PETE MARAVICH, LA “PISTOLA” CHE NON FECE MAI CILECCA

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Pete Maravich con coach Cotton Fitzsimmons – da gettyymages.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando nel basket si parla di tiratori infallibili e si accosta questa caratteristica alla squadra dei Boston Celtics, il ricordo corre immancabilmente alla figura di Larry Bird, l’uomo “sbarcato” nella NBA – assieme ad Earvin “Magic” Johnson sulla sponda californiana dei Los Angeles Lakers – giusto in tempo per salvare la Lega da una crisi che sembrava irreversibile.

Pochi però sanno che proprio al suo esordio nel basket professionistico coi i Celtics nell’autunno ’79, Bird si sarebbe trovato come compagno di squadra, ancorché al suo passo d’addio, colui che su quella abilità di “cecchino infallibile” aveva costruito la propria carriera, dapprima al College e quindi nelle 10 stagioni vissute nel vasto pianeta della NBA.

Quel “qualcuno” altri non è che Peter Press “Pete” Maravich, nato ad Aliquippa, in Pennsylvania, il 22 giugno 1947 da una famiglia il cui padre, Petar, figlio di immigrati serbi, aveva a propria volta giocato a pallacanestro ed ora svolgeva funzioni da allenatore presso le Università, ed è chiaramente lui ad insegnare al ragazzo i fondamentali del gioco sin da quando ha sette anni, trascorrendo ore al fine di migliorarne il controllo di palla, la tecnica nei passaggi ed il tiro, specie dalla lunga distanza.

Gli insegnamenti paterni iniziano a dare i loro frutti sin dalle “High School” (il nostro liceo) che Pete frequenta dapprima alla “Daniel High School” di Central, South Carolina, per poi completare gli studi secondari alla “Needham B. Broughton High School” di Raleigh, North Carolina, a seguito dell’incarico ottenuto dal padre quale coach della North Carolina State University.

Concluse le superiori, Pete avrebbe avuto intenzione di iscriversi alla West Virginia University, ma proprio in quell’estate al padre viene offerto il ruolo di coach presso l’Università di Louisiana State, ed ecco che occasione migliore non vi è per trasferirvi l’intera famiglia e potersi prendere direttamente cura del proprio ragazzo e verificarne i miglioramenti.

Purtroppo, le regole dell’epoca, non consentivano alle matricole di essere inserite nella squadra che partecipa al Campionato NCAA, così che Pete deve attendere ancora una stagione per il suo debutto con i “Tigers”, pur facendo intravedere le sue grandi doti nella sua partita d’esordio contro i pari età, in cui mette a segno 50 punti, con l’aggiunta di 14 rimbalzi ed 11 assist.

E che la formazione di Louisiana State abbia bisogno di un innesto così importante lo dimostra la prima stagione da allenatore di “Papà Petar”, conclusa con un inglorioso score di 3 sole vittorie a fronte di 23 sconfitte, che, dall’anno successivo, con l’inserimento del figlio, si trasforma immediatamente in un ben più lusinghiero 14-12.

L’impatto di Pete sul palcoscenico della NCAA è di quelli che non si dimenticano facilmente, visto che nei suoi tre anni al College totalizza qualcosa come 3.667 punti – pari a medie/gara di 43,8 nel ’68, 44,2 nel ’69 e 44,5 nel ’70 – ed anche se LSU fallisce la qualificazione per le “Final Four” il suo contributo resta nella storia del Campionato Universitario, soprattutto laddove si consideri che all’epoca non era ancora stato introdotto il “tiro da tre punti” e, dato che molte delle conclusioni di Maravich giungevano da lontano, lo statistico di ESPN, Bob Carter, ebbe a calcolare, approssimativamente, che, qualora tale norma fosse stata in vigore, la media/gara della guardia dei Tigers avrebbe potuto raggiungere quota 57 punti.

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Maravich in azione con Louisiana State al College – da si.com

Fin troppo scontato che una “macchina da canestri” di siffatta natura – e per la quale, data la sua postura nell’eseguire il tiro da fuori come se tenesse in mano un revolver, gli era stato appiccicato sin dal liceo il soprannome di “Pistol Pete”, poi avvalorato dalle sue medie realizzative – fosse ben appetita dai Club Professionistici in occasione del Draft svoltosi il 23 marzo ’70 e, difatti, dopo che i Detroit Pistons scelgono Bob Lanier ed i San Diego Rockets si orientano su Rudy Tomjanovich, ecco che gli Atlanta Hawks, che hanno il terzo diritto di chiamata, non si fanno sfuggire il talento di Louisiana State.

Atlanta aveva chiuso la stagione al primo posto con un record di 48-34 solo per essere sconfitta pesantemente per 4-0 dai Los Angeles Lakers nella Finale della Western Conferece, e, con l’allargamento della Lega da 14 a 17 squadre e l’inserimento degli Hawks nella Central Division della Eastern Conference, si rendeva chiaramente necessario un rinforzamento della rosa a disposizione del coach Richie Guerin.

Una scelta peraltro discutibile, quella di Atlanta, visto che nel ruolo di guardia potevano contare su Lou Hudson, già da quattro anni facente parte della franchigia e che aveva chiuso la stagione con 25,4 punti di media, ed in più non era molto gradito ai “senatori” l’elevato contratto di quasi due milioni di dollari offerto alla matricola, una cifra alquanto considerevole al tempo.

Maravich, comunque, dimostra di meritare l’ingaggio ricevuto, con una stagione da 23,2 punti di media che gli vale l’inserimento nella “Squadra Rookie dell’anno” ed, oltretutto, scaccia i dubbi sulla sua incompatibilità con Hudson, visto che con il suo stile molto più eclettico e dinamico rispetto al compassato compagno, quest’ultimo ne giova incrementando la sua media a 26,8 punti per gara, anche se il rendimento degli Hawks peggiora, pur guadagnando l’accesso ai playoffs, dove sono eliminati al primo turno dai Campioni in carica dei New York Knicks.

Situazione che si ripete nella stagione successiva – che Atlanta conclude ancora con un record negativo di 36-46 – venendo nuovamente eliminata al primo turno dei playoff, pur dando filo da torcere ai Boston Celtics, da cui vengono sconfitti per 4-2 in una serie in cui Maravich (il quale aveva peggiorato le proprie media in “regular season” con 19,3 punti a partita) dimostra di poter rivaleggiare alla pari con i migliori giocatori della Lega, realizzando 27,7 punti di media con punte di 37 in gara-3 e gara-6 e di 36 in gara-4.

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Maravich in azione con gli Hawks contro i Boston Celtics – da nba.com

Questo positivo finale di stagione, che serve anche a scacciare le critiche dei soliti soloni che giudicavano il gioco di Pete più spettacolare che utile, è il preludio alla miglior annata di Maravich con gli Hawks, i quali ritornano ad uno score positivo di 46-36, con “Pistol Pete” capace di totalizzare 27,1 punti e 6,9 assist di media a partita (rispettivamente 5. e 6. posto nelle relative classifiche assolute) e, con i 2.063 punti realizzati, uniti ai 2.029 di Hudson, essi diventano la sola seconda coppia di una stessa squadra in grado di compiere l’impresa di superare entrambi quota 2.000 in una singola stagione, che vede per la prima volta Maravich altresì selezionato per l’All Star Game, esperienza questa che ripete altre quattro volte in carriera.

Ciò nonostante, i playoff sono sempre un tabù e, nonostante il cambio in panchina con l’arrivo di coach Cotton Fitzsimmons in sostituzione di Guerin, ancora una volta Atlanta è eliminata da Boston al primo turno, e l’anno successivo le cose vanno ancor peggio, con gli Hawks quinti nella “Regular Season” e fuori dai playoff, nonostante che Maravich disputi la sua miglior stagione dal punto di vista realizzativo, chiusa a 27,7 punti di media, secondo solo a Bob McAdoo dei Buffalo Braves.

Per Maravich è giunta l’ora di cambiare aria, e l’occasione gli viene offerta dall’ingresso nella Lega di una nuova franchigia, i New Orleans Jazz, che hanno bisogno di un giocatore in grado di far presa sul pubblico per il suo stile di gioco brillante ed imprevedibile.

Certo, essere il leader di una debuttante può essere divertente, ma di sicuro non gratificante a livello di risultati, ma comunque Maravich dimostra di svolgere il ruolo per cui è stato chiamato con la massima diligenza, ed anche se i Jazz concludono la stagione con il peggior record (23-59) della Lega, totalizza una media di 21,3 punti/gara, ma soprattutto pone le basi per il miglioramento della squadra.

Un impegno che dà i suoi frutti la stagione successiva, con New Orleans che migliora il proprio rendimento sino a 38-44 nonostante una serie di infortuni limitino a 62 le presenze di Maravich, che comunque conclude con una media punti di 25,9 inferiore solo a Bob McAdoo e Kareem Abdul-Jabbar, riuscendo l’anno seguente – nonostante un peggioramento nel record dei Jazz in “regular season” a 35-47 – a far sua la classifica dei realizzatori con 31,1 punti di media a partita, superando quota 40 in 13 occasioni, con un massimo di 68 raggiunto nella vittoria interna per 124-107 sui New York Knicks il 25 febbraio ’77, in una serata che resterà storica per aver tirato dal campo con oltre il 60% (26 canestri su 43 tentativi, ed, al solito, non era ancora stato introdotto il tiro da tre punti), oltre ad aver trasformato 16 tiri liberi su 19, uno “score” che nessuna guardia prima di allora aveva mai realizzato e che era in ogni caso la terza miglior prestazione di un singolo giocatore, dopo Chamberlain ed Elgin Baylor, con quest’ultimo che, proprio nel corso della stagione, aveva rilevato Butch Van Breda Kolff quale coach dei Jazz.

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Pete Maravich in azione con i Jazz – da si.com

La soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto è però mitigata dai sempre più frequenti problemi alle ginocchia – le cui articolazioni soffrono per lo stile di gioco della guardia, fatto di movimenti rapidi e di continui spostamenti per liberarsi al tiro o servire un compagno meglio piazzato – che portano Maravich a saltare 32 gare nel ’78 e 33 nel ’79, ed il rendimento di New Orleans fatalmente ne risente, tornando ad essere il fanalino di coda della Lega con sole 26 vittorie conseguite nel ’79.

A ciò si aggiungano problemi finanziari per la franchigia, che il proprietario Sam Battistone ha nel frattempo trasferito da New Orleans a Salt Lake City, costringendo a cedere la giovane promessa Truck Robinson, e le difficoltà fisiche di Maravich non gli consentono di allenarsi con profitto, con ciò inducendo il nuovo coach Tom Nissalke ad impiegarlo in soli 17 incontri nella prima parte della nuova stagione, per il disappunto sia del giocatore che dei numerosi fans di Utah che avevano accolto con soddisfazione il trasferimento dei Jazz nella città dei Mormoni, circostanza che finisce per determinare la messa della oramai 32enne guardia sul mercato, venendo acquistata a gennaio ’80 proprio da quei Boston Celtics che hanno nelle loro file la matricola Larry Bird, capace di realizzare 21,3 punti di media nel suo primo anno da “Rookie”.

La scelta di Maravich è condizionata anche dal fatto di cercare di chiudere la carriera con un titolo NBA, e nella seconda parte di stagione con i biancoverdi, fornisce il proprio contributo disputando 26 gare ad 11,5 punti di media, coi Celtics che realizzano il miglior score della Lega, con 61 vittorie.

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Maravich nella sua ultima stagione, ai Boston Celtics – da pinterest.com

I presupposti per la conquista dell’anello vi sono tutti, a maggior ragione dopo il 4-0 con cui Boston letteralmente spazza via Houston nella Semifinale di Conference, solo per trovare in Julius Erving ed i suoi Sixers un ostacolo insormontabile, venendo a propria volta sconfitti per 4-1, ad un passo dalla Finale per il titolo, ed il 105-94 con cui Philadelphia espugna il “Boston Garden” il 27 aprile ’80 fa calare il sipario sulla carriera di uno dei più grandi tiratori della storia della NBA.

Per ironia della sorte, proprio nella stagione del suo ritiro, la Lega introduce il tiro da tre punti e Maravich – a causa del ridotto impiego – ne infila 10 su 15 tentativi, il che fa pensare a quali potrebbero essere state le medie realizzative di un giocatore che viene incluso nella “Naismith Memorial Basketball Hall of Fame” nel 1987 e le sue maglie ritirate sia dagli Atlanta Hawks (n.44) che dagli Utah Jazz e dai New Orleans Pelicans (n.7).

Gli anni successivi al suo ritiro vedono Maravich dedicarsi a vita meditativa attraverso l’apprendimento dello yoga e lo studio dell’induismo, approfondendo le conoscenze circa l’esistenza degli extraterrestri e dedicandosi ad una dieta vegetariana e macrobiotica, prima di abbracciare la fede cristiana evangelica, asserendo di voler essere ricordato come … “un buon Cristiano che fa del suo meglio per servire Gesù, non come un giocatore di basket …!!”.

Questa sua nuova visione di vita, porta Maravich a volare il 5 gennaio ‘88 dalla Louisiana a Pasadena in California, chiamato da James Dobson – un esponente della Chiesa Evangelica – per registrare un intervento che sarebbe andato in onda in tarda serata nel programma radiofonico dallo stesso condotto e, nel frattempo, partecipa ad una partita amatoriale nella palestra della “First Church of Nazarene”, dove, ad un certo punto, si accascia al suolo colpito da un attacco cardiaco che lo stronca ad appena 40 anni di età.

L’autopsia rivela che Maravich aveva vissuto con un grave difetto congenito derivante dalla mancanza dell’arteria coronarica sinistra, il che stava a significare che la parte destra aveva dovuto sobbarcarsi un doppio lavoro sino a che la membrana non ha retto lo sforzo, determinandone la morte.

Aveva un cuore grande, “Pistol Pete”, più di quello che Madre Natura gli aveva fornito, e che poi, inesorabile, gli ha chiesto il conto.

IL “TRIENNIO D’ORO” EUROPEO DELL’ANDERLECHT ANNI ’70

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La Rosa dell’Anderlecht 1976 – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

Concluso – con la definitiva assegnazione al Brasile della Coppa Rimet al termine del Mondiale di Messico ’70 – un decennio caratterizzato, in Europa, dal predominio del calcio latino, manifestato, a livello di Club, dai successi di Real Madrid, Benfica e delle due milanesi, e sancito dalle vittorie nei Campionati Europei della Spagna nel ’64 e dell’Italia nel ’68, ecco che gli anni ’70 si aprono all’insegna della “rivoluzione del calcio totale proposta dall’Olanda in generale e dall’Ajax del fuoriclasse Johan Cruijff in particolare, cui si oppongono le “Panzer Divisionen” tedesche in un duello che raggiunge il culmine nella Finale Mondiale di Monaco ’74.

Sull’onda delle affermazioni degli “orange”, però, cresce parallelamente di livello anche il football dei cugini belgi, i quali anzi ne anticipano i tempi, qualificandosi per le fasi finali dei Mondiali ’70 nel mentre l’Olanda giunge solo terza nel proprio girone, preceduta da Bulgaria e Polonia, così come si qualificano, due anni dopo, per le semifinali del Campionato europeo, classificandosi al terzo posto dopo aver dovuto alzare bandiera bianca in semifinale nei confronti della Germania Ovest di Beckenbauer e Muller.

Emblema in campo nazionale è indubbiamente l’Anderlecht – il cui nome completo è “Royal Sporting Club Anderlecht” – Club fondato nel 1908 e che in patria è una sorte di “Juventus belga” dall’alto dei suoi 34 titoli e nove Coppe nazionali conquistate, assoluto protagonista degli anni ’60 con la vittoria di 6 scudetti, di cui 5 consecutivi dal 1964 al ’68, cui però non hanno fatto riscontro analoghe positive performance in campo europeo, con il miglior risultato in Coppa dei Campioni costituito dall’eliminazione ai Quarti di finale dell’edizione ’66 ad opera del Real Madrid, poi vincitore per la sesta volta del Trofeo, mentre a fine decennio, proprio quando in patria si afferma per tre anni consecutivi lo Standard Liegi, i “bianco malva” raggiungono l’atto conclusivo della Coppa delle Fiere, solo per essere sconfitti dall’Arsenal (3-1 a Bruxelles, 0-3 a Londra) nella doppia Finale.

Leader indiscusso di tale formazione – e da molti giudicato, non a torto, il più forte calciatore belga di ogni epoca – è la mezz’ala d’attacco Paul Van Himst, una carriera interamente spesa indossando la maglia degli “anderlechtois” con cui, dal 1959 al ’75, disputa 566 incontri complessivi (di cui 457 di Campionato), con ben 309 reti all’attivo, delle quali 236 in gare di Prima Divisione, il quale ha il solo difetto, se così si può dire, di esser capitato nel periodo sbagliato, ritirandosi, ironia della sorte, proprio alla vigilia dei successi europei del Club.

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Paul Van Himst in azione – da rsca.be

Il dominio dell’Anderlecht viene però offuscato, ad inizio anni ’70, dalla crescita esponenziale di un’altra formazione con cui divide la ribalta nazionale ed europea per l’intero decennio, vale a dire il Bruges (o Club Brugge, secondo la dizione fiamminga …), il quale, dopo un titolo conquistato nella notte dei tempi – si parla del 1920 – ne aggiunge ben cinque tra il 1973 ed il 1980, divenendo altresì uno spauracchio in campo continentale, dove, trascinato dai vari Bastijns, Cools e Vandereyken, giunge in Finale di Coppa Uefa ’76 e Coppa dei Campioni ’78, solo per essere, entrambe le volte, sconfitto dagli inglesi del Liverpool.

Con il Bruges a primeggiare in campionato, l’Anderlecht si “rifugia” nella seconda manifestazione nazionale, vale a dire la Coppa del Belgio, che in tale periodo si aggiudica per 4 delle complessive 9 volte in cui il Trofeo fa bella vista di sé nella bacheca societaria, con ciò acquisendo il diritto a partecipare alla competizione europea della Coppa delle Coppe, competizione in cui fa il suo esordio in maniera peraltro alquanto deludente, venendo eliminato al primo turno dell’edizione ’74 dallo Zurigo, nonostante all’andata una tripletta dell’olandese Rensenbrink avesse ribaltato il doppio vantaggio svizzero, poi vincitore al ritorno per 1-0 su calcio di rigore.

Abbiamo già parlato dell’addio al calcio giocato di Van Himst al termine della stagione ’75, che conclude salutando il proprio pubblico con la vittoria per 1-0 in Finale di Coppa sull’Anversa che consente all’Anderlecht una seconda chance per la conquista del Trofeo, e ricordiamo anche l’incidenza sul calcio belga del credo lanciato dai “nuovi profeti” olandesi, circostanza che non viene sottovalutata dalla dirigenza del Club, la quale affida nell’estate ’75 la panchina al tecnico batavo Hans Croon, già operante in Belgio alla guida di Waregem – condotto sorprendentemente alla vittoria della Coppa nazionale nel ’74 – e Lierse, con cui l’anno precedente aveva concluso il Campionato in un’onorevole settima posizione.

Ma se Croon può dare quel pizzico di olandesità alla squadra, ancora maggior sostanza ed esperienza la portano in dote gli acquisti dal Feyenoord dell’attaccante Peter Ressel e, soprattutto, l’innesto a centrocampo del pilastro dell’Ajax e della Nazionale arancione Arie Haan, con cui la Società della Capitale va a comporre un quartetto olandese che già vede presenti il portiere Jan Ruiter (in forza al Club dal ’71) ed il già citato attaccante Robbie Rensenbrink, prelevato nell’estate ’71 proprio dai rivali del Bruges.

Con questa perfetta commistione tra belgi ed olandesi – potendo altresì contare su uno “zoccolo duro” di esperienza costituto dagli anziani Van Binst, Vandendaele, Broos e Dockx, nonché sul talento emergente di Munaron, Coeck, Vercauteren e Van der Elst – l’Anderlecht si presenta ai nastri di partenza della Coppa delle Coppe ’76 che vede partecipare, come vincitrici dei principali tornei nazionali, squadre importanti quali l’Eintracht Francoforte, il West Ham, l’Atletico Madrid, la Fiorentina ed il Celtic Glasgow, senza dimenticare l’insidia, sempre presente, derivante dalle squadre dell’est Europa.

Ed è proprio una formazione dell’Europa orientale, il Rapid Bucarest, a tenere a battesimo la formazione belga, che esce sconfitta all’andata per una sfortunata autorete di Thijssen, riuscendo comunque a ribaltare la situazione al ritorno grazie a Van Binst in chiusura di primo tempo ed ad un rigore di Rensenbrink ad inizio ripresa.

Rotto il ghiaccio, il successivo abbinamento prevede la sfida contro gli slavi del Borac Banja Luca, la cui pratica viene sbrigata all’andata con un netto 3-0 (doppietta di Rensenbrink ed acuto di Coeck) che concede agli avversari la platonica soddisfazione di affermarsi per 1-0 al ritorno, in un turno che vede l’eliminazione a sorpresa della Fiorentina, mentre lo scontro tra Atletico Madrid ed Eintracht di Francoforte privilegia quest’ultimo, capace di aggiudicarsi entrambi i match.

Con l’appuntamento per i quarti di finale previsto per la successiva primavera, in casa dei “Reali” non si nasconde la soddisfazione per un sorteggio che li vede accoppiati ai gallesi del Wrexham, squadra militante nella Terza Divisione inglese, e che invece si rivela più ostico del previsto, dato che al “Parc Astrid” concede la sola rete in apertura di Van Binst ed, al ritorno, pareggia le sorti del doppio confronto all’ora di gioco, prima che Rensenbrink, a meno di un quarto d’ora dal termine, spazzi via i fantasmi dei supplementari.

L’approdo in semifinale conferma una certa qual fortuna nei sorteggi, evitando Eintracht e West Ham per affrontare i tedeschi orientali del Sachsering Zwickau capitanati dal mitico estremo difensore Jurgen Croy e che, dopo aver eliminato la Fiorentina, si sono permessi il lusso di sbattere fuori dalla competizione anche il Celtic Glasgow di Kenny Dalglish.

Questa volta, però, non vi sono sorprese di sorta, con l’Anderlecht convinto della propria forza e che non lascia scampo alcuno ai suoi avversari, grazie al raggiunto affiatamento tra le due punte Van der Elst e Rensenbrink che si incaricano di realizzare tutte e cinque le reti (3-0 nella ex Ddr, 2-0 al ritorno) che certificano la qualificazione per la finale di Bruxelles del 5 maggio ’76, avversari i londinesi del West Ham di Trevor Brooking, che hanno avuto ragione dei tedeschi dell’Eintracht Francoforte.

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Finale Coppa delle Coppe ’76 – da dhnet.be

Di fronte agli oltre 50mila spettatori che gremiscono le tribune dello “Stadio Heysel”, la finale non tradisce le attese, con gli inglesi a passare per primi in vantaggio poco prima della mezz’ora grazie ad Holland, abile a sfruttare una palla vagante in area, punteggio riequilibrato in chiusura di tempo da Rensenbrink che approfitta di un clamoroso errore della difesa avversaria, per mettere in rete a porta sguarnita un assist di Ressel.

E quando, in avvio di ripresa, la coppia Rensenbrink-Van der Elst confeziona la rete del raddoppio, con il giovane belga a fintare su di un avversario per poi collocare la palla nell’angolo alto alla destra dell’incolpevole Marvin Day, è opinione comune che l’inerzia della gara sia oramai dalla parte dei belgi, i quali, però, devono fare i conti con la nota combattività anglosassone, che si materializza con il punto del pari realizzato di testa sotto misura al 68’ da Keith Robson.

Tutto da rifare, dunque, con poco più di 20’ a disposizione, ma quando si hanno al proprio arco due frecce quali i più volte ricordati Rensenbrink e Van der Elst tutto è possibile e, difatti, dopo appena 5’, l’olandese si procura un calcio di rigore che lui stesso si incarica di trasformare, lasciando poi al più giovane compagno di reparto l’onore di chiudere definitivamente la contesa a 3’ dal termine con un assolo in contropiede degno del miglior George Best con tanto di difensore e portiere avversari messi a sedere per il deposito della sfera nella porta sguarnita.

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Rensenbrink trasforma il rigore del 3-2 – da skyrock.com

La prima, storica, vittoria di un Club belga nelle Coppe europee – mentre il Bruges viene sconfitto in Finale di Coppa Uefa dal Liverpool – viene completata con il bis in Coppa nazionale con un netto 4-0 a spese del Lierse, ex squadra allenata da Croon, il quale non viene però confermato, con il suo posto alla guida del Club preso dal “guru” del calcio belga, vale a dire quel Raymond Goethals che, nei suoi anni alla guida dei “Roten Teufels” (i “Diavoli Rossi”), aveva ridato prestigio alla Squadra Nazionale.

Il primo impegno sarebbe da “far tremare i polsi” a chiunque, trattandosi del doppio confronto per la Super Coppa Uefa contro i tre volte Campioni d’Europa del Bayern Monaco, ma non certo ad una vecchia volpe come Goethals che, limitati i danni all’Olympia Stadion, con Muller a siglare all’88’ la rete della vittoria dopo l’iniziale vantaggio belga con Haan, impartisce una vera e propria lezione di calcio ai celebrati tedeschi con un 4-1 targato Rensenbrink (doppietta), Van der Elst ed ancora Haan.

Con un organico interamente confermato, in campo nazionale l’Anderlecht dà vita ad un serrato testa a testa con i campioni del Bruges, risolto a favore di questi ultimi, con i quali si qualifica altresì per la Finale di Coppa, mentre a livello continentale la squadra, oramai acquisita coscienza dei propri mezzi, si sbarazza con non poche difficoltà dei “cugini olandesi” del Roda Kerkrade (2-1 a Bruxelles con reti di Vercauteren e Rensenbrink negli ultimi 2’ di gioco, 3-2 al ritorno dove tocca a Van der Elst realizzare una doppietta negli ultimi 10’), per poi maramaldeggiare a spese dei malcapitati turchi del Galatasaray (doppio 5-1, di cui 4 reti portano la firma di Rensenbrink).

Gli accoppiamenti dei quarti ripropongono una sfida agli inglesi, stavolta rappresentati dal Souhampton che, ancorché giochi in Seconda Divisione, si è permesso il lusso di sconfiggere nella “FA Cup Final” il favorito Manchester United, ed il vantaggio di 2-0 (a firma olandese, Ressel e Rensenbrink) maturato all’andata, viene vanificato al “The Dell” dai centri di Peach e MacDougall, prima che ci pensi Van der Elst, a 7’ dal termine, a siglare il goal qualificazione.

Semifinali che mettono in vetrina la “crème de la crème” continentale, visto che si affrontano, da un lato Amburgo ed Atletico Madrid, e dall’altro Anderlecht e Napoli, con i madrileni che, per il secondo anno consecutivo, vedono il loro cammino infrangersi contro i tedeschi, i quali ribaltano, con un netto 3-0, maturato nella prima mezz’ora di gioco, l’1-3 maturato all’andata al “Vicente Calderon”.

Al “San Paolo” di Napoli, con 90mila tifosi partenopei ad incitare i propri beniamini, i padroni di casa si impongono di misura, grazie ad uno spunto vincente del terzino Bruscolotti a 9’ dal fischio finale, ma una condotta di gara accorta al ritorno, consente all’Anderlecht di staccare il biglietto per la seconda finale consecutiva, con una rete per tempo siglate da Thijssen e Van der Elst.

Lo scenario, stavolta, è quello dello Stadio Olimpico di Amsterdam, dove l’11 maggio ’77 Anderlecht ed Amburgo si affrontano per una sfida decisiva che viene risolta nel finale di gara quando Steffenhagen viene sgambettato in area per la conseguente massima punizione trasformata dall’estrema sinistra Volkert per il vantaggio tedesco, poi arrotondato ad 1’ dal termine con il più classico dei contropiedi ancora orchestrato da Volkert, il quale consegna a Magath una comoda palla da depositare in rete per il 2-0 definitivo.

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Volkert trasforma il rigore dell’1-0 – da eupallog-cineteca.blogsport.it

E così, un’annata iniziata in gloria con la vittoria in Super Coppa Uefa, si conclude con un “tris” di piazzamenti, visto che, dopo il secondo posto in Campionato e la sconfitta in Europa, i “Bianco malva” capitolano anche di fronte al Bruges con un rocambolesco 4-3 nella Finale di Coppa del Belgio, che però consente loro di partecipare nuovamente alla Coppa delle Coppe, visto che i rivali hanno centrato l’accoppiata Scudetto/Coppa.

Avventura che l’Anderlecht affronta proponendo tra i pali l’olandese Nico De Bree, acquistato dal Molenbeek, e promuovendo Vercauteren come perno insostituibile del centrocampo, mentre la difesa viene rinforzata con l’innesto di Johnny Dusbaba, prelevato dall’Ajax ed in attacco viene prelevato, pure lui dal Molenbeek, il danese Benny Nielsen.

In campionato, la lotta con il Bruges è sempre più serrata, ma ancora una volta tocca all’undici di Goethals soccombere, anche se per il minimo distacco di un solo punto (51 a 50), con entrambe le squadre che avrebbero meritato il titolo per la loro indiscutibile forza, dimostrata in campo europeo, dove conquistano le rispettive finali di Coppa dei Campioni e Coppa delle Coppe.

Quest’ultima manifestazione, vede l’Anderlecht, dopo un iniziale allenamento contro il Lokomotiv Sofia (8-1 complessivo), abbinata al secondo turno proprio ai detentori dell’Amburgo (rinforzati dall’acquisto della stella del Liverpool Kevin Keegan …) e mai “vendetta” è stata più dolce del successo per 2-1 conquistato al “Volksparkstadion” davanti ad oltre 55mila tifosi tedeschi, grazie ad una rete di Rensenbrink a 2’ dal termine, poi difeso al ritorno, concluso sull’1-1 (reti di Van der Elst e dello stesso Keegan).

Al ritrovo di marzo, ai belgi toccano in sorte gli “ammazzagrandiportoghesi del Porto, che al primo turno hanno fatto fuori il Colonia ed al secondo il Manchester United, rifilando ai “Red Devils” un umiliante 4-0 allo “Estadio do Dragao”, dove anche l’Anderlecht paga dazio in virtù di una rete del fortissimo centravanti lusitano Fernando Gomes, per poi restituire il favore con tanto di interessi al ritorno, con un 3-0 che porta la firma di Rensenbrink, Nielsen e Vercauteren.

Con tutte le grandi già uscite nei turni precedenti, il livello delle semifinali non è di valore eccelso, abbinando all’Anderlecht gli olandesi del Twente Enschede, mentre l’altra sfida vede opposti Dinamo Mosca ed Austria Vienna, ed i belgi danno conferma della loro maggior compattezza difensiva rispetto al recente passato, facendo loro entrambi i confronti (1-0 in Olanda, rete del danese Nielsen, che ha scalzato nelle gerarchie Ressel nel ruolo di centravanti, e 2-0 al ritorno, grazie ai centri degli “ingrati” Haan e Rensenbrink), dando così appuntamento ai propri tifosi al “Parc des Princes” di Parigi il 3 maggio ’78 per la terza Finale consecutiva che li vede opposti all’Austria Vienna, vincitrice ai calci di rigore sulla Dinamo Mosca dopo due paritetici 2-1.

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Finale Coppa delle Coppe 1978 – da altervista.org

Sulla carta, si tratterebbe di una sfida impari – pur se gli austriaci possono contare su giocatori di indubbio valore quali il difensore Robert Sara, il centrocampista Herbert Prohaska ed il centravanti uruguaiano Julio Morales – ma le sorprese nelle Finali possono sempre essere all’ordine del giorno, anche se la rete con cui Rensenbrink sblocca il risultato dopo appena 13’ contribuisce a far svanire i primi dubbi, che poi vengono definitivamente cancellati con il micidiale uno-due in chiusura di tempo siglato ancora da Rensenbrink e Van Binst per il 3-0 con cui le squadre vanno al riposo e che fa sì che la ripresa sia poco più di una passerella in cui il punto del 4-0 messo a segno da Van Binst a 9’ dal termine rappresenta la classica “ciliegina sulla torta”.

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Scambio di gagliardetti tra i capitani Rensenbrink e Sara – da altervista.org

Per concludere in bellezza un ciclo trionfale, resta un “dispetto” da compiere ai danni degli arcirivali del Bruges che, per la seconda volta in tre anni, hanno dovuto soccombere di fronte al Liverpool, ed il fatto che tocchi proprio all’Anderlecht sfidare i “Rossi di Anfield” in Super Coppa Europea, mette quel classico pepe alla sfida, la cui gara di andata si disputa il 4 dicembre ’78 al “Parc Astrid” e vede gli uomini di Goethals – che nel frattempo hanno ulteriormente rafforzato il proprio potenziale offensivo con l’acquisto dell’olandese Ruud Geels dall’Ajax – aggiudicarsela per 3-1 in virtù delle reti realizzate da Vercauteren, Van der Elst e Rensenbrink, cui gli inglesi oppongono il solo centro di Case per il provvisorio pareggio.

Un vantaggio non certo rassicurante, dovendosi recare nella “tana di Anfield”, ma che l’Anderlecht riesce a gestire e, dopo il goal di Hughes a dare speranza alla “Kop” nel primo tempo, ci pensa Van der Elst al 71’ a zittire i 24mila presenti, rendendo vano il consueto spunto del “super sub” David Fairclough a soli 3’ dal termine.

Con questo quarto trofeo europeo in tre anni, si conclude il ciclo vincente dell’Anderlecht, che si era visto eliminare al secondo turno di Coppa delle Coppe dal Barcellona orfano di Cruijff dopo il 3-0 maturato all’andata, subendo analogo punteggio al ritorno e poi cedendo ai calci di rigore, ma resta per sempre impressa l’immagine di una squadra che ha saputo fondere insieme le due “anime” del calcio belga ed olandese in una organizzazione di gioco quasi perfetta …

DIEGO DOMINGUEZ, IL CECCHINO DEL RUGBY AZZURRO

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Diego Dominguez – da youtube.com

articolo di Giovanni Manenti

Inutile nasconderlo, la bellezza ed il fascino del rugby – capace di entusiasmare anche coloro che non sono addentro alle segrete cose di detta disciplina – è costituita dalla coralità del gioco, con quelle travolgenti azioni alla mano in cui l’ovale viene spostato alla massima velocità da una sponda all’altra del campo fino a che non venga trovato lo spiraglio giusto per superare la difesa avversaria e depositare la palla oltre la linea di meta, tant’è che la Federazione Internazionale ebbe – giustamente, a suo tempo – incrementato la validità di detta realizzazione, assegnandole 5 punti rispetto ai 4 precedenti.

Non sempre, però, ciò si rende possibile, in specie in gare equilibrate e decisive per l’assegnazione di un titolo, con i rispettivi pacchetti di mischia ben decisi a fronteggiarsi ed a non lasciare spazi agli avanti avversari, ed ecco che allora assume un ruolo spesso determinante la figura di un particolare “specialista” di cui ogni XV dispone, vale a dire il “calciatore”, colui che si incarica di trasformare le mete realizzate, indirizzare in mezzo ai pali le punizioni accordate dal direttore di gara, per non parlare del drop, il calcio di rimbalzo talmente importante da aver deciso ben due Finali mondiali, entrambe risolte ai tempi supplementari, e passate alla storia.

Chi non ricorda, difatti, il drop con cui, al 13’ dei tempi supplementari, il sudafricano Joel Stransky sentenzia i favoriti All Blacks mandando in delirio gli spettatori dell’Ellis Park di Johannesburg per consegnare, nel 1995, al proprio Paese una Coppa che valeva molto più di un semplice titolo mondiale, od ancora, il calcio stupendamente preparato e magistralmente realizzato dal mediano d’apertura inglese Jonny Wilkinson al 100’ di una stupenda Finale 2003 per sancire l’unica, sinora, vittoria di una squadra europea in Coppa del Mondo, tale da ammutolire il pubblico che assiepava le tribune dello ”Australia Stadium” di Sydney, nella speranza di vedere i Wallabies alzare per la terza volta al cielo la “William Webb Ellis Cup”.

E se, avere a disposizione un tale specialista risulta fondamentale per squadre di primissimo livello del Rugby mondiale, potrete ben capire quale sia l’importanza di un siffatto giocatore per formazioni di livello inferiore, le quali devono cercare di sfruttare ogni più piccola occasione per capitalizzare al massimo le minori opportunità che, fatalmente, hanno a disposizione quando devono affrontare i “Top XV” del Ranking mondiale.

Una di queste Nazioni a poter godere di un tale privilegio – per un periodo di ben 12 anni – è proprio l’Italia, e di questo deve ringraziare le origini, da parte di madre, che consentono all’argentino di nascita Diego Dominguez di optare per la divisa azzurra, pur dopo aver indossato, in due gare del Campionato sudamericano, la maglia biancoceleste dei Pumas.

Dominguez nasce a Cordoba, nella provincia omonima, il 25 aprile ’66 ed inizia a praticare lo “sport della palla ovale” nel Club “La Tablada”, mettendosi in luce tanto da essere convocato per le gare contro Cile e Paraguay del 10 e 12 ottobre ’89 valide per il Campionato Sudamericano, vinte entrambe sin troppo agevolmente dalla Nazionale argentina con gli inequivocabili punteggi di 36-9 e 75-7, ed in cui il “piede educato” di Dominguez si mette in evidenza siglando rispettivamente 16 (2 trasformazioni e 4 punizioni) ed 11 punti (4 trasformazioni ed una punizione).

L’opportunità per il XV azzurro di poter contare su tale fuoriclasse giunge con l’arrivo in Italia del mediano di apertura, tesserato nel ’90 dalla “Mediolanum Amatori” (poi rinominata “Milan Rugby” con l’ingresso nella “Polisportiva Milan” voluta da Silvio Berlusconi …), e dalla scoperta che la madre era nativa proprio del capoluogo lombardo, circostanza che consente a Dominguez di avere diritto alla cittadinanza italiana ed, una volta ottenutala, di poter scegliere la nostra Nazionale per la quale giocare.

L’apporto dell’italoargentino alle sorti del rugby meneghino è devastante, basti solo pensare che nelle sette stagioni trascorsi in Italia, l’Amatori – che dal 1988 al ’93 può contare anche sull’apporto dell’asso australiano David Campese – giunge in sei occasioni alla Finale Scudetto, vincendone quattro, sempre contro il Benetton Treviso, di cui le prime due (nel ’91 e ’93) con relativa facilità (37-18, con 26 punti di Dominguez, e 41-15, in cui i punti realizzati sono 20), mentre nelle ultime sfide, contro una formazione trevigiana che può contare su di un altrettanto straordinario fuoriclasse quale l’australiano Michael Lynagh, si assiste ad una vera e propria lotta all’ultimo calcio che li vede entrambi protagonisti.

A dimostrazione di quanto precisato in premessa, il match andato in scena l’8 aprile ’95 al “Plebiscito” di Padova, vede le due formazioni incapaci di andare in meta e, pertanto, il punteggio finale di 27-15 a favore dei milanesi è determinato proprio nella precisione dei calci, con Lynagh a realizzare tutti i punti dei suoi, convertendo in mezzo ai pali cinque calci piazzati, cui Dominguez risponde da par suo trasformando ben otto punizioni, cui si aggiunge un drop di Bonomi.

La sfida, manco a dirlo, si ripete esattamente un anno dopo, mutando solo lo scenario, che stavolta è il “Mario Battaglini” di Rovigo, e dimostra ancor di più l’importanza di Dominguez nell’economia della squadra, dato che i 6 punti di differenza tra le due squadre costituiti dal risultato finale di 23-17 derivano – dopo una meta a testa e quattro calci piazzati realizzati sia da Domiguez che da Lynagh – proprio da due drop che l’italoargentino mette a segno ad inizio ripresa, dando il via alla clamorosa rimonta di Milano, che aveva chiuso il primo tempo in svantaggio per 17-3.

Sin troppo ovvio che una siffatta potenzialità – Dominguez conclude la sua esperienza in Italia con 2.966 punti a suo favore, terzo di ogni epoca dietro ad Andrea Scanavacca con 3.368 e Stefano Bettarello con 3.206, ma con 17 e 18 stagioni, rispettivamente, disputate – rappresenti una sorta di benedizione per il Commissario Tecnico della Nazionale Bertrand Fourcade, il quale lo fa esordire il 2 marzo ’91 allo Stadio Flaminio di Roma, nel ruolo di tre quarti centro contro la Francia B (match perso dagli azzurri per 15-9), per poi inserirlo nella lista dei convocati per i Mondiali ’91 in Gran Bretagna dove l’Italia, inserita in un “Girone di ferro” assieme ai padroni di casa, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti, può solo portare a casa la vittoria contro questi ultimi, non sfigurando comunque né contro gli inglesi (sconfitta per 6-36) che, soprattutto, contro i Campioni in carica degli All Blacks, da cui è superata per 31-21.

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Una trasformazione di Dominguez – da onrugby.it

Ed è anche grazie all’abilità – oltre che nei calci, anche nella visione di gioco, dato il suo ruolo di mediano di apertura – di Dominguez, che nel frattempo si è accasato oltralpe al celebre club francese dello Stade Français di Parigi, con cui conquista altri quattro titoli nazionali, che l’Italia cresce nella considerazione internazionale, tanto da ricevere l’onore di essere ammessa, con l’avvento del nuovo secolo, al prestigioso e più antico Torneo del mondo, vale a dire il “Cinque Nazioni”, ed a cui partecipa per la prima volta nel 2000.

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Dominguez in azione con lo Stade Français – da reuters.com

Ed un evento di tale spessore – “storico”, verrebbe da dire, se di tale termine non si abusasse sin troppo – deve essere festeggiato nel migliore dei modi, ed opportunità migliore non può esservi del match d’esordio, in programma il 5 febbraio 2000 in uno Stadio Flaminio gremito in tutti e 24mila posti a sua disposizione, contro la Scozia capitanata da John Leslie e reduce dall’onorevole (18-30) eliminazione contro la Nuova Zelanda nei quarti di finale della Coppa del Mondo ’99, edizione che, al contrario, risulta la peggiore disputata dall’Italia, che se ne torna a casa con tre pesanti sconfitte, tra cui un umiliante 101-3 subito dagli All Blacks.

Occorre quindi una prova d’orgoglio per gli azzurri – che, per l’occasione, vedono per la prima volta sedersi in panchina il nuovo tecnico, il neozelandese Brad Johnstone – e chi, se non il loro indiscusso leader, può trascinarli al successo con una prestazione “monstre” in cui, oltre alla conversione dell’unica meta italiana realizzata da De Carli, trasforma 6 calzi di punizione e mette a segno ben 3 drop, per un totale di 29 dei 34 punti realizzati dall’Italia contro i 20 dei rappresentanti delle “Highlands”, e che rappresentano il suo massimo in carriera per singolo incontro in maglia azzurra, soltanto eguagliato il 10 novembre 2001 nel “test match” contro le Isole Fiji, ma a fronte di un successo ben più eclatante, per 66-10.

Purtroppo, per il Rugby azzurro, le successive prove non confermano le buone indicazioni fornite al debutto, con una sola altra vittoria nelle successive tre edizioni del neonominato “Sei Nazioni”, ottenuta il 15 febbraio 2003 nel consueto scenario dello Stadio Flaminio di fronte al Galles ed in cui, come al solito, la differenza nel 30-22 conclusivo a favore dell’Italia – con tre mete realizzate per parte – la fa il piede radiotelecomandato di Dominguez, il quale, oltre all’avvenuta conversione delle mete, trasforma una punizione e mette a segno gli ultimi suoi due drop sul suolo italiano, prima di salutare il pubblico che lo ha tanto amato scendendo in campo, la settimana successiva, per la sua 74esima ed ultima presenza in azzurro contro l’Irlanda e persa nettamente per 37-13.

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Festeggiamenti per la vittoria 30-22 sul Galles – da gazzetta.it

Per capire sino in fondo l’impatto che Dominguez ha avuto sul Rugby, non solo italiano, bensì internazionale, basti pensare che è stato il primo giocatore in assoluto a superare la barriera dei 1.000 punti segnati in “test match”, concludendo la carriera – comprese le due gare disputate con la maglia dei “Pumas” argentini – a quota 1.010, circostanza che, peraltro, lo fa essere a tutt’oggi al quinto posto della Classifica assoluta “All Time”, preceduto da “Mostri sacri” quali il neozelandese Daniel Carter (primo con 1.598 punti), il già citato inglese Jonny Wilkinson (secondo a quota 1.179), l’irlandese Roman O’Gara (terzo con 1.083 punti) ed il gallese Neil Jenkins, che lo precede di soli 39 punti, a quota 1.049.

Che dite, penso che siate tutti d’accordo sul fatto che sarà anche entusiasmante il gioco alla mano, ma se non si ha un sapiente “calciatore”, difficilmente si vincono trofei

JEAN BOITEUX, UN LAMPO NEL BUIO DEL NUOTO FRANCESE

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Jean Boiteux – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Il vecchio adagio che recita “Se Atene piange, Sparta non ride”, ben si adatta alla situazione del panorama natatorio tra i due paesi transalpini Italia e Francia, da sempre rivali in campo sportivo, i cui rispettivi rappresentanti in campo olimpico e mondiale devono attendere addirittura la fine del secolo per vedere premiati i propri sforzi, fatta salva, per i nostri colori, l’eccezione della patavina Novella Calligaris ad inizio anni ’70.

Ed anche in campo strettamente europeo, non è che le cose vadano molto meglio per i “tricolori” di entrambe le Nazioni, molto spesso costretti a raccogliere le briciole di ciò che viene loro lasciato dalle super potenze sovietiche e tedesche degli anni ’60 e ’70, mentre in precedenza anche Ungheria, Olanda e Gran Bretagna erano riuscite a far la voce grossa.

Ma, nonostante ciò, i primi anni del secondo Dopoguerra avevano fatto presagire futuri sviluppi di ben altra natura per il nuoto francese, da sempre specialista principalmente a stile libero, il quale propone una schiera di atleti in grado di primeggiare a livello continentale e capace di misurarsi, in un conteso mondiale, con i più accreditati rappresentanti di Australia e Stati Uniti.

I primi, tangibili, risultati di questa “nouvelle vague” transalpina si possono toccare con mano in occasione della prima edizione post-bellica dei Campionati Europei, che si tiene nel 1947 a Montecarlo ed i cui sono le ondine danesi a dominare in campo femminile, mentre nel settore maschile – in un limitatissimo programma, che prevede la disputa di tre gare a stile libero, una a dorso ed a rana e la sola staffetta 4x200sl – l’uomo dei campionati è proprio un francese, vale a dire il 18enne Alexandre Jany, che fa sue le medaglie d’oro sui 100 e 400sl – facendo registrare, su questa ultima distanza, il record mondiale di 4’35”2 – cui unisce l’argento in staffetta con il quartetto francese preceduto di soli 0”2 decimi dai rivali svedesi, mentre un terzo oro viene portato alla causa dal dorsista Georges Vallerey sulla distanza dei 100 metri.

Se la Francia primeggia a livello europeo, il contesto olimpico dell’anno seguente ai Giochi di Londra ’48 la riporta drasticamente alla dura realtà, costituita dallo strapotere dei ragazzi Usa che si aggiudicano – in campo maschile – tutte e sei le prove in programma, con il solo Vallerey a salire sul gradino più basso del podio sui 100 dorso, mentre Jany può solo, nuotando l’ultima frazione della staffetta 4x200sl, prendersi la rivincita sugli svedesi, soffiando loro il bronzo in una gara dove sia gli Stati Uniti che l’Ungheria, argento, scendono sotto il precedente limite mondiale.

Quando la torcia olimpica si spegne, gli atleti si danno appuntamento a quattro anni dopo, nel caso ad Helsinki ’52, avendo a disposizione il tempo per affilare le armi in vista di sognate rivincite e, nel caso degli scornati francesi, l’occasione migliore per mettersi in mostra è costituita dalla rassegna continentale di Vienna, in programma dal 20 al 27 agosto ’50.

Ancora una volta è Jany il punto di forza della formazione transalpina, il quale conferma i titoli europei di tre anni prima sia sui 100 che sui 400sl, pur se con tempi nettamente superiori – 57”7 sulla più corta distanza rispetto al 56”9 di Montecarlo ed addirittura 4’48”0 sui 400, con un peggioramento di quasi 13” se raffrontato al 4’35”2 con cui aveva dominato nella piscina del Principato – che non lasciano presagire possibilità di sorta in vista dell’appuntamento olimpico.

Di positivo, per il clan transalpino, vi è la crescita di altri due atleti, più portati alle medie/lunghe distanze, e cioè Joseph Bernardo (già componente della staffetta 4x200sl bronzo a Londra ’48) che giunge terzo sui 1500sl, e, soprattutto, il 17enne Jean Boiteux, il quale giunge alle spalle di Jamy sui 400sl e ripete l’argento sulla più lunga distanza, beffato per soli 0”2 decimi Hans-Gunther Lehmann (19’48”2 a 19’48”4), il che consente alla Francia di disporre di un eccellente quartetto per la staffetta 4x200sl che, però, ancora una volta, deve cedere – stavolta ben più nettamente, 9’06”5 a 9’10”0 – al quartetto svedese.

Jean Boiteux nasce a Marsiglia il 20 giugno 1933 ed il suo destino è già segnato alla nascita, visto che il padre, Gaston che poi diverrà il suo primo tifoso, è stato uno specialista del nuoto in mare aperto e, comunque, aveva al proprio conto la medaglia d’argento ai Campionati francesi del 1921 sulla anomala distanza dei 500sl, ma ancor più la madre, Bibienne Pellegry, che aveva partecipato sia ai Giochi di Parigi ’24 che ai successivi di Amsterdam ’28 quale componente della staffetta 4x100sl, classificatasi entrambe le volte al quinto posto.

Imparato a nuotare sin da bambino assieme ai fratelli Robert, Henry e Marie-Therese nella piscina da 25 metri costruita nella proprietà agricola di famiglia, Jean si dimostra sin da subito il più talentuoso della prole, cosa di cui si accorge “Papa Gaston”, il quale lo segnala ad Alban Milville, allenatore proprio di Jany, affinché lo prenda sotto le sue cure quando il ragazzo è appena 13enne, con i risultati appena sopra ricordati, costituiti dalle tre medaglie d’argento vinte agli Europei ’50, dopo che nello stesso anno si era preso il lusso di battere, per la prima volta, ai Campionati francesi, Jany sui 400sl.

Milville si rende conto che, per motivi strettamente anagrafici – Boiteux rende a Jany quattro anni esatti di età – e visti anche i peggioramenti cronometrici del secondo, l’uomo su cui puntare per una medaglia individuale alle Olimpiadi di Helsinki ’52 sia proprio il non ancora 18enne Jean, ma certamente occorre migliorare i tempi fatti registrare alla rassegna continentale, poiché altrimenti il podio rappresenta una mera utopia.

Ed il 1951 è l’anno della svolta per Boiteux, che il 10 luglio, nella familiare piscina di Marsiglia, nuota i 400sl in 4’33”3, tempo che rappresenta, oltre al record nazionale, anche il primato europeo, per poi far parte, il 2 agosto seguente, del quartetto composto anche da Willy Blioch, oltre ai citati Jamy e Barnardo, che polverizza il record mondiale della staffetta 4x200sl, stabilito dal Giappone in 8’40”6 il 2 aprile ’50, abbassandolo ad 8’33”0.

Oltre ai primati, Boiteux rafforza la propria autostima facendo incetta di medaglie in occasione della prima edizione dei Giochi del Mediterraneo, che si svolgono ad ottobre del medesimo anno ad Alessandria d’Egitto, dove, dopo il bronzo sui 100sl vinti da Jamy – e con l’argento conquistato dal nostro Carlo Pedersoli, futuro “Bud Spencer” – non ha alcuna difficoltà a far suo l’oro sulle più lunghe distanze dei 400 e 15090sl (in entrambi i casi precedendo Bernardo), nonché quale componente della staffetta 4x200sl, vittoriosa con largo margine sul quartetto spagnolo.

La Federazione Francese sa che può nutrire qualche chance di medaglia in vista dei Giochi di Helsinki, per i quali seleziona Jany ed Aldo Eminente (di chiare origini italiane) per i 100sl e la coppia formata da Boiteux e Bernardo impegnata su 400 e 1500sl, con i quattro a costituire l’ossatura della staffetta 4x200sl, visto che il programma olimpico non ha ancora allargato il numero delle prove previste.

Peraltro, c’è da dire che ai progressi della scuola transalpina nello stile libero – tali da non avere rivali a livello europeo – hanno fatto riscontro altrettante prestazioni di rilievo in campo mondiale, dove, a parte i 100sl – il cui primato è ancora fermo al 55”4 stabilito nel ’48 dall’americano Alan Ford, poi argento ai Giochi di Londra – sui 400sl il quadriennio post olimpico aveva visto il primato di 4’35”2 di Jany migliorato dapprima dal giapponese Furihashi e poi per ben tre volte dall’australiano John Marshall sino a 4’26”9, ben 6” in meno del primato europeo di Boiteux.

Fortuna vuole che l’australiano abbia sbagliato anno, presentandosi ai Giochi finlandesi in precarie condizioni di forma, come, del resto, gli anni iniziano a farsi sentire anche per Jany, il quale non riesce a centrare l’accesso nella Finale dei 100, dove il buon nome francese viene salvato da Eminente, comunque non meglio che settimo in 68”7 nella gara vinta il 27 luglio ’52 dall’americano Scholes in un peraltro modesto 57”4.

Il giorno seguente, scendono in acqua i protagonisti dei 400sl per affrontare le batterie, con il programma che prevede per il giorno seguente la disputa delle tre serie di semifinale ed il 30 luglio la Finale, con Boiteux che non ha difficoltà ad aggiudicarsi la quarta batteria in un comodo 4’45”1, mentre se la prende troppo comoda, nuotando la prima serie in un 4’53”5 che gli vale la quarta piazza, salvando per un soffio l’eliminazione già al primo turno.

Bernardo che conferma la sua “giornata no” il pomeriggio seguente, peggiorando il suo tempo e concludendo mestamente ultimo nella seconda serie di semifinali, mentre, al contrario, Boiteux si esprime sui suoi livelli allorquando, inserito nella prima serie assieme allo svedese Per-Olof Ostrand, capace in batteria di migliorare in 4’38”6 il record olimpico, dà vita ad uno splendido duello che porta i due europei a registrare i migliori tempi di accesso alla Finale, scendendo entrambi sotto il limite olimpico, con il francese ad avere la meglio sullo scandinavo (4’33”1, che abbassa di 0”2 decimi il proprio limite europeo, a 4’33”6).

Con il primatista mondiale Marshall quarto nella seconda serie di semifinale e fuori dagli otto finalisti, le speranze di assistere ad un clamoroso duello tra due nuotatori europei prendono sempre più piede, con l’americano di origini hawaiane Ford Konno che appare l’unico in grado di potersi inserire nella lotta per le medaglie.

Con queste previsioni della vigilia, ci si appresta, alle ore 17 del 30 luglio ’52 ad assistere a quella che resterà per molto tempo una data storica per il nuoto francese, con Boiteux posizionato sui blocchi di partenza in quarta corsia, con alla sua destra Konno ed alla sinistra Ostrand, mentre tra gli spettatori uno tra i più interessati è senz’altro “Papa Gaston”, il quale si è sobbarcato il viaggio da Marsiglia sino alla Scandinavia per assistere alle imprese del figlio.

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Papa Gaston assiste alla finale – da gettyimages.it

Consapevole che per avere una chance di vittoria deve nuotare al di sotto del proprio fresco record europeo, Boiteux imprime alla gara subito un ritmo forsennato che sorprende i suoi più diretti antagonisti, con Ostrand incapace di tenere il passo, mentre Konno, più portato alle lunghe distanze, cerca di ridurre il distacco dopo metà gara.

Indubbiamente stanco per lo sforzo profuso in avvio, Boiteux vede il proprio vantaggio ridursi negli ultimi 100 metri, con Konno a sferrare l’attacco decisivo alla virata dei 350, solo però per avvicinarsi al francese, il quale raccoglie i residui scampoli di energia per andare a toccare nel nuovo record olimpico ed europeo di 4’30”7, con l’americano buon secondo in 4’31”1 ed Ostrand a completare il podio in 4’35”2, curiosamente lo stesso identico tempo con cui Jany aveva fatto suo titolo e primato europeo a Montecarlo nel ’47.

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Konno, Boiteux ed Ostrand alla premiazione – da gettyimages.no

Non ancora resosi ben conto dell’impresa compiuta e bisognoso, più che altro, di riprendere fiato, Boiteux è involontario protagonista di una delle scene più famose e grottesche della Storia dei Giochi, quando si vede catapultare addosso un attempato signore che, sfuggito al controllo dei giudici e degli addetti alla sorveglianza, si tuffa in acqua tutto vestito e con il classico basco in testa ben prima che tutti ed otto i concorrenti abbiano completato la gara.

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Boiteux e papà Gaston in acqua – da gettyimages.it

La scena è talmente curiosa che subito i fotografi la catturano, mentre sulle tribune giornalisti, dirigenti e spettatori si interrogano su chi possa essere l’autore di quello – per certi versi, sconsiderato – gesto, interrogandosi in più lingue … “Il Manager …?”, “forse il Coach …?”, ricevendo la forse più scontata, ma meno prevedibile delle risposte (in francese …) … “Mais non, …. C’est Papa (Gaston) …!!”.

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Boiteux aiuta il padre ad uscire dalla piscina – da urheilumuseo.fi

E, con questa immagine da consegnare agli archivi del “Grande Romanzo delle Olimpiadi”, Boiteux – che il giorno seguente fallisce l’accesso alla Finale dei 1500sl, dopo aver nuotato in 2’06”4 l’ultima frazione della staffetta 4x200sl che consegna alla Francia il bronzo alle spalle di Stati Uniti e Giappone, con la soddisfazione di lasciare ai margini del podio il quartetto svedese – ancora non sa che la sua medaglia d’oro olimpica resterà ineguagliata in casa transalpina per ben 52 anni, prima che analoga impresa venga compiuta in campo femminile da Laure Manaudou nel 2004 ad Atene, curiosamente anch’essa sui 400sl.

Boiteux non riuscirà più a ripetersi ad alti livelli, né in campo europeo – argento in staffetta e non meglio che quinto sui 400sl a Torino ’54 – che tantomeno olimpico, giungendo sesto a Melbourne ’56 sui 1500sl, ma oramai il suo nome era e resterà per sempre scritto come una delle più belle pagine nella Storia del nuoto francese …

ARMANDO PICCHI, IL “CAPITANO” CHE NON HA MAI RINNEGATO LE SUE ORIGINI

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Armando Picchi – da altervista.org

articolo di Giovanni Manenti

In principio fu Valentino Mazzola, il capostipite della “storica” figura del Capitano, un ruolo che al giorno d’oggi ha perso gran parte del proprio significato, a parte la foto di rito ad inizio gara con i direttori di gara per la scelta del campo e lo scambio dei gagliardetti, visto che oramai con l’arbitro si possono permettere di discutere tutti e ventidue i giocatori e che gli stessi – specie nelle squadre di vertice – sono oramai diventati “aziende di se stessi”, contornati come sono da procuratori e sponsor che ne curano i relativi interessi coi vertici societari.

Ma, 50 o 60 anni fa non era assolutamente così, i giocatori erano sottoposti al vincolo, dell’Associazione Calciatori si era ben lontani dal parlarne, e quindi la figura del Capitano assumeva un ruolo importante all’interno dello spogliatoio poiché, oltre all’essere l’unico deputato ad interloquire con il direttore di gara, era anche colui che intratteneva i rapporti sia con il tecnico che, soprattutto, con la dirigenza, ed in particolare il Presidente, in specie per quanto riguardava gli ingaggi ed i premio partita, una specie di sindacalista, dunque.

E come il citato Valentino Mazzola aveva ricoperto al meglio tale ruolo nel “Grande Torino” dei cinque scudetti consecutivi, così un’altra epica figura ne avrebbe ricalcato le orme in un’altra eccezionale formazione, capace di dominare in campo nazionale per un quinquennio – con la conquista di tre scudetti che sarebbero potuti essere tranquillamente cinque consecutivi – ma con l’aggiunta della massima gloria in campo internazionale, campione d’Europa e del Mondo, tanto da fregiarsi anch’essa dell’appellativo di “Grande Inter”.

Stiamo ovviamente parlando di Armando Picchi da Livorno, nato nella città portuale toscana il 20 giugno 1935 ed alla quale resterà per sempre legato nella sua pur breve e tragica esistenza, anche quando i successi a livello mondiale lo porteranno a calcare i campi più disparati d’Europa e Sudamerica.

Ultimo di quattro fratelli, “l’Armandino” – un soprannome che nella sua città gli resterà appiccicato a vita – a differenza degli altri componenti la famiglia, non eccelle sui banchi di scuola, ma del resto poteva anche essere comprensibile, avendo come punto di riferimento, nonché idolo per un ragazzino di neanche 10 anni, il fratello maggiore Leo, di 14 primavere più anziano di lui, che nel primo Dopoguerra campeggiava all’Ardenza nel ruolo di elegante centrocampista, tanto da essere scelto dal Torino per la rifondazione della squadra dopo la tragedia di Superga del ’49.

Inseparabili, Leo e Armandino, che il fratello maggiore se lo coccolava portandoselo in giro sulla canna della bicicletta, con immancabile destinazione i “Bagni Fiume” dove si forgiavano i “veri Campioni” con interminabili partite nel “gabbione” – specialità tipicamente livornese, al pari del cacciucco, trattandosi, per chi non lo sapesse, di un campo in cemento recintato con porte minuscole e dove la palla non esce mai – dove le sfide vedevano misurarsi i grandi amici di Armando, il “Lupo” Balleri e Mauro Lessi.

Quando si ha un idolo, come nel caso di Leo, il sogno è quello, un giorno, di ripercorrerne le gesta e così, mentre il fratello maggiore – lui sì, anche studente modello, tanto da prendere la laurea in farmacia che utilizza per aprire una tale attività in città – tira gli ultimi calci sul prato dell’Ardenza, ritirandosi a fine stagione ‘54 con gli amaranto in Serie C, ecco che l’anno seguente tocca ad Armandino debuttare alla terz’ultima giornata di un Campionato che vede il Livorno conquistare la Promozione tra i Cadetti.

Gioia di breve durata, poiché al termine del successivo Campionato, concluso al penultimo posto, gli amaranto si ritrovano nuovamente tra gli allora Semiprofessionisti, con Picchi che inizia a ritagliarsi sempre più spazio in prima squadra, ma nel ruolo di mezz’ala però, prima che il tecnico Ugo Conti lo retroceda a terzino a far coppia con Lessi e Balleri a presidiare il centro area.

Il cambio tattico dà i suoi frutti e, nella stagione 1958-’59, conclusa dagli amaranto al quinto posto, non sono pochi gli osservatori che pongono il loro sguardo su quella difesa così ben organizzata, ivi compresi quelli della Fiorentina, ma alla fine a spuntarla è la Spal del Presidentissimo Paolo Mazza, che si porta a casa la coppia Picchi-Balleri nell’estate ’59.

Esordire in Serie A a 24 anni e per di più in una provinciale come la formazione estense, sembra ben lungi dal far presagire un futuro di successi, ma la splendida stagione disputata e conclusa con il quinto posto finale, miglior piazzamento della storia spallina, fa sì che lo scaltro Mazza intenda immediatamente “monetizzare” l’investimento dell’anno precedente, accettando di buon grado le offerte pervenutegli da Inter e Torino, con conseguente trasferimento dell’Armandino in nerazzurro e del “Lupo” ai granata.

L’approdo di Picchi all’Inter nell’estate ’60 coincide con l’arrivo sulla panchina del “Mago” Helenio Herrera, reduce dai trionfi catalani con i “blaugrana” del Barcellona, fortemente voluto da Angelo Moratti, Presidente nerazzurro dal 1955 e che, sinora, non era ancora riuscito a far girare a suo favore la supremazia cittadina del suo amico/rivale Rizzoli (Angelo pure lui …) che, con lui alla guida, aveva visto il Milan aggiudicarsi gli Scudetti del 1955, ’57 e ’59, mentre l’ultima stagione era toccato alla Juventus festeggiare, con i nerazzurri quarti a 15 punti di distacco.

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Armando Picchi ed Helenio Herrera – da wikipedia.org

Convinto che la scelta del “Mago” sia quella giusta, Moratti si svena per venire incontro alle elevate pretese del tecnico quanto ad ingaggio, ed i primi risultati sono alquanto confortanti, pur incappando l’Inter, alla 7.ma giornata, in una inaspettata sconfitta per 1-2 all’Appiani contro il Padova “catenacciaro” del Paron Rocco, contro il quale Herrera si troverà a rivaleggiare nei suoi successivi anni milanesi.

Sconfitta che giunge alla vigilia dell’appuntamento maggiormente sentito da Moratti, vale a dire il derby, in programma la settimana successiva, 20 novembre ’60, e che fornisce una svolta tattica importante per Herrera, in quanto, rimasto colpito dalla prestazione del libero biancoscudato Blason, si convince ad impiegare in tal ruolo proprio Balleri che, dietro consiglio di Picchi, l’Inter preleva dal Torino nel mercato autunnale, facendolo esordire proprio nel derby, che l’Inter si aggiudica per 1-0 con una rete in chiusura di primo tempo realizzata, pensate un po’, dall’Armandino, lesto a riprendere una corta respinta della barriera su punizione di Lindskog e trafiggere in diagonale Ghezzi, per quella che resterà la sua unica rete in Campionato con la maglia nerazzurra.

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Picchi, Lo Bello e Rivera, il “Derby” anni ’60 – da magliarossonera.it

L’Inter viaggia spedita in vetta alla Classifica, chiudendo l’andata in testa con 26 punti e tre di vantaggio sul Milan, ma nel mese di marzo incappa in una serie negativa di quattro sconfitte consecutive – comprese un secondo 1-2, stavolta interno, ancora contro il Padova e la sconfitta nel derby con analogo punteggio – che le fanno perdere la testa della Classifica ed, anche se l’esito del Torneo sarà inficiato dalla decisione della Lega in ordine al match di Torino con la Juventus – inizialmente dato vinto ai nerazzurri per 2-0 per invasione di campo per poi disporne la ripetizione a giochi ormai fatti – inizia a farsi opinione comune negli ambienti nerazzurri che i metodi di allenamento maniacali di Herrera portino i giocatori ad esaurire anzitempo le energie.

Un tarlo che, nella mente di Moratti, prende sempre più consistenza l’anno successivo, quando la storia si ripete, con i nerazzurri Campioni d’inverno con largo margine – 27 punti rispetto ai 23 di Fiorentina e Bologna ed ai 22 del Milan – e protagonisti di un crollo verticale nel ritorno, chiudendo la Stagione al secondo posto ed oltretutto alle spalle del Milan, guidato da quel Rocco, “bestia nera” di Herrera.

Con il tecnico impegnato nei Mondiali in Cile alla guida della Spagna, Moratti pensa seriamente alla sua sostituzione puntando su quell’Edmondo Fabbri protagonista del “Miracolo Mantova”, condotto dalla Serie D sino alla Massima Serie, ma in soccorso del “Mago” arriva proprio Picchi, il quale, da buon toscano, aveva intuito come Herrera avesse già trovata la soluzione “interna”, proprio con lo spostamento del “Capitano” – cui aveva nel frattempo anche consegnato i relativi gradi – nel ruolo di libero, sostituendolo a terzino con quel Burgnich prelevato dal Palermo e troppo frettolosamente “scaricato” dalla Juventus.

Già, e qui torniamo alla premessa, Herrera forse non è mai stato un tattico d prim’ordine – di lui si è sempre detto che non era in grado di leggere le partite – ma sicuramente un grande motivatore, psicologo e, soprattutto, conoscitore di uomini, date anche le proprie vicissitudini derivanti da un’infanzia vissuta in miseria, e non poteva passargli inosservato il carisma di Picchi, che lo faceva essere leader nonché allenatore in campo di una squadra che, oramai per tradizione consumata nel tempo, doveva essere considerata difficile da gestire.

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Inter Campione d’Italia 1962/63 – da piramidedicambridge.com

E Picchi, capitano silenzioso e forsanche timido fuori dal campo, sul rettangolo di gioco si trasforma, formando con Guarneri una insuperabile coppia centrale difensiva, dispensando consigli ai compagni e mettendo in pratica impeccabili chiusure sugli attaccanti lanciati a rete, divenendo il primo direttore, in fase difensiva, di un’orchestra la cui bacchetta veniva poi passata al genio calcistico di Luisito Suarez per dar vita ad una formazione che – compreso il lancio in prima squadra di Facchetti (altra geniale intuizione del Mago …), l’esplosione del talentuoso Sandrino Mazzola, la velocità dell’ala brasiliana Jair e l’estro a fasi alterne di Corso – per cinque anni domina in Italia, in Europa e nel Mondo, vincendo anche meno di quel che forse avrebbe meritato.

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Picchi, alla destra di Facchetti con la Coppa, festeggia la vittoria sul Real Madrid – da thesun.co.uk

Ma in una squadra così infarcita di campioni, il rispetto da parte dei compagni uno se lo deve conquistare, ed anche su questo aspetto Picchi si dimostra trascinatore, sia nel relazionarsi con il tecnico ed il Presidente per la gestione dei premi e degli ingaggi – lo stesso Moratti ammetterà che l’Armandino pensava più ai propri compagni che a se stesso, atteggiamento tipico della generosità livornese – che nel dare l’esempio sugli infuocati campi di Coppa dei Campioni e, soprattutto, nelle due trasferte sudamericane sul campo degli argentini dell’Independiente, dove più che partite di calcio si giocavano vere e proprie guerre, nel corso delle quali non era raro sentire il Capitano appellarsi allo spirito di patria per incoraggiare i compagni ed invitarli a non mollare, nonostante l’ambiente ostile e financo pericoloso.

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Scambio di gagliardetti tra Picchi e Coluna, Finale di Coppa Campioni ’65 – da wikipedia.org

Un atteggiamento, quello di Picchi, apparentemente schivo, ma che dentro di sé aveva forgiati la tempra ed il carattere dell’uomo di mare, in cui, anni dopo, si rispecchierà un altro grande leader dei “cugini” come Franco Baresi, nel mentre l’Armando riesce anche nell’impresa – dopo averli bonariamente presi in giro in allenamento – di portare, durante le ferie estive – che, puntualmente trascorreva nella sua amata Livorno, con al massimo qualche “puntatina” all’Isola d’Elba, altro che le vacanze esotiche del giorno d’oggi – i più celebrati campioni della “Grande Inter per cimentarsi nel “gabbione”, lì dove “veramente si vede chi ha le palle …!!”, per la gioia dei ragazzini dell’epoca che potevano ammirare da vicino giocatori così affermati, compreso addirittura Suarez (!!), ai quali immancabilmente si univano gli “amici di sempre” Lessi e Balleri.

E, soprattutto, Picchi è sempre stato esempio di una grande professionalità, che lo ha portato ad accettare qualsiasi decisione, anche la più amara, come per lo scarso impiego in Nazionale da parte di Fabbri (che, da buon rancoroso, forse non gli aveva perdonato di avergli impedito il suo mancato arrivo sulla panchina nerazzurra), il quale arriva a convocare per i Mondiali in Inghilterra addirittura la riserva Landini della retroguardia interista, ma lasciandolo fuori dai ventidue selezionati, ed altrettanto per essere stato scaricato da Herrera al termine dell’infausta stagione ’67 culminata con la perdita dello Scudetto a Mantova all’ultima giornata, la sconfitta in Finale di Coppa Campioni ad opera del Celtic e l’eliminazione in semifinale di Coppa Italia – ultima partita disputata da Picchi in maglia nerazzurra – proprio contro quel Padova che gli aveva dato la prima delusione nel novembre ’60.

A 32 anni suonati e con un palmarès di assoluto rispetto, Picchi avrebbe potuto concludere la carriera ed, invece, accetta di buon grado il compito di far da chioccia al neopromosso Varese del Presidente Borghi che, grazie al proprio contributo ed all’esplosione in attacco del giovane Pietro Anastasi, finisce il Campionato in un’eccellente ottava posizione, e, da un punto di vista personale, riguadagnandosi il posto in Nazionale, con nel mirino i Campionati Europei ’68.

Schierato dal nuovo Tecnico Ferruccio Valcareggi in tutte e sei le gare del Girone di qualificazione contro Cipro, Romania e Svizzera, Picchi scende in campo da titolare anche nell’andata dei quarti di finale a Sofia contro la Bulgaria per quella che sarà la sua ultima presenza in Azzurro, a causa di un violentissimo scontro di gioco con Jakimov, che pone di fatto fine alla sua carriera calcistica, pur rientrando l’anno seguente al Varese del quale assume anche la guida tecnica nel finale di Campionato, non riuscendo però ad evitarne il ritorno tra i Cadetti.

Picchi avrebbe voluto proseguire almeno un altro anno per inseguire il sogno di disputare in Messico quel Mondiale che gli era stato negato da Fabbri quattro anni prima, ma il suo ingaggio non venne suggerito da nessun allenatore di Serie A, temendo, non a torto, di allevarsi in casa un possibile sostituto e quindi, fatto buon viso a cattivo gioco, quale luogo migliore per sfogare la propria amarezza che ritornare a respirare il salmastro della sua Livorno, a cui non può certo dire di no quando gliene viene offerta la panchina, a fine dicembre ’69, con gli amaranto al quart’ultimo posto in classifica nel Campionato di B.

Ottima occasione per dimostrare le proprie qualità che Picchi non si lascia sfuggire, conducendo la squadra del cuore ad una più che tranquilla salvezza, concludendo il Torneo al nono posto, tanto da attirare le attenzioni del Presidente juventino Boniperti che sta mettendo le basi – dopo i nefasti anni ’60 trascorsi ad ammirare i trionfi delle milanesi – per il ciclo bianconero degli anni ’70 e non ha dubbi nel ritenere il 35enne livornese l’uomo giusto cui affidare il compito della ricostruzione.

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Picchi nelle vesti di allenatore Juventus – da wikipedia.org

Un compito al quale Picchi si avvicina con la solita, consueta, professionalità e dedizione – pur vivendo, sul piano umano, una difficile situazione familiare per una infezione causata alla moglie Francesca in occasione del parto cesareo del loro secondo figlio, Gianmarco, circostanza che fece temere per la vita della giovane – quando iniziano a manifestarsi le avvisaglie del terribile male al quale lui, Capitano di tante battaglie, dovrà arrendersi, spengendosi alla soglia dei 36 anni, il pomeriggio del 26 maggio ’71, proprio mentre alla sera i “suoi ragazzi” sarebbero scesi in campo per la Finale di andata di Coppa delle Fiere, contro gli inglesi del Leeds.

La notizia non fu comunicata ai giocatori per non disturbarli, ma ci pensò il cielo ad onorarne la memoria, con un violento temporale che indusse il direttore di gara a sospendere l’incontro, mentre la salma dello sfortunato Armandino veniva trasportata dalla Casa di Cura di San Romolo (frazione di Sanremo), dove era ricoverato, alla sua città natale, dove i familiari avevano predisposto per il mattino del 28, i funerali in forma strettamente privata.

Ma se Picchi non aveva mai dimenticato la “sua” Livorno, come è possibile pensare che i livornesi potessero dimenticare il “loro” Armandino, ed appena si sparge la notizia circa le volontà della famiglia, si verifica una sorta di sollevazione popolare – con a capo il Sindaco, i lavoratori portuali e le maestranze dei cantieri Orlando – affinché le esequie si tenessero in un orario in cui chiunque vi potesse partecipare per dare un ultimo, commosso saluto al “Capitano”, sollecitazione alla quale la famiglia non si oppone, con la funzione svoltasi alle 17,30 presso la Cappella della Misericordia gremita da rappresentanti di tutto il mondo calcistico ed una folla di quasi 20mila persone ad attendere il feretro all’uscita, dato che i negozi erano chiusi per l’occasione.

Livorno dedicherà allo sfortunato Armando il proprio stadio e, nel ricordarne la figura, il pensiero va a come sarebbe stato felice, l’Armandino, di tirar su – a sua immagine e somiglianza – quel Gaetano Scirea che il giorno della sua scomparsa era appena divenuto maggiorenne e che sarebbe approdato alla Juventus nell’estate ’74 solo per essere accomunato al “Capitano”, oltre che per classe, carisma e vittorie, anche per analoga, tragica e prematura scomparsa, manco a dirlo, alla stessa età di 36 anni.

La domanda, cui non ci è concessa risposta, è sempre la stessa …. “Ma perché, mio Dio, perché …??”

LA SANTAL PARMA E LA STORICA DOPPIETTA IN COPPA CAMPIONI DI VOLLEY

 

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Fonte gazzetta.it

Articolo di Giovanni Manenti

Di solito, i buoni risultati di una Nazionale – di qualsiasi sport di squadra si tratti – sono preceduti da altrettante affermazioni a livello internazionale da parte delle rispettive Società da cui i vari Commissari Tecnici possono attingere per costituire l’ossatura vincente della propria formazione da schierare nelle principali manifestazioni, siano esse Olimpiadi, Campionati Mondiali o Continentali.

Ed a questa, apparentemente lapalissiana, regola, non sfugge neppure “l’Italvolley targata Julio Velasco” in grado di dominare per un decennio il panorama pallavolistico mondiale, ad iniziare dalla conquista dell’alloro Europeo in occasione della rassegna continentale di Svezia ’89

E, difatti, il tecnico argentino assume la guida degli Azzurri dopo aver condotto, per tre stagioni consecutive, la “Panini Modena” all’atto conclusivo della Coppa dei Campioni solo per essere puntualmente sconfitto – pur variando ogni anno formula della Fase Finale – dai fortissimi sovietici del CSKA Mosca, vincitori da inizio ’70 sino al 1989 di ben 10 delle 20 edizioni di tale Trofeo, da loro detenuto sin dal 1986, allorquando in Finale era toccato ad arrendersi ad un’altra squadra italiana, la Santal Parma.

Sestetto parmense che, però, era stato in grado di realizzare un’impresa sino a quel momento impensabile per una formazione italiana, e cioè di far sua la prestigiosa coppa addirittura per due anni di seguito, riportando l’Italia sul trono europeo a livello di club che era stato già occupato nel 1980 dalla Klippan Torino dei vari Bertoli, Lanfranco, Dametto e Rebaudengo, sapientemente guidata in panchina da quel genio del Volley che risponde al nome di Silvano Prandi.

Successo indubbiamente prestigioso, quello dei ragazzi di Prandi, ma che era sembrato più come un fatto episodico che non l’inizio di un cambiamento al vertice delle gerarchie europee, considerando anche il fatto che, negli anni olimpici, le squadre sovietiche non prendevano parte alla manifestazione, pur se la squadra torinese aveva confermato la propria superiorità a livello nazionale, con i tre Scudetti consecutivi – i primi della sua storia – conquistati dal 1979 al 1981, con una formula che ancora non prevedeva l’adozione dei playoff per l’assegnazione del titolo.

Novità che la FIPAV introduce a partire dalla stagione successiva in cui si presenta, come antagonista principale per impedire il “poker” della formazione piemontese, la Pallavolo Parma che dall’inizio del decennio era entrata nell’orbita del colosso Parmalat assumendo la denominazione di Santal Parma – nel mentre Torino aveva variato il proprio sponsor da Klippan a Robe di Kappa – con ciò garantendo gli investimenti necessari per allestire un sestetto competitivo.

Ed il primo “colpo” messo a segno ottiene il doppio scopo di rinforzare Parma e, contemporaneamente, indebolire Torino, visto che a cambiare casacca è forse il giocatore, assieme a Franco Bertoli, più rappresentativo del panorama pallavolistico nostrano, vale a dire il centrale Gianni Lanfranco, nativo tra l’altro proprio del capoluogo piemontese.

Ciò non era comunque bastato a cambiare le sorti del torneo 1981, dominato in maniera addirittura irritante dalla squadra di Prandi & Co., capace di fare un sensazionale “cappotto” aggiudicandosi tutte e 22 le gare in programma, lasciando alle altre undici partecipanti al Campionato la miseria di appena 7 set vinti (!!), nel mentre a Parma Claudio Piazza sta tentando di costruire una formazione vincente, concludendo però la stagione in un modesto quarto posto, con 14 gare vinte a fronte di 8 sconfitte.

Sicuramente, l’esito del citato torneo sarà stata la molla che convince la FIPAV all’introduzione dei playoff, onde dare interesse ad un Campionato che, altrimenti, rischiava di perdere seguito da parte degli appassionati, ma comunque per ridurre il “gap” che separava Torino dalle altre pretendenti al titolo occorreva operare con oculatezza sul mercato.

Ed il club diretto da Carlo Magri – futuro Presidente FIPAV per ben 22 anni, dal 1985 sino alla corrente stagione – non si risparmia al riguardo, migliorando ogni reparto e facendo sì che nell’estate ’81 vestano la casacca biancoverde i centrali Errichiello e Vecchi, l’universale Pierpaolo Lucchetta e, soprattutto, in regia il fuoriclasse coreano Kim Ho Chul, al quale Piazza assegna il compito di dettare i tempi ed orchestrare il gioco della sua squadra.

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Il coreano Kim Ho Chul in azione – da vistodadentro.it

Incarico che l’esperto coreano svolge al meglio, consentendo alla Santal di lottare alla pari con la Robe di Kappa, tant’è che alla fine della stagione regolare le due squadre sono divise da appena due punti (42 a 40), essendosi “scambiate il favore” di espugnare una il campo dell’altra con l’identico punteggio di 3-2, con una ulteriore sconfitta per gli emiliani nel derby di Sassuolo contro l’Edilcuoghi.

Nessuna sorpresa, dunque, se le due squadre giungono alla Finale per il titolo avendo entrambe eliminato, con altrettanti doppi 3-0, Roma e Sassuolo i torinesi, Chieti e Modena i parmensi, ma l’esito della contesa stravolge il pronostico poiché, dopo il successo per 3-0 della Robe di Kappa in gara1, gli uomini di Piazza restituiscono identico score nella gara disputata al “Palaraschi” di Parma, per poi compiere l’impresa di andare a vincere per 3-1 al “PalaRuffini” e riportare a Parma un titolo che nella città ducale mancava dal ’69.

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La Santal festeggia il titolo 1982 – da youtube.com

Tale successo dischiude le porte dell’Europa e la Santal – che affronta la nuova stagione con la sola variazione nell’organico costituita dal rientro, dopo un anno a Modena, del palleggiatore Belletti in luogo di Goldoni, trasferitosi a Milano – dopo aver eliminato non senza qualche difficoltà i cechi della Stella Rossa Bratislava (1-3 esterno ribaltato dal 3-0 casalingo), non viene favorita dal sorteggio, poiché per approdare alla Finale a quattro, deve vedersela con i temibilissimi jugoslavi del Mladost Zagabria, compiendo una vera impresa in quanto – dopo il rocambolesco successo per 16-14 al quinto set a Parma – riesce a venire a capo di una situazione che appariva compromessa al ritorno, con gli slavi in vantaggio per 2-1, vincendo d’autorità gli ultimi due set per 15-10 e 15-9.

Accesso alla Fase Finale a quattro conquistato, e vantaggio del fattore campo, in quanto la poule, alla quale accedono, oltre alla squadra italiana, anche gli spagnoli del Palma, i francesi del Cannes ed i detentori del trofeo, vale a dire i sovietici del CSKA Mosca, si svolge con la formula del girone all’italiana dal 18 al 20 febbraio ’83 proprio al “PalaRaschi” di Parma.

Occasione migliore non può esservi per verificare la crescita della nostra pallavolo al cospetto dei fortissimi sovietici che, proprio l’anno prima, avevano infranto i sogni della Robe di Kappa di vincere una seconda Coppa Campioni superandoli per 3-1 (15-10, 15-3, 9-15, 16-14 i parziali) nel girone finale di Parigi, anche se il confronto diretto, in programma il 20 febbraio, all’ultima delle tre giornate, risulta ininfluente ai fini dell’assegnazione del Trofeo, in quanto il CSKA se ne è già guadagnato la conferma avendo superato per 3-0 sia il Palma che il Cannes, mentre la Santal era inciampata contro gli stessi francesi (sconfitta per 1-3) per cui anche in caso di un successo per 3-0 non avrebbe potuto conquistare la Coppa.

Ciò nondimeno, la gara serve per “testare” le possibilità di competere ai massimi livelli europei e le risultanze per Piazza non possono che essere positive, visto che i suoi ragazzi cedono solo al quinto set, perso per 9-15, dopo essersi trovati sul 2-1 a loro favore ed aver costretto i sovietici agli straordinari per far loro il quarto parziale per 19-17.

Voltata pagina, più o meno stesso copione si ripete in Campionato, concluso dalla Robe di Kappa in testa con i soliti due punti di margine sugli emiliani per poi scontrarsi nuovamente in Finale playoff e, come nel 1982, i parmensi riscattano la sconfitta per 2-3 in gara1 vincendo con identico punteggio la sfida casalinga e quindi prendersi il lusso, per il secondo anno consecutivo, di festeggiare lo Scudetto sul campo dei rivali, espugnando il parquet del “PalaRuffini” con un 3-0 che non ammette repliche.

Si parte dunque per una nuova avventura, che vede la rosa a disposizione di Piazza rinforzata in attacco con l’acquisto del ventenne schiacciatore argentino Hugo Conte – che farà molto bene anni dopo a Modena – prelevato dal Cannes, ed il cammino europeo dei parmensi, pur facilitato, occorre dirlo, dalla già ricordata assenza delle squadre sovietiche trattandosi di anno olimpico (tra l’altro con la beffa del boicottaggio dei Paesi del blocco sovietico alla manifestazione), rischia di interrompersi già agli ottavi allorché, abbinato ai temibili avversari del CSKA Sofia (sempre comunque una squadra dell’Esercito di fronte …), a fronte del 3-1 casalingo subisce identica sconfitta al ritorno nella capitale bulgara, superando il turno solo grazie al quoziente punti.

Scampato il pericolo, non possono costituire un serio ostacolo gli olandesi del Vorburg, superati per 3-0 sia all’andata che al ritorno, potendo così staccare il pass per le Finali in programma a Basilea dal 17 al 19 febbraio ’84, dove il Santal ritrova il Cannes, oltre ai cechi del Dukla Liberec ed agli jugoslavi del Mladost Zagabria, desiderosi di riscattare la sconfitta patita l’anno precedente.

L’assegnazione del Trofeo si definisce subito alla prima giornata, quando il 17 febbraio si disputa l’atteso incontro tra la formazione italiana e quella croata (anche se all’epoca appartenente alla ex Jugoslavia), il cui esito è quanto di più palpitante il volley possa offrire, con il sestetto slavo avanti 2-0 frutto di due parziali entrambi chiusi sul 15-9, per poi subire la forse inattesa replica di Kim Ho Chul & Co. i quali, riacquistato morale dopo aver portato a casa il terzo set per 15-10, riescono a fronteggiare il desiderio di chiudere la gara da parte dei loro avversari, vincendo ai vantaggi 16-14 il quarto parziale per poi approfittare del crollo mentale per aggiudicarsi nettamente il quinto e decisivo set con il punteggio di 15-5.

Con il morale a mille, l’occasione è troppo propizia per vincere la prima Coppa Campioni della storia parmense e riportare il Trofeo in Italia a distanza di quattro anni, ed i ragazzi di Piazza non se la lasciano sfuggire e, regolando con un doppio 3-0 sia il Cannes che il Dukla Liberec, possono sfogare nel palazzetto elvetico la loro irrefrenabile gioia per aver portato vittoriosamente a termine il cammino intrapreso a dicembre.

Trionfo che fa passare in secondo piano il fatto che stavolta, la terza sfida-scudetto consecutiva contro la Robe di Kappa – che può ancora una volta beneficiare del vantaggio del fattore campo avendo chiuso in testa la stagione regolare – si concluda con la vittoria dei torinesi che, dopo la consueta vittoria di gara1, replicano il successo in campo esterno chiudendo la serie sul 2-0, così restituendo ai rivali l’esultanza di assicurarsi il titolo al “PalaRaschi”.

Ciò sta, inoltre, a significare che nell’edizione ’85 della Coppa Campioni, l’Italia ha due formazioni iscritte alla manifestazione, che però si riducono quasi subito ad una quando la formazione torinese (che ha perso l’abbinamento con la Robe di Kappa) crolla nel ritorno degli ottavi a Bucarest contro la Dinamo dopo aver vinto per 3-1 all’andata, venendo sconfitta 0-3 perdendo il secondo e terzo set rispettivamente per 14-16 e 13-15.

Nessun problema, viceversa, per la formazione di Piazza, la quale, peraltro, dopo aver facilmente eliminato gli olandesi Martinus Amstelveen con un doppio 3-1, si accingono a scrivere una delle pagine più gloriose della pallavolo azzurra, essendo stati abbinati, nei quarti di finali che decidono l’accesso alla poule finale a quattro, ai sovietici del Radiotechnik Riga capaci, l’anno prima, di interrompere l’egemonia interna del CSKA Mosca che durava da ben 14 anni consecutivi.

Occorre precisare come il Santal abbia perso il proprio regista Kim Ho Chul, tornatosene in Corea e rimpiazzato nel ruolo di palleggiatore da Piero Rebaudengo, prelevato da Torino, mentre al posto dell’argentino Conte vengono tesserati Stefano Recine, proveniente da Modena ed il polacco Wojtowicz, già in forza all’Edilcuoghi Sassuolo.

Proprio quest’ultimo è colui che più di ogni altro vive con ansia la sfida con gli “odiati” sovietici, pur se la formazione di Riga appartenga alla Lettonia e non propriamente alla Russia, ma tant’è, la disgregazione dell’impero sovietico era ancora lungi da venire e, pertanto, quando la sera del 9 gennaio ’85 le due squadre si affrontano al “Palazzo del Ghiaccio” su cui è stato montato un pavimento di legno, non sono molte le speranze per la squadra di Piazza, dato che, sino ad allora, nessuna squadra occidentale aveva vinto in casa dei “maestri” ed altresì nessun club italiano aveva mai sconfitto una formazione sovietica.

Con questo “doppio handicap” sulle spalle, l’impresa della Santal assume una rilevanza storica, sia per il punteggio di 3-1 a proprio favore che per l’andamento dei parziali (15-6, 8-15, 15-8, 15-6) che stanno a dimostrare una superiorità a dir poco disarmante, poi confermata sette giorni dopo al ritorno a Parma, riuscendo a contenere la voglia di riscatto dei propri avversari e chiudere con un altro successo per 3-2 al tiebreak il discorso qualificazione.

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Esultanza per il successo di Riga – da gazzetta.it

Con il rischio di sentirsi appagati e di snobbare le, viceversa, pericolose avversarie (tutte dell’Est Europa, Stella Rossa Praga, CSKA Sofia e Mladost Zagabria …) qualificatesi per il Girone Finale in programma a Bruxelles dal 15 al 17 febbraio ’85, la Santal si vede nuovamente costretta ad affrontare alla prima giornata il Mladost e, pur partendo ancora ad handicap perdendo il primo set, si rimette stavolta subito in carreggiata facendo suoi i successivi tre parziali con gli eloquenti punteggi di 15-10, 15-6, 15-8.

Superata poi senza eccessivi patemi, fatta salva una distrazione nel terzo set perso 16-18, la Stella Rossa Praga, il sestetto italiano si gioca la conferma del titolo di Campione d’Europa nell’ultimo incontro con il CSKA Sofia, sapendo che una eventuale sconfitta per 1-3 consegnerebbe il trofeo proprio ai bulgari e, dopo l’ormai consueta partenza con il freno a mano tirato, con il primo parziale appannaggio dei loro avversari per 18-16, i due successivi set – chiusi sul 15-3 e 15-9 – danno la certezza matematica del secondo trionfo consecutivo, per poi chiudere la gara per 15-5 al quinto.

Ed anche se, rientrato in competizione il CSKA Mosca, saranno proprio i sovietici ad impedire agli emiliani uno storico tris riappropriandosi del titolo, ironia della sorte, in una “Final Four” disputata ancora a Parma come nel 1983, ricacciando in gola agli spettatori del “PalaRaschi” la gioia che già erano pronti a sprigionare dopo il 2-0 maturato nel match decisivo, quella del 1985 sarà per sempre ricordata come “La squadra che fece l’impresa”, vale a dire essere la prima formazione italiana a vincere la Coppa dei Campioni di Volley con presente anche la rappresentante dell’Urss ….

MICHEL JAZY ED IL DECENNIO D’ORO DEL MEZZOFONDO FRANCESE

 

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Michel Jazy – da gettyimages.co.nz

articolo di Giovanni Manenti

Prima che sulla scena mondiale del mezzofondo irrompessero di prepotenza gli atleti africani – più portati alle gare veloci (800 e 1500 metri) i maghrebini ed alle più lunghe distanze (5.000, 10.000 e 3.000 siepi) i provenienti dagli altipiani – gli anni ’60 sono stati caratterizzati dal predominio dei rappresentanti dell’Oceania – Australia e Nuova Zelanda – che, con Peter Snell ed Herbert Elliott hanno rinverdito i fasti dell’alloro olimpico colto da Jack Lovelock sui 1.500 metri ai Giochi di Berlino ’36.

La vecchia Europa – il cui ultimo successo olimpico sugli 800 metri risale alle Olimpiadi di Los Angeles ’32 quando ad imporsi è il britannico Tommy Hampson – fatica a tenere il passo del resto del mondo, sia a livello di medaglie che di record stabiliti, ed in questo contesto si inserisce a pieno titolo il mezzofondista francese Michel Jazy, il quale per un decennio cerca di interrompere l’egemonia australe cimentandosi sia sul mezzofondo veloce che in quello prolungato.

Jazy nasce il 13 giugno 1936 ad Oignies da genitori polacchi in quanto il nonno vi si era trasferito alla fine della Prima Guerra Mondiale per lavorare in miniera, attività svolta anche dal padre di Michel, mentre la madre trova lavoro in una fabbrica di birra, tant’è che l’educazione del ragazzo è affidata alla nonna paterna, che usa metodi di correzione piuttosto severi nei confronti del nipote.

Sin da piccolo, Jazy dimostra una grande dimestichezza con la corsa, che pratica a piedi nudi, il che ne cementa le doti di resistenza, ma la sua grande passione – nonostante all’epoca in Francia non godesse di particolare notorietà – è il calcio, i cui suoi miti da ragazzo sono i giocatori professionisti del Lille piuttosto che del Lens, città a lui vicine.

Il destino mette a dura prova il giovane Michel con la scomparsa del padre all’età di 12 anni a causa della silicosi, cosa che lo fa desistere da seguirne le orme come lavoro in miniera e gli permette di cambiare radicalmente vita da quando gli è consentito di ricongiungersi alla madre, che nel frattempo si era trasferita a Parigi ed aveva contratto un nuovo matrimonio.

Una volta giunto nella capitale, Jazy si trova spaesato ed emarginato anche a causa del suo accento del Nord per il quale viene deriso dai suoi coetanei, non trovando di meglio che sfogare il proprio magone nel continuare a dare calci ad un pallone, ma anche a correre, attività che occupano il tempo libero avendo nel frattempo trovato un impiego presso una stamperia.

La svolta avviene quando un suo amico, tal Gerard Marzin, lo invita ad iscriversi ad una gara campestre che Jazy vince con facilità, convincendosi ad iscriversi al “Club Olympique de Billancourt” ed abbandonando definitivamente i sogni di diventare un calciatore professionista.

La possibilità di allenarsi con regolarità e metodologia sotto lo sguardo del suo primo allenatore, René Frassinelli, dà subito i suoi frutti allorquando nel 1953, a 17 anni, Jazy conquista il titolo di campione cadetto d’Ile de France di corsa campestre, il che lo qualifica per i Campionati nazionali dove si classifica secondo, superato solo dal marocchino Lahcen Benaissa, un eccellente risultato per un giovane, ma che risulta frustrante per l’orgoglioso Michel, che minaccia di abbandonare l’atletica e solo la pazienza e perseveranza del suo tecnico lo inducono a cambiare idea, così come il fatto di concludere la stagione con il titolo nazionale cadetti sui 1.000 metri in 2’39” netti, anche se giuridicamente “illegale” non avendo ancora la nazionalità francese.

Superato questo “intoppo burocratico”, Jazy può finalmente dedicarsi a quella che ora è diventata la sua primaria ragione di vita, vincendo nel ’55 il titolo di Campione nazionale juniores sui 1.500 metri per poi cimentarsi anche a livello assoluto, venendo però sconfitto dal miglior mezzofondista transalpino dell’epoca, Michel Bernard, di cinque anni maggiore di Michel e capace di spaziare dai 1500 sino ai 10.000 metri così come nella corsa campestre, tanto da conquistare in carriera ben 11 titoli di Campione francese equamente ripartiti tra le varie distanze.

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Bernard e Jazy – da blog50.com

L’anno seguente, Jazy si prende la rivincita sull’amico/rivale facendo suo il primo titolo (saranno nove in totale …) sui 1500 metri ai Campionati Nazionali con il tempo di 3’49”8 (una gara che, al suo ritiro, Michel dichiarerà essere una delle dieci migliori da lui disputate …), circostanza che convince i dirigenti della Federazione di puntare sul ventenne di origine polacca in vista dei prossimi Giochi Olimpici di Melbourne ’56, nonostante lo stesso Jazy riconosca che Bernard avrebbe avuto maggior diritto ad essere selezionato.

L’avventura olimpica per l’inesperto Jazy si conclude in batteria, in quanto il suo piazzamento in settima posizione con il tempo di 3’50”0 non gli consente l’accesso alla Finale – poi vinta dall’irlandese on Delany – ma è comunque proficua poiché gli consente di fare amicizia con il famoso mezzofondista Alain Mimoun (argento sia sui 5 che sui 10mila metri quattro anni prima ad Helsinki dietro la “Locomotiva umana” Emil Zatopek …), il quale è prodigo di consigli verso il talentuoso ragazzino, con cui si allena e – per il sempre sognatore Michel – potersi confrontare, sia pur in allenamento, con campioni del calibro del sovietico Vladimir Kuts, Gordon Pirie e lo stesso Zatopek, fa sì che nella sua mente essi diventino un modello da seguire così come lo erano i calciatori professionisti nella sua infanzia.

Sogni che rischiano nuovamente di infrangersi dopo la delusione patita ai Campionati Europei di Stoccolma ’58 dove Jazy, convinto di poter competere quanto meno per un posto sul podio, conclude i 1.500 metri in un anonimo decimo posto con il tempo di 3’45”4, a 3”5 di distanza dal vincitore, il britannico Brian Hewson.

La frustrazione è grande, ma buon per lui – e per l’atletica francese – che in suo aiuto giunga il giornalista de “L’Equipe”, Gaston Meyer, il quale si convince che il ragazzo possa scendere sotto i 3’38” sulla distanza e, come prima cosa, riesce a fargli ottenere un posto come tipografo al giornale, onde consentirgli di avere più tempo per allenarsi e lanciare così quella che lui stesso definisce “l’operation Jazy”, con un programma di allenamenti ben stabilito al fine di fargli acquisire quella forza muscolare e cardiaca che ancora gli manca.

Il progetto, finalmente, decolla e, nonostante Jazy abbia una stagione scadente nel 1959 a causa di ripetuti infortuni, si presenta in splendida forma (in “stato di grazia” secondo quanto da lui stesso asserito …) all’appuntamento clou costituito dalle Olimpiadi di Roma ’60, rinfrancato nel morale dal netto successo sull’ungherese ed ex primatista europeo Laszlo Tabori nell’ultima gara di preparazione ai Giochi.

Stavolta selezionato assieme al connazionale Bernard – il quale è iscritto anche sui 5mila metri, dove si classifica settimo nella Finale disputata il 2 settembre – Jazy è inserito nella terza ed ultima batteria dei 1.500 metri, in programma il 3 settembre, con i soli tre primi classificati a qualificarsi per la Finale, e nelle due serie precedenti la vittoria è andata al favorito australiano Elliott in 3’41”50 e proprio a Bernard, che ha concluso la sua prova in 3’42”34.

Jazy corre con giudizio, intento a centrare la qualificazione senza spendere troppe energie e concludendo la prova al secondo posto in 3’45”03, anche se è opinione diffusa che, per la Finale in programma tre giorni dopo, i favoriti per il podio siano, oltre ai ricordati Elliott e Bernard, anche l’ungherese Istvan Rozsavolgyi, giunto secondo dietro all’australiano in batteria, ma con l’ottimo tempo di 3’42”15.

L’andamento della Finale mette in risalto qualità tattiche sinora sconosciute per Jazy, in quanto si comporta diversamente dal connazionale Bernard, il quale tenta il tutto per tutto imponendo alla gara un ritmo alto sin dai primi giri, con l’intento di fiaccare la resistenza degli avversari, ma in realtà favorendo le intenzioni di Elliott che prende decisamente la testa al passaggio del primo chilometro per avviarsi in solitudine a centrare l’accoppiata oro e record mondiale di 3’35”6 (0”4 decimi migliore del suo stesso limite stabilito in Svezia ad agosto ’58).

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L’argento di Jazy a Roma ’60 – da alamy.com

Jazy, al contrario, non spreca energie, così come viceversa fa l’ungherese Rozsavolgyi nell’inutile tentativo di replicare all’attacco dell’australiano, per poi cedere nel finale ed essere rimontato dal francese che si mette al collo un insperato argento nel nuovo primato nazionale di 3’38”4, mentre Bernard conclude non meglio che settimo con il tempo di 3’41”5.

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Il podio dei 1500m. a Roma 1960 – da perthnow.com.au

Atleta, come avrete capito, alquanto soggetto agli sbalzi d’umore, Jazy tramuta l’euforia per l’insperato argento olimpico in energia positiva in vista dei futuri obiettivi che gli si presentano, primo fra tutti il Campionato Europeo di Belgrado ’62, appuntamento al quale si prepara al meglio stabilendo, il 14 giugno 1962 (giorno successivo al suo 26esimo compleanno …) allo “Stade Charlety” di Parigi, il record mondiale sulla inusuale distanza dei 2mila metri, coprendo la distanza in 5’01”8, 0”8 decimi meglio del precedente primato di Rozsavolgyi.

Con il morale alle stelle, Jazy non ha alcuna difficoltà a disporre di un lotto di avversari privo del citato magiaro ed anche dello svedese Dan Waem, argento quattro anni prima alla rassegna continentale e che aveva più volte sconfitto il mezzofondista transalpino nel corso del ’61, facendo suo l’oro nel suo miglior tempo stagionale di 3’40”9, con alle piazze d’onore, nettamente staccati, il polacco Baran ed il ceco Tomas Salinger.

Archiviati gli Europei, nuove sfide si profilano all’orizzonte per Jazy, di cui la prima, in chiave interna, decide una volta per tutte le gerarchie in casa francese attraverso una sfida a tre tra lui, Bernard ed il giovane promettente Jean Wadoux, lanciata da quest’ultimo e che ha luogo il 26 luglio ’63 allo Stadio di Colombes sulla distanza dei 1500 metri e che vede Jazy trionfare in 3’37”8, nuovo record europeo nonostante che i rivali centrino i rispettivi primati personali (3’38”7 per Bernard e 3’41”7 per Wadoux).

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Wadoux, Jazy e Bernard – da gettyimages.co.uk

Con un trio di eccellenza, quantomeno a livello continentale, le aspirazioni della Federazione francese per ben figurare alle Olimpiadi di Tokyo ’64 sono ben riposte, anche se Jazy, che vorrebbe gareggiare sia sui 1500 che sui 5mila metri, si vede costretto, a causa dell’inserimento nel programma olimpico delle semifinali sulla più corta distanza, a concentrarsi sul mezzofondo prolungato, che prevede le batterie il 16 e la Finale il 18 ottobre, mentre il calendario dei 1.500 pone al 17 le batterie, il 19 le semifinali ed il 21 la Finale, gara quest’ultima a cui si iscrivono Bernard e Wadoux, i quali concluderanno la prova rispettivamente al settimo e nono posto.

Jazy, al contrario, si qualifica per la Finale dei 5.000 metri vincendo d’autorità la prima delle quattro batterie, presentandosi per la Finale come uno dei pretendenti alla vittoria unitamente all’australiano Ron Clarke ed all’emergente keniano Kipchoge Keino, alla sua prima esperienza olimpica e che lascerà un segno indelebile nelle edizioni future.

Forse troppo sicuro del fatto suo, Jazy commette in Finale lo stesso errore di Bernard sui 1.500 metri a Roma, incaricandosi di fare l’andatura, unitamente a Clarke, sin dalle prime battute, ma senza riuscire a sgranare il gruppo dei contendenti, per poi sferrare l’attacco che ritiene decisivo al suono della campana dell’ultimo giro, prendendo un netto vantaggio che lo vede affrontare l’ultima curva oramai certo del successo, come lui stesso ammetterà alla stampa nel post gara, solo per piantarsi all’ingresso in rettilineo, con la testa a ciondolare per aiutare le gambe che non reagiscono più, circostanza della quale approfittano sia l’americano Bob Schul per andarsi a prendere l’oro in 13’48”8 che il tedesco Norpoth e l’altro americano Dellinger per estromettere dal podio un esausto Jazy.

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Il crollo finale di Jazy a Tokyo 1964 – da lequipe.fr

E così si può dire che, quanto sorprendente in senso positivo era stato l’argento di Roma ’60 sui 1500 metri, altrettanto lo diviene, ma stavolta da un lato negativo, il mancato oro di Tokyo su cui chiunque, a 200 metri dall’arrivo, avrebbe garantito che non sarebbe potuto sfuggire al campione transalpino.

Una mazzata da tramortire un toro, ma stavolta Jazy reagisce alla delusione olimpica con una fantastica conclusione di carriera nei suoi due ultimi anni di attività, dapprima togliendo il 9 giugno ’65 a Rennes il primato mondiale sul miglio al neozelandese Peter Snell (oro sugli 800 e 1500 metri a Tokyo) con il tempo di 3’53″6 e quindi prendendosi una platonica ma convincente rivincita in occasione della gara sui 5.000 metri disputata il 30 giugno ’65 ad Helsinki e che riunisce il gotha mondiale della specialità, comprendendo Ron Clarke, Keino, Robin Haase e le due medaglie d’oro di Tokyo sui 5 e 10mila metri, gli americani Bob Schul e Billy Mills, gara che Jazy si aggiudica davanti a Keino e Clarke, migliorando in 13’27″6 il proprio limite europeo, per poi preparare al meglio la sua ultima recita in occasione dei Campionati Europei di Budapest ’66.

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Jazy stabilisce il mondiale del miglio – da lequipe.fr

Intenzionato stavolta a tentare l’accoppiata 1500/5000 metri, Jazy si toglie l’ulteriore “sassolino dalla scarpa” vendicandosi anche del tedesco Norpoth, che lo aveva infilato nel rettilineo di Tokyo, precedendolo sui 1500 metri ma senza poter giungere alla vittoria, che arride all’altro tedesco Bodo Tummler in 3’41″9, e quindi completando la sua rivincita tre giorni dopo, nella Finale dei 5.000 metri, in cui Norpoth è l’ultimo ad arrendersi a Jazy, che si mette al collo il suo secondo oro europeo in 13’42″8.

Miglior finale di carriera non se lo poteva certo sognare, il mancato calciatore del Nord della Francia, il quale resta, a tutt’oggi, ad oltre 50 anni di distanza, l’ultimo francese ad essersi aggiudicato un titolo europeo nel mezzofondo prolungato.

ROLAND MATTHES, IL “SUGHERO” AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

 

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Roland Matthes – da sportdiaries.it

articolo di Giovanni Manenti

Quando si analizzano in retrospettiva i risultati sportivi ottenuti dagli atleti dell’ex Germania Est non si può non cadere nella facile conclusione che gli stessi sono condizionati dal dilagante “Doping di Stato” operante in tale regime politico, facendo come suol dirsi nel nostro Paese, “di ogni erba un fascio”.

Occorre peraltro, a nostro avviso, eseguire un distinguo ben preciso tra le pratiche – che definire vergognose è sin troppo clemente – messe in atto nei confronti delle sfortunate ragazze, oggetto di un programma ben studiato teso a migliorarne le prestazioni, e quanto viceversa accaduto in campo maschile, dove sono emersi campioni dei quali è ben difficile pensare che i loro successi siano dipesi dall’uso di sostanze proibite, in primo luogo per lo scarso numero dei medesimi rispetto all’universo femminile e poi in quanto il loro dominio si è protratto a lungo negli anni, situazione questa che difficilmente si abbina ad un uso prolungato di stimolanti.

Tra questi, colui che per distacco si eleva dalla massa è senz’altro il nuotatore Roland Matthes, il quale vede la luce a metà novembre 1950 a Possneck, cittadina di poco più di 10mila abitanti, posta nella Turingia a pochi chilometri di distanza dal confine con l’allora Cecoslovacchia, divenuto a cavallo degli anni ’70 il più grande dorsista che la storia delle piscine abbia mai incontrato.

Matthes ha avuto dalla sua un talento naturale invidiabile, frutto di una struttura fisica di incredibile leggerezza – 74 chili a fronte di 189 centimetri di altezza – che gli garantiva la possibilità di galleggiare e scivolare sull’acqua come nessun altro prima di lui, componente questa fondamentale specie in uno stile come il dorso dove il galleggiamento è tutto.

E pensare che questo fuoriclasse doveva essere stimolato per poter eccellere, poiché all’indubbio talento che Madre Natura gli aveva fornito, si contrapponeva un carattere indolente, poco incline agli allenamenti ed ai sacrifici; buon per lui – e per la ex Ddr – che ad intuirne le potenzialità sia stata l’ex ranista Marlies Grohe, sua allenatrice, la quale era costretta ad andare a prenderlo a casa per portarlo in piscina, lavorando anche sulla mente del ragazzo per convincerlo delle sue potenzialità e dei traguardi che avrebbe potuto raggiungere.

Ed i risultati, non mancano, a partire dall’età di 16 anni, quando il giovane Roland inizia ad apparire nelle graduatorie mondiali stagionali con il ventesimo tempo (1’03”6) sui 100 dorso ed il 18esimo (2’18”6) sulla doppia distanza, per poi esplodere definitivamente l’anno seguente in occasione di un meeting Urss-Germania Est, quando migliora entrambi i record europei, scendendo sotto il minuto sui 100, nuotati in 59”8 (a soli 0”2 decimi dal record mondiale di 59”6 stabilito dall’americano Thompson Mann in prima frazione della staffetta 4×100 mista ai Giochi Olimpici di Tokyo ’64), e coprendo in 2’11”2 le quattro vasche dei 200 dorso.

Matthes è ora pronto a lanciare la sfida agli specialisti americani in occasione delle Olimpiadi di Città del Messico ’68, appuntamento al quale si presenta da favorito su entrambe le distanze, dato che nel finale di stagione ’67 si era per la prima volta appropriato dei rispettivi primati mondiali, togliendoli a Charles Hickcox, nuotando i 100 in 58”4 ed i 200 in 2’07”9, a dimostrazione come l’anno 1967 rappresenti il chiaro momento di svolta nella carriera del fuoriclasse tedesco.

Nella capitale messicana, Matthes può altresì trarre vantaggio dall’allargamento del programma olimpico, che vede finalmente in calendario la disputa di tutte le distanze nelle varie specialità – sino al 1960 si erano disputati solo i 100 dorso, mentre quattro anni prima, a Tokyo, l’unica gara a dorso erano stati i 200, conclusi con un podio interamente monopolizzato dai nuotatori americani – scendendo per la prima volta in acqua il 21 ottobre per la disputa di batterie e semifinali della più breve distanza.

La pattuglia americana uscita dai Trials è composta da Hickcox (deciso a riprendersi lo scettro toltogli da Matthes a Lipsia nel settembre precedente), Ronald Mills e Larry Barbiere, e dall’esito delle qualificazioni appare evidente come per l’oro si tratti di una sfida a due, visto che Hickcox fa sua la prima semifinale in 1’01”6 e Matthes si mette alle spalle gli altri due americani, facendo sua la seconda in 1’01”3.

Ma nella Finale del giorno dopo, la superiorità del tedesco orientale è così evidente da sembrare irridente per i suoi avversari, permettendosi di andare a toccare nel nuovo record olimpico di 58”7, lasciando Hickcox ad 1”5 di distanza e consentendogli solo di vincere la “sfida in famiglia” con i suoi connazionali, che esclude dal podio Barbiere, giunto quarto.

 

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Matthes in azione sui 100 dorso a Messico 1968 – da youtube.com

La musica non cambia tre giorni dopo in occasione della gara sulla doppia distanza, nonostante nelle batterie del mattino fosse stato l’americano Mitchell Ivey a far segnare con 2’11”3 il miglior tempo di qualificazione, ma al pomeriggio “la dura legge di Matthes” si abbatte nuovamente sul trio “a stelle e strisceche subisce la netta superiorità del 18enne della Turingia che va a toccare in 2’09”6 (migliorando il record olimpico di 2’10”3 stabilito da Graef quattro anni prima a Tokyo), un tempo relativamente alto rispetto al limite mondiale dallo stesso ritoccato in 2’07”5 a due mesi dall’apertura dei Giochi, ma che trova la sua giustificazione nelle condizioni avverse sulle più lunghe distanze per gli atleti, dati gli oltre 2mila metri in cui si svolgono le gare.

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Matthes sul podio per la premiazione dei 200 dorso – da gettyimages.co.uk

Occorre ora aprire una parentesi sull’atteggiamento in gara di Matthes, al quale viene contestato il fatto di “centellinare” i propri record, stante è la sua superiorità rispetto al lotto degli avversari, onde poterli ritoccare poco alla volta, e ciò al fine di ottenere le ricompense in denaro previste dal regime comunista per ogni impresa del genere compiuta, cosa peraltro ampiamente giustificabile, stante lo “status” dilettantistico a cui doveva soggiacere.

A sostegno di questa tesi, vi è il fatto che, sulla più corta distanza, la maggior parte dei primati stabiliti da Matthes giunga proprio nella prima frazione a dorso della staffetta 4×100 mista – dove, a differenza della prova individuale, è costretto a dare il massimo per favorire la propria squadra – ed una riprova di ciò la si ha proprio in occasione della Finale olimpica del 26 ottobre, quando rifila al malcapitato Hickcox quasi 2”5 di distacco, facendo segnare il nuovo limite di 58” netti che serve a consentire al quartetto tedesco orientale di conquistare l’argento, dovendo gli altri componenti del quartetto subire la rimonta americana, in specie con Russell nella frazione a farfalla.

Mai prima di allora, si era visto un nuotatore dominare con tanta facilità una singola specialità – nella quale resterà imbattuto in ogni gara disputata per 8 anni, un mese ed 8 giorni sui 100 e per 7 anni, 10 mesi e 29 giorni sulla doppia distanza, un’impresa mai più ripetuta da alcun altro esponente del panorama natatorio – tant’è che i soprannomi si sprecano, dal “sughero” di italiana paternità, per la sua dote di galleggiamento, all’inglese “Rolls Royce”, per la potenza e l’eleganza mostrata in piscina, ma vi fu anche chi lo ribattezzò “grissino” od “uomo-pesce”, comunque sia è fuor di dubbio che Matthes abbia fatto fare al dorso un salto in avanti rivoluzionario.

Nei citati otto anni di incontrastato dominio, oltre a limare, come ricordato, i propri limiti mondiali, Matthes utilizza i Campionati europei per dilettarsi anche in altre specialità, non trovando rivali in grado di impensierirlo a dorso, e così alla rassegna continentale di Barcellona ’70 si prende il lusso di cimentarsi anche a stile libero, cogliendo un inatteso argento in 53”5 alle spalle del francese Michel Rousseau e fornendo il proprio contributo alle medaglie di bronzo conquistate dalle staffette 4×100 e 4×200 stile libero, allori tutti che si aggiungono, come logico, alla doppietta sui 100 e 200 dorso (58”9 e 2’08”8 rispettivamente) ed all’oro con la staffetta 4×100 mista.

Ma un’altra sfida ben più ardua attende l’oramai 22enne fuoriclasse della Germania Est, chiamato a ribadire la propria superiorità assoluta in occasione delle Olimpiadi che nel 1972 si svolgono proprio in terra tedesca, ancorché occidentale, vale a dire a Monaco di Baviera, alle quali gli americani si presentano con maggiori credenziali, capitanati da quel Mike Stamm che, per meno di un mese, il 20 agosto ’70, aveva osato strappare a Matthes il record mondiale sui 200 dorso con 2’06”3, exploit al quale Roland aveva replicato l’11 settembre, come sempre “di misura”, ritoccando il limite a 2’06”1.

E d’altronde, forza degli americani a parte, come si poteva non considerare Matthes in grado di confermarsi campione olimpico su entrambe le distanze, dato che si presentava ai Giochi bavaresi forte dei record di 56”3 sui 100 e di 2’02”8 sui 200, oltretutto entrambi ottenuti nel corso del medesimo anno olimpico …??

Impresa invero ardua, quella di cercare di contrastarlo, e comunque Stamm non lesina sforzi per riuscire nell’intento, imitato dal connazionale Ivey che, nella semifinale dei 100 dorso disputata il 28 agosto, migliora con 57”99 di un solo 0”01 centesimo il record olimpico stabilito da Matthes quattro anni prima a Città del Messico, tedesco che si risparmia nell’altra serie, comodamente vinta in 58”44.

Il giorno dopo, in Finale, Ivey paga lo sforzo profuso risultando l’escluso dal podio del trio americano, che vede sul gradino più basso salire John Murphy, mentre Stamm scende anch’esso sotto il precedente limite olimpico nuotando in 57”70, ma sempre oltre 1” superiore al tempo di Matthes, che con 56”58 si riappropria del record.

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Matthes in azione sui 100 dorso a Monaco 1972 – da gettyimages.co.uk

Stamm cerca di mettere pressione al rivale nuotando, al mattino del 2 settembre ’72, la seconda batteria di qualificazione dei 200 dorso nel tempo di 2’07”51 (largamente inferiore al record olimpico del Messico per le circostanze sopra ricordate …), solo per vedere, pochi minuti più tardi, Matthes coprire la distanza in 2’06”62 nel far sua la quinta ed ultima batteria, così da mettersi il cuore in pace in vista della Finale prevista nel tardo pomeriggio e che, difatti, incorona con il quarto titolo olimpico individuale il formidabile dorsista tedesco che, con 2’02”82 eguaglia il proprio limite mondiale, mentre Stamm conquista il suo secondo argento in un comunque eccellente 2’04”09 tenendo a bada Ivey, terzo in 2’04”33.

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Matthes al centro dopo la premiazione dei 200 dorso – da gettyimages.ie

Per l’americano “l’incubo Matthes” si materializza per l’ultima volta in occasione della prima frazione della staffetta 4×100 mista, dove il rappresentante della Germania democratica stampa un 56”30 che lo porta ad eguagliare anche in questo caso il proprio limite mondiale sulla distanza, e lancia i propri compagni verso l’argento, il massimo ottenibile contro lo strapotere del quartetto Usa.

La crescente popolarità assunta dal nuoto, porta la FINA ad organizzare i primi Campionati Mondiali, per i quali viene scelta come sede Belgrado, e che vanno in scena ad inizio settembre ’73 con la variante, per ogni Nazione partecipante, di poter schierare solo due atleti per gara, rispetto ai tre ammessi ai Giochi Olimpici.

Per Matthes la cosa non fa granché differenza, tanto più che, dopo aver disposto del solito Mike Stamm sui 100 dorso in 57”47 rispetto al 58”77 dell’americano, fornisce senza ombra di dubbio la sua più grande prestazione sulla doppia distanza, che si aggiudica in uno strabiliante nuovo record mondiale di 2’01”87, lasciando ad una distanza abissale di oltre 4” i suoi più diretti avversari, l’ungherese Zoltan Verraszto (2’05”89) e l’americano John Naber (2’06”91), di cui sentiremo ancora parlare, per poi contribuire all’argento della staffetta 4×100 mista ed al bronzo del quartetto della 4×100 stile libero.

Oramai Matthes ha raggiunto i propri limiti quanto a riscontri cronometrici – che difatti non riesce più a migliorare – ed inoltre la concorrenza a livello mondiale inizia a farsi più agguerrita, anche se ciò non gli impedisce di essere ancora protagonista ai campionati Europei di Vienna ’74, in cui conferma la doppietta di quattro anni prima a Barcellona, migliorando il record della rassegna continentale sia sui 100 (58”21 davanti al connazionale Lutz Vanja ed a Verraszto) che sui 200, dove deve però impegnarsi a fondo per aver ragione dell’ungherese, che cede per soli 0”12 centesimi (2’04”64 a 2’04”76), prendendosi anche la licenza di conquistare un argento sui 100 farfalla, alle spalle del connazionale Roger Pyttel.

I tempi per un passaggio di consegne iniziano ad essere maturi e ciò avviene in occasione della seconda edizione dei Campionati Mondiali, di scena a Cali, in Colombia, dal 19 al 27 luglio ’75, nei quali Matthes riesce a stento a confermare l’alloro iridato di Belgrado sui 100 dorso con il riscontro cronometrico di 58”15 rispetto al 58”34 dell’americano Murphy, ma subisce una pesante sconfitta sulla doppia distanza, restando addirittura ai margini del podio nella gara vinta da Verraszto in un peraltro neanche straordinario tempo di 2’05”05, in cui conclude con un 2’07”09 che non nuotava da circa sei anni.

Il passo d’addio di verifica l’anno successivo, in occasione della sua terza partecipazione ai Giochi Olimpici, stavolta in programma a Montreal, in Canada, e che vedono emergere un’altra stella di luminosa grandezza nelle sembianze dell’americano John Naber, il quale già ai Trials di Long Beach aveva tolto a Matthes il record mondiale sui 200 dorso, coprendo la distanza in 2’00”64.

Iscritto sui soli 100 dorso, Matthes si qualifica per la Finale facendo sua la prima delle due semifinali in 57”48 precedendo di soli 0”02 centesimi il connazionale Vanja, ma quando assiste alla performance di Naber, che nella seconda serie migliora in 56”19 il suo limite mondiale, capisce che per l’oro non vi è alcuna speranza e, difatti, il giorno dopo, è costretto ad abdicare dopo undici vittorie consecutive in gare individuali a dorso tra Olimpiadi, Europei e Mondiali, concludendo in un 57”22 che gli vale il bronzo dietro al duo americano composto dallo scatenato Naber, primo uomo a scendere sotto la barriera dei 56” netti con un sensazionale 55”49, e da Peter Rocca, argento in 56”34, appena 0”04 centesimi sopra il primato del tedesco orientale.

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Matthes sul podio dei 100 dorso a Montreal 1976 – da gettyimages.ie

Naber riscrive le gerarchie della specialità infrangendo anche la barriera dei 2’ sui 200 dorso, che si aggiudica in 1’59”19, con il podio interamente monopolizzato dai nuotatori Usa, tutti e tre al di sotto del precedente limite mondiale di Matthes, il quale si rende perfettamente conto che il suo tempo è finito, consapevole di aver comunque lasciato la propria eredità in ottime mani.

Non sappiamo se, nelle menti disturbate dei gerarchi dell’ex Ddr, fosse previsto – come avviene tra i cavalli – la generazione di un “super atleta” a seguito del matrimonio, svoltosi due anni dopo, nel ’78, tra Matthes e l’altra fuoriclasse del nuoto tedesco Kornelia Ender – che a Montreal, al contrario, aveva toccato il punto più alto della propria carriera, con quattro medaglie d’oro ed una d’argento – fatto sta che eventuali calcoli, stavolta, non avrebbero sortito l’esito sperato, visto che i due divorziarono dopo appena quattro anni ….

JOE DELOACH E LO “SGARBO” A CARL LEWIS A SEUL 1988

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Joe DeLoach e Carl Lewis festeggiano la “doppietta” sui 200 metri – da gettyimages.co.uk

articolo di Giovanni Manenti

Anche se non potevano esservi dubbi circa il valore tecnico delle quattro medaglie d’oro conquistate da Carl Lewis alle Olimpiadi di Los Angeles ’84, dato che alcuno dei rappresentanti delle Nazioni aderenti al boicottaggio appariva in grado di insidiarlo – e, del resto, l’anno prima, in occasione della prima edizione dei Campionati del Mondo ad Helsinki, il fuoriclasse statunitense si era imposto con facilità sia sui 100 metri che nel salto in lungo (specialità in cui gli Usa monopolizzarono il podio), portando poi la staffetta 4×100 al primato del mondo – il fatto, comunque, che si trattasse di “Giochi dimezzati”, faceva sì che il “Figlio del vento” venisse atteso alla conferma in occasione delle Olimpiadi di Seul ’88.

Nel frattempo, mentre Lewis continuava a dominare nel lungo, un micidiale avversario si era presentato all’orizzonte per quanto attiene alla velocità pura, vale a dire il canadese di origini giamaicane Ben Johnson, il quale gli infligge una pesante sconfitta sui 100 metri in occasione dei Mondiali di Roma ’87, pur avendo il campione americano corso in 9”93 (pari al primato mondiale dell’epoca, detenuto dal connazionale Calvin Smith …), correndo la distanza nel nuovo record di 9”83.

Con l’assillo di doversi confrontare con un avversario di siffatte potenzialità, Lewis si presenta agli “Olympic Trials” di metà luglio ’88 ad Indianapolis per saggiare quali siano le proprie condizioni in vista della sfida che tutto il mondo attende sulla pista coreana, ed il test – per quanto riguarda i 100 metri – risulta poco attendibile dal punto di vista cronometrico, in quanto alle spalle degli atleti soffia un vero e proprio tornado di 5,2m/s che inficia il tempo di 9”78 con cui il campione dell’Alabama si aggiudica la prova, pur se risulta più tangibile il distacco inflitto al secondo arrivato, Dennis Mitchell, che con 9”86 precede di un solo 0”01 centesimo Calvin Smith.

Due giorni dopo, il 18 luglio, Lewis è impegnato al mattino nelle due prime serie dei 200 metri – in cui registra il miglior tempo con 20”03 – mentre al pomeriggio deve sfidare la sempre agguerrita “concorrenza interna” per strappare il pass olimpico nel salto in lungo, gara che difatti si aggiudica con un ragguardevole balzo di m.8,76 resosi necessario per rintuzzare l’attacco di Larry Myricks, da parte sua atterrato a m.8,74.

Tocca ora, per completare l’opera e potersi iscrivere alle medesime quattro prove di Los Angeles, solo la disputa della finale dei 200 metri, in programma al tardo pomeriggio del 20 luglio e per la quale si qualificano ben quattro atleti del “Santa Monica Track Club” di cui fa parte Carl Lewis, vale a dire, oltre allo stesso, Floyd Heard, Henry Thomas ed un ventunenne del Texas, Joe DeLoach.

Quest’ultimo, nato il 5 giugno 1967 a Bay City, appartiene ad una numerosa famiglia (un fratello e ben 11 sorelle …!!), dimostrando sin da ragazzo eccellenti doti di velocista che lo portano a dedicarsi all’atletica leggera dopo aver accarezzato l’idea di distinguersi nel Football, avendo già dato prova delle sue qualità nel corso dei “Pan American Junior Athletics Championships” ’84, svoltisi a Nassau, nelle Bahamas, subito dopo la conclusione delle Olimpiadi di Los Angeles, dove il 17enne DeLoach si afferma sui 100 (10”49), 200 (20”94) e staffetta 4×100 (40”09).

Dopo tali successi, però, DeLoach non aveva dato granché seguito alla propria carriera ed ad Indianapolis aveva già giocato la propria carta di una qualificazione olimpica giungendo non meglio che quinto nella Finale dei 100 metri con il tempo (ventoso, come ricordato …) di 9”90, peraltro a soli 0”03 centesimi dal terzo posto di Calvin Smith che assicurava il pass per i Giochi.

Non erano in molti ad accreditare il 21enne texano circa le possibilità di battere Lewis e non fu poca, pertanto, la sorpresa quando fu visto tagliare per primo il traguardo nel suo “personal best” di 19”96 rispetto al 20”01 del più celebre ed affermato compagno di squadra, ma in molti ritennero che ciò doveva addebitarsi ai maggiori e ravvicinati impegni del “Figlio del vento”, rispetto al più diluito programma olimpico.

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Il successo di DeLoach agli Olympic Trials ’88 – da gettyimages

E poi, meglio affrontare un problema alla volta, e Lewis aveva una bella grana da risolvere, costituita dalla sfida a Ben Johnson sui 100 metri che aprivano il calendario delle gare in pista, con i primi due turni previsti per il 23 settembre e semifinali e Finale in programma il giorno appresso.

Quel che successe in quel fatidico 24 settembre è noto a tutti, con Lewis incapace di resistere allo strapotere di Johnson – che con 9”79 ritocca il suo stesso limite stabilito un anno prima a Roma – nonostante corra nel suo miglior crono (9”92) all’epoca, salvo poi vedersi assegnata la medaglia d’oro per la squalifica del canadese, risultato positivo al controllo antidoping, così che il suo 9”92 diviene anche il nuovo record mondiale, avendo la IAAF cancellato anche la prestazione di Johnson alla rassegna iridata ’87.

Con questa vittoria “a tavolino” ed il successivo, quasi irrisorio, successo di Lewis nella Finale del salto in lungo del 26 settembre – vinta con la misura di m.8,72 lasciando a debita distanza i connazionali Mike Powell (Argento con m.8.49) e Larry Myricks (bronzo con m.8,27) – ecco che le possibilità di un secondo, consecutivo, poker di medaglie d’oro sembra un’impresa tutt’altro che irrealizzabile, in vista delle semifinali e Finale dei 200 metri, in programma due giorni dopo, il 28 settembre.

Nei turni preliminari, svoltisi al mattino del giorno della Finale del salto in lungo, non si erano registrate sorprese, con tutti i migliori qualificati per le fasi finali della specialità, e Lewis ribadisce la sua ferma intenzione di assicurarsi anche questa medaglia d’oro aggiudicandosi la prima delle due semifinali con il tempo relativamente modesto di 20”23, controllando le pretese del brasiliano Robson Caetano Da Silva, secondo in 20”28, con gli altri ben più staccati.

Una certa preoccupazione, deve comunque essere intervenuta nella mente del fuoriclasse americano allorquando assiste, nella seconda semifinale, alla prestazione del suo giovane compagno di squadra, il quale dispone con una facilità disarmante di un cliente piuttosto ostico quale il britannico Linford Christie, lasciato a debita distanza e fermando il cronometro sui 20”06.

E’ impressione comune, fra gli addetti ai lavori, che Lewis debba impegnarsi a fondo per aver ragione di un DeLoach al quale rende sei anni di età e quando lo starter chiama gli otto finalisti ai blocchi di partenza gli occhi degli spettatori sono tutti puntati sulla terza corsia, occupata dal Campione olimpico uscente, e sulla sesta, dove viceversa prende posto il giovane sfidante texano.

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Il vittorioso arrivo di DeLoach sui 200 metri a Seul – da gettyimages

Indubbiamente, il sorteggio delle corsie favorisce Lewis, che ha DeLoach all’esterno quale punto di riferimento ed, al colpo di pistola, il più esperto sprinter mette subito in chiaro le proprie intenzioni, disegnando una curva perfetta che lo pone al comando all’ingresso in rettilineo, dove generalmente la sua progressione non lascia scampo agli avversari, ma stavolta DeLoach non molla, riuscendo a raggiungere il connazionale a dieci metri dal traguardo per poi sopravanzarlo negli ultimi appoggi sino a tagliare il filo di lana nel favoloso tempo di 19”75 a soli 0”03 centesimi dal primato mondiale stabilito nel ’79 dall’azzurro Pietro Mennea a Città del Messico, ed al quale, commentando la gara nella postazione Rai, sarà corso ben più di un brivido lungo la schiena.

A Lewis, secondo in un comunque eccellente 19”79, resta solo da far “buon viso a cattivo gioco e complimentarsi con il più giovane amico/rivale per essere riuscito in un’impresa unica nella Storia dei Giochi, vale a dire il fatto di essere stato il solo a sconfiggere il “Divino” in una prova individuale alle Olimpiadi.

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Lewis, DeLoach ed il brasiliano Da Silva alla premiazione – da gettyimages.co.uk

Per Lewis, la magra consolazione derivante dal fatto che, in ogni caso, non avrebbe potuto replicare il “poker di medaglie” di quattro anni prima, in quanto la staffetta 4×100 viene squalificata in batteria per il consueto cambio irregolare schierando la seconda formazione, restando comunque l’amarezza del fatto che DeLoach abbia scelto proprio quell’occasione per correre la “gara della vita, visto che quello resta l’unico acuto della sua breve carriera, successivamente caratterizzata da infortuni che ne precludono la continuazione ad alti livelli.

Resta, in ogni caso, più che valido il motto: …“Mai fidarsi degli amici …!!

DENNIS RODMAN, IL “VERME” VISSUTO DUE VOLTE

 

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Dennis Rodman – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Siamo in una notte di febbraio ‘93, a bordo di un pick-up vi è un uomo di colore che sta meditando sulla propria vita con un fucile carico appoggiato sul sedile di fianco, una scena neanche troppo infrequente negli Stati Uniti, dove il mercato delle armi è libero e le problematiche di ordine economico e sociale sono anch’esse all’ordine del giorno, specie tra i “colored”.

La cosa, però, assume un aspetto ben diverso, una volta chiarito che il luogo dove l’automezzo si trova è il parcheggio dell’Arena che ospita le gare interne della squadra di Basket dei Detroit Pistons e l’uomo all’interno altri non è che Dennis Rodman, uno dei leader della franchigia due volte campione NBA nel 1989 e ’90, il quale ha ancora tre anni di contratto a 4milioni di dollari a stagione.

Certo, dopo l’eliminazione al primo turno dei playoffs ’92, il campionato seguente era iniziato in maniera insoddisfacente per i Pistons e Rodman aveva appena divorziato dalla prima moglie, unione durata appena un anno e da cui era nata la figlia Alexis, un evento che lo aveva traumatizzato, ma da qui a togliersi la vita sembra che di differenza ce ne sia, e neppure poca.

Lo stesso Rodman, anni più tardi, nella sua biografia “As Bad as I wanna be” (“Così cattivo come voglio essere”), ammette di aver seriamente pensato a togliersi la vita, ma quella notte in cui ha rivisitato come in un film la sua esistenza sino ad allora, lo aveva convinto ad uccidere sì, ma l’altro Dennis, quello che era stato sino ad allora, ed iniziare un nuovo capitolo del suo cammino terreno.

Scelta quanto mai saggia, verrebbe da dire, e non c’è alcun dubbio al riguardo, ma d’altronde Rodman è un uomo che ha sempre vissuto di eccessi ed anche questo fa parte del personaggio, al quale, peraltro, la vita ha tutt’altro che sorriso sin dalla tenera età.

Nato, difatti, il 13 maggio 1961 a Trenton, nel New Jersey, Rodman, al pari della madre e delle due sorelle minori, viene ben presto abbandonato dal padre, militare nell’Aviazione americana, al ritorno dalla guerra nel Vietnam per andare a trasferirsi in pianta stabile nelle Filippine, un trauma dallo stesso mai totalmente superato, tanto da rifugiarsi nella frase “qualcuno mi ha messo al mondo, ma non per questo vuol dire che sia mio padre”.

Crescere in un ambiente matriarcale non facilita il cammino verso la maturità interiore di Dennis – al quale non contribuisce certo il nomignolo di “The Worm” (“il verme”) affibbiatogli da ragazzo per le sue movenze mentre giocava a flipper – che si dimostra sempre più timido ed introverso, specie rispetto alle sorelle, a differenza delle quali, che sin da piccole se la cavavano più che bene con la “palla a spicchi”, ha l’handicap dell’altezza, tant’è che al primo anno del liceo misurava meno di m.1,70 e così, mentre Debra e Kim vincono tre Campionati statali, al maschio di casa tocca quasi sempre sedersi in panchina e vedere giocare i propri compagni.

Una situazione a cui pone rimedio madre natura, facendo sì che il giovane cresca di ben 23 centimetri in due soli anni, così che al termine del liceo Dennis misura m.1,98 (che poi sarebbero diventati 2,01 …) e può quindi cimentarsi ad armi pari sotto canestro, mettendo sin da subito in evidenza quella che è la “specialità della casa”, vale a dire un’abilità fuori dal comune nell’andare a rimbalzo.

Nel suo passaggio al college – non uno dei più rinomati, trattandosi della “Southeastern Oklahoma State University”, associata alla NAIA (“National Association of Intercollegiate Athletics”) – Rodman riesce comunque a farsi notare realizzando in tre stagioni medie di 25,7 punti e 15,7 rimbalzi a partita, tanto che nel “Draft Nba” del 1986, viene scelto al secondo giro dai Detroit Pistons, che come prima opzione si erano assicurati le prestazioni di John Salley da Georgia Tech.

E’ la franchigia dei celebri “Bad Boys”, temuti per il loro gioco duro, e nella quale Rodman si trova perfettamente a proprio agio tra i vari Isiah Thomas, Joe Dumars, Adrian Dantley e Bill Laimbeer, ma soprattutto può finalmente avere come punto di riferimento una figura maschile che non esita a definire come il “suo vero padre”, nel coach Chuck Daly, ed anche se gli inizi non lo vedono inserito nel quintetto titolare, riesce comunque a dare il suo positivo contributo alle stagioni dei Pistons che, dopo aver perso la Finale della “Eastern Conference” ’87 portando comunque i Boston Celtics di Larry Bird a gara-7, si vendicano l’anno successivo, conquistando il diritto a sfidare nella Finale per il titolo i Los Angeles Lakers, dopo aver sconfitto stavolta 4-2 i Celtics.

Rodman dimostra di avere, oltre che braccia lunghe per andare a rimbalzo, anche una lingua non meno corta, permettendosi di esprimere valutazioni poco carine addirittura su Larry Bird, da Dennis considerato “sopravvalutato in virtù del fatto di essere un bianco in uno sport dove primeggiano gli atleti di colore”, un’uscita che gli vale non poche critiche, pur venendo difeso dal suo capitano, Isiah Thomas.

Meglio concentrarsi sul parquet, comunque, e dopo la sconfitta in gara-7 di fronte ai Lakers nelle Finali ’88, ecco che i Pistons si vendicano con il “cappotto inflitto a Magic & Co. l’anno successivo per il primo anello nella storia della franchigia, con Rodman che, in gara-3 (vinta da Detroit 114-110 al Forum di Inglewood) domina a rimbalzo conquistandone ben 19 per la propria squadra.

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Rodman festeggia il primo titolo NBA coi Pistons – da nbareligion.com

Un successo che i Pistons ripetono l’anno successivo, quando ancora una volta impediscono ai Chicago Bulls di un sempre più dominante Michael Jordan di aggiudicarsi il titolo della “Eastern Conference” in una serie dove a prevalere è il fattore campo ed in cui Rodman risulta il miglior rimbalzista della propria squadra con una media di 9,7 a partita, dopo aver compensato la partenza di Ricky Mahorn verso Minnesota con prestazioni tali da fargli vincere il premio di “Miglior Difensore dell’Anno”.

La Finale assoluta – che vede i Pistons opposti ai Portland Trail Blazers – anche in questo caso ha poca storia, con i ragazzi di Chuck Daly ad imporsi per 4-1, con un solo leggero passaggio a vuoto in gara-2 persa di un solo punto (105-106), ma dominando il resto degli incontri.

L’anno successivo la ruota gira a favore di Jordan e dei suoi Bulls che stavolta, rodati a puntino, non hanno pietà dei Pistons spazzandoli via con un inequivocabile 4-0 nella Finale di Conference ed aprirsi la strada verso il primo dei tre titoli consecutivi.

Il declino dei Pistons coincide con, viceversa, l’inserimento di Rodman in quintetto base, ma il tempo è impietoso per tutti, men che meno per coach Daly che, al termine dei playoff ’92, conclusi con un’eliminazione al primo turno da parte di New York, abbandona il club, proprio mentre Rodman di aggiudica il primo dei suoi sette titoli consecutivi di miglior rimbalzista della stagione regolare, con una media mai più superata di 18,7 a partita a fronte di 1.530 rimbalzi complessivi, una cifra mai raggiunta dai 1.572 di Wilt Chamberlain nel ’72 e che nessuno in seguito riuscirà più ad eguagliare.

Ma l’equilibrio mentale di Rodman non è dei più stabili e l’abbandono di Daly è per lui una mazzata dalla quale ha difficoltà a riprendersi, rischiando la tragica conclusione citata in premessa, per poi chiedere il trasferimento a fine stagione, nonostante avesse ancora tre anni di contratto per una cifra complessiva di 12 milioni di dollari.

A farsi avanti sono i San Antonio Spurs che lo ritengono, a ragione, il partner ideale dello “Ammiraglio” David Robinson, al fine di consentire al fortissimo centro di dedicarsi più al tiro che non ai rimbalzi, perfetto connubio che, nei due anni di permanenza di Rodman nel Texas, li vede prevalere quanto a canestri realizzati (29,8 e 27,6 punti di media per Robinson) che a cattura di palloni a rimbalzo (17,3 e 16,8 per Rodman), con l’unica amarezza derivata dalla sconfitta nella Finale della Western Conference per mano degli Houston Rockets nonostante il primo posto conseguito nella stagione regolare con uno score di 62 gare vinte a fronte di sole 20 perse.

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Rodman ai San Antonio Spurs – da politico.com

Così narrata, sembra una storia come tante altre, ma allora cosa è veramente successo, quella notte di febbraio ’93 …?? Lo descrive lo stesso Rodman, ammettendo che “invece di farla finita, decisi di uccidere l’impostore che viveva dentro di me, colui che m aveva sinora impedito di vivere, felice, la mia vita come veramente volevo che fosse …!!”.

Ciò voleva dire liberarsi degli stereotipi imposti dal vivere comune, e la prima, visibile, svolta fu costituita dal colore dei capelli che, a seconda dell’umore, erano ora biondi, rossi o blu, il tutto unito a trasgressioni di ogni tipo, cosa che Rodman non rinnega affatto, limitandosi però a giustificare il proprio operato adducendo che “ho avuto la chance di vivere la vita come piace a me e, se non siete d’accordo, baciatemi il c….. (slang molto in uso negli States …); la maggior parte delle persone sono fondamentalmente dei lavoratori che desiderano sentirsi liberi, essere se stessi, essi mi guardano e vedono uno che cerca di riuscirvi, mostrando loro che non vi è problema ad essere differenti e credo anche che loro pensino questo quando vengono a vedermi giocare: andiamo a vedere questo ragazzo che ci farà divertire …!!”.

Sicuramente aiutato dalla fama raggiunta, resta comunque difficile da ritenere che, con un simile atteggiamento, ed alla non più verde età di 34 anni, Rodman venga scelto proprio dai Chicago Bulls del “figliol prodigo” Michael Jordan – tornato sul parquet dopo un anno e mezzo di inattività – per compensare la perdita di Horace Grant, trasferitosi agli Orlando Magic.

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Rodman con Jordan e Pippen ai Bulls – da clutchpoints.com

Ed invece, Phil Jackson punta proprio su di lui, una decisione che non lo farà rimpiangere dal punto di vista sportivo, con Rodman che allunga con i Bulls sino a sette la serie di titoli consecutivi quale miglior rimbalzista della “regular season”, fornendo un valido contributo al secondo “threepeat” (gioco di parole per significare tre titoli Nba consecutivi …) che Chicago mette a segno dal 1996 al ’98 dopo quello realizzato dal 1991 al ’93.

Più difficile, ovviamente, la gestione comportamentale, specie quando si hanno in squadra due leader naturali come Jordan e Scottie Pippen, ma la coabitazione tra i tre non crea problemi di sorta, come lo stesso Rodman ammette “sul parquet io e Jordan andiamo d’accordo e parliamo tranquillamente degli schemi di gioco, ma al di fuori siamo agli esatti opposti, come dire che se io me ne vado al nord, lui si orienta verso il sud, mentre Pippen si posizione a metà tra di noi”.

Se l’armonia regna coi compagni non altrettanto si può dire verso terzi, come quando, a marzo ’96, in una gara a New Jersey, Rodman ha un pesante “faccia a faccia” con uno dei direttori di gara, tale da essere sanzionato con sei turni di sospensione ed una multa da 20mila dollari, pur risultando poi decisivo in gara-2 e gara-6 delle Finali ’96 contro Seattle con, rispettivamente, 20 e 19 rimbalzi.

L’anno seguente, coi Bulls a confermarsi campioni a spese degli Utah Jazz, Rodman sale agli onori della cronaca in negativo per un calcio all’inguine assestato ad un cameraman in un match contro Minnesota, cosa che gli costa 200mila dollari quale risarcimento all’operatore ed 11 turni di sospensione senza stipendio, un’impresa pertanto stimabile intorno al milione di dollari.

Intenzionato a farsi perdonare nell’ultima stagione in cui i Bulls vincono l’anello, Rodman colleziona una media di 15 rimbalzi a partita, superando undici volte quota 20 con un picco di 29 contro gli Atlanta Hawks e di 15 solo offensivi (più altri 10 sotto il proprio canestro) contro i Los Angeles Clippers, per poi limitare la potenza di Karl Malone nei primi tre incontri della Finale Playoffs.

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Rodman e Karl Malone nelle finali Nba 1997 – da chasetheink.com

Ma non sarebbe Rodman se, alla vigilia di gara-4, non abbandonasse il ritiro per andare a disputare un match di wrestling assieme ad Hulk Hogan, cosa che gli costa un’ammenda di 20mila dollari (niente rispetto agli oltre 200mila intascati per detta esibizione), ma che non gli impedisce comunque di contribuire, con la cattura di 14 rimbalzi, al successo per 86-82 che porta i Bulls sul 3-1 nella serie, spianando loro la strada per la vittoria finale.

Non sono in molti a potersi vantare di concludere la propria carriera nella prestigiosa NBA con qualcosa come sette anelli al proprio conto e, d’altronde, se uno come coach Phil Jackson – che, quanto ad anelli, se ne intende, avendone vinti ben 11 (6 con Chicago e 5 copi Lakers) – ha affermato che, da un punto di vista puramente fisico, Rodman sia stato il miglior atleta da lui allenato.

Ma il “nuovo” Rodman si spinge più in là, quando afferma “guardo a me stesso come una delle tre massime attrazioni della NBA; se non ci sono Shaquille O’Neal o Michael Jordan, ecco, allora vengo io …!!”.

Non c’è che dire, il “verme” è proprio diventato grande …..