DENNIS RODMAN, IL “VERME” VISSUTO DUE VOLTE

 

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Dennis Rodman – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Siamo in una notte di febbraio ‘93, a bordo di un pick-up vi è un uomo di colore che sta meditando sulla propria vita con un fucile carico appoggiato sul sedile di fianco, una scena neanche troppo infrequente negli Stati Uniti, dove il mercato delle armi è libero e le problematiche di ordine economico e sociale sono anch’esse all’ordine del giorno, specie tra i “colored”.

La cosa, però, assume un aspetto ben diverso, una volta chiarito che il luogo dove l’automezzo si trova è il parcheggio dell’Arena che ospita le gare interne della squadra di Basket dei Detroit Pistons e l’uomo all’interno altri non è che Dennis Rodman, uno dei leader della franchigia due volte campione NBA nel 1989 e ’90, il quale ha ancora tre anni di contratto a 4milioni di dollari a stagione.

Certo, dopo l’eliminazione al primo turno dei playoffs ’92, il campionato seguente era iniziato in maniera insoddisfacente per i Pistons e Rodman aveva appena divorziato dalla prima moglie, unione durata appena un anno e da cui era nata la figlia Alexis, un evento che lo aveva traumatizzato, ma da qui a togliersi la vita sembra che di differenza ce ne sia, e neppure poca.

Lo stesso Rodman, anni più tardi, nella sua biografia “As Bad as I wanna be” (“Così cattivo come voglio essere”), ammette di aver seriamente pensato a togliersi la vita, ma quella notte in cui ha rivisitato come in un film la sua esistenza sino ad allora, lo aveva convinto ad uccidere sì, ma l’altro Dennis, quello che era stato sino ad allora, ed iniziare un nuovo capitolo del suo cammino terreno.

Scelta quanto mai saggia, verrebbe da dire, e non c’è alcun dubbio al riguardo, ma d’altronde Rodman è un uomo che ha sempre vissuto di eccessi ed anche questo fa parte del personaggio, al quale, peraltro, la vita ha tutt’altro che sorriso sin dalla tenera età.

Nato, difatti, il 13 maggio 1961 a Trenton, nel New Jersey, Rodman, al pari della madre e delle due sorelle minori, viene ben presto abbandonato dal padre, militare nell’Aviazione americana, al ritorno dalla guerra nel Vietnam per andare a trasferirsi in pianta stabile nelle Filippine, un trauma dallo stesso mai totalmente superato, tanto da rifugiarsi nella frase “qualcuno mi ha messo al mondo, ma non per questo vuol dire che sia mio padre”.

Crescere in un ambiente matriarcale non facilita il cammino verso la maturità interiore di Dennis – al quale non contribuisce certo il nomignolo di “The Worm” (“il verme”) affibbiatogli da ragazzo per le sue movenze mentre giocava a flipper – che si dimostra sempre più timido ed introverso, specie rispetto alle sorelle, a differenza delle quali, che sin da piccole se la cavavano più che bene con la “palla a spicchi”, ha l’handicap dell’altezza, tant’è che al primo anno del liceo misurava meno di m.1,70 e così, mentre Debra e Kim vincono tre Campionati statali, al maschio di casa tocca quasi sempre sedersi in panchina e vedere giocare i propri compagni.

Una situazione a cui pone rimedio madre natura, facendo sì che il giovane cresca di ben 23 centimetri in due soli anni, così che al termine del liceo Dennis misura m.1,98 (che poi sarebbero diventati 2,01 …) e può quindi cimentarsi ad armi pari sotto canestro, mettendo sin da subito in evidenza quella che è la “specialità della casa”, vale a dire un’abilità fuori dal comune nell’andare a rimbalzo.

Nel suo passaggio al college – non uno dei più rinomati, trattandosi della “Southeastern Oklahoma State University”, associata alla NAIA (“National Association of Intercollegiate Athletics”) – Rodman riesce comunque a farsi notare realizzando in tre stagioni medie di 25,7 punti e 15,7 rimbalzi a partita, tanto che nel “Draft Nba” del 1986, viene scelto al secondo giro dai Detroit Pistons, che come prima opzione si erano assicurati le prestazioni di John Salley da Georgia Tech.

E’ la franchigia dei celebri “Bad Boys”, temuti per il loro gioco duro, e nella quale Rodman si trova perfettamente a proprio agio tra i vari Isiah Thomas, Joe Dumars, Adrian Dantley e Bill Laimbeer, ma soprattutto può finalmente avere come punto di riferimento una figura maschile che non esita a definire come il “suo vero padre”, nel coach Chuck Daly, ed anche se gli inizi non lo vedono inserito nel quintetto titolare, riesce comunque a dare il suo positivo contributo alle stagioni dei Pistons che, dopo aver perso la Finale della “Eastern Conference” ’87 portando comunque i Boston Celtics di Larry Bird a gara-7, si vendicano l’anno successivo, conquistando il diritto a sfidare nella Finale per il titolo i Los Angeles Lakers, dopo aver sconfitto stavolta 4-2 i Celtics.

Rodman dimostra di avere, oltre che braccia lunghe per andare a rimbalzo, anche una lingua non meno corta, permettendosi di esprimere valutazioni poco carine addirittura su Larry Bird, da Dennis considerato “sopravvalutato in virtù del fatto di essere un bianco in uno sport dove primeggiano gli atleti di colore”, un’uscita che gli vale non poche critiche, pur venendo difeso dal suo capitano, Isiah Thomas.

Meglio concentrarsi sul parquet, comunque, e dopo la sconfitta in gara-7 di fronte ai Lakers nelle Finali ’88, ecco che i Pistons si vendicano con il “cappotto inflitto a Magic & Co. l’anno successivo per il primo anello nella storia della franchigia, con Rodman che, in gara-3 (vinta da Detroit 114-110 al Forum di Inglewood) domina a rimbalzo conquistandone ben 19 per la propria squadra.

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Rodman festeggia il primo titolo NBA coi Pistons – da nbareligion.com

Un successo che i Pistons ripetono l’anno successivo, quando ancora una volta impediscono ai Chicago Bulls di un sempre più dominante Michael Jordan di aggiudicarsi il titolo della “Eastern Conference” in una serie dove a prevalere è il fattore campo ed in cui Rodman risulta il miglior rimbalzista della propria squadra con una media di 9,7 a partita, dopo aver compensato la partenza di Ricky Mahorn verso Minnesota con prestazioni tali da fargli vincere il premio di “Miglior Difensore dell’Anno”.

La Finale assoluta – che vede i Pistons opposti ai Portland Trail Blazers – anche in questo caso ha poca storia, con i ragazzi di Chuck Daly ad imporsi per 4-1, con un solo leggero passaggio a vuoto in gara-2 persa di un solo punto (105-106), ma dominando il resto degli incontri.

L’anno successivo la ruota gira a favore di Jordan e dei suoi Bulls che stavolta, rodati a puntino, non hanno pietà dei Pistons spazzandoli via con un inequivocabile 4-0 nella Finale di Conference ed aprirsi la strada verso il primo dei tre titoli consecutivi.

Il declino dei Pistons coincide con, viceversa, l’inserimento di Rodman in quintetto base, ma il tempo è impietoso per tutti, men che meno per coach Daly che, al termine dei playoff ’92, conclusi con un’eliminazione al primo turno da parte di New York, abbandona il club, proprio mentre Rodman di aggiudica il primo dei suoi sette titoli consecutivi di miglior rimbalzista della stagione regolare, con una media mai più superata di 18,7 a partita a fronte di 1.530 rimbalzi complessivi, una cifra mai raggiunta dai 1.572 di Wilt Chamberlain nel ’72 e che nessuno in seguito riuscirà più ad eguagliare.

Ma l’equilibrio mentale di Rodman non è dei più stabili e l’abbandono di Daly è per lui una mazzata dalla quale ha difficoltà a riprendersi, rischiando la tragica conclusione citata in premessa, per poi chiedere il trasferimento a fine stagione, nonostante avesse ancora tre anni di contratto per una cifra complessiva di 12 milioni di dollari.

A farsi avanti sono i San Antonio Spurs che lo ritengono, a ragione, il partner ideale dello “Ammiraglio” David Robinson, al fine di consentire al fortissimo centro di dedicarsi più al tiro che non ai rimbalzi, perfetto connubio che, nei due anni di permanenza di Rodman nel Texas, li vede prevalere quanto a canestri realizzati (29,8 e 27,6 punti di media per Robinson) che a cattura di palloni a rimbalzo (17,3 e 16,8 per Rodman), con l’unica amarezza derivata dalla sconfitta nella Finale della Western Conference per mano degli Houston Rockets nonostante il primo posto conseguito nella stagione regolare con uno score di 62 gare vinte a fronte di sole 20 perse.

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Rodman ai San Antonio Spurs – da politico.com

Così narrata, sembra una storia come tante altre, ma allora cosa è veramente successo, quella notte di febbraio ’93 …?? Lo descrive lo stesso Rodman, ammettendo che “invece di farla finita, decisi di uccidere l’impostore che viveva dentro di me, colui che m aveva sinora impedito di vivere, felice, la mia vita come veramente volevo che fosse …!!”.

Ciò voleva dire liberarsi degli stereotipi imposti dal vivere comune, e la prima, visibile, svolta fu costituita dal colore dei capelli che, a seconda dell’umore, erano ora biondi, rossi o blu, il tutto unito a trasgressioni di ogni tipo, cosa che Rodman non rinnega affatto, limitandosi però a giustificare il proprio operato adducendo che “ho avuto la chance di vivere la vita come piace a me e, se non siete d’accordo, baciatemi il c….. (slang molto in uso negli States …); la maggior parte delle persone sono fondamentalmente dei lavoratori che desiderano sentirsi liberi, essere se stessi, essi mi guardano e vedono uno che cerca di riuscirvi, mostrando loro che non vi è problema ad essere differenti e credo anche che loro pensino questo quando vengono a vedermi giocare: andiamo a vedere questo ragazzo che ci farà divertire …!!”.

Sicuramente aiutato dalla fama raggiunta, resta comunque difficile da ritenere che, con un simile atteggiamento, ed alla non più verde età di 34 anni, Rodman venga scelto proprio dai Chicago Bulls del “figliol prodigo” Michael Jordan – tornato sul parquet dopo un anno e mezzo di inattività – per compensare la perdita di Horace Grant, trasferitosi agli Orlando Magic.

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Rodman con Jordan e Pippen ai Bulls – da clutchpoints.com

Ed invece, Phil Jackson punta proprio su di lui, una decisione che non lo farà rimpiangere dal punto di vista sportivo, con Rodman che allunga con i Bulls sino a sette la serie di titoli consecutivi quale miglior rimbalzista della “regular season”, fornendo un valido contributo al secondo “threepeat” (gioco di parole per significare tre titoli Nba consecutivi …) che Chicago mette a segno dal 1996 al ’98 dopo quello realizzato dal 1991 al ’93.

Più difficile, ovviamente, la gestione comportamentale, specie quando si hanno in squadra due leader naturali come Jordan e Scottie Pippen, ma la coabitazione tra i tre non crea problemi di sorta, come lo stesso Rodman ammette “sul parquet io e Jordan andiamo d’accordo e parliamo tranquillamente degli schemi di gioco, ma al di fuori siamo agli esatti opposti, come dire che se io me ne vado al nord, lui si orienta verso il sud, mentre Pippen si posizione a metà tra di noi”.

Se l’armonia regna coi compagni non altrettanto si può dire verso terzi, come quando, a marzo ’96, in una gara a New Jersey, Rodman ha un pesante “faccia a faccia” con uno dei direttori di gara, tale da essere sanzionato con sei turni di sospensione ed una multa da 20mila dollari, pur risultando poi decisivo in gara-2 e gara-6 delle Finali ’96 contro Seattle con, rispettivamente, 20 e 19 rimbalzi.

L’anno seguente, coi Bulls a confermarsi campioni a spese degli Utah Jazz, Rodman sale agli onori della cronaca in negativo per un calcio all’inguine assestato ad un cameraman in un match contro Minnesota, cosa che gli costa 200mila dollari quale risarcimento all’operatore ed 11 turni di sospensione senza stipendio, un’impresa pertanto stimabile intorno al milione di dollari.

Intenzionato a farsi perdonare nell’ultima stagione in cui i Bulls vincono l’anello, Rodman colleziona una media di 15 rimbalzi a partita, superando undici volte quota 20 con un picco di 29 contro gli Atlanta Hawks e di 15 solo offensivi (più altri 10 sotto il proprio canestro) contro i Los Angeles Clippers, per poi limitare la potenza di Karl Malone nei primi tre incontri della Finale Playoffs.

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Rodman e Karl Malone nelle finali Nba 1997 – da chasetheink.com

Ma non sarebbe Rodman se, alla vigilia di gara-4, non abbandonasse il ritiro per andare a disputare un match di wrestling assieme ad Hulk Hogan, cosa che gli costa un’ammenda di 20mila dollari (niente rispetto agli oltre 200mila intascati per detta esibizione), ma che non gli impedisce comunque di contribuire, con la cattura di 14 rimbalzi, al successo per 86-82 che porta i Bulls sul 3-1 nella serie, spianando loro la strada per la vittoria finale.

Non sono in molti a potersi vantare di concludere la propria carriera nella prestigiosa NBA con qualcosa come sette anelli al proprio conto e, d’altronde, se uno come coach Phil Jackson – che, quanto ad anelli, se ne intende, avendone vinti ben 11 (6 con Chicago e 5 copi Lakers) – ha affermato che, da un punto di vista puramente fisico, Rodman sia stato il miglior atleta da lui allenato.

Ma il “nuovo” Rodman si spinge più in là, quando afferma “guardo a me stesso come una delle tre massime attrazioni della NBA; se non ci sono Shaquille O’Neal o Michael Jordan, ecco, allora vengo io …!!”.

Non c’è che dire, il “verme” è proprio diventato grande …..

RALPH BOSTON, L’UOMO CHE CANCELLO’ JESSE OWENS

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Jesse Owens e Ralph Boston nel 1960 – da msfame.com

articolo di Giovanni Manenti

Lo ammetto, c’è un bel po’ di enfasi nel titolo, primo poiché le imprese di Jesse Owens nessuno le potrà mai cancellare e secondo in quanto si tratta solo di una delle specialità in cui il campione dell’Alabama eccelleva, vale a dire il salto in lungo.

E, quindi, capirete che l’accezione usata si riferisce esclusivamente al fatto di aver “cancellato” Owens esclusivamente dai “libri dei record”, sia olimpico che mondiale, che lo stesso aveva stabilito, rispettivamente, ai Giochi di Berlino ’36 con m. 8,06 ed il 25 maggio ’35 ad Ann Arbor – nel suo “giorno dei giorni” – con m. 8,13.

A dimostrare l’eccezionalità di tali imprese basti pensare al fatto che a 25 anni di distanza il primato mondiale resiste sempre, mentre nelle tre edizioni delle Olimpiadi del dopoguerra, la misura massima resasi necessaria per conquistare l’oro è stata il 7,83 dell’americano Gregory Bell a Melbourne ’56, poca cosa invero, ma all’alba del nuovo decennio qualcosa finalmente si muove nella specialità.

E questa novità risponde al nome di Ralph Boston, 21enne atleta di colore del Mississippi, in quanto nato a Laurel il 9 maggio 1939, un fisico perfetto per un lunghista, essendo alto m.1,87 per 74kg., il quale si mette in luce vincendo il titolo NCAA ’60 mentre frequenta la “Tennessee State University”, per poi confermarsi ai Trials di Stanford, vincendo la selezione per la squadra olimpica con la misura di m.8,09 a soli 4 centimetri dal limite mondiale di Owens.

Primato che si intuisce possa avere vita corta e, difatti, ancora in preparazione per i Giochi di Roma ’60, Boston lo supera con un balzo a m.8,21 compiuto a Walnut il 12 agosto, un risultato che ha maggior valore negli Stati Uniti, dove sono in vigore le misure inglesi, risultando quindi il primo atleta al mondo a superare la “barriera dei 27 piedi”.

Non c’è quindi da stupirsi se, in tale veste, Boston sia considerato il principale favorito alla medaglia d’oro quando, al mattino del 2 settembre, si presenta sulla pedana dello Stadio Olimpico per le qualificazioni del salto in lungo, la cui Finale è prevista al pomeriggio, non avendo alcuna difficoltà a superare il limite di m.7,40 fissato, saltando alla prima prova m.7,60 pur se i suoi due più accreditati rivali, il connazionale Irvin “Bo” Roberson ed il sovietico Igor Ter-Ovanesian, fanno ancor meglio, con m.7,81 e 7,79 rispettivamente.

IL RECORD DI BERLINO CADE DOPO 24 ANNI – Poco dopo le 16,00 inizia la Finale, ed il primo a “scaldare” i motori è proprio l’atleta ucraino che piazza un 7,90 al primo tentativo contro il 7,82 di Boston, mentre Roberson, che era incappato in un nullo alla prima prova, chiarisce a tutti di volersi giocare le proprie chances per l’oro con un secondo balzo a m.8,03 che lo porta al comando della classifica provvisoria.

Boston si rende conto che, se vuole salire sul gradino più alto del podio, deve cercare di dare il meglio di sé e la cosa gli riesce al terzo tentativo, quando atterrando a m.8,12 cancella il primato olimpico di Owens stabilito 24 anni prima.

Si potrebbe pensare che la gara sia virtualmente chiusa, ma così non è, o meglio, le posizioni restano le stesse, ma Boston deve recitare tutte le sue preghiere quando, all’ultima serie di salti, prima il tedesco occidentale Manfred Steinbach raggiunge anch’esso la fatidica linea degli 8 metri, accarezzando per un attimo il sogno di un bronzo che Ter-Ovanesian fa svanire raggiungendo m.8,04 e poi tocca a Roberson far sudare freddo il suo connazionale, con il suo tentativo misurato in m.8,11 anch’egli oltre il precedente record olimpico di Owens.

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Roberson, Boston e Ter-Ovanesian, medagliati a Roma 1960 – da gettyimages.it

E come, “per un punto Martin perse la cappa”, così Roberson fallisce per un centimetro l’occasione della sua vita, mentre Boston si appresta a vivere un intenso quadriennio che lo separa dai prossimi Giochi di Tokyo ’64, ingaggiando una sorta di “duello a distanza” con Ter-Ovanesian per quanto riguarda la lotta al record mondiale.

Occorre, al riguardo, doverosamente precisare come il saltatore nativo di Kiev sia, nel decennio che comprende gli anni ’60, di gran lunga il miglior prodotto europeo della specialità, capace di vincere tre Campionati continentali – Stoccolma ’58 (m.7,81), Belgrado ’62 (m.8,19) ed Atene ’69 (m.8,17) – e conquistare l’argento a Budapest ’66 ed ad Helsinki ’71, un rivale pertanto degno del massimo rispetto.

Rivalità che, in ogni caso, non impensierisce più di tanto Boston, il quale, anzi, occupa l’anno post olimpico a migliorare ulteriormente il suo record mondiale, portandolo una prima volta a m.8,24 il 27 maggio ’61 a Modesto, per poi infliggere a Ter-Ovanesian una cocente sconfitta proprio a casa sua, a Mosca, nel corso del tradizionale (per l’epoca) incontro Urss-Usa, raggiungendo la misura di m.8,28.

Ma l’ucraino non è certo tipo da demordere, ed alle prodezze dell’americano risponde come meglio non potrebbe nel suo miglior anno, il 1962, quando, prima di aggiudicarsi il suo secondo oro consecutivo ai Campionati Europei, spicca un balzo il 10 giugno ad Erevan che allunga di 3 centimetri il primato mondiale, fissandolo a m.8,31.

Una misura che Boston eguaglia il 15 agosto ’64 a Kingston, in Giamaica, in preparazione dei Trials in cui, il 12 settembre ’64, si riappropria in solitario del record con la misura di m.8,34, riuscendo anche a saltare, nel corso della selezione, addirittura m.8,49 ma con vento al di sopra della norma.

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Il salto mondiale di Boston a m.8,34 ai Trials 1964 – da dailydsports.com

TRA I DUE LITIGANTI IL TERZO GODE – Non può pertanto esservi alcun dubbio tra gli addetti ai lavori a chi sia ristretta la lotta per l’oro alle Olimpiadi del Sol Levante, troppo netta è la superiorità che i due vantano – misure alla mano – rispetto al resto del lotto dei concorrenti, se non fosse che il 18 ottobre ’64, sulla Capitale giapponese si abbatte un violento temporale che modifica, almeno in parte, le carte in tavola.

Nelle qualificazioni del mattino – con il limite per accedere alla Finale del pomeriggio fissato a m.7,60 – Boston raggiunge m. 8,03 con il suo primo salto, così come Ter-Ovanesian non ha difficoltà a qualificarsi con m.7,78, misura eguagliata dal gallese Lynn Davies, ma al terzo tentativo, dopo un 7,39 ed un nullo.

Su quali chances di vittoria possa avere il rappresentante della Regina sono in molti a chiederselo in tribuna stampa nelle tre ore che separano dall’inizio della Finale, andando a spulciarne il curriculum, da cui si ricava un suo 11esimo posto ai Campionati europei di due anni prima a Belgrado ’62 con un modesto 7,33 cui aveva fatto seguito, nel novembre successivo, il piazzamento ai margini del podio ai “Commonwealth Games” di Perth, in Australia, avendo concluso la gara non meglio che quarto con m.7,72.

E’ indubbio, in ogni caso, che le condizioni ambientali che, oltre alla pioggia, vedono una temperatura inferiore a 14°, favoriscano Davies, più avvezzo a simili situazioni climatiche, ma ciò nonostante, i primi tre salti di Finale vedono Boston portarsi al comando con m.7,85, seguito da Ter-Ovanesian a 7,78 mentre Davies fa registrare come sua miglior misura m.7,59 con ciò dando credito a chi non riponeva eccessiva fiducia in un suo successo.

Ma dal quarto tentativo, con la pioggia che cessa e la pedana asciugata, ecco che tutti e tre gli atleti in lotta per il podio si migliorano, con Boston che raggiunge m.7,88, Ter-Ovanesian m.7,80 e Davies che fa registrare il maggior incremento, atterrando a m.7,78, con ciò dimostrando di voler anch’egli partecipare alla sfida per l’oro.

Sfida che il gallese si aggiudica alla quinta prova, con un balzo di m.8,07, al quale Ter-Ovanesian replica con m.7,99 che gli consentono di scavalcare Boston, il quale, nel tentativo di forzare per riguadagnare la vetta della classifica, incappa in un nullo di pedana.

Ritrovatosi all’improvviso da primo a terzo, l’americano raccoglie tutte le residue energie per il sesto ed ultimo tentativo, che gli consente solo, con m.8,03, di scavalcare Ter-Ovanesian per l’argento, consentendo così a Davies di realizzare una delle più grandi sorprese dei Giochi di Tokyo, in un podio curiosamente formato da tre atleti tutti nati a maggio (oltre al 9 di Boston, il 19 l’ucraino ed il 20 il gallese …).

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Il podio di Tokyo 1964 – da wikipedia.org

Davies che, peraltro, non è propriamente un Carneade, visto che due anni dopo, alla rassegna continentale di Belgrado ’66, impedisce a Ter-Ovanesian il tris d’oro consecutivo superandolo di 10 centimetri (m.7,98 a 7,88), con il sovietico a prendersi la rivincita nell’edizione di Atene ’69, quando il ripetere la misura di Tokyo ’64 non è sufficiente al saltatore britannico, che deve accontentarsi dell’argento.

E, mentre i due europei si contendono lo scettro della superiorità sul Vecchio Continente, dall’altra parte dell’Oceano Boston – classificato al primo posto del ranking mondiale dalla rivista “Track & Field News” per otto stagioni consecutive, dal 1961 al 1967 – sfoga la delusione giapponese incrementando di un centimetro il proprio limite mondiale, portandolo a m.8,35 il 29 maggio ’65 a Modesto, nonché facendo suo per sei anni di seguito, dal 1961 al ’66, il titolo di campione nazionale, in attesa di ripresentarsi in sede olimpica a Città del Messico ’68 per riscattare la beffa subita a Tokyo.

Una preparazione, quella per i Giochi nella capitale messicana, che Boston svolge facendo anche da coach (sia pur in veste non ufficiale) ad un 22enne del Queens, tale Robert “Bob” Beamon, il quale era stato espulso dall’Università del Texas, ad El Paso, in quanto si era rifiutato di gareggiare contro la “Brigham Young University” adducendo che in tale istituto vigevano discriminazioni razziali (siamo nel ’68, ricordatevi la clamorosa protesta di Tommie Smith e John Carlos alla premiazione dei 200 metri …).

QUEL SALTO NEL XXI SECOLO – Di sicuro, gli insegnamenti di Boston non fanno male al ragazzone dal fisico alto ed allampanato (m.1,91 per 68kg.), il quale si presenta in Messico da favorito, avendo vinto 22 delle 23 gare disputate nel corso dell’anno, ivi compresi il Campionato AAU e gli “Olympic Trials”, con la miglior prestazione mondiale dell’anno di m.8,33 a soli due centimetri dal record mondiale che, nel frattempo, era stato eguagliato da Ter-Ovanesian in una gara preolimpica disputata l’anno prima, il 19 ottobre ’67, sulla stessa pedana di Città del Messico per consentire agli atleti di acclimatarsi all’altitudine del luogo.

Questa volta, il programma olimpico stabilisce un giorno di distanza tra qualificazioni e Finale, con le prime a disputarsi il 17 ottobre ’68 e che vedono Boston realizzare la miglior misura con m.8,27 (migliorando il suo stesso record olimpico stabilito a Roma nel ’60 …), con Beamon che atterra a m.8,19 mentre Davies realizza 7,94 e Ter-Ovanesian appena m.7,74, sufficienti comunque a garantirgli un posto per l’atto conclusivo del giorno dopo, visto che il limite è fissato a 7,65.

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Boston in occasione del record olimpico in qualifica a Messico 1968 – da gettyimages.it

Mai dare comunque per morto un fiero agonista come l’ucraino che, difatti, risponde al primo turno di Finale con un balzo di m.8,12 alla misura di m.8,16 fatta registrare da Boston, prima che sulla pedana si presenti il dinoccolato Beamon che, con un salto in cui tutte le componenti giocano a suo favore (altitudine, rincorsa, asse di pedana e vento di 2m/s ai limiti della regolarità), sembra non atterrare mai, tant’è che i giudici sono costretti ad usare il metro di stoffa per misurarne la lunghezza, dato che i rilevatori automatici sono posizionati anteriormente al punto in cui l’americano ha toccato la sabbia.

Occorrono diversi minuti affinché venga ufficializzata la misura di un record impensabile alla vigilia, pari a m.8,90 (oltre 29 piedi secondo gli standard inglesi …), con un incremento di 55 centimetri che non ha eguali nella storia della specialità, tanto “da uccidere la gara”, come sussurra a Beamon uno sconsolato Davies che, confermando il 7,94 delle qualificazioni, non riesce neppure a qualificarsi per i tre salti conclusivi, chiudendo la competizione non meglio che nono.

E, mentre Boston e Ter-Ovanesian si guardano increduli per il fenomenale exploit di Beamon, il tedesco orientale Klaus Beer ne approfitta, per compiere un salto di m.8,19 al secondo tentativo che relega Boston al terzo posto e Ter-Ovanesian ai margini del podio, in quanto, tanto per cambiare, la “maledizione atmosferica” continua a perseguitare l’oramai ex primatista mondiale (curiosamente, la Finale si disputa esattamente lo stesso giorno, 18 ottobre, di quella di quattro anni prima in Giappone …) con un altro violento acquazzone ad abbattersi su Città del Messico, rendendo impossibile migliorare le prestazioni ottenute nei primi salti.

Così Boston può concludere una carriera che lo ha visto collezionare tutte e tre le diverse medaglie olimpiche, realizzare ben sei record mondiali, e con il doppio vanto, da un lato di esser stato il primo saltatore ad aver migliorato i primati detenuti da una “leggenda” come Jesse Owens, e, dall’altro, di aver allenato l’autore di quello che fu definito all’epoca “il salto nel XXI secolo”, previsione poi solo parzialmente avveratasi, in quanto il record mondiale è durato “solo” 23 anni, battuto nella “sfida del secolotra Carl Lewis e Mike Powell ai Mondiali di Tokyo ’91, con quest’ultimo ad atterrare a m.8,95, ma a livello olimpico l’8,90 di Beamon resiste ancora a quasi 50 anni di distanza e, con la specialità in netto regresso rispetto ai tempi d’oro di inizio anni ’90, chissà quanto tempo ancora dovrà passare prima che possa essere battuto…

FRANCESCHI E LA DOPPIETTA “MISTA” AGLI EUROPEI DI ROMA 1983

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Giovanni Franceschi – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che “una rondine non fa primavera” ben si adatta al periodo buio del nuoto italiano, che credeva di aver risollevato la testa – quantomeno a livello continentale – con l’impresa di Paolo Pucci ai Campionati Europei di Budapest 1958, quando lo stileliberista romano coglie l’oro con annesso primato europeo sui 100 stile libero, per poi essere protagonista, con due eccellenti frazioni, nell’argento azzurro nella staffetta 4×200 stile libero e nel bronzo con il quartetto della 4×100 mista.

E, visto che in tale edizione della rassegna continentale vi erano stati anche l’argento di Roberto Lazzari sui 200 rana (prima medaglia italiana al di fuori dello stile libero) ed il bronzo di Paolo Galletti sui 400 stile libero, si poteva sperare in un risveglio del nuoto azzurro che, al contrario, ripiomba nell’anonimato, senza apparire nel medagliere di Lipsia 1962, mentre quattro anni più tardi, ad Utrecht 1966, a salire sul podio era stata soltanto la coppia d’oro dei tuffi, formata da Klaus Dibiasi e Giorgio Cagnotto.

Tuffatori che si ripetono a Barcellona 1970, mentre il nuoto maschile entra nel nuovo decennio senza far presenza in occasione delle cerimonie di premiazione, che, viceversa, vedono salire sul podio l’altra “eccezione che conferma la regola” costituita dalla padovana Novella Calligaris che, dopo il bronzo sugli 800 stile libero di Barcellona, conclude la sua splendida carriera in piscina – dopo lo straordinario biennio 1972/1973 – con il bronzo sui 400 stile libero e l’argento sugli 800 stile libero alla rassegna di Vienna 1974, impossibilitata a contrastare lo strapotere delle walchirie della Germania Est, che si aggiudicano 13 delle 14 gare in programma, con l’unico oro che sfugge loro conquistato dalla tedesca occidentale Christel Justen sui 100 rana.

In una sorta di passaggio del testimone, tre anni dopo a Jonkoping 1977, tocca nuovamente al settore maschile quantomeno cercare di salvare l’onore del nuoto azzurro, con Marcello Guarducci ad occupare il gradino più basso del podio sia sui 100 che sui 200 stile libero – gare entrambe vinte dal tedesco occidentale Peter Nocke sui sovietici Vladimir Bure ed Andrej Krylov, rispettivamente – e poi prendendosi la soddisfazione di condurre il quartetto azzurro della 4×100 stile libero all’argento, superando in un affascinante testa a testa l’Unione Sovietica, dietro all’inarrivabile Germania Ovest.

Edizione in cui fa bella mostra di sé anche il ranista Giorgio Lalle, che si inserisce tra i due tedeschi occidentali Gerald Morken e Walter Kusch per arricchire il medagliere azzurro dell’argento sulla più breve distanza dei 100 rana, ma il metallo pregiato per l’Italia continua ad essere il sempre più sbiadito ricordo dell’impresa di Pucci, e sono già passati quasi 20 anni.

Anche perché si trattano pur sempre di lampi isolati che non trovano continuità di risultati, come confermato dall’esito delle Olimpiadi di Mosca 1980 dove, a dispetto dell’assenza dei nuotatori americani, nessun azzurro riesce a salire sul podio e, l’anno seguente, agli Europei di Spalato 1981, la presenza dell’Italia nel medagliere è ristretta ad un solo atleta, vale a dire il milanese Giovanni Franceschi, protagonista del nostro racconto odierno.

Nato il 25 aprile 1963, soprannominato “Long John” per il suo fisico alto e longilineo (m.1,92 per 75kg.), Franceschi eccelle nella specialità dei misti, pur se il suo esordio ad alto livello internazionale è alquanto deludente, venendo eliminato in batteria nei 400 misti ai Giochi di Mosca 1980 con un mediocre riscontro cronometrico di 4’33″86, gare che vedono le affermazioni dei due formidabili sovietici Sergey Fesenko, oro sui 200, ed Aleksandr Sidorenko (con Fesenko argento) sui 400 misti.

Coppia che si presenta come logica favorita anche a Spalato, dove però trova un Franceschi ben diverso da quello dimesso di un anno prima, visto che migliora di quasi 9″ il tempo realizzato in batteria a Mosca sui 400 misti, nuotando la distanza in un 4’24″82 che gli vale il bronzo nella gara vinta da Fesenko in 4’22″77, per poi fare ancor meglio sulla più breve distanza, dove si aggiudica l’argento in 2’04″97, preceduto dal solo Sidorenko che tocca in 2’03″41.

Sicuramente un buon incentivo in vista dei Campionati Mondiali, in programma a Guayaquil nel 1982, rassegna iridata giunta alla quarta edizione ed in cui, sinora – exploit della Calligaris a Belgrado 1973 a parte – gli azzurri hanno raccolto solo il bronzo con la staffetta 4×100 stile libero a Cali 1975 e si presentano dunque in Ecuador con Franceschi come uomo di punta.

E “Long John” non tradisce le attese, fallendo il podio sui 400 misti in cui giunge quarto replicando con 4’24″89 il tempo ottenuto a Spalato, nella gara che si aggiudica il brasiliano Ricardo Prado nel nuovo record mondiale di 4’19″78 precedendo il tedesco orientale Jens-Peter Bernd ed il solito Fesenko, per poi impedire all’Italia di concludere la manifestazione senza apparire nel medagliere – dato che si è chiusa “l’epoca d’oro” dei nostri tuffatori – con il bronzo conquistato sui 200 misti. Dove ad imporsi è ancora il sovietico Sidorenko in 2’03″30 davanti all’americano Barrett in 2’03″49, mentre Franceschi viene cronometrato in 2’04″65, lasciando stavolta Berndt ai margini del podio.

A questo punto l’onore (e l’onere) di “salvatore della patria” in vista dei Campionati Europei che tocca proprio all’Italia organizzare a Roma nel 1983, è tutto sulle potenti spalle di Franceschi, il quale esordisce nella piscina del Foro Italico nella prova dei 400 misti.

Con tutto il pubblico romano a tifare per lui, Franceschi acquisisce un discreto margine di vantaggio nelle prime tre frazioni a farfalla, dorso e rana, transitando anche all’ultima virata con un vantaggio rassicurante sul già citato tedesco orientale Berndt, il quale ha però riservato le ultime energie per la vasca conclusiva, riducendo bracciata dopo bracciata il distacco dall’azzurro che però riesce a resistere e, forse stimolato dal rivale, unisce all’oro anche il record europeo di 4’20″41 – non distante dal limite mondiale di Prado – mentre anche Berndt, nuotando in 4’20″81, va sotto al precedente primato continentale, con il podio completato dal cecoslovacco Josef Hladky, in una gara in cui fa buona figura anche l’altro azzurro, Maurizio Divano, quinto in 4’24″39.

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Franceschi sul podio europeo a Roma 1983 – da gettyimages.it

E, visto che oggi siamo in tema di citazioni, si può dire che per Franceschi “l’appetito vien mangiando“, visto che pochi giorni dopo bissa tale impresa con l’oro anche nella prova sui 200 misti, la quale ricalca in tutto e per tutto la gara sulla doppia distanza, dato che oltre a ripetere l’identico ordine d’arrivo – che stavolta vede Sidorenko ai margini del podio, beffato per soli 0″05 centesimi (2’03″55 a 2’03″60) – Franceschi fa suo pure in questo caso il record europeo, nuotando in 2’02″48, con Berndt solo leggermente più staccato.

Le prestazioni di Franceschi rappresentano gli unici ori per l’Italia nel medagliere, arricchito anche da tre bronzi – Paolo Revelli sui 200 farfalla dominati dall’Albatros Michael Gross, la staffetta 4×200 stile libero maschile (cui in terza frazione nuota anche Franceschi) e Cinzia Savi Scarponi sui 100 farfalla, prima tra le “umane” visto che la rassegna continentale di Roma passa alla storia in campo femminile non solo perché le ragazze della Germania Est vincono tutte e 15 le gare in programma, ma soprattutto in quanto portano le loro due iscritte all’oro ed argento nelle 12 gare individuali (!!!) –, e questo è il culmine della carriera del milanese, incapace di confermarsi ad alti livelli negli anni a seguire.

Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984, difatti, Franceschi giunge ottavo in finale sui 400 misti (meglio di lui fa Divano, che si classifica quinto) e non si qualifica per l’atto conclusivo dei 200, mentre all’edizione degli Europei di Sofia del 1985 può solo assistere da comprimario all’esplosione del fenomenale mistista ungherese Tamas Darnyi, che si aggiudica entrambe le prove, in cui Franceschi è settimo (e Divano ancora quinto) sulla più lunga distanza, ma fallendo per soli 0″08 centesimi il bronzo sui 200 misti, con l’unica soddisfazione di aver toccato davanti a Sidorenko.

Peccato, perché sarebbe stata una meritata conclusione di una carriera comunque da incorniciare in un periodo di vacche magre per il nuoto italiano, tant’è che dovranno passare ancora sei anni prima che, all’edizione degli Europei di Bonn del 1989, l’Italia possa finalmente ottenere quel ruolo che clima e conformità geografiche le farebbero spettare di diritto, grazie alle prodezze di Giorgio Lamberti e Stefano Battistelli.

SUPERGA, UN COLPO AL CUORE DELL’ITALIA, NON SOLO GRANATA

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Il “Grande Torino” – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Non credevamo di amarli tanto”, è il titolo che campeggia sull’edizione di martedì 10 maggio 1949 del settimanale satirico sportivo “Tifone” e, più di ogni altro quotidiano che aveva già commemorato la sciagura di Superga avvenuta sei giorni prima, sintetizza il sentimento che pervade l’intera penisola non appena inizia a propagarsi la ferale notizia che il “Grande Torino” non c’era più, essendosi andato a schiantare sulle mura della Basilica posta sulla collina che sovrasta il capoluogo piemontese.

Questo perché il Torino rappresentava, al di là di ogni campanilismo, un simbolo di un’Italia che si stava risollevando dalle laceranti ferite degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale, con i suoi strascichi di violenza interna tra gli appartenenti al vecchio regime fascista ed il nuovo che avanza, alle prese altresì con una crisi economica di difficile soluzione, con il Presidente del Consiglio De Gasperi a mettere la faccia a difesa del Paese alla Conferenza di Pace di Parigi dell’agosto ’46 e poi chiedere aiuti agli Stati Uniti nell’ambito del così detto “Piano Marshall”.

E lo sport, in questi casi, aiuta un popolo alla ricerca della propria identità nazionale, che ha bisogno di identificarsi in personaggi puliti ed anche, se vogliamo, di distrarsi dalle problematiche del quotidiano, ed ecco che gli italiani riprendono ad appassionarsi per le aspre lotte sulle strade del Giro d’Italia tra i due campioni delle due ruote, Gino Bartali e Fausto Coppi, che difatti si classificano primo e secondo della citata corsa a tappe nel ’46, per poi invertire i ruoli l’anno seguente, quando è il “Campionissimo” ad imporsi.

Talmente importante, il ruolo dello sport, che leggenda vuole che il 14 luglio ’48, giorno dell’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti, l’insurrezione popolare venga smorzata dalla notizia dell’impresa sulle Alpi da parte di Bartali che strappa la maglia gialla a Louison Bobet per andare a conquistare il suo secondo Tour de France, così come, due settimane dopo, la fratellanza tra i popoli sancita dal Barone De Coubertin nella sua “carta olimpica” di fine ‘800, ritrova la sua ragione di esistere con l’apertura dei primi Giochi del dopoguerra, allo Stadio Wembley di Londra, dove, tra l’altro, l’Italia ben figura con 27 medaglie totali, di cui 8 del metallo più pregiato.

Ed il calcio, che, giova ricordarlo, aveva interrotto i propri eventi a livello sia nazionale che internazionale con l’Italia due volte Campione del Mondo in virtù dei titoli conquistati a Roma ’34 e Francia ’38, riparte faticosamente nell’autunno ’45 con la disputa di un torneo diviso in due gironi – settentrionale e centromeridionale – per gli ovvi disagi derivanti da comunicazioni, stradali e ferroviarie, danneggiate dagli eventi bellici.

Si ricomincia con il Torino a difendere il titolo conquistato nel 1943, dopo essere giunto alle spalle della Roma la stagione precedente, superato dai giallorossi alla terz’ultima giornata, quando la formazione guidata dal “fornarino” Amedeo Amadei opera il sorpasso decisivo approfittando della sconfitta per 1-3 subita dai granata in Laguna di fronte al Venezia, battuta d’arresto quanto mai fondamentale per il futuro destino della compagine del Presidente Ferruccio Novo.

Già, perché è proprio in occasione di quella sconfitta che Novo si convince della necessità di rinforzare la squadra portando all’ombra della Mole la coppia di mezze ali veneziana, composta da Ezio Loik e Valentino Mazzola, per i quali sborsa la cifra record, per l’epoca, di un milione e 250 mila lire, battendo la concorrenza della Juventus, che non era disposta ad andare oltre quota 800mila, e potendo anche contare sull’aiuto del Commissario Tecnico Vittorio Pozzo – con un passato al Torino sia da giocatore che da allenatore – che rassicura i due giocatori circa il fatto che indossare la maglia granata sia la scelta migliore.

A completare il centrocampo, Novo inserisce un’altra fondamentale pedina nel mediano Giuseppe Grezar, triestino di nascita e prelevato dal club alabardato, costruendo una intelaiatura che, però, inizialmente stenta a carburare, tanto che a sei giornate dal termine del campionato ’43 il Torino è secondo, staccato di tre punti dalla sorprendente capolista Livorno.

Novo decide per l’avvicendamento in panchina, al posto dell’ungherese Kuttik chiama l’ex mediano granata Antonio Janni e, grazie al favore da parte dei “cugini” bianconeri, che sconfiggono 3-0 il Livorno alla 25.ma giornata ed al successivo stop degli amaranto a Roma due turni dopo, il Torino può operare il sorpasso per poi dover attendere sino all’87’ dell’ultima di Campionato a Bari affinché Mazzola mettesse a segno l’unica rete dell’incontro che certifica il primo Scudetto dell’epoca del “Grande Torino”.

Torino che ancora proprio grande non è, tant’è che nel ricordato torneo di inizio dopoguerra – disputato in due fasi, con i rispettivi raggruppamenti nord e centrosud che qualificano le prime quattro squadre per la disputa del girone finale ad otto, con partite di andata e ritorno giocatesi tra fine aprile e fine luglio ’48 – si trova ancora una volta nella condizione di dover inseguire, visto che alla terz’ultima giornata incappa in una sonora sconfitta per 2-6 sul campo dell’Inter consentendo alla Juventus, vittoriosa per 3-1 sul Milan, di acquisire un vantaggio di due lunghezze in vista del derby in programma il 21 luglio al Filadelfia.

Una rete dell’ex bianconero Gabetto risolve il match ed, all’ultima giornata, mentre i granata travolgono per 9-1 il Livorno, la Juventus non va oltre il pari a Napoli ed il Torino si conferma Campione d’Italia per quella che resta l’ultima edizione di un “Toro normale”.

Ciò in quanto i granata, che già nel primo torneo postbellico avevano rinnovato la difesa con l’acquisto del portiere Valerio Bacigalupo dal Savona e del terzino Aldo Ballarin dalla Triestina, nonché rinforzato il centrocampo con l’innesto di Eusebio Castigliano dallo Spezia, completano ora l’organico con il rientro dell’ala Romeo Menti dal prestito alla Fiorentina e l’inserimento del jolly Danilo Martelli, utilizzabile sia in difesa che a centrocampo, dal Brescia.

E, difatti, i risultati di un amalgama così perfetta non tardano ad arrivare con il Torino a dominare le due stagioni successive, con i tornei ’47 e ’48 vinti rispettivamente con 10 (63 a 53) ed addirittura 16 (65 a 49) punti di vantaggio su Juventus e Milan rispettivamente, e l’attacco granata a funzionare a meraviglia, tanto da superare quota 100 reti realizzate sia nella prima occasione, con 104 (Valentino Mazzola 29, Gabetto 19 ed Ossola 13 …), sino a toccare quota 125 (!!) nella seconda, con ancora Mazzola e Gabetto a primeggiare, con 25 e 23 reti al loro conto, seguiti da Menti e Loik con 16 centri a testa.

Una squadra così non può che colpire l’immaginario collettivo, tanto più che, all’epoca, ci si doveva affidare ai resoconti radiofonici e della carta stampata, qualora non si avesse la fortuna di assistere direttamente alle gare dalle tribune del Filadelfia a Torino o non si fosse riusciti a trovare il biglietto quando il Torino giocava in trasferta, facendo quasi sempre registrare il “tutto esaurito” per poter ammirare dal vivo le gesta di quei campioni di cui tanto si era letto o sentito parlare.

E, quando si tocca l’immaginario, in un periodo in cui non vi erano sostituzioni, ecco che sciorinare i nomi di quella fortissima squadra era quasi un esercizio quotidiano nei bar, ritrovi e circoli frequentati dagli sportivi, da Bacigalupo tra i pali, la coppia di terzini Ballarin e Maroso, l’insuperabile mediana composta da Grezar, Rigamonti e Castigliano, con Loik a dar manforte alle ali – Menti, Ossola e Ferraris II – che si giocavano due delle tre maglie a disposizione, per concludere con il centravanti Guglielmo Gabetto, al quale poteva essere perdonata la precedente militanza in bianconero, per la regolarità con cui andava puntualmente a segno.

E poi c’era “lui”, il “Capitano per eccellenza”, Valentino Mazzola, di cui era diventato celebre il gesto di rimboccarsi le maniche durante gli incontri al Filadelfia, quale atteggiamento convenuto con i compagni di squadra per far capire che era giunto il momento di “darci sotto” ed, incoraggiati dagli squilli di Oreste Bolmida, il leggendario “trombettiere granata, gli undici scesi sul terreno di gioco facevano capire ai malcapitati avversari che per loro non ci sarebbe stato scampo.

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Il capitano Valentino Mazzola – da lastampa.it

Con quattro titoli consecutivi vinti, il Torino era diventato la squadra da battere e le rivali non stanno certo a guardare passivamente lo strapotere granata, dandosi, al contrario, battaglia sul mercato per rinforzare i loro organici, specialmente avendo riferimento oltre frontiera, ed ecco che l’Inter si aggiudica le prestazioni del fenomenale attaccante ungherese Istvan Nyers, oltre ad aver prelevato dalla Roma il centravanti Amadei, e la Juventus risponde con l’ingaggio del centravanti danese John Hansen, bronzo olimpico a Londra ’48 con la sua Nazionale, mentre al Milan giunge, ma solo a gennaio ’49, l’ariete svedese Gunnar Nordahl.

Il Torino, al contrario, mantiene uno stile autarchico, un po’ per riconoscenza verso questi grandi campioni e poi perché trovarne di meglio sembra assai difficile, ed il Presidente Novo si limita ad acquistare il 27enne francese Emile Bongiorni, attaccante del Racing Club Parigi, da utilizzare qualora Gabetto, che va per i 33, dovesse lamentare un vistoso calo di forma, mentre a gennaio ’49 giunge a Torino l’ungherese naturalizzato boemo Julius Schubert, prelevato dallo Slovan Bratislava ed, in teoria, “vice” Mazzola.

Ed, in effetti, il torneo ’49 è un po’ più equilibrato dei precedenti, con l’Inter, soprattutto, a trarre vantaggio dalla citata nuova coppia di attaccanti – che finiranno ai primi due posti della graduatoria cannonieri, Nyers a quota 26 ed Amadei a 22 – mentre il Filadelfia continua a dimostrarsi fortino inespugnabile, con la sola Triestina a conquistare un pari e tutte le altre regolarmente sconfitte, così che, a cinque giornate dal termine, la classifica vede i granata saldamente al primo posto con 51 punti, seguiti dall’Inter a quattro lunghezze di distanza, con l’ultima speranza per i nerazzurri di scucire il tricolore dalle maglie degli “imbattibili” riposta nel confronto diretto in programma il turno successivo a Milano.

Occorre, a questo punto, fare un piccolo passo indietro e riportarsi agli spogliatoi dello Stadio Marassi di Genova dove, domenica 27 febbraio ’49, si era disputata l’amichevole tra le nazionali di Italia e Portogallo, la prima del “dopo Vittorio Pozzo”, vinta dagli azzurri per 4-1 ed al termine della quale il capitano lusitano Francisco Ferreira e bandiera del Benfica, in non buone condizioni economiche, chiede a Mazzola la possibilità di disputare una gara amichevole a Lisbona tra i rispettivi Club di appartenenza, il cui ricavato sarebbe andato a suo favore.

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I capitani Mazzola e Ferreira – da footballcollection.com

Figuriamoci se un generoso come Mazzola è in grado di dir di no ad un amico, ed accetta l’offerta, dovendo però ora farsi carico di ottenere il nulla osta da Novo, il quale non è certo nelle condizioni di poter negare qualsiasi cosa che il “suo” capitano gli chieda, ma d’altro canto non vuole perdere l’occasione di puntare al quinto scudetto consecutivo, ragion per cui – considerato che la data della gara è fissata per martedì 3 maggio, in quanto in Portogallo il Campionato finiva ad inizio aprile – condiziona la partenza per Lisbona ad un risultato positivo a Milano nello scontro diretto contro i nerazzurri.

Gara, disputata sabato 30 aprile, che, ironia della sorte, proprio Mazzola non disputa, rilevato nel ruolo di mezz’ala sinistra dal citato Schubert e, senza il loro leader, i granata si preoccupano più di arginare il potenziale offensivo interista che non a pungere, ottenendo comunque lo 0-0 che mantiene invariato il distacco e consente loro di onorare la promessa fatta da Valentino.

E’ una sorta di “viaggio premio” per una squadra di fenomeni assoluti e, come sempre accade in queste situazioni, il fato ci mette del suo, in quanto fra i 18 giocatori che prendono l’aereo per Lisbona restano a terra il terzino Sauro Tomà, infortunato al menisco, il giovane Luigi Giuliano (da quell’anno aggregato alla prima squadra), bloccato da un’influenza, mentre Ballarin intercede presso il Presidente affinché il proprio fratello Dino partecipi alla trasferta in luogo del secondo portiere Renato Gandolfi, che ha così salva la vita.

Analogamente, a Vittorio Pozzo viene preferito, su richiesta della dirigenza granata, Luigi Cavallero quale inviato de “La Stampa” – gli altri giornalisti al seguito sono Renato Casalbore di “Tuttosport” e Renato Tosatti de “La Gazzetta del Popolo” – così come scampa alla morte il celebre radiocronista Nicolò Carosio, bloccato in patria dalla cresima del figlio.

Accolto con tutti gli onori del caso da autorità civiche e sportive portoghesi, il “Grande Torino” disputa, alle ore 18 del 3 maggio ’49 quella che sarà, purtroppo, la sua ultima esibizione, con grande felicità da parte di Ferreira, visto che l’incasso va ben oltre le più rosee aspettative facendo registrare quasi il “tutto esaurito”, mentre il risultato, che è quello che conta di meno in simili occasioni, è quello tipico delle “amichevoli”, con il Benfica ad imporsi per 4-3.

Al mattino dopo, i componenti la trasferta e l’equipaggio del trimotore riprendono il volo destinazione Torino, facendo scalo tecnico a Barcellona dove incontrano a pranzo i giocatori del Milan in viaggio verso Madrid e poi ripartire verso l’Italia, dove però le condizioni atmosferiche sono tutt’altro che buone, specie sul capoluogo piemontese.

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Lo schianto di Superga – da diregiovani.it

Leggenda vuole che l’ipotesi di uno scalo alternativo su Genova o Milano sia stato rifiutato proprio dai giocatori, desiderosi di rientrare a casa il più presto possibile, così come mai totalmente chiarite sono state le cause della tragedia, l’unica, triste, drammatica certezza è che alle ore 17.03 di mercoledì 4 maggio ’49 l’aereo si schianta contro la parete della Basilica di Superga, spezzando in un attimo i sogni di gloria di 18 ragazzi, cui si uniscono tre componenti dello staff tecnico (allenatore Egri Erbstein in testa), tre dirigenti, altrettanti giornalisti e l’intero equipaggio, nessun sopravvissuto, e non poteva essere altrimenti.

Non appena la notizia si propaga lungo la penisola, dalle Alpi sino alla Sicilia, è come se l’Italia intera si bloccasse, incredula di fronte a cotanta tragedia, così come immensa è la folla che, due giorni dopo, assiste alle esequie, oltre un milione di persone assiepate lungo le vie di Torino a rendere l’estremo saluto al corteo funebre che sfilava per la città con all’interno le salme dei “Campionissimi”, il cui ingrato compito di riconoscerli era toccato a Vittorio Pozzo.

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I funerali del “Grande Torino” – da wikipedia.org

Quindici giorni dopo, prende il via il Giro d’Italia che Fausto Coppi, amico di molti giocatori granata, onora nel migliore dei modi precedendo Bartali dopo aver compiuto l’impresa nella famosa tappa Cuneo-Pinerolo che si aggiudica con quasi 12’ di vantaggio sul rivale, ma con la morte nel cuore – condivisa con tutti gli sportivi italiani – visto che ad applaudirlo, nella successiva cronometro che si conclude a Torino, non ci sono i Ballarin, Maroso e tutti gli altri.

Il “Grande Torino” non c’è più, resta il mito e la leggenda, nonché il riconoscimento postumo ed in colpevole ritardo, ma non per questo meno valido, della FIFA che, proprio in ricordo delle loro gesta, dal 2015 ha proclamato il 4 maggio come “Giornata Mondiale del gioco del calcio”.

E, miglior omaggio, pensiamo che proprio non potesse esser loro riservato…

ALLAN WELLS, L’ANTI MENNEA EUROPEO

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Allan Wells campione olimpico a Mosca 1980 – da gettyimages.it

Articolo di Giovanni Manenti

Quando il nostro Pietro Mennea si presenta ai Campionati Europei di Praga ’78 per difendere l’oro sui 200 metri conquistato quattro anni prima a Roma, si è oramai scrollato di dosso l’imbarazzante ombra del sovietico Valery Borzov, che l’aveva battuto sui 100 sulla pista dell’Olimpico, nonché recuperato la delusione per il quarto posto olimpico di Montreal ’76.

E difatti, il campione barlettano non ha alcuna difficoltà a confermarsi miglior velocista del continente sui 200 con un margine rispetto al secondo, il tedesco orientale Olaf Prenzler, degno di un Bolt dei giorni nostri (20”16 a 20”61 …!!), ma stavolta potendo anche vantare l’accoppiata sulla più breve distanza, vinta pur con un tempo non eccelso di 10”27, comunque più che sufficiente a tenere a debita distanza l’altro tedesco est, Eugene Ray, argento in 10”36, in una Finale che vede mestamente concludere all’ottavo ed ultimo posto, Valery Borzov, al suo passo d’addio all’atletica leggera.

E quasi non si accorge, Mennea, della presenza in Finale di un britannico di origini scozzesi, tal Allan Wells, che conclude la prova in un poco più che dignitoso sesto posto, con il tempo di 10”45, non potendo immaginare che, da lì ai prossimi due anni, lo stesso diventerà il suo massimo antagonista.

Nato ad Edimburgo il 3 maggio 1952, e, pertanto, coetaneo di Mennea, che sarebbe venuto alla luce poco più avanti, il 28 giugno del medesimo anno, Wells è un atleta dalle caratteristiche morfologiche poco rispondenti a quelle dello sprinter puro, alto come è m.1,85 per quasi 80kg. di peso e, difatti, i suoi inizi sui campi di atletica sono rivolti alle pedane dei salti (in lungo e triplo) più che alla pista.

Dotato però, al pari dell’azzurro, di una grande caparbietà e volontà di emergere, dopo aver abbandonato gli studi a 15 anni per lavorare in una officina meccanica, Wells si dedica ad un grande lavoro di potenziamento muscolare in palestra, visto che le condizioni atmosferiche della capitale scozzese difficilmente consentono allenamenti all’aperto, circostanza che lo porta ad avere difficoltà in una specialità come quella del salto in lungo, dove comunque è campione scozzese indoor nel ’74, prendendo la decisione di dedicarsi esclusivamente alla velocità a partire dal ’76, alla non più verde età di 24 anni.

Dover recuperare un “gap” così sostanzioso rispetto ai migliori sprinter europei dell’epoca non è cosa facile, ma Wells non si perde d’animo e già ai “Commonwealth Games” di Edmonton ’78, disputati ad inizio agosto, dà una significativa prova delle sue qualità, giungendo secondo solo dietro al campione olimpico giamaicano Donald Quarrie sui 100 metri, ma con un eccellente riscontro cronometrico – 10”07 rispetto ai 10”03 del vincitore – e facendo suo l’oro sulla doppia distanza in 20”12, tempo migliore di quello con cui Mennea, a distanza di un mese conferma il titolo europeo.

Già questi sono degli indubbi “biglietti da visita” da non far dormire sonni troppo tranquilli per la “freccia del Sud”, che ha comunque l’occasione di confrontarsi con Wells sul suolo italiano l’anno seguente, in occasione delle finali di Coppa Europa, che si disputano allo Stadio Comunale di Torino il 4 e 5 agosto ’79.

Nella prima giornata sono in programma i 100 metri e la staffetta 4×100, mentre il giorno successivo si disputano i 200, e Mennea dimostra di essere in più che buone condizioni, facendo sua la gara più breve in un più che valido 10”15, superando di un 0”01 centesimo il polacco Marian Woronin, mentre Wells si deve accontentare del gradino più basso del podio con 10”19, per poi vedere il quartetto britannico giungere alle spalle di quello azzurro (quinti e quarti, rispettivamente) nella staffetta 4×100 che conclude il primo giorno di gare.

Niente può far pensare ad una sconfitta di Mennea sulla “sua” gara dei 200 metri, in cui sono anni che non viene battuto da un europeo, ed invece, schierato in sesta corsia rispetto all’ottava del britannico, esce dalla curva con il solito, consueto distacco non essendo essa la parte migliore della scomposizione della sua gara, ma stavolta, pur apparendo lo svantaggio tutt’altro che incolmabile, la progressione in rettilineo dell’atleta pugliese non è sufficiente a raggiungere Wells, che si aggiudica la prova per 0”02 centesimi di differenza, 20”29 a 20”31.

Questi sbalzi di rendimento non sono inusuali per un Mennea che, comunque, scaccia ogni dubbio sulla sua superiorità sulla distanza conquistando, a tre mesi di distanza, alle Universiadi di Città del Messico, il record mondiale sui 200 metri con il tempo di 19”72 che resisterà per 17 anni.

Con il boicottaggio degli Stati Uniti ai Giochi di Mosca ’80, le chances di vittoria per i velocisti europei aumentano e non di poco, pur dovendosi comunque sempre guardare dalle insidie loro portate dagli atleti del Caribe (i campioni olimpici in carica, Hasely Crawford e Don Quarrie su tutti …) e di Cuba, tra cui primeggia Silvio Leonard.

Come da copione, la prova sui 100 metri è quella che apre il programma olimpico su pista, ed il 24 luglio ’80, allo Stadio Lenin di Mosca, si svolgono le batterie al mattino ed i quarti di finale al pomeriggio, per poi vedere disputati, il giorno appresso, semifinali e Finale.

Inserito nella terza batteria assieme al giamaicano Quarrie (chissà con quale criterio siano state composte …), Wells si presenta in 10”35 rispetto al 10”37 del rivale, mentre Mennea fa sua la successiva, ma con un tempo di 10”56 che non rassicura sulle sue condizioni di forma, tant’è che, al pomeriggio, si qualifica per le semifinali solo con il quarto posto utile nella prima serie, peraltro la più veloce, vinta proprio da Wells in 10”11, mentre l’azzurro, correndo in 10”27, esclude per un solo 0”01 centesimo dal proseguimento della manifestazione il campione olimpico in carica, Hasely Crawford.

Il riscontro cronometrico di Mennea fa comunque ben sperare, quantomeno per un accesso in Finale che sarebbe il primo per lui sulla più breve distanza, ma il pomeriggio del giorno dopo, un Mennea incredibilmente imballato giunge non meglio che sesto nella prima delle due semifinali con un modesto 10”58, in una gara ampiamente alla sua portata, vinta dal bulgaro Petar Petrov in 10”39 e che fa un’altra vittima eccellente nel giamaicano Quarrie, appena davanti a Mennea, quinto in 10”55.

Per Wells, che dal canto suo si è aggiudicato la seconda semifinale in 10”27 – ironia della sorte, lo stesso tempo corso da Mennea nei quarti – si dischiudono le porte per una insperata, alla vigilia, possibilità di centrare l’oro olimpico, visto che oramai, oltre agli americani assenti, sono già usciti i campioni olimpico, europeo e del Commonwealth in carica.

Resta l’interrogativo sul cubano Leonard, con il dubbio che si sia nascosto in semifinale giungendo appena dietro alle spalle di Petrov, ma non ci vuole molto per scoprirlo, visto che, a poco più di due ore di distanza, gli otto finalisti sono pronti ai blocchi di partenza agli ordini dello starter, con Leonard e Wells sorteggiati nelle due corsie esterne, il cubano in prima – che, da un punto di vista scaramantico, non deve essergli dispiaciuto, visto che è la stessa in cui si era affermato quattro anni prima Crawford a Montreal ’76 – e lo scozzese in ottava.

Al via, i più veloci a mettersi in moto sono l’altro cubano Lara in settima corsia e l’atleta di casa, Aleksandr Askinin, in seconda, mentre Wells, penalizzato dalla stazza fisica, stenta a prendere un corretto assetto di gara, esprimendo poi tutta la propria potenzialità nella seconda parte della gara, piombando sul filo di lana assieme a Leonard, tant’è che, vista anche la lontananza delle corsie, nessun è in grado di scommettere su chi abbia in effetti vinto.

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L’incerto arrivo della finale dei 100 metri – da dailymail.co.uk

Tocca al fotofinish decifrare l’arrivo e, pur se a parità di tempo (10”25 per entrambi), la vittoria viene assegnata a Wells, con Leonard argento ed il bulgaro Petrov bronzo in 10”39, un risultato ampiamente alla portata anche di Mennea.

Un solo di giorno di riposo e poi, il 27 mattina, di nuovo tutti in pista per le batterie dei 200, con un Wells al settimo cielo per l’oro conquistato ed un Mennea di cui tutti si chiedono se sarà riuscito a recuperare, fisicamente e moralmente, dalla cocente delusione patita sui 100.

Dopo un primo turno in cui i favoriti si sono tutti più o meno risparmiati – sulla doppia distanza è molto più facile amministrarsi che non sui 100 metri – già nei quarti di finale del pomeriggio vengono scoperte le carte, con i quattro pretendenti all’oro (Quarrie, Leonard, Wells e Mennea) a vincere le rispettive serie, con Wells a registrare il miglior tempo di 20”59, appena 0”01 centesimo meglio di Mennea, che chiude in 20”60 con largo margine sul sovietico Sidorov, secondo in 20”83.

Sembra aver ritrovato lo smalto giusto, il barlettano, che si conferma nella seconda semifinale del giorno dopo, quando precede in 20”70 Quarrie, mentre questa volta Leonard non si nasconde, facendo sua la prima serie in un convincente 20”61, con Wells a rallentare vistosamente sul traguardo, chiudendo quarto in un 20”75 che non deve trarre in inganno.

Con quattro finalisti – Wells, Leonard, Lara e Woronin – provenienti dalla gara dei 100, il pronostico per la finale delle 20,10 è quanto mai incerto, anche se è opinione comune che il podio sia ristretto al quartetto dei favoriti, che li vede schierati con Leonard ancora una volta in prima corsia (un sorteggio che sui 200 metri risulta penalizzante), Quarrie in quarta, Wells in settima e Mennea in ottava, con ciò invertendo in pratica la posizione dei due alla Coppa Europa dell’anno prima a Torino.

Nonostante che l’ottava corsia lo faciliti nell’affrontare la curva, Mennea conferma le sue difficoltà in tale porzione di gara, presentandosi sul rettilineo finale in quinta posizione, con Wells, partito fortissimo, a comandare la corsa, seguito da Leonard, Quarrie e Woronin.

Cosa accada poi penso sia pressoché inutile ricordarlo, con Mennea a rimontare metro su metro sino a raggiungere Wells, completamente privo di energie a spingere più di spalle che di gambe, a pochi metri dal traguardo e rinverdire, a 20 anni di distanza, l’oro di Livio Berruti a Roma ’60, trionfando in 20”19 rispetto ai 20”21 dello scozzese, mentre Don Quarrie aggiunge un’altra medaglia al proprio ricco palmarès, soffiando, per un solo 0”01 centesimo (20”29 a 20”30), il bronzo al cubano Leonard.

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Wells preceduto da Mennea sui 200 metri – da pinterest.com

A Wells sfugge l’occasione di collezionare un fantastico tris di medaglie con la staffetta 4×100, che vede il quartetto britannico posizionarsi ai margini del podio, superato dalla Francia nella lotta per il bronzo, ma è fuor di dubbio che la sua esperienza olimpica è di quelle da ricordare in eterno, e che ne rappresenta l’apice della carriera.

Il velocista britannico disputa comunque altre tre buone stagioni, che lo vedono primeggiare sui 100 metri sia nella terza edizione della Coppa del Mondo di Roma ’81 (10”20 sul ghanese Obeng, 10”21) che nelle Finali di Coppa Europa a Zagabria ’81 (10”17 sul tedesco est Emmelmann, 10”21), classificandosi secondo in entrambe le competizioni sulla doppia distanza, mentre nel 1982, dopo aver dovuto saltare i Campionati Europei per un leggero infortunio, ottiene la doppietta 100/200 che non gli era sinora mai riuscita, ai “Commonwealth Games” di Brisbane, superando sui 100 (10”02 a 10”05) un “certo” Ben Johnson, e venendo accreditato dell’oro a pari merito sulla doppia distanza, assieme all’inglese McFarlane, che concludono appaiati il 20”43.

Il 1983 è l’anno in cui si disputa la prima edizione dei Campionati mondiali ad Helsinki, e Wells vi giunge dopo esser stato beffato da Emmelmann (10”58 a 10”59) sui 100 in Coppa Europa a Londra, ma prendendosi la soddisfazione di una platonica rivincita su Mennea precedendolo sui 200 (20”72 a 20”74), dandosi appuntamento nella capitale finlandese per sfidarsi al cospetto degli sprinter americani.

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Wells precede Mennea sui 200 in Coppa Europa 1983 – da dailymail.co.uk

E la musica è davvero diversa, poiché sui 100 metri il podio è interamente “a stelle e strisce” con Carl Lewis a primeggiare in 10”07, davanti a Calvin Smith ed Emmit King, mentre tocca proprio a Wells a salvare l’onore del vecchio continente, piazzandosi quarto in 10”27, onore che ci pensa l’azzurro a tenere ancora più in alto sulla doppia distanza, dove, dopo la doppietta Usa con Calvin Smith ed Elliott Quaw (20”14 a 20”41), conquista il bronzo in 20”51, precedendo di un solo 0”01 centesimo indovinate chi, ma Alan Wells, ovviamente.

Ed anche se i due proseguiranno stancamente le rispettive carriere, partecipando ai Giochi di Los Angeles ’84 – Wells eliminato in semifinale dei 100 metri e settimo con la staffetta 4×100, mentre Mennea è settimo in Finale sui 200, quarto con la staffetta 4×100 e quinto con il quartetto della 4×400 – ed il britannico capace di andare ancora in Finale agli Europei di Spalato ’86, piazzandosi quinto sia sui 100 che sui 200 metri, è indubbio che quel centesimo che li ha divisi nella lotta per il podio di Helsinki ’83 non possa che rappresentare la sintesi di una sfida, avvincente, dura, ma leale, a cui i due campioni hanno dato vinta nell’arco di un quinquennio …!!

JIM RYUN, LA MALEDIZIONE OLIMPICA DEL “MILER”

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Jim Ryun migliora il record mondiale del miglio il 17 luglio 1966 – da runnersworld.com

articolo di Giovanni Manenti

In una nazione come gli Stati Uniti, dove l’atletica leggera è uno degli sport più praticati al college, vi è però una netta preferenza per le gare veloci, sino al completamento del giro di pista, corse piane od ostacoli non fa distinzione, per poi prediligere, nei concorsi, le prove di salto rispetto ai lanci, e non c’è quindi da sorprendersi se, nelle prove di mezzofondo, difficilmente si veda primeggiare un atleta americano, per non parlare poi d record, essendo quelli oramai interamente appannaggio degli atleti africani.

Ma, come in quasi tutte le cose, ad una regola si contrappone sempre un’eccezione e, nel caso specifico, questa eccezione risponde ad un nome ed un volto ben precisi, vale a dire quello di Jim Ryun, l’unico “miler” della storia Usa capace di detenere, a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del successivo decennio, i primati mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, vero e proprio “enfant prodige” della sua generazione.

Nato il 29 aprile 1947 a Wichita, in Kansas, morfologicamente ben strutturato (alto m.1,88 per 76kg.), Ryun sale difatti alla ribalta già al liceo (le “high school” negli Stati Uniti), quando nel 1964, appena 17enne, diviene il primo atleta per quella età a correre il miglio sotto la fatidica “barriera dei 4’ netti”, coprendo la distanza in 3’59”0 e confermandosi altresì a livello nazionale, dimostrando personalità nel conquistare la selezione per le Olimpiadi di Tokyo ’64 con il terzo posto conquistato sui 1.500 metri ai Trials di Los Angeles, circostanza che lo fa tuttora essere il più giovane atleta di sesso maschile ad aver partecipato ad una rassegna olimpica in atletica leggera.

La giovane età e la conseguente inesperienza viene pagata da Ryun in occasione dei Giochi dove, a dispetto di una buona prova in batteria, conclusa in 3’44”4, resta imbottigliato nel corso della prima semifinale, perdendo fiducia e, una volta verificata l’impossibilità di qualificarsi per la finale, chiude mestamente in ultima posizione.

Non c’è certo da demoralizzarsi, stante la verde età di Ryun, il quale riprende a vincere a livello nelle gare di high school, ma con significativi miglioramenti quanto a riscontri cronometrici, tant’è che nel 1965 corre altre quattro volte il miglio sotto i 4’ (unico liceale di sempre ad aver compito una tale impresa in più di tre occasioni …), con il picco del tempo di 3’55”3 stabilito il 27 giugno ’65 che rappresenta anche il primato Usa assoluto e che, a livello studentesco, resterà imbattuto per “qualcosa” come 36 anni, venendo superato solo nel 2001 da Alan Webb in 3’53”43.

Tali exploit valgono all’appena 18enne Ryun il quarto posto nel ranking mondiale stilato dalla celebre rivista specializzata “Track & Field News” ed il corteggiamento da parte dei più famosi college americani, preferendo comunque Jim di restare vicino a casa, iscrivendosi all’Università del Kansas, dove non si fa certo scrupoli nel continuare a mettersi in evidenza.

Ed, in effetti, nel suo primo anno da matricola, Ryun stabilisce il 10 giugno ’66 al meeting di Terre Haute, nell’Indiana, il record mondiale juniores di 1’44”9 sugli 800 metri – che, a 50 anni di distanza, è ancora primato americano junior sulla distanza – nel mentre il successivo 17 luglio, a Berkeley, in California, fa fermare i cronometri sul miglio a 3’51”3 che migliora il limite mondiale assoluto del francese Michel Jazy, realizzato l’anno prima a Rennes, in Francia.

Conclusa la stagione al primo posto del ranking mondiale precedendo il keniano Kipchoge Keino, l’unico suo vero antagonista del periodo e la cui rivalità tocca livelli altissimi nel biennio a seguire, Ryun si appresta a disputare quello che risulta il suo “anno di gloria”, vale a dire il 1967, con l’unica sfortuna che esso non coincida con l’organizzazione dei Giochi Olimpici.

Dapprima, festeggia i 20 anni da poco compiuti, migliorando il proprio primato mondiale sul miglio in una gara in notturna disputata il 23 giugno ’67 a Bakersfield, in California, corsa mantenendo la testa sin dall’avvio con progressivo incremento dell’andatura a partire dal terzo giro per andare a concludere in solitario in 3’51”1, limando così 0”2 decimi al suo precedente limite.

Appena quindici giorni dopo, Ryun va all’assalto del primato sulla distanza metrica dei 1.500, che data dalle Olimpiadi di Roma ’60, in cui l’australiano Herb Elliott, al termine di una gara solitaria, ferma i cronometri sul tempo di 3’35”6, un record che resiste all’epoca d’oro dell’altro fenomenale mezzofondista dell’Oceania, il neozelandese Peter Snell, soprattutto perché quest’ultimo, come tutti gli atleti del Commonwealth britannico, si cimenta pressoché esclusivamente sul miglio, tant’è che, prima della doppietta 800/1.500 metri dal medesimo realizzata ai Giochi di Tokyo ’64, lo stesso non aveva mai corso una gara sulla distanza europea ed olimpica.

Ma quella che va in scena l’8 luglio ’67 a Los Angeles, è una delle sfide che viene ricordata dagli esperti del settore come degna di passare agli annali della specialità, vedendo come protagonisti il ventenne americano ed il ventisettenne keniano, nell’ambito di un incontro internazionale tra Stati Uniti e selezione del Commonwealth britannico, eventi molto frequenti in quegli anni, quando non esistevano ancora sia i Campionati Mondiali che, tantomeno, l’attuale circuito della “Diamond League”, a calendarizzare le stagioni degli atleti.

Ad ogni buon conto, la gara si snoda su ritmi inizialmente lenti in avvio, per poi toccare a Keino di sollecitare l’andatura coprendo il secondo giro in 56” e portandosi al comando tallonato da Ryun, con i due atleti a staccare il resto del gruppo correndo fianco a fianco sino a 300 metri dall’arrivo quando un poderoso attacco dell’americano stronca la resistenza dell’atleta degli altipiani con una imperiosa progressione che lo porta a concludere con il tempo di 3’33”1 che migliora di 2”5 il vecchio record mondiale, grazie ad un ultimo giro cronometrato in 53”9.

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Ryun in occasione del record sui m.1500 in 3’33″1 – da marinarc.org

Detta circostanza fa sì che vi sia grande attesa per la resa dei conti tra i due campioni – che si confermano ai primi due posti del ranking mondiale per il 1967 – in occasione delle Olimpiadi di Città del Massico in programma ad ottobre ’68 nella capitale messicana ed, a questo punto, è doveroso aprire una parentesi per spiegare bene ai lettori chi sia e che cosa abbia rappresentato nel panorama dell’atletica mondiale la figura di Kipchoge Keino, antesignano del successivo dominio dell’Africa nera nelle gare di mezzofondo.

Messosi già in luce ai Giochi di Tokyo ’64, dove viene eliminato nella semifinale di 1.500 metri dopo essere giunto quinto sulla più lunga distanza dei 5.000, Keino è in grado di esprimersi ai massimi livelli dai 1.500 sino ai 10.000 metri, compresa la gara dei 3.000 siepi, tant’è che, dopo essersi affermato sulle distanze inglesi del miglio e delle tre miglia ai “Commonwealth Games” di Kingston ’66, si lancia nella pazzesca impresa di iscriversi in Messico su tutte e tre le distanze piane dei 1.500, 5.000 e 10.000 metri.

Un azzardo tanto più elevato se rapportato al fatto che le gare nella capitale centroamericana si disputano ad un’altitudine di oltre duemila metri, con conseguente rarefazione dell’aria che, se da un lato favorisce gli sprinter e le gare di salto, al contrario penalizza chi si deve esprimere sulle distanze del mezzofondo.

Un appuntamento al quale, dal canto suo, Ryun non giunge in perfette condizioni, in quanto ha dovuto combattere in estate la mononucleosi, cosa che lo ha penalizzato ai Trials di Echo Summit escludendolo dalla selezione per gli 800 metri e riducendo il “gap” rispetto ai connazionali sui 1.500, da lui comunque vinti pur se con il tempo di 3’49”0 alquanto modesto per le sue potenzialità, pur se ottenuto anch’esso in altura, visto che la località californiana era stata scelta dalla Federazione Usa proprio per abituare gli atleti alle condizioni che avrebbero poi ritrovato in sede olimpica.

Nel mese che separa i Trials dai Giochi, Ryun ed il suo staff curano meticolosamente la preparazione fisica, analizzando altresì le condizioni ambientali in cui si svolgerà la gara, arrivando alla conclusione che un tempo al di sotto dei 3’40” netti dovrebbe essere sufficiente a garantire la medaglia d’oro, pur con il vantaggio per Keino della sua abitudine a correre in altura, provenendo dagli altipiani dell’Africa centrale.

Vantaggio che, da parte della federazione Usa, si ritiene possa essere annullato dal fatto che il 28enne keniano si presenta alle batterie dei 1.500 del 18 ottobre dopo aver partecipato il 13 alla gara dei 10.000 metri, pur ritirandosi prima della fine, ed aver comunque corso il 15 le batterie ed il 17 la Finale dei 5.000, conquistando la sua prima medaglia olimpica, piazzandosi alle spalle del tunisino Mohamed Gammoudi al termine di una entusiasmante volata.

Tanto più che la prova dei 1.500 prevede, in tre giorni consecutivi, batterie, semifinali e finale, con Ryun a confortare sul proprio stato di forma facendo registrare il miglior tempo in batteria con 3’45”80 rispetto al 3’46”96 con cui Keino si aggiudica la prima serie, così come il giorno dopo allorquando, inseriti entrambi nella seconda delle due semifinali, è l’americano a prevalere in una gara tattica, precedendo il rivale sul traguardo in 3’51”25 rispetto al 3’51”50 del keniano.

Il pomeriggio del 20 ottobre 1968, sui dodici partecipanti all’atto conclusivo, solo due sono di colore, il più volte ricordato Keino ed il proprio connazionale Benjamin Jipcho, che si rivela fondamentale nella strategia di gara studiata dagli africani per fiaccare la resistenza del primatista mondiale, mentre l’Europa punta sull’argento di Tokyo ’64, il cecoslovacco Josef Odlozil, nonché sulla temibile coppia tedesca formata da Bodo Tummler ed Harald Norpoth, classificatisi rispettivamente al primo e terzo posto agli Europei di Belgrado ’66.

Ed, alla partenza, la tattica predisposta dal team keniano si mette in pratica, con Jipcho ad imprimere alla gara un ritmo elevato, tanto da passare sotto i 56” netti ai 400 metri, un’andatura difficilmente sostenibile in tali condizioni ambientali soprattutto da parte degli europei, mentre Ryun si mantiene nelle posizioni di coda fidandosi della sua previsione di concludere la prova intorno ai 3’39” netti.

Con un quartetto composto dai due keniani e dai due tedeschi a staccarsi leggermente dal resto del gruppo, è Keino a prendere decisamente l’iniziativa al passaggio agli 800 metri (cronometrato in 1’55”3), per poi transitare alla campana dell’ultimo giro con buon margine su di un terzetto formato da Tummler, Norpoth ed il britannico John Whetton, mentre Ryun si trova da solo al quinto posto nel tentativo di ricucire lo strappo, ed iniziando a rendersi conto di aver fatto male i propri calcoli.

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Keino precede Jim Ryun nella finale olimpica 1968 – da nytimes.com

Ai 300 metri dall’arrivo Ryun raggiunge Whetton, per poi lanciarsi all’attacco della coppia tedesca che scavalca all’ingresso dell’ultima curva, quando però il distacco dal leader è oramai incolmabile, visto che Keino non mostra alcun segno di cedimento, andando così a trionfare nel nuovo record olimpico di 3’34”91, un tempo di tutto rispetto considerata l’altitudine, mentre a Ryun resta la consolazione dell’argento davanti al tedesco Tummler (3’37”89 a 3’39”08 rispettivamente).

Assediato dai media dopo la gara, Ryun respinge le accuse, così commentando l’esito della finale: “Avevamo previsto che correre in 3’39” sarebbe stato sufficiente per vincere ed io sono andato al di sotto di tale tempo, facendo del mio meglio e con la convinzione che se la gara si fosse disputata a livello del mare avrei vinto; se qualcuno sostiene che la mia prova sia stata deludente, ciò vuol dire non riconoscere i giusti meriti a Keino, che ha disputato una gara eccellente, come confermato dal record olimpico realizzato”.

L’amarezza per l’oro sfumato, fa sì che Ryun riduca le sue presenze in pista negli anni a venire a beneficio degli studi universitari – circostanza che lo fa scivolare, dopo il secondo posto alle spalle di Keino nel ranking mondiale del ’68, in settima posizione nel ’69 ed in sesta nel ’71 – per poi ripresentarsi in buone condizioni di forma nel ’72 in vista dell’appuntamento olimpico di Monaco ’72, stagione in cui fa registrare il suo “personal best” sui 5.000 metri in 13’38”2 il 20 maggio e corre il suo terzo miglior tempo di sempre sul miglio il 29 luglio a Toronto in 3’52”8 e che, all’epoca, era altresì la terza miglior prestazione assoluta, dopo aver staccato il pass per i Giochi bavaresi facendo sua la gara dei 1.500 metri ai Trials di Eugene in 3’41”5.

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Jim Ryun si aggiudica i Trials di Eugene 1972 – da competitor.com

Appuntamento a cinque cerchi che propone sin dalle batterie l’occasione per una rivincita, dato che sia Ryun che Keino sono inseriti nella quarta serie, ma ancora una volta la sorte volta le spalle all’americano che, urtato dal senegalese Billy Fordjour a 500 metri dall’arrivo, pur rimettendosi in piedi e concludendo la prova, non può andare avanti nella competizione, nonostante l’appello della Federazione Usa che viene respinto ancorché il Comitato Olimpico avesse confermato il danno subito dal non certo fortunato atleta, per il quale cala il sipario sulla propria attività agonistica, la cui ultima immagine lo immortala mentre viene consolato dal suo acerrimo, ma leale, avversario Keino, il quale, dal canto suo, non riuscirà a bissare l’oro di Città del Messico, beffato in volata dal finlandese Pekka Vasala.

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Ryun consolato da Keino a Monaco 1972 – da gettyimages.it

Unica consolazione per Ryun, la durata dei propri record mondiali sia sui 1.500 metri che sul miglio, proseguita sino al 1974, per quanto riguarda il primo, migliorato dal tanzaniano Filbert Bayi in occasione dei “Commonwealth Games” di Christchurch ’74, quando copre la distanza in 3’32”16, e con lo stesso atleta a far suo, il 17 maggio ’75, anche il primato sul miglio, correndo in 3’51”0, un solo 0”1 decimo meglio dell’americano che, come molti altri mezzofondisti della storia dell’atletica, ha dato il meglio di sé nel far registrare record, piuttosto che conquistare medaglie…

LA PRIMA VOLTA SUL PODIO EUROPEO DELL’ITALVOLLEY ROSA

 

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Alzata di Benelli per Bernardi – da volleyacademy.it

articolo di Giovanni Manenti

Così come il periodo d’oro della Nazionale italiana di pallavolo maschile – iniziato con la vittoria agli europei di Stoccolma ’89 e durato per oltre un decennio – aveva avuto come prologo l’inaspettato argento mondiale conquistato a Roma ’78, allo stesso modo l’affermarsi del sestetto azzurro al femminile ai vertici internazionali a partire dalla fine del secolo scorso ha visto mettere il seme con il bronzo conquistato alla rassegna continentale di Stoccarda ’89.

Fino a tale data, difatti, mai una squadra italiana, a livello femminile, era salita sul podio di una importante manifestazione internazionale, in quanto mai qualificata per una Olimpiade – dove il volley è ammesso a far tempo dai Giochi di Tokyo ’64 – una assenza che, peraltro, si protrae sino all’edizione di Sydney 2000, così come poco più che un atto di presenza si rivelano le prime partecipazioni ai campionati mondiali, pur con un qual certo miglioramento dall’umiliante 20esimo posto del ’78, per salire alla 15esima piazza in Perù nel 1982 e sino al nono posto in Cecoslovacchia nel 1986.

Non molto diversa la musica in campo europeo dove, a dispetto delle maggiori qualificazioni alla fase finale, i migliori piazzamenti si verificano proprio nel corso degli anni ’80, decennio in cui le azzurre non scendono mai sotto l’ottavo posto (conseguito nel 1981), per poi classificarsi settime nel 1983, quinte nel 1985 e seste nel 1987, nell’edizione disputatasi i Belgio e vinta dalla Germania Est superando, in una combattutissima finale, le campionesse uscenti dell’Unione Sovietica per 3-2 (8-15, 15-9, 18-20, 15-9, 15-11).

L’anno dopo, in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88, le sovietiche si prendono una bella rivincita, schiantando le tedesche orientali per 3-0 nel girone eliminatorio, escludendole dalle semifinali, per poi aggiudicarsi anche la medaglia d’oro in una altrettanto splendida Finale contro le peruviane, sconfitte 17-15 al quinto parziale, dopo aver rimontato uno svantaggio di due set a zero.

Capirete, pertanto, come in terra tedesca (ancorché occidentale …) le favorite d’obbligo non potessero essere che le campionesse d’Europa (Germania Est) ed olimpiche (Urss) in carica e, per le azzurre, l’obiettivo massimo era costituito dal miglioramento del loro miglior piazzamento – il quinto posto di Sittard ’85 – con la speranza di poter, finalmente, salire sul podio.

Per cercare di centrare un simile risultato, da parte della Federazione non può esserci che una sola soluzione, e cioè – al pari, peraltro, di quanto fatto nel settore maschile con Julio Velasco – affidare la conduzione della Nazionale al tecnico che sta spopolando a livello italiano e non solo con la sua Teodora Ravenna, e che risponde al nome di Sergio Guerra.

L’allenatore romagnolo, difatti, oltre ad aver conquistato nel 1989 il suo nono titolo nazionale consecutivo – cui ne seguiranno altri due, nel ’90 e ’91, per un totale di 11 Scudetti uno di fila all’altro – è già stato in grado di far acquisire alle sue ragazze adeguata esperienza internazionale, contrastando lo strapotere in campo europeo della formazione russa dell’Uralocka, contro cui ha disputato le ultime tre Finali di Coppa dei Campioni, restando sconfitta nel 1987 (1-3) e nell’anno degli europei (ancora 1-3), ma capovolgendo il risultato a proprio favore nel 1988, quando stavolta il punteggio conclusivo di 3-1 (parziali di 7-15, 15-10, 15-9, 15-1) arride alle ragazze ravennate.

Ed ecco che la sfida si trasferisce dal livello di club a quello di Nazionali, visto che la rosa della Formazione sovietica – nella quale campeggia la fortissima palleggiatrice Irina Kirillova, considerata una delle più forti di sempre nel suo ruolo e che, a metà degli anni ’90, darà sfoggio della sua classe anche nel campionato italiano, giocando a Modena, Bergamo, Reggio Calabria, Perugia, Chieri e Novara – è composta da ben sette giocatrici della citata Uralocka, e, dall’altra sponda, Guerra risponde inserendo cinque ragazze della sua Ravenna nel sestetto base azzurro, con Manuela Benelli a dettare i tempi di gioco in veste di alzatrice e la più esperta Liliana “Lily” Bernardi nel ruolo di schiacciatrice, che vede anche la presenza della ventenne Sabrina Bertini.

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Liliana Bernardi, a sin., e Manuela Benelli – da ravennanotizie.it

Ed è così che il 2 settembre ’89, data di inizio della rassegna continentale, 12 squadre sono pronte a darsi battaglia, suddivise in due Gironi di sei formazioni ciascuno, che qualificano le prime due di ogni raggruppamento alle semifinali incrociate, ragion per cui ogni speranza di medaglia deriva dall’ottenere un tale piazzamento.

Mentre il Gruppo A si snoda in termini ben definiti, con l’Urss a dominare con cinque vittorie (e tutte per 3-0 …!!) sulle altrettante gare disputate, seguita dalla Romania a quota quattro, Germania Ovest a tre e così via, molto più incerto è lo svolgimento del Girone in cui è inserita l’Italia, visto l’equilibrio regnante alle spalle delle tedesche orientali, con le azzurre a lottare per l’accesso alla semifinale unitamente a Cecoslovacchia e Bulgaria.

Le ragazze di Guerra partono bene, con un convincente successo per 3-0 sulle cecoslovacche (parziali 15-9, 15-11, 15-13) che risulterà determinante per la classifica finale, cui fanno seguito altre due vittorie contro Francia (3-1) e Polonia (3-0), così da vederle in testa al girone al giorno di riposo del 5 settembre, con 6 punti a pari merito con l’Unione Sovietica, mentre la Cecoslovacchia si è rimessa in pista superando per 3-1 la Bulgaria, la quale ha già “scontato” la sconfitta contro le tedesche est.

Alla ripresa del torneo, tocca alle azzurre pagare lo scotto della sfida contro le tedesche d’oltre cortina, subendo un 3-0 che non rispecchia però l’andamento dell’incontro, visto che l’Italia cede di schianto solo nell’ultimo parziale (4-15) dopo aver tenuto testa alle campionesse europee uscenti nei primi due set, persi per 11-15 e 13-15, ed in ogni caso, le previste vittorie di Bulgaria e Cecoslovacchia rispettivamente a danno di Polonia e Francia, mandano ogni decisione all’ultima e decisiva giornata dove, con una graduatoria che recita Germania Est 8, Italia e Cecoslovacchia 6, Bulgaria 4, sono in programma i confronti diretti tra tedesche e ceche e tra azzurre e bulgare.

Le prime a scendere sul parquet sono proprio Italia e Bulgaria, con ciò dando un indubbio vantaggio alle altre avversarie, e l’incontro è quanto mai avvincente, con le ragazze di Guerra a lottare punto su punto, ma costrette a cedere i primi due parziali (12-15 e 14-16), per poi conquistare per 15-12 un terzo set che si rivelerà fondamentale nel computo finale, pur cedendo poi per 15-8 nel quarto parziale che consegna la vittoria alle bulgare.

Con Italia e Bulgaria ad aver concluso il girone a quota 6 punti, resta evidente che una vittoria delle Cecoslovacchia sulla Germania Est qualificherebbe entrambe alla semifinale, ma le tedesche vogliono chiudere in testa il girone per affrontare le molto meno ostiche rumene in semifinale, lasciando ad altri il compito di sfidare la corazzata sovietica, ed i primi due parziali, chiusi sul punteggio di 15-6 e 15-4 per le tedesche, sembrano non lasciare repliche alle loro avversarie.

Le quali, viceversa, si riprendono nei due set successivi – vinti per 15-10 e 15-8 – lasciando all’ultimo e decisivo parziale il compito di decidere le sorti sia dell’incontro che della classifica del Girone, che le ragazze della ex Ddr si aggiudicano per 15-12 garantendosi così il primo posto nel raggruppamento, mentre per capire chi dovrà affrontare le sovietiche in semifinale si deve ricorrere alla differenza set che, a parità di punti (6 a testa), premia l’Italia (10 set vinti contro 7 persi), rispetto a Cecoslovacchia (11-9) e Bulgaria (10-9), da cui si capisce la capitale importanza di quel parziale strappato alle bulgare.

Un altro giorno di riposo e quindi si dà il via alle semifinali con le sfide incrociate tra Urss-Italia e Germania Est-Romania che lasciano poco spazio alle sorprese, dato che entrambe si concludono con due netti 3-0 a beneficio delle favorite – 15-10, 15-7, 15-8 per le sovietiche contro le azzurre, mentre le tedesche devono impegnarsi solo nel primo parziale, vinto 17-15, per poi aver facilmente ragione 15-6 e 15-4 delle rumene – con conseguente ripetizione, per la quarta edizione consecutiva, della oramai abituale Finale tra Urss e Germania Est.

Ma, mentre le due super potenze a livello europeo (in ambito mondiale devono fare i conti con altre realtà quali Cina, Perù e Giappone, non essendosi ancora “svegliate” le americane …) affilano le armi in vista dello scontro decisivo, in casa azzurra si vivono momenti di trepidante ansia poiché si è ben consapevoli che si ha a disposizione una carta importante da giocare per sfatare il tabù del podio sinora mancante in una grande competizione internazionale, oltretutto contro una formazione come quella rumena indubbiamente inferiore a Bulgaria e Cecoslovacchia affrontate nel girone eliminatorio.

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Alzata di Manuela Benelli – da volleyacademy.it

Il Commissario Tecnico Guerra chiama a raccolta le “sue” ragazze di Ravenna, le sprona e motiva con il fatto che campionesse a livello di club come loro non possono lasciarsi sfuggire una simile occasione, necessaria anche a dare ulteriore entusiasmo a tutto il movimento pallavolistico femminile nel nostro Paese, e la risposta che ottiene sul parquet di Stoccarda è di quelle che ogni allenatore desidererebbe ricevere dalle proprie atlete che, concentrate come non mai, disputano una gara perfetta che non lascia scampo alle annichilite rumene, come testimoniano in termini inequivocabili i relativi parziali a favore delle azzurre, le quali si aggiudicano l’incontro con un 3-0 che recita 15-5, 15-6, 15-3, per poi potersi andare a sedere in tribuna a godersi l’atto conclusivo, che termine con la sudata affermazione dell’Unione Sovietica che deve rimontare l’8-15 subito nel primo set, per far suoi i tre successivi coi punteggi di 16-14, 15-13, 15-13 a dimostrazione dell’equilibrio esistente tra i due sestetti.

Dal bronzo di Stoccarda dovranno passare 10 anni esatti affinché le azzurre tornino sul podio continentale, con analogo piazzamento agli Europei di Torino ’99 avendo perso un’occasione più unica che rara in semifinale (sconfitte 15-13 al tie-break del quinto parziale dopo essere state in vantaggio due set ad uno), ma è indubbio che il seme della nascita del volley femminile in Italia è stato posto dalle ragazze di Guerra che, tra l’altro, hanno anche l’occasione per far loro una seconda Coppa dei Campioni nel ’92 con le “Final Four” disputate proprio a Ravenna, al termine di una combattutissima finale contro le croate del Mladost Zagabria, superate 15-10 al quinto set …

IL VICENZA ED UN SOGNO INFRANTO AD UN PASSO DALLA FINALE

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Vialli in azione nella semifinale di andata – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Provinciale di lusso, come è usanza appellare le squadre non facenti parte delle metropoli, ma che si ritagliano spazi importanti nelle massime serie calcistiche, è un termine che ben si addice alla ultracentenaria storia del Vicenza Calcio, fondato difatti nel 1902, ed i cui apici si possono racchiudere in tre ben distinti momenti.

Il primo, più che un momento è un periodo, lungo, lunghissimo, alla stregua di un eterno amore, e che vede i colori biancorossi far bello sfoggio di sé per 20 lunghi anni nella nostra serie A, dalla promozione al termine del torneo cadetto ’55, dominato e concluso con 8 punti di vantaggio sui “cugini” del Padova, sino alla stagione ’75, al termine della quale si consuma un’amara retrocessione.

Occorre avere i capelli bianchi e forse anche qualcosa di più per ricordarsi quell’epoca gloriosa, quando passare indenni dal “Romeo Menti” non era impresa facile neppure per i blasonati squadroni, così come al vicino “Appiani” dove imperversava il Padova del Paron” Rocco e dei suoi manzi, oppure alla non lontana Ferrara, città in cui la Spal viveva anch’essa il suo periodo di massimo splendore, sotto la guida del Presidentissimo Paolo Mazza, cui oggi è, doverosamente, intitolato lo stadio.

Erano gli anni di fedeltà assoluta di giocatori che ne hanno segnato la storia, calcistica e non solo, divenendone assolute bandiere nell’onorare la maglia in cui campeggiava il simbolo del “Lanerossi” (marchio indelebile di riconoscimento …), dal portiere Luison (con Bardin a rilevarne il ruolo da fine anni ’60) ai difensori Zoppelletto, Savoini, Volpato, Carantini e Stenti, ai centrocampisti De Marchi, Fontana, Tiberi e Menti – quest’ultimo nipote del compianto Romeo Menti, perito nella sciagura di Superga con il “Grande Torino”, ed al quale è intitolato lo stadio – ed agli attaccanti Campana (l’avvocato futuro presidente dell’AIC …) e Vastola, oltre al più famoso di tutti, e cioè il brasiliano “O’ lione” Luis Vinicio, capace, nel 1966, di laurearsi capocannoniere con 25 reti, precedendo nomi altisonanti quali Sormani, Mazzola ed Altafini, contribuendo al sesto posto finale dei biancorossi, loro miglior piazzamento di sempre, eguagliando analogo risultato ottenuto due anni prima, nel ’64, quando Vinicio, bontà sua, si era “limitato” a 18 centri.

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Formazione Lanerossi anni Vicenza metà anni 1960 – da wordpress.com

Al posto del grande amore – il cui ricordo avrà sicuramente fatto inumidire gli occhi a chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona – si sovrappone la passione, quella che ti inebria, ti travolge, ti fa credere di vivere un sogno od una realtà sino a poco tempo prima inimmaginabile, e che si materializza a brevissima distanza dalla retrocessione tra i cadetti, con l’avvento sulla panchina veneta di Giovan Battista Fabbri, il quale propone un’idea di gioco talmente rivoluzionaria, ma soprattutto redditizia, che tutti guardano al Vicenza come ad un modello cui ispirarsi.

Succede, difatti, che Fabbri capitalizzi al massimo il gioco sulle fasce – quelli che oggi si chiamano esterni basso od alti, ma che al tempo altri non erano che terzini e fluidificanti – con sovrapposizioni veloci che mandavano in crisi gli accorgimenti tattici degli avversari e, in special modo, diventavano manna dal cielo per un rapinatore d’area di rigore qual si dimostra in quegli anni Paolo Rossi, pronto a raccogliere gli inviti che gli provenivano dai lati esterni del campo e rinverdire i fasti di Vinicio.

Stiamo parlando della stagione ’77, in cui il Vicenza si aggiudica il torneo cadetto e Rossi si laurea capocannoniere realizzando 21 delle complessive 48 reti messe a segno dalla squadra, confermandosi poi l’anno seguente nella massima divisione, quando le sue 24 reti gli valgono il titolo di miglior marcatore del torneo, nonché la selezione per i Mondiali di Argentina ’78 (dove diverrà “Pablito” …), mentre il Vicenza si piazza in un impensabile secondo posto dopo aver tenuto testa alla Juventus per buona parte del campionato.

Come sempre, una delle chiavi di lettura per decifrare tali imprese, deriva dalla possibilità per il tecnico di schierare quasi sempre gli stessi undici, non potendo contare su di un parco riserve all’altezza delle squadre più attrezzate per questo tipo di torneo e vale la pena ricordare, per i più smemorati, quale fosse la formazione base di quello che passa alla storia come il “Real Vicenza” per la bellezza e spettacolarità del suo gioco, e che quindi andiamo a ricapitolare con Ernesto Galli tra i pali, Lelj e Callioni terzini, Prestanti stopper e Giorgio Carrera libero, centrocampo composto da Guidetti, Giancarlo Salvi e Faloppa, con due ali piccole, tecniche ed imprevedibili quali Cerilli e Filippi al servizio del rifinitore Paolo Rossi.

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Formazione Lanerossi Vicenza stagione 1977-1978 – da wikipedia.org

Le passioni però, a differenza dei grandi amori, si bruciano in fretta, e così l’anno seguente il Vicenza deve subire l’onta della retrocessione per una peggior differenza reti rispetto a Bologna ed Atalanta e nonostante Rossi contribuisca con 15 reti alla causa biancorossa, con l’attaccante che si accasa, al termine di una mai troppo ben chiarita operazione di mercato messa in atto dal presidente Giussy” Farina, al Perugia che proprio il Vicenza aveva imitato, conquistando anch’esso un inaspettato secondo posto alle spalle del Milan della “stella”.

Vi sembrerà strano, ma tutto quanto sinora descritto altro non è che una premessa, al terzo periodo da incorniciare di storia biancorossa, quello a noi più vicino, rifacendosi a 20 anni orsono e che, al pari del biennio di fine anni ’70, anche stavolta ha per protagonista un allenatore, tal Francesco Guidolin da Castelfranco Veneto, il quale si siede sulla panchina vicentina nell’estate ’94, reduce da una negativa esperienza all’Atalanta, dove era stato esonerato dopo 10 giornate.

Pur se portandosi in dote il “peccato originale” di una carriera da calciatore quasi interamente disputata con la maglia gialloblù del Verona – sfortunatamente per lui trasferitosi al Venezia proprio nell’anno dello scudetto con Bagnoli alla guida – Guidolin non tarda a farsi apprezzare, conducendo sin dalla prima stagione il Vicenza alla promozione in A, divisione dalla quale i biancorossi mancavano proprio dalla ricordata retrocessione del ’79, per poi ottenere, l’anno seguente, un più che onorevole piazzamento, con il nono posto finale a sole cinque lunghezze dalla zona Uefa.

Si giunge così all’estate 1996, in cui il Vicenza opera un’oculata campagna di rafforzamento, sostituendo, nel parco stranieri, lo svedese Bjorklund con il 17enne camerunese Wome e mantenendo in organico gli uruguaiani Mendez ed Otero, con quest’ultimo che si conferma miglior realizzatore della squadra con 13 reti, una in più rispetto alle 12 della precedente stagione.

Ed il Vicenza, avendo oramai pienamente assimilato gli schemi di Guidolin, sembra per buona parte del girone di andata in grado di ripetere le gesta della compagine “targata G.B. Fabbri”, per poi cedere nel girone di ritorno quando, al contrario, si sta profilando un’opportunità che sarebbe delittuoso lasciarsi sfuggire.

Avviene, difatti, che mercoledì 27 novembre ’96, con il Vicenza in testa alla classifica di A con 20 punti, i biancorossi affrontino nel ritorno dei quarti di Coppa Italia un Milan che sta facendo i conti con l’usura dei suoi tanti campioni ed una infelice conduzione tecnica di Tabarez, e lo 0-0 con cui si conclude la gara del “Menti”, consenta ai veneti – in virtù dell1-1 dell’andata a San Siro – di staccare il biglietto per le semifinali in programma il successivo febbraio, in cui sono abbinati al Bologna, mentre l’altra sfida oppone l’Inter al Napoli.

In campionato, le due squadre viaggiano di pari passo, tant’è che quando si incontrano al “Menti” per il match di andata del 6 febbraio ’97 sono staccate appena da un punto (Bologna 31 e Vicenza 30) ed anche le sfide di coppa si svolgono all’insegna dell’equilibrio, con la gara in terra veneta risolta da una rete di Murgita allo scadere della prima frazione di gioco, mentre quando 19 giorni dopo si affrontano nel ritorno al “Dall’Ara”, tocca al “bomber di coppa” Giovanni Cornacchini siglare in extremis il punto dell’1-1 che evita il ricorso ai supplementari e consente, per la prima – e, sinora, unica – volta, alla compagine biancorossa di disputare la finale della coppa nazionale, a cui accede anche il Napoli che, a sorpresa, ha sconfitto l’Inter ai calci di rigore dopo due gare finite entrambe in parità, sull’1-1.

L’appuntamento per la gara di andata – in programma al “San Paolo” – è fissato per l’8 maggio con i partenopei (copia alquanto scolorita della formazione di maradoniana memoria) non ancora certi della permanenza in A, ma che comunque onorano l’impegno capitalizzando al massimo la rete messa a segno da Pecchia al 21’ che determina il risultato, con la tegola per Guidolin dell’infortunio patito da Otero nel finale di gara, tanto da escluderlo per il “retour match” del 29 maggio in un “Romeo Menti” riempito in tutta la sua capienza e pronto a festeggiare un evento che definire storico è quasi un eufemismo.

Avranno da soffrire, e non poco, però, i supporters biancorossi, visto che la gara – dopo che Maini mette a segno, curiosamente al 21’, stesso minuto della rete di Pecchia dell’andata, il punto che pone la sfida su di un piano di assoluta parità – si prolunga sino ai supplementari e, quando lo spettro della lotteria dei calci di rigore inizia ad aleggiare sui monti Berici, ecco materializzarsi il vantaggio, costruito al 118’ da una punizione di Beghetto respinta corta da Taglialatela solo per consentire ad un altro Rossi (Maurizio stavolta) di cogliere l’appuntamento con la storia per la rete del 2-0 poi addirittura arrotondata prima del triplice fischio finale dal goal in contropiede siglato dal giovane Iannuzzi.

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Vittoria Coppa Italia 1997 – da altervista.org

Per un club come il Vicenza, che sino a cinque anni prima vivacchiava in terza serie ci sarebbe da essere più che contenti, ma questo vorrebbe dire non conoscere le caratteristiche del proprio tecnico, e cioè di un Guidolin che non dà mai nulla di scontato e vuole vivere da protagonista ogni sua avventura, anche se trattasi di una Coppa europea, ai cui nastri di partenza si allineano le vincenti delle rispettive coppe nazionali e che rispondono al nome di Chelsea, Stoccarda e Betis Siviglia, per citare quelle dei paesi calcisticamente più all’avanguardia.

Con la solita campagna estiva oculata, giungono in prestito dal Milan il difensore Coco ed il centrocampista Ambrosini, dalla Lazio Baronio e dall’Inter l’attaccante Arturo Di Napoli, mentre vengono acquistati a titolo definitivo i difensori Dicara e Stovini, i centrocampisti Schenardi e Zauli e l’attaccante Pasquale Luiso, reduce da un’ottima stagione al Piacenza.

Presentatosi alla ribalta internazionale con l’umiltà di un liceale alla prima lezione universitaria, il Vicenza si scrolla di dosso i timori riverenziali sin dal primo turno, in cui impiega meno di mezz’ora per regolare per 2-0 al “Menti (reti di Luiso ed Ambrosetti) i polacchi del Legia Varsavia, vantaggio poi difeso in trasferta con Zauli a spegnere, nel finale, le velleità di rimonta degli avversari, nate con il vantaggio di Kaprczak al 56’.

Superato lo scoglio dell’esordio, alla compagine di Guidolin, per poter accedere alla fase primaverile della competizione, occorre superare lo scoglio degli ucraini dello Shakter Donetzk, che non sono ancora la formazione zeppa di brasiliani da incutere timore ai più forti club europei negli anni a venire, ma comunque una squadra di tutto rispetto che fornisce buona parte dei propri giocatori alla nazionale del proprio Paese.

Ciò nondimeno, la sera del 23 ottobre ’97 nella fredda Donetzk, a riscaldare gli animi dei tifosi biancorossi ci pensa ancora Luiso che apre e chiude la marcature con una doppietta al 1’ ad all’89’, decisiva per il 3-1 finale intervallato dalle reti di Beghetto e Zubov a ridosso dell’ora di gioco, il che rende il ritorno al “Menti” poco più che una formalità, con Luiso che si incarica nuovamente di sbloccare il risultato, poi fissato sul 2-1 conclusivo in virtù del momentaneo pari di Atelkin e dalla rete di Viviani che certifica il passaggio del turno.

Presentatosi al banchetto delle grandi d’Europa – ai quarti sono difatti ancora in lizza sia lo Stoccarda che il Chelsea ed il Betis Siviglia, quest’ultime però sorteggiate tra di loro – in punta di piedi, il Vicenza fa la voce grossa quando si trova ad affrontare, il 5 marzo in Olanda, il Roda Kerkrade, dopo aver conquistato in campionato una fondamentale vittoria in chiave salvezza superando 2-1 il Brescia tra le mura amiche e, con la mente sgombra da cattivi pensieri, la trasferta nei Paesi Bassi si rivela poco più di una formalità, con le squadre che vanno al riposo già sul 3-0 (doppietta di Luiso che, come al solito, ha aperto le marcature, inframezzata da uno spunto di Belotti), con Otero ad arrotondare ulteriormente il punteggio nella ripresa, lasciando agli stralunati olandesi solo la consolazione del punto della bandiera con Peeters.

Il ritorno due settimane dopo a Vicenza si rivela una autentica passerella per i ragazzi di Guidolin, che seppelliscono gli avversari con un 5-0 che non ammette repliche ed in cui vanno a segno cinque marcatori diversi, dopo che, ovviamente, è toccato al solito Luiso l’incarico di sbloccare l’incontro, cui hanno fatto seguito le reti di Firmani, Mendez, Ambrosetti e Zauli.

Vicenza in semifinale, roba da non credere, anche se a riportarti alla realtà è un abbinamento da far tremare i polsi e proprio contro il Chelsea degli italiani Di Matteo, Zola e Vialli che, dal canto suo, ha fatto fuori d’autorità gli spagnoli del Betis vincendo 2-1 a Siviglia e completando il lavoro nel ritorno a “Stamford Bridge” con il 3-1 in cui mettono la loro firma proprio Di Matteo e Zola.

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Contrasto tra Viall e un difensore nella semifinale di andata – da unibet.it

Anche i londinesi, però, non possono dormire sonni tranquilli, considerando come il Vicenza giunga all’appuntamento più importante della sua secolare storia da imbattuto, con 5 vittorie ed un pari nelle gare sinora disputate ed uno score di 17 reti segnate contro appena 4 subite, e ne hanno conferma il 2 aprile ’98 davanti ai 19.319 (pari alla capienza ufficiale, ma in realtà sono molti di più) spettatori che gremiscono gli spalti del vecchio “Romeo Menti”, quando al quarto d’ora di gioco Zauli firma una rete da cineteca con una palla arpionata al limite dell’area e scaraventata nell’angolino opposto dopo un dribbling a rientrare, successivamente difesa strenuamente dai tentativi di rimonta degli inglesi per un 1-0 che, in virtù della norma relativa al valore doppio delle reti segnate in trasferta, appare un buon viatico in vista del ritorno.

Il colpo d’occhio di “Stamford Bridge” due settimane dopo, non è certo da meno, con quasi 34.000 spettatori a supportare i “Blues” nell’impresa di accedere alla seconda finale di coppa europea della loro storia, creando la tipica, assordante, atmosfera dei campi inglesi, ma che si trasforma in un silenzio glaciale poco dopo la mezz’ora quando Luiso – e chi se non lui – mette a segno l’ottavo centro del suo personale cammino in Europa, cogliendo l’angolino alto alla destra della porta difesa da De Goey con una potente conclusione dal limite.

Il vantaggio ospite sta a significare che il Chelsea per approdare in finale debba realizzare tre reti, e sarebbe quanto mai importante mantenere tale risultato sino all’intervallo, ma purtroppo, dopo appena tre minuti, una conclusione dal limite di Zola non è trattenuta da Brivio, così consentendo all’uruguaiano Poyet di riportare le sorti del match in parità.

Incontro che si fa incandescente ad inizio ripresa, quando sono gli italiani a cambiare l’andamento della sfida, con Vialli ad involarsi lungo l’out destro per poi eseguire un perfetto cross su cui si presenta all’appuntamento vincente proprio il più piccolo dei ventidue, vale a dire Zola, il cui perentorio colpo di testa non lascia scampo all’estremo difensore veneto.

Con 40’ scarsi ancora da giocare l’esito dell’incontro resta quanto mai incerto, poiché i minuti passano ed il Vicenza resiste, ed è a questo punto che Vialli – che ricopre il ruolo di allenatore-giocatore – si gioca la carta dell’esperienza, inserendo il veterano di tante battaglie Mark Hughes in luogo del mediano Morris, mossa che lo ripaga 5’ minuti dopo, quando su di una rimessa lunga di De Goey, lo stesso attaccante gallese si trova a contendere la palla di testa a Dicara, ed approfittando di un rimpallo a lui favorevole, riesce a piazzare la sfera nell’angolino basso alla sinistra di Brivio per il punto del 3-1 che rovescia le sorti della qualificazione a favore degli inglesi.

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Hughes segna la rete del 3-1 al ritorno – da dailymail.co.uk

Manca meno di un quarto d’ora al termine, Guidolin si gioca il tutto per tutto inserendo Otero per Schenardi e Di Napoli per Di Carlo, ma oramai le forze, fisiche e mentali, sono al limite e l’espulsione di Ambrosini nel finale rappresenta il colpo di grazia ai sogni biancorossi.

Biancorossi che possono consolarsi con Luiso capocannoniere della manifestazione con 8 reti e con l’aver perso una sola gara e contro la squadra che poi vincerà il trofeo superando in finale lo Stoccarda per 1-0 (rete di Zola), nonché per essersi resi protagonisti di un’impresa che resterà indelebile nella gloriosa storia del club vicentino.

Certo, però, che proprio Zola e Vialli, vabbè…

PAOLO PUCCI, E QUELL’ORO LUNGAMENTE ATTESO

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Paolo Pucci – da sslazionuoto.it

articolo di Giovanni Manenti

Ora, che, a dispetto di una invidiabile posizione geografica e climatica, l’Italia non abbia mai avuto una grande tradizione natatoria a livello mondiale è risaputo, visto che si sono dovute attendere le imprese dello “scricciolo venetoNovella Calligaris ai Giochi di Monaco ’72 affinché tale disciplina facesse bella mostra di sé nel medagliere olimpico azzurro, nonché la fine dello scorso millennio per vedere un nostro atleta – a dire il vero furono due, Massimiliano Rosolino e Domenico Fioravanti, quest’ultimo addirittura per ben due volte – salire sul gradino più alto del podio.

Ed, ai massimi livelli internazionali, ciò può anche essere in parte giustificato sia dalla presenza delle due superpotenze Stati Uniti ed Australia che da un programma olimpico sino a Città del Messico limitato a meno della metà delle gare ai nostri giorni in calendario, ma che si sia dovuto attendere la nona edizione dei Campionati Europei per veder primeggiare un atleta italiano, questo non va certo a favore della specialità.

Sino a quell’edizione di Budapest ’58, gli unici a distinguersi erano stati il friulano Giuseppe Perentin, due volte argento sui 1500sl a Bologna ’27 e Parigi ’31, e, soprattutto, il fiorentino Paolo Costoli, bronzo sui 400 e 1500sl, nonché nella staffetta 4x200sl a Parigi ’31, per poi replicare il bronzo in staffetta tre anni dopo a Magdeburgo ’34, ma salendo di un gradino sulle riferite gare individuali, cogliendo in entrambi i casi la medaglia d’argento alle spalle del francese Jean Taris.

Poi, alla ripresa dell’attività agonistica nel periodo post bellico, il buio assoluto quanto a medaglie, con la sola eccezione dell’argento conquistato dal pesarese Angelo Romani sui 400sl nell’edizione svoltasi a Torino, non essendo riuscita a portare un nuotatore azzurro all’oro neppure l’organizzazione dei Campionati nel nostro Paese.

Come vi sarete resi conto, le (poche) medaglie sopra ricordate hanno avuto tutte come matrice lo stile libero, non potendo vantare l’Italia atleti in grado di emergere nelle altre specialità di dorso, rana e farfalla, e non può quindi stupire che il tabù venga infranto proprio a crawl, anche se, un po’ a sorpresa, sulla più breve distanza dei 100sl, e ciò grazie all’impresa compiuta da un 23enne “ragazzone” – alto 2 metri per oltre 90 chili di peso – tale Paolo Pucci, che vive nel 1958 il suo anno di grazia.

Nato a Roma il 21 aprile 1935, Pucci si divide, come abbastanza usuale all’epoca, tra nuoto e pallanuoto, militando nella Società Sportiva Lazio con cui sfiora la conquista dello Scudetto nel ’55 per poi laurearsi campione italiano l’anno successivo, stagione in cui è selezionato per le Olimpiadi di Melbourne ’56 sia per la gara in corsia che per il torneo di pallanuoto, in un “settebello” che poteva ancora contare sull’esperienza di Cesare Rubini, oro a Londra ’48, ed in cui, al pari di Pucci, faceva bella mostra di sé anche Fritz Dennerlein, pure lui a doppio servizio in entrambe le discipline.

Torneo di pallanuoto che gli azzurri concludono in un onorevole quarto posto finale, deciso dalle due sconfitte di misura patite contro Unione Sovietica (2-3) ed Jugoslavia (1-2) con il titolo che va alla fortissima Ungheria che fa sue tutte le gare disputate, nel mentre in corsia Pucci difende i colori azzurri assieme al veterano Carlo Pedersoli (il futuro Bud Spencer) che proprio nella stagione olimpica conquista il suo sesto ed ultimo titolo italiano sui 100sl.

I due azzurri – che l’anno prima avevano conquistato l’oro ai Giochi del Mediterraneo di Barcellona quali componenti la squadra di pallanuoto – riescono a qualificarsi per le semifinali, con Pucci che, nuotando in 58”3, realizza il nuovo record italiano sulla distanza, per poi non confermarsi nella successiva fase eliminatoria, giungendo non meglio che settimo nella propria serie, precedendo proprio il compagno Pedersoli, ma d’altronde era quasi impossibile trovare spazio in una finale olimpica per la quale si qualificano tre australiani – che vanno ad occupare l’intero podio con John Henricks a stabilire il primato mondiale in 55”4 (quasi 3” in meno del limite nostrano, tanto per intendersi!), altrettanti americani, un giapponese, e l’onore del vecchio continente è tenuto alto, si fa per dire, dal francese di chiari origini italiane Aldo Eminente, che conclude la prova all’ottavo ed ultimo posto.

Questo per confermare il dislivello esistente all’epoca tra il nuoto europeo ed il resto del mondo, per cui meglio concentrarsi sulle cose di casa nostra, con Pucci che, l’anno seguente, si migliora in 57”8 nella gara dei Campionati Italiani in cui conquista il suo primo titolo assoluto, precedendo Pedersoli, al suo passo d’addio a 28 anni compiuti.

Vi sono da preparare gli Europei di Budapest, in programma nella capitale ungherese dal 31 agosto al 6 settembre ’58, e Pucci vi giunge tirato a lucido come non mai, visto che ai Campionati Italiani svoltisi ad inizio agosto alla Piscina Comunale di Torino, si aggiudica i titoli sia nei 100sl – abbassando ancora il record dei campionati a 57”2 dopo che aveva già infranto, il primo a riuscirvi, la barriera dei 57” netti stabilendo in 56”8 il nuovo record italiano – che sui 200sl, circostanza che gli consente di essere iscritto alla manifestazione, oltre che nella gara individuale (i 200sl non facevano parte, in quegli anni, del programma europeo ed olimpico), anche quale componente le staffette 4x200sl e 4×100 mista, nonché della squadra di pallanuoto.

La capitale magiara stava, purtroppo, scontando le conseguenze della rivoluzione del 1956 sedata nel sangue dai carri armati sovietici e lo squadrone che appena quattro anni prima a Torino ’54 aveva fatto cappotto nello stile libero sia in campo maschile che femminile, conquistando l’oro sia nelle gare individuali che in staffetta, si era disgregato, ma ciò nondimeno, l’impresa compiuta da Pucci è di quelle da segnare negli annali della manifestazione, nonché del nuoto azzurro.

Nella sua “due giorni di gloria”, Pucci dimostra di essere in grado di competere per il più alto gradino del podio già nelle batterie del mattino, quando in 56”3 sgretola il suo fresco primato italiano, per poi assestare il colpo di grazie alle speranze di vittoria dei suoi avversari stabilendo, nella semifinale del pomeriggio, il record europeo coprendo la distanza in 56”1, un tempo che gli avrebbe garantito il bronzo ai Giochi di Melbourne ’56 e che rappresenta comunque la quarta miglior prestazione mondiale a quel momento.

Exploit del genere, ed i casi al riguardo sono tutt’altro che pochi, possono condizionare in vista della Finale, ma ci vuol ben altro per impressionare il gigante azzurro al quale, pur non ripetendo il medesimo riscontro cronometrico, è abbondantemente sufficiente nuotare il giorno dopo in 56”3 per tenere a bada la sorpresa sovietica Viktor Polevoy, argento in 56”9, mentre l’atleta di casa, l’ungherese Gyula Dobai, completa il podio ad oltre 1” di distacco.

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Paolo Pucci sul podio europeo a Budapest 1958 – da sslazionuoto.it

L’impresa di Pucci non resta comunque isolata in casa azzurra, in quanto per la prima volta un italiano va a medaglia in una specialità diversa dallo stile libero, con l’argento conquistato da Roberto Lazzari sui 200 rana, mentre il bronzo di Paolo Galletti sui 400sl – nella gara dominata dal britannico Ian Black che si aggiudica con largo margine anche i 1500sl – fa ben sperare per un buon esito della staffetta 4x200sl.

E’ un più che dignitoso quartetto, quello che l’Italia schiera, con Frtiz Dennerlein in prima frazione, il citato Galletti in seconda, Angelo Romani in terza e Pucci a chiudere, ma le speranze di medaglia sono principalmente riposte nella straordinaria condizione messa in mostra da quest’ultimo, e l’esito della gara non fa che confermare tale previsione.

Difatti, con gli azzurri a lottare per un posto sul podio dietro all’inarrivabile staffetta sovietica, all’ultimo cambio la situazione sembra, se non disperata, quanto meno alquanto improbabile, visto che Pucci riceve il cambio in quarta posizione con il tempo di 6’37”3 rispetto al 6’36”9 della Germania Est e, soprattutto, al 6’35”8 del quartetto ungherese, per il quale scende in acqua, quale ultimo frazionista, quel Gyula Dobai bronzo sui 100sl.

E siamo sicuri che il 21enne magiaro il nostro Paolone se lo sarà sognato per diverse notti, vedendolo recuperare in men che non si dica un distacco di 1”50 per portare la staffetta azzurra alla medaglia d’argento, nuotando la propria frazione in uno stupefacente 2’03”9, sia pur lanciato, laddove si pensi che ai campionati italiani aveva vinto il titolo in 2’08”3 e che il primato del mondo, all’epoca, era di 2’03” netti, stabilito dal giapponese Yamanaka appena una settimana prima dell’inizio della rassegna continentale.

Pucci completa la sua opera con il bronzo nella staffetta 4×100 mista, in cui registra il miglior tempo nella frazione a stile libero con un 56”0 che gli consente di tenere a bada il quartetto della Germania Est nella corsa al gradino più basso del podio, mentre stavolta Dobai non si fa sorprendere, piazzando lui pure una frazione da 56”2 per garantire l’argento al quartetto ungherese, dietro alla formidabile staffetta sovietica, dominatrice con largo margine.

Non ci eravamo scordati della pallanuoto, dove l’Italia, dopo esser giunta al girone finale a quattro con le “solite” grandi della specialità – Ungheria, Jugoslavia ed Urss – portandosi in dote il successo per 4-2 proprio contro i sovietici nella fase eliminatoria, si classifica quarta solo per una peggior differenza reti a parità di punti con Jugoslavia (che ci sconfigge per 3-2) ed Unione Sovietica (che, a propria volta, supera con identico punteggio gli slavi), risultando fatale il cappotto (0-7) inflittoci dall’Ungheria, confermatasi campionessa europea con sole vittorie al proprio attivo.

Concluso il suo anno magico, Pucci è visto in Federazione come l’uomo di punta in vista delle Olimpiadi di Roma ’60, ed anche la stagione successiva i positivi riscontri non mancano, dato che si aggiudica il bronzo sui 100sl alle Universiadi di Torino (pur con un mediocre 58”0), cui aggiunge l’oro nelle due staffette 4x200sl e 4×100 mista, mentre ai Giochi del Mediterraneo di Beirut il tris d’oro nelle medesime specialità è bell’e servito, con un più dignitoso 57”2 nella gara individuale.

Senonché, la pausa invernale è fonte di ripensamenti nella mente del 25enne romano, che non si allena e si inizia a vociferare di una sua possibile rinuncia ai Giochi; il fatto è che sta pensando al proprio futuro al di fuori delle piscine e pretenderebbe un impiego o quantomeno una retribuzione per continuare a sacrificarsi quotidianamente per ore ed ore in vasca, chiedendo un colloquio al riguardo al Presidente del CONI Giulio Onesti.

Fatto sta che l’inattività ha nuociuto, e non poco, sul suo fisico, presentandosi a marzo notevolmente ingrassato e la successiva preparazione non migliora la situazione, tanto che ad un meeting di metà giugno si classifica non meglio che settimo in un umiliante 59”0, quasi 3” in più del proprio limite, dando così l’addio ai sogni olimpici ed alla propria carriera, a giustificazione del quale gli viene riscontrata un’anemia, forse più diplomatica che veritiera.

Un vero peccato, poiché se è pur vero che non avrebbe avuto speranze per l’oro, la soddisfazione di disputare quanto meno una finale olimpica ed oltretutto nella piscina di casa, Pucci se la sarebbe potuta togliere, tanto più che, se avesse nuotato sui suoi limiti intorno ai 56” netti, la stessa non gli sarebbe potuta sfuggire, dato che il quinto classificato – tanto per cambiare l’ungherese Dobai – fa fermare il cronometro, ironia della sorte, proprio su quel 56”3 che, due anni prima, aveva consentito al colosso azzurro di vincere il titolo europeo.

Al di là di un’amara conclusione, resta pur sempre, quella di Pucci, una carriera da incorniciare per quello che passava il convento in quegli anni in chiave azzurra, ed a conferma di ciò, basti pensare che per ritrovare un italiano sul più alto gradino del podio in un campionato europeo, dovranno passare ben 25 anni, grazie alla splendida doppietta sui 200 e 400 misti realizzata da Giovanni Franceschi proprio nella piscina del Foro Italico, in occasione della rassegna continentale di Roma ’83…

BETTY CUTHBERT ED UN TRIS D’ORO UNICO NELLA STORIA

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Betty Cuthbert – da hefamouspeople.com

articolo di Giovanni Manenti

Per spiegare gli exploit sportivi, non tanto di un singolo atleta, ma di un intero paese, è buona norma rapportarsi al periodo ed alle condizioni storico politiche che li hanno generati.

Uno di questi, tra i più tragici, è stato senza alcun dubbio l’evento bellico costituito dalla Seconda Guerra Mondiale, dal quale l’Europa intera – sia dalla parte dei vittoriosi che, a maggior ragione, degli sconfitti – ne è uscita distrutta, al pari del Giappone in Estremo Oriente, e le conseguenze si ripercuotono in occasione delle prime Olimpiadi del dopoguerra.

Una nazione che, viceversa, è stata coinvolta in maniera limitata da tale catastrofe umana, è l’Australia che, difatti, vede incrementarsi il proprio bottino di medaglie, anche in vista dell’organizzazione dei Giochi di Melbourne ’56, assegnati dal CIO nella sessione svoltasi a Roma nell’aprile 1949.

Ed, in particolare, il paese oceanico riesce ad affermarsi nella disciplina regina dei Giochi, vale a dire l’atletica leggera, dove prima di allora poteva contare solo sulla vittoria di Anthony Winter nel salto triplo alle Olimpiadi di Parigi ’24, eccezion fatta per la doppietta di Edwin Teddy Flack sugli 800 e 1500 metri nell’edizione inaugurale di Atene ’96, di elevato valore storico, ma alquanto minore dal lato sportivo.

Ecco quindi, che alla riaccensione della fiaccola olimpica nello stadio Wembley di Londra, gli atleti “aussie” se ne tornano a casa con il più pingue bottino (13 medaglie) sinora ottenuto dall’ideazione dei Giochi, e di cui la parte del leone la fa proprio l’atletica con 6 medaglie – un oro, tre argenti e due bronzi – che vedono eccellere, in campo maschile, i saltatori, con John Arthur Winter oro nel salto in alto, mentre Theodore William Bruce e George Avery salgono sul secondo gradino del podio, rispettivamente nel salto in lungo e nel salto triplo.

Ma è una ragazza, Shirley Strickland, a mettersi maggiormente in evidenza, con il bronzo conquistato sia sui 100 metri piani che sugli 80hs, nonché il contributo fornito all’argento nella staffetta 4×100, giunta a ridosso dell’Olanda trascinata dalla “mammina volanteFrancina Blankers-Koen.

Proprio le imprese della Strickland (successivamente maritata de la Hunty nel 195), consentono una sino a tale epoca inusuale impennata dell’atletica leggera a livello femminile nel paese australe, tant’è che quattro anni dopo – essendosi nel frattempo aggiudicata l’oro sugli 80hs ai “Commonwealth Games” di Auckland ’50, nonché l’argento sulle 100 e 220yds, in entrambi i casi dietro alla connazionale Marjorie Jackson – la Strickland de la Hunty mette tutte d’accordo ai Giochi di Helsinki ’52 facendo suo l’oro sugli 80hs e togliendo con 10”9 il record mondiale alla Blankers-Koen, mentre la ricordata Jackson, dal canto suo, si conferma come dominatrice delle corse piani anche a livello assoluto, imponendosi con largo margine sia sui 100 che sui 200 metri, ed eguagliando, sulla più breve distanza, il primato di 11”5 della Blankers-Koen.

Le notizie delle imprese in terra finnica – con l’unica defaillance nella staffetta 4×100 dove, dopo aver stabilito in batteria il primato mondiale con 46”1, il quartetto australiano si smarrisce in finale giungendo non meglio che quinto in 46”6 – devono essere servite indubbiamente da stimolo per una, all’epoca, quattordicenne nativa del Nuovo Galles del Sud, tale Elizabeth “Betty” Cuthbert, che è la protagonista della nostra storia odierna.

Nata a Merrylands il 20 aprile 1938, la Cuthbert viene introdotta all’atletica all’età di 8 anni da una sua insegnante scolastica, June Ferguson, che allena alla “Western Suburbs Athletic Club” e che se ne prende cura avendone intuite le grandi potenzialità.

Fisicamente ben strutturata – è difatti alta m.1,69 per 57 chili – Betty corre in maniera spontanea e naturale con due particolari caratteristiche, la prima di gareggiare con la bocca spalancata e la seconda di tenere le ginocchia alte durante l’andatura, difetto quest’ultimo, se così vogliamo chiamarlo, che la Ferguson si guarda bene dal correggere, rendendosi conto che ciò andrebbe a scapito della velocità di base dell’atleta, e concentrandosi, al contrario, nel migliorare la partenza e facendo leva sulla concentrazione, spiegando alla giovane allieva come “se hai tempo di pensare mentre corri le 100yds, vuol dire che non stai andando abbastanza veloce …!!”.

Gli insegnamenti producono effetti inaspettati allorquando, il 16 settembre ’56, in una gara sui 200 metri di preparazione in vista dei Trials olimpici, la Cuthbert, nonostante fosse riluttante a schierarsi ai blocchi di partenza, si impone in 23”2 strappando alla Jackson il primato mondiale e candidandosi così per conquistare un posto alle selezioni per i Giochi di Merlbourne .

Nonostante che la Jackson si fosse ritirata dopo essersi confermata sulle 100 e 220yds ai “Commonwealth Games” di Vancouver ’54, la concorrenza resta elevata, in quanto, oltre alla Strickland sui 100 metri – dove aveva l’anno prima tolto alla Jackson il record mondiale correndo in 11”3 – c’è da fare i conti con Marlene Mathews, la quale aveva dovuto rinunciare per infortunio alle Olimpiadi di Helsinki, ma è tornata nuovamente ai vertici della specialità.

Comunque, il verdetto dei Trials non dà adito a sorprese, con Cuthbert e Mathews a staccare il biglietto per entrambe le prove dei 100 e 200 metri, cui si uniscono la Strickland sulla più breve distanza e Norma Crocker sulla più lunga, con ciò alimentando le speranze per una doppia vittoria da parte degli organizzatori dei Giochi, visto che l’Australia poteva schierare su entrambe le distanze le rispettive detentrici del record mondiale.

La prima gara in programma, come di prassi, sono i 100 metri in cui, diversamente a quanto avviene ai giorni nostri, sono previste batterie e semifinali il 24 novembre e la finale due giorni dopo, e l’inizio è in chiaroscuro per la Nazione ospitante, in quanto la primatista mondiale Strickland viene eliminata in batteria, risentendo della non più tenera età avendo superato la trentina, ma, d’altro canto, Mathews e Cuthbert migliorano una dietro l’altra il record olimpico, fissandolo una prima volta ad 11”5 e subito dopo ad 11”4.

In semifinale, a turbare i sogni dei dirigenti e tecnici australiani, spunta un nome a sorpresa, sotto forma della tedesca Christa Stubnick che precede la Cuthbert (11”9 a 12”0) nella prima serie, mentre la Mathews si aggiudica la seconda in 11”6, presentandosi come la favorita per la medaglia d’oro all’atto conclusivo.

Ma i due giorni di riposo sono più che sufficienti alla Cuthbert per ritrovare la giusta concentrazione e, quando lo starter dà il via alla finale alle 17,20 del 26 novembre ’56, la sua falcata imperiosa non dà scampo alle avversarie, prendendo la testa della gara sin dall’avvio per non cederla più ed andare a trionfare in 11”5, con la Stubnick nettamente battuta, ma pur sempre capace di resistere al ritorno della Mathews e garantirsi così la medaglia d’argento, pur se accreditate del medesimo tempo di 11”7.

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La Cuthbert vittoriosa sui m.100 piani a Melbourne 1956 – da theroar.com.au

Toltosi, per così dire, il dente, la Cuthbert deve ora difendere il proprio ruolo di grande favorita sulla doppia distanza, data la veste di primatista mondiale, e l’autorità con cui, il 29 novembre, si impone in 23”5 in batteria ed in 23”6 in semifinale, sembra non poter lasciare scampo alle avversarie in vista della finale prevista per il giorno successivo.

Pronostico che viene pienamente rispettato, con la Cuthbert posta in quinta corsia con all’esterno la ricordata Stubnick a farle da punto di riferimento e, in una sorta di caccia di gatto al topo, fa sfogare la rivale in avvio per affiancarla all’uscita della curva e quindi produrre una irresistibile progressione in rettilineo, tale da consentirle di vincere con ampio margine nel nuovo record olimpico di 23”4 nel mentre la composizione del podio è identica a quella dei 100 metri, con Stubnick argento e Mathews bronzo.

Neppure il tempo di rifiatare che l’indomani, ultima giornata di gare per l’atletica, sono in programma batterie e finale della staffetta 4×100 dove, a sorpresa, non viene inserita la Mathews, giudicata dai tecnici non adatta a tale prova per le sue difficoltà nei cambi, mentre ne fa parte la Strickland che, a propria volta, ha confermato sugli 80hs l’oro di quattro anni prima ad Helsinki.

Vi è quindi per il quartetto australiano – composto da Cuthbert, Crocker, Strickland e Mellor – la possibilità di fare cappotto nelle quattro prove di velocità (100 e 200 piani, 80 ostacoli e staffetta), alla stessa stregua di quanto era stata capace di fare, da sola, l’olandese Blankers-Koen a Londra ’48 e che era sfuggito loro ad Helsinki solo per la scialba prova in finale proprio della staffetta.

Che non sia comunque un’impresa facile, lo dimostra la prima delle due semifinali, quando le australiane riescono di un soffio a precedere il quartetto tedesco (45”00 a 45”07 come rilevamento elettronico), venendo entrambe accreditate del tempo di 44”9 che migliora il 45”1 del record mondiale detenuto proprio dalle tedesche, le quali, nella finale di poco meno di un’ora e mezza dopo, pasticciano alla stessa stregua di quanto commesso dalle australiane in terra finlandese, chiudendo staccatissime al sesto ed ultimo posto in 47”2.

Con le principali avversarie fuori gioco, tocca al quartetto britannico cercare di rompere le uova nel paniere al tentativo di “cappotto” australiano, ma ancora una volta è la Cuthbert a mettere le cose a posto allorquando, ricevuto il testimone in seconda posizione, dapprima supera di slancio la Armitage e quindi resiste al disperato ritorno della stessa, con entrambi i quartetti a scendere sotto il limite mondiale stabilito meno di due ore prima, chiudendo rispettivamente in 44”5 e 44”7, un divario che non rispecchia quanto più correttamente indicato dal rilevamento elettronico, che certifica un distacco di appena 0”05 centesimi (44”65 a 44”70), con il bronzo appannaggio degli Stati Uniti, per i quali gareggia la sedicenne Wilma Rudolph che, quattro anni dopo a Roma, sarà in grado di ripetere la medesima impresa delle Cuthbert.

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La Cuthbert conclude vittoriosa la staffetta 4×100 – da pinterest.com

Cuthbert che, a Giochi conclusi, viene etichettata dai “media” come “Golden Girl” (“Ragazza d’oro”) e che, con un sottile gioco di parole, verrebbe da dire aver lasciato tutti a bocca spalancata proprio come lei disputa le sue gare, ma la 18enne “Betty” ha ancora in serbo una importante carta da giocare e con la quale riuscirà ancor più a strabiliare.

Oramai una celebrità nel “Paese dei canguri”, la Cuthbert deve subire la voglia di riscatto della Mathews (nel frattempo maritata Willard), la quale si aggiudica sia le 100 che le 220yds ai “Commonwealth Games” di Cardiff ’58, con la 20enne campionessa olimpica ai margini del podio sulla più breve distanza e sorprendentemente sconfitta (23”65 a 23”77) sulle 220yds, nonché del quartetto inglese, il quale, facendo suo l’oro nella staffetta 4x110yds, stabilisce anche il record mondiale di 45”37.

Ma per la Cuthburt sono gli appuntamenti a cinque cerchi quelli a cui fare riferimento e, in vista dei Giochi di Roma, sembra potersi confermare, quantomeno sulla più lunga distanza, eguagliando il 7 marzo ’60 il proprio primato di 22”3, ma la pista dell’Olimpico non le porta fortuna, venendo eliminata nei quarti della gara sui 100 metri, procurandosi uno stiramento muscolare che la elimina dalle competizioni, privando così il pubblico di una attesissima sfida sui 200 metri con l’americana Wilma Rudolph, la quale si aggiudica la prova con il tempo di 24”13, largamente superiore al limite mondiale dell’australiana.

La delusione induce la Cuthbert a ritirarsi dalle scene, decisione peraltro di breve durata, in quanto la si rivede in pista a fine novembre ’62 ai “Commonwealth Games” di Perth, in cui, oltre a contribuire, quale ultima frazionista, all’oro del quartetto australiano nella staffetta 4x110yds, si accorge, al contrario, di aver perso competitività nello sprint, giungendo non meglio che quinta sulle 220yds con un tempo di 24”80 quasi umiliante per lei.

Tale circostanza la consiglia di provare una nuova esperienza sul giro di pista, ed i riscontri durante la stagione ’63 sono incoraggianti, visto che migliora a due riprese il record mondiale sulle 440yds, ma un infortunio al piede destro ne condiziona la preparazione in vista delle Olimpiadi di Tokyo ’64, dove la gara dei 400 metri piani è inserita per la prima volta nel programma di atletica femminile.

Riuscitasi comunque a qualificare per i Giochi, la Cuthbert non sembra peraltro al “top” della forma una volta giunta in Giappone, qualificandosi per la finale con il quarto tempo, mentre i favori del pronostico vanno alla sovietica Maria Itkina – campionessa europea sulla distanza sia a Stoccolma ’58 che a Belgrado ’62 – nonché, soprattutto, alla 22enne inglese Ann Packer, che nella prima delle due semifinali ha preceduto proprio l’australiana siglando il record olimpico in 52”7.

Rispetto alle sue avversarie, la Cuthbert ha il vantaggio di una superiore velocità di base, provenendo dallo sprint veloce, tutto sta a vedere se riuscirà a tenere nella parte finale del mai tanto giustamente definito “giro della morte” e, difatti, la sfida si snoda secondo tale canovaccio, con l’australiana a godere del vantaggio della seconda corsia, avendo così come punti di riferimento la connazionale Judy Amoore, in terza, la Itkina, in quinta, e la Packer, in sesta.

Partita forte in avvio, la Cuthbert annulla in breve tempo il decalage nei confronti delle avversarie, con l’unica eccezione della Packer che le tiene testa all’esterno, ma comunque presentandosi con oltre un metro di vantaggio all’uscita dell’ultima curva e contenere sul rettilineo finale il disperato tentativo di rimonta dell’inglese e concludere – in apnea ed a bocca aperta come al solito, anche se le ginocchia non sono più così alte come nelle gare di sprint – fermando il cronometro sul tempo di 52”0 netti che migliora il fresco primato olimpico della Packer, anch’essa scesa sotto il proprio limite concludendo la prova in 52”2, mentre le altre chiudono staccatissime.

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La Cuthbert vince i m.400 ai Giochi di Tokyo 1964 – da abc.net.au

Questa volta la carriera di “Betty” è davvero conclusa, e d’altronde meglio non si sarebbe potuta aspettare, visto che, a tutt’oggi, resta la sola atleta di ambo i sessi a potersi vantare di aver conquistato la medaglia d’oro olimpica in tutte e tre le prove di velocità piana – 100, 200 e 400 – mentre la polacca Szewinska vanta i successi sui 200 a Città del Messico ’68 sui 200 ed a Montreal ’76 sui 400, ma solo il bronzo sui 100 sempre nell’edizione messicana dei Giochi.

C’è poco da dire, più “Golden Girl” di così ….