ROGER BLACK, LA SPERANZA BIANCA DI FINE XX SECOLO SUI 400 METRI PIANI

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Roger Black con gli argenti olimpici di Atlanta ’96 – da alchetron.com

articolo di Giovanni Manenti

Il 3 settembre 1987 è una data “storica” nella specialità dei m.400 piani in Atletica Leggera, in quanto segna la vittoria ai Campionati Mondiali in svolgimento a Roma del tedesco orientale Thomas Schoenlebe con il tempo di 44”33, record europeo che, ad oltre 30 anni di distanza, non è stato ancora migliorato.

In più, il successo del rappresentante dell’ex Repubblica Democratica Tedesca vede altresì l’affermazione di un bianco in una gara come il giro di pista solitamente appannaggio degli atleti di colore, prova ne sia che dovranno attendersi ben 17 anni prima che l’indiscussa superiorità nera sulla distanza – sia in campo olimpico che mondiale – venga interrotta dall’americano Jeremy Wariner, che si aggiudica la medaglia d’oro ai Giochi di Atene ’04.

In detto lasso di tempo che comprende l’intero ultimo decennio del XX secolo, un solo rappresentante del Vecchio Continente cerca di opporsi allo “strapotere nero” – ed, in particolare, dello statunitense Michael Johnson, dominatore assoluto della specialità – vale a dire il britannico Roger Black, pur se la sua, in molti casi, appare una sorta di Don Chisciottesca “lotta contro i mulini a vento” allorché la sfida oltrepassa i confini europei.

Nato a Gosport, nell’Hampshire, il 31 marzo 1966, Black pratica da ragazzo, come molti suoi coetanei inglesi, il Rugby, disciplina in cui mette in mostra ed affina doti di velocità e resistenza, per poi dedicarsi a tempo pieno all’Atletica Leggera una volta iscrittosi alla Facoltà di Medicina dell’Università di Southampton, che abbandona dopo appena tre mesi, per la delusione del padre David, medico, che avrebbe sognato analoga carriera anche per il figlio.

Ma Roger ha già dimostrato, a 19 anni, di poter essere competitivo sul “giro della morte”, tanto da aggiudicarsi in 45”36 il titolo europeo alla Rassegna Continentale Juniores di Cottbus ’85, rifilando al secondo arrivato, il sovietico Yan Krasnikov, quasi 1” (!!) di distacco, così da meritarsi la convocazione per i successivi Campionati Assoluti in programma a Stoccarda l’anno successivo.

Appuntamento al quale Black si prepara prendendo parte, il mese prima, ai “Commonwealth Games” che si svolgono ad Edimburgo in un’edizione che subisce anch’essa un boicottaggio – così di moda durante gli anni ’80 – da parte delle Nazioni africane per il rifiuto del Governo di Sua Maestà di emettere sanzioni verso il Sudafrica per la politica di apartheid vigente in detto Paese.

In quello che diviene, pertanto, poco più di un Campionato britannico, Black non ha difficoltà ad imporsi sui m.400 in 45”58, tenendo a debita distanza l’australiano Darren Clark, per poi contribuire, in seconda frazione, al successo della staffetta inglese nella 4×400, il tutto quale utile allenamento in vista della ben più importante rassegna continentale.

A 20 anni da poco compiuti, è la pista del “Neckarstadion” di Stoccarda ad essere testimone della crescita esponenziale di questo ragazzo che si qualifica per la Finale del 29 agosto dopo aver fatto sua la prima batteria in 45”40 e la prima delle due semifinali in 45”33 precedendo di 0”05 centesimi il tedesco orientale Mathias Schersing, mentre nella seconda il connazionale Derek Redmond ha la meglio (45”35 a 45”42) sull’altro ex Ddr Thomas Schoenlebe.

Si preannuncia, pertanto, una doppia sfida Germania Est-Gran Bretagna nell’atto conclusivo, che vede Black favorito dalla disposizione delle corsie, essendogli toccata in sorte la terza, così da avere come punti di riferimento i suoi diretti avversari, schierati da Schersing a Redmond e Schoenlebe dalla quarta alla sesta corsia.

Con il resto dei finalisti a far la parte dei comprimari, al via allungano decisamente sia Black – che a metà gara ha già annullato il decalage rispetto a Schersing – che Schoenlebe in sesta corsia, affrontando quasi appaiati la seconda curva, dalla quale il britannico esce con un lieve margine di vantaggio che riesce a mantenere sul rettilineo d’arrivo facendo segnare il suo “Personal Best” all’epoca rispetto all’occhialuto tedesco orientale, battuto per soli 0”04 centesimi (44”59 a 44”63), mentre anche Schersing, che ha saputo ben dosare le forze, scende sotto i 45” netti, con il suo 44”85 che gli vale il bronzo.

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L’oro di Black su Schoenlebe a Stoccarda ’86 – da sporting-heroes.net

Ma le fatiche di Black non si esauriscono qui, poiché due giorni dopo è in programma la Finale della staffetta 4×400, con il 20enne Roger schierato in ultima frazione a ricevere il testimone in terza posizione dietro ad Unione Sovietica ed ai padroni di casa della Germania Ovest, pur se con un lieve distacco, che si incarica di colmare, dopo aver fatto fare da lepre all’ultimo frazionista tedesco Ralf Luebke, con un’imperiosa accelerazione sul rettilineo conclusivo per il 2’59”84 non distante dal record europeo di 2’59”13 stabilito due anni prima dal quartetto britannico ai Giochi di Los Angeles ’84.

Conclusa la stagione al quinto posto del Ranking mondiale stilato dall’autorevole rivista “Track & Field News”, Black è, purtroppo, vittima di un infortunio ad un piede che lo porta a saltare buona parte della successiva e, nonostante scenda il 27 giugno ’87 sotto i 45” netti correndo la distanza in 44”99 al Meeting di Praga, la Federazione inglese decide di non rischiarlo in occasione dei Mondiali di Roma ’87, preferendogli Redmond, Brown e Bennett per la gara individuale – dei quali il solo Redmond raggiunge la Finale, conclusa al quinto posto in 45”06 – e selezionandolo solo per la staffetta.

Non potremo mai sapere se la scelta sia stata quella giusta, impedendo il rinnovarsi della sfida con Schoenlebe – il quale va a trionfare con il ricordato primato europeo di 44”33 – di certo vi è che, con l’inserimento di Black e dell’ostacolista Kriss Akabusi, il quartetto britannico si arrende solo agli Stati Uniti nella Finale della staffetta 4×400, realizzando però, con il tempo di 2’58”86, il nuovo limite continentale.

Oramai affermatosi come uno dei migliori al Mondo sul giro di pista, Black deve però rinunciare al suo primo appuntamento a cinque cerchi a causa di un infortunio che gli fa saltare l’intera stagione ’88, dovendosi pertanto accontentare di assistere alla Tv al dominio Usa ai Giochi di Seul che monopolizza l’intero podio dei m.400 con Steve Lewis che si impone in 43”87 (ad un solo 0”01 centesimo dal record olimpico di Lee Evans risalente a Messico ’68 …), davanti al primatista mondiale Butch Reynolds ed a Danny Everett, che chiudono in 43”93 e 44”09 rispettivamente, lasciando fuori dal podio quell’australiano Clark da Black sconfitto ai “Commonwealth Games” due anni prima, nel mentre Schoenlebe fallisce addirittura l’accesso alla Finale.

L’inglese ha l’accortezza di non forzare i tempi di recupero, utilizzando l’anno 1989 – in cui non sono in programma grandi manifestazioni, eccezion fatta per la Coppa del Mondo che però, stante la creazione dei Campionati Mondiali, sta sempre più perdendo prestigio – per recuperare appieno dall’infortunio patito e potersi così presentare tirato a lucido ai Campionati Europei di Spalato ’90, dove è chiamato a difendere i titoli conquistati quattro anni prima a Stoccarda.

E se, a livello assoluto, la superiorità americana non può essere messa in discussione, in campo europeo si rinnova la sfida tra Black e Schoenlebe che non ha potuto aver luogo a Roma ’87 e Seul ’88 al fine di stabilire le gerarchie nel Vecchio Continente, con anche il tedesco orientale reduce da un paio di stagioni non di massimo splendore.

A quattro anni esatti di distanza dalla Finale di Stoccarda, il 29 agosto ’90, il britannico – che si presenta agli Europei con il miglior tempo stagionale di 44”01 ottenuto il 10 agosto al Meeting di Bruxelles – ha l’opportunità di confrontarsi nuovamente con il primatista europeo in carica, ma stavolta in semifinale, avendo la meglio per 0”20 centesimi (45”46 a 45”66), con la resa dei conti aggiornata al giorno appresso.

Ancora una volta, la sfida tra il Campione ed il detentore del record europeo in carica si risolve in una lotta a due, con i rivali distanti per quanto riguarda le corsie, visto che Black è sorteggiato in seconda e Schoenlebe in settima, con l’atleta di casa, lo jugoslavo Slobodan Brankovic, a prendere decisamente la testa nelle fasi iniziali della gara, andando addirittura ad annullare il decalage da Schoenlebe all’ingresso della seconda curva, nel mentre il britannico, che ha sin qui corso con regolarità, emerge all’uscita della stessa con un discreto margine di distacco che gli consente di resistere al disperato tentativo di rimonta del tedesco orientale, il quale riesce quasi a colmare il gap sulla linea del traguardo, cedendo per soli 0”05 centesimi (45”08 a 45”13), per quello che rappresenta comunque il suo miglior tempo stagionale.

Il ritrovato gradino più alto del podio è un’iniezione di fiducia non da poco per Black, che due giorni dopo, l’1 settembre, trascina letteralmente il quartetto britannico, oltre che all’oro nella staffetta 4×400 metri, anche al relativo primato continentale di 2’58”22, lasciando ad oltre 2” e 3” rispettivamente, i due quartetti tedesco occidentale ed orientale.

Con quattro medaglie d’oro ai Campionati Europei, Black è ora pronto a dare l’assalto anche al trono intercontinentale, con l’occasione fornita dalla terza edizione dei Campionati Mondiali, in calendario a Tokyo a fine agosto ’91, favorito anche dal fatto che Michael Johnson è iscritto sui soli 200 metri ed il terzetto a stelle e strisce è composto da Antonio Pettigrew, laureatosi Campione AAU con 44”36, Andrew Valmon e Danny Everett, unico reduce del podio olimpico di Seul ’88.

Un aiuto psicologico viene fornito all’oramai 25enne britannico dal fatto che la Finale è in programma, ancora una volta, il 29 agosto, data che sicuramente gli porta fortuna, avendo comunque già scoperto le proprie carte aggiudicandosi in 44”64 due giorni prima la seconda delle due semifinali, pur se nella prima Pettigrew fa segnare 44”52 precedendo il cubano Roberto Hernandez, a propria volta sceso con 44”66 sotto la barriera dei 45” netti, così come Everett, terzo in 44”97.

Che la lotta per le medaglie sia ristretta a questo quartetto è ribadito dall’esito della Finale, con solo loro a confermarsi in meno di 45” in uno schieramento che alla partenza, favorisce ancora una volta Black, sorteggiato in terza corsia, con Pettigrew, Everett ed Hernandez a scalare dalla quarta alla sesta.

In una delle più combattute ed emozionanti finali nella storia dei 400 metri piani, Black parte all’attacco, annullando in men che non si dica il decalage dal vicino di corsia Pettigrew, per poi incrementare l’andatura nel suo “pezzo forte”, vale a dire il percorso della seconda curva, tanto da presentarsi sul rettilineo conclusivo con un margine che appare sufficiente a garantirgli il titolo iridato, in una sorta di replay della gara europea dell’anno precedente.

Ma i 400 metri non sono chiamati “il giro della morte” per caso, e l’accumularsi di acido lattico fa sì che gli ultimi metri rappresentino una fatica indicibile, tanto da far affermare ai tecnici che non vince chi va più veloce, bensì chi “rallenta di meno”, ed è quello che succede al corridore inglese, il quale viene raggiunto e superato da Pettigrew a 50 metri dal traguardo, riuscendo a salvare l’argento dal ritorno di Everett solo sul filo di lana per un ordine d’arrivo che vede il Campione AAU trionfare in 44”57, con Black secondo in 44”62 ed Everett terzo in 44”63.

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Il vittorioso di Pettigrew su Black a Tokyo ’91 – da gettyimages.it

Il ragazzo dell’Hampshire è consapevole di aver gettato al vento “l’occasione della vita”, ma il bello dello Sport è che non consente di perdersi in recriminazioni, visto che solo tre giorni dopo, l’1 settembre ’91, è in programma la staffetta 4×400 metri, ideale territorio per una eventuale rivincita, visto che il quartetto britannico – uso a scendere abbondantemente sotto il muro dei 3’ netti – appare l’unico in grado di contrastare lo strapotere Usa in tale specialità, difficilmente in grado di essere scalfito, visto che gli americani schierano tre degli otto finalisti della prova individuale (oltretutto classificatisi al primo, terzo e quinto posto …), oltre ad un promettente 21enne di nome Quincy Watts, che avrà modo di far parlare di sé negli anni a seguire.

I tecnici inglesi decidono di schierare Black in prima frazione rispetto all’americano Valmon al fine di acquisire un vantaggio psicologico, tattica che l’unico bianco del quartetto britannico ripaga consegnando il testimone con un buon margine a Redmond, il quale viene rimontato da Watts per poi lottare spalla a spalla al momento del cambio con il duecentista John Regis, che riesce a non perdere contatto da Everett, così che la decisione viene rimandata all’ultimo giro di pista dove il neo Campione iridato Pettigrew deve vedersela con lo specialista degli ostacoli Kriss Akabusi.

Sulla carta non dovrebbe esserci storia, ma mai sottovalutare la caparbietà dell’atleta di origini nigeriane, il quale si mantiene in scia del più accreditato americano, resiste al suo tentativo di scrollarselo di dosso all’entrata nel rettilineo finale per poi bruciarlo per il minimo scarto di appena 0”04 centesimi (2’57”53 a 2’57”57), per un terzo record europeo del quartetto britannico, per la prima volta sceso sotto i 2’58”.

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Il quartetto britannico oro nella 4×400 a Tokyo ’91 – da thetimes.co.uk

Curiosità giunge in occasione della cerimonia di premiazione, allorché sui tre gradini del podio salgono 12 atleti – il bronzo se lo era aggiudicato la Giamaica in 3’00”10 – di cui ben 11 di colore e l’unico “intruso” è proprio Roger, che di cognome fa Black, il che vuol dire appunto “nero” …!!

Scherzi fonetici a parte, di nuovo l’esperienza olimpica non porta bene a Black, il quale, pur correndo la sua semifinale in un non disprezzabile 44”72 ai Giochi di Barcellona ’92, si piazza solo quinto fallendo l’accesso alla Finale, con il rammarico che tale tempo, se ottenuto nella prima serie, lo avrebbe inserito al secondo posto, ed a parziale consolazione giunge comunque la sua prima medaglia in tale rassegna, con il bronzo della staffetta 4×400 che sarebbe potuto essere argento, in quanto la Gran Bretagna viene superata per soli 0”22 centesimi (2’59”51 a 2’59”73) da Cuba, un tempo sicuramente alla portata del quartetto del Regno Unito, nel mentre, imperiosi, gli Stati Uniti vanno, oltre che all’oro, anche al primato mondiale in 2’55”74.

Così come quattro anni prima dopo le Olimpiadi di Seul, anche la stagione post Barcellona è caratterizzata da malattie ed acciacchi vari per Black, costretto pertanto a saltare l’appuntamento coi Mondiali di Stoccarda ’93, per poi recuperare, ancora una volta, al richiamo dei Campionati Europei, stavolta in programma ad Helsinki ad inizio agosto ’94.

La mancanza della sua “data fortunata” del 29 agosto, fa sì che la Finale della gara individuale, disputatasi l’11 agosto, lo veda abdicare in favore del connazionale Du’aine Ladejo, che ha la meglio per 0”11 centesimi (45”09 a 45”20), un tempo che un Black al meglio delle condizioni non avrebbe avuto difficoltà a migliorare, incrementando comunque la sua collezione di medaglie continentali con il terzo oro consecutivo della staffetta 4×400, troppo evidente è la superiorità del quartetto britannico, che infligge quasi 2” di distacco (2’59”13 a 3’01”11) ai colleghi francesi, con in più l’amarezza di correre, due settimane dopo a Rieti, i m.400 in 44”78, ampiamente sufficienti per la conferma del titolo continentale.

Ai vertici internazionali, si è oramai accesa la stella dell’americano Michael Johnson, il quale sfrutta i Mondiali di Goteborg ’95 in preparazione del suo progetto olimpico di conquistare un doppio oro sui 200 e 400 metri, obiettivo raggiunto con i rispettivi riscontri cronometrici di 19”79 e 43”39 (in entrambi i casi record dei Campionati …), troppo per un 29enne Black che, pur raggiungendo la Finale sulla più lunga distanza, la conclude non meglio che settimo in 45”28, preceduto anche dall’altro britannico Mark Richardson, quinto in 44”81, così come il quartetto britannico resta per una volta ai margini del podio, non meglio che quarto in un inguardabile 3’03”75, pur con la scusante di una formazione sperimentale, con il solo Black a contare su di una certa esperienza.

Con i vertici mondiali ad accelerare le loro prestazioni ed oramai superata la soglia dei 30 anni, non sono in molti a concedere chances a Black nel suo ultimo tentativo in chiave olimpica ai Giochi di Atlanta ‘96, dove è atteso il “Personal Show” di Michael Johnson, la cui caccia al doppio oro sui 200 e 400 metri si apre sul giro di pista, la cui Finale è in programma il 29 luglio.

Che il 29 sia un numero che porta bene al britannico è oramai un fatto acclarato, e sulla pista della Capitale georgiana lo stesso dimostra di aver anche acquisito, in forza dell’età, la giusta maturità tattica che lo porta a non seguire il ritmo indiavolato che il fuoriclasse americano impone alla gara, andando a completare la prima parte del suo “progetto d’oro” in un 43”49 inarrivabile per il resto dei suoi avversari, ma con Black che riesce a precedere “il resto degli umani” con un argento impreziosito dal tempo di 44”41, suo miglior risultato in una grande manifestazione internazionale, ed a soli 0”04 centesimi dal suo “Personal Best” in carriera, stabilito il 2 luglio al Meeting di Losanna in 44”37, altresì record britannico e per appena altri 0”04 centesimi al di sopra del primato europeo di Schoenlebe.

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Johnson precede Black ad Atlanta ’96 – da speedendurance.com

Un Black in così smaglianti condizioni può anche essere in grado di contendere agli Stati Uniti l’oro con la staffetta 4×400, data altresì la rinuncia di Johnson, ampiamente soddisfatto dopo aver centrato l’obiettivo di far suoi anche i 200 metri con lo sbalorditivo record mondiale di 19”32, cosa alla quale non va poi molto lontano.

In un quartetto che prevede in prima frazione Iwan Thomas (il quale toglierà a Black il record sui m.400 l’anno seguente per un solo 0”01 centesimo, correndo la distanza in 44”36 …), Jamie Baulch e Mark Richardson nelle intermedie, tocca nuovamente a Black l’onere di concludere la prova, ricevendo il testimone in seconda posizione, con un paio di metri di svantaggio rispetto ad Anthuan Maybank, non proprio il migliore in casa Usa.

Black mantiene il distacco sino all’ingresso dell’ultima curva, per poi sferrare il suo attacco che lo porta quasi ad affiancare l’americano all’uscita della stessa, solo per pagare lo sforzo sul rettilineo finale, non potendo impedire al quartetto degli Stati Uniti di andare a trionfare in 2’55”99, ma comunque contribuendo ad abbassare nuovamente sino a 2’56”60 il primato europeo, limite che ancora resiste a distanza di oltre 20 anni.

L’ultimo decennio del XX Secolo va a concludersi ancora nel segno del duello tra Stati Uniti e Gran Bretagna, se è vero che ai Mondiali di Atene ’97 – per i quali Black è selezionato solo per la staffetta, dando spazio agli altri tre componenti della staffetta olimpica – la Finale vede tra gli 8 finalisti quattro americani ed i citati tre britannici, oltre all’ugandese Davis Kamoga, che conquista peraltro l’Argento alle spalle di Johnson.

A questo punto non possono esservi dubbi su a quali quartetti sia riservata la sfida per l’oro nella staffetta 4×400, con la Gran Bretagna ancora una volta avvantaggiata dalla rinuncia del fuoriclasse texano e che conferma la stessa formazione dei Giochi di Atlanta, con la sola variante di inserire Black in seconda frazione per vedersela con Pettigrew che lo aveva beffato ai Mondiali di Tokyo ’91.

Sceso alla corda in terza posizione alle spalle dell’americano e del giamaicano Gregory Haughton, Black non ha difficoltà a sopravanzare quest’ultimo per poi andare alla caccia di Pettigrew senza riuscire nell’intento, ed anzi facendosi rimontare da Haughton negli ultimi appoggi, per poi rendersi conto che i più giovani Baulch e Richardson hanno oramai raggiunto la giusta maturità per poter far parte a pieno titolo del quartetto di Sua Maestà, impegnando gli ultimi frazionisti americani sin fino agli ultimi metri per cedere solo per 0”18 centesimi (2’56”47 a 2’56”65), sfiorando per appena 0”05 centesimi il limite europeo dell’anno precedente.

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La 4×400 argento ad Atene ’97 – da dailymail.co.uk

Ora Black – che nel frattempo aveva ricevuto nel ’95 dall’Università di Southampton che aveva abbandonato per dedicarsi all’Atletica la “Laurea ad Honorem”, nonché nominato MBE (“Member of British Empire”) dalla Regina Elisabetta – può dire addio all’attività agonistica, salutando il suo pubblico il 26 luglio ’98 a Birmingham correndo il suo ultimo 400 metri in un più che apprezzabile 44”71, per poi dedicarsi ad una proficua attività di commentatore televisivo sulla rete nazionale BBC, ma le sorprese, e per di più positive, non sono ancora finite…

Nel gennaio 2010, infatti, a seguito dell’ammissione da parte di Pettigrew di aver fatto uso di sostanze dopanti nel periodo a cavallo del cambio di secolo, la medaglia d’oro della staffetta 4×400 ai Mondiali di Atene ’97 viene tolta agli Stati Uniti ed assegnata alla Gran Bretagna, per il conseguente secondo titolo iridato per Black, che va ad aggiungersi ai 5 ori europei ed ai due ai “Commonwealth Games”.

Mai come in questo caso, viene da ricordare il famoso adagio che ricorda come “la vendetta sia un piatto che si mangia freddo…”.

 

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IL QUINQUENNIO VINCENTE DEL PETRARCA PADOVA DI RUGBY AD INIZIO ANNI ’70

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Il Petrarca Padova campione d’Italia nel ’74 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

Che il Nord Est, ed il Veneto in particolare, si possa definire la “Roccaforte del Rugby italiano” è risaputo, e niente vi è di più avvincente, per gli appassionati di questo splendido Sport, che assistere ai combattutissimi derby tra le “tre grandi” della palla ovale, vale a dire Rovigo, Padova e Treviso.

Dopo l’epoca pionieristica di tale disciplina, dove a dominare la scena è l’Amatori Milano – 13 titoli di Campione d’Italia tra il 1930 ed il ’46 – con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale anche nel Bel Paese il Rugby inizia a divenire sport sempre più praticato sin da giovani e, proprio nella città universitaria patavina, prende corpo una Società la cui attività porta a divisioni e polemiche all’interno del mondo della palla ovale.

Accade, infatti, che nel 1955 venga fondata la “Fiamme Oro” Padova, ad un anno dalla creazione del Gruppo Sportivo della Polizia di Stato, su iniziativa di un gruppo di agenti della Squadra Mobile operante nel capoluogo veneto, al fine di svolgere un’attività dapprima a livello amatoriale, ma ben presto affiliata al citato gruppo sportivo, così da ottenere l’iscrizione al Campionato di Serie A a far tempo dalla stagione 1956-’57 ed imporsi in breve tempo come una delle formazioni più organizzate e tecnicamente valide dell’intero panorama nazionale.

Prova ne sia che, dall’anno successivo al suo esordio e per quattro stagioni consecutive – dal 1958 al ’61 – lo Scudetto non sfugge agli atleti della Polizia di Stato, i quali vantano sulle avversarie il vantaggio di poter fare affidamento su atleti che vi affluiscono da tutte le parti d’Italia, ivi comprese le zone confinanti di Rovigo e Treviso e sono altresì i migliori, da Di Zitti, Autore e Rovelli a Del Bono, Bellinazzo, Levorato, Simonelli, nonché Ottorino Bettarello, Roberto Luise e sino a Franco Zani, con quest’ultimo, allorché emigra in Francia per giocare nell’Agen, ad essere considerato il miglior n.8 (terza linea centro) a livello europeo di inizio anni ’60.

Con in più la possibilità di allenarsi con continuità e forti altresì dell’organizzazione del Gruppo Sportivo che in quegli anni raccoglie il meglio dello Sport nazionale che consente loro di essere anche guidati da un tecnico straniero, il francese Robert Poulain, il Campionato italiano perde di significato – basti pensare che ben 12 giocatori delle Fiamme Oro arrivano ad indossare la maglia azzurra – in quanto viene a mancare anche quello “spirito di campanile” che sta alla base del Rugby, sostituito da uno “spirito di corpo” che stravolge i valori della disciplina e suscita rabbia e indignazione nelle altre Società.

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Le “Fiamme Oro” Padova campioni d’Italia nel ’58 – da wikipedia.org

Per una città, come Padova, che della palla ovale fa quasi una religione, questo “esproprio” esterno alla loro squadra storica, vale a dire il Petrarca, proprio non va giù e, visto che – con l’inizio degli anni ’60 – si conclude altresì il formidabile ciclo della squadra di calcio plasmata da Paron Rocco, ecco che giunge il momento di far la voce grossa per portare ai vertici del rugby nostrano una formazione veneta nel vero senso della parola, cosa oltretutto già successa per i “rivali storici” di Rovigo, per tre anni consecutivi Campioni dopo il quadriennio delle Fiamme Oro.

Nato nel 1947 sulle ceneri del Padova, una delle prime squadre a praticare il rugby in Italia, il Petrarca cresce grazie agli allievi del Collegio Universitario Antonianum, vera e propria istituzione cittadina, e disputa le proprie gare al “Campo Tre Pini”, ricavato all’ombra delle cupole della chiesa di Santa Giustina, nel centro della città.

E’ una squadra brillante, quella del Petrarca, che entusiasma le migliaia di tifosi che la seguono con passione, sfornando anche fior di giocatori, ma a fine anni ’60, dopo quasi un quarto di secolo di attività, il proprio Palmarès è desolatamente vuoto, potendo contare esclusivamente su di una serie di buoni piazzamenti, pur avendo sempre partecipato ai Campionati della Massima Divisione, ed a poco è servito anche l’ingaggio di un tecnico francese, tale Perez, il cui passaggio in Veneto non ha lasciato grandi ricordi.

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Una formazione del Petrarca negli anni ’50 – da wikipedia.org

Ben diverso è, al contrario, l’approccio che ha alla guida tecnica l’ex pilone dei bianconeri Guglielmo “Memo” Geremia – che per 20 anni ne ha indossato i colori – al quale viene affidata la conduzione della squadra nell’estate ’68, con ciò confermando la tesi che alla base di un ciclo vincente vi è sempre una continuità nel settore allenatore.

Già dalla sua prima stagione sulla panchina patavina, le cose cambiano, con un Petrarca che aveva concluso il precedente Campionato al quarto posto, ma a ben 16 punti di distacco dalle rivali cittadine delle Fiamme Oro (al loro quinto ed ultimo titolo …), a chiudere il Torneo ’69 in seconda posizione, a soli 3 punti di distacco (40 a 37) dai neroverdi de L’Aquila, che terminano imbattuti.

E’ il segnale che qualcosa sta cambiando, e sui futuri successi molto del merito sta proprio nel nuovo tecnico e nei suoi metodi di allenamento, nuovi per il panorama rugbistico italiano, ma non per quello britannico, a cui si ispirano.

Preparazione, sacrificio, serietà di impegno e di comportamenti, filosofia di gioco finalizzata più al risultato che non allo spettacolo attraverso una compagine costruita con equilibrio, è questa la “ricetta vincente” di Geremia, il quale ha la possibilità di metterla in pratica grazie alla sua dote di conoscitore di uomini – nel suo XV pretende “tusi serii” (“ragazzi seri”) possibilmente radicati nel territorio veneto – nonché per il suo carisma nella vita economica cittadina.

Già, poiché di Rugby non si può vivere – dal punto di vista economico, si intende – ed ecco che il tecnico si prodiga a trovare ai suoi ragazzi posti di lavoro ed ad offrire garanzie per il futuro, specie per i “fuoriusciti” dalla concittadina Fiamme Oro allorché scade il periodo della “ferma militare”, un travaso d’esperienza quanto mai utile, ma che non fa venir meno la gestione del Settore Giovanile, di cui Geremia si occupa in prima persona, facendo divenire il Petrarca Padova un esempio nel panorama della palla ovale italiana, unico vero Club nel verso senso della parola e di cui ha la mentalità.

Organizzazione societaria, un tecnico carismatico e giocatori di livello rappresentano il giusto mix affinché ai tifosi venga offerta la possibilità di essere ripagati da tanti, troppi anni in cui sono stati costretti a fare buon viso a cattiva sorte nel vedere vincere gli altri, ed il primo “storico” Scudetto giunge nel ’70 al termine di una stagione dominata dal Petrarca, con 19 vittorie, due pareggi ed una sola sconfitta – alla terza giornata di ritorno, 3-5 sul campo dei Campioni in carica de L’Aquila, che chiudono al secondo posto staccati di 7 punti – sulle 22 gare disputate, con la doppia soddisfazione dei successi, tra andata e ritorno, ottenuti per 17-3 e 17-12 nei sentitissimi derby con il Rovigo.

Con in più l’orgoglio di aver allestito una formazione di “ragazzi di casa”, tra i quali emergono i fratelli Franco e Romano Baraldi, il possente Roberto Luise ed Elio Michelon, miglior marcatore del Torneo, con 145 punti messi a segno (sui 280 complessivamente realizzati dalla propria squadra …), unito dal fatto che i migliori giocatori veneti chiedono di entrare a farvi parte – Barbini, Sagramora, Valier e Rinaldo provengono da Venezia, Boccaletto e Blessano da Treviso (via Fiamme Oro) e Brevigliero addirittura da Rovigo – per le avversarie l’unico mezzo per cercare di far fronte a questa forza d’urto è orientarsi sul mercato estero.

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Alexandru Penciu – da airugby.ro

Uno dei migliori prodotti giunti nel Bel Paese è il rumeno Alexandru Penciu, ingaggiato dal Rovigo nel ’69 dopo essersi aggiudicato cinque titoli in patria con la Steaua Bucarest, ma, per le ferree leggi sull’emigrazione vigenti nelle Nazioni dell’Est Europa, quando giunge in veneto ha già 37 anni, il che gli consente, a dispetto dell’età, di risultare il miglior marcatore del nostro Campionato per due anni consecutivi nel 1971 e ‘72, con 102 e 124 punti rispettivamente, ma altrettanto non impedisce al Petrarca di confermare anche in dette stagioni lo Scudetto conquistato nel 1970.

Ed anche in fatto di stranieri, il Club patavino non vuole restare indietro, se è vero che, per le stagioni 1972 e ’73 – le ultime due con Geremia alla guida tecnica per poi passare ad un ruolo dirigenziale – ingaggia il sudafricano Nelson Babrow, figlio d’arte in quanto il padre Louis aveva indossato la maglia degli “Springbocks” negli anni ’30, il cui apporto, dimostrandosi determinante per la conquista di altrettanti titoli di Campioni d’Italia, evidenzia peraltro a chiare note quale enorme sia ancora il dislivello tra il rugby nostrano e quello dell’emisfero australe.

Nei tre Scudetti vinti dal 1971 al ’73, una nuova avversaria si profila all’orizzonte per il Petrarca, vale a dire il CUS Genova, Società curiosamente anch’essa fondata nel 1947, che vive il proprio “triennio magico” in concomitanza con dette stagioni, tutte concluse al secondo posto riducendo anno dopo anno il distacco dai patavini, dai 7 punti del 1971 ai 3 del ’72 per finirne a ridosso, staccata di un sol punto, nel 1973.

Un “Miracolo sportivo”, quello del Club ligure, che anche in questo caso ha un nome quanto mai carismatico nel panorama rugbistico azzurro, e cioè quello del terza linea centro Marco Bollesan, anch’esso veneto di Chioggia, il quale si assume il compito di provare a far germogliare la passione per la palla ovale in una regione che vive prevalentemente di Calcio e Pallanuoto, dopo essere riuscito a condurre allo Scudetto la Partenope Napoli nel ’66 e riuscire, successivamente, in un’analoga impresa nel ’75 con Brescia per l’unico titolo della storia di quest’ultima Società.

Ciò a dimostrazione di come basti veramente poco, per il Rugby dei primi anni ’70, a spostare gli equilibri in campo nazionale, cosa che, al contrario, non avviene al Petrarca, che nelle stagioni del suo posizionamento al vertice nel panorama italiano, può contare su di una compattezza di squadra non indifferente, come conferma il fatto che i leader della Classifica delle mete segnate risultano a turno i propri giocatori, nel ’71 Romano Baraldi con 10 realizzazioni, l’anno seguente tocca a Faustino Crepaz portando in ben 19 occasioni l’ovale oltre la fatidica linea di meta, bottino eguagliato nel ’73 da Babrow, quale miglior modo di salutare la compagnia, stagione, quest’ultima, che vede altresì consentire al piede di Lelio Lazzarini di succedere al citato Penciu quale miglior marcatore assoluto, con 109 punti all’attivo.

Si potrebbe pensare che l’avvicendamento di Geremia in panchina possa generare dei contraccolpi sul piano dei risultati, ma così non è in quanto “Memo” conferma di possedere doti dirigenziali che non hanno nulla da invidiare a quelle tecniche, a partire dalla scelta del suo sostituto, che cade su Marcello Fronda, già protagonista dei cinque Scudetti vinti dalle Fiamme Oro, i primi quattro da giocatore e l’ultimo quale allenatore.

Ed anzi, a voler dare un ulteriore schiaffo alle avversarie – che nel frattempo attingono a piene mani ai rinforzi oltre frontiera, con il gallese David Cornwall a rinforzare Brescia e l’inglese Dick Greenwood ad approdare a Roma – Geremia decide di non rimpiazzare il partente Babrow con un altro straniero, consegnando a Fronda un organico autoctono, ma che ha già acquisito la giusta esperienza per poter tentare il “pokerissimo”, impresa che, nel dopoguerra, non era ancora riuscita a nessuno, essendosi il Rovigo (tra il 1951 ed il ’54) e le già ricordate Fiamme Oro, fermatesi a quota quattro.

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La rosa tutta italiana del Petrarca campione nel ’74 – da wikipedia.org

Costretto a rintuzzare le rinnovate velleità de L’Aquila, il Petrarca ripete lo stesso identico cammino del primo Scudetto, con 19 vittorie, 2 pareggi ed una sola sconfitta, peraltro pesante, sotto forma di un 6-25 esterno subito dall’Algida Roma alla penultima giornata, il che consente ai neroverdi abruzzesi di portarsi (38 a 37) ad un sol punto di distacco in Classifica.

L’ultimo turno vede gli aquilani di scena proprio a Padova, ma contro le Fiamme Oro, mentre i patavini restano nella Capitale per affrontare il CUS Roma, avversario più o meno dello stesso valore dell’Algida, ma i ragazzi di Fronda riescono a ricompattarsi imponendosi con un 24-4 che rende vano il successo in Veneto de L’Aquila per 22-12, così da aggiudicarsi il loro quinto titolo consecutivo e trovando una folla di tifosi in delirio ad attenderli al rientro in treno a Padova.

Con questo successo si conclude il “primo ciclo vincente” del Petrarca, che ha però saputo gettare le fondamenta per una continuità di rendimento i cui frutti – con Geremia a scalare i vertici societari sino a diventarne il Presidente – non tardano a maturare, a cominciare dal sesto titolo conseguito tre anni dopo, nel 1977 con alla guida tecnica il francese Guy Pardiès nella doppia veste di allenatore-giocatore.

Con un torneo allargato a 14 squadre, la lotta per il titolo si risolve in una “corsa a due” tra le rivali storiche Petrarca e Rovigo, con questi ultimi Campioni in carica, per la cui decisione non sono sufficienti le 26 giornate di Campionato, in quanto un calendario bizzarro propone proprio all’ultimo turno lo scontro diretto, disputato per l’occasione allo “Stadio Appiani” davanti a ben 18mila (!!) spettatori, ed i patavini riscattano la sconfitta dell’andata al “Mario Battaglini” rifilando ai rivali un 21-9 che consente di raggiungerli a quota 44 punti, rendendosi così necessario un incontro di spareggio.

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Una fase di Petrarca-Rovigo disputata all’Appiani di Padova nel ’77 – da ilneroilrugby.it

Tocca all’allora denominato “Stadio dei Rizzi” di Udine ospitare il 22 maggio ’77 tale decisiva sfida e, su un campo reso via via sempre meno praticabile a causa di un violento temporale che si abbatte sul Capoluogo friulano – e che avrà, purtroppo, una tragica conseguenza nella morte di un tifoso, colpito da un fulmine sugli spalti – ad avere la meglio è il Petrarca per il minimo scarto di 10-9 scaturito, dopo i calci piazzati messi a segno da Boccaletto e Lazzarini, da una meta realizzata, ironia della sorte, proprio da Dino De Anna, fratello del più celebre Elio, che vestiva i colori rossoblù rodigini.

Con questa appendice al favoloso quinquennio di inizio anni ’70 si conclude la cronaca del primo periodo che vede il Petrarca Padova ai vertici del panorama rugbistico nazionale, un appuntamento al quale non mancherà di fare ritorno nel successivo decennio, ma questa è, come suole dirsi, un’altra storia…

LA LEGGENDA DELLE PICCOLE GINNASTE PAVESI AI GIOCHI DI AMSTERDAM 1928

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Le ragazze pavesi ad Amsterdam ’28 – da quatarobpavia.it

articolo di Giovanni Manenti

Pur se la Ginnastica artistica è disciplina che si addice alle ragazze, per la grazia e l’armoniosità dei gesti che essa comporta, la stessa deve attendere la settima edizione dei “Giochi dell’Era moderna” per comparire nel programma olimpico, e ciò avviene ad Amsterdam 1928, limitandosi comunque alla sola prova a squadre.

Ed, in ogni caso, che tale Sport non accogliesse ancora i favori nei vari Comitati Olimpici nazionali è confermato dal fatto che solo cinque squadre si presentano alla rassegna a cinque cerchi olandese, vale a dire le padroni di casa, assieme a Francia, Gran Bretagna, Ungheria ed Italia.

Già, è presente anche una rappresentativa azzurra, anche se definirla italiana – non nel senso delle origini, che sono strettamente del Bel Paese, ma per la collocazione geografica della stessa – appare un tantino ridondante, visto che le ginnaste provengono tutte e dodici non solo da una regione, ma addirittura da un’unica città, la lombarda Pavia, dando così vita ad una delle più belle Storie di Sport che si possano raccontare, vale a dire la “Leggenda delle piccole ginnaste pavesi”.

Come molto spesso accadeva in un’epoca ancora pionieristica per molte discipline, nel più puro omaggio al credo olimpico tanto caro al Barone De Coubertin, occorre che vi sia qualcuno che si faccia carico di un simile progetto, e quel qualcuno, nel caso in questione, altri non è che il Professore di Educazione Fisica Gino Grevi, il quale abbraccia entusiasta l’idea di formare una squadra ginnica per le prossime Olimpiadi di Amsterdam, reclutando le migliori allieve delle Scuole della città.

Portato a conoscenza delle autorità comunali per ottenere il necessario sostegno economico per affrontare la trasferta in Olanda, il piano viene approvato all’unanimità, con ciò dimostrando una grande apertura mentale da parte anche delle famiglie delle ginnaste, che non si pongono scrupoli nell’affidare le loro piccole al Prof. Grevi – persona peraltro che godeva di ampia stima negli ambienti cittadini – per un viaggio all’estero, vista la tenera età delle stesse.

L’opera di selezione avviene dopo duri allenamenti nella palestra di via Porta, alternati, quando il tempo lo consente, con esercitazioni all’aperto in Piazza Castello, così che l’intera cittadinanza si potesse rendere conto di come le loro piccole discendenti si stessero preparando con assiduità per non sfigurare nell’arengo olimpico.

Conclusa tale fase, dopo un’ulteriore qualificazione svoltasi a Pallanza, ecco che vengono scelte le 12 ragazze che rappresenteranno l’Italia ai Giochi di Amsterdam, una spedizione di livello adolescenziale, in quanto ben 9 di esse hanno meno di 15 anni, con la piccola Luigina Giavotti di 12 anni non ancora compiuti, tanto da essere tuttora – con i suoi 11 anni e 300 giorni – la più giovane atleta ad aver partecipato ad un’edizione dei Giochi estivi.

Oltre alla citata Giavotti, sono la “veterana”, se così la si può definire, Lavinia Gianoni, che ha compiuto 17 anni il 31 gennaio, nonché Bianca Ambrosetti, Virginia Giorgi, Germana Malabarba, Luigina Perversi, Diana Pizzavini, Anna Tanzini, Carolina Tronconi, Ines Vercesi e Rita Vittadini a comporre la spedizione azzurra, capitanata dalla quasi tredicenne – li compirà il 13 novembre – Carla Marangoni, dimostratasi come colei in possesso delle migliori qualità ginniche.

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Foto di gruppo prima della partenza – da vanillamagazine.it

Penso non sia difficile immaginare l’entusiasmo che anima queste poco più che adolescenti, allorché il 4 luglio 1928 partono per il primo viaggio all’estero della loro vita, con addirittura come meta una Olimpiade, la cui cerimonia di apertura è fissata per il successivo 28 luglio, accompagnate dal Prof. Grevi nonché, a vegliare su di esse, Maria Bisi, la Custode della palestra, da tutte affettuosamente chiamata “Mamma Maria”.

Ai tempi, le gare di Ginnastica si svolgono all’aperto, all’interno dello Stadio Olimpico, che già aveva ospitato le prove di Atletica Leggera in pista, mentre il prato era dedicato, oltre che ai concorsi di tale disciplina, anche agli incontri di Calcio ed alle esibizioni equestri.

Il debutto, per le giovani rappresentanti lombarde, avviene l’8 agosto, con la prova di esercitazione collettiva a corpo libero, ottenendo un significativo terzo posto con il punteggio di 92,75 alle spalle delle ungheresi che, con i loro 99,25 punti, precedono di misura le favorite olandesi, a cui viene assegnato un totale di 98,50 punti.

Decisiva, per l’assegnazione delle medaglie, diviene la seconda prova svoltasi il giorno successivo, nella quale emerge il lavoro fatto in palestra sotto la guida del Prof. Grevi, in quanto trattasi degli esercizi agli attrezzi, e le ragazze patavine si fanno apprezzare superando quota 100 punti (102,00 la votazione ottenuta …), inferiore solo ai 110,00 punti delle olandesi, ma che le pone come serie candidate per la medaglia d’argento, visto che le ungheresi sprofondano racimolando appena 78,00 punti, facendosi scavalcare anche dalle britanniche, che viceversa vengono premiate con un 94,50.

Con una Classifica che, in attesa della terza ed ultima prova costituita dal Volteggio al Cavallo, vede al comando l’Olanda con 208,50 punti, seguita dall’Italia a quota 194,75 e dalla Gran Bretagna con 183,25 nel mentre la sola Ungheria può ancora vantare speranze di podio con i suoi 177,25 punti sinora raccolti e la Francia è irrimediabilmente staccata, chissà come avranno trascorso la notte le nostre giovani studentesse, per le quali il viaggio in Olanda sta per trasformarsi nella gloria di una medaglia olimpica.

La loro tenera età potrebbe far pensare ad un crollo emotivo visto che, ad esempio, la quasi totalità del Team britannico è composta da atlete ben più mature, avendo le stesse oltre 20 anni, ma in certi casi anche quel “pizzico” di incoscienza può giocare a favore e, pertanto, per nulla intimorite od emozionate, le nostre portacolori si presentano ben preparate all’appuntamento conclusivo del 10 agosto 1928, una data che diverrà “storica.

Esibizione che, difatti, le vede consolidare la loro seconda posizione, con un punteggio di 94,25 superato solo dalle olandesi, così da raggiungere uno “score complessivo” di 289,00 punti che le consente di mettersi al collo un argento tanto mai prezioso quanto inaspettato alla vigilia, con la medaglia d’oro appannaggio delle ragazze del Paese organizzatore con 316,75 punti e la Gran Bretagna a respingere il tentativo delle ungheresi di strappar loro il bronzo, “salvato” (258,25 a 256,50) per soli 1,75 punti.

Forse solo al momento della cerimonia di premiazione, oramai smaltita l’adrenalina della competizione, le 12 ragazze si sono rese conto di cosa avevano compiuto, oltretutto avendo da sole eguagliato il bottino di medaglie conquistate dai loro “colleghi” in campo maschile – con il solo Romeo Neri a fregiarsi dell’argento alla Sbarra – ed avendo altresì ricevuto le congratulazioni da parte della Regina Guglielmina, la quale era rimasta vivamente impressionata dalla loro grazia, in rapporto altresì alla tenera età.

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Le “Piccole Pavesi” al momento della premiazione – da gazzetta.it

Al ritorno in Patria, un’intera città è pronta ad accoglierle festosa, ma un altro viaggio è in programma, stavolta nella Capitale, per essere ricevute dal Duce Benito Mussolini in persona, il quale vuole congratularsi con chi ha reso onore al prestigio del Paese, mentre un più tangibile riconoscimento per la loro impresa avviene con la messa a loro disposizione di una somma complessiva di 2.300 lire raccolte con una sottoscrizione dal CONI e un libretto postale da 100 lire per ciascuna, aperto dal Municipio di Pavia.

Affinché quella delle “Piccole ginnaste pavesisi trasformi in leggenda, occorre che la stessa termini qui, cosa che difatti accade, facendo dell’avventura olimpica solo un capitolo, per quanto gioioso ed ineguagliabile, della loro esistenza, da custodire gelosamente nei propri cuori, tornando a dedicarsi con profitto agli studi scolastici, ad eccezione di due loro compagne.

La prima, Bianca Ambrosetti, non potrà raccontare a lungo la propria esperienza, morendo l’anno dopo a soli 15 anni, vittima della tubercolosi, mentre la seconda, la già ricordata Carla Marangoni, continua a gareggiare sino ai 20 anni, per poi stabilire un primato non indifferente di longevità, spengendosi nella nativa Pavia il 18 gennaio scorso (sì, proprio nel 2018 …!!), alla veneranda età di oltre 102 anni, ultima in vita tra tutti coloro che vinsero una medaglia ai Giochi di Amsterdam ’28.

E’ probabile che il Signore l’avesse scelta – lei, Capitana della squadra ai Giochi – affinché potesse tramandare il più a lungo possibile, la “Leggenda delle piccole ginnaste pavesi”, le prime a conquistare una medaglia olimpica nell’intero panorama dello Sport italiano al femminile …

E, scusate se è poco

 

LE TRE REGATE D’ORO ALLE OLIMPIADI DI VJACESLAV IVANOV

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Vjaceslav Ivanov – da commons.wikimedia.org

articolo di Nicola Pucci

Quando si parla di Vjaceslav Ivanov, sappiate, cari lettori, che stiamo trattando del canottiere più forte della storia, unico capace di infilare una tripletta olimpica d’oro nella gara di singolo, al pari dell’altro mammasantissima della regata in solitario, il finnico Pertti Karppinen.

Eppure Ivanov ha seriamente rischiato, da ragazzo, non solo di dover rinunciare all’attività fisica per una forma di cardiopatia reumatica, ma anche di dirottarsi verso altre discipline, soprattutto il pugilato se è vero che Vjaceslav, nato a Mosca il 30 luglio 1938, ha cominciato a dare di boxe appena 12enne al club Spartak, per poi combinare l’attività in palestra con quella sull’armo singolo dal 1952, nelle acque della Moscova. E seppur sia dotato in entrambi gli esercizi sportivi, infine vira verso il canottaggio e i bacini di mezzo mondo, così come gli addetti ai lavori, gliene saranno riconoscenti, per tutto quello di memorabile che è in procinto di realizzare vogando.

Nel 1955, poco più che 17enne, Ivanov è già il miglior juniores dell’Unione Sovietica e quando è chiamato a gareggiare tra i seniores, coglie un promettentissimo terzo posto prendendosi il lusso di battere quel Yuri Tyukalov che tre anni prima, ai Giochi di Helsinki del 1952, si è fregiato del titolo di campione olimpico. Ed è proprio nella sede a cinque cerchi, programmata per il 1956 in quel di Melbourne, che Ivanov comincia a scrivere la prima pagina di una storia agonistica che lo destinerà all’immortalità.

E’ bene precisare che Ivanov, quando si presenta ai nastri di partenza della prova olimpica, ha già colto nelle acque del lago di Bled il primo di una serie di quattro titoli europei battendo il tedesco Von Fersen e il polacco Kocerka, e quindi, nonostante la giovane età, non è certo un novellino. Anzi, al Lago Wendouree è ben deciso a far valere la sua candidatura alla medaglia d’oro. E la finale, alla quale il sovietico si qualifica vincendo in 7’26″1 la prima batteria e facendo registrare in 9’02″7 il miglior tempo in semifinale, conferma le attitudini di Ivanov che, fedele al piano tattico che lo renderà celebre di partire in sordina per poi uscire alla distanza con un rush irresistibile, si trova a dover rimontare quel John Brendan Kelly Jr. che altri non è che il figlio del John Brendan Kelly sr. vincitore nel singolo (e nel due di coppia) ai Giochi di Anversa del 1920 e fratello della Principessa Grace, nonché l’australiano McKenzie, che prima dell’atto decisivo lo apostrofa provocatoriamente “tu non vincerai mai” infiammandone il desiderio di rivalsa e proprio Kocerka, che ai 1500 metri sono davanti a lui ma che al traguardo si devono inchinare, con Ivanov a trionfare in 8’02″5 contro l’8’07″7 di McKenzie. L’oro va a cingere il collo di Vjaceslav ma l’eccitazione del momento è tale che la medaglia scivola di mano al nuovo re d’Olimpia e cade in acqua… inutili saranno i tentativi di recuperare il prezioso metallo, tanto che il CIO sarà costretto a fornirgliene una copia!

McKenzie, nondimeno, è il rivale più accreditato, e nel corso dei due anni successivi infligge a Ivanov un paio di cocenti sconfitte, sia agli Europei di Duisburg del 1957 e di Poznan del 1958 (dove il sovietico viene relegato sul terzo gradino del podio dall’eterno secondo, Von Fersen, che per quattro volte consecutive conquistarà l’argento continentale), che alla prestigiosa Henley Royal Regatta, tanto che Vjaceslav progetta seriamente di ritirarsi dall’attività. Fortuna vuole che Arkady Nikolayev, ex sciatore di discreto livello, lo convinca a rivedere la decisione di abbandono, rimettendolo sulla retta via, e Ivanov torna a primeggiare agli Europei di Macon del 1959, che registra esattamente lo stesso podio del 1956, ovvero Ivanov, Von Fersen e Kocerka ad occupare le tre prime posizioni, con l’aggiunta del record del mondo di 6’58″8 sulla distanza dei 2000 metri, primo canottiere della storia ad infrangere la barriera dei sette minuti.

Non c’è più traccia alcuna di insicurezza, dunque, nell’Ivanov che si presenta alle Olimpiadi di Roma del 1960 per difendere il titolo conquistato in Australia. E’ vero che qualche giorno prima di salire sull’aereo per la capitale Vyaceslav è stato vittima di un infortunio alla schiena, ma al Lago Albano Ivanov c’è ed è competitivo ai massimi livelli, così come c’è sempre Kocerka a turbare i sogni d’oro del sovietico. Manca McKenzie, costretto a dare forfait per una improvvisa malattia, ma gli avversari più ostici sembrano essere il neozelandese James Hill, che in batteria segna il miglior tempo in 7’19″64 (contro il 7’22″20 di Ivanov), e l’altro Hill, il tedesco di Berlino Est, Achim, che in finale viene tenuto a distanza, oltre sei secondi, per una regata trionfale che vale ad Ivanov la seconda medaglia d’oro olimpica.

Già la storia è stata scritta, se è vero che prima di Vjeceslav, solo l’australiano Bobby Pearce è riuscito a far doppietta olimpica nel 1928 e nel 1932, ed allora l’obiettivo, a questo punto, è completare una ineguagliabile tripletta d’oro quattro anni dopo a Tokyo. E per far questo Ivanov si toglie lo sfizio di diventare il primo campione del mondo della storia, nel 1962 a Lucerna, quando batte il rientrante McKenzie e l’american Cromwell, così come mette in bacheca i titoli europei del 1961 a Praga, davanti al cecoslovacco Andrs e allo stesso Cromwell, e del 1964 ad Amsterdam, stavolta anticipando l’olandese Groen e l’altro statunitense Donald Spero.

A Tokyo si gareggia dall’11 al 15 ottobre, ma la spedizione giapponese nasce sotto i peggiori auspici, visto che la nuova imbarcazione di Ivanov non arriva a destinazione al momento concordato. I vecchi fantasmi tornano a far compagnia all’anima sensibile di Vjaceslav, che per qualche giorno soffre d’insonnia, ed i medici hanno il loro bel da fare per evitare che il campione in carica non venga sopraffatto dal panico. Infine l’armo arriva poche ore prima della batteria, ma i remi non sono i suoi e in gara il sovietico rimane distante da Donald Spero, che lo anticipa di ben dodici secondi, obbligando il canottiere moscovita allo sforzo supplementare della regata di ripescaggio. E sia, infine Ivanov accede all’atto conclusivo, dove ad attenderlo ci sono già Achim Hill, Spero, l’argentino Demiddi, lo svizzero Kottmann che detiene il singolare record di aver vinto una medaglia anche ai Mondiali di Cortina del 1960 nel bob a quattro (!!!) e che di lì a qualche settimana perderà la vita annegando nel Reno nel corso di una dimostrazione militare, e il neozelandese Watkinson. Ed un’altra pagina dell’epica del canottaggio viene firmata da Ivanov, che come suo solito rema (è proprio il caso di dirlo) nelle retrovie, staccato di sette secondi da Hill all’approccio degli ultimi 500 metri di regata, seppur con Spero ampiamente alle sue spalle. Ma qui Vjaceslav ingrana la marcia superiore, pescando nel serbatoio delle energie rimaste e facendo appello allo smisurato orgoglio che tante volte in passato lo ha tolto d’impiccio, rimontando furiosamente per andare a tagliare il traguardo in 8’22″51, 3″73 meglio di Hill che ancora una volta si vede costretto ad accontentarsi della medaglia d’argento.

Per Ivanov la tripletta d’oro è compiuta, a costo di uno sforzo oltre soglia tanto da “essere preda di allucinazioni” prima di oltrepassare la linea d’arrivo, come ha modo di affermare una volta tornato cosciente, ma la leggenda è scritta e l’Olimpo lo accoglie come il più grande di tutti. Poi verrà Karppinen, ma bisognerà attendere ancora un po’. Vent’anni, per l’esattezza.

 

I FAVOLOSI ANNI ’70 DEL BORUSSIA MOENCHENGLADBACH

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Rosa Borussia anni ’70 – da pinterest.com

articolo di Giovanni Manenti

Ultimo Paese europeo a dotarsi di una Massima Divisione a girone unico – la poi divenuta arcinota Bundesliga – la Germania si allinea al resto del Continente solo a partire dalla stagione 1963-’64, con l’iniziale partecipazione di 16 squadre, poi allargata a 18 due anni dopo.

Particolare, quest’ultimo, che assume una particolare rilevanza in quanto ad essere promosse in Bundesliga negli spareggi svoltisi a giugno ’65 tra le protagoniste delle varie Regionalliga, sono due formazioni che segneranno in modo tangibile la storia del Calcio tedesco nel successivo decennio, vale a dire il Bayern Monaco ed il Borussia Moenchengladbach.

E se il Club bavarese – che già poteva contare all’epoca sul suo trio di fuoriclasse costituito dal portiere Sepp Maier, il “Kaiser” Franz Beckenbauer e “Der Bomber” Gerd Mueller – sarebbe poi stato l’indiscusso dominatore della neonata Bundesliga, prova ne sia che nelle 53 edizioni a cui vi ha preso parte si è aggiudicato il titolo in ben 27 (considerando anche l’attuale torneo oramai già virtualmente deciso) occasioni, diverso è il caso del citato Borussia, la cui stella brilla di luce vivissima solo durante l’intera decade degli anni ’70, dando peraltro luogo ad una accesa rivalità con il Bayern che divide la stessa tifoseria teutonica.

Fondato ad inizio agosto 1900, quale Società polisportiva di Moenchengladbach, grande centro dell’industria tessile nella regione della Renania Settentrionale-Vestfalia posto ad ovest del Reno tra Duesseldorf ed il confine olandese, il Borussia non esce quasi mai dall’anonimato delle Categorie minori sino a quando, proprio con l’avvento degli anni ’60, conquista il suo primo importante trofeo, affermandosi nella DFB-Pokal (la Coppa di Germania) 1961, superando nella Finale disputatasi proprio a Duesseldorf, il Karlsruhe per 3-2, sfida decisa da una rete di Albert Bruells, che nell’estate ’62 verrà a giocare in Italia nelle file del Modena per poi indossare la maglia del Brescia.

Tale successo può considerarsi come l’ideale base da cui viene negli anni a seguire sapientemente costruita una delle formazioni più vincenti della Storia del Calcio tedesco, che nel ricordato decennio si fa apprezzare, per risultati, continuità di rendimento e spettacolarità del gioco espresso ancor più dei rivali bavaresi, rispetto ai quali le manca, come avremo modo di rilevare, quel “pizzico” di buona sorte che, specie a livello internazionale, non ha mai voltato le spalle a Beckenbauer & Co.

Come sempre accade in casi come questo, non si può costruire un ciclo vincente – una “Dinastia” verrebbe da dire – senza la presenza di un leader carismatico, ed al Borussia ne esistono ben due, uno in panchina, nella figura di Hennes Weisweiler, che ne assume la conduzione tecnica ad inizio maggio ’64, e l’altro sul terreno di gioco, quale abile maestro del centrocampo renano, vale a dire quel Guenter Netzer che darà vita ad una sfida nella sfida per la sua rivalità – condita da una qual certa reciproca antipatia – con Franz Beckenbauer.

Netzer debutta 19enne in prima squadra nell’agosto ’63, stagione di esordio della Bundesliga e che vede viceversa il Borussia concludere la stessa in un’anonima ottava posizione nella “Regionalliga Ovest”, per poi, con l’avvento di Weisweiler alla guida, trasformarsi in una “macchina da goal” grazie all’inserimento in prima squadra dei giovani attaccanti Bernd Rupp e, soprattutto, Jupp Heynckes.

 

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Guenter Netzer ed Jupp Heynckes – da:gettyimages.it

 

Con Netzer nelle vesti di rifinitore alle spalle delle punte, il Borussia si impone nella sua Regionalliga realizzando 92 reti in 34 partite (23 a testa Rupp ed Heynckes, con 17 siglate da Netzer), per poi far suo il Girone finale per l’accesso alla Bundesliga in cui il ricordato trio firma 15 delle 17 reti messe a segno nelle sei gare disputate.

Per allestire una formazione in grado di ben figurare al confronto con le più esperte Borussia Dortmund, Colonia, Amburgo ed Eintracht Francoforte, Weisweiler ha la felice intuizione di rimpiazzare Hoettges, accasatosi al Werder Brema, con un non ancora 19enne “mastino” che legherà l’intera sua carriera professionistica al Club, vale a dire quel Berti Vogts prelevato dal Buettgen.

L’impatto con la Bundesliga non è, in avvio, dei più felici, con la stagione d’esordio conclusa in 13.ma posizione nonostante il positivo apporto dell’attacco (16 reti Rupp, 13 Heynckes e 12 Netzer), ma pesano come un macigno le 68 reti subite (media di due a partita …) ed è soprattutto stridente il confronto con l’altra neopromossa Bayern Monaco, che conclude la stagione al terzo posto e si impone nei due confronti diretti, per 2-1 al Boekelberg e 5-2 al ritorno in Baviera.

Già, il “Boekelbergstadion”, quello che rappresenta il valore aggiunto della compagine di Weisweiler, impianto che, grazie alle imprese del Borussia, ha dovuto essere più volte ampliato sino a contenere quasi 35mila spettatori, la maggior parte dei quali in piedi, e che diviene un vero e proprio “fortino inespugnabile”, con le tribune a ridosso del terreno di gioco, all’interno del quale Netzer ed i suoi compagni dettano legge.

Squadra che fa della gioventù, velocità e spregiudicatezza le proprie armi migliori, il Borussia plasmato da Weisweilwer impiega poco tempo a scalare le gerarchie del calcio tedesco, già nel ’67 è ottavo, avendo ridotto a 49 la quota di reti subite ed inserito in formazione un altro importante sostegno a centrocampo quale il mediano Herbert Wimmer, proveniente dal settore giovanile, per poi salire al terzo posto nelle due successive stagioni, a dispetto dell’avvenuta, temporanea, cessione di Heynckes all’Hannover, così come Rupp ha preso la strada di Brema, solo in parte compensate dall’acquisto di Horst Koeppel dallo Stoccarda.

Utile inserimento, per un ruolo chiave come il portiere, è altresì quello di Wolfgang Kleff, anche se il gap dal Bayern Monaco, che si è aggiudicato il titolo nel ’69 con 8 punti di margine sull’Alemannia Aachen e 9 sullo stesso Borussia sembra ancora difficile da colmare.

Decisive risultano le mosse di mercato dell’estate ’69, in cui la Dirigenza dei “Puledri” (“Die Fohlen” nella lingua madre …) decide a malincuore di privarsi dei “gioiellini” costituiti dai 20enni gemelli Erwin ed Helmut Kremers, ceduti in coppia ai Kickers di Offenbach e che in seguito si affermeranno nelle file dello Schalke 04, portando in Renania l’esperienza del libero Klaus-Dieter Sieloff, proveniente dallo Stoccarda, così come viene prelevato dal Norimberga il 28enne centrocampista Ludwig Mueller e rinforzato l’attacco con il giovane danese Ulrik Le Fevre.

Per Weisweiler il mosaico è completato, con una difesa imperniata su Kleff, Vogts e Sieloff che dà ampie garanzie, un centrocampo in cui agiscono da par loro Mueller, Wimmer e Netzer ed un attacco in cui tutti vanno regolarmente a segno, così che la “caccia al Bayern” è aperta.

Torneo che si apre sotto i più favorevoli auspici allorché, già alla seconda giornata, il Bayern viene rimontato al Boekelberg per un 2-1 che porta la firma di Herbert Laumen (top scorer stagionale con 19 reti), iniezione di fiducia che consente al Borussia di concludere l’andata con 3 punti di margine sui Campioni in carica e 5 sul Colonia, autore quest’ultimo di una rimonta nel ritorno che lo porta in vetta alla Classifica, salvo poi cedere nella settimana di inizio aprile (0-2 sia con il Bayern che contro il Borussia) e, nonostante la sconfitta per 0-1 a Monaco del 15 aprile ’70 – quale recupero della gara rinviata il 17 gennaio – cui segue con identico punteggio la battuta di arresto ad Hannover tre giorni dopo, il 4-3 rifilato al penultimo turno all’Amburgo certifica la matematica conquista del primo titolo della propria Storia per i bianconeroverdi.

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La festa per il primo titolo nel 1970 – da pinterest.com

A fine stagione 1970 sono in programma i Mondiali in Messico e vi è un certo disappunto in seno alla squadra per la sola convocazione di Berti Vogts – pur se anche del Bayern, giunto secondo, vengono selezionati solo i “pilastri” Maier, Beckenbauer e Mueller – ma in casa Borussia c’è da pensare alla prossima stagione che prevede anche l’impegno in Coppa dei Campioni, ragion per cui, con una formazione che ha dimostrato una solidità difensiva di tutto rispetto, è giocoforza puntare su di un rinforzo in attacco, migliore del quale non può che essere il rientro all’ovile di Heynckes, reduce da tre stagioni non proprio entusiasmanti ad Hannover.

Ma un conto è, con tutto il rispetto, giocare a fianco di Brune e Cebinac con alle spalle Anders, Bandura e Siemensmeyer, ed un altro avere Laumen, Koeppel e Le Fevre come compagni di reparto, potendo altresì beneficiare dei lanci smarcanti di Netzer, e per il 25enne nato proprio a Moenchengladbach sta per aprirsi un periodo che lo vede affermarsi come il secondo miglior attaccante tedesco, alle spalle dell’inarrivabile Gerd Mueller.

Il debutto in Coppa dei Campioni vede il Borussia, dopo un irrisorio impegno con i ciprioti dell’EPA Larnaca (16-0 il computo totale tra andata e ritorno), pagare lo scotto dell’inesperienza, arrestandosi agli ottavi contro l’Everton, le cui sfide terminano entrambe sull’1-1 e la decisione rinviata ai calci di rigore arride ai Campioni inglesi, complice l’errore dal dischetto di Ludwig Mueller.

La delusione patita in campo internazionale consente al Borussia di concentrarsi sul Campionato, dando vita alla prima di una sfida punto a punto con il Bayern che si ripeterà anche in seguito, con le due squadre divise da un sol punto (26 a 25 in favore dei bavaresi) alla sosta invernale e che vede uno snodo cruciale tra fine marzo e la metà di aprile ’71.

Alla 26.ma giornata, infatti, il Borussia viene sconfitto 2-3 a Colonia nel “Derby renano”, così consentendo al Bayern, vittorioso per 2-0 sull’Arminia Bielefeld, di riportarsi in vetta alla graduatoria con un sol punto di vantaggio, distacco che, fortunatamente, resta immutato al turno successivo allorché i bavaresi vengono sconfitti a Kaiserslautern, mentre al Boekelberg va in scena un fatto storico per il calcio tedesco, in quanto a 2’ dal termine della gara contro il Werder Brema, sul punteggio di 1-1, Laumen finisce violentemente contro un palo della porta avversaria, determinandone la rottura ed il relativo crollo, circostanza che fa sì che la vittoria venga assegnata per 2-0 a tavolino agli ospiti e sancisca altresì l’introduzione di nuove porte nel Campionato.

L’occasione per il sorpasso si presenta il mercoledì successivo, nello scontro diretto quale recupero del match in programma alla sesta di ritorno, ed il 3-1 conclusivo determina il ritorno in vetta per il Borussia, solo per essere raggiunto a parità di punti al 30.mo turno, complice un pari esterno per 1-1 a Stoccarda, pur mantenendo il primato solo in virtù di una miglior differenza reti (+33 a +29).

Differenza reti che il Bayern ribalta al penultimo turno (+40 a +39), così che risulta decisiva l’ultima giornata, con entrambe le squadre impegnate in trasferta, i Campioni in carica sul campo di un Eintracht in lotta per non retrocedere ed i bavaresi a Duisburg contro una squadra che non ha più nulla da chiedere alla stagione.

Ma, come anche l’Italia ha più volte insegnato, sono proprio queste le avversarie più ostiche, in quanto libere da pressioni, ed il Bayern cade malamente a Duisburg, affondato da una doppietta di Budde in avvio di ripresa, mentre il Gladbach dilaga nel finale a Francoforte per un 4-1 che certifica il secondo titolo consecutivo, prima squadra a compiere una tale impresa dalla costituzione della Bundesliga.

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Foto di gruppo per il titolo ’71 – da bundesligafanatic.com

Borussia a cui manca ancora, però, la consacrazione internazionale e, con le successive due stagioni in cui è il Bayern a dimostrare una imbarazzante superiorità in patria, le cronache europee iniziano a fare la conoscenza con il Club renano, il cui organico, dopo l’esordio l’anno prima di un 19enne mediano di sicuro avvenire a nome Rainer Bonhof, viene irrobustito con gli innesti, nell’estate ’71, di Ditmar Danner e Christian Kulik a dar man forte a centrocampo e di Hans-Juergen Wittkamp in difesa.

Gladbach che sale agli onori della cronaca ancora per un evento storico, ancorché nuovamente in negativo, accaduto al Boekelberg, allorquando, il 20 ottobre ’71, in occasione del match di andata degli ottavi di Coppa dei Campioni contro l’Internazionale, il centravanti nerazzurro Boninsegna deve abbandonare il campo colpito alla testa da una bottiglietta poco prima della mezz’ora di gioco con il Borussia in vantaggio per 2-1 ed il risultato finale di 7-1 viene annullato dalla UEFA che dispone la ripetizione della gara in campo neutro a Berlino dopo che l’Inter si era affermata per 4-2 nel match di San Siro, ed il conseguente 0-0 certifica un’ulteriore eliminazione del Club tedesco dalla competizione.

Sicuramente migliore, per non dire quasi trionfale, il cammino nella Coppa Uefa ’73, in cui il Borussia asfalta sul suo cammino, uno dopo l’altro, i malcapitati scozzesi dell’Aberdeen (9-5 totale) ed i danesi dello Hvidovre (6-1), per poi non avere pietà dei cugini del Colonia (0-0 in trasferta, 5-0 al ritorno), così come del Kaiserslautern (2-1 esterno ed addirittura un 7-1 casalingo) e presentarsi in Finale dopo un doppio successo anche ai danni degli olandesi del Twente (3-0 interno e 2-1 ad Enschede), con un biglietto da visita costituito da 9 vittorie ed un pareggio, 34 reti segnate e solo 9 subite.

Peccato che, ad attenderlo, vi sia la sua “bestia nera” a livello internazionale, vale a dire il Liverpool che, trascinato da un Kevin Keegan in condizioni smaglianti, si impone nell’andata ad Anfield per 3-0 (doppietta della stessa ala destra ed acuto di Lloyd) infliggendo al Borussia la prima sconfitta della stagione in campo europeo, sulla quale pesa come un macigno l’errore dal dischetto commesso da Heynckes sullo 0-3, in quanto al ritorno, in un Boekelberg stipato sino al massimo della capienza da 34.500 spettatori, a poco serve la doppietta dello stesso Heynckes, al quale resta, come magra consolazione, il titolo di Capocannoniere della manifestazione, con 12 reti messe a segno.

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L’ingresso in campo nel ritorno della finale di Coppa Uefa ’73 – da gettyimages.it

Una amarezza da smaltire in fretta, e l’occasione giunge ad un mese esatto di distanza, con la conquista della seconda Coppa di Germania, vinta superando 2-1 in Finale il Colonia grazie ad una rete di Netzer nei supplementari, dopo che Heynckes si era fatto parare un altro rigore da Welz, utile viatico in vista di una stagione, la successiva, che ha come obiettivo conclusivo anche i Campionati Mondiali organizzati proprio dalla Germania Ovest.

Nazionale che già si è laureata Campione europea nel ’72, superando in Finale 3-0 l’Unione Sovietica, con una formazione in cui, stavolta, sono presenti tre rappresentati del Borussia, vale a dire Wimmer, Netzer ed Heynckes, ma la rivalità tra i due blocchi – intesi come Bayern e Gladbach – non tarderà ad esplodere in occasione della rassegna iridata.

Discriminante per le scelte del Commissario Tecnico Helmut Schoen può essere l’esito della Bundesliga, in cui, aspro come non mai, si rinnova il duello tra le due “Grandi di Germania, nonché l’andamento delle due compagini nelle competizioni europee, rispettivamente Coppa dei Campioni per il Bayern e Coppa delle Coppe per il Borussia, manifestazioni in cui si presentano nel ruolo di pretendenti alla vittoria, pur se in casa Gladbach dovrà essere valutato il peso dell’assenza di Netzer, attratto dalle sirene (e dalle pesetas …) del Real Madrid, il cui vuoto a centrocampo viene colmato dando fiducia al 19enne Uli Stielike.

Stagione che si rivela quanto mai amara, dopo aver ingaggiato un feroce testa a testa a suon di reti con il Bayern (le rispettive differenze reti parleranno alla fine di un 95-53 per i bavaresi e di un 93-52 per il Gladbach a testimonianza dell’assoluto equilibrio esistente tra le due compagini) ed un calendario beffardo che vede lo scontro diretto programmato all’ultima giornata.

Ed a fine andata, il “Klassiker” andato in scena all’Olympiastadion di Monaco tiene fede alle attese, concludendosi con un 4-3 per i padroni di casa, ma il Borussia non molla nel ritorno, cercando di mantenersi in scia ai rivali per poi giocarsi il tutto per tutto nell’ultimo turno nella “tana del Boekelberg”, un piano che sta per realizzarsi allorché, alla vigilia della penultima giornata, le due squadre sono divise da appena un punto.

Accade però che il Borussia – che nel frattempo è stato eliminato dal Milan in semifinale di Coppa delle Coppe (0-2 a San Siro, solo 1-0 al ritorno giocato a Duesseldorf), mentre il Bayern aveva raggiunto la Finale di Coppa dei Campioni in programma proprio nella settimana precedente la sfida diretta – cada proprio sul campo del Fortuna Duesseldorf per 0-1 (complice, ancora una volta, un errore dal dischetto di Heynckes …) ed il successo con lo stesso risicato margine da parte del Bayern sull’Offenbach consegni ai bavaresi il terzo titolo consecutivo.

Ironia della sorte, il Bayern fa sua anche la Coppa Campioni, risolta in proprio favore per 4-0 nella ripetizione della Finale contro gli spagnoli dell’Atletico Madrid dopo il rocambolesco 1-1 rimediato al 120’ da Schwrazenbeck, disputata il giorno prima dell’ultima gara di Campionato, che si conclude con un quanto mai inutile 5-0 per il Borussia, utile solo ad Heynckes, autore di una doppietta, per raggiungere Mueller a quota 30 in vetta alla Classifica cannonieri.

L’esito della stagione pesa sulle scelte del CT Schoen e, con la Finale mondiale in programma all’Olympiastadion di Monaco, la scelta di privilegiare il blocco del Bayern è pressoché obbligata, con l’inserimento di Vogts a terzino destro e di Bonhof in mediana, mentre il carisma di Beckenbauer pesa sulla decisione di preferire all’inviso Netzer – peraltro vincitore della Liga spagnola con il Real Madrid – il meno anarchico e più disciplinato Overath, gran bel giocatore comunque.

Molte volte è dalle più cocenti delusioni che nasce una forza di reazione diremmo quasi istintiva, ed è ciò che si verifica al Borussia nel ’75, ultimo anno con Weisweiler alla guida, il quale può ben dire di aver concluso il proprio compito allorché, dopo aver agevolmente vinto il suo terzo titolo tedesco in una stagione che vede il Bayern sprofondare al decimo posto – ma, in compenso, fare il bis in Coppa dei Campioni – corona anche il sogno europeo, attraverso la conquista della Coppa Uefa, alla quale fornisce un contributo determinante il nuovo idolo del Boekelberg, vale a dire il danese Allan Simonsen, il quale va a formare un micidiale trio d’attacco con il connazionale Henning Jensen ed il solito Heynckes.

Con un cammino che non conosce ostacoli, dopo aver umiliato i cugini del Colonia in semifinale (3-1 ed 1-0 gli esiti delle due gare), il Borussia viene bloccato sullo 0-0 a Duesseldorf dagli olandesi del Twente nella Finale di andata, solo per esplodere in tutto il proprio potenziale offensivo al ritorno, dove già dopo 10’ Simonsen ed Heynckes avevano indirizzato la sfida verso la più logica delle conclusioni per un 5-1 conclusivo (tripletta di Heynckes e doppietta del danese …) che non ammette repliche.

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Il trionfo in Coppa Uefa ’75 contro il Twente – da gettyimages.it

Posta di fronte al problema della sostituzione di Weisweiler, anche lui emigrato in spagna, destinazione Barcellona, la dirigenza del Borussia opta per la scelta migliore, ancorché possa sembrare un “tantino” strana, vale a dire il mettere sotto contratto il tecnico degli “odiati” rivali, Udo Lattek.

L’arrivo di una guida del carisma di Lattek fa sì che la partenza di Weisweiler – al quale va in ogni caso l’indubbio merito di aver creato una squadra ed una mentalità vincente – passi quasi inosservata, con il Borussia a confermare il titolo nella Bundesliga ‘76, per fermarsi ai Quarti di finale di Coppa Campioni di fronte al Real Madrid per la sola norma del valore doppio delle reti segnate in trasferta, dopo aver sprecato un vantaggio di 2-0 a Duesseldorf facendosi raggiungere sul 2-2, cui non è servita una prova d’orgoglio al Santiago Bernabeu, allorché l’illusorio vantaggio firmato da Heynckes viene annullato dal pareggio di Santillana, dovendo altresì subire la “legge del Real” sotto orma di due decisioni arbitrali che portano all’ingiusto annullamento di due reti segnate nel finale da Jensen e Wittkamp.

Ma l’importante è non desistere, ed una seconda chance di salire sul trono della più importante manifestazione europea giunge l’anno seguente, allorché all’Olimpico di Roma si sfidano, il 25 maggio ’77, ancora Borussia e Liverpool, entrambe reduci dall’aver vinto i rispettivi titoli nazionali, ma con una cavalcata trionfale gli inglesi, e con non poca fatica i tedeschi che, dopo aver sprecato nel ritorno il vantaggio accumulato all’andata, si ritrovano all’ultima giornata con soli due punti di vantaggio su Schalke 04 ed Eintracht Braunschweig, bisognosi quindi di almeno un punto nella sfida all’Olympiastadion contro il Bayern, per buona sorte chiusa sul 2-2 dopo essersi trovati in vantaggio di due reti, così permettendo di eguagliare il tris consecutivo di Bundesliga proprio dei bavaresi.

Morale alto, ma stanchezza nelle gambe per affrontare quattro giorni dopo il Liverpool in una delle più appassionanti Finali nella Storia della “Coppa regina”, che gli inglesi chiudono in vantaggio nel primo tempo grazie ad un centro di McDermott poco prima della mezz’ora di gioco, ma ad inizio ripresa una fulminante conclusione di Simonsen dal vertice sinistro dell’area avversaria non lascia scampo a Clemence per il punto dell’1-1, con l’inerzia della gara in mano agli uomini di Lattek.

Dopo aver fallito un paio di buone chances per portarsi in vantaggio, il Borussia viene però gelato da una rete realizzata di testa da Smith, il quale coglie impreparata la retroguardia tedesca su di un calcio d’angolo battuto da Heighway e quindi, sbilanciatosi in avanti alla ricerca del pari, un ficcante contropiede di Keegan induce Vogts a commettere il fallo da rigore che, trasformato da Neal, pone fine alla contesa.

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Simonsen Pallone d’Oro ’77 – da extrabladet.dk

Con la soddisfazione, comunque, di vedere a fine anno il proprio giocatore Allan Simonsen prevalere proprio su Keegan (per tre soli voti di scarto, 74 a 71 …) nell’assegnazione del prestigioso premio del “Pallone d’Oro – unico nella Storia del Club ad aver ricevuto tale riconoscimento – il Borussia affronta la stagione ’78 deciso ad affermarsi su entrambi i fronti, interno ed europeo, e per poco non riesce nell’impresa in Bundesliga, dove, dopo un avvio incerto con 6 sconfitto nelle prime 20 gare, inanella una serie di 11 vittorie e 3 pareggi che la portano a concludere a pari merito con il Colonia, fallendo il poker di titoli solo per una peggior differenza reti (+42 rispetto al +45 dei cugini …) e ciò nonostante un imbarazzante 12-0 (!!) rifilato all’ultima giornata al Borussia Dortmund, nel mentre in Coppa dei Campioni il cammino si arresta in semifinale contro chi, se non il Liverpool che ribalta con un secco 3-0 ad Anfield l’1-2 patito a Duesseldorf in virtù di una potente conclusione dal limite di Bonhof all’ultimo minuto.

Come tutte le belle storie, anche quella del “Decennio d’Oro” del Borussia M’Gladbach sta per volgere al termine così come stanno per concludersi gli anni ’70, non prima però di lasciare un altro segno grazie alla conquista di una seconda Coppa Uefa ’79, vinta superando in una combattuta doppia Finale gli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado (1-1 all’andata, 1-0 a Duesseldorf), con tanto di Simonsen Capocannoniere della manifestazione con 9 reti.

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Jupp Heynckes, cannoniere principe del Borussia M’Gladbach – da bild.de

Alla stessa stregua di Weisweiler, anche Lattek lascia la guida dopo il trionfo europeo e, per chiudere un ciclo irripetibile, non vi è di meglio che affidare la panchina a colui che ne è stato indiscusso protagonista in tutti questi anni e cioè il goleador principe Jupp Heynckes – tutt’oggi per distacco il miglior marcatore nella Storia del Club con le sue 195 reti messe a segno – il quale debutta lanciando un giovane che farà molto parlare di sé in seguito, un “certoLothar Matthaeus, e sfiorando il bis in Coppa Uefa, cedendo nella doppia Finale tutta tedesca contro l’Eintracht Francoforte, al quale è sufficiente una rete di Schaub a 9’ dal termine della gara di ritorno per ribaltare il 2-3 dell’andata.

Poche squadre sono riuscite a restare a così alto livello per un intero decennio, a dispetto altresì di una potenza economica non paragonabile alle “Grandi d’Europa”, lasciando in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di veder all’opera la “creatura di Hennes Weisweiler” un’immagine di calcio così coinvolgente per la natura del proprio gioco, offensivo, arrembante, sempre teso a segnare una rete in più rispetto a subirne una di meno, che resterà per sempre impressa e, ben difficilmente, ripetibile…

 

ENRICO PAOLINI, IL CICLISTA CON LA MAGLIA TRICOLORE APPICCICATA ADDOSSO

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Enrico Paolini con la maglia tricolore – da pinterest.com

articolo di Nicola Pucci

La specializzazione nel ciclismo ha fatto sì che campioni di levatura mondiale abbiano eletto alcune gare d’eccellenza come loro territorio di caccia preferito. Mi viene in mente Oscar Freire, che quando sentiva profumo di Mondiale aveva pochi rivali, oppure il compianto Franco Ballerini che sulle pietre della Parigi-Roubaix diventava un insuperabile trita-sassi, ancora Moreno Argentin che nelle classiche della Ardenne aveva spunto tale da farne il principe riconosciuto tra quelle lande care agli italiani. E poi… e poi c’è Enrico Paolini, che quando si trattava di attaccarsi il numero in sede di campionato italiano era sempre pronto a piazzare la zampata vincente. Cosa che in effetti gli è perfettamente riuscita a tre riprese.

In effetti Paolini, che nasce a Pesaro il 26 marzo 1945, non pare avviato ad una carriera professionistica esaltante, se è vero che all’indomani delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 che celebrano il trionfo di Pierfranco Vianelli, Enrico, già 23enne con scarsi risultati tra i dilettanti, fatica a trovare un posto tra i grandi. Fortuna vuole che il reggiano Wainer Franzoi, suo compagno di squadra pronto al salto tra i pro, lo porta con sè alla Scic diretta da Ercole Baldini (e poi da Carlo Chiappano) e per Paolini è la svolta della carriera. Dal 1969 al 1979 saranno undici stagioni di buonissimo livello, spese interamente al soldo della scuderia bianconera che commercia elettrodomestici e che proprio in quel lasso di tempo imprime il suo marchio sulla storia del ciclismo.

Curiosità vuole che gli stessi Franzoi e Vianelli abbiano ben poca fortuna una volta diventati professionisti, nel mentre Paolini arriva a lenta maturazione costruendosi un palmares di tutto rispetto. Ed è un merito non da poco, se si pensi che nella sola Italia sono gli anni di Gimondi campione di prima fascia, dell’esplosione a metà di Baronchelli, dell’apice agonistico di Bertoglio, Panizza, Battaglin e Gavazzi, dei duelli senza quartiere tra i due nuovi mammasantissima del pedale tricolore, Moser e Saronni. Eppure in questa messe di campioni, il ciclista pesarese galleggia alla grande, eccome se ci galleggia.

Tanto per cominciare nell’anno del debutto, 1969, mette in saccoccia il Gran Premio di Camaiore, per poi imporsi nella tappa di Gstaad al Giro di Svizzera, lasciando i rivali ad oltre due minuti per infine risultare tra i migliori scalatori della prova, risultando decisivo col suo aiuto nella vittoria finale del capitano, Vittorio Adorni. In verità Paolini è più un velocista-passista che un grimpeur, nondimeno in undici anni di carriera porterà a termine le undici edizioni del Giro d’Italia che lo hanno visto alla partenza, con la perla di un dignitosissimo 11esimo posto in classifica generale nel 1971 a 14’41” da Gosta Pettersson. E proprio in quel 1971 Paolini, che l’anno prima ha tagliato per primo il traguardo nella tappa con conclusione a Malcesine, è grande protagonista, vincendo ancora a Potenza, quando a sera indossa la maglia rosa che sarà sua per tre giorni, scalzato poi al Gran Sasso d’Italia da Ugo Colombo.

Insomma, l’abbrivio tra i professionisti è decisamente migliore di quel che si potesse pensare, e Paolini cresce anno dopo anno, affinando il suo bagaglio tecnico tanto da costruirsi un ottimo spunto da finisseur. E se le strade del Giro d’Italia sono il suo pane iniziale, vincendo anche nel 1972 sull’ultimo, prestigioso traguardo di Milano, nel corso dell’anno conferma le sue doti aggiungendo al suo palmares due classiche importanti del panorama italiano, il Giro dell’Umbria (battendo Poggiali) e il Giro del Veneto (davanti a Donati).

Ormai Paolini è un corridore che ha conquistato il suo posto nel ciclismo dell’epoca, eccellente luogotenente capace all’occorrenza di vestire i panni del vincente, e la sua costanza di rendimento, così come il suo spirito indomito e il carattere gioviale che lo fanno benvolere dal resto del plotone, lo iscrivono di diritto tra i protagonisti del pedale anni Settanta. Ma se la Corsa Rosa lo ha lanciato, tocca al campionato nazionale e alla maglia tricolore issarlo al rango di campione.

Si comincia il 24 giugno 1973, quando Paolini, 22esimo al Giro d’Italia, sul tracciato esigente delle Tre Valli Varesine fulmina in volata un plotoncino che comprende, tra gli altri, Zilioli, Bitossi, Gimondi, Motta, Moser e Battaglin, ovvero la crema del ciclismo di casa nostra, vestendo per la prima volta la maglia tricolore. E’ solo l’inizio di una storia d’amore, se è vero che Paolini onora come meglio non potrebbe quel bianco-rosso-verde che lo fascia per un anno regalandosi un 1974 che, di fatto, è la miglior stagione della sua carriera.

Dopo un secondo posto al Trofeo Laigueglia battuto in uno sprint a due dal “Cannibale” Eddy Merckx, Paolini vince una tappa al Giro di Sardegna (chiudendo terzo in classifica), al Giro fa suoi i traguardi di Pietra Ligure e Pordenone e al Giro di Svizzera cala un clamoroso poker, per poi presentarsi in perfette condizioni di forma alla difesa del titolo nazionale, stavolta assegnato sul tracciato pianeggiante della Milano-Vignola. E qui, il 23 giugno dopo 251 chilometri di fatica, Enrico mette la sua ruota davanti a quelle blasonate di Gimondi e Basso, conservando così il tricolore.

E se l’anno dopo, al Trofeo Matteotti, Paolini non va oltre l’undicesimo posto nel giorno del primo successo di Francesco Moser, e nel 1976 è assente alla Coppa Bernocchi, per il 1977 è nuovamente pronto alla battaglia, stavolta lungo le strade “vallonate” del Giro di Campania. E’ lui infatti, il 26 giugno, il più lesto nel saltare sul treno giusto, quando nel finale Moser opera la selezione scremando in avanti un gruppetto di sette corridori che si gioca il titolo in volata. Ed ancora lui è il più lesto nel tagliare per primo il traguardo, davanti a Marcello Bergamo e allo stesso Moser, cogliendo così il terzo trionfo tricolore.

C’è molto altro ancora, nella carriera di Enrico Paolini. Ad esempio, due vittorie supplementari al Giro d’Italia, nel 1975 a Frosinone e nel 1978 a Latina, e il suo nome compare nell’albo d’oro della Coppa Bernocchi e del Giro d’Emilia (1975), della Milan-Torino e del Giro della Provincia di Reggio Calabria (1976) e di due tappe del Midi Libre così come di una frazione del Tour de l’Aude (1977)… ed allora cosa manca al pesarese per fregiarsi del titolo di fuoriclasse? Una classica-monumento, perché se alla Milano-Sanremo del 1974 è quinto a due minuti da Gimondi, l’anno dopo è nel terzetto con Moser e Chinetti che si gioca in volata il Giro di Lombardia, inchinandosi stavolta di un soffio allo “sceriffo“.

E se il Giro d’Italia lo ha visto sovente protagonista, il Tour de France gli ha regalato i dolori di due rovinose cadute che lo hanno costretto all’abbandono nel 1970 e nel 1971, mettendosi invece in evidenza nella terza partecipazione del 1976 quando, abbandonato dalla sfortuna, sale per ben sei volte sul podio di giornata, tre volte secondo (a Nancy battuto da Parecchini, a Pau alle spalle di Panizza e a Tulle quando a precederlo è Mathis) e tre volte terzo, meritandosi l’applauso sincero dell’esigente pubblico transalpino.

E per il tre volte campione d’Italia, che siede accanto ai plurivincitori del titolo tricolore che rispondono al nome di Girardengo, Binda, Guerra, Bartali, Coppi, Magni, Bitossi, Moser e Gavazzi (pure Visconti in era contemporanea), questo è proprio un gran successo.

GIULIANA SALCE, PIONIERE DELLA MARCIA FEMMINILE ITALIANA E DELLA LOTTA AL DOPING

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Giuliana Salce, a 60 anni ancora in grado di ben figurare – da radiopadova.com

articolo di Giovanni Manenti

All’Italia, “Paese di Poeti, Santi e Navigatori” come da tradizione, verrebbe da aggiungere anche di Marciatori per quanto riguarda detta specialità in sede olimpica, che ha visto nel corso dei decenni trionfare i vari Ugo Frigerio, Giuseppe Dordoni, Abdon Pamich, Maurizio Damilano, Ivano Brugnetti e sino al contestato caso dell’altoatesino Alex Schwazer ai Giochi di Pechino 2008.

Inserita nel programma olimpico al femminile solo a partire dai Giochi di Barcellona, la marcia ha visto l’Italia degnamente rappresentata, sia a livello europeo che mondiale, da altre protagoniste della strada, a partire da Ileana Salvador – argento iridato sui 10km. a Stoccarda ’93 – per poi proseguire con Elisabetta Perrone – argento sui 10km. e bronzo sui 20km. ai Mondiali di Goteborg ’95 ed Edmonton ’01, nonché argento olimpico ai Giochi di Atlanta ’96 sui 10km. – e la sfortunata Annarita Sidoti, prematuramente scomparsa a soli 45 anni, capace di aggiudicarsi la medaglia d’oro sui 10km. ai campionati Europei di Spalato ’90 e Budapest ’98, cogliendo l’argento nell’edizione di Helsinki ’94 e, soprattutto, aggiungendovi il prestigioso titolo iridato ai Mondiali di Atene ’97.

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Sidoti, Perrone ed Alfridi ai Mondiali di Edmonton ’01 – da fidal.it

Tutte degne epigone dei loro colleghi maschi, ma ben pochi sanno, oppure si ricordano, che colei che ha aperto la strada al mondo della marcia al femminile nel Bel Paese altri non è che Giuliana Salce, atleta romana nata a metà giugno 1955 la quale ha onorato come poche la maglia azzurra ad inizio anni ’80, periodo che si può considerare “pionieristico” per detta disciplina per quanto attiene al settore femminile.

Dopo un esordio con un 18.mo posto sui 5km. nella prova di Coppa del Mondo ad Eschborn, in Germania, nel ’79, la Salce inizia a farsi un nome quale miglior marciatrice azzurra con l’inizio del successivo decennio, preferendo le gare indoor, nelle quali si laurea Campionessa italiana sulla distanza dei 3 chilometri per 7 stagioni consecutive, dal 1981 al 1987, cui unisce tre titoli consecutivi all’aperto sui 5 chilometri dal 1982 al 1984, anno quest’ultimo che la vede primeggiare anche sulla doppia distanza, per poi completare la sua collezione con un dodicesimo titolo nel 1987, ancora sui 5 chilometri.

E’ questo un periodo in cui le ragazze si cimentano preferibilmente sulla distanza dei 5 chilometri all’aperto e dei 3mila metri nelle gare indoor e la Salce emerge dall’alveo nazionale allorché l’1 ottobre ’83 fa segnare con 21’51”85 la miglior prestazione mondiale all’aperto sui 5km., pur dopo aver confermato il suo 18.mo posto nella gara di Coppa del Mondo svoltasi nel medesimo anno a Bergen.

Questa impresa pone la non ancora 20enne romana nel ristretto lotto delle favorite per un posto sul podio in occasione dei Giochi Mondiali Indoor” di Parigi ’85 – solo dalla successiva edizione di Indianapolis ’87 la IAAF riconoscerà tale manifestazione come “Campionati Mondiali Indoor” – che hanno luogo al “Palais omnisports de Paris-Bercy” il 18 e 19 gennaio.

Vero che alla rassegna non sono presenti le specialiste sovietiche, resta però altrettanto impressionante la dimostrazione di forza messa in atto dall’azzurra, la quale domina i 3mila metri, conclusi con il tempo di 12’53”42 che le consente di rifilare un distacco di oltre 12” alla cinese Yan Hong che, tanto per intendersi, vincerà nello stesso anno la prova di Coppa del Mondo sui 10km. nell’Isola di Man e sarà altresì bronzo, sulla medesima distanza, ai Campionati Mondiali di Roma ’87.

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Salce mondiale a Parigi ’85 – da marcia.it

La Salce giustifica il proprio diritto a tale titolo iridato allorché, poco più di 15 giorni dopo, fa fermare i cronometri in un Meeting indoor svoltosi a Firenze il 6 febbraio ’85, sullo strabiliante tempo di 12’31”57, miglior prestazione mondiale sulla distanza dei 3 chilometri, il che la pone nell’elite della marcia internazionale.

L’azzurra vive ancora due anni ai vertici della specialità, con un 1986 che la vede prima a Budapest sui 3km. in 12’57” in un Meeting Indoor, per poi classificarsi seconda sui 10km. in strada a Potsdam, con un 46’30” che rappresenta il suo “Personal Best” in carriera su tale distanza, e quindi migliorare il suo stesso limite mondiale sui 5 chilometri, abbassandolo sino a 21’35”25 il 19 giugno 1986 a Verona.

Adesso la Salce, che si è fatta un nome nel mondo della marcia, è attesa da un triplice impegno per il 1987, che si apre con la disputa dei Campionati Europei Indoor di Liévin a febbraio, per poi proseguire con la rassegna iridata al coperto di inizio marzo ad Indianapolis e quindi concludersi con i Campionati Mondiali di Roma, proprio nella sua città natale.

Il primo appuntamento per saggiare le condizioni di forma dell’azzurra è costituito dalla prova sui 3mila metri alla rassegna continentale di Liévin e va in scena il 22 febbraio ’87 sulla pista dello “Stade Couvert Regional”, risolvendosi in un duello tra la Salce e la Natalya Dmitrochenko che vede le due atlete prendere un netto vantaggio sul resto delle loro avversarie per poi concludere in un appassionante finale che le vede divise da un solo 1”52 (12’57”59 a 12’59”11) a favore della sovietica, la quale deve realizzare il suo record personale per avere ragione della 21enne romana.

Confortata da tale risultato, ecco la Salce prendere il volo per gli Stati Uniti per difendere il proprio titolo iridato conquistato due anni prima a Parigi, ed allo “Hoosler Dome” di Indianapolis deve, suo malgrado, verificare come la disciplina sia entrata in una sfera di eccellenza per lei inaccessibile.

L’azzurra, difatti, si mantiene sui suoi livelli standard, come del resto fa la canadese Ann Peel – bronzo iridato a Parigi in 13’06”97 che conferma tale piazzamento migliorandosi sino a 12’38”97 – concludendo la sua prova nel tempo di 12’36”76 che le vale l’argento, ma l’impresa messa a segno dalla sovietica Olga Krishtop ha del sensazionale, percorrendo i 3 chilometri della gara in 12’05”49 (!!) che, oltre alla medaglia d’oro, le valgono il relativo primato mondiale.

Fuoriclasse sovietica che il successivo 3 maggio ’87, si aggiudica la gara di Coppa del Mondo sui 10km. a New York, stabilendo in 43’22” la relativa miglior prestazione mondiale, togliendola alla cinese Yan Hong (quella battuta dalla Salce a Parigi ’85, ricordate …), per poi non potersi confermare in occasione della prova ai campionati Mondiali di Roma ’87, in quanto viene squalificata per condotta irregolare.

Gara, quella della Capitale italiana, che segna altresì l’addio all’attività agonistica della nostra Giuliana, la quale, ironia della sorte, conclude ancora al 18.mo posto (come all’esordio in Coppa del Mondo ’79 ed ancora nel 1983) con il tempo di 47”28, ben distante dalla lotta per l’oro che vede prevalere l’altra sovietica Irina Strakhova in 44’12” sull’australiana Kerry Saxby – che, nel frattempo, aveva strappato alla Krishtop la miglior prestazione mondiale sulla distanza, coperta in 42’52” a Melbourne ad inizio maggio – che deve arrendersi chiudendo in 44’23”, con la più volte ricordata Yan Hong ad occupare il gradino più basso del podio.

Non si conclude, però, il suo rapporto con lo sport, visto che nel ’99 la Salce, oramai 44enne, decide di dedicarsi al ciclismo (Categoria Master), un ambiente nel quale circola pericolosamente lo spettro del doping, pratica dalla quale anch’essa non si esime, ma la tragica fine di Marco Pantani nel febbraio ’04 farà sì che si convinca dell’errore commesso, facendo outing ed iniziando una sua personalissima lotta contro il drogaggio nello sport, raccontata anche in un libro, scritto assieme al giornalista Fabrizio Calzia, dal titolo emblematico, “Dalla vita in giù, diario di una donna in marcia”, edito dalla Bradipo Libri nel 2006.

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Salce ancora vincente come Master – da olimpopress.it

Ed, oltre alle parole, Giuliana unisce anche i fatti, dimostrando come si possa continuare a fare Sport pulito anche a 60 anni, visto che il 15 maggio 2015, ad un solo mese di distanza dalla soglia di tale traguardo anagrafico, l’azzurra di aggiudica la prova sui 10km. ai Campionati Europei Master (Categoria Over 55) con il tempo di 57’19”, contribuendo altresì al successo a squadre dell’Italia, in quanto le piazze d’onore se le aggiudicano Daniela Ricciutelli (58’15”) e Maria Paola Formiconi (1.02’31”).

E tra tutte, lasciatecelo dire, questa è stata senz’altro a vittoria più bella …

 

L’ORO DI FELIPE MUNOZ SUI 200 METRI RANA ALLE OLIMPIADI DI MESSICO 1968 CHE FECE IMPAZZIRE UN INTERO PAESE

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Felipe Munoz – da flick.com

articolo di Giovanni Manenti

Nella Storia delle Olimpiadi, gli atleti del Paese organizzatore dei Giochi hanno quasi sempre avuto l’opportunità – un caso a parte è costituito dal Canada nell’edizione di Montreal ’76 con nessun oro a proprio favore – di far realizzare ai loro colori il miglior bottino di medaglie, circostanza a cui non sfugge neppure il Messico, che a Giochi svoltisi nella Capitale dal 12 al 27 ottobre 1968 vede i propri rappresentanti salire per 9 volte sul podio, ed in tre occasioni sul gradino più alto dello stesso.

Tre ori che eguagliano, in un colpo solo, il totale di quelli conquistati nelle precedenti edizioni, due a Londra ’48, entrambi provenienti dall’equitazione, con la gara del salto ad ostacoli individuale ed a squadre e la terza a Melbourne, dove il tuffatore Joaquin Capilla corona il suo sogno dalla piattaforma di 10 metri dopo essere stato bronzo a Londra ’48 ed argento ad Helsinki ’52.

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Joaquin Capilla, oro nei tuffi nel ’56 – da pinterest.com

Per quanto attiene agli sport acquatici, solo nei tuffi i messicani dimostrano di essere all’altezza del panorama olimpico, in quanto anche a Roma ’60 Juan Botella conquista, dal trampolino da 3 metri il bronzo che rappresenta l’unico alloro del Paese nordamericano, mentre, quattro anni dopo a Tokyo ’64, tocca al pugilato iscriversi nel medagliere con il bronzo di Juan Fabila Mendoza nei pesi Gallo, degno apripista del trionfo in Patria, con ben 4 medaglie, due d’oro con Ricardo Delgado nei Pesi Mosca ed Antonio Roldan nei Pesi Piuma ed altrettante di bronzo.

Anche a Città del Messico le maggiori speranze per un oro in piscina ricadono su di un tuffatore, il 31enne veterano Alvaro Gaxiola, alla sua terza Olimpiade dopo aver sfiorato il podio ai Giochi di Roma ’60 giungendo quarto dal trampolino alle spalle del citato connazionale Botella, e che si presenta nella sola gara dalla piattaforma.

Ma una “Fiesta” inattesa sta per far esplodere di gioia le tribune della “Piscina Olimpica Francisco Marquez” di Città del Messico il 22 ottobre ’68, allorché, all’undicesimo giorno della rassegna a cinque cerchi, con il Messico ancora desolatamente a quota zero nella casella delle medaglie d’oro, gli spettatori che assistono alla Finale dei m.200 rana maschili possono finalmente dare sfogo alla loro irrefrenabile gioia.

Protagonista di una tale, storica impresa è il 17enne Felipe Munoz, nato proprio nella Capitale messicana il 3 febbraio 1951, soprannominato “El Tibio” (“il tiepido”) per un curioso e simpatico accostamento derivante dal fatto che il padre è originario di Aguascalientes (“acque calde” …) e la madre di Rio Frio (“fiume freddo” …), il quale aveva fallito l’accesso alla Finale dei m.100 rana del 19 ottobre, giungendo quarto nella seconda delle tre semifinali.

Favorito per la medaglia d’oro è il sovietico Vladimir Kosinskij, argento sulla più breve distanza alle spalle dell’americano Don McKenzie e fresco detentore del primato mondiale con il tempo di 2’27”4 stabilito ad inizio aprile ‘68, con altri pretendenti nel connazionale Nikolaj Pankin, bronzo sui m.100 pur venendo accreditato del medesimo crono di 1’08”0, e l’americano Brian Job, vincitore dei Trials di Long Beach.

Ma le batterie del 21 ottobre, che qualificano i migliori 8 tempi per la Finale del giorno appresso, fanno crescere le speranze nei tifosi messicani in quanto, in rapida successione, Kosinskij si afferma nella terza serie in 2’31”9, Job fa meglio nella quarta, toccando in 2’31”5 rispetto al 2’33”1 di Pankin, ma Munoz mette tutti d’accordo facendo sua la quinta ed ultima batteria con il tempo di 2’31”1 che gli garantisce la corsia quattro nell’atto conclusivo, nel mentre il campione olimpico in carica, l’australiano Ian O’Brien, naufraga con un inguardabile riscontro di 2’36”8.

Occorre precisare come anche le gare di Nuoto, al pari di quelle di mezzofondo in Atletica Leggera, risentano dell’altitudine della Capitale messicana, prova ne sia che solo 4 primati mondiali verranno migliorati nel corso della manifestazione, di cui due soli individuali – Mike Wenden nei m.100sl maschili e Kaye Hall nei m.100 dorso femminili – per cui sulle distanze più lunghe, nonché più faticose (e lo stile a rana è uno di questi …) è indubbio che l’abitudine a gareggiare in quota sia un vantaggio non da poco per il giovane portacolori di casa.

Ad ogni buon conto, l’attesa è febbrile visto che, in ogni caso, vi è quantomeno una chance di medaglia in un’edizione che non ha ancora visto alcun atleta messicano mettersi al collo la medaglia d’oro, e Munoz ha dimostrato in batteria di poter giocarsela alla pari con gli altri favoriti.

E’ un’occasione irripetibile per il 17enne Felipe, il quale non solo è nato e cresciuto a Città del Messico, ma la Piscina olimpica è situata altresì nel suo stesso quartiere di residenza e sulle tribune, gremite sino al limite della capienza da ben 10mila spettatori, siedono da una parte il padre con alcuni suoi amici e dall’altra la madre con i suoi fratelli e cugini.

Una pressione che potrebbe travolgere un poco più che adolescente, ma Munoz riesce ad estraniarsi dall’ambiente che lo circonda per concentrarsi esclusivamente sulla gara, con il suo coach che lo invita a prendere come punto di riferimento il primatista mondiale Kosinskij, alla sua destra in corsia 3, mentre alla sinistra, in corsia 5, vi è l’americano Job.

Sono le 20:00 del 22 ottobre 1968 allorché gli 8 finalisti si posizionano sui blocchi di partenza, ed allo sparo dello starter Kosinskij, come previsto, prende la testa della gara, seguito da Job e dal tedesco orientale Henninger, con Munoz che a metà percorso si trova in quarta posizione, ma non staccato di molto rispetto ai pretendenti al podio.

La gara di decide all’ultima virata dei 150 metri, al termine della quale il giovane messicano si trova in seconda posizione, pronto a sferrare l’attacco a Kosinskij ed incitato dal pubblico che si esibisce in un assordante coro “Munoz, Munoz, Munoz”, riuscendo nell’intento di sopravanzare il primatista sovietico a 25 metri dal traguardo, per poi mantenere il vantaggio sino a toccare in 2’28”7 rispetto al 2’29”2 di Kosinskij ed al 2’29”9 di Job, che ha la meglio su Pankin nella lotta per il bronzo.

Sulle tribune è delirio totale, finalmente anche il Messico ha la sua prima medaglia d’oro ed il pubblico potrà assistere ad una cerimonia di premiazione con tanto di bandiera biancorossa e verde issata sul più alto pennone ed esecuzione del proprio inno nazionale, con celebrazioni che dureranno per le strade della Capitale sino alle prime ore del mattino.

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Munoz e l’americano Job con le medaglie al collo – da excelsior.com.mx

Non terminano qui, però, le soddisfazioni nella Piscina Olimpica, in quanto, sull’esempio di Munoz, due giorni dopo, il 24 ottobre, la 14enne Maria Teresa Ramirez stupisce con il bronzo sui m.800sl – rendiamoci conto che quelle di Munoz e della Ramirez restano, a tutt’oggi, le sole medaglie conquistate dal Messico nel programma natatorio olimpico – ed il 26 ottobre Gaxiola deve inchinarsi di fronte al solo fuoriclasse altoatesino Klaus Dibiasi, conquistando l’argento nei tuffi dalla piattaforma.

Munoz dimostra nel prosieguo della carriera di essere stato degno dell’oro olimpico, conquistando, sulla medesima prova, l’argento ai “Giochi Panamericani” di Cali ’71, battuto per soli 0”10 centesimi (2’27”12 a 2’27”22) dall’americano Rick Colella, edizione in cui si cimenta anche nei misti, cogliendo il bronzo sui m.200 in 2’16”28 nella gara vinta dallo specialista Usa Steve Furniss, per poi dimostrarsi ancora competitivo alle Olimpiadi di Monaco ’72.

In quella edizione dei Giochi che segna “L’inizio del Nuoto moderno”, con ben 12 primati mondiali stabiliti in campo maschile e 10 nel settore femminile, Munoz fa registrare il suo “Personal Best” di 2’25”99 nella seconda delle 6 batterie dei m.200 rana in programma, qualificandosi per l’atto conclusivo con il sesto miglior tempo e, nonostante si peggiori nuotando la distanza in 2’26”44, scala di una posizione in classifica, toccando al quinto posto nella gara che vede l’americano John Hencken migliorare in 2’21”55 il suo stesso record mondiale, una prestazione che, fuor di dubbio, non è nelle braccia dell’oramai 21enne messicano.

Ma tanto, lui, il suo “Pezzo di Storia” l’aveva già scritto quattro anni prima…

 

EDDIE LAWSON, IL RE DELLA 500 DEGLI ANNI OTTANTA

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Eddie Lawson campione del mondo – da racingcafe.blogspot.it

articolo di Nicola Pucci

Quando Eddie Lawson, poco più che 23enne, nel 1981 debutta nel motomondiale collezionando in sella ad una Kawasaki tre ritiri in altrettante gare, nessuno immagina che quel ragazzo di lì ad un futuro molto prossimo possa diventare il padrone incontrastato della classe regina. Certo, l’americanino è veloce, e pure maledettamente intelligente in corsa, ed ha avuto modo di dimostrarlo vincendo il campionato statunitense di Superbike, così come sfrecciando per primo sotto il traguardo della 100 Miglia di Daytona, ma, seppur annunciato da un terzo posto in qualifica al Gran Premio delle Nazioni a Monza, il ritiro in gara lo penalizza e a fine stagione il ritorno in Superbike pare inevitabile.

Ma… ma nel 1983, dopo aver bissato il titolo nell’AMA Superbike Championship, la Yamaha offre a Lawson una moto con cui gareggiare in classe 500, e per il pilota di Upland è la svolta della carriera. Franco Uncini è il campione del mondo in carica, ma non è la sua Suzuki la moto di riferimento, bensì la Honda del talentuosissimo, ma pure incostante Freddie Spencer, non ancora 22enne, che proprio nella prima gara dell’anno sul circuito sudafricano di Kyalami anticipa in griglia Lawson, vincendo infine davanti all’altro americano di grido, quel Kenny Roberts che cerca di rinnovare i fasti che lo videro iridato nel 1978, nel 1979 e nel 1980, prima della doppietta azzurra firmata da Lucchinelli ed appunto Uncini. Lawson chiude la prima gara in ottava posizione e a fine stagione sarà quarto in classifica generale con 78 punti, in una graduatoria dominata dai centauri stelle-e-strisce che occupano le prime posizioni con Spencer, Roberts e Randy Mamola e vincono le 12 gare in calendario, salendo una prima volta sul podio in Austria, secondo alle spalle di Roberts, per poi piazzarsi terzo in Jugoslavia e ad Imola.

La sfida è lanciata, e per l’anno successivo, 1984, Lawson progredisce tanto da imprimere il suo marchio alla stagione mondiale. E che l’anno possa essere ricco di soddisfazioni per il pilota della Yamaha è certificato dal primo gran premio, sempre sul tracciato di Kyalami, dove Lawson, pur avviandosi con l’11esimo tempo, si rende protagonista di una fantastica rimonta che lo porta a trionfare con un margine di oltre 12 secondi sul francese Raymond Roche e sul britannico Barry Sheene. Non sono ovviamente loro i rivali più pericolosi nella corsa al titolo, bensì Spencer che colleziona in egual misura vittorie ed incidenti rimanendo attardato in classifica, e Mamola, che si arrende a Lawson in Spagna ed Austria prima di tentare un tardivo recupero con i successi in Olanda e a Silverstone, con Eddie, a punti in tutte e 12 le prove e mai oltre il quarto posto, che si aggiudica matematicamente la corona con una gara di anticipo trionfando in Svezia sul circuito di Anderstorp. La classifica iridata dice infine 142 punti a 111 ed per Lawson è già l’ora di consacrarsi pilota più veloce del mondo.

L’anno dopo, 1985, Spencer è finalmente competitivo a pieno regime, e i due campioni danno vita ad un duello serrato tra i più belli della storia della classe 500. Ad eccezione del Gran Premio di Germania, dove a sorridere è a sorpresa il francese Christian Sarron che interrompe una serie di ben 28 vittorie americane, e di quello d’Olanda con i due rivali entrambi costretti al ritiro nel giorno dell’unica vittoria stagionale di Mamola, Spencer e Lawson si spartiscono le altre 10 gare, con Freddie a tagliare per primo il traguardo in sette occasioni ed Eddie che deve accontentarsi di brindare al successo in Sudafrica, in Jugoslavia e ad Imola, totalizzando infine 133 punti contro i 141 di “fast Freddie“.

Ma la bella storia di Spencer, che fa doppietta vincendo anche il classe 250, finisce lì, perché nel 1986 i ripetuti problemi lo tengono lontano dalle gare e ne avviano il precocissimo declino agonistico. E Lawson ha via libera, pur profilandosi all’orizzonte nuovi avversari di indubbio valore, l’australiano Wayne Gardner, che monta Honda, tra gli altri. Veloce ma mai oltre i limiti dell’azzardo, costante al punto che i ritiri in carriera così come le cadute si contano sulle dita di una mano, maniacale nella messa a punto del mezzo meccanico, Lawson è una sorta di Prost del motociclismo, tanto calcolatore e redditizio quanto lo fu il francese in Formula 1, e nell’anno in corso lo dimostra compiutamente. Vince ben sette delle undici prove in programma, a cui aggiunge un secondo ed un terzo posto, collezionando solo un ritiro in Olanda, ad Assen, dove partiva con il miglior tempo in qualifica, e a fine stagione, con 139 punti contro i 117 di Gardner, incamera il secondo titolo mondiale.

Gardner si prende la rivincita nel 1987, quando fa suo il titolo mondiale con 178 punti contro i 157 di Lawson, che nondimeno mette in bacheca cinque vittorie parziali, sei secondi posti ed un terzo posto, senza mai scendere dal podio nelle dodici gare portate a termine, con il “vecchio” Mamola che con 158 punti gli soffia la seconda posizione finale in classifica generale. Ma il bello, come si suol dire in questi casi, deve ancora venire, ed il biennio, il migliore della carriera, che Lawson sta per pennellare con la sua guida sicura lo spedisce di diritto tra le leggende delle due ruote.

Nel 1988 e nel 1989 Eddie distribuisce i suoi sforzi prima con la Yamaha, poi con la Honda che lo assolda per una sola stagione, ed in trenta appuntamenti somma ben 11 vittorie (7+4), quattordici piazzamenti sugli altri due gradini del podio (5+9) ed altre quattro volte va a punti (3+1), rimanendo all’asciutto solo in occasione del Gran Premio di Misano del 1989 per il semplice motivo che in quell’occasione Lawson, così come tutti i migliori, si rifiuta di disputare la seconda parte della gara, interrotta in precedenza per l’arrivo di un violento temporale. Poco importa, quel che è certo è che il fuoriclasse americano sopravanza in classifica prima Gardner, poi quel Wayne Rainey che è l’ennesimo americano di grido che appare sulla scena del motorismo mondiale. Due titoli in aggiunta, e con un bel poker già in saccoccia Lawson è pronto a tornare, nel 1990, da quel Kenny Roberts che gli affida nuovamente la Yamaha per puntare alla cinquina iridata.

Ma la buona stella di Eddie, a Laguna Seca, nel secondo appuntamento della stagione, decide di prendersi una giornata di ferie, e con il capitombolo, il primo, doloroso della sua carriera, svanisce anche il sogno di Lawson di competere per la classifica generale. I bei tempi, una volta tornato in sella al bolide, ormai sembrano andati, ma Lawson ha classe da vendere e per gli ultimi due anni di attività decide di accasarsi alla Cagiva, col dichiarato obiettivo di sviluppare la nuova C591 messa a disposizione dalla casa varesina. Cosa che gli riesce perfettamente, se è vero che dopo esser salito sul podio al Gran Premio d’Italia e in Francia nel 1991, terzo, vince la sua 31esima ed ultima gara ella carriera in Ungheria l’anno dopo, nonostante il settimo tempo in prova, riportando sul gradino più alto del podio una casa motociclistica europea addirittura dai tempi di Giacomo Agostini e il trionfale Gran Premio di Germania del 1976 corso in sella alla MV Augusta.

E se questo non è un record da guinness dei primati, poco ci manca. E vale ad Eddie Lawson l’iscrizione al ristrettissimo novero dei centauri fenomeni. Vita natural durante.

 

CARNERA-SHARKEY, NEL 1933 IL PRIMO TITOLO MONDIALE DEL PUGILATO ITALIANO

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Sharkey al tappeto nel match con Primo Carnera – da ilgiornale.it

articolo di Nicola Pucci

Jack Sharkey è il campione del mondo in carica dei pesi massimi, quando nel 1933 si appresta a raccogliere il guanto di sfida gettato da un gigante italiano che da qualche anno semina il terrore sui ring di mezza America. “Boston Gob“, come viene chiamato il pugile americano che ha sangue lituano nelle vene (all’anagrafe è registrato come Joseph Paul Zukauskas) e che adotta il nome che lo renderà famoso in onore dei vecchi campioni Tom Sharkey (contender di James Corbett ad inizio secolo) e Jack Dempsey (il “massacratore di Manassa“), ha colto il titolo il 21 giugno 1932 battendo il tedesco Max Schmeling, eroe del Terzo Raich, al Madison Square Garden di New York, e per l’anno successivo è pronto a difendere la cintura.

Ma chi è quest’italiano di quasi due metri d’altezza e che al peso denuncia 260,5 libbre contro le sole 201 del campione del mondo? Ovviamente stiamo parlando di Primo Carnera, nato in Friuli, a Sequals, il 25 ottobre 1906, e che con Sharkey ha già incrociato i guantoni due anni prima a Brooklyn, andando al tappeto per otto, lunghi secondi di conteggio ma coraggioso da rimettersi in piedi, vender cara la pelle ed infine uscir sconfitto solo per decisione unanime dei giudici a chiusura di 15 riprese di rara ferocia. Ergo, quando è l’ora di ritrovarsi, il 29 giugno 1933 al Garden Bowl di Long Island (arena estiva del Madison Square Garden), i due contendenti si conoscono. Eccome si conoscono.

Mi preme, però, prima di raccontare nel dettaglio del match che Sharkey e Carnera librano sul ring, spendere due parole a favore dell’italiano, che nel 1930 è sbarcato negli States in cerca di fortuna, accompagnato dallo storico manager Leon See, francese ed ebreo, e da quel Bill Duffy, bricconcello e malavitoso, che lo prende sotto la sua ala protettrice e combinerà, in suo nome, una serie di incontri che se da un lato incrementeranno il suo personale conto in banca e la fama della “montagna che cammina lentamente“, come i giornalisti etichettano Carnera, avranno anche ben poca rilevanza tecnica. Basti pensare che il primo avversario affrontato sul suolo americano, Big Boy Peterson, il 16 gennaio 1930, va al tappeto al primo pugno portato dall’italiano. Che, ingenuamente all’oscurto delle trame “mafiose” ordite alle sue spalle, vince e convince, e nel frattempo, lui che da ragazzo era stato boscaiolo e sollevatore di pietre, nonché carpentiere e lottatore circense, ha affinato la sua boxe, così come i suoi movimenti di gambe, prendendo lezioni di ballo che lo aiutano negli spostamenti, perché quel corpo macro che si è sviluppato troppo per colpa di una ghiandola endocrina necessita di una dose massiccia di trattamento. Migliora la difesa, così come l’allungo con il sinistro, costruendosi anche un devastante uppercut che sarà il colpo che gli regalerà le vittorie più prestigiose e lo eleverà al rango di leggenda della boxe. E non di fenomeno da baraccone come qualcuno ha cercato, ingenerosamente, di archiviarne la carriera agonistica. E prima del match con Sharkey, Carnera, che Duffy sapientemente presenta al mondo in posa con mutandoni da combattimento e guantoni in mano, mentre si fa palpare i muscoli dalla diva Jean Harlow, all’atto di sollevare Frankie Genaro campione del mondo dei pesi mosca, oppure ancora seduto ad un tavolo davanti ad un piatto di spaghetti e una bottiglia di Chianti, si guadagna l’opportunità mondiale mandando al tappeto Ernie Schaaf il 10 febbraio 1933, atterramento che quattro giorni dopo costa la vita al pugile statunitense di origini tedesche, ad onor del vero già irrimediabilmente toccato al cervello qualche mese prima nella sfida con Max Bear.

Il marinaio di Boston azzarda una dichiarazione prima del combattimento che gli costerà cara, “la mia boxe è boxe, Carnera tira solo pugni“, e la sera del 29 giugno 1933 si trova davanti un colosso che lo sovrasta in peso, 28 kg. in più, e in centimetri, 183 contro 197, ma l’illusione è quella di ripetere il successo dei due anni prima. Il Garden Bowl, chiamato  “The Graveyard of Champions” (“il cimitero dei campioni“) perché mai nessun detentore ha difeso lì il titolo, è gremito di 40.000 spettatori, tra questi il primo cittadino di New York Fiorello La Guardia, e a Carnera viene offerta una borsa di 59mila dollari, di cui solo 360 finiranno nelle sue tasche, andando altresì il resto a foraggiare la notula del suo manager. L’italiano, che si presenta in accappatoio verde e saluta “alla romana“, sa di poter contare sul sostegno della moltitudine di immigrati accorsi all’evento, ed è consapevole di avere la chance di diventare il primo tricolore della storia a fregiarsi del titolo di campione del mondo, impresa altresì fallita l’anno prima da Oddone Piazza, sconfitto da Willie “Gorilla” Jones tra i pesi medi.

Tanto Sharky è emotivo fuori dalle corde, tanto è audace e irruente quando impugna i guantoni, forte anche del fatto che i bookmakers lo danno favorito con una quota 7:5, ed almeno per le prime tre riprese in effetti è lui a comandare il ritmo. Carnera, stavolta, però, difende con efficacia, la sua boxe non ha i contorni dell’aggressività, a dispetto della stazza, ma dopo l’iniziale sfuriata dell’americano, prende le misure ed alza il livello del sUo incedere. Fino al minuto 2’27” del sesto round, quando, dopo aver già una prima volta messo giù il rivale, lascia andare il montante destro che va a stamparsi, dirompente come una folgore, sulla mascella del campione del mondo. Che crolla al tappetto come un sacco di patate, per non alzarsi più. Arthur Donovan conta, perché è quel che richiede il protocollo del pugilato, ma Primo Carnera può già alzare le braccia in segno di vittoria. Ed iscrivere il primo nome di italica provenienza all’albo d’oro più prestigioso della boxe, quello della categoria dei pesi massimi.

In Italia il clamore suscitato dall’impresa è tale che il regime fascista, come è ovvio che sia in tempi di dittatura, si appropria del successo di Carnera per celebrare “l’ultima grande conquista dello sport fascista“, “per l’Italia e per il Duce“, come sottolinea la Gazzetta dello Sport, ed Achille Starace, segretario del Partito, non perde occasione di salutare la vittoria della razza, mandando un plauso al “figlio di Mussolini“. Carnera, buono, ingenuo, onesto e maledettamente coraggioso, forse anche ignaro di tutto, si presta e quando torna in Italia, si merita il bagno di folla che l’attende alla Stazione di Roma Termini.

La montagna che cammina lentamente” avrà modo di difendere a due riprese il titolo, contro il basco Paulino Uzcudun a Piazza di Siena a Roma, sotto gli occhi del Duce e indossando una maglietta nera, e contro l’americano Tommy Loughran al Madison Square Garden Stadium di Miami, prima di arrendersi proprio a Max Bear, che il 14 giugno 1934, sempre al Garden Bowl di Long Island, pone fine al regno di Carnera abbattendolo all’11esima ripresa.

Il sogno mondiale del pugile friulano finisce qui, ma quel che resta, immortale, è che il primo a far sventolare il tricolore sul tetto del mondo del pugilato fu un gigante buono. Il suo nome era Primo Carnera.