CUNEO-PINEROLO AL GIRO D’ITALIA 1949, LA STORIA ENTRA NELLA STORIA

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Fausto Coppi in azione nella Cuneo-Pinerolo – da arlettablog.nl

articolo tratto da Allez-operazione ciclismo 

Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi“. Con questa frase Mauro Ferretti aprì la radiocronaca della 17^ tappa del Giro d’Italia del 1949, che va da Cuneo a Pinerolo, consapevole di stare assistendo ad una grande impresa, ma forse non completamente conscio che quella frase sarebbe diventata il simbolo della tappa che è considerata la più bella della storia del Giro d’Italia.

Quel 10 giugno il meteo non è per niente adatto a quanto sta per accadere. Le nuvole basse non consentono che il sole riscaldi gli atleti, ma lasciano cadere una pioggia finissima che bagna la strada ed i corridori. La maglia rosa è indossata a sorpresa da Adolfo Leoni, lui è un velocista ed è sicuramente meno quotato di campioni come Coppi, Bartali ed altri, ma è riuscito ad arrivare ai piedi delle Alpi con un buon vantaggio che, seppure di entità minima, ha difeso nella precedente tappa di montagna con arrivo a Bolzano vinta da Coppi. Proprio l’”aironeè il favorito numero uno per quella tappa e per quel Giro, ha dimostrato di essere il più in forma di tutti e l’indomani il gruppo è atteso da una cronometro di 60 km nella quale potrà facilmente recuperare i ventotto secondi che lo separano dal primato. Per cui, nella Cuneo-Pinerolo, tutti si aspettano da lui una tattica attendista. I corridori sono attesi da cinque colli: Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere, sarà una lunga giornata che le condizioni atmosferiche e quelle delle strade ancora provate dalla guerra finita da poco, renderanno durissima. I corridori lo sanno e iniziano la corsa a passo tranquillo perché nessuno ha voglia di accendere la miccia almeno fino agli ultimi chilometri.

Sul primo dei cinque colli però un corridore della Arbos, Primo Volpi, evade dal gruppo. Sembrano solo schermaglie da parte di qualcuno che vuole mettersi in luce e con un po’ di fortuna provare a vincere la tappa. I capitani sono tutti, o quasi, nella pancia del gruppo ma ad un certo punto succede l’inimmaginabile: parte Coppi. I suoi avversari sono sorpresi, qualcuno come Bartali inizialmente neanche se ne accorge; siamo nei primi chilometri di una tappa che ne misura 254, tutti di montagna, e lui è partito come se ne mancassero una manciata.

In cima alla Maddalena Coppi ha già raggiunto e staccato Volpi e precede di circa un minuto e mezzo il gruppo dei migliori. Potrebbe rialzarsi e farsi raggiungere, tanto ha già dato una dimostrazione di forza, il gruppo dietro di lui è esploso e l’indomani lo aspetta una cronometro che lo vede favorito tra gli uomini di classifica; ma Coppi non è un corridore normale, lui è un campione anzi, è il “campionissimo” e in queste giornate può solo scrivere la storia. Dietro di lui però qualcuno ha già capito tutto, è Bartali, anche lui è un campione e riesce ad afferrare prima degli altri quello che sta accadendo. Sul Vars, infatti, Bartali allunga sul resto del gruppo e si lancia all’inseguimento del rivale, e da quel momento in poi la gara sarà una lunghissima cronometro tra i due campioni, una battaglia tutta cuore e gambe. Proprio in cima al Vars Coppi ha già quattro minuti di vantaggio su Bartali e si butta giù per la discesa come un forsennato, in cima all’Izoard il vantaggio è di quasi sette minuti nonostante abbia già forato 4 volte, la fortuna non è dalla sua parte, ma quel giorno lui è troppo forte e può battere qualsiasi cosa. Coppi avanza su quelle strade ridotte ad una poltiglia come se non facesse fatica, il volto sfigurato dal fango che maschera lo sforzo, la bicicletta in ferro sembra leggerissima, la maglia inzuppata di acqua sporca sembra non pesare sulle spalle di quell’eroe che con un’eleganza regale mette sotto le sue ruote chilometri e chilometri su e giù per le montagne, tra ali di folla e in mezzo alla neve. Dalla cima dell’Izoard all’arrivo il distacco aumenterà ancora raggiungendo quasi i dodici minuti, forse perché Bartali ha avuto problemi meccanici e i tifosi nella loro foga gli hanno fatto perdere tempo, in realtà “Ginettaccio“, seppur con meno eleganza, riesce ad affrontare quelle salite con un vigore straordinario ma quel giorno sarebbe dovuto finire così, doveva vincere Coppi, era scritto che il campione sarebbe dovuto diventare eroe e avrebbe dovuto compiere la sua impresa più grande. Il 10 giugno 1949, infatti, sulle strade del Giro d’Italia, Coppi ha lasciato un segno indelebile nella storia del ciclismo e nella cultura italiana.

Il giornalista francese Pierre Chany che seguiva il Giro per conto dell’Equipe dichiarerà: “nella poltiglia della Maddalena, l’ho visto venire via dagli altri. Sfangava, quasi sollevando la bicicletta. Lo accompagnai fino a un paesino francese, mi pare Barcelonette. Lo lasciai andare. Entrai in una trattoria. Ordinai un pasto completo, dagli antipasti al caffè. Mangiai con tempi da buongustaio. Fumai una sigaretta. Chiesi il conto. Pagai. Uscii. Stava passando il sesto“.

Al termine della tappa la classifica reciterà: al primo posto Coppi, al secondo Bartali con 11’52’’ di ritardo, al terzo posto Alfredo Martini con 19’14’’. Sono distacchi che basterebbero da soli a rendere l’idea della grandezza di quanto fatto da Fausto; quel Giro d’Italia finirà con Coppi in maglia rosa e quasi ventiquattro minuti su Gino Bartali secondo. Coppi, neanche a dirlo, conquisterà anche la classifica degli scalatori lasciando ai suoi concorrenti solo le briciole.

Mentre Mauro Ferretti pronunciava quelle parole, probabilmente era consapevole di assistere a qualcosa di unico, qualcosa che con le sue parole egli ha contribuito a far rimanere impresso nella memoria dell’Italia tutta. Perché ognuno di noi avrà sentito parlare o letto di un uomo solo al comando, a volte anche al di fuori dell’ambito ciclistico; ma quando sentiamo questa frase e ci sovviene l’immagine di un uomo solo al comando dobbiamo ricordare, onorando l’eroe, che la sua maglia è bianco celeste ed il suo nome è Fausto Coppi.

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1999, LA STAGIONE SUPER GIGANTE DI ALEXANDRA MEISSNITZER

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Alexandra Meissnitzer ai Mondiali di Vail del 1999 – da gettyimages.it

articolo di Nicola Pucci

Certo che pare proprio una beffa, per taluni campioni, aver passaporto austriaco. Perchè in quel paese che fa dello sci non solo lo sport nazionale ma una vera e propria religione, vincere e convincere talvolta può non bastare per meritarsi le stimmate di grandissimo.

Chiedete ad Alexandra Meissnitzer, ragazzona di Abtenau, piccolo borgo alpino nel distretto salisburghese di Hallein, classe 1973, che ha un palmares da leccarsi i baffi ma troppo spesso viene dimenticata, compressa tra l’era che fu impreziosita dal talento di Petra Kronberger ed Anita Wachter, quella invasa dalle coetanee più mediatiche Renate Goetschel e Michaela Dorfmeister, e quella più recente illuminata dalla classe di Marlies Schield e Nicole Hosp.

Eppure la Meissnitzer ha qualità naturali innate, e se al debutto in una grande competizione internazionale, ovvero i Mondiali juniores di Zinal del 1990, non va oltre il 13esimo posto nella discesa libera che vede Katja Seizinger, che sarà un crack della specialità, salire sul secondo gradino del podio assieme alle due russe Gladishiva, oro, e Zelenskaja, bronzo, la stagione 1990/1991 la lancia nel firmamento dello sci che conta con la vittoria nella classifica generale di Coppa Europa, doppiando con 250 punti i 137 punti raccolti proprio della Dorfmeister, con il corollario del successo anche nelle classifiche di specialità di gigante e supergigante, che gli valgono l’ingresso in prima squadra per l’edizione della Coppa del Mondo 1991/1992.

In effetti la Meissnitzer ha predisposizione per le discipline veloci, mostrandosi altresì abile tra le porte larghe del gigante, il che ne fanno, in prospettiva, una pretendente autorevole alla conquista della sfera di cristallo. E se le prime stagioni sono di apprendistato, come è naturale che sia per una sciatrice poco più che 18enne, ecco che nel 1994 la Meissnitzer, che ai Mondiali juniores di Maribor del 1992 è stata seconda in discesa alle spalle della svizzera Celine Datwyler e terza in supergigante battuta da Regina Hausl e Morena Gallizio, difende i colori del Wunderteam austriaco alle Olimpiadi di Lillehammer, sua prima esperienza a cinque cerchi, uscendo però nella gara di gigante.

In Coppa del Mondo, nel frattempo, la Messnitzer, dopo l’11esimo posto nel supergigante di Cortina nel gennaio 1994, comincia sempre più spesso a piazzarsi tra le migliori, infiltrando per la prima volta la top-ten con un nono posto nello slalom gigante di Park City a novembre 1994, sfiorando il podio con il quarto posto nel supergigante di Flachau nel gennaio 1995 ed infine non solo salendoci, ma addirittura vincendo la prima gara in carriera nel supergigante di Val d’Isere il 7 dicembre 1995.

Per l’austriaca è solo l’inizio di un’avventura da vincente nel Circo Rosa che se a fine attività l’avrà vista battere le avversarie per ben 14 volte, le regalerà pure gloria olimpica, gioia iridata e la soddisfazione di portarsi a casa la classifica generale di Coppa del mondo.

La Meissnitzer, potendo contare su eccellenti risultati in tre discipline, scala infatti velocemente le graduatorie di merito, e se nel 1996 e nel 1998 è quinta in classifica generale, ecco che una straordinaria stagione come quella del 1998/1999 è annunciata dall’exploit delle Olimpiadi di Nagano del 1998 quando l’austriaca, in forma smagliante, è medaglia di bronzo in supergigante battuta per soli 0″07 da Picabo Street e 0″06 dall’amica/rivale Dorfmeister, non va oltre l’ottavo posto in discesa libera, e si riscatta con una preziosa medaglia d’argento in gigante, ad 1″80 di distanza dall’imbattibile Deborah Compagnoni.

Che l’anno 1999 sia quello giusto per infine guadagnarsi la ribalta se ne ha sentore fin dal prologo di Solden ad ottobre, quando la Meissnitzer è seconda in gigante alle spalle della norvegese Andrine Flemmen, al primo successo in carriera, per poi vincere, sempre in gigante, l’apertura stagionale di Park City, infilando la prima di una serie di ben otto successi (cinque in gigante, due in supergigante ed uno in discesa libera) che lanciano Alexandra in vetta alla classifica generale di Coppa del Mondo, infine nettamente sua con 1672 punti contro i 1179 punti della tedesca Hilde Gerg. L’austriaca domina anche le speciali classifiche di gigante e supergigante, terminando seconda in quella di discesa libera alle spalle della connazionale Goetschl, ed è con lei, così come con la Dorfmeister, che si presenta nelle vesti di favorita alla rassegna iridata di Vail/Beaver Creek, programmata per febbraio.

E qui lo squadrone bianco-rosso, almeno nelle tre prove che premiano chi sa coniugare velocità e tecnica, sbaraglia la concorrenza. Si comincia il 3 febbraio con il supergigante sulla “International” di Vail, disciplina di cui l’azzurra Isolde Kostner è bi-campionessa iridata per i titoli conquistati a Sierra Nevada nel 1996 e al Sestriere nel 1997. Stavolta, però, la campionessa di Ortisei è costretta a cedere lo scettro, che finisce tra le solide mani proprio della Meissnitzer che per l’inezia di 0″03 beffa la Goetschel, con la Dorfmeister costretta ad accontentarsi del terzo posto con un ritardo di 0″21. Quattro giorni dopo la sfida si rinnova in discesa libera, con l’Austria che cala addirittura un clamoroso poker, con Goetschel, Dorfmeister e Messnitzer nell’ordine e l’inattesa intrusione sul terzo gradino del podio di Stefanie Schuster che per soli 0″10 relega Alexandra in quarta posizione.

La Meissnitzer fa buon viso a cattiva sorte, covando spirito di rivalsa, che puntuale giunge l’11 febbraio in slalom gigante, disciplina che in stagione l’austriaca sta marchiando con il timbro della fuoriclasse. L’avversaria da battere è la Flemmen, che appunto a Soelden ebbe la meglio, ma stavolta il desiderio di vittoria di Alexandra è tale che infine le consente di mettersi al collo la seconda medaglia d’oro, lasciando la norvegese a 0″30, con la “vecchia” Wachter, agli ultimi sussulti di una straordinaria carriera, a conquistare un magnifico terzo posto.

Con due ori mondiali ed una Coppa del Mondo generale già in bacheca, Alexandra Meissnitzer, 26enne all’apice della carriera, parrebbe avviata ad aprire un capitolo da dominatrice dello sci alpino. Ma il destino, bastardo come solo lui sa essere con alcuni dei suoi campioni più amati, che si materializza sotto forma di un grave infortunio al ginocchio sinistro durante le prove della discesa libera di Coppa del Mondo a Lake Louise all’apertura della stagione successiva, tarpa le ali all’austriaca, che vede interrompersi sul più bello una carriera fulgida.

Tornerà competitiva, Alexandra Messnitzer, dopo oltre un anno di stenti, vincendo altre tre gare di Coppa del Mondo, cogliendo l’argento in discesa libera ai Mondiali di St.Moritz del 2003 alle spalle della canadese Melanie Turgeon e mettendosi al collo un’ultima medaglia preziosa, il bronzo olimpico del supergigante a Torino 2006, quando a batterla saranno, ironia della sorte, proprio la Dorfmeister, compagna di mille battaglie e sfide, e Janica Kostelic. Per poi, appesi gli sci al chiodo, andare ad incrementare il lotto delle campionesse che hanno vinto tutto, o quasi, ma che quando si tratta di venir ricordate pochi ne hanno memoria. Fosse nata da noi… ad averne di fuoriclasse così!

ALEKSEJ NEMOV, ULTIMO INTERPRETE DELLA GRANDE TRADIZIONE DELLA GINNASTICA RUSSA

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Aleksej Nemov ai Giochi di Sydney 2000 – da:abiertodegimnasia.com 

Articolo di Giovanni Manenti

Da quando l’Unione Sovietica è entrata a far parte dell’arengo olimpico con la sua prima partecipazione ai Giochi di Helsinki ’52, la Ginnastica è stata una delle discipline in cui ha potuto mietere il maggior numero di allori per ben 4 decenni, sino alla disgregazione dell’Impero sovietico.

In campo femminile, l’unica rivale degna di tal nome è stata la “divina” cecoslovacca Vera Caslavska, prima dell’avvento delle rumene capitanate da Nadia Comaneci, mentre nel settore maschile restano indimenticabili le sfide con i giapponesi negli anni ’60 e ’70, con il resto del mondo a raccogliere le briciole.

Con l’appannarsi degli atleti del Sol Levante, a cavallo degli anni ’90 la superiorità dei ginnasti sovietici torna ad essere schiacciante, come dimostra il podio del Concorso Generale individuale dei Giochi di Seul ’88 (Vladimir Artemov oro, Valery Liukin argento e Dmitry Bilozerchev bronzo), al pari di quello della successiva edizione di Barcellona ’92, che vede primeggiare Vitaly Scherbo, davanti a Grigory Misutin e Valery Belenky, che gareggiano sotto la nota dizione della “Comunità degli Stati indipendenti”.

Il crollo dell’ideologia comunista e la conseguente indipendenza delle varie Repubbliche che componevano l’Urss comporta effetti devastanti nel campo della Ginnastica maschile, poiché, oltre a gareggiare sotto le rispettive bandiere – Scherbo con la Bielorussia, Misutin con l’Ucraina, tanto per fare un esempio – altri Campioni vengono attratti dalle lusinghe dei Paesi occidentali ed emigrano in nuovi lidi per insegnare tale disciplina e far crescere il relativo movimento, come accade per i ricordati medagliati Artemov e Liukin che si trasferiscono ad inizio anni ’90 negli Stati Uniti, con quest’ultimo a divenire allenatore della figlia Nastia, capace di cogliere allori gareggiando per gli Usa.

Una situazione imbarazzante per la Federazione russa – da cui, occorre precisare, sono provenuti la quasi totalità dei grandi ginnasti sovietici, da Shakhli a Voronin, da Andrianov a Dityatin, con l’unica eccezione di Viktor Chukarin, che era ucraino – che si evidenzia in occasione dei Campionati Mondali di Birmingham ’93, dove conquista una sola medaglia d’oro con Sergej Kharkov alla Sbarra, laddove ne avrebbe conquistate 5 qualora fosse sempre stata in vita la vecchia Urss, dato che Scherbo si impone nel Concorso Generale, così come al Volteggio ed alle Parallele, e Misutin al Corpo Libero.

Non è però altrettanto pensabile che da un così vasto bacino a cui attingere come la Russia non possa emergere un atleta in grado di competere ai massimi livelli, e che, viceversa, fa capolino proprio in occasione della citata Rassegna iridata, piazzandosi quinto nell’esercizio al Corpo Libero.

Costui altri non è che Aleksej Nemov, nato a fine maggio 1976 a Barashevo, nella Repubblica di Mordovia, ma cresciuto a Togliattigrad, sul fiume Volga, dove inizia a praticare ginnastica dall’età di 5 anni, invogliato dalla madre dopo che il rispettivo marito e padre li aveva abbandonati, ed Aleksej non lo rivedrà mai più.

Talento naturale, il giovane Nemov si trova a proprio agio con qualsiasi attrezzo, e non ci mette molto a scalare le gerarchie all’interno del Team russo sino ad essere selezionato per i riferiti Campionati Mondiali a 17 anni non ancora compiuti.

L’anno seguente, allorché la rassegna iridata si sposta a Brisbane, in Australia dal 19 al 24 aprile ‘94, Nemov fa già parte del trio (assieme ad Aleksej Voropayev ed Evgeny Shabaev) che è iscritto al Concorso Generale, dove un’incertezza al Volteggio lo penalizza, concludendo al 12esimo posto, ma coglie la sua prima medaglia con il bronzo alle Parallele, con la Russia a poter festeggiare solo un altro alloro, vale a dire l’argento di Voropayev nel Concorso Generale, costretta ad ammirare le evoluzioni di Scherbo, ancora tre volte in grado di salire sul gradino più alto del podio.

Al 18enne Aleksej serve una grande prestazione per convincere i suoi Dirigenti di essere lui l’atleta su cui puntare per rinverdire i fasti dei suoi illustri predecessori, e ciò avviene esattamente tre mesi dopo, in occasione della terza edizione dei “Goodwill Games” (“I Giochi della buona volontà”) che si svolgono a fine luglio a San Pietroburgo, ed in cui supera l’argento iridato Voropayev nel Concorso Generale, imponendosi altresì al Corpo Libero ed al Cavallo con maniglie.

Era la prova che tutti attendevano, e lo stile di Nemov, un misto di eleganza ed agilità, lo fa divenire immediatamente un idolo per i suoi tifosi, convinti di aver trovato l’atleta in cui identificarsi per riportare la Ginnastica ai livelli che storicamente le competono, anche se lui, per primo, commette ancora degli errori di concentrazione che in una tale disciplina si pagano a caro prezzo, fidandosi troppo del suo naturale talento …

Una caratteristica negativa che emerge in tutta la sua interezza in occasione dei Mondiali di Sabae ’95, in Giappone, dove al termine degli esercizi obbligatori della prima giornata, valevoli per il Concorso Generale Individuale ed a Squadre, la Russia è addirittura undicesima e per rintracciare Nemov nella lista dei partecipanti occorre scorrere la stessa sino al 96esimo (!!) posto, avendo clamorosamente fallito gli esercizi al Cavallo con maniglie (8,425) ed alla Sbarra, valutato con un 6,525 che per la Ginnastica equivale ad un 2 od un 3 assegnato dai giudici nell’esecuzione di un tuffo.

Chiaramente, le stimmate di un campione si notano anche in questi frangenti, ed il giorno successivo Nemov realizza il miglior punteggio assoluto fra tutti gli iscritti, il che gli consente di risalire sino alla 39esima posizione ed alla Russia di sfiorare il podio (quarta con 560,971 punti rispetto ai 561,541 della Romania), prima volta in cui la stessa non va a medaglia nella prova a squadre, che vede il successo della Cina sul Giappone.

Nemov si garantisce il diritto alle Finali di specialità al Corpo Libero, dove conclude non meglio che settimo, ed al Volteggio, attrezzo grazie al quale salva la sua partecipazione alla Rassegna iridata, dividendo il gradino più alto del podio con l’ucraino Misutin (9,756 per entrambi) a precedere uno Scherbo che sta iniziando ad evidenziare i primi segnali di declino.

In altri periodi, ai tempi, per intenderci, dell’Urss unificata, questi sbalzi di prestazioni sarebbero potuti costare a Nemov la selezione per le Olimpiadi di Atlanta ’96 – basti pensare che anche ai Mondiali di Sabae il raffronto di medaglie tra le ex Repubbliche sovietiche a la madre Russia è di 6 a 2 – ma in questo panorama, il 20enne Aleksej non nutre questo tipo di preoccupazioni, non essendovi in squadra nessun altro che può vantare un talento pari al suo, pur creando apprensione in seno alla Federazione non sapendo mai quale versione, tra il “Dr. Jekyll o Mr. Hyde”, andrà in pedana.

Rassegna a cinque cerchi che è preceduta per l’ultima volta da un’edizione dei Mondiali disputata nello stesso anno olimpico, con esclusione del Concorso Generale, sia Individuale che a Squadre, che si svolge a San Juan di Portorico e Nemov dimostra una buona condizione di forma, risultando il migliore del suoi collezionando tre medaglie, ovverossia la conferma del titolo iridato al Volteggio (con anche lo stesso identico punteggio di 9,756), cui aggiunge l’argento (a pari merito con Scherbo) alle Parallele, sconfitti per soli 0,013 millesimi di punto (9,750 a 9,737) dall’ucraino Rustan Sharipov, ed il bronzo al Cavallo con maniglie, nonostante realizzi il suo miglior punteggio agli attrezzi di 9,787.

Con il proprio leader tirato a lucido come non mai, il 20 e 22 luglio 1996 sulle pedane del “Georgia Dome” di Atlanta la Russia è pronta a rintuzzare gli attacchi di Cina, Ucraina e Bielorussia, con i padroni di casa degli Stati Uniti quali possibili outsider, nella corsa all’Oro nel Concorso Generale a squadre, che, come sin troppo facile intuibile, in caso di Urss unificata, non avrebbe avuto storia …

Il Team russo, viceversa, può contare su sole due stelle, vale a dire Nemov ed il più volte ricordato Voropayev e sono proprio loro, con due eccezionali giornate di esibizioni, che li fanno chiudere con il rispettivo primo (116,361) e terzo (115,136) punteggio assoluto – tra i due si inserisce Scherbo con 115,210) – a condurre la Russia alla medaglia d’oro con 576,778 punti complessivi, precedendo la Cina del Campione iridato di Sabae Li Xhiaoshuang (575,539) e l’Ucraina, laddove si consideri che il terzo miglior risultato di un componente della formazione russa (Yevgeny Podgorny con 104.423) lo pone al 66esimo posto della Classifica Generale.

Penalizzato dal fatto che, per l’assegnazione delle medaglie nel Concorso Generale individuale (come già inaugurato nella precedente edizione di Barcellona ’92), non viene più presa come base di partenza la metà del punteggio conseguito nella prova a squadre, che serve solo a scegliere i 36 finalisti – altrimenti il 20enne Aleksej avrebbe avuto un vantaggio di 0,922 millesimi sul cinese Li, sesto dopo gli esercizi a squadre – con ognuno di loro a ripartire da zero, è proprio il Campione iridato a sfruttare al meglio questa opportunità, nonostante Nemov faccia meglio di lui in quattro specialità su sei, vedendo sfumare l’Oro individuale per l’inezia di 0,049 millesimi (58,423 a 58,374), con Scherbo bronzo con 58,197 mentre Voropayev sprofonda in 24esima posizione, complice una controprestazione al Cavallo con maniglie.

Lo sfortunato esito del Concorso Generale individuale certifica peraltro come l’unico atleta su cui la Russia possa contare sia solo Nemov, il quale non tradisce le attese nelle prove ai singoli attrezzi, per i quali si qualifica in cinque delle sei specialità del programma olimpico, non andando a medaglia solo alle Parallele (dove conclude al quarto posto), conquistando viceversa altrettanti bronzi sia al Corpo Libero che alla Sbarra (in entrambi i casi totalizzando 9,800 punti) ed al Cavallo con maniglie (9,787), per poi confermarsi insuperabile nel Volteggio, dove ai due titoli iridati aggiunge anche l’Oro olimpico, precedendo di soli 0,031 millesimi (9,787 a 9,756) il sudcoreano Yeo Hong-Chul, così da risultare, con 6 allori complessivi, l’atleta più medagliato dei Giochi di Atlanta.

Il vantaggio di essere l’indiscusso uomo di punta del proprio Team è in parte annullato dalla pressione che grava sulle spalle di Nemov, il quale ricade nei suoi “peccati di eccessiva sicurezza” ai Mondiali di Losanna ’97, dove peraltro tutti i componenti della formazione russa ottengono punteggi bassi alla Sbarra, così da consegnare il titolo iridato a squadre alla Cina, venendo preceduti anche da una Bielorussia ancorché orfana del ritirato Scherbo, per poi completare l’opera, nel Concorso Generale individuale fallendo clamorosamente l’esercizio agli Anelli (valutato appena 6,825) che lo relega in un’anonima 26esima posizione, con la medaglia d’oro appannaggio dell’altro bielorusso Ivan Ivankov sul 19enne Aleksej Bondarenko, compagno di squadra di Nemov.

Quest’ultimo non se ne torna a casa a mani vuote, cogliendo l’oro al Corpo Libero, titolo che conferma anche due anni dopo in occasione della Rassegna iridata di Tientsin ’99, in Cina, cui unisce anche l’oro al Cavallo con maniglie e l’argento nel Concorso Generale a squadre, dove la Russia cede (230,395 a 228,145) solo ai padroni di casa, per poi essere tradito ancora una volta dall’esercizio agli Anelli nella prova individuale, la cui valutazione di 8,737 relega Nemov al sesto posto, allorquando un solo 0,500 millesimi di punteggio in più gli avrebbe garantito l’argento alle spalle del connazionale Nikolai Kryukov, peraltro al suo unico vero acuto in carriera.

Con la consapevolezza che, alle spalle di Nemov, vi sono ora altri validi ginnasti quali Kryukov e Bondarenko, la Federazione russa si appresta a sbarcare con rinnovate speranze in Australia per le Olimpiadi di fine millennio di Sydney 2000, in cui vi è un’ulteriore modifica regolamentare, con l’introduzione di un turno preliminare che si svolge il 16 settembre al “Sydney SuperDome”, da cui escono le sei formazioni che, due giorni dopo si contendono il podio nel Concorso Generale a squadre, nonché i 38 ginnasti che partecipano al Concorso individuale e gli 8 finalisti per ogni singola specialità.

Nemov conferma come il palcoscenico olimpico sia di suo maggior gradimento, dando spettacolo in qualificazione, così da ottenere il miglior punteggio assoluto di 58,361 – al pari della Russia nel suo insieme con 230,133 punti rispetto ai 229,96 della Cina ed ai 299,656 dell’Ucraina – e qualificandosi per 5 Finali di specialità, unica esclusa i “poco simpatici” Anelli, anche se poi per l’assegnazione delle medaglie si riparte tutti alla pari.

Nella gara a squadre – nonostante il contributo di Nemov sia ancora migliore, toccando quota 58,423 – i peggiori risultati di Bondarenko (specie al Cavallo con maniglie, dove passa da 9,712 a 9,150) fanno sì che, in una sfida che si gioca sul filo dei millesimi, la Russia retroceda sul gradino più basso del podio, con un totale di 230,019 preceduta per 0,287 millesimi dall’Ucraina, mentre l’oro è ancora appannaggio della rappresentativa cinese che chiude con 231,919 punti.

Ma se le ottime prestazioni dell’oramai 24enne Aleksej possono essere inficiate dal comportamento dei suoi compagni nella prova a squadre, nel Concorso Generale Individuale può fare affidamento solo su sé stesso, ed eccolo allora due giorni dopo, il 20 settembre 2000, poter coronare quello che per ogni ginnasta che si rispetti rappresenta “il sogno di una vita”, senza sbavature in ogni singolo esercizio, ottenendo punteggi che vanno da un minimo di 9,650 agli Anelli ad un massimo di 9,800 al Corpo Libero, ed è proprio grazie a questa regolarità che il totale di 58,474 (migliorandosi ancora in ognuna delle tre giornate di gare …) gli consente di avere la meglio sul cinese Yang Wei (58,361) e sull’ucraino Oleksandr Beresh, con il Campione iridato Ivankov confinato ai margini del podio.

Con i piazzamenti invertiti rispetto a quattro anni prima ad Atlanta ’96 nei Concorsi Generali, tocca ora a Nemov cercare di migliorare le quattro medaglie (un oro e tre bronzi) conquistate nelle singole specialità nella Capitale georgiana, impresa non facile visto l’allargamento della concorrenza – in tutte e sei le prove si registrano altrettanti diversi vincitori – ma che comunque si può dire che riesca, visto che anche stavolta non manca il metallo più pregiato, ottenuto con 9,787 alla Sbarra, attrezzo che tante volte lo aveva tradito, per poi essere beffato nell’esercizio al Corpo Libero, per il più ridotto distacco possibile, vale a dire soli 0,012 millesimi (9,812 a 9,800) dal lettone Igors Vihrovs, che coglie a Sydney il suo unico grande successo in carriera, e quindi confermare il bronzo di Atlanta al Cavallo con maniglie, cui abbina analogo risultato alle Parallele, in entrambi i casi sempre venendo premiato con punteggi di 9,800 per poi sfiorare un settimo alloro personale al Volteggio, dove appena 0,019 millesimi (9.475 a 9,456) lo dividono dal bronzo del polacco Leszek Blanik.

Con 6 medaglie conquistate in ciascuna edizione delle Olimpiadi di Atlanta ’96 e Sydney 2000, Nemov raggiunge un bottino complessivo di 12 allori che lo colloca al quarto posto nella “Graduatoria All Time” della Storia dei Giochi per quanto riguarda il settore maschile della Ginnastica, preceduto solo da Nikolay Andrianov a quota 15 e da Boris Shakhlin e Takashi Ono con 13, avendo raggiunto l’apice della carriera, che da lì in avanti lo vede intraprendere un inesorabile declino, complici anche ripetuti infortuni, che nel corso del quadriennio post olimpico lo vede tornare a medaglia solo in occasione della Rassegna iridata di Anaheim ’03, in California.

Oramai non più ai vertici della Disciplina, la Russia conclude ai margini del podio la prova a squadre nella Rassegna iridata, collezionando appena tre medaglie ai singoli attrezzi, ed il fatto che, oltre al bronzo di Kryukov al Cavallo con maniglie, le altre due siano appannaggio di Nemovbronzo alla Sbarra con 9.737 a soli 0,038 millesimi dall’oro ed argento alle Parallele a 0,063 millesimo dal cinese Li Xiaopeng – fanno sperare in seno alla Federazione russa su un altro possibile “miracolo” ai Giochi di Atene ’04 dell’anno successivo.

Ciò non avviene, con la formazione russa a concludere il Concorso Generale a squadre al suo peggior piazzamento di sempre con la sesta posizione, con un imbarazzante distacco di oltre 4 punti – che nella Ginnastica a questi livelli rappresentano un abisso – dalla ritrovata compagine giapponese, mentre Nemov, in palese difficoltà, ottiene la qualificazione per la sola prova alla Sbarra, rendendosi suo malgrado protagonista di un curioso episodio …

E’ normale che i Campioni, specie quando sono vicini al passo d’addio, godano di una particolare attenzione e simpatia da parte del pubblico, e questo è ciò che avviene a Nemov allorché il suo esercizio nella Finale alla Sbarra – peraltro apparso anche ad osservatori al di sopra delle parti di eccellente fattura – viene valutato dalla Giuria con un modesto 9,725 il che genera un ondata di disapprovazione proveniente dalle tribune, con fischi ed ululati che impediscono la prosecuzione della gara, in cui al momento il 28enne russo sarebbe terzo, ma con diversi altri ginnasti da scendere in pedana.

In effetti, la valutazione dei giudici, pur a fronte di perfette evoluzioni in aria da parte di Nemov, era stata condizionata dal suo sbilanciamento in avanti in fase di atterraggio, e la sola revisione in 9,762 del suo punteggio non è sufficiente a placare gli animi del pubblico, tant’è che tocca proprio al plurimedagliato atleta salire di nuovo in pedana per invitare gli spettatori a recedere dal loro comportamento e consentire la prosecuzione della Finale.

Un atteggiamento per il quale Nemov viene concordemente elogiato e, poiché vi sono molti modi per porre fine alla propria carriera, quello scelto dal fuoriclasse russo è stato sicuramente dei migliori, avendo altresì determinato una variazione nei metri di giudizio delle singole esibizioni da parte dei giudici da allora in avanti ed essendo altresì stato ricompensato per il suo gesto dalla propria Federazione con un assegno di 40mila €uro …

Purtroppo, per la Patria della Ginnastica – che nelle successive tre edizioni dei Giochi disputate sino ad oggi ha raccolto la miseria di appena 8 medaglie (due bronzi con Anton Golotsutskov a Pechino ’08, un argento ed un bronzo con Denis Ablyazin a Londra ’12 e l’argento a squadre ed ancora con Ablyazin, che centra anche un bronzo assieme a David Belyavsky a Rio de Janeiro ’16 – la medaglia d’oro resta un miraggio, considerando inoltre che, nelle successive 10 edizioni dei Campionati Mondiali il solo Ablyazin ha avuto l’onore di sentire suonare l’inno russo alla cerimonia di premiazione del Corpo Libero alla Rassegna iridata di Nanning ’14, in Cina.

Non può pertanto essere contestata l’etichetta di “Ultimo dei Grandi” della grande Scuola della Ginnastica russa coniata per Aleksej Nemov che solo a quasi 20 anni di distanza, ai recenti Mondiali svoltasi a Doha, in Qatar dal 25 ottobre al 3 novembre 2018, ha visto il 22enne Artur Dalaloyan conquistare il titolo iridato nel Concorso Generale individuale, così come al Corpo Libero, con il contorno dell’Argento a squadre ed al Volteggio e del bronzo alle Parallele …

In bocca al lupo, Artur, e se hai bisogno di qualche consiglio, non ti peritare a recarti a Togliattigrad per scambiare due parole con Nemov, i Giochi di Tokyo 2020 si avvicinano …

 

GUNDER HAGG, IL DANNO E LA BEFFA DEL PIU’ FORTE MILER DEGLI ANNI ’40

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Gunder Hagg in azione nell’ottobre ’45 – da:bygdeband.se

Articolo di Giovanni Manenti

Per ogni atleta di livello che pratichi uno Sport olimpico è sin troppo scontato che la maggiore ambizione della propria attività agonistica sia quella di arrivare, un giorno, a salire sul gradino più alto del podio in un’edizione dei Giochi, per quello che si è soliti definire “il coronamento di una grande carriera”.

In quest’ottica, molte parole si sono spese per coloro che hanno visto quel sogno infrangersi non in virtù della sconfitta di fronte ad un avversario – che nello Sport è cosa di ogni giorno – ma per le scellerate decisioni da parte dei Capi di Stato che hanno, alternativamente, boicottato le Olimpiadi di Mosca ’80 e di Los Angeles ’84, con ciò privando anche gli appassionati delle varie discipline di memorabili sfide.

Orbene, ciò è praticamente ben poco rispetto a quello che hanno dovuto subire atleti che erano nel pieno della loro maturità fisica e che, viceversa, si sono visti negare ogni possibilità di mettere a frutto il proprio talento a causa di un evento ancor più tragico come quello della Seconda Guerra Mondiale, con la cancellazione di ben due edizioni dei Giochi, ovverossia quelli di Tokyo ’40 e Londra ’44, periodo durante il quale molti di loro hanno anche combattuto, ed in diversi casi perso la vita, sui vari fronti del conflitto.

Certo, sempre meglio scampare alla morte – che ha visto perire sui campi di battaglia ben 26 medaglie d’oro dei Giochi di Berlino ’36, in gran parte tedeschi, la cosiddetta “meglio gioventù” mandata al macello dalla follia di Adolf Hitler – rispetto al non potersi cimentare nell’arengo olimpico, ma ciò non toglie che anche durante tale drammatico periodo non siano emersi fuoriclasse degni di menzione, come nel caso del protagonista della nostra Storia odierna, vale a dire il mezzofondista svedese Gunder Hagg.

Nato a Bracke, Comune di poco più di 1500 anime nella regione del Norrland, l’ultimo giorno di dicembre 1918 – curiosa ed un po’ ironica coincidenza, proprio l’anno della conclusione della Prima Guerra Mondiale – Hagg si avvicina al Mondo dell’Atletica all’età di 17 anni sotto la guida di Fridolf Westman, già tecnico di Henry Jonsson, medaglia di bronzo sui m.5000 ai Giochi di Berlino ’36, ultima edizione che vede il dominio finlandese nel mezzofondo prolungato.

Un fisico perfetto per le medie distanze (m.1,80 per 68kg.), Hagg non impiega molto ad emergere non ancora 20enne, allorché corre i 3mila metri in 8’36”8 nel 1937, per poi sfiorare, l’anno seguente, il superamento dei 15’ sui 5mila metri (corsi in 15’00”7) e cimentarsi anche sui m.3000 siepi, specialità in cui giunge secondo ai campionati nazionali con 9’28”4, e realizza un miglior tempo stagionale di 9’23”0.

Il 1939 è un anno importante per la maturazione atletica del 20enne Gunder, il quale è chiamato a svolgere il servizio militare, ma contemporaneamente “scopre” un idilliaco centro di allenamenti creato da Gosta Olander – che definire tecnico è forse fargli troppo onore, essendo lui più un umanista – e situato a Valadalen nella Contea dello Jamtland, la stessa in cui si trova la città natale di Hagg.

In questo “Paradiso della Natura”, il mezzofondista svedese, assieme a Jonsson (il quale in detto anno cambia il proprio cognome in Kalarne in onore del villaggio in cui è emerso nello sport podistico …) sperimenta quella che Olander definisce “lopargladje”, ovverossia, tradotto in italiano, “la gioia di correre”, spaziando tra in uno splendido panorama costituito da laghi e foreste posto a 600 metri sopra il livello del mare, senza l’assillo di cronometri o misurazioni chilometri, ma solo misurandosi allo stato brado, verrebbe da dire.

Quale sia il risultato di tale anticonvenzionale forma di allenamenti è testimoniato dalla crescita di Hagg nel successivo anno 1940, allorché dà vita ad entusiasmanti sfide con Kalarne, da cui viene battuto di misura sui m.1500 (3’48”7 a 3’48”8) il 7 agosto a Goteborg, e lo precede anche una settimana dopo, allorché a Stoccolma stabilisce in 8’09”0 il primato mondiale sui 3mila metri, che Hagg copre in 8’11”8, scendendo anch’esso sotto il vecchio limite di 8’14”8 stabilito nel settembre 1936 dal finlandese Gunnar Hockert.

Tempi che testimoniano un sensazionale miglioramento per Hagg avendo riferimento a quanto corso in precedenza – i suoi personali risalgono a 4’04”6 (1938) ed 8’36”8 (1937) rispettivamente – e che preludono ad un’ulteriore stagione in cui, oramai 22enne, può a giusta ragione meritare il titolo di leader del mezzofondo scandinavo dell’epoca.

Sicuramente avvantaggiato, rispetto agli specialisti finlandesi, dalla neutralità del proprio Paese nel secondo conflitto mondiale, Hagg emette il suo primo, grande acuto a livello assoluto, il 10 agosto 1941 in occasione dei Campionati nazionali, in cui piega la resistenza di due validissimi rivali quali Arne Andersson ed il già citato Kalarne sulla distanza dei m.1500, che lo vede tagliare il traguardo in 3’47”6, così da togliere 0”2 decimi al precedente limite stabilito dal leggendario neozelandese Jack Lovelock nella Finale olimpica di Berlino ’36, coi suoi due connazionali a concludere alle sue spalli, in 3’48”6 e 3’49”2, rispettivamente.

Non un carattere facile, peraltro, Hagg, il quale entra in contrasto con la sua Federazione ricevendo una squalifica di ben 10 mesi, che sfrutta rifugiandosi nel suo “buen retiro” di Valadalen dove, nella tranquillità dei boschi, ritrova la giusta serenità per mandare in scena una serie di prestazioni che hanno dell’incredibile nell’arco temporale di 80 giorni (da inizio luglio al 20 settembre 1942), nel corso dei quali migliora ben 10 primati mondiali …!!

Per far ciò, oltre ad averne ovviamente le potenzialità, è altresì importante avere un rivale con cui confrontarsi e che serve da stimolo per migliorarsi, e questo “aiuto” Hagg lo trova nel già ricordato connazionale Arne Andersson, di un anno più anziano, essendo nato a fine settembre 1917.

eciso a misurarsi anche sulle distanze inglesi del miglio, due e tre miglia, al pari delle metriche 1500, 2000, 3000 e 5000 metri, Hagg festeggia al meglio la “ritrovata libertà” (intesa come fine della squalifica comminatagli, che scadeva il 30 giugno …), appropriandosi, il giorno seguente a Goteborg, del primato sul miglio venendo cronometrato in 4’06”2, 0”2 decimi in meno del limite stabilito dal britannico Sydney Wooderson (oro sui m.1500 ai campionati Europei di Parigi ’38) a fine agosto 1937.

Come una sorta di “Vaso di Pandora”, scoperchiato il quale i primati fluiscono senza soluzione di continuità, due giorni dopo, Hagg corre le due miglia in 8’47”8 a Stoccolma, stessa pista su cui, a distanza di 14 giorni, toglie quasi 2” al proprio limite sui m.1500, scendendo sino a 3’45”8, incurante del fatto che, una settimana prima, Andersson avesse eguagliato il suo primato sul miglio.

Passano solo quattro giorni, ed il 21 luglio Hagg fa suo il record sui 2mila metri, coprendo la distanza in 5’16”4, per poi prendersi un po’ di riposo prima di tornare a mietere primati il 23 agosto 1942 ad Oestersund, con il fresco limite sui due chilometri frantumato di quasi 5” (5’11”8) e quindi chiudere il mese distruggendo quanto realizzato due anni prima da Kalarne sui 3mila metri, da lui corsi in 8’01”2 a Stoccolma il 28 agosto.

L’appuntamento per ritornare unico padrone del record sul miglio è fissato per il 4 settembre, sempre sulla pista della Capitale svedese, portando lo stesso a 4’04”6, per poi, una settimana dopo, correre le tre miglia in 13”35”4, un primato che dura appena 9 giorni in quanto il 20 settembre 1942, stavolta a Goteborg, Hagg realizza una fantastica doppietta, venendo cronometrato in 13’32”4 di passaggio sulla prova dei 5mila metri che lo vede, primo atleta della storia, superare la barriera dei 14’ netti, tagliando il traguardo in 13’58”2 …

Nonostante il dramma che il Mondo sta vivendo con gli orrori del secondo conflitto mondiale, gli echi delle imprese del formidabile mezzofondista scandinavo non tardano a varcare l’Oceano Atlantico, così che nel 1943 Hagg viene invitato negli Stati Uniti per confrontarsi con i migliori “milers” Usa, che rispondono ai nomi di Greg Rice (da cinque anni vincitore del titolo sui m.5000), Gil Dodds (campione AAU sui m.1500 nel 1942 e ’43) e Bill Hulse (Campione AAU sui m.800 nel ’43 che lo diverrà nel 1944 sui m.1500), non proprio gli ultimi arrivati.

Ma, come un novello Giulio Cesare dal motto “veni, vidi, vici” di latina memoria, il confronto si rivela impari, con Hagg ad affermarsi in tutte ed otto le gare disputate, tra cui la prova sui 5000metri ai Campionati AAU, vinti in 14’48”5 sul penta Campione Rice, con il solo vantaggio per Dodds ed Hulse di realizzare sulla sua scia i rispettivi “Personal Best” di 4’06”1 e 4’06”0 sulla distanza del miglio.

Se per lo svedese la tournée negli Usa contribuisce ad accrescerne il prestigio a livello planetario, d’altro canto non è mai consigliabile “lasciare sguarnito il campo” quando si ha un “nemico in casa” che può approfittare della tua assenza, occasione che il quasi coetaneo Andersson non si lascia sfuggire, appropriandosi dei primati mondiali sia sul miglio, corso in 4’02”6 a Goteborg l’1 luglio 1943 (curiosamente ad un anno esatto dal primo record di Hagg sulla distanza), che sui m.1500, coperti in 3’45”0 sulla stessa pista il successivo 17 agosto.

Prestazioni che servono da stimolo per il 25enne ex primatista, che nel 1944 entusiasma il pubblico svedese con due esaltanti sfide “testa a testa” con Andersso, la prima delle quali va in scena il 7 luglio sui m.1500 proprio sulla medesima pista di Goteborg, allorché torna in possesso del primato in 3’43”0, con anche il rivale a scendere (3’44”0) sotto il precedente limite, impresa che si ripete, ma a parti invertite, sul miglio il 18 luglio a Malmoe, con entrambi nuovamente a far meglio del precedente record, ma a gioire è stavolta Andersson che fissa il nuovo primato a 4’01”6 contro i 4’02”0 dell’amico/rivale.

Una sana rivalità, in cui l’ultima parola spetta però ancora ad Hagg, che sulla stessa pista, ad un anno esatto di distanza, il 17 luglio 1945, a guerra oramai finita, copre la distanza in 4’01”4 (con Andersson secondo in 4’02”2 …) senza riuscire ad abbattere il fatidico muro dei 4’ netti, impresa che verrà compiuta dal britannico Roger Bannister quasi 9 anni dopo, il 6 maggio 1954 ad Oxford.

Ricapitolando, a fine anno 1945, mentre la vita sta lentamente tornando a scorrere in un’Europa lasciata in ginocchio dal conflitto mondiale, Hagg detiene i primati mondiali sui m.1500 (3’43”0), miglio (4’01”4), m.3000 (8’01”2) e m.5000 (13”58”2), distanze queste ultime scarsamente praticate nelle ultime tre stagioni e, pertanto, nel festeggiare i suoi 27 anni il 31 dicembre, potrebbe finalmente mettere a frutto – al pari di Andersson, che di anni ne ha da poco compiuti 28 – le proprie qualità alla ripresa dell’attività agonistica internazionale, che vede fissati dal 22 al 25 agosto 1946 i Campionati Europei per poi tornare a celebrare la pace olimpica con i Giochi di Londra di fine luglio 1948 …

Si può ovviamente obiettare che le prestazioni dei due mezzofondisti svedesi non abbiano avuto il conforto – a parte la ricordata trasferta di Hagg negli Stati Uniti nel 1943 – del confronto diretto con gli altri specialisti del vecchio Continente, ma è indubbio che, nei sei anni in cui l’Europa è stata dilaniata dagli orrori della guerra, grazie alla loro rivalità le due distanze dei m.1500 e del miglio hanno registrato progressi cronometrici – di 4”8 e 5”1 rispettivamente – a cui mai si era assistito prima d’ora.

Ma proprio quando sta per giungere l’ora per abbinare ai record anche le medaglie, ecco che per Hagg, così come per Andersson e Kalarne (quantunque quest’ultimo, oramai 34enne, fosse sul viale del tramonto), al danno di aver visto cancellate due edizioni dei Giochi, si aggiunge la beffa della squalifica “sine die” da parte della propria Federazione, avendo gli stessi violato a più riprese le regole del Dilettantismo vigente all’epoca, avendo percepito somme in denaro quale compenso per le loro memorabili sfide.

Un reato di “lesa maestà” che fa sorridere ai giorni nostri, ma capace di mietere diverse vittime sino a fine anni ’60, e del quale il più inconsolabile è proprio Andersson che, evidentemente, teneva più di Hagg alla “Gloria Olimpica”, una beffa ancor più acuita dall’esito delle Finali sui m.1500 sia alla Rassegna Continentale di Oslo ’46 che ai Giochi di Londra ’48, allorché a primeggiare sono i loro connazionali Lennart Strand ed Henry Eriksson, con il primo ad avere la meglio (3’48”0 a 3’48”8) ai Campionati Europei ed il secondo a prevalere (3’49”8 a 3’50”0) in sede olimpica, tempi che non ci vuole poi molto a capire che sarebbero stati ampiamente alla portata dei due fuoriclasse, di cui resta l’impressione come di coloro che sudano e faticano per poi vedere altri godere dei relativi trionfi.

L’unico, tangibile riconoscimento che resta delle proprie straordinarie imprese è lo “Svenska Dagbladets Guidmedalj“, riconoscimento attribuito al miglior “Atleta dell’Anno” e che già era stato assegnato a Kalarne nel 1940 e che vede premiati Hagg nel 1942 ed Andersson nel 1943, mentre dall’albo dei record “Under-Gunder”, come era soprannominato in Patria, oltre al già citato abbattimento dei 4′ di Bannister sul miglio, vede il suo primato sui m.1500 resistere sino al 4 giugno 1954 (battuto dall’americano Wes Santee con 3’42”8), quello sui m.3000 migliorato dal belga Gaston Reiff con 7’58”8 il 12 agosto 1949 ed, infine, solo “la Locomotiva umana” Emil Zatopek riesce a strappargli quello sui 5mila metri, corsi in 13’57”2 il 30 maggio 1954.

Vi sarete resi conto che i limiti del 1945 di Hagg hanno resistito a ben due edizioni sia dei Campionati Europei (Oslo 1946 e Bruxelles ’50), così come dei Giochi olimpici (Londra 1948 ed Helsinki ’52), circostanza che, da sola, è ampiamente sufficiente, a nostro giudizio, per testimoniarne la grandezza, lui che, ritiratosi dalle scene, si adatta a svolgere lavori di taglialegna, Vigile del Fuoco e commesso (alla faccia del “professionismo” …), per poi raggranellare qualche denaro con la pubblicazione, nel 1987, della sua autobiografia, dal titolo “Mitt livs lopp” (“La mia vita scorre”) …

L’ultimo scherzo del destino porta colui che ha fatto ruotare le gambe in modo così sublime per un quinquennio, a vivere gli ultimi tempi del suo percorso terreno su di una sedia a rotelle, ricoverato in una casa di riposo a Malmoe – proprio la città del suo ultimo record mondiale – dove si spenge il 27 novembre 2004, ad un mese dal compimento degli 86 anni.

Ma, anche se il suo nome non compare in alcuna Edizione dei Giochi olimpici, i veri appassionati ben sanno che la storia del mezzofondo, sia veloce che prolungato, ha nel corso degli anni ’40, un solo vero grande protagonista, con tutto il rispetto per Arne Andersson, e costui altri non è che Gunder Hagg.

E noi, nel nostro piccolo, siamo stati ben lieti di raccontarne la sua straordinaria avventura …

 

EVGENIJ KAFELNIKOV, IL PRINCIPE CHE CONQUISTO’ PARIGI NEL 1996

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Kafelnikov con il trofeo del Roland-Garros – da gettyimages.com

articolo di Nicola Pucci

Che avesse le stimmate del principe, Evgenij Kafelnikov, era chiaro a tutti. Fin da quando, lui classe 1974 nato a Sochi, sul Mar Nero, ed allevato a pane e tennis, si era affacciato alla ribalta internazionale, debuttando nei tornei Atp non ancora 18enne, nel 1992, chiudendo la prima stagione da professinista, la successiva, alle porte dei primi 100 giocatori del mondo.

Dotato di classe cristallina, con due colpi di sbarramento efficaci ed incisivi, un servizio all’occorrenza solido e performante ed un eccellente gioco di volo, tanto da conquistare in carriera ben quattro titoli dello Slam in doppio, Kafelnikov ha nelle movenze in campo e nell’atteggiamento educato fuori dal rettangolo di gioco proprio quelle credenziali che gli varranno, una volta incasellate vittorie di prestigio, l’appellativo di “principe“. Ed è con queste caratteristiche che il tennista russo, nel 1996, assurge al rango di fuoriclasse della racchetta, trionfando a Parigi.

Occorre ricordare che Kafelnikov, dopo le prime due stagioni nel Tour, ottiene a gennaio 1994 la prima vittoria nel torneo di Adelaide contro il connazionale Aleksandr Volkov, sconfitto 6-4 6-3 all’atto decisivo, mostrandosi capace di primeggiare sia sul cemento all’aperto, che sul sintetico indoor, superficie che gli porta in dote i titoli di Copenaghen, Milano e San Pietroburgo. Nondimeno, la terra battuta gli è amica, se è vero che a luglio 1995 trionfa a Gstaad superando il beniamino di casa Jakob Hlasek in quattro set, e se nel corso della carriera metterà la sua firma, per tre volte, pure ad un evento su erba, il torneo di Halle, ecco che Kafelnikov, che nel frattempo scala il ranking mondiale, chiudendo il 1994 in 11esima posizione ed infiltrando l’anno dopo la top-ten, addirittura numero 4 nel mese di aprile, si trova nella necessità di confortare il suo smisurato talento con una prestazione all’altezza in un torneo dello Grande Slam. Come puntualmente avviene, appunto, nel 1996.

In verità Kafelnikov, quando si presenta alla Porte d’Auteuil per la quarta volta, vanta in carriera un’unica semifinale nei Major, proprio sulla terra rossa parigina, dodici mesi prima, quando, dopo aver demolito ai quarti di finale il numero 1 del mondo Andrè Agassi, trova l’imbattibile Thomas Muster a negargli la prima finale Slam della carriera. E se qualcuno ricorda ancora il giovanotto senza troppo timori reverenziali che nel gennaio del 1994 tenne testa a Sua Maestà Pete Sampras al secondo turno degli Australian Open, ecco che i quarti di finale raggiunti proprio a gennaio dell’anno in corso a Melbourne, battuto in tre set da Boris Becker poi vincitore del torneo, e le quattro finali guadagnate in pochi mesi ad Adelaide (7-6 3-6 6-1 a Byron Black), Rotterdam (4-6 6-3 3-6 da Goran Ivanisevic), San Pietroburgo (2-6 6-7 da Magnus Gustafsson) e Praga (7-5 1-6 6-3 a Bohdan Ulihrach) su tre superfici diverse, certificano che il russo è pronto ad issarsi sul trono di Francia. Anche perché alla World Team Cup di Düsseldorf, una settimana prima del Roland-Garros, si è preso il lusso di legnare Sampras, 6-3 6-2.

Proprio “Pistol Peteè il numero 1 del tabellone, ma più accreditato dell’americano è senza dubbio Muster, numero 2 del seeding e detentore del titolo, fresco di trionfo a Roma, che occupa la parte bassa del tabellone che ha in Chang, numero 4 e vincitore nel 1989, Ivanisevic, numero 5, Enqvist, numero 8, il talentuosissimo Marcelo Rios, numero 9, e Michael Stich, numero 16, gli altri pretendenti ad un posto in finale. Kafelnikov, testa di serie numero 6, è nello stessa fetta di tabellone di Agassi, numero 3, e Krajicek, numero 13, ma se il “kid di Las Vegas“,  in evidente crisi di risultati, incappa al secondo turno nel tennis solido seppur poco appariscente di Chris Woodruff, il russo ha la strada in discesa eliminando uno dopo l’altro lo spagnolo Blanco, 6-1 6-3 6-3, lo svedese Thomas Johansson, 6-2 7-5 6-3, ed altri due iberici di buon lignaggio su terra battuta, Felix Mantilla, 6-4 6-2 6-2, e Francisco Clavet, 6-4 6-3 6-3, denunciando un eccellente stato di forma. E di fiducia.

Nel frattempo Muster inciampa nel delizioso gioco d’attacco di Stich, che se a Wimbledon nel 1991 sorprese in finale Becker, stavolta è un cliente da prendere con le molle, anche su una superficie apparentemente non proprio adattissima al suo magnifico serve-and-volley. Il tedesco liquida l’austriaco in quattro set, vincendo un capitale quarto parziale al tie-break, per poi proseguire la sua marcia fino all’atto conclusivo, estromettendo Cedric Pioline, coccolo di casa che si arrende 6-4 4-6 6-3 6-2, e il lungagnone svizzero Marc Rosset, campione olimpico in carica, che si fa da parte all’intraprendenza del tedesco in tre rapidi set, 6-3 6-4 6-2.

E così, con Stich inaspettatamente in finale, sembra proprio che il possibile re di Francia debba uscire dal quartetto di campioni che occupano la parte alta del tabellone, con Sampras che rimonta due set di svantaggio per infine superare l’amico/rivale di mille battaglie Jim Courier, che al Roland-Garros dominò tutti nel 1991 e nel 1992, e Kafelnikov che a sua volta rispetta il pronostico eliminando Krajicek in quattro set, 6-3 6-4 6-7 6-2. I due principali favoriti, dunque, si trovano l’uno contro l’altro ad altezza semifinale, ma Kafelnikov, con il suo gioco fatto di precisione ed accelerazioni improvvise, stilisticamente perfetto, ha una marcia in più rispetto al numero 1 del mondo, infine costretto ad inchinarsi senza appello dopo aver fatto match pari per più di un’ora, 7-6 6-0 6-2.

Il 9 giugno 1996 Evgenji Kafelnikov, che nel frattempo si è già messo in saccoccia il titolo di doppio superando, accoppiato al ceco Daniel Vacek, il francese Forget e lo svizzero Hlasek, 6-2 6-3, è puntuale all’appuntamento con la gloria tennistica. Sul Court Central si affrontano due giocatori che hanno caratteristiche opposte, il gioco di regolarità e pressione da fondocampo del russo e la propensione all’attacco di Stich. Inevitabilmente ne vien fuori una sfida eccitante, anche appassionante, con Kafelnikov, al solito impenetrabile, che serve bene quanto l’avversario, 10 aces contro 15 e l’81% dei punti conquistati quanto mette la prima, fronteggia meno palle-break, ed ha maggior freddezza nei momenti cruciali del match. Già, perché primo e terzo set di decidono al tie-break, infine entrambi appannaggio di Kafelnikov, 7-4, abile poi nel secondo set a cogliere l’attimo per il break del decisivo 7-5.

7-6 7-5 7-6 dunque, in 2ore32minuti di battaglia serrata, e se un torneo dello Slam infine impreziosisce il curriculum di Kafelnikov, quel che conta, ancor più, è quel titolo di “principe” che ora, più che mai, gli calza proprio a pennello.

GEORGE BEST, GLORIA, ECCESSI E TRISTE FINE DI UN GENIO DEL CALCIO

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George Best al Manchester United – da:gazzettafannews.it

Articolo di Giovanni Manenti

Nella parabola della vita agonistica di ogni singolo atleta si distinguono varie fasi, che vanno dagli esordi, alla completa maturazione, sino all’apice ed al conseguente, ineluttabile declino, con quest’ultimo capitolo ad essere affrontato molto più serenamente da chi si è costruito la propria carriera con impegno e sacrificio che non da chi, al contrario, è stato dotato da Madre Natura di un talento innato, messo a frutto per eccellere ai massimi livelli,

Esempi di questo genere vene sono a centinaia, ma riteniamo di non far torto a nessuno se eleggiamo quale “prototipo dei prototipi” di questa speciale categoria, quanto a genio e sregolatezza, colui che probabilmente è stato il più amato ed invidiato calciatore della sua epoca, i cosiddetti “favolosi anni ‘60”, ovverossia il nordirlandese George Best, protagonista della nostra Storia odierna.

Icona del talento puro e della trasgressione, tanto che sulla sua vita si sono consumati fiumi d’inchiostro, facendo la gioia di paparazzi e reporter dato che è stato, suo malgrado, uno dei primi soggetti da Gossip sui famigerati tabloid scandalistici del regno di Sua Maestà, Best nasce a Belfast, la Capitale dell’Irlanda del Nord, il 22 maggio 1946, primogenito (i suoi genitori daranno in seguito a George quattro sorelle ed un fratello) di una famiglia di fede presbiteriana, il cui padre, Richard, era un membro dell’Ordine degli Orange, un’onorificenza molto importante per loro.

Con lo Sport nazionale nordirlandese costituito dal Rugby, anche George, da giovane, inizia a praticarlo, ma il suo fisico mal si adatta a tale tipo di disciplina, orientandosi sul Calcio, dove può mettere in pratica le sue insite caratteristiche di folletto del dribbling, tanto che, ad appena 15 anni, uno dei tanti scout del Manchester United sparsi per il Regno Unito, tal Bob Bishop, dopo averlo visto segnare una doppietta contro una formazione composta da ragazzi di tre anni maggiori di lui, invia al Manager Matt Busby un telegramma il cui testo è destinato a divenire famoso: “Credo di aver scoperto un genio …!!”.

Non dello stesso parere sono i Dirigenti del Glentoran, la squadra per cui il giovane George fa il tifo, avendolo scartato perché ritenuto “troppo piccolo e mingherlino“, ma per la fortuna di tutti gli amanti del bel Calcio, esito opposto ha il provino disputato con lo United, venendo messo sotto contratto da Joe Armstrong, il Capo degli osservatori del Club.

Per una strana norma vigente all’epoca, Best mantiene per due anni lo status di dilettante, poiché era impedito ai Club inglesi di inserire calciatori nordirlandesi nell’organico delle proprie formazioni giovanili, circostanza che fa sì che al talentuoso ragazzo venga offerto un lavoro come fattorino, consentendogli di allenarsi due volte a settimana.

Occasioni che sono più che sufficienti ad un tecnico come Matt Busby – colui che ha sempre creduto nei giovani, basti pensare ai suoi celebri “Busby Babes” di metà anni ’50, molti dei quali tragicamente periti nel disastro aereo di Monaco di Baviera del febbraio 1958 – per accorgersi che quel telegramma diceva il vero, ed il 14 settembre ’63 lo fa esordire ad “Old Trafford” nel match di First Division vinto per 1-0 contro il West Bromwich, stagione che vede il 17enne Best alternarsi tra la prima squadra e le riserve, avendo altresì l’opportunità di debuttare anche in campo internazionale, disputando le due gare contro i portoghesi dello Sporting Lisbona valide per i Quarti di Finale di Coppa delle Coppe, peraltro conclusi con un clamoroso tracollo per 0-5 al ritorno che vanifica il 4-1 dell’andata.

Non meglio va in FA Cup, dove il Manchester è sconfitto 1-3 dal West Ham nella semifinale ad Hillsborough, circostanza che impedisce a Best di divenire il più giovane giocatore a disputare una Finale a Wembley, primato che, curiosamente, si aggiudica Howard Kendall, che scende in campo con la maglia del Preston, il quale è nato nel suo stesso giorno, mese ed anno …

Una prima stagione con i “Red Devils” che si conclude con un totale di 26 presenze e 6 reti, impreziosita però dal ritorno al successo nella FA Youth Cup – trofeo che i “Busby Babes” avevano fatto loro nelle prime cinque edizioni, dal 1953 al ’57, contando su giocatori del calibro di Duncan Edwards, Billy Whelan, David Pegg e Bobby Charlton – superando nella doppia Finale lo Swindon Town, con una formazione in cui militano anche John Aston e David Sadler, a loro volta destinati ad essere protagonisti assieme a Best delle fortune del Club negli anni a venire.

E, come se Best fosse giunto allo United alla stregua di un “Angelo riparatore” per fare giustizia di ciò che un destino ingrato aveva tolto ai sogni dei giovani scomparsi nel ’58, ecco che, parimenti all’aver rinverdito i loro fasti nella FA Youth Cup, l’anno seguente è protagonista, saltando una sola delle 42 gare in calendario, nel ritorno a primeggiare in Campionato, sette anni dopo l’ultimo titolo conquistato appunto nel 1957, quale componente di un attacco da favola in cui tutti i componenti – Connelly, Charlton, Herd e Law – vanno in doppia cifra, con il top appannaggio dello scozzese Denis Law che mette a segno 28 reti.

In città si sta iniziando a dilagare la “Bestmania”, una malattia molto contagiosa, specie avendo riferimento all’universo femminile, visto che il “brutto anatroccolo”, tutto capelli e fisico gracilino dell’adolescenza, si trasformato in un bellissimo ragazzo, dallo sguardo dolce, il sorriso accattivante e gli occhi penetranti, da far innamorare qualsiasi teenager abbia la fortuna di incontrarlo …

Ma c’è anche un terreno di gioco dove farsi ammirare, e non è certo un segreto che per Busby, miracolosamente scampato al più volte ricordato disastro aereo, l’obiettivo primario della sua esperienza da allenatore sia quello di portare lo United ai vertici europei, un sogno non potuto realizzare con i “suoi” ragazzi, convinto com’è che l’essere restato in vita è stato un segno del destino per poter loro dedicare tale Trofeo, e per far questo non può prescindere dal genio della sua talentuosa ala.

Best, che ha altresì la non comune capacità di poter alternativamente giostrare sugli opposti lati dell’attacco essendo ambidestro, sale alla ribalta internazionale a modo suo, ovverossia con una sensazionale prestazione nei Quarti di finale della Coppa dei Campioni ’66, avversario il Benfica della stella Eusebio – che l’anno prima si era aggiudicato il “Ballon d’Or” messo in palio dalla rivista francese “France Football”, riconoscimento che a fine anno ’64 aveva premiato il già citato Denis Law – ossatura della Nazionale portoghese che, da lì a quattro mesi, giungerà in semifinale ai Mondiali di Inghilterra, eliminata proprio dai padroni di casa, e che, a livello di Club, ha vinto il Trofeo nel 1961 e ’62 ed è arrivata in Finale nel ’63 e ’65, in entrambi i casi sconfitto dalle due milanesi, Milan ed Inter nell’ordine.

Un test, pertanto di tutto rispetto, che non vede il Manchester godere dei favori del pronostico, ancor meno dopo che il match di andata ad Old Trafford si conclude con un successo di misura per 3-2 che in molti ritengono ampiamente ribaltabile al ritorno allo “Estadio da Luz”, riempito da 75mila spettatori.

Per i geni del calcio, sono i grandi palcoscenici quelli in cui si esaltano – al pari di un grande tenore o di un valente attore teatrale – e la recita che il non ancora 20enne George manda in scena è di quelle che difficilmente si dimenticano, visto che, sotto la direzione di gara di Concetto Lo Bello, l’arbitro siracusano deve segnare sul proprio cartellino un triplo vantaggio inglese quando ancora non è trascorso il primo quarto d’ora di gioco.

E’ difatti il 6’, allorquando Best raccoglie di testa in mezzo all’area un calcio di punizione calciato dalla sinistra per anticipare Costa Pereira in uscita e siglare la rete del vantaggio inglese, niente se paragonabile a quanto succede al 12’, allorché una lunga rimessa con i piedi di Gregg viene corretta all’indietro da Herd sulla tre quarti di campo avversaria in favore del talento nordirlandese, il quale innesta la quarta, supera di slancio due difensori portoghesi e quindi trafigge Costa Pereira in disperata uscita con un preciso diagonale che vede la palla infilarsi nell’angolino basso vicino al palo di destra.

Tocca poi a Connelly siglare il punto del 3-0 al quarto d’ora per una sfida oramai incanalata su di un unico binario e che si conclude con un eclatante 5-1 a favore dello United, ma al ritorno in patria tutte le attenzioni sono rivolte verso la talentuosa ala, subito ribattezzata “il quinto Beatle”, avendo riferimento al celebre quartetto di Liverpool che sta rivoluzionando il panorama della musica pop mondiale.

Un quadro a cui contribuisce anche l’immagine di un Best sceso dall’aereo con in capo un vistoso sombrero, per una foto riprodotta a varie latitudini, ed anche se il Manchester non supera il successivo scoglio delle Semifinali (eliminato dal Partizan Belgrado, 0-2 in trasferta, solo 1-0 ad Old Trafford), così come deve cedere 0-1 all’Everton in semifinale di FA Cup e conclude al quarto posto in Campionato, vi è la netta impressione che qualcosa di importante stia maturando.

Sensazione suffragata dai fatti nella stagione successiva, importante anche per il seguito di spettatori dopo che l’Inghilterra si è laureata Campione del Mondo ed il Manchester vede il proprio leader Bobby Charlton incoronato a fine anno ’66 quale miglior giocatore europeo ricevendo anch’esso il “Ballon d’or, con lo United a riconquistare il titolo grazie soprattutto alla straordinaria potenza del proprio attacco, capace di realizzare 84 reti, con ancora Law a primeggiare con 23 reti, potendo sfruttare al meglio le giocate di un Best che non salta neppure un singolo incontro, preparandosi a quello che sarà, a tutti gli effetti, il suo “Anno di Gloria”.

Con, nel frattempo, anche i già richiamati Sadler ed Aston ad essere entrati in pianta stabile nell’organico della prima squadra, il Manchester deve fare i conti con le difficoltà di rientro da una frattura alla gamba procuratasi nel maggio ’67 da parte di Herd, così come con una stagione travagliata, sul piano degli infortuni, per Law, così che, a caricarsi sulle spalle la responsabilità di guidare l’attacco dei “Red Devils” ci pensa un Best al massimo della sua maturazione professionale, con la collaborazione di un altro promettente giovane della “Academy” dello United, il 18enne Brian Kidd.

In Campionato, si rinnova una sfida all’epoca non molto in auge, vale a dire con i rivali cittadini del City, mentre lo United punta sempre più decisamente alla meta europea, considerando altresì che la Finale è programmata per il 29 maggio ’68 proprio allo Stadio di Wembley, un doppio impegno che influisce sull’esito della First Division.

Dopo le gare di sabato 20 aprile ’68, difatti, lo United guida la Classifica con 54 punti e 39 gare disputate, seguito dal Leeds United con p.53 (su 38 match), City p.50 (38) e Liverpool p.48 (37), ma con la prospettiva di dover affrontare, il 24 aprile ed il 15 maggio, il Real Madrid nella semifinale di Coppa dei Campioni, così come analogo impegno, per la Coppa delle Fiere, ha il Leeds, rispetto ad un City ed un Liverpool che possono pensare solo al campionato.

La sfida di andata del successivo mercoledì ad Old Trafford viene risolta proprio da Best, che al 36’ raccoglie un cross da fondo campo di Aston per colpire, dall’altezza del dischetto del calcio di rigore, la sfera da basso in alto per un tiro che non lascia scampo a Betancort.

Le energie spese per la ricerca del raddoppio vengono pagate tre giorni dopo in campionato, con una pesante sconfitta per 3-6 sul campo del West Bromwich, ed il successivo largo 6-0 (tripletta di Best) rifilato al Newcastle determina che, ad una giornata dal termine, con City e Leeds ad aver recuperato la gara in meno, ma questi ultimi ad aver collezionato tre sconfitte consecutive che li escludono dai giochi, la Classifica reciti: City ed United p.56 e Liverpool p.53, ma con ancora una partita a disposizione.

Con la semifinale di ritorno in programma quattro giorni dopo al “Santiago Bernabeu” ed un quoziente reti – discriminante all’epoca, in Inghilterra, in caso di arrivo a pari punti – nettamente favorevole ai cugini, per sperare nel titolo occorrerebbe un loro passo falso a Newcastle, ma alla notizie del successo dei “Citizens”, la sfida con il Sunderland non ha più alcun valore, se non per Best che, realizzando la rete nella sconfitta per 1-2 conquista la vetta della Classifica dei cannonieri con 28 centri, a pari merito con il centravanti gallese del Southampton, Ron Davies.

Appuntamento a Madrid, dunque, nel tempio delle “merengues” che, dopo aver vinto per la sesta volta il trofeo nel 1966 ed essere stati eliminati nei Quarti di finale dall’Inter l’anno successivo, aspirano a disputare la nona Finale di quella che ritengono sia la manifestazione di loro pressoché esclusiva pertinenza, cosa che appare quanto mai probabile, visto che quando le due squadre vanno al riposo, il punteggio li vede in vantaggio per 3-1, grazie ai centri di Pirri, Gento ed Amancio, cui lo United aveva saputo replicare solo per una sfortunata autorete di Zoco.

Ma, fedeli al motto che “lassù qualcuno ci ama” – inutile stare a ripetere quale sia il riferimento – ecco che nella ripresa, nell’arco di appena 6’, si compie il miracolo e non grazie a stelle del calibro di Charlton o Best (Law non è disponibile per infortunio …), bensì di Sadler e del difensore centrale Foulkes che, al 71’ ed al 77’, mettono a segno le reti per il 3-3 conclusivo che certifica la prima Finale europea nella Storia del Club.

Sono passati esattamente 10 anni dalla tragedia aerea di Monaco di Baviera e non potrebbe esservi occasione migliore per celebrare e dedicare a quei sfortunati ragazzi il trionfo europeo, ma sulla strada del successo, quel 29 maggio 1968 allo “Empire Stadium” di Wembley, si profila un’avversaria tutt’altro che docile, ovverossia ancora il Benfica che, assieme al suo Campione Eusebio, cerca la rivincita su quello stesso prato che due anni prima aveva visto soccombere la nazionale lusitana nella semifinale mondiale, opposta ai padroni di casa, sfida risolta dalla doppietta di Bobby Charlton rispetto al rigore trasformato nel finale da Eusebio, con entrambi attesi come primattori della sfida per la Coppa dei Campioni.

Il Manchester domina per tutto il primo tempo, ma senza riuscire a trovare lo spunto vincente, sino a che, al 53’ è proprio Charlton a deviare di testa un invitante cross dalla sinistra di Sadler alle spalle di José Henrique per il punto del vantaggio, mantenuto sino a 10’ dal termine allorché tocca al mediano Jaime Graça trafiggere con un diagonale ravvicinato Stepney, il quale si esibisce nei minuti finali in un intervento “salva risultato”, bloccando una potente conclusione da appena dentro l’area da parte di Eusebio, al quale, evidentemente, il terreno di Wembley (vi aveva perso anche la Finale del 1963 contro il Milan …) non porta fortuna …

Si va dunque ai supplementari, con i portoghesi apparsi in una migliore condizione fisico-atletica nella parte conclusiva dei tempi regolamentari, con la sensazione che occorra un episodio a sbloccare nuovamente il risultato, e quando si ha la fortuna di avere tra le proprie file un giocatore estroso e dotato di un talento smisurato come Best, tutto è possibile.

Non sono infatti ancora trascorsi 2’ da quando l’arbitro italiano Concetto Lo Bello – lo stesso del famoso 5-1 a Lisbona, quando si dicono le coincidenze – ha dato l’inizio ai prolungamenti che da un lungo rilancio della difesa la sfera viene arpionata da Best, il quale la controlla, supera in dribbling un difensore per presentarsi davanti al portiere avversario, spiazzato con una finta per poi depositare il pallone nella porta sguarnita.

La rete subita ha l’effetto di un knock out per i portoghesi ed, al contrario, il vantaggio galvanizza gli inglesi che chiudono la sfida con altre due reti nello spazio di 6’, realizzate da Kidd proprio nel giorno del suo 19esimo compleanno (e, del resto, anche Best aveva compiuto 22 anni esattamente la settimana prima …) e da Charlton, che così rifila ai portoghesi una seconda doppietta come quella nella semifinale mondiale di due anni prima.

E, se Matt Busby ha visto coronare il sogno a lungo cullato ed altresì poter “saldare il debito” contratto coi “suoi” ragazzi del ’58 per non averli seguito nell’alto dei Cieli, la giuria del “Ballon d’Or” non ha dubbi nel preferire, nelle votazioni di fine anno ’68, per 8 voti (61 a 53) di scarto, Best a Bobby Charlton, grazie soprattutto alle sue 32 reti stagionali, nonché all’oggettiva importanza di quella segnata nella citata Finale.

Ricordate quanto detto nell’incipit dell’articolo, riguardo alle varie fasi della carriera di un giocatore, orbene per Best abbiamo già descritto gli esordi, la crescita e la maturazione sino alla definitiva consacrazione come stella nel panorama calcistico internazionale, resta da aprire il capitolo degli eccessi fuori dal campo che ne condizioneranno un precoce declino sino ad una ancor più prematura, nonché triste, fine della sua esistenza terrena.

Oddio, non voglio con questo dire che a 22 anni Best fosse un giocatore finito, dato che per altre quattro stagioni il suo rendimento in campo si mantiene su livelli di assoluta eccellenza – superando sempre le 20 reti stagionali, ivi comprese le famose 6 messe a segno il 7 febbraio ’70 nell’8-2 contro il Northampton nel quinto turno nella FA Cup – pur se lo United, complice il peso dell’età avanzata delle sue stelle Law e Charlton e la mancata crescita auspicata per le giovani leve disputa Campionati mediocri, con l’ultimo acuto in campo internazionale costituito dalla semifinale di Coppa dei Campioni ’69, eliminato dal Milan (0-2 a San Siro ed 1-0 ad Old Trafford) con conseguente rassegnazione delle dimissioni dall’incarico del tecnico Matt Busby.

Solo che la fama di cui gode, unita ad un look particolare, con una lunga capigliatura, vestiti eccentrici e macchine di lusso ne determinano uno stile di vita da star, a cui contribuisce dedicandosi ad attività commerciali, quali l’apertura di un Night Club, alcuni ristoranti ed una boutique assieme al collega del City Mike Summerbee.

Alternare allenamenti di giorno a frequentazioni notturne di Night Club non è certo l’ideale per ogni tipo di atleta che si rispetti, ed oltre ad essere sempre attorniato da belle donne (come normale che sia e tra le sue compagne vi sono anche due Miss Universo …), Best cade nel vizio dell’alcool, forse ereditato dalla madre, che difatti muore nel 1978 a soli 55 anni per complicazioni cardiovascolari legate all’alcolismo.

In pratica, a soli 26 anni, a fine Campionato ’72, Best è oramai la brutta copia del Campione ammirato nelle precedenti 8 stagioni, salta spesso gli allenamenti quando non vi si presenta con una puzza di alcool che si senta lontano un chilometro, tanto che uno dei giocatori più presenti negli anni precedenti si ritrova a disputare meno della metà delle gare nel ’73, anche a causa di sospensioni da parte della Dirigenza del Club e di suoi propositi di ritiro, puntualmente rimossi, sino a che, dopo l’ennesima assenza ad un allenamento, il tecnico Tommy Docherty decide a gennaio ’74 di non volerne più sapere di lui.

Un Best sceso in campo per l’ultima volta con i “Red Devils” il giorno di Capodanno ’74 a “Loftus Road” contro il Queen’s Park Rangers (sconfitto per 0-3), si ritrova improvvisamente sconsolato, smarrito, ombra di sé stesso e vittima dei suoi eccessi, avendo anche problemi con la giustizia, accusato da una sua fiamma, la “Miss Mondo 1973” Marjorie Wallace, di averle sottratto una pelliccia, passaporto e libretto di assegni, anche se poi ne viene prosciolto.

Ritrovarsi a 28 anni ai margini di quel “Mondo del Calcio” che lo aveva eletto a proprio idolo è un macigno da cui non è facile risollevarsi e, dopo alcune fugaci apparizioni in Club minori quasi fosse una reliquia da esporre, Best gioca un’ultima chance trasferendosi negli Stati Uniti per portarvi il messaggio del football (ma non con la palla ovale …) al pari di tanti altri fuoriclasse quali Pelè, Beckenbauer, Cruijff, Muller ed Eusebio, solo per citarne alcuni.

L’approdo a Los Angeles, nelle file degli Aztecs, sembra ridare fiducia e voglia di giocare a Best, il quale ritrova anche una parvenza di serenità interiore grazie all’incontro con l’ex coniglietta di “Playboy” Angela MacDonald, la quale dichiara come si sia trattato di “amore a prima vista”, con i due che convolano a nozze nel gennaio ’78, unione dalla quale tre anni dopo, il 6 febbraio 1981, nasce Calum, l’unico figlio di George, anche se l’anno successivo i due si separano per poi divorziare ufficialmente nel 1986, allorquando la carriera di Best, dopo altre esperienze nella NASL con i Ft. Lauderdale Strikers ed i San José Earthquakes ed alcuni sporadici ritorni in Gran Bretagna con Fulham ed Hibernian, è oramai giunta alla sua conclusione.

Conclusa l’attività agonistica con un totale di 706 presenze e 256 reti a livello di Club – oltre a 37 occasioni in cui, dal 1964 al ’77, ha vestito la maglia della sua Nazionale, con 9 reti all’attivo – Best dovrebbe, avvicinandosi al compimento dei 40 anni, decidere “cosa da fare da grande”, ma la sua esistenza sregolata, fatta di colossali bevute sino a stordirsi, migliaia di sterline spese tra le lenzuola dei più svariati letti, periodi di smarrimento e frequenti ricoveri per periodi di disintossicazione non consentono una lucida analisi.

Come dimostrato anche dai quattro mesi di detenzione che deve subire nel 1984 dopo essere stato arrestato per guida in stato di ubriachezza e resistenza a Pubblico Ufficiale, per poi sembrare tornare a rinascere allorché ottiene un contratto come commentatore da un importante Canale sportivo televisivo inglese.

Best, nuovamente ben vestito e con un aspetto curato, torna ad essere amato da tifosi che seguono le sue apparizioni televisive, durante le quali si lascia andare ai suoi celebri slogan che lo portano ad ironizzare sulla sua vita e gli eccessi passati, tra cui passati alla storia i “ho speso un sacco di soldi per alcool, donne e macchine veloci …, tutti gli altri li ho sperperati …!!”, al pari di “nel 1969 ho dato un taglio a donne ed alcool, sono stati i peggiori 20 minuti della mia vita …!!”.

Anche l’amore (non il sesso, per quello George ha sostenuto di aver avuto circa 2mila donne senza aver bisogno di sedurle, bastava presentarsi …) torna a far capolino nella sua vita, sposandosi nel 1995 con Alex Pursey, matrimonio che si conclude 10 anni dopo allorché la stessa accusa Best di ripetuti atteggiamenti violenti in ambito familiare, dipendenti dall’abuso di alcool al quale l’ex divo degli Stadi non è in grado di rinunciare, nonostante un ricovero nel 2000 per gravi problemi al fegato ed essersi sottoposto, nel 2002, ad un trapianto di detto organo, la cui funzionalità si era oramai ridotta al 20%.

Tutti tentativi che non riescono a prolungarne l’esistenza, con il suo fisico debilitato a pretendere il conto a partire da inizio ottobre 2005, quando Best viene ricoverato in terapia intensiva al “Cromwell Hospital”, una Clinica privata londinese per un’infezione ai polmoni da cui non riesce a riprendersi.

Oramai prossimo alla fine, Best compie un grande gesto di umanità chiedendo al proprio agente ed amico di ritrarlo nelle sue pessime condizioni affinché le foto fossero pubblicate dal settimanale “News of the World” accanto al messaggio “Don’t die like me” (“Non dovete morire come me”), rivolto soprattutto alle giovani generazioni …

Cinque giorni dopo la pubblicazione dell’articolo, il 25 novembre 2005, George Best spira per le complicazioni di un’infezione epatica ed a darne notizia ai giornalisti è il figlio Calum, che gli è stato vicino e lo ha assistito negli ultimi giorni di vita.

Con Best se ne va uno dei più grandi geni del Calcio moderno, ed anche la sua storia contribuisce, in qualche modo, ad accrescerne il mito, generando varie biografie e financo un film, “Best”, proiettato nel 2000 ed in cui è interpretato da John Lynch, per un personaggio la cui vita può essere racchiusa nella frase “non so se è meglio segnare al Liverpool od andare a letto con Miss Mondo, fortunatamente non ho dovuto scegliere …!!”.

Ma a noi piace ricordarlo, al contrario, con una dichiarazione molto più lucida e meno spavalda, allorché affermò, con una punta di amarezza come “Nel 1968, a 22 anni, avevo vinto la Coppa dei Campioni ed il Pallone d’Oro, avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di una sfolgorante carriera ed invece fu solo l’inizio della fine …

Pentimento tardivo, come tutti i pentimenti, ma se vi capita di fare scalo nella Capitale nordirlandese, non dimenticatevi di voltarvi all’uscita dall’Aeroporto, per ammirare la scritta “George Best Belfast City Airport”, unico giocatore al Mondo ad aver ricevuto questo onore …

Qualcosa vorrà pur significare, o no …??

 

VIKTOR SIDYAK E QUELLE SFIDE INFINITE CON LA SCIABOLA AZZURRA

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Viktor Sidyak – da:kp.by

Articolo di Giovanni Manenti

Lo Sport, si sa, vive di sfide che ne rappresentano l’essenza per ogni appassionato di qualsiasi disciplina, raggiungendo il loro apice nei “corpo a corpo”, siano essi validi per dimostrare la superiorità fisica – come nel caso di Pugilato, Lotta od Arti marziali – oppure abilità e scaltrezza qualora si pensi alle varie specialità della Scherma, che fanno tornare alla mente i duelli del periodo cavalleresco.

Orbene, in questa ultima disciplina vi è una specialità, vale a dire la Sciabola che – dopo aver visto l’indiscusso dominio della scuola ungherese, capace di aggiudicarsi per sette edizioni consecutive delle Olimpiadi, da Amsterdam ’28 sino a Roma ’60, la medaglia d’oro nella prova a squadre, mentre un proprio schermidore sale sul gradino più alto del podio addirittura per nove volte, da Parigi ’24 sino a Tokyo ’64 – contrappone due Nazioni, ovverossia l’Unione Sovietica e l’Italia, sfidarsi per la medaglia d’oro nella prova a squadre nelle successive cinque edizioni dei Giochi, da Tokyo ’64 sino a Mosca ’80.

Ed, a partire dalle Olimpiadi messicane nel ’68, queste sfide hanno come protagonisti indiscussi – in quanto presenti in tutte e quattro le edizioni – l’azzurro Michele Maffei, da una parte, ed i sovietici Vladymir Nazlymov e Viktor Sidyak dall’altra, con quest’ultimo ad essere protagonista della nostra Storia odierna, anche per il suo successivo coinvolgimento nei più recenti successi della nostra scherma.

Nato il 24 novembre 1943 ad Anzero-Sudzensk, città situata nella Regione di Kemerovo, nella Siberia meridionale, per poi trascorrere gran parte della propria infanzia a Donetsk, in Ucraina ed iniziare a tirare di sciabola all’età di 15 anni, Sidyak si trasferisce nel centro di allenamento di Lviv, dove si mette in luce scalando rapidamente le gerarchie nell’ambito della Federazione sovietica, tanto da essere selezionato per la prova a squadre alle Olimpiadi di Città del Messico ’68, in cui per la gara individuale sono iscritti i già 30enni Mark Rakita ed Umyar Mavlikhanov – altresì componenti della formazione Oro a squadre quattro anni prima a Tokyo ’64 – e la 23enne promessa Nazlymov, con il solo Rakita a salire sul podio conquistando l’argento nella prova che sancisce la fine dell’egemonia ungherese, con l’oro appannaggio del polacco Jerzy Pawlowski, il quale corona così, a 36 anni, una eccezionale carriera iniziata ai Giochi di Helsinki ’52 e che lo vedrà, oramai 40enne, partecipare a Monaco ’72 alla sua sesta olimpiade consecutiva.

Con Nazlymov e Mavlikanov ad aver concluso, rispettivamente in quarta ed ottava posizione, la prova individuale, l’apporto del 25enne Sidyak si rivela determinante nel tentativo di confermare l’oro a squadre di quattro anni prima a Tokyo ’64, mentre l’Italia, che era stata sconfitta 9-6 nella Finale per l’oro, mantiene Wladimiro Calarese, Pierluigi Chicca e Cesare Salvadori della formazione argento in Giappone, di cui entrano a far parte il 22enne romano Michele Maffei ed il 28enne livornese Rolando Rigoli, il migliore degli azzurri nella prova individuale, conclusa al quinto posto, rispetto al 13esimo di Calarese ed al 16esimo di Salvadori.

Rigoli che, nella gara a squadre, disputa il solo primo incontro contro l’Argentina, agevolmente vinto dall’Italia per 15-1, per poi essere sostituito da Maffei nella doppia sfida contro gli Stati Uniti (9-2 ed 8-6) che spalanca le porte delle semifinali per gli azzurri, opposti alla pur sempre temibilissima Ungheria, nel mentre all’Unione Sovietica – che si è sbarazzata con irrisoria facilità di Messico (15-1) e Gran Bretagna (doppio 9-1) – tocca in sorte la Francia.

Anche gli sciabolatori transalpini non creano eccessivo problemi allo squadrone sovietico, che si impone nettamente per 9-4, così come l’Italia replica contro l’Ungheria, sconfitta per 9-6, la vittoria di quattro anni prima a Tokyo nei Quarti di finale, così da prepararsi a contrastare, per la seconda volta consecutiva ai Giochi, la squadra dell’Est Europa nella corsa alla medaglia d’oro.

Atto conclusivo che, dopo che Sydiak e Vinokurov portano in dote due vittorie ed altrettante sconfitte a testa, così come Maffei e Salvadori per ciò che concerne gli azzurri, viene deciso dalla negativa prestazione di Chicca per l’Italia – che perde tutti e quattro gli assalti, mentre Calarese, al contrario, se ne aggiudica tre – e dalla splendida esibizione, da parte sovietica, della stella Nazlymov, il quale fa suoi tutti i duelli disputati, così da compensare la parziale defaillance (1 vittoria e 3 sconfitte) di Rakita per il 9-7 conclusivo che conferma l’Unione Sovietica regina della prova a squadre.

Una superiorità che gli sciabolatori sovietici confermano anche nel quadriennio post olimpico, allorché non fanno sconti nella prova a squadre ai Campionati Mondiali de L’Avana ’69, Ankara ’70 e Vienna ’71, Rassegne iridate in cui, nelle rispettive gare individuali, vi è però maggior ripartizioni di allori, visto che nella Capitale cubana ad imporsi è proprio Sidyak, con gli ungheresi Janos Kalmar e Péter Bakonyi alle piazze d’onore, mentre in Turchia il titolo va al 35enne ungherese Tibor Pézsa, con stavolta la coppia sovietica formata da Rakita e Nazlymov a completare il podio e nella Capitale austriaca, viceversa, un raggio di sole illumina la sciabola azzurra, con l’oro appannaggio di Michele Maffei, davanti all’eterno Pawlowski ed a Sydiak, edizione in cui l’Italia torna sul podio anche nella prova a squadre, conquistando il bronzo alle spalle di Urss ed Ungheria.

Rinfrancato dal successo iridato, Maffei si presenta all’appuntamento olimpico di Monaco di Baviera ’72 intenzionato a rendere dura la vita ai due fuoriclasse sovietici, iscritto alla gara individuale assieme ai livornesi Rigoli e Mario Aldo Montano, mentre la formazione perla prova a squadre è completata da Salvadori e dal cugino di Montano, Mario Tullio.

Nel frattempo, però, Sidyak, dopo il titolo mondiale conquistato a L’Avana, è stato aggregato alla prestigiosa Scuola di allenamento di Minsk (l’attuale Capitale della Bielorussia) per affinare la propria tecnica individuale, già frequentata dai celebri fiorettisti Aleksandr Romankov ed Elena Belova.

L’appuntamento è fissato per il 30 agosto, con gli schermidori a scendere in pedana per le poule di qualificazione da cui scaturiscono i 12 atleti che, il giorno dopo, vengono suddivisi nei due raggruppamenti per il successivo Girone finale a sei, un “tour de force” che comporta il sostenere qualcosa come ben 25 assalti (!!) per giocarsi le medaglie.

Con gli abbinamenti eseguiti in base al ranking mondiale, Sidyak giunge imbattuto alla terza poule, con un record di 50 stoccate inflitte ed appena 27 subite, per poi qualificarsi per il giorno seguente pur subendo una sconfitta per 3-5 da parte del polacco Jozsef Nowara, nel mentre Maffei, dopo essere stato sconfitto dall’eterno Pawlowski nel secondo turno, compie percorso netto nel terzo, al pari dell’ungherese Tamas Kovacs, mentre tale livello è fatale sia a Mario Aldo Montano che a Rigoli, con l’oramai 34enne Rakita ad essere stato eliminato addirittura all’esordio.

Con Nazlymov e Sidyak ancora in corsa per il podio – al pari della coppia ungherese formata da Peter Marot e dal già citato Kovacs – l’azzurro Maffei è inserito nel Girone con Nazlymov, Marot e Pawlowski, mentre l’altro Gruppo vede Sidyak e Kovacs alle prese con il temibile francese Regis Bonnissent, il tutto per sfide che vedono eccellere il solo Nazlymov, il quale si aggiudica tutti e 5 i propri incontri, mentre per Maffei, che soccombe 3-5 contro il sovietico e cede 4-5 anche rispetto al rumeno Iosif Budahazi, divengono fondamentali le vittorie contro Marot (5-2) e Pawlowski (5-3), così da qualificarsi per la Poule finale assieme al magiaro.

Ancora più incerto l’altro Girone, in cui Sidyak si sbarazza uno dietro l’altro di Kovacs (5-2), dell’americano Paul Apostol (5-3) e del tedesco occidentale Paul Wischeidt (5-2), per poi vedere le proprie certezze minate dalla sconfitta (4-5) contro Bonnissent, tale da determinare un ulteriore passo faldo (3-5) anche contro il bulgaro Boris Stavrev, assicurandosi comunque il passaggio del turno assieme a Kovacs e Bonissent, anch’essi con 3 vittorie e 2 sconfitte al proprio conto.

Stretto nella morsa tra le coppie sovietica e magiara, Maffei non si perde d’animo nel Girone finale, disputando assalti quasi tutti decisi all’ultima stoccata, visto che supera Kovacs 5-3 e per 5-4 cadono sotto i colpi della sua sciabola sia Bonnissent che Nazlymov, mentre con analogo punteggio viene sconfitto dall’altro ungherese Marot, risultando ahimè decisiva, per l’attribuzione delle medaglie, la sconfitta per 1-5 patita contro Sidyak, visto che per il solo computo delle stoccate (avendo totalizzato 3 vittorie e 2 sconfitte a testa), le piazze d’onore vanno a Marot (argento, 21-20) ed a Nazlymov (bronzo, 21-21), mentre l’azzurro chiude con uno “score” di 20-21,

Discorso a parte per l’oro, dato che Sidyak, dopo aver rischiato contro Marot (5-4), non concede sconti, oltre che al già ricordato Maffei, anche al francese (5-2) ed a Kovacs (5-3), per poi cedere nel solo ultimo assalto con il connazionale Nazlymov (3-5), per un probabile “gioco di squadra”, poiché in caso di successo lo avrebbe estromesso dal podio.

Non sappiamo quanto quest’ultima circostanza possa aver influito sulla voglia di riscatto del 26enne romano nella prova a squadre, che ha luogo il 3 settembre e per la quale le 13 Nazioni partecipanti vengono suddivise in tre Gironi da 3 squadre ciascuno ed un quarto composto da 4, con un gustoso antipasto costituito dall’inserimento di Italia ed Unione Sovietica nel medesimo Gruppo, assieme alla “vittima sacrificale” Gran Bretagna, superata agevolmente (13-3) dagli azzurri e con inaspettata fatica (10-6) dalla formazione sovietica, in cui fanno specie le due sconfitte rimediate dal fresco Campione olimpico Sidyak contro Richard Cohen (3-5) e Rodney Craig (2-5).

Scarsa concentrazione, può essere, fatto sta che nel confronto diretto, Sidyak disputa il solo assalto contro Rigoli (vinto 5-4), sfida che si conclude con il successo sovietico per 9-7, circostanza che determina per gli Azzurri l’abbinamento nei Quarti di Finale contro la temibilissima Polonia, mentre l’Urss deve vedersela con i padroni di casa della Germania Ovest e gli altri due accoppiamenti metto di fronte Ungheria-Cuba e Francia-Romania.

Tornati in pedana il 4 settembre per giocarsi le medaglie, Sidyak viene tenuto a riposo nella sfida contro i tedeschi, che l’Urss si aggiudica per 9-4 (3 successi a testa per Nazlymov e Vinokurov, due per Rakita ed uno per Bezhanov), stesso punteggio con il quale la Romania liquida la Francia, mentre ben più nette sono le vittorie di Ungheria ed Italia contro Cuba e Polonia, concluse entrambe sul 9-2, con i due punti polacchi a portare entrambi la firma di Pawlowski che, a 40 anni, conclude una fantastica carriera infliggendo altrettanti 5-4 a Maffei e Mario Aldo Montano.

Per centrare l’accesso alla Finale per la medaglia d’oro l’Italia deve superare la Romania di uno scatenato Dan Irimiciuc, il quale riscatta l’eliminazione al terzo turno patita nella gara individuale mettendo a segno quattro assalti vincenti (con Mario Aldo Montano addirittura umiliato con un 5-0 …!!), anche se poi proprio il più giovane dei cugini livornesi si riscatta portando il proprio contributo alla causa di 3 vittorie, contro le due a testa di Maffei, Rigoli e Mario Tullio Montano per il 9-7 conclusivo che certifica la qualificazione alla Finale per la terza sfida consecutiva contro i sovietici.

Già, perché l’eterno duello d’oltre cortina tra Urss ed Ungheria si risolve con l’identico punteggio di 9-7 grazie ad un Sidyak ritrovato che fa suoi 3 assalti al pari di Nazlymov, mentre Vinokurov contribuisce con 2 vittorie e Bezhanov con una, con quest’ultimo a dimostrarsi “l’anello debole” del quartetto sovietico in vista della sfida decisiva per l’aggiudicazione della medaglia d’oro …

Una Finale quanto mai incerta, sulla carta, e che viceversa si rivela più semplice di quanto potersi prevedere per gli Azzurri, grazie ad un Maffei che ha l’occasione di scaricare sul corpo dei suoi avversari tutta la rabbia accumulata per la mancata medaglia nella prova individuale, imponendosi in tutti e quattro gli assalti, al pari di un ritrovato Rigoli che fa altrettanto nei suoi soli tre incontri disputati, visto che gli ultimi due non vanno in scena, con l’Italia ad essersi portata sul 9-5 e, pertanto, non più raggiungibile.

Uno smacco per i sovietici, che si ripete anche l’anno seguente in occasione dei Mondiali di Goteborg ’73, dove Sidyak e Nazlymov devono accontentarsi delle piazze d’onore, argento e bronzo rispettivamente, alle spalle dell’azzurro Mario Aldo Montano, per poi cedere anche nella Finale della prova a squadra, appannaggio della rinnovata formazione ungherese, con l’Italia a conquistare il bronzo.

Un Montano che si ripete nell’edizione successiva della Rassegna iridata, confermando a Grenoble ’74 l’oro svedese, con ancora due sovietici (Viktor Krovopuskov ed il solito Sidyak) a fargli compagnia sul podio, mentre l’Urss ritrova comunque la medaglia d’oro nella prova a squadre, dove giunge in Finale per la nona volta consecutiva, per poi centrare la decima a Budapest ’75, avendo la meglio sui padroni di casa dopo essere tornata a trionfare anche nella gara individuale, grazie a Nazlymov che supera nell’assalto decisivo il polacco Jacek Bierkowski.

E, così come il titolo iridato di Maffei nel ’71 a Vienna era stato di buon auspicio in casa azzurra in vista delle Olimpiadi di Monaco ’72, altrettanto avviene per lo squadrone sovietico che domina l’edizione di Montreal ’76, anche se con un grosso spavento nella prova a squadre, come andiamo a vedere.

Che le scuole sovietica ed italiana abbiano ancora una marcia in più lo dimostra l’andamento della gara individuale, dove tutti e tre i rappresentanti dell’Urss (Nazlymov, Sidyak e Krovopuskov) si qualificano per il Girone Finale a sei, a cui partecipano anche i due ex Campioni iridati azzurri Maffei e Mario Aldo Montano, oltre al rumeno Ioan Pop, il quale ha un andamento assolutamente lineare, nel senso che “i tre Moschettieri” vincono ogni confronto con gli altri finalisti, ragion per cui l’assegnazione delle medaglie diviene una sorta di Torneo nazionale dove ad avere la meglio, nel più classico “tra i due litiganti il terzo gode”, è il più giovane Krovopuskov.

Quest’ultimo, difatti, sconfigge Nazlymov 5-3 e Sidyak 5-4, con il Campione uscente a doversi accontentare del bronzo, vista la successiva sconfitta (3-5) contro Nazlymov per un podio composto esclusivamente da bandiere con falce e martello – mentre Montano e Maffei concludono quinto e sesto, con lo scontro diretto appannaggio per 5-1 dello schermidore livornese – il che farebbe presagire una sorta di passeggiata nella prova a squadre, ed invece.

Invece accade che – con la medesima formula di quattro anni prima in Baviera – dopo un agevole superamento del primo turno (11-5 alla Bulgaria e 9-1 alla Francia) ed un altrettanto comodo 9-1 agli Stati Uniti nei Quarti di Finale, il quartetto sovietico, con Mikhail Burtsev a completare la formazione oltre ai tre medagliati della gara individuale, si trovi in estrema difficoltà nella semifinale contro la Romania, che a propria volta aveva avuto ragione per 9-4 della Polonia ai Quarti.

Sfida quanto mai incerta, con Irimiciuc a fare ancora la parte del leone con 3 successi ed una sconfitta di misura (4-5) contro il fresco Campione olimpico Krovopuskov, il quale salva la baracca portando a casa tutti e 4 i propri assalti, ben supportato da Sidyak con due, rispetto all’inattesa controprestazione di Nazlymov che si aggiudica solo l’incontro con Mustata, al pari di Burtsev che supera solo Pop, così che, con 8 vittorie a testa, l’accesso alla Finale per l’oro privilegia i sovietici per una sola (65-64 …!!) stoccata di differenza …

Un “mezzo passaggio a vuoto” che serve indubbiamente a ridare speranza nel clan azzurro che, viceversa, si sbarazza abbastanza agevolmente (9-5) dell’Ungheria, se non fosse che il Commissario Tecnico sovietico corre ai ripari, sostituendo il mediocre Burtsev – che paga l’inesperienza dovuta ai suoi appena 20 anni – con Vinokurov, il quale dà nuova linfa alla propria formazione, superando sia Arcidiacono (5-4) che il terzo dei Montano, Tommaso (5-1), cedendo solo per 4-5 contro il cugino Mario Aldo.

Anche Nazlymov si ritrova con i successi, entrambi per 5-2, nei confronti di Arcidiacono e Mario Aldo Montano, venendo sconfitto (3-5) solo da Maffei, così come analogo percorso compie Sidyak, battuto (4-5) da Mario Aldo, ma che prevale sia su Maffei (5-4) che su Tommaso Montano (5-3), anche se è ancora Krovopuskov a dimostrare la legittimità del suo oro individuale, non lasciando scampo ai due cugini livornesi (5-4 a Mario Aldo e 5-1 a Tommaso) ed ad Arcidiacono (5-3), perdendo solo (3-5) da Maffei, per un risultato finale di 9-4 che certifica oltre ogni dubbio la superiorità sovietica.

Facendo un po’ di conti, l’oramai quasi 33enne Sidyak può sinora vantare 5 medaglie (3 Ori, un argento ed un bronzo) olimpiche ed una quantità doppia (6 ori, due argenti ed altrettanti bronzi) a livello iridato, il che potrebbe anche far presupporre per lui un ritiro dalle scene, visto che i rincalzi, in casa sovietica non mancano di sicuro, ma per dare l’addio all’attività agonistica non potrebbe esserci palcoscenico migliore della Rassegna a cinque cerchi che, nel 1980, si svolge proprio a Mosca.

E così, dopo aver saltato le due edizioni dei Mondiali di Buenos Aires ’77 – con l’Urss a far suo l’oro a squadre, mentre Nazlymov cede in Finale all’ungherese Pat gerevich nella gara individualeed Amburgo ’78 – dove stavolta avviene l’inverso, con la sfida in famiglia tra Krovopuskov e Burtsev per l’oro individuale, vinta dal primo, con Maffei medaglia di bronzo, e l’Unione Sovietica sconfitta dall’Ungheria nella prova a squadre – ecco Sidyak tornare a far parte del Team che si presenta alla Rassegna iridata di Melbourne ’79, ancorché relegato nella sola prova a squadre, dato che il podio della gara individuale replica quello dei Giochi di Montreal, con tre sovietici ad occupare i relativi gradini, Nazlymov oro, Krovopuskov argento e Burtsev bronzo.

Stessa identica formazione che si presenta, l’anno seguente, sulle pedane del “Complesso sportivo dell’Esercito” di Mosca, dove solo ipotizzare una mancata vittoria sovietica in entrambe le prove significherebbe essere presi quasi per pazzi, tant’è che l’unica sorpresa è costituita dall’eliminazione di Nazlymov nei ripescaggi per l’accesso al Girone finale a sei, al quale viceversa accedono Burtsev ed il nostro Maffei, giunto alla sua quarta Olimpiade.

Poule decisiva che si apre con la sorpresa del successo di Burtsev – ben diverso e più maturo rispetto al giovane di Montreal – su Krovopuskov per 5-4, vanificato dalla sconfitta per 3-5 subita contro l’ungherese Imre Gedovari, a propria volta superato (4-5) da Krovopuskov, il quale, con altrettanti successi sugli altri finalisti, conclude a pari merito con il connazionale con 4 vittorie ed una sconfitta, confermando l’oro olimpico di quattro anni prima a Montreal solo per il conteggio delle stoccate (24-17 rispetto al 23-18 di Burtsev), mentre Gedovari deve accontentarsi del bronzo avendo perso un secondo incontro (4-5) contro il bulgaro Vasil Etropolski.

Eccoci dunque al passo d’addio del protagonista della nostra Storia, con la prova a squadre che si svolge nei giorni 28 e 29 luglio 1980 con una formula particolare data la presenza – a causa del noto boicottaggio imposto dal Presidente Usa Jimmy Carter cui hanno aderito molti Paesi occidentali – di sole 8 squadre, che vedono, considerato l’elevato spessore delle stesse, i padroni di casa inseriti nel Gruppo A assieme a Romania e Cuba, Polonia, Germania Est e Bulgaria a comporre il Gruppo B ed Italia ed Ungheria ad affrontarsi solo per stabilire il diretto accesso alle semifinali.

Con azzurri e sovietici chiaramente ai vertici del ranking mondiali, le loro affermazioni (8-7 per l’Italia contro i magiari) determinano l’accesso diretto alle Semifinali del 29 luglio, per le quali si qualificano anche Polonia ed Ungheria, che hanno la meglio con l’identico punteggio di 9-7, di Romania e Germania Est, rispettivamente.

Il quasi 37enne Sidyak scende in pedana per la sfida contro gli eterni rivali ungheresi venendo sconfitto sia da Gedovari (3-5) che da Rudolf (2-5), il più anziano dei fratelli Nebald, riscattandosi contro Gyorgy con un 5-1 che contribuisce a far sì che l’incontro si concluda sull’8-6 in favore dell’Unione Sovietica dato l’incolmabile vantaggio in fatto di stoccate, con Krovopuskov, peraltro, a ribadire una volta di più la propria superiorità, portando in dote, oltre ad aver vinto ognuno dei suoi quattro assalti, anche un differenziale di 20-11 nel computo delle stoccate.

E così, per la quinta volta consecutiva, la Finale olimpica della prova di Sciabola a squadre vede di fronte Urss ed Italia, con gli azzurri a contare sui soli Maffei e Mario Aldo Montano della formazione medaglia d’oro a Monaco ’72, completata a Mosca dalla coppia napoletana formata dal 27enne Marco Romano e dal 21enne Ferdinando Meglio.

Probabilmente appagati dal netto successo per 10-5 sulla Polonia in Semifinale, gli azzurri oppongono stavolta una quanto mai flebile resistenza di fronte ai formidabili sciabolatori sovietici, con il solo, smisurato orgoglio di Maffei a far sì che sia l’ultimo ad arrendersi, infliggendo ai mostri sacri Nazlymov (5-4) e Krovopuskov (addirittura 5-2) quelle che risultano le uniche due vittorie dell’Italia per un verdetto impietoso di 9-2 a favore dei padroni di casa, a cui Sidyak contribuisce con tre successi su altrettanti assalti contro Meglio (5-3), così come contro Maffei e Mario Aldo Montano, entrambi sconfitti per 5-4.

Non ci poteva essere conclusione migliore di carriera per un artista della Sciabola quale è stato per oltre un decennio Viktor Sidyak, portato in trionfo dai compagni davanti al proprio pubblico, in una data che chiude anche l’attività dei suoi grandi rivali Maffei e Mario Aldo Montano, ma non il rapporto con quest’ultimo.

Accade, difatti, che la “Dinastia dei Montano” – che già consta di Aldo, Carlo (unico fiorettista di famiglia …), Mario Aldo, Mario Tullio e Tommaso – non si esaurisca con i Giochi di Mosca, avendo Mario Aldo un figlio, al quale impone lo stesso nome del nonno, ovverossia Aldo, che promette bene ed a chi credete che il padre lo affidi per migliorarne lo stile e contribuire alla sua crescita professionale se non al “nemico” Viktor Sidyak.

Complice il disgregamento dell’Impero sovietico – una cosa del genere sarebbe stata impossibile in precedenza – ecco che verso la fine degli anni ’90 ritroviamo Sidyak al “Circolo di Scherma FIDES” di Livorno a prendersi cura dell’ultimo rampollo di casa Montano, il quale debutta 24enne ai Campionati Mondiali di Lisbona ’02 per poi riuscire ad ottenere quell’oro olimpico nella Sciabola individuale, conquistato ai Giochi di Atene ’04, e sempre viceversa sfuggito ai propri congiunti …

Ennesima dimostrazione di quanto il “rispetto” sia alla base del sano agonismo e rivalità sportivi, e solo i grandi Campioni hanno anche questo nel loro DNA, cosa di cui non è mai stato sprovvisto Sidyak …

 

GIUSEPPE TONANI E IL SOLLEVAMENTO D’ORO ALLE OLIMPIADI DI PARIGI 1924

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Giuseppe Tonani – da en.wikipedia.org

articolo di Nicola Pucci

Dopo che Filippo Bottino, quattro anni prima, aveva rotto il ghiaccio cogliendo, lui sollevatore nella categoria dei pesi massimi, il primo oro azzurro nella specialità, alle Olimpiadi di Parigi del 1924 l’Italia triplica il… bottino, e se chiude con un bilancio complessivi di otto metalli preziosi, ben tre di questi appunto cingono il collo dei forzuti del bilanciere. E se di Pierino Gabetti, il migliore tra i pesi piuma, abbiamo già parlato, e di Carlo Galimberti, trionfatore tra i pesi medi, lo faremo in un prossimo futuro, oggi raccontiamo le gesta di Giuseppe Tonani, che proprio da Filippo Bottino raccoglie il testimone, eguagliandolo sul gradino più alto del podio tra i pesi massimi.

Trentaquattrenne di Lodi Vecchio, Giuseppe Tonani, classe 1890, è in effetti atleta versatile ed estremamente duttile, se è vero che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 aveva gareggiato nel tiro alla fune, terminando quinto con la rappresentativa tricolore. Ma il poderoso sollevatore lombardo, che sarà noto anche per l’iscrizione all'”Associazione Proletaria di Educazione Fisica“, detta “la fucina dei muscoli rossi“, tanto da meritarsi l’appellativo di “l’Ercole proletario” e non esser proprio graditissimo al regime fascista che ne oscurerà, in parte, il successo a cinque cerchi, ai Giochi di Parigi del 1924 si presenta per competere appunto nella categoria dei pesi massimi del sollevamento pesi. Non è lui il favorito della prova, a dispetto dei suoi 109 kg.di peso che ne fanno una sorta di “gigante buono“, sempre pronto al sorriso, anche perché in lizza c’è pure Filippo Bottino, che difende il titolo olimpico conquistato ad Anversa.

Ma il campione in carica è solo lontano parente del sollevatore che in Belgio sbaragliò il campo, tanto da non andare oltre il sesto posto finale, ed è quindi l’austriaco Franz Aigner, campione del mondo in carica a Vienna nel 1923 dove ebbe la meglio del connazionale Josef Leppelt, pure lui presente ai Giochi, a capeggiare la lista dei pretendenti alla medaglia d’oro, tra i quali si annoverano anche l’estone Harald Tammer e l’altro baltico Karlis Leilands, lettone, che alla rassegna iridata di Tallinn del 1922 occuparono i primi due gradini del podio.

La competizione, al Velodrome d’Hiver di Parigi, è decisamente equilibrata ed aperta, con il lussemburghese Jos Alzin, sconfitto quattro anni prima da Bottino, a capeggiare la classifica con 87,5 kg. dopo lo strappo ad un braccio. Ma è con la prova successiva, lo slancio ad un braccio, che Aigner, che solleva 97 kg., e proprio Tonani, a sua volta abile nel tirar su 95 kg., così come Tammer e il francese Louis Dannoux, allungano sul resto dei concorrenti.

L’austriaco e l’italiano sono pari in tre delle cinque prove, sollevando entrambi 112,5 kg. nella distensione lenta, ma è con lo strappo a due braccia che Tonani si avvantaggia di cinque chili, 100 a 95, prendendo il comando della gara per poi, con lo slancio a due braccia, contenere il tentativo di Aigner di scavalcarlo in classifica, con i due contendenti a sollevare 130 kg.

Tonani, tanto longevo da gareggiare fino a 47 anni vincendo, tra gli altri, ben otto titoli nazionali, è così medaglia d’oro con 517,5 chili complessivi, che equivalgono pure al nuovo record mondiale ed olimpico; Aigner chiude con 515 chili in seconda posizione ed è necessario uno spareggio a tre per definire la medaglia di bronzo: infine il metallo cinge il collo proprio dell’estone Tammer, che batte il francese Dannoux e il lettone Leilands, come lui capaci di sollevare nel corso dei cinque esercizi 497,5 kg., in una prova di slancio a due mani completata con 142,5 kg.

E così l’Italia, non certo nota per esser terra di uomini nerboruti, bissa il successo nella categoria dei pesi massimi, e se Bottino e Tonani aprono la strada verso l’oro, bisognerà poi attendere il 1984 per vedere il bianco-rosso-verde sventolare nuovamente sul pennone più alto dei Giochi nella categoria dei pesi massimi. L’onore toccherà a Norberto Oberburger, ma di lui, promesso, parleremo un’altra volta.

 

MONDIALE DI DUITAMA 1995, TRA I DUE LITIGANTI GODE OLANO

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L’arrivo vittorioso di Olano – da andressocadaguinonsoque.blogspot.com

articolo di Emiliano Morozzi

Anno di grazia 1995, per la seconda volta i campionati del mondo di ciclismo fanno tappa in Sudamerica, dopo l’edizione del 1977 disputata a San Cristobal e vinta da Francesco Moser. Stavolta si corre in Colombia, a Duitama, e anche in questa edizione gli azzurri arrivano con un fuoriclasse, Marco Pantani, ed un percorso adatto alle sue caratteristiche di scalatore, ma a sbarrargli la strada c’è il favorito numero uno della competizione, quel Miguel Indurain che ha appena vinto il suo quinto Tour de France di fila e che arriva in grande spolvero all’appuntamento iridato. Le condizioni di gara sono proibitive: il percorso non scende mai sotto i 2400 metri, in cima alla salita, El Cogollo con i suoi quasi 3000 metri rappresenta un’ascesa dura sia per le pendenze, sia per scarsità di ossigeno, umidità e pioggia accompagnano i corridori.

L’Italia accanto a Pantani schiera corridori del calibro di Bugno, Casagrande, Gotti, Chiappucci, tutta gente che sa farsi valere in salita. La Spagna è una corazzata, e accanto a Indurain e Jimenez, schiera un corridore che si è già messo in luce sulle strade della Vuelta: Abraham Olano, da molti considerato l’erede del navarro.

Di nazionalità basca, cresciuto nella Clas e poi esploso nella Mapei, il corridore spagnolo sembra il sosia di Indurain e ne imita anche le gesta sportive: è fortissimo a cronometro e tiene il passo sulle salite. Proprio le salite però saranno il suo tallone d’Achille in futuro e pur raccogliendo successi di prestigio (vincerà la Vuelta nel 1998 e arriverà due volte sul podio al Giro d’Italia) non raggiungerà neppure lontanamente le vittorie del più famoso connazionale.

Nel mondiale di Duitama Olano resta in ombra, ma riesce a rimanere sempre nel gruppo dei migliori. Al penultimo giro scoppia la bagarre: ad accendere le polveri è come al solito Marco Pantani, che come vede la salita, parte all’attacco a testa bassa. La sua azione sembra fare la differenza, ma gli spagnoli si organizzano per andarlo a riprendere e in cima a El Cogollo l’azione del romagnolo viene neutralizzata e il gruppo si ricompatta.

Pantani è rimasto però senza compagni di squadra, Indurain invece ha al suo fianco Jimenez e Olano. In discesa, il navarro fora e rimane attardato, ma il cambio di bici è rapido e con una soprendente rapidità rientra nel gruppetto dei battistrada. E’ in un tratto apparentemente innocuo che si decide la gara: su un ampio rettilineo Indurain si mette a fare l’andatura, Olano fa una sparata e Pantani resta impassibile alle spalle del navarro, che a sua volta non può mettersi in caccia del compagno di squadra. Olano prende così il largo mulinando il rapporto più duro come se fosse in una cronometro, lo svizzero Gianetti si muove troppo tardi e non riesce a tappare il buco prima che cominci l’ultima ascesa a El Cogollo. Sulle pendenze più dure, Pantani ci ritrova, ma Olano pur soffrendo riesce a mantenere un certo vantaggio sugli inseguitori. Indurain si mette alla ruota del romagnolo, non concedendogli neanche un cambio, in discesa Pantani ci riprova ma mentre Olano vola verso la vittoria, Indurain è l’ombra dell’azzurro.

Sembra finita qui, ma il sogno di Olano rischia di svanire sul più bello: a ottocento metri dal traguardo, la ruota posteriore del basco si affloscia, la bici sbanda, il corridore sembra sul punto di cadere ad ogni pedalata, ma riesce a guidare la bici fin sulla linea d’arrivo. Trentacinque secondi dopo, il suo compagno di squadra Indurain regola in volata Pantani e Gianetti e conquista l’argento. L’erede di Indurain coglie uno dei successi più prestigiosi della sua carriera, l’Indurain originale vede invece sfumare per sempre il sogno di indossare quella maglia che mancava alla sua collezione: la maglia iridata. Tra i due litiganti, a Duitama gode Olano.

RENATO DIONISI, UNA STELLA NEL PANORAMA DELL’ASTA AZZURRA

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Un salto riuscito di Dionisi – da:andreagiannini.com

Articolo di Giovanni Manenti

La nostra Atletica Leggera, purtroppo, raramente è stata in grado di produrre più atleti capaci di emergere contemporaneamente ai massimi livelli internazionali in una singola specialità – se si escludono “i favolosi anni ‘80” del mezzofondo, con i “Quattro Moschettieri” Salvatore Antibo, Alberto Cova, Stefano Mei e Francesco Panetta a fare incetta di medaglie ad ogni latitudine del pianeta – e men che mai nei concorsi, dove sin quasi alla fine degli anni ’60 gli unici azzurri a salire su di un podio olimpico erano stati i discoboli Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi (Oro ed argento ai Giochi di Londra ’48), oltre al bronzo di Giorgio Oberweger alle Olimpiadi di Berlino ’36.

Anche limitandosi al solo ambito continentale, i due riferiti “colossi” del Lancio del Disco sono i soli a fare doppietta per ben tre Edizioni consecutive dei Campionati Europei – da Oslo ’46 a Berna ’54 – nel mentre alla Rassegna di Belgrado ’62, dove Salvatore Morale compie l’impresa di cogliere oro e record mondiale in 49”2 nella Finale dei m.400hs, il panorama dei concorsi è quanto mai desolante, con il miglior risultato conseguito dal veneto Carlo Lievore, non meglio che sesto nel Lancio del Giavellotto, a dispetto del fatto che fosse il detentore del primato mondiale con m.86,74 raggiunti l’anno prima …

In questo contesto tutt’altro che rassicurante, sta però muovendo i suoi primi passi nella specialità del Salto con l’Asta colui che ne riscrive la Storia per quanto riguarda l’atletica azzurra, basti solo pensare che all’epoca del suo primo record italiano (m.4,50 il 18 luglio ’64 ad Annecy, in Francia) il gap rispetto al record mondiale, detenuto dall’americano Fred Hansen, era di ben 73cm., mentre in occasione del suo “Personal Best”, nonché primato italiano che resisterà per 12 anni, ovverossia i m.5,45 ottenuti il 25 giugno ’72 a Rovereto, il differenziale al cospetto del primato assoluto si era ridotto a soli 10cm., essendo lo stesso detenuto dallo svedese Kjell Isaksson, stabilito ad Helsingborg appena due settimane prima.

Come avrete facilmente intuito, il personaggio della nostra storia odierna, vale a dire colui che ha consentito alla specialità del salto con l’Asta di compiere un fondamentale passo in avanti nel panorama dell’Atletica azzurra, altri non è che Renato Dionisi, nato il 21 novembre 1947 a Nago-Torbole, Comune di meno di 3mila anime in Provincia di Trento, il quale si impone giovanissimo all’attenzione generale.

Non ha, difatti, ancora compiuto 17 anni, Dionisi, allorché stabilisce il già citato record italiano di m.4,50 migliorando di 5cm. il precedente primato del decatleta Franco Sar, per poi vivere il suo primo “Giorno di Gloriail 9 agosto 1964 al Meeting di Olsztyn, in Polonia, in cui valica l’asticella dapprima a m.4,55 per poi salire a m.4,60 e quindi a m.4,70 in un crescendo straordinario – basti pensare che, con detta misura, si sarebbe aggiudicata la medaglia d’argento ai Campionati Europei di due anni prima a Belgrado – il che induce la Federazione ad iscriverlo alle Olimpiadi di Tokyo del successivo mese di ottobre.

Appuntamento in cui Dionisi paga dazio alla giovane età ed alla conseguente inesperienza, venendo eliminato in qualificazione dal momento che non riesce a superare la quota di m.4,30, per poi vedersi togliere, l’anno seguente a Torino, il record nazionale da Sergio Rossetti, il quale si eleva sino a m.4,75 così da guadagnarsi la selezione per la prima edizione della “Coppa Europa Bruno Zauli” dove peraltro non va oltre i m.4,40, stessa misura con cui il trentino si era aggiudicato i suoi due primi titoli italiani nel 1964 e ’65.

Una stagione di non grandi risultati è più che giustificabile in un percorso di crescita che si completa l’anno seguente, allorché Dionisi salta m.4,80 per aggiudicarsi il suo terzo titolo italiano consecutivo, per poi riappropriarsi del primato nazionale valicando l’asticella – a due giorni di distanza, il 2 e 4 giugno ’66 a Torino, quella che è oramai divenuta la sua città d’adozione – dapprima a m.4,91 e quindi a m.4,94, ottime credenziali per aspirare ad una medaglia ai Campionati Europei in programma a Budapest a fine agosto.

Podio che, viceversa, sfugge al non ancora 19enne trentino per un soffio, risultando i m.4,80 superati alla prima prova sufficienti solo a garantirgli il quarto posto, nella gara vinta dall’incontrastato dominatore della specialità nel periodo a cavallo degli anni ’70, ovverossia il tedesco orientale Wolfgang Nordwig, che si impone con la misura di m.5,10.

Il bronzo però, alle spalle del greco Hristos Papanikolau con m.5,05, va al francese Hervé D’Encausse che valica l’asticella posta alla “fatidica”, per l’epoca, quota di 5metri, il che rappresenta il prossimo obiettivo da raggiungere per Dionisi se vuole entrare a far parte dell’elite internazionale.

E, dopo, aver aggiunto un altro centimetro al proprio record italiano, saltando m.4,95 ad inizio agosto ’67 a due settimane di distanza dalla sua prima partecipazione alla “Coppa Europa” ad Ostrava arrestandosi a soli m.4,40 – misura che gli era stata sufficiente per confermarsi, per il quarto anno consecutivo, Campione nazionale – Dionisi conquista la sua prima medaglia, con l’argento ai “Giochi del Mediterraneo svoltisi a settembre a Tunisi, dove è preceduto (m.5,15 a m.4,90) dal solo Papanikolau, per poi affrontare il 1968 che diviene, a tutti gli effetti, “l’anno della svolta” nella sua carriera …

Molto spesso, e più che mai nelle specialità del Salto in alto e con l’asta, dove il “nemico” non sono tanto gli avversari, bensì quell’asticella da valicare, certe barriere rappresentano una sorta di “soglia psicologica”, infranta la quale si procede in scioltezza verso misure superiori, il che è quello che accade anche a Dionisi, che diviene il primo atleta italiano a superare i 5 metri e dove, se non a Torino, allorché il 2 giugno ’68 porta il limite italiano a m.5,01 per poi aggiudicarsi il suo quinto titolo con la misura di m.5,00 e quindi, come liberato da un’inutile zavorra, salire sempre più in alto, riunione dopo riunione – m.5,03 a Reggio Emilia il 9 giugno, m.5,10 a Roma il 15 giugno – sino a mettere il suo sigillo imponendosi nello splendido scenario del “Letzigrund” al celebre “Weltklasse” di Zurigo con m.5,12 il 2 luglio e quindi superare quota m.5,15 l’11 agosto a Riva del Garda.

L’Italia sembra aver finalmente trovato un saltatore con l’asta in grado di competere con i fuoriclasse americani – i m.5,15 superati ad inizio agosto riducono a soli 23cm. il divario dal record mondiale di m.5,38 detenuto dall’americano Paul Wilson, anche se poi agli Olympic Trials Bob Seagren lo eleva a m.5,41 – il che fa ben sperare in vista delle Olimpiadi di Città del Messico in programma a metà ottobre, appuntamento al quale Dionisi è purtroppo costretto a rinunciare per un infortunio ai tendini, suo punto debole che ne riduce in buona parte le innate potenzialità.

Recuperata una buona condizione in vista del più importante appuntamento della successiva stagione – vale a dire i Campionati Europei in programma ad Atene a settembre ’69 – Dionisi inaugura l’anno partecipando a quelli che ancora si chiamano “Giochi Europei Indoor” (diverranno “Campionati Europei Indoor” solo dall’anno seguente) che si svolgono a Belgrado e, nonostante riesca a superare quota 5metri, conclude la gara non meglio che quinto – oro, manco a dirlo, al collo di Nordwig con m.5,20 – peggiorando il piazzamento dell’edizione precedente di Madrid ’68, dove era giunto quarto con la medesima misura, perdendo il bronzo rispetto all’altro tedesco orientale Jorg Milack solo per un maggior numero di errori.

Rassegna continentale alla quale Dionisi giunge sulla scorta di altri eccellenti prestazioni stagionali, costituite – oltre all’oramai abituale titolo tricolore, sesto consecutivo – da altri due miglioramenti del primato, portandosi a m.5,20 l’11 maggio ’69 a Formia ed a m.5,30 a Roma sei giorni più tardi, misura replicata il 22 luglio al Meeting di Stoccarda.

Con il movimento del Salto con l’asta a progredire a livello nazionale – come molto spesso accade quando vi è un primattore da imitare – l’Italia si presenta ai Campionati Europei con ben tre atleti iscritti, ovverossia Aldo Righi e Gianfranco Mariani oltre al quasi 22enne trentino che, proprio nell’occasione più attesa, delude ancora, fallendo le tre prove di entrata in qualificazione, proprio mentre Righi, con la misura di m.5,10 (ampiamente alla portata di Dionisi …) diviene il primo atleta azzurro a salire su di un podio europeo, alle spalle dell’imbattibile Nordwig e della rivelazione svedese Isaksson.

Questa ulteriore delusione da parte del nostro principale esponente in detta specialità inizia ad alimentare per Dionisi la fama dell’atleta “Genio e sregolatezza”, supportata dal fatto di avere una grande passione per le moto, divenendo un’etichetta che non riuscirà più a togliersi di dosso, nonostante lui stesso abbia ribadito a gran voce l’infondatezza di detta tesi, affermando di allenarsi sempre scrupolosamente, mettendo altresì un’attenzione quasi maniacale nella preparazione dell’attrezzo, fondamentale nell’esecuzione dei salti.

Casomai, era la fragilità dei suoi tendini a tradirlo in più di un’occasione, problematica con cui non è facile convivere, data l’importanza degli stessi nella fase di rincorsa e stacco e, comunque, per cercare, se non di “zittire”, quanto meno di mettere per un po’ di tempo all’angolo i suoi detrattori, ogni atleta che si rispetti non ha che una soluzione, vale a dire rispondere con i fatti sul campo-

Ed ecco, allora, che Dionisi – il quale, a dispetto del bronzo europeo di Righi in quello che può tranquillamente definirsi il suo “Giorno dei Giorni” non essendosi più ripetuto a tali livelli, era già entrato, primo italiano a riuscirvi, nella “Top Ten” del Ranking mondiale di fine anno ’69, classificato al quinto dalla prestigiosa rivista americana “Track & Field News” – vive una fantastica stagione nel 1970, in cui aggiunge altri 5cm al proprio personale, nonché record italiano, saltando m.5,35 a Roma il 15 luglio in occasione dei Campionati italiani, per poi contribuire, aggiudicandosi con m.5,10 la gara dell’asta nella Semifinale di “Coppa Europa” a Sarajevo, alla prima partecipazione dell’Italia alla Finale di detta manifestazione, subendo il 30 agosto a Stoccolma l’unica sconfitta nell’arco dei 12 mesi, per quanto ovvio da parte di Nordwig, pur avendo superato l’asticella posta a m.5,20.

Tale serie di eccellenti prestazioni fa sì che, a fine anno, Dionisi salga sino al terzo posto nel citato Ranking Mondiale – preceduto solo da Nordwig e Papanikolau – un’impresa che resta ineguagliata per oltre 40 anni prima che Giuseppe Gibilisco ottenga identico piazzamento nel 2003.

Primato italiano di m.5,35 che Dionisi replica anche al coperto il 3 marzo ’71 a Genova per poi riservare stavolta il meglio di sé nell’appuntamento clou della stagione, ovverossia i Campionati Europei in programma ad Helsinki a metà agosto, desideroso di sfatare la nomea che lo accompagna e conquistare quella medaglia così a lungo inseguita.

Con due pericolosi rivali quali Papanikolau – il quale il 24 ottobre ’70 aveva tolto a Nordwig il primato mondiale, saltando m.5,49 al Pireo – ed il francese François Tracanelli ad incorrere nell’identico incidente di percorso costato la Finale due anni prima a Dionisi, con tre nulli alla misura di entrata in qualificazione, la sfida per le medaglie vede ben presto restare a contendersi il podio solo quattro atleti, ovverossia i due svedesi Isaksson ed Hans Lagerqvist, oltre all’azzurro ed all’immancabile Nordwig, tutti in grado di valicare l’asticella posta a m.5,25.

Si inizia ad andare a quote di eccellenza, e quando Lagerqvist si arrende alla successiva misura di m.5,30, viceversa superata dagli altri tre, il podio è bell’e confezionato, ma ancora una volta a spuntarla è il tedesco orientale, unico a valicare l’asticella posta a m.5,35 mentre a Dionisi resta l’amaro in bocca di un argento sfumato solo per un maggior numero di errori, a parità di misura (m.5,30) con Isaksson.

Ancora ben piazzato (quinto assoluto) nel ranking mondiale di fine anno, Dionisi, avvicinandosi ai 25 anni, ma soprattutto, abbastanza logorato da 10 anni di attività, è consapevole che i Giochi di Monaco ’72 possono rappresentare la sua ultima occasione per cogliere un alloro olimpico, ragion per cui evita di partecipare ai Campionati Europei Indoor di Grenoble, dove viceversa fa la sua apparizione il non ancora 20enne Silvio Fraquelli, nono con m.4,80 e che interrompe la sua serie di 8 titoli italiani consecutivi, aprendo egli stesso un periodo di successi che dura per un quinquennio, dal 1972 al ’76.

La preparazione per i Giochi è meticolosa, e si concretizza per Dionisi nel doppio miglioramento del primato italiano, dapprima portandolo a m.5,40 a Formia l’11 maggio ’72 e quindi, al Meeting di Rovereto del successivo 25 giugno, salire sino a m.5,45, misura che, se ripetuta, ai Giochi, profuma di medaglia.

Sicuramente non sarà un “Genio ribelle” come è stato etichettato, Dionisi, sicuramente però avverte la pressione dei grandi appuntamenti, ed anche nel Capoluogo della Baviera, con il limite di qualificazione per la Finale fissato a m.5,10, fallisce tutte e tre le prove alla misura di entrata a m.4,80 e crediamo che ben poca consolazione sia il fatto che in analogo trabocchetto incorra il primatista europeo Isaksson – che nel corso dell’anno aveva migliorato in ben tre occasioni il record mondiale sino a m.5,55 – il quale fallisce i suoi tre tentativi a 5metri, misura fatale anche all’altro azzurro Fraquelli.

Ciò nonostante, il primato italiano di m.5,45 consente a Dionisi di apparire, per la quarta ed ultima volta, nel Ranking mondiale di fine stagione, classificato in settima posizione, per poi approfittare del ritiro dall’attività di Nordwig – che a Monaco aveva coronato la sua fantastica carriera con l’Oro Olimpico con tanto di record olimpico e primato personale di m.5,50 – per aggiudicarsi l’unica importante medaglia d’oro, in occasione dei Campionati Europei Indoor di Rotterdam ’73.

Con la sua migliore gara in una grande Manifestazione internazionale, Dionisi è praticamente perfetto, ed il superamento dell’asticella a m.5,40 stronca la resistenza del tedesco occidentale Hans-Jurgen Ziegler, fermatosi a m.5,35, così da divenire il primo, nonché tuttora unico, atleta italiano a sentir risuonare l’inno di Mameli alla cerimonia di premiazione in una gara di salto con l’asta ad una Rassegna Continentale, sia essa indoor che all’aperto …

L’Oro di Rotterdam rappresenta l’apice della carriera di Dionisi, a cui l’usura dei tendini inizia a chiedere il relativo conto, non andando oltre l’ottavo posto con m.5,10 agli Europei Indoor di Goteborg ’74 per poi dover rinunciare per problemi fisici alla Rassegna all’aperto di inizio settembre a Roma, e doversi accontentare del gradino più basso del podio ai “Giochi del Mediterraneo” di Algeri ’75 solo per il conteggio del numero di errori alla quota di m.5,00 a parità di misura con Fraquelli e l’atleta di casa Lakhdar Rahal, rispettivamente primo e secondo, e quindi ottenere identico piazzamento alle “Universiadi” di metà settembre svoltesi a Roma con la misura di m.5,10 nella gara vinta da Tracanelli con m.5,20, dopo aver peraltro rappresentato l’Italia nella Finale di “Coppa Europa” di Nizza a metà agosto ’75, concludendo la sua gara con un dignitoso m.5,25.

Avviato oramai al crepuscolo della propria stagione agonistica, Dionisi ha un rigurgito d’orgoglio ai Campionati Europei Indoor di Monaco di Baviera ’76, dove torna a superare l’asticella alla quota di m.5,30 che gli vale la medaglia di bronzo, prima di collezionare il suo nono e decimo titolo tricolore ai Campionati Assoluti 1977 (m.5,00) e ’78 (m.5,20), così eguagliando l’impresa compiuta, nel periodo tra le due Guerre, da Danilo Innocenti tra il 1927 ed il 1937 (saltando solo l’edizione ’29), capace anche di classificarsi sesto alle Olimpiadi di Berlino ’36.

Con la fine del 1978, si conclude la carriera di Renato Dionisi, colui che ha trasformato il Salto con l’asta nel panorama dell’Atletica Leggera italiana da specialità comprimaria sino a raggiungere i vertici internazionali, con un progresso di un metro esatto (da m.4,45 a m.5,45) nell’albo dei record, primato che verrà superato solo a 12 anni di distanza, il 6 luglio ’84 a Formia, da Mauro Barella.

E quella figura un po’ guascona, con baffi e pizzetto (molto simile al mezzofondista Franco Arese …), che faceva capolino sui teleschermi in bianco e nero di fine anni ‘60/inizio anni ’70, talora imprecante con sé stesso ed il mondo intero per non riuscire a tradurre in pratica quel talento che Madre Natura gli aveva consegnato, è rimasta nel cuore dei tanti appassionati di Atletica che si vedevano in lui come “l’eroe sfortunato”, costretto spesso a cercare di superare barriere all’apparenza insormontabili ma sempre affrontate con coraggio ed abnegazione, tanto da farlo divenire, senza tema di smentita, uno degli atleti più amati di tale periodo …