e Zauli.

Vicenza in semifinale, roba da non credere, anche se a riportarti alla realtà è un abbinamento da far tremare i polsi e proprio contro il Chelsea degli italiani Di Matteo, Zola e Vialli che, dal canto suo, ha fatto fuori d’autorità gli spagnoli del Betis vincendo 2-1 a Siviglia e completando il lavoro nel ritorno a “Stamford Bridge” con il 3-1 in cui mettono la loro firma proprio Di Matteo e Zola.

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Contrasto tra Viall e un difensore nella semifinale di andata – da unibet.it

Anche i londinesi, però, non possono dormire sonni tranquilli, considerando come il Vicenza giunga all’appuntamento più importante della sua secolare storia da imbattuto, con 5 vittorie ed un pari nelle gare sinora disputate ed uno score di 17 reti segnate contro appena 4 subite, e ne hanno conferma il 2 aprile ’98 davanti ai 19.319 (pari alla capienza ufficiale, ma in realtà sono molti di più) spettatori che gremiscono gli spalti del vecchio “Romeo Menti”, quando al quarto d’ora di gioco Zauli firma una rete da cineteca con una palla arpionata al limite dell’area e scaraventata nell’angolino opposto dopo un dribbling a rientrare, successivamente difesa strenuamente dai tentativi di rimonta degli inglesi per un 1-0 che, in virtù della norma relativa al valore doppio delle reti segnate in trasferta, appare un buon viatico in vista del ritorno.

Il colpo d’occhio di “Stamford Bridge” due settimane dopo, non è certo da meno, con quasi 34.000 spettatori a supportare i “Blues” nell’impresa di accedere alla seconda finale di coppa europea della loro storia, creando la tipica, assordante, atmosfera dei campi inglesi, ma che si trasforma in un silenzio glaciale poco dopo la mezz’ora quando Luiso – e chi se non lui – mette a segno l’ottavo centro del suo personale cammino in Europa, cogliendo l’angolino alto alla destra della porta difesa da De Goey con una potente conclusione dal limite.

Il vantaggio ospite sta a significare che il Chelsea per approdare in finale debba realizzare tre reti, e sarebbe quanto mai importante mantenere tale risultato sino all’intervallo, ma purtroppo, dopo appena tre minuti, una conclusione dal limite di Zola non è trattenuta da Brivio, così consentendo all’uruguaiano Poyet di riportare le sorti del match in parità.

Incontro che si fa incandescente ad inizio ripresa, quando sono gli italiani a cambiare l’andamento della sfida, con Vialli ad involarsi lungo l’out destro per poi eseguire un perfetto cross su cui si presenta all’appuntamento vincente proprio il più piccolo dei ventidue, vale a dire Zola, il cui perentorio colpo di testa non lascia scampo all’estremo difensore veneto.

Con 40’ scarsi ancora da giocare l’esito dell’incontro resta quanto mai incerto, poiché i minuti passano ed il Vicenza resiste, ed è a questo punto che Vialli – che ricopre il ruolo di allenatore-giocatore – si gioca la carta dell’esperienza, inserendo il veterano di tante battaglie Mark Hughes in luogo del mediano Morris, mossa che lo ripaga 5’ minuti dopo, quando su di una rimessa lunga di De Goey, lo stesso attaccante gallese si trova a contendere la palla di testa a Dicara, ed approfittando di un rimpallo a lui favorevole, riesce a piazzare la sfera nell’angolino basso alla sinistra di Brivio per il punto del 3-1 che rovescia le sorti della qualificazione a favore degli inglesi.

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Hughes segna la rete del 3-1 al ritorno – da dailymail.co.uk

Manca meno di un quarto d’ora al termine, Guidolin si gioca il tutto per tutto inserendo Otero per Schenardi e Di Napoli per Di Carlo, ma oramai le forze, fisiche e mentali, sono al limite e l’espulsione di Ambrosini nel finale rappresenta il colpo di grazia ai sogni biancorossi.

Biancorossi che possono consolarsi con Luiso capocannoniere della manifestazione con 8 reti e con l’aver perso una sola gara e contro la squadra che poi vincerà il trofeo superando in finale lo Stoccarda per 1-0 (rete di Zola), nonché per essersi resi protagonisti di un’impresa che resterà indelebile nella gloriosa storia del club vicentino.

Certo, però, che proprio Zola e Vialli, vabbè…

PAOLO PUCCI, E QUELL’ORO LUNGAMENTE ATTESO

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Paolo Pucci – da sslazionuoto.it

articolo di Giovanni Manenti

Ora, che, a dispetto di una invidiabile posizione geografica e climatica, l’Italia non abbia mai avuto una grande tradizione natatoria a livello mondiale è risaputo, visto che si sono dovute attendere le imprese dello “scricciolo venetoNovella Calligaris ai Giochi di Monaco ’72 affinché tale disciplina facesse bella mostra di sé nel medagliere olimpico azzurro, nonché la fine dello scorso millennio per vedere un nostro atleta – a dire il vero furono due, Massimiliano Rosolino e Domenico Fioravanti, quest’ultimo addirittura per ben due volte – salire sul gradino più alto del podio.

Ed, ai massimi livelli internazionali, ciò può anche essere in parte giustificato sia dalla presenza delle due superpotenze Stati Uniti ed Australia che da un programma olimpico sino a Città del Messico limitato a meno della metà delle gare ai nostri giorni in calendario, ma che si sia dovuto attendere la nona edizione dei Campionati Europei per veder primeggiare un atleta italiano, questo non va certo a favore della specialità.

Sino a quell’edizione di Budapest ’58, gli unici a distinguersi erano stati il friulano Giuseppe Perentin, due volte argento sui 1500sl a Bologna ’27 e Parigi ’31, e, soprattutto, il fiorentino Paolo Costoli, bronzo sui 400 e 1500sl, nonché nella staffetta 4x200sl a Parigi ’31, per poi replicare il bronzo in staffetta tre anni dopo a Magdeburgo ’34, ma salendo di un gradino sulle riferite gare individuali, cogliendo in entrambi i casi la medaglia d’argento alle spalle del francese Jean Taris.

Poi, alla ripresa dell’attività agonistica nel periodo post bellico, il buio assoluto quanto a medaglie, con la sola eccezione dell’argento conquistato dal pesarese Angelo Romani sui 400sl nell’edizione svoltasi a Torino, non essendo riuscita a portare un nuotatore azzurro all’oro neppure l’organizzazione dei Campionati nel nostro Paese.

Come vi sarete resi conto, le (poche) medaglie sopra ricordate hanno avuto tutte come matrice lo stile libero, non potendo vantare l’Italia atleti in grado di emergere nelle altre specialità di dorso, rana e farfalla, e non può quindi stupire che il tabù venga infranto proprio a crawl, anche se, un po’ a sorpresa, sulla più breve distanza dei 100sl, e ciò grazie all’impresa compiuta da un 23enne “ragazzone” – alto 2 metri per oltre 90 chili di peso – tale Paolo Pucci, che vive nel 1958 il suo anno di grazia.

Nato a Roma il 21 aprile 1935, Pucci si divide, come abbastanza usuale all’epoca, tra nuoto e pallanuoto, militando nella Società Sportiva Lazio con cui sfiora la conquista dello Scudetto nel ’55 per poi laurearsi campione italiano l’anno successivo, stagione in cui è selezionato per le Olimpiadi di Melbourne ’56 sia per la gara in corsia che per il torneo di pallanuoto, in un “settebello” che poteva ancora contare sull’esperienza di Cesare Rubini, oro a Londra ’48, ed in cui, al pari di Pucci, faceva bella mostra di sé anche Fritz Dennerlein, pure lui a doppio servizio in entrambe le discipline.

Torneo di pallanuoto che gli azzurri concludono in un onorevole quarto posto finale, deciso dalle due sconfitte di misura patite contro Unione Sovietica (2-3) ed Jugoslavia (1-2) con il titolo che va alla fortissima Ungheria che fa sue tutte le gare disputate, nel mentre in corsia Pucci difende i colori azzurri assieme al veterano Carlo Pedersoli (il futuro Bud Spencer) che proprio nella stagione olimpica conquista il suo sesto ed ultimo titolo italiano sui 100sl.

I due azzurri – che l’anno prima avevano conquistato l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona quali componenti la squadra di pallanuoto – riescono a qualificarsi per le semifinali, con Pucci che, nuotando in 58”3, realizza il nuovo record italiano sulla distanza, per poi non confermarsi nella successiva fase eliminatoria, giungendo non meglio che settimo nella propria serie, precedendo proprio il compagno Pedersoli, ma d’altronde era quasi impossibile trovare spazio in una finale olimpica per la quale si qualificano tre australiani – che vanno ad occupare l’intero podio con John Henricks a stabilire il primato mondiale in 55”4 (quasi 3” in meno del limite nostrano, tanto per intendersi!), altrettanti americani, un giapponese, e l’onore del vecchio continente è tenuto alto, si fa per dire, dal francese di chiari origini italiane Aldo Eminente, che conclude la prova all’ottavo ed ultimo posto.

Questo per confermare il dislivello esistente all’epoca tra il nuoto europeo ed il resto del mondo, per cui meglio concentrarsi sulle cose di casa nostra, con Pucci che, l’anno seguente, si migliora in 57”8 nella gara dei Campionati Italiani in cui conquista il suo primo titolo assoluto, precedendo Pedersoli, al suo passo d’addio a 28 anni compiuti.

Vi sono da preparare gli Europei di Budapest, in programma nella capitale ungherese dal 31 agosto al 6 settembre ’58, e Pucci vi giunge tirato a lucido come non mai, visto che ai Campionati Italiani svoltisi ad inizio agosto alla Piscina Comunale di Torino, si aggiudica i titoli sia nei 100sl – abbassando ancora il record dei campionati a 57”2 dopo che aveva già infranto, il primo a riuscirvi, la barriera dei 57” netti stabilendo in 56”8 il nuovo record italiano – che sui 200sl, circostanza che gli consente di essere iscritto alla manifestazione, oltre che nella gara individuale (i 200sl non facevano parte, in quegli anni, del programma europeo ed olimpico), anche quale componente le staffette 4x200sl e 4×100 mista, nonché della squadra di pallanuoto.

La capitale magiara stava, purtroppo, scontando le conseguenze della rivoluzione del 1956 sedata nel sangue dai carri armati sovietici e lo squadrone che appena quattro anni prima a Torino ’54 aveva fatto cappotto nello stile libero sia in campo maschile che femminile, conquistando l’oro sia nelle gare individuali che in staffetta, si era disgregato, ma ciò nondimeno, l’impresa compiuta da Pucci è di quelle da segnare negli annali della manifestazione, nonché del nuoto azzurro.

Nella sua “due giorni di gloria”, Pucci dimostra di essere in grado di competere per il più alto gradino del podio già nelle batterie del mattino, quando in 56”3 sgretola il suo fresco primato italiano, per poi assestare il colpo di grazie alle speranze di vittoria dei suoi avversari stabilendo, nella semifinale del pomeriggio, il record europeo coprendo la distanza in 56”1, un tempo che gli avrebbe garantito il bronzo ai Giochi di Melbourne ’56 e che rappresenta comunque la quarta miglior prestazione mondiale a quel momento.

Exploit del genere, ed i casi al riguardo sono tutt’altro che pochi, possono condizionare in vista della Finale, ma ci vuol ben altro per impressionare il gigante azzurro al quale, pur non ripetendo il medesimo riscontro cronometrico, è abbondantemente sufficiente nuotare il giorno dopo in 56”3 per tenere a bada la sorpresa sovietica Viktor Polevoy, argento in 56”9, mentre l’atleta di casa, l’ungherese Gyula Dobai, completa il podio ad oltre 1” di distacco.

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Paolo Pucci sul podio europeo a Budapest 1958 – da sslazionuoto.it

L’impresa di Pucci non resta comunque isolata in casa azzurra, in quanto per la prima volta un italiano va a medaglia in una specialità diversa dallo stile libero, con l’argento conquistato da Roberto Lazzari sui 200 rana, mentre il bronzo di Paolo Galletti sui 400sl – nella gara dominata dal britannico Ian Black che si aggiudica con largo margine anche i 1500sl – fa ben sperare per un buon esito della staffetta 4x200sl.

E’ un più che dignitoso quartetto, quello che l’Italia schiera, con Frtiz Dennerlein in prima frazione, il citato Galletti in seconda, Angelo Romani in terza e Pucci a chiudere, ma le speranze di medaglia sono principalmente riposte nella straordinaria condizione messa in mostra da quest’ultimo, e l’esito della gara non fa che confermare tale previsione.

Difatti, con gli azzurri a lottare per un posto sul podio dietro all’inarrivabile staffetta sovietica, all’ultimo cambio la situazione sembra, se non disperata, quanto meno alquanto improbabile, visto che Pucci riceve il cambio in quarta posizione con il tempo di 6’37”3 rispetto al 6’36”9 della Germania Est e, soprattutto, al 6’35”8 del quartetto ungherese, per il quale scende in acqua, quale ultimo frazionista, quel Gyula Dobai bronzo sui 100sl.

E siamo sicuri che il 21enne magiaro il nostro Paolone se lo sarà sognato per diverse notti, vedendolo recuperare in men che non si dica un distacco di 1”50 per portare la staffetta azzurra alla medaglia d’argento, nuotando la propria frazione in uno stupefacente 2’03”9, sia pur lanciato, laddove si pensi che ai campionati italiani aveva vinto il titolo in 2’08”3 e che il primato del mondo, all’epoca, era di 2’03” netti, stabilito dal giapponese Yamanaka appena una settimana prima dell’inizio della rassegna continentale.

Pucci completa la sua opera con il bronzo nella staffetta 4×100 mista, in cui registra il miglior tempo nella frazione a stile libero con un 56”0 che gli consente di tenere a bada il quartetto della Germania Est nella corsa al gradino più basso del podio, mentre stavolta Dobai non si fa sorprendere, piazzando lui pure una frazione da 56”2 per garantire l’argento al quartetto ungherese, dietro alla formidabile staffetta sovietica, dominatrice con largo margine.

Non ci eravamo scordati della pallanuoto, dove l’Italia, dopo esser giunta al girone finale a quattro con le “solite” grandi della specialità – Ungheria, Jugoslavia ed Urss – portandosi in dote il successo per 4-2 proprio contro i sovietici nella fase eliminatoria, si classifica quarta solo per una peggior differenza reti a parità di punti con Jugoslavia (che ci sconfigge per 3-2) ed Unione Sovietica (che, a propria volta, supera con identico punteggio gli slavi), risultando fatale il cappotto (0-7) inflittoci dall’Ungheria, confermatasi campionessa europea con sole vittorie al proprio attivo.

Concluso il suo anno magico, Pucci è visto in Federazione come l’uomo di punta in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, ed anche la stagione successiva i positivi riscontri non mancano, dato che si aggiudica il bronzo sui 100sl alle Universiadi di Torino (pur con un mediocre 58”0), cui aggiunge l’oro nelle due staffette 4x200sl e 4×100 mista, mentre ai Giochi del Mediterraneo di Beirut il tris d’oro nelle medesime specialità è bell’e servito, con un più dignitoso 57”2 nella gara individuale.

Senonché, la pausa invernale è fonte di ripensamenti nella mente del 25enne romano, che non si allena e si inizia a vociferare di una sua possibile rinuncia ai Giochi; il fatto è che sta pensando al proprio futuro al di fuori delle piscine e pretenderebbe un impiego o quantomeno una retribuzione per continuare a sacrificarsi quotidianamente per ore ed ore in vasca, chiedendo un colloquio al riguardo al Presidente del CONI Giulio Onesti.

Fatto sta che l’inattività ha nuociuto, e non poco, sul suo fisico, presentandosi a marzo notevolmente ingrassato e la successiva preparazione non migliora la situazione, tanto che ad un meeting di metà giugno si classifica non meglio che settimo in un umiliante 59”0, quasi 3” in più del proprio limite, dando così l’addio ai sogni olimpici ed alla propria carriera, a giustificazione del quale gli viene riscontrata un’anemia, forse più diplomatica che veritiera.

Un vero peccato, poiché se è pur vero che non avrebbe avuto speranze per l’oro, la soddisfazione di disputare quanto meno una finale olimpica ed oltretutto nella piscina di casa, Pucci se la sarebbe potuta togliere, tanto più che, se avesse nuotato sui suoi limiti intorno ai 56” netti, la stessa non gli sarebbe potuta sfuggire, dato che il quinto classificato – tanto per cambiare l’ungherese Dobai – fa fermare il cronometro, ironia della sorte, proprio su quel 56”3 che, due anni prima, aveva consentito al colosso azzurro di vincere il titolo europeo.

Al di là di un’amara conclusione, resta pur sempre, quella di Pucci, una carriera da incorniciare per quello che passava il convento in quegli anni in chiave azzurra, ed a conferma di ciò, basti pensare che per ritrovare un italiano sul più alto gradino del podio in un campionato europeo, dovranno passare ben 25 anni, grazie alla splendida doppietta sui 200 e 400 misti realizzata da Giovanni Franceschi proprio nella piscina del Foro Italico, in occasione della rassegna continentale di Roma ’83…

BETTY CUTHBERT ED UN TRIS D’ORO UNICO NELLA STORIA

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Betty Cuthbert – da hefamouspeople.com

articolo di Giovanni Manenti

Per spiegare gli exploit sportivi, non tanto di un singolo atleta, ma di un intero paese, è buona norma rapportarsi al periodo ed alle condizioni storico politiche che li hanno generati.

Uno di questi, tra i più tragici, è stato senza alcun dubbio l’evento bellico costituito dalla Seconda Guerra Mondiale, dal quale l’Europa intera – sia dalla parte dei vittoriosi che, a maggior ragione, degli sconfitti – ne è uscita distrutta, al pari del Giappone in Estremo Oriente, e le conseguenze si ripercuotono in occasione delle prime Olimpiadi del dopoguerra.

Una nazione che, viceversa, è stata coinvolta in maniera limitata da tale catastrofe umana, è l’Australia che, difatti, vede incrementarsi il proprio bottino di medaglie, anche in vista dell’organizzazione dei Giochi di Melbourne ’56, assegnati dal CIO nella sessione svoltasi a Roma nell’aprile 1949.

Ed, in particolare, il paese oceanico riesce ad affermarsi nella disciplina regina dei Giochi, vale a dire l’atletica leggera, dove prima di allora poteva contare solo sulla vittoria di Anthony Winter nel salto triplo alle Olimpiadi di Parigi ’24, eccezion fatta per la doppietta di Edwin Teddy Flack sugli 800 e 1500 metri nell’edizione inaugurale di Atene ’96, di elevato valore storico, ma alquanto minore dal lato sportivo.

Ecco quindi, che alla riaccensione della fiaccola olimpica nello stadio Wembley di Londra, gli atleti “aussie” se ne tornano a casa con il più pingue bottino (13 medaglie) sinora ottenuto dall’ideazione dei Giochi, e di cui la parte del leone la fa proprio l’atletica con 6 medaglie – un oro, tre argenti e due bronzi – che vedono eccellere, in campo maschile, i saltatori, con John Arthur Winter oro nel salto in alto, mentre Theodore William Bruce e George Avery salgono sul secondo gradino del podio, rispettivamente nel salto in lungo e nel salto triplo.

Ma è una ragazza, Shirley Strickland, a mettersi maggiormente in evidenza, con il bronzo conquistato sia sui 100 metri piani che sugli 80hs, nonché il contributo fornito all’argento nella staffetta 4×100, giunta a ridosso dell’Olanda trascinata dalla “mammina volanteFrancina Blankers-Koen.

Proprio le imprese della Strickland (successivamente maritata de la Hunty nel 195), consentono una sino a tale epoca inusuale impennata dell’atletica leggera a livello femminile nel paese australe, tant’è che quattro anni dopo – essendosi nel frattempo aggiudicata l’oro sugli 80hs ai “Commonwealth Games” di Auckland ’50, nonché l’argento sulle 100 e 220yds, in entrambi i casi dietro alla connazionale Marjorie Jackson – la Strickland de la Hunty mette tutte d’accordo ai Giochi di Helsinki ’52 facendo suo l’oro sugli 80hs e togliendo con 10”9 il record mondiale alla Blankers-Koen, mentre la ricordata Jackson, dal canto suo, si conferma come dominatrice delle corse piani anche a livello assoluto, imponendosi con largo margine sia sui 100 che sui 200 metri, ed eguagliando, sulla più breve distanza, il primato di 11”5 della Blankers-Koen.

Le notizie delle imprese in terra finnica – con l’unica defaillance nella staffetta 4×100 dove, dopo aver stabilito in batteria il primato mondiale con 46”1, il quartetto australiano si smarrisce in finale giungendo non meglio che quinto in 46”6 – devono essere servite indubbiamente da stimolo per una, all’epoca, quattordicenne nativa del Nuovo Galles del Sud, tale Elizabeth “Betty” Cuthbert, che è la protagonista della nostra storia odierna.

Nata a Merrylands il 20 aprile 1938, la Cuthbert viene introdotta all’atletica all’età di 8 anni da una sua insegnante scolastica, June Ferguson, che allena alla “Western Suburbs Athletic Club” e che se ne prende cura avendone intuite le grandi potenzialità.

Fisicamente ben strutturata – è difatti alta m.1,69 per 57 chili – Betty corre in maniera spontanea e naturale con due particolari caratteristiche, la prima di gareggiare con la bocca spalancata e la seconda di tenere le ginocchia alte durante l’andatura, difetto quest’ultimo, se così vogliamo chiamarlo, che la Ferguson si guarda bene dal correggere, rendendosi conto che ciò andrebbe a scapito della velocità di base dell’atleta, e concentrandosi, al contrario, nel migliorare la partenza e facendo leva sulla concentrazione, spiegando alla giovane allieva come “se hai tempo di pensare mentre corri le 100yds, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce …!!”.

Gli insegnamenti producono effetti inaspettati allorquando, il 16 settembre ’56, in una gara sui 200 metri di preparazione in vista dei Trials olimpici, la Cuthbert, nonostante fosse riluttante a schierarsi ai blocchi di partenza, si impone in 23”2 strappando alla Jackson il primato mondiale e candidandosi così per conquistare un posto alle selezioni per i Giochi di Merlbourne .

Nonostante che la Jackson si fosse ritirata dopo essersi confermata sulle 100 e 220yds ai “Commonwealth Games” di Vancouver ’54, la concorrenza resta elevata, in quanto, oltre alla Strickland sui 100 metri – dove aveva l’anno prima tolto alla Jackson il record mondiale correndo in 11”3 – c’è da fare i conti con Marlene Mathews, la quale aveva dovuto rinunciare per infortunio alle Olimpiadi di Helsinki, ma è tornata nuovamente ai vertici della specialità.

Comunque, il verdetto dei Trials non dà adito a sorprese, con Cuthbert e Mathews a staccare il biglietto per entrambe le prove dei 100 e 200 metri, cui si uniscono la Strickland sulla più breve distanza e Norma Crocker sulla più lunga, con ciò alimentando le speranze per una doppia vittoria da parte degli organizzatori dei Giochi, visto che l’Australia poteva schierare su entrambe le distanze le rispettive detentrici del record mondiale.

La prima gara in programma, come di prassi, sono i 100 metri in cui, diversamente a quanto avviene ai giorni nostri, sono previste batterie e semifinali il 24 novembre e la finale due giorni dopo, e l’inizio è in chiaroscuro per la Nazione ospitante, in quanto la primatista mondiale Strickland viene eliminata in batteria, risentendo della non più tenera età avendo superato la trentina, ma, d’altro canto, Mathews e Cuthbert migliorano una dietro l’altra il record olimpico, fissandolo una prima volta ad 11”5 e subito dopo ad 11”4.

In semifinale, a turbare i sogni dei dirigenti e tecnici australiani, spunta un nome a sorpresa, sotto forma della tedesca Christa Stubnick che precede la Cuthbert (11”9 a 12”0) nella prima serie, mentre la Mathews si aggiudica la seconda in 11”6, presentandosi come la favorita per la medaglia d’oro all’atto conclusivo.

Ma i due giorni di riposo sono più che sufficienti alla Cuthbert per ritrovare la giusta concentrazione e, quando lo starter dà il via alla finale alle 17,20 del 26 novembre ’56, la sua falcata imperiosa non dà scampo alle avversarie, prendendo la testa della gara sin dall’avvio per non cederla più ed andare a trionfare in 11”5, con la Stubnick nettamente battuta, ma pur sempre capace di resistere al ritorno della Mathews e garantirsi così la medaglia d’argento, pur se accreditate del medesimo tempo di 11”7.

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La Cuthbert vittoriosa sui m.100 piani a Melbourne 1956 – da theroar.com.au

Toltosi, per così dire, il dente, la Cuthbert deve ora difendere il proprio ruolo di grande favorita sulla doppia distanza, data la veste di primatista mondiale, e l’autorità con cui, il 29 novembre, si impone in 23”5 in batteria ed in 23”6 in semifinale, sembra non poter lasciare scampo alle avversarie in vista della finale prevista per il giorno successivo.

Pronostico che viene pienamente rispettato, con la Cuthbert posta in quinta corsia con all’esterno la ricordata Stubnick a farle da punto di riferimento e, in una sorta di caccia di gatto al topo, fa sfogare la rivale in avvio per affiancarla all’uscita della curva e quindi produrre una irresistibile progressione in rettilineo, tale da consentirle di vincere con ampio margine nel nuovo record olimpico di 23”4 nel mentre la composizione del podio è identica a quella dei 100 metri, con Stubnick argento e Mathews bronzo.

Neppure il tempo di rifiatare che l’indomani, ultima giornata di gare per l’atletica, sono in programma batterie e finale della staffetta 4×100 dove, a sorpresa, non viene inserita la Mathews, giudicata dai tecnici non adatta a tale prova per le sue difficoltà nei cambi, mentre ne fa parte la Strickland che, a propria volta, ha confermato sugli 80hs l’oro di quattro anni prima ad Helsinki.

Vi è quindi per il quartetto australiano – composto da Cuthbert, Crocker, Strickland e Mellor – la possibilità di fare cappotto nelle quattro prove di velocità (100 e 200 piani, 80 ostacoli e staffetta), alla stessa stregua di quanto era stata capace di fare, da sola, l’olandese Blankers-Koen a Londra ’48 e che era sfuggito loro ad Helsinki solo per la scialba prova in finale proprio della staffetta.

Che non sia comunque un’impresa facile, lo dimostra la prima delle due semifinali, quando le australiane riescono di un soffio a precedere il quartetto tedesco (45”00 a 45”07 come rilevamento elettronico), venendo entrambe accreditate del tempo di 44”9 che migliora il 45”1 del record mondiale detenuto proprio dalle tedesche, le quali, nella finale di poco meno di un’ora e mezza dopo, pasticciano alla stessa stregua di quanto commesso dalle australiane in terra finlandese, chiudendo staccatissime al sesto ed ultimo posto in 47”2.

Con le principali avversarie fuori gioco, tocca al quartetto britannico cercare di rompere le uova nel paniere al tentativo di “cappotto” australiano, ma ancora una volta è la Cuthbert a mettere le cose a posto allorquando, ricevuto il testimone in seconda posizione, dapprima supera di slancio la Armitage e quindi resiste al disperato ritorno della stessa, con entrambi i quartetti a scendere sotto il limite mondiale stabilito meno di due ore prima, chiudendo rispettivamente in 44”5 e 44”7, un divario che non rispecchia quanto più correttamente indicato dal rilevamento elettronico, che certifica un distacco di appena 0”05 centesimi (44”65 a 44”70), con il bronzo appannaggio degli Stati Uniti, per i quali gareggia la sedicenne Wilma Rudolph che, quattro anni dopo a Roma, sarà in grado di ripetere la medesima impresa delle Cuthbert.

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La Cuthbert conclude vittoriosa la staffetta 4×100 – da pinterest.com

Cuthbert che, a Giochi conclusi, viene etichettata dai “media” come “Golden Girl” (“Ragazza d’oro”) e che, con un sottile gioco di parole, verrebbe da dire aver lasciato tutti a bocca spalancata proprio come lei disputa le sue gare, ma la 18enne “Betty” ha ancora in serbo una importante carta da giocare e con la quale riuscirà ancor più a strabiliare.

Oramai una celebrità nel “Paese dei canguri”, la Cuthbert deve subire la voglia di riscatto della Mathews (nel frattempo maritata Willard), la quale si aggiudica sia le 100 che le 220yds ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58, con la 20enne campionessa olimpica ai margini del podio sulla più breve distanza e sorprendentemente sconfitta (23”65 a 23”77) sulle 220yds, nonché del quartetto inglese, il quale, facendo suo l’oro nella staffetta 4x110yds, stabilisce anche il record mondiale di 45”37.

Ma per la Cuthburt sono gli appuntamenti a cinque cerchi quelli a cui fare riferimento e, in vista dei Giochi di Roma, sembra potersi confermare, quantomeno sulla più lunga distanza, eguagliando il 7 marzo ’60 il proprio primato di 22”3, ma la pista dell’Olimpico non le porta fortuna, venendo eliminata nei quarti della gara sui 100 metri, procurandosi uno stiramento muscolare che la elimina dalle competizioni, privando così il pubblico di una attesissima sfida sui 200 metri con l’americana Wilma Rudolph, la quale si aggiudica la prova con il tempo di 24”13, largamente superiore al limite mondiale dell’australiana.

La delusione induce la Cuthbert a ritirarsi dalle scene, decisione peraltro di breve durata, in quanto la si rivede in pista a fine novembre ’62 ai “Commonwealth Games” di Perth, in cui, oltre a contribuire, quale ultima frazionista, all’oro del quartetto australiano nella staffetta 4x110yds, si accorge, al contrario, di aver perso competitività nello sprint, giungendo non meglio che quinta sulle 220yds con un tempo di 24”80 quasi umiliante per lei.

Tale circostanza la consiglia di provare una nuova esperienza sul giro di pista, ed i riscontri durante la stagione ’63 sono incoraggianti, visto che migliora a due riprese il record mondiale sulle 440yds, ma un infortunio al piede destro ne condiziona la preparazione in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, dove la gara dei 400 metri piani è inserita per la prima volta nel programma di atletica femminile.

Riuscitasi comunque a qualificare per i Giochi, la Cuthbert non sembra peraltro al “top” della forma una volta giunta in Giappone, qualificandosi per la finale con il quarto tempo, mentre i favori del pronostico vanno alla sovietica Maria Itkina – campionessa europea sulla distanza sia a Stoccolma ’58 che a Belgrado ’62 – nonché, soprattutto, alla 22enne inglese Ann Packer, che nella prima delle due semifinali ha preceduto proprio l’australiana siglando il record olimpico in 52”7.

Rispetto alle sue avversarie, la Cuthbert ha il vantaggio di una superiore velocità di base, provenendo dallo sprint veloce, tutto sta a vedere se riuscirà a tenere nella parte finale del mai tanto giustamente definito “giro della morte” e, difatti, la sfida si snoda secondo tale canovaccio, con l’australiana a godere del vantaggio della seconda corsia, avendo così come punti di riferimento la connazionale Judy Amoore, in terza, la Itkina, in quinta, e la Packer, in sesta.

Partita forte in avvio, la Cuthbert annulla in breve tempo il decalage nei confronti delle avversarie, con l’unica eccezione della Packer che le tiene testa all’esterno, ma comunque presentandosi con oltre un metro di vantaggio all’uscita dell’ultima curva e contenere sul rettilineo finale il disperato tentativo di rimonta dell’inglese e concludere – in apnea ed a bocca aperta come al solito, anche se le ginocchia non sono più così alte come nelle gare di sprint – fermando il cronometro sul tempo di 52”0 netti che migliora il fresco primato olimpico della Packer, anch’essa scesa sotto il proprio limite concludendo la prova in 52”2, mentre le altre chiudono staccatissime.

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La Cuthbert vince i m.400 ai Giochi di Tokyo 1964 – da abc.net.au

Questa volta la carriera di “Betty” è davvero conclusa, e d’altronde meglio non si sarebbe potuta aspettare, visto che, a tutt’oggi, resta la sola atleta di ambo i sessi a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica in tutte e tre le prove di velocità piana – 100, 200 e 400 – mentre la polacca Szewinska vanta i successi sui 200 a Città del Messico ’68 sui 200 ed a Montreal ’76 sui 400, ma solo il bronzo sui 100 sempre nell’edizione messicana dei Giochi.

C’è poco da dire, più “Golden Girl” di così ….

KAREEM, ED IL SUO GANCIO NEL CIELO DELLA NBA

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Kareem Abdul Jabbar – da thestar.com

articolo di Giovanni Manenti

Quando ci si accinge a narrare la storia di un campione dello sport, di qualsiasi disciplina si tratti, la retrospettiva va sempre a cosa egli/ella abbia conquistato, dai tornei vinti se trattasi di tennisti, medaglie conquistate nel caso di assi dell’atletica, ginnastica o nuoto, campionati e coppe varie per coloro che hanno praticato sport di squadra, con i numeri e le statistiche a supporto delle rispettive carriere.

Ed in uno sport in cui, forse più di ogni altro, le statistiche rivestono un ruolo fondamentale quale è il basket i soli aridi numeri potrebbero essere più che sufficienti a descrivere cosa Kareem Abdul-Jabbar abbia rappresentato per il panorama cestistico mondiale, ed invece vi accorgerete quanto essi siano sì importanti, ma limiterebbero la statura del personaggio.

Nato a New York il 16 aprile 1947, unico figlio di un agente di polizia e di una commessa dei grandi magazzini, già appena venuto alla luce si può intuire quale possa essere il suo futuro, visto che misura quasi 60 cm. e pesa quasi 6 chili, venendogli imposto il nome di battesimo di Ferdinand Lewis Alcindor Jr, lo stesso del padre, secondo una tradizione in voga negli Stati Uniti.

Di famiglia cattolica, Lew viene battezzato secondo il rito di Sacra Romana Chiesa e frequenta un liceo cattolico a Manhattan, iniziando nel frattempo a coltivare la passione – trasmessagli dal padre – per la musica jazz, circostanza, come da lui stesso ammesso, che lo favorirà nel rilassarsi prima dei più importanti match della sua carriera.

Ma al liceo, il giovane Alcindor riesce a farsi apprezzare più per le sue doti fisico-atletiche – visto che al suo ingresso risultava già alto m.2,03 – consentendo alla squadra della sua scuola di vincere tre titoli consecutivi a livello di “high school“, con un impressionante record di 79 partite vinte contro due sole perse, ed una serie di 71 incontri di seguito senza conoscere sconfitta, il che già gli consente di acquisire il soprannome di “the tower from power“, che tradotto in italiano suona più o meno come “potenza dall’alto” ed, ovviamente, di essere corteggiato dalle più prestigiose Università degli Stati Uniti.

Per un cittadino della “Grande Mela” fare il viaggio sulla costa opposta non deve essere stato molto semplice, ma la scelta di iscriversi alla celeberrima UCLA – acronimo di “University of California, Los Angeles” – e, soprattutto, di poter essere allenato da un guru del basket quale John Wooden si rivela quanto mai azzeccata.

Già campione NCAA nel 1964 e 1965, con l’arrivo di Alcindor – che, nel frattempo, ha completato la propria crescita giungendo a m.2,10 – UCLA diviene imbattibile con l’aggiunta di tre titoli consecutivi, dal 1967 al 1969, in cui il centro risulta devastante sotto canestro, al punto che, al termine della prima stagione, la NCAA vara l’assurda regola con cui viene vietato di schiacciare la palla dentro la retina.

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Il giovane Lew Alcindor e coach John Wooden ad UCLA – da iconomy.com

Non che questo cambi molto per UCLA, che nel triennio in cui può contare sull’apporto di Alcindor stabilisce un record di 88 gare vinte a dispetto di due sole sconfitte (!!!), ed anzi aiuta il pivot a migliorare la propria tecnica di tiro, cosa di cui si avvarrà, e non poco, nella successiva carriera professionistica.

Ma altri due episodi contraddistinguono il suo trascorso al college, di cui il primo lo segna da un punto di vista fisico, con una lesione alla cornea dell’occhio sinistro subita in uno scontro a rimbalzo – e che determina il suo successivo utilizzo di occhiali a protezione durante le stagioni nella NBA – mentre il secondo ne muta l’aspetto spirituale, iniziando ad avvicinarsi all’Islam ed alla religione musulmana.

Questioni fisiche e religiose a parte, non ci vuol molto a capire come Alcindor sia divenuto l’oggetto del desiderio in occasione del “draft” del 1969 per stabilire quale franchigia se ne sarebbe assicurata le prestazioni a livello professionistico, e la questione non si rivela affatto di facile soluzione.

I primi a farsi vivi, difatti, sono gli “Harlem Globe Trotters, pronti ad offrirgli un contratto da un milione di dollari l’anno per giocare con loro, vedendosi opporre un cortese rifiuto, ma poi vi è l’allora situazione di due Leghe Professionistiche, la NBA (National Basketball Association) e l’ABA (American Basketball Association), ed in entrambi i draft, le due franchigie a detenere il diritto di prima scelta – i Milwaukee Bucks per la NBA ed i New York Nets per l’ABA – ovviamente optano per Alcindor.

New York crede di avere dalla sua il vantaggio di essere la squadra della sua città natale, ma Alcindor decide sulla base dell’ingaggio offerto e quello di Milwaukee si rivela superiore facendo sottoscrivere al centro un contratto da 1,4 milioni di dollari, così spiazzando New York che tenta una contromossa sottoponendo al proprio illustre cittadino la favolosa somma di 3,25 milioni annui, ma ancora una volta egli dimostra la propria statura non solo in fatto di centimetri, rigettando l’offerta con le parole “una corsa al rialzo è sgradevole per chi vi è coinvolto, mi sentirei come un pezzo di carne e non come un essere umano ed io non voglio che ciò accada!“.

Entrato nella grande famiglia del basket pro in un club al suo solo secondo anno dalla fondazione, l’impatto di Alcindor è devastante, concludendo la stagione con 28,8 punti, 14,5 rimbalzi e 4.1 assist di media a partita che gli valgono il premio di “Rookie of the Year” (“matricola dell’anno“), mentre i Bucks ottengono il secondo miglior record (56-26) della “Western Division“, venendo sconfitti 4-1 nella finale di Conference dai New York Knicks, poi vittoriosi nella finale per il titolo contro i Lakers.

La conferma ad alti livelli del nuovo centro convince la dirigenza di Milwaukee a compiere un importante sacrificio economico assicurandosi i servizi del veterano Oscar Robertson, da 10 anni guardia dei Cincinnati Royals, e l’intesa tra i due si dimostra talmente efficace da portare i Bucks al miglior record assoluto (66-16) dell’intera Lega, cui fa seguito una serie playoff nella quale vengono spazzati via con irrisoria facilità i San Francisco Warriors (4-1), i Los Angeles Lakers nella finale di Conference (4-1), per poi infliggere un sonoro cappotto (4-0) ai Baltimora Bullets nella serie per il titolo, al termine della quale Alcindor – che nel frattempo è stato premiato come MVP della “regular season” – annuncia pubblicamente di adottare, in ossequio al suo nuovo credo, il nome di Kareem Abdul-Jabbar, il cui significato può tradursi in “Nobile servo di Dio“.

Premio di MVP che Jabbar si vede assegnare anche nel 1972 – stagione in cui i Bucks chiudono con il secondo miglior record (63-19) della Lega e perdono la finale di Conference per 4-2 contro i Lakers – nonché nel 1974, ultimo anno di carriera di Robertson e penultimo di Kareem a Milwaukee, conquistando il titolo di Conference e cedendo solo 4-3 ai Boston Celtics in una serie finale dove su sette incontri il fattore campo salta in ben cinque occasioni, e in gara-6 si verifica un episodio determinante per il futuro della carriera di Jabbar.

Con i Celtics in vantaggio 3-2 nella serie, al Boston Garden stanno già pregustando la festa trovandosi in vantaggio per 101-100 con soli 7″ da giocare, ma ecco che proprio Jabbar si inventa dall’angolo il suo famoso “Sky hook (“gancio cielo) che manda la palla a concludere la propria parabola dolcemente nella retina e rinvia la decisione a gara-7, ancorché poi facilmente vinta da Boston 102-87.

Milwaukee Bucks vs. Los Angeles Lakers
Il “gancio cielo” di Jabbar con i Bucks – da basketinside.com

L’addio di Robertson ed una frattura alla mano per Jabbar durante la preparazione (che gli fa saltare i primi 16 incontri) sono il preludio della peggior stagione dei Bucks, che non si qualificano per i playoff 1975 giungendo ultimi nella Midwest Division, e devono dare l’addio alla loro stella che si accasa ai Los Angeles Lakers, i quali, avendo a loro volta chiuso all’ultimo posto la Pacific Division, sono in fase di ricostruzione dopo l’abbandono dei vari Jerry West, Elgin Baylor e Wilt Chamberlain, con Kareem chiamato all’ingrato compito di non far rimpiangere proprio quest’ultimo.

Rispetto all’esordio coi Bucks, l’impatto ai Lakers è più morbido per Jabbar, nonostante medie/gara da 27,7 punti, 16,9 rimbalzi e 4,1 stoppate in “regular season“, non sufficienti però a garantire l’accesso ai playoff, ma solo a far vincere a Kareem il suo quarto MVP in carriera.

Le cose vanno nettamente meglio l’anno seguente, in cui Kareem si vede confermare come MVP della stagione regolare e conduce i Lakers alla finale di Conference, venendo peraltro pesantemente sconfitti per 4-0 da Portland poi vincitrice del titolo, ma la vera svolta per la franchigia gialloviola giunge nel draft 1979 quando riesce ad assicurarsi le prestazioni di Earvin “Magic” Johnson, dopo che la franchigia si era peraltro già rinforzata nelle due stagioni precedenti con gli innesti di Norman Nixon e Jamaal Wilkes.

E se poi, da tale data e sino al ritiro di Kareem, avvenuto nel 1989 a 42 anni, il “roster” giallo-viola si rinforza con gente del calibro di Michael Cooper, Byron Scott e James Worthy, capirete bene come al Forum di Inglewood si possa dare inizio allo “Showtime che in un decennio porta i Lakers a disputare ben 8 finali NBA, conquistando cinque titoli.

Il dubbio, più che legittimo, può nascere su come abbia potuto un centro già ben oltre la trentina adeguarsi ad uno stile di gioco tutto corsa e fantasia come quello imposto da “Magic” e la risposta la fornisce la grande passione che da sempre Jabbar ha avuto per il basket, unita ad un’elevata professionalità e stile di vita che lo hanno mantenuto integro, nonché ad una forza mentale ed interiore che ne hanno fatto il leader carismatico di questa squadra, un leader silenzioso all’esatto opposto del carattere esuberante di Johnson, ma di fronte al quale lo stesso “Magic” ne riconosce l’autorità.

E prova più lampante non può esservi – dopo che Kareem si aggiudica per la sesta volta (record NBA) il titolo di MVP nella prima stagione di “Magic” conclusa con il titolo nel 1980 – di quanto accade nella serie finale del 1985 che oppone, come da copione nel decennio – i Lakers ai Boston Celtics di Larry Bird & Co.

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Jabbar festeggia uno dei titoli NBA coi Lakers – da gettyimages.it

Succede, difatti, che in gara-1 disputata al Boston Garden – con i Celtics che godono del vantaggio del fattore campo in virtù di una sola vittoria in più (63 a 62) ottenuta in stagione, e che sono altresì i detentori del titolo avendo sconfitto 4-3 proprio i Lakers l’anno precedente – i padroni di casa si impongano con un perentorio e, per certi versi, umiliante score di 148-114, in cui Jabbar recita un ruolo negativo, venendo limitato a 12 punti ed appena 3 rimbalzi dalla ferrea marcatura imposta da Robert Parish, il quale, dal canto suo, segna a referto 18 punti con 8 rimbalzi, ed i “media iniziano a chiedersi se, con 38 primavere sulle spalle, l’età non possa costituire un limite per il pur talentuoso centro.

Per coach Pat Riley non c’è bisogno di analizzare nel dettaglio cosa non abbia funzionato, in quanto, nella consueta sessione del mattino seguente, in cui i giocatori assistono alla registrazione dell’incontro, è proprio Kareem, silenzioso come al solito, a sedersi innanzi al video invece che posizionarsi, come suo solito, in fondo alla stanza, un chiaro messaggio lanciato ai compagni di ammissione della propria giornata negativa e della volontà di non ripeterla.

Così come, nei due giorni successivi, si dimostra il più determinato negli allenamenti, correndo come non mai da una parte all’altra del campo, volendo acquistare la fiducia totale dei propri compagni, i quali non debbano in alcun modo scendere sul parquet pensando che il loro leader non sia più in grado di sostenerli, e nello spogliatoio del Boston Garden, prima di gara-2, Kareem pronuncia queste poche, ma significative parolepossiamo anche non vincere, ma l’importante è che ognuno di noi dia il meglio di sé stesso!.

Immagino siate curiosi di sapere come è andata a finire, beh, Kareem segna 30 punti con il 57,7% dal campo, cattura 17 rimbalzi, i Lakers sbancano il Garden 109-102 per poi vincere la serie 4-2, costringendo Parish alla resa nelle successive quattro partite, in una delle quali si prende addirittura il lusso di conquistare un rimbalzo difensivo, palleggiare sino al lato opposto del campo e poi esibirsi nella specialità della casa, l’oramai divenuto famosissimo in tutto il mondo “gancio cielo“, tanto da far esprimere a Pat Riley il breve, ma esauriente concetto 2tutto quello che avete appena visto, ha una sola spiegazione, e si chiama passione!“.

Ah, quasi dimenticavo, i numeri di cui parlavo all’inizio, perché è giusto sapere che Kareem Abdul-Jabbar (già Lew Alcindor) conclude i suoi 20 anni di carriera NBA con 1.560 gare di “regular season” e 237 di playoff disputate, 6 titoli NBA, 6 titoli di MVP della stagione regolare, 38.387 punti realizzati (n.1 di sempre), 17.440 rimbalzi (n.3 dietro a Wilt Chamberlain e Bill Russell) e 3.189 stoppate, anche qui al terzo posto, preceduto da Hakeem Olajuwon e Dikembe Mutombo, niente affatto male, direi.

Ma spero che, avendo letto l’articolo, vi siate resi conto che i numeri non sono proprio tutto…

DARA TORRES, QUANDO L’ETA’ NON E’ CHE UN NUMERO

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Dara Torres – da bostonglobe.com

Articolo di Giovanni Manenti

Come è noto, nella disciplina del nuoto i talenti emergono precocemente – dai 14 ai 16 anni sono mediamente già ai vertici delle classifiche internazionali – e, sino a che tale sport non è stato anch’esso invaso dagli sponsor che hanno consentito agli atleti di maggior caratura di potersi mantenere proseguendo la loro attività agonistica (vedasi ad esempio, i casi dell’americano Michael Phelps o dell’ungherese Laszlo Cseh, capaci di competere ai massimi livelli in quattro Olimpiadi consecutive), la loro vita media – dal punto di vista sportivo – si riduceva al periodo in cui frequentavano il College, dove potevano studiare ed allenarsi, per poi abbandonare una volta conseguita la laurea.

Casi di campioni che hanno percorso questa strada sono numerosi e, per limitarci al settore femminile di cui quest’oggi ci occupiamo, emblematici sono i casi della stileliberista americana Debbie Meyer – tre ori individuali sui 200, 400 ed 800 stile libero a Città del Messico all’età di 16 anni – e dell’australiana Shane Gould, che quattro anni dopo a Monaco 1972 conquista 5 medaglie (di cui 3 d’oro sui 200 e 400 stile libero e 200 misti) a 16 anni non ancora compiuti, ed entrambe ritiratesi subito dopo.

L’unica eccezione, per l’epoca, è rappresentata dall’australiana Dawn Fraser, in grado di confermarsi campionessa olimpica per tre edizioni consecutive dei Giochi (dal 1956 al 1964) sulla più breve distanza dei 100 stile libero, ritirandosi a 27 anni, un’età assolutamente anomala per come il nuoto veniva gestito in quel periodo.

Tale debita premessa risulta necessaria per inquadrare quanto fuori da ogni più logica regola agonistica sia stata la carriera di Dara Torres, nata a Beverly Hills il 15 aprile 1967, e capace di stabilire un primato di longevità che ha pochi eguali in assoluto a livello sportivo, ma ancor meno in una specialità come quella del nuoto.

E, difatti, se per i motivi suindicati, alle recenti Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 i citati Phelps e Cseh hanno potuto cimentarsi – al pari di Ryan Lochte – avendo già superato i 30 anni, la loro performance impallidisce di fronte a quanto è stata in grado di mettere in atto la Torres, la cui storia è talmente incredibile da essere raccontata con calma e dovizia di particolari.

Figlia di un agente immobiliare cubano immigrato negli Stati Uniti e di una modella americana, la Torres, essendo nata in California, non fa altro che seguire le orme dei suoi fratelli maggiori, iniziando a praticare nuoto sin dall’età di 7 anni e mettendosi in luce già a 14 anni quando vince il titolo nazionale sulle 50 yard stile libero, superando la detentrice Jill Sterkel, non proprio una qualunque, visto che era stata oro in staffetta sia alle Olimpiadi di Montreal 1976 che ai Mondiali di Berlino 1978.

Tale successo le dà le giuste motivazioni per emergere nella “high school” a Westlake, dove si cimenta pure nel basket, volley e ginnastica, fatta salva la decisione – nell’anno scolastico 1983/1984 – di trasferirsi al club di “Mission Viejo Nadadores” per prepararsi, sotto la guida del coach Mark Schubert, per i Trials in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.

La concorrenza in casa Usa è altissima, considerando altresì che, per la prima volta nella storia dei Giochi, sono ammessi alle prove individuali due soli atleti per nazione, e la 17enne Dara riesce a malapena a qualificarsi per la staffetta 4×100 stile libero, giungendo quarta nella finale dei 100 in 56″38, nella gara vinta da Nancy Hogshead in 56″03 su Carrie Steinseifer, che poi divideranno il gradino più alto del podio olimpico facendo registrare il medesimo tempo di 55″92.

Esperienza olimpica che, comunque, in qualche modo segna la Torres poiché, in camera d’attesa per le batterie della staffetta, commette l’errore di sbirciare dalla tenda che la racchiude e la vista dei 17mila spettatori sulle tribune della piscina olimpica, oltretutto della sua città di nascita, le causano un attacco di panico tale da farle nuotare la prima frazione in un lento 56″88 tale da far pensare allo staff tecnico di sostituirla per la finale del pomeriggio.

E qui emerge la forza del gruppo Usa che ha sempre fornito eccellenti prestazioni in staffetta, con le compagne che convincono i tecnici ad inserirla ugualmente, ma non in prima bensì in terza frazione al fine di sentire meno la pressione con il probabile vantaggio che a quel punto il quartetto americano dovrebbe aver già conseguito, e l’idea si rivela vincente, con la Torres a fornire il proprio contributo in un stavolta convincente 55″92 con gli Stati Uniti a conquistare l’oro davanti all’Olanda.

Rientrata a Westlake e diplomatasi l’anno seguente, Dara si iscrive all’Università della Florida a Gainesville, entrando a far parte del prestigioso club natatorio dei “Florida Gators” e venendo allenata dal celebre coach Randy Reese, che già aveva avuto cura di Tracy Caulkins e Rowdy Gaines.

Ed i risultati non si fanno attendere, sia dal punto di vista cronometrico che di piazzamenti, riuscendo la Torres ad ottenere ai Trials di Austin – dopo aver conquistato, alla rassegna iridata di Madrid 1986, la sua unica medaglia mondiale facendo parte della staffetta 4×100 stile libero, argento alle spalle della Germania Est – il pass per la gara individuale sui 100 stile libero (anche se grazie alla squalifica per doping della prima classificata, Angel Martino, essendosi classificata terza) per i Giochi di Seul 1988, pur giungendo non meglio che settima nella finale olimpica.

E, dopo aver conquistato il bronzo nella 4×100 stile libero alle spalle di Germania Est ed Olanda, ottiene l’argento nella staffetta 4×100 mista dietro all’inarrivabile quartetto tedesco orientale, in cui peraltro nuota la frazione a stile libero solo in batteria, sostituita da Mary Wayte nella finale.

Un’attività agonistica piuttosto anonima, se vogliamo, specie se rapportata agli “standard” Usa, e che la Torres intende concludere – dopo essersi laureata in telecomunicazioni nel 1990 – partecipando alle selezioni per le Olimpiadi di Barcellona 1992 dove riesce a staccare il biglietto per la rassegna a cinque cerchi solo in staffetta con il quarto posto sui 100 stile libero, dopo essersi addirittura piazzata all’ottavo ed ultimo posto sui 50 stile libero, specialità inserita ai Giochi solo quattro anni prima a Seul.

L’opportunità comunque, ed altresì sfruttata, di chiudere con il nuoto a 25 anni con un secondo oro quale componente della staffetta 4×100 stile libero, sarebbe in linea con mille altre storie di nuotatrici, ma se così fosse non avremmo avuto ragione di raccontarla, ed invece proprio adesso viene il bello.

Uscita dalle piscine ed entrata nella realtà quotidiana, Dara diviene inviata ed annunciatrice per vari Network Usa, convolando a nozze con il produttore Jeff Gowen e sfruttando altresì il proprio fisico statuario (180cm. per 68kg.) ed un’avvenenza tipicamente latinoamericana per posare come modella ed essere la prima nuotatrice ad essere scelta per pubblicizzare costumi da bagno, il tutto fino a che, dopo la fine del matrimonio, viene convinta dal celebre coach Richard Quick – allenatore, tra gli altri, di Steve Lundquist, Summer Sanders e della “rivale” Jenny Thompson – a fare ritorno in acqua nel 1999 in vista delle selezioni per le Olimpiadi di fine millennio, a Sydney 2000.

Dara accetta, facendo comunque presente al tecnico come il suo obiettivo fosse al massimo di qualificarsi per la staffetta veloce, ciò nondimeno inizia l’anno olimpico migliorando il record Usa sui 50 stile libero per poi tener testa, in occasione dei Trials di Indianapolis, al desiderio di riscatto di Jenny Thompson dopo la delusione di quattro anni prima (in cui era giunta terza, e quindi esclusa, dalle gare individuali sia sui 50 che sui 100 stile libero), facendo suoi i 50 stile libero in 24”90 e giungendo seconda dietro la citata Thompson sia sui 100 stile libero che sui 100 farfalla, un’impresa compiuta a 33 anni e mai riuscitale in gioventù.

Che la “ragazzona” americana sia come il buon vino, che invecchiando migliora, lo testimoniano i risultati ottenuti due mesi dopo in terra australiana, dove conquista le sue prime medaglie individuali, salendo sul gradino più basso del podio sia sui 50 (migliorando in 24″63 il proprio record Usa) che sui 100 stile libero (a pari merito con la Thompson), nonché sui 100 farfalla, risultando la miglior americana su dette distanze, per poi contribuire in maniera determinante agli ori nelle staffette 4×100 stile libero (sua la frazione interna più veloce, in 53″51) e 4×100 mista, dove chiude in ultima frazione a stile libero in 53″37, con annessi primati mondiali, tanto da essere, al contempo, la più anziana componente del Team Usa, ma anche la più medagliata.

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Dara Torres con le 5 medaglie vinte a Sydney 2000 – da questionedistile.gazzetta.it

Miglior conclusione di carriera non se la sarebbe immaginata nessuno, e men che meno il suo coach Quick, il quale ebbe a riferire che “non che io non fossi fiducioso, ma se mi aveste detto un anno fa che Dara sarebbe stata in grado di migliorare record e nuotare come ha fatto, non avrei potuto credervi.

Il ritorno alla normalità, per Dara, consiste in una turbolenta vita sentimentale, che la vede contrarre un secondo matrimonio con il chirurgo israeliano Shasha Itzhak, per sposare il quale si converte alla religione ebraica, ma conclusosi anch’esso con un divorzio, dopo il quale prende per la terza volta marito, unendosi all’endocrinologo David Hoffmann, dal quale ha una figlia, Tessa Grace, nata nel 2006, e che la convince – essendo egli stesso un nuotatore della categoria “master” – a scendere nuovamente in piscina.

Occorre ora precisare che un “certo” Mark Spitz – spinto da un’offerta da un milione di dollari – aveva provato nel 1992 a qualificarsi per le Olimpiadi di Barcellona all’età di 42 anni, tentativo miseramente fallito, ed il solo pensare che la Torres, superata la soglia dei quarant’anni, potesse riuscire nell’impresa, sembrò ai più come qualcosa, se non di fantascientifico, molto vicino ad esso, e furono in molti a ritenere il suo rientro poco rispettoso nei confronti delle altre nuotatrici.

Dubbi che iniziano a diradarsi in occasione delle prime uscite della Torres nel corso del 2007, la quale ottiene un più che soddisfacente riscontro cronometrico (54″61) sui 100 stile libero in un meeting primaverile a Roma, per poi aggiudicarsi i 50 stile libero a Montecarlo nel circuito “Mare Nostrum“, e quindi lasciar spazio allo stupore generale quando la “nostra” migliora il record Usa sui 50 stile libero per poi vincere i Campionati Nazionali sui 100 stile libero al cospetto di un lotto di avversarie di tutto rispetto, facendo intuire che la chance olimpica di Pechino 2008 sia tutt’altro che una chimera.

La svolta“, ammette Dara, “è stato il risultato ottenuto a Roma, ero molto nervosa prima della gara e quando, dopo aver toccato, ho visto sul tabellone il tempo, non credevo ai miei occhi, ma allo stesso tempo ho realizzato che potevo giocarmi le mie carte per i Giochi anche a livello individuale e non solo per conquistare un posto in staffetta“.

Come sempre succede quando si verificano eventi difficilmente spiegabili, ecco aleggiare “l’ombra del doping” e la Torres ne è ben consapevole, affermando con forza la sua estraneità a tali risorse, rendendosi disponibile a sottoporsi – come poi in effetti avvenuto – ad ogni tipo di test (DNA, sangue, urine) che potessero scagionarla, risultando questi tutti negativi.

Assolutamente positiva, al contrario, la sua partecipazione agli Olympic Trials di Omaha, in Nebraska, dove – con la Thompson ritiratasi dopo i Giochi di Atene 2004, alla non certo giovane età di 31 anni – si aggiudica i 50 stile libero con il nuovo record Usa di 54″25, precedendo Jessica Hardy di 20 anni esatti più giovane di lei, nonché i 100 stile libero, in cui beffa per 0″05 centesimi (53″78 a 53″83) Natalie Coughlin, a cui rende 15 anni.

L’età avanzata, ed un programma olimpico molto concentrato, consigliano alla Torres di rinunciare alla prova sui 100 stile libero per concentrarsi esclusivamente sulla più corta distanza, e ciò nonostante dimostri un’eccellente condizione di forma nuotando in 52″44 l’ultima frazione della staffetta 4×100 stile libero che il 10 agosto si aggiudica la medaglia d’argento dietro all’Olanda, così superando il record di più anziano nuotatore a vincere una medaglia olimpica, stabilito dal britannico William Robinson con 38 anni esattamente un secolo prima, ai Giochi di Londra nel 1908.

La “gara sprint” dei 50 stile libero ha come logiche favorite la tedesca Britta Steffen, già oro sui 100 stile libero, e l’australiana Lisbeth Trickett, prima donna ad infrangere il muro dei 24″ netti, avendo nuotato la distanza in 23″97 il 29 marzo, togliendo il primato all’olandese Marleen Veldhuis, che lo aveva stabilito in 24″09 appena cinque giorni prima.

Ma quando, nelle semifinali del 16 agosto, dopo che nella prima serie la Steffen aveva regolato in 24″43 nell’ordine la Veldhuis e la Trickett, la Torres si aggiudica la seconda in 24″27, le certezze su chi sarà l’indomani a salire sul gradino più alto del podio iniziano a vacillare e l’attesa per verificare come andrà a concludersi lo “scontro generazionale” tra la 41enne americana e le sue più giovani avversarie monopolizza l’attenzione di pubblico, tecnici e stampa specializzata.

Con la Torres ad occupare la corsia centrale riservata a chi ha ottenuto il miglior tempo in qualifica e la Steffen al proprio fianco in terza corsia, la gara vede l’americana prendere la testa in avvio, con un lieve margine a metà vasca nuotando sul limite del record mondiale, per poi fallire un’impresa che più clamorosa non sarebbe potuto essere, subendo il ritorno della tedesca che, proprio nelle ultime bracciate, la beffa per l’inezia di appena 0″01 centesimo (24″06 a 24″07), tempi che rappresentano i rispettivi record olimpico ed europeo per la Steffen ed americano per la Torres.

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Dara Torres, argento sui 50 stile libero a Pechino 2008 – da weforum.org

Ma per la “wonder woman” di origine cubana le fatiche non sono terminate, poiché viene schierata quale ultima frazionista a stile libero della staffetta 4×100 mista che conclude il programma natatorio al “National Aquatic Center” di Pechino, ed anche se la Trickett si vendica contribuendo alla vittoria del quartetto australiano, il tempo di 52″27 impiegato dalla Torres risulta il più veloce di sempre nuotato in staffetta e, ancorché ottenuto in frazione lanciata, di oltre 1″ inferiore al record Usa di 53″39 sulla distanza.

Con la conquista della sua 12esima medaglia olimpica – così eguagliando il primato detenuto, in campo femminile, dalla connazionale Jenny Thompson – la Torres potrebbe finalmente dare l’addio alle gare, ma già che c’è, si qualifica per i 50 stile libero e farfalla per i Mondiali di Roma 2009 (forse in ricordo di come proprio nella capitale italiana avesse ricevuto la spinta per il suo secondo clamoroso ritorno), salutando l’attività agonistica con l’ottavo posto nella finale a stile libero in un più che dignitoso 24″48, specie per una 42enne.

Ah, dimenticavo, ad oltre otto anni di distanza, il suo 24″07 sui 50 stile libero ottenuto a Pechino, è tuttora primato degli Stati Uniti.

JOHN KIRWAN E QUELLA META, “SPOT” PER IL RUGBY

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John Kirwan – da onrugby.it

Articolo di Giovanni Manenti

Ultimo sport di squadra ad avere una propria rassegna iridata, la prima edizione della Coppa del Mondo di rugby organizzata congiuntamente da Australia e Nuova Zelanda prende il via a maggio 1987 tra non poco scetticismo, tant’è che, sino all’ultimo, Scozia ed Irlanda sono indecise nel partecipare, e sono in molti a ritenere che difficilmente possa avere un seguito, trattandosi di uno sport con tradizioni radicate nel tempo e che si estrinsecano nella disputa del “Cinque Nazioni” in Europa, nella “Bledisloe Cup” in Oceania e nei vari “test match” tra rappresentative eterogenee come i Barbarians od i British Lions.

Ad ogni buon conto, per il citato evento, per il quale, stante il ristretto tempo a disposizione per l’organizzazione, non è stato possibile istituire gare di qualificazione e, pertanto, si è proceduto per inviti, con le riferite formazioni del “Cinque Nazioni, Australia e Nuova Zelanda, oltre ad Italia e Romania per l’Europa, Canada e Stati Uniti per il Nord America, Argentina per il Sudamerica, Giappone per l’Asia, Tonga e Fiji per l’Oceania e lo Zimbabwe a rappresentare l’Africa, stante l’ostracismo ancora pendente sul Sudafrica per la politica di apartheid in vigore nel Paese.

Un’altra delle contestazioni circa l’inutilità di una manifestazione a così largo raggio derivava dal previsto eccessivo divario tra le partecipanti, sì da rendere pressoché inutili le fasi eliminatorie e, da questo punto, la gara inaugurale, disputatasi il 22 maggio 1987 all’Eden Park di Auckland tra la Nuova Zelanda e l’Italia, sembra dar ragione ai citati detrattori.

Con le due squadre andate al riposo sul punteggio di 17-3 per gli “All Blacks“, nella ripresa la difesa azzurra crolla di fronte alla forza d’urto degli avanti neozelandesi, i quali realizzano ben sei mete a cui l’Italia risponde con un semplice calcio piazzato di Collodo, cercando di limitare i danni quando accade un evento che sarà l’emblema dell’intera rassegna iridata.

Succede, difatti, che al 70′, ricevuta la palla nei propri “ventidue metri” da parte del debuttante estremo John Gallagher, il n. 14 neozelandese non trovi di meglio che farsi tutto il campo di corsa, saltando come birilli le varie maglie azzurre che gli si ponevano davanti per andare a depositare l’ovale oltre la linea di meta per un’azione che stupisce oltre l’inverosimile sia gli spettatori presenti che coloro che vi assistono in Tv e che, in brevissimo tempo, fa il giro del mondo, un evento paragonabile al celebre goal di Maradona ai Mondiali 1986 contro l’Inghilterra o ad un “coast to coast di un LeBron James in una finale NBA.

L’autore di tale impresa altri non è che il 22enne tre quarti ala John Kirwan, che proprio ad Auckland è nato a dicembre del 1964 ed altresì nell’Auckland gioca, e che quel giorno disputa la sua 14esima gara con gli “All Blacks, con cui ha debuttato il 16 giugno 1984 nel test match contro la Francia e vinto di misura per 10-9.

Kirwan diviene il protagonista della prima edizione della Coppa del Mondo, contribuendo in maniera determinante al successo della Nuova Zelanda, con altre due mete realizzate nella vittoriosa semifinale contro il Galles e mettendo il sigillo nella finale contro la Francia – che, superando in semifinale l’Australia, aveva impedito l’atteso scontro tra “All Blacks e “Wallabies” per il titolo – per consentire al proprio capitano e mediano di mischia David Kirk di sollevare al cielo la Webb Ellis Cup e a lui stesso di laurearsi miglior marcatore del torneo con 6 mete all’attivo.

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Kirwan in azione nella finale di Coppa del Mondo 1987 contro la Francia – da teara.govt.nz

In 10 anni di carriera con la maglia dei “tuttineri“, Kirwan colleziona 63 presenze – di cui 62 partendo nel XV titolare – realizzando 35 mete che, alla data della sua ultima apparizione, il 6 agosto 1994 in un match contro il Sudafrica conclusosi sul 18 pari, rappresentavano un record a livello di Nazionale, ed è altresì titolare nella successiva edizione di Coppa del Mondo 1991 disputatasi in Gran Bretagna, dove subisce la sua unica sconfitta nella manifestazione, un 6-16 in semifinale da parte dell’Australia del suo grande rivale David Campese.

Ed è proprio la rivalità tra questi due grandi protagonisti delle rispettive Nazionali – occupando la medesima posizione in campo – a polarizzare per un decennio l’attenzione dei media specializzati in quei spesso inutili sondaggi su chi fosse il migliore tra i due, anche se Kirwan è stato spesse penalizzato da frequenti infortuni muscolari che ne hanno limitato le apparizioni, ma una cosa è certa, e cioè che al massimo della forma era immarcabile, per la velocità e l’intuizione che aveva nell’incunearsi nelle difese avversarie per concludere l’azione corale di cui gli “All Blacks” sono sempre stati maestri, come dimostrano le 10 mete messe a segno in 5 test match (due contro il Galles e tre contro l’Australia) nell’anno successivo alla conquista del titolo iridato.

Oltretutto, non contenti di sfidarsi nell’emisfero australe, entrambi – sia Campese con il Petrarca Padova che Kirwan con il Benetton Treviso – hanno avuto modo di cimentarsi anche nel campionato italiano, che il neozelandese ha conquistato nel 1989 (quando Campese era già tornato in patria), risultando ancora una volta decisivo nella finale per l’assegnazione dello scudetto disputata il 27 maggio 1989 allo Stadio Dall’Ara di Bologna contro il Rovigo, allorquando, con il risultato ancora in bilico sul 12-9 per i trevigiani, è lui stesso a schiacciare in meta allo scadere degli 80 minuti regolamentari per i punti della sicurezza.

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Kirwan festeggia lo scudetto 1989 con il Benetton Treviso – da it.wikipedia.org

Ciò nondimeno, se le disquisizioni su chi sia stato il migliore dei due come giocatore troveranno sempre ognuna delle due parti convinta di aver ragione, nessun dubbio può sussistere su chi abbia fatto meglio nelle vesti di allenatore, con Kirwan a guidare la nazionale italiana dopo aver fatto da assistente al suo connazionale Brad Johnstone, rilevandone il ruolo dopo il disastroso “Sei Nazioni” del 2002 concluso con il terzo “cucchiaio di legno” consecutivo.

L’esordio al “Sei Nazioni” 2003 con la vittoria per 30-22 sul Galles – solo secondo successo azzurro dopo quello sulla Scozia nella prima edizione del torneo esteso a sei squadre nel 2000 – ed un’onorevole sconfitta per 25-33 a Dublino contro l’Irlanda, fanno da buon viatico in vista della Coppa del Mondo del successivo ottobre in Australia, dove l’Italia è inserita nel gruppo D assieme allo stesso Galles, alla Nuova Zelanda, Canada e Tonga.

E qui, in un certo senso, il cerchio si chiude, in quanto il match d’esordio vede gli azzurri opposti proprio a quegli “All Blacks contro cui disputarono la prima gara nella storia della manifestazione e, ancor più curiosamente, il risultato è pressoché identico, con i “maestri a trionfare per 70-7 (rispetto al 70-6 di 16 anni prima), con la differenza che stavolta Kirwan è dalla parte degli sconfitti, che però reagiscono superando Tonga 36-12 ed il Canada 19-14, costruendosi così l’occasione – sinora mai verificatasi – di qualificarsi per i quarti di finale in caso di vittoria contro il Galles nell’ultimo turno.

Gara che, viceversa, ha un esito opposto a quella del 15 febbraio al “Flaminio” di Roma, con i “Dragoni stavolta ad imporsi per 27-15 per una classifica finale di 2 vittorie ed altrettante sconfitte che l’Italia replicherà anche nelle successive edizioni del 2007, 2011 e 2015.

Kirwan, lasciato l’incarico di CT degli azzurri, conduce con minor successo alle fasi finali del Mondiale la nazionale giapponese nel 2007 e 2011, ottenendo in entrambe le occasioni solo un pareggio, e sempre contro il Canada, per poi essere attirato dalla piattaforma di Sky Italia, per la quale ha commentato l’edizione della Coppa del Mondo 2015, vinta dalla sua Nuova Zelanda.

Ora, è fin troppo evidente che la Coppa del Mondo sarebbe comunque andata avanti, visti gli interessi del magnate Rupert Murdoch al riguardo e la globalizzazione che ogni tipo di disciplina ha assunto negli anni a venire, ma, per i più romantici, può sempre far piacere pensare che quella “lunghissima ultima meta” messa a segno da Kirwan nella gara inaugurale abbia rappresentato qualcosa di più di un semplice “spot sia per il rugby in sé stesso che per la manifestazione nel suo insieme.

WLADYSLAW KOZAKIEWICZ E QUELL’ESULTANZA NON PROPRIO OLIMPICA

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L’esultanza smodata di Kozakiewicz – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Se, quando i responsabili del Network americano NBC decisero di ridurre, a causa del boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter alle Olimpiadi di Mosca 1980, il proprio impegno nel trasmettere l’evento, inviando nella capitale moscovita appena 56 giornalisti accreditati per consentire la trasmissione di “highlights“, ancorché a carattere quotidiano, avessero potuto immaginare cosa avvenne quel pomeriggio del 30 luglio durante la finale del salto con l’asta, forse avrebbero potuto cambiare idea.

La specialità è peraltro un po’ in ribasso negli Stati Uniti, dopo l’oro di Bob Seagren a Città del Messico 1968, con lo stesso Seagren argento a Monaco 1972 dietro al tedesco orientale Wolfgang Nordwig, mentre nell’edizione di Montreal 1976 il favorito Dave Roberts si era dovuto accontentare dell’ultimo gradino del podio, superato, per un minor numero di errori, dal polacco Slusarski e dal finlandese Kalliomaki.

L’assenza degli americani, pertanto, non influenza più di tanto la qualità tecnica della gara in sede olimpica – pur se Mike Tully si era aggiudicato le due prime edizioni della Coppa del Mondo di Düsseldorf 1977 e Montreal 1979 – in quanto partecipano alla stessa, oltre al citato campione olimpico in carica Tadeusz Slusarski, il connazionale Wladyslaw Kozakiewicz e i due francesi Thierry Vigneron e Philippe Houvion, che nel corso della stagione hanno spodestato l’americano Dave Roberts dal trono di leader mondiale, facendo a gara a superarsi dapprima con Kozakiewicz che sale a m.5,72 a maggio, poi con Vigneron che in giugno valica per due volte l’asticella a m.5,75 ed infine con Houvion che, a soli 15 giorni dall’inizio dei Giochi, fissa il record mondiale a m.5,77.

I sovietici, dal canto loro, non schierano il campione europeo di Praga 1978, Vladimir Trofimenko, affidandosi ad un terzetto composto dal ventenne Konstantin Volkov, Sergej Kulibaba ed Yuri Prokhorenko, con quest’ultimo che però manca l’accesso alla finale fallendo tutti e tre i tentativi a sua disposizione in qualificazione.

Come di consuetudine, la gara di salto con l’asta vede gli atleti passare alcune quote e, quando l’asticella viene posta a m.5,65, sono sei i restanti in gara, con la differenza che Kowakiewicz ed il terzo francese Jean-Michel Bellot vi giungono dopo aver superato la quota di 5,60 (ed entrambi esenti da errori), mentre Slusarski, Volkov (anch’essi senza penalità), Houvion ed il terzo polacco Marius Klimczyk hanno valicato l’asticella alla misura inferiore di m.5,55 che è risultata, clamorosamente, fatale ad uno dei co-favoriti, il francese Vigneron. 

I 5,65 rappresentano la definitiva scrematura per l’assegnazione delle medaglie, in quanto vengono eliminati Bellot e Klimczyk, con Slusarski, Volkov ed Houvion che superano la misura solo al terzo tentativo, a differenza di Kozakiewicz che prosegue nel suo percorso netto, sentendo di essere nel suo “Giorno dei Giorni“.

Percorso scevro da errori che prosegue anche alla quota di m.5,70, superati alla prima prova e che, viceversa, risultano fatali sia ad Houvion (che dà così l’addio al podio, pagando gli errori commessi alle misure di entrata a 5,25 e 5,45) che a Slusarski, mentre Volkov, dopo aver fallito i primi due tentativi, si riserva la terza prova alla quota superiore di 5,75, hai visto mai…

Tattica questa, usata da Volkov, assai comune nelle gare di salto ed in specie di quello con l’asta, ma che stavolta non produce l’effetto sperato in quanto il giovane russo fallisce il suo unico tentativo, mentre Kozakiewicz prosegue il suo “show personale” superando alla prima prova anche i 5,75 (sei misure valicate tutte al primo colpo!).

Oramai sicuro della medaglia d’oro – con l’argento assegnato a pari merito a Slusarski ed a Volkov – al polacco non resta che aggiungere la classica “ciliegina sulla torta” ad una prestazione eccezionale, sotto forma del tentativo di riappropriarsi del record mondiale, facendo posizionare l’asticella a quota 5,78.

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Il salto record di Kozakiewicz – da gettyimages.com

E qui arriva il “fattaccio“, per il quale occorre premettere come Kozakiewicz fosse stato fatto oggetto – essendo tra l’altro la pedana del salto con l’asta in prossimità delle tribune – di ripetuti fischi da parte del pubblico ad ogni sua prova, nel tentativo poi rivelatosi invano di favorire il pupillo di casa Volkov nella corsa all’oro, fatto sta che, una volta superata alla seconda prova la misura che gli vale il record mondiale (evento che, unito alla medaglia d’oro, era dalle Olimpiadi di Anversa 1920 che non si verificava per la specialità), il polacco non trova di meglio, per scaricare la tensione accumulata, che rivolgere il più classico dei “gesti dell’ombrello“, attirando su di sé critiche, ma anche comprensione per il comportamento molto poco sportivo tenuto dai presenti.

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Kozakiewicz alla cerimonia di premiazione con il compagno Slusarski – da gettyimages.com

Ed anche questa è, se vogliamo, una “Pagina di Storia Olimpica“…

 

LUDMILLA TOURISCHEVA, L’ULTIMA AD ARRENDERSI ALLE GINNASTE BAMBINE

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Ludmilla Tourischeva – da youtube.com

Articolo di Giovanni Manenti

Per molti atleti, di qualsiasi sport e dei rispettivi sessi, uno degli stimoli che li porta ad affermarsi quando iniziano a praticare le rispettive discipline, è quello di emulare i loro idoli, prendendoli anche a modello come stile, tecnica e personalità, nella speranza, un giorno, di ripercorrerne il cammino.

Crediamo che questo, più o meno, sia stato anche il pensiero della ginnasta sovietica di origini cecene, Ludmilla Tourischeva, in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico 1968 allorquando, a 16 anni appena compiuti, viene aggregata al team dell’Urss dove primeggiano le più esperte e collaudate Voronina, Kuchinskaya e Petrik.

Ma se credete che quanto indicato in premessa si riferisca alle esibizioni delle riferite connazionali, beh vi sbagliate, perché sulle pedane dell’Auditorium Nazionale di Città del Messico la giovane Ludmilla resta affascinata dall’ultima recita, un po’ per raggiunti limiti di età ed in parte per la situazione politica venutasi a creare in Cecoslovacchia, della “divinaVera Caslavska – di 10 anni più grande di lei – che celebra il proprio passo d’addio con quattro ori nel concorso generale, corpo libero, volteggio e parallele asimmetriche, cui unisce l’argento alla trave e nel concorso generale a squadre, vinto quest’ultimo proprio dall’Unione Sovietica.

La Tourischeva se ne torna pertanto in patria con al collo il riferito oro a squadre, dopo essersi piazzata appena 24esima nel concorso generale e non essendo riuscita a qualificarsi per nessuna finale delle singole specialità, ma con l’intimo convincimento di poter essere lei, quattro anni dopo a Monaco di Baviera, ad attirare le luci della ribalta.

Nata a Grozny ad inizio ottobre 1952, la Tourischeva inizia a dedicarsi alla ginnastica all’età di 13 anni sotto la guida del tecnico Vladislav Rastorotsky, mettendo sin da subito in mostra una delle sue maggiori qualità, vale a dire una grazia innata nell’eseguire i movimenti, che la porta ad eccellere specialmente nell’esercizio al corpo libero dove può liberare tutta la sua creatività rispetto agli attrezzi in cui il programma è più schematizzato.

Ed i positivi risultati del duro lavoro compiuto in palestra prendono forma già in occasione dei Mondiali di Lubiana 1970, dove non va a medaglia solo alla trave, unendo allo scontato oro a squadre anche la vittoria nel concorso generale ed al corpo libero – specialità quest’ultima in cui le ginnaste sovietiche monopolizzano il podio – nonché l’argento alle parallele asimmetriche ed il bronzo al volteggio, in una rassegna iridata che vede altresì affermarsi anche le tedesche orientali Karin Janz (oro alle parallele asimmetriche e due argenti) ed Erika Zuchold (oro alla trave ed al volteggio ed argento nel concorso generale).

In preparazione all’appuntamento olimpico in terra tedesca, la Tourischeva conferma la propria leadership all’interno del team sovietico l’anno seguente in occasione dei Campionati Europei di Minsk – manifestazione che all’epoca, quanto meno in campo femminile, aveva le stesse caratteristiche di un’Olimpiade o di un Mondiale, data la non ancora avvenuta esplosione delle ginnaste americane – dove, oltre che nel concorso generale individuale, trionfa al corpo libero ed al volteggio, con tanto di argento alle parallele asimmetriche ed alla trave.

Attesa come l’assoluta protagonista ai Giochi di Monaco 1972, la Tourischeva – nel pieno della maturità in forza dei suoi 20 anni e di un corpo perfettamente strutturato cui unisce anche una bellezza estetica che assolutamente non guasta – mantiene le promesse nel corso del concorso generale a squadre, in cui porta in dote alla scontata medaglia d’oro sovietica il più alto punteggio di 76,850 tallonata però dalla giovanissima 17enne connazionale Olga Korbut, la quale realizza 76,700 punti.

Una “rivale in casa” con cui fare i conti in occasione della finale del concorso generale individuale in programma il 30 agosto 1972 alla “Sport Halle” di Monaco di Baviera, durante il quale si registra un evento che incide sul resto della rassegna a cinque cerchi.

Succede, difatti, che la minuscola Korbut fallisca per ben tre volte l’entrata nel suo esercizio alle parallele asimmetriche, venendo penalizzata con un 7,500 che la esclude dal giro delle medaglie, con ciò favorendo la Tourischeva nella corsa all’oro, che si aggiudica con 77,025 punti (di cui 9,900 ottenuti al corpo libero) davanti alla tedesca orientale Karin Janz, ma il pianto dirotto della piccola Olga al termine del suo sciagurato esercizio commuove il mondo intero e, probabilmente, condiziona anche i giudici nelle successive prove alle singole specialità.

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Tourischeva nell’esercizio alla trave a Monaco 1972 – da alchetron.com

Con entrambe le amiche/rivali qualificate per le prove singole – per le quali valgono i punteggi accumulati nella gara a squadre e, pertanto, la Korbut non è penalizzata dagli errori commessi nel concorso generale individuale – tocca alla ragazzina di origini bielorusse polarizzare l’attenzione, riscattandosi alle parallele asimmetriche, pur se il suo esercizio – valutato 9,800 dalla giuria e lungamente contestato dal pubblico presente – non è sufficiente per l’oro, conquistato dalla tedesca est Karin Janz, e salendo sul gradino più alto del podio con una performance ai limiti della perfezione alla trave, valutata 9,900 dalla giuria.

La Tourischeva, viceversa, si deve consolare con il bronzo al volteggio – una specialità in cui la Korbut non sale sul podio – dietro al duo tedesco orientale formato dalle ricordate Janz e Zuchold, ma tenendo ancora in mano il suo asso da giocare nella prova a lei più congeniale, vale a dire il corpo libero.

Specialità in cui la 20enne cecena può fondere armonicamente grazia ed eleganza, ed in cui è anche la prima ad usare due distinti sottofondi musicali nelle proprie esibizioni, il brano “March“, tratto dal film “Circus” di Isaak Dunaevsky, per quanto attiene alla competizione a squadre, mentre per la prova individuale la scelta ricade sulla colonna sonora del film tedesco “Die Frau meiner Traume” di Franz Grothe, forse per far più presa sul pubblico locale.

Presentatasi con 0,075 punti di vantaggio sulla rivale dopo i preliminari (9,750 a 9,675), l’esibizione della Tourischeva viene premiata con 9,800 punteggio però non sufficiente per l’oro, in quanto il 9,900 assegnato dai giudici alla Korbut consente a quest’ultima di conquistare il suo secondo oro individuale per l’inezia di 0,025 punti (lo scarto minimo in questo tipo di competizione), con Tamara Lazakovich a completare un podio interamente sovietico.

Le occasioni per rifarsi non mancano certo alla Tourischeva, la quale pratica la ginnastica con una passione per la disciplina diversa dalle “ragazzine costruite” degli anni a venire, a cominciare dai Campionati Europei di Londra 1973 dove, non essendo prevista la gara a squadre, si aggiudica tutti e cinque gli ori a disposizione, mentre la Korbut si deve accontentare del solo argento nel concorso generale, non andando a medaglia in alcuna delle singole specialità.

Confermate le gerarchie all’interno del team Urss, il prossimo appuntamento a livello mondiale è costituito dalla rassegna iridata di Varna 1974 dove la rivalità tra le due connazionali raggiunge l’apice, ma con la Tourischeva a sfoggiare forse la sua miglior prestazione di sempre, contribuendo con 78,300 punti (la Korbut ne porta in dote 77,800) alla schiacciante supremazia dell’Unione Sovietica nel concorso generale a squadre, così come fa suo per la quinta volta consecutiva – tra Mondiali, Olimpiadi ed Europei – il titolo nel concorso generale individuale, con 78,450 punti rispetto ai 77,650 della sua amica/rivale.

La scena si sposta ora sulle singole specialità, e qui tocca alla piccola Olga avere la meglio su Ludmilla nell’esercizio al volteggio, così come la precede alle parallele asimmetriche pur dovendosi entrambe accontentare di far da damigelle d’onore sul podio il cui gradino più alto è occupato dalla tedesca orientale Annelore Zinke, ma dove la sfida si fa più incandescente è nelle specialità in cui le due ginnaste hanno il loro rispettivo punto di forza, vale a dire la trave (Korbut) ed il corpo libero (Tourischeva).

Alla trave, dove fa la sua prima apparizione ad alto livello la 17enne Nellie Kim che avrà poi modo di affermarsi negli anni a seguire, la vittoria giunge a sorpresa per la Tourischeva, che sopravanza la Korbut di 0,200 punti (19,725 a 19,525), e ribadisce il suo stato di grazia al corpo libero, dove stavolta la Korbut nulla può nella “finale in famiglia” (con cinque ginnaste sovietiche ai primi cinque posti), nonostante totalizzi 19,600 punti, non sufficienti a contrastare i 19,775 della oramai “veterana” Tourischeva.

Giunta alla soglia dei 24 anni, la Tourischeva desidera concludere la propria attività agonistica sullo stesso scenario del suo idolo giovanile ammirato otto anni prima a Città del Messico, e cioè partecipando alla sua terza Olimpiade a Montreal 1976 dove, in effetti, si registra un passaggio del testimone del tutto simile a quanto avvenne nell’edizione in altura, poiché stavolta è una ragazzina di non ancora 15 anni, la leggendaria rumena Nadia Comaneci, a raccoglierne l’eredità.

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Tourischeva nell’esercizio a corpo libero a Montreal 1976 – da gettyimages.com

E come aveva cominciato otto anni prima, con l’oro nel concorso a squadre, allo stesso modo la Tourischeva conclude, con la medesima medaglia (frutto dei suoi 78,250 punti, a pari merito con la Kim, e dei 77,950 di una Korbut che sale sul podio solo alla trave nelle gare individuali), cui però stavolta unisce, a differenza dell’iniziale esperienza, il bronzo nel concorso generale individuale ed altri due argenti, al volteggio ed al corpo libero, in entrambi i casi preceduta dalla connazionale Nellie Kim che deve ottenere addirittura un “10” per consentirle di superarla di stretta misura (19,850 a 19,825) vedendo così sfumare l’oro al corpo libero per l’inezia di 0,025 punti in due consecutive edizioni dei Giochi.

Campionessa in tutto, anche di sportività, tanto da congratularsi personalmente con la Comaneci alla cerimonia di premiazione dopo il concorso generale individuale ancor prima di ricevere le medaglie, la Tourischeva è l’ultima ad aver lasciato un’impronta di grazia, eleganza e femminilità in una disciplina che ha poi conosciuto l’esplosione delle ginnaste/bambine e l’applicazione più della forza e della potenza nell’esecuzione dei vari esercizi.

Calato il sipario sull’attività agonistica, l’anno seguente la Tourischeva convola a nozze con un altro atleta simbolo dell’ex Urss, vale a dire il velocista Valery Borzov bicampione olimpico sui 100 e 200 metri a Monaco 1972, restando comunque sempre nell’ambito della ginnastica, in cui ha svolto incarichi di tecnico, giudice e dirigente della Federazione ucraina dopo la disgregazione dell’impero sovietico, portando una delle sue allieve, Lilya Podkopayeva, all’oro nel concorso generale individuale ai Giochi di Atlanta 1996, nonché – e con un’insegnante del genere vi erano pochi dubbi al riguardo – a quella medaglia a lei sfuggitale da atleta, vale a dire l’oro al corpo libero.

Nel 1998 Ludmilla Tourischeva viene inserita nella “International Gymnastic Hall of Fame“: che dite, se lo sarà meritato? Personalmente propendo per il sì…

EDDY OTTOZ, L’OSTACOLISTA SENZA RIVALI IN EUROPA

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Eddy Ottoz – da flickr.com

articolo di Giovanni Manenti

C’era una volta“, è questo l’incipit con cui da bambini ascoltavamo le fiabe che ci venivano raccontate e che, in età adulta, abbiamo magari dovuto raccontare noi ai nostri figli se non addirittura ai nostri nipotini.

Da troppo tempo, purtroppo, il “c’era una volta” si addice ai fasti di un’atletica leggera in cui l’Italia la faceva da protagonista ed oggi, viceversa, deve attaccarsi ai garretti logori ed usurati di quell’immenso triplista che risponde al nome di Fabrizio Donato, ultimo in ordine di tempo a conquistare una medaglia olimpica con il bronzo ai Giochi di Londra 2012 dopo l’oro agli Europei di Helsinki nella medesima stagione, ed ancora in grado quest’inverno, a 40 anni suonati, di salire sul podio ai Campionati Europei indoor di Belgrado.

Per ritrovare una medaglia d’oro a livello continentale in pista nel settore maschile, dopo i successi di Gianmarco Tamberi nel salto in alto ad Amsterdam 2016 e di Daniele Meucci e Stefano Baldini nella maratona (rispettivamente a Zurigo 2014 e Goteborg 2006, quando doppia l’oro di Budapest 1998), nonché di Schwazer nella 20 km. di marcia a Barcellona 2010, bisogna addirittura risalire ai trionfi di Andrea Benvenuti sugli 800 metri e di Alessandro Lambruschini sui 3000 siepi alla rassegna di Helsinki 1994, ben oltre 20 anni fa.

Il “c’era una volta” citato in premessa intende però in questo articolo riferirsi alla crisi nella specialità degli ostacoli, che nel corso degli anni ’60 era, viceversa, terreno di conquista da parte dei nostri atleti, sia sugli ostacoli bassi, vale a dire i 400, che sulla più corta distanza dei 110, dove l’altezza è posta a m.1,067 (pari a 3 piedi e 6 pollici), rispetto ai 762 millimetri (pari a 2 piedi e 6 pollici) del giro di pista.

La dimostrazione della validità del movimento la si ha in occasione delle Olimpiadi di Tokyo 1964, dopo che agli Europei di Belgrado di due anni prima Salvatore Morale si aggiudica l’oro sui 400 ostacoli eguagliando in 49″2 il primato mondiale dell’americano Glenn Davis, mentre sulla più corta distanza è Giovanni Cornacchia a salire sul podio cogliendo l’argento in 14″ netti, in una finale in cui si piazza quinto l’altro azzurro Giorgio Mazza con 14″3.

Dicevamo di Tokyo, appunto, edizione dei Giochi in cui gli atleti azzurri riescono nell’impresa – mai verificatasi in passato ed altrettanto più realizzata in futuro – di piazzare ben tre finalisti (Eddy Ottoz ed i citati Cornacchia e Mazza) sui 110 ostacoli ed altri due (il ricordato Morale e Roberto Frinolli, che poi diverranno cognati) sul giro di pista.

Ed ecco che entra prepotentemente in scena il protagonista della nostra storia, vale a dire il valdostano Eddy Ottoz, pur se nato in Francia, in Costa Azzurra (a Mandelieu-la-Napoule, per la precisione) ad inizio giugno 1944, colui che è stato e continua ad essere il più valido esponente italiano sugli ostacoli alti, ma andiamo per ordine.

E mentre il 16 ottobre 1964, nella gara dei 400 ostacoli, Salvatore Morale tiene alto l’onore del paese occupando il gradino più basso del podio, giungendo spalla a spalla in 50″1 con il britannico John Cooper, argento nella gara vinta con facilità dal primatista mondiale americano Rex Cawley con 49″6 (e dove Frinolli giunge sesto in 50″7), due giorni dopo è in programma la finale dei 110 ostacoli, alla quale, come detto, vengono ammessi tutte e tre i nostri portacolori, pur se è proprio Ottoz ad incontrare le maggiori difficoltà, giungendo quarto in 14″1 (14″12 elettronico) nella seconda semifinale, peraltro la più impegnativa, data la presenza dei due americani Lindgren e Jones, ed in cui si piazza secondo Cornacchia.

Poco più di 90 minuti sono però sufficienti per Ottoz per recuperare concentrazione ed energie, pur essendo condizionato dalla pioggia battente che non gli consente di indossare gli occhiali a lui necessari per la miopia che lo affligge, e la finale lo vede lottare sin sul filo di lana per un posto sul podio, fallito in 13″84 per soli 0″10 e 0″06 centesimi rispetto all’argento di Lindgren (13″74) ed al bronzo di Mikhaylov (13″78), nella gara vinta da Hayes in 13″67.

Esperienza quanto mai utile per Ottoz, considerata la giovane età di appena 20 anni, che ne fa tesoro al ritorno in Europa e, dopo essersi aggiudicato l’oro alle Universiadi di Budapest 1965, è pronto a ritornare sulla pista della capitale magiara in occasione dell’appuntamento principale dell’anno successivo, vale a dire i Campionati Europei.

Ottoz, al pari dei ricordati Morale e Frinolli, ha avuto anche la fortuna di incontrare un maestro del calibro di Sandro Calvesi, con il quale il connubio è divenuto talmente stretto da diventarne il genero, avendone sposato la figlia Lyana, ma – questioni familiari a parte – i suoi insegnamenti, soprattutto per affinarne il superamento degli ostacoli, sono stati decisivi per i risultati poi ottenuti, in quanto il valdostano era preso ad esempio a livello internazionale per la sua eccellente tecnica, con la quale ovviava ad una non esaltante velocità di base, essendo cronometrato in 10″7 sulla distanza dei 100 metri piani.

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Ottoz, a destra nella foto, assieme al tecnico Calvesi e ad Enio Preatoni – da calvesi.it

E, proprio per cercare di migliorare in questo fondamentale, Ottoz prende parte a marzo 1966 ai Campionati Europei indoor di Dortmund, facendo suo l’oro in 7″7 davanti al britannico Mike Parker ed al tedesco Hinrich John, pronosticati come suoi temibili avversari in occasione della rassegna outdoor.

E ad inizio settembre, ancora una volta i protagonisti dei 110 ostacoli si trovano a disputare le batterie nella giornata in cui si disputa la finale sugli ostacoli bassi e l’Italia può bissare il successo di quattro anni prima a Belgrado, pur cambiando il nome del vincitore, che risponde ora al nome di Roberto Frinolli, il quale fa sua la gara in 49″8 precedendo nettamente il tedesco Lossdorfer, che conclude in 50″3.

Una bella iniezione di fiducia per il clan azzurro e di ulteriore stimolo per Ottoz che non vuol essere da meno del compagno e, difatti, il giorno dopo, 3 settembre, si presenta ai blocchi di partenza della finale – che, come a Tokyo allinea altri due italiani, Cornacchia e Sergio Liani – nelle vesti di favorito, avendo realizzato il miglior tempo in semifinale con 13″7.

Sorteggiato in seconda corsia, con il campione uscente e bronzo olimpico Mikhaylov alla sua sinistra alla corda, allo sparo Ottoz prende decisamente la testa della gara con un ritmo omogeneo che lo porta ad abbattere dolcemente il terzo ostacolo, essere cronometrato in 6″4 al quarto ed in 11″7 al decimo per andare a trionfare ripetendo il medesimo tempo di 13″7 della semifinale, lasciando a debita distanza il temuto tedesco John ed il più quotato francese Marcel Duriez (già sesto a Tokyo), che si classificano nell’ordine pur essendo accreditati del medesimo crono di 14″0, con Mikhaylov, quarto, ad abdicare in 14″1 e gli altri due azzurri, Cornacchia e Liani, rispettivamente quinto e sesto.

En plein per il tecnico Calvesi – con i suoi due “pupilli” Ottoz e Frinolli capaci di aggiudicarsi rispettivamente per 5 (consecutivamente dal 1965 al 1969) e 6 (dal 1963 al 1966 e poi nel 1968 e 1969) volte il titolo di Campione Italiano delle loro singole specialità – ed obiettivo puntato verso i Giochi di Città del Messico 1968 e gli Europei di Atene 1969.

Appuntamenti ai quali Ottoz si prepara affinando sempre più la velocità con il secondo oro consecutivo alla rassegna continentale indoor di Praga 1967, dove fa sua la gara dei 50 ostacoli in 6″4, per poi riscattarsi del quarto posto di Tokyo 1964 conquistando sulla medesima pista il suo secondo alloro alle Universiadi 1967 in 13″9 e quindi salendo per la terza volta sul gradino più alto del podio ai Campionati Europei Indoor di Madrid 1968, edizione in cui copre i 50 ostacoli in 6″52, con un vantaggio imbarazzante sul tedesco Nickel.

E’ ottimista Calvesi, sa che i suoi due ragazzi non lo deluderanno, presentandosi in forma e ben allenati all’appuntamento clou della loro carriera, e le sue previsioni sono ancor più confortate quando il 14 ottobre Frinolli si aggiudica la prima delle due semifinali dei 400 ostacoli eguagliando il record italiano di Morale con 49″2, buon segno in vista dell’atto conclusivo dell’indomani, dove, però paga un dazio enorme all’altitudine ed al tentativo di tener testa all’inglese Hemery, il quale va a trionfare distruggendo in 48″1 il record mondiale, mentre l’azzurro cede di schianto nel rettilineo finale, concludendo in un amaro ottavo ed ultimo posto.

Problemi di altitudine che certo non riguardano una distanza breve come i 110 ostacoli, dove però c’è da confrontarsi con il trio americano uscito dai Trials e composto da Davenport (il quale vuole riscattarsi dopo l’uscita per infortunio a Tokyo), Ervin Hall e Leon Coleman, mentre il resto della compagnia, composto da europei, è pienamente alla portata di Ottoz.

Il quale, memore degli insegnamenti di Calvesi, ha un elevato senso di autocritica rispetto alle proprie prestazioni, in specie per ciò che concerne la partenza e la tecnica di superamento delle barriere e, nonostante si qualifichi per la finale vincendo la propria batteria in 13″5 e replicando lo stesso tempo in semifinale, battuto da Hall che corre in 13″3, non è affatto soddisfatto delle sue prove, soprattutto delle partenze, da lui stesso giudicate lente ed inadeguate se vuol puntare all’oro.

Nelle due ore (dalle 15 alle 17 locali) che distanziano le semifinali e la finale del 17 ottobre 1968, Ottoz riordina le idee ed i muscoli grazie al fedele massaggiatore Palombini, presentandosi ai blocchi di partenza in terza corsia, con Davenport a fianco in quarta, mentre gli altri due “colored” Usa, Hall e Coleman, si schierano rispettivamente in sesta e settima corsia.

La gara è lunga 110 metri, ma si risolve subito in avvio, allorquando Ottoz, nel tentativo di emulare lo scatto bruciante di Davenport arriva con le anche troppo basse sul primo ostacolo (errore tecnico!) che consente all’americano di guadagnare quel mezzo metro di vantaggio che mantiene sin sul traguardo andando a trionfare in 13″33, mentre il tentativo di rimonta di Ottoz si ferma sul gradino più basso del podio, sfuggendogli per soli 0″04 centesimi l’argento, appannaggio di Hall in 13″42 rispetto al 13″46 dell’azzurro, e pazienza se sia l’unico ad evitare la tripletta Usa e che il tempo rappresenti un record italiano che resterà imbattuto per ben 26 anni.

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Ottoz (n. 515) nella finale dei 110 ostacoli di Città del Messico 1968 – da alchetron.com

Ottoz sa che ha sprecato l’occasione della vita, ma riesce a farsene una ragione – “gli ostacoli sono messi lì apposta per crearne degli altri…, riferisce poi filosoficamente in sala stampa – e comunque il suo bronzo resta in ogni caso l’unica medaglia olimpica conquistata da un italiano sui 110 ostacoli e poi c’è un titolo europeo da difendere, l’anno successivo ad Atene.

Senza americani, e con il fatto che anche la finale olimpica lo aveva incoronato nuovamente come miglior europeo, dato che degli altri quattro finalisti del Vecchio Continente il migliore, il tedesco Trzmiel, si era piazzato quinto ad oltre 0″2 decimi di distacco, l’obiettivo è tutt’altro che irrealizzabile, anche se i britannici – quei simpaticoni – schierano sulla più breve distanza due specialisti degli ostacoli bassi, vale a dire Alan Pascoe – che in realtà si cimenterà sul giro di pista in epoca successiva – e nientemeno che il primatista mondiale e già ricordato David Hemery, cui si unisce una giovane promessa transalpina, un 18enne di belle speranze che risponde al nome di Guy Drut.

Esperienza contro rinnovamento, verrebbe da dire, ed Ottoz è ben intenzionato a far valere la prima, imponendosi sia in batteria che in semifinale con il medesimo tempo di 13″8, superando nella seconda circostanza Pascoe, accreditato di 14″0, mentre la seconda serie vede Hemery precedere Drut, pur essendo entrambi cronometrati con lo stesso tempo di 13″8.

Non ci sono margini per il resto dei finalisti, il quartetto uscito dalle eliminatorie è quello destinato a giocarsi le medaglie, con uno di loro a rimanere ai margini del podio ed Ottoz, al suo passo d’addio, non sbaglia assolutamente nulla, imponendosi d’autorità con tanto di record dei Campionati in 13″59, lasciando il duo britannico a debita distanza con Hemery argento in 13″74 e Pascoe bronzo in 13″94, mentre Drut è non meglio che quarto in 14″08, ma avrà modo di rifarsi in seguito.

Cala così il sipario sull’attività agonistica del più grande specialista italiano di ogni epoca sugli ostacoli alti, senza nulla togliere alle più che dignitose carriere di Sergio Liani e Giuseppe Buttari – entrambi per due volte finalisti agli europei – che gli sono succeduti, avendo poi il piacere (non da poco per un padre) di vedere il proprio record italiano migliorato, a 26 anni di distanza, dal figlio Laurent, il quale a fine agosto 1994 copre i 110 ostacoli in 13″42, dopo aver raggiunto la semifinale due anni prima alle Olimpiadi di Barcellona 1992 per poi dedicarsi ai 400 ostacoli, dove ai Giochi di Atlanta 1996 viene eliminato in semifinale pur stabilendo in 48″52 il primato italiano, dopo aver migliorato, il 31 maggio 1995 a Milano, il primato mondiale sulla poco usuale distanza dei 200 ostacoli con 22”55, gara che aveva sempre affascinato il padre.

In una cosa Laurent ha superato papà Eddy, e cioè nel numero di titoli italiani vinti, ben 10 (di cui quattro sui 110 ostacoli – 1990, 1991, 1992 e 1994 – e sei sui 400 ostacoli – 1995, 1997, 1998, 1999, 2001, 2002), ma se lo chiedete ad Eddy, vi sentirete rispondere che ai suoi tempi c’era una maggior concorrenza, anche solo in patriarcale.

Ah, già, dimenticavamo, “c’era una volta