MICHAEL GROSS, “ALBATROS”AI GIOCHI DI LOS ANGELES 1984

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Michael Gross in trionfo alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 – da welt.de

articolo di Giovanni Manenti

Nello sport, come nella vita del resto, un pizzico di fortuna è importante e, nel caso di un atleta possibile protagonista dei Giochi Olimpici di inizio anni 1980 è fondamentale far parte dello “schieramento giusto” rispetto all’età di massimo splendore agonistico per non cadere nella trappola dei boicottaggi che ne hanno caratterizzato le edizioni di Mosca 1980 e Los Angeles 1984.

E’ questo il caso del nuotatore tedesco occidentale Michael Gross che, nato nel giugno 1964, è ancora troppo giovane per eccellere ai Giochi di Mosca 1980 che il suo paese boicotta, mentre è viceversa nel pieno della maturità agonistica nell’edizione californiana di Los Angeles, dove si iscrive alle gare individuali dei 200 stile libero (di cui detiene il record mondiale con 1’47″55) e 100 e 200 farfalla, distanza quest’ultima in cui è altrettanto primatista mondiale con 1’57″05.

E, da buon teutonico, le “prove generali” del programma olimpico Gross le mette in pratica ai Mondiali di Guayaquil 1982, dove conquista la medaglia d’oro sia nei 200 stile libero in 1’49″84 precedendo di soli 8/100 l’americano Rowdy Gaines, che nei 200 farfalla in 1’58″85 lasciando a debita distanza il sovietico Fesenko, cui unisce l’argento sui 100 farfalla chiudendo in 54″26 dietro all’americano Matt Gribble, primo in 53″88, ed il bronzo nelle staffette 4×200 stile libero e 4×100 mista, dove nuota la frazione a farfalla.

Dopo aver sostenuto un “buon allenamento” agli Europei di Roma 1983, da dove se ne torna a Francoforte con ben 4 medaglie d’oro (200 stile, 100 e 200 farfalla con annesso record mondiale su quest’ultima distanza, e 4×200 stile), oltre all’argento nella 4×100 mista, Gross è pronto ad affrontare la sfida che gli porteranno i nuotatori di casa ed australiani nella rassegna olimpica del 1984, il cui programma fissa, come primo appuntamento, la disputa dei 200 metri stile libero.

Nelle qualificazioni del mattino del 29 luglio 1984, Gross è nettamente il migliore, migliorando in 1’48″03 il record olimpico del russo Koplyakov di quattro anni prima a Mosca, con il solo americano Michael Heath a scendere sotto il limite di 1’50” facendo sua la sesta batteria in 1’49″87, ma la sensazione che matura tra i presenti è che il divario tra il tedesco ed il resto del lotto sia incolmabile.

Mai impressione fu più confermata nella finale del pomeriggio, in cui Gross ha come rivale non un avversario, bensì il cronometro, riuscendo a sconfiggere anche quello quando, al tocco sulla piastra, ferma il tempo in 1’47″44, migliorando di 11/100 il suo stesso limite mondiale, con Heath argento a debita distanza in 1’49″10 e l’altro tedesco Thomas Fahrner bronzo in 1’49″69.

Non c’è però tempo per rifiatare per “l’albatros” – così chiamato per la sua notevole apertura di braccia, pari a m.2,27 su di un’altezza di m.2,02 che lo facilita soprattutto nella specialità della farfalla – che la mattina del giorno dopo, 30 luglio, è impegnato nelle qualificazioni dei 100 farfalla, specialità in cui, peraltro, i favori del pronostico vanno all’americano Pedro Pablo Morales, detentore del primato mondiale in 53″38 stabilito agli “Olympic Trials” e che fa registrare il miglior tempo in batteria con il nuovo record olimpico di 53″78 mentre Gross vince la sua serie in 54″02, secondo miglior tempo di qualificazione, circostanza che pone i due rivali uno di fianco all’altro nelle corsie centrali per la finale del pomeriggio.

Tra gli addetti ai lavori si avverte profumo di record e le aspettative non vengono disattese, laddove si consideri che i primi sei classificati stabiliscono tutti i rispettivi primati nazionali, ma per Morales e Gross il limite è quello mondiale, con l’americano ed il tedesco che si staccano nettamente dal resto del lotto sin dalle prime bracciate e Morales che va a virare in 24″76, 19/100 sotto il proprio record, e prende decisamente la testa nella vasca di ritorno, solo per subire l’imperiosa rimonta di Gross che, mulinando le sue enormi braccia, lo raggiunge a 10 metri dall’arrivo per superarlo all’ultima bracciata, strappandogli sia l’oro che il primato mondiale in uno straordinario 53″08 con il deluso Morales che, comunque, ha poco da recriminare, essendo lui stesso andato in 53″23 al di sotto del proprio precedente limite.

La giornata del 30 luglio potrebbe concludersi in gloria per Gross che è altresì impegnato a chiudere, in ultima frazione, la staffetta 4×200 stile libero che, peraltro, ha visto il “quartetto B” americano (privo di Heath e Float, inseriti al pomeriggio) frantumare in 7’18″87 il record mondiale di 7’20″40 stabilito dalla stessa Germania Ovest agli Europei di Roma 1983.

E se, sui 100 farfalla, vi era il più che lecito dubbio circa il miglioramento del record mondiale, nella finale di staffetta vi è la certezza che il limite venga abbattuto, con gli Usa che inseriscono Heath in prima frazione e Float in terza, mentre, come detto, Gross rileva Henkel quale ultimo frazionista, spostando Fahrner, bronzo nella gara individuale, quale primo a partire dai blocchi.

La tattica del coach Usa si rivela vincente, con Heath che, nuotando in 1’48″67, infligge a Fahrner un distacco di 1″14 ben superiore a quanto avvenuto nella prova individuale, vantaggio che, nonostante una seconda frazione leggermente migliore di Korthals rispetto a Larson, Float si incarica di dilatare nei terzi 200, consegnando a Lawrence Hayes, ultimo frazionista, un “bonus” di 1″52 che Gross dovrà cercare di colmare.

Quella che va in scena è la più emozionante frazione di staffetta 4×200 mai nuotata ai Giochi, con Gross che annulla il “decalage” già ai 650 metri, per poi toccare appaiato all’americano alla virata dei 700 e quindi staccarlo nella terza vasca per una vittoria che sembra oramai certa, quando, non si sa da dove sia andato a ricercarle, ma sta di fatto che Hayes ritrova le energie che gli consentono di recuperare lo svantaggio bracciata dopo bracciata sino ad andare a toccare precedendo il tedesco (che ha comunque nuotato in uno strabiliante 1’46″89 ancorché “lanciato”) per l’inezia di 4/100 che, chiaramente, consegna agli Stati Uniti anche il nuovo primato mondiale, disintegrato rispetto al mattino in 7’15″69 rispetto al 7’15″73 di Gross & Co., altrettanto ovviamente nuovo limite europeo, con la Gran Bretagna al bronzo ad oltre 9″ di distacco!!!

L’occasione del riscatto, dopo aver cercato di dare il proprio contributo anche alla staffetta 4×100 stile libero, conclusa ai piedi del podio a soli 29/100 dal bronzo svedese nella gara dominata a ritmo di record mondiale dagli Stati Uniti davanti all’Australia, si presenta a Gross con la finale dei 200 farfalla, in programma il 3 agosto e nella quale si rinnova il duello con Morales sin dalle qualificazioni, con l’americano che, nella quarta serie, migliora il record olimpico in 1’59″19 per poi vederlo subito dopo limato da Gross con il crono di 1’58″72 con cui si aggiudica la quinta batteria davanti al venezuelano Vidal Castro, già quarto sui 100 farfalla, che nuota anch’esso sotto il tempo di Morales, concludendo in 1’59″15.

Si tratta, comunque, di tempi ordinari per i protagonisti, essendo di oltre 2″ superiori al primato mondiale di Gross che, nella finale del pomeriggio, intende subito porre le cose in chiaro portandosi in testa sin dalle prime bracciate e virando sia ai 100 che ai 150 metri in chiaro vantaggio rispetto a Morales e Vidal Castro, in lotta per l’argento, non facendo presagire cosa viceversa si verifica nell’ultima vasca, con la nuotata del tedesco visibilmente appesantita e che consente ai due avversari di avvicinarsi bracciata dopo bracciata ed all’australiano Jon Sieben – in corsia 6 – a fare da quarto incomodo con ultimi 50 metri fantastici (lui che era passato settimo ai 100 e quarto ai 150 metri) che gli consentono di beffare il resto della concorrenza andando con il tempo di 1’57″04 (lui, che prima dei Giochi aveva un “personale” di 2’01″17 e che, pertanto, si migliora di oltre 4″!!!) a conquistare il più sorprendente oro della rassegna olimpica e a strappare per un solo 1/100 anche il record del mondo a Gross, che conclude in 1’57″40, davanti a Vidal Castro, bronzo in 1’57″51 ed ad un delusissimo Morales, non meglio che quarto e fuori dal podio con 1’57″75.

Parziale consolazione per Morales, l’oro conquistato il giorno dopo nella staffetta 4×100 mista dove, nella terza frazione a farfalla, si ritrova per l’ennesima volta di fronte a Gross che, pur realizzando il miglior crono tra i finalisti (52″81 contro i 52″87 dell’americano), non riesce a portare i suoi compagni sul podio, concludendo la gara in un altro quarto posto come nella 4×100 stile libero.

Per i due rivali l’appuntamento è a Madrid due anni dopo per la quinta edizione dei Mondiali e poi ai Giochi di Seul 1988, ma, nel frattempo, ci saranno da superare i terribili “Trials” americani…

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STEPHEN ROCHE, IL “CANNIBALE” IRLANDESE DEL 1987

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Roche vince il Mondiale di Villach 1987 – da cyclingireland.ie

Tracce di cannibalismo nel 1987. Rilevate sui percorsi ciclabili d’Europa, nel triangolo alpino Italia-Francia-Austria.

No, cari amici del pedale, non è riesumato il buon, vecchio Eddy Merckx, che ormai si gode una pensione dorata da quasi un decennio, ma spadroneggia e acchiappa tutto quel che c’è da acchiappare un certo signor Stephen Roche, prima e dopo buon corridore forse incompiuto, ma in quell’anno di grazia tanto simile al fiammingo nel fare incetta di traguardi di pregio.

Irlandese di Dublino, dove ebbe i natali il 28 novembre 1959, Roche ha nondimeno già un palmares interessante. Una Parigi-Nizza all’esordio da professionista nel 1981 (in maglia Peugeot), due successi al Giro di Romandia nel 1983 e nel 1984, così come un terzo posto al Tour de France nel 1985 (in maglia La Redoute), oltre ad un paio di piazzamenti in classiche di prima fascia, 2° all’Amstel Gold Race nel 1982, 3° al Mondiale di Altenrhein nel 1983, ancora 3° alla Liegi-Bastogne-Liegi nel 1985, la prima del tris consecutivo di Argentin.

Insomma, quando approda in casa Carrera-Jeans nel 1986, il direttore sportivo Davide Boifava sa di avere tra le mani un diamante prezioso, seppur incostante, che scala bene le montagne, vola a cronometro (fu 2° al Gran Premio delle Nazioni del 1981 alle spalle di Bernard Hinault), ci sa fare sui percorsi misti ed è pure relativamente veloce allo sprint (vinse la Parigi-Roubaix espoirs nel 1980 battendo Dirk Demol in una volata a due), anche se una brutta caduta alla Sei Giorni di Parigi a novembre 1985 gli sbriciola il ginocchio sinistro e l’infortunio, oltre a pregiudicarne la competitività per la stagione 1986, lo limiterà nel proseguimento della carriera.

Ma non nel 1987. Che vede Roche tornare protagonista brillante in primavera, vincendo per la terza volta il Giro di Romandia, giungendo 4° alla Freccia Vallone e facendosi beffare, ancora, da Argentin alla Liegi-Bastogne-Liegi. Ma poi è l’ora del raccolto e l’irlandese, ingordo, non si fa certo pregare.

Primo obiettivo. Il Giro d’Italia ha in Roberto Visentini, l’altro leader in maglia Carrera-Jeans, vincitore l’anno prima, il principale favorito alla rosa finale. Ed in effetti il bresciano, dopo aver vinto il prologo, toglie proprio a Roche le insegne del primato, che l’irlandese aveva indossate dopo la vittoria nella crono-discesa del Poggio e la prova a squadre, a conclusione della cronometro individuale di 46 chilometri di San Marino. Visentini e la Carrera dominano e sembrano ben avviati a concedere il bis, forti di un vantaggio di 2’42” sul primo degli avversari, che altri non è che proprio Stephen Roche, luogotenente che tutti credono fedele al capitano designato. Patatrac. Nel corso della quindicesima tappa, tra Lido di Jesolo e Sappada, si consuma l’inatteso tradimento: contravvenendo agli ordini di scuderia di tutelare Visentini, Roche attacca a più riprese. Visentini, pur sostenuto dai compagni che si schierano apertamente con lui, ad eccezione del belga Eddy Schepers, va in crisi, perde minuti su minuti e la coppia… scoppia. Roche è nuovamente maglia rosa, e pur nell’ostracismo dei compagni di squadra, nonché di quello del pubblico italiano, trova nella Panasonic di Millar e Breukink – che infine saliranno sui due gradini più bassi del podio – una valida alleata per portare a termine vittoriosamente il Giro.

Secondo obiettivo. Il Tour de France, privato dei due dominatori del recente passato, Greg Lemond impallinato qualche mese prima durante una battuta di caccia e Bernard Hinault che ha appeso la bici al chiodo, si appresta a vivere un’edizione appassionante. La corsa è aperta a molti pretendenti, i due specialisti delle corse a tappe Delgado e Fignon, Kelly e Millar che parlano inglese, i camosci colombiani Herrera e Parra, i beniamini di casa Mottet e Bernard. Roche potrebbe pagare gli eccessi di fatica del Giro, invece vola sulle ali dell’entusiasmo, vincendo la chilometrica (87,5) cronometro di Futuroscope, che gli consente di rimanere incollato al gruppetto dei pretendenti alla vittoria finale in attesa di piazzare l’acuto decisivo. Cosa che puntualmente avviene con l’arrivo in quota a Villard de Lans, Roche strappa la maglia gialla a Bernard ma l’indomani, all’Alpe d’Huez, la cede a sua volta a Delgado. La sfida tra i due campioni è epocale, pure terribilmente prostrante sul piano fisico, se è vero che a La Plagne, 24 ore dopo ancora, Roche sviene dopo aver tagliato il traguardo limitando il distacco dallo spagnolo a soli 4″ e deve esser rianimato con la bombola dell’ossigeno. Ma le lancette della cronometro sono favorevoli a Roche, che prima riduce di 18″ il margine di disavanzo da Delgado scappando in discesa verso Morzine, poi scavalca il rivale con la cronometro di Digione, 40″ che gli regalano la doppietta Giro/Tour come in precedenza era riuscita solo a Coppi, Merckx, Anquetil e Hinault, ovvero i più grandi di sempre.

Terzo obiettivo. Il Mondiale, che si corre in Austria a Villach, è in programma il 6 settembre. Affatto appagato, Roche si è preparato con scrupolo e all’appuntamento iridato si presenta in buona forma, seppur nei panni del coequipier di lusso dell’altro irlandese, Sean Kelly, gran favorito della prova e implacabile cacciatore di classiche. Roche svolge perfettamente, e pure correttamente, il compito assegnatogli, ma ha birra in corpo e quando la corsa entra nel vivo va a giocarsi le sue carte con eccellenti credenziali. Prima ricuce sul tentativo di Argentin di andarsene a 60 chilometri dall’arrivo in compagnia di Van Vilet, Fernandez e Nevens, poi all’ultimo dei ventitre giri è lui stesso a scatenare l’azione risolutiva. Allunga con lo stesso Van Vliet, Golz, Winterberg e Sorensen, a 500 metri dal traguardo sente che il plotone degli inseguitori sta rinvenendo da dietro ed accelera ancora, resistendo al recupero degli avversari lanciati per la volata e trionfando a braccia alzate. Il tris Giro/Tour/Mondiale è servito, come solo Merckx, e chi se non lui?, fu capace di fare nel 1974.

Ecco… nel 1987 in giro per l’Europa si aggirava un cannibale, affamato di gloria ciclistica, e si mangiò il resto del gruppo. Il suo nome era Stephen Roche.

 

DALEY THOMPSON ED IL DUELLO TRA SUPERMAN CON HINGSEN

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Thompson e Hingsen a Los Angeles 1984 – da blog.b92.net

articolo di Giovanni Manenti

Il britannico di origini nigeriane Daley Thompson, oro nel decathlon ai Giochi di Mosca 1980, è ben consapevole che il suo successo è sminuito dall’assenza alla rassegna olimpica del primatista mondiale, il tedesco Guido Kratschmer, ed attende pertanto la possibilità di “saldare i conti” quattro anni dopo a Los Angeles, misurandosi nel frattempo, in competizioni ufficiali ed a suon di record, con l’altro asso emergente dell’atletica tedesca, vale a dire il gigante Jurgen Hingsen, un “pezzo d’uomo” di 2 metri per 102 kg., niente male se raffrontato alle dimensioni di Thompson, m. 1,83 per 92 kg.

E le prime avvisaglie di quella che sarà una sfida senza esclusione di colpi tra i due rivali la si ha già nel 1982, quando Thompson si riprende il record mondiale totalizzando 8.704 punti il 23 maggio a Gotzis, in Austria, cui Hingsen risponde migliorando il primato a 8.723 punti il successivo 15 agosto ad Ulma, alla vigilia della prima sfida diretta agli Europei di Atene.

Nella capitale greca, Thompson – che in tutta la sua carriera si confermerà formidabile agonista – mette il sigillo alla vittoria già nel corso della prima giornata, in cui ottiene le migliori prestazioni sui 100 piani (10″51), lungo (7,80) e 400 piani (47″11), con Hingsen che ha la meglio di misura nel peso (m.15,52 a m.15,44, specialità in cui il miglior lancio è del tedesco Est Steffen Grummt, futuro marito di Kornelia Ender) e primeggia in assoluto nell’alto con m.2,15 rispetto ai 2,03 del britannico.

Thompson incrementa il proprio vantaggio all’inizio della seconda giornata con 14″39 sui 110 ostacoli ed un salto di 5 metri nell’asta, per poi ottenere il doppio risultato di conquistare la medaglia d’oro davanti ad Hingsen, argento con 8.517 punti, e togliendo al tedesco, con 8.743 punti, il primato mondiale.

Ma il “gigante buono” non è tipo da arrendersi tanto facilmente e, in attesa della rivincita alla prima edizione dei Campionati Mondiali di Helsinki 1983, si riappropria del record mondiale totalizzando 8.779 punti il 5 giugno a Bernhausen, lanciando un chiaro “guanto di sfida” al rivale, che, nel frattempo, aveva bissato l’oro ai “Commonwealth Games” di Brisbane ad ottobre 1982, in vista della due giorni in programma il 12 e 13 agosto allo Stadio Olimpico della capitale finlandese, già teatro dei giochi del 1952.

Nuovamente Thompson dà prova di una regolarità di prestazioni sbalorditiva, ottenendo le migliori prestazioni in quattro delle dieci specialità in programma (100 piani in 10″60, lungo con m.7,88, alto con m.2,03 ed asta con m.5,10) e concludendo con 8.666 punti ancora una volta davanti ad Hingsen, argento con 8.561 al termine di una gara regolare ma priva di acuti e nella quale si rivede il “vecchio” Guido Kratschmer, non meglio che nono con meno di 8.100 punti.

Il deluso Hingsen non può far altro, in vista dell’appuntamento olimpico di Los Angeles 1984, che sfogare la propria amarezza intensificando le sessioni di allenamento, iniziativa che sembra dare i suoi frutti quando, il 9 giugno 1984 a Mannheim, a due mesi esatti dalla disputa della prova multipla ai Giochi californiani, migliora ulteriormente il proprio limite mondiale, portandolo ad 8.798 punti.

Data l’assenza per il contro boicottaggio dei paesi del “blocco comunista” che impedisce la partecipazione agli atleti sovietici e tedesco orientali, il decathlon di Los Angeles può tranquillamente essere definito come una sorta di “Thompson v. West Germany“, dato che i suoi più agguerriti avversari sono costituiti dal terzetto tedesco occidentale, composto, oltre che da Hingsen e Kratschmer, anche da Sigfried Wentz, già bronzo l’anno prima ad Helsinki dietro ai due acerrimi rivali.

La notevole copertura televisiva dell’avvenimento esalta l’istrionico Thompson, che accumula già un buon margine di vantaggio dopo le prime due prove, avendo corso i 100 piani in 10″44 e saltato m.8,01 (suo “personal best” in carriera) nel lungo, limitando i danni nel peso e nell’alto – specialità in cui la buona sorte gli dà una mano sotto forma di un leggero infortunio al ginocchio per Hingsen, migliore del lotto con m.2,12 – e poi assestando il colpo del k.o. correndo i 400 piani a fine giornata in 46″97, quasi un secondo in meno dei suoi più diretti avversari.

Mai fidarsi troppo, però, di un “leone ferito” e, dopo una notte di riposo, Hingsen sfodera gli artigli nella gara di apertura della seconda giornata, i 110 ostacoli, precedendo Thompson con 14″29 rispetto al 14″34 del britannico e realizzando un eccezionale lancio di m.50,82 nel disco che lo porta temporaneamente (e per la prima volta) in vetta alla classifica provvisoria in attesa del terzo lancio di Thompson che deve superare almeno la “fettuccia” dei 45 metri se vuole restare al comando, a tre prove dalla conclusione.

E qui scatta la differenza tra il tedesco, grande atleta e capace di prestazioni superlative, ma senza la pressione del grande evento ed un Thompson che, viceversa, offre il meglio di sé proprio nelle principali manifestazioni, dandone una chiara dimostrazione nell’unico momento di difficoltà scagliando il disco a m.46,56 che gli consente di mantenere un vantaggio di circa 100 punti, poi incrementato con i 5 metri nell’asta ed i m.65,24 nel giavellotto.

Oramai sicuro della vittoria, a Thompson non resta che completare al meglio le sue fatiche con la classica “ciliegina sulla torta” del record mondiale, per raggiungere il quale deve coprire i 1.500 metri dell’ultima prova in 4’34″98, un crono nettamente alla sua portata dato che al suo esordio ai Giochi, appena diciottenne, a Montreal 1976, aveva corso la distanza in 4’20″03.

Ma Thompson, fedele al suo carattere di grande campione, ma anche anticonformista, prende la gara come una “passeggiata di salute“, con ciò indispettendo anche il pubblico che riempie le tribune del Coliseum, coprendo la distanza in 4’35″00 fallendo di 2/100 il mondiale, fermandosi con 8.797 punti ad un sol punto dal limite del rivale, che chiude a quota 8.673 davanti ai connazionali Wentz, bronzo con 8.412 punti e Kratschmer, quarto con 8.326, anche se le sorprese non sono finite.

Difatti, due anni dopo nel 1986, la IAAF comunica che un riesame del fotofinish della gara dei 110 ostacoli ha rilevato come il crono di Thompson fosse di 14″33 rispetto ai 14″34 inizialmente assegnato e quel 1/100 di differenza rettifica il suo punteggio totale che ora diviene pari al record di Hingsen, 8.798 per entrambi, pur se il ricalcolo dei punti, sulla base della nuova tabella in vigore dal 1985, fa sì che i risultati ottenuti da Thompson valgano 8.847 punti rispetto agli 8.832 del tedesco, ennesima beffa per il povero Hingsen.

Quanto elevato sia stato il livello delle sfide tra Thompson ed Hingsen – che si arricchiscono di un ultimo capitolo agli Europei di Stoccarda 1986 dove, nonostante l’aria di casa, il tedesco subisce un’ulteriore sconfitta giungendo ancora una volta secondo con 8.730 punti (suo miglior “score” tra Olimpiadi, Europei e Mondiali) rispetto agli 8.811 punti del rivale – è dimostrato dal fatto che i loro massimi limiti resteranno insuperati per oltre 8 anni prima di venir migliorati dall’americano Dan O’Brien, mentre Thompson, dove aver fatto tris ai “Commonwealth Games” di Edimburgo 1986, tenta una terza chance olimpica anche a Seul 1988 non riuscendo però stavolta a salire sul podio, dovendosi accontentare di un per lui modesto quarto posto in una gara dominata dai tedeschi orientali Christian Schenk e Torsten Voss.

E che, oltre che indiscusso campione, Thompson sia stato anche un personaggio di richiamo per l’atletica mondiale è dimostrato dall’atteggiamento tenuto al termine della gara di Los Angeles 1984, quando non si è fatto scrupolo di eseguire giri di campo con indosso una “t-shirt” che, sul davanti, recava la frase “Thanks America for a good Games and a great time” (“Grazie, America, per dei buoni Giochi ed una grande organizzazione“), ma che, sul retro, riportava la scritta “But what about the Tv coverage” (“Ma che ne dite della copertura televisiva“), con ciò volendo stigmatizzare la tendenza a privilegiare solo le competizioni in cui erano protagonisti gli atleti di casa, per non parlare, ovviamente, della maglietta con su scritto “Is the world’s 2nd greatest athlete gay?” (“E’ il secondo miglior atleta al mondo un gay?“), chiara allusione sia al fatto che “il migliore” fosse lui stesso e che “il secondo“, vale a dire Carl Lewis, avesse tendenze omosessuali.

Che ci volete fare, questo è Daley Thompson e, come si usa dire in questi casi, “prendere o lasciare…!!!”

EUSEBIO, LA PERLA NERA PESCATA IN MOZAMBICO

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Eusebio in azione nella finale con il Milan del 1963 – da cubadebatu.cu

articolo tratto da Una questione di centimetri

Nacque in una colonia portoghese, e i primi passi nel mondo del pallone li fece a piedi nudi, in mezzo ad una realtà estremamente povera.

Da colonizzato riuscì, grazie al suo estro nel giocare a calcio, a conquistare i suoi colonizzatori e diventare il Re del Portogallo calcistico: ovviamente stiamo parlando del grande Eusebio.

La Pantera Nera è uno dei giocatori più importanti della storia del calcio e un’icona per tutti gli amanti di questo sport.

Dopo aver giocato in Mozambico, il Benfica riuscì a metterlo sotto contratto nonostante giocasse in un club affiliato allo Sporting Lisbona, garantendosi le prestazioni di un predestinato.

Nel 1961 il club lusitano vince per la prima volta la Coppa dei Campioni ed Eusebio è solo una riserva di quella squadra, ma l’anno successivo il Benfica riesce a bissare il successo grazie ad una sua doppietta che mise alle corde il Grande Real di Puskas e di Di Stefano. Per lui, da giocatore giovane e incosciente, la cosa più importante fu avere la maglietta di Di Stefano, più della vittoria della Coppa.

Proprio nel 1962 sfiorò il Ballon d’Or, ma la vittoria da protagonista della Coppa dalle grandi orecchie non gli bastò per battere Josef Masopust, autentico trascinatore della Cecoslovacchia ai Mondiali in Cile.

Ma la corsa della Pantera Nera fu solo agli inizi. Anche nel 1963 arrivò in finale di Coppa dei Campioni ma il suo goal non bastò per avere la meglio sul Milan di Rivera e Altafini.

Nel 1965, finalmente, arrivò anche una gioia personale: France Football gli assegnò il Pallone d’Oro. Eusebio apprese la notizia mentre era in macchina con la moglie e dovette fermarsi per la grande emozione.

E la striscia vincente proseguì con la storica qualificazione del suo Portogallo ai mondiali del 1966. Fino ad allora i lusitani non erano stati mai in grado di qualificarsi per le fasi finali della Coppa del Mondo e i portoghesi dovettero attendere l’arrivo dal Mozambico della perla nera per dare lustro al proprio calcio. Grazie ad Eusebio, il Portogallo fu in grado di arrivare sino alla semifinale eliminando il Brasile, vincitore delle due ultime edizioni, nel girone eliminatorio e battendo ai quarti di finale la sorprendente Corea del Nord (che aveva eliminato clamorosamente l’Italia) nonostante il passivo per 3-0 che i coreani avevano realizzato nei primi venticinque minuti di gioco. Eusebio firmò un poker di reti che scacciò l’incubo coreano.

In semifinale, i padroni di casa dell’Inghilterra ebbero la meglio ma la Pantera Nera scrisse il suo nome nel tabellino dei goal anche in quella gara segnando su rigore. Si dovettero “accontentare” del terzo posto vincendo la finalina contro l’Urss per 2-1.

Fu un grande traguardo per i portoghesi, fino ad allora ritenuti come la cenerentola del calcio mondiale, con Eusebio autentico protagonista della manifestazione vincendo la classifica dei cannonieri grazie alle 9 reti messe a segno.

Nonostante l’exploit mondiale, non riuscì a bissare il successo del Pallone d’Oro lasciando il trofeo per un solo voto al Campione del Mondo Bobby Charlton che eliminò proprio Eusebio e compagni nella semifinale della Coppa Rimet firmando una doppietta.

Eusebio, grazie alle sue innumerevoli reti, consentì al Benfica di vincere tantissimo in patria e nel 1968 ebbe la possibilità di riconquistare la Coppa dei Campioni ma in finale la spuntarono i Red Devils trascinati da Best e il solito Charlton. In quello stesso anno vinse la prima edizione della Scarpa d’Oro grazie ad un bottino di 42 reti nel campionato portoghese, successo che ottenne pure nel 1973.

Eusebio fu veramente uno dei giocatori più completi della storia del calcio e, nonostante partisse da lontano non essendo un classico centravanti, è uno degli attaccanti più prolifici di sempre. I numeri parlano per lui: con la maglia del Benfica in 439 partite ha segnato 473 reti e in carriera è riuscito a mantenere la media di oltre un goal a partita, numeri veramente impressionanti.

Il finale di carriera lo giocò principalmente negli Stati Uniti nella NASL, a parte una parentesi nel Monterrey in Messico e nell’Uniao de Tomar nella seconda divisione portoghese, dimostrando sempre una grande affinità con il goal nonostante fosse avanti con gli anni.

Fu uno dei giocatori più presenti nelle liste del Ballon d’Or, a dimostrazione che mantenne il suo livello di calcio sempre al top e, probabilmente, una sola vittoria di questo trofeo gli sta parecchio stretta.

Ci ha lasciato il 5 gennaio 2014 ma il suo ricordo rimarrà per sempre indelebile nel cuore degli amanti del calcio per il suo essere un grande campione ma anche un giocatore estremamente corretto e leale che non si tirava indietro a far complimenti ai portieri che, con una prodezza, gli negavano il goal, come fece con Alex Stepney nella finale di Coppa dei Campioni del 1968 oppure quasi chiedere scusa quando li trafiggeva come capitò con Gordon Banks e Lev Yashin.

Abbiamo raccontato le gesta di un grande campione, un’autentica perla, oggi rarissima da trovare, perché Eusebio è unico.

GUSTAVO MARZI, IL FIORETTO D’ORO DI LOS ANGELES 1932

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Gustavo Marzi e Endre Kabos alle Olimpiadi del 1936 – da gyujtemeny.sportmuzeum.hu

Parliamo di fioretto, parliamo di Olimpiadi e medaglie d’oro, parliamo di Gustavo Marzi. E’ la scherma degli eroi e delle leggende, spazio quindi ai momenti di gloria dello sport italiano

Classe 1908, già medaglia d’argento quattro anni prima ad Amsterdam nella prova di sciabola a squadre e proprio in terra californiana nella competizione di fioretto riservato alle nazionali, il livornese Gustavo Marzi, che ha all’attivo anche due medaglie d’argento ai Mondiali del 1930 a Liegi e del 1931 a Vienna, scende in pedana dal 2 al 4 agosto nella prova di fioretto individuale alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932. E per lui è la consacrazione a campione di levatura mondiale.

Il 160th Regiment State Armory accoglie 26 atleti di 12 paesi, tra questi non c’è il detentore del titolo, il francese Lucien Gaudin, che si è fatto da parte e due anni dopo morirà tragicamente per una overdose di barbiturici. Sono invece della partita gli altri due medagliati di Amsterdam, il tedesco Erwin Casmir e l’altro azzurro Giulio Gaudini, campione del mondo nel 1930, che puntano a confermarsi sul podio. La squadra francese, in assenza del campione del mondo del 1931, René Lemoine, ha nel “vecchioPhilippe Cattiau, ormai quarantenne e plurimedagliato fin dai Giochi di Anversa del 1920, il suo uomo di punta, mentre il danese Ivan Osiier, classe 1888, è alla sua sua sesta Olimpiade, avendo iniziato a gareggiare già a Londra nel 1908: arriverà a competere addirittura fino al 1948, ormai sessantenne, saltando solo l’edizione berlinese del 1936 per protesta verso il regime nazista. Infine, Gioacchino Guaragna è il terzo italiano impegnato in gara e l’americano Joseph Levis è la speranza principale dei padroni di casa di poter recitare da protagonisti.

Ad onor del vero la marcia di Marzi è convincente fin dal primo turno, tre gruppi che qualificano i migliori sei alle semifinali. Il livornese colleziona sette vittorie in altrettanti incontri, con i soli Cattiau, Levis e il messicano Prieto capaci di impegnarlo fino al 5-4 finale. I favoriti avanzano in blocco, con gli stessi Gaudini, Guaragna e il britannico Lloyd unici altri atleti ad avanzare senza l’onta della sconfitta.

Nel girone di semifinale Marzi vince cinque duelli per perdere quelli con Guaragna (5-4) e con il belga De Bourguignon (nettamente, 5-1), accedendo nondimeno agevolmente alla finale a dieci che vede in lizza i tre italiani, i due francesi Cattiau e Bougnol, l’americano Levis, il tedesco Casmir, l’inglese Lloyd e i due argentini Larraz e Gorordo. Viene invece eliminato il danese Osiier.

Ed è proprio in finale che Marzi offre il meglio del suo repertorio, vincendo tutti e nove gli assalti, lasciando agli avversari la miseria di 17 stoccate e mettendosi così al collo la prima medaglia d’oro olimpica individuale. L’americano Levis sorprende la concorrenza chiudendo al secondo posto con tre sconfitte, mentre sul terzo gradino del podio sale Giulio Gaudini, che come l’altro azzurro Guaragna, Casmir e Lloyd incassa quattro sconfitte ma sopravanza i rivali per una miglior percentuale tra stoccate date e stoccate subite. Cattiau, stanco e per niente ispirato, è solo nono, subito dietro al connazione Bougnol, ottavo, che certifica il fallimento della Francia nella prova di fioretto individuale dopo l’oro conquistato nella prova a squadre.

Gustavo Marzi, che imparò l’arte dal maestro d’armi Beppe Nadi al Circolo Scherma Fides di Livorno, non supererà il record  in quanto a trionfi olimpici del figlio di questi, l’immenso Nedo, certo, nondimeno l’allievo, che propio a Los Angeles sarà secondo anche nella prova a squadre di sciabola e completerà il suo cammino olimpico quattro anni dopo a Berlino mettendosi al collo l’oro a squadre del fioretto e gli argenti della sciabola sia individuale, battuto dall’ungherese Endre Kabos, che a squadre, può ritenersi degno del suo maestro.

IL CAMPIONATO 1978/1979 E IL PERUGIA DEGLI IMBATTIBILI

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Il Perugia 1978/1979 – da storiedicalcio.altervista.org

D’Attoma, Ramaccioni, Castagner: questa è la meravigliosa storia di un triumvirato che a Perugia rimanda ai giorni calcistici più gloriosi.

Antefatto. Giugno 1975, i grifoni umbri conquistano la prima, storica promozione in Serie A, vincendo il torneo cadetto dopo anni di anonima militanza ed entrando di forza nel panorama del football di casa nostra. Il Perugia veste i panni della matricola, ma lo fa con onore, non certo una vaso di coccio tra tanti di ferro, se è vero che al debutto chiude brillantemente in ottava posizione, battendo all’ultima giornata la Juventus con un rete di Renato Curi e consegnando ad altri granata, quelli del Torino, il settimo scudetto, il primo dai tempi di Superga.

Già, proprio quel Renato Curi a cui “obtorto colloverrà intitolato lo stadio, perché nei due anni successivi quello che vien chiamato “il Perugia dei miracoli“, nel frattempo buon sesto e settimo in campionato, perde questo ragazzo di indubbio valore, il 30 ottobre 1977, in una giornata di pioggia ed ancora contro la Juventus, che si accascia al suolo colpito da un arresto cardico per non rialzarsi più, appena 24enne.

Torniamo al nostro triumvirato di cui sopra. Franco D’Attoma è l’ambizioso imprenditore pugliese, trapiantato in Umbria, che sposa Leyla Servidei e con il di lei fratello struttura la nota linea d’abbigliamento Ellesse. Ergo, l’uomo ha tempra e coraggio e nel 1974 assume la presidenza della società, portando linfa vitale ed anche un buon contributo economico. Accanto a lui, un direttore tecnico d’intuito e lungimirante, quel Silvano Ramaccioni che in futuro farà le fortune sue e del Milan di Berlusconi, ed un giovane tecnico, Ilario Castagner, che sposa la modernità del calcio con una buona dose di inventiva. La squadra decolla velocemente, e per la stagione 1978/1979 ha in serbo una prodezza mai realizzata fino ad allora. Sentite qua.

Il campionato ha nella Juventus campione d’Italia la logica favorita al tris di scudetti consecutivi. Ma è l’anno del dopo-Mondiali d’Argentina, ai bianconeri manca l’ispirazione così come le forze sono dirottate sulla Coppa dei Campioni sempre sfuggita – e sfuggirà ancora, con l’inattesa eliminazione al primo turno con gli scozzesi del Rangers – ed allora c’è spazio per la concorrenza. Che non è più il Torino, neppure il Vicenza di Paolo Rossi che l’anno prima ha chiuso con un sorprendente secondo posto, tanto meno Inter e Napoli che puntualmente compaiono nei pronostici di inizio stagione ma altrettanto puntualmente falliscono il progetto-campionato. Ecco dunque che si fa largo il Milan del “barone” Nils Liedholm in panca e l’ultimo Gianni Rivera in campo, con Aberto Bigon cannoniere e Aldo Maldera con licenza di segnare, che parte a mille comandando la classifica fino alla sesta giornata.

Un gol di Bettega decide il big-match tra Juventus e rossoneri e il Perugia, che nel frattempo passa a Bergamo con l’Atalanta grazie a due reti di Speggiorin nei primi sei minuti di gioco, balza in testa. E comincia a far paura alle grandi. La squadra gioca a memoria, impenetrabile dietro, concreta a centrocampo e fantasiosa in attacco, con un portiere affidabile come Malizia, un libero-capitano come Frosio che dirige un pacchetto arretrato che si avvale pure della velocità di Nappi, della stazza di Della Martira e dell’energia di Ceccarini, con un centrocampo che ha in Vannini non solo la mente ma anche il braccio armato e in Dal Fiume e Butti due validi incursori, Casarsa è il finto centravanti che calcia i rigori da fermo e consente al talento in divenire di Bagni e all’efficacia sotto porta dello stesso Speggiorin di produrre frutti copiosi.

Il Perugia non è più solo simpatia e miracoli, e il pareggio a San Siro con l’Inter, 1-1, e la vittoria a Torino con la Juventus, 2-1 firmato da Speggiorin e Vannini, lo confermano. Ora i grifoni puntano decisamente ad affermarsi e la corsa a distanza con il Milan assume i contorni della battaglia antologica. Il 3 dicembre 1978, di nuovo nel catino di San Siro, il Perugia sfida la formazione di Liedholm nello scontro diretto e l’1-1 a referto, con Antonelli che pareggia il vantaggio del solito Vannini, certifica che i sogni di grandezza dei ragazzi di Castagner sono legittimi.

Ad onor del vero il Perugia colleziona qualche pareggio di troppo e qualche vittoria in meno dei rossoneri, che al giro di boa della quindicesima giornata sommano ben 25 dei 30 punti disponibili, tre in più dei rivali umbri. Ma la sfida è aperta, l’alternanza tra un riavvicinamento dei perugini e un ulteriore allungo dei milanisti è continua, con gli uni che fanno leva sulla miglior difesa del campionato (solo 16 reti al passivo), gli altri di una maggior efficacia offensiva (ben 46 segnature infine, miglior attacco del torneo). Ahimé per il Perugia nel match con l’Inter un fallo a gioco fermo del nerazzurro Fedele provoca a Vannini, che ha appena dimezzato il passivo, la doppia frattura di tibia e perone, mettendo fine non solo alla stagione del regista del Perugia, ma a tutta la sua carriera. I grifoni si salvano 2-2 con una rete di Ceccarini all’ultimo minuto di gioco, rimontando un doppio passivo e mantenendo l’imbattibilità, ma la macchina perfetta di Castagner paga dazio alla lunga all’assenza del suo leader, così come di quella di capitan Frosio, e non riesce a ricucire lo strappo col Milan.

La controversa vittoria con l’Atalanta, 2-0 sul campo dopo che per qualche giorno il risultato era rimasto sub-judice in quanto i due nerazzurri Bodini e Osti erano stati colpiti da una pietra scagliata dagli spalti, riporta sotto i grifoni, meno tre, che poi diventa meno due quando alla ventiquattresima giornata un gol del napoletano Majo sbanca San Siro e il Perugia impatta al campo del Torino. Sette giorni dopo, l’8 aprile 1979, le due grandi protagoniste della stagione sono a confronto al “Renato Curi“: o la va o la spacca, si mormora in Umbria… e in effetti il pareggio 1-1 in virtù di due rigori di Chiodi e Casarsa nell’arco di centoventi secondi lascia invariata la distanza in classifica e mette il Milan in rampa di lancio verso la conquista del suo decimo scudetto. Che è cosa fatta il 6 maggio 1979, con il pareggio a reti bianche tra Milan e Bologna, che cuce sulle magliette rossonere la tanto sospirata “Stella“.

Al Perugia rimane l’onore delle armi e un’impresa senza precedenti in Italia, un secondo posto condito dalle 9 reti di Speggiorin e le 8 di Bagni, ma soprattutto l’inviolabilità in campionato. La classifica finale dice di 11 vittorie, 19 pareggi e 0 sconfitte… già, era quello il Perugia degli imbattibili.

ANTHONY NESTY, IL PRIMO “ORO NERO” OLIMPICO

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Anthony Nesty – da usaswimming.org

articolo di Giovanni Manenti

Lo sport come una favola“, potrebbe essere il sottotitolo per raccontare la straordinaria impresa compiuta da Anthony alle Olimpiadi di Seul 1988, le prime dalla cessazione della “guerra fredda olimpica” che aveva condizionato la partecipazione degli atleti sia a Mosca 1980 che a Los Angeles 1984.

Nesty nasce il 25 novembre 1967 a Trinidad, ultimo di cinque fratelli, e la sua famiglia si trasferisce nel Suriname quando Anthony non ha ancora otto mesi, iniziando a praticare nuoto dall’età di cinque anni, e leggenda vuole che si allenasse cercando di sfuggire dalle fauci dei coccodrilli che lo inseguivano (un po’ come qualcuno ha sempre fantasticato che gli atleti africani degli Altipiani corressero così forte per non essere raggiunti dai leoni).

Mitologia a parte, il primo approccio di Nesty con il grande palcoscenico internazionale lo si ha in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles 1984 quando ottiene il 21.mo tempo in qualificazione nei 100 farfalla, giungendo terzo in 56″15 nella terza batteria e potendo comunque assistere dalle tribune al fantastico duello tra il tedesco Michael Gross ed il primatista mondiale Pedro Pablo Morales, cui non è sufficiente coprire la distanza al di sotto del proprio limite (53″23 rispetto al record di 53″38) venendo battuto dall’Albatro con il nuovo primato di 53″08.

L’aver assistito a detta sfida è indubbiamente servito al giovane Anthony quale stimolo per cercare a propria volta quantomeno un podio olimpico e la dimostrazione la si ha quando si iscrive a “The Bolles School” a Jacksonville in Florida dove, sotto la guida del coach Gregg Troy, migliora il primato dell’istituto sulle 100yd a farfalla, togliendolo nientemeno che proprio a Morales, un primo “segno del destino“.

Questa iniezione di fiducia consente a Nesty di affrontare con più consapevolezza la sua seconda importante rassegna internazionale, vale a dire i “Pan American Games” di Indianapolis 1987, dove conquista l’oro sui 100 ed il bronzo sui 200 farfalla, anche se, ad onor del vero, i migliori esponenti Usa si cimentavano nei contemporanei “Pan Pacific Games” tenuti a Brisbane in Australia, dove i 100 farfalla vengono vinti da Morales – che nel frattempo si era ripreso il mondiale con un favoloso 52″84 ad Orlando nel giugno 1986 prima di conquistare l’oro ai Mondiali di Madrid 1986 con 53″44 davanti all’altra stella americana Matt Biondi – con il tempo di 53″37 che vale il record dei campionati.

E mentre, pertanto, Nesty prosegue la sua preparazione in vista dell’appuntamento olimpico, un piccolo dramma sportivo si registra agli “Olympic Trials” americani di Austin, in Texas, dove Morales viene clamorosamente escluso dai Giochi, giungendo terzo (da Los Angeles 1984 è concessa la partecipazione a due soli nuotatori per nazione in ogni singola specialità) sia sui 100 farfalla che sulla doppia distanza.

Sicuramente un avversario in meno per Nesty in ottica podio, ma poca differenza per quanto concerne la corsa all’oro, dato che ai Trials Matt Biondi vince la gara dei 100 farfalla in un ottimo 53″09 che ne fanno il logico favorito per Seul, dove il forte americano tenta di eguagliare il record di 7 medaglie d’oro di Spitz, presentandosi anche sui 50, 100 e 200 stile libero, oltre che, ovviamente, partecipare alle tre staffette.

Un programma ambizioso, che peraltro diventa immediatamente irrealizzabile quando, nella prima specialità in cui scende in vasca, Biondi giunge solo terzo nella finale dei 200 stile libero del 19 luglio, peraltro in sede di pronostico la più difficile delle medaglie da conquistare e così è stato.

Non si sa se, a questo punto, la certezza di non poter emulare Spitz abbia scaricato in parte Biondi oppure, togliendogli pressione, gli abbia consentito di affrontare con più scioltezza le restanti prove, resta comunque il fatto che nelle batterie dei 100 farfalla, disputatesi il giorno dopo 20 luglio, l’americano si aggiudica la settima serie in 53″46 davanti a Gross ed all’australiano Jon Sieben (oro a sorpresa quattro anni prima Los Angeles sui 200 farfalla davanti proprio al tedesco), mentre Nesty conquista il “pass” per la finale vincendo la sua serie con il terzo tempo assoluto di 53″50 ed il britannico Andrew Jameson fa segnare con 53″34 il miglior crono che gli vale la corsia n. 4 in finale, con Biondi in 5.a e Nesty in 3.a.

In finale, Biondi sceglie una gara di attacco, che lo porta a virare ai 50 metri in 24″53, crono inferiore di 16/100 rispetto al passaggio del record mondiale di Morales e, nonostante che nella vasca di ritorno accusi questo ritmo eccessivo, a 10 metri dall’arrivo ha sempre un margine che sembra sufficientemente rassicurante, ma che lo pone nella condizione di dover scegliere a ridosso della piastra di arrivo, vale a dire se eseguire un’ultima bracciata o seppure farsi scivolare per andare a toccare.

Biondi opta per questa seconda ipotesi e la scelta gli risulta fatale poiché Nesty, che stava rimontando metro dopo metro nei “secondi 50“, si inventa viceversa un’ultima poderosa bracciata che lo porta a toccare pressoché contemporaneamente all’americano, ma il cronometro vede una differenza di appena 1/100 (53″00 a 53″01) a favore del ragazzo caraibico che così conquista la prima e sinora unica medaglia d’oro per il Suriname ai Giochi Olimpici, divenendo anche il primo “nuotatore di colore” a salire sul gradino più alto del podio in una rassegna olimpica di nuoto, mentre, in assoluto, era stato preceduto dall’olandese Enith Brigitha, bronzo sui 100 e 200 stile libero a Montreal 1976.

E mentre Biondi è ancora lì a chiedersi come abbia fatto a perdere una gara dominata sin dalla prima bracciata (va anche dato atto al fuoriclasse Usa sia di aver nuotato nel suo miglior tempo “all time” sulla distanza che di dimostrare una grande forza mentale, vincendo le altre cinque gare che lo vedono in lizza, per un totale di 5 ori, un argento ed un bronzo che, all’epoca, lo vede secondo solo a Spitz), l’exploit di Nesty non resta però un episodio isolato, dato che lo stesso si impone sulla medesima distanza sia ai “Pan Pacific Games” di Tokyo 1989 che, soprattutto, ai Mondiali di Perth 1991 in 53″29 precedendo di soli 2/100 (ma allora è un vizio!!!) il grande deluso di Seul, il tedesco Michael Gross, mentre a Barcellona 1992 è ancora sui blocchi nella finale che conclude con il bronzo in 53″41 e che vede il riscatto di Morales, ma questa è un’altra storia…

Con le due medaglie (oro a Seul, bronzo a Barcellona) conquistate, Anthony Nesty da solo rappresenta l’intero bottino del Suriname ai Giochi Olimpici e non vi è certo da stupirsi se in patria sia considerato una specie di eroe, e la sua impresa di Seul viene celebrata sia con l’emissione di uno speciale francobollo che coniando monete d’oro e d’argento con la sua effigie, mentre la compagnia aerea “Suriname Airways” addirittura mette il suo nome ad uno dei propri aerei.

Fortunatamente per Anthony, a differenza di casi similari di cui la storia dello sport è piena, la fama e la popolarità non ne scalfiscono il carattere e la vita quotidiana, essendosi poi laureato all’Università della Florida e ricoprendo ruoli di coach sia alla sua vecchia Bolles School che alla squadra maschile di nuoto dei “Florida Gators“.

E, quando sarà troppo anziano per ricoprire detti ruoli, potrà pur sempre raccontare a nipotini ed a chiunque la voglia ascoltare la “bella favola di un ragazzo caraibico che per 1/100…“.

CHRISTL CRANZ, LA REGINA DELLO SCI DEI PIONIERI

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Christl Cranz in azione alle Olimpiadi del 1936 – da geheugenvannederland.nl

Nel raccontare della tedesca Christl Cranz e del posto a lei riservato nell’Olimpo delle grandi sciatrici di ogni epoca è necessaria una premessa: tratteremo delle sue imprese sportive, tacendone altresì le simpatie politiche e il ruolo propagandistico assunto dal suo status di campionessa. Seppur sarà difficile evitare gli incroci con la storia.

Christel Franziska Antonia Cranz, semplicemente Christl, nasce ad onor del vero a Bruxelles, il 1 luglio 1914. Ma son tempi penosi in Belgio, martoriato a fine Prima Guerra Mondiale come nessun altro paese europeo (tanto che De Coubertin, a mo’ di compensazione per i disastri subiti, assegnerà ad Anversa i Giochi Olimpici del 1920), ed è già tempo per l’infante di seguire i genitori, che giunsero da Reutlingen proprio durante il conflitto, nella tranquillità alpina di Grindelwald, in Svizzera. Qui la giovincella, senza che qualcuno le impartisca lezione, d’inverno ha proprio davanti all’uscio di casa le distese innevate per prender confidenza con gli sci, affinare il talento di cui madre natura l’ha rifornita in quantità massiccia, vincere le prime gare.

Nasce qui, nei primi anni Venti, l’atleta destinata a segnare un’epoca, collezionando successi in serie a livello giovanile per poi approdare, dopo l’ennesima diaspora dei genitori, corre l’anno 1928, nel paese d’origine, la Germania, esattamente in quel di Friburgo. Lo sci, nel frattempo, ha cominciato ad acquisire riconoscimento globale, con la “settimana internazionale degli sport invernali” a Chamonix nel 1924, di fatto poi prima edizione dei Giochi Olimpici, seppur proprio lo sci alpino ancora non è disciplina programmata, così come in seguito a Saint Moritz nel 1928 e poi a Lake Placid nel 1932.

Cranz studia, prendendosi un diploma in educazione fisica che tornerà utile, molto utile, una volta conclusa la carriera, e scia, partecipando ai primi campionati nazionali tedeschi, nel 1934, a Berchtesgaden, dove per non farsi mancare niente domina le tre specialità in calendario, l’amata discesa libera, lo slalom scoperto da poco, la combinata che assomma le due prove.

La strada maestra è tracciata, Christl Cranz assurge al rango di talento indiscusso dello sci teutonico ed è pronta a debuttare in campo internazionale, partecipando alla prima kermesse mondiale, a Saint Moritz, nel mese di febbraio dello stesso 1934. Il debutto, il 15 febbraio, è in discesa libera, dove coglie l’argento alle spalle della svizzera Anny Ruegg, di due anni più anziana di lei, che sarà per almeno un biennio l’avversaria più irriducibile, anticipando a sua volta la connazionale Lisa Resch. Il giorno dopo Cranz vince lo slalom battendo la stessa Resch per cinque decimi e con la somma dei due risultati si mette al collo pure la medaglia d’oro della combinata, che poi è in definitiva la disciplina più ambita. L’anno dopo, sempre sulle nevi svizzere, a Murren, Ruegg la batte ancora all’esordio della manifestazione, stavolta in slalom, con Cranz che si prende la rivincita in discesa, invertendo l’esito di dodici mesi prima, davanti all’altra tedesca Hady Pfeifer-Lantschner, con la Ruegg ch si accontenta del bronzo. Come già a Saint Moritz, Cranz bissa il trionfo in combinata, e con sei medaglie in due edizioni – ad onor del vero assegnate a posteriori essendo all’epoca riconosciuto il solo titolo della combinata – diventa la stella più luminosa dello sci femminile. In attesa della consacrazione olimpica.

1936. La Germania nazistificata, nel pieno del suo apogeo, accoglie a Garmisch-Partenkirchen la IV Edizione dei Giochi Olimpici, i primi in cui lo sci alpino è infine in programma. E Christl Cranz è la donna-vetrina della manifestazione a cinque cerchi, chiamata a vincere e dar lustro al paese. Il 7 febbraio la leggendaria pista Kandahar è teatro della discesa libera valida per la combinata, unico titolo i palio. Cranz scende a valle con il pettorale numero 11 ma in pieno esercizio incoccia nell’inglese Kessler, che è capitombolata prima di lei, chiudendo così in sesta posizione, distante ben 19 secondi dalla sorprendente norvegese Laila Schou Nilsen, pettorale numero 16, che guida la classifica provvisoria. Urge la rimonta da antologia in slalom, sul tracciato della Gudiberg, per ribaltare una situazione compromessa… e Cranz compie il miracolo. In realtà le avversarie più temibili, oltre alla giovanissima scandinava, sono le altre sciatrici di casa, Grasegger (la migliore alle spalle di Cranz in slalom, seppur distanziata di ben 11 secondi!), Pfeifer e Resch, che chiuderanno in seconda, quinta e sesta posizone. Cranz pennella le due manches della vita, rifila 21 secondi a Nilsen che salva almeno la medaglia di bronzo, ed è campionessa olimpica di combinata, la prima nella storia dello sci alpino.

Potrebbe anche bastare per garantirsi quel posto nell’Olimpo dello sport di cui accennavo all’inizio… è sicuramente sufficiente per diventare eroina di stato e… ed è preferibile tacere su quel che diventa Christl Cranz nel panorama pubblico di quei giorni. L’ambito sportivo è quel che preferiamo, pertanto spazio ai numeri… pardon, alle medaglie che Cranz colleziona in serie e senza avversarie nelle altre tre edizioni dei Mondiali a cui può prendere parte, nel 1937 a Chamonix dove completa la tripletta d’oro discesa/slalom/combinata lasciando alle rivali poco più che le briciole, siano esse le solite tedesche Grasegger e Resch eterne piazzate, oppure la svizzera Von Arx-Zogg, così come l’anno dopo a Engelberg, con l’oro in slalom e in combinata e l’argento in discesa, stavolta preceduta da Lisa Resch, per concludere con un’altra tripletta d’oro in Polonia nel 1939, a Zakopane.

La storia incombe, e con essa la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che intralcia lo sport ma non lo ferma del tutto, se è vero che in pieno conflitto, nel 1941, Cortina trova tempo e coraggio per ospitare un’edizione dei Mondiali riservata solo ad atleti tedeschi, austriaci ed italiani. Cranz vince ancora, discesa e combinata, ma in slalom conosce la sconfitta per mano di Celina Seghi, prima sciatrice azzurra a comparire negli albi d’oro. Ma l’exploit non conta, perché come è logico che sia la Fis nel 1946 decide di non convalidare i risultati ampezzani.

Fa lo stesso, Christl Cranz chiude la carriera con un bottino di quindici medaglie mondiali, di cui ben dodici d’oro, record che probabilmente mai nessuna sarà in grado di eguagliare, ed un titolo olimpico che appartiene all’era pioneristica dello sci.

La leggenda narra che fosse imbattibile, la storia racconta che non si schierò dalla parte migliore… ma questo non importa, è stata una regina. Delle nevi.

MARCIANO VS.WALCOTT, L’IMPRESA MONDIALE DI ROCKY

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Il destro con con cui Marciano manda al tappeto Walcott – da boxrec.com

Il panorama del pugilato internazionale, quando sta per accendersi la stella abbacinante di Rocky Marciano, ha un disperato bisogno di un campione che sappia infiammare gli animi.

Dopo il ritiro di Jack Dempsey, il “massacratore di Manassa“, la boxe ha conosciuto una lunga eclisse di popolarità, prima di venir ravvivata dal carismatico e dinamico Joe Louis. Con il suo declino, due uomini più degli altri sono saliti alla ribalta nella categoria dei pesi massimi: Ezzard Charles e Jersey Joe Walcott. Ma nessuno dei due ha lo charme o il fuoco pugilistico del “brown bomber“, ad onor del vero non certo per loro demerito, essendo per altro due grandi combattenti. Urge pertanto che qualcuno accenda la torcia e rilanci la categoria. Ecco, dunque, apparire all’orizzonte Rocky Marciano, nato a Brockton ma con sangue chietino da parte di padre e beneventino da parte di madre nelle vene.

Dotato di un pugno destro a martello che demolisce, affettuosamente chiamato “Suzie Q“, Marciano si fa strada battendo un atleta del calibro di Roland LaStarza, per poi affrontare il suo idolo di sempre, proprio il “vecchio” Joe Louis, che al Madison Square Garden di New York il 26 ottobre 1951 subisce l’onta di andare al tappeto all’ottava ripresa. Rocky colleziona un record di 42 vittorie consecutive, di cui ben 37 prima del limite, ma c’è ancora chi mette in dubbio le sue qualità di boxeur selvaggio e, proprio per bocca di Joe Walcott, “dilettante“. Ma la vittoria con Harry Matthews, atterrato al secondo round della sfida andata in scena allo Yankee Stadium del Bronx di New York, gli apre infine le porte per la chance mondiale con il detentore del titolo, appunto Jersey Joe Walcott.

E’ il 23 settembre 1952, l’arena scelta per l’incontro è il Municipal Stadium di Filadelfia e sugli spalti ci sono più di 40.000 appassionati che non attendono altre che vedere all’opera l’italoamericano e il suo destro demolitore. Un’arma letale che tutti conoscono ma che altrettanto tutti non sono in grado di contenere. Marciano è dato leggermente favorito e l’incontro è trasmesso in Tv a circuito chiuso in 50 teatri di 31 città americane.

Sembra mettersi subito male, per Marciano, che già nel round d’entrata, dopo aver subito un destro del rivale, va al tappeto – ed è la prima volta in carriera – per un gancio sinistro di Walcott. Si rialza nondimeno al conteggio di “4“, sebbene il suo angolo lo inviti a rimanere ancora qualche secondo a terra; con coraggio prova il contrattacco ma la boxe di Walcott, un mix di classe ed esperienza, lo sovrasta e pare proprio dargli ragione: sembra che il maestro  stia dando una severa lezione tecnica al “dilettante” che va allo sbaraglio.

Ma col passare delle riprese la fatica comincia a farsi sentire e il match diventa esattamente quel che vuole Marciano, ovvero un combattimento corpo-a-corpo in punta di piedi, e il margine tra i due duellanti si riduce. Anzi, la ferocia offensiva di Rocky comincia a far breccia nelle difese di Walcott, mirando al mento con la potenza di “Suzie Q“, e se le prime riprese erano da assegnare al campione in carica, ora è lo sfidante ad incalzare con decisione.

La sfida è tanto bella che si meriterà il premio di “Fight of the Year” per il 1952. Se uno avanza, l’altro non indietreggia; se ad un certo momento sembra che i due pugili siano in punto di morte, l’attimo dopo invece hanno le stimmate degli immortali. La stanchezza e il dolore per i colpi inferti è evidente, così come l’ardore e la voglia di vincere di entrambi è senza pari.

Le fasi decisivi, comunque sia, di nuovo volgono a favore di Walcott. Seppur di poco. Marciano, che mai ha conosciuto la sconfitta, stavolta vede profilarsi all’orizzonte una battuta d’arresto. Quando si sta ormai per avviare la tredicesima ripresa, ad onor del vero, Marciano non ha alcuna possibilità di vittoria se il responso verrà per decisione dei giudici. Lo sa il suo entourage, lo sa – per sfortuna di Jersey Jo – Rocky stesso, che guadagna il centro del ring con l’intenzione di giocarsi il tutto per tutto. Trascorsi 43 secondi, Marciano stringe l’avversario all’angolo, Walcott finta con il sinistro e prova a portare il destro – mossa a lui congeniale – ma Rocky non si fa sorprendere. “Suzie Q” entra in scena con la sua forza devastatrice e con un colpo tra i più memorabili della storia della boxe impatta proprio la mascella di Walcott che stramazza in ginocchio al tappetto, il viso a terra e il braccio sinistro sulla corda di mezzo.

Il dado è tratto e per il campione è la fine. Marciano sa che l’attimo è quello fuggente, vorrebbe scaricare sul povero Jersey Joe il montante definitivo ma si rende conto che non è poi così necessario e l’ultimo colpo, quello del k.o., è molto più amichevole di “Suzie Q“. Sugli spalti è delirio generale, Charley Daggert, chiamato a dirigere l’incontro, conta Walcott perché così impone il protocollo pugilistico ma è chiaro a tutti che non basteranno pochi secondi a rianimare l’ormai ex-campione del mondo.

Jersey Joe Walcott, detentore del titolo, aveva tenuto il comando delle operazioni per due, tre, forse quattro riprese nel cartellino dei giudici, ma infine aveva ceduto ad una eccitante inversione di tendenza. Nel suo camerino, a giochi fatti, ebbe modo di affermare: “non ricordo niente. Non so se sia stato un destro o un sinistro. Non ero stanco. Mi sentivo bene, stavo impostando il mio ritmo. Poi, all’improvviso… bang! Mi ha colpito. Non so cosa, ma mi ha colpito. E non sono stato più in grado di alzarmi“.

C’è un nuovo re dei pesi massimi, ora, e il suo nome è Rocky Marciano.

NUOVA ZELANDA-INGHILTERRA 1995, IL MATCH EPICO DI JONAH LOMU

 

JONAH LOMU
Una meta di Jonah Lomu – da telegraph.co.uk

C’è un velo di malinconia, nel tornare a quel match che Jonah Lomu marcò con i tratti del fenomeno. E’ il 18 giugno 1995, siamo a Città del Capo, in Sudafrica, per la terza edizione della Coppa del Mondo, e il Newlands Stadium è teatro della sfida di semifinale tra Nuova Zelanda e Inghilterra. Sta per accadere qualcosa di prodigioso, una prestazione tanto memorabile da rimanere impressa nella memoria di chi segue la palla ovale e i suoi campioni. E Lomu, ora che non è più tra noi, è nondimeno da annoverarsi tra i più grandi di sempre.

130 secondi di gioco, e Lomu, l’arma devastatoria della squadra di coach Laurie Mains, già riduce all’impotenza i sudditi di Sua Maestà britannica, affondando come lama nel burro nella zona destra dello schieramento avversario. E’ solo l’inizio di un pomeriggio da cani per l’Inghilterra e per il povero Tony Underwood, spazzati via come pivelli da quest’armadio di 196 centimetri per 119 chili, appena ventenne, veloce come un giaguaro, agile come una pantera, potente come una tigre.

Proprio il più giovane dei fratelli Underwood, Tony, ha l’ingrato compito di provare ad arginare lo strapotere del figlio di un predicatore laico di Tonga. Non solo lui, ad onor del vero, è destinato a trascorrere ottanta minuti infernali, gli stessi Will Carling, Mike Catt, Tim Rodber, Dewi Morris e Dean Richards subiranno la legge dell'”uomo con gli stivali“, che abbatte come una furia scatenata tutto quel che si frappone tra lui e la linea di meta, refrattario ad ogni tentativo di placcaggio.

Lomu ha già dato segnali di strapotere fisico nei match precedenti. Ad esempio con l’Irlanda, travolta all’esordio 43-19 con due mete di Jonah, così come la Scozia, avversaria ai quarti di finale e superata 48-30, con la terza meta nel torneo del campione in maglia nera. L’Inghilterra approccia la semifinale con all’attivo tre successi nel girone con Argentina, Italia e Samoa, non del tutto convincenti ad onor del vero, ma la vittoria con l’Australia ai quarti, 25-22, la dice lunga sulla competitività degli inglesi e sulla loro ambizione di guadagnare l’accesso alla finalissima. Lomu, appunto, permettendo.

Dopo l’aberrante approccio al match, l’Inghilterra, tramortita, concede ancora una meta a Kronfeld, addirittura un clamoroso drop di Zinzan Brooke da quasi metacampo e al minuto 20 il tabellone dice: Nuova Zelanda 18 – Inghilterra 0, anche perché nel frattempo il piede delicato di Andrew Mehrtens ha colpito con precisione chirurgica.

Proprio Mehrtens è l’eccellente mediano di apertura del gioco degli All Blacks, che oltre a Lomu hanno in Josh Kronfeld un terza linea di levatura mondiale e in Glen Osborne all’ala un altro pericoloso incursore. La Nuova Zelanda regala spettacolo mentre agli inglesi, inebetiti da cotanta superiorità, non riesce neanche la più elementare sortita in avanti.

Ma è il momento che Lomu salga ancora alla ribalta, e al minuto 23 galoppa di nuovo veloce, sicuro e impettito in seno ad una difesa inglese che nulla può, scartando Andrew per depositare comodamente oltre la linea e in mezzo ai pali la palla del 23-0. Agli inglesi può bastare così, tanto che all’intervallo i tre punti di un calcio piazzato dello stesso Andrew suonano quasi beffardi, 25-3 e un responso inequivocabile che non ammette replica alcuna.

Graeme Bachop e Walter Little sono gli altri due cardini su cui la Nuova Zelanda imposta la sua disarmante superiorità, neanche il tempo di rientrare in campo che si ricomincia esattamente da dove si era lasciato: calcio in avanti di Mehrtens, apertura veloce di Kronfeld e Lomu, che arriva in corsa, abbatte Carling e schiaccia in meta dopo soli 60 secondi dalla ripresa del gioco. Prendendo in prestito una vecchia frase ad effetto del mai dimenticato Nando Martellini… “e sono tre!“.

Quando al minuto 11 Bachop, a chiusura di una splendida azione alla mano, a sua volta deposita in meta fissando il punteggio sul 35-3, la sfida va in archivio e non rimane il tempo che per l’accademia e la ricerca disperata dell’Inghilterra di provare a limitare il passivo.

Gli All Blacks rivolgono la mente a quel che sarà sei giorni dopo, ovvero la finalissima con i padroni di casa del Sudafrica (la Nuova Zelanda verrà sconfitta 15-12 in un match senza mete) che nell’altra semifinale sono venuti a capo della strenua resistenza francese, 19-15 ed una sola meta di Kruger. L’Inghilterra ha via libera per mettere a segno quattro mete, due con Rory Underwood e due con capitan Carling che ne ha abbastanza di venir travolto da Lomu. Ma Jonah vuol imprimere il suo marchio definitivo al match, e al minuto 70 mette in moto le lunghe leve, salta gli avversari come birilli, copre sessanta metri di campo con palla in mano e con apparente semplicità appoggia l’ovale oltre la linea di meta. Game over.

Finisce 45-29, perché il rilassamento degli All Blacks nel finale è totale e consente a giocatori del calibro di Dewi Morris e Rory Underwood di mostrarsi per quel che sono, ovvero degli eccellenti giocatori… ma quel che conta è che una stella di nome Jonah Lomu è apparsa nel cielo del rugby. Abbagliante come una folgore.

Il tabellino del match:

NUOVA ZELANDA: Osborne; Wilson, Bunce, Little, Lomu; Mehrtens, Bachop; Dowd, Fitzpatrick (cap), Brown, Jones, R.Brooke, Brewer, Kronfeld, Z.Brooke.
Sostituzioni: Larsen per Z.Brooke al 64′.

Mete: Lomu (4), Kronfeld, Bachop.
Trasformazioni: Mehrtens (3).
Calci piazzati: Mehrtens.
Drop: Z.Brooke, Mehrtens.

INGHILTERRA: Catt; T.Underwood, Carling (cap), Guscott, R.Underwood; Andrew, Morris; Leonard, Moore, Ubogu, Johnson, Bayfield, Rodber, Clarke, Richards.

Mete: R.Underwood (2), Carling (2).
Trasformazioni: Andrew (3).
Calci piazzati: Andrew.