L’EPOCA D’ORO DELLA SPAL DEL PATRON PAOLO MAZZA

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Formazione della Spal stagione 1961.62 – da wikipedia.org

articolo di Giovanni Manenti

La recente impresa compiuta dalla formazione allenata da Leonardo Semplici, capace di effettuare in due sole Stagioni il doppio salto di Categoria, dall’anonimato della Lega Pro sino ai vertici del Calcio nazionale, riporta alla mente quello che, viceversa, è stato il “Periodo d’Oro” della S.P.A.L. (acronimo che sta a significare Società Polisportiva Ars et Labor) di Ferrara, coinciso con la presenza alla guida di colui che, più di ogni altro Presidente di Club di Provincia, ne ha caratterizzato le vicende, vale a dire il Commendatore Paolo Mazza, uno che di calcio ne capiva, eccome, e con il quale non era neppure tanto facile fare affari, a meno che, ovviamente, non tornassero a suo favore.

GLI INIZI DELL’ERA MAZZA – Anche perché Mazza, nell’epoca ancora sufficientemente pionieristica del nostro calcio, poteva discuterne con cognizione di causa, avendo lui stesso svolto la professione di allenatore, guidando anche la formazione estense nella stagione 1936.37 ad un onorevole terzo posto nel Girone A della Serie C, mettendo le basi per la Promozione tra i Cadetti dell’anno successivo con Euro Riparbelli in panchina, per poi riprendere la responsabilità tecnica della squadra nel triennio 1939-’42, prima di assumerne la Presidenza, a partire dalla ripresa dell’attività sportiva alla fine della Seconda Guerra Mondiale, avendo nel frattempo sviluppato una florida attività imprenditoriale con la sua Azienda di Impiantistica nel settore elettrico.

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Il Presidente Paolo Mazza – da ilposticipo.it

LA PRIMA, “STORICA”, PROMOZIONE IN A – Con la ristrutturazione dei campionati alla ripresa dell’attività post-bellica, la Spal viene inserita nella Serie Cadetta – suddivisa, nelle Stagioni 1946.47 e 1947.48, in tre Gironi a livello geografico – che la vede tra le protagoniste, con il terzo posto conquistato nel ’48, alle spalle di Padova e Verona, che le consente di far parte del successivo Torneo a Girone unico che ricompatta la Penisola dopo le ferite inferte dal conflitto mondiale, ed alimenta altresì in Mazza le ambizioni per far sì che anche la “sua creatura” debba far parte dell’elite del calcio nazionale.

Conoscitore dello sport pallonaro in quanto ex allenatore, capace di far quadrare i conti per le sue doti di imprenditore, Mazza è la persona giusta per stare alla guida di una Società di Provincia – tanto da meritarsi l’appellativo, tra il serio ed il faceto di “Mago di campagna” affibbiatogli dai suoi esimi colleghi Presidenti – per la quale il bilancio è avversario forsanche più pericoloso delle stesse avversarie, e la soluzione è sempre la solita, vale a dire vendere i pezzi pregiati ed andare alla ricerca di nuovi talenti, come avvenuto nel ’47, con le cessioni di Ballico, Dalle Vacche, Diotallevi, Gardini e Zorzi, e l’anno successivo, quando a lasciare il club estense sono Bacchetti, Brandolin e, soprattutto, la coppia di attaccanti formata da De Lazzari e Pandolfini (autori di 35 reti in due) – con il primo ceduto alla Lazio ed il secondo alla Fiorentina per 16 milioni, dopo che ne era costati appena tre – ma, ciò nonostante, il rendimento in Campionato non diminuisce, anzi.

Chiamato ad allenare la formazione biancoceleste l’ex mediano granata e della Nazionale azzurra Antonio Janni – che già si era fatto una buona esperienza conquistando due promozioni con il Varese e guidando il “Grande Torino” nelle ultime sei gare nella stagione del suo primo Scudetto – lo stesso mette in mostra un gioco d’attacco entusiasmante, con ben 95 reti realizzate, ma ancora con un precario equilibrio tattico che determina il quarto posto finale con 55 punti alle spalle delle promosse Napoli ed Udinese, e del Legnano, terzo a quota 57.

Le premesse per il salto di Categoria ci sarebbero tutte, anche se le ricordate “esigenze di bilancio” determinano l’improrogabile cessione alla Triestina della coppia di attaccanti composta da De Vito e Ciccarelli – autori di 22 e 17 reti rispettivamente – rimpiazzati da Alberto Fontanesi e Renato Dini (nel mentre vengono confermati Trevisani e Colombi), ai quali Mazza aggiunge il suo primo colpo straniero “a buon mercato”, prelevando dal KB Copenaghen il centravanti danese Niels Bennike.

Rivoluzionare sempre la formazione titolare determina il dover pagare dazio nelle prime giornate della stagione successiva, e così avviene anche nell’autunno ’50, quando la Spal incappa in altrettante sconfitte consecutive nelle prime tre trasferte – di cui, l’ultima, un mortificante 2-5 in casa del Seregno – ma proprio da detto rovescio nasce la striscia di ben 20 turni di imbattibilità (con 18 vittorie e 2 pareggi …!!) che issano la Spal in vetta alla graduatoria – già a fine girone di andata vanta un vantaggio di 4 punti sul Legnano, secondo, e di 7 sulla terza, il Vicenza – per andarsi a conquistare la Promozione con ben cinque turni di anticipo, grazie alla vittoria per 2-1 all’Ardenza sul Livorno.

IL DECENNIO NELLA MASSIMA SERIE – Ora che il sogno è diventato realtà, occorre consolidare l’obiettivo raggiunto, compito che viene affidato per altre tre stagioni ad Janni – il quale aveva, nel Torneo della Promozione, dato un perfetto equilibrio alla squadra, con ben quattro attaccanti in doppia cifra a fronte di una difesa perforata appena 37 volte – e che il tecnico piemontese svolge alla perfezione, dimostrando sin dalla gara d’esordio, pari per 1-1 sul campo dei futuri scudettati della Juventus grazie ad un rigore trasformato da Bennike a 20’ dal termine, che diviene pertanto la prima “storica” rete spallina nella Massima Divisione, che anche le “grandi” dovranno fare i conti con la sua squadra, capace di imporre il nulla di fatto con analogo punteggio anche all’Inter a Ferrara ed al Milan a San Siro, e che costruisce una comoda salvezza grazie alla ritrovata solidità difensiva, imperniata sul giovane portiere Bugatti, prelevato dal Seregno, mentre in attacco, ceduti Dini al Verona e Trevisani alla Fiorentina, Mazza va a pescare addirittura in Turchia, tesserando dal Besiktas l’attaccante Bulent che, con i suoi 13 centri, dimostra la validità dell’acquisto.

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La formazione scesa in campo a Torino alla 1.a giornata – da gelocal.it

Janni conclude il suo mandato con un altro Campionato di tutto riposo nel ‘53, in cui l’ottavo posto finale è in larga parte merito del “fortino di casa”, dove gli estensi subiscono solo due sconfitte, collezionando 22 dei 32 punti complessivamente totalizzati, nonché della crescita dell’estremo difensore Bugatti, il quale subisce solo 37 reti ed al quale, come potrete facilmente immaginare, tocca il “sacrificio” di trasferirsi al Napoli per ben 55 milioni, in una campagna estiva che vede anche i trasferimenti di Fontanesi alla Lazio e del ricordato danese Bennike al Genoa e che, se da una parte consente di mettere a posto il bilancio, dall’altra pone in difficoltà il tecnico che riesce a salvare la squadra dalla retrocessione in B nel ’54 solo al termine degli spareggia tre con Udinese e Palermo, con la rete “spazza incubi” messa a segno da Bernardin ad 11’ dal termine della gara contro i rosanero.

Retrocessione che, però, si materializza l’anno successivo, visto che Mazza non ha perso tempo a capitalizzare la rete del 26enne mediano spezzino, cedendo Bernardin all’Inter per una cospicua contropartita in denaro, quando la Spal conclude l’anno ’55 in penultima posizione, ma in suo soccorso giunge la condanna per illecito sportivo di Catania ed Udinese, con ciò consentendo alla Società emiliana di mantenere la Categoria, alla quale si aggiungono, promosse dalla Serie Cadetta, altre due belle realtà della Provincia italiana dell’epoca, vale a dire Padova e Lanerossi Vicenza che, assieme ai biancocelesti, formano un triangolo geografico a distanza ravvicinata dal quale, anche per le grandi, è bene tenersi alla larga.

Cosa che, puntualmente, avviene già nel ’56, con Padova a 34 punti, Vicenza e Spal a 33 (addirittura alla pari con Torino ed Juventus …!!) a guadagnarsi la permanenza in Serie A, posizioni sostanzialmente confermate anche nella successiva stagione, al termine della quale le oramai note “esigenze di bilancio” determinano la cessione al Napoli della coppia di attacco formata dai 22enni Beniamino Di Giacomo (scovato al Castelfidardo e successivo Campione d’Italia con l’Inter …) e Carlo Novelli, autori di 30 reti in due stagioni, sacrificio che viene pagato in ambito sportivo con una pessima stagione che vede la Spal sfiorare la retrocessione in B nel ’58, classificandosi al terzultimo posto, pur se in compagnia di Genoa, Sampdoria, Alessandria e Lazio, proprio nell’anno in cui il Padova di “Paron Rocco” coglie un eccezionale terzo posto ad una sola lunghezza dalla Fiorentina, giunta seconda alle spalle della Juventus del trio Boniperti, Charles e Sivori.

Situazione che non migliora nel ’59, anno in cui la Spal conferma la terzultima posizione – mentre Padova e Vicenza concludono il Campionato a braccetto al settimo posto – pur mettendo in mostra altri giovani di valore, come il 20enne esordiente Saul Malatrasi, destinato a scalare i vertici internazionali con il Milan, ed il 22enne attaccante Orlando Rozzoni, i quali divengono, difatti, i protagonisti in uscita del mercato venendo rispettivamente ceduti alla Fiorentina ed alla Lazio, sessione estiva che, però, vede Mazza compiere il suo “capolavoro”, prelevando dal Livorno la forte coppia di difensori formata da Costanzo Balleri ed Armando Picchi e rinforzando il centrocampo con l’acquisto dalla Triestina dell’argentino ex interista Oscar Massei, che diverrà per un decennio il punto di riferimento della formazione estense.

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L’argentino Oscar Massei, 244 presenze con la Spal – da ilposticipo.it

Con l’inserimento in mediana di un altro giovane talento, il 20enne Dante Micheli, ed il ritorno in attacco di Novelli dopo due anni all’ombra del Vesuvio, a far coppia con il confermato Morbello, ecco che la Spal può finalmente lottare alla pari con le sue rivali di Provincia, concludendo gli anni ’50 con uno straordinario quinto posto, alla pari con Padova e Bologna e dietro solo ad Juventus, Fiorentina, Milan ed Inter, non so se ci siamo capiti, suo miglior piazzamento della storia.

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Formazione anno ’60, quinta in campionato – da wikipedia.org

GLI ANNI ’60, LA COPPA SFIORATA ED IL DECLINO – L’euforia per il risultato raggiunto, viene immediatamente mitigata dalla necessità di far cassa per sistemare il deficit finanziario ed ecco che Balleri prende la strada di Torino sponda granata, Micheli approda alla Fiorentina (ma farà ritorno l’anno seguente) e Picchi va a contribuire alla nascita della “Grande Inter”, seguito, a novembre anche dal centravanti Morbello, ed il pur esperto tecnico Ferrero compie già un miracolo ad evitare, per un sol punto, la disputa degli spareggi per evitare la retrocessione in B a giugno ’61.

Mazza si rende conto che, per mantenere la Categoria, con il Calcio italiano sempre più all’avanguardia ed in cui fanno bella mostra di sé numerosi campioni stranieri, il solo “fiuto” nello scovare giovani talenti – tanto per non smentirsi, comunque, lancia in pri8ma squadra il 22enne difensore Adolfo Gori che, due anni dopo, sarà ceduto alla Juventus assieme all’attaccante Carlo Dell’Omodarme – non può bastare e, pertanto, nell’operazione che porta il difensore Bozzao alla corte bianconera, ottiene in cambio l’esperto Sergio Cervato, che per tre stagioni fornirà un importante contributo alla causa biancoceleste.

Ed anche se la stagione ’62 è figlia ancora una volta di patimenti e conferma il declino del famoso “trio delle meraviglie”, con Spal e Vicenza appaiate al quartultimo posto, mentre il Padova, terzultimo, torna in B a distanze di 7 anni dalla promozione, ecco che ai biancocelesti si presenta un’occasione unica per dare un senso ad un’annata travagliata, attraverso la conquista della Coppa Italia.

Manifestazione alla cui Finale accedono, dopo aver eliminato in una interminabile serie di calci di rigore il Verona al primo turno, espugnato per 2-1 il campo del Vicenza negli ottavi grazie ad una rete di Massei nel finale, sconfitto 3-1 il Novara tra le mura amiche nei quarti e compiuto l’impresa di superare addirittura per 4-1 la Juventus nella semifinale disputata a Ferrara il 31 maggio 1962.

E’ vero che i bianconeri sono privi di Mora e Sivori, selezionati per i Mondiali del ’62 in Cile – spedizione di cui farà parte, in qualità di Commissario Tecnico, anche Mazza assieme a Giovanni Ferrari – ma possono pur sempre contare su giocatori del calibro di Anzolin, Castano, Bercellino, Leoncini, Stacchini, Charles e Nicolé che tutto si sarebbero aspettato tranne che si ritrovarsi sotto 0-2 per un micidiale uno-due poco dopo la mezz’ora firmato da Micheli e Dell’Omodarme, con il futuro juventino a realizzare il punto del 3-0 al 69’ e l’ex Cervato a completare l’opera 3’ dopo trasformando. Come su solito, un calcio di rigore.

Tale inatteso trionfo fa però sì che gli estensi si presentino all’Olimpico per la Finale del 21 giugno in veste di favoriti, tanto più che l’avversaria è il Napoli neopromosso in Serie A, ma l’eccessiva confidenza gioca un brutto scherzo ai biancocelesti che, dopo aver immediatamente replicato con Micheli all’iniziale vantaggio partenopeo messo a segno dal “core ingrato” ferrarese Gianni Corelli, non riescono a reagire alla decisiva rete messa a segno da Ronzon a 12’ dal termine.

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I giocatori del Napoli festeggiano la conquista della Coppa Italia ’62 – da wikipedia.org

Sfumata la grande occasione di mettere un importante trofeo in bacheca e, dopo una dignitosa stagione ’63 conclusa all’ottavo posto a pari merito con l’Atalanta, le dolorose cessioni di Gori e Dell’Omodarme fanno sì che stavolta la retrocessione in B sia inevitabile, concludendo l’anno ’64 con appena 24 punti ed un disastroso ruolino esterno, ma quello che sembra un “de profundis” per la Società estense, si dimostra viceversa un trampolino di lancio per un pronto riscatto, costituito dall’immediato ritorno nella Massima Divisione al termine di una emozionante lotta con Brescia, Napoli (anch’esse promosse) e Lecco, con quest’ultimo incapace di andare oltre lo 0-0 interno nell’ultima giornata contro il Modena, mentre la Spal subisce al 90’ la rete della sconfitta in quel di Potenza, così evitando un drammatico spareggio.

Soddisfazione alla quale il “Patron” Mazza accomuna l’inserimento in prima squadra di due giovanissimi prodotti del vivaio, settore al quale ha sempre rivolto un occhio di riguardo, e che rispondono ai nomi di Luigi Pasetti e del ben più noto Fabio Capello, i quali contribuiscono alle due consecutive salvezze nei tornei ’66 e ’67 prima dell’ultimo capitolo che pone la parola fine al romanzo della “Epoca d’Oro della Spal di Paolo Mazza” al termine di una stagione che vede la squadra affidata a Francesco Petagna scontare le cessioni estive di Capello alla Roma e di Bosdaves al Napoli, il grave infortunio subito in precampionato da Dell’Omodarme che ne condiziona il proseguimento dell’attività ed il pedaggio anagrafico da pagare da parte dei vari Massei, Bean, Bozzao e Rozzoni, con l’amara considerazione che, alla fine di una stagione conclusa al terzultimo posto a tre lunghezze di distanza da Atalanta e Vicenza, nel mese di giugno sono proprio dette squadre a partecipare, assieme alla Spal, alla “Coppa dell’Amicizia italo-svizzera” che i biancocelesti si aggiudicano con due larghi successi a spese del San Gallo (2-0) e del Neuchatel Xamax (3-0) grazie al rientro dall’infortunio di Dell’Omodarme, a segno in entrambe le gare, a dimostrazione di una stagione “segnata” in partenza.

Modo migliore, comunque, non poteva esserci per concludere un periodo che è rimasto indelebile nella memoria dei tifosi spallini che hanno avuto la fortuna di viverlo e che i più giovani si augurano, a 40 anni esatti di distanza, di poter, a loro volta provare altrettante emozioni e soddisfazioni attraverso la riconquistata Serie A, ben sapendo, quantomeno, di avere un “tifoso speciale” in mezzo a loro, quel Paolo Mazza al quale è stato, sin troppo doverosamente, intitolato lo Stadio di Ferrara e che potrà, pertanto, da lassù, sentir riecheggiare il proprio nome alla presentazione di un incontro della Massima Divisione con protagonista la “sua amatissima” Spal …

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KEVIN SCHWANTZ, IL PILOTA KAMIKAZE CHE FU CAMPIONE DEL MONDO

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Kevin Schwantz in trionfo – da iogiocopulito.it

articolo di Nicola Pucci

Fu soprannominato “pilota kamikaze” per il suo stile aggressivo e funambolico, e credo proprio che ne avessero ben donde.

Kevin Schwantz, texano di Houston, classe 1964, era una sorta di centauro con stivaloni e cinturone, pronto all’occorrenza a risse da saloon per averla vinta serpeggiando tra i cordoli del motomondiale. Non possedeva, ad onor del vero, una tecnica sopraffina, sopperiva però alla modesta tecnica con una dose abbondante di agilità, grip e frenata, specialità quest’ultima in cui è stato un vero e proprio maestro e che gli permetteva di realizzare spettacolari ed efficaci “staccate” al limite. Venne nondimeno considerato un “pericolo pubblico” in pista, tanto da ricevere altri appellativi, quali “pilota impossibile“, “esempio da non seguire” o, più semplicemente, “testa calda“… insomma, quando gareggiava il divertimento era comunque assicurato. E questo gli ha garantito l’adorazione, totale e senza reticenze, degli appassionati.

In una carriera interamente spesa alla guida di una Suzuki 500, Schwantz debutta nel Mondiale con mediocri risultati nel 1986, solo decimo in Belgio e a Misano, così come l’anno dopo, 1987, ottenendo comunque un lusinghiero quinto posto in Spagna, a Jerez de la Frontera. Nel 1988 Schwantz, infine assistito da una moto competitiva, ottiene i suoi primi successi, nel Gran Premio del Giappone dove precede Wayne Gardner ed Eddie Lawson, per poi bissare la vittoria al Nurburgring, pur partendo con il nono tempo in qualifica, stavolta battendo Wayne Rainey e il francese Christian Sarron.

L’americano si pone all’attenzione generale nel corso della stagione 1989 in cui, oltre ad affermarsi in ben 6 Gran Premi (Giappone, Austria, Jugoslavia, Gran Bretagna, Cecoslovacchia e Brasile), conclude al quarto posto della classifica assoluta con 162,5 punti, penalizzato dai 5 ritiri rispetto al più regolare connazionale Eddie Lawson, che si aggiudica il titolo.

Schwantz migliora la propria graduatoria l’anno successivo, quando totalizza 188 punti (frutto di altri 5 successi), non sufficienti però a scalzare dalla prima posizione l’altro connazionale Wayne Rainey, il quale si aggiudica anche i titoli 1991 e 1992 al termine di altrettante epiche sfide con l’australiano Mike Doohan, con Schwantz nello scomodo ruolo di spettatore, rispettivamente terzo e quarto in graduatoria finale seppur con altri cinque successi parziali.

Ma è tempo di raccogliere, per  lo spericolato texano, e la soddisfazione del titolo iridato giunge finalmente nel 1993, stagione in cui, a dispetto delle sole 4 vittorie conquistate in Australia, Spagna, Austria e ad Assen, Schwantz, alla guida della sua Suzuki numero 34, mantiene una regolarità di risultati durante tutto l’anno con 11 podi complessivi, impedendo così a Rainey di centrare il “poker” di successi, precedendolo in classifica di 34 punti (248 a 214), complice anche il gravissimo infortunio capitato a Misano allo sfortunato californiano, che cade riportando la frattura della colonna vertebrale e la conseguente paralisi alle gambe che gli interrompe tragicamente la carriera, costringendolo alla sedia a rotelle. 

Oramai giunto alla soglia dei 30 anni, Schwantz prova a difendere il titolo l’anno successivo, stagione in cui esplode il talento di Mike Doohan che fa suoi 5 campionati consecutivi ed il buon americano, nonostante due ultimi successi a Suzuka e Donington Park battendo proprio il nuovo fenomenale avversario, capita l’antifona, si ritira nel 1995 dopo sole tre gare di campionato in cui ha ottenuto un quinto, un quarto e un sesto posto, potendo comunque vantare 51 podi (con 25 vittorie) sulle 104 gare disputate. L’annuncio dell’addio alle corse, in una sala stampa del Mugello piena all’inverosimile, il 17 luglio 1995, riga il volto di Kevin di quelle lacrime che significano la passione e la follia trasmesse in anni di staccate sempre ad un passo dal baratro. Come con Eddie Lawson, in un epico Gran Premio d’Olanda del 1991, guardare per credere.

Insomma, kamikaze e spericolato, certo, dalla guida non certo ortodossa, ma… ma sapeva vincere, Schwantz, eccome se sapeva vincere.

GRAHAM HILL, IL TITOLO MONDIALE NEL NOME DEL PADRE

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Graham Hill – da quizz.biz

articolo tratto da Cavalieri del rischio

Strappato ad un futuro nel settore odontoiatrico dalla passione per i motori, Graham Hill iniziò a correre in moto, spostandosi poi dalle due alle quattro ruote dopo aver provato una Cooper di Formula 3 a Brands Hatch; assunto dalla Lotus come meccanico, divenne presto pilota debuttando al Gran premio di Monaco del 1958 dove si ritirò per la rottura del semiasse, uno dei tanti problemi che Hill incontrò nei primi due anni di carriera, nei quali la scarsa affidabilità della Lotus lo penalizzò molto.

Passato alla Brm, nel 1960 arrivò il primo piazzamento a punti (unico della stagione), ovvero un prestigioso terzo posto a Zandvoort alle spalle di Jack Brabham e Innes Ireland. Ma nonostante l’exploit in Olanda, la carriera del baffuto inglese, nato ad Hampstead il 15 febbraio 1929, stentava a decollare, se è vero che si susseguirono inconvenienti vari, con due soli piazzamenti a punti nel 1961, un sesto posto a Reims e un quinto a Watkins Glen.

Ben altro copione venne scritto per la stagione 1962, apice della carriera di Graham. Hill vinse l’appuntamento iniziale a Zandvoort, cercando poi di contenere nella prima parte della stagione gli attacchi di Clark e McLaren, ovvero i rivali più accreditati nella corsa al titolo mondiale, calando poi nelle ultime quattro gare un clamoroso tris di vittorie a Nurburgring, Monza e in Sudafrica, e un secondo posto a Watkins Glen subito dietro a Jim Clark, festeggiando un’annata trionfale con la conquista del campionato del mondo di Formula 1, 40 punti contro i 32 del connazionale.

Nei tre anni successivi la Brm confermò la sua competitività ma Hill si dovette accontentare di concludere il campionato al secondo posto per tre volte consecutive, surclassato dall’imprendibile Lotus di Clark nel 1963 e nel 1965 e beffato nel 1964 dalla Ferrari di Surtees. L’epilogo in questa stagione fu amaro in quanto, dopo aver accumulato sedici punti di vantaggio nelle prime gare grazie al successo a Montecarlo e i secondi posti in Francia, Inghilterra e Germania, nella seconda parte della stagione l’inglese subì il ritorno della Ferrari 158 con la quale Surtees recuperò punti su punti. Hill tentò di chiudere la pratica vincendo a Watkins Glen ma a Città del Messico, ultima gara della stagione, andò tutto storto e Surtees, piazzandosi al secondo posto superando nel finale il compagno di squadra Bandini, scavalcò Graham in classifica, il quale ottenne un punto in più ma dovette scartare un quinto posto ritrovandosi infine secondo, 39 punti contro i 40 del ferrarista.

Nel 1966 Hill non ebbe la possibilità di lottare per il titolo e si accontentò di alcuni piazzamenti a podio, ma l’anno non trascorse invano: ebbe modo infatti di partecipare alla 500 Miglia di Indianapolis (era il periodo della cosiddetta invasione inglese), riuscendo addirittura a vincere la competizione. Tornato alla Lotus, nel 1967 visse una stagione tribolata in quanto la vettura non era all’altezza delle Brabham, inoltre patì il confronto con Jim Clark che alla corte di Chapman aveva da tempo un ruolo di primo piano. Fino al tragico 1968 quando lo scozzese perse la vita durante lo svolgimento di una gara di Formula 2 (dopo aver vinto proprio davanti al compagno di squadra la prova inaugurale a Kyalami), lasciando a Hill il ruolo di indiscussa prima guida, compito svolto nel migliore dei modi: Hill vinse infatti a Jarama e Montecarlo (per la quarta volta in carriera) poi, dopo un periodo nero, amministrò il vantaggio iniziale vincendo infine a Città del Messico e diventando campione del mondo per la seconda volta.

Nel 1969 ottenne la sua 14esima ed ultima vittoria nel mondiale di Formula 1, ancora a Montecarlo, dove si affermò per la quinta volta (record battuto poi da Ayrton Senna nel 1993) battendo Piers Courage e Jo Siffert, in una stagione deludente che si concluse con un gravissimo incidente a Watkins Glen; al rientro l’anno successivo venne sistemato da Chapman nel team di Rob Walker ma non ottenne risultati di rilievo, così come nei campionati 1971 e 1972 dove alla guida di una Brabham poco competitiva si trovò a combattere per posizioni di rincalzo. Proprio nel 1972, tuttavia, arrivò un altro prestigioso successo, vale a dire il trionfo alla 24 ore di Le Mans insieme a Henri Pescarolo, una vittoria che completò la cosiddetta “Tripla Corona” dell’automobilismo, in entrambe le definizioni che ne vengono date (vittoria alla 500 Miglia di Indianapolis, alla 24 Ore di Le Mans e al Gran Premio di Monaco, oppure alla 500 Miglia di Indianapolis, alla 24 Ore di Le Mans e nel Campionato mondiale di Formula 1); in entrambi i casi, Hill è ancora l’unico pilota ad aver ottenuto queste vittorie.

Dal 1973 decise di costituire la Embassy Hill. Inizialmente la squadra utilizzò telai Shadow e Lola, prima di sviluppare quest’ultimo in un proprio progetto originale. Fallita la qualificazione al Gran Premio di Monaco di quell’anno, solitamente gara a lui favorevole, decise di ritirarsi dall’attività di pilota (dopo 176 gran premi, record poi eguagliato da Laffite dieci anni dopo) per concentrarsi sulla gestione della squadra, aiutando il proprio pupillo Tony Brise.

Ma il destino, per Graham Hill, era in agguato. Drammaticamente tragico. Il 29 novembre 1975, di ritorno dal circuito Paul Ricard dove aveva sostenuto una sessione di prove, mentre era alla guida del suo aereo privato, un Piper Aztec, avvolto nella nebbia in condizioni di scarsa visibilità, andò a schiantarsi in un campo da golf dopo aver colpito un albero in fase di atterraggio a Elstree Airfield, a nord di Londra: insieme a Hill nell’incidente trovarono la morte il team manager Ray Brimble, i meccanici Tony Alcock e Terry Richards, lo stesso Tony Brise e il progettista Andy Smallman, tutti parte della squadra Embassy Hill.

Buon sangue non mente, dice il proverbio. E se la vita di Graham si è bruscamente e precocemente interrotta, il patrimonio genetico di grande pilota automobilistico si è riprodotto nel figlio Damon. Lui stesso ha intrapreso la carriera nel massimo circuito, diventando campione del mondo nel 1996, andando a dar vita, ad oggi, all’unica coppia padre-figlio ad aver vinto almeno un mondiale di Formula 1. Prima della famiglia Rosberg.

1982-1988, IL SETTEBELLO DI KELLY ALLA PARIGI-NIZZA

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Sean Kelly in maglia bianca alla Parigi-Nizza – da chroniqueduvelo.wordpress.com

articolo di Nicola Pucci

Ancor prima di diventare quel meraviglioso interprete di classiche-monumento, dominatore per buona parte degli anni Ottanta e primi anni Novanta, con un palmares ricco tanto da poter vantare due Milano-Sanremo (1986 e beffando Argentin nel 1992), due Parigi-Roubaix (1984 e 1986), due Liegi-Bastogne-Liegi (1984 e 1989) e tre Giri di Lombardia (1983, 1985 e 1991), a cui aggiungere una Vuelta nel 1988 e seppur respinto sempre dal campionato del mondo che mai lo ha visto vestirsi della maglia iridata, Sean Kelly ha guadagnato gloria ciclistica eleggendo le strade della Parigi-Nizza quale suo territorio di caccia preferito. Vedere per credere.

Irlandese di Waterford, classe 1956, Kelly debutta nel professionismo nel 1977, lanciato da Jean de Gribaldy, gran scopritore di talenti, che vede in lui un futuro campione. Ma se le prime stagioni non rispondono appieno alle attese su di lui riposte, ad eccezione di un quarto posto alla Vuelta del 1980, a soli 31″ dal terzo gradino del podio occupato dal belga Claude Criquielion, nel 1982 Kelly, essenzialmente etichettato come velocista-passista, sboccia infine ad altissimi livelli. E lo fa proprio imponendosi alla Parigi-Nizza. Sarà solo l’inizio di una lunga e fortunata storia d’amore, durata sette anni.

1982. L’edizione numero 40 della corsa che dalla capitale porta in Costa Azzurra va in scena dall’11 al 18 marzo, orfana del suo storico organizzatore Jean Leulliot, deceduto qualche settimana prima e sostituito al comando della corsa dalla figlia Josette, supportata da André Hardy. Kelly, che vanta già quattro vittorie parziali al Tour de France e ben sette alla Vuelta, veste la casacca della Sem-France Loire, e dopo che l’olandese Bert Oosterbosch, uno che contro il tempo ci sa fare, si è imposto nel prologo di Luingne e Jean-François Chaurin, autore di una fuga in solitario di 156 km. che gli consente di lasciare il plotone a più di 6 minuti, lo ha rilevato al comando della corsa, l’irlandese vince a St.Etienne, battendo De Vlaeminck allo sprint e conquistando a sua volta la vetta dalla graduatoria, per poi consolidare il primato con il bis a La Seyne-sur-Mer, davanti a Duclos-Lassalle. Proprio il transalpino è il rivale più temibile nella lotta per la vittoria finale, a Mandelieu-la-Napoule scavalca Kelly per 4″ e costringe l’avversario alla rincorsa. Infine portata a termine vittoriosamente, con la volata sulla Promenade des Anglais a Nizza e con la decisiva cronoscalata conclusiva al Col d’Eze. Kelly trionfa con 40″ su Duclos-Lassalle e 1’12” sul belga Jean-Luc Vandenbroucke e per il pupillo di Jean de Gribaldy è infine il primo grande successo in carriera.

1983. Kelly, forte del successo dell’anno prima, è il logico favorito nella corsa ormai scelta definitivamente, in alternativa alla Tirreno-Adriatico, come probante banco di prova in vista della Milano-Sanremo. Eric Vanderaerden è il nuovo gioiello del ciclismo belga e dopo la vittoria nel prologo di Issy-les-Moulineaux veste la maglia bianca di leader prima di cedere il testimone a Joop Zoetemelk. Nel frattempo Kelly, che ha perso 48″ nel corso della prima tappa per colpa di una caduta, vince a Tournon e Miramas, per poi scalzare l’olandese dal primo posto a Mandelieu-la-Napoule. A Nizza Vanderaerden èancora il più veloce, ma come esattamente l’anno prima è il Col d’Eze a porre il sigillo sulla seconda vittoria dell’irlandese, che stavolta precede in classifica i due scudieri Jean-Marie Grezet, secondo a 1’03”, e Steven Rooks, terzo a 1’14”.

1984. Nel suo personale cammino verso lo status di fuoriclasse, Kelly, ora in maglia Skil-Reydel, ha chiuso l’anno con il successo al Giro di Lombardia, prima grande classica da aggiungere al suo palmares, e per la stagione a venire si trova a dover difendere il titolo dall’assalto di Bernard Hinault, che è in lizza con la dichiarata intenzione di voler far sua la corsa. Oosterbosch, Vandenbroucke e Jos Lammertink, che detengono il primato, sono comprimari destinati a venir deposti, ed è lo scozzese Robert Millar, che ha dimestichezza con le montagne, a guadagnare il comando della corsa in cima al Mont Ventoux, spianato da Eric Caritoux. La tappa tra Miramas e La Seyne-sur-Mer prevede la scalata del Col de l’Espigoulier:  a 40 km dall’arrivo i manifestanti bloccano la corsa e all’arrivo del plotone sbarrano la strada a Hinault che cade, si rialza e reagisce colpendo uno dei manifestanti con un pugno. Planckaert vince in volata davanti a Kelly, già vincitore a Bourbon-Lancy, che balza in testa alla classifica e allo stesso Hinault, Millar rimane attardato e il giorno dopo l’altro irlandese, Stephen Roche, precedendo gli stessi Hinault e Kelly di 23″ a Mandelieu-la-Napoule, si rifà sotto a soli 11″ dal connazionale. La corsa si decide nella scalata al Col d’Eze e qui Kelly, in ritardo di 10″ all’intermedio e sentendosi braccato, produce lo sforzo risolutivo che lo vede infine vincere la tappa con 1″ su Roche, completando il tris consecutivo. Hinault sale sul terzo gradino del podio finale con un ritardo di 1’46” e di lì a qualche giorno Kelly, in rampa di lancio, vincerà pure la sua prima Milano-Sanremo.

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Una vittoria di Sean Kelly – da pezcyclingnews.com

1985. La strada verso il poker consecutivo alla Parigi-Nizza, per Kelly, è disseminata di ostacoli, oltrechè dal maltempo che imperversa glaciale nei primi giorni. Quello più arduo da scavalcare è decisamente inatteso, perchè proposto dal francese Frederic Vichot, compagno di squadra alla Skil-Sem, che a Gréoux-les-Bains veste le insegne del primato. Sean non può attaccare e si limita a tenere le ruote dell’altro pretendente alla vittoria finale, pure quest’anno Stephen Roche, più autoritario di Laurent Fignon, altro big in corsa, definendo la contesa a due all’ultimo appuntamento, come da tradizione la scalata al Col d’Eze. Esattamente come l’anno prima 1″ divide i due irlandesi, ma se Roche vince la tappa, Kelly primeggia in classifica. E il poker è servito, seppur stavolta senza successi parziali.

1986. Kelly, in maglia Kas, ormai è uno dei big del gruppo (e lo sarà ancor più tra qualche settimana, dopo i successi alla Sanremo e a Roubaix), e dopo Hinault e Fignon si trova a dover stavolta fronteggiare la concorrenza di Greg Lemond, pronto a rilevare il testimone dal bretone. Ma l’irlandese è superiore di una spanna al lotto dei partecipanti, come ben si evidenzia fin dal prologo di Parigi che Kelly fa suo per la prima volta battendo due superspecialisti come Oosterbosch e l’ex-campione del mondo dell’inseguimento Alain Bondue. Kelly rinnova l’appuntamento con il successo a Le Rouret, sul Mont Ventoux cede 35″ all’elvetico Urs Zimmermann che lo segue in classifica, sul Mont Faron si difende ed infine al Col d’Eze piazza l’ultima zampata vincente che gli consente di realizzare il pokerissimo con un margine di 1’50” sullo stesso Zimmermann e 2’27” su Lemond.

1987. Probabilmente è l’edizione più emozionante nonchè più sofferta tra le sette portate vittoriosamente a termine da Kelly. Vandenbroucke vince il prologo, ma Roche, in quello che sarà il suo anno di grazia con Giro, Tour e Mondiale, prende la maglia di leader vincendo la cronosquadre con la sua Carrera Jeans. Fignon e Jean-François Bernard sono gli altri due autorevoli pretendenti al successo, e i quattro corridori librano un duello serrato. Kelly batte Roche in uno sprint a due sul Mont Ventoux, Stephen tiene la maglia per tre giorni prima dello stupefacente colpo di mano di Bernard sul Mont Faron. A St.Tropez è Fignon a imporsi in solitario, Bernard cede e Roche torna al comando. Sembra il colpo risolutivo, ma verso Nizza una foratura blocca l’irlandese, Fignon anticipa Kelly che ritrova il primato e sul Col d’Eze la vittoria parziale di Roche serve solo a mitigare la delusione per la vittoria sfumata. E siamo a sei.

1988. L’ultima perla alla Parigi-Nizza è altrettanto, se non più sofferta della precedente. Almeno per quel che riguarda il riscontro cronometrico. L’inglese Sean Yates vince la prima tappa a St.Etienne, frazione in linea che sostituisce il prologo, soppresso per le nuove normative UCI che impongono solo sei giorni di corsa, resistendo poi sul Mont Faron dove ad imporsi è l’americano Andrew Hampstean che qualche mese dopo sbancherà pure il Giro d’Italia nella bufera del Gavia. Kelly si deve accontentare di tre piazzamenti d’onore consecutivi, quello di St.Tropez gli vale il sorpasso in classifica, vestendo la maglia bianca di leader per poi respingere il tentativo di recupero di Ronan Pensec. Il Col d’Eze è testimone dell’ultima vittoria parziale di Kelly, 13esima totale, che batte proprio il francese di 2″ e cala il settebello. Pensec chiude secondo a 18″, lo spagnolo Julian Gorospe è terzo con un ritardo di 36″.

E questa adesso è storia del ciclismo. In attesa che qualcuno possa far meglio. Ma parrebbe da quei giorni ormai lontani impresa poco probabile, perchè di quel record di sette vittorie alla Parigi-Nizza il buon Kelly è proprio geloso.

MOSES KIPTANUI E QUEI SALTI “OLTRE LA SIEPE”

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Moses Kiptanui – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nella ultracentenaria storia dell’atletica leggera, non vi è specialità che abbia visto un così assoluto dominio da parte di una singola Nazione come 3000 metri siepi, il cui gradino più alto del podio in sede olimpica è sempre stato appannaggio degli atleti keniani a partire dall’edizione di Città del Messico ’68, fatte salve, per quanto ovvio, le rassegne di Montreal ’76 e Mosca ’80 per il semplice fatto che non vi partecipavano a causa dei rispettivi boicottaggi.

Un dominio che si estende anche in chiave iridata dove, a parte le edizioni inaugurali dei Campionati Mondiali – vittorie del tedesco occidentale Ilg ad Helsinki ’83 e dell’azzurro Panetta a Roma ’87 – il successo è sempre arriso ai rappresentanti degli altipiani, e non traggano in inganno, al riguardo, le vittorie del “qatariotaSaif Saaeed Shaheen a Parigi ’03 ed Helsinki ’05, in quanto egli altri non è che il keniano di nascita Stephen Cherono, Campione Mondiale juniores nel ’99 e medaglia d’oro ai “Commonwealth Games” di Manchester ’02 con il suo Paese di origine, prima di trasmigrare sotto l’Emirato arabo per una alquanto disdicevole questione di denaro.

Ciò nondimeno, all’interno di questa “dittatura” – dove, per i comuni mortali, era già un successo riuscire a conquistare un posto sul podio, visto che, per quanto attiene ai soli Giochi olimpici, sia nel ’92 che nel 2004 lo stesso è stato monopolizzato dagli specialisti keniani, ed in altre cinque occasioni gli stessi si sono messi al collo le medaglie d’oro e d’argento – vi è chi è stato in grado di dare una violenta “accelerazione” alla specialità, traghettandola verso una dimensione di eccellenza assoluta.

Costui altri non è che Moses Kiptanui, nato ad Elegeyo ad inizio ottobre ’70, appartenente alla tribù Marakwet, una corporatura (m.1,75 per 60kg.) assolutamente perfetta per un mezzofondista, dal passo leggero e la falcata armoniosa, nonché dotato di una tecnica non comune nel superamento degli ostacoli, da consentirgli di essere il leader incontrastato della specialità nella prima metà degli anni ’90, anche se …

C’è quasi sempre un se, nelle carriere dei grandi Campioni, ma in questo caso il dubitativo si trasforma in una ulteriore dimostrazione di grandezza da parte del fuoriclasse keniano, come andremo ben presto a scoprire, mentre il suo talento emerge già in occasione dei Mondiali juniores di Plovdiv ’91, dove Kiptanui si impone agevolmente nella prova sui 1500 metri piani con il tempo di 3’38”32, mentre la gara delle siepi è appannaggio del suo connazionale – ed addirittura appena 18enne all’epoca – Matthew Birir, un nome che vi consigliamo di tenere a memoria.

E’ bene che i lettori sappiano che, come negli Stati Uniti si svolgono i famigerati Trials per le selezioni degli atleti che dovranno partecipare ad Olimpiadi e Mondiali, una tale pratica viene usata anche in Kenya per le gare di mezzofondo, stante il numero degli atleti di valore potenzialmente in grado di ben figurare a livello internazionale, pur con meno rigidità nelle scelte, non essendo i relativi esiti inappellabili come oltre Oceano.

Particolare abbondanza vi è soprattutto nel settore delle siepi, dove vi sono non meno di cinque/sei atleti in grado di poter aspirare alla vittoria, e selezionarne tre è un compito per niente facile da parte della Federazione keniana che comunque, decisa a far sua la medaglia d’oro anche ai Campionati Mondiali, iscrive all’Edizione di Tokyo ’91 l’esperto 30enne Julius Kariuki, campione olimpico a Seul ’88 e vincitore dei “Commonwealth Games” di Auckland ’90 ed il sempre affidabile Patrick Sang, con il giovane Kiptanui a completare il relativo terzetto.

Come loro solito, i tre atleti degli altipiani si incaricano di fare l’andatura, imponendo alla gara un ritmo che tende ad eliminare progressivamente il resto della concorrenza, tattica che si rivela vincente anche in terra giapponese, con Kiptanui a mantenere il comando delle azioni, visto che alla campana dell’ultimo giro il solo algerino Azzedine Brahmi non è riuscito a perdere contatto, con il quartetto che affronta compatto la riviera a metà dell’ultima curva, dove cede a sorpresa il campione olimpico Kariuki e Kiptanui si incarica di allungare sul rettilineo finale per andare a conquistare il titolo iridato nel tempo di 8’12”59 precedendo il connazionale Sang, argento in 8’13”44.

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L’arrivo di Kiptanui ai Mondiali di Tokyo ’91 – da gettyimages.it

L’anno seguente, però, all’atto di comporre la formazione per i Giochi olimpici di Barcellona ’92, Kiptanui deve vedersela con la crescita del 20enne Matthew Birir (ricordate, no …?), mentre, al contrario, sono in ribasso le quotazioni sia di Kariuki che di Peter Koech, argento a Seul ’88 e detentore del record mondiale con 8’05”35 stabilito nel 1989, ma oramai 34enne, e, pertanto, desta non poca sorpresa e relativo scalpore la decisione di estromettere dalla rassegna a cinque cerchi proprio Kiptanui a favore, oltre che di Birir, dell’esperto Sang e, soprattutto, di William Mutwol, il quale non ha alcuna particolare prestazione di rilievo a proprio favore.

Una grande delusione per Kiptanui, ma è proprio in queste occasioni che vengono fuori le stimmate del fuoriclasse, poiché, se è pur vero che alla Federazione keniana ben poco si può imputare, considerando che i suoi tre atleti monopolizzano il podio con Birir oro in 8’08”84, Sang ancora argento e Mutwol bronzo, la risposta fornita dal 22enne della tribù di Marakwet è di quelle che non ammettono repliche, visto che il successivo 16 agosto, a 9 giorni dalla prova olimpica, toglie al marocchino Said Aouita il record mondiale sui 3000 metri piani, fissandolo in 7’28”96 al meeting di Colonia, ed, appena tre giorni dopo, fornisce una straordinaria impresa al “Weltklasse” di Zurigo, sulla celebre pista dello Stadio “Letzigrund”, demolendo il primato mondiale di Koech di oltre 3”, portandolo ad 8’02”08, con ciò consentendogli di confermarsi al primo posto del Ranking mondiale stilato dalla rivista “Track & Field News”, nonostante la mancata partecipazione olimpica, in una classifica che vede i mezzofondisti keniani occupare i primi sei posti.

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Kiptanui festeggia il record mondiale a Zurigo – da gettyimages.it

Chiarite inequivocabilmente quali siano le gerarchie all’interno del Team, Kiptanui è ora pronto a difendere il proprio titolo iridato in vista dei Campionati Mondiali di Stoccarda ’93, dove è accompagnato dal fido Sang e da Birir, altra occasione per dimostrare chi sia il migliore tra i due, opportunità che non si lascia sfuggire, disputando come suo solito una gara di testa, cui il solo Sang è in grado di resistere, cercando anche di scrollarsi di dosso la scomoda etichetta “dell’eterno secondo” quando attacca il campione in carica all’uscita dalla riviera a metà dell’ultima curva, solo per stimolare la reazione di Kiptanui, il cui rettilineo finale è, come di consueto, regale, andando a tagliare il traguardo con il tempo di 8’06”36, record dei Campionati, mentre alle spalle di Sang (al terzo argento consecutivo in tre anni …) si piazza un eccellente Alessandro Lambruschini, con Birir, quarto, mai effettivamente in gara per l’oro, tant’è che, a fine stagione, retrocede nel ranking mondiale dal secondo al nono posto.

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Kiptanui, Sang e Lambruschini ai Mondiali di Stoccarda ’93 – da sporting-heroes.net

In attesa di potersi giocare la propria carta olimpica ai prossimi Giochi di Atlanta ’96, Kiptanui insegue un altro sogno, vale a dire quello di essere il primo atleta al mondo ad infrangere la “barriera degli 8’ netti” sulle siepi, un limite che sino a 20 anni prima sembrava pura utopia, visto che l’altro keniano Ben Jipcho era a malapena riuscito a scendere sotto gli 8’20”, fissando il primato ad 8’19”8 al meeting di Helsinki, ma spero vi siate resi conto che quando Kiptanui si mette in testa un’idea, difficilmente non riesce a realizzarla, intensificando gli allenamenti, specie sulla resistenza, così da presentarsi tirato a lucido per il suo “1995, Anno di Gloria”, in cui esordisce sul piano dimostrando che la preparazione invernale sta dando i suoi frutti, visto che si permette, in occasione del “Golden Gala” di Roma di inizio giugno ’95, di migliorare il primato mondiale dei 5000 metri, togliendolo con 12’55”30 ad un “certo” Haile Gebrselassie.

E così, dopo essersi messo al collo la terza medaglia d’oro iridata ai Mondiali di Goteborg ’95, vinta con irrisoria facilità in una Finale corsa in testa dal primo all’ultimo metro in una sorta di gara ad eliminazione, di cui a farne maggiormente le spese è lo sventurato Birir, il quale riesce nell’impresa di cadere per due volte nel corso dell’ultimo giro per concludere, demoralizzato, in nona posizione, mentre Kiptanui trionfa migliorando in 8’04”16 il record della manifestazione – non lontano dal suo limite mondiale – l’appuntamento con la storia è fissato appena cinque giorni più tardi, sulla “magica” pista del Letzigrund di Zurigo, in occasione del consueto “Weltklasse”, di gran lunga il meeting più ricco ed ambito dagli atleti.

Di certo, a tutti coloro che hanno la fortuna di assistervi dal vivo, resterà per sempre impressa nella mente l’impresa solitaria di Kiptanui, il quale, sostenuto dal caldo tifo del pubblico che assiepa le gradinate del Letzigrund, stampa un ultimo chilometro in 2’45”35 che gli consente di abbattere il “fatidico muro”, fermando i cronometri sul limite di 7’59”18 e poco importa che, nella stessa serata, Gebrselassie si riappropri del primato sui 5000 metri, portandolo ad un altrettanto fantastico 12’44”39.

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Kiptanui abbatte il muro degli 8’00” – da youtube.com

Classificato per il quinto anno consecutivo – e non poteva essere altrimenti – al primo posto del ranking mondiale, a Kiptanui resta ora solo da conquistare la “Gloria olimpica” per poter completare una fantastica carriera, e stavolta non vi sono dubbi circa il suo inserimento in squadra ai Giochi di Atlanta ’96, dove, a fargli compagnia, sono Joseph Keter, alla sua prima convocazione per una grande manifestazione internazionale, ed ancora una volta Matthew Birir, chiamato a difendere l’oro di quattro anni prima a Barcellona.

In fase di pronostico, tutte le previsioni sono orientate sul tre volte campione e primatista mondiale, ritenendo difficile per uno dei suoi connazionali scalzarlo dal suo ruolo di leader indiscusso della specialità, e la Finale nel capoluogo georgiano si svolge secondo i consueti canoni, con il solo “terzo incomodo” costituito ancora una volta dall’azzurro Lambruschini, il quale, alla campana dell’ultimo giro, è ancora attaccato al treno guidato da Kiptanui con alle spalle Keter, mentre Birir ha iniziato a perdere terreno ed è fuori dal gioco delle medaglie.

Ci si attende l‘oramai classico “finish” dell’adesso 26enne fuoriclasse keniano, ma stavolta la sua andatura è meno fluida ed aggressiva del solito e così, mentre Lambruschini alza bandiera bianca accontentandosi di un comunque eccellente terzo posto, la sorpresa viene da Keter, il quale attacca Kiptanui affiancandolo nel superamento della riviera per poi affrontare in testa il rettilineo di arrivo ed andare a trionfare pur nel non eccezionale tempo di 8’07”12, con Kiptanui che conclude in 8’08”33 a quasi 10” dal proprio limite mondiale, mentre Birir difende a stento la quarta piazza dal ritorno dell’americano Marc Croghan.

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Lambruschini, Keter e Kiptanui ad Atlanta ’96 – da edubilla.com

Un’autentica beffa per il keniano, che sente di avere una “maledizione olimpica” che pende sulla sua testa, preparandosi comunque a vivere la sua ultima stagione ad alto livello e che lo vede, a modo suo, comunque protagonista, chiarendo al mondo intero cosa significhi essere un Campione a 24 carati.

Come sempre, il mese di agosto è quello cruciale per l’atletica leggera, prevedendo nella prima settimana la sesta edizione dei Campionati Mondiali, in programma ad Atene ’97, cui fanno seguito i classici “meeting di consolazione” per coloro che restano delusi nell’assegnazione delle medaglie.

Con Kiptanui a tentare un incredibile poker – impresa che, in tempi recenti, riuscirà al connazionale Ezekiel Kemboi, oro da Berlino ’09 a Pechino ’15 – la Federazione gli affianca, come scudieri, Wilson Boit Kipketer e Bernard Barmasai, rispettivamente di tre e quattro anni più giovani di lui e desiderosi di riceverne il testimone per futuri successi, anche se il Re è ben lungi dal voler abdicare, vendendo cara la pelle in una delle più emozionanti “sfide in famiglia” sulla distanza, con i tre keniani a fare nettamente il vuoto alle loro spalle per presentarsi affiancati all’ultima curva e dare vinta ad un entusiasmante sprint che vede prevalere Boit Kipketer in 8’05”84, appena 0”20 centesimi davanti a Kiptanui che brucia di un soffio Barmasai nella lotta per l’argento, pur venendo entrambi accreditati del medesimo tempo di 8’06”04.

Una così appassionante sfida consente agli organizzatori dei successivi meeting di sfregarsi le mani, pregustando una possibile caduta del record mondiale, ed i primi ad approfittare della circostanza sono i responsabili dell’oramai sin troppo ricordato “Weltklasse” di Zurigo, in calendario il 13 agosto e che passerà alla storia per i “tre record infranti nell’arco di 70 minuti”.

E lo spettacolo che i “magnifici tre” mandano in scena è di quelli che non si scordano facilmente, ripetendo l’identico cliché della Finale mondiale, facendo gara a sé fintanto che Boit Kipketer non allunga decisamente all’attacco della riviera sull’ultima curva, per andare a trionfare in solitudine strappando a Kiptanui il record mondiale di soli 0”10 centesimi, fissando il nuovo limite a 7’59”08 che resta altresì il suo “Personal Best” in carriera.

Uno smacco per l’orgoglio smisurato di Kiptanui il quale, consapevole di essere oramai agli sgoccioli della sua attività agonistica, medita l’immediata rivincita, e l’occasione gli si presenta non più tardi di 11 giorni dopo, in terra tedesca, al meeting di Colonia al quale partecipa assieme a Barmasai.

Intenzionato a riappropriarsi del record, Kiptanui non si risparmia conducendo una gara di testa alla quale il solo connazionale è in grado di resistere, con i due che si presentano al suono della campana al di sotto dei 7’ netti, con ciò facendo presagire un possibile crollo del record, cosa che difatti accade, con Kiptanui a forzare decisamente l’andatura, così favorendo Barmasai, il quale, lungi dal farsi scattare, riesce a superarlo in dirittura d’arrivo per andare entrambi a frantumare il fresco primato di Boit Kipketer, con Barmasai a fermare i cronometri in uno straordinario 7’55”72 e Kiptanui a replicare in 7’56”16, per ambedue migliori prestazioni assolute in carriera e tuttora quarta e sesta nella classifica “All Time”.

Per Kiptanui, che a fine anno riguadagna la prima posizione nel Ranking mondiale e che si ritirerà definitivamente dalle scene due stagioni dopo, davvero uno splendido modo di concludere una eccezionale carriera, “anche se” quell’esclusione dalle Olimpiadi di Barcellona resterà per sempre difficile da digerire.

1961, LA LUNGA STRADA DI ROD LAVER VERSO IL PRIMO GRANDE SLAM

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Rod Laver vince Wimbledon 1961 – da pixxcell.com

articolo di Nicola Pucci

Nel 1961 Rod Laver ha 23 anni, si è già messo in bacheca il primo Australian Open della sua carriera e sembra pronto a succedere a Neale Fraser, indiscusso dominatore del 1960 con tre titoli dello Slam, Australia, Wimbledon e Open Usa.

Meno precoce dei suoi illustri connazionali Rosewall e Hoad, il mancino di Rockhmpton, classe 1938, fa della dedizione al lavoro e della costanza nel duro allenamento il suo punto di forza, tanto da non rinunciare a sessioni di esercizio anche dopo aver giocato tre partite nel corso di una sola giornata! Insomma, un forzato della racchetta, che sa quel che vuole e che è disposto a tutto pur di arrivare. Anche perchè la concorrenza, in casa Australia, è decisamente difficile da battere.

Laver è un praticante sistematico del serve-and-volley, come gli altri suoi connazionali del resto, a cui aggiunge riflessi eccezionali che gli consentono di ribattere al servizio con grande destrezza e di avere un gioco di volo stupefacente. Il rovescio, liftatissimo, è un colpo formidabile, che gli consente di attaccare con efficacia su erba e di difendersi da fondocampo, precursore di coloro che saranno i grandi interpreti del tennis “tagliato” del decennio successivo, Borg e Vilas in special modo.

Dicevamo del numero di campioni, che in casa Australia nei primi anni Sessanta è decisamente congruo. Fraser, appunto, lo stesso Laver ed Emerson formano l’ossatura della squadra di Coppa Davis, ma le seconde linee sono se non altrettanto, similarmente forti. C’è Fred Stolle, coetaneo del “rosso“, che di lì a qualche anno trionferà a Parigi e Forest Hills; c’è Martin Mulligan, che guadagnerà la finale di Wimbledon nel 1962 per poi vincere tre volte gli Internazionali d’Italia e infine diventare proprio italiano nel 1968 per poter giocare in Coppa Davis; c’è Ken Fletcher, che realizzerà il Grande Slam in doppio misto nel 1963 associato all’immensa Margaret Court; c’è Owen Davidson che ripeterà l’impresa nel 1967; e c’è Bob Hewitt, altro specialista del doppio, che a sua volta opterà per la nazionalità sudafricana andando a formare con Frew McMillan una delle coppie più forti di ogni epoca, ben tre volte vincitore a Wimbledon. Più qualche altro buon comprimario di lusso, come Robert Marks e Bob Howe.

Insomma, gli oceanici sono ben messi, se è vero che nel decennio che va dal 1960 al 1969 metteranno in saccoccia 7 titoli al Roland-Garros, 8 a Wimbledon e 7 a Forest Hills, per un totale di ben 22 vittorie nei tornei del Grande Slam (dal conteggio ho volutamente tenuto fuori il Major di casa), addirittura 18 con finale 100% australiana! Aggiungete poi che Harry Hopman, capitano-allenatore fortunato e competente, porta in giro per l’Europa due giovanotti di belle speranze come John Newcombe e Tony Roche… e tirate le somme, vedrete che l’Australia negli anni Sessanta è padrona della scena internazionale del tennis.

1961, dunque, che si apre con il tradizionale appuntamento degli Australian Open che non sfuggono di certo ai giocatori di casa. Laver è detentore del titolo e prima testa di serie, ma infine ad imporsi è Roy Emerson, il meno dotato dei “protetti” di Hopman e già 25enne, grande specialista del doppio, al primo successo in un Grande Slam, che approfitta dell’assenza di Fraser e batte all’atto decisivo proprio Rod in quattro set, rimontando 1-6 6-3 7-5 6-4.

Quattro mesi dopo la rivincita è attesa sulla terra battuta parigina. Ma qui gli oceanici si trovano a mal partito, su quell’unica superficie che non si sposa perfettamente al loro stile di gioco serve-and-volley. E in assenza degli americani, che hanno “passato” l’evento per meglio prepararsi alla riconquista della Coppa Davis che non è loro dal 1958, è infine Manolo Santana ad alzare la coppa, 4-6 6-1 3-6 6-0 6-2 a Nicola Pietrangeli che si vede così negare il terzo trionfo al Roland-Garros dopo le vittorie nei due anni precedenti.

L’ex-raccattapalle del circolo del tennis di Madrid realizza un percorso mirabile, per avere infine la meglio dell’azzurro: risolto vittoriosamente il match-ball, scavalca la rete per correre ad abbracciare l’avversario in segno di giubilo e rispetto. Gli australiani, dal canto loro, non demeritano, con Laver stesso che si arrende proprio a Santana in semifinale, cedendo 6-0 al quinto parziale dopo aver condotto 2 set a 1. Il rovescio liftato di Rod fa meraviglie ed è un’eccellente arma difensiva sulle superfici lente, Laver si muove bene e dimostra di saper adattare prfettamente il suo gioco alla terra battuta, per competere con i migliori in un futuro ormai prossimo. Il che viene avvalorato dalla vittoria in doppio in coppia con Emerson.

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Laver in azione – da pixxcell.com

Ma sono i prati londinesi di Wimbledon a consentire a Laver di diventare il tennista amatore più forte del pianeta. Dopo aver perso nel 1959 con Olmedo e nel 1960 con Fraser, al terzo tentativo infine Rod fa centro ai Championships. Accreditato della testa di serie numero 2, il mancino soffre al secondo turno, costretto al quinto set dal francese Pierre Darmon, così come ai sedicesimi dal tedesco Bungert, per poi infilare un poker di successi senza più nessuna incertezza. Mentre Fraser, detentore del titolo e primo favorito del torneo, si fa estromettere dal britannico Bobby Wilson e Pietrangeli, numero tre del tabellone, esce per mano dell’americano Christopher Crawford, Laver infila uno dietro l’altro Hewitt agli ottavi, 6-4 6-4 6-2, il cileno Ayala ai quarti, 6-1 6-3 6-2, l’inatteso indiano Krishnan in semifinale, 6-2 8-6 6-2, per poi avere la meglio in finale, il 7 luglio 1961, del giovane studente americano Chuck McKinley, appena 20enne, che nel corso del torneo non ha trovato sulla sua strada nessuna testa di serie, sconfitto con un netto 6-3 6-1 6-4.

Laver sale sul trono del mondo, e a Forest Hills, in un’edizione degli US Open di nuovo nel segno del tennis australiano dopo la parentesi americana di Wimbledon, incrocia all’atto conclusivo l’amico e connazionale Emerson, che lo batte in tre veloci set, 7-5 6-3 6-2, palesando enormi progressi.

La sconfitta non scalfisce la sicurezza di Rod, che riscatta la delusione in Coppa Davis. L’avversario in finale è l’Italia di Pietrangeli e Orlando Sirola, che ha tolto di mezzo in semifinale la versione B degli Stati Uniti, che si presentano al Foro Italico di Roma con i modesti Whitney Reed e Jon Douglas, uscendo inevitabilmente sconfitti per 4-1. Dal 26 al 28 dicembre, sull’erba del Kooyong Stadium di Melbourne, Laver ed Emerson non concedono possibilità alcuna trionfando con un netto 5-0 e lasciando agli avversari, già sconfitti in finale l’anno prima a Sydney, i due soli set strappati da Pietrangeli contro Laver a risultato già acquisito.

Per Rod Laver è la degna conclusione dell’anno che lo elegge numero 1 del mondo… poi verranno il 1962 e le quattro vittorie nelle quattro prove del Grande Slam. Ma questa è epica del tennis, avremo modo di riparlarne.

BORUSSIA MONCHENGLADBACH-INTER 1971, IL REPLAY DELLA SFIDA DELLA LATTINA E’ NEL SEGNO DI BORDON

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I due capitani Mazzola e Netzer – da panorama.it

articolo di Niccolò Mello tratto da Rovesciata volante

Con grande sofferenza, l’Inter elimina il Borussia Monchengladbach negli ottavi della Coppa Campioni 1971-72. I nerazzurri, forti del 4-2 maturato a San Siro, resistono sulle barricate, strappando uno 0-0 che vale oro. In realtà, si tratta però della terza partita tra le due squadre: il Borussia aveva infatti vinto in casa contro l’Inter per 7-1, ma sul 2-1 per i tedeschi Boninsegna fu colpito da una lattina provenienti dagli spalti e l’Uefa decise poi di rigiocare l’incontro. Il grande protagonista di questa terza sfida è il portiere interista Ivano Bordon, che para un rigore e sventa tutte le minacce portate dai tedeschi, mettendo in cassaforte la qualificazione dei nerazzurri ai quarti di finale.

Borussia Monchengladbach: Kleff – Vogts, Sieloff, Danner (st 1′ Wittkamp), Muller (st 47′ Wlocha) – Wimmer, Netzer, Bonhof – Kulik, Heynckes, Le Fevre.
Inter: Bordon – Burgnich – Bellugi, Giubertoni, Facchetti – Frustalupi, Bedin, Oriali – S. Mazzola – Ghio (st 28′ Pellizzaro) – Boninsegna.

Primo tempo
2′ corner a rientrare da sinistra di Netzer, traiettoria molto insidiosa, Bordon smanaccia.
16′ Bonhof entra in area da sinistra e viene atterrato da Mazzola. E’ rigore. Sieloff però calcia centralmente e basso, Bordon neutralizza.
19′ punizione di Netzer da destra, colpo di testa in tuffo di Le Fevre, che colpisce l’incrocio dei pali. Il Borussia Mg adesso spinge con maggiore decisione.
20′ fallo su Netzer quasi al limite: punizione dello stesso Netzer, conclusione telefonata, Bordon c’è.

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Il rigore di Seelof neutralizzato da Ivano Bordon – da borussia.de

22′ spettacolare tentativo in rovesciata di Boninsegna, dopo una discreta azione di contropiede dell’Inter: palla alta. Partita molto piacevole finora.
24′ Le Fevre ruba palla a un giocatore dell’Inter e si invola a tutta velocità verso la porta, conclusione dal limite, Bordon sicuro.
25′ altra azione da manuale dei tedeschi, tiro a effetto di Netzer, Bordon si tuffa e blocca. Match di grande qualità finora.
27′ punizione di Netzer da sinistra, palla allontanata dalla difesa interista, recupera il pallone a destra Danner, a questi a Muller e di nuovo a Netzer, che scarta un difensore e calcia dal limite: alto non di molto.
37′ accelerazione pazzesca a destra di Vogts, che semina due uomini e crossa rasoterra nel cuore dell’area piccola, nessuno è pronto per la deviazione da pochi passi e l’azione sfuma.
42′ dubbio contatto nell’area interista tra Giubertoni e Heynckes, ma l’arbitro non se la sente di fischiare un altro rigore per i tedeschi.
48′ sontuoso triangolo Vogts-Kulik-Vogts, che entra in area e cade nel contatto con Mazzola. Il tedesco protesta invocando il penalty, ma l’intervento del capitano interista stavolta pare sul pallone.

Secondo tempo
4′ triangolo sulla destra Facchetti-Boninsegna-Facchetti, tiro-cross di quest’ultimo, Kleiff sicuro in presa.
7′ da Netzer a Sieloff, sventola da fuori, Bordon devia.
10′ Kulik per Sieloff, che carica ancora il sinistro da lontano, conclusione rasoterra e angolata, Bordon tocca di quel tanto che basta per deviare in angolo. Il Borussia Mg ha ripreso in mano le operazioni.
12′ break dell’Inter e tentativo da destra, improvviso, di Frustalupi: Kleff respinge.
13′ cross da destra di Kulik, colpo di testa nell’area piccola di Wittkamp, alto. Altra clamorosa occasione per il Borussia Mg.
14′ Mazzola perde palla, ne approfitta Sieloff, che spara ancora dal limite: Bordon c’è. Dopo quasi un’ora di gioco, i ritmi indiavolati dei tedeschi non accennano a diminuire.
17′ punizione morbidissima di Netzer dal versante sinistro, palla fuori di poco sul palo lontano.
28′ Boninsegna innesca Mazzola, che vince un contrasto e si invola verso la porta, diagonale strozzato dal limite, pallone sul fondo. Buona opportunità per l’Inter.
34′ altro contatto dubbio nell’area interista, il quarto della partita, tra Frustalupi e Le Fevre, che era stato lanciato da un pallone geniale di Netzer. Proteste dei tedeschi, ma l’arbitro fa proseguire. Il rigore poteva starci.
39′ cross da sinistra di Le Fevre, Wittkamp controlla all’altezza dell’area piccola e spara a bruciapelo, Bordon con i piedi si supera, poi Facchetti allontana. Prosegue senza sosta l’assedio del Borussia Mg.
40′ Le Fevre apre a sinistra per Muller, cross per Wittkamp, che gira di prima intenzione sul secondo palo, Bordon si tuffa e devia: la porta dell’Inter è stregata!
45′ infortunio a Muller dopo un contrasto con Boninsegna: il tedesco è costretto a uscire dal campo.

LE PAGELLE DEL BORUSSIA MONCHENGLADBACH
IL MIGLIORE NETZER 7,5: architrave della manovra tedesca, mette il suo piedino magico in ogni azione d’attacco, sfiora il gol con bordate da lontano, crea gioco a getto continuo. Ha fisico, dinamismo, visione di gioco e tecnica sopraffina: un centrocampista completo, di grandissima qualità. L’unico suo limite è che, forse, a volte, si specchia troppo.
Le Fevre 7: una spina nel fianco della difesa nerazzurra, i suoi spunti e i suoi cross dal lato mancino sono spesso un rebus. Meriterebbe maggior fortuna.
Vogts 6,5: gioca un primo tempo maiuscolo, per intensità, grinta e spinta sulla fascia. Nella ripresa, commette qualche errore di troppo in fase di appoggio e viene ben limitato dalla difesa italiana.
Bonhof 6: ha il merito di procurarsi il rigore, poi gioca molto sotto traccia, in aiuto al genio di Netzer.
Sieloff 5,5: uno dei migliori nelle file tedesche, come un diesel cresce nella ripresa e si fa vedere con continuità e pericolosità nella metàcampo interista. Ma quel rigore sbagliato (calciato malissimo tra l’altro) pesa come un macigno.
Heynckes 5: discreto movimento, zero tiri in porta. Sovrastato fisicamente da Giubertoni, non la vede mai.

LE PAGELLE DELL’INTER
IL MIGLIORE BORDON 8: un muro sui cui sbatte sistematicamente il Borussia Mg. Effettua almeno tre interventi di grande spessore, sempre perfetto nelle uscite, para un rigore. Il simbolo della qualificazione interista.
Giubertoni 7: rivelazione assoluta, tiene al minimo sindacale lo spauracchio Heynckes e domina su ogni pallone aereo.
Facchetti 6: messo in difficoltà da Vogts nel primo tempo, nella ripresa si assesta. Si fa vedere un paio di volte anche in attacco, ma non è giornata per le consuete sgroppate palla al piede…
Mazzola 6: prestazione di grande cuore e sacrificio, i giocatori tedeschi faticano a portargli via il pallone. Peccato solo per il rigore procurato, davvero in modo ingenuo. Ma per il resto dà il suo contributo.
Boninsegna 6: lotta da solo contro la difesa schierata, cerca il gol con una rovesciata spettacolare, nella ripresa manda in porta Mazzola con un buon pallone rasoterra.
Ghio 5: il peggiore dell’Inter, non riesce mai a dare una mano a Boninsegna in avanti, si vede con il contagocce e nella ripresa viene sostituito.

DENIS PANKRATOV E LA “FORTUNA” DI AVER ANTICIPATO L’ERA PHELPS

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Denis Pankratov – da gettyimages.it

articolo di Giovanni Manenti

Nello sport in generale, e nelle discipline individuali in particolare, per poter emergere ai massimi livelli occorrono, oltre alle qualità naturali, forza di volontà e spirito di sacrificio non indifferenti, dovendosi confrontare con tempi e misure per acquisire il diritto a partecipare ai maggiori eventi internazionali.

Per conquistare medaglie, però, soprattutto per salire sui più alti gradini del podio – olimpici o mondiali che essi siano – ci vuole anche la “fortuna” di non incocciare in un protagonista dominatore della specialità per la quale ti sei preparato ed allenato a fondo e che, di fatto, ne monopolizza le relative graduatorie, facendo sì che ti venga appiccicata la poco gradevole etichetta dello “eterno secondo”.

Per referenze, rivolgersi al velocista namibiano Frankie Fredericks, uno dei più forti in assoluto degli anni ’90 e vincitore di 4 medaglie d’argento olimpiche e 3 mondiali, oppure nel nuoto al fuoriclasse ungherese Laszlo Cseh, assoluto primattore in Europa, ma mai sul gradino più alto di un podio olimpico.

Altri, al contrario, hanno avuto la chance di infilarsi in un momento in cui non vi sono grandi nomi nella loro disciplina o specialità per salire alla gloria olimpica, ed uno dei casi è quello dell’azzurro Domenico Fioravanti, che a Sydney 2000 ha saputo approfittare del fatto che non fosse ancora iniziata la sfida a colpi di medaglie e record mondiali tra il giapponese Kosuke Kitajima e l’americano Brendan Hansen, per andare a prendersi due Ori sui 100 e 200 rana, mentre Rosolino, tanto per ribadire il concetto, se la doveva vedere con i mostri sacri dello stile libero Ian Thorpe e van den Hoogenband.

Tutta questa premessa per introdurre il personaggio di cui andiamo a narrare le gesta quest’oggi, il quale si colloca in una sorta di “via di mezzo”, in quanto ha sì saputo approfittare di un periodo di relativa assenza di fuoriclasse nella sua specialità – la farfalla a nuoto – ma ha anche piazzato dei tempi che hanno contribuito a riscrivere la tabella dei record su entrambe le distanze dei 100 e 200 metri, tali da far rimpiangere la mancanza dello scontro con colui che, in epoca successiva, ha lasciato pochi, se non quasi nulli, spazi ai suoi diretti concorrenti, vale a dire il Kid di Baltimora” Michael Phelps.

L’atleta in questione altri non è che il russo di Volgograd (la ex Stalingrado) Denis Pankratov, che vi vede la luce ad inizio luglio 1974, mettendosi in luce all’età di 16 anni facendo suoi i titoli in farfalla agli Europei juniores, impresa ripetuta l’anno seguente e che gli vale la selezione nella squadra olimpica per i Giochi di Barcellona ’92.

Alla sua prima grande manifestazione internazionale assoluta, il 18enne Pankratov non sfigura, iscritto nella sola prova dei 200, raggiunge la Finale nuotando in 1’59”00 in batteria, tempo che replica quasi al centesimo il giorno dopo, coprendo la distanza in 1’58”98 che gli vale il sesto posto (ad un solo 0”01 centesimo dalla quinta posizione), nella gara vinta dall’americano Melvin Stewart, campione iridato e primatista mondiale l’anno prima a Perth, in Australia.

In attesa di cimentarsi ad armi pari con i grandi specialisti d’oltre oceano, per Pankratov la prima sfida è costituita dal far suo lo scettro del miglior specialista a farfalla a livello continentale, per la quale l’appuntamento è fissato agli Europei di Sheffield ’93, in cui deve vedersela con il connazionale Vladislav Kulikov, campione in carica sui 100, e, soprattutto, con la coppia formata dal francese Franck Esposito e da Rafal Szukala, rispettivamente terzo e quarto sui 200 a Barcellona ’92, con il polacco addirittura argento sui 100, alle spalle del primatista mondiale, l’americano Pedro Pablo Morales.

Ed in una rassegna che vede la bandiera russa primeggiare, in campo maschile sia a stile libero con lo “zar” Alexander Popov, che a dorso con Vladimir Selkov, Pankratov riesce ad insidiare la supremazia di Szukala sui 100 farfalla, impegnandolo sino all’ultima bracciata solo per soccombere per l’inezia di 0”02 centesimi (53”41 a 53”43) in una Finale che lascia fuori dal podio sia Esposito che il campione uscente, Kulikov.

Più portato sulla doppia distanza, Pankratov deve vedersela con il Campione di Vienna ’91, il francese Esposito, il quale, al pari di Szukala e gli altri finalisti, non può che arrendersi di fronte alla prova di forza del russo che si impone con una facilità quasi irrisoria, andando a toccare in 1’56”25 (migliore di un 0”01 centesimo del tempo con cui Stewart si era aggiudicato l’oro olimpico l’anno prima …), lasciando l’esterrefatto Esposito a debita distanza, consolandosi con l’argento in 1’58”66, con il resto del lotto sopra i 2’ netti.

L’esplosione di Pankratov a livello cronometrico fa sì che venga visto come uno dei possibili pretendenti alle medaglie in occasione dei Mondiali di Roma ’94 – che passano alla storia come quelli della più grande debacle della squadra Usa – ai quali partecipa a due mesi dal compimento del 20esimo anno, un’età quasi ideale per un nuotatore.

Iscritto su entrambe le gare a farfalla – nonché chiamato a dare una mano anche alla staffetta 4x200sl oltre a nuotare, come scontato, la frazione a farfalla nella 4×100 mista – Pankratov deve ancora una volta inchinarsi a Szukala sulla distanza dei 100 metri, che il polacco fa sua in 53”51, vedendosi sfuggire l’argento per soli 0”03 centesimi (53”65 a 53”68) rispetto allo svedese Lars Frolander, in una Finale che vede il primo americano, Henderson, non meglio che quinto, davanti ad Esposito ed al Campione olimpico di Seil ’88 e mondiale di Perth ’91, Anthony Nesty del Suriname.

Deluso dall’andamento della gara, soprattutto per l’argento sfumato, Pankratov sfoga tutta la sua rabbia sulla doppia distanza, in cui l’1’56”54 fatto registrare è ampiamente sufficiente per assicurarsi l’oro davanti al polivalente neozelandese Danyon Loader – con un podio che, per la prima volta nella Storia dei Mondiali, non vede salirvi un atleta Usa tra 100 e 200 farfalla – per poi contribuire alla conquista di altrettante medaglie d’argento nelle due staffette 4x200sl (a soli 0”39 centesimi dalla Svezia) e 4×100 mista, in cui nuota la frazione interna a farfalla in 52”92.

Con la piena consapevolezza di dover migliorare sulla velocità se vuole primeggiare anche sulla più corta distanza, Pankratov, che è l’unico al mondo a “nuotare la subacquea” per 25 metri in avvio e 15 metri alla virata, intensifica gli allenamenti in tal senso nel periodo invernale, presentandosi tirato a lucido come non mai ai Campionati Europei di Vienna ’95 – avendo nel frattempo strappato a Stewart il record sui 200 metri portandolo ad 1’55”22 il 14 giugno ’95 durante un meeting in Francia – deciso a mettere finalmente la sua bracciata avanti a quella del polacco Szukala, pur se all’orizzonte si profila un’altra insidia da tenere sotto controllo, nella figura dell’ucraino Silantiev, che fa curiosamente anche lui Denis come nome di battesimo.

La presenza di Silantiev si rivela decisiva per stimolare Pankratov a dare il meglio di sé nella gara dei 100 farfalla che conclude vittorioso ed altresì stracciando il record mondiale dell’altro americano Morales che risaliva a ben 9 anni prima, migliorato da 52”84 a 52”32, con l’ucraino argento in 53”37 e dover essere Szukala, stavolta, ad accontentarsi del gradino più basso del podio in 53”45, con Esposito non meglio che quarto in 53”60.

Con il morale alle stelle, la gara sui 200 farfalla si rivela, per il neoprimatista mondiale su entrambe le distanze, poco più che una passerella, come dimostra in modo eloquente l’ordine di arrivo, che vede Pankratov confermare l’oro di Sheffield ’93 in un comodo, per lui, 1’56”34 con il più vicino dei suoi avversari, il polacco Konrad Galka, staccato di oltre 3” (!!), concludendo la prova in 1’59”50.

Confermato l’oro anche nella staffetta 4×100 mista, che nuota la prova nel record europeo di 3’38”11 grazie al più forte quartetto (Selkov, Korneyev, Pankratov e Popov) mai schierato nella storia, il 21enne russo è pronto per andare a conquistarsi anche la gloria olimpica, sfidando gli americani a casa loro in occasione dei Giochi di Atlanta ’96, dando anche un’occhiata a cosa accade oltre oceano in occasione degli Olympic Trials di Indianapolis di inizio marzo ‘96, in quanto non è insolito che negli Stati Uniti spunti fuori un fenomeno dal dire al fare.

L’esito dei Trials, in effetti, è alquanto tranquillizzante, visto che la coppia che guadagna la selezione sui 100 farfalla, formata da John Hargis e Mark Henderson, è più o meno sui tempi di Szukala (53”42 e 53”51 rispettivamente), mentre la spietata legge delle selezioni Usa esclude dalla rassegna olimpica il campione in carica dei 200, Melvin Stewart, non meglio che terzo nella gara vinta dal nome nuovo, il 19enne Tom Malchow, che vince la prova in 1’57”39, un crono comunque ben distante dal record di Pankratov.

Il quale, pertanto, sa di avere a disposizione un’occasione più unica che rara per fregiarsi del titolo olimpico che regala la gloria assoluta ad ogni atleta, potendo altresì contare sul fatto che il programma della rassegna a cinque cerchi prevede la disputa per prima della gara sui 200 farfalla, in cui si sente indubbiamente più sicuro, essendo imbattuto da quattro anni.

Pankratov riesce anche a controllarsi, giungendo alle spalle del britannico James Hickman nella sesta ed ultima batteria del mattino, nuotata in 1’58”28 (quarto tempo delle qualificazioni), per poi dare il meglio di sé nel programma serale del 22 luglio ’96, facendo suo l’oro con il riscontro cronometrico di 1’56”51, quasi 1” in meno dell’americano Malchow, che precede di soli 0”04 centesimi (1’57”44 ad 1’57”48) l’australiano Scott Goodman, con Esposito ai margini del podio.

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Pankratov in azione ai Giochi di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Maggiori preoccupazioni arrivano allo staff russo due giorni dopo in occasione delle batterie del mattino sui 100 farfalla, dove, nonostante Pankratov nuoti in più che soddisfacente 52”96, vede il suo tempi migliorato dal 21enne australiano Scott Miller – già oro sulla distanza sia ai “Commonwealth Games” di Victoria ’94 che ai “Pan Pacific Games” di Atlanta ’95 – che con 52”89 stabilisce il record olimpico stabilito da Nesty a Seul ’88, mentre, come previsto, la coppia americana fallisce addirittura l’ingresso in Finale.

La buona prestazione di Miller ha l’effetto di stimolare ancor di più Pankratov (alla stregua di quanto avvenuto con Silantiev l’anno prima a Vienna), il quale, posto sui blocchi di partenza in quinta corsia al fianco del suo rivale, attacca subito sin dalle prime bracciate, virando in 24”19 – ben 0”39 centesimi al di sotto del proprio limite mondiale – per poi resistere nella vasca di ritorno al tentativo di rimonta dell’australiano, andando a toccare in 52”27, che migliora di 0”05 centesimi il suo stesso primato assoluto, con Miller eccellente secondo in 52”53 ed il connazionale Kulikov a completare il podio con 53”13, toccando stavolta a Szukala l’amarezza di uscire dal giro delle medaglie, non meglio che quinto in 53”29.

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Miller e Pankratov all’arrivo dei 100 farfalla di Atlanta ’96 – da gettyimages.it

Con due ori al collo ed un record mondiale migliorato ce n’è a sufficienza per essere più che soddisfatti, ma Pankratov sa che la sua Federazione pretende un importante contributo per il buon esito della staffetta 4×100 mista ed il 22enne di Volgograd non è certo il tipo che si tira indietro di fronte a tali sollecitazioni, stampando una frazione interna lanciata di 51”55, necessaria per tenere a bada l’Australia nella lotta per l’argento, visto che le prime due frazioni a dorso ed a rana avevano scavato un solco irrecuperabile nei confronti degli Stati Uniti, oro con il mondiale di 3’34”84, mentre il 3’37”55 fatto registrare dal quartetto russo vale il miglioramento del loro stesso primato europeo stabilito a Vienna l’anno precedente.

Oramai appagato da un ricco palmarès contenente medaglie d’oro europee, olimpiche e mondiali, cui unisce il prestigioso riconoscimento di essere nominato “Nuotatore dell’Anno” sia nel 1995 che nel ’95, Pankratov prosegue stancamente a nuotare sino al 2002, anno del suo definitivo ritiro dalle scene, apparendo nella Finale dei 100 farfalla agli Europei di Siviglia ’97, conclusa in un mediocre sesto posto in 54”00, vedendosi poi migliorare, ad ottobre del medesimo anno, il record mondiale dall’australiano Michael Klim con 52”15, per poi presentarsi per la terza volta sul panorama olimpico in occasione dei Giochi di Sydney 2000, dove, iscritto sui 200 farfalla, riesce a qualificarsi per la Finale, in cui giunge settimo nella gara vinta da Malchow – il quale ai Trials gli aveva strappato il record nuotando la distanza in 1’55”18 – e che vede classificarsi al quinto posto un 15enne di cui sentiremo parlare a lungo negli anni a venire, un “certo” Michael Phelps.

Non c’è che dire, Denis, hai scelto proprio il periodo giusto per primeggiare

LA FAVOLA DI BOB COUSY, IL BRUTTO ANATROCCOLO CHE NESSUNO VOLEVA

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Bob Cousy – da fifteenminuteswith.com

articolo di Giovanni Manenti

E’ vero, la “Boston Celtics Dinasty” – capace di vincere 11 Titoli NBA in 13 Stagioni – nasce con l’arrivo al “Garden” di Bill Russell al Draft ’56, ideale completamento di un quintetto da favola sotto la regia di Red Auerbach, ma in ogni gioco di squadra che si rispetti – ed i Celtics non fanno certo eccezione, anzi tutt’altro, essendo per loro stessi proprio questa una prerogativa – non può mai essere un singolo, pur forte che sia, a fare la differenza.

Diciamo, viceversa, che l’arrivo di Russell nella franchigia del “Trifoglio verde” consente a colui che ha in mano la regia della squadra, il più eccentrico dei playmaker dell’epoca, di poter esprimere al massimo le proprie funamboliche qualità che lo fanno definire, in un gioco di parole caro oltre oceano, “Magico prima che ci fosse “Magic (Johnson, ovviamente)”.

Ed, in effetti, nello stile di Bob Cousy – perché è di lui che stiamo parlando, sperando che l’aveste già capito – si ritrovano molti dei tratti distintivi della futura stella dei Los Angeles Lakers (la vittima designata dei Celtics di quegli anni) dai passaggi dietro la schiena al “no look” ed ai layup in entrata, pur non possedendo, il piccolo Bob (m.1,85 per 80kg.) le straordinarie qualità atletiche del fuoriclasse del Michigan.

E pensare, però, che l’indiscusso dominatore del ruolo degli anni ’50 non piaceva inizialmente quasi a nessuno, il suo modo di giocare era considerato fine a sé stesso e non produttivo per la squadra, tanto che il suo arrivo a Boston è dovuto più ad uno scherzo della (buona) sorte, che non alla volontà della dirigenza, Auerbach in testa, tanto per chiarire.

Nato a Manhattan, nel cuore di New York, ad inizio agosto 1928, Cousy non ha certo un’infanzia felice, dovendo crescere nel bel mezzo della “Grande Depressione” che colpisce gli Stati Uniti dopo il crollo di Wall Street del ’29, ed oltretutto figlio di immigrati francesi, tant’è che sino all’iscrizione alle elementari, il piccolo Bob parla quasi esclusivamente la lingua francese.

Dopo aver affinato le proprie qualità alla “Andrew Jackson High School”, a Cousy viene offerta l’opportunità di proseguire gli studi al “Boston College”, ma il fatto che non avessero a disposizione un dormitorio per gli studenti, induce Cousy ad accettare l’offerta della “Holy Cross University” di Worcester, nel Massachusetts, 40 miglia ad ovest di Boston, dove si presenta nell’autunno del 1946.

E l’esordio non può che essere dei più felici, visto che i “Crusaders” chiudono la stagione con un record di 24-3 a cui Cousy contribuisce con 227 punti, terzo miglior realizzatore della franchigia dopo le stelle George Kaftan e Joe Mullaney (che approdano entrambi ai Celtics nel ’49 per una fugace esperienza), qualificandosi per il Torneo NCAA, all’epoca ristretto a sole 8 formazioni.

Vinta la prima gara per 55-47 contro Navy (l’Accademia Navale degli Stati Uniti) in un Madison Square Garden tutto esaurito, grazie ai 18 punti di Mullaney, il successivo passo verso la Finale vede i Crusaders opposti alla squadra di casa (nonché di Cousy, essendovi nato …) dei “CCNY Beavers”, che vengono spazzati via con un eloquente 60-45 in cui la parte del leone spetta a Kaftan, autore della metà dei punti realizzati dal proprio quintetto.

L’atto conclusivo, andato in scena il 25 marzo 1947 sempre al Madison Square Garden, vede i Crusaders opposti agli Oklahoma Sooners, che si sono qualificati per la Finale con due successi di misura – 56-54 contro Oregon State e 55-54 nei confronti dei Texas Longhorns – ed anch’essi subiscono la medesima sorte, venendo sconfitti per 58-47 con Kaftan nuovamente “top scorer” con 18 punti a referto, mentre Cousy, probabilmente emozionato, non gioca certo una delle migliori gare della sua carriera, limitato a soli 4 punti con un disastroso 2 su 13 al tiro.

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Un giovane Cousy in maglia Crusaders – da holycross.edu

Probabilmente, questa negativa prestazione induce il coach Doggie Julian a limitare le presenze di Cousy nella stagione seguente, un atteggiamento che delude il non ancora 20enne Bob, il quale addirittura scrive una lettera a Joe Lapchick, tecnico della “St. John’s University” per chiedergli di poter andare a giocare da loro, ricevendo come risposta la conferma sulle qualità di Julian come coach e che lo avrebbe sicuramente impiegato con maggior continuità negli anni a venire.

A dare, però, una svolta alla carriera del giovane playmaker non è tanto il suo coach quanto il pubblico del Boston Garden allorché, in una gara della stagione 1949.50 (sua ultima al College) che vedeva i Crusaders sotto contro Loyola di Chicago con soli 5’ ancora da giocare, si mette a chiedere a gran voce l’inserimento in quintetto di Cousy sinché Julian non li soddisfa, ottenendo come compenso una straordinaria prestazione condita da 11 punti ed il canestro del sorpasso sulla sirena, per poi condurre i propri compagni ad una striscia vincente di 26 gare consecutive, che consentono alla Holy Cross University di approdare al Torneo NCAA, solo per essere eliminati al primo turno per 87-74 da North Carolina State.

Ma il bello (od il grottesco, fate voi …) della carriera di Cousy giunge in occasione del Draft 1950 dove i Boston Celtics – reduci da una deludente stagione conclusasi con un record di 22-46 – hanno il diritto di prima scelta e sono in molti a ritenere che la stessa cada proprio su Cousy, ma Auerbach non è dello stesso parere, ed in sua veste punta sul pivot Chuck Share, proveniente da Bowling Green, adducendo a supporto della sua scelta le parole “ritenete che io sia qui per vincere, o per fare un favore alla gente di Boston ?”, cosa che non gli impedisce di essere aspramente criticato dalla stampa locale, anche se molti addetti ai lavori sono d’accordo con Red, ritenendo Cousy un playmaker fine a sé stesso e poco utile al gioco di squadra, specie al cospetto dei “giganti della NBA”.

Avranno modo di ricredersi, anche se la trafila di Cousy per divenire un Celtic è alquanto tortuosa, visto che il giovane play viene scelto al terzo giro dai “Tri-cities Blackhawks” (gli antenati degli attuali Atlanta Hawks), una soluzione non gradita al giocatore – che nel frattempo ha intenzione di aprire una Scuola Guida a Worcester – il quale chiede un ingaggio di 10mila dollari per recarsi in Georgia, rifiutando l’offerta di 6mila pervenuta dalla franchigia, con ciò venendo destinato ai “Chicago Stags”.

Neppure questa trattativa giunge a buon fine, in quanto la franchigia, in gravi problemi finanziari, non è in grado di iscriversi al Campionato e l’allora “Commissioner”, Maurice Podoloff, consente un sorteggio suppletivo che include, oltre alla matricola Cousy, la guardia Max Zaslofsky ed il play Andy Phillip, ed al quale sono invitati i New York Knicks, i Philadelphia Warriors ed i Boston Celtics, rappresentati dal proprietario Walter Brown.

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Auerbach dà il benvenuto a Cousy – da fifteenminuteswith.com

Quest’ultimo, molto “signorilmente“, ammetterà in seguito che le sue speranze si fondavano su Zaslofsky, avrebbe tollerato Phillip e che quando, viceversa, la sorte gli aveva consegnato Cousy, fosse stato vicino a svenire, dovendo poi sottoscrivere con riluttanza un contratto da 9mila dollari con il nuovo acquisto.

Di sicuro, non certo il modo migliore per far sentire a proprio agio una matricola 22enne, ma ben presto sia Brown che Auerbach devono ricredersi, dato che, alla sua prima stagione da “rookie”, Cousy realizza medie di 15,6 punti, 6,9 rimbalzi e 4,9 assist a partite che ribaltano il record in casa Celtics, concludendo la “Regular Season” con 39 vittorie a fronte di 30 sconfitte, nonché consentendo a Cousy di ottenere la prima delle sue 13 consecutive selezioni per lo “All Star Game, pur se ai playoff non superano il primo turno, eliminati da New York in due gare.

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Cousy in azione ad un “All Star Game” – da gettyimages.it

Percentuali che Cousy migliora stagione dopo stagione, incrementando la media punti intorno a 20 per gara (massimo 21,7 minimo 18,0 nell’intero decennio), ma, soprattutto, divenendo il “re degli assist”, speciale classifica che si aggiudica per 8 stagioni consecutive dal 1953 sino al ’60, con un massimo di 9,5 a partita realizzato proprio nel ’60.

E’ sin troppo logico che, con un “distributore di palloni” di tale portata, con in più la variante dell’entrata qualora non vi sia spazio per un assist vincente ed una straordinaria precisione dalla linea dei tiri liberi, le quotazioni dei Boston Celtics non potessero che salire anno dopo anno, come dimostrano i relativi record stagionali – 39-27 nel ’52 (eliminati da New York al primo turno Playoff), 46-25 nel ’53 (sconfitti nella Finale della Eastern Division ancora da New York), 42-30 nel ’54 (sconfitti nella Finale di Eastern Division da Syracuse), 36-26 nel ’55, ma ancora finalisti di Division, e 39-33 nel ’56, eliminati in semifinale sempre da Syracuse – di una squadra che, a fine Torneo ’56, poteva contare sui servigi di tre “Top Player” quali la guardia Bill Sharman, il centro Ed Macauley, e Cousy, appunto.

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L’inconfondibile stile di Cousy – da gettyymages.it

Occorre però un “qualcosa in più” per far quadrare il cerchio, e ciò prende forma con l’assunzione (fuori draft) dell’ala forte Tom Heinsohn (curiosamente proveniente da Holy Cross, il medesimo College di Cousy) e con la fortuna che i Rochester Royals optino, al primo giro del Draft 1956, su tal Sihugo Green, una guardia/ala che avrà un impatto modesto sulla Lega, lasciando ai Celtics l’opportunità, scegliendo per secondi, di portare al Boston Garden colui che ne segnerà la storia, vale a dire il centro Bill Russell, proveniente da San Francisco, con cui ha vinto gli ultimi due Tornei NCAA, e che si rivela il più devastante pivot nella storia della NBA, al pari di Wilt Chamberlain e Kareem Abdul-Jabbar, ma nettamente superiore quanto a titoli vinti.

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Cousy, Russell ed Heinsohn festeggiano all’All Star Game – da pinterest.com

Russell, formidabile rimbalzista – chiuderà la carriera con una media di 22,5 per gara – è l’ideale tassello che consente ad Auerbach di mettere in atto il suo gioco in velocità che sconvolge la sinora compassata NBA, con il lungo della Louisiana ad afferrare rimbalzi sotto il proprio canestro per poi affidare a Cousy l’arma del contropiede che lo vede fornire assist al bacio per i compagni Sharman ed Heinsohn, quando non è lui stesso a concludere l’azione in sottomano, con risultanti devastanti, tradotti nel 44-28 con cui i Celtics si aggiudicano la Regular Season per poi, finalmente, non avere pietà dei Syracuse Nationals, spazzati via in tre gare (108-90, 120-105 ed 83-80), ed assicurarsi il diritto alla Finale assoluta contro i St. Louis Hawks del micidiale Bob Pettit, nelle cui file si è altresì accasato Ed Macauley, sacrificato in favore di Russell.

Occasione migliore non poteva esserci per valutare se la scelta della Dirigenza bostoniana fosse stata quella giusta, ed il responso del campo – ancorché la serie si risolva sul filo di lana, con i Celtics ad aggiudicarsi gara-7 al Garden per 125-123 dopo due supplementari, grazie ad un mostruoso Heinsohn, autore di 37 punti – è impietoso, in quanto Russell totalizza 22,9 rimbalzi per partita contro i 5,9 di Macauley, nel mentre la sfida degli assist è largamente appannaggio di Cousy, che ne registra 9,1 di media/gara, dimostrando la bontà del gioco di Auerbach.

Macauley ed i suoi Hawks hanno comunque modo di prendersi la rivincita l’anno seguente, sconfiggendo 4-2 in Finale i Celtics che avevano chiuso la stagione regolare con il miglior record assoluto di 49-23, una lezione di umiltà dalla quale Russell & Co. traggono insegnamento facendo propri i successivi 8 titoli consecutivi – una striscia vincente che non ha eguali nella storia della Lega Professionistica americana – ai quali Cousy fornisce il proprio contributo per i primi cinque, ritirandosi a fine stagione ’63.

Quinquennio le cui aride statistiche parlano da sole – in quanto i Celtics registrano gli impressionanti record in Regular Season di 52-20 nel ’59, 59-16 nel ’60, 57-22 nel ’61, 60-20 nel ’62 e 58-22 nel ’63 – cifre mostruose che stanno a testimoniare come oramai la macchina sia talmente oliata da poter fare a meno anche del suo talentuoso regista, la cui ultima partita di stagione regolare viene disputata il 17 marzo ’63 al Boston Garden contro Syracuse, al termine della quale si svolge la cerimonia d’addio che, rispetto ai previsti 7 minuti, si protrae per 20, con il Garden gremito come non mai a tributare autentiche ovazioni al suo campione più amato, al quale giunge anche un messaggio da parte dell’allora Presidente John F. Kennedy che recita … “Il Basket ha ricevuto un’indelebile impronta grazie alle tue non comuni doti di abilità e combattività …!!”.

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La cerimonia d’addio di Cousy al Boston Garden – da fifteenminuteswith.com

Ma c’è ancora una serie di playoff da disputare, che qualifica i Celtics all’ennesima sfida contro i dominatori della costa occidentale, i Los Angeles Lakers dei fuoriclasse Elgin Baylor e Jerry West che l’anno prima avevano fatto sudare qualcosa in più delle classiche sette camicie a Cousy & Co., allungando la serie sino a gare-7 conclusa all’Overtime per 110-107 con due mostruose prestazioni, quella di Baylor da un lato, con 41 punti messi a referto, e quella di Russell dall’altro, capace di catturare qualcosa come 40 (!!) rimbalzi e di realizzare 30 punti, grazie anche ai “consueti” 9 assist di Cousy.

E se i Celtics sono celebri per il loro “spirito vincente”, non è che i Lakers siano da molto meno, prova ne sia che, con Boston in vantaggio 3-1 nella serie e desiderosi di poter festeggiare il quinto titolo consecutivo al Garden il 21 aprile ‘63, ecco che la “coppia Baylor/West” confeziona qualcosa come 75 punti in due per il 126-119 che allunga la serie, nonostante i 27 rimbalzi di Russell ed i 14 assist di Cousy.

Con la possibilità di pareggiare i conti sul parquet di casa, il successivo 24 aprile i Lakers si rendono una volta di più conto quanto la forza dei loro avversari sia nel collettivo e nella mentalità vincente, che consente loro di “spezzare la gara” nel secondo quarto, chiuso sul 33-17 per un parziale di 66-52 all’intervallo, difeso con le unghie dal ritorno di Los Angeles nella ripresa per il 112-109 che certifica il sesto anello (e quinto consecutivo) di Boston che scrive a referto ben sei giocatori in doppia cifra.

E Cousy … ?? Beh, infortunatosi ad una caviglia, circostanza che lo tiene per lungo tempo in panchina a medicarsi, rientra i campo nei minuti finali con i Celtics avanti di un sol punto, dimostrando così cosa significhi “spirito di squadra”, nonché il modo migliore per concludere una straordinaria carriera che, alla fine, parla di 18,5 punti, 7,6 assist e 5.2 rimbalzi di media per gara, ma le cui cifre non rendono l’idea di cosa sia realmente stato di positivo Cousy nell’economia del gioco dei Celtics.

Niente affatto male, per uno che era stato inizialmente visto come una specie di intruso, o no …??

SANDRO LOPOPOLO, L’EREDE DI LOI CHE IL PUBBLICO NON SEPPE APPREZZARE

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Sandro Lopopolo contro il cubano Doug Vaillant – da corriere.it

articolo di Nicola Pucci

Forse quell’etichetta che gli appiccicarono addosso fin dal principio, “erede di Duilio Loi“, non giocò a favore di Sandro Lopopolo. Perchè agli inizi degli anni Sessanta, per questo ragazzo appena 20enne, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Roma del 1960 nella categoria dei pesi leggeri, battuto in finale dal polacco Kazimierz Sylwester Paździor, in un’edizione particolarmente fortunta per la boxe tricolore con gli ori di Benvenuti, Musso e De Piccoli, i tre argenti appunto di Lopopolo, Zamparini e Bossi e il bronzo di Saraudi, il carico di responsabilità sulle spalle era decisamente un fardello pesante.

Eppure Sandro, con quelle movenze eleganti sul ring e la tecnica raffinata, è stato un esteta del pugilato come pochi altri nella storia italiana, tanto da venir chiamato “il pugile ballerino“. Piccolo ma tatticamente all’avanguardia, combattivo e determinato, seppe venire a capo dei suoi limiti fisici anche in virtù di un pugno che faceva male, in grado di aprirgli un varco nelle difese dell’avversario, per poi intelligentemente indietreggiare a protezione dei colpi portati in attacco.

Pochi mesi dopo aver conquistato l’argento olimpico, il 4 marzo 1961 Lopopolo, milanese classe 1939, debutta tra i professionisti, proprio nella sua città, al Palazzetto dello Sport, battendo il marchigiano Bernardo Favia per k.o. al secondo round. Tre sole pareggi ed un “no contest” nei primi trenta combattimenti gli aprono la porta alla sfida per il titolo italiano dei pesi superleggeri, il 29 settembre 1963, quando a Mestre supera ai punti Franco Caruso, assurgendo al rango di campione.

Lopopolo, da questo momento, ingaggia una personalissima sfida con la cintura europea, che mai sarà in grado di far sua in una pur brillantissima carriera. Ci prova una prima volta a Santa Cruz di Tenerife, il 17 luglio 1965, quando il suo sogno continentale si infrange contro l’idolo locale, Juan “Sombrita” Albornoz, che si aggiudica il titolo ai punti. Nel frattempo ha perso e poi riconquistato il titolo italiano, in entrambi i casi contro Piero Brandi, sposandosi con la sua Ida e festeggiando la nascita del primogenito Stefano.

Il 1966 in effetti è l’anno d’oro della carriera e della vita di Lopopolo. Gli viene concessa infatti l’opportunità di salire sul ring per combattere per il titolo mondiale contro il venezuelano Carlos “Morocho” Hernandez, trionfatore di Eddie Perkins qualche mese prima, e il 29 aprile il Palazzetto dello Sport di Roma acclama Sandro iridato dei superleggeri, a termine di una battaglia risolta ai punti e il cui verdetto lascia margine al dubbio: il caraibico viene penalizzato da un richiamo ufficiale, ai più apparso ingiusto.

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Sandro Lopopolo – da suljosblog.com

La gloria di Lopopolo, così come il suo trono, è però di breve durata. Dopo aver perso contro l’italoargentino Nicolino Locche una sfida senza titolo in palio, e aver difeso vittoriosamente la corona mondiale contro l’altro venezuelano Vicente Rivas, sempre al Palazzetto dello Sport di Roma e sempre per decisione ai punti, il milanese soccombe alle sirene di una profumatissimo ingaggio, circa 25 milioni, mettendo il titolo di palio contro il giapponese di origine hawaiane Paul “Takeshi” Fujii, accettando di affrontare il rivale a casa sua, a Tokyo, il 30 aprile 1967.

Sulla carta il match pare agevole, e già la prima ripresa volge chiaramente a favore del campione del mondo, seppur in non buonissime condizione fisiche. Lopopolo è superiore allo sfidante per ritmo e tecnica, ma inaspettatamente nel secondo round subisce un gancio destro secco alla mandibola che lo manda al tappetto. L’italiano torna in piedi facendo appello a quell’orgoglio che non gli manca proprio, ma Fujii imperversa e dopo averlo messo a terra altre due volte, al minuto 2’33” del secondo round Sandro si arrende e cede la corona mondiale. Non sarà mai più sua.

Sandro assorbe la sconfitta con dignità, si ferma sei mesi e quando torna sul ring riprende l’inseguimento all’unico titolo mancante alla sua collezione, quello europeo. Ma la maledizione insegue il pugile milanese, costretto ad arrendersi a Montecatini, il 2 aprile 1970, al francese Rene Roque, pure stavolta per un verdetto contestato che lo boccia ben oltre i propri demeriti. Lopopolo ci prova ancora, ma non c’è niente da fare, nè a Parigi contro l’altro transalpino Roger Zami il 28 febbraio 1972, nè a Grenoble contro l’ennesimo francese Roger Menetrey il 9 dicembre 1972, stavolta per la cintura dei welter, che lo mette giù e spenge definitivamente il suo sogno europeo.

Sconfitto per la quarta ed ultima volta nell’incontro per il titolo continentale, Lopopolo annuncia il ritiro dall’attività, ma i commenti entusiastici per quest’ultima generosissima prova, seppur non confortata dalla vittoria, convincono Sandro a riprendere a combattere. Sconfigge Pietro Gasparri il 30 marzo 1973 ma, proprio nel momento in cui si torna a parlare di una possibile sfida con Bruno Arcari, campione del mondo dei superleggeri in carica, Lopopolo cambia idea e appende definitivamente i guantoni al chiodo.

Esce così di scena l’ultimo superstite di quella meravigliosa nidiata di campioni prodotta dalle Olimpiadi romane del 1960, “l’erede di Duilio Loi“, appunto. E l’etichetta, seppur il pugile milanese l’avesse accettata di buon grado, finì nondimeno per condizionarlo e nonostante il titolo mondiale in bacheca non riuscì a conquistare mai del tutto l’apprezzamento degli appassionati della noble art, che mal digerirono alcune fiacche esibizioni, certe prove abuliche, qualche sconfitta sconcertante, l’eccessiva parsimonia nell’accettare i rischi che un mestiere come il pugilato impone. Seppur meticoloso ed anche ossessivamente accurato nel preparare i colpi in palestra, a Lopopolo mancò il sostegno del… popolo della boxe, troppo più affascinato da Benvenuti, Mazzinghi, proprio Duilio Loi. E l’apprezzamento unanime non gli venne concesso.

Così è la vita, non si può aver tutto, ma almeno un titolo mondiale Sandro Lopopolo lo ha fatto suo. E quello non potrà mai negarglielo nessuno.